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Title: Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4/9
Author: Giannone, Pietro
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4/9" ***

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                             ISTORIA CIVILE
                                  DEL
                            REGNO DI NAPOLI


                                   DI
                            PIETRO GIANNONE


                             VOLUME QUARTO



                                 MILANO
                           PER NICOLÒ BETTONI
                               M.DCCC.XXI



STORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI

LIBRO DUODECIMO


Il Regno di Guglielmo I non tanto per le forze d'esterior nemico,
quanto per l'interne rivoluzioni dei suoi Baroni, fu tutto perturbato
e sconvolto, e si rese memorabile più per le congiure e sedizioni
contro la sua persona, e de' maggiori personaggi della sua Corte, che
per guerre e battaglie. Cagione di tanti mali fu l'aver voluto questo
Principe dispregiare le azioni dell'ottimo padre, e permettere che lo
stato della Corte, con tanta industria da colui riformato in meglio,
andasse in ruina, avendo egli que' personaggi, che Ruggiero avea tenuti
per suoi famigliari, parte condennati in esilio, e parte imprigionati.
Ma assai più che conveniva, avendo innalzato Majone di Bari a' primi
onori del Regno, e fattolo suo Grand'Ammiraglio, pose anche in sua mano
tutto il governo del Regno: e gli fu sì caro, che dove agli altri era
cupo ed austero, a costui solo era aperto e trattabile: di che offesi
i principali Baroni s'alienarono da lui in maniera, che gli posero
sossopra il Regno, come di qui a poco diremo.

Egli, morto il padre, ancorchè poco men, che quattro anni avesse
regnato in sua compagnia, fece tosto convocare tutti i Prelati e Baroni
del Regno, e si fece di nuovo solennemente incoronare in Palermo nel
giorno di Pasqua di quest'istesso anno 1154. E non guari dopo tanta
celebrità, succederono le pompe e le feste per la nascita di Guglielmo
suo secondo figliuolo, natogli in questo medesimo anno dalla Regina
Margherita sua moglie, figliuola che fu di Garzia II Re di Navarra;
poichè Ruggiero suo primogenito era nato già in vita dell'avolo[1].
Così nella Casa regale non v'erano altri Principi del sangue, che
Ruggiero e Guglielmo II ancor lattanti. Costanza loro zia, postuma di
Ruggiero, ancor era bambina. Tancredi e Guglielmo figliuoli di Ruggiero
Duca di Puglia ancor giovanetti, erano per ragion di Stato tenuti
carcerati e custoditi nel regal palazzo in Palermo: restò adunque solo
Guglielmo in età di 34 anni, senz'appoggio di parenti al governo, non
meno de' Regni di Puglia e di Sicilia, che dell'altre province e città
della Grecia e dell'Affrica.

S'aprì pertanto largo campo al Grand'Ammiraglio Majone di porsi in mano
il cuore del Re, e di governare con assoluto arbitrio i suoi Reami,
essendo egli dotato di tutte quelle prerogative, che possono innalzar
un privato al Principato. Egli era di pronto e vivace ingegno, ed abile
a qualunque più dura e difficile impresa: assai facondo nel dire,
dotato di liberalità regia, simulatore e dissimulatore espertissimo
ed avidissimo di dominare; per la qual cosa rivolgea continuamente
in se stesso varj pensieri divisando, come giunger potesse al sommo
delle dignità e degli onori; ma celava il tutto con una gran serenità
e allegrezza di volto: trattava col Re gl'interi giorni degli affari
del Regno, ed escluso ogni altro, a lui solo si comunicavano i
secreti più riposti di Stato, e le sue parole, e suoi consigli erano
solo fedeli ed accettati. Nè mancava egli, per l'autorità che avea,
d'acquistarsi da per tutto amici e partegiani, donando a suo talento i
governi delle province, le guardie delle Fortezze, ed i carichi della
milizia, essendogli Guglielmo tanto alla mano, che mai cos'alcuna,
ancorchè grande e malagevole, purchè da lui gli fosse chiesta, non gli
negò: corruppe ancora (per torsi via ogni ostacolo, che aver potesse)
l'onestà della Regina, di cui si finse innamorato, e trasse parimente
dalla sua parte tutti gli Eunuchi saraceni custodi del palazzo reale.
In breve egli era il Moderatore del Regno, e seppe cotanto ingrandir la
sua Casa, che un suo fratello, ed un suo figliuolo, chiamati ambedue
Stefani, innalzò a' primi gradi della milizia, ed il figliuolo d'una
sorella, nominato Simone, lo fece Gran Siniscalco del Regno; ed una
sua figliuola la casò con Matteo Bonello uno de' principali Baroni
del Regno; e Lione e Curazza suoi parenti, persone per l'innanzi
vilissime, vennero a sì fatta grandezza, ch'essendo morti in vita del
figliuolo, da' Monaci di Monte Cassino furono registrati i giorni de'
loro transiti in un libro, nel quale notavano solamente la morte de'
Papi, Imperadori, Re, Duchi di assoluto dominio e simili personaggi,
con quelle parole: _Curazza mater Madii Magni Admirati Admiratorum
obiit VII. Kal. Aug. Et Leo pater Admirati Admiratorum obiit VI. Id.
Septembris_[2]. Ed il Cardinal Laborante, che in questi tempi era
riputato il più dotto, ed uno de' migliori Letterati, che fiorisse in
Roma, avendo composto un libro _de Justi, et Justitiae rationibus_,
che ancor oggi si ritrova diviso in quattro parti, lo dedicò a questo
nostro Majone, come ad un personaggio in questi tempi il più illustre
e rinomato in tutta Europa.

Vedutosi perciò in tanta sublimità vennegli pensiero, come finalmente
potesse giungere al disegno di usurpare il Regno; e scorgendo non
restargli ora altro che fare, se non torsi dinanzi tutti coloro, che
potevano impedire il suo disegno, a questo solo drizzò tutti i suoi
talenti ed i suoi pensieri.

Temea egli più degli altri in tal impresa Simone Conte di Policastro
figliuolo bastardo, come si disse, del Re Ruggiero, Roberto di
Bassavilla Conte di Loritello consobrino di Guglielmo, ed Eberardo
Conte di Squillace, la cui virtù era assai nota a ciascuno, e sapea
certo non potersi nè con premio, nè con fraude corrompere la lor fede,
e conoscea, che salvi costoro, egli s'affaticava indarno. Incominciò
adunque a maneggiar la lor ruina, e conoscendo essergli mestiere
aver per compagno de' suoi consigli Ugone Arcivescovo di Palermo,
acciocchè col suo ajuto potesse recar più agevolmente a fine il suo
intendimento, essendo l'Arcivescovo uomo avveduto e di grande animo,
ed atto a qualsivoglia grande affare, ed anch'egli avido di comandare:
cominciò primieramente l'Ammiraglio, a scoprirgli pian piano il suo
pensiere, dandogli a vedere, che tolta la vita al Re, come uomo non
atto al governo e malvagio, sarebbe poscia agevolmente venuta in lor
potere la cura de' piccioli figliuoli, per la qual cosa sarebbero
essi stati Signori del tutto, insin che que' fanciulli fossero a
perfetta età pervenuti. Non volle scoprirgli l'animo, ch'egli avea di
usurparsi il Regno, acciocchè colui non si smarrisse per la grandezza
della malvagità, sperando, se potesse divenir Tutore de' figliuoli del
Re, non potergli niuna cosa più impedire il suo desiderio. Strinse
per tanto l'amistà con l'Arcivescovo con strettissimo giuramento
d'ajutarsi l'un l'altro egualmente in ogni fortuna, e fece sì che egli
divenne prestamente amico e famigliare del Re, acciocchè approvasse, e
difendesse appo lui qualunque cosa, ancorchè scellerata, ch'ei facesse.

Questi furono i fondamenti, che gettò Majone per dovervi sopra
appoggiare le fabbriche eccelse della sua ambizione: intanto surser
nuove occasioni, delle quali seppe l'Ammiraglio opportunamente valersi
per ruinare i suoi emoli, e coloro che potevano fargli ostacolo nel
suo disegno. Era, come s'è detto, morto in Roma Papa Anastagio, e
creato in suo luogo Adriano IV inglese. Questi offeso, che Guglielmo
erasi fatto incoronare Re in Palermo senza richiedernelo, secondo ciò
che i Pontefici pretendevano nelle nuove incoronazioni de' Principi
loro Feudatarj, avendogli il Re, intesa la sua elezione, mandati suoi
Ambasciadori per confermar con lui la pace, che avea avuta col suo
predecessore, egli glieli rimandò in dietro senza conchiuder niente.
Onde passato poi Guglielmo da Palermo a Messina, e di là a Salerno,
avendogli Adriano, mentre dimorava in questa città, mandato il Cardinal
Errico con sue lettere, non solo il Re non volle riceverlo, ma gli
fece ordinare, che tantosto sgombrasse dal suo Regno, ed in Roma ne
ritornasse; irritato ancora perchè nelle lettere, che a lui recava, il
Papa non gli dava il titolo di Re, ma solo di _Signore di Sicilia_,
pretendendo che non potesse egli nomarsi Re, essendosi dopo la morte
di suo padre fatto incoronare senza sua concessione ed autorità[3].
Ma Guglielmo riputando a suo scorno, che dovesse richiedere da lui
ciò ch'era in suo arbitrio, fieramente sdegnato, dopo aver celebrata
la Pasqua in Salerno in quest'anno 1155, avendo creato suo Gran
Cancelliero Asclettino Arcidiacono di Catania, gli diede il governo
della Puglia, con ordine di ragunare un grosso esercito per campeggiare
Benevento, e dar il guasto al suo territorio, e di sorprender quella
città ad onta del Pontefice. All'incontro Adriano scomunicò il Re,
il quale, oltre d'aver comandato al Gran Cancelliere l'assedio di
Benevento, ordinò ancora, che niun Vescovo de' suoi Regni riconoscesse
il Papa, nè che alcuno ricercasse da lui più la consecrazione. Indi
partissi da Salerno, e con Majone in Palermo fece ritorno.

Intanto il Cancelliero, dopo aver dato il guasto al territorio di
Benevento sino alle mura della città, tentò di sorprenderla: ma difesa
con molto valore da' Beneventani, i quali uccisero il lor Arcivescovo
per averlo scoverto amico e partegiano di Guglielmo, obbligarono il
Cancelliero a cingerla di stretto assedio; il quale tuttavia durando,
alcuni Baroni mal contenti del governo presente, istigati ancora dal
Papa, si ribellarono da lui, ed entrarono dentro Benevento, ed altri
senza tor commiato si partirono dal campo; per la qual cosa dividendosi
l'esercito, si tolse l'assedio[4]. Il Conte Roberto di Bassavilla pieno
d'ira e di mal talento ritornossene a dietro in Puglia, poich'essendo
stato, mentr'era il Re in Salerno, per visitarlo, fu per opra di
Majone sì mal veduto ed accolto, che il Re nè meno volle parlargli.
Onde il Cancelliero con la gente che gli era rimasa, e con altra che
assoldò nuovamente, passossene in Campagna di Roma, dove prese e brugiò
Cepparano, Bacucco, Frusinone, Arce, ed altri luoghi vicini; e poscia
ritornando nel Regno fece abbattere le mura d'Aquino, Pontecorvo, ed
altre Castella de' Padri di Monte Cassino[5] partegiani del Papa, e
cacciatine altresì tutti i Frati, eccetto dodici, che vi lasciò alla
cura della Chiesa, fece ritorno in Capua, ove fermossi in compagnia del
Conte Simone, con intenzione di star colà in guardia del Regno, così
per impedire ogni movimento, che avesser potuto fare i Baroni, i quali
eran da pertutto fieramente turbati dalla potenza dell'Ammiraglio, non
ben discernendo se egli, o Guglielmo era Re di Sicilia; ma più ancora
per impedire un nuovo turbine di guerra, che soprastavagli, poich'era
precorsa voce, che l'Imperador Federico Barbarossa con grande oste di
Alemagna calava in Italia.


§. I. _L'Imperador FEDERICO I, fa lega con EMANUELE COMNENO Imperadore
d'Oriente, e move guerra col Papa al Re GUGLIELMO._

Era Federico non altrimenti, che i suoi Predecessori inimico
implacabile de' Normanni, e non meno che furono Lotario, Errico e
Corrado contro Ruggiero, così egli avea drizzati i suoi pensieri
per discacciar Guglielmo dalla Puglia e dalla Sicilia, riputandolo
come usurpatore delle province dell'Imperio. Niun Imperadore ebbe sì
alti concetti dell'Imperio restituito da Carlo Magno in Occidente,
quanto costui: egli si reputava un altro Ottaviano Augusto; e che
tutte le province, ch'erano prima di quel vasto Imperio, fussero pure
nell'Asia, o nell'Affrica, o in qualunque altra più remota parte del
Mondo, appartenessero al suo Imperio, e che perciò avesse bastante
dritto di cacciarne gl'invasori; e si vide chiaro, quando avendo il
Saladino occupati molti luoghi della Siria, non si ritenne, prima di
movergli guerra, di minacciarlo se non restituiva que' luoghi, con
una terribile lettera, che volle scrivergli, rapportata negli Annali
d'Inghilterra di Ruggiero e di Matteo Paris, nella quale fra gli altri
vanti e rodomontate gli scrisse: ch'egli non poteva dissimular di
sapere, come ambedue l'Etiopie, la Mauritania, la Persia, la Siria,
la Parzia, ove Marco Crasso (che lo chiama suo Dittatore) morì, la
Giudea, la Samaria, l'Arabia, la Caldea e l'istesso Egitto, ove Antonio
effeminossi con Cleopatra, l'Armenia ed innumerabili altre province,
erano soggette al suo Imperio. Ma il Saladino gli rispose con non
minor arroganza ed orgoglio del suo, siccome si vede dalla risposta,
che vien anche rapportata da' medesimi Scrittori. Conobbesi ancora,
che niun'altro Imperadore prima di lui ebbe quella fantasia di creare
tanti Re onorari, come fece egli, il quale inviò la spada e la Corona
regale a Pietro Re di Danimarca, attribuendogli il nome di Re, al Duca
d'Austria, ed al Duca di Boemia, come abbiam narrato nel precedente
libro.

E fu cotanto a lui perniziosa questa boria di credersi Signore di
tutto il Mondo, anche delle città e luoghi particolari, che per aver,
secondo queste idee (fomentate ancora dal lusingator Martino nostro
Giureconsulto) voluto imporre leggi e condizioni molto rigorose
alla Nobiltà ed alle città d'Italia, se gli ribellò contro tutta la
Lombardia, onde nacque la ruina di Milano, come qui a poco vedremo.

Per queste massime egli reputava Guglielmo invasore, ed ingiusto
usurpatore non meno della Puglia, che della Sicilia, proccurava
perciò tutti i mezzi, ed impiegava tutti i suoi sforzi per discacciar
questo inimico della sua sede; ma considerando che per se solo non
poteva conseguirlo; poichè se bene per la conquista del Regno di
Puglia potesse unire un conveniente esercito, e far l'impresa per
terra; nulladimanco, non avendo armate di mare, era impossibile
tentar l'impresa di Sicilia: perciò sin dall'anno precedente 1154,
dopo aver intimata una Dieta a Ratisbona, avea mandati Ambasciadori
all'Imperador Emanuele Comneno, affinchè conchiudesse con esso lui la
lega contro Guglielmo[6]. Questi non meno che Federico mal soffriva
l'ingrandimento de' Re normanni, i quali non contenti d'avergli tolta
la Sicilia, ponevan anche nella Grecia il lor piede; ed insino alle
porte di Costantinopoli s'erano stesi. Guglielmo si vide in mezzo a
due potenti inimici insieme uniti e collegati. Ed era cosa veramente
da ammirare, che Federico da un canto millantava al suo Imperio
d'Occidente appartenersi i Regni di Guglielmo; e dall'altra parte
Emanuele minacciava, ch'egli ed i suoi Romani non si sarebbero mai
astenuti di portar guerra in Italia, insino che quella e l'intera
isola di Sicilia non saranno restituite al suo Imperio, donde furon
divelte[7]. Proccurò ancora Federico collegarsi co' Pisani potenti
allora in mare, che parimente contro Guglielmo si mossero; il qual
implicato ancora nella guerra, che avea mossa al Papa, ed insospettito
della fedeltà dei suoi Baroni, si vide in tanta costernazione e
malinconia, che abborrendo chiunque veniva da lui, stava sempre solo
racchiuso nel suo palazzo, trattando solamente con Majone e con
l'Arcivescovo, da' quali intendeva gli affari del Reame, non come
conveniva, ma come meglio a' loro disegni si confaceva. E Majone
intanto vedendo non potersi aspettar miglior tempo, che quello che
correa per condurre a fine i suoi lunghi divisamenti, fece credere al
Re, che il Conte erasi ritirato in Puglia pien di mal talento, non per
altro, se non perchè aspirava al Regno in virtù di certo testamento
di Ruggiero, ove dicea che succedesse costui in caso che il figliuolo
Guglielmo non fosse stato atto a governare i suoi Regni; e perciò
scrisse ad Asclettino, che lo chiamasse a Capua, e giuntovi il facesse
prigione, inviandolo sotto buona custodia a Palermo. Ma insospettito
prima il Conte di tal chiamata, e poi avvedutosi dell'inganno, resistè
al Cancelliero, che in nome del Re gli comandava, che avesse consignati
tutti i suoi soldati al Conte Boemondo, dicendogli tutto cruccioso,
che quel comandamento era di matto o di traditore, e non volendone far
nulla, si partì di Puglia, e con tutta la sua gente n'andò in Apruzzi.
Proccurò ancora Majone nell'istesso tempo, non bastandogli questo, che
il Conte Simone parimente ruinasse; poichè fatta ad arte insorgere
tra lui, ed il Cancelliere gara, e nato tumulto fra i soldati,
tal avvenimento in Corte non com'era stato, ma come a lui piacque,
descrisse, aggiungendovi, che il Conte era cagione di que' disturbi,
e che ei trattava negozi di molta importanza col Conte Roberto, a cui
egli mandava perciò secreti messi: queste lettere bastarono a Majone
di far credere al Re che il Conte Simone insieme col Conte Roberto
con molti altri congiurassero contro la sua persona per torgli il
Regno; onde Guglielmo, ch'era sempre in sospetto de' suoi più stretti
parenti, chiamò il Conte in Palermo, e senza dargli tempo da potere
addurre cosa alcuna in difesa della sua innocenza, lo fece imprigionare
con indignazione di tutti contro l'Ammiraglio, per opera di cui ogni
malvagità si vedeva avvenire.

Accadde in questo medesimo tempo, che il Re, o per grave infermità
sopraggiuntagli, o per altra cagione, si racchiuse in modo nel regal
palazzo, che per alcuni giorni non si faceva nè vedere, nè parlare da
niuno, se non dall'Arcivescovo e da Majone: il perchè si sparse fama
per li suoi Regni, ch'egli fosse morto avvelenato dall'Ammiraglio.
Questa fama divolgata in Puglia cagionò sì gravi movimenti, che si
videro in un subito molte province sconvolte; poichè Papa Adriano
non si lasciando scappar tal congiuntura sollevò tosto i Baroni della
Puglia contro il Re, e quelli che Guglielmo avea discacciati[8]. Nel
che, per l'alienazione ed abborrimento che aveano col Re per cagion
di Majone, non vi volle molta industria per tirargli alla ribellione.
Si videro perciò in un subito ardere la Calabria, la Puglia e Terra di
Lavoro in una crudelissima guerra, e piene di tumulti e di sedizioni.
Il Conte Roberto, avendo tosto ragunato un numeroso esercito ne'
contorni d'Apruzzo, sorprese molte città della Puglia poste in riva
del mare, insino a Taranto: e presa Bari, fece, col consentimento dei
suoi cittadini, spianar la Rocca fattavi non molti anni prima edificar
dal Re Ruggiero; ed avendo altresì insieme col Pontefice allettato
l'Imperador Emanuele ad accompagnare le sue forze contro Guglielmo,
ponendolo in sicura speranza di ricuperar la Puglia, e sottoporla
come prima al suo Imperio d'Oriente, ne ottenne molta gente guidata da
nobilissimi Capitani, e molta moneta, che gli inviò sino a Brindisi,
a' quali si rese quella Piazza assai considerabile pel suo porto, ove
Emanuele designava mandar più numerosa armata.

Nè minori sconvolgimenti cagionò la fama della morte del Re in Terra
di Lavoro; poichè il discacciato Principe di Capua Roberto, che sinora
avea menati i suoi giorni in Sorrento in vita privata, dissimulante
Ruggiero, onde per ciò lo dissero ancora Roberto di Sorrento[9], non
avendo bisogno che il Papa lo stimolasse, subito se ne venne in Capua,
ed occupò tantosto la sua antica Signoria, e poco da poi non solo
interamente si sottopose tutti i luoghi del suo antico Principato, ma,
passato anch'egli in Puglia, avea soggiogato quasi tutto il rimanente,
eccetto Melfi e Troja. E ne' Picentini ed in Terra di Lavoro andaron
le cose del Re così male, che non era rimasto in sua balia altro,
che Amalfi, Napoli e Salerno, ed alcuni altri pochi forti e muniti
castelli; perciocchè Riccardo dell'Aquila Conte di Fondi avea presa
Sessa e Tiano, e 'l Conte Andrea da Rupe Canina il Contado d'Alife.

S'accrebbe il timore di disordini maggiori; perchè in quest'istesso
tempo Federico Imperadore di Alemagna era giunto in Roma, ove era stato
da Papa Adriano ricevuto con molta pompa, ed in S. Pietro solennemente
coronato; ed il Papa, prima della sua coronazione, s'avea da lui fatto
promettere, oltre di calar in Puglia contro Guglielmo, che senz'il suo
invito per sua propria inimicizia che avea con lui lo avrebbe fatto,
di deporre ancora i Senatori in quella città creati, e di ridurla,
come prima, all'ubbidienza del Pontefice. Ma Federico per nuove
cagioni non potè eseguirlo; perchè sopraggiunta nel suo esercito una
gran pestilenza, bisognò tornarsene in Alemagna, e fu d'uopo partirsi
ancora, per sedare nel passaggio i disordini nati in alcune città di
Lombardia, senza che, dopo essere stato coronato, avesse voluto far
nulla di quanto al Papa avea promesso; se non solo di aver affrettato
il soccorso e spinta l'armata de' Pisani contro Guglielmo.

Il Papa, ancorchè deluso da Federico, non per questo volle perdersi
d'animo ora che il tempo era a lui cotanto favorevole; poichè avendo
ragunato, come potè meglio, un grosso esercito, postosi alla testa
di quello, entrò nel Regno, e tosto s'unirono a lui il Conte Andrea
di Rupe Canina, e i mal soddisfatti Baroni: se gli unisce ancora
Roberto, che poc'anzi avea occupato il Principato di Capua, il quale
giunto in Terra di Lavoro, passò poi a Benevento, ove fu a grande
onore ricevuto da' Beneventani: dall'altra parte l'Imperador Emanuele
volendosi vendicar dell'ingiurie ricevute da Ruggiero, nel figliuolo
Guglielmo, avea mandati in Puglia Paleologo, Cominato, Sebasto ed altri
illustri e valorosi Capitani con grosso stuolo di armati, e con molta
moneta in soccorso del Conte Roberto; ed avea altresì mandato a dire
al Pontefice, che l'avrebbe aiutato a disfare interamente Guglielmo,
purchè avesse poi lasciate in suo potere tre città poste in riva del
mare di quella provincia, con li cui soccorsi il Conte Roberto faceva
aspra guerra in Puglia, e n'avea già buona parte occupata[10].

Ecco in quale stato deplorabile si ridussero queste nostre province
in quest'anno 1155 ed in quanti sconvolgimenti; la novella de' quali
pervenuta a Palermo, non bastò a scuotere l'infingardaggine del Re,
il quale rincrescendogli d'uscir dagli agi del palazzo, avea data
occasione alla falsa voce della sua morte; perchè Majone coprendo con
la tranquillità del volto l'interno affanno, non fece accorgere nè il
Re, nè altri del suo timore, onde reputò allora non esservi di bisogno
d'altro se non che il Re scrivesse a coloro, che ancor duravano nella
sua fede, ch'era stata falsa, ed inventata da' suoi rubelli la fama
uscita fuori della sua morte, e che fossero con gente armata usciti
contro di loro.

Ma se non bastarono i tumulti di queste province, per opra di Majone,
a torre il Re da quel sì lungo e profondo letargo, furono bensì
sufficienti que' che vide nella Sicilia, e nell'istessa città di
Palermo poco da poi: poichè ribellatosi il Conte Giuffredi, e scoverta
da lui la congiura di Majone, ancorchè il Re non la credesse; e per la
tirannia dell'Ammiraglio sollevatisi i Siciliani, occuparono Butera; e
tumultuando gravemente il Popolo della città istessa di Palermo contro
Majone per l'ingiusta prigionia del Conte Simone: tutte queste cose, ed
altre unite insieme, finalmente trassero il Re dagli agi del palazzo,
destandolo in maniera, che con impeto a' maggiori pericoli esponendosi
racchetò il tumulto di Palermo con far sprigionare il Conte Simone,
ricuperò Butera, ed avendo restituita quell'isola nell'antica quiete,
si risolvette di venire egli in Puglia a debellare i suoi ribelli, e
porre quiete a questo Regno; passò perciò immantenente a Messina per
valicar il Faro; e portatosi colà in quel mentre il Cancelliere, gli
furono date gravi querele dal Conte Simone, per non aver difesa come si
conveniva Terra di Lavoro; e volendo egli audacemente difendersi, non
fu inteso, anzi fu di presente chiuso in prigione ove di là ad alcuni
anni miseramente finì sua vita. Ragunata Guglielmo come potè meglio una
armata, partitosi da Messina, venne in Regno, ed a Brindisi accampossi
in questo nuovo anno 1156[11], ed avendo mandato l'Eletto di Catania al
Pontefice per chiedergli pace, con offerirgli vantaggiose condizioni,
fu per opra d'alcuni Cardinali partegiani dell'Imperador Federico
rimandato indietro senza conchiuder nulla; laonde il Re veggendosi
escluso d'ogni speranza d'accordo, senza far più parole, campeggiò
virilmente Brindisi, ove erano i Greci, ed ove s'eran ragunati la
maggior parte de' Baroni rebelli; e la strinse sì fattamente, che
Roberto di Bassavilla ch'era in sua difesa, sgomentato fuggì via a
Benevento; e travagliando il Re quella città con continui assalti, così
dal lato di mare, come da quello di terra alla fine la prese a forza,
facendo prigionieri tutti i Capitani più stimati de' Greci con molti
altri di minor conto, e buona parte de' Baroni di Puglia con altri lor
seguaci, de' quali molti fece morire impiccati per la gola, ed altri
fece abbaccinare, conquistando parimente tutte le ricche spoglie de'
Greci e grossa somma di moneta, che ivi avean condotta per gli bisogni
della guerra[12].

Passò poi il Re col vincitor esercito a Bari, ed i Baresi vedendo che
il Papa ed il Conte, che avean proccurata la ribellione, non mandavan
loro soccorso alcuno, pensarono di rendersi alla pietà del Re; e
per mitigar la sua ira gli andarono incontro disarmati a chiedergli
mercè; ma Guglielmo vedendo le ruine della Rocca, che colà il padre
Ruggiero avea edificata, la quale non guari prima i Baresi avean fatta
abbattere, rispose: _Io non perdonerò alle vostre case, non avendo
voi avuto rispetto alla mia_[13]; indi comandò, che fra due giorni
con tutti i lor beni si partissero; la qual cosa posta immantenente
in esecuzione, fece primieramente il Re diroccar le mura della città
sino dai fondamenti, indi disfar tutti gli edificj sì fattamente,
che ogni cosa fu ridotta in rovina, ed adeguata al suolo. Così rimase
affatto distrutta Bari, la qual città per la ricchezza e nobiltà de'
suoi cittadini, per lo numeroso suo Popolo, per la bellezza de' suoi
palazzi e per la fortezza delle mura, fra tutte le altre di Puglia,
era potentissima, e riputata un tempo la sede de' più gran personaggi
della Grecia. Quindi si convince l'error di coloro, che vogliono Bari,
in tempo della Regina Costanza e di Manfredi, essere stata riputata
sede regia, dove questi Principi furono incoronati; poichè Bari, dopo
quest'avvenimento, si ridusse in più ville, nè se non molto tempo da
poi riprese forma di città. E vedi intanto l'incostanza delle mondane
cose, e come tutte queste vicende servirono ad innalzar Napoli sopra
tutte le altre città di questo Reame; poichè, se allora vi rimase
Salerno, non dovranno passar molti anni, che vedremo ancora questa
città parimente ruinata e distrutta per l'ira ed indignazione d'Errico
marito di Costanza.

Prese da poi il Re Taranto con tutti gli altri luoghi di quella
provincia, che il Conte Roberto, ed i Greci aveano occupati; e di là si
condusse a Benevento, ov'era il Papa Adriano co' suoi Cardinali; e buon
numero d'altri Baroni, che v'erano fuggiti; e cingendola di stretto
assedio, afflisse di modo quella città, che il Papa, scordatosi affatto
de' Baroni del Regno, che avea posti in tanti travagli e pericoli,
veggendo il periglio, in ch'era incorso per non essersi in prima,
quando gli offeriva vantaggiose condizioni, pacificato con Guglielmo,
gl'inviò tre Cardinali per suoi Legati a chiedergli pace. Furono questi
Ubaldo Cardinal di Santa Prassede, Giulio Cardinal di S. Marcello, e
Rolando Cancellier di Santa Chiesa e Cardinal di S. Marco[14], i quali
non altrimente che fece Gregorio II quando scrisse tre lettere a Pipino
in nome di S. Pietro, così essi in nome del Principe degli Appostoli
gli chiesero, che cessasse dai danni, che faceva al romano Pontefice,
e che conservasse le ragioni della Chiesa di Dio.


§. II. _Articoli di pace stabiliti con Papa ADRIANO, ed investitura
data dal medesimo al Re GUGLIELMO: e pace indi seguita coll'Imperadore
EMANUELE._

Furono i Legati dal Re cortesemente ricevuti, ed intendendo da essi
di buon animo le proposte di pace, destinò egli dal suo canto cinque
altri suoi Plenipotenziarj per accordare gli articoli di quella. Questi
furono il Grand'Ammiraglio degli Ammiragli Majone, Ugone Arcivescovo di
Palermo, Romualdo Arcivescovo di Salerno, Guglielmo Vescovo Calano e
l'Abate Cavense Marino; i quali unitisi con i tre Cardinali fermarono
gli articoli di pace, che nella maniera, che di qui a poco diremo, si
leggono presso il Baronio: nella qual pace non furon compresi i Baroni,
ma tutti esclusi, e sol fra il Papa ed il Re fu quella conchiusa.

Venuto poi Guglielmo alla chiesa di S. Marco posta fuori le mura
di Benevento, s'inchinò a' piedi d'Adriano, da cui essendo stato
assoluto dalle passate censure, egli all'incontro in presenza di molti
Cardinali e Baroni, ed altra gente in gran numero ivi concorsa, gli
fece l'omaggio del Regno, e giurogli fedeltà, recitando le parole
del giuramento Ottone Frangipane, ed il Papa ponendogli la Corona
l'investì, prima con dargli uno stendardo del Regno di Sicilia, e
poscia con dargliene un altro del Ducato di Puglia, ed un altro del
Principato di Capua.

L'investitura, che in quest'occasione fu dal Papa Adriano conceduta a
Guglielmo, fu la più ampia e di gran lunga vantaggiosa di quante mai
fossero dagli altri Pontefici concedute a' Principi normanni; fu non
solo del Regno di Sicilia, del Ducato di Puglia e Principato di Capua
con tutte le sue pertinenze, come furono le precedenti; ma ciò che
Gregorio VII e gli altri suoi successori non vollero in modo alcuno
fare, fece Adriano, perchè anche l'investì di Salerno, di Amalfi e di
Napoli colle loro pertinenze, della Marca e di tutte le altre terre
che possedeva. Questa investitura fu conceduta non pure a Guglielmo ma
anco a Ruggiero suo figliuolo, che nell'anno precedente 1155 mentr'era
di quattro anni l'avea il padre creato Duca di Puglia e di Calabria,
ed a tutti i suoi eredi; i quali per volontario suo ordinamento avrà
egli destinati per suoi successori nel Regno come sono le parole della
scrittura rapportata anche dal Baronio: _Profecto vos nobis, et Rogerio
Duci filio nostro, et haeredibus nostris, qui in Regnum pro voluntaria
ordinatione nostra successerint, concedetis Regnum Siciliae, Ducatum
Apuliae, Principatum Capuae, cum omnibus pertinentiis suis; Neapolim,
Salernum, et Malphiam cum pertinentiis suis; Marchiam, et alia quae
ultra Marsicam debemus habere, et reliqua tenimenta, quae tenemus a
predecessoribus nostris hominibus Sacrosanctae Romanae Ecclesiae jure
detenta, et contra omnes homines adjuvabitis honorifice manutenere._
All'incontro promise il Re pagargli il censo per la Puglia e per la
Calabria seicento schifati l'anno, e per la Marca cinquecento.

(Questa Bolla dell'investitura e concordato tra _Adriano IV con
Guglielmo I_ è rapportata anche da _Lunig_[15]).

Furono in quest'occasione accordati ancora molti articoli intorno
alle appellazioni, elezioni ed altre cose appartenenti alla politia e
governo ecclesiastico di questo Regno di Puglia. Per l'appellazioni
fu convenuto, che se alcun Cherico nella Puglia e nella Calabria e
nell'altre terre vicine, contro alcun altro Cherico avrà querela
intorno alle cause ecclesiastiche, e dal Capitolo o dal Vescovo,
Arcivescovo, o da altra persona ecclesiastica di quella provincia non
possa emendarsi, gli sia lecito, se vorrà, appellarne alla Chiesa
romana. Che se la necessità, o utilità della Chiesa lo ricercasse,
possano farsi la translazioni da una in altra Chiesa. Che la Chiesa
romana possa liberamente far le visite e le consecrazioni nelle città
della Puglia e di Calabria e luoghi adjacenti, eccetto però in quelle
città, nelle quali sia presente la persona del Re, o de' suoi eredi
senza volontà de' medesimi. Che nella Puglia e nella Calabria e nelle
regioni vicine possa la Chiesa romana liberamente aver suoi legati,
i quali però debbano portarsi con ogni moderazione senza invadere e
devastare le possessioni della Chiesa.

Che anche nella Sicilia abbia la Chiesa romana le visite e le
consecrazioni; e che se il Re o suoi successori chiamerà dalla Sicilia
le persone ecclesiastiche, o per ricever la Corona o per altro bisogno,
debbano quelle ubbidir alla chiamata, e possa fargli restare e ritener
quelli che stimerà dover ritenere. Intorno all'altre cose, avrà la
Chiesa romana nella Sicilia tutto ciò, che tiene nelle altre parti del
suo Regno, eccetto che le appellazioni ed il poter mandar Legati, li
quali non si permetteranno, se non a petizione del Re e suoi eredi.
Nelle Chiese e monasterj del suo Regno possa ritenere la Chiesa romana
ciò, che ritiene nell'altre Chiese, come le solite consecrazioni e
benedizioni, alla quale pagheranno i soliti e stabiliti censi.

Intorno alle elezioni fu stabilito, che li Cherici ragunati debban
eleggere la persona che riputeranno degna, la quale terranno in
secreto, insino che al Re sarà palesata; il quale darà il suo assenso,
quando però non la giudicasse o del partito de' suoi traditori o de'
suoi nemici e de' suoi eredi, o pure non sia a se odiosa, o per altra
cagione, per la quale non la stimasse degna del suo assenso.

Tali furono gli articoli di questa pace firmati presso Benevento nel
mese di giugno dell'anno 1156, de' quali, come appartenenti allo Stato
ecclesiastico, ci tornerà altrove occasione di parlare.

I Baroni del Regno di Puglia, vedendosi contro ogni lor credenza
abbandonati dal Pontefice, e lasciati in preda all'ira del Re,
sbigottiti di tale avvenimento, prestamente fuggirono. Il Conte
Roberto da Bassavilla, ed il Conte Andrea da Rupe Canina, con alcuni
altri ne andarono in Lombardia, ricovrandosi colà sotto la protezione
dell'Imperador Federico, il quale gli adoperò nella guerra che allor
tenea co' Milanesi; ma Roberto Principe di Capua volendo anch'egli con
altri suoi partigiani uscir del Reame, essendosi avviato per lo Stato
di Riccardo dell'Aquila Conte di Fondi suo vassallo, per dove credea
poter sicuramente passare, fu per ordine del Conte insidiato, e con
tutti i suoi preso al valicar del Garigliano, e dato prigioniere in
poter del Re[16]; con la qual malvagità il Conte Riccardo ritornò in
grazia di Guglielmo, ma non potè fuggire l'infamia del tradimento. Fu
il Principe insieme con un suo figliuolo ed una figliuola, di volontà
dell'Ammiraglio, inviato prigione a Palermo ed ivi fu abbaccinato, ove
poco da poi in carcere morì. Ed ecco il fine di Roberto figliuol di
Giordano II Principe di Capua, nato di nobilissima schiatta di sangue
normanno, dopo aver tante volte perduto e ricuperato il suo Principato,
che in lui affatto s'estinse, rimanendo unito col Reame di Puglia,
come è ancora al presente; un altro suo figliuolo chiamato Giordano,
dopo questo infortunio del padre scappò in Costantinopoli, e sotto
la protezione dell'Imperador Emanuele si mise, il qual Imperadore lo
mandò da poi Legato ad Alessandro III nell'anno 1166 come di qui a poco
diremo[17].

Dopo le quali cose il Papa ne andò in Campagna di Roma, ed il Re avendo
vinti i Greci, e parte dei suoi nemici cacciati via dal Reame, e parte
posti in prigione, ed altri o fatti morire, o ritornati in sua grazia,
diede il governo della Puglia a Simone Gran Siniscalco cognato di
Majone, ed egli avendo in cotal guisa sedati i tumulti del Regno in
Palermo ritornossene.

Non minor felicità sperimentò Guglielmo nella guerra, che poco da poi
mosse all'Imperador Emanuele, poichè avendo ragunata una grande armata
sotto il comando di Stefano fratello di Majone, questi alle riviere
del Peloponeso combattè con tanta felicità quella del Greco, che
n'ottenne piena vittoria. Per la qual cosa sbigottito Emanuele proccurò
aver pace con Guglielmo, ed avendogli mandati suoi Ambasciadori, alla
fine l'ottenne, e furon riposti in libertà tutti i Greci, ch'erano in
Sicilia; ed Emanuele, ciò che prima egli ed i suoi predecessori non
vollero in conto alcuno mai fare, da questo tempo in poi riconobbe e
chiamò Guglielmo Re[18]; e fu fra di loro stabilita pace sì ferma e
costante, che da ora innanzi non si sentiranno più guerre tra i nostri
Re normanni e gl'Imperadori d'Oriente.

Così Guglielmo racchetati i tumulti del Regno, e pacificatosi col
Papa e coll'Imperador d'Oriente, si acquistò in questi principj
del suo Regno il titolo di Magno; e poteva sperarsi, che lungamente
durar dovesse questa pace, se Majone non la avesse turbata; perchè
attribuendo il Re tutti questi felici successi alla sua condotta e
prudenza, era giunto l'Ammiraglio a tanta potenza, che sembrava più
tosto egli il Re, che Ammiraglio di Sicilia; onde diessi nuovo fomento
a' mal soddisfatti Baroni di porre in campo quelle sedizioni e tumulti,
che più innanzi saremo a narrare.



CAPITOLO I.

_L'Imperador FEDERICO sdegnato col Papa della pace fatta con GUGLIELMO
cala di nuovo in Italia: tiene una Dieta in Roncaglia, e restituisce in
Italia le regalie._


Intanto l'Imperador Federico informato dal Conte Roberto, dal Conte
Andrea, e dagli altri ribelli del Re, li quali dopo la pace fatta nel
precedente anno, erano fuggiti in Lombardia, come il Papa con occulte
condizioni avea conchiusa la pace con Guglielmo, ed avea esclusi tutti
gli altri: s'adirò fortemente contro Adriano, ed anco se ne querelò con
tutti i Principi e Prelati tedeschi; donde i Vescovi di Germania non si
trattennero sopra di ciò scrivere una lettera al Papa, ove fra l'altre
cose gli rimproverarono questa pace[19].

Nè tralasciò l'istesso Imperadore con altra sua lettera dolersene
con Eberardo Arcivescovo Salesburgense[20]; e perciò da quest'anno
1158 l'Imperadore si dichiarò nemico del Papa, siccome lo era di
Guglielmo; e temendo che questi due insieme uniti estinguessero
affatto in Italia l'autorità del suo Imperio, cominciò ad esser più
terribile colle città di Lombardia, onde deliberò di passar tosto in
Italia, come fece; ma con spiriti molto elevati e bizzarri; e calato
in Lombardia, avendo vinti i Milanesi, e sottopostesi le città della
medesima, assegnò secondo il costume dei suoi maggiori, una Dieta
in Roncaglia per fermare gli articoli della pace, e per dare alcuni
provvedimenti intorno allo stato di quelli provincia. Allora fu, che
incontrandosi per via ad un bel castello, avendo dimandato di chi
quello fosse, ed essendogli stato detto il padrone, alcuni adulatori
gli risposero ch'era suo, poichè dell'Imperadore era il dominio di
tutto il Mondo, e delle cose particolari ancora: altri, che erano
della comitiva di Federico, non potendo soffrire una adulazione così
sfacciata, si opposero a tal risposta: per lo che fra loro ne nacque
un gran contrasto: l'Imperadore ordinò che in Roncaglia si fosse decisa
tal disputa da' Sapienti e Giureconsulti della città di Lombardia, che
doveano intervenire a quella Assemblea.

Dell'essersi negli anni precedenti, imperando Lotario, ritrovate le
Pandette in Amalfi, e trasportate in Pisa, e l'aver Irnerio, come si
disse, in Bologna impiegati tutti i suoi talenti sopra di quelle,
con esporle, e pubblicamente insegnarle, ne avvenne che dalla sua
Scuola ne fossero sorti molti, i quali seguitando le sue pedate a
null'altro intesero, che allo studio delle medesime, e degli altri
libri di Giustiniano. Quindi nacque, che nelle città d'Italia, molti
tratti dalla novità, e dalla eleganza e sapienza di quelle leggi,
v'impiegavano tutto il loro studio per apprenderle; onde dalla scuola
d'Irnerio n'uscirono, come dal cavallo trojano, molti Giureconsulti,
e lo studio della giurisprudenza romana era frequentatissimo non meno
por gli ascoltatori, che per coloro che l'insegnavano; ma perchè questo
studio surse in un secolo pur troppo incolto, e che senza l'ajuto
degli altri libri latini, e dell'istoria romana, e dell'erudizione, non
potevano queste leggi ben intendersi: quindi nacque, che i primi che
l'insegnarono, a cui mancavano tanti ajuti, in molti errori e puerilità
incorsero: vizio loro non già, ma del secolo: poichè all'incontro
alcuni di essi furono d'ingegno meraviglioso; e se mancò l'erudizione e
l'istoria, si vede che gl'ingegni al Mondo non sono mai mancati, perchè
la natura con costante tenore serba le sue leggi, ed ha ugualmente a
tutti distribuiti i talenti.

Per queste cagioni leggendo essi in alcune leggi delle Pandette, che
l'Imperador Antonio[21] si chiamava Signore dell'universo Mondo: e
che Ulpiano[22] scrisse, che siccome il Popolo romano poteva dar la
libertà a' servi de' particolari, così anche poteva farlo l'Imperadore;
e leggendo ancora nel Codice[23] quel che Giustiniano disse, che tutte
le cose erano del Principe: credettero che l'istesso potesse dirsi di
Federico; onde fu cosa molto facile di persuadere, essere egli Signore
del Mondo, e delle cose ancora de' privati. Erano in questi tempi
dalla scuola d'Irnerio usciti molti Giureconsulti. Surse _Placentino_
in Montepessulo, il quale fu il primo che da Italia propagò lo studio
della giurisprudenza romana in Francia. Fiorivan in Bologna _Bagarotto
e Giovanni_ Basiano ed in Padova Antonio _Lyo_; ma sopra tutti a
questi tempi si distinsero in Bologna, dove insegnavano, quattro
Giureconsulti, i quali eransi resi per la loro dottrina così celebri
e rinomati, che l'Imperador Federico nelle deliberazioni più gravi gli
chiamava al suo Consiglio, ed aveagli per suoi Assessori, come scrive
Radevico[24], non altrimenti che fecero gl'antichi Imperadori romani
de' nostri Giureconsulti.

Furono questi _Bulgaro_, che nato in Pisa, insegnò nel principio
legge in Bologna, dove poi dall'Imperador Federico fu creato Prefetto
di quella città: _Ugolino_, che fiorì parimente in Bologna, Autore
della decima _Collazione_, e Collettore de' libri de' Feudi e delle
Costituzioni di Corrado, Lottario e Federico, le quali aggiunse alla
nona Collazione dell'_Autentico_, come di qui a poco diremo: _Martino_
ancor celebre in questo istesso tempo, il quale scrisse alcune chiose
alle Pandette, le quali però furon sovente da' posteri rivocate
in dubbio e rifiutate; e _Giacomo_, che Federico pur ebbe nel suo
Consiglio. Ebbene ancor in Milano in questi tempi due altri: _Oberto de
Orto_ grand'Avvocato nella Curia di Milano, e _Gerardo Negro_, ovvero
come altri lo chiamano _Cagapisto_, da' quali le Consuetudini feudali
furon compilate, e ridotte in iscritto con altre leggi degl'Imperadori
attenenti a' Feudi, come diremo.

Giunto l'Imperadore Federico in Roncaglia, _Bulgaro_ e _Martino_ furono
deputati nella Dieta per sostenitori di quella disputa: _Bulgaro_
condannò i lusingatori; ma all'incontro _Martino_ sia per timore, o
per amore, sostenne le parti di Federico con dire che l'Imperadore era
Signore non meno del Mondo, che di tutte le cose particolari; ed in
fatti appigliandosi Federico alla sua opinione, fu la disputa decisa a
favor di Martino[25]. Ne nacque perciò che i Giureconsulti de' tempi
posteriori sostennero l'opinion di Martino, e Bartolo arrivò in tale
estremità, che disse esser eretico chi teneva altrimenti.

Questa disputa, che s'avrebbe potuto facilmente decidere con quel
che dice Seneca, distinguendo il dominio privato, dalla dominazione
pubblica ed eminente, decisa così assolutamente a favor di Federico
cagionò a lui, ed a tutta la Lombardia perniziosissimi effetti; poichè
secondo questa massima in quella Dieta impose leggi e condizioni
molto rigorose alla Nobiltà, ed alle città di Lombardia. Proibì loro
ogni Assemblea, e corpo di città, e sopra tutto tolse loro il potere,
che aveano di crear Magistrati, mettendo in quelle Ufficiali del suo
partito contro ciò, che per l'addietro si praticava: impose molte pene
alle città, ed uomini che violassero queste leggi: e loro concedette
una molto dura e gravosa pace, come si vede dalla sua Costituzione che
stabilì in Roncaglia, e che noi abbiamo al quinto libro de' Feudi[26].

Ma non potè molto godersi di quella pace, ch'egli intendeva stabilire
con condizioni sì dure; poichè appena ritornato in Alemagna, si rivoltò
la Lombardia ben presto, onde fu obbligato di nuovo calar in Italia, ed
assediar Milano, la quale dopo un lungo assedio, in cui valorosamente
si difesero i Milanesi, finalmente fu presa; la ruinò Federico da'
fondamenti riducendola in ville, ed insignoritosi affatto di tutta
Lombardia, la pose perciò in una grandissima servitù.

Fu ancora in questi tempi, che oltre di aver più rigorosamente,
che non fece Lotario, proibita l'alienazion de' Feudi per quella
sua Costituzione[27], che ancor leggiamo ne' libri feudali: volle
restituire in Italia le _Regalie_, e le ragioni sue fiscali, che
gran tempo s'eran perdute, ed andate in disuso; costringendo perciò i
Vescovi, i Proceri, e le città d'Italia a metterle in piede, ed a lui
restituirle[28].

Tutto ciò, che presso i Romani si conteneva in quella divisione
di beni, che altri fossero _comuni_, altri _pubblici_, altri delle
_Università_, ed altri di _niuno_, si stabilì che s'appartenessero
al Principe; restando solo agli altri que' beni, che a ciascuno
_singolarmente_ s'appartengono. Perciò i Principi s'hanno attribuito
la proprietà del mare, de' fiumi navigabili, delle strade, dei campi,
delle muraglie, e fossi della città, e generalmente ogni cosa, ch'è
fuori del commercio, ed ancora quello ch'è nel commercio, ma che non
ha padrone. E Federico, se bene non annoverasse tutto ciò nella sua
Costituzione _de Regalibus_, noverò bensì le più segnalate e rilevanti
regalie, come le fabbriche, e pubbliche armerie, che chiamò _Armannie_,
le strade pubbliche, i fiumi navigabili, e quelli da' quali si fanno
gli altri navigabili, e tutta l'utilità che perviene dal decorso di
essi. I porti: i ripatichi: i vectigali: le monete: le multe: i beni
vacanti: le pene: gli angarj: i parangarj: le prestazioni di navi e
di carri: le estraordinarie collette: le miniere d'argento: le saline:
le miniere, dalle quali si cava la pece, poichè anche, secondo scrive
Plinio[29], si trova la pece _fossile_: le pescagioni: le caccie: i
tesori: il crear Magistrati per amministrar giustizia, ed altre ragioni
sue fiscali, le quali non nominò tutte in questa sua Costituzione, ma
solamente quelle, ch'erano le più principali, e le quali in Italia per
lungo tempo erano già andate in disusanza.

Dal che ne nacque, che quel che Federico fece nelle città sue d'Italia,
vollero da poi imitare gli altri Principi ne' loro Reami, ed in alcune
cose usarono maggior rigore, come fece il nostro Guglielmo, il quale
non bastandogli ciò che Federico avea stabilito de' tesori, conforme
alla Costituzione d'Adriano, che trovati in luogo pubblico o religioso
per casualità, fosse la metà dell'inventore: stabilì una più dura
legge, che in qualunque luogo, e in qualsivoglia modo ritrovati, tutti
s'appartenessero al Re, come da una sua Costituzione, della quale,
parlando delle altre leggi di questo Principe, farem parola.

In tale servitù avendo Federico ridotta la Lombardia, e nudrendo sì
alte e bizzarre idee, disgustatosi col Papa per la pace, che questi
avea fermata con Guglielmo: avvenne, che questi disgusti prorupper poi
in una più grave discordia; poichè mentre ritornava da Roma in Alemagna
l'Arcivescovo di London, fu per ordine dell'Imperadore questi preso:
Adriano, che non men che teneva Federico dell'Imperio, avea egli del
Ponteficato alti concetti, intesa la cattura dell'Arcivescovo, gli
scrisse alcune lettere, che gliele fece recare dal Cardinal Rolando
Cancellier di S. Chiesa, e da Bernardo Cardinal di S. Clemente, nelle
quali l'ammoniva, che dovesse riporre in libertà l'Arcivescovo, e fra
l'altre cose, rammentandogli i beneficj, che da lui avea ricevuti, gli
scrisse ancora ch'egli l'Imperio lo dovea riconoscere dalla Chiesa
di Roma, come _beneficio_ di quella. Ciascuno può immaginarsi con
quanto stomaco e stizza Federico sentisse tal proposizione: se ne
sdegnò in maniera, ed entrò in tanta rabbia, che non solo non volle
far nulla di quanto se gli domandava, ma rimproverò con tanta acerbità
il Pontefice, che fu questi obbligato mandargli due altri Cardinali
per placarlo; e bisognò che si ritrattasse di quanto avea scritto, con
dire, ch'egli non avea per quelle parole inteso, che l'Imperio fosse
Feudo della Chiesa, ma avea presa quella parola _beneficio, pro bono,
et facto junctum_[30]. Infatti que' Cardinali ebbero molto che fare
per racchetarlo; e sebbene poco da poi fossero di nuovo disgustati per
cagion che Federico sovente impediva a' Ministri del Papa di raccor
le rendite ecclesiastiche, volendo di più che s'eleggesse per Vescovo
di Ravenna un tal Guidone, al che il Papa non voleva consentire,
nulladimanco dopo varj trattati, furono un'altra volta pacificati.

Ma Adriano poco da poi, mentr'era in Alagna, finì i giorni suoi nel
primo del mese di settembre di quest'anno 1159[31]. La di cui morte
recò gravi incomodi e sconvolgimenti in Roma per lo scisma, che accadde
nell'elezione del suo successore; poichè avendo la maggior parte de'
Cardinali eletto Papa il Cardinal Rolando Cancelliere di S. Chiesa,
che si nomò Alessandro III, di patria Senese, nel medesimo tempo
coll'ajuto di Ottone Conte di Piacenza, e di Guido Conte Broccarense
Ambasciadori di Federico, che allor dimoravano in Roma, Giovanni pisano
Cardinal di S. Martino, e Guidone da Crema Cardinal di S. Calisto,
crearono Antipapa Ottaviano di S. Cecilia, e gli poser nome Vittore IV,
e passò tanto innanzi la loro arroganza, che assediarono Alessandro
col Collegio de' Cardinali dentro la torre di S. Pietro, avendosi
l'Antipapa con molta moneta, che lor diede, e col favor dell'Imperadore
acquistato molti partigiani in Roma: onde Ottone Frangipane, con altri
Nobili romani, sdegnati dell'indegnità di tal fatto, cavarono salvi
di colà il Papa ed i Cardinali, e condottigli fuor di Roma in luogo
sicuro, secondo il solito costume coronarono solennemente Alessandro;
ed Ottaviano rimase in Roma: ove ritornato poi nel secondo anno del
suo Ponteficato Alessandro, e vedendo non potervi dimorar sicuro per
la potenza dell'Antipapa, lasciato in sua vece Legato in quella città
Giulio Vescovo Prenestino, se ne andò a Terracina per navigare in
Francia.



CAPITOLO II.

_I Baroni del Regno di Puglia cospirano contro MAIONE: MATTEO BONELLO
l'uccide: e s'ordisce nuova congiura contro il Re GUGLIELMO per torgli
il Regno, e darlo a RUGGIERO suo figliuolo di nove anni._


Intanto il Re Guglielmo per opporsi a' disegni dell'Imperador Federico
suo inimico, subito che ebbe udita l'elezion d'Alessandro, mandò
suoi Ambasciadori a dargli ubbidienza, e riconoscerlo per vero e
legittimo Pontefice; ed intendendo poi che il Papa voleva andare a
Terracina per passare in Francia, fece trovare in quella città quattro
galee ottimamente armate; acciocchè si fosse servito di quelle a
suo piacere, nelle quali appena fu salito insieme co' Cardinali, che
turbatosi il mare, sofferse tempestosa procella. Fu questa alleanza
ed amicizia di Guglielmo con Alessandro sì profittevole al Re, che
lo liberò da un grave intrigo, nel quale cercava porlo Majone, poichè
questi meditando sempre come potesse porre in effetto i suoi ambiziosi
disegni, tentò per mezzo d'uomini malvagi corrompere per via di molto
denaro Alessandro, perchè ad esempio di Zaccaria, rimovesse dal Regno
Guglielmo come Re inutile e malvagio, odioso a' Popoli, e non atto a
tanto peso, e ne avesse investito lui, non altramente che fu fatto di
Childerico in Francia, il quale fu deposto di quel Regno, ed in sua
vece surrogato Pipino[32]. Ma il Pontefice Alessandro scorgendo la
cupidigia di regnare, e la malvagità di Majone, detestò l'ardimento: e
sparsasi la fama di tale scelleratezza, ch'avea tentato di commettere,
e divolgata per la Sicilia e per la Puglia, gli accelerò la ruina;
poichè dicendosi pubblicamente, che l'Ammiraglio, o avrebbe fatto
morire il Re dentro il proprio palagio; o l'avrebbe posto in prigione,
o confinatolo in qualche isola, per torgli il Regno: fu cagione, che
cominciassero, fieramente sdegnate di tal fama, a tumultuare molte
città in Puglia[33]. La prima fu Melfi, alla quale non molto da poi
s'unirono le altre città, ferme di non volere più ubbidire nè lettera,
nè cos'alcuna ordinata da Majone, e di non voler nè anche ricevere
nelle terre i Capitani, che egli vi spediva. Fecero la medesima
risoluzione molti Conti e Baroni, a' quali era sospetta la potenza del
Tiranno, promettendosi l'un l'altro di proccurare con li maggiori loro
sforzi di far morire l'Ammiraglio, e di non racchetarsi mai fin ch'egli
non fosse o morto o mandato in bando. Unirono a quest'effetto grosso
stuolo d'armati, scorrendo per tutta la Puglia e Terra di Lavoro, per
obbligare tutte le altre città a doversi con esso loro unire, come
fecero in effetto. Capi di tal congiura furono Gionata di Valvano
Conte di Consa, Boemondo Conte di Manopello, Filippo Conte di Sangro,
Ruggieri da Sanseverino Conte di Tricarico, Riccardo dell'Aquila Conte
di Fondi, Ruggieri Conte della Cerra, e 'l Conte Gilberto cugino della
Regina, a cui avea novellamente donato il Re il Contado di Gravina[34].
Vi fu anche Mario Borrello uomo di maravigliosa eloquenza, il qual vi
trasse la città di Salerno, ove egli albergava, e vi avea grosso numero
di partigiani, e vi concorse ancora la città di Napoli. Il Conte Andrea
di Rupe Canina, il qual dimorava in Campagna di Roma, coll'occasione
di tali rumori entrò con molti soldati in Campagna, e prese Aquino,
Alife e San Germano, città poste alle falde di Monte Cassino, e salito
il Monte combattè aspramente il monastero; ma ne fu ributtato da' suoi
difensori[35].

Era pervenuta intanto alla notizia del Re la congiura de' Baroni, e
delle città del Regno di Puglia, il quale se ne adirò grandemente,
poichè amando teneramente Majone, ed avendo gran confidenza in lui, non
poteva mai persuadersi tanta malvagità, ch'egli volesse dislealmente
torgli la vita e 'l Regno. Per la qual cosa con particolari messi, e
con sue lettere comandò espressamente a' Baroni e città tumultuanti,
che si togliessero da tal proponimento: imperocch'egli tenea
l'Ammiraglio per uomo a lui fedelissimo, e che altro non procacciava
che il suo servigio; ma questi messi e queste lettere non partorirono
effetto alcuno, poichè credutele dettate dall'Ammiraglio, si
dichiararono apertamente col Re, di non volere a verun patto soffrire,
che Majone avesse di lor governo o più gli comandasse. Nè minore
era l'odio de' Siciliani, i quali come più prossimi al pericolo, non
osavano ancora di discoprirsi, ancorchè avessero molto a grado i rumori
de' Baroni di Puglia.

Or l'Ammiraglio, vedendo contro il creder suo, che le forze de'
Congiurati ricevevano ogni giorno nuovo accrescimento, cominciò per
tutti i lati a darvi rimedio: fece scrivere dal Re alle città d'Amalfi
e di Sorrento, che ancor dimoravano in fede: il simile fece fare alle
città di Taranto, Otranto, Brindisi e Barletta, ammonendole, che non
si movessero per tali rumori, nè credessero alle dicerie di que' falsi
Conti, nè si mischiassero perciò fra la turba de' suoi rubelli. Ma
nè anche cotai lettere furono ricevute, riputandole fatte per mano
di traditori, e che si scriveva in quelle l'intendimento di Majone,
e non l'utile e 'l servigio del Re. Scrisse ancora l'Ammiraglio
a Stefano suo fratello, ch'era al presidio della Puglia, che si
opponesse valorosamente a' moti del Conte Roberto, e che proccurasse
con larghe promesse acquistarsi partigiani. Inviò di più il Vescovo di
Mazzara Ambasciadore a Melfi di Puglia in nome del Re per racchetar
quel Popolo; ma il Vescovo fece tutto il contrario, perchè l'animò
a mantenersi nel lor proponimento contro il Tiranno, narrando di lui
scelleraggini assai maggiori di quelle ch'essi sapevano. E cominciando
in questo la Calabria a tumultuare anch'ella con l'esempio della
vicina Puglia, pose maggior terrore in Majone; laonde giudicò inviar
colà uomo di tanta stima, che gli fosse stato agevole con la sua
autorità sedar que' rumori, ed avendovi maturamente pensato, giudicò
esser buono per tal bisogno Matteo Bonello. Era costui per nobiltà di
sangue assai chiaro, e splendido per molte ricchezze; ma ciò che più in
lui s'ammirava era la beltà del volto, la robustezza del corpo e più
il valor del suo animo. Il perchè non solo in Sicilia, ma ancora in
Calabria, ove avea nobilissimi parentadi, era assai chiaro e famoso;
ed era per sì lodevoli parti grandemente amato dall'Ammiraglio, dal
quale per ciò era stato destinato per marito d'una sua figliuola ancor
fanciulla[36]. Ma adombravano queste sue eccelse doti, l'esser d'animo
inconstante ed agevolissimo a cangiar pensiero, audace e temerario a
promettersi di se qualunque cosa; e benchè fosse egli cotanto amato
dall'Ammiraglio, l'odiava nondimeno acerbamente per cagion, che per
volere dargli per moglie sua figliuola, gli aveva sturbate le nozze,
che intendeva di fare (sdegnando l'ignobilità di Majone) con Clemenzia
Contessa di Catanzaro, figliuola bastarda come si disse, del Re
Ruggiero, e rimasa vedova di Ugone di Molino Conte di Molise, la quale
per esser di vago e gentile aspetto, era da Bonello focosamente amata,
ed egli vicendevolmente riamato da lei; onde impedendo Majone il lor
concorde volere, ne era tanto maggiormente da entrambi odiato.

Ricevuti intanto il Bonello gli ordini opportuni per la sua partita,
e accommiatatosi dal Re, valicato il Faro se n'andò in Calabria, ed
abboccatosi colà in un giorno statuito co' Baroni della provincia,
si sforzò con molte ragioni (simulando altro di quel che avea nel
pensiero) di persuader loro, che l'Ammiraglio era innocente di tutto
quel male, che se gli opponeva. Ma surto fra que' Baroni Ruggiero
di Martorano della famiglia Sanseverino, uomo savissimo, e di grande
stima, gli rispose in nome di tutti con tanta forza ed energia, che
non solo lo trasse al suo partito; ma di vantaggio inanimandolo, che
niun altro meglio di lui poteva porre tutti in libertà con toglier la
vita al Tiranno, colla certezza che gli diedero, che tutti si sarebbero
adoperati, morto Majone, acciocchè avesse per moglie la Contessa
di Catanzaro: s'unì per tanto strettissimamente con loro, e promise
fermamente di dar morte fra breve spazio all'Ammiraglio.

Ma accidente più grave accelerò la ruina di Majone; poichè avendo
egli disposte tutte le cose per mandar ad effetto la morte del Re,
avvicinandosi già il giorno di sì funesta tragedia, prima d'eseguirla
volle concertare con l'Arcivescovo Ugone del modo che avean da tenere,
perchè il Popolo non tumultuasse quando il caso si fosse divulgato,
ed insieme del modo che avean da tenere per reggere per l'avvenire il
Regno[37]; sopra di che insorse fra di loro grave discordia, poichè
l'Ammiraglio pretendea, che la tutela dei piccioli figliuoli del Re,
e la custodia de' tesori, e di tutto il palagio reale a lui commetter
si dovesse: all'incontro l'Arcivescovo la pretendea per se, perchè
dicea, che in tal maniera il Popolo non avrebbe tumultuato, siccome
avrebbero fatto certamente, se avessero veduto l'Ammiraglio prender la
cura della casa regale, di cui di leggieri avrebber sospettato, che
i figliuoli dovessero capitar male, già che da tutti si teneva per
cosa sicura, ch'egli aspirava al Regno: la qual cosa non si poteva
dubitare de' Prelati, nè di altre persone di Chiesa, che a ciò non
potevan aspirare; il perchè era di dovere, che in lor potere si desse
la custodia de' figliuoli, e de' tesori del morto Re; ma contraddicendo
apertamente l'Ammiraglio, come a cosa, ch'era affatto contraria al suo
intendimento, con dire ch'egli ciò non meritava da lui, il quale per
sua opera era pervenuto a tanta grandezza, finalmente dopo altre assai
acerbe parole, si dipartirono scovertamente nemici. Cagione che non
passò guari, che l'Ammiraglio il pose in disgrazia del Re, che credea
tutto quel che Majone dicea, al quale avendo persuaso che si facesse
pagar dall'Arcivescovo 700 oncie d'oro, di cui gli era debitore, il Re,
essendo oltre modo avaro, agevolmente acconsentì; onde l'Arcivescovo
riconoscendo il tutto da' mali ufficj di Majone, cominciò seriamente
ad odiarlo, e di stretti amici, che prima erano, divenuti veri nemici,
cercavano entrambi di far l'un l'altro mal capitare. L'Ammiraglio
propose di avvelenar l'Arcivescovo, e l'Arcivescovo sospettando di ciò
se ne guardava con gran diligenza, e nel medesimo tempo confortava la
plebe, i soldati e gli uomini illustri a far movimento contro Majone
e dargli la morte. Intanto Matteo Bonello ritornato in Palermo, ed
assicurato l'Ammiraglio, che erasi già di lui insospettito, dandogli
ad intendere che avea composti felicemente i moti della Calabria, se
ne andò secretamente a ritrovar l'Arcivescovo Ugone, il qual dimorava
infermo in letto, e gli diè conto di ciò, che si era fatto insino
allora, e l'Arcivescovo il consigliò, che di presente avesse posto ad
esecuzione il fatto, perciò che sì importante negozio malagevolmente si
potea più differire senza grave pericolo di scoprirsi; onde il Bonello,
già al tutto risoluto, cercava con molta diligenza tempo opportuno per
compirlo; e la fortuna volendo accelerar la morte dell'Ammiraglio, non
guari passò, che gliene porse opportuna occasione.

Avea già Majone, per opra d'un famigliar dell'Arcivescovo da lui
corrotto con doni e con larghe promesse, fattogli dare il veleno, dal
quale era stato cagionato il suo male; ma perch'era stato leggiero
dubitava, che per mezzo d'opportuni rimedi ricovrasse sua salute;
ed impaziente ch'ei tardasse tanto a morire, ne fece preparare un
altro assai più potente e di presta operazione, del quale empiuto
un vasello, recandolo seco andossene a ritrovar l'Arcivescovo, ed
assisosi vicino al letto, in cui giaceva, cominciò amorevolmente a
domandargli della sua salute: indi soggiunse, che se e' creder volesse
al consiglio de' suoi amici, agevolmente guarirebbe del suo male con
torre una medicina ottima per la sua indisposizione, che egli in sua
presenza per l'amor, che gli portava, avea fatto comporre, e seco
recata avea; ma l'Arcivescovo accortosi dell'inganno, rispose esser
tanto infiebolito dal male, ed il suo stomaco così debilitato, che
non solo abborriva qualunque bevanda, ma il cibo ancora, che con gran
difficoltà prendea; e sollecitandolo sfacciatamente l'Ammiraglio,
non ostante tal risposta, a prender il medicamento, per non dargli
ad intendere, che s'era avveduto del tradimento, rispose che si
serbasse quella medicina per un altro giorno che l'avrebbe presa: indi
ragionando insieme parole di molta confidenza ed amore, cercava l'un
l'altro tradire e condurre a morte con sfacciata simulazione, e volle
la fortuna, che amendue ottenessero il lor volere; poichè Majone per
opera dell'Arcivescovo fu la medesima sera ucciso, come ora diremo,
e l'Arcivescovo non guari da poi morì per lo veleno datogli prima per
opra dell'Ammiraglio, benchè fosse in ciò Ugone più felice, perchè vide
morire il suo nemico prima di lui. Avea l'Arcivescovo, mentre teneva
in parole l'Ammiraglio, inviato per mezzo del Vescovo di Messina, che
gli sedeva a lato presso al letto, a dire a Matteo Bonello, che quella
sera era il tempo opportuno, nel quale poteva porre felicemente in
effetto il suo disegno; per la qual cosa il Bonello, già risoluto al
misfatto, raunò prestamente alquanti uomini armati, e quelli rincorati
a tale affare in vari luoghi dispose, acciocchè non avesse potuto da
parte alcuna scampar Majone, ed egli con buon numero di quelli si pose
su la porta di Santa Agata, di dove più ragionevolmente dovea passare
per ritornar nel palazzo reale: ed avendo significato all'Arcivescovo
esser tutto all'ordine, essendo già sopravvenuta in notte oscura,
attendeva il ritorno dell'Ammiraglio il quale alla fine togliendo
commiato dall'Arcivescovo, di colà si partì. Ma in questo, passando per
lo luogo, ove avea tese l'insidie il Bonello, alcuni del suo seguito
s'avvidero della sua intenzione, ed incontanente girono a ritrovar
Majone, ed incontrandolo per lo cammino, che verso là veniva, gli
narrarono tal fatto; onde egli smarrito del prossimo periglio comandò,
che si dicesse al Bonello, che venisse a lui, il quale conoscendo esser
già scoverto, e non esser più tempo da fingere, cavata fuori la spada,
valorosamente l'assalì dicendo: _Traditore, son qui per ucciderti,
e per metter fine colla tua morte alle tue malvagità, e tor via dal
Mondo l'adultero del Re;_ ed avendo sviato l'Ammiraglio il primo colpo
che gli trasse Bonello, cadde a terra moribondo trafitto dal secondo,
e di presente finì i suoi giorni[38], ponendosi vergognosamente in
fuga, senza dargli aiuto veruno, la folta turba de' suoi partigiani,
che lo seguiva. Ecco dove andarono a terminare gli ambiziosi desiderj
di Majone da Bari, Grand'Ammiraglio di Sicilia, il quale nato di
vilissima schiatta, fu dalla fortuna a grande altezza sollevato, e se
ne sia lecito alle grandi le piccole cose paragonare, fu egli assai
simigliante a Sejano. L'uno e l'altro umilmente nato, per mezzo del
favor de' padroni in grande stato lungamente visse: amendue colmi di
grandissime malvagità afflissero il real legnaggio, ed i nobili uomini
de' Reami de' loro Signori; amendue essendo adulteri della casa reale
procacciarono con il consentimento delle mogli de' padroni, il primo di
far morire, come in effetto avvenne, il figliuolo del suo Imperadore,
e l'altro (benchè nol potesse recare a fine) il proprio Re; amendue
tentarono d'usurparsi la Signoria che governavano, ed amendue alla fine
morirono di malvagia morte; diversi sì bene furono nel modo del morire;
imperocchè Sejano, essendosi Tiberio per la sua sagacità avveduto del
tradimento, fu fatto morire per man di boia, e Majone per la stupidità
di Guglielmo, che di nulla curava, morì ucciso da' congiurati, che le
sue scelleraggini soffrir più non potevano.

Intanto il Bonello, non sapendo quel che s'avrebbe fatto il Re, nè
tenendosi perciò sicuro in Palermo, si ricovrò a Cacabo suo castello,
e colà con tutti i suoi si fortificò; ed il Popolo palermitano intesa
la morte dell'Ammiraglio, scoprendo apertamente il gravissimo odio,
che gli portava, cominciò a straziare vilmente il suo cadavero,
rinovandogli altri le ferite, ed altri facendogli mille ignominiosi
scherni. Il Re Guglielmo, essendo già molte ore della notte passate,
si maravigliava dell'inusitato tumulto, che dal suo palagio nella
città s'udiva; ma essendogli da Odone Maestro della stalla reale, che
perciò a lui veniva, narrato il tutto, si sdegnò gravemente di tale
avvenimento, dicendo, che se l'Ammiraglio avea contro lui fallato,
toccava a lui, e non ad altri di dargli castigo; e la Regina più
gravemente del Re sdegnata per l'amore, che portava all'adultero, si
accese di gravissima ira contro il Bonello e gli altri congiurati.
Ma il Re, temendo non succedesse maggior rivoltura per tale cagione
nel Popolo palermitano, e che non malmenassero i parenti del morto, e
mandassero a ruba le lor case, e quelle del medesimo Ammiraglio, fece
tutta la notte da grosso stuolo d'armati circuir la città e guardarla
con molta diligenza. Venuto poi il nuovo giorno il Re diede la cura
d'esercitar l'Ufficio d'Ammiraglio, sin ch'egli avesse altro disposto,
ad Errico Aristippo Arcidiacono di Catania suo famigliare[39], uomo
di piacevole e mansueto ingegno, ed assai dotto nelle latine e nelle
greche scritture, col cui consiglio cominciò a guidar gli affari del
Regno; ed avendogli il nuovo Ammiraglio ed il Conte Silvestro palesata
la congiura, che avea fatto contro di lui Majone, cercarono con varie
persuasioni raddolcire il suo animo fieramente sdegnato contro il
Bonello, benchè giammai poterono indurlo a perdonargli, fin che fra
i tesori del morto non fur trovati lo scettro, il diadema e le altre
insegne reali: le quali facendo manifesta fede della sua scelleraggine,
fur cagione, ch'ei racchetasse il suo sdegno, e facesse tantosto porre
in prigione i due Stefani, l'un fratello e l'altro figliuolo di Majone,
e Matteo Notaio suo strettissimo amico, facendo parimente condurre nel
reale Ostello tutti i tesori del morto, che ritrovar si poterono, e
facendo collare Andrea Eunuco, e molti altri famigliari dell'Ammiraglio
per rinvenire ove erano ascosi gli altri, e spaventare insiememente
con gravi minacce il figliuolo Stefano, se non palesava anch'egli quel
che ne sapea; per detto del quale fu ritrovata grossa somma di moneta
in balia del Vescovo di Tropea, che richiestone dal Re prestamente
glie la recò. Dopo la qual cosa inviò Guglielmo suoi messi a Cacabo a
dire al Bonello, che per le malvagità che dell'Ammiraglio novellamente
avea udite, gli era stata a grado la morte a lui data, e che perciò ne
venisse sicuramente a lui. Ricevuta Bonello tale imbasciata, confidato
ancora nell'amor de' Baroni e del Popolo, e nel presidio di molti suoi
soldati, che seco condusse, tantosto venne in Palermo, dove entrando
se gli fece all'incontro innumerabil turba così d'uomini, come di
donne, che con gran festa l'accolsero, ed insino al palazzo reale
l'accompagnarono, ove fu lietamente accolto dal Re, che il ricevette in
sua grazia. E da lui partendosi, fu da' maggiori personaggi della Corte
con la medesima frequenza di Popolo insino a sua casa onorevolmente
condotto, e non solo in Palermo, ma per tutta la Sicilia, e per gli
altri Stati ancora del Re Guglielmo, si rese così chiaro e famoso il
Bonello, che acquistonne l'amore e 'l buon volere di tutti.

Ma vedi l'incostanza delle cose mondane: questa istessa grande
sua felicità, prestamente si convertì in sua grave ruina; poichè
gli Eunuchi del palazzo reale, ch'erano stati compagni di Majone
nel congiurar contro il Re, insieme con la Regina, dispiacendogli
grandemente tanta grandezza di Bonello, e temendo non alla fine
contro a loro si convertisse, cominciarono in varie maniere a porlo
in odio al Re, con fargli sospetta la potenza di lui; dicendogli che
apertamente aspirava a farsi Signor di Sicilia, e che perciò l'amor
de' Popoli e de' Baroni s'acquistava; nè ad altro fine esser stato da
lui ucciso innocentemente l'Ammiraglio, che per torre di mezzo colui,
che sempre vigilava per la sicurezza e grandezza del Re, essendo
state manifeste falsità tutte le cose, che se gli erano apposte; e che
il diadema e l'altre regie insegne, che s'erano ritrovate fra' suoi
tesori, l'avea fatte fare il morto, per donarle a lui nel principio
del prossimo mese di gennaio per offerta[40]. Era il Re, fra gli agi
del real palazzo, ed il lungo ozio, venuto in tale infingardaggine
e stupidezza, che toltone la cura, alla quale era dalla sua avarizia
stimulato, di cumulare tesori, imponendo perciò gravezze intollerabili
a' suoi vassalli, onde riportonne il titolo di Malo, era assai diverso
da quel di prima divenuto; e già cominciava a sentir dello scemo, onde
di poca levatura avea mestiere perchè fossero credute da lui tutte
quelle cose che s'imputavano a Bonello, onde cominciò ad odiarlo, ed a
credere, che non per altro avesse tolto di vita Majone, che per potere
anche poi uccidere più liberamente lui. E benchè e' fosse facile ad
incrudelire, pure soprastette in procedere contro Bonello, temendo
dell'amor, che gli portava il Popolo di Palermo, il qual vedeva ancor
tumultuante, e non bene racchetato. Incominciò sì bene a richiedere al
Bonello grossa somma di denaro, del quale era per addietro debitore
alla real Corona; ma come genero di Majone, non sapendolo il Re, non
s'era riscosso. Il perchè il Bonello vedendosi chiedere improviso
un debito vecchio, e già dimenticato, e di rado chiamare in Corte,
e non esser colà ricevuto con le primiere accoglienze, cominciò a
maravigliarsi, ed a gir ripensando onde sì fatta mutazione cagionar
si potesse, accrescendogli il sospetto e 'l timore il veder molto
favorito dal Re Adinolfo Cameriero già carissimo a Majone, e tanto
costui, quanto gli altri suoi nemici mostrargli con molta audacia
apertamente l'odio, che gli portavano. Ed essendo in que' giorni morto
l'Arcivescovo Ugone per lo veleno datogli per opra dell'Ammiraglio,
rimasto privo del suo consiglio e del suo aiuto, era più scovertamente
perseguitato dagli emuli suoi; le quali cose giudicava esser segno
assai chiaro, che l'animo del Re era cangiato verso di lui, e che
perciò i suoi nemici avean presa audacia d'insidiargli anche la
vita. Per la qual cosa si risolvè di significare il tutto a Matteo
Santa Lucia suo consobrino, ed a molti altri Baroni siciliani, i
quali chiamati per sue lettere eran venuti a Palermo, dando loro
a vedere, che in vece d'esser largamente premiato, per aver con la
morte data all'Ammiraglio salvata la vita al Re, veniva ora da costui,
per aggradire alla Regina sua moglie, ed agli Eunuchi del palazzo,
costretto a pagare i debiti vecchi, e in molte altre guise gravemente
perseguitato e condotto a periglio di dover perderne la vita; onde gli
pregava, che non l'avessero abbandonato in sì gravi travagli, perchè
se fossero stati uniti strettamente insieme, non gli sarebbe mancato
il modo da far generosamente difesa contro chiunque gli avesse voluto
offendere. Queste parole di Bonello cagionarono negli animi di que'
Baroni effetti molto più vantaggiosi di quel che s'avrebbe egli mai
potuto promettere, perchè trovandogli molto disposti a' suoi desiderj,
dopo vari discorsi alla fine conchiusero di tor via il Capo di tanti
mali e congiurarono contro il Re, con intendimento d'ucciderlo, o
di porlo in prigione, e crear Re il suo figliuolo, nomato Ruggieri,
fanciullo ora di nove anni, il quale per la memoria dell'avolo, e per
la virtù, che in quella tenera età dimostrava, stimavano dover riuscire
ottimo Principe[41]; ma perchè non giudicavano convenevole porsi
essi soli a così gran fatto, trassero parimente nella congiura Simone
figliuol bastardo del Re Ruggieri, che odiava fieramente il fratello
per avergli costui tolto il Principato di Taranto lasciatogli dal
padre, e datogli in vece il Contado di Policastro. Vi trassero ancora
Tancredi figliuolo di Ruggiero Duca di Puglia, uomo benchè alquanto
cagionevole della persona, dotato nondimeno di grande avvedimento,
e di sommo valore, il quale era d'ordine di Guglielmo tenuto a guisa
di prigioniero dentro il palazzo reale; e Ruggieri dell'Aquila Conte
d'Avellino parente anch'egli del Re per cagione dell'avola Adelasia; ed
era il loro intendimento di crear Re il fanciullo Ruggieri, acciocchè
si vedesse da' Popoli di Sicilia, che non volean torre il Regno alla
schiatta di Guglielmo, ma torlo a lui, che con tirannide il reggea.
Infatti avendo corrotto Gavarretto, che avea in suo potere le chiavi
delle prigioni, e che sovente da Malgerio era lasciato in suo luogo
alla guardia del castello, rimasero seco d'accordo, che in uno statuito
giorno ponesse in libertà tutti i prigioni, che essi volevano che
fosser nella congiura, e provedutigli d'arme, avesse lor significato,
con un segno fra di loro ordinato, essere il fatto in ordine. Dopo la
qual cosa Matteo Bonello ne andò a Mistretto suo castello non guari da
Palermo lontano, per riporvi vittovaglie e munirlo di soldati insieme
con alcuni altri suoi luoghi, acciocchè avesser potuto ricovrarsi
in quello in ogni sinistro avvenimento, dicendo a suoi compagni, che
sino al suo ritorno non avesser fatto nulla ed avessero il segreto con
prudenza custodito, e se cosa alcuna importante fosse improvisamente
avvenuta, l'avessero con lor lettere chiamato, che sarebbe di presente
ritornato alla città con grosso stuolo d'armati. Or dimorando nelle
sue terre il Bonello avvenne che un de' congiurati palesò il negozio ad
un soldato suo amico, cercando di trarlo nella congiura, e 'l soldato
avendo con molta diligenza raccolto il tutto gli rese grazie, e prese
tempo a dargli risposta di quel, che avesse risoluto di fare insino al
seguente giorno; indi se ne andò a ritrovar un altro suo amico, che era
uno de' congiurati, al quale con indignazione comunicò tal fatto, con
risoluzione di doverlo rivelare al Re per impedire tanta scelleraggine,
che avrebbe portata grand'infamia a' Siciliani, dove in sì fatta guisa
facessero mal menare il lor Signore. Questi dissimulando il fatto, e
mostrando anch'egli sdegnarsi di tal cosa, tosto andò a ritrovar il
Conte Simone, e gli altri Capi del trattato, e gli riferì tutto quel
che per poca accortezza de' compagni era avvenuto, con dirgli che
deliberato avessero quella notte di quello che a fare aveano, perchè
la mattina senza fallo Guglielmo avrebbe avuto contezza di tutto. Il
perchè smarriti del vicin pericolo, conchiusero di porre prestamente ad
esecuzione il negozio, non essendovi tempo di fare venire il Bonello.
Avvisato dunque il custode delle carceri, che nel seguente giorno, già
che non si potea attendere il prefisso tempo, avesse posti in libertà
i prigioni, ebber da lui risposta essere all'ordine per eseguire il
tutto nella terza ora del dì, mentre il Re fuori delle sue stanze in
un luogo particolare, ove solea dare audienza, sarebbe stato trattando
con l'Ammiraglio Arcidiacono di Catania degli affari del Regno,
ed ivi senza tumulto ed impedimento alcuno si potea, o uccidere, o
far prigione, come meglio avesser voluto; laonde con la certezza di
tal fatto dettogli così fedelmente dal Gavarretto, rinfrancarono i
congiurati gli animi già in parte smarriti, sì per l'assenza di Bonello
e degli altri, che n'erano seco giti a Mistretto, come ancora perchè
bisognava far frettolosamente quel che con maturo consiglio e con
opportuno tempo avean conchiuso di fare.

Or venuto il nuovo dì il Gavarretto nell'ora destinata eseguì con molta
accortezza la bisogna a lui commessa, cavando di prigione Guglielmo
Conte di Principato con tutti gli altri uomini nobili che colà erano,
i quali avea prima proveduti d'armi, e gli condusse nel luogo ove
introdotti avea di fuora i lor compagni, li quali postisi appresso al
Conte Simone, ch'era lor guida, che per essere allevato colà dentro
sapea tutte le vie dell'Ostello, giunsero ove il Re Guglielmo stava
ragionando con Errico Aristippo. Ma il Re veggendo venire il Conte
Simone suo fratello e Tancredi suo nipote, si sdegnò, che senza sua
licenza gli venissero innanzi, maravigliandosi come le guardie gli
avesser lasciati entrare; pure come s'avvide ch'eran seguiti da grossa
schiera d'armati, immaginandosi quel che veniano per fare, spaventato
dal timor della morte si volle porre in fuga, ma sovraggiunto
prestamente da molti di essi, rimase preso, e mentre gli era da loro
con acerbe parole rimproverata la sua tirannide, vedendo venirsi
sopra con le spade sfoderate Guglielmo Conte di Lesina, e Roberto
Bovense uomini feroci e crudeli, pregò coloro che lo tenevano, che
non l'avessero fatto uccidere, ch'egli avrebbe incontanente lasciato
il Regno; tenendo per sicuro, che i congiurati gli volesser torre
la vita; la qual cosa gli sarebbe agevolmente avvenuta, se Riccardo
Mandra ponendosi in mezzo non gli avesse raffrenati, rimanendo per
sua opera in vita il Re, il quale fu posto strettamente in prigione;
ad avendo fatta anche in una camera guardare onestamente la Reina ed
i figliuoli, si posero a ricercare i luoghi più riposti del palagio,
ponendo il tutto a ruba, e predando le più pregiate gemme e le più
preziose suppellettili che v'erano, non risparmiando nè anche l'onore
delle vaghe damigelle della Regina[42]. Uccisero parimente tutti gli
Eunuchi, che loro alle mani capitarono, ed usciti poscia nella città
saccheggiarono molte ricche merci de' Saraceni, che teneano nelle lor
botteghe o nella real dogana. Dopo i quali avvenimenti il Conte Simone,
ed i suoi seguaci presero Ruggiero Duca di Puglia primogenito di
Guglielmo, e cavandolo fuori del palagio il ferono cavalcar per Palermo
sopra un bianco destriere, e mostrandolo al Popolo, il gridarono con
allegre voci Re, essendo lietamente ricevuto da tutti per la memoria
dell'avolo Ruggiero, e sovrastettero a coronarlo solennemente, sin che
giungesse il Bonello, che a momenti s'aspettava. Gualtieri Arcidiacono
di Ceffalù maestro del fanciullo, biasimando in questo mentre la
crudeltà e le altre malvagità di Guglielmo pubblicamente, e convocando
le brigate dicea loro, che giurassero d'ubbidire al Principe Simone,
che così esso il chiamava, il quale avrebbe retto e governato il Regno
insino che il fanciullo Re fosse giunto all'età idonea; per opera
del qual Gualtieri fecero molti tal giuramento, ed altri negarono
costantemente di farlo, benchè niuno avesse ardimento d'opporsi a'
congiurati; perciocchè de' Vescovi, ch'erano allora nella città, ed
avean molta autorità nel governo del Reame, alcuni lodavano tai cose
apertamente, ed altri l'approvavano col tacere, stando cheta la plebe
per intendere, che il tutto era avvenuto per opra del Bonello. Ma
tardando esso a venire, si partirono di Palermo Guglielmo Conte di
Principato, e Tancredi Conte di Lecce, e ne girono a Mistretto per
condurlo nella città con suoi soldati armati, temendo non alla fine,
come appunto avvenne, cominciasse il Popolo palermitano a favoreggiare
il Re, e lo riponesse in libertà.

Essendo intanto passati tre giorni in cotai pratiche, e che il
Re dimorava in prigione, non comparendo altrimenti il Bonello,
cominciarono Romualdo Arcivescovo di Salerno, Roberto Arcivescovo di
Messina, Riccardo Eletto di Siracusa e Giustino Vescovo di Mazzara
a persuadere a' Parlamenti, che facessero sprigionar il Re, dicendo
ch'era laida e sconvenevol cosa a soffrire, che il lor Signore fosse
così obbrobriosamente tenuto in prigione, e che i tesori acquistati con
molta fatica per la diligenza d'ottimo Re, e bisognevoli per la difesa
del Reame fossero in sì fatta guisa rubati e ridotti a nulla[43].
Queste parole dette, ed ascoltate primieramente fra pochi, si sparsero
poscia tantosto fra tutto il volgo; onde come fossero stati a ciò
chiamati da divino oracolo, o se seguitassero un fortissimo capitano,
armatisi tutti, assediarono il palagio, richiedendo con fiere voci a
coloro ch'eran colà entro, che avessero prestamente liberato il Re. I
congiurati attoniti e smarriti per sì subita mutazione, cominciarono
da prima valorosamente a difendersi, ma conoscendo tutto esser vano,
non essendo bastevole il lor numero a difendersi contro moltitudine
sì adirata, costretti da dura necessità ne girono al Re, e trattolo
di prigione patteggiarono con lui, che gli avesse lasciati gir via
liberi, ed indi il condussero ad un verone a vista di tutti. Ma
veduto i Palermitani in tale stato il loro Re, vennero in maggior
rabbia, volendo in tutti i modi gittar le porte a terra, ed entrar
a prender vendetta de' congiurati, i quali vi sarebbero senza fallo
mal capitati, se Guglielmo facendo lor cenno con mano, non gli avesse
racchetati, dicendogli aver bastevolmente fatto conoscere la lor
fedeltà, con averlo fatto porre in libertà, e che riponessero l'armi,
e ne lasciassero gir via liberi coloro, che l'avean preso, avendo così
loro promesso: alle cui parole ubbidendo, tutti andarono via, lasciando
libera l'uscita del castello, ed i congiurati uscendo di là, tantosto
si partirono da Palermo, e ritiraronsi a Cacabo.



CAPITOLO III.

_Il Re GUGLIELMO posto in libertà ripiglia il governo del Regno: morte
di Ruggiero suo primogenito; e nuovi tumulti in Palermo ed in Puglia,
che finalmente si quietano per la morte del Bonello e degli altri
congiurati._


Apportò questo avvenimento in breve tempo asprissime calamità alla
Sicilia; perciocchè non solo molti nobilissimi Baroni per tal cagione
mal capitarono, e ne andarono a male buona parte de' tesori reali,
ma ne morì parimente il Duca Ruggieri, che sin d'allora dava chiari
segni d'aver a riuscir ottimo Principe, il quale mentre nel tumulto
fatto dal Popolo con poco avvedimento sporgendo il capo in fuori d'una
finestra guardava coloro, che assediavano il palazzo, fu ferito d'una
saetta tirata, siccome fu allora costante fama, da Dario portiero del
Re; la ferita però non sarebbe stata bastevole a farlo morire, se il
padre Guglielmo veggendoselo gir lieto dinanzi dopo esser stato posto
in libertà, sdegnato, che l'avesser anteposto a lui, non badando, che
il figliuolo non vi aveva colpa alcuna, non l'avesse sconciamente nel
petto d'un fiero calcio percosso; onde raccontando Ruggiero quel che
gli era col Re avvenuto alla Regina sua madre, non guari da poi uscì di
vita.

Ravveduto Guglielmo della vergogna del misfatto, e degli altri mali
che patiti avea, dimenticatosi d'esser Principe, e deposta la veste
reale vilmente piangendo traea dolorosi guai, ed uscito quasi di
se stesso non faceva, che dolersi amaramente, e con le porte aperte
a chiunque entrar volesse, raccontava la sua sciagura; onde traeva
lagrime eziandio da' suoi nemici medesimi. Ma alla fine avvertito da'
famigliari e da' molti Prelati, ch'eran venuti a consolarlo, fece un
giorno convocar il Popolo nella Corte del suo palazzo ove egli disceso,
rese primieramente lor grazia della fedeltà dimostrata: indi gli esortò
a durar nella medesima fede, e riputando essergli tutto ciò accaduto da
giusto castigo, che gli dava meritamente Iddio, sarebbe da indi innanzi
altrimenti vivuto; nè potendo, impedito dal dolore e dalle lagrime,
dir più oltre; Riccardo Eletto di Siracusa, uomo di somma dottrina e di
maravigliosa eloquenza, manifestò a quelle turbe più apertamente quanto
il Re avea detto, e per testimonianza del suo buon volere concedette
allora a' Palermitani molti privilegi e franchigie; la qual cosa tanto
più fu lor gratissima, quanto che ottenuta in tempo, che men se 'l
pensavano.

Avea intanto il Bonello intesa la novella della liberazion del Re, e se
bene simulando il contrario mostrasse al medesimo il suo dispiacere,
e che egli non vi avea tenuto parte, ed il Re parimente accomodandosi
al tempo, lo dissimulasse; pure l'unione scoverta a Cacabo di molti
Baroni insieme con lui, non potè più dissimularsi, poichè il Conte
Simone, Tancredi Conte di Lecce, Guglielmo Conte di Lesina, Alessandro
Conte di Conversano, Ruggieri Sclavo, e tutti gli altri che avean posto
il Re in prigione, si erano uniti a Cacabo con Bonello, ed avean con
loro grosso numero di gente armata: il perchè Guglielmo inviò messi al
Bonello a dimandare che volea dinotar quell'unione e que' soldati, e
se egli non s'era mischiato co' consigli de' congiurati, come poi gli
avea albergati nel suo castello: alla qual ambasciata egli rispose, che
sarebbe stata gran crudeltà la sua a scacciar tanti Grandi del Regno,
ch'erano ricorsi da lui per non esporsi alla sua indignazione, e che
non poteva lasciare di dirgli, che se ben esaminasse i fatti suoi si
sarebbe maravigliato, come potessero tanti uomini illustri soffrire
il giogo di tante leggi gravose, che avea imposte, per opprimere
la loro libertà: e fra l'altre, come potessero soffrire vedersi le
loro figliuole in tutto il tempo della lor vita rimanere nelle loro
case con perpetua virginità, non dando loro il permesso di poterle
maritare, se non quando fossero senza speranza di prole, acciocchè
i feudi ricadessero a lui: laonde se voleva ch'egli insieme con li
congiurati vivessero seco in pace, che togliesse via le tante leggi,
che nuovamente avea fatte per opprimere la loro libertà e restituisse
le lodevoli costumanze, che furono nel Regno introdotte dagli avoli
suoi Ruggiero Conte di Sicilia e dal famoso Roberto Guiscardo, e
quelle osservasse, perchè altrimenti essi avrebbero procacciato di
fargliele osservare per forza d'armi[44]. Dispiacque al Re sì ardita
risposta, facendo loro incontanente significare, ch'egli prima si
sarebbe contentato perdere il Reame e la vita appresso, che per tema
di loro avesse a far cos'alcuna di quel che chiedevano; ma se deposte
le armi, e rimessisi al suo arbitrio, dimandassero cose ragionevoli,
egli agevolmente glie le avrebbe accordate. Al che non volendo essi
in modo alcuno consentire, s'avviarono armati verso Palermo, ponendo
que' cittadini in grandissimo terrore per la tema, ch'aveano non
impedissero il venire delle vettovaglie nella città. All'incontro il
Re ragunati molti soldati, deluse ogni loro sforzo; pure volendo ad
ogni modo racchetar tal rivoltura, inviò di nuovo al Bonello Roberto
da S. Giovanni Canonico di Palermo, uomo di chiaro nome e d'incorrotta
fede, il quale colla sua efficacia e destrezza, pose il tutto in
concordia, perdonando il Re a coloro, e dando loro galee armate, con
le quali potessero liberamente uscir fuori del Regno, onde alcuni
d'essi, ed il Conte Simone ne girono in Grecia, ed altri oltre mare in
Gerusalemme. Ricevè in sua grazia Bonello: perdonò altresì a Ruggiero
dell'Aquila Conte d'Avellino, sì per essere assai giovanetto, e per ciò
più meritevole di perdono, sì anche per li prieghi, e per le lagrime
dell'avola Adelasia consobrina del Re, la quale, non essendole rimasto
altro erede di questo Conte, teneramente l'amava; e Riccardo Mandra
che lo campò da morte, volle tenerlo presso di se, creandolo Gran
Contestabile di Sicilia[45]. Ma non per ciò i mali della Sicilia ebbero
fine, poichè Ruggiero Selavo figliuolo del Conte Simone, e Tancredi
Conte di Lecce, con molti altri lor partigiani, i quali non aveano
voluto concordarsi col Re, cominciarono ad occupare molte terre, ed
a far danni gravissimi ne' vicini territori di Siracusa e di Catania.
La novella del qual fatto capitata a Palermo, empiè tantosto di nuovo
terror la Corte, onde persuaso il Re, che non senza intendimento del
Bonello tutti questi travagli accadevano, lo fece porre in prigione; ed
ancorchè da prima il Popolo palermitano per tal prigionia tumultuasse,
e cercasse di liberarlo; nulladimanco tantosto, come è la natura del
volgo varia ed incostante, cominciò a perdersi d'animo, ed a non curar
più di lui, temendo l'ira del Re, il quale fatto porre Bonello in una
oscurissima prigione sotterra, lo fece da poi abbacinare, e tagliatigli
i nervi sopra i talloni, fu condannato a perpetua carcere, ove non
guari da poi, piangendo invano la sua sventura, tutto dolente se ne
morì. Debellò anche il Re gli altri congiurati, ed in breve rassettò
non meno le cose di Palermo, che di tutta quell'isola.

Ma restava ancora a Guglielmo di sedare le revoluzioni della Puglia
mosse per opra d'alcuni Baroni partigiani, che furono dell'ammiraglio
Majone, e sopra tutti da Roberto di Bassavilla conte di Loritello, il
quale unitosi col Conte Giliberto, e 'l Conte Boemondo, cominciò ad
occupare in Puglia molte terre del Re sino ad Oriolo, castello posto
tra i confini di Puglia e di Calabria. Passò poi in terra di Lavoro,
dove tentò d'occupar Salerno; ma non essendogli riuscito il suo disegno
passò a Benevento, che tantosto se gli diede; ed indi ritornato in
Puglia prese Taranto. Travagliavasi parimente in Calabria, ove tutti i
più potenti Baroni erano aperti nemici del Re, ed aderivano al Conte
Roberto, fra quali Clemenzia Contessa di Catanzaro avea afforzato
Taverna di grosso presidio per far contro l'armi del Re lunga e
gagliarda difesa. Ma intendendo Guglielmo tutte le province del Regno
di Puglia in tale stato esser ridotte, pensò non altrimenti poter
racchetare queste turbolenze, che unendo numerosa armata di presente
in persona passarvi, e porsi alla testa di quella: e prima del suo
partire, per torsi dinanzi un grande ostacolo, fece venir a se, sotto
altro pretesto, Ruggiero Sanseverino detto di Martorano Barone di
molta stima in Calabria, il quale egli tenea per suo fiero inimico, per
aver grandemente aderito al Bonello ne' passati tumulti, e senza altra
pruova di fellonia il fece prestamente porre in prigione e cecare.

Passò intanto Guglielmo in Calabria, e assediò strettamente Taverna
per tutti i lati, e benchè la Contessa Clemenzia con sua madre e con
Alferio e Tommaso suoi zii, si difendessero insieme co' terrazzani
valorosamente: e' pure finalmente la prese a forza e distrusse,
ed essendo venute in suo potere la Contessa e sua madre, le mandò
prigioniere a Palermo, ove fece di presente impiccar per la gola
Tommaso ed Alferio. Il Conte Roberto risaputa la presura di Taverna, se
n'andò tantosto in Taranto, e confortati quei cittadini alla difesa,
e munitigli di nuovo presidio, passò prestamente in Apruzzi per
dilungarsi dalle forze di Guglielmo. Ma questi gitone immantenente in
Taranto, s'impadronì prestamente di quella città, e fece impiccar per
la gola alcuni soldati del Conte Roberto, che colà ritrovò. Ricuperò
poi con la medesima agevolezza, con la quale perduti gli avea, tutti
i luoghi di Puglia e di Campagna. Intendendo poi, che Roberto di
Bassavilla se n'era con parte di sua gente andato in Apruzzi, inviò
incontanente con grosso stuolo d'armati Riccardo di Soria per farlo
prigione; ma il Conte avendolo penetrato, uscì dal Regno, e se ne
andò in Alemagna a ritrovare l'Imperador Federico. Gli altri Baroni
vedendo le continue vittorie del Re, si fuggirono tantosto via, alcuni
in Romagna ed altri in Apruzzi. Salvossi anche con la fuga Ruggieri
dell'Aquila Conte d'Avellino, il quale benchè gli avesse in prima
perdonato il Re, temea al presente di lui per un nuovo errore, che
commesso avea, essendosi senza sua licenza ammogliato con la sorella
di Guglielmo da Sanseverino, il quale anche egli per paura dello
sdegno del Re fuggì via per tal cagione. Andò dopo questo il Re alla
città di Salerno, che afflisse grandemente, riscotendo da' Salernitani
grosse somme di moneta; e quindi imbarcatosi su le galee, in Palermo
fece ritorno. Così Guglielmo avendo col suo rigore racchetati i suoi
Stati, stanco de' passati travagli, si diede poscia a più tranquilla
e riposata vita: ed avendo data la cura del Governo del suo Regno a
Matteo Notajo di Salerno, e ad Errico Vescovo di Siracusa, inglese, tra
gli agi ed ozio, nel Palagio tutto intento a' piaceri si nascose, senza
volere udire più nulla degli affari del Regno.



CAPITOLO IV.

_Papa ALESSANDRO III riconosciuto da tutti per vero Pontefice, morto
l'Antipapa VITTORE, ritorna in Roma; ed il Re GUGLIELMO, dopo aver
sedati nuovi tumulti accaduti nel suo palazzo, se ne muore in Palermo
l'anno 1166._


Intanto mentre questi avvenimenti accaddero nelli Regni di Sicilia e
di Puglia, altri assai più notabili avvennero in Francia ed in Italia
fra il Pontefice Alessandro, e l'Imperador Federico; poichè Alessandro,
dopo esser dimorato in Alagna, passò a Genova, ed indi imbarcatosi se
ne andò in Provenza: la di cui partita intesa dall'Antipapa Vittore,
che dimorava a Segna, fu cagione, che se ne passasse prestamente in
Lombardia a ritrovar Federico, col quale per alcun tempo dimorò, a
fargli sapere, Alessandro esser già passato in Francia: l'Imperadore
ciò inteso, temendo non fosse colà ricevuto da Lodovico Re di Francia
come vero Papa, v'inviò il Conte Errico suo Ambasciadore, perchè
trattasse tra di loro un abboccamento presso la città d'Avignone
per potere dar sesto e riforma agli affari della Chiesa. Cercava
l'Imperadore con quest'occasione, vedendo che l'Antipapa non avea
quel seguito che Alessandro, almeno che si dovesse deporre l'uno
e l'altro, e creare un nuovo Pontefice, acciò che Alessandro suo
scoverto inimico non fosse alla fine stato come vero Papa da tutti
adorato; ed avendo persuaso al Re francese, uomo d'animo schietto,
e facile ad esser ingannato, il ridusse con pochi de' suoi a venir
per tale effetto al luogo destinato, e Federico con grande esercito
vi giunse il giorno seguente; e pose col suo venire così poderoso di
soldati in grave angustia il Pontefice ed il Re, che si avvidero tardi
del suo ingannevol pensiero; e sarebbero mal capitati, se Errico Re
d'Inghilterra prode e cristianissimo Principe, presentiti i disegni di
Federico, non fosse accorso in Francia con grossa armata a soccorrere
Alessandro ed il Re Lodovico. La cui opportuna venuta pareggiando le
forze di Federico, fece che il suo pensiero non ebbe effetto alcuno,
onde dopo vari trattati, sdegnato l'Imperadore d'esser riusciti vani
i suoi pensieri, se n'andò col suo Antipapa in Alemagna; ed Alessandro
rimasto libero di così grave periglio, fu dal Re d'Inghilterra, e dal
Re Lodovico, e da tutti i lor Reami, come vero Pontefice riconosciuto e
riverito. E passato poi in lor compagnia a Parigi, racchetò e compose
alcune differenze, ch'eran tra quelli Re, facendogli far insieme lega
e compagnia. Celebrò parimente in quest'anno 1163 un general Concilio
in Turone, ove intervennero tutti i Prelati d'Inghilterra, di Scozia,
di Francia, di Spagna e di Ibernia, con alcuni Prelati tedeschi,
e riordinò in esso molte cose, e tolse altri abusi appartenenti al
governo della Chiesa. Intanto l'Antipapa, non ostante l'impegno di
Federico, gito con lui in Alemagna, non potè nemmeno essere ubbidito
da que' Vescovi; onde ritornossene in Italia, ed andato a Lucca ivi
dimorò insino alla sua morte, che poco da poi gli sopravvenne. Ma non
per questo s'estinse lo scisma: poichè per opra di Rinaldo Cancellier
di Federico, che colà dimorava, gli fu subito dato successore, e
fu rifatto in suo luogo Guido da Crema, che Pascale III nomossi. I
Romani avendo udita la morte dell'Antipapa, inviarono prestamente loro
Ambasciadori in Francia a richiamare Alessandro, pregandolo che se ne
fosse ritornato in Roma, che l'avrebbero con ogni amor ricevuto; onde
il Pontefice conoscendo esser utile alla sua Chiesa, ch'egli risedesse
nella sua principal sede, imbarcatosi su i vascelli di Francia,
campando dalle insidie, che tra via per opera di Cesare gli aveano con
lor galee tese i Pisani per farlo prigione, giunse a salvamento con
tutti i suoi Cardinali, e con l'Arcivescovo di Magonza, che 'l seguiva,
alla città di Messina: la cui venuta significata al Re Guglielmo,
che allor dimorava a Palermo, il mandò prestamente a visitar per suoi
Ambasciadori, che gli recarono in suo nome ricchi doni, e cinque galee
armate, su le quali imbarcatosi il Pontefice, andò prima a Salerno, e
di là ne venne colle stesse galee sino al Tevere, ed alla chiesa di S.
Paolo, ove gli uscirono all'incontro tutto il Popolo, e i Cherici di
Roma, i quali con nobil pompa al Laterano il condussero[46].

Ma ecco che il Re Guglielmo, mentre si credea esser d'ogni parte
sicuro, per cagione che men si pensava, corse gravissimo periglio di
perder la vita; perciocchè alcuni pochi prigioni, disperando di poter
più ricuperar la loro libertà per la malvagità di Matteo Notaio, che
s'era scoverto non men crudele e tiranno di Majone; e fastiditi della
noia, che lor recava l'orror delle prigioni, tentarono di mettersi in
libertà, ovvero di dar fine con la morte a i lor mali. Per la qual
cosa, corrotti i custodi, quando era men frequentato il palagio,
uscirono fuori, e benchè fossero picciol numero, diedero nondimeno
con disperato ardimento sopra i custodi delle porte, ed entrati più a
dentro nel palagio, posero in iscompiglio tutto l'Ostello regale, con
intendimento d'aver in loro mani il Re, ovvero i suoi figliuoli; ma
al rumore essendo accorso grosso numero di soldati con Odone Maestro
della stalla del Re, furono dopo qualche resistenza, alla fine tutti
l'un dopo l'altro uccisi, ed i lor cadaveri d'ordine della real Corte
dati a mangiare a' cani, vietando che lor si dasse sepoltura. Si smarrì
grandemente il Re di tal caso, e considerando che due fiate i prigioni
del castello l'avean condotto a gran rischio di perder la vita; fece
tantosto cavar di là que' che vi eran rimasi, e trasferì le carceri
in altra Rocca presso al mare, ed in altre Fortezze dell'isola. E
dopo questo si diede sì fattamente all'ozio ed alla quiete, che vietò
espressamente a' suoi famigliari, che non gli significassero cosa
alcuna, che noia e travaglio recar gli potesse; onde da questo suo
non volere udir nulla degli affari del Regno si cagionò, che Gaito
Pietro, e gli altri Eunuchi del palagio con molti lor partigiani
afflissero, con rapine e con straziargli nelle persone, grandemente
i Siciliani; onde presso i medesimi acquistò il nome di Guglielmo il
_Malo_, che tanto più si rese divolgato, quanto che sperimentarono
poi il suo successore altrettanto buono. Il Re tutto intento a' suoi
piaceri, ripensando che suo padre Ruggiero avea edificato due palagi
di diporto in Palermo, volle egli fabbricarvi il terzo, superando di
gran lunga quegli del padre non solo nella magnificenza e ricchezza
dell'ostello, ma anche ne' vaghi giardini e ne' dilettevoli fonti e
peschiere, che da tutti i lati il cingevano. Ma appena fu terminata
quest'opera, che gli fu vietato il goderne da quella, che tutti gli
umani disegni termina ed interrompe; poichè nel principio di quaresima
di quest'anno 1166 si ammalò di flusso, che grandemente il travagliò,
il qual crescendo tuttavia, presi con divozione i Sacramenti della
Chiesa, fece liberare molti di coloro, che tenea in prigione, e levò
via parimente una nuova imposta di moneta, che avea fatta porre sopra
la città e terre di Puglia; ed avendo a se chiamati tutti i Magnati
della Corte, e gli Arcivescovi di Salerno e di Reggio, dettò, essi
presenti, il suo testamento, nel quale lasciò erede del Reame Guglielmo
suo maggior figliuolo, e confermò all'altro nomato Errigo il Principato
di Capua, del quale già prima avealo investito[47]; ed alla Reina
sua moglie lasciò la cura ed il baliato del Regno, finchè i figliuoli
fossero giunti a perfetta età; e l'impose, che si fosse in tutti gli
affari di quello valuta del consiglio del Vescovo di Siracusa, di Gaito
Pietro e di Matteo Notaio; e crescendo tuttavia il male fece venire a
se Romualdo Guarna Arcivescovo di Salerno suo stretto parente, ch'era
secondo l'uso di que' tempi assai dotto in medicina, il quale, benchè
gli ordinasse molti rimedi valevoli al suo male, e' nondimeno non ponea
in opera se non quelli, che a lui parevano; per la qual cosa s'accelerò
il morire, poichè il sabato che va innanzi all'ottava di Pasqua[48],
fu assalito da una grave febbre, per la quale non guari da poi uscì
di vita d'età di 46 anni, dopo averne regnato sedici, due mesi e tre
giorni, da che in vita del padre fu incoronato Re di Sicilia.

La Regina temendo, che sparsa tra' Palermitani la novella improvisa
della sua morte, non cagionasse alcun periglioso movimento, il fece
segretamente riporre entro il palagio, simulando che ancor vivea, sin
che fossero giunti i Baroni, ch'erano stati già chiamati, e ch'eran
di mestiere per incoronare il novello Re. La qual cosa posta in
effetto fra pochi giorni, si pubblicò poscia in un medesimo tempo, che
Guglielmo era morto e che 'l figliuolo regnava; e tolto il cadavero
con molto onore il portarono alla cappella di S. Pietro, ed ivi gli
celebrarono per tre giorni continui nobili e pompose esequie, ove
intervennero tutti i Baroni e Vescovi, che in Palermo si trovarono;
ed in processo di tempo fu trasportato il suo corpo dentro la chiesa
di Monreale, ch'edificò poscia il Re suo figliuolo, ove la Regina sua
moglie gli eresse un ricco avello di porfido, il qual sino ad oggi si
vede senza iscrizione alcuna.

Fu Guglielmo, come narra Romualdo, un Principe di nobile, e signorile
aspetto, oltre modo cupido di onori e valorosissimo in guerra: vinse
più volte in mare ed in terra i suoi nemici; ma nella pace fu di
poco avvedimento, ed oltre modo amico dell'ozio ed infingardo. L'aver
inclinato alla crudeltà, e l'essere stato troppo bramoso d'accumular
denaro, ed avaro in ispenderlo, lo fece parer cattivo appresso i
Popoli; del rimanente stimò e careggiò i suoi amici, e gli esaltò
a grandi onori, e largamente premiò: ed all'incontro perseguitò
aspramente i suoi nemici, de' quali molti fece crudelmente morire,
ed altri cacciò fuori e sbandì da' suoi Stati: fu assai religioso ed
amator del culto Divino, e riverente a' Pontefici romani, coi quali,
toltone Adriano nel principio del suo Regno, non ebbe con altri
contese.



CAPITOLO V.

_Leggi del Re GUGLIELMO I._


Le leggi di questo Principe, ancorchè alcune sembrassero gravose
a' suoi sudditi per l'avidità di cumular tesori, nulladimanco tutte
l'altre furon assai provide ed utili, tanto che Federico II le inserì
nel volume delle sue _Costituzioni_, che fece compilar da Pietro delle
Vigne, e volle che insieme con quelle di Ruggiero s'osservassero.
Ventuna ne abbiamo di questo Principe nel volume delle Costituzioni,
le quali bisogna separare da quelle, che promulgò da poi Guglielmo II
suo figliuolo, non confonderle, come han fatto i nostri Scrittori, che
tutte le riputarono di Guglielmo I.

Quella che leggiamo nel libro primo sotto il titolo _de Usurariis
puniendis_, e che porta in fronte in alcune edizioni il nome di
Ruggiero, ed in alcune altre quello di Guglielmo, non è, come si disse,
nè di Ruggiero, nè, come credettero Andrea d'Isernia, Afflitto, e gli
altri nostri Scrittori, di questo Guglielmo I. Fu quella promulgata
molto tempo da poi da Guglielmo II suo figliuolo; perciocchè ivi
si stabilisce, che tutte le quistioni, che s'agiteranno nella sua
Corte appartenenti alle usure, s'abbiano nella medesima a diffinire e
terminare secondo il decreto del Papa novellamente promulgato in Roma;
intendendo Guglielmo II del decreto, che nel Concilio lateranense,
celebrato in Roma da Alessandro III, fu stabilito contro gli usurai,
inserito anche da Gregorio IX ne' suoi _Decretali_[49]; onde non potè
esserne Autore Guglielmo I, poichè questo Concilio fu celebrato da
Alessandro in Roma nell'anno 1180 come rapporta Antonio d'Agostino, o
come i più accurati Scrittori nell'anno 1179, nel qual tempo era già
morto Guglielmo il Malo, che finì i giorni suoi, come si è veduto,
fin dall'anno 1166, e regnava in Sicilia Guglielmo II, il quale tutto
diverso dal padre, abbominando l'avidità degli usurai, ed i loro
detestabili acquisti, volle che le quistioni d'usure si terminassero
non già secondo la ragion civile de' Romani, ma secondo i canoni
del Concilio di Laterano. Merita riflessione che in questi tempi i
delitti d'usura erano conosciuti da Giudici secolari, nè apparteneva
la cognizione de' medesimi agli Ecclesiastici, come pretesero da poi,
avendo solo Guglielmo comandato che dovessero i suoi Giudici terminar
tali controversie non già colle leggi romane, ma secondo quel decreto,
il quale senza questa Costituzione non avrebbe potuto obbligare i
sudditi dei suoi Regni, non avendo ancora i regolamenti ecclesiastici
acquistato ne' Tribunali quella forza ed autorità che da poi col lungo
uso acquistarono ne' nuovi dominj de' Principi cristiani; ma perchè
s'osservassero nel Foro, ed in vigor de' quali le liti si decidessero,
era bisogno che il Principe lo comandasse.

Parimente l'altra Costituzione, che leggiamo nel medesimo libro primo,
sotto il titolo, _Ubi Clericus in maleficiis debeat conveniri_, al
II Guglielmo, non già al I, dee attribuirsi. Fu quella insieme con
un'altra, che si legge nel libro terzo sotto il titolo _De adulteriis
coërcendis_, stabilita da Guglielmo II a richiesta di Gualtieri
Arcivescovo di Palermo[50], colla quale furono, intorno a' delitti,
le persone de' Cherici del suo Regno, sottratte dalla giurisdizione
laicale, ordinando per quella, che la cognizione de' medesimi, per
quanto s'attiene alle loro persone, sia della Chiesa, e che debbano da
lei esser giudicati secondo i canoni e secondo il dritto ecclesiastico;
eccettuando solamente i delitti di fellonia e quelli che per la
loro atrocità spettassero alla Maestà del Re, ne' quali volle che la
cognizione fosse della sua Corte.

Sono sì bene di Guglielmo I le altre, che seguono nell'istesso libro
primo sotto vari titoli collocate. La prima si legge sotto il titolo
59, per la quale vien proibito agli Ufficiali esercitar per altri le
loro cariche, togliendosi a' M. Giustizieri ed agli altri Giustizieri
minori il poter per mezzo de' loro Vicari esercitare i loro Uffici,
imponendo con sommo rigore pena capitale a chi contravenisse a tal
divieto. La seconda è sotto il titolo _De juramentis non remittendis
a Bajulis_, ove punisce con pena pecuniaria d'una libbra d'oro gli
eccessi de' Baglivi, i quali per favore o per denaro rimettessero i
giuramenti, ed altre pruove nelle liti, che i Giudici sentenziassero
doversi prestare. La terza sotto il titolo _De Officio Magistri
Camerarii_, fu stabilita per togliere le confusioni tra gli Ufficiali,
e distribuisce a ciascuno d'essi ciò che sia della sua incumbenza.
Vuol perciò che i Maestri Camerari possano conoscere delle cause
civili solamente, e non delle feudali, che s'appartenevano alla Gran
Corte, ed a' Gran Giustizieri; e diffinire le cause che nascessero tra
Baglivi, e Gabelloti alla sua giurisdizione soggetti, e che ad essi si
riportassero le appellazioni delle cause decise da' Giudici ordinari
in presenza de' Baglivi, li quali possano confermare, o rivocare i loro
decreti o sentenze; siccome il dritto loro detterà: da' quali poi possa
appellarsi, non già come prima al Gran Giustiziero, ma al Re solamente.

La quarta, posta sotto il medesimo titolo, ordina ai Maestri Camerari
delle Regioni a se commesse che col Consiglio de' Baglivi mettano essi
l'assise delle cose venali per ciascuna città e luoghi a se soggetti.

La quinta che si legge sotto il titolo _de Officio Secreti_, è locale,
e riguarda la provincia della Calabria, per la quale è stabilito che
in quella provincia l'Ufficio di Secreto e di Questore, per l'avvenire
s'eserciti da Camerari della medesima. E nella sesta che siegue, si
dà particolare incumbenza a' suddetti Secreti e Questori d'invigilare
a' tesori che si ritrovassero per incorporargli a comodo del Fisco,
e di conoscere sopra i naufragj che accadessero, perchè essendo
morti i padroni, nè lasciando legittimi successori, possano le robe
appropriarsi al Fisco. Come ancora dà loro incumbenza d'invigilare
e conoscere sopra i beni vacanti di coloro, che morendo senza far
testamento non abbiano successori legittimi, ordinando che la terza
parte del prezzo delle robe ereditarie si dispensi ai poveri per
l'anime de' defunti, e tutto il resto s'applichi al Fisco.

La settima, posta sotto il medesimo titolo, comanda a' Giustizieri,
Camerari, Castellani e Baglivi che siano solleciti in prestar ogni
aiuto e consiglio a' suddetti Secreti e Questori in tutto ciò, che
concerne il comodo della sua Corte.

L'ottava che si legge sotto il titolo, _De praestando Sacramento
Bajulis, et Camerariis_, merita tutta la riflessione; poichè in essa
si prescrive a' Camerari ed a' Baglivi il modo di dover amministrar
giustizia ai suoi sudditi. Comanda che debbano amministrarla secondo
le sue Costituzioni e quelle di Ruggiero suo padre, ed in difetto di
quelle, secondo le Consuetudini approvate ne' suoi Stati, e finalmente
secondo le leggi comuni, longobarde e romane; onde si convince, che
a' tempi di questo Principe le leggi longobarde erano in tutto il
vigore, ed osservanza in questo Reame, e riputate leggi comuni, non
meno che le romane. Quindi avvenne, che le prime fatiche, che abbiamo
de' nostri Giureconsulti fossero indrizzato alle medesime, e che Carlo
di Tocco, contemporaneo di questo Guglielmo, da cui nell'anno 1162
fu fatto Giudice della G. C.[51], si prendesse il pensiero e la cura
di commentarle: nel che fare servissi delle Pandette ed altri libri
di Giustiniano, non perchè questi avessero acquistata forza alcuna
di legge in questo Regno, ma perchè non si riputassero le longobarde
cotanto barbare ed incolte, giacchè molte di esse eran conformi
alle leggi delle Pandette, le quali avendo tirato a se lo studio di
molti, questi cominciavano ad aver in disprezzo le longobarde. Nè
Guglielmo intese altro per le leggi comuni romane, se non quelle, che
prima d'essersi ritrovate le Pandette in Amalfi, erano rimaste come
per tradizione presso i nostri provinciali; poichè insino a questi
tempi, se bene nell'altre città d'Italia, come che pubblicamente
insegnate nelle loro Accademie, cominciassero ad allegarsi nel Foro;
nulladimanco in queste nostre parti, non essendovi ancora pubbliche
Scuole introdotte, se non a' tempi di Federico II, non solo non aveano
acquistata autorità alcuna di legge, nè s'allegavano nel Foro, ma nè
meno erano insegnate ed esposte come in Bologna e Milano e nell'altre
città d'Italia: e le liti per lo più decidevansi secondo le leggi
longobarde, siccome è chiaro da quelle due sentenze rammentate da
noi, e rapportate dal Pellegrino, una in tempo di Ruggiero, l'altra
di Guglielmo II. Ed è ciò così vero, che non era lecito nè meno
ricorrere alle leggi delle Pandette in difetto delle longobarde; come
è chiaro da Commentari del medesimo Carlo di Tocco[52], ove dimandando
se, siccome il figliuolo succedeva alla madre, così potesse ancor
la madre succedere a' figliuoli: dice che le leggi longobarde di ciò
niente stabilirono, onde la madre come cognata dovrebbe escludersi,
poichè secondo quelle succedono i soli agnati; e che perciò vi sarebbe
bisogno d'una nuova legge, che l'ammettesse alla loro successione, non
altramente di quello praticavasi presso i Romani, appo i quali perchè
la madre potesse succedere, fu mestier che il Senatusconsulto Orficiano
lo stabilisse. Che bisogno dunque vi sarebbe stato di questa nuova
legge, se s'avesse alla legge de' Longobardi potuto supplire colle
leggi delle Pandette? Ne' tempi dunque di questo Guglielmo le leggi
comuni de' Romani non eran quelle, ch'eran comprese nelle Pandette, ma
quelle, ch'erano rimaste presso i Popoli, che dopo estinto l'Imperio
romano, le ritennero più tosto come antiche costumanze, che per leggi
scritte, non essendo stati i libri di Giustiniano in queste parti,
se non dopo molti secoli conosciuti, e molto tardi riacquistarono in
esse l'antica loro autorità e vigore, per l'uso più, che per qualche
Costituzione di Principe, che lo comandasse, come si vedrà chiaro nel
corso di questa Istoria.

La nona Costituzione di Guglielmo, che si legge sotto lo stesso titolo,
tutta si raggira intorno all'incumbenza de' Maestri Camerari e de'
Baglivi. Si prescrive il numero de' Baglivi e de' Giudici in ciascuna
città e luogo delle province; e s'impone a' Camerari di non rendere
venali questi Uffici, ma di distribuirgli a persone meritevoli e
fedeli: che invigilino sopra i medesimi con vedere i loro processi;
e dà altre providenze attinenti alla retta amministrazione della
giustizia, ed al buon governo delle province.

La decima, che abbiamo sotto il titolo _de quaestionibus inter Fiscum,
et privatum_, prescrive a' Maestri Camerari che eccettuatene le cause
feudali, abbiano a conoscere di tutti i giudicj, così reali, come
personali tra il Fisco ed i privati, colli Giustizieri aggiunti, e
coll'intervento dell'Avvocato fiscale.

L'undecima, sotto il titolo _de cognitione causae coram Bajulis_, dà
facoltà a' Baglivi di poter conoscere ne' luoghi dove sono preposti, di
tutte le cause civili così reali, come personali, eccettuatene le cause
feudali: di conoscere ancora de' furti minimi e d'altri minori delitti,
che non portano pena di mutilazion di membra. La duodecima che si legge
sotto il titolo _de fure capto per Bajulum_, prescrive a' Baglivi,
che prendendo qualche ladro forastiero, l'abbiano insieme colla roba
rubata a consignar in mano de' Giustizieri: se sarà del luogo, ove sono
preposti, parimente lo debbiano consegnare a' Giustizieri, ma le robe
mobili del medesimo dovranno essi applicarle al Fisco di quel luogo.

La decimaterza, sotto il titolo _de Officio Bajulorum_ impone a'
Baglivi di dover invigilare intorno al giusto prezzo delle cose venali;
e la loro incumbenza particolare essere, d'esigere irremissibilmente
le pene a quei che venderanno contro l'assise, o pure se troveranno
mancanti i loro pesi e misure. La decimaquarta, che segue sotto il
titolo _de Poena negantis depositum vel mutuum_, punisce severamente
i depositari, e que' che o per mutuo, o per comodato negheranno a'
padroni di restituire la loro roba.

La decimaquinta, che si legge sotto il titolo _de Clericis conveniendis
pro possessionibus, quas non tenent ab Ecclesia_, merita maggior
riflessione che tutte l'altre. In essa si determina, che se i Cherici
saranno convenuti per qualche eredità, tenimento, o altra roba di lor
patrimonio, che non dalla Chiesa, ma da altri sia ad essi pervenuto:
la cognizione di queste cause spetti alla Corte secolare del luogo,
nel distretto del quale sono le lor possessioni, e quivi dovranno
essi rispondere in giudizio, se avran cosa in contrario: proibendosi
solamente a' Giudici secolari di poter prendere le loro persone,
ovvero carcerarle: ma non già eseguire in vigor della sentenza, che
la lor Corte proferirà, le robe dedotte in giudicio. Questa legge di
Guglielmo nel tempo, che fu promulgata, non parve niente irregolare e
strana, siccome ancora da poi nei tempi di Marino di Caramanico antico
Glossatore di queste Costituzioni, che glossandola, niente trovò che
riprendere. Ma ne' secoli posteriori, quando il diritto canonico de'
decretali cominciò a stabilire nelle menti de' nostri Giureconsulti
altre massime, parve assai strana e mostruosa. Andrea d'Isernia, che
scrisse in questi tempi, non ebbe per ciò difficoltà di dire che tal
Costituzione niente valesse, anzi dovesse reputarsi nulla e vana, come
quella ch'è contro le persone ecclesiastiche, e contro l'ecclesiastica
libertà. Aggiugne ancora essersi ingannato il Legislatore, che vuol
che si dovesse attendere la qualità o condizione delle robe, non
delle persone, quando tutto il contrario, le robe prendono qualità
dalle persone, e queste sono convenute, non quelle. Chiama eziandio
imperiti coloro, che dicono aver il Papa e la Chiesa romana approvate
queste Costituzioni; poichè dice non apparirne la conferma, e se pure
apparisse generalmente fatta, non perciò si dee aver per approvata
questa Costituzione dal Papa, il quale se fosse stato richiesto di
particolarmente confermarla, non l'avrebbe conceduto. Ma da quanto si è
detto ne' precedenti libri, quando della politia ecclesiastica ci toccò
favellare, ben si potrà comprendere, quanta poca verità contenga questo
discorso d'Isernia.

La decimasesta, ch'è l'ultima di questo Principe, collocata da Pietro
delle Vigne nel libro primo delle Costituzioni del Regno sotto il
titolo _de Officio Castellanorum_, non contiene altro, se non che si
comanda a' Castellani ed altri loro subalterni, che niente esigano
da' carcerati, che non pernotteranno nelle carceri; ma se arriveranno
a pernottarvi, nel tempo della lor liberazione non esigano più che un
mezzo tarino.

Nel libro secondo non abbiamo leggi del Re Guglielmo, ma nel terzo la
decimasettima, che prima si incontra, è quella sotto il titolo _de
Dotariis constituendis_, ove s'impone alle mogli, dopo la morte dei
loro mariti, di dovere assicurare gli eredi di quello del dotario, che
tengono nella Baronia, e prestar giuramento di fedeltà a colui, che
sarà rimasto padrone della medesima.

La decimaottava, che abbiamo sotto il titolo _de Fratribus obligantibus
partem feudi pro dotibus sororum_, permette a' fratelli, se non avranno
mobili, o altri beni ereditarj, di poter costituire in dote alle loro
sorelle, e obbligare perciò parte del Feudo; e di vantaggio, se avranno
tre o più Feudi, che possano uno d'essi darne in dote alle medesime:
ma che in tutti i casi suddetti, e quando s'obbliga il Feudo, e quando
s'aliena, o si costituisce in dote, sempre s'abbia da ricercare la
licenza del Re. E di vantaggio, che i matrimoni non possan contraersi
senza suo permesso ed assenso, ed altrimenti facendosi, tutte le
convenzioni siano nulle, e invalide: ciocchè, come si disse, diede
motivo a' Baroni del Regno di doglianza, che per queste leggi, per le
quali senza licenza della sua Corte non potevano collocar in matrimonio
le lor figliuole o sorelle si era loro imposto duro giogo; ma Federico,
ciò non ostante, volle confermarla per quelle ragioni, che si sono
dette, quando delle leggi di Ruggiero parlossi; poichè la legge non
era gravosa per quello, che ordinava, ma per lo mal uso, che d'essa
Guglielmo faceva, il quale per avidità, che i Feudi ritornassero al
Fisco, era inflessibile a dar il suo permesso nei matrimoni, onde si
mossero quelle querele de' Baroni e quei disordini, che nel Regno di
questo Principe si sono raccontati.

Merita la decimanona legge di Guglielmo, posta sotto il titolo _de
Adjutoriis exigendis ab hominibus_, tutta la considerazione; poichè in
essa più cose degne da notarsi s'incontrano. Primieramente si raffrena
l'avidità de' Prelati delle Chiese, de' Conti, de' Baroni, e degli
altri Feudatari, i quali per qualunque occasione estorqueano da' lori
vassalli esorbitanti _adjutorj_; onde volendo togliergli da questa
oppressione, stabilisce i casi ne' quali possano i medesimi giustamente
pretendergli. I casi sono: I Se si trattasse di redimere la persona
de' loro padroni dalle mani de' nemici, da' quali fossero stati presi
militando sotto le insegne del Re. II Se il Barone dovesse ascrivere
un suo figliuolo alla milizia. III Per collocare la sua figliuola, o
sorella in matrimonio. IV Per compra di qualche luogo, che servisse
per servizio del Re, o del suo esercito. Merita ancora riflessione
ciò, che si stabilisce per li Prelati delle Chiese, a' quali anche si
prescrivono alcuni casi, ne' quali possano legittimamente cercar gli
adjutorj da' loro vassalli: I Per la loro consecrazione. II Quando
dal Papa saranno chiamati ad intervenire in qualche Concilio. III Per
servizio dell'esercito del Re, se essi saranno in quello. IV Se saranno
chiamati dal Re; ove è da notare, che in questi tempi non cadea dubbio
alcuno, se i Principi potessero chiamare i Prelati, nè questi facevano
difficoltà d'ubbidire alle chiamate, come si cominciò a pretendere
negli ultimi tempi; se bene nel Regno i nostri Principi sempre si siano
mantenuti in questo possesso, con discacciar i renitenti dal Regno nel
caso non ubbidissero. V Se il Re per suo servigio gli mandava altrove,
siccome indifferentemente soleva fare, impiegandogli sovente negli
affari della Corona; e per ultimo se l'occasione portasse, che il Re
dovesse ospiziare nelle loro terre. In tutti questi casi si permette
a' Prelati poter riscuotere da' loro vassalli gli adjutorj, ma si
soggiunge nella medesima Costituzione, che debbano farlo moderatamente.

Quell'altra, che si legge sotto il titolo _de novis edificiis_, se
bene in alcune edizioni portasse in fronte il nome di Ruggiero, ed in
altre quello di Guglielmo, è chiaro però, che non sia nè dell'uno, nè
dell'altro. L'Autore della medesima fu Federico II come è manifesto
da quelle parole, _ab obitu divae memoriae Regis Gulielmi consobrini
nostri_, intendendo Federico di Guglielmo II, che fu suo fratello
consobrino, come nato da Guglielmo I, fratello di Costanza madre di
Federico.

La vigesima è sotto il titolo _de servis, et ancillis fugitivis_.
Proibisce per quella Guglielmo, ritenere i servi fuggitivi; ed ordina
nel caso sian presi, che immantenente si restituischino a' padroni,
se si sapranno: se saranno ignoti, impone che debbano consegnarsi a'
Baglivi, i quali tosto dovranno trasmettergli alla sua Gran Corte e
facendo altrimenti, s'impone pena ai trasgressori, anche agli stessi
Baglivi, della perdita di tutte le loro sostanze da applicarsi al
Fisco: ma Federico nella Costituzione _de Mancipiis_, dà un anno
di tempo a' padroni di ricuperargli, da poi alla Gran Corte saranno
trasmessi.

L'ultima è quella che si legge sotto il titolo _de pecunia inventa
in rebus alienis_. Se l'altre leggi di Guglielmo sinora annoverate
mostrano l'avidità, che ebbe questo Principe di cumular denari, e
d'imporre tante pene pecuniarie, onde s'arricchisse il suo erario,
maggiormente lo rende manifesto questa, che siamo ora a notare.
Guglielmo sin dall'anno 1161 avea stabilita legge, che chi trovasse un
tesoro, lo trovava per lo Re[53]. In questa, ora ordina che chiunque
ritrovasse oro, argento, pietre preziose ed altre simili cose, che non
siano sue, debba immantenente portarle a' Giustizieri, o Baglivi del
luogo, ove saranno trovate, i quali tosto debbano trasmetterle alla
sua Gran Corte, altrimente come ladro sarà punito. Dichiarando ancora
generalmente, che tutto ciò che nel suo Regno sarà trovato, del quale
non apparisca il padrone, al suo Fisco spezialmente s'appartenga.
Vuol che alla sua pietà si debba ciò che soggiunge, cioè che se fra
lo spazio d'un anno taluno proverà esserne di quelle il vero padrone,
debbansi a lui restituire, ma quello trascorso, stabilmente al Fisco
s'ascrivano. Federico II, nella seguente Costituzione approva la legge,
e questo solo aggiunge, che le robe trovate s'abbiano a conservare
da' Giustizieri e Baglivi delle regioni, ove si trovarono, non già
trasportarsi nella Gran Corte, non parendogli giusto, che i padroni
di quelle per giustificare e provare esser loro, e per ricuperarle,
da lontani luoghi abbiano con molto loro dispendio e travaglio da
ricorrere alla Gran Corte da essi remota.

Queste sono le leggi del Re Guglielmo I, che a Federico piacque
ritenere, e che volle unire colle sue e con quelle di Ruggiero suo
Avo; poichè l'altra, che si legge sotto il titolo _de adulteriis
coercendis_, dove, quando non vi sia violenza, si commette a'
Giudici ecclesiastici la cognizione dell'adulterio, a cui uniformossi
l'Imperadrice Costanza per una sua carta rapportata dall'Ughello, non
è, nè di Ruggiero, nè di questo Guglielmo: ella è di Guglielmo II, suo
figliuolo, come si vedrà chiaro quando delle leggi di questo Principe
farem parola.

Fassi ancora da alcuni Guglielmo autore della Gran Corte, e ch'egli
fosse stato il primo a stabilir questo Tribunale; nè può dubitarsi,
che nell'anno 1162 uno de' Giudici di questa Gran Corte fosse stato
Carlo di Tocco Commentatore delle nostre leggi longobarde. Ma siccome
ciò è vero, così non potrà negarsi, che la Gran Corte a' tempi di
Guglielmo era quella eretta in Palermo, ove tenea collocata la sua sede
regia, non già quella, che a' tempi di Federico II, e più di Carlo I
d'Angiò, veggiamo stabilita in Napoli. In tempo di Guglielmo, Napoli
non era riputata più di qualunque altra città del nostro Reame, anzi
Salerno, e (prima d'averla egli così mal menata) Bari sopra le altre
estolsero il capo. E se bene alcuni rapportano, che questo Principe di
due famosi castelli avesse munita Napoli, cioè di quello di Capuana
contro gli aggressori di terra e dell'altro dell'Uovo, per que' di
mare, ancorchè altri ne facessero pure autore Federico: niun però
potrà negare, che questa città da Federico II, cominciasse pian piano
a farsi capo e metropoli di tutte l'altre, così per l'Università degli
studi, che v'introdusse, come per li Tribunali della Gran Corte e
della Zecca, chiamato poi della Camera Summaria; e che non prima de'
tempi di Carlo I di Angiò fosse sede regia, ove si riportavano tutti
gli affari del Regno, e che finalmente la resero capo e metropoli di
tutte le altre, come si vedrà chiaro nel corso di quest'Istoria. Ne'
tempi di quest'ultimi Re normanni, non vi era in queste nostre province
città, che potesse dirsi capo sopra tutte l'altre. Ciascuna provincia
teneva i suoi Giustizieri, Camerari ed altri particolari Ufficiali,
nè l'una s'impacciava degli affari dell'altra. Nè in questi tempi il
numero delle medesime era moltiplicato in dodici, come fu fatto da poi
(se debbiamo prestar fede al Surgente)[54] nei tempi di Federico; ma
le nostre regioni erano divise secondo i Giustizieri, che si mandavano
a reggerle, onde presero il nome di Giustizierati e poi di province,
governandosi da' Presidi, come s'intenderà meglio ne' libri che
seguiranno di questa Istoria.


  FINE DEL LIBRO DUODECIMO.



STORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI

LIBRO DECIMOTERZO


La morte di Guglielmo I, e l'innalzamento al Trono di Guglielmo II
suo figliuolo fece mutar tantosto in tranquillità lo stato delle cose
del Regno; poichè l'avvenenza del fanciullo e la sua benignità trasse
di modo a se l'amore e la benevolenza di tutti, che ancor quelli,
ch'erano stati acerbi nemici del padre, fecero proponimento di essergli
fedelissimi, dicendo bastare con la morte del vecchio Re essersi tolto
di mezzo l'autor di tutti i mali, nè doversi all'innocente fanciullo
imputar la colpa della tirannia del padre. Intanto la Reina Margherita
sua madre, fatti convocar tutti i Prelati e Baroni del Regno, lo fece
solennemente coronare nel Duomo di Palermo da Romoaldo Arcivescovo
di Salerno: alla qual celebrità, oltre i Prelati ed i Baroni, fuvvi
innumerabil concorso del Popolo della città, che accompagnollo, finita
l'incoronazione, insino al palagio reale con molti segni d'amore e
d'allegrezza. E la Reina, la quale per la tenera età del figliuolo,
che appena dodici anni compiva e non era atto a governare il Regno,
avea di quello presa la cura, volendo, come saggia, accrescere l'amor
dei Popoli verso di lui, fece porre in libertà tutti i prigioni, e
rivocò dal bando quelli, che v'erano stati mandati dal Re Guglielmo,
richiamando Tancredi Conte di Lecce, e togliendo parimente via molte
gravezze imposte da lui, scrisse a tutti i Maestri Camerarj della
Puglia e Terra di Lavoro, che per l'avvenire non esigessero più
quell'insopportabile peso, chiamato _redemptionis_, che avea ridotte
all'ultima disperazione quelle province[55]. Restituì i Baronaggi a cui
erano stati tolti, e ne concedè molti altri di nuovo a diverse persone,
donando ancora con larga mano molti beni a varie Chiese.

Ma l'aver ella voluto, contro quel che suo marito avea disposto nel
suo testamento, innalzar soverchio Gaito Pietro, e farlo superiore nel
Governo a Matteo Notajo, ed all'Eletto di Siracusa, dandogli tutto il
Governo nelle mani, cagionò nuovi disturbi nel palazzo reale; poichè
gli altri Cortigiani invidiosi della sua grandezza, presa baldanza
dalla fanciullezza del Re, e poco stimando il non fermo imperio della
donna, cominciarono di nuovo a porre in rivoltura la Casa del Re,
consigliere della quale fu Gentile Vescovo d'Agrigento, il quale,
resosi carissimo all'arcivescovo di Reggio, cominciò a tender insidie
all'Eletto di Siracusa, ed a corrompere insieme Matteo Notajo; e
portarono la cosa in tale sconvolgimento, che obbligarono ancora a
Gaito Pietro di fuggirsene in Marocco sotto la protezione di quel Re.
Ma sedati (dopo varj avvenimenti, che ben a lungo vengon narrati dal
Falcando) questi rumori, ed essendo rimaso l'Eletto nel suo luogo, come
prima era, giunsero poco da poi in Palermo gli Ambasciadori mandati
da Emanuele Imperadore d'Oriente, il quale avendo avuta contezza della
morte di Guglielmo, inviò a rinovar la pace col nuovo Re, ed offerirgli
per moglie l'unica sua figliuola con l'Imperio in dote: li cui
Ambasciadori furon lietamente accolti, e rinovossi di presente la pace;
ma il parentato non si potè conchiudere allora per le molte difficoltà,
che occorsero nel trattarlo.

Passarono nel secondo anno del Regno di Guglielmo, non meno in Sicilia,
che in Puglia alcune turbolenze cagionate, non da forze esteriori,
ma dalle discordie di que' del Palazzo, e di alcuni Baroni del Regno,
che obbligarono al Gran Cancelliere, ch'era allora Stefano di Parzio,
figlio del Conte di Parzio parente della Regina (che lo chiamò di
Francia, ed a cui la somma del Governo dopo molti avvenimenti era
caduta) di persuadere al Re, che partisse da Palermo, e lo fece andare
a Messina, ove più dappresso potesse por quiete alle cose di Puglia.
Ma questi moti del Regno, a riguardo di que' maggiori, che si vedeano
in Lombardia, ed a petto di ciò, che allora passava tra il Pontefice
Alessandro III coll'Imperadore Federico Barbarossa, erano di piccola
considerazione, e riputati come di facile componimento: siccome non
passò guari, che il tutto fu posto in pace e tranquillità. Erano gli
occhi di tutti rivolti all'Imperadore Federico, il quale con grande
e poderosa oste era calato in Italia, per far guerra al Pontefice
Alessandro, ed a' Romani, i quali avendo voluto combattere senz'ordine
alcuno, e con troppa baldanza, furono da Federico posti in rotta,
uccidendone, e facendone prigioni grosso numero, essendosi gli altri
appena potuto con la fuga salvare entro le mura della loro città. Il
Papa e tutto il Popolo si vide in grande afflizione, e l'Imperadore
avuta contezza del felice successo, avendo già presa Ancona, e stando
in pensiero di passare in Puglia sopra gli Stati del Re Guglielmo,
venne prestamente anch'egli col rimanente del suo esercito a Roma[56],
ed avendo dato un gagliardo assalto alla porta del Castel S. Angelo,
combattè poscia la chiesa di S. Pietro, e non potendola agevolmente
prendere vi fece attaccare il fuoco: il perchè smarriti i defensori,
la diedero in sua balia, ed Alessandro temendo della furia di
lui, abbandonato il palagio di Laterano, si ricovrò nella casa de'
Frangipani, e colà si afforzò con tutti i Cardinali entro una torre
della Cartolaria.

L'Imperadore nella vegnente domenica fece dal suo Antipapa Guidone da
Crema cantar solennemente la messa nella chiesa di S. Pietro, e fece
coronarsi colla Corona reale, e 'l lunedì, in cui si celebrò la festa
di S. Pietro in Vincula, si fece dal medesimo Antipapa con nobil pompa
coronare Imperadore insieme con Beatrice sua moglie.

Il nostro Guglielmo, che seguitando in ciò l'esempio di suo padre
continuava con Alessandro la medesima corrispondenza ed unione, tanto
che costui non s'offese punto, che Guglielmo si fosse fatto incoronare
Re senza sua saputa, come gli altri suoi predecessori avean preteso:
avendo inteso l'angustie nelle quali si ritrovava il Papa, e saputo
il pensiero di Federico di passare in Puglia sopra i suoi Stati,
ritrovandosi, come si è detto in Messina, mandò tosto ad Alessandro due
sue galee con molta moneta, acciocchè avesse potuto sopra esse partir
di Roma, le quali giunte improvviso al Tevere, consolarono estremamente
con la lor venuta Alessandro; il quale non volendo per allora partirsi
dalla città, trattenuti seco gli Ambasciadori del Re otto giorni,
gli rimandò indietro, rendendo molte grazie al loro Signore di così
opportuno soccorso, e diede parte della moneta a' Frangipani, e parte
a Pier Leoni, acciocchè con maggior costanza, e valore avesser difesa
la città. Ma vedendo poscia, che l'Imperadore tentava di farlo deporre
dal Papato, e che i Romani cominciavano a mancargli di fede; vestitosi
da peregrino, uscì con pochi de' suoi assistenti di Roma, e si ricovrò
a Gaeta, ove essendo prestamente seguito da' Cardinali, ripreso l'abito
ponteficale, se n'andò a Benevento.

Ma non passò guari, che Federico fu obbligato tornarsene in Alemagna;
perciocchè essendo stato assalito il suo esercito da mortifera
pestilenza, fra lo spazio di otto giorni morirono quasi tutti i
suoi soldati, e i suoi maggiori Baroni che avea seco, fra' quali
furono Federico Duca di Baviera, il Conte di Vastone, Bercardo Conte
d'Arlemonte, il Conte di Sesia, Rinaldo Arcivescovo di Colonia con
un suo fratello, ed il Vescovo di Verdun; ond'egli con pochi de' suoi
arrivò in Alemagna.

Intanto nella Sicilia eran accadute nuove turbolenze, e nuovi tumulti,
pure per le medesime cagioni di cortigiani, e degli antichi familiari
della Casa del Re, che per non appartenere all'istituto dell'Istoria
presente molto volentieri le tralasciamo; tanto più che minutamente
furono alla memoria de' posteri tramandate da Ugone Falcando, e
modernamente con molta diligenza raccolte da Francesco Capecelatro
nella sua Istoria de' Re normanni, e da Agostino Inveges nella sua
Istoria di Palermo. Seguì ancora in questi medesimi tempi la famosa
congiura fatta da' Siciliani contro il Cancellier Stefano di Parzio,
che finalmente l'obbligarono a partirsi da Palermo, e ricovrarsi
in Palestina, ove morì, scritta in più luoghi da Pietro di Blois
Arcidiacono di Battona, uomo chiarissimo, il quale da Francia passò
con lui nell'isola, ed insegnò per un anno lettere al Re Guglielmo, e
fu suo Segretario e Consigliere, ed essendo stato eletto Arcivescovo
di Napoli per opera de' suoi nemici per allontanarlo con sì fatta
cagione dalla Corte, rinunciò il Vescovado. E dimorato per cagion
della sua infermità, dopo la partita del Cancelliere, per alcuno
spazio in Sicilia, quantunque pregato da Guglielmo a restarvi per
sempre, promettendogli di tenerlo in grande stima, perchè avea preso in
orrore i costumi de' Siciliani per ciò che aveano fatto al Cancelliere
Stefano; non volle a patto alcuno rimanervi. Di lui abbiamo oggi
giorno molte sue opere, ed un volume di epistole, e fu uno de' maggiori
Letterati, che fiorissero in questo secolo[57]. Fin qui distese la sua
famosa Istoria Ugone Falcando siciliano, il quale avendo cominciato
la sua narrazione dalla morte del Re Ruggiero seguita nel principio
del 1154, e dandole fine nel presente anno 1170, egli ordì un'erudita
istoria di 15 anni, con tanta eleganza, ch'è veramente cosa da
recar maraviglia, come in tempi così incolti, egli sì politamente la
scrivesse.

Era in questo mentre morto in Roma Guido da Crema Antipapa, detto
Pascale III, ch'era stato creato in luogo d'Ottaviano per opera
dell'Imperador Federico; e perchè non vollero i suoi seguaci cedere
al Pontefice Alessandro, ne crearono in quest'anno 1170 tantosto il
terzo, che fu un tal Giovanni Ungaro Abate di Strumi, che Calisto III
chiamarono; benchè Alessandro che dimorava a Benevento, fosse stato
intanto riconosciuto come vero Pontefice da tutti i Cristiani, fuor
che da Cesare, e da alcuni suoi Tedeschi. Partissi poscia Alessandro da
Benevento per andar in Roma; ma li Romani sdegnati con lui, perchè avea
ricevuto in sua grazia il Conte di Tuscolo loro scoverto nemico, non lo
vollero ricevere, laonde ritornò in dietro a Gaeta, e quivi molto tempo
si trattenne; indi si partì per Alagna, ove fermò sua residenza.

Inviò in questo l'Imperador Emanuele nuovi messi a Guglielmo, i quali
conchiusero con lui il maritaggio di sua figliuola nomata Icoramutria,
e statuirono il tempo da condurla per mare in Puglia; ed il Re poco
stante col fratello Errico Principe di Capua, se ne passò a Taranto
per ricever colà la novella sposa; ma il perfido Greco, non sapendosi
la cagione, spregiando le pattovite nozze, non curò d'inviar la
fanciulla. Altri[58] niente scrivono di questo fatto, anzi rapportano,
che Guglielmo per non disgustarsi col Papa, ricusò queste nozze. Che
che ne sia, Guglielmo partissi da Taranto, e gitosene a Benevento
inviò il Principe suo fratello, ch'era infermato gravemente, a
Salerno, acciocchè imbarcandosi sulle galee passasse più agiatamente
a Palermo per ricuperar sua salute, la qual cosa non gli giovò;
perciocchè gli si aggravò di modo il male, che giuntovi appena, se ne
morì nel decimoterzo anno della sua vita, e nell'anno 1172 dell'umana
Redenzione. Fu con nobil pompa seppellito nel Duomo presso il sepolcro
dell'Avolo Ruggiero, e di là poi trasportato nella chiesa di Monreale,
ove si vede sinora il suo avello[59].

In questo Errico finirono i Principi di Capua normanni, i quali tennero
questo Principato 114 anni, incominciando dal primo, che fu Riccardo
Conte d'Aversa nell'anno 1058, insino ad Errico figliuolo di Guglielmo
I in quest'anno 1172, nel quale mancò la lor successione, poichè non
essendo a Guglielmo II nati figliuoli, non potè ad esempio di suo
padre, e del suo Avolo Ruggieri continuar quest'istituto, che coloro
tennero di crear uno de' loro figliuoli Principe di Capua; e quantunque
del Re Tancredi, che a Guglielmo II succedette, si dovesse credere,
che avrebbe continuato il medesimo costume; nulladimanco, stando
questi sempre implicato in continue guerre, e mancandogli figliuoli
maggiori, prevenuto egli poco da poi dalla morte, non potè praticarlo.
E gli altri Re posteriori estinsero affatto questo Principato, e
_Dinastia_; poichè sebbene ne' pubblici Atti avessero serbato il nome
del Principato, come s'osserva essersi praticato insino all'anno 1435
nel Regno di Giovanna II[60], nulladimanco, toltone questo nome, fu
in tutto il resto il Principato estinto, e coloro che ne' seguenti
anni tennero Capua, non devono così nella dignità, come nel dominio
esser paragonati a questi Principi a' quali furono di molto intervallo
inferiori.

La morte d'Errico recò a Guglielmo gravissimo cordoglio, il quale poco
da poi portossi anch'egli in Sicilia, donde nell'anno 1174 avendo
ragunata una grossa armata, la inviò in Alessandria d'Egitto contro
il Saladino, per favoreggiare i Cristiani, che colà militavano, sotto
il comando di Gualtieri di Moac, che pochi anni da poi fu creato
suo Ammiraglio[61]. E volendo il medesimo Re nella pietà superare i
suoi maggiori, parte de' tesori, che aveano essi accumulati, impiegò
nella fabbrica d'un superbo tempio non guari da Palermo lontano in un
colle chiamato _Monreale_, che ornollo di superbi lavori di marmo e
di mosaico; ed avendolo arricchito di grosse rendite consistenti in
molte città e castelli, ed in ricchi poderi, e fornitolo di arredi
regali e preziosi, lo dedicò a nostra Signora, sotto il nome di S. M.
Maria Nuova, dandolo a' PP. dell'Ordine di S. Benedetto. Nè qui deve
tralasciarsi, che i primi ch'ebbero la cura di questo tempio furono i
Monaci del monastero della Trinità della Cava, che da Guglielmo furono
da queste nostre parti richiamati in Sicilia; perchè per la fama della
lor santità, essendo sparsa da per tutto, erano da' Principi normanni,
e sopra tutti da Guglielmo, in sommo pregio tenuti. Crebbe poi il
Santuario, poichè oltre la santità de' Monaci ivi adoperati per li
divini Uffici, per consiglio di Matteo Gran Protonotario di Sicilia,
creato, come scrive Riccardo da S. Germano, già Vicecancelliere del
Regno, Guglielmo impetrò da Papa Alessandro III, che la chiesa suddetta
non fosse sottoposta a niuno Arcivescovo, Vescovo o altra persona
ecclesiastica, ma solamente al Pontefice romano, ed indi da Lucio
III la fece ergere in Arcivescovado. Il tutto si fece da Matteo per
dispetto di Gualtieri Arcivescovo di Palermo, nella cui giurisdizione
ella era, il quale per le gare solite della Corte era suo fiero nemico,
e Gualtieri in processo di tempo ben seppe vendicarsene, e gliene rese
il contraccambio, come diremo. Il primo Arcivescovo, che fu creato di
Monreale fu Fr. Guglielmo Monaco del monastero della Cava, che n'era
stato in prima Priore. Questo luogo, per cagion del famoso tempio quivi
edificato, concorrendovi ad abitare molta gente, divenne in breve una
famosa e ricca città, ed ora il suo Prelato per le numerose rendite,
ch'egli tiene, è un de' maggiori e più stimati della Sicilia.



CAPITOLO I.

_Nozze del Re GUGLIELMO II con GIOVANNA figliuola d'ERRICO II Re
d'Inghilterra. Sconfitta data dai Milanesi all'esercito dell'Imperador
FEDERICO; e pace indi conchiusa dal medesimo con Papa ALESSANDRO III._


Intanto l'Imperador Federico di Svevia era calato di nuovo in Italia
con grande e poderoso esercito, ed avea cominciata crudel guerra in
Lombardia; e mentre quella con varj avvenimenti seguiva, considerando
Federico di quanta potenza fosse il Re di Sicilia, tentò di distorlo
dall'amicizia e confederazione del Pontefice, e trarlo dalla sua parte;
onde per mezzo di Tristano suo Cancelliere gl'inviò in quest'anno
1176 ad offerire la figliuola per moglie, ed a persuadergli, che
avesse fatta parimente con lui perpetua lega e compagnia[62]. Ma il
Re considerando, che questo maritaggio e questa pace non sarebbero
piaciute ad Alessandro, ed avrebbero recato grave danno agli affari
della Chiesa, ributtando l'offerta dell'Imperadore non ne volle far
nulla. Sdegnato sommamente Federico del rifiuto, tosto scrisse in
Alemagna per nuovo soccorso di gente da guerra per domare i Lombardi,
che gli facevano valorosa resistenza, e sollecitò Tristano suo
Cancelliere, che calasse col suo esercito ad assalire il Reame di
Puglia. Giunsero nel principio della state Filippo Arcivescovo di
Colonia, con molti altri gran Baroni tedeschi, e grosso stuolo di
valorosi soldati, co' quali unitosi Cesare presso l'Alpi, calò nel
Milanese per danneggiar que' luoghi; ed affrontatosi con l'esercito
de' Collegati, che gli andò all'incontro, vi cominciò crudele ed
ostinata battaglia, nella quale furon rotti ed uccisi per la maggior
parte gli Alemanni, e Federico abbattuto da cavallo corse gran rischio
di lasciarvi anch'esso la vita, e si salvò a gran fatica, fuggendo
con pochi de' suoi dentro Pavia, ove giunto consolò l'Imperadrice sua
moglie, che per quattro giorni, non avendo di lui novella, l'avea
pianto come morto[63]. Tristano, ch'era già venuto con un altro
esercito ad assalire il Reame, ed avea campeggiata la Terra di Celle,
essendogli giti all'incontro Tancredi Conte di Lecce, che rivocato
dall'esilio, era stato già ricevuto in grazia del Re, e Ruggiero Conte
d'Andria con molti altri Baroni, e buona mano di soldati Regnicoli,
ributtato da loro se ne ritornò anch'egli addietro senza poter far
effetto alcuno.

Intanto Guglielmo, non avendo avuto alcun effetto il matrimonio
maneggiato colla figliuola dell'Imperador d'Oriente, ed avendo
rifiutato l'altro della figliuola di quello d'Occidente, trovandosi in
età di ventitrè anni e solo, pensò seriamente a non dover differire
di vantaggio il suo ammogliamento: onde per consiglio del Papa inviò
Elia Vescovo di Troja, Arnolfo Vescovo di Capaccio e Florio Camerota
Giustiziero, ad Errico II Re d'Inghilterra a chiedergli Giovanna sua
figliuola per moglie; li quali ricevuti lietamente dal Re, e ragunata
un'Assemblea de' suoi Baroni con il di loro consiglio gradì la
dimanda degli Ambasciadori, e conchiuse il parentado[64]. E tantosto
dall'Arcivescovo d'Eborace, e da altri Signori inglesi fece condurre
la figliuola insino alla città di S. Egidio, ove si trovarono presti a
riceverla Alfano Arcivescovo di Capua, Riccardo Vescovo di Siracusa e
Roberto Conte di Caserta con venticinque galee condotte dall'Ammiraglio
Gualtieri di Moac, e la condussero a Napoli, ove celebrarono la Pasqua
di Resurrezione. Ma infastidita la fanciulla dal mare, per la via di
Salerno e di Calabria n'andò per terra, e passato il Faro, in Palermo
si condusse, dove fu pomposamente accolta dal Re suo marito, e fatte le
nozze fu coronata Regina di Sicilia.

Allora fu, che Gualtieri Arcivescovo di Palermo, per mano di cui
passarono queste funzioni, presentandosegli sì opportuna congiuntura
richiese al Re, che i delitti d'adulterio fossero castigati da'
Vescovi nella diocesi ove eran commessi, e che i delitti dei Cherici
fossero conosciuti da' loro Prelati; ond'è, che a sua richiesta fosse
stata da Guglielmo fatta quella Costituzione, che ancor oggi leggiamo
nel volume delle nostre Costituzioni sotto il titolo _de Adulteriis
coërcendis_, la quale con errore de' nostri s'attribuisce a Guglielmo
I suo padre. Ma se deve prestarsi fede ad Inveges[65], questi rapporta
un privilegio di Guglielmo fatto alcuni anni prima colla data in aprile
dell'anno 1172 e drizzato _Comitibus, Justitiariis, Baronibus, et
universis Bajulis, qui sunt de Parochia, et Dioecesi Archiepiscopatus
Panormi_, ove il Re comanda, che il delitto dell'adulterio sia della
giurisdizione di Gualtieri Arcivescovo di Palermo. Ed in fatti nel
Regno della Regina Costanza vedesi, che la conoscenza di questo delitto
per privilegio de' nostri Re s'apparteneva agli Ecclesiastici, ciocchè
poi andò in disuso, e solamente loro rimase la conoscenza sopra i
delitti de' Cherici delle loro diocesi.

Era a questi tempi costume, che anche i Re soleano costituire i dotarj
alle loro mogli, onde Guglielmo costituì alla Regina Giovanna il suo;
e nelle addizioni fatte dall'Abate Giovanni alle Cronache di Sigeberto
abbiamo la scrittura, nella quale questo dotario[66] fu costituito[67],
concedendosi alla Regina a questo nome la città di Monte S. Angelo, la
città di Vesti con tutti i suoi tenimenti e tutte le loro pertinenze;
ed in suo servigio le concedè ancora de' tenimenti del Conte Gaufrido,
Lesina, Peschici, Vico, Caprino, Varano, Ischitella e tutto ciò che il
Conte suddetto teneva del Contado di Monte S. Angelo. Di vantaggio le
concedè Candelaro, Santo Chierico, Castel Pagano, Bisentino e Conavo.
In oltre il monastero di S. Giovanni in Lama, ed il monastero di S. M.
di Pulsano con tutti i tenimenti che i suddetti monasteri tenevano del
Contado suddetto di Monte Sant'Angelo.

L'Imperador Federico, dopo ricevuta sì grande sconfitta da' Milanesi,
seriamente pensando, che mal poteva sostenere la guerra contro i
Lombardi nell'istesso tempo, che avea per suoi nemici il Papa ed
il Re Guglielmo, si dispose, esortato anche da' suoi Baroni, che
si protestavano non volerlo più seguire, se non si riconciliava col
Pontefice, di chiedere schiettamente, e senza fraude alcuna la pace ad
Alessandro; e poichè i maneggi di questa pace, e l'andata del Papa in
Vinegia, variamente sono stati narrati da' moderni Scrittori, i quali
avendo di molte favole riempiute le loro istorie, diedero anche la
spinta a' dipintori di prendersi queste licenze; però seguitando le
orme de' più diligenti Scrittori, e sopra tutto degli accuratissimi
Capecelatro ed Agostino Inveges, i quali con più diligenza degli
altri rintracciarono questi successi dagli Autori contemporanei, e
spezialmente dall'Istoria di Romualdo Arcivescovo di Salerno, il quale
a tutto personalmente intervenne come Ambasciadore del Re Guglielmo,
non dovrò aver rincrescimento di partitamente narrargli, quali
realmente avvennero, giacchè non saranno riputati estranei e lontani
dal nostro istituto, anzi a quello molto proprj e confacenti.

Disposto pertanto Federico d'unirsi con Alessandro, inviò ad Alagna,
ove dimorava, suoi Ambasciadori a chiedergli la pace: questi furono il
Vescovo di Maddeburg, l'Arcivescovo di Magonza, l'Eletto di Vormazia, e
'l Protonotario dell'Imperio, uomini tutti quattro di grandissima stima
e più volte adoperati da lui in simili affari. Questi avendo esposto
le loro commessioni al Papa, dopo vari trattati, che durarono quindici
giorni continui, finalmente diedero qualche sesto alle differenze
tra il Papa, ed il loro Signore; ma premendo assai più per la pace
d'Italia, che si accomodassero gli affari de' Milanesi e delle altre
città di Lombardia, il quali non era convenevole, che si trattassero in
loro assenza; e considerandosi ancora, che non potevasi dar perfetto
compimento ad una sicura pace senza la persona dell'Imperadore e
de' Deputati di quelle città, che v'aveano da intervenire; fu perciò
conchiuso, che il Papa passasse tantosto in Lombardia, per abboccarsi
con Federico, e che perciò si dasse libero il passaggio e salvocondotto
da ciascuna delle parti di potere chiunque volesse liberamente andare
ove dovea ragunarsi tal Assemblea e dimorarvi e partirsi a suo piacere.
A tal effetto inviò il Papa il Cardinal Ubaldo Vescovo d'Ostia,
Rinaldo Abate di Monte Cassino Cardinal di S. Marcellino, e Pietro del
lignaggio de' Conti di Marsi a ricevere il giuramento di serbar tal
sicurezza da Cesare e dagli altri Collegati, e ad eleggere il luogo,
ove s'avea a far l'abboccamento; e fu stabilito di consentimento di
ambe le parti, che fosse la città di Bologna. Inviò anche il Papa suoi
messi al Re Guglielmo a significargli, che avesse mandati alcuni de'
suoi Baroni per assistere a tal bisogno in nome di lui; perciocchè
non intendeva conchiudere pace alcuna con l'Imperadore, ove non fosse
compreso anch'egli, che così costantemente avea sempre favoreggiati gli
affari della Chiesa[68]; la quale ambasciata udita dal Re, v'inviò di
presente Romualdo Arcivescovo di Salerno, autore di questa relazione,
e Ruggiero Conte d'Andria Gran Contestabile; acciocchè intervenissero
in suo nome a tutto quello, che fosse stato mestiere. E dopo questo
partì il Pontefice d'Alagna, e per la via di Campagna venne a Benevento
e di là passò a Siponto ed a Vesti, ove s'imbarcò su le galee fattegli
apprestare dal Re Guglielmo con molti Cardinali, che girono in sua
compagnia, e con i suddetti Ambasciadori navigò felicemente a Vinegia,
ove a grand'onore ricevuto, albergò nel monastero di S. Niccolò del
Lito, e nel seguente giorno fu dal Doge e dal Patriarca e da numeroso
stuolo di Vescovi con gran concorso di Popolo condotto nella chiesa di
S. Marco, e di là se ne passò al palagio del Patriarca, ch'era stato
apprestato con gran pompa per suo alloggiamento.

L'Imperador Federico intesa la venuta del Pontefice a Vinegia
inviò colà il Vescovo di Maddeburg, l'Eletto di Vormazia, e 'l suo
Protonotario a chiedergli, che gli fosse a grado di stabilire altro
luogo per l'appuntato abboccamento, avendo la città di Bologna
sospetta, per esser colà entro molti suoi nemici. Alla qual dimanda
rispose Alessandro, ch'essendosi quel luogo statuito non solo da
lui, ma da' comuni Ambasciadori e da tutti i Collegati lombardi, non
poteva senza il voler di ciascuno d'essi cambiarlo in altro; ma che
non perciò s'impedirebbe la comune concordia; onde prestamente fece
convocar i Deputati di tutte le parti a Ferrara e gitovi anch'egli
ragunò una Assemblea entro la chiesa maggiore di quella città dedicata
a S. Giorgio, ove convennero tutti, ed egli ragionò lungamente sopra
gli affari della pace. Ed essendo sopraggiunti sette Legati da parte
di Cesare, si deputarono dal Pontefice altri sette Cardinali; e per
la Lega de' Lombardi furon destinati il Vescovo di Turino, e quelli
di Bergamo e di Como, l'Eletto d'Asti, Gerardo Pesce milanese, Goezzo
Giudice da Verona ed Alberto Gammaro bresciano, i quali dopo vari
contrasti, intervenendovi parimente gli Ambasciadori del Re Guglielmo,
di comun consentimento statuirono che l'abboccamento si facesse a
Vinegia.

Il Pontefice prestamente spedì Ugone da Bologna e Ranieri Cardinali con
alcuni altri Lombardi al Doge ed al Popolo vinegiano (essendo a questi
tempi la potestà pubblica presso i Nobili ed il Popolo insieme, non
come oggi ne' soli Nobili ristretta[69]) a chieder loro, che avesser
data sicuranza che potesse egli, e tutti gli altri, ch'eran seco per
lo detto trattato di pace entrar nella loro città e dimorarvi, ed
uscirne a lor talento senza ricever noia alcuna, aggiungendo che non
consentissero, che Cesare contro il voler del Papa vi potesse venire;
ed avendo i Vinegiani senza molto riflettere a quest'ultima dimanda
conceduto ad Alessandro quel che chiedeva, si partì egli immantenente
da Ferrara ed a Vinegia ritornò. Si diede quivi per tanto principio a'
negoziati della pace, ma riuscendo per le molte difficoltà e differenze
insorte, malagevole a potersi conchiudere, perchè non andasse a vuoto
tutto ciò, che fin allora erasi adoperato, pensò Alessandro, che
almeno dovesse conchiudersi una triegua, che durasse sei anni con i
Lombardi, e quindici col Re di Sicilia; nel che essendo venuti gli
altri, s'attendeva solo il consenso di Cesare per istabilirla; e gito
il Cancelliere all'Imperadore con tal proposta, prima si sdegnò; ma
da poi acconsentì con condizione, che il Papa restituisse all'Imperio
lo Stato della Contessa Matilde; ma questa proposta non fu accettata
da Alessandro; onde dilungandosi l'affare, perchè l'Imperadore era a
Pomposa, luogo di piacere presso Ravenna, e vi voleva molto tempo ad
andare e ritornare i messi, che gli s'inviavano per gli affari, che
occorrevano in tal bisogno si contentò Alessandro per agevolare il
trattato a richiesta del Cancelliere e degli altri Deputati di Cesare
ch'esso venisse insino a Chiozza luogo quindici sole miglia lungi da
Vinegia e che di là non passasse avanti senza espressa sua licenza. Ma
venuto che vi fu Federico, ne girono alcuni de' popolani di Vinegia
a ritrovarlo, e dirgli che non indugiasse ad entrare nella città,
perchè colla sua presenza avrebbero sicuramente fatta la pace in suo
vantaggio, ed essi avrebbero adoperato ogni sforzo per farlo entrare.

Aveva mandato in questo mentre Alessandro a Chiozza suoi Legati a dire
a Cesare, che se egli era risoluto di far triegua per sei anni con i
Lombardi e per quindici col Re Guglielmo, il giurasse nelle lor mani,
perchè poscia con la sua benedizione sarebbe potuto entrar nella città.
Ma Federico a cui eran piaciute l'offerte de' popolani, ed aspettava,
che l'avesser recate ad effetto, simulando essergli nuovo il trattato,
e consumando il tempo in varie consulte, trasportava di giorno in
giorno la risposta; onde sospettando i Cardinali che l'Imperadore
macchinasse qualche inganno, erano entrati in gran confusione, nè
sapean che farsi: ed i popolani di Vinegia volendo porre in opera
la promessa fatta a Federico, si ragunarono insieme nella chiesa di
S. Marco, e tumultuando contro il Doge, gridavano ch'era cosa molto
biasimevole, che Cesare dimorasse travagliato dal calor della stagione,
da' pulci e dalle zanzare senza potere entrare in Vinegia, la qual
ingiuria riserbando egli nel suo animo, l'avria poscia sfogata a più
opportuno tempo contro di loro e contro i lor figliuoli; perlocchè
volevano, che invitatovi dalla Repubblica, e di voler di tutti loro
v'entrasse di presente: le quali cose avendo con molta baldanza
significate al Doge, fu da lui risposto, che s'era giurato al Pontefice
di non far entrare l'Imperadore senza sua licenza: ma nulla giovandogli
presso il Popolo tumultuante questa scusa, alla fine bisognò cedere, e
mandare alcuni de' medesimi a dire al Papa, ch'era loro intendimento
di far entrare Cesare in Vinegia, i quali ritrovandolo che dormiva,
senza voler soprastare menomo tempo, irreverentemente lo svegliarono ed
espostagli con arroganza l'ambasciata, a gran pena si contennero per
le parole del Pontefice d'indugiare fino al vegnente giorno a farlo
venire.

Sparsasi di repente per la città la novella di tal fatto, temendo i
Lombardi e gli altri, ch'erano ivi per lo trattato della pace, che se
Federico entrasse contro il voler del Papa, non gli facesse prigioni,
avendo già sospetta la corta fede de' Vinegiani, sgombrarono tantosto
via, e ne girono a Trivigi. Ma gli Ambasciadori del Re Guglielmo niente
spaventati di tal fatto, furono prestamente a ritrovare il Papa, ad
avvalorarlo e dargli animo, che di nulla temesse, poich'essi avean
quattro galee ben armate; su le quali l'avrebbero eziandio contro
il volere de' Vinegiani trasportato ove gli fosse stato a grado, e
avrebber saputo farsi attendere la fede data da' Vinegiani; dopo di
che ne girono a casa del Doge, e ritrovandolo con molti Vinegiani,
cominciarono a rinfacciargli i beneficj, che il loro Signore avea lor
fatti, che non meritavano questo tratto, e che se sapessero, che essi
permettevano di far entrare Federico nella lor città senza licenza
del Pontefice, essi non avriano attesa tal venuta, ma che subito se
ne sariano andati via in Sicilia, ed avriano detto al lor Principe
ciò che ne conveniva per vendicar questi torti. Ma non montando nulla
tai parole col Doge, ancor ch'egli con dolci risposte s'ingegnasse
di trargli al suo volere, con assicurargli, che non avesser niun
timore della venuta dell'Imperadore, sdegnosamente ritornarono al
loro albergo e dissero sul partire dal Doge, che avrebber procacciato,
che il lor Signore si vendicasse con convenevol castigo dell'ingiuria
che riceveva; e fecero apprestare i legni per partirsi nel seguente
mattino. La qual cosa sparsasi tra' Vinegiani, recò loro grandissima
paura, temendo, se costoro si fossero andati via così sdegnati,
non avesse con tal cagione il Re Guglielmo fatti prigionieri tutti
i Vinegiani, che dimoravano nel suo Reame. Il perchè grosso stuolo
di coloro, ch'eran congiunti di sangue a que' ch'erano in Puglia,
mossi a tumulto ne girono al Doge a dirgli che non era convenevole,
che per aggradire a Cesare, dal quale mai non avean ricevuto comodo
alcuno, si facesse nimistà, sdegnando in cotal guisa i suoi Legati,
col Re Guglielmo, da' cui Stati traean continuamente tante utilità,
arrischiando di più la vita ed i beni de' lor parenti che colà
dimoravano; e che lor palesasse chi erano stati coloro, ch'avean
consigliato a far entrar l'Imperadore in Vinegia prima di conchiudere
la pace col Pontefice, ch'erano apparecchiati con l'armi alle mani di
farne vendette.

Vedendo il Doge ed il Senato sì ostinata risoluzione e temendo non
si movesse grave sedizione e si venisse dentro la città all'armi,
inviarono prestamente persone di molta stima a pregare il Papa che lor
perdonasse la noia, che gli avean data e che facesse ogni sforzo con
gli Ambasciadori di Guglielmo, di non fargli partire: ma mostrando di
star saldi nel loro proponimento non ostante le preghiere del Papa
e del Doge, fur cagione, che nel seguente mattino si pubblicasse
una grida in Rialto d'ordine della Repubblica, che niuno avesse più
ardito di favellar dell'entrata di Cesare nella città, se in prima non
l'avesse comandato il Pontefice.

Pervenuta a Federico in Chiozza questa novella, vedendosi fallita
ogni speranza, cominciò a parlar benignamente co' Cardinali, che
colà dimoravano, degli affari della pace; ed essendogli altresì
apertamente detto dal suo Cancelliere, e dagli altri Baroni tedeschi,
che bisognava finirla con Alessandro e riconoscerlo per legittimo
Pontefice, finalmente alle persuasioni de' medesimi s'indusse ad inviar
addietro a Vinegia co' Cardinali il Conte Errico da Diessa a prometter
con giuramento, che tosto ch'egli vi fosse entrato avrebbe giurata e
confermata la triegua con la Chiesa, col Re di Sicilia, e co' Lombardi
nella stessa guisa appunto, ch'era stata trattata per li Deputati
d'ambe le parti.

La qual cosa posta ad effetto dal Conte, ne girono d'ordine del
Pontefice i Vinegiani con sei galee a levar l'Imperadore, e 'l
condussero insino al monastero di S. Niccolò, e nel seguente giorno,
avendo Alessandro udita la sua venuta, se n'andò con tutti i Cardinali,
con gli Ambasciadori del Re, e co' Deputati de' Lombardi alla chiesa di
S. Marco, ed inviò tre Cardinali con alcuni altri a Federico, i quali
assolvettero lui e tutti i suoi Baroni dalle censure della Chiesa.
Dopo questo andarono il Doge e 'l Patriarca, accompagnati co' primi
Nobili di Vinegia, a S. Niccolò, e fatto salir l'Imperadore sopra i
loro legni con molta pompa il condussero insino a S. Marco; ove per
veder sì famoso spettacolo era ragunata immensa moltitudine di Popolo:
e Federico disceso dalla nave n'andò tantosto a' piedi d'Alessandro,
il quale coi Cardinali e con molti altri Prelati era pontificalmente
assiso nel portico della Chiesa e deposta l'alterigia della Maestà
imperiale, levatosi il mantello, si prostrò innanzi a lui con il corpo
disteso in terra, umilmente adorandolo: dal qual atto commosso il
Pontefice lagrimando, da terra il sollevò, e baciandolo il benedisse:
e poi cantando i Tedeschi il _Te Deum_ entrarono ambedue in S. Marco,
donde l'Imperadore, ricevuta la benedizione dal Papa, ne andò ad
albergare al palagio del Doge, ed il Papa con tutti i suoi ritornò al
solito ostello.

Così ne' principj d'agosto di quest'anno 1177 fu conchiusa e confermata
la triegua[70] data da Federico a' Lombardi per sei anni, ed a
Guglielmo per quindici, che fu giurata da Federico, ed anche dal
Conte di Diessa, e da dodici Baroni dell'Imperio in nome di Errico suo
figliuolo. La giurarono ancora dalla lor parte l'Arcivescovo Romualdo e
Ruggiero Conte di Andria, Ambasciadori del Re, promettendo, che fra due
mesi l'avrebbe Guglielmo confermata, e fatta altresì giurare da diece
altri suoi Baroni: siccome per tal effetto furono da Federico mandati
suoi Ambasciadori in Sicilia, i quali giunti il nono giorno di agosto
di quest'anno 1177 a Barletta, quindi si portarono in Palermo, ove
furono lietamente accolti dal Re, il quale per Ruggiero dell'Aquila in
nome di lui, e per undici altri suoi Baroni diede compimento al dovuto
giuramento: e fatto simigliante giuramento dai Deputati delle città
di Lombardia, scioltasi l'Assemblea, ritornò ciascuno lieto al suo
albergo.

Stabilita in cotal guisa la concordia fra il Papa e Federico, ne
corse tantosto la novella a' seguaci dell'Antipapa, i quali anch'essi
cedendo, ne vennero ai piedi d'Alessandro, rinunciando lo scisma, e
furon da lui benignamente ricevuti in sua grazia: e Giovanni da Struma
Antipapa, detto da' suoi seguaci Calisto III nell'anno seguente 1178,
uscendo da Monte Albano, ove s'era ricoverato, essendo già il Papa
Alessandro partito da Vinegia, ed andato a Tuscolo, venne anche egli
a porsi a' suoi piedi, e l'adorò come vero Pontefice, dando fine allo
scisma, che per diciassette anni continui era durato, e ne fu Giovanni
dal Papa creato Arcivescovo e Governador di Benevento, ove poco da poi
morì di dolor d'animo.

Ed intanto il Papa e l'Imperadore erano già partiti da Vinegia,
essendosene Cesare, che fu il primiero, andato a Ravenna, ed il
Pontefice sopra quattro galee de' Vinegiani passato a Siponto, e di
là per lo cammino di Troia e di Benevento portossi ad Alagna: e poco
da poi chiamato da' Romani nella lor città, vi entrò il giorno della
festa del B. Gregorio, e vi fu con nobil pompa ricevuto. E l'Imperadore
dimorato non guari a Ravenna, se n'andò in Lombardia, e di la passò in
Alemagna.

Ed in cotal guisa terminarono questi successi, che variamente scritti
da' moderni Istorici, e particolarmente da alcuni Siciliani, a' quali
l'istesso Agostino Inveges da Palermo non potè prestar fede alcuna,
aveano di mille favole riempiuto i lor volumi. Noi intorno a ciò non
potevamo aver miglior testimonio, che Romualdo Arcivescovo di Salerno
della regal schiatta de' Normanni, e Prelato di grande stima, il quale
come Ambasciador del Re Guglielmo personalmente intervenne a tutto, e
che nella sua Cronaca lo tramandò alla notizia de' posteri, al quale
più che ad ogni altro Scrittore deve prestarsi indubitata fede.


§. I. _Dominio del Mare Adriatico._

Favola dunque è tutto ciò, che si narra d'esser Alessandro gito a
Vinegia sotto mentito abito di peregrino, e quel ch'è più degno di
riso, che quivi per molto tempo si fosse trattenuto, e nascosto con far
il mestiere di cuoco. Favola parimente dee riputarsi ciò, che scrissero
delle parole dette da Alessandro quando Federico fu ad inchinarsegli,
e le risposte da costui date al medesimo. La pugna navale, che si
figurò tra l'armata de' Vinegiani con quella finta di Federico, che
non avea allora armata di mare, e quel ch'è più, di avervi preposto per
capitano Ottone suo figliuolo, che secondo il Sigonio, non potea aver
più che cinque anni, e mille altri sognati avvenimenti, infelicemente
sostenuti da Cornelio Francipane in quella _allegazione_, che si vede
ora impressa nel sesto tomo dell'opere del P. Paolo Servita.

Ma non meno deve riputarsi vano quel che parimente scrissero, che
in quest'incontro Papa Alessandro avesse conceduto a' Vinegiani
amplissimi privilegi della superiorità e custodia del Mare Adriatico,
e che quindi sia nata quella celebrità, che ogni anno costumasi in
quella città nel dì dell'Ascensione di sposar il mare; quasi che ad
Alessandro appartenesse conceder il dominio de' mari, siccome gli altri
Pontefici lo pretesero della terra. Dalla moderazione d'Alessandro
tali esorbitanze non doveano credersi, e gran torto si è fatto alla
memoria di quel Pontefice, che conosceva i confini della sua potestà,
e se Federico gli fu avverso, e sovente ebbe a contender con lui, non
fu per altro, se non perchè a torto non voleva riconoscerlo per vero
Pontefice, della qual discordia approfittandosi le città di Lombardia,
quindi fu, che sursero le tante contese e travagli che 17 anni tennero
miseramente afflitta la Chiesa di Roma.

Conobbe questa verità quel bravissimo istorico Francesco
Guicciardino[71], il qual parimente scrive di tal concessione
d'Alessandro non apparire nè in istorie, nè in iscritture memoria o
fede alcuna, eccetto il testimonio de' Vinegiani, il quale in causa lor
propria, e sì ponderosa deve esser pur troppo sospetto. Ma i Vinegiani
stessi più saggi, ed intesi delle memorie andate, ben anche han
riprovata questa falsa credenza de' loro compatrioti; ed il lor famoso
Teologo e Consiglier di Stato, Fr. Paolo Servita, nel _Dominio del
Mar Adriatico_, si è sforzato ben a lungo di pruovare, che i Vinegiani
siano padroni del Golfo non già per concessione d'Alessandro, o d'altri
Pontefici o Imperadori, ma, come nato insieme colla Repubblica, per
altro titolo, che da' nostri Giureconsulti verrebbe chiamato _pro
derelicto_: pretendendo egli, che gli ultimi Imperadori d'Oriente
distratti in varie imprese, non avendo potuto per mancanza d'armate
mantener la custodia del Golfo, l'abbandonarono, nulla curando che
altri l'occupasse, e quindi essere avvenuto, che i Vinegiani resisi
da poi potenti in mare, trovando il possesso vacuo; e non essendo
allora il Golfo sotto il dominio d'alcuno, se ne fossero impadroniti, e
contrastatolo da poi contra chiunque ha voluto tentare di disturbargli.

Ma se mai, siccome della terra, potesse acquistarsi dominio alcuno
del mare, e non ripugnasse la natura istessa, come ben a lungo provò
l'incomparabile Ugon Grozio in quel suo libro che a tal fine intitolò
_Mare liberum_; e volesse ammettersi ciò che in contrario scrisse
Giovanni Seldeno in quell'altro suo libro, che per opporlo a quello
di Grozio intitolò _Mare clausum_; pure con maggior ragione pretesero
i nostri maggiori, che il dominio del Mare Adriatico dovesse più
tosto appartenere a' nostri Re di Sicilia, che alla Repubblica di
Vinegia; non per quel titolo al quale invano ricorrono i Vinegiani;
poichè niun Principe ebbe quel Golfo per abbandonato, tenendo sempre
in animo di racquistarlo, quando le forze potevan somministrargli il
modo; ma per ragion di conquista, che i nostri Normanni fecero sopra
i Greci, i quali, declinando l'Imperio di Oriente, furono padroni di
tutti questi Golfi, che circondano queste nostre regioni; non potendo
(secondo che s'è potuto notare ne' precedenti libri di questa Istoria)
porsi in dubbio, che sino a' tempi di Carlo M. gl'Imperadori Greci
eran Signori dell'Adriatico, e che quivi spesso mandavano le loro
armate per mantenere in Puglia la lor dominazione, contro l'invasione
delle Nazioni straniere; anzi sovente i Vinegiani s'univano co' Greci
contro gli sforzi di Carlo M. e di Pipino suo figliuolo, che cercavano
disturbargli dal dominio dell'Adriatico; di che una volta sdegnato
fieramente Pipino, per essere i Vinegiani concorsi a favorire, e
soccorrere di denaro, e di gente li Greci: dopo avergli scacciati
dall'Adriatico, e distrutta la loro armata, si inoltrò negli ultimi
recessi del Golfo contro i Vinegiani, e prese una gran parte della
loro città, che si componeva allora di molte isolette; ed avrebbero
i Vinegiani patito l'ultimo sterminio, e sarebbero passati sotto la
dominazione di Pipino Re d'Italia, se Carlo M. suo padre non avesse
tosto riprovato il fatto, e data loro pace, incolpando i Duci loro
d'essersi uniti coi Greci, non già i Vinegiani[72]. La qual guerra però
fu a' medesimi profittevole, perchè una gran parte di quelle genti,
che per tutti que' stagni, e lidi diversi abitavano (ch'erano pure a
Vinegia soggette, e come parte, e membri di questa città) lasciando le
stanze loro, se ne vennero ad abitare sopra sessanta isolette picciole,
ch'erano intorno a Rialto, giungendole insieme con ponti, alle quali
poi fu dato aspetto d'una grande e magnifica città, e stabilitavi la
presidenza de' Duchi, ed il Consiglio pubblico.

Ed avendo da poi i Normanni discacciati i Greci dalla Sicilia, dalla
Puglia e dalla Calabria, non può dubitarsi, che i nostri Principi
scorrevano a lor posta con poderose armate l'Adriatico, e tralasciando
cento altre occasioni, ch'ebbero di navigarvi con armate, nell'anno
1071, quando il famoso Duca Roberto Guiscardo fu chiamato in ajuto da
Ruggiero suo fratello mentr'era nell'assedio di Palermo, v'accorse
egli con poderosa armata di 58 navi traversando l'Adriatico, come
scrisse Lupo Protospata[73]. E ne' tempi, che seguirono, essendo
passate sotto la dominazione di essi Normanni tutte queste province, il
famoso Ruggiero I Re, non contento di tanti e sì sterminati acquisti,
resosi potente in mare assai più che non erano gl'Imperadori istessi
d'Oriente, portò le sue vittoriose insegne non pur in Dalmazia, nella
Tracia, e fin alle porte di Costantinopoli, ma corsero le sue poderose
armate insino all'Affrica, ove fece notabili conquiste di città e di
province. Nè vi fu Principe al Mondo in questi tempi, che lo superasse
per forze marittime, e d'armate navali, le quali sovente combattendo
con quelle dell'Imperadore d'Oriente, anche potente in mare, ne riportò
sempre trionfi e piene vittorie. Ciò si è potuto anche conoscere dalle
tante armate, che mantenevano, tanto che non bastando un Ammiraglio
per averne cura; fu d'uopo crearne molti, a' quali prepose un solo,
che perciò fu chiamato _Admiratus Admiratorum_; siccome era appellato
Giorgio Antiocheno Grand Ammiraglio ne tempi di Ruggiero, e Majone
ne tempi di Guglielmo suo figliuolo. E fu ne' tempi di questi Re
normanni così grande la loro potenza in mare, che non vi era lido, o
porto ne' loro dominj, che (oltre d'esser provista ciascuna provincia
d'Ammiraglio) non avessero questi ancora altri Ufficiali minori a
lor subordinati, alla cura de' quali si apparteneva la costruzione
de' vascelli e delle navi, di reparargli, e disporgli per mantener
libero il commercio e di tener li Porti in sicurezza, e ciò in tutta
l'estensione de' loro Reami, e in tutti i lati marittimi, ed avendo
l'Adriatico molti Porti nella Puglia, e per tutta quell'estensione,
ch'è la più grande di quel Golfo (ne' quali sovente anche l'armate,
che venivano da Sicilia solevano ricovrarsi) nel Regno di Ruggiero, dei
due Guglielmi, e degli altri Re suoi successori, fu quel Golfo sempre
guardato, e ripieno di navi e d'armate de' Re di Sicilia; anzi in
congiunture di viaggi e di espedizioni navali, i Porti più frequentati
e scelti a tal fine erano que' di Vesti, di Barletta, Trani,
Bisceglia, Molfetta, Giovenazzo, Bari, Mola, e di Monopoli, oltre a
quelli di Brindisi, d'Otranto, di Gallipoli, e di Taranto posti quasi
tutti nell'Adriatico; ed i pellegrinaggi per Terra Santa in Soria,
sovente per l'Adriatico si facevano. L'armate di Federico, e d'Errico
Imperadori indifferentemente ne' Porti dell'Adriatico si fermavano: per
l'Adriatico si trasportava l'oste per Soria, ed in fine tutte l'altre
imprese della Grecia, e di Levante per questo Golfo si disponevano.

E se bene nel Regno degli Angioini non fosse stata tanta la potenza in
mare de' Re di Sicilia, nulladimanco non è, che i due Carli d'Angiò, e
gli altri Re di quella stirpe, non avessero mantenute poderose armate
di mare, tanto che non avessero potuto disporre di quel Golfo a loro
arbitrio e piacere, siccome quando dall'occasione si richiedeva il
facevano.

Ne' tempi posteriori, e particolarmente sotto gli Aragonesi, per
essere a' nostri Re mancate tante forze di mare, ed all'incontro
cresciute quelle de' Vinegiani, nacque, che navigando essi nel Golfo
a lor piacere, senza temer d'armata di Principe vicino, avessero essi
preteso il dominio di quel Golfo, ed avessero da poi preteso d'impor
legge a coloro, che vi navigavano: di non permettere che entrassero in
quello armate navali: di vendicar le prede, che in esso si facevano,
e con loro licenza permettersi il trasporto delle merci; e per la
debolezza de' Principi vicini, giunsero insino a non permetter che
altre armate potessero navigare il Golfo, siccome con non piccol scorno
de' Spagnuoli avvenne, quando essendosi casata Maria con Ferdinando
Re di Ungheria figliuolo di Cesare, sorella del Re Filippo IV e con
numeroso stuolo di galee, e con pompa degna di tanti Principi, giunta
a Napoli, per passare per l'Adriatico a Trieste con la stessa armata
Spagnuola: i Vinegiani per non pregiudicare al loro preteso dominio
di quel Mare, s'opposero con tal ostinazione, che si dichiararono,
che se gli Spagnuoli non accettavano la loro offerta, di condurla
essi colla loro armata, stassero sicuri, che converrebbe alla Reina
tra le battaglie, ed i cannoni passare alle nozze; tanto che bisognò
vergognosamente cedere, e la Reina per la strada d'Abruzzi giunta in
Ancona, fu ricevuta da Antonio Pisani con tredici galee sottili, che
la sbarcò a Trieste[74]. In tanta declinazione si videro le nostre
forze marittime a tempo degli ultimi Re di Spagna; ma se si voglia
aver riguardo a' secoli andati, e spezialmente a questi tempi de' Re
Normanni con maggior ragione potevano vantar il dominio di quel Mare
i Re di Sicilia, che i Vinegiani. Quindi è che presso di noi, tra'
manuscritti della regal giurisdizione rapportati dal Chioccarello[75],
si trovi notato per uno de' punti controvertiti, se il dominio del Mare
Adriatico sia dei Vinegiani, o più tosto de' Re di Napoli.

(Si conferma tutto ciò dal vedersi, che le scritture che uscirono a'
tempi del Re _Filippo III_ de' Veneziani per sostenere questo dominio,
siccome quella del P. _Paolo_ Servita (dove nell'ultima parte si
risponde a' Dottori napolitani, infra i quali al Reggente de _Ponte_)
e del _Francipane_, furono composte per rispondere ad alcune Scritture
date fuori in contrario da' Napolitani; siccom'è manifesto dall'ultima
Edizione dell'Opere del P. _Paolo_ stampate in Venezia in 4.º ancorchè
colla data di _Halmstat_, dove nel frontispizio nell'Allegazione del
_Francipane_ si legge: contra alcune scritture de' Napolitani).


§. II. _I Veneziani sono stati Soggetti degli Imperadori d'Oriente e
d'Occidente._

Chiunque attenderà lo stato delle cose di quei tempi, secondo che ce
lo rappresentano non meno gli antichi Annali, e Monumenti estratti
dalla voracità del tempo, che gli Storici contemporanei, si accorgerà,
che le province di Venezia e d'Istria col seno del mare Adriatico,
che le bagna, nella decadenza dell'Imperio di Occidente, ubbidivano
agl'Imperadori di Oriente. Quando _Giustiniano_ Imperadore riunì
al suo Imperio di Oriente tutta l'Italia per lo valore di quei due
celebri Capitani _Belisario e Narsete_, non è dubbio, che l'Istria e
le regioni de' Veneti erano appartenenze dell'Orientale Imperio. Le
Regioni marittime de' Veneti dall'Istria si stendevano sino alla città
di Ravenna: siccome ce n'assicura _Procopio_ scrittor contemporaneo,
il quale descrivendo queste regioni, così ne parla[76]: _Sequitur,
cui Dalmatiae nomen, et quae cum ipsa Occidentalis Imperii finibus
comprehenduntur: proxima Liburnia, huic Istria; dein Regio Venetorum,
ad Ravennam urbem porrecta._

Quando la prima volta i Franzesi sotto que' loro famosi Capitani
Leutario, e Buccellino invasero questa parte d'Italia, ed occuparono
i luoghi terrestri dei Veneti, tenendo i Greci i luoghi marittimi,
siccome ci rende testimonianza lo stesso _Procopio_[77]; _Narsete_
mandato da _Giustiniano_ in Italia in luogo di Belisario gli scacciò da
tutti que' luoghi terrestri del tratto Veneto, siccome fece anche dalla
Liguria, avendo sconfitto interamente i Franzesi; a segno che in Italia
non gli restò nè pur un picciolo castello.

Queste province dopo la morte di Giustiniano passarono al suo successor
_Giustino_: e questi avendo istituito in Italia l'Esarcato di Ravenna,
non vi è dubbio, che gran parte del territorio Veneto fosse porzione
dell'Esarcato, giacchè _Procopio_ ci descrive, che la Region Veneta
si distendeva fin alla città di Ravenna: _Regio Venetorum ad Ravennam
urbem porrecta_. Ciocchè per antichi monumenti fin'all'ultima evidenza
dimostrano _Girolamo Rubeo_[78] e _Ludewig_[79], il quale nella
vita di _Giustiniano M._[80], non ebbe difficoltà di dire esser cosa
chiara: _Venetum agrum vel territorium portionem fuisse Exarchatus non
infimam_.

Ma avendo da poi _Carlo M_. interamente scacciati da questa parte
d'Italia non meno i Greci, che i Longobardi, e fatto Re d'Italia
_Pipino_ suo figliuolo, le Venezie sottratte dall'Imperio d'Oriente,
furon rese province del Regno Italico, siccome con verità scrisse
_Costantino Porfirogeneta_[81], dicendo, che d'indi in poi le Venezie
non soggiacquero all'Oriente, ma furon fatte _Provincia Italici
Regni_. Quindi gl'Imperadori di Oriente per reintegrare all'Imperio,
da questa parte, i lor confini, ebbero con _Carlo M._ or guerre,
or tregue, or convenzioni e paci, per le quali finalmente, siccome
rapporta Eginardo[82], fu convenuto, che a Carlo fossero aggiudicate
le due Pannonie, l'Istria, le Venezie, la Liburnia, e la Dalmazia,
lasciandosi all'Imperadore costantinopolitano le città marittime della
Puglia, la Calabria e la Sicilia. _Carolus_, scrive Eginardo, _utramque
Pannoniam, et appositam in altera Danubii ripa Daciam, Histriam quoque
et Liburniam, atque Dalmatiam, exceptis maritimis Civitatibus, quas ob
amicitiam, et junctum cum eo foedus Constantinopolitanum Imperatorem
habere permisit, adquisivit._

Ma per i luoghi terrestri di quelle province rimasti a Carlo, e per le
città marittime lasciate a gl'Imperadori greci; non durò fra medesimi
ed i Re francesi lungo tempo buona armonia; poichè nell'anno 806.
_Paolo_ Principe di _Zara_, ed i Legati di Dalmazia, non meno che i
Duchi di Venezia, che riconoscevano per loro Sovrani gl'Imperadori
di Oriente, mal sofferendo la potenza de' Francesi, come troppo lor
vicina, ricorsero all'Imperadore _Niceforo_, perchè gli prestasse
ajuto per non essere da quelli oppressi, siccome leggesi negli Annali
_Laurisheimensi_ ad An. 806 de' quali non si dimenticò _Simone Stanh.
Histor. Germ. in Carolo M._ che ne rapporta varj pezzi: _Statim post
Natalem Domini_ (si legge ne' medesimi) _venerunt Wilharius et Beatus
Duces Venetiae_; _nec non et Paulus Dux Jaderae, atque Donatus, ejusdem
civitatis Episcopus, Legati Dalmatorum, ad praesentiam Imperatoris cum
magnis donis, et facta est ibi ordinatio ab Imperatore de Ducibus et
Populis tam Venetiae, quam Dalmatiae._

Ed in effetto l'Imperadore _Niceforo_ non tardò in gennaro del seguente
anno 807 di mandar una classe marittima ne' porti di Venezia sotto il
comando di _Niceta_, per ricuperar la Dalmazia, siccome si aggiunge
negli Annali stessi: _Classis a Nicephoro Imperatore, cui Niceta
Patricius pracerat, ad recuperandam Dalmatiam mittitur_. Ma giunta che
fu questa flotta ne' porti di Venezia, _Pipino_ costituito Re d'Italia
da _Carlo_ suo padre, fatta tregua con _Niceta_ fino al mese d'agosto,
tanto fece sicchè l'indusse a ritornarsene, come soggiungono gli Annali
stessi ad An. 807 _Niceta Patricius, qui cum Classe Costantinopolitana
in Venetia se continebat, pace facta cum_ Pipino _Rege, et induciis
usque ad Augustum constitutis, regreditur._

Ma i Veneziani e i Dalmatini, che desideravano, che sempre fosse accesa
guerra tra' Greci e' Franzesi, per profittare nel torbido, nutrendo per
ciò fra di loro gare e contenzioni, indussero l'Imperadore Niceforo nel
809 che mandasse la seconda volta in Dalmazia e Venezia un'altra armata
sotto _Paolo_: la quale spedizione ebbe varj successi: nel principio
giunta l'armata a Venezia, si rese padrona dell'Isola di Comiaclo, ma
attaccata poi l'armata da _Pipino_ e fugata; fu obbligata ritirarsi ne'
Porti di Venezia, come dicono gli Annali suddetti Laurisheimensi ad An.
809 _Classis de Constantinopoli missa, primo Dalmatiam, deinde Venetiam
adpulit, cumque ibi hiemaret pars ejus Comiaclum Insulam accessit,
commisso praelio, victa atque fugata Venetiam recessit._

_Paolo_ Prefetto dell'armata, vedendo non poter resistere alle forze
di _Pipino_, cominciò a trattar di pace col medesimo; ma i Duchi di
Venezia _Wilhario_, e _Beato_, i quali di mala voglia soffrivano, che
_Paolo_ volesse trattar di pace con _Pipino_, fecer ogni sforzo per
impedirla, anzi con frodi ed inganni tentarono d'insidiar la di lui
persona: sicchè avendo _Paolo_ conosciute le loro insidie e frodi
l'obbligarono a partire; come soggiungono gli annali stessi: _Dux
autem, qui Classi praeerat, nomine Paulus, cum de pace inter Francos
et Graecos constituenda, quasi sibi hoc esset injunctum, apud Pipinum,
Italiae Regem, agere moliretur, Wilhario et Beato Venetiae Ducibus,
omnes conatus ejus impedientibus, atque ipsi etiam insidias parantibus,
cognita illorum fraude discessit_.

Il Re Pipino conosciuta la perfidia de' Duchi di Venezia, i quali
proccuravano fomentar gare e guerre irreconciliabili tra Greci e
Franzesi per sottrarsi in questi torbidi dagli uni, e dagli altri, si
risolse di soggiogarli affatto; e mossa la sua armata per mare, ed il
suo esercito per terra; soggiogata Venezia, li obbligò a rendersi, e di
passare, come tutti gli altri Popoli d'Italia, sotto il suo dominio,
come narra il Monaco Egolismense pag. 63 scrivendo _Pipinus Rex,
perfidia Ducum Venetiarum incitatus, Venetiani bello, terra marique
jussit adpetere subjectaque Venetia, ac Ducibus ejus in deditionem
acceptis etc_.

Ma il generoso e magnanimo Carlo suo padre, non volendo rompere gli
antichi patti e convenzioni per le quali s'erano lasciati questi
luoghi marittimi di Dalmazia e di Venezia all'Imperio greco, trattò
egli la pace coll'Imperadore _Niceforo_, e nel seguente anno 810 gli
ristituì Venezia, siccome rapportano gli annali di Francia ad An.
810 _Carolus pacem cum Nicephoro Imperatore fecit, et ei Venetiam
reddidit_. E di vantaggio, avendo fatto imprigionare, e privato di
tutti gli onori _Wilhario_ per la sua perfidia, dovendo mandare
suoi Legati in Costantinopoli a confermar questa pace, nell'anno
seguente 811 co' Legati suddetti fece condurre _Wilhario_ Duca di
Venezia all'Imperadore, perchè come suo Signore il riconoscesse,
siccome portano gli Annali Laurisheimensi ad An. 811 dicendo: _Pacis
confirmandae gratia Legati Costantinopolim mittuntur.... et cum eis....
Wilharius, Dux Venetorum... qui propter perfidiam honore spoliatus,
Constantinopolim ad Dominum suum duci jubetur_.

Quindi è, che degl'Imperadori d'Oriente successori di _Niceforo_,
e spezialmente di Lione V Armeno restano ancora monumenti d'aver
esercitata la loro piena sovranità sopra i Veneziani, ridotti ad
abitare in quelle Isolette negl'ultimi recessi di quelle Lagune: i
quali sebbene avessero loro Duchi, che gli governavano, questi però
non eran riputati, che Ufficiali dell'Imperadore, decorati dell'onore
d'_Ippato_, ch'era una dignità Imperiale; e tutte quelle insegne, come
il Manto, il Corno ducale, e gli altri ornamenti, onde sono fregiati,
tutti erano onori, che gli provenivano dalla Corte di Costantinopoli.

Quindi i Veneziani vestivano alla greca con abiti talari, che ancor
ritengono, a differenza degli altri popoli d'Italia, come all'Imperio
d'Oriente sottoposti.

Onde quel Monumento, che prima si conservava nell'Archivio del
Monasterio delle Monache di S. Zaccheria di Venezia, e che ora insieme
con altri consimili leggiamo impresso in un libro stampato in Venezia
stessa _con licenza de' superiori_ nell'anno 1678 intitolato, _il
silenzio di S. Zaccheria snodato_: non dee sembrar cotanto ingiurioso
a' Veneziani: sicchè severamente, proibiscano il tenerlo proccurando di
sopprimerlo, perchè non ne resti vestigio.

In questo Libro si legge un Attestato di _Giustiniano Participatio_
Doge di Venezia, a' tempi dell'Imperadore _Lione V Armeno_, che sedè
nell'Imperio d'Oriente dopo _Niceforo_ intorno l'anno 813, nel quale
la fondazione, o sia ampliazione di quel Monasterio si attribuisce
a _Lione_, chiamato dal Doge suo Signore, con obbligo alle Monache
d'incessantemente pregare Dio per la salute dell'Imperadore, e suoi
Eredi: Eccone le parole: _Cognitum sit omnibus CHRISTI, et Sancti
Romani Imperii Fidelibus tam praesentibus, quam ex illis, qui post
nos futuri erunt, tam Ducibus quam Patriarchis, atque Episcopis,
seu caeteris Primatibus. Quod ego Justinianus Imperialis Hippatus
et Venetiarum Dux, per revelationem Domini nostri Omnipotentis, et
jussione Domini Serenissimi Imperatoris pacis seu, et Conservatoris
totius Mundi LEONIS: Post multa nobis beneficia concessa, feci
hoc Monasterium Virginum hic in Venetia, secundum quod ipse jussit
edificare de propria Camera Imperiali, et secundum quod iussit mihi,
statim cuncta necessaria auri, sive argenti dari jussit. Tum etiam
nobis Reliquias Sancti Zaccariae Prophetae, et lignum Crucis Domini,
atque Sanctae Mariae pannum, sive de vestimentis Salvatoris et alias
reliquias Sanctorum nobis ad Ecclesiam Sanctam consecrandam dari fecit.
Ad necessaria hujus operis etiam Magistros tribuit, ut citius opus
explerent, et expleto opere congregatio sancta incessanter pro salute
Serenissimi Imperatoris et suorum heredum orarent. De Thesauro vero,
quod manifestat sua carta cum litteris aureis, et totum donum, quod in
hoc loco ipse transmisit, in ipsa Camera salvum esse statuimus: Tamen
ipsam cartam in Camera nostri Palatii volumus, ut semper permaneat,
et ut non valeat aliquis hoc dicere, quod illud Monasterium Sancti
Zaccariae de alicujus Thesauro esset constructum, nisi de Sanctissimi
Domini nostri Imperatoris LEONIS_.

Nè l'aver mandato l'Imperadore quelle reliquie, perchè si riponessero
nella Chiesa, adombra punto l'autenticità della scrittura, come se
ciò non potesse attribuirsi a _Lione V_ creduto Iconoclasta; perchè
i Greci aveano tutta la venerazione a reliquie cotanto insigni; ma
volevano, che per ciò non segli prestasse _Culto Religioso_; oltre
che dopo il Concilio II di Nicea celebrato nell'anno 787 favorevole
alle Reliquie e Imagini, i Greci furon divisi, e chi stava per lo
Concilio Costantinopolitano, che le proibiva, chi per questo II Niceno;
e _Lione_ si adattò al costume d'Italia, dove non soleva consecrarsi
Chiesa senza qualche Reliquia di Martire, o di Santo.

I savj e dotti Veneziani, che non si lasciano trasportare dall'enfatico
stile de' loro moderni Storici, e singolarmente del Nani, con quelle
ampollose frasi di _Libertà nata colla Repubblica stessa_, non riputano
tali monumenti apocrifi, o strani, anzi riguardandosi ai passati tempi,
sono ben proprj e conformi allo stato delle cose d'allora: poichè ad
una Repubblica nuova stabilita negli ultimi tempi, non può certamente
adattarsi quella _innata Libertà_, che vantano: se non fosse caduto dal
Cielo in Terra un pezzo di Luna, o di altro Pianeta, sopra il quale
da' nuovi uomini si fosse stabilita libera; ma sempre che si parla
di nuova Repubblica fondata nell'Imperio, duopo è che riconoscano i
loro maggiori la subordinazione degl'Imperadori sian d'Oriente, ovvero
d'Occidente.

Anzi i Veneziani non meno degli uni che degli altri devono confessarla;
poichè in decorso di tempo sempre più decadendo le forze dell'Imperio
Greco in Italia, i successori di _Carlo M._ profittando della sua
ruina, tornarono ad aggiunger Venezia al Regno Italico, sicchè
_Lodovico_ e _Lotario_, se ne reser padroni, e v'esercitarono
sovranità, sino a far battere le loro monete col nome di _Venecias_,
come facevano delle altre città d'Italia da lor possedute.

Di queste Monete più Musei ne conservano le originali d'indubitata
fede, ed antichità. L'Autore dello _Squittinio della Libertà Veneta_,
nella _Giunta_ non se ne dimenticò. Il Sig. Petau Consigliere nel
Parlamento di Parigi, fece imprimere quella dell'Imperadore _Lodovico
il Buono_, dove da una parte si legge HLVDOVICUS IMP. e dall'altra
VENECIAS. Il Sig. le Blanc ha altresì fatto stampare una moneta di
_Lotario_, che porta da una parte VENECIAS. Ecco quella di Lodovico.

   [Illustrazione: Moneta]

Ma da poi nella decadenza dell'Imperio d'Occidente ne' Successori
di _Carlo M._ i Veneziani cominciarono, non essendo chi potesse
resistergli, a stabilire la Sovranità sopra la lor città, e luoghi
marittimi intorno sopra le ruine dell'Imperio d'Oriente, non meno che
di Occidente, decaduto ed avvilito anche esso ne' successori di _Carlo
M._ prima che facesse passaggio a' Germani sotto il grande, e poderoso
_Ottone_.

Questo Imperadore ristabilendo l'Imperio d'Occidente nello stato
primiero, e volendo essere riputato non meno che _Carlo M._ Signore
di tutte quelle Province, che costituivano il Regno Italico: sopra i
Veneziani esercitò pure la Sovranità, e tutte le alte ed Imperiali sue
preminenze: concedendo privilegj ed immunità alle loro Chiese co' loro
precetti, chiamati a que' tempi _Mundiburdj_, a richiesta de' Veneziani
stessi.

Quindi non dee sembrargli strano, se nel Libro medesimo _del Silenzio
di S. Zaccheria snodato_, si leggono de' consimili _Mundiburdj_,
conceduti a petizione di quelle Monache da varj Imperadori Germani
d'Occidente, continuati da _Ottone I_ sino all'Imperadore _Federico
Barbarossa_. Trascriveremo solamente quello di _Ottone_, istromentato
nell'anno 963 poichè gli altri susseguenti non sono che conformi di
questo primo, secondo il costume di que' tempi, che le Chiese secondo
si rifaceva un nuovo Imperadore, ricorrevano dal medesimo per ottener
la conferma de' precedenti: Eccone le parole.

_In nomine Sanctae et individuae Trinitatis._ OTTO, _divina favente
Clementia, Imperator Augustus._

_Si petitionibus Servorum, et Ancillarum, justis et rationalibus
acquiescimius, ad animae nostrae salutem proficere non diffidimus.
Idcirco omnium fidelium Sanctae Ecclesiae nostrorum praesentium, ac
futurorum devotio noverit. Qualiter Joanna Abbatissa de Monasterio
Sancti Zachariae in finibus Venetiarum constructo, prope Palacium de
Rivoalto, et Joannes Presbyter, et Monachus noster Fidelis suggesserunt
nostrae Clementiae, quatenus pro Dei amore, et remedio animae nostrae,
cum cunctis facultatibus, rebusque mobilibus, et immobilibus, seu
familiis utriusque sexus ad eundem Monasterium Sancti Zachariae juste
pertinentibus, scilicet infra ditionem Regni nostri consistentibus,
tam per loca denominata, quae ibi contulit per Cartulas offeritionis
Ingelfredus Comes Filiusque Grimaldi, et Ildeburga Comitissa Uxor
Adalberti Comitis, cum suis haeredibus, sicut in textu ipsorum Cartulae
legitur: Videlicet, Curtem unam cum omnibus suis pertinentiis, in
finibus Montis Siricani positam in villa quae Petriolo nuncupatur,
similiter, et in Cona, et in Sacco, et in Lupa, et in Liquentia,
et Laurentiaca, una cum Terris, Vineis, Campis, Olivetis, Pratis,
Massaritiis, Piscariis, Silvis, Casis, Capellis, Pascuis, Aquis,
aquarumque decursibus, Montibus, Vallibus, Servis, et Ancillis, ad
ipsam Curtem de Petriolo aspicientibus in integrum, ut pars praedicti
Cenobii, cui nunc Joanna Ravennalis Venerabilis Abbatissa praeesse
videtur, cum omni integritate in usu, et sumptu Monacharum inibi
per tempora Deo famulantium perpetualiter permaneant, et sub nostrae
tuicionis, ac defensionis Mundiburdio consistant._

_Nos autem saluberrimas earum petitiones inspicientes hoc nostrae
immunitatis praeceptum fieri jussimus, per quod sancimus, ut jam
dictum Monasterium; cum suis rebus mobilibus, et immobilibus,
omnibusque mancipiis, et Colonis, Idventitiis et Peregrinis, Servis
et Ancillis, super terram ipsius praedicti Monasterii, infra Regni
nostri fines residentibus, sub nostra maneat immunitatis defensione;
ita ut nullus Marchio, Comes, vel quislibet pubblicus Actionarius,
seu alia, magna, parvaque persona, ex rebus saepe dicti Monasterii
modo juste, et legaliter vestita esse videtur, aut in antea ibidem
divina pietas amplificare voluerit, abstrahere aliquod, aut minuere,
quandoque praesumant; sed liceat supradicti Monasterii Abbattissae,
ejusque Successoribus in perpetuum res ejusdem Monasterii, sub nostrae
immunitatis defensione, quieto ordine possidere, cum omnibus ad se
pertinentibus, vel aspicientibus, tam rebus, quamque et mancipiis
liberis, et servis, super res jam dicti Monasterii residentibus.
Nullusque audeat eas injuste distringere, neque ab eis ullas illicitas
redibitiones, aut publicas angarias exigere. Ante omnia autem Abbatissa
ejusdem Monasterii, ejusque Successores, et omnes Monachae ibidem Deo
servientes, sub nostrae defensionis quiete perenni vivere permaneant.
Nullusque Reipublicae Minister eas per placita ventilare pertemptet,
nisi in praesentia Abbatissae quae per tempora ibi praeesse visa
fuerit, quatenus ipsas Ancillas Dei, quae ibidem Deo famulantur, pro
nobis statusque Regni nostri jugiter exorare delectent. Si quis igitur
hoc nostrae auctoritatis praeceptum et Mundiburdium infregerit, sciat
se compositurum auri optimi libras centum, medietatem Camerae nostrae,
et medietatem praedictae Abbatissae Joannae, vel ejus Successoribus.
Quod, ut verius credatur, et diligentius ab hominibus observetur, manu
propria roborantes, Annulo nostro sigillari jussimus. Signum Domini
OTTONIS Invictissimi, ac Magni Imperatoris Augusti._

   [Illustrazione: Sigillo]

_Lyurtgerius Cancellarius ad vicem Vidonis Episcopi Barda Cancellarii
recognovi et subscripsi._

_Acta 7. Kal. Septembris. Anno Dominicae Incarnationis 963. Indictione
6 Anno Imperii OTTONIS Magni Imperatoris Augusti secundo; Actum Monte
Feretrano ad Petrum S. Leonis._

Dopo gli _Ottoni_, sotto gli Errici, come sono varie le vicende
mondane, cominciò l'Imperio occidentale altra volta a decadere.
L'Imperadore _Federico Barbarossa_, pensava ristabilirlo; ma distratto
nella guerra di Soria, e dalle brighe, che gli diedero le città
di Longobardia, ed i Pontefici romani, non potè ridurre a fine la
magnanima impresa; e molto meno poteron tentarla i di lui successori,
_Errico_ e _Federico II_ per le gare e contenzioni, ch'ebbero colle
città medesime, e co' Papi, e co' loro Emoli dell'Imperio.

Morto Federico II, e contrastando i Germani fra di loro per l'elezione
del successore si vide nell'Imperio quel lungo interregno, che ciascun
sa; ed allora i più Potenti, e più città d'Italia cominciarono a
scuotere il giogo, e porsi in libertà, poichè non era chi potesse
validamente opporsi. Così i Veneziani che ne aveano gettati già i
fondamenti, stabilirono la sovranità sopra la loro città e luoghi
marittimi intorno, la quale poi col correr degli anni con lunga
prescrizione se la resero più stabile e ferma, non altrimente che
fecero gli altri Principi d'Italia sopra le ruine dell'Imperio
d'Occidente. Queste mondane vicende recarono a' Veneziani la loro
libertà, non già patto, o convenzione alcuna, siccome alcuni sognarono,
esser seguita tra gl'Imperadori greci, e que' di Occidente della linea
di _Carlo M._, dicendo, che questi per porre fra di loro un confine
stabile e fermo, avessero dichiarati immuni, e liberi i Veneziani
dall'uno, e dall'altro Imperio, siccome scrisse il _Sigonio_[83];
_Venetos inter utrumque Imperium positos, liberos atque immunes,
et ab utroque Imperatore securos vixisse_: e nell'anno 812 _novo
pacto libertati atque immunitati Venetorum imprimis cautum_. Nè fin
qui è stato chi avesse potuto mostrarci documento alcuno di questa
nuova convenzione e patto. Nè tante Collezioni, Cronache, ed antichi
annali, che a' tempi nostri sono stati impressi; nè Scrittore alcun
contemporaneo fa memoria d'una tal convenzione passata tra gl'Imperii
d'Oriente e que' di Occidente; nè si sa il _Sigonio_ onde l'abbia
tratta.



CAPITOLO II.

_Spedizione de' Siciliani in Grecia: nozze tra COSTANZA ed ERRICO Re di
Germania; e morte del Re GUGLIELMO e sue leggi._


Ma ritornando al nostro Guglielmo, molto poco ci rimane da notare
de' fatti di questo savio Principe; poichè terminando qui l'istoria
dell'Arcivescovo Romualdo, e non essendovi altri autori di que' tempi,
fuor che la Cronaca dell'Anonimo Cassinense, che si conserva in Monte
Cassino, alla quale Camillo Pellegrino fece alcune note, l'altra di
Riccardo da S. Germano, Roberto del Monte, e Niceta autor Greco,
che alcune cose brevemente scrivono di Guglielmo, rimangono tutti
gli altri avvenimenti del Reame con l'opere di sì buono e glorioso
Re per lo spazio di undici anni poco men che nascose fra le tenebre
dell'antichità. Alcune cose andarono rintracciando con somma diligenza
Capecelatro, e l'accuratissimo Inveges, l'orme de' quali come più
sicure, a noi piace di seguitare.

Intanto il Pontefice Alessandro ristabilito in Roma, volendo dare
a' disordini passati qualche riparo, nel seguente anno 1179 come
notarono l'Anonimo Cassinense e 'l Pellegrino[84], fece convocare in
Roma un general Concilio nella chiesa di S. Giovanni Laterano, ove
intervennero ben trecento Vescovi, oltre agli Abati e grosso numero
d'altri Prelati[85]. Si dannarono in esso molte eresie, che eran surte
fra' Cristiani: si fecero molti decreti attinenti a reprimere l'avidità
di coloro, che davano denari in prestanza con pattuir grosse usure,
stabilendo i modi legittimi in queste contrattazioni; ed altri decreti
furon statuiti bisognevoli a ristorar delle passate confusioni la
Chiesa di Roma.

Ma nell'anno seguente 1180 ad impresa più gloriosa rivolse Alessandro
i suoi pensieri: egli scrisse a tutti i Principi cristiani, ed a'
Vescovi e Prelati della Chiesa, esortandogli a passar in Palestina,
e contrastar con l'armi in que' santi luoghi al Saladino Soldano
di Babilonia, Principe non men savio, che valoroso, ch'era al padre
Saracone nella Signoria succeduto, e travagliava i Cristiani che colà
dimoravano. I primi, che si disposero con grande e poderosa oste a
passar oltre mare, furono Errico Re d'Inghilterra, e Filippo Re di
Francia; ma Alessandro, che così lodevolmente avea mossi i Principi
cristiani a quest'impresa, non potè vederne i successi; poichè verso
la fine dell'anno seguente 1181 il settimo giorno di settembre passò di
questa vita in Roma, dopo aver per ventidue anni retto il Ponteficato.
Fugli tantosto dato il successore, che fu Ubaldo da Lucca Cardinal
d'Ostia, il quale si nomò _Lucio III_.

Era poco prima in Costantinopoli accaduta parimente la morte
dell'Imperador Emmanuele, e gli succedette nell'Imperio il suo
figliuolo _Alessio_. Ed intanto il nostro Guglielmo avendo per
l'occasione, che rapporta Roberto del Monte[86], fatta tregua per
dieci anni col Re di Marocco, se ne passò nell'anno 1183 da Palermo in
queste nostro parti, ed avendo visitato Monte Cassino, ritornando in S.
Germano, andò da poi in Capua, donde poi a Palermo restituissi[87].

Intorno a questi tempi nacque in Assisi città della Umbria da Pietro
Bernardone, uomo d'umil condizione, Francesco, quegli che acquistossi
fama d'un gran Santo, e diede stabile fondamento alla Religion de'
Frati minori, e che fu pianta così fertile, che in progresso di tempo
empiè il nostro Reame di tanti monasteri di Frati del suo Ordine, che
non fu il lor numero inferiore a quelli che vi si erano già fondati
per la fama e santità de' Monaci di S. Benedetto; di che ci sarà data
occasione di ragionare, quando della politia ecclesiastica di questo
secolo tratteremo.

Morì poco tempo da poi in Palermo nell'istesso anno 1183 la Reina
Margherita, la quale essendo stata donna di molto avvedimento, ebbe
gran parte nel governo del Reame, così mentre visse il marito, come
da poi che gli succedette il figliuolo. Fu ella con nobil pompa fatta
seppelire dal Re Guglielmo in Monreale nella chiesa novellamente da
lui edificata a lato alle sepolture de' suoi due figliuoli Ruggiero
ed Errico. Donna d'incomparabile pietà, che oltre aver fondato una
Badia in Sicilia alle falde del Monte Etna, che arricchita di molti
beni diede a' Padri di S. Benedetto, accolse caramente in Palermo i
compagni di Tommaso Arcivescovo di Cantuaria, i quali erano stati dal
Re d'Inghilterra sbanditi dal suo Regno.

Intanto il Saladino stringeva aspramente i Cristiani in Palestina
avendogli con la continua guerra ridotti in pessimo stato; onde
vennero in Roma il Patriarca di Gerusalemme e l'Arcivescovo di Tiro,
con altri Ambasciadori del Re Baldovino e degli altri Principi, che
colà dimoravano, a chieder presto e potente soccorso contro sì fiero
nemico. Questi essendo stati caramente ricevuti dal Pontefice Lucio,
furono da lui con altre sue lettere inviati per tale effetto ad Errico
Re d'Inghilterra, ed a Filippo Re di Francia, i quali avendo presa
la Croce bandita dal Papa per opra sì pia, si posero di presente
all'ordine con Guglielmo Re di Scozia, e con altri gran Signori e
Baroni di Francia e d'Inghilterra per passare in Siria. Ma mentre il
Papa sollecitava ciascun giorno frettolosamente il passaggio, sorpreso
da grave infermità passò da questa vita in Verona li sette di dicembre
del 1183, e fu nel Duomo di quella città onorevolmente sepolto, essendo
stato tantosto eletto per suo successore Uberto Crivello milanese, il
quale si nomò _Urbano III_.

Erano seguiti intanto nella città di Costantinopoli gravi movimenti
e revoluzioni contro i Latini, che vi albergavano, per opra di
_Andronico_ tiranno, il quale tolto di voler de' Greci l'Imperio ad
Alessio, entrando con oste armata dentro la città, investì furiosamente
i Latini, facendene strage grandissima, ed incendiando i loro alberghi,
ove perirono crudelmente abbruciate le donne, i vecchi, ed i fanciulli,
senza perdonar nemmeno alle chiese, nè a' Preti, nè a' Frati, il tutto
mandando indifferentemente a fuoco ed a fiamma. Questi avvenimenti ed
oltraggi fatti dal Tiranno a' Latini, mossero il nostro Guglielmo a
prender vendetta d'Andronico, il quale non contento di ciò, aggiungendo
fallo a fallo, avea fatto morire strangolato con una corda d'arco il
giovanetto Alessio, e n'avea occupato l'Imperio; perciò Guglielmo in
quest'anno 1185 ragunò una ben grande armata in Sicilia, e v'ordinò
Capitano il Conte Tancredi, che fu il quarto Re di Sicilia[88],
inviandolo a' danni della Grecia sotto la scorta di Margaritone suo
Ammiraglio, il quale prese e saccheggiò Durazzo e Tessalonica con
molti altri luoghi[89], ove gli adirati Siciliani commisero ogni
sorta di crudeltà senza aver riguardo a cos'alcuna, non avendo ardire
Andronico d'uscir loro all'incontro, e porger alcun riparo a tanti
danni. I Greci vedendosi così crudelmente da' Siciliani assaliti, e che
Andronico mostrava di non molto curarsi de' loro travagli, cominciarono
ad odiarlo in maniera, che tumultuando in Costantinopoli, tosto lo
deposero dall'Imperio, e l'irata moltitudine, che non sa rattenersi
fino che non pervenga all'ultima estremità, non contenta d'averlo
deposto, avventossegli furiosamente sopra, e con gravi tormenti
obbrobriosamente l'uccise. Surse tosto ad occupar la Signoria _Isaac
Angelo_, il quale ragunate, come potè meglio, le forze de' Greci,
diede sopra i Siciliani con tanto impeto, che postigli in fuga, gli
discacciò alla fine da quelle regioni, come rapporta Niceta Coniate lor
Scrittore.

Trovavasi però il Re Guglielmo assai più afflitto, ch'essendo già
passati nove anni da che sposossi la Regina Giovanna, nè per la di lei
sterilità vedendo di quella prole alcuna, cominciò a pensar seriamente
ai mali, che dopo la sua morte, sarebbero accaduti nel Reame, se
anticipatamente non provedesse, e pensasse al successore. Non vi era
altro del suo sangue legittimo de' Re normanni, che Costanza postuma
del Re Ruggiero suo avolo, poichè di Tancredi, ch'egli molti anni prima
avea richiamato dalla Grecia, ed investito del Contado di Lecce, che fa
di Roberto suo avolo materno, non si teneva alcun conto, riputandolo
bastardo, come nato da Ruggiero figliuolo sì del Re Ruggiero, ma
d'illegittimo matrimonio, come si è detto. Perciò questa Principessa
era da molti ricercata; e narra il Sigonio, che a quest'istesso
anno 1185 Federico Imperadore, il quale fin dall'anno 1177 avea con
Guglielmo fermata per 15 anni la pace, mandò a richiederla per Errico
suo figliuolo, e Re di Germania. Guglielmo, che si vedea senza speranza
d'aver figliuoli, piegò l'animo alla dimanda, confortato ancora da
Gualtieri Arcivescovo di Palermo; il quale covando odio grandissimo
contro Matteo Vicecancelliere della Sicilia, per la cui opera era
stata sottratta dalla sua giurisdizione la chiesa di Monreale dal Re
Guglielmo, come dicemmo, pensò non d'altra maniera potergli venir fatto
di porre a terra la potenza di Matteo suo emolo, come scrive appunto
Riccardo da S. Germano, se non che dovendo il dominio del Regno passare
ad altra famiglia per mezzo di Costanza, a cui di ragion toccava di
proccurare che le nozze già diliberate, si conchiudessero con Errico
di Svevia Re d'Alemagna figliuolo dell'Imperador Federico, acciocchè
avendo egli a succedere nella Sicilia, riconoscesse tal beneficio da
lui, e ponesse a terra la potenza di Matteo. In effetto si adoperò egli
tanto, che finalmente indusse Guglielmo a pattovir le nozze con Errico,
ed in quest'anno 1186 stando Costanza custodita nel palagio reale, non
avendo più che trentuno anno, fu fatta partir da Palermo, e condotta in
Milano, ove era Errico, ivi con nobil pompa furono le nozze celebrate.

Ma essendo questo un passo d'istoria, che gli Scrittori moderni l'han
intralciato di molte favole, sarà bene, che per maggior chiarezza si
scuoprano qui tutti i loro errori. Alcuni narrano, che Costanza fu
Monaca lungo spazio d'anni nel monastero di San Salvatore in Palermo,
postavi dal padre Ruggiero per una profezia fattale dal cotanto famoso
Abate Giovachino calabrese, alla quale, essendo ella ancor fanciulla,
disse che per cagion di lei si sarebbe acceso un gran fuoco in Europa,
e che sarebbe stata la ruina della sua schiatta.

Altri[90], considerando, che questo racconto mal si adattava a ciò
che gli Autori di quei tempi concordemente scrissero, che Costanza
nacque dopo la morte di Ruggiero, onde non poteva l'Abate Giovachino
predir nulla di lei a richiesta di Ruggiero, quando non era ancor nata:
dissero, che il presagio fu fatto non già a richiesta del padre, ma di
Guglielmo I suo fratello, il quale atterrito dell'infausto vaticinio,
pensò per ischivarlo di chiuder la fanciulla nel soprannomato
monastero.

Bernardo Giustiniano[91] nipote del Beato Lorenzo, pur disse, che
il Re maritò Costanza con Errico per instigazione e comandamento di
Alessandro III quando Alessandro era già morto sin dall'anno 1181. S.
Antonino Arcivescovo di Fiorenza[92], non ostante che Clemente III non
era ancor Papa, e cominciò a seder l'anno 1188 scrisse, ch'essendo
Costanza invecchiata nel monastero, il Pontefice Clemente III per
escluder Tancredi dalla successione del Regno, e gratificar Errico,
l'avesse fatta cavar di furto dal monastero, e dispensando al monacato,
l'avesse maritata già vecchia con Errico per torre il Regno a Tancredi.
Peggiore fu l'error del Fazzello, che rapporta, nell'Archivio romano,
e ne' pubblici decreti, leggersi ancora i diplomi, ed i decreti di
Celestino Papa, co' quali dispensò al monacato, e voto di virginità
fatto da Costanza; quando Celestino ascese al Ponteficato nell'anno
1191, ed il Papa favorì sempre Tancredi contro Errico, come diremo da
qui a poco. Ma questi favolosi racconti ben si convincono di menzogna
dal considerare, che niuno degli Autori di que' tempi fan menzione di
questi fatti, per altro da non tacersi.

Ugone Falcando, favellando due volte di Costanza, in un luogo parla
di lei come educata e nudrita nel regal palagio, non già in alcun
monastero: _Sic et Constantia primis a cunabulis in deliciarum tuarum
affluentia diutius educata, tuisque instituta doctrinis, et moribus
informata, tandem opibus suis barbaros ditatura ditescit_. E nell'altro
luogo della sua istoria, narrando che i Messinesi credevano, quando
si rivoltarono contro Odone Querello, e gli dieder morte, che i
partiggiani del Cancelliere Parzio la volessero dare per moglie a
Gaufrido Parzio fratello del Cancelliere, per dargli convenevol cagione
di occupare il Reame, dice: _Et Constantiam Rogerii Regis filiam uxorem
ducere, inde sibi dandam occasionem existimans, ut videretur Regnum
justius occupare_; nè dice cos'alcuna del Monacato, del quale se fosse
stato, era mestiere favellare in amendue i luoghi.

Arnaldo Abate Autor di que' tempi, che scrisse particolarmente la
magnificenza, con che fur celebrate queste nozze in Milano, nemmeno
ne fa parola. L'Arcivescovo Romualdo, il Neubricense, le Appendici
all'Abate Uspergense, Papa Innocenzio nel 3 libro delle sue Epistole,
ove più volte fa menzione di Costanza, di ciò non ne dicon parola; e
pure come cosa sconvenevole, nè mai intesa, che una Monaca prendesse
marito, era mestieri, che ne favellassero. Al quale fatto apertamente
anche repugna il dire, che si facesse il matrimonio di voler del
Pontefice, ritrovandosi tutto in contrario; perciocchè il Pontefice
favoreggiò Tancredi all'acquisto del Regno; e non disapprovando
il fatto de' Siciliani, che l'incoronarono Re, gliene diè tosto
l'investitura, come innanzi vedremo.

Goffredo da Viterbo Autor di veduta, parlando di Costanza, per cagion
della pace fatta tra Cesare ed i Lombardi, dice esser nata postuma del
Re suo padre, ed essersi maritata di trenta anni con Errico: ecco i
suoi versi:

      _Fit Regis Siculi filia sponsa sibi._
    _Sponsa fuit speciosa nimis, Costantia dicta._
    _Posthuma post patrem materno ventre relicta,_
      _Jamque tricennalis tempore virgo fuit._

E fatto il conto dall'anno, nel qual morì Ruggiero, che fu di Cristo il
1154 come scrive Roberto Abate ed il Fazzello, vedesi, ch'essendo ella
nata dopo la morte del padre, quando prese marito, che fu in quest'anno
1186 non poteva avere, che trentuno anno in circa. E secondo il conto
d'Inveges, che nell'anno 1185 dice esser conchiuse queste nozze, non
avea più che trent'anni.

E finalmente Riccardo da S. Germano, la cui Cronaca non capitò alle
mani del Baronio, parlando di tal maritaggio, dice chiaramente Costanza
esser dimorata nel real palagio e non nel monastero di S. Salvatore, nè
favella cos'alcuna del Monacato; e dice essere stata data ad Errico per
opera dell'Arcivescovo Gualtieri, e non del Papa: ecco le sue parole:
_Erat ipsi Regi amita quaedam in Palatio Panormitano, quam idem Rex,
de consilio jam dicti Archiepiscopi, Henrico Alamannorum Regi filio
Federici Romanorum Imperatoris in conjugem tradidit_. Il qual Autore
aggiunge, che per consiglio dell'istesso Arcivescovo Gualtieri anche si
stabilì la dote, che fu l'indubitata successione del Regno di Sicilia:
_Quo etiam procurante factum est, ut ad Regis ipsius mandatum, omnes
Regni Comites Sacramentum praestiterint, quod si Regem ipsum absque
liberis mori contingeret, amodo de facto Regni tanquam fideles ipsi
suae Amitae tenerentur, et dicto Regi Alemanniae viro ejus._ Onde il Re
mandò Costanza da Palermo a Rieti, accompagnata con gran corteggio di
Conti e Baroni, ove il Re Errico per suoi Ambasciadori pomposamente la
ricevè, e condotta a Milano, fu ivi dall'Imperador Federico suo suocero
ricevuta, e negli orti di S. Ambrogio con splendidissimo apparato
fecero celebrare le nozze in quest'anno 1186.

Così avendo Guglielmo conchiuse queste nozze con Errico, credette aver
dato qualche sesto alle cose del suo Reame; ma d'altra più remota
parte venner queste disturbate coll'infauste novelle de' progressi,
che Saladino faceva nella Siria. Questi avendo ragunata un'immensa
moltitudine di soldati prese a forza la città di Tiberiade; ed indi
affrontandosi con l'esercito cristiano il ruppe e pose in fuga, e prese
il santo legno della Croce. Fece prigioniero il Re di Gerusalemme
con orribil uccisione di Cavalieri Templari, e dell'Ospedale, e di
altri soldati minori, campando a gran fatica con la fuga Fr. Terrico
Gran Maestro dei Templari, il Conte di Tripoli e Rinaldo da Sidone,
con alcuni altri pochi soldati. Col favor della quale vittoria
prese il Soldano Accone[93], Cesarea, Nazarette, Bettelemme e tutti
gli altri circonvicini luoghi, ed assediò strettamente la città di
Tiro; ed indi a poco diviso il suo esercito, n'andò con una parte di
esso sopra la città santa di Gerusalemme e quella prese il secondo
giorno d'ottobre dell'anno di Cristo 1187. Ed ecco come i giudizj del
Signore sono inarrivabili: questa città, che da Goffredo Buglione,
con altri illustri Capitani italiani, tedeschi e francesi erasi con
tanta gloria sottratta dall'indegna servitù degl'Infedeli, ora dopo
lo spazio d'ottanta sette anni, ritorna di nuovo in man de' Barbari,
senza che abbiasi speranza mai più liberare dalla loro dura e crudele
dominazione.

Nè terminarono qui i mali d'Oriente ma, per maggior danno de' Fedeli,
si collegò Saladino con Isaac Angelo Imperadore di Costantinopoli,
il quale ricevendo in dono da lui tutta la Terra di promissione, gli
promise all'incontro d'aiutarlo nella guerra con cento galee armate,
e di dare impedimento a tutti i Latini che passavano per guerreggiare
in Siria: onde il Pontefice Urbano udita la rea novella della perdita
del Sepolcro di Cristo e del santo legno della Croce, della presura
del Re di Gerusalemme e della Lega del Soldano coll'Imperador di
Costantinopoli, si afflisse sì gravemente, d'esser ciò avvenuto a'
suoi tempi, che ne cadde perciò in una grave malattia, della quale
in breve si morì in Ferrara il decimo sesto giorno di novembre[94],
44 giorni appunto dopo la perdita di Gerusalemme, e nel dì seguente
fu tosto in suo luogo creato Papa Alberto Cardinal di S. Lorenzo in
Lucina e Cancelliere di Santa Chiesa, nato in Benevento della famiglia
Mora, che si volle nomare Gregorio VIII. Fu questi un uom santissimo,
nè altro fece in quel breve tempo, che e' visse Papa, che sollecitare
i Principi cristiani, che con grossa armata gissero in Palestina a
soccorrere i Latini; e mentre era tutto rivolto a così lodevole opera
si morì anche egli in Pisa, ove dimorava, avendo men di due mesi retto
il Ponteficato; e venti giorni dopo la sua morte fu eletto Pontefice
nella medesima città Paolino Scolari romano, nato d'umil condizione,
Cardinal di Palestrina, che fu detto _Clemente III_.

Questo Pontefice, calcando le medesime orme dei suoi predecessori,
s'adoperò efficacemente, che con effetto si gisse al soccorso di
Terra Santa, confermando l'indulgenze, che per tal cagione concedute
avea Papa Gregorio; laonde, e per la sua diligenza, e per quella di
Guglielmo Arcivescovo di Tiro, che era andato in Francia, si ragunò
un'Assemblea tra Gisorzio e Trie, ove convennero Filippo Re di Francia
ed Errico Re d'Inghilterra co' Prelati e Baroni de' lor Regni, e
Filippo Conte di Fiandra, i quali presa dalle mani dell'Arcivescovo
Guglielmo la Croce, subito nell'anno 1188 s'incamminarono per così
santa e lodevol impresa, e per conoscersi fra di loro con particolar
segno, presero il Re Filippo ed i suoi Franzesi la Croce rossa, il Re
Errico e gl'Inglesi la bianca, ed i Fiamenghi con Filippo lor Conte
la preser verde. L'Imperador Federico, che non meno degli altri volle
in quest'occasione mostrar la sua pietà, racchetatosi col Papa, col
quale era stato in qualche discordia, prese anch'egli per mano d'Errico
Cardinal di Albano la Croce, per passare in Palestina, e si apprestò al
passaggio sì frettolosamente, che fu il primiero a girvi.

Nè deve altrui recar maraviglia, se fra tanti Principi illustri,
ch'erano esortati da' Pontefici a gire in Gerusalemme, non s'annovera
mai il nostro Re Guglielmo[95], il quale per la ricchezza de'
suoi Reami e per la vicinanza d'essi alla Grecia, donde si facea
comunalmente il passaggio, e più per le sue poderose armate di mare,
era sopra ogni altro atto a passarvi potentissimo; perciocchè (siccome
disse di lui l'Arcivescovo Romualdo favellando in Vinegia a Cesare)
attendeva egli continuamente a così lodevole opera, aiutando con sue
galee i peregrini, che givano al Sepolcro, e porgendo soccorso a'
Fedeli, che colà militavano; onde non era mestieri sollecitarlo a tal
bisogna, alla quale egli continuamente badava.

Con tale occasione narrasi che Federico, prima di passare in Palestina,
avesse scritto quella lettera minatoria al Saladino, ordinandogli
con gravi e pesanti parole, che restituisse tosto i luoghi da lui
ingiustamente occupati in Siria; e che all'incontro il Soldano con
non disugual orgoglio gli avesse risposto, burlandosi di lui, e de'
suoi Collegati, e de' suoi vanti e minacce, ond'era ripiena la sua
lettera. Amendue queste epistole si leggono negli Annali d'Inghilterra
di Ruggiero e di Matteo Paris; e furono anche inserite da Capecelatro
nella sua Istoria de' Re normanni. Che che sia della lor verità, egli
è costante che Cesare avendo ragunato un grande esercito, che giungeva
a cento cinquantamila soldati con un armata di mare di cinquantacinque
navi, s'avviò in Terra Santa nel seguente anno 1189, ma per le frodi
dell'Imperador greco (che oltre alla Lega fatta col Soldano, temea,
siccome gli era stato falsamente predetto da Dositeo Monaco, che
Federico fingendo d'andare in Palestina, non poscia si volgesse sopra
Costantinopoli, ed occupasse quella città) dimorò a giungervi un anno
intero, avendo sofferto nel passar per le regioni de' Greci, secondo i
lor costumi rapaci e senza fede, danni ed ostacoli gravissimi.

Ma ecco che nuovo ed inaspettato turbine pose in gravi sconvolgimenti
e rivolture i Reami del Re Guglielmo. Questo Principe, che appena
giunto a perfetta età avea con tanta prudenza e giustizia governato
i suoi Regni, assalito in Palermo da grave malattia nel più bel fiore
di sua età, non giungendo più che a trentasei anni, vien a noi rapito
da troppo acerba ed immatura morte nel mese di novembre di quest'anno
1189[96] dopo ventitrè anni di Regno. Fu egli con nobil pompa sepolto
nella chiesa di Monreale a piè della tomba del Re suo padre. Nè si
può esprimere quanto fosse stato grande il dolore de' suoi vassalli,
i quali per le molte e lodevoli virtù ch'erano in lui, aveano nel
suo Regno goduto con rara felicità una ben tranquilla e lieta pace. A
ciascuno fu lecito intender le cose come volle, e dirle come l'intese:
nè eran gravati d'esorbitanti ed eccessive taglie, come in tempo del
Re Guglielmo suo padre; tanto che non solo Federico II, ma, ne' tempi
posteriori, Carlo II d'Angiò volendo dar tranquillità e pace al suo
Regno, non seppe farlo in altra forma, se non di comandare, che si
vivesse senza gravezze, siccome al tempo di questo buon Guglielmo. Egli
trapassò per le sue egregie virtù non solo tutti gli altri Re, che
allora furono, ma parimente Roberto Guiscardo e Ruggiero suoi Avoli,
Principi di fama magnifica. Era, come scrive Riccardo da S. Germano,
i! fiore de' Re, corona de' Principi, specchio de' Romani, onore dei
Nobili, confidanza degli amici, terrore de' nemici, vita e virtù del
Popolo, de' poveri e de' peregrini salute, e fortezza de' travagliati:
il culto della legge e della giustizia nel suo tempo fioriva nel
Regno, ognuno era della sua sorte contento, in ogni parte vi era
pace e sicurtà, il viandante non temeva le insidie de' ladroni, nè il
navigante i pericoli de' corsari. Ma assai più deplorabile e funesta
sperimentarono i suoi Regni la di lui acerba morte, perchè mancando
egli senza prole, si videro assorti da infinite calamità, che sotto
il governo d'Errico Svevo soffrirono, onde tanto maggiormente apparve
chiara, e si fece desiderabile la sua bontà. Non avendo egli generato
prole alcuna da Giovanna figliuola d'Errico Re d'Inghilterra, lasciò
che gli succedesse nella Signoria Costanza sua zia[97] la quale, da
ch'egli era in vita, avea fatta giurare erede insieme col marito Errico
in un'Assemblea tenuta per tal cagione a Troja di Puglia.


§. I. _Leggi del Re GUGLIELMO II._

Poche leggi di questo Principe ci lasciò Pietro delle Vigne
nella compilazione, che fece d'ordine di Federico delle nostre
_Costituzioni_, ma tutte sagge e prudenti.

La prima è quella, che si legge nel libro primo sotto il titolo
_de Usurariis puniendis_, ove si comanda, che tutto le quistioni
attinenti a' contratti usurarj s'abbiano a diffinire secondo i decreti
modernamente stabiliti in Roma dal Pontefice Alessandro nel Concilio,
che tenne in Laterano; ond'è, che tal Costituzione non a Guglielmo I
ma a lui ed alla sua pietà debba riferirsi, come abbiamo sopra notato
trattando delle leggi di suo padre.

La seconda, che leggiamo nel medesimo libro sotto il titolo _Ubi
Clericus in maleficiis debeat conveniri_, riconosce parimente questo
Guglielmo per suo Autore. Fu quella, come si è detto, da Guglielmo
stabilita a richiesta dell'Arcivescovo di Palermo, colla quale ordinò,
che la cognizione de' delitti de' Cherici, per quanto s'appartiene alle
lor persone, sia degli Ordinarj, i quali possano giudicargli secondo
i canoni ed il diritto canonico, eccettuando i delitti di fellonia ed
altri atroci, la cognizione de' quali fosse riserbata al Re ed alla sua
Gran Corte.

La terza ed ultima, che abbiamo di questo Principe è quella che si
legge nel libro terzo sotto il titolo _de Adulteriis coërcendis_. Fu
questa insieme colla precedente ordinata da Guglielmo a richiesta
parimente dell'Arcivescovo di Palermo. Si concedeva per quella la
cognizione de' delitti d'adulterio, quando non vi era violenza,
parimente agli Ordinarj de' luoghi; la quale ebbe per lungo tempo
il suo vigore ed osservanza in ambedue i Reami di Sicilia; e nel
Regno di Costanza abbiamo una carta della medesima rapportata
dall'Ughello, nella quale s'ordina il medesimo. Ma in progresso di
tempo con disusanza venne quella a mancare, ed oggi presso noi i
delitti d'adulterio vengono indifferentemente, o vi sia violenza o
non vi sia, conosciuti da' Giudici secolari, e nemmeno si concede
agli Ecclesiastici di riputargli come di misto Foro, come più a lungo
vedrassi, quando della politia ecclesiastica degli ultimi secoli
parleremo.

Queste poche leggi sono a noi rimase di così saggio e buon Principe,
nel Regno del quale nemmeno le leggi delle Pandette di Giustiniano
ebber forza ed autorità di legge, ma duravano ancora nel lor vigore
le leggi longobarde, a tenor delle quali nel Foro venivano le
cause decise. Bella testimonianza, siccome altrove fu notato, ce
ne somministrò a noi il diligentissimo Pellegrino, il quale tra le
reliquie dell'antichità cavò fuori un istromento di sentenza, siccome
allora praticavasi, profferita a' tempi di questo Guglielmo nell'anno
1171 sopra una controversia insorta tra i cittadini di Sessa, ed
il Vescovo e cittadini di Teano per un corso d'acqua; la quale si
decise a favor de' Suessani, secondo le leggi longobarde, le quali
l'accuratissimo Pellegrino si prese la cura additare nella margine di
quella.

Fu la morte di Guglielmo non guari da poi seguita da quella
dell'Imperador Federico, il quale dopo aver superati i tanti ostacoli
frappostigli da' Greci, e dopo aver più volte felicemente combattuti i
Turchi, e notabilmente sconfittigli, prese per forza d'arme, e diede
a ruba la città d'Iconio; ma pervenuto poi nella minore Armenia, ed
albergato un sabato da sera in un luogo detto Jaradino, s'avviò poi
verso il fiume Calep, ove a gran disagio per asprissimi monti giunse
la vegnente domenica nel quarto giorno di giugno; ed avendo desinato
in riva del fiume, dove trovò una piacevole valle, fastidito dalla
noja delle continue battaglie e del viaggio, che per un mese intero
patito avea, volle ristorarsi alquanto con bagnarsi nuotando; il perchè
entrato ignudo nel fiume, che rapido e profondo correva, miseramente
vi s'affogò; ed il suo corpo raccolto dall'acque, fu in processo di
tempo condotto da' suoi in Alemagna, ed ivi onorevolmente sepolto. Ma
l'Arcivescovo di Tiro, seguitato dal Sansovino[98], rapporta in una
maniera più verisimile questa morte; che volendo Federico passare quel
fiume, inciampò il cavallo, ed essendo egli vecchio, cadde giù con
tanta ruina, che fu portato in braccio da' suoi, ed indi a poco morì, e
fu sepolto in Tiro; non avendo niente del verisimile, che un Imperadore
così grave d'anni, deposto il suo decoro, si spogliasse, ed andasse a
nuotare nel fiume per rinfrescarsi, e s'affogasse.

(Le varie relazioni degli Scrittori intorno a questa morte di Federico,
possono leggersi presso Struvio[99]).

Ecco come muore questo glorioso Principe: muore per maggior danno de'
Cristiani di Palestina, e della nostra religione in quelle parti; e
vedi intanto quanto siano incomprensibili i divini giudizj. Egli con
felicissimo corso di vittoria, siccome avea già incominciato, avrebbe
agevolmente ricuperati dalle mani del Saladino tutti que' santi
luoghi, che novellamente avea presi, ed avrebbe fatto correr la Croce
di Cristo in più remote regioni ove non era adorata; all'incontro
quando favoreggiava lo scisma contro Alessandro III e perseguitava
gli altri romani Pontefici, visse per incomodo della Chiesa di Dio,
ed ora, ch'era rivolto a così pietoso passaggio, e così giovevole al
Cristianesimo, per morte pur troppo acerba ed immatura venne a' Fedeli
involato.

Fu Federico (toltane quella boria, nella quale l'avean posto i nostri
Giureconsulti, d'essere Signore del Mondo, non altrimente che vantavano
essere gli antichi Imperadori romani, ciò che fece parer gravoso e
duro il suo Imperio alle città di Lombardia, ed a' Pontefici romani)
un grande e valorosissimo Principe, e sopra tutto amator delle lettere
e degli uomini letterati di que' tempi. Quindi fu, che col suo favore
s'accrebbe in Italia lo studio della giurisprudenza, e sursero quei
tanti Giureconsulti, che cominciarono, tratti dalla novità ed eleganza
delle Pandette e degli altri libri di Giustiniano, ad esporle nelle
loro Accademie; e scrive Ulrico Uber[100] che Federico Barbarossa fosse
stato il primo, che all'Accademie, oltre la _nozione_, avesse conceduto
anche la _giurisdizione_, ed imperio ne' suoi[101]. E furono da lui
i Giureconsulti favoreggiati in guisa, che ad esempio degli antichi
Imperadori romani, erano fatti partecipi delle maggiori deliberazioni
ed assunti al suo Consiglio, e sovente preposti al Governo e Consolati
di molte città d'Italia.



CAPITOLO III.

_Della compilazione de' libri feudali; e loro Commentatori._


In questi tempi si fece da' Giureconsulti di Milano quella compilazione
de' libri feudali, che con progresso di tempo acquistò in Europa, ed
in tutte l'Accademie e Tribunali del Mondo cristiano tanta autorità
e vigore, che fu riputata, come una delle parti della ragion civile;
essendo stati aggiunti i libri de' Feudi alle leggi romane, i
quali dopo le Novelle di Giustiniano, costituiscono oggi la _decima
Collazione_: non che veramente i libri feudali fossero del corpo della
ragion civile, e perciò se ne fosse formata la decima collazione, come
reputarono Giasone e Bartolo, ed altri nostri Dottori, ripresi perciò
da Molineo[102]; ma perchè la loro autorità fu tanta, che meritarono
essere uguagliati a' libri delle leggi civili de' Romani.

Ma poichè da' nostri Scrittori questa parte non fu trattata con
tutta quella diligenza e dignità che si conveniva, tanto che infinite
controversie sono perciò in fra di loro poscia nate; perchè non bene
han saputo distinguere i tempi, ne' quali questi libri acquistarono
vigor di legge in queste nostre province; perciò, essendo ciò
particolar nostro istituto, sarà bene, che qui se ne ragioni con
tutta quella maggior esattezza, che possono promettere le nostre
deboli forze, con l'avvertenza, che per non tornar di nuovo a favellar
dell'uso e della varia fortuna di questi libri, qui si porrà insieme
tutto ciò, che anche ne' tempi posteriori avvenne de' medesimi.

Da' precedenti libri di quest'Istoria ha ciascuno potuto comprendere,
che introdotti in Italia i Feudi, non vi fu per essi, prima di Corrado
il Salico, alcuna legge scritta, che regolasse le loro successioni, la
lor naturalezza, e tutto ciò che ad essi s'apparteneva. Essi secondo
gli usi e costumi introdotti nella città, così si regolavano; e poichè,
siccome nell'altre cose, i costumi delle città sono varj e diversi,
così ancora avvenne de' Feudi, che in una città d'Italia si regolavano
d'una maniera; ed in un'altra, di un altro modo. Così in Cremona, Pavia
e Milano il vassallo senza la volontà del Signore poteva alienare il
Feudo, ma in Mantua, in Verona, ed in alcuni altri luoghi non poteva
farlo senza il consenso del padrone[103].

In Piacenza colui, che investiva alcuno d'un Feudo con questa legge,
che passasse al successore, non poteva, essendo vivo il vassallo,
senza la sua volontà di quel medesimo Feudo investirne un altro; ma in
Milano, ed in Cremona si praticava altrimenti.

Ne' Regni di Sicilia e di Puglia, aveano pure i nostri Re particolari
Consuetudini intorno a' Feudi differenti da' costumi dell'altre città
di Lombardia. Erano queste Consuetudini notate in certi libri, che
chiamavansi con corrotto vocabolo _Defetarj_; ed erano conservati dal
Re nel suo regal palagio; e quando a' tempi di Guglielmo I tumultuò
Palermo, e fu dato a ruba il regal palazzo, fra l'altre perdite, che
deplorava il Re Guglielmo, fu quella che si era fatta di questi libri:
e perchè Matteo Notajo era di essi espertissimo, e quasi gli avea in
memoria, fra l'altre cagioni, per le quali fu egli tratto di prigione,
fu questa, ch'essendo pratico degli affari della Corte e della Camera
del Re, poteva con facilità rifar que' libri, ne' quali, come dice
Falcando, _Terrarum, Feudorumque distinctiones, ritus, et instituta
Curiae continebantur_: siccome in fatti si rifecero. Ed Inveges[104]
per l'autorità dello stesso Falcando rapporta, che i famigliari del Re
Guglielmo I che trattavano gli affari della sua Corte, li quali erano
allora Riccardo Eletto Vescovo di Siracusa, Silvestro Conte di Marsi,
ed Errico Aristippo Arcidiacono di Catania, non avendo cognizione
della distinzione delle Terre e de' Feudi, de' riti, ed istituti
della Corte, nè de' libri delle Consuetudini feudali, che appellavano
_Defetarios_, essendosi tutte queste scritture e libri smarriti dopo il
sacco del palazzo, persuasero al Re, che Matteo Notajo fosse scarcerato
e reintegrato nel primo Ufficio; poich'essendo egli antico Notajo, ed
avendo sempre assistito al fianco di Majone, avea gran perizia delle
_Consuetudini_ del Regno; e che poteva comporre _novos Defetarios_.

Ed in questa maniera insino a questi tempi di Federico I si era vivuto
nelle città di Lombardia, e nei Regni di Sicilia e di Puglia. A queste
costumanze furono aggiunte da Corrado il Salico, e da altri Imperadori
alcune loro Costituzioni appartenenti a' Feudi, come abbiamo di sopra
notato, le quali non ancora erano state raccolte in certo volume.
Venne dunque in pensiero a' tempi di Federico ad alcuni Giureconsulti
di Milano, con privato studio di ridurre insieme queste Consuetudini
e Costituzioni, e così unite, alla memoria de' posteri tramandarle;
e raccogliendo, ancorchè alla rinfusa e con molta confusione, gli
usi di varie città di Lombardia, ne formarono in prima due libri a'
quali, secondo che quelle costumanze venivano o approvate o ampliate o
moderate dalle Costituzioni imperiali, promulgate insino a' loro tempi
intorno ai Feudi, così essi vi aggiunsero le sentenze, o il contenuto
di quelle colle loro interpretazioni, non già le intere Costituzioni.

Chi fossero stati questi Giureconsulti, e quale il lor nome, non è di
tutti conforme il sentimento. Prima di Cujacio comunemente da' nostri
Scrittori si credea principal Autore di questa Compilazione _Oberto
de Orto_ grand'Avvocato del Senato di Milano, e Console di quella
città[105], il quale coll'aiuto di Gerardo del Negro, altrimente detto
_Capagisto_, anch'egli Console di Milano e Giureconsulto non ignobile,
si fosse accinto a quest'impresa.

Ma l'incomparabile Cujacio ha ben provato, che Oberto non fu Autore
del primo libro, poichè in quello alcune sentenze si leggono, che
dispiacquero, e furono riprovate da Oberto stesso. E perchè quelle
sentenze s'attribuiscono a _Gerardo del Negro_, ha egli per questa
conghiettura reputato, che del primo libro ne fosse stato autore, non
già Oberto, ma Girardo. Alcuni, e fra gli altri il nostro Montano[106],
non ben persuasi della conghiettura di Cujacio, dicono sì bene non
esser di quello Autore Oberto, ma che resti ancora dubbio ed incerto se
veramente fosse stato Gerardo, o pure altro Autore anonimo, il quale
dalle sentenze di Gerardo l'avesse compilato. Che che ne sia, non si
è dubitato da niuno, che il secondo libro fosse di Oberto, il quale lo
compilò per privata istruzione di Anselmo suo figliuolo.

Ma poichè questo secondo libro, secondo l'antica divisione, abbracciava
non pur le sentenze d'Oberto, ma di altri Giureconsulti di questi
tempi, le quali erano contrarie a quelle d'Oberto, onde non era
credibile, che di tutto quel libro Oberto ne fosse il solo Autore;
perciò molto dobbiamo noi all'industria, e somma diligenza di Cujacio,
che togliendo questa confusione, l'abbia diviso in più libri. Ciò
fu anche avvertito dai nostri Giureconsulti antichi, ma s'astennero
di mutargli per timore, che nelle citazioni si sarebbe poi cagionata
maggior confusione; imperocchè trovandosi già questa compilazione in
due libri distinta, volendo il secondo in più altri dividerlo, non
avrebbero le citazioni corrisposto all'antica divisione.

Ma per sì lieve cagione non dovea lasciarsi così confuso, ond'è che
Cujacio saviamente reputò di distinguergli, e dividere il secondo
in quattro libri. Così secondo la divisione del medesimo, il primo
libro è di _Gerardo_. Il secondo insino al vigesimo quinto titolo
è di _Oberto_. I rimanenti titoli egli divide in due altri libri,
cominciando il terzo libro dal titolo 23 ivi: _Obertus de Orto,
Anselmo filio suo salutem_. Il quarto, che comincia dal titolo 25 ivi:
_Negotium tale est_, è chiaro dall'istesso titolo 25 che sia compilato
da vari ed incerti Autori, nel che e Cujacio e Montano consentono.
E nel quinto unì tutte le Costituzioni degl'Imperadori attenenti a'
Feudi, di che più innanzi ci tornerà occasione di favellare.


§. I. _Dell'uso ed autorità di questi libri nelle nostre province._

La compilazione di questi libri fatta da' Giureconsulti milanesi non
ebbe in queste nostre province niuna autorità di legge, siccome in
questi tempi nemmeno l'ebbe nell'altre parti d'Europa; ma dopo il
corso di molti anni, più tosto per uso e Consuetudine de' Popoli, che
per Costituzione d'alcun Principe, acquistò quell'autorità, che oggi
vediamo. Ma l'autorità, che acquistarono questi libri feudali, non fu
assoluta, ma solamente in quelle cose, che non ripugnavano alle proprie
leggi delle Nazioni, ed a' particolari loro costumi.

Certamente presso di noi quest'autorità non l'acquistarono nel Regno
di Guglielmo, nè degli altri suoi successori normanni. Seguì questa
compilazione intorno l'anno 1170 come ben pruova l'accuratissimo
Francesco d'Andrea[107], non già circa l'anno 1152 che fu il primo
dell'Imperio di Federico I, come scrisse Arturo Duck[108], quando tra
il nostro Re Guglielmo, e Federico ardeva crudele ed ostinata guerra,
e quando tra noi, ed i Lombardi era interdetto ogni commercio per le
guerre intestine, che sin da' tempi di Lotario ebbero sempre i nostri
Principi con gl'Imperadori di Alemagna. Nè prima dell'anno 1177 si
conchiuse tra Guglielmo e Federico quella tregua, della quale si è
parlato, che non fu pattovita, che per soli quindici anni; ed avendo
questi Regni proprie e particolari Consuetudini notate in que' libri
chiamati _Defetarii_, non vi era questa necessità di ricorrere a'
costumi dei Lombardi, quando vi erano i propri, per li quali i Feudi si
regolavano.

Egli è credibile, che questa compilazione cominciasse a farsi nota a'
nostri Giureconsulti dopo l'anno 1187 quando il nostro buon Guglielmo
per quiete de' suoi sudditi conchiuse le nozze di Costanza sua zia
con Errico Re di Germania; onde vennero a cessare le occasioni delle
discordie con gl'Imperadori di Occidente. Ma questo non bastò, perchè
più fiere ed ostinate guerre non seguissero, poichè morto poco da poi
Guglielmo, i Baroni del Regno abborrendo la dominazione d'Errico come
forastiero, elessero in loro Re Tancredi, il quale anche dal Pontefice
romano ottenne l'investitura del Regno, come diremo. Per la qual cosa
è da credere che questi libri cominciassero ad esser conosciuti da'
nostri da poi che Errico nell'anno 1194 discacciati i Normanni, si rese
padrone del Regno per le ragioni dotali di Costanza sua moglie.

Furono ben presso di noi conosciuti, ma non già acquistarono allora
autorità alcuna di legge. Nemmeno l'acquistarono quando Federico II
suo figliuolo promulgò le sue Costituzioni fatte compilare da Pietro
delle Vigne; nè quando, ad esempio dell'altre città d'Italia, avendo
ristabilita in Napoli l'Università degli studj, introdusse, che
nelle nostre Scuole si leggessero le Pandette, e gli altri libri di
Giustiniano; poichè non è vera la costante opinione de' nostri Autori,
che questi libri da Federico II acquistassero forza ed autorità, e
che questi fosse il primo Imperadore che gli approvasse, mandando il
libro in Bologna a' Professori di legge di quella città affinchè ivi
pubblicamente nelle Scuole si leggesse, e ch'egli fosse stato l'Autore,
per comandamento datone ad _Ugolino_, della decima Collazione, nel che
vaglionsi della testimonianza d'Odofredo[109].

A torto i nostri Scrittori ciò imputano ad Odofredo, il quale non mai
scrisse, che Federico mandasse il libro de' Feudi in Bologna; e qual
bisogno vi era mandar questo libro in Bologna, quando in questa città
da molti anni era conosciuto, e non pur letto da' Bolognesi, ma anche
molto prima vi avea scritte le sue glose Bulgaro, che per più anni
professò legge in Bologna sin ne' tempi di Federico I, da chi anche fu
fatto Prefetto di quella città? Quando parimente era notissimo in tutte
l'altre città di Lombardia, come in quelle nato, e molti Scrittori
d'Italia più antichi di Federico II aveano già cominciato a farvi
le glose, come oltre a Bulgaro, fece Pilco, ed altri rapportati da
Arturo[110], e notati anche dal nostro Andrea d'Isernia[111].

Odofredo nel luogo additato non scrisse altro, se non che Federico
II mandò a' Dottori bolognesi, non già il libro de' Feudi, ma le
Costituzioni sue, e di quelli Imperadori d'Occidente, che furono dopo
Giustiniano, affinchè siccome Irnerio dalle Novelle avea inserito
nel Codice ciò, che parvegli essersi per quelle di nuovo aggiunto
o corretto: così essi anche facessero di quelle Costituzioni, e
l'aggiungessero al Codice, non già al libro de' Feudi, sotto que'
titoli, che pareva loro convenire; siccome in fatti ragunati a S.
Petronio da quelle Costituzioni estrassero molte cose, che aggiunsero,
e adattarono alle leggi del Codice sotto i titoli convenienti; e quindi
è che nel Codice, oltre all'_Autentiche_ d'Irnerio, si leggano ancora
l'_Auth. cassa, et irrita, C. de Sacr. Eccl._ presa dalla Costituzione
dell'istesso Federico _de Statut. et Consuet._ L'_Auth. Sacramenta
puberum, C. si adver. vendit._ cavata dalla Costituzione di Federico
I _de pace tenenda_. L'_Auth. habita, C. ne filius pro patre_, presa
da un'altra Costituzione del medesimo Federico I _de privil. bonor.
art._ ed alcune altre[112]. E questa fu l'incumbenza data da Federico
ai Professori di Bologna e non altra. Ma soggiunge Odofredo, che da
poi Ugolino, uno di que' Professori, di suo capriccio al corpo delle
Novelle di Giustiniano, già diviso in nove collazioni, onde veniva
chiamato _la nona Collazione_, aggiunse il libro feudale, e raccolte
insieme tutte quelle Costituzioni degli Imperadori, che s'appartenevano
a' Feudi, l'inserì in quel libro, secondo l'ordine che oggi abbiamo,
e che i nostri antichi chiamarono per ciò, sin da' tempi d'Odofredo,
_decima Collazione_, il qual parimente testifica, che ai suoi tempi
pochi erano coloro, che aveano quelle Costituzioni così ordinate, come
le avea disposte Ugolino.

Così mal credono i nostri, che Federico II avesse data autorità e
forza di legge al libro de' Feudi, e che sino da' suoi tempi avesse
acquistato tal vigore nel nostro Regno e negli altri Reami: comunemente
tutti i più eruditi Scrittori han dimostrato, che non fosse stato
quello ricevuto per qualche Costituzione di Federico, o di qualche
altro Principe: ma che non altrimenti che avvenne de' libri di
Giustiniano, tutta la forza l'avesse molti anni da poi acquistata
per l'uso e consuetudine de' Popoli, e per connivenza de' Principi, i
quali permisero che nell'Accademie pubblicamente s'insegnasse, da' loro
Giureconsulti con Commentarj s'illustrasse e ne' loro Tribunali per le
controversie forensi s'allegasse; come ben provò Molineo[113], riputato
il Papiniano della Francia, il qual però a torto riprende Odofredo,
quasi ch'egli avesse data occasione agli altri d'errare, quando questo
Autore mai disse, che Federico avesse data forza di legge a quel libro,
nè che quella compilazione d'Ugolino si fosse fatta per suo ordine:
siccome ancora a torto riprende Bartolo[114], quasi ch'egli fosse stato
il primo, che quella raccolta di Ugolino avesse appellata _decima
Collazione_. Questo nome è pur troppo antico e più di cento anni
prima di Bartolo così era dal comun uso chiamata, come lo testifica il
medesimo Odofredo, e la chiamarono tutti gli altri Scrittori prima di
Bartolo.

Nè perchè fosse appellata _decima Collazione_, ed in progresso di tempo
per l'uso e consuetudine dei Popoli avesse cominciato ad acquistare
qualche vigore negli dominj de' Principi cristiani, era la sua autorità
tanta, che potesse abbattere e derogare i propri instituti e le
particolari leggi di quelle Nazioni; poichè fu ricevuta ed approvata
in quanto non s'opponeva alle proprie leggi e costumi. Così Cujacio
attesta del Regno di Francia, che ricevè quelle leggi feudali, delle
quali si vale l'Italia, ma in ciò che non ripugnava alle leggi e
costumi di quel Regno; non altrimenti che usavano i Romani della
legge Rodia, la quale nelle cose nautiche era da essi abbracciata,
_nisi qua in re juri publico Pop. Rom. adversaretur_, come testificò
l'Imperador Antonino. E nel nostro Regno più d'ogni altro, ancor che
fosse una delle più ampie e preclare parti d'Italia, non si cominciò
di questa Collazione ad aver uso, se non da poi, che Federico ebbe
promulgate le sue Costituzioni fatte compilare da Pietro delle Vigne,
dove furono molte Costituzioni da lui stabilite riguardanti a' Feudi,
alla lor successione, ed a tutto ciò che stimò a quelli convenire.
Ma non ricevè, nè approvò ciò che in quella veniva compreso, se
non quanto non ripugnasse alle Costituzioni, o non fosse stato per
quelle provveduto, ma omesso; in maniera, che presso di noi fu prima
l'autorità delle _Costituzioni_, e da poi quella de' libri de' Feudi,
non altrimenti che prima fu l'autorità delle leggi longobarde, che
quella de' libri di Giustiniano; anzi osserviamo che dopo pubblicate
le _Costituzioni_ nell'anno 1231 vi fu tra' nostri Giureconsulti gran
litigio nella Gran Corte, se questi libri feudali, anche in quelle
cose, che non ripugnavano alle nostre Costituzioni, avessero presso
noi forza di legge, siccome lungamente disputò la glosa[115]: donde si
raccoglie, che anche a questi tempi era dubbio, se questi libri aveano
acquistata forza di legge, e se ciò era incerto, per quest'istesso,
non potevan riputarsi di tanta autorità, che avessero uguagliata quella
delle leggi. E se Roffredo[116] nostro Beneventano, che fiorì in questi
medesimi tempi di Federico II parlando di queste Consuetudini feudali,
disse, _servari in Regno Apuliae_, non fu per altro, se non perchè
egli portava quest'opinione opposta agli altri Periti del Regno, che
sostenevano il contrario; oltre che non si niega, che in questi tempi
si fossero osservate, non già per autorità di legge, ma di ragione
e per quanto non si opponevano e non erano contrarie alle nostre
Costituzioni.

Ma siccome ciò è vero, così anche è verissimo, che dopo Federico
ne' tempi degli altri Re suoi successori e degli Angioini più d'ogni
altro, non si fosse più di ciò disputato, essendo chiaro, che avessero
acquistata da poi nel nostro Regno tutta la lor forza ed autorità,
in ciò che non s'opponevano alle nostre Costituzioni, siccome
l'acquistarono in tutti gli altri dominj de' Principi d'Europa; ed
anche i Pontefici romani ne' loro Tribunali ecclesiastici, gli diedero
pari autorità e vigore; anzi in decorso di tempo fu lo studio di questa
parte di giurisprudenza presso di noi cotanto coltivato, e tenuto
in pregio, che i nostri superarono tutti i Giureconsulti dell'altre
Nazioni, così d'Italia, come d'oltre i monti; ed oggi giorno questo
è particolar vanto del nostro Regno, che in niun'altra parte si sia
saputo, e si sappia tanto della dottrina feudale, quanto da' nostri
Giureconsulti. Testimonio ben chiaro ne fu il contrasto, ch'ebbe il
nostro Andrea d'Isernia con Baldo, il quale chiamato a Napoli dalla
Regina Giovanna I a consiglio in concorso d'Isernia, mostrossi così
ignaro della materia feudale, che non senza discapito della sua fama,
bisognò che nella vecchiaja s'applicasse a questo studio, per ristorare
la sua perduta stima[117]. E si vide da poi colla sperienza, che le
quistioni più ardue e difficili, che mai avessero potuto insorgere
in questa materia, non si siano trattate più sottilmente, e con tanta
accuratezza e dottrina, quanto da' nostri Autori. Nè niun'altra Nazione
può vantarsi aver avuti tanti Scrittori, intorno a questo soggetto,
quanto il Regno di Napoli.


§. II. _Autori che illustrarono i libri feudali._

Cominciarono prima ad illustrar questi libri con semplici glose,
Bulgaro, Pileo, Ugolino, Corradino, Vincenzo, Goffredo, ed altri[118]:
ma poi _Giovanni Colombino_ superò tutti, in guisa che dice
Giasone[119], che dopo lui niun altro ebbe ardimento di scriver glose
sopra que' libri.

Altri si presero la briga di comporre _Somme_, e particolari trattati
de' Feudi, ed i primi furono Pileo, Giovanni Fasoli, Odofredo,
Rolandino, i due Giovanni, Blanasco e Blanco, Goffredo, Giovanni
Lettore, Martino Sillimano, Giacomo d'Arena, Giacomo de' Ravanis,
Ostiense, Pietro Quessuael e Giacomo Ardizone, seguitati poscia da
Zasio, da Rebuffo, da Annettone, da Rosental e da infiniti altri
moderni.

Ma tra quelli, che con pieni _Commentarj_ illustrarono questa parte,
s'innalzarono sopra tutti i nostri Giureconsulti. È vero che _Giacomo
di Belviso_ fu il primo, ma da poi il nostro _Andrea d'Isernia_ oscurò
il costui vanto, il quale negli ultimi anni del Regno di Carlo II che
morì nel 1309 scrisse sì copiosi Commentari sopra i Feudi, che oscurò
quanti mai prima di lui s'eran accinti a quest'impresa. Scrisse ancora,
dopo aver professato quaranta sette anni di legge civile, i Commentari
sopra i Feudi Baldo da Perugia, e poco da poi Giacomo Alvarotto da
Padova, Giacobino di S. Giorgio e Francesco Curzio juniore, ma sopra
gli altri surse il nostro Matteo degli Afflitti, il quale oscurò la
costoro fama. Scrisse egli i Commentari sopra i Feudi sotto Ferdinando
I, allora che con pubblico stipendio ed universale applauso insegnava
nella nostra Accademia gl'interi libri feudali co' Commentari
d'Isernia, ciò che niuno ardì di farlo nè prima, nè dopo lui; e
cominciò a scrivergli nell'anno 1475 com'egli medesimo testifica[120],
quando era di trentadue anni: ciò che è stato necessario avvertire
per non lasciarci ingannare da _Camerario_, da cui furono ingannati i
nostri Autori, che credette Afflitto avere scritto questi Commentari,
quando era già vecchissimo e che perciò non bene avesse penetrato
la mente d'Isernia. Taccia per tutti i versi da non comportarsi di
quell'insigne Giureconsulto; poichè oltre che gli scrisse nella età
sua più verde e florida niente anche vi sarebbe stato che riprendere,
se pure gli avesse scritti in età di 80 anni, nella quale morì. Egli
trapassò nell'anno 1523 e fu sepolto in Napoli nella Chiesa di Monte
Vergine, ove ancora s'addita il suo sepolcro, nel qual ancora si legge,
che ancorchè carco d'anni, fu però in età senile cotanto vigoroso
di mente che potè sostenere tanti studj insino all'ultima vecchiaja.
Ciocchè i suoi domestici, che ebbero la cura d'ergergli quel sepolcro,
vollero fare scolpire in quel marmo, per manifestare essere stato tutto
livore de' suoi nemici, i quali dando a sentire al Re cattolico, che
in quella età decrepita sentisse dello scemo, fecero sì che il Re lo
privasse della dignità di Consigliero di S. Chiara, della quale era
adorno, e morisse senza toga; ond'è, che nel suo testamento non si
vegga nominato Consigliero, ma semplice Dottore. E quanto sopra gli
altri s'innalzasse in commentando i Feudi, non è da tralasciarsi il
giudicio che ne diede il nostro incomparabile Francesco d'Andrea[121],
il quale non ebbe difficoltà di dire, che fra tutti coloro, che prima
e da poi scrissero i Commentari sopra i Feudi, pochi sono coloro, che
potranno con lui compararsi, ma niuno che a lui si possa preporre.

Sursero, dopo questi lumi della giurisprudenza feudale, fra noi, altri
Scrittori un Camerario, un Sigismondo Loffredo, un Pietro Giordano
Ursino, un Bammacario, un Revertero, un Pisanello, un Montano e tanti
altri, de' quali nojosa cosa sarebbe tesserne qui lungo catalogo; tanto
che niun'altra Nazione può vantar tanti Scrittori in materia Feudale,
quanti il Regno di Napoli.

Ma non possiamo infra gli esteri fraudar della meritata lode
l'incomparabile Cujacio. Egli fu il primo, che rifiutando gli altri
come barbara questa parte della nostra giurisprudenza, l'accolse
e le apparecchiò una abitazione più elegante, e quando prima tutta
squallida ed incolta andava, egli coll'aiuto de' libri più rari, e
degli Scrittori di que' tempi, le diede altra più nobile ed elegante
apparenza; tanto che gli altri Eruditi, che prima come barbara la
discacciarono, s'invogliarono dal suo esempio ad impiegarvi ancora i
loro talenti, come fecero Duareno, Ottomano, Vultejo ed altri nobili
ingegni; ond'è che oggi la vediamo esposta ed illustrata non meno dagli
uni, che dagli altri Professori.

Cujacio accrebbe in prima i libri feudali co' frammenti e capitoli,
che furono prima restituiti da Ardizone e da Alvarotto, e gli divise
in cinque, in quella maniera che si è detto di sopra. Prima di lui
_Antonio Mincuccio di Prato vecchio_, Giureconsulto bolognese, per
comandamento di Sigismondo Imperadore intorno l'anno 1436 avea disposto
questi libri in altra forma; ed avendogli divisi in sei, gli offerì
all'Università di Bologna, perchè proccurasse da Sigismondo la conferma
di questa sua Raccolta; ma non costa, che l'Imperadore l'avesse loro
data; onde non essendo stata da tutti ricevuta, richiesero i Bolognesi
di nuovo la conferma dall'Imperador Federico III, il quale loro
la diede; onde avvenne, che questi libri nell'Accademia di Bologna
pubblicamente si leggessero, ma non acquistarono giammai autorità
pubblica; la qual Raccolta fu da poi data alla luce da _Giovanni
Schiltero_[122]. Un'altra tutta nuova ne fece Cujacio, il quale
non solo con somma diligenza diegli altro miglior ordine e ridusse
que' libri alla vera lezione; ma anche con pellegrina erudizione
gli commentò, spiegando il vero sentimento di quelli. E sopra tutto
accrebbe di molte Costituzioni imperiali il quinto libro, le quali da
Ugolino furono tralasciate, dandogli miglior ordine e disposizione.


§. III. _Costituzioni imperiali attenenti a' Feudi e legge di FEDERICO
I._

Il primo che promulgasse leggi riguardanti la successione feudale,
fu, come più volle si è detto, Corrado il _Salico_. Errico IV ne
stabilì dell'altre; sieguono in terzo luogo quelle di Lotario III ma
sopra gli altri Imperadori niuno ne stabilì tante, quante Federico
Barbarossa; e colle Costituzioni di questo Imperadore Cujacio termina
il libro; onde se bene nelle vulgate edizioni se ne leggono anche di
Federico II, dovrebbero quelle togliersi; poichè di Federico II come
Imperadore non abbiamo Costituzioni attenenti a' Feudi; ne abbiamo
sì bene moltissime nelle _Costituzioni_ del Regno, ma queste non han
che farvi, non essendo _Augustali_, ma furono da lui stabilite come
Re di Sicilia, e solo per questi suoi Regni ereditarj non per altri.
Quelle Costituzioni di Federico II che si leggono nella fine del libro
secondo de' Feudi, secondo l'antica compilazione, sotto il titolo _de
Statutis, et Consuetudinibus circa libertatem Ecclesiae editis, etc._
non han niente che fare co' Feudi; onde a torto furono quivi aggiunte,
e per questa cagione dice Cujacio[123] non averle egli unite coll'altre
feudali, come affatto impertinenti; siccome per l'istessa cagione le
due altre di Errico VII poste sotto il titolo di _Estravaganti_, come
non appartenenti a' Feudi, non meritano quel luogo.

Di questi Imperadori niuno quanto Federico I promulgò tante
Costituzioni feudali, del quale otto se ne leggono.

La prima è sotto il titolo _de Feudis non alienandis_, ove tre
o quattro cagioni si propongono, per le quali si perde il Feudo,
proibendosi con maggior rigore di quello avea stabilito Lotario, le
alienazioni dei Feudi. La seconda sotto il titolo, _de Jure Fisci_,
ovvero _de Regalibus_, ristabilisce in Italia le regalie, le quali
per disusanza andavano mancando, di che abbiam parlato nel libro
precedente. La terza, sotto il titolo _de pace tenenda_, appartiene
alla pubblica pace di Germania, onde da' Germani volgarmente s'appella
_Fried-brief_, cioè Breve di pace; e fu promulgata in Ratisbona
dopo sedate le intestine guerre tra' Principi di Germania, i quali
lungamente aveano infra di lor guerreggiato per lo Ducato di Sassonia e
di Baviera tolto da Corrado Imperadore ad Errico il Superbo, e poich'in
essa alcune cose attenenti a' Feudi ed a' Baroni, ed alla pubblica pace
si stabiliscono, perciò tra le Costituzioni feudali di questo Principe
fu annoverata. La quarta, sotto il titolo _de incendiariis, et pacis
violatoribus_, che Cujacio prese dall'Abate Uspergense, parimente
appartiene alla pubblica pace di Germania, ed alcune cose de' Feudi
dispone; oltre che anche se de' Feudi non parlasse, i nostri maggiori,
come ben osserva Cujacio, han tenuto costume di congiungere co' Feudi
tutte quelle Costituzioni, che trattavano della pace pubblica, per
motivo, che quella non mai potrà aversi, se non dalla fede e costanza
de' vassalli. La quinta sotto il titolo _de pace componenda et
retinenda inter subjectos_, appartiene alla pubblica pace d'Italia,
e fu stabilita in Roncaglia co' Milanesi nella prima guerra, che ebbe
Federico co' medesimi, della quale abbiam parlato nel precedente libro.
La sesta sotto il titolo _de pace Constantiae_, appartiene anch'ella
alla pace d'Italia. La precedente fu promulgata in Roncaglia, questa
nell'anno 1183 in Costanza: poichè Federico già stanco delle tante
guerre avute co' Lombardi, volle intimare a tutti una Dieta in Costanza
per poter quivi componere questi affari. Vi intervennero molti Principi
e Baroni; ed i Deputati delle città di Lombardia, de' quali in detta
Costituzione si legge un ben lungo catalogo. Furono in essa accordati
molti articoli e stabilite le condizioni delle città di Lombardia
intorno a' servizj, che devono prestare all'Imperadore, oltre a'
quali non potessero esser gravati di vantaggio: concedè Federico per
questa Costituzione alcune regalie alle città suddette ed alcune altre
egli si ritenne, massimamente _Fodrum et investituram Consulum, et
Vassallorum_, ed aggraziò Opizo Marchese di cognome Malaspina.

Sieguono per ultimo dell'istesso Imperadore due Costituzioni _de Jure
protimiseos_, il qual diritto al sentir di Cujacio (che che ne dica
il nostro Reggente Marinis[124]) competendo non meno agli agnati, che
a' padroni de' Feudi; perciò egli volle anche inserirle nel quinto
libro de' Feudi; alle quali parimente aggiunse una Novella greca
dell'Imperador d'Oriente Romano Lecapeno, che tratta del medesimo
diritto, donde Federico prese ciò che si vede stabilito nella prima
sua Costituzione attenente al _Jus protimiseos_. Nel che non possiamo
tralasciar di notare, che questa Costituzione _Sancimus, de Jure
protimiseos_, dai nostri Dottori con gravissimo errore è creduta, che
fosse Costituzione di Federico II, e sopra tal supposizione disputano,
se abbia a reputarsi come sua Costituzione _Augustale_, ovvero come una
delle Costituzioni del nostro Regno, stabilita solo per li Regni di
Sicilia e di Puglia; ed alcuni sostengono, che come tale abbia forza
di legge nel nostro Regno. E l'errore è nato, perchè la veggono unita
insieme coll'altre _Costituzioni_ e _Capitoli_ del nostro Regno[125];
ed anche perchè han veduto, che il nostro Matteo d'Afflitto, che
commentò le nostre Costituzioni, fece anche sopra la detta Costituzione
un particolar Commento, tratto nella sua maggior parte da un altro
non impresso, che ne fece prima di lui _Antonio Caputo_ di Molfetta,
dal quale, come dice Giovan-Antonio de Nigris[126], soppresso il
nome, Afflitto prese tanto, sì che ne distese quel suo trattato; onde
vedendola commentata da' nostri antichi Scrittori, la riputarono
come una Costituzione del Regno nostro. L'errore è gravissimo ed
indegno di scusa; onde non possiamo non maravigliarci esservi incorso
anche il Cardinal di Luca[127], il quale da questa credenza, che
tal Costituzione fosse di Federico II, fa nascere mille inutili
quistioni, le quali cadono per se stesse, come appoggiate sopra un
falso fondamento; poichè non Federico II, ma Federico I la promulgò,
il quale niuna autorità avea di far leggi ne' Reami di Sicilia e di
Puglia; onde non poteva obbligar con quella i sudditi di Guglielmo ad
accettarla. Acquistò ella sì bene da poi presso di noi forza di legge,
non già per autorità del Legislatore, ma per l'uso e consuetudine
dei Popoli, i quali dopo lungo corso di tempo la ricevettero, non
altrimente che fu fatto delle istesse Pandette, e degli altri libri
di Giustiniano, e di questi libri ancora de' Feudi; ond'è, che oggi
abbia tutto il suo vigore nel Regno, ma non già nella città di Napoli,
ove intorno a ciò si vive con particolare e propria Consuetudine. Le
altre leggi di Federico I, così le _Militari_, stabilite nel 1158 in
Brescia nell'Assemblea de' Principi dell'Imperio, come le _Civili_; non
appartenendo punto a' Feudi, nè a noi, volentieri tralasciamo, potendo
ciascuno osservarle presso Goldasto[128], che le raccolse tutte ne'
suoi volumi.


  FINE DEL LIBRO DECIMOTERZO.



STORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI

LIBRO DECIMOQUARTO


Quanto la morte di Guglielmo il Malo, e l'innalzamento al trono del
suo figliuolo, fece quietare i disordini e i mali, onde il Regno era
involto, altrettanto l'acerba e dolorosa perdita di Guglielmo II, recò
al medesimo molto maggiori e più fiere turbulenze. Non videro queste
nostre regioni tempi più miserabili di quelli, che corsero dalla morte
di questo buon Principe insino a Federico II, il quale colla sua virtù
e grandezza d'animo seppe abbattere i perturbatori del Regno, e dar a
quello una più tranquilla riposata pace.

L'esser Guglielmo mancato senza lasciar di se prole alcuna, pose molti
nella pretensione di succedere al Reame. Ancorch'egli avesse dichiarata
erede del Regno Costanza sua zia, ed in vita in un'Assemblea tenuta per
tal cagione in Troja avesse fatto giurar da' suoi vassalli fedeltà a
Costanza e ad Errico suo marito; nulladimanco abborrendo i Siciliani
la dominazione d'Errico, come di Principe straniero, e ritrovandosi
costui lontano in Alemagna colla sua moglie Costanza, cominciarono i
Siciliani a pensare di sorrogar altri al soglio di quel Reame, ed a
Tancredi Conte di Lecce erano gli occhi di tutti rivolti. I Baroni del
Regno, ed i famigliari della Casa reale erano perciò entrati in grande
discordia; perciocchè tutti coloro ch'erano del regal legnaggio, o
che possedevano grossi Baronaggi, non volendo l'uno all'altro cedere,
aspiravano alla Corona[129], e que' ch'erano in minore stato, aderendo
a' più potenti, posero il tutto in rivolta e contrasto, dimenticandosi
tosto del giuramento di fedeltà fatto a Costanza e ad Errico in Troja.

Vi è ancora chi scrive[130], che il Pontefice Clemente III, vedendo
mancata la stirpe legittima dei Normanni, avesse preteso, che il Reame
come suo Feudo fosse devoluto alla Chiesa romana, e che a questo fine
avesse unite sue truppe per ridurvelo. Ma questa è una favola molto mal
tessuta: non erano a questi tempi i Pontefici romani entrati ancora
in simili pretensioni: essi a passi corti e lenti s'inoltravano, e
per allora eran contenti dell'investiture, le quali in progresso di
tempo, secondo le congiunture propizie, che si sarebbon offerte, ben
conoscevano, che potevan lor recare maggiori vantaggi, come ben se ne
seppero profittare da poi Innocenzio IV e Clemente IV. La situazione
presente delle cose non permetteva di farlo, essendo i pretensori per
forze formidabili, come Errico: gli animi de' Siciliani erano tutti
rivolti a Tancredi, ed i principali Baroni tutti aspiravano per se
stessi al Regno. Non v'era chi potesse somministrare al Papa aiuto, e
per se medesimo era pur troppo debole, e di soldati, e di denari, in
modo che avesse Clemente potuto imprender questa novità. Ed era ciò
tanto lontano da' pensieri di Clemente, che subito ch'egli ebbe la
notizia d'aver i Siciliani innalzato al trono ed incoronato Tancredi,
tosto gli mandò la solita investitura: rendendo a lui miglior conto,
che al Reame di Sicilia fosse acceduto Tancredi, che Errico Re di
Germania.

Ma i Siciliani, e que' particolarmente, che seguivano il partito
di Matteo Vice-Cancelliere contro l'Arcivescovo Gualtieri, liberi
dal timore de' Ministri reali, cominciarono a gridar per loro Re
Tancredi: ed essendosi ad essi unita la fazione del Vice-Cancelliere,
per abbattere l'Arcivescovo Gualtieri e suoi seguaci, che favorivano
Costanza, innalzarono al trono Tancredi, onde finalmente ottennero,
che si chiamasse al Regno Tancredi Conte di Lecce, il qual venuto in
Palermo, ne fu prestamente con pubbliche acclamazioni gridato Re, ed
incoronato con solenne celebrità nel principio di quest'anno 1190[131].
Nè tutto ciò essendo bastato a' Siciliani, spedirono prestamente
in Roma al Pontefice Clemente, il quale per maggiormente stabilirlo
nel Trono, gli mandò la solita investitura: come per cosa indubitata
scrissero il Neubrigense, Riccardo da S. Germano e la Cronaca, che si
conserva in Monte Cassino: il perchè fu Matteo dal grato Re creato Gran
Cancelliero del Regno, e 'l suo figliuolo Riccardo, Conte d'Ajello.

Nacque Tancredi di illegittimo, come si disse, da Ruggiero Duca di
Puglia figliuolo primogenito di Ruggiero il Vecchio, I Re di Sicilia, e
da una figliuola di Roberto Conte di Lecce; perciocchè usando il Duca
Ruggiero in casa del Conte Roberto, gli venne per avventura veduta
la figliuola, bella ed avvenente giovane, della quelle s'innamorò
focosamente, ed ella similmente di lui, nè guari di tempo passò, che al
desiderato fine del loro amore pervennero; ed andò di modo la bisogna,
che ingravidando colei due volte, ne partorì Tancredi e Guglielmo[132].
Ma continuando troppo Ruggiero negli amorosi diletti con l'amata
sua donna, cadde per questo in una grave malattia: perlaqualcosa il
padre il fece ritornare a lui, e risaputa la cagione del suo male,
s'adirò grandemente contro il Conte, credendosi, che il tutto fosse
stato sua opera; e poco da poi essendo Ruggiero morto, nel prese sì
fattamente a perseguitare, che fu forzato il Conte a fuggirsene in
Grecia, ritenendosi seco il Re Ruggiero, racchiusi nel suo Palagio a
guisa di prigionieri, i due fanciulli, ove dimorarono finchè succedette
la congiura del Bonello contro il primo Guglielmo, ed iti in Grecia,
essendo quivi morto Guglielmo suo fratello, fu da poi Tancredi
richiamato da Guglielmo II, e graziosamente accolto e rinvestito del
Contado di Lecce, che fu di Roberto suo avolo materno.

Non è mancato chi scrisse[133], che il Duca Ruggiero avesse finalmente
ottenuto dal Re suo padre licenza di sposarsi la sua amata donna, ma
che prevenuto dalla morte non potè eseguirlo, e che niente altro vi
mancasse per render legittimo questo congiungimento, che la celebrità
della Chiesa essendovi già preceduto il vero e legittimo consenso;
onde è che Tancredi dovesse reputarsi non bastardo, ma legittimo; e
quindi esser avvenuto che da Guglielmo il Buono fosse stato rinvestito
del Contado di Lecce, che fu del suo avolo, e che Clemente gli avesse
perciò data la solita investitura del Regno. Ma questi racconti,
come non appoggiati a verun fondamento, meritamente da' più gravi
e diligenti Scrittori sono stati reputati favolosi; e Clemente per
opporlo ad Errico fu mosso a concedergli l'investitura, non già che lo
reputasse legittimo. Quindi è che Federico II reputasse sempre gli atti
di questi Principi, cioè di Tancredi e di Guglielmo III, suo figliuolo,
per nulli e illegittimi, e come di Principi intrusi ed invasori del
Regno, che dopo la morte di Guglielmo II, a Costanza sua madre per
successione e per volontà di Guglielmo II, si dovea.

Nè faceva ostacolo a Costanza esser donna; poichè se bene in Italia
prima di Federico II, le femmine, non altrimenti che i mutoli ed i
sordi, venivan escluse dalla successione de' Feudi, ne' quali solamente
i maschi succedevano, per quella ragione, acciocchè il Feudo dalla
lancia non passasse al fuso; nondimeno nella succession de' Regni
presso i Normanni (che che altrimenti avessero reputato i Longobardi)
le femmine non si stimavano incapaci della Corona; tanto maggiormente
perchè, regolandosi la successione secondo l'investiture de' Pontefici
romani, nelle quali venivano compresi così i maschi, come le femmine,
dandosi le investiture per gli eredi e successori indifferentemente:
venivan perciò ammessi alla successione così i maschi, come le donne,
in mancanza di quelli; e la prima investitura d'Innocenzio II, fatta
a Ruggiero così fu conceputa: _Rogerio illustri, et glorioso Siciliae
Regi, ejusque haeredibus in perpetuum_; ed in quella data da Adriano
IV, a Guglielmo I, chiaramente si concede _haeredibus nostris, qui in
Regnum pro voluntaria ordinatione nostra successerint_; siccome da poi
seguirono tutte le altre. Tanto che perciò Federico II, soleva chiamar
sempre il Regno di Sicilia ereditario, e che a lui era dovuto come
ereditario per le ragioni di Costanza sua madre: nè la successione
de' Regni si è giammai regolata colle massime e con quelle leggi,
colle quali si regolano i Feudi, come ha bene provato l'incomparabile
Francesco d'Andrea in quella sua dotta scrittura della successione del
Brabante: e quindi è nato che a' Regni di Sicilia indifferentemente
sian succeduti così i maschi, come le donne, e salvo che negli ultimi
tempi del Re Alfonso e degli altri Re aragonesi, per li mali cagionati
a questo Regno dalle due Regine Giovanna I e II, non si pensò a darvi
rimedio, come al suo luogo noteremo. Fu questo costume non solo in
Sicilia ed in Puglia da lunghissimo tempo introdotto; ma in quasi
tutti gli altri Regni d'Europa, la quale perciò dagli Asiani e dalle
altre Nazioni del Mondo vien chiamata _il Regno delle femmine_; non
solo perchè alle medesime rendiamo quegli onori ed adorazioni, come
se fossero nostri idoli, contro il costume degli Orientali, ma ancora
perchè le veggono innalzate sopra i più alti sogli delle Monarchie e
de' Reami. Anzi presso i Normanni, se bene le medesime erano escluse
dalla successione dei Feudi, non era però, che sovente i Re non le
investissero di Baronie e di Contadi, siccome presso Ugone Falcando
abbiamo veduto di Clemenzia figliuola naturale di Ruggiero I, la quale
fu investita del Contado di Catanzaro da suo padre.

Tancredi adunque non altro titolo più plausibile poteva allegar
per se, se non la volontà de' Popoli, i quali l'aveano proclamato
Re ed innalzato al trono di Sicilia; ma molti Baroni per opra
dell'Arcivescovo Gualtieri gli negavano ubbidienza, e particolarmente
quelli del nostro Regno di Puglia; onde bisognò a Tancredi usar tutte
le arti per ridurgli alla sua parte. Teneva egli per moglie Sibilia,
sorella di Riccardo Conte della Cerra[134]; onde mandò al medesimo
grossa somma di denaro, acciocchè ragunasse gente armata per debellar
chi gli avesse contrastato, e procacciasse insieme amichevolmente,
e con preghiere, e con premi di trarre il maggior numero de' nostri
Regnicoli dalla sua parte. Fu l'opera del Conte Riccardo così efficace,
che in breve tempo, posto insieme grosso esercito, sottopose al Re
quasi tutti i Baroni del Principato e di Terra di Lavoro, e pose a
ruba ed a ruina i castelli del monastero di Monte Cassino, infinchè
Roffredo Abate di quel luogo non gli giurasse fedeltà anch'egli. Ma
ciò non ostante gli fecero resistenza le città di Capua e di Aversa. E
Ruggiero Conte di Andria e Gran Contestabile (colui che da Guglielmo,
come abbiam detto, fu mandato suo Ambasciador in Vinegia) non cedendo
di nulla a Tancredi, e sdegnando, che gli fosse stato anteposto nella
corona del Regno, con Riccardo Conte di Calvi, e con molti altri suoi
partigiani, e con grosso stuolo d'armati ne andò a fronteggiar le
genti del Conte Riccardo, acciocchè non avesse occupata la Puglia; e
scrisse ad Errico in Alemagna, che venisse ad acquistarsi il Regno di
Sicilia, che a sua moglie di ragion perveniva, togliendolo al Conte
di Lecce, che l'avea ingiustamente occupato. Scrisse ancora ad Errico
l'Arcivescovo Gualtieri dandogli parte di quanto era accaduto in
Sicilia: ma soprastando Errico a venire ed a mandar gente, Tancredi
tosto personalmente venne a queste nostre province, e felicemente
soggiogò la maggior parte della Puglia, non ostante il contrasto
fattogli dal Conte Ruggiero.

Intanto Errico avea spedito per Italia con numeroso esercito Errico
Testa Maresciallo dell'Imperio, il quale giunto in Italia dopo i
progressi fatti da Tancredi in Puglia, per lo cammino dell'Aquila entrò
in Terra di Lavoro con abbruciare, dar a saccomanno tutti i luoghi,
ch'e' prese; e congiuntosi col Conte Ruggiero passò prestamente in
Puglia, ove disfecero altresì molti castelli, tra' quali abbatterono
sino dai fondamenti Corneto, luogo sottoposto all'Abate di Venosa, in
dispetto di costui, perchè avea aderito a Tancredi. Intanto l'esercito
del Re non volendo arrischiarsi a far giornata in campagna con i
soldati tedeschi, s'afforzò entro la città d'Ariano, ed in alcuni
altri castelli circonvicini, ed avvedutamente temporeggiando, vide in
breve disfarsi l'oste nemica; perciocchè Errico Testa, assediato per
alcun tempo Ariano, essendo il maggior fervor della State, tra per la
noia del caldo, e per lo mancamento delle cose da vivere, infermando e
morendo i suoi soldati, fu costretto alla fine dal timor di non rimaner
del tutto disfatto a partirsi di là, e senza aver fatto alcun progresso
notabile a ritornarsene indietro in Alemagna.

Ma Ruggiero Conte d'Andria, troppo nelle sue forze confidando, volle
mantener la guerra; onde munita la Rocca di S. Agata, si ritrasse
in Ascoli per difendersi colà entro dal Conte della Cerra; il quale,
ripreso ardire per la partita de' Tedeschi, gli era andato addosso, e
cintolo d'uno stretto assedio, nè potendolo recare al suo volere, nè
con preghiere, nè per forza, si rivolse agl'inganni; onde chiamatolo
sotto la sua fede un giorno a parlamento fuori della Terra, ove
tese gli avea l'insidie, il fece prigione, e poco stante il privò
crudelmente di vita. Dopo la qual cosa andò a campeggiar Capua; i cui
cittadini, smarriti per la morte del Conte Ruggiero, se gli resero
con troppo precipitoso consiglio, perciocchè Errico Re d'Alemagna, le
cui parti seguivano, era già con grande e potente esercito entrato in
Italia per l'acquisto del Reame.

Erano in questo mentre, essendo morto Errico suo padre, Riccardo
Re d'Inghilterra e Filippo Re di Francia con grossa armata partiti
da' loro Stati per andare in Palestina; e giunti, benchè per
diverso cammino amendue a Messina su la fine del mese di settembre,
sopraggiunti ivi dal verno, fu di mestiere, che v'albergassero sino
alla vegnente primavera per potere proseguire la navigazione. Il Re
Riccardo vi si trattenne ancora per dar sesto ad alcune differenze, che
eran nate fra la Reina Giovanna sua sorella vedova del Re Guglielmo,
e Tancredi Re di Sicilia, ed avendole composte, Tancredi promise
di dar per moglie ad Arturo Duca di Brettagna nipote del Re inglese
e successor nel Reame, per non aver Riccardo prole alcuna, una sua
figliuola ancor fanciulla, venuta che fosse all'età convenevole al
maritaggio, con ventimila oncie d'oro di dote[135].

(Le differenze eran insorte per lo Dotario della vedova Regina, e per
alcuni tumulti accaduti in Messina fra gl'Inglesi ed i Messinesi,
mentre _Riccardo_ fu di passaggio a Messina; e l'istromento di
questa pace stipulato nell'anno 1190 è rapportato da _Lunig_[136];
dove si leggono pattuiti gli sponsali tra _Arturo_ e la figliuola di
_Tancredi_, e costituita la Dote di ventimila oncie d'oro).

Era in questi tempi disseminata per tutta Europa la fama di
Giovacchino Calabrese Monaco Cisterciense, ed Abate di Curacio,
riputato comunemente per Profeta, onde venne curiosità al Re Riccardo
di favellargli, il quale dalle sue parole s'avvide incontanente,
ch'era un cianciatore, e quello ch'egli disse dovere fra pochi anni
avvenire in Terra Santa, succedette tutto al contrario. Fu egli però
di uno spirito molto vivace, accorto e scaltro, e sopra tutti que'
della sua età, intendentissimo delle sacre scritture, e dalla somma
perizia, che avea delle medesime col suo gran cervello pronto e vivace,
imposturava la gente facendosi tenere per Profeta. Dagl'infiniti libri
che compose tutti con titoli speziosi e stravaganti, ben si conosce,
che sopra i Teologi di que' tempi fu riputato d'alto e di sottile
accorgimento e dottrina[137]. Se la prese con _Pietro Lombardo_,
uomo anch'egli rinomato in questi tempi, detto il _Maestro delle
Sentenze_, trattandolo con molta acerbità, nè ebbe riparo di chiamarlo
in un suo libro, che gli scrisse contro, eretico e pazzo; ma perchè
la dottrina di Pietro era tutta cattolica, che non meritava tali
rimproveri dal Calabrese, Innocenzio III, nel Concilio che celebrò in
Laterano, condannò il libro dell'Abate, e trattò come eretici coloro,
che ardiranno di difendere la sua dottrina in questa parte contro il
Lombardo.

Non è però, che per la sua grande perspicacia e talento, non fosse
stato anche da uomini dotti riputato saggio e dotato di spirito, se
non di profezia, almeno d'intelligenza, come scrisse di lui Guglielmo
parisiense Vescovo di Parigi, che fiorì intorno all'anno 1240. Ed
il nostro Dante non ebbe difficoltà di metterlo nel Paradiso e di
celebrarlo ancora per Profeta:

    _Raban è quivi, e lucemi da lato,_
      _Il Calabrese Abate Giovacchino_
      _Di spirito profetico dotato_[138].

Siccome la Cronaca di Matteo Palmieri, Sisto Sanese, Errico Cornelio
Agrippa, il Paleotto e moltissimi altri riportati dall'Autor della
Giunta alla Biblioteca del Toppi.

Intanto Errico Re d'Alemagna, essendogli in questo mentre arrivata
la novella della morte di Federico Barbarossa suo padre, che, come
si disse, morì nella minore Armenia, volendo acquistarsi il buon
volere de' Tedeschi, restituì ad Errico Duca di Sassonia, ed a ciascun
altro, ciò che l'Imperadore suo padre gli avea tolto; e racchetati in
cotal guisa gli affari di Alemagna, inviò suoi Ambasciadori in Roma
al Pontefice Clemente ed a' Senatori della città, dando loro avviso,
che egli era per calare in Italia a torre la Corona imperiale nella
prossima Pasqua; ed entrato l'anno di Cristo 1191, mentre si stava
attendendo la sua venuta, morì Papa Clemente, il quarto giorno di
aprile, e sopraggiunto intanto il Re Errico in Roma, fu creato suo
successore Giacinto Bubone romano nato di nobil sangue e vecchio di
85 anni, il quale si nomò _Celestino_ III. Con questo nuovo Pontefice
fu accordata l'incoronazione d'Errico, il quale nella chiesa di S.
Pietro con la solita pompa insieme con la moglie Costanza fu coronato
Imperadore[139].

Il Re Tancredi era da Palermo passato di nuovo in Puglia, ove ragunato
un Parlamento di suoi Baroni a Termoli, e dato sesto a molti affari
del Regno, se n'andò poi in Apruzzi; e debellato il Conte Rainaldo il
costrinse venire alla sua ubbidienza. Indi passato a Brindisi conchiuse
il maritaggio tra Ruggiero suo figliuolo primogenito, ed _Ircoe_, detta
ancora talvolta _Urania_, figliuola d'Isaac Imperador greco[140]; e
poco stante, venuta da Costantinopoli a Brindisi, si celebrarono nella
medesima città pomposamente le nozze. Fece ancora Tancredi coronar
quivi Ruggiero Re di Sicilia; onde riflette Inveges[141], che questo
fu il primo Re coronato fuori di Palermo; e fatta l'incoronazione se
ne tornò Tancredi lietamente a Palermo, avendo conceduto prima del suo
partire a Roffredo Abate di Montecassino la Rocca di Evandro e la rocca
di Guglielmo.

Ma l'Imperador Errico, tosto che fu coronato in Roma raccolse il
suo esercito, ed accompagnato da Costanza sua moglie per la via di
Campagna assalì il Reame per conquistarlo; ma Celestino fece tutti
i suoi sforzi per frastornarlo dall'impresa, e si sdegnò assai, che
per tal cagione movesse guerra a Tancredi, quando del Regno n'era
investito da Clemente suo predecessore[142]. Niente però valse l'opera
di Celestino, poichè i Tedeschi pervenuti alla Rocca d'Arce, luogo
fortissimo posto alle frontiere dello Stato della Chiesa, lo presero
per forza d'arme in un subito: il qual avvenimento, siccome rincorò,
e diede baldanza a' soldati dell'Imperadore, così all'incontro scemò
in gran parte il valor de' Regnicoli; onde Sorella, Atino e Colle,
sbigottite, senza aspettar altro assalto, se gli diedero; e Roffredo
Abate di Monte Cassino, che gravemente era infermo in letto, con
quelli di S. Germano, inviarono a giurargli fedeltà anch'essi; e poco
stante Cesare e Costanza ne girono a quel monastero a visitar quel
Santuario. Seguitando poi il lor cammino, se gli diedero il Conte di
Fondi, e quel di Molise, e passando in Terra di Lavoro si rivolse
alla lor parte Guglielmo Conte di Caserta, e le città di Teano,
Capua ed Aversa; nè ritrovarono resistenza alcuna sino a Napoli, ove
essendosi ricovrato il Conte della Cerra, e non volendo que' cittadini
mancar di fede a Tancredi, s'apprestarono francamente alla difesa. Si
governava allora questa città da _Aligerno_, di cui fu quel privilegio
spedito agli Amalfitani, come si disse; e sebbene riconoscesse per
suo Signore Tancredi, siccome conobbe tutti gli altri Re normanni suoi
predecessori, riteneva però quella forma stessa di Governo, che avea
prima, che da Ruggiero fosse manomessa. Entrato ora in sua difesa il
Conte Riccardo, potè far valida resistenza ad Errico; il quale inviata
l'Imperadrice Costanza a Salerno, che in questo mentre era passato
sotto la sua dominazione, cinse Napoli d'uno stretto assedio da tutti i
lati; ma non perciò fu bastevole a prenderla a patto alcuno, così per
la valida difesa del Conte e de' Napoletani, com'ancora perchè negli
eccessivi ardori di quella state, infermando per lo soverchio mangiar
de' frutti, e per l'intemperie dell'aria in que' luoghi paludosi,
i Tedeschi, ne cominciarono a morire in grosso numero, fra' quali
morì l'Arcivescovo di Colonia, il cui corpo portarono i famigliari a
seppellire in Alemagna; ed ammalatosi alla fine il medesimo Imperadore,
veggendo non poter venire a capo della sua impresa, dato a saccomanno
tutto il Contado, ed abbruciato ogni sorta d'alberi fruttiferi, lasciò
la città libera dall'assedio. Ed avendo lasciata Costanza in Salerno,
ed un suo Capitano chiamato Mosca in Cervello, alla guardia del castel
di Capua, Diepoldo Alemanno alla Rocca d'Arce, e Corrado di Marlei alla
Terra di Sorella; e presi gli ostaggi da que' di S. Germano, i quali
recò seco con l'Abate Roffredo, per lo cammin delle terre di Pietro
Conte di Celano uscì dal Reame, e s'avviò verso Lombardia per girsene
in Alemagna.

Riccardo Conte della Cerra avendo intesa la partita d'Errico, uscì
prestamente con suoi soldati da Napoli, e con molti Napoletani, che
parimente li seguirono, ed essendo andato a Capua, que' cittadini
tosto se gli diedero, uccidendo grosso numero di Tedeschi, che in essa
dimoravano, ed assediato il castello, non potendovisi Mosca in Cervello
mantenere per difetto di vettovaglie, glielo rese, uscendone libero
con tutti i suoi[143]. Indi prese il Conte Atino, Aversa, Teano, e S.
Germano con tutte le terre della Badia di Monte Cassino; e richiesto
Adenolfo da Caserta Decano del monastero, che v'era rimasto in guardia
per l'assenza di Roffredo, a darsegli, non potè a patto alcuno, nè con
preghiere, nè per forza recarlo al suo volere. Soggiogò poscia Riccardo
Mandra Conte di Molise, e pose in guardia di S. Germano, e di S. Angelo
Teodico Masnedam. Per li cui felici progressi sgomentato Riccardo
Conte di Fondi, il quale avea comperato dall'Imperadore Sessa e Teano,
abbandonando il suo Stato si fuggì in Campagna di Roma: e Tancredi
volendo gratificar _Aligerno_ napoletano per li servigi resigli nella
difesa di Napoli, donogli il Contado di Fondi, che a Riccardo era stato
confiscato.

Ma tutti questi progressi niente sbigottirono Adenolfo Decano
Cassinense, il quale non ostante, che Papa Celestino l'avesse perciò
scomunicato, ed avesse parimente interdetto il suo monastero[144], pur
volle ostinatamente co' suoi Monaci mantenersi nella parte imperiale.
Tutto al contrario de' Salernitani, i quali volendo ricuperar la grazia
del Re Tancredi, gli dieron presa la Imperadrice _Costanza_, la quale
egli con animo generoso avendo a grand'onore raccolta in Palermo, non
molto da poi a richiesta del Papa in libertà la ripose, e con molti
doni in compagnia d'Egidio Cardinal d'Aragona al suo marito in Alemagna
la rimandò[145].

Fu però con dubbia sorte lungamente guerreggiato in Terra di Lavoro;
poichè Adenolfo Decano di Monte Cassino, unite alquante truppe de'
suoi, e de' Tedeschi, ricuperò tutte le terre sottoposte al suo
monistero; ed avendo da poi l'Imperadore Errico rimandato in Italia
l'Abate Roffredo col Conte Bertoldo, e buona mano di soldati Tedeschi,
si congiunse l'Abate col Decano, ed insieme uniti fecero notabili
progressi; ed entrato poscia il Conte Bertoldo nel Reame con molti
soldati Alemanni e Fiorentini, che 'l seguirono, pose sossopra questa
provincia, ed il Contado di Molise, con distruggere la città di
Venafro, e gli altri castelli intorno, ove fecero prigionieri molti
soldati del Re Tancredi.

Mentre in cotal guisa si travagliava nel Regno, Riccardo Re
d'Inghilterra, il quale con Filippo Re di Francia era passato in Soria,
ed avea preso Accone[146], venuto in discordia col detto Re Filippo, fu
di tutti il primiero a concordarsi col Saladino, facendovi tregua per
tre anni: il che conchiusero nell'anno 1192. E dato il titolo di Re di
Gerusalemme al nipote Errico, ed a Guido da Lusignano, invece del detto
Reame, che a lui apparteneva, l'isola di Cipri, sciolse l'armata da
que' lidi per ritornare al suo paese; ma sopraggiunto da grave tempesta
nel mare Adriatico, corse rischio di sommergersi, ed appena con pochi
de' suoi giunse a salvamento in terra. E camminando occultamente per
Alemagna per passare in Inghilterra, fu vicino Vienna per revelazione
de' suoi familiari conosciuto, e da Leopoldo Duca d'Austria fu dato
prigioniere in poter dell'Imperadore, ch'era suo nemico, dal quale,
dopo varj avvenimenti, essendo dimorato un anno, e poco men che due
mesi prigione, per mezzo di molta moneta, ch'egli pagò, fu riposto
in libertà, e rimandato nel suo Regno. Non aveva intanto mancato il
Pontefice Celestino per tal presura scomunicare così l'Imperadore, come
il Duca d'Austria, pretendendo non poter essere da quella assoluti, se
non restituivano i denari, che per isprigionarlo aveano estorti dal
Re; onde non volendo quelli rendergli a patto veruno, amendue così
scomunicati com'erano si morirono.

Ma ritornando agli avvenimenti del nostro Reame, il Conte Bertoldo
proseguendo i suoi acquisti in Terra di Lavoro e Contado di Molise, e
concorrendo a lui ogni giorno grosso numero di Regnicoli, che bramavano
il dominio de' Tedeschi, tutte queste cose obbligarono il Re Tancredi
per dubbio, che non si mettesse in rivoltura tutto il Regno, di
passare da Palermo di nuovo in Puglia; onde avendo ragunato numeroso
esercito, andò a fronteggiar il Conte[147]; ed affrontatosi amendue
sotto Montefuscolo, furono per venire a battaglia; ma consigliato
il Re, che non era convenevole arrischiar la sua persona reale in un
fatto d'arme contro Bertoldo, che non era che un semplice condottiere,
sfuggì di combattere[148]; la qual cosa al Conte, che avea gente men
di lui, sommamente aggradì, e partitosi da Montefuscolo ritornò nel
Contado di Molise, dove campeggiando il castel di Monte Rodano, fu,
mentre il combattea, ucciso da una palla scagliata da que' di dentro
con una manganella, ch'era una macchina da trar pietre, che in vece
dell'artiglierie s'usava in que' tempi, e fu in suo luogo eletto lor
Duca da' Tedeschi Mosca in Cervello. E Tancredi partito anch'egli da
Montefuscolo riprese la Rocca di S. Agata, e tutti i luoghi di quella
provincia, e passato poscia in Terra di Lavoro tosto a lui si resero
Guglielmo Conte di Caserta, e la città d'Aversa con alcuni altri
luoghi. Ed avendo in cotal guisa ridotti in pace i confini di Puglia
e di Campagna ritornò in Sicilia, con aver prima del suo partire con
ogni suo potere, ma invano, tentato di trarre alla sua parte Roffredo
Abate Cassinense, che quasi presago di quel che poi avvenne, nè per le
preghiere del Re, nè per le minaccie del Pontefice volle a patto alcuno
scompagnarsi da' Tedeschi.

Ma tosto si rivoltarono in lutto questi fortunati avvenimenti di
Tancredi; poichè non guari dopo questo suo ritorno in Palermo,
s'infermò Ruggiero suo figliuol primogenito, dal quale, quando
attendeva numerosa prole, avendolo ammogliato con Irene, per esser
sano, ed ajutante della persona, essendo fallaci i disegni di questa
vita, con pur troppo acerba ed immatura morte fugli involato. Una
perdita cotanto grave trafisse sì amaramente l'animo del Re suo
padre, che poco stante, avendo fatto coronar Re Guglielmo suo secondo
figliuolo[149], infermò anch'egli per grandissimo dolor d'animo,
nè ritrovando rimedio valevole a superar la forza del male, uscì
medesimamente di vita in Palermo l'anno 1193 secondo Riccardo da S.
Germano Scrittor contemporaneo, e fu con pompose esequie nel Duomo
sepolto nello stesso avello, ove era in prima stato seppellito il
figliuolo Ruggiero, siccome egli, avanti che morisse, comandato avea.

Fu il Regno di questo Principe non men breve, che pieno di travagli e
di rivolture; nè gli fu dato spazio, che avesse potuto d'altre leggi in
miglior forma ristabilirlo, non permettendogli gli affari più premurosi
della guerra di poter pensare a quelli della pace; perciò leggi di
questo Principe non abbiamo; nè se pure ne avesse promulgate, avrebbe
sofferto Federico II d'unirle colle sue, e con quelle di Ruggiero,
e de' due Guglielmi. Riputò egli così Tancredi, come Guglielmo suo
figliuolo che gli succedette, per intrusi, e volle che qualunque
concessione, privilegio o donazione, che si trovasse de' medesimi, come
di tiranni ed invasori, non avessero niun vigore, nè fermezza[150];
non altrimenti che stabilì Giustiniano Imperadore dei Re goti, il
quale approvò tutti gli atti e le gesta di Teodorico, e d'Atalarico
suo figliuolo, ma non già quelli di Teodato, Vitige e degli altri Re
successori, i quali reputò tiranni, ed invasori del Regno d'Italia.

Ebbe Tancredi, di Sibilia di Medania figliuola di Roberto Conte della
Cerra fratello uterino di Ruggiero da Sanseverino figliuolo di Trogisio
normanno, i due maschi che di sopra abbiam mentovati, ed alquante
femmine; delle quali sopravvissero al Re solamente Albirnia e Mandonia,
che col fratello Guglielmo, e con la madre Sibilia languirono lungo
tempo in Alemagna prigioniere di Errico, come appresso diremo; e
secondo che rapporta Inveges[151], ebbene una altra chiamata Costanza
moglie di Pietro, zio del Doge di Venezia.



CAPITOLO I.

_GUGLIELMO III Re di Sicilia succede al padre TANCREDI. L'Imperador
ERRICO gli muove guerra, gli toglie il Regno e lo fa suo prigione._


Succeduto adunque al morto padre il figliuol Guglielmo, III di questo
nome nell'ordine de' Re normanni, che dopo la morte di Ruggiero suo
fratello avea Tancredi in sua vita fatto incoronare Re di Sicilia, e
pervenuta di ciò la novella in Alemagna, mosse immantenente Errico
a calar di nuovo in Italia per conquistar il Regno, giudicando
(morto Tancredi) non aver altro ostacolo per recare a fine il suo
intendimento. Inviata adunque l'armata nelle maremme del Reame, egli
vi venne per lo cammino di S. Germano, ed andossene a Monte Cassino,
ove fu a grande onor accolto dall'Abate Roffredo, essendo parimente
stato incontrato sino a' confini dello Stato della Chiesa da' suoi
Tedeschi, e dal Conte di Fondi, e da molti altri Baroni regnicoli suoi
partigiani[152].

Passato in Campagna, ed avute in balia tutte le terre circonvicine,
fuor che Atina, Rocca Guglielmo, Capua ed Aversa, le quali nè si
resero, nè furono assalite, n'andò sopra Napoli. Avea questa città,
prima che vi giungesse Errico, patteggiato co' Pisani, che con buona
armata Errico v'avea mandati, di rendersi, onde appena vi sopraggiunse
Errico, che subitamente gli aprì le porte.

Indi campeggiò Salerno, che si volle difendere, temendo della ira di
Cesare, che sdegnato per la prigionia di Costanza, non la distruggesse:
ma non potendo resistere a tante forze, fu da Errico presa e
crudelmente saccheggiata; e degli abitatori alcuni uccise, altri fece
porre in cruda prigione, ed altri mandò in esilio, lasciando in cotal
guisa desolata quella nobil città in vendetta dell'ingiuria a lui
fatta. Così delle città più magnifiche di questo Regno, Benevento,
essendo pervenuta in poter della Chiesa romana, perdè tutto il suo
lustro, e cadde dal suo antico splendore; e quando prima era capo d'un
vasto Principato, da poi il suo territorio non si stese più che poche
miglia fuori delle sue mura. Bari per l'indignazione di Guglielmo I
abbattuta: Salerno ora va in desolazione; e Capua tuttavia scadendo,
avea perduta la sua antica magnificenza. Non dovrà dunque parere
strano, se per la declinazione di quelle illustri città, qui a poco
vedremo Napoli sorgere sopra tutte le altre del Regno, che col favore
di Federico II e più per Carlo I d'Angiò si rese capo e metropoli di sì
vasto e nobil Reame.

Così Errico, trionfando felicemente in queste province, con non minor
felicità entrò nella Puglia, la quale, senza trovar alcun contrasto,
soggiogò tutta; indi spedì in Sicilia l'Abate Roffredo suo fedelissimo,
dandogli autorità di poter ricevere in suo nome tutti i luoghi, che se
gli volessero dare. Questi passando per la Calabria, a gara tutte le
città e castelli di quella regione gli aprirono le porte, e valicato
il Faro, se gli diedero anche Messina, Palermo, e quasi tutte le altre
terre di quell'isola senza trovar alcuno, che se gli opponesse.

La Reina Sibilia veggendo l'infedeltà de' Siciliani e temendo di se
stessa, e de' suoi figliuoli, uscita dal regal palagio, si ricovrò nel
castel di Calatabellotta luogo fortissimo, ed atto a far lunga difesa;
ed intanto i Palermitani prestamente invitarono l'Imperadore, che in
questo mentre era passato anch'egli in Sicilia, ad entrar nella loro
città. Ma Errico non volendo perder tempo in combatter Calatabellotta,
si dispose di voler con frode ottener il suo intendimento; onde
inviati suoi Messi alla Regina, patteggiò con lei che cedendogli ella
le ragioni del Regno, egli a lei darebbe il Contado di Lecce, ed al
figliuolo Guglielmo il Principato di Taranto; la quale, vedendosi
abbandonata da ciascuno, si contentò di tale accordo; ed essendo Cesare
entrato con gran pompa in Palermo, non guari da poi venne a' suoi piedi
l'infelice Guglielmo a cedergli la Corona di Sicilia, come appunto
scrivono la Cronaca che si conserva in Monte Cassino, e Riccardo da S.
Germano.

Ecco come questi Regni da' Normanni passarono ai Svevi, non per
conquista, come passarono da' Greci e da' Longobardi a' Normanni,
ma per successione, per la persona di Costanza ultima del legnaggio
legittimo de' Normanni. Egli è vero, che niente avrebbe giovato
ad Errico questa ragione, se non l'avesse sostenuta colle armi;
ma non potrà negarsi, che Federico suo figliuolo, non per altro
titolo, che per quello, sovente nelle sue Costituzioni si dichiara
esserne egli padrone. Perciò il Regno di Sicilia lo chiama suo Regno
_ereditario_[153]; ed altrove[154] _eredità sua preziosa_.

Errico avendo trionfato de' suoi nemici, e posto in cotal guisa sotto
la sua dominazione i Regni di Puglia e di Sicilia, con imprudente
consiglio si volse, per meglio stabilirsi in quelli, alla crudeltà ed
al rigore; poichè avendo prima rimunerato l'Abate Roffredo con donar
al suo monastero il castel di Malveto, e concedergli di nuovo Atino, e
la Rocca di Guglielmo, congregò nel giorno di Natale nel regal palagio
di Palermo una general Assemblea, ove avendo a coloro, che ivi s'erano
ragunati, esposto, che per lettere di Pietro Conte di Celano, era stato
avvertito d'una congiura, che si meditava contro di lui, contro il
tenor dell'accordo, e della fede data, fece prigionieri il giovanetto
Guglielmo, la Reina Sibilia, e le sue figliuole, Niccolò Arcivescovo
di Salerno, con Riccardo Conte d'Ajello, e Ruggiero suoi fratelli,
tutti e tre figliuoli di Matteo Gran Cancelliero, da lui fieramente
odiato, per essere stato cagione, come si disse che fosse da' Siciliani
creato lor Re Tancredi; ma ritrovandosi Matteo già di questa vita
passato, il mal talento, che contro il padre avea conceputo, volle
sfogarlo co' suoi figliuoli. Prese parimente i Vescovi di Ostuni e di
Trani con altri molti Prelati, Conti e Baroni. E vie più infierendo;
con crudeltà barbara fece molti di loro abbruciare, ed altri impiccar
per la gola, e fece abbacinare, e tagliare i testicoli all'infelice
Guglielmo. Ebbe Papa Celestino notizia di queste crudeltà, e gli spedì
un Legato appostolico, affinchè si trattenesse di tante crudeltà, a
preghiere anche di Eleonora Reina d'Inghilterra, madre della nostra
vedova Regina Giovanna, che scrisse all'istesso Celestino[155]; ma
l'Imperadore dispregiò questi avvisi; ed aggiunge Ruggiero ne' suoi
Annali, che non bastandogli l'aver co' vivi sfogata la sua barbarie,
non volle nemmeno perdonare a' morti; poichè fece trar di sotterra i
cadaveri del Re Tancredi, e del figliuolo Ruggiero, e fece lor torre
le corone reali, con le quali erano stati sepolti, dicendo che l'avean
prese illegittimamente. Non difformi sentimenti ebbe l'Imperador
Federico suo figliuolo, il quale per ciò annullò tutti gli atti,
privilegi, concessioni, ed ogni altro contratto fatto sotto nome di
questi Principi, riputandogli per Tiranni, ed invasori del Regno, non
già per Principi legittimi, come all'incontro ebbe Ruggiero, ed i due
Guglielmi, i quali soli perciò chiama sempre suoi predecessori.

Ma mentre in quest'anno 1195 tal cose s'adoperavano da Errico in
Sicilia, Costanza, che da Alemagna era partita per trovar suo marito,
per essergli consorte anche nel Regno, eredità sua paterna, giunta
in Italia e propriamente in _Esi_ città posta nella Marca d'Ancona,
partorì un figliuol maschio, al quale per presagio forse di quel che
dovea riuscire, ovvero per maggior stimolo di virtù, posero due nomi
de' suoi grand'avi, e lo chiamarono _Federico Ruggiero_, ed altri
_Ruggiero Federico_. Nacque quest'Eroe in quest'anno 1195[156], ed in
questa oscura città della Marca anconitana, come scrivono la Cronaca,
che si conserva in Monte Cassino, Riccardo da S. Germano, ed Alberto
Abate di Stada; ed in ciò fu eguale il destino del luogo della nascita,
a quello della morte, che fu Fiorentino, città parimente oscura della
Puglia. Inveges[157] come che per tutti i versi lo vuol nato nel suo
Palermo, ha voluto seguitar l'opinione de' moderni contro l'autorità di
Riccardo da S. Germano, e de' più antichi Scrittori; e sopra un falso
supposto, che Costanza insieme con Errico fossero stati incoronati in
Palermo l'anno 1194 gli par incredibile, che avesse di questo parto
potuto sgravarsi in Esi nell'anno seguente. E certamente direbbe vero;
ma Costanza non passò in Sicilia, se non in questo anno 1195 come
questi antichi Autori rapportano. Egli nacque mentre Costanza sua madre
non avea che 37 o al più 39 anni; e nato tra gl'incomodi del viaggio,
per non esporlo a maggiori perigli, fu dalla madre dato ad allevare
alla Duchessa di Spoleti, e lasciato sotto la cura della medesima,
e d'Alberto, da altri chiamato Corrado, Duca di Spoleti e Conte
d'Assisi suo marito[158], il quale tre anni da poi lo fece battezzare
solennemente nella città d'Assisi in presenza di quindici Vescovi, e di
molti Cardinali, e fu nominato _Federico Ruggiero_, in memoria de' suoi
grand'avoli. E questa celebrità così tardi usata nel suo battesimo con
tanto concorso di Cardinali e di altri Prelati, e la voce che vanamente
era insorta nel volgo, che vi fosse stata frode nel parto, e che fosse
stato supposto, diede cagione alla favola scritta dal _Cranzio_ nel
libro composto da lui della metropoli di Sassonia, e seguitato poi da
altri moderni Scrittori, che per la vecchiezza dell'Imperadrice, non
essendo atta a generar figliuoli, per essere, secondo ch'egli scrisse,
di 55 anni, o come altri han detto di sessanta, quando generò Federico,
partorisse in mezzo la piazza entro un padiglione, in presenza di
tutte le donne della terra, che vi vollero intervenire, e ch'ella poi
per la città di Palermo, per tor via ogni sospetto, andasse con le
mammelle nude e discoverte distillando latte, come non si è ritenuto di
scrivere l'Autor della prefazione de' Capitoli del Regno di Sicilia.
Per togliere tra il volgo questo sospetto d'essere il parto supposto,
bisognò, che il Pontefice Celestino, prima d'investir Federico del
Regno di Sicilia, ricercasse da Costanza, ch'ella giurasse, che l'avea
procreato dal suo marito Errico; e la cagion di questo giuramento
non fu perchè non era riputata allora abile per vecchiezza a generar
figliuoli, ma per torre tra il volgo la fama disseminata di supposizion
di parto; e quando Malcovaldo da Menuder, guerregiando contro Federico
in Sicilia, scrisse perciò a Papa Innocenzio, a Celestino succeduto,
che volea tal frode far chiaramente provare: il buon Pontefice, che
giudicò pruova bastante il giuramento della madre, non volle far
mettere tal cosa in giudicio, e rifiutò l'offerta di Marcovaldo. E
quindi ebbe poscia origine la novella, che Costanza era d'età canuta,
e non atta a generare quando partorì Federico, e che per essere stata,
mentr'era fanciulla, ne' primi anni, educata nel monastero delle
Monache greche Basiliane di Palermo, fosse stata Monaca sacrata, con
altre favole, che abbiam riprovate di sopra.

Intanto l'Imperador Errico avendo investito del Contado di Molise Mosca
in Cervello, che tolto avea a Ruggiero Mandra, il quale scacciato
dal Reame poco da poi se ne morì, volendo tornarsene in Alemagna,
giunto in Puglia fece ivi convocar un'Assemblea, ove anche intervenne
Costanza, la quale poco da poi passò in Sicilia, ed Errico prese il
cammino per Alemagna, conducendo seco Guglielmo, e tutti gli altri
prigionieri nomati di sopra, per la cui liberazione s'era adoperato
indarno il Pontefice Celestino. Portossi ancor seco tutto l'oro e le
gemme che potè raccogliere; avendo rapiti i tesori ed il mobile della
casa regale consistente in vasi d'oro e d'argento purissimo, e panche
e lettiere e tavole dell'istesso metallo, e panni intessuti di porpora
e d'oro, ragunati in molti anni dalla magnificenza de' passati Re; de'
quali caricò centocinquanta somieri con grave rammarico de' Siciliani,
che vedeano in cotal guisa condur via le spoglie del soggiogato Reame
da genti nemiche e rapaci nella lor terra straniera. Questi mali de'
Siciliani, ed altri maggiori, che poscia gli avvennero per opera de'
Tedeschi e d'Errico lor Signore, ben a lungo descrisse e compianse
Ugone Falcando nel proemio della sua istoria, che indirizzò a Pietro
Arcivescovo di Messina.

Partito che si fu Errico per Alemagna, Riccardo di Medania Conte della
Cerra, cognato del morto Re Tancredi, volendo passar in Campagna di
Roma per campar dalla crudeltà di lui, fu in cammino per tradimento
d'un Frate fatto prigione da Diepoldo Alemanno, il quale, fattolo
custodire strettamente nella Rocca d'Arce, attendeva il ritorno
dell'Imperadore in Italia per darlo in poter del medesimo[159].
Aveva intanto Errico mandato nel Regno per suo Legato il Vescovo di
Vormazia, il quale venuto in Napoli con l'Abate Roffredo, e con molti
soldati regnicoli e tedeschi fece abbattere a terra le sue mura, ed
il simigliante fece alla città di Capua, siccome scrive Riccardo da S.
Germano. E ragunata poi Cesare una grande e poderosa oste in Alemagna
di Svevi, Bavari e Franconi, e di altre Nazioni, di ben sessantamila
soldati, sotto pretesto d'inviargli all'impresa d'oltre mare, ma in
effetto, secondo che dice Arnoldo Lubecense, per isterminare tutti i
Normanni, e particolarmente quelli, che avean favoreggiato contro di
lui il Re Tancredi, se ne calò in Italia; e dimorato alcuni giorni
a Ferentino, ne andò poi a Capua, dove essendo ragunati tutti i
Baroni regnicoli per celebrare una generale Assemblea, gli fu dato
in balìa da Diepoldo Alemanno il Conte Riccardo, il quale egli fece
obbrobriosamente legare alla coda d'un cavallo, e strascinare per
tutte le strade più fangose, ed alla fine impiccar per i piedi;
nel qual tormento vivuto il Conte due giorni, gli fu per ordine
dell'Imperadore da un suo buffon tedesco legato al collo una fune,
da cui pendeva una grossa pietra, ed in cotal guisa fu iniquamente
strangolato[160]. Celebrato poi il Parlamento, impose una taglia a
tutti i Popoli del Reame, e creò Diepoldo Alemanno Conte della Cerra,
ed inviò Oddo fratello di Diepoldo ad espugnar Roccasecca, ove si eran
ricoverati Rinaldo e Landolfo due fratelli della famiglia Aquino per
difendersi da così crudo nemico, ed egli se ne passò in Sicilia, ove
fece aspramente morire con inaudite maniere di morte, non perdonando
nè anche a' fanciulli di tenera età, tutti i Normanni, e que'
particolarmente ch'eran di più stima, e di real sangue, ad alcuni de'
quali, in vendetta, che avean fatto coronar Re Tancredi, fece porre
una corona in testa, e conficcarla con chiodi di ferro acutissimi,
privandogli in cotal guisa acerbamente di vita. Fece anche imprigionare
Margaritone famoso Capitano, Duca di Durazzo, Principe di Taranto, e
Grand'Ammiraglio, e gli fece cavar gli occhi, e tagliare i testicoli.

L'Imperadrice Costanza, veggendo le cattività barbare usato dal marito
contro i suoi Normanni, ed il suo mal talento di voler estinguere il
suo real legnaggio, non potendo più cotal malvagità soffrire, se gli
rivolse contro[161]; e collegatasi co' Grandi del Regno, se n'andò a
Palermo, e posto mano a' tesori reali ragunò soldati contro di lui,
onde divenuti perciò più animosi i Baroni suoi partigiani, fatta
scoverta rivoltura uccisero tutti i Tedeschi, che lor capitarono
alle mani; e sarebbe stato anche l'Imperadore ucciso, se fuggendo non
si fosse salvato in una forte Rocca. Ma volendo di là girsene in un
luogo più sicuro, fu di maniera da tutti i lati cinto d'assedio da'
Siciliani, che non potendo in guisa alcuna campare, gli convenne, per
torsi da quel pericolo, ricever le condizioni, che sua moglie dar gli
volle; che furono, che egli uscendo libero, posta dall'un de' lati la
marital concordia, ne gisse via prestamente in Alemagna. Ma non volendo
poi con la guerra intestina impedir l'imprese straniere, ch'egli
intendea di fare, s'adoperò in guisa tale, che alla fine si racchetò
con sua moglie e co' sollevati Baroni; onde imbarcato il suo grande
esercito sopra molti navili per passar in Soria, pose grandissimo
timore ad Alessio Angelo, il quale avendo tolta la Signoria ad Isaac,
era divenuto Imperador di Costantinopoli; perciocchè fattogli dire
da' suoi Ambasciatori, che voleva che gli desse tutte le terre, che
avea già conquistate in Grecia il Re Guglielmo, che contenevano da
Epidauro a Tessalonica, ovvero gli pagasse un tributo che gli voleva
imporre, il Principe greco non osando rifiutar, per tema della sua
potenza, la condizione offertagli, pregò solo moderarsegli la grossezza
del pagamento chiestogli per ciascun anno; ed inviò per tutto il
suo Imperio uomini sagacissimi per ragunare tutto l'oro, che aver
potessero, togliendolo non solo da' particolari uomini, ma anche da
vasi sacri delle chiese e da' sepolcri de' morti, ove secondo l'uso
di que' tempi non piccola somma in onor di coloro che vi giacevano, si
soleva riporre; e questo per mettere insieme sedici talenti, che tanti
ne volea Errico per tributo.

E mentre tal cosa si trattava in Grecia partì da Messina l'armata
imperiale verso Oriente, essendo suo General Capitano Corrado
Vescovo d'Idelma, e Cancelliere dell'Imperio, il quale in assenza di
Cesare avea governata la Sicilia; e con felice navigazione giunse in
Palestina, e prese porto in Accone[162].

Nel medesimo tempo andò l'Imperadore a campeggiare Castel Giovanni,
il quale con Guglielmo Monaco, che l'avea in governo, se gli era
ribellato, e colà gravemente infermato si ritirò a Messina, ove se
gli aggravò di modo il male, che poco stante, e propriamente a' 29 di
settembre dell'anno 1197 passò di questa vita[163], liberando con la
sua morte dal gravissimo timore, che s'aveva della sua crudeltà, non
solamente l'Imperador di Costantinopoli, ma anche tutti i Popoli di
Sicilia e di Puglia.

Morì _Errico VI_ nel 1197 non senza sospetto, che la Regina _Costanza_
sua moglie lo avesse fatto avvelenare, siccome narrano _Giovanni
Vito Durano_ Chron. pag. 5 ed _Alberico_ ad An. 1197. Ma _Corrado
Wespergense_ pagin. 318 ciò rifiuta, dicendo: _Quod tamen non est
verisimile. Et qui cum ipso eo tempora erant familiarissimi hoc
inficiabantur. Audivi ego idipsum a Domino Chunrado, qui postmodum
fuit Abbas Praemonstratensis, et tunc in seculari constitutus, in
camera Imperatoris extitit familiarissimus_. Vedasi _Struvio_[164].
In questo anno si rapporta da _Goldasto_[165] una Costituzione del
medesimo tratta da _Giovanni_ Monaco, per la quale unì all'Imperio
la Sicilia e la Puglia; ed ottenne da alcuni Principi assenso, che
l'Imperio fosse ereditario, come la Sicilia e la Puglia, e si deferisse
per successione; ma ripugnando i Principi della Sassonia, non ebbe
tal Costituzione alcun effetto, talchè l'istesso Errico assolvè que'
Principi, che gliene avean dato consenso, e gli sciolse dal giuramento,
come rapporta _Gobelino Persona_ riferito da _Struvio_[166]. E _Lunig_
rapporta un Diploma de' Principi di Germania, dato in Francfort
nell'anno 1220 col quale dichiarano, che il Regno di Sicilia non fu mai
annesso all'Imperio: _Ita quod Imperium nihil cum dicto Regno habeat
unionis, vel alicujus jurisdictionis in illo_: come sono le parole del
Diploma, che si legge _Tom. 2 Cod. Ital. Diplom. pag. 814_.

Fu Errico, secondo che scrive Goffredo da Viterbo, di vago e
signoril sembiante; ma per quel che dalle sue laide opere si vede,
di costumi oltre modo biasmevoli e crudeli, spergiuro, e senza fede,
ed avidissimo di moneta, e sopra tutto nemico de' romani Pontefici,
da' quali scomunicato per la presura di Riccardo Re d'Inghilterra,
e per la moneta tolta dal medesimo per riporlo in libertà, e per la
presura di Niccolò d'Ajello Arcivescovo di Salerno, e morto perciò in
contumacia della Chiesa, non si voleva dar sepoltura in terra sacra.
Ma dal testamento che poi si trovò di lui, e dall'aver egli subito che
cominciò ad ammalarsi inviato il Vescovo di Bettane al Re Riccardo a
portargli la ricompensa de' denari, che gli aveva pagati[167], si rese
da poi manifesto, ch'esso si pentisse de' passati misfatti.

L'Imperatrice Costanza, morto suo marito, inviò subito l'Arcivescovo
di Messina al Pontefice, a chiedergli, che avesse data licenza, che si
fosse potuto sotterrare il suo cadavero in chiesa; e di più, che avesse
fatto tor l'assedio d'attorno a Marcovaldo da Menuder tedesco, e Gran
Giustiziero dell'Imperio, il quale era stato strettamente assediato
da' Romani in una terra detta la Marca di Guarniero; e che avesse fatto
parimente coronar il figliuolo Federico Re di Sicilia, con dimandargli
la solita investitura[168]. Alla primiera delle quali domande rispose
il Papa, che non fosse data sepoltura al corpo dell'Imperadore insino
a tanto, che si fosse accomodato il tutto col Re d'Inghilterra. Alla
seconda, rispose, che non potea far liberar Marcovaldo senza il voler
de' Romani; ed alla terza, ch'egli avrebbe fatto coronar Federico Re di
Sicilia, purchè i suoi fratelli Cardinali vi avesser parimente dato il
lor consentimento; i quali non ripugnando, fu l'incoronazione accordata
con pagar mille marche d'argento per servigio de' Cardinali; e volle
di più il Pontefice, che giurasse Costanza sopra i Santi Evangelj, che
Federico era nato di legittimo matrimonio contratto tra lei ed Errico.

Fece l'Imperadore prima del suo morire testamento, parte del quale pone
ne' suoi Annali il Cardinal Baronio; il quale dice averlo cavato dalla
vita di Papa Innocenzio inviatagli dal Cardinal Carlo de' Conti, da
lui ritrovata nell'Archivio d'Avignone, mentr'era colà Legato, scritta
da antichissimi tempi, nella quale scrittura si narra, che nella fuga
di Marcovaldo, in una rotta che da' Romani gli fu data, non già nella
Marca d'Ancona, ma in una battaglia, della quale avremo occasione di
favellare nel libro che siegue, tra gli arredi suoi fu tal testamento
trovato. È questo testamento molto pio; e' mostra pentirsi delle
passate sue colpe, le quali non potendo ricompensar d'altra maniera
in quell'estremo di sua vita, mostra volontà, che almeno fossero
emendate dal suo erede. In virtù del qual testamento fu, dopo sua
morte, restituita da sua moglie Costanza alla Chiesa, siccome scrive
Ruggiero ne' suoi Annali d'Inghilterra, la maggior parte di Toscana, la
quale egli, ed i passati Imperadori le avean tolta, cioè Acquapendente,
Santa Crispina, Monte dei Falisci, Radicofano e S. Quirico con tutti
i lor Contadi, e più altri luoghi appartenenti alla giurisdizione del
Pontefice.

Narra ancora Matteo Paris, che Errico lasciò ai Frati del Monastero
Cisterciense tremila marche d'argento de' denari pagati dal Re Riccardo
per farsene incensieri del medesimo metallo per tutto il lor Ordine;
ma che l'Abate di quel luogo rifiutasse tal dono, come di moneta
acquistata con cattivo modo.

E finalmente avendo il Papa data licenza, per essersi composti gli
affari d'Inghilterra, che si desse sepoltura al cadavere di lui, fu
trasportato al Duomo di Palermo, ed ivi riposto in un ricco avello
di porfido, il qual sinora si vede: e la sua gente, ch'era non guari
prima del suo morire giunta in Soria sotto la condotta del Vescovo
Corrado, avendo avuta contezza, ch'egli era morto, e ch'era giunto in
Palestina contro di loro il figliuolo del Saladino, smarriti per sì
cattive novelle, si posero tutti i Principi dell'oste vergognosamente
in fuga, non ostante, che i lor soldati fosser disposti a valorosamente
combattere, rimanendo soli fermi nel campo i Vescovi di Verdun e di
Magonza; de' quali poscia quel di Magonza n'andò d'ordine del Pontefice
a coronar il Re d'Armenia, che avea tal cosa instantemente richiesta.

Ma ecco, che dopo questi avvenimenti Papa Celestino, che sette anni
avea governata la Chiesa, si morì in Roma l'ottavo giorno di gennajo
dell'anno 1198, ed in suo luogo fu eletto Giovanni Lotario Cardinal
di S. Sergio e Bacco, di nobilissima stirpe, giovane di non più che
trenta anni, ma di grande avvedimento, ed il maggior Letterato, e
Giureconsulto di que' tempi, che _Innocenzo III_ nomossi.



CAPITOLO II.

_L'Imperadrice COSTANZA prende il Governo del Regno. Sua morte; e fine
del regal legnaggio de' Normanni._


Intanto l'Imperadrice Costanza, vedendo quanto erano odiati dai suoi
vassalli i soldati tedeschi, ed il lor Capitano Marcovaldo, uomo di
perduta vita, ed oltre modo crudele e rapace, volendo tener in pace il
suo Regno, loro diede bando, con ordine che tantosto sgombrassero la
Puglia e la Sicilia, nè ardissero d'entrarvi senza sua licenza[169];
onde tutti ne girono via, e Marcovaldo passato al Contado di Molise,
che morto Mosca in Cervello, gli era stato donato da Errico, con
lettere di salvo condotto dell'Imperadrice, acciocchè non fosse offeso
dagli adirati Regnicoli, ed assicurate anche da Pietro Conte di Celano
e da' Cardinali, che dimoravano in Regno, lasciati suoi Castellani
nelle Rocche del suddetto Contado, se n'andò alla Marca d'Ancona, della
quale era stato fatto Marchese da Errico, e colà dimorò fin che morì
Costanza, ritornando poscia in Puglia, ove poi, come diremo, commise
gravissime malvagità.

Innocenzio III tosto che fu coronato Pontefice, impegnossi con ogni
suo potere, che si riponessero in libertà la Regina Sibilia, suo
figliuol Guglielmo, e le figliuole, l'Arcivescovo Niccolò di Salerno,
i suoi fratelli, e gli altri Baroni siciliani e regnicoli, che
benchè fosse morto l'Imperadore, erano ancor sostenuti nelle prigioni
d'Alemagna, e si leggono perciò tre sue epistole, la prima indrizzata
agli Arcivescovi di Spira, d'Argentina e di Vormazia, ove dice
loro, che debbiano scomunicare tutti coloro, che teneano in prigione
l'Arcivescovo di Salerno, se nol rimettean di presente in libertà,
inviandolo onorevolmente a Roma, ed anche tutta la provincia, ove egli
fosse stato imprigionato; la seconda al Vescovo di Sutri, ed all'Abate
di S. Anastagia, ordinando loro, che assolvessero Filippo Duca di
Svevia, e fratello d'Errico, dalla scomunica, nella quale era incorso
per aver assalito, ed occupato lo Stato della Chiesa, pur ch'egli
procacciasse di riporre in libertà il Prelato suddetto; e la terza a'
medesimi Vescovi ed Abati, imponendo loro, che se non fossero posti
in libertà la Reina Sibilia, Guglielmo e le sorelle, e tutti gli altri
prigioni, dovessero scomunicare tutti coloro, che gli avesser sostenuti
ed interdire i loro Baronaggi[170]. Per la qual cosa il Duca Filippo,
che avea per moglie Irene greca, vedova già del giovanetto Ruggiero
Re di Sicilia, mosso a pietà di quelle donne illustri così acerbamente
trattate dalla fortuna, e per obbedir parimente ad Innocenzio, essendo
poco innanzi morto in prigione Guglielmo, le ripose in libertà e le
inviò a Roma al Pontefice; ma di quel che poscia avvenne loro, ed al
Duca Gualtieri di Brenna, che si ammogliò con una di quelle fanciulle,
ed entrò ostilmente con grosso stuolo d'armati in Terra di Lavoro,
scriveremo nel seguente libro di quest'Istoria. Furono ancora posti
in libertà l'Arcivescovo Niccolò, il Conte Riccardo e Ruggiero suoi
fratelli, che tornati in Salerno vissero poi lungamente.

Intanto l'Imperadrice Costanza, dimorando ancora il suo figliuol
Federico in poter di Corrado Duca di Spoleti, lo fece condurre dal
Conte di Celano e da Bernardo Conte di Loreto nel Reame, ed indi in
Sicilia; e non guari dapoi dimandò al Papa l'investitura, per se e
per Federico, la quale gli fu molto contrastata, non volendo darla
nella maniera, che Papa Adriano la diede a Guglielmo I, e con tutto
che Costanza gli avesse offerte larghe ricompense, non fu possibile
piegarlo, se non si cassassero quattro capitoli, de' quali parleremo
appresso, accordati prima con Guglielmo, onde rivocati questi, ottenne
dal Papa per lei, e per lo figliuolo l'investitura del Regno per mano
del Cardinal d'Ostia, che andò a Palermo, Legato di Santa Chiesa a
coronargli amendue, e riceverne il giuramento di fedeltà, e la promessa
del censo annuo di 600 schifati per la Puglia e per la Calabria, e di
400 per la Marsia. L'investitura la rapporta il Baronio, ove si leggono
le seguenti parole: _Quoniam Regnum Siciliae in Apostolicae Sedis fide
adhuc permansit, et Rogerius quondam pater tuus, et Willelmus frater,
et Willelmus nepos Reges Apostolicam Sedem, et praedecessores nostros
summa constantia coluerunt, etc. concedimus Regnum Siciliae, Ducatum
Apuliae, et Principatum Capuae, Neapolim, Salernum, Amalfim, Marsiam
cum iis, quae ad horum singula pertinent._ Viene anche rapportata
dal Chioccarelli[171], e da Rainaldo[172], e riferita dall'istesso
Innocente III in una sua epistola[173]. Scrisse ancora Innocenzio
all'Imperadrice una sua epistola, o sia Breve, prescrivendogli il modo,
che osservar si dovea nell'elezione de' Vescovi in tutti i suoi Stati,
restringendogli molto quell'autorità, che in vigore di antichissimi
privilegi e de' concordati che passarono fra Guglielmo I ed il
Pontefice Adriano, ebbero nell'elezione de' medesimi i Re di Sicilia;
di che ci tornerà occasione di far parola più innanzi trattando della
politia ecclesiastica; perlaqualcosa soleva dolersi Federico II, che
Innocenzio trattando con una donna, mentr'egli era fanciullo, avea
saputo ingannarla, ma che egli non avrebbe sofferto, che si fosser in
minima cosa derogate l'antiche ragioni e privilegi de' Re di Sicilia;
onde avvenne, che si rese odioso ai Pontefici romani, e che fosse
ciò una delle cagioni delle tante discordie e guerre, che lungamente
travagliarono l'Europa, come diremo, quando di tali avvenimenti ne'
seguenti libri dovremo ragionare.

Ma ecco finalmente l'Imperadrice Costanza, ultima degli eredi legittimi
del Re Ruggiero, ammalandosi gravemente in Palermo, passò di questa
vita il quinto giorno di dicembre di quest'anno 1198. Fu sepolta nel
Duomo della stessa città in un sepolcro di porfido a canto a quello del
marito, le cui iscrizioni, secondo che scrive il Baronio[174], fatte
novellamente scolpire da un tal Ruggiero Paruta Canonico palermitano
poco inteso della verità di questi avvenimenti, contengono la favola
del Monacato di Costanza, che sacrata e canuta divenisse moglie
d'Errico.

Lasciò ella nel suo testamento, che fece due giorni prima della sua
morte, il figliuol Federico, ed il suo Reame sotto la cura e baliato
d'Innocenzio III[175] con pessimo e pernizioso consiglio, poichè
questo fatto, oltre d'aver partoriti disordini gravissimi e d'essersi
aperta ben larga strada a' Pontefici romani d'intraprendere molte
cose sopra il Reame, come si vedrà nel seguente libro, fece nascere
l'altra pretensione dei medesimi, in congiuntura di minorità, di dover
essi assumere il governo e l'amministrazione del Regno, anche se nel
testamento dell'ultimo defunto non fosse loro conferito il Baliato,
pretendendo che di ragione, come diretti padroni, a loro si appartenga
durante la minorità del Re, siccome in fatti Clemente IV ciò pose per
ispezial patto nell'investitura, che diede a Carlo d'Angiò; e nel corso
di quest'Istoria si leggeranno molti disordini, e contese accadute in
questo nostro Regno per queste pretensioni.

Ecco come in Costanza ebbe fine il real legnaggio de' Normanni, i quali
da che Ruggiero prese la Corona in Palermo nell'anno di Cristo 1130
avean sessantotto anni con titolo reale dominato gloriosamente il Regno
di Puglia e di Sicilia: Principi per le lor degne e lodevoli azioni
meritevoli di chiara ed immortal memoria, i quali in mezzo a due Imperi
stabilirono in Italia il più possente e nobil Regno, che vi fosse in
que' tempi in tutta Europa, e che sotto Ruggiero, e i due Guglielmi
fece tremar non men l'Occidente, che l'ultime parti dell'Oriente. Ma
non perciò s'estinse in queste nostre province il sangue normanno.
Rimasero molti Baroni e Conti normanni, che per lunga serie d'anni
trasmisero co' Contadi l'illustre lor sangue nei posteri; nè senza
fondamento a' dì nostri vantano alcuni Baroni trarre la lor origine da
sì illustre e generosa prosapia. E vedi intanto come sì nobil Reame da'
_Normanni_ per diritto di successione non già per ragion di conquista,
passasse a' _Svevi_ dopo la morte di Costanza ultima di quell'illustre
legnaggio. Noi colla morte della medesima, dopo aver narrata la politia
ecclesiastica di questo secolo, daremo fine a questo libro, già che
l'alte e generose gesta di Federico suo figliuolo richiamandoci a più
nobili e magnifiche imprese, daranno ben ampio e luminoso soggetto a'
libri seguenti di questa Istoria.



CAPITOLO III.

_Politia ecclesiastica di queste nostre province per tutto il duodecimo
secolo, insino al Regno de' Svevi._


Lo Stato ecclesiastico si vide in questo secolo in un maggior splendore
e floridezza. I Pontefici romani innalzati sopra tutti i Re della
terra stendevano la lor mano in ogni Regno e provincia: ed i Re istessi
rendevansi a sommo favore dichiararsi loro ligi, e rendere i loro Regni
tributari alla Sede Appostolica. Stabilirono in questo secolo la loro
sovranità in Roma, e la lor independenza dall'Imperadore; e fecero
valere la lor pretensione di concedere la Corona imperiale. Roma erasi
renduta la Reggia universale, dove si riportavano non solo tutti gli
affari delle Chiese di Europa, ma ancora i più rilevanti interessi
delle Corone di quella, dipendendo i Principi con gran sommessione
da' cenni de' romani Pontefici; e sotto Innocenzio III il Ponteficato
si vide nella sua maggior grandezza. I Concilj per la maggior parte
erano convocati da essi, ovvero da' loro Legati, dove vi stabilivano
regolamenti, che giudicavano più confacenti per la loro grandezza; ed
a' Vescovi niente altro era rimaso, che di prestarvi il loro consenso.
Le appellazioni di tutte le sorte di cause e d'ogni sorta di persone
erano divenute tanto frequenti, che non v'era affare alcuno, che
subito non fosse portato a Roma. I Papi s'aveano appropriata gran
parte nel conferire i Vescovadi, perch'erano Giudici della validità
dell'elezioni, ancorchè queste si fossero lasciate al clero, e le
ordinazioni ai Metropolitani. A questo fine si proccurò innalzare la
dignità de' Cardinali, elevandogli a tal grado, che furono considerati,
non solo superiori a' Vescovi, ma eziandio a' Patriarchi ed a' Primati;
e sopra tutto ristringendo ad essi il potere d'eleggere il Papa. Per
mostrare maggiormente la loro sterminata potenza, e ricavarne insieme
profitto, non vi era cosa, che ricorrendosi in Roma, con facilità non
si dispensasse, onde la disciplina ecclesiastica venne ad indebolirsi;
ciocchè mosse S. Bernardo a declamare contro l'abuso di queste
dispense, come uno de' gran disordini introdotti nella Chiesa.

Ma quello che sopra ogni altro rendè il Ponteficato sublime, si fu
perchè non accadeva contesa fra' Principi d'Europa, nè controversia
d'ampj Stati e di grandi preminenze, che non si ricorreva a Roma, con
sottoporsi i litiganti alla decisione del Pontefice, di che ne possono
essere ben chiari documenti le tante epistole, e le tante decretali
d'Innocenzio III. I Re di Inghilterra, que' di Francia e di Spagna
rispettavano quella Sede con profondo ossequio: ed i nostri Re normanni
sopra tutti gli altri erano loro ossequiosissimi. Gli affari più grandi
de' loro Stati si maneggiavano da' Prelati. Si è veduto che ne' Reami
di Puglia e di Sicilia, gli Arcivescovi di Palermo, di Salerno, di
Messina, di Catania, e tante altre persone ecclesiastiche trattavano
i maggiori, e più rilevanti interessi della Corona. L'ambascerie più
cospicue ad essi erano appoggiate; e la Casa regale si reggeva da loro.
Essi erano del Consiglio regale, e nelle deliberazioni più serie e
gravi si ricercavano i loro pareri.

Le maggiori loro occupazioni non erano perciò più per lo governo
spirituale delle loro Chiese, ma tutti i loro pensieri erano negli
affari di Stato, ed indirizzati ad ingrandire le loro Chiese di
giurisdizione, di prerogative e d'onori, e sopra tutto di beni
temporali.

Crebbe perciò, per lo favore de' Principi, la loro conoscenza nelle
cause; poich'essendo i Vescovi per lo più assunti per Consiglieri del
Re, fu cagione di accrescere in immenso l'autorità del Foro episcopale;
ed abbiam noi veduto, che l'Arcivescovo di Palermo ottenne dal Re
Guglielmo di potere i Giudici ecclesiastici conoscere del delitto
d'adulterio e l'Imperadrice Costanza, Regina di Sicilia, drizzò un
editto ai Conti, Giustizieri, Baroni, Camerarj ed a' Baglivi della
diocesi del Vescovo di Penne, nel quale espressamente proibisce
loro di procedere ne' delitti d'adulterio, ma che lascino procedere
in quelli la Giustizia ecclesiastica; e quando accadesse che negli
adulterii, si fosse usata violenza, il Giudice ecclesiastico conoscerà
dell'adulterio, ed il Magistrato secolare della violenza, siccome
si legge nell'editto dato in Palermo l'anno 1197, e rapportato
dall'Ughello nella sua Italia sacra[176]. A questo s'aggiunse, che
gli Ecclesiastici, come quelli che meglio de' laici s'intendevano di
lettere, erano riputati migliori, e più sufficienti ad amministrar
giustizia, onde con facilità s'inducevano ad avergli per Giudici, e di
vantaggio, non potendo la Chiesa condennare a pena di sangue, nè anche
all'ammenda, ciascuno, per essere più dolcemente trattato, non solo
non sfuggiva, ma desiderava sottoporsi al giudicio di quella. Ma sopra
ogni altro si accrebbe la loro conoscenza, perchè i Re e i Signori
temporali, ed i loro Giudici non badavan molto allora a mantenere la
lor giurisdizione nelle cause, le quali non erano lucrative, e di gran
rendita per essi, com'è oggi, ma più tosto eran loro di peso, perchè
le loro cariche erano esercitate gratuitamente, e senza poter dalle
Parti esigere emolumento alcuno. Ed oltre a ciò quando s'entrava in
contenzione di giurisdizione con gli Ecclesiastici, le scomuniche
fulminavano, di che eravi presso di noi vestigio, che tutte le
domeniche ne' sermoni delle Messe parrocchiali si scomunicavano coloro,
che impedivano la giurisdizione della Chiesa.

Questo accrescimento dell'autorità del Foro episcopale, e
l'applicazione de' Vescovi in cose maggiori e più rilevanti, fece che
quando prima per ufficio caritatevole erano essi impiegati per via
d'amicabile composizione a decidere i piati tra' Fedeli, e vennero poi
ad acquistare per privilegio de' Principi la giurisdizione, esercitando
da se stessi la giustizia a' litiganti: finalmente se n'esentarono
in tutto, e cominciarono a crear Ufficiali per amministrarla; onde
eressero Tribunali con particolari Giudici, ed in decorso di tempo a
crear anch'essi Notaj, che avessero il pensiero, e la cura degli atti e
de' processi. Quindi sgravandosi ancora del peso d'insegnare i misterj
della nostra fede, stabilirono Professori di teologia per insegnare
nelle Chiese cattedrali la teologia, e tenendo a vile gli esercizj
delle cose sacre, tutta la loro applicazione era nelle cose del
secolo, e negli affari politici e di Stato. Da ciò nacque, che bisognò
provvedere il Foro episcopale d'un nuovo Corpo di leggi ecclesiastiche,
onde surse il decreto di Graziano, per istabilir meglio la giustizia
ecclesiastica, e la grandezza Pontificia.


§. I. _Nuove collezioni de' canoni, e del decreto di GRAZIANO._

Le raccolte, che si fecero nel precedente secolo, furono delle prime
dove i canoni si videro distribuiti per via di materie; ma quasi tutte
furon contaminate dalle varie cose suppositizie d'Isidoro, che in
quelle furono inserite. _Burcardo_ Vescovo di Vormes ne distese una
divisa in venti libri, che intitolò _Magnum Canonum Volumen_[177]. Ad
_Anselmo_ Vescovo di Lucca se ne attribuisce un'altra; ma quantunque
porti il suo nome, si vede altri esserne stato l'Autore, poichè vi
sono racchiusi alcuni decreti d'Urbano II, e d'altri Pontefici suoi
successori, li quali vissero dopo Anselmo[178]. Ve n'è un'altra
di _Adiodato_ Cardinale del titolo di S. Eudossia fatta intorno
l'anno 1087 per comandamento di Vittore III.[179] L'altra del Prete
_Gregorio_, intitolata _Policarpus_; siccome quella di _Bernardo_
di Pavia, che s'intitola _Populetum_, non han mai veduta la luce del
Mondo, ma manuscritte si conservano nella Biblioteca Vaticana[180]. Ma
quella che compilò _Ivone di Sciartres_ nel fine del precedente secolo,
oscurò tutte l'altre. Egli la divise in diciassette parti, e l'intitolò
_Decretum_. Dell'altra intitolata _Pannomia_ ovvero _Panormia_
attribuita al medesimo Ivone, sono alcuni, che ne fanno autore _Ugone_
catalano[181]. Queste Collezioni erano a quei tempi le più rinomate,
e delle quali valevansi le nostre Chiese, insino che surgesse quella
cotanto famosa di _Graziano_, che tolse lo splendore a tutte l'altre,
e che ricevuta con applauso da' Canonisti, meritò d'essere insegnata
nelle pubbliche Scuole, ed in poco tempo ebbe tanti Commentatori, che
fu riputata la principal parte della ragion canonica.

Graziano fu un Monaco dell'Ordine di S. Benedetto, il quale nel
Ponteficato d'Alessandro III insegnò teologia in Bologna. E' nacque in
Chiusi città della Toscana, e fu fama che fosse procreato d'adulterio
insieme con _Pietro Lombardo_ chiamato il _Maestro delle sentenze_,
e con _Pietro Comestore_ Scrittore dell'Istoria Scolastica, creduti
suoi fratelli; narrasi ancora, che la loro comune madre non potè mai
ridursi ad aver pentimento degli adulterj commessi quando gli generò,
dicendo esserne ben paga, per aver dato al Mondo tre preclari e grandi
uomini; e corretta dal suo Confessore, non potè ridurla, imponendole
alla fine, che almeno si pentisse di questo suo non potersi pentire. Ma
Guido Pancirolo[182] rifiutò come favole questi racconti, massimamente,
perchè non fu una la patria di coloro, essendo Graziano di Chiusi,
Pietro Lombardo di Novara, e 'l Comestore fu Franzese.

Compilò egli questa Raccolta in Bologna nel monastero di S. Felice
intorno l'anno 1151 nel Ponteficato d'Eugenio III[183], e l'intitolò
_Concordia discordantium Canonum_. La divise in tre parti. La prima
contiene i principj, e ciò che riguarda il diritto canonico in
generale, ed i diritti e ragioni delle persone ecclesiastiche, sotto
il titolo di _Distinzioni_. La seconda, la decisione di diversi casi
particolari, coll'occasione de' quali si risolvono molte quistioni; ed
è intitolata le _Cause_. La terza ha per titolo _della Consecrazione_
perchè riguarda quanto appartiene al ministerio ecclesiastico, a'
sacramenti, a' riti, alle ordinazioni, e consecrazioni. La presentò
egli a Papa Eugenio, ma non costa, che ne avesse da costui ottenuta
conferma alcuna: ma non perciò che da' Pontefici non si fosse con
pubblica legge approvata, rimase ella senza autorità e vigore. Fu
ricevuta con tanto applauso, che gl'istessi romani Pontefici se ne
valsero, e tacitamente per innalzare la loro autorità, ed abbassare
quella dell'Imperadore e degli altri Principi la promossero; quindi
sotto Federico Barbarossa sursero i _Decretisti_ di fazione Guelfa, i
quali difendendo le ragioni del Papa, si opponevano a' Ghibellini[184].
Ed ancor che quest'opera contenesse infiniti errori, fosse fatta
senz'ordine, ed in una somma confusione, in guisa che fu d'uopo
poi emendarla, nè bastò l'industria e la diligenza di tanti insigni
Professori per poterla affatto pulire[185], con tutto ciò acquistò
tanta autorità, che tirò a se tutti i Letterati, i maggiori Teologi di
que' tempi ad impiegarvi i loro talenti in farvi glosse e commenti;
e nel Foro ebbe gran peso la sua autorità nelle decisioni delle
cause; tanto che Graziano era comunemente appellato il _Maestro_; e
nell'Accademie il suo _Decreto_ era pubblicamente insegnato, e coloro,
che l'insegnavano erano decorati col titolo di _Dottore_, prendendo tal
dignità per mezzo d'una bacchetta, onde si dissero _Baccellieri_[186].
Accrebbe ancora la sua autorità la fama dell'Accademia di Bologna,
la quale in que' tempi sopra tutte l'Accademie d'Italia e di Francia
teneva il vanto; ed il gran numero de' Glossatori.

I primi furono _Lorenzo da Crema_, _Vincenzo Castiglione_ di Milano
gran Canonista, ed _Ugone da Vercelli_. Seguitarono le costoro
vestigia _Tancredi_ da Corneto Arcidiacono di Bologna, il quale
intorno l'anno 1220 vi fece le chiose; _Sinibaldo Fieschi_, il quale
innalzato al Ponteficato fu detto Innocenzio IV e _Giovanni Semeca_
detto il _Teutonico_. Costui reformò tutte le chiose prima fatte ed
aggiungendo le sue, fece al _Decreto_, ciò che Accursio fece alle
_Pandette_[187]. Sursero da poi infiniti altri Glossatori, _Bernardo
Bottone_, _Goffredo_, _Egidio da Bologna_ ed altri; fra' quali
s'estolse _Bartolomeo da Brescia_ discepolo di Vincenzo Castiglione, il
quale intorno l'anno 1256 aggiunse le sue chiose a quelle di Giovanni
Teutonico, le corresse, le riformò ed in gran parte le mutò. Quando
Gregorio XIII ordinò l'emendazione del decreto di Graziano, i romani
Espurgatori ebbero molto che fare, non solo in pulendo il corpo del
decreto, ma anche per espurgarlo dagli infiniti spropositi ed assurdi,
che questi Canonisti Glossatori v'aveano aggiunti; tanto che surse quel
proverbio: _Magnus Canonista, magnus Asinista_[188].

Si credette a questi tempi, che il _Decreto_ di Graziano bastasse per
innalzare l'autorità pontificia al sommo dove potesse ascendere; ma in
decorso di tempo, mutate le cose, questa compilazione non fu riputata
sufficiente; onde al _Decreto_ successe il _Decretale_, che poi anche
non ha soddisfatto: ma secondo, che di tempo in tempo li Pontefici si
sono andati avanzando in autorità, si sono formate nuove regole, onde
ad emulazione del Corpo delle leggi civili, perchè si vedesse come,
ed in qual maniera dentro un Imperio potesse fondarsene un altro,
alle _Pandette_ opposero il _Decreto_: al _Codice_, il _Decretale_:
alle _Novelle_, il _Sesto_, le _Clementine_, e le _Estravaganti_; e
perchè niente mancasse, Paolo IV comandò a Gio. Paolo Lancellotto che
ad imitazione delle _Istituzioni_ di Giustiniano compilasse anche le
Istituzioni Canoniche, come fu fatto.


§. II. _Elezione di Vescovi ed Abati._

Ebbe in questo secolo grande incremento la potestà de' Pontefici romani
intorno alla creazione de' Vescovi ed Abati; ed ancorchè al Clero ed a'
Monaci si lasciasse l'elezione, nè apertamente s'impedisse a' Principi
il loro diritto che v'aveano per gli _assensi_; nulladimanco essendosi
i Pontefici resi Giudici della validità d'ogni elezione, inventò la
Corte romana altri modi, co' quali spesse volte la collazione de'
Vescovadi e Badie si tirassero a Roma. Furono stabilite perciò molte
condizioni da dover'essere necessariamente osservate prima di venirsi
all'elezione; altre nella celebrazione di essa; ed infinite qualità
erano ricercate nella persona dell'eletto; aggiungendo che quando
alcuna di quelle non fosse osservata; gli elettori fossero privati
allora della potestà d'eleggere, la quale si devolvesse a Roma.
Accadeva perciò e per diversi altri rispetti e cagioni, che sovente
nascevano difficoltà sopra la validità dell'elezione; il perchè una
delle parti appellava a Roma, dove per lo più si dava il torto ad
ambedue; ed era l'elezione invalidata e tirata la collazione del
Vescovado o Badia per quella volta a Roma.

Quando ancora si sapeva in Roma vacare qualche buon Vescovado o Badia,
era spedita subito una _Precettoria_, ordinandosi in quella, che non si
procedesse all'elezione senza saputa del Papa; e con onesto colore di
aiutare o prevenire i disordini, che potessero occorrere, si mandava
persona che assistesse e presedesse all'elezione, per opera della
quale con diverse vie e maneggi, si faceva cader l'elezione in colui
che dovea essere di maggior beneficio di Roma. Per queste cagioni
poche elezioni di Vescovadi e Badie erano celebrate, che per alcuni di
questi rispetti non fossero esaminate in Roma; onde i Pontefici romani
quasi in tutte s'intromettevano, coprendosi ciò con onesto titolo
di devoluzione per servizio pubblico: perchè gli elettori ordinari
mancavano di quello, ch'era debito loro. Questi modi usati variamente
secondo l'esigenza de' casi, non furono a questi tempi stabiliti in
maniera, che avessero forza di legge, ma più tosto di consuetudini o
di ragionevolezza; insino che Gregorio IX ridotti in un corpo tutti li
rescritti, che servivano alla grandezza romana, ed esteso ad uso comune
quello, che per un luogo particolare e forse in quel solo caso speziale
era statuito, cacciò fuori il suo _Decretale_, che principiò di fondare
e stabilire la Monarchia romana.

Questa medesima soprantendenza si pretese da' Pontefici romani
esercitare nelle nostre Chiese e monasteri, e metter mano a quella
parte che nell'elezioni s'apparteneva a' nostri Principi, e si
tentò escludergli anche dall'_assenso_ ricercato in quelle. Ma il
Re Guglielmo I nella pace fatta con Papa Adriano, volle ciò pattuire
con Capitolazione particolare, in vigor della quale, siccome altrove
fu narrato, fu l'assenso del Re stabilito per necessario in tutte
l'elezioni delle nostre Chiese, in guisa, che se l'eletto non fosse
piaciuto al Re, o perchè fosse persona a lui odiosa e che per qualunque
altra cagione non volesse assentire, non potesse quegli intronizzarsi
e consecrarsi[189].

Ma non mancarono in Roma di dire, che quelle Capitolazioni accordate
da Guglielmo con Adriano, fossero state estorte per violenza e colle
armi alle mani; tanto che quando lor veniva in acconcio, abusandosi
della bontà o debolezza di qualche Principe, sotto onesto colore di
prevenire i disordini o che i nostri Re s'abusassero di questa facoltà,
si facevano i Papi ben sentire, pretendendo di più, che riconoscendo
tal prerogativa per beneficio e privilegio lor conceduto dalla Sede
Appostolica, avvertissero a ben servirsene perchè altrimente sarebbe
stata lor tolta. E nel Regno di Guglielmo il Buono, essendosi questo
Principe valso di questa ragione nell'elezione del Vescovo d'Agrigento,
pure incolparono quell'innocente Principe d'eccesso; ed oggi giorno
si legge una epistola tra quelle di Pietro di Blois[190], dirizzata
al Cappellano regio di Sicilia, dove dolendosi che nella Chiesa
d'Agrigento, il Re, dissentendo il Capitolo, vi avea posto per Vescovo
il fratello del Conte di Loritello, l'inculca, che per l'ufficio suo
ammonisca il Re a non darlo a persona indegna.

Ma caduto il Regno di Sicilia in mano di femmina sotto la Reina
Costanza, allora parve ad Innocenzio III tempo opportuno di alterare
i patti accordati da Papa Adriano con Guglielmo I. Egli si dichiarò
in prima, che non avrebbe conceduta l'investitura del Regno, se non
si moderassero que' Capitoli, ed in effetto bisognò a Costanza di
contentarlo, e nell'investitura che diede a lei ed al suo piccolo
figliuolo Federico, ancorchè serbasse loro l'assenso, nulladimanco
quasi lor impose necessità di darlo, sempre che ne fossero ricercati,
e l'elezione si fosse canonicamente fatta[191].

Ma ciò non bastando ad Innocenzio, volle egli regolare e dar norma
all'elezioni che dovean farsi in questi Regni, prescrivendo per un
suo particolar Breve spedito a' 19 novembre dell'anno 1198 e drizzato
a Costanza il modo da tenersi, il qual era che nella sede vacante
il Capitolo denunzierà al Re la morte del Prelato, e congregatosi
insieme procederà all'elezione di persona idonea, la quale eletta, la
denunzieranno al Re, e ricercheranno da lui l'assenso; e prima che
il Re non sarà ricercato dell'assenso, non s'intronizzi l'eletto,
nè si canti la solennità delle laudi; nè avanti che dal Papa sarà
confermato ardisca d'intromettersi nell'amministrazione[192]. Consimile
Breve inviò poi a tutti gli Arcivescovi, Vescovi, Prelati e Cleri
delle Chiese del Regno, perchè stassero informati di quanto egli avea
stabilito sopra l'elezioni con Costanza, il qual Breve si legge pure
fra le epistole d'Innocenzio[193].

Morta Costanza nell'anno 1199 lasciando Federico suo figliuolo infante,
ed il Regno sotto il Baliato di Innocenzio stesso, unendosi nella sua
persona ambo le potestà papale e regia, dal suo cenno pendevano tutte
l'elezioni; ma non per ciò nel tempo del suo Baliato fu pregiudicato
all'assenso, perchè Innocenzio lo dava in tutte l'elezioni, spiegandosi
che lo faceva _vice regia_, cioè come Balio, ch'era del fanciullo
Re Federico, siccome si vede chiaro dalle sue epistole dirizzate
al Capitolo e Canonici di Capua per l'elezione del lor Vescovo: al
Capitolo di Reggio: al Capitolo di Penne e ad altri[194]. E finchè
Federico stette sotto il suo Baliato e quando ancor giovanetto cominciò
egli ad amministrare e che fu in pace con Innocenzio, si continuò il
medesimo istituto; anzi presso Rainaldo[195] si legge un suo diploma
dirizzato ad Innocenzio, ed istromentato a Messina nell'anno 1211
ove prescrive il modo dell'elezioni nell'istessa guisa appunto, che
Innocenzio avea prescritto a Costanza. Oltre Rainaldo, è rapportato il
Diploma suddetto anche da Lunig[196].

Ma adulto Federico e reso più accorto di quello, che avrebbero voluto
i Pontefici romani, cominciò a conoscere l'alterazioni fatte da
Innocenzio a' Concordati stabiliti tra Papa Adriano con Guglielmo
I, e principiò a dolersi del torto fatto alle sue preminenze, e che
Innocenzio trattando con una donna, come fu Costanza e nel tempo del
suo Baliato, con un fanciullo, avea proccurato l'assenso ricercato
di necessità in tutte l'elezioni, di ridurlo ad una cerimonia e che
bastava che sol si ricercasse, perchè si dovesse dare, pretendendo di
dover'egli conoscere le cause, che si allegavano di non assentire.

Gli eccessi così d'Innocenzio e molto più de' suoi successori in far
valere queste loro pretensioni, come di Federico in pretendere il
contrario, di poter negare l'assenso quando gli piaceva, ed a suo
arbitrio rifiutar l'elezioni fatte, furono una delle cagioni, non
meno de' contrasti ed acerbe contese che insorsero poi tra questo
Principe e Gregorio, Onorio, Celestino e sopra tutti Innocenzio IV,
successori d'Innocenzio, che di gravi disordini nelle nostre Chiese;
poichè Federico abusandosi sovente di questa prerogativa, rifiutando
l'elezioni fatte, non si rimaneva fin che finalmente non quelle
cadessero sopra le persone da lui promosse. I Pontefici dall'altro
canto declamavano contro tali abusi e con molta acerbità biasimavano
Federico, che a modo suo voleva disporre delle Prelature del Regno,
quando l'elezioni doveano esser libere e non forzate; ed alcuni
resistendo apertamente a' desiderj del Re, s'opponevano con vigore e
quindi accadeva, che le nostre Chiese venivano lungamente a vacare:
altri Papi più arrischiati s'avanzavano, ad onta dell'Imperadore,
d'annullare l'elezioni fatte a suo modo, ed a provedere essi,
indipendentemente da lui le Chiese. Nel Ponteficato d'Innocenzio III,
vacando la Chiesa di Policastro, Federico rifiutò tutte l'elezioni
prima fatte, affinchè quella cadesse in persona di Giacomo suo Medico,
siccome dagli elettori già stanchi ed importunati ottenne. Ma avutosi
ricorso a Papa Innocenzio, questi dichiarò invalida l'elezione fatta
in persona di Giacomo, e fece restar ferma la prima sortita in persona
d'altri, scrivendo perciò sue lettere al Vescovo di Capaccio ed
all'Abate della Cava, che così eseguissero[197]. Papa Gregorio IX per
queste istesse cagioni con molta acrimonia riprendeva l'Imperadore,
e declamava con incessanti querele contro il medesimo[198]. Ma con
Onorio III le discordie sopra ciò maggiormente s'inasprirono; poichè
vacando molte Chiese di queste province, che lungo tempo erano per tali
contrasti rimase vedove, Federico volle in tutte le maniere provederle
di Pastori; se ne offese il Papa e gli scrisse riprendendolo con molta
acerbità ed acrimonia; ma l'Imperadore con pari vigore e fortezza
disprezzò sue lettere[199]; onde Onorio, senza tener conto di lui e
del suo assenso provide egli le sedi vacanti: a Capua e Salerno, vi
mandò per Arcivescovi, i Vescovi di Patti e di Famagosta: a Brindisi,
l'Abate di S. Vincenzo a Vulturno: a Consa, il Priore di S. Maria
della Nova di Roma: e ad Aversa, l'Arcidiacono d'Amalfi[200]. Federico
rifiutò costantemente i nuovi Prelati, non permise, che senza il suo
assenso fossero intronizzati, e gl'impedì il possesso delle sedi loro
assignate.

Quindi gli animi maggiormente s'inasprirono e proruppero poi in tanti
eccessi e disordini, ed in così strani avvenimenti, che saranno ben
ampio soggetto de' seguenti libri di quest'Istoria.


  FINE DEL LIBRO DECIMOQUARTO.



STORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI

LIBRO DECIMOQUINTO


I Svevi, Popoli della Germania, che abitarono quella parte di qua
del Reno tra la Franconia e la Baviera e la Valle dell'Eno, e da'
quali il Ducato di Svevia prese il nome, non vennero a noi a guisa di
assalitori, come i Longobardi, o come peregrini, ed a truppe a truppe,
come i Normanni; i quali non altro diritto ebbero di conquistarci, se
non quello, che lor somministrava la spada, e la ragion della guerra;
ma vi comparvero sotto il lor Duca Errico Imperadore, il quale avendo
presa in moglie Costanza, ultima del sangue legittimo de' Normanni,
portò per successione questi Regni al suo figliuolo Federico. Trae la
sua origine questo invitto Eroe da _Federico Stauffem_ di famiglia
nobilissima tra' Svevi, e Cavaliero valorosissimo, al quale per la
sua nobiltà e valore, non disdegnò l'Imperador Errico IV dare la
sua figliuola _Agnesa_ per moglie, e con lei il Ducato di Svevia per
dote[201]. È fama che la Svevia ne' tempi antichi fosse Regno, ma che
da poi fosse stata ridotta in Ducato; ed a' nostri dì pur perdè questo
titolo, poichè ora in Alemagna niun Principe s'adorna del titolo di
Svevia; perchè parte è aggiunta alla Casa d'Austria per eredità, e
parte ne occupa il Duca di Wirtemberg; e le città che vi sono, molte
sono libere ed imperiali, e molte al Duca di Baviera sottoposte. Giunge
ella a' gioghi dell'Alpi, ed in parte è recinta da' Boarj, Franconj
ed Alsatensi. Da Federico con Agnesa nacque Corrado II Imperadore,
da cui nacque Federico I detto Barbarossa, e da costui Errico, il
quale, avendosi sposata Costanza figliuola del Re Ruggiero, diede al
Mondo Federico II che per retaggio materno, Re di Sicilia e di Puglia
divenne. Per questa cagione, fra tutte le Nazioni, vantano i Svevi
il più legittimo e giusto titolo sopra questi Reami; ed a ragione si
dolsero, che per la potenza e disfavore de' romani Pontefici fossero
stati a lor tolti, e trasferiti a' Franzesi della Casa d'Angiò.

Il Pontefice Innocenzio III calcando le medesime pedate de' suoi
predecessori, avea per la sua eccellente condotta fatti progressi
maravigliosi sopra questi Reami; ed oltre al diritto dell'investiture,
pretendeva esser riconosciuto come diretto Signore di quelli, non
altramente che gli altri Principi fanno sopra i Feudi de' loro Baroni e
Vassalli; ed in conseguenza di ciò esercitare in quelli le più supreme
regalie. Egli apertamente nelle sue epistole dichiarò, che la proprietà
di questi Reami s'apparteneva alla Sede Appostolica, e perciò, mettendo
da parte il testamento di Costanza credette, che independentemente
da quello a lui si dovesse il Baliato del picciolo Re, e de' suoi
Regni. Ma nel principio, a cagion di Marcovaldo e de' Siciliani,
tenne celati questi pensieri, e simulò prenderne la cura come Balio in
vigor del testamento di Costanza; per la qual cagione saputa la morte
dell'Imperadrice, ed il suo testamento, accettò con allegria la tutela,
ed immantenente si pose ad esercitarla, scrivendo all'Arcivescovo
di Palermo, ed a quelli di Reggio e di Monreale, ed al Vescovo di
Troja famigliari del Re, che egli non tanto colle parole, quanto
co' fatti, avea accettato il Baliato a lui lasciato dall'Imperadrice
Costanza[202]. Ma i fatti furono tali, che dopo la morte di Costanza
si conobbe, _che non tam tutelae nomine_, come dice il Nauclero[203],
_quam sui juris tuendi causa_, _Siciliam et Apuliam administrabat_.

Mandò per tanto Innocenzio per suo Legato in Sicilia Gregorio da
Galgano Cardinal di S. Maria in Portico, acciocchè con Riccardo della
Pagliata Vescovo di Troja, e Gran Cancelliero di quel Regno, con
Caro Arcivescovo di Monreale, e con gli Arcivescovi di Capua e di
Palermo, che dall'Imperadrice erano stati lasciati per famigliari del
picciolo Re, avesse preso il Governo dell'isola; ed il Cardinale colà
giunto prese da' famigliari suddetti il giuramento di fedeltà in nome
d'Innocenzio. Ma ciò non molto piacendo al Gran Cancelliero Riccardo,
ed agli altri del suo partito, i quali non volevano colà superiore
alcuno, vennero tantosto a scoverta nemicizia col Legato, e trattando
i proprj comodi, non l'utile del Re, furon cagione, che di là a poco il
Cardinal Gregorio facesse ritorno in Roma, avendo prima inviato ordine
per tutta la Sicilia e la Puglia, che ciascun riconoscesse il Pontefice
per suo Governadore, e Balio del Re fanciullo.

Dall'altra parte Marcovaldo, che, come si disse, era stato da Costanza
con tutti i suoi Tedeschi scacciato dal Reame, intesa la di lei morte,
ragunò prestamente un numeroso esercito di suoi amici e partigiani,
ed altri ch'egli assoldò; ed ajutato da alcuni Baroni regnicoli, e da
Guglielmo Capparone, Federico, e Diopoldo Alemano, e da altri Tedeschi,
a cui avea donato Errico Stati e Baronaggi in Puglia ed in Sicilia,
entrò ostilmente nel Reame, ed in prima assalì il Contado di Molise
(ove molte Rocche ancor per lui si guardavano) e senz'alcun contrasto
se 'l pose sotto il suo dominio. Inviò poi a richiedere a Roffredo
Abate di Monte Cassino, che si fosse con lui congiunto, riconoscendolo
per Balio di Federico, secondo ch'era stato, com'egli diceva,
lasciato dall'Imperador Errico; ma l'Abate scorgendo l'intendimento
di Marcovaldo essere non di custodire, ma di rapire l'eredità del
fanciullo, ributtò i suoi messi, nè volle far nulla di quel ch'egli
chiese, iscusandosi, che avea già prestata ubbidienza al Pontefice ed
accettatolo per Balio del Regno: il perchè sdegnato gli mosse aspra
guerra, ed entrato ostilmente nelle terre della Badia in quest'anno
1199, prese in un subito e bruciò molti luoghi della medesima, ed
indi venne a campeggiar S. Germano, alla cui difesa era accorso già
l'Abate Roffredo[204]. Avea intanto Innocenzio inviato in Terra di
Lavoro Giovanni Galloccia romano Cardinal di S. Stefano in Montecelio,
e Gerardo Allucingolo da Lucca Cardinal di S. Adriano con seicento
soldati condotti da Landone da Montelongo Governador di Campagna di
Roma, i quali avuta contezza, che Marcovaldo dovea assalir S. Germano,
raccolsero altro buon numero di soldati da Capua, e dalle circonvicine
castella per opporsegli; siccome uniti coll'Abate Roffredo, alla
difesa di quella Terra furon tutti rivolti. Ma venuto non guari
da poi Diopoldo con buon numero di Tedeschi in ajuto di Marcovaldo
occupando il monte, che sovrasta alla città, obbligò i difensori ad
abbandonar la difesa, ed a ritirarsi dentro il monastero di Monte
Cassino; per la qual cosa Marcovaldo entrato nell'abbandonata città,
incrudelì fieramente cogli abitatori, e bruciando la terra, e con varj
tormenti barbaramente affliggendo gli uomini e le donne, scorse poi
per gli altri luoghi di S. Benedetto, e quegli aspramente danneggiati,
cinse d'assedio l'istesso monastero di Monte Cassino, ed il vallo,
ove s'era fortificato Landone con gli abitatori, tentando a forza di
prendergli con assalir le mura e lo trincee; ma invano, perchè fu più
volte dall'uno, e dall'altro luogo con molto suo danno valorosamente
ributtato da' difensori.

Narra nella sua Cronaca Riccardo da S. Germano[205] autor di veduta,
che cangiatosi nel dì di S. Mauro l'aere di chiarissimo ch'era, in
torbido e tempestoso, venne in un subito così gran tempesta di pioggia
mista di gragnuola e folgori e tuoni spaventevoli, accompagnata
da impetuoso vento, che inondando sopra i Tedeschi attendati fra
quelle rupi alpestri del monte, e gittando a terra, e rompendo i lor
padiglioni, gli costrinse a torsi via frettolosamente dall'assedio; ma
Marcovaldo niente perciò deponendo del suo furore, nel discender giù
del monte bruciò il Castel di Plumbarola e di S. Elia, e ritornando a
S. Germano, vi fè abbatter le mura, le porte, e' migliori casamenti,
ch'erano rimasi in piedi, con usar strage grandissima in tutti que'
contorni, permettendo a' Tedeschi il sacco anche nelle chiese senza
niuna riverenza, e timor di Dio e de' Santi, a cui eran dedicate.

Queste calamità afflissero sì fattamente il Pontefice Innocenzio,
che per darvi alcun rimedio, scomunicò prima solennemente Marcovaldo
con tutti i suoi seguaci[206], e scrisse poi agli Arcivescovi di
Reggio, Capua, Montereale e Troja, che ragunassero esercito bastante
per opporsi a Marcovaldo, ed impedire i mali, che commetteva,
descrivendogli in queste sue lettere minutamente. E lo stesso scrisse
al Clero, Baroni, Giudici, Cavalieri, ed al Popolo di Capua, dicendo
loro di più, che avea inviati suoi Legati con molta moneta a Pietro
Conte di Celano, del lignaggio dei Conti di Marsi, a Riccardo Conte di
Teano, e ad altri Baroni regnicoli, ch'assembrasser soldati per tal
cagione; e che se d'uopo ne fosse stato, avrebbe bandita la Crociata
contro di lui, acciocchè tutti coloro, che gli prendean l'armi contro,
avessero il general perdono de' lor peccati, come se gissero oltre
mare a guerreggiare con Turchi; e lo stesso scrisse a' Vescovi, Abati
e Priori di Calabria; ordinando ancora, che ciascheduna domenica ed
altri giorni festivi, si maledicessero pubblicamente Marcovaldo, e i
suoi seguaci e parimente a' Vescovi, e ad altri Prelati di Sicilia, ed
a tutti gli altri Baroni, Conti e Popoli d'amendue i Reami.

Ma non finivano per questo i soldati di Marcovaldo di far continui
danni a' luoghi di Monte Cassino, e di porre a saccomanno le chiese,
e rubare gli ornamenti degli altari: il perchè l'Abate Roffredo,
non parendogli dover più soffrire tante calamità, avendogli offerto
una buona somma di moneta, alla fine concordossi con lui, il quale
ricevuto denaro uscì dalle sue Terre senza dargli più noja, e n'andò a
guerreggiare altrove.

Nell'istesso tempo Riccardo dell'Aquila Conte di Fondi, veggendo
di non poter in altra guisa difendere il suo Stato, si concordò
co' Tedeschi, non ostante quello, che gli avea in contrario di ciò
scritto Innocenzio, dando per moglie una sua figliuola al fratello del
Conte Diopoldo nomato Sigisfredo, a cui avea commesso Marcovaldo la
guardia di Pontecorvo, S. Angelo e Castelnuovo, luoghi importanti a'
confini del Reame. Ma non guari passò, che Diopoldo, mentre discorrea
per lo Reame procacciando di accrescer partigiani a Marcovaldo con
minor cura della sua persona, che conveniva, fu fatto prigione da
Guglielmo S. Severino Conte di Caserta, il quale, così avendogliene
scritto Innocenzio, non volle mentre visse, rimetterlo mai in libertà.
Nondimeno venuto egli tra poco a morte, il di lui figliuolo nomato
anch'esso Guglielmo, concordatosi co' suoi il trasse di prigione
prendendo una sua figliuola per moglie: la qual cosa recò gravissimo
danno agli affari del Regno per le malvagità, che poscia Diopoldo per
lungo tempo commise.

Avea intanto Marcovaldo (secondo che si legge in una Cronaca d'incerto
Autore, che si conserva nella libreria del Duomo della città di Fois
in Francia, ridotta in istampa, ed unita col registro dell'Epistole
d'Innocenzio) tentato di concordarsi col Papa per opera di Corrado
Arcivescovo di Magonza, il quale nel ritorno di Terra Santa era
capitato in Puglia, promettendo, pur che non l'avesse molestato nella
conquista, ch'egli intendeva fare del Regno, ventimila once d'oro, col
dovuto giuramento di fedeltà solito a farsi da' Re di Sicilia a' romani
Pontefici, significandogli ancora, che non dovea essergli d'impedimento
a far ciò l'aver preso sotto la sua protezione Federico; perciocchè gli
avrebbe fatto veramente toccar con mani, che quel fanciullo era stato
supposto, nè era altramente nato di Costanza e di Errico.

Ma l'accorto Pontefice conoscendo l'ingordigia di regnare, e la
malvagità di Marcovaldo, non diede fede alcuna alle sue menzogne; il
perchè Marcovaldo senza far più menzione di tal fatto, tentò con altri
mezzi pacificarsi con Innocenzio, e d'esser assoluto dalla scomunica.
Il Pontefice gl'inviò Ottaviano Cardinal d'Ostia, Guidone di Papa
Romano Cardinal di S. Maria in Trastevere, ed Ugolino de' Conti suo
Nipote Cardinal di S. Eustachio; acciocchè comandandogli prima in
suo nome di ubbidire a tutto quel ch'egli avesse ordinato intorno a'
capi, per i quali era stato scomunicato, e fattogli di ciò prestare il
dovuto giuramento, l'avesse poscia assoluto dalle censure, ricevendolo
in grazia di S. Chiesa; ma quel Tedesco, che avea altro in pensiero,
tentò in varie guise di distorre con prieghi e con minaccie i Cardinali
di ordinargli tal cosa, adoperandovi per mezzo Lione di Montelongo
consobrino del Cardinal d'Ostia, ma invano; perciocchè il Cardinal
Ugolino, pubblicamente gli comandò in nome del Pontefice, ch'egli più
non molestasse i Regnicoli, nè tentasse intrigarsi nel lor governo,
come Balio di Federico: che restituisse tutti i luoghi occupati in
Puglia ed in Sicilia, e ricompensasse i danni avvenuti per opra di
lui alla Chiesa romana ed all'Abate di Monte Cassino; e che più non
travagliasse i Prelati, e l'altre persone ecclesiastiche. Alle quali
cose rispose, che non potea far per allora sì fatto giuramento, ma
che avrebbe di presenza nelle mani del Pontefice in Roma giurato di
osservare il tutto; ed accomiatati onorevolmente i Cardinali, ritornò
alle cattività primiere, procacciando per suoi Messi dare a divedere a'
Regnicoli, ch'era convenuto col Pontefice, e ch'egli l'avea confermato
per Balio del Regno.

Ma pervenuta ad Innocenzio tal novella, chiarì tosto per sue
particolari lettere esser ciò bugia, e ritrovamenti di Marcovaldo;
laonde veggendo essergli chiusa in Puglia ogni strada di recare il
suo proponimento ad effetto, conchiuse di passare in Sicilia, ove
giudicava poter più agevolmente, e con minor contrasto adoperare le sue
malvagità. Ma prima di ciò fare, assediò Avellino, la qual città non
potendo egli prender così presto per la valorosa difesa de' cittadini,
pago della molta moneta, che gli diedero per uscir di tal molestia,
si tolse via dall'assedio. Prese poscia a forza Vallata, e la diede a
sacco a' soldati, e procedendo a far danni maggiori gli venne incontro
Pietro Conte di Celano con buon numero di soldati da lui raccolto nel
Contado di Marsi, co' quali non volendo Marcovaldo venire a battaglia,
tornò nel Contado di Molise, ove per non poter difendere la città
d'Isernia, che allora avea in suo potere, tolse tutti i lor beni a'
cittadini, e passato sopra Teano per esercitar le sue forze contro
quella città, ne fu ributtato. Alla fine per mantener in fede i suoi
partigiani in Terra di Lavoro, ed in altri luoghi di Puglia, lasciato
Diopoldo, Ottone e Sigisfredo suoi fratelli, Corrado di Marlei Signore
di Sorella, Ottone di Laviano, e Federico di Malento, con buona mano
di soldati tedeschi, passò a Salerno, che seguiva la sua parte, e quivi
imbarcatosi su l'armata apprestata per tal effetto, navigò felicemente
in Sicilia.

Significata intanto a' Governadori del Regno di Sicilia la navigazion
di Marcovaldo, per reiterati Messi, chiesero soccorso di soldati
al Pontefice, e persona di stima per potersegli opporre, il quale
spedì a quella volta Cintio Cincio romano Cardinal di S. Lorenzo in
Lucina, e Giacopo Consiliario suo consobrino e Maresciallo con 400
cavalli assoldati a sue spese, e con essi Anselmo Arcivescovo di
Napoli, ed Angelo Arcivescovo di Taranto, uomini di molto avvedimento,
acciocchè si valessero del lor consiglio. Costoro passati in Calabria
ne scacciarono Federico tedesco, che quella provincia aspramente
travagliava, e poi valicato il Faro ne girono a Messina città
fedelissima a Federico, e che in que' tumulti di Marcovaldo seguitò
sempre costantemente il suo nome.



CAPITOLO I.

_Spedizione di GUALTIERI Conte di Brena sopra il Reame di Sicilia per
le pretensioni di sua moglie ALBINIA._


Ma non perchè Marcovaldo sgombrasse di questo nostro Reame, fu questo
libero da altre calamità: surse nuovo pretendente, che con forze di
genti straniere tentò parimente d'acquistarlo. Fu questi Gualtieri
Conte di Brenna franzese, le cui pretensioni avean questo fondamento.
La Regina Sibilia, che come si disse, per opra del Pontefice Innocenzio
fu da Filippo di Svevia liberata dalla prigionia d'Alemagna, era
passata con Albinia e Mandonia sue figliuole in Francia; ed ivi
avea maritata Albinia sua primogenita con Gualtieri nato di chiaro e
nobilissimo sangue, e di alto valore ed avvedimento. Questi verso la
fine di quest'anno 1199 con la moglie già gravida e con la suocera
se ne venne in Roma a piè d'Innocenzio, chiedendogli, che gli facesse
ragione di quel che apparteneva ad Albinia nel Reame. Esagerò, esser
noto a ciascuno, che l'Imperador Errico avea dato a Guglielmo, in
vece della Corona di Sicilia e di Puglia, che rinunciato gli avea, il
Contado di Lecce, ed il Principato di Taranto, i quali poscia glie li
avea tolti senza cagione alcuna. Pose tal richiesta in gran dubbio
e pensiere il Pontefice, il quale giudicò esser di gran pericolo il
far entrare nel Reame il Conte, temendo, non l'ingiurie fatte alla
suocera ed al cognato del morto Imperadore, volesse allora che agio
glie ne dava la tenera età di Federico, nel figliuolo vindicare con
porre sossopra il Regno; ed all'incontro parevagli, che se del tutto
avesse chiusi gli orecchi alla dimanda, sdegnato il Conte, si sarebbe
agevolmente congiunto co' nemici del Re, e gli avrebbe mossa aspra
e crudel guerra: il perchè giudicò convenevole di fargli dare il
Contado di Lecce e 'l Principato di Taranto, ricevendo in prima da lui
in pubblico Concistoro giuramento di non molestare in altra cosa il
Reame, nè dar noia alcuna a Federico; ma prima che tal cosa ponesse ad
effetto, volle significarlo a' Governadori di Sicilia, che reggevano la
tenera età del Re, e loro scrisse perciò quella lettera, che si legge
nel registro delle sue epistole, ed è quella appunto, che comincia:
_Nuper dilectus filius noster nobilis vir, etc._

Ma pervenuta cotal lettera alle mani di Gualtieri Arcivescovo di
Palermo gli apportò gravissima noia, temendo del Conte più esso,
che il Re Federico; perciocch'essendo stato egli con tutti i suoi
congiunti aspro nemico di Tancredi e gran partigiano d'Errico nella
conquista del Regno, giudicava, che se il Conte fosse entrato in esso,
avrebbe procacciato aspramente contro di lui vendicarsi dell'antica
offesa; perlaqualcosa biasimando apertamente il Pontefice, che da
Balio e Tutore del Regno qual era, attentava di disponere de' Contadi
e Principati di quello, come se ne fosse egli il Signore, a suo
talento ed arbitrio, con gravissimo danno e diminuzione della Corona,
avendo convocato il Popolo di Messina, cominciò con ogni suo potere
a contraddire a tal fatto, biasimando Innocenzio, e concitando i
Siciliani ad opporsi con tutte le lor forze a quest'attentati. La
qual cosa risaputa dal Conte, e veggendo non poter far nulla col solo
favore del Pontefice, ma esser mestieri di adoperar le armi, lasciata
la suocera e la moglie in Roma, ritornò in Francia a raccor soldati per
assalire il Reame.

Intanto Marcovaldo, che passato in Sicilia avea tirati prestamente
dalla sua parte i Saraceni dell'isola, avea occupato col loro aiuto
molte città e castella della medesima, e giunto a Palermo, quello
strettamente assediò per ventidue giorni continui, onde convenne al
Cardinal Legato, ed all'Arcivescovo Gualtieri, che dimorava a Messina,
co' soldati già ragunati affrettarsi al soccorso di quella città, ed
ivi giunti si attendarono nel giardino costrutto con molta magnificenza
dal Re Guglielmo I, con pensiero di venire nel seguente giorno a
battaglia con Marcovaldo, il quale conosciuto il loro intendimento,
avvisò di disfargli con tenergli a bada senza arrischiarsi a
combattere; e conoscendo patire i soldati papali mancamento di moneta
e di vettovaglia, inviò Ranieri Manente a trattar di pace con molte
parole a ciò convenevoli. Ma i soldati avvedutisi del suo ingannevol
pensiero concordemente ributtarono il Messo. Pure ciò non ostante i
famigliari del Re davano orecchie alle dimande di lui, ed inchinavano a
concordarsi seco; ma Bartolommeo famigliare del Pontefice uomo accorto
e zelante dell'onor del suo Signore, volendo sturbare così dannoso
accordo, fattosi in mezzo a quella adunanza, presentò lettere del Papa,
per le quali espressamente vietava e proibiva il far convenzione, e
pace alcuna con Marcovaldo.

Laonde Gualtieri, l'Arcivescovo di Messina, Caro Arcivescovo di
Monreale e l'Arcivescovo di Ceffalù, che con Ranieri Manente stavan per
conchiuder la pace, quando udirono il voler del Pontefice, videro che i
soldati dell'esercito, ed il Popolo palermitano non volevan la pace in
guisa alcuna, anzi stavan per far tumulto e rivoltura contro di loro,
posto da parte ogni trattato d'accordo, diedero libertà di venir a
battaglia co' Tedeschi. Azzuffati adunque fra Palermo e Monreale ch'era
stato già preso da Marcovaldo, e di soldati munito, si combattè con
incredibil ferocia dalla terza insino alla nona ora del giorno: ma alla
fine con morirvene grosso numero d'ambedue le parti, vinsero i soldati
del Pontefice per lo valor particolarmente di Giacomo Maresciallo, il
quale con avere rimessa due volte in piedi la battaglia, e ributtati
gli Alemani ed i Saraceni, che avean poste in volta le prime squadre
del suo esercito, adoperandosi non meno da valoroso soldato, che da
avveduto Capitano, fu principal cagione della vittoria. Perirono grosso
numero di soldati e de' più stimati del suo esercito, e fra essi il
sopraddetto Ranieri Manente: presero ancora i nemici alloggiamenti,
e vi fecero ricca e copiosa preda, indi assalirono Monreale e
l'espugnarono in un subito, uccidendo la maggior parte de' difensori; e
Marcovaldo, perduto ogni suo avere, fuggì in guisa tale, che per alcun
tempo non s'udì novella alcuna de' suoi. Allora fu, che fra gli arredi
suoi, si trovò il testamento dall'Imperador Errico bollato con Bolla
d'oro, parte del quale vien trascritto dal Baronio nei suoi Annali.
Significò tutto questo avvenimento al Pontefice per una sua particolar
lettera Anselmo Arcivescovo di Napoli, che dimorava come abbiam
detto nell'esercito; e volendo i famigliari del palagio reale, la cui
dignità era in fatti l'esser Governadori del Regno e della persona
del Re, rimunerare il valor di Giacomo Maresciallo, gli concedettero
in nome di Federico il Contado d'Andria, il qual poi fu lungamente da
lui posseduto: così costoro come Governadori del Reame credeano esser
della loro autorità il poter investire, siccome dall'altra parte non
trascurò far Innocenzio, del quale come Balio si leggono ancora alcune
investiture, come del Contado di Sora in persona di suo fratello e di
alcun'altre, delle quali non ci mancherà occasione di favellare in più
opportuno luogo.

Ma i soldati papali cominciavano tra per lo calore della state, e per
gli disagi della guerra ad infermare e morire in gran numero, onde
convenne al Conte Giacomo di colà partirsi e ritornare in Puglia.
Dopo la qual cosa essendo morto l'Arcivescovo di Palermo, Gualtieri
della Pagliara Cancellier di Sicilia e Vescovo di Troja si adoperò di
maniera, che si fece da' Canonici di quella città crear Arcivescovo
(non facendosi a questi tempi difficoltà d'unire due Cattedre in una
medesima persona) ed ammettere dal Cardinal Legato con tale elezione,
prendendone l'insegne ed il possesso prima di riceverne il pallio e
la confermazion del Pontefice; dal quale fu per tal atto acerbamente
ripreso il Legato[207], onde sdegnato perciò maggiormente Gualtieri
scrisse, e parlò più liberamente contro di lui nell'affare di Gualtieri
Conte di Brenna, secondo che appresso diremo.

Avea in questo mentre, essendo già entrato il nuovo anno di Cristo
1200, Diopoldo commesse infinite malvagità nel Reame; perciocchè
quantunque collegatosi con l'Abate Roffredo gli avesse promesso in
Venafro con giuramento sopra i Santi Vangeli di non molestar niuno
degli abitatori delle terre della Badia: nondimeno una notte assalì
improviso que' di S. Germano, e presa la Terra senz'alcun contrasto, la
pose a sacco ed a ruina, e l'Abate Roffredo e Gregorio suo fratello,
che colà dimoravano fuggirono in Atino, donde passati poscia nel
Contado de' Marsi chiesero soccorso a Pietro Conte di Celano, che
loro il negò; ma Sinibaldo e Rinaldo ch'eran del medesimo legnaggio
de' Conti de' Marsi, che ora si dice di Sangro, loro inviarono tutto
il vasellamento d'argento e danaro, che in pronto aveano; co' quali
assoldò l'Abate alcuni soldati, e se n'entrò chetamente con essi di
notte tempo in Monte Cassino. Del cui arrivo avuta contezza Diopoldo,
temendo non avesse condotto maggior numero di persone, prestamente
si partì via, lasciando affatto voto di Popolo S. Germano, nella
qual città rientrato l'Abate, la fornì di nuove mura e di torri. E
Diopoldo, non guari da poi che partì venne a battaglia presso Venafro
col Conte di Celano, e 'l ruppe e fugò, facendo prigioniero Berardo
suo figliuolo, che con gli altri prigionieri di S. Germano nella Rocca
d'Arce rinchiuse.

Venuto poscia l'anno di Cristo 1201 Gualtieri Conte di Brenna, che
era ito in Francia a raccor soldati, ritornò in Roma, conducendone
seco picciol numero, ma di provato valore; co' quali volendo entrar
nel Reame, fu da molti giudicato matto e arrogante, perchè con sì
picciola compagnia volesse porsi a così grande impresa. Ed il Conte
Diopoldo avuta contezza del suo venire, convocò numeroso esercito
di Tedeschi e di altri suoi partigiani per farsegli all'incontro,
e scacciarlo dal Regno. Il Pontefice temendo non mal capitasse
Gualtieri, con accrescersi ardimento a' Tedeschi, diede al medesimo
cinquecento oncie d'oro, perchè potesse ragunar più soldati[208], e
parimente scrisse molte sue lettere dirette a' Conti, Baroni e Popoli
del Reame, acciocchè il ricevessero nelle lor città e castella, e
'l favoreggiassero contro Diopoldo. Con tali aiuti il Conte menando
seco Albinia sua moglie entrò valorosamente in Terra di Lavoro, e
congiuntosi con l'Abate Roffredo, che con buon numero di gente venne
in suo aiuto, assediò Teano, e prestamente il prese; ed indi per lo
favor di Riccardo Arcivescovo di Capua, ch'era figliuol di Pietro
Conte di Celano, ebbe anche il castello della città di Capua; presso
del qual dimorando, gli venne all'incontro Diopoldo con numeroso
esercito, e venuti a battaglia, divisando Diopoldo di porlo subito
in rotta per esser assai più potente di lui, gli avvenne tutto il
contrario; perciocchè combattendo Gualtieri ed i suoi soldati con
insolita fortezza, urtarono sì fattamente ne' Tedeschi, che con farne
grandissima strage gli posero in rotta ed in fuga, e saccheggiarono
dopo la vittoria le lor ricche tende, insieme co' Capuani, che uscirono
anch'essi a partecipar della preda. Unitosi poscia con Gualtieri il
Conte di Celano, girono con l'Abate e con l'Arcivescovo Riccardo ad
assediar Venafro, che subito presero ed abbruciarono; e fatti altri
maggiori progressi, si vide Gualtieri in brevissimo tempo aver presa
la maggior parte de' luoghi del Contado di Molise, e l'Abate Roffredo
ricuperò anch'egli dalle mani di Diopoldo, Pontecorvo, Castelnuovo e
Frattura, luoghi della sua Badia.

Intimoriti perciò i Tedeschi, si racchiusero nella lor Fortezza; onde
entrato il nuovo anno 1202 girono il Conte Gualtieri, il Conte di
Celano e l'Abate Roffredo, che insieme col Cardinal Galloccia facea
l'uffizio di Legato in Puglia, a conquistar il Principato di Taranto e
'l Contado di Lecce; i quali Stati insieme con Brindisi ed altri luoghi
di quel Principato tosto loro si resero, e lo stesso fecero di là a
poco Lecce col suo castello, Melfi e Montepiloso: assediando Monopoli
e Taranto, che non s'eran voluti rendere.

Ma questi progressi del Conte di Brenna, che faceva in Puglia, non
eran ben appresi da' Siciliani, e particolarmente da Gualtieri della
Pagliara Arcivescovo di Palermo, il quale s'avea usurpata tutta
l'autorità del Governo in quell'isola, e facendosi partigiani gli
altri familiari del Re, dava a' medesimi a suo piacere i Contadi, le
Baronie, i Governi delle città e delle province, e gli altri Magistrati
e dignità per afforzar meglio il suo partito. Disponeva altresì come
meglio a lui parea de' tesori e delle rendite reali, non ostante
l'ordine del Pontefice, che non voleva, che si facesse cosa veruna
senza il voler di tutti, con riservare anche in alcuni più importanti
affari il suo consentimento; e per poter egli più agevolmente recare
ogni suo intendimento a effetto, fece venire in Sicilia suo fratello
Gentile della Pagliara Conte di Manopello, alla grandezza del quale
continuamente badava, avendo in pensiero, secondo che scrive la Cronaca
di Fois, di farlo, tolto dal Mondo il fanciullo Federico, crear Re
di Sicilia, e lo stesso, scrive, che rimproverò Marcovaldo, quando
divenuti fra di loro aspri nemici s'infamarono l'un l'altro di cotal
malvagità.

Fu Gentile tosto creato famigliar regio, il quale cominciò a trattar di
concordia con Marcovaldo, ancorchè scomunicato, e nemico del Pontefice,
come in effetto si fece, costituendolo sopra tutti i famigliari, e
dividendosi i Governi del Reame, acciocchè l'uno regnasse in Sicilia e
l'altro in Puglia. Strinsero l'amicizia col parentado, dando Marcovaldo
al figliuolo del Conte Gentile una sua nipote; ed ordinò Gualtieri a
tutti i Popoli soggetti in nome del Re fanciullo, che ciò ch'esso avea
stabilito dovessero compiutamente ubbidire; ed egli lasciata sotto la
cura di suo fratello in Palermo la persona di Federico, e 'l palagio
reale, se ne passò in Calabria ed in Puglia, ove con incredibile
rapacità tolse tutti i sacri vasi ed i preziosi arredi delle chiese, e
taglieggiò i particolari uomini, ed i Comuni delle città e castella,
logorando poi inutilmente la rapita moneta, come colui che di pari
avido in raccorla, era prodigo in donarla e buttar via. Declamava
ancora contro il Pontefice, che diceva, di Balio esser divenuto crudel
nemico del Re e del Regno, per aver dato aiuto al Conte Gualtieri,
che ostilmente travagliava la Puglia per torla al Re fanciullo, e che
in vece di fargli ostacolo gli avea somministrata gente e denaro. E
proccurando con tutti i suoi sforzi far lega e compagnia con diversi
Baroni del Reame, s'accingeva di mover guerra a Gualtieri ed al
Pontefice, per discacciar l'uno dalla Puglia, e l'altro perchè non
avesse parte alcuna nel Governo di questi Reami.

Il Pontefice Innocenzio, a cui erano state significate le opere di
costui, non tralasciò tosto provedervi di rimedio, poichè fattolo
ammonire più volte, che si astenesse da tali imprese, nè volendolo
ubbidire, finalmente lo scomunicò, privandolo dell'Arcivescovado
di Palermo, del Vescovado di Troja e dell'Ufficio di Cancellier di
Sicilia, e creò altri Prelati in suo luogo nelle Chiese, che tolte gli
avea, ordinando a tutti i Siciliani e Regnicoli, che non ubbidissero
sotto pena di scomunica in niuna guisa i suoi ordini. Percossero
questi fulmini in maniera l'Arcivescovo, che perdendo in un subito
ogni autorità presso i suoi sudditi, i quali, e perchè comunalmente
l'odiavano, e per le censure lanciate non volendo più ubbidirlo, ne
divenne in breve la favola di tutti. Il perchè vedendo ciò gli altri
famigliari, ch'eran suoi partigiani, cominciarono a temere grandemente
di lor medesimi: onde scrissero umilmente in nome del Re al Pontefice,
pregandolo per Gualtieri, ed escusandosi essi; a cui Innocenzio rispose
con quella lettera, che tolta, dalla Cronaca di sopra allegata, si
legge nel registro delle sue epistole[209], la quale merita, che altri
la leggano per favellar particolarmente dell'entrata nel Regno del
Conte Gualtieri, la quale è stata assai confusamente scritta da coloro,
che han trattato delle nostre memorie.

Intimidito per tanto Gualtieri, cercò di concordarsi col Pontefice,
e venendo in Puglia a' piedi del Cardinal Legato giurò d'ubbidirgli
in tutto quello, che gli avesse comandato; ma come il Legato gli
ordinò, che non si fosse opposto al Conte di Brenna nell'acquisto del
Principato di Taranto, e del Contado di Lecce, arditamente gli rispose,
che se Pietro Appostolo inviato da Cristo fosse venuto a comandargli
tal cosa, non gli avrebbe nè anche ubbidito ancorchè fosse stato certo
d'avere ad esserne condannato alle pene infernali; e bestemmiando e
maledicendo il Pontefice in presenza del Legato, tutto sdegnato da lui
si partì, e se ne andò a congiungersi col Conte Diopoldo[210].

Era Diopoldo in questo mentre passato in Puglia insieme col Conte
di Manieri suo fratello, e col Conte di Laviano, ed avea ragunato
grosso esercito per discacciar il Conte Gualtieri da' luoghi, che vi
avea occupati, animando tutti gli altri Baroni a quest'impresa contro
Gualtieri, che come nemico del Re, veniva, com'ei diceva, per torgli
il Regno. Ma venuto di nuovo con lui a battaglia nel sesto giorno
d'ottobre nel famoso luogo di Canne, ove Annibale cartaginese diede la
memorabil rotta a Flaminio e M. Varrone Consoli romani, con tutto che
il Conte per essere stato colto improviso avesse assai minor numero di
soldati, che Diopoldo, ciò non ostante, si portò co' suoi soldati sì
valorosamente, che gli pose in rotta, con ucciderne, e far prigionieri
la maggior parte, fra' quali furono Sigisfredo fratello del Conte
Diopoldo, ed il Conte Ottone di Laviano, salvandosi a gran fatica
Riccardo col Conte di Manieri nella città di Salpe, e Diopoldo nella
Rocca di S. Agata[211].

Intanto il Conte Gentile, che dicemmo esser rimaso in Palermo alla cura
di Federico, corrotto da molta moneta pose in poter di Marcovaldo non
sol la città di Palermo, ma tutta l'isola di Sicilia, fuor che Messina;
il quale avrebbe agevolmente fatto morire il Re, ed usurpatane la
regal Corona, se non avesse temuto del Conte di Brenna, il quale per
ragion di sua moglie, se moriva quel fanciullo, avrebbe preteso, che
a lui per ragione perveniva il Reame. Soprastette adunque a ciò fare,
attendendo tempo più opportuno per porre il suo cattivo intendimento ad
effetto; procacciando intanto per mezzo di molta moneta, non ostante
la repulsa, che un'altra volta ne avea avuta, di distorre Innocenzio
dal favoreggiar Federico, e di far ritornar in Francia senza tentar
altro il Conte Gualtieri. Ma ecco, che furono dissipati i suoi disegni
da colei, che tutte l'umane speranze confonde ed abbatte; perciocchè
non guari da poi, patendo egli di difficoltà d'orinare, cagionatagli da
una pietra, che se gli era generata nelle reni, gli sopraggiunsero così
acerbi dolori, che non potendogli soffrire si fece tagliar da basso per
cavarnela, secondo che comunalmente si usa, ma non riuscito il taglio
si morì subito scomunicato verso la fine di quest'anno 1202, terminando
con la vita la sua vasta ambizione ed avidità di regnare. L'Autor
delle gesta d'Innocenzio, lo fa pure morir di taglio; ma Riccardo di S.
Germano[212] lo fa morire di dissenteria.

In Puglia il Conte Diopoldo non si rimanendo di usare le solite
malvagità, venuto l'anno di Cristo 1203 fu per opra de' partigiani del
Conte Gualtieri posto in prigione dallo stesso Castellano della Rocca
di S. Agata, in cui s'era salvato; nulladimeno poco giovò a Gualtieri
tal prigionia, poichè il Castellano medesimo, poco stante, corrotto da
lui con premj e promesse il ripose di nuovo in libertà.

Intanto in Sicilia la morte di Marcovaldo cagionò nuove rivolture;
poichè Guglielmo Capparone, anche egli Capitano tedesco, saputa la di
lui morte, incontinente andò a Palermo, ed occupò il palagio reale
colla persona del Re, e cominciò a intitolarsi _Custode del Re, e
Governadore di Sicilia_: la qual cosa dispiacendo a' seguaci del morto
Marcovaldo, negarono di ubbidirgli, e formarono un altro partito, con
grave danno degli affari dell'isola.

Gualtieri della Pagliara, giudicando esser questo il tempo opportuno di
rimettersi in istato, scrisse al Pontefice con chiedergli l'assoluzione
della scomunica, perch'egli l'avrebbe ubbidito in tutto quel che gli
avesse comandato, e che in queste rivolture avrebbe impiegato tutti
i suoi talenti per servigio della S. Sede: Innocenzio non differì di
accordargliela, onde passato in Sicilia, e ripreso l'Ufficio di Gran
Cancelliero, che niuno gliel vietò, scrisse sue lettere ad Innocenzio,
nelle quali mostrando di procacciar solo l'utile di Federico, chiedea
che inviasse colà per lo ben di quel fanciullo un Cardinal Legato,
che ponesse fine all'autorità di tanti Tiranni, e governasse egli
solo il tutto[213]. Alla qual cosa acconsentendo il Pontefice vi
inviò prestamente Gerardo Allucingolo da Lucca Cardinal di S. Adriano
uomo di gran stima, e nipote del Pontefice, in mano di cui avendo
giurato in Messina Guglielmo Capparone di riconoscer per Balio del
Reame Innocenzio, e lui per suo Legato, e che l'avrebbe ubbidito in
ciò che gli comandasse, fu assoluto dalla scomunica, nella quale come
partigiano di Marcovaldo era insieme con lui incorso.

Andò poi il Legato a Palermo, ove poco prima era andato anche
Guglielmo, e cominciando a trattare insieme i negozj del Regno, vennero
tosto in aperte discordie, perchè Guglielmo deludendo il Legato, non
faceva nulla di quanto questi gli dicea, onde il Legato stimando,
che non era convenevole star in Palermo sprezzato in cotal guisa,
significato il tutto al Pontefice, se ne ritornò a Messina.

Era in questo mentre il Cancellier Gualtieri andato in Puglia,
e mandate sue lettere e messi al Pontefice con mezzi di persone
potenti e grandi che vi adoperò, tentò ogni possibil modo di esser
restituito all'Arcivescovado di Palermo, o almeno al Vescovado di
Troja; ma Innocenzio fu sempre a ciò costante di non voler togliere
l'Arcivescovado di Palermo a Parisio Vescovo di Messapa, nè quel di
Troja ad un altro Prelato, a cui dati gli avea.

Dall'altra parte in Puglia Diopoldo teneva in terror quelle province,
onde il Papa inviò in ajuto al Conte Gualtieri Giacomo Conte d'Andria
suo Maresciallo, che lo creò ancora Maestro Giustiziero di Puglia, e
di Terra di Lavoro; e nell'anno seguente 1204 collegatisi insieme i
Conti Gualtieri di Brenna, il Conte Giacomo S. Severino di Tricarico,
ed il Conte Ruggiero di Chieti, dopo altre minori imprese, posero
l'assedio a Terracina di Salerno, del qual luogo a' nostri tempi non
appare vestigio alcuno, e prestamente la presero[214]; ma sopraggiunto
immantenente Diopoldo, con l'ajuto de' Salernitani suoi partigiani,
e coll'esercito che seco menò, vi assediò dentro il Conte Gualtieri,
e sì fattamente con varj assalti il travagliò, che restò ferito
Gualtieri con un colpo di saetta in un occhio, in guisa tale che ne
perdette la vista di esso: ma venuti in suo soccorso i sopraddetti
Conti di Tricarico, e di Chieti, fu Diopoldo vergognosamente scacciato
dall'assedio, e da tutto il territorio di Salerno, restando egli
assediato in Sarno dal Conte Gualtieri.

Ma mentre essendo già entrato il nuovo anno 1205 il Conte di Brenna
mal si guardava da' pericoli della guerra, esponendo men cautamente
la sua persona, ed il suo esercito, avvenne che avvertito Diopoldo di
tal trascuraggine e baldanza, uscì di buon mattino improvviso con suoi
soldati sopra l'esercito nemico, nè trovando in esso quella vigilanza,
che conveniva, l'assalì e ruppe in un subito[215], con ucciderne grosso
numero, e fatto prigione il Conte in più parti ferito da lance e da
saette, mentre ignudo con la spada in mano valorosamente si difendeva,
il condusse dentro di Sarno, ove non guari da poi per le ricevute
ferite, di questa vita trapassò; come narrano Riccardo da S. Germano,
e l'Autore della Cronica di Fois, amendue Autori di que' tempi[216].

L'infelice Albinia vedutasi, morto suo marito, sola e rimasa di lui
gravida, si maritò prestamente col soprannomato Giacomo Sanseverino
Conte di Tricarico, il quale soprastette a congiungersi con lei sin
che partorì un figliuolo maschio, che in memoria del padre fu nomato
parimente Gualtieri, e fu poscia Conte di Lecce; dalla cui progenie
derivò la Regina Maria d'Engenio, e Brenna moglie del Re Ladislao II
che appresso diremo.

La morte di Gualtieri Conte di Brenna sollevò in maniera il partito di
Diopoldo, e de' suoi Capitani tedeschi, e pose in tanta costernazione
il Conte Pietro di Celano, ed i suoi partigiani, che finalmente fu
duopo ad Innocenzio istesso di pacificarsi con Diopoldo, e co' suoi
partigiani tedeschi, e commetter ad essi la custodia del Regno; per la
qual cosa nel seguente anno 1206 ricevette in sua grazia Diopoldo co'
suoi, ed avendolo fatto giurare in mano d'un Fra Rinieri (secondo che
scrive l'Autor della Cronaca di Fois) e di Maestro Filippo Protonotario
Appostolico, che convennero per tal affare in Terra di Lavoro, di
ubbidir liberamente il Pontefice e i suoi Legati, come a Balio del
Regno, fu dalle censure assoluto; e nella stessa maniera giurando
Marcovaldo di Laviano e Corrado di Marlei Signori di Sorella con tutti
i lor partigiani e vassalli, furono parimente questi ricevuti in grazia
del Pontefice, siccome tutti i tedeschi, che dimoravano in Puglia ed
in Sicilia. Andò poi Diopoldo in Roma a piè del Pontefice, e fu da
lui onorevolmente accolto, e ragionato insieme degli affari del Regno,
ritornò con sua licenza a Salerno, ed indi sopra alcuni vascelli, per
ciò apprestati, navigò a Palermo[217].

Giunto Diopoldo a Palermo, narra Riccardo da S. Germano, fece sì, che
si pose in mano la persona del Re, e la guardia del suo palagio reale:
ma ciò non potendo tollerare Gualtieri della Pagliara G. Cancelliero,
in un convito, che di notte tempo fece apparecchiare a questo fine, lo
fece dalle sue genti imprigionare con un suo figliuolo: ma perchè nol
guardavano com'era mestiere, di là a poco, dalla notte favorito, fuggì
via, ed imbarcatosi in un vascello ritornò di nuovo in questo seguente
anno 1207 in Salerno, e di là passò in Terra di Lavoro, ove combattendo
co' Napoletani, fece di essi strage sanguinosissima[218].


§. I. _Cuma distrutta, e la sua Chiesa unita a quella di Napoli._

Ma qui non bisogna tralasciare ciò che un antico Scrittor napoletano,
e l'Autor dell'Ufficio di S. Giuliana, che scritto da antichissimi
tempi in pergameno si conserva nel monastero di Donnaromita,
narrano in quest'anno della destruzione di Cuma, e di alcuni
combattimenti ch'ebbero i Napoletani co' Tedeschi, ed Aversani con
successi particolari, taciuti all'intutto da gravissimi Scrittori, e
contemporanei a' fatti che si narrano.

Essi raccontano[219], che in questi tempi essendo la città di Cuma
quasi che disfatta, e perduto per la malvagità degli abitatori il
nome di città, divenne ricetto di ladroni e di corsari, che per mare,
e per terra infestavano i viandanti e le vicine regioni, oltre alle
continue scorrerie de' Tedeschi, i quali sovente nella Rocca di quella
città ricovrando, tutta Terra di Lavoro, e particolarmente i tenimenti
di Napoli, e di Aversa in varie guise aspramente travagliavano: il
perchè per ovviare a questi mali, convenuti a parlamento i Cavalieri e
popolani di Napoli, conchiusero concordemente, che si dovessero porre
diverse squadre di soldati in guardia de' passi, donde per lo più
solevano i ladroni tedeschi venire: la qual deliberazione risaputasi
da' circonvicini Conti e Baroni, furon da questi i Napoletani
grandemente incorati a sì lodevole opera con offerta d'aiutargli con
le loro persone e con ogni lor avere. Posto adunque sì buon pensiero
ad effetto e distribuite in più luoghi le guardie, stavano attendendo,
che i nemici venissero per assalirgli. Or mentre in tale stato eran
le cose, Goffredo di Montefuscolo Capitano di sommo valore, ed aspro
nemico de' Tedeschi, essendo già il mese di marzo ne andò una sera
con alcuni suoi famigliari a Cuma, ove fu dal Vescovo d'Aversa, che
allora nel castello albergava, cortesemente accolto. Pose la venuta di
Goffredo così di notte tempo in gran sospetto gli Aversani, temendo non
gli volesse il Vescovo tradire, ed avesse ricevuto colà entro Goffredo
per farlo fortificare a lor danni, com'era altre volte avvenuto. Pure
perchè di ciò non poteano aver alcuna certezza, inviarono a Cuma alcuni
lor cittadini ad informarsene, e con ogni diligenza, e secretezza a
porsi in guardia del castello, acciocchè Goffredo occupar nol potesse.
Goffredo intanto veggendo la loro venuta cadde nella stessa sospizione,
nella quale erano in prima gli Aversani caduti, dubitando non il
Vescovo gli avesse chiamati per farlo prigione; il perchè prendendo
anch'esso a guardarsi di loro, si fortificò insieme co' suoi compagni
in un particolar casamento. Or mentre gli uni dagli altri, e temevano e
si guardavano, sospettando Goffredo non per lo picciol numero de' suoi
fosse alla fine sopraffatto dagli Aversani, inviò prestamente in Napoli
a chieder soccorso, ed a pregar i Napoletani, che non indugiassero
a liberarlo dal pericolo, ed a far del castello quel che fosse lor
paruto il meglio. A tal novella messosi a cavallo il Conte Pietro di
Lettere, parente di Goffredo, velocemente a Giuliano se ne andò, e
tolti seco molti soldati, che ivi eran posti in guardia de' Napoletani
contro i Tedeschi, senz'alcuno indugio a Cuma se ne passò; della cui
venuta lieto Goffredo gli uscì all'incontro e gli fece giurare, che se
il castello si prendesse, avrebbero consignati a lui e mobili e gli
uomini, che vi eran dentro; e così convenuti entrarono insieme nella
città. Poco stante sopravvennero per l'ambasciata di Goffredo buon
numero di Cavalieri e popolari napoletani, ond'egli veggendosi fuor
di pericolo, tenuto consiglio con essi Napoletani e col Conte Pietro,
fece conchiudere, che prima di partirsi di là avessero in ogni modo
il castello nelle mani, e che la città da' fondamenti disfacessero,
perchè così si sarebbero per sempre liberati da ogni timore d'essere
infestati da' ladroni e da' Tedeschi. Richiesero perciò agli Aversani,
ed al lor Vescovo, che fuori ne uscissero; ma gli Aversani ricusando
d'uscirne; e fattesi sopra ciò molte parole, veggendo i Napoletani
e Goffredo, che non era più da indugiare, accostatisi per mare e per
terra, cominciarono a combattere valorosamente le mura, e poco dopo
il castello, ed accesovi il fuoco, a gran fatica il Vescovo, e gli
Aversani, che vi eran dentro, fuggendo camparono; ed i Napoletani
fatta distrugger la città, ed abbatter la Rocca lietamente, e con gran
trionfo a Napoli se ne ritornarono; onde Cuma essendo stata interamente
distrutta, la sua Chiesa, ch'era prima suffraganea a quella di Napoli,
riunì alla medesima con tutte le sue ragioni e beni[220].

Allora fu, come narra il soprannominato Autor dello ufficio di S.
Giuliana, che Anselmo Arcivescovo di Napoli, e Lione Vescovo di Cuma,
deliberarono, che si trasferissero dalla maggior chiesa della città
disfatta i Corpi de' SS. Martiri Massimo, a cui era dedicata la chiesa,
e di S. Giuliana, e d'un fanciullo di tre mesi, che si diceva Massimo
aver fatto miracolosamente parlare alla presenza di Fabiano Prefetto;
acciocchè da altre genti straniere rubati non fossero: spinti ancora
da Brienna allora Badessa del monastero di Donnaromita, la quale con
tutte le sue Suore ardentissimamente bramava il Corpo di S. Giuliana;
il perchè andato a Cuma il detto Lione, Pietro Frezzarnolo Subdiacono
del Duomo di Napoli, e gli Abati di S. Pietro ad Ara, e di S. Maria
a Cappella, e buon numero di Cavalieri e popolani napoletani, aperte
le casse dove le reliquie erano riposte, indi le tolsero, e con gran
riverenza ed onore, via seco le portarono alla chiesa di S. Maria
a piè di Grotta. Trovarono ivi la Badessa, e molte altre Monache
del suddetto monastero di Donnaromita, e con esse buon numero di
nobili madrone e donzelle, che l'attendevano, e con grand'allegrezza
ricevettero. Dimorate poi là insino il seguente mattino, ritornò il
nominato Vescovo Lione con molti Cavalieri del Seggio di Nido, nel
cui quartiero è il suddetto monastero, ed altra innumerabil turba di
Cavalieri e popolari napoletani con rami d'ulivi in mano, e tolte le
reliquie cantando inni e salmi le portarono ad una chiesa che era sopra
l'isola di S. Salvatore, ov'è al presente il Castel dell'Uovo. Giunse
co' Canonici e con tutto il Clero l'Arcivescovo Anselmo, e nella città
processionalmente entrati collocarono in Donnaromita il corpo di S.
Giuliana, ed il suo quadro, che di Cuma recato aveano, e le reliquie
di S. Massimo e del fanciullo nel Duomo, ove ora ancor si adorano,
riposero.

Ecco ciò che scrivono questi Autori; all'incontro non mi par di tacere
per la fede dovuta all'istoria, ciò che ritrovo scritto da gravi e
veritieri Scrittori. Raccontano adunque Riccardo da S. Germano, e
l'Autore della Cronaca, che si conserva in Monte Cassino, che il Conte
Diopoldo in quest'istesso anno 1207 che si narrano questi successi,
da Salerno venuto in Terra di Lavoro a battaglia co' Napoletani,
diede loro una notabil rotta, con farne crudelissima strage[221];
aggiungendovi ancora Riccardo, che sostenne, e menò seco prigioniero
nelle sue castella esso Goffredo di Montefuscolo, senza far menzione
alcuna della distruzion di Cuma. Puossi nondimeno per concordar queste
relazioni dire e credere, che dopo la distruzion di Cuma, la quale
avvenne nel mese di marzo, irato Diopoldo, o per tal cagione, o perchè
fossero stati i suoi Tedeschi malmenati da' Napoletani, che s'eran
posti in guardia contro di loro, ne gisse sopra Napoli, e che uscitigli
all'incontro i Napoletani con Goffredo di Montefuscolo fosser stati
in battaglia rotti, ed uccisi con rimaner prigione Goffredo secondo
che quegli Autori scrivono; ma come ciò avvenuto fosse il rimetto al
giudicio di chi legge.



CAPITOLO II.

_Papa INNOCENZIO naviga in Sicilia: conchiude le nozze di FEDERICO
con COSTANZA figliuola d'ALFONSO II Re d'Aragona; e difende il Regno
dall'invasione d'OTTONE IV Imperadore._


Intanto in Palermo il Cancellier Gualtieri avea eccitati torbidi
gravissimi nel palagio reale, poichè trattando con ogni suo studio,
che Guglielmo Capparone gli dasse in balia il palagio e la persona
del Re, e non potendo ciò ottenere, pose tutto in rivolta; onde
essendo i maggiori Ministri del Regno fra lor divisi con grosso numero
di partigiani, porsero occasione ai Saracini dell'isola, che senza
niun timore di gastigo prendessero l'armi, e non solo si togliessero
dall'obbedienza del Re, ma anche danneggiassero malamente i Cristiani,
con prendere a forza il castel di Coriglione, e minacciare di far altri
danni più gravi.

Non minori erano i disordini, che cagionava nel Regno di Puglia Corrado
di Marlei creato dal morto Imperadore Conte di Sora, il quale infestava
non solamente Terra di Lavoro, e gli altri circostanti luoghi, ma anche
lo Stato del Pontefice. Di sì miserabile stato d'ambi i Reami a pietà
mosso Innocenzio, determinò navigar in Sicilia, come in fatti nel
dì 30 del mese di maggio del nuovo anno 1208 arrivò egli in Palermo
con molti Cardinali, Arcivescovi ed altri Prelati, e ritrovando già
cresciuto, e d'età di 13 anni il Re Federico, il persuase ad accasarsi;
e propostagli per isposa Costanza sorella di Pietro Re d'Aragona, nè
Federico ripugnando, cominciò a trattar egli con Sancia madre della
sposa il parentado: indi partissi da Palermo, ed a' 23 di giugno venne
in S. Germano[222].

Quivi giunto, ragunò un'Assemblea di Baroni, giustizieri e Governadori
delle città e castella: statuì con loro, che ciascuno badasse a
soccorrere il Re Federico, inviando per tal effetto in Sicilia a loro
spese 200 cavalli, i quali dovessero dimorar colà per un anno intero.
Creò altresì maestri Giustizieri e Capitani nel nostro Regno Pietro
Conte di Celano, e Riccardo dell'Aquila Conte di Fondi, commettendo al
Conte di Celano la Puglia e Terra di Lavoro, ed al Conte di Fondi la
città di Napoli, e l'altre parti di esso. Diede in oltre assetto agli
affari della Giustizia, che per le continue guerre, e per la baldanza
de' Tedeschi poco era conosciuta, con dar altri provvedimenti per lo
suo buon governo, come raccontano Riccardo da S. Germano, e la Cronaca
di Fois. Comandò, che tutti dovessero osservar fra di loro pace, e se
alcuno sarà offeso, che ricorresse a' soprannominati Conti ad esporre
le loro querele: impose gravi pene, e dichiarò che fosse tenuto per
pubblico inimico colui, che avesse ardire di opporsi a quel che avea
ordinato, e di turbar la quiete del Regno[223].

E terminata l'Assemblea, non contento di quanto in essa avea stabilito,
scrisse parimente sopra di ciò a tutti i Conti, Baroni e Popoli di esso
Reame, che non eran venuti al parlamento, esortandogli ad osservar
quel che avea statuito, ed ubbidire a tutto quel, che loro avrebbe
in suo nome imposto Gregorio Crescenzio romano Cardinal di S. Teodoro
suo Legato in campagna di Roma, e Riccardo suo consobrino (al quale in
guiderdone d'aver disfatto, e preso Corrado di Marlei, avea investito
in quest'istesso anno 1208 del Contado di Sora, avendolo tolto a
Corrado[224]) li quali sarebbero passati in Puglia per non potervi
esso passare, stante il gran calore della stagione, come il tutto
potrà vedersi nella sua lettera, che va tra l'altre epistole di questo
Pontefice[225].

Ed avendo a questo modo ordinato il Governo di questo Reame, salì
a Monte Cassino, e visitando quel sacro luogo, gli confermò tutti
i privilegi concessigli da' Pontefici suoi predecessori, e glie ne
concesse altri di nuovo. Ma mentre ancora quivi si tratteneva, ecco che
gli viene avviso, come Filippo Re di Germania e zio del Re Federico da'
suoi era stato ucciso; onde per soccorrere più da vicino a' bisogni
dell'Imperio d'Occidente, per la via di Sora ed Atino partendo di
Terra di Lavoro, con tutti i Cardinali ch'eran seco venuti, ritornò in
Campagna di Roma[226].

Dopo la morte d'Errico Imperadore, ancorchè l'Imperio s'appartenesse
al suo figliuolo Federico, tanto più che l'istesso Errico in vita avea
proccurato, che quasi tutti li Principi della Germania lo eleggessero
in Re e gli giurassero fedeltà, come dice l'Abate Uspergense[227],
nulladimanco, morto Errico sursero due fazioni infra di lor contrarie
per l'elezione del successore e la maggior parte degli Elettori
elessero Filippo Duca di Svevia fratello del morto Imperadore, e dalla
sua fazione fu coronato Re di Germania in Magonza nell'anno 1197: altri
d'inferior numero elessero Ottone Duca di Sassonia e lo coronarono in
Aquisgrana. Ma con tutto che Innocenzio III favoreggiasse il partito
d'Ottone ed avesse confermata la sua elezione[228], nulladimanco
prevalse il partito di Filippo, il quale per dieci anni tenne
l'Imperio, ed al quale finalmente cedè l'istesso Ottone, con cui dopo
una crudel guerra venne a concordia, e nel 1207 Filippo diede Beatrice
sua figliuola per moglie ad Ottone, con patto che morto Filippo,
al Regno di Germania egli vi succedesse. Tenendo adunque l'Imperio
Filippo, in quest'anno 1208 fu ucciso a tradimento entro il proprio
palagio nella città di Bamberga da Ottone Conte Palatino suo fiero
inimico: onde Ottone Duca di Sassonia aspirò di nuovo all'Imperio,
nel che ebbe anche questa seconda volta il favore d'Innocenzio, che
nell'anno seguente, calato egli in Italia lo incoronò in Roma, ed
Ottone IV fu nomato.

Ma dopo la partenza del Papa da Terra di Lavoro, nacquero in questa
provincia nuovi disordini, poichè Riccardo dell'Aquila Conte di Fondi
unitosi col Conte Diopoldo s'insignorì della città di Capua, chiamatovi
dagli stessi Capuani, togliendola al Conte Pietro di Celano[229] sotto
il cui governo si trovava, perciocchè suo figliuolo Riccardo, che vi
era Arcivescovo, era fieramente odiato da que' cittadini.

Aveva intanto il Pontefice Innocenzio chiuso già il parentado tra il
Re Federico e Costanza vedova di Alberico Re d'Ungheria figliuola
d'Alfonso II Re di Aragona e di Sancia sua moglie. Narra il Zurita
avveduto ed incorrotto Istorico negli Annali d'Aragona che la
Reina Sancia, dopo la morte del Re suo marito, inviò in Roma un suo
Secretario detto Colombo, offerendo ad Innocenzio, se tal matrimonio si
conchiudesse, d'inviar 200 cavalli a sue spese in Sicilia in soccorso
del genero; ovvero se così fosse paruto convenevole, di condurgliela
ella stessa con 400 cavalli, purchè fosse assicurata che le sarebbero
rifatte le spese, che farebbe guerreggiando in quel Regno, in caso che
il parentado fosse impedito da' Siciliani, che tenevano in lor podere
la persona del Re; chiedendo in oltre, che se Federico fosse morto
prima di effettuare il matrimonio con Costanza, dovesse investire
de' suoi Reami D. Ferdinando fratello di Costanza, che il padre
avea dedicato alli sacri Ordini[230]. Innocenzio dopo tal imbasciata
inviò suoi Ambasciadori in Aragona, e questi insieme con quelli, che
parimente inviò Federico, dopo vari trattati conchiusero il parentado.
Ma prima, che Costanza partisse da Aragona, morì la Regina Sancia;
ed ella fu poi in Sicilia nel mese di febbraio del nuovo anno 1209
da D. Alfonso Conte di Provenza suo fratello su le galee de' Catalani
accompagnata da grosso numero di Cavalieri spagnuoli e provenzali; ma
queste nozze mentre con pompose feste si celebravano in Palermo, furono
sturbate per la morte di D. Alfonso e di molti di que' Cavalieri,
che seco avea portati; poichè attaccatosi per le malvagità dell'aria
un contagioso male in Palermo, avea menati molti al sepolcro; tanto
che costrinse il giovanetto Re, che non avea più che 14 anni, tra le
allegrezze dello sponsalizio, e tra le lagrime del morto cognato ad
uscir da Palermo, ed andar girando per molte città di quell'Isola.

Or mentre il contagioso male costringeva il Re Federico a far dimora
fuori di Palermo, il Conte Pietro di Celano per opra dell'Arcivescovo
suo figliuolo riebbe Capua; e nell'istesso tempo Ottone Re di Germania
per la morte di Filippo suo socero, anelando all'Imperio d'Occidente
venne in Italia con poderoso esercito, e giunto in Roma, ricevuto dal
Pontefice Innocenzio gli fu nella chiesa di S. Pietro a' 7 settembre di
quest'anno data la Corona imperiale; e narra Riccardo da S. Germano,
che il coronò _praestito juramento de conservando Regalibus S. Petri,
et de non offendendo Regem Siciliae Fridericum_. Ma dimorando in Roma
Ottone col suo esercito, avvenne, che s'attaccò grave briga fra' suoi
soldati ed i Romani, i quali, prese da per tutto le armi, uccisero gran
quantità di Tedeschi: sdegnato di ciò Ottone partissi da Roma, e ne
andò nella Marca ove per alcun tempo dimorò, danneggiando e prendendo
a forza, non ostante il giuramento fatto, le terre e le città della
Chiesa.

Intanto l'Abate Roffredo, avendo per molti anni governata la Badia di
Monte Cassino, passò di questa vita l'ultimo giorno di maggio in S.
Germano[231]; dopo la cui morte il Conte Diopoldo e Pietro Conte di
Celano rappacificatisi insieme ed uno fatto Signor di Capua, e l'altro
di Salerno ambedue persuasero Ottone, ch'era in Toscana, che venisse
ad occupare il Reame con dargli in suo potere Diopoldo Salerno ed il
Conte di Celano Capua, sicchè l'Imperadore, non ostante il giuramento
fatto al Pontefice di non travagliar Federico, accettata lietamente
l'impresa ed assembrato il suo esercito entrò per la via di Rieti e di
Marsi in Appruzzi, donde passato in Terra di Lavoro, Pietro Abate di
Monte Cassino, ch'era succeduto al morto Roffredo, temendo delle terre
della sua Badia, contro il voler de' suoi Padri, gli inviò per suoi
messi a chieder pace, e poco stante egli medesimo andò riverentemente
ad incontrarlo, ponendosi in suo potere; per la qual cosa non furono
i suoi luoghi, nè i beni del monastero in menoma parte da' Tedeschi
danneggiati.

Giunto poscia a Capua creò Duca di Spoleto il Conte Diopoldo[232], il
quale oltre all'avergli dato Salerno, s'era congiunto seco con tutti
i suoi partigiani. Andarono indi amendue ad assediare Aquino, ma ne
furono con lor notabil danno ributtati da Tommaso, Pandolfo e Ruberto
Signori di quella Piazza. Napoli in onta degli Aversani si rese ad
Ottone; il quale ad istanza de' Napoletani andò a porre l'assedio
ad Aversa; ma gli Aversani con pagargli molta moneta, e raccorlo
amichevolmente entro la lor città, sottoponendosi al suo dominio, non
riceverono altro danno[233]. Passò poscia Ottone in Puglia, ove tra
per lo timore e per la forza, buona parte ne occupò, e lo stesso fece
nella Calabria, ponendo a sacco ed a ruina i luoghi, che gli facean
resistenza.

Il Pontefice Innocenzio vedendo in cotal guisa perdute le più belle
province di questo Reame, tentò prima con ogni suo potere di distorre
Ottone dall'impresa: inviò per tanto ben cinque volte l'Abate
Uspergense, com'e' narra, da Roma a Capua, a trattar con l'Imperadore
tal concordia, ma invano; poichè Ottone, reputando che tutte queste
province, siccome tutto il resto d'Italia s'appartenessero all'Imperio,
non solo a patto alcuno non volle lasciar ciò che avea conquistato
contro il Re di Sicilia, ma tentò di occupare tutto il rimanente
d'Italia.

I Pontefici romani aveano già in questi tempi preso il costume, non
pur di scomunicare gl'Imperadori, ma deporgli anche dall'Imperio, con
assolvere i vassalli dal giuramento, e di vantaggio di deporgli non
pur per cagion d'eresia, ma anche per cagioni meramente temporali,
se essi tentassero d'occupare i beni della Chiesa, o di qualche
altro Principe lor amico e federato. In fatti Innocenzio in questa
occasione, conosciuta l'ostinazione d'Ottone di non voler lasciare
ciò ch'avea occupato nella Marca delle terre della Chiesa, e ciò che
avea conquistato contro il Re Federico lo scomunicò, e lo dichiarò
nemico di S. Chiesa. Interdisse ancora la Chiesa di Capua, perchè
que' ministri aveano avuto ardimento di celebrare i divini Uffici
in sua presenza[234], e scomunicò ancora tutti i di lui fautori: e
convocato un Concilio in Roma il privò dell'Imperio; ma perchè questi
fulmini invano si lanciano, se non vengono accompagnati e sostenuti
dai Principi Elettori, scrisse perciò Innocenzio in questo medesimo
anno 1210 sue lettere a' Principi tedeschi, nelle quali esagerando i
danni fatti da Ottone alla Chiesa contro il tenor dell'accordo e del
giuramento da lui fatto, quando l'incoronò in Roma, gli esortava per
ciò, ch'essendo egli spergiuro e scomunicato, e caduto dall'Imperio,
ne creassero un altro in suo luogo. Il perchè mossi molti di loro a
prendergli l'armi contro, si cagionò guerra e rivoltura in Alemagna,
della qual cosa avuta contezza Ottone, prestamente di Puglia partitosi,
ritornò in Germania; ma non fu perciò bastevole a frastornare
l'elezione; poichè gli Arcivescovi di Magonza e di Treveri, il Re di
Boemia, Ermanno Conte di Turingia, i Duchi di Austria, di Sassonia e
di Raviera ed altri molti Signori tedeschi, i quali oltre all'esser
suoi scoverti nemici, si ricordavano dell'elezione fatta di Federico
in Re de' Romani, mentr'era ancor fanciullo in vita del padre e
del giuramento datogli, crearono Imperadore il Re Federico, che in
quest'anno non era più che di quindici anni.



CAPITOLO III.

_Il Re FEDERICO vien eletto Imperadore da' Principi della Germania.
Va in Alemagna, ed in Aquisgrana è coronato: ed INNOCENZIO intima un
general Concilio in Laterano._


Fatta da' Principi della Germania l'elezione di Federico, prestamente
inviarono due Legati, Anselmo ed Errico, a significargli cotal fatto
e per condurlo in Alemagna; i quali arrivati in campagna sino a
Verona, si rimase colà Errico per fare favorevoli al novello Cesare
i Longobardi, e particolarmente i Veronesi[235]; ed Anselmo venne in
Roma ove di consentimento del Pontefice fece opera, che da' Romani
fosse ancor dato l'Imperio a Federico: indi passato in Sicilia, con
difficoltà ottenne, che Federico passasse in Alemagna; perciocchè
Costanza gelosa della salute del marito, con molti altri Baroni di
Sicilia, temendo non fosse colà da' suoi nemici fatto fraudolentemente
morire, con ogni lor potere glielo dissuaderono. Ma finalmente
dispregiato ogni pericolo ed incoraggiato dai particolari messi
d'Innocenzio, lasciata Costanza in Sicilia con un figliuolo, che di
lei generato avea, in memoria del padre, nomato Errico, imbarcato
su i vascelli de' Gaetani con felice viaggio arrivò a Gaeta; poscia
di nuovo messosi in mare, in aprile di questo nuovo anno 1211
pervenne a Roma[236], ove dal Pontefice, dal Senato, e dal Popolo
romano lietamente accolto, passò similmente per mare in Genova; e
caramente ricevuto da' Genovesi, fu da loro, per tema che i Milanesi
gran partigiani di Ottone non l'assalissero tra via, e cercassero
d'impedirgli il cammino, accompagnato insino a Padua, e nella stessa
guisa fu poi da' Paduani e Cremonesi insieme uniti, non per la diritta
via, ma per la Valle di Trento e per luoghi asprissimi delle Alpi,
temendo l'insidie di Ottone, per lo paese de' Grisoni condotto, e con
ogni onor raccolto dal Vescovo e dall'Abate di S. Gallo, pervenne con
essi a Costanza.

Ma Ottone, che intanto avea con asprissima guerra travagliato i
partigiani di lui, intesa la sua venuta, prestamente di Turingia, ove
dimorava, partitosi, venne ad Uberlingh presso Costanza per uccidere o
far prigione Federico prima che prendesse maggior potere in Alemagna,
ma abbandonato da molti de' suoi seguaci che al suo nemico passarono,
non potè porre in effetto il suo intendimento. E Federico mentr'era
in Costanza ebbe tosto in suo aiuto grosso numero de' suoi Svevi,
oltre a molti altri Baroni tedeschi dai quali per la memoria del
padre e dell'avolo era grandemente amato. Il perchè Ottone vedutosi
ciascun giorno mancar di forze, il nuovo anno di Cristo 1212 ne andò
a Brisac città di stima posta in riva del Reno, ed ivi tentò con ogni
industria di accrescere il suo esercito; ma perchè da' suoi soldati
erano gravemente afflitti i cittadini di quella città, coloro per
torsi dattorno cotal noia, concordemente e con furia il cacciarono
via dalla città, uccidendogli e ponendogli in rotta tutto l'esercito;
onde gli convenne, per non avere altra strada al suo scampo, con poca
compagnia ricovrarsi colla fuga in Sassonia. Sparsasi questa fama
tra' Tedeschi, tosto ciascun concorse a favorir Federico; il quale,
discendendo per le rive del Reno, fu amichevolmente da tutti raccolto
nell'Annonia; ma alcuni di que' Popoli, come fedelissimi ad Ottone,
chiuse le porte, cominciarono a contrastargli il passo; pure costretti
fra pochi giorni a cedere, passò ad Aquisgrana, ove concorsa la maggior
parte de' Principi di Alemagna, che contro il creder di Federico
passarono lietamente dalla sua parte, fu coronato Imperadore per mano
degli Arcivescovi di Magonza e di Treveri[237] l'anno di Cristo 1213,
il ventesimo della sua età secondo l'Abate Uspergense, il Baronio e 'l
Bzovio, ma secondo Inveges il decimottavo.

Così il deposto Ottone vedendosi abbandonato dai Signori dell'Imperio,
rivolse l'armi contro Filippo Re di Francia, dal quale vinto e
messo in fuga, il vittorioso Franzese, per più abbatterlo fece
tregua coll'Imperador Federico[238], il quale non volendo perdere sì
propizia occasione, con ogni prestezza assaltò le città imperiali,
che favorivano ad Ottone ed in maniera le travagliò, _ut Urbes ad
deditionem_, _et Othonem ad veniam petendam impulerit_, come dice
Gordonio.

Il Pontefice Innocenzio vedendo depresso Ottone, e l'Italia e gli Stati
de' Cristiani già pacificati e che le cose dell'Imperio d'Occidente
pigliavan buona piega ed andavan a seconda del suo impiego, avendo
ancora in questi medesimi tempi ricevuta la lieta novella della
famosa vittoria ottenuta ne' campi di Toledo sopra il Re di Marocco e
suoi Mori dal Re di Castiglia, da D. Pietro II Re d'Aragona fratello
dell'Imperadrice Costanza e da Sancio Re di Navarra, rivolse l'animo a
più gloriose imprese: e veggendo che non solo in Ispagna, ma che anche
in Terra Santa i Turchi aspramente molestavano i Cristiani, prendendo
ogni giorno colà possanza, rivolse l'animo alla ricuperazione di
Terra Santa; onde con sue lettere invitò tutti i Principi cristiani
che deponendo le loro particolari discordie prendessero la Croce,
incorandogli alla guerra sacra, ed inviò due Cardinali Legati, che
adunassero le genti per passare in Soria. Scrisse parimente al Saladino
Soldan di Babilonia e di Damasco, che restituisse Gerusalemme a'
Cristiani, con liberar tutti que' che avea prigioni in suo potere
offerendogli all'incontro, che sarebbero anche liberati da' nostri i
Turchi, ch'erano in nostro potere; ma ciò non servì per nulla, poichè
quel Principe si curò poco de' messi e delle lettere del Pontefice.
Intimò ancora Innocenzio un general Concilio da tenersi in Roma in
S. Giovanni Laterano nell'anno seguente 1215, siccome in effetto nel
primo di novembre di quest'anno si cominciò a celebrare, nel quale
v'intervennero 70 Arcivescovi, 412 Vescovi e 800 Abati e Priori. Vi
accorsero ancora gli Ambasciadori di tutti i Principi cristiani, ed in
nome di Federico fuvvi Berardo Arcivescovo di Palermo[239]. I Milanesi,
ch'eran ostinati partigiani d'Ottone, non tralasciarono ancora mandarvi
un lor cittadino per difendere in quest'Assemblea le ragioni d'Ottone:
furono dibattuti in questa radunanza molti punti, ed esaminati con
molta contenzion d'animo.

Il principale fu l'espedizione di Terra Santa, e del modo da tenersi
per ricuperar Soria, ch'era ricaduta in mano d'Infedeli, e di comporre
perciò le discordie tra' Principi cristiani, nel che concorsero tutti
gli Ambasciadori de' Principi a prometter in nome de' loro Signori ogni
aiuto.

Fu ancora molto dibattuto sopra la deposizione di Ottone, ed
incoronazione di Federico in Aquisgrana; ed il Legato milanese orò
lungamente per Ottone, il quale fece nel Concilio proporre di voler
tornare alla ubbidienza della Chiesa, e che perciò dovesse esser
restituito nell'antica sua dignità imperiale, e cancellarsi ciò
ch'erasi fatto per Federico. Ma surse dall'altra parte il Marchese di
Monferrato per Federico, e declamando non doversi sentire alcuno che
parlasse in nome di Ottone, recò in mezzo sei capitoli d'accuse contro
il medesimo[240]. Primieramente, non dovea sentirsi, perchè Ottone
ruppe, e violò i giuramenti fatti alla Chiesa romana di non invadere le
sue Terre, e gli Stati del Re Federico. II Perchè non avea restituito
quelle Terre, per le quali era stato scomunicato, ed avea giurato
di restituire. III Perchè favoriva un Vescovo scomunicato. IV Perchè
carcerò un Vescovo Legato della Sede Appostolica. V Perchè in disprezzo
della Chiesa romana chiamava il Re Federico _Re dei Preti_[241]. VI
Perchè distrusse un monastero di Monache, e 'l ridusse in Fortezza.
Poi rivoltandosi contro i Milanesi, che ivi presenti, cominciò a
declamar contro di loro, come nemici di Federico; ma questi di nulla
atterriti, volendo dargli risposta, il Pontefice facendo cenno colla
mano, si alzò dal trono, ed uscì dalla Chiesa lateranense. Fu questo
gravissimo affare di Federico e di Ottone, come narra Riccardo, con
grandissima contenzione combattuto nel Concilio dalla festività di S.
Martino insino al giorno di S. Andrea; nel qual dì finalmente il Papa
approvando l'elezione fatta dai Principi d'Alemagna in Aquisgrana,
confermò Federico in Imperador romano, e fu deliberato di doversi
invitare a prender la Corona in Roma, secondo il costume de' maggiori.

Non minori furono le discussioni intorno a' Sacramenti della Penitenza
e dell'Eucaristia, e sopra tutto intorno alla condannagione dell'eresia
degli _Albigensi_, i quali favoreggiati dal Conte di Tolosa, e da altre
persone di stima avean preso molto potere in Francia.



CAPITOLO IV.

_Origine dell'Inquisizione contra gli Eretici; e morte di Papa
INNOCENZIO III._


Il particolar uffizio dell'Inquisizione contra gli Eretici ebbe a
questi tempi il suo principio. Prima gli Appostoli per rimedio di
questo male non adoperavano altro, che d'ammonire una, e due volte
l'eretico; il quale se perseverava nell'ostinazione, era scomunicato,
e s'imponeva a' Cattolici, che si separassero dal suo consorzio. Nè
si passò più oltre, sino ai tempi, che Costantino Magno abbracciò la
religione cristiana. Allora tra le altre cose furono da' Padri della
Chiesa, Costantino e suoi successori ammaestrati, che portando essi due
qualità, l'una di Cristiani, l'altra di Principi, con ambedue erano
obbligati a servir Iddio. In quanto Cristiani, osservando i precetti
divini, come ogni altro privato; ma come Principi, servendo S. D. M.
con ordinar bene le leggi, indirizzando bene i sudditi alla pietà,
onestà e giustizia, castigando tutti gli trasgressori de' precetti
divini e del decalogo massimamente. Ma essendo quelli, che peccano
contra la prima Tavola, che riguarda l'onor divino, assai peggiori
di quelli, che peccano contra la seconda, la qual ha rispetto alla
giustizia tra gli uomini: perciò erano più obbligati i Principi a punir
le bestemmie, l'eresie e gli spergiuri, che gli omicidj e i furti.
Per questa cagione stabilirono diverse leggi contro gli Eretici, e
con maggior severità contro i loro Dottori, e contro coloro, i quali
eccitano perciò turbe e sedizioni nella Repubblica. _Costantino Magno_
ne fece due[242]. _Costanzo_ suo figliuolo non ne stabilì, perch'egli
fu eretico. _Valentiniano il vecchio_ una[243]. _Valente_ non ne
fece, perchè ancor egli era eretico. _Graziano_ ne promulgò due[244].
_Teodosio Magno_ quindici[245]. _Valentiniano il giovane_ tre[246].
_Arcadio_ dodici[247]. _Onorio_ diciotto[248]. _Teodosio il giovane_
dieci[249], e _Valentiniano III_ tre[250].

Le pene, che contro coloro stabilirono non furono uguali, ma secondo
le circostanze, ora il rigore era cresciuto, ora mitigato; nè vi fu
legge, che punisse di pena di morte tutti generalmente. I _Manichei_,
i _Priscillianisti_, i loro Dottori, ch'eccitavano turbe, erano più
aspramente puniti. Le più comuni ed usate erano d'essere sbanditi,
esiliati, dichiarati infami, privati della milizia, e di tutti gli
onori e dignità. Essere dichiarati _intestabili_, proibiti di donare,
di vendere e di far altri contratti. D'essere multati, e confiscate
le loro robe, o in tutto o in parte secondo le circostanze de' loro
delitti; la pena dell'ultimo supplicio in alcuni casi singolari era
solamente dagl'Imperadori minacciata, come contro i _Manichei_, i
concitatori di sedizioni e di turbe, e contro altri Eretici, secondo
la gravità delle circostanze, e loro protervia ne' casi rapportati
nel Codice Teodosiano[251], e noverati da Giacomo Gotofredo ne' suoi
Paratitli in quel titolo.

Ma poichè in ogni giudicio criminale sono considerate tre parti, che lo
compongono: la cognizione della ragione del delitto; la cognizione del
fatto; e la sentenza; perciò nel giudicio dell'eresia, la cognizione
del diritto, cioè se tal opinione sia eretica o no, fu riputata
sempre ecclesiastica, nè per alcun rispetto apparteneva al Magistrato
secolare; onde a que' tempi quando nasceva difficoltà sopra qualche
opinione, gli Imperadori ricercavano il giudicio de' Vescovi, e se
bisognava, congregavano Concilj. Ma la cognizione del fatto, se la
persona imputata era innocente o colpevole, per darle le pene ordinate
dalle leggi, siccome la sentenza d'assoluzione o condannazione, tutta
apparteneva al Magistrato secolare.

Appartenendo dunque al Magistrato secolare la cognizione del fatto,
quindi fu, che gl'Imperadori stabiliron molte leggi prescrivendo alcuni
mezzi, e ricerche per questo fine. Dichiararono l'eresia delitto
pubblico, e perciò ammisero tutti ad accusargli, particolarmente
quando il giudicio criminale era indirizzato contro i Manichei, i
Frigj ed i Priscillianisti. Ammisero i delatori; ed in alcuni casi,
per iscoprire gli Eretici occulti, ed i loro Dottori anche ordinarono
gli _Inquisitori_. E Gotofredo[252] osserva, che l'istituto di dar
in questo delitto _Inquisitori_ fu prima introdotto da Teodosio Magno
imitato da poi da Arcadio ed Onorio; ma soggiugne questo Scrittore, che
gl'_Inquisitori_ non erano dati comunemente contro tutti gli Eretici,
ma ne' casi più gravi, e che meritavano maggior asprezza e rigore,
come contro i Manichei, i Dottori, ed Autori delle Sette, contro gli
_Eunomiani_, ed altri Cherici autori di esecrande superstizioni ed
eresie. Per maggiormente favorir la pruova di questo delitto permisero
a' servi accusare i loro padroni[253]; non si perdonò nè alle mogli,
nè a' proprj figliuoli; ed in fine i processi erano dal Magistrato
secolare fabbricati secondo il prescritto delle leggi degl'Imperadori;
nè i Vescovi dopo aver dichiarato l'opinioni eretiche, e separati dalla
Chiesa come scomunicati ed anatematizzati quelli, che tali opinioni
tenevano, s'intrigavano più oltre, nè ardivano darne notizia a'
Magistrati, temendo che fosse opera di non intera carità.

Ma alcuni altri vedendo, che il timor del Magistrato vinceva la
pertinacia degli ostinati, ed operava ciò che non poteva far l'amore
della verità, riputavano che fosse debito loro di denunciare a' Giudici
secolari le persone degli Eretici, e le loro operazioni cattive,
ed eccitargli ad eseguire le leggi imperiali. Ma poichè alle volte
occorreva di doversi procedere contro qualche Dottore eretico, il quale
per la sua perversa dottrina cagionava turbamenti e sedizioni, ovvero
a procedersi in qualche altro consimil caso, ove la pena, per le gravi
circostanze del delitto, poteva stendersi all'ultimo supplicio: gli
Ecclesiastici in questi casi s'astenevano di comparire al Magistrato,
anzi sempre facevano ufficj sinceri co' Giudici, che non usassero
co' delinquenti pena di sangue. S. Martino, in Francia, scomunicò
un Vescovo, perchè avea accusati certi Eretici a Massimo occupatore
dell'Imperio, i quali da lui furono fatti morire: e S. Agostino
ancorchè per zelo della mondezza della Chiesa facesse frequentissime,
e molto sollecite istanze a' Proconsoli, Conti ed altri Ministri
imperiali in Affrica, che eseguissero le leggi de' Principi, notificava
loro i luoghi, dove gli Eretici facevano conventicoli e scopriva
le persone; contuttociò sempre che vedeva alcun Giudice inclinato a
procedere contro la vita, lo pregava efficacemente per la misericordia
di Dio, per l'amor di Cristo, o con altri simili scongiuri, che
desistesse dalla pena del sangue; ed in un'epistola a Donato Proconsole
dell'Affrica gli dice apertamente, che se egli persevererà in castigar
gli Eretici nella vita, li Vescovi desisteranno di denunciargli, e non
essendo notificati da altri, resteranno impuniti, e le leggi imperiali
senza esecuzione; ma procedendo con dolcezza, e senza pene di sangue,
essi avrebbero vegliato a scoprirgli, e denunciargli per servizio
divino, ed esecuzione delle leggi.

In questa maniera furono trattate nella Chiesa le cause d'eresia
sotto l'Imperio romano sin all'anno della nostra salute ottocento;
quando diviso l'occidentale Imperio dall'orientale, questa forma
rimase nell'orientale sino al suo fine, com'è manifesto dal Codice
di Giustiniano, e dalle Novelle degli altri Imperadori d'Oriente suoi
successori.

Ma nell'occidentale fu tutta variata, così perchè non fu bisogno, che
i Principi facessero leggi, ovvero avessero molto pensiero a questa
materia, atteso che per trecento anni, che passarono dall'800 sino
al mille e cento, rari Eretici si trovarono in queste parti; come
anche perchè, quando avveniva caso alcuno, i Vescovi vi mettevan
mano; poich'essendosi la loro conoscenza nelle cause molto stesa per
non curanza de' Principi, il delitto dell'eresia come Ecclesiastico
se l'appropriarono, e siccome procedevano contro gli altri delitti
ecclesiastici, come contra violatori di feste, trasgressori di digiuni,
ed altri tali, giudicandogli, e castigandogli essi medesimi in que'
luoghi dove da' Principi era loro concesso esercitar giurisdizione, e
dove non l'aveano invocavano il braccio secolare, che gli castigasse:
così ancora, e per le medesime vie, e forme ordinarie procedevano ne'
delitti d'eresia contra gli Eretici.

Dopo il mille e cento, per le continue dissensioni e contrasti, che per
cinquanta anni innanzi erano stati tra li Pontefici e gl'Imperadori,
e per quelli che durarono tutto il secolo seguente sino al mille e
ducento con frequenti guerre e scandali, e poco religiosa vita degli
Ecclesiastici, nacquero innumerabili Eretici, l'eresie de' quali più
comuni erano contro l'autorità ecclesiastica, chi attaccando i loro
corrotti costumi, chi la potenza, e la loro ricchezza, sostenendo
con gli _Arnaldisti_, che gli Ecclesiastici non poteano posseder
niente di proprio; e chi anche penetrando più addentro, condennava il
battesimo de' bambini, e ribattezzava gli adulti; faceva abbattere
le chiese e gli altari, e spezzava le croci; e chi non approvava la
celebrazion della messa, ed insegnava che le limosine, e le orazioni
nulla servono a' morti. Eran perciò a questi tempi cresciuti, gli
Eretici in gran numero, i quali o da' nomi de' loro Dottori, che
furono autori dell'eresie, ovvero da' luoghi ove più fiorirono, o dai
costumi che affettavano, presero varj e diversi nomi; ma nel secondo
tutti convenivano nel Manicheismo. E siccome sotto l'Imperio romano,
da Costantino Magno sino ai tempi di Valentiniano III ve ne furono
innumerabili, denominati per i loro Autori sotto i nomi d'_Ariani_, di
_Macedoniani_; _Pneumatomachi_, _Appollinariani_, _Novaziani_, ovvero
_Sabaziani_, _Eunomiani_, _Valentiniani_, _Paulianisti_, _Papianisti_,
_Montanisti_, _Marcianisti_, _Donatisti_, _Foziani_, e di tante altre
Sette, che possono vedersi nel Codice di Teodosio[254]: così ancora
a questi tempi si nominavano gli _Arnaldisti_ da Arnaldo da Brescia
lor famoso Capo, i _Leonisti_, gl'_Insabbataiti_, i _Valdesi_, gli
_Speronisti_, i _Pubblicani_, i _Circoncisi_, i _Gazari_, i _Patareni_,
che disposti ad ogni oltraggio e patimento, affettando incredibile
costanza, vollero esser chiamati _Patareni_, per opporsi a' Cattolici,
i quali siccome quando per la religione patiscono stragi e morti son
chiamati _Martiri_, così essi esponendosi per la loro credenza con
egual costanza a simili pericoli, vollero esser nomati _Patareni_[255].
Ma i più considerabili in questi tempi erano gli Eretici _Albigensi_
denominati così da _Albi_, luogo dove essi si ritirarono, i quali per
la protezione che aveano del Conte di Tolosa, aveano sparsa la lor
dottrina in molte province della Francia.

Ma all'incontro in questi medesimi tempi a favor della Chiesa romana
sursero que' due gran lumi _Domenico_ e _Francesco_, i quali colla
lor santità resisi chiari per tutto, fondarono le religioni de'
_Predicatori_ e dei _Frati minori_, e furono piante così fruttifere,
che i loro rampolli moltiplicarono in guisa, che in breve si vide
piena Europa di tanti valorosi commilitoni, i quali non risparmiando
nè fatica, nè travaglio esponendosi ad ogni periglio, combatterono
valorosamente per li romani Pontefici. _Francesco_ imitando la severa e
rigida povertà proccurò ad imitazion di Cristo ridurre la sua religione
e gli uomini, che a quella s'ascriveano, alla antica disciplina
ed a' suoi principj, e come fondata su l'umiltà e povertà pensò di
riportarla indietro, e vestirla di quegli antichi abiti; ed in cotal
maniera più coll'esemplarità della vita, che colle prediche e sermoni,
toglier gli errori. Dall'altra parte _Domenico_ di nazione Spagnuola,
della città di Calagorra, del chiaro, e nobil lignaggio de' Gusmani,
in altra guisa si rivolse co' suoi Frati ad abbattere le nascenti
eresie. I Vescovi non erano sufficienti ad estirparle, così per lo
gran numero, come perchè tanto essi, quanto i loro Vicarj erano poco
atti, e meno diligenti di ciò che li Pontefici Romani desideravano,
e sarebbe stato necessario; perciò Innocenzio III scorgendo il zelo
di questi nascenti commilitoni diede loro incumbenza che andassero a
predicare agli Eretici la vera credenza per convertirli: esortassero
i Principi ed i Popoli cattolici a perseguitare gli ostinati, e per
informarsi in ciascun luogo del numero e qualità degli Eretici, del
zelo dei Cattolici, e della diligenza dei Vescovi, e portar relazioni
a Roma; dal che acquistarono nome d'_Inquisitori_. Domenico sopra
gli altri si adoperò con tanto zelo contro gli Eretici _Albigensi_,
che fu dichiarato dal Pontefice Innocenzio _Inquisitor_ generale
contro di loro; il quale scorgendo non giovare con quegli ostinati
le dispute e le concioni, stimò più opportuno mezzo per estirparli
di ricorrere agli ajuti del Conte di Monforte, e di molti altri
Signori spagnuoli, tedeschi e franzesi, i quali uniti insieme con
grosso numero di Prelati, prendendo contro di loro la croce, nella
provincia di Narbona, ed in altri luoghi gli vinsero e distrussero.
Ma multiplicando essi sempre come idre, Domenico venne in Roma, e nel
Concilio, che in quest'anno si teneva in Laterano, in più sessioni orò
contro gli Albigensi, e fece condennar per eretica la lor dottrina.
Si condennarono ancora in questo Concilio que' libri che l'Abate
_Giovacchino_ avea scritti contro il _Maestro delle sentenze_ Pietro
Lombardo, e s'approvò la dottrina del medesimo, che tenne intorno al
mistero della Trinità. E furono parimente dati in quest'Assemblea molti
provvedimenti intorno la riforma de' costumi degli Ecclesiastici, che
per orrendi e sacrileghi venivano da' competitori eretici predicati,
ed in cotal maniera terminossi il Concilio; onde datosi perciò maggior
lena ai novelli _Inquisitori_ proseguirono con molta alacrità ed
intrepidezza d'animo la loro incumbenza. Non aveano però a questi tempi
Tribunale alcuno; ma ben alle volte eccitavano i Magistrati secolari
a sbandire, o punire gli Eretici che trovavano: sovente eccitavano
il Popolo mettendo una croce di panno sopra la veste a chi voleva
dedicarsi a questo, ed unendogli insieme talora, gli conducevano
all'estirpazione degli Eretici.

Fu da poi molto ajutata l'impresa di questi Padri _Inquisitori_ dal
nostro Imperadore Federico II, il quale nel 1224 in Padova promulgò
quattro editti sopra questa materia, ricevendo gl'_Inquisitori_ sotto
la sua protezione, ed imponendo pena del fuoco agli Eretici ostinati,
ed a' penitenti di perpetua prigione, commettendo la conoscenza agli
Ecclesiastici, e la condennazione a' Giudici secolari. E questa fu la
prima legge, che generalmente desse pena di morte agli eretici, di
che altrove ci tornerà occasione di ragionare: ma ancorchè Federico
avesse preso sotto la sua protezione gl'_Inquisitori_, non ebbero essi
però Tribunale alcuno. L'ebbero poi nel Ponteficato d'Innocenzio IV,
il quale rimasto per la morte dell'Imperador Federico quasi arbitro
in Lombardia, ed in alcune altre parti d'Italia, applicò l'animo
all'estirpazione dell'eresie, le quali avevano fatto gran progresso
nelle turbazioni passate. E considerate l'opere, che per l'addietro
aveano fatte in questo servizio i Frati di S. Domenico e di S.
Francesco con la loro diligenza, e senza aver rispetto a persone ed a
pericoli: ebbe per unico rimedio il valersi di loro, adoperandogli,
non come prima, solo a predicare e congregare Crocesignati, e far
esecuzioni estraordinarie, ma con dar loro autorità stabile, ed ergendo
per essi un fermo Tribunale, il quale d'altra cosa non avesse cura.
Ecco i principj del Tribunale dell'_Inquisizione;_ ma come poi ed
in queste nostre province avesse esercitata la sua autorità, e come
finalmente presso di noi fossesi reso cotanto odioso ed abborrito,
sicchè non si soffra nemmeno sentirne il nome, sarà a più opportuno
luogo lungamente narrato.

Intanto Papa Innocenzio terminato il Concilio, essendo partito da Roma,
e gito in Perugia, infermando quivi d'una grave malattia, dopo aver per
18 anni retto il Ponteficato, e nella fanciullezza di Federico questo
nostro Reame, passò di questa vita nel dì 16 luglio di quest'anno 1216.
Fu la sua morte, per le cose, che qui a poco si narreranno, alla Chiesa
romana luttuosissima, e molto grave all'Imperadore Federico, il quale
co' suoi successori ebbe pur troppo avversa fortuna. Pontefice a cui
molto deve la Chiesa romana, perchè colla sua accortezza, e molto più
per la sua dottrina, la ridusse nel più alto e sublime stato, e che
avea saputo soggettarsi quasi tutti gli Stati, e Principi d'Europa, i
quali da lui come oracolo dipendevano. E cotanta era la riverenza del
suo nome, che ridusse Alfonso Re d'Arragona a rendergli tributario
il suo Regno, e di farsi uomo ligio della Chiesa romana, e volle da
lui essere in Roma incoronato, il che a sua imitazione fecero anche
altri Principi. Egli come dottissimo in giurisprudenza chiamò in
Roma i maggiori personaggi a comprometter a lui le lor differenze,
ed a contentarsi, che dal suo giudicio fossero terminate: quindi le
più gravi e rinomate controversie di Stati e di Prelature in Roma si
riportavano. Quindi abbiamo tante sue epistole _Decretali_, delle
quali sin da questi tempi ne fu fatta _Raccolta_, e data a leggere
a' studenti in Bologna[256]; onde potè da poi Gregorio IX fondare più
stabilmente la Monarchia Romana. Fu studiosissimo delle leggi romane,
e particolarmente delle Pandette; e fu perciò riputato uno de' più
grandi Giureconsulti di questi tempi, che fiorivano in molte città
di Italia, e particolarmente in Bologna, resa sopra tutte le altre
illustre per la famosa Accademia di leggi, e più per _Ugolino_ ed
_Azone_, che in questi tempi vi fiorivano. Affettava però soverchio
imitare i Giureconsulti antichi, e sovente, dalle leggi delle Pandette
volendo fondare le sue epistole _Decretali_, prese de' grandi abbagli,
molti de' quali ne furono da poi da Cujacio, da Ottomano e dagli altri
eruditi ripresi. Ebbe idea altissima del Ponteficato, e riputava non
altrimente di Gregorio VII, e di molti altri de' suoi predecessori, che
fosse in sua balia deporre altri, o innalzare al Trono imperiale, come
fece deponendo Ottone, ed innalzando Federico.

Governò nell'adolescenzia di questo Principe i Reami di Sicilia con
assoluto imperio e dominio, più di quello comportavano le ragioni
d'un Balio, come era stato lasciato nel testamento di Costanza; e per
questa ragione si rapportano di lui nel registro del Vaticano alcune
investiture fatte di Feudi nel nostro Reame, e quella del Contado
di Sora per suo nepote; ancorchè l'Autor delle gesta d'Innocenzio
scrivesse, che Federico l'investisse per mezzo di suoi Governadori che
reggevano la sua Corte, e Casa regale in Sicilia. Per questa cagione
ancora sovente Innocenzio nelle sue _Decretali_ parlando di Capua, di
Reggio, e di alcune altre città del nostro Regno, dice esser di lui
il governo delle medesime così nello spirituale come nel temporale; e
quindi s'intende ciò, che i nostri per l'ignoranza dell'istoria non
arrivarono a capir mai, come Innocenzio confermando l'elezione de'
Vescovi fatta dal Clero delle città del nostro Regno, e dandovi il suo
assenso, dice di farlo _Vice-regia;_ poichè quantunque, come altrove
s'è narrato, il medesimo Pontefice avesse con Costanza alterato molto
l'accordo fatto tra Adriano IV e Guglielmo I intorno all'elezione
de' Vescovi; nientedimanco, che dovesse nell'elezione de' Prelati
ricercarsi l'assenso del Re, non fu a questi tempi posto in disputa; e
l'istesso Innocenzio essendo Balio del Regno l'osservò inviolabilmente;
quindi è che scrivendo al Capitolo e Canonici di Capua, ch'eleggessero
per quella Cattedra persona idonea, lor dice ancora, che dopo eletta
mandassero da lui, perchè _Vice-regia_ potesse dargli l'assenso[257].
Il medesimo leggiamo, che fece quando si ebbe ad elegger il Vescovo di
Penne e quello di Reggio[258].

Non ebbe questo Pontefice, adulto che fu Federico, se non che leggieri
contese con lui, anzi proccurò sempre, per opporlo ad Ottone, i
maggiori suoi avanzi, ed all'incontro Federico fu di lui, e della
Chiesa romana così ossequioso e riverente, che Ottone suo emolo soleva
perciò chiamarlo il _Re de' Preti_. Ecco come durante il Ponteficato
d'Innocenzio era creduto e riputato Federico; ma questa fortuna non
ebbe dapoi co' Pontefici suoi successori, co' quali passò sì strane
e varie vicende, che partorirono avvenimenti tanto portentosi, che
bisognerà per la loro grandezza riportargli a' due seguenti libri di
questa Istoria.


  FINE DEL LIBRO DECIMOQUINTO.



STORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI

LIBRO DECIMOSESTO


Morto in Perugia il Pontefice Innocenzio, tosto in questa medesima
città unitosi il Collegio de' Cardinali, crearono per successore
Cincio Savello Cardinal di San Giovanni e Paolo ch'era stato prima
Cancellier di S. Chiesa, ed il quale nella fanciullezza di Federico per
quattro anni era stato in Palermo suo Ajo, che _Onorio III_ nomossi. Fu
osservazione de' più diligenti investigatori de' costumi e delle azioni
umane, appoggiata sopra antichi e moderni esempj, che i Pontefici
maggiori nemici, che hanno avuti i Principi, sono stati quelli, che in
tempo della lor privata fortuna furono di lor famigliari, e domestici:
Innocenzio IV essendo Cardinale fu grand'amico di Federico: ma questi
quando intese la sua elezione se ne accorò, e previde quanto accadde
a lui di male. Il Re Alfonso d'Aragona sperimentò lo stesso con
Calisto III ed a Carlo V Imperadore pur intervenne il medesimo. Non
altramente accadde al nostro Federico; poichè Onorio nuovo Pontefice
non guari dopo la sua elezione tornato a Roma, e con sommo onore, come
lor cittadino, da' romani accolto, la prima cosa, che pensasse, fu
di significare a Federico per sue lettere, senza molta consolazion di
parole, che lasciasse la possession de' Regni di Sicilia e di Puglia
a sua disposizione, perciocchè non voleva, ch'essendo Imperadore, e
Re di que' Regni si giudicasse, che andasser uniti con la Imperial
dignità, e non fosser Feudi della Chiesa, tanto maggiormente, che gli
Imperadori d'Occidente, e fra gli altri ultimamente Ottone IV, aveano
questa pretensione, che almeno il Regno di Puglia fosse dipendente
dall'Imperio d'Occidente.

Federico a tal dimanda rispose col maggior rispetto e riverenza; che
per ubbidirlo, se così gli fosse piaciuto, avrebbe emancipato il suo
figlio Errico, e cedutigli i Reami di Sicilia e di Puglia, ed in cotal
maniera sarebbero cessati tutti i sospetti; e mandò suoi Ambasciadori
in Roma per tale affare, e per dargli ubbidienza. Onorio raccolsegli
onorevolmente, e non potendo non accettar la giustificata, e ragionevol
offerta di Federico, gli rispose, che avrebbe destinato un Legato
in Sicilia, acciocchè avesse dato compimento a tal negozio, e che in
questo mentre, come doveva, fosse stato fedele, ed ubbidiente al romano
Pontefice.

Intanto Ottone dopo la vittoria, che riportò di lui il Re Filippo
di Francia, fuggendo col misero avanzo de' suoi in Sassonia, uscito
già di ogni speranza di ritornar nella perduta grandezza, s'ammalò
in Brunsuich, ove in quest'anno 1218 fu da mortifera febbre tolto a'
mortali. Federico vedendosi libero, e senz'alcuno ostacolo in Alemagna,
fece convocare in Magonza una Assemblea di tutti i Principi e Prelati
dell'Imperio, e racchetate del tutto quelle regioni, cominciò a
maneggiar con Onorio la sua coronazione in Roma. Ma il Pontefice non
così volentieri venne ad accordargliela, volendone esiger da lui pur
troppe gravi e pesanti ricompense, siccome in fatti assai caro costò a
Federico questa cerimonia; poichè siccome narra il Fazzello[259], non
volle concedergli, che venisse a Roma per riceverla, se prima non gli
promettesse il Contado di Fondi; e fattosi ciò promettere, si contentò,
che venisse a prenderla; onde Federico ricevuto tal avviso cominciò ad
apparecchiarsi, ed unire un conveniente esercito per passare in Italia;
e scrisse intanto a Giacomo Conte di S. Severino, che carcerasse
Diopoldo ch'era suo suocero, il qual venuto nel Reame cagionava
nuove rivolture e rumori, siccome colui eseguì, tenendolo custodito
in stretta prigione. Inviò ancora lettere in Sicilia all'Imperadrice
Costanza sua moglie, che venisse in Alemagna, la quale partendosi da
quell'isola passò per mare a Gaeta, e di là in Lombardia ed in Verona,
ed in altre Città amiche, con sommo onor ricevuta, e giunse in questo
nuovo anno 1219 in Germania, ov'era suo marito.

In questo mentre, avutisi nuovi avvisi della necessità che vi era in
Soria di soccorso, scrisse Onorio a Federico ed a tutti gli altri
Principi e Popoli crocesignati, che s'apparecchiassero tantosto al
passaggio di Terra Santa. Federico ricevute queste lettere confermò
il giuramento fatto d'andar in Soria, e scrisse al Pontefice, che
seguita la sua coronazione in Roma, avrebbe intrapreso quel viaggio.
Il perchè Onorio mandò a richiedere ad Errico Conte di Brunsuich, ed
al Duca di Sassonia (li quali col pretesto che Federico non fosse
stato legittimamente incoronato, ritenevano tuttavia la corona, la
lancia, e l'altre insegne imperiali) che subito sotto pena di censure
gliele restituissero. Federico, lasciato in Alemagna il suo figliuol
Errico sotto la cura di Corrado suo Coppiero, essendo ancor fanciullo
di undici anni, calò coll'Imperadrice Costanza sua moglie in Italia,
e richiesti invano i Milanesi, antichi nemici della Casa di Svevia,
e gran partigiani del morto Ottone, di poter esser coronato in Monza
della Corona di ferro, secondo il costume degli antichi Imperadori,
proseguì il viaggio, e giunto a Mantova fu incontrato dal Legato del
Pontefice, il quale prima di farlo passare innanzi, non parendogli
di perdere sì opportuna occasione, per mezzo di questo Legato volle
esiger da lui quanto potette; prima gli fece giurare di difender la
giurisdizione della Chiesa romana, d'ubbidire a quella, ed a' suoi
Ministri, e di cedere i Reami di Puglia e di Sicilia al figliuol
Errico.

(La promessa di questa cessione fatta da Federico, si legge presso
Lunig[260]).

Da poi proccurò che annullasse tutte le Costituzioni, e consuetudini
contro la libertà ecclesiastica introdotte: indi gli fece restituire
il Ducato di Spoleto, le Terre della Contessa Matilda, Ferrara,
Villamediana, Monte Fiascone, e le città di Toscana appartenenti al
Patrimonio. Fecegli far ordini rigorosissimi, che si prendessero gli
Spoletani, e i Narniesi ribelli della Chiesa; e volle, che con effetto
gli donasse il Contado di Fondi, che nell'anno 1218 s'avea fallo
promettere.

(La pretensione del Papa sopra il Contado di Fondi nasceva dal
testamento di Riccardo Conte di Fondi, il quale in gennaro dell'anno
1211 ne avea disposto per suo testamento in beneficio della Chiesa
romana; ed in aprile del seguente anno 1212 il Papa ne avea proccurato
anche assenso da Federico. Così il testamento di Riccardo, come
l'assenso di Federico si leggono presso Lunig[261]).

Da Mantova passato da poi in Modena, accompagnato dagli Ambasciadori
di quasi tutte le città, entrò coll'Imperadrice sua moglie in Roma,
ed a' 22 novembre di quest'anno 1220 nella Chiesa di S. Pietro fu da
Onorio con magnifica pompa insieme colla moglie incoronato Imperadore,
e nell'istessa messa papale in mano del Pontefice giurò di difender
la giurisdizione e Stato della Chiesa, e di passare con potente armata
in Soria alla conquista di Terra Santa; e nell'istesso punto per mano
d'Ugolino Cardinal e Vescovo d'Ostia, che fatto poi nell'anno 1227
Pontefice, fu detto Gregorio IX, fu segnato colla Croce. Intervennero
in questa incoronazione molti Prelati e Baroni del nostro Reame,
Stefano Abate di Monte Cassino, Ruggieri dell'Aquila Conte di Fondi,
Giacomo Conte di S. Severino, e Riccardo Conte di Celano, ed altri
Baroni noverati da Riccardo di S. Germano.

Allora fu, che Federico, per gratificare ad Onorio, promulgò in
Roma dopo la celebrità della sua incoronazione quelle sue augustali
Costituzioni, che leggiamo oggi nel libro secondo de' Feudi, secondo
la volgare ed antica divisione, sotto il titolo _de statutis, et
Consuetudinibus contra libertatem Ecclesiae, etc._ continenti più
capitoli, rivocandosi nel primo tutti gli Statuti e Consuetudini
introdotte contro la libertà ecclesiastica; stabilendosi nel secondo
gravi pene contro i Gazari e Patareni ed altri Eretici; e negli
altri dandosi alcuni provedimenti sopra l'ospitalità e testamenti de'
peregrini, e sopra la sicurtà degli agricoltori; i quali si veggono
confermati da Onorio. Nè dovrà dubitarsi, che in tal occasione, ed
in quest'anno si siano promulgate queste Costituzioni in Roma da
Federico; poichè oltre il testimonio di Riccardo da S. Germano[262],
l'istesso Federico, nel proemio delle medesime, dice averle promulgate
_in die qua de manu sacratissimi Patris nostri summi Pontificis_
(intendendo d'Onorio) _recipimus Imperii diadema_. Tre capitoli
delle quali furono da poi inseriti nel Codice di Giustiniano sotto il
titolo _de Haereticis_[263]; ed un altro sotto il titolo _de Sacr.
Eccles._ dal quale se ne formò l'_Auth. Cassa, et irrita_. Ciò che
abbiam voluto avvertire, affinchè queste Costituzioni augustali non si
confondano coll'altre, che promulgò da poi Federico per li soli Regni
di Sicilia e di Puglia, com'è quella che comincia _Inconsutilem_, e
l'altre, che si leggono nelle nostre Costituzioni del Regno. Queste
sono le Costituzioni regie, non augustali, ovvero imperiali, e furono
promulgate da poi per questi Regni, quando i Patareni erano penetrati
in queste nostre parti, ed in Napoli particolarmente, dove Federico
nell'anno 1231 ne fece molti imprigionare e punire, come diremo più
innanzi.

Ma non perchè Federico avesse con tanto suo svantaggio e diminuzione
delle ragioni dell'Imperio e del Regno, proccurato soddisfar il
Pontefice, fu ciò bastante per averlo amico; poichè, come scrive
Orlando Malavolta nell'Istoria di Siena, dimorando ancora Federico
in Roma, s'avvide, che gli ordini, ch'egli avea dati per mettere
in assetto le cose di Lombardia, erano mal eseguiti dalle città
Guelfe aderenti alla Chiesa, e ciò avveniva per opera di Onorio, che
voleva che gli fosse resa così poca ubbidienza da' suoi partigiani,
studiandosi di tener così irreconciliabili e divise queste fazioni, per
tema, che non passando queste città nel partito di Federico, egli poi
non fosse sopraffatto dalla sua potenza.


§. I. _Delle fazioni Guelfe e Ghibelline._

Qui bisogna per maggior chiarezza della istoria ricordare da capo il
principio e la cagione di queste divisioni di Guelfi e Ghibellini,
delle quali dovrà molto spesso favellarsene, per essersi in esse
sovente intrigati i Re del nostro Reame.

(Delle varie opinioni intorno all'origine di queste fazioni, son da
vedersi que' Scrittori, che raccolse _Struvio_[264]; dove rapporta
la più vera, ch'è quella scritta da _Andrea_ Prete, nella Cronaca di
Baviera pag. 25, di cui ne adduce le parole).

Queste famose fazioni non nacquero, come si diedero a credere alcuni,
ne' tempi del nostro Federico, ovvero ch'egli ne fosse stato autore,
come a torto ne l'imputa il Fazzello; ma sursero molto tempo prima;
egli le trovò già introdotte in Italia, nella quale aveano messe
profonde radici. Cominciarono in Alemagna sino dall'anno 1139 ne'
tempi di Corrado III, Imperadore, e nel Regno di Ruggiero I, Re di
Sicilia[265]. I _Ghibellini_, che furon sempre Imperiali, presero il
nome da _Gibello_ città, ove nacque Errico figliuolo di Corrado. I
_Guelfi_, che furon sempre Papalini, presero il nome da _Guelfo_ Duca
di Baviera. Vennero da poi questi nomi da Alemagna in Italia, per un
accidente sopravvenuto in Firenze, che propagò in Italia le divisioni;
poich'essendo in quella città un gentiluomo, il cui nome fu Messer
Buondelmonte de' _Buondelmonti_, giovane vago, e molto avvenente,
costui avea promesso di torre per moglie una donzella degli _Amadei_,
nobili anch'essi; ma cavalcando un giorno per Firenze passò avanti il
palagio d'una gentil donna della famiglia Donati, la quale essendosi
invaghita delle maniere avvenenti del giovane, avea proposto di
dargli per moglie una sua figliuola, la quale, perchè unica era nata
al padre, avea redato una buona e ricca dote. Costei adunque fattasi
in su l'uscio della sua casa trovare, mentre di colà passava Messer
Buondelmonte ed amichevolmente salutatolo, incominciò donnescamente
a proverbiarlo della donna, che preso avea, dicendogli che non era
meritevole di così degno giovane, com'egli era, con soggiungere: io vi
avea serbata questa mia figliuola di voi assai più degna, che quella,
che presa avete; le cui parole udendo Messer Buondelmonte, e veggendo
la fanciulla di nobilissima presenza e di maravigliosa bellezza, di lei
incontanente innamoratosi, rispose, che sarebbe stato troppo sciocco a
rifiutar così cortese offerta, e tosto la prese e sposò. Significato
tal fatto agli _Amadei_, gli accese di grandissima ira contro Messer
Buondelmonte, che così schernendogli era lor venuto meno della promessa
del pattuito parentado, e mentre insieme uniti trattavano di che guisa
si dovessero di lui vendicare, se con batterlo, o con ferirlo, un
Messer Moscadi _Lamberti_, uomo, che di poca levatura avea mestiere,
disse che egli avrebbe trovato un miglior modo che tutti gli altri;
e non guari da poi la mattina di Pasqua di Resurrezione incontrando a
cavallo Messer Buondelmonte al Ponte vecchio dell'Arno, assalitolo con
alcuni altri suoi congiunti di sangue, e con molte ferite atterratolo
da cavallo l'uccise appunto a piedi del pilastro, che sosteneva la
statua di Marte antico Idolo de' Fiorentini. Sì fiera novella sparsasi
per la città, fu cagione, che si levasse tutta ad arme e a rumore,
dividendosi i Nobili di essa in due fazioni, che si chiamarono poi
_Guelfi_, e _Ghibellini_; dell'una delle quali parti furono in Firenze
Capi i _Buondelmonti_, insieme con molti altri, e si nomarono _Guelfi_;
e dell'altra, che si nomò de' _Ghibellini_ furono capi gli _Uberti_
collegati con gli _Amadei_, e con altre molte famiglie; la qual
fiera pestilenza si sparse poscia in breve tempo per la maggior parte
dell'altre città d'Italia con grande lor disfacimento e rovina. Poichè
nelle discordie nate tra Pontefici e gl'Imperadori, quelli del partito,
che seguirono l'Imperadore furon detti perciò _Ghibellini_, gli altri
del contrario, che seguirono le parti del Papa si dissero _Guelfi_; ed
i Papi proccuravano mantener le fazioni, per così deprimere, o almen
bilanciare le forze imperiali. Questo istesso intendeva fare Onorio
con Federico, non ostante d'esser stato così ben da lui corrisposto. Ma
questo Principe ciò dissimulando, lasciato in Toscana Corrado Vescovo
di Spira e Cancelliero imperiale d'Italia, acciocchè mantenesse in fede
i vecchi amici, e ne gli acquistasse altri di nuovo, partitosi di Roma
venne in Terra di Lavoro, richiamato anche per reprimere alcune novità,
che alcuni Baroni macchinavano nel Regno, e giunto a S. Germano fu a
grand'onor raccolto dall'Abate Stefano; indi tolse al Conte di Fondi
Sessa, Teano e la Rocca di Mondragone, che ne' passati tumulti avea
occupati.


§. II. _Della Corte capuana._

Non guari da poi Federico, da S. Germano, passò a Capua, ove formatosi
convocò un general Parlamento, nel quale diede molti provedimenti per
la quiete e comun bene del nostro Reame. Allora fu, che per consiglio
di Andrea Bonello da Barletta celebre Giureconsulto ed Avvocato
fiscale della sua Corte si ristabilì in Capua un nuovo Tribunale,
chiamato la _Corte capuana_[266], nella quale ordinò, che i Baroni
ed i Comuni delle città e terre, ed ogni altra persona, dovessero
presentare tutte le concessioni e privilegi delle lor castella, e di
altre cose, che tenevano da lui e da' passati Re suoi predecessori (ad
esclusion però di Tancredi e suoi figliuoli, che gli ebbe per intrusi)
per riconoscergli se stavan bene, o fossero stati illegittimamente
conceduti in tempo di turbolenze; ingiungendo, che coloro che non gli
presentassero, si tenessero caduti dalle concessioni, che in essi si
contenevano e s'applicassero alla sua Camera; rivocando altresì alcune
di esse, ch'erano state fraudolentemente estorte. Di che oltre di quel
che ne scrisse Riccardo di S. Germano[267], ne abbiamo anche nelle
nostre _Costituzioni_ del Regno un intero titolo: _De privilegiis a
Curia Capuana revocatis_. Ciò che abbiam voluto avvertire, perchè non
si creda, che Federico questa Corte l'avesse istituita in Napoli, come
si diedero a credere Camillo Salerno[268] e 'l Tutini[269], essendo
stata quella eretta in Capua, e perciò chiamata _Capuana_. Napoli fu da
poi da questo Principe innalzata sopra tutte le altre per l'Accademia
degli Studi, che vi fondò, e per lo Tribunal della Gran Corte, di che
più innanzi ci sarà data occasione di favellare.

Ma ne fu grandemente biasmato il Bonello nostro Giureconsulto autor di
tal Corte; poichè quella apportò danno gravissimo a molti, a' quali,
o i loro privilegi furon rivocati, o pure, perchè non presentati in
tempo, non fu di essi poi tenuto conto; onde i nostri _Commentatori_
sopra quella Costituzione mal sentono di questa istituzione, e ne
parlano con istrapazzo, come stabilita senza legge e senza ragione, e
che sappia di tirannide; ma Marino da Caramanico antico Glossatore ben
la difende contro tutti gli sforzi di costoro.

Ordinò ancora Federico in questo general Parlamento, che si
abbattessero tutte le Rocche e Fortezze, che novellamente alcuni Baroni
aveano edificate per lo Reame; di che l'istesso Federico in un'altra
Costituzione, che abbiamo sotto il titolo _de novis aedificiis_, ne
fece anche menzione[270]; e dopo aver dati altri provedimenti, che,
come dice Riccardo da S. Germano, in venti capitoli erano contenuti,
compita l'Assemblea, da Capua, essendo entrato l'anno 1221, se ne
andò a Sessa, ove fece torre a Riccardo fratel del morto Pontefice
Innocenzio il Contado di Sora, che in suo nome gli aveano donato i
Governadori del Regno, mentre era egli ancor fanciullo, come si è
di sopra narrato[271]. Comandò ancora a Ruggiero dell'Aquila, che
assediasse il castello d'Arce difeso da Stefano Cardinal di S. Adriano,
e l'ottenne; ed a preghiere de' Tedeschi sprigionò il Conte Diopoldo,
che sin dall'anno 1218 avea fatto carcerare.

Nel medesimo tempo concedette il Contado della Cerra a Tommaso
d'Aquino, e 'l creò Maestro Giustiziero di Puglia e di Terra di
Lavoro[272]. Passò poi sopra Bojano con molti altri Baroni, ch'erano
in sua compagnia, per reprimere la fellonia del Conte di Molise e
d'alcuni altri Baroni; ed avendogli abbassati e posta in tranquillità
quella provincia, discorse anche per la Calabria e per la Puglia, ancor
tumultuanti; poichè molti Prelati e Baroni, che per la sua fanciullezza
eran avvezzi a vivere a lor talento, non intendevano ubbidirlo, se non
quando lor piaceva: a reprimer queste rivolture v'accorse immantenente;
ed avendo discacciati alcuni Baroni, ed altri costringendogli alla
fuga, questi si ricovrarono in Roma sotto il presidio del Pontefice
Onorio; di che si doleva Federico, che Onorio accogliesse i suoi nemici
e ribelli, e fomentasse con ciò le ribellioni ne' suoi Stati, istigando
ancora molti Vescovi a far il medesimo; onde fu egli costretto per
sicurezza dello Stato discacciarne alcuni dalla Puglia, e sustituire
altri Vescovi in luogo loro; e, per sostenere il suo esercito, di
taglieggiare indifferentemente così le Chiese come i Cherici per li
suoi bisogni[273].



CAPITOLO I.

_Prime origini delle discordie tra l'Imperadore FEDERICO II, con Papa
ONORIO III._


Questi furono i primi fomenti dell'inimicizie tra Federico ed Onorio.
Federico portava le doglianze contro Onorio, che oltre di mantenergli
le città Guelfe avverse, ricovrava sotto il suo presidio i suoi nemici
e ribelli, fomentando ancora molti Prelati del Regno a questo fine.
All'incontro Onorio vedendo discacciati alcuni Vescovi, taglieggiate
le Chiese, ed in lor luogo sustituiti altri da Federico, altamente si
querelava di lui, che così violasse l'immunità e libertà della Chiesa,
ch'egli medesimo dopo la sua coronazione avea giurato di conservare, e
stabilite perciò più Costituzioni. Declamava ancora, come s'arrogasse
tanta autorità d'investire i Prelati del Regno e discacciar quelli
rifatti da lui; onde per questo inviò suoi Legati all'Imperadore,
affinchè gli restituisse nelle loro Sedie.

Ma Federico costantemente gli rispose, che fu sempre in balìa
de' Principi discacciar da' loro Stati i Prelati a se sospetti e
diffidenti, e che sin da Carlo M. era stato lecito agl'Imperadori
d'investire i Vescovadi ed altre dignità coll'anello e collo scettro,
e che fu antica autorità, anche de' Re di Sicilia nella elezione de'
Prelati dar l'investiture e gli assensi: che questo lor privilegio non
poteva derogarsi da Innocenzio III, come fece con una donna, mentr'egli
era ancor fanciullo; e che prima si lascerebbe torre la Corona, che
derogar in un punto a questi suoi diritti[274].

Dall'altra parte il Papa scrisse una molto forte lettera, rapportata
da Pirro[275], a tutti i Ministri regj di Sicilia, perchè non
permettessero l'esazione de' tributi contro i Cherici ed altre persone
ecclesiastiche, ma gli lasciassero immuni, come erano sotto Guglielmo
II. Alcuni scrissero, che fra questi contrasti, Federico, prima di
passare in Sicilia, avesse celebrato un altro Parlamento in Melfi,
come nell'anno precedente avea fatto in Capua, e che quivi avesse
fatto pubblicare il volume delle sue _Costituzioni_, compilato per
suo ordine da Pietro delle Vigne. Ed in vero se dovesse attendersi
la data, che quelle portano, dovrebbe dirsi, che in quest'anno 1221
quella compilazione seguisse, così leggendosi nelle vulgate: _Actum
in solemni Consistorio Melfitensi, Anno Dominicae Incarnat. M.CC.XXI_.
Ma perchè Riccardo di S. Germano non fa menzione di tal Parlamento in
Melfi in quest'anno, ma ben nell'Anno M.CC.XXXI dice, che fu tenuto
in quella città, ove si stabilirono queste Costituzioni, perciò noi
differiamo a parlar di questa compilazione nel tempo posto da Riccardo,
ove con manifesti argomenti dimostreremo non altrimenti in quest'anno,
ma in quello essersi pubblicato quel volume; e che per isbaglio
degl'impressori, che era facilissimo ad accadere, in vece del 1231
siasi impresso 1221.

Pubblicò egli è vero in questo medesimo anno alcune sue Costituzioni,
ma non già nel Parlamento di Melfi ma in quello che tenne in Messina,
quando composte le cose di Puglia passò in Sicilia, le quali da Pietro
delle Vigne furono poi anche inserite in quel volume, insieme con
quelle, che pubblicò in Capua, e con altre, che stabilì altrove per
varie occasioni, come ben a lungo, quando di questa compilazione ci
toccherà favellare, diremo.

Intanto Federico terminato questo Parlamento in Messina passò a
Palermo, ove fece raccorre per tutti i suoi Regni una general taglia
della ventesima parte delle rendite degli Ecclesiastici, e della decima
de' Laici, non già per avarizia, come pure a torto ne fu incolpato,
ma per soccorso della guerra di Terra Santa, e particolarmente per
soccorrer Damiata, la quale era strettamente assediata dal Soldano
d'Egitto. Inviò pertanto colà la raccolta moneta per Gualtieri della
Pagliara Gran Cancelliero, e per Errico conte di Malta Grand'Ammiraglio
di Sicilia; ma giunto costoro in Damiata fu per colpa del Cardinal
Pelagio, e di tutti gli altri Principi, che colà militavano, perduta
quella città, che con tanti travagli si era acquistata, restituendola
vergognosamente al Soldano d'Egitto: di che fieramente sdegnato
Federico contro il Gran Cancelliero ed il Grand'Ammiraglio, ch'eran con
gli altri concorsi a così vergognosa resa, imprigionò il Conte, e lo
spogliò di tutte le terre ed ufficj che possedea, ed il Cancelliero se
ne fuggì a Vinegia, dove forse in esilio morì, non facendosi di lui più
menzione alcuna nelle scritture di que' tempi. Morì in questo medesimo
tempo in Bologna Domenico di Gusman, che fu poi chiamato Santo.

Nel nuovo anno 1222, mentre Federico teneva Corte in Catania, giunse
in queste nostre parti, e propriamente nel mese di febbrajo, la nuova
al Papa della caduta di Damiata; onde questi da Roma portatosi in
Anagnia, cominciò, secondo il suo costume, ad aspramente dolersi di
Federico, che ponendo le mani nelle ragioni della Chiesa taglieggiava
i Frati ed i Preti: che avea scacciato dalla Chiesa di Aversa il
Vescovo legittimamente eletto per porvene un altro di sua testa, ed
il medesimo avea fatto in Salerno, ed in Capua: che dal mandar in
lungo l'espedizione da lui solennemente in voto promessa di passare
in Terra Santa, i Cristiani aveano perduta Damiata, imputandogli che
se fosse colà andato, non si sarebbe perduta quella città con tanto
danno e vergogna. Federico volendosi purgar di queste accuse, partì
da Sicilia, ed andò a ritrovar il Pontefice, ch'era passato in Veruli,
ed ivi abboccatisi insieme, dimoraron colà quindici giorni continui, e
pacificatisi ora a cagion de' gravi bisogni di Terra Santa, statuirono,
che s'avesse a convocar una general Corte di tutti i Principi in Verona
per trattare d'andare a soccorrere i Cristiani di Soria, promettendo di
nuovo Federico di passarvi senz'altra dimora fra certo prefisso tempo
con potente esercito.

Composte in cotal guisa le cose del Papa, passò Federico in Puglia,
ove dato assetto a quella provincia, bisognò, che ritornasse subito in
Sicilia, a cagion che i Saraceni gli avean mossa ribellione; e mentre
egli valorosamente gli combattè, ecco che l'Imperadrice Costanza si
muore nella città di Catania, avendogli partorito Errico, ed un altro
figliuolo chiamato Giordano, che se ne morì fanciullo[276].

Era a questo tempo l'Imperador Federico non più che d'anni 25, e
vedendosi nella sua giovanezza privo di moglie, e con il solo figliuolo
Errico ch'era in Germania, proccurò dopo la morte dell'Imperadrice
farlo dichiarar suo successore, e lo fece coronar Re di Germania in
Aquisgrana; ed aggiunge Bzovio, che Federico affrettò tal coronazione,
poichè perduta Damiata, il Papa il sollecitava alla navigazione
di Terra Santa: e perciò affrettò anche le nozze del fanciullo con
Margherita figliuola di Leopoldo Arciduca d'Austria.

Dopo aver Federico trionfato de' Saraceni, e di Mirabetto lor
Capo, fece ritorno in Puglia, ove ebbe nuovi disgusti col Papa,
per cagion che gli Ufficiali regj esigevan indifferentemente le
collette dalle Chiese, e dagli Ecclesiastici: di che offeso Onorio,
spedì all'Imperadore il Priore di S. Maria la nuova, perchè glie lo
proibisse: onde Federico mosso dalle dimande del Papa, mentr'era in
Veruli subito scrisse a' suoi Ufficiali, che non più taglieggiassero le
Chiese e gli Ecclesiastici.



CAPITOLO II.

_Unione della Corona di Gerusalemme a quella di Sicilia._


Fra gli altri pregi onde Federico ornò il Regno di Sicilia, sotto il
qual nome in questi tempi venivan comprese queste province e l'isola
di Sicilia, fu quello della Corona di Gerusalemme; onde da lui i
successori Re di questo Regno riconoscono questo spezioso titolo, e
godono i patronati e le preminenze nel tempio di quella città, e nel
sepolcro di Cristo: unico e misero avanzo di ciò che ci è rimaso oggi,
da poi che quel Regno passò sotto la dominazione de' Turchi. E poichè
da' nostri Scrittori questo soggetto non vien trattato con quella
dignità e chiarezza che merita, fa di mestieri che partitamente se ne
ragioni.

Due unioni della Corona di Gerusalemme a quella di Sicilia vengono da'
nostri Scrittori rapportate. La prima avvenne in quest'anno 1222 nella
persona dell'Imperadore Federico II Re di Sicilia, per le ragioni di
_Jole_ sua seconda moglie; ed è la più ben fondata, e della quale ora
favelleremo. L'altra nel 1272 nella persona di Carlo I d'Angiò per la
cessione di Maria figliuola del Principe d'Antiochia, la quale, come
diremo a suo luogo, tenendo un principio alquanto torbido, non è molto
riguardata.

Il Regno di Gerusalemme dopo la morte di Balduino fratello del famoso
_Goffredo_ Buglione, che ne fu eletto prima Re, pervenne nel 1118 a
_Balduino II_ suo fratel cugino, il quale non avendo figliuoli maschi,
per assicurare la successione in quel Regno alla sua primogenita
Melisinda, la diede in matrimonio a Folco Conte d'Angiò, ch'ebbe il
titolo di Re di Gerusalemme l'anno 1131.

_Balduino_ III suo figliuolo gli succedette, e poi suo fratello
Amorico. Quest'ultimo lasciò un figliuolo nominato _Balduino_ IV in
età di tredici anni, il quale regnò dodici anni sotto la reggenza di
Raimondo Conte di Tripoli.

Questo Balduino non lasciò di se alcuna prole, ma solo due sorelle,
figliuole d'_Amorico_. La prima fu chiamata _Sibilla_, la seconda
_Isabella_. _Sibilla_ era stata data in moglie a Guglielmo Marchese
di Monferrato, dalle quali nozze era nato un figliuolo chiamato
_Balduino_; e morto Guglielmo, rimasa Sibilla vedova, Balduino IV
suo fratello Re di Gerusalemme, la diede in Matrimonio a _Guido di
Lusignano_, destinandolo parimente per suo successore; ma poi usando
giustizia a suo nipote, mutò sentimento, e fece coronare Re _Balduino_
V suo Nipote, e gli diede il Conte di Tripoli per Tutore.

Dopo la morte di Balduino IV e di Balduino V suo nipote, che non
lasciando prole lo seguì poco da poi, il Conte di Tripoli, e Guido
di Lusignano contesero fra loro la Corona. Sibilla però la fece
dare al suo marito _Guido_: di che mal soddisfatto il Conte, ebbe
dell'intelligenze secrete con Saladino Califa di Egitto, il quale
colle sue conquiste essendosi reso Signore dell'Egitto, dell'Affrica,
dell'Assiria e di tutta l'Affrica, ed avendo dichiarata la guerra a'
Cristiani della Siria, venne tosto ad assediar Tiberiade. _Guido_ Re
di Gerusalemme venne in soccorso; ma la necessità avendo costretti i
Cristiani alla battaglia, avendogli abbandonati il Conte di Tripoli,
restarono perditori. Il Re di Gerusalemme fu fatto prigione, e
l'esercito cristiano interamente disfatto. La rotta fu seguita dalla
perdita di quasi tutto il Regno di Gerusalemme: Tiberiade, e l'altre
città vicine furono prese: Acra, Berito ed Ascalona furono rese con
condizione, che il Re Guido fosse posto in libertà. Saladino in fine
assediò la città di Gerusalemme, e la prese a composizione, di modo che
non restò altro a' Cristiani in Asia, che tre Piazze, cioè Antiochia,
Tripoli e Tiro. Tutte queste disavventure successero a' Cristiani
l'anno 1187.

Intanto Corrado Marchese di Monferrato, morta Sibilla senza lasciar di
se prole, si sposò Isabella sua sorella, per le cui ragioni pretendeva
egli il Regno di Gerusalemme già perduto, onde con vigore si pose
a difender la città di Tiro; poichè si era Tripoli data a Balduino
Principe di Antiochia dopo la morte del Conte, il qual poco sopravvisse
al suo tradimento, essendo morto d'afflizione, perchè Saladino non
gli aveva mantenuta la parola, che gli avea data di farlo Re di
Gerusalemme.

Vedendo il Papa ed i Principi d'Europa lo stato deplorabile, nel
quale erano ridotti i Cristiani d'Oriente, s'accinsero alcuni di essi
ad andare in Oriente in lor soccorso; e risoluta nell'anno 1188 la
Crociata, vi si trovarono pronti i Re di Francia e d'Inghilterra,
i quali partirono co' loro eserciti nell'anno 1190, e giunsero
felicemente in Palestina, e combatterono con Saladino, a cui tolsero
la città d'Acra. Ma il Re di Francia venendo molto incomodato da
una grave infermità, risolvette di ripassare il mare, lasciando una
parte delle sue truppe in Palestina; e prima di partire compose col
Re d'Inghilterra le contese, che trovarono insorte con pregiudicio
de' Cristiani tra _Guido di Lusignano_, e 'l _Marchese di Monferrato_
per lo Regno di Gerusalemme. Fu secondo alcuni deciso, che _Guido_
riterrebbe in tutto il corso di sua vita il titolo di _Re di
Gerusalemme_, e dopo la sua morte il Marchese di Monferrato, ovvero i
di lui figliuoli avrebbero la Corona. Fu parimente deciso, che le città
di Tito, di Sidone e di Berito restassero al Marchese.

Da Isabella moglie di Corrado di Monferrato non ne nacquero maschi, ma
quattro figliuole femmine. La primogenita fu _Maria_, che si maritò
con _Gio. Conte di Brenna_: _Alisia secondogenita_, maritata secondo
il Summonte con _Ugo Re di Cipro_: _Sibilla_ terzogenita, maritata con
Livone _Re d'Armenia_; e _Melisina_ quartogenita, la quale, secondo
il medesimo Scrittore, fu maritata col Principe d'Antiochia, dal cui
matrimonio ne nacque _Maria_, la quale per le ragioni della madre
pretendeva il Reame di Gerusalemme appartenersi a lei.

Nella posterità adunque d'Isabella figliuola d'_Amorico_, e sorella
di Balduino IV Re di Gerusalemme erano trasfuse le ragioni sopra
quel Reame; e ciascheduno vi avea le sue pretensioni; ma niuno la
possessione, poichè il Regno era sotto la dominazione di Saladino.
Fra' più legittimi pretensori era riputato _Giovanni di Brenna_, il
quale per cagione della sua moglie _Maria_ figliuola primogenita
d'Isabella, si faceva chiamare _Re di Gerusalemme_: ed avendo di
questo matrimonio procreata una figliuola chiamata _Jole_, o come altri
dicono _Joalanta_, o _Violanta_; questa per la morte di Maria sua madre
rappresentava le ragioni sopra quel Reame.

Or a' questi tempi, resa che fu Damiata, l'armata de' Cristiani se
ne tornò di Soria in Puglia, con la quale venne anche in Italia il
Gran Maestro de' Cavalieri Teutonici, nomato Ermanno Saltza[277],
il quale andò a ritrovar Federico, ed a spingerlo, che andasse
alla conquista di Terra Santa, e per indurlo al suo parere gli
propose, ch'essendo egli già vedovo, doveva proccurar di sposarsi
con Violante, detta comunalmente Jole, bella ed avvenente giovane,
ed unica figliuola di Giovanni di Brenna, e della già defonta Maria
Reina di Gerusalemme sua donna, alla qual Jole, come erede di sua
madre, spettando queste ragioni, glie le avrebbe recate in dote; e
ch'egli poi con la sua potenza avrebbe facilmente tolto quel Regno
dalle mani del Soldano, insignorendosi parimente di tutte le altre
fertilissime regioni d'Egitto, come possedute da genti imbelli, e di
poco valore, ed agevolissime a debellarsi con le forze d'Alemagna
e di Sicilia. Aggradì molto questa proposta all'Imperadore, onde
rispose, che avrebbe lietamente il parentado conchiuso: così il Gran
Maestro, presosi il carico di guidar tal affare, se ne passò in Roma
al Pontefice, e da lui cortesemente accolto, dopo varj discorsi delle
cose di Soria, gli richiese Onorio qual sicura via più tentar si
potrebbe per sottrar di servitù que' santi luoghi: ed il Gran Maestro
che ciò attendea, prestamente disse che il modo più agevole era,
interessar l'Imperadore in quegli Stati, in guisa tale, che non solo
per osservargli la promessa, e per lo suo onore, ma anche per propria
utilità passasse a guerreggiarvi; e quando Onorio ripigliò, come ciò
far si potrebbe, rispose con darli per moglie la figliuola del Re
Giovanni, e procacciare che quel Re per la dote glie ne cedesse le
ragioni, che vi avea per cagion di sua moglie: piacque sommamente al
Pontefice tal risposta, e replicandogli che modo tener si potrebbe,
acciocchè col voler d'ambe le parti cotal parentado si conchiudesse,
allor rispose Fr. Ermanno, ch'egli poteva scrivere al Re, ed a Fr.
Guerino di Monteaguto, col cui consiglio per lo più il Re governava i
suoi affari, che fossero amendue venuti in Roma, perchè avea a trattar
con loro un importante negozio, per la difesa e conquista di quei
paesi; e che venuti gli persuadesse cotal parentado, ch'egli dall'altra
parte vi avrebbe senza fallo fatto concorrer l'Imperadore. Stette
da prima dubbio il Pontefice, che l'assenza di tai due personaggi da
Palestina, cagionasse alcun notabil danno; ma persuaso da Fr. Ermanno,
che ciò avvenir non potea, per la pace novellamente fatta col Soldano,
il Pontefice concorso nel voler di lui, significò prestamente con sue
lettere al Re, ed al Fr. Guerino, che per importanti bisogni degli
affari di Terra Santa, a Roma venissero. Le cui lettere capitate in
potere del Re Giovanni, per ubbidire al Pontefice, tosto s'imbarcò
col Patriarca di Gerusalemme, e col Vescovo di Bettelemme, ed in
breve tempo giunto a Roma, andò a ritrovare Onorio, il quale caramente
accoltolo e favellandogli del parentado, tosto col suo voler concorse;
onde fatto di ciò consapevole Federico da Fr. Ermanno, incontanente di
Sicilia partitosi ne venne a S. Germano; e di là chiamato da alcuni
Cardinali andò in Campagna di Roma, ove poco stante sopraggiunto
il Papa, s'abboccarono in Ferentino, e concordata di nuovo ogni lor
differenza si conchiuse il maritaggio, promettendo solennemente Cesare
in presenza del Papa, de' Cardinali, e de' Maestri dell'Ospedale, e
dei Cavalieri Teutonici di prender Jole per moglie colla dote delle
ragioni sopra il Regno di Gerusalemme, e di passar fra due anni con
potente armata oltremare a conquistar Terra Santa: qual avvenimento
esser in cotal modo seguito, oltre al Bzovio e Riccardo da S. Germano,
vien parimente scritto da Onorio in una sua epistola a Filippo Re di
Francia, esortandolo in essa a passar anch'egli a guerreggiare in que'
santi luoghi.

Conchiuso in cotal guisa il parentado, si mandò tosto in Palestina a
far condurre Jole in Italia, ed il Re Giovanni se ne passò in Ispagna
a visitar la chiesa dell'Appostolo S. Giacomo in Galizia, ed ivi
ammogliatosi con Berengaria, figliuola d'Alfonso IX Re di Lione, per
Francia ove possedea ricchi Stati, a Vienna sua patria ritornò; e
Federico partitosi da Ferentino venne nel Regno, e per le strade di
Sora andò a Celano, indi passato in Puglia, dimorò per qualche tempo in
Bari, donde poi navigò di nuovo in Sicilia.

Così dunque il Re Giovanni di Brenna, che per 27 anni per ragion
della Regina Maria sua moglie si aveva goduto il titolo di Re di
Gerusalemme, ma senza Stato, poichè Terra Santa era passata già sotto
la dominazione del Soldano d'Egitto, in quest'anno dotando Jole sua
figliuola, a cui queste ragioni spettavano, com'erede di sua madre,
diede il titolo e le ragioni suddette in dote all'Imperadore e suoi
eredi legittimi, onde avvenne che i Re di Sicilia si dissero anche
Re di Gerusalemme. Egli è vero, che Federico non in questo anno, che
si conchiuse questo maritaggio cominciò ad intitolarsi ne' Diplomi,
ed altrove _Re di Gerusalemme_, ma cominciò ad usar questo titolo
nell'anno 1225 quando venuta Jole in Italia, celebrate con molta pompa
le nozze, e consumato in Brindisi già il matrimonio, volle incoronarsi
colla Corona di quel Regno; ed in oltre volle, che il Signor di Tiro, e
molti altri Baroni di Palestina, ch'erano in compagnia del Re Giovanni
gli giurassero fedeltà, ed inviò in Tolemaida il Vescovo di Molfetta
con due Conti, e 300 soldati siciliani, acciocchè da ciascuno in suo
nome ricevessero il dovuto omaggio, e giuramento, confermando per
Vicerè e Governadore di quel Regno Ugo di Monte Beliardo Cavalier
francese, che l'avea governato prima in nome del Re Giovanni; onde da
quest'anno, come osservò Inveges, si veggono i privilegi di Federico
col titolo di _Rex Hierusalem_. Ma non è già vero ciò che scrive il
medesimo Autore, che Federico costantemente preferisse sempre questo
titolo a quello di _Sicilia_, per doppia ragione, com'e' dice, così
per onore di quella città santa, com'anche per essere più antica la
Corona di Gerusalemme, che quella di Sicilia; nel che (se non si voglia
andar tanto indietro ne' tempi degli antichi Tiranni di quell'isola)
dice vero, avendo Gerusalemme sin da' tempi d'Urbano II nell'anno 1099
quando Goffredo Buglione conquistolla, avuta tal prerogativa; e la
Sicilia nell'anno 1130 ne' tempi di Ruggiero I Re normanno, come abbiam
narrato nell'undecimo libro di questa Istoria; poichè al contrario si
vede in molti diplomi preposto il titolo di Re di Sicilia, a quello di
Gerusalemme; e nel proemio delle nostre _Costituzioni_ i suoi titoli si
leggono in cotal guisa disposti: _Italicus, Siculus, Hierosolymitanus_.
Quindi deriva ancora, che i nostri Re nelle loro arme inquartino
la croce di Gerusalemme, e meritamente si pregino di questa bella
prerogativa.

Ma Frate Stefano Lusignano nella sua Cronaca di Cipri, oppone a'
Re di Sicilia quelli di Cipro, e vuol che a costoro s'appartenga
questa ragione, come più prossimi eredi; e narra che perciò i Re di
Cipro solevano prima in Nicosia prender la Corona di Cipro, e dopo
a Famagosta quella di Gerusalemme; ma egli di gran lunga va errato,
poichè dalla genealogia dei Regi gerosolimitani, ben si vede, che la
Regina Maria madre di Jole era la più prossima erede, come primogenita
d'_Isabella_ figliuola d'_Amorico_ Re di Gerusalemme.


§. I. _Trasmigrazione de' Saraceni di Sicilia in Lucera di Puglia, e
de' Pagani._

Dimorando ancora l'Imperador Federico in Sicilia, preso dall'ameno sito
di Napoli, dirizzò i suoi pensieri in favorirla sopra tutte l'altre
città del Regno di Puglia. Coloro, che non vogliono farne autore il
Re Guglielmo, narrano, che nel seguente anno 1223 facesse Federico
edificar in Napoli il castello capuano scrivendo che quelli dell'Uovo,
e di S. Eramo solamente fossero stati edificati da' Normanni. Questo
Principe fu il primo che gettò le fondamenta, onde col correr degli
anni, divenuta questa città capo e metropoli d'un sì bel Regno,
s'ergesse sopra tutte le altre; poichè nel seguente anno 1224 avendo
quivi istituiti gli studj generali, fu cagione che si rendesse più
numerosa d'abitatori, concorrendo in quella non pur gli scolari di
tutte le altre province, ma di Sicilia istessa, secondo gl'inviti ch'e'
ne fece, come diremo più innanzi.

Guerreggiò ancora in quest'anno 1223 di nuovo co' Saraceni di Sicilia,
assediandogli e combattendogli in diversi luoghi, come molesti
e perturbatori della quiete de' Siciliani; e da poi che gli ebbe
soggiogati temendo lasciargli in quest'isola, come troppo vicina
all'Affrica, donde spesso ricevevano soccorsi, ne trasportò in Puglia
un grosso numero, e lor diede ad abitare la città di Lucera, e questa
fu la prima loro trasmigrazione di Sicilia in Lucera, fatta Colonia dei
Saraceni. La seconda fu fatta nell'anno 1247 quando Federico il misero
avanzo, che d'essi era rimasto in quell'isola, lo trasportò nell'altra
Lucera detta perciò de' _Pagani_; ed avendo a' primi, che trasportò in
Puglia, dato in processo di tempo in lor potere tutta la _Japigia_,
ora detta _Capitanata_, portarono molto incomodo a questa provincia,
non cessando d'affliggerla con infinite cattività e licenze militari,
essendo lor sofferto il tutto da Federico, e poi da Manfredi, poichè
come valorosi, d'essi si servivano assai utilmente in diverse guerre
contro i Pontefici romani, e contro altri Signori o città d'Italia;
infinchè Carlo I d'Angiò dopo l'acquisto del Regno, con una lunga
guerra, e con poderosi eserciti non gli scacciasse, secondo che nel
progresso di quest'Istoria racconteremo.



CAPITOLO III.

_Degli Studj generali istituiti da Federico in Napoli._


Napoli come città greca ebbe sin da' suoi natali le Scuole, ove la
gioventù nelle buone lettere istruivasi; ma Federico in quest'anno
1224 le ristabilì e ridusse in forma d'Accademia. Non fu egli il
primo autore degli Studj in Napoli, come si diedero a credere alcuni:
egli gl'ingrandì, e ridusse in una più nobile forma, e da' Studj
particolari, che prima erano, destinati per la città sola, gli rese
generali per tutto il Regno di Sicilia, e trascelse Napoli, dove da
tutte le province del nostro Regno e della Sicilia doveano i giovani
portarsi per apprender le discipline.

Da più cagioni fu mosso questo savio Principe a ristabilir in Napoli
sì illustre Accademia, com'egli medesimo ne rende testimonianza nelle
sue epistole, che si leggono presso Pietro delle Vigne suo Secretario
e Consigliero[278]. In prima, dall'essere stata riputata sempre questa
città antica madre, e domicilio degli studj; per secondo, dall'amenità
del suo clima; e per ultimo, dall'esser collocata in parte comoda,
e vicina al mare, dove per la fertilità così del terreno, come del
traffico marittimo, era abbondanza di tutte le cose bisognevoli per
l'uman vivere, e dove con facilità da tutte le parti così terrestri,
come marittime, si potevan conducere i giovani a studiare.

Ci testifica Riccardo da S. Germano, Scrittor contemporaneo, che
Federico nel mese di luglio di quest'anno 1224 ordinò quest'Accademia,
mandando per tutte le parti del Regno, così di Puglia, come di Sicilia
sue lettere a questo fine: _Mense Julio_ ci dice, _pro ordinando studio
Neapolitano Imperator ubique per Regnum mittit litteras generales_.
Alcune di queste lettere si leggono ne' sei libri dell'_epistole_
scritte da _Pietro delle Vigne_, nelle quali si prescrive la forma
di quest'Accademia, alla quale di molti privilegi e prerogative fu
liberalissimo. Primieramente furono da lui costituiti chiarissimi
ingegni con grossi stipendj per Maestri di quest'Università in ciascuna
facoltà; egli chiamò da parti anche remote Professori insigni che
insegnar dovessero in quest'Accademia le discipline, proibendo loro,
che in altra privata scuola, nè fuori, nè dentro il Regno insegnar
potessero, se non in questa Accademia[279]. V'invitò con grossi
stipendj i Maestri _Pietro d'Ibernia, e Roberto di Varano_ assai noti
e celebri Dottori in quella età (poichè Maestro in que tempi valeva
l'istesso, che al presente Dottore) uomini, come Federico istesso gli
qualifica, _civilis scientiae professores, magnae scientiae, notae
virtutis, et fidelis experientiae_[280]. V'invitò ancora tutti gli
altri Professori di ciascuna facoltà, perchè niente vi mancasse, com'ei
dice nell'undecima epistola: _In primis, quod in Civitate praedicta
Doctores, et Magistri erunt in qualibet facultate_.

Vi ebbero, oltre i _Professori di legge_, onorato luogo i Teologi; vi
furono invitati perciò, o i Monaci del monastero di Monte Cassino,
celebri in questi tempi per dottrina, o i Frati dell'Ordine di S.
Domenico, ovvero i Frati Minori di S. Francesco; due religioni di
fresco allora surte, che s'aveano acquistata molta stima per la
santità non meno, che per la dottrina de' loro Religiosi. E quando
nell'anno 1240 per le fazioni, che proccuravano mantener questi
Frati contro Federico nelle discordie insorte tra lui e Gregorio
IX, tanto che fu obbligato questo Principe a discacciargli tutti dal
Regno, come perturbatori della pubblica quiete, mancando perciò in
quest'Accademia i Professori di teologia, l'Università degli studj
di Napoli scrisse una lettera ad Erasmo Monaco Cassinense Professore
di teologia, invitandolo a venire in Napoli per riparare colla sua
dottrina questo difetto, che per la mancanza di que' Frati pativa
il napoletano studio. Questa lettera oggi giorno si conserva nella
Biblioteca Cassinense, e vien rapportata dall'Abate della Noce[281], e
porta in fronte quest'iscrizione: _Honestissimo, et peritissimo viro
Magistro Herasmo Monacho Casinensi Theologicae scientiae Professori;
Universitas Doctorum, et Scolarium Neapolitani Studii salutem, et
optatae felicitatis augumentum_.

Ebbe ancora quest'Università Professori di _legge Canonica_; ed
il Summonte rapporta, nel regio Archivio di Napoli nel registro
dell'Imperador Federico II al _fol_. 21 leggersi una scrittura,
che parla dell'istituzione di questo generale Studio, che comincia:
_Scriptum est Clero, Baronibus, Militibus, Bajulis, Judicibus, et
universo Populo Neapolitano_: nella quale tra l'altre cose s'ordina,
che non fossero ricevuti in questo Studio gli uomini nati nelle città,
che poco prima se gli erano ribellate nella Lombardia; e tra gli altri
Dottori, che v'invitò, fu _Bartolomeo Pignatello_ di Brindisi famoso
Canonista, chiamato a leggere ivi il jus canonico.

Non vi mancarono ancora i Professori di _Medicina_; tanto che Napoli
cominciò allora a contendere di pari col Collegio de' Medici di
Salerno, ordinando Federico in una sua Costituzione[282], che niuno
ardisse leggere nel Regno medicina o chirurgia, se non in Salerno
o in Napoli; nè che potesse alcun ricever grado di Medico o di
Chirurgo, se prima non fosse stato esaminato da' Medici di queste
due Università; il quale dopo aver ricevuto da' medesimi le lettere
d'approvazione, non avesse l'esercizio di medicare, se prima non si
presentasse innanzi a' suoi Ufficiali e Professori di quell'arte,
da lui per tal effetto deputati: e da costoro quantunque dichiarato
abile ed idoneo, nemmeno potesse esercitar il mestiere senza espressa
licenza del Principe, ovvero, essendo quello assente dal Regno,
del suo Vicario[283]. Ond'è che Luca di Penna ed Agnello Arcamone
dissero, che prima nel nostro Regno il solo Re approvava i Medici,
e dava la licenza di curar gl'infermi[284]. Ciò che poi, secondo che
scrisse Andrea d'Isernia[285], fu variato per le nuove ordinazioni de'
Regnanti, per le quali fu stabilito, che coloro che volevano esser
graduati in medicina, dovessero presentarsi innanzi a colui, che il
Re avea ordinato sopra la cura degli studj; ed oggi in Napoli, questa
prerogativa di graduare in medicina ed in tutte l'altre professioni,
è presso al Gran Cancelliero del Regno, e suo Collegio, che in vece
del Re dottora, ed in Salerno per la medicina presso quel Collegio;
quindi è che presso di noi l'Università degli studj di Napoli non
abbia, come nell'altre Università d'Europa, la facoltà di dar grado
di Dottore, ma solo lettere d'approvazione, avendosi il Re riserbata
questa prerogativa, e conceduta al Gran Cancelliere, che l'esercita in
suo nome.

Oltre d'aver Federico fornita quest'Accademia di Professori in ciascuna
facoltà, e d'averle conceduta potestà di spedir lettere d'approvazione
a coloro, che volevano in quelle graduarsi, le concedè ancora, così per
quel che riguarda le persone de' Professori, come degli Scolari, molto
nobili prerogative.

Perchè quest'Accademia si rendesse più celebre e numerosa, ordinò che
solamente in quella potessero i Professori insegnar le scienze, e che
gli Scolari in niun'altra città così di questo Regno, come di quello
di Sicilia, nè fuori potessero andare ad apprender lettere, che in
Napoli[286]. Nel che si procedeva con tanto rigore, che per essersi
così severamente vietati gli studj in tutte le parti del Regno si
dubitò dal Giustiziero di Terra di Lavoro, se s'intendessero proibite
anche le scuole di grammatica, delle quali non doversi intendere il suo
editto, dichiarò Federico in una sua lettera, che pur leggiamo ne' sei
libri dell'epistole di Pietro delle Vigne[287].

Concedè parimente a quest'Università e suoi Dottori e Maestri,
giurisdizione di poter conoscere delle cause civili degli scolari,
come si legge in quell'epistola, che drizzò agli scolari medesimi,
invitandogli a questo Studio: _Item omnes scholares in civilibus,
sub eisdem doctoribus, et Magistris debeant conveniri_[288]. E per
renderla vie più numerosa, ordinò a tutti i Moderatori delle province,
che sotto severe pene costringessero gli scolari di quelle a venire
a studiare in Napoli, con proibir loro d'andare altrove, o dentro, o
fuori del Reame[289]. Mandò ancora altri pressanti ordini al Capitano
di Sicilia, d'invitare i giovani di quell'isola a voler venire a
studiare in Napoli, ove avrebbero godute molte prerogative, franchigie
ed immunità[290]. E nell'anno 1226 essendosegli ribellata Bologna,
ordinò che gli scolari, che ivi erano, venissero a studiare in Napoli,
o in Padoa; e nell'anno 1233 avendo per le turbolenze accadute nel
Regno a cagion delle discordie tra Federico ed il Papa, patito questi
studj danni gravissimi, Federico gli ristorò, e nella pristina forma
gli ridusse[291].

Ed infatti, per invitare questo Principe la gioventù allo studio delle
lettere, concedè a' scolari moltissimi privilegi. Si dichiarò voler
tenere de' medesimi particolar cura e protezione, in maniera, che
stassero sicuri, che ne' loro viaggi, o dimore, che dovessero far in
Napoli, sarebbero ben trattati, e così nelle loro persone, come nelle
loro robe non riceverebbero molestia, nè danno veruno. Che le migliori
case, che fossero nella città sarebbero loro date in affitto a piacevol
mercede; nè nelle cause civili fossero riconosciuti da altri, che da
Maestri dell'Università. Che troverebbero persone, che ne' loro bisogni
loro darebbono danari in prestanza. Che sarebbe loro provvisto di
grano, vino, carni, pesci, ed ogni altro appartenente al loro vitto,
siccome ad ogni altro cittadino napoletano; ed oltre di quelle altre
prerogative, che si leggono in una sua epistola registrata da Pietro
delle Vigne nel libro terzo[292], moltissimi altri provvedimenti diede
Federico per questa Università, dei quali, secondo l'opportunità,
farem parola. Manfredi suo figliuolo seguitò le pedate di suo padre; ed
appresso il _Baluzio_[293] si leggono alcune sue epistole, dove mostra
la sua particolar cura e pensiero di provvedere quest'Università di
valenti Professori, perchè vi fiorissero le lettere.

L'avere Federico in questa città istituita Accademia sì illustre,
per la quale concorrevano a quella gli scolari del Regno dell'una e
l'altra Sicilia, fece che Napoli cominciasse ad estollere il capo sopra
tutte le altre città di queste nostre province: e questa fu la prima
fondamental pietra, onde poi si rendesse metropoli del Regno.

L'altra pure, che dobbiamo a quest'inclito Principe, e' la gettò quando
gli piacque fare spesse dimore in Napoli: poichè avendo egli innalzata
tanto la sua _Gran Corte_, Tribunale a questi tempi il più supremo, ed
al quale erano riportate le più gravi cause: questo fece, che per le
frequenti sue dimore, Napoli si rendesse più frequentata; e se bene
a' tempi di Federico non acquistasse quella superiorità sopra tutte
le cause d'altre Corti dell'altre città di queste province, in guisa,
che ogni lite potesse a lei riportarsi per via d'appellazione, tenendo
ciascuna provincia il suo Giustiziero, innanzi al cui Tribunale si
finivano le liti; nulladimanco Federico accrebbe questa Gran Corte
d'altre conoscenze sopra le cause criminali, di Maestà lesa, feudali, e
di tutto ciò, che si vede stabilito nelle sue Costituzioni[294], sopra
le quali non potevan impacciarsi l'altre Corti.

Favorì ancora Napoli di maggior numero di Giudici, che non erano
nell'altre città d'altre province. In queste il lor numero non poteva
sormontare quello di tre Giudici, ed un Notajo; ma in questo Reame,
in Napoli solo, e in Capua, siccome in Messina in quello di Sicilia,
furono stabiliti cinque Giudici, ed otto Notai[295].



CAPITOLO IV.

_De' Giureconsulti, che fiorirono fra noi a questi tempi._


Si rese ancora più celebre Napoli, per la sapienza e dottrina de'
nostri Giureconsulti, e de' Giudici, che Federico prepose alla Gran
Corte. _Pietro delle Vigne, Taddeo da Sessa, e Roffredo Beneventano_,
famosi Giureconsulti di questa età, la illustrarono sopra tutte
le altre. Abbiamo ancora tra l'epistole di Federico, una scritta
a Roffredo, per la quale l'invita ad andar tosto a Napoli a regger
la sua Corte, di cui egli l'avea eletto Giudice[296]. E Riccardo di
S. Germano[297] narra, aver Federico impiegato questo Giureconsulto
in affari assai più rilevanti, avendolo mandato a Roma, perchè lo
difendesse dalle censure che Gregorio IX aveagli scagliate contro. Così
da questo tempo Napoli, per l'eccellenza di quest'Accademia, e per
gl'illustri Professori, che in quella istruivano la gioventù, per lo
Tribunale di questa Gran Corte, e per li Giudici, che vi presiedevano
insigni Giureconsulti, cominciò a distinguersi sopra tutte le altre
città del Regno, onde meritò poi, che Carlo I d'Angiò collocasse quivi
la regia sua sede, tal che resa capo e metropoli di tutte le altre
fosse divenuta col lungo correr degli anni tale, quale oggi tutti
ammirano.

Quindi avvenne ancora, che le leggi longobarde cominciassero nel nostro
Reame a cedere alle romane, e pian piano cedendo andar poi ne' secoli
seguenti in disuso ed in oblivione; poichè avendo istituito Federico
quest'Accademia in Napoli, ed avendo già in tutte l'altre Università
d'Italia, come in Bologna, Padova, ed in altre posto gran piede le
Pandette, e gli altri libri di Giustiniano, tal che pubblicamente ivi
si leggevano, ed i Professori tratti dall'eleganza dell'orazione,
e dalla sapienza di quelle leggi, abborrendo come barbare le leggi
longobarde, si diedero allo studio di quelle, onde oltre a coloro,
che fiorirono a' tempi di Federico I si renderono a questi tempi
di Federico II celebri _Accursio_ fiorentino, e tanti altri: così
ancora avvenne presso di noi, dove in quest'Accademia i Professori di
legge, non meno che nell'altre città d'Italia, spiegavano que' libri
nelle loro Cattedre. E dalle Cattedre per conseguenza si passò poi a'
Tribunali, i Giudici de' quali instrutti in quella Scuola, ricevevano
molto volentieri quelle leggi, e così pian piano si cominciarono ad
allegar nel Foro, e ad acquistar presso di noi forza e vigor di legge.
Non è però, che le longobarde allora affatto mancassero, già che Andrea
Bonello da Barletta Avvocato fiscale di Federico II in questi tempi
compilò quel suo trattato delle differenze dell'une e l'altre leggi, di
che a bastanza si è discorso nel libro decimo di quest'Istoria.

Fiorirono presso noi in questa età, oltre Andrea Bonello, altri insigni
Giureconsulti, secondo che comportavano questi tempi; d'alcuni de'
quali ci sono rimasti ancora vestigi delle loro opere. Di_ Pietro
d'Ibernia, di Roberto da Varano_, e di _Bartolommeo Pignatello_
Professori di leggi e di canoni nell'Università di Napoli, non abbiamo
altro riscontro di quello, che Federico istesso ce ne dà, d'essere
stati _civilis scientiae professores, magnae scientiae, notae virtutis,
et fidelis experientiae_[298].

Il famoso _Pietro delle Vigne_ da Capua, chi non sa essere stato un
insigne Giureconsulto di questi tempi, e che per la sua eminente
dottrina, ingegno ed eloquenza, ancorchè nato in Capua da umili
parenti, fosse stato innalzato da Federico a' gradi più sublimi del
Regno, di suo Consigliero, e intimo Secretario, di Giudice della Gran
Corte, di Protonotario dell'Imperio e Luogotenente d'amendue i Reami di
Puglia e di Sicilia; e, quel ch'è più, reso degno della sua privanza?
I Germani tentarono d'involarci questo Giureconsulto, facendolo non
già capuano, ma tedesco (non altrimenti che i Franzesi fecero da poi
del nostro _Lucca di Penna_), e Giovanni Tritemio[299] chiaramente lo
scrisse, ingannato forse dal suo cognome, che credette averlo preso
da _Vigna_ celebre monastero di Svevia, posto non molto lungi da
Ravenspurgo. Ma egli è chiaro più della luce del giorno, che fosse nato
in Capua, com'è manifesto dalle sue medesime lettere[300], e da una
scritta a lui dal Capitolo capuano, che veggiamo inserita ne' sei libri
delle sue epistole[301].

(Fra i Codici Filosofici MS. che si conservano nell'Augusta Biblioteca
Cesarea di Vienna n. 179 pag. 80 si legge una epistola d'Errico
d'Isernia Notajo d'Ottocaro Re di Boemia, il quale per aver seguito
le parti di Corradino, essendo stato scacciato dal Regno, scrive
al Vescovo Blomucense, pregandolo, che interceda per lui presso il
Re Carlo I d'Angiò, ed infra l'altre cose gli dice: _Si autem ad
aetatis modernae tempora nostrae mentis aciem convertemus, inveniemus
equidem, quod Magistrum Petrum de Vineis exilibus Parentibus editum,
et fama reconditum obscura, ad ipsius Petri postulationem Panormitanus
Archiepiscopus apud Imperatorem promovit Fredericum, eumque splendore
clari nominis titulavit_. E nell'Epistola scritta dell'istesso affare
ad un tal _Frate Bonaventura_, che si legge alla pag. 82 pur gli
raccorda, _quod Panormitanus Archiepiscopus Petrum de Vinea olim
egregium Dictatorem, et totius Linguae Latinae jubar, pro unica tantum
Epistola, quam eidem misit Archiepiscopo, Imperatori affectuosissime
commendaverit Federico, licet nunquam prius ipsius Petri habuisset
notitiam, et jaceret tunc temporis mole inopiae consternatus_.)

Fu egli peritissimo nelle leggi romane, e tutto inteso a restituirle
nel loro antico splendore; onde avvenne, che in queste nostre parti
cominciasse a piacere lo studio delle Pandette e del Codice, e ne'
Tribunali cominciassero ad allegarsi le leggi in que' volumi comprese.
Ecco ciò, che di lui ne disse l'istesso Federico[302]: _Nam legis
armatus peritia, digesta digerit, et Codicis scrupolositates elimat_.
Ond'è, che presso i nostri Autori de' tempi più bassi, fu riputato
uno de' più dotti e sublimi Giureconsulti di questi tempi, come lo
qualificano Matteo d'Afflitto[303], ed altri.

Quindi fu, che Federico commise a lui la compilazione delle nostre
_Costituzioni del Regno_, della quale più innanzi farem parola; e che
della di lui opera si servisse nelle cose più ardue e difficili, e che
per la sua fedeltà l'impiegasse negli affari più gravi e riposti dello
Stato, onde Dante nella sua Comedia introducendolo a parlare gli fe
dire:

    _Io son colui che tenni ambo le chiavi_
    _Del cuor di Federico, ec._

Compose, oltre i libri delle nostre _Costituzioni_, sei libri
d'_Epistole_, così in nome suo, come del suo Signore, scritte con
molta eleganza, per quanto comportava l'uso di quest'età; nelle quali
vi sono molte cose utili e commendabili, e quel ch'è più, danno molto
lume all'istoria di questi tempi; e Giovanni Cuspiniano chiarissimo
Istorico e Poeta ci testifica, che da questi suoi libri si cavano con
molta chiarezza quasi tutte le azioni di Federico, e gli avvenimenti
di questi tempi; ond'è che i più diligenti e accurati Istorici, come
Teodorico di Niem, Nauclero, ed altri non solo di quelle vaglionsi
nella descrizione delle gesta di Federico, ma spesso le citano per gli
altri punti della istoria d'altri successi. Stettero questi libri in
obblivione per molto tempo, insin che Simone Scardio dalle tenebre gli
cavò fuori alla luce del Mondo, e nell'anno 1566 gli fece imprimere in
Basilea, dei cui esemplari oggi si è resa ancor rara la notizia.

Scrisse ancora questo Giureconsulto un libro Apologetico intitolato:
_De Potestate Imperatoris et Papae_, in difesa delle ragioni imperiali
contro i romani Pontefici; e narrasi che Innocenzio IV s'avesse presa
la briga di confutarlo[304]. Compose molte _Orazioni_ in difesa di
Federico contro le scomuniche, che si lanciavano contro di lui da'
romani Pontefici, e ne recitò in Padua una assai dotta ed elegante, su
la scomunica, che Gregorio IX avea fulminato all'Imperadore. Compose
anche alcune vaghe _Canzoni_ italiane, che ancor oggi si leggono con
quelle di Federico, ed Enzio suo figliuol bastardo Re di Sardegna.

Alcuni anche credettero, che fosse stato egli l'Autore del libro _De
tribus Impostoribus_; ma questa è un'impostura, anzi vi è ancor chi
dubita, se mai questo libro vi fosse stato, o sia al Mondo, tanto è
lontano, che Federico per opra di lui l'avesse fatto comporre.

Ma l'infelice fine, ch'ebbe questo insigne Giureconsulto, sarà un
chiaro documento dell'istabilità delle mondane cose, del quale ci
toccherà ragionare più innanzi nell'anno 1243 come in proprio suo
luogo.

Fiorì ancora in questi tempi _Taddeo da Sessa_, che cotanto si distinse
nel Concilio di Lione, pur egli chiaro Giureconsulto e Giudice della
Gran Corte ed adoperato da Federico, non meno che Pietro, negli affari
dello Stato; ma di costui niente abbiamo, che lasciasse alla memoria
de' posteri.

Non così fece _Roffredo Epifanio da Benevento_. Fu questi famosissimo
Dottore, ed uomo così insigne, che nella Corte di Federico, di
cui era Giudice, tra tutti i dotti avea il vanto. Compilò molti
trattati, che in questi tempi grandemente illustrarono la disciplina
legale; compose un trattato _De libellis, et ordine Judiciorum_;
il quale divise in questo modo: _I De Praetoriis actionibus. II De
Interdictis. III De Edictis. IV De Actionibus civilibus. V De Officio
Judicis. VI De Bonorum possessionibus. VII De Senatusconsultis.
VIII De Constitutionibus_. Nelle stampe moderne vi sono aggiunti,
_Libellorum opus in Jus Pontificium, ac quinquaginta quatuor Sabbatinae
quaestiones_. Oltre di queste opere, il Vescovo Liparulo[305] afferma
ne' Commentari alla somma di Odofredo che appresso il famoso legista
Bartolommeo Camerario si conservavano dodici grossi volumi di materie
civili e canoniche, composti da Roffredo, e per quanto si credea,
scritti di propria sua mano, i quali il Camerario teneva pensiero di
mandargli in luce.

Egli dalla sua giovanezza portossi per apprender leggi in Bologna,
dove per la celebrità di quell'Accademia concorrevano tutti i giovani
delle città d'Italia; ed ebbe per maestri i principali Dottori, che
fiorissero in questi tempi. Il primo, per quel che rapporta Odofredo,
il quale lo commenda cotanto, fu _Ruggieri_, uno de' primi Chiosatori
delle nostre Pandette. Appresso fu _Azone_, e poi _Kiliano_, _Ottone
Papiense_, e _Cipriano_, tutti famosi legisti, com'egli in più luoghi
afferma. Fatti maravigliosi progressi in questi studj, fu nell'anno
1215 (com'egli stesso testimonia nella prima delle sue quistioni
Sabatine) invitato in Arezzo per interpretar le leggi. Ed avendo
conosciuto, che le _Quistioni_ di Pileo, che si recitavano in Bologna
per ammaestrare i giovani alla difesa delle cause, poco profitto
facevano, lasciate queste in disparte, pensò di esporre a' suoi scolari
quelle quistioni, che alla giornata accadevano nel Foro, le quali per
averle recitate in ogni sabato, pose loro nome di _Quistioni sabatine_.
Tornato poi nel Reame, fu nell'anno 1227 trascelto da Federico per
suo Avvocato, e mandato in Roma per le contese insorte con Gregorio
IX. La sua fama presso i posteri crebbe tanto, che sulla credenza,
che Papiniano fosse di Benevento, gli diedero perciò nome di secondo
Papiniano. Giace egli sepolto in Benevento, ove, per quel, che ne
scrive il moderno Scrittor di Sannio[306], s'addita il suo tumulo nella
chiesa di S. Domenico, che quivi egli fece edificare.

Fiorì ancora negli ultimi tempi di Federico _Andrea di Capua_ Avvocato
fiscale della sua Corte, che fu padre di Bartolommeo, grande e famoso
Dottor dei suol tempi, che con la sua virtù e valore pose il suo
legnaggio in quella fortuna e grandezza, nella quale ai presente il
veggiamo.



CAPITOLO V.

_ONORIO III sollecita l'Imperador FEDERICO per l'espedizione di Terra
Santa, ma è prevenuto dalla morte._


Intanto il nostro Federico dopo avere in cotal maniera illustrata
Napoli con sì famosa Accademia, non tralasciava in Sicilia di
combattere i Saraceni per isnidargli da quell'isola, per cagion
della qual guerra impose una taglia per tutto il Reame, con la quale
raccolse gran somma, essendosi cavato solo dalle terre della Badia di
S. Benedetto, per un certo Urbano da Teano, destinato suo Commessario
a raccorle, ben 300 oncie d'oro, somma notabile per que' pochi luoghi
in que' tempi; e perchè Onorio si chiamava gravemente offeso, che
nel taglieggiare, e nell'imporre delle gabelle non risparmiava gli
Ecclesiastici, nè le Chiese, Federico per racchetare in parte il suo
sdegno, ed averlo amico, inviò sue lettere nel Reame dirizzate al
Giustiziero di Terra di Lavoro, colle quali ordinò, che nel raccor le
collette, taglie, dazj, ed in ogni altro pagamento, facessero esenti
i Frati ed i Cherici, e tutte le altre persone, territorj, castelli, e
beni delle Chiese, secondo ch'erano a tempo del buon Re Guglielmo suo
consobrino[307].

Ma premendo tuttavia il bisogno della guerra contro i Saraceni di
Sicilia, fu costretto imporre un altro pagamento per lo Reame, ed
affinchè, quanto più potesse, meno s'offendesse Onorio, comandò,
che si raccogliesse dalle terre sottoposte a' Frati di S. Benedetto
l'istessa somma di 300 oncie d'oro, che s'erano in prima raccolte, ma
sotto nome di prestanza e non di pagamento. Qual sottil ritrovato,
fu ne' tempi che seguirono imitato da molti Principi, per non dover
spesso per ciò contendere co' romani Pontefici, che pretendono, che
non possa il Principe ne' bisogni più gravi dello Stato taglieggiar le
Chiese e gli Ecclesiastici, secondo le nuove massime, ch'erano state
da poco introdotte, le quali mal poterono sofferirsi da Federico, come
contrarie alla antica disciplina della Chiesa, ed alle supreme regalie
de' Principi.

Venne poscia, nel seguente anno di Cristo 1225, di Francia nel nostro
Reame il Re Giovanni di Brenna con Berengaria sua moglie di lui
gravida, e gitone a Capua vi fu d'ordine dell'Imperadore onorevolmente
raccolto, e poco stante colà dimorando nel mese di aprile partorì una
fanciulla, ed indi ne girono amendue in Melfi di Puglia ad attender
colà Federico, che in breve dovea passarvi da Sicilia.

Federico adunque, lasciato in quell'isola un numeroso esercito a
guerreggiar contro i Saraceni, passò in Regno; e nello stesso tempo
commise a Lodovico Duca di Baviera la cura degli affari d'Alemagna,
e del figliuol Errico, il quale aveva fatto creare Re dei Romani, e
prendere moglie Agnesa d'Austria, oltre all'avergli ceduto il Regno di
Sicilia, per osservar la promessa fatta al Pontefice.

Intanto Onorio travagliato in Roma per gli tumulti e rivolture, che
vi cagionava Parenzo Senatore, uscito da quella città, erasi a Tivoli
ritirato[308], ove Federico gl'inviò il Re Giovanni di Brenna, ed
il Patriarca di Gerusalemme a chiedergli maggiore spazio di tempo di
quel, che gli avea conceduto per passare in Palestina, per cagion che
gli affari del Reame, e la ribellione de' Saraceni di Sicilia glie
le impedivano, ed anche perchè dubitava, che i Milanesi e i Bolognesi
nella sua assenza non fossero per sollevargli la Lombardia. Ottennero
il Re, ed il Patriarca favorevol risposta dal Pontefice, la quale
significata a Federico, questi insieme co' Prelati del Regno, a' 22
luglio portatosi in S. Germano[309], ricevette colà Pelagio Calvano
Cardinal Albano, e Giacomo Gualla di Biccheri da Vercelli Cardinal
di S. Silvestro, e Martino inviatigli da Onorio, acciocchè giurasse
di nuovo in man loro di passare in Terra Santa: fecero que' Cardinali
nella stessa chiesa di S. Germano leggere a Federico i capitoli fatti
da Onorio per tal passaggio, i quali fra l'altre cose contenevano,
che senz'altra dimora, di là a due anni, che avean da compire nel
mese d'agosto dell'anno 1227, andasse a guerreggiare in Soria, con
portar seco e sostenere a sue spese per due anni mille soldati, cento
_Chelandri_[310], nome di naviglj che in que' tempi si usavano, e
cinquanta galee ben armate e provvedute di ciò, che avean mestiere, e
che dovesse dar passagio sopra i suol legni a due altri mila soldati
con le lor famiglie, che dovean parimente colà valicare, contando tre
cavalli per ogni soldato, con altre cose, secondo scrive Riccardo.
Uditisi questi capitoli da Federico, promise compiutamente sotto
pena di scomunica osservargli, in presenza di molti Prelati, ed altri
Signori tedeschi e Baroni regnicoli, che v'intervennero[311], e così
in suo nome gli fece giurare da Rinieri Duca di Spoleto, e dopo tal
atto fu assoluto da' Cardinali predetti dell'altro giuramento, che in
Veroli aveva fatto: e ritornato prestamente in Puglia inviò sue lettere
a' Signori di Lamagna, ed a quelli d'Italia, significando loro, che
nella vegnente Pasqua di Resurrezione venir dovessero in Cremona[312],
ove intendea di celebrare una general assemblea. Raccolse egli poi di
nuovo, pur sotto nome d'imprestanza, altra grossa somma di moneta per
tutto il Regno, facendo particolarmente riscuotere nelle terre di Monte
Cassino ben 1300 oncie d'oro da Pietro Signor d'Evoli, e da Niccolò di
Cicala Giustiziero di Terra di Lavoro.

Non guari da poi nacquero alcuni disgusti tra Federico ed Onorio,
perchè, secondo scrive Riccardo da S. Germano[313], vacando le Chiese
di Consa, di Salerno, d'Aversa e di Capua, e la Badia di S. Vincenzo
a Volturno, Onorio, _inscio et irrequisito Imperatore_, previde da
Roma cinque Prelati per occupar quelle Chiese: questi furono il Prior
di S. Maria della Nuova di Roma per Vescovo di Consa: il Vescovo di
Famagosta per Arcivescovo di Salerno: il Cantor d'Amalfi per Vescovo
d'Aversa: il Vescovo di Patti per Arcivescovo di Capua: ed un Frate di
S. Benedetto, nomato Giovanni di S. Liberatore per Abate di S. Vincenzo
a Volturno. Federico, sdegnato del torto fattogli d'essere stati quelli
eletti senza sua saputa e consentimento, con tanto pregiudizio de'
suoi diritti, non volle, che alcun di loro fosse ammesso nelle Chiese
ottenute[314]; e gitone poscia in Sicilia fece il simigliante a Fra
Niccolò da Colle Pietro, creato Abate di S. Lorenzo di Aversa, non
ostante che recasse lettere particolari di Onorio; e Federico mandò
perciò Legati al Papa a querelarsene[315].

Intanto la novella Imperadrice _Jole_ sposa di Federico imbarcatasi
sulle galee, con felice viaggio pervenne a Brindisi, ove di Sicilia
tornato l'Imperadore l'attendeva, e con nobilissima pompa furono ivi
a' 9 novembre le nozze celebrate: ed in memoria di questa celebrità
fece coniare quivi nuove monete, chiamate _Imperiali_, annullando
l'antiche[316].

Nacque in quest'anno a Federico, Enzio suo figliuol bastardo, il quale
egli da poi nell'anno 1239 coronò Re di Sardegna; e divertendosi
l'Imperadore alle caccie di Puglia, in quest'istesso anno 1225 per
occasione d'un cignale ucciso da lui di smisurata grandezza, fece
apprestar una cena in quel luogo stesso, dove fu poi edificata una
Terra, chiamata perciò sino a' nostri tempi _Apricena_.

Nel nuovo anno 1226 mandò Onorio a sollecitar Federico, che dopo
gli sponsali celebrati in Brindisi era passato in Troja di Puglia,
perchè s'apprestasse alla spedizione di Terra Santa; onde l'Imperadore
comandò a' suoi Baroni, che si trovassero all'ordine a Pescara,
per accompagnarlo in Lombardia per la Dieta di Cremona, intimata
nell'anno precedente. Passato indi in Terra di Lavoro, e lasciata sua
moglie in Terracina castello vicino a Salerno, ora disfatto; ritornò
in Puglia, e commesso il Governo del Reame ad Errico di Morra Gran
Giustiziero, passò a Pescara, e di là con tutto il suo esercito nel
Ducato di Spoleto, ove ordinò a' Spoletini, che il seguissero armati
in Lombardia[317]; la qual cosa negando coloro di fare senz'ordine
del Pontefice, comandò di nuovo sotto gravi pene, che ubbidissero;
ma costoro avendo mandate le lettere di Federico al Papa, questi, che
per altre cagioni stava crucciato con Federico, così per lo fatto de'
Prelati, a' quali non volle dar possesso delle loro Chiese, come per
essersi Federico collegato con Ezzelino, e per aver pubblicata una
sua Costituzione, per la quale voleva che i Frati e i Preti, che gravi
omicidj, o altri enormi delitti avessero commesso fosser castigati da'
suoi Magistrati secolari, e per non osservar loro dovuta franchigia,
ch'e' pretendeva per gli Ecclesiastici nelle gabelle e dazj: acceso
da ira gravissima scrisse asprissime lettere a Federico, dolendosi
acerbamente con lui di queste cose. Federico riputando troppo arroganti
queste lettere, gli rispose con pari ardimento; onde Onorio montato in
maggior stizza gli scrisse di nuovo con maggior asprezza ed arroganza
e con gravi minacce.

(Si legge presso _Lunig_[318] questa lunga lettera esprobratoria
d'Onorio III scritta a Federico).

Federico, che non voleva ora brighe col Papa, per placare il suo animo
gli rescrisse umilmente _in omni subjectione_, come dice Riccardo: onde
rappacificatisi insieme, il Papa gli mandò per Legato Cinzio Savello
Cardinal di Porto per trattar di comporre le lor contese, affinchè non
s'impedisse perciò l'espedizione di Terra Santa, e si quietassero le
cose di Lombardia. Indi Federico partito di Spoleto ne andò a Ravenna,
ove celebrò la Festa di Pasqua di Resurrezione, e scrisse ad Errico
suo figliuolo in Alemagna, che ragunata potente armata fosse venuto a
ritrovarlo in Lombardia, e lasciato il cammin di Faenza, ch'era città
sua nemica, ne andò col suo esercito nel castel di S. Giovanni, ne'
tenimenti di Bologna, ed indi ad Imola, ed entrando ne' confini di
Lombardia, solo que' di Modena, di Reggio, di Parma, di Cremona, di
Asti e di Pavia, gli mandarono Ambasciadori, e s'offerirono pronti
al suo servigio. L'altre città, non solo non gli usarono cortesia
alcuna, ma d'avantaggio contro di lui si collegarono: queste furono,
secondo scrive Riccardo, Milano, Verona, Piacenza, Vercelli, Lodi,
Alessandria, Trivigi, Padua, Vicenza, Torino, Novara, Mantua, Brescia,
Bologna e Faenza, con Goffredo Conte di Romagna, e Bonifacio Marchese
di Monferrato, ed altri luoghi della Marca Trivigiana, le quali con
formato esercito ne andarono incontro ad Errico per vietargli il passo
a piè dell'Alpi, acciocchè non fosse entrato in Italia. Passò poscia
l'Imperadore a Cremona, e vi fu da que' cittadini con grande onor
ricevuto, e vi celebrò l'Assemblea già statuita, ma con poca gente,
non vi essendo gito niun Barone, nè Ambasciador delle città collegate
contro di lui.

Ritornato poscia a Parma fu da molti Conti e Cavalieri di quelle
regioni, e da' Lucchesi e Pisani, e particolarmente da' Marchesi
Malespini visitato e riverito, molti de' quali armò Cavalieri di sua
mano, onoranza di molta stima in que' tempi, ed indi nel Borgo di
S. Donnino si congiunse col Legato del Pontefice, da lui richiesto
perchè gli agevolasse la sua incoronazione della Corona di ferro, come
intendea di fare.

Conservavasi questa Corona di ferro in Monza in poter de' Milanesi;
co' quali non fu bastevole qualunque mezzo, che vi si adoperasse, a
disporgli per introdurlo per far cotal atto nella lor città, memori
delle antiche ingiurie ricevute dall'avolo Barbarossa: il perchè
reggendo Federico di non potere nè coloro, nè alcuna dell'altre città
contro di lui unite, rivocare al suo partito con preghiere e cortesie,
venuto in grandissimo sdegno, diede a tutte il bando imperiale,
dichiarandole rebelle, e le fece interdire dal Legato, e togliendo lo
Studio da Bologna, quello in Napoli, ed in Padova trasferì, ordinando
a tutti gli Scolari, che da Bologna partissero, ed in quelle due città
andassero a studiare; ma rapporta il Sigonio, che il suo comandamento
non fosse stato da niuno ubbidito.

L'Imperadore, non potendo per allora far altro progresso in Lombardia,
partitosi di là andò a Rieti a ritrovare il Pontefice, e querelatosi
con lui della contumacia de' Lombardi, se ne passò nel nostro Reame
di Puglia; da dove inviò nuovo soccorso di soldati in Terra Santa; ed
avendo rinunziato l'Ufficio di Giustiziere di Terra di Lavoro Pietro
Signor d'Evoli, e Niccolò di Cicala, furono creati in lor vece Ruggiero
di Gallura, e Marino Capece napoletano. Allora fu, che essendo già
pacificato col Pontefice, diede il possesso delle lor Chiese a tutti
que' Prelati, che il Papa avea creati, cioè agli Arcivescovi di Capua,
di Consa e di Salerno, al Vescovo d'Aversa, ed all'Abate di S. Lorenzo
di quella città[319].

Bramava ardentemente il Pontefice, che si facesse il passaggio in Terra
Santa, il qual veniva frastornato, ed impedito per nemistà, ch'era
tra l'Imperadore, e le città collegate: e Federico avea perciò fatto
pubblicare un editto, col quale faceva noto, che per la discordia
d'Italia, s'impediva l'impresa di Terra Santa; ed avendo inviato suoi
Ambasciadori al Papa per tal affare, Onorio vi s'adoperò in guisa tale,
che alla fine per allora gli accordò; onde l'Imperadore per compiacere
al Pontefice, promise d'inviar prestamente altri quattrocento soldati
in soccorso de' Cristiani in Soria. Passò da poi Federico con _Jole_
sua moglie in Sicilia; ed il Pontefice vedendo, che il Re Giovanni di
Brenna, per la nemistà, che avea col genero, onde era stato costretto
a partire da' suoi Reami, vivea con molta strettezza, gli concedette
in Governo tutto quello spazio di paese, che è da Viterbo a Monte
Fiascone; ed in tanto l'Imperadore per mezzo d'Errico Morra suo Gran
Giustiziero, pubblicò nuovi Ordini e Statuti da lui fatti, per la
quiete e tranquillità de' suoi sudditi, rapportati da Riccardo di S.
Germano. Morì ancora in quest'anno _Francesco_, chiaro per miracoli
e santità di vita, il quale fondò la religione de' _Frati Minori_ in
Assisi sua patria, e fu in processo di tempo ascritto al numero de'
Santi.

Il Pontefice Onorio, secondo la Cronaca di Riccardo, nel mese di marzo
di questo nuovo anno 1227 trapassò in Roma, dopo aver governata la
Chiesa di Dio dieci anni, sette mesi e tredici giorni, e fu in Roma
sepolto nella chiesa di S. Maria Maggiore in umil sepolcro.

Le discordie, ch'ebbe questo Papa con Federico, ancorchè gravi e
spesse, nulladimanco non furono così atroci, che obbligassero questo
Pontefice di scomunicarlo, come falsamente scrissero alcuni. I primi,
che scagliarono contro Federico questi fulmini furono Gregorio IX ed
Innocenzio IV suoi successori, come più innanzi diviseremo.



CAPITOLO VI.

_Spedizione di FEDERICO per Terra Santa._


Morto il Pontefice Onorio, nel seguente giorno fu da' Cardinali eletto
in suo luogo Ugolino de' Conti, figliuol di Tristano d'Alagna fratello
d'Innocenzio III de' Conti di Segna, a cui posero nome _Gregorio_
IX. Questi tantosto che fu eletto, inviò lettere per tutto il Mondo
della sua promozione, e della morte del suo predecessore, ed inviò
Fra Guglielmo Frate Dominicano all'Imperadore, dandogli contezza per
sua lettera della sua elezione, esortandolo a riverire e difendere la
Chiesa di Dio, ed a badare al buon governo dei Popoli a lui soggetti,
e ad abbracciare la guerra di Terra Santa, chiedendogli parimente che
gli facesse da' Regnicoli portar vettovaglie ed altre cose bisognevoli
per fornire le sue galee, che intendea inviare in Palestina, ciocchè
Federico per mezzo d'Errico Morra Gran Giustiziero prestamente fece
eseguire[320]. Simone Scardio rapporta una lettera, scritta da Gregorio
in questo primo anno del suo Ponteficato all'Imperador Federico,
ripiena di molti encomj ed eccelse lodi, che questo Pontefice dava a
quel Principe, il quale avendo convocati tutti i Giustizieri delle
province de' suoi Regni di Sicilia diede lor contezza di ciò, che
Gregorio gli avea scritto, acciocchè s'apparecchiassero al passaggio
d'oltremare; per la qual cagione impose una general taglia a' suoi
vassalli, ed indi significò ad Errico suo figliuolo in Alemagna, che
dovesse ragunare una Dieta in Aquisgrana, per dar contezza a' Baroni
tedeschi del general passaggio, che egli intendea fare in Soria nella
metà del vegnente mese d'agosto: giorno in cui si celebra la salita
al cielo di Nostra Signora, acciocchè coloro, che gir seco volessero,
postisi all'ordine, fossero venuti in Puglia, ove sopra i navilj per
ciò apprestati s'aveano ad imbarcare, ed ei gli attendea. Inviò di là
al Pontefice l'Arcivescovo di Reggio, e Fra Ermando Saltza Gran Maestro
de' Cavalieri teutonici, a significargli, che egli era all'ordine per
imbarcarsi, ed a condurgli le vettovaglie, ed ogni altra provigione,
che per le galee gli avea chiesto.

Intanto convocatasi da Errico l'Assemblea in Aquisgrana, secondo
il comandamento del Padre, per invitare i Tedeschi al passaggio
d'oltremare, vi convennero Signori e Prelati in gran numero, fra' quali
furono Sifridio Arcivescovo di Magonza, Teodoro Arcivescovo di Treveri,
Errico Arcivescovo di Colonia, con gli Arcivescovi di Salsburg, di
Magdeburg e di Brema, e con tutti i Vescovi a loro soggetti. Vi furono
i Duchi d'Austria, di Baviera, di Carintia, di Brabante e di Lorena:
Errico Conte Palatino del Reno, Lodovico Lantgravio di Turingia, e
Ferdinando Conte di Fiandra, quello stesso, che preso dal Re Filippo
nella battaglia di Tornay, dopo esser dimorato ben dodici anni nella
prigione di Parigi, per opra del Pontefice, e d'altri Signori, che
il favorivano, n'era alla fine uscito. Tutti costoro per esortazione
di Errico Re d'Alemagna, e per la pietà cristiana, s'apprestarono
prontamente a così pietosa impresa; onde tra per questi che in buona
parte vi vennero, e per gli altri invitati da diversi Frati ed altri
Ecclesiastici inviati dal Pontefice per la Cristianità ad esortare i
Popoli, che prendessero la Croce nel tempo stabilito, infinito numero
di Fedeli concorse in Brindisi, e nelle circostanti regioni, in guisa
tale, che solo dall'isola d'Inghilterra, scrive l'Abate Uspergense, che
ne vennero ben sessantamila. Ma sopraggiunto intanto il calor grande
della state in quegli aridi siti di Puglia, cominciarono, non avvezzi
a ciò, e sofferendo ogni sorte di disagio, ad infermare e morire i
soldati oltramontani a migliaja, insieme co' quali di questa vita
passarono i Vescovi d'Angiò e d'Augusta, ed il Lantgravio di Turingia,
onde afflitti da così gravi mali, s'avviarono per ritornare indietro
a' lor paesi, ma invano, perciocchè la maggior parte per lo cammino
perirono[321].

Intanto Federico coll'Imperadrice _Jole_ da Sicilia era passato in
Otranto nel mese d'agosto, donde, avendo quivi lasciata l'Imperadrice,
passò in Brindisi, ove era l'esercito de' Crocesignati, e quantunque
fosse rimasto con picciol numero di soldati per la mortalità seguita,
e per lo ritorno di molti, fece imbarcar nell'armata apparecchiata
molta gente nel stabilito giorno dell'Assunzione per dover egli da poi
seguirla; e ritornato in Otranto, ove avea lasciata l'Imperadrice, per
prender da lei congedo, quivi infermossi[322]: ma non ostante la sua
infermità, riavutosi appena, tornò in Brindisi, ed ivi imbarcossi:
ed avendo navigato tre giorni, non potendo soffrire per la sua
convalescenza l'agitazione del mare, volse le prore addietro, e a
Brindisi ritornò. Il Fazzello narra, che Federico giugnesse in questa
sua navigazione sino allo Stretto dell'isole della Morea e di Candia,
e che da' venti contrarj, e dalla sua infermità fosse stato costretto
con coloro, che eran in Lacedemonia far ritorno a Brindisi insieme
con quarantamila persone di quelle, che si erano imbarcate, se diam
credenza a ciò, che ne scrive il Sigonio.

(Sigonio seguitò la fede di Matteo Paris, il quale ad An. 1227,
pag. 286 scrisse: Animo nimis consternati, in eisdem navibus, quibus
venerant, plusquam XL armatorum millia sunt reversi).

Gregorio IX dimorando in Anagni, avendo inteso il ritorno di Federico,
attribuendolo a poca volontà del medesimo, trasportato da fiero sdegno,
il penultimo giorno di settembre, in cui si celebrava la festa della
dedicazione di S. Michele Arcangelo, dichiarò esser Federico incorso
nella scomunica, che da Onorio in S. Germano gli era stata minacciata,
se non passava in Soria, fulminando contro di lui la censura[323], la
cui sentenza vien riferita dal Bzovio e da Carlo Sigonio, che comincia:
_Imperatorem Federicum qui nec transfretavit, etc_.

Aggiunge lo Bzovio, che Gregorio, non solamente per lo sturbato
passaggio di Terra Santa, ma per molte cagioni ancora avea motivi di
sdegno contro Federico; poichè oltre all'aver rapiti i beni degli
Ecclesiastici da' suoi Regni, con far loro pagare tutte le taglie
e gabelle, che egli imponeva, aveva di vantaggio, per vendicar suo
privato sdegno, con la cagione del passaggio d'oltremare, fatto gir
per forza in Soria il Vescovo d'Aversa e Ruggieri Conte di Celano
suoi nemici, e posto il figliuolo del Conte in una stretta prigione,
con altri mali che di Federico racconta Gio. Villani; ma perchè
quest'Autore non rapporta, onde ciò ricavato se l'abbia, se non
l'autorità del detto Villani, non merita veruna fede; poichè il Villani
come straniero negli avvenimenti del Reame e massimamente in quelli di
Federico, come Guelfo e di fazione a lui nemica, o per poco avvedimento
o per mal talento infiniti errori commise, scrivendo cose che non
mai avvennero, per non favellarne niuno degli altri Autori che allora
vissero, come furono Riccardo ed altri che con molta diligenza le cose
de' lor tempi raccolsero.

Federico recandosi a gravissima ingiuria cotal sentenza, partendosi
di Puglia, ove ancor dimorava per dar più chiare pruove, che egli
era infermo, ne andò a' bagni di Pozzuoli, secondo scrive Riccardo,
per curarsi dalla sua infermità, e di là inviò a Roma, ove il Papa
da Anagni era passato, l'Arcivescovo di Reggio e quel di Bari con
Rinaldo Duca di Spoleto ed Errico di Malta per suoi Ambasciadori al
Pontefice a scusarsi perchè non era passato oltremare, significandogli
la cagione della dimora: ma fu tutto vano, perciocchè il Pontefice
non dando credenza alcuna a tutto ciò che egli in sua difesa addusse,
ragunando in Roma i Prelati oltramontani e quanti del Regno unir
potè, nell'ottavo giorno dopo la festa di S. Martino lo dichiarò di
nuovo pubblicamente scomunicato, interdicendo i suoi Regni, e mandò
lettere generali per tutto l'Occidente a tutti i Principi e Signori
della Cristianità pubblicandolo per tale. La qual cosa risaputasi
da Federico, scrisse anch'egli a Lodovico Re di Francia del torto
fattogli da Gregorio, come si legge nell'epistole di Pietro delle
Vigne ed in Carlo Sigonio, con le seguenti parole: _Gregorius
IX sub ea occasione quod nos in termino nobis dato, infirmitate
gravati, transire nequivimus ultramare, contra justitiam primitus
excomunicationi subjecit_. Dal che si vede, che essendo la primiera
volta stato scomunicato da Gregorio, è vanità e bugia tutto quel
ch'hanno scritto il Villani ed altri Autori, che Onorio l'avesse
un'altra volta scomunicato, contro quel che ne riferisce Riccardo.
Scrisse ancora a' Cardinali, dolendosi aspramente con loro, che non
fossero stati in nulla uditi i suoi Ambasciadori. Scrisse a tutti i
Principi e Signori d'Alemagna; e mandò un'altra sua epistola a tutti
i Re e Principi del Mondo, gravandosi di cotal scomunica, con scusarsi
de' falli imputatigli e narrando la cagione, perchè l'avea il Pontefice
scomunicato, e gl'impedimenti che l'avean trattenuto dal non passare
in Soria, dolendosi di tutti i Prelati e ministri della Chiesa,
riprendendo acerbamente i Romani, che a cotal sentenza non s'erano
opposti. Ordinò parimente a tutti i Giustizieri di Sicilia e di Puglia,
che facesser celebrar da' Preti e da' Frati le messe nelle lor province
e che non gli facessero partir dal Regno, nè gire da un luogo ad un
altro senza loro licenza, nelle quali scritture si serviva della penna
di Pietro delle Vigne suo Secretario: uomo, come si è detto, in quei
tempi di somma dottrina ed avvedimento, e a lui carissimo, secondo che
si scorge nel libro delle sue epistole che più volte abbiamo nomato.

Dopo la qual cosa convocò un general Parlamento a Capua di tutti i
Baroni del Regno, a cui impose, che ciascun di loro pagar gli dovesse
per ogni Feudo che possedea, otto oncie d'oro, e per ogni otto Feudi un
soldato, acciocchè ragunar potesse esercito per passare in Terra Santa
nel seguente mese di maggio, nel qual tempo intendeva andarvi, posposta
ogni altra dimora. Statuì ancora un'altra Assemblea da ragunarsi per
tal cagione a Ravenna nel prossimo mese di marzo, ove convocò tutte
le città e signori d'Italia e suoi partigiani; ed indi inviò in Roma
Roffredo Epifanio da Benevento, famoso Giureconsulto di que' tempi, con
le discolpe, che egli in suo favore adducea, le quali Roffredo, come si
disse, fece pubblicamente leggere in Campidoglio di volontà del Senato
e del Popolo romano.

Federico nel principio del seguente anno 1228 convocò in Puglia tutt'i
Prelati e Baroni, che seco avea per passare in Palestina, e venuto il
giorno di Pasqua, quella celebrò con grandissima pompa ed allegrezza
in Barletta; perciocchè aveva avuta contezza, che Tommaso d'Aquino
Conte dell'Acerra, che dimorava per suo Maresciallo in Soria, venuto
a battaglia con Corradino Soldano di Damasco l'avea vinto e ucciso, e
ritornando dopo questo il Conte nel Reame, inviò per soccorso in Terra
Santa Riccardo di Principato, parimente suo Maresciallo, con altri
cinquecento soldati che imbarcatisi in Brindisi passarono felicemente
in que' paesi.

In questo mentre i Francipani e gli altri partigiani di Federico
in Roma, essendo Gregorio, dopo aver celebrata la Pasqua in S.
Gio. Laterano, passato nella chiesa di S. Pietro, per rinovar le
censure contro Federico, gli mossero contro il Popolo, mentre faceva
quell'atto, con grave sedizione e tumulto, e dopo averlo oltraggiato
con molte ingiuriose parole, lo scacciarono dalla città e 'l
costrinsero a ricovrar fuggendo a Perugia, ove per alcun tempo dimorò.

Federico intanto raccolta per l'espedizione di Terra Santa molta
moneta dalle Chiese e dalle persone ecclesiastiche, non ostante che
il Pontefice avesse ordinato per sue lettere, che nulla pagassero,
s'avviò verso Barletta, ove intendea celebrare un general Parlamento, e
giunto ad Andria, l'Imperadrice, che era seco partorì ivi un fanciullo,
a cui fu posto nome _Corrado_, il quale fu dal padre, più di ciascun
degli altri suoi figliuoli teneramente amato, ed indi a non molto,
come sovente avvenir suole, se ne morì per li travagli del parto nella
medesima città[324].

La morte di questa Imperadrice vien da Gio. Villani e da altri moderni
Autori, che l'han seguito, descritta con molte favole e novelle, le
quali non meritano fede alcuna; perciocchè Riccardo il veritiere
Cronista di que' tempi, altro non racconta, salvo che la morte
dell'Imperadrice nel parto; e lo stesso scrisse il Corio nell'istorie
di Milano e Carlo Sigonio ed il Frate di Santa Giustina, e niun degli
altri Autori, che con la dovuta diligenza scrissero gli avvenimenti
di que' tempi, fan menzione, che ella morisse in prigione battuta
dall'Imperadore come dice il Villani, e pur quelli non tacendo l'altre
malvagità commesse da lui, avrebbero registrata ancor questa, se
fosse stata vera; oltre che pare impossibil cosa aver potuto Federico
amar tanto il figliuolo Corrado, come nel progresso di quest'Istoria
si vedrà, se avesse in prima così acerbamente odiata la madre, che
l'avesse ridotta a morire, come costoro raccontano.

Federico dopo la morte di Jole celebrò il Parlamento in Barletta, ed
intento al passaggio di Terra Santa, prima di partire, volle provedere
a' suoi Regni nel caso, che venisse egli a mancare; onde in presenza
de' Prelati e Grandi del Regno, ed infinita moltitudine accorsavi,
fece ad alta voce leggere i seguenti capitoli formati da lui in
modo di testamento rapportati da Riccardo. Primo, voleva che tutti i
Regnicoli tanto Prelati, quanto Signori e loro sudditi vivessero in
quella pace e tranquillità, ch'eran soliti di vivere al tempo del buon
Re Guglielmo II, e perciò lasciava per suo Vicario e Balio del Regno
Rinaldo Duca di Spoleti. Secondo, se egli nella guerra che intendea
di fare in Soria, fosse mancato di vita, gli succedesse nell'Imperio
e nel Regno il suo maggior figliuolo Errico, al quale, se fosse morto
senza prole, succedesse Corrado suo minor figliuolo e se costui ancor
senza figliuoli fosse mancato, succedessero gli altri figliuoli da
esso Imperadore procreati di legittima moglie, facendo giurare a
Rinaldo Duca di Spoleti, ad Errico Morra, ed agli altri più stimati
di coloro, che erano ivi adunati che se non fosse venuto a morte, ed
altro testamento non avesse da poi fatto quel che allora avea statuito
compiutamente osservassero. Terzo, che niuno del Regno per dazio,
ovvero colletta fosse obbligato dare alcuna cosa, se non per l'utilità
del Regno, e per le necessità che potevano occorrere.

Letti questi capitoli e fattigli giurare in suo nome dal Duca di
Spoleti e da Errico Morra suo Gran Giustiziero, l'undecimo giorno del
mese di giugno si imbarcò in Brindisi sopra venti galee, secondo che il
Bzovio e l'Abate Uspergense scrivono, ed avendo in prima comandato, che
tutti i vassalli che con lui navigar dovevano, si fossero assembrati a
S. Andrea dell'Isola, ivi con lor si congiunse, e passò ad Otranto, ed
indi in Terra Santa, dove di là a poco felicemente giunse ed a nobili
imprese si accinse.

Gregorio IX ch'era in Perugia, udita la partenza dell'Imperadore, senza
che prima da lui fosse stato assoluto dalle censure, come pretendea, si
accese di tanto sdegno, che scrisse lettere al Patriarca di Gerusalemme
ed al Maestro dello Spedale del Santo Sepolcro in Soria, colle quali
premurosamente gl'incaricava, che si guardassero di Federico, nè loro
prestassero aiuto, poichè era partito scomunicato, e che potea perciò
apportar loro grave danno; di vantaggio stimolò in Italia i Milanesi
nemici di Federico a collegarsi con lui a' suoi danni, dividendo
l'Italia in fazioni, onde crebbero in maggior numero i Guelfi; e medita
intanto per l'apparecchio d'una nuova espedizione sopra il Regno
di Puglia, per toglierlo a Federico nell'istesso tempo, che questo
Principe era lontano ed inteso all'impresa di Terra Santa.

Dall'altra parte Rinaldo Duca di Spoleti lasciato da Federico per
Vicario del Regno, per impedire i disegni del Papa ed intricarlo con
una guerra ne' propri Stati, invase col suo esercito la Marca, ed il
suo fratello Bertoldo assalì da un altro lato i tenimenti di Norcia e
distrusse il castello di Brusca, che si era a lui ribellato, dando gli
abitatori in potere de' Saraceni, che seco di Puglia avea condotti, i
quali con vari tormenti gli fecer tutti crudelmente morire[325].

Questi avvenimenti significati a Papa Gregorio, e come il Duca
era entrato ostilmente nello Stato della Chiesa, e fatti quivi
gravissimi danni, lo ammonì, che via si partisse, lasciando in pace
i suoi sudditi; ma il Duca facendo poco conto di cotal ordine, irato
il Pontefice lo scomunicò con tutti i suoi seguaci: e vedendo che
nulla giovavano le censure, ragunò grosso esercito con gli aiuti de'
Milanesi, e di tutte l'altre città della Lega di Lombardia, e chiamata
la milizia di Cristo, l'inviò contro il Duca Rinaldo creandone Capitano
Giovanni di Brenna già Re di Gerusalemme ed inimico di Federico, ed il
Cardinal Legato Giovanni Colonna.



CAPITOLO VII.

_Spedizione di GREGORIO IX sopra il Regno di Puglia._


Papa Gregorio scorgendo, che questi sforzi non eran bastevoli ad
impedire i progressi del Duca, il quale avea già sottoposta la Marca
al dominio dell'Imperadore insino a Macerata, deliberò di muover
guerra nel Reame di Puglia e spinger le sue armi contra queste
province, acciocchè postele in isconvolgimento, dovesse per lor
difesa prestamente accorrere il Duca, e lasciar liberi i suoi Stati.
Congregati adunque nuovi soldati, ne creò Capitani Pandolfo d'Alagna
suo Legato, Ruggieri dell'Aquila Conte di Fondi e Tommaso Conte di
Celano ribelli e nemici di Federico.

Questi Capitani a' 18 gennaio del nuovo anno 1229 per la strada di
Cepparano, entrarono in Terra di Lavoro co' loro soldati, che eran
nomati _Chiavesegnati_; ed assalirono ed espugnarono in un subito il
castello di Ponte Solarato, che era allora la Porta del Regno ed il
primo luogo forte da quella parte a' confini dello Stato della Chiesa,
e l'aveva in guardia, per l'Imperadore, Adenolfo Balzano. La caduta
di questo castello cagionò sì fatto timore in Bartolommeo di Supino
Signore di S. Giovanni in Carrico, ed in Roberto dell'Aquila Signore
del castello di Pastena, che senza far altra difesa, di lor volere
anch'essi si resero; indi passato il fiume di Telesa s'avviarono li
soldati papali verso il Contado di Fondi.

Intanto Errico Morra Gran Giustiziero, avuta contezza della mossa di
cotal guerra, ragunati in un subito molti soldati, ne venne a San
Germano per contrastare colle genti del Pontefice, ed impedire di
far altro acquisto. Ma queste opposizioni poco valsero per impedire i
felici progressi dell'esercito del Pontefice, il quale scorrendo per
molti luoghi di questa provincia avea occupato molte Rocche e castelli
insino a Gaeta. Questa città, mentre si rendeano tanti luoghi al Legato
del Papa, fu sempre fedele all'Imperadore, resistendo agli sforzi
del Legato, apparecchiandosi valorosamente alla difesa, per la qual
cosa fu dal Cardinal Pelagio, Vescovo d'Albano e Legato del Pontefice
sottoposta all'interdetto. Si resero parimente al Legato Pontecorvo con
tutte l'altre Terre di Monte Cassino, la Rocca d'Evandro, Trajetto, e
Sugio e finalmente fu forza che si rendesse anche la città di Gaeta,
nella quale fu abbattuto e spianato il castello, che l'Imperadore
con molta spesa vi avea edificato, essendosene partiti, per non poter
far altro molti fedeli di Federico, che non vollero rimaner sudditi
del Pontefice; ed i Beneventani avuta contezza de' felici successi
dell'esercito Papale, rompendo anch'essi da quel lato la guerra, ne
andarono a far gravi danni e prede in Puglia di bovi ed altri animali,
e nel lor ritorno ruppero, e posero in fuga il Conte Raone di Valvano,
che lor s'era opposto; per la qual cosa il Gran Giustiziero con tutt'i
Baroni fedeli all'Imperadore andarono con lor soldati contra quelli di
Benevento e guastarono e distrussero molti lor poderi dalla banda di
Porta Somma, ove era posta la lor Rocca.

Non tralasciavano ancora i _Frati Minori_ ed i Monaci di S. Benedetto
portar lettere del Papa ed ambasciate a molti Baroni, Prelati e
Comunità delle città e castella, acciocchè si ribellassero dal
lor Signore e passassero dalla banda del Pontefice, pubblicando
falsamente, che Federico era morto e che però in Puglia non sarebbe
più tornato[326]; la qual novella fermamente creduta da molte di quelle
città, da lui si ribellarono, come avrebbono ancor fatto tutte l'altre,
secondo che scrive l'Abate Uspergense con uccidere quanti Oltramontani
vi dimoravano, se non l'avesse trattenuto l'essersi scoverta la frode,
e che Federico era per ritornar presto nel Reame; per la qual cosa
furono dal Duca di Spoleti scacciati dal Regno e da' loro monasteri
tutti i _Frati Minori_ e tutti i Monaci Cassinensi, de' quali parte
andarono via, altri buttando l'abito si nascondevano, vivendo da
secolari.

Intanto aveano il Re Giovanni ed il Cardinal Colonna, dopo vari
conflitti, costretto il Duca di Spoleto ad uscir dalla Marca, e
ricovrare in Apruzzi, dove da coloro seguito, era stato dentro la città
di Sulmona strettamente assediato: della qual cosa fatto consapevole il
Cardinal Pelagio significò al Re Giovanni che prestamente fosse venuto
a congiungersi seco per far con maggior sforzo la guerra in Terra di
Lavoro; il perchè il Re Giovanni, sciolto l'assedio da Sulmona, per
la Valle di Sangro venne nel Contado di Molise, e prese per istrada
Alfidena col suo castello, prese parimente Paterno con altri luoghi,
ed abbrugiò Castel di Sangro; e nello stesso tempo il Conte di Campagna
con buona mano di fanti e cavalli, assoldati novellamente dal Pontefice
per supplimento della guerra del Regno, gitone improviso sopra Sora in
un subito la prese, rimanendo però la Rocca in poter degl'Imperiali:
ed indi partito, colla stessa agevolezza, prese Arpino, Fontana e la
Valle di Sora con tutto il paese de' Marsi; e dall'altra parte il Re
Giovanni col Cardinal Colonna giunto in Terra di Lavoro e valicato il
fiume Volturno, si congiunse con l'esercito del Cardinal Pelagio, che
l'attendea presso Telesa, e così uniti andarono a campeggiare sopra
Cojazza.

Nel medesimo tempo, che Gregorio travagliava il Regno, Federico in
Soria impiegava le sue forze per quella santa impresa; poichè giunto
non molto dopo la sua partenza nel mese di settembre in Accone[327],
indi passato in Cipro, dopo varie imprese, ne andò in Soria, e giunse
coll'esercito de' _Crocesignati_ in Joppe a' 15 novembre del passato
anno, e fortificò quella città, che era disfatta. Dimorò in cotal opera
tutta la quaresima, nella quale corse pericolo d'aver da abbandonar
l'impresa, ed andarsene per terra a Tolemaida, per mancamento di
vettovaglie, essendo dalla tempesta del mare impediti a condurvele i
suoi vascelli, che colà dimoravano; ma tranquillatosi poi ne ebbe in
gran copia. Pure, dopo aver fortificata Joppe, andò in Tolemaida, indi
passò al castel di Cordana, ove dimorando inviò Bagliano Signor di Tiro
ed il Conte di Lucerna per suoi Ambasciadori al Soldano d'Egitto, che
era attendato col suo esercito presso Napoli, avendo seco suo fratello,
a cui gli Ambasciadori, dati preziosi doni da parte dell'Imperadore,
esposero in cotal guisa la loro imbasciata; che Federico il volea per
fratello ed amico, se così di grado gli fosse, e che non era passato
in Soria per torgli niun luogo del suo Stato, ma solo per ricuperare
il Reame di Gerusalemme col Sepolcro di Cristo, il quale era stato già
posseduto da' Cristiani, ed ora per cagione di Jole sua moglie, che
n'era stata legittima Reina, spettava di ragione a Corrado lor comune
figliuolo. Alla quale proposta rispose il Soldano, che considerato il
tutto, avrebbe per suoi messi risposto all'Imperadore; ed onoratigli
con altri convenevoli doni gli accommiatò. In questo punto giunsero
al Patriarca di Gerusalemme le lettere, che Papa Gregorio gli mandava
per due _Frati Minori_, nelle quali gli ordinava, che dichiarasse
scomunicato Federico, e mancator di fede, per non esser passato in
Terra Santa nello stabilito tempo, nè col convenevole apparecchio,
proibendo a' Cavalieri dell'Ospedale e del Tempio, ed a' Teutonici, che
non l'ubbidissero in cosa alcuna.

Il Soldano ancorchè avesse contezza, che l'Imperadore avea mancamento
di vittovaglia, e che per essere in grave discordia col Pontefice, era
stato novellamente dichiarato scomunicato, e che era poco ubbidito da'
_Peregrini_ (così chiamavano que' soldati, che stavan continuamente
militando in Soria) pure temendo grandemente l'armi ed il valor de'
Cristiani, gli inviò suoi Ambasciadori con parole cortesi, e con multi
elefanti, camelli e cavalli arabi, ed altri nobilissimi presenti, senza
però veruna conclusione d'accordo, con dirgli, che gli avesse di nuovo
mandati alcuni suoi Baroni, che non avrebbe mancato di conchiudere
con loro quel, che giusto e convenevol sarebbe; onde l'Imperadore
gli spedì i primi uomini di sua Corte, i quali arrivati che furono
in Napoli, il ritrovaron di colà partito, con ordine, che l'avesser
seguito a Gaza, ma essi non volendo far ciò, se ne tornarono a dietro
all'Imperadore. Or come Cesare conobbe essere stato con astuzia
barbara deluso dal Soldano, che gli dava parole per menar la bisogna
in lungo, convocati in Tolemaida i primi della città, ed i Peregrini
e soldati, disse che voleva assalire il Zaffo per esser più presso a
Gerusalemme, ove potevan anch'essi venire. A tal proposta di Federico
risposero i Maestri dello Spedale e del Tempio in nome di tutti gli
altri, che non ostante, che dal Pontefice romano, al quale dovevano
ubbidire, fosse stato lor proibito il trattar seco, e secondarlo,
pure per l'utile di Terra Santa e del Popolo cristiano, eran pronti
a far con lui quell'impresa; ma volevano, che le grida e gli ordini,
che nel Campo si aveano a fare, si facessero _in nome di Dio, e della
Cristiana Republica_, senza che in essi di Federico sotto alcun titolo
sì facesse menzione; della qual cosa sdegnato Federico, non volle
in guisa alcuna consentirvi, e senza lor compagnia procedette avanti
sino al fiume Monder, che corre tra Cesarea ed Artus; significato ciò
a' Cavalieri dello Spedale ed a' Templarj, ed agli altri Peregrini,
considerando quel che conveniva al pubblico bene, e temendo non
fosse l'Imperadore offeso dal Soldano, che avea ragunato innumerabile
esercito, cominciarono alquanto da lontano a seguirlo, attendandosi
sempre a vista di lui per potere, se il bisogno il richiedesse,
prestamente soccorrerlo; ma l'Imperadore accortosi più chiaramente del
pericolo, che correa per tal divisione, da dura necessità fu costretto
a cedere al lor volere, e si contentò che senz'esser lui nominato, le
grida far si dovessero, _in nome di Dio, e della Repubblica Cristiana_;
onde con lor si congiunse ad un rovinato Castello, mentre cominciavano
a riedificarlo.

Era, quando queste cose successero, nel mezzo del verno, ed ecco che
sopraggiunse a Federico un veloce navilio, con un messo, rapportandogli
la novella che il Reame di Puglia era da' Capitani del Pontefice tutto
sconvolto, e che molte province erano state da coloro occupate, e che
l'altre correan gran pericolo di perdersi.

Questa rea novella fece precipitare le cose di Soria; poichè Federico
prestamente s'indusse a concordarsi col Soldano per tornare al soccorso
de' suoi Stati in Italia; onde a ragione scrisse Riccardo da S.
Germano: _Verisimile enim videtur, quod si tunc Imperator cum gratia,
et pace Romanae Ecclesiae transiisset, longe melius et efficacius
prosperatum fuisset negotium Terrae Sanctae, sed quanta in ipsa sua
peregrinatione adversa pertulerit ab Ecclesia, cum non solum ipsum
Dominus Papa excommunicaverit, verum etiam quod ipsum excommunicatum
scirent et tanquam excomunicatum vitarent eundem Patriarco
Jerosolimitano mandavit_. E l'Abate Uspergense[328] non potè parimente,
considerando questi fatti, non esclamare, e dire: _Quis talia facta
recte considerans non deploret, et detestetur, quae indicium videntur,
et quoddam portentum, et prodigium ruentis Ecclesiae?_

La pace conchiusa col Soldano, ancorchè fatta in tempo, che men si
conveniva per le cagioni già dette, fu nondimeno per quanto si potè,
per Federico vantaggiosa; essendosi accordati i seguenti capitoli.
Si conchiuse fra loro triegua per dieci anni, in virtù della quale il
Soldano restituiva a Federico la città di Gerusalemme con tutti i suoi
tenimenti; e si convenne, che il Sepolcro di Cristo dovesse essere in
custodia de' Saraceni: perchè quelli lungamente aveano usato ivi orare,
ma che ciò non ostante, il Sepolcro fosse esposto a' Cristiani, i quali
similmente potessero con tutta la lor libertà andar ivi per adorarlo;
gli restituì ancora la città di Bettelemme e di Nazzaret; e tutte le
ville, che sono per lo dritto cammino sino a Gerusalemme, e la città di
Sidone e Tiro, ed alcun'altre castella possedute già da' Cavalieri del
Tempio, con condizione, che potesse l'Imperadore fortificare, e munire
Gerusalemme con muri e torri a suo talento; fortificare il castel
di Joppe, e quel di Cesarea, Monteforte, e castel Nuovo. Che fossero
restituite a Federico tutte quelle cose, che erano state in potestà di
Balduino IV, e che gli furono tolte dal Saladino; e che si ponessero
senz'altra taglia in libertà tutti i prigionieri.

(Contro questa pace declamò tanto Gregorio IX che Federico trattasse
meglio i Maomettani, che i Cristiani; e da Lunig[329] si rapporta la
Bolla, che istromentò in quest'anno 1228 in Roma, dove vien imputato
Federico di molti delitti. All'incontro questo medesimo Collettore
rapporta alla _pag_. 879 le risposte, che i Vescovi e Principi di
Germania, e d'Italia fecero alle accuse di Gregorio, confutando una per
una le imputazioni ingiustamente fattegli. Questa pace si appartiene
solamente al Regno di Gerusalemme; poichè Federico nell'anno 1230 ne
conchiuse un'altra col Soldano, che riguarda la libera negoziazione tra
Cristiani e Maomettani in Corsica, Marsilia, Venezia, Genova e Pisa, e
la libera navigazione ne' porti d'Affrica, d'Egitto, ed altre regioni
adiacenti al mare Mediterraneo; l'istromento della quale vien anche
rapportato da _Lunig_[330]).

In cotal maniera fu conchiusa questa pace da Federico, contro il quale
non mancò chi lo dannasse, e biasimasse, perchè avesse lasciato il
sepolcro di Cristo in mano de' Saraceni, per cui era stata impresa
questa guerra: lo biasimarono ancora alcuni altri più moderni Autori
trattandolo da timidissimo e vile, opponendogli, che sofferse dal
Soldano, e da' suoi soldati mille obbrobriosi scherni. Ma la Cronaca
di Riccardo da S. Germano Scrittor contemporaneo a que' successi, ben
convince le costoro bugie e malignità contro quel Principe. Ed i nostri
Italiani, come ancora il Patriarca di Gerusalemme nelle sue lettere,
per esser stati la maggior parte Guelfi suoi nemici e partigiani, ed
aderenti del Pontefice, non meritano in ciò credenza alcuna. In fatti
per quel, che s'attiene al sepolcro di Cristo, Riccardo da S. Germano
attesta la necessità, che ebbe di lasciar la custodia di quello in
mano dei Saraceni, rapportando la cagione di questo articolo: _Quia_,
parlando de' Saraceni,_ diu consueverant orare ibidem, et ut liberum
introitum, et exitum habeant illuc accedentes orationis causa_: ma si
convenne ancora, che a' Cristiani fosse in libertà far il medesimo,
_et Christianis similiter orationis causa sit expositum_; donde si
convince quanto sfacciata sia la menzogna insieme, e l'adulazione
del Bossio[331], che nell'istoria della religione di Malta, dice, che
fu proibito a' Cristiani di potervi entrare. Ed il voler accagionare
Federico di timidezza e viltà, è contro tutta l'istoria; poichè fu egli
un Signor grande e valoroso, e di cuor feroce e magnanimo, come per
tant'imprese, che egli fece, chiaramente si scorge; nè par verisimile,
anzi è impossibil cosa l'aver voluto soffrire dagli effeminati Popoli
d'Egitto, e da' vilissimi Arabi quei dispregi ed oltraggi, che non
sofferì, nè da' Lombardi, nè dai Tedeschi, nè da tante valorose
Nazioni, delle quali ottenne più volte nobilissime vittorie per tutto
il tempo di sua vita.

Federico adunque, dopo la pace fatta, volendo partir di Soria, e
tornare al soccorso de' suoi Stati d'Italia e della Puglia, propose di
voler prima prender la possessione, e la Corona regale dell'acquistato
Regno di Gerusalemme; fece adunque, che Ermanno Saltza significasse
per sue lettere al Patriarca di Gerusalemme, che fosse andato per tal
affare insieme con lui in quella città; ma il Patriarca partigiano del
Pontefice, gli rispose, che ciò non potea farlo, se prima non vedesse
le capitolazioni dell'accordo seguito tra l'Imperadore ed il Soldano.
Il Maestro Ermanno tosto glie le inviò per un Frate di S. Domenico.
Veduto che ebbe l'accordo il Patriarca, negò d'intervenirvi, dicendo,
che non avea sicurezza alcuna di porsi nelle mani di quei barbari,
non facendosi nell'accordo menzione del Clero, nè essendo giurato
dal Soldano in Damasco, a cui quel Regno di ragione appartenea, e
che perciò non era nè sicuro, nè durabile: anzi col pretesto, che
il tempio ed il sepolcro di Cristo fosse rimasto in custodia dei
Saraceni, e per impedire, che Federico in quello si incoronasse, mandò
l'Arcivescovo di Cesarea per suo Legato, e fece dal medesimo di suo
ordine interdire tutta la città santa di Gerusalemme, e spezialmente
sottopose all'interdetto il sepolcro istesso di Cristo, vietando, che
non potessero ivi celebrarsi i divini Uffici.

(È singolare ciò, che Giovanni Vito Durano nella Cronaca al 1243
scrisse parlando della coronazione di Federico in Gerusalemme, dicendo,
che non ostante l'interdetto vi si cantò messa, e che il Soldano, che
stava a lato di Federico gli dimandò, che voleva dire quel pane in
mano del Sacerdote, e ch'egli adorava: udito che l'ebbe, mossesi ad un
sorriso, e con uno scipito motto schernì il Mistero. Seguitando la fede
di Durano rapporta ancora questo fatto il diligentissimo Aulisio[332]).

Onde Federico in cambio in questa impresa di riceverne benedizioni,
ebbe maledizioni, come dice Riccardo: _Primitias recuperationis ipsius,
non benedictione, sed anathemate prosecutus_; ma l'Imperadore poco di
ciò curando entrò a 17 marzo a Gerusalemme, e nel vegnente mattino con
convenevol pompa accompagnato dal Maestro Ermanno, e da tutti i suoi
famigliari ne andò alla chiesa del sepolcro, e dopo aver lungamente
orato, e dato grazie al Signore, scorgendo, che per l'interdetto
niuno ardiva celebrar la messa, nè si poteva far altro ufficio a
ciò bisognevole, non avendovi voluto intervenire nè anche gli stessi
Prelati tedeschi, che egli avea richiesto di ciò, con rispondergli, che
non volean per tal atto essere scomunicati dal Papa: prese egli colle
proprie mani la Corona dell'altare ove ella era, e se ne incoronò;
ed il Gran Maestro dei Teutonici orò lungamente in lode di Federico,
esagerando, che col suo avvedimento e valore quella città, ed il
suo Reame a' Cristiani restituito avea[333]; e coronato che fu, diè
subito provedimenti per fortificar Gerusalemme, e rifar le sue mura,
che da Corradino Soldano di Damasco erano state abbattute e disfatte.
Dopo la qual cosa, camminando velocemente per la novella del Reame di
Puglia invaso dal Papa, passò al Zaffo, e di là a Tolemaida, ove creò
due Capitani della gente, che avea a rimanere in presidio de' luoghi
acquistati; e de' Tedeschi, che aveano a navigar seco in Puglia, creò
Capitano il Maestro de' Teutonici, ed avendo in questo ritorno sofferte
e superate molte ostilità fattegli dal Patriarca di Gerusalemme, e dai
Maestri Ospitalieri e Templari, finalmente con felice viaggio capitò
prima di tutti gli altri, che seco venivano, nel mar di Brindisi.

Giunto appena Federico in Brindisi, inviò suoi Ambasciadori al
Pontefice Gregorio, che furono gli Arcivescovi di Reggio e di Bari,
col Gran Maestro Ermanno, i quali andati prima a Cajazza, ove erano ad
assedio il Cardinal di S. Prassede, ed il Cardinal Albano, ed avute da
amendue lettere per lo Pontefice, a Roma da lui n'andarono; e datogli
conto di quel, che s'era fatto in Palestina, gli chiesero poi in nome
dell'Imperadore, che l'avesse assoluto dalla scomunica, e si fosse
pacificato seco.

Ma Gregorio adirato di quel, che contro l'Imperadore gli avea scritto
il Patriarca di Gerusalemme, dicendo, che l'accordo col Soldano era
fatto in pregiudizio de' Cristiani, non volle far nulla di quanto gli
chiesero gli Ambasciadori; per la qual cosa rimastosi in Roma il Gran
Maestro, ritornarono gli altri due Arcivescovi nel Reame.

Intanto si resero all'Imperadore per opera di Adinolfo, e di Filippo
d'Aquino le castella d'Atino e di Celio; ed essendo Federico col
suo esercito de' _Crocesegnati_ venuto in Terra di Lavoro contro il
Re Giovanni, ed i Cardinali Legati, che stavano coll'esercito de'
_Chiavesegnati_ all'assedio di Cajazza, pose sì fatto timore colla sua
venuta, che sciolto l'assedio, ed abbruciate le macchine, si ritrassero
frettolosamente a Teano, andandone in Roma il Cardinal Colonna a
chieder moneta al Pontefice per pagare i soldati, e l'Imperadore ne
venne a Capua, ove alloggiato il suo esercito, passò a Napoli e chiese,
ed ottenne da' Napoletani soccorso d'armi e di soldati[334].

Racconta ancora Riccardo, che il Cardinal Pelagio non avendo modo
per sostener l'esercito, si prese tutto il tesoro, ed ogni altro
suppellettile d'argento e d'oro, che era in Monte Cassino, per farne
moneta, ed intendendo fare il medesimo nella chiesa di S. Germano,
gli Ecclesiastici di quel luogo si composero in una certa somma di
danari, perchè il Cardinal Pelagio non si pigliasse il tesoro della lor
chiesa: ed intanto l'Imperadore ritornato da Napoli a Capua, n'andò poi
a Calvi, la qual città prese a forza, e molti soldati del Pontefice
che la difendevano, fece crudelmente morire impiccati per la gola, e
quantunque il Re Giovanni cercasse impedirgli il cammino, passò per
Riardo a S. Maria della Ferrata, ove per tre giorni dimorato, ebbe in
sua balia Vairano, Alife, Venafro e tutto lo Stato de' figliuoli di
Pandolfo, per li cui felici progressi sgomentato il Re Giovanni col
Cardinal Pelagio, per la strada di Venafro se n'andò a Mignano, ed indi
con veloce cammino se n'andò a S. Germano; ma sentendo che l'Imperadore
frettolosamente veniva a quella volta, tosto fu disciolto l'esercito
papale, e passò frettolosamente in Campagna di Roma, e tutti gli altri
Prelati partigiani del Pontefice eran passati col Re Giovanni a Roma.

L'Imperadore intanto entrato col suo esercito nelle Terre della
Badia di Monte Cassino, prese, e diede a sacco a' soldati la villa
di Piedemonte, con dar la sua Rocca a' Signori d'Aquino. Tentò poi di
prender Monte Cassino, ma ne fu ributtato da' difensori; e mentre colà
dimorava, per opra di Taddeo di Sessa Giudice della sua Gran Corte, se
gli rese la città di Sessa. Se gli rese ancora Presenzano, la Rocca
d'Evandro, Isernia, Arpino, e Fontana, con tutte l'altre Terre di S.
Benedetto; alla fine se gli rese anche S. Germano colla sua Rocca. E
volendo dar poi sesto agli altri suoi affari d'Italia, e trattare di
concordarsi col Pontefice, fece chiamare tutti i Potestà e Comuni delle
città di Lombardia, significando loro la sua venuta nel Reame, e le
sue vittorie con una sua lettera scritta da San Germano, che si legge
presso Riccardo, nella quale fra l'altre cose si leggono queste parole:
_Nos de ultramarinis partibus prospere per Dei gratiam redeuntes,
de inimicis nostris, qui Regnum nostrum invaserant foeliciter
triumphavimus, dum audientes nos contra eos in manu valida, et potenti
venturos, non expectatis, aut expertis viribus nostris, in Campaniae
finibus, fugae sibi praesidium elegerunt. Sicque Domino cooperante,
et nos comitante justitia, qui de coelo prospexit, quod ipsi de Regno
nostro, nobis absentibus, per anni dimidium occupaverant, nos brevi
dierum spatio recuperavimus, et revocavimus ad demanium, et dominium
nostrum._

Dopo la qual cosa se gli rese la città di Teano, con patto, che
il suo Vescovo potesse a suo talento o partirsi, o colà rimanere.
Inviò altresì ducento soldati ne' Marsi, con Bertoldo fratello del
Duca di Spoleto, ed ottenne agevolmente tutta quella regione; e dopo
essersi trattenuto sette giorni in S. Germano passò ad Aquino, donde
scrisse sue lettere a tutti i Signori e Principi della Cristianità,
per difendersi dalla sinistra opinione, che di lui s'era conceputa e
divulgata intorno all'accordo fatto col Soldano, dando lor conto degli
affari di Terra Santa, con mostrare ch'eran passati altrimenti di
ciò, che figurati gli avea il Patriarca di Gerusalemme al Pontefice,
chiamandone in testimonio i Vescovi di Vintona, e di Lancastro, i
Maestri dello Spedale e de' Teutonici, e di molti altri Cavalieri
degl'istessi Ordini, ed ancora dei Frati Predicatori, che intervennero
in quell'accordo. Nell'istessa città andarono a ritrovarlo alcuni
Ambasciadori romani, per rallegrarsi seco del suo ritorno, da parte del
Senato e del Popolo, e per trattare d'altri loro affari, i quali dopo
tre giorni a Roma di nuovo se ne ritornarono. E fatto in miglior forma
fortificare S. Germano, si partì d'Aquino, ed andò ad assediar Sora, la
quale per essersi voluta difendere prese a forza ed abbruciò con morte
e ruina de' suoi cittadini.

Intanto Ermanno Saltza, ch'era restato in Roma per trattar la pace
col Pontefice, partito di là, insieme con Giovanni Cardinal di Santa
Sabina, e con Tommaso Cardinal di Capua Legati del Pontefice, andarono
tutti e tre a ritrovar l'Imperadore in Aquino, ove era da Sora
ritornato il quarto giorno di novembre, e dopo aver favellato con lui,
la stessa sera passarono a Monte Cassino, e persuasero al Cardinal
Pelagio, che di colà partisse co' soldati, che vi aveva introdotti
senza ricever noja alcuna. Fu ancora conceduto a' Vescovi il ritornar
senza molestia alcuna alle loro sedi. Restituì ancora Federico tutt'i
luoghi tolti all'Abate di Monte Cassino Adenolfo, commettendone però
la cura al Gran Maestro Ermanno, sinchè si fosse compiuto il trattato
della pace col Pontefice; ed Ermanno dovendo ritornare in Perugia,
ove di nuovo andò col Cardinal Pelagio per accordare alcuni capitoli
della pace, vi sostituì un tal Fra Lionardo Cavalier teutonico insino
al suo ritorno. E Federico passato indi a Capua, ove celebrò la festa
del Natal di Cristo, diede libertà a molti cittadini di Sora, che avea
fatti imprigionare dopo la presa di quella città.

Con tai successi compiuto l'anno di Cristo 1229 nel seguente anno 1230
nel mese di gennajo comandò l'Imperadore al suddetto Fra Lionardo
sustituito Governador della Badia, che da quelle Terre raccogliesse
eletti soldati, e gli ponesse in guardia di Monte Cassino, facendogli
dare il giuramento d'averlo a custodire, e difendere con tutt'i beni,
ed i Frati che vi eran dentro, nè consignarlo ad altri, che al Gran
Maestro Ermanno. E poco da poi l'Arcivescovo di Reggio, il Gran Maestro
de' Teutonici, ed il Cardinal Pelagio, dopo esser più volte andati
e tornati da Roma in Puglia per lo trattato della pace, celebrarono
finalmente un'Assemblea in S. Germano, ove parimente convennero il
Patriarca d'Aquileja, i due suddetti Legati, Giovanni Cardinal di
Santa Sabina e Tommaso Cardinal di Capua, e Eberardo Arcivescovo di
Salsburg, Sifrido Vescovo di Ratisbona, Leopoldo Duca d'Austria e di
Stiria, Bernardo Duca di Moravia, con Fra Lionardo Cavalier Teutonico,
nella quale, dopo varj discorsi, diedero cominciamento alla pace, che
poco da poi, come diremo, si conchiuse fra l'Imperadore ed il Papa. Ed
intanto si diedero all'Imperadore alcune città della Puglia, le quali
nei passati tumulti se gli erano ribellate, come Civitate, Larino,
S. Severo, Casal nuovo e Foggia. Nè si dee dar fede all'Autor della
scrittura intitolata _Itinerario dell'Imperador Federico_, perchè è
piena di favole e di sogni, convincendosi di sfacciata menzogna sin
dal suo incominciamento; poichè Federico dimorò in Terra Santa solo
sei mesi, e non tre anni; non assediò Gerusalemme, perchè il Soldano
glie la diede subito; non fu in Sicilia quando tornò d'oltremare, ma
solo a Brindisi, la qual città non fu mestieri soccorrere, perchè non
era altrimenti cinta d'assedio, nè per tal cagione assoldò Saraceni
nell'isola de' Gerbi, mentre potea averne di vantaggio in Sicilia ed in
Puglia.

Intanto mentre l'Imperadore celebra in Foggia la Pasqua del Signore,
Gregorio nel giovedì santo scomunica Rinaldo Duca di Spoleto, ed il suo
fratello Bertoldo, come assalitori della Marca, ed altri luoghi della
Chiesa.

Dopo tutto questo ritornarono di Roma, ove erano andati dopo
l'Assemblea tenuta in S. Germano, tutti quei Prelati e Signori, che
abbiam nominati nel trattato della pace, e con essi i Cardinali Legati,
per assolvere l'Imperadore della scomunica, i quali commisero al
Maestro de' Teutonici, che significasse all'Imperadore, che venisse
a Capua, ove essi perciò l'averiano atteso con tutt'i Prelati, che
per timor di lui s'eran fuggiti dal Reame; ma avendo poscia avuta
contezza, che egli avea fatto abbattere le mura di Foggia, S. Severo e
Casal nuovo, e che partitosi di Puglia veniva a Capua con intenzione,
che tra gli articoli della pace s'accordasse ancora, che Gaeta e S.
Agata ritornassero sotto il suo dominio, e non già rimanessero in
balia della Chiesa, come pretendea il Pontefice: fecero ritornare
tutti i Prelati regnicoli a Cepparano, ed essi se ne girono coll'Abate
Adinolfo a Capua, nella qual città a' 30 maggio arrivò poscia Federico,
con cui abboccatisi i Cardinali, disconvenendo nell'articolo di
Gaeta e S. Agata passarono a Sessa, ed avendo trattato con quelli di
Gaeta, fecero venire da loro Pietro delle Vigne, e Filippo di Citro
Contestabile di Capua; ma non potendo effettuar la pace, per le nuove
cagioni e difficoltà, che ogni giorno sopravvenivano, fu mestiere,
che l'Arcivescovo di Reggio ed il Maestro de' Teutonici più volte
andassero, e ritornassero da Roma a Cesare; onde alla fine, per l'opera
d'un tal Fra Gualdo dell'Ordine dei Predicatori, essendo il Pontefice
venuto al monastero di Grotta-Ferrata, e l'Imperadore a S. Germano,
per esser più da presso, si conchiuse con comune letizia la pace, e se
ne fecero dimostrazioni d'allegrezza in S. Germano, e ne' circonvicini
luoghi, e per darvi compimento, vennero il nono giorno di luglio i
Cardinali Legati nella maggior chiesa di S. Germano, ove parimente
convennero il Patriarca d'Aquileja, l'Arcivescovo di Salisburg,
il Vescovo di Ratisbona e quel di Reggio, i Duchi di Carintia e di
Moravia, Principi dell'Alemagna; e del nostro Reame v'intervennero
gli Arcivescovi di Palermo, quel di Reggio di Calabria, e quel di
Bari, l'Abate di Monte Cassino, ed altri molti Prelati, ch'eran via
fuggiti in Roma, Rinaldo Duca di Spoleto, Tommaso d'Aquino Conte della
Corra, Errico di Morra Gran Giustiziero con altri Baroni e Ministri
imperiali in gran numero, in presenza de' quali promise l'Imperadore
di soddisfare alla Santa Romana Chiesa in tutte quelle cagioni per le
quali era stato scomunicato, facendolo così giurare da Tommaso Conte
della Cerra, e da tutti quei Prelati e Signori Alemani, i quali fecero
la scrittura colle Capitolazioni dell'accordo, che vien inserita da
Riccardo nella sua Cronaca, la qual contiene i seguenti Capitoli.

I. Che per quel che s'attiene alle città di Gaeta e S. Agata fra
un anno s'abbia da trovar modo da comuni arbitri eliggendi, di dar
compimento a questo articolo; e di trattar la forma, affinchè facciano
ritorno all'ubbidienza dell'Imperadore Gaeta e S. Agata e tutti
i Regnicoli, co' loro beni nel Regno; ed intanto l'Imperadore non
offenderà le città predette, nè gli uomini di quelle; nè permetterà
farle offendere dai suoi.

II. Che l'Imperadore rimetterà ogn'offesa a' Teutonici, Lombardi,
a coloro della Toscana, e generalmente a tutti gli uomini de' Regni
di Sicilia, ed ai Franzesi, i quali hanno aderito alla Chiesa romana
contro di lui, nè permetterà che siano per detta cagione offesi da'
suoi.

III. Il suddetto Imperadore rimetterà tutte le sentenze, costituzioni
e bandi contro di loro promulgati coll'occasione della suddetta guerra.

IV. Promette ancora, che le terre della Chiesa nel Ducato di Spoleto
e nella Marca, ed in altri luoghi del patrimonio della medesima, non
saranno invase, nè devastate per se, o per altri.

Promettendo i suddetti Principi d'Alemagna, essere mallevadori di
quanto ne' suddetti articoli s'era convenuto.

Dopo la qual cosa l'Arcivescovo di Salisburg favellò lungamente del
buon voler dell'Imperadore verso la Chiesa romana, con iscusarlo
dalle passate discordie, a cui rispose con pari eloquenza il Cardinal
di Santa Sabina. E nell'istesso giorno i Cardinali Legati in nome
del Papa fecero giurare all'Imperadore di restituire ciò, ch'egli
avea occupato, o fatto occupare da' suoi Capitani nella Marca, e
nel Ducato di Spoleto, ed in ogni altra parte del patrimonio della
Chiesa, e tutt'i territori e castelli de' monasteri, o Badie, e
particolarmente del monastero di S. Chirico d'Introducco, e tutt'i
beni de' Cavalieri del Tempio e dello Spedale, e di qualsivoglia
altro Barone, e d'altri Nobili del Reame, che fossero stati aderenti
e partigiani del Pontefice, e di rimettere parimente nelle loro sedi
l'Arcivescovo di Taranto, e tutti gli altri Vescovi e Prelati, che
avea scacciati dal Reame. E di vantaggio gli fecero giurare; _Ut de
caetero nullus Clericus in civili, vel in criminali causa conveniatur,
et quod nullas talleas, vel collectas imponat Ecclesiis, Monasteriis,
Clericis, et viris Ecclesiasticis, seu rebus corum; et quod electiones,
postulationes, et confirmationes Ecclesiarum, ac Monasteriorum libere
fiant in Regno secundum statuta Concilii Generalis_[335].

Dopo questo, d'ordine del Papa fu tolto l'interdetto da Frate Gualdo,
con dar libertà di celebrare i divini Ufficj alle Chiese di S. Germano,
ed all'altre Terre della Badia di Monte Cassino, e di tutti gli altri
luoghi, ove dal Cardinal Pelagio era stato posto, escludendo però di
potere esser uditi come scomunicati dal Duca di Spoleto, e da tutti
gli altri, che in sua compagnia avevano guerreggiato nella Marca. E
l'Imperadore, per eseguire il concordato fatto, restituì indi a poco
Trajetto e Suggio col Contado di Fondi a Ruggieri dell'Aquila, ed il
monastero di Monte Cassino, e Rocca Janola all'abate Adinolfo, con
patto sì bene, che detta Rocca dovesse esser custodita da Rinaldo
Belenguino di Sant'Elia insinattanto, che fosse l'Imperadore assoluto
dalle censure. E passato Federico alla Rocca d'Arce, fece restituire
all'Abate Adinulfo da' Signori d'Aquino, a cui commessi gli avea, Ponte
Corvo, Piedemonte, e Castel Nuovo, e di là passò a Cepparano con buon
numero di suoi soldati, e quivi nella cappella di S. Giustina il dì di
S. Agostino nel mese di agosto, fu Federico assoluto dalla scomunica
dal Cardinal di Capua Vescovo Sabinense, e nell'ultimo del detto mese
andò a trovar Gregorio, che in Alagna l'attendea, avendo nello stesso
tempo inviato per lo Reame sue lettere favorevoli per la libertà de'
monasteri e delle Chiese, delle persone Ecclesiastiche, e dei beni di
quelle, ordinando a' Conti, Baroni, Giustizieri, Camerarj e Baglivi
del Regno di Sicilia, che niuno _Monasteriis, Ecclesiis, personis
Ecclesiasticis, aut rebus eorum talleas, vel collectas praesumat
imponere, salvis illis servitiis, ad quae certae Ecclesiae, vel
personae tenentur nobis specialiter obligatae_, come dal suo diploma
trascritto da Riccardo nella sua Cronaca.

Federico attendatosi col suo esercito fuori delle mura d'Alagna, il
primo giorno di settembre vi entrò, accolto, ed incontrato con ogni
onore da' Cardinali, e da tutti gli altri Prelati e famigliari del
Pontefice, dal quale fu invitato a mangiar seco, e per tre continui
giorni dimorarono insieme favellando de' loro importanti affari in
presenza solo del Maestro de' Teutonici. Accommiatato poscia caramente
da Gregorio ritornò a' suoi alloggiamenti, ove dimorando diede a Gio.
di Poli il Contado d'Albi in luogo del Contado di Fondi, che gli avea
tolto, per restituirlo a Ruggieri dell'Aquila; ed allora l'Abate di S.
Vincenzo, ed i Prelati, che si trovavano scomunicati per aver aderito
all'Imperadore, furono a preghiere del medesimo dal Papa assoluti.
Ed intanto i Vescovi di Tiano, d'Alife, di Venafro, e tutti gl'altri
Prelati, ch'erano usciti del Regno, alle proprie sedi ritornarono, e
li Prelati e Principi d'Alemagna ritornarono a' loro paesi. Aggiunge
il Bzovio ne' suoi annali, che alcuni Autori tedeschi scrivono, che
l'Imperadore per pacificarsi col Pontefice gli pagasse per gli danni,
che con la guerra avea patiti, cento e ventimila oncie d'oro. Girolamo
dalla Corte nell'istoria di Verona, dice non essere stati più che
dodicimila ducati; ma Riccardo, che particolarmente scrive questo
fatto, non favella in guisa alcuna di tal pagamento.

Conchiusa dunque in cotal maniera questa pace, l'Imperadore partito
d'Alagna ritornò a S. Germano, e di là per la strada di Capua passò
in Puglia, e nella città di Melfi fermossi, e disbrigato dagli affari
di questa guerra, quietato il Regno, pensò poi nel seguente anno 1231
a ristabilirlo con varj provedimenti, e ad ordinar nuove leggi per la
quiete e tranquillità del medesimo, e per ristorarlo da' passati danni.

(Nell'anno stesso 1230 fu questa pace confermata da' Principi di
Germania, i quali n'entrarono mallevadori; e l'istromento della
garantia è rapportato da Lunig[336]).



CAPITOLO VIII.

_Delle Costituzioni del Regno._


Niuna parte delle nostre patrie leggi è stata per l'ignoranza
dell'istoria da' nostri Professori tanto confusamente trattata, e con
minor diligenza, che quella che concerne la compilazione di queste
nostre Costituzioni. Non è chi non sappia, che l'Imperador Federico
l'avesse a Pietro delle Vigne commessa, e che per suo comandamento
questi la facesse; ma come, ed in qual tempo si pubblicasse, di quali
Costituzioni e di qual Principe; qual uso ed autorità presso di noi
avesse, e come da poi a noi fossero le leggi, che contiene, state
esposte e commentate da' nostri Scrittori, evvi un profondo silenzio.
Molti perciò confusero le Costituzioni, e ciò ch'è d'un Principe,
l'attribuiscono ad un altro, come si è osservato ne' precedenti
libri di quest'Istoria, ove molte leggi di Ruggiero furono, o a' due
Guglielmi, o a Federico attribuite; ed all'incontro molte Costituzioni
di quest'Imperadore, o a' Guglielmi, o al riferito Ruggiero. Molti
altri, non intendendo la lor forza, nè l'uso di que' tempi, stranamente
a noi l'esposero, e fuvvi ancora chi riputasse alcune di esse empie e
sacrileghe.

Federico adunque savissimo Principe, che non meno nell'armi, che nelle
leggi volle imitare i più savj Re della terra, in quest'anno 1231
avendo conchiusa la pace col Pontefice Gregorio, e resi tranquilli
i suoi Reami di Sicilia e di Puglia, rivolse i suoi pensieri alle
leggi, per dar a' Popoli a se soggetti più stabile e fermo riposo.
Non è però, che egli in questo solo anno promulgasse tutte quelle
Costituzioni, che si leggono in questo volume diviso in tre libri.
La compilazione si fece in quest'anno, ma le leggi si stabilirono, e
prima, e da poi, essendosi molte altre Costituzioni aggiunte dopo la
compilazione fatta in quest'anno 1231 ond'è, che quelle portino in
fronte l'inscrizione,_ Nova constitutio_. Egli in questo Codice volle,
che si inserissero le Costituzioni de' Re di Sicilia suoi predecessori,
e tra quelle ne scelse molte di Ruggiero I Re suo avolo: alcune di
Guglielmo I suo zio, e poche di Guglielmo II suo fratel cugino, delle
quali a bastanza fu ragionato ne' precedenti libri. Non volle tener
conto di ciò, che s'avessero fatto Tancredi e Guglielmo III come
quelli, che furon riputati da lui per Re illegittimi ed intrusi, come
si è altre volte notato. Oltre delle Costituzioni di questi Principi
suoi predecessori, volle che s'inserissero le sue promulgate già in
diversi tempi, in varie occasioni, ed in varie città de' suoi Reami
di Sicilia e di Puglia, stabilendo che cassate ed annullate le antiche
leggi e consuetudini, che a tali Costituzioni fossero contrarie, queste
sole s'osservassero, e queste così ne' giudicj, come fuori, avessero
tutt'il vigore ed autorità nel suo Regno di Sicilia, ch'egli chiama
_credità preziosa_[337]. Ed egli è da notare, che per Regno di Sicilia
comprende non meno quello, che propriamente è detto di Sicilia, ma
oltre di quell'isola, anche questo nostro, che ora Regno di Puglia, ora
di Sicilia di qua del Faro, ed ultimamente Regno di Napoli fu detto;
onde siccome di gran lunga andarono errati coloro, che riputarono le
presenti Costituzioni essersi solo ordinate per l'isola di Sicilia,
così anche non merita scusa il _Ramondetta_, che scrisse, queste leggi
non essere state stabilite per coloro di quell'isola, ma solo per
quello di Napoli. Errore così manifesto, che non vi è Costituzione, che
nol convinca per tale.

Molte Costituzioni prima di quest'anno 1231 avea Federico per lo
governo di questi Reami già stabilite[338]; e fin da' primi anni del
suo Regno, dopo il Baliato d'Innocenzio III cominciò in varj Parlamenti
tenuti in Puglia, o in altre città del Regno a stabilirne. Oltre di
quelle fatte in Roma dopo la sua incoronazione per mano d'Onorio, delle
quali si è discorso nel libro precedente, e che non han che far con
le nostre, nell'anno 1220 essendosi dopo la sua incoronazione, da Roma
portato nel nostro Regno e passato a Capua, quivi resse un Parlamento
generale per bene del Regno, e promulgò suoi ordinamenti contenuti in
venti capitoli, come narra Riccardo da S. Germano[339]: _Et se recto
tramite Capuam conferens, et regens ibi Curiam generalem pro bono
Statu Regni suas assisias_ (cioè regolamenti, che nelle Corti generali
per pubblico bene, e comodo de' vassalli solevansi stabilire[340])
_promulgavit, quae sub viginti capitulis continentur_.

Vi è chi scrive, che nel seguente anno 1221 anche in Melfi avendo
ragunata una general Assemblea, avesse promulgate altre sue
Costituzioni; ma non facendone menzione alcuna Riccardo, non ci
assicuriamo di dirlo; coloro, che lo scrissero, furono ingannati
dalla data, che porta questa compilazione, nella quale, nelle vulgate
edizioni, in cambio di notarsi l'anno 1231 si trova con error manifesto
impresso 1221. Ne furono sì bene in quest'anno non in Melfi, ma in
Messina promulgate dell'altre, le quali oggi pur veggiamo inserite
in questo volume, come ce ne rende testimonianza l'istesso Riccardo:
_Imperator per Apuliam, et Calabriam iter habens, feliciter in Siciliam
transfretat, et Messanae regens Curiam generalem, quasdam ibi statuit
assisias observandas contra lusores_ etc., le quali ora pur leggiamo in
questa compilazione nel libro terzo sotto i titoli; _de his qui ludunt
ad dados, etc. de Blasphemantibus Deum, etc._

Nell'anno 1222 narra l'istesso Riccardo, che Federico _sua Statuta per
Regnum dirigit in singulis Civitatibus et Villis_; e nell'anno 1224
molte leggi furono da lui pubblicate intorno allo stabilimento dello
studio generale eretto in Napoli, come altrove abbiam notato; e nella
Costituzione _nihil veterum_[341] si parla della spedizione fatta da
Federico in Lombardia per frenare la ribellione de' Lombardi, e del suo
presto ritorno in Puglia, ciocchè, siccome scrissero Riccardo[342],
ed Errico Sterone[343], amendue Scrittori di quel tempo, avvenne
nell'anno 1226, e così di mano in mano anche dopo il ritorno fatto
da Soria nell'anno 1229 altre ne promulgò in varie occorrenze[344];
e nel principio di quest'istesso anno 1231 nel mese di gennajo
narra Riccardo[345], che mandasse Federico a Stefano di Anglone
suo Giustiziero di Terra di Lavoro suoi ordinamenti riguardanti le
concessioni e privilegi fatti da lui, e da Rinaldo Duca di Spoleti dopo
il suo passaggio in Soria, comandando, che dovessero quelli presentarsi
alla sua imperial Corte fra certo tempo: altrimenti, che d'essi non
dovesse tenersi alcun conto, nè tenessero fermezza alcuna, ciò che pur
lo vediamo inserito in questo Codice sotto il titolo _de privilegiis_
al libro 2.

Nel medesimo tempo proibì a' Baroni, che nelle lor terre e castelli
potessero far nuovi edificj di muri e torri, come narra Riccardo,
ciò che anche leggiamo nel libro terzo sotto il titolo _de novis
Aedificiis_: diede parimente altri provedimenti intorno alle
sovvenzioni, che dovean prestare i Conti, Baroni e Prelati, che
tenevan Feudi, de' quali ci restano ancora i vestigi nei tre libri di
queste Costituzioni. E forti argomenti abbiam di credere, che quella
cotanto famosa e rinomata Costituzione _Inconsutilem_, piena di tanto
rigore ed asprezza contro i _Patareni_ e gli altri Eretici di questi
tempi, nel mese di febbrajo di quest'istesso anno 1231 avesse Federico
promulgata, per accorrere a' mali, che il numero de' medesimi, il qual
tuttavia andava crescendo, potevano apportare a questi Regni. Narra
Riccardo essere in Italia cresciuto tanto il numero de' _Patareni_,
che ne fu anche Roma, sede della religione, contaminata ed infetta,
bisognando per estirpargli usar molto rigore; in guisa che molti,
i quali ostinati non vollero lasciare i loro errori, furono fatti
ardere nelle fiamme, e gli altri più docili, furono mandati a carcere
nel monastero di Monte Cassino, ed a quello della Cava per dovervi
stare insino che abjurassero, e facessero penitenza de' loro falli. E
crebbe il lor numero in guisa che, oltrepassando Roma, cominciarono
anche a contaminare le città di questo nostro Reame, ed in Napoli
particolarmente multiplicavano assai più, tanto che Federico per
estirpargli mandò quivi l'Arcivescovo di Reggio, e Riccardo di
Principato suo Maresciallo, perchè severamente gli punissero, siccome
in fatti molti ne furono trovati e posti in carcere: e questa fu
l'occasione che mosse Federico a punir questi Eretici, ed i loro
recettatori e fautori con pene sì terribili e severe, come appunto
e' dice in quella sua Costituzione[346]: _Et tanto ipsos persequamur
instantius, quanto in evidentiorem iujuriam fidei Christianae, prope
Romanam Ecclesiam, quae caput aliarum Ecclesiarum omnium judicatur,
superstitionis suae scelera latius exercere noscuntur. Adeo quod ab
Italiae finibus, et praesertim a partibus Lombardiae, in quibus pro
certo perpendimus ipsorum nequitiam, amplius abundare, jam usque ad
Regnum nostrum Siciliae, suae perfidiae rivulos derivarunt. Quod
acerbissimum reputantes, statuimus, etc._ Narra ancora Riccardo,
che nel mese di giugno di quest'istesso anno si fossero nuove altre
Costituzioni da Federico stabilite in Melfi: _Constitutiones novae,
quae Augustales dicuntur, apud Melfiam, Augusto mandante, conduntur_.
Siccome nell'istesso tempo fu fatta inquisizione _de campangiis,
falsariis, aleatoribus, tabernariis, homicidis, vitam sumptuosam
ducentibus, prohibita arma portantibus, et de violentiis mulierum_;
e puniti i rei secondo quelle pene, che furono da lui stabilite in
varie sue Costituzioni, che oggi sotto questi titoli leggiamo in questo
Codice.

Da tutte queste Costituzioni sinora da lui stabilite ne' precedenti
anni in varie occasioni, e da quelle dei Re di Sicilia suoi
predecessori fu in quest'anno da Pietro delle Vigne compilato questo
nuovo volume delle nostre Costituzioni, che oggi diciamo _del Regno_;
e terminata tal compilazione, nel mese d'agosto del suddetto anno 1231
nel solenne Concistoro tenuto in Melfi furono, tutte unite insieme,
pubblicate a' Popoli, perchè cassate l'antiche, queste dovessero
osservare. Ecco come Federico ne favella: _Accipite gratanter, o
Populi, Constitutiones istas, tam in judiciis, quam extra judicia
potituri. Quas per Magistrum Petrum de Vineis Capuanum Magnae Curiae
nostrae Judicem, et fidelem nostrum mandavimus compilari_[347].

Che tal pubblicazione si fosse fatta in agosto di quest'anno 1231
ce lo testifica Riccardo nella sua Cronaca a tal mese, ed anno:
_Constitutiones Imperiales Melfiae pubblicantur_. Ed a quel che ne
scrive Riccardo, sono concordi l'edizioni antiche e corretta, che
portano questa data: _Actum in solenni Consistorio Melfiensi, anno
dominicae incarnationis M.CC.XXXI. mense Augusti, indictionis quartae_.
Ed in tal guisa ancora leggevasi nell'antica edizione, della quale si
valse il nostro Matteo d'Afflitto, quando a quelle fece il suo gran
Commento, non ponendosi allora in dubbio, che in quest'anno fossero
state pubblicate, come scrisse quest'Autore[348]: _Ex quo istae
Constitutiones editae fuerunt mandante dicto Imperatore per doctissimum
virum Petrum de Vinea in anno Domini_ 1231. Onde si scorge con
evidenza, che nell'edizioni nuove e vulgate, che oggi vanno attorno, vi
sia errore manifesto, portando altra data, cioè dell'anno 1221.

Egli è da notare ancora, che dopo questa pubblicazione, furono negli
anni seguenti da Federico in varj tempi fatte altre Costituzioni, le
quali da Taddeo di Sessa, da Roffredo Beneventano, ed ultimamente
da Andrea e Bartolommeo di Capua furon sotto i loro dovuti titoli
fatte inserire in questo Codice, ond'è, che si appellino _Novae
Constitutiones_. Così Federico nel mese di febbrajo del seguente anno
1232 fece pubblicar in S. Germano le sue Costituzioni _de Mercatoribus,
Artificibus, Medicis, Alcatoribus, Damnis, Militibus, Notariis_,
etc., come si legge nella Cronaca di Riccardo, ov'è d'avvertire, che
Ferdinando Ughello, il qual nel terzo volume della sua _Italia Sacra_
fece imprimere questa Cronaca, mal fece inserire, dopo queste parole:
_Post mundi machinam providentia Divina firmatam, etc. quest'altre:
Harum aliquot Richardus Author historiae ponit, sed nos remittimus
lectorem ad librum Constitutionum Regni Siciliae_; dalle quali parole
si conosce, che questa fu una postilla fatta da qualche studioso alla
Cronaca di Riccardo; onde non meritava, che si confondesse col testo
della Cronaca. Queste Costituzioni pubblicate a S. Germano le vediamo
ancora inserite nel volume delle nostre Costituzioni, come sotto il
titolo _de Mercatoribus_, sotto il titolo _de Fide Mercatorum_, sotto
il titolo _de Medicis_, sotto il titolo _de Alcatoribus_ ovvero de
_his, qui ludunt ad dados_, ed altre, che si leggono nel libro terzo. E
nel mese d'ottobre del medesimo anno nell'istesso luogo di S. Germano
ne pubblicò altre attenenti all'annona, a' pesi e misure, ed altre
che si leggono nella citata Cronaca, e delle quali ne restano ancora
a noi i vestigj ne' libri delle nostre Costituzioni: _Mense Octobri in
S. Germano hujusmodi sunt Imperiales Assisiae publicatae_. Ed essendo
l'Imperador Federico nel seguente anno 1233 passato in Sicilia, tenendo
nel fine di quest'anno in Siracusa un general Parlamento, stabilì
quella famosa Costituzione: _Ut nulli_, come dice Riccardo, _liceat de
filiis, et filiabus Regni matrimonia cum externis, et adventitiis, vel
qui non sint de Regno, absque ipsius speciali requisitione, mandato,
seu consensu Curiae suae contrahere, videlicet, ut nec aliquae de Regno
nubere alienigenis audeant, nec aliqui alienigenarum filias ducere in
uxores, poena apposita omnium rerum suarum amissione_. Costituzione che
noi leggiamo sotto il titolo _de uxore non ducenda sine permissione
Regis_, dopo quella, che comincia _Honorem nostri diadematis_, nella
quale si leggono quasi le medesime parole di Riccardo, e per essere
promulgata in questo anno dopo la pubblicazione fatta in Melfi,
perciò porta in fronte: _Nova constitutio_. Fu la medesima da Federico
stabilita non senza forte ragione, poichè avendo invitate le femmine
alla successione de' Feudi, perchè queste maritandosi non trasferissero
i Feudi alle famiglie a se ignote, e forse non a se fedeli, volle
perciò, che senza consenso della sua Corte non potessero casarsi;
della qual Costituzione abbastanza fu da noi scritto, quando ci
toccò favellare delle leggi di Ruggiero, riprovando l'error d'Andrea
d'Isernia, che la reputò restrittiva della libertà de' matrimonj. La
quale durata per lungo tempo, fu poi da Carlo II d'Angiò riformata in
questo Regno, ed in Sicilia abolita affatto dal Re Giacomo.

Ci diede ancora Federico altre leggi ne' seguenti anni per render più
tranquilla la quiete di questi suoi Regni; e dopo avere nell'anno 1234
stabilite le _Fiere_ in alcune città delle sue province, delle quali
si parlerà a suo luogo, per quanto noi possiamo raccorre da Riccardo,
insino all'anno 1243 ove termina la sua Cronaca, troviamo essersi da
lui varie altre Costituzioni pubblicate; e nel mese di settembre del
suddetto anno abbiamo, che _in Grossetto quadam edidit Sanctiones, come
dice Riccardo, contra judices, Advocatos, et Notarios, quas per totum
Regnum publicari praecepit, et tenaciter observari, quarum initium tale
est, nihil veterum authoritati detrahitur, etc._ che sono l'ultime sue
Costituzioni, che ancor vediamo inserite nel nostro volume nel libro
primo sotto il titolo _de Officio Magistri Justitiarii, et Judicum
Magnae Curiae_, che perciò porta l'iscrizione di _Nova Constitutio_;
e sotto il titolo _de Advocatis ordinandis_, co' due seguenti. Tutte
queste Costituzioni, come riguardanti a' Regni di Puglia e di Sicilia,
non bisogna confonderle, come altrove fu avvertito, colle _Augustali_
stabilite in Roma, ovvero con quelle pubblicate in Germania, come
in Egra nell'anno 1213, in Francfort nell'anno 1234, in Magonza
nell'anno 1235 ed altrove, delle quali Goldasto[349] ne fece raccolta,
e si leggono ne' suoi volumi, le quali non furono per questi Regni
stabilite, e perciò appresso di noi non ebbero forza, nè vigor alcuno
di legge.


§. I. _Dell'uso ed autorità di queste Costituzioni durante il Regno de'
Svevi; e de' loro Spositori._

Le Costituzioni di questo Principe nel tempo, che furono promulgate,
e mentre durò il Regno nella sua persona, ed in quelli della Casa
di Svevia, furono universalmente riputate savissime, giustissime e
ricolme d'ogni prudenza, nè eccedenti la potestà d'un Principe. Non
parve allora strano d'aver in questo volume fatte inserire quelle
Costituzioni di Ruggiero e di Guglielmo I, delle quali si parlò
ne' precedenti libri. Nè ch'egli ne avesse poi rifatte moltissime
attenenti ai matrimonj, a' beni delle Chiese, proibendo gli acquisti
degli stabili agli Ecclesiastici, come vietò per sua Costituzione, che
leggiamo al libro terzo sotto il titolo _de Rebus stabilibus Ecclesiis
non alienandis_, e cose simili. Ma da poi che per gli impegni de'
romani Pontefici, nemicissimi della Casa di Svevia, il Regno passò a
quella de' Duchi d'Angiò e Conti di Provenza, come diremo, ancorchè
Carlo I comandasse, che fossero osservate nel Regno, ed il medesimo
avesse ordinato Carlo II suo figliuolo[350]; nulladimanco i nostri
Professori, che fiorirono sotto i Re angioini, per accomodarsi a'
tempi, che allora correvano, tutti favorevoli a' romani Pontefici, da'
quali questi Principi riconoscevano il Regno, cominciarono a malmenare
alcune Costituzioni di questo savio Principe, riputandole, in quanto al
lor credere, e secondo quelle massime, che allor correvano, che fossero
contrarie a quelle della Corte romana; e però strane, inique, ingiuste,
offensive dell'ecclesiastica immunità, della libertà de' matrimonj e
cose simili; tanto che la Costituzione _de Rebus stabilibus Ecclesiis
non alienandis_, non trovò chi volesse commentarla, come sacrilega, per
la libertà ecclesiastica, che si credeva, che s'offendesse: e Matteo
d'Afflitto, che brevemente l'espone, si protesta sul bel principio, con
dire: _Haec Constitutio nihil valet, quia Imperator non potuit contra
libertatem Ecclesiae, et personarum Ecclesiasticarum prohibere, quod
non relinquantur res stabiles Ecclesiae inter vivos, vel in ultima
voluntate_; quasi che Federico fosse stato il primo a stabilirla; e
pure egli, come si dichiara in quella, non fece altro, che ristabilire
ciò, che i suoi Predecessori avean fatto, e ciò che a tutti gli altri
Principi fu permesso, e dovrà sempre permettersi ne' loro Reami e
Signorie.

Per questa cagione _Marino di Caramanico_, il più dotto Glossatore
di queste Costituzioni, ancorchè fiorisse sotto Carlo I d'Angiò,
perchè le chiose, che vi fece, le dettò poco da poi, che si fossero
pubblicate, nel Regno de' Svevi[351], perciò fu più moderato di
tutti gli altri. Fiorì egli nel principio del nuovo governo degli
Angioini, e fu sotto Carlo I nell'anno 1269 Giudice presso il
Capitano di Napoli[352]. Le sue chiose sono sobrie e dotte, tanto che
presso i posteri s'acquistò il nome d'approvato glossatore, come lo
qualifica Matteo d'Afflitto[353]. A costui le riferite Costituzioni
di questo Principe non parvero cotanto strane ed esorbitanti, come
agli altri, che successero. Egli non muove dubbio alcuno, se come
promulgate da Federico, che fu deposto dal Regno e dall'Imperio,
dovessero osservarsi, ed aver forza e vigor di legge; egli dice del
sì; ed ancorchè si muova da leggier cagione, cioè perchè Federico
le fece compilare e pubblicare, _antequam Imperio privaretur, et de
Regno_[354]; nientedimeno parla della potestà de' nostri Principi,
sebben non quanto si dovrebbe, almeno il meglio, che comportavano i
suoi tempi, ne' quali bisognava andar a seconda de' Pontefici romani,
da' quali si riconosceva il Regno. In tali o somiglianti termini si
contennero due altri antichi Glossatori, che a Marino successero, i
quali furono _Bartolommeo di Capua e Sebastiano Napodano_, e molto
più fece _Andrea da Barletta_, che fu il primo a glossarle, come si
raccoglie da Andrea d'Isernia[355], siccome quegli, che fiorì nell'età
di Federico istesso loro Autore, e _Francesco Telese_ Avvocato fiscale
nel 1282 che scrisse pure sopra le _Costituzioni del Regno_, e del
quale non si dimenticarono Gesnero, ed il Toppi nelle loro Biblioteche.

Ma ne' tempi susseguenti mettendo più profonde radici le nuove
massime della Corte di Roma, e succeduto _Andrea d'Isernia_, che volle
prendersi la briga di commentarle; costui, come se fosse un capital
nemico di Federico, non tralascia di dannar la memoria di questo
Principe, quando gli vien fatto: biasima molte sue Costituzioni, ed
infra l'altre quella stabilita per li matrimonj de' Baroni da non
contraersi senza licenza del Re, e non si ritien di dire, che quella
portasse _destructionem animae istius Federici prohibentis per obliquum
matrimonia instituta a Deo in Paradiso._

Egli ingrandisce quanto può le pretensioni de' romani Pontefici,
riputando questo Regno come vero Feudo della Chiesa[356], e nudrito
colle massime degli Ecclesiastici empiè i suoi Commentarj d'errori
pregiudizialissimi alle supreme regalie de' nostri Re, veri ed
independenti Monarchi di questo Reame.

Più sobrj furono _Luca di Penna, Pietro di Monteforte, Diomede
Mariconda, Biagio di Marcone, Pietro Arcamone, Giacopo e Niccolò Ruffo,
Sergio Domini Ursonis, Argentino, Pamfilo Mollo, Niccolò Caposcrofa,
Pietro Piccolo di Monforte, Lallo di Toscana, Giovanni Grillo, Cesare
de Perinis_, il _Vescovo Giovanni Crispano_ e _Niccolò Superanzio_, ed
alcuni altri, i quali si contentarono far alcune brevi chiose e piccole
note alle Costituzioni suddette, insin che nel Regno degli Aragonesi
non venisse voglia a _Matteo d'Afflitto_, mentr'era di età già cadente,
ancorchè di vivacissimo spirito, nell'anno 1510 d'intraprendere di
adornarle di più ampj e voluminosi Commentarj, ch'è gran meraviglia,
come in tre soli anni, che vi pose, avesse potuto tirargli a fine.

Erano queste Costituzioni, ancorchè in gran parte rivocate, e molte
andate in disusanza per li nuovi _Capitoli_ fatti da' Re angioini,
ne' tempi degli Aragonesi nella lor fermezza e vigore; e Ferdinando
I d'Aragona con sua particolar Costituzione data in Foggia a' 25
dicembre dell'anno 1472 stabilì doversi quelle osservare nel Regno
suo[357]; perciò Matteo d'Afflitto reputò non dover impiegar invano le
sue fatiche, adornandole d'un più pieno Commentario. Si mosse ancora,
come e' ci testifica, che nel corso di 40 anni e più, da che furono
commentate da Andrea d'Isernia insino a' suoi tempi, erano occorse,
mentr'egli fu prima Giudice della Gran Corte della Vicaria, e poi
Consigliere, nuove altre quistioni non trattate da Andrea.

Ma per vizio del secolo non seppe allontanarsi dai triti e comuni
sentieri, ed empiè i suoi Commentarj di quistioni vane ed inutili,
le quali oggi non hanno il loro uso. Egli fra le altre cose pose in
disputa, se Federico, ancorchè avesse pubblicate queste Costituzioni
prima della sua deposizione, avesse potuto dar loro forza e vigor
di legge, in guisa che da' suoi sudditi dovessero osservarsi,
giacchè era stato già scomunicato da Gregorio IX, e come leggi d'uno
scomunicato non avrebbero dovuto aver vigore alcuno. Queste dispute
sono all'intutto vane, non solo per la ragione, ch'e' rapporta
dell'accettazione de' Popoli, ma perchè Federico quando le pubblicò
nell'anno 1231 era stato già assoluto da Gregorio, ed era in pace colla
Chiesa romana, come si è detto. Ma non bisogna ammettere nemmeno per
vera questa ragione, perchè Federico fu scomunicato la seconda volta
da Gregorio nell'anno 1239, e sebbene il volume delle sue Costituzioni
si trovava già sin dall'anno 1231 pubblicato; nulladimanco, come si è
di sopra narrato, egli dopo il suddetto anno 1239 ne pubblicò alcune
altre, come nell'anno 1243 e negl'anni seguenti, le quali furono
inserite in detto volume, nel tempo che si trovava già scomunicato da
Gregorio questa seconda volta. Quindi è che i più sensati riputan esser
improprio, ed affatto lontano, ed estraneo il vedere, se il Principe
quando stabilisce le sue leggi si trovi scomunicato, perchè avessero
vigore o no; e tralasciando il considerare, di qual sussistenza fossero
state le censure scagliate da Gregorio IX a Federico; le scomuniche non
han niente, che fare colla potestà, che tengono i Principi in istabilir
le leggi, ch'è una delle loro supreme regalie inseparabilmente
attaccata, ed annessa alla lor Corona, che non può torsi dalla
scomunica, la quale non ha altra forza ed effetto, quando che sia
legittimamente fulminata, che separare il Fedele dalla Comunione
della Chiesa, rendendolo incapace de' Sacramenti, de' suffragi, delle
orazioni, e di tutto ciò ch'ella può dare a' suoi Fedeli, non già di
disumanar gli uomini, e torgli dalla società civile, e molto meno i
Principi da' loro Reami, e di tutto ciò che riguarda la promulgazion
delle leggi e l'amministrazione, ed il loro governo, come si ponderò
altrove nel corso di quest'Istoria.

Ed i nostri Dottori, che trattano ancora della deposizione di
Federico fatta da Innocenzio IV nel Concilio di Lione, con dire,
che se queste Costituzioni si fossero da lui stabilite dopo questa
sua deposizione, che seguì nell'anno 1246 non avrebbero avuto forza
nè vigore alcuno, sono degni di scusa; poichè allora passava per
indubitato, che potessero i Pontefici romani deponere gl'Imperadori,
ed i Re dall'Imperio, e da' Regni loro, con assolvere i vassalli dal
giuramento, secondo le massime, che allora aveano ingombrate le menti
degli uomini; ma ora abbastanza da valenti Teologi e Giureconsulti si è
posto in chiaro, che nè il Papa, nè la Chiesa istessa ha questa potestà
di deporre i Principi da' loro Regni, e molto meno gli Imperadori
dall'Imperio, ed assolvere i vassalli dal giuramento prestato, non
essendo ciò della potestà della Chiesa, la quale è sola ristretta nelle
cose spirituali, e di privare i Fedeli di quello, ch'ella può dare, non
già degl'Imperj e de' Reami, i quali i Principi riconoscono non dalla
Chiesa, nè dal Papa, ma da Iddio, unico e solo lor Signore; ciò che
ben a lungo infra gli altri, fu dimostrato da quell'insigne Teologo di
Parigi Dupino[358], e più innanzi da noi se ne discorrerà, quando della
deposizione di Federico ci toccherà favellare.

Dopo questi Commentarj di Matteo d'Afflitto, così ampj e voluminosi
sopra le Costituzioni, gli altri nostri Professori, che a lui
succedettero, si contentarono d'impiegare i loro talenti intorno alle
medesime, con far solamente alcune piccole note ed alcune addizioni al
Commento d'Andrea d'Isernia, come fecero il Consigliero _Giacopo-Anello
de Bottis, Giovanni Angelo Pisanello, Fabio Giordano, Bartolommeo
Marziale, Marco Antonio Pulverino_, ed alcuni altri. Ed essendo da
poi agli Aragonesi succeduti gli Austriaci, li quali con nuove leggi
e prammatiche, variarono in gran parte le Costituzioni suddette; si
fece sì che i nostri Professori impiegassero altrove le loro fatiche,
come si dirà a suo luogo; nè si attese più allo studio delle medesime,
e restano così, come le lasciarono Matteo d'Afflitto, e quegli altri
pochi, che a lui successero; ed oggi in quelle cose, che non sono state
rivocate, o che per lungo disuso non si trovano antiquate, hanno presso
di noi tutto il vigore, e tutta la forza di legge, a differenza delle
longobarde, l'autorità delle quali è presso noi affatto estinta ed
andata in dimenticanza.


  FINE DEL LIBRO DECIMOSESTO.



STORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI

LIBRO DECIMOSETTIMO


La pace poc'anzi conchiusa col Pontefice Gregorio, siccome si previde,
fu non guari da poi per nuove cagioni rotta e violata; e pochi anni
appresso di bel nuovo si venne ad una più fiera ed ostinata guerra,
che lungamente afflisse Italia, de' cui perniziosi effetti furono
anche tocche queste nostre province, ancorchè non l'avessero veduta
ardere nelle proprie regioni. Federico, se bene si fosse pacificato
con Gregorio, vivea però con continui sospetti, che non gli movesse
nuova guerra nel nostro Reame; ed a tal fine in quest'anno 1232 fece
egli fortificare, e munire tutti i castelli a' confini di Campagna;
e nell'entrar del nuovo anno 1233 fece con maggior numero di Saraceni
munire e fortificar Lucera in Puglia, ed all'incontro fece abbattere
le mura di Troja, città, che ne' passati tumulti s'era mostrata quanto
amica del Pontefice, altrettanto poco a lui fedele[359]. Fece ancora
fortificar i castelli di Trani, di Bari, di Napoli e di Brindisi;
e nel seguente anno fece ampliar in Napoli il castel Capuano; ed
in Capua mandò Niccolò Cicala a presedere alla nuova fabbrica del
castello di quella città, ch'egli di sua mano avea designato farsi
sopra il monte. Ed avendo ripressa la fellonia di Bertoldo fratello
del Duca di Spoleto, con intendimento del quale s'era contro di lui
afforzato in Introducco, discacciò ambedue dal Regno, e furon mandati
in Alemagna. Riebbe ancora la città di Gaeta; la qual prestò così a
lui, come a Corrado suo figliuolo, giuramento di fedeltà; ed avendovi
mandato Ettore di Montefuscolo Giustiziero di Terra di Lavoro, questi
per ordine di Federico vi istituì la dogana, e privò quella città
del Consolato, che insino allora vi s'era mantenuto, e togliendole
la potestà di crear i Consoli, vi mise egli gli Ufficiali, che la
governassero in suo nome, e di trenta torri la fortificò.

Ma non perchè avesse egli con tanta previdenza munito il Regno,
era fuor di timore che il Pontefice per altre vie non avesse potuto
frastornare i disegni ch'e' nudriva di sottoporre alla sua ubbidienza
Milano, e l'altre città Guelfe d'Italia a se ribellanti. Egli per lunga
esperienza erasi accorto che tutt'i disegni de' romani Pontefici erano
di tener divise queste città, e fomentar le fazioni Guelfe contro le
Ghibelline, acciocchè agl'Imperadori, sottoponendosi tutta l'Italia,
non loro venisse voglia sottoporsi ancora Roma, e lo Stato della
Chiesa, sottratto dall'Imperio di Occidente. Ed ancorchè Gregorio in
queste prime mosse di Federico contro le città rubelle di Lombardia,
proccurasse per mezzo de' suoi Legati porle in concordia, e più volte
si fosse affaticato mostrando zelo di pace, di quietarle; nulladimanco
tutti questi maneggi non ebbero niun buon effetto; poichè il Papa nelle
condizioni d'accordo tirava a vantaggiar sempre quelle, che potevan
giovare alle città nemiche della casa di Svevia, onde non si potè mai
conchiuder niente. Faceva di ciò gravissime querele Federico, che a
ragione si doleva di lui, il quale mal corrispondea a ciò, ch'egli
avea per lui operato, di rendergli benevoli i Romani, i quali più
volte avendo tumultuato in Roma contro di lui, ed avendolo costretto
ad uscire con poco suo onore da quella città, egli non solo avea
proccurata la pace tra i Romani, e que' di Viterbo, ma avea ancora
ridotti i Romani alla sua ubbidienza, e fattolo ricevere in Roma con
tanti segni di stima e d'ossequio con tutti i Cardinali.



CAPITOLO I.

_ERRICO Re di Alemagna si ribella contro l'Imperadore FEDERICO suo
padre: vinto, s'umilia; e FEDERICO move guerra a' Lombardi in Italia,
al che s'oppone Papa GREGORIO, da chi finalmente ne fu di nuovo
scomunicato._


Per queste procedure di Gregorio, pur troppo inclinate a favorir
le città nemiche di Federico, diede egli sospetto, che essendosi in
quest'anno 1234 rubellato Errico contro l'Imperador suo padre, fosse
ciò proceduto per opera del Pontefice, e Berardino Corio seguitato
da' moderni Scrittori lo narra come cosa indubitata, dicendo ch'Errico
primogenito di Federico e di Costanza d'Aragona, che ancor fanciullo
era stato per opera del padre creato Re de' Romani, e poi casato con
Agnesa d'Austria figliuola del Duca Leopoldo; per opera di Gregorio si
collegasse co' Milanesi, e con l'altre città della Lega di Lombardia
contro suo padre, e che gli avesser promesso i Milanesi, giunto ch'e'
fosse in Italia, di farlo coronare colla Corona di ferro.

Il Sigonio in altra guisa narra il fatto, e dice che la ribellione
d'Errico non cominciasse in Italia, ma in Alemagna (nel che va
d'accordo con Riccardo da S. Germano[360]) ove con alcuni Baroni
congiurò contro l'Imperadore, e trasse dalla sua parte, tra per amore
e per forza, molte città di quelle regioni, onde i Milanesi, e l'altre
città collegate della Lombardia, volendo valersi di sì buona occasione,
mandarono ad offerirgli la Corona di ferro, che avean negata al padre,
e grosso ajuto di soldati e d'armi, se fosse venuto in persona a
guerreggiar in Italia.

Il Campo nell'Istoria di Cremona aggiunge, che vennero in Italia il
Maresciallo Anselmo Isticense, e Valcherio Tanvembro Arcidiacono
d'Erbipoli per ricevere in nome d'Errico, come Re de' Romani,
il giuramento di fedeltà; e che giunti in Milano a' 19 dicembre,
convocarono un'Assemblea, ove convennero i Milanesi, il Marchese
di Monferrato, e Bresciani, Bolognesi, Lodegiani, e Novaresi, e
congiurarono tutti contro Federico, e contro Cremona, Padova, e l'altre
città sue partigiane, lasciando da parte solamente di far dare il
giuramento ad Errico Re de' Romani, e conchiusero, che sarebbero stati
fedelissimi a lui. Ma nè il _Sigonio_, nè il _Campo_ adducono cagion
alcuna di tal discordia tra Errico e l'Imperadore; ed essendo tutti
questi Autori moderni, bisogna rinvenir la certezza di cotal fatto
in più antico Scrittore. Riccardo da S. Germano, accennando solamente
tal sedizione d'Errico, non rapporta nemmeno egli le cagioni, le quali
però si leggono nella Cronaca del Monastero di S. Giustina di Padova
fatta da un Frate di quel monastero, che visse a tempo di Federico, e
scrisse con molto avvedimento le sue gesta, e gli avvenimenti d'Italia
insino all'anno di Cristo 1270, la qual Cronaca si conserva nel detto
monastero, e si vede impressa nel volume dell'Istorie dette _Rerum
Germanicarum_. Narrasi in questa Cronaca, che la cagione, la qual mosse
Errico a far tal rivoltura contro il padre, fu follia, e disdegno per
invidia, che Federico amava Corrado suo secondo figliuolo partoritogli
di Jole, più che lui, e con effetto negli scritti di Riccardo, ed in
altri Autori di que' tempi si scorge, che Federico amasse teneramente
Corrado, e facesse più stima di lui, che di tutti gli altri suoi
figliuoli[361].

Federico intanto, essendo entrato il nuovo anno 1235, avuta contezza
della ribellion del figliuolo, e come tentava di movergli guerra
in Italia, s'inviò verso Alemagna, e giunto a' confini di quella
fu incontrato da alcuni Signori tedeschi, e ragunato un competente
esercito, ebbe grave guerra col figliuolo, il quale era da molti
Baroni e città seguito; ma abbandonato poscia da quelli, e quasi che
solo rimasto, gitone agli alloggiamenti del padre, piangendo a' piedi
di lui si gittò, chiedendogli mercede. Federico lo ricevè, ma fatto
accorto per gli passati successi del suo feroce ingegno, il condusse
seco prigione in Vormazia[362], ove, o che con effetto tentasse ciò
fare, o oppostogli, che avesse voluto avvelenar Federico, fu in più
stretta prigione dal padre sostenuto, dandolo prima in custodia al
Duca di Baviera, e poscia, volendo affatto torlo da que' paesi, al
Marchese Lancia di Lombardia, che con Margherita sua moglie, e co'
suoi figliuoli d'ordine di lui il condusse in Puglia, e nella Rocca di
S. Felice il racchiuse[363], la cui disavventurata morte a suo luogo
racconteremo.

Dopo la qual cosa l'Imperadore prese per moglie Isabella figliuola del
Re d'Inghilterra, colla quale, condottala in Vormazia, a' 13 agosto
magnificamente si sposò: ciò che avvenne sett'anni appunto dopo la
morte di Jole. Ben è vero, che Giovanni Cuspiniano, Autor tedesco
di molta stima, nel suo libro _de Caesaribus, atque Imperatoribus
Romanorum_, dice che Federico ebbe sei mogli legittime, riponendo fra
Jole, e questa Isabella, Agnesa figliuola d'Ottone Duca di Moravia, la
quale da lui ripudiatasi maritò con Udalrico Duca di Carintia; _Rutina_
figliuola d'Ottone Conte di Wolhertzhausen in Baviera; ed _Isabella_
figliuola di Lodovico Duca di Baviera; e di niuna di queste tre, dice,
aver generato figliuoli.

Ma che si fosse di ciò, fece imporre Federico, dopo questo suo
matrimonio, una general colletta nel Reame, e fatto creare, e coronare
in Colonia Re de' Romani Corrado suo secondogenito in luogo del
deposto Errico, e lasciato in Alemagna l'Imperadrice, calò col Re
Corrado in Italia, ed andatone a Rieti dove era il Pontefice, volle
Federico, ch'il figliuolo alla sua presenza giurasse al Papa d'esser
sempre fedele ed ubbidiente a Santa Chiesa; e premendo col Pontefice,
che l'ajutasse contro i Lombardi suoi fieri nemici, contro i quali
era disposto a mover guerra; Gregorio, che non gli volea domati, lo
dissuadea, dandogli grandissime speranze, che l'avrebbe egli accordati,
e postigli sotto la sua ubbidienza; ed essendo già scorsi otto anni
della tregua, che Federico avea conchiusa col Soldano per dieci
anni, Gregorio, che voleva rinovar questa guerra, e con ciò distornar
Federico da quella contro i Lombardi, rinovò gli ordini, comandando,
che ciascuno dovesse prender la croce per così santa impresa di là a
due anni, con significarlo per sue lettere particolari de' 9 settembre
a tutt'i Principi e città del Cristianesimo. Ma Federico bramoso di
guerreggiare in tutti i modi in Lombardia, appena giunto nel Reame,
ritornò di nuovo in Alemagna all'esercito per tosto ricondursi in
Lombardia, come scrive il Sigonio. Riccardo di S. Germano senza
far menzione di cotal andata dell'Imperadore a Rieti, dice, che in
quest'anno 1236 Federico lasciato il figliuolo e la moglie in Alemagna,
con convenevole esercito, valicate l'Alpi, venisse a Verona, il che
parimente fu vero; ma Riccardo scrivendo con particolar diligenza gli
avvenimenti di Federico nel Reame, va solo accennando gli stranieri;
onde per questi, è mestieri seguire il Sigonio[364], il quale raccolse
cotai notizie da più altri antichi Scrittori, e particolarmente da
Pietro Girardo padovano, Autor di veduta nella vita di Ezelino.

Narra adunque il Sigonio, che Federico, oltremodo sdegnato per la
pertinace ribellione fatta contro di lui dalla maggior parte d'Italia,
scrisse sin da Alemagna al Pontefice, non poter più sostenere
l'ingiurie continuamente fattegli da' Lombardi; onde il pregava,
che o avesse proccurato comporre tai rumori con fargli pacificare
onorevolmente coll'Imperio, o che gli avesse prestato ajuto contro
di loro, e particolarmente contro i Milanesi autori di tutt'i mali,
e favoreggiatori degli Eretici, e dell'altre persone di mal affare,
essendo ben giusto, che egli lo corrispondesse di quello, che avea
più volte fatto a favor della Chiesa contro i Romani e i Viterbiesi,
e gli altri suoi ribelli, i quali per sua opera eransi ridotti alla
sua ubbidienza. Ma Gregorio, che avea fini all'intutto contrarj a
quei di Federico, ricevuta la lettera, rispose al medesimo, che non
dovea pensare di guerreggiare in Italia, ma più tosto disporsi alla
guerra di Terra Santa, e non frastornare con ciò il passaggio, che
allora ardentemente si preparava di fare da' Lombardi in Soria; e che
notificasse a lui le querele, che contro i Lombardi avea, perciocchè
gli avrebbe fatta compiuta giustizia; e lo stesso gli significò di là
a poco per Giacomo Pecorari di Pavia Cardinal di Preneste. Federico
sdegnato di questa risposta, e conoscendo più apertamente i disegni
del Papa, gl'inviò una forte lettera rapportata dal Sigonio[365],
che comincia, _Italia haereditas est mea, etc._, e non facendo conto
delle parole del Papa, scrisse ancora il medesimo ad un altro Principe
suo amico, aggiungendo voler nell'està vegnente passar in Italia, e
tenere nel giorno di San Giacomo general Corte in Parma, e rendere
il compenso a ciascuno delle passate ingiurie. Nè fur diverse l'opere
dalle parole; perciocchè nel proposto tempo con potentissimo esercito
di Tedeschi, Regnicoli, Siciliani, e Saraceni di Puglia, che avea
assembrato in Alemagna, venne in Augusta, ove fu incontrato da Ezelino,
che maggiormente l'accese a far guerra; e valicate le Alpi, il cui
passo tentarono invano impedirgli i Milanesi, giunse a Trento, e di
là a Verona[366]. Indi passò nel Mantovano, e quivi congiuntisi seco
i Cremonesi, Modanesi, ed altri Popoli a lui fedeli, venne a' confini
de' Bresciani, e dopo avergli posto a sacco ed a fuoco ne andò a
Cremona nel mese d'agosto, e di là a Parma, ove ragunò l'Assemblea di
tutti i Principi e città amiche, e veggendo che i suoi nemici voleano
fermamente persistere nella Lega, si conchiuse nel Parlamento, che far
loro si dovesse aspra guerra. Fu presa Vicenza, e data a sacco ed alle
fiamme, con morte e ruina di buona parte de' Vicentini suoi nemici:
devastati poscia i campi di Padova, assediò Trivigi, ma non potè allora
conquistarla, perciocchè fu da Pietro Tiepolo suo Podestà valorosamente
difesa, e Salinguerra Signor di Ferrara cognato di Ezelino, lasciata
la parte de' Lombardi, co' quali era in lega, passò all'ubbidienza di
Cesare.

In questo vennegli avviso, che in Alemagna s'era contro di lui
ribellato Federico detto il Bellicoso, Duca d'Austria, onde temendo
non potesse ciò recargli alcun grave danno, lasciato a' suoi Capitani
convenevole esercito in Italia, tornò prestamente in Alemagna, ove
secondo che scrive Giovanni Cuspiniano nella sua Austria, dopo breve
guerra, tolse al Duca Vienna, e tutti gli altri più importanti luoghi
del suo Stato, con l'ajuto d'Ottone Duca di Baviera, del Vescovo di
Bamberga, e di molti altri Prelati e Baroni tedeschi; ed il figliuol
Corrado navigando all'ingiù per lo Danubio con nobilissima compagnia
venne a ritrovar il padre, e seco tre mesi in Vienna dimorò; e
veggendo, che al Duca ribello non rimanevano, che alcuni pochi luoghi
del suo dominio, creò Vienna città imperiale, e le diede per insegna
l'aquila d'oro coronata in campo negro, la qual fin oggi ancor usa.
Celebrò poi una general Corte in Ratisbona; ed il Duca Federico dopo
varj avvenimenti, avendo ricovrato in processo di tempo il suo Stato,
venne con ducento ben armati Cavalieri a Verona, e gittatosi a piè
dell'Imperadore, fu da lui non solo caramente accolto, perdonandogli
i commessi falli, ma anche di nuove dignità e prerogative ornato, come
nel privilegio rapportato da Cuspiniano si vede.

Ezelino intanto co' Capitani di Federico prese Pavia e Trivigi con
altri luoghi di Lombardia e della Marca, usando orribilmente in tutti
que' luoghi crudelissime stragi contro i nemici di Cesare, scacciando
ancora dalle lor Chiese Giordano Prior di S. Benedetto, ed Arnaldo
Abate di Santa Giustina.

Questi progressi dell'armi di Federico dispiacquero grandemente
al Pontefice, il qual vedendo ogni giorno debilitarsi le forze de'
Collegati, ed all'incontro elevato l'Imperadore in maggiore alterigia
per la vittoria, che avea riportata del Duca d'Austria, pensò rattener
il corso di tante vittorie con frappor trattati d'accordo; ed in fatti
mandò a Federico il Protonotario Gregorio da Montelongo, perchè gli
significasse, che se avea cara la pace della Chiesa, e la sua grazia,
ricevesse sotto la sua fede i Lombardi, con le stesse condizioni,
con le quali l'avolo suo Federico nella pace fatta a Costanza, ed il
padre Errico ricevuti gli aveano, e che a sua richiesta dovesse lor
cortesemente rimettere alcuna delle ragioni che vi avea. Ma Federico
pien di cruccio, veggendo, che quando dal Pontefice dovea aspettar più
tosto ajuto contro i Milanesi nel suo ritorno in Italia, ora usasse
intercessione a lor beneficio, non ostante d'esser quelli nemici, non
pur suoi, ma della Chiesa istessa, come macchiati la maggior parte
di varie eresie, non volle sentire gli progetti fattigli dal suo
Messo; onde Gregorio composti, come potè meglio i rumori e tumulti
contro di lui eccitati in Roma per opera di Pietro Frangipane, per
potere con maggior forza attendere alla difesa di Lombardia, assai
più chiaramente si scoverse nemico di Federico: ed ancorchè un'altra
volta si ripigliassero questi trattati, e per parte dell'Imperadore si
trattassero per mezzo del Gran Maestro de' Teutonici, e Pietro delle
Vigne; e per quella del Pontefice, per mezzo del Cardinal Rinaldo de'
Conti nipote di Gregorio, e del Cardinal Tommaso di Capua destinati dal
Papa Legati per trattar questa pace fra l'Imperadore ed i Lombardi: fu
però ogni trattato vano, perciocchè gli animi d'amendue le parti erano
così pieni di baldanza e d'orgoglio, che non solo nulla si conchiuse,
ma anco di là a poco si cominciò fra di loro quella rinomata e crudel
guerra, nella quale succedette la famosa battaglia di Cortenuova con
total ruina de' Milanesi, e dell'altre città collegate, descritta da
molti Autori[367], e perciò da noi volentier tralasciata, della quale
Federico avendo riportata piena vittoria si gloriò, e più d'ogni altro,
d'avervi fatto prigione Pietro Tiepolo figliuolo di Giacomo Doge di
Venezia suo crudel nemico, ch'era Podestà e Governadore di Milano; ed
in Cremona, a guisa degli antichi Romani volle entrar in trionfo, e nel
_Carroccio_, che prese a' Milanesi, ove in que' tempi stava riposta la
gloria della vittoria[368], fece legar ad un legno il Podestà Tiepolo
con un laccio alla gola, che poco da poi fece impiccare.

Questa vittoria, siccome recò a Federico grandissima riputazione, così
diede a tutta la Lombardia tale spavento, che da Milano e Bologna in
fuori, tutte le altre città di quella al suo dominio si sottoposero,
sgomentandosi ancora gli scolari dello Studio di Bologna, i quali
contro l'ordine dell'Imperadore, che d'indi partir dovessero ed andare
a Napoli, pur vi dimorarono, per trovarsi in cattivo stato ridotto lo
Studio di quella città a cagion delle continue guerre.

Mentre l'Imperadore era in Lodi, venne a lui di Napoli nobile
Ambasciaria a pregarlo in nome sì del Comune, come de' Maestri
e Scolari, che dovesse far con effetto riformare e riporre detto
Studio in quel lodevole stato, che conveniva; a' quali Ambasciadori
lietamente di ciò, che gli chiesero compiacque, e comandò di nuovo a'
suoi Ministri, che il tutto ordinassero, vietando sì bene il poter ivi
venire i Milanesi, Bresciani, Piacentini, Alessandrini, Bolognesi e
Trivigiani, rubelli suoi e dell'Imperio, e che dalla Toscana, dalla
Marca, dal Ducato di Spoleti e da Campagna di Roma quelli solo vi
potessero andare, che erano stati seguaci e partigiani d'Enzio Re di
Sardegna suo figliuolo da lui creato General Vicario in Italia, come
si scorge da alcune scritture del registro di Federico, ch'è l'unico
di detto Imperadore, che si conserva nel reale Archivio; poichè fra le
poche memorie, che de' Principi svevi si ritrovano nei reali Archivi di
questa città per essere stati da' vincitori franzesi a tempo di Carlo
I tolte vie e mandate a male, vi è solamente rimaso un intero Registro
di Federico dell'anno di Cristo 1239 in cui si favella delle lodi della
nostra città e delle franchigie degli scolari, e de' modi particolari,
come esso Studio s'avea da governare.

Comandò ancora la stessa riforma dello Studio per una sua particolar
lettera al Capitano del Regno di Sicilia, rapportata da Pietro delle
Vigne[369]; ed avendo parimente ordinato, che si dismettessero nel
Reame ed in Sicilia ogni altro Studio pubblico, scrive poi per altre
sue lettere al Giustiziero di Terra di Lavoro, che non dia per cotal
ordine molestia alcuna a' Maestri, che leggeran grammatica, i quali
come bisognevoli a' primi ammaestramenti de' fanciulli, non volea, che
in esso ordine fossero compresi.

Nel medesimo tempo per aver dimostrato Ezelino nella battaglia di
_Cortenova_ e nell'altre guerre avvenute in Italia sommo valore e fede,
seguitando le parti dell'Imperadore, Federico per essergli grato, il
volle per suo genero e gli diede per moglie una sua figliuola bastarda
nomata Selvaggia.

Federico ancorchè vittorioso, ed a cui quasi tutta l'Italia erasi resa
ubbidiente, meditava però soggiogarla all'intutto e conquistar Milano,
Piacenza, Bologna, Faenza, ed alcune altre città, che ancor duravano
nella ribellione; onde partito da Italia ritornò di nuovo in Alemagna
per ragunare colà di nuovo grosso esercito e ritornare nella seguente
Primavera in Italia.

Il Pontefice Gregorio amaramente soffriva questi disegni di Federico,
e temea non la sua potenza in Italia ponesse anche lo Stato della
Chiesa in sconvolgimento; onde pensò, non avendo a chi ricorrere
in Italia, d'implorare l'aiuto de' Principi stranieri: inviò perciò
suoi Ambasciadori a Giacomo Re d'Aragona, detto il _Conquistatore_,
Principe sopra ogn'altro di grandissima stima in questi tempi per
le magnifiche e valorose imprese da lui fatte in discacciando i Mori
da molti Regni di Spagna, acciocchè il richiedessero in nome di lui
e delle città collegate sopraddette, che venisse a guerreggiare con
Federico, che l'avrebbero creato Signore di Lombardia, con pagargli
tutte quelle rendite e fargli tutti quegli onori che si solevano
fare agl'Imperadori. Dimorava allora il Re Giacomo all'assedio di
Valenza tenuta da' Mori e sdegnato con Federico per la prigionia del
suo figliuolo Errico, il quale per cagion della madre Costanza gli
era fratello consobrino concorse nel voler del Pontefice e promise di
venire in suo soccorso con dumila cavalli e con altre condizioni, le
quali vengono rapportate da Girolamo Zurita; ma poscia, qual che se ne
fosse la cagione, il Re Giacomo non venne mai in Italia, ma sì bene
da poi ci venne il Re Pietro suo figliuolo, benchè contro la volontà
de' seguenti Pontefici e con le ragioni della Casa di Svevia che la
sua moglie Costanza gli avea recate, dal quale, secondo che appresso
diremo, fu la Sicilia valorosamente signoreggiata.

Federico intanto, assoldata gross'armata in Alemagna, commise al
figliuol Corrado che a Verona con essa il seguitasse; ed egli passato
innanzi soggiogò senz'alcun contrasto Vercelli, Torino e tutte
l'altre città e luoghi circostanti; e nel seguente mese di luglio,
passate l'Alpi, venne il Re Corrado con molti Prelati, e Signori
tedeschi e numeroso esercito a Verona, dove il padre l'attendea e di
là passò a Cremona, ed indi a Padova, ove tenne una general Corte. I
Milanesi spaventati per tant'apparati, per vedersi rimasti con poca
compagnia, pregarono il Pontefice, che per loro s'adoperasse appresso
l'Imperadore: inviarono Ambasciadori a chiedergli umilmente la pace,
con offerirgli diecimila soldati, per mandargli in soccorso di Terra
Santa, purchè egli avesse conservata la città in quella libertà,
nella quale allor vivea. Della cui proposta facendosi beffe Federico
allor rispose, che egli gli avrebbe ricevuti, purchè senza alcun patto
essi e la lor città se gli rendessero a suo arbitrio e volontà; ma i
Milanesi temendo della ferocia di Federico, risolvettero morir meglio
sotto l'armi in campo combattendo da valorosi soldati, che o bruciati,
o di fame in prigione, o impiccati per la gola; onde ostinati alla
difesa rinforzarono le mura ed i fossi della città, e la munirono di
soldati e di armi, collegandosi con chiunque poterono. Ma Federico,
compiuta ch'ebbe l'Assemblea, divise in due parti l'esercito, e con
una assediò Brescia e l'altra inviò sopra Alessandria, ed amendue con
continui assalti travagliando distrusse e rovinò il lor territorio; e
mancandogli denaro per sostenere sì crudel guerra per mezzo di suoi
Ministri imponeva taglie e dazj sopra i beni delle Chiese e degli
Ecclesiastici, di che isdegnato Gregorio, mentre l'Imperadore dimorava
in quest'assedio gli significò, che lasciasse stare in pace le ragioni
della Chiesa: onde Federico stimò per racchetarlo e per difendersi da
tali accuse, mandare in Alagna, ove allor dimorava, l'Arcivescovo di
Palermo, il Vescovo di Reggio, Taddeo da Sessa e Ruggiero Porcaprello
suoi Ambasciadori: i quali favellando col Pontefice il ritrovarono
oltremodo crucciato; onde rimandarono in Lombardia l'Arcivescovo di
Palermo a significare a Federico quel che bramava Gregorio, il quale,
non ostante tante rivolture in Italia, che obbligavano Federico a
non partirsi da quella, non tralasciava però di promuovere in questi
tempi l'espedizione di Terra Santa, con invitare al passaggio molti
Principi; e Federico al contrario intento alle cose d'Italia, non
volea intricarsi in tale impresa; anzi compiuto il tempo della tregua
col Soldano, la rinnovò per altri dieci anni, ed ordinò a Rinaldo di
Baviera suo Vicario in quel Regno, che in guisa alcuna non movesse
l'armi contro i Saraceni. Nè per questo si rimase Gregorio, poichè
mandò molti Frati in diverse province della Cristianità ad esortare
i Popoli a prender la Croce per passare in Soria, laonde s'assembrò
grosso numero di Fedeli così d'Alemagna, come d'Italia e di Francia; ma
quest'espedizione fu molto infelice, poichè, ancorchè Federico l'avesse
dato libero il passaggio per lo suo Reame, non essendovi armata di
mare, nè navi sufficienti per così gran numero di persone, la maggior
parte dell'esercito s'avviò per terra, ove di disagi quasi tutti
perirono.

Nel medesimo tempo sopravvenne una nuova cagione di disturbo tra
il Pontefice e Federico: Enzio suo figliuol bastardo, secondo che
racconta Riccardo da S. Germano, si casò in Sardegna, per cagione
del qual maritaggio occupò poi il Giudicato di Torre e Galluri: se
n'offese Gregorio, il quale pretendea anch'egli que' luoghi esser per
antiche ragioni della Chiesa; onde allegando per messi particolari
più volte il diritto, che vi pretendea, richiese Federico, che quelle
ragioni fossero restituite alla Chiesa; ma l'Imperadore replicava,
che quell'isola appartenea all'Imperio e che l'avolo suo Barbarossa,
riconoscendone il dominio n'avea investito con titolo di Principe
_Guelfo_ suo zio materno, e poi con titolo di Re Barisone Judice
d'Arborea, ed indi in processo di tempo i Pisani, e' Genovesi; sicchè
non solo non glie le volle rendere, ma ne creò allora Re Enzio suo
figliuolo, il quale tolta la Corona di quel Regno, operò, che alcuni
potenti Baroni dell'isola occupassero molti territori e castella,
che i Vescovi di quel Regno s'aveano appropriate. Per queste nuove
cose, mal sofferendo il Pontefice, che Cesare divenisse più potente,
entrato il nuovo anno 1239 inviò sue lettere a Federico, esortandolo a
lasciar stare in pace le ragioni della Chiesa; ma avendogli risposto
l'Imperadore che infino da che fu coronato, avea proposto di riporre
in piedi le ragioni dell'Imperio e che perciò avea fatto occupare que'
luoghi a se spettanti, e che ciò non dovea aver egli a male, essendo
lecito a ciascuno ricuperar il suo. Gregorio sdegnato gravemente
gli comandò di restituirgliele sotto pena di scomunica, la qual
parimente dispregiata da Federico, fu cagione che nel giovedì santo
di quest'anno lo scomunicasse pubblicamente in Roma alla presenza di
tutti i Cardinali, e di numeroso Popolo a cotal atto ivi concorso.
Questa scomunica, che contiene molte accuse contro Federico, vien
rapportata da Carlo Sigonio[370], e dagli Annali del Bzovio e comincia:
_Excommunicamus et anathematizamus ex parte Dei Omnipotentis, etc._
Dopo aver Gregorio con terribili formole dichiarato scomunicato
l'Imperadore, diede contezza di cotal scomunica a Balduino Imperador di
Costantinopoli, a Giacomo Re d'Aragona, a Ferdinando Re di Castiglia,
a Lodovico Re di Francia, ad Errico Re d'Inghilterra, al Re di Scozia
ed a tutti gli altri Re e Principi cristiani, inviando altresì ordine
a tutti i Prelati, e particolarmente a quelli d'Alemagna, che nelle
loro Chiese pubblicassero per iscomunicato l'Imperadore, assolvendo i
sudditi dal giuramento di fedeltà, e sottoponendo all'interdetto tutti
coloro, che l'ubbidivano. E narra Matteo Paris[371], che Gregorio dopo
aver assoluto i sudditi dell'Imperadore dalla sua ubbidienza, scrisse
a Roberto fratello di Lodovico Re di Francia, offerendogli l'Imperio;
ed il Re di Francia su quest'offerta, fece convocare a consiglio tutti
i Principi della Francia, per risolvere ciò che dovesse farsi, i quali
detestando questo sforzo del Pontefice in pubblica Assemblea così
esclamarono: _Quo spiritu vel ausu temerario Papa tantum Principem,
quo non est major inter Christianos, non convictum, et confessum
de objectis sibi criminibus exheredavit, et ab Imperiali apice
praecipitavit? Scimus quod Domino Jesu Christo fideliter militavit,
moriens, et bellicis se periculis confidenter opponens, tantum
religionis in Papa non invenimus. Imo qui eum debuit promovisse, et Deo
militantem protexisse, eum conatus est absentem confundere, et nequiter
supplantare. Nolumus nos metipsos in tanta pericula praecipitare,
ut ipsum Federicum tam potentem impugnemus, quem tot Regna contra
juvabunt, et causa justa praestabit adminiculum. Quid ad Romanos de
prodiga sanguinis nostri effusione, dummodo irae suae satisfecerimus,
si enim per nos, et alios devicerit omnes Principes mundi, conculcabit
sumens cornua jactantiae, et superbiam, quoniam ipsum Federicum
Imperatorem Magnum contrivit._

Era l'Imperadore nella città di Padova, celebrando ivi con gran
festa la Pasqua di Resurrezione, quando gli venne novella il lunedì
d'essa, come il giovedì santo era stato dal Pontefice pubblicamente
scomunicato; ed ancorchè espressamente se ne dolesse nell'interno,
pure simulò il contrario, e riputando la censura ingiusta, tantosto
convocò un'Assemblea de' più stimati cittadini padovani, ed altri
Signori italiani e tedeschi nel palagio del Comune, ed ivi, secondo
scrive Pietro Girardo, favellò Pietro delle Vigne suo Gran Cancelliero
lungamente in difesa di lui, lagnandosi di Gregorio, con cominciare
il suo discorso da questa sentenza: _Leniter ex merito quidquid
patiere ferendum est: quae venit indigne poena, dolenda venit_;
dicendo che Federico governando sì giustamente il suo Imperio, n'era
in sì fatta guisa oltraggiato dal Pontefice, e che non perchè l'avea
egli scomunicato così iniquamente dovesse riputarsi fuori del grembo
di Santa Chiesa, essendo egli prontissimo a sottoporsi alla Sede
Appostolica in tutte quelle cose, che ricerca la divina giustizia, non
già al capriccio d'un uomo, essendo egli vero e fedel Cristiano[372].
Per la qual cosa niente curando di quella scomunica, partito da Padova
con nobilissima compagnia di Baroni n'andò a Trivigi, ove onorevolmente
ricevuto scrisse sue lettere a' Cardinali ed a' Romani, rampognandogli,
come avean consentito, che Gregorio ingiustamente lo scomunicasse.

(Queste Lettere di Federico scritte nel 1239 si leggono presso _Lunig.
Cod. Ital. Diplom. Tom._ 2 _pag._ 887, 889 e 898, siccome in contrario
un Breve di Gregorio IX drizzato al Card. Ottone _pag_. 895).

Scrisse ancora a tutti i Re e Principi di Cristianità, purgandosi delle
malvagità oppostegli dal Pontefice, gravando lui di gravissime colpe
con tutti i Cardinali; e veggonsi sin ad oggi l'epistole di Federico
ne' libri di Pietro delle Vigne, per le quali egli mostra, quanto a
torto fosse stato così oltraggiato dal Pontefice. E ritornato poscia a
Padova ingegnossi con ogni suo potere farsi partigiani ed amici i più
stimati Signori d'Italia, per valersene contro il Pontefice, ed alla
guerra d'Italia pose tutti i suoi pensieri.

Ma poichè il Pontefice, dopo questa scomunica per mezzo di Monaci
e Frati, tentava di sconvolgergli questo Reame, Federico ancorchè
intrigato nella guerra di Lombardia, vi diede però riparo, per mezzo di
vari ordinamenti, che vi drizzò, discacciando dal monastero di Monte
Cassino tutti que' Monaci, a riserba di solo otto Frati, che sopra
il Corpo di S. Benedetto i divini Uffici celebrassero, mandandovi
per custodia di quel monastero molti soldati a guardarlo: ed il munì
a guisa di forte Rocca, con toglierne l'antico tesoro ed i sacri
vasi d'argento e d'oro, che dopo molt'anni vi furono riposti per la
previdenza de' Frati, e per la magnificenza de' passati Re ed altri
Signori e Baroni del Regno. Tolse parimente a' Padri Pontecorvo e Rocca
Janala. Ordinò ancora che tutti i Regnicoli, che si trovavano nella
Corte romana partir dovessero da Roma, fuorchè quelli, che dimoravano
a' servigi del Cardinal Tommaso e di Giovanni da Capua suoi vassalli.
Discacciò dalle loro Chiese e dal Regno i Vescovi d'Aquino, di
Carinola, di Teano e di Venafro. E da tutte le Chiese cattedrali, e dal
monastero Cassinense, e da' suoi sudditi fece esigere un _adjutorio_
per l'Imperadore, dando la cura a Ruggiero di Landolfo ed a Giacomo
Gazzolo, a ciò eletti per lo Giustizierato di Terra di Lavoro, di
raccorre la metà delle loro rendite, con parte delle quali sostentò i
soldati, che dimoravano a guardia di Monte Cassino e di Pontecorvo.

E nell'istesso tempo furono da Federico ordinati gl'infrascritti
Capitoli da doversi pubblicare nel Regno, e da osservarsi
irremissibilmente, rapportati da Riccardo[373].

Primo, che tutt'i Frati di S. Domenico ed i Frati Minori di S.
Francesco, nativi delle terre rubelle di Lombardia, uscissero
prestamente da' suoi Stati, e da tutti gli altri Religiosi si togliesse
sicurezza di non trattar cos'alcuna in disservigio di lui. II Che
tutt'i Baroni e Cavalieri, che per l'addietro avessero seguito le
parti del Pontefice, e particolarmente quelli, che aveano le loro
Baronie a' confini d'Apruzzo e di Campagna, dovessero andare in ordine
con armi e cavalli in Lombardia per servirlo in Campo a loro spese,
e quegli che non eran agiati di moneta, col soldo, che egli avrebbe
lor fatto pagare. III Che dalle Chiese cattedrali s'esigesse per lui,
e s'imponesse per l'imperial Corte un _adjutorio_ secondo il modo e
potere delle loro ricchezze, e parimente da' Canonici e Preti sudditi
di quella diocesi e da' Cherici ancora, secondo le loro facultà: ed il
medesimo si dovesse esigere dagli Abati, Monaci negri e bianchi. IV
Che tutti quei che sono nella Corte romana, eccetto gli esclusi ed i
sospetti debbiano ritornare tosto nel Regno, e facendone il contrario,
i loro beni saranno confiscati e dopo la citazione, se non ubbidiranno,
non si permetterà loro più ritornare. V Che i beni ed i beneficj di
quelli Cherici, che non sono del Regno, debbiano tutti confiscarsi.
VI Ordinò, che niuno potesse nè gire dal Regno in Roma, nè venir da
Roma nel Regno senza licenza de' Giustizieri delle province d'Apruzzi
e di Terra di Lavoro. VII Che si stabilissero esploratori acciocchè
niuno, sia mascolo o sia femmina, entrando nel Regno, portasse lettere,
o altre scritture del Papa contro di lui, e che se fossero trovati,
fossero fatti morire o Chierico o Laico che egli si fosse.

Ma non perchè queste ostilità fra di loro si praticassero, tralasciò
Federico di mandare a Roma li Vescovi di S. Agata e di Calvi per
trattar co' Cardinali di trovar modo di composizione; ma tosto che
Gregorio seppe la lor venuta in Roma, furono da lui discacciati, e
ritornarono indietro nel Reame senza conchiuder cosa alcuna[374].



CAPITOLO II.

_Si rompe aperta guerra tra FEDERICO e Papa GREGORIO, il quale in mille
guise oltraggiato dall'Imperadore, se ne muore di dolor d'animo._


Inasprisconsi per tali cagioni gli animi d'ambedui, e mentre per
opera del Papa si rubella Ravenna dall'Imperadore, e si dà in mano
de' Veneziani, che la difendono, Federico richiama in Italia il Re
Enzio suo figliuolo, il quale venuto di Sardegna, con grosso numero
di soldati pugliesi, tedeschi, siciliani e saraceni invade la Marca
d'Ancona, rompendo la guerra al Pontefice. Gregorio gl'inviò contro per
suo Legato il Cardinale Giovanni Colonna, acciocchè difendesse que'
luoghi, e nel mese di novembre di quest'istesso anno 1239 confermò
le censure già fulminate contro Federico, e scomunicò il Re Enzio con
tutti i suoi seguaci, per essere entrati ostilmente nella Marca, _quam
Juris esse dicebat Ecclesiae_, come narra Riccardo.

Sollecitò anche il Pontefice i Veneziani, perchè movesser guerra a
Federico, i quali scovertisi già di costui nemici, assalirono con
la loro armata la Puglia, ed avuta Federico notizia d'essersi per
queste mosse ribellati alcuni suoi Baroni, risolse di passar nel Reame
per la qual cosa munite di soldati tutte le più importanti città di
Lombardia, e passati gli Appennini pervenne a Lucca ed a Pisa, ove
dimorato alcuni giorni s'adoperò a fare, che i Pisani movessero aspra
guerra a' Genovesi partigiani del Pontefice, e che molti Popoli di
Toscana con lui si collegassero. Nello stesso tempo Frate _Elia_, uno
de' discepoli di S. Francesco d'Assisi, sdegnato col Pontefice, per
essersi dimostrato più favorevole ad alcuni Frati del suo Ordine,
co' quali avea nimistà, ed aspramente il travagliavano, che a lui,
anch'egli aderì a Federico, divenendo suo gran partigiano e difensore:
onde si veggono alcune lettere scritte dall'Imperadore a suo favore,
e particolarmente una d'esse al Re di Cipri, nella quale lodandolo di
somma bontà, dimostra averlo in molta stima.

Racconta Bernardino Corio, che prima di partir Federico da Lombardia,
per trattato de' Milanesi, congiurarono di torgli la vita nell'istesso
suo esercito, Pietro delle Vigne, Guglielmo di S. Severino, Teobaldo
Francesco Siniscalco del suo palagio, Andrea di Cicala, Pandolfo della
Fasanella e Jacopo di Morra, con altri molti de' suoi maggiori e più
stimati Baroni, e che avvedutosi l'Imperadore della lor fellonia,
facesse cavar gli occhi a Pietro, e gli altri in varie guise aspramente
morire: nel qual racconto prende il Corio un manifesto errore, per
seguir forse alcun Autore, che ciò con poco avvedimento scrisse prima
di lui, non leggendosi tal fatto, nè in Riccardo da S. Germano, nè in
altri Scrittori di que' tempi; anzi Andrea di Cicala, eletto dopo la
morte d'Errico di Morra Gran Giustiziero, per lungo tempo appresso
fedelmente il servì, e la ribellione de' S. Severini, di Teobaldo
Francesco, e di coloro della Fasanella, e d'altri Baroni, con la rovina
di Pietro delle Vigne, succedette in progresso di tempo nel Reame, e
con altra cagione di quella che il Corio racconta, secondo che appresso
diremo.

Federico adunque avendo creato il figliuolo Enzio suo Vicario in
Italia, ed inviatolo con grosso numero di soldati ad occupar la Marca
d'Ancona, egli entrò col rimanente del suo esercito per un altro lato
nel Ducato di Spoleto, e negli altri luoghi del Patrimonio, essendo già
l'anno di Cristo 1240, e se gli diede in un subito Fuligno, Viterbo,
Orta, Civita Castellana, Corneto, Sutri, Montefiascone, e Toscanella
con molt'altre castella; il perchè sbigottito grandemente il Pontefice
ricorse alle orazioni, e cavate fuori le teste di S. Pietro e S. Paolo,
col legno della Croce di Cristo, con tutt'i Cherici, Prelati, e gran
parte del Popolo romano, gli condusse in processione da S. Giovanni
in Laterano insino a S. Pietro, ed ivi largamente favellato delle
miserie, che pativa la Chiesa di Dio per la malvagità, com'egli diceva,
di Federico, pubblicò contra di lui la Croce, come di crudelissimo
nemico di Dio e de' suoi Ministri, infiammando parimente con le sue
parole molti degli astanti a prenderla. Infatti ragunatisi di loro un
convenevole esercito con gli altri soldati del Pontefice, uscirono
contro all'Imperadore, e vennero più volte a battaglia; della qual
cosa Federico aspramente sdegnato, quanti dei _Crocesignati_ faceva
prigionieri, tanti faceva loro o fendere in quattro parti la testa,
o con ferro infocato segnare in fronte una croce; e dati a sacco, ed
abbruciati i territorj di Roma, se ne passò nel Reame, ove poco innanzi
avea inviata l'Imperadrice sua moglie in compagnia dell'Arcivescovo
di Palermo, ed andato egli in Puglia proccurò discacciar da que'
liti i Veneziani, i quali con venticinque galee scorrendo per quelle
riviere presero, e saccheggiarono Termoli, Campomarino, Vesti, Rodi,
ed altre castella. Anzi incontrata appresso Brindisi una nave, che
carica di soldati imperiali ritornava da Soria, dopo averla aspramente
combattuta, ma non presa, per averla ostinatamente difesa coloro, che
vi eran dentro, l'abbruciarono. A tai danni non potendo porger rimedio
Federico, fece in vendetta morire obbrobriosamente impiccato per la
gola in Trani in una torre presso la marina, Pietro Tiepolo figliuolo
del Duce a vista dei Veneziani, i quali danneggiarono quelle contrade
sino al mese d'ottobre, quando carichi di preda, senza ricever molestia
alcuna, addietro a Vinegia si tornarono.

Nell'istesso tempo per opra de' Cardinali, Papa Gregorio pensò di
convocare un general Concilio in Laterano nel giorno di Pasqua del
seguente anno, per trovar opportuno rimedio a' travagliati affari
della Chiesa, ed al soccorso di Soria, e spedì perciò Giacomo Pecoraro
di Pavia Cardinal di Preneste, ed Ottone Bianco de' Marchesi di
Monferrato suoi Legati in Ispagna, Francia, Inghilterra e Scozia a
convocare i Vescovi, ed i Prelati di que' Regni, che venissero al
Concilio a difendere le ragioni della Chiesa contro l'Imperadore
con dar loro contezza delle guerre e persecuzioni che ciascun giorno
sofferiva. Ciò inteso Federico, procacciò per ogni via di distorre
i Prelati oltramontani dal venirvi, scrivendo nel mese di settembre
al Re d'Inghilterra, che in guisa alcuna non avesse fatti partire
i Vescovi del suo Regno, e con gravi minacce tentò parimente di non
farvi intervenire gli Alemanni e gli Franzesi; ed acciocchè i fatti non
fossero stati dissimili dalle parole, inviò Enzio suo figliuolo con un
potente esercito nelle riviere di Genova, acciocchè proccurasse di non
far passare i Prelati, e facesse prigionieri tutti quelli, che alle
mani gli capitassero, e travagliasse con ogni suo potere i Genovesi
seguaci del Pontefice. Era allora Federico in grande e felice stato, e
potentissimo di gente e di denaro; tenendo al suo soldo cinque numerosi
eserciti.

(_Matteo Paris, pag._ 493 e 495 scrive, che fossero sei eserciti,
dicendo: _Habuit enim sex exercitus magnos, populosos, et
formidabiles_; ed annovera i luoghi, ov'eran posti, ed i Generali che
li comandavano. Vedasi Struvio Syntag. _Hist. Germ. dissert._ 20 § 15
_pag._ 658).

Perciocchè oltre a quello, che campeggiava in Faenza, e l'altro, che
avea inviato in Liguria, teneva il terzo nella Marca d'Ancona e nella
Valle di Spoleto, del quale, come si vede nelle Pistole di Pietro delle
Vigne, era general Capitano Marino d'Evoli. Era il quarto in Palestina
a difesa di que' luoghi, governato da Rodolfo suo Maresciallo, e del
quinto era Capitano suo figliuol Corrado, in Alemagna ragunato per
andare in soccorso di Bela Re d'Ungheria contro i Tartari, ch'eran poco
innanzi usciti dagli ultimi confini della Scizia, ed aveano a guisa
d'un diluvio scorsa e soggiogata la maggior parte dell'Asia: e così
vittoriosi e potenti si divisero in più eserciti, uno dei quali passato
in Europa avea vinto i Polacchi, i Russiani ed i Bulgari; onde il Re
Bela, chiedendo soccorso a Federico, fu cagione, che non sol facesse
dal figliuolo Corrado assembrar grosso esercito di Tedeschi per aiutar
quel Re, e scacciare i Tartari da' confini di Lamagna, ma ancora, che
ne scrivesse a' Senatori di Roma, dolendosi, che la discordia fra se e
Gregorio il distogliea dall'andar di persona a così importante impresa,
richiedendogli, che procacciassero di porlo con lui in concordia, come
a pieno si scorge nel primiero libro delle Pistole di Pietro delle
Vigne.

Intanto, entrato l'anno 1241, Federico per togliere ogni sospetto, che
il Papa potesse per mezzo de' Frati rendere insidie nel Reame, fece
scacciare di suo ordine da quello tutti i Frati Cordeglieri, e quei
di S. Domenico, rimanendone sol due di loro, naturali del medesimo
Reame, per monastero, e la città di Benevento fu prestamente assediata,
siccome scrive Riccardo, la quale avendo per nove mesi continui
sostenuto valorosamente l'assedio, alla fine da fame costretta si rese,
e furono per ordine dell'Imperadore abbattute le sue mura e le torri
insino al suolo, e tolte l'armi a' cittadini.

Nello stesso tempo Giovanni Colonna Cardinal di S. Prassede Legato di
Gregorio nella Marca, venuto con lui in discordia, divenne partigiano
di Federico, e gli sottopose buon numero delle sue castella presso
Roma. Erano, mentre ancor durava l'assedio di Faenza, ritornati di
là da' monti, e d'Inghilterra e di Scozia in Genova i Cardinali con
grosso numero di Vescovi, Arcivescovi, ed altri Prelati per venire al
Concilio, e trovarono in quella città Gregorio di Romagna, parimente
Legato del Pontefice, da lui inviato a' Genovesi per lo stesso affare
del Concilio. Or questi Prelati temendo di gire per terra a Roma per
le gravi minacce di Federico, conchiusero di far cotal passaggio su le
galee de' Genovesi condotte da Guglielmo Ubriachi loro Ammiraglio, non
ostante, che Federico gli avesse invitati a venire a lui; perciocchè
bramava, o fargli consapevoli delle sue ragioni riversando la colpa
della discordia al Pontefice, o distorgli da gire nel Concilio; onde
imbarcati su la detta armata de' Genovesi ebbero all'incontro il
Re Enzio con venti ben armate galee, tra quelle del Reame, e quelle
de' Pisani, che vennero in suo soccorso sotto il comando di Ugolino
Buzaccherini da Pisa espertissimo Capitano di mare[375]; ma venute
alle strette le due armate il giorno terzo di maggio tra Porto Pisano,
e l'isola di Corsica non lungi dall'isoletta della Meloria (per non
aver voluto li Capitano de' Genovesi allargarsi in mare, con più lungo
viaggio sfuggendo l'incontrarsi co' nemici, giunger senz'altro intoppo
in Roma) per lo valor de' soldati Regnicoli e de' Pisani, e del lor
Capitano ne ottenne Enzio notabil vittoria. Furono in quell'occasione
fatti prigionieri i tre Legati, e tutti i Prelati, che eran colà
convenuti, e grosso numero d'Ambasciadori di diversi Principi e città,
che anch'essi andavano al Concilio, con mettere a fondo tre galee
nemiche, e prenderne ventidue, tredici delle quali fur particolarmente
prese da vascelli regnicoli, e l'altre da' Pisani, e con fare altresì
ben quattromila Genovesi prigioni, essendo stato fra i Prelati cattivi
l'Arcivescovo di Roano con altri molti Vescovi inglesi e francesi, ed
altri Prelati minori: alcuni de' quali furono crudelmente mazzerati
in mare presso la Meloria, ed altri posti in prigione in Napoli, in
Salerno, ed in altri luoghi della Costa di Amalfi, ove molti di essi
di fame e di stento miseramente perirono, e gli altri furono rimessi in
libertà ad istanza di Lodovico Re di Francia, del Re d'Inghilterra e di
Balduino Imperadore di Costantinopoli. Vedesi ancora un'epistola[376]
di Federico scritta ad alcuni suoi Baroni, ove particolarmente favella
della presa di Faenza, e di cotal vittoria ottenuta dalle sue galee,
la quale così comincia: _Adaucta nobis continuae felicitatis auspicia,
etc._

Dopo il quale avvenimento, Andrea di Cicala, che era Gran Giustiziere
e General Capitano del Reame, d'ordine del suo Signore convocò tutti
i Prelati regnicoli a Melfi di Puglia, e da loro volle consignati in
suo potere tutti gli arredi delle loro chiese, così i vasi d'argento
ed oro, come le gemme, e le vesti di seta, di porpora, e l'altre cose
destinate al culto divino, gran parte delle quali condotta in una
chiesa di S. Germano, fu data in custodia a dodici uomini de' più
agiati, e migliori di quella terra, essendosi particolarmente tolte
due tavole, una d'oro e l'altra d'argento purissimo dall'altar di S.
Benedetto in Monte Cassino, con altri preziosi abbigliamenti ornati
d'oro e di gemme, e vasellamento d'argento, e danari contanti in grosso
numero; ma di queste sì profanamente ragunate spoglie, alcune furono
ricomprate da' luoghi onde erano state tolte, e l'altre fur condotte a
Grottaferrata per farne moneta in servigio dell'Imperadore; il quale
soggiogata Faenza, e tutti gli altri luoghi di Romagna, e lasciato
il figliuolo Enzio suo Vicario in Lombardia passò nella Marca, ed
assalito Fano, Assisi, e Pesaro, non potè insignorirsene; onde posti
a ruina i lor territorj, ne andò a Spoleti, che con Narni, ed altri
luoghi dell'Umbria tantosto se gli diedero, mentre il Conte Simone di
Chieti suo Capitano con un'altra parte dell'esercito avea parimente
preso Chiusi, e Viterbo; poi verso Roma prese e distrusse Monte Albano,
Tivoli ed altre castella, sollecitatone dal Cardinal Colonna, che
come detto abbiamo, era divenuto ribello e nemico del Pontefice, il
quale afflitto da tanti mali, dopo aver creato Senatore di Roma Matteo
Rosso uomo d'avvedimento e valore, acciocchè s'opponesse a' moti del
Cardinal Giovanni e dell'Imperadore, poco stante infermando d'una
grave malattia, per affanno e per dolore trapassò di questa vita a' 21
agosto, secondo scrive Riccardo da S. Germano.

Morto il Pontefice Gregorio, Federico scrisse sue particolari lettere
al Re d'Inghilterra, e ad altri Re e Signori di Cristianità, dicendo
che sperava per la morte di Gregorio d'impor fine alle discordie, che
avea avute con la Chiesa, e gire in lor compagnia contro i Tartari,
che, come abbiam detto, in quei tempi travagliavano l'Ungheria,
l'Alemagna ed altri luoghi de' Cristiani. E ragunati dopo la morte
di Gregorio i Cardinali per creare il nuovo Papa, non essendo più che
dieci, spedirono Ambasciadori a Federico, perchè si fosse contentato
di mandare con quelle condizioni che gli fossero parute convenevoli
i due Cardinali, che teneva prigioni; il perchè fattigli condurre a
Tivoli da Teobaldo di Dragone, gl'inviò liberi in Roma con giuramento,
siccome scrive il Sigonio, d'aver a ritornare in prigione fatta la
novella elezione, fuorchè, se alcuno di loro fosse creato Pontefice.
Così, lasciato buon numero di soldati in Tivoli, per la via di Campagna
venne nel Regno, e fermatosi all'Isola, comandò che s'edificasse una
nuova città all'incontro di Cepparano, e ne diede la cura a Riccardo
di Monte Negro Giustiziero di Terra di Lavoro, comandando agli uomini
d'Arce di S. Giovanni in Carico, dell'isola di Ponte Scellerato, e
di Pastena, che dovessero colà andare ad albergare; e per operarj
del nuovo edificio volle, che vi andasse certo numero d'uomini de'
vassalli di Monte Cassino, e di quello di S. Vincenzo a Vulturno, del
Contado di Fondi, di Comino, e del Contado di Molise, scambiandosi
in giro settimana per settimana. Ma Riccardo, che ciò scrive, non fa
menzione nel detto luogo del nome imposto alla novella città, se non
che, per quanto egli poco appresso dice, e per quel, che si legge nella
Cronaca del Re Manfredi, fu nominata _Flagella_, quasi volesse con tal
nome inferire, che era fondata per travagliar Cepparano, e gli altri
circostanti luoghi della Chiesa; nondimeno di tal città non appare
oggi reliquia, nè vestigio alcuno, nè trovo essere stata altra volta
menzionata ne' tempi appresso, o perchè non finisse d'edificarsi, o
perchè fosse disfatta poco dopo il suo cominciamento.

Mentre Federico per S. Germano, Alifi e Benevento se n'andò in Puglia,
con aver comandato, che tutti i mobili raccolti dalle Chiese fossero
a lui condotti a Foggia, elessero i Cardinali, ch'eran ragunati al
Conclave in Roma, trenta giorni dopo la morte di Gregorio, per nuovo
Pontefice Goffredo Castiglione milanese Cardinal Vescovo Sabinense,
vecchio ed infermo, ma di somma bontà, a cui poser nome _Celestino
IV_, il quale appena diciassette giorni dopo la sua elezione passati, e
prima di consegrarsi, di questa vita trapassò; onde i Cardinali venuti
fra di loro in discordia, non crearono per lungo tempo altro Papa, con
grave danno della Chiesa, anzi molti di loro temendo della fierezza
di Federico, fuggitisi nascostamente di Roma, in Alagna, ed in altri
luoghi si ricoverarono.

Venuto poscia il mese di dicembre, l'Imperadrice Isabella dimorando
coll'Imperador suo marito in Foggia, soprappresa da improviso male, in
breve tempo morì, e fu sepolta in Andria.

Nel seguente anno 1242 Federico impose un'altra grossa taglia di
moneta nel Regno, e tolto l'Ufficio di Giustiziero di Terra di
Lavoro a Riccardo di Monte Negro, vi fu creato in suo luogo Gisulfo
da Narni. Fece poscia abbatter tutte le torri, ch'erano in Bari,
per aver sospetta la fede de' Baresi, e mandò suoi Ambasciadori a
Roma a comporre la pace fra' Cardinali, che colà erano, e trattar
dell'elezione del nuovo Pontefice, il Gran Maestro de' Teutonici,
l'Arcivescovo di Bari e Maestro Ruggiero Porcastrello.

Nello stesso tempo Errico, che lungamente fu prigione in Puglia
nel Castel di S. Felice, e poi condotto in Calabria nella Rocca di
Nicastro, e di là a Martorano, morì quivi in prigione di natural morte,
secondo che scrive Riccardo da S. Germano. Ma Giovanni Boccaccio Autore
vicino a quei tempi, e chiaro per la dottrina e per l'altre virtù,
che in lui fiorirono, ne' casi degli uomini illustri, dice, che mentre
Errico era ancor sostenuto in Martorano, fu dal Padre, mosso oggimai
a compassion di lui, ordinato, che gli fosse innanzi condotto per
riporlo in libertà: onde Errico, che di ciò nulla sapea, temendo non il
padre avesse mandato a prenderlo per saziare in più fiera guisa la sua
crudeltà contro di lui, mentre da' suoi Custodi era a cavallo menato
all'Imperadore, al valicar d'un ponte del fiume, che tra via ritrovò,
di suo volere con tutto il cavallo in esso si gittò, e prestamente
affogato morì: della cui morte, comunque ella s'avvenisse, certa cosa
è che Federico grandemente si dolse, piangendo morto colui, che mentre
visse avea così acerbamente travagliato. Tal dimostrazione appunto ne
fece egli con sue lettere appo tutti i Prelati del suo Regno, dolendosi
della morte di lui, e dicendo loro, che celebrassero pompose esequie
per un mese con Messe ed altri sacrificj a Dio, in emenda de' falli del
morto figliuolo, rapportate da Riccardo, che cominciano: _Fridericus,
etc. Abbati Cassinensi, etc. Misericordia, etc._

Lasciò Errico, di Margherita figliuola di Leopoldo Duca d'Austria,
detto il _Glorioso_, sua moglie, secondo che scrive Giovanni
Cuspiniano, due figliuoli gemelli, cioè Errico e Federico: a' quali,
ed alla madre Margherita non volendo Iddio, che alcuno di cotal
disavventurata Casa sopravvivesse, i medesimi infortunj di Errico
avvennero, perciocchè i figliuoli in età di dodici anni furono col
veleno fatti morir da Manfredi, e Margherita sopravvivuta al padre,
al marito, ed a' suoi fratelli, che tutti senza prole finirono, e
rimasta erede del Ducato d'Austria, come unico germe di quel lignaggio,
si rimaritò con Ottochiero figliuolo del Re di Boemia, col quale
non generò figliuoli; anzi venuta seco in processo di tempo in grave
discordia, fu da lui repudiata; ed Ottochiero sotto pretesto d'averne
avuta dispensa dal Pontefice, il quale avea egli con molti doni ed
offerte invano a ciò sollecitato, s'ammogliò di nuovo con Cunigonda
nipote di Bela Re d'Ungheria, e confinata Margherita in Austria nella
Terra di Krembs, poco stante ne la fece anche col veleno morire, per
la qual cosa succedute gravissime guerre, venne alla fine il Ducato
d'Austria in potere della Casa de' Conti d'Aspurg, da' quali preso il
cognome _d'Austria_, fino a' nostri tempi col dominio di altri Regni e
province, è felicemente posseduto.



CAPITOLO III.

_Sinibaldo Fieschi è eletto Pontefice sotto nome d'INNOCENZIO IV,
il quale non meno, che il suo predecessore GREGORIO, prosiegue con
FEDERICO la Guerra; ed intima il Concilio a Lione di Francia._


Federico intanto, a cui premea l'elezione del nuovo Pontefice, andò
amichevolmente verso Roma, sollecitando i Cardinali all'elezione, come
si vede per una sua epistola nel libro di Pietro delle Vigne; e nello
stesso tempo morì di natural morte nel Reame il Gran Giustiziero Errico
di Morra.

Succeduto poi l'anno di Cristo 1243, e non risolvendosi i Cardinali
a crear Papa a suo piacimento, entrò irato ne' tenimenti di Roma, e
quelli abbattè e distrusse, siccome scrive Riccardo; anzi perchè i
Romani rovesciaron ne' Cardinali l'indugio dell'elezione, non solo
occupò le lor Chiese, ma distrusse le lor ville e poderi, con rimaner
distrutto per man de' Saraceni Albano, ch'era d'un Cardinale. Fece
torre dalla Badia di Grotta Ferrata due statue di bronzo, e portarle a
Lucera di Puglia, e rappacificatosi poi coi Romani, rimise in libertà
e rimandò onoratamente in Roma il Cardinal di Preneste, che avea fatto
sin allora strettamente sostenere in Rocca Janola, avendo parimente
alcun tempo prima rimesso in libertà il Cardinal Ottone, ed a Roma
inviatolo, perchè intervenisse alla creazion del Papa; i quali due
Cardinali per serbar la fede promessa, erano dopo la creazione di
_Celestino_ ritornati di lor volere in prigione. Il perchè assembrati
di nuovo tutti i Cardinali in Alagna a' 24 giugno nella festa di S.
Giovanni Battista crearono Papa Sinibaldo Fieschi genovese, de' Conti
di Lavagna, Cardinal di S. Lorenzo, il quale fu consegrato il giorno
de' SS. Apostoli Pietro e Paolo, e nomato _Innocenzio IV_.

Era questi stato carissimo, e particolar amico di Federico, il perchè
significatane prestamente la novella, come di cosa, che si giudicava
dovergli essere carissima, comandò, che si rendessero grazie a Dio
per tutto il Regno, ed inviò l'Arcivescovo di Palermo, Pietro delle
Vigne, e Taddeo da Sessa suoi Ambasciadori a rallegrarsi con sue
amorevolissime lettere della di lui assunzione al Ponteficato[377]:
per la qual cosa i Popoli d'Italia giudicarono, che sarebbero senza
fallo pacificamente vivuti, togliendosi insieme le discordie, che gli
avean così acerbamente afflitti; ma Federico, che conoscea l'animo
d'Innocenzio, rispose agli amici, che seco di ciò si rallegravano, che
egli avea fortissima cagione di dolersi, perciocchè avea perduto un suo
carissimo amico Cardinale, ed era stato creato un Papa, che gli sarebbe
stato fierissimo nemico, come appunto addivenne; perciocchè appena che
Innocenzio si vide sul trono, fece significare a Federico, che egli
col Ponteficato avea parimente presa la cura di difendere le ragioni
della Chiesa, ed inviò Pietro Arcivescovo di Roano, Guglielmo Vescovo
di Modena, e Guglielmo Abate di S. Facondo ad intimargli, che dovesse
purgarsi di tutte l'accuse, che gli erano state apposte, e che se in
alcuna cosa avesse egli offesa la Chiesa, n'avesse avuto tosto a far
l'emenda ad arbitrio d'alcuni, che egli avrebbe per ciò eletti[378].
Federico udite le insolenti proposizioni fattegli dal Papa, le ributtò
immantenente, e fece guardare i porti e le strade, acciocchè Innocenzio
non scrivesse lettere sopra cotali affari a' Signori ed a' Popoli di
là dell'Alpi; ed accortosi, che Innocenzio per mezzo d'alcuni Frati
Cordiglieri inviati da lui per messi in detti luoghi, proccurava tirar
a se l'inclinazione di que' Signori e Popoli, fece tendere insidie a'
detti Frati, e trovatigli, gli fece impiccar tutti per la gola.

Il Pontefice intanto nel mese d'ottobre di Alagna, ove era stato
eletto, ed ancor dimorava, se ne passò in Roma, e fu con grandissima
pompa ed onor ricevuto; nè guari da poi andò da lui il Conte di Tolosa,
che era d'alcun tempo prima venuto in Puglia a ritrovar Federico, per
proccurare, se potesse, di concordargli insieme.

Qui termina la sua Cronaca Riccardo da S. Germano, senza la cui guida
per alcuni anni non avremo sì fatta chiarezza, come per addietro,
dell'opere di Federico, e degli altri avvenimenti di que' tempi.

Entrato poscia il nuovo anno di Cristo 1244, Federico ritornò col suo
esercito nello Stato della Chiesa; ma nondimeno mosso dalle preghiere
degli amici, e dalle continue ammonizioni degli altri Principi
cristiani, si dispose a voler accordarsi col Pontefice; onde inviò di
nuovo il Conte di Tolosa, Pietro delle Vigne, e Taddeo di Sessa per
suoi Proccuratori ed Ambasciadori in Roma, per mezzo de' quali nel
giorno di Pasqua di Resurrezione in presenza di Baldovino Imperador
di Costantinopoli, che colà dimorava, promise, che si sarebbe rimesso
al prudente arbitrio d'Innocenzio, e che avrebbe lasciato in pace
le ragioni, ed i luoghi della Chiesa; onde datosi cominciamento al
trattato, il Pontefice, perchè da vicino l'affare potesse trattarsi,
passò con molti Cardinali a Civita Castellana, e di là a Sutri.
Federico prima d'ogni altro pretendeva, che fosse assoluto dalla
scomunica ingiustamente fulminatagli da Gregorio suo predecessore; ma
Innocenzio all'incontro non voleva in guisa alcuna assolverlo, se prima
non restituiva tutto ciò, che egli diceva aver tolto alla Chiesa; per
la qual cosa rottosi ogni trattato, Federico incominciò apertamente a
minacciarlo, ed a trattar parimente d'averlo in suo potere; del che
accortosi il Papa proccurò partir di colà prestamente per iscampar
le sue insidie. Significò dunque per mezzo d'un Frate Cordigliere a
Filippo Vicedomini Podestà di Genova, che con galee armate, e co' suoi
nipoti del Fieschi venisse a levarlo nella più vicina riviera del mare,
ed il Senato di ciò fatto consapevole dal Podestà, conchiuse, che con
22 galee si dovesse soccorrere Innocenzio. Apprestatosi il navilio,
vi s'imbarcò sopra Alberto, Jacopo, ed Ugone del Fiesco, figliuoli del
fratello d'Innocenzio, fingendo altra cagione al navigare, per non dar
sospetto alla fazion, che Federico avea in Genova: si partirono dal
porto di Genova a' 11 giugno, e con felice viaggio pervennero a Civita
Vecchia senz'altro intoppo, ove trovarono Innocenzio, il quale montato
sulla loro armata, giunse a Porto Venere, ed indi a Genova, ove fu con
sommo onore ricevuto, e gli altri Cardinali, ch'eran rimasti a Sutri,
poco stante sconosciuti per diversi cammini, col favor de' Milanesi,
salvi anch'essi a Genova pervennero. Ma Federico risaputa la certa
partita del Pontefice, munì e fortificò tutti i luoghi del Patrimonio,
ch'avea in suo potere, e poscia se n'andò a Pisa, donde inviati suoi
Ambasciadori a Parma (ove sapea aver molti parenti Innocenzio, per
avervi maritate alcune sue sorelle) acciocchè provvedessero, che non vi
succedesse qualche rivoltura e tumulto, ed i Parmegiani nella sua fede
confermassero, partì da poi da Toscana, e ritornò nel Reame.

Innocenzio intanto giunto a Genova, ed accertatosi maggiormente, che
Federico non intendea di lasciare cos'alcuna, se non era prima dalle
censure assoluto, al che in niun modo voleva egli venire: per movere
più fiera procella contro Federico, pensò allontanarsi da Italia,
ed accompagnato da' Cardinali, e da altri Prelati e Baroni romani
co' Marchesi di Monferrato e del Carretto n'andò ad Asti, e di là
felicemente pervenne a Lione di Francia. Ivi dal Re Lodovico IX con
ogni onor raccolto, incontanente intimò il Concilio, che Gregorio tanto
avea bramato di ragunare, senza aver potuto ottenerlo: citando tutti i
Prelati di Cristianità a venirvi nel giorno del natale di S. Giovanni
Battista; e per dare più speziosa apparenza al Concilio, appoggiava
la cagione di farlo per lo soccorso, che dovea darsi a' Cristiani,
che guerreggiavano in Terra Santa, ove per le discordie con Federico
erano ridotti a mal partito; si soggiungeva ancora, che in esso dovea
trattarsi del modo di ridurre in pace i travagliati affari della Chiesa
in Italia; ma il vero era di doversi trattare della deposizione di
Federico. Questi all'incontro avendo penetrati i disegni d'Innocenzio,
non mancò nel medesimo tempo di scrivere una sua lunga lettera a
tutti i Principi del Mondo, con iscovrire i disegni del Pontefice,
rappresentando loro, ch'erano questi pretesti, e che non poteva non
conoscersi chiaramente, non esser tempo per lui d'attendere al soccorso
di Soria, quando Innocenzio proccurava sconvolgergli con sedizioni li
suoi Stati d'Italia, e che tutto il male e la ruina di Gerusalemme
dovea incolparsi al Pontefice; poichè la discordia, che era in que'
Santi luoghi fra i Templarj e gli Spedalieri, era fomentata da lui, per
esser questi seguaci del Pontefice e suoi Ministri.

Con questi avvenimenti passato l'anno 1244 nel quale l'Italia era
stata miseramente travagliata, oltre alla guerra, da fame e peste
crudelissima, nel principio del seguente anno 1245 vedendo Federico,
che il Concilio convocato in Lione era contro di lui, propose di
tornar in Lombardia per opporsi nel miglior modo, che potea a' disegni
del Pontefice; e giunto a Verona convocò ivi un general Parlamento,
nel quale convennero molti Baroni italiani e tedeschi, e fra di essi
Corrado figliuolo di Balduino Imperadore di Costantinopoli, il Duca
d'Austria, ed il Duca di Moravia con Ezellino; e dato assetto a diversi
affari d'Italia, si dolse acerbamente d'Innocenzio, purgossi dalle
colpe che gli opponeva, e deliberò mandar suoi Legati al Concilio
Pietro delle Vigne, e Taddeo di Sessa, acciocchè s'opponessero agli
attentati del Pontefice, siccome in effetto andarono in Lione, dove
anche intendea condursi Federico; onde partito di Verona s'avviò per
passare oltra i monti, e gire al Concilio; ma giunto a Torino intese,
come a' 27 luglio il Papa avea dato contro di lui sentenza, privandolo
del Reame di Puglia e di Sicilia, e della Corona imperiale, come
rubello, nemico, e persecutor di Santa Chiesa.


§. I. _Istoria del Concilio di Lione, e della deposizione di FEDERICO._

Narrano Matteo Paris ed altri gravissimi Scrittori, che congregato il
Concilio nel Duomo di Lione, sedendo Innocenzio nel soglio, ed alla
sua destra Balduino Imperador di Costantinopoli, primieramente ornò
del Cappello rosso i Cardinali, volendo dimostrar con tal colore,
che doveano esser pronti sino allo spargere del sangue in servigio
della Chiesa contro Federico. Aggiunse loro per maggior ornamento
di tal dignità la valigia, e la mazza d'argento quando cavalcavano,
volendo, che alla regia dignità fosse la loro agguagliata. Ciò fece
ancora ad onta, e per l'impegno che teneva contro Federico, il quale
diceva, che i Prelati doveano imitar Cristo e gli Apostoli, ed andar
scalzi, e a piedi, e che bisognava ridurgli alla povertà primitiva
della Chiesa[379]. Favellò poi d'altri affari della Chiesa e del
soccorso, che intendea dare a Terra Santa, e della difesa da farsi
contro i Tartari, che l'Ungheria e l'Alemagna con gravissimi danni
avevano assalita; cominciò poi ad esagerare le malvagità di Federico,
le persecuzioni, che continuamente dava ai romani Pontefici, ed agli
altri Ministri della Chiesa di Dio, mandando in esilio i Vescovi,
con privargli d'ogni avere, imprigionando i Cherici, con fargli
anche spesse fiate crudelmente morire, e commettendo continuamente
queste, ed altre simiglianti cattività. Ma surto in mezzo con molta
intrepidezza _Taddeo di Sessa_, uno degli Ambasciadori di Federico,
rispose in faccia del Pontefice e di tutti coloro del Concilio, che di
tutte quest'accuse, delle quali si caricava il suo Signore, era quegli
innocente, e che la colpa delle passate guerre dovea addossarsi a'
Pontefici romani, e che egli fidando nella giustizia del suo Signore
avrebbe dileguate tutte quelle accuse; e che Federico, se Innocenzio
avesse voluto riconciliarlo con la Chiesa, avrebbe proccurato unire la
Chiesa greca con la latina, ricuperare Terra Santa, e restituiti i beni
tolti alla Chiesa romana, e che di queste promesse egli ne offeriva
per mallevadori i Re di Francia, e d'Inghilterra; ma il Pontefice
burlandosene come vane ed illusorie, ributtò l'offerte; co' quali
discorsi si diè compimento per quel giorno a questa prima sessione del
Concilio.

Ragunatosi poi nella seguente settimana, nella seconda sessione
si cominciò di nuovo a trattar dello stesso affare, e dopo aver il
Pontefice orato di nuovo intorno alle malvagità di Federico, surse in
mezzo il _Vescovo di Carinola_, Frate che fu dell'Ordine Cisterciense,
il quale era uno de' Prelati, che l'Imperadore avea fatti cacciare
del Reame: questi, mostrando in voce afflitta e mesta gli strazj,
che avea sofferti da Federico, cominciò a fare un racconto della
costui mala vita da che era stato fanciullo, caricandolo di molte,
e gravissime ingiurie, dicendo, che Federico non credea nè a Dio, nè
a' Santi: che tenea in un medesimo tempo più mogli; che favoreggiava
continuamente i Saraceni: che tenea particolar familiarità col Soldano
di Babilonia: che sovente si contaminava con illeciti concubiti di
donne saracene; e che menando vita epicurea e tutta mondana, mostrava
non credere a niuna legge, solito a repetere quelle parole d'Averroe,
che tre persone avevano ingannato tutto il Mondo, il Salvator nostro
Gesù i Cristiani, Moisè gli Ebrei, e Maometto gli Arabi; e dopo
aver soggiunto il Vescovo altre simiglianti accuse, terminò il suo
discorso col dire, che Federico intendea di ridurre i Prelati a quella
bassezza e povertà della primitiva Chiesa, come per le sue opere, e
per molte sue lettere potea chiaramente conoscersi. Dopo costui surse
un _Arcivescovo Spagnuolo_, e confermando le cose, che avea dette il
Vescovo di Carinola, ve n'aggiunse dell'altre, accusandolo d'eretico,
di sacrilego, di spergiuro, confortando il Pontefice a procedere
contro di lui, e deporlo dall'Imperio, ed offerse d'assisterlo con
l'avere, e con la persona in tutto quel che fosse stato necessario con
tutt'i Prelati della sua Nazione, i quali in maggior numero, e con più
magnificenza degli altri eran venuti al Concilio.

Ma _Taddeo di Sessa_ impaziente per le parole ingiuriose del Vescovo
di Carinola rispose intrepidamente, che egli in tutto ne mentiva,
declamando che ei non per zelo della giustizia, ma per odio particolare
favellava in cotal guisa, opponendogli molti gravissimi falli,
per li quali lui, ed i suoi fratelli erano stati dall'Imperadore
convenevolmente puniti; che mentiva chiunque volesse imputar Federico
d'eresia; e che se egli fosse stato quivi presente colla sua propria
bocca avrebbe professata la vera fede non meno di tutti i più fini e
fedeli Cristiani; che della sua vera e cristiana religione poteva egli
mostrare un incontrastabile argomento, di non aver voluto tollerare ne'
suoi dominj gli usuraj, e d'avergli severamente puniti; _in hoc Curiam
Romanam reprehendens_ (come dice Matteo Paris) _quam constat hoc vitio
maxime laborantem_; ed avendo risposto a tutte le accuse fatte da que'
Prelati, pregò instantemente il Pontefice a soprastare a ragunar la
terza volta il Concilio, perchè Federico era giunto a Torino, e fra
poco tempo sarebbe colà venuto di presenza per purgarsi de' delitti,
che se gli opponevano; ma il Pontefice negò alla prima di volergli dare
questa dilazione, anzi soggiunse, che se Federico veniva, egli subito
si sarebbe partito; ma il seguente giorno a richiesta dei Proccuratori
de' Re di Francia e d'Inghilterra, fu costretto a dar la dimandata
dilazione; la quale non potè esser più lunga, che di due settimane.

Federico scorgendo essere inevitabile la sua condannazione, riputando
miglior partito di non essere presente, ed innanzi a Giudice a se
sospetto, recusò di venire; e non ostante che Taddeo di Sessa si
protestasse, che di ciò, che s'avea a trattar contro l'Imperadore
n'appellava al futuro Concilio, passate le due settimane, tosto ragunò
Innocenzio di nuovo i Prelati, e pubblicate da lui prima alcune
Costituzioni fatte per lo soccorso di Terra Santa, diede _non sine
omnium audientium, et circumstantium stupore, et horrore_, come scrive
Paris, la sentenza contro Federico, per la quale lo pronunciò privato
dell'Imperio, e di tutti gli onori e dignità, e di tutti gli altri suoi
Stati, assolvendo i sudditi del giuramento, ed ordinando loro sotto
pena di scomunica, che non gli dovessero più ubbidire, ordinando agli
Elettori dell'Imperio, che dovessero eleggere il successore, e che
niuno lo riconoscesse più per Imperadore o Re. Questa sentenza vien
rapportata dal Bzovio negli Annali ecclesiastici, e si legge ancora
tutta intera nella vita di Federico, che Simone Scardio prepose a'
libri dell'epistole di Pietro delle Vigne; ed abbiamo, nel raccontar
la deposizione di Federico, voluto seguitare più tosto ciò, che se
ne scrive nel quarto volume de' Concilj universali e negli annali di
Matteo Paris, che il Sigonio, ed alcuni altri Autori, giudicando con
tali scorte meglio potersi incontrar la verità.

Diede contezza il Pontefice immantinente per sue particolari lettere di
cotal sentenza a tutti i Principi cristiani, ed inviò Filippo Fontana
Vescovo di Ferrara a' Principi d'Alemagna, ed agli Elettori, perchè
creassero nuovo Imperadore, esortandogli ad esaltare a cotal dignità
Errico Langravio di Turingia.

Federico intesa la novella di cotal fatto mentr'era a Torino, acceso
di gravissimo sdegno rivolto a' suoi Baroni così disse: _Il Pontefice
mi ha privato della Corona imperiale, veggiamo se così è_; e fattasela
recare innanzi, se la pose in testa, dicendo queste parole, _che
nè il Pontefice, nè il Concilio avean potestà di togliernela_; ed
ancorchè riputasse vana ed ingiusta cotal sentenza, nulladimanco
considerando di quanto detrimento potea essergli cagione, non
tralasciò far ogni sforzo per riconciliarsi col Pontefice; onde per
mezzo del Re di Francia fece offerire al Papa _satisfactionem facere
competentem_ (narra Paris): _obtulit etiam quod in Terram Sanctam
irrediturus obiret, quoad viveret Christo ibidem militaturus_; ma
il Papa ridendosi di queste cose rispose al Re, che Federico tante
volte queste, e cose maggiori avea promesse, e poi niuna attesa; al
che replicò il Re: _Septuagies septies pandendus est sinus, peto, et
petens consulo, tam pro me, quam pro multis aliis millium millibus
peregrinaturis prosperum exitum expectantibus, imo potius pro Statu
Universalis Ecclesiae, et Christianitatis accipite, et acceptate
tanti Principis talem humilitatem, Christi sequentes vestigia, qui se
usque ad crucis patibulum humiliasse legitur_; il che quando vide il
Re di Francia rifiutarsi ostinatamente dal Papa, adirato contro di
lui andò via sdegnato grandemente, ed ammirato, che quella umiltà,
che avea conosciuto in Federico Imperadore, non avea egli potuto
trovare nel _servo de' servi_. Ed ancorchè il Pontefice per mezzo
di sue lettere avesse fatto volar per lo Mondo questa sentenza;
nulladimanco, come scrive l'Abate Stadense, _quidam Principum cum
multis aliis reclamabant, dicentes, ad Papam non pertinere Imperatorem
instituere, vel destituere: sed electum a Principibus, coronare_. E
fu così vana, e di niun effetto cotal deposizione, che narra Tritemio,
che Federico in tutto il tempo che visse da poi, _per annos ferme sex
contra eum, nec Papa, nec aliquis Principum praevalere potuit; sed non
advertens sententiam Papae, quam frivolam, et injustam esse dicebat,
se Imperatorem gessit, magnamque Principum nobiliorum, et Civitatum
usque ad mortem aderentiam habuit_. Perlaqualcosa vedendo Federico
niente giovargli la sua umiltà, fu tutto rivolto a disingannare il
Mondo di quanto proccurava opporgli Innocenzio; onde fece scrivere più
sue lettere a tutti i Principi di Cristianità purgandosi dall'accuse,
che gli erano opposte, facendo nota la nullità di tal deposizione,
come quella, che procedeva da chi non avea potestà alcuna di farla,
onde si leggono perciò ne' libri di Pietro delle Vigne molte epistole,
fra le quali è da leggersi la prima del primo libro, che comincia:
_Collegerunt Pontifices et Farisaei consilium in unum, etc._ e l'altra:
_In exordio nascentis Mundi_, e molte altre di consimile tenore.

(Presso Lunig[380], si leggono le vicendevoli imprecazioni, querimonie,
ed accuse d'Innocenzio IV e di Federico, che nell'anno 1245 seguirono
fra di loro; ed infra gli altri delitti Innocenzio imputava a
Federico, che all'usanza de' Saraceni facesse castrare in Capua alcuni,
destinandoli per custodia delle sue donne nel serraglio).

E fu da valenti Teologi dimostrato[381], non essere della potestà del
Pontefice, nemmeno del Concilio il deporre i Principi; e tanto meno
può dirsi di questo Concilio di Lione, il quale oltre di non essere
stato generale, siccome per tale non l'ebbero Matteo Paris, Alberto
Stadense, Tritemio, Palmerio, Platina ed altri, per mancarvi tutte
le condizioni de' Concilj generali, e per esservi intervenuti pochi
Prelati, nemmeno di tutte le province d'Occidente, la sentenza non fu
profferita dal Concilio, ma dal solo Pontefice, non _Sacro approbante
Concilio_, ma solamente _Sacro praesente Concilio_, come si legge negli
atti di quel Concilio, e rapportano Dupino, ed altri insigni Scrittori
ecclesiastici.

Per la qual cosa quasi tutti i Principi e Popoli d'Europa, anche dopo
questa deposizione tentata da Innocenzio, lo riconobbero per Imperadore
e Re. Nè Federico permise, che in cos'alcuna fosse Innocenzio ubbidito
da' suoi sudditi ne' suoi dominj, e ne' Regni di Sicilia; anzi ordinò
per sue lettere al Gran Giustiziere di Sicilia, che desse aspro
castigo, privandogli di tutti i beni, e scacciasse dal Regno tutti
i Frati e Preti, che per ordine del Pontefice, e suo interdetto non
avesser voluto in quell'isola celebrare i divini Ufficj, e ministrare
i Sacramenti a' Popoli; e che niuno Religioso potesse trasferirsi da
luogo a luogo senza espressa licenza, e testimonianza donde ei venisse.

Scrisse parimente consimili lettere al Giustiziere di Terra di Lavoro,
e gl'impose strettamente, che dovesse esigere da' Cherici la terza
parte dell'entrate, che possedevano di Chiesa, e gli facesse pagare
tutte le altre imposte, che pagavano i Laici, comandandogli altresì,
che coloro, i quali avessero negato di ciò fare, gli avesse prestamente
imprigionati.


§. II. _Infelice fine di Pietro delle Vigne._

Dall'aver così bene adempiute le sue parti nel Concilio di Lione
_Taddeo da Sessa_, ed all'incontro dal vedersi, che _Pietro delle
Vigne_ pur ivi mandato Ambasciador di Federico, non avesse in quella
Assemblea fatto nè pur minimo atto a difesa del suo Signore, fu
cagione, che gli emoli di Pietro cominciassero a preparargli quella
ruina, che poco stante gli sopravvenne; perciocchè gli apposero
appresso l'Imperadore, che essendo in esso Concilio suo Legato con
Taddeo di Sessa, fosse stato corrotto o dalle parole, o da' premj
d'Innocenzio, e perciò avesse tralasciato di fare quel, che gli
convenia per suo servigio; non trovandosi così negli atti del Concilio,
come negli Annali ecclesiastici del Bzovio, ed in tutti gli altri
Autori, che scrissero di tal avvenimento, fatta menzione d'altri, che
di Taddeo di Sessa: indizio chiaro, che, Pietro in nulla si volesse
intrigare, ancorchè vi fosse anch'egli presente, per la qual cosa,
fatto credere cotal fallo all'Imperadore da' suoi emoli, in gran
parte intepidirono il grande amore, che prima gli portava, e venne in
sospetto non gli ordisse qualche tradimento; onde ammalatosi Cesare
poco da poi in Puglia, consigliato da Pietro, che per ricuperar sua
salute dovesse purgarsi il ventre, e poi entrare in un bagno per ciò
apprestato, fece da un Medico famigliare d'esso Pietro, e che altre
volte in cotal mestieri l'avea servito, comporre il medicamento,
e mentre s'apprestava di torlo, gli fu data contezza, che Pietro
corrotto dai doni del Pontefice, per insinuazione del medesimo tentava
avvelenarlo; onde appresentandosegli il Medico colla bevanda, rivolto
a lui, ed a Pietro, che colà era, disse loro: _Amici, io ho fede in
voi, e so che non mi darete il medicamento per veleno_; e Pietro
gli rispose: o Signore, spesse volte questo mio Medico vi ha dato
giovevol rimedio, perchè ora più del solito temete? e l'Imperadore
guardando con torvo aspetto il Medico disse, _dammi cotesta bevanda_;
il perchè atterrito colui, fingendo di sdrucciolare col piede, ne
versò la maggior parte, per la qual cosa venendo in maggior sospetto,
fattigli prendere ambedue, fece trar di prigione alcuni condennati a
morte, i quali bevuto d'ordine di Federico quel poco della medicina,
che rimasto vi era, prestamente gli uccise; e si scoperse, che di
violentissimo veleno insieme col bagno era composta, sicchè chiarito
Cesare del tradimento, fece appiccar per la gola il Medico: e Pietro
(non volendolo far morire) fu abbaccinato, e spogliato di tutt'i
beni, e d'ogni ufficio ed autorità ch'egli avea, e condotto a vivere
miserissima vita. Ma Pietro non potendo soffrire la caduta di tanta
grandezza, informatosi da colui, che il guidava, che era presso d'un
muro, o d'una colonna di marmo, come scrive il Sigonio[382], vi battè
così fortemente la testa, che rottosegli il cerebro, in un subito morì.
Altri dicono essersi precipitato da una finestra della sua casa nella
città di Capua, ove acciecato dimorava, mentre colà di sotto passava
l'Imperadore, ed esser di repente per tal caduta morto nell'anno 1249.
Ed in quest'anno rapportano cotal morte Matteo Paris Monaco di Monte
Albano in Inghilterra negli Annali di quel Regno, che visse nell'anno
di Cristo 1250, Carlo Sigonio, ed altri più antichi Autori. Non
mancarono ancora di quegli, che scrissero esser egli morto innocente,
e sol per invidia de' Cortigiani, che della di lui grandezza capitali
insidiatori, postolo in odio di Federico con dargli a divedere, che per
opera del Papa gl'ordiva tradimento, gli cagionassero così sventurato
fine; fra' quali fu Dante Alighieri, stimatissimo Poeta di quel secolo,
il quale nel 13. canto dell'Inferno, essendo di tal opinione, fa da
Pietro così favellare in sua difesa.

    _Io son colui, che tenni ambo le chiavi_
    _Del cuor di Federico, ec._

Da' quali versi, qualunque si fosse la cagion di sua morte, chiaramente
si scorge, ch'egli venuto in odio del suo Signore, di proprio volere
per gravissimo sdegno si uccise. Scrive ancora Matteo Paris, che
l'Imperadore acerbamente si dolse del tradimento, che Pietro commetter
pensava e della sua morte, dicendo (come sono le parole di questo
Autore) _Vae mihi, contra quem saevire coactus_.

Ma dalle insidie tese da Innocenzio contro Federico per mezzo
d'altri personaggi di conto, ben si conosce, che siccome per la sua
potenza tirò al suo partito molti Principi e Signori, che prima erano
partigiani di Federico, con facilità potè anche abbattere la costanza e
fedeltà di Pietro delle Vigne; poichè corruppe ancora con doni, e con
danari per mezzo del Vescovo di Ferrara alcuni Principi d'Alemagna,
i quali non tenendo conto di Corrado suo figliuolo, per compiacere
al Pontefice elessero Re de' Romani Errico di Turingia, il quale dopo
la sua elezione cominciò in quei Paesi con varj successi a fare aspra
guerra contro Corrado.

Corruppe ancora molti suoi Baroni, così di quelli, ch'erano con lui nel
suo esercito, i quali se gli erano congiurati contro per ammazzarlo,
come anche molti di quelli, che dimoravano nel nostro Reame in prima
suoi fedeli, i quali tentarono con sedizioni sconvolgergli il Regno di
Puglia: tanto che bisognò interrompere la guerra contro i Milanesi,
e di lasciare il Re Enzio suo Vicario in Lombardia, ed accorrere
contro i Baroni alla difesa del Regno, i quali aveano contro di lui
manifestamente prese l'armi, ed occupato Capaccio ed altre castella di
quella provincia.

I Baroni, che per opra del Pontefice contro di Federico si congiurarono
erano in prima de' suoi più cari partigiani ed amici: questi furono
Teobaldo Francesco, Pandolfo, Riccardo, e Roberto della Fasanella, con
tutta la lor famiglia, tutti i Sanseverini, Capo de' quali era il Conte
Guglielmo, Jacopo e Goffredo di Morra; Andrea Cicala General Capitano
nel Reame; Gisolfo di Maina, con molt'altri, di cui non sappiamo i
particolari nomi.

Costoro, che contro di lui congiurarono per torgli la vita, mentre
stavano attendendo di porre ad effetto il loro intendimento, furono
scoverti a Federico dal Conte di Caserta, che, come scrivono alcuni
Autori, di tutto gli diè conto per un suo fedele famigliare nomato
Giovanni da Presenzano, sin da ch'egli era in Lombardia; onde alcuni
d'essi fur fatti prestamente imprigionar da Federico, ed alcuni altri
si salvarono con la fuga, fra' quali fu Pandolfo della Fasanella, e
Jacopo di Morra; e pervenuta agli altri la novella della scoverta
congiura, Teobaldo Francesco, Guglielmo Sanseverino ed Andrea
Cicala occuparono di furto Capaccio e Scala, e colà si ricovrarono,
fortificando, e munendo que' luoghi quanto poterono, per difendersi;
ma assalita Scala da' fedeli dell'Imperadore, fu combattuta con molto
valore, e prestamente espugnata; e fur sostenuti in essa Tommaso S.
Severino, ed un suo figliuolo.

Giunto poi nel seguente anno di Cristo 1246 l'Imperadore nel Reame, fu
assediato Capaccio; ed ancorchè i suoi difensori sentissero estrema
carestia di acqua, non essendosi ripiene le cisterne per mancamento
di pioggia, pure con molto valor si mantennero sino a' 28 di luglio,
quando furono a forza presi i difensori, con rimaner prigioni Teobaldo
Francesco, e la maggior parte degli altri congiurati; i quali furono
dall'adirato Imperadore con atrocissimi tormenti fatti morire,
incrudelendo altresì contro tutti i loro legnaggi, con farne uccidere
grosso numero, ed agli altri dar bando dal Regno. Allora dovette
succedere quel che Matteo Spinello scrive di Ruggieri Sanseverino,
che salvato da Donatello Stazio suo famigliare, fu per opera poi di
Polisena Sanseverina sua zia inviato al Pontefice, da cui fatto con
paterno affetto allevare, divenne poi prode ed avvenente giovane,
il quale con esso Pontefice nel Regno, e con più felice fortuna con
Carlo I d'Angiò divenne Capo de' forusciti napoletani a ricovrare
il suo Stato; perciocchè la rotta di Canosa, che Matteo Spinello
racconta, non fu vera, nè Federico, che scrisse particolarmente questo
fatto in due sue epistole, quando avesse combattuti e debellati i
Sanseverineschi nel piano di Canosa, l'avrebbe taciuto; se pure il
primo trascrittore di Spinello, in luogo di voler dir la presa di
Capaccio, non avesse detto la rotta di Canosa; ovvero ve l'avesse di
sua testa aggiunto, come in molti altri luoghi di quell'Autore si è
fatto, facendogli scrivere quel, che mai non successe, e ch'egli mai
non ebbe intendimento di dire.



CAPITOLO IV.

_FEDERICO prosiegue la guerra contra i Lombardi nell'istesso tempo, che
CORRADO suo figliuolo è travagliato in Alemagna da ERRICO di Turingia,
e da GUGLIELMO Conte d'Olanda. Muore in Fiorentino, e gli succede
CORRADO._


Intanto il Re Enzio seguitava a travagliar con aspra guerra la
Lombardia: ed in Alemagna non minori e men crudeli erano le battaglie
tra Corrado ed Errico di Turingia, il quale ancorchè avesse data
una gran rotta a Corrado, fu poi ucciso da un colpo di saetta mentre
combattea la città d'Ulma: onde Innocenzio saputa la morte d'Errico,
inviò di nuovo quattro altri suoi Legati ad istigare i Principi
tedeschi contro Federico; e per essere stato dal Re Enzio d'ordine del
padre fatto morir impiccato per la gola un parente d'esso Pontefice,
di nuovo amendue scomunicò, e tanto operò co' Tedeschi, che fu eletto
in nuovo Re de' Romani Guglielmo Conte d'Olanda, il quale incamminatosi
dopo la sua elezione a prendere la Corona in Aquisgrana, se gli oppose
intrepidamente col suo esercito Corrado, il quale occupata e munita
quella città lungamente dentro d'essa da Guglielmo, e dai suoi si
schermì. Non avea il Pontefice trascurata ogni opera di far ribellare
Corrado istesso contro il suo padre, e per mezzo del Cardinal Ubaldino
suo Legato, dell'Arcivescovo di Colonia, e di molti altri Baroni
alemani, faceva continuamente insinuare al medesimo a non seguire
l'imprese e le dannate vestigia, com'essi diceano, di suo padre: ma
Corrado Principe pio e costante gli rispose, che avrebbe difese le sue
parti insino all'ultimo spirito di sua vita.

Federico intanto racchetati i rumori del Regno partì di Puglia, e
passò a Pisa, e di là per li confini dei Parmegiani a Cremona. Quivi
essendo, fugli da alcuni insinuato di dover trovare qualche modo di
riconciliarsi colla Chiesa, e conchiuse perciò di conferirsi di persona
in Lione per umiliarsi al Pontefice; sicchè tolto in sua compagnia
onesto numero di famigliari, passò da Cremona a Torino, e celebrata
quivi un'altra Assemblea, partiva già per Lione; ma giunto appena
alle radici dell'Alpi gli fu per particolar messo significato, per
opra d'Innocenzio essergli stata dai suoi partigiani ribellata Parma;
onde accorse immantenente per riaverla, ed intrigato col Re Enzio suo
figliuolo in questa guerra, ampiamente scritta da Sigonio, passò quivi
tutto quest'anno, e nel seguente anno 1248 per occasione di questa
guerra, nella quale ora perdente, ora vincente, perdè Vittoria città
novellamente da lui edificata a fronte di Parma, nel qual fatto i suoi
nemici uccisero, e fecer prigioni la maggior parte degli assediati,
fra' quali morì _Taddeo di Sessa_, quel celebre nostro Giureconsulto,
e che in questi tempi avea anche avuto l'onore d'essere stato fatto
General Capitano in quell'esercito. E mentre con tali successi era
afflitta Italia, Guglielmo Conte d'Olanda creato Re de' Romani, dopo
un lungo contrasto, presa la città d'Aquisgrana, era stato in essa
dall'Arcivescovo di Colonia incoronato nel dì primo di novembre di
quest'anno; e poco stante azzuffatosi con Corrado, ch'era col suo
esercito di nuovo sopra detta città venuto, il ruppe e pose in fuga.

Nel seguente anno 1249 Federico lasciato il Re Enzio suo Vicario in
Lombardia, se ne passò in Toscana, ove giunto, se creder vogliamo
a Giovanni Villani, non volle entrare in Firenze, perchè per vana
predizione di _Michele Scoto_ grande Astrologo e Mago di que' tempi,
gli era stato detto, che aveva da morirvi dentro, e fermatosi ad un
luogo ivi vicino, poco da poi passò l'Imperadore in Puglia, ove finchè
visse, che fu molto poco, dimorò.

In questo medesimo anno avendo i Bolognesi data una terribile rotta
al Re Enzio, lo fecero prigione; onde crebbe oltremodo la fortuna e
potenza de' Bolognesi, e per la fama dell'acquistata vittoria per sì
riguardevole personaggio, e per la nobiltà del suo aspetto, e per la
fiorita età, che non passava 25 anni, e per la grandezza del padre;
e avendolo condotto con gran trionfo prigioniero a Bologna, diede
manifesto esempio dell'incostanza ed infelicità delle cose umane,
ed i Bolognesi statuito con pubblico decreto, che mai non s'avesse
a riporre in libertà, regiamente a spese del Pubblico, mentre egli
visse lo sostennero, non si movendo a liberarlo, nè per le minacce del
Padre, che sopra di ciò scrisse loro una sua lettera, nè per offerta
di grossa somma d'oro in suo riscatto. In tal maniera ventidue anni, e
nove mesi dimorato, come scrive Cuspiniano, fu poi venendo a morte con
nobilissima pompa sepolto da' Bolognesi nella chiesa di S. Domenico in
un ricchissimo avello di marmo con la sua statua indorata, ove sino al
presente, secondo che scrive Stradero, si legge l'inscrizione in una
piastra di bronzo.

Ricevette, non molto tempo dopo tal successo, l'Imperadore lettere
da' Modanesi, ove significandogli la ricevuta sconfitta si dolevano
della prigionia del figliuolo, a' quali egli rispose magnanimamente
ringraziandogli del loro ben volere, con minacciare aspramente i
Bolognesi, e tutti i partigiani della Chiesa. Ma questi col favor
dell'ottenuta vittoria, dopo aver soggiogate molte città e castelli
di Lombardia e di Romagna, e fra essi Modana, che per alcun tempo
strettamente assediarono, mossero Federico per non perdere affatto
il dominio di quei paesi, essendo già entrato l'anno di Cristo 1250
a raccorre soldati, e moneta per rinovar la guerra, e tentare di
riporre il figliuolo in libertà, e mentre a ciò badava, ammalò del
suo ultimo male nel castel di Fiorentino, ora disfatto, in Capitanata
di Puglia, sei miglia lungi da Lucera, e come scrive Cuspiniano, non
senza sospetto, che Manfredi Principe di Taranto suo figliuol bastardo
l'avesse avvelenato, o come è più verisimile, perchè aspirando al
dominio del Reame, voleva torsi dinanzi il padre, per tentare di porre
il suo pensiero ad effetto, come si conobbe da poi.

L'Imperadore aggravato dal male, pentitosi de' suoi falli, e
chiedendone a Dio perdono, si confessò a Bernardo Arcivescovo
di Palermo, e da lui ricevette l'assoluzione, ed il sacramento
dell'Eucaristia, se creder dobbiamo ad Alberto Abate di Strada; e
persuaso dall'istesso Arcivescovo fece il suo testamento, il qual tutto
intero, come quello, che contiene più notabili cose, addurremo.

Soggiunge Cuspiniano, che mentre superando la forza del veleno o della
malattia, o per la sua robusta complessione, o per la diligente cura
de' Medici, stava per riaversi, Manfredi aggiungendo fallo a fallo per
tema non il padre campasse, di notte tempo, postogli un piumaccio alla
bocca crudelmente il soffocò; alla qual opinione di violenta morte par
che concorra lo Scrittor di Giovennazzo, quando dice, che a tempo si
sparse voce, che l'Imperadore era già guarito, e che il seguente giorno
voleva uscir di letto, per aver mangiato la sera certe pera cotte con
zuccaro, si ritrovò poi il mattino morto nel letto, verificandosi il
vaticinio fattogli (se tai vanità son degne di fede) che aveva a morir
in Fiorenza, ma secondo le solite anfibologie degl'Astrologi non in
Fiorenza di Toscana, ma in Fiorentino di Puglia; se bene l'Anonimo[383]
Autor della Cronaca di Manfredi, come troppo appassionato di questo
Principe, passa sotto silenzio le circostanze di questa morte violenta,
per non incolpar Manfredi suo Eroe.

Cotal fu dunque il fine di Federico II Imperador romano, il quale morì
in età di cinquantasei anni, e nel trentesimo ottavo del suo Imperio,
lo stesso giorno, che fu eletto a cotal dignità in Alemagna, dopo aver
cinquantatre anni dominato il Reame di Napoli e di Sicilia, e 28 quello
di Gerusalemme, Principe degno di chiara ed immortal memoria, per le
molte e singolari virtù, che così nell'animo, come nel corpo di pari
in lui fiorirono; perciò, lasciando star da parte quello, che alcuni
Scrittori italiani di lui con troppa malevoglienza, e alcuni altri
tedeschi con troppa adulazione scrissero: egli è certo, che fu un savio
ed avveduto Signore, valoroso e prode di sua persona, e di nobile, e
signoril presenza: fu liberale e magnanimo, perchè premiò ampiamente
coloro, che l'aveano servito, così nell'opere di pace, come nella
guerra, ed onorò i Signori dell'Imperio di grandissime prerogative e
privilegi; poichè primieramente creò Federico, detto il _Bellicoso_,
di Duca, che in prima egli era, Arciduca d'Austria[384], e gli diede
l'insegne reali per quel, che ne scrive il Cuspiniani; ma nel sesto
libro delle Pistole di Pietro delle Vigne appare, che nel creò Re,
benchè secondo il Zurita, di cotai titoli di Re, e d'Arciduca non si
servì niuno de' suoi seguenti Signori, che quella provincia dominarono
fin all'Imperador Federico III ch'il concedette di nuovo a Filippo suo
nipote, quando stava trattando d'ammogliarsi con una delle figliuole
di Ferdinando Re di Castiglia e d'Aragona, detto poi il Re Cattolico,
nell'anno di Cristo 1488.

Fu nella militar disciplina espertissimo, per la quale ottenne
nobilissime vittorie de' suoi nemici; e mostrò non men fortezza ne'
casi avversi, che temperanza e continenza ne' prosperi. E provvido
ne' consigli, e prudente nel riordinare i suoi Regni di molte utili e
giuste leggi.

Per aver avuti nemici tre romani Pontefici, Onorio, Gregorio ed
Innocenzio, e le città Guelfe partigiane dei medesimi, acquistò egli
presso i posteri nome di spergiuro, e di crudele con tutti i Prelati
e Ministri della Chiesa; e per averne perseguitati molti, e scacciati
dalle loro sedi, altri imprigionati, e fatti morire in esilio, ed avere
in altre strane guise fatto impiccare grosso stuolo di Frati e Preti;
e per aver taglieggiate le chiese, i monasterj, e gli Ecclesiastici,
con torre loro i beni e facoltà: pose timore a tutti gli Ecclesiastici,
non volesse ridurgli alla strettezza e povertà della primitiva Chiesa,
tanto maggiormente ch'era lor riferito, che l'Imperadore soleva avere
spesso in bocca cotali voci; onde Matteo Paris, che prima che Federico
fosse stato deposto, avea sempre nella sua Cronaca aderito al suo
partito, quando da poi intese, che Federico soleva dir queste parole,
come che egli si trovava Abate di Monte Albano d'Inghilterra, e ricco
di molti Beneficj e Commende, dispiacendogli tal proponimento, cominciò
a mutar stile e scrivere contro di lui in altra maniera, che prima avea
fatto.

Se questo fece _Paris_, ognun può credere, che cosa mai facesser gli
altri Scrittori italiani partigiani dei Pontefici romani, e tutti
Guelfi: e particolarmente i Frati. Paolo Pansa nella Vita d'Innocenzio
IV rapporta, che Fr. _Salimbene_ da Parma Frate Minore, che visse
in que' tempi, e conobbe Federico, in una sua Cronaca a penna lasciò
scritto, che Federico in quest'ultima sua infermità fu afflitto da'
vermi, che scaturivano dalle sue carni, e che morto che fu, usciva tal
puzza da quel cadavere, che non si poteva in alcun modo tollerare, e
che per allora non gli si potè dar sepoltura: ch'era poco cattolico,
anzi epicureo, come quegli, che non credea trovarsi altra vita, che
questa; soggiungendo, che quando e' fu in Oriente, e vide la Terra, che
si chiama di _Promissione_, si pose a ridere, e facendosene beffe, ebbe
a dire che se il Dio de' Giudei avesse veduto il Reame di Napoli, e
massimamente Terra di Lavoro, non avrebbe fatto sì gran conto di quella
sua terra di Promissione.

(Oltre a ciò i Monaci nelle loro Croniche anche scrissero, che Federico
passando un giorno col suo esercito vicino alcuni campi di formento,
che avea le spiche già mature, e danneggiando i Soldati coi loro
cavalli le spiche, e rapportato ciò a Federico, avesse motteggiando
risposto, che se ne astenessero, e le portassero rispetto, poichè un
giorno i grani di quelle spiche potevano divenire tanti CRISTI. Le
parole sono rapportate da _Simone Hanh, Hist. Germ. in Friderico II_).

Lo dipinsero perciò, ch'egli fosse ateo, e che negando l'immortalità
dell'anima avesse posto ogni suo intendimento ne' diletti del corpo,
godendosi, e sollazzandosi con quel, che più gli aggradiva, e che
perciò si contaminasse con ogni sorte di lussuria, tenendo sempre,
oltre alla moglie, uno stuolo di concubine attorno, alcune delle
quali erano anche Saracene; della quale opinione mostra essere
stato anche Dante[385], ancorchè Ghibellino, ponendolo a patire
le pene dell'Inferno, in un luogo, ove era simil peccato d'eresia
punito, con il padre di Guido Cavalcanti, e Farinata degli Uberti
Cavaliere Fiorentino, e col Cardinale Ottavio degli Ubaldini, facendo
dall'istesso Farinata dire:

    _Qua entro è lo secondo Federico,_
    _E 'l Cardinale, e degli altri mi taccio._

Ma da ciò, che s'è in questi libri veduto, si conosce, che Federico
quando fu corrisposto da' Pontefici, fu cotanto attaccato alla Chiesa
romana, ed ai suoi Ministri, che Ottone soleva perciò chiamarlo il _Re
de' Preti_. E si vede ancora dalle tante sue Costituzioni promulgate
tutte favorevoli alla giurisdizione della Chiesa, le quali insino oggi
s'osservano. Quanto perseguitasse gli Eretici ben si è di sopra veduto,
e ben lo dimostrano le severe sue Costituzioni, che promulgò contro i
medesimi, non meno per estirpargli da Italia, che dalla Germania[386].
E se dobbiam credere a Capecelatro[387], Inveges[388], e ad alcuni
Scrittori, egli fu, che per osservar la promessa fatta al Pontefice
Innocenzio III istituì nell'anno 1213 il Tribunal dell'Inquisizione in
Sicilia.

In questo nostro Reame si è ancor veduto quanto fosse grande il suo
zelo in estirpargli; poichè oltre d'aver pubblicata quella celebre
Costituzione _Inconsutilem_, avendo preinteso, che in queste nostre
province, e particolarmente in Napoli, era penetrata l'eresia de'
_Patareni_, mandò l'Arcivescovo di Reggio, e Riccardo di Principato
suo Maresciallo a carcerargli. Non istituì però (che che si facesse
in Sicilia, di che alcuni anche ne dubitano, non essendovi Scrittor
contemporaneo, che lo rapporti) per queste nostre Province particolar
Tribunale d'_Inquisizione_ contro i medesimi. Solo comandò a' suoi
Ufficiali, che contro di loro, ancorchè non accusati, procedessero
_ex inquisitione_, siccome si costumava negli altri enormi e gravi
delitti, e con molto più rigore di quello, che si praticava ne' delitti
di lesa Maestà umana. Perciò stabilì, che gl'indiziati, ancorchè
per leggieri sospetti, si dovessero portare ad esaminarsi avanti i
Prelati e persone ecclesiastiche, come coloro, a' quali appartiene,
ed è della lor perizia di conoscere se le opinioni deviano dalla fede
cattolica in qualche articolo; i quali Prelati se evidentemente,
e con manifeste e chiare pruove conosceranno essere i rei convinti
d'eresia, era solamente della loro incumbenza di ammonirgli _pastorali
more_, affinchè lasciassero gli errori, e l'insidie del Demonio; e
se, così ammoniti, pertinacemente s'ostineranno ne' loro errori, e
costantemente vorranno in quelli perseverare, era terminata la loro
incumbenza[389]; e de' rei in cotal guisa convinti, prendevano cura
i Magistrati secolari, i quali a tenore di quella sua Costituzione
gli sentenziavano a morte, e ad esser bruciati vivi nel cospetto del
Popolo. Stabilì ancora che nelle Corti generali, che due volte l'anno
doveano tenersi nel Regno, i Prelati dovessero denunciar gli Eretici
al suo Legato, ed agli Ufficiali, che componevano quella Corte[390],
affinchè ne prendessero severo castigo. E quantunque presso di noi
non istituisse particolar Tribunale, volendo, che que' medesimi suoi
Ufficiali, a' quali era commessa la punizione di tutti gli altri
delitti, procedessero anche in quello: i modi però, che prescrisse di
procedere contro gli Eretici, e le pene, ed i mezzi per iscovrirgli,
furono troppo diligenti e rigorosi. Egli fu il primo, che generalmente
gli condennò a pena di morte: egli castigava severamente i loro
recettatori, e coloro, dai quali erano ajutati: favoreggiò le pruove,
e volle, che contro di quelli si procedesse anche _ex inquisitione_,
come in tutti gli altri enormi delitti, e che a somiglianza di questi,
per inquisirgli bastassero leggieri indizj: separò con ben fermi e
chiari confini le conoscenze, che gli Ecclesiastici, ed il Magistrato
secolare doveano avere intorno a questo delitto. La conoscenza del
diritto, se tal opinione era eretica, o no, tutta intera la lasciò
agli Ecclesiastici; e perciò volle, che gl'imputati d'eresia fossero
esaminati da persone ecclesiastiche, perchè non altronde poteva
conoscersi se l'errore era dannabile o no, se s'opponeva alla nostra
Fede, ed a' suoi Dogmi, o non s'opponeva. Essi doveano ricercarli,
essendo ciò della lor perizia, non altrimente che negli altri delitti,
ne' quali accade richiedersi il giudicio de' periti. La conoscenza
del fatto, e la condanna era del Magistrato secolare, non potendo
la Chiesa, come altrove fu notato, in questi delitti, toltone di
separargli dal consorzio de' Fedeli, condennar a morte, nè a mutilazion
di membra, nè d'affliggere i rei con altre temporali pene.

A torto adunque vien lacerata la fama di Federico da' nostri Scrittori
italiani, per lo più tutti Guelfi. E se egli fu crudele contro alcuni
Prelati, e più contro i Frati e Monaci, ben nel corso di questo libro
si sono vedute le cagioni di tanta severità, e delle occasioni dategli
d'usarla. Nè deve riputarsi estraneo dalla potestà del Principe,
quando si mova con giuste cagioni, e precisamente se lo faccia per
ragion di Stato, d'esiliare i Vescovi, discacciargli dalle loro sedi,
imprigionare i Frati, ed incrudelire contro di essi, quando sono
perturbatori dello Stato, e della pubblica quiete. E molto meno deve
parer cosa strana di taglieggiare i beni degli Ecclesiastici, quando il
bisogno del Principe e della Repubblica lo richieda.

I Principi, sempre che il bisogno de' loro Regni il richiedeva,
sono stati soliti imporre alle Chiese e Monasterj certo tributo, che
esigevano unitamente dalle città e Feudatarj; e come altrove fu notato,
li _Patrimonj_ delle nostre Chiese pagavano il tributo agli Imperadori
d'Oriente.

Carlo M., discacciato Desiderio, e resosi padrone del Regno d'Italia,
lo impose alle Chiese e Monasterj d'Italia, come lo testimonia il
Sigonio[391]. E coloro, che sotto il nome di Principi di Benevento
ressero la maggior parte di queste province, che oggi compongono
il nostro Regno, han sempre esatto questi tributi dalle Chiese e
monasterj che si tassavan a proporzione, dal valore delle robe, che
possedevano. Così quando nell'anno 851 sotto Lotario Imperadore,
e Lodovico Re d'Italia suo figliuolo, fu diviso il Principato di
Benevento, ed eretto in Principato di Salerno tra Radelchiso Principe
di Benevento e Siconolfo Principe di Salerno, abbiamo, che fra l'altre
cose, che furono accordate tra questi due Principi, fu che di tutte le
robe de' Vescovadi e monasterj, ovvero _Xenodochii_, se ne prendesse
conto, e secondo il valore delle medesime si tassasse il censo solito
a contribuirsi al Principe: nel che furono solamente eccettuati i
monasterj di Monte Cassino, e l'altro di S. Vincenzo a Vulturno, i
quali perchè stavano sotto l'immediata protezione dell'Imperador
Lotario, e del Re Lodovico, furono esentati per li privilegi e
prerogative, che ne tenevano. Siccome ne furono anche eccettuate le
robe degli Abati e d'altri Ecclesiastici, che servivano al Principe
nel proprio palazzo[392]. Ma poi mutate le cose ed innalzato da' Papi
l'Ordine ecclesiastico in più sublime stato, sottraendogli, così per
ciò che riguarda le loro persone, come le loro robe, dalla potestà e
giurisdizione del Principe; sembrava Federico empio e tiranno, il quale
seguendo gli antichi esempj, si studiava restituire l'antiche ragioni,
e preminenze sopra le loro persone e beni.

Del rimanente, tolte da lui queste false accuse, fu Federico un
Principe, in cui di pari gareggiavano la giustizia, la magnificenza e
la dottrina. Egli ci lasciò molte sagge ed utili leggi; ed a cui molto
deve questo Regno, e Napoli più d'ogni altra città del medesimo. Egli
amantissimo delle lettere vi fondò una famosa Accademia, ove chiamò gli
scolari da tutti i suoi dominj. Egli ancora dottissimo in filosofia,
ed in ogni altra scienza, pose in grande onoranza lo studio pubblico
di Salerno per la medicina, e ne fondò un altro di nuovo in Padova,
togliendolo da Bologna città sua inimica, ordinando, che in questi
Studj non dovessero gire a studiare i cittadini delle città Guelfe sue
nemiche di Lombardia, di Toscana e di Romagna.

E ciò che è da ammirare, in un secolo, nel quale, come dice
l'Anonimo[393], _erant Literati pauci, vel nulli_, egli non solo fu
amante delle buone lettere, ma come studiosissimo di filosofia e d'ogni
altra scienza compose un libro _de Natura, et Cura Animalium_[394].
Egli spinse _Giordano Ruffo_ Maestro della sua Manescalchia reale a
comporre un Trattato della cura e medicamenti de' cavalli, il quale
nel fine del libro, che si conserva in S. Giovanni a Carbonara, fra i
libri, che furono del Cardinal Seripando, dice, che egli di quanto avea
scritto n'era stato istrutto da Federico suo Signore.

Fece dal Greco e dall'Arabico traslatare molti libri in linguaggio
latino, come l'_Almagesto di Tolomeo_, l'opere di Aristotele, e molti
altri di medicina, e di altre scienze, de' quali, siccome scrive
Giovanni Pontano, inviò a donare con sua particolar lettera, che si
legge nel terzo libro dell'epistole di Pietro delle Vigne, alcune opere
d'Aristotele a' Maestri e Scolari dello Studio di Bologna, prima che
divenissero suoi nemici.

Fece parimente comporre da _Michele Scotto_ famoso Medico ed Astrologo
di que' tempi, e suo carissimo famigliare molti libri di filosofia, di
medicina, e di astrologia, come testifica l'istesso Michele in alcuni
d'essi, che li dedica, e Corrado Gesnero nel suo Compendio; ond'è,
che le cose filosofiche e le matematiche cominciarono ad aver vita:
e per essersi queste opere d'Aristotele, e libri di Galeno, e degli
altri Medici arabi lette nelle nostre Scuole, e favorite da Federico,
quindi la filosofia d'Aristotele, e la medicina di Galeno, acquistarono
appresso di noi, e fecero quei progressi nelle Scuole, che insino a'
nostri tempi abbiam veduto.

Fece ancora ridurre in ordine quelle sue Costituzioni, donde furon
prese molte Autentiche ed inserite nel Codice di che altrove abbiam
ragionato; siccome i libri delle nostre _Costituzioni_ pur a lui li
dobbiamo che fece compilare da Pietro delle Vigne celebre Giureconsulto
di questi tempi. Compose ancora un libro della Caccia de' Falconi,
della quale non s'avea allora notizia alcuna; e Manfredi suo figliuolo
vi aggiunse poscia molte altre cose.

E se in sì gran Principe questo anche annoverar si dee, fu egli
versatissimo in molte lingue, così nella latina, come nella greca,
nella italiana, nella francese ed anche nella saracena, oltre della
tedesca sua natia; e si dilettò di poesia italiana, e vagamente
molti Sonetti e Canzoni compose, che insino ad ora si leggono unite
con quelle di Pietro delle Vigne, di Enzio suo figliuolo e d'alcuni
altri Poeti di que' tempi, quando la nostra lingua italiana surta dal
mescuglio di tante altre lingue e dalla latina precisamente, cominciava
a diffondersi, e che raffinata poi da valenti Scrittori, meritò d'esser
paragonata alla latina, ed alla greca istessa, anzi contendere con
quelle di maggioranza, ed al suo genio verso la poesia deve questo
secolo tanto numero di Poeti antichi, de' quali Lione Allacci[395]
tessè lungo catalogo; e fra noi l'_Abate di Napoli: Giacomo dell'Uva
di Capua: Folco di Calabria: Guglielmo d'Otranto: Guezolo da Taranto:
Ruggiero e Giacomo Pugliesi: Cola d'Alessandro_, e tanti altri antichi
Rimatori nell'infanzia della lingua italiana.

Principe magnificentissimo, che ornò Italia e questo nostro Reame
di molti nobili edifici, e particolarmente Capua e Napoli, avendo in
questa ampliato e ridotto in miglior forma il castello Capuano; ed in
quella rifatto con gran magnificenza l'antico ponte di Casilino sopra
il fiume Vulturno con due fortissime torri, ove fece porre la sua
statua di marmo, che ancora oggi ivi s'addita.

Fondò molte città in questi suoi Reami, le quali furono Alitea e Monte
Lione in Calabria; Flagella in Terra di Lavoro a fronte di Cepparano
e Dondona in Puglia, delle quali due oggi non vi è vestigio, essendo
subito dopo il lor principio disfatte; Augusta ed Eraclea in Sicilia;
e l'Aquila in Apruzzi a' confini del Regno per fronteggiare allo Stato
della Chiesa.

Ma quello, di che questo nostro Reame è principalmente debitore a
questo Principe, si è il vedere, che sotto di lui con miglior ordine
e distinzione si videro divise queste nostre province: ciocchè bisogna
minutamente notare, per lo rapporto, che si tiene ancora oggi di questa
divisione.



CAPITOLO V.

_Disposizione e novero delle province, delle quali ora si compone il
Regno._


La presente divisione delle nostre province in dodici, che ora
compongono il Regno di Napoli, dal Surgente[396], dal Mazzella[397],
e comunemente da tutti gli Scrittori s'attribuisce a Federico II
Imperadore, le quali non con nome di province, ma di Giustizierati
erano dinotate. Ma questa loro opinione non è in tutto vera, poichè
nè Federico fu il primo a far cotal divisione, nè a' suoi tempi il lor
numero arrivava a dodici ma era minore; onde non al solo Federico, ma
a Carlo I d'Angiò, ad Alfonso I d'Aragona ed a Ferdinando il Cattolico,
cioè a tutti insieme dee attribuirsi, siccome molto a proposito avvertì
il Tassone[398].

Nè questo numero fu sempre costante: poichè in alcun tempo per le
novelle prammatiche[399] alcune province (per ciò che riguarda il lor
governo ed amministrazione) furono unite, e da poi di nuovo divise in
dodici e poste nello stato, nel quale oggi si trovano; nè in tutti i
tempi ebbero le medesime città per loro metropoli e sedi de' Presidi.

Sortirono tal divisione tutta difforme dall'antica dei tempi d'Adriano,
o di Costantino M. e degli altri Imperadori suoi successori; poichè
mutata prima la vecchia descrizione da _Longino_, indi succeduti i
Longobardi, avendo sotto il Ducato, e poi Principato di Benevento
comprese parte intere, parte diminuite, la Campagna, la Puglia e
la Calabria, la Lucania, e' Bruzi ed il Sannio; variarono in tutto
l'antica divisione delle province d'Italia. Sortì ancora questa nostra
cistiberina Italia altra divisione, quando di più Principati e Ducati
ella si componeva: del Principato di Benevento, che fu poi diviso
in altri due, in quello di Salerno, e nell'altro di Capua: indi del
Principato di Bari e di quel di Taranto: de' Ducati di Napoli, di
Sorrento, di Amalfi, di Gaeta, ed ultimamente di Puglia e di Calabria,
siccome ne' precedenti libri di quest'Istoria si è potuto osservare.

Ma la più immediata cagione ed origine di quella divisione che oggi
abbiamo di queste nostre province non deve attribuirsi ad altro, che
a' _Castaldati_ e _Contadi_, che v'introdussero i Longobardi; poichè
avendo essi diviso il Ducato di Benevento in più _Castaldati_, come
in province, siccome manifesto dal Capitolare del Principe Radelchi
rapportato dal Pellegrino, quindi avvenne, che molti di quelli ne'
tempi de' Normanni passaron in _Giustizierati_ e da poi in Province.

Quanto fosse il numero di questi Castaldati in tempo de' Longobardi,
tutta la diligenza ed accuratezza di Camillo Pellegrino non bastò
per diffinirlo; poichè dalla divisione fatta del Principato di
Benevento da Radelchi con Siconolfo Principe di Salerno non può
certamente sapersi se tanti fossero, quanti se ne veggon in quella
nominati. L'accuratissimo Pellegrino[400] ne novera alcuni, de'
quali i più insigni furono, quello di _Capua_, che verso Occidente
si distendeva insino a Sora. L'altro di _Cosenza_, che si stendeva
insino a S. Eufemia e Porto del Fico, che sono ancora oggi i confini
della provincia di Calabria Citra, di cui tiene Cosenza anche ora il
primato, ed è sede de' Presidi, e quello di _Cassano_. Il Castaldato
di _Chieti_, che abbracciava molte città e terre, e che poi fu detto
anche la _Marca Teatina_. Il Castaldato di _Bojano_, che co' luoghi
adjacenti, posseduto prima da Alezeco Bulgaro sotto nome di Castaldo,
passò poi dopo 200 anni a Guandelperto, di cui presso Erchemperto hassi
memoria: la qual prerogativa da Bojano essendo passata a _Molise_,
castello a Bojano vicino, sotto nome di Contado, quindi avvenne, che
prima fosse detto _Contado di Molise_ e poi provincia del Contado di
Molise, il qual nome oggi ritiene.

Fuvvi ancora il Castaldato di Telese e di Sant'Agata: quello
d'Avellino; e l'altro d'Acerenza. Fuvvi il Castaldato di _Bari_, assai
celebre presso i Longobardi; onde avvenne, che a' tempi de' Normanni
ottenne questa città il primato di tutta la Puglia e fosse riputata
sua capo e metropoli. L'altro di _Lucera_ e di _Siponto_ città in
_Capitanata_ assai illustri, sotto il di cui Castaldato comprendevansi
tutte quelle città e terre, che erano tra il Castaldato di Bari e
quello di Chieti. Fuvvi il Castaldato di Taranto, quello di Lucania,
ovvero Pesto, e l'altro assai rinomato di _Salerno_. In questa forma
o poco dissimile divisero i Longobardi il Ducato beneventano, che
in que' tempi abbracciava nove intere province di quelle, che oggi
compongono il Regno di Napoli, e che sortirono questi nomi, cioè di
Terra di Lavoro, toltone alcune poche città marittime, come Napoli e
Gaeta; del _Contado_ di _Molise_; di _Abruzzo-Citra_; _Capitanata_;
_Terra di Bari_; _Basilicata_; _Calabria-Citra_; e l'uno e l'altro
_Principato_; e parte ancora delle province di _Terra d'Otranto_, di
_Calabria_ e d'_Abruzzo Ulteriore_. E se presso gli Scrittori di questi
tempi, e forse anche nel sermon popolare furono ritenuti gli antichi
nomi di _Campagna_; di _Calabria_ e di _Puglia_; di_ Lucania_ e _Bruzj_
e del _Sannio_, non è, che secondo questi nomi serbassero gli antichi
confini e la distribuzione antica; ma chi per ostentar erudizione, chi
per dinotare ove erano i Castaldati collocati, d'essi valevansi, non
altrimenti che presso di noi ancor rimane l'antico nome di _Puglia_,
ancorchè niuna delle dodici province del Regno si nomini di _Puglia_,
ma di _Bari_, o di _Capitanata_.

Succeduti a' Longobardi i Normanni, colla nuova Nazione presero nuovi
nomi; e siccome presso i Longobardi, dal nome del Magistrato, al
quale era commesso il governo di quelle regioni, ch'essi chiamarono
_Castaldo_, acquistarono il nome di _Castaldati_: così parimente
commettendo i Normanni il governo di quelle province a' loro Ufficiali;
ch'essi chiamavano _Giustizieri_, presero parimente il nome di
_Giustizierati_, onde sursero i nomi del Giustiziero, e _Giustizierato_
di Terra di Lavoro, d'Apruzzo, di Puglia, di Terra di Bari, e simili.
E siccome i nomi di queste province furono variati, e da _Castaldati_,
passarono in _Giustizierati_; così anche ciascheduna di loro, a
riserba di alcune, prese nuovo nome, ed alcune altre anche nuova
divisione, come si scorgerà chiaro noverandole una per una, secondo la
disposizione ed ordine, che oggi tengono presso i nostri più moderni
Autori.


§. I. _Terra di Lavoro._

Il Castaldato di Capua, non si disse _Glustizierato di Capua_, ma di
Terra di Lavoro. Ma in qual tempo e donde questa provincia prendesse
questo nuovo nome di _Terra di Lavoro_, e lasciasse quello di Campagna,
o di Capua, non è di tutti conforme il sentimento. Alcuni credettero,
che molto prima de' Normanni avesse questa provincia acquistato tal
nome, ingannati dal passo d'una lettera di Martino Romano Pontefice
scritta ad Elitterio, nella quale narrando egli ciò che patì nel
viaggio, che nell'anno 650 per ordine di Costanzo Imperador greco
gli convenne da Roma fare in Oriente, dice: _Pervenimus Kalendis
Julii Misenam, in qua erat navis, id est carcer; non autem Misenae
tantum, sed in Terra Laboris, et non tantum in Terra Laboris, quae
subdita est magnae Urbi Romanorum_ (cioè a Costantinopoli) _sed et in
pluribus Insularum, ec._ Ma siccome ben avvertì l'accuratissimo Camillo
Pellegrino[401], chi non vede, che in quella epistola per imperizia de'
librari, in vece di dirsi _Terra Liparis_, siasi con errore scritto
_Terra Laboris_? Perchè secondo il viaggio, che il Pontefice da Roma
intraprendeva per Oriente, da Miseno dovea passare in Lipari, siccome
da Lipari nell'altre isole, di Nasso, ed altre per condursi in Oriente.
Parimente se intendeva di Terra di Lavoro, non dovea separar Miseno
da questa provincia, come fece, per esser quella città compresa in
quella nè porla tra le altre isole; già che Terra di Lavoro non è
isola, ma Terra continente, la quale non era allora tutta sottoposta
all'Imperador greco di Costantinopoli.

Non dissimile fu l'error di Narcisso Medico[402], il quale presso
Sebastiano Munstero, credette che Terra di Lavoro fosse stata un tempo
chiamata anche _Terra Leporis_; quando gli antichi monumenti, ch'egli
allega parlano non già della Campagna, oggi detta _Terra di Lavoro_, ma
della Terra di Lipari: poichè prima così tutte l'isole di Lipari erano
nomate: non altrimente che presso Erchemperto[403] si legge, _Barium
Tellus_ ed altrove _Rhegium Tellus_; e noi anche diciamo perciò _Terra
di Bari, Terra d'Otranto, Terra di Lavoro, ec._

Più sconci, e da non condonarsi furono gli errori presi su ciò dal
Biondo, e dal suo seguace Leandro Alberto, e da' nostri moderni
Scrittori, che il seguitarono. Credette il Biondo nella descrizione
della Campania, che essendo Capua per l'antico odio dei Romani, e
per le desolazioni patite, resa infame, i Popoli delle città e terre
convicine, reputando il nome de _Campani_ ignominioso insieme e
pericoloso, lasciarono di nomarsi più tali, e vollero esser chiamati
non più Campani, ma _Leborini_: e che indi dalla loro ostinata
perseveranza nacque, che tutta quella regione nella quale prima eran
poste le città e luoghi della Campagna, si nomasse Terra di Lavoro.

Ma esser tutti questi sogni, appieno l'ha dimostrato il non mai a
bastanza lodato Pellegrino nella sua _Campania_[404], il quale ci ha
data la vera origine di tal nome, il suo Autore, ed il tempo quando fu
a questa provincia imposto. E' narra, che non prima acquistasse tal
nome, se non intorno l'anno di Cristo 1091, e non da altri prima il
ricevesse, che dal Principe di Capua Riccardo II e da' suoi Normanni
in quell'anno, i quali da' Capuani longobardi discacciati da Capua
nell'entrar di quest'anno 1091, come abbiam narrato nel nono libro di
quest'Istoria, furono i primi, che disusarono nel parlare il nome del
_Capuano Principato_, ed introdussero in suo cambio quello di _Terra
di Lavoro_, preso dalla dolcezza del terreno atto ad ogni travaglio, e
lavorio; il qual nome fu da essi ritenuto, benchè di Capua avesser poi
di nuovo fatto acquisto nel 1098, sicchè quel primo sol rimase in bocca
di pochi, e nelle pubbliche scritture; non in altra maniera, ch'oggi
con la stessa varietà, ancor questo Regno ritiene due nomi.

Così questa provincia, che dall'oriente ha per confine il fiume Silari,
dall'occaso il Garigliano, già detto Liri, da settentrione il Monte
Appennino, e da mezzogiorno il mar Tirreno, acquistò non meno questo
nome, che sì ampia estensione, ed oggi infra l'altre tiene nel Regno
il primo luogo, non meno per le tante città che l'adornano, e per
l'ubertà ed abbondanza de' suoi campi, quanto per Napoli capo già e
metropoli del Regno. Ne' tempi, ne' quali siamo di Federico II questa
provincia era anche per una annoverata, detta _Terra Laboris_, come si
legge presso Riccardo di S. Germano; e ne' tempi de' Re così normanni,
come svevi fu governata dal suo Giustiziero che risedeva ora in Capua,
ora in Napoli, ora in altre città di quella, presso di cui erano i
Giudici, e gli altri Ufficiali di Giustizia coll'Avvocato fiscale.
Egli amministrava l'intera provincia, ancorchè ciascuna delle città
avesse suoi particolari Capitani, da cui immediatamente eran rette,
dalle determinazioni dei quali per via d'appellazione si ricorreva al
Giustiziero della provincia. Anche Napoli, non dico Pozzuoli, e l'altre
città, ebbe in questi tempi il suo Capitano, il quale co' suoi Giudici
amministrava giustizia in Napoli, e suoi borghi[405]. E poichè ne'
tempi di Federico cominciava ad ingrandirsi, volle questo Imperadore,
che a pari di Capua, e di Messina, il suo Giustiziero, o sia Capitano
potesse presso di se tener tre Giudici, e più Notai; ciò che non
era permesso all'altre città minori. E narrasi, che Giudice appresso
questo Capitano nell'anno 1269 fosse stato Marino di Caramanico valente
Dottore di que' tempi[406].


§. II. _Principato citra_. §. III. _Principato ultra_.

L'altra provincia ovvero _Giustizierato_ fu detta, ed ancora oggi
ritiene il nome di _Principato_. Donde prendesse tal nome è assai
chiaro; ed in ciò tutti i Scrittori concordano. Arechi quando, come
si è narrato nel sesto libro di quest'Istoria, da Duca ch'era di
Benevento, volle incoronarsi Principe, fece, che quello che prima era
detto Ducato di Benevento prendesse nome di Principato; ed abbracciando
allora il Ducato di Benevento, prima della divisione fatta da Radelchi
con Siconolfo, anche Salerno, fatta che fu tal divisione, sursero due
Principati, e quindi avvenne, che il nome di _Principato_ convenisse
ad ambedue, e questa provincia abbracciasse tante immense e spaziose
regioni; in maniera che da poi per la sua estensione bisognò dividerla
in due; onde surse il nome di Principato _citra_ (l'Appenino) detta
ancora Picentina, con parte della Lucania; e Principato _ultra_
(l'Appennino) ovvero il Sannio degl'Irpini.

Il _Principato citra_, che abbraccia la regione, che fu anticamente
abitata da' Picentini, e parte da' Lucani, si divide da Terra di Lavoro
col fiume Sarno dall'occaso: da settentrione lo divide dagl'Irpini
l'Appennino: dall'oriente il fiume Silario lo divide con la Basilicata;
e da mezzogiorno ha per termine il Mar Tirreno, e tiene _Salerno_ per
suo capo e metropoli.

Il Principato _ultra_ è quella provincia, che sola delle altre del
Regno si allontana dal mare, essendo posta fra' monti nelle viscere
dell'Appennino. Ella è nel capo del Sannio, ove furono anticamente
gl'Irpini. Si divide dal Principato _citra_ co' gioghi dell'Appennino
verso mezzogiorno: da _Terra di Lavoro_, e Contado di Molise è partita
col detto Monte Appennino sopra Nola, e con le _Forche Caudine_
sopra Arpaja verso ponente, e col principio del Monte Matese verso
settentrione, col quale ancora si divide da _Capitanata_ verso
tramontana; ma più da oriente col medesimo Appennino, col quale
si parte ancora da _Basilicata_. Contiene una contrada detta Valle
Beneventana, che fu prima parte principale del Sannio; ed avea prima
per metropoli la città di _Benevento_: ma da poi che quella passò sotto
il dominio della Chiesa di Roma, ebbe altre città per sede de' suoi
Presidi.

Quindi avvenne, che i Normanni succeduti a' Longobardi nomassero
questa provincia col nome di _Principato_; e l'Abate della Noce[407],
trascrivendo nelle sue note alla Cronaca Cassinense le parole del
privilegio conceduto da Niccolò II R. P. all'Abate Desiderio, facendolo
suo Vicario sopra i monasterj e Monaci di queste nostre province, tra
l'altre, novera questa col nome di _Principato_, come sono le parole
del Privilegio: _per totam Campaniam, Principatu quoque, et Apuliam,
atque Calabriam etc_. E Lione Ostiense[408], che scrisse quella Cronaca
poco da poi della morte dell'Abate Desiderio; e poi Papa, detto Vittore
III pur disse _per totam Campaniam, et Principatum, Apuliam quoque,
atque Calabriam, etc_.

Ne' tempi del nostro Federico II, secondo che Riccardo di S. Germano,
parlando delle Corti generali instituite da Federico nel Regno,
rapporta, perchè questa provincia non fosse ancor divisa in due,
come fu fatto da poi, perchè statuendo _Salerno_ per città, ove dovea
tenersi la general Corte, e dove doveano ricorrere le altre province,
dice: _In Principatu, Terra Laboris, et Comitatu Molisii usque Soram,
apud Salernum_.


§. IV. _Basilicata._

Siegue, secondo quest'ordine, la _Basilicata_, che occupa molta parte
dell'antica Lucania, e parte della M. Grecia. Vien circondata in parte
anch'ella dall'Appennino, col quale si divide da Principato _ultra_,
e col medesimo da Principato _citra_. In questa provincia si divide
l'Appennino in due capi principali intorno a Venosa: con quel che va
a Brindisi è partita Basilicata da _Terra di Bari_ sino ad Altamura:
e con l'altro da _Calabria citra_ infin alla metà del fiume Crati, ove
entra Corianello; distendesi un poco al mare, e tocca _Terra d'Otranto_
nel golfo di Taranto nel lido del suo mare piccolo. Confina ancora per
breve spazio con _Capitanata_, dalla quale è divisa con una parte del
fiume Ofanto fra Ascoli di Puglia, e Lavello. Ebbe questa provincia
Pesto, Venosa, Acerenza, Melfi, ed altre chiare città: ora ha Matera,
Potenza, Lavello, ed altre città minori, e delle antiche appena serba
vestigio.

Donde questa provincia pigliasse il nome di _Basilicata_, ed in qual
tempo, non ben seppero i nostri Scrittori rintracciarlo: ma sarà molto
facile rinvenirlo, se si porrà mente a ciò che nel fine del decimo
secolo avvenne a queste nostre province, per le tante spedizioni, e
conquiste fattevi da' Greci, i quali siccome per un nuovo Magistrato
introdotto da essi in Puglia detto Catapano, diedero nome ad una gran
parte della medesima, detta ora perciò _Capitanata:_ così ne' tempi
di _Basilio_ Imperador greco, o di qualche suo Capitano, ch'ebbe il
medesimo nome, acquistò questa parte di Lucania nome di _Basilicata_;
essendosi veduto nel libro ottavo di quest'Istoria, che nell'anno 989
mentre in Oriente imperava _Basilio_ con Costantino suo fratello, i
Greci per la famosa vittoria, che riportarono sopra Ottone II Imperador
d'Occidente, non solo dominarono per lungo tempo, insino che da'
Normanni non ne fossero discacciati, tutta la Puglia e la Calabria;
ma anche questa parte della Lucania fu da _Basilio_ occupata, la
quale fu amministrata dagli Ufficiali greci da lui mandati, alcuni
de' quali, come è manifesto nella Cronaca di Lupo Protospata, anche
tennero di _Basilio_ il nome; onde questa provincia _Basilicata_ fu
detta. Giovanni Pontano anche credette, che in questi tempi de' Greci
acquistasse questa provincia tal nome; ma donde così si denominasse,
soggiunse, _jure anceps est, ac dubium_[409].

Ne' tempi di Federico II fu da Riccardo da S. Germano la _Basilicata_
anche annoverata per una delle province del Regno, dicendo questo
Scrittore, che Federico avea designata la città di _Gravina_ per
reggervi la Corte generale, ove doveano ricorrere queste tre province,
cioè _Apulia, Capitaniata, et Basilicata apud Gravinam_.


§. V. _Calabria citra._ §. VI. _Calabria ultra._

La Calabria secondo la denominazione, che prese dagli ultimi Imperadori
greci, ne' tempi di Federico era divisa in due; non già come ora
diciamo in Calabria _citra_, ed _ultra_, ma in _Terra Jordana_, e
_Val di Crati_, come rapporta Riccardo di S. Germano, _in Calabria,
Terra Jordane, et Vallis Gratae apud Cusentiam_: e questi nomi anche
s'osservano nelle scritture, non solo nel Regno degli Angioini, ma
anche degli Aragonesi; ed in tempo del Re Alfonso I il Tutino[410]
fa vedere, che valevansi di questi medesimi nomi; e si dissero
così dal fiume Crati, che irriga quella _Valle_, come rapporta il
Pellegrino[411]; e oggi _Terra Jordana_ diciamo la provincia di
Calabria _ultra_, che riconosce _Catanzaro_ per capo; e _Val di Crati_
Calabria _citra_, che ha ora _Cosenza_ per sede de' Presidi. Ambedue
queste province se ne vanno dall'una e dall'altra parte dell'Appennino
al Jonio ed al Tirreno. Si dividono fra loro ne' Mediterranei
sopra Cosenza, andando per dritta riga all'uno ed all'altro mare,
nel Jonio presso a Strongoli, e nel Tirreno al golfo Ipponiate. La
Calabria _citra_ include parte della M. Grecia, termina fra terra
con _Basilicata_ e con _Principato citra_, e nel monte Appennino da
Ponente, e si distende all'uno, e all'altro mare; finchè dalla parte,
che mira a Levante, si giunge con _Calabria ultra_. La Calabria _ultra_
(ove furono i Bruzj) ha questi soli confini, dalla parte che ella
riguarda Tramontana; ma nel rimanente è per tutto circondata da' mari;
da levante, dal Jonio: da mezzogiorno, dal Siciliano: e da ponente, dal
Tirreno.


§. VII. _Terra di Bari._ §. VIII. _Terra di Otranto._

La Puglia (secondo che pure i Greci la denominarono) la quale
abbracciava ancora parte dell'antica Calabria, ora detta _Terra
d'Otranto_, ne' tempi di Federico non era divisa, com'oggi, in due
province, cioè in _Terra di Bari_, e _Terra d'Otranto_; e siccome si
reputava per una provincia, così anche si denotava coll'istesso nome
d'_Apulia_, come la chiama Riccardo. Egli è però certo, siccome anche
rapporta il Pontano[412], che questi nomi di _Terra di Bari_, e di
_Terra d'Otranto_, nacquero ne' medesimi tempi, ne' quali _Basilicata_,
e _Capitanata_ acquistarono tali nomi: e presso Erchemperto[413] ancor
leggiamo: _Barium Tellus_, e nei diplomi a' tempi de' Normanni anche
si legge la provincia di _Terra d'Otranto_. L'una di queste province
fu tale appellata da _Bari_ sua antica ed illustre metropoli, e che fu
capo di quella regione. L'altra da _Otranto_ città pur ella chiara e
rinomata ne' Salentini.

Terra di Bari, già detta Puglia Peucezia, dalla parte, ch'ella è volta
a ponente riceve il suo principio dal fiume Ofanto, e distendendosi
per lungo, si contiene fra il lido del mar Adriatico, ch'ella
ha da tramontana, e l'Appennino, che da mezzogiorno la divide da
_Basilicata_, ov'ella termina verso levante. Si divide da _Terra
d'Otranto_ nel territorio d'Ostuni fra terra, e tra Monopoli e Brindisi
nel lido del mare a Villanova, già porto d'Ostuni.

Terra d'Otranto quivi riceve il suo principio, e fu inclusa ancor'ella
dagli antichi fra la Puglia, e chiamata ancora Calabria, Japigia e
Salentina. Questa provincia forma quell'estremo capo di Terra, ch'è uno
de' triangoli d'Italia, ove ha per fine l'uno di que' due principali
capi, ne' quali si parte l'Appennino. Finisce ancora ivi il mare
adriatico, e si mesce col Jonio; ed è toccata solamente fra terra da
ponente con _Terra di Bari_, e con _Basilicata_. La circondano poi
da Settentrione l'Adriatico, da Levante il fine di questo mare, e 'l
principio del Jonio, e da mezzogiorno il golfo di Taranto nel mare
Jonio. Ha nelle spiagge marittime Brindisi, Otranto, e Gallipoli e
Taranto già fortissime città, e comodissime di Porto.


§. IX. _Capitanata._

Quella provincia, che ora diciamo di Capitanata, e che fu anticamente
chiamata Puglia Daunia, e che abbracciava la Japigia nel Monte Gargano,
acquistò tal nome da' Greci ne' tempi del maggior loro vigore, e quando
in Bari tenevano la loro principal sede. Essi, che pensavano mantener
le conquiste novellamente fatte, credendo, che col timore potessero
mantener in fede que' Popoli, vi mandarono un nuovo Governadore per
tener in freno la Puglia, chiamandolo non più _Straticò_, come gli
altri di prima, ma con nome greco _Catapano_, cioè che ogni cosa
potesse. Fra i Catapani, de' quali Lupo Protospata tessè lungo catalogo
fuvvi nell'anno 1018 Basilio Bugiano, che da Guglielmo Puliese[414]
vien chiamato Bagiano. Questi fu, che per lasciar di se nome in Italia,
tolta dal rimanente della Puglia una parte verso il Principato di
Benevento, e fattane una nuova provincia, vi fabbricò ancora nuove
terre e città, una delle quali nomò Troja per rinovar la memoria
dell'antica: l'altre Dragonaria, Firenzuola, ed altre terre: indi la
provincia, siccome altrove fu narrato, acquistò nome di _Capitanata_,
il qual ancor oggi ritiene.

Questa provincia è divisa dal _Contado di Molise_ col Monte Matese, e
col fiume Fortore, nella foce del quale si tocca con _Abruzzo citra_,
lasciandosi per se Termoli; e girando il monte Gargano, da Siponto pel
lido del mare viene insino al fiume dell'Ofanto, col corso del quale
si parte da _Terra di Bari_, lasciandole quelle ville, che sono nel
territorio di Barletta, che arriva fin presso al lago di Versentino;
col detto fiume Ofanto nel suo principio si divide da _Basilicata_, e
coll'Appennino in Crepacuore, ed in Sferracavalli ha i suoi confini con
_Principato ultra_.

Ne' tempi di Federico fu pure reputata una provincia; onde Riccardo
la novera coll'altre del Reame col nome di Capitaniata. Egli è però
vero, che ancorchè queste province di Puglia ne' tempi di Federico
fossero divise, perchè tutte tre, cioè Capitanata, Terra di Bari e
Terra d'Otranto, erano comprese nella Puglia, presa nel più ampio
suo significato, un solo Giustiziero le governava, detto perciò il
Giustiziero di Puglia.


§. X. _Contado di Molise._

Il Contado di Molise, che succedette al Castaldato di Bojano, diede
nome ad un'altra picciola provincia, che ancor oggi il ritiene[415];
e 'l prese da _Molise_ città antica del Sannio, non altramente
che Isernia, Bojano, ed altri luoghi, che ne' tempi de' Longobardi
componevano quel Contado, il qual diede anche nome alla famiglia
Molise, oggi estinta. Anche ne' tempi di Federico fu questo Contado
distinto dall'altre province, e Riccardo infra l'altre la ripone,
col nome istesso di _Comitatus Molisii_: ond'è che sia stata riputata
sempre, e sia ancor oggi la più ristretta provincia di tutte l'altre,
nè ritenga sedi di Presidi, ma il di lei governo sia commesso a quel di
Capitanata, colla quale si congiunge.


§. XI. _Abruzzo ultra._ §. XII. _Abruzzo citra._

Il Giustizierato d'Abruzzo ne' tempi di Federico II era riputato come
una sola provincia, e quest'Imperadore costituì _Sulmona_ per doversi
ivi reggere la Corte generale, come narra Riccardo: in _Justitiariatu
Abrutii_, _apud Sulmonam_. Alfonso I d'Aragona fu quegli, che per
togliere i litigi, che spesso sorgevano tra i Questori delle gabelle,
la divise in due parti. Fu un tempo questa regione assai chiara, e
rinomata per tanti valorosi Popoli, che l'abitarono, i Preguntini, i
Marrucini, Amiternini, Marsi, Vestini, Irpini, ed altri. I Longobardi
vi costituirono un Castaldato, che nomarono promiscuamente ora
d'Abruzzo, ora di _Teramo_, come si legge presso Pietro Diacono[416]:
_Castaldatus Teramnensis_; poichè Teramo, detta dagli antichi
_Interamnia_, fu la città metropoli de' Preguntini. Donde questa
provincia prendesse il nome d'Abruzzo, ancorchè se le assignassero
più derivazioni, chi dall'asprezza de' monti, altri dall'abbondanza
de' cignali; il vero è ch'ella tale si nomasse da Teramo, che fu
chiamata anche Abruzzo per esser metropoli de' Preguntini, dai Latini
detti _Praegutii_, onde con corrotto vocabolo furon da poi chiamati
_Abrutii_[417].

Ebbe quella regione, che ora diciamo _Abruzzo ultra_ (cioè di là dal
fiume Pescara) oltre Teramo, Amiterno (dalle ruine della quale è surta
l'_Aquila_, sede oggi de' Presidi) Forcone, Valeria, ed altre chiare
città ne' Marsi. Ebbe nella regione de' Maruccini e Ferentani, oggi
chiamata _Abruzzo citra_ (cioè di qua dal fiume Pescara) Chieti, detta
da Strabone Theate, che fu capo e metropoli de' Marrucini, e che oggi
ancor è sede de' Presidi, Ferentana, Orione, Lanciano, Sulmona, Aterno,
ed altre insigni città, delle quali alcune ancor oggi sono in piedi.
Per queste province d'Abruzzo si divide il Regno dallo Stato della
Chiesa romana suo confine mediterraneo, e quasi tutti i confini onde da
quello si parte, si fanno con queste province, e con un poco di quella
di Terra di Lavoro.

Ecco come a' tempi del nostro Federico erano disposte queste province,
che oggi compongono il nostro Reame, chiamate Giustizierati, da
Giustizieri, a' quali era commesso il di lor governo. Secondo il conto,
che ne fa Riccardo di S. Germano Scrittor di que' tempi, non eran più
che diece. Calabria, divisa in due, cioè _Terra Jordana_, e _Val di
Crati_. Puglia divisa in due, _Terra di Otranto_, e _Terra di Bari_.
Capitanata. Basilicata. Principato, diviso in due. Terra di Lavoro.
Contado di Molise. Giustizierato d'Abruzzo, poi diviso in due.

Non ad ogn'una era destinato il Giustiziero, ma sovente un solo
governava più province, come leggiamo di Giacomo Guarna Conte di
Marsico, che fu Giustiziero di Puglia e Terra di Lavoro[418], e
di Tommaso d'Aquino, che fu Giustiziero di Puglia, sotto la cui
amministrazione era tutta la Puglia, che oggi è divisa in tre province;
ed anche a' nostri tempi si vede, che il Preside di Capitanata, che
tiene la sua sede a Lucera, governa anche la provincia di Contado
di Molise. Alle volte due Giustizieri amministravano una provincia,
siccome nell'anno 1197. Roberto di Venosa, e Giovanni di Frassineto
furono Giustizieri di Terra di Bari; e nell'anno 1225 Pietro d'Eboli,
e Niccolò Cicala di Terra di Lavoro[419]. Nel Regno degli Angioini
un solo Giustiziero si mandava a più d'una provincia; e così ancora
si praticò sotto gli Aragonesi; e fino a' tempi del Re Filippo II per
quello, che rapporta Alessandro d'Andrea[420], il quale scrisse, e fu
nella guerra, che questo Re ebbe col Pontefice Paolo IV, non vi erano
che sei Governadori, chiamati prima Giustizieri, e poi volgarmente
Vicerè, e congiungendosi intorno al governo per conto della giustizia
alcune province insieme, siccome ne' due Abruzzi vi era allora un
sol Preside, nel Contado di Molise, e Capitanata un altro, siccome
è ancor oggi. Principato ultra ne avea un altro. Principato citra e
Basilicata un altro. Uno terra di Bari, e terra d'Otranto, ed un altro
le due Calabrie. Ma da poi al numero de' Ministri dell'entrate regali,
chiamati Tesorieri, ovvero Percettori, a comodo de' quali, e per cagion
di più diligente esazione fu fatta la divisione, fu pareggiato quello
de' Governadori, onde ora, toltone il Contado di Molise, ciascuna
provincia tiene il suo proprio e particolar Preside.



CAPITOLO VI.

_Corti generali, e Fiere istituite da Federico in queste nostre
province: suoi figliuoli, che rimasero; e suo testamento._


Tutti questi Giustizieri eran subordinati al Gran Giustiziero del
Regno, che in tempo de' Normanni per aver que' Re collocata la loro
sede regia in Palermo, quivi risedeva appresso il Re nella sua Gran
Corte; ma Federico, che non seppe star fermo in alcun luogo ma per
accorrere a' bisogni scorreva sempre per tutte le province de' suoi
Reami, presso di lui in ogni città ove si fermava, era la sua Gran
Corte, ed il Gran Giustiziero ed i Giudici, che la componevano. E
questo savio Principe per meglio riordinare queste province, come
amante della giustizia, avendo nell'anno 1233 convocato in Messina
un general Parlamento, statuì, che due volte l'anno in certe province
del nostro Regno si dovesse tener Corte generale[421], ove qualunque
persona, che si sentisse gravata, o mal soddisfatta de' Giustizieri,
o di qualunque altro suo Ufficiale esponesse le sue querele ad un
suo Nunzio, quivi a quest'effetto da lui mandato, il quale dovesse le
querele di tutti porre in iscrittura, e questa ben suggellata con suo
suggello, e di quattro altre persone ecclesiastiche di provata fama e
probità, dovea presentarla alla sua imperial Corte.

Le querele poi date contro coloro, che non erano Ufficiali, doveano
i Giustizieri delle regioni deciderle. Doveano intervenire in queste
Corti generali quattro persone di ciascuna città di quella provincia
delle migliori, di buona fede ed opinione, come anche di ciascuna
terra o castello. E quando non gli scusasse qualche giusto impedimento,
stabilì ancora, che vi dovessero assistere i Prelati di que' luoghi,
i quali o per essi, quando v'intervenivano, o per altri, quando non
erano presenti, dovessero denunciare se nella loro provincia vi erano
_Patareni_, o altri infettati d'eretica pravità, affinchè fossero
esterminati e severamente da lui puniti. Doveano queste Corti durare
otto dì, e quando occorreva di doversi trattar negozio di momento,
poteva prorogarsi il tempo per quindici giorni.

I luoghi, ove doveano celebrarsi, erano in Sicilia, _Plazza_. In
Calabria, _Cosenza_, ove doveano comparire le due province, cioè Terra
Jordana e Valle di Grati, oggi dette Calabria ultra, e Calabria citra.
Nella città di _Gravina_ convenir doveano le province di Puglia,
Capitanata e Basilicata. Nella città di Salerno, ambedue le province
Principato, Terra di Lavoro e Contado di Molise, insino a Sora. E nella
città di _Sulmona_ convenir doveano le due province d'Abruzzo.

Il tempo nel quale doveano congregarsi i Ministri per tener queste
Corti, era il primo di maggio, ed il primo di novembre. Ed in esse
doveano assistere in presenza del Legato, o Nunzio dell'Imperadore,
il Maestro Giustiziero, i Giustizieri delle province, il Maestro
Camerario, i Camerari, i Baglivi e gli altri Ufficiali della Corte ed
i Prelati, i Conti, i Baroni, e' cittadini di que' luoghi e di quella
provincia, che secondo erasi stabilito, doveano convenire a quella
città designata per la Corte.

In questo medesimo general Parlamento tenuto in Messina, per provedere
all'abbondanza di questo nostro Reame, stabilì in sette parti di
quello le _Fiere_ generali[422], ove dovessero i mercatanti portar le
loro merci, e sin tanto che quelle durassero, non fosse lor permesso
portarle altrove. Le prime le stabilì in _Sulmona_, e volle che
durassero, dal dì di S. Giorgio insino alla festa dell'Invenzione di
S. Arcangelo. Le seconde in Capua, e volle che durassero, da' 22 di
maggio, insino alli 8 di giugno. Le terze in _Lucera_ e duravano, dal
dì del B. Giovanni Papa per otto giorni. Le quarte in Bari e duravano
dal dì di S. Maria Maddalena, insino alla festa di S. Lorenzo. Le
quinte in _Taranto_, e duravano, dal dì di S. Bartolommeo, insino alla
festività della Nascita della Beata Vergine. Le seste in _Cosenza_, e
duravano dalla festa di S. Matteo, insino a quella di S. Dionigi. Le
settime in _Reggio_, e duravano, dal dì di S. Luca, insino al primo di
novembre, giorno di tutti i Santi.

Ecco come questo saviissimo Principe pose in miglior ordine lo stato
di queste nostre province, alla di cui providenza e saviezza molto
debbono; e se non fosse stato nel meglio de' suoi progressi tolto
a' mortali, di molte altre provide leggi, e di molti altri pregi, ed
utilità avrebbele fornite; ma la sua morte pur troppo immatura, troncò
il corso della sua felicità, ed in istato pur troppo lagrimevole da poi
si videro, quando per l'ambizione di dominare furono da più invasori
combattute e perturbate, e miseramente afflitte, insino che estinta la
regal stirpe degli Svevi, ad altra Gente non fossero trasferite; ciò
che sarà il soggetto del libro seguente.

Lasciò Federico di varie mogli, e d'alcune concubine, molti figliuoli.
Ebbe egli, secondo scrive Giovanni Cuspiniano, sei mogli. La I fu
_Costanza_ figliuola del Re Alfonso II d'Aragona e della Regina Sancia
di Castiglia; dalla quale generò _Errico_ Re di Alemagna, che morì in
prigione, e _Giordano_, che morì fanciullo. La II fu _Jole_ figliuola
di Giovanni di Brenna, Re di Gerusalemme, la quale gli recò in dote le
ragioni di quel Reame, pervenute a Jole per cagione della madre Maria,
e con lei generò _Corrado_ Re de' Romani. La III fu _Agnesa_ figliuola
d'Ottone Duca di Moravia, la quale da lui ripudiata, si maritò ad
Udelrico Duca di Carintia. La IV fu _Rutina_ figliuola d'Ottone Conte
di Wolffenshausen in Baviera. La V fu _Isabella_ figliuola di Lodovico
Duca di Baviera; e di niuna di queste tre generò prole alcuna.

La VI fu pure nomata _Isabella_, ovvero Elisabetta nata di Giovanni
Re d'Inghilterra, sorella del Principe di Galles, poi Re d'Inghilterra
e detto Errico III. E notasi negli Atti pubblici di quel Regno, fatti
ultimamente stampare dalla Regina Anna, che Federico per trattar questo
matrimonio inviò in Inghilterra Pietro delle Vigne; dal qual matrimonio
essendone nato _Errico_, che poi si credette essere stato fatto
avvelenar da Corrado, ne nacquero que' disturbi tra il Re d'Inghilterra
zio di Errico con Corrado che si noteranno appresso; dalla quale
Isabella ebbe anche alcune figliuole femmine oltre Errico; onde mal
credette Cuspiniano, che scrisse non esservi nato alcun maschio di
questo matrimonio; poichè i più appurati Autori, e fra essi Girolamo
Zurita, con più verità dicono, che di lei gli nacque _Errico_, a cui
lasciò il padre il Reame di Gerusalemme, e centomila oncie d'oro; e
fu fatto poi avvelenar da Corrado, siccome diremo nel seguente libro.
Delle figliuole femmine la primiera nominata _Agnesa_ si maritò con
Corrado Langravio di Turingia, e la seconda detta Costanza con Lodovico
Langravio d'Assia.

Ebbe anche di _Beatrice_ Principessa d'Antiochia (la quale egli, come
dice lo stesso Zurita, tolse illegittimamente per moglie) _Federico_
Principe d'Antiochia, e Conte d'Albi, di Celano, e di Loreto, dal padre
intitolato Re di Toscana, secondo che alcuni Autori scrivono: da costui
nacque Corrado d'Antiochia, che ammogliatosi con Beatrice figliuola del
Conte Galvano Lancia generò Federico, Errico e Galvano d'Antiochia; il
cui legnaggio durò alcun tempo chiarissimo in Sicilia.

Generò ancora l'Imperador Federico dalla sorella di Goffredo Maletta
Conte del Minio e di Trivento, Signor del Monte S. Angelo, e Gran
Camerlengo del Regno, _Manfredi_ Principe di Taranto, e poi Re di
Napoli e di Sicilia, e _Costanza_, che si maritò in vita del padre
con Carlo Gio. Vatasio Imperador di Costantinopoli scismatico e
nemico della Chiesa romana, siccome appare nel reale Archivio:
ciocchè gli rimproverò Innocenzio IV, quando lo privò dell'Imperio;
e dal testamento di Federico si raccoglie, che Manfredi da Federico
fosse stato reputato, come nato da legittimo matrimonio, giacchè,
non altrimenti che Errico, vien invitato Manfredi alla successione
de' suoi Stati, in mancanza de' figliuoli di Corrado, e di Errico, e
così credettero alcuni Scrittori, che reputarono Manfredi figliuolo
legittimo, non bastardo di Federico; ed in ciò ha preso errore Matteo
Paris, mentre nella sua istoria crede, che Manfredi sia nato di Bianca
Lanza, e che con lei l'Imperadore avesse celebrato il matrimonio,
stando infermo poco prima di morire. E dalla detta Bianca Lanza
Marchesana, come alcuni dicono, di Monferrato, e da altre donne, gli
nacquero Errico Re di Sardegna, nominato comunalmente Enzio, che morì
prigioniero in Bologna, ed alcune altre figliuole femmine, delle quali
_Selvaggia_ fu moglie d'Ezzelino Tiranno di Padova, un'altra di Tommaso
d'Aquino Conte dell'Acerra, ed un'altra del Conte Caserta.

Federico prima di morire fece il suo testamento, nel quale lasciò erede
dell'Imperio, e di tutti gli altri suoi Stati, e particolarmente del
Reame di Puglia, e di Sicilia _Corrado_ Re de' Romani suo figliuolo;
e questi mancando senza figliuoli ordinò, che dovesse succedere
_Errico_ altro suo figliuolo, e questi pure morendo senza figliuoli,
che gli dovesse succedere _Manfredi_ Principe di Taranto, parimente
suo figliuolo; e dimorando Corrado in Alemagna, o in qualsivoglia altro
luogo, statuì per suo Balio in Italia, e particolarmente in Puglia ed
in Sicilia, Manfredi con amplissima autorità. Lasciò al detto Manfredi
il Principato di Taranto con li Contadi di Montescaglioso, di Tricarico
e di Gravina, ed il Contado di Monte S. Angelo, con il titolo ed
onor suo, che gli aveva in vita donati, con tutte le città, terre e
castella, a' detti luoghi appartenenti, con riconoscere Corrado come
Sovrano Signore.

Lasciò a Federico suo nipote il Ducato d'Austria, e di Stiria,
con condizione, che dovesse egli riconoscerlo da Corrado, e di più
diecemila once d'oro.

(Chi fosse questo Federico suo nipote, ce lo additta Matteo Paris ad
An. 1251 pag. 102 il quale raccorciando il Testamento di Federico,
scrisse: _Item Nepoti meo, (scilicet Filii mei Henrici) relinquo
Ducatum Austriae, et decem millia unciarum auri_).

Lasciò a Errico per suo figliuolo il Regno di Gerusalemme, o Arelatense
ad arbitrio del Re Corrado (non com'altri credettero il Regno di
Sicilia, di cui insieme con quello di Puglia ne fu Corrado erede; onde
mal fece d'Inveges a dividere da ora questo Regno in due, e quel ch'è
peggio, chiamare la Puglia Regno di Napoli) e centomila once d'oro;
ed altre centomila ne lasciò da spendersi in sussidio di Terra Santa
per la salute della sua anima, secondo che avesse ordinato il medesimo
Corrado, ed altri nobili Crocesegnati.

Ordinò che si restituissero tutti i beni tolti a' Templarj, ed a tutte
l'altre Chiese e Religiosi, de' quali avessero da godere la solita
libertà e franchezza che lor si dovea.

Lasciò ordinato, che i suoi vassalli del Reame di Napoli e di Sicilia
fossero liberi ed esenti da tutte le generali Collette, secondo che
erano a tempo del buon Re Guglielmo; e che tutti i Conti, Cavalieri,
Baroni e Feudatarj de' suoi Regni godessero delle loro giurisdizioni,
privilegi e franchezza, come goder soleano al tempo del detto Re
Guglielmo.

Ordinò, che si rifacessero i danni fatti da' suoi Ministri alle Chiese
di Lucera e di Sora, ed a ciascun'altra, che nell'istessa guisa fosse
stata danneggiata.

Ordinò, che si ponessero in libertà tutti i prigioni, fuorchè quelli
dell'Imperio e del Reame, ch'eran sostenuti per la congiura fatta
contro di lui.

Ordinò parimente, che si soddisfacessero tutti coloro, che doveano aver
da lui alcuna somma di moneta, e che si restituisse alla Santa Romana
Chiesa tutto ciò che s'apparteneva alle ragioni dell'Imperio.

Ordinò, che il suo corpo si dovesse trasportare in Sicilia, e sepellire
nel Duomo di Palermo (siccome da Manfredi suo figliuolo fu eseguito)
ove eran parimente sepolti il Padre Errico, e la madre Costanza, alla
qual Chiesa lasciò cinquecento once d'oro da spendersi in suo servigio
per l'anima del padre, e della madre sua, secondo il parere di Bernardo
Arcivescovo di Palermo, con alcune altre cose, che nel suo testamento
si leggono, fatte non già come eretico o cattivo uomo, ma come buono
e fedel Cristiano: il qual testamento, e per queste e per l'altre
cose, che contiene degne di memoria abbiam voluto far qui imprimere,
essendo l'istesso, che si vedea gli anni addietro nel regale Archivio,
siccome scrive Matteo d'Afflitto nelle Costituzioni del Regno, e
se ne fa menzione dal Bzovio negli Annali Ecclesiastici, e da altri
Scrittori regnicoli, e che da Capece-Latro fu tolto da un original
Cronaca scritta da antichissimo tempo degli avvenimenti dell'Imperador
Federico, e di alcuni altri de' seguenti Re, che si conservava in suo
potere: e si vede esser lo stesso, del quale han fatta menzione il
Costanzo, il Summonte, il Tutini[423], e gli altri Autori, che ne han
favellato.

(Questo Testamento di Federico è stato anche impresso da Lunig[424]
il qual dice averlo trascritto _ex Editione P. Octavii Cajetani in sua
Isagoge ad Historiam Sacram Siculam; collatum et suppletum ex vetusto
Codice Manuscripto Bibliothecae Marchionis Jurattanae_.)


_Testamento di FEDERICO II._

_In Nomine Dei aeterni, et Salvatoris nostri Jesu Christi. Anno ab
Incarnatione ejus millesimo ducentesimo quinquagesimo primo, et primo
anno Regni Domini nostri Corradi gloriosissimi Romanorum, Hierusalem,
Siciliae, et Italiae Regis, mense Januarii, 9 Indictione. Dum in
Archiepiscopali Salernitano Palatio, in praesentia Domini Caesaris, Dei
gratia Venerabilis Salernitani Archiepiscopi essemus nos Philippus,
Matthaeus, Romoaldus, et Philippus Judices, praesentibus Matthaeo de
Vallone Straticoto Salerni Philippo Greco, et Gulielmo Curiali Notariis
ad hoc specialiter rogatis: Illustris Vir Dominus Bertoldus Marchio de
Hohenburch Dei, et Domini nostri Regis Corradi gratia, Dominus Montis
fortis, et Argentii, Castri S. Severini, et honoris ejus, ostendit, et
praesentavit praedicto Domino Archiepiscopo testamentum, sive ultimam
voluntatem quondam Domini nostri Serenissimi Imperatoris Friderici II
cerea, et pendente Bulla ejusdem Domini Imperatoris insignitum, quod
vidimus, et legimus, et omni vitio, et suspicione carebat, et erat
continentiae talis._

_In Nomine Dei aeterni, et Salvatoris nostri Jesu Christi, Anno ab
Incarnatione ejus millesimo ducentesimo quinquagesimo, die Sabati,
decimoseptimo Decembris, nonae Indictionis. Primi parentis incauta
transgressio sic posteris legem conditionis indixit, ut eam nec diluvii
proclivis ad poenam effugio effrenis adduceret, nec Baptismatis
tam celebris, tam salubris unda lineret, quin fatalitatis cu.....
mortalibus senescentis aevi.... lascivia transgressionis in poenam
culpae transfuga tanquam cicatrix ex vulnere remaneret. Nos igitur
Fridericus II Divina favente Clementia Romanorum Imperator semper
Augustus, Hierusalem, et Siciliae Rex, memor conditionis humanae, quam
semper comitatur humana fragilitas, dum vitae nobis instaret terminus,
loquelae, et memoriae in nobis integritate vigentibus, aegri corpore,
sani mente, sic animae nostrae consulendum providimus, sic de Imperio,
et Regnis nostris duximus disponendum, ut rebus humanis assumpti
videamur, et filiis nostris, quibus nos Divina Clementia faecundavit,
quos praesenti dispositione sub poena benedictionis nostrae volumus
esse contentos, ambitione sublata, omnis materia scandali sopiatur.
Statuimus itaque Conradum Romanorum in Regem electum, et Regni
Hierosolymitani haeredem dilectum filium nostrum, nobis haeredem
in Imperio, et in omnibus aliis... et quoquo modo acquisitis, et
specialiter in Regno nostro Siciliae: quem si decedere contingeret
sine liberis, succedat ei Henricus filius noster, quo defuncto sine
liberis succedat ei Manfredus filius noster: Corrado vero morante in
Alemannia, vel alibi extra Regnum, statuimus praedictum Manfredum
Balium dicti Corradi in Italia, et specialiter in Regno Siciliae,
dantes ei plenariam potestatem omnia faciendi, quae persona nostra
facere posset, si viveremus, videlicet, in concedendis Terris, Castris,
et Villis, parentelis, et dignitatibus, beneficiis, et omnibus aliis
juxta dispositionem suam, praeter antiqua demania Regni Siciliae,
quod Corradus, et Henricus praedicti filii nostri, et eorum haeredes
omnia, quae ipse fecerit firma, et rata teneant, et observent. Item
concedimus, et confirmamus dicto Manfredo filio Principatum Tarenti,
videlicet, a Portu Rositi, usque ad ortum fluminis Brandani, cum
Comitatibus Montis Caveosi, Tricarici, et Gravinae, prout Comitatus
ipse protenditur, a maritima Terrae Bari usque Palinurum, cum Terris
omnibus a Palinuro per totam maritimam usque ad dictum Portum Rositi,
cum Comitatibus, Castris, et Villis infra contentis cum omnibus
Justitiis, pertinentiis, et rationibus omnibus tam ipsius Principatus,
quam Comitatuum praedictorum. Concedimus etiam eidem Comitatum
Montis S. Angeli, cum titulo, et honore suo, et omnibus Civitatibus,
Castris, Villis, Terris, Pertinentiis, Justitiis, et rationibus eidem
Comitatui pertinentibus, videlicet, usque de demanio in demanium,
et quae de servitio in servitium. Concedimus, et confirmamus eidem
quidquid sibi in Imperio etiam a nostra majestate concessum, ita tamen
quod praedicta omnia a praefato Corrado teneat, et recognoscat. Item
statuimus, quod Federicus nepos noster habeat Ducatus Austriae, et
Stiriae, quos a praefato Corrado teneat, et recognoscat, cui Federico
judicamus duri pro expensis suis decem millia unciarum auri. Item
statuimus, ut Henricus filius noster habeat Regnum Arelatense, vel
Regnum Hierosolymitanum, quorum alterum dictus Corradus praefatum
Henricum habere voluerit, cui Henrico judicamus dari centum millia
unciarum auri pro expensis. Item statuimus, ut centum millia unciarum
auri expendantur pro salute animae nostrae in subsidium Terrae
Sanctae secundum ordinationem dicti Corradi, et aliorum nobilium
Crucesignatorum. Item statuimus, quod omnia bona Militiae Domus
Templi, quae Curia nostra tenet restituantur eidem, ea videlicet,
quae de Jure debent habere. Item statuimus, ut Ecclesiae, et Domibus
Religiosis restituantur jura earum, et gaudeant solita libertate.
Item statuimus, quod homines Regni nostri sint liberi, et exempti ab
omnibus generalibus collectis, sicut consueverunt esse tempore Regis
Gulielmi II Consobrini nostri. Item statuimus, quod Comites, Barone,
et Milites, et alii Feudatarii Regni gaudeant juribus, et rationibus,
quae consueverunt, habere praedicti Regis Gulielmi in collectis,
et aliis. Item statuimus, ut Ecclesiae Luceriae, Sorae, et si quae
aliae Ecclesiae laesae sunt per Officiales nostros, reficiantur, et
restituantur. Item statuimus, ut tota massaria nostra, quam habemus
apud S. Nicolaum de Aufido, et omnes proventus ipsius deputentur ad
reparationem, et conservationem Pontis ibi constructi, vel construendi.
Item statuimus, ut omnes captivi in carcere nostro detenti liberentur,
praeter illos de Imperio, et praeter illos de Regno, qui capti sunt
ex proditionis nota. Item statuimus, quod praefatus Manfredus filius
noster omnibus benemeritis de Familia nostra provideat vice nostra in
Terris, Castris, et Villis, salvo demanio Regni nostri Siciliae, et
quod Corradus, et Henricus praedicti filii nostri, et haeredes corum
ratum, et firmum habeant quicquid idem Manfredus super hoc duxerit
faciendum. Item volumus, et mandamus quod nullus de proditoribus Regni
aliquo tempore reverti debeat in Regnum, nec alicui de eorum genere
succurrere possint, imo haeredes nostri teneantur de eis vindictam
sumere. Item statuimus, quod Mercatoribus creditoribus nostris debita
solvantur. Item statuimus, ut Sanctae Romanae Ecclesiae Matri nostrae,
et aliorum nostrorum fidelium jura restituantur, si ipsa Ecclesia
restituat jura Imperii. Item statuimus, ut si de praesenti infirmitate
nostra mori contigerit, in majori Ecclesia Panormitana, in qua Divi
Imperatoris Henrici, et Divae Imperatricis Constantiae parentum
nostrorum, memoriae recolendae tumulata sunt corpora, corpus nostrum
debeat sepeliri; cui Ecclesiae dimittimus uncias auri quingentas pro
salute animarum dictorum parentum nostrorum, et nostrae, per manus
Berardi Venerabilis Panormitani Archiepiscopi, familiaris, et fidelis
nostri, in reparatione ipsius Ecclesiae erogandas. Praedicta autem
omnia, quae acta sunt in praesentia praedicti Archiepiscopi, Bertoldi
Marchionis de Hohenburch dilecti consanguinei, et familiaris nostri,
Riccardi Comitis Casertani dilecti generi nostri, Petri Ruffi de
Calabria Marescallae nostrae Magistri, Riccardi de Monte Nigro Magnae
Curiae nostrae Magistri Justitiarii, Magistri Joannis de Idrunto
Notarii nostri, Fulconis Ruffi, Magistri Joannis de Procida, Magistri
Roberti de Panormo Imperii, et Regni Siciliae, et Magnae Curiae
nostrae Notarii, meorum fidelium, quos praesenti dispositioni nostrae
mandavimus interesse, per praedictum Corradum filium, et haeredem
nostrum, et alios successive sub poena benedictionis nostrae tenaciter
disponimus observari, alioquin haereditate nostra non gaudeant.
Ita autem universis fidelibus nostris praesentibus, et futuris sub
sacramento fidelitatis, qua nobis, et haeredibus nostris tenentur,
injungimus, ut praedicta omnia illibata teneant, et observent. Praesens
autem testamentum nostrum, et ultimam voluntatem nostram, quam robur
firmitatis volumus obtinere, per praedictum Magnificum Nicolaum de
Brundusio scribi, et signo Sanctae Crucis propriae manus nostrae
sigillo nostro, et praedictorum subscriptionibus jussimus communiri.
Actum apud Florentinum in Capitanata, anno, mense, die, et indictione
praedicta. Anno Imperii nostri XXXII. Regni Hierusalem XXVIII. et Regni
Siciliae LI. Signum Sanctae Crucis propriae manus praedicti Domini
Imperatoris Federici. Qui supra Berardus Panormitanus Archiepiscopus
Domini Imperatoris familiaris. Ego Bertoldus Marchio de Hohenburch iis
interfui, et subscripsi. Ego Riccardus Comes Casertae iis interfui,
et me subscribi feci. Ego Petrus Ruffus de Calabria Imperialis
Maresciallus Magister interfui his, et subscribi feci. Ego Riccardus
de Monte Nigro Magnae Imperialis Curiae Magister Justitiarius. Ego
Magister Robertus de Panormo, qui supra Judex. Ego Joannes de Idrunto,
qui supra interfui. Ego Fulcus Ruffus de Calabria his interfui, et
subscripsi. Ego Joannes de Procida Domini Imperatoris Medicus testis
sum. Ego, qui supra Notarius Nicolaus de Brundusio, quia omnibus
praedictis interfui, praesens testamentum propria manu subscripsi, et
meo signo signavi._

_Cum autem testamentum praedictum a nobis lectum fuisset, idem Dominus
Archiepiscopus tunc nos rogavit, ut quia quaedam in dicto testamento
continentur, quae ad utilitatem Salernitanae Ecclesiae Matris nostrae
pertinere noscuntur, ipsum insinuare, seu publicare deberemus, ut ex
insinuatione, seu publicatione ipsius possit inde fidelis assumi. Nos
autem preces juri consentaneas admittentes ipsum testamentum totum per
ordinem de verbo ad verbum nihil in eo addito, vel subtracto in hanc
scripturam publicam per manum Thomasii publici Salerni Notarii transumi
fecimus, et transcribi, quod scripsi Ego praedictus Thomasius publicus
Salerni Notarius, qui rogatus interfui, vidi, et legi, et illud in hanc
scripturam redigens publicam, meo signo signavi, quod autem superius
nititur virgulas scriptum, et legitur nostra, et quod disturbatum est,
legitur, recognoscat..... Adest signum ✠. Ego qui supra Philippus
Judex ✠. Ego qui supra Matthaeus Judex ✠. Ego qui supra Romoaldus
Judex ✠.
Ego qui supra Philippus Judex._


  FINE DEL VOLUME QUARTO.



TAVOLA DE' CAPITOLI CONTENUTI NEL TOMO QUARTO


  LIBRO DUODECIMO                                        pag.   5

      §. I. _L'Imperador Federico I fa lega con
         Emanuele Comneno Imperadore d'Oriente,
         e move guerra col Papa al Re Guglielmo_          »    12
      §. II. _Articoli di pace stabiliti con Papa
         Adriano, ed investitura data dal medesimo al
         Re Guglielmo; e pace indi seguita
         coll'Imperadore Emanuele_                        »    22
  Cap. I. _L'Imperador Federico sdegnato col Papa
         della pace fatta con Guglielmo cala
         di nuovo in Italia: tiene una Dieta in
         Roncaglia, e restituisce in Italia le regalie_   »    28
  Cap. II. _I Baroni del Regno di Puglia cospirano
         contro Majone: Matteo Bonello l'uccide,
         e s'ordisce nuova congiura contro il Re
         Guglielmo per torgli il Regno, e darlo a
         Ruggiero suo figliuolo di nove anni_             »    37
  Cap. III. _Il Re Guglielmo posto in libertà ripiglia
         il governo del Regno: morte di Ruggiero suo
         primogenito; e nuovi tumulti in Palermo ed
         in Puglia, che finalmente si quietano per la
         morte del Bonello e degli altri congiurati_      »    57
  Cap. IV. _Papa Alessandro III riconosciuto da
         tutti per vero Pontefice, morto l'Antipapa
         Vittore, ritorna in Roma; ed il Re
         Guglielmo, dopo aver sedati nuovi tumulti
         accaduti nel suo palazzo, se ne muore
         in Palermo l'anno 1166_                          »    63
  Cap. V. _Leggi del Re Guglielmo I_                      »    69

  LIBRO DECIMOTERZO                                       »    84

  Cap. I. _Nozze del Re Guglielmo con Giovanna
         figliuola d'Errico II Re d'Inghilterra.
         Sconfitta data da' Milanesi all'esercito
         dell'Imperador Federico; e pace indi conchiusa
         dal medesimo con Papa Alessandro III_            »    94
      §. I. _Dominio del Mare Adriatico_                  »   108
      §. II. _I Veneziani sono stati Soggetti degli
         Imperadori d'Oriente e d'Occidente_              »   115
  Cap. II. _Spedizione de' Siciliani in Grecia: Nozze
         tra Costanza ed Errico Re di Germania; e morte
         del Re Guglielmo e sue leggi_                    »   128
      §. I. _Leggi del Re Guglielmo II_                   »   143
  Cap. III. _Della compilazione de' libri Feudali; e
         loro Commentatori_                               »   148
      §. I. _Dell'uso ed autorità di questi libri
         nelle nostre province_                           »   158
      §. II. _Autori che illustrarono i libri feudali_    »   160
      §. III. _Costituzioni imperiali attenenti ai
         Feudi, e leggi di Federico I_                    »   164

  LIBRO DECIMOQUARTO                                      »   169

  Cap. I. _Guglielmo III Re di Sicilia succede al
         padre Tancredi. L'Imperador Errico gli
         muove guerra, gli toglie il Regno, e lo
         fa suo prigione_                                 »   188
  Cap. II. _L'Imperadrice Costanza prende il Governo
         del Regno. Sua morte; e fine del
         regal legnaggio de' Normanni_                    »   203
  Cap. III. _Politia ecclesiastica di queste nostre
         province per tutto il duodecimo secolo,
         insino al Regno de' Svevi_                       »   209
      §. I. _Nuove Collezioni de' Canoni; e del decreto
         di Graziano_                                     »   213
      §. II. _Elezione de' Vescovi ed Abati_              »   217

  LIBRO DECIMOQUINTO                                      »   225

  Cap. I. _Spedizione di Gualtieri Conte di Brenna
         sopra il Reame di Sicilia per le pretensioni
         di sua moglie Albinia_                           »   235
      §. I. _Cuma distrutta, e la sua Chiesa unita
         a quella di Napoli_                              »   251
  Cap. II. _Papa Innocenzio naviga in Sicilia: conchiude
         le nozze di Federico con Costanza
         figliuola d'Alfonso II Re d'Aragona;
         e difende il Regno dall'invasione d'Ottone
         IV Imperadore_                                   »   256
  Cap. III. _Il Re Federico viene eletto Imperadore
         da' Principi della Germania. Va in
         Alemagna, ed in Aquisgrana è coronato;
         ed Innocenzio intima un general Concilio
         in Laterano_                                     »   265
  Cap. IV. _Origine dell'Inquisizione contra gli
         retici; e morte di Papa Innocenzio III_          »   271

  LIBRO DECIMOSESTO                                       »   284

      §. I. _Delle fazioni Guelfe e Ghibelline_           »   290
      §. II. _Della Corte Capuana_                        »   293
  Cap. I. _Prime origini delle discordie tra l'Imperador
         Federico II con Papa Onorio III_                 »   297
  Cap. II. _Unione della Corona di Gerusalemme
         a quella di Sicilia_                             »   302
      §. I. _Trasmigrazione de' Saraceni di Sicilia
         in Lucera di Puglia, e de' Pagani_               »   310
  Cap. III. _Degli Studj generali istituiti da Federico
         in Napoli_                                       »   312
  Cap. IV. _De' Giureconsulti, che fiorirono fra noi
         a questi tempi_                                  »   319
  Cap. V. _Onorio III sollecita l'Imperador Federico
         per l'espedizione di Terra Santa
         ma è prevenuto dalla morte_                      »   327
  Cap. VI. _Spedizione di Federico per Terra Santa_       »   336
  Cap. VII. _Spedizione di Gregorio IX sopra il
         Regno di Puglia_                                 »   347
  Cap. VIII. _Delle Costituzioni del Regno_               »   369
      §. I. _Dell'uso, ed autorità di queste Costituzioni
         durante il Regno de' Svevi, e dei
         loro Spositori_                                  »   379

  LIBRO DECIMOSETTIMO                                     »   387

  Cap. I. _Errico Re d'Alemagna si ribella contro
         l'Imperadore Federico suo padre;
         vinto, s'umilia; e Federico move guerra
         a' Lombardi in Italia, al che s'oppone
         Papa Gregorio, da chi finalmente ne fu
         di nuovo scomunicato_                            »   389
  Cap. II. _Si rompe aperta guerra tra Federico,
         e Papa Gregorio, il quale in mille guise
         oltraggiato dall'Imperadore se ne muore
         di dolor d'animo_                                »   409
  Cap. III. _Sinibaldo Fieschi è eletto Pontefice
         sotto nome d'Innocenzio IV, il quale non
         meno, che il suo predecessore Gregorio
         prosiegue con Federico la guerra; ed intima
         il Concilio a Lione in Francia_                  »   421
      §. I. _L'Istoria del Concilio di Lione, e della
         deposizione di Federico_                         »   427
      §. II. _Infelice fine di Pietro delle Vigne_        »   434
  Cap. IV. _Federico prosiegue la guerra contro i
         Lombardi nell'istesso tempo, che Corrado
         suo figliuolo è travagliato in Alemagna
         da Errico di Turingia, e da Guglielmo
         Conte d'Olanda. Muore in Fiorentino,
         e gli succede Corrado_                           »   440
  Cap. V. _Disposizione, e novero delle Province,
         delle quali ora si compone il Regno_             »   455
      §. I. _Terra di Lavoro_                             »   460
      §. II. _Principato Citra_                           »   463
      §. III. _Principato Ultra_                          »   ivi
      §. IV. _Basilicata_                                 »   465
      §. V. _Calabria Citra_                              »   467
      §. VI. _Calabria Ultra_                             »   ivi
      §. VII. _Terra di Bari_                             »   468
      §. VIII. _Terra d'Otranto_                          »   ivi
      §. IX. _Capitanata_                                 »   470
      §. X. _Contado di Molise_                           »   471
      §. XI. _Abruzzo Ultra_                              »   472
      §. XII. _Abruzzo Citra_                             »   ivi
  Cap. VI. _Corti Generali, e Fiere istituite da Federico
         in queste nostre province: suoi figliuoli,
         che rimasero, e suo testamento_                  »   475
      _Testamento di Federico II_                         »   483


  FINE DELL'INDICE



NOTE:


[1] Inveges lib. 3 hist. Paler.

[2] Libro mortuale di Monte Cassino.

[3] Romual. Arc. di Saler. Eo quod in Literis Apostolicis, quas Regi
portabat, Papa eum non Regem, sed Willelmum Dominum Siciliae nominabat.

[4] Ugo Falcan. Capecelatr. lib. 2.

[5] Anon. Cassin. in Chr. fol. 141.

[6] Sigon. de Regn. Ital. p. 287.

[7] Jo. Cinuamus hist. Comnena, lib. 4.

[8] Inveges lib. 3 hist. Paler.

[9] Camill. Pell, in Stem.

[10] Capecelatr. lib. 2.

[11] Inveges lib. 5 hist. Pal.

[12] Capecelatr. hist. lib. 2.

[13] Anonim. Cassin. ann. 1156.

[14] Gugl. Trio apud Baron.

[15] Lunig Cod. Ital. Diplom. pag. 850. Ugo Falcan.

[16] Camill. Pell. ad Anon. Cass. ann. 1156.

[17] Acta ejusdem Pontificis apud Baron. Camill. Pell. in Stemm.

[18] Jo. Cinnam. de reb. gestis Jo. et Emanuel. Comm. lib. 4. Paulo
post, et Regem eum appellavit, cum prius non esset.

[19] Epist. apud Inveges lib. 3 hist. Paler. Haec, et alia utpote de
concordia Rogerii, et Willelmi Siculi, et aliis quae in Italia factae
sunt conventionibus, quae ab ore Imperatoris audivimus, etc.

[20] Inveges loc. cit. Neque eam pacem tenere, neque ea teneri
vellemus; quoniam ipse prior violasset in Siculo, cum ipse sine nobis
reconciliari non debuisset.

[21] L. de precario, D. ad L. R. de jactu.

[22] Ulp. l. Barbarius, D. de off. Praetor.

[23] L. bene a Zenone, C. de Quadrien. praescript. omnia Principis esse.

[24] Radevicus l. 2 de gest. Fed. c. 5. Cujac. lib. 1 de Feud. tit. 12.
Alteserra lib. 3 cap. 14.

[25] Glos. in l. bene a Zenone, et in praefat. dig.

[26] Constit. hac edictali de pace tenenda, l. 5. Feud.

[27] Const. Fed. de Feud. non alien. lib. 5.

[28] Guntherus Abbas Uspergensis Radevicus 3 c. 41 et 4 c. 5.

[29] Plin. hist. lib. 16 cap. 12.

[30] V. Sigon. de Regn. Ital. l 12 ann. 1158.

[31] Gugl. Tir. de bello sacr. lib. 18 Radevic. de vita Frid. Imp.

[32] Ugo Falcand. Ut amoto Rege Siciliae, Almiratus in ejus loco
succederet. Baron. ad ann. 1160.

[33] Ugo Falcand.

[34] Capecelatro lib. 2.

[35] Ugo Falcand.

[36] Ugo Falcand.

[37] Ugo Falc.

[38] Ann. 1160. Camil. Pell. in Castigat. ad Anon. Cassin.

[39] Ugo Falc.

[40] Ugo Falc. ut eadem in Kal. Januarii strenarum nomine, juxta
consuetudinem ei transmitteret.

[41] Ugo Falc. Majorem ejus filium Rogerium Dacem Apuliae, novennem
fere puerum Regem crearent.

[42] Ugo Falcand.

[43] Ugo Falcand. Indignum esse, satisque miserabile, Regem a paucis
praedonibus turpiter captum, in carcere detineri, neque Populum id
dobere pati diutius.

[44] Ugo Falc. Ut his, aliisque perniciosis legibus antiquatis, eas
restituat Consuetudines, quas avus ejus Rogerius Comes a Roberto
Guiscardo prius introductas, observari praeceperit.

[45] Ugo Falc. Panormi retinens militibus suis Comestabulum praefecit.

[46] Romuald. Arciv. di Salern. Cronic. apud Baron.

[47] Pellegr. in Castigat. ad Anonymum Cassin. ann. 1172 ex Ugone
Falcando, et Romualdo.

[48] La Cronica di Fossanova dice, che fu il mese di maggio. Fazzello
a' 9 maggio.

[49] Decret. lib. 5 tit. 16 cap. 6.

[50] Tutini degli Ammir. pag. 41.

[51] Top. de orig. M. C. c. 10.

[52] Carol. de Tocco in l. si sorores 25 verb. si propinqui in fin. de
succes. l. 2 tit. 14.

[53] Bardi tom. 3. Cron. fol. 333.

[54] Surg. Neap. Illustr. cap. 24 n. 2.

[55] Ug. Falcan.

[56] Baron. ad ann. 1167.

[57] V. Chioccar. de Archiep. Neap. ann. 1168. P. Tirin. tom. 3 in S.
Script. in indice Auct.

[58] Pirri rapportato da Inveges lib. 3 hist. Pal. Rex nec Emanuelis
Graeci Imperatoris filiam, Icoramutriam nomine, ducere voluit.

[59] Camil. Pellegrin. in Stem. Princ. Cap. Nortm. et in Castig. ad
Anonym. Cassin. ann. 1172.

[60] Camill. Pellegr. in dissert. in 3 par.

[61] Capecelatr. hist. lib. 3.

[62] Romual. Arciv. di Salern. apud Baronium: Ut ipse Imperatoris
filiam in uxorem acceptans, cum eo pacem perpetuam faceret.

[63] Sigon. de R. Ital. ann. 1176.

[64] Ruggiero Hoveden in Annal. Anglican.

[65] Inveg. hist. Palerm. tom. 5 ann. 1172.

[66] Questo istromento del dotario costituito alla Regina da Guglielmo
II si legge parimente nel Tom. 2 di Lunig Cod. Ital. Diplomat. pag.
838.

[67] V. Hoveden. Ann. d'Inghilterra. Capecelatr. hist. lib. 3.

[68] Romual. Arciv. di Saler. Nequaquam cum Imperatore sine Rege Will.
pacem facere.

[69] Vedi lo Squittinio della libertà Veneta di M. Velsero.

[70] L'istromento di questa triegua accordata per quindici anni tra
l'Imperatore Federico I e Guglielmo II, è rapportato da Lunig Tom. 2.
Cod. Ital. Diplom. pag. 859.

[71] Guicc. lib. 8 hist. Ital.

[72] V. Paul. Aemil. de reb. Franc. l. 3.

[73] Ann. 1071 mense Julii, Dux transmeavit Adriatici Maris pelagum,
perrexitque Siciliam cum 58 navibus.

[74] Nani istor. Veneta, l. 8. An. 1630.

[75] Chioccar. in Indice to. 21 var. 5.

[76] Lib. 1 de bello Goth. cap. 15.

[77] Lib. 4 de bello Goth. cap. 24 et 26.

[78] Lib. 4. Hist. Ravennat. pag. 195.

[79] In Singularibus Jur. Publ. Tom. 1 cap. 2 § 17 p. 215 et 216.

[80] Cap. 8 § 46 in not. 944.

[81] De Administrat. Imp. Orient. cap. 28.

[82] Cap. 15.

[83] Lib. IV de Regno Italiae pag. 100 et 103.

[84] Pellegr. in Castig. ad Anon. Cassin. ann. 1179.

[85] Guiglielm. Tirio lib. 21 cap. 26.

[86] Roberto de Monte ad ann. 1180.

[87] Pell. Cast. ad Anon. Cassin. ann. 1183.

[88] Cronica di Fossanova tom. 1. Ital. Sacr. col. 470.

[89] Niceta in Isac. Imper.

[90] Gio. Villani ist. lib. 4 c. 19. Franc. Petrarca in lib. Augu.
Boccaccio de Clar. mulier. Tolomeo di Lucca, Fr. Alberto, Paolo
Reggio, Fazzello, Maurolico, S. Antonino Arciv. di Fiorenza, ed altri
rapportati da Inveges ann. 1154 et 1185.

[91] In Vita B. Laur. apud Surium in 8. Januar.

[92] Antonin. par. 3 tit. 10 cap. 6.

[93] Acri.

[94] Inveges lo fa morire a' 20 dell'ottobre del 1187.

[95] Il Sigonio de Regn. Italiae, con manifesto errore v'annovera anche
Guglielmo, dicendo: Praeter Fridericum Imper. Philippus Rex Franciae,
Henricus Angliae, et Guilelmus Siciliae Reges, etc.

[96] In quest'anno fissano la sua morte Riccardo da S. Germano, il
quale cominciò la sua Cronaca: A tempore quo Gulielmus Rex Siciliae
obiit, Pontificatus Clem. an. 2. Guglielmo Neubrigense Inglese:
Gulielmus Siciliae Rex mortuus est ann. 1189.

[97] Ruggiero in An. Anglic. apud Baron.

[98] Sansovino delle cose di Costantinopoli, lib. 5 dopo Niceta
Coniate, fol. 74 a ter.

[99] Struv. Syntag. Hist. Germ. Dissert. 17 § 53 p. 573.

[100] Ulric. Uber. l. 3 de Jur. Civit. c. 3.

[101] Auth. habita, C. Ne filius pro patre.

[102] Molin. ad Consuet. Paris. tit. des Fiefs, n. 24.

[103] Cujac. l. 1 de Feud.

[104] Inveges ann. 1162 hist. Palerm. tom. 3.

[105] Otho Frising. de reb. gest. Frid. cap. 12. Lib. 2 feud. tit. 35
juxta antiquit. compilat.

[106] Montan. in Praelud. feud. ad l. Imperialem, num. 3.

[107] Andr. in disp. Feud. cap. 2 § 5.

[108] Artur. de Jus et author. Jur. civ. l. 1 cap. 6 num. 5.

[109] Odofr. in Auth. cassa, C. de Sacros. Eccl.

[110] Artur. l. 1, c. 6 n. 13.

[111] Andr. in Praelud. num. 25.

[112] Pancirol. Thes. var. lect. lib. 1, c. 50 Auth. omnes peregrini,
C. comm. de succes. Auth. item quaecumque communitas, et Auth.
statuimus, C. de Episc. et Cleric. et alia quae postea remota fuere.

[113] Molin. Consuet. Paris. tit. 8 rubr. n. 103.

[114] Bart. in l. si quis vi 17 § differentia, n. 4. D. de adqu. posses.

[115] Gloss. in Constitut. Ut de successionibus, de success. Nobil.
verb. iujuriam nullus, vers. Nec dicant aliqui.

[116] Roffr. Benev. in sua quaest. Sabatina.

[117] V. Card. de Luca de emphyteusi, disc. 70 num. 18.

[118] Pancirol. Thes. var. lect. lib. 1 c. 90.

[119] Jason in Praelud. Feud.

[120] Afflict. tit. de Feud. dat. in vim leg. commiss. lib. 1 tit. 22
numer. 49.

[121] Andr. in disput. Feud. pag. 47.

[122] V. Struv. hist. jur. Feud. c. 8 § 23.

[123] Cujac. lib. 5 de Feud.

[124] Marinis l. 1 c. 233 n. 8.

[125] Si vede unita tra' Capitoli di Roberto, verso il fine.

[126] De Nigris in Comment. ad Capitul. Regni in fine, in Constit.
Sancimus.

[127] De Luca de Servitutib. disc. 68.

[128] Goldast. tomo I. pag. 268 et tom. 3 pag. 330.

[129] Ric. di S. Germ. Post Regis obitum, omnes inter se coeperunt
de majoritate contendere, et ad Regni solium aspirare, et obliti
Jurisjurandi, quod fecerant, etc.

[130] Platin. ad Clem. III. Gio Vill. lib. 4 c. 19.

[131] Ric. da S. Germ. Tunc vocatus Panormum Tancredus est, et per
ipsum Cancellarium coronatus in Regem: Romana Curia dante assensum.

[132] Ugo Falc. Nobilissima matre genitus, ad quam Dux ipse
consuetudinem habuerat.

[133] Giacomo Antonio Ferrari referito dal Summonte.

[134] Ricc. di S. Germ.

[135] Epist. Regis Angl. ad Clem. III apud Baron.

[136] Lunig Cod. Ital. Diplom. Tom. 2 pag. 859.

[137] V. Nicod. nell'Addiz. alla Bibliot. del Toppi.

[138] Dante Parad. canto 12.

[139] Chron. di Fossanova.

[140] Ricc. da S. Germ.

[141] Inveges lib. 3, Istor di Pal.

[142] Ricc. da S. Germ. Imperator Regnum intrat mense Martio, Papa
prohibente, et contradicente. Arnaldo Lubbecense pure scrive, ch'Errico
con questa sua andata in Puglia, animum D. Papae non parum offenderat,
quia Rex Tancredus a Sede Apostolica jam ibi ordinatus fuerat.

[143] Ricc. da S. Germ.

[144] Ricc. da S. Germ. Adenulphus Casertanus Decanus Cassinensis, pro
eo quod in partes non cessit Regis, a Coelestino Papa excommunicatus
est, et monasterium suppositum interdicto.

[145] Ricc. da S. Germ. Ruggiero in Annal. Anglor. Chron. di Fossanova
apud Baron.

[146] Acri, come alla pagina 138.

[147] Pellegr. Cast. in Anon. Cassin.

[148] Ricc. da S. Germ. Quod honor sibi non erat cum Bertholdo congredi.

[149] Riccardo da S. Germ. Rex ipse in Siciliam remeavit; ubi ordine
naturae praepostero Rogerius filius ejus, qui coronatus in Regem fuerat
ann. 1191 viam est universae carnis ingressus, et frater ejus Gulielmus
in Regem successit ei.

[150] Constit. instrumenta, tit. 27 et Constit. privilegia, tit. 28
lib. 2.

[151] Inveg. lib. 3 hist. Paler.

[152] Ric. da S. Germ.

[153] Constit. Cum haereditarium Regnum nostrum Siciliae, cujus
praeclara nobis haereditas, etc. lib. 3 tit. 23.

[154] Lib. 1 in Prooem. Cum igitur Regnum Siciliae nostrae Majestatis
haereditas pretiosa, etc.

[155] Epist. apud Baron.

[156] Pellegr. in Cron. Cass. ann. 1195.

[157] Inveg. lib. 3 hist. Paler.

[158] Atti d'Inn. III apud Baron. ann. 1197. Conrado nomine Svevo, qui
antea creatus fuerat Dux Spoleti, et Comes Assisii, uti fidelissimo
sibi subdito, et amico, gentili suo atque Ducissae ejus conjugi.

[159] Riccardo da S. Germ.

[160] Cronica di Fossanova.

[161] Rugg. in Ann. Anglor.

[162] Acri.

[163] Ric. da S. Germ. Rug. Ann. d'Inghil. Cron. di Fossanova. Pirri In
festo S. Michaelis.

[164] Struv. Syntag. Histor. Germ. dissertat. 18 § 11 pag. 590.

[165] Goldast. Constit. Imper. Tom. I pag. 281.

[166] Struv. Syntag. Jur. Publ. Germ. cap. 1 n. 3 pag. 267.

[167] Rug. Ann. Angl.

[168] Rug. Ann. Angl.

[169] Ric. da S. Germano.

[170] Gesta Inn. III. V. Baluz. Epist. Inn.

[171] Chioc. tom. 1. MS. giur.

[172] Raynal. ad ann. 1198 num. 67.

[173] Inn. Ep. tom. 1 lib. 1. Ep. 410.

[174] Baron. ad ann. 1198.

[175] Riccardo da S. Germ. Inn. Epist. lib. 1. Epist.

[176] Ughel. in Appendice, tom. 7 de Episc. Pennens. pag. 1327.
Judicetur ab ipsa Ecclesia de ipso adulterio, quod spectat ad judicium
ipsius Ecclesiae; et de eo quod spectat ad judicium Curiae nostrae,
de insultu, et violentia, judicetur ab ipsa Curia nostra, etc. Dat.
Panormi ann. 1197.

[177] V. Mastricht hist. Jur. Canon. num. 254.

[178] V. Anton. August. de Emend. Grat. part. post. cap. 5 et ivi
Baluz. § 19.

[179] V. Mastric. n. 273.

[180] V. Mastric. n. 274.

[181] Anton. Augustin. lib. 2 dial. 5. Stephan. Baluz. in praefat. num.
20. V. Struv. hist. Jur. Canon. § 16.

[182] Pancirol. de clar. leg. Interpr. lib. 3 cap. 2 pag. 405.

[183] V. Mastric. nu. 304. Struv. hist. Jur. canon. § 17.

[184] V. Struv. l. c. § 19.

[185] V. Anton. August. de emendat. Grat.

[186] Pancir. l. 2 c. 5.

[187] V. Pancir. lib. 2 c. 3.

[188] Struv. l. c. § 21.

[189] Istromento di pace tra Guglielmo ed Adriano, presso Capecelatro
histor. Napol. fol. 75. Si persona illa de proditoribus, aut inimicis
nostris, vel haeredum nostrorum non fuerit; aut magnificentiae nostrae
non extiterit odiosa, vel alia in ea causa non fuerit, pro qua non
debemus assentire, assensum praestabimus.

[190] Petr. Blesensis epist. 10.

[191] L'Investitura è rapportata da Rainaldo anno 1198 num. 67 e vien
riferita da Innocenzio III epist. tom. 1 lib. 1 ep. 410 dove parlandosi
dell'elezioni si leggono queste parole: Electiones autem secundum Deum
per totum Regnum canonice fiant, de talibus quidem personis, quibus
vos, ac haeredes vostri requisitum a vobis praebere debeatis assensum.

[192] Il Breve d'Innocenzio drizzato a Costanza si legge fra le sue
epist. tom. 1 lib. 1 epist. 411 e vien anche rapportato da Chioccar.
to. 4 de' MS. giurisd. tit. de reg. exequatur; e nel tom. 19 var.
ed è tale: Sede vacante Capitulum significabit vobis, et vestris
haeredibus obitum decessoris: deinde convenientes in unum, invocata
Spiritus Sancti gratia, secundum Deum eligent canonice Personam
idoneam, cui requisitum a vobis praebere debeatis assensum, et
electionem factam non different publicare. Electionem vero factam,
et publicatam denunciabunt vobis, et vestrum requirent assensum. Sed
antequam Assensus Regius requiratur, non inthronizetur electus, nec
decantetur laudis solemnitas, quae inthronizationi videtur annexa: nec
antequam auctoritate Pontificali fuerit confirmatus, administrationi se
ullatenus immiscebit. Sic enim honori vestro voluimus condescendere, ut
libertatem canonicam observemus, nullo prorsus obstante rescripto, quod
a Sede Apostolica fuerit impetratum.

È rapportato ancora questo Breve da Lunig. Cod. Ital. Diplom. Tom. 2
pag. 862.

[193] Epist. Innoc. tom. 1 lib. 1 epist. 412.

[194] Epist. Inn. ad C. Capuan. tom. 1 lib. 2. epist. ad C. Rhegin.

[195] Raynald. ad ann. 1211 num. 5.

[196] Cod. Ital. Diplom. tom. 2 pag. 866.

[197] Ughell. tom. 7 de Episcop. Policastr. num. 3 fol. 789.

[198] Gregor. IX epist. 165 lib. 1.

[199] Raynald. ad annum 1221. numer. 32 et ann. 1223 num. 15.

[200] Raynald. ann. 1225 num. 45.

[201] Collen. dec. 2 l. 8 c. 1.

[202] Innoc. epist. lib. 1. Por effectum operum poteritis evidenter
cognoscere, quod Tutelam Regis, et Regni Bajulum nobis a Constantia
Imperatrice relictum, non tam verbo, quam factis recipimus.

[203] Naucler. generat. 34.

[204] Ricc. da S. Germ.

[205] La Cronaca di Riccardo si legge impressa nel to. 3 dell'Italia
Sacra dell'Ughello.

[206] Bzovio tom. 1 ann. 1199. Anathematizamus Marcovaldum, et omnes
fautores ejus.

[207] In Epist. apud Bzov. ann. 1199 n. 12 et in Antiq. col. Decr. 3
tit. de Offic. Deleg. cap. nisi specialis.

[208] Riccardo da S. Germano.

[209] Epist. Innoc. III che comincia: Utinam puerilibus annis virilem
animum Dominus inspiraret, etc.

[210] Ricc. da S. Germ.

[211] Cron. di Ric. da S. Ger. Cum ipso campestre bellum inierit ad
Cannas: At Cancellarius cum Diopuldo, per ipsum Comitem 6 octobris
devicti sunt, et fugati. Cron. di Fois. Cron. di Fossanova.

[212] Cron. Ric. Cassinensis Abbas Legatus vadit in Siciliam, ubi
Marcovaldus superveniens, dysenteria miserabiliter expiravit.

[213] Inveges ann. 1203 tom. 3 hist. Paler.

[214] Cron. di Ric. da S. Germ.

[215] Pell. ad Anon. Cassin. ann. 1205.

[216] Cron. di Ric. da S. Ger. Diopuldus in eum cum suis diluculo
irruens, Comes captus ab eo est, et custodiae traditus carcerali, ubi
modicum post diem clausit extremum.

[217] Ric. da S. Germ. Inn. Papa Romam vocat Diopuldum ad se, ipsumque,
et suos a vinculo excommunicationis absolvit, et tunc cum ipsius
licentia Salernum reversus est.

[218] Ricc. da S. Ger. Tandem nocturno tempore fugae praesidio
liberatus, veniens per mare Salernum, inde in Terram Laboris se
confert, ubi cum Neapolitanis iniens pugnam, devicit, strage magna
facta ex eis.

[219] V. Chioccar. de Archiepisc. Neap. in Anselmo, ann. 1192.

[220] V. Chioccar. loc. cit. de Episcopali Ecclesia Cumana Neapolitanae
unita.

[221] Riccardo da S. Germ. Ubi cum Neapolitanis iniens pugnam, devicit,
strage magna facta ex eis.

[222] Ricc. da S. Ger. ann. 1208 Innocentius Papa in vigilia S. Jo.
mense Junio venit ad S. Germanum, ubi ab Abate Rofrido magnifice
receptus est, tam ipse, quam fratres sui Domini Cardinales.

[223] Ric. da S. Ger. Qui autem ordinationem istam recipere noluerint,
vel recusaverint, tamquam hostes publici habeantur, et a caeteris
impugnentur.

[224] Di quest'investitura ne fa anche menzione il Tutini, nel libro
de' Contestabili del Regno, fol. 38. Se bene l'Autore contemporaneo
delle gesta d'Innocenzio scriva, che questa investitura fosse stata
data dal Re, non da Innocenzio.

[225] Epist. Inn. che comincia Affectum dilectionis, et gratiae, etc.

[226] Cron. di S. Germ. Per Atinum iter faciens Soram contulit, indeque
in Campaniam versus est.

[227] Ab. Uspergensis: Henrico VI eoque procurante, Principes
Alemanniae pene omnes filium parvulum ipsius Fridericum II adhuc in
cunis vagientem assumpserunt in Regem, eique fidelitatem juraverunt, et
literas de hoc facto cum sigillis suis Imperatori transmiserunt.

[228] Cap. venerabilem de Elect. Ab. Usper.

[229] Ric. da S. Ger. In odium Celani Comitis.

[230] Zurit. Quem pater sacro Ordini dicaverat.

[231] Cronaca di Fossanova tom. 1 Ital. Sacr. col. 488.

[232] Cronaca di Fossanova Ducem Spoleti fecit illum.

[233] Ricc. da S. Germ.

[234] Ricc. da S. Germ. Illum excommunicat, et Ecclesiam Capuanam sub
interdicto ponit, pro eo quod ausi sint celebrare ipso praesente in
Octavis B. Martini. Excomunicat etiam omnes Fautores ipsius.

[235] Abb. Usperg.

[236] Ricc. da S. Germ.

[237] Ric. da S. Germ. Aquis. per Antistites Moguntinum, et Treverensem
coronam accepit.

[238] Abb. Uspergense.

[239] Ric. da S. Germ.

[240] Ric. da S. Germ. Sex in medium Capitula protulit.

[241] Ric. da S. Germ. Quia in contemptum R. Ecclesiae Regem Federicum
Regem appellavit Presbyterorum.

[242] Cod. Th. l. 1 et 2 de Haereticis.

[243] L. 3 C. eod. tit.

[244] L. 4 et 5.

[245] L. 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 16, 17, 19, 21, 22, 23.

[246] L. 5, 18, 20.

[247] L. 24, 25, 26, 27, 28, 29, 30, 31, 32, 33, 34, 36.

[248] L. 35, 37, 38, 39, 40, 41, 42, 43, 44, 45, 46, 47, 51, 52, 53,
54, 55, 56.

[249] L. 48, 49, 50, 57, 58, 59, 60, 61, 65, 66.

[250] L. 62, 63, 64.

[251] Cod. Th. l. 9 l. 34, 36, 38, 43, 44 de Haeret.

[252] Goth. in l. quisquis 9 C. Th. de Haeretic.

[253] Goth. in Paratitl. ad tit. C. Th. de Haereite.

[254] Cod. Th. tit. de haeret. l. 16.

[255] Questa etimologia Pietro delle Vigne, e Federico gli danno nella
Constit. Inconsutilem.

[256] Bosquet. in Notis ad epist. Inn. I. 1. epist. 71.

[257] Cap. cum inter 18 de Electionib.

[258] Cap. qualiter eod. tit. de elect. Episc. 232 lib. 2 Epist. 242.
Gesta ejusd. Inn. pag. 10 et 20. Ughellus tom. 9 pag. 405 e fu anche
avvertito da Florente ad tit. de Elect.

[259] Fr. Tommaso Fazzello dec. 2 lib. 8 cap. 2.

[260] Cod. Ital. Diplom. Tom. 2 pag. 866.

[261] Cod. Ital. Diplom. Tom. 2 p. 864, 865.

[262] Riccardo, Romae quasdam edidit Sanctiones pro libertate
Ecclesiae, et Clericorum, confusione Patarenorum, Testamentis
Peregrinorum, et securitate Agricultorum.

[263] Cod. Just. de Haereticis. Cap. si vero dominus. Cap. Credentes
praeterea. Cap. Gazaros, Patarenos.

[264] Syntag. Histor. Germ. Dissert. 17 § 4 p. 510.

[265] Inveges an. 1232 hist. Paler. tom. 3.

[266] Camill. Salern. in Praefat. ad consuet. Fr. And. p. 156 disp.
feud.

[267] Ricc. di S. Germ. Capuam se conferens, et regens ibi Curiam
generalem pro bono Statu Regni, suas Ascisias promulgavit, quae sub 20
capitulis continentur.

[268] Camillo Saler. nel proemio delle consuet. di Napoli, num. 3.

[269] Tutin. de' M. Giustizieri, in princip.

[270] Lib. 3 de novis aedific. Prout. in Capuana Curia per nos extitit
stabilitum.

[271] Ricc. da S. Germ.

[272] Ricc. da S. Germ. Tunc etiam Thomas de Aquino factus Acerrarum
Comes, et Magnus Justitiarius Apuliae, et Terrae Laboris.

[273] Gordonio in Chron. che cita l'Abate Uspergense, Nauclero, Biondo,
Platina.

[274] Fazzel. dec. 2 lib. 8 c. 2 fol. 448.

[275] Pirro in Chron. Ne Clericos, et Ecclesiasticas personas
tributorum erogatione premerent, sed immunes eos haberent, ut olim sub
Willelmo II.

[276] Zurita Annal. d'Arag. Catanae moritur, in Panormi Æde maxima
sepelitur.

[277] Bossio nella Storia di Malta.

[278] Lib. 3 epist. et 10 epist. 11, 12 et 13.

[279] Lib. 3 ep. 11.

[280] Lib. 3. epist. 10 et 11.

[281] Ab. de Nuce in notis in prolog. l. 4 Chron. Cass.

[282] Constitut. in Terra qualibet.

[283] Constitut. Frid. Utilitati Glos. et Affl. in dicta Constit.

[284] Luc. de Penna in l. contra publicam, col. 2 C. de re milit. lib.
12 Arcamon. in dicta Constitut.

[285] Andr. de Isern. in dicta Constit. Utilitati.

[286] Lib. 3. ep. 11. Besold. in dissert. de jure Accadem. cap. 2 in
fine.

[287] Lib. 3 epist. 13.

[288] Lib. 3 ep. 11.

[289] Lib. 3 cit. ep. 11.

[290] Lib. 3. ep. 12.

[291] Ricc. da S. Germ. Studium, quod Neapoli per Imperatorem statutum
fuerat, quod extitit turbatione inter Ecclesiam, et Imperium secuta;
penitus dissolutum; per Imperatorem Neapoli reformatur.

[292] Lib. 3 epist. 11.

[293] Baluz. Miscellan. p. 483, 86 et 87. V. Nicod. in Bibliot. Top. v.
Manfredi.

[294] Constit. Statuimus, tit. 38 lib. 1 et seqq.

[295] Constitut. Occupatis, tit. 95 lib. 1.

[296] Lib. 3 epist. 81.

[297] Riccar. ann. 1227. Tunc prudentem virum Roffredum de Benevento
misit ad Urbem cum excusatoriis suis, quas idem Magister publice legi
fecit in Capitolio de voluntate Senatus, Populique Romani.

[298] Lib. 3 epist. 11.

[299] Jo. Trit. lib. de script. Eccl.

[300] L. 3 epist. 45.

[301] L. 3 epist. 43.

[302] L. 3 epist. 45.

[303] Affl. in praelud. Constit. in princ.

[304] Simon. Schard. in Vita P. de Vineis.

[305] Lipar. in Usib. feud in praeludiis.

[306] Ciarlant. l. 4 c. 14.

[307] Ric. di S. Germ.

[308] Ric. di S. Germ.

[309] Ric. di S. Germ. ann. 1225.

[310] Ricc. di S. Germ. Et decet secum centum Chelandros. V. Dufresne
in Glossar. v. Chelandrum.

[311] Ricc. Promisit Imperator se publice servaturum excommunicatione
adjecta in se, et terram suam, si haec non fuerint observata.

[312] Ric. di S. Germ.

[313] Ric. di S. Germ. mense Septembri.

[314] Ric. di S. Germano: Quos tamquam in suum praejudicium promotos,
recipi Imperator in ipsis Ecclesiis non permisit.

[315] Ricc. Imperator pro facto Praelatorum, quos Papa creaverat, suos
ad eum nuncios mittit.

[316] Ric. di S. Germ.

[317] Ricc. di S. Germ.

[318] Cod. Ital. Diplom. T. 2 p. 867.

[319] Ricc. di S. Germ.

[320] Ricc. di S. Germ.

[321] Ricc. da S. Germ.

[322] Ricc. da S. Germ. Et ipse tunc etiam Imperator, sicut
disposuerat, superveniente aegritudine, non transivit.

[323] Ricc. da S. Germ.

[324] Ricc. da S. Germ.

[325] Ricc. da S. Germ.

[326] Ricc. da S. Germ.

[327] Acri.

[328] Abb. Usper. ann. 1228.

[329] Lunig. Cod. Ital. Diplom. Tom. 2. pag. 875.

[330] Lunig. Cod. Ital. Diplom. Tom. 2. p. 878.

[331] Bossio lib. 16.

[332] Aulisio delle Scuole Sacre L. 2. c. 12. pag. 60.

[333] Bzov. Histor. Rel. Rod.

[334] Ricc. di S. Germ.

[335] Ricc. da S. Germ.

[336] Lunig. Cod. Ital. Diplom. Tom. 2 p. 875.

[337] Constit. de legib. in princ. lib. 1 § praesentes: Regnum Siciliae
sanctiones et nostras, etc.

[338] V. Andreas disp. Feud. cap. 1 num. 1 che dice la Costitut. Ut de
successionibus, essersi stabilita nel 1221.

[339] Ric. ann. 1220.

[340] V. Dufresne in Glossar. v. Assisa.

[341] De Officio Magistr. Justit. v. sicque nuperrim.

[342] Ric. ann. 1226.

[343] In Chron. ann. 1229.

[344] Constitut. cum concessiones de privilege. lib. 2.

[345] Ricc. ann. 1231.

[346] Constit. Inconsutilem Const. de Receptoribus, etc. lib. 1.

[347] Tit. ult. l. 3. Const.

[348] Affl. in praelud. qu. 1 n. 1.

[349] Goldast. to. 1 p. 77, 289, 290, 293 et to. 2 p. 51 et seqq.

[350] Cap. quod incipit, Constitutiones, p. 29 Cap. quod incipit, ad
perpetuam, pag. 36. Affl. in praelud. Const. qu. 1 num. 2.

[351] V. Andreys disp. Feud. cap. 1 § 1 num. 2.

[352] Fab. Jordan, in addit. ad Prooem. Constit.

[353] Afflict. in praelud. in princ. n. 2.

[354] Marin. de Caram. in Prooem. Constit.

[355] Isern. in Const. l. 3 de Jur. Balii.

[356] Andr. in Prooem. Constit. num. 10 et 20.

[357] Afflict. in Praelud. qu. 1 n. 2.

[358] Dupin. de Antiq. Eccl. Discipl.

[359] Ricc. da S. Germ.

[360] Ricc. ad ann. 1234. Hoc anno, quod Henricus Rex contra
Imperatorem patrem suum seditionem in Alemannia fecerit, fama fuit.

[361] Cron. Monast. S. Justin. Eodem anno ad petitionem Regis Henrici
filii Federici Imperatoris, Mediolanenses, et alii odientes Imperium,
Legatos in Alemanniam direxerunt, et cum ea contra Imperatorem
societatem firmissimam statuerunt; concepit enim Rex dolorem, et
peperit iniquitatem contra proprium genitorem, ideo quod videbatur quod
Imperator plus eo puerum Corradum diligeret, et foveret.

[362] Sigon. de Reg. Ital. lib. 17 in fine.

[363] Riccardo da S. Germ.

[364] Sigon. de Regno Italiae l. 18.

[365] Sigon. loc. cit. lib. 18 ann. 1236.

[366] Ric. da S. Germ.

[367] Ricc. da S. Germ. Cronaca del Fr. di S. Giustina. Epistole di
Pietro delle Vigne, fol. 304 et 237. Sigon. de Regn. Ital. lib. 18.

[368] V. Dufresne in Glossar. v. Carrocium.

[369] Epist. Pet. de Vineis, fol. 399 che comincia: Solicitude
continua, etc.

[370] Sigon. de Reg. Ital. l. 18.

[371] Matth. Paris. in Enric. III.

[372] Sigon. loc. cit.

[373] Ricc. ad ann. 1239.

[374] Ricc. ann. 1239.

[375] Sigon. de Reg. Ital. l. 18 ann. 1241.

[376] Petr. de Vineis epist. fol. 107.

[377] Alcune clausole di queste lettere vengono rapportate da Paolo
Pansa nella vita d'Innocenzio IV.

[378] Pansa nella vita d'Innoc. IV.

[379] Pansa nella Vita d'Innoc. IV.

[380] Lunig. Cod. Ital. Diplom. p. 900, 907.

[381] V. Dupin. de Antiq. Eccl. disc. diss. ult.

[382] Sigon. de Reg. Ital. lib. 18 ann. 1249.

[383] Anonymus de reb. Federici, etc. Mortuus est autem ipse Imperator
apud Florentinum in Capitanata Apuliae, die mensis Decembris 9. Indict.

[384] (Struvio Syntag. Histor. Germ. dissert. 30 § 61 p. 1114 riferisce
varie opinioni intorno a questo titolo d'Arciduca, ch'egli crede, che
non cominciasse a mettersi in uso stabilmente, che a' tempi di Federico
III nella presente Famiglia austriaca).

[385] Dante Inf. canto 10.

[386] Le Costituzioni stabilite da Federico in Francfort nell'anno 1234
contro gli Eretici di Germania, si leggono presso Goldasto tom. 1 p.
77, 292, 293 tom. 2 pag. 51 et seqq. e presso Schiltero tom. 2 Inst.
Juris Publici tit. 15 pag. 110 et tit. 16 pag. 117.

[387] Capecelatro Istor. de' Norm.

[388] Inveges histor. Palerm. tom. 3.

[389] Constit. de Haeretic. et Patarenis.

[390] Riccard. da S. Germ.

[391] Sigon. de Reg. Ital. lib. 4. ann. 774. Feudatariis autem,
Civitatibus, Ecclesiis, ac Monasteriis certa tributorum genera
imposuit, foderum, paratam, et mansionaticum appellata, quae advenienti
potissimum in Italiam Regi persolverent.

[392] Capitul. Princ. Radelgh. apud Pellegr. Hist. Princ. Longob.

[393] Anonymus de Reb. Federici Imperatoris.

[394] Anonym. Librum composuit de Natura et Cura Animalium.

[395] Allacc. de' Poeti antichi, tom. 1 sol. 1, 43, 50, 52, 57, 288,
372, 373.

[396] Surg. de Neap. Illust. c. 24 n. 2.

[397] Mazzella nella Descrizione del Reg. di Nap. in princ.

[398] Tassone de Antef. vers. 2 observ. 1 n. 14.

[399] Pragm. 1 de Offic. ad Reg. Majest. ejusque Vic. coll. Spect.

[400] Pellegr. in Dissert. ult. de fin. Duc. Benev.

[401] Camil. Pereg. diss. 5. Duc. Benev.

[402] Narcis. apud Munsterum in Cosmographia, lib. 2 ubi de Campania,
etc.

[403] Erchemp. apud Pellegr. n. 29 et 81.

[404] Camil. Pelleg. della Campania nell'Aggiunta, pag. 701.

[405] Tutin. de' Maestri Giustiz. in princ.

[406] Fab. Jordan. in addit. ad prooem. Constit. Ursin. de success.
Feud. par. 2 q. 2 art. 1 n. 43 vers. secundo respondetur. Andreys qu.
Feud. c. 1 § 1 n. 2.

[407] Ab. de Nuce ad Chron. Cass. lib. 3 cap. 13 num. 1277.

[408] Ostiens. lib. 3 cap. 13.

[409] Pont. lib. 2 de bello Neap.

[410] Tutin. de' M. Giustiz. fol. 97.

[411] Camill. Pellegr. in Castig. in Anonym. Cassin. pag. 141. Sic.
n. dicta olim, atque etiam nunc dicitur Vallis, regioque percelebris
in Calabria citeriori supra Consentiam ad Septentrionem, Tarentinum
ad usque sinum potrecta, quam praeterfluit flumen Crathis Vulgo Grati,
unde illi nomen, Regiisque frequentissime Tabulariis, nec non Riccardo
a S. Germano ad ann. 1234 memorata.

[412] Pont. lib. 2 de bello Neap.

[413] Erchempert. num. 29. apud Pellegr.

[414] Gul. Ap. lib. 1.

[415] Camill. Pellegr. p. 89. B.

[416] Petr. Diac. in Auct. ad Ostien. lib. 4 cap. 22.

[417] Camill. Per. in diss. ul. de Duc. Benev.

[418] Tutin. de' M. Giustizieri, in princ.

[419] Tutin. de' Contestab. p. 6.

[420] And. Ragionam. 2.

[421] Ric. a S. Germ ad ann. 1233.

[422] Ricc. a S. Germ.

[423] Tutini de' Contestabili del Reg. fol. 44.

[424] Lunig Cod. Ital. Diplom. pag. 910.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





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