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Title: Pagine sparse
Author: De Amicis, Edmondo
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Pagine sparse" ***

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PAGINE SPARSE


    La mia padrona di casa — Ritratto d'un'ordinanza — Un incontro
    — Un caro pedante = (ALCUNE OSSERVAZIONI SULLO STUDIO DELLA
    LINGUA ITALIANA): La Lettura del Vocabolario — Appunti — Una
    parola nuova — Consigli — Il vivente linguaggio della Toscana
    — Quello che si può imparare a Firenze — Un bel parlatore =
    Dall'album d'un padre — L'amore dei libri — Manuel Menendez
    (racconto) — In Sogno — Scoraggiamenti — Battaglie di Tavolino
    — Una visita ad Alessandro Manzoni — Emilio Castelar — Giovanni
    Ruffini.



                           EDMONDO DE AMICIS


                             PAGINE SPARSE


                            QUARTA EDIZIONE



                                 MILANO
                      TIPOGRAFIA EDITRICE LOMBARDA
                                 1877.



                         Proprietà letteraria.



.... Non riprendeva, anzi lodava ed amava che gli scrittori
ragionassero molto di sè medesimi; perchè diceva che in questo sono
quasi sempre e quasi tutti eloquenti, ed hanno per l'ordinario lo
stile buono e convenevole, eziandio contro il consueto o del tempo,
o della nazione, o proprio loro. E ciò non essere meraviglia; poichè
quelli che scrivono delle cose proprie hanno l'animo fortemente preso
e occupato della materia; non mancano mai nè di pensieri, nè di affetti
nati da essa materia e nell'animo loro stesso, non trasportati d'altri
luoghi, nè bevuti da altre fonti, nè comuni e triti, e con facilità si
astengono dagli ornamenti frivoli in sè, o che non fanno a proposito,
dalle grazie e dalle bellezze false, dall'affettazione e da tutto
quello che è fuori del naturale. Ed essere falsissimo che i lettori
ordinariamente si curino poco di quello che gli scrittori dicono di sè
medesimi: prima, perchè tutto quello che veramente è pensato e sentito
dallo scrittore stesso, e detto con modo naturale e acconcio, genera
attenzione, e fa effetto; poi, perchè in nessun modo si rappresentano
o discorrono con maggior verità ed efficacia le cose altrui, che
favellando delle proprie: atteso che tutti gli uomini si rassomigliano
tra loro, sì nelle qualità naturali, e sì negli accidenti, e in quel
che dipende dalla sorte; e che le cose umane, a considerarle in sè
stesso, si veggono molto meglio e con maggior sentimento che negli
altri.

  LEOPARDI — _Detti memorabili di Filippo Ottonieri._



LA MIA PADRONA DI CASA


Non posso pensare a Firenze, senza ricordarmi della mia buona padrona
di casa di via dei ***, la quale m'insegnò in sei mesi più lingua
italiana di quanta io n'abbia imparata in dieci anni da tutti i miei
professori di letteratura, nati, come diceva l'Alfieri, _là dove Italia
boreal diventa_.

Era una vecchietta simpatica, vedova d'un interprete d'albergo, buona
come il pane, fiorentina fin nel bianco degli occhi, operosa, assestata
e pulita come un'Olandese. Viveva d'una piccola rendita e di quel po'
che guadagnava tenendo dozzina. Leggicchiava, giocava al lotto, faceva
qualche visita, e passava quasi sempre la sera, sola come uno sparago,
in un cantuccio della sua piccola camera ingombra di mobili vecchi,
vicino a una finestra, dalla quale si vedeva, di là dai tetti di molte
case, la cima del campanile di Giotto.

Che cos'è questo benedetto parlare toscano! Era una povera donna,
non aveva cultura, sapeva appena leggere e scrivere; ma parlava da
far rimanere a bocca aperta. E non il fiorentino volgare, perchè non
ho mai inteso dalla sua bocca una parola o una frase che una signora
non potesse ripetere in conversazione. Il suo parlare era tutto frasi
efficacissime, immagini, proverbi, diminutivi graziosi, vezzi e fiori
di lingua, che venivan via facili e fitti ad ogni proposito, come nei
novellieri trecentisti, senza che le sfuggisse mai neppure un lampo
di quel sorriso leggerissimo che per il solito tradisce la compiacenza
intima di chi sa di parlar bene.

Ogni momento gliene sentivo dire una nuova.

Stentavo un po' a infilare il soprabito: essa mi diceva: Ma perchè non
se lo fa allargare chè le è stretto assaettato?

Entravo nella sua camera: — Badi, — mi diceva, — di non inciampare,
perchè è buio come in gola.

Veniva un amico a chiedermi dei denari; essa capiva, e mi domandava: —
Le è venuto a dare una frecciata, non è vero?

Diceva che il suo predicatore aveva la _parola facile e ornata_; che il
lattaio aveva la voce _come uno di questi cani incimurriti e fiochi_
che non posson più abbaiare; che erano tre giorni che non vedeva più
l'_effigie_ dello spazzaturaio che pure le aveva promesso di venire;
che il bambino della vicina aveva rotto un vetro, e suo padre non se
ne era anche accorto, ma il poverino stava già rannicchiato dietro
l'_uscio ad aspettare il lampo e la saetta_; che il mio maestro di
spagnuolo aveva _un vestito che gli piangeva addosso_; che con tutte
queste guerre che si fanno dopo che Pio IX _ha date le su' riforme_
bisogna sempre _stare palpitando per i nostri cari_; che un tale ch'era
caduto dal secondo piano, e non era morto, aveva _il sopravvivolo come
i gatti_; che un certo quadro pareva _fatto coll'alito_; che a una
certa sua amica, in una certa congiuntura, _essa aveva parlato come
al cospetto di Dio, da cuore a cuore_; e altre espressioni gentili ed
argute, che a scriverle tutte, ci sarebbe da fare un vocabolario.

Però, quando s'accorgeva ch'io mi divertivo a farla parlare, taceva
tutt'a un tratto e mi guardava con aria di diffidenza. Temeva ch'io
la volessi canzonare. Anzi, qualche volta, quando mi lasciavo sfuggire
un'esclamazione di meraviglia, quasi s'indispettiva.

— Oh insomma, — mi disse un giorno, — io parlo come so. Se dico degli
spropositi, m'insegni lei a parlar meglio. Io non ho mai preteso di
parlar bene.

— Ma no, cara signora, — le risposi coll'accento della più profonda
sincerità. — Le giuro che ammiro davvero la sua maniera di parlare, che
vorrei parlare io come lei, che vorrei saper scrivere come lei parla.
Che c'è da stupirsi? Non lo sa che i fiorentini parlano meglio degli
italiani delle altre provincie? Non l'ha mai inteso dire? Mi piace
sentir parlare l'italiano da lei come mi piacerebbe sentir parlare il
francese da un parigino. Mi piace perchè lei parla con naturalezza,
perchè pronunzia bene, perchè io imparo. Ne vuole una prova? Guardi
questi fogli.

E le misi sott'occhio alcuni fogli sui quali avevo notato una lunga
filza dei suoi modi di dire.

Guardò, sorrise, poi sospettò daccapo e mi disse che non sapeva capire
che cosa io trovassi di _particolare_ in quelle parole. — Qualunque
mercatino, — soggiunse, — è in caso di dirgliele tali e quali.

Nondimeno, a poco a poco, finì per persuadersi che mi divertivo davvero
a sentirla parlare perchè parlava bene.

Ma trovavo sempre mille difficoltà a farmi capire quando volevo saper
qualche cosa di preciso in fatto di lingua. — Come direbbe lei, — le
domandavo, — per dire che piove forte? — Gua! — mi rispondeva, — direi
che piove forte. — Io ripetevo la domanda in un'altra forma. — Ah! ho
capito! — esclamava. — Chi si volesse spiegare in un'altra maniera
potrebbe anco dire che piove a rovescio, a catinelle, a orciuoli, a
ciel rotto; ognuno può dire come gli piace; _non c'è regola fissa_.

Un giorno le diedi un mio libro. — L'ha scritto lei? — mi domandò. —
Sì, — risposi. — Tutto di suo pugno? — Tutto di mio pugno. — Lo tenne
due o tre giorni e vidi che lo leggeva. Quando me lo restituì, mi
disse: — Bravo! mi son divertita; si vede che è un buon figliuolo. _E
poi mi piacque anche lo stile._

A poco a poco mi prese a voler bene, mi parlava lungamente della
buon'anima di suo marito, delle sue amiche, del caro dei viveri, delle
tasse, del lotto, dei suoi malanni, della religione, sempre colla
stessa grazia e colla stessa dolcezza. Ma specialmente quando parlava
della sua disgrazia d'esser rimasta sola al mondo e diceva che la
notte, non potendo dormire, pensava, pensava, fin che si metteva a
piangere, aveva parole così dolci, così schiette, così poetiche, che
mi si stringeva il cuore, e nello stesso tempo provavo una specie di
voluttà artistica a sentirla. Mentre essa parlava la sua bella lingua,
io appoggiato alla finestra della sua cameretta, guardavo il campanile
di Giotto dorato dalla luce del tramonto, e provavo uno struggimento
d'amore per Firenze.

Una s'era, ch'ero già a letto, s'affacciò alla porta e disse con voce
commossa: — Ah! figliuol mio! bisogna proprio credere, sa, che c'è un
Dio! Questa sera il predicatore ha detto che tutti i grandi uomini ci
hanno creduto, — e Dante e Galileo e Colombo, — ne avrà citati più di
cinquanta. E ha conciato per le feste quelli che dicono che il mondo
l'ha fatto il caso! Il caso! E dire che sono gente che ha studiato! Io
che sono una povera donna capisco che è una corbelleria. Se lo studio
non dovesse portare altri frutti! Ma lei, benchè studii, non le pensa
queste cose, non è vero, figliuolo? dica un po': ci crede lei al caso?

— No, cara padrona, — le risposi; — io credo in Dio.

— Oh lei non può immaginare la consolazione che mi dà con codeste
parole, — rispose la buona donna.

La notte, mentre lavoravo a tavolino, a una cert'ora sentivo picchiare
nel muro e poi una voce insonnita che diceva:

— Non lavori più, figliuolo; s'abbia riguardo agli occhi.

Ed io: — Ancora una pagina.

— Nemmeno una pagina. Si ricordi del proverbio: È meglio un....
cavallino vivo che un dottore morto.

Passava un altro quarto d'ora e lei daccapo:

— A letto, a letto, figliuolo.

— Padrona, domandavo io, — com'è quel proverbio di Berto, che mi disse
stamani? Ne ho bisogno per scriverlo.

— Berto, rispondeva, — che dava a mangiare le pesche per vendere i
noccioli. Vada a letto.

— Ancora una cosa. Come si chiama il bastone d'Arlecchino?

— Non mi cava più una parola, nemmeno se mi fa regina di Spagna.

E non diceva più una parola davvero e io andavo a dormire.

La mattina per tempo, appena svegliato, risentivo la sua voce: — Su,
su! È un sereno che smaglia. Vada a fare un giro alle Cascine!

Una sera tornai a casa pieno di malinconia e mi buttai sul sofà senza
dire una parola. Essa mi venne accanto. Duravo fatica a trattener le
lagrime. Mi domandò che cos'avessi. Non volevo rispondere. Insistette,
e allora le apersi il mio cuore come a un amico.

— Ho avuto un dispiacere, — le dissi. — Ho saputo che l'altro giorno,
in una casa, hanno detto che i miei scritti sono noiosi e che non
farò mai nulla di buono. Io ne sono persuaso e non ho più voglia
di studiare. Voglio buttar nel fuoco tutti i miei libri e tornare a
fare il soldato. Sono triste, scoraggito e annoiato della vita. Non
m'importerebbe nulla di morire.

La buona donna si sforzò di ridere; ma era intenerita. Cercò di
consolarmi e di rimettermi di buon umore; chiamò a raccolta tutti i
suoi frizzi, le sue frasi e i suoi proverbi; mi assicurò che i miei
libri erano pieni di _bei concetti_ e che _avrebbe voluto saperli
scrivere lei_; mi promise che sarei riuscito un _bravissimo scienziato_
a dispetto dei maligni; mi disse che avrebbe voluto trovarsi faccia a
faccia con chi aveva sparlato di me, _per fargli una risciacquata che
non trovasse più la via di tornarsene a casa_; mi fece bere un dito di
vin Santo, mi diede del ragazzo, mi picchiò sotto il mento e gridò: —
Su la testa! — Infine mi lasciò rasserenato, dicendo che se le facevo
un'altra volta una di quelle scene, il pezzo più grosso che sarebbe
rimasto di me, aveva da essere un orecchio, com'è vero che c'è tanto di
Biancone in piazza della Signoria.

Qualche volta però ci bisticciavamo, per cose da nulla, s'intende;
per esempio perchè tornavo a casa tardi, e lei mi trovava a ridire,
ed io le rispondevo di mala grazia. Allora stavamo una mezza giornata
senza scambiare una parola. La sera poi, pensando ch'essa era là in un
cantuccio della sua camera, sola, malinconica, al buio, mi pigliava il
rimorso, correvo all'uscio e le domandavo per il buco della serratura:
— Padrona, come è quel detto di Cimabue che mi disse ier l'altro?

— Cimabue che conosceva l'ortica al tasto — rispondeva con una voce in
cui si sentiva un'improvvisa contentezza.

— Mi perdona? — le domandavo.

— Oh buon figliuolo! — rispondeva; — perdoni lei a me, che sono una
brontolona e una zotica. Ma veda: glielo dico per il su' bene che non
venga a casa tardi perchè.... io non ho mica il diritto di impicciarmi
nella sua condotta.... si capisce.... ma ho notato che tutte le
sere che viene a casa tardi, e non studia più, la mattina dopo è di
malumore.

— Ha ragione, padrona, ha ragione! Apra la porta e facciamo la pace.

Essa apriva la porta e non faceva mai in tempo a levarsi il fazzoletto
dagli occhi.

Così passarono sei mesi.

Un giorno, dopo una settimana intera di preparativi e di esitazioni, mi
feci forza e le dissi, guardandola fisso negli occhi:

— Padrona, io debbo partire da Firenze.

— Dove va?

— A casa mia.

— Va bene. Io terrò le sue camere libere per quando tornerà. Può
lasciar qui libri, quadri, carte, come le lascerebbe alla sua famiglia.
Prima che ritorni farò mettere la stufa, comprerò un altro seggiolone
e se mi salta il ticchio farò cambiare la tappezzeria al salotto.
E passeremo il nostro invernetto insieme d'amore e d'accordo, lei a
studiare ed io a fare le mie faccenduole. Ah! vedo che almeno negli
ultimi anni della mia vita avrò qualche consolazione. Quando tornerà?

— Cara padrona.... non glielo posso dire.

— Che forse non tornerebbe più? domandò col viso alterato.

— Forse non tornerò più!

Stette qualche momento senza parlare e poi esclamò con voce tremante:
— Ma dunque io resterò sola!...

E tacque di nuovo come per sentir l'eco di quella triste parola.

Poi nascose il viso nel grembiale e diede in uno scoppio di pianto.

M'aiutò a fare i miei bauli, volle riporre tutti i libri colle sue
mani, non mi lasciò più un momento fino all'ora della partenza.
L'ultima notte, verso le undici, mentre scrivevo, picchiò ancora una
volta nella parete e mi pregò di avermi riguardo agli occhi. La mattina
seguente, quando partii, mi accompagnò fin sul pianerottolo e mi disse
colla solita dolcezza: — Lei se ne torna colla sua famiglia; io, povera
vecchia, rimango sola. Si ricordi qualche volta di me che le volevo
bene come a un figliuolo. Abbia giudizio; continui a studiare e sarà
contento. Mentre viaggerà in Spagna e in Francia, io guarderò il suo
ritratto, leggerò i suoi libri e pregherò il Signore per lei. Quando
morirò, lei si ricorderà che le ho voluto bene e piangerà, non è vero?
Ed ora vada, figliuolo, che è tardi; e Dio l'accompagni!

Le diedi un bacio e discesi per le scale. La povera donna mi mandò
ancora un addio rotto da un singhiozzo e poi rientrò nella sua casa
vuota e triste.

Oh buona e cara vecchia! se mi son ricordato di te! In viaggio, ogni
volta che ho passata la notte a scrivere in una camera d'albergo, allo
scoccare delle undici ho detto tra me, con tristezza: — Oh! se sentissi
picchiare nel muro, quanto lavorerei più volentieri! — Ogni volta che
scrivo, e rileggendo la mia prosa, la trovo scolorita e senza grazia,
dico con rammarico: — Ah! quanto ci corre da quest'italiano a quello
della mia padrona di casa! — La sera, quando la mia famiglia è raccolta
intorno al fuoco, e tutti ridono e lavorano, io penso col cuore stretto
che tu sei sola nella tua stanza, forse al freddo ed al buio, perchè
la legna e l'olio sono rincarati. E non mi si presenta mai l'immagine
della mia cara Firenze, senza ch'io goda in fondo all'anima pensando
che un giorno forse vi tornerò, che andrò a cercarti, che ti troverò
ancora, che mi rimetterò a imparare da te la lingua armoniosa e gentile
con cui mi rallegravi e mi davi coraggio.



SCORAGGIAMENTI


Erano le nove della sera: Teresa ricamava accanto al fuoco, quando
udì picchiare leggermente, corse all'uscio e più per abitudine che per
diffidenza domandò chi fosse.

— Io! — rispose una voce aspra. Teresa aperse, entrò un giovane
ravvolto in un mantello, si baciarono, e la ragazza gli domandò subito:

— Che hai, Mario?

— Perchè questa domanda? domandò il giovane alla sua volta.

— Perchè non hai detto _io_ come gli altri giorni.

Mario la guardò un po' senza rispondere, poi buttò in un canto il
mantello e il cappello, e s'avvicinò al caminetto. La ragazza tornò al
suo posto, e tirò a sè un panchettino, sul quale sedette il giovane,
appoggiando un gomito sul suo ginocchio e la testa sulla mano.

Stettero così qualche momento senza parlare; poi Teresa domandò
timidamente:

— Hai scritto?

— No — rispose il giovane con aria pensierosa.

— Hai fatto male.

— Avrei fatto peggio se avessi scritto: anche oggi son vuoto come una
bolla di sapone.

— È un mese che lo dici.

— È assai più d'un mese che lo sento. Sento che sono una buccia di
limone spremuto. Un critico disse una volta una verità semplicissima,
ma profonda: — Per scrivere bisogna avere qualcosa da dire ai proprî
concittadini. — Ebbene, io non ho nulla da dire e non scrivo. Scrivere
solamente per far sapere al pubblico che si sa accozzare il verbo col
sostantivo e far delle infilzate di epiteti, non mi par degno d'un
uomo.

— Mario, — rispose la ragazza mettendogli una mano sul capo e
sorridendo: — dici questo sul serio o soltanto per farmi stizzire?

— Per farti stizzire? Lo dico con tutta la serietà d'una certezza
dolorosa. È più d'un mese che per me il tavolino è la ruota del
tormento, e mi ci mordo le dita senza riuscir a scrivere un periodo.
Ho un bell'eccitarmi prima, leggere versi ad alta voce come consiglia
il Buffon, _pensarci su_ come dice il Manzoni, ed anche tenere i
piedi nell'acqua fredda come faceva lo Schiller, frugar dentro di me,
ravvivare tutti i sentimenti che m'inspiravano una volta; ogni cosa
è inutile. Seduto che sono al tavolino, mi pare che il cuore e il
cervello mi si raggrinzino come vesciche crepate, e non mi riesce più
di afferrare un'idea che meriti l'omaggio d'una goccia d'inchiostro. Ti
giuro che dico la verità.

— Non giurare.... m'hai detto altre volte le stesse cose e dopo qualche
giorno le hai disdette.

— Cara mia, anche le malattie disperate hanno i loro alti e bassi, e
non v'è moribondo al quale non brillino dei barlumi di speranza. Ho
avuto anch'io i miei barlumi.

— Ma che melanconie son queste, Mario?

— Non sono melanconie, son disinganni. Vuoi che io ti dica una cosa
che non ho mai detta a nessuno e che non ho quasi mai osato dire a
me medesimo, ma che ormai credo fermissimamente vera, tanto che provo
quasi un sentimento di sdegno contro tutti coloro che per lungo tempo
cospirarono a farmi credere il contrario? Te la dico in tre parole: —
Ho sbagliato strada.

— Andiamo, — disse con vivacità la ragazza, — ora ti faccio ravveder
io. Io conosco il segreto di tutte queste malinconie. Tu hai una ruga
qui tra ciglio e ciglio che quasi non si vede quando sei sereno, e
quando non lo sei, diventa profonda come una ferita. Ora è un mese
che io ti vedo codesta ruga quasi tutti i giorni. Ecco perchè non puoi
lavorare. Disinganni, vesciche, buccie di limone spremuto, son tutte
fantasie: il male sta qui. Dunque non c'è da far altro che spianare la
ruga; — e appuntandogli l'indice fra ciglio e ciglio soggiunse: — e io
ci terrò il dito su fin che sparisca, e allora vedrai che ti tornerà
l'inspirazione e la fiducia in te stesso.

Mario le strinse il mento fra l'indice e il pollice, poi lasciando
ricader la mano, rispose con un sospiro: — Ah buona Teresa, sulla ruga
vera tu non puoi mettere il dito perchè è dentro al cervello.

— Oh allora, — disse la ragazza con quel tuono di ironia benevola che
s'usa coi bambini fingendo di dare importanza a una corbelleria, —
allora non c'è rimedio. Capisco anch'io che hai sbagliato strada. Non
parliamone più.

— Eppure, — riprese il giovine senza badarle, — benchè questa certezza
si sia impadronita di me a poco a poco, risparmiandomi così il dolore
d'uno di quei disinganni improvvisi, che schiacciano prima che si sia
potuto pensare a resistere, io credevo che l'avrei sopportata con cuore
più fermo. E veramente quando s'è nutrito per molti anni la speranza
di riuscire qualche cosa nel mondo, e s'è veduto godere di questa
medesima speranza la famiglia e gli amici, e s'è avuto dalla gente
mille dimostrazioni di simpatia e di rispetto, non tanto per quello che
s'era quanto per ciò che si prometteva di divenire; dopo tutto questo,
l'accorgersi che ci si è ingannati e che s'è ingannato gli altri;
prevedere che un giorno la gente ci farà scontare col disprezzo le
lodi che le abbiamo scroccate; sentirsi a poco a poco riattrarre e poi
travolgere e annegare nella folla sulla quale si era riusciti ad alzare
un momento la testa; persuadersi infine che s'è sciupato gioventù,
ingegno, fatiche per prepararsi dei disinganni e delle vergogne, mentre
percorrendo una strada più modesta si sarebbe ottenuto un nome onorato
e una vita tranquilla; è un cangiamento questo, mia cara Teresa, che
somiglia a quello di un uomo il quale di ricco e potente si trovi
ridotto mendico.

Teresa lo guardò attentamente, e poi, sospettando ancora ch'egli non
parlasse sul serio, prese un libro, lo aperse, mise un dito sul nome
dell'autore, e domandò con ingenuità fanciullesca, abbassando la voce:
— È questo signore che parla?

— È lui, lui, — rispose Mario respingendo il libro. — Ah! cara amica,
quanto t'inganni se credi che la vista di tutta quella cartaccia
stampata mi faccia provare il menomo sentimento di alterezza. Sì,
certo, quando sono in mezzo alla gente, mostro di credermi qualche
cosa; il mio amor proprio sta sulle difese. Il vedere la presunzione
di tanti che valgono anche meno di me, e il timore di fornire agli
altri, mostrando di stimarmi poco io stesso, il pretesto di stimarmi
anche meno, mi tengono un po' su; e per questo, chi mi ferisce dal lato
dell'amor proprio, sente la resistenza dell'orgoglio. Ma davanti a me
stesso è altra cosa! Se ti dicessi che passan dei mesi ch'io non leggo
una pagina di mio, nemmeno se mi cade sott'occhio, per timore della
sgradevole impressione che ne riceverei? Se ti dicessi che, riandando
le cose mie, anche le meno peggio, mi piglia il sospetto che un accordo
d'amici, la benevolenza dei conoscenti e l'indulgenza sollecitata
di molti altri sian stati la cagione di quel po' di fortuna che ho
avuta? E se ti dicessi ancora che, quando correggo le prove di stampa,
qualche volta mi sento tutt'a un tratto salire il sangue al viso, e
penso alla maniera di sciogliermi dall'impegno contratto coll'editore,
e comprendendo che non è più possibile, cerco almeno che ci sarebbe da
fare per impedire la diffusione del libro, o se non altro, per evitare
che lo legga il tale o il tal altro, di cui mi preme non perdere la
stima?

— Ma queste, scusa, sono esagerazioni! E poi, qualunque opinione tu
abbia di te stesso, non potrai mettere in dubbio un fatto che dovrebbe
bastare a darti coraggio: il favore pubblico.

— Qui ti volevo. Il favore pubblico! Che cos'è questo favore pubblico?
che cosa prova? Chi non ne ottiene un po' di questo favore, scrivendo,
pur che abbia cuore e non offenda alcuna classe della società e segua
l'andazzo del tempo e scriva cose che la maggior parte sentono o
pensano, o non hanno interesse di negare? Entra in un caffè di una
qualunque delle nostre grandi città, e sarà un miracolo se non ci
troverai in un canto qualche pover'uomo a cui nessuno bada e di cui
nessuno sa il nome, del quale venti o trent'anni prima qualcuno non
abbia detto o stampato che era una speranza della letteratura italiana
e che sarebbe diventato una gloria della patria. A vent'anni abbiamo
tutti qualcosa di bello nel capo e di generoso nel cuore, e abbiamo
tutti bisogno di farlo sapere. Ebbene, io l'ho fatto sapere, ho fatto
il mio sfogo di giovanotto e sta bene. Ma ora basta, ora dovrei buttare
la penna da parte e abbracciare una professione; perchè altro è esser
nato per passare per lo stadio di scrittore, altro è esser nato per
restarci; e una cosa è aver ingegno per scrivere, e un'altra cosa aver
tanto ingegno da poter legittimamente non far altro che scrivere.

— Io non so rispondere a tutte queste cose, — disse Teresa con
voce commossa, — ma mi pare che non sia tutto vero. Che cosa vuoi
concludere? Che non devi più scrivere? Vuoi farmi dire che non sai far
nulla? Vuoi provarmi che sei uno scemo?

— No, perchè non lo sono; se lo fossi, non mi sarei disingannato, non
ti terrei questi discorsi; continuerei a credermi un animalaccio raro,
come fan molti, a dispetto del mondo intero. Il mio disinganno prova
che c'è qualche cosa in questo nocciolo di testa. Ma il gran punto
è che questo _qualche cosa_ non basta. Vi sono ben dei momenti che
abbraccio col pensiero un grande spazio intorno a me; ma son vedute
istantanee, come quelle della notte al chiarore d'un lampo. Afferro
colla mente un dei capi d'una catena d'idee; ma dò uno strappo, e
non mi resta in mano che il primo anello. Ci corre, cara mia, da
questi scatti d'ingegno alla forza dell'ingegno vero! a quell'ingegno
confidente e imperioso, che si afferma qualche volta con parole
superbe; quello che getta sprazzi di luce e pezzi di oro massiccio,
che tira a sè e rende muti in sè stesso altri ingegni minori, che
corre la sua strada destando e schiacciando ad un tempo ire ed invidie
mortali, che s'innalza egli stesso degli ostacoli e li rovescia, che
va a battere le ali dove gli altri arrivano appena collo sguardo, che
trascina, innamora e spaventa! Questi sono uomini d'ingegno, spiragli
aperti nella natura umana, per i quali la moltitudine vede confusamente
qualche cosa del mondo di là, che le strappa un grido di meraviglia.
Questi hanno diritto di consacrare tutta la loro vita all'arte; questi
sono i grandi alberi della vegetazione umana; il resto è erbaccia
parassita, ed io sono un filo di quest'erba.

— Grandi alberi! — mormorò Teresa timidamente. — Fuor che quei quattro
o cinque che tutti sanno, per ora, di grand'alberi che vengano su,
io non ne vedo. E qui pronunziò in fretta una lunga serie di nomi, e
domandò: Son questi forse gli spiragli aperti nella natura umana?

— No, — rispose Mario; — ma benchè io sia da meno di questi, non mi
debbo paragonar con essi, per aver una idea giusta di quello che sono.
Debbo metter tutti costoro in un mazzo, me compreso, e paragonarli
ai pochissimi che sono sulla sommità della scala. Bisogna uscir dal
proprio paese, cara mia, per vedere che cosa paiono, viste da lontano,
certe gloriole di casa! Quando si vede che i veri grandi nomi, anche
nostri, ed anco di questi ultimi tempi, suonano sul Tamigi come suonano
sul Tevere, sul Tago come sul Reno, sulla Senna come sull'Adige, che
conto vuoi più che si faccia di quelli che cascano come palloncini
sgonfiati sulle frontiere del proprio paese? Che cosa siamo al paragone
di quell'aquile che fanno il giro del mondo, noi moscerini che viviamo
in un soffio d'aria, e facciamo un ronzío che non si sente da una
foglia all'altra d'un fiore? noi che mostriamo con pompa, come tutto
il nostro avere, una qualità che in quelli altri non è che una delle
mille faccette della perla del loro ingegno? Ah come si capisce tutto
questo viaggiando! Quando uno straniero mi domandava: — Lei scrive? —
io rispondevo in fretta arrossendo, come uno che respinga un sospetto
ingiurioso: — No! no! non scrivo!

Teresa scrollò la testa sorridendo, come per dire: — Sei sempre lo
stesso!

— E poi, — riprese Mario dopo una breve riflessione — vivere per
scrivere! Bella presunzione è questa di aver nel capo tante cose degne
d'esser dette al mondo, da dover impiegare tutta la vita a dirle!
E con che diritto s'impiega la vita in questa maniera? Scrivere,
in materia d'arte, non si dovrebbe che per soddisfare un bisogno
dell'anima; e soddisfare un bisogno non può valer lo stesso che
pagare un debito. Dunque chi non fa altro che scrivere, non paga il
suo debito alla società; e se ad altri pare, a lui non deve parere.
Rispondere: — Scrivo — a uno che mi domandi qual è la mia professione,
mi pare lo stesso che a uno che mi domandasse: — Che cosa fai costì?
— rispondergli: — Respiro. — E chi è questo poltrone che mentre tanta
gente migliore di lui suda sangue per guadagnarsi la vita, passa la
giornata sur una seggiola a predicar la virtù e ad eccitar gli altri
a fare? Lavori il giorno anche lui, e scriva la sera a tempo avanzato.
Cacciatelo in un'officina!

— Oh questa poi! — esclamò Teresa tra indispettita e intenerita. —
Tutti non possono lavorare colle braccia! —

— Ma io posso! E che credi? Che non mi vergogni qualche volta d'esser
robusto? Quando vedo ammontati sul mio tavolo quei cinque o sei
libracci che ho scritti, dei quali fra qualche anno non si troverà
più il titolo in nessun catalogo di libraio, e penso che ho speso
a farli gli anni più vigorosi della gioventù, e che spenderò forse
nello stessa modo, e non con miglior frutto, gli anni che mi restano;
e poi guardandomi nello specchio, mi vedo un par di spalle da atleta,
che so io? sento che c'è una sproporzione fra me e il mio lavoro,
un disaccordo, un qualche cosa che non va; mi sento dentro una voce
di rimprovero; mi pare come di aver sciupato una trave per fare un
bastoncino; e provo non so che bisogno di curvar la schiena sotto dei
pesi e d'incallirmi le mani sopra uno strumento.

Teresa gli afferrò le mani.

— Quanti uomini sciupati — continuò Mario — con questo maledetto
scrivere! Uomini di un sentire nobilissimo, dotati d'una certa facoltà
di trasfondere in altri l'anima propria, forniti d'un sentimento pel
bello, parlatori facili, che avrebbero, in un altro campo, acquistato
ed esercitato un potere benefico su molta gente.... sciupati! Io per
esempio, ch'ero nato per fare il maestro di scuola, a segno che, quando
vedo in una stanza quattro banchi e un tavolino, mi sento rimescolare!
E non solo il maestro di scuola: sento che sarebbe stata la mia vita
l'aver che fare con povera gente, con operai; sento che, se fossi
pretore in un villaggio, mi farei fare una statua. E così quando leggo
gli scritti di molti miei amici romanzieri, poeti, critici, vedo tra
riga e riga le belle facoltà mal impiegate, e penso con rammarico
che l'uno sarebbe riuscito un eccellente medico condotto, un altro un
direttore di collegio inimitabile, un altro, un avvocato onestissimo
e valentissimo. E dico a loro e a me: — Siamo fuori di strada! Tutti
fuori di strada per aver preso per nostra dote principale una dote
secondaria, che doveva soltanto servire d'aiuto, d'ornamento alle
altre; per aver creduto che ciò che non ci dovrebbe occupare se
non un'ora al giorno, bastasse a riempirci tutta la vita; per aver
considerato come una vocazione quello che non era che una tendenza!

— E quando vedi codesti amici — domandò Teresa sorridendo — lo dici
_loro_ che avrebbero fatto meglio a fare i medici condotti?

— Non mi seccare con quel _loro_, Teresa; di' _glielo_ dici; te
n'ho già pregato altre volte.... E che cosa segue da ciò? Segue che,
avendo l'ambizione, senza aver la potenza di destare l'ammirazione
del paese, diventiamo come gli accattoni che si contentano di quello
che gli si dà: ci contentiamo di ispirar la _simpatia_, la _stima_,
la _considerazione_, di acquistare la _notorietà_, la _distinzione_;
e leggerai infatti ogni momento il simpatico, il pregevole, lo
stimato, il noto, il distinto scrittore, e altri insipidi e sguaiati
appellativi, che pure nella nostra nullità ci fanno sorridere di
compiacenza; ma che a spremerne il sugo voglion dire: mediocre,
insignificante, impotente, nullo, perchè chi, avendo dedicato la vita
all'arte, non riesce che a rendersi simpatico, stimato, pregevole,
ha sciupato tempo e fatica. E in fondo all'anima, lo sentiamo anche
noi. Per questo, invece di lavorare serenamente e nobilmente, ci
affanniamo, facciamo ogni sorta di sforzi disperati per saltar fuori
dalla pegola della mediocrità che ci affoga; e buttiamo fuori in
furia un libro dopo l'altro, avidi, impazienti, sperando sempre che
l'ultimo che stiamo facendo, sia quello che ci porrà sul piedestallo
della gloria; supplicando la gente che passa di soffermarsi; gridando
al paese: Vòltati, guardami, t'assicuro che ho del genio, dammi tempo
a far qualche cos'altro, non profferire ancora l'ultimo giudizio,
aspetta, vedrai. — E intanto il vento porta via libretti e libracci,
e noi invecchiamo trascurati e dispettosi, finchè un bel giorno si
tira il calzino, dieci giornali dicono che s'è lasciato _larga eredità
d'affetti_, e il giorno dopo nessuno pronuncia più il nostro nome. Ecco
la carriera degli scrittori simpatici, stimati, noti, distinti; la mia
carriera e quella di cento altri campioni della _giovine letteratura_.

— Ma tutti — disse Teresa, — anche i più grandi, hanno avuto di questi
scoraggiamenti!

— Erano altri scoraggiamenti, — rispose Mario; — stanne sicura. Si
scoraggivano perchè sentivan la loro opera troppo inferiore al loro
ingegno; ma non è che non sentissero l'ingegno. Essi hanno gettato
sul mondo i riflessi della luce che brillava alla loro mente, e a
noi questi riflessi paion già una gran luce; ma chi può immaginare lo
splendore che vedevan loro cogli occhi del genio? Chi sa che portentoso
_Cinque maggio_ balenò ad Alessandro Manzoni, prima che si mettesse
a scrivere quello che noi conosciamo? Tutti i grandi caddero qualche
volta; ma caddero a pochi passi dalla cima della montagna, ed erano già
saliti ad un'altezza tremenda. Non cadevan per fiacchezza, cadevano
per vertigine. Erano battaglie, nelle quali riuscivano ora vinti,
ora vincitori. Ma in me, vedi, non c'è lotta; in me è calma morta. Ai
grandi che picchiano alla porta del tempio dell'Arte, qualche volta
una voce di dentro risponde: — Non ancora: — A me quella voce risponde:
— Via! — Quelli sono pregati d'aspettare, e io sono scacciato come un
cialtrone.

Teresa aperse il libro che aveva preso poco prima e finse di mettersi
a leggere senza badare alle parole di Mario.

— Leggi, leggi, — continuò Mario sorridendo, — chi si contenta, gode.
Intanto io farò un pochino di critica al tuo autore. I suoi personaggi
son tutti fantocci che recitano la medesima parte, e non ne vien uno
in iscena, che non lasci veder sotto la mano del burattinaio. Tre
idee tinte di mille colori; ma non più che tre idee. Un manzonismo
annacquato, senza coraggiose affermazioni; un ciondolío perpetuo fra il
credo e il non credo; un voler far sentire la cosa senza compromettersi
colla parola; una doppia paura di far sorridere i miscredenti e di
scontentare le mamme pie; un tirar sempre al cuore, a tradimento,
quando si dovrebbe tirare alla testa; e persino nella lingua, la
persuasione profonda che si debba dare un calcio alle convenzioni, agli
scrupoli grammaticali, alle parole illustri, a tutte le formole della
lingua scipita, pedantesca, bastarda, che si parla fuor di Toscana;
e la vigliaccheria di non farlo per paura di coloro che combattono la
proposta del Manzoni, perchè non vogliono ricominciare a studiare.

— Io non me ne intendo di lingua, — disse Teresa; — non ti so cosa
rispondere. Ma per quel ch'è dei fantocci, purchè dicano delle cose
buone, che importa se si vede la mano? — Così dicendo, rise e gli prese
la mano.

— Dir delle cose buone! esclamò Mario. — Vorrei che tu mi dicessi che
diritto ho io di dire delle cose buone, io che non ne faccio, e di
metterci sotto la mia firma, come se le facessi. Mi ricordo, pochi
giorni fa, quando ti dissi che compivo ventisette anni, tu esclamasti:
— Ventisette anni! Hai già fatto molto! — Fatto molto! non ho ancora
salvato la vita a nessuno, — non ho mai passato trenta notti di seguito
al letto d'un ammalato, — non mi sono mai messo a rischio di buscarmi
una coltellata per levare una donna dalle mani d'un brutale che la
schiaffeggia nel mezzo della strada, — non ho mai fatto dieci miglia
a piedi per andar a portare una buona notizia a una famiglia povera,
— non mi son mai privato un mese di seguito del sigaro, del teatro e
della birra, per fare un regalo a un mio antico maestro elementare che
si trova nella strettezza. Ebbene, conosco dei giovani che fecero e che
fanno tutte queste cose, e che si vergognerebbero di scriverle, e che
quando le leggono scritte da me, mi dicono: «bravo! Lei fa del bene!
Beato lei!»

— Vero, e con questo?

— Con questo, quando mi dicono quelle parole, io arrossisco perchè
dovrei dirle io a loro; e loro dovrebbero dire a me che sono un
impostore.

— E allora, — disse Teresa con un'ironia faceta, di cui Mario non
s'accorse; — se scrivendo delle cose morali ti pare di far l'impostore,
scrivine delle immorali e vivrai in pace colla tua coscienza.

— No! — rispose Mario — mai. Se volessi anche, non potrei. Su questo
punto tu non conosci ancora le mie idee, e te le dico. Da un uomo di
genio, di quelli che ti ho definiti poco fa, accetto tutto; creda, non
creda, sia ottimista o veda tutto nero, non mi riveli che il bello o
non mi mostri che le brutture dei suoi simili e le sue, — dissento,
deploro — ma accetto, — o almeno mi rendo ragione del come gli possa
parer lecito di scrivere quello che pensa e quello che fa. È un uomo
di genio; preferisco averlo com'è al non averlo; anche offendendomi
e sconfortandomi, mi fa vedere molte cose sotto una faccia nova; mi
costringe a pensare; mi fa, se non altro, ammirare in sè un nuovo
stampo d'uomo, e una gradazione di più nell'infinita varietà della
natura. Sta bene. Ma che un uomo d'ingegno della seconda sfera, uno di
quelli dei quali è dubbio se abbiano fatto bene o no a scegliere la via
delle lettere, e che dovrebbero, poichè il mondo può benissimo far di
meno di loro, cercare tutti i modi di farsi perdonare l'ambizione che
li rode; che uno di questi, dico, abbia la sfacciataggine di gridare
al mondo: — Vòltati — per fargli sapere che non crede a nulla, che
è divorato dalla bile, che disprezza i suoi simili, che vive fra le
sgualdrine e s'ubbriaca; questo, per Dio, non solo non lo ammetto,
ma non lo capisco; e non capisco come il pubblico non si stomachi di
queste scimmie degli scapestrati di genio, e non se li levi di torno
colla scopa.

— Dunque scrivi morale! — disse Teresa — Io non so più che cosa dirti!
Dici che sei un impostore! Basta essere onesto per poter scrivere delle
sante cose senza fingere. Come potresti scrivere, se prima di metterti
a tavolino, dovessi far dieci miglia a piedi per portare una buona
notizia a una famiglia povera?

Mario sorrise e scrollò una spalla; e dopo qualche minuto di silenzio,
disse:

— Un giorno, a Firenze, passeggiando fuor di Porta Romana,
sull'imbrunire, vidi tutt'a un tratto una gran luce dietro un gruppo
di case e gente che correva. Presi anch'io la corsa e arrivai dinanzi
a una casa che bruciava, in mezzo a una folla che faceva un grande
strepito. L'incendio era scoppiato da poco; ma uscivan già fiamme
dal tetto e da parecchie finestre, e si sentiva dentro un fracasso
spaventoso di travi che cadevano e si spezzavano, e in mezzo alla
folla grida di donne e di bimbi, che facevan pietà. Arrivarono in quel
momento le pompe e le guardie, e cominciò il solito lavoro di far
dare addietro la gente, coll'urlío e il disordine solito. Tutt'a un
tratto si sentì un grido straziante e si vide molta gente affollarsi
da una parte. Era la solita disgrazia d'una donna che aveva chiuso
il bambino in casa per uscire, e che tornava troppo tardi. La voce
si sparse in un batter d'occhio. Per fortuna la finestra della camera
dava sulla strada; fu portata una scala e appoggiata al davanzale, e
una guardia salì. Ma sì! non era ancora arrivata in cima, che uscì un
nuvolo di fumo nero e una lingua di fuoco dall'alto della finestra,
e il pover uomo si sentì mancare il coraggio. La folla gridò: — Giù!
Giù! — La guardia saltò giù; un'altra salì, e ricascò in terra come
la prima; cinque o sei uomini si agitavano ai piedi della scala, e
nessuno saliva. Intanto la povera donna gettava delle grida orribili,
si buttava in ginocchio, si stracciava i capelli, faceva cose da
lacerare il cuore. Allora non so che cosa seguì in me; mi si velò la
vista, mi balenarono mille pensieri in un punto, quel bambino, mia
madre, una gioia immensa; sentii come una voce sovrumana che mi gridò
nell'orecchio: — Va! — e nello stesso momento un impulso irresistibile
che mi sbalzò quasi ai piedi della scala. Ma là.... mi parve d'essere
afferrato di dietro da un artiglio di ferro, e rimasi inchiodato,
immobile, trasognato, come uno che si trovi tutt'a un tratto sull'orlo
di un precipizio. Mentre guardo intorno e rinvengo in me, un uomo si
spicca dalla folla come una saetta, butta in terra una guardia, sale
in cima alla scala, dispare nella finestra che pareva la bocca d'una
fornace, — si fa un profondo silenzio — l'uomo ricompare — la folla
getta un grido — quegli sale sul davanzale, si gira, mette il piede
sulla scala, discende e casca in terra spossato.... Aveva portato giù
il bambino sano e salvo! Ebbene, è una cosa che seguì molte volte, tu
mi dirai. Ah Teresa! ma quella volta ero là, ho visto tutto; — ho visto
quella donna quando si slanciò al collo di quell'uomo, — l'ho guardata
negli occhi, — ho contato i baci furiosi che gli ha stampati sulla
fronte e sul petto, — ho sentito le sue grida — le sento ancora — non
credevo che un viso umano si potesse trasfigurare in quel modo, e che
delle voci e dei singhiozzi di gioia come quelli là potessero fuggire
da questo petto di creta senza spezzarlo! Non credevo che si potesse
esser belli, felici, gloriosi, com'era quell'uomo, quando si passò una
mano nei capelli strinati — fiutò la mano — e si mise a ridere!

Teresa era commossa.

— Io tornai a casa — continuò Mario, — triste e pieno di disprezzo per
me medesimo, come se avessi commesso un'azione vergognosa. Pensavo a
quell'uomo, e mi pareva di essere meno che un verme della terra accanto
a lui. Pensavo ai miei studî, e alle mie piccole soddisfazioni d'amor
proprio, e ogni cosa mi pareva fredda e meschina, al paragone della
gioia infinita che m'ero lasciata sfuggire. Rientrai in casa, accesi il
lume e mi lasciai cadere sopra una poltrona, dicendo a me medesimo: —
Bravo! Ecco il tuo piedestallo! — Sentivo delle voci nella strada, che
mi parevano l'eco delle grida della madre e della folla, e da tutte le
parti vedevo quella finestra infocata, la scala, l'uomo che saliva. A
un tratto, mi cadon gli occhi sul tavolino, c'eran delle carte sparse,
non mi ricordavo che fossero, guardai.... Erano pagine d'uno scritto,
nel quale dicevo mille belle cose intorno all'amor materno, alla virtù
del sacrifizio, alla generosità, al coraggio. Che vuoi che ti dica!
Quelle parole, in quel momento, mi fecero l'effetto d'una ciurmeria
ignobile, d'una ostentazione ipocrita e sfrontata; mi sentii salire
il sangue al viso; buttai in terra, con una manata, quel mucchio di
fogli....

Teresa gli pose una mano sulla bocca.

— E ci sputai sopra tre volte! — soggiunse Mario respingendo la mano.

— No, Mario! — esclamò Teresa — non le dire queste cose!

— Lasciamele dire — rispose Mario, con un sorriso mesto e amorevole: —
è questo uno dei pochi bei tratti della mia vita. E ora sai perchè mi
pare un'impostura lo scrivere quello che non faccio.

— Eppure! — gli disse Teresa — guardandolo negli occhi, dopo alcuni
momenti di silenzio. — Eppure domani tu scriverai.

Mario si strinse nelle spalle.

— Sì, scriverai, — riprese Teresa — perchè io son donnina da trovare
nella mia piccola testa delle ragioni convincenti da opporre a tutte
quelle che mi hai dette finora per provarmi che non devi più scrivere.

— Sentiamole.

— Ma non oso dirtele perchè.... non mi so esprimere; sono una
scioccherella.... io non m'intendo di letteratura.

— Credi agli angeli?

— Io sì.

— E credi che gli angeli s'intendano di letteratura?

Teresa sorrise, e continuò: — Ebbene, ecco la mia idea. Dici che
dovrebbero scrivere solamente i grandi e questo non mi par giusto.
In questo mondo ci sono tante anime che si somigliano, che vivono
nella stessa maniera, che vedon le cose dallo stesso lato, che hanno
perfino le medesime debolezze. Ebbene, queste anime si cercano, e
quando s'incontrano, sia anche in una pagina d'un libro, ne godono,
e si attaccano a chi ha scritto quella pagina, come a un intimo
amico. I grandi scrittori ne abbracciano un gran numero di queste
anime, perchè abbracciano la natura sotto moltissimi aspetti. Gli
scrittori che vengon dopo, ne abbracciano soltanto poche; ma bastano
anche queste poche perchè essi abbiano ragione di essere. I grandi
scrittori destano la maraviglia, l'entusiasmo: gli altri solamente
l'affetto e la simpatia. Ebbene, anche far nascere una simpatia mi
pare che sia un effetto che giustifichi un libro, perchè la simpatia
è una disposizione benevola del cuore, e una disposizione benevola è
la metà d'una buona azione. E poi, perchè il grande dovrebbe escludere
il piccolo? e il bellissimo escludere il grazioso? Non ci dovrebbero
essere delle margheritine e delle viole perchè ci sono dei girasoli
e delle rose? Forse che il poema di Dante m'impedisce di piangere
e di sentirmi riaver l'anima leggendo le novelle del Thouar? Quando
uno è sicuro che cinquecento persone leggeranno quello che scrive,
ogni volta che gli viene un buon sentimento, fosse anche a proposito
di due lucciole che passano, lo deve scrivere; e se impiega tutta la
sua vita a scrivere delle cose che trasfondono un buon sentimento
in cinquecento persone, la sua vita mi par che sia bene impiegata.
E quanto allo scrivere quello che non si fa, mi par che tu non abbia
ragione neppure; le buone azioni non si fanno soltanto col coraggio e
coi sacrifizî; destare degli affetti gentili, consolare, intenerire,
rasserenare l'anima per un momento a qualcuno, sono buone azioni non
meno meritorie che star un mese senza fumare per fare un regalo a un
maestro. Che importa se un libro che ha prodotto questi effetti, dopo
un certo tempo è dimenticato? Quante buone azioni non si dimenticano
ogni giorno! Forse che non si dovrebbero fare buone azioni che pei
posteri? Ma perchè mi perdo in ragionamenti? Chi più di te sentiva
queste verità, quando scrivevi le tue prime cose, e ogni volta che ne
finivi una, comparivi qui colle braccia aperte e il viso radiante e mi
dicevi: — Teresa, quanto mi rincrescerebbe morire! — Teresa, non dirmi
che sono superbo: t'assicuro che oggi dentro di me c'era un angelo; era
lui che mi dettava; se non ho scritto meglio, è perchè ho inteso male
quello che diceva, tanto mi parlava in furia! — E vedi che anche adesso
ti splendono gli occhi a sentirti ricordare quei giorni. — Dammi la
mano, Mario — riprendi coraggio e fiducia — cercala qui l'ispirazione —
nel cuore — vedrai che ti risponderà — la tua forza è qui; — promettimi
che scriverai ancora, — che tornerai di nuovo qui contento e glorioso
a farti baciare sulla fronte, — dimmi che ti senti l'angelo, Mario!

Mario, commosso, le chinò il capo sul seno, e rimase per lungo tempo
immobile e pensieroso.

Finalmente Teresa gli mormorò all'orecchio: — E l'angelo?

— Oh! perdio sì! — gridò Mario balzando in piedi col viso radiante e
battendosi una mano sul petto, — c'è ancora!



RITRATTO D'UN'ORDINANZA


Dei capi originali, sotto la vôlta del cielo, ce n'è e posso vantarmi
d'averne conosciuto parecchi; ma uno che possa far la coppia con lui,
credo che abbia ancora da nascere.

Era sardo, contadino, ventenne, analfabeta e soldato di fanteria.

La prima volta che mi comparve davanti a Firenze, nell'uffizio d'un
giornale militare, m'ispirò simpatia. Il suo aspetto, però, e qualcuna
delle sue risposte, mi fecero capir subito ch'era un originale curioso.
Visto di fronte, era lui; visto di profilo, pareva un altro. Si
sarebbe detto che nell'atto che si voltava, tutti i suoi lineamenti
s'alteravano. Di fronte, non c'era nulla da dire: era un viso come
tanti altri; di profilo, faceva ridere. La punta del mento e la punta
del naso cercavano di toccarsi, e non ci riuscivano, impedite da due
enormi labbra sempre aperte, che lasciavan vedere due file di denti
scompigliati come un plotone di guardie nazionali. Gli occhi parevano
due capocchie di spillo, tanto erano piccini, e sparivano quasi affatto
tra le rughe, quando rideva. Le sopracciglia avevano la forma di due
accenti circonflessi e la fronte era alta appena tanto da impedire ai
capelli di confondersi colla barba. Un mio amico mi disse che pareva
un uomo fatto per ischerzo. Aveva però una fisonomia che esprimeva
intelligenza e bontà; ma un'intelligenza, se così può dirsi, parziale,
e una bontà _sui generis_. Parlava con voce _aspra e chioccia_ un
italiano del quale avrebbe potuto domandare con tutti i diritti il
brevetto d'invenzione.

— Come ti piace Firenze? — gli domandai, poichè era arrivato il giorno
innanzi a Firenze.

— Non c'è male, — mi rispose.

Per uno che non aveva visto che Cagliari e qualche piccola città
dell'Italia settentrionale, la risposta mi parve un po' severa.

— Ti piace più Firenze o Bergamo?

— Sono arrivato ieri; non potrei ancora giudicare.

Quando se n'andò gli dissi: — addio, — ed egli rispose: — addio.

Il giorno dopo fece la sua entrata in casa.

Nei primi giorni fui più volte sulle undici once di perder la pazienza
e di rimandarlo al suo reggimento. Se si fosse contentato di non capire
niente, _transeat_: ma il malanno era che, un po' per la difficoltà
dell'intendere l'italiano, un po' per la novità delle incombenze,
capiva a mezzo e faceva tutto al rovescio. Se dicessi che portò ad
affilare i miei rasoi dal Lemonnier e a stampare i miei manoscritti
dall'arrotino; che rimise un romanzo francese al calzolaio e un paio di
stivali alla porta di casa d'una signora, nessuno lo crederebbe; poichè
per crederlo bisognerebbe aver visto fino a che segno, oltre al capir
male, egli era distratto, non bastando il capir male a dar ragione
di _qui pro quo_ così madornali. Ma non posso trattenermi dal citare
alcune fra le più meravigliose delle sue prodezze.

Alle undici della mattina lo mandavo a comprare del prosciutto per
far colazione, ed era l'ora che si gridava per le strade il _Corriere
italiano_. Una mattina, sapendo che il giornale conteneva una notizia
che mi premeva, gli dico: — Presto, prosciutto e _Corriere italiano_.
— Due idee alla volta non le afferrava mai. Discese e ritornò dopo un
minuto col prosciutto involto nel _Corriere italiano_.

Una mattina sfogliettavo sotto gli occhi d'un mio amico, e in
presenza sua, un bellissimo Atlante militare che m'era stato
imprestato dalla Biblioteca, e gli dicevo: — Il male, vedi, è che io
non posso abbracciare tutte queste carte con uno sguardo solo e mi
tocca osservarle una per una. Per afferrar bene il complesso della
battaglia, vorrei vederle tutte inchiodate nel muro, in fila, in
modo che formassero un solo quadro. — La sera, rientrando in casa....
rabbrividisco ancora a pensarci.... tutte le carte dell'Atlante erano
inchiodate nel muro; e per maggior supplizio, la mattina seguente, mi
toccò vederlo comparir lui col viso modesto e sorridente d'un uomo che
viene a cercare un complimento.

Un'altra mattina lo mando a comprare due ova da far cuocere collo
spirito. Mentre è fuori, viene un amico a parlarmi d'un affar di
premura. Quel disgraziato rientra; gli dico: — Aspetta; — egli si mette
a sedere in un canto, io continuo a parlare coll'amico. Dopo un momento
vedo il soldato che si fa rosso, bianco, verde, che par seduto sulle
spine, che non sa dove nascondere il viso. Abbasso gli occhi e vedo una
gamba della sua seggiola leggiadramente rigata d'una striscia color
d'oro che non avevo mai veduta. M'avvicino: è giallo d'ovo. L'infame
s'era messo le ova nelle tasche posteriori del cappotto e, rientrando
in casa, s'era seduto senza ricordarsi che aveva la mia colazione di
sotto.

Ma queste son rose appetto a quello che mi toccò di vedere prima
d'averlo ridotto a mettere in ordine la mia camera, non dico come
volevo, ma in una maniera che rivelasse, alla lontana, l'uomo
ragionevole. Per lui l'arte suprema del metter le cose in ordine
consisteva nel disporle l'una sull'altra in forme architettoniche,
e la sua grande ambizione era di fabbricare degli edifizi alti. Nei
primi giorni i miei libri formavano tutti insieme un semicerchio di
torri tremolanti al menomo soffio; la catinella rovesciata sorreggeva
una piramide ardita di piattini e di vasetti, in cima alla quale si
rizzava alteramente il pennello della barba; i cappelli cilindrici
nuovi e vecchi si elevavano in forma di colonna trionfale ad un'altezza
vertiginosa. Per il che seguivano sovente, anche nel cuore della notte,
rovine fragorose e vasti sparpagliamenti, che, se non fossero state
le pareti della camera, nessuno sa dove sarebbero andati a finire.
Per fargli capire, poi, che lo spazzolino da denti non apparteneva
alla famiglia delle spazzole da testa, che il vasetto della pomata
era tutt'altra cosa che il vasetto dell'estratto di carne, e che il
tavolino da notte non è mobile da mettervi le camicie stirate, mi ci
volle l'eloquenza di Cicerone e la pazienza di Giobbe.

Se della buona maniera con cui lo trattavo, mi fosse grato, se sentisse
affetto per me, non l'ho mai potuto capire. Una sola volta mostrò
una certa sollecitudine per la mia persona, e la mostrò in un modo
stranissimo. Ero a letto, malato da una quindicina di giorni, e nè
peggioravo, nè accennavo a guarire. Una sera egli fermò per le scale
il mio medico ch'era un uomo ombrosissimo, e gli domandò bruscamente: —
Ma, insomma, lo guarisce o non lo guarisce? — Il medico montò in bestia
e gli fece una lavata di capo. — Gli è che l'è già un po' lunga! —
brontolò lui per tutta risposta.

Altre volte aveva certi frulli, che, invece di rimproverarglieli, come
avrei dovuto, non potevo far altro che riderne. Una mattina mi svegliò
dicendomi nell'orecchio con un certo suo accento strano: — Signor
tenente, chi dorme non piglia pesci.

Un giorno entrò in casa mentre ne usciva un personaggio illustre, e
sentì dire da un mio amico, rimasto con me, che quel tal personaggio
era _una personalità molto spiccata_. Quindici giorni dopo, mentre
stavo discorrendo con parecchi amici, egli s'affacciò alla porta della
mia camera e m'annunciò una visita. — Chi è? — domandai. — È..., —
rispose (non si ricordava il nome).... — è _quella personalità molto
spiccata_. — Tutti diedero in uno scoppio di risa, il personaggio
sentì, io gli spiegai la cosa, e ne rise anche lui dai precordi.

È difficile dare un'idea della lingua che parlava quel curioso
soggetto: era un misto di sardo, di lombardo e d'italiano, tutte frasi
tronche, parole mozze e contratte, verbi all'infinito buttati là a
caso e lasciati in aria, che facevano l'effetto del discorso di un
delirante. Un giorno mi venne a cercare un amico all'ora del desinare,
ed entrando in casa, gli domandò: — A che punto è del desinare il tuo
padrone? — _Trema!_ — gli rispose il soldato. — L'amico rimase colla
bocca aperta. Quel _trema_ voleva dire _termina_.

In cinque o sei mesi, frequentando le scuole reggimentali, aveva
imparato a leggere e a scrivere stentatamente. Fu la mia disgrazia.
Mentre ero fuor di casa, s'esercitava a scrivere sul mio tavolino, e
soleva scrivere cento, duecento volte la stessa parola, una parola, per
il solito, che il giorno prima aveva sentito pronunciar da me leggendo,
e che gli aveva fatto impressione. Una mattina, per esempio, lo colpiva
il nome di Vercingetorige. La sera, rientrando in casa, io trovavo
Vercingetorige scritto sui margini dei giornali, sul rovescio degli
stamponi, sulle fascie dei libri, sulle buste delle lettere, sulle
carte del cestino, da per tutto dove aveva trovato tanto spazio da
ficcarvi quelle quattordici lettere predilette dal suo cuore. Un'altra
volta gli toccava il cuore la parola Ostrogoti e il giorno dopo la
mia casa era invasa dagli Ostrogoti. Un giorno lo seduceva la parola
rinoceronte e la mattina seguente la mia casa era convertita in un
serraglio di bestie feroci. Ci guadagnai però da un altro lato, e fu
di poter abbandonare l'uso delle croci che facevo con matite di vario
colore sulle lettere che doveva portare a mano a certe persone fisse,
perchè non c'era verso di fargli ritenere i nomi; per cui egli soleva
dire: questa lettera va alla signora celeste (ch'era mondana), questa
al giornalista nero (ch'era rosso), questa all'impiegato giallo (ch'era
al verde).

Ma a proposito dello scrivere gliene scopersi una assai più curiosa di
quelle che ho citate finora. Si era comprato un quadernino, sul quale
copiava, da tutti i libri che gli venivano alle mani, le dediche degli
autori ai parenti, badando sempre a sostituire ai nomi di questi,
il nome di suo padre, di sua madre o de' suoi fratelli, ai quali
s'immaginava di dare in tal modo uno splendido attestato di affetto e
di gratitudine. Un giorno apersi il quaderno e vi lessi, fra le altre,
le dediche seguenti: — _Pietro Tranci_ (era suo padre, contadino),
_Nato in povertà, Seppe collo studio e colla perseveranza Acquistarsi
un posto segnalato fra i dotti, Soccorrere genitori e fratelli,
Degnamente educare i figli. Alla memoria dell'ottimo padre Questo
libro intitola L'autore Antonio Tranci_, invece di Michele Lessona.
In un'altra pagina: — _A Pietro Tranci mio Padre Che annunziando al
Parlamento subalpino Il disastro di Novara Cadeva svenuto al suolo, E
tra pochi giorni moriva Consacro questo Carme_, ecc. — Più sotto: — _A
Cagliari_ (invece di Trento) _Non ancora rappresentata nel Parlamento
italiano_, ecc. _Antonio Tranci_, invece di Giovanni Prati.

Quello che mi meravigliava di più in lui, — che non aveva mai visto
nulla, — era una assoluta mancanza del sentimento della meraviglia,
qualunque cosa, per quanto straordinaria, egli vedesse. Vide, nel tempo
che stette a Firenze, le feste per il matrimonio del Principe Umberto;
vide l'opera e il ballo alla Pergola (non aveva mai visto un teatro);
vide le feste del carnevale e l'illuminazione fantastica del viale
dei Colli; vide cento altre cose nuove affatto per lui, che avrebbero
dovuto stupirlo, divertirlo, farlo parlare. Nulla di tutto questo.
La sua ammirazione non andava mai più in là della solita formola: —
Non c'è male. — Santa Maria del Fiore.... non c'è male; la Torre di
Giotto.... non c'è male; il palazzo Pitti.... non c'è male. Io credo
che se Domeneddio in persona gli avesse domandato che cosa gli pareva
della creazione, gli avrebbe risposto che non c'era male.

Dal primo all'ultimo giorno che stette con me, fu sempre dello stesso
umore, tra serio ed allegro; sempre docile, sempre stordito, sempre
puntuale a capire le cose a rovescio, sempre immerso in una beata
apatia, sempre stravagante ad un modo. Il giorno che ricevette il
suo congedo, scribacchiò non so quante ore nel suo quaderno colla
stessa tranquillità degli altri giorni. Prima di partire venne ad
accomiatarsi. La scena della separazione fu poco tenera. Gli dimandai
se gli rincresceva di lasciar Firenze. Mi rispose: — Perchè no? — Gli
dimandai se tornava a casa volentieri. Mi rispose con una smorfia che
non capii.

— Se avrà bisogno di qualche cosa, — disse all'ultimo momento, — scriva
pure che mi farà sempre piacere. — Grazie tante! — gli risposi. E
così uscì di casa, dopo più di due anni che stava con me, senza dar il
menomo segno nè di rincrescimento, nè di allegrezza.

Io lo guardai mentre scendeva le scale.

Tutt'a un tratto si voltò.

— Stiamo a vedere, — pensai, — che il suo cuore s'è svegliato e che
ritorna a congedarsi in un altro modo.

— Signor tenente, — disse: — il pennello per la barba l'ho messo nella
cassetta del tavolino più grande.

E disparve.



BATTAGLIE DI TAVOLINO


Un giorno un mio amico mi disse: — Tu non studii abbastanza; tu
leggi; leggere non è studiare; leggere è un piacere, e studiare è una
fatica: infatti tutti leggono e pochissimi studiano. Quali sono le ore
della giornata che tu dedichi a uno studio profondo? a quel lavoro di
figgersi nella mente le cose lette, di pensarle, di rimestarle, di
raffrontarle, di spremerne il sugo? a quella fatica di raccogliere
cognizioni precise, di formarsi giudizî proprî, di combattere,
ragionando, i giudizî altrui, che dissentano da' tuoi? Tu con la mente
non lavori, ti balocchi.

                                   *
                                  * *

A vent'anni quante ragioni si trovano da opporre a questi consigli!
I libri, i libri! O che si vive pei libri? Io ho del sangue nelle
vene, io ho bisogno d'aria e di luce, io voglio leggere il gran libro
della vita. Prima di studiare bisogna vivere. Perchè legarmi a questo
strumento di tortura ch'è il tavolino? La vita è moto; chi si muove è
sano, chi è sano è allegro, chi è allegro è buono, e chi è buono è più
caro a Dio e più utile agli uomini che questi eremiti della società
che si sono logorati sui libri, pieni di vanità, gonfi d'orgoglio e
svogliati d'ogni cosa.

                                   *
                                  * *

Le prime lotte son dure. Voi avete preso la risoluzione di studiare,
date un addio agli amici, correte a casa, aprite un libro. A un tratto
sentite non so che dentro di voi che dà indietro, che si raggomitola,
che si scontorce. Voi ravvicinate la seggiola, e vi ripiegate sul
libro, e vi sentite sbalzato indietro daccapo. V'è qualcuno dentro
di voi, un nemico sordo, muto, cocciuto, che s'impenna, s'ostina,
non vuole intendere ragione; un poltrone che si dibatte come se lo
trascinassero al supplizio. E la lotta dura molto tempo e diventa
accanita fino a farvi morder le dita e picchiare il pugno nel muro
senza quasi sentirne dolore, come se veramente quelle offese non
fossero fatte a voi, ma all'_altro_; e voi foste intimamente persuaso
che siete in _due_: un capitano animoso e un soldato vigliacco.

                                   *
                                  * *

Poi si provano le prime gioie della vittoria. Vien sempre il momento in
cui l'_io_ che vuole, traendo dall'ira la forza che non aveva potuto
trarre dal proposito, grida un _voglio_ così imperioso, che l'_altro_
non osa più di ribellarsi, si acquatta, si annichilisce. Allora vi
sentite in cuore una soddisfazione piena di alterezza e assaporate la
voluttà del comando; provate un sentimento quasi di rispetto per voi
medesimo, come se in voi ci fosse qualcuno più valoroso e più forte di
voi.

                                   *
                                  * *

Dopo le prime lotte e le prime gioie, vengono i primi sconforti.
Come nella mente del dotto una nozione chiama l'altra, e per poco che
rimugini ne mette sottosopra una folla, ch'egli si fa sfilare dinanzi
colla compiacenza d'un generale che passa in rassegna un esercito,
o d'un avaro che conta le sue ricchezze; così nella mente di chi
comincia a studiare una lacuna mette in un'altra lacuna, e il povero
esaminatore di sè stesso, dopo aver molto errato nel vuoto, prova un
sentimento di solitudine, che gli precide il coraggio e le forze. Da un
dubbio di lingua a un dubbio di storia, da un dubbio di storia a uno
di geografia, da uno di geografia a uno di fisica, e son tutte cose
elementari, essenziali, necessarie, tali che, sebbene dalla maggior
parte si ignorino, pare nondimeno così vergognoso l'ignorarle che s'è
convenuto fra tutti di fingere reciprocamente di saperle. E allora,
in quell'affollamento di stupori e di vergogne, lo assale una smania
dolorosa di colmare quei vuoti; e tira giù libri, e rovista dizionari,
e piega pagine, e appunta; e mentre una nozione s'appiccica, l'altra si
stacca, e mentre questa riaderisce, quell'altre due si confondono, fin
che gli si fa buio fitto nella testa, le braccia gli cadono, ed egli
esclama sconfortato: È inutile, è tardi, torniamo alla vita di prima.

                                   *
                                  * *

Il giorno dopo, a mente fresca, si ripiglia speranza e vigore. Si
studia fino a sera e la sera si coglie il premio. In quel breve riposo
che ci si concede dopo un sobrio desinare, tutte le cose imparate,
come se si fossero data la posta, balzan tutte insieme dai ripostigli
della mente, vengono a galla, non cercate, con una specie di gara a
chi giunga la prima, e fanno nella testa un tumulto che non si può
esprimere. Sentenze di filosofi e regole di grammatica, versi e date,
immagini e pensieri lucidissimi; e poi bagliori, barlumi lontani
d'altri pensieri e d'altre immagini così fitti e rapidi che non lascian
vedere le lacune oscure che poc'anzi ci prostravano nello sgomento.
Quelli son momenti di gioia viva.

                                   *
                                  * *

Il sacrifizio più duro è quello della sera nella bella stagione.
L'aria è odorosa, la città è splendida, udite giù per le scale il
passo affrettato dei vicini, e risa di ragazze e di fanciulli; poi
il rumore nella strada; poi la casa rimane silenziosa. Tutti sono
usciti, rimanete solo. Allora vi tocca combattere contro le immagini
seduttrici. Avete la fantasia eccitata dalla lettura, siete giovane,
la lotta è fiera. È appena credibile quello che segue allo studioso in
quei momenti. A volte vi sentite veramente soffiare nel viso un alito
di donna che vi rimescola; vedete passare a traverso il vostro libro
una treccia di capelli; udite dei passi leggeri, dei respiri, qualcosa
che s'agita nell'aria. Allora vi piglia quella maledetta tentazione di
dar una pedata al tavolino e di buttar a terra ogni cosa, gridando con
un accento di trionfo e di disprezzo: — Alla cassetta della spazzatura,
cartaccie! Io voglio vivere!

                                   *
                                  * *

Sono belle e feconde queste battaglie combattute nel silenzio d'una
cameretta tra l'immensa avidità del sapere e la foga prepotente della
giovinezza; questo divincolarsi sotto un giogo che ci siamo imposti noi
stessi. Il sudore che ci esce dalla fronte in questa fatica è un sudore
salutare, la stanchezza che ne segue è madre di nuove forze. Allora si
comprende che son sapienti certi consigli che ci parevan degni di riso.
Allora si vede la necessità di combattere acerbamente questo corpo
ribelle che ci vuole imporre una disciplina codarda; d'infliggergli dei
patimenti che lo prostrino, non tanto da renderlo inetto a servire, ma
abbastanza perchè non possa più comandare. Allora si piglia l'abitudine
della colazione alla Franklin: pane, frutta, acqua, e di rigore in
rigore, si è condotti logicamente fino a fare uno sforzo per non
appoggiarsi alla spalliera della seggiola; concessione pericolosa, che
per una serie d'altre concessioni conduce insensibilmente a ricominciar
la battaglia.

                                   *
                                  * *

L'arte di comandare a sè stessi consiste in gran parte nel trovar
argomenti e parole efficaci per movere in noi la vergogna. Ci vuol
immaginazione ed eloquenza. Una mattina ch'ero svogliato mi costrinsi
a studiare con questo discorso. Supponi che le pareti, i solai, le
scale della casa diventino ad un tratto trasparenti. Guarda in alto,
in basso, intorno. Tu vedi da ogni parte menar scope, smover sacconi,
spolverar mobili; la casa è tutta in moto e in faccende. Ebbene,
giurami che se tutte quelle donne colle maniche rimboccate e il viso
luccicante di sudore si voltassero tutt'insieme a guardar te sdraiato
sulla poltrona colle braccia in croce, giurami che, in quel punto, non
proveresti un senso di vergogna, non ti verrebbe fatto di afferrar
subito un libro per fingere almeno che studiavi, non ti verrebbe
detto, come a un ragazzo côlto in fallo, con accento di scusa: — Ma io
lavoravo, sapete!

                                   *
                                  * *

T'amo, o tavolino! Tu, fra tutti gli oggetti della casa, sei il solo
che rappresenti l'amicizia fedele. La porta che, nei nostri begli
anni, risuona qualche volta al tocco d'un ditino, che ci fa balzare
in piedi col cuore in sussulto, finisce col non aprirsi più che a
qualche vecchio amico che ci viene a parlare di malanni. Lo specchio,
che ci dice tante care cose, fin che abbiamo l'occhio scintillante e
la guancia rosea, finisce per diventarci odioso come un importuno che
ci rammenti sempre una sventura che vorremmo dimenticare. Il letto sul
quale ora dormiamo i sonni pieni e quieti della giovinezza, finisce
per diventare un giaciglio di spine sul quale cerchiamo inutilmente
il riposo. Tu, tavolino, sei l'ultimo ridotto nel quale, affranti
dai disinganni, ripariamo. Caro quando, accesi dall'ispirazione, ti
percotiamo col pugno vigoroso, presentendo la gioia dei trionfi; ci
sei caro ugualmente quando torniamo a te col cuore contristato da una
speranza miseramente delusa. Giovani, t'amiamo per la gloria; vecchi,
per la pace; e riedifichiamo su te l'edifizio caduto della giovinezza.

                                   *
                                  * *

V'hanno dei momenti nella giornata dello studioso, — anche giovane,
— nei quali la vita, — non so per che improvviso rivolgimento d'idee
— gli si presenta al pensiero soltanto sotto i tristi aspetti; i
pericoli, le delusioni, le lotte inutili, la vanità di ogni cosa;
— e tutte queste immagini gli paion come altrettante figure umane
che, accennando lui, dicano: — Ecco un fortunato! — In quei momenti
egli prova qualcosa di simile al sentimento di chi, stando chiuso in
una stanza calda, vede cader la neve nella via. Egli si sente bene
nel suo covo, è contento della maniera di vita che ha scelta, prova
come un bisogno di rannicchiarsi, vorrebbe vivere in un guscio anche
più piccino, per tapparvisi meglio, per essere più al sicuro. Gli
par di essere nella sua stanza piena di libri come in una fortezza
inespugnabile, fornita di provvigioni inesauribili, in mezzo à una
vasta pianura corsa da eserciti furiosi che spargano sangue e paura.

                                   *
                                  * *

V'hanno altri momenti, per contro, nei quali par che vi manchi tutt'a
un tratto il calore intimo della vita del pensiero. Allora ogni
cosa si agghiaccia intorno a voi; lo scopo delle vostre fatiche vi
par puerile; vi piglia un'uggia invincibile di tutto ciò che avete
dinanzi agli occhi e sotto le mani; i vostri libri ve li sentite come
ammontati tutti sul petto; la finestra vi par diventata lo spiraglio
di un carcere; il soffitto vi par che s'abbassi sulla vostra testa. Vi
manca il respiro, v'alzate, vi guardate allo specchio: avete i capelli
aruffati, la barba lunga, gli occhi rossi; vi sentite inselvatichito,
avvilito; vi pare d'esservi svegliato in una spelonca; provate quasi
orrore di esser così solo, intanato; pensate agli amici, alla campagna,
alla musica, alle signore eleganti, e dite a voi medesimo che siete un
insensato e un infelice.

                                   *
                                  * *

Certe figure d'amici vostri che sanno tanto più di voi, dopo che vi
siete dato a studiar di proposito, ingigantiscono. Prima vi pareva
che i lampi che voi mandate valessero assai più dell'oro che essi
possedono, e vi meravigliavate che anch'essi non fossero del vostro
parere. Ma a poco a poco siete arrivato a capire come un uomo che
ha studiato davvero, che ha fatto di quegli sforzi di volere che
costano lotte faticosissime, e riportate di quelle vittorie intime che
insuperbiscono al pari d'un trionfo pubblico, debba naturalmente far
poco conto dell'ingegno che s'alza per la sola forza delle sue ali; che
molto ardisce perchè ignora molto; che non sente la sua vacuità perchè
non essendosi mai messo alla grave impresa di riempirla, non l'ha mai
misurata. Capite ora come a quell'uomo l'opera d'un tale ingegno debba
parere un edifizio fragile. Anche voi, a pari altezza, ammirate di
più il vertice immobile d'una piramide che l'ondeggiamento d'un cervo
volante. Chi studia, conquista; l'ingegno incolto, al suo paragone, par
che rubi. Molti che vi parevano invidiosi perchè non vi battevano le
mani, capite ora che non avevano per voi altro sentimento che quello
d'una fredda disistima. Essi sono boccie di cristallo, e voi siete
bolle di sapone.

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                                  * *

Studia; ma non ti rintanare, scriveva il Giusti a suo fratello; e v'è
un proverbio spagnuolo che tradotto letteralmente, dice: «corsa che non
dà il puledro nel corpo gli rimane.» Guai al giovine che per studiare
si seppellisce! La durerà più o men tempo, e poi gli piglieranno
delle malinconie disperate. Per non aver creduto a chi mi dava questo
consiglio, mi svegliai qualche volta con una così profonda ripugnanza
per lo studio e per la casa, che scappai come un frenetico, corsi alla
campagna, camminai tutta la giornata, dormii in un villaggio, e non
tornai in città che il giorno dopo come torna un forzato alla galera.
E non bisogna tuffarsi intero negli studî, anche per non perdere ogni
attitudine alla vita sociale. Chi sta troppo solo, non più usato a
tollerare i difetti dei suoi simili, a far sacrifizî d'amor proprio,
a soffrire degli attriti spiacevoli, quando poi ritorna in mezzo
alla gente si sente urtato e punto in mille modi, da mille parti. E
va qualche volta tant'oltre questa sensitività penosa, da renderci
insopportabile la più leggiera contraddizione. Nello studio solitario
l'amor proprio ingigantisce; l'_io_ diventa formidabile. Le nostre
fatiche eccessive par che ci diano il diritto, — qualunque sia il
frutto che ne ricaviamo, — di tenerci da più degli altri. Assuefatti
nel nostro piccolo mondo a regnar da principi assoluti, portiamo anche
fuori di esso le pretensioni e le arroganze principesche. Bisogna andar
sempre fra la gente per farsi rintuzzare le corna dell'orgoglio.

                                   *
                                  * *

Una volta stetti tre mesi di seguito chiuso in casa a studiare, dalla
mattina alla sera, non uscendo che un po' dopo desinare per pigliare
una boccata d'aria. Facevo la colazione alla Franklin, bevevo appena un
bicchier di vino al giorno, non fumavo, mi levavo la mattina all'alba.
Volli esprimentare fino a che punto di elasticità e di forza si
potessero condurre le facoltà mentali, e che miglioramento si operasse
nelle morali, rifiutando al corpo tutto quello che infiacchisce le une
e corrompe le altre.

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                                  * *

I frutti del primo mese e di mezzo il secondo furono ammirabili.
Sentivo la verità di quella sentenza del Rousseau: — Un giovane che
vivesse in questa maniera fino a venticinque anni, schiaccerebbe poi
facilmente tutti gli altri. — La memoria mi s'era fatta più facile e
più tenace; capivo a volo cose che prima mi davan da pensare un'ora;
idee che pel passato mi si svolgevano nella mente come un filo
sgomitolato a fatica, ora scoppiettavano tutte insieme, al menomo
tocco, come un nuvolo di scintille; ragionando, sentivo che andavo
più addentro; parlando, dovevo fare uno sforzo per contenere la piena
delle parole che volevano prorompere. Poi, per quello che riguarda
il sentimento, valeva addirittura il doppio. La commozione che mi
dava la lettura delle cose poetiche, era più pronta e più durevole.
Leggendo ad alta voce certi versi, mi sfuggivan persino delle grida.
Mi rendevo ragione di certi esaltamenti, che m'erano parsi fino allora
inesplicabili, di artisti, o di uomini nati per essere artisti, che
alla lettura di certi libri erano stati presi dalla febbre, avevan
dato in voci e in gesti da spiritati. E di tutti gli effetti di
quella maniera di vita, quello che mi colpiva di più era questo: che
il mio pensiero tendeva sempre a andare in su, a smarrirsi fuori del
mondo. Per ore e ore non facevo che fantasticare intorno agli astri,
all'immortalità dell'anima, all'infinito. Mi ero chiuso la porta
di casa, scappavo pel tetto. Ma, in complesso, il miglioramento era
grande.

                                   *
                                  * *

Il terzo mese fu un mese di lotta, e finì colla mia sconfitta. Mi
parve che la mia intelligenza diventasse inerte e la mia memoria
s'intorbidasse. Rimaneva la commovibilità, ma era giunta al segno
da potersi chiamare piuttosto irritazione morbosa che vigore sano di
sentimento. Ero diventato stravagante. A volte, smettevo di leggere,
per far dei giuochi di forza colle seggiole, fin che sgocciolavo di
sudore. Sovente mi mettevo davanti allo specchio e discorrevo con me
gesticolando e ridendo. Ebbi perfino paura che mi desse un po' volta il
cervello. La mia padrona di casa mi diceva spesso: — Ma che vita la fa,
caro signore? — L'ultima settimana non studiai quasi affatto. Eppure
non volevo cangiar vita. Era una picca d'amor proprio. Avevo detto
agli amici che non mi sarei più fatto vedere; non m'avean creduto;
volevo spuntarla. Finalmente, una sera, irruppero in casa mia alcuni
compagni del buon tempo, mi chiusero i libri, mi misero il cappello, mi
cacciaron fuori a spintoni, e fu finita. Dopo d'all'ora passai due mesi
quasi nell'ozio: solita conseguenza di queste pazzie di solitudine.
Ma il primo giorno la pagai cara. Svegliandomi non mi ricordai subito
della scappata della sera, e corsi col pensiero alla vita di prima.
Allora il ricordo saltò su, vidi i miei bei propositi andati in fumo,
la catena dei miei sacrifizî spezzata, tutto l'edifizio innalzato nella
solitudine, in rovine; e mi sentii oppresso da una grande tristezza,
come una fanciulla alla quale fosse stato tolto a tradimento il diritto
di portare quel nome.

                                   *
                                  * *

Il miglioramento che s'era operato in me in quel primo mese di vita
austera, mi fece persuaso di questa verità, che bisognerebbe pestar
bene nella testa a tutti i giovani: che, cioè, noi non ci accorgiamo
del danno che fanno all'intelligenza e al cuore i disordini giovanili,
anche quelli che paiono, per la loro natura e per la loro misura, più
perdonabili; ma che ne fanno, ne fanno, ne fanno. Un giovane d'ingegno
vivacissimo e di vita disordinata, col quale un giorno mi trattenni
su questo argomento, diceva: — Sì, ammetto, si reggerà un po' meno al
lavoro, si scriverà cinque ore invece di dieci; ma l'ingegno non ne può
soffrire; un uomo d'ingegno riman sempre un uomo d'ingegno; il lavoro
della creazione artistica non può essere turbato. — E che ne sai? gli
domandai. Puoi tu accorgerti di tutte le piccolissime alterazioni che
si producono nella misteriosa macchina del pensiero? Puoi dire, quando
ti si desta nella mente quel tumulto d'idee che precede l'ispirazione,
puoi dire che non se ne desterebbe nessuna di più, se il giorno prima
non avessi disordinato? Si citano i grandi scrittori che han menato
una vita disordinata. Ma chi può dire che i cattivi versi e le pagine
scipite che sono uscite anche dalla loro penna, non corrispondano
appunto a quei giorni della loro vita in cui non vissero come dovevano?
Sappiamo noi se, vivendo in un'altra maniera, non avrebbero fatto
un'opera completa di ciò che ci hanno lasciato in frammenti?

                                   *
                                  * *

Un giovane che stia solo, se studia, se riman molto in casa, non solo
finisce per amare la sua casa, ma per rispettarla; e molte cose che
prima non gli parevano, gli paiono dopo una profanazione. Fra quelle
quattro pareti dove avete provato tante nobili emozioni, leggendo,
scrivendo, fantasticando creature eccelse e grandi amori, vi ripugna,
vi umilia lasciar penetrare qualcuno per cui i vostri studî, il vostro
ingegno, la parte più eletta di voi, è un argomento di riso o un
mistero.

                                   *
                                  * *

La gioia che viene dalla fatica è grande, e grande quella che viene
dall'ingegno; ma più grande senza paragone è quella che viene dalla
fatica dell'ingegno. — Io lavoravo da quasi un anno intorno a quel
soggetto; non avevo mai fatto, sopra un soggetto unico, un così
lungo lavoro; e perciò mi pareva assai più lungo di quello che ora mi
parrebbe. Quando s'ha la penna facile, e molte cose belle da dire (o se
non belle, liete), pare che lo scrivere dovrebbe essere un godimento,
che la giornata dovrebbe riuscir breve alla furia dell'opera, che l'ora
del lavoro dovrebbe essere aspettata con desiderio impaziente. Eppure,
erano appena due o tre giorni ogni quindici quelli in cui mi mettevo
a tavolino volentieri e scrivevo di vena; tutti gli altri giorni
pigliavo la penna collo stesso animo col quale lo schiavo afferra lo
strumento del lavoro che lo rifinisce. Certi giorni avrei preferito
vangare, spaccar legna, e portar sacchi come un facchino, piuttosto che
scrivere. Rimandavo d'ora in ora il momento di cominciare, cercando
mille pretesti, come per ingannare me medesimo; e talvolta, per
salvarmi dal rimorso di quell'ozio, m'imponevo delle fatiche ch'erano
in realtà assai più gravi che quella dello scrivere; come fare una
carta geografica, studiare a memoria lunghi squarci di prosa, imparare
sterminate filze di vocaboli d'una lingua straniera. Quando non avevo
ancora scritto che una cinquantina di pagine del mio libro, mi pareva
che, una volta arrivato a metà, avrei tirato un gran respiro e sarei
andato innanzi sino alla fine, quasi senza sforzo; e pensavo sempre
a quella metà benedetta, come si pensa al termine d'un viaggio pieno
di traversie. Ma arrivato che ci fui, non provai nulla di quanto
avevo sperato; e rimisi le mie speranze ai due terzi. Quante volte,
anche dopo fatto più di mezzo il lavoro, fui tentato di rinunziare a
finirlo! Quante volte mia madre, vedendomi in un canto della stanza
colle braccia incrociate e gli occhi fissi, mi domandò: — Ebbene,
a che punto siamo? — e io le risposi: — Indietro, cara, indietro, e
ho paura che non andrò più innanzi! — Mi ricordo che invidiavo mio
fratello, perchè impiegato che non aveva che da andare all'uffizio;
che invidiavo tanti miei amici i quali non scrivevano che articoletti
di giornale; che invidiavo tutti coloro che non avevano sul collo
quel giogo di dover star tanti mesi lì a tavolino a stillarsi sulla
stessa cosa, quella prigionia dell'immaginazione, quella schiavitù
del pensiero, quel supplizio di tutti i giorni e di tutti i momenti.
Finalmente giunsi alle ultime pagine. Ebbi un ultimo scoraggiamento,
chi lo crederebbe? quando non me ne rimanevan più da scrivere che una
quarantina; ma fu breve; dopo di che mi prese un'attività impetuosa,
gioiosa, febbrile, che durò fino al momento che scrissi l'ultima
parola. Ricordo come se fosse ieri l'ora, il tempo, la luce che
inondava la mia stanzina, l'odore di primavera che di tratto in tratto
mi portava il vento, e persino l'ordine in cui eran disposti i miei
fogli sul tavolino, quando scrissi con mano agitata la parola: — Fine.
— Dio buono, era un ben meschino lavoro quello ch'io finivo, appetto
alle fatiche ventenni (rido del paragone) del Gibbon, del quale avevo
letto pochi giorni innanzi la bellissima prefazione alla _Storia della
decadenza dell'impero romano_! Eppure, in quel momento, sentii anch'io,
come lui, l'immensa gioia della libertà riacquistata, e mi parve di
affacciarmi a una nuova vita. Mia madre non sapeva nulla; il giorno
prima le avevo detto che mi rimaneva un'altra settimana di lavoro; e
la mattina medesima le avevo annunziato che appena scritta l'ultima
pagina avrei rimesso in ordine i miei libri che da parecchi mesi erano
tutti sossopra, e fatto un _ripulisti_ generale sul tavolino, che era
un monte di carte e di prove di stampa da non potercisi raccapezzare.
L'ordine nella mia stanza sarebbe stato il segnale della fine del mio
lavoro. Mi misi dunque in fretta e in furia, ma senza fare rumore, per
non mettere sull'avviso mia madre, a ordinare, a pulire, a sgombrare,
col tremito in cuore di esser sorpreso, trattenendo ogni momento il
respiro per sentire se nessuno s'avvicinava, ridendo da me come un
fanciullo e soffocando le risa, finchè tutti i libri furono al posto,
tutte le cartacce nella cesta, e sul tavolino non rimase che il
calamaio, la penna e gli ultimi fogli del manoscritto. Allora sedetti
ed aspettai; il cuore mi batteva forte, mi sentivo il volto acceso,
sudavo. Passarono alcuni minuti, nessuno veniva: cominciai a tossire;
mi misi a cantarellare. Allora udii nella stanza vicina il passo di
mia madre, mi alzai, le corsi incontro. Essa mi guardò e mi domandò
con aria di meraviglia: — Che cos'hai? — Io le accennai il tavolino
e dissi: — Guarda! — Guardò, non capì subito, stette un momento sopra
pensiero, e poi gridò con uno slancio di gioia: — Ma dunque hai finito!
— Io le gettai le braccia al collo, ed essa mormorò con voce commossa:
Povero figliuolo!

Tutt'a un tratto mi sentii mutare quella gioia vivissima in un
sentimento quasi di mestizia. Mia madre se ne accorse e mi domandò:
— A che pensi? — O madre mia, risposi, penso che per meritare questa
soddisfazione avrei dovuto fare ben altro lavoro! Nondimeno son
contento (e qui soggiunsi una frase che soglio dirle quando son
contento, e che la fa sempre ridere) e ti ringrazio d'avermi messo al
mondo.

Ciò detto, le porsi il braccio, uscimmo dal mio gabinetto, e facemmo la
nostra entrata trionfale nella stanza da pranzo dov'era il resto della
famiglia.

Vorrei che la donna che mi ama m'avesse visto in quel punto, perchè, lo
dico francamente, ero bello.

                             . . . . . . .



UN INCONTRO


  Caro ***

Ti spiego la cagione del _singolare aspetto_ che tu mi vedesti, giorni
sono, quando c'incontrammo di sfuggita nella stazione di A.ª Non t'ho
da raccontare un'avventura, od è un'avventura diversa dalle solite, che
consiste in un sentimento piuttosto che in un fatto. Ti ricordi della
_Soireé perdue_ del Musset, di quella figura gentile vista al teatro
e perduta d'occhio all'uscita? Io ti debbo raccontare qualche cosa di
simile.

La mattina di quel giorno, partendo da T***, entrai, per caso, in un
vagone, dove non c'era che una signora, seduta dalla parte opposta
all'entrata, col viso rivolto fuori. Sentendomi entrare, si voltò, mi
diede un'occhiata, e riprese l'atteggiamento di prima. Era una signora
sui quarant'anni, pallida, sottile, un po' accasciata della persona, e
vestita con quella trascuratezza signorile, che rivela più l'abitudine
che lo studio dell'eleganza. Il treno partì senza che entrasse nessun
altro.

Mentre io stava aspettando che si voltasse per vederla meglio, essa
fece un gesto colla mano per aggiustarsi i capelli; un gesto che, sul
primo momento, mi colpì; e un momento dopo, pensandoci, mi destò una
lontana reminiscenza insieme a un sentimento di grata meraviglia. Avevo
una canna fra le mani, la lasciai cadere; essa si voltò — la vidi in
viso — e il cuore mi diede un balzo. Non m'ero ingannato, era lei.
Essendosi accorta che avevo mostrato di conoscerla, da quel momento
in poi si voltò di tratto in tratto a guardarmi, come se aspettasse
che io le dirigessi la parola; e così potei vederla bene e finire di
riconoscerla.

Dio del cielo! Io non avrei mai creduto che un viso umano potesse in
così breve tempo cangiarsi tanto. È vero che non l'avevo più vista
da quattordici anni; ma a quel tempo — me ne ricordo — essa aveva
vent'anni al più; era fresca, florida, splendida; era una delle più
belle signore della piccola città di G. che io pure abitavo; ed ora,
poco più che trentenne, pareva invecchiata non di quattordici, ma quasi
di trent'anni. Appena si riconosceva, piuttosto che ai lineamenti,
a una certa espressione del suo sguardo dolce insieme e triste, che
pareva il presentimento d'una vita sfortunata, ed era la sua più
cara attrattiva. S'era fatta smorta, aveva qualche ruga sulla fronte,
qualche capello bianco sulle tempie, e le mani smunte e color di cera.
Che cosa era seguíto nella sua vita? Io non ne sapevo, e non ne so
ancora che assai poco e in confuso. Prima dei diciott'anni era rimasta
vedova, e due anni dopo s'era rimaritata. E fu appunto in quel tempo,
quando colui che fu poi il suo secondo marito, le faceva la corte,
che io la conobbi — nient'altro che di vista — e da lontano. Seppi
poi che il suo secondo marito era un uomo disordinato e violento, e
ch'essa menava una vita assai triste; ma ero lontanissimo dal pensare
che potesse aver sofferto tanto da trasfigurarsi in quella maniera. Ora
su quel viso si leggeva una lunga storia di disinganni, di sagrifizî,
di torture. Pace, bellezza, gioventù, tutto se n'era andato. Erano
stati quattordici anni di distruzione. Non le rimaneva più che quello
che non si può perdere: la grazia, e quella dignità tranquilla e soave
che viene dalla vita onesta, dalla rassegnazione, e dall'abitudine dei
sentimenti gentili.

Passata la prima meraviglia e il primo senso di tristezza, pare che
tutto avrebbe dovuto finir lì. Ma per me c'era una ragione che mi
faceva sentire con più amarezza il suo cambiamento, che mi destava per
lei un sentimento di viva pietà, una sollecitudine gentile, qualche
cosa a cui non so trovare un nome, ma che mi metteva il desiderio di
coprir di baci quella povera mano consunta; il desiderio, che so io?
che un assassino ci assalisse, e che difendendola, mi toccasse una
pugnalata — non dico nel petto — ma almeno in un braccio o in una
mano, tanto da poter dire d'aver versato un po' di sangue per lei.
Non potevo staccar gli occhi dal suo viso. Quando incontravo il suo
sguardo mi veniva il suo nome sulle labbra. Stropicciavo le mani,
ero inquieto; avevo bisogno di parlarle, e non osavo. Essa finì per
accorgersi della mia inquietudine e ne parve meravigliata e intimorita.
Allora, vedendo che non m'era più possibile tacere, perchè dovevo, se
non altro, giustificare il mio contegno, mi feci coraggio e le domandai
timidamente:

— Perdoni.... Lei è la signora ***? e dissi il nome del suo secondo
marito.

La mia timidità, e il fatto che io sapessi il suo nome, la
rassicurarono completamente. Mi rispose di sì e stette a guardarmi con
molta curiosità.

— Glie l'ho domandato — soggiunsi — perchè non ne ero ben certo....
Erano quattordici anni che non avevo la fortuna di vederla.

Arrossì, pensando certo al gran cambiamento che dovevo aver notato in
lei, e mi guardò attentamente come per cercare di riconoscermi e dirmi
nello stesso tempo che non mi riconosceva.

— Lei non può sapere chi sono nè ricordarsi d'avermi veduto. Io non ho
mai avuto l'onore di parlarle. La conoscevo di vista, nella città di
G., nell'anno 1860. Io avevo quattordici anni, andavo ancora a scuola.
Lei era vedova. La sua casa aveva il portone in via degli Olmi, ma lei
entrava sempre per la porticina della strada accanto. Lei andava al
teatro tutte le sere, nel palco numero nove, prim'ordine, a destra.
Portava sovente un vestito di seta lilla. La sera del primo dell'anno
le cadde un braccialetto in platea. Aveva un ventaglio tutto d'avorio
e teneva per abitudine la mano destra fuori del palchetto.

La signora rimase meravigliata, stette un po' pensando, e poi esclamò
sorridendo: — È vero!... Ma come mai si può ricordare di tutte queste
cose?

— Vuol che glielo dica francamente? — domandai.

— Lo dica pure, — rispose, guardandomi con grande curiosità.

— E mi promette prima di credere che qualunque cosa io dica, non dirò
una sola parola che non si accordi col profondo rispetto dovuto a una
signora come lei?

Mi guardò un momento con stupore, e poi rispose titubando: — .... Non
ne potrei dubitare. Ma di che si tratta dunque?

— Animo.... Bisogna pur dirlo. Lei è stata la prima donna che io ho
amata in vita mia. — È detto.

Arrossì, si mise a ridere, e dopo avermi guardato attentamente,
rispose: — Non è possibile.

— Non è possibile? — io dissi. — È tanto possibile che è vero come il
sole, cara signora. Mi faccia la grazia d'ascoltare. Mi ricordo ogni
cosa come se fosse ieri. L'avevo vista le prime volte al teatro, e
m'ero fatto abbonare da mio padre, unicamente per vederla, e mi mettevo
ogni sera nell'ultimo banco della platea in faccia al suo palco. Da
principio non era che simpatia, che so io? ammirazione. Poi, a poco
a poco, mi si accese il cuore e la testa.... Perdoni, signora, se
m'esprimo in questi termini; non saprei dir la cosa altrimenti....
Insomma, finii per innamorarmi perdutamente di lei.... Le giuro che le
dico la verità.... E non può immaginare fino a che segno arrivassi. Chi
m'avesse costretto a mancare una sera al teatro, m'avrebbe messo alla
disperazione. Io stavo delle mezz'ore intere a guardarla, immobile,
inchiodato, pietrificato, che m'avrebbero potuto fotografare cento
volte. Mi par strano persino che non se ne sia mai avvista. Se ne
avvidero altri. Poveretto me, se sapesse quante ne passavo! La farò
ridere. Quando lei entrava nel suo palchetto, mi pareva che il fruscío
del suo vestito fosse un gran rumore che facesse voltare tutto il
teatro a guardarmi, e mi sentivo morire dalla vergogna. Non perdevo,
non dico un movimento della sua testa, ma nemmeno una contrazione del
suo viso, delle sue labbra, della mano che teneva fuori del palco.
Quando i suoi occhi cadevano, per caso, sul mio banco, mi saliva
un'ondata di sangue alla testa. Cose da non credersi. Se sapesse quante
parole appassionate le dicevo dentro di me, guardandola, quando sonava
l'orchestra! Quante volte ho desiderato che pigliasse fuoco al teatro,
per correre a salvarla! Mi rodevo di dispetto contro gli ufficiali
che passavano sotto il suo palco, e colla punta del cheppi toccavano
quasi il suo ventaglio. Avrei schiaffeggiato gli uomini che andavano
a farle visita. Una sera fischiai un tenore che lei aveva guardato col
canocchiale. Le mie serate, insomma, erano una successione di rossori,
di batticuori, di gelosie, alle quali, il giorno dopo, corrispondevano
altrettante sgrammaticature nella composizione latina. Capisce,
signora? E fra tanti ammiratori che la circondavano, a lei non passava
nemmeno per la mente che il più ardente di tutti fosse un povero
scolaretto di ginnasio, il quale non doveva avere che quattordici anni
dopo la fortuna di rivolgerle la parola.

La signora che durante la mia chiacchierata ora aveva sorriso, ora
arrossito, e ora corrugato le sopracciglia, quand'ebbi terminato, rise
più forte e si coperse il viso col ventaglio. Poi mi domandò con viva
curiosità: — Ma dice tutto questo sul serio?

— Sul serio? — io continuai. — Le dirò ben altro. Me lo permette?...
Che vuole?... Provo un gran piacere a rammentare quel tempo che fu il
più tempestoso della mia adolescenza. La cosa era giunta al punto,
che quando, in casa mia, sentivo pronunziare il suo nome, scappavo
in un'altra stanza col viso rosso come una melagrana. Studiavo in
una stanzina con mio fratello maggiore, il quale di tratto in tratto
mi diceva: — Ma la vuoi finire coi tuoi sospiri, che mi sembri un
innamorato del Metastasio? — Non studiavo più, ero distratto. Una notte
sentii mio padre che parlando di me domandava sottovoce a mia madre: —
Hai notato nessun cambiamento, da un tempo in qua, nelle sue maniere?
E un'altra più curiosa. Il professore d'italiano ci diede da fare una
composizione a tema libero; io scelsi l'_Innamorato_ e scrissi una tale
scempiaggine che fece ridere tutta la scuola e mi coprì di vergogna. Si
figuri che fra le altre frasi, c'era questa: _La testa dell'innamorato
è un'urna di lagrime e di sospiri_.... A poco a poco, m'ero ridotto
al segno che arrossivo passando davanti alla sua casa, incontrando le
signore che vedevo al teatro con lei, udendo pronunziare una parola che
rammentasse alla lontana il suo nome. Quando vedevo comparir lei in
fondo a una strada, mi pigliava un tremito alle gambe, e scantonavo;
se non ero più in tempo a scantonare, mi cacciavo in una bottega; se
non potevo cacciarmi in una bottega, tornavo indietro. Era un terrore.
E ogni sera m'andavo a rinfocolare al teatro e facevo peggio. Mi passò
fin per la mente di indirizzarle una lettera, di scrivere qualche cosa
col carbone sui muri delle sue scale, di gettarle un mazzo di fiori da
un tetto, di travestirmi e andar a portar legna in casa sua. Infine,
vuol che le dica tutto, signora? Lei mi deve essere molto riconoscente
perchè parecchie sere, tornando dal teatro tutto commosso, esaltato,
mezzo fuori di me, e non sapendo come sfogarmi altrimenti, pregai per
lei con un fervore che.... se ne avessi messo la metà a prepararmi agli
esami, non m'avrebbero rimandato.

La signora rise di nuovo coprendosi il viso col ventaglio, e disse: —
Ed io che non mi sono mai avvista di nulla! È strano!... Ma è proprio
tutto vero?... — e sempre sorridendo, ma con una curiosità, se posso
dir così, più raccolta e più seria, mi domandò: — E dopo? e si rimise
in atto di ascoltare.

— Dopo, — io ricominciai — .... venne il peggio. Verso la fine del
carnevale cominciò a frequentare il suo palco quello che fu poi suo
marito. Lo vuol credere, signora? Ancora adesso, dopo tanti anni,
provo un sentimento di compassione per me quando penso a quello che ho
sofferto in quei giorni. Le prime volte che intesi dire intorno a me al
teatro: — Eh! pare che il nodo si stringa! — Pare che sia un matrimonio
bell'e fatto! ecc., — creda che, benchè fossi un ragazzo, mi son
sentito agghiacciare il sangue. Ogni sorriso, ogni parola a bassa voce
che loro si scambiavano, mi era una stilettata al cuore. Che so io? mi
pareva d'esser tradito. A lei.... perdonavo. Lui.... bisogna pure che
io dica tutta la verità.... l'odiavo con tutte le forze dell'anima.
Lo vedevo per tutto. Lo sognavo, era il mio incubo. Volevo sfidarlo.
Lo guardavo di sbieco. Un giorno, per la strada, se n'accorse, senza
capirne il perchè, naturalmente; e si fermò a guardarmi; io abbassai
gli occhi e tirai dritto. Infine corse la voce del suo prossimo
matrimonio. Ne fui desolato. Non può farsi un'idea di quello che
mi passava per l'anima. Pensavo di andare a qualche finestra, sulla
strada dove lui passava, e di lasciargli cader sulla testa una grossa
pietra. Mi proponevo di andarmi a gettare a suoi piedi e supplicarla
per amor di Dio di non sposarlo se non voleva vedermi morto. Mi venne
in mente di farmi frate, di fuggire in Svizzera, di diventare uno
di quegli uomini terribili dei romanzi che hanno un perpetuo sorriso
mefistofelico sulla faccia di marmo. Addio latino! Addio studî! Passavo
ore intere nel cortile di casa mia a martirizzare le lucertole e i
vermi; un giorno m'incisi una mano colle forbici e per poco non svenni
vedendo spicciare il sangue; una sera rubai una bottiglia di vino nella
dispensa e m'ubbriacai come un facchino in un ripostiglio di mobili
vecchi, al buio.... Venne finalmente quel giorno terribile.... La sera,
la banda della guardia nazionale suonò sotto le sue finestre. Da casa
mia si sentiva la musica. Ero avvilito, angosciato, disperato. Mi venne
l'idea d'uccidermi. Scesi nel giardino con una corda e m'avvicinai a
un albero.... ma mi mancò il coraggio. Allora mi misi a piangere, mi
buttai in terra, e stetti tutta la sera là, solo, al buio, accovacciato
come un cane, con la mia corda fra le mani, pensando a lei, e
chiamandola di tratto in tratto per nome, fin che la banda cessò di
suonare ed io corsi a casa a gettarmi nelle braccia di mia madre, alla
quale confidai ogni cosa. Mia madre fece le grandi meraviglie, rise,
mi consolò, mi condusse a letto, mi diede la buona notte ridendo, e per
parecchi giorni, di tratto in tratto, continuò a guardarmi fisso, poi a
baciarmi ed a ridere ancora. Il giorno dopo lei partì con suo marito e
non ho più avuto la fortuna di vederla. Ecco la storia del mio amore,
cara signora. Ho aspettato quattordici anni a raccontargliela: spero
che non mi accuserà di precipitazione. Se poi volesse sapere perchè
glie l'ho raccontata, dico la verità, sarei imbarazzato a risponderle.
Il fatto è che ho sempre desiderato d'incontrarla un giorno o l'altro
per farle questo racconto; e che soddisfacendo il mio desiderio, ho
trovato un'emozione gentile, piena di rispetto e di gratitudine per
lei.

A questo punto la signora, che m'aveva ascoltato con un'attenzione
sempre crescente, si coperse il viso, ma senza ridere; poi mormorò con
voce un po' commossa, sorridendo leggermente: — Certo che... lei m'ha
detto delle cose molto gentili.... e io debbo ringraziarla.... — Qui
rise di nuovo, ma quasi facendo uno sforzo; tornò a coprirsi il viso e
rimase qualche momento in quell'atto. Che cosa abbia pensato in quei
momenti, non saprei. O che il mio racconto, richiamandole vivamente
alla memoria un tempo in cui era felice, e sperava un avvenire
migliore, le abbia inacerbito il sentimento dei suoi disinganni; o che
ripensando il tempo in cui poteva ispirare degli affetti così ardenti,
abbia sentito con più amarezza il rammarico della sua gioventù e della
sua bellezza perduta innanzi tempo; o che l'immagine di quello schietto
e profondo amore giovanile, le abbia fatto parer più triste di non
essere stata amata da colui al quale aveva consacrata la vita; il fatto
è che quando abbassò il ventaglio — con mia grande meraviglia — aveva
il viso tutto rigato di lagrime.

— Signora! — le dissi vivamente, prendendole una mano. — Che vedo
mai?... Le ho ridestato qualche ricordo doloroso? Mi perdoni....
sono stato imprudente.... non me ne darò mai più pace.... Mi perdoni,
signora!

Essa fece cenno di no, che non avevo nessuna colpa; poi sorrise e si
asciugò gli occhi con una mano lasciando un momento l'altra mano nella
mia.

In quel punto il treno era arrivato alla stazione dove io dovevo
scendere.

— Signora, — le dissi al momento di mettere il piede sul montatoio — mi
faccia una grazia.... mi permetta di baciarle la mano che teneva fuori
del palchetto!

Me la porse, glie la baciai tre volte, e rialzando il viso, vidi nel
suo atteggiamento e nei suoi occhi una così cara espressione di bontà,
di mestizia, di rassegnazione; e nello stesso tempo tanta dolcezza e
tanta grazia, che rimasi un momento attonito a guardarla ed esclamai
ingenuamente e con tutto il cuore: — Siete sempre bella!

— Non è vero! — rispose mestamente, ma sorridendo, e fece cenno di no
col ventaglio.

Io m'allontanai, mi voltai indietro e feci cenno di sì col capo.

— No, — ripetè essa col ventaglio — e si ritirò dallo sportello.

Il treno partì, e nello stesso momento uscì dallo sportello la sua
mano, che rimase così appoggiata, col ventaglio in giù, nello stesso
atteggiamento in cui soleva tenerla fuori del suo palchetto al teatro.

Il viso non ricomparve.

Io accompagnai quella mano cogli occhi.

Era un addio — era un'immagine della sua giovinezza e della mia
adolescenza — era un rimpianto del passato — era un'espressione di
gratitudine — era qualche cosa d'infantile, di pietoso e di melanconico
— era come la mano d'una morta che si fosse rifatta viva un momento
per dare un ultimo saluto alla vita. — Addio! Addio! — dissi nel mio
cuore quando mi sfuggì dalla vista — Addio, cara larva! cara memoria
mia! e rimasi.... rimasi come tu mi trovasti quando c'incontrammo nel
vestibolo della stazione.



EMILIO CASTELAR


                                                     5 dicembre 1873.

  _Caro_ ***.

È naturalissimo il tuo desiderio di sapere qualche particolare intorno
a Emilio Castelar, ed è giusto il rimprovero che mi fai di non averne
parlato che vagamente nel mio libro.

Io solevo accompagnarlo da casa sua alle Cortes e lo conobbi in quelle
brevi conversazioni assai meglio che nei suoi libri. Non ti meravigli
ch'egli usasse così famigliarmente con me straniero e sconosciuto,
poichè, oltre ad essere molto alla mano con tutti, è così matto
dell'arte italiana, che coglie con piacere ogni occasione di parlarne
e d'udirne parlare anche dagli ignoranti.

Il Castelar ha questo di curioso, che a vederlo, a stargli insieme,
nessuno direbbe mai che sia un grande oratore. All'aspetto non ha nulla
di notevole. È piccino, grassoccio, calvo, e ha due grand'occhi, che
spirano un'aria di cor contento. A udirlo poi, sembra meno che mai
quello stess'uomo che strappa gli applausi alle Cortes. Parla a pause,
stilla le parole come per pigliar tempo di cercare la frase, non casca
mai nella declamazione, non si lascia mai sfuggire un'espressione
che non convenga al linguaggio famigliare. Di più, mentre parlando
alle Cortes tratta ogni argomento con una specie di dignità tragica,
nella conversazione famigliare discorre in tuono di scherzo anche
delle cose più gravi. Se qualche volta esce dallo scherzo, casca
nell'indifferenza; ma non dà mai nel serio. Non ho mai visto sul suo
viso, nè udito nella sua voce la più leggera espressione di sdegno. E
infatti a lui, come oratore, manca assolutamente quell'_effet terrible_
che descrive Vittor Hugo parlando del Mirabeau, e quella, se si può
dire, forza della collera, per la quale grandeggia qualche volta il
Gambetta. Egli piace, seduce e spesso commove; ma non fa mai paura. Non
si può dire che ha i _fulmini dell'eloquenza_; ma i lampi, i raggi,
che so io? l'iride; poichè i suoi discorsi brillano più di colori
gentili che di luce feconda. Un giorno che era annunziato un discorso
del Castelar, un ministro disse giustamente ai suoi colleghi: — Oggi
il pavone Castelar fa la ruota. — Ma aveva ragione anche un dotto
Carlista, il quale, rimproverato da un suo amico perchè gli piacevano
quelle _bolle di sapone_ del Castelar, si scusò dicendogli ch'eran le
più belle che si facessero in Spagna.

Il primo giudizio che portai del Castelar, fu che non avesse punto
fiele nell'anima. Guardandolo negli occhi quando parlava senza ira
di gente che lo detesta e lo diffama, non gli vidi mai _quelle crespe
delle palpebre e quei guizzi e colori dell'orbe_, come dice benissimo
il reverendo padre Bresciani, che rivelano i sentimenti nascosti dalle
parole. Soltanto mi parve che non fosse insensibile alle punture
della gelosia oratoria, perchè un giorno, alle Cortes, nel momento
che si alzava Cristino Martos, oratore _de pelo en pecho_ (col pelo
sul petto), come si dice in spagnuolo, per dire un uomo di polso; e
che da tutte le parti della sala si faceva improvvisamente un profondo
silenzio; vidi il Castelar rannuvolarsi e tentar di far uno sbadiglio
che non gli riuscì di finire.

Un sentimento che prova la sua gentilezza d'animo, e che non credevo di
trovare in lui, così genuinamente spagnuolo, è una profonda avversione
per le corse dei tori. — Non me ne parli! — mi disse un giorno facendo
un atto di ribrezzo: — è una stupida barbarie che vorrei veder bandita
per l'onore del mio paese.

Da principio non riuscivo a raccapezzare come la pensasse in fatto di
religione. Spiritualista avevo capito subito che lo era; ma non capivo
se fosse cristiano, ossia se credesse nella divinità di Gesù Cristo.
La sua opera _La civiltà nei primi cinque secoli del cristianesimo_
(quattro volumi che si potrebbero ridurre in uno, se si bada alla
sostanza, e che si vorrebbe fossero cento, se si bada alla forma) non
mi lasciava dubbio che fosse ardentemente cattolico. Per contro i suoi
discorsi politici non mi lasciavan dubbio che fosse libero pensatore.
Un giorno gli domandai _ex abrupto_ una spiegazione, e mi parve che
la domanda non gli riuscisse gradita, come segue di tutte le domande
che ci obbligano ad affermare qualcosa di cui non siamo sicuri. — Una
volta, mi rispose, ero cattolico; ora.... son razionalista. — E cambiò
discorso. È insomma anche lui di quei moltissimi che si agitano _fra
la fede e un dubbio serio ed inquieto_, come scriveva il Manzoni al
Giusti; e se avesse da dire in termini recisi quello che pensa e che
crede, si troverebbe imbarazzato. Certo è che la fede nell'esistenza di
Dio e nell'immortalità dell'anima, è il sentimento che gli ha inspirato
le più eloquenti parole dei suoi libri e dei suoi discorsi.

Come tutti gli artisti, è un po' vano e ghiotto della lode; ma la sua
vanità è così ingenua, che non solo non ristucca, ma piace. Qualunque
lode gli si dia, se la piglia, sta zitto e lascia che si tiri innanzi,
come se si parlasse di un altro. Qualche volta poi dondola il capo come
per dire: — dite bene, avete ragione, io pure son di questo parere. —
Un giorno mi disse amichevolmente: Se lei vuol avere un'idea del mio
genere d'eloquenza, venga a sentire il discorso che farò la settimana
ventura contro la politica estera del governo. Ma lei dalla tribuna dei
giornalisti non può vedermi in viso, e perde il mio gesto.... Ebbene
le farò dare un biglietto per una delle tribune di rimpetto; così non
perderà nulla. — Il mio principale merito, — disse un'altra volta — è
quello d'aver saputo dire in lingua pura e in stile elevato molte cose
nuove che pare non si possano dire che a scapito della dignità dello
stile e della correttezza della lingua. — In questo modo si libera la
gente dalla seccatura di dare il proprio parere. Un giorno gli lessi
un brano d'un suo discorso che avevo tradotto in italiano, ed egli mi
disse candidamente: È bello anche in italiano.

Come tutti gli uomini d'immaginazione viva e di cuor caldo è
facilissimo all'ammirazione, e non serba, nell'esprimere questo
sentimento, nessuna misura. Quando loda qualcuno o qualcosa, i suoi
amici non gli credono più. Un giorno, alle Cortes, un deputato domandò
a un collega, il quale aveva conosciuto il Gambetta a Parigi, se questo
Gambetta gli fosse parso veramente quel grande uomo che molti dicevano.
— Domandalo al Castelar, — gli rispose il collega; — egli lo conosce
meglio di me. — Che! — disse l'altro; — in queste cose il Castelar è un
bambino. — E in fatti la biografia del Gambetta scritta dal Castelar,
piuttosto che il ritratto d'uno storico fedele è il panegirico di
un partigiano infatuato. Un'altra volta un deputato, me presente,
domandò al Castelar che impressione gli avesse fatta Garibaldi la prima
volta che gli aveva parlato. Il Castelar allargò le braccia e alzò
gli occhi al cielo, esclamando con enfasi: — _Amigo! La de un hombre
extraordinario_ (quella d'un uomo straordinario). — Me lo immaginavo,
— rispose l'amico; — ma già su tutto quello che dici tu bisogna fare la
tara. E per dirne ancor una, ricordo che, mentre il Castelar mi levava
a cielo un tal Santa Maria di Siviglia che canta con molta grazia le
canzonette andaluse, affermando che il Tamberlick, il Mario, lo Stagno,
appetto a lui non valevano un fico secco, parecchi amici suoi diedero
in uno scoppio di risa, e uno gli domandò: — Ma quando la finirai con
codeste esagerazioni, don Emilio?

Solevo interrogarlo intorno al lavorío col quale prepara i suoi
discorsi, intorno a quei segreti d'artista, _a quei misteri_, per dirla
con Giambattista Giorgini, _che l'anima celebra con sè stessa_. Egli
mi spiegò in che maniera fosse riuscito a parlare e a scrivere così
facilmente e correttamente, e le sue parole mi parvero la rivelazione
d'una nuova teorica dello scrivere, alla quale ho pensato continuamente
d'allora in poi. — Con chiunque parli, mi disse, — e di qualunque cosa
parli, non avessi che da dare un ordine al mio servitore, non trascuro
mai l'espressione, cerco sempre di dir la cosa come la direi se le mie
parole dovessero venir scritte o stampate in sull'atto. E ogni volta
che mi balena un pensiero, lo esprimo subito a me medesimo come se
dovessi esprimerlo a un altro; non mi lascio nulla nel capo in istato
di embrione; penso continuamente parlando con me stesso a periodi
finiti. — In fatti corregge pochissimo le cose scritte. Ma benchè
prepari di lunga mano i suoi lavori per scrivere bisogna che abbia
fretta. Diceva che non poteva far nulla, se non aveva lo stampatore
alla porta.

Con lui parlavo spagnuolo, e ci voleva del coraggio; ma spesso mi
pregava di parlargli italiano. — Capisco l'italiano, — diceva, —
ma non lo parlo, perchè non lo voglio profanare. In Italia badavo
sempre a pregar la gente che mi parlassero italiano e non francese.
Bella! mirabile lingua! Però, lasciatemelo dire: se per la poesia è
meglio la lingua italiana, per l'oratoria preferisco la spagnuola. —
Su questo punto non voleva intendere ragioni. Qualche volta anzi gli
pigliavano dei dubbi anche sulla poesia, e ripeteva quei versi famosi
dell'Espronceda, coi quali un cavaliere imita il suono della corsa
sfrenata del suo cavallo:

    Mis ojos fuego en su inquietud lanzando
    Campo adelande devorando van.

E dicendoli con quella voce sonora e con quel gesto vigoroso, li faceva
parere anche più belli ed efficaci di quello che sono; ma è superfluo
il dire che non mi lasciava persuaso.

Tutti sanno quanto egli ama l'arte italiana, ma soltanto quelli che lo
conoscono possono sapere quanto e come l'ha studiata. Non c'è quadro
o statua o basso rilievo di Firenze, di Roma o di Venezia ch'egli
non abbia stampato nella memoria e non sia in grado di descrivere
minutamente come se l'avesse visto il giorno innanzi. Parla delle
nostre città, nominando strade, palazzi e porte, come parla di Toledo
e di Siviglia. Firenze, _la ciudad_, com'egli la chiama, _de la
inteligencia_, è la sua città prediletta. — _Allì_, mi disse un giorno,
_el último limpiabotas tiene mas sello academico que nuestros individuo
de número_. — (Là l'ultimo lustrascarpe ha più carattere accademico che
i nostri accademici). Un giorno, mentre alcuni amici suoi parlavano
di politica, egli interruppe bruscamente la conversazione, a cui non
badava, e fermandosi in mezzo alla strada colle braccia incrociate
sul petto, esclamò con un accento di profondo stupore: — _Y decir que
la puertas de Ghiberti son del siglo quince!_ — (E dire che le porte
del Ghiberti sono del secolo quindicesimo!) Quando si parla d'arte
italiana, va in visibilio. L'ho visto cangiar di colore e tremare
discorrendo d'un quadro del Tintoretto — _Mas si os digo_, — gridava
battendosi la mano sulla fronte — _que se siente crujir la seda!_ — (Ma
se vi dico che si sente il fruscío della seta!)

Avrei da scrivere molto se volessi riferire tutti i detti arguti che
intesi da lui, e gli aneddoti ameni di cui è amantissimo.

Diceva dello Zorilla: È un uomo che ha tutti i difetti d'un
temperamento artistico, senz'alcuna delle buone qualità.

A un amico materialista che gli aveva mandato un libro, nel quale
trattava dell'influsso del cibo sul pensiero, diceva: — Sta bene, ma
tu devi ancora scrivere un libretto per dimostrare quali sono i passi
del _Don Chisciotte_ che il Cervantes scrisse nei tempi in cui mangiava
pane di granturco.

Raccontava che un giorno, essendo a desinare in una famiglia, la
padrona di casa, in fin di tavola,, gli aveva detto, arrossendo un
pochino: — Signor Castelar, lei ci dovrebbe fare l'immenso favore di
declamarci un bel discorso mentre prendiamo il caffè — Qui il Castelar
rimaneva muto rifacendo tale e quale il viso che aveva fatto in quel
momento, e ti assicuro che c'era da scoppiare dalle risa.

Un giorno passeggiando nel Prado, il Castelar, un suo amico monarchico
e un terzo importuno ch'ero io, vedemmo venir verso di noi un uomo
colla faccia stravolta, che parlava e gesticolava da sè. Il Castelar
mi tocca col gomito e dice sottovoce: — Costui è uno che aspirava
alla corona di Spagna. Prima che fosse eletto il duca d'Aosta andava
egli stesso distribuendo ai deputati le schede col suo nome per il
giorno della votazione. Non si faccia scorgere: è matto. — Il matto
intese quelle parole, e si fermò; qualcuno che passava si fermò pure;
si formò un gruppo di gente. Quando fummo a due passi da lui, prese
un atteggiamento drammatico e voltandosi verso il Castelar, gli disse
ad alta voce: — Ebbene, sì, io volevo esser re; ma non sono mai stato
un impostore come lei! — Detto questo si allontanò brontolando; la
gente rise; il Castelar fece uno sforzo per ridere egli pure, ma
era diventato rosso come una fragola. — Bravo! — gli disse l'amico
battendogli la mano sulla spalla; — son contento di vedere che non
hai ancora perduto il pudore. — E che! — rispose pronto il Castelar; —
credevi che io fossi diventato monarchico?

La sua sala di studio, in casa, è l'immagine della sua testa; o per
meglio dire, era l'immagine, perchè non so se il Presidente della
repubblica viva ancora come viveva il modesto deputato. Statuette,
vasi di fiori, gabbie d'uccelli, opere di filosofia, libri di versi,
medaglie antiche, cataloghi di musei, atti ufficiali, lettere di
elettori, stampe, ritratti, giornali, opuscoli; si vedeva un po'
d'ogni cosa sparpagliato sui tavolini, sulle seggiole e pel pavimento,
in un disordine pittoresco, che faceva ridere e fantasticare. Là,
in mezzo ai suoi amici e ai suoi libri, il Castelar era più bello
a vedere che alle Cortes. Un giorno un amico suo fece il giro della
sala con una bacchetta in mano, e toccando l'uno dopo l'altri tutti i
cassetti dei tavolini, disse col tuono d'un cicerone: — Signori! Qui
sono i manoscritti pei giornali del Perù. — Qui, quelli pei giornali
del Messico. — Qui, quelli pei giornali di Cuba. — Qui, quelli pei
giornali del Brasile. — Qui, quelli pei giornali degli Stati Uniti. —
E qui, quelli pei giornali del vecchio continente. Quando un editore
si presenta, il Castelar apre un cassetto, vi tuffa le mani a occhi
chiusi, e butta via quello che trova. — Il Castelar disse una volta che
le corrispondenze dei giornali d'America gli rendono quindicimila scudi
all'anno. E pensare che pochi anni prima, per guadagnare qualche soldo,
scriveva prediche per preti di campagna!

Mi raccontò egli stesso, un po' per volta, le prime vicende della sua
vita, dicendomi di tratto in tratto che, se volevo, pigliassi pure
degli appunti. È nato a Cadice nel 1832. Suo padre, uomo studioso,
benchè agente di cambio, e possessore d'una ricca biblioteca, morì
in età ancor fresca, lasciando la moglie e il piccolo Emilio, che
non aveva ancora sette anni, in grandi strettezze. Una sua sorella
d'Alicante li accolse in casa tutti e due, e la signora Castelar si
consacrò tutta all'educazione del figliolo, facendo per lui, fra gli
altri sacrifizi, quello di conservare e di arricchire la biblioteca
paterna, affinchè egli prendesse per tempo amore ai libri. Il Castelar,
in fatti, ebbe fin da ragazzo, più che amore, manía per la lettura, e
l'ha ancora, poichè legge continuamente, per le strade, nelle Cortes,
a tavola, a letto, nel bagno, da per tutto dove può tener sotto gli
occhi un libro o un giornale. Con questo gran bisogno di leggere nacque
in lui quasi ad un tempo un gran bisogno di parlare, e ancora bambino,
diede prova di straordinaria facondia. — Facendo gli altarini — mi
disse, — io e i miei piccoli compagni, solevamo pronunziare ciascuno
un'orazione sacra dall'alto d'una seggiola ravvolta in una coperta da
letto. _Yo era el espanto de todos._ (Io ero lo spavento di tutti). — A
dodici anni fu mandato a Elda, dove studiò la lingua latina, e cominciò
a scrivere con grande ardore novelle, discorsi storici, dissertazioni
religiose, poesie, commedie, poemi, saggi d'audacia, com'egli disse,
più che d'ingegno; i quali finiron tutti nel fuoco. Le prime vere prove
d'ingegno e d'eloquenza le diede in Alicante dove si trasferì nel 1845
per fare il corso di _segunda enseñansa_. Qui si dedicò con entusiasmo
alla filosofia, alla storia e alla letteratura, e in questi studi andò
innanzi d'un gran tratto a tutti i suoi colleghi, parecchi dei quali,
che seggono ora nelle Cortes e professano principi politici affatto
contrari ai suoi, come don Carlos Navarros, il Gallastra ed altri,
attestano che sin d'allora era opinione di tutti, ch'egli sarebbe
diventato un grande oratore e un grande scrittore. Da Alicante andò
nel 1848 a Madrid, dove vinse al concorso un posto gratuito d'alunno
nella _Escuela nacional de filosofia_, e d'allora in poi, non solo
provvide al suo mantenimento, ma scrivendo nei ritagli di tempo che gli
lasciavano gli studi, guadagnò tanto da mantenere sua madre. Pubblicò
in quel tempo, tra le altre cose, un giornaletto letterario, in cui
i letterati ammirarono per la prima volta il suo stile nitidissimo
e scintillante. Suo cugino don Antonio Aparisi, il rinomato oratore
cattolico, leggendo un giorno uno di quegli articoli, disse alla
signora Castelar: — Zia mia, bisogna aver gran cura di questo ragazzo,
perchè se continua come ha cominciato, farà molto rumore nel mondo.
— Fin qui, però, le glorie del Castelar non erano state che glorie
scolastiche. Egli si rivelò per la prima volta alla Spagna nel 1854,
all'età di ventidue anni. Un amico, incontrandolo un giorno per strada,
gli annunziò che c'era un'adunanza popolare nel Teatro Reale, e gli
domandò perchè non ci andasse. Il Castelar non rispose altro che: —
Vado — e corse al Teatro. Quando arrivò, molti oratori avevano già
parlato, il pubblico era stanco, l'adunanza stava per sciogliersi. Ciò
non ostante il Castelar, risoluto a parlare, salì sul palco scenico e
cominciò: — Signori! Io vengo qui a difendere le idee democratiche....
— Un vivo bisbiglio di disapprovazione lo interruppe. La sua persona
esile, la sua voce sottile, il suo atteggiamento fanciullesco,
non ispiravano alcuna fiducia; lo presero per uno scolaretto; gli
gridarono: — Basta! Basta! Un'altra volta! Un'altra volta! — Il
Castelar, piccato, s'incaponì e tirò innanzi. A poco a poco si fece
silenzio; poi s'udi qualche voce d'approvazione; a un tratto, scoppiò
una tempesta d'applausi; infine ogni periodo fu applaudito con furore,
l'oratore venne condotto fuori quasi in trionfo, il suo nome corse
di bocca in bocca, i giornali di Madrid lo levarono a cielo, tutta la
Spagna, in pochi giorni, lo ripetè: il Castelar fu celebre da quella
sera. La España, autorevole giornale letterario, disse, pubblicando
il suo discorso: — _Està destinado a reemplazar à todos nuestros
grandes oradores y à reemplazarlos con ventaja._ — E il pronostico s'è
avverato.

Ora ha in mano le sorti della Spagna, se pure le sorti d'un paese così
sfasciato possono mai ridursi nelle mani d'un uomo solo. Che cosa farà?
È un riesci, come si dice in Toscana. Ma io questo ti posso dire,
che quando lo vedevo, in mezzo ai suoi amici, prorompere in scoppi
di risa da giovanetto di quindici anni; o volgere in mente qualche
bel periodo poetico da incastonare in un discorso, mentre un collega
badava a parlargli di leggi e di votazioni; o fare il viso del malumore
perchè il giorno che doveva parlare non c'eran signore nelle tribune;
e in tutte le conversazioni saltar sempre dalla politica all'arte,
dal ragionamento al sentimento, dalla terra alle nuvole; se qualcuno
m'avesse detto allora: — Costui fra un anno governerà la Spagna in
queste e queste condizioni, — con tutta l'ammirazione che avevo per
lui, avrei dato una scrollatina di capo, e detto tutt'al più: Chi sa!
le vie della Provvidenza sono infinite....

E poi leggi questo brano di discorso pronunziato da lui alle Cortes,
due anni fa. — «Come? Non è individualista il ministro dell'interno?
E se è tale, non comprende il gran poema della libertà di commercio?
La terra ha attitudini diverse; i climi dánno diversi prodotti; ma
grazie al grand'Ercole moderno, grazie al commercio, con codeste navi
che ora paiono grandi uccelli marini, e ora lasciano la bianca traccia
nell'acque e la densa nube di fumo nell'aria, si riuniscono tutti i
prodotti; la pelle che il Russo strappa agli animali smarriti nei suoi
deserti di gelo e la foglia del tabacco che cresce al sole ardente del
tropico; il ferro scoperto in Siberia e la polvere d'oro che il negro
d'Africa raccoglie nell'arena dei suoi fiumi; le stoffe tessute in
Inghilterra e i prodotti tratti dal seno dell'India, e tinti dei colori
dell'Iride da quelle società, primi testimoni della storia; il dattero
di cui si alimentava il patriarca biblico sotto le palme dell'antica
Asia, e le perle preziose che genera il vergine seno della giovine
America; il grato succo delle viti che abbellano le rive del Reno e
l'ardente vino di Xeres, che reca disciolto nei suoi atomi il raggio
del sole di Andalusia per riscaldar le vene degli intirizziti figli del
norte....»

A me pare che questo periodo basti per giudicare il Castelar come uomo
politico, come bastano certi sorrisi a rivelare tutta l'anima d'un
uomo. Mi pare che un oratore il quale fa in un parlamento una tirata di
quella natura non possa esser capace di portare a salvamento la baracca
d'uno Stato.

Ma quando quest'uomo stesso, slanciandosi audacemente, non per
proposito rettorico ma per impulso irresistibile del cuore, fuor dei
confini dell'eloquenza politica, esclama con una voce che viene dal
più profondo dell'anima: — Amo questa terra bagnata dalle lacrime che
ho fatto spargere a mia madre! —; quando, accennando ai suicidi degli
schiavi di Cuba, pronuncia con un accento che ti rimescola il sangue
queste semplici parole: Signori deputati, che orrore! — quando, nella
furia d'un'ispirazione che soverchia quasi le sue forze, rovescia
sul parlamento attonito quei suoi periodi colossali, pieni di grandi
immagini e di grandi sentenze, che passano sonando e sfolgorando come
una legione di cavalieri del medio evo; quando, parlando di religione,
versa la piena dei suoi pensieri affettuosi e malinconici, con una
voce dolce e tremante, e col linguaggio solenne d'un sacerdote; quando
racconta un atto d'eroismo, quando ricorda una sventura, quando invoca
una memoria cara, quando consiglia, quando compiange, quando prega;
quando infine scorda il parlamento e sè stesso, com'egli dice, e non
vede più che terre e popoli lontani, e tutta la sua anima è nel suo
cuore, e tutto il suo cuore nella sua parola; oh allora, quanto egli è
grande ed amabile! come gli si perdonano tutte le sue vanità e tutte le
sue utopie! con che gioia gli si salterebbe al collo dicendogli: — Ah!
don Emilio, se non ti fossi mai immischiato nella politica!

Infine, io credo che la miglior definizione che si possa dare di lui,
sia la seguente, la quale contiene in quel che dice la lode ch'egli
merita e in quel che tace la censura che gli è dovuta:

È un grande artista e un gran.... buon ragazzo.



UN CARO PEDANTE


I mezzi pedanti, quelli che pedanteggiano per ambizione di farsi
temere, poichè non riescono a farsi ammirare; i pedanti maligni, che
s'accaniscono contro la parola perchè detestano la persona; i pedanti
freddi, che sorridono e disprezzano, sono gente volgare e noiosa. Ma
quello nato coll'istinto della pedanteria, quello che non dorme per un
francesismo, che si scorruccia con un amico perchè ha scritto _figlio_
invece di figliuolo, che sente una compassione sincera per chi scrive
_toeletta_ invece di teletta, che inveisce contro un monosillabo colla
voce strozzata dall'ira; quello, infine, che si rode e si consuma,
che non è aguzzino, ma vittima, e che fa il pedante collo zelo e col
coraggio d'un missionario di Nostra Santa Lingua Immacolata, questa
specie di pedante mi piace e m'ispira rispetto, e credo che sarebbe un
peccato che se ne perdesse la semenza.

Di tale specie era un pedante che conobbi a Firenze, del quale
m'è rimasto un ricordo amenissimo unito a un sentimento di sincera
ammirazione.

La prima volta che lo vidi, giovanetto com'ero ed entrato allora,
a scappellotto, nella repubblica letteraria, mi fece una viva
impressione. Lo vidi una sera in fondo a una bottega di libraio, che
leggeva. Le sue mani lunghe e scarne, appoggiate sul libro, parevano
due enormi ragni che stessero in agguato per afferrare le mosche
_francesismi_. Il suo naso adunco, che quasi toccava la pagina,
arieggiava il becco d'un uccello che frugasse fra le parole per
trovare i vermi _improprietà_. Tutta la sua persona alta e magra, e
incurvata sul tavolino, mi dava l'immagine di non so che strumento di
tortura messo là per dilaniare lo scrittore che leggeva. Parlando col
libraio, ch'era piemontese, mi sfuggì qualche parola di vernacolo,
e nello stesso momento vidi apparire e sparire sul suo viso, che mi
si presentava di profilo, una gran macchia bianca.... il suo bianco
dell'occhio. Di tanto in tanto si addentava il labbro di sotto o rideva
con isforzo, facendo ballare le spalle. Tutt'a un tratto chiuse il
libro con dispetto e s'alzò esclamando: — Oh che gente! Oh che galera!
— Poi prese il cappello ed uscì. Tutti i presenti risero ed io pure.
Spinto dalla curiosità, m'avvicinai al tavolino e diedi un'occhiata al
libro.... Era mio!

Qualche tempo dopo, domandai informazioni sul conto suo a un amico
che lo conosceva intimamente. — È una perla d'uomo, — mi disse; — ma
un po' stravagante. Figuratevi ch'egli vive due vite: la vita reale,
quella che viviamo noi, in mezzo ai nostri simili; e un'altra vita,
puramente immaginaria, in un piccolo mondo ch'egli s'è creato colla
lingua. In questo piccolo mondo, nel quale gli uomini son parole e le
frasi avvenimenti, egli vi mette, o per meglio dire vi prova tutte le
passioni che prova nell'altro. Ci ha le parole che ama come figliuoli,
le parole che odia, le parole che disprezza, le parole che perseguita,
le parole che gli turbano i sonni e le digestioni, le parole che lo
consolano e che l'aiutano a sopportare i malanni della vita. Vi sono le
frasi di cui si risente come d'un'ingiuria, quelle che lo affliggono
come una sventura domestica, quelle che gli mettono nell'anima dei
dubbi amari e lo fanno vivere in una continua inquietudine. Che suo
figlio diventi un cattivo soggetto e che la parola _cómpito_ cambi a
poco a poco di significato, son due calamità presso a poco uguali per
lui. Che l'Italia riesca a rassestare le sue finanze e che il verbo
_utimare_ pervenga a pigliare il posto del verbo _exploiter_, sono
due buone fortune che egli desidera col medesimo ardore. Egli ha una
sola grande aspirazione: che nel suo paese si scriva bene; e un solo
grande dolore: che non si sappia più scrivere. I suoi affetti, i suoi
pensieri, tutta la sua vita gira su questo perno: la purità della
lingua.

Da altri seppi di lui altre cose, che mi parvero incredibili, benchè mi
fossero assicurate con insistenza. Si diceva che un giorno aveva tenuto
con un suo servitore il dialogo seguente:

— Tonio, il caffè.

— Ce lo porto.

— Che hai detto?

— Che ce lo porto.

— Hai gli otto giorni per cercarti un altro padrone, manigoldo.

Una volta, un suo conoscente, incontrandolo per via, gli disse: — Ho
letto con molto _interesse_ il vostro articolo. — Non me ne importa un
fico, — egli rispose, — e gli voltò le spalle.

Si diceva che una sera, in una conversazione, aveva dimostrato con
un lungo ragionamento e colla massima serietà che un uomo capace di
scrivere, — _al di là dei monti_, — invece di — _di là dai monti_, —
messo al punto, sarebbe stato capacissimo di ammazzare a sangue freddo
suo padre.

Fossero o non fossero vere queste cose, dopo averne sentite tante,
mi venne il desiderio di conoscerlo. Prima, però, volli sapere
precisamente che cosa pensasse dei fatti miei, benchè la scena accaduta
dal libraio non mi lasciasse alcun dubbio consolante. Un amico comune
lo interpellò e n'ebbe questa risposta: — Ditegli che per quel ch'è
sentimento, non c'è male; ma che per quello che riguarda la lingua,
scrive come un Seraceno.

Meno male! — pensai. — Ora, almeno, so a che paese appartengo, e qual
è la _nazionalità_ di cui mi debbo spogliare.

Gli fui presentato; m'accolse cortesemente. Il discorso cadde subito
sulla lingua. Gli domandai dei consigli. Sospirò, mi disse che i
tempi eran tristi, che non v'era più amor di patria, che i bricconi
avevan il mestolo in mano; le quali cose si riferivano unicamente
alla lingua, e non alla politica, come potrebbe parere. Gli domandai
quali degli scrittori del giorno, dei più illustri, s'intende, e
toscani, avrei potuto seguire, in fatto di lingua, per non uscire
dalla buona via; e glieli nominai uno dopo l'altro. — Il tale? — Per
amor di Dio! — rispose; — che mi tocca di sentire! — Il tal altro? —
Oh numi! Ci mancherebbe anche questa! — Tizio, dunque? — Oh povero
figliuolo, che cosa le passa per il capo! — E qui prese a citarmi
una lunga filza di francesismi, d'idiotismi, di neologismi, d'errori
d'ogni natura, sfuggiti a quegli scrittori, usando con la maggior
serietà tutte le espressioni che sogliono adoperarsi al proposito
degli scapestrati e dei malfattori, come ad esempio: — Le pare che
questo sia un procedere da galantuomo? — Non so il tale dei tali che
fine farà. — Bisogna proprio aver perduto ogni pudore, ecc., — a tal
segno che, sapendomi colpevole d'una gran parte degli errori di cui
accusava quei valentuomini, ebbi un momento il timore che m'agguantasse
per la cravatta e mi conducesse alla questura. — Ma chi dunque scrive
italiano? — domandai. — Nessuno! gridò, alzando il bastone. — Vi
sarà qualcuno che scrive con parole italiane, in lingua, frase per
frase, italiana; ma il complesso dello scrivere, ma l'ordito, ma il
processo del pensiero, per Dio, è francese! francese! francese! La
pelle è nazionale, il sangue che circola sotto, è barbaro! Barbari
tutti, italiani rinnegati, scrittori senza coscienza e senza cuore! Se
ne persuada, giovinotto! E una verità vergognosa, ma è la verità, la
verità, la verità! — In quel punto eravamo arrivati dinanzi alla porta
di casa sua. —

Ma, — dissi io timidamente: — Alessandro Manzoni.... — Santissima
Vergine! — esclamò turandosi le orecchie colle mani, e infilò la porta
correndo.

Un giorno assistetti a un battibecco curioso tra lui e il più grosso
dei _due fondatori della prosa borghese_, di cui parla il Carducci
nella sua poesia l'_Italia in Campidoglio_. S'era negli uffizi di
una Rivista mensile col Mamiani, il Berti ed altri barbari. Il nostro
personaggio inveiva contro «lo scellerato vezzo» di usare i nomi propri
senz'articolo. — Vi assicuro, — diceva, — che quando leggo _la casa di
Manzoni_ o _la statua di Dupré_, non capisco.

— Andiamo, via, — gli rispose il prosatore borghese; — codesta è una
esagerazione.

— Vi dico che non capisco!

— Vi sostengo che capite benissimo.

— Vi ripeto che non capisco! gridò il purista col viso acceso.

— Giuratelo! — urlò il _borghese_.

— Lo giuro, per Dio! — tuonò l'altro balzando in piedi, e picchiando un
gran pugno sul tavolino.

— Avete giurato il falso! — ribattè il primo colla sua voce stentorea,
in mezzo alle risa e al vocío generale, — e se mi sfidate, v'ammazzo
senza pietà, perchè son sicuro che andate all'inferno!

Il povero purista ricadde spossato sulla seggiola, esclamando con voce
fioca e gli occhi rivolti al cielo: — _La casa di Manzoni!_... Oh che
gente! Oh che paese!

Un'altra sera entrò gravemente nella sala e disse con un accento
di tristezza e di pietà, rivolgendo la parola a tutti: Bisognerebbe
avvertire il Bonghi.

Tutti pensarono che fosse accaduta al Bonghi qualche disgrazia.

— Bisognerebbe, — continuò colla stessa gravità. — che se ne
incaricasse un suo amico intimo. È una cosa che ormai passa tutti i
limiti. Quell'uomo perde la testa.

— Ma che cos'è seguíto? domandarono tutti con ansietà.

Era seguíto che il Bonghi, in una delle sue rassegne politiche,
aveva scritto _le fila dell'opposizione_ invece di _le file_. Tutti
respirarono.

E di questi aneddoti ne potrei citare una cinquantina.

Con me, benchè mi tenesse in conto d'un buon diavolaccio, non potè
mai fare la pace. Riconosceva i miei sforzi ed anco qualche progresso
che avevo fatto dall'Arabia verso l'Italia; ma in fondo, per lui,
ero sempre un Seraceno, e lo diceva ai miei amici, onorandomi di un:
— Peccato! — e di un: — Forse, col tempo!... — che mi dava un po' di
consolazione. Qualche volta, poichè era pedante, ma uomo di cuore, mi
guardava fisso con un'espressione di benevolenza pietosa; pensava,
credo, con rammarico, che io così giovane, ero già così miseramente
traviato; prevedeva i dolori che m'aspettavano; si domandava che vita
avrei trascinata, che razza di educazione avrei data ai miei figliuoli,
che fine miserabile avrei fatta. Ma bastava che io gli domandassi
improvvisamente: — _Cosa_ pensa? — perchè vedesse ricomparire sulla
mia fronte il marchio inviso di Maometto, e mi guardasse come un'anima
perduta.

Ora la semenza di questa specie di pedanti si va perdendo. In fatto di
lingua, tutte le maniche s'allargano; i puristi più austeri transigono;
gli stessi accademici della Crusca, e i migliori, si lasciano sfuggire
parole e modi nuovi, e tengon dietro al movimento della lingua; i
pedanti indietreggiano da ogni parte, incalzati dalla necessità e
dalla critica; la legione s'è ridotta un drappello, la marea monta e
li affoga. Eppure, sarebbe un peccato che rimanessero tutti affogati.
Nella letteratura, la varietà è ricchezza. È bene che ci siano i
demagoghi temerari e i reazionari arrabbiati. Questi Don Chisciotte
del vocabolario che si slanciano a lancia in resta contro le parole,
hanno il loro bello; questi carcerieri della lingua non sono inutili;
la critica del microscopio può far del bene.

Oh mio buon pedante! non ti sdegnare contro di me, se ti cadranno
sotto gli occhi queste pagine: io ti giuro sul Corano che non ebbi
intenzione di offenderti. Io ti temo, ma t'amo, perchè nel tuo mondo
di parole tu sei un artista, e sei un artista perchè ami, soffri e
combatti. E prego il cielo che ti lasci lungo tempo ancora in questa
valle di lagrime e di francesismi. E t'auguro che il buon sacerdote che
ti assisterà nei tuoi ultimi momenti, ti parli correttamente la parola
di Dio. E desidero che quando tu non sia più, tutti rammentino il tuo
nome con affetto, nessuno con _interesse_; e che l'amico che scriverà
la tua necrologia, non turbi il riposo delle tue ossa, dicendo che tu,
su questa terra, hai fatto degnamente il tuo _cómpito_; ma proclami
altamente che hai esercitato con onore il tuo ufficio. E chieggo a
Dio come una grazia che se l'anima del Petruccelli della Gattina è
destinata a salvarsi, egli la ponga in un altro cerchio del paradiso,
perchè la tua felicità non sia turbata dal ridestarsi delle ire e dei
dolori terreni. E così sia.



UNA VISITA AD ALESSANDRO MANZONI


È male parlar di sè, e peggio scriverne; ma quando l'Io, invece
d'essere lo scopo di quello che si dice, non è che un mezzo per dire
più facilmente e con più garbo cose che riguardano altri e possono
riuscire gradite a molti, mi pare che sia lecito di servirsene; e tanto
più quando quest'_altri_ sia Alessandro Manzoni, e quell'_io_ tanto
piccino da non poter neppure essere sospetto di vanità.

Lasciatemi dunque cominciare dal piccino.

Io ero in collegio, avevo sedici anni e scrivevo dei versi. Il mio
professore di letteratura italiana, quando gli presentavo una poesia,
mi permetteva di leggerla, se gli pareva che lo meritasse, in piena
scuola; e i miei compagni solevano farla stampare a proprie spese, cosa
di cui mi rimorde ancora la coscienza. Una delle prime poesie stampate
fu un canto alla Polonia, ch'era in rivoluzione appunto in quell'anno;
nel qual canto dicevo ira di Dio dello Czar e del Papa, e facevo una
descrizione fantastica dell'isola di Caprera, assicurando che il sole
vibrava su quell'isola i suoi più splendidi raggi e gli angeli la
guardavano dall'alto con una viva simpatia.

Questo canto, concepito un giorno che il direttore m'avea messo a pane
ed acqua, e composto quasi per intero nelle tenebre del Dormitorio,
mi pareva allora una gran cosa; tanto che a un mio vicino di banco, il
quale, dopo lettolo, mi aveva detto gravemente: — Questo canto resterà,
— io, stringendogli la mano, avevo risposto con non minore gravità:
— Speriamo. — In fine m'ero tanto montata la testa, che un bel giorno
misi una fascia all'opuscoletto, stesi una lettera di accompagnamento,
scrissi sulla busta e sulla fascia: — Al signor Alessandro Manzoni —, e
buttai lettera e opuscolo, dopo esser stato un po' colla mano per aria,
nella buca della posta.

Passa una settimana, passano quindici giorni, passa un mese; nessuna
risposta. Non me ne meravigliai; sapevo che il Manzoni scriveva
pochissimo; m'avevano detto che riceveva ogni giorno un monte di
lettere e di libri; era naturalissimo che avesse buttato i miei
versacci in un canto; non ci pensai più.

Un giorno, nel tempo della ricreazione, mentre facevo la ginnastica
sulle parallele, il direttore mi chiama, corro, mi dà una lettera. Il
carattere dell'indirizzo mi era sconosciuto. Guardo il bollo: — Milano
— Chi può essere? Apro, leggo in capo alla prima pagina _Gentilissimo
giovanetto_; volto, tutto il foglio è scritto; volto ancora, e vedo in
fondo alla quarta pagina _Alessandro Manzoni_.

Come rimanessi non lo so dire. Sul primo momento mi s'imbarbugliò la
vista e mi tremaron le ginocchia; poi rimasi qualche tempo immobile,
guardando quella firma, che pareva s'ingrandisse e s'impicciolisse
a vicenda, come per effetto d'una lente avvicinata e rimossa. Infine
corsi in un angolo appartato del cortile e lessi.

Ah, mio Dio! Io non posso ricordar quella lettera senza un sentimento
di mestizia. Riguardo ai consigli ch'io avevo avuto l'audacia di
chiedere, c'era detto: — _Anch'io, nella prima gioventù, m'ero formato
di scritti altrui un concetto dal quale, col crescer degli anni, ho
dovuto detrarre. E non di meno non ho poi provato rammarico d'un errore
che m'era stato occasione di voler bene anche ad uomini con cui non
avevo alcuna conoscenza. Così spero che avverrà anche a lei riguardo a
me e alla mia memoria._

Riguardo alla poesia. — _Se le dicessi che i versi mi paiono senza
difetti, sarei un adulatore; ma parlerei ugualmente contro il mio
intimo sentimento se dicessi che non mi par di vederci il presagio
d'un vero poeta. In mezzo a di que' difetti che col tempo si perdono,
ci sento (non dia a queste parole altro valore che quello della più
schietta sincerità) quelle virtù che col tempo si perfezionano e che
nessun tempo può far acquistare._

Riguardo ai versi della poesia che accennavano al Papa: —
...._Religione e patria sono due gran verità, anzi, in diverso grado,
due verità sante; e ogni verità può spiegar tutte le sue forze e usar
tutte le sue difese senza insultarne un'altra. È vero che le persone
sono naturalmente distinte dalle istituzioni, ma ci sono degli ordini
di cose in cui gli oltraggi (parlo di oltraggi, non di ragionamenti,
che, del resto, non sono materia di poesia) in cui, dico, gli oltraggi
alle persone non possono non alterare il rispetto e la dignità della
istituzione medesima_, ecc.

E infine v'era scritto: — «_Ho qui nel mio giardinetto un giovane
melagrano che questa primavera ha portato molti fiori, i quali in parte
sono caduti, in parte allegano: il rigoglio di tutti e il sano vigore
di alcuni annunziano insieme che quest'alberetto è destinato a dar
frutti copiosi e scelti._»

La lettera, ora che scrivo, è in un quadretto, e colui che
dovrebb'essere il melagrano carico di frutti, la guarda con un misto
di tenerezza e di rammarico, pensando alle sue splendide speranze dei
sedici anni come a un bel sogno di tempi lontani.

La lettera fu per il collegio un grande avvenimento; il professore
di letteratura la lesse nella scuola; fuori del collegio, gli amici
volevano vederla; io non capivo più in me della contentezza; la
rileggevo cento volte al giorno; me la dicevo a memoria; la notte
sognavo che me l'avevan rubata; per istrada mi pareva che quei che mi
passavano accanto si ammiccassero fra loro, come per dirsi: — Eccolo
là; — a tavola facevo i bocconi piccini, in iscuola pigliavo degli
atteggiamenti ispirati; in casa dei parenti sorridevo con una bonarietà
affettata, per far vedere che, in fin dei conti, mi consideravo sempre
come loro parente.

Quando si dice, le previsioni! Da quell'anno in poi non ho più scritto
un verso altro che per onomastici di famiglia; non ho più avuto nemmeno
la tentazione di scriverne; e sono ora profondamente persuaso che non
sono nato per far dei versi. Chi me l'avesse detto allora, quando un
prosatore mi pareva appena un uomo, e dicevo, leggendo il romanzo _I
promessi sposi_: — Peccato che non sia in ottave!

Quattro anni dopo ero sottotenente di presidio a Pavia, con un
battaglione del mio reggimento. Non avevo mai visto Milano. Una
mattina, svegliandomi, mi viene il ticchio di farci una scappata. Ma,
e il permesso? To', bella idea! Mi faccio mandar da casa la lettera
del _melagrano_, la mostro al tenente-colonnello, e gli dico: — Vorrei
andar a Milano a vedere il Manzoni. — Così feci; la lettera venne,
la diedi al mio capitano e lo pregai di domandarmi il permesso. Il
tenente-colonnello, quando intese, prima di vedere la lettera, lo scopo
della mia gita, esclamò: — Oh! oh! nientemeno! — come per dire: — Ci
vuol della faccia; — ma, visto ch'ebbe la lettera, accordò il permesso
dicendo: — È un altro par di maniche; vada e ce ne porti notizie.

Partii la mattina seguente, era domenica, faceva un bellissimo tempo.
Arrivato a Milano e sbarcato in non so che albergo vicino al duomo,
domandai a un piccolo cameriere dove stesse di casa il Manzoni. — _El
negoziant de mobil?_ — mi domandò alla sua volta. Ma che _negoziant de
mobil_, — risposi; — il conte senatore scrittore Alessandro Manzoni.
— Oh mi scusi! — esclamò il ragazzo arrossendo: — io credevo....; il
senatore Alessandro Manzoni sta in piazza Belgiojoso; — e mi descrisse
la casa. Era di buon'ora, scappai a vedere il Duomo, poi difilato in
piazza Belgiojoso. Come mi battè il cuore quando vidi quella casa!
Con che venerazione mi levai il chepì entrando nella stanzina del
portinaio! Ma ahimè! Alessandro Manzoni era a Brusuglio. Salii subito
in una carrozza e mi feci condurre a Brusuglio. Strada facendo pensavo
alle prime parole da dirgli; alla maniera di baciargli la mano prima
che avesse tempo di ritirarla, come sapevo che faceva sempre; al modo
di tener la sciabola in sua presenza. Star davanti al Manzoni, pensavo,
colla sciabola! Mi pareva che non andasse; l'avrei lasciata volentieri
nella carrozza. Per la strada passavan contadine e contadini; mi
parevan tutti visi di sante persone; in ogni vecchietta vedevo Agnese,
in ogni giovane Renzo, in ogni bimbo Menico. Guardavo con insolito
piacere quel cielo di Lombardia _così bello quand'è bello_, e quella
campagna verde e tranquilla; i miei sentimenti e i miei pensieri,
via via che mi avvicinavo, s'innalzavano; provavo quello che si prova
salendo su per una montagna; mi pareva di respirare un'aria sempre più
pura, e la mia mente si staccava dalla terra.

La carrozza si fermò dinanzi alla villa, scesi, entrai nel giardino, un
servitore mi venne incontro a domandarmi chi cercavo. Glie lo dissi:
mi guardò da capo a piedi, e mi rispose un _ma_, che voleva dire: —
Non so se sarà ricevuto. — Allora gli mostrai la lettera, la prese e
accennandomi che lo seguissi si diresse verso la porta d'una stanza
a terreno, dove entrò, dopo avermi pregato d'aspettare un momento.
M'appoggiai all'uscio e tesi l'orecchio. Dopo un momento sentii una
voce tremola pronunziare lentamente queste parole: — _Gentilissimo
giovanetto. Degl'incomodi abituali non m'hanno permesso di ringraziarla
nel primo momento, come desideravo vivamente, dei versi ch'Ella m'ha
fatto il favore d'inviarmi_.... — Qui la voce tacque, e subito dopo
uscì il servitore, il quale mi fece riattraversare il giardino ed
entrare in un salotto, dove mi lasciò solo dicendomi: — Ora viene.

Io stetti qualche minuto guardando la porta cogli occhi fissi, con
tutta la persona immobile, respirando appena, come se fossi stato
davanti a una macchina fotografica.

La porta s'aperse....

O miei benevoli amici e non amici, che mi avete detto tante volte e
con tanta ragione, che il mio cuore è una spugna, che i miei occhi
son due fontanelle di lagrime, che i miei soldati sono donnette e che
tutte le righe dalle mie pagine sono come tanti rigagnoli che corrono
al gran mare del pianto in cui morirò un giorno annegato, siate giusti;
riconoscete che almeno questa volta io avevo diritto d'intenerirmi;
confessate che anche voi altri vi sareste sentiti un leggero moto di
convulsione alla gola; e allora mi farò animo e vi dirò che io, lungo
come un granatiere, io, colla mia sciabola d'ordinanza e colle mie
pompose spalline, io, quando il Manzoni comparve, gli corsi incontro,
gli afferrai la mano e diedi in uno scroscio di pianto così improvviso,
così violento e così sonoro, che quello di uno qualunque dei miei
soldati sarebbe parso, al confronto, un vagito di bambino.

Il buon vecchio mise la sua mano sulla mia e mi disse con accento
amorevole: — Vede.... cosa vuol dire avere un carattere così.... buono
e.... ingenuo; si provano delle sensazioni.... violente; si rimetta,
via.... si rimetta.

Riferire per ordine la conversazione che seguì poi, se si può chiamar
conversazione un dialogo nel quale uno dei due interlocutori dice
appena quello che è indispensabile per dar appiglio all'altro di
parlare, non saprei. Ricordo che mi domandò sorridendo: — E la poesia?
— e che avendogli io risposto che l'avevo lasciata in disparte, mi
disse: — Torneranno, torneranno i tempi per la poesia. — Ricordo che
parlò della battaglia di Custoza e disse: — _Fracta virtus!_; che
recitò due strofe di una canzonetta del Brofferio intitolata: _El
baron d'Onea_, fermandosi al verso: _a sauta_, _a pista_, _a braia_,
per non dire la parola licenziosa ch'è nel verso seguente; che parlò,
richiesto ripetutamente, del _Cinque maggio_, dicendo che gli aveva
suggerito di scrivere quell'ode sua madre, mentre egli, all'annunzio
della morte di Napoleone, s'era messo a declamare dei versi del Monti;
ode, soggiungeva, piena di latinismi e di francesismi, della quale era
ben lontano, quando la scrisse, dal prevedere _quel po' di fortuna_ che
aveva avuta in seguito; e m'indicò, se non sbaglio, il tavolino su cui
l'aveva scritta. Su quel tavolino v'era il _Fior di memoria_ del Cantù,
che gli diede occasione di parlare d'un suo nipotino, il quale comparve
poco dopo. Dopo il nipotino comparve il suo figliuolo primogenito. —
Vede, disse il Manzoni, che questo figliuolo è una terribile fede di
battesimo e che non posso più fare il giovanotto. — A una cert'ora mi
lasciò per andar a desinare, e io rimasi solo, e mi misi a studiare a
memoria i quadri, i mobili, i libri; e mi stampai così bene ogni cosa
nel capo, che ce l'ho ancora, e sarei in grado di fare un inventario
appuntino di quel salotto, come ne ho poi fatto molte volte lo schizzo
a penna nella stanza dell'uffiziale di picchetto e nel camerino del
furiere. Quando tornò s'andò a fare un giro nel giardino. Ricordo
ch'ero impacciato a camminare, che inciampavo nella sciabola, che
parlavo senza garbo, che facevo delle domande scipite e che standogli
così accanto quasi da toccarlo colle gomita, avevo non so che vergogna
di esser più alto di lui di quasi tutta la testa, e cercavo di farmi
piccino; e provavo poi un vivo dispetto vedendomi in quel modo tutto
luccicante d'argento vicino a lui vestito modestissimamente, e mi
rincresceva di non essermi infilato il cappotto; e guardandolo quando
mi precedeva di alcuni passi che andava chino e lento sulle gambe mal
ferme: — Ah caro vecchio, dicevo tra me, se potessi darti la mia salute
e la mia forza, con che cuore te la darei, dovessi anche domandare
l'_aspettativa per infermità non provenienti dal servizio_!

Venne finalmente l'ora d'andarsene; accommiatandomi, volli baciargli
la mano; egli mi porse il viso e sentì forse l'umidità delle mie
guance. — _Giuan, el legnn!_ — disse al suo cocchiere mentre uscivo;
lo ringraziai accennandogli la carrozza che mi aspettava. Vidi,
uscendo, le sue due belle nipoti, che forse avevano udito lo scroscio;
attraversai il giardino facendo un gran strepito con quella maledetta
sciabola che mi picchiava sulle gambe; e al momento di risalire in
carrozza, voltandomi, lo vidi ancora fermo sulla porta che salutava col
fazzoletto.

— Addio! — risposi in cuor mio, — addio, padre, maestro, amico; addio,
santo consolatore; oh se fosse qui il mio reggimento e potessi farti
presentare le armi!

E lo salutai militarmente, con tutte le regole, come avrei salutato un
generale.

Arrivato a Milano, all'albergo, scrissi a casa una lettera di otto
pagine nella quale dicevo che Milano m'era parsa la più bella città del
mondo, che il Manzoni era un angelo e che io ero felice.

La sera tardi arrivai a Pavia, e rientrando in casa trovai parecchi
amici sulla porta che mi domandarono tutti insieme: — Ebbene, l'hai
visto? gli hai parlato?

— L'ho visto, gli ho parlato e l'ho anche baciato! risposi.

— Sentiamo, — gridarono tutti in coro, — siedi e racconta.

— Dirò tutto, — risposi; — ma lasciatemi fare un po' di prefazione. È
male parlar di sè; ma quando l'Io, invece di esser lo scopo di quello
che si dice, non è che un mezzo per dire più facilmente cose che
riguardano altri e che possono riuscire gradite a molti....

— Oh basta! — esclamarono gli amici — che seccatura! di' dunque, come
ti sei fatto ricevere?

— Ve lo dirò, — cominciai; — ma bisogna ritornare un po' addietro.
Io era in Collegio, avevo sedici anni e scrivevo dei versi. Il mio
professore di letteratura....

Diavolo! senz'accorgermene ricominciavo a scriver l'articolo. Si vede
che dopo otto anni da quella visita, a pensarci, mi si confonde ancora
la testa.



ALCUNE OSSERVAZIONI SULLO STUDIO DELLA LINGUA ITALIANA

(per i ragazzi non toscani).



LA LETTURA DEL VOCABOLARIO


Lessi, non è molto, in uno scritto dedicato a Teofilo Gautier, il
seguente periodo: — «Un giorno il Baudelaire gli domandò: — Come avete
fatto per imparare a scrivere in questo modo? — E il Gautier rispose:
— Ho studiato molto il vocabolario. — Si dice infatti ch'egli soleva
leggere il vocabolario con molto diletto. — Legger queste parole,
e veder come cadere un velo dinanzi ai miei occhi, e apparire un
vocabolario, come il pugnale a Macbetto, in aria, volto di costa verso
la mia mano, perchè l'afferrassi, fu un punto. Compresi, voglio dire,
tutto ad un tratto, e per la prima volta, che leggere il _Vocabolario
della lingua italiana_, leggerlo da capo a fondo, e rileggerlo, e
postillarlo, e farne spogli, e continuare a leggerlo, per consuetudine,
un po' tutti i giorni, è più che un bisogno, un dovere di coscienza,
non solo per chi scrive, ma per qualunque cittadino il quale desideri
di morire senza rimorsi. Mi rammento che al balenare di questa verità,
mi vergognai di non averla scoperta prima (per conto mio, ben inteso,
che del resto la scoperta ha le barbe); e che appuntando il dito
contro il calamaio, come per incaricarlo di rappresentare un momento
la mia persona, gli gridai: — Arrossisci! — Poi presi a snocciolargli
le molte ragioni, per le quali credevo che dovesse arrossire: — che
nessuno, cioè, può ragionevolmente credere d'avere studiato la lingua,
se non s'è servito del mezzo più semplice, più spiccio e più sicuro
di conoscerne, se non tutti, quasi tutti gli elementi, e che questo
mezzo non è altro che il _Vocabolario_, il solo libro nel quale della
lingua si può vedere tutta la ricchezza, e abbracciarne, per così dire,
il complesso, con una qualche sicurezza, nella quale l'intelletto si
riposi, e dalla quale proceda poi, con maggior ardimento, a studiare
nei libri. Che studiar la lingua soltanto nei libri, ed anco solo nel
popolo che la parla, è uno studiarla a caso, poichè nei libri non ce
n'è che una parte, nè il popolo la parla tutta, tacendo pure della
impossibilità, quando tutta la parlasse, di tutta raccoglierla; del
che si ha una prova nel fatto, che non v'è alcuno il quale scorrendo
del _Vocabolario_ solo una minima parte, non trovi un buon numero di
vocaboli propri a significare oggetti o fatti, ch'egli non soltanto
non ricordava, ma di cui non sopponeva nemmeno l'esistenza, e a cui
sostituiva definizioni, paragoni, giri di parole. Che il fatto di non
studiarsi tutto il _Vocabolario_ è cagione che un'infinità di cose non
si dicano mai, nè si scrivano da nessuno e in nessun luogo, neppure in
Toscana; non essendoci altra maniera, fuor di questa, di sapere come
si dicano, quando occorre di dirle, se non facendo ricerche spesso
lunghissime, qualche volta vane, sempre seccanti: onde si preferisce
di lasciar correre. Che nella lingua scritta, ed anco nella parlata
dalla gente colta, per ciò solo che non si studia il _Vocabolario_, c'è
molto meno varietà di quanta ce ne protrebb'essere, essendosi ciascuno,
a una certa età, formato un corredo di parole e di modi, che gli
bastano ad esprimere quello che ordinariamente ha da dire, e che però
non s'accresce più, salvo che per straordinarî bisogni; mentre colla
lettura assidua del _Vocabolario_ faremmo ciascuno al nostro linguaggio
buttare ogni giorno delle messe nuove, e potremmo dire ogni giorno
qualcosa di più, e di questo lavoro di tutti s'arricchirebbe la comune
lingua parlata e scritta. E altre molte ragioni trite e ritrite, ma non
mai ripetute abbastanza, la conclusione delle quali fu che io m'ero
ingannato fino allora nel considerare il _Vocabolario_ come un libro
fatto soltanto per rispondere quand'era interrogato; ch'esso era invece
un libro da leggersi per disteso, come una storia, o un trattato, o
un romanzo; e da tenersi sul tavolino da notte; e da portarselo, a
fascicoli, nelle passeggiate in campagna.

Mi misi a leggere, cominciando dall'A, con grande ardore, e divorai
in pochi giorni parecchie centinaia di pagine, tempestando i margini
di note in modo da non lasciarli più vedere. Che volete? Il diletto
che ci provai fa tale e tanto, che non potei resistere al desiderio di
esprimerlo, e sospesa la lettura, tirai giù le linee seguenti.

Mi raffiguro una sala immensa, nella quale siano stati raccolti e
schierati confusamente gli oggetti di cento Esposizioni universali.
Attraversare di corsa questa sala dev'essere un piacere della natura di
quello che si prova leggendo il _Vocabolario_. Voi trascorrete dalla
città alla campagna, dal mare alla terra, dalla terra al cielo, dal
cielo nelle viscere della terra, colla rapidità con cui trascorrerebbe
la vostra immaginazione abbandonata ai suoi grilli. Accanto a un
mobile di casa, vedete un'arma del medio evo, accanto all'arma un pesce
raro, più in là una pianta asiatica, poi un ingegno meccanico, poi una
pietra preziosa, poi un fiore, poi un edifizio, poi un tessuto. Trovate
strumenti di tutte le arti, termini di tutte le scienze, vestimenti di
tutti i popoli, usi di tutti i tempi, immagini di tutte le religioni.
V'accompagna per la via un vocío continuo intercalato di proverbi,
di bisticci, di frizzi plebei, di grida di meraviglia, d'insulti,
di complimenti, di beffe, di saluti. Incontrate una folla di parole
che vi paiono larve di persone; le dotte, tronfie, professori cogli
occhiali; le antiquate, archeologi tabacconi, pieni d'acciacchi, che
brontolano contro la gente nuova; le nuove, fresche, sfrontate, come
giovanotti entrati or ora nel mondo, con qualche lettera commendatizia
di scrittore autorevole; le comuni, uomini pubblici con un lungo
codazzo di clienti; le sinistre, soggetti da questura; le altisonanti,
spacconi da assemblee popolari; le leziose, nobiluccie affettate; le
sconcie, donnaccie senza pudore, con un marchio di riprovazione sulla
fronte; le straniere, viaggiatori smarriti; i diminutivi, frotte di
bambini, in lunghe file, colle mamme alla testa. E voi passate accanto
all'une, senza guardarle, come persone di casa; all'altre fate un
saluto in aria d'indifferenza; a queste correte incontro come a gente
dimenticata, che si rifaccia viva; a quelle vi fermate innanzi un
momento, per fissarvene in mente l'aspetto; e quale vi fa ravvedere
d'un errore, quale vi dà un consiglio amichevole, quale vi accenna un
fatto storico, quale vi espone una tradizione popolesca; e voi pensate,
ridete, fantasticate, e imparate lingua, storia, morale, poesia,
scienza, giuochi, mestieri finchè chiudete il libro storditi, come
all'escir da una sala dove aveste veduto insieme un teatro, un mercato
e un'accademia. Che si può trovare di più in un libro? Come si può
negare che sia un libro incantevole? E quando si potrà dire d'averlo
letto abbastanza?

Il Mantegazza nella sua _Fisiologia del piacere_ ha dimenticato il
_Vocabolario_, ed è una dimenticanza che non gli si può perdonare.
Mi ricordo d'un professore di matematica, ardentissimo della sua
scienza, il quale, portate per la prima volta in scuola le Tavole
dei logaritmi, chinò il viso sul libro fino a toccare il margine
col mento, e agitando in alto le braccia tese esclamò con un accento
d'inesprimibile soddisfazione: — Com'è dolce nuotare in questo oceano!
— E così è dolce nuotare nel _Vocabolario_. Si va giù per le colonne
come per la corrente d'un fiume, e le parole sono villette, piante e
donnine schierate lungo la riva; ci si lascia andare, e si scivola
placidamente, pensando a mille cose, come quando si scartabella un
albo di paesaggi, e si canta. Il _Vocabolario_ è un libro fantastico.
Si dice che la lettura delle _Mille e una notte_ desta nella mente un
turbinío di immagini abbarbaglianti, che danno una specie di ebbrezza,
seguíta da sogni deliziosi. Cinquanta pagine di _Vocabolario_ suscitano
nella testa una folla d'immagini più fitta, più varia, più turbinosa,
che quella delle _Mille e una notte_. Chiuso il libro, chiudo gli
occhi, e vedo intorno a me una miriade di cose disparatissime, che
girano e s'inseguono, spariscono e riappaiono, come un nuvolo di
farfalle, produgendomi nella mente un tumulto piacevole, che mi dura
anco nel sonno. Il _Vocabolario_ eccita i sensi.

E lasciando da parte i piaceri, e per farla anche un po' da pedante,
quante cose insegna nel suo casalingo linguaggio e colla sua paterna
bonarietà, quest'aureo libro! Col suo costante, semplice e severo
definire e specificare ogni cosa, dà contorno e lume alle vostre
idee; così che dopo la lettura d'un'ora, se vi mettete a scrivere,
non vi pare che quello che pensate e il come lo esprimete siano
mai abbastanza chiari e determinati, e non vi contentate più della
prima forma, e finite poi col far meglio. Col descrivere minutamente
quegl'infiniti oggetti, che noi sogliamo indicare aiutando la parola
col gesto, senza riuscir mai a porgerne l'immagine a chi non li abbia
veduti, ci esercita alla descrizione minuta, all'uso delle parole
proprie, a quel lavoro di musaico della lingua, a quella lotta contro
le piccole difficoltà, che gli scrittori di libri letterarî scansano
quasi sempre fingendo di sdegnarla, ma in realtà perchè la temono.
Poi, la curiosità è mezza scienza, e il _Vocabolario_ ci mette ad ogni
passo una curiosità; leggendo sentite il bisogno d'aver accanto ora
un botanico, ora un meccanico, ora un archeologo, ora uno storico,
chè l'affollereste di domande; non l'avete? la curiosità resta, le
domande si appuntano, alla prima occasione si faranno. E poi, parola e
pensiero son gemelli della mente: quante faville vi accende nella testa
il _Vocabolario_! Il Gautier diceva che ci son parole diamante, parole
zaffiro, parole rubino, che non domandano che d'essere incastonate; si
può dir di più; ci son parole che gettan l'idea d'un lavoro; parole
che dánno la sveglia a mille pensieri che ci stavano come ravvolti e
nascosti in un angolo della testa; parole che ci ravvivano la memoria
di tutto un libro dimenticato. E infine la lettura del _Vocabolario_
fa l'effetto d'una lezione di modestia, perchè si può ben esser dotti,
ma in ogni colonna si troverà sempre quella parola che ci fa dire: —
Non sapevo! — e ci rende accorti d'una lacuna che avevamo nella mente.
Molti lo dovrebbero leggere non foss'altro che per esercitarsi a tirare
indietro, come la lumaca, le corna dell'orgoglio.

Ma non solamente è un libro ameno, utile e morale; il _Vocabolario_ si
fa anco amare perchè è il libro più intimamente «nazionale» di tutta
la letteratura; ci han lavorato tutti i secoli, ci abbiamo lavorato
tutti; dotti, analfabeti, fanciulli; c'è un verso d'ogni poeta e un
periodo d'ogni prosatore; ogni grande avvenimento ci ha lasciato un
ricordo: c'è la storia della nostra lingua; vi si trovano le traccie
della lotta secolare tra la lingua prima e lo spirito trasformatore
del popolo; vi son le parole moribonde, le vittoriose, le storpiate, le
trasfigurate, le invulnerabili, le uccise, le sotterrate, le fracide,
le risorte; è un vero campo di battaglia sul quale tutte le nostre
provincie e tutte le nostre città hanno mandato soldati; è un libro
tutto patria; il più nostro di tutti; si prova, a scorrerlo, quel
piacere della proprietà che il Mantegazza annovera tra i più dolci; si
gode a maneggiarlo come a palpare un mazzo di chiavi di casa nostra; a
uno straniero che ci offendesse, daremmo sulla testa, in nome d'Italia,
a preferenza d'ogni altro libro, questo; a volte ci si sente presi di
vera tenerezza per lui; io gli batto la mano su, e gli dico; — Maestro,
amico, consigliere, che sai tutto e rispondi a tutto ed a tutti, fido
compagno degli studiosi, pedantone caro e glorioso, ti saluto! —

Quante volte vi piglia la tentazione di consigliare la lettura del
_Vocabolario_ come farebbe un medico d'un medicinale! Quando voi, per
esempio, che non sapete parlare il dialetto, o che vi siete intestati
di non volerlo parlare, entrando in una casa di buona gente, vedete
ragazzi fuggire, signorine turbarsi, e padre e madre, dopo aver
tentato, a più riprese, ma invano, di farvi cambiare linguaggio,
pigliar quasi il broncio, e lasciar languire la conversazione; quanto
volontieri, all'uscire, consegnereste alla cameriera un biglietto di
visita con su scritto, a modo di ricetta: _Vocabolario!_ E quando vi
si presenta un giovanetto, del quale si narran meraviglie, laureato,
autore di belle poesie, che cinguetta il francese, l'inglese, il
tedesco, e che poi, messo al punto di dovervi raccontare in italiano,
alla lesta, non so qual caso seguíto a lui, s'impenna, si ripiglia, non
può dire quello che vuole, e butta fuori strafalcioni da pigliar con
le molle, con che matto gusto, finito quello strazio, gli mormorereste
nell'orecchio, a modo di pietoso confessore: _Vocabolario!_ —
Finalmente se si potesse fare quello che un mio amico repubblicano
desiderava; il quale, per gettare lo spavento in cuore ai partigiani
della monarchia che gavazzano alle spese del povero popolo, avrebbe
voluto che non so quale smisurato gigante immaginato da lui, lanciasse
dall'Alpi a Siracusa un tale grido di disperazione, da far traballare
le mura e andare in frantumi i vetri di tutti i palazzi d'Italia;
sarebbe a desiderarsi che questo gigante, rizzatosi in mezzo a tante
migliaia d'Italiani che non vogliono parlar la lingua propria, o la
stroppiano, o l'appestano, o la castrano, o la svergognano, gridasse
con tutta la forza dei suoi prodigiosi polmoni: — _Vocabolario_.

E poichè in questi giorni, — come intesi dire a un negoziante — tutto
ciò che si scrive, anche in materia di letteratura, deve avere la sua
«conclusione pratica» ne tirerò una anch'io da questo scritterello.
E dirò come dice chiunque, ormai, che abbia tre lettere dell'alfabeto
in testa, quando vuol mettere innanzi una proposta; se fossi Ministro
della istruzione pubblica, dirò, metterei nel programma d'insegnamento
per le scuole del Regno, colla più profonda convinzione di far cosa
utile all'Italia, la lettura obbligatoria di tutto il _Vocabolario_
della lingua, con spogli, commenti ed esame alla fine d'ogni anno.
«Come si dice in italiano questo? e quello? e quest'altro?» domande
ragionevolissime da fare a uno studente che sappia tant'altre cose.
Dicono: — C'è dei _Prontuari_! — Lavoro fatto, non ci credo; bisogna
comprar la lingua col nostro santo inchiostro e d'altra parte i
_Prontuari_ non contengon che nomi. Non c'è tempo! Vediamo: io ho il
Fanfani in mano, ultima edizione, millesettecento pagine, otto volumi
di sesto ordinario, di quattrocento pagine l'uno, dieci pagine al
giorno:

— Un anno.

Io continuo, e voi, ragazzi, seguite il mio consiglio: cominciate.



APPUNTI


Qualunque italiano non toscano, e specialmente un italiano delle
provincie settentrionali, il quale si metta a leggere il vocabolario,
si persuade fin dalle prime pagine di questa verità: che la lingua
italiana generalmente parlata e scritta nelle sue provincie è tanto
povera, — tanto scarsa, voglio dire, di vocaboli e di modi, — da
doversi chiamare piuttosto una _mezza lingua_, che una lingua intera.
Leggendo il vocabolario, infatti, si trovano centinaia e migliaia
di vocaboli e di modi vivi, efficacissimi, d'un significato che non
sapremmo rendere con altre parole; i quali nell'Italia settentrionale
non si dicono e non si scrivono mai, o rarissimamente, come se fossero
modi e vocaboli morti. È superfluo il dir la ragione di questo fatto,
il quale è comune a tutte le lingue da per tutto dove si parla un
dialetto. Ma non è inutile l'accennarlo e l'insistervi per dimostrare
ai giovani dell'Italia settentrionale i quali si dánno allo studio
della lingua italiana, come per prima cosa essi debbano cercare
d'appropriarsi di questa lingua quella grandissima parte che loro
manca, e della cui mancanza nulla ci può avvertire così prontamente e
così utilmente come la lettura del vocabolario.

                                   *
                                  * *

Si notino, per esempio, i seguenti vocaboli tolti dal dizionario del
FANFANI.

 APPICCICHINO. — Uomo che si appiccica ad altri per molestare, o
    chiedendo o cianciando, o mostrando famigliarità soverchia.

 ATTACCHINO. — Più maligno, più pungente che _Attaccalite_.

 ATTIZZINO. — Chi attizza gli altri fra loro. Generalmente si dice
    _mettimale_ che non è la stessissima cosa.

 CICALINO. — È superfluo notare la differenza che corre fra questa
    parola e _cicalone_.

 DONNINO. ES.: _Che camera assestata tiene questo Pietro: è proprio
    un donnino_ (Fanf.)

 FARFALLINO. — Uomo volubile.

 FICCHINO. — È quasi lo stesso che _Ficcanaso_; ma dicesi più
    specialmente di chi, anche non invitato, cerca di andare o a
    pranzi o a ritrovi, ecc.; mentre _Ficcanaso_ è chi si ficca per
    curiosità più che per altro.

 FRUCCHINO (da Frucchiare). — Chi mette le mani per ismania di darsi
    faccenda in diverse cose, e anche in una sola, ma con gran moto,
    senza senno nè gravità, e senza che le cose nelle quali mette le
    mani gli appartengano gran fatto.

 FRUGOLINO. — (dimin. di frugolo). — Una donnina, un bimbo, un ometto
    che non sta mai fermo.

 GALOPPINO. — Uno che strappa da vivere facendo mille mestieri.

 GIRANDOLINO. — Lo stesso che Farfallino.

 PERTICHINO. — Nel linguaggio teatrale si chiama _pertichino_ quel
    cantante che sta fisso in teatro, a un tanto il mese, e che
    è adoperato a fare le parti più umili, ordinate solo a tener
    bordone e far apparir meglio le parti principali. Si applica per
    analogia ad altre persone.

 RABATTINO. — Persona ingegnosissima che in mille modi, ma sempre
    per vie oneste, cerca di guadagnare e vantaggiare la propria
    masserizia.

 STILLINO. — Lo stesso che _Rabattino_; ma dicesi anche di chi aguzza
    l'ingegno per riuscire in alcuna cosa; da _stillare_, trovare
    accortamente il modo di far checchessia; _stillo_, modo, via,
    ecc. ES.: _Trova qualche stillo per divertire, o per tenere a
    dada questa gente._

 TRITINO. — Dicesi di chi ha la manía di vestir bene, ma non
    potendoci arrivar colla spesa, ha sempre dei panni rifiniti, e di
    poco valore.

Quante volte, parlando e scrivendo, noi italiani del settentrione
abbiamo bisogno di queste parole, e non le sapendo, o non avendole,
come suol dirsi, alla mano, ne diciamo altre che non esprimono il
nostro pensiero! Invece di _stillino_, per esempio, uomo ingegnoso;
invece di _tritino_, vestito male; invece di _frugolino_, vivace;
invece di _rabattino_, mestierante; invece di _appiccichino_,
seccatore; parole generiche, adoperabili in mille casi, dalle quali il
linguaggio non riceve nè colore nè garbo. L'_astratto_, come diceva il
Manzoni, invece del _per l'appunto_.

                                   *
                                  * *

Si notino quest'altre, tolte pure dal dizionario del Fanfani.

  AFFANNONE
  ALMANACCONE
  ARRUFFONE
  CABALONE
  CIABATTONE
  FACCENDONE
  FIUTONE
  FRACASSONE
  FRUGONE
  GIRANDOLONE
  LITIGONE
  LUMACONE
  IMPICCIONE
  MACHIONE
  NINNOLONE
  NOTTOLONE
  PIALLONE
  SBALLONE
  SCIALONE
  SCIOPERONE
  SGOMENTONE
  SINCERONE
  SOFFIONE
  STRONFIONE
  RIGIRONE
  TATTICONE
  TENTENNONE
  TRAFFICONE
  TRAPPOLONE
  VILUPPONE

Di queste trenta parole, ciascuna delle quali ha un significato
distinto, intelligibile da qualunque italiano che le senta per la
prima volta, quante sono usate, così parlando che scrivendo, dagli
italiani settentrionali? Tutt'al più quattro o cinque. E che parole
s'usano invece? Ci rifletta un momento un piemontese, un genovese o un
lombardo, e riconoscerà che usa quasi sempre una perifrasi, o esprime
la cosa con un gesto, o dice una parola la quale non rende che presso
a poco il suo pensiero.

                                   *
                                  * *

Di questa povertà della lingua che si parla tra noi, s'ha una prova
ogni momento. Un giorno, per esempio, ch'ero a desinare da una famiglia
piemontese, la padrona di casa mi disse: — Lei oggi non ha appetito.
— Non è che non abbia appetito, — risposi celiando; — è che ho fatto
uno _spuntino_ due ore fa. — Questa parola _spuntino_ destò uno stupore
generale, e tutti mi guardarono come per domandarmi che diavolo avessi
voluto dire. Io continuai: — In ogni modo bisogna che desini per
non essere poi obbligato a fare un _ritocchino_ fra un paio d'ore.
— Nuova meraviglia per questo misterioso _ritocchino_. — Del resto,
soggiunsi, questo piatto è così squisito che vorrei pigliare ancora il
_contentino_. — Terza meraviglia per il _contentino_.

Infine mi domandarono che cosa significassero quelle tre parole.

 SPUNTINO, — è il piccolo mangiare che si fa fuori dell'ordinario e
    tanto per sostenere lo stomaco fino all'ora solita del cibo. (F.)

 RITOCCHINO, — è un piccolo pasto che si fa dopo aver mangiato. (F.)

 CONTENTINO, — è quel po' che si piglia ancora d'una cosa che ci
    piaccia, dopo che se n'è già mangiata la propria porzione. (Si
    dice pure per la giunta che si dà dopo la derrata). (F.)

Queste tre parole graziosissime, usate in tutta la Toscana, entrarono
da quel giorno nel vocabolario faceto della famiglia, invece delle
espressioni _mangiare prima del desinare_, _mangiare dopo_, _prendere
ancora un boccone_ che erano usate prima. Ora ci sarà qualcuno il quale
consideri quelle parole come fiorentinismi, e le voglia bandite solo
perchè non sarebbero capite alla prima in tutta l'Italia? Si approvi
o no l'idea del Manzoni, non si può rifiutare di prendere tra le
espressioni e i vocaboli toscani tutti quelli che servono a dir cose
che noi diciamo altrimenti con più parole e con meno garbo. Ho veduto,
per esempio, dei genovesi e dei piemontesi sudar freddo per dire in
italiano quello che in francese si dice _foisonner_, in piemontese _fe
foson_, in genovese _faa reo_, ecc.; una cosa che in famiglia occorre
di dire spessissimo: di alimenti, cioè, i quali per mangiare che se ne
faccia, pare che non consumino e sieno più abbondanti di quello che
sono veramente. Dicevano: _la tal cosa pare più abbondante di quello
che è_, _della tal cosa ce n'è sempre più di quello che si crede_, ecc.
Espressioni vaghe, lunghe e inesatte. Ebbene, in Toscana si dice _far
comparita_. Chi vorrà continuare a filare un lungo periodo per dir male
una cosa semplicissima, se può dirla con un _toscanismo_ di due parole?

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                                  * *

Una delle gran ragioni per le quali molti di noi non capiamo la
necessità di arricchire la propria lingua è questa: che ignorando certi
modi e certi vocaboli, non ci accorgiamo punto, scrivendo o parlando,
delle perifrasi, dei giri di parole, delle contorsioni di frase di
cui ci serviamo per esprimer cose che quei modi e vocaboli esprimono
con poche sillabe. Se io ignoro l'esistenza della parola _golino_, per
esempio, non capisco perchè un Toscano sbadigli quando gli dico: — _il
tale mi diede un colpo nella gola col pollice e coll'indice aperti._ —
Se non so che ci sia la parola _ingozzatura_, non m'accorgo di fare una
lungaggine dicendo invece di: — Gli diedi un'ingozzatura, — _Gli diedi
un colpo colla mano aperta sul capello in modo che glielo feci scendere
fin sulle spalle_, ecc. ecc. Ma mettiamoci un po' a studiare la lingua,
come diceva il Giusti, con tanto d'occhi aperti; vedremo quante lacune
ci son nel nostro parlare e nel nostro scrivere, quante superfluità,
quante improprietà, quante pedanterie, quanta miseria!

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                                  * *

Il miglior mezzo di studiare il vocabolario mi par quello di cavarne
un altro piccolo vocabolario per nostro uso, raggruppando intorno a un
certo numero di soggetti generali tutte le parole e tutti i modi che
ci sembrano degni di nota. Una scorsa data poi di tratto in tratto a
queste note ravviva maggior quantità di lingua nella memoria che non
la lettura di dieci libri. Estraggo, per esempio, dai miei appunti sul
vocabolario del Fanfani, una parte di quello che riguarda il _mangiare_
e il _bere_.

                      _Sulla maniera di mangiare._

 MANGIARE A DESCO MOLLE. — Mangiare a tavola sparecchiata.

 MANGIARE A BATTISCARPA. — Senza apparecchiare, in fretta e stando in
    piedi.

 MANGIARE A SCAPPA E FUGGI. — In fretta.

 MACINARE A MULINO SECCO. — Mangiare senza bere.

 MANGIARE COLL'IMBUTO. — Mangiare in fretta e senza masticare.

_Espressioni comiche per indicare il mangiar molto o ingordamente._

 _Diluviare_ — _Scuffiare_ — _Pacchiare_ — _Taffiare_ —
    _Sgranocchiare_ — _Spolparsi_, per es., _un tacchino_ — _Mangiare
    a scoppiacorpo_ — _Dar ripiego_ (Es.: Egli è una gola che darebbe
    ripiego a quanto v'ha in un refettorio di frati. F.) — _Ungere il
    dente, sbattere il dente, far ballare il dente, far ballare il
    mento_ — _Gonfiar l'otre — Levarsi le crespe di su la pancia_ —
    _Fare una mangiataccia_ — _Fare una spanciata_ — _Farsi una buona
    satolla di qualche cosa_ — _Far dei bocconi che paiono giuramenti
    falsi_ — _Impippiarsi, ingubbiarsi d'una cosa_.

 FAR RIALTO. — Si dice in famiglia per far cena o desinare meglio
    dell'usato (F.); a cui male si sostituisce comunemente _far
    festa_ od altro.

 BOCCONCINO DELLA CREANZA. — Il _morceau honteur_ dei francesi.

 TORNAGUSTO. — Cosa che fa tornare il gusto e la voglia di mangiare,
    ecc.

                                _Fame._

 UZZOLO. — appetito intenso.

 ALLAMPANARE, ALLUPARE, ARRABBIARE DALLA FAME.

 FAR LE FILA SOPRA UN PIATTO. — Guardarlo con avidità grande.

 FAR LE VOLTE DEL LEONE. — Aspettare passeggiando. (F.) L'intesi dire
    efficacissimamente in Toscana a proposito del passeggiare che si
    fa in una stanza quando s'ha appetito e s'aspetta che vengano a
    dire ch'è in tavola.

 PELATINA. — Malore che viene alle bestie, le quali pelatesi, non
    mangiano; onde per ironía, quando si vede uno che mangia molto,
    si dice che _debbe aver la pelatina_. (F.)

                              _Del bere._

 COLMATURA. — La parte del liquido che riempie il vaso, la quale
    rimane sopra l'orlo. (F.) Ho inteso dire molte volte: _il di più
    o quello che sporge!_

 CULACCINO. — L'avanzo del vino che occupa il fondo del bicchiere.

 FAR SPRACCHE. — Quel suono che si fa stringendo e riaprendo la bocca
    con forza quando s'è bevuto del vino generoso. (F.)

 FAR LA ZUPPA SEGRETA (graziosissimo). Bere colla bocca piena.

 BERE A SCIACQUABUDELLA. — Ber vino a digiuno.

 BERE A GARGANELLA. — Bere senza accostare il vaso alle labbra.

 BERE A GORGATE.

 SBICCHIERARE. — Vendere il vino a bicchieri. Es.: _Barile con quella
    bottega s'è arricchito. Compra tutto vino eccellente, e benchè lo
    paghi caro, sbicchierando come fa, ci guadagna il doppio._ (F.)

                            _Ubbriachezza._

 _Prendere una sbornia_ — _Prendere una bertuccia_ — _Prendere
    una colta_ — _Prendere una briaca_ — _Prender l'orso_ —
    _Perder l'alfabeto_ — _Perder l'erre_ — _Essere in bernecche_
    — _Essere in cimberli_ — _Fare i gattini_ (pure del dialetto
    piemontese), _o fare la ricevuta_, per vomitare — _Alzare la
    gloria_, bere soverchio — _Essere una gola d'acquaio_, essere un
    beone — _Essere un briachella_, aver l'abitudine d'ubbriacarsi
    leggermente.

 BEVERIA. — Il ber molto. Fare una beveria.

 COMBIBBIA. — Bevuta fatta con altri nell'osteria.

Certo che non tutti questi vocaboli e modi sono dell'uso comune
neppure in Toscana, nè tutti sono da adoperarsi a occhi chiusi. Ma nel
prendere appunti sul vocabolario, è meglio largheggiare che essere
scarsi, poichè non v'è parola oziosa o poco usata o antipatica, —
poichè anche in fatto di lingua ci sono le antipatie, — la quale
adoperata in un certo senso o in un certo punto, particolarmente
nel linguaggio faceto, non acquisti un'efficacia singolarissima,
purchè, come diceva il Giusti, si sappia buttar là in modo da non far
sospettare che si sia cercata col lumicino. E proviene appunto da non
conoscere o dal non aver pronte sulle labbra che uno scarsissimo numero
di espressioni, la difficoltà che incontrano i non toscani a celiare
con grazia o raccontare barzellette e far descrizioni burlesche in
modo da far ridere. Perchè se la cosa che hanno da dire non è per sè
stessa comicissima, poco possono aggiungerle per mezzo della lingua.
Vediamo per l'opposto che quando raccontano nel loro dialetto cose
per sè stesse quasi punto ridicole, le fanno riuscire tali, solo
coll'adoperare certi vocaboli e modi particolari che eccitano il riso.

                                   *
                                  * *

Par strano, ma è vero: per i non toscani, massime dell'Italia
settentrionale, uno dei maggiori impedimenti a scrivere e a parlar
bene è la paura del proprio dialetto. Per paura, infatti, di lasciarsi
scappare degli idiotismi, bandiscono scrupolosamente dall'italiano
tutte le espressioni del vernacolo, delle quali molte, letteralmente
tradotte, sarebbero italianissime; e ciò facendo, durano una fatica
doppia, e parlano una lingua stentata, leccata e senza vita. Per
citare degli esempi, ho visto una volta un piemontese arrossire di
vergogna perchè credeva di aver detto un grossolano piemontesismo
coll'espressione: — Il tal libro, di cui m'avevan detto tanto male,
lo lessi, e non _mi parre il diacolo_: — ossia non mi parve tanto
cattivo quanto si diceva; modo usatissimo nel dialetto piemontese. —
Bell'italiano — soggiunse con ironia. — Perchè mai? — gli osservai.
— _non mi parve il diavolo_, _non è il diavolo_, _non sarà poi il
diavolo_, lo scrisse Giuseppe Giusti. — Non lo volle credere e gli
dovetti far vedere il libro. Un'altra volta scandolezzai un genovese
dicendo in italiano: — _So assai se il tale dei tali sia venuto_ — Alto
là! — mi gridò — la colgo in flagrante genovesismo. Il suo _so assai_
è il nostro _so assae_ pretto sputato. — Misi sotto gli occhi anche a
lui le prose del Giusti dove trovò due o tre _so assai_ che lo fecero
rimanere a bocca aperta. E potrei citare mille altre espressioni che
fanno rizzare i capelli a tutti coloro i quali a furia di scrupoli,
di paure, di pedanterie, si son fatti una lingua italiana compassata,
rigida, plumbea, che non è più una lingua. In Toscana, per esempio, si
domanda a un libraio: — Quanto _fate_ codesto libro? — Nove su dieci
italiani delle provincie settentrionali, dovendo fare quella domanda,
ficcano un prudente _pagare_ in mezzo alle parole _fate_ e _codesto_,
perchè per loro _fare un libro_, in questo caso, è un'espressione
assurda, e l'altra, invece, è intera, esatta, a prova di martello. Per
la stessa ragione non dicono mai _nel momento ch'egli usciva_, ma _nel
momento nel quale o in cui_; non _il luogo dove o per dove_, ma _il
luogo nel quale o per il quale_; non _guardai se passasse qualcuno_,
ma _guardai per vedere se passasse qualcuno_, ecc. Ciò che il Giusti
chiamava argutamente _parlare e scrivere colle seste_.

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Per spiegar meglio il modo che, secondo me, si dovrebbe tenere nel
prendere appunti sul vocabolario, mi pare utile addurre ancora alcuni
esempi. Leggendo il vocabolario, credetti opportuno di notare tutti
i seguenti modi e vocaboli che si riferiscono a commercio, affari,
denaro, ecc., perchè m'accorsi, leggendoli, che sebbene fossero
necessarî per dire per l'appunto quelle date cose, non li avevo
mai adoperati perchè in parte non li sapevo, e in parte non m'erano
abbastanza fitti nella mente da averli pronti sulla bocca o sulla punta
della penna parlando o scrivendo.

 METTER SU BOTTEGA. — Rizzare una bottega, un negozio.

 STIRACCHIARE IL PREZZO. (È chiaro).

 SALIRE. — Per rincarare. Es.; _Quest'anno i tartufi son saliti alle
    stelle_. (F.)

 RINCARARE.

       Il pane è rincarato.
       Rincarare la pigione.
       Il rincaro del cotone.

 Nell'Italia settentrionale, massime parlando, si dice generalmente
    colla solita lungaggine _il pane è divenuto caro_, invece di
    _è rincarato_, e _l'aumento di prezzo del cotone_, invece del
    _rincaro del cotone_.

 RINVILIO. — Lo scemar di prezzo. Parola che il Manzoni, correggendo
    i _Promessi Sposi_, sostituì a _diminuzione di prezzo_, e che
    ora si comincia a usare anche fuor di Toscana. Es.: _C'è stato un
    gran rinvilio nell'olio._

 RIBASSO. — Es.: _Il cotone_ HA FATTO _un ribasso_. Gli scrupolosi
    direbbero: _C'è stato un ribasso nel cotone._

 RICHIESTA. — Una tal mercanzia ha molta richiesta.

 RIENTRARE. — Il popolo e i venditori, in Toscana, dicono
    _rientrarci_ per _ripigliare il costo_ con guadagno onesto
    vendendo una data mercanzia, Es.: _A volere che ci rientri, quel
    drappo bisogna che lo venda otto lire il braccio._ — _A tre lire
    non posso darglielo: non ci rientro._ (F.)

 RIENTRO. — Entrata, _rinfranco_ di denari o d'altro, meglio che
    _risorsa_. Es.: _Giovanni non ha altro rientro che lo stipendio
    di 100 lire al mese._ (F.)

 VANTAGGIARE ALCUNO. — Risparmiargli nel comprare e avanzargli nel
    vendere. (F.)

 STARE A SPORTELLO. — Dicono gli artefici quando in alcuni giorni
    di mezze feste o simili, non aprono interamente la bottega, ma
    tengono solamente aperto lo sportello. (F.)

 SPURGHI. — Le merci rimaste senza vendersi in una bottega. (F.)

 RIPARARE. — Si dice _non ripara_ di una persona che non è
    sufficiente a secondare le richieste infinite che le vengono
    fatte; di un mercante che spaccia moltissimo di una tal mercanzia
    ed ha sempre il banco assediato dai compratori. Es.: _Mise su
    quella bottega di mercerie e si arricchirà di certo perchè non
    ripara._ (F.)

 COMPRARE COGLI OCCHIALI DI PANNO. — Senza esaminare quello che si
    compra.

 SERVIRSI _da_ UN TAL NEGOZIANTE. — Modo scansato da moltissimi per
    timore che non sia di _buon italiano_.

 STARE SU UN QUATTRINO, SU UNA LIRA. — Lo spiega l'esempio: _Che
    credi ch'io stia sulle dieci lire? To' piglia un napoleone e
    vattene._ (F.)

 QUEL FONDACO _va_ SOTTO IL NOME DEL TALE.

 IN QUELLA IMPRESA GLI CI _andarono_ DIECI MILA LIRE.

 RIGIRARE I DENARI. — Utilizzare onestamente _un piccolo corpo di
    denari_. Es.: _Ho pochi quattrini; ma mio fratello che ha pratica
    di negozi me li rigira bene._

 RIGIRARSELA. — _Non son ricco, ma me la son sempre rigirata bene._

 IL SUO INCHIOSTRO CORRE PER TUTTO. — Dicesi d'un negoziante la cui
    firma sia tenuta buona in tutte le piazze. E a chi non abbia
    credito: _Il tuo inchiostro non tinge o non corre._

 PUZZARE D'INCHIOSTRO. — Si dice di un abito o di altra cosa non
    ancora pagata nella bottega dove si è presa, _e dove è già accesa
    la partita del debito_. (F.)

 PRENDERE UNA COSA A CHIODO. — Senza pagarla subito.

 MANGIARSI IL GUADAGNO IN ERBA. — Consumare ciò che si guadagna prima
    di riscuoterlo. (F.)

 DANARI GIUSTIFICATI. — Danari spesi in cosa che li vale. (F.)

 DENARI SECCHI. — Danari morti.

 TIRARE LA PAGA. — Per _riscuoterla_.

 VIVERE SUL LAVORO. (È chiaro).

 LAVORARE O FARE SOPRA DI SÈ. — Si dice degli artefici che non stanno
    con altri, ma esercitano la loro arte da per sè a loro pro e
    danno.

 TIRARE UN GRAN DADO. — Avere una gran sorte.

 FARE UN BUON TRUCCO. — Aver buona fortuna in una cosa.

 GLI È VENUTA LA GUAZZA. — Si dice di chi ha trovato una buona fonte
    di guadagno.

 GLI È BALZATA LA PALLA SUL GUANTO.

 TROVARE UNA BELLA VIGNA. — Trovare facile e pronto utile (o piacere)
    in alcuna cosa.

 SUCCHIELLARE UNA BELLA CARTA. — Essere in procinto di avere una
    qualche buona ventura. Ecc., ecc.

                                   *
                                  * *

Per citare un altro esempio, c'è intorno al _parlare_ un gran numero
di vocaboli e di modi efficacissimi, per la più parte lepidi, e molti
comuni ai vari dialetti d'Italia, e per questa ragione, ossia per
paura, non usati da chi vuol parlare e scrivere un italiano castissimo.

Stiantar bombe (il _craquer_ dei francesi). — Stiantar bugie. —
Stiantar spropositi. — Piantar carote. — Sballar favole. — Sfrottolare.
— Dire delle sballonate. — Dire delle papere. — Dire dei farfalloni.
— Fare delle sparate. — Dirne di quelle che non hanno nè babbo nè
mamma (strafalcioni madornali); ciò che scrisse il povero Guerrazzi,
poco prima di morire, parlando della sua ultima opera, _Il secolo che
muore_.

Graziosissima l'espressione: — _Dare una calcatella_, per rifiorire o
esagerare una cosa detta da altri.

 DIRE UNA COSA DI RITORNO, DI RIPICCO, DI RINTOPPO, DI RIMBECCO. —
    Dire una cosa fuori dei denti. — Dire a uno una fitta d'ingiurie,
    una carta di villanie, una sfuriata d'impertinenze. — Fare una
    parrucca a uno, fargli una lavata di testa, un lavacapo, una
    risciacquata, una ripassata, una sbarbazzata. — Cantargli il
    vespro, cantargli la zolfa. — Trinciargli la giubba addosso,
    tagliargli le calze, lavarsene la bocca (per dirne male). — Dire,
    vomitare ira di Dio.

 RIPAPPARSI UNO (per garrirlo acerbamente). Es.: _Nebbia, in presenza
    della gente, tratta suo marito coi guanti, ma in casa poi bisogna
    vedere come se lo ripappa._

 RIMPOLPETTARE. — Lo spiega l'esempio: _Non è padrona di aprir bocca
    quella povera donna che bisogna vedere come la rimpolpettano._

 RIMBRONTOLARE (efficacissimo). — Rammentare spesso ad altri un
    beneficio o un favore fattogli. Es.: _Tizio mi regalò una
    volta cinquanta lire, è vero; ma non passa giorno che non me le
    rimbrontoli._

 RIFISCHIARE. — _Si cacciò in quell'adunanza il P., e poi andò a
    rifischiare ogni cosa al prefetto._ Quanto più efficace che il
    solito _riferire_ e _riportare_ che si può dire in cento sensi!

 SPETTEGOLARE. — Chiaccherar molto e senza proposito. — Es.: _Dopo
    essere stata là un'ora a spettegolare se ne andò._ — _Già io ti
    dico tutto in segreto, e poi tu vai a spettegolare ogni cosa in
    casa delle vicine._

 TIRAR SAGRATI, TIRAR MOCCOLI, ATTACCAR MOCCOLI, TIRAR GIÙ TUTTI I
    SANTI, ATTACCARLA A DIO E AL SANTI.

 PARLARE COLLA BOCCA PICCINA (graziosissimo). — Per parlare
    timidamente. Es.: _Cogl'inferiori fa il prepotente; ma coi
    superiori parla colla bocca piccina._

 STILLARE, PIOMBARE LE PAROLE, — per parlare lentamente, a stento.

 SPICCICARE LE PAROLE. — Spiccarle. Si dice: _Non spiccica nulla, non
    spiccica parola_, di chi volendo parlare, non gli vien fatto.

 DISCORRERE FITTO O FITTO FITTO. — Presto e senza interruzione.

 SFILAR LA CORONA. — Dir tutto senza riguardo.

 SPIPPOLARE. — _Spappolarla_, per es., _tale e quale_. — Chiaro.

 FATICARE, per es., una filza di paternostri, ciò che si esprime
    anche al verbo _Spaternostrare_, _Scoronciare_, ecc.

 GONFIAR GLI ORECCHI A UNO. — Dirgli cose che non gli piacciono.

 DARE SPAGO A UNO. — Fingere di secondarlo per farlo parlare e
    svelare l'animo suo.

 MENARE A SPASSO UNO. — Aggirarlo con parole.

 INFILARE GLI AGHI AL BUIO. — Parlare di ciò che non si conosce.

 ALLUNGARE LA TELA. — Per allungare il discorso. Es.: _Per cinque
    minuti lo stetti a sentire, ma poi, vedendo che allungava la
    tela, gli voltai le spalle._

 DARE UN TASTO. — Toccare un motto di qualche cosa. Es.: _Se vedo il
    prefetto, così alla larga gli voglio dare un tasto sulla faccenda
    degli arresti di domenica._

 FARSI DA ALTO. — Per cominciare a parlare d'una cosa dal primissimo
    principio o alla lontana.

 FARLA CASCAR D'ALTO. — Dare con parole a una cosa un'importanza
    maggiore di quella che ha, volerla far parere più bella, più
    difficile, ecc., di quello che è.

 INTONARLA TROPPO ALTA. — Si dice di chi comincia a parlare con un
    tuono che non può e non deve poi mantenere.

 TIRARE A TRAVERSO. — Si dice di chi, disputando con noi, vuol
    torcere a cattivo senso le nostre parole, o sposta astutamente la
    quistione dai suoi veri termini.

 PARLARE PER COMPRARE. — (Chiaro).

 ABBREVIARE IL TESTO. — Farla corta.

 FARE UN DISCORSO CORTO. — Modo usatissimo in Toscana, quando nel
    contrattare una cosa si vuol far subito la proposta ultima e
    difinitiva. Es.: _S'ha a fare un discorso corto: la m'ha a dar
    tanto_, ecc. Si usa anche per venire a una risoluzione contro
    qualcuno: _Oh sai? s'ha a fare un discorso corto: tu t'hai a
    levar di qui._

 MOZZIAMOLA! — Lasciamola lì, tronchiamo questo discorso. Gli
    Spagnuoli dicono graziosamente: — _Doblémos la hoja_ — pieghiamo
    la pagina.

 LEVAR LE REPLICHE. — Lo spiega l'esempio: _Gli fece una di quelle
    filippiche che levano le repliche._

 RIMANERE IN SECCO. — Si dice di quando a un tratto, a chi parla o
    scrive, mancano le parole o i concetti.

 RIMANERE COLLA PAROLA IN ARIA. — (È chiaro). In senso affine intesi
    dire a un contadino toscano: _Per quanto si sforzasse a parlare,
    le parole gli rimanevano attaccate giù per la gola._

 AGGIUSTARE LE PAROLE IN BOCCA A UNO. — Insegnargli ciò che deve
    dire.

 FAR PEDUCCIO A UNO. — Aiutarlo colle parole, dicendo il medesimo che
    ha detto lui, facendo buone e fortificando le sue ragioni.

 PISSI PISSI, PISPILLORIA. — Strepito di voci che fanno molti
    uccelli, anche applicabile a voci umane, specialmente per
    indicare chiacchericcio, cicaleccio di donne. — Es.: _Ogni tanto
    la Gigia lo piantava per andare a fare un pissi pissi di mezz'ora
    colle sue amiche._

 PISSIPISSARE. — Bisbigliare, far pissi pissi.

 RIBOBOLARE. — V. att. Ribobolare, per es., un bel pensiero, ossia
    nasconderlo con riboboli. — _Il P. è un buon prosatore; ma per
    quel maledetto suo vezzo di far vedere che sa scrivere, un bel
    pensiero te lo ribobola in modo che non si capisce più._

 PARLARE COLLE SESTE. — Con cautela. Parlare colle seste in bocca,
    disse il Giusti, per parlare con ripicchiata eleganza.

 TIRAR SU LE CALZE A UNO. — Cavargli di bocca, con arte, un segreto,
    ecc., ecc.

A proposito di questo e d'altri modi dello stesso genere, occorre
fare un'osservazione; ed è che son modi vivi, efficaci, usatissimi
e usabilissimi; ma che sono volgari, e che perciò si debbono usare
parcamente, e solo quando il soggetto del discorso lo concede. Molti
non la intendono così. Per costoro tutto quello che è toscano è
dicibile e scrivibile a qualunque proposito. Moltissimi anzi non
fanno propriamente consistere lo scriver toscano, secondo l'idea
del Manzoni, che in una certa sfacciataggine di lingua, in un certo
sprezzo del galateo filologico, nello scrivere, insomma, una lettera
a una signora tale e quale come una lettera a un fattore; un discorso
accademico tale e quale come un aneddoto carnovalesco. Sono costoro
che, da qualche anno in qua, empiono romanzi, novelle, articoli, ecc.,
di modi come _cascar l'asino_, _levar le gambe_, _tirar su le calze_,
_tagliar le calze_, _essere agli sgoccioli_, _uscir per il rotto della
cuffia_, ecc., ecc., i quali modi se danno efficacia e sapor comico
al linguaggio quando sono adoperati a tempo e luogo, gli tolgono,
adoperati a casaccio, ogni dignità, ogni gentilezza, ogni grazia. Ed
anche a rischio di farmi dare sulle dita voglio dire che lo stesso
Giuseppe Giusti ha qualche volta peccato da questo lato. Poichè, per
esempio, quando scrivendo a una signora dice in un solo periodo che
«scegliere per un congresso una città piccola come Lucca _è un voler
metter l'asino a cavallo_: ma che i Lucchesi ne leveranno le gambe
meglio che non si crede; che il duca se l'è battuta perchè _gli bolle
a mala pena la pentola per sè e per i suoi_, ecc.,» io sento, non
in ciascuna di queste maniere di dire per sè medesima, ma nella loro
frequenza, nel tuono che danno al discorso, qualche cosa che non mi
piace. Il Manzoni stesso, che in fatto di lingua è così delicatamente
guardingo, nell'usare frasi e vocaboli toscani ha qualche volta mancato
a questo riserbo, e io credo che anche i suoi più ardenti ammiratori,
fra i quali mi vergognerei di non essere in prima riga, cancellerebbero
volentieri in qualche sua pagina le parole _porcheria, me ne impipo_,
ecc., scritte da lui in omaggio all'uso toscano. Ora a me par giusto
che si segua il Manzoni nel preferire un idiotismo a una pedanteria; ma
mi par di vedere che molti toscaneggianti dell'Italia settentrionale
vadano troppo in là. Ammetto, per esempio, che in molti casi, e in
specie nel dialogo, si possa o debba dir _cosa_ invece di _che cosa_ o
_che_; ma che un professore di letteratura italiana, come fanno molti,
faccia perpetuamente scrivere dai suoi scolari _cosa_ in vece di _che_
o _che cosa_, non mi va. Capisco che piuttosto di scontorcere una frase
e qualche volta tutto un periodo, si scriva _gli_ invece di _loro_;
ma non m'entra che, per seguire l'uso toscano, invece di _vidi Maria
e le dissi_, si debba scrivere _vidi Maria e gli dissi_. Così pure il
dire eternamente _lui_ per _egli_, _lei_ per _essa_, _loro per essi_,
anche quando nè il suono nè la naturalezza lo richiedono, il che è
anche contrario all'uso della Toscana, dove _egli_, _essa_, _essi_ non
sono punto parole scomparse dal vocabolario parlato. Non bisogna, mi
pare, cadere nell'eccesso nè da una parte nè dall'altra. Che si metta
al bando la prosa aristocratica, la lingua ripicchiata, l'affettazione,
la pedanteria, sta bene. Ma che per non scrivere come un accademico
si parli come un mercatino; che per non star soggetti alla tirannia
grammaticale del _che cosa_ e dell'_egli_, si crei un'altra tirannia
del _lui_ e del _cosa_, che, in una parola, dopo aver smessa la
parrucca, si voglia anche levarsi la camicia, non mi pare nè bello, nè
ragionevole.

                                   *
                                  * *

Veda chi vuol spigolare nel vocabolario, seguendo il modo che ho
indicato, quante parole e modi e paragoni e immagini si possono
raccogliere intorno al soggetto _Ritratti_, solo dal piccolo
vocabolario del Fanfani; e come lo studiare la lingua in questa
maniera, benchè paia seccante a primo aspetto, possa riuscire
dilettevole.

_Un uomo magro assaettato — secco allampanato — secco arrabbiato —
secco arrovellato — secco spento — secco come un uscio — secco come un
osso — trito in canna — ridotto sulle cigne — ridotto in un gomitolo
— ridotto un fuscello — ridotto che pare un filo — che ha fatto un
gran calo — che par fatto di calza sfatta — che pare la morte secca
— che regge l'anima coi denti — che si vede e non si vede — che si
piglierebbe col cucchiaio — verde come un ramarro — giallo come un
rigógolo — una mostra d'uomo — una carcassa — un cerotto — un ragazzo
stentino — una cosa stentata — un coso stento stento — un viso di dolor
di corpo — uno sbiobbo — uno scricciolo — un vecchio scaracchione,
ecc._

_Un giovane di buon nerbo — un uomo di buon osso — uno stiattone —
un trippone — un gonfione — grasso bracato — che non capisce nella
pelle — con una faccia di mascheron di fontana — con un naso che gli
rifiglia il vino bevuto — un vecchio rimprosciuttito, che va via come
un frullino, che ha rimesso un tallo sul vecchio, ecc._

_Una zitella spersonita — ristecchita — vizza — passa rinfichita —
rinfichisecchita — con un viso rinfrignato — cogli occhi cerpellini
— con due gran calamai — con certe piazzate in testa (radure di
capelli) che si può dir quasi pelata — una vecchia squarquoia — un vero
reciticcio — un vero crostino — e perchè non ha dote, un crostino senza
burro — una ricetta da lussuria, come si dice di persona che non solo
non mette, ma scaccia le tentazioni. — ecc._

_Una ragazza tanto fatta — una bambolona — una meggiona — una mastiona
— un bel fusto, un bel tocco, una bell'asta di donna — un bel pezzo
di marcantonia — un bel pezzo da ottanta — fatta colle forme — pulita
come un dado — sana come una lasca — soda come una pina — una donnina
minutina — gentilina — una cosolina — un pepino — una bazzina — un viso
di solletico — che ha un'ideina di buona — che ha un'ideina che piace
— che è l'idea della grazia — che è una gentilezza — a cui ridon prima
gli occhi che la bocca, ecc._

_Un uomo a sghimbescio, a scatti, a folate, — un uomo scontroso,
muffoso — una testa secca — una testa volante — un cervello
svolazzatoio — un vecchio cascatoio — un vecchio cucco, ecc._

_Un uomo grosso di pasta — tondo di pelo — che ha un po' dello scemo
— che ha l'ottavo dono dello Spirito Santo — che non ha di quel che
si frigge — che serve di copertina a un altro — una lanterna senza
moccolo, ecc._

_Una lamaccia, un malanno — un uomo che odora di birba — un'anima
bigia — un uomo di scarpe grosse e di cervello sottile — un uomo
che ha l'arco lungo — un uomo che ha l'osso del poltrone, l'osso del
vile, l'osso del furfante — che ha il miele sulle labbra e il rasoio
a cintola — un uomo di bassa estrazione — un terremoto — bravo come un
lampo — bugiardo come un gallo — ecc._

_Un dabbenaccio — un galantominone — una coppa d'oro — un uomo di
stocco — un uomo a tutta tempera — un uomo rotto al mondo — un uomo
tagliato al dosso di tutti — un uomo attaccaticcio — un uomo di
ricapito — uomo dei suoi piaceri, dei suoi comodi — un uomo tutto Gesù
e Madonna — un mammamia — un santificetur — un sacco di disdette, ecc._

Tutta questa è lingua viva e fresca, che quando s'abbia in mente, vien
opportunissima sulle labbra e sulla punta della penna ad ogni momento;
eppure si può dire che per l'Italia settentrionale è quasi tutta
lettera morta; e nasce appunto dalla mancanza di tutta questa lingua,
il difetto di varietà e di lepore che si lamenta nello scrivere, e
principalmente nel parlare italiano degli italiani settentrionali.

                                   *
                                  * *

Da un tempo in qua, in molte famiglie dell'alta Italia s'insegna
a parlare italiano ai bambini. È ottima cosa, se i parenti sono in
grado d'insegnar bene, o se badano almeno a correggere gli errori
di cui s'accorgono; ma è cosa pessima se non sanno insegnare o non
hanno voglia di correggere; il qual caso è frequentissimo. Occorre
infatti ogni momento di sentir ragazzi di sette od otto anni, ed anco
di dieci o di dodici, parlare con una meravigliosa disinvoltura un
italiano scellerato al segno da far desiderare che parlino invece il
loro dialetto. E non è da credere che a poco a poco si correggano poi
da sè stessi. Gli strafalcioni, le frasi viziose, i modi barbari e un
gran numero di piccole improprietà di linguaggio che s'appiccicano
alla lingua in quella prima età, difficilmente si perdono avanzando
negli anni, fuorchè dai pochissimi che si dedicano particolarmente
alle lettere; perchè coll'età cresce a mano a mano l'amor proprio, la
pretensione, il timore, in chi potrebbe correggere, che la correzione
venga presa in mala parte; e così accade che i giovanetti di quindici
o di sedici anni parlano poco meno barbaramente di quelli di otto o di
dieci.

Ecco, per esempio, un saggio dell'Italiano che si parla generalmente
nell'Italia settentrionale, non solo dai bambini, ma anco dagli adulti:

«Ho veduto Tizio, e _ci_ dissi che _alla sera_, in casa, noi
giuochiamo, e che _saressimo_ contenti che non ci mancasse nè _egli_,
nè suo fratello. _Ci_ dissi che i libri che m'aveva imprestati mi
_hanno piaciuto_, e gliene _chiamai_ degli altri, particolarmente
quello dell'X, stampato _del_ 1873, che è il romanzo _il_ più bello
che si possa immaginare. Lo ebbi, se non _mi sbaglio_, tre anni fa, lo
lessi d'un fiato, ed _ho ritornato_ a leggerlo, ecc.»

E non c'è che dire, si sentono buttar giù questi spropositi anche da
persone coltissime, le quali arrossiscono quando, per caso, si lasciano
sfuggire errori assai meno gravi nel parlare francese.

Ma tornando ai bambini, ecco alcuni vocaboli e modi, che si riferiscono
a loro, e che sono una prova di più del gran giovamento che si può
ricavare dallo spoglio del vocabolario; facendo il quale si finisce col
trovarsi fra le mani un altro vocabolario bell'e fatto, che colma quasi
tutte le lacune della nostra mente.

 GIOCARE A TAMBURELLO. — Tamburello è quel piccolo cerchio, nel quale
    è imbulettata una pelle ben tirata, e che serve per giuocare alla
    palla.

 GIOCARE A RIMPIATTINO, A RIMPIATTARELLI. — Gioco nel quale uno si
    rimpiatta e gli altri debbon trovarlo.

 GIOCARE A RIPIGLINO. — Gioco così detto dal ripigliar col dorso
    della mano i noccioli o piccole monete che si sono tirate
    all'aria. È pure un altro gioco che si fa in due, avvolgendosi
    nelle mani del filo, e ripigliandolo l'un dall'altro in varie
    figure.

 GIOCARE A GUANCIALE D'ORO. — Gioco in cui uno posa il capo in
    grembo all'altro che siede, e questi gli chiude gli occhi in modo
    che non possa vedere chi sia colui che lo percosse in una mano
    ch'egli tiene dietro sopra le reni, dovendolo egli indovinare.

 GIOCARE A SCALDAMANE. — Gioco che si fa accordandosi in più a porre
    le mani a vicenda l'una sopra l'altra, posata la prima sopra un
    piano, e traendo poi quella di sotto, ecc.

 GIOCARE A TOCCAPOMA. — Gioco in cui alcuni ragazzi si pongono
    appoggiati o a cantonate o ad alberi che siano attorno, e uno
    di essi resta nel mezzo. Quegli che sono agli alberi o cantonate
    cercano di mutar posto senza lasciarsi pigliare da colui che è in
    mezzo a quest'effetto, ecc.

 GIOCARE A SCARICABARILI. — Gioco che si fa da due soli, i quali si
    volgono le spalle l'un l'altro, e intricate scambievolmente le
    braccia, s'alzano a vicenda.

 GIOCAR DI PEDINA. — Premersi coi piedi sotto la tavola.

 GIOCARE A NOCINO. — Gioco nel quale si fanno alcune castelline di
    noci, quanti sono i giocatori, e ciascuno tira verso quelle con
    una noce che si chiama bocco. Quante castelline butta giù il
    tiratore, tante ne vince.

 FARE ALLE COMARUCCIE. — Gioco che si fa con un fantoccio, fingendo
    che una delle bambine l'abbia messo al mondo; la quale bambina
    riceve le visite, e fa le altre cerimonie delle puerpere.

 FARE A PAPPACECI. — Gioco dei fanciulli quando tirano fichi od altro
    all'aria e li ricevono colla bocca.

 FARE A GINOCCHINO. — Dicesi di due che essendo accanto si urtano
    l'un l'altro col ginocchio. Questo modo però, come l'altro
    _giocar di pedina_, si usa di preferenza parlandosi d'un uomo e
    d'una donna.

 FARE LE TENEBRE. — Il battere che suol farsi con mazze sulle panche
    delle chiese per gli uffici della settimana santa.

 FARE LE BIZZE, FARE LE FURIE. — Si dice dei ragazzi, ed è chiaro.

 FAR GREPPO. — Quel raggrinzare la bocca che fanno i bambini quando
    vogliono cominciare a piangere.

 SBATACCHIARSI. — Si dice (oltre che per atti di dolore disperato)
    dei bambini quando fanno le furie.

 SMOCCICARE. — Mandar fuora i mocci; il che fanno spesso i bambini
    quando piangono. Al qual proposito è da notarsi il modo: _Tirar
    su_, che dicesi dell'aspirare fortemente col naso per impedire
    che colino i mocci; onde il motto che suol dirsi ai bambini
    quando lo fanno: _Tira su e serba a Pasqua._

 AVER LA LUCIA. — Lo dicono in Firenze ai bambini quando la sera, dal
    sonno, non possono tenere gli occhi aperti.

 FARE I LUCCICONI. — Si dicono lucciconi quelle grosse lagrime che
    ci cadono dagli occhi per qualche improvvisa cagione di dolore,
    e che quasi si vorrebbero celare.

 FARE LE COCCHE. — Battere una mano aperta sull'altra serrata per
    segno di beffa.

 FARE UN MANICHETTO. — Si dice di mettere una mano nella snodatura
    dell'altro braccio piegandolo all'insù, che è atto di sdegno e
    d'ingiuria.

 DARE IL CONGONE. — Atto di scherno che si fa battendo i pugni
    chiusi, o coi polpastrelli delle dita raccolti insieme, le gote
    gonfiate a questo fine.

 DARE UN LECCHINO. — Lo dicono i ragazzi per quell'atto di dispregio,
    che si fa mettendosi un dito in bocca, e poi, così bagnato di
    saliva, battendolo sul viso dell'altro.

 FARE IL LINGUINO. — Mostrare la punta della lingua tenendola stretta
    fra le labbra; atto che ha differenti significati secondo che è
    fatto da bambini o da adulti.

 SONARE LA FURFANTINA. — La furfantina è un concerto di fischi,
    urli e varii suoni fatti con la bocca, che si fa dai ragazzi per
    ischerno d'alcuno.

 FARE LA SASSAIUOLA. — Sassaiuola, battaglia coi sassi, e il
    trarre più persone dei sassi contro alcuno. Es.: _Quei
    maledetti ragazzi, appena lo videro, gli cominciarono a fare la
    sassaiuola._

 MARINARE LA SCUOLA. — Non andarvi.

 BUCARE LA SCUOLA. — Sottrarsi con accortezza al dovere d'andarvi.

 BATTERE LE GAZZETTE. — Avere gran freddo.

 PORTARE A CAVALLUCCIO. — Portare altrui sulle spalle con una gamba
    di qua e una di là del collo.

 PORTARE A PREDELLINO. — Si dice quando due, intrecciate fra loro le
    mani, portano un terzo che ci si mette su a sedere.

 PORTARE A BARELLA. — Dicono i fanciulli del prender uno per le
    braccia e per le gambe e così portarlo da luogo a luogo.

 SCENDERE A SCORTICACULO. — Scendere strascinandosi sul deretano.

 ALZARE DI SOPPESO UN BAMBINO. — Alzarlo con la sola forza delle
    braccia.

 FARE GAMBETTA. — Attraversare un piede tra le gambe d'un altro
    mentre cammina o s'agita, per farlo cadere.

 DORMIRE A GOMITELLO. — Dormire stando a sedere dinanzi a un tavolino
    col capo appoggiato sul gomito.

 FARE IL PIZZICORINO. — Fare il sollecito.

 PRENDERE PER IL GANASCINO. — Stringere la gota tra l'indice e il
    medio piegato indietro.

 DARE I MONNINI (concettini). — Si dice di chi parlando con alcuno
    lo mette al punto di dir parola che rimi con un'altra da dover
    a quel tale dispiacere: come chi disse a quel chierico: — _Non
    fu mai gelatina senza_.... e qui si fermò; e il chierico subito
    disse, per mostrar che sapeva la sentenza: _senza alloro_: e
    l'altro ribattè: — _Voi siete il maggior bue che vada in coro._

 FARE IL GROPPO O METTERE IL TETTO. — Si dice di un ragazzo che ha
    finito di crescere; del quale suol dirsi pure con dispetto: _non
    cresce nè crepa_.

 FIGLIUOL DI GRAZIA, FIGLIUOL DI VEZZI. — Si dice il bambino
    prediletto della famiglia.

 TROTTOLINO. — Dicesi di bambino che va a piccoli e presti passi.

 GNAULINO. — Dicesi per scherzo d'un bambino piccolo. Es.: _Ha un par
    di gnaulini che non le danno un momento di bene._ Da _gnaulare_
    (miagolare), che si dice pure del piangere dei bambini.
    _Frignare_ significa piangere interrottamente sforzandosi di
    rattenersi.

 UN SACCHETTINO DI VIZII. — (Chiaro).

 MALESTRO. — Parola di cui tutte le madri hanno bisogno, alla
    quale sostituiscono malamente _monelleria_, _scappatella_, ecc.
    _Malestro_ si dice qualunque danno facciano per casa i ragazzi,
    come romper piatti, bicchieri e simili. Es.: _Ragazzi, badate di
    non far malestri._ (F.)

 NINNARE. — Canterellare per fare addormentare i bambini cullandoli.
    Dice il Giusti:

     E lo accostava, al seno e lo ninnava
     Con baci e baci come fosse suo.

 SPOPPARE. — Levar la poppa ai bambini, disusarli dal latte; onde si
    dice _bambino spoppato_, _ecc._

A proposito del linguaggio dei bambini, occorre un'osservazione
sull'uso che si fa dei diminutivi in Toscana. È opinione di molti che
se ne faccia un uso eccessivo, per il che suol dirsi che i Toscani
parlano un italiano fiacco e sdolcinato. Nulla di più falso, a mio
parere, perchè rarissimamente, in Toscana, si sente usare un diminutivo
che non sia giustificato dalla modificazione ch'esso porta al senso
della cosa espressa. È superfluo notare la differenza che corre tra
_bellino_ e _bello_, poichè tutti sanno che _bello_ corrisponde a
_beau_ e _bellino_ a _joli_, e nessuno ignora il differente significato
di queste due parole. Ma si osservino i seguenti esempi. In Toscana, si
dice che una donna ha _giudizio_, e che una bambina ha un _giudizino_
da far meravigliare. Si dice che una donna, una bottegaia, per
esempio, ha una _manierina_ che piace. Si dice che una bimba ha le
sue _malizine_. Si dice che la madre è tutta _pensieri_ per la sua
figliuoletta, e che la figliuoletta è tutta _pensierini_ per sua
madre. Si dice che una donna è sempre _ravviata_, _ravversata_ e che
i suoi bimbi sono sempre _ravviatini_, _ravversatini_. Una mamma dice
al suo bimbo il quale pretende ch'essa, gli porga qualche cosa: —
_Allunga il santo manino e pigliatela da te_, ecc. Si vede da questi
esempi che i diminutivi non sono adoperati a casaccio. Lo stesso può
dirsi dei peggiorativi che non solo modificano il senso, ma qualche
volta lo cambiano affatto. _Quell'uomo_, si dice, ha _delle idee_:
_giovatevene_: _quell'altro ha delle ideaccie_: _guardatevene_. Si dice
_mettere uno a un puntaccio_; e si sottintende: di fare uno sproposito;
_fare una partaccia a uno_, ossia caricarlo di male parole; _fare
un'azionaccia_, ossia una bricconata; _avere delle praticaccie_, ossia
di donne perdute, che sono _robaccia_; _fare una levataccia_, ossia
levarsi per tempissimo, ecc. Bella novità! — mi diranno molti italiani
settentrionali che studiano la lingua; — tutti questi vocaboli, tutti
questi modi di dire li sapevamo. — Tanto meglio; ma non li dite mai,
non li scrivete mai, non vi suonan mai nella testa quando li potreste
scrivere o dire; e in fatto di lingua, tutto quello che non viene sulle
labbra o sulla penna, non si sa. Ma dunque, mi si domanderà, come s'ha
da fare per rendersi famigliari tutti questi vocaboli e questi modi? Ci
sono molti mezzi. Si notano, si adoprano nelle lettere agli amici, si
usano esprimendo a noi stessi i nostri pensieri, si fa il proponimento
di usarli parlando coll'uno o coll'altro di quelle determinate cose,
si masticano, si mandan giù, si rimestano, si fatica, in una parola,
per imparare l'italiano, almeno almeno come si fatica per imparare il
francese.

                                   *
                                  * *

E poichè ho accennato a una lingua straniera, cade qui a proposito
un'altra osservazione. Da qualche anno in qua lo studio delle lingue
straniere è diventato comunissimo in Italia. Un gran numero di
giovani dei due sessi, e di tutte le classi sociali, si sono dati,
per _completare la loro istruzione_, allo studio della lingua inglese
e della lingua tedesca. (Non parlo della francese perchè si può dir
quasi necessaria, come non parlo di coloro che studiano quelle altre
lingue per necessità). Or bene io mi domando se questo studio dà, nella
massima parte dei casi, un frutto corrispondente alla fatica che costa;
un frutto cioè, che equivalga a quello che si ricaverebbe da uno studio
della lingua propria fatto in egual tempo e colla medesima alacrità.

Ne dubito.

Prima di tutto, non potendo o non volendo la maggior parte di coloro
che studiano quelle lingue, studiarle scientificamente, questo studio
si riduce per essi a una pura fatica della memoria, a un esercizio di
pazienza, a uno sgobbo scolaresco, che giova pochissimo all'ingegno,
per non dire che lo mortifica e che lo rintuzza. Poi c'è un argomento
di fatto che vale più d'ogni altro contro questi studî; ed è che di
trenta persone che cominciano a studiare, per esempio, il tedesco,
quindici si scoraggiscono e smettono in capo a un anno o a sei mesi;
cinque l'imparano, e lo dimenticano poi, in tutto o in parte, perchè
le vicende della loro vita li costringono a trascurarlo; altri cinque
non lo dimenticano, ma non hanno occasione di servirsene utilmente, o
perchè non possono viaggiare, o perchè non hanno tempo e attitudine a
fare altri studî di cui la lingua per sè stessa non è che la chiave; e
degli ultimi cinque infine, ce ne saranno tutt'al più tre che giungono
a possedere questa lingua in maniera da poter gustare (gustare,
intendiamoci, non capire soltanto) i buoni autori tedeschi. Perchè io
comprendo come a un medico, a un fisico, a un ufficiale (e sottintendo
i dotti di professione), metta conto di studiar tanto il tedesco da
riuscire a comprendere ciascuno i libri della sua scienza, perchè di
questa lingua a loro non occorre di conoscere che una parte, ossia
non più di quanto è necessario per afferrare il senso dei loro libri
speciali, e a ciò possono pervenire in breve tempo. Ma è tutt'altra
cosa per un giovane che voglia imparare quella od altre lingue, come
suol dirsi, per ornamento, il che gl'impone l'obbligo di farne uno
studio vasto e profondo, in modo da riuscire a godere tutte le bellezze
riposte, a sentire tutte le armonie, a toccare, per dir così, tutte le
fibre della poesia del Goethe, dell'Heine, dello Shakspeare! E quanti
sono quelli che dicono di toccarle, e leggono poi di soppiatto le
versioni del Maffei e dello Zendrini, e non godono veramente Shakspeare
che nei versi del Carcano!

Credo una gran verità che non si possa dire esservi in un paese vera
coltura se non ci fioriscono gli studî filologici; ma ha da essere lo
studio della filologia, ossia la vera e buona scienza di pochi od anche
di molti; non una manía universale di legger male e di balbettar peggio
tre o quattro lingue straniere.

Invece di faticar tante ore a inchiodarsi nel cervello migliaia di
radicali e di frasi esotiche, imparate le quali, il pensiero straniero
si presenta pur sempre velato alla loro intelligenza, quanto sarebbe
meglio che molti giovani si consacrassero allo studio amoroso e
costante della propria lingua! Può essere una soddisfazione il saper
sostenere, tiranneggiando il proprio pensiero, una conversazione di
mezz'ora con una persona nata cinquecento miglia lontano da noi; ma
è certo una soddisfazione più intima il saper trovare ogni momento,
parlando la lingua materna, una formola evidente e gentile in cui il
proprio pensiero s'adatti e risplenda come una gemma nell'anello; il
poter rendere e stampare nell'anima altrui le più tenui sfumature dei
nostri sentimenti; vedere il volto d'una persona che s'ama rispondere
via via con una gradazione più viva di roseo ad ogni nostra espressione
che giunga più dritta al cuore e lo rimescoli più addentro con una
punta più delicata; rivelare a persone sconosciute, con poche parole
fuggitive, il nostro grado di cultura; colorire e illuminare tutte le
nostre idee; e infine essere italiani di lingua come s'è italiani di
cuore.

                                   *
                                  * *

Questi saggi d'appunti intorno al _mangiare_, al _commercio_, al
_parlare_, ai _ritratti_, ai _bambini_, possono dare un'idea di quanto
si sarà acquistato nello studio della lingua quando si sia fatto
altrettanto riguardo a una trentina d'altri soggetti, intorno ai
quali si può raggruppare, man mano che si procede nella lettura del
vocabolario, la maggior parte di quello che si nota. Per conto mio non
conosco mezzo più spiccio, nè più facile, nè più profittevole.



UNA PAROLA NUOVA


Tocchiamo di volo, con un esempio, la molto agitata questione delle
parole nuove.

Scrivendo intorno a un paese dell'Europa settentrionale, dove l'arte
dello scivolare sul ghiaccio è in grandissima voga, dovevo parlare
molto minutamente di quest'arte, e non vedevo modo di parlarne
senz'adoperare la parola _patinare_ e le sue derivate, che non si
trovavano allora in alcun vocabolario italiano[1]; e mi peritavo ad
adoperarle, prevedendo che i puristi, ed anco i non puristi, i quali
qualche volta sono assai più pedanti, m'avrebbero dato sulle dita.
Prima di mettere sulla carta quelle terribili parole, mi rivolsi a un
linguista rigorosissimo, di quelli a cui un _lui_ messo invece d'un
_egli_ manda a male il desinare, e gli domandai con umili parole il suo
parere.

  [1] Il nuovo vocabolario dell'uso del Fanfani e del Rigattini ha la
  parola _patinare_.

— Non ci può esser dubbio, — mi rispose, — _patinare_ è una parola
barbara; bisogna scrivere _sdrucciolare_.

— In teoria — dissi, — consento; ma nel caso pratico.... Per esempio,
scriverebbe ella che un contadino olandese _sdrucciolò dall'Aja ad
Amsterdam_ e che uno studente di Leida _sdrucciolò per tre ore di
seguito_?

— E perchè no? mi domandò il linguista con accento severo.

— Le citerò degli altri esempî, — continuai; — direbbe ella in una
conversazione che una certa signora _sdrucciola_, che ha l'_abitudine
di sdrucciolare_, che _sdrucciolò molte volte nello scorso carnevale_?

Il linguista strinse le labbra e rimase sopra pensiero.

— Vede, — io ripresi, — che ne potrebbero nascere delle conseguenze
spiacevoli. Ma lasciamo pur da parte questi esempi a doppia faccia. Io
le voglio fare un breve ragionamento. A Torino e a Milano moltissime
signore _patinano_, e la maggior parte di esse tengono conversazione;
e nelle loro conversazioni si parla di _patinamento_, usando le parole
_patino_, _patinatrice_, _patinatore_. Orbene, risponda alla mia
domanda, e sia franco. Dovendo fare in una di queste conversazioni un
complimento alla padrona di casa ch'ella avesse visita _patinare_ il
giorno prima, di quale parola si servirebbe? Intendo un complimento a
voce, in presenza di molta gente, badi bene.

Il linguista esitò un momento e poi disse:

— Certo che.... se io dicessi _brava sdrucciolatrice_.... anche rimossa
ogni idea d'equivoco.... quei signori.... e forse anche la signora....
si metterebbero a ridere; ma, caro signor mio, qui si tratta di
scrivere e non di parlare!

— Ma che Dio la benedica, caro signor linguista, — io esclamai; — ma
per chi si scrive, dunque? e che altro è lo scrivere che un parlare
colla penna? e perchè una parola non deve essere più quella quando è
messa sulla carta? Veda, nessuno mi leva dalla testa che sia appunto
questo falso concetto delle due lingue, la parlata e la scritta, la
cagione principalissima della _poca leggibilità_ dei libri italiani.
Faccia la prova lei che parla perfettamente la così detta _lingua
povera_. Apra un qualunque buon libro francese, legga supponendo di
parlare in una conversazione di gente colta e senza pedanteria, e vedrà
che rarissimamente le occorrerà una parola o un'espressione che strida
colla naturale e logica semplicità del linguaggio parlato. Pigli un
libro italiano anche dei meglio scritti, e se supporrà di dire ella
stessa quello che legge, dovrà arrossire ogni momento. Guardi, apro a
caso il primo libro che mi vien sotto le mani, è un romanzo: — _Quando
primamente si guardò nello specchio...._ Oserebbe ella dire in una
conversazione: _quando primamente mi guardai nello specchio_, invece
di dire la _prima volta_? Apro un altro libro, una novella: — _Deposi
sulla tomba dei miei genitori una semplicetta corona di fiori._ Crede
ella che ci sia mai stato un orfano in Italia che abbia espresso quel
pensiero servendosi della parola _semplicetta_ in quella maniera? Un
altro libro, un racconto: — _La leggiadra e innamorata fanciulla...._
Crede ella che ci sia mai stato un italiano ragionevole il quale abbia
una volta sola in vita sua, altro che per ischerzo, dette quelle tre
parole in quell'ordine?

— No, — rispose il linguista; — ma....

— Ma, — ripresi io, — che cos'è dunque questo arsenale di frasi e
di parole che non si possono dire senza far ridere e che si scrivono
nelle scritture più famigliari, come se passando dalle labbra sotto
la penna, cambiassero senso, suono, natura? E viceversa che cosa sono
tutte queste parole che tutti dicono, che tutti capiscono, che tutti
sono costretti a usare, e a cui nessuno può sostituirne dell'altre
senza farsi canzonare, e che malgrado ciò, secondo lei, secondo mille
altri, non si debbono scrivere? Ella mi potrà dire, a proposito del
_patinare_, che questa parola si dice nell'Italia settentrionale ma non
in Toscana; e io le rispondo che non è colpa dell'Italia settentrionale
se nella Toscana non si _patina_, primo; e secondo, che sono disposto a
scommettere cento contr'uno che in nessuna città di Toscana, in nessuna
conversazione, nessunissima persona domanderebbe mai a un Torinese
o a un Milanese se quest'anno, per esempio, si è _sdrucciolato_ o
_scivolato_ al Valentino o nell'Arena, ma domanderebbero tutti se si
è _patinato_; e quelli che ignorano questa parola, dopo averla intesa
per la prima volta, l'adopererebbero costantemente per la semplice e
indiscutibile ragione che è necessaria.

Il linguista stette un po' pensando e poi disse:

— Eppure.... un'altra parola ci deve essere. Il Bentivoglio, nella sua
_Storia della guerra di Fiandra_, parla di quest'arte di sdrucciolare
sul ghiaccio. Si ricorda ella della parola che usa?

— Me ne ricordo, caro signor mio. Non adopera veramente nessun verbo
che si possa sostituire al _patinare_, perchè tocca la cosa di volo, e
toccando una cosa di volo si può sempre esprimersi con una perifrasi.
Ma sa ella come se la cava l'eminentissimo cardinale per indicare
i _patini_? Gli Olandesi, scrive, si mettono ai piedi _certe, dirò
così, ali_! Pare a lei un'azione da galantuomo il chiamare _ali_ degli
zoccoli?

— Ebbene... adoperi la parola _patinare_ in carattere corsivo.

— Così fece il Giusti, risposi. Ma quest'uso di scrivere le parole
in corsivo non mi va; mi pare una transazione puerile; eccetto che
la parola così scritta non debba essere adoperata che una volta sola.
Seguendo quest'uso si verrebbe a poco a poco a veder dei libri stampati
metà in corsivo e metà no, e ad avere una lingua doppia, bastarda,
ridicola. Che significa il corsivo? Che riprovate la parola. Se la
riprovate perchè l'usate? Perchè non ce n'è altra. E se non ce n'è
altra, perchè riprovate quella?

La conversazione non terminò qui; ma non approdò a nulla perchè il
linguista non ebbe il coraggio di dare il suo consenso assoluto alla
parola _patinare_. Allora mi rivolsi a uno scrittore e parlatore
elegantissimo, — un uomo che il Giusti diceva _pieno zeppo d'ingegno_
e del quale il Manzoni faceva grandissimo conto in materia di lingua,
— e questo signore ebbe la bontà di scrivermi la lettera che segue:

«E il suo _patiner_? Ella ha senza dubbio preso a quest'ora il suo
partito, e io mi sarei trovato molto impicciato a suggerirgliene
uno. Che vuole! Il bimbo si battezza dove nasce, e poi gira il mondo
portando attorno per tutto il suo nome. Così le cose che a noi vengon
di fuori ci vengono col nome che hanno, e la parola che è stata per
noi il mezzo di cognizione, il più delle volte rimane. Per questo non
c'è la minima difficoltà in nessuna parte del mondo, e _consommé_,
per dirne una, è parola di tutte le lingue, che si dice a Londra e a
Pietroburgo come a Parigi. Noi italiani facciamo prima le boccacce e
ci proviamo chi in un modo e chi nell'altro a tenere indietro queste
parole forestiere, e a peggio andare, per non usare la parola scansiamo
di nominare la cosa. Ma le sono ubbie queste, e i fatti son fatti, e
sono all'ultimo i padroni del mondo. La conclusione è che noi abbiamo
dato agli altri le parole finchè abbiamo dato le cose. Ma ora che di
maestri siamo diventati discepoli, invece di dare prendiamo, e questo
è sempre meglio che nulla. Io direi dunque _patinare_ essendo questo
il solo modo di dire la cosa. Non volendo passare sotto queste forche,
uno scrittore ha sempre modo di uscirne. Si descrive, si definisce
invece di nominare. Si pigliano vocaboli che hanno un senso affine,
e con qualche aggiunto, o colla loro collocazione, si fa tanto che
il lettore capisce quello che s'è voluto dire; ma capisce insieme che
la parola venuta alla bocca non era quella, e che l'autore ha dovuto
stillarsi il cervello per trovarne un'altra, la quale sarà in ogni
caso una traduzione più o meno felice della prima, che un altro rifarà
poi a suo modo, più o meno felicemente; cosicchè invece d'aver un modo
spiccio, sicuro, comune, se n'avrà molti, anzi nessuno, perchè i molti
e il nessuno son pure sinonimi quando si parla di lingua.»

Dunque? Dunque io direi d'aver sempre presenti, in fatto di lingua,
questi due detti: uno del Leopardi, l'altro del Giusti.

Il Leopardi, domandato da suo fratello Carlo se una certa parola,
che non si trovava nei buoni autori, si potesse usare: — _È vero_,
— rispose, — _che i buoni scrittori non l'hanno usata; ma non hanno
nemmeno lasciato per testamento che non si potesse usare_.

E il Giusti, a proposito di _diligenza_, parola francese, che, a suo
avviso, aspettava cittadinanza dalla Crusca e la doveva ottenere perchè
il

                        cambio delle voci
    Fra gente e gente, come l'ombra al corpo,
    Tien dietro al cambio delle cose umane

disse:

    Nè straniero vocabolo corrompe
    L'intrinseca virtù d'una favella
    Quando lo stile riman paesano.

Ammessa questa massima, ci sarebbe da divertirsi a raccogliere tutte le
espressioni e i vocaboli ricercati e ridicoli che usarono gli scrittori
troppo teneri della purità per scansare le frasi e le parole nuove.
Per esempio il Tommaseo esprime l'idea della giustezza, o come si dice
militarmente, della precisione del tiro delle artiglierie, dicendo
che _i cannoni con dottamente computato émpito mandano la strage nelle
mura merlate_. L'Ugolini suggerisce di dire _viene da ornarsi_, _sta ad
ornarsi_, _vado ad ornarmi_, invece di viene dalla toeletta, sta alla
toeletta, va a far toeletta. Ma, signor Ugolini, io gli vorrei dire se
avessi l'onore di conoscerlo, mi può ella giurare che se una signora
di sua conoscenza dicesse a lei: — m'aspetti un momento, _vado ad
ornarmi_, — ella non dovrebbe fare un leggiero sforzo per trattenersi
dal ridere? — Così un dotto, ma troppo tenace purista, voleva che in
scritti destinati principalmente ai soldati, io scrivessi _drappello_
invece di _plotone_, _berretto_ invece di _cheppì_, _fiaschetta_
invece di _borraccia_. Ma se non posso — io badavo a rispondergli; —
perchè il plotone non è un drappello, il berretto non è un cheppì, la
borraccia non è una fiaschetta; — e se adopero una parola per l'altra,
non mi capiscono più. — Non importa, — avrebbe voluto rispondermi;
ma non osava, e non volendo d'altra parte rendersi complice dei miei
barbarismi, si stringeva nelle spalle e mi lasciava nelle peste.

O Dio buono! Altro è dire in un vocabolario, in un trattato, in un
elenco di modi errati, questa parola non va e questa frase è barbara;
altro è dover esprimere quella tal cosa in una commedia, in una
novella, in un qualunque scritto destinato al pubblico, dove una
perifrasi sciupa una bella idea, un'espressione non immediatamente
compresa manda a male un dialogo, una parola affettata o vaga o
equivoca guasta tutta una descrizione. Per dare degli esempi di
difficoltà superate, si citano le prose di questo o di quello, che
trattano di storia, di letteratura, di morale, e si dice: — Trovateci
una parola o un modo impuro, se potete. — Non ci si trova, lo so
benissimo. Ma vorrei che questo e quello scrittore avessero raccontato
un viaggio in strada ferrata, descritto un salotto alla moda, riferita
una conversazione di signore, rappresentato un accampamento di soldati,
e scritto tutto questo con spontaneità, grazia ed efficacia, senza
farsi cogliere in fallo dai puristi: allora sì che mi rimetterei e
mi darei del bue. Ma dove sono i modelli di questo genere di scritti?
Andiamo, via; allarghiamo un po' la manica e facciamo a compatirci.



CONSIGLI


  (_Risposta a un giovanetto_).

.... Vi dirò quello che per mia esperienza ritengo utile; ma vi prego
di credere che non ho nessunissima pretensione d'insegnare. Voi,
probabilmente, vi sarete già formato un parere; io v'espongo il mio. Se
saremo d'accordo, tanto meglio; se vi parrà che io sbagli, darete una
scrollatina di spalle, e non ci terremo il broncio per questo.

Il primo consiglio che vi darei sarebbe di far i bauli e di prendere
il treno di Firenze. Se potete far questo, non m'occorre di dirvi
altro per ora: vi riscriverò a Firenze. Ma se, com'è più probabile,
non potete, ecco ciò che io farei se fossi in voi. Prima di tutto mi
stamperei bene nella testa che lo studio della lingua è uno studio
che richiede molto tempo, molta pazienza e molta regolarità: mezz'ora
tutti i giorni giova più che due giorni interi ogni due settimane.
E farei e cercherei di mantenere i seguenti propositi: — Parlare il
meno possibile il mio dialetto. — Parlando italiano, parlar sempre
con cura, sorvegliare sempre me stesso, e purgare il mio linguaggio di
tutti i _grossi errori di grammatica e di proprietà_, non _avvertiti_,
che sfuggono nella maggior parte d'Italia a _quasi tutte le persone
colte_. — Terzo, correggere e perfezionare la mia pronunzia: il che
può far benissimo un italiano di qualunque provincia, senza cadere
nell'affettazione e senza riuscir ridicolo, purchè lo faccia a poco
a poco e non lasciando apparire lo sforzo. — Per riuscire a _scriver
bene_ non mi pare che ci sia mezzo migliore che quello di cominciare
a _parlar bene_, poichè se è vero che lo _scrivere_ è un _parlare
pensato_, chi parla bene non avrà più, pensando per scrivere, che
da perfezionare, mentre chi parla male, dovrà far doppio lavoro:
ossia evitar di scrivere gli spropositi che gli escono abitualmente
dalla bocca, e poi con un secondo sforzo della mente, fare quello
che l'altro fa alla prima. Ora, non capisco come si possa riuscire a
parlar bene senza pronunziar bene, poichè mi pare che qualunque più
bella espressione italiana perda della sua efficacia se è pronunziata
coll'accento e i suoni del dialetto; e la perde non solo per chi
ascolta, ma anche per chi parla.

Dopo questo farei una volta per sempre la fatica di leggere e di
annotare tutto il _vocabolario_, e lascerei che i grulli ridessero
di questa _pedanteria_. L'ha fatta il Manzoni, l'ha fatta il Grossi,
l'ha fatta Teofilo Gautier, il più colorito e più ricco scrittore
della Francia; e non erano pedanti. Farei così: raggrupperei tutti
i vocaboli e modi notati nel vocabolario intorno a un certo numero
di argomenti: per esempio, campagna, arte, industria, morale,
architettura, vestiario, movimento, affari, affetti, ecc.; e intorno a
ognuno di questi argomenti raccoglierei poi a mano a mano tutto quello
che mi verrebbe fatto di notare nei libri. Un quaderno dunque! Uno
sgobbo da scolaretto! E sia pure. Capisco che molti ridono di queste
cose, e dicono che bisogna studiare in una maniera più _larga_. Ma
mi consolerei pensando che in questa maniera _stretta_ studiarono la
lingua il Monti, il Foscolo, il Leopardi, il Giusti, il Guerrazzi;
che, poveretti, credevano ancora ai _quaderni_. Ma che norma seguire
nell'annotare e nello scegliere? Non lo so dire. In certe cose non
si possono dar consigli. Io sceglierei ciò che mi bisogna e ciò che
mi piace. Vi son parole e modi _antipatici_ a uno, _simpatici_ a
un altro. Chi li trova antipatici non li adopera mai quand'anche li
veda adoperati da tutti. È dunque inutile che li noti e li ritenga
a mente. Per esempio, vi sono degli scrittori che per cento lire non
scriverebbero _ad ogni piè sospinto_. Ma è italiano! direte. Lo so, —
vi rispondono; — ma lo detesto. — Il gusto deve andare innanzi a tutto.
Quindi in questo lavoro di scegliere vocaboli e modi, ciascuno deve
fare quello che gli pare. Se fa male, ossia contro il gusto dei più,
peggio per lui; non c'è altro da dire.

Dopo il vocabolario, i libri. Io leggerei quasi esclusivamente libri
toscani, anche quei di poco o nessun valore per la sostanza, perchè
in un libro scritto da un toscano c'è sempre, in fatto di lingua,
qualche cosa da imparare; intendo di dire qualcosa di _speciale_,
come diceva il Grossi, di _vivo_, che non si trova negli scritti più
forbiti degli altri italiani. Tra questi libri toscani, ne sceglierei
alcuni, od anche uno solo, da leggere ad alta voce o da farmi leggere
mezz'ora tutti i giorni. Conosco un tale che scelse l'epistolario del
Giusti. Ci sono molte affettazioni, molte _smorfie_; v'è in qualche
punto la caricatura della naturalezza; v'è spinto sovente fino
all'eccesso quello ch'egli chiamava il _parlare da serve_ o parlare
alla _casalinga_, il contrario di quello definito da lui: — parlare
tirato _a chiaro d'ovo di grammatica e di vocabolario_. — Ma è tanto
ricco, tanto sciolto! v'è un fare così da padrone che, a studiarlo
con discernimento, ci si può imparare più che in cento altri libri
inappuntabili. Ma bisogna tempestarci su molto tempo, — anni ed anni, —
ogni giorno un po'; — bisogna digerirlo e ridigerirlo; — empirsene la
testa e gli orecchi in modo che tutti i momenti, a tutti i propositi,
ci vengano alla memoria e sulle labbra quei modi, quei suoni, quei
periodi. E questo si può dire di tutti gli altri libri. Leggerne
pochi, ma con infaticabile perseveranza, fin che vengano a noia; fin
che, lasciando cader gli occhi sopra una pagina qualunque la memoria
precorra lo sguardo, e torni quasi inutile proseguire la lettura.
E studiare a memoria molto e ridire ad alta voce le cose studiate,
_fin che s'è molto giovani_, come scrisse Giacomo Zanella; perchè a
una certa età questa fatica si può continuare a farla se si è sempre
fatta; ma non si comincia a fare _a caso vergine_; e chi non possiede
una buona quantità di lingua prima dei venticinque anni, è raro che
l'acquisti dopo.

Il difficile è il ritenere, l'appropriarsi così intimamente i vocaboli
e i modi che si vanno via via notando, da averli poi pronti, spontanei
quando si parla o si scrive. Per ottenere questo ci vuole una certa
industria. Conosco uno che oltre al notare parole e modi nel suo
gran quaderno a colonne, li scriveva, via via che gli occorrevano,
sul margine dei libri, sulle buste delle lettere, sulle assicelle
degli scaffali, sulle porte, sui muri, sui giornali; tanto che nella
stanza dove studiava, in qualunque punto fissasse gli occhi, vedeva
una nota e se la rinfrescava così nella memoria. E qualunque parola o
modo notasse, lo riferiva immediatamente, nel suo pensiero, a qualche
persona o cosa che gli occorresse di vedere o di fare abitualmente
nella giornata. Legava ogni parola a un'immagine, ogni frase ad un
fatto, e se ne serviva il più presto possibile in una lettera o in una
conversazione per istamparsela in mente, per mettervi, in certo modo,
il suo suggello, per impiegarla subito nella sua casa. E dedicava ogni
giorno una mezz'ora a rimestare, a combinare, a logorare, sto per dire,
le sue note. Si formava coll'immaginazione un personaggio qualunque e
scriveva di lui, per esempio, una tiritera come questa: — mi pareva un
galantuomo; feci _fondamento sopra di lui_, e non credevo di _fidarmi
sul vento_; oltrechè mi parve che fosse un uomo _di ricapito_, benchè
sapessi che era anche _un uomo dei suoi comodi_ o _dei suoi piaceri_.
Ma m'ingannai e alla prima occasione _mi girò sotto_. Gli scopersi
mille difetti. Prima di tutto è avaro; _ha il granchio alla borsa,
ha la gotta alle mani, paga colle gomita, sta sul tirato, vive a
stecchetto_; ma è pure ambizioso, e _camperebbe con uno stecco unto_
per _scialare fuori di casa_, ecc. Accortosi che l'avevo _preso in
tasca, si ruppe con me_, me _l'ha giurata addosso, è nero con me, ha il
sangue guasto con me, s'è guastato con me_, si _lava la bocca_ di me,
_gira largo_ quando mi vede, ecc., ecc. — Tutti questi modi, estratti
dalle sue note, combinava poi un altro giorno in un altro modo intorno
a un altro soggetto, e studiava a mente quello che aveva scritto.
Lo capisco; è una fatica uggiosa, non se ne tocca con mano il frutto
che dopo molto tempo, alle volte se ne riman quasi umiliati, sovente
si perde il coraggio. Ma bisogna perseverare, esser cocciuti, volere
_fermamente_ e a _qualunque costo_, e vien poi il giorno in cui s'è
contenti di non aver ceduto. Se non costasse lunghe e penose fatiche
l'imparare a scriver bene, i libri leggibili sarebbero più numerosi di
quello che sono.

Scrivendo, però, io mi sforzerei di dimenticare tutte le mie note
e tutti i miei esercizi. Presa la penna in mano, non frugherei più
nella mia memoria. Quello che deve cader sulla carta, deve cader da
sè. Tutto ciò che è _cercato_ è quasi sempre _ricercato_. È inutile
tentar d'ingannare il lettore. Anche il lettore meno perspicace ha un
senso finissimo che lo avverte d'ogni menoma affettazione, e gli fa
discernere nettamente la parola e il modo scritto spontaneamente da
quello tirato fuori cogli uncini dai magazzini della memoria. Tutto ciò
che non vien sulle labbra parlando è difficile che venga a proposito
sulla punta della penna. Per questo ripeto che il migliore esercizio da
farsi per imparare ad _usar_ la lingua è quello di _parlare_. Parlando
s'ha sempre un giudice la cui fisonomia accusa involontariamente
con moti appena percettibili, ma di significazione non dubbia, tutte
le affettazioni, tutte le lungaggini, tutte le oscurità del vostro
linguaggio. Un _ascoltatore_ è il miglior maestro di semplicità, di
rapidità e d'efficacia.

Resta la quistione delle parole nuove. Io direi che non mette conto
di parlarne. Fa bene a occuparsene, piuttosto di non far nulla, chi
non ha altro da fare. Quello che importa è che la frase, l'andamento,
il giro del periodo, _l'impasto_ della lingua sia italiano. La
quistione delle parole dubbie, ammesse da Caio, respinte da Tizio, è
un puro perditempo. Anzi, in queste cose, vi consiglierei di evitare
le discussioni. In fatto di lingua le discussioni non approdano per
lo più a nulla e non fanno che guastare il sangue, perchè in questa
materia (strano a dirsi) la gente più modesta ha un amor proprio
ombroso, ostinato, intrattabile. È impossibile, credo, trovare un
italiano, anche digiuno d'ogni studio di lingua, il quale in una
questione di parole si lasci persuadere da chi ne sa più di lui. Non
c'è usciere piemontese che non si creda in grado d'insegnare un po'
di _vero_ italiano a un accademico della Crusca, e voi non potete
immaginare quanti maestrucoli di villaggio danno di ciuco al Manzoni.
A che giovò per esempio, la discussione promossa dal _povero vecchio_,
come dicevano i suoi avversarî, sull'unificazione della lingua?
Abbiamo visto saltar su da tutte le parti dei linguaiuoli furiosi che
ripeterono per la centesima volta le loro vecchie ragioni, abbiamo
sentito dire molte impertinenze, siamo ricaduti fino agli occhi nei
vergognosissimi pettegolezzi comareschi dei tempi andati; e ognuno
è rimasto del proprio parere. La questione della lingua bisogna
risolverla colla _pratica_. Un buono e bel libro scritto secondo le
teorie del Manzoni, val più di cento discussioni. Ciascuno scriva
come crede che si debba scrivere, senza pretendere di dettar la legge
agli altri; il pubblico vedrà da sè dov'è la maggior evidenza, la
maggior grazia, la maggior ricchezza; e la miglior _teoria_ trionferà
a poco a poco, tacitamente, senza bisogno che ci pigliamo pei capelli.
Quello che importa sopra ogni cosa è di studiare tenendo sempre ferma
questa sacrosanta verità nella testa: — che senza molta fatica e molta
pazienza non si riesce a nulla in nessuna cosa; e che anche studiando
molto, lo studio della lingua è uno studio di tutta la vita, come tutti
gli altri studi; e che chi lo sberta come una _pedanteria_ che ammazza
l'ingegno, è un fiaccone che non ci s'è mai messo, o un corbello che
non l'ha mai capito.



IL VIVENTE LINGUAGGIO DELLA TOSCANA


I.

Ho riletto in questi giorni il libro di Giambattista Giuliani
intitolato _Moralità e poesia del vivente linguaggio della Toscana_
(Successori Lemonier, terza edizione); e ho riprovato la doppia
soddisfazione che dà ogni libro veramente bello e veramente utile.
Son certo che molti dei miei giovani lettori lo conoscono; ma dubito
che molti abbiano avuto la pazienza di postillarlo, di trascriverne i
tratti più notevoli, di ordinare le note, di spremerne il sugo in modo
da poter mettere il libro da parte colla sicurezza d'averne ricavato
il maggior vantaggio possibile. Per questo, credo che non riusciranno
inutili le pagine seguenti. Propongo, in somma, a quelli fra i lettori
che studiano con amore la lingua, di leggere, o rileggere, il libro del
Giuliani in compagnia d'uno che può risparmiar loro una parte della
fatica che avrebbero a durare per far quella lettura da soli e con
profitto.

Questo libro è quasi tutto composto di discorsi, di frasi, di parole
raccolte dalla bocca di contadini e contadine delle varie provincie
toscane. Il Giuliani ci ha lavorato molti anni. Girò tutta la Toscana,
soggiornò nei villaggi e nelle borgate, s'affratellò coi campagnuoli,
ne studiò i lavori e i costumi, e a furia d'interrogare e di notare,
mise insieme il suo libro, che è una miniera di purissima lingua. E
non di lingua soltanto, perchè son contadini e contadine che parlano
d'agricoltura, delle loro famiglie, dei loro amori, delle loro
disgrazie; quindi c'è racconto, descrizione, affetto. Letto questo
libro, par di essere vissuti un anno in quelle beate valli _popolate
di case e d'oliveti_, e d'aver conosciuto quel buon popolo schietto
e cortese; e per molto tempo rimangono nella mente quei vignaiuoli,
quegli opranti, quei carrettieri, quei cacciatori, quelle fattoresse,
quei garzoni, quelle nonne, quelle spose, quelle ragazze, colle quali
s'è discorso alla sfuggita, come tanti personaggi di un romanzo.

Io non credo che ci sia al mondo altro popolo contadinesco, — per
servirmi delle parole del Giuliani, — il quale parli una lingua così
gentile, così potente, così splendidamente poetica come quella parlata
dal popolo della campagna toscana. Certuni (non toscani, s'intende),
leggendo questo libro sono stati presi qua e là dal dubbio _che non
fosse tutta farina dei contadini_. — Certe idee, — dissero, — certe
frasi son troppo belle, troppo poetiche per dei contadini. — Io penso
invece che sono tanto poetiche e tanto belle da non poter sospettare
che siano di Giovanbattista Giuliani, per quanto egli abbia ingegno e
buon gusto. E dico il vero: se fossi sicuro che il racconto intitolato
_Tre vittime del lavoro_, compreso nel libro di cui parliamo, non
è stato scritto, quasi sotto dettatura della contadina _Teresa_ e
del pastore _Domenico Nesti_, ma steso per intero, e per sola forza
d'immaginazione, dal signor Giuliani, piglierei questa sera il treno
diretto di Firenze per andare ad abbracciare il degno abate e gridargli
ch'è il primo scrittore d'Italia; tanto io credo che quel meraviglioso
racconto sia al di sopra delle forze di qualunque ingegno, anche
toscano, e che la natura sola l'abbia potuto dettare.

E poi giudicheranno i lettori, non di quel racconto, ma dell'altre
cose. Spigoleremo nel volume del signor Giuliani. Gran lavoro
davvero da riempirne le pagine d'un libro! Ma qui si tratta di
spigolare riordinando. Il ritenere le cose di lingua dipende in
gran parte dall'ordine col quale ci si presentano. Nel libro del
Giuliani, composto in gran parte in forma di vocabolario, si trovano
discorsi, frasi, immagini di natura svariatissima, l'una sull'altra,
alla rinfusa. Nella stessa pagina, tre persone diverse parlano
d'agricoltura, d'amore e di morte. Noi procederemo in un'altra maniera.
Di più, non cogliendo altro che il fiore delle tante bellezze sparse in
quel libro, lasceremo da banda quella parte di lingua, ed è moltissima,
che riguarda esclusivamente l'agricoltura dal lato tecnico, e che
perciò riuscirebbe inutile al maggior numero dei lettori.

Cominciamo dalle espressioni poetiche del linguaggio del dolore,
dell'amore e d'altri sentimenti. Molte volte rimarremo meravigliati
del pensiero, non meno che della forma. Una contadina della montagna
pistoiese, per esempio, parlando degli ultimi giorni d'una sua
conoscente, morta poi di malattia, dice che _aveva la carne già morta e
lo spirito sempre vivo_...; che _le morì la carne addosso prima ancora
che se ne fosse ita con Dio_. Un'altra contadina della stessa montagna
dice che _quando il dolore è di quello cocente, la parola resta
dentro_: espressione di cui si ammirerebbe la potenza se si trovasse in
un verso di Dante. — Una contadina senese dice le seguenti parole che
a me paiono sublimi: _La mamma io la perdetti ch'ero piccolina; a ogni
modo mi par di mentovare un gran nome!_ — _A casa_, — dice un'altra
pistoiese, — ci sta il nonno, che gli voglio un bene all'anima.
_Sempre sotto la sua ombra mi son riparata._ — Un'altra, parlando d'un
figliuolo morto: — _La morte, come fa presto! Non si sa la mattina
quando ci si leva, se si finisce il giorno.... Ma Dio ce li dà in pegno
i figliuoli; a tutte l'ore li puole ripigliare, e bisogna renderli._
— Una donna del Casentino, raccontando un suo sogno d'una passeggiata
fatta colla bambina che poi le è morta: — _Per la strada non si faceva
altro che coglier fiori e fiori, parea fosser nati a bella posta per
noi: era un non so che d'allegria per tutto._ — _A volte_, — dice
un'altra di Valdensa, — _m'arrabbierei dalla disperazione; ma Dio è
misericordioso, e ci svia la mente da queste tristizie._ — Un'altra
madre: — _A noi mamme ci costano sangue tutti a un modo i figliuoli.
C'è n'è tante che non se ne rifanno a mancargli un figliuolo. Tutti
non si nasce d'una stampa; le dita delle mani non son mica tutte
compagne._ — _A rifletterci bene_, dice una contadina di Montamiata,
— _è proprio vero, il mondo è una catena continua d'amore: s'esce d'un
amore e s'entra in uno più grande a pigliar marito_. — Un cieco delle
montagne di Siena dice: — _perso gli occhi, perso il mondo; la luce è
la bellezza della vita_. — Un'altra madre del Casentino dice dei suoi
figliuoli morti: — Mi ricordo di quando li avevo tutti e due; _come
brillavano! allora sì che quella era vita!... Senza la vista degli
occhi_ (era diventata cieca) _si è più di là che ili qua, sparisce il
meglio della vita._ — Un'altra madre: — Quando cominciano a chiamare
_babbo, mamma, anco che non lo scolpiscano bene bene, è una tenerezza
che ci cascano i lucciconi_ (lagrimoni) _ridendo_.... — _Quando c'è
l'amore_, — dice un'altra, — _tutto passa! Quello sì che è proprio un
accorda cristiani!_ — Ed altre, parlando sempre dei figliuoli: — _Le
darei il fiato per tenerla viva_ — Che almeno la rivegga in paradiso!
_Mi reggo viva in questa speranza._ — Sebbene fossi più di là che di
qua, l'avere il mi' figliuolo daccanto nel letto, _mi pareva di essere
più degna di stare nel mondo_, ecc.

Ecco ora un saggio d'altre espressioni più brevi di dolore e di affetto
tolte qua e là dal libro e riferite tali e quali. Non dimentichiamo mai
che son contadini e contadine che parlano. — Era una vista che levava
il pianto dal cuore. — Sono dolori che ne va la vita. — Quando viene
un rimescolo di sangue l'uomo non scerne più il bianco dal nero. —
Sono pene di morte che fanno andare il cervello in aria. — Mi consumavo
dentro. — Mi sento schiantar dentro dalla passione. — È un pensiero che
mi pesa sull'anima. — È un coltello che m'ha passata l'anima. — È una
disgrazia che m'ha ferita a morte. — Se non fossi in mano di Dio, sarei
già morta sfatta dal dolore. — Una puntura, per forte che sia, finisce
presto, basta che non arrivi al cuore; ma feriti al cuore, addio: è
una morte da vivo; non si guarisce più. — Li ricordo quei giorni! Li ho
contati a goccie di sangue, li ho contati. — Parea distrutta dalla gran
passione. Vede quel sasso? Tant'era lei. — E Teresa? Oh quella sì che
il dolore le s'è fitto nell'ossa! — Vedevo lui (_il marito morto_,) e
mi pareva volesse dir tante cose, e non poteva; che strazio è stato il
mio! — Spasimava tra la vita e la morte. — Mi si travolse il cervello.
— Mi pareva di non aver più senso di nulla. — Ero un turbine di dolore,
ecc.

Ma nulla di più gentile e di più caro che il linguaggio d'amore. —
«M'ero messa a certi arrischi per vederlo (dice una contadina della
montagna pistoiese parlando del suo damo, che fu poi suo marito) che a
ripensarci mi s'accapona la pelle. Bastava mentovarmi il mio damo, io
ero gelosa di tutte e di tutto. _Mi pativa il cuore, che l'aria me lo
guardasse._ La prima volta che lo vidi, mi principiò subito a garbare.»
— Un giovane contadino di Val di Greve dice: — «Io per me tra 'l
lavoro penso alla mia dama, non sento manco la fatica, tutto mi piace;
_è un gran gusto quando c'è l'amore che rischiara la giornata_.» Una
contadinella, parlando del suo innamorato: — «Quando si va in chiesa,
quanti ne passa e quanti ci entrano, il più bello di tutti è lui: _pare
un fiore, che lo distinguo tra mille_. Anche se mi ritrovo alle feste
e che ci sia lui, _lo vedo sopra tutti_; gli voglio bene; il cuore
non mentisce.» — S'ha un bel dire, ma non c'è barba di scrittore che
valga a mettere insieme di queste parole. Un'altra, una contadina di
Crespole, racconta così l'_andamento_ del suo amore: — «La prima volta
che vidi il mi' omo, era la festa della Madonna delle Grazie. Un giorno
fra gli altri venne da me una mi' zia e mi chiama: Vien qua, Betta,
senti, t'ho da dire una cosa: c'è quel giovinotto di Vellano, che
t'ha visto in chiesa, ti ricordi? _Ti conobbe tanto allegra e con quel
sorriso_ (bellissimo!) che t'ha messo gli occhi addosso; e finchè t'ha
potuto vedere, t'ha guardato e ha detto: Quella è la ragazza che fa per
me; la voglio pigliar per moglie, _mi garba troppo_.» — Una ragazza
di Cutigliano scrive al suo amante: — _Anche solo a poter prendere
qualche boccata d'aria dove tu respiri, sarei contenta._ — La stessa,
in un'altra lettera, temendo d'essere abbandonata: — «Rammentati
bene che v'è un Dio sopra di noi, che se tu _avessi il cuore voltato
a tradirmi_, non te ne darebbe il tempo.» — In uno stornello c'è la
parola _strazia fanciulle_, per amante volubile; e una povera ragazza
abbandonata dice ingenuamente al suo damo: — _Come volete ch'io
faccia a campare?_ Undici sillabe in cui c'è più amore che in tutto il
canzoniere d'un petrarchista.

Tralascio di riferire un gran numero di parole e d'espressioni del
linguaggio contadinesco, che non potremmo usare. Ma ve n'è molte, fra
queste, che dánno tanta grazia e tanta originalità al discorso, che
sarebbe un peccato lasciarle da parte. Voglio dire di quei vocaboli
e modi che si soglion chiamare _illustri_, e che non convengono
al linguaggio famigliare. Per esempio, si trattenga dal sorridere,
chi può, raffigurandosi un contadino il quale dica le proposizioni
seguenti: — Aveva una _dottoranza_ nel su' dire, che ci si stava a
bocca aperta a sentirlo. — Quando si torna di maremma, guai a non
aversi un po' di _riguardanza_. — Per esser povera gente, l'hanno
portato al cimitero con _onoranza_. — Si vede che il vino nelle botti
non ha preso _possanza_. — Bisogna aspettare che il sole acquisti
_possanza_ di scioglier la neve. — Ho continua _temenza_ che si faccia
del male. — Vecchio, aveva nel cuore _l'ardenza_ della gioventù. — Ero
sfinita, e tutti mi guardavano come _una meraviglia di doglianza_. —
Lavorava per acquistarsi _nominanza_. — Uno dei bimbi le morì perchè
non ebbe _custodimento_. — Ora le racconterò l'_andamento_ della
mia gamba (s'intende del suo male). — Mi sarei mangiate le mani, dal
_rosicamento_ che mi sentivo dentro. — Non mi _nutricavo_ che di pianti
e di sospiri. — Mi fu posto dinanzi un fiasco e potei bere a tutto
tonfo, si figuri! A quella _confortazione_ subito riebbi la vista.
— Quest'aria è una _spirazione_ di salute, ecc. — Noto di volo il
curioso paragone _piangere come una vite tagliata_ e la graziosissima
espressione _donna usciaiola_ per donna che sta sempre sull'uscio a
_spettegolare, a tirarla giù all'uno e all'altro_; tanto differente da
quelle buone donne che _lavorano di genio_, che _si tirano il bene da
tutti_, che non _si guastano con nessuno_ e che non si dan pensiero
delle maldicenze, tenendo per massima che _un paio d'orecchie sorde
chetano cento lingue_.


II.

Si veda se c'è nulla di più grazioso e di più efficace delle
espressioni seguenti, tutte raccolte dalla bocca di contadini, e sparse
per il libro del Giuliani. — L'orologio cammina cammina senza ritegno,
_e non dice più vero_. — Il _verno è nato_, la stagione declina. —
Bella serata ch'è questa! È _uno stellato fitto_, una chiarità che
rallegra, starei qui tutta la notte _a godere le stelle_. — Carlo
voleva partire; sua moglie non fece altro che _contraddirgli l'andata_.
— I ricchi delle volte stanno peggio di noi perchè _hanno il baco che
li rosica_ giorno e notte. — Io non dissi parola; ma _piangevo nel mio
dentro_. — A contare tutto quello che ho passato nel mondo, sarebbe
_una leggenda da far rabbrividire_. — Voleva intendere, voleva sapere
(parla d'uno che sotto colore di chiedere _albergo_, s'era ficcato in
casa per rubare); non _aveva terren sotto i piedi_. — Non _toccava_
nemmeno _terra dall'allegria_. — _Non batte_ gli occhi _da tanto
che sta lì a guardarla_. — Creda che quando si vuol bene davvero, le
_parole muoiono in bocca_. — Che acqua! _è una freschezza che rompe
il bicchiere._ — Voglio tornar a casa perchè altrimenti c'è quel
benedetto vecchio che m'_ingolla viva_. — _Un dì per me dice tre_
(parla un vecchio), _calo fuor di maniera._ — La carità, se la facciamo
bene, _Dio la scrive in cielo_. — Che serve disperarsi?_ Tanto questo
mondo è una fiatata._ — Conoscete il mi' figliuolo? Il vostro bimbo
_inchina tutto a quell'idea_ (gli somiglia). _Lo rammenta fin nei
capelli._ — Guadagnarsi il pane a _stille di sudore_, _assaettarsi_
al lavoro, condurre una vita _arrovellata_. — Mio marito lavora tanto
che quando torna a casa si mette subito a letto _e si sveglia dalla
parte che s'è abbandonato_. — Come diremmo questo, otto su dieci di noi
settentrionali, quando non avessimo tempo a pensarci? _Si sveglia nella
stessa posizione.... nello stesso atteggiamento.... nel quale...._

Un bello studio ci sarebbe da fare, con questo libro alla mano, su quei
modi e costrutti che i fautori della prosa compassata rigettano con
orrore, e i novatori, invece, che badano all'efficacia più che alla
regolarità dello stile, cercano e adoperano, non solo senza scrupolo,
ma con predilezione. Lasciamo stare le espressioni come le seguenti:
— Di quei figliuoli non ne _rinasce_ (invece di _rinascono_). — C'_è
morto_ pezzi di giovinotti (invece di _ci son morti_), ecc., che non
han bisogno di essere giustificate. Notiamo invece: — _Il mio omo
è da tre settimane che si sente male._ — A casa ci sta il mio nonno
_che gli voglio_ un bene dell'anima. — Per noi queste libecciate è una
disgrazia grande. — _L'uva ce n'è di tante_ specie. — La maremma _son_
tutti luoghi ammacchiati. — C'era due che contrattavano della seggina.
_Quello che comprava gli è parso che il venditore l'avesse alterata di
prezzo_, ecc. Che cosa si deve dire di queste licenze? che si possono
pigliare? Il Manzoni non esiterebbe a rispondere di sì poichè egli
stesso ha scritto nei suoi _Promessi Sposi_ (edizione corretta), oltre
a moltissime proposizioni consimili, le seguenti: — _Tutti coloro che
gli pizzicavan le mani...._ — _Queste sono sottigliezze metafisiche
che una moltitudine non ci arriva...._, ecc. Ma nonostante l'illustre
esempio, io starei umilmente con coloro che credono di non doverlo
seguire. Che si debba preferire un idiotismo efficace a una pedanteria
d'effetto contrario, siamo d'accordo; ma a patto che quell'idiotismo
sia indispensabile ad esprimere quella data cosa; a patto che
quando ci sono due espressioni di uguale efficacia da scegliere, una
sgrammaticata e una no, si scelga quest'ultima; a patto, infine, che
non si consideri ogni idiotismo come una gemma per la sola ed unica
ragione che è un idiotismo. In quelle due proposizioni del Manzoni, per
esempio, non mi pare affatto giustificata la violazione della sintassi
regolare. Non trovo che il dire _tutti coloro a cui pizzicavan le mani
o che si sentivano pizzicare le mani_, ecc., sia tanto pedantesco,
tanto forzato, da dover preferire l'altra maniera. Mi pare anzi che
sia appunto questa maniera, preferita come più naturale, quella che, in
simil caso, riesce più forzata. Ma, si dirà, è una forma del linguaggio
parlato, e voi stesso dite che bisogna scrivere come si parla. Certo;
ma _come si parla_ da chi parla bene, correttamente ed elegantemente.
Ora io scommetto che nessun toscano colto dice _coloro che gli pizzican
le mani_ altro che qualche volta e senz'avvedersene. Abitualmente dirà,
per esempio, _coloro che si sentono pizzicar le mani_. È grammaticale
e non è certo meno semplice e meno spontaneo. Capisco che si scriva
in quel modo quando si fanno parlare dei ragazzi, degli operai, dei
contadini: si vuole, si deve imitare il loro linguaggio; lo si imiti,
lo si riferisca anzi tal quale; sta benissimo. Ma non capisco perchè
abbia da parlare lo stesso linguaggio lo scrittore, anche quando
parla per conto proprio e di materie che non richiedono assolutamente
l'estrema semplicità del dire. Non mi va, per esempio, che Emilio
Broglio scriva nella sua _Vita di Federico II_: — _I compagni gli
riuscì di fuggire._ La gran pedanteria che sarebbe stata di scrivere
invece: — _Ai compagni riuscì di fuggire!_ — Dove andremo a riuscire
se ci mettiamo su questa via? Transigere colle sgrammaticature, è un
conto; adorarle, è un altro. Si finirà per considerare come la migliore
prosa quella che sarà più spropositata e più triviale. Vi sono, è vero,
molti modi e costrutti popolari graziosissimi che non stridono nel
linguaggio corretto; questi, per esempio, che si trovano nel libro del
Giuliani: — Si sente già cantare i cicalini; _i cicalini, il caldo li
sollecita_. — _Aver sempre queste pene al cuore, non ci si regge._ —
_Questo stromento_, vedete, _è la prima volta che me ne servo_. — Si
sentiva un gran fracassío di voci; _ma vedere, non si vedeva niente_,
ecc. Altri la penserà diversamente e metterà al bando anche questi
modi; è affar di gusto, e sui gusti, come dice il volgo, non ci si
sputa.

Questo bel parlare dei contadini toscani, che ha conservato tutta
l'antica purezza, può anche servire a levar molti scrupoli a coloro
che scrivendo italiano si guardano con orrore da tutti i modi del loro
dialetto, come se fossero tutti e necessariamente _non italiani_ per la
sola ragione che appartengono al dialetto. Quanti sono, per esempio,
gli italiani delle provincie settentrionali che sarebbero presi da
mille dubbi sul punto di scrivere le frasi seguenti! — Che? le sai le
divozioni? domanda una contadina a una bimba. E la madre risponde:
— _Altro, se le sa!_ — _Addio, e questa volta non star più tanto_ a
scrivermi (non farmi più aspettar tanto le lettere). — Lui non pensa
che a me; _per essere_, (è una contadina che parla del marito) ho
inciampato bene assai, ecc. — Così c'è da imparare tutte quelle maniere
di chiudere il periodo che usiamo anche parlando, senz'accorgercene,
perchè lo vuole l'orecchio; ed anco quelle parole accoppiate che pure
si dicono, non perchè lo richieda il senso, ma perchè il suono le
chiama. Per esempio: — Troverò io _il verso e la maniera_. — _Senza
dire nè chè nè come._ — E uscendo dal libro del Giuliani, quest'altre:
— _Senza sapere nè perchè nè per come_ — _Senza dire nè asino nè
bestia_, — non ne seppe _nè grado nè grazia_, — _non fa nè ficca_, —
_non cresce nè crepa_, — una lingua che _taglia e fora_, che _taglia e
fende_, che _taglia e cuce_, — _dàgli, picchia e mena, dàgli, picchia
e martella_ — sono d'accordo _bene_ e _meglio_ — _sono un paio e
una coppia_ — è lei in _petto_ e _persona_ — viene in casa _spesso e
volontieri_, ecc., ecc.

Ed ora torniamo alle bellezze della lingua contadinesca, che il
Giuliani raccolse con tanto amore. Davvero, quando penso alla fatica
che gli dev'esser costata questo lavoro, lo ammiro, perchè conosco un
po' anch'io i contadini toscani, e so per prova quanto è difficile il
farli parlare come occorre che parlino perchè un raccoglitore di lingua
se ne possa valere. Non è che non attacchino discorso volentieri;
chè anzi sono cortesissimi, e una volta che han preso a discorrere,
terrebbero a bada un'accademia. Il male è che quando s'accorgono che
li fate parlare per sentirli, o temono che li vogliate canzonare, e
vi sguisciano di mano; o compiacendosi della vostra ammirazione, e
volendo meritarla meglio con un parlare più scelto, vi cominciano a
tenere dei discorsi così arruffati, così lontani dalla loro grazia
e chiarezza abituale, che vi fanno cascare, come suol dirsi, il pan
di mano. Mi ricordo d'un contadino che invece di dire: _son sceso
perchè avevo da dire una parola al tale_, volendo parlare in punta
di forchetta, mi disse: — _son sceso per via d'una parola che avrei
avuto l'idea_, ecc., e non ricordo come sia andato a finire. Non
basta dunque girare per la campagna e interrogare i contadini; bisogna
guadagnarsene la confidenza, pigliare dimestichezza con loro, imparare
a farli discorrere senza che se n'accorgano, trovare il verso di farsi
ripetere dieci volte lo stesso discorso, ed altre arti in cui non tutti
riescono, e il Giuliani riuscì mirabilmente. Il curioso è che i più
di quei buoni contadini credono di parlar male. Un oprante senese, per
esempio, disse al Giuliani queste parole ingenue e graziosissime: — Mi
pare forestiere lei _perchè la sua parlata non combina colla nostra_.
Si sa anco noi che il peggio parlare è il nostro; bisogna compatirci;
siamo poveri contadini, che non si conosce la lettura. — Così mi
ricordo d'una ragazzina fiorentina, figliuola d'un barbiere, che disse
ingenuamente: — _Mi piace tanto come parlate voi altri piemontesi
l'italiano!_ —


III.

I contadini parlano spesso e volentieri della loro salute e dei loro
malanni, e per questo v'è nel libro del Giuliani un gran numero di
espressioni efficacissime relative a quell'argomento.

_Una volta gagliardo era che sfidava il vento_, dice un contadino. —
_Fora l'aria come una saetta._ — _Va che manco una saetta l'arriva._
— _Corre che vola._ — _Ha un braccio che non c'è il compagno._ — _Sta
bene in gamba._ — _Mangia di voglia._ — _È pochino_ (piccoletto della
persona) _ma saldo più dell'acciaio_.

Ma pur troppo occorre più spesso di parlar di malanni che di salute, e
quindi v'è più messe di lingua da mietere in quel campo che in questo.

— Poveretto, a vederlo, _casca da tutte le parti_, — _rifiata a
stento_, — è bianco morto, _senza nemmen la forza di rifiatare_.
— È _all'ultime fiatate_. — _Ha un viso da campar più poco._ — _In
otto giorni che ha le febbri_ non si conosce più. — Poverino, a che
s'è condotto! Che voglia durarla a lungo, non credo: _le pere mezze_
(quasi sfatte) _a una ventata sono in terra_. — Quando viene il colpo
mortale, _si casca giù come pere mezze, e dove uno batte ci resta_. —
_Si strugge a oncia a oncia_ e tanto ha sempre quel suo sorriso sulle
labbra. — Non si lagnava neanco _quando il male lo cuoceva dentro_.
— Le morì il babbo; _dalla gran passione si lasciò andare giù giù,
strutta come una candela_. — È _schietta dentro_ (sana di viscere);
ma non ha più la faccia _rosata_ come prima. — Ebbe un _grosso male,
un male di pericolo_. — Ha una _freddagione_ che gli _mozza la vita_.
— Ci ha un dente che quando _c'entra lo spasimo_ non _gli dà requie_.
— A volte l'enfiagione è cosa di poco, _sfuma_ presto; ma se il male
infuria, se ne va la testa all'aria. — Oggi _m'ha preso una pena tanto
mai grossa_ allo stomaco. — Ho dovuto _tenere il letto_ per un mese, e
non ho avuto nessuno che mi _guardasse_. — Avevo un erpete infistolito;
dal gran _tribolamento_ mi sentivo mancare la vita; ma _tanto mi son
ripigliata_, mi riebbi adagio adagio, e questa _la riconto_. — A un
tratto cascò morta _e non c'è stato più verso a farla risentire_. — La
peggior vita è non essere nè sano nè malato, nè dentro nè fuori, nè di
qua nè di là; essere tra la vita e la morte; onde si dice di uno _che
non muore_ e _non campa_. — Dopo quella caduta, questa gamba non mi
_dice_ più come prima.

E si veda se è possibile dipingere più mirabilmente una figura
umana di quello che fa una povera contadina colle parole seguenti:
— .... _Ma gli ha i segni della morte in faccia; non vede più lume,
sdentato, il capo senza un pelo, e con quella faccia grinzosa, che la
morte non si può figurare più al naturale._ — Qui vocaboli, elissi,
cadenza, sintassi, tutto giova all'evidenza della descrizione.
Son tante pennellate e non ce n'è una superflua nè una che manchi.
Qualcuno, son certo, leggendo le parole e frasi sopra citate, dirà
che le _conosceva_. Ne son persuaso. Ma convien ripetere la solita
osservazione. In materia di lingua _conoscere_ non significa _sapere_,
perchè _sapere_ vuol dire avere alla mano, sulle labbra, pronto al
bisogno: vuol dire _servirsi_ della lingua. Che importa sapere che
esiste l'espressione _cosa di poco_, per esempio, se ogni volta che
occorre di esprimere quell'idea, si dice, ci scappa detto o ci vien
scritto invece: _cosa di poca importanza_? Ognuno di noi, italiani
delle provincie settentrionali, possiede nei ripostigli della mente
una parte di lingua viva, efficace, bella, — una parte della lingua
raccolta nel libro del Giuliani; — ma che non adopera perchè non è
ancora abbastanza _sua_, perchè appunto l'ha nei rispostigli della
mente e non sulla punta della lingua e della penna, come i Toscani ce
l'hanno. Per questo lo studiar la lingua, per una persona colta delle
nostre provincie, non è tanto un imparare parole e modi nuovi, quanto
un ravvivare nella memoria, un rimestare, un impadronirsi meglio di
quello che già si è acquistato; imparare a spendere il tesoro nascosto;
addestrarsi a maneggiare per tutti i versi lo strumento che si sa
maneggiare per un verso solo.

Il _tempo_ è un altro grande argomento di discorso per i contadini;
onde il libro del Giuliani è ricchissimo di espressioni e d'immagini
che vi si riferiscono.

_Il sole cuoceva la carne sull'ossa_, dicono. — _Per la via
s'avvampava._ — Con questo caldo _s'avvampa vivi_. — Il sudore _ci
casca in terra a goccioloni_. — Badi: _sul buon del giorno_ si vive
bene quassù; il _crudo_ è la mattina e la sera. — Oggi ve la siete
scaldata a codesto sole la groppina? — A queste _solate_. — A queste
_nebbiate_, — Signore! par d'esser rinati nel riveder la faccia del
sole! — _È un'aria che fa riavere!_ — Quelle chiare giornate che si
campa tanto volentieri, passano come un lampo! _E ci rientra_ tante
faccende allora! _Le giornate d'ora_ (inverno) _rilucono appena_.
— Oggi tirava un vento che pareva di _fitto inverno_. — _Tirava un
vento diacciato che arrivava alla midolla._ — _Che vita tribolata si
conduce noi poveri, il verno per un verso, l'estate per un altro!_
— Nel verno _si tribola per un conto_ e d'estate _per un altro_. —
A volte _il vento mena gran rovina_. — _Attaccò per bene a piovere_
sulla mezzanotte. — _Giù acqua e baleni_, pareva il finimondo. — Per
ora non c'è _disegno_ di piovere. — È un tempo _perverso, infierito_.
— E questa ammirabile descrizione che fa una povera contadina della
montagna pistoiese, presso Castiglione: — Il _vento percoteva forte, i
castagni svettavano_ (agitavano le vette, le cime), _l'aria rintronava,
un mugolío si sentiva che mi parevano urli di morte_.

Ciò non ostante, mi pare che il linguaggio più immaginoso e più poetico
sia quello che si riferisce all'agricoltura; e per questo l'ho serbato
in fondo.

Ecco, per esempio, un breve discorso d'un contadino della Valdinievole,
che è una vera meraviglia d'immagini, d'armonia, di gentilezza. Il
Giuliani gli domanda una spiegazione del proverbio: _Sotto la neve
pane e sotto l'acqua fame._ — Perchè, egli risponde, sotto la neve il
grano _accestisce meglio_ (_accestire_ significa venir su con parecchi
fili da un sol ceppo), _compone vita_ adagino adagino, piglia più
campo. Si sa: dalle barbe _riscoppiano più fili e la figliolanza_ si
fa maggiore. E poi, non si dubiti, che se il caldo viene a suo tempo,
_la maturazione s'affretta a buon modo_: lo _spigame_ abbonda. Una
moltitudine di spighe porta, che è una dovizia. Ma unguanno è venuta
tant'acqua, che il grano _ammutolisce_: perchè, m'intende? l'acqua
ripiove giù giù dalle barbe del grano e lo strugge. — Si metta questo
discorso in versi ed è poesia della meglio.

«Nel corpo (ossia nella parte interna del castagneto), — dice un
contadino di Montamiata, — _i castagni pigliano alterezza_» per dire
che crescon meglio.

«Belli quassù i grani! — dice un contadino di Valdinievole, — _s'ergono
su su col collo pieno; a vederli è una dignità_.»

Un contadino di Versilia dice al compagno: — Non lo gittare questo
seme, credi a me, non è terra _degna_, non lo merita.

Un contadino pistoiese dice che basta una solata a far levare il capo
all'erba, e che si rià a un tratto perchè il _sole è vita alle piante_.

Un diluvio d'acqua, — dice un senese, — è più una rovina che altro, ma
se vien regolata, che la possa ricevere, _il campo gode e lavora_.

Le patate a questa _rinfrescata_ si _son risentite_, — dice un di
Versilia, — e _godono_ che è un piacere a vederle.

Il grano, — dice un pistoiese, — è venuto adagino, pigliò vigore, e
vede come _rizza il capo rigoglioso_! — _È pieno, tien corpo, è bene
spigato._ — _Il sole quassù ha molta possanza_, ecc.

Vuol essere custodimento, — dice un pisano, — se si vuole che la pianta
_venga in orgoglio_.

Il buon sugo (pure un pisano) rinvigorisce le piante, le mantien
fresche e le fa _venire in essere_ a tutto punto.... Si cuoce a fiamma
la legna che _prende essere_ di carbone.

Giù nelle fondate (un altro pisano) le viti non ci approdano: _è il
trionfo dei grani_. — Miri che _trionfo_ di verde! — A volere che la
campagna _trionfi_ ci vorrebbe un pochino d'acqua.

Son terre magre e sassose (un senese); _è uno sgomento a domarle_.

Il grano cresce rigoglioso ch'è una bellezza, proprio _una meraviglia
di speranza_.

Pel freddo il faggio s'abbandona e resta _mortificato_; par che _il
freddo gli rompa l'anima_.

È una pianta che vuol di molto custodimento, guai abbandonarla! _resta
senza fiato_.

La terra dà quanto riceve; nutrita poco, dimagra come i cristiani, _e
non ha più nerbo a reggere le piante; la terra rende frutto secondo che
si nutrica, ecc., ecc._

E questo è quel «dialetto come tutti gli altri» o «il dialetto che più
s'avvicina alla lingua» e che avrebbe «la pretesa di farsi considerar
come lingua,» quel gergo toscano, infine, che l'ignoranza presuntuosa
e cocciuta di molti non vuole nè ammirare, nè studiare, nè sentire.
— Pare impossibile! — diceva il Manzoni, scrollando il capo, con un
sorriso tra mesto e stizzoso.



QUELLO CHE SI PUÒ IMPARARE A FIRENZE


Che cosa può far dire il dispetto! Qualche tempo fa, essendo corsa
la voce che il ministro della guerra voleva trasferire la Scuola
militare da Modena a Firenze, perchè gli allievi avessero miglior modo
d'imparare l'Italiano, un giornale dell'Alta Italia disse le seguenti
parole tali e quali: — Che cosa potranno mai imparare (gli allievi) a
Firenze? Qualche idiotismo, e nulla più. — È grossa, anzi crassa, o
per dir meglio, briccona. Eppure, se vogliamo esser giusti, non c'è
da meravigliarsene più che tanto, perchè l'opinione di chi scrisse
quelle parole è l'opinione di molti e in Piemonte e in altre provincie
d'Italia. Fino all'età di diciassette anni, mi ricordo d'aver sempre
inteso dire nelle scuole, dai miei professori di letteratura italiana,
che i toscani _parlano con affettazione_, che dicono _molti spropositi
di grammatica_, che _scrivono male_, ecc., e mi ricordo pure che noi
scolari piemontesi credevamo fermamente di conoscer la lingua meglio
dei toscani. — I toscani, — dicevamo, — sapranno un maggior numero
di vocaboli e parleranno con maggiore facilità; ma noi che studiamo
seriamente la lingua, noi ne abbiamo senza dubbio una conoscenza più
esatta, la scriviamo con più correttezza e la parliamo in modo più
scelto. — Perchè il gran che, a quei tempi e in quelle scuole, era di
scrivere scelto.

E infatti, quando andai per la prima volta a Firenze, per starvi lungo
tempo, v'andai volentierissimo, ma coll'idea d'impararvi la pronunzia,
non la lingua. Avevo la testa tutta imbottita di parole illustri,
sapevo a memoria delle filze sterminate di periodi d'A_ntologia_, avevo
con me una mezza dozzina di quaderni pieni di frasi di «buona lega,»
di «italiane eleganze,» di «modi eletti;» e non mi passava nemmeno
per il capo che il primo venuto dei fiorentini si potesse impancare a
insegnarmi la lingua italiana; — i-ta-li-a-na, — ripetevo tra me — non
toscana, buffoni.

Però, il giorno medesimo che arrivai a Firenze, appena uscito
dall'albergo, ebbi una piccola mortificazione d'amor proprio. Due
monelli di sette o ott'anni giocavano nella strada. Uno di essi teneva
un coltellino aperto sulla palma della mano e nell'atto di pigliar la
mira per gettarlo contro un uscio, diceva all'altro: — Sta attento:
io lo tiro, vi si configge, oscilla e po' si queta. — La grazia, la
proprietà, l'efficacia di quelle parole, mi colpì. Osservai che non
v'erano nè idiotismi nè sgrammaticature. Interrogai la mia coscienza,
e la coscienza mi rispose che, per dire quella stessa cosa, io mi sarei
espresso altrimenti e men bene. Sentii un po' di dispetto e un pochino
di vergogna. Ma fu un lampo. Ripensai ai miei quaderni e a certi: —
bravo! — dei miei professori, e il mio orgoglio scolaresco rivenne a
galla.

Conobbi dei fiorentini, frequentai qualche famiglia, passarono alcuni
mesi.

Ahimè! Allora cominciarono le _dolenti note_.

Fin che, in una conversazione di molta gente, si trattava di parlare,
colle solite frasi coniate, di politica, di letteratura, di teatri,
il mio italiano correva a meraviglia. Ma quando ero faccia a faccia
con una signora, e dovevo parlare delle mie faccenduole, esprimere
sentimenti intimi, rispondere collo scherzo allo scherzo, raccontare,
descrivere, discutere intorno ad argomenti delicatissimi, dire, in
una parola, quei mille nienti di cui s'alimenta la conversazione
famigliare libera e vagabonda, a tavola e accanto al fuoco; allora
la mia lingua era restía, i miei frasoni scappavano come uccellacci
selvatici, volevo dire una cosa e ne dicevo un'altra, m'impigliavo
nei miei periodi come dentro una rete, stentavo, m'indispettivo, e
qualche volta rinunziavo a esternare un mio pensiero per paura di non
riuscirci. Quanti sorrisi leggerissimi ho visti guizzare sulle labbra
dei miei ascoltatori, mentre parlavo; sorrisi che allora mi facevano
fremere, e che ora benedico, perchè m'accorgo che furono i più utili
insegnamenti che io m'abbia avuti in materia di lingua! Qualche volta
una signora cortese mi dava amabilmente la baia, e anche questa era
una eccellente correzione. — _Il tale_, — io dicevo, — _s'appressò a
me_. — _T'appressa, Oreste!_ — essa esclamava con accento tragico. — Io
esprimevo l'idea più semplice, poniamo il caso, con una frase ricercata
ed altisonante, ed essa esclamava: — Oh come parla bene! — Ogni giorno
cadeva dal mio vocabolario, ferito a morte da uno scherzo affilato,
un piemontesismo, un francesismo, una pedanteria, una frase poetica.
Ogni giorno mi confermavo meglio nella dolorosa persuasione che invece
di _parlare_ italiano, _componevo_; che il mio tesoro linguistico era
uno scrigno di diamanti falsi, e che se volevo riuscire a parlare e a
scrivere a dovere, dovevo rimettermi a studiar daccapo. Son pur bestia!
dicevo come Vittorio Alfieri nel suo sonetto a monna Vocaboliera.

Ma il cimento più duro per il mio amor proprio fu quando misi per la
prima volta in mani fiorentine gli stamponi dei miei poveri scritti.
Una signora mi presentò un giorno una quarantina di pagine tutte
tempestate di punti neri. Mi morsi le labbra dal dispetto. — Vediamo,
— dissi con la più profonda sicurezza di riuscir vittorioso alla prova,
— vediamo e discutiamo. — Cospetto! — pensavo: — scrivere è tutt'altra
cosa che parlare. Mi può essere sfuggito qualche sproposito; ma cento,
non credo. Son fresco di studi, so dove ho pescato la mia lingua,
citerò i passi degli scrittori. La vedremo.

Si cominciò.

— Questa frase non va, — mi diceva.

— Perchè non va?

— Perchè non ha garbo, perchè non viene spontanea a chi vuol dire
quello che lei ha voluto dire.

— Ma l'ha adoperata il tale dei tali, e dicevo il nome d'uno scrittore
consacrato.

— Me ne dispiace per lui; ha fatto male ad adoperarla; io non
l'adoprerei davvero.

— Ma è o non è italiana?

— Ma anche conciofossecosacchè è italiano. Lei l'userebbe per questo?

— Ma come direbbe lei invece?

La cortese correttrice mi suggeriva la correzione. Era nove volte
su dieci la semplicità sostituita all'affettazione, l'evidenza
all'equivoco, la grazia alla pedanteria. Ma quella correzione era come
un colpo di catapulta che faceva traballare tutto l'edifizio della mia
educazione letteraria; e perciò io resistevo, mi dibattevo, citavo,
cavillavo, qualche volta credendo davvero di aver ragione, e non di
rado facendo dentro di me il proposito di non sottomettermi mai più a
quella tortura. Ma il giorno dopo ci ripensavo, davo a me stesso di
corbello e di cocciuto e facevo la correzione. E mi ricordo che mi
meravigliavo di vedere, durante le discussioni vivissime, e qualche
volta anche acerbe, che il mio testardo amor proprio sollevava, di
vedere, dico, il viso della mia correttrice sempre pacato e sorridente.
Non capivo ch'essa non s'impazientiva perchè era profondamente sicura
d'aver ragione, e che io avrei finito per riconoscerlo. — Oh questa
poi! — esclamavo qualche volta; — questa assolutamente non la passo! —
Ebbene, ne riparleremo domani, — essa rispondeva. E il giorno dopo non
c'era neppur più bisogno di parlarne.

Molte volte bastava una semplice osservazione per farmi ravvedere; ed
era quando si trattava di tutte quelle piccole affettazioni, che sono
nella lingua ciò che sul viso umano sono le smorfie, le rughe, i vezzi
ridicoli, i mille segni e atteggiamenti sfuggevoli e inesprimibili,
che rendono una persona antipatica; affettazioni delle quali molti
scrittori italiani, anche valentissimi, non si sono ancora spogliati, e
che sebbene paiano difetti di poco o punto rilievo, deturpano lo stile
e rendono i libri noiosi.

Leggevo, per esempio, nei miei scartafacci: — «Cadde sul _destro_
piede.»

— Perchè non sul piede destro? — mi domandava.

— Perchè è meno elegante, — rispondevo. Si metteva a ridere così di
cuore che io tiravo un frego sull'eleganza.

Leggevo: — Partissi da casa....

— Ma perchè non _partì_ da casa? Che direbbe di me se le dicessi che
questa mattina _partiimi_ da casa d'una mia amica e _andaimi_ a casa
d'una parente?

Leggevo: — Prese quel partito, _però che fosse_ l'unico ragionevole
che....

— Oh terrore! — esclamava accompagnando la parola con un gesto
drammatico.

— Ma è italiano! — io dicevo.

— Ma e batti con questo italiano! Vuole scommettere che senza dire mai
nè una parola nè una frase che non sia italiana, io, questa sera, nel
mio salotto, parlo in maniera da far scappare tutti i miei amici?

Non erano mica, come si vede, correzioni di errori di grammatica o
d'altri strafalcioni gravi. Erano quasi sempre cambiamenti di una
parola in un'altra di senso affine, trasposizioni, raddrizzamenti di
frasi torte, tocchi e ritocchi da nulla; ma che facevan mutar faccia a
un periodo e colore a un pensiero, e dove il lettore avrebbe inarcato
le ciglia o non badato, facevano sì che o non badasse o sorridesse
di compiacenza. Era soprattutto un insegnamento continuo intorno al
modo di distribuire e di combinare tutta quella parte minuta della
lingua, tutto quel tritume di monosillabi, che è la maggior difficoltà
delle lingue moderne; di distribuirlo e di combinarlo in maniera, che
il linguaggio non ne rimanesse irto e rotto, le giunture dei periodi
rigide, i passaggi stentati, il suono sgradevole, come vediamo accadere
al più degli scrittori non toscani. Erano delicatezze di lingua alle
quali non avevo mai pensato, che anzi non avevo mai neppur sentite nei
buoni scrittori, o le avevo sentite nell'effetto complessivo del loro
modo di scrivere; ma senza rendermi ragione del come e del perchè. —
Paiono inezie, — mi diceva quella colta signora; — e molti ne ridono;
ma a pensarci bene, sono cose essenziali per chi voglia scriver bene.
Perchè in che altro si distingue uno scrittore elegante ed efficace da
uno scrittore rozzo e sgradevole? Scriverebbero tutti bene ad un modo,
se lo scriver bene consistesse nel non violar la grammatica, nel non
adoperare nessuna parola e nessuna frase della quale non vi sia esempio
negli scrittori, nel far capire, presso a poco, quello che si pensa.
L'eleganza, la grazia, l'arte vera del parlare e dello scrivere, sta
tutta nelle _segrete cose_, nei nonnulla che sfuggono all'attenzione
dei più, in un'armonia che gli orecchi non educati non sentono. E in
questo, se ne persuada pure, signor mio, e _lasci dir la gente_: i
toscani possono insegnare qualche cosa ai loro fratelli d'Italia.

Di questa verità non erano persuasi, neppure dopo due o tre anni di
soggiorno a Firenze, molti Italiani delle Provincie settentrionali, per
i quali l'aspirazione toscana, il _te_ per il _tu_, il _dai retta_ per
il dà retta, l'_un_ per il _non_, e qualche altro idiotismo eran cose
che, messe nella bilancia, facevano saltare in aria tutte le grazie,
tutte le ricchezze, tutte le meraviglie del linguaggio toscano. Ma
nel fatto era come se ne fossero persuasissimi; perchè senza volerlo,
imparavano a parlare ed a scrivere; la loro lingua si snodava;
adoperavano, senza accorgersene, modi vivacissimi e frasi semplici
e piene di garbo, per dir cose che esprimevano prima con perifrasi e
giri di parole ridicoli; si abituavano a raccontare e a scherzare senza
compasso e senza fatica; e in fine canzonavano l'italiano stentato e
mal connesso dei nuovi arrivati a Firenze, e trovavano insopportabili
certe maniere di scrivere che avevano ammirate fino allora con
pecoraggine scolaresca.

Vi sono però molti, i quali andarono per qualche loro faccenda a
Firenze, stettero una settimana all'albergo, sentirono bestemmiare i
fiacchierai in piazza della Signoria, colsero a volo qualche frammento
di conversazione in mezzo alle erbivendole di Mercato Vecchio,
passarono tutt'al più una serata in una famiglia fiorentina, e poi
tornati a casa, dissero che a Firenze non c'è da imparare che qualche
idiotismo, che la lingua italiana non è là, che un qualunque italiano
colto può parlar meglio d'un toscano, che l'idea del Manzoni è una
stramberia.

Dio vi perdoni e vi converta, signori.



UN BEL PARLATORE


Ogni volta che l'ho sentito parlare, mi sono persuaso che sono un
barbaro e son tornato a casa umiliato.

Non so come parli alla Camera e sulla cattedra; suppongo che parli
bene; ma non credo che l'eloquenza politica e la scolastica siano la
sua vera eloquenza. Bisogna sentirlo in conversazione.

Qui è veramente ammirabile.

Prima di tutto, bisogna dire, per chi non l'ha mai visto, che la sua
persona non toglie nulla, ma neppure giova gran fatto all'efficacia del
suo parlare. Se ne può fare il ritratto in due tocchi: una gran zazzera
sopra un viso magro ed irregolare nel quale brillano due piccoli occhi
pieni d'ingegno. Ha un sorriso un po' canzonatorio, un gesto un po'
curialesco, una voce dolce e pieghevole. È superfluo il dire che è nato
in Toscana; ma necessario soggiungere che è senatore, e che ha passato
di qualche anno la cinquantina.

Bisogna, dunque, sentirlo in conversazione.

È un po' pigro, anche a parlare; e perciò non è molto facile fargli
scioglier la lingua. Se non è in vena, e se il soggetto della
conversazione non lo tira, è capace di non aprir bocca in tutta la
serata. Peggio, poi, quando s'accorge che lo si vuol far parlare per
starlo a sentire. In questo caso è timido e cocciuto come un bambino.
Un giorno una signora, sollecitata da un amico curioso, gli mise
dinanzi un libro di poesie (poichè legge mirabilmente i versi) e lo
pregò ripetutamente di leggere. — Ma come vuole che io legga, — egli
rispose quasi indispettito, — con tutto questo apparato? Diventerei
rosso fino alla radice dei capelli! — E non ci fu verso di fargli
leggere un rigo.

Bisogna ch'egli s'impegni in una conversazione quasi senz'accorgersene,
che vi scivoli, che vi si trovi legato senz'averlo voluto. Una volta
che ha preso la parola, gl'interlocutori a poco a poco tacciono e
diventano ascoltatori. Allora egli non si avvede d'essere sul palco
scenico e la platea può esser sicura d'avere il fatto suo.

Seduto in un angolo del salotto, cogli occhi socchiusi e il sorriso
sulle labbra, passandosi di tratto in tratto una mano sul ciuffo, poi
sulla fronte, e poi sul mento, egli dice mille cose argute e gentili
con una grazia e una nobiltà di forma e d'accento che è impossibile
a esprimersi. Parla lentamente e pesa le parole, ma senza sforzo; si
direbbe che le scocca, che le fa scattare l'una dall'altra, che sente e
che fa sentire in ognuna di esse un valor nuovo, scoperto o piuttosto
dato da lui, come un'effigie a una moneta. Qualche volta fa aspettare
una parola, si capisce che la cerca, e che gli sfugge; ma la coglie
sempre, ed è sempre la propria, la necessaria, quella che s'aspettava.
Talora si direbbe che ha compiuto l'espressione del suo pensiero, e
non è; aggiunge ancora un aggettivo, un avverbio, un monosillabo, che
fa sempre l'effetto dell'ultimo tocco d'un pittore sicuro. Si direbbe
che cerca le difficoltà per pigliarsi il piacere di vincerle. Non gira
mai intorno al proprio pensiero. Scava dentro di sè, mette fuori tutto,
fa comprender tutto; colorisce, brunisce, orla, frangia, si trastulla
in mille modi colla sua lingua; tocca con una destrezza meravigliosa
soggetti disparatissimi, si diverte a sguisciar di mano, fa mille
sorprese colla frase e coll'inflessione della voce; e di qualunque cosa
parli, sia di filosofia, sia di finanze, sia di letteratura, sia di
corbellerie, ha sempre la stessa evidenza e lo stesso colorito caldo
e brillante di linguaggio, che seduce egualmente uomini, signore e
bambini.

Qui dovrebbero essere, — pensavo io quando l'udivo parlare, — coloro
che dicono che _scrivere come si parla è la sapienza degli ignoranti_.
Essi mi direbbero forse che questo signore, per quanto parli bene,
scrive certamente meglio. Meglio, sì, ossia, con più ordine, con
più sobrietà, con un nesso più stretto fra pensiero e pensiero, fra
periodo e periodo; meglio, in una parola, _ma non in una maniera
diversa_. Ossia non adopera, scrivendo, nè una frase nè una parola che
non adopererebbe parlando, e scrive nondimeno con una eleganza e una
nobiltà di stile e di lingua ammirabile. Egli può studiare a memoria
quello che scrive e ripeterlo in conversazione, senza che nessuno
s'accorga che sia stato scritto. Leggendo la sua prosa, par di sentir
parlar lui; lui, — notiamo bene, — lui nascosto dietro una cortina o
coll'anello di Gige nel dito; e non un altro personaggio che non si sa
chi sia, un personaggio non vero, un terzo fittizio che si caccia fra
l'autore e il lettore, un burlone che si vergognerebbe di parlare come
scrive e si vergogna di scrivere come parla, un vanitoso imbellettato,
un ipocrita letterario, un ciurmadore di parole. Scrivere come si parla
vuol dire scrivere come vorremmo saper parlare; osservare, scrivendo,
le stesse leggi che ci sforziamo (e non ci riesce sempre, perchè ci
manca il tempo per riflettere), di osservare parlando; non mettere
sulla carta nessuna frase, nessuna parola, nessuna trasposizione di
parole, che usata parlando, in un crocchio di persone educate, colte
e nemiche d'ogni affettazione e d'ogni caricatura, farebbe inarcar
le ciglia o dare in uno scroscio di risa o dire che siamo pedanti
o pretenziosi o sciocchi. Col quale principio, ch'era quello del
Manzoni, se si esaminano nove su dieci dei libri italiani, e quelli per
i primi di cui son colpevole io, mi duole il doverlo dire, si trova
ogni momento una frase, una parola, un'attaccatura, un'inflessione
di periodo, un qualche cosa, insomma, che non va, che non ha una
ragione d'essere, che non dev'essere _scritto_ perchè non può essere
_detto_, che ci farebbe arrossire se ci sfuggisse discorrendo con una
signora, che è un'eleganza, come diceva il Manzoni, del cassone, una
ruga dello stile, una smorfia della lingua. E con questo si spiega
come al Manzoni non finisse di piacere nessun prosatore italiano.
Cercava il suo ideale e non lo trovava. Leggeva tendendo l'orecchio e
non sentiva parlare, o _sentiva leggere una cosa scritta_. Diceva del
Nicolini medesimo che _parlava meglio di quello che scriveva_. Nelle
sue meditazioni tranquille e profonde sull'arte dello scrivere, non
aveva trovato nessuna buona ragione colla quale si potesse giustificare
una differenza qualunque tra il linguaggio parlato e lo scritto, su
_qualunque materia_ si scriva, poichè nel dialogo sulla _Finzione_
egli scrisse cose altissime e stupende di filosofia e di morale senza
scostarsi dalla lingua, dalla forma, dal tono d'una conversazione
famigliare. E se qualche volta, in quello e in altri scritti, se n'è
scostato, se n'è accorto poi e ha mutato, e se non ha mutato, sentiva
che avrebbe dovuto mutare, e non c'è bisogno d'averlo conosciuto
intimamente, per poter dire che sapeva di non essere riuscito a
scrivere in tutto e per tutto come voleva, a incarnar meglio il suo
principio, a dare l'esempio più strettamente conforme alla teoria.

Così la pensa il _bel parlatore_ di cui ho parlato, il quale, se
scrivesse dei libri, sarebbe col fatto il più potente propugnatore
della teoria manzoniana, com'è, parlando, il più ammirabile maestro
di conversazione ch'io abbia conosciuto. E l'ho in fatti per un tale
maestro che quando mi viene sulla punta della penna un'espressione
o una parola o un giro di periodo sospetto, chiudo gli occhi, mi
raffiguro lui che parla, intrometto furtivamente nel suo discorso
quella parola o quell'espressione, e se non la sento stridere, la
scrivo; se stride, la caccio in bando del mio regno.

Forse, s'egli leggesse queste pagine, direbbe che il mio regno è
popolato di bricconi e mi consiglierebbe di bandire ancora. Abbia
pazienza, caro maestro; mi lasci un altro po' di tempo e le assicuro
che «sarà fatta giustizia» e «forza rimarrà alla legge.»



DALL'ALBUM D'UN PADRE

(A VITTORIO BERSEZIO.)


Questa creatura che occupa tanta parte della mia vita, e senza la
quale mi sembra che non potrei più vivere, come se fosse legata a me
da un'arteria invisibile, tre anni sono non esisteva nemmeno nella
mia mente! È strano. Mi pare che ripensando profondamente al mio
passato, dovrei trovarne qualche traccia, qualche preannunzio. Cos'è
quest'apparizione? Di dove vieni? Chi sei? Che sei venuto a dire nel
mondo? Qual è il tuo perchè, straniero? Che cosa cerchi, sconosciuto?
Perchè al mio appello hai risposto tu, cogli occhi celesti, e non un
altro cogli occhi neri? Rispondi, personaggio misterioso.

                                   *
                                  * *

L'età più bella dei bimbi, per chi ha occhio d'artista oltre che
cuore di padre, è quando passano ancora ritti sotto la tavola e si
può reggerli con una mano sola, portarli a cavalluccio sul collo,
nasconderli sotto un giornale, metterli in prigione in mezzo a due
vocabolari; e tutto il loro vestiario, dalla scuffietta alle scarpe,
sta comodamente dentro un vecchio cappello del babbo. A quell'età
la madre impazzisce per infilare una calza al suo bimbo; ma quando
una volta su dieci egli vi spinge il piedino dentro da sè, essa lo
abbraccia con impeto ed esclama alteramente: — Sei un uomo!

                                   *
                                  * *

Hanno un visetto che pare una mela cogli occhi, un collo esile che
si cinge quasi col pollice e l'indice, due manine che c'è bisogno di
guardarle per persuadersi che hanno già tutt'e cinque le dita e un
piedino che proprio non si può pigliare sul serio. La loro testina,
secondo il momento che gliela fiutate, ha odore di passero, di micio,
di coniglio, di nido di rondini, di mattoni, di legno, di vernice,
d'olio di lume, di tutto quello che c'è in casa, che essi possan
toccare; e il fiato un leggiero odore latteo misto colla fragranza di
non so che fiori; un fiato che, ad aspirarlo, par che debba far bene al
sangue, come l'aria della campagna.

                                   *
                                  * *

Eppure v'è chi non ama queste creature! Io vedo col pensiero un bambino
roseo e ridente che dalle braccia di sua madre tende tutt'e due le
mani in atto amoroso verso un signore lungo, stecchito e severo, il
quale dà indietro con un movimento quasi di ripugnanza, e facendo un
sorriso forzato, gli agita dinanzi agli occhi un dito nodoso che non
vuol essere toccato. Oh uomo lungo, stecchito e severo, sii pure un
grande ministro o un letterato famoso o un fondatore di opere pie: io
ti detesto.

                                   *
                                  * *

Bisogna vedere come sono atteggiati nella culla, la mattina, prima che
si sveglino. Chi può trattenere i baci e le risa? Sono atteggiamenti
di soldati morti sul campo di battaglia, atti di dolore disperato,
contorsioni d'acrobatici, abbandoni svenevoli d'innamorati languenti.
Ora son tutti in un gomitolo sul cuscino, ora rintanati sotto, ora
capovolti, in modo che cercando il visetto trovate la punta dei piedi,
e volendo afferrare un piede ficcate il dito nella bocca. E allora è
bello pigliar tutto in un fascio bimbo, lenzuola, coperta e coltrone,
e fuggir per la casa, colla preda calda fra le braccia.

                                   *
                                  * *

Chi vede senza ridere un bambino di tre anni, quando appena svegliato,
vestito e messo in terra, rimane un momento immobile, soffregandosi
gli occhi, e poi va innanzi a passo lento, tutto d'un pezzo insonnito,
scarmigliato, di malumore, piagnucolando e guardando la gente di
traverso; — o quando è preso dal freddo, che ha il nasino livido, e
cammina a passetti di marionetta, facendo la gobbina, e mille vezzi
e graziette minuscole, come per dire: — Son piccino, sono una cosa
da nulla, scaldatemi o sparisco; — o quando tuffa mezzo il capo in un
tazzone di caffè e latte tenuto a due mani, e tracannando avidamente,
fa la guardia colla coda dell'occhio a un pezzo di biscotto sul quale
sospetta che voi abbiate qualche intenzione ostile; — chi vede queste
cose senza ridere, non ha un senso comico delicato.

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                                  * *

A quell'età nulla di più bello che il vederli correre. La loro corsa
ha qualche cosa del saltellare d'una palla elastica, del barcollamento
d'un ubbriaco e dei movimenti d'una foglia portata dal vento. La
piccola creatura si spicca dallo sgabello, si slancia fuori della
stanza, inciampa nel gatto, rovescia una seggiola, infila un corridoio,
e via sgambettando e annaspando colle mani, di stanza in stanza,
inseguito dalla madre, fino all'angolo più lontano della casa, dove si
rifugia dietro un sacco da viaggio, e di là tenta un'ultima resistenza
per strappare una concessione al nemico. Ah! invano! Bisogna lasciarsi
lavare la faccia.

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                                  * *

Chi può dire che cos'è la voce dei bambini? C'è il gorgheggio
dell'usignuolo, il pissi pissi della rondine, il pigolío dei pulcini,
il gnaulío del gatto. Son note di flauto, mormorii e bisbigli
infinitamente soavi, strida e garriti che lacerano le orecchie, trilli
di soprano, scoppi di voce virile, stonature di tenore sgolato,
falsetti di maschere, fioriture e passaggi strani; tutti i suoni
che escono da una gabbia di cento uccelli e da un'orchestra di cento
strumenti. Accostate il viso alla loro bocca e fatevi mormorare qualche
parola nell'orecchio: alle volte n'esce un suono che vi rimescola; vi
pare d'aver posto l'orecchio allo spiraglio d'una porta misteriosa e
sentito una voce sovrumana.

                                   *
                                  * *

Egli ride. Non l'ho mai visto ridere così di cuore. È un riso smodato,
squarciato, sgangherato. Ho perfin paura che gli manchi il respiro.
Si butta a destra e a sinistra, rovescia la testa indietro, gli si
empion gli occhi di lagrime, gli si fa il viso pavonazzo. Ora basta,
via, ti puoi far male, smetti di ridere. È un riso inestinguibile, una
convulsione, un riso da schiantare le viscere. Ma finiscila una volta!
Ma perchè ridi? Che cos'è stato?... Ah! non m'ero accorto che m'ha
messo un cappelletto di carta sulla testa.

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                                  * *

Vestiti paiono qualche cosa: spogliati, non son più nulla. Si palpa
quel corpicino, si sente quell'ossatura sottile, che par che si debba
spezzare a premervi sopra la mano, e si trema pensando a che tenue filo
è legata quella cara vita. Quanto tempo e quanti dolori, per lui e per
chi l'ama, prima che questo piccolo braccio possa respingere l'offesa
di un uomo! Guardatelo lì ignudo nato quest'ometto spoppato ieri!
Come! Ha da venire un giorno in cui tu avrai la barba e il cappello
cilindrico? e capirai Tito Livio? e saprai risolvere un'equazione di
secondo grado a tre incognite? Eh via! spaccone, questo non può essere.

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                                  * *

Dovrei proprio guarirmi da questa debolezza. Sono seduto a tavolino,
scrivo, ho la testa piena di pensieri gravi, la menoma distrazione
m'inquieta, mi preme di finire; e con tutto ciò, bisogna che lasci
la penna, che m'alzi, che attraversi la stanza rimovendo le seggiole,
inciampando nei giocattoli e scomodando quattro o cinque persone, per
andare a stringere fra l'indice ed il pollice, per un momento solo, la
polpina di quella gambetta che dal mio posto vedevo biancheggiare in
un angolo oscuro dietro la spalliera della poltrona. Appagato questo
capriccio ritorno al tavolino col cuore in pace e colla mente disposta.
Altrimenti, non mi riusciva di finire la pagina.

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                                  * *

Gran voluttà quella di malmenare un bambino e di coprirlo di vituperi!
Sei un fantaccione, sei pesante, sei rotondo, sei duro, sei brutto;
mangi come un bue e dormi come una talpa; sei un ignorantone e un
fannullone che mi rovini e mi fai dannar l'anima; un giorno o l'altro
ti do un carico di legnate, non ti voglio più, ti butto fuori di casa,
farai una cattiva fine, sei un soggetto d'ergastolo, sei la mia vita,
t'adoro!

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                                  * *

Anche l'amore dei bambini ha le sue furie. Un vero padre si sente
qualche volta un po' antropofago e vorrebbe stare in una casa isolata
per poter saziare la sua fame senza che accorrano i vicini alle
grida della vittima. Non strillare, hai inteso? Il mio dovere è di
mantenerti, il tuo è di lasciarti baciare, sulla testa, — negli occhi,
— nella bocca, — sul petto, — nel collo, — fin che mi resta fiato.
Strilla! Strilla! Che m'importa? Pur che io mi sazi. Ah! se non avessi
paura di soffocarti! Già, è scritto: un giorno o l'altro ti finisco.

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                                  * *

Questa mattina passeggiavo per la stanza con lui disteso sulle braccia,
come in una culla. Egli teneva gli occhi chiusi e lasciava spenzolare
la testa e le gambe. La fantesca disse: — Par morto. — Questa parola
mi agghiacciò il sangue. Mi misi a pensare che cosa seguirebbe di
me se egli morisse. Mi parve che sarei impazzito. M'internai in
quell'immaginazione. Prenderei sulle braccia il bambino morto, —
pensai, — uscirei di casa, attraverserei la città, piglierei la
campagna, e via, di sentiero in sentiero, di villaggio in villaggio,
di giorno, di notte, al vento, alla pioggia, muto, infaticabile,
stringendo colle mani irrigidite quel corpicino freddo, fin che
arriverei in mezzo a una pianura immensa e sinistra, dove darei tutt'a
un tratto in un tale scoppio di pianto che mi si romperebbe una vena
nel petto e cadrei senza vita.

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                                  * *

Ha rotto un bicchiere, ha rovesciato un lume, straccia la tappezzeria,
sbatacchia gli usci, fa tintinnare i vetri,... getta in aria i
fantocci,... copre la voce di tutti.... Che inferno in questa casa! che
pace nel mio cuore!

                                   *
                                  * *

Quando son triste, vedo in ogni suo trastullo l'immagine di una
disgrazia che gli potrà accadere, e mi perdo in mille presentimenti
dolorosi. Rompe una gamba a un fantoccio: io penso: si romperà una
gamba in una caduta? Gioca colle pallottole: io mi domando: — Diventerà
un giocatore? Quando suona il tamburo, m'immagino che possa morire in
guerra; quando rovescia un altarino, temo che diventi uno scettico;
quando lo vedo rannicchiato in un cantuccio in mezzo a due seggiole,
mi pare che un giorno abbia da essere gittato in una prigione. Lui!
Son sogni. Fin che io vivo non gli seguiranno disgrazie. Lo seguirò
come l'ombra il corpo. Sarò il suo amico, il suo confessore, la sua
sentinella. Ma poi? Ah! Il pensiero di lasciarlo solo nel mondo mi
spaventa, ho paura della morte, son diventato pusillanime. Vorrei
vivere un secolo, ridurmi decrepito, cieco, paralitico, inchiodato
perpetuamente sopra una seggiola; purchè nei giorni di dubbio o
di pericolo, potessi afferrarlo per la mano, toccargli il capo,
supplicarlo, se non potessi più colla voce, almeno coi gesti e colle
lagrime, di non uscire dalla via dell'onore.

                                   *
                                  * *

È una cosa che fa fremere. Qualche volta, guardandolo, io mi raffiguro
le molte migliaia di bambini dell'età sua, nati nello stesso paese, e
che in questo mentre sono come lui innocenti, amorosi, carezzevoli; me
li raffiguro nelle loro culle, fra le braccia delle loro madri, coperti
di baci e chiamati coi più dolci nomi della lingua umana; vedo nel
cuore dei loro genitori le medesime speranze, lo stesso presentimento
ch'essi saranno onesti e contenti, anzi la medesima profonda certezza,
e non altrimenti fondata, che io nutro riguardo al mio: e penso che non
di meno da tutta questa legione di angioletti usciranno dei ladri, dei
falsari, degli assassini, dei parricidi, che getteranno la disperazione
e il disonore nelle loro famiglie. Quando questo pensiero mi s'inchioda
nel capo, mi tocca fare un grande sforzo per liberarmene. Questa
mattina presi il mio bimbo sulle ginocchia e gli domandai: — Bimbo,
sarai un'assassino tu? — Egli non capisce ancora il significato di
questa parola. — Si, — rispose — ma voglio dei dolci.

                                   *
                                  * *

Se potessi indovinare il suo avvenire, come fanno le zingare, dalla
palma della mano! Che cosa tratterà questa manina? La spada? Il
pennello? La penna? L'archetto del violino? Il coltello anatomico?
Povera manina, quante volte sorreggerà la testa stanca d'un lavoro
ingrato o d'un pensiero doloroso! Di quante lettere listate di nero
romperà il suggello! Quante destre di falsi amici e di donne indegne
gli occorrerà di stringere! Ma tu la conserverai pura d'ogni macchia,
figliuol mio, e se quando ti colpirà un grande dolore immeritato, ti
verrà fatto di levarla in alto, non la leverai per maledire, ma per
giungerla coll'altra, come ogni sera e ogni mattina t'insegna a fare
tua madre.

                                   *
                                  * *

Guardo la sua manina, la stringo, la nascondo tutta nel mio pugno,
e sorrido pensando che passarono per questa forma anche le mani dei
guerrieri più formidabili e degli artefici più potenti del mondo.
E da questo pensiero son condotto alla mia immaginazione prediletta
dell'infanzia degli uomini grandi. Mi raffiguro Omero che si dispera
perchè gli hanno rubato una pesca; Cesare che trema dinanzi a un topo;
Dante che salta in sella a un cavallino di legno; Michelangiolo, che
mentre suo padre gli mostra una statua, è tutto intento a schiacciare
un nocciolo coi piedi; e la signora Buonaparte che dice al futuro
vincitore d'Europa: — Vergogna! Alla tua età, quando se n'ha bisogno,
si dice, e non s'imbratta in codesto modo la casa.

                                   *
                                  * *

Se diventasse un grand'uomo! È un sogno di tutti i padri; ma non è
impossibile. Egli è un enimma infine; un geroglifico il cui significato
è ancora ignoto; una parola della quale non è scritta che la prima
lettera; un numero dell'immenso lotto umano. Questo dubbio è il
più dolce alimento della mia vita. Mi pare di possedere uno scrigno
misterioso, nel quale è possibile che ci sia un pugno di sabbia o
un mucchio di perle. Son vicino a trent'anni, e il mio avvenire che
cominciava a restringersi, s'è improvvisamente allargato; ho perduto
le ultime illusioni della gioventù, ho ritrovate le speranze infinite
dell'infanzia. Che importa che i miei capelli cadano? I suoi diventan
folti. Che importa che io discenda? Egli sale.

                                   *
                                  * *

E se riuscisse invece d'intelligenza scarsa e di fibra debole, non
solo da non uscire dall'oscurità, ma da rimanere degli ultimi in mezzo
agli oscuri? Quando mi coglie questo pensiero, sento un irresistibile
bisogno di stringermelo al petto e di coprirlo di carezze, come per
domandargli perdono della vana ambizione che me lo fa sognare diverso
da quello che forse egli è destinato ad essere. Sento il bisogno
d'assicurarlo fin d'ora che quanto sarà più angusto il posto che gli
è riservato nel mondo, tanto sarà più grande quello ch'egli avrà nel
mio cuore. Pensando che un giorno, forse, tornando dalla scuola egli mi
dirà piangendo: — Son l'ultimo; — io mi sento uno struggimento d'amore
per lui. Ma questo non sarà, perchè io l'aiuterò nei suoi studî, mi
rimetterò al greco e alle matematiche, veglierò con lui, e gli verserò
tanto affetto nel cuore, che il cuore illuminerà la mente. Quando qui
sotto v'è un tesoro, anche qua sopra v'è qualcosa.

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                                  * *

I bambini sono grandi consolatori. Chi lo sa più di te, povera
vecchia fantesca? In casa tu sei amata; ma la tua testa calva, il tuo
viso rugoso, tutta la tua persona deformata dagli anni, ti rendono
incresciosa alle persone che ti sono più care e sono cagione ch'esse
non ti rendano, ora che ne avresti tanto bisogno, le carezze che tu
prodigasti loro quand'erano bambini. Alberto, giovinetto, si ritira
bruscamente indietro quando tu accosti il tuo volto al suo per guardare
le vignette del libro ch'egli sfoglia; Enrico da molto tempo non vuol
più che tu gli faccia il nodo della cravatta per non sentire il tuo
alito e il contatto delle tue mani; e quando vuoi baciare Adelaide,
la ragazzina che hai portata in braccio per tanti anni e divertita con
tante istorie nelle lunghe sere d'inverno, sei costretta, perchè non ti
respinga, a baciarla furtivamente quando dorme. V'è una sola creatura
al mondo che non respinge le tue carezze, che ama la tua testa calva
e il tuo viso rugoso, che ti compensa di ogni ingratitudine e d'ogni
amarezza, ed è questo bambino di tre anni — Ernesta, — egli ti dice
baciandoti sulla bocca, — tu sei bella.

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                                  * *

E sempre ricasco nel pensiero della bellezza. Non credevo che un
padre, oltre l'affetto che tutti comprendono, dovesse nutrire pel suo
figliuolo un sentimento così affine a quello di uno scultore per la
sua statua. Io pure spio con trepidazione il viso di chi lo guarda,
interpreto i sorrisi e commento i complimenti come un artista incerto
dell'opera sua. Ogni sua bellezza mi pare un merito delle mie mani,
ogni sua imperfezione l'effetto d'una mia svista. Ogni giorno mi si
presenta in un aspetto diverso. Lo guardo e lo riguardo, di faccia, di
profilo, davanti, di dietro, di sopra, di sotto; correggo cogli occhi
certi suoi tratti; rimango perplesso; ci ripenso; ma finisco sempre col
darmi una fregatina alle mani e dire che è un bel lavoretto.

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                                  * *

Gran livellatori del cuore umano i bambini! V'è una povera donna con
un bimbo in braccio seduta sullo scalino della porta, che vede passare
una signora in carrozza con un bimbo sulle ginocchia. Il bimbo della
signora è vestito di velluto, il suo è vestito di cenci; quello ha un
fascio di giocattoli, il suo non ha mai avuto giocattoli; quello mangia
dei confetti, il suo rosicchia un pezzo di pan nero. Eppure degli
sguardi che le due donne si scambiarono sui propri figliuoli, quello
che espresse un sentimento d'invidia è quel della signora! La povera
donna se n'accorse ed esclamò con un fremito di orgoglio: — Il mio è
più bello!

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                                  * *

Io non so se tutti i padri vedano nei loro bambini quello ch'io
vedo nel mio; so che più lo guardo e più ammiro l'infinita amabilità
dell'infanzia, che mi pare un compenso dato da Dio alle ansietà e alle
cure ch'essa ci costa. Ha dei movimenti di capo, delle espressioni
di stupore, dei lampi di sorriso, dei gesti sfuggevoli, dei vezzini,
delle civetterie, dei nonnulla inesprimibili che mi strappano un grido
d'amore. — Non provocarmi! — gli dico qualche volta. E in questa grazia
incantevole di gesti e di atteggiamenti, una varietà immensa, una
trasfigurazione continua, una sorpresa ogni momento. Mi pare che chiuso
con lui in un castello solitario, senza libri, senza lavoro, senz'altra
cura che di custodirlo, non avrei un'ora di noia.

                                   *
                                  * *

Comincia, parlando, a legare insieme due proposizioni. È un gran
piacere per me il seguire attentamente l'estrinsecazione laboriosa
del suo pensiero, vedere con che bizzarri artifizî esprime l'idea più
semplice, con che buffe contrazioni del viso pronunzia ogni parola
nuova, come tira e scontorce e spreme il suo piccolo capitale di
venticinque parole; che stroppiature mostruose, che sgrammaticature
colossali, che spropositi enormi e incredibili, mette fuori colla più
ingenua sicurezza, e qualche volta guai a chi gli ride in faccia!
E notare come in questo suo linguaggio stravolto e spropositato,
un giorno si raddrizza una parola, un altro giorno si combina una
concordanza, e a poco a poco i vocaboli si dispongono in ordine, e le
consonanti difficili escono spiccate e sonore, fin che lo strumento
completato e accordato, potrà prendere parte al concerto della
conversazione domestica, non facendo più che qualche stonatura per
caso.

                                   *
                                  * *

È strano ch'io ci pensi oggi per la prima volta: questo visetto,
questa vocina, questa grazia angelica, che ora rallegra la mia vita,
fra qualche anno non saranno più. Ogni giorno che passa mi ruba
qualche cosa di questo bambino roseo. Fra qualche anno egli avrà un
altro viso, parlerà con un'altra voce, gestirà in un'altra maniera, e
della creatura d'oggi non mi rimarrà che qualche ritratto e qualche
reminiscenza. Questo corpicino non è che una forma che mi passa
dinanzi e che deve svanire. Sono irragionevole; ma è un pensiero che mi
rattrista.

                                   *
                                  * *

Non capisco più, ora, come io abbia potuto vivere tanto tempo,
ed essere quasi felice, in una casa sempre tranquilla —, dove non
c'era mai una seggiola fuori di posto —, dove non si rompeva mai una
bottiglia — dove non s'inciampava mai in una marionetta —, dove non
si facevano mai delle oche di carta —, dove non si vedeva mai nessuno
sotto una tavola —, dove non c'erano che dei letti enormi —, dove non
si sentivano mai che dei passi lenti e gravi —, dove non s'udivano che
voci pacate che dicevano senza errori di grammatica delle cose sempre
ragionevoli.

                                   *
                                  * *

Sovente, vedendolo così ben vestito e ben pasciuto, con un monte di
ninnoli davanti, io dico tra me: — E se un rovescio improvviso di
fortuna mi costringesse a non trattarlo più in questa maniera? Tutto
il mio sangue si rimescola violentemente a questo pensiero, e nello
stesso tempo la mia fronte si solleva e la mia anima ingigantisce. Ah!
non sarà mai, bambino mio! dovessi comprare ogni tuo giocattolo con una
notte di lavoro, scontare ogni tuo vestitino nuovo con una ruga della
fronte, pagare ogni tuo giorno di contentezza con una ciocca di capelli
bianchi, conservare il color di rosa del tuo volto colla tortura del
mio cervello e delle mie ossa! Che m'importerebbe che la gente ridesse
della mia faccia scarna e del mio vestito logoro? Io ti condurrei a
passeggiare con me in qualche parte solitaria della campagna, e starei
a veder tramontare il sole premendomi la tua testa sul cuore. Ah, non
temere! Fra te e la povertà, ci sono i miei trent'anni, la mia volontà
indomabile e le forze smisurate dell'amore che mi divora.

                                   *
                                  * *

Oggi gli ho fatto fare un bagno in una zuppiera rotta, e vedendolo
così tutto nudo e bello che grondava acqua e rideva, pensavo: — Eppure
queste povere creaturine, la febbre le consuma, il vaiuolo le accieca,
la tosse convulsiva le soffoca, il crup le strozza, e bisogna vederli
diventar neri, dibattersi, stralunar gli occhi pieni di lagrime,
chieder soccorso agitando le manine, e rimanere irrigiditi; bisogna
vederli chiudere in una cassetta, vederli portar via ravvolti in un
panno nero, vederli calare in un fosso e coprir di terra e di sassi;
e poi tornare a casa pensando ch'essi sono là soli sotto la neve, in
mezzo a un campo pieni di scheletri; e rientrando in casa, rivedere
i loro giocattoli e i loro vestiti, la culla vuota, la seggiolina
vuota, la stanza vuota, tutto l'universo vuoto, e sentir risuonare in
quell'orrendo silenzio le risa dei bimbi dei vicini! Ah! quando questo
accade, mi par che non si possan far che due cose: o spezzarsi il
cranio contro una parete o cadere in ginocchio e rimanere perpetuamente
colla fronte inchiodata sulla culla.

                                   *
                                  * *

Dopo che la mia vita è legata a questa creatura, il pensiero della
morte non mi atterrisce o non mi rattrista più se non in quanto si lega
a quello del suo avvenire. Ma se per la sua vita dovessi sacrificare
la mia; se dovessi, colla sicurezza di salvarlo, fargli scudo del mio
corpo, e difenderlo senza difendermi, immobile con lui nelle braccia, e
dieci assassini alle spalle; oh! io fremo di non so che voluttà feroce
e superba a questo pensiero: io credo, sento, giuro che mi lascerei
crivellare di pugnalate, coprendogli la testa di baci, senza aprir
la bocca per gridare: — Pietà! — e senza versare una lagrima sul mio
destino.

                                   *
                                  * *

Questa mattina, fra le altre sue stranezze, ho scoperto ch'egli crede
che gli uomini siano fatti di legno, e per quanto gli abbia detto....
— Interrotto dalla caduta d'una palla di gomma elastica che rovesciò il
calamaio.



SOPRA UNA CULLA


I.

      Sono tre giorni che ha 'l visetto bianco
    E gira l'occhio illanguidito e lento,
    E non cerca la madre, e leva a stento
    Le braccia dimagrate e il capo stanco.

      Parla, dottore — dirami aperto e franco
    La triste verità ch'io già presento;
    E tu fa core, amica; — ecco il momento;
    Dammi la mano — e sta stretta al mio fianco.

      E grave? — .... Assai? — .... C'è da temer la morte?
    Ebbene, amica — qui — qui sul cor mio,
    E opponiamo al dolor l'anima forte.

      Ma no! non posso! mi si spezza il core!
    Ho bisogno di piangere! Mio Dio,
    Pietà! M'uccido se il mio bimbo muore!


II.

      Bambino mio, cos'hai? cosa ti senti?
    Sorridi — guarda — moviti — respira;
    Non vedi il padre tuo, qui, che delira?
    Non le senti le sue lacrime ardenti?

      Non lacerarmi il cor co' tuoi lamenti!
    Oh dottore — soccorrilo — egli spira;
    Vedi come già trema, e come gira
    Gli sguardi tralunati e semispenti.

      Che aspetti dunque? Di parole vane
    Non è più tempo! Salvalo, per Dio!
    Prova! Tenta! non hai viscere umane?

      No, no, perdona! io son pazzo, lo vedi;
    Ma salva dalla morte il bimbo mio,
    E bacierò l'impronta de' tuoi piedi!


III.

      Come ha già il volto smorto ed affilato,
    Povero bimbo, povero angioletto!
    Ah per pietà, coprite quel visetto;
    Non lo posso veder così mutato.

      Appena appena gli si sente il fiato
    Ed un leggiero tremito nel petto;
    Sembra già morto — ha già mutato aspetto;
    Ha chiuso gli occhi — è immobile — è diacciato!

      Dottore! Amica mia! Ma dunque è vero!
    Egli morrà! Lo porteranno via!
    Porteranno il mio bimbo al cimitero!

      Il mio bimbo! il mio cor! Ma rispondete!
    Dite che è un sogno della mente mia,
    O mi spezzo la fronte alla parete!


IV.

      Che? — C'è speranza ancor ch'egli non mora?
    Non è la tua pietà — dottor — che mente?
    È salvo se fra un'ora si risente?
    Se fra un'ora il suo volto si colora?

      Un'ora! Un'ora eterna! Un'ora ancora
    Per vederlo morir più lentamente!
    Ma prima sarò anch'io morto — o demente,
    O invecchierò di trenta anni in quest'ora.

      Ebben — coraggio — starò qui prostrato,
    Muto — aspettando colle braccia in croce
    Che il mio povero bimbo sia spirato.

      Ed aspetta anche tu — cara — pregando;
    Non alzar contro Dio l'incauta voce....
    Inginocchiati qui.... te lo comando!


V.

      Pietà, tremendo Iddio! Pietà, Signore!
    Nel santo nome della madre mia.
    Pietà del mio bambino in agonia,
    Non rapite quest'angelo al mio core.

      Io redento dal pianto e dal dolore
    Vivrò una vita santa, umile e pia,
    E non avrò più senso che non sia
    Bontà, dolcezza, pentimento, amore.

      E se è fermo nel Vostro alto consiglio
    Ch'egli debba morir — ch'io non intenda
    La voce che dirà: — non hai più figlio!

      Datemi, eterno Iddio, questo conforto;
    Ch'io non la senta la parola orrenda;
    Ch'io resti prima o forsennato o morto.


VI.

      Povero core! Povero bambino!
    Era un angiolo d'anima e d'aspetto;
    Pareva un fiore — e qualche riccioletto
    Gli usciva già di sotto al cuffiettino.

      La notte, lo cullavo — e sul mattino
    Venia — nudo e ridente — nel mio letto,
    E sgambettando mi puntava al petto
    E contro il volto il suo rosso piedino.

      Ed ogni sera — in lui rapito — chino
    Teneramente sul suo bianco nido
    Gli coprivo di baci il corpicino;

      E in mezzo ai baci mi fuggía dal core
    Un gemito, un singhiozzo, un riso, un grido,
    E cadevo in ginocchio ebbro d'amore.


VII.

      Addio, mia bella visïon fuggita,
    Bel sogno mio svanito sull'aurora,
    Larva adorata che brillasti un'ora
    Sul deserto cammin della mia vita!

      Non tutta ancor l'anima mia smarrita
    Può intendere il dolor che la divora;
    Ancor vaneggio; — non lo sento ancora
    Tutto lo strazio della mia ferita.

      Avrò per sempre il mio bimbo morente
    Dinanzi agli occhi — ed il mio labbro muto
    Cercherà la sua fronte eternamente.

      Arte, fede, avvenir, gloria, fortuna,
    Speranze, gioventù — tutto è perduto;
    Tutto è morto e sepolto in questa cuna.


VIII.

      No! non lo credo! Tu m'inganni! Giura
    Che dici il vero! Per pietà, dottore,
    Non lacerarmi un'altra volta il core,
    Non ti far gioco della mia sventura!

      È uno scherno crudel della natura!
    È un vano inganno! È un sogno mentitore!
    È salvo? Vive? Vive ancor? Non muore?
    Ah! la povera mia mente s'oscura!

      Indietro tutti — via da me — lasciate
    Ch'io profonda sul mio santo angioletto
    Questa piena di lacrime infocate!

      Ride! Parla! Mi guarda! Eterno Iddio,
    Che il grande nome tuo sia benedetto!
    Mio figlio è salvo — l'universo è mio!



GIOVANNI RUFFINI


Un giorno, a Parigi, ricevetti una lettera con questo poscritto: — «Se
non lo sa, le annunzio che il Ruffini, l'autore del _Dottore Antonio_
e del _Lorenzo Benoni_, sta in via Boulogne, numero trentasei.»

Vi sono molti che pure desiderando vivamente di conoscer di persona
un uomo illustre che amano ed ammirano, per nulla al mondo andrebbero
a bussare alla sua porta senz'essere accompagnati da un conoscente
comune, o avere in tasca una lettera di raccomandazione, o essere
stati assicurati in mille modi che possono presentarsi senza timore di
parere impertinenti. Per me, quando ho un desiderio di questa natura,
trovo che la maniera più naturale e più dignitosa di soddisfarlo, è
quella di andar per la via più corta a casa del personaggio, e dire
alla cameriera che viene ad aprire: — Abbia la bontà di annunziare al
padrone che il tale dei tali ha un vivissimo desiderio di vederlo. —
Non mi conosce? che importa? O che vado là per far ammirar me, e non
per ammirar lui? Ma potrebbe supporre che vi abbia condotto a casa
sua una curiosità volgare, o l'ambizioncina di dire poi che l'avete
conosciuto. Ma che! Se è un uomo d'ingegno deve aver l'occhio fino e
conoscere gli uomini: gli basterà guardarmi in viso e sentire il suono
d'una mia parola, per capire che il cuore che mi batte, ch'egli mi fece
del bene, che ho della gratitudine per lui, e che v'è più rispetto e
più amore in quella mia risoluzione di farmi innanzi così alla bella
libera, che in tutte le esitazioni e in tutti gli scrupoli degli
ammiratori timidissimi.

Andando per via Clichy verso via Boulogne, pensavo al _Dottore
Antonio_, che avevo letto cinque anni innanzi, di primavera, all'uscire
di una grave malattia. Pei libri che si lessero la prima volta in tempo
di convalescenza, quando pare di esser rinati a un'altra vita, e stando
ancora in letto più per prudenza che per bisogno, si guarda colla
curiosità d'un prigoniero quel po' di cielo azzurro che appare dalla
finestra, e quella ciocca di verde che spunta sul terrazzino della
casa dirimpetto; pei libri che si lessero in quei giorni, qualunque
essi sieno, si nutre un sentimento particolare di gratitudine. Se poi
son libri che facciano amare soavemente quella vita che si è temuto di
perdere, e desiderare con ardore quel lavoro che ci fu tanto doloroso
di smettere, e ammirare con entusiasmo quella natura varia e bellissima
che le quattro pareti della nostra stanza ci hanno nascosta per tanto
tempo; se son libri, in una parola, che aggiungano una nota dolcissima
all'inno di gratitudine che si alza dal nostro cuore verso tutto quello
che è intorno noi e sopra di noi, come se ogni cosa si rallegrasse
della nostra salvezza, e ci animasse a rimetterci in cammino con
coraggio; allora quei libri diventano amici di tutta la vita, e il nome
di chi li scrisse ci resta nell'anima come il nome di un benefattore.

Entrando in via di Boulogne mi ricordai delle affettuose parole colle
quali un amico mio mi espresse un giorno l'impressione che aveva
ricevuta dai romanzi del Ruffini. — È uno di quelli scrittori, ai
quali, dopo letto l'ultima pagina d'un loro libro, domandereste un
consiglio per pigliar moglie, confidereste una vostra sorella per
un viaggio, rimettereste nelle mani denari, memorie secrete, lettere
intime, ogni cosa.

Tirai il campanello, mi aperse una vecchia cameriera. — C'è? — C'è. —
Abbia la bontà di dirgli che il tale dei tali ha un vivissimo desiderio
di vederlo. — Scomparve, e tornò di lì a un minuto a dirmi ch'entrassi.

Entrai in una cameretta modesta — lo vidi — aveva capito — mi venne
incontro sorridendo — balbettai qualche parola — sedemmo.

I primi momenti in cui si trovano l'uno di fronte all'altro un uomo
illustre e uno sconosciuto che è stato spinto verso di lui da un
sentimento di ammirazione e di affetto, passano quasi sempre in
silenzio, poichè il visitatore, lì per lì, è occupato suo malgrado
a fare un raffronto tra la persona che ha dinanzi e quella che si
raffigurava; e l'uomo illustre, dal canto suo, indovinando quel
raffronto, per quanto sia superiore ad ogni sentimento di vanità,
rimane sospeso nell'atto di cercar negli occhi dell'ammiratore
l'impressione che la sua persona gli produce. Fuor che nei momenti
dell'inspirazione, il viso di uno scrittore o d'un artista non riflette
mai così limpidamente la bellezza dell'ingegno e del cuore. Vi si vede
una soddisfazione serena, mista a un non so qual leggiero turbamento
di pudore virile, che farebbe parer bello anche un viso non bello,
e desterebbe un moto di simpatia anche in un'anima dalla quale fosse
svaporata ogni freschezza di sentimenti gentili.

Il Ruffini ha l'aspetto d'un buon padre di famiglia; uno di quei bei
volti aperti e soavi, che in questi tempi, come dicono coloro che
hanno per intercalare _il mondo peggiora_, non si vedono più; una di
quelle fisonomie che ricordano certi grandi ritratti che ornan le sale
delle case patrizie. Così a occhio si direbbe che ha una sessantina
d'anni; e godo di poter aggiungere che ha l'apparenza d'un uomo
destinato a sbarcarne altri sessanta. Però malgrado il suo aspetto
pacato, s'indovina da certi moti risentiti delle labbra e da certi
suoni profondi della voce, che la sua vita deve essere stata agitata
da passioni vigorose e afflitta da qualche grande dolore. Come nelle
pagine del _Dottor Antonio_, così sul suo viso, nel suo accento, nei
suoi discorsi vi è qualche cosa di melanconico. Ma è una melanconia
temperata di tanta benignità e di tanta dolcezza, che non se ne sente
punto l'amaro. Ha poi una semplicità infantile di modi e di linguaggio,
che vi fa parere d'essergli sempre vissuti insieme, e una maniera di
guardarvi e d'interrogarvi come se foste voi in casa vostra, ed egli
ci fosse venuto, mosso dallo stesso sentimento che condusse voi a casa
sua.

Alle prime parole che gl'intesi dire fui meravigliato che non avesse
perduto l'accento genovese dopo tanti anni che vive lontano dal suo
paese. È nato a Taggia, vicino a San Remo, su quella beata riviera
ligure che egli dipinse con una meravigliosa freschezza di colori
nel suo secondo romanzo. Si sa che nel 1848 i suoi concittadini lo
mandarono al Parlamento piemontese, e che lo rielessero non è molto,
benchè egli dichiarasse che non avrebbe accettato il mandato, come in
fatti non l'accettò, _per non spellar la mano nei ferri dell'altrui
bottega_. Ora vive un po' a Londra, un po' in Isvizzera e un po'
a Parigi; ma più lungamente a Parigi, dove ha molti amici e molti
ricordi. È stato gravemente malato or fa un anno, credo appunto in
Parigi, e non s'è ancora rimesso affatto dalla malattia; ma la sua è
una convalescenza colla quale molti uomini di pari età vorrebbero poter
cangiare la propria salute.

Gli feci quella solita dimanda, che per gli uomini come lui dev'essere
importuna come una mosca, tanto spesso e da tanti se la senton fare! ma
che pure è naturalissima, e scappa dalla bocca prima che si sia pensato
a mandarla fuori: — E ora che sta facendo?

— Non faccio nulla — rispose — perchè non ho niente da dire. —

Risposta semplicissima che chiude una profonda sentenza: — Scrivere
quando si ha bisogno di scrivere, — o come diceva il Manzoni —
aspettare che la musa ci venga a cercare, e non iscalmanarsi a correr
dietro alla musa. — E poi soggiunse per chiarir meglio il suo pensiero:

— Ognuno non ha che una certa quantità di roba nel sacco, e quando il
sacco s'è vuotato, se si vuol continuare a dare, non si dan più che
parole —

Gli domandai se nei soggetti de' suoi romanzi ci fosse il fondamento
d'un qualche fatto vero e n'ebbi la risposta che m'aspettavo. Egli ha
conosciuto quasi tutti i suoi personaggi, ha raccontato i loro casi,
s'è servito delle loro parole. Di qui l'efficacissimo colore di verità
che brilla nei suoi racconti, i dialoghi che par di sentire piuttosto
che di leggere, e i personaggi che, a libro chiuso, si confondono nella
memoria del lettore con gente vera ch'egli conobbe in altri tempi,
così che alle volte gli bisogna quasi fare un atto di riflessione per
separare le persone dalle larve. Dio sa quante cose gli avrei domandato
intorno ai suoi libri, ai suoi studî e alla sua vita se non me ne
avesse trattenuto il timore che egli, osservatore sottile, mi leggesse
negli occhi il proposito segreto di spiattellare in una gazzetta
tutto quello che gli usciva dalla bocca. E perciò fui costretto a
lasciar cascare la conversazione sull'interpellanza contro il decreto
del prefetto di Lione e sulla discussione intorno all'ordine della
Legion di Onore. Il Ruffini conosce la Francia _intus et in cute_,
e spiega, parlando di politica, quell'accorgimento fino e quel buon
senso rettissimo, col quale suol giudicare gli uomini e le cose nei
suoi romanzi; ma pure non mi potei trattenere dall'interrompere quei
suoi discorsi per ricondurlo a parlare di sè, e cogliendo a volo tutti
gli appicchi ch'egli diede involontariamente alle mie interrogazioni
indiscrete, riuscii a raccapezzare qualcosa.

Come abbia cominciato la sua vita letteraria, i più, credo, lo sanno.
Emigrò giovanissimo, andò a Londra, e trovandosi corto a denari,
dovette pensare a guadagnarsi la vita col lavoro. Prima d'allora non
avea scritto altro che articoli per gazzette, e benchè si sentisse
dentro quella _certa smania inesplicabile_ che agitava l'anima
del Giusti prima che si fosse rivelato a sè stesso, non aveva mai
sognato di salire un giorno su per la sterminata scala dell'arte fino
all'altezza a cui è salito. Gli venne in mente di scrivere un libro
— che fu poi il _Lorenzo Benoni_ — per far conoscere in Inghilterra
quel periodo importantissimo della vita italiana, e destar così un
sentimento di simpatia per il suo paese «che allora aveva bisogno di
tutti.» Manifestò il suo disegno ad alcuni amici che lo approvarono, e
trattò della pubblicazione coll'editore d'un giornale, che lo esortò
a scrivere i primi capitoli, i quali sarebbero stati stampati subito
per tastare l'opinione pubblica, e o smettere a tempo o tirare innanzi
di buono. Il Ruffini scrisse le prime cento pagine e gliele portò;
ma l'editore non fu soddisfatto, e cangiato avviso, volle vedere il
lavoro finito prima di cominciarne la stampa. Allora il Ruffini si
perdette d'animo, buttò in un canto il suo manoscritto e si dedicò ad
altre cose. Qualche tempo dopo, essendo andato a Parigi e avendo dato
a leggere quel poco che aveva fatto ad una colta ed arguta signora,
che gliene fece caldissime lodi, e lo spronò vigorosamente a scrivere,
riprese animo, si rimise al lavoro, lo condusse a fine, e mandò il
romanzo con una lettera di raccomandazione di suo fratello, a un
editore di Edimburgo, il quale approvò, stampò e ricompensò l'autore
con cento lire sterline: non sperata fortuna! che fu, come tutti sanno,
il primo anello d'una catena d'oro. Il _Lorenzo_ ebbe un successo
splendido; la stampa inglese incoraggiò l'autore con larghissime
lodi; lo stesso Mazzini, benchè in quel libro ci fosse qualche nota
stridente per un orecchio repubblicano, gli espresse per lettera
la sua ammirazione; la fama del Ruffini fu assicurata. Poi venne il
_Dottor Antonio_, e dopo il _Dottor Antonio_, tutti gli altri gioielli
smaglianti di limpidissima luce.

Come ha potuto il Ruffini ridursi in grado di scrivere in inglese,
per quanto si assicura, puro, facile ed elegante, in così breve tempo,
poichè egli medesimo dice che quando andò in Inghilterra non conosceva
che pochissimo la lingua? Voglio che un ingegno potente divini, in gran
parte, il linguaggio del quale ha bisogno per rivelarsi ed espandersi;
ma quanto deve aver faticato in quelle prime lotte del pensiero colla
parola, così lunghe e difficili anche per chi scrive nella lingua
che gli è famigliare dall'infanzia, egli che doveva scrivere in una
lingua straniera, e tanto diversa dalla sua! Io credo che quando va a
Londra, non dimentichi mai di visitare quella stanzina al quarto piano,
nella quale vegliò le prime notti, colla mente affollata di pensieri e
d'immagini che non trovavan l'uscita, e il cuore gonfio d'affetti che
prorompevano in lagrime prima che in parole! Chi avesse potuto in quei
momenti susurrargli nell'orecchio con uno di quegli accenti di voce
sovrumana che annunziano il futuro agli eroi delle leggende: — Tu sarai
ricco, celebre ed amato in questo paese, nel tuo, in molti altri, per
una lunga vita e dopo la vita!

È facile avvedersi da qualche parola buttata qua e là che il Ruffini
si dà pensiero del rimprovero che molti gli potrebbero fare, che
qualcuno gli fece, d'aver scritto in inglese invece che in italiano.
Per me credo che non occorra nemmeno discolparlo. Per potergli fare un
carico d'aver scritto in inglese, bisognerebbe potergli anche scrivere
a colpa di aver emigrato, d'esser andato a Londra, di essersi trovato
nella strettezza, di aver avuto bisogno di farsi capire dalla gente da
cui voleva farsi leggere. D'altra parte i suoi libri, benchè scritti
in inglese, sono tanto italiani e per soggetto e per sentimento e per
scopo, che si può quasi affermare che appartengono alla letteratura
italiana più che alla letteratura inglese. Scritti in italiano, non
si sarebbero certamente diffusi quanto si diffusero, e non avrebbero
ottenuto in egual misura lo scopo che l'autore si propose: — di far
conoscere ed amare l'Italia fuori d'Italia. — Il Ruffini ha fatto una
buona azione in inglese; e una buona azione è sempre una buona azione
in qualunque forma la si faccia; e il nostro amor proprio nazionale
non è punto meno solleticato da che gl'Inglesi ci dicano: — Alcuni dei
nostri più cari romanzi sono d'un Italiano; — che dal poter dir noi: —
abbiamo un Italiano che scrisse alcuni romanzi degni di stare accanto
ai più cari romanzi inglesi. —

I romanzi del Ruffini furono tradotti in molte lingue. Mi parlò egli
stesso di una traduzione tedesca che si fece mesi sono, e da quanto
mi parve di capire, tutte queste traduzioni gli fruttarono qualche
cosa, — eccettuate le traduzioni italiane — dalle quali non gli venne
il bellissimo nulla. Non lo disse, ma credo di poterlo affermare; e mi
spiace di poterlo affermare. Eppure i libri del Ruffini furono e sono
tuttora molto letti in Italia. Dal che si può tirare una conseguenza
che non è onorevole per il commercio letterario italiano.

S'informò delle condizioni della nostra stampa letteraria e mi domandò
che vita possa menare fra noi uno scrittore al quale non manchi il
favore pubblico. Gli risposi che in Italia, uno scrittore al quale il
pubblico sia favorevolissimo, può oramai considerarsi quasi sicuro di
non morir di fame, purchè lavori il doppio di quello che dovrebbe per
rispetto all'arte sua e per riguardo alla propria salute, e purchè i
suoi libri abbiano una straordinaria diffusione. E siccome mi nominò
uno scrittore giovane, autore di alcuni romanzi dei quali si fecero
parecchie edizioni, gli avrei voluto far sapere che appunto quello
scrittore, che pure si può annoverare tra i più fortunati del giorno,
può scrivere ogni sera qualche pagina di romanzo, perchè lungo il
giorno ne scrive molte, e Dio sa che camiciate gli costano, sul corso
forzoso, sulle imposte comunali e sui progetti di strade ferrate. E
gliene avrei potuto nominare un altro, morto giovane, ch'era pieno
d'ingegno e d'affetto, e operosissimo, e i cui libri si leggevano
avidamente, e che pure, non molto tempo prima di morire, si trovava
ridotto a desinare di castagne secche. E gli avrei potuto anche dire
d'un uomo illustre, vivente, autore di alcune opere note anche fuori
d'Italia, che per reggersi ritto, scrive ogni giorno una lettera
politica a un giornale di provincia, che manda cento lire al mese a
un amico suo, il quale si fa passare per corrispondente, e rimette i
denari a lui, che salva così il pudore della povertà. Il Ruffini che
s'è fatto una piccola fortuna con quattro novelle, avrebbe sorriso se
gli avessi detto queste cose. Certo che si può obbiettare: — Scrivete
delle novelle come le sue. — Ma tra farsi una fortuna e campare, ci
corre più che tra le novelle del Ruffini e gli scritti di coloro che
ho accennati, benchè ci corra moltissimo. E non dico questo per cavarne
un'accusa contro l'Italia; ma per dire le cose come sono.

Non so quanto tempo io sia rimasto con quel caro uomo, — medico di
anime e fattore di galantuomini, — cogli occhi fissi nei suoi e colla
mente tesa per cogliere ogni suo pensiero e impadronirmi di ogni sua
parola. E mi pareva di vedere intorno a lui, come un corteo, tutti i
gentili fantasmi che ci fece amare nei suoi libri, e lontano, in fondo
al quadro che mi rappresentavo colla fantasia, quella bella marina
ligure, quel bel cielo, quel lido verde e queto, ch'egli ci fece parere
più bello e ci rese più caro. E udendolo parlare italiano così un
po' lentamente e con qualche giro di frase straniera, e pensando ai
lunghi anni ch'egli visse fuori della sua patria, e al suo soggiorno
in Francia, e ai suoi viaggi in Isvizzera e in Inghilterra, che lo
allontanano da noi, provavo come un senso di mestizia, e gli avrei
voluto dire quello che ora scrivo, non per chi leggerà, ma proprio
per lui: — Tornate fra noi, caro amico, che se non abbiamo potuto
agevolare i primi passi che faceste sulla nobile via delle lettere, nè
raccoglier di prima mano i fiori di cui l'avete cosparsa, v'abbiamo
però accompagnato da lontano con un sentimento d'orgoglio, misto di
rammarico e di desiderio. Tornate fra noi perchè abbiamo bisogno d'una
persona cara e venerabile, sulla quale versare una parte dell'affetto
che avevamo accumulato sul capo di quel vecchio illustre, del quale voi
avete la bell'anima, e se non pari gloria, la stessa gloria: quella di
aver fatto del bene. —

Uscendo di casa sua, mi accorsi che per la prima volta, dopo due mesi
che stavo a Parigi, mi sentivo libero da un certo stordimento, da un
turbinio di desiderî, da non so che tumulto del cuore e della testa,
che non mi lasciava ben avere, nè lavorare, nè pensare, come se ogni
giorno fosse il giorno dell'arrivo, e che a volte mi prostrava in
uno sgomento da non potersi esprimere, come di chi credesse d'esser
diventato tutt'ad un tratto povero, stupido, nullo, e che tutti,
incontrandolo, dovessero sentir compassione di lui. Il Ruffini mi guarì
da questa malattia. Dopo di allora non l'ho più visto. Se gli cadranno
sott'occhio queste pagine, pensi che i medici debbono tollerare le
piccole indiscretezze dei malati — accetti la, mia pubblica professione
di gratitudine, — sorrida, — e mi perdoni.

1873.



L'AMORE DEI LIBRI


Un tale, tempo fa, scrisse contro la pessima abitudine di moltissimi
italiani, i quali benchè siano dediti alla lettura e possano spendere,
non comprano mai un libro.

Le cagioni di quest'abitudine di non comprare, o meglio, di questa
mancanza dell'abitudine di comprare, son molte; ma le principali
mi paion queste: che _la libreria_ non è ancora considerata come un
_mobile_ necessario al decoro della casa, che il libro non è ancora
capito come oggetto d'ornamento, che si ama la lettura, infine, ma che
non si ama ancora il libro.

Io credo infatti che di tutti i mobili quello che si vende meno in
Italia sia lo scaffale.

Moltissimi non capiscono in nessuna maniera come e perchè si abbia da
conservare un libro dopo che si è letto.

Ogni momento, dai librai, occorre di sentir dire a qualcuno: — leggerei
volontieri questo libro. — Gli domandano perchè non lo compra. — Perchè
non lo compro? — risponde l'interrogato. — E che vuol che ne faccia
quando l'abbia letto? — Per costoro un libro letto non essendo più che
un ingombro, hanno ragione di non voler spender denari per empirsi la
casa di carta sudicia. Entrate nelle case. Nella maggior parte vedete
delle raccolte di conchiglie, d'uova, di pietruzze, di francobolli
esteri, persino di scatoline di fiammiferi; ma non ci vedete una
raccolta di libri. In ogni parte c'è qualche cosa che vi rammenta che
la famiglia mangia, gioca, dorme, suona; nulla che vi rammenti che
legge. È gala se vedete sparsi qua e là pei tavolini e pei cassetti
una ventina di volumi, un terzo dei quali appartengono al ragazzo che
va a scuola e quattro o cinque a un gabinetto di lettura. I pochi che
rimangono, — la sola proprietà libraria della casa, — son laceri e
scuciti e hanno i primi fogli coperti di cifre e di fantocci. Se ne
servono per smorzare la candela, per accendere il fuoco, per fornire
di carta le parti della casa dove è bene che ci sia sempre carta. —
Perchè stracciate questo libro? domandate. — Oh bella! — rispondono —
se l'abbiamo già letto e riletto tatti!

Una casa senza libreria è una casa senza dignità, — ha qualcosa della
locanda, — è come una città senza librai, — un villaggio senza scuole,
— una lettera senza ortografia.

Quanto è bella una biblioteca! Quante cose ci vede e quanto piacere ne
può ricavare anche chi legge per puro spasso, se appena ha un po' di
sentimento e d'immaginazione!

I più mirabili frutti dell'ingegno umano son qui, raccolti in un
piccolo spazio, sotto la mia mano. Frutti d'ispirazioni divine, frutti
di meditazioni e di studi che segnarono di rughe precoci le più nobili
fronti umane, frutti delle più splendide fantasie dell'universo,
son qui ridotti nella forma di piccoli parallelepipedi, imprigionati
fra quattro assicelle, divisi per tempi, per paese, per lingua, per
materia, per dignità, numerati e schierati come un esercito. Uno
scompartimento mi apre i secoli passati, un altro mi trasporta nei
paesi lontani, questo mi tocca il cuore, quello mi stimola la vena del
riso, un terzo mi fa sognare, un quarto mi fa pensare e un quinto mi
fa piangere. Io posso scegliere secondo il mio umore; è una farmacia
morale; vi sono gli scompartimenti per i giorni foschi, quelli per i
giorni sereni, quelli per i giorni di fiaccona, quelli per i giorni
in cui mi piglia la furia del lavoro. E alla varietà delle materie
corrisponde la varietà degli aspetti. Vi sono i colossi, — vocabolari
e grandi opere illustrate, — che formano quasi l'ossatura di questo
piccolo mondo. Vi sono file compatte di volumi tarchiati, di color
oscuro, — vecchie edizioni economiche di opere classiche, — modeste
all'aspetto, ma piene di _vital nutrimento_, come nel mondo reale gli
uomini di vero merito. Sotto questi, l'aristocrazia delle legature, la
classe privilegiata della biblioteca, rivestita di pelli luccicanti
e rabescata di fregi d'oro. Poi la gioventù elegante e gaia: il
roseo del Lemonnier, il turchinetto del Barbera, il rosso aranciato
dell'Hachette, il giallo chiaro del Levy, cento colori di cento
edizioni civettuole, che fanno a chi più tira gli sguardi. Poi daccapo
lunghe file di volumetti uniformi e poveri, che sono come il popolo
minuto della biblioteca, guardato con indifferenza e trattato con pochi
riguardi. Più sotto le edizioncine diamante, genterella irrequieta, che
va e viene dalla città alla campagna, per strada ferrata e in carrozza,
dalla tasca alla valigia, dalla valigia al tavolino da notte, e si
contenta dei ritagli della nostra giornata. In questa folla abbiamo
le nostre simpatie, i vecchi amici, gli amici di ieri, i maestri, i
benefattori, i cattivi consiglieri, i capi scarichi, le anime perdute,
i rigoristi, i seccanti, i buffoni, i parassiti, i predicatori, i
mettimale, i consolatori. E in fondo finalmente, al pian terreno,
quattro dita sopra il pavimento, il cimitero, dove sono ammontati alla
rinfusa, sbrandellati e coperti di polvere, libretti ed opuscoletti
d'ogni forma e d'ogni colore, che vissero un giorno od un'ora nella
nostra mente: stravizi dello spirito, come dice il Guerrazzi; segatura
dell'ingegno umano: poesie di nozze, primi saggi di poeti falliti,
romanzi rachitici, almanacchi, libelli, imitazioni, plagi, capricci,
corbellerie, cenci e cocci della letteratura, destinati al banco del
tabaccaio alla cesta dello spazzino.

L'amore dei libri, crescendo a poco a poco, finisce poi col diventare
un sentimento affatto distinto dall'amore della lettura, e fonte,
per sè solo, di mille piaceri vivissimi, piaceri della vista, del
tatto, dell'odorato. Certi libri, si gode a palparli, a lisciarli, a
sfogliarli, a fiutarli. L'odore della stampa fresca dà dei fremiti
di voluttà. A occhi chiusi, fiutando, si riconosce se un libro è
antico, o soltanto vecchio, o recente, o recentissimo. Certi colorini
di certe edizioni innamorano, e s'incapriccisce per certi sesti e
certi frontispizî, come per certi corpicini e certi visetti. Si prova
veramente per i libri piccoli e graziosi un sentimento di sollecitudine
più gentile, che pei libri grossi, e a sollevare con uno sforzo certi
libroni si ride d'una compiacenza che non saprei definire; ma che è
tutt'altra da quella che si sente sollevando qualunque altro peso. Si
gode disponendo i proprî libri in un nuovo ordine, che formi una nuova
combinazione di colori; si lavora di mosaico; si fa ogni giorno un
cambiamento; una biblioteca anche piccola da lavorare; c'è da colmare
le lacune, da barattare le edizioni, da ricevere i nuovi venuti, da
congedare quei che partono, da curare quei che soffrono, da ristorare
quei che invecchiano, da far la corte a quei che splendono; è insomma
un piccolo Stato da governare, nel quale si provano tutti i piaceri,
tutti gli sconforti, tutte le invidie ed anche tutte le gloriole d'un
piccolo re, che non potendo allargare i suoi confini quanto vorrebbe,
si diverte e si consola rimestando continuamente quel po' che possiede.

È un grande errore quello di credere che s'impari ugualmente dai libri
che si possedono e da quelli che si pigliano a prestito. Un libro
non fa tutto il pro che può fare se non è cosa nostra. Bisogna poter
logorarselo, sottolinearselo, farvi dei punti d'esclamazione, piegare
le pagine, segnarne i margini colle nostre unghie. Un libro che non
fa che passarci per casa, non lascia traccia profonda. E poi, che
differenza! Se lo avete in casa, lo leggete e lo rileggete appunto
nei casi in cui siete meglio disposti a riceverne un'impressione
viva ed utile, perchè ciò che vi fa cercar quella lettura piuttosto
che un'altra, è una disposizione particolare dell'animo, la quale se
doveste cercare il libro altrove, sarebbe forse già mutata prima che il
libro fosse nelle vostre mani.

Quanto è grande l'efficacia d'una biblioteca sull'educazione dei
ragazzi! Il destino di molti uomini dipese dall'esserci o non esserci
stata una biblioteca nella loro casa paterna. L'aver avuto sotto mano,
a tutte le ore del giorno, il modo di soddisfare le prime curiosità
infantili, d'ingannare sfogliando libri la noia delle giornate
piovose, gettò in molti cervelli i primi germi d'un amore allo studio
che divenne col tempo passione ardente per la scienza e fecondò
precocemente certe facoltà dell'ingegno che lo studio obbligato e
circoscritto della scuola avrebbe lasciate inerti. E lasciando pure
da parte i grandi effetti, è bene ispirare all'infanzia il culto dei
libri, anche prima dell'amore della lettura. È ben per il bambino che
ci sia un angolo della casa, dove è eretto quasi un altare allo studio
e al sapere, al quale, senza comprenderne ancora la ragione, egli vede
dai suoi parenti usar certe cure e testimoniare un certo rispetto; una
stanza silenziosa, dove di tratto in tratto egli vede qualcuno immobile
e serio; un luogo consacrato al pensiero come ce n'è uno consacrato
alla mensa, uno al lavoro, uno al riposo. E da giovinetto, leggerà con
un piacere particolare quei libri che gli son famigliari all'occhio fin
dell'infanzia, che ha veduto mille volte ordinare, pulire, accarezzare
dai suoi genitori; che avevano già per lui, ciascuno secondo la sua
forma e il suo colore, un significato fantastico, prima che conoscesse
l'alfabeto. Certo ci dev'essere una differenza tra il giovinetto
che fin dai suoi primi anni ha veduto la sua famiglia conservare e
rispettare religiosamente i libri, e quello che l'ha veduta vivere di
brigantaggio librario e fare dei libri letti quello che si fa delle
scarpe vecchie e degli abiti smessi.

E poi! che c'è che ravvivi più intimamente e più dolcemente nel cuore
del figliuolo la famiglia o lontana o dispersa, i genitori morti,
l'infanzia, l'affetto e le cure di cui fu circondato? I libri che
portano il nome del padre, ch'egli stesso mise nelle sue mani, di cui
parlò con lui, gli ricordano le sue letture predilette, i suoi giudizî,
le sue opinioni, mille sfumature della sua indole. Su certi libri
gli par di vedere, al lume della candela, chinarsi quegli occhiali
luccicanti e quella barba bianca. Altri gli rammentano la famiglia
seduta in cerchio, intenta alla lettura d'un solo; atteggiamenti di
persone care, esclamazioni e risa allegre o singhiozzi mal soffocati
delle sorelle piccine, che pure gli sarebbero già fuggiti dalla memoria
da lungo tempo. Il figliuolo di chi amò i libri, amerà i libri, e non
sarà mai un'anima affatto volgare quella in cui rimarrà questo culto.

Ah! vediamo di formarci intorno per tempo questa corona d'amici muti e
fedeli; fabbrichiamoci questa pacifica fortezza per ripararvici dentro
nei giorni in cui saremo assaliti dai dolori della vita. Questi giorni
vengono, e con essi il bisogno della solitudine e del silenzio. Sarà
triste allora il non aver un angolo della casa dove poter rifugiarsi
per tentar di dimenticare i vivi confortandosi coi morti!



MANUEL MENENDEZ

(RACCONTO)


I.

La canzonetta andalusa intitolata _Don Manuel Menendez_ è una favola
che non ha quasi punto che fare col fatto vero, il quale si può sapere
soltanto dai Sivigliani che conobbero intimamente il personaggio,
e che son rari, perchè egli partì da Siviglia di quattordici anni,
quando perdette il padre e la madre; non vi tornò che dieci anni dopo,
e ne ripartì per sempre in capo a pochi mesi. In questo breve tempo
riempi la città del suo nome. Non stava però sempre in città: partiva,
tornava, spariva, senza che nessuno sapesse nè perchè, nè dove; e
qualche volta la notizia del suo ritorno giungeva inaspettata ai suoi
amici insieme con quella d'un colpo di spada ch'egli aveva dato o
toccato fuori della Porta di Cordova per una quistione di donne o di
politica. Molti dicevano che aveva un ramo di pazzia, e la credevano
conseguenza d'una cornata nel capo che aveva ricevuto, a tredici anni,
da un toro _novillo_, nei giochi domenicali del circo. L'aveva ricevuta
infatti, e ne portava ancora la traccia; ma il suo cervello n'era
rimasto illeso. Aveva una meravigliosa esuberanza di vita che espandeva
in amore, in moto, in versi, in lacrime, in sangue, senza riuscire
a trovar pace; un cuor grande, un orgoglio satanico, degl'impeti di
rabbia in cui si sfracellava una mano contro il muro, una forza d'animo
da far fremere e il coraggio d'un forsennato. Una signora aveva detto
di lui uno scherzo che gli si attagliava a meraviglia: — Io mi son
fitta in testa che se nelle comete ci sono degli uomini, debbono essere
tutti come Manuel Menendez. — La sua parola non usciva, esplodeva, e
pareva sempre che una parte della sua vita fuggisse nel suono della
sua voce. Quando un _torero_, impaurito, vibrava un colpo da traditore
o straziava l'animale senza ucciderlo, il più formidabile: — Codardo!
— che risonasse nel circo di Siviglia, era il suo; nel teatro di San
Fernando, quando si sentiva improvvisamente nel silenzio d'una scena
sublime, uno di quei _bravo_ fuggiti dalle viscere, che fanno correre
un brivido per la platea, nessuno domandava di chi fosse: tutti
sapevano che era di Manuel Menendez. Qualche suo amico diceva ch'egli
aveva un _talento colosal_; ma era una pura sballonata andalusa. Le
sue liriche non erano che un solo lungo periodo, un'ondata di parole
sonore e d'immagini luccicanti, che finiva in un verso inaspettato, il
quale doveva fare un gran colpo; e tutta la poesia era architettata su
questo verso, che il più delle volte non si capiva. Non si capiva la
sua poesia come non si capiva la sua vita. Chi lo vedeva a mezzanotte
attraversare la _Halameda de Hercules_ senza cappello; chi lo vedeva
uscire all'alba da una piccola porta della Cattedrale; chi lo vedeva
andare e venire tutta una mattinata per la famosa strada delle cento
svoltate, colla testa bassa, come se cercasse uno spillo; nella sua
casa, dalla strada, di notte, ora si sentiva leggere, ora ridere
sgangheratamente, una volta spezzare i vetri delle finestre, un'altra
volta singhiozzare una donna; qualunque cosa si raccontasse di lui,
fuorchè una vigliaccheria, era creduta. Tutta Siviglia lo conosceva.
La società alta, che bazzicava poco, lo guardava di mal occhio un
po' per diffidenza e un po' per paura; il basso popolo lo rispettava
perchè aveva salvato un vecchio facchino dalle acque del Guadalquivir;
e non v'era forse un ventaglio in tutta la città, da quello della
Governatrice a quello dell'ultima operaia della fabbrica di tabacchi,
il quale, almeno una volta, fingendo di riparar dal sole il viso della
sua padrona, non avesse lasciato passare tra le sue stecche uno sguardo
o curioso o provocatore, diretto a quell'indomabile scapato; poichè
Menendez aveva un bel viso d'arabo, contornato da una selva di capelli
neri, e il suo vestire strano, ma elegante, segnava come una maglia le
forme vigorose e signorili del suo bel corpo di ventiquattr'anni. Così
era Menendez, e non una specie d'animale selvaggio come lo dipinge la
canzone popolare, non certo stata fatta dal popolo; o così fu almeno
fino all'ultimo dì del settimo mese del suo soggiorno in Siviglia,
che è la data del suo gran cangiamento. Il suo amico don Hermógenes,
che vive ancora, si ricorda di quel giorno come di ieri, e assicura
che egli presentì quel cangiamento fin da quel giorno. — Manuel — gli
disse — tu sei un uomo sfrenato; codesto non è il modo di vivere; tu ti
uccidi; tu hai bisogno d'un amore potente che ti soggioghi; finora hai
sempre comandato, ora bisogna che tu obbedisca; bisogna che tu trovi
un'anima più forte della tua; bisogna che tu trovi una dominatrice. —
L'ho trovata — rispose sorridendo Manuel. — Chi è? — domandò con aria
incredula don Hermógenes — Fermina! disse Menendez, — Fermina? gridò
l'amico; Fermina del sobborgo di Triana? Fermina di Granata? Fermina
la _princesa_? — Menendez accennò di sì. — Don Hermógenes balzò d'un
salto alla finestra e gridò con voce solenne: — Sivigliani don Manuel
Menendez è morto!


II.

Un mese dopo, Manuel Menendez era un altro. Tutti i Sivigliani che
avevano una testina capricciosa da governare, respiravano. Egli non si
vedeva più nè alla Villa Cristina, nè al Circo, nè al San Fernando.
Chi l'avesse voluto trovare, avrebbe dovuto passare il ponte di
ferro, voltare a sinistra, andare innanzi lungo il fiume fin quasi
all'estremità del borgo di Triana, salire al secondo piano d'una casa
bianca posta in faccia alla Torre d'oro, e guardare per il buco della
serratura in una cameretta modesta, ombreggiata dagli alberi della
riva destra del Guadalquivir. Egli era là, seduto ai piedi della più
bella e più strana creatura dinanzi a cui si fosse mai curvata la sua
fronte di saraceno, e versava l'anima in un torrente di parole amorose
e insensate, ch'essa ascoltava in silenzio, lavorando a una corona
di fiori — Fermina, — le diceva a bassa voce; — tu sei un mistero. Tu
sei una creatura d'un altro pianeta. Da che mondo sei venuta? Come hai
fatto a innamorarti d'un uomo? Io giurerei che ci fu un tempo che tu
avevi i capelli azzurri e le pupille rosse. Perchè non ridi mai? Tu
mi fai paura. Non sto volentieri solo con te. Tu, con quegli occhi,
devi veder qualche cosa o qualcheduno che io non vedo, e che forse
è qui, dietro di me, che ti guarda. La tua anima dev'essere un'anima
trasmigrata, la tua voce dev'essere contraffatta, e la tua lingua non
è certamente lo spagnuolo. Forse se mi parlassi tutt'a un tratto colla
tua voce vera e colla tua lingua nativa, io rimarrei pietrificato.
Però son contento d'essere amato da te; il tuo amore è un anello che mi
congiunge col soprannaturale. Dimmi la verità: chi hai amato nell'altra
vita? Io son geloso d'un abitante di Sirio. — A queste parole Fermina
con un movimento rapido e vigoroso della mano gli sconvolgeva tutti
i capelli e Menendez metteva un grido d'amore. Poi, a un tratto, essa
aggrottava le sopracciglia e fissava uno sguardo sospettoso sopra un
leggiero segno rosso del collo di lui. — Che cosa guardi? — domandava
il giovane meravigliandosi. — Nulla, — rispondeva lei rassicurata;
— ma.... guardati, Manuel! — E dopo qualche momento soggiungeva
freddamente: — Io andrei a pugnalare una regina.


III.

Fermina era tale veramente da ispirare a chiunque la vedesse le
bizzarre fantasie che passavano pel capo a Menendez; la sua indole, la
sua bellezza e la sua vita erano ugualmente singolari. Nel sobborgo di
Triana la chiamavano _la princesa_; i giovani sul serio, le ragazze
con ironia; ma queste più d'ogni altri sentivano ch'essa meritava
veramente l'onore di quel soprannome. Era forse la più alta ragazza del
sobborgo: Menendez, che sarebbe stato un bel corazziere della guardia
reale, non la passava che di mezza la fronte. Il suo occhio nero e
triste e le larghissime soppracciglia che si toccavano, davano al suo
viso bruno, d'una struttura un po' africana, un'espressione quasi di
minaccia; la quale si cangiava a un tratto in una ilarità dolcissima,
appena schiudeva le sue labbra tumide e irrequiete. Ma come le diceva
Menendez, essa non sorrideva che una volta al giorno; e per solito
teneva gli occhi socchiusi quasi in atto di disprezzo. Portava una rosa
nei capelli, una mantiglia di trina bianca, un busto nero, una veste
rosea, e due stivaletti di stoffa chiara che stringevano vigorosamente
il suo piede di bimba e la sua gamba fina e nervosa. Era questo il
costume invariabile in cui Fermina si mostrava, una volta la settimana,
ai mille sguardi curiosi, amorosi, rabbiosi, impertinenti, procaci, che
la saettavano da tutte le parti. Nessuno però osava d'accostarsele,
nemmeno quando era sola, poichè si sapeva che le tre o quattro mani
audaci che s'erano stese sopra di lei, nella prima settimana del suo
soggiorno in Siviglia, s'erano tirate indietro insanguinate. — O è un
angelo — si diceva, — o è un mostro; — ma nessuno sapeva sicuramente
quello che fosse. Si diceva che fosse venuta da Granata, si sapeva che
stava sola, si credeva che vivesse del suo lavoro; e sul resto non si
facevano che congetture; nè i suoi vicini di casa, nè le poche ragazze
con cui scambiava un saluto, conoscevano i fatti suoi meglio di chi la
vedeva passare per strada. Essa s'era invaghita di Menendez, e Menendez
era pazzo d'amore per lei; s'adoravano; erano alteri l'un dell'altro;
si guardavano lungamente, con una attenzione profonda, senza sorridere;
si temevano; si trattavano qualche volta, per eccesso d'amore, con
modi violenti e brutali, che provocavano lacrime di rabbia dalle due
parti, e finivano in pioggie di baci ch'eran tocchi di ferro rovente e
in espansioni di tenerezza da cui rimanevano prostrati. Una sola cosa
turbava la felicità di Menendez: un sentimento vago e intermittente
di gelosia, ch'essa, senza volerlo, alimentava, respingendolo con
una fierezza, la quale pareva a Menendez troppo sdegnosa, e quindi
non sincera. Ma s'ingannava, perchè Fermina sentiva veramente più
che disprezzo, orrore per tutti quei piccoli e bassi sentimenti che
pullulano dall'amore anche più schietto nelle anime volgari. — Manuel,
— gli aveva detto una volta — il giorno in cui tu mi crederai capace
d'averti tradito, ossia d'essere una creatura spregevole, il mio amore
sarà morto. Pensaci bene. Io non sono una donna come le altre donne; tu
non devi essere un uomo come gli altri uomini. Voi altri siete quasi
tutti vigliacchi. Io ho posto amore a te perchè non me lo sei parso.
Non lo diventare. Io sono superba. T'ho dato il mio onore: rispettalo.
Non giocare col mio amore. Io non son di quelle che perdonano. Se si
cade una volta dal mio cuore, non vi si rientra più. Fermina t'ha detto
una volta che t'ama: ti basti per tutta la vita. Stampati bene queste
parole in fondo all'anima, Menendez.


IV.

S'amavano, e tutta Siviglia lo sapeva, o piuttosto lo vedeva. Andavano
a passeggiare di notte in mezzo ai platani d'Oriente _de las delicias
de Cristina_; andavano in barca, sul Guadalquivir, sino a San Juan
d'Aznalfarache, a passar le ore calde all'ombra degli aranci; ed era
ben raro che qualcuno vedesse Fermina inginocchiata dinanzi all'enorme
altar maggiore della Cattedrale, senza riconoscere un momento dopo
nell'ombra di qualche cappella vicina, la figura elegante ed immobile
di Menendez. Per strada erano guardati da tutti con quel sentimento
amaro insieme e voluttuoso di invidia, che ispira anche ai giovani la
vista di due amanti felici, poderosi e superbi. Essi passavano come
due principi in mezzo al mormorío della folla, Fermina, guardando al
di sopra delle teste, Menendez, cercando inutilmente uno sguardo che
si fissasse nel suo; gettavano il loro amore in faccia a Siviglia;
portavano la loro felicità in trionfo; e per tutto dove passavano,
lasciavano una larga traccia d'orgogli feriti e di amoruccoli
schiacciati. A grado a grado, però, Fermina s'era acquistata la
simpatia di molta parte del sesso femminino del suo ceto; molte
avevano piegata la testa dinanzi alla sua invincibile alterezza; era
considerata quasi come un ornamento del sobborgo; era presa a modello;
aveva suscitato delle imitatrici; c'eran molte rozze e facili Gitane,
che s'erano messe a camminare col capo rovesciato indietro e gli occhi
socchiusi, lasciando sporgere fuor del busto il manico d'un pugnale,
che non avrebbero mai adoperato.


V.

In questo stato di cose, un improvviso rivolgimento seguì nell'animo
del Menendez. Nessuno, a Siviglia, ne seppe la cagione, fuorchè colui
o coloro che ne furono colpevoli; ma tutti quelli che conoscevano
il carattere di lui, non se ne meravigliarono punto. In certe nature
esiste sempre intera e pronta la formidabile macchina del sospetto,
alla quale basta buttare un nome e dare una scossa, perchè il più
forte affetto vi rimanga stritolato. Chi, in vita sua, non è stato
almeno una volta o vittima o colpevole d'una di queste precipitose
distruzioni? Un dubbio leggerissimo, che c'era passato un giorno per
la mente, e di cui avevamo sorriso, trova nella riga d'una lettera,
nella parola d'un amico, in un avvenimento fortuito e insignificante,
una presa fatale che lo rialza lentamente, come una lenza, dalla più
oscura profondità dell'anima dove stava sepolto, e ce lo rimette sotto
gli occhi come un insetto schifoso che agita con furia orribile le sue
cento braccia smaniose di preda. Atterriti per un momento, ripigliamo
coraggio e fede, e schiacciamo il piccolo mostro. Ma è inutile. Già
da tutti i ripostigli della memoria, sono usciti, come una folla di
piccoli cattivi genii, mille ricordi, fino allora sopiti, di sorrisi
sfuggevoli, di mezze parole, di movimenti appena percettibili delle
sopracciglia e delle labbra, d'una porta socchiusa, d'un rumor di
passi, d'un fruscío, d'un bisbiglio, d'un'ombra, che prima ribollono
confusamente nel capo, e poi si congiungono e si combinano, pigliano
forza, fuoco e parola, denunziano, affermano, provano, stravolgono il
cuore e la ragione, mettono in mano il pugnale o la penna, e spingono
al delitto o alle offese che non si perdonano, in minor tempo che
non ci saremmo spinti dalla evidenza immediata della realtà. Quando
questo accadde a Menendez, erano le undici di sera; egli si trovava
in casa, ritto dinanzi a un tavolino, con una lettera fra le mani.
Sul primo momento, temette d'essere impazzito; balzò in piedi, si
slanciò alla finestra, e rimase qualche tempo immobile come una statua,
con una mano sulla fronte e l'altra sul cuore, guardando fissamente
in mezzo alla piazza. Poi mise un grido soffocato d'angoscia e di
rabbia, e si precipitò fuor di casa. Attraversò come una freccia la
piazza del Trionfo, girò intorno alla _Caridad_, oltrepassò quasi
correndo la Torre D'Oro, saltò in una barca, raggiunse la riva destra
del fiume, si slanciò nella casa di Fermina e percosse la porta....
Fermina non c'era! Per un caso straordinario non aveva ancora potuto
tornare a casa, e per la sciagura di tutti e due quell'assenza, in
quell'ora, corrispondeva fortuitamente a un'indicazione della calunnia,
era un'accusa, una prova, una maledizione. Menendez rimase come
pietrificato davanti alla porta. Il dolore dell'amante era già morto
dentro al suo cuore, e non vi fremeva più che l'ira feroce del suo
enorme orgoglio ferito. Un pensiero satanico gli balenò alla mente,
scese di volo le scale e si diresse di corsa verso casa. Arrivato
al ponte, si fermò. Un altro pensiero gli aveva quasi percosso e
schiacciato il primo. — E se non è vero? — si domandò, e per un momento
gli brillò l'anima. Ma la fatalità lo perseguitava. In quel punto
gli passò accanto una donna, lo guardò in viso e gli disse fuggendo:
— Fermina ti tradisce! — A quelle parole il furore, risollevandosi
impetuosamente, gli velò l'intelletto, e lo ricacciò innanzi come
un dannato. Per colmo di sventura, rientrando nella sua stanza trovò
una lettera di Fermina che diceva: — domattina non sarò in casa; — e
anche quest'annunzio avverava sciaguratamente una previsione. Allora
Menendez perdette affatto il lume della ragione, ruggì, rise, maledì,
afferrò la penna, scrisse a grandi caratteri sopra un foglio di carta
il nome di Fermina, un epiteto, l'indicazione d'un'ora e d'un prezzo,
un insulto orrendo; poi volò fuor di casa con quel foglio, rifece la
via di prima, arrivò alla casa dì Fermina, attaccò alla porta con le
mani convulse il cartello infame, e si cacciò digrignando i denti giù
per le scale. Arrivato in fondo, si fermò: sentì aprirsi quella porta,
vide illuminarsi la scala, e udì quasi nello stesso punto un grido
disperato e il rumore della caduta d'un corpo. Dopo pochi momenti sentì
aprire altre porte, — scender gente, — una donna leggere il biglietto
— e molte voci prorompere in un grido d'indignazione: — _Mentira!_
(Menzogna!)...


VI.

Un'ora dopo egli si trovava nello stato d'uno che si svegli da un sogno
spaventoso. Quel grido l'aveva svegliato. Inutilmente aveva subito
tentato di riadunare e di ricomporre insieme prove, indizî, argomenti,
ricordi, ombre; tutto era fuggito e svanito colla stessa rapidità
fulminea con cui s'era raccolto, e aveva preso forma e saldezza. Come
poca cosa era bastata a farlo credere, così un grido era bastato a
disingannarlo. Egli era rimbalzato da una certezza a un'altra certezza;
non aveva più bisogno di prove; s'era spiegato tutto; aveva capito
tutto; sentiva dentro ed intorno a sè un silenzio solenne, e non vedeva
più che la figura immobile, bianca e sinistra di Fermina, e fra loro
un abisso. Egli la conosceva, capiva che non avrebbe più perdonato,
sentiva che l'aveva uccisa. Un avvilimento profondo, uno sgomento
mortale, un amor nuovo rinvigorito dal rimorso e dalla disperazione,
un desiderio immenso di morire, e insieme una prostrazione di forze
che gl'impediva un qualunque atto risoluto, s'erano impadroniti di
lui. Passò la notte disteso in terra, vicino alla finestra, e la
mattina all'alba, si trovò, senz'accorgersene, sul ponte di ferro,
dove rimase improvvisamente inchiodato. Fermina veniva verso di lui.
Appena la vide, capì ch'essa lo aveva visto, e lesse nel suo volto e
nel suo atteggiamento una risoluzione che gli troncò l'ultimo filo di
speranza. Era vestita come nei giorni festivi; veniva innanzi a passo
franco, quasi impetuoso, colla testa alta, coll'occhio socchiuso e
fisso dinanzi a sè, col viso pallido ed immobile come una maschera
di marmo. Quando gli fu vicina, egli aprì la bocca per parlare, ma la
parola gli restò dentro. Essa passò senza guardarlo, dritta e maestosa,
colla morte nel cuore e col disprezzo sul volto, mandandogli in viso
un'ondata d'odor di rosa, e s'allontanò senza voltarsi. Menendez vide
come un velo nero stendersi fra lei e i suoi occhi e sentì che tutto
era finito.


VII.

Tutto quello ch'egli fece quel giorno e il giorno dopo, lo fece quasi
macchinalmente, e senza energia, perchè era senza speranza. Era il
primo solenne castigo che riceveva il suo carattere orgoglioso e
violento, e n'era come istupidito. Scrisse a Fermina una lunga lettera;
non ebbe risposta; non se ne stupì, e quasi nemmeno se n'accorò, tanto
era sicuro che questo doveva accadere. Le riscrisse; la lettera questa
volta gli ritornò intatta; la riprese e la buttò in un canto senza
badarci. Andò, a sera inoltrata, col cuore tremante, a picchiare alla
sua porta; c'era il lume alla finestra; lei era in casa; ma la porta
non s'aperse. Tornò dopo un'ora; il lume c'era ancora; la porta rimase
chiusa. Se n'andò a casa, e passò mezza la notte seduto alla finestra,
col capo appoggiato sopra una mano. Il giorno dopo non iscrisse più, nè
andò più a cercar Fermina, e forse, se non fosse uscito, non avrebbe
mai più osato cercarla. Ma uscì, e gli seguì un caso che decise della
sorte di tutta la sua vita. Era giorno di festa: girando a caso, di
strada in strada, quasi senza coscienza di sè, si trovò nei viali
della Cristina. Era l'ora della passeggiata; dalla Torre d'oro al
palazzo di san Telmo formicolava una folla brillante e gaia; una musica
festosa riempiva l'aria; il sole dorava le acque del Guadalquivir;
Menendez si sentì per un momento alleggerito del peso mortale della
sua tristezza, e si lasciò trascinare dalla corrente. All'improvviso
una ragazza del popolo, passandogli accanto, gli gridò all'orecchio:
— _Es mentira, Menendez!_ — e disparve. Menendez impallidì e cercò di
sottrarsi agli sguardi curiosi dei vicini che avevan sentito; ma quasi
subito un'altra ragazza, distante da lui una decina di passi, gridò più
forte: — _Mentira!_ — Menendez si voltò dalla parte opposta, confuso
e sgomento, e cercò di fendere la folla, per uscire dal passeggio.
Ma una terza, una quarta, e poi un gruppo di ragazze del sobborgo
di Triana, che l'avevano riconosciuto, gli gridarono alle spalle: —
_Mentira, Menendez, mentira!_ — Molta gente si fermò; altre ragazze,
avvicinandosi, ripeterono quel grido; il suo nome corse di bocca in
bocca; la folla s'aperse per fargli circolo intorno; e questo fu il
suo salvamento. Approfittando di questo vuoto, si slanciò, stravolto
e bianco come un cadavere, fuori del viale, raggiunse una carrozza,
vi saltò dentro, e s'allontanò rapidamente udendo ancora per un buon
tratto le grida lontane delle sue persecutrici. Appena entrato in
casa si coperse il volto colle mani e diede in uno scoppio di pianto
desolato e rabbioso. — Dunque la voce s'è sparsa! — gridò — Io sono il
ludibrio di Siviglia! Io non potrò più mostrare il viso in mezzo alla
gente! Io son disprezzato, insultato, disonorato! — A questo punto
un'idea grande e nuova gli balenò alla mente, la sua anima generosa vi
rispose con un rimescolamento profondo, il suo volto s'illuminò, tutte
le sue fibre si rinvigorino, tutto il suo sangue s'accese. Poi, come
se la voce d'un amico invisibile gli avesse susurrato una preghiera
nell'orecchio: — Sì, — rispose con un accento di condiscendenza: —
ancora una prova. — E si slanciò fuor di casa.


VIII.

Fermina lavorava, col lume, in un angolo della stanza, quando sentì un
passo rapido e leggiero su per la scala, e s'accorse, troppo tardi, che
aveva lasciata la porta socchiusa. Ebbe appena il tempo di alzarsi e di
ricadere sulla seggiola: Menendez si precipitò ai suoi piedi, curvò la
fronte sul pavimento, e gridò singhiozzando: — Perdono, Fermina!

Essa non rispose.

Aveva il viso pallidissimo, e stava rivolta verso la finestra, cogli
occhi dilatati e colle labbra tremanti.

— Fermina! — continuò Menendez con una voce che pareva gli dovesse
spezzare il petto — perdonami! Sono stato un vile e un pazzo! Tu sei
un angelo! Io sono un disgraziato! Mi sono lacerato il cuore colle mie
mani, ho pianto lacrime di sangue, m'hanno insultato per le strade,
credevo d'impazzire, non posso più vivere così, perdonami, rendimi il
tuo amore, non mi condannare a uno strazio eterno, dimentica, amami!
Vedi, io mi striscio ai tuoi piedi, batto la fronte per terra, non ho
più voce, non ho più lacrime, non ho più stima di me, non ho più onore
nel mondo, non ho più che l'amore che mi strazia e la disperazione che
mi uccide! Fermina, abbi compassione di Menendez!

Fermina continuava a guardar la finestra; aveva il viso stravolto e
convulso, il seno ansante, tutta la persona agitata da un tremito
febbrile; pareva che facesse uno sforzo per ottenere prima da sè
stessa quello che Menendez voleva da lei; che aspettasse essa pure
un improvviso cangiamento del proprio cuore; e Menendez osservava con
profonda ansietà tutti i movimenti del suo viso. Finalmente proruppe
con accento disperato:

— È inutile, Menendez! Non posso! non sento più niente! son vuota! son
morta! Potresti supplicarmi per tutta la vita, ucciderti sotto i miei
occhi, diventare un re, un santo, un Dio.... è inutile! Non credo più!
Non amo più! M'hai uccisa! Hai capito, Menendez? Hai forse dimenticato
che cos'hai fatto? Fermina t'aveva dato il suo onore e tu v'hai sputato
sopra in faccia a tutta Siviglia! Dio! Dio! Dio! E questo è stato
possibile! e tu vuoi che io ti perdoni! — Poi, facendo un violento
sforzo, si ricompose, e soggiunse freddamente: — Va, Menendez, lasciami
sola, lasciami nella mia tomba, tutto è finito, addio.

— Pensaci ancora, — disse Menendez con voce supplichevole.

Fermina si svincolò da lui e gli accennò la porta senza guardarlo in
viso.

— Ma sei dunque senza cuore! — gridò il giovane balzando in piedi colla
rabbia nel sangue e la minaccia sul volto.

Fermina lo guardò.

Menendez diede indietro e si gettò fuor della porta.


IX.

Appena tornato a casa, si mise a preparar le sue robe per partire
la mattina dopo. Egli aveva deciso d'andare a passar un mese a La
Rinconada, piccolo villaggio circondato d'oliveti, poco lontano
dalla città, dove stava don Luis de Guevara, suo amico d'infanzia,
_facultativo_, ossia medico condotto, che gli aveva più volte offerto
la sua casa per quando volesse fuggire i grandi calori di Siviglia.
Terminato ogni cosa, si buttò sul letto, e per la prima volta dopo la
sera fatale del suo delirio, dormì. All'alba si svegliò più tranquillo,
corse alla finestra, fermò la prima carrozza che vide passar sulla
piazza, si vestì, fece portar giù le sue valigie, si mise a tracolla
il suo fucile da caccia, discese rapidamente, e montando sul legno,
ordinò al cocchiere di condurlo sulla riva destra del fiume, in faccia
alla Torre d'oro. Un gran cangiamento era seguíto in lui; non pareva
più l'uomo del giorno innanzi; il suo volto non esprimeva più nè
ansietà nè dolore; era pallido e portava le traccie della tempesta dei
giorni scorsi; ma risoluto e quasi altiero. Scese dinanzi alla casa di
Fermina, salì le scale con passo deciso, sospinse l'uscio e si piantò
ritto immobile sulla soglia.

Fermina fece un atto di sorpresa sgradevole, e si voltò verso la
finestra.

— Una sola parola, Fermina, — disse con accento pacato Menendez.

Fermina voltò la testa verso di lui, tenendo gli occhi socchiusi.

— Sei profondamente sicura — disse Menendez, — puoi giurarmi sul tuo
onore, per la memoria di tua madre, per la salvezza dell'anima tua,
che lo stato presente del tuo cuore non è l'effetto d'uno sforzo che
fai sopra te stessa? che senti veramente e immutabilmente di non amarmi
più?

— Sì — rispose con accento risoluto Fermina.

— Addio — disse Menendez, e disparve.


X.

Fermina mise un sospiro, lasciò cadere il suo lavoro e chinò la testa
sopra una mano. Essa vedeva partire Menendez senza dolore, ma non
senza tristezza. Non era più il suo amante che perdeva, è vero; ma era
pure un'immagine cara, la forma umana in cui le si era presentata per
la prima volta la felicità; l'aspetto dal quale non avrebbe mai più
potuto scindere il ricordo dei più bei giorni della sua giovinezza.
Sul primo momento, anzi, mentre sentiva ancora il rumore lontano della
carrozza, che credeva lo conducesse via da Siviglia per sempre, fu
colta da un dubbio improvviso, che la fece tremare, e sentì il bisogno
d'interrogare ancora una volta sè stessa, di frugare ancora una volta
nel più profondo dell'anima se mai vi fosse rimasta una scintilla, una
speranza, una promessa. Ma interrogò, frugò, e non vi trovò nulla, e
ne sentì quasi un sollievo. Ripetè anzi a sè medesima, e con maggior
sicurezza che per l'addietro, che in quell'anima non c'era mai stato e
non ci poteva essere il grande, cieco e tremendo amore ch'essa aveva
sognato; l'unico amore che la sua natura virile e superba potesse
accettare e rendere; l'amore di Menendez era un delirio passeggiero
della mente, non una febbre profonda e perpetua del cuore; Menendez non
l'aveva capita perchè non l'aveva stimata; se si fossero riconciliati,
si sarebbero rotti un'altra volta; essa non avrebbe più potuto amarlo
che per pietà, ed egli avrebbe diffidato daccapo, alla prima occasione,
e con fondamento; forse anche in lui era morto l'amore, e non era
più che l'orgoglio umiliato e il rimorso che l'aveva spinto a chieder
compassione e perdono; e d'altra parte s'era accomiatato coll'animo più
tranquillo, cominciava forse a rassegnarsi, a dimenticare; col tempo
avrebbe dimenticato; era meglio per tutt'e due che tutto fosse finito
in quella maniera. — Sia così, — disse sospirando Fermina: — è un sogno
svanito, io gli perdono, e Dio l'accompagni. — E riabbassò sopra il
lavoro la sua bella fronte pensierosa.


XI.

I giorni passarono; nessuno a Siviglia vide più Menendez; qualcuno
disse ch'era partito per Cuba; tutti lo credettero, e qualche raro
amico lo rimpianse; ma la maggior parte non lo rammentarono più che
per vituperare il suo nome. Fermina, invece, dopo che s'era sparsa
la notizia dell'avventura, aveva acquistato, anche sull'altra riva
del Guadalquivir, una piccola celebrità romanzesca, d'una parte della
quale si sentivano un po' altere tutte le ragazze di Triana, come se
il raro esempio di sdegnosa fermezza dato da lei, avesse rialzato in
faccia a Siviglia la dignità di tutto il sesso femminino del sobborgo,
non generalmente presa sul serio prima d'allora. Un poeta sconosciuto
aveva scritto dei versi sul muro della sua casa; la moglie del Capitano
generale d'Andalusia le aveva data un'ordinazione di fiori per aver
modo di parlarle; le ragazze, incontrandola per strada, le dicevano:
— _Muy bien, Fermina!_ —; tutti la guardavano con una certa curiosità
rispettosa, e ci fu tra gli altri un panciuto negoziante di telerie,
marito d'una indiavolata brunetta di Badajoz, che incontrandola
due giorni dopo la partenza di Menendez, esclamò con uno slancio di
gratitudine: — Benedetta lei, _senorita_, che ce ne ha liberati! — Ma
Fermina viveva più che mai raccolta e sola, e tutta occupata del suo
lavoro, non lasciandosi vedere che raramente dalle vicine di casa. Non
era contenta, ma tranquilla, e non pensava più a Menendez che con un
sentimento di vaga mestizia, come avrebbe pensato ad un morto.


XII.

Erano passati quindici giorni dalla partenza di Manuel Menendez. Una
mattina, poco dopo il levar del sole, Fermina stava lavorando nella
sua stanza, seduta accanto alla finestra, e alzava di tratto in tratto
la testa, per rivolgere uno sguardo malanconico al fiume, alla Torre
d'oro, alla Cristina, alle guglie lontane della cattedrale, a cento
luoghi e a cento cose che le rammentavano il suo immenso amore svanito,
e sospirava. In quei momenti, avrebbe voluto poter riamare Menendez,
anche sapendo di non doverlo mai più rivedere, non foss'altro che per
dare un alimento alla sua anima vuota; e andava frugando, infatti,
dentro all'anima, non più col timore, come aveva fatto altre volte,
ma colla speranza di ritrovarvi ancora qualche cosa. Ma anche in quei
momenti o non vi trovava nulla, o vi trovava soltanto un resto di
sdegno pronto a riaccendersi, e s'affrettava a spegnerlo cacciandovi
sopra un altro pensiero. — Morto, morto —, diceva tra sè, scrollando la
testa con tristezza, e sentiva profondamente che se anche Menendez le
fosse ricomparso davanti, essa l'avrebbe ricevuto come le altre volte,
senza risentirne la più leggiera scossa, senza dubitare un momento
dell'immutabilità del suo cuore, senza dover fare il menomo sforzo per
ripetergli: — Va, lasciami sola nella mia tomba, tutto è finito.

Il corso dei suoi pensieri fu improvvisamente interrotto da un leggiero
fruscío; si voltò, mise un grido e balzò in piedi.

Menendez era dinanzi a lei.

Fermina si ricompose subito; ma non potè far a meno di fissare per
qualche momento uno sguardo inquieto sopra di lui.

Il suo viso era pallido e dimagrato; il suo occhio, smorto; le sue
labbra, livide. Aveva la cappa sulle spalle e una borsa da viaggio a
tracolla. Stava ritto sulla soglia della porta, un po' curvo e colle
gambe un po' piegate; e fissava Fermina con uno sguardo profondo, pieno
d'amore e di mestizia.

— Siete stato malato! — gli disse lei con un leggiero accento di pietà.

Menendez esitò un momento e poi rispose con voce debole:

— Sì.... un poco.

Fermina abbassò la testa.

— Ed ora parto —, soggiunse il giovane.

— Per dove? — domandò Fermina senza alzare la testa.

— Per Cuba.

— Oggi?

— Adesso.

— Per sempre?

— ..... Per sempre.

Fermina mise un sospiro, si passò una mano sulla fronte, e poi disse
con un accento pietoso: — Ebbene.... addio, Menendez; il Signore
t'accompagni.... e.... addio!

— Non hai altro da dirmi? — domandò Menendez colla voce tremante — sei
sempre la stessa?

Fermina gli rivolse uno sguardo che rivelava il suo cuore desolato di
non potergli dare che una triste risposta.

— Ebbene, — disse allora Menendez avvicinandosi al suo tavolino;.... —
poichè non ci vedremo più, fammi una grazia, Fermina. Accetta questo
ricordo. — E dicendo così, mise sul tavolino una piccola cassetta di
mogano, colla chiavina nella serratura. — Non respingerlo, Fermina! te
ne prego! Non è un dono. Non contiene che un foglio di carta in cui è
rivelato un segreto che tu devi conoscere; un segreto di famiglia, che
non ho rivelato ad altri che a te; una cosa sacra. Accettalo, Fermina;
ti giuro sul mio onore che è necessario che tu lo accetti; riconoscerai
tu pure questa necessità quando avrai visto di che si tratta, e dirai
che avevo ragione e che ho fatto il mio dovere..... Ed ora non ho più
altro da dirti. Addio, Fermina!.... dimenticami e sii felice!

Fermina si asciugò una lagrima e gli porse una mano, voltando il viso
dall'altra parte.

Menendez le coprì la mano di baci e si diresse verso la porta.

— Menendez! — disse vivamente Fermina.

Menendez si voltò.

— Addio! — ripetè la ragazza con voce alterata, ma ferma; — sono più
sventurata di te, perchè non ho più nulla nel cuore! Va, Menendez! Va,
e il Signore sia sulla tua strada!

Menendez uscì, socchiuse la porta e cominciò a scender lentamente la
scala, coll'orecchio intento, col respiro sospeso, col cuore che gli
batteva come se volesse rompergli il petto.

A un tratto sentì il rumore della chiavina della cassetta che girava
nella serratura.

Le gambe gli piegarono sotto e un velo nero gli si stese sugli occhi.

Si appoggiò al muro del pianerottolo.

Passarono alcuni secondi.

All'improvviso, un grido sovrumano di dolore, di terrore e d'amore,
risonò di cima in fondo alla casa, come un colpo di fulmine; la porta
si spalancò, Fermina balzò d'un salto in fondo alla scala, si precipitò
dinanzi a Menendez, e prese a baciargli con una furia disperata i
piedi, le ginocchia, i panni, singhiozzando, gridando, chiedendo
perdono, invocando Iddio, fin che la voce le mancò, gli occhi le si
chiusero e cadde svenuta.

I vicini erano già accorsi, e fra essi il signor Luis de Guevara, che
aveva accompagnato Menendez dalla Rinconada a Siviglia, e lo stava
aspettando nella strada.

— Don Luis, — gli disse Menendez appena lo vide, sollevando Fermina
svenuta, e voltandola in modo ch'egli la potesse vedere nel viso: — ti
presento mia moglie.


XIII.

Quindici giorni dopo, infatti, il segretario dell'amministrazione del
Circo dei tori di Siviglia, dovendo mandare a Fermina la chiave del
trentesimo palco _del lado de la sombra_ (della parte dell'ombra),
indirizzava la lettera: — _A doña Fermina Menendez_; — ed essendo
quella la prima lettera ch'essa riceveva col titolo di _doña_ e
col proprio nome legato a quello del suo amante, baciò tre volte
la busta e la mise in serbo come una cosa preziosa. Qualunque altra
Sivigliana, però, avrebbe in quel giorno baciato invece della busta
la chiave, poichè per il felicissimo arrivo di Sua Maestà la Regina
Isabella, la quale per la prima volta si faceva vedere a Siviglia
colla corona, l'Impresario del Circo aveva preparato uno spettacolo
unico nei fasti del _toreo_ andaluso; e basti il dire che la prima
spada si chiamava il _Tato_, e che si sarebbero slanciati nell'arena
otto tori, comprati a peso di dobloni novi, _doblones de Isabel_, nei
pascoli dell'eccellentissimo marchese di Veragua, primo allevatore
della Spagna. Per questo, sebbene lo spettacolo cominciasse alle due
pomeridiane, la _plaza_ era già quasi piena a mezzogiorno, e al tocco
non ci si poteva più entrare. Era una delle più belle giornate che
si possan vedere a Siviglia nel mese di settembre. Il vasto Circo
poligonale presentava sulle sue trenta gradinate una meravigliosa
confusione di visi bruni, di treccie nere, di ventagli agitati e di
mani per aria; vi brillava il fiore della bellezza del sobborgo di
Triana, v'erano le più famose danzatrici delle _escuelas de baile_,
centinaia d'operaie della fabbrica dei tabacchi colle sottane bianche
o rosee, gruppi di gitane con mazzetti nei capelli e sul seno, i più
belli e più terribili schermitori di coltello della provincia, coi loro
cappellotti di velluto nero e loro cinture rosse ed azzurre; tutto il
più ardente sangue andaluso che circolava in quel tempo dal Campo della
fiera alla porta di San Juan e dalla Cartuja alla Trinidad; un'immensa
raccolta d'amori, di gelosie, di capricci, di gioie, di miserie, un
incrociarsi rapidissimo e continuo d'apostrofi clamorose e di occhiate
furtive, di fiori e di risa, di parole galanti e d'aranci: tutto ciò
rallegrato da una musica strepitosa e saettato da un sole ardente. Alle
due precise, gli _alguaciles_ entrarono nell'arena per far sgombrare la
folla, e nello stesso momento, da due lati contigui del Circo, cento
visi si voltarono quasi tutti insieme verso un punto solo e al gridío
generale seguì improvvisamente un profondo silenzio. Fermina, vestita
di bianco, con un gran mazzo di fiori fra le mani, col viso splendido
d'una letizia dignitosa e severa come la sua bellezza, era comparsa nel
suo palco, insieme con Menendez, pallido e sorridente, in mezzo a una
corona d'amici. Al primo silenzio, seguì dopo pochi momenti un lungo
mormorío favorevole, quasi amoroso e altri mille sguardi si fissarono
sui due sposi. Tutta Siviglia sapeva quello ch'era accaduto. A un
tratto, una gitana seduta sul primo gradino sotto il palco, balzò in
piedi, si levò una rosa dai capelli e buttandola a Fermina, gridò: —
_A ti, doña Fermina Menendez, y Dios te dé la buena suerte!_ — Subito
dopo un'altra ragazza buttò un mazzetto a Menendez e gridò: — _A ti,
don Luis Menendez_, cuor valoroso! — L'esempio fu rapidamente imitato:
da tutti i gradini vicini al palco cominciarono a piovere fiori sugli
sposi, accompagnati da un gridío appassionato e festoso: — A te, bella
creatura! — A te, sangue di prode! — A voi, la più bella coppia di
Siviglia! — Amatevi! — Buona fortuna! — Molti giorni come questi! — Dio
vi protegga! — In pochi minuti la notizia e l'entusiasmo si propagarono
per quasi tutto il Circo, e da ogni parte si buttarono fiori, si
agitarono fazzoletti e mantiglie, si mandarono evviva e saluti; tanto
che Fermina, sopraffatta dalla commozione, lasciò cader la testa sulla
spalla di Menendez, e la Regina Isabella, che aveva già preso posto nel
palco reale con tutto il suo corteggio, si voltò a domandare al giovane
generale Serrano chi fossero i due personaggi che mettevano sottosopra
i suoi sudditi. Il _general bonito_, il bel generale, come si chiamava
allora il futuro vincitore d'Alcolea, si fece innanzi rispettosamente,
e disse col tuono più dolce della sua voce: — Sono due sposi, Maestà.
La sposa è la più bella giovane di Siviglia, e lo sposo è un giovane
che ha fatto onore al sangue andaluso. In un accesso di gelosia, avendo
offeso mortalmente la sua fidanzata con un cartello infamante, e non
essendo riuscito in altro modo a farsi perdonare e riamare, ottenne
l'una e l'altra cosa presentandole una cassettina nella quale c'era
la penna fatta in due pezzi, che aveva scritto il cartello; sotto la
penna, un foglio di carta con su scritto col sangue: — _Espiazione_, e
sotto il foglio di carta la sua mano destra....

Mentre la Regina appuntava il cannocchiale verso gli sposi, le trombe
squillarono, la folla gettò un altissimo grido, e il primo toro
dell'eccellentissimo signor marchese di Veragua si slanciò muggendo in
mezzo all'arena.



IN SOGNO


Non so se molti altri abbiano un ordine speciale di sogni che si
possano procurare a loro piacere: io ho quello dei viaggi, e mi basta,
per viaggiare in sogno anche tutta una notte, fissarmi col pensiero,
quando sto per addormentarmi, in qualche luogo lontano del quale mi sia
rimasto un ricordo molto vivo; dopo di che, mi passano dinanzi cento
altri luoghi, città, campagne e genti, trasformandosi rapidamente,
senza che nel sogno s'intrometta mai una visione di altra natura. E
questo è strano: che gli avvenimenti, no; ma i luoghi e i personaggi
che sogno, son sempre luoghi e personaggi che ho visti; il che non
m'accade quando, addormentandomi, non metto l'immaginazione sulla via
delle reminiscenze; poichè se chiudo gli occhi pensando a Sydney o a
Batavia, vago poi, sognando, per tutta la terra, ed è facile che mi
trovi a discorrere di politica, a un'ora dopo mezzanotte, con qualche
defunto imperatore chinese. Quale è la ragione di questo? In che
maniera la mente, errando fra le più bizzarre fantasie nel campo degli
avvenimenti, rimane nello stesso tempo legata alla realtà geografica
dei miei viaggi? Come mai in fatti di luoghi e di persone, non fo',
sognando, che ricordarmi, e non vaneggio che in fatto di casi e di
discorsi? Perchè questa costante distinzione? Sarà forse la centesima
volta che mi rivolgo la stessa domanda, e per la centesima volta non
ci so trovare altra risposta che voltar la testa sul cuscino da destra
a sinistra, raccogliendo tutti i miei pensieri nel giardino del duca
di Montpensier, il quale, da quanto sembra, dev'essere questa notte
il punto di partenza d'un lungo pellegrinaggio, poichè mi torna e mi
ritorna in mente con una ostinazione invincibile, e ormai vedo che
m'addormenterò all'ombra degli aranci ducali. Sia almeno un viaggio
allegro e tranquillo, che non m'accada, come altre volte, di svegliar
mia madre con grida di spavento o sospiri di dolore.


Com'ero entrato nel giardino del duca di Montpensier, del _Rey
naranjero_, come lo chiamano in Spagna? Era probabilmente il mio
borbonico amico Segovia che m'aveva fatto avere il permesso. Non me ne
ricordo bene. Non ricordo nemmeno gran cosa del giardino. La più viva,
anzi la sola rimembranza viva di quel luogo è la fontana a cui diedi
il nome dei _cinque sensi_. Ah! veramente io posso dire d'aver passato
là l'ora più deliziosamente sensuale del mio soggiorno a Siviglia. Era
tra mezzogiorno e il tocco, splendeva un sole abbarbagliante e tirava
un'arietta leggerissima. Io stavo seduto sull'erba all'ombra d'un
gruppo d'allori accanto alla vasca d'una fontana, sotto i rami curvi
d'un roseto; con una mano mi mettevo in bocca gli spicchi d'un arancio
che stillava sugo a grandi goccie; coll'altra accarezzavo la gamba d'un
putto di marmo finissimo che dalla bocca mi schizzava acqua diaccia
rasente i capelli; le foglie delle rose, scosse dall'aria, mi cadevano
sul petto; l'acqua limpida della vasca rifletteva come uno specchio
il mio viso non turbato dall'ombra d'un pensiero; al disopra del verde
cupo degli alberi, vedevo la terrazza bianca e arabescata d'una casetta
di stile moresco; e più lontano l'enorme statua dorata della fede che
girava fiammeggiando sulla sommità della Giralda nell'azzurro purissimo
del cielo andaluso. — Ancora qualcosa per l'orecchio! — esclamai con un
fremito di piacere. E un momento dopo sentii dietro gli allori, prima
il rumore leggiero d'un rastrello, poi la voce fresca e sonora d'una
ragazza, che cantava con un accento sivigliano pieno di dolcezza: — Io
sono bella e tu hai vent'anni! — Allora ebbi un momento d'ebbrezza;
aspirai una gran boccata d'aria, tuffai il viso nell'acqua, morsi
insieme l'arancio e le rose, risi e mi ravvoltolai nell'erba come un
bambino. Poi, a poco a poco, preso da un languore dolcissimo.... chiusi
gli occhi.... e rimasi assopito....


E tu mi hai svegliato, caro e crudele Parodi! E perchè? Le meraviglie
del _Restaurant Blond_ valgono forse le delizie del giardino dei
Montpensier? Ma bisogna esser giusti, e riconoscere che il signor
Blond ci dà il più succoso brodo e il più saporito manzo di Parigi,
e che è grazia di Dio l'aver per due lire questo pranzetto e questo
spettacolo. Quale spettacolo! Venti tavolate d'affamati; una folla
in movimento perpetuo, che parla in venti lingue diverse di mille
cose assurde o sublimi; cercatori di fortuna d'ogni parte del mondo;
giovanetti colle prime speranze, vecchi colle ultime; inventori di
_sistemi_ e di _riforme universali_, pieni d'utopie e di debiti; grandi
uomini senza senso comune; forse qualche grand'uomo davvero; qualche
rompicollo oscuro, del quale fra tre mesi sarà recitata dieci volte la
prima commedia al _Téàtre français_, e il suo nome correrà l'Europa;
mezzani che ballano a un tanto per sera al Mabille o al Valentino:
giocolieri di teatro che si mettono una spada nella gola fino all'elsa;
giornalisti della macchia che ti piantano il pugnale nelle erni fino al
manico; un bavarese che almanacca da dieci anni un favoloso progetto di
rinnovamento sociale fondato sull'alleanza del Papa colla democrazia;
un brasiliano che ha inventato dei romanzi armonici e odorosi, dalla
copertina dei quali il lettore, giunto a certe pagine, fa uscire con
una leggiera pressione del dito, un profumo e un'arietta d'occasione;
un polacco che ha creato un genere di commedia da rappresentarsi, non
sul palco scenico ma nella vita reale, o piuttosto un genere novo di
vita da viversi in forma di commedia; un inglese che vuol ottenere
dal Governo l'istituzione nelle Università della Francia d'un corso
permanente di lezioni sull'_Arte di governare le donne_; l'inevitabile
inventore della lingua universale; l'indispensabile regolatore
della locomozione aerea; avanguardie mattamente audaci di tutte le
scienze e di tutte le arti; tutte le deformità intellettuali che
corrispondono alle deformità fisiche: menti sbilenche, ingegni gobbi
e guerci, genî idropici, fantasie affette d'elefantiasi; giocatori,
innamorati, bevitori d'assenzio, atei, fanatici, cinici; gente che
s'ammazza a studiare e gente che si finisce nei bagordi; uomini che
dormono sui tetti e giovani che dormono sotto gli alberi dei Campi
Elisi; qualcuno matto d'allegrezza, qualche altro che si brucierà
le cervella la settimana ventura; tutti in cerca di qualcuno: chi
dell'editore, chi del mecenate, chi dell'impresario, chi di scolari,
chi d'affigliati, chi di vittime, chi di complici; un'accozzaglia
cosmopolitica che lavora, digiuna, farnetica, si dibatte sull'immenso
lastrico di Parigi, per lasciar il nome alla posterità, o l'ambizione
in carcere, o l'ingegno al manicomio, o il cadavere all'ospedale. Sì,
caro Parodi, questo spettacolo è bizzarro, ma quest'aria mi soffoca;
domani pranzeremo al _Passage des Princes_; ho anch'io i miei capricci
di povero diavolo; ho bisogno ogni tanto di sdraiare la mia vanità
in una sala dorata e di tuffare la mia miseria in un bicchiere di
Champagne....


..... Champagne? _Kellner_, Champagne al signore. — _Sie beschämen
mich mit Ihren Höflichkeiten_, biondo capitano Schopper. Il vostro
bastimento è un palazzo splendido e voi siete il re del Danubio. Oh
la bellissima sera! Per le finestre aperte, di là dalle acque rosate
del fiume, vedo fuggire la riva boscosa del Banato di Temesvar,
e tra finestra e finestra, i grandi specchi incorniciati d'oro mi
riflettono la campagna malinconica della Slavonia rischiarata dal
tramonto del sole. E la fortuna m'ha messo dinanzi il più bel visetto
e il più svelto corpicino ungherese che sia mai passato sul nuovo
ponte di Pest. Signor Castelulù, recitatemi i versi sulla statua di
Michaiù Vitézlù, io adoro la lingua rumena; e voi, capitano Schopper,
soffiatemi nel viso un nuvoletto di fumo del vostro sigaro d'Avana.
Alla tua salute, mio buon Mahmud Dejézaerli, gloria predestinata della
pittura musulmana; buoni studi a Vienna, e che io ti rivegga fra dieci
anni installato in una bella villetta sulla riva del Bosforo, accanto
alla più bianca moschea di Bujukderé! Mi pare che qualcuno laggiù
canti le lodi del Reno. Capitano Schopper, mandate quell'insolente a
baloccarsi sul suo rigagnolo con una barchetta di carta, e insegnategli
a rispettare il nostro immenso Danubio. Ah! voi ridete, capitano
Schopper! ridete dell'effetto che mi fa il vostro Champagne, è vero?
Ebbene....


.... Ebbene, che è questo? Cosa accade qui? La riva della Slavonia
è sparita, il cielo s'oscura, le acque s'agitano, il vento mugge,
la sala splendida s'è cangiata in uno stambugio rischiarato da un
lanternino, l'elegante capitano Schopper in un vecchio cencioso, la
bella signorina ungherese in una povera contadina con due bimbi in
braccio; e il bastimento rulla, beccheggia e scroscia spaventosamente
mandando ogni cosa sossopra. — _No, no, señor Capitan_, per amor di
Dio, per pietà delle mie due creaturine, non ci moviamo di qua, il mare
è cattivo, può seguire una disgrazia, aspettiamo che faccia giorno,
non passiamo il capo Trafalgar, ve ne scongiuro, non per me, per le
mie povere creaturine! — Non posso, buona donna; _el capitan tiene sus
obligaciones_: ci son cinque passeggieri che vanno in Africa; io debbo
sbarcarli domattina all'alba a Algesira; non posso passar la notte
a Trafalgar; bisogna tentar d'andare innanzi; seguirà quello che Dio
vuole! — No! no! _señor Capitan!_ noi naufraghiamo! noi moriamo! i miei
bambini! _Ave Maria purissima_, se n'è andato! Lei, signor italiano,
per carità, vada lei, vada a supplicare il capitano che non si mova di
qui, che non ci faccia morire! Dio mio! Dio mio! — Chetatevi, buona
donna, vado io. Capitano! Dov'è il capitano? Non c'è modo di trovare
questo capitano? È a prua! — È a poppa! — Passi di qui! — Scenda di
là!...


Di qua, di là! Che il malanno vi colga! Son tre ore che cammino e non
mi sono ancora raccapezzato. Sarà ben sonata la mezzanotte. Ah! se me
ne fossi rimasto nel mio piccolo albergo di Leicester-square, invece di
venirmi a cacciare in questo labirinto fetido e oscuro! Dopo una strada
un'altra strada, dopo una svolta un'altra svolta, e crocicchi dietro
crocicchi, e case accanto a case, e non una porta aperta, non un lume a
una finestra, non un _policeman_, non una voce umana, non il suono d'un
passo, non un indizio di vita; null'altro che interminabili muraglie
nere che si perdono nella nebbia, e un silenzio di città disabitata.
Cammino, corro, divoro la via, e mi par sempre d'essere nello stesso
luogo. Forse non faccio che girare e rigirare nelle medesime strade.
Questo sospetto mi sgomenta e le forze cominciano a mancarmi. E poi....
che serve ch'io lo nasconda a me stesso? Ho paura! paura d'essere
assassinato, di cadere in una fogna, d'inciampare in un cadavere,
di mettere i piedi in una pozza di sangue. Come son venuto qui? Dove
sono? Sapessi almeno dove sono! Sono in White Chapel? a San Gilles?
in Waping? Se fossi sicuro d'essere a Bethnal Green, per esempio,
cercherei di trovare Mile end Road, e di là saprei andare alla torre di
Londra; o se fossi in Seven Dials, potrei sperare di riuscire in Regen
Street o d'infilare Piccadilly. Ma qui non so da che parte voltarmi,
cammino a caso, come un pazzo. M'imbattessi anche in un branco di
ladri, purchè incontrassi qualcuno! Questo silenzio sepolcrale mi
gela il sangue. Dio mio! non domando che il rumore d'un passo o il
latrato d'un cane! E un'altra strada, un'altra di queste interminabili
e lugubri strade! Ah, io non vado più innanzi; in questa strada c'è
qualcosa d'orrendo, ci son dei morti, le mie gambe tremano, il mio
cuore si agghiaccia, la mia ragione si perde, io mi metto a gridare,
io.... Che! Sei tu! Tu, mia amica! Tu, amor mio! Tu qui, a Londra! con
me! Ma è un sogno! Ma parla! No! fuggimmo prima, qua la mano, coraggio,
seguimi, vola.... Oh l'inesprimibile piacere! il vento ci porta, il
cielo si rischiara, il sole ci batte in fronte, Londra è sparita, siamo
sul mare, siam salvi!


.... Dove siamo? Ah! tu mi domandi dove siamo, classichetta che tu
sei, piena di greci e di romani, tu che diventi rossa a nominarti
Pindaro, che piangi quando ti dico che un giorno faremo un viaggio
nella Troade, tu che mi hai fatto diventar geloso di Annibale e
prendere in tasca Catone, testolina imbottita di grandi nomi e di
grandi versi! Ebbene. Questa volta sarai felice; ma devi indovinar tu
dove siamo. Guarda questo cielo splendido, questo mare azzurro, questi
colli cinerini, queste roccie nude, queste pietre sparse, e indovina.
Ah, tu impallidisci! — Ebbene, non è la Troade. — No, non sono le
rovine di Cartagine. — Nicea? Meno che mai, signorina. Cerchi, cerchi
ancora, frughi nelle sue reminiscenze storiche, interroghi tutti i
suoi desiderî classici. Ma sì, amica mia, sì! Atene! Atene! Atene!
Siamo sull'Acropoli! Ah io sono pazzo della tua gioia! Qua, nelle mia
braccia, ed ammira: quella è la costa orientale del Peloponneso, —
più in qua l'isola di Salamina; — lì il Pireo, — là il Falereo, — a
destra, su quel colle nudo, il tempio di Teseo, — su questa roccia,
in direzione della mia mano, le rovine dell'Areopago; — qui sotto
il teatro di Bacco, dove il tuo Eschilo e il tuo Sofocle facevano
rappresentare le loro tragedie; — in fondo a quella gola, il tempio
delle Eumenidi; — tu tremi, poverina, a sentir questi nomi; — ed ora,
voltati: ecco le quarantasei colonne del Partenone, — e adesso alzati e
fa pure qualche pazzia perchè le pietre su cui sei stata seduta finora
sostenevano l'enorme Minerva Promacos di Fidia, la quale mostrava al
cielo la punta della sua lancia dorata, la prima immagine della patria
che rivedeva il navigatore ateniese, venendo dal capo Sunium. Ah! la
mia cara classichina che piange!... Dov'è il nostro bambino? Era qui un
momento fa. Zitta! Non t'inquietare; non può esser lontano; tu cercalo
di qua, io lo cerco di là; si sarà nascosto nell'Erecteo; Checchino,
dove sei? Checchino! Checchino!...


.... Sentite, galantuomo: ho girato il mondo, e ho conosciuti molti
buffoni; ma vi dico schiettamente che uno del vostro stampo l'avevo
ancora da inciampare. Animo, via; il proverbio insegna che ogni bel
gioco dura poco, il che vuol dire che un gioco stupido deve finire
appena incominciato. Mettete giù il bambino che avete nella mano
destra, che è mio, e quello che avete sulle spalle, e quello che avete
sotto il braccio, e i tre che tenete nella cesta. Eh, dico, metteteli
giù, o m'arrampico su per la vostra colonna, e vi scaravento in terra
come un sacco di cenci. Vi paiono scherzi da fare codesti? O di dove
siete sbucato, faccia patibolare? Chi siete? Come? Osereste? Ah!
l'orribile mostro, che si mette in bocca la testa del mio bambino!
Aiuto! A me, a me, Ateniesi! Sia lodato il Cielo, vien gente. O
perchè tutti ridono? Che c'è da ridere, Ateniesi? È una vergogna
che in una città colta e gentile come la vostra, si permetta a un
mascalzone come costui di torturare i bambini in mezzo a una piazza
pubblica. Rispondete dunque. A voi, cittadino, rendetemi conto voi di
quest'infamie. Sentiamo! — _Eh, monsieur, vous êtes fou; vous n'êtes
pas à Athènes, vous êtes dans la ville de Berne, devant la statue du
mangeur d'enfants, devant la Kindlifresser-Brunnen, que tout le monde
connait; regardez donc dans votre guide Bedeker, farçeur...._


.... Statue! Berna! Son baie. A Berna non c'è questa campagna
solitaria, nè questo cielo di zaffiro, nè questa immensa pace che mi
penetra fino al più profondo dell'anima. Oh la mia bella Bulgaria!
Belle roccie coniche, coronate di castelli muscosi, e tinte di rosa e
di viola dai primi raggi del sole; belle colline vestite di macchie
inestricabili che l'autunno ha screziate dei suoi mille colori
pomposi e tristi; bruni villaggi mezzo sepolti nella terra, come per
sottrarvi alla vista del minareto odioso che vi torreggia sul capo;
vasti pascoli ondulati, immensi armenti, alti pastori dal grande saio
e dal berretto velloso, curvi sopra le traccie dei cavalli dei lilas,
che passarono or ora trascinando alle fortezze del Danubio i vostri
fratelli incatenati; bel paese selvaggio e melanconico, bel popolo
austero, silenzioso e dolce, io ti rispetto e ti amo! Sia maledetta
la strada ferrata che m'ha rotto il filo delle fantasie. Ora convien
scendere e asciugarsi a piedi una galleria d'un miglio e mezzo: cose
che non seguono che in Turchia. Entriamo dunque nella tana. Ma stiamo
stretti, signori, e badiamo di non perderci, perchè è buio fitto.
Vorrei però sapere come fa a passare il treno per questo cunicolo largo
due braccia. Mi spieghino loro questo miracolo, signo.... Non c'è più
nessuno! Poh, peggio per loro. Io accendo il mio cerino e tiro innanzi
tranquillamente.... Oh! che vuol dir questo? Qui non ci sono rotaie!
Questa non è una galleria di strada ferrata! Questo è un corridoio! I
muri son segnati di croci e d'iscrizioni.... spagnuole! Oh l'orribile
cosa! I sotterranei dell'Escuriale!...


.... È stato un momento di debolezza; la preghiera m'ha ridato
coraggio; andiamo innanzi; troverò un'uscita; Dio m'assisterà; il tutto
è di riuscire a un cortile. Mi trema il cuore però. Mi spaventa questo
corridoio sterminato. Questo corridoio non c'era la prima volta che
venni al convento. E questo rumore.... che non è quel del mio passo!
Ah! mi si rizzano i capelli! No, un momento, un po' di riflessione:
questo è il suono del mio passo; infatti se io mi fermo.... Gran Dio!
suona ancora! Io divento pazzo! Ma dove suona dunque? Non certo davanti
a me, perchè mi metto a correre e lo sento sempre alla stessa distanza;
nemmeno di dietro, perchè se mi fermo, non mi raggiunge; e sopra la
vôlta non può essere, perchè non lo sentirei così distinto; sotto, è
impossibile. Dov'è dunque? Ho sognato? Eppure no, lo sento, lo sento
vicino a me, monotono, ostinato, sinistro. Questo non è uno spettro,
questo è un frate, un prete, un custode che vuol farmi incanutire dal
terrore. Oh! ma la rabbia che mi divora è anche più forte del terrore.
Questo sconosciuto aguzzino mi è anche più odioso che terribile. O tu
che mi cammini davanti, o dietro, o accanto, o sopra, o sotto, chiunque
tu sia, sei un miserabile che disprezzo e sbeffeggio; e ti sfido a
comparirmi davanti! E se non compari, ti dico che sei un vigliacco e
ti sputo nel viso; e se fosti anche Filippo II, in carne ed ossa, colla
corona e colla spada, io ti giuro che non ho paura di te, e ti comando
di farmiti dinanzi, perchè possa piantarti nel cuore un palmo del mio
pugnale marocchino, e rimandarti a marcire colla tua stupida prosapia
sotto l'altar maggiore di San Lorenzo! — Nessuna risposta, e il passo
continua a risuonare vicino a me, lento, cadenzato, implacabile! Io
divento furioso! Avanti, avvicinati, dimmi da che parte sei, vieni a
portata della mia mano, chè io mi possa liberare da questa tortura!
Sei dentro al muro? Ebbene, guarda, io lo percoto coi pugni e coi
calci, io lo raschio col pugnale, lo sgretolo colle unghie, lo rigo col
mio sangue. Fuori! fuori! fuori! — E nessuno risponde, e sempre alla
medesima distanza, quel passo misurato, sonoro, lugubre come il picchio
d'un martello sopra una bara! Ah questo è troppo, non posso più, ho
paura, è un sogno che m'uccide, svegliatemi, svegliatemi!....


..... Dev'essere il barcarolo che m'ha svegliato con una pedata in
un fianco. Dove andiamo? La campagna è tutta piana e velata dalla
pioggia come da una nebbia; si vede confusamente qualche mulino a
vento e qualche campanile; il canale è largo e colmo; mi pare che
si debba essere tra Leuwarden e Dokkum. Non si starebbe mica male
tappati in questo _trekschuit_ piccino e tepido, con un libro in mano
e colla pipa in bocca; ma bisognerebbe buttar fuori questi diciassette
bimbi paffuti, che mi premono da tutte le parti, e questo donnone,
questo faccione di luna in quintadecima, questa sorella carnale della
_Veneranda_, che mi fa gli occhi soavi parlando a fior di labbra. E
bisogna dire che di questi diciassette marmocchi, le sia molto piaciuto
il primo, poichè l'ha ristampato sedici volte senza correzioni, e
tutti portano l'impronta netta della beata melensaggine della mamma. Oh
questa è Olanda davvero! E chi sarà quel capo matto che ha rovesciato
sui Paesi Bassi questa valanga di putti? e com'è possibile che questa
madre d'un popolo, abbia ancora dei grilli per la testa? E mi tocca
i piedi! Tocca? Pesta, per Giove! Avete una maniera un po' troppo
vigorosa di manifestare le vostre simpatie, signora mia.... vorrei
dirle. Che cosa dite? Eh? Io? Ma voi siete pazza. Io vostro marito?
Io v'ho sposata davanti al borgomastro di Dokkum? Questi diciassette
bimbi son.... nostri? Voi avete il contratto matrimoniale? Ah! la mia
memoria si rischiara.... Ma dunque è vero! Dunque finora io ho sognato!
Non v'inquietate, moglie mia: apro la finestra e metto la testa fuori
per pigliare una boccata d'aria; — vi amo più della vita; — metto
fuori anche il busto; — v'adoro; — mi sporgo ancora un po' innanzi; —
lasciatemi appoggiare il piede sulla seggiola; — così, amor mio; — ed
ora tu, Dio pietoso, accogli il mio spirito, e voi, acque dell'Olanda,
il mio corpo!... Dannazione eterna! Chi mi trattiene?


.... _Caballero_, ci perdoni se l'abbiamo tirato indietro così
bruscamente; siamo guardie civili, dobbiamo obbedire agli ordini; è
proibito ai viaggiatori di metter la testa fuori del finestrino dei
vagoni; potrebbe seguire una disgrazia; ci son Carlisti da ogni parte;
ieri erano a Calatayud; avanti ieri scorrazzavano intorno a Siguenza;
non per nulla ci hanno messi cinque per vagone, armati fino ai denti;
non s'appoggi sui fucili: son carichi. — E sta bene! E anche questo
è un bel modo di viaggiare! Due facili carichi dinanzi, due fucili
carichi di dietro, un pistolone rasente il ginocchio, il manico d'una
daga contro il fianco, e sei cinghie di zaino che mi spenzolano sulle
spalle; e se m'affaccio al finestrino, una palla cilindro-conica
nel cranio; e tutte queste dolcezze, per andare al Marocco. Povera
Spagna! Quanto la ritrovo mutata! La campagna, deserta, i villaggi
barricati, le stazioni della strada ferrata arse, diroccate, circondate
di parapetti e di fossi; per tutto gruppi di contadini oziosi e
di soldati stanchi; tende, sentinelle, cavalli rifiniti, traccie
d'accampamenti, case affumicate, miseria. Non sembra però che i miei
compagni di viaggio si diano gran pensiero di questo sottosopra. Vedo
là due sposi che colombeggiano; qui un operaio brillo che fa delle
proposte di matrimonio a una vecchia contadina aragonese; più in là
cinque scamiciati che giocano alle carte; un ufficiale dei cacciatori
che canta, un postiglione castigliano che trinca, e un vecchio parroco
di campagna che stabacca voluttuosamente fra un periodo e l'altro
dell'_España católica_. Allegri, figliuoli, e che Dio vi conservi. Ora
canta anche il postiglione, l'operaio gli fa eco, i cinque scamiciati
entrano nel coro; come, come, anche loro, le signore guardie? Ma, e la
_consegna_? E la disciplina? E i Carlisti? Oh che bel paese di matti!
Il carnovale in mezzo alla guerra civile. Ma bene! Viva la.... darei
un buffetto sul naso a quei due sposi, che si guardano nel bianco
degli occhi. Corpo di Carlo V! Non c'è peggior supplizio per un povero
viaggiatore, che di dover assistere a queste fanciullaggini! Smettiamo
dunque; il vagone non è un'alcova, che diavolo!


.... E un'altra coppia, — e un'altra, — e un'altra. Eccomi qui in
piena Arcadia. Ora mi dovrò asciugare quest'uggioso spettacolo fino
a Colonia. Già non ci dovevo venire. Me l'avevano detto che questi
scellerati piroscafi del Reno, in autunno, sono il nido galleggiante di
tutti gli amori nuziali del Belgio, dell'Olanda, della Svizzera tedesca
e dei paesi delle due rive. Eccole qui, tutte queste bionde sdolcinate
e scarmigliate, che alzano gli occhi al cielo e lasciano ricadere la
testa. Ecco gli sguardi velati, le strette di mano furtive, i baci
mandati col ventaglio, le toccatine di piede, i bisbigli, i languori,
le sciocchezze infinite che cinquanta maledetti notari tabaccosi hanno
legittimate pel mio malanno. Quella belga fraschetta! Quella magontina
petulante! Questa lussemburghese ipocrita che nasconde coll'_Allgemeine
Zeitung_ il braccio di suo marito! Le sfrontate! Gli ufficiali
tedeschi salutano il piroscafo dalle terrazze delle ville, le chiese
gotiche specchiano le loro guglie cesellate nelle acque, i vecchi
castelli disegnano le loro gigantesche forme nere sul cielo, passa
la roccia di Coblenza, sparisce la rovina di Hammerstein, si nasconde
dietro ai monti lo splendido castello di Rheineck, si dileguano come
sette nuvole enormi le Sette Montagne; e loro non vedono nulla! e
continuano a bamboleggiare colla punta delle dita e colla punta dei
piedi, stupidamente sicuri di non esser visti, come se fossimo tutti
addormentati, orbi, o cretini.... Eppure se tutte queste sciocchezze
non si facessero, non avrei trovato, le sere dei giorni di festa, nei
giardini d'Anversa e nei viali di Basilea, una folla d'angioletti
coi capelli d'oro, che mi scacciarono dal capo le idee nere, e mi
riempirono il cuore di dolcezza! Ah! io sono un ingrato! Ebbene, sì,
sorridete, guardatevi, amatevi, parlatevi nell'orecchio, giocate colle
punte dei piedi, godete, inebbriatevi, scordatevi di noi e del Reno e
dell'universo! purchè vengano gli angioletti coi capelli d'oro....


.... Eccoli qui! Una folla di bimbi e di bambine che invadono il
_Prater_ di Vienna, sparpagliandosi in mezzo agli alberi sfrondati, per
i viali coperti di foglie gialle. L'autunno s'è cangiato a un tratto in
primavera; l'aria grigia s'è riempita di fragranze e risuona di voci
armoniose, e tutto spira freschezza e allegria. A gruppi, a schiere,
a circoli, a stormi, vanno e vengono, come un nuvolo d'uccelletti e di
farfalle; e rendono l'immagine d'un grande giardino di rose e di gigli
vivi, che da sè stessi intreccino e disfacciano rapidamente mazzi,
corone e ghirlande palpitanti e sonore. Ciarpe scozzesi e pelliccie
russe, giubbette ungheresi e berrette polacche, penne purpuree,
riccioli biondi e nastri azzurri, ondeggiano e si confondono in mezzo
ai cerchi, alle carrozzine, alle racchette, ai cervi volanti, ai
palloncini color di rosa. Tutto ride, tutto brilla, tutto splende,
tutto tripudia, e un senso divino di giovinezza e di speranza invade
l'anima mia. Siate benedetti, o bei fiori appena sbocciati della razza
umana! Benedetti i vostri visi rosei, benedetti i vostri capelli di
seta, benedette le vostre gambettine nude, benedetti i vostri giochi,
la vostra gioia, la vostra innocenza, le vostre famiglie, la vostra
vita! Io v'adoro, creaturine! Venite, accorrete intorno a me, fatemi
fare qualche cosa, fatevi servire, imponetemi i vostri capricci,
divertitevi di me! Volete picchiarmi? Volete farmi l'urlata? Volete
saltarmi a piedi giunti? Volete ch'io vi porti sulle spalle? Volete
che m'arrampichi sopra un albero, per farvi ridere? Se mi rompessi la
testa, voi dite. E che m'importa di rompermi la testa per voi! Animo,
sull'albero. Sono già molto alto, non è vero? Ma salirò ancora. Così?
— Noch! — Così? — _Immer noch!_ — Ma volete dunque ch'io salga fino....


.... Oh l'incantevole panorama! Un golfo coperto di navi, due mari
che si congiungono, tre città che s'abbracciano, l'Europa e l'Asia
che si guardano, mille minareti e mille cupole, in mezzo a migliaia
di chioschi, di bazar, di bagni, di terrazze, d'acquedotti, dentro
a una corona immensa di giardini e di boschi; e in ogni parte una
folla variopinta e innumerevole che sale e scende per venti colline
e venti porti, in mezzo ai cipressi, alle fontane e alle tombe; e su
tutto questo il cielo d'Oriente! Oh com'è bello, splendido e grande!
Io non credevo che una così meravigliosa bellezza si potesse vedere
sulla terra altro che in sogno. Ora comprendo il musulmano moribondo
che dice: — portatemi alla finestra. — Vi comprendo, poeti che avete
spezzata la penna, pittori che avete lacerato la tela, scienziati che
avete perduta la flemma, mercanti che avete balbettato dei versi,
fanciulle che avete gettato un grido e abbracciato vostra madre,
gente d'ogni paese e d'ogni tempra, che vi siete sentiti rimescolare
il sangue e inumidire gli occhi davanti a questa visione di paradiso!
Oh se potessi portar qui tutto quello che amo, e viver qui, a questa
sublime altezza, su questa terrazza aerea salutata dal primo e
dall'ultimo raggio del sole! Custode, non mi seccate. — Faccio il
mio dovere, _captàn_. Tutta Costantinopoli sa che il nostro signore e
padrone Abdul Aziz, che Allà protegga e conservi, non vuole che nessuna
fronte umana si alzi sopra l'ultimo parapetto della torre del Seraskir.
Fammi dunque il favore di abbassare la testa. — Lasciami in pace, ti do
cinque lire franche. — Abbassa la testa, _captàn_. — Ti do due scudi
franchi. — Abbassa la testa, _captàn_! — Ti do un napoleone d'oro,
che tua moglie diventi sterile e gli uccelli del cielo insudicino la
tua barba! S'è mai visto un mulo di turco più mulo di costui? Siamo
d'accordo?


.... _D'accord, monsieur, d'accord. Donnez moi le napoleon et voici
la chaise._ — Sta bene; ma aiutatemi a salire, perchè è buio fitto,
e sostenetemi di dietro perchè la folla ondeggia. Ed ora dove devo
guardare? — Al di là della Senna, signore. — Ah! un fascio di raggi
bianchi ha illuminato per un momento un mare di teste nel Campo di
Marte. Ora dalla riva in faccia s'alza e s'allarga un nembo di foco che
vien giù a schizzi, a sprazzi, a pioggioline, a cascatelle splendide
in forma di fiori, di pagliole, di stelle, di fiocchi, d'anelli, e
produce nelle acque un tremolío di riflessi, un turbinío di scintille,
un lampeggiamento di colori, che par che la Senna travolga perle,
cristalli e vezzi d'oro. Intanto dal ponte, dalle case, dalla riva
destra si spandono torrenti di luce che colorano via via di verde
smeraldo, di giallo sulfureo e di rosso sanguigno le sponde, la folla,
l'altura del Trocadero, il padiglione dello Scià; cento cannoni tonano,
cento musiche echeggiano, e l'immensa voce della moltitudine empie
il cielo come il muggito d'un oceano. A un tratto, tutto si spegne,
tutto tace, e la folla, immersa daccapo nelle tenebre, volta le sue
trecentomila teste a monte della Senna. L'incendio di Parigi comincia.
Vampe di luce indiana e fasci di luce elettrica vibrati tutt'insieme da
mille punti, illuminano tutte le sommità dei più alti edifizî. I tetti
delle Tuilleries sfolgorano come piramidi di carbonchio, la cupola del
Panteon è di bragia, il palazzo dell'Industria è d'argento percosso
dal sole, il palazzo degli Invalidi è verde acceso, la torre di San
Giacomo, la colonna di Grenelle, la scuola militare, San Sulpizio,
Nostra Signora di Parigi mostrano i loro grandiosi contorni segnati di
foco, le loro cime coronate d'aureole e velate di fumo luminoso, e il
cielo appare colorato qua e là d'aurore e di tramonti di soli ignoti; e
infine una miriade di razzi scoppia da un capo all'altro di Parigi con
un fragore formidabile, e si risolve in una immensa pioggia silenziosa
di fiori ardenti, accompagnata da un grido universale d'allegrezza
infantile....


.... Vera allegrezza infantile! Lasciate stare codeste fanciullaggini,
e pensate alla morte! — Ah! siete voi, signor Danmann? — Son io, il
vecchio e uggioso filosofo danese, che vi sermoneggia in fondo a una
carrozza, tra Turnu-Severin e Palanka, un'ora prima del levar del sole;
distogliendo voi, stizzito, (perchè vedo che vi stizzite) dal cercare
cogli occhi fra le capanne e le siepi, a traverso la nebbia, le incerte
forme bianche delle contadine valacche. Lasciatemi dunque finire il
discorso. Vi voglio ripetere il mio consiglio, un buon consiglio per
la pace della vostra vita. Pensate tutti i giorni, e lungo tempo alla
morte; ma sprofondatevi in questo pensiero e chiudetevi in esso come
in una tomba, giovandovi di tutta la forza della vostra immaginazione.
Raffigurate voi a voi stesso, colto da una malattia mortale —,
moribondo —, morto; stampatevi bene in mente l'aspetto del vostro
cadavere; osservate ogni movimento degli uomini che vi stendono nella
cassa, che inchiodano il coperchio, che vi portan via; — guardate a
traverso le assicelle la città affaccendata ed allegra; — sentite il
freddo della fossa in cui vi calano —; udite il rumore della terra
che vi gettano sul capo; immaginatevi là solo, immobile, scheletrito,
orrendo, e meditate senza staccar gli occhi da quell'orrore. Ebbene,
credete a me: chi non ne ha fatto esperimento, non può concepire il
grande e salutare cangiamento che produce questa meditazione funebre
di tutti i giorni nella nostra maniera di vedere e di sentire il mondo
e la vita. La nostra sventura è quel sentimento vago d'immortalità
terrena, il quale ci fa vedere tutte le cose che ne circondano, più
grandi e più importanti di quello che sono; onde più grandi i dolori,
e anche le gioie, perchè sproporzionatamente maggiori delle cause,
sorgenti di tristezza. Ma l'abitudine del pensiero della morte,
ravvivando continuamente il sentimento della precarietà d'ogni cosa,
ci presenta tutto ridotto alle sue proporzioni reali, e restituisce
così l'equilibrio tra noi ed il vero, e coll'equilibrio la pace, e
colla pace un misurato e più sicuro godimento della vita. Provate e
rimarrete meravigliato, amico mio, vedendo come fuggiranno da voi tutti
i piccoli sentimenti ignobili, tutti quei piccoli dolori senza cagione,
quella turba miserabile d'irucole, d'invidiole, d'ambizioncelle, di
dispetti, di crucci, che rode sordamente l'anima umana, e la rende
più infelice che non le grandi sventure. Provate: in ogni vostra piaga
morale versate prontamente questo pensiero, come versereste un balsamo
in una piaga del corpo. Ogni volta che v'assale l'orgoglio, osservate
le vene della vostra mano, tastate le vostre costole, trattenete
per qualche momento il respiro, e sentendo così improvvisamente
la debolezza della vostra vita, tornerete umile. Quando qualcuno
v'offende, rappresentatevi alla mente il suo scheletro, tutte le più
minute parti del suo fragile organismo, un vaso sanguigno del suo capo
che, rompendosi, lo può rendere da un momento all'altro forsennato o
cadavere; e perdonerete. Abituatevi a vedere in ogni uomo un moribondo;
nello spettacolo della natura un quadro fantasmagorico che brilla e
svanisce; in tutti i beni della terra, il bene d'un momento, che un
raffreddore vi può togliere; abituatevi a sentirvi morire, fatevi del
pensiero della morte un sostegno, un rifugio; e non temete ch'esso vi
stanchi della vita, e vi renda freddo agli affetti e al lavoro, chè
anzi ogni vostro affetto si colorerà d'una mestizia divina, e si farà
più profondo. Ah! con che delirio d'amore bacerete la vostra amante,
pensando che con una stretta delle braccia potreste slanciare la sua
anima nell'eternità e il suo corpo nella tomba! E il vostro lavoro sarà
più fecondo, perchè stando quasi colla vostra mente fuori della vita,
contemplerete gli uomini e le cose dall'alto, coll'anima più quieta
e coll'occhio più sereno. Eccoci a Palanca; qui dobbiamo separarci;
ricordatevi i consigli del vecchio Danmann, e addio. — Permettetemi
d'abbracciarvi, signore. — A me figliuolo. — .... Gran Dio! Voi non
siete Danmann, voi non siete vivo! Voi siete di bronzo!...


.... Una statua. Ah, riconosco le tue sembianze, o potente e caro
agitatore della mia giovinezza. In quest'aspetto io ti vedevo apparire
come un fantasma luminoso, sulla soglia della mia stanza, quando a
tarda notte alzavo dai tuoi libri il volto trasfigurato. Così vedevo
codesta fronte, che porta la traccia delle battaglie ardenti e perpetue
della tua mente; così tutta la tua nobile figura, che pareva sempre
naturalmente atteggiata sul piedestallo che ora ti sorregge, «_tutto
altero e grandioso, fuor che gli occhi, che son dolci_.» Ti riconosco;
sei tu «che t'avanzavi come un conquistatore nell'eterno dominio del
vero, del bene, del bello, lasciando dietro di te, vaga apparenza, la
volgarità che tutti c'incatena;» tu il profondo e sottile investigatore
del cuore umano, l'instancabile rimestatore di problemi, poeta della
libertà e dell'amore, scultore di tiranni e d'eroi, pittore di vergini
e di banditi, glorificatore di schiavi e di martiri; tu «il _vero
uomo_» tu «il giovane eterno» tu che eri ad ogni otto giorni «un essere
novo e più vicino alla perfezione;» ingegno tremendo e gentile, anima
eccelsa e semplice, uomo grande dinanzi alla patria, grande in seno
alla famiglia, grande nella lotta contro te stesso e contro la morte!
Sei tu, dunque? Oh! permetti all'ultimo dei tuoi devoti, a uno che,
te vivo, avrebbe attraversato l'Europa per andar a gridare sotto le
finestre della tua casa che tu sei grande e che ti ama, permettigli
di mettere per un istante sotto la tua mano di bronzo la sua fronte
infocata, come farebbe per chiedere la benedizione d'un Dio.


.... Chi profana il nome di Dio? Non c'è altro Dio che Allà e Maometto
è il suo profeta. Ascari, caricate di catene questo miserabile che si
prostra ai piedi d'un idolo di bronzo. — Tu vaneggi, Kaid! Questa è
la statua di Federico Schiller e io sono nella città di Magonza. — Tu
menti, Nazareno! Questo è il simulacro d'un Dio bugiardo e tu sei nel
palazzo imperiale di Fez. — Un momento, in nome di Dio! Abbassate le
spade: io domando di parlare al Sultano! — Voltati indietro e atterra
la fronte: egli s'avanza.... — Ah! Mulei-el-Hassen, i ministri,
la corte! Sia ringraziato il Cielo, son salvo! Mulei! Maestà! Sono
accusato d'idolatria, sono innocente, io non riconosco e non adoro che
il vero Iddio, Signore dei mondi, immensamente misericordioso. Voi non
mi farete morire. Mi dovete riconoscere. Venni qui con un'ambasciata.
Voi montavate un cavallo bardato di verde, e avevate la cappa bianca e
il cappuccio sul turbante; eravate bello e gentile, Mulei, e i vostri
occhi eran pieni di dolcezza. Indietro dunque colle vostre spade,
soldati! la mia vita è nelle mani del vostro Signore. Mulei, voi siete
giusto e buono; io son lontano dalla mia patria, solo, senza difesa;
son giovane, sono amato, ho bisogno di vivere, pronunziate una parola,
fate un cenno, sorridete, guardatemi! Oh, voi vi movete a pietà, Mulei;
la vostra fronte si rasserena, le vostre labbra si schiudono; una
parola, dunque, una sola parola! Fate almeno allontanar queste spade
che mi balenano sugli occhi. Ma scotetevi una volta, principe senza
cuore! Non vedete, per Dio! che son già tutto intriso di sangue....?


.... È mio sangue, signor tenente; son io che l'ho macchiato; lei non è
ferito; la palla è toccata a me.... in un fianco; non vada via, signor
tenente; stia qui accanto a me; io sento che la vita m'abbandona;
m'aiuti o morire. — Ma che morire, figliuol mio! Perchè parli di
morire? La tua ferita non è grave; fatti coraggio; appoggiati qui alla
sponda del fosso; mettimi la testa sul braccio; così; ora ti sbottono
il cappotto; a momenti capiterà qui il medico; non ti perder d'animo,
via; vedrai che per questa volta ci si mette ancora una toppa. — Ah,
no, signor tenente! Questa volta è finita.... Sento che è finita....
Mi si velano gli occhi.... Addio! addio, mio buon uffiziale! addio,
mia buona madre! addio a tutti! — Morto!... Forse il suo cuore batte
ancora. Ah! non batte più. Povero ragazzo! Egli non poteva avere più
di ventidue anni. Ecco un taccuino, una lettera diretta a suo padre;
_al signor Pietro Caretti, contadino_. Contadino! _Fiesole, presso
Firenze._ Un biglietto da due lire: la sua paga degli ultimi cinque
giorni. Il ritratto d'una vecchia: sua madre. Un anellino di capelli
neri: la sua amante. Ecco tutto il suo passato e tutto il suo avvenire,
sommersi in una pozza di sangue; tutto il suo piccolo mondo, frantumato
da un pezzetto di piombo; affetti, promesse, disegni, speranze, tutto
finito! E da chi? Da qualche altro ragazzo che è laggiù in quei campi,
dietro quei nuvoli di fumo, e che forse ha anch'egli sul cuore un
ritratto e una lettera.... ma quella lettera è scritta in tedesco!
Ecco perchè un dei due si è pigliato una palla nel fianco.... — Avanti!
avanti! — Ma come, dove avanti, signor maggiore? Dobbiamo arrampicarci
su per questo muro? È impossibile! — Avanti a ogni modo! Aggrappatevi
all'erba e all'edera, laceratevi il viso e le mani; ma salite! —
Saliamo dunque.... Me se non si può! l'edera cede e si rompe! — Ma come
si rompe! Se è marmo!


.... Marmo? E infatti le mie mani stringono due colonnette; il mio
piede destro posa sulla testa d'un santo; il mio piede sinistro, sulla
groppa d'un leoncino, e sulla mia testa, s'alza una finestrina a sesto
acuto; io m'arrampico su per un delicatissimo monumento d'architettura
gotica, tutto rilievi e trafori, e pieno d'aria e di luce; e giù sotto
di me, vi sono altre colonnette, altri santi, altri ricami di marmo;
e ancora più sotto.... Dio eterno! Io sono a un'altezza prodigiosa,
sulla guglia estrema del campanile della cattedrale di Strasburgo!
Vedo Wissemburg, la montagna del Geisberg, il Reno, la foresta nera,
l'Eichelberg, la valle della Murg! Sono sospeso tra il cielo e la
terra! Ah! purchè riesca a cacciare la testa nel finestrino! Coraggio.
— Su — adagio adagio — di statuetta in statuetta — di rilievo in
rilievo.... Ma questo vento che mi caccia i capelli negli occhi! Questo
immenso vuoto che mi circonda! Queste colonnette sottili come verghe
di salice! Queste teste di santo grosse come una noce! Ah, il coraggio
m'abbandona! Le mie mani tremano, i miei piedi scivolano, le colonne si
muovono, i santi vacillano, i rilievi si staccano, il terrore m'invade,
l'abisso mi attira, la vertigine m'accieca! Ah l'orrenda morte! Oh
madre mia! Aiuto! Io precipito....


Cos'è stato? Mi son svegliato con un grido? Chi mi chiama? Ah, la voce
di mia madre nell'altra stanza. Che dici?

— Ti dico quello che t'ho già detto tante volte, figlio mio: di non
dormire mai sul fianco sinistro.


                                 FINE.



INDICE


                                                          PAG.

  La mia padrona di casa                                     7
  Scoraggiamenti                                            19
  Ritratto d'un'ordinanza                                   45
  Battaglie di tavolino                                     55
  Un incontro                                               77
  Emilio Castelar                                           91
  Un caro Pedante                                          109
  Una visita ad Alessandro Manzoni                         119
  La lettura del Vocabolario                               135
  Appunti                                                  147
  Una parola nuova                                         191
  Consigli                                                 201
  Il vivente linguaggio della Toscana                      211
  Quello che si può imparare a Firenze                     235
  Un bel parlatore                                         245
  Dall'album d'un Padre                                    253
  Sopra una culla                                          275
  Giovanni Ruffini                                         283
  L'amore dei libri                                        297
  Manuel Menendez (racconto)                               307
  In sogno                                                 341



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





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