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Title: La vita Italiana nel Risorgimento (1849-1861), parte I - Quarta serie - Storia
Author: Various
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "La vita Italiana nel Risorgimento (1849-1861), parte I - Quarta serie - Storia" ***

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                                   LA
                             VITA ITALIANA
                                  NEL
                              RISORGIMENTO

                              (1849-1861)

                              QUARTA SERIE


                                   I.

                                 STORIA


   Federazione e Unità                              ERNESTO MASI.
   Gli eroi della Rivoluzione                       FRANCESCO S. NITTI.
   Dalle dieci giornate di Brescia alla battaglia
     di San Martino                                 POMPEO MOLMENTI.
   Il Re galantuomo                                 DOMENICO OLIVA.



                                FIRENZE
                          R. BEMPORAD & FIGLIO
                             LIBRAI-EDITORI
                                  1901



                          PROPRIETÀ LETTERARIA

                       RISERVATI TUTTI I DIRITTI.

      _Gli editori_ R. BEMPORAD & FIGLIO _dichiarano contraffatte
            tutte le copie non munite della seguente firma:_

     [Illustrazione: firma manoscritta]

       Firenze, 1901 — Società Tip. Fiorentina, Via S. Gallo, 33



FEDERAZIONE E UNITÀ

CONFERENZA DI ERNESTO MASI.


Il 18 febbraio 1861 s'adunò per la prima volta in Torino il Parlamento
dell'Italia — «libera ed unita quasi tutta,» — come disse con voce
sonora Vittorio Emanuele, e sento ancora nell'orecchio e nel cuore
quelle parole e lo scoppio di grida entusiastiche, con cui furono
accolte.

Pochi giorni dopo, il 17 marzo 1861, fu promulgata una legge d'un solo
articolo: «Il re Vittorio Emanuele II assume per sè e suoi successori
il titolo di Re d'Italia».

Nel presentarne il progetto ai deputati, il Conte di Cavour scriveva
nella relazione, che lo precede: «un gran fatto s'è compiuto; una nuova
èra incomincia!»

E il relatore parlamentare, Giambattista Giorgini: «ci sono delle oasi
nei deserti della storia, diceva, ci sono nella vita delle nazioni dei
momenti solenni, che potrebbero chiamarsi la _poesia della storia_;
momenti di trionfo e d'ebbrezza, nei quali l'anima, assorta nel
presente, si chiude ai rammarichi del passato, come alle preoccupazioni
dell'avvenire.

«Rendiamoci una volta giustizia! Quanti sediamo su questi scanni, tutti
abbiamo diversamente lavorato per la medesima causa; tutti abbiamo
portato la nostra pietra al grande edifìzio, sotto il quale riposeranno
le future generazioni. Qui i volontari di Calatafimi potrebbero
mostrarci sul petto le gloriose cicatrici; qui i prigionieri di
Sant'Elmo, intorno ai polsi, il callo delle pesanti catene; qui colla
canizie, colle rughe precoci, oratori, scrittori, apostoli di quella
fede, che fece i soldati ed i martiri; qui i generali, che vinsero
le nostre battaglie, qui gli uomini di Stato, che governarono le
nostre politiche: di qui parta unanime dunque (un) grido d'entusiasmo;
qui finalmente l'aspettata fra le nazioni si levi e dica: _Io sono
l'Italia!_»

Enfasi magniloquente, che però era allora di stagione (adesso par di
leggere una delle _Epistole_ famigliari, varie o senili del Petrarca);
enfasi, che allora altresì, cosa insolita, era perfettamente esatta:
il fatto grande e nuovissimo nella nostra storia, il sentimento di
gioia suprema, che suscitava in tutti, dal re all'ultimo popolano, la
presenza di tutti i principali uomini, che in tanti modi diversi vi
avevano cooperato. V'erano tutti in realtà. Non mancavano che Garibaldi
e Mazzini.... Peccato!

Volle sottolineare tale mancanza il Brofferio, vecchio avversario
del Conte di Cavour, accusandolo d'avere con questa legge usurpata
un'iniziativa, che spettava tutta invece alla rappresentanza popolare.
Il Cavour sentì il colpo e fieramente lo parò. «Tutti gli Italiani,»
rispose, «hanno avuto parte nel gran dramma del nostro risorgimento, ma
mi sia pur lecito dirlo e proclamarlo con profonda convinzione; negli
ultimi avvenimenti l'iniziativa fu presa dal governo del Re.... Fu il
governo, che prese l'iniziativa della campagna di Crimea; fu il governo
del Re, che prese l'iniziativa di proclamare il diritto d'Italia nel
Congresso di Parigi; fu il governo del Re, che prese l'iniziativa dei
grandi atti del 1859, in virtù dei quali l'Italia s'è costituita».
Perciò, concludeva con altre parole, anche l'iniziativa di proclamare
l'unità nazionale spetta al governo del Re.

E perchè no? Si millantava forse il Conte di Cavour? Senza quelle
iniziative, tutte sue (e notate che tacque della campagna delle Marche
e dell'Umbria) l'impresa di Garibaldi in Sicilia e Napoli sarebbe essa
stata mai neppure possibile? Dell'unità nazionale non v'ha dubbio, il
più antico e perseverante apostolo era stato il Mazzini, e quindi era
egli pure un grande coefficente di ciò che ora accadeva, ma chi avrebbe
potuto sul serio, nell'ordine dei fatti, paragonare l'opera del Conte
di Cavour coi tentativi del Mazzini dal 1833 insino allora?

Se non che il partito radicale e ultra-democratico, di cui in quel
momento si facea interprete il Brofferio, avea sempre capito così
poco il Conte di Cavour da parergli la maggiore accusa, che gli si
potesse fare, essere appunto questa, ch'egli fin dalla culla non era
stato e ad ogni costo unitario, che, piemontese e monarchico innanzi
tutto, sfruttava ora l'opera d'altri a beneficio dell'antica politica
dinastica del _carciofo_, e affrettava le annessioni e l'unità italiana
con lo zelo del neofita, dell'operaio dell'ultim'ora, del convertito da
un improvviso raggio di sole sulla via di Damasco.

Tuttociò, se fu detto o scritto in buona fede (del che è lecito per
molti di dubitare) è stolto ed insipiente in sommo grado, e non merita
altra risposta se non quella che mi rammento aver io stesso sentita
dare da Ruggero Bonghi ad un amico, progressista repubblicaneggiante,
cui pareva aver trovato l'Achille degli argomenti contro la memoria del
Conte di Cavour.

Passeggiavamo di piena estate in una campagna e dopo aver molto
discusso: — Insomma, — sclamò quel tale, — Mazzini credeva fino dal
1832 all'unità italiana e il Conte di Cavour no. Ora all'ultimo chi ha
avuto ragione? — Senti; — rispose il Bonghi — se tu in questo momento
dici: «credo che nevica,» per certo dici una sciocchezza. Ma se seguiti
a dirla fino a quest'inverno, e nevica, come di solito, e tu vuoi
vantarti: «vedete, se avevo ragione?;» ne dici un'altra, e son due. Per
oggi basta! —

Così è in realtà, e lasciando stare ciò che il Conte di Cavour
abbia pensato e creduto in gioventù, perchè mai il giorno dopo
_Novara_ sarebb'egli stato unitario o federalista? chi sapeva, dopo
quell'immensa ruina del 1848 e 49, che cosa sarebbe accaduto? Qual'è
la dottrina, che s'era salvata? quale il partito politico, che non
fosse stato sconfitto, benchè tutti avessero fatte lo loro prove?
La grandezza maggiore, l'originalità vera del Conte di Cavour stanno
appunto in quella piena libertà di spirito, con cui pigliò l'impresa
italiana. Non una tradizione lo preoccupava, non un impegno settario
lo impediva, non una vecchia dottrina tiranneggiava i suoi pensieri.
Sentiva, e profondamente sentiva, tutta l'immensa miseria della vita
italiana; solamente non avvertiva forse tutto il guasto, che tre secoli
di servitù aveano arrecato al carattere nostro e perciò potè procedere
più franco, più sicuro, più espedito d'ogni altro. La sua cultura era
principalmente inglese e francese; i suoi viaggi erano stati tutti
all'estero; l'Italia gli era quasi ignota, e tuttavia essa era in cima
d'ogni suo pensiero. Ciò pure, direi, gli ha giovato. Gran parte delle
incertezze di Massimo d'Azeglio, che avea vissuto a Roma, a Firenze, a
Milano, a Napoli, gli proveniva dal conoscere troppo bene gli Italiani.
L'audace confidenza del Conte di Cavour dal conoscerli poco; lo ha
notato lo stesso Garibaldi. Non è un complimento per gli Italiani, ma
sempre più ogni giorno che passa la credo una verità! Per questo il
Conte di Cavour fu tra gli Italiani un fenomeno così straordinario. Non
soltanto la potenza della mente lo singolareggiava fra tutti. Altri
uomini di mente potentissima e per certi rispetti superiori a lui,
non mancavano di certo all'Italia. Bensì l'organismo stesso della sua
mente, la forma della sua cultura, la tendenza, la disposizione del suo
spirito, il modo, con cui afferra, esamina, risolve ogni questione, che
gli si presenti, tutto questo esser suo, così fondamentalmente diverso
anche dalle più insigni varietà dell'ingegno italiano, fa del Conte
di Cavour un fenomeno; fa sì ch'egli venga tardi sulla scena politica,
che in sua gioventù e durante la rivoluzione del 1848-49 rimanga un po'
appartato, che nonostante la perspicuità somma delle sue idee e delle
forme, nelle quali le espone, apparisca per molto tempo agli avversari
politici, ed anche uh poco agli amici, una specie di enigma, a cui si
cercano mille assurde spiegazioni, ora titolandolo un anglomane (il
Brofferio e compagni lo chiamavano _Lord Cavour_) ora un reazionario,
ora un municipalista; fa sì che tra la stessa aristocrazia, donde
usciva, lo si giudichi ne' suoi primordi un cervello torbido e fuor di
squadra, a Corte un Giacobino in ritardo e fra la diffidente borghesia
liberale del Piemonte, che avea tante rivendicazioni da fare, un
personaggio sospetto e da mettere in quarantena. Chi prima di tutti lo
indovinò e lo preconizzò fu Vincenzo Gioberti, stato già suo avversario
politico, ma che gli rese giustizia con quelle parole del _Rinnovamento
Civile_ scritte nel 1851: «quel brio, quel vigore, quell'attività
mi rapiscono e ammiro lo stesso errore magnanimo di trattare una
provincia, come fosse la nazione, se lo ragguaglio alla dappocaggine
di coloro, che ebbero la nazione in conto d'una provincia. Io lo reputo
per uno degli uomini più capaci, dal lato dell'ingegno, di cooperare al
principe nell'opera di cui ragiono.»

Ma di quale ingegno parlava il Gioberti? Perocchè su questa qualità
così generica dell'ingegno, di cui a volte non sono privi neppur
quelli che in sostanza non ne azzeccano mai una, e i tristi poi ne
sono per lo più forniti a dovizia, anche su questa, dico, qualità
generica dell'ingegno, bisogna intendersi. E quale propriamente fosse
l'ingegno del Cavour niuno l'ha detto con più finezza di Isacco Artom,
uno dei suoi collaboratori più modesti e più intimi. «Egli non si
proponeva mai,» scrive l'Artom, «una mèta immaginaria e inaccessibile,
ma nel tempo stesso egli non si contentava mai di conseguire meno del
possibile. Il suo sguardo non oltrepassava mai i confini del reale, ma
il reale era pel suo genio orizzonte ben più vasto, che non sia per gli
altri uomini!»

Dio ci mandò, o signore, il Conte di Cavour (diciamolo a costo di
pagare cinquanta centesimi a _Rabagas_, come nella commedia del
Sardou) Dio ci mandò il Conte di Cavour, appunto perchè la rivoluzione
italiana non si perdesse più ad almanaccare _a priori_ di monarchia
e di repubblica, di tradizioni storiche e di profezie letterarie, di
federazione e di unità, ma tratta fuori da tutti i vecchi solchi, nei
quali s'era malamente e le tante volte smarrita, uscisse finalmente
dalla catalessi dei fanatici e dei solitari ed entrasse in un periodo
di effettuale realtà, contasse sul possibile ed anche sull'osare a
tempo, ma non farneticasse più sui milioni d'armati, che abbiano a
sbucar di sotterra, su cataclismi, che abbiano a subissar mezzo mondo,
su idealità vaghe e in tale contrasto con tutto il fuori di noi da
farci parer sempre ubbriachi e sonnambuli, che battono capate in ogni
spigolo di muraglia, o eroi metastasiani che trinciano l'aria col
brando, ma non confidano che nella clemenza delle stelle.

Credete voi che in Italia ci volesse poco a persuadere d'un simile
trapasso dal regno dei sogni a quello della realtà i milioni di Arcadi
e d'analfabeti, dei quali Pasquale Villari potè tirare una somma
spaventevole anche quattordici anni dopo?

Quando il Conte di Cavour inaugurò nel Piemonte quella politica di
egemonia nazionale, che ha fatto l'Italia, non era forse nella sua
mente alcun disegno preventivamente fissato con linee troppo rigide.
Pei radicali e gli ultra-democratici ciò costituiva la sua grande
inferiorità rispetto a loro, e fu invece la sua originalità e la sua
forza. Amava con passione la patria, e due cose tenea per certissime:
l'impotenza del riformismo dottrinario e del rivoluzionarismo alla
Mazzini, e la necessità che il Piemonte s'inalzasse tanto nell'opinione
pubblica europea da imbrigliar esso la rivoluzione a vantaggio della
sua politica e da poter trattare da pari a pari con la diplomazia,
nonostante che il fine della politica piemontese fosse quello di
stracciarle sul muso i suoi trattati e di sconvolgerle e rovesciarle il
maggiore di que' suoi accomodamenti posticci del 1815, alla perpetuità
dei quali, con una boria non meno pazza di quella dei rivoluzionari di
mestiere, era solita d'aggiustar piena fede.

Una cosa sola, del resto, m'è sempre parso ch'egli, al pari di Carlo
Alberto e di Cesare Balbo, considerasse come assoluta: la necessità di
cacciar l'Austria dall'Italia. Quanto al programma unitario, però, non
è vero ch'egli del tutto lo respingesse. Nel 1856 vide a Parigi Daniele
Manin, che gli divisò il suo nuovo programma: «_Indipendenza, Unità
e Casa di Savoia._» Lo giudicò alquanto utopistico, ma già i grandi
risultamenti morali e politici da lui potuti ottenere nel Congresso di
Parigi, avevano talmente slargate le sue speranze, che nell'anno stesso
in un segreto colloquio col Lafarina il quale era tutto inteso, insieme
col Manin, col Pallavicino e quindi con Garibaldi, a fondare su quel
programma una _Società Nazionale_ da surrogare alla _Giovine Italia_
del Mazzini: «ho fede, gli disse, che l'Italia diventerà uno Stato
solo e che avrà Roma per sua capitale, ma ignoro se essa sia disposta
a questa grande trasformazione.

«.... Faccia la _Società Nazionale_; se gli Italiani si mostreranno
maturi per l'unità, io ho speranza che l'opportunità non si farà
lungamente attendere, ma badi che dei miei amici politici nessuno
crede alla possibilità dell'impresa. Venga da me quando vuole, ma
prima di giorno e che nessuno la veda e che nessuno lo sappia. Se sarò
interrogato in Parlamento e dalla diplomazia, la rinnegherò come Pietro
e dirò: non lo conosco».

Eccolo anche cospiratore. Avea tutte le corde al suo arco e, contro
il suo solito, si vantò appunto d'aver cospirato colla _Società
Nazionale_ nel suo secondo gran discorso su Roma capitale. In Piemonte,
come associazione consentita dalle leggi, la _Società Nazionale_ fu
pubblica; segreta invece nelle altre parti d'Italia, essa però non
adottò nessuna delle forme delle antiche sètte, nè sottopose gli
adepti a nessun altro vincolo morale, salvo accettare il programma:
«_Indipendenza, Unità e Casa di Savoia_». E che una cospirazione
politica, la quale si proponeva di raccogliere in una nuova concordia
le sparse forze del paese e ai Mazziniani, in compenso della Monarchia,
offriva l'unità nazionale, ai conservatori liberali, in compenso
dell'unità, offriva la monarchia, a tutti l'indipendenza dallo
straniero, che una cospirazione politica, dico, dovesse contrapporre
alle antiche sètte un nuovo _Credo_ molto determinato, si capisce bene.

Ma come avrebbe potuto il Conte di Cavour vincolarsi palesemente
altrettanto? Non andrà un anno poco più, e all'ombra dei grandi
alberi di Plombières sentirà offrirsi l'alleanza francese e la
guerra immediata a prezzo d'una confederazione di tre Stati sotto la
presidenza del Papa.

E che cosa sarebbe avvenuto dell'Italia, s'egli avesse rifiutato? A
buon conto, da un progetto impossibile di confederazione uscirono
_Magenta_ e _San Martino_, e dalla guerra malamente troncata a
Villafranca uscì l'unità italiana.

Ma dicono non soltanto gli avversari del Conte di Cavour, bensì altri
molti: «No; l'unità politica dell'Italia s'è fatta malgrado il Conte
di Cavour, e s'è fatta perchè l'unità era la grande, la vera, l'unica
tradizione di tutta la storia italiana».

Non so se il Conte di Cavour, ma tutti, dal più al meno, siamo un po'
passati per questa fisima; tutti, dal più al meno, siamo colpevoli
d'aver bruciato qualche granello d'incenso rettorico a questa fisima;
alla quale si contrapponeva poi un'altra scuola, cattolico-liberale
o razionalista e repubblicana, che nella storia d'Italia pretendeva
invece a trovare la tradizione federale. Non ne facciamo colpa a
nessuno; forse anzi è un merito patriottico. Chi mai prima del 1859
poteva occuparsi di storia d'Italia senza un sottinteso politico? e
questo sottinteso non dovea essere il programma del proprio partito?
Perocchè v'ha bensì mia verità storica, ma purtroppo vi possono essere
pure tante interpretazioni soggettive, quanti sono gli storici. Dio mi
guardi dal dire che con la storia alla mano si possa ugualmente provare
il _sì_ ed il _no_, ma certo è che nell'immenso arsenale dei fatti
della storia si possono trovare argomenti per tutte le cause, armi
offensive e difensive per tutti i partiti, e sarebbe facile citarne
esempi, specie fra gli scrittori di nostra storia contemporanea,
italiani e stranieri. C'è insomma una rettorica dei fatti e secondo il
modo di aggrupparli e farli apparire, ci sarebbe talvolta da credere,
che si possano scrivere su documenti identici due storie di spirito
diametralmente opposto, e da dar ragione a Beniamino Constant, quando
diceva: «Io ho dieci, venti, quarantamila fatti e posso valermene a
volontà». Vi pare scetticismo questo? No, signore. È servirsi della
nostra ragione, poichè Dio ce l'ha data, ed è partendo da questo
savissimo scetticismo, nota un grande scrittore inglese, che la
civiltà moderna ha potuto correggere in parte quei tre massimi errori
fondamentali, che, in passato, ci rendevano in politica così ignavi, in
scienza così credenzoni, in religione così intolleranti.

Nel caso nostro non c'è in realtà nella storia d'Italia, fino almeno
alla fine del secolo XVIII, nè una tradizione unitaria, nè una
tradizione federale.

Ma eccovi gli uni a citarvi (per lo più pigliano le mosse di lontano)
oltre alla forma allungata della penisola, alla varietà delle razze,
che la popolarono, non appena divenne abitabile, alle indoli e costumi
diversi, tutti indizi repugnanti a unità, le antiche federazioni
italiche, anteriori a Roma, e resistenti per tanto tempo alla sua
conquista, l'esperimento tipico, vale a dire, la prima pietra angolare
della tradizione federale; ed eccovi gli altri a ribattere, non senza
ragione, che quegli argomenti etnografici e morali non provan nulla,
perchè di troppe altre nazioni unitarie si potrebbero addurre, e la
penisola, _che il mar circonda e l'Alpe_, compensa ampiamente colla
salda certezza de' suoi confini i pericoli della sua configurazione.
Quanto alle prime federazioni italiche, circondate, com'erano, di
popoli nomadi e selvaggi, se mai esprimevano qualche cosa, certo
esprimevano piuttosto una rudimentale tendenza all'unità, la quale di
fatto si compì col formarsi dello stato di Roma.

Se non che, come mai può dirsi la vecchia Roma, la Roma dei classici,
uno stato unitario nel senso, che oggi intendiamo? Da prima Roma dovè
lottare assai più per conquistare l'Italia, che non tutto il resto
del suo impero. In secondo luogo le città italiane furono tutte a lei
soggette in vario grado, con forme diverse, e tenute a freno con un
sistema di colonie, che s'andava via via slargando e sempre col doppio
intento d'impedire una rivolta e di difendere la città dominatrice. Nè
federazione quindi, nè unita, ma soggezione pura e semplice, contro la
quale le ribellioni furono molteplici e tremende, e sfido negare, come
sogliono gli unitari, che le guerre sociali dall'anno 90 al 60 avanti
Cristo, non esprimano una tendenza separatista, domata soltanto da un
progressivo avviarsi alla dittatura.

Quanto all'Impero, esso non e più Roma, ma la dominazione universale
del mondo, e se, quando l'Impero si dissolse, si ha il fatto che le
grandi diocesi, nelle quali era spartito, furono il nucleo, intorno a
cui si composero con lento lavoro le altre nazioni moderne, non è men
vero che nella diocesi d'Italia appunto tale fatto non s'avverò, perchè
il regno, che i Barbari vi fondarono, li fece bensì re in Italia, ma
non re d'Italia, e gl'Italiani, perduti sempre dietro al vano fantasma
del cosmopolitismo romano, non consentirono mai che questo regno li
unificasse, come altrove era accaduto, fondendosi insieme perfettamente
le due razze, quella degli indigeni e quella degli invasori. In
Italia, invece, le due razze si contrastano ancora nell'età dei
Comuni rappresentate rispettivamente (fino ad un certo segno però)
dai feudatari dei castelli e dal popolo del Comune, e quindi entro il
Comune stesso dai nobili e dal popolo, benchè nelle costoro discordie
nè sempre le loro divisioni siano così esatte, nè sempre abbiano così
remote cagioni.

Per questo non si diè tregua mai neppure a' Goti e a' Longobardi,
i meno barbari fra i Barbari; per questo Leone III incoronò in Roma
Carlomagno, per impedire cioè che mai sorgesse un regno d'Italia e
potesse attecchire uno Stato unificatore.

Vi fu bensì un regno meridionale; ma straniero d'origine, feudale di
carattere, non ha che fare colle tradizioni romane: somiglia appunto ai
grandi Stati, che si vengono formando in Europa, e non ha quindi alcuna
azione sull'assetto, che l'Italia prende nel Medio Evo. Serve solo
ad essere opposto ora dal Papa all'Imperatore, ora dall'Imperatore al
Papa, finchè diviene il titolo, il pretesto giuridico delle invasioni
straniere e determina il fato della storia moderna in Italia da Carlo
VIII fino ai giorni nostri, fino a che Garibaldi, cioè, lo manda a
gambe levate. Non si assimila mai nessuna parte d'Italia. Federigo
II, re di Puglia e Sicilia, non è in Toscana e in Lombardia se non
l'Imperatore, il capo del partito ghibellino. Così Manfredi, così Carlo
e Roberto d'Angiò in Toscana, in Romagna, in Piemonte, non fondano
mai nulla di proprio, non sono che capi di parte, combattono per la
Chiesa e per l'Impero, entrano, vale a dire, nel sistema particolarista
delle città italiane, sistema frazionato all'infinito, nel quale non
è traccia nè di unità nè di federazione, e a volte neppure di vero
guelfismo papale o di vero ghibellismo imperiale, ma che nonostante,
tra l'Imperatore assente e il Papa disarmato, si svolge con tale e
tanta gloria, forza e potenza, da creare tutta una grande civiltà
nazionale, senza paragone possibile nel mondo d'allora e nei secoli
seguenti. Troppo ce ne siamo scordati noi, soffocando questa vera
tradizione italiana sotto un'unità formale, meccanica e burocratica,
che ci diede tutti i guai, senza nessuna delle grandi e feconde energie
d'un forte Stato unitario!!

Il frazionamento è ancora maggiore e non compensato di tanta virtù
operativa e di tanta gloria nell'età dei principati.

E se tuttociò è precisamente l'opposto d'una tradizione unitaria,
forsechè nell'età dei Comuni o in quella dei Principati apparisce mai
l'indizio d'una vera tradizione federale? Si vorrà ancora citare per
l'età dei Comuni il giuramento di Pontida, a cui la Lega Lombarda
preesisteva, mentre poi essa stessa non preluse ad alcuna stabile
federazione, bensì condusse la lega temporanea di tante città, e
dopo la stessa vittoria di Legnano, al Congresso di Venezia, in cui
il Papa, capo della Lega, abbandonò subito i suoi alleati per non
pensare che a sè, e alla pace di Costanza, in cui i Comuni riconobbero
i diritti dell'Imperatore Romano e delle nuove franchigie ottenute si
valsero per dilaniarsi peggio che mai fra di loro? Si ricorderà ancora
l'equilibrio di Lorenzo il Magnifico, che era tutto un artificio d'un
grand'uomo politico, ma non si fondava che sulla sua sapiente destrezza
e scomparve con lui? No; una vera federazione stabile, ordinata,
nazionale, in Italia non c'è stata mai nè nell'età dei Comuni, nè
in quella dei Principati. Vi furono bensì al tempo dei Comuni leghe
umbre, toscane, lombarde, formate sempre a qualche intento speciale e
quasi sempre sciolte prima che quell'intento fosse conseguito. Ve ne
furono altre al tempo dei principati, ma l'interesse, la defezione o
il tradimento le sciolsero tutte, nè bisogna nella d'Italia lasciarsi
prendere dai miraggi, che a quando a quando vi compariscono. Nel
secolo XVI, per esempio, si direbbe che l'Italia stia per ordinarsi
un momento sotto l'unità monarchica francese, o sotto la federazione
di Cambrai, ma il miraggio scompare subito. Può concepirsi di fatto
un'unità politica sotto la mano d'un re straniero, o una federazione
di stranieri e italiani contro la gloriosa Repubblica di Venezia? No.
Per quanto si faccia, se si cercano nella storia d'Italia, prima della
Rivoluzione francese, tradizioni unitarie o federali, non altro si
trova invece se non le cagioni prossime o remote delle preponderanze
straniere. Nè bisogna lasciarsi ingannare neppure dal sentire tanti
scrittori e statisti, e diplomatici e guerrieri, e persino papi,
Giulio II, Clemente VII, Paolo IV, parlar sempre di libertà d'Italia.
Per tutti (non vuolsi far loro colpa di ciò che in gran parte è colpa
dei tempi) per tutti _libertà d'Italia_ non significa già l'Italia nè
unità, nè federata, nè libera dagli stranieri, bensì che nessuno degli
stranieri, i quali si contendono Napoli o Milano, prevalga all'altro, e
sotto a questo concetto v'è ancora un altro particolarismo, che sta più
a cuore anche dei patriotti migliori, dei più elevati spiriti di questa
o quella regione, vale a dire o che sia libera

Firenze, o che sia libera Milano, o che lo Stato del Papa non sia a
discrezione nè di stranieri nè d'italiani: questo soprattutto che uno
Stato italiano, per forza sua o d'alleanze non prevalga sugli altri,
cosicchè quando le ambizioni di Venezia si volgono alla terraferma,
nessun straniero pare più minaccioso di lei alla cosiddetta _libertà
d'Italia_, nessuna preponderanza è più temuta e più contrastata della
sua.

Dopodichè, nell'età degli Stati non solo non c'è tradizione nè
unitaria, nè federale, ma non c'è più politica propria di nessuna
fatta. La politica d'ognuno di essi è, a seconda dei casi e dei tempi,
francese, spagnuola, austriaca, e il popolo italiano perde persino
ogni coscienza dell'esser suo. L'Italia, che pur ha così forti e
spiccati segni d'individualità nazionale, essa stessa (molto prima
che il Metternich lo dica) si lasciò ridurre nell'età degli Stati
un'_espressione geografica_. Questa divisione dell'Italia, che era di
quasi ottanta Stati, ridotti a dieci dopo le guerre di successione e
la pace d'Aquisgrana, e non per opera certo degli italiani, ma degli
stranieri, questa divisione nazionalmente non ricorda nulla, non
rappresenta nulla. Parlando della sola Toscana il Giorgini scriveva
nel 1861: «Io conosco tradizioni, glorie fiorentine, senesi, pisane; ma
non conosco che umiliazioni e miserie toscane!» Il medesimo si potrebbe
dire, e forse con più ragione, delle rimanenti parti d'Italia. E, per
concludere, è opportuno notare che tutti gli spigolatori di tradizioni
unitarie e federali nella storia d'Italia sono, non volendo, caduti
in questo abbaglio singolare, che mentre credono indicare le traccie
saltuarie e interrotte dell'uno o dell'altro concetto, altro non fanno
che enumerare più o meno compiutamente le cagioni grandi o piccine, per
le quali nè unità, nè federazione non sono mai state possibili.

Se non che, battuti sul terreno dei fatti, si rifugiano nelle
visioni dei pensatori, nei vaticinii dei poeti, o tentano far passare
per un principio almeno di unificazione nazionale le ambizioni di
qualche principe, che approfittando di contingenze favorevoli voleva
ingrandire lo Stato. Quanto alle visioni dei pensatori e ai vaticinii
dei poeti, il fatto è vero e giovò certo a tener vivo qualche
barlume di sentimento nazionale, se non altro, in qualche ristretto
cenacolo letterario, ma ricollocati ognuno nel proprio tempo hanno
essi veramente il significato che si suole loro attribuire? o qual
maraviglia in ogni caso che ingegni ed animi eletti sorpassino la
realtà che li circonda, e si slancino nell'utopia inapplicabile o nelle
profezie, che non si verificano? può questo fatto da solo costituire
una tradizione storica?

L'unità d'Italia per Dante Alighieri è l'unità dell'Impero restaurato,
unità di giurisdizione suprema, non unità di Stato, dalla quale è
difficile arguire che il misterioso _Veltro_, da lui profetato, potesse
mai poco o molto rassomigliare prima a Napoleone, poi a Pio IX e
finalmente a Vittorio Emanuele o a Garibaldi. Ma Dante è nel suo tempo
e va considerato nel suo tempo, anche se il poema divino è, e deve
essere per sempre, la bibbia nazionale degli Italiani.

Egli, difatto, ebbe per primo forse vera coscienza d'una nazionalità
italiana. L'ebbe, perchè compose, si può dire, l'unità della lingua
italiana, perchè mostrò di conoscere l'importanza etnografica e civile
della nostra comunanza di linguaggio col verso: «Il bel paese là
dove il sì suona», comprendendovi la Sicilia e il Trentino, perchè
finalmente la penisola fu da lui descritta ne' suoi precisi confini
geografici. Ma fuori di questo, e rifacendoci al suo concetto politico,
egli invoca la calata d'un Imperatore, affinchè riconduca la pace,
quella pace imperiale, che è quanto dire universale, in cui forse
abbozzava un pensiero di fraternità umana. L'ideale suo grande è la
pace; sono sempre le discordie politiche, ch'egli flagella, e gli pare
che cesserebbero d'imperversare, se l'Imperatore ritornasse alla sua
Roma. Quando sospira la venuta di Arrigo VII, Dante sa bene che esso
non verrà a fare l'unità italiana. V'ha anzi chi ha persino creduto che

Dante sperasse in detta occasione una confederazione. Non credo.
Egli non ha sperato e voluto che la pace, tant'è che non altro
consiglia a popoli e principi; e, il solo mezzo di mantenerla, è per
lui il riconoscimento dei diritti dell'Impero. Dante afferma bensì
la nazionalità italiana, ma non discute l'assetto politico della
nazione: per lui Roma è la sede dell'Impero, la monarchia universale
è necessaria siccome istituita da Dio per la pace del mondo, senza
cui l'uomo non può conseguire il proprio fine e la beatitudine
eterna. Oltrediché quella monarchia è per lui la continuazione e il
perfezionamento dell'Impero Romano. Così Dante è nelle sue idee e nel
suo tempo.

Il medesimo è da faro col Petrarca, che nell'anarchia dei tribuni,
dei signori e dei condottieri, fra la quale è condannato ad andare
peregrinando tutta la vita, non lascia precisare affatto il suo sistema
politico, perchè le sue speranze si fissano ora in Cola di Rienzi,
ora nell'Imperatore Carlo IV, ora in Roberto d'Angiò, ora in Luchino
e Galeazzo Visconti, e, mancati tutti a un per volta i suoi idoli,
finisce esso pure nell'idillico:

    Io vo gridando: pace, pace, pace;

il consiglio purtroppo più inutile da dare ai discendenti di Abele e
Caino.

Chi può negare che uomini così grandi, rientrando in sè stessi,
abbandonandosi alle proprie aspirazioni e speculazioni, non
contemplino e non profetizzino ideali di redenzione della patria,
superiori a quelli di tutti i loro contemporanei? Ma da questo al
collegarli con ciò che è accaduto nel tempo nostro ci corre, e a
furia d'interpretazioni arbitrarie ed anacronistiche si rischia di non
comprenderli e svisarli del tutto.

Molto più moderno è certamente il Machiavelli, ma anche con lui si
oltrepassa, si violenta il senso genuino dei fatti contemporanei,
quando si afferma che pur d'ottenere l'unità d'Italia avrebbe magari
accettato per re d'Italia Valentino Borgia. Leggete il libro del
Villari e vedrete che Valentino Borgia non è pel Machiavelli il
personaggio reale, che deve fare l'unità d'Italia, bensì il tipo, che
con alcune delle sue qualità personali gli inspira il concetto, che
occuperà poi tutta la sua vita e dominerà in tutti i suoi scritti, il
concetto cioè d'una scienza di Stato separata e indipendente da ogni
considerazione morale. Il Machiavelli fa per tal guisa del Valentino un
personaggio ideale, ma del Valentino vero giudica come merita e l'ha
per un furfante matricolato, degno figlio di Papa Alessandro, di cui
giudica egualmente. Tant'è che della meschina catastrofe del Valentino
in Roma, il Machiavelli, che era allora in Roma esso pure, non si dà
quasi per inteso. In conclusione, mentre si usciva appena dall'anarchia
medioevale, l'unità, a cui egli mira, è quella dello Stato, non quella
della nazione. Perciò i suoi _delenda Carthago_ sono il feudalismo,
i soldati di ventura, il potere politico delle corporazioni d'arte,
il dominio temporale dei papi e la loro ingerenza nello Stato, in
cui ravvisa, e con ragione, l'ostacolo insuperabile dell'unificazione
dell'Italia. In questo senso, se si vuole, il Machiavelli è profeta,
in quanto cioè l'unità organica di uno Stato farà l'unità italiana, e
di uno Stato opposto al Papa, libero dalla sua ingerenza, non quello
cioè, su cui, come sul regno di Napoli, il Papa esercita giurisdizione
feudale e di cui si è sempre valuto per gettarlo fra i piedi a chiunque
pur di lontano accennasse ad una impresa italiana.

In seguito, che Eustachio Manfredi alla nascita d'un figlio di Amedeo
II di Savoia canti in un sonetto:

    Italia, Italia, il tuo soccorso è nato;

che Traiano Boccalini e Alessandro Tassoni scrivano con sentimento
patrio contro la tirannide spagnuola, che questo sentimento riecheggi
nei versi di Fulvio Testi, del Filicaia e di tanti altri sta benissimo
ed è giusto che loro rendiamo la lode e la gratitudine, che meritano.
Ma s'hanno a vedere in ciò i prodromi dell'unità italiana compiutasi
fra il 1860 e il 1870?

Meno che mai mi pare di scorgerli nelle ambizioni di qualche signore
o principe che tentò in Italia slargare la sua signoria o il suo
principato. Mastino della Scala corre da Verona sino quasi alle
porte di Firenze, ma ivi è fermato dalle forze unite di Firenze e di
Venezia, e giuoca in questa impresa tutta la potenza della sua casa.
Gian Galeazzo Visconti pare vicino a diventar padrone di quasi tutta
Italia, ma se la piglia con Firenze, e una morte repentina sbarazza
la gloriosa città di questo terribile nemico; Ladislao di Napoli tenta
uguale impresa ed una morte molto opportuna la tronca anche a lui, il
che facea dire a quella linguaccia del Machiavelli: «la morte fu sempre
più amica ai Fiorentini che niuno altro amico e più potente a salvarli
che alcuna loro virtù».

Comunque, finite così, queste imprese non provano nè pro nè contro la
tradizione unitaria o federale.

Altro è di Valentino Borgia. Il romanzo francese del Blanquet ha però
un bel titolarlo _roi d'Italie_, ma che vuol egli in sostanza? Egli
mira a fondare la dinastia dei Borgia in un regno dell'Italia centrale,
e forse a rendere ereditario il papato. Il progetto era grandioso;
non dico di no. Era l'ultimo perfezionamento del nepotismo politico
pontificio; ma troppo in opposizione colla costituzione stessa del
Papato e colle condizioni dell'Italia da poter riescire e non riescì,
nonostante l'energia diabolica e la mancanza di scrupoli dei due
uomini, il Papa e il Duca Valentino, che cercarono d'attuarlo.

Resta la Casa di Savoia, la cui fortunata ambizione fino ad Emanuele
Filiberto, che fissa la capitale a Torino, non si sa da qual lato delle
Alpi inclinerà. In appresso è già molto ch'essa possa bilanciarsi con
una abilità ed un coraggio singolare fra Francia e Spagna e tra i due
contendenti ingrandirsi. L'indizio maggiore dei suoi futuri destini
sta nella grandezza dei suoi disegni e dei suoi propositi e, direi
quasi, nella sproporzione stessa, che è fra questi e le sue forze e
l'estensione del suo territorio. Ma più che tutto sta nell'aver l'armi
in mano e nell'adoprarle sempre, nel valor militare e nella stretta
unione fra principi e popolo. Affinchè però comincino ad avverarsi per
essa i vaticinii dei pensatori, degli uomini di Stato e dei poeti, e
gli oroscopi che le predicono:

    La tua stirpe dall'Alpi native
    Scender deve cogli anni e col Po,

bisognerà aspettare che una coscienza nazionale spenta nei tre
secoli di servitù, si sia rifatta in tutto il popolo italiano, e che
la meteora napoleonica passi; bisognerà aspettare che dopo essere
stato il Piemonte travolto esso pure nella reazione, l'eccesso di
questa susciti in Carlo Alberto il misterioso _Amleto_ vendicatore;
bisognerà aspettare che la rivoluzione italiana si svolga e che, colle
insurrezioni del 1820 e 21 sia decisa irrevocabilmente la rivalità
delle due monarchie italiane e risolto in modo definitivo che la
direziono della rivoluzione debba esser presa dal nord, anzichè dal sud
della penisola.

Allora accadrà questo fatto straordinario che per due volte l'Italia
stessa si offre ai Savoia, nel 1831 per bocca di Giuseppe Mazzini,
repubblicano unitario, che si dichiara disposto a rinunciare alla
repubblica, purchè Carlo Alberto faccia l'unità d'Italia e gli dice: «a
questo patto siamo tutti con voi; _se no, no_;» nel 1856 per bocca di
Daniele Manin, repubblicano federale, che, rinunciando alla federazione
e alla repubblica, dice a Vittorio Emanuele colle medesime parole:
«fate l'unità d'Italia e siamo tutti con voi; _se no, no_».

Stringo oramai il mio discorso. Nella storia d'Italia, precedente
alla Rivoluzione francese, non c'è, non ci può essere tradizione nè
unitaria, nè federale. La coscienza stessa della nazione s'era spenta
nella servitù, e chi la rifece fu la Rivoluzione francese, precorsa
in Italia dal moto filosofico, che agita i pensieri e i sentimenti,
soprattutto nell'alta e nella media classe, e, per dir solo della
sua aziono più largamente diffusa e sentita, col Parini e l'altra
moralità della sua satira ritempra l'uomo, e coll'Alfieri e il fremito
di ribellione della sua tragedia, invoca per quest'uomo, da lui già
rinnovato in sè stesso, una patria e la libertà. Questi sì, o signore,
che sono i veri precursori!

La scossa, che l'Italia riceve dall'invasione francese nel 1796, è
sgarbata, violenta e provoca fiere e sanguinose reazioni nelle plebi,
ma mercè sua la rivoluzione italiana incomincia, e a traverso mille
diverse vicende ora felici, ora infelicissime, non si fermerà più per
settantaquattro anni sino al suo pieno trionfo.

Dopo le meravigliose vittorie del Bonaparte, se muovendo dai congressi
di Modena e Reggio del 1796 per la federazione Cispadana, voi passate
ai Parlamenti della Cisalpina e alla Costituente di Lione, da cui esce
per la prima volta dopo tanti secoli uno Stato di nome italiano «è una
continua ascensione (dicono gli editori degli atti della Cispadana)
verso l'ideale della patria unita». Se non che pei repubblicani
francesi l'Italia non è se non una conquista da sfruttare, e allora il
contrasto (è una bella e profonda considerazione di Augusto Franchetti)
il contrasto fra le promesse di redenzione universale della filosofia
e le opere ladre degli invasori, fra la proclamazione dei diritti
dell'uomo e l'applicazione, che i francesi ne fanno in Italia, forma
per la prima volta in Italia un'opinione, che si fa strada prima negli
animi più eletti, poi nei vari ordini della cittadinanza, che cioè non
bisogna più vagellar sempre dietro a concetti universali, come già la
Chiesa e l'Impero ed ora la repubblica democratica, ai quali la storia
degli Italiani fu un continuo olocausto, bensì pensare finalmente ad
avere anche noi una patria unita e indipendente dallo straniero.

Per raggiungere questo fine sorgono a contrapposto, gli uni degli
altri, sistemi unitari e federali tanto nella letteratura politica,
quanto nelle sètte cospiratrici e nei successivi moti rivoluzionari del
1815, del '20, del '21, del '31, del '45, del '48 e del '49.

Se si vuole dunque una tradizione unitaria o federale nella storia
d'Italia, essa incomincia dopo l'invasione francese del 1796 e già per
opera di molti valenti scrittori (di Augusto Franchetti e di Carlo
Tivaroni principalmente) ne furono notate e raccolte diligentemente
tutte le più minute testimonianze, monarchiche e repubblicane, anche
all'infuori della grande letteratura politica, che precede e accompagna
i nostri tentativi rivoluzionari.

Ma quei sistemi unitari e federali non varcano i limiti del libro,
dell'opuscolo o delle ispirazioni individuali di patriotti e di poeti.
L'unica applicazione del sistema unitario monarchico è nel regno
napoleonico, ma incompiuta e dipendente dallo straniero.

Contuttociò valse a ridarci il sentimento d'una grande e regolare
compagine di governo, valse a ridarci colle armi le virtù e le
abitudini militari spente ovunque, salvo in Piemonte, ed i ricordi di
quel breve sogno di redenzione italiana non perirono più.

Quanto al sistema federale, l'esperimento più prossimo alla realtà
è nella rivoluzione del 1848, ma non potè oltrepassar mai una lega
doganale fra Roma, Piemonte e Toscana, mentre la federazione politica,
con una Dieta permanente in Roma sotto la presidenza del Papa, si
trascinò in vani tentativi, progetti e negoziati senza conclusione,
dai primi ministeri liberali di Pio IX alla missione Rosmini in Roma,
al ministero Alfieri in Piemonte, al congresso federativo promosso in
Torino da Vincenzo Gioberti e al ministero di Pellegrino Rossi.

La liquidazione finale del sistema federale monarchico avviene,
secondo me, quando il Rosmini, che già avea concordato un disegno
di confederazione, in cui assegnava alla Dieta residente in Roma
l'ufficio di dichiarare la guerra, quietando così gli scrupoli, che
aveano prodotta la defezione di Pio IX, quando il Rosmini, dico, fu
sconfessato del Ministero Piemontese e gli fu ingiunto di chiedere
soltanto qual contingente il Papa potesse dare alla guerra. Il Rosmini
si ricusò di fare questa domanda, ma ecco eccitati di nuovo nella
Corte di Roma e nel Papa tutti gli antichi sospetti contro l'ambizione
piemontese, ed ecco ita in fumo ogni idea di federazione. La riprese
Pellegrino Rossi, appena fu ministro di Pio IX, ma fermo nell'idea che
per allora non si dovesse ripigliare la guerra e che in ogni caso non
si potesse pensare a far senza l'aiuto del re di Napoli, osò includerlo
nel progetto, e questa pure, fra le tante, fu una delle cagioni della
sua tragica fine.

Il Rosmini invece, benchè persuasissimo della propria sconfitta,
seguì il Papa a Gaeta e la persecuzione, che colà ebbe a soffrire il
grand'uomo, e l'abbandono codardo in cui Pio IX lo lasciò, sono uno
degli scandali più ignobili dalla reazione, che ormai imperversava. Il
sistema federale monarchico finisce per sempre così.

Non ebbe molto più lunga fortuna il sistema, unitario repubblicano del
Mazzini. A lui, Triumviro in Roma nel 1849, se anche pensò ad attuarlo,
mancò il tempo, e se anche avesse potuto superare le ripugnanze del
Guerrazzi in Toscana, quelle del Manin in Venezia e il fatto che Carlo
Alberto e il suo fedele Piemonte stavano già di nuovo e da soli in
campo contro l'Austria, la necessità sopravvenuta subito della difesa
di Roma contro i Francesi, non gli permise neppure di tentare.

Pure la Repubblica in Roma era così gloriosamente caduta, che un po' di
questa gloria ridette nuovo vigore al programma del Mazzini.

Ma la libertà mantenuta in Piemonte dopo Novara e i tentativi
vanissimi del 1853, che determinarono tanti abbandoni dell'apostolo
incorreggibile, compiono altresì la liquidazione finale del sistema
unitario repubblicano.

Del sistema federale repubblicano quasi non occorre parlare, giacchè
esso non fu mai che l'ubbia di qualche solitario, il Cattaneo, Giuseppe
Ferrari e pochi altri, ai quali, nella genialità grande dell'ingegno,
questo ordinamento pareva o più conforme all'indole nazionale nella
terra classica delle città o più atto ad assicurare ai popoli, se non
altro, una modesta felicità. Un sogno, che ne vale un altro!

A tutto si contrappose l'egemonia piemontese, che non poteva avere
altro risultamento se non questo dilemma: _o finis Italiae_, o unità
nazionale sotto la monarchia di Savoia. In tale concetto, attuato
con ardimento, fortuna e ingegno senza pari dal Conte di Cavour,
gli Italiani si unirono, appunto perchè era nuovo, appunto perchè in
antitesi diretta con tutta la storia passata, appunto perchè liquidate
tutte le forme rivali, era rimasto il solo possibile.

Il trionfo d'una rivoluzione non si consegue che piegando
colla persuasione o dominando colla forza del numero le energie
indisciplinate, che disgregate possono poco o nulla e divengono
irresistibili solo allorquando, o persuase o costrette, fanno gruppo ed
impeto tutte ad un segno. Così fu in Inghilterra nel 1688, così fu in
Francia nel 1789, così fu in Italia nel 1859 e '60.

Dinanzi a così nuovo spettacolo, il federalista repubblicano, Giuseppe
Ferrari, deputato al primo parlamento italiano e storico delle secolari
e implacabili antinomie italiane, guardandosi attorno e vedendo che
strana varietà d'uomini, provenienti da tante vecchie scuole e da tanti
partiti politici si accingeva nel 1860 a proclamare l'unità italiana,
ammoniva i colleghi: badassero; esser essi vittime al certo d'una
fatale illusione e star per commettere un errore così madornale, che ci
avrebbe tutti condotti a Dio sa quali disastri.

Gli rispose Marco Minghetti (anch'esso un convertito recente
all'unità) che forse il Ferrari si credeva ancora al tempo dei Guelfi
e Ghibellini, dei Visconti, degli Sforza o del Duca Valentino e che in
verità lo storico illustre gli somigliava uno di quei sette dormienti
della leggenda, che, svegliatisi dopo cinque secoli, nè più intendevano
gli altri, nè gli altri loro.

«Può darsi che io abbia dormito,» replicava a un dipresso il Ferrari,
«il sonno magico della scienza; ma mi svegliò il cannone di Magenta e
di San Martino, e allora m'informai o seppi dipoi che una grandissima
novità stava per accadere, _l'unità italiana sotto la monarchia di
Savoia_. Fate pure! Ma siete voi ben certi che l'Italia sia uscita del
tutto dalla profonda e torbida notte della sua storia, e del tutto
mutata, da quella di prima? Altrimenti, siete voi che dormiste, che
dormite ora più che mai, e il vostro destarvi sarà ben peggio del
mio. Vi potrà succedere, vale a dire, non di destarvi al pari di me in
un'ora di vittoria, ora divina per tutti, ma se non proprio nell'ora
infame del disastro e del pentimento, in quella ben più demoralizzante
delle illusioni, che si dileguano, degli sconforti, che opprimono, e
delle speranze, che cadono ad una ad una».

Siamo proprio in quest'ora, o signore! E se le forze conservatrici
della monarchia liberale, che han fatta l'unità della patria, se ne
staranno ancora inerti e discordi, e tutte le forze dissolventi, e
apertamente o copertamente nemiche, si lascieranno invece agir sole
ed in piena impunità, potrà avverarsi ben peggio del pronostico di
Giuseppe Ferrari ed il problema della storia d'Italia ritornerà al
punto, da cui il programma unitario (questa novità, questa gloria della
nostra Rivoluzione) pareva averlo tratto per sempre.



GLI EROI DELLA RIVOLUZIONE

CONFERENZA DI FRANCESCO S. NITTI


                                    _L'Italia è la terra degli Eroi._


Molte volte negli anni della adolescenza io ho copiato questo aforisma
nei quaderni di calligrafia. E pure nella preoccupazione del rotondo
e del gotico, dei profili e dei chiaroscuri, la mia mente inesperta si
chiedeva: e perchè dunque l'Italia è la terra degli eroi?

La storia che ci è stata insegnata nelle scuole medie, quando non è
un'arida successione di nomi e di date, è una successione di matrimoni,
di congiure e di morti. Ogni tanto, in questa storia, che è d'ordinario
molto nojosa, appare l'eroe: l'uomo che personifica tutta un'epoca,
l'uomo il quale fa ciò che tutti gli altri uomini dovrebbero fare. Nei
piccoli trattati, dalla storia di Grecia e di Roma alla rivoluzione
francese e ai moti per la liberazione d'Italia è breve il passo: e
nella mente rimane tutta una confusione. Il popolo giace sotto la
tirannia di un solo, cui nessuno osa ribellarsi; l'eroe liberatore
interviene a tempo. Un colpo di pugnale o una congiura vittoriosa
fanno ciò che la folla non sa fare. Qualche volta è un paese intero che
soggiace allo straniero, e n'è liberato per l'opera eroica di un solo.

E poichè i matrimoni, le date, le genealogie de' regnanti non
c'interessano, noi ricordiamo soltanto i nomi e le azioni degli eroi:
essi personificano per noi tutto un tempo: e la mente inesperta mette
insieme gli eroi di Salamina e di Maratona, gli Orazii (o infidi!), i
Fabii, Cesare, Bruto, gli eroi della rivoluzione francese, Garibaldi e
i nostri.

La concezione di Carlyle, in realtà, non è che la concezione dei
fanciulli delle nostre scuole: l'umanità che progredisce, che si
emancipa per mezzo degli eroi.

«Secondo io la intendo (ha scritto Carlyle) la storia universale,
la storia di quanto l'uomo ha compiuto sulla terra, è, in fondo, la
storia dei grandi uomini, che quaggiù lavorarono. Quei grandi furono
gli informatori, i modelli e, in largo senso, i creatori di quanto la
massa generale degli uomini riescì a compiere o a raggiungere; tutte
le cose che vediamo compiute nel mondo sono propriamente l'esteriore
materiale resultato, la pratica attuazione e incarnazione di pensieri,
che albergarono nei grandi quaggiù inviati: la loro storia potrebbe
giustamente considerarsi come l'anima della storia di tutto il mondo.»

Non vi è niente di meno vero.

Quegli uomini i quali a noi pare che abbiano guidato il mondo, sono
stati essi medesimi l'espressione di bisogni di società e di popoli
determinati. Gli stessi uomini che ci sembrano più fuori e al di
sopra del loro tempo, ne sono stati quasi sempre il prodotto. Noi non
possiamo concepire Garibaldi nelle circostanze attuali: farebbe egli
l'ostruzionismo? sarebbe egli contro? quali idee avrebbe sul regime
doganale? si occuperebbe di che cosa? Se Napoleone fosse nato in India
o in Cina che cosa sarebbe stato? Nulla forse. Quella vita che è stata
uno dei più grandi fatti storici, sarebbe rimasta un piccolo fatto
biologico, la nascita e la morte di un individuo tra le migliaia di
milioni di uomini passati da allora per il mondo.

Gli uomini più insigni, i più forti e i più grandi non sono dunque
qualche cosa al di fuori degli altri esseri: ma essi sono coloro i
quali riescono a rappresentare l'anima collettiva, o il bisogno di una
minoranza più audace e più forte.

La storia eroica quale noi insegnamo e quale noi abbiamo imparata,
rassomiglia, in certo modo, a una geografia che si occupi solo della
descrizione delle montagne. La più grande parte della superficie
terrestre è occupata da grandi pianure, da colline ondulate: le immense
montagne rappresentano una minima parte, e ancora sono per la vita
degli uomini meno importanti.

Le alpi nevose rimangono nei nostri occhi più dell'infinita pianura:
pure è quest'ultima che costituisce grandissima parte della superficie
in cui viviamo.

«Così i dettagli della storia ci sfuggono. L'umanità, nel suo lungo
viaggio, non ha conservato che il ricordo di alcuni precipizi,
dimenticando la continuità monotona delle pianure felici che ha
traversato. Noi siamo una folla immemore e ingrata: più sensibile ai
sogni che ai successi, così nel passato come nel presente. Il successo,
perchè la folla lo noti e lo ricordi, deve essere accompagnato da un
cataclisma.»

Ma la storia vera, quella che val più la pena di penetrare, è la storia
collettiva: la storia delle grandi masse umane, dei grandi aggregati di
cui noi indaghiamo solo alcune espressioni e non sempre le più felici.

È una specie di pigrizia di mente quella per cui noi vogliamo spiegarci
la storia mediante le opere di alcuni uomini: quand'anche furono
grandissimi non poterono esser tali che per contingenze particolari, e
perchè interpetrarono bisogni collettivi o sentimenti in formazione.

L'eroe silenzioso, come dice Carlyle, l'eroe che vive di sè stesso e
dalla sua anima ricava tutto, non è mai esistito nè esisterà mai.

Ma l'ammetterlo dà a noi una debolezza: poichè ci fa rassegnare a una
specie di fatalismo buddista. Tante volte noi diciamo in un momento
difficile: manca l'uomo. E attendiamo l'uomo provvidenziale. Anche
adesso, nelle difficoltà dell'Italia presente, che sono prova del suo
sviluppo, anche adesso, noi ci chiediamo se tutto non finirebbe se
avessimo un uomo. E bene: l'uomo è in noi stessi: è in ognuno di noi,
e quando vorremo trovarlo noi lo ritroveremo.

Se non esistono uomini che vivano fuori e sopra il loro tempo — è noto
che colui il quale ha trovato l'espressione di superuomo, Federico
Nietsche, ha finito, povero _ueber mensch_ in un manicomio quelle
teorie che vi pareano nate dentro — vi sono però uomini i quali
riescono a compiere opere straordinarie, e a fare ciò che la folla non
riesce nè meno a concepire.

In questo senso vi sono gli eroi.

Quando un paese è soggetto a dominazione e la folla si rassegna,
vi è un uomo che si ribella solo o con pochi: se egli non ha quasi
speranza di vincere, se egli fa ciò che la moltitudine crede folle,
egli è veramente un eroe. E allora o che il suo sangue sia lievito di
rivolgimenti futuri, o ch'egli stesso vinca, nell'un caso e nell'altro
è sempre un eroe.

Ma l'eroe in questo senso non è che la espressione di un male:
cioè della bassezza collettiva. I popoli che hanno nella civiltà
moderna maggior numero di eroi, sono quelli che hanno una più grande
depressione.

L'eroe è colui il quale osa da solo ciò che moltissimi altri dovrebbero
fare. Se la folla si rassegna vi è chi si immola. Egli è dunque
l'eroe, cioè la espressione altissima di un bisogno ideale di un paese
depresso.

Più la massa è depressa, più la coscienza collettiva è bassa, più il
sentimento del dovere individuale è debole, più grande è il numero
degli eroi e spesso più grande è il loro eroismo. Quanti eroi nella
Grecia, quanti nella rivoluzione nostra, quanti nella Turchia odierna!
Quanti sono che tentano nel silenzio e nel dolore, quanti per un solo
che vince o vincerà soggiacciono!

Ma un paese ove l'educazione popolare è elevata, un paese ove la
coscienza collettiva si è formata, dove tutti fanno il loro dovere, non
ha eroi.

Gl'Italiani si rassegnavano alla servitù: e tanti eroi si sacrificarono
per destarli dal sonno. Vi fu chi andò a morire in una impresa
disperata, come Pisacane; chi come Garibaldi tentò un'impresa fortunata
e arditissima. Felici o infelici per il risultato, la loro anima era
sempre immensa.

Ma in un paese ove la educazione delle masse si è formata, ove ognuno
ha il sentimento della responsabilità sua, l'eroe non è possibile.

Nelson è stato un grande marino e Moltke un tattico grandissimo. Ma il
vincitore di Trafalgar che vedeva e prevedeva, che avea ai suoi ordini
marinai fieri, devoti, era egli un eroe? Ed è stato forse un eroe
Moltke?

Il sommo condottiero dei tedeschi era uno scienziato. La sua faccia
scarna e seria di «chimico matematico» corrispondeva ad un uomo che
guadagnava le battaglie in fondo al suo studio con l'algebra.

Il paese ove tutti fanno il loro dovere, il paese ove la solidarietà
è grande, non ha eroi: può avere grandi tecnici, grandi condottieri,
politici avveduti, uomini insigni per scienza: non ha eroi.

L'eroe è come la montagna che non sorge dalla scorza terrestre, se non
avendo intorno valli profonde: i paesi di montagna sono pieni di valli
fonde: vi è l'estrema altezza e vi è l'abisso.

I paesi che più contano eroi non hanno raggiunto che un debole grado di
sviluppo e di solidarietà.

L'Italia, nel tempo della sua depressione, ha avuto grandissimo numero
di eroi: appunto perchè il valor sociale della folla era scarso. Ora
noi valiamo di più e può darsi che manchino alcune cime, poichè mancano
pure gli abissi.

E i tentativi più eroici sono partiti sempre dall'Italia meridionale,
dove appunto la coscienza collettiva era meno alta e dove la natura
stessa del paese permetteva concepire alcuni piani audacissimi e
sperare nella riuscita di essi.

                                   *
                                  * *

La leggenda dei quaranta normanni, che sbarcati in Salerno
conquistarono il reame di Napoli in pochi giorni, non è così
inverosimile se a tanti secoli di distanza furono possibili tentativi
come quelli di Ruffo e di Garibaldi.

Garibaldi che con pochi uomini sbarca in Sicilia e traversa quasi senza
colpo ferire, fino al Volturno, un regno che avea centomila soldati,
pare quasi una leggenda: una leggenda cui non crederemmo se non ne
avessimo conosciuti gli attori.

Ebbene, il fenomeno della spedizione dei mille va studiato in rapporto
a tutta la storia del passato. Spedizioni come quella dei mille per la
libertà o per la reazione, per la unità o la difesa del vecchio regime,
tante se ne son tentate!

In 61 anni, cioè, dal 1799 al 1860, dal cardinal Ruffo a Garibaldi
gli eroi i quali hanno con pochissimi audaci tentato nel Mezzogiorno
imprese cui la ragione si ribella, sono stati tanti!

Noi non ammiriamo che i vincitori; anzi noi non vediamo che il successo
finale. Se Pisacane fosse riescito qualche anno prima e non avesse
lasciato la vita ai piedi del colle di Sanza, noi lo glorificheremmo
ora sì come Garibaldi.

Se i due fratelli Bandiera nel tentativo quasi folle per sublime
eroismo, non fossero stati trattenuti nella triste terra di Calabria,
poco dopo lo sbarco, i loro nomi sarebbero passati alla storia
circondati di ben'altra aureola che quella del martirio infelice.

Dal tentativo che un cardinale di Santa Chiesa, Fabrizio Ruffo, fece
con successo completo di ridare al suo re tutto un regno da cui era
fuggito, e di ridarglielo scendendo in lotta con pochi uomini, fino
al tentativo di Garibaldi è una serie di tentativi eroici: di cui
assai lungo sarebbe il dire, se non bastasse ricordare le sedizioni di
Morelli e Silviati, e le spedizioni dei Bandiera e di Pisacane.

In fondo, l'itinerario di Ruffo è stato la guida per i tentativi
posteriori.

Nel 1799 il re Ferdinando I era dovuto fuggire in Sicilia (la fuga
fu poi per la sua famiglia quasi una istituzione) e lasciare Napoli
a piccolo esercito francese. La repubblica partenopea era stata
proclamata, e il re, perduto lo Stato continentale, si era ricoverato
nella Sicilia.

Ora, il tentativo di riprendere con le armi regie le province insorte,
pareva quasi disperato.

Se non che un cardinale di curia che parea più esperto nel giuoco che
nell'arte militare, concepì un piano arditissimo. Un piano così ardito,
che pare quasi temerario, se si pensi soprattutto che chi lo tentava
non era uomo d'armi.

Il cardinale Fabrizio Ruffo, dunque, decise di partire dalla Sicilia
e senza nessun esercito riconquistare al re il regno. Partì con pochi
fedeli, sbarcò a Bagnara ch'era suo feudo; pochi contadini furono il
primo nucleo del suo esercito.

Il suo piano era semplice.

Egli sapeva che nel Mezzogiorno, grande era l'odio fra le classi
medie e le plebi rurali, e volea smuovere queste ultime a favore della
monarchia e del re. Volea smuoverle eccitandole contro la borghesia:
i _giacobini_ appartenevano alle classi medie, il popolo non avrebbe
tardato a trasformare ogni proprietario in giacobino.

Era la guerra sociale in favore del legittimismo e della reazione.

Il cardinale Ruffo è stato descritto come un ribaldo. Egli era migliore
del suo re e della sua riputazione: egli fu sotto tutti gli aspetti un
eroe.

Che cosa si deve pensare di chi non essendo che ecclesiastico e non
avendo, come abbiamo detto, pratica d'armi, si decide quasi solo a
riconquistare a un re profugo e pauroso un intero regno?

Noi giudichiamo gli uomini di parte nostra in un modo, e gli uomini di
parte avversa in un altro. Se Ruffo avesse compiuto la stessa impresa
per scacciare i Borboni, piuttosto che per restaurarli, se avesse
l'eroica e crudele impresa compiuto in servizio della libertà, egli ci
parrebbe quasi un uomo divino.

Il cardinale Ruffo non avea soldati: riunì gli uomini che poteva
riunire, contadini che desideravano vendicarsi, poveri che desideravano
predare e perfino briganti. Potea fare altrimenti? potea egli, che non
avea quasi nessuno seco, contare su altri?

Sbarcato sul lido di Calabria in febbraio del 1799 il cardinale, che
avea con sè pochi familiari e qualche prete, giunse ai primi di giugno
sotto le mura di Napoli. In cinque mesi egli riconquistò a Ferdinando I
un regno. Il suo viaggio fu presso a poco quello che per causa opposta
sessant'anni dopo compì Garibaldi. Tranne che il cardinale Ruffo, per
conquistare anche le Puglie descrisse nel suo viaggio un grande arco di
cerchio prima di giungere a Napoli. Fu accolto, dice il Colletta, con
_pazza gioja dalla plebe_. E perchè fu accolto? Dovea egli anche nel
male avere l'eroismo che trascina. Coloro che lo seguivano erano spesso
predoni di campagna e ladroni crudeli. Ma chi, mettendosi a compiere
un'impresa quasi disperata, può scegliere i compagni? Furono crudeli? e
non furono a Sansevero e Gragnano crudeli anche i francesi? Il generale
Vatrin non fu egli peggiore? Se l'espressione lotta di classe va usata
a proposito una volta, è nell'avventura del cardinale Ruffo: egli
si servì veramente dell'odio fra le plebi rurali e la borghesia, per
riconquistare il trono al re; egli calcolò appunto su quel dissidio per
riescire.

Poche cose sono più straordinarie di vedere un chierico con poche turbe
raccogliticce fare ciò che un esercito intero non aveva saputo.

Che importa se egli operò per una causa che non è la nostra? che
importa se egli rese possibile la reazione più crudele? Egli fu un
eroe, perchè compì atto di straordinaria audacia, avventura quasi
inverosimile per la causa in cui credeva.

Dall'avventura di Ruffo, che fu il trionfo della reazione, alla
riescita della spedizione dei mille di Garibaldi, che fu il trionfo più
grande per la unità, intercedono 61 anni. In questo breve tempo, quante
volte la spedizione di Ruffo esaltò le menti dei liberali!

Perchè ciò che un prete non avea fatto per la causa dei Borboni
non si potea ripetere contro di essi? Perchè diffuse le file di una
cospirazione non bastavano pochi uomini audaci a rovesciare il trono
borbonico?

Le menti degli esuli nelle veglie ardenti quante volte sognarono di
seguire il piano di Ruffo per una causa opposta!

Qualche volta come nel 1820 non fu nemmeno necessario uno sbarco;
furono pochi ufficiali che tentarono una rivolta e che produssero, sia
pure per breve tempo, mutamenti negli ordini costituzionali.

Ma la spedizione di Ruffo rimase la mèta e il sogno. Poterla ripetere
per la causa liberale! potere arditamente rifare per la libertà il
viaggio trionfale del prelato reazionario!

L'Italia meridionale è stata e sarà sempre la zona più adatta ai
rivolgimenti improvvisi. Nel nostro secolo se le guerre con lo
straniero sono state combattute nella valle del Po, tutti i tentativi
rivoluzionari o quasi tutti sono cominciati nell'Italia meridionale.

Questa terra, che ha più coste litoranee di tutto il resto d'Italia,
che misura una lunghezza assai grande e non permette concentramenti
facili, rende possibili i colpi di mano improvvisi.

La Calabria lanciata nel mare è traversata in tutta la sua lunghezza da
una catena di monti. Abitanti di paesi messi solo a 15 o 20 chilometri
di distanza, in versanti opposti, non hanno spesso nessun commercio,
non si conoscono nemmeno.

Ora vi sono grandi linee ferroviarie, in senso longitudinale; vi sono
strade numerose. Ma quando le comunicazioni eran difficili, come prima
del 1860, uno sbarco di pochi audaci in Sicilia o in Calabria, o sulla
costa del Cilento potea avere conseguenze grandissime.

Garibaldi fu il trionfo, ma prima di lui quante giovani vite furono
recise! quanti prodi morirono vittime del miraggio ingannatore!

Erano eroi veri; poichè si attribuivano un cómpito immenso nella
indifferenza di tutti; alcuni fallirono per troppa audacia, altri per
inconscienza giovanile, altri perchè non misurarono le loro forze e non
conobbero tutte le difficoltà.

Di tutte le spedizioni che precedettero l'impresa eroica di Garibaldi,
le due più interessanti furono quella dei fratelli Bandiera e quella
di Carlo Pisacane; l'una per l'eroica ingenuità con cui i due giovani
s'immolarono nella speranza, più che della vittoria, del martirio che
avrebbe ridestato gli spiriti; la seconda per l'uomo che la concepì.

Attilio ed Emilio Bandiera erano figliuoli di un contrammiraglio
della marina austriaca, di cui essi stessi faceano parte, l'uno come
alfiere di vascello e l'altro come alfiere di fregata. Non volendo
servire l'Austria, dopo aver preso parte ad alcuni moti rivoluzionari,
essi si erano ricoverati a Corfù. E in quel contatto con altri esuli
in terra straniera; in quel comunicarsi continuo di aspirazioni e
di speranze, più rincresceva loro l'inedia che l'esilio. Ond'è che
decisero una spedizione arditissima, quasi folle per ardimento. Insieme
a Ricciotti, a Moro e a pochi audacissimi, pensarono di compiere uno
sbarco sulle coste di Calabria. Ivi avrebbero cercato di far rivoltare
le popolazioni calabresi e, se fossero riesciti, di mettere in fiamme
tutto il regno di Napoli.

Nel 1844, nella notte dal 12 al 13 giugno i due fratelli Bandiera
partirono per la spiaggia calabrese. Era in essi presentimento
di morte. Quasi al momento di partire Nicola Ricciotti ed Emilio
Bandiera così scrivevano a Garibaldi: «Se soccomberemo, dite ai nostri
concittadini che imitino l'esempio, poichè la vita ci venne data per
utilmente impiegarla; e la causa per la quale avremo combattuto e
saremo morti, è la più pura, la più santa che mai abbia scaldato i
petti degli uomini; essa è quella della libertà, della eguaglianza,
della umanità, dell'indipendenza, dell'unità d'Italia.»

Erano buoni e sinceri: aveano soprattutto la giovanile ingenuità senza
di che non è possibile compiere, ma nemmeno tentare imprese come quella
cui essi si avventuravano.

La sera del 16 giugno il piccolo drappello sbarcò sulla costa
calabrese, alla foce del fiume Nebo. Il luogo dello sbarco era
tristissimo: ma la terra d'Italia parve a essi sacra e la baciarono
all'arrivo.

Il piccolo drappello, mal guidato, inesperto dei luoghi, aveva anche
nel suo seno chi dovea tradirlo. Gli esuli speravano di trovare al loro
arrivo popolazioni desiderose di rivolte: e trovarono l'ostilità e la
indifferenza.

Nella valle di San Giovanni in Fiore — paese già sacro alla leggenda
religiosa — circuiti dai soldati del re, dopo disperata lotta in cui
parecchi morirono, dovettero arrendersi.

Un mese dopo, i due fratelli Bandiera furono fucilati, il 25 luglio,
in quella stessa terra da cui avevano sperato partisse il segnale della
rivolta.

Ma nessuna morte fu più compianta della loro. Erano giovani, ricchi,
di alto casato: aveano rinunziato con serenità superumana a tutte le
gioie della vita. Aveano tutte le qualità per destare negli animi
il compianto, e la loro morte fu una delle cose che più nocquero a
Ferdinando II. Ma non fu vana morte: Alessandro Poerio cantava:

    Bevve la terra italica
      Del vostro sangue l'onda,
      E piova più feconda
      Giammai non penetrò.

La loro tomba sarebbe diventata luogo di pellegrinaggio, se parecchi
anni dopo un generale crudelissimo non avesse fatto con scellerata
e sacrilega idea profanare il nobile sepolcro, e non avesse fatto
confondere le ossa dei due martiri con quelle dei malfattori comuni.

Che importa! vi è qualche cosa che non si uccide, vi è qualche cosa che
non può essere profanata da alcuno; che non ha da temere di nulla; ed
è il ricordo della bontà eroica, della grandezza infelice.

Quello dei Bandiera era un tentativo che non potea riescire: poichè si
basava sopra cose che non erano. Pure nessun tentativo è circondato di
tanta poesia come questo: per il fatto stesso ch'era irrealizzabile,
per la ingenuità con cui fu compiuto.

Ma nessuna iniziativa fra tutte quelle compiute prima delle spedizioni
di Garibaldi fu più interessante di quella di Pisacane; meno per il
tentativo rivoluzionario che per l'uomo che n'era a capo; meno per ciò
che fece che per ciò che si proponeva di fare.

Carlo Pisacane napoletano era stato in situazione autorevole e
importante nello stato maggiore delle due Sicilie; era di nobile
famiglia; era sopra tutto un'anima inquieta, desiderosa di novità. Avea
combattuto in Africa contro gli arabi; a Roma a Porta San Pancrazio;
era esule a Genova nel 1857.

Basandosi su relazioni inesatte, contando sopra movimenti patriottici
delle popolazioni meridionali, concepì l'idea audace di sbarcare
sulla costa salernitana nel Cilento, di sollevare le popolazioni, di
congiungerle ad altre ribelli di Basilicata e di giungere in Napoli a
capo di esercito numeroso e ribelle.

L'idea di Ruffo, che dovea più tardi presiedere alla spedizione di
Garibaldi, era anche nella mente di Pisacane. Solo egli abbreviava le
distanze, e sperava giungere come per sorpresa sulla capitale.

Carlo Pisacane era un anarchico. Egli non adoperava questa parola che
allora non era in uso, benchè Proudhon l'avesse già introdotta. Ma
nella sua dottrina contenuta nel libro _Saggio sulla rivoluzione_ si
manifesta sinceramente anarchico.

Che cosa è l'anarchia? È la conseguenza estrema del liberalismo, e
si basa sopra tutto su due concetti: sulla credenza che gli uomini
abbiano una tendenza naturale a lavorare, a produrre, ad associarsi, e
sull'altra credenza che gli uomini siano guastati dalle leggi. Queste,
in certa guisa, rappresentano un male, poichè sono la violenza contro
l'ordine naturale delle cose.

Come tutte le dottrine estreme, anche l'anarchia si basa
sull'ottimismo; ma appunto per questo ha un fàscino di attrazione sulle
anime semplici e sugli spiriti indocili. Essa trascina gl'ingenui e i
violenti.

Quello che è stato chiamato più tardi il materialismo storico, la
concezione marxistica della storia è chiaramente tracciata nell'opera
di Pisacane, il quale riattaccava i fatti politici e sociali ai
fenomeni della produzione. Alcuni brani della sua opera sembrano
scritti ora, tanta è la modernità che l'ispira.

«Tutte le leggi, tutte le riforme, eziandio quelle in apparenza
popolari, favoriscono solamente la classe ricca e culta, imperocchè le
istituzioni sociali, per loro natura, volgono tutte in suo vantaggio.
Voi plebe, allorchè crederete avvicinarvi alla mèta, ne andrete invece
più lontano. Voi lavorate, gli oziosi gioiscono; voi producete,
gli oziosi dissipano; voi combattete ed essi godono la libertà. Il
suffragio universale è un inganno. Come il vostro voto può esser
libero, se la vostra esistenza dipende dal salario del padrone, dalle
concessioni del proprietario? Voi indubbiamente voterete costretti dal
bisogno come quelli vorranno. Come il vostro voto può esser giusto, se
la miseria vi condanna a perpetua ignoranza e si toglie ogni abilità
per giudicare degli uomini e dei loro concetti?»

Se la rivoluzione fosse riescita vincitrice, Pisacane avea un piano
per abolire la proprietà privata, e trasformarla in proprietà comune;
abolire lo Stato e andare incontro a una specie di comunismo della
produzione.

Poi che era fuori della realtà, non vedeva e non sentiva tutte le
difficoltà che la natura delle cose opponeva a tutti i suoi piani;
come ogni anarchico egli vedeva il male non già nella natura e nelle
difficoltà limitatrici inerenti all'anima umana, ma nella volontà degli
uomini: uno sforzo di una minoranza audace parea a lui dovesse bastare
a tutto. Pure come l'errore ha il fàscino e l'illusione ha le dita di
rose, alcune pagine di Pisacane non si rileggono nè meno adesso senza
commozione.

Quando s'imbarcò per Sapri egli avea già quarant'anni: avea molto
combattuto, molto visto. Nella sua vita irregolare — in ogni senso
irregolare — avea perduto le illusioni giovanili, che contrassegnano la
spedizione dei Bandiera; egli era in ogni senso un uomo maturo.

La sua spedizione, avvenuta nel 1857, fu fatta dunque con piena
coscienza delle difficoltà, anzi con la quasi certezza della morte.

E prima di partire da Genova il 24 giugno 1857 egli volle dettare il
suo _testamento politico_: poche pagine che neppur quelle si possono
leggere senza emozione profonda.

Dopo aver affermato la sua fede socialista e aver notato che solo
da una rivoluzione sociale potrà venir bene all'umanità, Pisacane
dichiarava la sua antipatia per i movimenti costituzionali «.... per me
non farei il menomo sacrificio per cangiare un ministro, per ottenere
una costituzione; non meno per cacciare gli austriaci dalla Lombardia
ed accrescere il regno Sardo; per me dominio di casa Savoia e dominio
di casa d'Austria è precisamente lo stesso. Credo eziandio che il
reggimento costituzionale del Piemonte sia più dannoso all'Italia che
la tirannide di Ferdinando II. Credo fermamente che se il Piemonte
fosse stato retto nella guisa medesima degli altri Stati italiani, la
rivoluzione sarebbe fatta. Questo mio convincimento emerge dall'altro,
che la propaganda dell'idea è una chimera, che l'educazione del popolo
è un assurdo. Le idee risultano dai fatti, non questi da quelle ed il
popolo non sarà libero quando sarà educato, ma sarà educato quando sarà
libero.»

La rivoluzione doveva risultare da sforzi individuali. «Alcuni dicono
che la rivoluzione deve farla paese; ciò è incontestabile. Ma il paese
è composto di individui, e poniamo il caso che tutti aspettassero
questo giorno senza congiurare, la rivoluzione non scoppierebbe mai;
invece se tutti dicessero: la rivoluzione deve farla il paese, di
cui io sono una particella infinitesimale; epperò ho anche la mia
parte infinitesimale da compiere, e la compio, la rivoluzione sarebbe
immediatamente gigante.»

Dopo aver detto che egli si recava a Sapri nel principato Citeriore
e aver dichiarato lo scopo della impresa, Pisacane affermava: «Non
ho che i miei affetti e la mia vita da sacrificare a questo scopo,
e non dubito a farlo. Sono persuaso che se l'impresa riesce avrò il
plauso universale: se fallisse il biasimo di tutti; mi diranno stolto,
ambizioso, turbolento, e molti che mai nulla fanno e passano la vita
consumando gli altri, esamineranno minutamente la cosa, porranno a nudo
i miei errori; mi daranno la colpa di non esser riescito per difetto
di mente, di cuore, di energia.... ma costoro sappiano che io li credo
non solo incapaci di fare quello che io ho tentato, ma incapaci di
pensarlo.»

Dopo aver parlato di altre imprese e opere audaci, che avevano
incontrato diffidenza e avversione, Pisacane continuava: «Non voglio
paragonare la mia impresa a quelle, ma essa ha un lato comune con esse;
la disapprovazione universale prima di riescire e dopo il disastro,
e l'ammirazione dopo un felice risultamento. Se Napoleone prima di
partire dall'Elba per isbarcare a Fréjus con 50 granatieri, avesse
chiesto consiglio altrui, tutti avrebbero disapprovato una tale idea.
Napoleone avea il prestigio del suo nome; io porto sulla bandiera
quanti affetti e quante speranze ha con sè la rivoluzione italiana;
combattono a mio favore tutti i dolori e tutte le miserie della nazione
italiana.

«Riassumo: se non riesco disprezzo profondamente l'ignobile volgo
che mi condanna, ed apprezzo poco il suo plauso in caso di riuscita.
Tutta la mia ambizione, tutto il mio premio lo trovo nel fondo della
mia coscienza e nel cuore di quei cari e generosi amici che hanno
cooperato e diviso i miei palpiti e le mie speranze; e se mai nessun
bene frutterà all'Italia il nostro sacrifizio, sarà sempre una gloria
trovar gente che volenterosa s'immola al suo avvenire.»

La sincerità del sentimento, la certezza del sacrifizio che Pisacane
andava a compiere, vengono fuori da ogni parola. Pisacane era in
certa guisa l'anarchico che per una contraddizione sentimentale
andava a compiere un movimento politico unitario; era l'anarchico, il
quale però non discuteva dei mezzi, e, perchè alle forme politiche
non credeva, tutto avrebbe tentato. I suoi compagni non eran tutti
degnissimi, ed egli avrebbe vuotato volentieri le carceri per prendere
chiunque potesse aiutarlo, appartenesse pure al rifiuto della società.
Non involgeva egli in una stessa avversione i difensori del sistema
politico e i difensori del sistema economico?

Le fasi della spedizione è inutile raccontare qui, nè dire com'essa fu
ideata e con quali mezzi.

Pisacane insieme con 22 compagni, fondando su promesse in gran parte
incerte e contando sull'incontro di forti nuclei che Rosolino Pilo
dovea condurre dalla Sicilia, la sera del 25 giugno 1857 si imbarcò
a Genova insieme a soli 22 compagni su un piroscafo della compagnia
Rubattino. L'incontro con Pilo non avvenne: ma Pisacane con mezzi così
scarsi volle nondimeno tentare la fortuna, e, consenziente il capitano
della nave, fece uno sbarco temerario a Ponza, liberò molti relegati
politici e riunì in tutto 323 uomini.

Contava altri uomini trovare al momento dello sbarco a Sapri, e
tentativi di rivolta nelle province.

La sera del 29 giugno che il _Cagliari_ operò lo sbarco a Sapri, non
trovò quasi nulla.

Lo sbarco avvenne in quella dolce costa di Sapri, dov'è tanto cielo
e tanto mare, in cui gli aranci sono boschi ed è come una primavera
eterna.

Dopo aver dichiarato decaduto il Governo di Ferdinando II, Pisacane e
i suoi compagni cercavano smuovere le popolazioni. Ma non trovarono che
indifferenza. Chi erano costoro? donde venivano? che cosa volevano?

Il cardinal Ruffo era uomo di Chiesa, e avea il prestigio della rossa
porpora e della croce d'oro e parlava il linguaggio della passione e
della violenza ed eccitava gli odii locali e metteva il popolo contro
la borghesia. Ma che cosa volevano coloro che sbarcavano a Sapri?

Il drappello procedette nella indifferente avversione popolare.

Dopo Sapri il paesaggio diventa montuoso. Sono monti petrosi, piccole
pianure piene di sterpi, alberi nani. La spedizione sbarcata così
giocondamente nelle vie di Sapri, dovè provare un presentimento di
morte traversando quel paesaggio di malinconia.

L'avviso era stato dato in tempo, e i soldati e i gendarmi erano in
moto. La piccola spedizione non si era accresciuta che di pochi uomini,
quando sulla collina detta Morge del Piesco, incontrò le forze regie.
Dopo accanito combattimento in cui era per vincere, l'arrivo di truppe
reali del settimo cacciatori costrinse la spedizione a ritirarsi,
lasciando sul terreno cinquantasei morti, oltre trenta feriti e circa
duecento prigionieri. Nella ritirata Pisacane contava internarsi pei
boschi e andare a fare insorgere il Cilento. Ma a poca distanza gli
uomini della spedizione, giunti sotto il paese di Sanza, così triste
con le sue case nere, furono assaliti da una turba di contadini e in
gran parte uccisi, o feriti, o presi. Pisacane stesso fu ucciso: ed
egli che avea sognato il trionfo o una morte eroica, combattendo in
pieno sole, giacque ucciso dai contadini in una campagna triste. Era
per essi uno straniero? era un nemico?

Ma la spedizione di Pisacane fu il prodromo di fatto ben più grande:
della spedizione di Garibaldi.

Solo due anni dopo, la spedizione di Garibaldi partiva dallo scoglio di
Quarto, diretta verso la Sicilia e portava la rivolta nel Mezzogiorno,
in cui già per la incapacità del capo il governo era in dissoluzione.

Altri ha parlato della spedizione di Marsala: e non v'è alcuno che ne
ignori la quasi leggendaria fortuna.

Per uno strano caso Garibaldi, sbarcato con piccola resistenza in
Sicilia, la traversava trionfalmente; sbarcava sul continente ed
entrava in Napoli da trionfatore.

Che cosa un tentativo sì eroico rese possibile? e perchè potè esso
riescire? sembra quasi inverosimile che un regno in cui erano centomila
soldati sia caduto rapidamente nelle mani di pochi uomini, che avevano
così deboli mezzi.

Ebbene, o signori, nel senso opposto che cosa era stata 61 anni prima
la spedizione di Ruffo? Un tentativo eroico legittimista avea anche
allora riconquistato al re un paese che era nelle mani dei francesi e
dei liberali. E si può proprio dire che la spedizione di Ruffo non sia
stata la preparazione di tutte le seguenti fatte nel senso contrario?

Io ho parlato dell'Italia meridionale poichè essa è stata il paese ove
le spedizioni più temerarie sono avvenute, vincitrici o perditrici,
in breve volgere di anni. Ma in tutta Italia quanti atti di eroismi
dimenticati, quante audaci imprese, quanti tentativi temerari! Per un
eroe che ricordiamo quale turba anonima di dimenticati, quanti uomini
morti nel silenzio e nel dolore, quanti periti in quella primavera del
sentimento che fu il movimento per l'unità!

Benedetti i forti, i buoni, gli audaci, coloro che hanno lottato e
sofferto; benedetti più ancora quelli che noi non ricordiamo e che
nessuno ricorderà più!

L'Italia è stata veramente la terra degli eroi.

Se l'eroe è colui il quale compie da solo cose straordinarie, o tenta
di compierle, e per esse muore, l'Italia è stata la terra sacra degli
eroi.

Pure da questo fatto che dimostra l'intima virtù della nostra gente,
noi dobbiamo trarre ragione di intima tristezza.

Perchè l'Italia è stata la terra degli eroi?

Perchè in essa era debole il sentimento della responsabilità
individuale; perchè la cultura individuale era bassa; perchè mancava
quello spirito di solidarietà, di disciplina, che hanno avuto altri
paesi più educati, o più fortunati.

Da noi è accaduto spesso che un solo ha cercato di compiere quelle
grandi opere che dovevano venir fuori dalla coscienza collettiva.
Ond'è rimasto a noi un senso di faziosità, di superbia, una violenza
individuale, una sfiducia nella democrazia dei nostri ordini.

Poichè gli uomini non si misurano e la tradizione passata impera, noi
siamo rimasti il paese sacro alle rivolte. Se l'azione di pochi uomini
può tutto; se un uomo solo può arrogarsi di fare ciò che dovrebbe un
popolo; se non vi sono necessità che s'impongano; la faziosità che è
già nell'istinto entra anche nella coscienza. In Italia noi scontiamo
ancora le antiche illusioni.

Pure nelle scuole continuiamo a dire che l'Italia è la terra degli
eroi; pure continuiamo a lodare la violenza individuale; a riconoscere
i tentativi violenti di sommosse del passato non già come episodi
finiti, ma come qualche cosa di grande e d'imitabile. Siamo giunti
perfino a lodare il regicidio, ad ammirarlo, a descriverne i benefizi;
quasi che fosse lecito uccidere per una ragione o per un'altra. E
poi ci meravigliamo che la nostra democrazia nuova invece di avere
quelle qualità di ordine, di metodo, di disciplina, senza di cui
nessuna democrazia è durevole, sia di sua natura faziosa. Abbiamo
lodato il regicidio e deploriamo la violenza individuale: riempiamo
le teste giovanili di ricordi di cospirazioni, di sètte, di rivolte,
e pretendiamo la disciplina e la solidarietà; insegnamo una storia
eroica, cioè una storia di rivolte individuali, e ogni rivolta
individuale ci sorprende.

Il popolo non ama le distinzioni; nè sa persuadersi, che, se il
fine è buono, sopprimere un re assoluto sia bene e sopprimere un re
costituzionale sia male. L'anima popolare ama ciò che è semplice, ciò
che è chiaro, ciò che è evidente.

Quello che è più meraviglioso non è che l'unità italiana si sia fatta,
ma che si sia mantenuta.

Ora al popolo noi dobbiamo parlare un diverso linguaggio.

Ogni atto di creazione non si compie se non con una violenza. Anche
il pulcino che esce dall'ovo fa come dicono i naturalisti, una piccola
rivoluzione. Ma quando n'è uscito, il suo sviluppo lento non è che un
fatto continuativo, senza violenze biologiche. Noi dobbiamo considerare
la nostra formazione come una necessità; non come un metodo. Dobbiamo
dire che l'Italia è stata la terra degli eroi non perchè valesse molto,
ma perchè valea poco. Gli eroi, cioè gli audacissimi, nella debolezza
o nella indifferenza del grande numero, hanno fatto ciò che tutti
doveano. Ma le loro opere non possono essere conservate e accresciute
e migliorate se non con una educazione progressiva. Ogni atto di
creazione è un atto di violenza: ma è una fase, traversata la quale,
bisogna che lo sviluppo sia lento e continuo.

Noi dobbiamo cessare di attendere in ogni occasione l'uomo
provvidenziale: ci dobbiamo convincere che quest'uomo provvidenziale
è in tutti, e dobbiamo considerare gli altri uomini non già come il
mezzo, ma come lo scopo.

L'uomo provvidenziale non esiste: e se a un uomo è dato far più che
agli altri, non bisogna nemmeno esagerare ciò che un uomo può. Quei
grandi politici o finanzieri che noi invidiamo spesso agli altri, se
si potessero trasportare da noi non farebbero se non ciò che i nostri
fanno: infatti essi sono grandi perchè imperniano movimenti che in
realtà esistono.

Questa contemplazione buddistica, per cui in ogni partito ci asteniamo
da ogni opera attiva di bene e aspettiamo che venga l'uomo forte,
l'uomo provvidenziale, è quanto di più dissolvente si possa immaginare,
ed è il risultato della nostra concezione eroica della storia.

Le società umane in tanto valgono in quanto valgono non alcuni
uomini, ma tutti gli uomini che le compongono. I popoli che prevalgono
durevolmente sono quelli di cui la educazione intellettuale e materiale
delle masse è più alta e dove la solidarietà è più grande. Dove l'anima
collettiva vibra di più, dove più grande è l'unione, ivi la forza è
maggiore.

Pensate invece quale effetto deva avere sopra menti incolte, in cui
fermentano l'odio e la superstizione, l'insegnamento che noi diamo.

Noi siamo gli eredi dei meriti e delle colpe dei nostri padri, e noi
già scriviamo con le opere nostre la storia dei nostri figliuoli.
Facciamo che questa storia sia meno faziosa; insegnamo che il lavoro
umano è sacro; che la violenza comunque adoperata è male; infondiamo
quel rispetto della libertà umana da cui purtroppo ci allontaniamo;
evitiamo anche di ripetere, ciò che non è vero, che il passato è più
grande del presente.

Da tre secoli a questa parte mai l'Italia è stata ciò che è ora: in
quarant'anni di unità, di questa unità che con le sue ingiustizie è
sempre il nostro più grande bene, in quarant'anni di unità, noi abbiamo
realizzato progressi immensi. Noi non eravamo nulla e noi siamo molto
più ricchi; molto più colti; molto migliori dei nostri padri.

Siamo anche più scontenti e ciò è anche bene, poichè la rassegnazione
supina è dei deboli.

Spogliamoci ora anche dei pregiudizi antichi e diciamo tutta la verità:
l'Italia è stata la terra degli eroi, perchè valea poco.

Quando tutti avranno il sentimento del loro dovere, il senso della
loro responsabilità, quando sopra tutto avremo combattuto i germi
morbidi della miseria e i fermenti della ignoranza; allora non avremo
più bisogno di eroi: potremo avere grandi statisti, grandi tecnici, se
occorrerà grandi strateghi, non mai eroi nel senso in cui ne abbiamo
avuto, finora.


  _Signore, Signori_,

Voi ricordate l'episodio che gli storici hanno tante volte ricordato,
che il romanziere potente ha divulgato.

Nella notte che precedette la battaglia più decisiva della guerra
franco prussiana, l'esercito tedesco e l'esercito francese non erano
a grande distanza, e nel campo francese in cui già le prime disfatte
aveano gittato una profonda tristezza, si seguivano le mosse del nemico
con ansia indicibile. Ora, nella veglia tragica giunse come di lontano
una immensa voce. Nella notte fredda e solenne tutti i soldati tedeschi
pregavano insieme e cantavano insieme il corale di Lutero. Era un canto
eguale, solenne, quasi l'affermazione della speranza comune e della
vittoria immancabile.

Quegli stessi soldati di Francia che si erano mostrati arditi anche
nella disfatta sentirono scendere nell'anima come una nube di dolore e,
più che il rombo del cannone, li atterrì quel canto; sentirono che non
lottavano già contro un esercito, ma contro tutto un popolo, che avea
un'anima sola.

Troveremo anche noi questa grande parola di unione? Sapremo noi
abbandonare i nostri errori e i nostri pregiudizi?



DALLE DIECI GIORNATE DI BRESCIA ALLA BATTAGLIA DI SAN MARTINO

CONFERENZA DI POMPEO MOLMENTI.


No, signore e signori; questa volta i poeti non esagerano. Brescia,
con meraviglioso esempio di virtù guerresca, dimostrò come non
bugiardamente Vincenzo Monti l'avesse chiamata

    Ricca d'onor, di ferro e di coraggio.

E, dopo un'alta e suprema prova di bresciano valore, la poesia
rispondeva ancora esattamente all'austero giudizio della storia, quando
l'Aleardi cantava:

    Brescia dai monti fertili di spade
    Niobe guerriera de le mie contrade
    Lïonessa d'Italia,

e il Carducci, allora che, volgendosi alla statua della Vittoria, tra
le rovine del tempio di Vespasiano, esclamava:

    Lieta del fato Brescia raccolsemi,
    Brescia la forte, Brescia la ferrea,
    Brescia leonessa d'Italia
    Beverata nel sangue nemico.

V'è infatti tanta grandezza nella lotta di Brescia contro lo straniero,
breve lotta di soli dieci giorni, ma atroce, disperata, sostenuta con
impavida fortezza, da poter dire, senza eccesso di lode, essere questa
la più eroica pagina di quella sfortunata, ma non inutile rivoluzione,
la quale, or è mezzo secolo, iniziava il risorgimento politico
d'Italia. Ricordiamo quei tempi e quelle prove, perchè la patria,
nei dì del dolore fortemente sofferto, più santa appare che in quelli
dell'esultanza.

In quella impetuosa carica alla baionetta contro lo straniero, che
fu la rivoluzione del 1848, Brescia si trovò subito in prima linea; e
cacciata la guarnigione austriaca dello Schwarzenberg, fece sventolare
la bandiera nazionale sul colle Cidneo.

La fioritura italica d'illusioni e di speranze appassì in breve, e la
tirannide straniera calò ancora tenebrosa sulla libertà nazionale. Alla
sconfitta di Custoza seguiva l'armistizio Salasco, e il 16 agosto i
soldati stranieri rientravano in Brescia.

Tra inique persecuzioni e frequenti speranze s'apriva il 1849. Alle
fucilazioni, alle verghe, alle prigionie, agli oltraggi, rispondeva
torbido e cupo il fremito, non pure di Brescia, ma delle campagne e
delle vallate vicine, fatte contro a segreti convegni di patriotti.
Gli animi trepidavano ancora di speranza, guardando al vessillo
tricolore, tuttora sventolante su due città gloriose, Roma e Venezia,
e al Piemonte, il quale si cimentava di nuovo a difendere conculcati
diritti.

Denunziato l'armistizio Salasco, Carlo Alberto lasciava Torino e si
avviava verso la Lombardia. A Brescia, ove metteva capo la cospirazione
lombarda, un comitato di cittadini animosi preparava l'insurrezione.

Il giorno 19 marzo, sui colli che incoronano la bella città, apparve,
con una squadra d'armati, araldo di libertà, il prete Boifava, anima di
apostolo e di soldato, tutta accesa del divino entusiasmo di combattere
per la patria.

La fiamma vendicatrice divampa il giorno 23 marzo. Una nuova prepotenza
delle soldataglie straniere fa insorgere il popolo, il quale fuga
la guarnigione austriaca, appena in tempo di chiudersi nel Castello
dominante, entro le mura la città. E dal Castello, a mezzanotte,
incomincia furioso il bombardamento. Il fragor del cannone si diffonde
lontano pei campi: d'eco in eco se lo rimandano i monti circostanti,
augusto segnale alle milizie del popolo, preparato a disperate difese.

Si ricorre a tutte le armi somministrate dal furore, e il selciato,
scomposto da uomini, da donne, da fanciulli serve ad erigere barricate;
con ostinazione invincibile i combattenti cacciandosi a qualunque
rischio, non ricusano qualsivoglia miseria estrema, stanno pertinaci a
distrugger sè stessi, piuttosto di venire ad accordi con lo straniero.

Intanto, da Mantova, i battaglioni austriaci del generale Nugent
correvano su Brescia, ma, giunti alle porte della città, trovarono
animosi drappelli guidati dal Boifava e dallo Speri, pronti a mostrare
che Brescia non era preda esposta nè facile, e non le mancavano e petti
e braccia e ostinata virtù di resistere. Con impeto di prodezza eroica,
i nostri ributtarono i croati e volevano inseguirli, se quell'ardore
imprudente non fosse stato trattenuto da Tito Speri, capo improvvisato
di gente raccogliticcia, ma che aveva occhio di capitano esperimentato
e non ignorava le industrie e le precauzioni guerresche.

Poco più di cento prodi tennero fermo tre ore contro i battaglioni del
Nugent, il quale rivolto ai parlamentari:

«Entrerò in Brescia per amore o per forza.»

A cui lo Speri:

«Per forza, forse: per amore mai.»

Disse e ritornò fra i suoi il soldato della patria.

Con che dignità antica questa nobile figura di patriota e di guerriero
traversa i campi della morte! Nella meravigliosa decade bresciana,
Tito Speri s'alza splendido tra una schiera di prodi. Tutto in lui era
sincero: lo sdegno e il perdono, l'ira e l'amore, il sentimento e il
pensiero.

Alle superbe parole del Nugent, il popolo rispose gridando: «Guerra
e morte» e al terribile grido s'unirono in breve il rombo del cannone
tedesco e il martellare delle campane bresciane.

Gli assalti degli austriaci erano sempre respinti, ma alle cruenti
perdite dei bresciani non furono compenso quelle, benchè maggiori, del
nemico, ch'ebbe lo stesso generale Nugent, mortalmente ferito.

Solo, il giorno 29, si apprese che la fortuna italica s'era infranta a
Novara. L'immane sventura parve rinvigorire il coraggio.

Le palle percotendo sulle barricate le dirompeano con alto fracasso,
e i bresciani, privi di ripari, si mostravano egualmente terribili ai
nemici, giurando ai loro morti onore di funerali di sangue.

Haynau, il terribile Haynau, il quale stava a campo sotto Venezia
assediata, fremeva di sdegno apprendendo che, dopo sette giorni di
lotta, le bene agguerrite milizie imperiali non erano state ancor
capaci di aver ragione di una folla incomposta di popolani male armati.
Il feroce soldato prese un subito divisamento: abbandonato il blocco di
Venezia corse a Brescia, e col favore della notte penetrò nel Castello,
insieme con molte milizie.

Quando, in sull'alba del giorno seguente, il maresciallo austriaco,
dallo sterrato del castello, guardò dinanzi a sè, Brescia appariva
superbamente bella, quantunque il dì fosse grigio. Dalle vie, entro
le mura, un remore di grida liete e gagliarde saliva, quasi voce della
città, palpitante di prodigiosa vita e accesa da virtù indomabile.

I bresciani, cuori forti, sani, generosi, stavano vigilanti alla
custodia della patria. Tra un velo nebbioso si vedevano appena le
popolose borgate, i colli fertili e incastellati, i ronchi sparsi di
ville. Sotto il giro delle oscure piante, che incoronano i monti, si
scorgevano distinti appena i verdi seni delle floride pendici, e si
estendeva misteriosa e indefinita la pianura lombarda, sfumante via via
nei cinerei vapori dell'orizzonte. E lì sotto, Brescia, torreggiante
d'ogni intorno di palagi e di chiese, illuminata, anche sotto il grigio
cielo, dal sole della libertà.

Quali pensieri si saranno in quell'ora agitati nel bieco animo dello
straniero? Ah! è solo nel pensiero dei buoni che la bellezza e la
giovinezza della natura diventano belle e dolci del pari.

Non altro che feroci cupidigie di stragi o di dominio animavano quel
micidiale, il quale spediva tosto un messaggio al Municipio, chiedendo
senza dimora la resa della città, minacciando saccheggi e devastazione.

Le minacce raddoppiarono l'ardimento. Cresceva col pericolo la fermezza
del proposito generoso e feroce. Divampanti d'ira, tutti corsero a
brandire le armi,

No, Italia non vide mai un coraggio così determinato.

Quante compagne ebbe a Brescia la donna greca che rispose: «l'ho
partorito per questo» a chi le annunziava morto in battaglia suo
figlio: quante bresciane, dalle barricate, guardarono i loro congiunti
combattere e ne sentirono orgoglio!

Le campane tutte cominciarono a suonare a stormo, e quando il cannone
diede il segno, le soldatesche si precipitarono fuori del Castello, e
la città fu investita da tutte le cinque porte.

La procella del ferro e del fuoco imperversava furiosa, la morte
mieteva a Brescia il fiore de' suoi prodi, dalle ruine fumanti s'alzava
verso il popolo una voce che diceva: «tutto è perduto, arrenditi, ti
salva!» e il popolo con ostinato eroismo rifiutava ogni proposta di
resa.

Haynau, pensando sforzare altro passo, scagliò alcuni battaglioni verso
una piazza della città chiamata dell'Albera «Termopili bresciana.»
Qui la resistenza fu più che umana. «Trentamila di questi indemoniati
bresciani per conquistar Parigi!» esclamò Haynau, guardando dal
Castello l'epica zuffa.

Le schiere austriache cadevano a' piedi dei serragli.

Non un colpo andava in fallo.

Quei magnanimi bresciani, cacciando fuori altissime grida di vittoria,
furiosi, accecati, deliranti. apparivano, neri di polvere e stravolti,
sull'alto dei ripari. Stringendo con mani potenti le daghe e le
coltella, digrignando i denti, con le vene turgide, con gli occhi
dilatati, iniettati di sangue, nei quali scintillavano trucemente le
pupille, correvano a furia sui nemici, volendo, come dicevano, odorarne
il fiato.

E tale fu l'impeto, così pauroso l'aspetto di quei terribili
combattenti, che molti nemici, spersi, scoraggiati, confusi, cercarono
scampo nella fuga, altri conquisi da un invincibile timor pànico, da
una paura misteriosa, da un terror pazzo, immobili, muti, col fiato
sospeso, erano uccisi o feriti, prima di riaversi dallo stupore.

Che scorno per le armi imperiali! Ma quel giorno sulla piazza
dell'Albera non strisciò la sciabola tedesca.

Questa è vera gloria!

Il maresciallo feroce, disperando piegare con le armi l'invitta
costanza dei bresciani, ordinò che con acqua ragia e pece, si
appiccasse il fuoco alle case, così che in breve le tenebre furono
lugubremente illuminate dagli incendî.

S'adunarono allora a consiglio i reggitori del Comune e il Comitato
di difesa. Il rovinìo delle case, il crepitìo degli incendî, il tuonar
dei moschetti, il rombo del cannone, dicevano con lugubre voce ch'era
follia prolungar le difese, che la rabbia tedesca si sarebbe voltata
più feroce contro la città, che l'arrendersi avrebbe risparmiato
un nuovo spreco di vite, uno sperpero lagrimabile di sangue, e il
popolo divinamente lacero, sanguinoso, straziato, rispondeva di voler
combattere ancora.

Brescia accoglieva degnamente sul suo capo il fato della moribonda
libertà italiana!

Alla violenza eroica, con cui il dì primo di aprile si rinnovò il
combattimento, parve che Brescia non fosse esausta da nove giorni di
titanica lotta.

Al furore dei bresciani, nel cui animo ruggiva lo spirito della
battaglia, anco una volta balenarono le vecchie milizie del dispotismo.
Se non che nuove artiglierie e nuovi battaglioni, giunti dal Ticino e
dal Mincio, oppressero con un turbine di fuoco, schiacciarono con la
potenza delle armi, non vinsero i difensori di Brescia.

Alcune parti della città presentarono allora uno spettacolo da
agghiacciare le vene. I soldati saccheggiarono, incendiarono, uccisero
donne, vecchi, bambini. Correvano rigagnoli di sangue, i muri eran
chiazzati di sangue, i cortili allagati di sangue. Ingombravano le vie
mucchi di cadaveri scorticati, sbranati, sfracellati, masse informi di
carni lacerate. Alcune volte (è uno scrittore sereno che racconta, il
Correnti) quei crudi si sforzavano di far inghiottire ai malvivi le
sbranate viscere dei loro diletti, altre volte scaraventarono teste
di teneri bambini tra le schiere bresciane. Con altissimo scroscio
cadevano le barricate, passava la processione lugubre dei compagni
portati sulle barelle, con la fronte spaccata, il petto lacerato;
le schiere erano spazzate via dalla mitraglia, e il popolo con le
armi alla gola, all'intimazione di cedere, di sottoporsi, fieramente
resisteva.

Già la bandiera bianca sventolava sulla Loggia, e tra le fiamme degli
incendi si combatteva ancora, con un valore più forte della barbarie
nemica.

A un frate, che tra il grandinar dello palle s'era recato al Castello,
per ispetrare il duro cuore di Haynau, il generale austriaco,
implacabilmente imperioso, con lugubre ironia rispondeva che _nulla
d'ostile avrebbero sofferto i pacifici cittadini_.

Ma qual cittadino pacifico si sarebbe ancora trovato fra i superstiti?
Fra i superstiti, che molti e molti indomati eroi avevano bagnato del
loro sangue le zolle della patria, che parevano palpitar di ribrezzo.

La storia ne ricorda i fatti più che i nomi. Che importano i nomi?
Tutti erano pronti a morire com'essi dicevano, _alla bresciana_.

Ecco uno che squarciato il petto da una palla cade dicendo: «Me
fortunato, ho l'onore di morire per primo sul campo di battaglia.»
— «Ed io secondo» — rispondeva un altro, cui la mitraglia dirompeva
gl'intestini. Un terzo, gravemente ferito, rifiutava l'aiuto dei
commilitoni, perchè non abbandonassero il posto. — I ricordi son molti.
Sacri ricordi, o signori, che la patria unisce nei suoi fasti alle
sfortunate, ma eroiche prove di valore, date dalla vecchia aristocrazia
piemontese pochi giorni prima, sugli infausti campi di Novara. L'oscuro
popolano bresciano, che, col cappello forato da tre palle, si scaglia
contro quattro austriaci, ne uccide uno, manda in fuga gli altri e
torna a' suoi dicendo: «Ben mi pagai del mio cappello»; e l'altro
ignoto plebeo, a cui una bomba porta via il braccio sinistro, e dopo
aver scaricato col braccio destro il fucile cade gridando: «Viva!
mi resta un braccio per la spada!» non sono forse pari nella virtù
e nella gloria a quel vecchio patrizio Perrone di San Martino, che,
alla Bicocca, colpito a morte, stramazza di cavallo, dicendo a Carlo
Alberto: «Ora il mio dovere è compiuto,» e al conte di Robilant, che
levando il moncherino sanguinoso grida: «Viva il Re»? È in tutti questi
prodi un comune lignaggio, che ha per motto di famiglia: _patria e
valore_. Haynau, passato alla storia col marchio del sangue sopra la
fronte, impose a Brescia duri patti, che dovettero essere accettati dai
reggitori della città. Ma non da tutti i bresciani, nati con l'istinto
della l'esistenza disperata nel sangue.

Le mura poteano vincersi, i petti no, e si volle resistere tino
all'estremo spirito. Pretesto agli oppositori per incrudelire
dovunque e per iniquamente violare i patti della resa. Testimonianze
irrefragabili parlano degli orrori della soldataglia, d'incendi,
di fucilazioni, di violenze: narrano di cittadini inermi bastonati,
martoriati, d'alcuni arsi vivi, impeciati ed abbrustoliti, d'altri
ammazzati nel letto, nei nascondigli: affermano come nè l'età, nè
il sesso imponesser pietà, essendosi trovati donne e vecchi laceri
di ferite, bambini o infranti alle muraglie, o calpestati sul suolo,
trapassati dalle baionette e lasciati là, fra orrendi contorcimenti,
sotto gli occhi materni. Quelle belve umane entrate in un collegio di
fanciulli, ne sgozzarono cinque; altri, ebbri per avere aspirato il
fumo del sangue, entrarono in una casa e sotto gli occhi della madre
massacrarono un giovane epilettico. Un prete, uscito di città, per
cercar notizie della madre, fu fucilato: asperso di resina e arso vivo
un altro prete, dopo aver veduto due sue nipoti giovanette stuprate e
scannato un nipote: un vecchio venerando, trapassato dalle baionette,
per non aver voluto giurare sulla bandiera imperiale: un popolano,
Carlo Zima, vendicò sè, morendo arso con uno de' suoi carnefici. Oh!
esecrazione! Non resiste più l'animo a queste scelleraggini nefande,
il cui solo ricordo ci oscura la ragione e ci fa palpitare il cuore con
fremiti di sangue.

Così, per le mani di un soldato carnefice, finiva strangolata la
libertà bresciana, e, fra la tirannia militaresca e la violenza
ladra dei barbari, la scettica e vile Europa guardava indifferente.
Ma quei morti tennero viva l'Italia, e da quelle stragi uscì voce di
resurrezione.

Brescia, che in quei memorabili giorni irradiava l'Italia della sua
eroica virtù, aveva raccolto dalla propria storia e al sangue de' suoi
martiri aveva confidato il diritto che dentro alla sacra cerchia delle
Alpi e del mare, la patria non dovea essere contaminata da straniero
dominio.

Seguirono tempi di cupa tirannide. L'Austria, con impudenza soldatesca,
pensò assicurare la obbedienza col terrore, col sospetto, con
l'arbitrio, e la Lombardia e la Venezia, oppresse peggio che altro
paese dell'infelice Italia, precipitarono da una troppo grande altezza
d'illusioni e speranze in orrende calamità. La baldanza soldatesca
del Radetzky non obbediva neppure ai ministri di Vienna, i quali
avrebbero voluto porre un freno all'imperio della spada. Ma non erano
smarriti gli animi e gli intelletti degli italiani, non tutte spente le
speranze, e la nazione imparava dal dolore l'arcano della risurrezione,
e, ammaestrata dalla esperienza, si preparava con tenacia a ritentare
la prova, ad affermare la libertà e la patria con la meditazione, con
l'opera, con la parola, con il sangue.

Il cielo d'Italia è ancora solcato da fuochi di patriottismo, e
le società segrete, prendendo inspirazione dal comitato nazionale,
istituito a Londra dal Mazzini, ordivano congiure, pronte a scoppiare
in aperta rivolta. A Mantova, dove più inferociva l'ira soldatesca
dello straniero, ordinavasi un comitato di patriotti, di cui era
anima Enrico Tazzoli, sacerdote di santa vita. L'austriaca ferocia
soffocava le riottose speranze i con supplizi, con le carcerazioni
con le bastonature, con le confische dei patrimoni, con le multe, con
gli esigli, con la violazione della legge comune e dei trattati. Le
persecuzioni accendevano l'ira, e il sangue versato fecondava il seme
di libertà.

La nuova serie dei martiri è iniziata dall'eroico popolano Sciesa,
milanese, fucilato il 2 agosto 1851. Lo seguono nella morte gloriosa
il comasco Dottesio strozzato a Venezia, il sacerdote Grioli fucilato
a Mantova. E a Mantova furono poi tratti al supplizio, sugli spalti
di Belfiore, Enrico Tazzoli, lo Scarsellini, lo Zambelli, il Canal,
il Poma, il Grazioli, il Montanari. Molti, a cui fu risparmiato il
patibolo, furono prima sepolti nelle orrende mude della Mainolda, poi
mandati a scontare il delitto d'amare la patria nelle prigioni boeme.

Allora che l'anima si ritrae nell'asilo del passato, ove le burrasche
mondane romoreggiano, come il fiotto procelloso dell'Oceano sulla riva
sicura, ci appare, tra i crocei vapori vespertini, nobile e santa
fra tutte, la figura di Tito Speri, l'eroe delle dieci giornate di
Brescia, penzolante dalla forca, di Belfiore. Quel pallido fantasma non
è accompagnato da alcun sentimento di rancore o di vendetta. La notte
precedente al supplizio, l'eroico giovane, il quale abbandonava la vita
a ventotto anni, scriveva una lettera ad Alberto Cavalletto, che non
si può leggere senza profonda commozione, «Nella mia vita — così egli
scrive — ho qualche volta gustato delle gioie, ma te lo assicuro, in
confronto a quelle che provo in questi momenti, esse non furono che
miserabile fango. La mia gioia al pensiero che fra poco andrò a morire
per la patria, è così viva, così intensa, che se gl'Italiani potessero
averne un'idea, si farebbero tutti ammazzare.» Con lo stesso ardente
entusiasmo, i martiri della Chiesa primitiva andavano a morire per la
religione. Oggi, dopo tanto breve corso di tempo, quei generosi che
ci diedero una patria, sembrano così distanti da noi, quelle audacie
magnanime sembrano così lontane da questi giorni, in cui ogni senso di
patria poesia è distrutto dalla cosa pubblica fatta bottega di vanità,
dalla pratica operosità, che converte l'anima in denaro. Ma allora
la patria era veramente una religione, la quale insegnava la nobiltà
del morire per un'alta idea e apprendeva la forte efficacia della
virtù, che a quei santi dell'età moderna proveniva dal cuore: virtù di
religione, esercitata per amore all'invincibile sentimento dell'eterno
bello, dell'eterno giusto, dell'eterno vero; virtù d'affetto, che,
pur vibrando alle speranze, non fuggiva il dolore e lo sentiva, e lo
misurava, e lo sopportava; virtù di sacrifizio, che facea serenamente
rifiutare la vita per la patria adorata.

Allora nessuna persecuzione, per quanto feroce, poteva domare gli
animi, anelanti a libertà.

Il Piemonte, il nobile asilo d'Italia, accoglieva i profughi delle
provincie oppresse e li adoperava come cittadini. Le lettere nella
Lombardia e nella Venezia, pur lasciando le forme rivoluzionarie,
che aveano preparato il 48, ma sempre informate all'odio contro lo
straniero, continuavano ad armare le menti al conquisto della libertà.

Camillo di Cavour, nel quale l'animo del cittadino era anche più grande
della mente acuta del ministro, faceva suo, con penetrazione sicura, il
concetto mazziniano dell'unità italiana e lo incarnava nella monarchia
di Savoia, compiendo una delle più belle rivoluzioni della storia.

Ormai s'era creato in Europa il convincimento che l'Austria avrebbe
comandato in Italia ancora per poco, e che l'Italia, dopo tanta virtù
di sacrifizi, di lotte, di opere, di studi, avea bene il diritto di
costituirsi in nazione indipendente.

L'Austria allora, cui più che la vergogna delle sue inique oppressioni
cuoceva la riprovazione di tutte le nazioni civili per le sue forme
di governo, pensò adoperare, dopo i patiboli e le carceri, un'arme
più insidiosa, le lusinghe, e simulò di farsi più umana. «No, noi non
domandiamo all'Austria — esclamava Daniele Manin, l'esule magnanimo —
che sia umana e liberale in Italia, ma le domandiamo che se ne vada;
noi non sappiamo che farci della sua umanità e del suo liberalismo, e
solo vogliamo esser padroni in casa nostra!»

Che l'Austria non fosse mutata e sotto le blandizie celasse l'antica
ferocia, provò la nuova forca rizzata nel 1855 a Mantova, e a cui fu
appeso, inclito martire, Pietro Fortunato Calvi, l'eroe del Cadore.

                                   *
                                  * *

Un dì, la bandiera italiana apparve sui baluardi di Sebastopoli,
unita ai vessilli dei più forti popoli dell'Occidente. Dopo la guerra
di Russia, nel Congresso di Parigi, la causa italiana fu dichiarata
solennemente d'interesse europeo, raccomandata al tribunale supremo
della civiltà cristiana, e il conte di Cavour arditamente proclamava
che l'_Austria in Italia era stata sempre attendata_.

Ormai l'Italia non si sentiva più sola, abbandonata, e precorreva, con
l'ansia del desiderio, gli eventi.

E che giubilo irrefrenato, da un capo all'altro della penisola,
commosse, non molto dopo, i popoli, all'annunzio che la Francia, la
gloriosa sorella latina, dava la mano all'Italia per rialzarsi e per
iscuotere i danni e le onte del servaggio!

Nei primi giorni del maggio 1859, Vittorio Emanuele e Napoleone III
si mettono a capo dei loro eserciti, mentre Garibaldi conduce i suoi
_Cacciatori delle Alpi_. Il 20 maggio, gli austriaci toccano dalle armi
franco-piemontesi la prima sconfitta in Lombardia, a Montebello; il 30
sono fugati a Palestro. Fra la prima e la seconda vittoria, Garibaldi,
il 23 maggio, entra trionfante a Varese, il 27 a Como.

Il 4 giugno, gli eserciti alleati passano il Ticino, e i francesi
vincono il nemico a Magenta; l'8 a Melegnano. In questo stesso giorno
Vittorio e Napoleone entrano in Milano, tra l'entusiasmo frenetico
delle popolazioni redente.

Gli alleati, con rapida marcia, avanzano verso il Mincio, dove,
ritirandosi sulla sinistra sponda, s'è concentrato l'esercito
austriaco, riordinato, rafforzato da fresche e numerose milizie,
sotto il comando supremo dello stesso imperatore Francesco Giuseppe.
Il 16 giugno, Vittorio Emanuele entra in Brescia, seguìto, dopo
due giorni, da Napoleone. Il nemico è vicino: al di là del Mincio,
il quadrilatero formidabile: protetto dal quadrilatero uno degli
eserciti più agguerriti e disciplinati del mondo. E' ardua la partita.
All'austriaco, vinto nelle precedenti battaglie, ma sempre superiore di
numero, parevano sorridere probabilità di vittoria.

Il 24 giugno, per le strade di Brescia, è un affollarsi di gente, un
richiedersi ansioso fra i cittadini, un'agitazione piena di speranze
e di trepidazioni. Distinto, incessante, tremendo giunge il rombo del
cannone. A poche miglia da Brescia si decide delle sorti d'Italia.

Il 23 giugno, l'imperatore Francesco Giuseppe, riprendendo
l'offensiva, aveva fatto ripassare il Mincio al suo esercito. Nè i
franco-piemontesi, nè gli austriaci credevano incontrarsi così presto,
e nessuno pensava si sarebbe subito impegnata battaglia.

I due eserciti procedevano, senza saperlo, l'uno contro l'altro, su
quel terreno, che sta fra il Chiese e il Mincio, e da una parte ha
per confine il Lago di Garda, dall'altra finisce nell'ampia pianura
mantovana.

Erano centosessantatre mila gli austriaci, con 688 pezzi di cannone,
e si spiegavano su circa trenta chilometri, con la destra appoggiata
al Lago di Garda, il centro nel gruppo di colline, fra cui s'ergono
Solferino e Cavriana, e la sinistra verso la pianura di Mantova.

Erano centocinquantacinque mila, con 552 pezzi d'artiglieria, gli
alleati.

I piemontesi, alla, sinistra, dovevano occupare le forti posizioni
montagnose, che dal Lago di Garda vanno digradando alla pianura, mentre
da Lonato e Castiglione, nei campi in cui vivono le memorie di altre
guerre napoleoniche, si distendevano fino alla pianura di Mantova
i corpi d'esercito francese, comandati dal Baraguay d'Hilliers, dal
Mac-Mahon, dal Niel e dal Canrobert. Fu primo il Niel a urtare con
grandissimo impeto gli austriaci, che l'assalto sostennero con uguale
tenacia.

Presto la pugna s'accese dovunque; più terribile nel centro, a
Solferino, dove Napoleone III, con prontezza di concetto degna del
grande zio, comandò di concentrare lo sforzo maggiore. Là veramente
stava la vittoria. Fu la lotta lunga, ostinata, atroce, e vano per
molte ore l'evento, superando gli austriaci di numero e di costanza,
i francesi d'impeto e di ardire. Dopo una resistenza ostinata,
l'austriaco si ritirava rotto e sanguinoso, e le armi di Francia
vincevano ovunque.

Molto diverse procedevano le cose sull'ala sinistra, dove i Piemontesi
s'erano trovati di fronte ad uno dei corpi austriaci più formidabili,
sotto la condotta di un generale valentissimo, il Benedeck.

Il combattimento era cominciato alle sette del mattino, e i nostri
si avanzavano verso Pozzolengo. Avevano potuto conquistare le
importantissime posizioni di San Martino e della Madonna della
Scoperta, ma assaliti dal nemico numeroso, furono, dopo breve ma
aspra lotta, cacciati. Si rinnovò l'attacco dai nostri, ma slegato,
senz'ordine, mandando alla spicciolata i soldati, i quali, con mirabile
valore, parecchie volte s'impadronirono delle alture e parecchie volte
ne furono respinti. Gli austriaci occupavano fortemente San Martino
e Madonna della Scoperta. Il generale Durando invano assaliva questo
secondo colle, mentre il generale Mollard, più valoroso soldato che
abile condottiero, attaccava San Martino e vinceva. Ma un vigoroso
contrattacco non tardava a respingerlo fino al piede dell'altura. Non
era però lo scompiglio della fuga: Mollard riordinava i suoi e restava
di contro alle posizioni nemiche aspettando nuove e fresche milizie,
mostrando di esser pronto a ritentare la prova, mentre il Benedeck
raccoglieva il suo esercito sull'altura di San Martino, non osando
scendere a soccorrere Solferino, dove la fortuna inclinava a favore di
Francia.

Quando il Baraguay d'Hilliers e il Mac-Mahon riuscirono ad occupare
Solferino, gli austriaci dovettero abbandonare la Madonna della
Scoperta, presto occupata dal generale Durando.

Vittorio Emanuele, che correva or qua or là, dove più terribile era il
pericolo, con l'angoscia nel cuore vedea che il Benedeck, respingendo
con buon successo parecchi assalti vigorosi dei nostri, mantenevasi
saldo sulle cime di San Martino e dei prossimi poggi. Al valore delle
armi italiane non voleva sorridere la fortuna. Più che il destino
premeva al Re magnanimo l'onore d'Italia. Ordinava egli allora al La
Marmora di mettersi a capo di due divisioni, le univa a quelle del
Mollard, e stava per tentare un generale furibondo assalto, quando
scoppiò uno spaventevole uragano. La battaglia rimase tronca, essendo
impossibile ai soldati, per la furia del vento, accompagnato da
violenta grandine, non che di avanzare di reggersi in piedi. Quando,
dalle rotte nuvole, riapparve il sole, tornarono gli uomini alle
offese. I piemontesi sorsero risoluti e pronti. Invano le artiglierie
nemiche fulminavano quelle schiere di valorosi, che procedevano
serrati, terribili all'aspetto. Scoppiò un grido: _Savoia_, da migliaia
di petti; rullarono i tamburi, suonarono le musiche, e i soldati
d'Italia piombarono terribili all'assalto. Ma non meno terribili le
difese. È un combattere asprissimo e mortalissimo. Si pugna con le
baionette, con le sciabole, con le daghe, con i calci del fucile, con i
sassi, co' pugni, con le unghie, co' denti. Piega finalmente la fortuna
in favore d'Italia. Gli austriaci cominciano a balenare, i nostri
acquistano vigore, la Contraccannia, la casa, dove più ostinata era
stata la resistenza del Benedeck, è presa. Gli austriaci sono cacciati
giù dalla china, e un gran grido s'inalza: «Viva l'Italia! Viva il Re!»

Il giorno finiva e le artiglierie franco-italiane salutavano la
vittoria, su quei campi dove giacevano uccisi mille seicento ventidue
francesi, seicento novantuno italiani, duemila trecento ottantasei
austriaci; feriti 8530, e prigionieri e scomparsi 1518, tra i francesi,
tra i piemontesi feriti 3572 e scomparsi 1258; tra gli austriaci 10,634
e 9290 scomparsi e dispersi.[1]

L'unico e santo intento di tanto sangue versato era vicino a
raggiungersi. Ancora una battaglia sotto Verona e l'opera era compiuta,
la giustizia era fatta.

A un tratto, fra quelle speranze, scoppia, come folgore, la pace di
Villafranca.

Non indagheremo quanto sulla repentina deliberazione abbian potuto
le notizie di Germania, la quale nelle vittorie francesi vedeva un
pericolo e una minaccia. La pace sul Mincio evitava forse la guerra sul
Reno.

Parve per un momento dovesse l'Italia cedere per sempre al destino
avverso. Sulle fulgide glorie di Palestro e di Varese, di Montebello e
San Martino, di Magenta e Solferino si stendeva come un velo funereo.
Angoscie e lagrime scoppiarono irrefrenate nel Veneto, condannato
ancora al servaggio abominato, mentre si alzavano rinnovellati alle
prime aure di libertà i più felici fratelli della Lombardia, della
Toscana, dell'Emilia.

Quando Napoleone lesse a Vittorio Emanuele i capitoli della pace di
Villafranca, questi non si potè trattenere dall'esclamare: «Povera
Italia!» Ed avendo l'Imperatore soggiunto: «Ora vedremo quello che
sapranno fare gl'Italiani da soli» — «Spero» rispose Vittorio Emanuele
«che tutti faremo il nostro dovere.» E lo fecero.

Il conte di Cavour, il quale in un memorando colloquio con Vittorio
Emanuele, voleva che il Re respingesse sdegnosamente la pace, si dimise
da ministro e al Farini, che annunziava da Modena la sua risolutezza di
resistere anche a costo della vita, al ritorno del Duca, egli scriveva:
«Il ministro è morto, l'amico applaude alla risoluzione che avete
presa.»

Ma sbollita l'ira e calmato il dolore fu lo stesso conte di Cavour,
che al principe Girolamo Bonaparte scriveva: «Bénie soit la paix de
Villafranca.»

Sacra antiveggenza del genio!

Una nuova vittoria ottenuta con l'aiuto di Francia, avrebbe bensì
resa libera Venezia e costituito un forte regno nell'alta Italia, ma
avrebbe resa onnipotente nella penisola la supremazia francese, la
quale avrebbe rimessi sul trono principi invisi, cacciati per virtù di
popolo.

Le mutate contingenze politiche mutavano l'avviamento delle menti
italiane, e il concetto dell'unità italiana era rinnovato dagli
avvenimenti.

Senza Villafranca non sarebbe stato possibile il magnanimo ardimento
del Re guerriero, il quale, invece d'essere la coscienza e il braccio
della rivoluzione, avrebbe dovuto rispettare i patti imposti dalla
Francia. Senza Villafranca non avrebbe, no, potuto Garibaldi, l'epico
cavaliere, rovesciare, con l'aiuto del Piemonte, con il concorso
dell'Inghilterra, il governo nefasto dei Borboni, negazione di Dio.
Senza la pace di Villafranca non sarebbe stato concesso al Cavour
di far parlare l'anima sua entusiasta di cittadino più alto dello
spirito prudente e chiuso del diplomatico. Senza la pace di Villafranca
finalmente, non avrebbero potuto gli uomini migliori della penisola
far risuonare insieme al grido augusto di libertà il tuo santo nome, o
Italia!

Roma era ancora schiava, Venezia si dibatteva fra le ribadite catene,
Napoli e Sicilia fremevano sotto un giogo abominato, ma restava
sempre una grande idea: — l'Italia — un gran sentimento: — l'amor
della patria, — reso più tenace, più forte dal dolore delle infrante
illusioni. Sì, l'amor della patria, sfavillante più puro nella luce
del sacrificio, si ergeva ancora fidente, con tutte le sue forze, sino
all'ultimo suo fine, in tutti i suoi modi.

Ora s'era ridestata più risoluta la volontà, s'erano maggiormente
accesi lo spirito di sacrificio e l'energia del bene, s'era fatta più
stretta quella santa unione d'avvenire, di speranza, di lotte che dovea
condurre l'Italia in trionfo «Sovra l'intatto scudo di Savoia.»

_Italia e Vittorio Emanuele_ fu il grido, che risuonò in ogni parte
della penisola, unendo i fratelli, chiamando gli avversari alla
pugna, facendo dimenticare in quel santo grido tradizioni e interessi
regionali, orgogli municipali, secolari nimistà. E le zolle d'Italia
rosseggiarono di sangue italiano, a preparare il trionfo del Re. I
plebisciti confermarono le brame dei popoli, e il 18 febbraio 1860
s'aperse il primo Parlamento italiano. Dopo un mese, Vittorio Emanuele
II, fu, per legge, proclamato Re d'Italia.

Così, o signori, in questi grandi avvenimenti della storia gli uomini
che credono dirigerli sono da essi trascinati, e nel fondo del quadro
vi è l'eroe oscuro, ignorato, il quale decide di tutto e di tutti ed
è la coscienza del popolo, che in certe ore si risveglia e s'impone.
Gl'Italiani erano maturi pel grande riscatto nazionale.

Ben poteva l'imperatore di Francia, con i migliori e più alti
intendimenti, divisare un'Italia distribuita in nuovi regni, ma omai
la coscienza del popolo nostro era così sveglia e vigilante, gli uomini
che la dirigevano o la esprimevano, il Re, Cavour, Garibaldi, Ricasoli,
Farini, Minghetti ed altri spiriti magni di cotale grandezza, erano
così degni d'interpretarla, che qualunque errore o qualunque tradimento
della politica si sarebbe trovato il modo di torcerlo a favore della
unità nazionale.

Se Napoleone proseguiva la guerra, l'unità si Sarebbe fatta
all'ora voluta dalla storia con lui, senza di lui, o contro di lui.
Arrestatosi al Mincio, il dolore della delusione fece prorompere anche
più impetuoso il bisogno della unità in un popolo come il nostro,
rappresentato da statisti come i nostri, i quali in certi momenti
accoppiarono le doti degli eroi con quelle dei più fini diplomatici.
Il Cavour, nel suo aspro colloquio col Re dopo Villafranca, è un eroe
che dimentica i doveri del ministro verso il suo Re. Il Garibaldi,
che sulle balze del Tirolo sa fermarsi e obbedire, è un politico
istantaneo, che lascia dimenticare per qualche momento l'eroe. E di
tutti questi coraggi irreflessivi e di tutti questi accorgimenti santi
aveva bisogno la patria per unirsi, anche quando pareva che il cielo e
la terra, il papa e Napoleone III contrastassero alla sua unificazione.
E pensando a quelle giornate del nostro riscatto, nelle quali nè la
nazione, nè gli uomini che la dirigevano commisero errori, quando
pareva che tutti i grandi della nostra storia si alzassero dai loro
sepolcri per inspirare i vivi, dobbiamo anche essere più indulgenti
verso le presenti miserie e meno pessimisti.

Ogni giorno non c'è una patria da creare, ma neppure i languori, gli
errori, le colpe dei contemporanei ci tolgono la fede che nei giorni
di supremo pericolo non si troverebbero le energie del '59 e del '60.
Poichè, o signori, è contrario alla legge della continuità storica,
che un popolo il quale, quaranta anni or sono, era composto tutto di
veggenti, di diplomatici, di eroi, dovesse oggi essere formato soltanto
di queruli, di critici e di mediocri.

Vengano le ore dei grandi pericoli, troveremo l'antica grandezza.

Alziamo tutti gli ideali nostri, e troveremo gli antichi fervori.

La responsabilità maggiore di quest'ora opaca che si attraversa è nella
piccolezza degli uomini politici, ma, fuori della vita politica, nelle
industrie, nelle arti, nelle scienze, ritroviamo ancora l'Italia del
'59 e del '60.



IL RE GALANTUOMO

(1849-1859)

CONFERENZA DI DOMENICO OLIVA.


Carlo Alberto aveva voluto ritentare la prova: sulla sua anima di re
e di patriota, l'armistizio Salasco, l'ultima ed inutile difesa di
Milano, le scene di violenza, d'ingratitudine e di follia, da cui eran
state bruttate le vie della Metropoli lombarda, pesavano come ricordi
d'oltraggi e di sangue.

Tutta Italia fremeva ancora: la Lombardia soggiogata, non doma,
pareva pronta alla riscossa: Venezia si teneva libera e si difendeva
dall'Austria, e, penetrata dal severo spirito di Daniele Manin, si
accendeva alle visioni di guerra e all'estreme speranze: erano in
tempesta Toscana, Romagna, Roma, dilaniate da fosche e basse discordie
civili, ma non vinte ancora: il re di Napoli s'era disvelato, ma il
popolo di quelle contrade favellava pure sempre di libertà e aspettava:
la Sicilia, insorta in armi, sfidava il nemico. Era tramontata l'età
poetica: non più idillii, non più liete crociate, furore invece: pareva
fosse promessa la vittoria alla disperazione, e, se non a vincere,
si anelava a morire, a porre sulla strada della reazione trionfante
un'Italia sanguinosa e lacera, ultima protesta, ultima vendetta, ultimo
incitamento alle ire rinnovellate dei nepoti lontani.

Questa, in generale, la condizione morale e materiale della patria:
volgiamo lo sguardo alle condizioni particolari del regno subalpino.
Mai, io penso, un re e un popolo affrontarono tanto male un grande
cimento, come Carlo Alberto ed il Piemonte, nella incipiente e
tristissima primavera del 1849. Reazionari e rivoluzionari spargevano
ogni sorta di veleni nella massa della nazione, e fra coloro che
dovevano combattere, gli uni affermavano che il Re era tradito, gli
altri che il Re era traditore: prezzo del tradimento, l'onore, la
sicurezza, la libertà del popolo: predicavano la sfiducia, preparavano
la sedizione! Nessuno credeva, la Camera urlava, i ministri non
sapevano, il capo supremo dell'esercito era uno straniero ignoto,
cui era ignoto persino il suono della nostra lingua; i soldati erano
numerosi, ma o troppo vecchi, o troppo giovani, non esercitati o
stanchi, non agguerriti, non ordinati: l'aristocrazia pronta al
sagrificio, ma nauseata della demagogia o imperante o prossima
ad imperare, il clero pauroso di novità, la folla ondeggiante,
incerta, immiserita, dolorosa per le recenti sventure, non parata
ad affrontare e a sostenere le nuove. Tentavasi così di vincere il
vecchio maresciallo Radetzky, chiaritosi l'anno innanzi strenuo e
possente capitano, di ricacciarlo nei fortilizi già da lui animosamente
difesi, di obbligarlo a darsi vinto, mentre si accampava, certo della
vittoria, coi suoi veterani al confine piemontese. Breve sogno e
fallace: Ramorino fu sorpreso o si lasciò sorprendere, la nostra destra
fu assalita e battuta, ci ritraemmo sotto Novara, minacciati d'essere
avvolti e separati dalla metropoli subalpina, come lo eravamo da
Alessandria e da Genova.

E ci lasciammo trascinare all'ultimo sforzo, e parve che appunto in
quelle ch'erano ore estreme di agonia, la nostra fortuna stranamente
potesse risorgere: le schiere affrante, stanche, già percorse dalla
indisciplina, male ordinate, peggio nudrite, sentirono che nei cuori e
nelle braccia stava per risorgere la virtù antica: fanti, cavalieri,
artiglieri, ufficiali, soldati, sotto gli sguardi del Re pallido e
impassibile, guidati dal duca di Genova, erto sul cavallo, colla punta
della spada rivolta al nemico, respinsero i formidabili assalti degli
austriaci, li assalirono a loro volta, e ripetutamente li fugarono:
lo inseguimento di quelli che parevano già vinti, chiesto, implorato,
supplicato dal duca di Genova, avrebbe fatto forse di Novara una
vittoria italiana e forse mutato (chi può dire in qual modo) la storia
del nostro paese. Non fu conceduto: tornò il nemico a combattere,
tutte le forze imperiali, richiamate, giunsero sul campo: cadevano i
nostri generali, gli artiglieri morivano sui pezzi, la pioggia fitta,
minuta, incessante snervava i combattenti, l'aria era grigia e tetra
e poi scendeva rapida la sera sui vinti che gridando al tradimento
abbandonavano le ordinanze, sui gregari che non ascoltavano più la voce
dei capi: erano tenebre, orrore, desolazione! Ed armi fratricide e mani
rapaci e voglie bestiali si agitavano furiosamente nell'ombra, fra un
coro d'imprecazioni, di grida paurose e di bestemmie.

Egli era là, sul bastione di Novara, aspettando senza profferir
parola, senza muover ciglio, la palla liberatrice. Non poteva
uccidersi, perchè cristiano; poteva morire, perchè soldato, per la mano
incosciente ed ignota d'un soldato nemico. E lo ritrassero a forza.
Si riebbe, chiese patti al vincitore: gli risposero con imposizioni
dolorose e vergognose. E subito si determinò a quel sacrificio che,
nell'ammirazione e nella gratitudine di noi nepoti, tanto e tanto
innalza la sua figura. Convocati a tarda notte, i figli, i generali,
il ministro Cadorna, quanti eran con lui, amici nella cattiva fortuna,
in una sala del palazzo Passalacqua, in piedi, presso al focolare che
rosseggiava, disse: «Alla causa della indipendenza italiana, io mi sono
votato con tutta l'anima mia: per essa volli esposta ad ogni rischio
di guerra la mia e la vita dei miei figli. Il Cielo non mi volle
arridere, e la sublime vagheggiata mèta per me è per sempre perduta.
Comprendo essere oggi la mia persona d'impedimento a conchiudere
la pace diventata indispensabile; pace che d'altronde io non potrei
sottoscrivere senza disdoro. Non avendo avuta la fortuna di morire sul
campo, non mi resta, per la salute del mio paese, che deporre questa
corona che posi al cimento per la libertà della patria. Io non sono
più vostro Re, o signori, il vostro Re da questo momento è Vittorio,
mio figlio.» E, fatto cenno al duca di Savoia di avvicinarsi a lui,
gli pose la mano destra sul capo, e ve la tenne un istante, rinnovando
quasi un antico rito di consacrazione, che la grandezza della sventura
e gli uomini e l'ora facevano solenne. Poi strinse il figlio al cuore e
lungamente, poi abbracciò il secondogenito e ad uno ad uno, tutti gli
astanti, su cui più che la riverenza potè l'intensa commozione, e non
ebbero freno le lagrime: la sala fu tutta singulti e non altro. Fuori,
batteva ostinata la pioggia e non cessavano le grida dei feriti e dei
morenti.

Volle restar solo coi figli, scrisse alla moglie che non doveva più
rivedere e al suo segretario: al nuovo Re disse brevi parole, che così
chiuse: «Sopra tutto devi esser sempre fedele ai tuoi giuramenti.»

E partì verso la morte.

                                   *
                                  * *

Così cominciava il nuovo regno. Così cominciava il regno d'un giovane,
che il popolo e l'esercito conoscevano solamente pel suo valore sul
campo di battaglia: nella fantasia della gente egli altro non era
che l'eroico soldato di Santa Lucia e di Goito: ma le fantasie in
quei tempi eran malate e nei soldati, vinti, non si aveva più fede.
Lo dicevano impaziente, lo affermava qualcuno conscio degli errori
compiuti. «Dobbiamo ciecamente obbedire a chi ciecamente comanda,»
avrebbe gridato un giorno in un impeto di sdegno; e v'era chi gli
attribuiva qualche buon consiglio inascoltato. Ciò era poco. I primi
uomini che lo avvicinarono, aspettavano ordini, nessuno osava dire una
parola.

Volle subito dettare un manifesto ai suoi popoli e lo stese di suo
pugno. «Fatali avvenimenti, la volontà del veneratissimo genitore mi
chiamano assai prima del tempo, al trono dei miei avi. Le circostanze,
fra le quali prendo le redini del governo, sono tali che senza il più
efficace concorso di tutti, difficilmente potrei compiere l'unico
mio voto, la salvezza della patria comune. I destini delle nazioni
si maturano nei disegni di Dio: l'uomo vi debbe tutta la sua opera. A
questo debito noi non abbiamo fallito.

Ora la nostra impresa dev'essere di mantenere salvo ed illeso l'onore,
di rimarginare le ferite della pubblica fortuna, di consolidare le
istituzioni costituzionali. A questa impresa scongiuro tutti i miei
popoli: io mi appresto a darne solenne giuramento, ed attendo dalla
nazione in ricambio aiuto, affetto, fiducia.»

Poi gli giunge notizia che il maresciallo Radetzky vuol conferire
con lui e gli va incontro, da Momo, verso la fattoria di Vignale.
Percorreva la strada, guasta dalla pioggia, a cavallo precedendo i
pochi seguaci, vedeva contadini pallidi, sparuti, soldati sbandati,
qualche carro di feriti e costoro non lo salutavano che con un
grido ch'era un lamento: «Pace, pace!» Non rispondeva. Scorse il
vecchio Radetzky a cavallo: discese pronto: anche il maresciallo
volle affrettarsi a scendere, ma lo impacciavano la tarda età e
gli acciacchi, e gli fu mestieri d'aiuto. Quando fu accanto al Re,
desiderò abbracciarlo e gli rammentò che amava con tenerezza paterna la
regina Maria Adelaide. Così il vecchio, rigido e terribile, si faceva
bonario, diceva sorridente di gioie domestiche, cercava cattivarsi
l'animo del giovane, e tendeva a una sottile seduzione. «Volete esser
mio e vi farò possente: dimentichiamo ch'io sono un vincitore e voi
siete un vinto: se ascolterete me sarete come un vincitore, e questo
vostro regno oggi tanto battuto e disfatto, in breve diventerà florido
e forte. Volete nuovi dominii? Io posso darveli. perchè ora posso
tutto. Volete la tutela delle mie armi? Sono vostre. Sudditi ribelli,
nemici esterni nulla potranno, finchè saremo uniti. Rinunciate a
questa bandiera, che la rivoluzione e i nemici della vostra Casa hanno
imposto a vostro padre: innalzate ancora l'antica, che fu rispettata
e temuta e gloriosa, simbolo d'onore e di vittoria. Allontanate i
perfidi consiglieri che hanno perduto Carlo Alberto e tornate a quelli
che fecero i primi anni del suo regno così sicuri e prosperi. Nessun
sagrificio domando a voi: Re, state coi Re; soldato, coi soldati.
Ascoltate un vecchio esperto della vita e delle battaglie; voi siete
giovane, com'è giovane il mio sovrano, siete fatti per conoscervi e
per amarvi, vi uniscono vincoli di sangue, contiguità di territorii,
l'interessamento di cui gli animi vostri sono compresi per l'ordinato
e pacifico avvenire dei vostri popoli. L'Austria oggi sa divinare
come un tempo e sosterrà le legittime ambizioni della casa di Savoia.
Non volete? Ci volete nemici? Ebbene, potrei offrirvi generosamente
patti decorosi e tollerabili: ma rammentatevi che starete solo, fra
le passioni irruenti dei partiti, abbandonato da noi e da tutti i
principi italiani. Che dico italiani? Da tutti i principi europei. Che
ha fatto per voi la Francia? Nulla! Che farà? Nulla! Il vostro piccolo
trono sprofonderà fra le tempeste; e se chiederete un giorno l'aiuto
nostro, sarà tardi certamente. Pensate, Sire, questa è l'ora del vostro
destino.»

«Ho giurato» gli rispose cortese, ma fermo il Re «ho giurato come
principe, sto per giurare come Sovrano: ho combattuto per l'Italia
e non pochi italiani hanno combattuto al mio fianco. Non posso
dimenticare, non debbo dimenticarli, non voglio tradire nessuno. Sono
a capo d'uno stato indipendente, e tale voglio sia per l'avvenire.
Mi rassegno alla sorte del vinto, ma intorno ai miei doveri non
tratto alcun componimento e giudice dei miei doveri sono io solo e li
compirò, qualunque cosa compierli dovesse costare a me. A voi vengo per
stipulare una tregua, non per stringere alleanza, per guadagnare terre,
per crescermi di potenza.»

E come l'altro si faceva ad insistere, il Re negò sempre; negò e nel
vecchio si facevano strada meraviglia e rispetto, e quasi la sensazione
indefinita che quel giovane stesse per dar principio a un nuovo
capitolo di storia. La figura sdegnosa del nuovo Re, le parole di lui
chiare e sicure, quell'anima che gli si palesava tutta e che pareva ed
era tanto maggiore della sventura, vinsero gl'istinti di prepotenza,
l'orgoglio della vittoria, l'odio antico e perenne verso la gente
italiana. Contro volontà stava volontà: quella vinceva più vigorosa
ed ardita, quella che veramente si volgeva al futuro, mentre l'altra
piegava, l'altra su cui pesavano gli anni e le opere, l'altra per cui
si curvava il tempo mortale.

In quel colloquio fu fatta l'Italia, e si mostrò per la prima volta
l'uomo che l'Italia aveva a lungo invocato.

Fu un istante di vera grandezza; qual meraviglia che ne siano uscite
cose grandi? Un attimo d'esitazione, logica ed umana d'altra parte, ci
avrebbe perduti. Ma esitazione non era possibile: Vittorio Emanuele
incontrava deliberatamente il maresciallo Radetzky, come un Re e
un italiano doveva incontrare il nemico. Un magnifico istinto lo
aveva fatto forte: nessuna preparazione, nessun consiglio, nessuna
esperienza; teneva luogo d'ogni altra cosa la generosa voce del sangue
e l'amore della patria.

                                   *
                                  * *

Usciva trionfante. E già pensava l'opera. Pensava: «M'ha compreso il
generale nemico, mi comprenderanno i miei: io reco loro la bandiera
salva, il simbolo e la realtà, tutto quello che si vuole per vivere e
per rincominciare.»

Senonchè, quasi alle porte di Torino s'imbatte nel principe di
Carignano, che gli reca un messaggio della Regina: e la lettera diceva
la esaltazione, la esacerbazione degli animi, la confusione dell'idee
e dei propositi, il dolore degli uni, l'avvilimento degli altri, le ire
dei partigiani, le cupide voglie, quanto di morboso si sollevava nella
metropoli piemontese. La Camera aveva udito leggere da Domenico Buffa
una lettera del Cadorna, annunziatrice del disastro e dell'abdicazione
di Carlo Alberto: aveva, in un impeto di doloroso entusiasmo, votato
al re martire un monumento nazionale; ma poi si perdeva in mezzo alle
recriminazioni, alle accuse, alle ingiurie, ai pensieri più folli e più
disperati.

Vittorio Emanuele si reca subito a prestare giuramento di fedeltà allo
Statuto, e mentre traversa lo spazio che sta fra la reggia e il Palazzo
Madama, ove s'era raccolto il Parlamento, vede gran folla e la milizia
cittadina in armi; non un grido ascolta, non un viso benevolo scorge,
appena gli si rivolge qualche saluto, i più lo guardano senza parlare,
senza muoversi, freddi, sospettosi, accorati. Entra nell'aula, sale sul
trono, senatori e deputati si levano in piedi, nessuno applaude e pare
che sulle labbra di quei dolenti o di quei nemici muoia il benvenuto
che si dà sempre ai Sovrani.

Il Re giura, poi parla brevi parole, riafferma la fede sua
negl'istituti liberali: dice che il suo giuramento dovrà compendiare
tutta la sua vita. Silenzio profondo: non lo acclamano, non lo
intendono. Esce, così com'è entrato, col cuore stretto, e per poco non
piange di dolore e di rabbia. Gli pareva assai duro, mentre consacrava
la sua esistenza al suo popolo e alle più alte idealità del nostro
tempo, mentr'era già riuscito a serbare bandiera, statuto, vita libera,
indipendenza del Regno, non essere accolto a braccia aperte, a cuori
aperti, circondato da quella fiducia di tutti, senza la quale era
impossibile accingersi all'opera, nell'opera perseverare, l'opera
compiere.

Ma in breve si vince: accoglie i deputati losti, Ceppi, Montezemolo,
Lanza, Rattazzi e Mellana, eletti dalla Camera per fargli omaggio.
E liberamente esprime il suo forte rincrescimento, con parole tutte
vivacità e schiettezza, parole atte a disarmare i prevenuti, a
persuadere i peritanti, ad inspirare il coraggio di rispondere franchi
a chi si esprime franco. E poichè gli dicono essere l'armistizio
quello che crea nel Parlamento diffidenza e peggio, e gli manifestano
il desiderio che l'armistizio sia revocato, così replica: «Lor
signori deplorano tutto questo ed io lo deploro più di loro: loro
desidererebbero che si lacerassero quei patti e si ridiscendesse
in campo, ed io lo desidero più di loro. Mi diano solamente un
quarantamila buoni soldati, ed io domani rompo l'armistizio e
vado a cacciare gli austriaci nel Ticino.» Mentre così diceva, gli
fiammeggiavano gli occhi. Uscirono i deputati dalla Reggia rispettosi,
ammirando la ingenua fierezza del giovane principe, che veramente li
meravigliò come cosa inaspettata: più ingegnoso, più ambizioso, più
avveduto degli altri, Urbano Rattazzi forse pensava al futuro primo
ministro d'un tal Re e probabilmente fu da quel giorno che a quel Re si
votò con devozione profonda, prima segreta, poi manifesta. Ma tornati
che furono a Palazzo Carignano, eccoli travolti tra la bufera che
v'imperversa: e una bufera pareva trascinasse tutto il paese a ruina ed
estrema. Insorgeva Genova, gridando una strana ed effimera repubblica;
più non erano finanze, più non era esercito, più non esisteva senso
di dovere civile, e il nuovo ministero, creato dopo la catastrofe, si
accoglieva dalla Camera ingiuriosamente. Il Delaunay, presidente del
Consiglio e generale, si presenta all'Assemblea in assisa militare,
colle sue decorazioni e il presidente fra le risa di tutti (colle risa
si sfogava l'ira) dice:

— Vorrei sapere chi è quel signore!

— _Je suis Delaunay, lieutenant-général._

— Va bene: e in che qualità Ella viene fra di noi?

— _En qualité de président des ministres da Roi Victor-Emmanuel._ —

E poi vòlto alla Camera:

— Messieurs.... — egli incomincia.

— Un momento — interrompe il presidente — mi domandi prima la
parola. —

E qui nuove risa e ogni sorta di atti di scherno.

Peggio accade quando Pier Luigi Pinelli, ministro dell'Interno,
sale alla tribuna per leggere i patti dell'armistizio. «Morte ai
traditori!» s'urla d'ogni parte. «No, no; è una viltà, vogliamo
guerra a morte, guerra a coltello!.» Per queste furie fu necessità
disciogliere la Camera, convocarne un'altra e discioglierla di nuovo,
dopo poche sedute, che per primo atto aveva eletto a suo presidente
Lorenzo Pareto, uno dei ribelli di Genova, cui il Re era stato largo
di perdono. «Ma se io ho dimenticato» diceva il Re e scriveva «essi
non dovevano dimenticare.» E fu necessità cangiare il primo ministro,
vincere lo riluttanze, le resistenze di Massimo d'Azeglio, convincerlo,
spingerlo, obbligarlo quasi ad assumere il potere. E l'assunse, inviso
ai reazionari che odiavano il gran signore originale e democratico,
l'artista che si faceva pagare i suoi quadri, il romanziere, il
giornalista, il ferito di Vicenza, il piemontese ch'era lombardo a
Milano, toscano a Firenze, romano a Roma, italiano dovunque; inviso ai
rivoluzionari che lo sapevano fermamente deliberato a non dar tregua
nessuna alla demagogia, a far politica di conservatore, a fare quella
pace coll'Austria, senza la quale non potevasi chiudere l'era delle
agitazioni, il periodo dell'anarchia in cui era caduto lo Stato, e che
si voleva continuasse.

La verità frattanto, lenta ma certa, cominciava ad aprirsi la via, e un
avvenimento doloroso rivelò quale fosse il sentimento del popolo, assai
diverso, come spesso accade, da quello che s'agitava negli uomini della
politica.

Il Re infermò e così gravemente, che fu mestieri affidare il reggimento
della cosa pubblica al duca di Genova, e forte sgomento, forte dolore
penetrò nell'animo di tutti e furono istanti d'ansia crudele come
se un nuovo male, peggiore d'ogni altro, stesse per piombare sulla
patria. S'intuì che la salvezza e la fortuna del Regno eran cose
collegate strettamente alla salute e alla vita del Re. Già cominciava a
penetrare nei piemontesi e nelle altre genti italiane il pensiero che
Vittorio Emanuele era un uomo necessario: «Voi sarete solo» gli aveva
minacciato il maresciallo Radetzky: ma era veramente questo esser solo,
il grande argomento per cui le speranze sorgevano e andavano a lui.
Ovunque i principi violavano gli statuti del 1848, si sottomettevano
al vassallaggio austriaco, anzi lo desideravano, anzi lo imploravano,
chiusi tutti nelle rinnovate consuetudini d'una tirannide stolta e
paurosa, certi, per quanto avveniva fuori d'Italia, che il principio
di nazionalità non potesse più risorgere. Ed egli invece, stava _solo_
al posto che aveva eletto, a capo d'un popolo piccolo e vinto, sopra
un trono mal sicuro, ripetendo a tutti che aveva giurato e voleva
mantenere i giuramenti, affermando ch'era principe italiano e che la
sua era bandiera italiana, non isfuggendo gli ostacoli, affrontandoli
anzi animosamente con una grande lealtà di parole e di azione unita a
una grande e incrollabile fermezza.

Ma mentre appariva questo principio di giustizia nella opinione dei
più, si stimò necessario un ultimo atto e solenne per significare il
pensiero dei Re e provocare un'indubbia manifestazione del popolo. Con
modo inusato nei reggimenti costituzionali, ma legittimato da quella
reverenza e da quell'affetto che per tradizione più volte secolare, i
popoli subalpini nudrivano verso la Casa di Savoia, legittimato dalla
condizione, singolarmente grave, in cui tuttora versava il Regno,
legittimato dai pericoli esterni ed interni che parevano minacciare e
minacciavano la Monarchia, il Re si volge ai cittadini e chiede loro,
con parola amorevole e severa, un atto di buona e patriottica volontà.
«Ho promesso salvare la Nazione dalla tirannia dei partiti, qualunque
siasi il nome, lo scopo, il grado degli uomini che li compongono.
Questa promessa, questo giuramento lo adempio disciogliendo una Camera
diventata impossibile: li adempio convocandone un'altra immediatamente:
ma se il paese, se gli elettori mi negano il loro concorso, non su
me ricadrà oramai la responsabilità del futuro e dei disordini che
potessero avvenire; non avranno a dolersi di me, ma avranno a dolersi
di loro.»

Queste parole e le altre che parvero di colore oscuro, scritte nel
proclama di Moncalieri, agitarono profondamente gli animi già agitati
di quel tempo: che si voleva? che si chiedeva? che si minacciava?
Poichè ormai si comincia anche fra noi a formare una leggenda intorno
agli avvenimenti primordiali del risorgimento nostro, dice codesta
leggenda che l'effetto del proclama di Moncalieri sarebbe stato grande
e fulmineo. Le testimonianze che si possono raccogliere affermano
invece il contrario: fu uno stupore, ma non si ebbe una vittoria
immediata. Anzi venne la vittoria, quando lo stupore cessò e la
gente incominciò a ragionare: a poco a poco si comprese che si era
veramente giunti sull'orlo del precipizio, e che bisognava prontamente,
energicamente ritirarsi: si comprese che il Re, pure iniziando un
grande movimento di conservazione, rimetteva alla coscienza del popolo
il giudizio intorno alla condotta del governo e la deliberazione
intorno alle sorti dello Stato. E il popolo, che incominciava ad amare
il Re finalmente lo intese e come doveva rispose.

La nuova Camera sorse appunto colla missione di chiudere la triste
istoria del passato e di preparare il futuro. Si era salvi: e la
salvezza parve opera della Nazione ed era. Ma chi aveva guidato la
Nazione, chi aveva eletta la buona via in momenti supremi d'angoscia,
chi aveva creduto quando nessuno più credeva, chi non aveva disperato
mentre tutti disperavano?

Tale il primo periodo fortunoso e tempestoso d'un Regno, cui il destino
apparecchiava tante glorie e tanti trionfi: pure è illuminato da una
poesia triste e virile, e se poi, per effetto di grandi avvenimenti,
il Re parve più grande, mai fu grande veramente come in questi
primi istanti di cimento e di pericolo, nei quali fu mestieri che
il giovane principe dimostrasse tutta quella costanza, tutta quella
fermezza, tutta quella lucida conoscenza e degli uomini e delle cose
che solamente gli anni e le prove e l'esperienze e anche gli errori
insegnano, ma che in lui, per fortuna della nostra patria, erano
natura.

                                   *
                                  * *

Da allora in poi cominciarono tempi nuovi: fu una vigilia operosa,
lieta, fortunata, nè la storia conosce sin qui un periodo che le si
possa paragonare pur da lontano: il piccolo Regno trascorre da audacia
in audacia, sorgono nello Stato intelletti poderosi, anime gagliarde,
si preparano e si compiono gesta meravigliose; il Re subalpino,
il parlamento subalpino diventano l'oggetto dell'attenzione sempre
crescente, dell'ammirazione di tutta Europa: si aspetta, si teme,
si spera dovunque alla vigilia d'un discorso della Corona: le parole
che pronunziano alla tribuna Massimo d'Azeglio o Camillo di Cavour,
provocano le polemiche della stampa, i dibattiti delle altre assemblee,
le manovre della diplomazia, i raggiri delle Corti, le dimostrazioni
dei popoli, le note, le proteste, le lodi, gl'inni, gli entusiasmi, i
biasimi, i rancori, le paure. Il duello che incomincia fra lo Stato
piemontese che assume il diritto di parlare in nome d'Italia al
cospetto di tutti i popoli, e l'Austria possente d'armi, orgogliosa
di vittorie, ordinata mirabilmente come strumento di minaccia e di
repressione, diventa lo spettacolo più drammatico e più bello che si
sia mai rappresentato sulla scena del mondo. Formidabile partita,
formidabile in quanto le forze sono enormemente sproporzionate, in
quanto, ad ogni tratto, uno degli avversari pare stia per rovesciarsi
contro l'altro per distruggerlo, per schiacciarlo, mentre quello che
pare più debole non cede mai, anzi provoca ed offende e colpisce. Pare
il Piemonte si faccia ad ogni istante più forte e più temerario, nel
fervore e nell'emozione della lotta: un'aura di poesia e di giovinezza
avvolge tutta la politica, sono parole vibranti, sono atti virili,
sono promesse e sorrisi. Sintetizzate le immagini di quel tempo, e non
vedrete che un ondeggiare festoso di bandiere al vento e sotto il sole,
e non udrete che plausi ed acclamazioni frenetiche di gioia, mentre
fra i silenzi profondi delle altre regioni italiane, tutti si volgono
tacitamente sperando verso la Reggia di Torino e salutano e aspettano.

Innanzi a tutti è il Re, il Re popolare, il Re cacciatore, il Re
soldato, il Re giovane e robusto, il Re che scende fra la folla, parla
e scherza nel dialetto nativo, sale sulle vette ardue delle patrie
montagne, diventa l'idolo dei pastori e dei contadini, com'è l'idolo
dei soldati e degli operai. È Re sul trono, talvolta severo, talvolta
terribile, e il suo sguardo sdegnato è di quelli che non si possono
sopportare: ma più spesso, colla bontà e colla schiettezza dei modi
e delle parole avvince i cuori, persuade le coscienze, supera gli
ostacoli, appiana le difficoltà, rompe gl'indugi, fa tutto quello che
vuole. Il ministro ch'egli ama, di cui si fa l'amico e il compagno,
è Massimo d'Azeglio. «Ciao, Massimo....» gli dice o gli scrive:
lo ha avuto al suo fianco nei gravissimi giorni delle prime prove,
lo vorrebbe sempre al suo fianco, cavalleresco, spiritoso, esperto
della vita, spregiatore d'ogni cosa volgare, spregiatore (e quanto!)
del denaro, galante colle signore, anima di soldato, che si mette
a capo della forza armata, vestito da colonnello di cavalleria per
reprimere una dimostrazione tumultuosa. Vede sorgere Camillo di Cavour
e pone sull'avviso l'amico: _l'empio rivale_, come lo chiamerà poi il
d'Azeglio, batte alla porta: «Non è il suo tempo, verrà il suo tempo»
dice il Re, e quando il d'Azeglio lo propone a lui, consenzienti gli
altri ministri, come ministro di Agricoltura e Commercio, il Re dice ai
suoi consiglieri: «Giacché lor signori lo vogliono, non ho difficoltà
a nominarlo, ma questo signore li manderà via tutti.» Si divide con
rincrescimento e dopo molta riluttanza dal d'Azeglio, che lo aveva
battezzato _Re galantuomo_. — Massimo gli disse un giorno: «Ve ne
sono stati così pochi nella storia di re galantuomini, che sarebbe
veramente bello cominciare la serie.» E il Re gli chiede: «Ho da fare
il Re galantuomo?» Massimo soggiunse: «Vostra Maestà ha giurato fede
allo Statuto, ha pensato all'Italia, non al Piemonte; continuiamo di
questo passo a tener per fermo che, a questo mondo, tanto un re quanto
un individuo oscuro non hanno che una sola parola e che a quella si
deve stare.» Il Re pensa un istante, e poi dice risoluto: «Ebbene, il
mestiere mi par facile.» E Massimo afferma lietamente: «Abbiamo il Re
galantuomo.»

Ma Camillo di Cavour, col favore anche di una certa indolenza, di un
certo signorile scetticismo che governavano il d'Azeglio, specialmente
nelle faccende d'ogni giorno, era diventato tutto: da ministro di
Agricoltura e Commercio, ministro delle Finanze e reggeva di fatto
la presidenza del Consiglio. Mentre il d'Azeglio parlava di rado e di
mala voglia e di rado correva alla pronta risoluzione d'un dibattito,
il Cavour sempre stava sulla breccia e d'ogni questione indovinava
l'aspetto politico e sopra ogni questione esprimeva quello che gli
altri credevano il pensiero del gabinetto e in realtà era pensiero
suo e suo solamente: i colleghi lo ascoltavano prima meravigliati, poi
impacciati, e in fine non osavano ribellarsi e accettavano ogni cosa;
spirito indemoniato, infaticabile, provvedeva a tutte le combinazioni
della politica, a tutte le necessità d'ordine parlamentare, cercando,
finché gli riusciva, di procedere di conserva cogli altri ministri,
ma spesso facendo a suo modo, con una scioltezza e una strana libertà
di azione, che facevano di lui il collega pili simpatico e insieme più
incomodo che fosse al mondo.

La sua ora s'avvicinava veramente, anzi era di già suonata, e il
Re comprese a tempo che l'uomo era necessario a lui, al Piemonte,
all'Italia. E gli serbò inalterata fiducia sino all'armistizio di
Villafranca. Camillo di Cavour circondava il Re d'un rispetto profondo,
e, così grande com'era, desiderava piuttosto apparire l'inspirato che
l'inspiratore ed anche in questo, come in tutto, riusciva. Certo è
che talvolta gli prendeva la mano quel suo temperamento passionale
e le parole correvano a fiotti e s'agitava e fremeva, e, distratto
per eccellenza, d'ogni cosa si dimenticava, anche di alcune regole
elementari di etichetta: ma sotto lo sguardo fiero ed ardente del
Re subito si vinceva, e si rammentava che il Re era la prima e
fondamentale condizione della sua politica.

E che cosa fosse veramente il Re mostrarono le lotte fra lo Stato e
la Chiesa, che talvolta ebbero un'acutezza quasi inesplicabile per
noi: la Corte vaticana non voleva tollerare in Piemonte quello che
sopportava tranquillamente, anzi riconosceva in tutti gli altri Stati
civili: non voleva sapere nè di abolizione di foro ecclesiastico, nè
di matrimonio civile, nè di soppressione di corporazioni religiose;
e la coscienza cristiana del Re soffriva fieri assalti; s'agitavano
nell'ombra confessori e prelati, si minacciavano scomuniche, le pie
regine supplicavano «_Ma mère et ma femme_» scriveva il Re «_me font
dire qu'elles se meurent de chagrin à cause de moi: vous comprenez
le plaisir que cela me fait._» E muoiono a pochi giorni di distanza e
muore il duca di Genova, il forte capitano che pareva predestinato a
condurci alla vittoria: quanti di noi hanno amato e sofferto possono
comprendere che grandezza d'animo era necessaria per resistere a così
terribili e replicati colpi del destino e trionfarne, mentre bugiardi
sacerdoti osavano dire che questi erano castighi di Dio! Ma altro
Dio era quello di Vittorio Emanuele, Dio di giustizia e di verità,
di cui adorava i decreti, sempre ascoltando l'austera voce del dovere
che gli favellava nell'animo. Anche questa volta vinse, anche questa
prova vinse, e con lui fu vittorioso Camillo di Cavour, l'inspiratore
e l'autore della grande politica nazionale e liberale, che tanto
innalzava il Piemonte al cospetto d'Europa.

E vennero i giorni di Crimea, le vittorie militari, i marziali
eroismi, la causa d'Italia per la prima volta sostenuta in faccia
ai rappresentanti delle potenze di questo mondo, in faccia al
rappresentante dell'Austria dalla parola del grande ministro: avemmo
un esercito, un'amministrazione, una diplomazia, fiorirono industrie e
commerci, s'iniziarono opere gigantesche, quali il traforo del Cenisio
e l'arsenale di Spezia, si preparò e si ottenne la guerra all'Austria
coli' alleanza francese. Il Re annunzia di non essere insensibile al
grido di dolore che d'ogni parto d'Italia si leva verso di lui, e,
quando l'ora sta per suonare, ritraendosi Napoleone III dalle sue
promesse per maligno influsso di cortigiani e per naturale e quasi
morbosa incertezza d'animo, egli grida che farà come suo padre e
rinunzierà alla corona e diventerà puramente e semplicemente _Monsù
Savoia_ e diventerà repubblicano. Finalmente l'Austria commette lo
sperato errore, e dopo lunga provocazione provoca a sua volta noi. Il
feldmaresciallo Giulay, duce supremo dell'esercito austriaco in Italia,
manda alle sue milizie un ordine del giorno ove questo si legge:

«L'imperatore vi ha chiamati sotto le armi onde abbassare per la
terza volta l'albagia del Piemonte e snidare dal loro covo i fanatici
sovvertitori della quiete generale d'Europa.»

E il Re scrive al Cavour:


  «Caro Cavour,

«L'ordine del giorno è una vera dichiarazione di guerra. Credo che
di conferenze non si discorrerà più. Sono pieno d'ira! La prego di
mandare in mio nome un dispaccio cifrato al principe Napoleone così
concepito: _Ti comunico l'ordine del giorno dato all'esercito austriaco
dall'Imperatore: fa' le opportune riflessioni._ Caro Cavour, mi scriva
qualche cosa. Vorrei fare le cannonate questa sera.»


E giungono a Torino gl'inviati austriaci coll'_ultimatum_: la Camera
si riunisce in tornata straordinaria, il Cavour propone siano dati
al Re pieni poteri. Con un impeto, notato nelle pagine del resoconto
ufficiale, ma di cui a tant'anni di distanza, indoviniamo tutta la
potenza, tutta la commozione, l'uomo immortale esclama: «E chi, chi
può essere miglior custode della nostra libertà? Chi più degno di
questa prova di fiducia della Nazione? Egli, il cui nome dieci anni di
regno fecero sinonimo di lealtà e d'onore, egli che tenne sempre alto
e fermo il vessillo tricolore italiano, egli che ora si apparecchia a
combattere per la libertà e per la indipendenza!» E uscendo dal palazzo
Carignano, traversando la folla che gridava freneticamente «Viva il
Re!» disse: «Esco dall'ultima tornata dall'ultima Camera piemontese, la
prossima sarà quella della Camera del Regno d'Italia.»

E il Re tornò soldato e lo videro lanciarsi a Palestro sulle schiere
austriache, invano rattenuto dagli zuavi francesi, e lo videro a San
Martino guidare le nostre fanterie all'ultimo cimento. A Villafranca
tutto parve perduto: Cavour si ritrasse pieno di sdegno e d'amarezza,
egli restò al suo posto, fidente nella stella che i suoi avi avevano
atteso, e che suo padre aveva salutato fra i martirii e le speranze. Lo
videro poi trionfante le città della penisola, Milano, Parma, Modena e
questa gloriosa Firenze e poi Napoli immensa e Palermo ridentissima: e
mentre, promessa del destino, aspettavano Venezia e Roma, il parlamento
italiano lo consacrava Re d'Italia.

                                   *
                                  * *

Questo, dirò ancora una volta, è finora il capitolo più bello della
nostra storia: nulla è mancato a noi: nè il genio degli statisti, nè
la virtù dei guerrieri, nè la sapienza civile, nè la maravigliosa
concordia, nè il trionfo rapido, insperato, grandioso. Lo aveva
divinato nelle stupende pagine del _Rinnovamento_ Vincenzo Gioberti, lo
aveva compreso Daniele Manin convertito, mentre la sventura lo assaliva
e non l'opprimeva, alla fede nella monarchia nazionale; lo aveva
intuito Giuseppe Garibaldi che innalzò il grido «Italia e Vittorio
Emanuele» col quale si è ricostituita la patria. Fu un grande capitolo:
e di fronte a questo, gli altri appaiono o scialbi piccoli o cattivi.
Tutte l'energie che l'Italia aveva accumulate in secoli di dolore si
sprigionarono d'un tratto, e sorse un'Italia che nessuno conosceva.
Ma tutto il capitolo rimarrebbe inesplicato, ove non apparisse il
protagonista, l'eroe che seppe e volle, che sperò per tutti, che soffrì
per tutti, che vinse per tutti. Gli altri grandi principi fondarono
Stati: egli fondò una Nazione: ecco la parola della sua gloria: ecco
perchè questa gloria è immortale.



NOTA:

[1] _Campagne de l'empereur Napoléon III en Italie 1859, rédigée au
dépôt de la guerre d'après les documents officiels étant directeur le
général Blondel._ Paris, Imprimerie Impériale, 1863.



INDICE


  Federazione e Unità                              Pag. 5
  Gli eroi della Rivoluzione                           41
  Dalle dieci giornate di Brescia alla
    battaglia di San Martino                           75
  Il Re galantuomo                                    105



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "La vita Italiana nel Risorgimento (1849-1861), parte I - Quarta serie - Storia" ***

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