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Title: La casa e la famiglia di Masaniello - Ricordi della storia e della vita Napolitana nel Secolo XVII
Author: Capasso, Bartolommeo
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "La casa e la famiglia di Masaniello - Ricordi della storia e della vita Napolitana nel Secolo XVII" ***

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cooperazione di correttori volontari, coordinati da Carlo
Traverso e Barbara Magni.



   [Illustrazione: Ritratto]


                          BARTOLOMMEO CAPASSO


                         LA CASA E LA FAMIGLIA
                                   DI
                               MASANIELLO

              RICORDI DELLA STORIA E DELLA VITA NAPOLITANA
                            NEL SECOLO XVII


                EDITORE — Dr. GENNARO GIANNINI — NAPOLI



                         _Proprietà letteraria_

        NAPOLI — R. STAB. TIPOGRAFICO FRANCESCO GIANNINI & FIGLI
                     Via Cisterna dell'Olio — 1919



_Nel ripresentare agli studiosi delle cose patrie questo insigne
scritto di Bartolommeo Capasso, io non ho certo la pretesa di
_scoprire_ l'autore ai lettori. Il Capasso, pura gloria nostra, è
ben conosciuto nel mondo dei dotti italiani e stranieri; e se la
maggioranza dei Napoletani, e sopra tutto della così detta _stampa_,
non lo ha onorato come meritava, ciò non vuol dire che Egli sia
appartenuto alla categoria degli aridi pedanti, degli insensibili
spulciatori e profanatori ciechi e melensi delle vecchie carte e delle
pergamene polverose. Molti furono, infatti, che si dedicarono a frugar
negli Archivii le collezioni delle pergamene e dei manoscritti cartacei
e dei codici diplomatici dei tempi andati; quasi nessuno vi s'ingolfò
con quell'amore e con quell'ardore che furono le due grandi benemerenze
del nostro venerando concittadino, mosso dal desiderio di elevare un
monumento di gloria al proprio paese._

_Egli portò nei suoi difficili studii, nelle ricerche minuziose e
faticose, nella raccolta di preziose notizie inedite, un intelletto
lucido e geniale: fu il ricercatore-artista, l'animatore miracoloso,
che non fantasticò sui codici o male interpretò gl'incunaboli; ma
disse, su ogni argomento che prese a trattare, la parola definitiva.
Tutto devono a lui gli studii storici del Napoletano, nelle sue opere
più importanti, dalla _Napoli greco-romana_ al _Ducato_, da _Pier della
Vigna_ al _Tasso_. fino a questo _Masaniello_. Bartolommeo Capasso
vide, previde, rettificò, corresse, scoprì, lumeggiò, glorificò,
rivendicò tante cose; e mentre molti spiriti piatti intorno a lui si
affannavano negli stessi studii, pochissimi, fino al de Blasiis e allo
Schipa, gli tenner dietro con decoro e con acume. Si è costretti a
ritornare ancora su molte pubblicazioni di altri sedicenti storici di
Napoli, che credettero di scoprire la polvere e non capirono niente, e
tralasciarono notizie importanti che pur capitavan loro sott'occhio,
per indugiarsi a quisquilie quasi inutili o di scarsa importanza; e
tuttora si van correggendo interpretazioni sgangherate. Ma nell'Opera
del grande Nostro, più grande dalla sua morte in poi, non un dubbio,
non una lacuna, non un punto oscuro, non una trascuratezza, mai! Tutto
egli esaminò e scrutò, con la forza mirabile del suo ingegno potente,
col fuoco dell'amore santo pel “loco natio„. Le sue ricerche, i suoi
giudizi, le narrazioni di fatti poco noti, i profili dei più singolari
personaggi della nostra Storia, se pur in pochi tocchi, non vogliono
aggiunzioni o notizie nuove. Le interpretazioni da lui date sui più
intricati periodi, dalle origini di Napoli finoggi, non ammettono altri
ritorni o novelle chiarificazioni. Il monumento che il Gran Vegliardo
volle elevare a Napoli è fatto di puro granito: è una piramide
incrollabile che sfida l'eternità. E Napoli, la Circe ingrata, che pur
glorifica tante bestie, lo vide morire molto vecchio e quasi cieco pel
troppo attento indugio degli stremati occhi su le carte: e quasi non
s'accorse delta dipartita di Lui!_

_Ecco perchè Bartolommeo Capasso non ha un degno monumento, in qualche
pubblica piazza di Napoli, come pur parecchi mediocri e mestatori
l'ebbero, salutati, fra tamburi e trombe, da pappardelle oratorie,
intessute nella solita volgarità incoercibile del luogo comune! Il
nome a una strada, o un busterello al Grande Archivio e alla Società
di Storia Patria, non bastano, pel Capasso; e rappresentano soltanto
il pensiero ed il ricordo di pochi amici e seguaci, che lo amarono, lo
venerarono, gli furono e gli saranno fedeli._

_È così! I più grandi uomini, le figure nostre più luminose, non
trovarono mai chi si agitasse in loro favore: Francesco de Sanctis
e Luigi Settembrini hanno appena due povere teste marmoree in quel
giardino pubblico che chiamiamo la _Villa_; Salvator Rosa, Luca
Giordano, Pietro Giannone, Carlo III, nulla; e i monumenti di Napoli,
sorti da cinquant'anni a questa parte, — salvo qualche rarissima
eccezione — rappresentano, nella sciagurata decadenza della Scultura,
la Partigianeria, la Politica e l'Intrigo..._

_Nemmeno le Accademie, delle quali pure il Capasso fu tanta parte, si
mossero, per degnamente onorarlo. Ma si muovono, forse, le Accademie?
O non sono, forse, ora più che mai, acque stagnanti, necropoli
anticipate, in cui si adagiano e nicchiano, nel severo raccoglimento
che è torpore letale, le Mummie dell'Arte, della Letteratura e della
Scienza?_

_Conto fra gli Accademici amici illustri e carissimi, viva minoranza
d'intelletti fervidi in quelle Case dei Morti; e mi domando da anni
perchè non si riuniscono, in una iniziativa che qualcuno già tentò di
sviluppare! Or vedremo invece altri marmi, non meno brutti di quelli
già esistenti, ingombrare le piazze. Per conto mio, tento qui, con
la pubblicazione di quest'opera, un commosso contributo in onore
del Grande Scomparso. Ultimissimo, fra gli ultimi appassionati delle
discipline storiche nostre, mi sia di scusa allo ardire l'amore che
porto, inestinguibile, alle vere glorie del mio Paese oblivioso..._

                                                    FERDINANDO  RUSSO



LA CASA E LA FAMIGLIA DI MASANIELLO



NOTIZIE DI ALCUNE OPERE INEDITE ADOPERATE IN QUESTI RICORDI


_La rivoluzione di Napoli del 1647-48, per la singolarità delle
persone che la iniziarono o vi presero parte, e per la varietà e
l'attrattiva de' drammatici episodi di cui fu ricca, produsse tale
profonda impressione nell'animo di chi assistette allo straordinario
avvenimento e di tutti i contemporanei, che moltissimi vi furono,
napoletani e forestieri, nobili e popolani, dotti ed indotti, di ogni
classe e di ogni condizione, i quali vollero, scrivendo di quello,
lasciarne duratura memoria ai posteri. Lungo quindi è il catalogo delle
opere su questo argomento, sì in prosa che in versi, sì in varie lingue
che nel napoletano dialetto, le quali furono divulgate per le stampe;
maggiore forse è il numero di quelle che giacciono tuttora polverose
e neglette negli archivi e nelle pubbliche e private biblioteche. Or
senza pretendere di voler fare una bibliografia di tali opere, io credo
util cosa dar qui qualche cenno di talune di esse, che sono tutt'ora
inedite e poco conosciute, e che sono state da me principalmente
adoperate nelle narrazioni che seguono. Così il lettore potrà di per
sè apprezzare il valore storico di ciascuna ed io non sarò obbligato a
descrivere particolarmente qualunque manoscritto tutte le volte che mi
occorrerà allegarne la testimonianza._

_Esse dunque, disposte per ordine alfabetico, sono le seguenti:_


I. ANONIMO. “Racconto della sollevazione di Napoli accaduta nel
1647, distribuito a Giornali, sino al tempo che furono introdotti gli
spagnuoli, incominciando dal 7 luglio 1647 e finisce al 6 aprile 1648.
Dippiù si aggiungono altri successi derivati dalla stessa sollevazione,
che durano fino all'anno 1655, 3 giugno.„

_Con questo titolo o altro simile nelle pubbliche e private biblioteche
si trovano molte copie manoscritte di un Diario della rivoluzione del
1647 e delle sue conseguenze. Esse cominciano con le parole: _Dovendo
far racconto di alcuni particolari accaduti:_ e sono più o meno estese
o complete, quali con addizioni, quali senza. Per la maggior parte non
hanno alcun nome di autore, ma soltanto qualcuna con manifesto arbitrio
del copista erroneamente nel frontespizio è stata attribuita a Giuseppe
Donzelli, l'autore dell'opera sullo stesso argomento, stampata col
titolo: _Partenope liberata_. Questo _Racconto_ o diario, secondochè
ho potuto rilevare da un manoscritto originale che m'è capitato fra
le mani, procede da tre compilazioni diverse. La prima è opera di un
tal Marino Verde, prete di S. Antimo[1] che, a quanto rilevo dal detto
manoscritto, non dovette protrarre il suo lavoro oltre il 27 febbraio
1648. Venuto poscia questo nelle mani del nostro benemerito d. Camillo
Tutini, fu da lui corretto, interpolato ed accresciuto con moltissime
giunte, e prolungato forse fino a' 6 aprile del 1648. Dico _forse_,
perchè il manoscritto da me posseduto è monco della fine e s'arresta
al racconto de' fatti di quel giorno. Da una postilla di carattere
dello stesso Verde ho rilevato il nome dell'autore e l'epoca in cui
egli scrisse, che fu tra il 1651 ed il 1652. Dopo del 1655 un ignoto
amatore di patrie memorie rescrisse l'opera del Verde; ma, o perchè il
manoscritto che ebbe era mancante, o perchè gli parve troppo diffuso
per i tempi posteriori al 4 ottobre 1647, o per altre particolari
ragioni, forse anche di parte, che io non saprei ora affermare, da quel
giorno in poi lasciò il racconto del Verde, e proseguì la storia con
trascrivere il manoscritto di Aniello della Porta, di cui più innanzi
parlerò, riducendone la narrazione a giornali e modificandone spesso i
giudizi. Così parecchie copie del _Racconto_ giungono fino al 1655. Il
Ms. originate, corretto e continuato dal Tutini, che io posseggo, è in
fol. non cartolato._

_Tanto il Verde quanto il Tutini sono nella loro compilazione
apertamente avversi agli Spagnuoli, ma non a' nobili, ed in molte
circostanze si dimostrano non amici del duca di Guisa. Contuttociò, se
il giudizio è alquanto passionato, i fatti però sono sempre esposti
con verità ed esattezza. “Devesi render sicuro il lettore„ afferma
il Verde, “che quanto si narra in questo racconto, con sincerità e
fede viene da me riferito, poichè a gran parte di quello occorse fui
presente, e con grande esattezza da me osservato, in altre raccolsi
da persone di autorità veritiere relazioni, e, per narrare ogni
minuzia, notai giorno per giorno tutti li successi, dando campo con
questi Diurnali a pellegrini ingegni di tessere una formata storia
e veritiera„. Oltre a ciò, nel margine del manoscritto originale il
Tutini rettifica o cangia le cose che da lui, per maggior diligenza,
erano state trovate false o poco esatte. In somma questo Diario è un
bellissimo riscontro di quello del Capecelatro, pubblicato dal principe
di Belmonte nel 1850, poichè comunque l'uno fosse di un partito diverso
dall'altro, pure nessuno altera i fatti, ed ambedue si spiegano e si
completano a vicenda. Esso è specialmente singolare per le minute e
particolarizzate narrazioni delle fazioni di guerra combattute tra gli
Spagnuoli e i popolani nel mese di ottobre 1647, che il Capecelatro
nel suo _Diario_ con dispiacere protesta di omettere, non avendo per la
sua lontananza da Napoli potuto averne diretta notizia (V: _Diario_ t.
II. p. 15). Una copia quasi sincrona di questo Ms. secondo la redazione
del Verde, ma che finisce ai 4 ottobre 1647, conservavasi dall'egregio
abate d. Vincenzo Cuomo, ed ora trovasi nella Biblioteca Municipale di
Napoli, segnata nel Catalogo dei Ms. 20-3-2._


II. ANONIMO. Racconto della sollevazione di Napoli del 1647. _Ms. senza
titolo del 1760, di c. 206 in 4.º presso di me. Comincia: 1631 _Dal
governo del signor Co. di Monterey_, ecc. e finisce nel 1649 colle
parole: _l'avesse il vicerè fatto morire_. Seguono indi due Note,
una dei Napoletani venuti in Napoli con l'armata francese nel 1648, e
l'altra dei Capipopolo che furono in Napoli durante la rivoluzione. Si
aggiungono in ultimo fatti del 1648 e 1649. Questo Diario, di cui non
si conosce l'autore, certamente contemporaneo, ci dà parecchie notizie
o circostanze che non si trovano in altri scrittori dello stesso
avvenimento. È scritto però senz'ordine e confusamente, secondochè i
fatti all'autore venivano in mente, e vi sono aggiunte in margine,
o interpolate nel testo, parecchie note ricavate dalla _Partenope
liberata_ del Donzelli. Puranche ne esistono parecchi esemplari._


III. CAMPANILE _Giuseppe_. Diario di Giuseppe Campanile circa
la sollevazione della plebe di Napoli degli anni 1647-1648, con
addizioni d'Innocenzo Fuidoro. _Ms. in fol. di carte scritte n. 82
presso di me. Dopo un breve discorso del Fuidoro, _Alla Posterità_,
comincia: _Successo al governo di questo regno...._ e finisce; _pietra
fondamentale della sua santa fede, S. Pietro apostolo._ Sotto il nome
del Fuidoro si nasconde _Vincenzo d'Onofrio_, che avendo trovato il
manoscritto del Campanile, noto genealogista del secolo XVII, con
molte lacune o carte lasciate in bianco, — manoscritto già dallo
stesso Campanile dato al Marchese di Montesilvano, — si prese cura
di trascriverlo fedelmente ed aggiungere quelle notizie, che, come
testimone anch'egli di veduta, conosceva circa gli avvenimenti dal
medesimo Campanile narrati. L'opera è piena di aneddoti e scritta con
sufficiente giudizio ed imparzialità._


IV. DELLA MONICA _Tizio_. Historia della rivoluzione di Napoli
dell'anno 1647 del dottor Tizio della Monica. _Ms. autografo in fol.
di c. scritte 663 presso di me. Comincia, dopo la dedica all'arciduca
Leopoldo d'Austria ed un discorso ai lettori: _Stando a diporto in una
mia collinosa vignetta..._ e finisce nel maggio 1650 con le parole:
_Vicerè havemo in Napoli de la giustizia è per tutti, nemico della
nobiltà_. L'autore, come rilevasi da molti luoghi del libro, intervenne
spesso alle cose che giorno per giorno notava in uno stile assai rozzo
e sconnesso, ed è minuto ed imparziale nel racconto. Abitava nel borgo
dei Vergini._


V. DELLA PORTA _Aniello_. Causa di stravaganze ovvero Compendio
historico delli rumori e sollevazioni e dei successi nella città e
regno di Napoli dai 7 gennaio 1647 sino a giugno 1655 opera del dottor
Aniello della Porta divisa in 4 parti. _Il Ms. da me posseduto è
legato in tre vol. in 4.º — Molte copie esistono di questa opera che
già fu ampiamente descritta dal ch. Minieri-Riccio nel _Catalogo dei
Mss._ della sua biblioteca P. I, n. 4, p. 9-2d. L'autore di essa, del
quale il Minieri non si occupa, era un forense ed aveva un fratello
che serviva, come capitano riformato, _il cattolico padrone_ del quale
egli, lo storico, si dichiara coll'_animo devoto vassallo_. Abitava
dietro la porta piccola di S. Domenico Soriano, e soffrì parecchi danni
dalla parte del popolo. Difende quindi spesso gli Spagnuoli ed il Duca
d'Arcos dalle accuse de' popolari._

_Il Ms. è specialmente curioso per le composizioni poetiche dettate in
quel tempo e dal Della Porta trascritte nella sua opera._


VI. FUIDORO INNOCENZO (D'ONOFRIO _Vincenzo_). Successi raccolti della
sollevazione di Napoli dalli 7 Luglio 1647 fino alli 6 Aprile 1648
per Innocenzo Fuidoro. _Il manoscritto in fol. di carte 270 con figure
rappresentanti vari personaggi dell'epoca inserite nel libro, trovasi
nella Biblioteca del Grande Archivio di Napoli. Comincia: “_Dal Governo
del Conte di Monterey_, ecc. e finisce:_ della quale (cattolica e santa
Fede), l'augusta e religiosissima Casa d'Austria vive e viverà sempre
fino alla fine del mondo, gloriosissima difenditrice„.

_Scrisse pure un secondo volume, nel quale continuò il racconto fino
al 1653 e lo intitolò: _Successi storici raccolti del Governo del
Conte d'Ognatte, vicerè di Napoli, dal mese di aprile 1648 per tutto
il 20 novembre 1653, che successe al governo di questo regno il Conte
di Castrillo._ Un esemplare di questo secondo volume dello stesso
carattere del primo conservato nell'Archivio di Stato, ed anche con
figure, trovasi nella Biblioteca del Principe di Fondi in Napoli,
ed un altro dello stesso secolo XVII senza figure di c. 464 in fol.
conservasi nella Biblioteca Nazionale ed è segnato X-B-45._


VII. POLLIO _d. Giuseppe_. Historia del Regno di Napoli, Revolutione
dell'anno 1647 insino al 1648, scritta dal R. d. Giuseppe Pollio,
napolitano. _Ms. probabilmente autografo, certo originale, di carte
scritte n. 329, che conservasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli,
(X-B-7). Comincia: _Son leggi infallibili, e del testo evangelico...._
Finisce: 21 _Giovedì (Giugno 1648); s'intende che fosse differenza a S.
Severino_; e poi nell'altra carta:_ FINE DELL'ULTIMA IMPRESSIONE?

_Devesi però avvertire che l'opera realmente nel f. 327 arriva al
19 novembre 1648, e che se finisce col 21 giugno ciò provenne da un
errore di chi legò il libro; il quale, essendo le carte in origine non
numerate, introdusse molta confusione nei quaderni di esso, e malamente
pose in ultimo un foglio che andava collocato prima. Si noti pure che
il racconto in molte parti è duplicato, ripetendosi di nuovo con poche
varianti quel che si era già scritto altrove; il che spiega la dicitura
dell'ultima carta, che accenna ad una seconda recensione dell'opera._

_Alcune notizie intorno alla vita ed all'opera del Pollio, oltre
quelle assai scarse che si ricavano dalla stessa narrazione di lui, per
fortuna ci sono state tramandate da Giuseppe Campanile, nel _Diario_ di
cui sopra ho parlato. Secondo questo scrittore, il Pollio abitava nella
strada degli Armieri, e nel gennaio del 1648 servì per cappellano al
Duca di Tursi, che, preso prigioniero dal popolo, fu per qualche tempo
trattenuto nella casa del dottor Marco Maresca, posta in quella via.
Dopo la quiete del regno, il Pollio, con la protezione del detto Duca
di Tursi, ottenne un canonicato nella cattedrale di Lucera; ma, avendo
avuto contesa con quel vescovo, volle andare in Ispagna per rinunciare
il beneficio nelle mani del Re. N'ebbe in cambio una pensione in
Sicilia di annui scudi 200, e fu nominato cappellano del conte d'Ayala,
vicerè di quel Regno. Poscia tornato da colà, essendo stabilite ed
_assentate_ le cedule della sua nomina, se ne morì in Sicilia, verso il
1660[2]. Il Campanile ci attesta avere il Pollio scritto in un grosso
volume i _Successi del Regno_ nel 1647-48, i quali venduti dopo la sua
morte dal fratello ad un libraio chiamato Donadio Pellegrino, furono da
costui donati al reggente D. Felice Ulloa che se li portò in Ispagna.
Lo stesso Campanile afferma pure aver avuto in sorte di tenere in
poter suo parte dell'originale borro di questi Diarii, a lui data dal
medesimo libraio, e questo probabilmente è lo stesso esemplare che ora
trovasi nella Biblioteca Nazionale._

_Il libro del Pollio, comunque scritto assai goffamente, è importante
per gli aneddoti e per talune circostanze che non si ricordano da altri
scrittori contemporanei, e che egli, come sacerdote, come compare
dell'Eletto del popolo, e come abitante di quella parte della Città
ov'era il focolare della sollevazione, poteva facilmente e meglio degli
altri conoscere. Egli protesta _narrare le cose con verità o per aver
visto coi propri occhi, o per averle intese da persone degne di fede_.
E difatti l'ingenuità e la schiettezza del racconto ne dimostrano la
sincerità, ed il Campanile stesso, suo contemporaneo, ci assicura_ aver
trovato assai confronto di verità in moltissime cose.


VIII. _Oltre le storie del Tarsia, del Buragna e dell'Eguia, già
pubblicate per le stampe, esistono parecchie altre relazioni di questi
avvenimenti scritte da spagnuoli, o in lingua spagnuola, che sono
tuttora inedite. Una raccolta di esse fatta in un volume intitolato:
_Relaciones de los tumultos dela ciudad de Napoles desde el año
1647 hasta el 1648_, di carattere del tempo e di c. scritte n. 185,
conservasi presso di me. Sono alcune lettere di un gentiluomo della
viceregina e di un d. Michele de Miranda, provveditore dell'armata
e dei castelli di Napoli, indirizzate a Spagna, con altre scritture
sull'argomento. — Ricordo pure un altro Ms. intitolato: _Napoles
confuso brebe relacion de todos los marahilosos accidentes que an
sucedido en la Ciudad de Napoles en todo el Reijno desde el primer dia
que fue a los 7 de Julio 1647 hasta los 6 de Abril 1648. — Dia por dia
ij ora por ora sin apartarse jamas él hautor dela berdad ciégo dela
Passion_. Ms. in 12º di c. scritte n. 243 ed altre poche non numerate
o bianche. È rilegato in pelle con tagli e fregi dorati. — L'autore
presentò il libro al Duca d'Arcos per aver la grazia della stampa.
Il vicerè lo passò al Visitatore generale, al Segretario Lusia ed al
giudice Navarrete; i quali, esaminatolo, diedero la loro approvazione,
ma ne rimisero la stampa alla fine della Rivoluzione. Il Ms. conservasi
nella Biblioteca Nazionale ed è segnato XV-F.-92._

_Simili relazioni si trovano pure in un vol. Ms. già posseduto
dal lodato d. Vincenzo Cuomo, ed ora conservato nella Biblioteca
Municipale, intitolato: _Miscellanea diversa, Tomo primo_ di c. 412,
oltre le non numerate. In esso si contengono parecchie scritture di
diverso carattere ma tutte del secolo XVII, che appartengono alla
storia del reame di Napoli nel 1647-48. Quattro sono scritte in
spagnuolo. La prima, che e la più lunga (f. 266-321) e tratta degli
avvenimenti dal 7 luglio 1647 fino al febbraio 1648, è quel _Diario_
o _Relazione_, di cui si servì, come dal confronto ho rilevato,
d. Francesco de Eguia Beaumont nei suoi _Varios discursos sobre la
revolucion de Napoles_. Le altre tre scritture (f. 322-346) riguardano
l'entrata degli spagnuoli nel 6 aprile 1648._


IX. SIMONETTI _Tarquinio_. Storia della rivoluzione di Napoli dell'anno
1647 scritta dal dottor Tarquinio Simonetti napolitano. _Ms. di c. 515
in 8º nella Biblioteca Nazionale (XV, E, 49). Comincia: _A tempo che
Roboam..._ Finisce: _... in suo luogo ha pigliato possesso per interim
il regente Zufia, Giovedi 22 di detto mese di settembre 1650_. L'autore
contemporaneo è presente ai fatti fino ai 17 ottobre 1647, quando,
come egli stesso nota, con sua moglie Vittoria Califano se ne andò al
feudo in casa sua e la sera a Benevento. La moglie aveva una casa alla
Selleria nel fondaco della_ Zecca dei panni.

_Tralascio qualche altro Ms. di breve mole, di cui, occorrendo, farò
menzione nelle note._

                                 * * *

_Alle opere sopra indicate, per la connessione che i due fatti
hanno tra loro, bisogna aggiungere quelle che trattano dei tumulti
accaduti nella partenza del Duca di Ossuna da Napoli e notano la
parte che in essi ebbe il Genoino, poscia ispiratore e consultore
principale di Masaniello. Questi fatti sono specificatamente ed
accuratamente narrati dallo Zazzera scrittore contemporaneo, nei
_Giornali del governo del duca d'Ossuna, 1616-1620_; libro di cui
esistono moltissime copie Mss. e che fu pubblicato dal Palermo nel
vol. IX dell'_Archivio storico italiano_ del Vieusseux, ma monco delle
notizie che gli parvero frivolissime e personali, o contro il buon
costume. Altre opere speciali sullo stesso argomento sono: l'_Ossuniana
conjuratio, qua Petrus Giron Ossunae dux regnum neapolitanum sibi
desponderat, cum relatione stratagematis, quo card. Borgia designatus
Duci successor in eam provinciam sibi aditum et successionem fecit_,
di un tal Tortoletti, stampata in Venezia nel 1623 e nel 1625 in
4º, ed i _Conatus irriti Ossunae ducis, ne a regimine regni neap.
amoveretur, liber unus, auctore Horatio Feltrio, viro patritio_,
operetta scritta nel 1625, e non mai pubblicata. Oltre a questo,
ed all'opuscolo intitolato: _Neapolis liberata, Discursus juridicus
politicus adversus Julium Genuinum, populi pro-electum, ejus asseclas
complices et fautores super seditionibus et tumultibus ab eis Neapoli
commotis 1620_, che è un'allegazione giuridica di poco o nessun
valore storico. Possono anche utilmente consultarsi, i _Diurnali_ di
Scipione Guerra, recentemente per la prima volta dati alle stampe dalla
_Società Napolitana di Storia Patria_ per cura dell'egregio Marchese de
Montemayor; il Parrino nel suo noto _Teatro eroico politico de' Governi
de' Vicerè di Napoli_ (dal quale copia il Giannone nella sua _Storia
Civile_), ed il Leti nella _Vita di d. Pietro Giron duca di Ossuna_,
Amsterdam 1699, t. 3 n. 12._

_Ma principalmente importante sul proposito è una _Raccolta di
relazioni, lettere e documenti diversi_, intorno ai fatti di quel
tempo, che, meno qualche scrittura stampata con lo Zazzera, si conserva
tuttora inedita. Essa è opera di not. Giovan Berardino Giuliani, o de
Juliani, che fu poscia Segretario della Piazza del Popolo, ed autore
della _Descrizione dell'apparato fatto nella festa di San Giovanni
del 1631_, e di un _Trattato del Monte Vesuvio e de' suoi incendii
del 1632_. Egli inoltre vi appose molte postille ed annotazioni
illustrative. La _Raccolta_ è variamente intitolata. Un esemplare,
che a me sembra l'originale del Giuliani, e che si conserva nella
Biblioteca Nazionale (X-C-10) porta il seguente titolo: _Historia
veridica delle cose notabili successe nel regno di Napoli e nella Corte
di Spagna sotto i governi del duca di Ossuna e dei Cardinali Borgia
e Zapata e del Vicerè duca d'Alba etc. dall'anno 1617 all'anno 1624,
coi documenti autentici dei fatti occorsi; registrati da me Giovan
Bernardino de Juliani, segretario del fidelissimo Popolo di Napoli_.
Il Ms. è di carte 479 e finisce con una fede stampata di notar Romano
del 9 giugno 1624 sulle cariche avute e lodevolmente esercitate dal
Giuliani. Un altro esemplare pur anco originale e che inoltre ha le
postille autografe dell'autore, ma mancante della fine, si conserva da
me, ed è intitolato:_ Cose varie e curiose raccolte da notar Giovan
Bernardino de Giuliani de Napoli, nelle quali particolarmente si ha
notizia di quanto con verità passò in Napoli al tempo del Duca di
Ossuna et alla fine di esso nell'anno 1620, et di quello, che succedè
all'uscir di detto duca di Napoli, et alla Corte et altre cose curiose.

_Inoltre, qualche mezzo secolo dopo del Giuliani, un benemerito cultore
delle patrie memorie riunì in una sola opera tatto quello che potette
raccogliere intorno al governo del Duca di Ossuna e di alcuni Vicerè
suoi successori, sino al 1624, ed intitolò questa raccolta: _Successi
del duca di Ossuna_. Egli distribuì la materia in 5 volumi, nel primo
dei quali rescrisse lo Zazzera, e nel 2º, 3º e 4º riunì la compilazione
del Giuliani e vi aggiunse altre cose che sull'argomento a lui riuscì
di trovare. Il raccoglitore ebbe l'opportunità di avere tra le mani
alcune scritture autografe del Genoino che erano restate presso i suoi
nipoti, e ne trascrisse nel suo libro le più notevoli._

_Giova a tal proposito notare, come nel Diario di Giuseppe Campanile,
del quale sopra feci parola, si accenna a queste scritture del Genoino,
e si dice che “tra di esse vi erano varie composizioni manoscritte
dell'_Historia di Napoli_, opera assai faticata da esso in più anni
et altre materie notabili a favore del popolo: tutti i biglietti
inviatigli dal duca di Arcos in questo tempo (1647) et altri scritti
legali„. _Campanile Diario_ f. 25 v._

_Il Genoino stesso in una sua _Apologia all'abbate Torrese per haverli
contradetto l'ingresso e luogo acquistato con una lunga età nell'Almo
Collegio de' Dottori_, scrittura che si trova al f. 432 mihi del vol.
III della cennata Raccolta, compendiando i fatti della sua vita,
conchiude così: “se si trova che alcuno falso historiatore o altro
avesse scritto per historia l'opera del Duca et mia il fatto in altro
modo di quanto ho detto, tutti hanno mentito et mentono, come falsi,
et così farò constatare per pubbliche scritture in un'Apologia quale
darò in luce (f. 437).„ Ma quest'_Apologia_ o non fu scritta o andò
perduta._

_Molte copie di questa _Raccolta dei Successi del duca di Ossuna_ fatta
verso il 1670, le quali appartengono ad epoche ed a mani diverse,
esistono nelle pubbliche e private biblioteche, e sono state da me
consultate. Nella Biblioteca Nazionale se ne ritrovano del secondo
(X.-B,-4), del terzo (X-B,-5) e del quarto volume (X-B,-32). Io ne
conservo una del solo terzo, scritta verso la fine del secolo XVII._

_Allorchè mi occorrerà indicare le scritture di cui mi sono servito
nella narrazione che segue, io le citerò, secondo i Mss. da me
posseduti, col titolo di: Giuliani, _Cose varie_, e di _Successi varii_
t. III._



PARTE PRIMA

LA PIAZZA DEL MERCATO DI NAPOLI E LA CASA DI MASANIELLO


I.

La piazza del _Mercato_ di Napoli, tanto memorabile nella nostra
storia, fu rinchiusa nel perimetro della città coll'ampliazione
Angioina circa il 1270[3]. Prima di una tal epoca tutta la contrada
era un campo vasto ed inabitato, che dalle mura e dai fossati posti ad
occidente ed a settentrione, dove ora trovasi S. Eligio ed il Monastero
dell'Egiziaca a _Forcella_, distendevasi verso mezzogiorno ed oriente
fino al lido del mare, ed alla chiesa ora parrocchiale di _S. Angelo
all'Arena_, che dal suo sito prendeva una tal denominazione[4].

Questa pianura, come già prima tutto il littorale fino al _Molo
piccolo_, chiamavasi in quel tempo _Moricino_[5], ed il tratto più
occidentale di essa _campo del Moricino_[6]. Qui, e propriamente lungo
le mura, dove poscia fu edificato S. Eligio, ed accanto la porta,
che dicevasi _Porta nuova_, anche allora si teneva il mercato della
città[7]. Un fiumicello formato dalle acque esuberanti del fonte
_Formello_, o sia dell'acqua della _Bolla_, che quivi accoglievasi,
attraversava e chiudeva questo campo nel sito che si diceva e si dice
il _Lavinaio_, ed indi andava a scaricarsi nel mare[8]. Al di là del
fiumicello verso oriente sorgeva una piccola chiesetta con un contiguo
romitorio, ove alcuni Frati Carmelitani da poco tempo avevano esposta
alla venerazione dei fedeli una devota imagine della Vergine[9], ed
innanzi la chiesetta una colonna con una croce, ed alquanto più oltre
il sepolcreto degli Ebrei[10].

Tal era il _campo del Moricino_, allorchè nel 1268 fu il teatro di
una sanguinosa e memorabile tragedia. Ai 29 ottobre di quell'anno
Corradino di Svevia, per ordine di Re Carlo I d'Angiò, ivi subiva
con alcuni suoi compagni di sventura l'estremo supplizio. L'infelice
principe, che pel tradimento di Astura cadeva nelle mani del suo
nemico, era stato, secondo che afferma uno scrittore contemporaneo,
condannato[11] nel capo da un'assemblea di Sindaci, o buoni uomini
deputati delle provincie di Terra di Lavoro e de' Principati, la
quale riunita a tal effetto, e ligia del nuovo dominatore, aveva
trovato, come suole avvenire, il diritto nella forza, e la colpa dove
stava l'infortunio[12]. E in quel _campo_, l'ultimo rampollo della
casa di Hohenstauffen, come Manfredi lungo il fiume _Verde_, trovava
un'ignominiosa sepoltura

    “Sotto la guardia della grave mora.„

Ma poco stante l'aspetto del campo fu mutato in massima parte. Re
Carlo, che avea fissato la sua dimora in Napoli, e l'avea dichiarata
capitale del suo reame, volse tosto le sue cure all'ampliazione ed
all'abbellimento della medesima. Volle quindi che le murazioni e la
porta, che dicevasi _Porta nuova_ o _del Moricino_, si protraessero
più verso oriente nel sito innanzi l'attuale chiesa del Carmine, lungo
il descritto fiumicello, e nell'angolo della strada del Lavinaio[13].
Concedeva pure un buon tratto di suolo pubblico a tre pii francesi,
i quali vi fondavano la chiesa di S. Eligio, e lo spedale pe' poveri
ciechi e pe' mutilati in servigio del Re[14]. Collocava inoltre in
questo sito accanto alle mura taluni pubblici edifizii, come il macello
(_buczaria_) la panatica (_panecteria_) e la casa dello scaldatoio
(_domus scaldatorii_), che era accanto al macello verso oriente, e
che non saprei dire a qual uso propriamente servisse[15]. Poco tempo
dopo, Re Carlo II, proseguendo l'opera del genitore, trasportava dalla
contrada di _Pistasi_ in questo sito i conciapelli, dando loro uno
spazio accanto le mura verso il mare di canne 17 di lunghezza e 9 di
larghezza, spazio, che aveva da un lato il nuovo Oratorio di S. Maria
del Carmine ed il _Lavinaio_, dall'altro la via che conduceva alla
spiaggia e la spiaggia stessa[16]. Contemporaneamente concedeva ampio
privilegio ai Napoletani di continuare a tenere nel medesimo _campo del
Moricino_ il pubblico mercato due volte la settimana; e volendo che si
fosse quel sito sempre nella stessa ampiezza e capacità conservato,
prometteva che giammai nell'avvenire quel luogo o parte di esso ad
alcun privato potesse esser donato o conceduto, o in qualunque altra
maniera alienato e distratto[17].

Dopo quest'epoca la piazza perdette l'antica denominazione, e prese
quella di _Mercato di S. Eligio_, e per lo più semplicemente di
_Mercato_, con la quale nello stesso secolo e nel seguente comparisce
più volte nella storia della nostra città. Qui infatti nell'agosto
del 1346, Roberto Cabano, gran Siniscalco del Regno, Raimondo Cabano
ed il Conte di Terlizzi conducevansi per essere bruciati vivi in pena
della morte da essi procurata ad Andrea d'Ungheria marito della Regina
Giovanna I. Il supplizio era accompagnato da atti della più nefanda
ed inaudita barbarie. I rei dopo essere stati tormentati con tenaglie
infuocate e frustati per le principali vie della città, giunti nella
piazza, chi semivivo e chi morto, venivano gittati nel fuoco. Allora
il popolo accorso in gran numero all'atroce spettacolo, slanciandosi
quasi tra le fiamme istesse, ne estraeva i corpi degl'infelici, e con
le accette li spaccava come legna, ed indi ritornava a gittarli nel
fuoco. Nè contenti di ciò alcuni artigiani dalle ossa formarono poscia
dadi e manichi di coltello, secondo che ci attestano alcuni scrittori
contemporanei[18]. La vecchia Filippa Catanese, che i Napoletani
volgarmente chiamavano _la mastressa (mastrissa, magistressa)_ non
perchè, come dice il Villani (L. XII, c. 52), fosse la maestra della
Regina, ma perchè intrigando dominava in Corte, pure condannata allo
stesso supplizio era preventivamente morta nelle carceri[19]. Qui
pure nel 1348 Landulfo e messer Giacomo della Polla presi da Ludovico
re d'Ungheria, che era venuto a vendicare la morte di suo fratello
Andrea, erano impiccati per la gola, come rei d'aver consentito allo
stesso delitto[20]. E pare che in quel tempo le mura della città nel
medesimo sito fossero cadute o abbattute, perchè gli Ungari, qualche
anno dopo, ritornati in Napoli, combattendo cogli uomini d'arme del
secondo marito di Giovanna, entrarono senz'alcun intoppo nel Mercato, e
saccheggiarono le botteghe della _bucceria_, che _stavano appresso delo
dicto mercato_[21].

Nel secolo seguente qui, e propriamente nell'orto di Agostino Bonsani
o Bongiani, ricco mercante fiorentino, la Regina Giovanna II, invitata
alle nozze della figliuola di lui, veniva un giorno a convito. Era
allora il 13 settembre 1416. Moltissima gente del popolo e parecchi
nobili, che si erano già prima indettati sul da farsi, ingombravano il
Mercato e le vie circostanti. Dopo pranzo la Regina si affacciò alla
moltitudine, che gridava: _Viva Madamma la Regina_, e dicendo: _Signori
per Dio non me abbandonate, nè fatime trattar così da mio marito, non
mi abbandonate_, eccitò tutti a por mano alle armi. Allora messer
Ottino Caracciolo ed i fratelli, che erano i capi della congiura,
presero Giovanna in mezzo, e non facendola ritornare al Castel nuovo,
dove era suo marito, per la via de lo _Pendino de S. Augustino_ la
condussero al palazzo arcivescovile, e di là nel giorno seguente al
castello di Capuana. Così essa ripigliò l'autorità ed il comando, che
Giacomo della Marca dopo il matrimonio si aveva appropriato[22].

La piazza aveva allora poche abitazioni. A settentrione, oltre
l'orto del Bongiani, di cui abbiamo parlato, vi erano parecchi altri
giardini, e tra essi quello principalmente di Diomede Carafa, conte
di Maddaloni[23], di cui resta tuttora memoria nel nome di _Orto del
Conte_, in alcuni vicoli ivi posti. Nelle fazioni, che indi seguirono
in Napoli per le contese tra la stessa Regina Giovanna ed Alfonso
d'Aragona, costui dopo che ebbe inutilmente tentato d'impadronirsi
di Castel Capuano, ove la regina dimorava, qui come in luogo ampio e
spazioso[24] ridusse le sue schiere Catalane, evitando le anguste e
tortuose vie della città, nelle quali avrebbe potuto essere facilmente
oppresso dai Durazzeschi, che in Napoli erano molti e prendevano le
parti della regina.

Ma verso la fine del secolo, per l'incremento continuo e progressivo
della popolazione, il recinto angioino si allargava anche dippiù, ed
il muro della città fu inoltrato più in là, dove fino a tempi nostri
abbiam potuto e possiamo ancora osservarne le vestigia. A 15 giugno
1484 re Ferrante I d'Aragona con gran solennità iniziava questa nuova
murazione, gettando alcune monete d'oro per memoria nelle fondamenta
di essa, e ponendo un palo per segno della nuova ampliazione dietro
la chiesa del Carmine[25]. Così sparivano a poco a poco gli orti e i
giardini, che nella contrada esistevano, e si mutavano in numerose case
ed abitazioni, le quali, dopo che i nobili ed i ricchi preferirono di
portare la loro dimora nella parte occidentale della città, quando
ivi sursero la novella via di _Toledo_ ed il regio palazzo, furono
ordinariamente lasciate agli artigiani ed alla infima plebe.

La piazza verso la meta del secolo XVII, allorché fu il teatro di uno
dei più memorabili e singolari avvenimenti che ci ricordi la storia,
presentava, specialmente per gli usi e pei costumi del popolo di quel
tempo, un aspetto assai diverso dal presente. Essa, senza comprendervi
lo spazio innanzi al Carmine, aveva la estensione di più di 12 moggia
e quarte due dell'antica misura napoletana[26]. Lungo la linea dei
fabbricati girava intorno una via, che dalle selci vesuviane, ond'era
costruita, veniva volgarmente chiamata l'_inseliciato_[27]. Il resto
della piazza era semplicemente in terreno battuto, ed era in molte
parti sozzo, dove da piccoli pantanetti di acqua, dove da pozzanghere
e da mucchi di lordure, in cui a loro posta s'avvoltolavano i porci in
gran numero, che allora potevano impunemente vagare per la città. Le
case per lo più irregolari avevano le finestre con le gelosie e senza
invetriate o con le impannate spezzate in croce e chiuse, invece di
vetri che era piuttosto un lusso, con tele incerate[28]. Pochi erano i
veroni, e tutti con parapetti di fabbrica, o con ringhiere di legname.
Una tettoia fissa, ordinariamente di tavole impegolate, talvolta anche
in fabbrica, sporgeva per lo più sulle botteghe, e col permesso del
Portolano, magistrato municipale, dove più dove meno, si allungava
fino a palmi nove e mezzo. Anche le _cacciate_ o le mostre al di sotto
potevano avere uno sporto simile, dove i bottegai usavano esporre
le loro robe e le cose commestibili, di cui facevan commercio, e gli
artigiani lavorare riparati dal sole e dalla pioggia[29]. Ai venditori
di grascia e di pane, che chiamavansi volgarmente _suggici_[30] perchè
soggetti alla giurisdizione del Giustiziere e del Tribunale di S.
Lorenzo, era prescritto dagli ordinamenti municipali che dovessero
tenere attaccata ad un'asta o sospesa alla porta, una tabella
coll'_assisa_ o tariffa dei viveri, secondo che era stata da quelli
già determinata[31]. Una sudicia bandiera o una grossa frasca era poi
l'insegna delle osterie, e tra queste sappiamo essere allora la più
famosa la _taverna de' galli_[32]. È ricordato dalla storia come alcune
di queste insegne fossero le prime bandiere usate dai _lazzari_, e come
uno de' primi atti di Masaniello fosse stato l'aver tolto via dalle
botteghe le assise che vi erano, allora per i molti dazii gravissime,
e l'avervi indi sostituite le altre rifatte con prezzi più miti dal
principe della Rocca, nuovo Grassiere, e da Francescantonio Arpaia,
nuovo Eletto del popolo. Sopra taluna di queste botteghe di grascia[33]
vedevansi inoltre dipinte le armi di qualche nobile e potente famiglia,
o di qualche regio ministro, il quale occupava uffizii superiori
ed importanti. Era questa una salvaguardia, onde potere a propria
voglia rubare ed angariare il popolo minuto, e con essa senza timore
alcuno bravare i ministri di giustizia ed i grascini, che avessero
voluto fare il proprio dovere. Ben le leggi di quando in quando
provvedevano a vietare un tale abuso, ma esse eran per lo più impotenti
a reprimerlo. Imperocché nè i bandi municipali, nè un severissimo
ordine del vicerè Duca d'Ossuna, col quale minacciavasi la galera a
chi vi contravvenisse, ebbero per moltissimi anni effetto alcuno[34].
L'interesse de' venditori, l'orgoglio dei nobili e la stessa legge che
accordava espressamente il privilegio del monopolio e della esenzione
a coloro che fornivano di viveri la casa viceregnale e le milizie,
contribuivano a far sempre più attecchire questa costumanza invece di
estirparla.

Noi uomini del secolo XIX, avvezzi dopo le conquiste della rivoluzione
francese all'uguaglianza di tutt'i cittadini in faccia alla legge ed
ai procedimenti regolari ed uniformi nei giudizii civili e criminali,
non possiamo comprendere gli ostacoli, che allora incontrava
l'amministrazione della giustizia, e com'essa, anche quando eseguivasi,
divenisse spesso arbitraria ed ingiusta. Privilegi locali e personali,
immunità ecclesiastiche, feudali o municipali, ed altre cause di
violenza o di corruzione, garantivano da una parte la impunità dei
delitti; dall'altra le leggi stesse, non determinando la pena dovuta
ai reati, e rimettendola ordinariamente all'arbitrio del vicerè o del
magistrato, erano non rare volte ingiuste ed oppressive, ed in taluni
casi anche un mezzo di basse e prepotenti vendette. Chi infatti allora
si affacciava in sulla piazza del Mercato vedeva tosto sorgere quasi in
mezzo di essa una trave con la corda per la pena dei minori reati, non
che un talamo fisso ed una forca stabilmente eretta pel supplizio dei
nobili e degl'ignobili colpevoli di più gravi delitti[35].

Ma nello stesso tempo dal vestibolo della chiesa del Carmine, il
bandito Domenico Perrone ed i suoi compagni nel giugno del 1647
potevano guardar sorridendo quegli strumenti di tortura e di morte,
ed in quel sacro recinto sfidare orgogliosamente tutt'i birri della
G. Corte della Vicaria, che per colà dinanzi passavano. Così, il
dritto di asilo, rimedio opportunamente introdotto dai Canoni nelle
società barbare per aiuto del debole contro il potente, era allora
per la malvagità degli uomini divenuto mezzo ai colpevoli per eludere
le leggi e fonte non certo lodevole di ricchezza per i monasteri e le
chiese[36].

La piazza, e forse più verso il lato occidentale, si vedeva allora in
buona parte ingombra da molte baracche di legno, ove pure esercitavansi
le piccole arti ed il minuto commercio delle civaie e di altre robe
comestibili, ed ove, sia per custodia delle loro merci, sia per non
avere più comodo abituro, dimoravano puranche moltissimi del popolo,
che a quei mestieri intendevano. Quarantacinque anni dopo in una
_Situazione_ fatta dal Portolano della città se ne numeravano fino
a 156 disposte in otto file, cominciando dalla croce di pietra che
esisteva dietro S. Eligio. Alcune fosse profonde che, fatte in origine
per conservarvi granaglie, nel 1656 servirono per sepoltura ai morti di
contagio in quella terribile epidemia, stavano allora quasi nel mezzo
e sotto della piazza medesima. Il luogo dopo quell'epoca luttuosa fu
detto i _Morticelli_[37]. Qui ed in alcune fogne circostanti, allorché
nel 10 luglio 1647 lo stesso bandito Perrone tentò di ammazzare
Masaniello, per testimonianza d'alcuni scrittori furono riposti
parecchi barili di polvere affinché dandovisi fuoco nel momento in
cui la piazza era maggiormente piena di popolo, i sollevati fossero
massacrati e le loro abitazioni ruinate e distrutte. Fallito il colpo
si ebbero il Perrone ed Antimo Grasso suo compagno coi loro seguaci
condegno e terribile castigo. Nè finalmente in tutto l'ambito della
Piazza mancavano posti o banchi fissi per altri venditori che non
avevano botteghe o baracche; _tavolilli_[38], o tavolini, ove si
esponevano le frutta in quadretti[39], o sia disposti ordinatamente
in quadri; _salmatari_ o ortolani che vendevano erbe ed ortaglie; e
spesso anche palchi per i cerretani ed i saltimbanchi, ove si facevano
balli, salti, forze d'Ercole, mattacini e commedie, le quali colla loro
rozzezza e coi modi satirici ed osceni ricordavano le antiche favole
Atellane.

Era questo l'aspetto generale della Piazza verso la metà del secolo
XVII.

Ma a compimento del quadro, che io ho tentato di abbozzare, giova
riferire le parole di uno scrittore contemporaneo, che descrivendo alle
signore Milanesi il movimento che in essa facevasi, quando vi si teneva
mercato nei giorni di lunedì e venerdì di ciascuna settimana, in questo
tenore ne discorre:

    Dirò de la gran piazza del mercato
    Dove tutti vi vanno
    La settimana ogn'anno
    Due volte sempre, chi per lo suo affare
    E chi per tempo à vendere, ò comprare.
    Ivi tiensi apparato
    Il grano, e l'orgio e tutto il miglio insieme
    Nè molto indi distante
    I ceciri, i fasoli, e fave frante.
    Così gran quantità d'ogni altro seme
    Ch'à seminar convien prato, e lupini
    Con quanto è di bisogno à quei giardini;
    Cento carri di vini
    L'un dopo l'altro in ordinanza posti
    Carrichi di suoi fosti
    Colà vedrete, e quà cento facchini
    Con i barrili in spalla, ad aspettare
    S'alcun vuol comperare
    A posta sempre, sol per guadagnare.
    Più innanzi havete i lini,
    Bianchi, forti e maturi
    Mà più, che il ferro duri,
    Come gli vuole il mio napoletano
    Maturati ad Agnano;
    Tale un lago chiamato
    Ch'imbianca il lino e non lo fa salato.
    Qui porci, asini, capre, agnelli, e bovi
    In infinita quantità vedreste
    Qui cento e mille ceste
    Donna mia tu ritrovi
    Cento sporte e panari
    Di frutti e tutti rari
    E mela, e pere, e là mille sportoni
    D'uva, persiche, fichi e di melloni,
    All'altra parte poi cento montoni
    Di noci e di nocelle
    Castagne verdi, secche e mondarelle;
    Quà giumenti e cavalli
    E là galline, et oche, anatre e galli.
    Cento tende parate
    Donne mie ritrovate
    Havreste voi per vestir la famiglia
    e qui l'olive e la buona caniglia
    Molte tele vedreste
    Se comprar le vorreste
    Bianche, brunette e forti
    Di cinquecento sorti
    Come certe altre, ch'han le villanelle
    chiamate cetranelle
    che fanno invidia a quelle in fede mia,
    De la Cava, ò di santa Patricia
    Di più sarian da lor begli occhi visti
    Trecento semplicisti
    Voglio dir non dui soli
    di quei nostri herbaioli
    da cui prendon sovente i spetiali
    l'herbe atte à i servitiali
    E semplici con fior più d'una sorte
    Con cui fan spesso resistenza à morte[40]

Ecco ora alcuni particolari degli edifizii e del vicoli, che per tutt'i
lati circoscrivevano la descritta piazza. E primieramente nel sito
poco più oltre, dove ora vedesi la seconda fontana verso il Carmine,
esisteva allora una piccola cappella isolata e con volta arcuata
col titolo di _S. Croce_. Essa era di palmi 20 quadrati ed aveva due
porte, una dalla parte di mezzogiorno, l'altra dalla parte d'oriente.
All'altare nel lato settentrionale della cappella era soprapposta una
colonna di porfido alta circa palmi 10, e di palmi 4 di circonferenza,
su cui sorgeva una croce di marmo, e nel muro posteriore vedevansi
dipinte le imagini della B. Vergine, di S. Giovanni Evangelista,
della Maddalena e di S. Orsola. Nella parete occidentale erano inoltre
dipinti i fatti di Corradino di Svevia, il suo passaggio in Italia, la
disfatta di Tagliacozzo, la presa dell'infelice giovine in Astura, e
la morte nel campo del _Moricino_[41]. Per antica tradizione credevasi
che questo fosse stato il luogo, ove fu decollato il misero giovanetto,
di tal che un pietoso napoletano per nome Domenico Punzo conciatore
di pelli, nella metà del secolo XIV vi erigeva l'accennata cappella.
Ora la colonna di porfido ed un ceppo colla impresa dell'arte del
_Coriarii_ veggonsi nella sagrestia della nuova chiesa del Purgatorio
al Mercato[42]. Nei tempi, di cui discorriamo, accanto alla cappella
era il posto dei venditori di lino[43].

Le case nel lato meridionale della piazza tiravano verso il Carmine
più in là di quello che al presente s'inoltrano. Per allargare lo
spazio innanzi al castello, parecchi fabbricati vennero in quel sito
abbattuti sotto il governo del vicerè Conte di Pignoranda nel 1662. E
qui nell'angolo incontro la chiesa ed il convento da una parte, e la
sopradescritta cappella della Croce dall'altra[44], trovavasi allora
collocata la statua di una donna incoronata e sedente con una borsa
tra le mani[45]. Tenevasi allora comunemente che fosse quella l'imagine
della madre di Corradino, chiamata erroneamente Margherita, la quale,
venuta in Napoli per salvare il figliuolo caduto nelle mani di Carlo
d'Angiò e trovatolo morto offriva i tesori portati a quest'oggetto ai
frati del Carmine per l'ampliazione della loro chiesa e del convento.
La statua che, non di Elisabetta madre di Corradino, ma piuttosto,
come non ha guari ha dimostrato il principe Filangieri[46], era di
Margherita, seconda moglie di Carlo I d'Angiò, ne' tempi successivi
fu trasferita nel secondo chiostro del medesimo convento, e poi sotto
la porta su cui s'erge il famoso campanile di fra Nuvolo, e di là
finalmente nel Museo di S. Martino, ove ora ritrovasi.

I vicoli, che da questo lato sboccano nella piazza, appartengono al
quartiere della _Conceria_, che estendevasi verso mezzogiorno fino
alla muraglia fatta costruire per timore dei Turchi nel 1537 dal
Vicerè D. Pietro di Toledo. Da qui si usciva poi sul mare per una
porta col prospetto a levante, che dicevasi della _Conceria_, ed era
posta innanzi la chiesa di S. Caterina _in foro magno_; e più in là
per un'altra porta che dicevasi di S. Maria a parete da una cappella
di Nostra Donna ivi esistente, e della quale ora, posciaché le mura
furono cangiate in abitazioni, vi rimane un semplice arco[47]. Era
questo il quartiere del conciapelli[48], i quali allora formavano
due corporazioni, distinte in arte grossa e piccola. Gente ardita
e robusta, essi s'adoperavano ad estinguere gl'incendii, allorché
non era ancora istituita presso noi alcuna compagnia di vigili, o di
altre persone a tale oggetto ordinata. Da questo stesso lato verso S.
Eligio fino ai tempi del Celano si notava il sito sopra alcuni archi,
ove un tempo fu fondato lo spedale di Niccolò o Nicola di Fiore,
detto volgarmente di _Cavolofiore_. L'aneddoto, che diè causa alla
sua abolizione, è noto nel popolo, e ci viene così raccontato nel suo
rozzo ed ingenuo stile da un nostro antico scrittore. “Detto Cola, dice
egli, andando un giorno nela preta del pesce per comprar del pesce,
ritrovando un cefaro solo, ch'altro pesce non vi era, facendo il patto
con lo pescatore, et non furno d'accordo, nel medesimo istante arrivò
lla un ferraro mal vestito, e subito s'accordo con lo pescatore, e si
pigliò il cefaro, dove detto Cola, qual stava a vedere, ne rimase molto
ammirato, et li dimandò che arte faceva, li rispose, ch'era ferraro,
e replicando detto Cola quanto tempo havea posto a guadagnare detti
danari ch'havea dispeso al cefaro, li rispose che ci era stato dui o
tre giorni; li ricordò detto Cola, come ti governerai si ti accaderà
alcuna infermità; detto ferraro li concluse che nel presente voleva
godere, et si alcuna infirmità li fosse venuta da poi, non li saria
mancato l'ospidale di Cola di Fiore, non conoscendo detto Cola; quale
intendendo questo disse, adunque io faccio l'hospidale per li poltroni,
e così mancò di seguire dett'hospidale, et il Diavolo vinse che non si
seguisse detta buon'opra[49]„.

Nel lato occidentale della piazza non vedevasi nel tempo di cui
discorriamo, la facciata regolare e di soda architettura, che ora ha
lo Stabilimento di S. Eligio. Ivi allora scorgevasi la parte postica
della chiesa coi suoi finestroni gotici, ed indi le fabbriche non
molto elevate dello spedale e del conservatorio, ed innanzi, sopra il
terrazzo di alcune botteghe, una cappella intitolata a _S. Maria della
Neve_. Era questa antichissima ed aperta da ogni lato verso la piazza
affinché la messa, che ivi, per inveterata consuetudine, nei giorni
di mercato celebravasi, potesse, da tutti coloro che colà convenivano,
vedersi. Una campana avvertiva allorché dal sacerdote consacravasi, ed
era, dice lo Stefano, mirabil cosa a vedersi come in un attimo tutta
la innumerevole gente, che nel Mercato allora trovavasi, intermettesse
subito i suoi negozii prostrandosi devotamente al santo sacrificio, e
come al chiasso ed al tumulto succedesse immediatamente un profondo ed
istantaneo silenzio. Sull'altare della cappella era dipinta nel muro la
B. Vergine con S. Agnello, S. Gennaro ed altri Santi[50].

Volgendoci dall'altro lato, tutta la contrada posta a settentrione
della piazza che come già accennai, dicevasi una volta _l'Orto del
Conte_, denominazione ora rimasta soltanto a due vie parallele alla
stessa piazza, allora era ed è tuttavia intersecata da più vicoli che
presero successivamente varie e diverse denominazioni. Così il primo,
che incontrasi dopo l'angolo di S. Eligio, fu detto, e dicesi ora de'
_Cangiani_[51]. L'altro che segue è il vico dei _Spicoli_, che così
pure chiamavasi nel secolo XV[52]. Più oltre sbocca il vico delle
_Barre_, che trovo così denominate fin dal 1449, e dove nel 1529 ebbe
cominciamento la peste in Napoli[53]. Ad esso dalla parte superiore
corrispondeva il _Fondaco dei Cenatiempo_, così detto da questa
famiglia, che ivi aveva un ampio palagio[54].

Il vico che segue de' _Barrettari_, fu chiamato una volta de'
_Scannasorici_[55] per qualche possedimento di questa nobile famiglia,
già estinta nel sedile di Portanova e poi dei _Scafari_[56]. Esso,
come ben dice il Celano (III, 263), dovrebbe dirsi piuttosto dei
_Parrettari_, perchè qui si facevano quelle pallottole, che si
scagliavano dalle baliste, allorché non era tanto in uso lo schioppo, e
che da noi si dicevano _parrette_[57]. Sotto l'arco, che dalla piazza
immette in questo vicolo esisteva nel secolo XVII una cappella di _S.
Maria delle Grazie dei carrettieri_[58].

Procedendo più oltre verso oriente, il vico che segue ebbe in prima
il nome di _Lioni_ o _fontana delli lioni_, forse da qualche fonte
che quivi vedevasi, o l'altro, generico a tutta la contrada, di _Orto
del Conte_[59]. Poscia fu detto del _Carminello_ dalla chiesa della
Vergine sotto questo titolo, che fondata verso la metà del secolo XVI,
fu nel 1611 data ai Gesuiti, ed ampliata con denaro del Monte della
Misericordia e di alcuni pii gentiluomini Napoletani, i quali per altro
intendevano ad una diversa opera di beneficenza.

La via, che è l'ultima da questo lato, fin sopra, dove sta ora la
Chiesa di S. Maria delle Grazie all'_Orto del Conte_, fu chiamata
allora _dei lanaiuoli_[60], forse perchè in tutto il contorno di essa
non vi era vicolo, come dice il Celano, che non fosse pieno di donne
che filavano lana[61]. Ora per quel tratto dov'essa è più larga e
spaziosa dicesi _Piazza larga_, per l'altro, che è più angusto e tira
su alla trasversale di _S. Maria della Scala_, prende il nome di _via
Salaiolo_.

In sul cominciare della strada _Piazza larga_, ed, a quanto pare, a
dritta di essa, stava in quel tempo la casa e la dogana della farina,
dentro la quale vedevasi pure un'altra chiesetta sotto lo stesso
titolo di _S. Maria delle Grazie_ fondata nel 1597 dai _vastasi_ o
facchini, e specialmente da quelli che intendevano a trasportar la
farina dalla dogana e a distribuirla per i panettieri della città[62].
Per regolamento municipale erano costoro obbligati a matricolarsi in
S. Lorenzo, e dovevano dare plegeria _de fideliter exercendo_ il loro
mestiere[63]. Dopo che verso la fine del secolo XVI il vicerè Conte
di Olivares fece fabbricare un nuovo edificio per la conservazione dei
grani al _Mandracchio_, questa casa colla dogana fu adoperata soltanto
per le provvenienze di terra, e nel breve imperio di Masaniello servì
di carcere a molti della nobiltà e dell'ordine civile che, caduti in
sospetto del popolo e quivi trattenuti per essere giustiziati, vennero
poscia per le pratiche del cardinale Filomarino liberati.

Chiudeva la piazza dal lato d'oriente un'isola di case dal _vico rotto_
o _del pero_ fin dove termina la strada del _Lavinaio_ dinanzi la
chiesa del Carmine. E qui, poco dopo il vicolo, stavano gli ufficii
dell'arrendamento di _piazza majure_ o _piazza maggiore_;[64] e
dell'arrendamento del _grano a rotolo_, dazii di consumo sugli animali
e sulle carni fresche e salate, non che sulle _provole_ o sia provature
ed ogni altra specie di formaggio[65]. Il sito prendeva allora da
quell'ufficio la denominazione di _Piazza majura_, ed ora, conservando
tuttavia le tracce dell'antico balzello, che ivi riscotevasi, dicesi
comunemente _la gabella delle provole_. Alquanto più oltre vedevasi
una gran fontana circolare di piperno, con una piramide nel mezzo, che
da più fistole buttava acqua[66], ed in sulla estremità dei fabbricati
allo sbocco della strada del _Lavinajo_ rimanevano ancora i ruderi
della vecchia porta Angioina, rovinata in parte nel 1637 per l'incendio
di talune case contigue; mentre pochi anni prima eransi diroccate
altre case, le quali, prolungandosi più in là verso mezzogiorno,
impedivano la vista della facciata della chiesa del Carmine[67]. Il
sito dicevasi il _Ponticello_[68], ed era destinato alla vendita delle
robe commestibili di cattiva qualità[69].


II.

Del resto tutto l'isolato, con cui abbiam compiuta la descrizione
della piazza del Mercato nel secolo XVII, non presentava allora
altro di notevole; nè ora meriterebbe l'attenzione dei posteri,
se non ricordasse un uomo ed un avvenimento, memorabili certo per
ogni napoletano non incurioso della patria storia. Qui infatti e
propriamente nelle prime case dopo il vico _Rotto_ al primo piano,
stava nel 1647 la povera abitazione di Masaniello o Tommaso Aniello
d'Amalfi. Gli storici della rivoluzione napoletana di quell'anno,
toccando di un tal particolare, tutti concordemente asseriscono che
il capo e l'iniziatore di quella dimorasse in una casa che affacciava
sulla piazza del Mercato[70]. Taluni inoltre riportano qualche più
precisa indicazione. Il Giraffi, ed il suo pseudonimo il Liponari,
nella _Relazione_ data in quel tempo stesso alle stampe, asserisce
che Masaniello abitava nel _Mercato verso la parte sinistra della
fontana ivi vicina_, ed altrove ricorda l'_isola della casa di
Masaniello_[71]. Il Campanile nel suo _Diario_ tuttora inedito,
ove si contengono preziose notizie riguardanti la storia di quel
fatto, chiaramente afferma che Masaniello aveva la sua _stanza a
dirimpetto lo spedale di S. Eligio, che è situata sopra la gabbella
dello bestiame al Mercato_[72]. Maggiori particolarità troviamo negli
altri scrittori contemporanei. Nel _Racconto_ o _Diario_ Ms. del
Verde, con le correzioni e giunte del Tutini, leggesi che in quel
tempo: “era venuta in Napoli una compagnia di ballerini, li quali
facevano cento giochi con camminar sopra la corda, ed avevano preso
luogo vicino la strada detta de' _Lanajuoli_ al Mercato, non lungi la
fontana, e posto avevano un palco di tavole, sopra del quale salivano
a rappresentare„[73]: Leggesi pure: “che in questo tavolato saliva
Masaniello scalzo e vestito di tela grossa con un berrettino rosso
in testa, e dava ordini e leggi„[74]. Inoltre dal Tontoli sappiamo
che Masaniello _reggeva il popolo sopra il trono assiso di un tavolo
mercenario a caso eretto da salterini giocatori sulla corda avanti
sua casa_; e dal Nicolai, che dava i suoi comandi alla plebe “sopra
un palco fatto da alcuni cerretani poco discosto da casa sua„[75]. Le
medesime cose son pure ripetute dal Donzelli, che aggiunge aver avuto
questa casa corrispondenza[76] colla strada di dietro (_del Lavinajo_),
dal Capriata[77], dal Tarsia[78] e specialmente dal dott. Aniello
della Porta, il quale riportando qualche altra particolarità, afferma
che Masaniello abitava _su la strada del Lavinajo, e propriamente a la
sbarra di Piazza Majura_, e che dava udienza nei giorni del suo potere
_sopra alcune tavole nell'affacciata del Mercato sotto le finestre
di sua casa a piazza Majura, che per prima vi stavano certi saltatori
ciarlatani_[79].

Ma niun altro scrittore, tra i moltissimi editi e inediti che ho potuto
riscontrare, descrive con maggior precisione il sito di questa casa
quanto un tal d. Giuseppe Pollio, scrittore di non molta levatura ma
assai ben informato dei fatti che narra, perchè sacerdote ed abitante
dello stesso quartiere. _Questo Masaniello_, egli dice, _teneva la
sua casarella nel Mercato sopra la gabella del grano a rotolo al muro
della dogana della farina, vicino la piazzetta de li lanaiuoli allo
lavinaro al primo appartamento dove sono le portelle congionte; la
prima a mano destra era la sua; sopra le sue finestre vi era un aquila
di pittura imperiale[80] fatta da molti anni prima per abbellimento
credo di quella casa da 5 palmi alta, quale vi durò per cinque anni da
poi delli tumulti. et credo che fosse stata levata da nuovi padroni
di quella casa._ Altrove aggiunge, che sotto la finestra di _Tommaso
Aniello vi era un lungo intavolato, che certe persone forestiere ci
facevano giochi come salti, balli, et forze dercole, et continuarono
detti giochi per molti giorni prima del narrato tumulto_[81].

Qualche altro particolare che riguarda pure l'interno di essa casa,
ci vien somministrato da una storia Ms. di questo avvenimento, di cui
io conservo una copia recente avuta già dall'amico Minieri Riccio. In
essa al fol. 7 leggesi: _abitava_ (Masaniello) _a man sinistra, quando
si entra al Carmine; la sua casa consisteva in una sola camera, ove si
ascendeva per una portella._ E più appresso al fol. 36 v.: “_facendosi
il signor Tomasaniello assistere da gente di confidenza attorno, diede
ordine che tutta la riviera dei palagi attaccati con la sua casa,
così di sopra fino al primo vicolo, come di sotto fino alla chiesa
del Carmine, che si sgombrasse dalli abitatori_„. Ed anche a fol. 36
aggiungesi: “_concorrevano tante gente alla sua udienza per ogni affare
della città et regno et teneva tanti segretarii, parenti, amici et
compatri attorno che nella sua piccola camera non si potevano movere,
laonde comandò che si sfabricasse un muro divisorio con la camera del
fratello, et essendo ciò fatto hebbe più comodità di dar udienza per
le finestre, senza partirsi di casa et hora per una finestra della
camera del fratello che haveva l'uscita alla strada del Lavinaro et
hora per la sua propria ascoltando tutti faceva gratie et giustitie
infinite_„[82].

Nè da ultimo mancano testimonianze di altra natura, che confermano
quanto leggesi negli accennati scrittori su questo proposito. Chi si
fa infatti a considerare il famoso quadro di Micco Spadaro, o, se pur
non è suo, certamente d'altro pittore contemporaneo, quadro che ancora
vedesi nel Museo Nazionale, scorge in fondo di esso dopo la cappella
della Croce l'isola di case che chiude la piazza del Mercato dal lato
d'oriente, ed innanzi ad essa la fontana che ho di sopra accennata;
più a sinistra di chi guarda il palco, di cui discorrono gli scrittori
della rivoluzione, è Masaniello in piedi sul medesimo che parla a molto
popolo ivi radunato; e finalmente dietro al palco le _due portelle
congiunte_, ed accanto un breve tratto di fabbricato, che costeggiando
la piazza presenta un portoncino ed una bottega, e va a terminare al
vico rotto.

Ora, comunque il lungo volger dei secoli, ed i mutamenti che la
progredita civiltà, l'interesse o il genio dei proprietari ed il
comodo o le necessità degl'inquilini han dovuto arrecare all'aspetto
esterno ed alla distribuzione interna del descritto caseggiato, abbian
potuto per avventura rendere questo in alcune sue modalità più o meno
diverse da quello che era nel secolo XVII;[83] pur nondimeno non può
mettersi in dubbio, che qui e propriamente o nel portoncino segnato
col numero civico 177, o piuttosto nella portella che ha il numero
179,[84] ambedue a brevissima distanza dal vico rotto, dovette dimorare
Tommaso Aniello d'Amalfi. La concorde autorità delle testimonianze
contemporanee che ho di sopra allegate, ed oltre a queste l'attestato
espresso dalle fedi parrocchiali, che notando la dimora della famiglia
di Amalfi la designano sempre con l'indicazione al _vico rotto_,
dimostrano con evidenza ed assai chiaramente la verità di quanto su tal
fatto ho affermato[85].

Qui dunque, sebbene ora in qualche parte mutata, era senz'alcun dubbio
la casa di Masaniello, e dalle finestre di essa, che erano assai
basse[86], o dal palco vicino, egli nel suo breve imperio resse e
governò Napoli con potere assoluto e quasi sovrano. Non vi era in quei
giorni altro Magistrato o Tribunale nella città, non altro comando
politico o militare. Gli stessi ordini del Vicerè non avevano per
l'ordinario esecuzione alcuna, se Masaniello non ne avesse prescritta
la osservanza colla formola che ci vien riferita dagli scrittori
contemporanei[87], e che è la seguente: “Visto il presente bando
d'ordine di S. E. si ordina da parte dell'Illustrissimo sig. Tommaso
Aniello d'Amalfi Capitano Generale di questo fedelissimo popolo, che al
sudetto bando le sia dato la debita esecuzione.„

La casa del vile pescivendolo era quindi più che il regio palazzo
allora frequentata. Nobili e plebei, religiosi e cavalieri, cittadini
e regnicoli, chi per necessità chi per curiosità, tutti accorrevano
numerosi sotto le finestre di questa casa per loro negozii, o per
vedere cogli occhi proprii il fatto stranissimo e singolare. E qui
nel 10 luglio del 1647 il generale delle galee del Regno, Giannettino
Doria, appena giunto nel golfo spediva un suo gentiluomo da Masaniello,
perchè “Sua Sig.ª Illustrissima divisasse il modo, col quale esso
Doria si dovesse governare;„ e qui l'arcivescovo di S.ª Severina
volendo partire da Napoli mandava parimente, come molti altri signori
per lo stesso oggetto, a ricercare prima il di lui beneplacito.
Anche il cardinale Trivulzio[88], che andava vicerè a Palermo, ed
allora trovavasi di passaggio in Napoli, insinuato dal Duca d'Arcos
si portò qui un giorno a visitar Masaniello, il quale è fama che lo
ricevesse dicendo: _la visita di Vostra Eminenza benchè tarda pure ci
è cara_[89].

Qui seduto sul davanzale della finestra con le gambe penzoloni al
di fuori, senza scarpe e senza calze il capitan generale del popolo,
arbitro della vita e della morte, con una daga o un moschetto tra le
mani, dava ordini, spediva provvigioni, e disbrigava gl'innumerevoli
memoriali, che sulla punta delle canne o delle picche dalla strada
gli si presentavano[90]. Nè deliberava soltanto sulla polizia, o
sull'annona della città, sulle armi e sulle milizie, sulla giustizia
civile e criminale e su quanto i 37 tribunali e magistrati, che
allora erano in Napoli, la loro giurisdizione estendevano. Egli
intendeva puranche riformare i costumi, regolare gli Ecclesiastici
con strettissima disciplina, maritar tutte le donne di partito,
e castigar di morte gli adulteri[91]. E negli ordini suoi, nelle
disposizioni che dava, se non vuolsi ricusare la testimonianza di
un uomo competente e che molto da vicino ebbe a trattarlo, voglio
dire il Cardinale Filomarino, testimonianza che è pure confermata
dagli scrittori contemporanei tanto napoletani che stranieri, è
indubitato che il povero pescivendolo si comportò sul principio _con
grandissima prudenza, giudizio e moderazione_, e che anco senza
consulto d'alcuno nei primi giorni dette _perfettissimi ordini di
buon governo, e dimostrò grandissimo animo, spirito e sapere_[92].
Ed era pure meravigliosa cosa notare con quanta prontezza e con che
cieca obbedienza i suoi ordini, anzi i suoi cenni, erano eseguiti. Una
leggiera fregatina di collo fatta coll'indice della mano era sentenza
del tagliamento del capo; il pollice uncinato e premente il disotto
della mascella era più sentenza che indizio di forca. In somma quel
misero plebeo, era divenuto, come il cardinal Filomarino, che ebbe a
trattarlo continuamente, scrive al Papa: _un Re in questa Città, ed il
più glorioso e trionfante che abbia avuto il mondo_[93].

Fu in questa casa che nella notte del 10 luglio si deliberava delle
sorti della città e del regno tutto, e si gettavano le basi delle
capitolazioni, poi lette pubblicamente sul tavolato della piazza
e nella chiesa del Carmine, ed indi giurate dal Vicerè nel Duomo.
Principal consultore di questi trattati era d. Giulio Genoino, vecchio
ottuagenario, allora prete, e che in sul principio fu l'anima e la
mente della rivoluzione. Altri dottori mascherati si trovarono pure
in casa di Masaniello in queste deliberazioni, e credesi che fossero
Onofrio di Palma, Salvatore di Gennaro, e specialmente Vincenzo
d'Andrea, che poscia ebbe tanta parte nel seguito della rivoluzione, ed
indi anche nel ristabilimento degli Spagnuoli[94].

Qui pure a 13 luglio la gente del Mercato vide strano e curioso
spettacolo. Il Vicerè dopo aver giurato i _Capitoli_ nel Duomo,
verso la sera di quel giorno per le vie del quartieri popolari di
Napoli se ne tornava al regio palazzo. La cavalcata procedeva collo
stesso ordine che aveva tenuto nell'andata. Si apriva con molti
reali trombetti e con una compagnia di cento cavalli comandata dal
suo capitano e dai rispettivi aiutanti. Succedevano indi parecchi
Capitani delle 29 Ottine, in cui Napoli era allora divisa, dopo i quali
Masaniello montato sopra un cavallo bianco, dono del vicerè, vestito
di lama d'argento bianca, con un cappello in testa ornato parimente
di piume bianche, augurio e simbolo di pace, e colla spada nuda tra
le mani si dimostrava, a tutti riguardevole; e per la testimonianza
di uno scrittore contemporaneo, e Spagnuolo di nazione, manifestava
_eccessi di varie virtù bastanti ad indurre il popolo all'applauso,
l'Italia all'ammirazione, ed il mondo tutto ad uno stupore infinito
ed incredibile_[95]. A fianco a lui cavalcava Giovanni d'Amalfi, suo
fratello puranche vestito di lama d'argento, ma di color cilestro,
ed immediatamente dopo Francesco Antonio Arpaia, il nuovo Eletto del
popolo, con due segretarii; d. Giulio Genoino che veniva appresso per
la sua grave età condotto in una sedia di cuojo nero. Seguiva indi
il capitano delle guardie di palazzo d. Diego Carriglio con quattro
alabardieri, i quali precedevano la carrozza del vicerè tirata da sei
cavalli, e circondata da paggi e palafrenieri e dai medesimi soldati
Alamanni, che in quei tempi formavano la guardia d'onore del Vicerè.
Molte carrozze chiudevano il corteggio, in cui erano i reggenti del
Collaterale, i Consiglieri di Stato ed i Gentiluomini della Corte del
Duca.

La cavalcata uscita dal Duomo aveva girato per la via _Tribunali_, per
la _Nunziata_, e pel _Lavinaro_. Tutte le strade, per le quali passava,
erano addobbate di tappezzerie, e, dove non si aveva di meglio, da
bianche lenzuola, e le case avevano sulle porte le armi di Spagna da
un lato e quelle del Popolo dall'altro[96]. Di quando in quando lungo
il cammino s'incontravano sotto baldacchini di seta o di damasco i
ritratti di Carlo V e di Filippo IV[97] che erano fatti segno alla
pubblica venerazione[98]. I popolani armati sotto le rispettive insegne
facevano ala al passaggio. Era un tripudio, una gioia universale. Tutte
le campane delle chiese suonavano a festa, ed i gridi di _viva il Re di
Spagna ed il Duca d'Arcos_, ai quali dava il cenno Masaniello istesso,
si avvicendavano col suono dei tamburi, con i clangori delle trombe,
e collo sparo festivo dei moschetti, che secondo gli usi della milizia
salutavano il Vicerè nel suo passaggio.

Giunti innanzi alla chiesa del Carmine, fosse arte dello astuto
spagnuolo, il quale intendeva con ogni modo a gratificarsi la plebe,
fosse caso o ordine di Masaniello stesso, la cavalcata volgendo a
dritta prese a girare intorno la piazza del Mercato. Così passava
per sotto la casa di Masaniello, ove alle finestre stava la moglie di
lui Bernardina Pisa, giovine, bella ed avvenente, la quale vestita di
damasco turchino guarnito di una sola guarnizione e con una collana
d'oro al collo[99], secondo l'antico costume del nostro popolo nelle
grandi occasioni di festa e di allegrezza, gettava con un bacile di
argento ai _lazzari_ ed ai monelli colà raccolti grano, confetti, e
danaro[100].

Il Duca d'Arcos, addatosi della persona di lei, o forse dimandatone
a chi n'era informato, nel passare la salutò, cavandosi il cappello,
come se fosse una delle più grandi dame della città[101]. Così egli,
come dice il buon prete Pollio, che non poteva con più enfatica parola
compendiare la grandezza e la singolarità del fatto, _volle vedere
Masaniello trionfante nella sua propria casa_, ed indi fra gli applausi
e le festive dimostrazioni del popolo, essendosi la città tutta per
l'avvicinarsi della sera straordinariamente illuminata, verso le ore
due della notte si ridusse al regio palazzo.

Ma la povera casa venne tosto in uggia al Capitan generale del popolo.
Allorchè la gran mole dei pensieri, la lunga inedia, l'abuso del
vino e le veglie protratte, e forse, più che tutto ciò, il veleno
dell'adulazione, di cui era stato così largamente abbeverato dal
Vicerè, perturbarono il suo cervello, egli ordinò — e guai a chi non
avesse subito ubbidito — che fra lo spazio di 24 ore tutti quelli
che dimoravano allato o di contro la sua casa, avessero le proprie
abitazioni sgomberate[102]. Ivi egli disegnava ergere un maestoso
palazzo che fosse degna dimora di uno, il quale aveva tanta potenza
ed autorità sul popolo. La fine immatura di lui, chè non andò guari e
vituperosamente cadde ucciso, troncò a mezzo il superbo disegno.

L'ultima volta che egli si mostrò alle finestre di quella casa fu nella
vigilia della sua morte. Era alta la notte; il silenzio e la quiete
succedevano ormai ai tumulti ed agli schiamazzi della giornata, ed i
lazzari sdraiati nel torno ai fuochi, che sparsi per la piazza o posti
nel capo d'alcuni vicoli della _Conceria_ e dell'_Orto del Conte_
cominciavano ad impallidire e ad estinguersi, chiudevano gli occhi al
sonno. Poche scolte appoggiate al moschetto o alla picca guardavano
mezzo assonnate la brace, che di quando in quando, gettando una fiamma
più viva, illuminava fantasticamente i volti, e le bizzarre posture
di quei plebei. Era uno spettacolo degno del pennello di Gherardo
Hontorst o delle stile di Hoffman. Le guardie si vedevano più numerose
intorno la casa di Masaniello, ove vegliavano sei compagnie comandate
da Pione o Scipione Giannattasio del _Lavinaro_ e da altri capitani più
fedeli. Componevansi di giovanetti da 16 a 22 anni, antichi compagni
del pescivendolo, per lo più cenciaiuoli o _saponari_, che portavano
ordinariamente come special distintivo il graffio e la sporta. Lungo le
mura delle case qualche rara ombra cercava di strisciare inosservata.
Era Vanni o Giovanni Panarella della _Conceria_, o taluno di quelli
che col Vicerè avevano concertato la morte di Masaniello, e cercavano
l'opportunità di mandare ad effetto il loro disegno.

Balzato improvvisamente dal letto così com'era, in camicia, Masaniello
si fece alla finestra, ributtando la povera madre e la moglie che
cercavano di ritrarnelo, e dato il suo solito grido di comando, così
cominciò a parlare[103]: “Popolo mio, (in questo modo egli soleva
apostrofare i suoi seguaci e la gente che intorno a lui radunavasi)
lascia che io ti dica due parole per mia soddisfazione. Tu ti
ricordi, popolo mio, in che stato eri ridotto per le tante gabelle ed
estorsioni, e per le tante tirannie, con le quali gl'infami traditori
e nemici della patria ti opprimevano. Ti ricordi che non potevi
saziarti di quelle frutta, di cui tanta copia ti dà questa terra
benedetta, perchè dovevi pagare quelli arrendatori e gabelloti che ti
dissanguavano. Ed ora la mercè di Dio e della SS. Vergine del Carmine
(ed in così dire si toccava l'_abitino_ che dal petto gli pendeva) tu
guazzi e vivi nell'abbondanza e nella grassa, senza gabella e senza
gabelloti. Ma per mezzo di chi, popolo mio, hai tu ottenuto tutto ciò?
Chi ti ha levato da tante oppressioni e tirannie se non io che non ho
risparmiato travaglio e pericolo alcuno per liberarti? E pure qual
mercede ne ricevo da te, popolo ingrato! Dopo tutti questi servigii
che io così fedelmente ti ho prestati, dopo tanti benefizii che ti ho
fatti, ecco in che modo ne son riconosciuto da te. Oggi coll'abbandono
e col disprezzo, dimani colla morte, perchè io so che sarò ucciso fra
poco. Popolo mio, io son morto, ho visto che fino la montagna di Somma
(il Vesuvio) mi è contraria, ed ha vomitato sopra di me un diluvio di
fuoco. Ecco, vedete, io non ho più carne (e mostrava il petto ignudo) e
questa pelle è solamente informata dalle ossa. Credetemi, io so chi è
stato che mi ha ridotto in questa misera condizione, chi congiura per
finirmi, e potrei anco annichilarlo. Pure io lo perdono, e voglio che
questo Cristo anco lo perdoni„. Così dicendo, levò il crocifisso che
avea tra le mani per benedire il popolo e soggiungeva: “Ecco che io ti
voglio fare cinque benedizioni per le cinque piaghe di questo Cristo,
anzi sette per le sette allegrezze, nò, voglio essere più liberale,
sieno nove per li nove misteri„. E così fece, ed indi lasciando il
Crocifisso, volle che portassero alla finestra tra due torce accese
le teste del Duca di Maddaloni e del padre di lui che erano staccate
dai loro ritratti, opere del cav. Massimo Stanzioni o di altro famoso
pennello, e gridò: “Orsù, popolo mio, ecco i traditori della patria;
io so che domani debbo essere ucciso, ma non me ne curo; voi però
dovete trascinare quest'infame di Maddaloni, e tutt'i suoi compagni per
Napoli, e poi, popolo mio, se vuoi star sicuro, e farti sentire da sua
Maestà, devi seguire il mio consiglio, e fare un porto di questa piazza
ed un ponte da Napoli a Spagna. In quanto a me io so e son certo di
essere ucciso domani„. Tutte queste parole avrebbero certo grandemente
commosso il popolo circostante, se vacillando di nuovo l'intelletto
non avesse dato un'altra volta segni evidenti di aberrazione e di
pazzia. Per mostrare col fatto lo stato, in cui per la inedia e per la
fatica erasi ridotto, egli si scoprì il petto e il ventre e le parti
anche che il pudore cela. L'atto strano eccitò il riso degli astanti,
e la perorazione del discorso fu accolta con beffe e fischi all'uso
napoletano. Il prestigio era perduto, o piuttosto si era ecclissato
con la ragione del misero pescivendolo. Allora i parenti potettero
ritrarlo dalla finestra stanco ed abbattuto com'era dalla commozione e
dal travaglio.

                                 * * *

La piazza del Mercato, che Masaniello voleva fosse sgombrata delle
baracche di legno che la deturpavano, e che prendesse il nome di
_piazza del popolo_, dopo la sua morte non ebbe alcun notevole
mutamento sino al 1781. Allora per un incendio appiccatosi a quelle
dopo i fuochi artificiali, che solevano farsi nella sera della
festività della B. Vergine del Carmine, il suo aspetto fu cangiato
nel modo come presentemente si vede. Poco dopo, nell'ultimo anno del
secolo, la sua storia, che comincia col supplizio d'un Principe, fu
chiusa con la memorabile e tirannica ecatombe di quei tanti illustri
personaggi, che allora sagrificarono ivi la loro vita all'amore e alla
libertà della patria.



PARTE SECONDA

LA FAMIGLIA DI MASANIELLO


I.

Correva l'anno di grazia 1620, anno notevole nella storia napoletana ai
tempi del viceregnato, sì per le novità allora tentate dalla _piazza_
del _fedelissimo_ popolo di Napoli nell'amministrazione del Comune,
e sì per le turbolenze ed i rumori che ne seguirono; primi preludii
della più famosa rivoluzione del 1647. Occasione e favore a queste
manifestazioni ed ai tumulti davasi dallo stesso D. Pietro Giron duca
d'Ossuna, che in quel tempo era vicerè, luogotenente e capitan generale
del Regno per Filippo III, re di Spagna, Napoli e Sicilia. Egli da
circa quattro anni governava il reame con varia opinione del popoli
soggetti, allorché nel principio di questo anno 1620, contro ogni sua
aspettazione, era dalla Corte richiamato in Madrid, e gli era dato per
successore il cardinal Borgia, ambasciatore spagnuolo a Roma. Non è
a dire quanto rammarico e dispetto l'ambizioso Duca risentisse da un
tale ordine. Il governo di Napoli, secondo il detto d'un altro vicerè,
non era da desiderarsi, appunto per non soffrire il dispiacere di
doverlo un giorno lasciare[104]. All'Ossuna dunque, come a moltissimi
altri vicerè che lo precedettero e lo seguirono in questo disgraziato
paese[105], riusciva più che mai importuna la nomina del successore,
epperò cercava ogni mezzo onde attraversare la venuta del medesimo e
prolungare così per sè il governo di Napoli; se pure, come fu fama, non
mirasse ancora ad usurpare dignità più alta ed indipendente.

Dovevasi in quel tempo per l'assenza dell'eletto Carlo Grimaldi, andato
a Madrid[106] come ambasciatore della sua _piazza_, e per la morte di
Ottavio Spina, che fino ai 21 marzo lo avea sostituito[107], nominare
un proeletto del popolo, che durante quell'assenza amministrasse.
Or tra i sei nomi presentati, com'era costume, al vicerè per la
nomina, eravi quello del dottor Giulio Genoino, nato di onorata
famiglia napoletana ed uomo di acutissimo ingegno e di sufficiente
dottrina[108], ma di animo torbido ed avversissimo alla nobiltà. Costui
dunque parve al Duca, e lo era infatti, uno strumento atto a menare ad
effetto i suoi ambiziosi disegni, epperò fu in preferenza scelto tra
gli altri a quell'importante ufficio[109].

Il governo municipale della città di Napoli risedeva in quel tempo
nelle cinque _piazze_ nobili, che dicevansi di Capuana, di Nido, di
Montagna, di Porto, e di Portanova, ed in quella del Popolo. Tutte
queste _piazze_, che chiamavansi anche _seggi_, non erano mai riunite
in una generale assemblea, ma ciascuna deliberava separatamente, in
guisa che il voto di quattro di esse, che fossero d'accordo sopra un
dato negozio, costituiva la maggioranza nelle decisioni di qualunque
bisogna del Comune. Ogni _piazza_ nobile per l'ordine interno e per
la propria amministrazione avea un governo di sei gentiluomini o
_cavalieri_, come generalmente chiamavansi, meno quella di Nido che
ne aveva cinque, d'onde si dissero i _Cinque_ e _Sei_. Sei eletti
nobili nominati da questi gentiluomini, uno per _seggio_, eccetto per
Montagna, ove, perchè rappresentava anche l'abolito seggio di Forcella,
se ne creavano due con un sol voto e l'eletto del popolo, avevano
il potere, che potremmo dire esecutivo, nel governo della città, e
formavano il _Tribunale di S. Lorenzo_, preseduto da un magistrato
eletto dal vicerè, che chiamavasi _Prefetto dell'Annona_ o _Grassiere_.

Sembra che in origine il popolo avesse nel Comune ingerenza maggiore.
Ed infatti da alcuni documenti rileviamo che sotto gli Angioini
esso contribuiva per la terza parte nell'amministrazione municipale,
rappresentando le altre due terze parti i sedili di Capuana e di Nido
da un lato, e quei di Montagna, Porto e Portanova dall'altro. Ma a
poco a poco, nè, per mancanza di documenti può dirsi il come ed il
quando, questo ordine di cose cangiò. Ai tempi di cui discorriamo,
il Comune erasi costituito nel modo come sopra dicemmo, e la piazza
popolare, che aveva anche perdute molte delle sue prerogative, stava
in faccia alle nobili come uno a cinque. Così, per discorrere della
maggiore e principal libertà, l'Eletto del popolo, che prima nominavasi
a suffragio universale di tutti i popolani, dopo i tempi di d. Pietro
di Toledo sceglievasi dal vicerè tra sei nomi presentati dalla medesima
_piazza_ e imbussolati tra 58 deputati eletti dal popolo, due per
ciascuna delle ventinove _ottine_, in cui dividevasi allora la Città.
Così pure i capitani delle ventinove _ottine_ sceglievansi dal vicerè
fra sei persone nominate da quelle; come tra i 58 deputati sceglievansi
20 a maggioranza di voti, e tra questi si tiravano a sorte 10, che
assistevano l'Eletto nel suo uffizio col titolo di _Consultori_.

La perdita di queste libertà e prerogative municipali era l'oggetto di
spessi reclami da parte del popolo,[110] ed era lamentata moltissimo
dagli scrittori popolari di quell'epoca, come dal Summonte, dal
Capaccio e dal Tutini[111]. E comunque i reclami per la sempre
invaditrice prepotenza della nobiltà, non partorissero alcun effetto
nella corte di Spagna e presso i vicerè, nè si curassero punto i
lamenti di coloro, che cercavano di conservare le patrie memorie, pure
e gli uni e gli altri facevano diffondere negli animi di quella classe,
per altro assai ristretta del paese, che ora si direbbe _borghesia_,
ed anche, sebbene più scarsamente, tra i popolani e la plebe, odii e
desiderii, i quali maturavano i semi di una futura rivoluzione.

Erano in questo stato le cose, allorchè Genoino venne creato Eletto
_pro interim_ del popolo. Egli, preso che ebbe il possesso della
carica ai 9 aprile 1620[112], comunque non ne fosse ancora il tempo,
fece prima di tutto mutare nel reggimento popolare i consultori ed
i capitani delle ottine. A questi uffici fece pure presciegliere
dal vicerè persone da lui dipendenti e che erano tra i più famosi
_compagnoni_[113], che allora fussero in Napoli, specie di vagabondi
e faziosi legati in compagnia a comune difesa e vantaggio. Tra gli
altri fu allora nominato[114] capitano del Mercato Francesco Antonio
Arpaia, uomo di legge e valente schermitore[115], che dopo ventisette
anni si vide novellamente ricomparire col Genoino, e dirigere per alcun
tempo la rivoluzione che ebbe il nome da Masaniello. Con questi mezzi
il Genoino pensava di favorire i disegni dell'Ossuna, e nello stesso
tempo ottenere, se fosse stato possibile, il soddisfacimento delle
aspirazioni del popolo. Egli contava specialmente sul favore che il
Duca si aveva procacciato fra la gente minuta e nei quartieri popolari
del Pendino e del Mercato, talvolta con qualche pronta giustizia[116],
e cosa non comune in quel tempo, spesso colle feste e coi bagordi, e
più di tutto coll'abolizione della gabella sui frutti imposta nel 1605
sotto il governo del Conte di Benavente, ed affittata allora per 84,000
ducati[117] l'anno. Un giorno che il vicerè passeggiava secondo il suo
solito per la città, ed accompagnato e seguìto dalla plebe, alla quale
gittava di quando in quando monete di argento, girava per la piazza
del Mercato, passando per la baracca, ove risiedevano gli esattori di
questa gabella, si accostò alla medesima, e smontato dalla carrozza,
cacciò la spada che avea al fianco, e con quella tagliò le corde della
bilancia con cui si pesavano le frutta. L'atto subitaneo e liberale,
che fu poi seguìto da un bando regolare, destò il più indicibile
entusiasmo nella povera gente ivi affollata, che più delle altre
malamente soffriva questa gravezza. Tutti proruppero in istraordinarie
grida di applauso e di gioia. I fruttaiuoli specialmente, che ivi
più che in altra piazza della città erano numerosi, ne dimostrarono
allegrezze grandissime, facendo per tre sere fuochi e luminarie, e
portandosi nel terzo giorno in ischiera a Palazzo, per rendere al
vicerè le grazie più solenni[118].

Or il Genoino, pensando che la plebe memore di questo beneficio avesse
energicamente appoggiato le sue dimostrazioni in favore del Duca, nè
dubitando della gente civile, alla quale credeva servire colle riforme
municipali, la mattina del lunedì 18 maggio radunò i consultori della
_piazza_ popolare ed i capitani delle ottine nella sua casa vicino S.
Giorgio Maggiore a Forcella, ed ai medesimi espose con calde parole
il poco o nessun riguardo che i nobili avevano del popolo e del suo
magistrato[119]. Indi seguìto da tre capitani di strada, e da molta
turba armata, si presentò improvvisamente nel luogo della residenza
municipale in S. Lorenzo, ove, come egli aveva preinteso, eransi
riuniti i sei eletti nobili ed alcuni deputati delle _piazze_.

Oggetto di questa riunione era la notificazione da farsi alle _piazze_
per la nomina degli ambasciatori e del sindaco[120]. I primi, secondo
il costume, dovevano andare a far riverenza, l'altro indi ricevere il
giuramento, e dare il possesso del governo al Cardinal Borgia nuovo
vicerè, che in quella stessa mattina era giunto nascostamente in
Procida. Il Genoino, lagnandosi di non essere stato avvisato di una tal
riunione, dimandò arrogantemente agli eletti nobili: se sapevano quanto
era potente il popolo di Napoli, e, sapendolo, perchè avevano attrevito
(ardito) di unirsi e deliberare l'ambasciata al Cardinale senza il suo
intervento[121].

Forse era questa la prima volta, che nel reggimento municipale della
nostra Città si parlasse così arditamente dei diritti e del potere del
popolo; magica parola, che e stata sempre la bandiera, per la quale i
generosi sagrificano sè stessi al bene pubblico, ed i furbi cuoprono
le ambiziose mire del proprio utile e dei privati interessi. Alle
arroganti minacce i nobili risposero modestamente. Dissero aver essi
invitato regolarmente il pro-eletto alla riunione, esser colpa del
_portiere_ se l'invito non era giunto a tempo; in ogni modo quell'atto
non esser punto pregiudizievole alla _piazza_ del popolo. Il Genoino
però non mostrandosi soddisfatto di queste spiegazioni, e protestando
essere necessaria una divisione fra le due classi, fece leggere al
notajo Francesco Romano, secretario della _piazza_ del popolo, una
protesta sul proposito; e, scritto di propria mano il suo voto difforme
nel registro del Comune[122], volle che la riunione fosse sciolta.

I nobili d'altra parte, i quali vedevano i tempi correre loro
sfavorevoli, e sapevano che non avrebbero potuto trovare alcun appoggio
nel vicerè, per consiglio di Pietro Macedonio eletto di Porto, che
disse: _Lasciateli protestare, perchè protestare e mendicare idem est_,
non fecero alcuna opposizione[123]. Deliberarono quindi ritirarsi, e
rapportando il tutto ai reggenti del Collaterale ed al Cardinal Borgia
per mezzo degli ambasciatori nominati dalle _piazze_ a complimentarlo,
spedirono Giovan Francesco Spinello a Madrid[124] affine di esporre
al Re le loro lagnanze e ventitre capi di accusa contro il Duca
d'Ossuna[125]. Frattanto si appartarono dalle cure del pubblico
governo, e coi più compromessi della loro classe restarono chiusi nelle
proprie case o nascosti nelle chiese e nei monasteri della città. Così
il governo municipale di Napoli era lasciato a disposizione del solo
Genoino, che provvedeva le cose e l'annona a suo modo e talento[126].
Nè con la venuta di Carlo Grimaldi[127] che era, come già dissi,
l'Eletto titolare, da Spagna, le cose mutarono; perciocchè, obbligato
costui dal Duca a dimettersi, lo stesso Genoino, sebbene non ne fosse
ancora il tempo, fu creato Eletto dal vicerè, ed ai 29 maggio dopo
aver cavalcato per la Città, preceduto e seguito dai _portieri_, e con
la toga di giudice criminale, che pochi dì innanzi gli era stata pure
accordata, portossi in S. Lorenzo, ove non essendo presente che un sol
eletto nobile, prese possesso dell'ufficio ricevuto[128].

Bentosto un manifesto del _fedelissimo_ popolo di Napoli scritto dal
nuovo Eletto, e stipulato ai 30 del mese da notar Francesco Romano,
dichiarò le intenzioni del Genoino. Con esso s'invitavano le _piazze_
nobili ad intervenire fra otto giorni nella chiesa di Santa Chiara,
ove si dovessero trattare tra quelle ed il popolo le riforme del
reggimento municipale da lui proposte. Si dichiarava inoltre che
mancando le dette _piazze_ o persone da esse deputande all'intimato
parlamento, s'intendeva proclamata la separazione tra la nobiltà ed il
popolo, e lodandosi l'ottimo governo del Duca, si protestava contro
la partenza del medesimo e si riteneva necessaria la sua presenza in
Napoli pel servizio della Corona, finchè queste differenze non fossero
concordate, e finchè non fosse fatta giustizia alle pretensioni della
_piazza_ popolare[129]. Intanto preventivamente ad istanza del medesimo
Genoino, si chiamavano dal Duca in palazzo le stesse _piazze_ nobili
ed il Collaterale, perchè avessero conoscenza dei capi delle proposte
riforme[130], e con quelle anche i capitani ed i consultori popolari,
tanto della vecchia quanto della nuova sessione, perchè li firmassero.

All'ora stabilita nè la nobiltà nè il Collaterale comparvero. Gli
stessi capitani delle _ottine_ popolari non tutti assentirono, ed
alcuni anzi ricusarono apertamente di firmare. Altri, tra i quali fu
Marco Antonio Ardizzone, credenziere e conservatore dei grani della
città, sotto il pretesto di non voler mostrare di cedere alle pressioni
del vicerè (era presente il Duca d'Ossuna) proposero che l'assemblea
si portasse in qualche luogo pubblico ed indipendente, come in una
chiesa, ed ivi evesse più liberamente deliberato. E così fu fatto. Si
andò nella chiesa di S. Luigi di Palazzo ivi vicina, ora S. Francesco
di Paola; ove credendo il Genoino che si firmassero i capi proposti,
nessuno volle farlo, ed ognuno andò via alla sua propria casa[131].

In questo frattempo la città per gl'insoliti avvenimenti, era piena di
agitazione e di tumulto. Il grido sedizioso di _serra serra_, che in
Napoli per lunga pezza fu il grido precursore della rivoluzione[132],
spesso risonava per le vie più popolose. Allora le case e le botteghe
si chiudevano, le officine intermettevano i loro lavori, il chiasso
dei venditori ambulanti in un attimo spariva, ed un silenzio di
tomba, che incuteva terrore negli animi, succedeva dappertutto. Erano
queste dimostrazioni provocate, come credevasi, dallo stesso Genoino,
affinchè, insorgendo il popolo, egli avesse potuto ottenere il suo
scopo. Ma il momento non era ancora maturo. Pochi erano quelli che
comprendevano la ragione e la utilità di quelle riforme che lo stesso
reggente Costanzo, patrizio insieme e magistrato, trovava giuste
ma inopportune[133]; pochissimi quelli che avevano la forza o la
volontà di adoperarsi ad ottenerle. Nè il disquilibrio ed il danno
negl'interessi materiali erano giunti a tale che potessero spingere
la plebe a qualunque più ardita e pericolosa novità. Epperò nessuno
allora si mosse, ed appena nel mattino del 4 giugno le salve di
uso annunziarono che il cardinal Borgia aveva preso possesso della
carica di vicerè, e si seppe che era stato nella notte segretamente
introdotto nel Castel Nuovo, ed aveva ricevuto obbedienza dalle
autorità civili e militari, che tosto la scena cangiò interamente. Il
Genoino ed i suoi partigiani fuggirono o si nascosero, il Duca ai 14
giugno partì per le Spagne; non parlandosi più delle pretensioni del
popolo, gli ordinamenti municipali seguitarono a reggersi nel modo che
prima costumavasi, e tra gli spari degli archibugi ed il suono delle
campane che dimostravano la gioia della maggior parte dei cittadini,
i fanciulli andavano per le vie di Napoli in ischiere ed a coro,
cantando:

      _Statte alliero citatino_
    _Ca è trasuto 'o cardinale_
    _Nce ha sarvate d'ogne male_
    _E cacciato Genovino[134]._

Or nel 29 giugno di questo stesso anno 1620, in cui accadde l'accennato
movimento, che potrebbe acconciamente tenersi come il prologo del
dramma svolto poscia nel 1647, alcuni popolani, uomini e donne, erano
convenuti in una casa al primo piano al vico Rotto nella piazza
del Mercato per festeggiare un lieto avvenimento. Si procedeva al
battesimo di un fanciullo nato nel mattino, e che era il primogenito
della famiglia che ivi abitava. Tutti portavano i loro abiti di gala.
Gli uomini, alcuni, i più ricchi e _smargiassi_, coll'_albernuzzo_
(specie di cappa) di teletta, col sajo di rascia a finte e liste
di _tarantola_ gialla, col giubbone di tela della Cava squartato
e foderato di taffettà rancio, con _cosciali_ e calze di stamma e
stracci di seta legate con _cioffe_ e _sciscioli_, e col collaro di
tela fina, e cappello ornato di pennacchio e _passacavallo_[135];
altri — i più modesti — con casacche a campane con bottoni grandi
di camoscio, calzoni (_cauze a brache_) di tarantola bianca, e calze
alla martingala di negro[136]; altri finalmente, marinari o pescatori,
in più semplici arnesi, con calzoni di dobletto o di tela bianca, e
camiciuola di lana, e col tipico berretto rosso in testa. Nè mancava
chi portasse le maniche a la spagnola larghe ed increspate, come era
la moda in quel tempo, e chi, come i vecchi più tenaci delle antiche
usanze, i calzoni colla _giarnera_ (scarsella) ed i berretti piatti
a _tagliero_[137]. Le donne vestivano con corpetto di scerghiglia,
da cui compariva la camicia di tela di Bretagna, con gonnella di
saia frappata, e con grembiule di filondente ornato di _pizzilli_
a frangette, e di _truglio_ (ciondolo tondo) di vetro[138] o con
sottana di _dobretto_ corta e tonda. Portavano, se giovani, le scarpe
di sommacco piccato, o di cordovana, se attempate, _chianielle_,
_pantofanetti_, o zoccoli[139]. V'era qualcuna del _Molo piccolo_ col
vestito e col manto proprio di quella contrada, di cui qualche raro
esempio ora può trovarsi nelle donne di Procida[140]. Nelle fanciulle
potevano notarsi le acconciature del capo o alla scozzese, coi capelli
cioè a _canestrette_ intrecciati da nastri o fettucce (_zagarelle_)
incarnatine o verdi, tra cui taluna aveva posto una ciocca di
ruta[141], o alla spagnola col _tuppo_, che con voce propria[142] di
quella nazione dicevasi _muño_ (_chignon_). Le maritate usavano il
_toccato_, che era proprio del Mercato e Lavinaro[143] le foresi la
_magnosa_.

La stanza, in cui quella gente era radunata, aveva un'assai modesta ma
non povera apparenza. Una cassapanca a borchie di ottone, un canterale,
una tavola di noce, ed in fondo un letto alto, senza trabacca, ma con
biancheria di tela fina di bucato, e con coltre di seta, ove stava
la puerpera, erano i principali mobili che l'ornavano. Allorchè fu
chiaro che nessuno dei parenti e degli amici convitati mancava a
quella domestica festa, la destra comare, che, senza intermettere la
sua ordinaria loquacità, aveva finito di avvolgere tra le fasce il
neonato, gli appendeva alle spalle alcuni amuleti, come denti di lupo,
coralli, porcellini, e mezze lune di osso[144]; ed indi lo prendeva
tra le braccia e portatolo in mezzo alla stanza, lo metteva in terra
sul tappeto, che a tal oggetto da un ragazzo era stato in quel momento
colà disteso. Poscia, volgendosi al padre del bambino, gli diceva: _Ora
su, compare, àuzate 'o paciunciello tuio, e benedicetillo e basatillo
mmocca._ (Orsù via, compare, alza da terra questo tuo bambino, e
benedicilo e bacialo in bocca). Così faceva tutto allegro colui, ed
indi lo dava tra le braccia del parente che era gli vicino, il quale
baciatolo anche a sua volta, lo passava a un altro, e questi ad un
terzo, in guisa che il neonato non era riposto sul letto della puerpera
se prima non avesse fatto il giro di tutti gli astanti. E nel compire
questa cerimonia, ciascuno aggiungeva il solito augurio, che in tale
occasione costumavasi, cioè: _Comme l'avimmo visto nato, vedimmolo
nzurato_[145].

Fatto ciò, la comare prese in braccio il bambino, e seguìta da alcuni
dei parenti e da colui che dovea levarlo dal sacro fonte, non senza
l'accompagnamento di moltissimi ragazzi e monelli che l'aspettavano in
sulla strada, si collocò nella rituale _seggetta_ o bussola, e s'avviò
alla chiesa parrocchiale per compire il rito religioso.

La chiesa di S.ª Caterina in _foro-magno_ era la parrocchia, da cui
dipendeva la casa abitata dalla famiglia del neonato. Questa chiesa
era stata fondata dalla Confraternita dei _coriari_ o _pellettieri_
(conciatori di pelle), e propriamente da quelli che dicevansi
_dell'arte grossa_. In prima era una _grancia_ di S. Arcangelo degli
_armieri_, istituita dopo l'ampliazione della città nel 1536[146].
Poscia nel 1599 dall'arcivescovo Alfonso Gesualdo fu dichiarata
parrocchia. Oltre alla congregazione suddetta radunavasi pure ivi
la Confraternita del Santissimo Sacramento istituita nel 1568, la
Confraternita di S. Maria di Costantinopoli fondata nel 1535, e la
Compagnia dei pescatori _da bolentino cannuccie e filaccione_, della
quale si conoscono le capitolazioni del 1585.

La chiesa, come ancora vedesi, era posta tra il convento del Carmine
e le mura della città, verso il lido, ove a quei tempi era la porta
del torrione della marina. La piazza, che vi era innanzi, dicevasi
allora di _S. Caterina_, ed anche de li _scamusciatari_[147]. Fino a
pochi anni fa esisteva la porta antica di essa, di piperno ed a sesto
acuto, che nel 1850, rifacendosi, con cattivo consiglio fu ammodernata.
Nei tempi, di cui discorriamo, l'edificio, di una forma alquanto
più regolare di quella che è al presente, aveva due piccole navate
laterali, di cui una a destra di chi entra esiste tuttora, e l'altra
già fu adattata ad uso di sacristia. Aveva pure cinque altari, oltre il
maggiore, con cone o di alto rilievo in legno indorato, o di tavole e
dipinture dell'antica scuola napolitana, che tutte, meno l'affresco che
vedesi ancora sulla cappella dal lato dell'epistola, furono sostituite
da quadri moderni di mediocre pennello. Innanzi al presbitero,
come era costume in quei tempi, una trave posta in alto a traverso
sosteneva un crocefisso in legno. A sinistra di chi entra eravi il
fonte battesimale, ed a destra quel braccio in fondo della chiesa,
che si prolunga verso la marina e forma un lato ineguale ed abnorme
dell'edificio, era una cappella che serviva allora per sacristia[148].

Era allora parroco di S. Caterina l'abbate D. Giovan Matteo Peta.
Costui, adempito il rito prescritto dalla nostra religione, ed
accomiatato il popolano che aveva tenuto il bambino al sacro fonte e
la comare, entrò nella sagrestia, ove, toltisi i sacri paramenti, e
preso da uno scaffale un grosso libro, su cui leggevasi: _Libro XII dei
battezzati_, al foglio 44 verso, scrisse: _A 29 Giugno 1620. Thomaso
Aniello figlio di Cicco d'Amalfi et Antonia Gargano è stato battezzato
da me D. Giovanni Matteo Peta, et levato dal sacro fonte da Agostino
Monaco et Giovanna de Lieto al vico Rotto_[149].

Francesco d'Amalfi, che nel dialetto napolitano dicesi anche Cicco,
e che per burla comunemente era chiamato _Ceccone_, poco prima, come
ci attestano i documenti della stessa parrocchia, si era congiunto
in matrimonio coll'Antonia Gargano. Ai 18 febbraio dello stesso anno
essi erano stati solennemente _ingaudiati_, ed il medesimo abbate D.
Giovan Matteo Peta aveva col sacro rito legittimato e benedetto il
loro amore, del quale l'Antonia portava già un pegno nel proprio seno
in Masaniello. La cerimonia, per questa circostanza, fu celebrata
in casa della sposa al Carmine, previa l'autorizzazione della curia
arcivescovile di Napoli[150].

Ventun anno di poi nella stessa parrocchia compivasi un altro atto
solenne della vita privata di Masaniello. Bernardina Pisa, vaga ed
onesta fanciulla a sedici anni[151] aveva ferito il cuore del giovine
pescatore. Egli la cercò in moglie, e la dimanda fu accettata e
gradita.

Un giorno verso la fine del 1640 il giovine vestito dei suoi più
belli abiti da marinaro fece la prima visita ufficiale, la _sagliuta_,
come propriamente dicevasi dal nostro volgo, in casa della sposa, e
portò alla medesima il dono di uso, conveniente alla scarsezza dei
tempi ed alla propria condizione. Consisteva questo in due pendenti,
una _cannacca_ (collana), una grandiglia (specie di gorgiera all'uso
spagnuolo), ed un ventaglio, alcune calze, delle legacce, e degli
spilli, ed altre cose di tal genere[152]. Una stretta di mano ed un
bacio alla sposa compirono il rito, e solennemente suggellarono la
reciproca promessa di matrimonio[153].

Da quel dì alle finestre della casa di Bernardina, che era posta
dirimpetto alla Chiesa del Carmine, e da quelle dei suoi parenti,
come alle finestre della casa sulla piazza del Mercato accanto al
vico _Rotto_, ove dimorava Masaniello, ed a quelle dei parenti di
lui per alcuni giorni si videro pendere coverte di seta e tappeti.
Così, secondo il costume, davasi conoscenza al pubblico del parentado
contratto dalle due famiglie[154].

Il matrimonio in seguito fu solennemente celebrato nella chiesa di
Santa Caterina, ove i due sposi tenendosi per mano, e seguiti dai
proprii parenti[155], si recarono ai 20 Aprile dell'anno seguente
e non mancò di alcuna di quelle cose che solevano allora costumarsi
in simili circostanze[156]. Tutti i parenti e gli amici più stretti
furono invitati e convennero alla festa. Tra i primi erano Antonia
Gargano e Andreana de Satis, madre di Bernardina; poichè Cicco d'Amalfi
e Pietro Pisa, genitori degli sposi, erano già morti. Vi era pure
Grazia d'Amalfi sorella dello sposo e Cesare di Roma di Gragnano, che
l'aveva recentemente impalmata[157]; Giovanni altro figlio di Cicco
d'Amalfi, che allora aveva 17 anni[158], e che poscia nel 1647 ebbe
parte al potere e alla fortuna del fratello; Girolamo Donnarumma altro
cognato di Masaniello salsumaio e bottegaio di frutta al Pendino,
che dopo la morte di lui nel settembre 1647 fu nominato capitano del
popolo per qualche tempo[159]; Domenico de Satis e Giovan Battista
Pisa zii della sposa ed altri molti. I due banchetti di rito, uno
nella mattina in casa di Bernardina e l'altro nella sera in casa dello
sposo, furono abbondanti e pieni dell'allegria franca e spensierata dei
napoletani[160]. Nè vi mancò mastro Ruggiero col suo liuto, che canto
le _villanelle_, e le canzoni più in voga in quel tempo[161]. La festa
fu chiusa con balli e _cascarde_, e colla _spallata_ che chiamavasi
_madamma la zita_[162], danza propria dell'occasione.

Intanto lo stato del Regno procedeva ogni dì al peggio ed i popoli
erano stremati dalle disgrazie naturali, dalle carestie, dalle
scorrerie dei turchi, dal timore delle flotte francesi, e più che tutto
ciò dall'insaziabile ingordigia del dominatori spagnuoli. Il Duca di
Medina, D. Ramiro Filippo de Gusman, che allora governava il regno per
Filippo IV, e che nella nostra città ha lasciato memoria di sè in una
porta, fatta a spese di privati cittadini, ed in una fontana opera dei
suoi antecessori, per sopperire alle incessanti richieste di denaro
e di gente, che gli venivan fatte dalla Corte di Spagna, aggiungeva
dazii a dazii, gabelle a gabelle, ed aumentava le già esistenti senza
misura o criterio. Le antiche gravezze sulla seta, sul sale, sull'olio,
sull'orzo sulla carne, sui salumi e sul grano si aumentavano ad una
proporzione maggiore, e nuovi dazii s'imponevano sulla calce, sulle
carte da gioco, su l'oro e l'argento filato, e sopra tutti i contratti
di prestiti che facevansi nella città e nel regno. Si tentò pure la
carta bollata, una tassa sulle pigioni, ed il testatico, imposte che
per essere insolite, e più che le altre gravose, dovettero lasciarsi,
e compensarle invece coll'aumento di altre gravezze già esistenti e
specialmente accrescendo quella della farina[163]. Così il Medina nel
suo governo di poco più di sei anni potette ricavare dalla città e dal
regno, oltre le entrate ordinarie, meglio che 30 milioni[164] di ducati
(127,500,000). Non mancavano, è vero, in questo frattempo nella nostra
città anzi erano frequenti, le feste e gli spettacoli, ove il lusso
della casa viceregnale, degli spagnuoli, e della nobiltà, che consumava
senza produrre, pareva che desse aspetto di ricchezza e di prosperità
al paese. Ma questa non era che un'apparente prosperità, e ben sel
sapeva il Duca di Medina che partendo da Napoli, ebbe a dire con cinica
improntitudine: lasciar egli il regno in tal termine che quattro buone
famiglie non avrebbero potuto fare un buon _pignato maritato_, cioè una
buona minestra[165].

Le gabelle sui generi annonarii e specialmente sulla farina e sul pane,
comechè gravi dovunque, erano nella nostra Città gravissime, e più che
per altri per la povera gente. Costumavasi allora di panizzare fra noi
due specie di pane, cioè il pane a _rotolo_ e la così detta _palata_;
il pane a _rotolo_ per chi poteva spendere, la _palata_ per la plebe
o per i poveri. Il costo del primo, che vendevasi a peso, variava
in proporzione del prezzo della farina, l'altra che si pagava sempre
quattro grana (17 centesimi), variava in tali circostanze soltanto di
peso e di qualità. Così quando il grano costava caro, il pane della
_palata_ era piccolo e cattivo, e talvolta, specialmente nei forni
e nelle botteghe non soggette alla giurisdizione municipale, anche
pregiudizievole alla pubblica salute. Gli scrittori ed i documenti
del tempo ci attestano ciò apertamente. Nello stesso anno 1641, come
afferma un agente del Duca di Toscana in Napoli, essendo stato scarso
il ricolto, l'eletto del popolo Giovan Battista Nauclerio “non solo
aveva dato facoltà ai panettieri di poter mancare due oncie per ogni
palata di pane, ma che potessero mettere in detto pane ogni altra
mestura, che a loro fosse piaciuta, cocendolo malamente, purchè
ritenesse il peso„ della qual cosa gli altri eletti si lagnarono col
vicerè[166]. Quindi, come afferma un contemporaneo[167], due carlini
(85 centesimi) di pane al giorno non bastavano in tali congiunture ad
un pover'uomo; pur fortunato, se le cose frammiste alla farina onde
farla pesante, non gli erano causa, come a 27 soldati di Castel S.
Elmo, nel 1629, d'infermità e di morte[168].

Queste pubbliche miserie, che facevano dura e difficile la vita alla
povera gente, non risparmiavano certamente la famiglia di Masaniello.
Essa campava stentatamente alla meglio, e spesso i sottili guadagni del
proprio mestiere non bastavano al pescivendolo. Spesso pure Masaniello
sciupava lo scarso lucro della giornata (bisogna pur dirlo) con i
_compagnoni_ del suo quartiere, o nelle taverne del Mercato e del
Pendino o al giuoco, sia nella _camorra_[169] innanzi Palazzo, sia
sotto le tende e le baracche del Largo del Castello.

Allora il bisogno e la fame erano nella casa di Bernardina, e la povera
donna si avventurava a qualche piccolo contrabbando per procurarsi
un poco di pane a più buon mercato. Un giorno, avendosi comprato poca
quantità di farina in uno dei casali di Napoli, ove non essendoci le
gabelle della Città, si poteva trovare a prezzo più discreto, tentava
di portarla nascostamente a casa sua dentro una calzetta, sotto colore
che fosse un suo piccolo bambino avvolto tra le fasce, che pel freddo
cercava ricoprire con un panno. Lo stratagemma però non ingannava
gl'inumani e rigorosi gabellieri, che come dice uno scrittore di quel
tempo, cercavano addosso a tutti nei passi ordinarii e nelle strade
stesse di Napoli, non rispettando neanche le donne nelle parti del
corpo soggette alla vergogna[170]. La povera Bernardina, scoperto il
contrabbando, fu presa e condotta nelle carceri dell'_arrendamento_,
ove fu sostenuta per circa otto giorni. Il marito, saputolo, corse
al posto della gabella a Porta Nolana, indi dall'affittatore della
medesima Girolamo Letizia, onde ottenerne la libertà. Tutto fu inutile.
Le preghiere, i pianti, le sottomissioni non ottennero alcun effetto.
Bernardina non uscì di prigione se non quando fu pagata[171] la multa
(cento scudi, affermano alcuni scrittori), che il povero Masaniello
potette a stento raggruzzolare, vendendo tutte le masserizie di casa
e procurandosi qualche somma in prestito dai suoi parenti. Allorchè il
misero, consegnato il danaro al gabelliere e presa per mano la moglie,
per la via dell'_Arenaccia_ si avviò a casa sua, si volse prima un
momento verso l'officina della gabella, e pieno d'ira e di dispetto:
_Pe la Madonna del Carmine_, disse, _o ch'io non sia più Masaniello, o
che un giorno mi vendicherò alla per fine di questa canaglia_[172].


II.

E il giorno della vendetta arrivò, tristo, terribile, inaspettato.
Allorchè ai 7 Luglio 1647, nella piazza del Mercato, la plebe,
istigatore e duce Masaniello, al grido di: _Viva il Re e muoja il
mal governo_, fieramente insorse, dimandando l'abolizione della
gabella de' frutti e delle altre gravezze che l'opprimevano, uno de'
primi atti di autorità del nuovo Capopopolo fu l'incendio del posto
dell'arrendamento della farina a Porta Nolana, e della casa abitata da
Girolamo Letizia a Portanova[173]. Un drappello di circa 50 garzoni
e fanciulli, capitanati da Giovanni d'Amalfi a cavallo, eseguiva
fedelmente gli ordini di Masaniello. Scalzi, in sola camicia e mutande
di tela, e col berretto rosso in testa, essi, facendosi ministri di
una nuova giustizia, andavano processionalmente per le vie, preceduti
da uno stendardo (_pennone_), nel quale si vedevano dipinte le armi
reali di Spagna[174], e portavano chi torce di pece, chi graffii o
forcine, chi solfanelli, fascine impeciate ed altre cose bisognevoli
ad accendere, e chi finalmente picconi e sciamarri. Erano cenciaiuoli o
_bazzareoti_[175] gente della più vile e povera condizione, che viveva
stretta ed ammucchiata in alcuni di quei luridi covili del Mercato e
del Lavinaro, che si dicevano e si dicono tuttora _fondachi_, e che
la progredita civiltà ha ora diminuiti, o in buona parte migliorati,
ma non ancora interamente distrutti. Laceri e seminudi furon i primi,
che allora si chiamassero _lazzari_, e questo nome, che i superbi
dominatori spagnuoli diedero loro come una ingiuria, i plebei sollevati
della città e del regno, imitando i _Bruzii_ dell'antica Italia, ed
i _gueux_ delle Fiandre, lo adottarono volentieri, come un titolo
onorifico, e come un distintivo di animo libero ed indipendente[176].

Era Girolamo Letizia o di Letizia uno degli affittatori
dell'arrendamento della farina, che, uscito dalla plebe, coi guadagni
di quello si aveva procacciato non poche ricchezze. Uomo senza
misericordia, non perdonava in alcun modo, come dicono le memorie
contemporanee, a chi, entrando nella città con un poco di farina
o con due pagnotte di pane, non ne avesse pagato prima il dazio
corrispondente[177]. Oltre al fatto della moglie di Masaniello,
narravasi di lui, che una volta, per un contrabbando di pochissimo
momento, avesse fatto condannare alla frusta due povere contadine de'
casali di Napoli. Era quindi oltre ogni dire odiato dalla povera gente.

Ora i lazzari, bruciato che ebbero l'ufficio della gabella a Porta
Nolana, secondo gli ordini ricevuti, si portarono al _Largo di
Portanova_, ove nel palazzo della famiglia Mormile de' Duchi di
Campochiaro, ora segnato col numero civico 11, abitava allora
il Letizia. Ivi giunti, occuparono tutti gli sbocchi delle vie
circostanti, e circondarono il palazzo, gridando sempre: _Viva il Re
e muoja il mal governo!_ Poscia, rotta ed aperta la porta con mazze
ferrate o colle fiamme, alcuni di loro salirono sulla casa del Letizia,
e, preso tutto ciò che vi era, dalle finestre lo gittavano nella
piazza; altri dal basso riunivano il tutto in catasta e vi ponevano il
fuoco. Magnifici arazzi, ricche cortine di seta e di oro, scrittorii di
ebano intarsiati di argento o di avorio, quadri di nobilissima pittura,
vasellame di argento ed ogni altra preziosa suppellettile era preda
dalle fiamme. Nè si risparmiavano le gioie o il denaro contante, non
le cose commestibili, non gli stessi animali, che in quella casa per
avventura si trovassero. Così il tutto riducevasi in cenere[178], senza
che alcuno di quei miserabili pensasse a sottrarre o a serbare per sè
un oggetto qualunque, fosse pure di nessun valore. E mentre il fuoco
distruggeva quelle robe, frutto de' guadagni procacciati colle odiose
gabelle, Giovanni d'Amalfi alla gente circostante gridava: _Vedi,
popolo mio, queste robe sono delli officiali, che se l'hanno fatto col
sangue di noi altri poveri; si buttano in questo fuoco e si bruciano,
per ordine di Masaniello, mio fratello_[179]. Il popolo in parte
compiaciuto, in parte atterrito, guardava meravigliato ed attonito
l'orrido spettacolo.

Ma ormai la plebe sollevata aveva la coscienza delle proprie forze,
e, non contenta dell'abolizione delle gabelle e dell'amnistia pe'
fatti de' 7 ed 8 luglio, accordate facilmente dal vicerè, dimandava
istantemente altre più larghe concessioni, e la _isopolizia_ o la
eguaglianza de' diritti coi nobili del governo municipale della
città. _Vogliamo il privilegio di Carlo V_, aveva arditamente detto
Masaniello al Duca di Maddaloni ed agli altri nobili spediti al Mercato
dal vicerè; _vogliamo il privilegio di Carlo V_, ripetevano in coro i
_lazzari_, che, come gente bassa, al dire di un contemporaneo[180],
non sapevano parlare. Un vecchio, in abito da prete e con lunga
barba, era l'autore e l'anima di queste risoluzioni. Egli istruiva il
pescivendolo, già pubblicamente acclamato Capitan generale del popolo;
egli gl'insinuava le grazie ed i privilegi da dimandarsi al vicerè,
egli gli spiegava come l'aquila e le colonne di Ercole, che si vedevano
sulla porta della Vicaria (il palazzo di giustizia), fossero le insigne
del benefico imperatore, e che perciò dovessero essere rispettate.
Questo prete e questo consigliere era D. Giulio Genoino.

La vita del vecchio agitatore, ne' 27 anni decorsi dal 1626 al 1647,
era passata tra le angustie e gli stenti del carcere, e tra le liti
e le molestie procacciategli dalla sua indole turbolenta, e dalle
persecuzioni de' nobili, suoi antichi nemici. Carcerato in Ispagna,
ove, dopo la caduta dell'Ossuna erasi condotto, e, con sentenza
de' 28 Settembre 1620, condannato in Napoli alla forgiudica[181],
egli nel 1621 aveva ottenuto da re Filippo IV, con dispaccio de' 18
novembre, che il suo giudizio fosse in Napoli stesso riveduto[182]. Ed
infatti una Giunta speciale composta del licenziato Francesco Antonio
d'Alarcon, cavaliere dell'abito di S. Giacomo, commissario delegato
del re, e da quattro giudici scelti ne' tribunali del regno, intese
novellamente il Genoino trasportato prima a Baia e poscia a Capua[183].
Ma il secondo giudizio non fu molto diverso dal primo, ed egli fu
condannato a carcere perpetuo in qualche castello appartenente alla
Corona di Spagna, che non fosse nel regno; e, per ordine del re, in
data de' 22 ottobre 1622, gli fu assegnata la fortezza del Pignone in
Africa. Così visse ivi più o meno strettamente per 12 anni, sinchè,
avendo mandato alla Corte il modello in legno della fortezza[184] ove
stava rinchiuso, ottenne dal re la grazia della libertà: mediante
il pagamento di 4000 ducati, e coll'obbligo di restare in qualche
luogo dell'Andalusia o di Castiglia o confine. La carta con cui gli
fu partecipata la grazia sovrana, è del 12 febbraio 1634[185]. Se non
che, dopo alcuni anni, il Genoino ritornò in Napoli, ove, rinfocolati
gli odii antichi, e suscitati nuovi sospetti, a' 2 Ottobre del 1639,
ad istanza degli Eletti della città, fu per estranee cagioni sostenuto
per qualche tempo nel Castel Nuovo[186]. Allora vedendo, come egli
stesso dice, “la sua persecuzione dello stato secolare, e che dove
meritava premio, gli si era data pena, risolse, nel residuo della sua
vecchiezza, servire Dio in istato di sacerdote, e con Breve apostolico,
prese gli ordini sacri, servando tutte le sacre costituzioni e le
prescrizioni del Concilio di Trento, per mano di D. Basilio Cacace,
arcivescovo di Efeso[187]„.

In queste nuove condizioni di vita ritrovavasi, allorchè la imposizione
della gabella sui frutti, che egli più che altra riconosceva odiosa
al popolo, venne a rinnovellare le sue antiche speranze. Ne' primi
mesi del 1647 fu veduto spesse volte, verso l'imbrunire, stringersi
a secreto colloquio con Masaniello nella Chiesa del Carminello al
Mercato[188]. L'astuto vecchio aveva scorto l'influenza che il giovane
pescivendolo esercitava sulla plebe del Mercato e del Lavinaro,
l'avversione che nutriva contro i nobili ed i prepotenti, l'animo
pronto ed ardito, ed il buon senso, che nascondeva sotto le apparenze
della spensieratezza e della buffoneria. Lo indettava quindi, e lo
preparava a' futuri casi ed a' moti facilmente prevedibili.

Nè le sue speranze fallirono. Ciò che egli aveva già inutilmente
tentato nel 1620, ora, scoppiata la sollevazione, assai più largamente
dal popolo ottenevasi. Le chieste immunità e prerogative, poichè
quel privilegio di Carlo V, che invocavasi, non era mai esistito,
_ad honore conservatione e gloria della Maestà Cattolica..... del
Re, dell'eminentissimo.... cardinal Filomarino.... arcivescovo....
dell'eccellentissimo signor Duca d'Arcos, vicerè.... e del signor
Tommaso Aniello d'Amalfi, capo del... fedelissimo popolo_, erano ai
13 luglio, dallo stesso Vicerè, in nome di Sua Maestà Cattolica, ad
esso _fedelissimo_ popolo restituite, ampliate e confermate, ed anche
solennemente giurate. Gli eventi inoltre superavano la aspettazione del
Genoino, ed oltrepassavano i privilegi conceduti. Dai 7 luglio fino al
3 Giugno dell'anno seguente, il _Tribunale di S. Lorenzo_ non fu più
riunito. I nobili cessarono affatto dal governo della città, e l'Eletto
del Popolo restò solo a disporre di tutti gli affari municipali.
Francesco Antonio Arpaia, il compagno del Genoino ne' tumulti del 1620
e nelle pene indi sofferte, chiamato da Teverola, ove era governatore
di quella terra, fu allora da Masaniello nominato ad un tale importante
ufficio[189].

In questo frattempo la famiglia del pescivendolo divise con lui il
rispetto ed i riguardi, che egli così inaspettatamente si ebbe. Tutti
coloro, che in qualunque modo gli appartenevano, in quei pochi giorni
di potere, si gloriavano e cercavano anche di profittare della loro,
fosse pur lontana, parentela. Nè mancò chi, tuttochè affatto estraneo,
si volle dare a proprio vantaggio per congiunto di lui. Così fece un
marinaio di Chiaja, che nella domenica 14 luglio spacciatosi per nipote
di Masaniello, andava per quella contrada facendo ricatti e minacciando
l'incendio e la morte a chi si negava alle dimande. Il capitan generale
appena n'ebbe notizia, ordinò che restituito a ciascuno il danaro con
quella invenzione sottratto, il marinaio venisse condotto al Mercato a
subire colla morte rigoroso castigo dei suoi ladronecci[190].

Ma tra tutti i parenti ed i cognati di Masaniello, coloro che
principalmente ebbero parte al potere ed agli onori, furono in
ispezialità il fratello e la moglie. Giovanni di Amalfi fu quasi
come un luogotenente di lui. Egli negli otto luglio metteva le nuove
_assise_ ai commestibili nelle botteghe e nei posti della città. Egli
nel giovedì, allorché dovettero fissarsi le capitolazioni col vicerè,
precedette ed annunziò l'arrivo del fratello a Palazzo. Egli nel sabato
13, vestito di lama d'argento turchino, lo accompagnò nella trionfante
gita al Duomo pel giuramento delle dette capitolazioni. Egli era col
fratello a spasso nella gondola del vicerè a Posillipo, ed al banchetto
in Poggioreale nella domenica e nel lunedì 14 e 15 luglio. Egli
finalmente nella sera dello stesso dì 15 luglio, vigilia della morte
di Masaniello, fu da costui spedito con una mano di circa 500 plebei ad
inseguire e catturare il Duca di Maddaloni nelle vicinanze di Benevento
ove credevasi essersi rifugiato[191].

Bernardina d'altra parte godette del pari; e forse anche più di
lui, della mutata fortuna del marito. Il vicerè, che conosceva la
influenza di lei sull'animo di costui, cercò con ogni mezzo blandirla
e rendersela benevola per suoi fini con ricchi regali, ed anche
invitandola a recarsi a Palazzo[192].

Nella domenica 14 luglio verso sera una carrozza di corte tirata da
sei cavalli[193] ed accompagnata da quattro alabardieri tedeschi,
si fermò innanzi alla povera casa posta a fianco al vico Rotto. Poco
stante la madre, la moglie e la sorella con due cognate ed un'altra
parente di Masaniello, tra l'ammirazione dei lazzari e l'invidia delle
comari del Mercato e del Lavinaio, si collocarono in quella. Le loro
vesti convenivano alla presente non alla passata fortuna. Bernardina
portava una roba all'_imperiale_, colle maniche gonfie (_a presutto_)
una gonnella ed una sopravvesta o giubbone di lama d'oro e di seta,
guarnita di fasce piccate e di trine e repunti pure di seta o di
oro[194], ed usava il guardinfante, la cui moda da poco tempo era stata
introdotta dalla viceregina duchessa di Monterey[195]. Aveva al collo
una ricca e pesante collana d'oro, regalo della duchessa d'Arcos. Le
altre donne pure si erano ornate di vesti ricche e sfarzose scelte
tra le robe, che già si erano saccheggiate al duca di Maddaloni, e
Grazia d'Amalfi aveva in braccio un fanciulletto di pochi mesi anche
riccamente addobbato.

Allorchè la carrozza si avviò verso Palazzo, e mentre passava per
le vie della città popolate di gente curiosa di vedere lo strano
spettacolo, la famiglia di Masaniello riceveva dovunque i plausi ed
i saluti rispettosi della plebe che gridava: _Viva la Spagna, viva
il popolo, viva Masaniello!_ Alla porta del parco, che era dove ora,
nella strada di S. Carlo, si vede il cancello del giardino reale coi
cavalli di bronzo, le donne smontarono, e la Bernardina si pose nella
sedia della stessa viceregina, la cognata in quella di D.ª Catarina
d'Ayala, moglie del visitatore generale del regno D. Giovanni Chacon
y Pons de Leon, e le compagne in altre sedie di dame, che allora
trovavansi in corte. Così attraversarono il parco fino ai piedi della
scala del palazzo, ove furono ricevute dal capitano della guardia e
dal cavallerizzo maggiore del vicerè col capo scoverto, e servite dagli
alabardieri e dai paggi sino alla camera, dove si trovava la viceregina
con suo fratello, D. Vincenzo d'Aragona, con lo stesso visitator
generale, col cardinale Filomarino, e con alcune principalissime
signore del Regno.

Le accoglienze furono non solo cortesi ma anche amorevoli. Due dame
di compagnia si fecero sulla porta della camera incontro alle sei
donnicciuole, e la viceregina alzatasi si accostò alla moglie di
Masaniello, dicendole in ispagnuolo: _Sea V. S. Illustrisima muy bien
venida._ (Vostra Signoria Illustrissima sia la molto benvenuta). Al
che la moglie di Masaniello, non sconcertata dal luogo insolito per
essa e dalla presenza di persone tanto superiori alla sua condizione,
abbracciandola, ed all'uso popolaresco, come da uguale ad uguale,
appiccandole due sonori baci sulle guance, rispose prestamente:
_E Vostra Eccellenza la molto ben ritrovata._ Poscia, finiti gli
abbracciamenti ed i baci, che furono nello stesso modo ripetuti colle
altre signore presenti, ed anche dalle compagne della _generalissima_,
e sedutesi la viceregina e la comitiva, Bernardina soggiunse: _Vostra
Eccellenza è la viceregina delle signore, ed io sono la viceregina
delle popolane._

In questo le visitatrici furono abbondantemente regalate di dolciumi
e di rinfreschi, ed il Chacon, volendo cattivarsi la benevolenza della
famiglia del Capitan Generale, prese tra le braccia quel bamboccio suo
nipote, al quale non disdegnava di fare singolarissime carezze, come se
fosse stato un figliuolo della stessa viceregina. Egli, che era stato
autore principale a mantenere la gabella sui frutti, corrotto, come fu
fama, dai regali che gli arrendatori di quella aveano perciò fatti alla
moglie di lui[196], aveva ragione di temere l'ira del popolo. Pochi
momenti innanzi Masaniello, il quale prima di portarsi a Posillipo
l'aveva incontrato nelle anticamere di palazzo reale, si era accostato
a lui, e presolo pel petto, con termini risoluti, gli avea detto:
_Signor visitatore, mi è stato riferito che voi siete un gran mariuolo,
e che in ispecie avete rubato ad uno che so io seimila ducati. Se io
non vi ho castigato ancora conforme meritate, abbiatene obbligo al
Signor Cardinale mio signore, ma per l'avvenire state bene in cervello,
perchè vi bisogna._ D. Giovanni Chacon se l'ebbe per detto, e quindi
cercava con questi bassi mezzi rendersi amico il Capitan generale del
popolo.

D'altra parte la viceregina, presentando un ricco monile ed un gioiello
in diamante alla Bernardina, con bei modi si adoperava a persuaderla
perchè avesse indotto il marito a depositare il comando, or che le
capitolazioni erano state giurate, ed il popolo aveva ottenuto quanto
dimandava; e la sollecitava perchè quegli si rimanesse contento ormai
delle mercedi promessegli: _Senora comadre_, conchiudeva la viceregina,
_haga de manera, que su marido dexe el mando, porque se quieten las
cosas._ — _Oh questo poi no, signora commara_, rispondeva a tali
insinuazioni l'accorta donna. _Se mio marito abbandonasse il comando,
nè la sua nè la mia persona sarebbe più rispettata. Però sarà meglio
che ambedue stiano uniti, il Vicerè e Masaniello, cosicchè l'uno
governi gli spagnuoli e l'altro il popolo_[197].

L'ardita risposta non piacque per fermo alla viceregina, che
dissimulando non aggiunse altro, ma accomiatò gentilmente la Bernardina
e le sue compagne fino alla porta. Così allegra e contenta la comitiva
si partì, e colla stessa carrozza tornò a casa, seguìta dal dono
ricevuto, che era portato da un facchino in un canestro (_spasa_),
coverto da una tovaglia di taffettà turchino, ed accompagnato dagli
alabardieri e dai servitori, i quali quando furono nel Mercato,
suonarono di nuovo le trombe e le donne smontarono e si riceverono il
detto regalo[198].

Ma non passarono due soli giorni e la scena cangiò interamente. Nel
mattino di martedì mentre _maddamma_ Antonia[199], la vecchia madre
di Masaniello, Bernardina e Grazia incerte, ma pur presaghe del loro
danno, sole ed abbandonate da tutti in un angolo della loro casa
piangevano e si comunicavano a vicenda i propri timori, un mormorio
continuato e lontano pervenne al loro orecchio. Erano gridi di trionfo
o di morte? Masaniello aveva, come nel mercoledì precedente, trionfato
dei suoi nemici, o tutto era finito per esse, potere, agi ed onori?
L'incertezza non tardò guari a dileguarsi. Il rumore si faceva più
chiaro e distinto; era una turba di popolo che gridava: _Viva Dio e
il re di Spagna, Masaniello è morto, Masaniello è morto! sotto pena di
ribellione nessuno nomini più Masaniello!_ A quelle parole, la povera
Bernardina diè un alto grido e cadde tramortita al suolo.

In questo momento quella ciurma di popolani era giunta nella piazza del
Mercato, e sparando alcune archibugiate in aria, ripeteva gli stessi
gridi ed applausi. Un suono di tromba fu ripetuto tre volte, e, fattosi
silenzio, un banditore ad alta voce lesse:


          _Bando e comandamento per ordine di Sua Eccellenza._
                        PHILIPPUS DEI GRATIA REX

      In esecutione dell'ordine oretenus dato a noi da S. E.
   si fa il presente Bando, per il quale si ordina et comanda
   a tutte et qualsivogliano persone di qualsivoglia grado,
   stato et conditione si sia, che fra il termine di 24 hore
   debbiano restituire et dar nota in poter nostro di tutte et
   qualsivogliano robe, cioè oro, dinari, argento quadri et ogni
   altro mobile di qualsivoglia sorte che sia, che si ritrovano in
   potere di qualsivoglia persona, pigliate dal q. Tommaso Aniello
   d'Amalfi o d'altri in suo nome da qualsivoglia persona e casa,
   et anche in potere di chi fossero andate dette robe, sotto pena
   di confiscazione de' loro beni, di morte naturale e diroccatione
   delle loro case; acciò havuta detta notizia se ne faccia
   avvisata S. E. per eseguire quanto comanderà. Ed acciò tutto
   venga a notitia di ciascuno, e nessuno possa allegare causa
   d'ignoranza, si ordina che si pubblichi il presente Banno, non
   solo nel Mercato di Napoli, dove solea vivere detto q. Tommaso
   Aniello, ma anche in ogni altro luogo dove sogliono pubblicarsi
   detti Banni. — Napoli 16 luglio 1647.

                                                D. GIULIO GENOINO

Letto il bando[200] e replicato tre volte il suono di tromba, il
banditore procedette altrove, ma quella ciurma di popolo si volse
verso la casa di Masaniello; altri, come dice un testimone di veduta,
per guardare quante robe in essa vi erano, altri per rubarle, giacchè
era _sedia vacante_, altri finalmente per impadronirsi della moglie
e della sorella e condurle prigioni innanzi al vicerè[201]. Capo di
questi ultimi era Carlo Catania di Bracigliano, fornaio al Carminello,
uno degli uccisori dello stesso Masaniello, compare ed amico di lui, e
che era stato dal capitan generale, nel tempo del suo potere, nominato
provveditore delle milizie popolari. Pure i beneficii non erano stati
da tanto a vincere l'astio invidioso di lui, e il dispetto per le
minacce fattegli da Masaniello, allorchè credendo di poter profittare
del suo posto e della sua influenza, non temette di fare nel suo forno
il pane cattivo e mancante. Forse anche la moglie di Masaniello entrava
per qualche cosa in quest'odio e dispetto del Catania.

Egli dunque alla testa dei suoi seguaci, irruppe nella casa del
compare; andò difilato a Bernardina, la prese pel corsetto, e,
servendomi delle stesse parole del Pollio, “maltrattandola di poco
onore et boffettoni, et strascinata la condusse in istrada, con la
sua _guancia_ (mano) dentro il petto di quella meschina„, che col seno
scoperto e scarmigliata empiva l'aria di strida[202] e disperatamente
piangeva. Nello stesso modo Grazia di Amalfi maltrattata e vituperata,
era presa da altri compagni del Catania. Nè d'altra parte la grave età
era di schermo all'Antonia. Anch'essa insieme colla madre di Marco
Vitale, il segretario di Masaniello[203], veniva da quei popolani
imprigionata. Così le povere donne tra le beffe e gli scherni erano
condotte a Palazzo, facendo le stesse vie, che avevano fatte nella
domenica antecedente in un modo tanto diverso. Non vi furono vituperii
ed ingiurie, che quella gente villana ed inferocita non facesse a
quelle infelici. Non era persona, dice pure un grave scrittore di
quegli avvenimenti, che non si accostasse a darle un calcio o a
strapparle i capelli[204]. Alcuni plebei precedendo la ciurmaglia,
gridavano; _largo largo alla signora Duchessa delle sarde_; e qualcuno,
che non aveva mancato d'inchinarle e reverirle nei tempi della loro
fortuna, ora vilmente non risparmiava i motteggi e gli strapazzi[205].

Nè d'altra parte il vicerè e la viceregina più generosi si mostrarono
nel giorno del loro trionfo. Allorchè le donne, giunte finalmente
a Palazzo e portate innanzi al vicerè, si gettarono ai suoi piedi
chiedendo misericordia ed aiuto, il Duca d'Arcos non ebbe pietà alcuna
di quelle infelici. La stessa viceregina, che volle vederle, quasi per
prendersi la sua rivincita, sfogò (come accennano alcuni, sebbene altri
lo neghino) il dispetto della domenica antecedente, dileggiando la
povera vedova, veneranda allora per l'improvvisa sventura, col titolo
d'illustrissima, di generalissima e di viceregina delle popolane.

Soli il cardinale Filomarino e l'Eletto del popolo Francesco Antonio
Arpaia fecero sentire una parola di compassione tra gli strapazzi e
gl'insulti di tutti. Essi pregarono il vicerè a risparmiare quelle
povere donne, e così furono mandate nel Castel Nuovo, ove per alcuni
giorni ebbero vitto ed abitazione, ed ove furono pure trattenuti in
seguito il fratello, il cognato e gli altri parenti di Masaniello,
che al primo conoscere della morte di lui, si erano fuggiti o
nascosti[206].


III.

Ucciso Masaniello, il Duca d'Arcos credette che la rivoluzione con
lui fosse omai spenta. Egli, ordinata una gran cavalcata, a cui
intervennero i cavalieri e gli uffiziali o ministri principali dei
regii tribunali, col cardinale arcivescovo e con buona guardia di
fanteria e cavalleria ben armata, andò al Duomo per render grazie a
Dio ed al Glorioso S. Gennaro, patrono principale della nostra città,
per la quiete omai ottenuta, e girò lieto e contento pel Mercato e per
le altre vie della città. Nello stesso tempo ordinò che si facesse
l'inventario delle robe conservate tanto nella casa di Masaniello
quanto nei magazzini del Mercato, del che fu dato incarico all'Eletto
del popolo. Secondochè asserisce il buon prete Pollio, il quale
accompagnava il compare in questa occasione, lo Arpaia chiamò per suo
segretario Vito Antonio Cesarano, onde scrivere minutamente tutto ciò
che ivi si fosse rinvenuto; e nel far l'inventario, molti dissero che
gli uccisori di Masaniello, in quella notte che seguì la morte di lui,
si avessero pigliato gran quantità di oro ed argento ed un baule di
monete, trasportando il tutto per gli astrici della casa[207].

Poco dopo due bandi, uno dei 17 e l'altro de' 21 luglio, alle preghiere
dello stesso Eletto e per far cosa grata al _fedelissimo_ popolo,
estendevano l'amnistia accordata pei fatti del 7 luglio in poi anche
al fratello ed al cognato di Masaniello, che ne erano stati prima
col bando dei 16 di quel mese eccettuati[208]. Se non chè Giovanni fu
dato, come suol dirsi, in consegna a Marco di Lorenzo macellaio, che
cogli onesti guadagni del suo mestiere, si aveva procurato grandi e
straordinarie ricchezze, tuttora tradizionali nella memoria del popolo
perchè lo guardasse in sua casa, trattandolo nel miglior modo che fosse
possibile[209].

D'altra parte la moglie, la madre e la sorella di Masaniello cacciate
dal Castel Nuovo[210], furono consegnate al Genoino, che era stato
creato presidente della Regia Camera della Sommaria, e furono condotte
alla casa di costui a S. Agnello dei Grassi ove per alcune settimane
furono con conveniente assegnamento mantenute.

Ma il fuoco era coverto di cenere e non tardò guari a divampar
nuovamente, ed in modo anche più terribile e funesto di prima.
I tumulti dei mercanti e dei tessitori di seta, degli studenti
forestieri, dei pezzenti, e perfin delle donne contro il governo
del Banco della Pietà o Monte dei Pegni, ciascuno per la revindica
dei proprii diritti perduti, o per l'abolizione di qualche abuso
introdotto, manifestavano gli animi sempre torbidi ed inquieti del
popolo, e facevano agevolmente prognosticare altre più gravi ed aperte
ribellioni[211].

Il vicerè dal canto suo non negava cosa alcuna. Dissimulando, accordava
e prometteva tutto, ben risoluto, quando che fosse, a non attender
nulla.

In questo stato di cose non mancava che un'occasione qualunque,
la quale soffiasse nella brace ad eccitar l'incendio, e desse ai
tumultuanti un novello capo. Questa occasione presto si offerse. Per la
imprudenza ed ambizione del presidente Cennamo ai 21 agosto una seconda
generale sollevazione del popolo scoppiò nella piazza della Sellaria,
e, sebbene per poco, fece nuovamente comparire nella storia della
rivoluzione del 1647 la famiglia di Masaniello.

Le più antiche memorie, che io trovo della piazza _della Sellaria_
rimontano al secolo XII. In quel tempo esso chiamavasi strada di
_Capo di piazza_ (_platea capitis plateae_). In due istrumenti uno
dei 5 febbraio 1194, e l'altro del 6 dicembre 1198, accennati nella
_Platea_ del monastero di S. Severino della nostra città, si ricorda
una casa con orto sita in Napoli in capo della strada detta _Capo
di Piazza_, pertinenze di Portanova, non lontana dalla porta _delli
Monaci_, e vicino alla chiesa dei SS. Cosmo e Damiano, _grancia_ di
detto monastero. Con un altro istrumento dell'anno 1263 la detta casa
è descritta come sita accanto alla strada, che andava a S. Arcangelo
(_degli armieri_), chiesa appartenente al monastero Cavense, giusta
il muro pubblico, e la torre vecchia della città[212]. Documenti
posteriori determinano con maggior precisione il sito di quella chiesa
e della contrada circostante. Da essi rilevasi che quella era posta
propriamente nella piazzetta, ora vico _Molinello alla Sellaria_, tra
il vico _Giudechella al Pendino_, che allora e in tempi anche più
remoti dicevasi _Deposulum_, ed indi _fondaco di S. Martino_, e la
_strettola degli armieri_, già vico _armentario armentariorum_[213].
Nel 1743 questa chiesa fu profanata, e, come rilievo della citata
Platea, la cona dei SS. Cosmo e Damiano, che era sull'altare maggiore
di essa, fu trasferita nella cappella degli Spinola dentro la chiesa
vecchia di S. Severino[214].

Qui in processo di tempo, e propriamente nel 1585, esisteva la
bottega e l'abitazione di Giov. Leonardo Pisani speziale che fu
uno dei principali istigatori e capi della sedizione della plebe
napoletana e della infelice morte dell'eletto del popolo Giov. Vincenzo
Storace[215], avvenuta nel maggio di quell'anno. Allorchè sedato il
tumulto e rimesso l'ordine nella città, il vicerè dopo qualche mese
procedette al giudizio ed al castigo di quelli che vi avevano preso
parte, il Pisani, essendosi a tempo posto in salvo, fu condannato a
morte in contumacia, la sua casa fu diroccata, e sul suolo di essa, ove
si era seminato il sale, fu eretto un monumento, nel quale in apposite
nicchie si collocarono le teste e le mani di 24 principali giustiziati
con grate di ferro sopra perchè non potessero indi togliersi. Una
iscrizione in mezzo ricordava il nome del Pisani, il delitto commesso,
ed il castigo[216]. Per parecchi mesi quel miserando ed orribile
spettacolo contristò lo sguardo dei napoletani, che passavano per
quella via, una delle più frequentate della città; ma finalmente il
vicerè successore, alle preghiere del nuovo Eletto del popolo Giov.
Battista Crispo, permise che quella memoria di lutto e d'infamia
venisse cancellata. Allora i teschi e le mani degl'infelici furono
condotti al ponte _Guizzardo_ ora della Maddalena, luogo di sepoltura
dei giustiziati. Più di 2000 persone, molto clero, e diverse religioni
di frati accompagnarono colle torce accese le postume esequie,
solenne dimostrazione e pubblica protesta del popolo contro il governo
spagnuolo[217].

Dall'altro lato della via _Capo di Piazza_, dopo l'angolo della strada
di S. Biagio dei _taffettanari_ ed il vicolo che dicevasi di _Pistaso_
ed ora dei _Ferri vecchi_ al Pendino, sorgeva nel secolo XII il palagio
di Pietro delle Vigne, di colui cioè: _che tenne ambo le chiavi del
cor di Federico II_, edificato sul suolo già appartenente al monastero
Cavense. Ivi nel 1254 dimorò per alcun tempo papa Innocenzo IV, ed ai
7 Dicembre dello stesso anno vi morì. Ivi dopo tre giorni fu eletto
il nuovo pontefice Alessandro IV, che vi si trattenne fino al maggio
dell'anno seguente. Il palagio, che, tenuto anche conto della modesta
maniera di abitare in quel tempo, dovette essere un edificio nobile e
vasto, potette albergarvi il pontefice, la curia romana ed i cardinali
del Sacro Collegio, ed avere oltracciò sufficiente località, ove
tenersi il pubblico studio di teologia, decreti, decretali e leggi
canoniche che lo stesso papa Innocenzo IV nella sua venuta in Napoli
vi aveva istituito, fu coll'orto adiacente e cogli altri beni di Pier
delle Vigne dal medesimo Papa Innocenzo IV conceduto alla famiglia
dei Fieschi, cui egli apparteneva, ed alla quale in virtù delle
convenzioni stipulate con Clemente IV nella investitura del reame, fu
anche da Carlo I d'Angiò confermato. Ivi verso il 1285 dallo stesso re
Carlo I furono collocate l'officina o zecca delle monete, e la corte
dei conti che da essa dipendeva; ed ivi l'una e l'altra si tennero
fino al 1333, allorchè furono trasportate dirimpetto la chiesa di S.
Agostino nel sito, dove fino a poco fa era l'officina delle monete. In
processo di tempo la casa pervenne alla famiglia Barbati, nobile del
sedile di Montagna, ed indi nel secolo XVI alla corporazione dell'arte
della lana. Così in essa si stabilirono le opere di bagnare, tingere,
e _frisare_ i panni, e tutto il fabbricato, al quale si accedeva
dalla Sellaria e dal vicoletto di S. Palma, ebbe nei tempi di cui
discorriamo, la denominazione di _Fondaco della zecca dei panni_[218].

La strada _Capo di piazza_, che, a quanto può rilevarsi dalle vecchie
carte, distendevasi dal sito ove ora è la chiesa di S. Biagio fino
al vicoletto _Fate_, o alla piccola chiesa di S. Giacomo dei Mormili
da un lato, ed a poco più oltre la strada degli _Armieri_ dall'altro,
formava, sotto gli Svevi e gli Angioini, una delle _ottine_ o piazze
popolari della nostra città. Essa allora, come ordinariamente le
altre piazze sì nobili come popolari, aveva il suo proprio sedile o
teatro, che non sappiamo precisamente dove fosse collocato, e che,
probabilmente dopo la riforma o la nuova costituzione data ai sedili di
Napoli, nella seconda metà del secolo XIV, o cangiò nome o fu abolito,
non trovandosene più memoria dopo il 1392[220]. Dopo quel tempo anche
la strada perdette a poco a poco la sua primitiva denominazione, e
prese quella di _piazza della Sellaria_ (_Ruga o Platea Sellariorum_)
dalla via che la continuava ad oriente e che comincia a comparire in
alcuni documenti della fine del secolo XIII[222]. In un istrumento
del 1334 ricordasi pure la via della _Sellaria vecchia_, che andava
ad un'altra strada detta della _Pullaria_[223]. Sembra inoltre che
anche in quel torno di tempo, l'antico sedile o qualche altro, pure
appartenente all'ordine popolare, che nella medesima contrada a quello
era forse succeduto, raccogliesse i diritti e le prerogative di tutti
quei sedili popolari, che erano nell'ambito intero della vecchia città.
Questo sedile, che aveva allato una casa ed una cappella intitolata
a S. Chirico o S. Ciriaco, onde ingombravasi la via, secondo alcuni
nostri scrittori, era posto nella piazzetta, ov'è la seconda fontana,
e dove ora comincia la strada del _Pendino_. Per alcune dipinture, da
cui era adornato, dicevasi volgarmente _lo sieggio pittato_[224]

Nel 1466 re Alfonso I d'Aragona ordinò che il sedile insieme colle
fabbriche che vi erano attaccate, fosse diroccato, affinchè in tal modo
si regolarizzasse quella strada che allora era la più bella ed ampia
della città, e vi si potessero fare giostre e tornei, come nelle vie
extramurane di Carbonara e delle Corregge. Il fatto produsse grande
commozione e dispetto nel popolo _grasso_, come allora dicevasi la
borghesia, e nel popolo minuto, la plebe. Si credeva che fosse stato
quello un pretesto per favorire Lucrezia d'Alagno, che aveva la casa
in quel sito, e che prevalendosi dell'amore ardentissimo a lei portato
dal re, lo aveva indotto a far abbattere quell'edificio, onde rendersi
spedito e libero l'aspetto della strada. Altri e forse non a torto,
credettero che Alfonso avesse voluto ingraziarsi la nobiltà che vedeva
mal volentieri come i popolani avessero un luogo proprio di riunione
al pari dei nobili. Che che ne sia, certo è che ai 31 marzo dell'anno
seguente 1456 il popolo radunato nella piazza della Sellaria tumultuò,
la città tutta prese le armi, ed il re fu obbligato a cavalcare per le
vie della medesima, onde placare gli animi esacerbati.

Fermandosi in mezzo alla piazza e parlando ai capi dei tumultuanti,
Alfonso cercò di dimostrare il miglioramento che da quel fatto la
contrada avrebbe avuto, annunziò le giostre che a divertimento del
popolo aveva intenzione di farvi, promise d'intervenire ivi alla
processione di S. Gennaro detta dei _preti inghirlandati_, solita
farsi il primo sabato di maggio in ciascun anno, la quale, tolti gli
impedimenti del Sedile e della casa che stavano in mezzo alla strada,
sarebbe comparsa più sontuosa e più bella. La presenza del re, se non
le ragioni da lui addotte, acquetò gli animi dei più; il bando che egli
poi fece nel giorno seguente, con cui dispose di aggregarsi al sedile
di Portanova i principali cittadini del popolo _grasso_, togliendone i
capi e quei che formavano la forza principale dei malcontenti, estinse
affatto il tumulto. In quello stesso giorno si cominciò, come dice un
cronista, “a levare la silicata della piazza e spianare lo terreno,
come si ci volesse fare la giostra, e la strada restò longa, diritta ed
uguale dal capo de lo Pendino fino lo piede della via di Pistaso[225].„

E le giostre invero furono fatte, la processione fu con maggior pompa
solennizzata, ma il popolo per parecchi anni restò senza rappresentanza
e senza sede propria nel governo municipale, e quando dopo il breve
dominio di Carlo VIII in parte nuovamente l'ottenne[226], non ebbe più
un edificio speciale come i nobili, ma gli fu assegnato un locale nel
convento di S. Agostino, ove nelle sue occorrenze potesse radunarsi.
Senonchè la strada della Sellaria restò sempre come sede propria della
giurisdizione popolare. Ivi nella processione di S. Gennaro, di cui
innanzi ho parlato, si ergeva in ogni sei anni un _catafalco_, che
raffigurava il distrutto sedile del popolo, e serviva temporaneamente
a quelle stesse pompe, cui i sedili nobili, quando loro toccava, erano
destinati. Ivi pure nella festa di S. Giov. Battista l'Eletto del
popolo riceveva e faceva omaggio, come in propria dimora, al vicerè con
istraordinari e magnifici apparati[227].

Ai tempi di D. Pietro di Toledo questa via ebbe pure altri
miglioramenti. La chiesa di S. Felice _in pincis_, una delle antiche
parrocchie della città, che era posta più su verso l'angolo della via
di S. Agostino alla Zecca, e che usciva alquanto più in fuori della
linea delle case da quel lato, fu per ordine del vicerè abbattuta, e
la cura, che vi era, venne aggregata alla parrocchia di San Giorgio
Maggiore[228]. Allora fu pure eretta una fontana nel sito, dove già
credevasi posto il sedile del popolo coll'immagine di Atlante che
sostiene il mondo, il tutto opra del famoso nostro scultore Giovanni
Merliano da Nola col disegno dell'architetto Luigi Impò.

Da qui la strada prende ora il nome di _Pendino_, onde si denomina
tutto il quartiere. Un tempo tale denominazione si restringeva solo
a quel tratto, ove sbocca la via di S. Agostino alla Zecca, che
scendendo in pendio da Forcella, si disse in prima _Pendino di S.
Agostino_. Tenevasi ivi allora, come adesso per tutta la via, uno dei
più affollati ed abbondanti mercati di commestibili in Napoli. Un arco
antico finalmente, che non ha guari fu demolito, e la via che segue dei
Zappari, chiamata nel secolo XIV piazza dei _Vindi_ o dell'_Inferno_,
chiudeva la storica contrada ad oriente, e ricordava il vecchio recinto
della città, e la nascita di Bartolommeo Prignano, che poi divenne papa
col nome di Urbano VI[229].

Or le strade della Sellaria e del Pendino nella mattina del 21
agosto di quel memorabile anno 1647, brulicavano più che mai di gente
innumerevole, che alla voce sparsasi di tradimento contro il popolo,
vi era precipitosamente accorsa da tutte le parti della città. Uomini
di ogni età e condizione, _lazzari_ e _cappe nere_[230], donne del
popolo e fanciulli, e perfino frati non pochi ingombravano quelle vie
già per l'ordinario così popolose. Uno era il pensiero di quanti ivi
si raggruppavano in crocchio o a capannelli, uno il discorso di tutti
dall'arco del Pendino alla cantonata dei Taffettanari.

Narravasi ai curiosi ignari della causa di sì nuova e subita
indignazione, che Orazio di Rosa, volgarmente detto _Razzullo_, tintore
e _frisatore_ di panni abitante nel _fondaco della zecca_ e capitano
del popolo, nella sera antecedente insieme col mercante di seta
Agostino Campolo, abitante a S. Biagio, aveva sorpreso tra le mani di
Marco d'Aprea mercatante di drappi d'oro, e di Giuseppe Vulturale, una
specie di petizione o fede che andavasi firmando, e con la quale si
attestava come Fabrizio Cennamo, presidente idiota della regia camera
della Sommaria, ed il consigliere Antonio d'Angelo, non di ordine del
popolo ma per opra di alcuni privati loro nemici, fossero stati ai
tempi di Masaniello incendiati; e quindi si domandava che s'istruisse
d'un tal fatto regolare processo, e che i colpevoli ne ricevessero
condegno castigo. Aggiungevasi essere questa una prima scappatoia, con
la quale il vicerè cercava di violare le capitolazioni solennemente
giurate nel Duomo ai 12 del passato luglio, e l'amnistia accordata
con quelle e confermata nel 16 dello stesso mese. Con tal pretesto
voler egli togliersi d'innanzi tutti coloro, che si erano adoprati al
disgravamento ed al bene del popolo. Così a poco a poco si sarebbero
rimesse le antiche gabelle e le innumerevoli estorsioni, che prima del
7 luglio opprimevano Napoli, i nobili avrebbero ripreso i loro vecchi
abusi, ed il governo della città sarebbe tornato ad essere il monopolio
di quelli. Ricordavansi pure con affetto le opere di Masaniello in
beneficio del popolo che ora, senza un capo, non poteva sostenere
i diritti ed i privilegi che si aveva rivendicati. Imprecavasi
finalmente ai traditori della patria che ossequenti al vicerè davano
mano al Cennamo ed al consigliere d'Angelo, e principalmente a D.
Giulio Genoino, che tra musiche e banchetti, ora godevasi il posto di
Presidente della regia Camera, prezzo ed arra di tradimenti passati e
futuri[231].

Gli animi del volgo si esasperavano oltremodo a queste novelle, e
più alle insinuazioni di alcuni, che avevano interesse a portar la
rivoluzione oltre i limiti segnati da Masaniello. Tra costoro erano
specialmente Giovan Luigi del Ferro da Arpino, il dottor Antonio Basso
nativo di Napoli, e poeta non ignobile fi quei tempi, D. Carlo Pedata
ebdomadario del Duomo, Don Pietro Iavarone, sacerdote della terra
di Giugliano, il dottor Aniello de Falco e qualche altro di parte
francese[232], i quali predicavano non potersi aver fede alcuna negli
spagnuoli, e rammentavano le loro promesse spesso fallite, i privilegi
della città, ottenuti col danaro e col sangue, tante volte spergiurati
ed infranti, i reclami del popolo sempre vilipesi e scherniti. Qualche
rara e timida voce di moderazione e di fiducia era accolta da beffe e
da minacce, e con grida unanimi di _abbasso gl'interessati, abbasso i
giannizzeri[233], morte ai traditori_. Omai al tumulto non mancava più
che un indirizzo ed un capo qualunque, e bentosto l'uno e l'altro si
ebbero.

All'angolo del Pendino in sulla svoltata della via dei Calderai,
una vecchia vestita a bruno e salita sopra un poggiuolo accanto alla
bottega di un salsumaio, apostrofava violentemente, tra i pianti e
le strida, il popolo circostante. Era la madre di Masaniello, che il
dolore e la disperazione rendevano veneranda ed eloquente. L'infelice
rimproverava ai napoletani l'ingrata dimenticanza, con cui rimeritavano
i beneficii ricevuti dai suoi figliuoli, mentre avevano lasciato
trucidare barbaramente il primo e facevano ora perire nelle segrete di
Castel Nuovo l'altro che pure tanto si era adoperato ed avrebbe ancora
voluto adoperarsi in pro del popolo. Le parole e l'aspetto della misera
genitrice, e più la memoria di Masaniello, determinavano i propositi
fin allora incerti e contraddittorii della turba irritata: _A palazzo,
morte a D. Giulio Genoino, ed ai traditori della patria. Viva Giovanni
d'Amalfi!_ gridò Ciommo Donnarumma, che era quel salsumaio parente
di Masaniello, di cui facemmo cenno più sopra. Il grido fu ripetuto
dall'un canto all'altro della via del Pendino e della Sellaria, e più
migliaia di uomini e di donne si avviarono tumultuosamente verso il
palazzo reale.

Il vicerè trovavasi allora in consiglio coi reggenti del Collaterale.
Uso omai da qualche mese a queste continue dimostrazioni del popolo,
egli alle dimande dei tumultanti di voler libero Giovanni d'Amalfi e
consegnato nelle loro mani D. Giulio Genoino, traditore della patria,
per mezzo di Bernardino Ferrero usciere della sua camera, rispose:
Non poterneli soddisfare, aver mandato il primo a Gaeta per metterlo
in sicuro dalle vendette dei suoi privati nemici, non trovarsi
punto l'altro nel castello, come essi dicevano; ritornassero dunque
tranquilli alle loro case, ai quotidiani lavori, e non disturbassero
la quiete della città. La risposta del vicerè accrebbe l'ira dei
rivoltosi. Alcuni di essi, volendo entrare nel palazzo, si avanzarono
per far forza alle porte, altri con sassi cominciarono a molestare gli
alemanni e gli spagnuoli, che vi erano di guardia. Ma costoro memori
di quanto era avvenuto nella mattina del 7 luglio, erano preparati,
giusta gli ordini del vicerè, a respingere la forza con la forza.
Trassero quindi una scarica di archibugiate sugli assalitori, alla
quale parecchi ne caddero morti o feriti, tutti gli altri, oltremodo
impauriti, si gettarono a terra o fuggirono[234].

Le memorie del tempo narrano di una vecchia che scarmigliata, come una
delle furie, inanimiva i _lazzari_ ed i popolani all'assalto ed alla
vendetta; ne tacciono però il nome[235]. A me pare assai verosimile che
questa fosse la stessa Antonia, che l'amor materno rendeva furibonda e
non curante della propria vita.

Io qui non dirò l'irritazione del popolo alla novella sparsa per la
città di questo avvenimento, l'accorrere delle schiere di S. Lucia
a Mare sotto il comando di Onofrio Cafiero, e del Mercato e del
Lavinaio guidate da Gennaro Annese al Regio Palazzo, l'assalto e la
presa dei monasteri della Croce, di S. Luigi e di S. Spirito, allora
posti di rincontro al medesimo, e della collina di Pizzofalcone che
domina tutta la contrada, la morte del presidente Cennamo eseguita
in mezzo della piazza della Sellaria, e finalmente le fazioni indi
per cinque giorni combattute tra i popolani e gli spagnuoli. Omai
si veniva a guerra aperta. Al grido di: _viva il re e muoia il mal
governo_, succedeva l'altro di: _viva il popolo, morte agli spagnuoli._
Le barricate s'alzavano a Visitapoveri nella strada di Porto, a S.
Lucia, in istrada Toledo. I cannoni di Castello dell'Uovo traevano
incessantemente su tutte le vie. La città era dovunque piena di strage
e di lutto. Se non che il Cardinal Filomarino, richiestone da ambo le
parti, anche questa volta s'interpose tra i contendenti. Dopo varie
pratiche inutili, il buon prelato ottenne la sospensione delle armi,
e poscia ai 26 di agosto la pace. Nuove capitolazioni, nelle quali
principalmente stabilivasi la ripristinazione del sedile del Popolo
nella stessa Piazza della Sellaria, furono conchiuse e firmate, ed indi
ai 7 settembre solennemente giurate dal vicerè.

Fatti son questi estranei al mio racconto[236]. La seconda
sollevazione, che erasi iniziata col nome di Giovanni di Amalfi, non
si ricordò più di lui nella lotta, non ne fece motto alcuno nelle
capitolazioni.

In una notte — era il 4 settembre — un portiere di camera del vicerè
si presentò nelle stanze del Castel Nuovo, ove dimorava D. Giulio
Genoino con Fra Luca dell'ordine di Malta, poco fa pei meriti dello
zio fatto capitano di cavalli, e Giuseppe San Vincenzo, altro suo
nipote, testè nominato giudice di Vicaria, e per ordine del vicerè
l'invitò a seguirlo. D. Giulio raccolse le sue carte, i nipoti il loro
bisognevole, e tutti insieme partirono. Un profondo silenzio regnava
nel castello. Dopo di aver attraversato parecchi corridoi, scesero
alcune scale e per la porta del soccorso uscirono nell'arsenale. Il
soldato che era di guardia, ad alcune parole dettegli dal portiere
del vicerè li lasciò passare. Nell'arsenale era pronta a salpare una
galea. D. Giulio ed i suoi nipoti vi entrarono, e poco dopo la nave
partì[237].

Nella stessa notte un'altra barca conduceva a Gaeta la madre, la zia
e la sorella di Masaniello, che insieme al cognato di lui, non so per
qual tradimento o caso erano ricadute nelle mani del vicerè[238].

D'altra parte due uomini gettavano in una sepoltura della chiesa
di S. Barbara una bara. Era il cadavere di Giovanni d'Amalfi, poco
prima strozzato segretamente nella fossa del _Miglio_ per ordine
del Duca d'Arcos[239]. La sola moglie di Masaniello, perchè gravida,
era risparmiata in questa comune tragedia della sua famiglia, ed era
riserbata dal destino a nuovi dolori[240].

Scorsero alcuni mesi. La rivoluzione era entrata nella terza ed ultima
fase, in cui al grido di: _viva Dio ed il popolo_, si era proclamata
la _serenissima real repubblica_ di Napoli, ed Errico di Lorena, Duca
di Guisa, era stato chiamato a governarla, come doge di essa. Un giorno
verso la fine di novembre, o il principio di dicembre — le memorie non
lo precisano — questi, nello entrare che faceva, come era solito in
ogni mattina, a sentir messa nella chiesa del Carmine, fu fermato da
una donna vestita a bruno e velata, che inginocchiatasegli innanzi,
gli presentava piangendo un memoriale. Il Duca con la gentilezza e
con la galanteria propria della sua nazione, e che egli possedeva al
sommo grado, invitò la donna ad alzarsi, e volto ad Agostino di Lieto,
capitano della sua guardia, che gli era vicino, gli domandò chi fosse
quell'infelice. _È la vedova di Masaniello_, rispose colui, _che chiede
aiuto e soccorso da vostra Altezza Serenissima._ — _E non le mancherà
nè l'uno, nè l'altro_, disse commosso il Duca; _la vedova di colui,
che iniziò il movimento popolare di Napoli, e che moriva per liberare
il popolo dall'oppressione spagnuola, ha dritto alla gratitudine della
repubblica._ Indi prendendosi il memoriale da mano della Bernardina
e consegnandolo al padre Capece, suo confessore, che pur lo seguiva,
decretava che fossero assegnati alla medesima 50 scudi al mese[241].

Ma questa fortuna della moglie di Masaniello non fu meno efimera
delle altre. Non andò guari che nel 6 aprile dell'anno seguente gli
spagnuoli, spenta la rivoluzione e caduto prigione il Guisa, occuparono
quella parte della città che si teneva del popolo. Allora il conte
d'Ognatte, nuovo vicerè del regno, mentre che promulgava una completa
amnistia, cominciava una lenta ma terribile reazione contro il passato.
Ora sotto un pretesto ed ora sotto un altro, tutti coloro, che avevano
preso parte alle passate rivoluzioni, erano condannati a morte, o
condotti in galera. I più accorti non si fidarono delle promesse
spagnuole ed in numero di circa undicimila, come ricordano le memorie
del tempo si fuggirono a Roma.

E la Bernardina? Col ritorno degli spagnuoli tornò nella sua casa
il bisogno e la miseria, tristi e spesso poco onesti consiglieri.
Le passate guerre e lo scarso ricolto avevano prodotto una mancanza
tale di grano e delle altre civaie, che nella nostra città potevasi
scorgere quasi la carestia. L'infelice donna senza parenti, senza
amici, senza aiuto alcuno, non aveva altra alternativa che la fame o il
disonore. Bella e giovine ancora cedette alle seduzioni del vizio. In
uno di quei vichi del Borgo di S. Antonio Abbate, ove miserabili donne
facevan mercato del loro corpo, la vedova di Masaniello fu costretta
a menare una vita di vergogna e di strapazzi[242]. Spesso i soldati
spagnuoli, che, per la curiosità o per lo sfogo di brutali voglie, colà
si conducevano, dopo averla goduta, aggiungevano all'onta il danno e
l'insulto, e beffandola e motteggiandola col titolo altra volta così
per breve tempo ottenuto, negavano alla meschina il prezzo del proprio
disonore. Quei pochi giorni di fortuna, che sparirono tosto come una
brillante meteora, erano allora per lei argomento maggiore di dolori e
di oltraggi. Eppure in quel tempo, come a questo proposito il Pollio
ricorda, Masaniello spesso usava della sua autorità per salvare gli
spagnuoli dal furore del popolo. Egli li mandava via, dicendo esser
soldati del vicerè suo compare, a cui spettava dar loro castigo, e così
li faceva mettere in salvo[243].

La peste finalmente, che dopo pochi anni desolò la città ed il regno,
e colpì indistintamente gli oppressori e gli oppressi, pose nel 1656
termine[244] alle miserie della sciagurata, che era stata moglie di
Masaniello.



PARTE TERZA

MASANIELLO ED ALCUNI DI SUA FAMIGLIA EFFIGIATI NEI QUADRI NELLE FIGURE
E NELLE STAMPE DEL TEMPO


                    Mira, che del morir nulla paventa
                      Chi le carriere alle rapine ha ferme,
                      E ch'un'Idra di mali ha doma, e spenta.
                    Mira l'alto ardimento ancor ch'inerme,
                      Quante ingiustizie in un sol giorno opprime
                      Un vile, un scalzo, un Pescatore, un verme.
                    Mira in basso natale alma sublime,
                      Che per serbar della sua Patria i fregi
                      Le più superbe teste adegua a l'ime.
                    Ecco ripullular gl'antichi pregi
                      De' Codri, e degl'Ancuri e de' Trasiboli
                      S'oggi un vil pescator dà Norma ai Regi.

                    SALVATOR ROSA — _Satire, la Guerra_


Tra i moltissimi scrittori sincroni o quasi, che narrarono le vicende
della rivoluzione napoletana del 1647-48, non mancarono coloro,
che vollero dar ai lontani e tramandare ai posteri, notizia delle
fattezze, delle abitudini, della vestitura e del carattere del
famoso pescivendolo, che fu l'iniziatore di quel moto meraviglioso.
Essi furono il dottor Aniello della Porta[245]; il dottor Tizio
della Moneca[246]; ed il noto letterato e genealogista Giuseppe
Campanile[247], nei loro Diarii tuttora inediti; ed il Giraffi o
Liponari[248], il Della Torre[249], il Birago[250], ed il Buragna[251],
autori di opere sull'argomento già divulgate per le stampe, e
finalmente il Sauli, non ha guari edito[252]; tutti per lo più
testimoni oculari dei fatti che narrano.

Ora, secondo costoro, che io qui confronto e riassumo concordando ed
interpretando al meglio le loro parole, che sia per ignoranza, sia per
modo diverso di vedere, o di apprezzamenti, sia per poca proprietà
di linguaggio, sono talvolta oscure o diverse, Masaniello era un
giovine di mezzana e quasi bassa statura[253], di corpo più tosto
magro e svelto[254], di bruna carnagione[255] e di bello e piacevole
aspetto[256]. Aveva i capelli castagni che erano tagliati ed attondati
sulla fronte larga e formavano una corta zazzerina da dietro[257],
gli occhi erano neri o cervoni ma vivacissimi[258], il viso più lungo
che tondo[259], il naso lungo[260]; era senza barba[261] e con piccoli
baffi biondi sul labbro[262].

Il suo ordinario abbigliamento, secondo che concordemente attestano
gli stessi scrittori del tempo, consisteva in una camicia ed in
mutande di tela grossa e ruvida, ed in una _coppola_ o berretto rosso
da marinajo in testa. Andava scalzo e portava le gambe ignude. Un
abitino della Madonna del Carmine gli pendeva sul petto, ed anche,
secondo alcuni, una piccola corona dal fianco. Qualche volta portava
“nel collo involta una tovaglia per asciugare col soverchio caldo ed
affanno i continui sudori della fronte„[263]. Nei giorni del suo impero
ordinariamente il detto abito era di dobletto bianco, e aveva spesso
una coltella sfoderata in mano[264]. Se non che quando agli 11 luglio
andò a Palazzo, ed ai 13 al Duomo per volontà del cardinale arcivescovo
Filomarino, usò un vestito di lama bianco di argento, ed un cappello
con piume bianche[265], come si vede nel quadro di Micco Spadaro.

Così i diaristi e gli storici contemporanei descrissero il celebre
pescivendolo. Nè, d'altra parte, mancarono artisti che col pennello,
col bulino, con la cera, o in qualche altro modo cercassero di
rappresentare con più evidenza ed al naturale l'immagine sua. Che anzi,
se dovesse credersi al de Dominici, parecchi e dei più famosi pittori
della scuola napoletana, gareggiarono a farne il ritratto.

Narra egli, che scoppiata la rivoluzione, Aniello Falcone per
vendicarsi degli spagnuoli, che avevano ucciso un suo parente, formò
“una compagnia di scolari che erano molti, di amici e di parenti, i
quali uniti caminando, ove gli portava il capriccio, sacrificavano
al loro furore quanti soldati spagnuoli venivano loro davanti; e,
fattone inteso Masaniello per ottenerne licenza e protezione[266],
fu dal medesimo dichiarato il Falcone (Aniello) capo della compagnia,
alla quale fu dato nome: la Compagnia della Morte„. Erano tra questi
Salvator Rosa, Carlo Coppola, Andrea ed Onofrio di Lione, Paolo
Porpora, Domenico Gargiulo detto Micco Spadaro, Marzio Masturzo,
Pietro del Pò, Giuseppe Marullo, Giuseppe Garzillo, Cesare e Francesco
Fracanzani, Andrea Vaccaro col figliuolo Nicola, ed il famoso Viviano
Codagora. Tutti costoro, armati di spade e pugnali, come era l'uso di
quei tempi, andavan di giorno passeggiando per le strade, facendo da
gradassi, ed uccidendo quanti disgraziati spagnuoli si paravano innanzi
ad essi.

“Non deve far maraviglia dunque, soggiunge il de Dominici, se molti
ritratti si trovino di Masaniello di mano del Rosa. Uno ne possedeva
Francesco di Maria pittore napoletano, e suo grande amico, al quale
aveva egli stesso raccontato averne ricevuta buona ricompensa, e che
Masaniello avendo saputo, che la maggior parte di quei della Compagnia
della Morte erano bravi pittori, volle che i migliori facessero il suo
ritratto, proponendo non volgar premio a chi meglio lo avesse dipinto
al naturale; lo chè benissimo potè accadere, avendo egli regnato 13
giorni e non già 8[267] come erroneamente credono alcuni. Quindi è,
che dei ritratti fatti dal Falcone, da Salvatore, da Fracanzani, dal
Marullo, dal Vaccaro, da Micco Spadaro, e Andrea di Lione, se ne vede
adornato più d'un museo; e Salvatore se ne condusse uno in Roma, ove
lo mostrò egli stesso al celebre Avvocato Giuseppe Valletta[268], e fu
anche veduto dal nostro Luca Giordano, allorchè in Roma faceva i suoi
studii: il quale aggiungeva la particolarità, che quel ritratto era
meno della grandezza del naturale, e che quelli fatti da Micco Spadaro
erano sempre in picciolo, avendo solamente Andrea Vaccaro, il Marullo,
e il Fracanzani dipinto Masaniello al naturale„[269].

Disgraziatamente però l'autorità del de Dominici, che empiva di favole
le carte delle sue vite degli artisti napoletani, è ormai sfatata,
e quello ch'egli dice della Compagnia della Morte, del concorso
fatto fare da Masaniello ai pittori per il suo ritratto è tutto
parto della sua fervida e feconda immaginazione[270]. Ed è anche
assai inverosimile, sì perchè il Capitan Generale del popolo nei
pochi giorni del suo impero, ebbe altro a che pensare, e non aveva
certamente il tempo di _posare_ avanti ai sette o otto pittori che,
secondo il de Dominici, doveano ritrarlo, e sì perchè nella natura di
lui, schiettamente popolare e napoletana, si comprende agevolmente
la soddisfazione di una passeggiata e di una _tavoliata_ a Posilipo
(14 luglio), ma non la vanità di un ritratto eseguito dai migliori
pennelli, che allora in Napoli esistevano. Nè finalmente, per quanto
io so, nelle gallerie di Napoli e di altre parti, in Italia e fuori,
si mostrano ora tele di Salvator Rosa o dei suoi compagni raffiguranti
Masaniello[271], che pure, se fosse vero quel che narra de Dominici, ne
avrebbero dovuto esser ricche.

Solo due quadri conosco, che riguardano l'argomento, di cui ragiono,
e che per altro non sono propriamente ritratti di Masaniello, sibbene
rappresentazioni della sommossa, cui egli iniziò, e nella quale
naturalmente è, come principale personaggio, raffigurato. Ed il primo,
ben noto, è la tela di Micco Spadaro (m. 1,23 x 1,79) rappresentante
il mercato di Napoli durante il primo periodo della rivoluzione
(7-16 luglio 1647) che “non solamente è maraviglioso, come il de
Dominici ben nota, ma è opera di stupore„. In esso il bravo artista
volle riunire i varii episodii di quel memorabile avvenimento, e vi
raffigurò Masaniello due volte; la prima nel secondo piano in fondo
al quadro, sul tavolato innanzi la casa da lui abitata, vestito
degli abiti ordinarii di pescatore, che con un crocefisso in mano,
arringa il popolo circostante; e la seconda nel piano più innanzi,
a cavallo, vestito di lama d'argento, e con un cappello di velluto
cremisino in testa ornato da svolacchiante pennacchio[272]. Noi per lo
scopo di questa scrittura riproduciamo qui il gruppo di Masaniello a
cavallo[273].

L'altro, poco conosciuto, o almeno poco ricordato tra noi, si conserva
nella Galleria del Principe Spada in Roma, (1ª Sala, n. 18), ed è opera
di Michelangelo Cerquozzi, discepolo del Cav. d'Arpino e di Pietro Laar
fiammingo, e famoso pittore di bambocciate e di battaglie, donde prese
il nomignolo, con cui fu più generalmente conosciuto[274].

Il quadro è lungo circa m. 1 e mezzo; alto poco meno di un metro.
Rappresenta parimenti la piazza del mercato di Napoli, ma nel primo
momento della sollevazione. Sul davanti, in primo piano, verso il
mezzo del quadro, si vede Masaniello a cavallo in camicia e mutande,
con berretto rosso in testa, che grida e minaccia col braccio destro
disteso, mentre con la sinistra regge il freno. Il cavallo bianco
sembra una rozza staccata da uno dei carri poco lontani. Dietro
Masaniello, sulla destra di chi guarda, si veggono molti ragazzi messi
in varie file, armati di lunghe canne[275] i quali anch'essi stanno
con le bocche aperte in atto di gridare. Intorno a Masaniello sono
molti _lazzari_ o marinai con berretti rossi e molti contadini che
tirano frutta in viso agli affittatori della gabella. Costoro portano
l'abito nero, con cappelli neri a larghe falde e colletti bianchi,
e scappano da tutte le parti. Un frate Domenicano, con le mani tese,
sembra inframettersi per impedire quelle violenze. Il terreno è sparso
di mucchi di frutta, cesti, sacchi, ed altri oggetti.

Nel secondo piano poi è rappresentata la piazza con la chiesa e il
campanile del Carmine in fondo, piena di gente che attende a vendere ed
a comprare in calma, ed in modo che non pare essersi ancora accorta del
tafferuglio che accade nel punto ove trovasi Masaniello.

In tutto il quadro, riprodotto anche qui per intero, bellissimo per
vivacità di composizione, per correttezza di disegno e per forza di
colorito, è specialmente da notarsi, per quel che mi riguarda, la
verità storica di alcuni dettagli; come p. e. la fisonomia tipica
napolitana dei _guaglioni_ seguaci di Masaniello, che sembrano vivi e
parlanti, il _toccalo_ in testa di alcune donne secondo il costume del
Mercato e del Lavinajo in quei tempi[276], e principalmente l'aquila
imperiale dipinta sotto le finestre della casa di Masaniello, alla
quale non badò Micco Spadaro[277].

Non debbo però tacere della tela che mostrasi nella nostra quadreria
nazionale, rappresentante a mezza figura un paffuto popolano che si
crede volgarmente il ritratto di Masaniello[278]. Egli ha un cappello
piumato in testa ed una pipa in bocca che fuma; ma la tela, comunque
forse appartenente alla fine del secolo XVII, pure non rappresenta
che un popolano qualunque, e non dei paesi nostri. Basta por mente al
cappello, insolito alla plebe napoletana, ed alla qualità della pipa,
non usata tra noi, per convincersi di questa verità.

Non parlo poi di varie tele, che per rappresentare un giovine marinaio
o pescatore, si son credute e si credono ritratti di Masaniello.
Esse non hanno alcuna autenticità. Tale a me parve un quadro che si
possedeva dal fu mio amico avv. sig. Francesco Cangiano, grande amatore
o collettore di libri ed oggetti antichi, e che ora non so, dopo la
morte di lui, in mano di chi sia capitato.

Notizie invece più sicure sul proposito, tramandate a noi da alcuni
scrittori contemporanei, ci possono condurre a più sicure congetture.
Narra il Campanile che, ucciso Masaniello ai 16 luglio, la sua testa,
dopo essere stata portata sopra una picca in trionfo per la città,
fu riposta nella conservazione dei grani, che stava alla salita degli
Studii, dove abitava Michelangelo Ardizzone, capo degli uccisori, e che
lavata con vino e con mirra, ivi egli vide che se ne faceva più di un
ritratto da un pittore. Così pure il de Santis racconta che il popolo
dolente e pentito della morte del suo Capitan-generale, prese il suo
cadavere dai fossi di Porta Nolana, ove era stato gettato, e lavatolo
nel Sebeto lo condusse alle fosse del grano, ove l'unì alla testa, e
così ravvolto in un lenzuolo lo portò nella chiesa del Carmine. Ivi,
mentre si preparavano le solenni esequie, acconciatolo all'uopo, molti
pittori fecero il suo ritratto, e ne furono formati ancora alcuni in
cera molto al naturale e ognuno ne cercava, ognuno ne voleva senza
guardare a prezzo[279].

Da tutto ciò, dunque, si può con maggiore fondamento e senza le
fantasticherie del de Dominici determinare come e quando principalmente
furono dipinti i ritratti di Masaniello, di cui si può avere notizie,
e che hanno esistito o che esistono tuttora.

Di questi ritratti, per quanto io so e per quanto dalle ricerche da
me fatte per circa un mezzo secolo mi è riuscito ricavare, un solo
conosco, che forse presenta i caratteri di autenticità che si possono
desiderare, ed è il quadro che si conserva dal Principe Rospigliosi in
un suo castello di Toscana.

Il Duca Proto di Maddaloni, da pochi anni mancato ai vivi, uomo di
molto e vivace ingegno, di svariata cultura, ma scrittore di non
sicura erudizione, soleva dire spesso che in casa di quella nobilissima
famiglia conservavasi il vero ritratto di Masaniello. Egli con maggiori
particolari, ma con parecchie inesattezze, in un giornale del 1887
scriveva lo stesso[280].

Ora ciò ricordandomi e desiderando di avere maggiori chiarimenti
sul proposito, affinchè ne avessi potuto parlare con sicurezza in
questa mia scrittura, io, in nome della Società Napoletana di Storia
Patria, alla quale ho l'onore di presedere, agli 8 ottobre dello
scorso anno, scrissi all'egregio Principe a Roma, perchè ci avesse
favorito qualche notizia intorno ad un tal quadro, dimandandogli
se, nel caso fosse esistito veramente, permetteva che se ne cavasse
una fotografia per pubblicarla a corredo della mia illustrazione. Il
nobil Uomo, con squisita cortesia, mi fece rispondere dal figlio ai 12
dello stesso mese, nei seguenti termini: “Molti anni fa il compianto
nostro amico Duca di Maddaloni, ci asseriva, noi dover possedere un
ritratto autentico di Masaniello, riportato da Napoli e regalato al
Pontefice Clemente IX, prima Cardinale Giulio Rospigliosi, dal Nunzio
Altieri[281]. Quest'ultimo succedette nel pontificato a Clemente IX,
prendendo il nome di Clemente X. Dove il nostro lamentato amico avesse
attinto la notizia del quadro, non ho potuto mai sapere; fatto si
è, che rovistando a casa tra vecchi quadri esistenti in una camera
della nostra villa di Lamporecchio io stesso, rinvenni due ritratti
con un'iscrizione in basso di tutte lettere confuse, al disopra delle
quali, a guisa di chiave, era un numero. Ordinando le lettere a seconda
di questo, componevano, l'una il nome di Masaniello e l'altra quello di
Cecco d'Ascoli. Presi cura di far restaurare e rintelare il ritratto
che lo interessa, ed ora non è che a dirle, che di buon grado mio
Padre lo mette a sua disposizione per farlo riprendere in fotografia,
trasportandolo all'uopo ancora in Firenze, se ciò in qualche maniera
agevolasse la cosa„.

Profittando così di tanta gentilezza, noi facemmo rilevare in
fotografia dall'Alinari il quadro, che qui riproduciamo in fototipia.

Il Capo-popolo è, come si vede, raffigurato in piedi fin oltre il
ginocchio; ha il capo scoverto, i capelli attondati sulla fronte
con la zazzerina al didietro, ha gli occhi grandi e vivaci, piccoli
mustacchi e non ha pelo sul mento. Sta in un atteggiamento di comando
con la mano sinistra sul fianco e con la destra distesa che stringe
una spada rivolta in giù. Porta al collo l'abitino del Carmine che si
scorge sul petto abbrunato ed il noto vestito da marinaro, camicia
e mutande di tela. Tra lo sparato della camicia si vede una carta
piegata a modo di supplica, ove si legge: “All'Ill.mo Sig. Tommaso
Aniello d'Amalfi Capitan generale del fedelissimo popolo napoletano„.
A piedi del quadro è un cartello con varie lettere maiuscole che non
fanno senso, ma che si ordinano con i numeri sovrapposti, probabilmente
in tempi posteriori, e dicono Masaniello; ma il mistero, come ognun
vede, è affatto inutile, perchè più sopra, nella supplica, il nome del
personaggio dipinto si legge assai chiaramente.

Il ritratto, a quanto pare, e secondo che mi assicurano il Palizzi ed
il Morelli, solenni maestri nell'arte, non è preso dal vero o almeno da
un personaggio vivo. Il pittore, mediocre artista, lavorò forse più di
memoria che sull'originale, e cercò evidentemente abbellire il soggetto
che doveva ritrarre.

Dei ritratti in cera, oltre quelli ricordati dal de Santis, sappiamo
che se ne fecero anche altri, quand'era ancor vivo. Vincenzo dei
Medici, residente toscano in Napoli, ai 20 agosto del 1647 scriveva al
Gran Duca nei seguenti termini: “Mi è capitato alle mani due ritratti
di cera di Maso Aniello, che erano fatti per il Vicerè, per mandarli in
Spagna; e per la memoria di quest'uomo, che perturba assai la memoria
di S. E., è svanito il trattato. Mi è riuscito, con gran difficoltà
di averli; e li mando a S. E. assicurandolo, che nessuno arriverà mai
ad avere un tal naturale, per essere fatto quando era vivo, e nemmeno
l'artefice ne ha copia. E questo è quello plebeo, il più vile di 600000
persone, che più volte ha toccato la barba del signor Vicerè, con dirli
“che non temesse stravaganze del mondo„[282].

Anche il residente di Modena in Napoli Francesco Ottonelli con
dispaccio dei 23 luglio 1647 mandava al Duca _in disegno il ritratto
di Masaniello ed una relatione degli accidenti nati doppo la morte di
lui_, ma disgraziatamente ora l'uno e l'altra mancano in quell'Archivio
di Stato[283].

Uno dei ritratti in cera ricordati dal de Santis sembra quello che ora
si conserva qui in Napoli nel ricco ed importante Museo del Duca di
Martina. Guardandolo attentamente si arguisce ben tosto che dovette
essere fatto dopo la morte di Masaniello. È una teca rotonda, con
capsula di rame dorata con cristallo avanti. Nel fondo, attaccato su
tavoletta circolare, si vede la testa di Masaniello fatta in cera,
dipinta a colori naturali e verniciata. La tinta della carnagione è
molto bruna. Ha i capelli arruffati, gli occhi spalancati e la lingua
molto sporgente dalla bocca. Pare la testa di un impiccato.

Il fondo della teca è dipinto di color grigio, e in giro ha
l'iscrizione a caratteri rosso-cupi che dice: “Ritratto di Masaniello
fatto dal vero poco dopo morto G. B. Bianco fecit„. Di costui non ho
trovato notizia finora.

Parecchie poi sono le figure incise nella seconda metà del secolo XVII
in rame o ad acquaforte, che rappresentano il famoso pescivendolo e che
sono state fino ai tempi nostri divulgate. E prima tra esse è quella
che trovasi in fronte del libro dell'Amatore, _Napoli sollevata_,
stampato in Bologna nel 1650. Masaniello ivi è raffigurato alla testa
dei _figlioli_ armati di cannucce, è vestito di una camiciuola e di
mutande all'uso marinaresco, porta il berretto solito in testa ed una
bandiera sulle spalle, e si volge a coloro che lo seguono, e col dito
sulle labbra intima il silenzio. Se non che la figura è più tosto la
rappresentazione di un fatto che della persona. Sopra la medesima è
scritto in spagnolo “El major monstruo del mundo y prodixio dela Italie
Tomas Annielo d'Amalfi„.

Altre invece, dello stesso tempo o di poco posteriori, sono o almeno
hanno la pretensione di essere propriamente ritratti. Tal è quello
che si vede in fronte alla traduzione inglese dell'opera del Giraffi,
stampata in Londra nel 1650. Il Capo-popolo è ritto in piedi, ha
mustacchi neri, folti e volti all'insù, la zazzerina, e l'apparenza
di un uomo tra i 30 o 40 anni. Sta nello stesso atteggiamento del
ritratto di casa Rospigliosi, cioè, tiene la sinistra appoggiata al
fianco e la destra distesa in atto di mostrare qualche cosa. Porta
il costume marinaresco, solchè contro ogni verità la camiciuola è di
color turchino. Sotto si legge: _Effigie et vero ritratto di Masaniello
comandante in Napoli_[284]. Tal è l'altro, che si trova nell'edizioni
dello stesso libro tradotto in fiammingo, fatte nel 1652 e nel 1664
in Olanda[285]. In ambedue Masaniello è ritratto di fantasia a mezza
figura, piuttosto giovane, con grandi occhi, e con grossi mustacchi
neri, come nel precedente, con berretto in testa.

Della stessa natura e del pari immaginarii sono quelli, che Giovanni
Palazzo nel libro intitolato: _Aquila austriaca_[286], e Adolfo
Brachelio nell'_Historia sui temporis_[287] riprodussero. Queste due
opere furono edite intorno alla metà del secolo XVII.

Alquanto diversa, ed anche più arbitraria delle precedenti, è la figura
che si vede di fronte a un'altra edizione della traduzione inglese
del libro del Giraffi, fatta pure in Londra nel 1664, con l'aggiunta
di una 2ª parte, che contiene la continuazione del medesimo stampata,
non saprei dirne la ragione, nel 1663. Nella 1.ª parte Masaniello,
il _pescatore di Napoli_, così sotto si legge, è rappresentato a
personaggio intero. Ha, contro il solito, la destra col bastone del
comando appoggiata al fianco, e la sinistra coll'indice disteso.
Il mustacchio, non così folto come negli altri, è svolazzante. Ha
l'apparenza di un giovane ed il solito costume marinaresco. Nel basso
della figura, a dritta, è la veduta di un palazzo, ed a sinistra la
scena di un gran tumulto, con cadaveri stesi per terra, a piedi di una
colonna che ha sopra una statua, forse della libertà. Nella 2ª parte
poi sono i ritratti a mezza figura, sopra di _Genovino_ e _Masaniello_,
e sotto di _Gennaro_ Annese. E qui il ritratto di Masaniello è secondo
il tipo di quello dell'edizione olandese[288].

Ma di tutti questi ritratti sinora ricordati certamente più autentico
e vero deve ritenersi quello che da me si possiede e che qui si
riproduce. Esso fu fatto vivente Masaniello, come può, se non
m'inganno, argomentarsi dalla dedica che si legge al disotto, e
probabilmente fu il prototipo di tutti gli altri che di questo genere
in Italia e fuori si divulgarono.

Il Capo-popolo è rappresentato ritto in piedi, vestito della camiciuola
da marinaio chiusa nel petto, che fa intravedere la camicia sotto, e di
mutande di grossa tela. Ha in testa il berretto da marinaio. È scarno
di faccia, senza barba e con un piccolo mustacchio sul labro; dietro la
testa si scorge la zazzerina ricordata dagli storici. Ha la sinistra
sul fianco, e la destra alquanto distesa in atto d'indicare qualche
cosa, le gambe ed i piedi nudi. Al di dietro nel basso della figura si
vede la prospettiva di Napoli col castel Sant'Elmo che ha la bandiera
inalberata. Sotto si legge: _Tomaso Aniello da Malfi als. (alias)
Mas'Aniello Pesci Vendolo d'età d'Anni 23, acclamato Capo del Popolo
di Napoli. Adì 7 di lulio dell'anno 1647. Pietro Bacchi dona e dedica
e sculpsit superiorum permissu._

Il ritratto, dunque, fu fatto da un tal Pietro Bacchi e dedicato a
un innominato, che potrebbe forse da taluno credersi anche lo stesso
Masaniello. Dal complesso della dicitura della leggenda a me pare che
questi dovesse imperare tuttora.

In ogni modo del Bacchi, artista poco noto e che non è ricordato nei
principali dizionari degl'incisori, che ho potuto consultare, parla il
Zani nella sua _Enciclopedia metodica delle belle arti_ ove sotto la
lettera B, si legge: _Bacchi Pietro_ o pure _Bacchius Petrus_ si segna
nelle sue opere: _Petrus Bacchius inv. fecit et sculpsit. Scultore,
Pittore ed incisore Fiammingo. Morto nel 1650_[289].

La figura proviene dalla biblioteca del Cav. Michele Arditi, già
Soprintendente del Museo Borbonico e degli scavi del Regno, che dopo
la costui morte fu venduta nel 1839 all'asta pubblica. Il Ms. però nel
quale quella trovavasi, insieme ai bandi ed editti del 1647 e 1648 non
si mise in vendita. Invece l'erede, dopo qualche tempo, lo vendette al
libraio Detkhen e questi al Minieri Riccio, dal quale intorno al 1860
io l'acquistai.

Da questa stampa, a quanto sembrami, precede il ritratto qui
riprodotto, che si conserva nella collezione iconografica della
biblioteca del Gerolomini di Napoli.

Esso fu fatto in Francia, sopra un originale, come nello stesso rame
si dice, mandato da Napoli. Masaniello è raffigurato con i soliti
abiti e col berretto in testa. Ha il piccolo mustacchio, la sinistra
sul fianco e la destra alquanto distesa in atto di comando. Ai piedi,
indietro, è la veduta di Napoli con l'epigrafe in carattere majuscolo
“_La Ville de Naples_„. Sull'alto del rame, scritto in caratteri
minuscoli corsivi, si legge: _envoye de Naples le Pourtrait au naturel
de Thomaso-Mas-aniello pescheur de la ville de Naples et chef des
soulevez_, e sotto: _rue S. Jacques chez van merlen devant le coeur
bon._

Di altre stampe sullo stesso argomento si è avuto notizia recentemente.
Nel 1884 il cav. Felice Nicolini, direttore del Museo di S. Martino,
rinvenne una testa di legno conservata nei magazzini del Museo,
volgarmente creduta di Masaniello, di cui dirò in appresso. E in
quell'occasione, intrapresi degli studii sul proposito, e avendo inteso
che nella Biblioteca Universitaria di Bologna si conserva un Ms.
della rivoluzione in Napoli del 1647 illustrato da molte figure del
tempo[290], ne fece fare, previa l'autorizzazione del Ministro della
Pubblica Istruzione, una copia per la biblioteca di S. Martino, facendo
pure ritrarre in fotografia le figure che vi erano inserite. Da questo
Ms. vennero in luce altri ritratti non solo di Masaniello ma anche
di alcuni della sua famiglia e di parecchi personaggi, che in quella
rivoluzione ebbero parte.

Così questo libro, che era affatto sconosciuto ai nostri scrittori,
venne ad arricchire la collezione dei libri e di altri monumenti patrii
in quel museo conservati, ed io ebbi l'opportunità di consultarlo e di
vedere le fotografie in esso contenute. Senonchè queste non mi davano
piena ragione del carattere delle figure originali, non avendo avuto il
copista la cura di descriverle esattamente; come sarebbe stato regolare
ed opportuno per la piena intelligenza delle medesime. È stato quindi
necessario osservare il codice di Bologna che, grazie al provvido
regolamento attuale delle biblioteche che agevola così largamente i
nostri studii, è stato trasmesso alla Nazionale di Napoli ed io ho
avuto la grande soddisfazione di studiarlo.

Non è qui il luogo di descrivere minutamente questo curioso Ms. Debbo
però dare a ogni modo una notizia sommaria del medesimo affinchè
i lettori possano giudicare del valore dei ritratti che da esso
ricaviamo.

Un tal Fra Sebastiano Molini da Bologna, monaco converso (egli, non so
perchè, dice commesso) dell'ordine dei Canonici regolari Lateranesi,
che prese l'abito nel monastero di S. Salvatore di quella città, fu
l'autore dell'opera. Nel 1646 dai suoi superiori mandato in Napoli,
stette prima nel monastero di S. Maria a Cappella e poi in quello di
S. Agnello a Capo Napoli, ambidue appartenenti al detto ordine. In
quest'ultimo trovavasi allorchè scoppiò la rivoluzione del 1647. Uomo
poco culto, ma naturalmente curioso all'eccesso, dovendo giornalmente
andare, come spenditore del monastero, a fare le necessarie provviste
per il vitto dei frati, cercava con quelle occasioni di osservare le
cose che per la città succedevano, o d'informarsene dai suoi conoscenti
ed in ispecie dai bottegai dai quali fornivasi. Così, secondochè dal
suo scritto rilevasi, egli assiste personalmente, quasi ad ogni più
notevole accidente di quella sollevazione e ne fa tesoro; di talchè
chi legge non può non maravigliarsi di questa sua ubiquità, e non
riesce sempre a liberarsi dal sospetto che talvolta il frate non sia un
vanitoso millantatore.

Volendo poi il Molini conservare memoria delle cose da lui vedute o
udite, cercò di compilare il suo diario, o piuttosto la minuta e la
prima compilazione di esso, che, se ben comprendo il senso oscuro delle
sue confuse e sgrammaticate parole, prima perduta ed indi recuperata,
dopo 33 anni fu distesa a messa in bel carattere da un tal d.
Francesco... nel modo come al presente si vede nel Ms. bolognese. “Con
gran timore, dic'egli, abbozzai la presente Sollevatione di giorno in
giorno, come accadeva e mai alcuno l'ha fatto di veduta come la fo io,
anzi la fo per prattica? e per destino, poichè, essendo io fuori, sono
capitati in più mani i miei scartafazii quali ultimamente ritornato
se non gli avessi rubbati, perivano infallibilmente, come successe il
caso...[291]„.

Altrove, in una postilla autografa attaccata all'ultimo foglio bianco
del codice, egli soggiunge: che aveva aspettato molto tempo, sperando
che di tante migliaia di virtuosi che si trovavano presenti in Napoli
1647-48 almeno uno di loro avesse dato pieno ragguaglio di tutta la
sollevazione. Ma non aveva potuto vedere altro che le 10 giornate
descritte dal sig. Alessandro Giraffi, le quali egli dice di non
lodare nè di disprezzare: ma che pure avrebbe fatto meglio assai
(_il Giraffi_) se fosse stato presente come lui agli avvenimenti. Che
se egli, il Molini, avesse avuto la fortuna di avere un pari suo in
compagnia, non arrivando egli a tale talento, credeva che avrebbero
fatto un'opera che dopo l'edificazione del mondo non si sarebbe veduta
l'eguale. E però ciò considerando si era servito di D. Francesco....
che aveva scritto, lui dettando dai suoi scartafacci.[292]

Ad ogni modo quello che, in confronto degli altri diaristi di
quel tempo, rende il suo Diario più prezioso ed interessante è la
subiettività di esso; perchè il Molini dal quale poco o nulla di nuovo
si ricava intorno agli avvenimenti della rivoluzione del 1647, ci fa
conoscere principalmente l'impressione che questi allora facevano nel
popolo, e la sua narrazione ci fa vivere quasi in mezzo a quelli.

Oltre a ciò il Molini per accrescere più interesse al suo scritto lo
arricchì di parecchie figure allusive che rappresentano i personaggi e
gli avvenimenti di cui fa parola. E dapprima, vedute quelle fotografie,
io credetti che esse fossero della stessa natura di quelle stampe
dozzinali in legno, con cui allora e nel secolo successivo si ornavano
i frontespizii delle storie in ottava rima dei banditi, lungamente
favorita lettura della nostra plebe, contenute in piccoli libriccini
ora divenuti rarissimi. La natura dei disegni e delle persone
raffigurate non mi facevano rassomigliarle a quelle illustrazioni,
di cui è adorno anche qualche altro Diario di quei tempi, come del
Fuidoro[293],... del Conforto[294] e di altri, i quali si servivano
di figure non fatte propriamente pel popolo e spesso tratte da libri
di diverso argomento nei quali quelle erano inserite. D'altra parte
le stesse immagini di Masaniello erano allora sì poco comuni tra noi
che spesso gli amatori di cose patrie dovevano nelle loro memorie
ritrarle a penna da qualche rarissimo esemplare che loro capitava nelle
mani.[295]

Senonchè avendo potuto in seguito osservare il Ms. originale ho dovuto
necessariamente convincermi di due cose, cioè: che non tutte le figure
erano state dal Molini raccolte e conservate nei suoi scartafacci a
tempo della rivoluzione, ma che alcune ne avea aggiunte al suo libro
intorno al 1680, allorchè fece trascrivere quei suoi appunti; e che
parecchie di esse furono allora da lui appropriate agli avvenimenti ed
ai personaggi di cui parlava; e quindi non rappresentassero realmente
ciò che l'epigrafe appostovi dal copista pretendeva indicare. Ove
si rifletta attentamente su queste date figure le ragioni di quanto
asserisco appariranno chiarissime.

Difatti esaminando le tavole di dubbia autenticità, alle quali accenno,
la prima che s'incontra a c. 4 v. del Ms. è un paesaggio qualunque,
con caseggiati e fiume, sulle sponde del quale, a dritta di chi guarda,
vedesi una persona che pesca; ma rappresenta tutt'altro che Napoli e la
spiaggia della Marinella o di Mergellina. Ora fra Sebastiano doveva per
la prima volta discorrere di Masaniello, ed ecco che prende la detta
tavola, la incolla sul libro e fa scrivere al suo d. Francesco... _T.
A. Pers. F. S. A. Pescha_, parole che non so pienamente spiegare, poi
nel testo dice: “quì rincontro vedrai Masaniello pescare„.

Più avanti a c. 9 v. si vede un uomo a mezza figura, dall'aspetto
florido e rubicondo, vestito alla spagnola, con la goliglia ed una
rosa tra le mani. Ai due lati della testa si legge: _Il Perrone Capo
bandito._ Il Molini narrando come Masaniello fece suo tenente generale
Domenico Perrone, bandito, soggiunge, “quale è questo che tu vedi„.
Ora io non posso mai credere che quello sia il ritratto dell'abate,
o capitan Micaro Perrone, un noto malvivente, perchè l'abito, che
indossa non è quello di un bandito[296], o di una _tabanella_[297]
come allora chiamavansi coloro, che portavano l'abito ecclesiastico per
svergognarlo e godere immunità per i loro delitti; e perchè il Perrone
era, come dice il Pollio, _un cane di vista et tale di opere_[298].

Nè mi pare che abbiano aspetto di verità, o almeno di giusta
appropriazione le figure delle due galere (39 x 28 cm.): una
caratterizzata come spagnuola (c. 136 v. 137) e l'altra come francese
(c. 137 v. 138). Nè finalmente le ultime tre incisioni (39 x 28 cm.)
hanno alcun che di comune con Napoli e con la rivoluzione del 1647. La
prima infatti (a cc. 139 v. 140), lavoro di un tal Filippo Suchiello
da Siena, rappresenta un arsenale, forse quello di Venezia, con alcune
navi in partenza e molta gente che sta ad osservarle. La seconda (cc.
140 v. 141), firmata da Orazio Scarabelli fiorentino, rappresenta un
torneo assai probabilmente celebrato in Firenze. La terza (a c. 142
v. 143), incisa da Stefano della Bella pure fiorentino, è dedicata
al signor Bacco del Bianco ingegnere di S. M. Cattolica in Madrid,
rappresenta una nave veneziana carica di merci.

Quello però che dimostra evidentemente l'opera del Molini in adattare
una figura qualunque che gli capita tra le mani alle cose che deve
narrare, purchè gli dia elementi da poter comporre un'illustrazione
apposita, è l'incisione (a c. 24 v.) appropriata da lui a raffigurare
il cadavere di Masaniello sui gradini dell'altare maggiore della chiesa
del Carmine, ove fu posto mentre si preparavano le sue esequie. La
figura (41 x 28 cm.) è abbastanza maltrattata e lacera in guisa che
manca la parte inferiore del lato dritto di chi guarda. Essa, nella
parte destra, rappresenta un edificio monumentale con colonnato avanti
e con la nicchia di una statua. Dinanzi l'edificio si veggono alberi e
piante. In linea degli ultimi scalini dell'edificio, dove l'incisione
è lacera, si scorgono parecchie figure in parte distrutte. Dal lato
sinistro poi si veggono in fondo due galere e alcune case. Più innanzi
è una figura a cavallo seguita da altri anche a cavallo. Ed ancora
più innanzi sopra un masso, un cadavere senza testa tra due gruppi
di figure. Sotto è scritto: _Corpo di Masaniello._ Il primo gruppo
rappresenta uomini con le braccia distese, nudi sino alla cintura e
avvolti nel resto del corpo in un manto e fra essi due bimbi nudi.
L'altro gruppo a sinistra è formato da un uomo, che sostiene per
i capelli un capo reciso, sotto al quale è scritto: _Testa_, ed è
circondato da uomini con la barba avvolti in mantelli, ed alcuni altri
indietro che hanno in capo una specie di elmo. Oltre a ciò, a basso
dall'uno e dall'altro lato, sono due persone prese o ritagliate chi
sa da qual altra figura ed attaccate su questa. Sotto l'incisione, dal
lato sinistro, si legge: _Ant. Sal. exc._

Ma tralasciando altre osservazioni[299] e restringendo il mio dire a
quello che più si attiene all'argomento che ho per le mani, occorre
notare quì le figure rappresentanti Masaniello e quattro persone di sua
famiglia, che il Molino inserì nel suo Ms. Esse sono sette, tutte di
una stessa dimensione (21 x 29 cm.), e colorite a mano. Ridotte dalla
fotografia ad un terzo degli originali noi pensando di far cosa grata
ai nostri lettori le riproduciamo in fototipia, e con qualche raffronto
storico le illustriamo.

Or nella prima vedesi il ritratto di Masaniello (fig. 15) in piedi,
fatto ad acquerello. È un uomo apparentemente di più che 27 anni di
età, con la mano sinistra appoggiata al fianco, e la destra distesa
in atto che con l'indice pare mostri qualche cosa. Accanto alla testa
è scritto in caratteri majuscoli della stessa mano, di chi copiava
il libro da un lato: _Mass'_ e dall'altro: _Anjello_ e sotto: cioè:
_Tomasso Agnello_[300]. Il Capopopolo ha i mustacchi neri, piuttosto
e volti all'insù e la zazzarina; e veste l'abito marinaresco col
berrettino rosso sul capo, e con l'aggiunta di una grossa tovaglia
che porta sulle spalle e gli scende innanzi sino alla cintura, come lo
descrive il contemporaneo Carusi che sopra ho riferito.

Nella seconda figura si osserva _Masaniello di Notte_ (fig. 16)
secondochè essa è indicata dall'epigrafe apposta ai due lati della
testa, come nella precedente. Sta a cavallo, con la sinistra tiene il
freno e con la dritta un corto bastone di comando. Veste di bianco
con cintura. Ha gli stivali con sproni, e in testa un cappello alla
spagnuola con penne. La faccia indica un uomo anche di più età del
precedente[301].

_Masaniello fuori di se_ (fig. 17) è rappresentato nella terza figura.
Sta pure a cavallo. Nella dritta impugna un lungo spadone. Veste un
abito signorile di drappo, a quanto pare, con maniche larghe e cappello
alla spagnola in testa anche con piume. Sembra all'aria, all'aspetto,
un uomo tutt'altro che volgare. Nè si può scorgere linea alcuna tra
questi e i due altri pretesi ritratti. Ha la faccia di vecchio, piena
di rughe, lunghi i capelli che gli scendono dalle tempie, e sul labbro
non vi apparisce segno di baffi[302].

Segue _Matteo d'Amalfi fratello di Masaniello_[303]. L'epigrafe vedesi
al solito posto. Sta a cavallo e veste da borghese con casacca color
d'oro giallo[304]. Ha il cappello in testa con la piuma; e dalla
cintura sporge il manico di un pugnale. La figura, messa quì dopo il
testo (fig. 18) ha l'apparenza di un uomo di età, con grossi baffi
volti in su.

Vedesi indi la _Moglie di Masaniello_ (fig. 19) e l'epigrafe si legge
al solito posto. È a mezza figura. Ha l'aspetto piacente, occhi grandi
e naso aquilino[305]. Sostiene con le mani un cesto pieno di fiori, che
pare attaccato sulla figura. Indossa una veste signorile con corpetto
giallo e maniche turchine. Ha un cappello pure di color giallo a falde
larghe in testa con piume e fiori che le ornano le tempie, sulle quali
si ravvolgono folti capelli. Alla gola porta una collana con croce
pendente, la famosa collana donatale dalla Viceregina.

La _Sorella di Masaniello_ (fig. 20), che segue è pure ritratta a mezza
figura. È giovane non brutta, anch'essa con grandi occhi, ed ha la mano
dritta quasi accostata alla spalla sinistra. Veste un abito signorile
scollato, che sembra fatto a fiorami, ed è orlato di merletto rosso;
non ha cappello, ma una ricca capigliatura ornata di fiori alle tempie.
Porta pure una collana che sembra fatta di pietre.

Da ultimo vedesi (fig. 21) il _Cugnato di Masaniello_[306], secondo
dice la solita epigrafe. Anch'esso è a mezza figura, e sembra uomo
dai 30 ai 40 anni. Ha ricca capellatura, grossi baffi rivolti in su e
pennello sul mento. Veste civilmente con casacca rossa, maniche grigie
con i rivolti bianchi e collare rovesciato pure bianco. Ha in testa un
berretto grigio a larghe falde ornato di penne rosse, e colla sinistra
sostiene una carta scritta a mano che dice: _Memoriale al signor
Capitano Generale del Fidelissimo popolo di Napoli. Li Signori di
Salerno._ Il carattere della scritta è diverso da quello del cod. Ms. e
sull'alto, a sinistra della testa, si legge: _Qui rincontro rappresenta
quando fu portato fuori del Carmine la testa di Massaniello.._

Questo è il soggetto delle figure del Ms. Bolognese che riguardano
il mio argomento, e questo è il modo, con cui sono state condotte.
Ma quale è l'autenticità, quale la veracità delle medesime? A me pare
che bene e spassionatamente considerate esse non possono ad una sola
ed istessa stregua giudicarsi. Alcune, cioè _Masaniello di notte_
e _Masaniello fuor di se_ debbono, a mio giudizio, ritenersi come
fantastiche ed arbitrarie illustrazioni che, al pari di quelle di
cui sopra ho parlato, il Molini appropriò al suo racconto ed inserì
nel libro che compilava. Difatti, a prescindere dalla pochissima o
niuna rassomiglianza che hanno tra loro, e con gli altri ritratti di
Masaniello, ed anche con lo stesso acquarello del Ms. Bolognese, v'è
un altro argomento a smentirli. Certamente è assai inverosimile che
simile che siasi voluto ritrarre o ricordare il Capopopolo in una
azione ordinaria di nessuna importanza quale è quella di andare a
cavallo di notte per la città, mentre si avrebbe potuto raffigurarlo
in atto che andava a Palazzo o che alla testa del lazzari combatteva
e prendeva prigionieri i 500 alemanni che venivano contro il popolo
in S. Giovanni a Teduccio. Nè d'altronde il fatto che intendevasi
rappresentare dall'atteggiamento e dall'insieme del personaggio si
sarebbe compreso se il Molini non l'avesse fatto scrivere sulla figura
stessa. Così pure niente dimostra la pazzia di Masaniello nell'altra
figura se non l'epigrafe appostovi. D'altra parte per lo meno mi sembra
dubbia la figura di Matteo o Giovanni di Amalfi, che è dello stesso
tipo di quelle che rappresentano l'Eletto Arpaja e di qualche altra
tavola simile prodotta dal Molini. Non così per le altre. Imperochè
l'acquarello di Masaniello se per i baffi neri, folti e volti in
su, onde è fornito, può ritenersi come il tipo di tutte le figure
immaginarie di lui fatte in Olanda ed in Inghilterra, pure la nota
caratteristica della tovaglia con cui è dipinto si dimostra opera
di uno che aveva visto l'originale, e lo dipingeva pur non avendolo
innanzi.

Nè diversamente è da dirsi intorno alla moglie, la sorella e al cognato
di Masaniello, perchè quantunque non si abbia alcun confronto che possa
servire come pietra di paragone per stabilirne l'autenticità, pure la
napolitanità delle fisonomie delle due donne e il Memoriale che tiene
in mano il cognato me li fanno ritenere per autentici e genuini.

Per quanto poi riguarda la parte artistica tutte queste figure
sono, come chiaramente si vede, lavori dozzinali incisi in legno da
artisti di poco valore, forse non napolitani, ma che lavoravano pel
popolo desideroso di conoscere o di tener ricordo del suo Capitan
Generale. Esse per la poca abilità degli esecutori, non danno che
un'approssimativa idea del personaggio che intendevano rappresentare.
Sembra inoltre che miseramente finita la rivoluzione, sparissero dal
commercio, o perchè distrutte per timore degli Spagnuoli, o perchè
poco curate dalle persone intelligenti e da coloro, che per altro non
avevano mancato di raccogliere notizie e di narrare i fatti di cui
erano stati testimoni. E poichè niuna di esse, si trova inserita nei
tanti Mss. e nelle non poche raccolte di fogli volanti e di stampe
riguardanti quell'avvenimenti ed appartenenti a quell'epoca, dobbiamo
essere grati al buon frate rocchettino, che forastiere e curioso non
disdegnò di raccogliere e conservare questi singolari ricordi che
altrimenti sarebbero andati al certo perduti.

Altri ritratti di Masaniello eseguiti intorno a quel tempo io non
conosco. Non debbo però tacere di una testa di legno volgarmente
attribuita a lui, e che per la misteriosa epigrafe, con cui era
indicata, probabilmente appartenente all'epoca del viceregnato
spagnuolo. Ne ricavo la notizia da un opuscolo recentemente pubblicato
dal chiaro Barone Guiscardi[307], nel quale, notando un lavoro in
legno di mano maestra che raffigurava un teschio e che si conservava in
una cassettina nel Museo di S. Caterina a Formiello di questa città,
nel 1799 andato male, egli pensa che “dovesse essere il simulacro
della testa di Masaniello„. E per verità fondatamente rileva una
tale congettura dall'indovinello stampato, che era posto sulla detta
cassettina e che è riportato nella p. 13 dell'“Istruzione al forestiere
ecc. intorno al Museo dei Domenicani del Convento di S. Caterina a
Formiello„ stampata nel 1791; ove leggevasi così:

    Ebbi in Napoli, ignobil cuna e vile
    Fui pien d'ardir, pieno di vizi, in loco
    Di tumulti mi trassi. A me simile
    Volgo insano commossi; e a poco a poco
    Sdegnai me stesso ed il mio stato umile,
    Empio eccitando e temerario foco
    Ma volendo smagliar le mie ritorte,
    Anzichè libertà trovai la morte.

Le quali parole sotto un velo abbastanza trasparente indicano il
Capopopolo.

Senonchè la vanità di questa volgare credenza è di per se stessa ad
ognuno manifesta. Io per me credo che probabilmente la testa d'un
_pastore_ (personaggio da presepe) diè ad un qualche conservatore del
Museo di S. Caterina, che aveva il ticchio di far poesie, la materia e
l'occasione di comporre quel concetto letterario e morale[308]. Ma può
anche supporsi che il popolo minuto di Napoli battezzasse un teschio
qualunque, che ivi non saprei dire per quale ragione notavasi, per la
testa di Masaniello; proprio al modo istesso come, secondochè leggo
altrove nella citata _Istruzione_, ebbe ferma opinione che un lungo
spadone pur anche conservato in quel museo fosse stato maneggiato
dal famoso Rinaldo, le cui prodezze allora si cantavano nelle piazze
con gran concorso di uditori. I quali, dopo udito il cantastorie
stupefatti andavano al museo della Speziaria di S. Caterina a Formello
a rimirar come incantati la spada del favoloso eroe[309]. E bisogna
dire inoltre che il P. d'Onofrii, autore di quella _Istruzione_,
avvedutosi a tempo della falsa ed erronea attribuzione data a quella
testa, nello stesso anno 1791, la ristampò, togliendone soltanto
l'articolo della cassettina con la relativa ottava, il che osservò
pure nell'altra edizione del 1796. Ma ciò, a quanto pare, non valse a
togliere l'inveterato errore; poichè nei magazzini del Museo Nazionale
in S. Martino si trova tutt'ora una testa di legno voluta (come si dice
nell'Inventario, ma da nessuna creduta) di Masaniello.

Mi resta ora, a far parola di una medaglia, nella quale, si vede il
nome e l'effige di Masaniello, fatta di fantasia. Essa fu coniata a
quanto pare, nella seconda metà del secolo XVII in Olanda, dove allora
era viva e grandissima la fama del Capopopolo di Napoli e delle sue
straordinarie vicende, e si traducevano e si pubblicavano, come di
sopra accennai, ripetutamente opere sull'argomento. Ed in pruova di
ciò, basta soltanto ricordare quel che si narra del celebre Benedetto
Spinoza, che, giovanissimo, volle disegnare a penna il ritratto del
pescatore napoletano, come allora era rappresentato nelle istorie e
nelle incisioni che in quelle contrade si divulgavano[310].

Or la medaglia della grandezza di 70 millimetri ha, da un lato,
impressa l'immagine di Masaniello a mezza figura, con baffi e capelli
a zazzera e col capo scoverto. È fiancheggiata da due popolani che
sorreggono con una mano una corona antica sulla testa di Masaniello, e
con l'altra mano si appoggiano agli scudi che hanno a lato.

Sotto il busto, contornato da fregi a cartoccio si legge:

                        _Masaniello vissche_ [r]
                         _En coninck v. Naples_
                                 _1647_

cioè: _Masaniello pescatore e Re di Napoli. 1647_[311].

Dall'altro lato si vede il busto di Oliviero Cromwel, fiancheggiato da
due guerrieri, in costume antico romano, che con una mano reggono una
corona di alloro sulla testa del medesimo, e con l'altra si appoggiano
parimente agli scudi che hanno a lato. Sotto il busto, contornato dai
medesimi fregi che si veggono nell'altra faccia, si legge:

                            _Olivar Cromwel
                           Protector V. Engel
                            Schot en Irlan._

cioè: _Oliviero Cromwel protettore dell'Inghilterra, Scozia ed Irlanda._

Sul taglio poi della medaglia sta inciso;

                 _Violenta imperia nemo continuit diu_

Il motto è di Seneca, tratto dalla tragedia _Troades_ verso 258.

La medaglia, come mi assicura l'egregio Dr Arturo Sambon, che si occupa
con tanta intelligenza ed amore della storia numismatica della nostra
regione, e che è stato da me interrogato sul proposito, non è riportata
nell'opera di G. Van Loon, che descrive una grandissima quantità
di queste medaglie popolari o gettoni olandesi assai interessanti,
perchè rispecchiano al vivo i sentimenti del popolo sugli avvenimenti
contemporanei. Da chi e per quale occasione essa fosse stata coniata,
io non saprei dire. Solo, dalla leggenda incisa sul taglio, mi pare che
si possa con molto fondamento, affermare che sia stata impressa durante
la dominazione di Oliviero Cromwel nella Gran Brettagna, e da chi era
di un partito avverso ai moti rivoluzionarii di quell'isola. Essa,
a mio credere, è quasi un monito, che si fa all'usurpatore del trono
degli Stuardi, mettendolo a confronto di Masaniello, il cui imperio era
così poco durato.

Se non che il confronto; in quanto riguarda il concetto politico
dell'uno e dell'altro personaggio non è internamente esatto, poichè gli
autori della medaglia giudicavano l'agitatore Napolitano con le idee
che di lui allora si avevano in Olanda, ed in altre contrade straniere.
Masaniello per il mutamento che la sollevazione da lui iniziata ebbe
nel terzo periodo (novembre 1647-6 aprile 1648), fu malamente colà
creduto un fanatico repubblicano. E tale pure alcuni oggi volgarmente
vorrebbero caratterizzarlo. Ma così opinando costoro falsarono e
falsano la mente di Masaniello. Il concetto del povero pescivendolo era
affatto diverso. Esso evidentemente compendiavasi nel motto, che da lui
fu indettato ai _guaglioni_ ed ai _lazzari_ suoi compagni e seguaci e
che fu il grido di guerra dei sollevati, cioè:

— Viva Dio, viva il Re e muoja il mal governo.



PARTE QUARTA

DOCUMENTI


I.

LETTERA DI GIULIO GENOINO AGLI ACCADEMICI OZIOSI INTORNO ALLE
PRETENSIONI DEL POPOLO DI NAPOLI

_Alli Signori Accademici Otiosi_ — Mi è stato riferito ch'io sia stato
ripreso da alcuni della Vostra Accademia de certo mio parlamento fatto
pubblicamente a Sua Eccellenza in Palazzo nella sala dell'Ecc. della
Signora Viceregina, lunedì li 6 del presente mese di Maggio 1620.
Provate con dire che in quello sia stato da me usata arte oratoria e
mordace. Quel mio ragionamento fu a fatto all'improvviso, a richiesta
di alcuni miei Cittadini, et se in qualche cosa impensatamente non
dicevole fussi trascorso, mi faranno piacere le Signorie Vostre
(scrivendoli io a quest'effetto) corregermi, et perchè non me si
attribuisca dal volgo quello che io non ho detto, vengo hora a punto a
scriverli quanto io all'hora dissi, che altro non fu che questo:

  Sono venuto, Signore Eccellentissimo, da parte di questo mio
  Popolo qui presente ad esporre querele, sperar giustizia,
  et impetrar gratie. Querele, Signor Ecc.mo. Si è inteso che
  molti nobili di piazza (salvo però la pace di coloro che
  non intervengono a tal consiglio) facciano conventicoli,
  conspirazioni, et monopolii in diversi privati luochi, case,
  chiese et ridotti; cose detestabili et da ogni legge prohibite; et
  sì questa nobiltà ha da fare alcun parlamento, ha le sue pubbliche
  Piazze, dova gionta potrà deliberare et concludere ogni suo
  parlamento, sì come fa questo mio Popolo. Quello che questo mio
  Popolo sospetta contro detta nobiltà, è che quanto dichi et operi
  sia cospirazione contro di esso et contro di chi l'Eccellenza
  Sua può immaginarsi, e per quanto vedo, fa la mira al piede per
  colpire in testa: l'uno et l'altro capo prenderà peso di provare
  questo mio Popolo. Intenderà forsi questa nobiltà in questo modo
  privarci di quel bene ove è fundata ogni nostra speranza; non
  sarà giammai et s'inganna di lungo. Pretenderà forsi suppeditare
  questo mio Popolo? Non conviene, essendo suo affezionatissimo.
  Intende forse esser nostra tiranna? Nè questo, mentre stiamo
  sotto regia protezione. Finalmente pretenderà farci suoi schiavi?
  Il che non sarà giammai, poichè se al proprio nostro Re non
  havemo altro obbligo se non di fidelissimo vassallaggio, come si
  presumerà che dobbiamo esser schiavi a questa privata nobiltà?
  Erra certamente alla lunga: dovrebbe al fine porre mente a tante
  cose, nè fastidirse più l'orecchia del nostro Re di tante querele
  et messi, et lasciar quieta la Cattolica Maestà attendere ad
  altro, et a cose più gravi che in queste nostre gare, pretensioni
  et liti, et quelle fra noi con amorevolezza terminare et finire;
  al che con vivo affetto di cuore preghiamo la detta nobiltà
  et quelle debbiamo con amorevolezza vicendevole componere; nel
  che l'Eccellenza Sua non sia più giudice nostro, ma amichevole
  compromissore.

  A questo con ardente affetto di cuore anzi con vive lagrime
  da parte di questo mio Popolo prego voi tutti Signori qua
  presenti che vogliate adoprare ogni vostro valore, potere et
  forza, che questa nobiltà resti quieta di vivere unita col suo
  carissimo Popolo, e che gli ceda quella parte di autorità che
  nelle cose comuni di giustitia li conviene, non l'aggravi più,
  ma lo sollevi a ciò non habbia occasione alla fine darsi in
  preda di disperatione, et quello che detta nobiltà con occulti
  conventicoli contro di esso consulta l'habbia a dirlo in pubblica
  piazza. Viviamo dunque in tranquilla pace. Anzi si è risoluto
  questo mio Popolo chiamare con citatorio pubblico editto detta
  nobiltà a giusto et onorevole partito di quiete et questo acciò
  sia manifesto appresso Iddio et il mondo tutto quanto questo mio
  Popolo desideri la tranquilla pace.

  Et voi, Signor Ecc.mo, non volendo questa nobiltà inchinare
  l'orecchia a preghiere di questo Popolo, et volendo più oltre
  procedere in dette sue ostinate cospirationi, allora la pregamo
  voglia usare il debito rigore della sua giustizia contro li
  trasgressori, come disturbatori della universale quiete et
  pace. Et quando che no, avemo, signore Eccellentissimo, un
  volgare nostro napoletano proverbio che “il mal guadagno sparte
  compagnia„. Si è visto, signor Ecc.mo, che da questa nostra
  comunità (ma per opera non so de chi) s'è causato un mal guadagno;
  si sa quanti milioni di oro deve questa nostra Città: si dovrebbe
  per ragione, per sollevamento di quella, dividere questo peso,
  et la mità pagarne il nostro Popolo et l'altra mità la detta
  nobiltà. Ma ecco, signore Ecc.mo, come quello mi risponde: Questo
  non è giusto nè conviene, che, essendo il Popolo tanto numeroso et
  la nobiltà tanto pochi, paghi la maggior parte il Popolo et una
  minima parte paghi la Nobiltà; al che li dico come li pesi sono
  tutti del Popolo et gli onori tutti della Nobiltà? Queste, signore
  Eccellentissimo, sono male spartenze: _leonina divisio._

  È stabilito per autorità di legge che nessuno a forza sia tenuto
  stare in compagnia; per ciò quando la nobiltà si vorrà attribuire
  più di quello, che le tocca di questa nostra Comunità et unione,
  allhora è resoluto questo mio Popolo di vivere dissunito da
  quella. et da mo le dice: Addio, restate in pace.

  Questo basti all'esponere di querele et aspettar giustitia. Resta,
  signore Eccellentissimo, de impetrar gratia.

  Et primo sa l'Eccellenza Sua quanto è povero questo mio unito
  Popolo che non ha altro eccetto il solo legato della felice
  memoria del Serenissimo Re Cattolico, che appena basta a
  distribuire li legati pii, et pie dispositioni; perciò è resoluto
  fra sè stesso fare una tassa et per volontarie contributioni fare
  almeno la somma di ducati 30000, et quelli poi convertire in
  compra de annue intrate, anzi quelli de anno in anno cumulare,
  acciocchè si possa di dette entrate soggiovare in ogni urgente
  bisogno, mantenimento di lite, et tutte altre cose in comune et in
  privato, che sarà espediente di detto popolo, conforme li bisogni
  che di giorno in giorno potranno occorrere a questa volontaria
  attione. Si supplica il beneplacito et consenso di Vostra
  Eccellenza.

  2. Mira l'Eccellenza Sua questa nobiltà, che sta nel suo cospetto,
  come sta pregiata, pomposa et ornata. Mira all'incontro questo
  mio Popolo che sta humile et con quelle sue positive vesti,
  che per decentia del loro stato così conviene stiano vestiti.
  Perciocchè si supplica Vostra Eccellenza che, per ornamento e
  decoro di questo Popolo, voglia permettere l'Eccellenza Sua che
  a questi populari Capitani et Consultori se li permetta vestire
  di una veste lunga talare a modo di senatoria veste, et di quella
  servirse assolutamente in tutte le pubbliche functioni che lui
  farà, et quando compare all'aspetto dell'Eccellenza Sua per cose
  pubbliche. Questo domando per onore et decoro di questo mio Popolo
  et a ciò reveriscano tanto più l'Eccellenza Soa et a sua gloria.

  3. Ha stabilito questo mio Popolo deputare sei di ciascuno di
  detti Capitanii e Consultori ogni dì, acciocchè comparino ogni
  mattina avanti l'Eccellenza Sua, et quella umilmente salutino
  et se li offeriscano per servi et le ricordino che li sono
  fidelissimi.

  4. Instantemente pregano l'Eccellenza Sua almeno si lasci
  personalmente vedere una volta la settimana nella Piazza di questo
  suo Popolo, acciocchè vedendo il suo aspetto viva lieto et sicuro.

  5. et ultimo. Signore Ecc.mo, le propongo questo che è successo
  a me medesimo, che andando l'altro hieri a pigliare possesso di
  questo mio ufficio ebbe loco appena di unirsi questo popolo ad
  esercitare detto atto; attesochè quelle Reverendi Padri di Santo
  Agostino, per erigere il Campanile, hanno sfabbricato quello
  antichissimo edifizio dove se univa detto Popolo. Perciò non ha
  luogo dove unitamente congregarsi.

  Si è resoluto edificare un particular luogo dove si possa per
  lo advenire quello unirsi, quale s'intitolerà: Seggio della
  Piazza Popolare, e là possa unito parlare di tutte pubbliche cose
  occorrenti. Tutte queste sono gratie, che si supplica l'Eccellenza
  Sua potrà a quello facilmente concedere, mentrechè sono cose
  volontarie et non pregiuditiali al terzo et per maggior onore et
  quiete di detto popolo, del che humilmente supplica l'Eccellenza
  Sua e gli fa reverenza. Ho detto, Ecc.mo Signore.

Questo è quanto io esposi nel mio ragionamento et non altro, et si pure
il volgo o altra persona dicesse aver detto altro di questo, erra.
Vedete dunque se in detto ragionamento ho commesso alcun eccesso,
riceverò volentieri l'emenda et correzione, del che instantemente li
prego. E gli fo humilissima riverenza. Delle Signorie Vostre.

                                           Servitore Affezionatissimo
                                                       GIULIO GENOINO
                                         _Eletto del Popolo Napolet._


II.

Lettera dell'Eletto e della Piazza popolare a D. Baldassarre Zunica
presidente del Consiglio d'Italia, con cui si espongono le querele di
essa contro le Piazze nobili.

“Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore — Sono tanti et tali gli
aggravii et vilipendii che questa nostra Piazza del fidelissimo Popolo
napoletano (tanto devoto della Maestà Sua et dei suoi reali Ministri,
et in particolare di Vostra Eccellenza) riceve giornalmente dalle
piazze de' Nobili un disservizio di Dio, del Re N. S. et del ben
publico, che obbligheriano noi, che la governiamo, a venire o mandare
cento et mille volte l'hora in codesta Real Corte ai piedi della Maestà
sua e suoi Consigli per gli opportuni rimedii. Ma, poichè questo non ci
è permesso, mercè che questa povera Piazza non ha modo dello spendere,
come l'hanno quelle de' Nobili, che (per le prerogative che ora godono
di poter quattro di esse sole far conclusione di Città, benchè la
nostra Piazza pretenda non senza raggione o la parità de' voti, o che
non possa farsi cosa senza la nostra saputa, giacchè così conviene
al servizio del pubblico e del Re), spendono e spandono del peculio
universale come lor pare et piace, ancorchè ci habbiano così poca
parte; poichè l'entrate della Cittâ si cavano mille volte più da questo
Popolo numerosissimo che da' Nobili che sono così pochi; habbiamo
stimato ben degno, se non in tutto almeno in parte, ragguagliarne V.
E. Capo del Consiglio d'Italia, et sopra modo zelante del servizio di
Sua Maestà et beneficio de' suoi sudditi, et supplicarla con questa
(se pure la nostra buona fortuna vuole che ella capiti nelle sue mani,
poichè possiamo assicurarcene per la potenza e stratagemmi degli
avversarii), a degnarsi far queste nostre giuste querele pervenire
alle reali orecchie della Maestà sua, acciocchè possa essa nostra
fidelissima Piazza, riportarne quelle gratie et provvigioni che la
giustizia de' suoi miserabili casi ricerca; assicurando V. E. che non
meno sarà opera degna di vera pietà christiana l'adoperarsi essa con la
Maestà del Nostro Re a pro di questo fidelissimo Popolo, di quello che
sarebbe se l'Eccellenza Sua cavasse dalla schiavitudine molte migliaia
di persone.

Saprà dunque V. E. che tra le molte cose, nelle quali è venuta e viene
la nostra fidelissima Piazza aggravata et vilipesa da' Nobili (tacendo
l'altre peggiori per hora per non tanto fastidirla con la lunghezza
di questa lettera) ve ne sono tre che a nostra istanza si discutono in
questo regio Collaterale.

L'una è che quattro delle cinque Piazze nobili conclusero ad Agosto
passato, ciascuno da per sè separatamente, contro la forma del dovere
e del solito, che dovesse tenersi aggente perpetuo in cotesta Corte, et
in effetto, senza chiamare la nostra Piazza, elessero il Dottor Giovan
Camillo Barnaba, che quivi resiede, con provvisione di 600 ducati
l'anno, a tempo che questa Città va debitrice sinhora (e Dio perdoni a
coloro, per colpa de' quali ciò è avvenuto) in più di 11 milioni, senza
le tante centinaia di migliaia di ducati che deve di terze vecchie, non
ad essi Nobili, Signore Eccellentissimo, perchè ha ben saputo e potuto
pagarsi: ma a tante povere vedove, pupilli et altri miserabili del
popolo.

L'altra, che a' 9 di Settembre anche passato, deputarono et mandarono
per ambasciatore in codesta medesima Real Corte il Padre Taruggi dei
Gerolomini, senza il nostro intervento e saputa, e non obstante che
dal Collaterale Consiglio fosse stato tre giorni prima, mediante
provvisione agli stessi nobili notificata a' 6 del medesimo mese,
ordinato che non si mandasse.

E la terza, che havendo la stessa piazza de' Nobili firmata una
capitolazione, sotto il titolo di _Riforma de' Tribunali_ della nostra
Città, per la quale si levano e tolgono affatto non pure alla nostra
fidelissima Piazza et ai suoi Eletti le loro antiche raggioni et
autorità, ma anche a' regii Ministri che in essi Tribunali assistono a
petition nostra, hanno rechiesto essa nostra Piazza a concorrere alla
detta riforma, et noi abbiamo ricusato di farlo per essere cosa di
tanto nostro preiudizio e della Reale giuridittione.

Intorno alle due prime V. E. resterà servita veder dalle qui incluse
copie come già per decreto del Signor Regente Valenzuela, commissario
in questo particolare delegato dall'Illustriss. Signor Cardinale
Vicerè, sta sospesa l'elettione di Aggente, et per decreto parimente
di tutto il Collaterale, annullata l'ambasceria del Padre Taruggi, come
fatte illegittimamente et contro la forma del dovere.

Et in quanto alla terza, già si sta da noi facendo istanza appresso
questi signori Reggenti che sieno intese le nostre raggioni. Non
lasciando di dire a V. E. che i sudetti Nobili oltre l'haver privato
alcuni dei nostri di qualche carica o officio conferitogli dalle lor
Piazze, senz'altra caggione che di non haver voluto aderire a' loro
disegni, si sono lasciati trasportar dall'odio conceputo contro di noi,
solo perchè habbiamo voluto difendere le ragioni della nostra Piazza
con termini della giustizia contro le loro irragionevoli pretensioni et
conclusioni, che e privata et pubblicamente in absenza et in presenza
nostra non si sono astenuti dal maltrattarne di mille ingiurie et
minacce, come ne abbiamo dato parte all'Ill. signor Cardinal Vicerè
et suo Collaterale Consiglio, forse per provocarci a farne qualche
resentimento da per noi, per lo quale poi avessero potuto tacciarne di
persone rivoltose et inquiete. Ma noi habbiamo il tutto sopportato con
animo piucchè forte per non cagionare qualche giusta alterazione al
nostro fedelissimo Popolo, il quale, come chè non è mai stato solito
di ricevere simili affronti della Nobiltà nelle persone de' suoi
Eletto, Capitani et Consultori, da che è stata fondata questa Città,
facilmente havrebbe potuto far qualche movimento di vendetta, se noi
havessimo cercato di rissentirci dell'aggravio fattone, e non havessimo
procurato diminuire al possibile la gravità delle cose appresso quelli
de' nostri quartieri. Anzi, hierimattina, 27 del corrente, vigilia
dell'odierna festa de' gloriosissimi Apostoli Simeone e Giuda, tutte le
Cinque piazze Nobili ad una stess'hora, unite, ciascuna però nella sua,
con manifesto monopolio (con riverenza) conclusero che si facessero
deputati, i quali potessero, per mezzo del sudetto Padre Taruggi
asserto ambasciadore o d'altri, non pur resentirsi dalle istanze
fatte (com'essi dicono) tanto licenziosamente dalla nostra Piazza
in disservizio del Publico, ma dar parte a S. M. degli aggravii, che
dicono haver patiti nel particolare delle istanze fatte anche da noi
intorno all'haver voluto impedire il detto Padre, dove medesimamente
si dolgono e del signor Vicerè (di niuno de' quali non mai si
contentarono) che del Collaterale, per ordine del quale, con somma
giustizia, si prende informationi contro i deputati c'hanno spedito il
medesimo Padre, cosa che mai si ricorda c'abbiano fatto contro questa
fedelissima Piazza, della quale sempre hanno fatto qualche stima,
fuorché da alcuni mesi in qua, sebben crediamo (se pur ad altro non
hanno l'occhio) che tutto ciò habbiamo fatto et facciano per atterrirci
et farci desistere dalle oppositioni, che tanto giustamente facciamo
alle loro ingiuste conclusioni et pretensioni, et ottenere per questa
strada quanto bramano, poiché veggono che questa nostra fidelissima
Piazza è hoggidì, per gratia d'Iddio, retta e governata da persone da
bene (se pure è lecito lodarci con la propria bocca) timorose di Dio e
della giustizia, et sopratutto amiche della pace e zelose del servitio
della M. S. et in particolare del suo Eletto, di conosciutissima bontà
e qualità. Però noi staremo sempre fermi e saldi et attenderemo coi
termini del dovere e della giustizia la difesa delle nostre raggioni,
sintanto che da chi può comandarci non ci verrà altrimente commesso
et ordinato, ancorchè ci fosse con notabile preiudizio dell'havere
dell'honore et della vita di tutti noi.

Abbiamo dunque, signore Eccellentissimo, voluto narrare queste cose a
Vostra Eccellenza, sia perchè Ella ne stia com'è di dovere informata,
sì anche, come detto abbiamo, perchè ci faccia la gratia col suo
christianissimo zelo di farlo a saper a S. M. acciocchè et Ella et
V. E. col suo Consiglio non pure intendano che suddetti Aggente et
Ambasciadore sono stati dichiarati nulli, come eletti contro la forma
della raggione e che come tali non devono esser ammessi et ascoltati,
ma anche la M. S. provvegga con la sua giusta e potente mano in maniera
che non siamo a questo modo maltrattati e dispreggiati da questi
Nobili che ad altro non aspirano che a farsi soli et assoluti padroni
del maneggio delle cose, di questa Città, senza la nostra fidelissima
Piazza del Popolo ci abbia una menoma parte. E per fine baciando a
Vostra Ecc. humilissima et riverentemente le mani le preghiamo da
Sua Divina Maestà il colmo di ogni felicità e compita grandezza — Di
Napoli a 28 Ottobre 1622 — Humilissimi e Devotissimi Servi — L'eletto,
Capitani et Consultori della piazza del fed. Popolo Nap. — _Paolo
Vespolo_, eletto — _Anello Auricola_, cons. — _Orlando Prencipe_,
capitano — _Giacomo Pinto_, cons. — _Giuseppe Palmisano_, capitano —
_Giov. Ang. della Monica_, cons. — _Giov. Batt. Pelliccia_, capit. —
_Pietr'Antonio Ferrante_, cons, et capit. — _Andrea Pulce_, capit. —
_Loise Rispolo_, Cons, et Cap. — _Agost. de Juliis_, cap. — _Agost.
Miranda_, Cons, e capit. — _Francesco d'Anna_, capit. — _Francesco
Schettino_, capit. — _Horatio Pisano_, capit. — _Giov. Loise Saggio_,
capit. — _Giuseppe Maffeo_, capitano — _Giov. Tommaso Giovine_, capit.
— _Pietr'Antonio Sorrentino_, cap. — _Genn. Fasano_ cap. — _Santolo
Manso_, cap. — _Ottavio Cassano_, cap. — _Marcello Manna_, cap. —
_Bened. Mancino_, cap. — _Ottavio di Mayo_, cap. — _Lutio di Maria_,
cap. — _Giov. Andrea Sances_, capitano — _Giov. Andrea Canale_, cap.
— _N. Giov. Vinc. Petito_, cap. — _Cesare Campanile_, cap. — _Paolino
d'Amato_, cap. — _N. Giov. Bernardino de Juliano_, Cap. et Secr.„


III.

BANDO, CON CUI SI RIPETE L'ORDINE DI DOVERSI RIVALERE LE ROBE MOBILI,
CHE ERANO STATE PRESE DA DIVERSE CASE PER ORDINE DI MASANIELLO.

Philipphus dei Gratia Rex. etc.

Per un altro nostro Banno fu ordinato che chi tenea robbe mobili di
qualsivoglia conditione prese da diverse case, borghi e casali di
questa fedelissima Città, consistentino in gioie, in oro, argento di
qualsivoglia maniera, drappi d'oro, seta et altro prese per ordine del
q. Masaniello d'Amalfi o per altro ordine le debbiano rivelare sotto
pena della confiscazione et altre a nostro arbitrio. E perchè molti
pochi hanno rivelato appresso di chi fossero dette robbe, per questo
acciò si possa provvedere di giustitia vogliamo che in termine di
ventiquattro ore doppo la pubblicatione di questo lo debbiano rivelare
all'Eletto o al Presidente Genoino delegato per S. E. E se in questo
termine di ventiquattr'ore doppo l'affissione del presente Banno non
le riveleranno si dà indulto a tutti quelli, quali etiam saranno stati
complici et oltrechè se reveleranno in potere di chi si ritroveranno
dette robbe, se le darà la terza parte della pena, nella quale saranno
incorsi li trasgressori, quale se le darà sicuramente. Dat. Neap. die
19 Julii 1647 — _Il Presidente_, D. GIULIO GENOINO. D. MARZIO SCALESIO,
_segretario_.



INDICE


  Prefazione                                             pag. v
  Notizie di alcune opere inedite adoperate in questi
    ricordi                                               „   3
  PARTE PRIMA — La Piazza del Mercato di Napoli e
    la casa di Masaniello                                 „  19
  PARTE SECONDA — La famiglia di Masaniello               „  61
  PARTE TERZA — Masaniello ed alcuni di sua famiglia
    effigiati nei quadri, nelle figure e nelle stampe
    del tempo                                             „ 137
  PARTE QUARTA — Documenti                                „ 181



APPENDICE FIGURATIVA

   [Illustrazione: Fig. 1. — MICCO SPADARO: Il Mercato di Napoli
   durante la rivoluzione. (_Museo Nazionale di Napoli_)]

   [Illustrazione: Fig. 2. — Dettaglio del quadro di Micco
   Spadaro: (_Masaniello parla al popolo_) (Vedi testo, pag.
   145)]

   [Illustrazione: Fig. 3. — Parte centrale del quadro di Micco
   Spadaro: (_Masaniello a cavallo_)]

   [Illustrazione: Fig. 4. — La piazza del mercato: (_da una
   stampa dell'antica Guida di Napoli del Parrino_)]

   [Illustrazione: Fig. 5. — Il Duca d'Arcos: (_Stampa antica_)]

   [Illustrazione: Fig. 6. — Don Giulio Genoino: (_Stampa
   antica_)]

   [Illustrazione: Fig. 7. — Il Cardinale Ascanio Filomarino:
   (_Stampa antica_)]

   [Illustrazione: Fig. 8. — Il Duca di Guisa: (_Stampa antica_)]

   [Illustrazione: Fig. 9. — La Sellaria: (_dall'antica guida di
   Napoli del Parrino._)]

   [Illustrazione: Fig. 10. — MICHELANGELO CERQUOZZI: Masaniello
   a Cavallo. (_Galleria Spada — Roma._)]

   [Illustrazione: Fig. 11. — Ritratto di Masaniello: (_Galleria
   Rospigliosi — Roma._) (Vedi testo, pag. 151)]

   [Illustrazione: Fig. 12. — Masaniello: (_dal frontespizio del
   libro_ “Napoli sollevata„ _di Amatore._) (Vedi testo, pag.
   153)]

   [Illustrazione: Fig. 13. — Masaniello: (_Collezione di
   Bartolommeo Capasso._) (Vedi testo, pag. 157)]

   [Illustrazione: Fig. 14. — Masaniello: (_Biblioteca dei P. P.
   Gerolomini in Napoli_) (Vedi testo, pag. 158)]

   [Illustrazione: Fig. 15. — Masaniello: (_dal Ms. del Molino._)
   (Vedi testo, pag. 167)]

   [Illustrazione: Fig. 16. — Masaniello di notte: (_dal Ms. del
   Molino._) (Vedi testo, pag. 167)]

   [Illustrazione: Fig. 17. — Masaniello fuori di sè: (_dal Ms.
   del Molino._) (Vedi testo, pag. 168)]

   [Illustrazione: Fig. 18. — Matteo d'Amalfi: (_dal Ms. del
   Molino._) (Vedi testo, pag. 169)]

   [Illustrazione: Fig. 19. — La moglie di Masaniello: (_dal Ms.
   del Molino._) (Vedi testo, pag. 170)]

   [Illustrazione: Fig. 20. — La sorella di Masaniello: (_dal Ms.
   del Molino._) (Vedi testo, pag. 171)]

   [Illustrazione: Fig. 21. — Cognato di Masaniello: (_dal Ms.
   del Molino._) (Vedi testo, pag. 171)]

   [Illustrazione: Fig. 22. — Plastica della testa di Masaniello
   _Teca del Duca di Martina_ (Vedi testo, pag. 153)]

   [Illustrazione: Fig. 23. — Masaniello e Cromwell (_da una
   medaglia del Museo di Napoli._) (Vedi testo, pag. 177)]



                    IMPRESSO NELLA REALE TIPOGRAFIA
                       FRANCESCO GIANNINI & FIGLI
                        L'ANNO MCMXIX IN NAPOLI


Lire dodici



NOTE:


[1] _In un piccolo Ms. del tempo di poche carte in 8, che da me si
conserva, ed è intitolato: _Memoria de los rebeldes, que fueron en
Francia, y vinieron sobre la armada francesa, y residieron en Roma,
y los que se volvieron a este reyno despues del indulto general_, il
Verde dicesi di Giugliano, e che_ finjio de ser fiel vasallo y acudia
à la yglesia de S. Iago de los españoles en Roma.

[2] V. Di Blasi _Stor. cronol. dei Vicerè di Sic._ t. II. p. II. pag.
335.

[3] GIORDANO, _Hist. Neap._ Ms. c. XIII: _De his qui pomœrium
auxerint_; SUMMONTE, _Hist. di Nap._ I, 64; TUTINI, _Dei seggi di
Napoli_ p. 10.

[4] _Chron. Suessan._ ap. Pelliccia, _Raccolta di Cronache_ etc. I, 57;
Registri Angioini n. 19 (1274, B.) f. 27; Doc. del 1288 ap. SABATINI,
_Calend. Napol._ Maggio p. 58.

[5] _In loco, qui dicitur Moricinum._ Reg. 1269. S. f. 173, ap.
MINIERI, _Notizie sull'archiv. Angioino_ p. 81; _extra civ. Neap. in
loco qui dicitur Moricinum_. Reg. n. 9 (1270. C) f. 83. Cf. Reg. 1278,
B. f. 75, ap. MINIERI, _Alcuni studii storici intorno a Manfredi e
Corradino_ p. 60 — _Moricinum sive Mercatum._ Reg. 1292, E, f. 345 ap.
ALITTO, _Vetusta Regni Neap. Mon._ Ms. f. 56 v. mihi Cf. _Bullarium
Carmelitanum_ I, 606.

[6] Reg. 1269, S. f. 173 e Reg. n. 30 (1278, B.) f. 75 ap. MINIERI,
_Op. ll. cc._

[7] Dipl. del 1270 ap. SUMMONTE, _Op. cit._ II, 264, Fasc. 80 il 2º ap.
MINIERI, _sui fascicoli angioini_ p. 55.

[8] Reg. n. 106 (1300-1301. A) f. 82 e n. 111 (1301. F), f. 30, e 149
v. In questi due documenti si nota il l_avinarium, per quod decurrit
aqua, que descendit a fonte Formelli in mare_; GIOV. VILLANI, _Istor.
Fior._ L. VII, c. 29.

[9] GIOV. VILLANI, _l. c._ Cf. FILANGIERI, principe di Satriano,
_Docum. per la Storia, le arti e le industrie nelle prov. Nap._ vol.
III, p. 257.

[10] SABA MALASPINA, _Hist._ L. IV, c. 16; _Chron. di Partenope_, L.
II, c. 11.

[11] SABA MALASPINA, _Hist. l. c._

[12] La testimonianza del Malaspina è stata combattuta recisamente
dal ch. cav. Del Giudice con la sua dotta memoria: _Il giudizio e la
condanna di Corradino_ (Nap. 1876) ritenendola come _sospetta e del
tutto inverosimile_ (pag. 19). Ma, sebbene le ragioni, che l'egregio
mio amico a sostegno della sua opinione desume dal sistema tenuto in
quel tempo tra noi intorno ai parlamentari ed alle _curie generali_, ed
intorno al procedimento penale contro i proditori notorii e manifesti,
sieno certamente fondate e gravissime, pure io non oso rigettare
interamente l'affermazione di uno scrittore così autorevole qual è
Saba Malaspina. La convocazione dell'assemblea fu forse una semplice
formalità eccezionale per un caso così specialmente eccezionale e
singolare, e fu diretta ai deputati di due sole provincie del reame, le
più vicine a Napoli, affinchè l'esecuzione dell'infelice Corradino, già
preventivamente decisa da Carlo, non fosse anche per poco ritardata.

[13] TUTINI, _Op. cit._ p. 16; FALCO, _Del sito di Nap._ p. 22.

[14] Reg. cit. 1269, S, f. 162, ap. MINIERI, _Notizie l. c._ e Reg. n.
30 (1278, B) f. 75 — Cf. SUMMONTE, II, 262.

[15] Reg. n. 76 (1295, B), f. 85, e cit. Reg. n. 106 (1300-1301. A), f.
82.

[16] Reg. cit. n. 106 — Cf. CAMERA, _Annali_, II, 86.

[17] Reg. n. 125 (1302, E.), f. 53 — V. CAMERA, _Op. cit._ II, 94.

[18] DOM. DE GRAVINA, _Chron._ ap. PELLICCIA, _Op. cit._ III,
226; BOCCACCIO, _De casibus virorum illustr._ L. IX, e con minori
particolari, la _Chronaca di Partenope_, III, 23, ove erroneamente
si aggiunge anche Sancia, la nipote di Filippa Catanese, che, per
essere in quel tempo pregna, fu giustiziata dopo. Queste fonti furono
seguite dal COLLENUCCIO, I, 246, ediz. Gravier, dal COSTANZO, _Istor.
del regno_ p. 203, dal SUMMONTE, _O. c._ II, 426, e da altri, che
tralascio. — D'altra parte GIOV. VILLANI nelle _Istor. Fior._ XII, 52
parla del supplizio dei soli uomini, e così pure il _Chron. Siculum_
testè pubblicato dalla Società Napolitana di Storia Patria p. 10;
aggiungendo poscia esattamente la giustizia di Sancia al dicembre
seguente.

[19] Reg. Ang. n. 353 (1346 C.) f. 24. Debbo questa notizia all'amico
prof. De Blasiis.

[20] Il fatto è narrato assai ambiguamente e con la data, certamente
erronea, del 1355 nella _Chronaca di Partenope_, III, 28 copiata da
Notar Giacomo a p. 56 in nota. Ivi si confonde la venuta del conte
Lando e di Luigi di Durazzo in Napoli nel 1351, col supplizio dei due
fratelli della Polla, che assai verisimilmente dovette avvenire nel
1348, quando fu fatta, come dice il Cronista di Gravina, _vindicta
maxima de morte ducis Andreae_, e non dopo, quando questa sarebbe stata
tardiva.

[21] _Chron. di Parten._ III, 35.

[22] _Diurnali del Duca di Monteleone_ secondo il testo genuino. Il
raffazzonamento posteriore (p. 67 ediz. Gravier) varia. NOTAR GIACOMO
p. 69; _Annali del Raimo_ ap. PELLICCIA _O. c._ I, 114; PASSARO,
_Giornale_, p. 11.

[23] DE PIETRI, _Hist. Nap._ p. 80; CELANO, _Notizie_ ecc. III, 263.

[24] FACIO, _De rebus gestis ab Alphonso 1_ L. II, c. 31.

[25] Cfr. _Cronica Anonima_ in cit. _Raccolta_ ecc. I, p. 180; _Cronica
di Ant. Feltrio_ ivi p. 290; PASSARO, _Op. cit._ p. 12.

[26] CELANO, _Op. cit._ IV, 68; PARRINO, _Nuova guida di Nap._ 1723,
p. 238, dove è pure la veduta della Piazza presa da S. Eligio, che sta
innanzi a questo capitolo.

[27] V. Bandi municipali nelle _Pragmaticae r. Neap._ I, 228, 231,
ediz. Cervone.

[28] VALENTINO, _Napole scontrafatto_ etc. p. 321, ediz. Porcelli, e
BASILE, nella lettera premessa alla _Vajasseide_ del Cortese t. II.
delle Opere.

[29] V. la _Situazione fatta dall'Illustrissimo signor Portolano di
questa fedelissima città nell'anno 1692, de cacciate e pennate delle
botteghe, posti fissi et amovibili, barracche et altro_, Napoli s. u.
n. in 4.

[30] _Suggeco_, nel dialetto Napoletano vale _soggetto_. Cf. BASILE,
_Lo cunto de li cunte_ I, 126 ediz. del Croce.

[31] Capitoli del ben vivere, e Bandi municipali nelle _Pragmat. r.
Neap._ I, 184, 191, 193, 204.

[32] CAMPANILE, _Diario circa la sollevazione della plebe di Nap. nel
1647_, Ms. f. 3.

[33] Nella Relazione del 1773 intorno alla causa della Città col R.
Fondo di separazione dei lucri, si dice che per tradizione sapevasi
come anticamente i _buccieri_ e _salcicciari_ passavano 10 o 12 ducati
l'anno al capitano e tenente degli alabardieri, perchè davano loro il
permesso di tenere avanti due botteghe, una a S. Francesco Saverio (S.
Ferdinando di Palazzo) e l'altra a S. Giovanni maggiore, una casacca di
alabardiere, ed una alabarda, ne desse il permesso dal Tribunale di S.
Lorenzo. _Memoriali_, vol. XII, f. 31 nell'Archivio Municipale.

[34] Bandi municipali nell'_Op. cit._ I, p. 216 — ZAZZERA, _Giornali
del duca d'Ossuna_, nell'_Archiv. stor. ital._ IX p. 496.

[35] DEL TUFO, _Ritrato della nobilissima città di Napoli_. Ms. della
fine del secolo XVI nella Biblioteca Nazionale. Cf. VOLPICELLA, _Giov.
Battista del Tufo_, Nap. 1880. PARRINO, _Op. cit._ p. 228. — Il talamo
per taglio della testa a coloro che non s'impiccavano può notarsi a
poca distanza della cappella della Croce nel quadro di Micco Spadaro
nel Museo Nazionale. La forca vedesi poi incisa nella _Pianta_ di
Napoli del 1566 nella Corsiniana in Roma: Col. 44, 4, 24.

[36] Intorno a ciò veggasi principalmente la Corrispondenza tra la
Corte di Roma ed il Nunzio Pontificio nel cit. _Archiv. stor._ t.
IX, p. 446, e 524 ed altrove. — Talvolta però si procedeva con minori
scrupoli, ed il dritto di asilo non era punto rispettato. Difatti in
questo stesso anno 1617 due giovani, Marco e Giuseppe Ferraro, ai 28
marzo _furono ammazzati per ordine del vicerè dentro S. Lucia a mare_.
Il _Registro del morti_ della parrocchia di S. Giovanni Maggiore, dal
quale ricavo questa notizia (L. IV, f. 66) non dice la ragione del
fatto. Un altro esempio singolare ne abbiamo pure sotto il viceregnato
di D. Pietro Antonio d'Aragona. Allora, “essendosi, come dice con
parola di biasimo uno scrittore contemporaneo, tre delinquenti,
scappati dal carcere della Vicaria, rifugiati nella chiesa di S. Tomaso
a Capuana, i ministri di corte di notte tempo scoverto il tetto della
chiesa ferirono dl molte archibugiate quei poveracci, i quali indi a
poco da sicarii stessi, che di là su calarono dentro la chiesa, in
mezzo agli altari avanti l'ostia sacratissima crudelmente scannati
furono.„ ISOLANI, _Apologia_, etc. Bologna 1672 p. 35.

[37] _Memorie attinenti alla Chiesa di S. Croce al Mercato._ Ms. già
presso l'egregio ricercatore delle cose patrie, l'abate D. Vincenzo
Cuomo, ora nella Biblioteca Municipale.

[38] Bandi municipali nell'_Op. cit._ t. I, p. 224 e 236.

[39] DEL TUFO (_Ms. cit._) nel 1.º dei suoi _Ragionamenti_ fa un
_sonetto in lode del quadretto Napoletano_. — Le frutta dovevano essere
scelte, si vendevano senza bilance e senza _assisa_, ed i venditori si
chiamavano _quadrettari_.

[40] DEL TUFO. Ms. cit. _Ragionamento_ IV, p. 116-17.

[41] V. _Acta visit. capp. ab archiep. Buoncompagni_ an. 1633, vol.
II, f. 182. Le pitture dei fatti di Corradino furono fatte incidere
ed inserire nella sua opera dal Summonte II, 232 e 233. — Nel 1630
tentandosi fare una nuova cappella dietro a questa, che descriviamo,
fu impedito, e vi restò solo una stretta tribuna che volgarmente fu
detta la cappella dei seggettari. _Cronistoria del Convento del Carmine
Maggiore._ Ms. nella Bibl. Nazionale a f. 16 v.

[42] Il disegno della colonna e del ceppo, come anche della statua di
Margherita, che accennerò in seguito, può vedersi nell'opera di Del
Re, _Rimembranze storiche ed artistiche_, p. 193. Inoltre non ha guari
il Rev. d. Vincenzo di Napoli, rettore della chiesa del Purgatorio al
Mercato, fece trarre la fotografia della accennata colonna e l'inserì
nel suo opuscolo intitolato: _La colonna espiatoria di Corradino di
Svevia_, Nap. 1888.

[43] Bandi municipali. Ivi p. 225.

[44] SUMMONTE, _Op. cit._ II, 263.

[45] Secondo che rileviamo della cit. _Cronistoria_ f. 13 in quel
tempo, allorché qualcuno diceva di non aver danari e ne dimandava,
rispondevasi _andate alla regina del Carmine che ve li darà_.

[46] FILANGIERI, _Documenti_ ecc. t. III, p. 438 e 451.

[47] _Acta visit. cappell. ab archiep. Caracciolo_ an. 1675, f. 540
— Qui sulla muraglia, e propriamente dove dicevasi “allo reale della
carne„ stava pure una cappelletta di S. Maria del Carmine. _Acta visit.
arch. Buoncompagni_, vol. II, f. 200.

[48] Quest'arte fu qui trasferita, come già accennai, nel 1301 per
ordine di re Carlo II. Da quel tempo il quartiere prese il nome di
Conceria, che tuttora ritiene, quantunque l'arte da circa 50 anni non
più ivi si eserciti.

[49] STEFANO, _Luoghi sacri di Nap._ p. 46.

[50] _Acta visit. cappell. ab archiep. Gesualdo_ 1598, v. IV, f. 508.
Cf. STEFANO, _Op. cit._ c. 43; e D'ENGENIO, _Nap. Sacra_ p. 445.

[51] _Acta visit. cappell. arch. Gesualdi_ v. IV; CELANO, III, 265.

[52] Istr. del 1437 per not. Nicola Vigiliano notato nella
_Cronistoria_ cit. f. 34; _Acta visit. cappell. ab Annib. de Capua_
1583 f. 9 — _Item Paroc. minor._ f. 133.

[53] Doc. ap. _Acta visit. paroch. mai. ab Annib. de Capua_ 1580 f. 42
v. — SUMMONTE, _Op. cit._ IV, 430.

[54] BOLVITO, _Notam. Mss._ f. 115, mihi.

[55] Doc. dei 25 ottobre 1454 per not. Giov. Pisano ap. _Cronistoria_
cit. f. 34; altro del 1496 ap. _Acta vis. S. Restitutae_ f. 91 v.,
ove il vico è detto _de li Scannacardilli seu de li Scannasorici_; ed
altro del 1563, in cui esso chiamasi vico _de li Scannasarici, seu li
parrettari_. _Acta visit. par. mai. ab Ann. de Capua_ 1580 f. 960.

[56] PARRINO, _Op. cit._ p. 222.

[57] BASILE, _Lo cunto de li cunti_, I, 75 ediz. Croce.

[58] _Acta visit. cappell. ab arch. Gesualdo_ 1598, vol. IV, f. 208.

[59] Istrum. del 1508 ap. _Acta visit. cappell. ab Ann. de Capua_ 1583
f. 28 v. e descriz. della cappella del Carminello. _Ibid._ n.º 20.

[60] _Acta visit. capp._ anno 1583 n.º 19.

[61] Celano, G. III, p. 261.

[62] _Acta visit. cappell. ab. arch. Gesualdo_ 1598 v. IV, f. 496. —
STEFANO, _Op. cit._ c. 43.

[63] Bandi municipali nell'_Op. cit._ t. I, p. 192.

[64] Bandi municipali nell'_Op. cit._ t. I, p. 196, 224, 229.

[65] MAZZELLA, _Descrizione del regno di Nap._ p. 338; AGETA, _ad
Moles_ etc. I. 420 — V. pure Bandi municipali nell'_Op. cit._ t. I, p.
196.

[66] SUMMONTE. _Op. cit._ I, 246. Essa dopo questa epoca nel 1653 fu
in altro modo rifatta dal vicerè conte di Ognatte; PARRINO, _Teatro dei
Vicerè_ t. II, p. 464; CELANO, IV, 73.

[67] In taluni Frammenti Mss. degli _annali della Città di Napoli_
dal 1611 al 1679 composti da Nicolò Caputo, dei quali io conservo
copia, all'anno 1632 dicesi “i Napoletani in onore della Madonna
del Carmine contribuirono alla spesa di presso a ducati 9000 per lo
prezzo di molte paja di case, che furono diroccate in Napoli avanti la
porta maggiore della chiesa del Carmine al Mercato che impedivano la
vista della facciata di quella, e stavano contigue ad un'antichissima
porta.... Coloro che contribuirono a questa spesa furono li signori
Vicerè del Regno, gli Eletti della città sì dei nobili come del popolo;
il Reggente D. Giovanni Enriquez, marchese di Campi; D. Giovanni
Grasso Reggente della Vicaria; Nicola Giodice principe di Cellammare,
et. corriere maggiore; il consigliere Pietro Antonio Caravita e D.
Francesco del Campo; li razionali della Regia Camera Gioseffo Ametrano
et Fabrizio Cennamo, che fu poi Presidente di Camera. Questa porta così
antica della città si ridusse in nulla nell'anno 1637 per causa di un
incendio ivi successo per le polvere da fuoco, che vi si vendeva.„ —
Cf. pure TUTINI, _Op. cit._ p. 15.

[68] Così denominato da un piccolo ponte, che stava fino al 1459
innanzi la Chiesa, e sotto il quale scorrevano le acque del lavinajo
prima che il corso di esse fosse trasferito all'_Arenaccia_. V.
_Cronistoria_ f. 36.

[69] Bandi municipali nella _Op. cit._ t. I. p. 186, 196, 204.

[70] CAPECELATRO, _Diario_ t. I, p. 14; NICOLAI, _Historia delle ultime
rivoluzioni di Nap._ p. 20.

[71] GIRAFFI, _Le rivoluzioni di Napoli_, p. 13 ediz. di Ferrara 1705.
(LIPONARI, _Relazione, etc._ Padova 1648 p. 14, e 131).

[72] CAMPANILE, Ms. cit. f. 7.

[73] VERDE e TUTINI, _Racconto_ Ms. al giorno 8 luglio.

[74] Un altro scrittore contemporaneo dice, “questo tavolato era lungo
da palmi 60 et largo 10, e stava dalla parte orientale del mercato,
che serviva per giuochi de persone saltatori, sopra del quale vi stava
infinita gente al n.º de 200 con bandiere di pezze vecchie ed insegne
del Re e del popolo„. DELLA MONICA, _Historia delle rivolutioni di
Napoli del 1647_ Ms. f. 21, v.

[75] TONTOLI, _Il Masaniello_ p. 47; NICOLAI, _Historia_ etc. p. 45;
CAPECELATRO, _Diario_ etc. I, 58 Cf. RICCA BERNARDO, _Annali del mondo
dei nostri tempi_ etc. An. Domini 1655. Ms. in 4 nella biblioteca
dell'Archivio di Stato, f. 90 v. e _Storia del tumulto di Napoli_, pure
Ms., che manca del fine, conservato presso di me al f. 13 v. Bisogna
però avvertire che il Ricca nella narrazione di questi fatti, copia
testualmente le parole del Tontoli.

[76] DONZELLI, _Partenope liberata_ p. 43, 44, 61.

[77] CAPRIATA, _Istorie_ t. III, p. 365.

[78] TARSIA, _Tumultos de la ciudad y reyno de Napoles en el 1647_.
Lione 1670 p. 93.

[79] DELLA PORTA, _Cause di stravaganze_ et. Ms. t. I, f. 9, e 129
mihi; FUIDORO INNOCENZO, _Successi storici_ Ms. f. 18; SIMONETTI
TARQUINIO, _Storia della rivoluzione di Napoli_. Ms. al giorno 7
luglio.

[80] Lo stesso dice il DELLA PORTA nel cit. Ms. f. 42. Il CAMPANILE
inoltre nel Ms. cit. f. 15 v. dichiara che era _un'aquila imperiale
pittata con un laccio in torno_. Ed il GIRAFFI, p. 13, spiegando
meglio la cosa aggiunge. “Sotto la finestra della sua casa v'è l'arma
e nome di Carlo V molto antica verso la parte sinistra della fontana,
ivi vicina, che si attribuisce a misterioso presagio di dover egli
rinnovare e mettere in piè, come egli stesso disse facetamente
più volte, nella città e popolo di Napoli i favorevoli e gratiosi
privileggi concedutili dall'innata benignità di quell'invitto Monarca.„
Il TONTOLI da ultimo a p. 124 afferma, che l'impresa stava sopra la
finestra e dichiara che “l'aquila fosse stata pronosticatrice del
futuro imperio in quella casa sebbene il laccio che la circondava
infausti annuncii par che additasse.„ Ma è facile imaginare che
l'impresa di Carlo V fosse stata ivi apposta, perchè probabilmente un
tempo vi stava l'officina daziaria di Piazza maggiore, poscia più oltre
trasferita.

[81] POLLIO, _Histor. del regno di Napoli_. Ms. nella biblioteca
Nazionale f. 24 v.

[82] Il Ms. che non aveva titolo neanche nell'originale, comincia: “È
pur troppo difficil cosa scrivere l'historia„ e finisce “quel che poi
succedè appresso si scriverà da chi è stato presente„. L'A. anonimo
principia la sua narrazione dai 7 luglio 1647 e la termina col sabato
5 ottobre, quando avendo inteso “che il Duca d'Arcos e sua Altezza
havessero risoluto cannoniare la città si partì con tutta la casa
per Bari.„ Egli spesso è testimonio di veduta e narra le cose con
sufficiente imparzialità. Voglio pure notare l'errore in cui cade nel
credere che il tavolato innanzi alla casa di Masaniello fosse stato
fatto per ordine di costui per avere più agio a dare udienza.

[83] Così le due portelle congiunte, ora non più esistono, perchè una
di essa, in epoca che non posso accertare, diventò bottega.

[84] Nella Pianta di Napoli fatta nel 1798, che si conserva
nell'Archivio di Stato, al n. 17, che porta il titolo: _Pezzo del
Mercato_, si annota l'isola dei caseggiati, che ho di sopra descritta,
e si veggono registrati 28 compresi fra botteghe e portelle coi numeri
civici da 176 a 202, numerazione che non è stata mutata ed esiste
tuttora presentemente. Se non che la destinazione di alcuni compresi
differenzia ora da quella che prima aveva. Così il n. 179 che ora è
portella, allora era bottega, e viceversa il n. 181 che ora è bottega,
allora era portella; così pure il n. 191, che ora è portella, era
bottega, e il n. 192 che ora è bottega, allora era portella. Così pure
scambiano finalmente i compresi segnati coi numeri 198, 199, 200, 201.
A quanto pare dunque il n. 179 che una volta era portella, nel 1798 era
bottega ed ora è stata di nuovo addetto alla primiera destinazione.

Da ultimo bisogna pur ricordare che recentemente il Municipio di
Napoli su proposta della Commissione per la conservazione dei Monumenti
municipali fece apporre sul portoncino n. 177, la seguente iscrizione:

                             IN QUESTA CASA
                    NACQUE IL XXIX GIUGNO DEL MDCXX
                        TOMMASO ANIELLO D'AMALFI
                             E QUI DIMORAVA
                       QUANDO FU CAPITAN GENERALE
                         DEL POPOLO NAPOLETANO


[85] Vedi le fedi di nascita di Masaniello, dei fratelli e della
sorella riportate prima di tutti dal ch. fu signor Luigi Volpicella
negli _Atti dell'Accademia Cosentina_.

Nè si creda che dicendosi in quelle fedi al _Vico rotto_, si abbia
voluto indicare qualche casa posta dentro quel vico. Ivi non vi è
presentemente, nè pare che abbia potuto esservi pel passato altro che
bassi e botteghe. Il parroco mancando allora più chiara indicazione,
cercò di determinare il sito col vico, assai noto, ch'era alla casa più
prossimo.

[86] CAPECELATRO, _Op. cit._ I, 65: GIRAFFI (LIPONARI) p. 131.

[87] DONZELLI, _Op. cit._ p. 52; DE SANTIS, _Op. cit._ p. 93; DE TURRI,
_Dissidentis etc._ p. 83.

[88] DONZELLI, p. 41; GIRAFFI (LIPONARI), p. 141; BRUSONI, _Hist.
memorabili_ (Ven. 1653) p. 245; DE SANTIS p. 79-80; _Diario_ Ms. f.
82. Altri come il Capecelatro e Nicolai, tacciono questi due fatti o li
raccontano diversamente.

[89] Questo fatto dal SALVINI, _Annotazioni_ ecc. affermasi accaduto
al cardinale Filomarino, secondo che egli aveva udito dire (V. _Vocab.
della Crusca v. tardo_), ma certamente la persona del visitatore nella
diceria fu scambiata.

[90] DI FIORE, Giov. Tomaso. _Racconto dei tumulti popolari di Napoli_.
Ms. contemporaneo presso la bibl. municipale; DE TURRI, _Op. cit._ p.
87; CAPECELATRO, I, 165.

[91] NICOLAI, _Op. cit._ p. 85.

[92] _Arch. Stor. Ital._ t. cit. p. 382; BIRAGO p. 244; DE TURRI p. 71.

[93] _Arch. stor. Ital._ ivi p. 385 — CAPRIATA, _Op. cit._ p. 365.

[94] CAMPANILE, Ms. f. 14 con qualche variante nei nomi dei consultori;
NICOLAI, _Op. cit._ p. 57

[95] AMATORE, _Napoli sollevata_ p. 36.

[96] Lo stemma della piazza del Popolo era un campo bipartito giallo e
rosso con un P nero soprapposto.

[97] Ciò era stato ordinato da Masaniello. DONZELLI _op. cit._ p.
25; NICOLAI _Op. cit._ p. 71; GIRAFFI (_Liponari_) _Op. cit._ p. 133;
CAPECELATRO _Op. cit._ I, p. 44; DE TURRI _Op. cit._ p. 71; TONTOLI
_Op. cit._ p. 29.

[98] Narra il Pollio che Masaniello un giorno capitanando i lazzari
avendo visto nella rua Francesca uno dei ritratti del re esposti
ordinò a tutto il popolo che si fermasse e s'inginocchiasse innanzi
all'effigie “et fece dire tre pater et altrettante avemarie per
l'augumento di S. M. come (_da quelli_) genuflessi fu fatto in presenza
mia.„

[99] _Lettera del maestro di campo Ottaviano Sauli al Marchese Spinola
a Genova, nell'Arch. stor. Nap._ an. XV, p. 372.

[100] POLLIO, _Op. cit._ fol. 38 v. e f. 239.

[101] CAMPANILE, Ms. cit. f. 15. Il SAULI, nella _Lettera_ sopra cit.
dice che fu da S. E. e da tutti salutata ed applaudita.

[102] DELLA PORTA, Ms. cit. f. 56; DELLA MONICA, Ms. cit. f. 58 v.;
DONZELLI, _Op. cit._ p. 48: TONTOLI, _Op. cit._ p. 134; DE SANTIS, _Op.
cit._ p. 92.

[103] Le parole che seguono sono testualmente riportate dagli Storici
contemporanei sì stampati che manoscritti. Io qui non ho fatto che
raccoglierle e ripeterle. V. tra gli altri DONZELLI, _Op. cit._ p. 61;
DE TURRI, _Op. cit._ p. 107 e CAMPANILE, Ms. f. 17. Le stesse cose poi
Masaniello replicò nel giorno seguente dal pergamo nella chiesa del
Carmine. DE SANTIS, _Op. cit._ p. 10.

[104] Il Conte di Olivares (1595-1599), V. _Giunta alli Giornali di
Scipione Guerra_, che si crede opera di un tal Ferrante Bucca. Ms.
presso di me f. 1.

[105] Non altrimenti di Granvela nel 1570 (_Arch. Stor. It._ IX p. 236)
ed il duca di Alba nel 1629, (Bucca Ms. cit. f. 2).

[106] Era partito il 2 maggio 1619, onde contradire gli ambasciatori
mandati dalle _piazze_ nobili, e supplicare il re per la continuazione
del governo del duca di Ossuna. _Arch. Stor. It._ IX p. X. p. 234 n.
65.

[107] V. _Nota Electorum_, t. III f. 131 nell'Archivio Municipale.

[108] Dell'indole e dei costumi del Genoino trattano lo ZAZZERA,
_Giornale ecc. nell'Arch. Stor. It._ IX p. 571 CAPECELATRO, _Annali_,
p. 138; e _Diario_, I, 7, ec. e tutti gli storici della rivoluzione
del 1647. In un _Resunto originario de la solebacion de la ciudad de
Napoles_, che si trova tra le _Relaciones de los tumultos_, di cui ho
fatto cenno nella _Notizia_ premessa a questo libro, così parlasi di
lui; “Jullio Genuino de edad de 86 (80 dicono tutti gli altri scrittori
contemporanei) años, clerigo de misa, descendiente del lugar de la
Cava, sin hijos, aunque asido casado, hombre inique, y de execrables
costumbres, astuto, cavilloso, y de ruin nacimiento, villano, y por
tal admittido en Napoles, fue eleido por Electo del popolo en tiempo
que era virrey el duque de Ossuna,„ f. 1. Qualche altra particolarità
taciuta dagli storici, trovasi nei capi mandati dalla Città contro
il Duca di Ossuna, ove dicesi che il Genoino, “avendosi attribuito di
essere egli assoluto elettore de' consoli dell'arte della seta, ne fu
per decreto della Camera, come uomo sedizioso, levato con tutta la sua
casa et origine, e comandato che non potesse in _futurum_ esercitare
cariche in detta arte, nè esso, nè suoi parenti„. GIULIANI f. 61, v.

[109] Il Genoino fu creato Proeletto con biglietto del Vicerè dei 7
aprile e prese possesso agli 8 dello stesso mese nella sua _piazza_
in S. Agostino, GIULIANI Ms. cit. f. 21. Si disse che per avere una
tal carica, avesse pagato 8000 ducati. _Relacion de lo Arcobispo de
Capua dirigida al confesor de su Magestad_ in Madrid nei _Successi
cit._ III 369. Egli nell'anno antecedente già una prima volta era stato
a' 2 maggio nominato ad una tal carica; ma la sua nomina per alcune
irregolarità, con decreto del collaterale de' 17 luglio dello stesso
anno, era stata annullata. Le copie del biglietto di nomina e di questo
decreto trovansi nel Ms. cit. _Successi varii_ III, f. 406, e nel
GIULIANI, f. 19.

[110] Anche in maggio 1585, allorché la sollevazione della plebe pareva
che non avesse altro motivo se non l'abbondanza ed il buon mercato del
pane, il popolo, come dice un ambasciatore veneto, “si lasciò intendere
voler l'osservanza di taluni privilegi toltigli, e fra gli altri avere
cinque voci la sua piazza sola da bilanciare le cinque de' nobili„.
MUTINELLI, _Relazioni_, II, 148.

[111] SUMMONTE, _Hist. di Nap._ I, 135, 144, 157; CAPACCIO, _Il
forestiero_ p. 780; TUTINI, _Dell'origine e fondazione dei Seggi di
Napoli_ p. 240 ecc. — In una lettera del 12 luglio 1650, che trovasi
trascritta nella copia del _Racconto della sollevazione di Napoli_, (V.
Notizia sopra citata) la quale già conservata dal fu mio egregio amico
abbate d. Vincenzo Cuomo, ed ora trovasi nella Biblioteca Municipale,
il Tutini si lagna di essere stato “perseguitato dalli napolitani
et in particolare dalli nobili, li quali, dice egli, sopportar non
potendo quello stampai cinque anni prima de' Seggi et in particolare
del popolo di Napoli, hanno sempre cercato di volermi malignare....
e, nelli sollevamenti della plebe, presero occasioni di opprimermi,
et tentarono calunniarmi.... et in particolare il figlio del reggente
Latro, detto don Diego, lo quale per tutti li puntoni di Napoli, andava
con li libri delli seggi in mano, dicendo che io era stato causa collo
predetto libro, di far sollevare il Popolo..... Inoltre, vedendo questo
vuoto di effetto, mandarono un giorno in Sant'Agostino a gridare che io
era quello che andava fomentando per Napoli prima che venisse l'armata
del signor D. Giovanni, mandarono un tale di casa Montagna al popolo,
in pubblico con dire che io l'avea fatti; e questo fu nella festività
del mio gran protettore S. Gennaro, poichè alcuni sacerdoti che si
ritrovarono presenti, mi difesero con la verità e me lo riferirono la
mattina stessa del santo, dentro l'Arcivescovato. — Inoltre, essendo
venuto quello scellerato del Duca di Ghisa, che fecero! Vollero
tentare due vie per farmi morire: la prima con persuadere don Agostino
Naclerio, ed il popolo che io diceva male del Duca, e l'altra che io
aveva scritto una lettera all'ambasciatore di Francia.... cosa che
neanche mi era passata per la mente.... acciò se non pigliava per la
strada del Duca, fossi inconfidente del re Cattolico. Dissero dippiù
che io aveva intorbidata la pace. Colui che fu autore di questo fatto
fu uno scellerato sacerdote apostata, che, avendo buttato l'abito
sacerdotale, vestiva da secolare e fu Maestro di campo del popolo di
Napoli. Intendo abbia pagata la pena delle sue scelleraggini. Dissero
finalmente che io aveva fatto uno scritto contro il Popolo e contro
altre genti, quale non si è veduto mai, ecc. Camillo Tutini — Die 12
Julii Millesimo sexcentesimo quinquagesimo„. _Racconto_ ecc. f. 88 v. —
Il Tutini accusato presso il duca di Guisa di aver scritto la lettera
contro di lui all'ambasciatore di Francia, di cui sopra egli stesso
fa cenno, per evitare la sorte toccata ai suoi compagni Salvatore
di Gennaro, ed Antonio Basso ai 17 gennaio 1648, si rese latitante,
ed indi fuggì a Roma, ove tra il 1666 ed il 1667 morì. Il fatto
taciuto o poco esattamente narrato dagli altri storici e dallo stesso
Capecelatro, trovasi diffusamente riportato nel _Racconto_ del Verde al
detto dì 17 gennaio.

[112] _Nota Electorum_ t. III. f. 135 nell'Arch. municip. Ivi ai
9 aprile è segnato “Giulio Genoino„ ed in margine si nota: _Questa
mattina pigliò possesso dell'Elettato popolare._

[113] Si trova memoria de' _Compagnoni_ in Napoli fin dal secolo XV.
Nel 17 febbraio 1495 saputosi l'arrivo di Carlo VIII nelle vicinanze
di Capua e la perdita di quella città, Napoli si levò a rumore, perchè
come dice il PASSARO (_Giornale_ f. 66), _andaro con tutti i gentiluomi
certi ruffiani et compagnoni a sacchiare li Judei_ (Cf. _Diurnali_
di Giacomo Gallo p. 12). In seguito, il vicerè d. Pietro de Toledo
(1532-1552) cercò di estirpargli della città, vietando con pubblico
bando che nessuno andasse in quadriglia, e parve infatti che cessassero
(Miccio, _Vita di Pietro di Toledo nell'Arch. Stor. It._ IV, p. 18). Ma
i _Compagnoni_ ripullularono ed erano numerosi nel secolo XVII. Di loro
parla lo Zazzera narrando questi avvenimenti, ed Innocenzo Fuidoro nei
_Successi storici della sollevazione del 1647_, di cui ho fatto cenno
nella _Notizia_ sopra indicata n. 4. Costui di Onofrio Cafiero dice
che vivea “da _compagnone_ di vilissimo valore, habile ha far male,
di pessima vita, come sono tutti quelli che si chiamano volgarmente
compagni (_compagnoni_)... e si aveva vendicata opinione di guappo alla
spagnuola, et smargiasso alla napolitana„ f. 23. Quindi, nel dialetto,
un tale appellativo si usò come sinonimo di bravaccio, e _faceva lo
compagnone_, dice Fasano nella _Gerusalemme XIII._ 20. V. pure II, 15.

In processo di tempo, forse dalla loro frequenza nelle case di giuoco,
e specialmente nella baracca o casa che stava innanzi Palazzo chiamata
la _Camorra_, anzichè dalla forma di una sopravveste, che fin dal
secolo XV pure _Camorra_ dicevasi (NOTAR GIACOMO, _Cron._ p. 168), i
compagnoni presero il nome di _Camorristi_, senza lasciare l'antico
che tra loro (V. MARC MONNIER _La camorra_ p. 58 ed altrove) tuttora
ritengono.

[114] Il biglietto del Vicerè del 12 maggio colla lista del nuovi
capitani nominati si trova nel Giuliani della Biblioteca Nazionale
al f. 39 v. — Negli _Avvertimenti et ragioni in facto, da dirse et
informare sopra li capi che s'imputano a Giulio Genoino pro eletto
del popolo, come nella sua pretensa inquisizione_ si legge: che, nello
scrutinio della elezione essendo approbato Orazio Rega, il Duca elesse
Francesco Antonio Arpaia, persona dimandata con grande istanza dal
marchese di Trevico, tanto al segretario del Vicerè, Urive, quanto ad
esso Genoino. _Successi cit._ f. 409.

[115] ZAZZERA _O. c._ f. 573. Cf. CAPECELATRO, _Diario del 1647_, I.

[116] CAPACCIO, _O. c._ p. 526 e ZAZZERA in varii luoghi.

[117] V. _Cautele_ vol. VI f. 219 nell'arch. Municip. Cf. _Arch. Stor.
It._ IX p. 264, n. 51; ma qui erroneamente è notato l'affitto per
ducati 100,000.

[118] Relazione dei 22 Marzo 1619 nell'_Arch. Stor. It._ IX, 231, 64
ZAZZERA, _Op. cit._ 553, 315.

[119] Conclusioni della piazza del Popolo de' 18 maggio 1620, riferite
nel Ms. del GIULIANI f. 22 e _Sententia forjudicationis_ ivi f. 78 Cf.
Capaccio _Op. cit._ p. 531.

[120] Nel vol. _Praecedentiarum_ VI, f. 111 a 13 (n. 132 nell'Archivio
municipale) è registrato quanto dagli Eletti nobili praticossi in
questa occasione il che è opportuno riportare qui in compendio. Ivi
dunque si narra, che essendosi inteso esser venuto a Procida a......
del mese di...... il nuovo Luogotenente Card. Borgia, gli Eletti
nobili decisero notificare alle Piazze che facessero l'elezione degli
ambasciatori e del Sindico. Le quali elessero ad ambasciatori Antonio
Caracciolo per Capuana, Carlo Brancaccio per Nido, Cesare Rocco per
Montagna, Matteo Serra per Porto, ed Annibale Capuano per Portanova,
_perciocchè quello del popolo Giulio Genoino non vi si volle ritrovare,
tuttochè fosse stato chiamato_. D. Bernardino di Cardines fu eletto per
Sindaco della piazza di Nido, cui toccava.

Ai 21 Maggio 1621 gli ambasciatori si radunarono in S. Lorenzo e fecero
parità di voti nel nominare chi doveva esporre la ambasciata, tra
Cesare Rocco ed Antonio Caracciolo; ma poi riunitisi di nuovo a' 23
convennero in Antonio Caracciolo, mancandovi il Brancaccio, andato già
a Procida.

Ai 29 detto mese il Duca mandò nel Tribunale di S. Lorenzo D. Michele
Vergara, regio usciere, a dire che si facesse il ponte per l'entrata
del Borgia. Non si trovarono gli eletti perchè dai 18 non erano più
venuti nel Tribunale. L'ambasciata fu fatta a Scipione Mazzuola,
portiere delle Deputazioni straordinarie.

Ai 24 domenica dopo pranzo, gli ambasciatori si riunirono in S. Maria
la nova, e, non avendo potuto avere la galea, andarono per terra
fino a Pozzuoli, e poi a Procida. Indi, fatto intendere al Cardinale
pel segretario della Città ch'erano giunti quivi, e che trovavansi
nel monastero di S. Margherita fuori la terra, venne loro incontro
l'usciere maggiore sino alla metà della strada, e così andarono a
Palazzo, dove furono ricevuti con suono di trombe e festa grandissima.
Il Cardinale dal baldacchino, sotto il quale si trovava, venne loro
incontro sino alla metà della camera, e poi stette in piedi vicino ad
un buffetto. Il Caracciolo espose l'ambasciata e disse tra l'altro che
i Napoletani dal “continente avevan distese le braccia dell'affetto
sino a quell'isola per ricevere la persona del Cardinale, e che non
ritrovandosi per la strettezza del tempo preparato il ponte solito
farsi nella venuta del vicerè, havrebbero i medesimi cittadini disteso
i proprii petti per riceverlo con quella riverenza et affetto, che li
conveniva„.

Dopo ciò che l'imbasciatori presentarono la lettera degli Eletti, e
furono con grande cortesia accomiatati, rientrando indi di nuovo ad uno
ad uno per farsi conoscere.

Ai 27 mercoledì mattina anche gli Eletti andarono a complimentare il
Cardinale, e furono nello stesso modo ricevuti ed accomiatati.

Ai 3 Giugno, mercoledì, gli Eletti, senza il Sanfelice, perchè
trovavasi malato, e senza quello del popolo, perchè il Genoino
ripugnava, ed il Grimaldi aveva avuto biglietto che andasse a servire
nella Summaria, andarono a Procida a dare il consueto giuramento.
Quindi nel palazzo del marchese del Vasto in una galleria, verso 20
ore, insieme con alcuni signori del Collaterale di toga di spada ed
altri ministri regi si diede il giuramento. E prima il sig. Reggente
Giordano lesse la patente, poi parlò il sig. Marco Antonio Muscettola
per Montagna, cui toccava, il quale protestando la fedeltà della Città
e Regno supplicò la sua S. Ill.ª che secondo il solito, e giusta
i privilegi della città, giurasse di osservare e far osservare i
privilegii, capitoli e grazie. Allora il Cardinale ponendo le mani
sopra un messale apparecchiato dal regio usciere disse: Io giuro
di osservare e di fare osservare a questa fedelissima Città e Regno
tutti i loro privilegii, gratie, et capitoli conceduti loro finoggi.
Ciò finito, il Cardinale vestitosi con celerità s'imbarcò per Napoli,
sbarcando a Posillipo e n'andò a dirittura nel Castelnuovo, ove entrò
ad un'ora e ½ o due di notte. La mattina per tempo, si cominciò una
delle maggiori allegrezze che si fosse mai fatta per Napoli.

[121] ZAZZERA nell'_Op. cit._ p. 575.

[122] Questo voto che si legge nel libro _Votorum_ t. II f. 33, del
nostro Archivio municipale, è il seguente; “A dì 18 Maggio 1620 io
Giulio Genoino, eletto di questo fedelissimo Populo dico che essendomi
conferito con alcuni deputati de detta mia fidelissima Piazza, nel
tribunale di Santo Lorenzo, dove ho trovato gl'infrascritti signori
delle infrascritte piazze, ciò e per Capuana Francesco Figliomaria
(sic); per Porto Pietro Macidoni; per Montagna Marcantonio Musceptula;
per Nido Scipione Dentice; per Portanova Matteo Capuano, avanti li
quali ho fatto leggere una protesta per mano di notare Francesco
Romano, et quella stipulata in presentia delli detti signori, et per
ultimo per molte giustissime cause si è dimandata la dissunione del
Populo da detta nobiltà, come appare in detta stipulazione, fatta
questo medesimo giorno„.

[123] _Avvertimenti et ragioni_ ec. sopra cit. f. 410.

[124] Lettera degli Eletti della Città al Re, del 19 Maggio 1620,
stampata dallo ZAZZERA, _Arch. Stor._ t. cit. p. 576.

[125] Questi capi di accusa mandati al Re contro il duca di Ossuna,
e distinti in _Governo di giustizia_, in _Governo del regno, et
alloggiamenti_, nel _Governo della Città_, in _Azienda reale et
religione_ si leggono integralmente in GIULIANI, _Cose Varie_ f. 54 ed
in compendio presso lo ZAZZERA, p. 572.

[126] Le licenze ai _Suggici_ da' 30 maggio a' 3 di giugno sono
firmate dal solo Genoino. _Divers._ XIII, f. 114; (N. 1394, A, M.) —
Gli eletti nobili affermano che egli fosse anche messo in possesso di
molti arrendamenti della città, esigendo e disponendo tutto da sè solo.
_Lettera al re_, presso lo Zazzera, p. 579.

[127] “In questo dì del 18 arrivò di Spagna il Dottor Carlo Grimaldi,
e la mattina del terzo dì seguente fu dichiarato che rinunziava al
suo elettato et durò per alcuni giorni che tornò il Genoino„. _Nota
Electorum_, III, f. 137 v. Il Grimaldi mandato alla regia Camera, non
accettò l'ufficio e si ritirò nel convento del Carmine. ZAZZERA, p.
589.

[128] Il viglietto della Piazza di Giudice Criminale in persona di
Giulio Genoino de' 20 maggio 1620 con l'attestato del Reggente della
Vicaria del possesso preso, dal suo originale, che era tra le scritture
state presso i nipoti di esso Genoino, trovasi trascritto nel vol.
III, de' _Successi_ f. 406 mihi. ZAZZERA, _Op. cit._ p. 587. Negli
_Avvertimenti et ragioni_ (§) 5 si nota dal Genoino, che egli fu fatto
la seconda volta Eletto con viglietto de' 28 maggio 1620, e che a' 29
detto, dopo mangiare, andò solo nel Tribunale di S. Lorenzo, et sedendo
insieme con tutti gli Eletti nobili quietamente et pacificamente si
diede la possessione al signor D. Giovanni d'Avalos all'ufficio di
Grassiere come consta da detto atto di possessione. Si aggiunge che
egli non mancò di mostrar sua buona volontà... poichè per quattro
giorni continui, andò a sedere nel solito Tribunale di S. Lorenzo, ma
essi nobili... non volsero continuare a venire più in detto Tribunale„.
_Successi_, t. III, 410 v.

[129] Questo manifesto è pubblicato nello ZAZZERA, _Op. cit._ p. 591.

[130] I capi delle riforme proposte dal Genoino si leggono stampati
con lo ZAZZERA nel cit. _Arch. Stor. It._ t. IX, p. 593, n. 375. —
Il Genoino voleva farli stampare per diffonderli nel popolo, ma il
tipografo non volle eseguir ciò senza il permesso del Collaterale (p.
596). — Inoltre gl'intendimenti del popolo sono alquanto più ampiamente
manifestati in una lettera del medesimo Genoino agli Accademici
_Oziosi_, trascritta dalle carte di lui nel vol. III, de' _Successi del
Duca d'Ossuna_ f. 403 v. che credo util cosa interamente riportare in
Appendice al n. 1.

[131] Così narra lo Zazzera, p. 549, ma il Genoino nella propria
_Difesa_ afferma che si facesse la conclusione almeno di supplicare il
Re a lasciare il Duca d'Ossuna nel Governo del Regno. _Successi cit.
III_, f. 414 e 416 v. — L'Ardizzone nell'_Esamina_ o _Interrogatorio_
fatto al Genoino, carcerato in Ispagna, a' 3 e 9 Agosto 1620 è chiamato
da lui suo emulo. GIULIANI, f. 177 v. mihi.

[132] Era con editto stabilito che non si potesse gridar: _serra
serra_; e che contro quei che a tal editto contravvenivano procedesse
la G. Corte della Vicaria _ad horas_. DE SANTIS, _Codice delle leggi
del r. di Nap._ XII, p. 251. — Negli _Avvertimenti_ cit. il Genoino
nega di aver avuto parte a questi tumulti, anzi dice che nel 28 maggio
uscì solo per le strade della città a persuadere i cittadini che
aprissero le botteghe e le case, f. 411.

[133] ZAZZERA, p. 598. Mi piace riportare in Appendice al n. 2 un
documento assai importante sul proposito, che leggesi nel Giuliani,
f. 252. Esso è una lettera dell'Eletto e della piazza popolare a D.
Baldassarre Zunica, presidente del Consiglio d'Italia, la quale ci
dimostra, come le lagnanze e le aspirazioni del popolo esposte dal
Genoino non erano già per particolari suoi fini esagerate.

[134] ZAZZERA, p. 603. Secondo leggiamo nel citato vol.
_Praecedentiarum_, al f. 114 v. “A' 14 Giugno, la domenica verso sera
il duca d'Ossuna si imbarcò in una squadra di 6 galee per Spagna,
lasciando in Palazzo sua moglie„. Il Genoino nei primi giorni si “salvò
nelle camere della Viceregina.„ _Lettera di un cavaliere del governo
della città a Giov. Francesco Spinelli_ in Giuliani, f. 32. Nella copia
Ms. dei _Giornali_ dello Zazzera, posseduta da me, al dì 14 giugno si
notano coloro, che furono carcerati pei passati tumulti, tra i quali
cinque parenti stretti del Genoino, e coloro, che furono forgiudicati,
tra i quali Giulio ed Antonio Genoino, e Francesco Antonio Arpaja. Si
nota pure che furono confiscati e venduti i beni di esso Genoino. Non
si tenne conto del _guidatico_ o salvacondotto, che egli aveva avuto
dal Duca di Ossuna, copia del quale si legge a f. 70 del Giuliani.
Sembra anzi che fosse stato posto un taglione sul suo capo, come
può congetturarsi da una lettera degli Eletti dei 15 ottobre 1620.
_Litterar._ VII, f. 2: v. nell'arch. Municipale.

Da ultimo nella stessa copia Ms. dello Zazzera ai 6 agosto si narra che
il Card. Borgia fece carcerare da 300 uomini popolari, la maggior parte
del Mercato, per aver essi parlato licenziosamente del dottor Carlo
Grimaldi, Eletto del popolo, sopra le cose della grassa; quali stettero
così carcerati per parecchi giorni, e finalmente furono liberati con
molto lor danno.

[135] BASILE, _Pentamerone_, I, 136; _Le muse napolitane_, II, p. 328,
CORTESE, _Opere_, II, p. 233, 234.

[136] BASILE, _Pentamerone_, I. 130.

[137] CORTESE, _Opere_, I, 90; II, _Pref._ III, 142; BASILE, _Pentam._
II, 118; SGRUTTENDIO, _La Tiorba a taccone_, p. 27.

[138] BASILE, _Pentam._ I, 253; CORTESE, II, 98 e 99; VALENTINI, _La
meza canna_, p. 23.

[139] CORTESE, II, 7; SGRUTTENDIO, _Ivi_ p. 30.

[140] CELANO, _Notizie_ ecc. _della città di Nap. Giorn._ IV, p. 292
ediz. del Chiarini; SANTILLO NOVA, _La Sporchia ncanzone_, p. 210.

[141] CORTESE, I, 245; SGRUTTENDIO, p. 14 e 53; FASANO, _Gerusalemme
Liberata_, I, 42.

[142] SGRUTTENDIO, p. 53 e 187.

[143] CAPECELATRO, _Diario_, III, 315.

[144] BASILE, _Pentam._ I. 365.

[145] CORTESE, _Vajasseide_, e TARDACINO (Bartolomeo Zito) _Annotaz._
II, p. 76 e 88.

[146] DE STEFANO, _Luoghi sacri di Napoli_ p. 46.

[147] SUMMONTE, _Hist. di Napoli_, I, p. 279. _Acta visit. paroch.
minor. ab. arch. Annibale de Capua_ a 1580, f. 455.

[148] CELANO, _O. c._ IV, 218; D'AMBRA, _Descriz. Napoli_ II, p. 394.

[149] Fino al 1844 generalmente dubitavasi dei luogo della nascita di
Masaniello. Alcuni lo dissero napoletano senza più, non dichiarando
se era tale, perchè nato in Napoli, oppure in altro luogo del Regno.
Altri lo dissero nato nella nostra città, nella piazza, o ne' vicoli
del Mercato. I più lo credettero amalfitano, donde avrebbe tratto
il cognome che, da taluno anche contemporaneo (V. Balthas. BONIFACII
_Historia ludicra_, Ven. 1652 p. 746 e ss.), senza alcun fondamento si
affermò esser Maia o di Maio. E così su questo e sul nome, che egli
cangiò in Tomaso Angelo il detto _Boniface_ poetava a p. 748 della
detta opera.

    _Nominis omen habet, pelagoque profundior alto_
      _Maximum hic Thomas grandis abyssus erat._
    _Angelus ut verbo, factis sic Angelus ipsis_
      _Nescio quid majus vir fuit ipso viro._
    _Gente satus Maja, solers, subtilis, acutus_
      _Ingenium alipedis nactus et ipse ei est._
    _Quid mirum quod tam velox hinc avolet? alas_
      _Dat sous huic genitor, quo celer astra petat._

Ma, nel 1844, l'egregio abbate d. Vincenzo Cuomo ed il signor Emmanuele
Palermo, diligentissimi investigatori delle cose nostre, tolsero ogni
dubbiezza su tal proposito. Essi rinvennero ne' registri della Chiesa
parrocchiale di S. Caterina in _Foro magno_ non solo la fede di nascita
del medesimo, che ho riportata testualmente nel racconto, ma anche le
fedi del matrimonio suo e de' suoi genitori, non che quella della sua
morte e della nascita di sua sorella Grazia e di un fratello, Antonio,
che dovette morire pria del 1647, non trovandosi di lui menzione
alcuna ne' fatti di quello anno. Poco dopo tutte queste fedi furono
pubblicate dal chiarissimo cav. Luigi Volpicella, in un suo erudito
discorso _Della patria, famiglia e morte di Masaniello di Amalfi_ nel
vol. III degli _Atti dell'Accademia Cosentina_, ed indi ripetute nella
2.ª edizione della _Storia Napoletana dell'anno 1647_, scritta dal fu
chiarissimo Michele Baldacchini.

[150] “A 18 Febbraio 1620, Francisco, alias Cicco d'Amalfi et Antonia
Gargano, ambi napolitani che habitano al Carmine, _servatis servandis
iuxta formam_ del S. C. T. et i riti della nostra Corte, ambi sono
stati ingaudiati in casa per me Don Giovanni Matteo Peta, paroco, con
decreto di Monsignor Vicario Generale, e vi furono presenti Andrea
di Rossi, Agostino Ceratolo, Salvatore Lizzibelli, e Giovan Battista
Cacuri, don Olimpio Siciliani et altri„. _Registri della Chiesa
Parrocchiale di S. Caterina in foro magno. Libro V dei matrimonii_, f.
89 n. progressivo 16. — In un poemetto scritto a forma di lettera in
dialetto napoletano ai 10 agosto 1647, di cui conservo copia, dicesi:
_No cierto Masaniello pisciavinolo, Figlio de no Ceccone._

[151] “Addì 29 Luglio 1625, Bernardina, figlia di Pietro Pisa et
Adriana de Satis è stata battezzata da me D. Giovan Matteo Peta et
levata dal sacro fonte da Prutentia Calenda, avanti al Carmine„. _Reg.
cit. Lib. XII dei battezzati_, fol. 151 n. 183.

[152] BASILE, _Le Muse napoletane_ II p. 287 e 305.

[153] BASILE, _Pentam._ I. 365; CORTESE, II. 50 e 99.

[154] CORTESE _Annot._ del Tardacino, II. 155.

[155] BASILE, _Le Muse Napol._ II 288.

[156] “Essendosi fatte le tre denunzie ne' tre giorni festivi continui,
cioè a' 27 Gennaio, 2. 19 febbraio 1641, _inter missae parrocchialis
solemnia_ et non essendo scoperto alcun impedimento, io abbate don
Giovan Matteo Peta, per me interrogato in chiesa Tommaso Aniello
di Amalfi et Berardina Pisa napolitani, dicti habitano a questa
parrocchia, et avuto il loro mutuo assenso, servata la forma del S.
C. T. et decreto di Monsignor Vicario Generale, con lo quale despenza
etiam al bimestre elasso, l'ho solennemente conjunto in matrimonio
_per verba de praesenti_ et vi furono presenti Domenico de Satis,
napolitano, figlio di Nuncio, di questa parrocchia, Giovan Battista
Pisa, napolitano, figlio di Scipione, di questa parrocchia; Domenico
d'Alessandro, napolitano, figlio di Vincenzo, di questa parrocchia et
Clerico Andrea Catone, et altri„. _Reg. cit. Lib. VII dei Matrimonii_
f. 3 n. 18.

[157] “Grazia Francesca, figlia di Francesco d'Amalfi, et Antonia
Gargano, è stata battezzata da me don Giovan Matteo Peta et levata
dal Sacro Fonte da Geronima Esperta, al vico Rotto„. _Reg. cit. Lib.
XII de' battezzati._ f. 69 n. 98. — “A' 27 Cennaio del 1641 precedenti
le tre debite denunzie ne' tre giorni festivi consecutivi, 6, 13, 17
gennaio 1641, _inter missae parrocchialis solemnia_, et non essendo
scoperto alcun impedimento, io Abbate Giovan Matteo Peta, parroco, ho
interrogato in chiesa Cesare di Roma, di Gragnano, e Grazia d'Amalfi
napoletana, ambi non ancor casati, habitanti al Vico Rotto al Lavinaio,
et havuto il lor mutuo assenso secondo la forma del S. C. T., con
decreto di Monsignor Vicario Generale, l'ho solennemente riuniti in
matrimonio _per verba de praesenti_, et vi furono peresenti Thommaso
Aniello d'Amalfi, napolitano, figlio di Francesco di questa parrocchia,
Giuseppe Giannattasio, napolitano, figlio di Raimondo, di questa
parrocchia, Agostino Brancaccio, napolitano, figlio di Battista, di
questa parrocchia, clerico Andrea Catone et altri„. _Reg. cit. Lib. VII
dei matrimonii_, f. 2.

[158] “Ai 26 maggio 1625 Giovan Battista figlio di Francesco di Malfa
et Antonia Gargano è stato battezzato da D. Sebastiano Zizza, et levato
dal sacro fonte da Geronima Composta al Lavinaio„. _Reg. cit. lib. XII
dei battezzati_, f. 125.

[159] POLLIO, _Ms. cit._ f. 74: _Racconto_ o _Diario_ Ms. p. 237;
CAPECELATRO, _Diario_ II, 40; ec.

[160] BASILE, _Le Muse napol._ II, 288.

[161] Le _villanelle_ erano canzoni dettate sì in italiano, come nel
dialetto, le quali sin dal secolo precedente avevano acquistato tanta
fama che si desideravano e si ripetevano anche nei paesi stranieri.
Il Costo, dal quale ricavo questa notizia, riporta pure il principio
di alcune di esse, come: _Napolitani non facite folla_ ec. _Ssi
suttanielle, donna, che portate_ ec. e accenna al pensiero di altre,
come quella del _trasformarsi in pulice per mozzecar le gambe alla
Signora_. (_Fuggilozio p. 137_). Certo la fama, di cui le _villanelle_
godevano, era dovuta alla musica, da cui eran vestite, anzichè ai pregi
del loro concetto o della loro forma poetica. Esse, come alcune altre
canzoni di diverso metro, si accompagnavano al ballo, il quale allora
ne prendeva la denominazione, ed era di moda in Francia, e nel Belgio
nella fine del secolo XVI, _Mémoires de l'acad. de Brux._ VIII, 16.
— Le canzoni in voga nel tempo, di cui trattiamo, sono accennate dal
Basile, dal Cortese e dallo Sgruttendio.

[162] Varie specie di ballo in uso a quel tempo sono indicate dal
BASILE _Pentam._ I, 237, e 369. Alla _Spallata_ accenna il CORTESE
I, 89. Le _cascarde_ erano canzoni che si sposavano al ballo. Delle
_cascarde_: _Pordenzia, madamma la zita_ ecc. parla il medesimo CORTESE
II, 146. Cf. DE RITIS, _Voc. Nap._ in v.

[163] V. _Pragm._ XX. _De vectig._ 10, 11, 12, 14, 16 ec. t. IV p.
138-156 ediz. Cervone; PARRINO _O. c._ II, 266.

[164] Il Monterey quasi nello stesso spazio di tempo prese ben 43
milioni di ducati, dei quali solo 17 girono a pro del re. CAPECELATRO,
_Annali_, p. 45. Cf. _Una seconda congiura di Campanella_ del ch.
De Blasiis, nel _Giornale Napol._ p. 433 e s. — _Les deux Siciles_,
scriveva il marchese di Fontenay, ambasciatore del re di Francia a
Roma, nel 1648, _sont les meilleures Indes qu'ait le roi catholique._
Dispaccio del 7 gennajo 1648. _Le duc de Guise à Naples_ p. 24.

[165] BISACCIONI, _Historia delle guerre civili di questi ultimi
tempi_, Ven. 1644 V. II, p. 112; BRUSONI, _Stor. d'Ital._ XV, 444.

[166] _Arch. Stor. It._ IX p. 324

[167] DONZELLI, _Partenope liberata_ p. 16.

[168] Fede del tenente del Castel S. Elmo di esser morte 27 persone per
aver mangiato pane fatto colla farina della Città, 1629. — _Cautele_,
vol. XXV, f. 246-248 nell'Arch. Munic.

[169] Nella pramm. 15 tit. _de Aleatoribus_ del 1735 tra le case dei
giuochi dei dadi, che si permettono, essendosi dismesse le altre, si
nota la _Camorra innanzi Palazzo_. _Pragm._ t. I. p. 118.

[170] DONZELLI, _Op. cit._ p. 18; DE SANTIS, _Storia del tumulto di
Napoli_ p. 26.

[171] Un bando del duca di Medina dei 24 luglio 1638, confermato dal
duca d'Arcos ai 15 marzo 1646, affinché _ad unguem_ si osservasse ed
eseguisse, prescriveva che “non si dovesse introdurre dentro la città
quantità alcuna di pane, farina ec. per minima che fosse senza aver
pagato prima il debito diritto... sotto pena... alle donne... di anni
3 di esilio _extra provinciam_, e che ritrovato alcuno in _flagranti_
di un tal contrabbando si dovesse assicurare della persona e della roba
ec.„ Pramm. 50, tit. _De vectig._ t. IV, p. ?...

[172] DONZELLI, _O. c._ p. 22; DE SANTIS l. c.; DE KUSSAN, _Histoir. de
la révol. de Naples_ I, 55.

[173] _Istoria del tumulto di Napoli del Mag. Bernardo Ricca. U. I.
D._ dalli 7 luglio 1647 sin alli 6 aprile 1648 Ms. presso di me, monco
della fine f. 160. (Questa istoria fino all'agosto 1647 è simile a
Tontoli); _Racconto cit._ Ms. agli 8 luglio; DELLA MONICA _Op. cit._
Ms. f. 27; DONZELLI I. c., CAPECELATRO, _Diario_ I, 32; DE SANTIS
_Op. cit._ p. 49; NICOLAI, _Op. cit._ p. 39; DE TURRI, _Dissidentis,
desciscentis, receptaeque Neap. libri_ p. 55, ed. Gravier.; GIRAFFI
ecc.

[174] In quei tempi, allorchè usciva qualche giustizia dal tribunale
della Gran Corte della Vicaria, dopo il trombetto ed il banditore che
annunciava il delitto e la qualità della morte, andava, come ci fa
sapere il Summonte, un gran stendardo chiamato _Pendone_ di color rosso
colle insegne reali e con quelle del Gran Giustiziere del regno, il
quale precedeva il condannato assistito dalla compagnia dei Bianchi.
_Hist. di Nap._ I, 177; DEL TUFO, _Ragionamenti cit._ Ms. rag. V.
Questo costume imitavano i lazzari. _Racconto cit._ agli 8 luglio.

[175] I _bazzareoti_ erano e si dicono ancora i venditori ambulanti di
commestibili.

[176] CAPECELATRO, _Diario_, III, 273. Tra la ricchissima nomenclatura
d'ingiurie, che ha il dialetto napoletano nelle opere scritte prima
del 1647 non si trova mai il vocabolo _Lazzaro_. Esso fu introdotto
in quella occasione, e fu dato a tutti i plebei sollevati di qualunque
paese o regione fossero. Così il Buragna chiama i tumultuosi di Palermo
_lazzari_ di Sicilia, p. 8: il Valvasor che in un Ms. posseduto una
volta dal Conte di Policastro tratta dell'assedio posto a Sorrento nel
1647-48 dai plebei del contado, nomina costoro _lazzari del Piano_, e
così via discorrendo. Mal si apposero dunque quei che derivarono una
tale denominazione da un fondaco del Mercato, che dalla famiglia cui
apparteneva, si sarebbe detto dei _Lazzari_. (_Racconto_ f. 209).

[177] _Racconto_ agli otto luglio; _Giornale storico dei tumulti
popolari e dei loro eventi accaduti e delle pene dei delinquenti da
luglio 1447 per li 16 gennaio 1652_, f. 6. Ms. presso il ch. D. Gennaro
Aspreno Galante. L'A. testimone di veduta sembra essere uno scrivano o
certo persona del foro. Cf. pure il Polito al f. 309.

[178] “Tutte le mondiglie di oro e di argento che si poterono colligere
dalle ceneri di que' mobili furono donati alla chiesa di S.ª Maria
delle Grazie alla Pietra del Pesce„. CAMPANILE, _Diario_, f. 7. Il
danno secondo il Della Monica, ascese a più di 15,000 ducati. Ms. f.
27.

[179] _Diario Anonimo_ del 1647, f. 20 mihi.

[180] POLLIO, _Op. cit._ f. 34.

[181] GIULIANI, f. 77. La sentenza dl fuorgiudica leggesi pure nel
CAPACCIO, _Forestiero_, p. 531.

[182] Le petizioni del Genoino al Re per essere _abilitato_, come
allora dicevasi, si trovano nel Giuliani fol. 81, e la copia della
commissione fatta all'Alarcon ne' _Successi varii_, T. III, fol. 407.
Nel f. 45 del T. II che trovasi nella Bibl. Naz. vi è l'allegazione di
un tal Giov. Francesco Castaldi in difesa del Genoino così intitolata:
_De jure pro U. I. D. Julio Genoino tribuno fidelissimi populi Neap.
contra r. Fiscum coram regios delegates regis Catholici._

[183] I quattro giudici furono: Salvo, Brancia, Niquesa ed il
presidente D. Giovanni Erriquez col fiscale della Vicaria. Il Genoino
poi giunse in Napoli con Franc. Ant. Arpaia a' 4 maggio 1622, e dopo
nella notte andò a Baia, e nel mattino seguente a Capua. _Lettera
de' Deputati dell'Ambasceria al signor Fabio Caracciolo in Madrid._
Giuliani, f. 231.

[184] La copia della lettera, che scrisse Giulio Genoino al re Filippo
IV, quando gl'inviò il modello, leggesi ne' _Soccessi varii_, fol. 428,
4.

[185] Carta de aviso della gratia ricevuta da sua Maestà ai 12 febbraio
1634. _Soccessi varii_ cit. f. 420 c. In piedi si nota: dal suo
originale delli fragmenti remasti dalle scritture del Genoino portata
in questo luogo nel 1672.

[186] V. Biglietto del Vicerè al Reggente Matthias Casanatte, nei
_Successi_ f. 431. Il fatto è narrato pure abbastanza diffusamente dal
CAPECELATRO, _Annali_, p. 158.

[187] _Apologia di Giulio Genoino all'Abbate Torrese_, f. 432.

[188] _Racconto_, f. 8 ec.

[189] BISACCIONI, _Op. cit._ P. II, p. 129.

[190] CAMPANILE, _Diario_, f. 16; TONTOLI, _Il Masaniello_ p. 132.

[191] CAMPANILE, _Diario_ f. 13; _Diario anonimo_ Ms. p. 30, e 11;
_Racconto_ cit. al dì 13 luglio; BURAGNA p. 137; NICOLAI p. 77:
CAPECELATRO _Diario_ p. 168.

[192] Secondo alcuni scrittori, la moglie di Masaniello andò più volte
a Palazzo, prima della solenne visita della Domenica, ed ebbe in tale
occasione, o in altre, parecchi regali. Il Fuidoro dice al f. 35 v.
“quest'andare e venire in Palazzo della moglie di Masaniello et sua
sorella, durò più volte sempre in carrozza fino a tanto che si fecero
le capitolazioni. E, per imprimere azioni di corrispondenza fra di
loro, acciocchè si fosse effettuata la capitolazione per la quiete,
il Vicerè e la viceregina alternavano regali a Masaniello e a sua
moglie, portati da soldati della sua guardia d'alabardieri et soldati
di fanteria„. In un altro manoscritto che tratta pure dei fatti di
Masaniello fino alla sua morte, e di cui non posso indicare il titolo,
perchè monco del principio, si dice: “La signora Viceregina ha mandato
in dono alla moglie del detto Tommaso Aniello un'altra collana d'oro
con cannacca di diamanti; con gli orecchini anche di diamanti del
valore di diecimila scudi in circa, et una catena d'oro alla siviglia
a Giovanni d'Amalfi fratello del detto Tommaso Aniello, e parola di
voler battezzare il figlio che haverebbe partorito la moglie del detto
Tommaso per esser gravida, ed il titolo di Duca di S. Giorgio„. Il
manoscritto contemporaneo si conserva dal mio egregio amico d. Bernardo
Gaetani, cassinese, abate di S. Paolo in Perugia ed ora vescovo di
Sansevero in Puglia. — Dei regali parlano pure altri scrittori del
tempo, e specialmente il GIRAFFI, giorn. VI p. 142, il BIRAGO, _Delle
Historie memorabili_, Ven. 1663, p. 245, ed il BURAGNA p. 137, che fa
menzione di alcuni vestiti molto costosi, di scelte paste e di altre
cose dolci.

[193] Alcuni dicono che la carrozza appartenesse al Duca di Maddaloni
(BURAGNA 156, GIRAFFI 165); ma i più affermano che fosse di Corte.

[194] BASILE, _Pentam._ ss, 10; Pragm. 446, e _Supplem._, I, 190.

[195] SGRUTTENDIO, _O. c._ f. 80; CAPUTO, _Annali_ Ms. f. 48 mihi.

[196] La visita della moglie di Masaniello a Palazzo è narrata da tutti
gli scrittori di quegli avvenimenti. Cito, tra gl'inediti, CAMPANILE f.
160; DELLA PORTA f. 56; _Racconto_ ai 14 Luglio: DE FIORE, _Racconto
dei tumulti popolari di Napoli_, Ms. DIARIO ANONIMO Ms. f. 38 v.; 43;
e tra gli stampati: DONZELLI _O. c._ p. 127; CAPECELATRO, _Diario_ I.
86; GIRAFFI p. 166; BURAGNA p. 158; DE SANTIS p. 108: DE TURRI p. 192;
_Mém. du baron de Modène_, I, p. 148.

Mi piace però riferire le parole del gentiluomo della Corte della
Viceregina sul proposito, che si leggono nel _Ms. Relaciones_ ecc., di
cui ho parlato più sopra nella _Notizia_ premessa a questo libro: “A
las siete de la tarde fue la mujer de Masaniello con sus parientas a
ber a mi Señora la Duquesa, vestidas de tela de oro, y su Excellenzia
las dio a todas halandrias.„ f. 17. Aggiungo la notizia, che ne dà
D. Miguel de Miranda altro gentiluomo spagnuolo al signor Duca di
Montalto, in questo modo: “No perdono el desbanecimiento a la mujer
de Thomas Anielo, y el ritentar ber a so Ex.ª la Señora Duquesa de
Arcos, y asi se dio a intender quererla visitar; y como en su Ex.ª son
yguales la grandeça y agasado no les nogu la acojida, dispuso de la
benida de esta Dama al Castillo ynbiando las carroças que la trajessen,
prebiniendo las sillas, enquien trase con su madre y parientes. Los
adornos, con que benia eran mejorados en la sustancia, mudados ya el
lienço y lana en sedas y telas de oro, tan ajustado a su traje que auno
havia dejado la forma de la marineria, culpa o descuydo del tiempo,
pues obrando tan apriesa en el marido, ce descuydo del aseo de la
muger. Mandola regalar Su Ex.ª con una joja de balor, a su Hermana con
una cadena, y a las de mas con muchos dulces que llebaron„ f. 750. — Le
parole poste in bocca alla Viceregina ed alla moglie di Masaniello sono
testualmente riportate da' più gravi scrittori di questi avvenimenti.

[197] DONZELLI _O. c._ p. 81 — Che fosse stata regalata la moglie del
Visitatore perchè non si togliesse la gabella sui frutti lo asserisce
il POLLIO _O. c._ f. 305, e lo fa intravedere il DE SANTIS p. 26. Egli
come dice costui a p. 4, _sotto il manto del servizio del re cercava i
proprii interessi_.

[198] Il Pollio così racconta questo fatto: “La moglie di Masaniello al
ritorno da Palazzo fu accompagnata alla carrozza dai Tedeschi con le
Alabarde, e questo fu da me visto con la carrozza di S. E., e con un
presente appresso di detta carrozza, portato sopra di un portarobba,
coperto con una tovaglia di taffetà turchino; che fusse dentro non
posso sapere„ f. 40. Ed altrove ripetendo, dice: “La mooglie di Tommaso
Aniello, licenziata e fattole un gran dono dalla Viceregina di argento
et oro et gioie, di modo che furon ricevute dentro un canestro spaso
et accompagnatele fino alla scala... e per Napoli andarono li detti
Labardieri et servitori con li donativi appresso della carrozza, et
quando furono di nuovo nel Mercato sonorno di nuovo le trombe....
et smontate...., riceverno lo detto reale (_regalo_) portato dalli
Tedeschi„. f. 240 v.

[199] Con questo titolo solevano allora chiamarsi le donne attempate
della più bassa plebe, maritate o vedove che fossero. In tempi più
antichi era esso una qualificazione onorifica delle regine e delle
persone reali, non fanciulle. V. DE RITIS, _Vocab. Nap._ in v.

[200] Questo bando leggesi nella sua originaria pubblicazione
tra i _Bandi editti, capitoli ed altri ordini_ emanati durante la
rivoluzione del 1647, rara ed importante collezione, che si conserva
nella biblioteca dei PP. dell'Oratorio o Gerolamini di questa città. È
segnato col num. d'ordine IX. Nessuno degli scrittori recenti di quella
rivoluzione lo ha ristampato, o ne ha fatto cenno. Ai 19 luglio fu
replicato altro bando sul proposito, che con altri dello stesso tempo
tanto in stampe originali, che in copie Mss. si conserva da me, ed è
riferito nell'_Appendice_ al n. 3.

[201] POLLIO, _Op. cit._, f. 242 v.

[202] _Con tutte le mende da fuora_, dice il POLLIO _Op. cit._ fol.
42 v. Altrove ripete: pigliorno la moglie et la sorella..., che le
portavano colle _granfe_ nel petto f. 242 v. — La ragione o almeno
il pretesto di un tale trattamento ce la dà il Ms., di cui ho parlato
nella nota (89) che dice: “havendole il popolo tolto alcune perle, e
quantità di zecchini, che aveva posto in petto„.

[203] Costui era stato ucciso nella stessa mattina a buon'ora. Era
figlio del dott. Matteo Vitale della Cava, che in tempo del governo
del Duca d'Ossuna volendo esser nominato governatore della casa
dell'Annunciata, offrì al Genoino una somma di danaro, il che saputosi
dal Duca l'obbligò a spenderla in servizio del pio luogo, facendone
costruire una grossa lampada d'argento a forma di nave per la Chiesa.
CAMPANILE fol. 17 v. Postilla nei _Successi_ cit. f. 369.

[204] _Istoria della vera cagione, e dei principali motivi della
solleuazione napoletana accaduta nel 1646_ (sic) _al tempo de Tommaso
Agnello di Amalfi descritta da D. Carlo Calà duca di Diano._ Ms. di
c. 109, una volta posseduto dal Miniconi, che termina colla morte di
Masaniello. V. a f. 79.

[205] GIRAFFI, _Le rivoluzioni di Napoli_, p. 190, ediz. del 1705.
Quest'opera che va anche sotto il nome di Nescipio Liponari, e tratta
solo delle dieci giornate di Masaniello, ha avuto moltissime edizioni.
Le più antiche sono quelle di Venezia 1847, e di Padova (Napoli) e
Gaeta 1648 in 8º. In quest'ultima vi è aggiunto un curioso _discorso
sopra i quarantaquattro ribelli bruciati ed incendiati dal popolo
fedelissimo napoletano l'anno 1647, dove nome per nome si raccontano
tutt'i loro passati difetti_; e sono 44 quartine composte da un poeta
sciocco ed ignorante per nome (se pur non è finto) Simone Alleone.

Il libro del Giraffi ha avuto pure due traduzioni, una in olandese
e l'altra in inglese; ambedue stampate nel 1664. Per cortesia
dell'egregio Signor Adolfo Parascandolo, io recentemente ho potuto
vedere la traduzione inglese, che per essere poco nota, e per la sua
seconda parte, che contiene la storia della rivoluzione fino alla
prigionia del Guisa, merita che io ne faccia qui speciale menzione.
Essa si compone di due parti. Il titolo della prima è il seguente;
_An exact history of the late revolutions in Naples, and of their
monstrons successes not to be paralleled by and ancient of modern
hystory: published by the lord Alexander Giraffi in Italian, and
(for the rareness of the subject) rendered to english by J. H. Esq.
(James Howell). In two parts. London 1664 in 8º._ Questa prima parte,
che è tradotta dal Giraffi, ed ha innanzi il ritratto di Masaniello,
consta di 154 pagine oltre la dedica e finisce col _Manifesto del
fedelissimo popolo di Napoli_ del 17 settembre 1647. La seconda parte
è così intitolata: _The second part of Masaniello. His body taken
out of the Town-Ditch, and solemny buried with epitaphs upon him.
A continuation of tumult; the D. of Guise made Generalissimo; Taken
prisoner by young Don John of Austria. The end of Commotions by J. H.
Esq._ London 1666. Essa ha innanzi i ritratti a medaglioni di Genoino,
Masaniello e Gennaro Annese, e consta di p. 123 oltre la dedica ed
un proemio, nel quale l'a. dice di aver composto questa sua storia
sopra autentici manoscritti e sopra collazioni e confronti di lettere
scritte da diversi distinti personaggi. Nell'opera poi egli comincia
dal ricapitolare i fatti narrati nella prima parte e riporta pure il
sonetto: _Altra paga sperai, altra mercede_, e l'iscrizione composta
da Bernardo Spirito pel monumento, che si voleva erigere nella piazza
del Mercato. Narra indi i fatti del secondo (p. 32) e del terzo (p.
44) tumulto, e finisce coll'entrata degli Spagnuoli e colla partenza
di D. Giovanni d'Austria. Singolare è la notizia, che trovo in questo
racconto ap. 116, di essersi cioè nel tumulto accaduto nel febbraio
1648, inteso tra gli altri gridi quello di: _Viva il parlamento
d'Inghilterra._ Ora il libro trovasi nella biblioteca della _Società
Napoletana di storia patria_.

[206] Il fratello di Masaniello cercato nella sua casa dopo la morte
di quello, si salvò fuggendo per gli astrici, secondo si afferma da un
contemporaneo, che scrisse dei fatti accaduti dal 7 luglio al 6 ottobre
1647 in una _Storia della sollevazione del 1647_; Ms. di cui ho fatto
menzione sopra.

[207] POLLIO, _O. c._ f. 43. Ivi lo scrivano è chiamato Vito, e poi
sopra è aggiunto Tonno o Antonio.

[208] Il bando del 17 luglio è riportato dal DE SANTIS, p. 117, il
quale soggiunge che parve al popolo che esso avesse del maligno,
perchè non comprendeva il cognato di Masaniello. E però il Vicerè
con un secondo bando del 21 luglio non riferito da alcuno, ripetè
l'indulto del 17 aggiungendovi anche il cognato di Masaniello, che era
stato nell'antecedente omesso. Ambedue i Bandi si trovano nella mia
_Collezione di bandi, Capitali, editti, ed ordini_ del 1647-48.

[209] BURAGNA, _O. c._ P. II, p. 4; CAPECELATRO, _Diario_, I, 98.

[210] CAPECELATRO; _l. c._ Della casa del Genoino a S. Agnello dei
Grassi parla della Porta.

[211] PIACENTE, _Storia del 1647_ p. 69; DE SANTIS, p. 128,
CAPECELATRO, p. 136, 137, _Racconto_ ai 13 agosto.

[212] La _Platea_ di S. Severino, che io ho consultato e che un tempo
conservavasi nel monastero, fu fatta tra il 1779 ed il 1790 sopra
registri più antichi. Le notizie sulla regione di _Capo di Piazza_ in
essa notate sono le seguenti: “A' 5 febbraio dell'ind. 14, regnando
Errico imp. Pietro di Moneta donò al Monastero una casa con orto sita
dentro Napoli; dentro di un portico comunale in capo della strada detta
_Capo di Piazza_, pertinenza di Portanova non lontana dalla porta detta
_delli Monaci_, giusta li beni di Elia Ganga, di Giuda ebreo, ed altri
confini, come dal _Libro dell'inventario_ n. 1977; ed a 6 decembre
1198, in tempo di Federico II, il monastero diede a censo di un sestaro
di olio ad Adam Scatola e suoi figli mascoli tantum, una porzione
di detta casa che allora era rinnovata, vicino alla chiesa dei SS.
Cosmo e Damiano, la corte comune ed altri beni del Monastero, la via
pubblica ed altri confini come dall'_Inventario_ n. 1898; e nell'anno
1263 il Monastero dà a censo di due sestara di olio a Tommaso Saperta
un'altra porzione di detta casa, sita ut supra, giusta la strada che va
a Sant'Arcangelo, lo muro pubblico e la Torre vecchia della città con
altri confini, come dall'_Inventario_ n. 28; e finalmente nel 1267 il
Monastero diede a censo di tarì 7 e mezzo l'anno a Giovanni Scossidato
parte di dette case site ut supra, giusta la chiavica che scorre per li
Ferri Vecchi, come dall'_Inventario_ n. 74.„

In un inventario fatto nel 1454 si fa menzione che il Monastero
possedeva “una casa grande isolata dalle vie che la circondavano
con molti membri, posta nelle pertinenze di Portanova, dove si dice
_Capo di Piazza_, dalla parte dov'è il principale ingresso, giusta la
via pubblica che viene dalla Sellaria e va al Seggio di Portanova,
dall'altra parte giusta la via per la quale si va al vicolo delli
Coppola, e dall'altra parte giusta il vicariello posto tra le dette
case ed il fondaco della chiesa dell'Incoronata, per la quale passa la
via, che scende da Pistase, dall'altra parte giusta la corte, per la
quale si passa alla Rua delli Spadari o Armieri, come dall'_Inventario_
n. 260„. _Platea_ cit. f. 126.

[213] Il Vico _deposolum qui et armentariorum_ trovasi in un doc. del
966 v. _Reg. Neap._ nn. 156, 374, 445. Del fondaco di S. Martino _inter
plateam armentariorum et Judecam_ si ha memoria negli _Acta visit.
Cathedr. ab arch. Ann. de Capua_; a. 1580 f.

[214] _Platea_ cit. f. 805.

[215] Generalmente costui anche dagli scrittori contemporanei è
chiamato Gio. Vincenzo Starace, ma egli nei registri dell'archiv.
munic. si firma sempre Storace. — Del terribile fatto parlano
largamente il SUMMONTE. (_O. c._ IV, p. 446 e ss.) che con esso pone
termine alla sua storia, ed il Costo nelle addizioni al COLLENUCCIO,
III, p. 399 e ss. Una narrazione speciale di esso fu pubblicata
nell'_Archivio stor. per le prov. Napolitane_, a. I, pag. 131, ed
un'altra intitolata: _Dell'infelice morte di Giov. Vincenzo Starace_
trovasi al f. 838 del Ms. della bibl. Nazionale segnato V, C, 51.

[216] Il disegno di questo monumento infame può vedersi nel Mutinelli,
_Relazione degli ambasciatori veneti_ ecc. II, p. 166, ed ora dal
medesimo è stato riprodotto nella recente pubblicazione dei _Diurnali_
di Scipione Guerra: l'iscrizione è riportata dal Parrino, I, p. 374.

[217] Relazione dei 20 giugno 1586 presso il lodato Mutinelli, II, 158.

[218] V. la mia scrittura _sulla casa di Pietro della Vigna in Napoli
nel Rendiconto dell'Accad. Pontan._ a. 1858. Nel _Giornale storico_
da me sopra citato alla nota (74) sotto il mese di aprile 1649, si
narra la modificazione fatta dal Vicerè al fondaco della Zecca de'
Panni nel seguente modo: “L'eccellenza del signor Vicerè di Napoli,
Conte di Gnatta (sic) avendo visto e riconosciuto il luogo della Zecca
de' Panni di Napoli, ed essendo stato di persona a vedere detto luogo
ch'era rinchiuso a modo di Sinagoga, che chi non ci avea che fare non
potea in detta Zecca entrare, per essere un Benevento piccolo[219],
dove di continuo si commettevano diversi peccati, ordinò che come stava
rinchiuso s'aprisse, e che si potesse passare dall'una parte all'altra,
cioè dalla parte della Selleria si buttarono quattro botteghe con tre
appartamenti, uno sopra l'altro, e si fè una larga strada di palmi 60,
con buttare anco molte altre case dentro di detta Zecca, e si fè un
largo grande come ho detto, tanto dalla parte di S. Palma dalla strada
delli Ferri Vecchi... e per grazia di Dio benedetto si è levato quel
nido di tante male genti, che in Napoli quando si dicea, Dio ti guardi
degli uomini della Zecca, Dio te ne liberi, che questi uomini della
Zecca de' Panni, sono uomini senza coscienza, nè hanno timor di Dio.
Ms. elt. f. 57„.

[219] Benevento, appartenendo allora alla Chiesa, era l'asilo di tutti
coloro, che potevano temere la giustizia del governo di Napoli.

[220] A dichiarazione e documento di quanto ho riferito nel racconto,
raccolgo in questa nota le poche memorie, che ci rimangono intorno
al sedile di _Capo di Piazza_, le quali si collegano alle vicende
dei _Sedili_ di Napoli, argomento importantissimo per la storia di
questa Città e non ancora trattato, come dovrebbe esserlo, dai nostri
scrittori. Una larga discussione, comunque fosse necessaria, sarebbe
qui certamente, affatto inopportuna.

Or tralasciando i tempi più antichi, da sicuri documenti è dimostrato
che verso la fine del secolo XIII ed i principii del XIV, la nostra
Città per la tassa delle collette e per le altre contribuzioni, o
servizi fiscali era divisa in tante regioni o piazze, il numero ed
il nome delle quali variano talvolta secondo l'aggregazione e la
separazione di talune delle vie che le componevano, e secondo il
predominio che davasi piuttosto all'una che all'altra di esse. Nel 1301
queste piazze erano quindici per i nobili, e 33 per i popolani[221];
con quest'avvertenza però che alcune di esse, per la contemporanea
esistenza di ambo i ceti, si veggono ripetute nell'una e nell'altra
categoria. Non è certamente inverisimile che tutte queste _piazze_,
com'è indubitato per la maggior parte, avessero un proprio luogo, ove i
nobili che i popolari, ivi abitanti, potessero radunarsi per discutere
la distribuzione delle tasse fra i contribuenti, la nomina dei giudici
annuali, l'amministrazione delle estaurite proprie, ed altri pubblici
negozi della piazza, o anche semplicemente per oziare in private
conversazioni. Questi luoghi che si chiamavano _tocchi_, _sedili_,
o _teatri_, esistevano da tempo antichissimo nella vecchia città, e
non erano, come generalmente si è creduto, un ritrovo esclusivo de'
_maggiorenti_ e della _nobiltà_. Nel 1806, imposta la gabella del
_buon danaro_, destinata principalmente al pagamento delle collette, ed
aboliti o tramutati in altre prestazioni i servizi reali e personali,
non si trova più documento alcuno, che ci ripeta la circoscrizione
delle piazze del 1301 e la distribuzione delle tasse. Anche verso
quel tempo, secondochè a me pare, i _Sedili_ ebbero una prima riforma.
Conseguenza di questo ordine di cose fu l'abolizione di molti Sedili,
o forse anche la riduzione di tutti a 29, secondochè (comunque senza
appoggiarsi a sicuro documento) i nostri scrittori affermano.

Il seggio di _Capo di Piazza_, che dal Tutini per errore fu confuso
con quello di _Somma Piazza_ (_Origine dei seggi_ p. 46) era e restò
dei popolari. Di esso trovo la prima memoria in un istrumento dei
29 novembre del 1265, ind. X, in cui interviene un tal Costantino
Primese _de illu Toccu publico de capu de Placza regione Portanobensis_
(_Notam. Istrum. S. Marcellini_, lit. K p. 151). In altro documento
del 1304 nell'Archivio di Stato in Napoli si ha pure memoria che gli
uomini di _Capo Piazza_, avendo acquistato da' Frati Predicatori del
convento di S. Pietro Martire un suolo in quella contrada, che ad essi
Frati era stato donato dal Re, _construxerunt in terra hujusmodi vacua
novum opus quod ad usum Sedile, seu segium deputarunt_. E siccome ciò
erasi fatto in pregiudizio dei dritti di Gualtiero Melia, al quale
apparteneva il detto suolo, posto vicino alla sua casa, e ad un andito
di essa; così il Re ordina al Capitano di Napoli, che esaminata la
cosa, provveda alla giustizia (Reg. n. 135 (1304, C.) f. 179). — Poco
dopo in un diploma del 1313 si fa parola di certa rissa accaduta in
_segio Platee capitis Platee_ (CAMERA, _Annali_, II, 211). Finalmente
nel fascicolo 93 il 1.º a p. 562, in carta del 1349, questo sedile è
chiamato _Teatro_, e così pure in un istrumento del 1392 ricordato dal
Tutini ne' suoi _Notamenti_ mss. nella biblioteca Brancacciana (II, E.
31) f. 96, ove dicesi posto in _platea Sellarie._

Dopo quest'opera, come ho detto nel racconto, non trovo più menzione
di esso nei documenti, e nelle memorie del tempo; il che mi ha fatto
sospettare che, verso la fine del secolo XIV o i principii del secolo
XV, si fosse trasformato in quello della _Sellaria_, donde una ottina
della Città prendeva pure allora la sua denominazione (V. la nota delle
piazze popolari della città nel 1442 in Passaro, _Giornali_ p. 14).

Pel sito poi del seggio della Sellaria si vegga il TUTINI _O. c._ p.
170, il Celano ed altri. Secondo il SUMMONTE (I, 209), esso sarebbe
stato nell'angolo del convento di S. Agostino; ma io credo che
il benemerito scrittore fosse indotto a credere così dall'erronea
applicazione, che egli faceva a quel sedile, della iscrizione antica,
ov'egli malamente leggeva: _In Curia basilicae augustinianae._

[221] Fasc. 9, f. 3 ap. ALITTO, _Vetusta r. Neap. monum._ f. È allegato
e compendiato dal SUMMONTE, II, 365 e dal TUTINI p. 63. — Il BOLVITO
nel vol. IV, _Variarum rerum_, Ms. conservato una volta nell'archivio
dei santi Apostoli, ed ora nella biblioteca di S. Martino della
nostra città al f. 18 riportando questo documento, nota: _Subsequens
collectarium extat scriptum in quodam augusti 1585 in fasciculo 9, f.
9. Nam extat colligatus in praedicto fasciculo insimul cum certis aliis
consimilibus libellis, et propterea archivarius faciens fidem dicit
copias fuisse extractas a praedictis fasciculis, sed in rei veritate
extant scriptae in supradictis libellis, quorum aliqui sunt etiam de
pergameno._

[222] Della _Sellariorom ruga, ubi decurrit acqua de fonte Fistulae_
trovasi menzione nel Registro n. 111 (1301 F.) f. 113, nel grande
Archivio di Stato in Napoli.

[223] “Nell'anno 1334 a 13 Giugno II indizione in Napoli. Teodora
del Gaudio, vedova del q. Bartolomeo Caracciolo Bisquitio, tutrice
testamentaria di Cubello e Bartolomeo Caraccioli Bisquitij, fratelli,
suoi nipoti, figli ed eredi del q. Filippo Caracciolo detto Bullone,
in nome di detti pupilli; ed Alogara Piscicella, vedova del q. Matteo
Caracciolo Bisquitio, milite, tutrice testamentaria di Nicolello,
Alogarella e Mariella Caracciolo Bisquitie sue nipoti, figlie ed eredi
del q. Filippo Caracciolo Bisquitio suo figlio, in nome similmente di
detti pupilli, assegnarono a Belardisca Caracciolo Bisquitia moglie
di Riccardo Filomarino milite, a Bianca, moglie di Tomaso Dentice, e
Filippa, moglie di Tommasello Tomacello, sorelle figlie del q. Ligorio
Caracciolo Bisquitio, milite, la lor porzione, cioè la terza parte
lor toccata nella divisione fra di esse in detti nomi fatta di certe
case vecchie ed orto, seu terra vacua, site dentro Napoli, giusta la
via pubblica detta _Pullaria_, nella regione di Portanova....„ Come
dall'istrumento fasc. 6, n. 65 nella _Platea_, o _Reassunto degli
antichi strumenti che si conservano nell'Archivio del monastero
di Santa Patrizia_, già presso il Cuomo, ed ora nella biblioteca
Municipale.

[224] TUTINI, _Op. cit._ p. 171.

[225] Intorno all'abbattimento del _sedile popolare_, e successiva
esclusione del popolo dal governo del Comune, momento importantissimo
della storia di Napoli, grande confusione ed oscurità regna ne' nostri
scrittori, e nelle scarse memorie, che ci rimangono di quell'epoca.
Le cronache generalmente con poche parole e anche con qualche errore
cronologico, accennano ad un tal fatto senza avvertirne la gravità.
Così il PASSARO, ai 7 Dicembre, dice: “S'ei abbattuto lo siegio
della Sellaria,„ col quale è concorde notar Ambrosio Casanova, nel
suo _Protocollo_. V. PELLICCIA, I, 152. NOTAR GIACOMO, per l'opposto
segna un tal fatto al 2 Dicembre 1465 con evidente trasposizione di
cifre. Lo stesso PASSARO poi nota a' 31 marzo 1457: “Se sono levate
le silice della insilicata della Sellaria„ mentre notar Giacomo segna
questo avvenimento a' 31 Maggio 1456. Finalmente un diploma citato dal
SICOLA (_Vita di S. Aspreno_, II, 430) di Re Alfonso I, col quale a' 26
Marzo 1444, si ordina al Vescovo di Valenza che si togliesse il detto
sedile, commettendone l'esecuzione a quattro gentiluomini del Seggio di
Portanova, farebbe rimontare ad un'epoca più antica la disposizione, se
non l'esecuzione di un tal abbattimento.

Se non che qualche più precisa particolarità si può ricavare da una
cronaca o piuttosto _Raccolta di Cronache_ fatta verso la metà del
secolo XVI, copia della quale Ms. si conservava dal lodato sig. Cuomo,
ed ora trovasi nella biblioteca Municipale. Nella _Hist. Dipl. r. Sic.
ab. a. 1250 ad annum 1266_ a p. (51) io ho fatto menzione di essa;
ed in altra mia scrittura ne parlerò anche più diffusamente. Per ora
mi basterà notare qui semplicemente come la medesima fosse nota al
Tutini, il quale ne compendiò le parole a pagina 246 della sua opera
sui seggi. Nella cronaca dunque si legge: “Alli 1456, alli 7 Dicembre,
s'abbattè uno Seggio che stava alla Sellaria di Napoli, quale seggio
l'havevano fatto li nobili cittadini popolani — Alli 1457, alli 31 di
Maggio, fu un gran rumore nel Popolo contro li gentiluomini, ed ebbe ad
essere grande scandalo per lo seggio abbattuto del popolo. Cavalcò lo
re Alfonso e si fermò alla piazza della Sellaria, parlando a Giovanni
Miroballi ed alli altri cittadini, (dicendo) che quello non era stato
fatto a mala fine, ma perchè volea annobilire la città; che la strada
della Sellaria era bella, (e che) se levava quello Seggio et una casa
che stava al mezzo, per posser fare la processione et altre feste e
giostre. E quello dì fece abbattere la casa, che stava allo costato
dello Seggio, e dette fama che lo prossimo maggio si voleva fare una
bella giostra alla tornata delle galere, cioè per tutto maggio ma per
lo primo Sabato si faria la processione delli preti giorlannati con la
testa e lo sangue di San Gennaro, e che Sua Maestà volea venire a stare
a vedere alla Sellaria, e molte altre belle parole. Così per quello,
come per la sua cavalcata e per sua presenza, in parte furo placati,
e fè incontinenti incominciare a levare la silicata della piazza della
Sellaria, e spianare lo terreno, come se ci volesse far la giostra, e
la strata restò longa e dritta et eguale dal Capo de lo Pendino fino
a lo pede della via di Pistaso. E lo dì seguente fè lo bando come al
nuovo Seggio di Portanova, volea Sua Maestà aggregare li cittadini de
lo Popolo grasso e furo fatti gentiluomini li Catanei, li Coppoli, li
Miroballi per leggieri favori.„ Ms. p. 536 Cf. SUMMONTE _Op. cit._ t.
I, p. 209.

[226] NOTAR GIACOMO, _Cronica di Nap._ p. 190, e PASSARO, _Giornale_ p.
73. — I principali patti delle capitolazioni conchiuse tra i nobili ed
i popolani si trovano compendiati nei _Diurnali_ del Gallo ai 17 giugno
1495 p. 12; una copia poi dell'istrumento stipulato in quell'occasione,
sebbene alquanto scorretta, leggesi nella _Raccolta di Cronache_, di
cui sopra ho parlato, a p. 869 con la data dei 12 giugno. Oltre a ciò,
secondochè narrasi ivi a p. 856, prima che Carlo VIII fosse partito
da Napoli (20 Maggio 1495) i popolani per mezzo di quattro cittadini,
i quali furono Messer Parise Scotio, Messer Giovanni Folliero, Messer
Antonio Sasso, e Messer Franco Fiorentino presentarono memoriale al re
della città “che li facesse grazia _in scriptis_ che potessero eleggere
un loco della città dove si potessero adunare liberamente, e trattare
le cose occorressero per loro seggio. Il re concesse le grazie, e fece
chiamare gli Eletti gentiluomini dicendoli che volessero essere boni
fratelli coli popoli (popolani), e che, come anticamente erano stati,
in uno governo unitamente trattassero in S. Lorenzo le cose occorrenti
per la città, e che essi erano cinque piazze e lo popolo una, che saria
lo suo Eletto, e saria la sesta voce e saria lo suo reggimento popolare
in la sala de lo inclaustro di S. Agostino, e fu chiamato lo primo
Eletto del popolo, che fu Giovan Carlo Tramontano.„ Il fatto è riferito
anche dal Summonte, il quale nel t. I, p. 145 compendia le parole di
questa cronaca.

Ma con queste capitolazioni non furono interamente acchetate le
differenze tra i nobili ed il popolo. Restavan sempre materie di
controversia, alcune delle quali furono definite da re Federico II
d'Aragona nel 1488, ed altre dal re Cattolico nel 1506. Chi di esse
vuole più ampie nozioni vegga il Summonte nel _l. c._ e gli altri
scrittori patrii.

[227] Il _catafalco_ nella piazza della Sellaria per la processione
antichissima di San Gennaro cominciò a farsi nel 1528. SUMMONTE I, 338.
— Per la festa di S. Giovanni ai 24 giugno si veggano le descrizioni
fattane dal Capaccio nel 1626 e 1627, dal Giuliani nel 1621, e
dall'Origlia col libro: _Il Zodiaco_ ec. nel 1630 Cf. _Monografia di S.
Giovanni a Mare_ per MICHELE RADOGNA p. 74.

[228] _Acta Visit. Paroch. maj._ a. 1580, nella parrocchia di San
Giorgio maggiore.

[229] _Del Pendino di S. Agostino_, la cui denominazione tirava anche
per la via dei Calderai, si fa cenno nella _Plat._ cit. di San Severino
fol. 79. — Intorno alla nascita di Urbano VI parla il SUMMONTE, II,
453, il TUTINI, _Op. cit._ p. 192, e CELANO, _Op. cit._ IV, 185. Taluni
però contraddicono ad una tale tradizione.

[230] Erano così chiamate allora le persone civili, e specialmente
quell appartenenti al foro, dall'abito nero che portavano. V. _Bando_
di Gennaro Annese in CAPECELATRO, _Diario_ II, _Ann._ p. 68.

[231] CAPECELATRO, nel _Diario_ I, p. 109, e 116 dà le accennate
particolarità intorno al Genoino.

[232] Che il clero napoletano in quel tempo fosse di sentimenti
piuttosto francesi ed amico del popolo si rileva dal CAMPANILE,
_Diario_, f. 27, dal DELLA MONICA, f. 129 v. e da altri. — Il BASSO
pubblicò: _Il trionfo della bellezza nelle nozze di Placido, ed
Isabella de Sangro_; Nap. 1640 in 12; _Il Pomo di Venere_, dramma per
musica nelle feste delle nozze suddette. Nap. in 4, e le _Poesie_,
Napoli 1645 in 4.

[233] _Giannizzeri, parola tolta dalla lingua turchesca, con la quale
gli spagnuoli chiamano quei del loro sangue, che sono nati da padre
o madre forestieri nelle altre regioni d'Europa._ NICOLAI, p. 154.
_Interessati_ chiamavansi coloro, che avevano posto i loro capitali
negli arrendamenti.

[234] V. Lettera del Card. Filomarino. _Arch. Stor. It._ IX, p. 390; e
tutti gli scrittori della rivoluzione. Il DELLA MONICA, Ms. cit. al f.
93 narra della madre di Masaniello.

[235] DE TURRI, _Op. cit._ p. 137.

[236] Di questa seconda sollevazione parlano più specificatamente il
_Raccconto_ Ms., il RICCA, _Istoria_ Ms. cit., il _Diario_, ed altri.

[237] Nel _Diario Anonimo_ fol. 95, circa il 21 agosto si narra
come il San Vincenzo, nipote del Genoino, si trovasse nel castello.
“Ritrovandosi, leggesi ivi, una grossa moltitudine di Popolo avanti
la casa di Giovanni Zavaglio, (_Zevallos_, poscia del principe di
Stigliano), in strata di Toleto, di guardia, per non fare passare
avanti li Spagnuoli, passò per detta strada Giuseppe _alias_ Peppe
Sanvincenzo, quale in detto tempo era giudice criminale, lo pigliarono
con molti strapazzi e li levarono la toga da sopra e lo buttarono in
terra, con dirli molte ingiurie e farli molti maltrattamenti, per la
qual cosa fu forzato ritirarsi in Castello nuovo, dove stava salvato
D. Giulio Genoino, suo zio„ — In seguito col c. 2 delle _Grazie,
concessioni_ ecc. stipulate il 7 settembre fu stabilito che il Genoino
ed i suoi nipoti fossero privati di tutti i carichi ed onori che
avevano, e che fossero essi e loro discendenti in linea mascolina
_infinitum disterrati_ dal regno, per aver macchinato falsamente
contro il fedelissimo popolo. Il Fuidoro, o Vincenzo d'Onofrio, in
una postilla al _Diario_ del Campanile f. 25, tratta della fine di
D. Giulio Genoino, e narra, che imbarcato coi suoi nipoti sopra il
vascello di capitan Giaime Canales di Majorca andò in Sardegna, ove
giunto, diede le lettere del Duca d'Arcos a quel vicerè, e fu trattato
amorevolmente con alloggiare in palazzo per spazio di tre mesi e mezzo.
Poscia, avendo deliberato di portarsi in Corte a Madrid, si partì di
là, ed ammalatosi per via, sbarcò a Porto Maone, ove morì, e fu sepolto
nella chiesa maggiore di Majorca.

[238] Queste parenti di Masaniello dopo qualche tempo furono ivi fatte
morire. CAPECELATRO, _Diario_, II, 360. Il BRUSONI _Stor. d'It._ lib.
XV f, p. 499 parla pure della sorella e del cognato di Masaniello, ed
anche di un loro figliuoletto di anni tre.

[239] CAPECELATRO, _Diario_, II, 7; CAMPANILE, _Diario_, f. 13.

[240] Del figlio di Masaniello, maschio o femina che fusse, non ho
trovato memoria nei registri parrocchiali di S. Caterina in _foro
magno_. Bisogna supporre che o la Bernardina dopo questo tempo avesse
dovuto sconciarsi o che avesse partorito nel distretto di altra
parrocchia.

[241] TURGE-LOREDAN, _Ètat de la repubblique de Naples_ p. 71. Il libro
è scritto sulle note dello stesso P. Capece, confessore del Duca di
Guisa. Ivi si dice che il fatto avvenne nelle feste di Natale. Il Duca
di Guisa però si vanta di aver egli mandato a chiamare la Bernardina
per soccorrerla, a fin di gratificarsi il popolo. _Memorie del Duca di
Guisa_, t. I p. 277.

[242] Lo stato triste e miserable, in cui si trovò la plebe in Napoli
nell'inverno del 1648-1649 nei seguenti termini è esposto in una
scrittura contemporanea: “Furono così grandi et inauditi i disordini
cagionati dai popolari tumulti.... che, quelli per divina misericordia
quietati, nell'anno seguente 1648 restò nulla di meno così nella città
di Napoli come in tutto il Regno tanta estrema miseria, così gran
penuria di tutte le cose, che il prezzo dei grani ascese al valore
di duc. sei e più il tomolo, e di tutte le altre cose commestibili
era la valuta esorbitantissima. Perlochè i poveri e particolarmente i
figliuoli (che allora erano in gran copia) orfani derelitti, per aver
la maggior parte perduti i loro padri o ammazzati o morti di disagio,
si trovavano in estrema necessità.... a segno tale che estenuati dalla
fame, dal freddo e da' cotidiani patimenti andavano mendicando il
vitto. E quel che era peggio non essendo chi lor desse qualche limosina
(per ritrovarsi in quel tempo ognuno secondo il suo stato in qualche
bisogno) miseramente si morivano nelle pubbliche strade. E molti che
nè anche avevano luogo da ricettarsi dormivano la notte sotto qualche
supportico, tenna o baracca, o in altro luogo simile, dove oppressi
dall'eccessivo freddo che fu in quell'anno, et estenuati dalla fame si
ritrovavano la mattina morti, restando insepolti ed alle volte anche
mangiati dai cani. Taccio le miserie delle povere filiuole di qualche
età, che correvano grandissimo pericolo nell'onore e nell'offesa di
Dio„. _Del Conservatorio delle orfane di S. Nicola_ Notizia aggiunta
al CAMPANILE, _Diario_ fol. 103, forse scrittura dello stesso. —
Che Bernardina fosse poi divenuta pubblica meretrice nel borgo di S.
Antonio Abbate lo affermano il CAPECELATRO II, 360, ed il Pollio, la
cui testimonianza più innanzi riporterò.

[243] “Mentre che regnava Thomaso Aniello, dice il Pollio colla sua
rozza ed ingenua maniera, li furono portati molti soldati Spagnuoli
presi da quelli del popolo..... et..... (Masaniello) li mandava via
dicendo: questi sono soldati di S. E. mio compare, il quale l'intende
parlare et è buono dargli castigo, et li facea portar salvi.... et
questo più volte succedè ante di me; benchè per mercè la sua moglie
di poi la morte di esso fu cercata et spogliata di quanto havea, et
non avendo come campare si pose al vortello (bordello); et quello
che più importa molte volte venevano da lei molti Spagnuoli a darli
la burla; da poi averla goduta li faceano molti mancamenti... Una
moglie di Capitan generale, che mai contradisse la Corona, commare di
S. E. il quale più volte l'havea honorata in palaggio con la signora
Viceregina non ponerla dentro un monastero, o darla qualche cosa da
accasarla. Così passò il negotio, fatta meretrice pubblica al comando
di tutti, vista da me albordello, con molta meraviglia e scandolo dei
contemplativi.„ POLLIO, Ms. f. 48.

[244] CAPECELATRO, _Diario_, III, 360.

[245] DELLA PORTA, _Causa di stravaganze ovvero compendio istorico
delli rumori e sollevazione dei popoli successi nella città e nel regno
di Napoli_. In parecchi esemplari di questa opera verso la fine della
P. I, trovasi la descrizione di Tommaso Aniello di Amalfi; che di quivi
tratta fu ripetuta ed aggiunta in alcune copie del Ms. intitolato:
_Racconto della sollevazione di Napoli accaduta nel 1647_ che senza
alcun nome di autore va per le mani di molti, ma che è opera di Marino
Verde, come altrove ha dimostrato. (_Strenna Giannini_ del 1893).
Manca nell'esemplare da me posseduto, che è forse l'originale ed ha le
annotazioni e le aggiunte di Camillo Tutini.

[246] DELLA MONICA, _Istoria della rivoluzione di Napoli dell'anno
1647_. Ms. autografo presso di me. Leggesi al f. 21.

[247] CAMPANILE GIUSEPPE, _Diario circa la sollevazione della plebe
di Napoli degli anni 1647-48, con addizioni di Innocenzo Fuidoro_, f.
5. Ms. autografo del Fuidoro (pseudonimo di Vincenzo d'Onofrio), da me
posseduto.

[248] GIRAFFI o LIPONARI, _Relazione delle rivoluzioni popolari
successe nel distretto del regno di Napoli nel presente anno 1647_.
Padova 1648, p. 43.

[249] DE TURRE, _Dissidentis desciscentis receptaeqe Neapolis Libri
tres_, p. 43, ediz. Gravier.

[250] BIRACO, _Delle historie memorabili che contiene le sollevationi
di stato dei nostri tempi_. Venezia 1653, p. 224.

[251] BUBAGNA, _Battalla peregrina intra amor y fidelidad_, p. 14. —
Il Donzelli, il Capecelatro, il de Santis, il Nicolai, il Tontoli ed il
Piacente, nelle opere stampate sull'argomento non riportano il ritratto
del Capo-popolo, o appena vi accennano. E così pure il Ricca, il Fiore,
il Carusi, il Simonetti ed altri Mss. nelle biblioteche della Storia
Patria e Municipale, nella Nazionale, e presso di me.

[252] _Copia di lettera del Maestro di campo Ottaviano Sauli all'Ecc.mo
Signor Marchese Spinola_ tratta dalla biblioteca Barberiniana di Roma
dal prof. Luigi Correra e stampata nel 1890 nell'_Arch. Stor. per le
prov. Nap._ p. 360.

[253] GIRAFFI, BIRACO e BURAGNA, _ll. cc.; de poca statura_ DELLA
MONICA, _l. c.; statura pusillus_ DE TURRE _l. c.; di bassa statura_
SIMONETTA, _Istoria della rivoluzione del 1647_ c. 16 nella bibl.
Nazionale; _di statura quasi bassa_. POLLIO, _Historia del r. di Nap._
c. 228 ivi. — Solo al Campanile, al della Porta ed al Sauli parve di
proporzionata, giusta ed ordinata statura.

[254] _Gracilis_, DE TURRE; _più tosto magro che grasso_, GIRAFFI; _di
corpo asciutto_, SAULI.

[255] _Aveva una faccia competente, nè lunga nè rotonda ma arsiccia dal
sole siccome tutto il suo petto_, DELLA PORTA; _facie subfusca et sole
torrida_, DE TORRE _l. c._

[256] GIRAFFI e BIRACO, _l, c., di fisionomia vivace ma non stabile_,
SARLI. Il MOLINI, di cui dirò appresso, parlando di Masaniello dice:
“_Uscii fuori la Gabella e trovai questa bella figura che mi aveva
portato molte volte del pesce_„.

[257] _Di pochi capelli e quelli di color castagnaccio, tagliati nella
fronte alla marinaresca con pochissima zazzera dietro_, DELLA PORTA;
_il crine non molto negro_, DELLA MONECA; _capelli neri, corti alla
marinaresca_, SAULI. Secondo il Birago era biondo.

[258] _Occhi negri_, DELLA PORTA, GIRAFFI, BIRACO; _cervoni_, DELLA
MONECA. Al Campanile ed al Sauli parvero invece azzurri o bianchi.

[259] _Viso lunghetto e magro_, DELLA MONECA; _faccia magra_, SAULI;
_piccolo di volto_, POLLIO.

[260] DELLA MONECA, _l. c._

[261] _Senza peli nel mento_, DELLA PORTA.

[262] _Con poca lanuggine nel mustaccio_, DELLA PORTA; _spuntati nel
mustaccio di peli biondeggianti e rari_, DELLA MONECA; _poco pelo_,
CAMPANILE.

[263] CARUSI FRANCESCO, _Narrazione del Tumulto seguito nella Città di
Napoli, nella quale si raccontano gli varj avvenimenti di Masaniello,
suoi seguaci. Dalli 8 di Luglio 1647, per insino alli 21 d'Agosto
del detto anno._ P. I, p. 34 v. Nella bibl. della Società Storica
Napolitana.

[264] DELLA PORTA, DELLA MONECA, DE TURRA, BURAGNA ed altri.

[265] CAPECELATRO, _Diario_, I, p. 66. GIRAFFI e tutti gli altri.
Secondo il Verde (_Racconto_ ecc.) esso fu fatto a cura dei Governatori
dello Spedale della SS. Nunziata.

[266] Per contrario noi sappiamo dagli scrittori contemporanei che gli
Alemanni e gli Spagnuoli, che si resero a discrezione alle armi del
popolo a S. Giovanni a Teduccio, a Pozzuoli, ed a S. Lorenzo non solo
ebbero salva la vita ma anche in buona parte da mangiare e da bere
(CAPECELATRO, _O. c._ I, 45; DE SANTIS, _O. c._ p. 51 ed altri). Che
anzi, narra il Pollio che “mentre regnava Thommaso Aniello li furono
portati molti soldati Spagnuoli presi da quelli del popolo... et...
(egli) li mandava via dicendo Questi sono soldati di S. E. mio compare,
il quale l'intende parlare, et è buono a darli castigo, et li faceva
portar salvi„ f. 48. Tanto è lungi dal vero che Masaniello potesse
autorizzare la carneficina dei medesimi.

[267] Vedi critica storica del de Dominici! Donde egli ricavò questo
suo calcolo?

[268] Questa testimonianza per me è sospetta. Il de Dominici dalla
biblioteca de' Signori Valletta traeva le false scritture del notar
Criscuolo e di Marco da Siena, fonti delle sue favolose invenzioni. Cf.
FARAGLIA, _Le memorie degli artisti Napoletani del de Dominici_ A. S.
N. 1882 p. 329.

[269] DE DOMINICI, _Vita dei pittori, scultori ed architetti
napoletani_, t. III, p. 226. Lo stesso dice nella vita di Aniello
Falcone a p. 75.

[270] La leggenda, per quanto riguarda specialmente Salvator Rosa, è
stata non ha guari, con lo stesso epistolario di costui smentita dal
ch. Cesareo nella Vita premessa alle _Poesie e Lettere edite ed inedite
di Salvator Rosa_ t. I. p. 47 e ss.

[271] Il Rosa non con i pennelli, ma con la penna volle descrivere
il pescivendolo suo conterraneo, nei noti versi della sua satira _La
Guerra_, che ho messo in testa a questa scrittura.

[272] Questo quadro alcuni anni fa, per mia esortazione, disegnato
con rara diligenza, e con vero intelletto d'amore, fu inciso all'acqua
forte dal bravo artista Antonio Piccinni; ma con grande rincrescimento
degli amatori delle cose Napoletane il lavoro bellissimo non fu in
commercio.

[273] DE DOMINICI _O. c._, t. III, p. 197. — Il quadro era conservato
allora nella galleria del Cav. d. Antonio Piscicelli, ed ora ammirasi
nel museo Nazionale di Napoli. È notevole che il de Dominici neppure
fu esatto nel descrivere questo quadro dicendo che Masaniello era
circondato dai suoi consultori e colleghi, e dai capi del popolo,
ritratti così al naturale per antica testimonianza di vecchi, ch'erano
stati spettatori di quella lunga tragedia, che altro non mancava se non
il moto; mentre invece da ognuno si vede che Masaniello non ha intorno
se non lazzari e gente del popolo.

[274] Cf. LANZI, _Storia pittorica_, p. 209 ed. Bettoni, Milano 1841;
ove è ricordato il quadro di cui parlo, dicendovisi però con poca
precisione rappresentare un esercito di lazzaroni che applaudono
Masaniello.

[275] Gli storici narrano, che, in mezzo alla piazza del mercato
nel giorno festivo della Madonna del Carmine, solevasi figurare un
castello, difeso e assalito da ragazzi armati di canne divisi in due
schiere dette degli _Alarbi_ e dei _Pacchiarotti_. (_Sollevazione
dell'anno 1647._ Ms. della Società Stor. Nap., f. 160). E dicono pure
che, nei giorni precedenti alla sommossa, un tal fra Savino, converso
del convento dei Carmelitani, aveva dati venti carlini a Masaniello pr
comprarle.

[276] Dice il CAPECELATRO, _Diario_, III, p. 316 che, finiti i tumulti,
la moglie di Gennaro Annese presentossi al Conte d'Ognatte “con
abito conveniente alla presente e non alla passata fortuna, con una
semplice guarnuccia senza collare, e con la cuffia in testa all'uso del
mercato„.

[277] Cf. _La casa di Masaniello_. Qualche cosa di nuovo sul proposito
aggiunge il Molini (c. 39): era, dice egli, “una Casuccia che a mano
manca fuori dall'uscio attaccato al muro era una Vite alta tanto,
che copriva quelle due fenestruccie, che guardavano nel Mercato, non
essendoci altro di buono nella facciata che l'Arma dell'Imperatore
Carlo Quinto„. Il Molini dice che era di marmo, ma pare non se ne
ricordasse bene.

[278] Così viene indicato, attribuendosi a Micco Spadaro, nelle Guide
del R. Museo Borbonico. (V. QUARANTA, _Le Mystagogue_ 1844 p. 234;
FINATI, _Description du Musée royal Bourbon Galeries_ 1844 p. 9 ecc.)
L'Aloe nella _Guide pour la galerie des tableaux._ P. II, 1843, p. 3
più correttamente crede il quadro di scuola Fiamminga. Negli inventarii
dello stesso Museo si nota come ritratto di contadino o popolano,
creduto di Masaniello. Esso è riprodotto con le stesse indicazioni di
Masaniello e di Micco Spadaro nel _Magasin pittoresque_ dell'a. 1819.
Parigi p. 212.

[279] CAMPANILE, _Diario_ Ms. f. 19; DE SANTIS, _Istoria del tumulto di
Napoli_, p. 116, ediz. Gravier.

[280] L'_Occhialetto_, Anno XV, n. 31.

[281] Monsignor Emilio Altieri nel 1644 da Papa Innocenzo X fu
destinato Nunzio a Napoli ove stette otto anni fino al 1658. V.
Monsignor NICOLÒ CAPECE GALEOTA, _Cenni storici dei Nunzii apostolici
del Regno di Napoli_, p. 55. Tra i bandi del tempo, nella biblioteca
della Società Napoletana di Storia patria, si conserva una lettera a
stampa di quel Nunzio, diretta “al fedelissimo popolo della fedelissima
città di Napoli„. V'è scritto in capo “Signori miei„ e porta la data
del 6 decembre 1647. Il Nunzio riferisce un breve del Papa “espressivo
dei suoi cordiali sentimenti rivolti alla quiete e alla tranquillità„
ricorda d'aver esso collazionato “con ampia plenipotenza l'indulto
generale„ e chiede di comunicare a voce “quel di più„ che da Sua
Beatitudine aveva avuto commissione d'esporre. Finisce con le parole
“et alle Signorie vostre bacio affettuosamente (_sic_) le mani„.

[282] _Archivio Storico Italiano_, t. IX, p. 352.

[283] _Carteggio degli ambasciatori Estensi a Napoli Cancelleria_
nell'Archivio di Stato in Modena.

[284] Il libro porta questo titolo: _An exact history of the late
revolutions in Naples._ Londra, 1660 in 12.º Porta per epigrafe un
passaggio di Livio, che dimostra la grande impressione prodotta dagli
avvenimenti di Napoli in Inghilterra. Essi, come si dice nello stesso
frontespizio, non trovano riscontro in alcuna antica o moderna istoria.

[285] La prima di queste due edizioni, che io conosco, ma che, come
dicesi nel frontespizio, è la seconda fatta colà, migliorata ed
accresciuta, porta il seguente titolo: _Wonderlijcke Op, ende Ondergang
van Tomaso Aniello, met de beroerten tot Neapolis. (Meravigliosa salita
e caduta di Tommaso Aniello con la sollevazione di Napoli)_ Haerlem
1552, in 12º. Il libro ha il frontispizio istoriato ed e diviso in due
parti; la prima di pp. 400 contiene la traduzione in fiammingo delle
10 giornate di Alessandro Giraffi con una vignetta o figura per ogni
giornata, ove sono rappresentati in modo e costume affatto arbitrarii
gli avvenimenti del luglio 1647, con tre annotazioni, sull'assedio
e presa di Napoli per Belisario, sui tumulti per l'inquisizione e
sul primo Masaniello del 1547, e sulla sollevazione della plebe del
1585. La seconda parte di pp. 256 porta il titolo: _Tweede deel vande
Napelsche Beroerten, (Seconda parte della sollevazione Napolitana)_ e
contiene il seguito di questa fino alla resa di Napoli agli spagnoli.
Il ritratto di Masaniello sta a pag. 3 della Parte II. Il libro, non
comune, trovasi nella biblioteca della Società Napolitana di storia
Patria. — L'altra edizione, che è la sesta Olandese, porta il titolo:
_Het eerste deel der Napelsche beroerte met de Wonderlijcke Op, en
Ondergang van Masaniello, Uyt het Italiaensch vertaelt door Luon B. (?)
den sesten Druck (La prima parte della sollevazione con la maravigliosa
salita e caduta di Masaniello dall'italiano tradotta da Luon B. (?),
sesta edizione)_ Amsterdam, 1664 in 12.º dalla p. 1 a 240. Segue: _Het
tweede deel der Napelsche beroerte, of verhael van t'rustige opset
des selven volcks, om sich en het puntscae? Rijch t'ontlasten van
t'onverdragelijcke juch der Spanjarden etc. etc. (La seconda parte
della Napoletana sollevazione, o Racconto dell'ardita rivolta dello
stesso popolo per liberar se e il regno dall'insopportabile giogo
degli Spagnuoli_ ecc.) Amsterdam, 1664, in 12º p. 1 a 312. — Segue:
_Vervolgh en eynde vande Napelsche beroerte; of beknopt verhael hoe'
tselve volck, na veel tegeniveers, weder onder de gehoorsamheydt vau
Spenje geruccht Milsgaders het Oproer en den jaare 1547 opgeresen onder
Mas'Aniello di Costa Sorrentino. (Seguito e fine della Napolitana
sollevazione, ossia breve narrazione del come lo stesso popolo dopo
molta lotta di nuovo fu messo sotto l'ubbidienza di Spagna. Insieme
col tumulto sorto nell'anno 1547 sotto Masaniello di costa Sorrentina)_
Amsterdam p. 1-49-72. — Debbo al ch. collega ed amico Benedetto Croce
la correzione e la interpretazione dei titoli di questo libro; dei
quali parecchi anni fa ebbi trascritta la notizia dal noto bibliografo
nostro cav. Gennaro Vico. Il Croce per tradurli dall'Olandese in
Italiano ha dovuto prima con non comune perspicacia emendare gli
errori, in cui per poca cognizione del carattere teutonico cadde chi
faceva quella copia.

[286] PALAZZO, _Aquilae austricae. Pars secunda_, Venetiis, in fol. Il
ritratto con quelli di altri personaggi del tempo vedesi a p. 258 del
t. VIII.

[287] BRACHELIO, _Historia sui temporis rerum bello et pace per Europam
et imperium romanum gestarum Colonia_ s. a. in 12.º — A pag. 277
trovasi il ritratto di Masaniello con questa epigrafe: _Thomaso Aniello
d'Amalfi populi neapolitani rebellici dux._

[288] Questa edizione fu da me descritta nella _Casa e famiglia di
Masaniello_. Il ritratto di Masaniello è ripetuto con diversa posizione
in un'altra posteriore ediz. di Londra con la seguente leggenda sotto:
_qui pecunia non movetur, hunc dignum spectatu arbitramur. Cicero._
— L'edizione del secolo seguente porta questo titolo: _The remarkable
History of the rise and fall of Masaniello the Fisherman of Naples._
London 1756.

[289] ZANI, _Enciclopedia metodica, critico-ragionata delle Belle
Arti_. P. I, vol. III. Parma tipografia Ducale 1820 p. 9.

[290] MOLINI SEBASTIANO, _La vera solevatione di Masaniello_, Cod.
cart. del secolo XVII (21 x 29 cm.) di carte 176 numerate della
biblioteca universitaria di Bologna segnato col n. 2466. Appartenne in
prima alla biblioteca di San Salvatore del Reno dei canonici regolari
lateranensi, dove era segnato col n. 271. Passò per qualche tempo nella
biblioteca nazionale di Parigi, come si rileva dal bollo in inchiostro
rosso di forma rotonda che si vede segnato in alcune carte (cc. 176 v.,
e nella carta bianca in ultimo) colle parole: _Bibliothèque Nationale_,
ed il monogramma: _R_ (république) _F_ (française). Dovette essere
restituito all'Italia dopo il 1815. È legato in pergamena molle e non
è in buono stato. — Il Diario in 253 giornate comincia col 7 luglio
1647 e finisce ai 15 aprile 1648. Da c. 143 v. sino a 176 seguono 386
ottave scritte a due colonne, che sono, come dice il Molini “Originale
tradotto dalla prosa predetta in 8.ª rima da un copista di essa per mia
mera sattisfactione da cui intenderai tutto il successo con maggior
brevità ma non tanto distintamente quanto dalla prosa; essendochè
l'autore parla di sole quelle cose quali a lui medemo sono successe ed
alla poesia vi si aggiunge qualche altra invenzione per abbellirla e
vivi felice„. Tutte le pagine sono inquadrate da fregi fatti a penna.

[291] MOLINI, Ms. f. 4.

[292] MOLINI, postilla in ultimo del Ms.

[293] Nell'esemplare del Ms. conservato nel Museo dell'Archivio di
Stato di Napoli che porta il titolo: _Successi historici raccolti dalla
sollevatione di Napoli dalli 7 di luglio 1647 ino a 6 aprile 1648 per_
INNOCENZO FUIDORO (VINCENZO D'ONOFRIO), si trovano 23 incisioni che
rappresentano i principali personaggi dell'epoca. Così pure nella Parte
2.ª dei detti _Successi Historici_ posseduta dall'egregio Principe di
Gesualdo, che io ebbi occasione di vedere parecchi anni fa, da me fu
osservato lo stesso.

[294] Anche il CONFORTO arricchisce i suoi _Annali del Regno_ Ms. con
figure.

[295] Nell'altro esemplare della Parte 1.ª del Fuidoro, che si conserva
nella biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria a cc. 2
si vede una figura di Masaniello fatta a penna, ed a fianco si legge:
_Tomas' Aniello d'Amalfi copiato da quello, che fu stampato in Parigi
e con cautela fu fatto vedere a' curiosi in Napoli, et delle quattro
parti ne sono tre al naturale per quello che testifica chi se lo
ricorda nel 1647, che ne furono portati li ritratti à pennello in più
Paesi in quel tempo._ Un altro ritratto e penna si trova in un Ms. dei
principii del secolo XVIII della stessa Società Napoletana di Storia
Patria intitolato: _Sollevatione dell'anno 1647_, a p. 155.

[296] I banditi portavano “le chiome legate e nel collo un
_moccaturo_„. (POLLIO, _Hist._ cit. f. 233). Una tale acconciatura del
capo dal Valentino (_La mezacanna, parmo IV_, p. 177 ediz. Porcelli) è
chiamata la _chiomera_ o _capellera de sbannite_.

[297] Così chiamavansi gli abati di _mezza sottana_. Cf. CAMPANILE,
_Diario_ Ms. f. 13 mihi.

[298] POLLIO, _Historia_ cit f. 233.

[299] Non voglio però trasandare la notizia di una figura autentica e
curiosa che riguarda la contesa tra i francesi e gli spagnuoli. Vedesi
a c. 75 v. 76 col titolo: _La Déroute des Espaignols dans la ville
de Naples e l'arrivée de M. Le Duc de Guise._ (0,45 x 0,36). Questa
incisione in rame, di un bel gusto francese, è una satira finissima: vi
sono rappresentati le Français, le Napolitain, l'Espaignole e le Valet.
Sotto ognuno di essi è scritta una quartina, il 1.º dice:

    Considerant de loin ce Senor aux abois
    Je puis dire au malheur lui toujours l'accompaigne.
    Naples ton mal a tort de ce dire français
    Puis que cest tout abon quil affligge l'Espaigne.

Il 2.º:

    Il y fait un peu chaud, mai il le faut souffrir
    Cest la le moidre effet de ta concupiscenze
    Et te feray suer (sans vouloir te guérir)
    Et jusques a la mort durer ta penitence.

Lo Spagnuolo, che è messo in una botte dalla quale esce solo la testa,
e che è circondata di fuoco, dice:

    Reduit au triste Estat, ou le malheur m'a mis.
    Attaint d'un malefice honteux et miserable,
    J'Escume de depit, je bave, je fremis
    Et j'ay peur que mon mal ne se treuve incurable.

Il servo dice:

    Je fais se que je puis sans en venir a bout
    Je chauffe des frotoirs, mais que sert ce remede?
    On la deja frotté dos et ventre et par tout
    Et l'on le fait suer sans que rien luy succede.


[300] Nella pagina del Molini, ov'è attaccato il ritratto, si legge:
“Questa mattina 6 luglio 1647 giorno di sabbato. Io me ne andai
conforme in solito mio di giorni tali alla pietra del Pesce, ed uscii
fuori alla cabbella, e trovai questa bella figura che mi haveva portato
molte volte del pesce, quando stava all'altro convento, e vedendolo
tutto sossopra feci buon animo e gli addimandai se haveva niente di
buono, egli mi si voltò dicendo haggio lo malanno che vi colga, avevo
pigliati alcuni pesci con l'hamo, e questi ufficiali della gabella, per
non l'haver pagata me l'hanno levato, ma se campo, che non sii ucciso,
me la pagheranno ben loro a me. Dicendo, si haggia patienza io, habbila
anchora tu monacho mio, e così dietro la marina se ne sparì, ed io me
ne tornai dentro, fra me dicendo oh che gran pazzo.

[301] Ecco le parole del Molini: “Giovedì 11 luglio 1647. Giornata
quinta. Questa notte Masaniello non fidandosi per qualche tradimento,
come gli era successo la mattina col Perrone, salì a cavallo, come
quì si vede con una moltitudine delli più vili, circondando dentro e
fuori la città i posti s'erano ben custoditi, come anco osservando se
tutti avevano fatte le illuminazioni, come al suo comando, e questo
lo vedessimo noi quando passò, perchè osservai molto bene, avanti che
andassimo a dormire, sebbene tutta la notte altro non si faceva che
suonare le due campane già dette, cioè il Carmine e S. Lorenzo„. Ma è
poi vero tutto quello che dice? In quel giorno. Masaniello s'era recato
a presentare al Vicerè i capitoli dell'accordo, stabiliti dopo molta
discussione. E uscito di palazzo, quando già “sopravveniva la notte„,
(_Capecelatro I, p. 68_) tornò al Mercato ricondotto in carrozza dal
Cardinale. Niun altro narra che dopo andasse vagando per la città
a cavallo. Invece attesta il Campanile, _Mss. cit._ che “Masaniello
ritiratosi si spogliò degli abiti di tela d'argento, e si rivestì de'
suoi soliti cenci, e consumò tutta quella notte ed il giorno seguente
in dare varji provvedimenti intorno le cose concernenti la grascia„. E
il Capecelatro _p. 69_ aggiunge “che comandò ancorchè di notte che si
troncassero le teste a quattordici persone imputate d'essere banditi„.
La verità quindi può ridursi a quello che sta scritto nel _Diario_
Anonimo conservato nella biblioteca della Società Napoletana di Storia
Patria. “Per questo suspetto di banditi succedè altra rivolutione,
et le voci serra serra per la città, standone tutta la notte con le
guardie et lumi per le finestre a tutte le strade, suonando la campana
di S. Lorenzo ad orme„. Delle luminarie, del popolo che vigilava in
armi, e del suono delle campane di S. Giovanni a Carbonara a sera, e
del Mercato e s. Agostino la notte, parla anche Giraffi _o. c. p. 131_.

[302] Trascrivo quello che il Molini dice a proposito di _Masaniello
fuori di se_ a cavallo. “Lunedì 15 luglio. Giornata nona. Nell'uscire
come al solito intesi come Masaniello era andato avanti giorno a
cavallo alla Cavallerizza del Re, et che aveva messo sossopra tutti,
in particolare il Mastro di Stalla. E lo fece cavalcare molti cavalli,
e smontato lui voleva far da bravo e comandare come prattico, ma non
sapeva quello che si facesse, e se non erano quelli che li governano
sarebbe stato ucciso dalli cavalli. E vedutosi in pericolo si risolse
di salire e di tornare a Napoli. Il primo ch'ei fece, andò a ritrovare
il sig. D. Carlo Caraccioli Cavallerizzo maggiore di sua Maestà, e
trovato che l'ebbe, li principiò a dire, che non era sua arte di tenere
un grado simile, et che era stato a visitare i cavalli et che il Re era
molto mal servito, e che se lui non prevedeva, saria stato pensiero
il suo rimediare. Il detto Signore disse: Per servire V. S. se così
comanda, voglio andare mò mò a fare la mia parte. Lui rispose farete
bene, che infrattanto io rimedierò ad altri inconvenienti. E volto il
cavallo seguitato da quelli ch'erano con lui, e come pazzo girando per
Napoli facea serrar botteghe, tagliar teste a quelli che gli parevano
in fragranti crimine, come anco a cavaglieri che trovava in carrozza,
li faceva smontare di carrozza, come anco a quelli che trovava a
cavallo, facendoli bravate e spropositatamente comandandoli che
stessero vigilanti ad ogni suo cenno quando volesse comporre le leggi.
T'assicuro lettore che se gli avessi veduti et udito parlare come ho
veduto io, che pure lo vidi a Toledo ad una carrozza alla lontana,
però mi fu detto che quelli signori piangevano a sentirsi oltraggiati
e minacciati fin nella propria vita, saresti fuori di te„.

[303] Il fratello di Masaniello, che ebbe parte nella rivoluzione
chiamavasi senza alcun dubbio Giovanni, come attestano l'atto di
nascita, e quasi tutti gli scrittori del tempo; soli, questo Diarista
ed il Giraffi gli danno il nome di Matteo. Or come spiegare questa
discrepanza in persone contemporanee e in testimoni oculari dei fatti
che narrano? Io per me credo che Matteo fosse un soprannome, aggiunto
volgarmente al nome di Giovanni, secondo il costume della nostra plebe;
e che quindi costoro, come forestieri, lo adoprarono non sapendo il
vero nome di battesimo.

E qui cade opportuno rettificare uno sbaglio, in cui caddi, quando nel
mio lavoro: _La famiglia di Masaniello_ pubblicai la fede di nascita
di questo Giovanni, ed anche aggiungere un nuovo particolare intorno
al medesimo, che allora pare mi sfuggì. Ho rilevato l'uno e l'altro
dalla p. 21 del recente opuscolo del Guiscardi che appresso citerò.
Giovanni d'Amalfi nacque ai 3 giugno 1624, non ai 26 maggio 1625 come
io stampai. L'errore per metà fu mio, per metà del tipografo; poichè
quando trent'anni fa trassi quella notizia dai Registri Parrocchiali
di S. Caterina al Mercato, notai la data del giorno e del mese che sta
sull'atto della pagina, senza badare che quella mutava nel mezzo, e
così segnai il 26 maggio. Il tipografo fece il resto, che stampò 1625
invece di 1624 come io teneva nella mia scheda che ora ho riveduta.
D'altronde contento di aver trovato l'atto della nascita di Giovanni
più non lessi innante, e così non vidi che nello stesso giorno era
notato un altro figliuolo di Francesco d'Amalfi, gemello di Giovanni e
chiamato nel battesimo Giuseppe Carmine, il quale probabilmente dovette
morire in giovane età, ed in modo certamente prima del 1647.

[304] Nel sabato 13 luglio, come narra il Capecelatro, Masaniello inviò
suo fratello a riverire il Vicerè, ed egli v'andò vestito di lama d'oro
turchina (CAPECELATRO, _Diario_, t. I, p. 73); secondo altri di lama
turchina (DONZELLI, _Parten. Liberata_, p. 53).

[305] La moglie e la sorella di Masaniello, a giudizio del Capecelatro
(_O c._ I, 105) erano, secondo il basso stato, di gentile aspetto. E
il Molini, che dice d'essersi trovato presente a tutto, narra così una
baruffa tra esse e Masaniello: “Arrivò (Masaniello) al Mercato tutto
bagnato correndo in casa, onde arrivato anche io solo a mezzo, il
cominciai a udire gridare con quelle sue donne. I' feci buon animo e mi
accostai più avanti, et eccolo farsi alla finestra manca borbottando
non so che si dicessero, vidi che prese sua sorella, e correndo la
moglie, volendosi forse sciffare (sic), le percosse, Lui diede a tutte
due mano di buffettoni che si udiva ben bene. Queste tornavano alla
finestra fortemente gridando, venite, venite a legarlo ch'è impazzito,
così dicendo egli salì le due scalette, ma non potè uscire, perchè fu
incontrato da suo cognato, che cominciando a gridar seco per le donne,
gli disse, che udii, tu pure vuoi le tue? il cugnato vedendoli così
propositato gli porse una lettera... ed egli pigliandola gli diè due
calci di dietro„.

[306] Chi fosse questo cognato di Masaniello non è facile con tutta
precisione accertare. Parecchi storici e diaristi del tempo narrano
di un cognato di Masaniello, uomo molto seguito nella plebe, ma senza
indicarne il nome. Secondo alcuni egli era pizzicagnolo (GIRAFFI, p.
242, ediz. 1648); secondo altri potecaro di frutti (POLLIO, _Istoria_)
e secondo altri farmacista d'infima condizione (DE TURRE, _O. c._ p.
99). Pochi lo chiamano Girolamo Donnarumma (DONZELLI, _O. c._ p. 138;
DE SANTIS, _O. c._ p. 212; CAPECELATRO, II, 40; DELLA MONICA, _O. c._
p. 158 v, il quale altrove aggiunge che fu impiccato nel decembre 1648,
f. 625).

D'altra parte nella fede di matrimonio di Grazia, sorella di
Masaniello, sposata ai 27 gennaio 1641, che io pubblicai nel citato
mio opuscolo, lo sposo porta il nome di Cesare di Roma di Gragnano.
Però avendo io esaminato i fuochi di quel Comune nell'Archivio di
Stato non rinvenni affatto tra essi il casato di _Roma_, e invece vi
trovai frequente quello di _Donnarumma_. Per chiarire la contraddizione
ho voluto pure riscontrare il decreto della Curia Arcivescovile
rilasciato per questo matrimonio, ma per gli anni 1640 e 1641 non si
trova ivi alcun decreto, che riguardi Grazia d'Amalfi e Cesare di Roma.
Aspettiamo dunque dal tempo qualche altro documento che ci illumini sul
proposito.

[307] ROBERTO GUISCARDI, _Di Tommaso Aniello d'Amalfi, forse in origine
de Fusco_. Napoli, Tip. Giannini (a. 1896) p. 19.

[308] Nel primo ventennio del secolo XVII il P. fra Maurizio
di Gregorio siciliano, dell'ordine dei PP. Predicatori, della
congregazione lombarda, fondò nella farmacopea del suo convento di
S.ª Caterina a Formello un Museo, nel quale unì, come dice il Parrino
(_Nuova guida per Napoli_, 1724, p. 257) “quanto di maraviglioso e di
raro potè raccogliere così di antichità come di pellegrino, facendone
un Museo ove si vedevano molte cose curiose di semplici, pietre
minerali, camei, idoletti e cose così per beneficio della salute come
per pascolo degli ingegni molto degni„. Di esso il Beltrano fece una
minuta descrizione nel 1625 in un libro intitolato: _L'idea per le
gallerie universali cavate dalle istorie di Napoli_ ecc. in 8º di p.
56, nel quale inserì un sonetto del cav. Marino composto allorchè andò
ad osservarlo. Il libro, comunque ristampato nel 1642 (Sarnelli, _Guida
del forastiero_, p. 79); è di una grande rarità e fu descritto, con la
solita diligenza, dal Minieri Riccio che lo possedeva nel: _Catalogo
di libri rari della sua biblioteca_, t. I, p. 45. Inoltre Io stesso
fondatore del Museo nel 1653 riuscì in una sua opera intitolata:
_Enciclopedia_ la detta descrizione a p. 887 col titolo: _Endelechie
delle gallerie dette nella 1º e 2º. Impressione: idea per fare le
gallerie universali._

Nel 1692, allorchè scriveva il canonico Celano, il Museo “era stato in
gran parte sfiorato e non ancora totalmente posto in ordine in quello
che vi era rimasto„ (CELANO, Notizie, t. I, p. 143). Senonchè nel
secolo successivo sebbene in gran parte mancante fu ordinato dal signor
Pietro Cecere, architetto e matematico nel modo che si vedeva allorchè
nel 1788 il Sigismondo scriveva. (_Descrizione della città di Napoli_,
t. I, p. 93).

Nel 1791 però il P. d. Pietro d'Onofrii, girolamino, che faceva la sua
dimora in quel convento non solo accrebbe notabilmente il Museo col
suo, che si avea con tanta cura unito ma anche lo pose in buonissimo
ordine e ne stampò una Guida per coloro che lo visitavano, come sopra
abbiamo detto, col seguente titolo: _Istruzione al Forastiere e al
Dilettante, intorno a quanto di antico, e di raro si contiene, nel
Museo del Real Convento di S. Caterina a Formello de' PP. Domenicani
Lombardi in questa Città di Napoli_, 1791 in 8º, e ne fece due edizioni
nello stesso anno. Indi di nuovo nel 1796 in 4º piccolo.

[309] _Istruz._ cit. p. 15.

[310] Spinoza, come dice il suo amico e biografo, “après s'êntre
perfectioné dans cet Art, il s'attacha au Dessin, qu'il apprit de
lui-même, et il réussit bien a tracer un portrait avec de l'encre ou du
charbon. J'ai entre les mains un livre entier de semblabes portraits
où l'on en trouve de plusieurs Personnes distinguées qui lui étoient
connues, ou qui avoient eu occasion de lui faire visite. Parmi ces
portraits je trouve à la 4 feuille un Pecheur dessinè en chemise, avec
un filet sur l'épaule droite, tout-à-fait semblable pour l'attitude au
fameux Chef des rebelles de Naples Massaniello comme il est représenté
dans l'Histoire et en taille-douce. et l'occasion de ce dessin je ne
dois pas omettre, que la Sr. Van der Spyck chez qui Spinoza logeoit
lorsqu' il est mort, m'a assuré que ce crayon, ou portrait, ressemblait
parfaitement bien à Spinoza, et que s'étoit assurément d'après lui-même
qu'il l'avoit tiré„ BENEDICTE DE SPINOZA, _Opera philosophica omnia_,
ed. Gfrörer, Stuttgardie, 1830, _Vita Spinozae a Colero scripta_, p.
XXXIII. Il Fischer, che riferisce questa notizia dal Colero nella sua
_Geschichte der nevern Philosophie_, 3ª ed., vol. I, p. II. pag. 132,
suppone che il disegno fosse fatto dallo Spinoza per esercizio negli
anni giovanili, quando il nome di Masaniello era in bocca a tutti.

[311] Debbo anche l'interpretazione di questa leggenda all'amico Croce.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come
le grafie alternative (molto numerose specie nella trascrizione di
documenti dell'epoca), correggendo senza annotazione minimi errori
tipografici.





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