Home
  By Author [ A  B  C  D  E  F  G  H  I  J  K  L  M  N  O  P  Q  R  S  T  U  V  W  X  Y  Z |  Other Symbols ]
  By Title [ A  B  C  D  E  F  G  H  I  J  K  L  M  N  O  P  Q  R  S  T  U  V  W  X  Y  Z |  Other Symbols ]
  By Language
all Classics books content using ISYS

Download this book: [ ASCII | HTML | PDF ]

Look for this book on Amazon


We have new books nearly every day.
If you would like a news letter once a week or once a month
fill out this form and we will give you a summary of the books for that week or month by email.

Title: Annali d'Italia, vol. 5 - dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Author: Muratori, Lodovico Antonio
Language: Italian
As this book started as an ASCII text book there are no pictures available.
Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Annali d'Italia, vol. 5 - dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750" ***

This book is indexed by ISYS Web Indexing system to allow the reader find any word or number within the document.



ANNALI D'ITALIA 5


                            ANNALI D'ITALIA

                     DAL PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE
                           SINO ALL'ANNO 1750


                              _COMPILATI_

                         DA L. ANTONIO MURATORI

                   E CONTINUATI SINO A' GIORNI NOSTRI


                        _Quinta Edizione Veneta_

                             VOLUME QUINTO


                                VENEZIA
                 DAL PREMIATO STAB. DI G. ANTONELLI ED.
                                  1846



ANNALI D'ITALIA

DAL PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE FINO ALL'ANNO 1500



    Anno di CRISTO MCCLIX. Indizione II.

    ALESSANDRO IV papa 5.
    Imperio vacante.


Se nel precedente anno s'affollarono le calamità sopra l'Italia, il
presente abbondò di consolazioni. Non era uomo _Eccelino_ da sofferir
compagni nel dominio di Brescia[1]. Per isbrigarsi dunque da Buoso
da Doara, che col _marchese Oberto_ Pelavicino comandava alla metà di
quella città, siccome ancora a Cremona, propose d'inviarlo per podestà
a Verona. Buoso, persona accorta, che prevedeva i pericoli imminenti
a chi si metteva in mano d'un tiranno sì sanguinario, ricusò con
bella maniera, e poi stette ben in guardia per non essere colto. Non
finì poi la faccenda, che il marchese Oberto e Buoso dovettero cedere
ad Eccelino la signoria intera di Brescia, e ritirarsi a Cremona.
Ma rimasero ben inaspriti per questo tradimento; e perciò Oberto
segretamente si collegò con _Azzo VII_ marchese d'Este, co' Ferraresi,
Padovani e Mantovani; e Buoso anche esso trasse nella stessa lega
Martino della Torre col popolo signoreggiante in Milano, mercè di una
concordia stabilita fra loro per conto di Crema. Ma neppure stette in
ozio Eccelino. Fece anch'egli una segreta lega coi nobili di Milano.
Non abbiamo storico alcuno milanese che ci abbia ben dicifrato lo stato
allora di quella città. Il solo fra Galvano dalla Fiamma, dell'ordine
de' Predicatori[2], scrive che sul fine di marzo nacque dissensione
fra lo stesso popolo dominante in Milano. Volle l'una delle parti per
suo capo Martino dalla Torre, l'altra Azzolino Marcellino. Prevalse
il Torriano colla morte dell'altro. Allora i nobili, paventando la
forza di questo capo e del popolo, elessero per loro capo Guglielmo
da Soresina, e si fecero forti. Affin di quetare sì fiere turbolenze,
si trasferì a Milano Filippo arcivescovo di Ravenna legato pel papa,
che mandò ai confini i due suddetti capi. Il che vien anche asserito
dall'autore degli Annali Milanesi[3], senza por mente che tuttavia
Filippo legato era detenuto prigione in Brescia da Eccelino, e che
per conseguente all'anno precedente, prima della prigionia di lui,
dovrebbe appartener questo fatto. Avendo Martino rotti i confini, se ne
tornò a Milano, e fece stare colla testa bassa la nobiltà. Il perchè
Guglielmo da Soresina ed altri nobili, andati a Verona, promisero ad
Eccelino di dargli in mano la città di Milano. L'autore degli Annali
suddetti di Milano ci vorrebbe far credere che Leone arcivescovo colla
fazion de' nobili fosse cacciato fuori di Milano, e ch'egli stesso
ricorresse ad Eccelino, con offerirgli il dominio di Milano: il che non
sembra verisimile. A mio credere, parte dei nobili restata in Milano,
e non già tutti, se l'intese con Eccelino. Lo stesso pare che si possa
ricavare da Rolandino e dal Monaco Padovano[4], e chiaramente lo dice
Guglielmo Ventura[5]. Comunque sia, sappiamo di certo che Eccelino,
siccome vedremo, si mosse alla volta di Milano, lusingandosi già
d'avere in pugno quella nobilissima città. Ma si vuol prima avvertire
che nell'aprile del presente anno[6] i Padovani s'impadronirono
di Lonigo e di Custoza, togliendole ai Vicentini. Arrivati anche
alla grossa ed abbondante terra di Tiene, le diedero il sacco ed il
fuoco. Poscia nel mese di maggio presero la terra di Freola, e, ben
fortificatala, vi lasciarono un sufficiente presidio. Ad Eccelino,
tuttavia dimorante in Brescia, fu portata questa nuova, ed essa fu la
fortuna di molti poveri Veronesi accusati di tradimento; imperciocchè
avendo egli spedita una brigata di Tedeschi a Verona per condurre que'
miseri a Brescia, udito il fatto di Freola, montò in sì gran collera,
che fatti fermar per istrada i Tedeschi, in persona, correndo il mese
di giugno, mosse l'armata, e, portatosi colà, ripigliò quella terra;
e tutto quel popolo che umilmente e tosto se gli arrendè, fece legare,
grandi e piccoli. Molti d'essi levò dal mondo, nè lasciò andarne alcuno
senza segno della sua barbarie, con aver[7] fatto cavar gli occhi, o
tagliare il naso o un piede ad alcuni, e castrare i restanti. Fu questo
l'ultimo spettacolo della crudeltà di quel mostro.

Tornato a Brescia il tiranno, attese ad accrescere l'armata sua,
con assoldar nuova gente, e raunar tutti gli amici, per passare alla
sospirata conquista di Milano. Ad assicurarsi bene della felicità di
così bella impresa altro non ci mancava che sapere il giorno favorevole
in cui si dovea muovere l'armata sua; e questo dipendeva dal saper
leggere nel libro delle stelle. Teneva egli a tal fine molti strologhi
in sua corte, che gli rivelarono il punto preciso; se con certezza, si
vedrà fra poco. Racconta il Monaco Padovano[8] che nella di lui corte
onorati si vedeano Salione canonico di Padova, Riprandino Veronese,
Guido Bonato da Forlì, e Paolo Saraceno colla barba lunga, che pareva
un altro Balamo: tutti strologhi a lui cari. Sul fine dunque di
agosto[9], fingendo di voler far l'assedio degli Orci, s'inviò colà con
tutto l'esercito e con un magnifico treno, seco conducendo tutta ancora
la milizia di Brescia. Diede il guasto ai contorni: nel qual tempo
anche il marchese Oberto Pelavicino con Buoso da Doara e coll'armata
de' Cremonesi andò ad accamparsi a Soncino in faccia agli Orci col
fiume Oglio interposto, per vegliare agli andamenti di quel serpente.
Mossesi ancora a tali avvisi Azzo marchese d'Este colla milizia
ferrarese, ed unitosi co' Mantovani, andò a postarsi a Marcheria
sullo Oglio, per essere a tiro di darsi mano coi Cremonesi, secondo
i bisogni. Nello stesso tempo Martino dalla Torre con un potente
esercito di Milanesi uscì in campagna, e venne fino a Pioltello, ossia
a Cassano presso all'Adda, mostrandosi pronto in aiuto de' Cremonesi,
qualora fosse occorso. Eccelino intanto, rimandata a casa la fanteria
bresciana, e ritenuti solo i cavalieri, una notte all'improvviso valicò
il fiume Oglio a Palazzuolo; e continuato il viaggio fino all'Adda,
per un guado, fatto prima riconoscere, passò anche l'altro fiume nel
dì 17 di settembre, e s'avviò speditamente verso Milano. Da quattro o
cinque mila cavalli menava egli con seco. V'ha ancora chi dice più.
Era spedita quella illustre città, se a tempo non giugneva al campo
milanese l'avviso de' fiumi valicati da Eccelino. Allora Martino dalla
Torre, che ben intese dove mirava l'astuto tiranno, precipitosamente
fece marciar l'esercito, ed ebbe la fortuna di entrare in Milano prima
che vi si avvicinasse il nemico, e di rompere con ciò tutti i di lui
disegni. A questo avviso Eccelino diede nelle smanie, nè ad altro pensò
che ad impossessarsi della nobil terra di Monza, oppure a tornarsene
a Brescia. Virilmente si accinsero alla difesa i cittadini di Monza,
in guisa che, svanito ancor questo colpo, Eccelino passò a Trezzo,
al cui castello fece dare un furioso assalto, ma con trovarvi dentro
chi non avea men cuore de' suoi. Dati dunque alle fiamme i borghi di
quella terra, si ridusse a Vimercato, dove lasciò prendere posa alla
sua gente. Mostrava egli al di fuori sprezzo de' suoi avversarii, ma
internamente era combattuto da molesti pensieri per vedersi in mezzo a
paese nemico, e coi possenti Milanesi alle spalle, e con fiumi grossi
da valicare. E più poi si conturbò, allorchè gli venne nuova che il
marchese d'Este co' Ferraresi, Cremonesi e Mantovani s'era inoltrato
fino all'Adda, per contrastargli il passo, ed avea anche preso il
ponte di Cassano, alla cui guardia egli avea dianzi lasciate alcune
delle sue squadre. Allora furibondo con tutti i suoi prese il cammino
alla volta di Cassano, perchè, se vogliam credere a ciò che taluno
racconta[10], un diavolo gli avea predetto, che morrebbe ad Assano.
Interpretò Eccelino questa parola per Bassano, terra sua e de' suoi
maggiori; ma si raccapricciò poi all'udire Cassano. Sarà stata questa
un'immaginazione del volgo. Ora con tal vigore spinse egli la sua
gente contro i difensori del ponte, che quasi quasi pareano inclinati a
cedere; ma eccoti una saetta che va a ferire Eccelino nel piè sinistro,
e se gli conficca nell'osso.

Per tal accidente corse lo spavento in tutte le di lui brigate; ma
egli, mostrando intrepidezza, si fece portar di nuovo a Vimercato,
dove, aperta la piaga, e cavatane la freccia, i chirurghi il curarono.
Salì egli animosamente a cavallo nel dì seguente, ed informato di
un guado nell'Adda, con ardire si mise a passarlo, e gli venne fatto
di condurre di là tutti i suoi squadroni. Ma intanto ecco comparire
Azzo marchese d'Este coi Ferraresi e Mantovani, ed Oberto Pelavicino
marchese e Buoso da Doara coi Cremonesi, e circondare il nemico
esercito. I primi a dare di sproni a' cavalli per salvarsi furono i
Bresciani. Il che veduto da Eccelino, col resto della gente sua, ma
di passo e senza mostrare paura, s'inviò per cercare ricovero sul
territorio di Bergamo. Non glielo permisero i collegati, i quali,
avventatisi addosso alle di lui brigate, immantinente le sbandarono,
con farne assaissimi prigioni. Il più illustre ed importante fra
questi fu lo stesso Eccelino, al quale, dappoichè restò preso, un
indiscreto soldato diede due o tre ferite in capo, per vendetta
di un suo fratello, a cui il tiranno avea fatto tagliare una
gamba. Il Malvezzi[11] scrive che tali ferite gli furono date da
Mazzoldo de' Lavelonghi nobile bresciano, prima ch'ei fosse preso.
Il felicissimo giorno, in cui questa insigne vittoria avvenne, fu
il 27 di settembre[12], festa de' santi Cosma e Damiano. A folla
correva la gente per mirar preso un uomo sì diffamato per la sua
indicibil crudeltà, come si farebbe ad un orribilissimo mostro ucciso,
caricandolo ognuno d'improperii, e i più vogliosi di finirlo. Ma
il marchese e Buoso da Doara non permisero che alcuno gli facesse
oltraggio; anzi, condottolo a Soncino, quivi il fecero curare con
carità dai migliori medici. Tali nondimeno erano le sue ferite, che
da lì ad undici giorni in età di circa settant'anni se ne morì tal
quale era vissuto, senza segno di penitenza, e senza mai chiedere i
sacramenti della Chiesa. Come scomunicato fu seppellito fuor di luogo
sacro in un'arca sotto il portico del palazzo di Soncino. Oltre a
quello che diffusamente della crudeltà inudita e degli altri esecrandi
costumi di Eccelino, scrissero Rolandino e il Monaco Padovano, è da
vedere Guglielmo Ventura, che nella Cronica d'Asti[13] fa un'esatta
dipintura di quel poco di bene e di quell'infinito male che si
trovava in questo sì spietato tiranno. Avvertì egli che quanti ciechi,
storpi ed altri segnati dalla mano di Dio, o degli uomini, andavano
limosinando per l'Italia, tutti diceano d'essere stati conci così da
Eccelino: del che egli si vendicò. L'autore eziandio della Cronica di
Piacenza[14] parla delle buone e ree qualità di Eccelino. Pur troppo è
vero che a niuno dei tiranni è mancato qualche lodatore.

Non si può già esprimere il giubilo e la festa che per tutta la
Lombardia si fece all'udire tolto dal mondo l'assassino di tanti
popoli, il cui nome era troppo in orrore, e facea tremare anche
i lontani. D'altro non si parlava allora che di questo felice
avvenimento. Certificati della sua morte i Padovani corsero a Vicenza
per liberar quella città dal presidio postovi dal tiranno[15]. Non
potendola avere, ne bruciarono i borghi, e se ne tornarono a casa.
Da lì a tre dì fuggiti i soldati di Eccelino, i Vicentini si misero
sotto la protezione de' Padovani, i quali poscia a poco a poco se ne
fecero assoluti padroni. Parimente si sottomise la terra di Bassano
a Padova, con che crebbe di molto la potenza di questa città. A
cagion di tali vicende in Trivigi non si credette più sicuro Alberico
da Romano fratello dello stesso Eccelino, perchè ben consapevole
dell'odio immenso de' Trivisani e dei circonvicini popoli, ch'egli
s'era comperato colla sua crudel tirannia, non inferiore a quella del
fratello. Però quel popolo, assistito dalla forza della repubblica
veneta, fatta sollevazione, si rimise in libertà, e prese per suo
podestà Marco Badoero nobile veneziano[16]. Altrettanto fece la città
di Feltre. Finalmente la città di Verona ricuperò anch'essa la libertà;
richiamò Lodovico conte di San Bonifazio e gli altri fuorusciti,
ed elesse per suo podestà Mastino dalla Scala, la cui casa, dopo
qualche tempo, giunse alla signoria di quella città. La sola città di
Brescia si trovò ostinata in non voler quella pace che l'altre città
aveano abbracciata. Vi signoreggiava allora la fazion ghibellina, e
per quanto di forza e di preghiere adoperassero i fuorusciti guelfi,
sostenuti dalle città aderenti alla Chiesa, non poterono mai ottenere
di ripatriare. S'interpose fra le parti discordi l'astuto marchese
Pelavicino[17], e girò l'affare in maniera che, introdottosi in
Brescia, si fece eleggere signore di quella città dal popolo, lasciando
così delusi i fuorusciti, de' quali poi si dichiarò nemico. Avendo
egli trovato quivi tuttavia carcerato _Filippo arcivescovo_ di Ravenna,
legato del papa, benchè pregato con efficaci lettere da esso pontefice,
non si seppe indurre a rilasciarlo. Volle Dio che, ciò non ostante,
il buon prelato riacquistasse la libertà. Aiutato da chi gli volea
bene, una notte si calò egli felicemente con una fune dal palazzo, in
cui era custodito; ed uscito con segretezza fuori della città, dove
trovò preparato un cavallo, senza punto fermarsi, arrivò all'amica
città di Mantova. Teneva in questi tempi il marchese Oberto suddetto
corrispondenza col _re Manfredi_, e ne ricavava dei buoni aiuti di
borsa per sostenere il partito dei Ghibellini in Lombardia. Degli
amici ne avea in abbondanza per le città di questa provincia, perchè
considerato come capo d'essa fazione dopo la morte di Eccelino.

Nella lega ch'esso marchese Oberto avea fatta nel dì 11 di giugno
dell'anno presente in Brescello con Azzo marchese d'Este e d'Ancona,
con Lodovico da San Bonifazio, appellato conte di Verona, e coi comuni
di Mantova, Ferrara e Padova, la quale distesamente vien rapportato
da Antonio Campi storico cremonese[18], si legge: _Quod domini marchio
estensis, et comes Veronae, et, communia Mantuae, Ferrariae et Paduae,
habeant semper, teneant et foveant excellentissimum dominum Manfredun
regem Siciliae in amicum, et dent operam, quod dictus dominus rex ad
concordiam reducatur cum Ecclesia_. Per questo accordo fu il marchese
Oberto assoluto da non so qual religioso dalla scomunica; ma, siccome
osserva il Rinaldi[19], papa _Alessandro IV_ dichiarò nulla tale
assoluzione, nè volle ammettere Oberto e la lega suddetta, s'egli non
rinunziava all'amicizia e lega del re Manfredi. Prima che terminasse
il presente anno, Martino dalla Torre, capo de' popolari dominanti in
Milano[20], all'avviso che dopo la morte di Eccelino i nobili milanesi
fuorusciti s'erano rifuggiti in Lodi, accolti quivi dalla possente
famiglia da Sommariva, coll'esercito andò sotto quella città, nè
solamente costrinse a partirne i nobili, ma ancora divenne egli padrone
di quella città. Ciò non ostante, in considerando l'odio, l'invidia e
la forza de' nobili milanesi nemici suoi, e temendo d'essere un dì o
l'altro abbattuto, prese la risoluzione di gittarsi anche egli nelle
braccia del marchese Oberto Pelavicino, figurandosi di poter continuare
la sua autorità sotto l'ombra di lui. Operò dunque che il popolo
milanese prendesse per signore esso marchese solamente per cinque anni
col salario annuo di quattromila lire. Si trasferì pertanto Oberto a
Milano con secento cavalli ed altra soldatesca, parte cremonese e parte
tedesca, e, ricevuto con grande onore dai Milanesi, diede principio
al suo governo, e dipoi vi lasciò per governatore Arrigo marchese di
Scipione suo nipote. Ed ecco che quando si credea a terra la fazion
ghibellina per la morte di Eccelino, risorger essa vigorosa più che
mai. Aggiungono gli storici milanesi, che Oberto coll'andare del tempo
non corrispose alle speranze de' Torriani, studiandosi di abbassarli,
ma non gli venne già fatto; e noi vedremo tuttavia signoreggiare
in Milano la famiglia dalla Torre. Sollevaronsi in quest'anno[21]
gl'instabili Romani contra del loro senatore, cioè contra di Castellano
d'Andalò, zio del defunto Brancaleone, verisimilmente per maneggio
del papa, che nol potea sofferire; e, creati due senatori, andarono
ad assediarlo in una delle fortezze di Roma, dove egli s'era ritirato.
Bravamente si difese Castellano, confidato sempre di non averne male,
dacchè in Bologna erano ben guardati gli ostaggi a lui pure dati dai
Romani. Nella giunta alle storie di Matteo Paris si legge, che nel
presente anno papa Alessandro IV scomunicò il re Manfredi. Lo stesso
abbiamo dalla Cronica di Fra Pipino[22], e vien anche confermato dagli
storici napoletani. Abbiamo dal Guichenon[23], che _Tommaso conte_ di
Savoia, e già di Fiandra, principe rinomato per molte sue azioni, mancò
di vita nel dì primo di febbraio di questo anno: il che viene eziandio
asserito dagli Annali di Genova[24]. Da questo principe discende la
real casa di Savoia, oggidì regnante in Sardegna, Savoia, Piemonte,
Monferrato e in altre città. Perchè gli Astigiani non s'inducevano
a rilasciare i di lui figliuoli, dati loro in ostaggio, venne in
quest'anno a Genova il _cardinale Ottobuono_ del Fiesco, zio materno
d'essi principi, per passare ad Asti, e trattare della lor libertà.
_Pro liberatione nepotum ejus, filiorum quondam domini Thomae comitis
Sabaudiae._ Sono parole del Continuatore di Caffaro. Che esito avesse
il suo negoziato non apparisce. Fu bensì del tumulto in Genova al
ritorno di questo cardinale, perchè si temeva che egli facesse maneggio
per far deporre Guglielmo Boccanegra, il quale nell'anno 1257 era stato
creato capitano del popolo di Genova contro la fazion de' nobili. Ma
si quetò il rumore. Cominciò nell'anno presente _Carlo conte _d'Angiò
e di Provenza a mettere il piede nel Piemonte, dove si sottoposero
alla di lui signoria la città d'Alba e le terre di Cunio, Monte Vico,
Piano e Cherasco. E gli Aretini[25] una notte sorpresero la città di
Cortona, che era fortissima; ne disfecero le mura e le fortezze, e la
suggettarono al loro dominio, non senza grave sdegno e doglianza de'
Fiorentini.

NOTE:

[1] Roland., lib. 11, cap. 12.

[2] Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 293.

[3] Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.

[4] Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Italic.

[5] Ventura, Chron. Astens., cap. 2, tom. 11 Rer. Ital.

[6] Roland., lib. 11, cap. 16.

[7] Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[8] Monach. Patavinus, in Chron.

[9] Roland., lib. 12, cap. 2.

[10] Annal. Mediolan.

[11] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.

[12] Monachus Patavinus. Gualvaneus Flamma.

[13] Ventura, Chron. Astens., cap. 2, tom. 2 Rer. Ital.

[14] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[15] Roland., lib. 12, cap. 10.

[16] Monach. Patavinus.

[17] Malvecius, Chron. Brixian.

[18] Antonio Campi, Istoria di Cremona.

[19] Raynald., in Annal. Eccl.

[20] Chronic. Placentin. Annales Mediol. Gualvan. Flamma.

[21] Matth. Paris, Hist. Angl.

[22] Pipinus, Chron., tom. 9 Rer. Ital.

[23] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. I.



    Anno di CRISTO MCCLX. Indizione III.

    ALESSANDRO IV papa 6.
    Imperio vacante.


Andavano alla peggio gli affari dell'imperio de' Latini in Levante[26].
Però _Baldovino imperadore_, e il despota della Morea vennero in
persona in Italia a chiedere soccorsi ad esso Manfredi e al papa.
Avrebbe desiderato il pontefice di prestar loro aiuto; ma le forze
mancavano. Il solo Manfredi sarebbe stato valevole colle sue forze a
quell'impresa, se non si fosse scusato col non essere in grazia della
Sede apostolica, e colla necessità di dovere star in buona guardia
contro gli attentati della corte di Roma, la quale facea continui
maneggi per torgli il regno e darlo ad altro principe. Voglioso il
despota di levare di mezzo gli intoppi, andossene nel gennaio di questo
anno a trovare il pontefice, e trattò seco di pace. Condiscendeva
il non superbo papa Alessandro IV a riconoscere Manfredi per re e
a concedergli l'investitura, a condizione ch'egli restituisse gli
Stati e i beni tolti ai fuorusciti, e scacciasse dal regno tutti i
Saraceni, siccome nemici della religione, e gente che niun rispetto
portava alle chiese, e faceva mille mali in tempo di guerra. Al primo
punto consentiva Manfredi; al secondo non seppe accomodarsi. Non si
fidava egli dei nazionali suoi sudditi cristiani, ben sapendo che non
mancavano maniere alla corte di Roma di guadagnarli, e conoscendo
assai l'istabilità de' suoi baroni. La speranza di mantenersi era
da lui posta nelle numerose brigate de' Saraceni di Nocera, che
Roma non avrebbe mai potuto guadagnare. Il perchè sospettando che
la corte pontificia, qualora egli si fosse spogliato del braccio di
quegl'infedeli, più facilmente l'avrebbe potuto opprimere, rigettò
la proposizione, e piuttosto pensò a tirarne degli altri, non so se
dalla Sicilia, o pure dall'Africa, giacchè non ignorava i trattati
che si andavano facendo per muovere contro di lui l'armi di qualche
potente principe cristiano. Infatti ne fece venir moltissime bande,
che approdarono a Taranto e ad Otranto nel mese di maggio. Poscia
nel seguente luglio li mandò addosso alla Campania romana, ed egli
stesso (seguita a dire lo Spinelli) _andò in Romagnia, e tutta la
voltò sossopra_. Col nome di _Romagnia_ altro non si dee intendere,
se non la Romania greca, dove per difesa del despota suo suocero,
Niceforo Gregora[27] confessa che il re Manfredi spedì le sue truppe.
Nulla poi parlando Saba Malaspina, storico pontificio di questi tempi,
d'invasione fatta da Manfredi negli Stati della Campania, suddita della
Chiesa, questa si può sospettare insussistente, oppur cosa di poco
momento. In questi tempi il partito ghibellino della Lombardia, Toscana
e marca d'Ancona, fatto ricorso al patrocinio di Manfredi, trovò
buona accoglienza nella sua corte. Poche erano le città, i cui popoli
non fossero guasti dalle pazze parzialità, e però divisi fra loro.
Insigne ed ostinata era questa divisione nella marca suddetta[28]; ed
avendo i Ghibellini implorata l'assistenza di Manfredi, egli spedì
colà Percivalle da Oria suo parente con della cavalleria, il quale
trovò resistente a' suoi comandamenti la città di Camerino. L'ebbe
finalmente a patti; ma quel popolo da lì a poco per paura di lui
se ne fuggì, lasciandola abbandonata. Ancor qui la storia è molto
digiuna. Ma non così quella di Toscana. Perchè i ghibellini fuorusciti
di Firenze s'erano ritirati a Siena, città della stessa fazione, i
Fiorentini le mossero guerra[29]. Non aveano i Sanesi forze da potere
resistere alla potenza di Firenze; per questo i fuorusciti, seguendo
il consiglio di Farinata degli Uberti, lor capo ed uomo accortissimo,
spedirono ambasciatori al re Manfredi per impetrar soccorso. Con gran
fatica ne ottennero cento uomini d'armi tedeschi. Trovandosi poi essi
fuorusciti a Siena, in tempo che i Fiorentini erano venuti a oste
contra quella città, un dì avendo ben imboracchiata questa squadra
d'ausiliari, consigliatamente la spinsero addosso al campo nemico, ad
oggetto di maggiormente impegnare Manfredi alla lor difesa. Un fiero
squarcio nelle masnade fiorentine fecero i Tedeschi caldi del vino; ma
infine restarono tutti morti; e l'insegna di Manfredi, strascinata pel
campo, fu poi trionfalmente recata in Firenze. Rimandarono i Sanesi
e i fuorusciti i loro ambasciatori a Manfredi con venti mila fiorini
d'oro; e raccontate le immense prodezze di quei pochi Tedeschi, e lo
strapazzo fatto dai Fiorentini alla di lui bandiera, l'indussero a
spedire in Toscana Giordano da Anglone, conte di San Severino, con
ottocento cavalli. Con questo rinforzo, e coll'aiuto dei Pisani e
degli altri ghibellini di Firenze, ebbero i Sanesi un corpo di mille
ottocento cavalieri, la maggior parte tedeschi, e sparsero voce di
voler assediare Montalcino.

Per mezzo di due frati minori ingannati fece nello stesso tempo lo
scaltro Farinata segretamente intendere ai rettori di Firenze, che
quei di Siena darebbono loro una porta della città, purchè loro
facessero un regalo di diecimila fiorini, e venissero con grande
esercito a prenderne il possesso, sotto la finta di andare a fornir
Montalcino. Caddero nella ragna i Fiorentini. Richiesero la loro
amistà, ed avuta gente da Bologna, Lucca, Pistoia, Samminiato, San
Geminiano, Volterra, Perugia ed Orvieto, misero insieme un'armata
di più di trenta mila persone, e v'ha chi la fa ascendere sino a
quaranta mila[30]. Col carroccio e con fasto grande, come se andasse
ad un trionfo infallibile, si mosse l'oste fiorentina; ed arrivata che
fu a Montaperti nel dì 4 di settembre, in vece di veder comparir le
chiavi di Siena, eccoli uscirle addosso colla cavalleria tedesca tutto
il popolo di Siena in armi ed attaccar battaglia. Non s'aspettavano
i Fiorentini un incontro sì fatto; pure, ordinate le schiere, si
accinsero al combattimento; ma perchè molti traditori, ch'erano nel
campo loro, passarono in quel de' Sanesi, atterrita la cavalleria
fiorentina, si levò tosto di mezzo colla fuga, lasciando la misera
fanteria alla discrezion de' nemici. La mortalità di questi si fa
ascendere da Ricordano a due mila e cinquecento; da altri a quattro
mila. De' rimasti prigioni Ricordano parla solamente di mille e
cinquecento di quelli del popolo, e de' migliori di Firenze e di Lucca;
il che non può stare. Saba Malaspina[31] ne fa presi fin quindici mila;
e questo par troppo. Eccede poi ogni credenza il dirsi negli Annali di
Pisa[32] che dieci mila furono gli estinti e ventimila i prigionieri.
Quel che è certo, la sconfitta fu grandissima e delle più memorande di
questi tempi; e tale si compruova dagli effetti: il che suol essere il
più veridico segno delle grandi o picciole sconfitte. Sì sbigottita,
sì infievolita restò per questo colpo la città di Firenze, che le
nobili famiglie guelfe, per non soggiacere agl'insulti de' vincitori
Ghibellini, senza pensar punto alla difesa, come avrebbono potuto fare,
sloggiarono e andarono a piantar casa in Lucca. Fecero il simile i
Guelfi di Prato, di Pistoia, di Volterra, di San Gemignano e d'altre
terre e castella di Toscana coll'abbandonar le loro patrie, le quali
si cominciarono da lì innanzi a reggere a parte ghibellina. Nel dì 17
di settembre entrò il conte Giordano colle sue brigate, e cogli usciti
Fiorentini nella città di Firenze; ed appresso, avendo dovuto tornare
in Puglia, lasciò per vicario in Toscana Guido Novello de' conti Guidi.
Tennesi in Empoli un parlamento dai Sanesi, Pisani, Aretini, e dagli
altri caporali ghibellini, dove uscì fuori la matta proposizione di
distruggere affatto Firenze, come principal nido della parte guelfa.
Guai se non v'era Farinata degli Uberti, che caldamente si opponesse
a sì cruda voglia; quella bella città era sull'orlo della totale sua
rovina. Insomma gran cambiamento di cose avvenne in quest'anno in
Toscana, perchè, a riserva di Lucca, tutta quella provincia trasse
a parte ghibellina. Erasi, come dicemmo, ritirato Alberico da Romano
con tutta la sua famiglia nel castello di San Zenone sui confini del
Trivisano, fabbricato con tal cura, che per fortezza inespugnabile
era tenuto da tutti[33]. Ma i Trivisani, ricordevoli delle tante
ingiurie ricevute da questo tiranno, e ansiosi di sradicar dal mondo la
terribile e micidial razza de' signori da Romano, uscirono in campagna
sul principio di giugno, e, ricevuti soccorsi da Venezia, Padova,
Vicenza e da altri luoghi, strinsero d'assedio il suddetto castello,
e cominciarono a tempestarlo colle petriere e con tutte le macchine
e ordigni di guerra, che si usavano in questi tempi[34]. Tuttociò a
nulla avrebbe servito, se non si fosse adoperata un'altra più possente
macchina, cioè l'oro, con cui Mesa da Porcilia, ingegnere, oppur
comandante della cinta inferiore d'esso castello si lasciò guadagnare.
Sovvertì costui alquanti Tedeschi del presidio, i quali nel dì 25
d'agosto in un assalto fingendo di difendere, aiutarono gli assedianti
ad impadronirsi di quelle fortificazioni. Disperato Alberico si rifugiò
colla moglie e co' suoi figliuoli nella torre superiore; ed affinchè
si salvassero i suoi uomini, giacchè sapea che la festa era fatta per
lui, diede loro licenza di rendersi a buoni patti. Nel dì 26 del mese
suddetto fu consegnato Alberico con sua moglie Margherita, e quattro
suoi figliuoli maschi e due figliuole, in mano de' vincitori che ne
fecero gran tripudio. Marco Badoero podestà di Trivigi tanto tempo lor
concedette, quanto occorreva per confessarsi. Poscia sugli occhi del
padre furono senza misericordia alcuna tagliati a pezzi gli innocenti
fanciulli colla lor giovane madre; e finalmente colla morte di Alberico
si diede fine a quella orrida tragedia. Obbliarono in tal congiuntura
quei popoli le leggi dell'umanità; ma sì fiero era l'odio contro il
tiranno, sì grande la paura, che, lasciando in vita alcun rampollo di
così potente e crudel famiglia, a cui non mancavano parenti ed amici,
potesse un dì risorgere in danno loro, che ad occhi chiusi la vollero
sterminata dal mondo.

Celebre ancora fu l'anno presente per una pia novità, che ebbe
principio in Perugia, chi disse da un fanciullo, chi da un romito, il
quale asserì d'averne avuta la rivelazione da Dio[35]. Predicò questi
al popolo la penitenza, con rappresentar imminente un gravissimo
flagello del cielo, se non si pentivano e non faceano pace fra
loro. Quindi uomini e donne di ogni età istituirono processioni con
disciplinarsi, ed invocare il patrocinio della Vergine madre di Dio.
Da Perugia passò a Spoleti questa popolar divozione, accompagnata
da una compunzione mirabile, e di là venne in Romagna. L'un popolo
processionalmente, talora fino al numero di dieci e venti mila persone,
si portava alla vicina città, e quivi nella cattedrale si disciplinava
a sangue, gridando misericordia a Dio e pace fra la gente. Commosso il
popolo di quest'altra città; andava poscia all'altra, di maniera che
non passò il verno che si dilatò una tal novità anche oltramonti, e
giunse in Provenza e Germania, e fino in Polonia. Nel dì 10 d'ottobre
gl'Imolesi la portarono a Bologna[36], e venti mila Bolognesi vennero
successivamente a Modena[37], altrettanti Modenesi andarono a Reggio e
Parma, e così di mano in mano gli altri portarono il rito sino a Genova
e per tutto il Piemonte. Ma Oberto Pelavicino marchese e i Torriani non
permisero che questa gente entrasse nei territorii di Cremona, Milano,
Brescia e Novara; e il re Manfredi anch'egli ne vietò l'ingresso
nella marca d'Ancona e nella Puglia, paventando essi qualche frode
politica sotto l'ombra della divozione: del che fa gran doglianza il
Monaco Padovano[38]. Gli effetti prodotti da questa pia commozion de'
popoli furono innumerabili paci fatte fra i cittadini discordi, colla
restituzion della patria ai fuorusciti; e le confessioni e comunioni,
che erano assai trascurate in così barbari tempi; e le conversioni, non
so se durevoli, delle meretrici, degli usurai, e di altri malviventi
e ribaldi; e l'istituzione delle confraternite sacre in Italia, che,
a mio credere[39], ebbero allora principio sotto nome di compagnia
dei Divoti o dei Battuti, con altri beni concernenti il miglioramento
delle pietà e dei costumi, troppo allora disordinati nelle città
italiane. Ma perciocchè tal divozione nacque e si diffuse senza
l'approvazione del sommo pontefice, nè mancavano in essa disordini per
la confusion degli uomini colle donne[40], per gli alimenti di tanti
pellegrini, o per la mischianza ancora di alcuni errori, venne essa
meno in poco tempo, e fu anche riprovata da molti. Perchè i Bolognesi
non voleano rendere gli ostaggi de' Romani, se prima non era messo in
libertà Castellano d'Andalò lor cittadino, senatore di Roma[41] papa
_Alessandro IV_ sottopose in quest'anno all'interdetto la lor città,
per cui si partirono molti cherici, e li privò eziandio dello Studio.
S'accrebbero per questo le dissensioni civili in quella città fra non
poche famiglie nobili, e ne seguirono combattimenti ed ammazzamenti.
Tali discordie non dimeno non impedirono che, essendo venuti all'armi
i Guelfi e Ghibellini di Forlì, non accorresse colà l'esercito dei
Bolognesi, con far prigioni e condurre a Bologna assaissimi della
fazion ghibellina. La Cronica Bolognese ha che, in occasione della
divozion de' Battuti, ossia de' Flagellanti, giunta a Roma, quel popolo
rilasciò tutti i prigioni, e fra gli altri la famiglia del suddetto
Castellano; e ch'egli medesimo ebbe la sorte di potersene fuggire. Ma,
o forse tal fuga accadde nell'anno seguente, oppure non per questo i
Bolognesi s'indussero a licenziar gli ostaggi, volendo prima che fosse
rifatto il danno e rimediato all'affronto. Circa questi tempi, per
opera di un giovane tedesco, Monte di Trapani in Sicilia si ribellò al
re _Manfredi_[42]; e, portatosi a quella volta Federigo, ossia Festo
Maletta vicario del re, vi fu proditoriamente ucciso dal medesimo
Tedesco. Ma accorsovi il marchese Federigo Lancia, capitan generale
della Sicilia, obbligò quel popolo alla resa. Durava tuttavia lo sdegno
del marchese Oberto Pelavicino contra de' Piacentini, dappoichè era
stato scacciato dalla signoria di quella città. Fu rimessa la decisione
di tal controversia[43] in Buoso da Doara e in Martino dalla Torre,
i quali proferirono un assai ragionevole laudo. Ma i cittadini di
Piacenza nol vollero accettare. Irritato per questo il marchese Oberto,
formato un esercito di Cremonesi, Milanesi, Bresciani, Astigiani,
Cremaschi e Comaschi, ostilmente entrò nel distretto di Piacenza, ed,
impadronitisi del castello di Ponte Nura, con farvi prigioni ducento
settanta uomini, dopo averlo ben guernito e fortificato, se ne tornò a
Cremona. Tolto fu loro anche Noceto dai fuorusciti; ed avendo spedito
colà alcune squadre d'armati per ricuperarlo, furono queste sconfitte,
e bruciati poi e presi altri luoghi nel distretto di Piacenza. Per le
quali disavventure si trattò di nuovo di pace, e tornarono i Landi e
Pelavicini fuorusciti in quella città.

NOTE:

[24] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.

[25] Ricordano Malaspina, cap. 160.

[26] Matteo Spinelli, Diario, tom. 8 Rer. Ital.

[27] Niceph. Gregora, Histor.

[28] Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 2.

[29] Ricordano Malaspina.

[30] Chron. Sanense, tom. 15 Rer. Ital.

[31] Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 4.

[32] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.

[33] Roland., lib. 2, cap. 13.

[34] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[35] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital. Henric. Stero,
Annal. Augustan.

[36] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[37] Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.

[38] Monach. Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.

[39] Antiq. Ital., Dissert. LXXV.

[40] Longin., Hist. Polon., lib. 7.

[41] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCLXI. Indizione IV.

    URBANO IV papa 1.
    Imperio vacante.


Dimorava tuttavia in Viterbo papa _Alessandro IV_, quando Iddio il
chiamò a miglior vita nel dì 25 di maggio dell'anno presente[44], per
premiare la sua placida pietà e rara umiltà, per le quali virtù egli si
astenne sempre dall'imbrogliare il mondo con guerre: sebbene riportò
per questo il titolo di semplice e di troppo buono da chi o non assai
conosce lo spirito della Chiesa, od è pieno solamente dello spirito
del mondo. Raunaronsi i cardinali per l'elezione del successore.
Erano solamente otto, e neppur queste otto teste seppero per più
di tre mesi accordarsi ad elegger alcun di loro: tanto avea saputo
penetrare in quel piccolo drappello la discordia e l'invidia. Per
accidente capitò alla sacra corte _Jacopo patriarca_ di Gerusalemme,
nato bensì in Troia di Francia, di padre plebeo[45], ma di elevato
ingegno, di molta prudenza, di gran sapere e d'altre belle doti ornato,
per le quali era già salito in alto, e meritò ancora di giugnere al
non più oltre. Giacchè apparenza non si vedeva che i cardinali dal
lor grembo cavassero un nuovo papa, s'avvisarono essi di sollevare
alla cattedra di san Pietro il suddetto patriarca. Nel dì dunque 29
d'agosto l'elessero, ed egli assunse il nome di _Urbano IV_. Siccome
uomo di petto e di massime diverse dal suo predecessore, non tardò a
far conoscere il suo sdegno contra di Manfredi, occupatore del regno di
Sicilia, e a preparare i mezzi per abbatterlo. Il Rinaldi, seguitando
il Summonte autore moderno, e gli slogati racconti di Matteo Spinelli,
crede[46] che in quest'anno _Roberto conte_ di Fiandra venisse in
Italia con buon esercito, e spedito dal pontefice minacciasse d'entrare
in Puglia, a cui si opponesse colle sue forze Manfredi. Se questo
accadesse veramente nell'anno presente, io non ardirei di asserirlo.
Abbiamo bensì di certo che, trovando esso papa Urbano sì sminuito il
collegio dei cardinali, nel dicembre di quest'anno fece una promozione
al cardinalato di nove personaggi, insigni non meno per la bontà
della vita che per la letteratura. Quanto a _Manfredi_, circa questi
tempi egli cominciò un trattato d'alleanza con _Jacopo re_ d'Aragona,
esibendo al di lui figliuolo _Pietro_ per moglie _Costanza_, a lui
nata da _Beatrice_ figliuola di _Amedeo conte_ di Savoia, e sua prima
moglie. Gli offeriva anche dote grossa. Il non aver Manfredi figliuoli
maschi fece in fine credere assai vantaggioso questo partito agli
Aragonesi. E quantunque il papa facesse di grandi maneggi per disturbar
tali nozze, pure si conclusero, e Costanza nobilmente accompagnata
passò a Barcellona nell'anno seguente. Uno strano accidente occorse
pure circa questi tempi in Sicilia. All'osservare alcuni che un certo
pitocco, per nome Giovanni da Cocchiera, ossia da Calcara, uomo assai
attampato[47], rassomigliava forte nelle fattezze al defunto imperador
_Federigo II_, cominciò una voce, che s'andò sempre più ingrossando,
che Federigo era vivo. Negava il pezzente d'essere tale; ma non
mancarono persone che per loro fini particolari l'indussero in fine
a spacciarsi per desso: cosa che cagionò dei gravi tumulti per tutta
l'isola. Si ritirò costui nella città di Agosta, e quivi cominciò
a trattarsi da principe, e a sostener bene il suo personaggio nella
commedia con folla di gente bassa che gli prestava fede. Ma Riccardo
conte di Marsico prese così ben le sue misure, che trucidati alcuni
dei suoi partigiani, e sbandati gli altri, diede all'impostore quel
guiderdone che conveniva al suo merito. Si trasferì poscia in Sicilia
il re Manfredi, per quetare i moti di quei popoli, e specialmente di
chi mirava di mal occhio la casa di Suevia. Tenne un general parlamento
in Palermo, ricevette de' considerabili donativi, ne fece egli degli
altri secondo il suo costume, e con ciò risorse dappertutto la pace.

Passò quest'anno per Milano il _cardinale Ottaviano_ degli Ubaldini,
che veniva di Francia[48]. Ne partì mal soddisfatto de' Torriani,
e seco condusse alla corte pontificia _Ottone_ della nobil casa de'
Visconti di Milano, che era allora solamente canonico nella terra di
Desio; Ottone, dissi, che vedremo in breve arcivescovo di Milano.
Giunto in Bologna esso cardinale[49], per commissione avutane dal
papa, trattò della liberazion degli ostaggi romani; ed ottenutala,
levò l'interdetto alla città, e restituì tutti i privilegii a quei
cittadini. Fecero in quest'anno lega i nobili usciti di Milano col
comune di Bergamo; nè solamente furono ammessi in quella città, ma
insieme con essi, passato il fiume Adda, presero ed incendiarono
Licurti castello de' Milanesi. Allora il popolo di Milano tutto in
armi uscì in campagna, pieno di mal talento contra de' Bergamaschi, i
quali, senza voler aspettare la lor visita, spedirono tosto per aver
pace. L'ottennero, ma a condizione di rifar tutti i danni al popolo
di Licurti, e di licenziare i nobili milanesi: il che ebbe effetto. Si
ridussero molti di que' nobili a Brianza, ed occuparono il castello di
Tabiago; ma corso colà Martino dalla Torre con buono sforzo di gente,
obbligò i difensori alla resa, e tutti li condusse incatenati nelle
carceri di Milano. In quest'anno Giacomazzo dei Trotti e parecchi
altri, già stati della fazione di Salinguerra, fecero in Ferrara[50]
una congiura contra di _Azzo VII marchese_ d'Este loro signore.
Scoperta la trama, e presi, lasciarono il capo sopra il patibolo.
Nella Cronica di Bologna ciò viene riferito all'anno seguente. Nella
città d'Asti ebbe principio una fiera nimicizia tra i Solari e i
Gruttuarii[51], due principali famiglie d'essa città, per cui seguirono
molti omicidii, ed altri gravi sconcerti, che durarono anni parecchi.
Essendosi il popolo di Piacenza[52] di già accordato col _marchese
Oberto_ Pelavicino, in quest'anno gli diede la signoria della città
per quattro anni avvenire, ed egli ne venne a prendere il possesso
con grandioso accompagnamento, e poi se ne tornò a Cremona. Visconte
Pelavicino suo nipote, lasciato da lui suo vicario in Piacenza, da lì
a non molto ito con ischiere armate a Tortona, indusse quel popolo a
mettersi nella stessa maniera sotto la signoria del marchese Oberto
suo zio. Tolta fu in quest'anno ai Latini la città di Costantinopoli
dai Greci[53]. Vi entrò _Michele Paleologo_, il quale s'era fatto
proclamare imperador d'Oriente. _Baldovino imperadore_ latino sulle
navi de' Veneziani fuggito, si ritirò a Negroponte. Nè si dee tacere
una vergognosa azione dei Genovesi d'allora[54]. L'implacabile odio
che essi aveano conceputo contra dei Veneziani per la rotta lor data
ad Accon, congiunto coll'avidità del guadagno, li spinse a far lega
con esso Paleologo, il qual diede loro in premio la città di Smirna
con varie esenzioni e privilegii[55]. Un forte aiuto per questo di
galee, navi e gente contribuirono essi Genovesi al Greco per debellare
i Latini. Furono perciò scomunicati da papa Urbano; ma essi più
che mai continuarono a far quanto di male poterono ai Veneziani. In
Toscana[56] il conte Guido Novello, vicario del re Manfredi, nel mese
di settembre coi ghibellini toscani fece oste contra di Lucca, rifugio
de' Guelfi sbanditi. Tolse a quel comune Castelfranco, Santa Maria a
Monte e Calvoli; ma non potè aver per assedio Fucecchio. Non veggendo
i suddetti fuorusciti fiorentini rimedio alcuno alle loro calamità,
si avvisarono di spedire in Germania a chiamar _Corradino_, figliuolo
del già re Corrado, acciocchè venisse in Italia, per opporlo al re
Manfredi; ma non vi acconsentì la regina sua madre, tra per l'età
troppo giovanile del figliuolo, e per la conoscenza della difficoltà
dell'impresa. Benchè Dio avesse liberata la marca di Trivigi ossia di
Verona, dalle barbariche mani della casa da Romano, pure i Veronesi[57]
seguitavano la lor persecuzione contra di Lodovico conte di San
Bonifazio. Ora questi nell'anno presente con altri fuorusciti di
Verona, e il marchese Azzo Estense coi Ferraresi ostilmente si mossero,
ed arrivarono fin cinque miglia presso a Verona, con credenza di poter
entrare in quella città, dove probabilmente aveano delle intelligenze.
Andò loro fallito il colpo. Nel tornarsene indietro s'impadronirono
di Cologna, Sabbione, Legnago e Porto. Queste ultime due terre da lì
a nove mesi tornarono sotto la signoria di Verona. Fu istituito in
quest'anno in Bologna[58] l'ordine militare della B. Vergine Maria da
Loteringo di Andalò e Gruamonte de' Caccianemici nobili bolognesi,
da Schianca de' Liazari e Bernardino da Sesso, nobili reggiani,
e da Rinieri degli Adelardi, nobile modenese, co' quali s'unirono
molti altri nobili di esse città. Furono appellati dal popolo frati
gaudenti, ossia godenti, perchè teneano le lor mogli e possedevano i
lor beni senza fatica o pericolo alcuno, dandosi bel tempo, con godere
intanto varii privilegii, diversamente da quel che praticavano i tre
insigni ordini militari, istituiti in Terra santa. Col tempo venne
meno quest'ordine, ma servì d'esempio ad istituirne degli altri, che
tuttavia fioriscono ai nostri giorni.

NOTE:

[42] Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 5.

[43] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[44] Henric. Stero. Theodoric. Vallicolor., in Vita Urbani IV, P. I,
tom. 3 Rer. Ital. Nangius, et alii.

[45] S. Antonin., P. III, tit. 19.

[46] Raynald., in Annal. Eccles.

[47] Sabas Malaspina. Continuator Nicolai de Jamsilla. Barthol. de
Neocastro.

[48] Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 297.

[49] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[50] Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.

[51] Guillelmus Ventur., tom. 16 Rer. Ital.

[52] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[53] Raynald., Annal. Eccles.

[54] Caffari, Annal. Genuens, lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.

[55] Monach. Patavinus, in Chron.

[56] Ricord. Malaspina, cap. 171.



    Anno di CRISTO MCCLXII. Indizione V.

    URBANO IV papa 2.
    Imperio vacante.


Durava tuttavia la contesa dell'imperio fra _Riccardo conte_ di
Cornovaglia ed _Alfonso re_ di Castiglia, eletti amendue re in
discordia, senza che il papa sopra ciò prendesse risoluzione alcuna,
per timore di disgustar l'uno, se favoriva l'altro[59]. Impazientatisi
per così lunga e perniziosa vacanza alcuni principi di Germania,
inclinavano già ad eleggere _Corradino_ di Suevia, figliuolo del re
Corrado. Giuntane la notizia al pontefice _Urbano IV_, scrisse agli
elettori delle forti lettere, affinchè non facessero questo passo,
tanto abborrito dalla corte romana, con intimar la scomunica a chiunque
contravvenisse. Altre misure prese nello stesso tempo per abbattere
in Italia il _re Manfredi_. Leggesi una sua lettera a _Jacopo re_
d'Aragona, il quale avea scritto al papa per rimettere in grazia di lui
esso Manfredi, giacchè questi, sì bramoso di pace, non trovava se non
durezze nella corte pontificia. Urbano rigetta sopra di Manfredi tutta
la colpa del non essersi fatta la pace, e si diffonde in iscreditarlo
per quanto può, cominciandolo dagl'indecenti suoi natali, ad esagerando
varie sue colpevoli azioni, vere o credute vere, con esortare infine
il re ad astenersi dalle nozze della figliuola di Manfredi con suo
figliuolo _don Pietro_, e a non proteggere un palese nemico della
Chiesa romana. La lettera è scritta in Viterbo nel dì 26 di aprile;
e da essa apparendo che non era per anche effettuato il matrimonio di
_Costanza_ coll'infante don Pietro, è fallace chi lo riferisce all'anno
1260. Fece di più il pontefice. Cercò ancora di mandare a terra co'
suoi maneggi la lega fatta da _Lodovico IX_, poi santo re di Francia,
col suddetto re d'Aragona, e il progettato matrimonio d'_Isabella_
figliuola dell'Aragonese con _Filippo_ primogenito d'esso re Lodovico,
quantunque con gran pompa ne fossero stati solennizzati gli sponsali.
Il matrimonio nondimeno si fece, dappoichè furono date sicurezze al
papa di non dar assistenza alcuna nè agli Aragonesi, nè a Manfredi in
pregiudizio della santa Sede. Ma il maggior colpo di politica adoperato
dalla corte romana fu di esibire a quella di Francia il regno della
Sicilia. Pose il papa di nazion franzese gli occhi sopra _Carlo conte_
d'Angiò e Provenza, parendogli il più atto a questa impresa; e perocchè
egli era fratello del re Lodovico, ne trattò a dirittura col re
medesimo, con fargli gustare la bellezza e la facilità dell'acquisto.
Da una lettera del papa si scorge che il re, siccome principe
di delicata coscienza, non sapeva accomodarsi alla proposizione,
per timor di pregiudicare ai diritti dell'innocente _Corradino_,
discendente da chi avea con tanti sudori ricuperato quel regno dalle
mani degl'infedeli, e agli altri diritti che avea acquistato _Edmondo_
figliuolo del re d'Inghilterra per l'investitura della Sicilia a lui
data dal defunto papa _Alessandro IV_. Ma il pontefice gli levò questi
scrupoli di testa, e andò disponendo anche l'animo di Carlo conte
d'Angiò a così bella impresa.

Teneva Martino dalla Torre[60] nelle carceri una gran copia di nobili
milanesi, fatti prigioni nell'anno precedente. Fu messo in consiglio
che si avesse a far di loro. Erano di parere alcuni de' popolari
che, con levarli di vita, si togliesse lor l'occasione di far più
guerra alla lor dominante fazione. Martino rispose: _Quanto a me,
non ho mai saputo far un uomo, nè generar un figliuolo. Però neppur
voglio ammazzare un uomo_. Seguendo questa onorata massima, li mandò
tutti ai confini, chi a Parma, chi a Mantova e Reggio. Il popolo di
Alessandria in questo anno si riconciliò coi suoi fuorusciti, e li
rimise in città, con prendere per podestà il conte Ubertino Landi
Piacentino[61]. Ma nel novembre la famiglia del Pozzo fu forzata ad
uscire di quella città. I Sanesi[62], che nell'anno addietro si erano
impadroniti di Montepulciano, e vi aveano fabbricato un cassero, cioè
una fortezza, nel presente scacciarono dalla lor città la parte guelfa.
Intanto il conte Guido Novello, vicario del re Manfredi in Toscana[63],
a petizione de' Pisani, e colle lor forze ancora, tornò a far oste
sopra le terre de' Lucchesi. Prese Castigliano, sconfisse l'esercito
lucchese e gli usciti di Firenze, e fece molti prigioni. Ebbe dipoi
il castello di Nozzano, il ponte a Serchio, Rotaia e Sarzana. Negli
Annali Pisani[64] si veggono diffusamente narrati i fatti de' Pisani
contra de' Lucchesi, e non già sotto l'anno presente, ma bensì sotto
il susseguente, per cagione probabilmente della differente era: il
che vien anche attestato da Tolomeo da Lucca[65]. Perciò nell'anno, a
mio credere, seguente, il comune di Lucca, al vedersi così spelato, e
col timore anche di peggio, e inoltre per desiderio di riavere i suoi
prigioni, molti de' quali, presi nella rotta di Monte Aperto, penavano
tuttavia nelle carceri di Siena, segretamente cominciò a trattare
col conte Guido di fare i suoi comandamenti. Si convenne dunque che
Lucca riavesse i suo prigioni e le sue castella; che entrasse nella
lega dei Ghibellini di Toscana; e che prendesse vicario, coll'obbligo
di cacciar dalla città gli usciti di Firenze, ma non già alcuno de'
suoi cittadini. Ciò accordato ed eseguito, non rimase, in Toscana
città nè luogo che non si reggesse a parte ghibellina; e nulla giovò
che il papa vi mandasse per suo legato il _cardinal Guglielmo_, con
ordine di predicar la croce contra degli uffiziali del re Manfredi.
Per questa cagione gli usciti Fiorentini colle lor famiglie dopo molti
stenti si ridussero a Bologna, città che gli accolse con molto amore.
Tolomeo da Lucca mette questi fatti all'anno seguente. L'esempio del
_marchese Oberto_ Pelavicino, divenuto signore di Cremona, Brescia,
Piacenza ed altre città, e quello di _Martino dalla Torre_, dominante
in Milano, servì ai Veronesi per creare in quest'anno[66] capitano
della loro città _Mastino della Scala_: dignità che portava seco la
signoria. Così la famiglia della Scala diede principio al suo dominio
in quell'illustre città. Deposero i Genovesi[67] nell'anno presente
il loro capitano Guglielmo Boccanegra, venuto già in odio del popolo,
perchè a guisa di tiranno s'era dato a governar la città; e presero
per podestà Martino da Fano dottore di leggi. Essendo mancata in
Guglielmo figliuolo di Paolo la potente e nobil casa da Traversara
in Ravenna, e rimastavi una sola figliuola, per nome Traversana[68],
_Stefano_, figliuolo di _Andrea re_ d'Ungheria e di Beatrice Estense,
la prese per moglie, e n'ebbe in dote quell'ampia eredità. Stava questo
povero principe[69] nella corte del marchese Azzo VII d'Este, suo zio
materno, che il trattava da par suo, giacchè il _re Bela_ suo fratello
barbaramente gli negava fino il vitto e il vestito. Si truova egli
negli strumenti d'allora[70] intitolato _dux Sclavoniae_, e presso
Girolamo Rossi[71] _dominus domus Traversariorum_. Toltagli poi questa
moglie dalla morte, passò alle nozze con Tommasina della nobil casa
Morosina di Venezia, che gli partorì _Andrea_; e questi poi fu re
d'Ungheria.

NOTE:

[57] Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[58] Memor. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Ghirardacci, Istor.
di Bologna nell'indice.

[59] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[60] Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 298. Annales Mediolan., tom.
16 Rer. Ital.

[61] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[62] Chron. Senense, tom. 15 Rer. Ital.

[63] Ricordano Malaspina, cap. 173.

[64] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.

[65] Ptolomeus Lucens. Annal. Brev., tom. 11 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCLXIII. Indizione VI.

    URBANO IV papa 3.
    Imperio vacante.


Erano ben gravi in questi tempi gli sconcerti della cristianità[72].
In Soria andavano a precipizio gli affari di quei cristiani; i Tartari
e i Saraceni desolavano quel poco che loro restava, e colle scorrerie
giugnevano fino ad Accon. Era in pericolo anche Antiochia. Aggiungasi
la rabbiosa guerra che durava fra i Veneziani e i Genovesi, per cui
giù erano accaduti fra loro varii conflitti. I Greci, già tornati in
possesso di Costantinopoli, minacciavano gli Stati, de' quali erano
rimasti padroni i Latini, e specialmente l'Acaia. Per procurar dunque
rimedio a tanti malanni, il pontefice _Urbano_ scriveva caldissime
lettere al santo re di Francia _Lodovico_, richiedeva, ed anche
minacciando, danari dalle chiese di Francia e d'Inghilterra, ma
con ritrovar que' prelati poco compiacenti a contribuire, per varie
ragioni ch'essi adducevano. E si può ben credere disapprovato da molti,
che il papa, col non volere dar pace al _re Manfredi_ in Italia, nè
permettere l'esaltazione di _Corradino_ in Germania (mentre _Alfonso
re_ di Castiglia e _Riccardo_ d'Inghilterra contendevano tuttavia fra
di loro), lasciasse in un totale sconvolgimento, per l'avversione
alla casa di Suevia, questi due regni, che avrebbono potuto aiutar
la causa comune della cristianità. Ed appunto in quest'anno esso papa
citò di nuovo Manfredi a comparire[73], per giustificarsi, se potea,
di varii reati a lui apposti. Manfredi volea in persona venire alla
corte pontificia, e giunse con tal disegno fino ai confini del regno;
ma perchè gli parve di non aver sufficiente sicurezza da mettersi
in mano di chi era sì fortemente alterato contra di lui, non andò
più innanzi. In vece sua spedì ambasciatori, acciocchè umilmente
allegassero le scuse e giustificazioni sue; ma queste non ebbero la
fortuna di essere ascoltate[74]. Anzi furono interpretati per frodi
ed inganni tutti i passi di Manfredi, perchè concordia non si voleva
con lui; e intanto, secondo la Cronica di Reggio[75], con cui va
d'accordo Giovanni Villani[76], o era conchiuso, o certamente era
vicino a conchiudersi il trattato di dare il regno della Sicilia e
Puglia a _Carlo conte_ d'Angiò e di Provenza. Gli sconvolgimenti che
in questi tempi accaddero in Inghilterra, disobbligarono il papa da
ogni impegno dianzi contratto con quel re per conto della Sicilia.
Accomodossi anche a tal contratto il buon re di Francia _Lodovico IX_,
perchè non poca suggezione gli recava esso conte Carlo suo fratello,
dacchè sì spesso facea de' tornei, con tirare a sè i baroni di Francia.
Molto più volentieri vi acconsentì lo stesso Carlo, pel desiderio
di conquistare un sì bel regno: al che tuttodì l'istigava ancora
_Beatrice_ sua moglie, siccome quella che ardeva di voglia d'avere
il titolo di regina, per non essere da meno delle sue sorelle regine
di Francia e d'Inghilterra. Per altro non si può negare che non fosse
il conte Carlo degno di qualsivoglia maggior fortuna, perchè principe
di maestoso aspetto, e il più prode che fosse allora nelle armi, di
raro intendimento e saviezza; nè si poteva eleggere dopo i re principe
alcuno che fosse al pari di lui capace di condurre a fine sì rilevante
impresa. Secondo gli Annali di Genova[77], la flotta genovese, composta
di trentotto galee, siccome collegata con _Michele Paleologo_, nuovo
imperador de' Greci, andò per impedire che i Veneziani non portassero
soccorso a Negroponte, e venne con esso loro alle mani; ma si partì
malcontenta da quel conflitto. Navigò poscia verso Costantinopoli;
e non essendosi potuta accordare col Paleologo, se ne tornò dipoi a
Genova, ricevuta dal popolo con assai richiami ed accuse. Abbiamo dal
Dandolo[78], che nella suddetta battaglia presero i Veneziani quattro
galee de' Genovesi. Mancò di vita nell'anno presente, per attestato
di Galvano Fiamma[79], _Leone da Perego_ arcivescovo di Milano nella
terra di Legnano, e quivi fu vilmente seppellito. Nell'elezione del
successore s'intruse la discordia, di maniera che l'una parte elesse
_Raimondo dalla Torre_, fratello di _Martino_ signore di Milano, che
era allora arciprete di Monza, e l'altra _Uberto da Settala_ canonico
ordinario del duomo. Si prevalse di tale scisma il papa per crearne uno
a modo suo coll'esclusione di amendue gli eletti, giacchè in questi
tempi cominciarono i papi a metter mano nell'elezion de' vescovi,
con giugnere infine a tirarla tutta a sè, quando nel secolo undecimo
tanto s'era fatto per levarla agli imperadori e re cristiani, e
restituirla ai capitoli e popoli, secondo il prescritto degli antichi
canoni. Contrario in questi tempi agli interessi temporali della corte
pontificia era il governo e dominio dei Torriani e del _marchese
Oberto_ Pelavicino di Milano, perchè di fazion ghibellina, e però
trovandosi col cardinale Ottaviano degli Ubaldini _Ottone visconte_,
ad istanza di esso cardinale, fu questi creato arcivescovo di Milano:
cosa notabile per la storia di Lombardia, perchè di qui ebbe i suoi
principii la fortuna e potenza dei Visconti di Milano. Informato di ciò
Martino dalla Torre, se l'ebbe forte a male, tra per veder tolta alla
sua casa l'insigne mitra di Milano, e perchè Ottone, siccome di casata
nobile, avrebbe tenuto il partito degli altri nobili fuorusciti suoi
nemici, ed opposti al governo popolare dominante in Milano: nel che
non s'ingannò. Gli Annali Milanesi[80] ed altri autori mettono prima
di quest'anno la morte di Leone e l'elezion di Ottone. E veramente par
difficile l'accordar ciò che segue colla cronologia di Galvano.

Per ordine dunque del pontefice venne il nuovo arcivescovo Ottone in
Lombardia[81], e andò nel dì primo d'aprile a posarsi in Arona, terra
della sua mensa sul lago Maggiore. A questo avviso i Torriani col
marchese Oberto fecero oste sopra quella terra, e non men coll'armi
che coll'oro saggiamente adoperato la ridussero ai lor voleri. Ottone
secondo i patti uscito libero di là, se ne tornò a Roma; e i Torriani
spianarono nel dì cinque di maggio la rocca d'Arona, ed appresso quelle
eziandio d'Anghiera e di Brebia, spettanti all'arcivescovato[82].
Nè di ciò soddisfatti, occuparono l'altre terre e rendite degli
arcivescovi: per le quali violenze fu messa la città di Milano sotto
l'interdetto. Ma non andò molto che gravemente s'infermò Martino dalla
Torre; ed allorchè vide in pericoloso stato la sua vita, il popolo
milanese elesse in suo signore il di lui fratello _Filippo_. Morì
poscia Martino, e gli fu data sepoltura nel monistero di Chiaravalle
nel dì 18 di dicembre, presso Pagano dalla Torre suo padre. In
questo medesimo anno la città di Como più che mai fu sconvolta da due
fazioni, l'una dei Rusconi, e l'altra de' Vitani. La prima elesse per
suo signore Corrado da Venosa; e l'altra il suddetto Filippo dalla
Torre. Prevalse la possanza di Filippo, e perciò a lui restò l'intero
dominio anche di quella città. Parimente in Verona[83] _Mastino dalla
Scala_ maggiormente assodò il suo dominio, con iscacciarne Lodovico
conte di San Bonifazio e tutti i suoi aderenti, cioè la parte guelfa;
nè da lì innanzi la casa de' nobili di San Bonifazio, che tante
prerogative in addietro avea godute in quella città, vi potè rientrare,
per ricuperar almeno in parte l'antico suo decoro. Non mancarono in
quest'anno delle dissensioni civili nella città di Bologna[84], per
le quali seguirono ammazzamenti, e furono banditi più di ducento tra
nobili, dottori e popolari. Anche la città d'Imola venne lacerata
dall'animosità delle fazioni; e perciocchè ne fu cacciata la parte de'
Geremei, i Bolognesi andarono colà a campo, e riebbero quella città,
con ispianarvi dipoi i serragli e le fosse. Nè perciò quivi la pace
allignò. Per la seconda volta, se pure non fu una sola, Pietro Pagano,
il più potente di quella città, non solamente ne scacciò la parte de'
Britti, ma anche il podestà messovi da' Bolognesi, con distruggere le
lor case e torri. Sdegnato per questo insulto il comune di Bologna,
vi spedì l'esercito, che rimise in dovere quel popolo. Ciò forse
appartiene all'anno seguente. Aggiugne il Sigonio[85] che anche in
Faenza si provò il medesimo pernicioso influsso delle fazioni, con
averne quel popolo fatta uscire la famiglia degli Acarisi, ed essersi
sottratta dal dominio de' Bolognesi. Ma non aspettò essa l'armi per
tornare all'ubbidienza del comune di Bologna. Da una lettera di papa
Urbano IV all'arcivescovo di Ravenna data in Orvieto nel dì quinto di
gennaio dell'anno presente, e riferita da Girolamo Rossi[86], vegniamo
a conoscere che esso pontefice avea fatto de' processi _contra Ubertum
Pelavicinum, necnon et adversus quasdam communitates, et quosdam
nobiles ac magnates provincia e Lombardiae_, cioè contra le città e i
principi che teneano la parte ghibellina, quasi che il ghibellinismo
fosse diventato un gran delitto, e solamente fosse buon cristiano chi
era della parte guelfa.

Ed era ben infelice in questi tempi la maggior parte dell'Italia. Niuna
quasi delle città e terre da' confini del regno di Puglia sino a quei
della Francia e Germania andava esente da queste maledette fazioni,
cioè de' nobili contrarii al popolo, oppure de' Guelfi nemici dei
Ghibellini. Riposo non v'era. Ora agli uni, ora agli altri toccava
di sloggiare, o di andarsene in esilio. E ne avvenivano di tanto in
tanto sedizioni, civili risse e combattimenti, colla rovina delle case
e torri di chi andava di sotto. Da Roma stessa per tali divisioni era
bandita la quiete, di modo che il pontefice Urbano, poco fidandosi
di quella instabile cittadinanza, meglio amò di fissar la sua stanza
in Orvieto. Le città ancora più forti, ansiose di stendere la lor
signoria, per poco faceano guerra alle vicine di minor possanza. Con
tutto poi lo studio de' sacri inquisitori, e non ostante il rigor
delle pene, invece di sradicarsi l'eresia de' Paterini, ossia delle
varie sette de' Manichei, questa andava piuttosto crescendo. Altro poi
tuttodì non si udiva che scomuniche ed interdetti dalla parte di Roma.
Bastava d'ordinario seguitare il partito ghibellino, e toccar alquanto
le chiese, perchè si fulminassero le censure, e si levassero i sacri
uffizii alle città. Per tacere degli altri luoghi, tutto il regno di
Puglia e Sicilia si trovò sottoposto all'interdetto; ed uno dei gravi
delitti dell'imperador Federigo II e del re Manfredi fu l'averne voluto
impedir l'esecuzione. Se per tali interdetti, che portavano un grande
sconcerto nelle cose sacre, ne patissero e se ne dolessero i popoli,
e se crescesse perciò oppure calasse la religione e la divozion de'
cristiani, e provassero piacere o dispiacere gli eretici d'allora,
ognun per sè può figurarselo. Si aggiunsero le guerre, e talvolta
le crociate, fatte dalla Chiesa, non più contro ai soli infedeli, ma
contro agli stessi principi cristiani, e per cagion di beni temporali:
il che produceva de' gravi incomodi al pubblico. Per sostenere i lor
proprii impegni, se i principi dall'un canto aggravavano lo chiese
e commettevano mille disordini, anche i papi dall'altro introdussero
per tutta la Cristianità delle gravezze insolite alle chiese, delle
quali diffusamente parla Matteo Paris[87], con esprimere le cattive
conseguenze che ne derivavano. In somma abbondavano in questi tempi
i mali in Italia, e della maggior parte di essi si può attribuir
l'origine alla discordia fra il sacerdozio e l'imperio, risvegliata
sotto Federigo I Augusto, e continuata, anzi cresciuta dipoi sotto i
suoi discendenti. Noi, che ora viviamo, dovremmo alzar le mani al cielo
che ci tratta sì bene. Certamente neppur mancano guai ai nostri tempi;
e quando mai mancheranno alla terra, paese de' vizii? Tuttavia brevi
mali sono i nostri, anzi cose da nulla, in paragon di quelli che nel
presente secolo terzodecimo, e nei due antecedenti e susseguenti patì
la misera Italia. Finirò il racconto di questo anno, con dire che in
Parma[88] fu gran discordia fra le parti della Chiesa e dello imperio,
se si aveva da accettar per signore il marchese Oberto Pelavicino.
Si venne finalmente ad un accordo, con cui promisero i Parmigiani di
aiutare in qualsivoglia occasione esso marchese, e di pagargli ogni
anno mille lire di salario, obbligandosi all'incontro anch'egli di
non venir mai a Parma senza il consentimento di quel popolo. Questo
accordo, benchè si discreto, fu motivo bastante al papa per mettere
l'interdetto in Parma. E chi non si maraviglierà de' tempi di allora?
Secondo la Cronica di Siena[89], nell'anno presente i Guelfi fuorusciti
di essa città furono sconfitti alla Badia di Spineta dai Ghibellini
sanesi e tedeschi, e ne restarono molti prigioni, che poi con danaro si
riscattarono.

NOTE:

[66] Paris de Cereta, Annal. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[67] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.

[68] Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital. Gualvaneus
Flamma, in Manip. Flor.

[69] Richobaldus, in Pomar., tom. 9 Rer. Ital. Matth. de Griffonibus,
Memor. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.

[70] Antiquit. Italic., Dissert. XIV.

[71] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.

[72] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[73] Continuat. Nicolai de Jamsilla. Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 7.

[74] Theodoricus de Vallicol., in Vita Urbani IV, P. I, tom. 3 Rer.
Ital.

[75] Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[76] Giovanni Villani, lib. 6, cap. 90.

[77] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.

[78] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[79] Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 299.

[80] Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.

[81] Stephanardus de Vimercato, tom. 9 Rer. Italic.

[82] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[83] Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[84] Matth. de Griffonibus, Memor. Bononiens., tom. 18 Rer. Italic.

[85] Sigonius, de Regno Ital., lib. 19.

[86] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.

[87] Matth. Paris, Hist. Angl.



    Anno di CRISTO MCCLXIV. Indizione VII.

    URBANO IV papa 4.
    Imperio vacante.


L'anno fu questo in cui il romano pontefice _Urbano IV_ istituì la
festa del Corpo di Cristo[90]. E perciocchè egli finalmente si avvide
che il fulmine degli interdetti, sì allora frequenti, si volgeva in
danno della santa religione, e raffreddava anche i buoni nel culto
di Dio e negli esercizii della pietà, temperò il rigor di quel rito,
incognito per tanti secoli alla Chiesa di Dio, e introdotto solamente
per castigar popoli cattivi, e non già popoli innocenti, con permettere
a porte chiuse ed esclusi gli scomunicati, l'uso delle messe e de'
sacramenti. Se non nel precedente anno, certamente nel presente, fu
stabilito l'accordo fra il pontefice e _Carlo conte_ d'Angiò e di
Provenza. Siccome fu accennato di sopra, avea prima esso papa esibito
il regno di Sicilia e Puglia al santo re di Francia _Lodovico IX
_per uno de' suoi figliuoli; ma questi non volle accudire a sì fatto
acquisto, in cui conveniva adoprar l'armi per levarlo a _Corradino_,
che vi avea sopra delle buone ragioni, e per dispossessarne _Manfredi_,
amendue principi cristiani. Contentossi bensì che il suddetto Carlo
suo fratello accettasse l'offerta fattagli dal pontefice con quelle
condizioni che si leggono negli Annali Ecclesiastici del Rinaldi.
Accadde che in questi tempi saltò in testa al popolo romano di volere
per senatore e capo un principe potente. Una parte proponeva il re
Manfredi; un'altra il conte d'Angiò e di Provenza; e fu ancora proposto
_Pietro_ primogenito di _Jacopo re_ di Aragona. Al papa non piacque tal
novità per giusta paura che un principe di molta possanza pregiudicasse
di troppo all'autorità temporale pontificia in Roma, e massimamente
se la dignità fosse conferita in vita al nuovo senatore. Il perchè
egli stesso, per escludere gli altri due mal veduti concorrenti, aiutò
l'esaltazione del conte Carlo sua creatura al grado senatorio, ma con
certi patti ch'egli non ebbe difficoltà di accettare, perchè altrimenti
protestava il papa di non volergli attener la promessa del regno di
Sicilia[91]. Acconciati che furono questi affari, spedì Carlo a Roma
un suo vicario a prendere il possesso della dignità senatoria. Non
erano ignoti a Manfredi questi trattati del papa tendenti alla sua
rovina; e però anch'egli cominciò a far de' preparamenti. Nè solamente
si tenne sulla difesa, ma diede principio alle offese, con inviare
un grosso corpo di Saraceni e Tedeschi sul territorio romano, e con
tirare nel suo partito Pietro da Vico, signor potente nelle parti
del Patrimonio di San Pietro[92]. Fu occupata dall'armi di Manfredi
la città di Sutri, e ricuperata da Pandolfo conte dell'Anguillara
colla rotta da' Saraceni. Per esso Manfredi in Roma stessa il partito
de' Ghibellini andava macchinando delle sedizioni, e Riccardo degli
Annibaldi s'impadronì d'Ostia. Mandarono a voto le trame e i tentativi
del suddetto Pietro da Vico, che, avendo intelligenza in Roma, si
pensava di potervi entrare. Restò costui sconfitto dai Romani. E
quantunque l'esercito di Manfredi sotto il comando di Percivalle d'Oria
avesse preso molte castella, pure in vicinanza di Rieti ebbe una grave
percossa dall'esercito pontificio crocesignato: giacchè Urbano avea
fatta predicar la croce contra di Manfredi, assolvendo chiunque l'avea
presa per andar contro gl'infedeli, purchè militasse contra di questo
più vicino nemico.

Succederono altri combattimenti, ora prosperi ed ora contrarii,
secondo l'uso della guerra, ch'io tralascio, per dire che intanto,
dopo essersi trattenuto papa Urbano circa due anni in Orvieto, ben
trattato e ricevuto da quel popolo, gli convenne infine ritirarsene mal
soddisfatto. Perchè gli Orvietani presero il castello di Bizunto e lo
ritennero per sè contro la volontà del papa, egli se ne partì e andò
a Perugia. Infermatosi per istrada, appena fu giunto in quella città,
che diede fine a' suoi giorni, nel dì due d'ottobre; e fu creduto[93]
che una gran cometa, la quale cominciò a vedersi d'agosto, e sparve
allorchè egli mancò di vita, avesse predetta la sua morte. Le azioni
illustri di questo pontefice si veggono descritte in versi da Teodorico
di Valcolore[94], dal Rinaldi[95] e da altri. Vacò dipoi la santa
Sede quattro mesi e cinque giorni, non potendosi accordare i cardinali
nell'elezione del successore, benchè tempi sì pericolosi e sconcertati
esigessero un pronto rimedio. In quest'anno ancora _Azzo VII_ marchese
d'Este[96], mentre governava in istato pacifico la città di Ferrara,
pagò il tributo della natura, correndo il dì 17 di febbraio, nell'anno
cinquantesimo di sua età, e ventesimoquarto del suo principato in
Ferrara: principe di gloriosa memoria per l'insigne sua pietà, per
la sua clemenza e per altre virtù, costantissimo sempre nel partito
della Chiesa, contro tutti gli sforzi di Federigo II Augusto, di
Eccelino e d'altri suoi nemici. Leggonsi le sue lodi presso il Monaco
Padovano. L'autore della Cronica picciola di Ferrara[97], tuttochè
gran Ghibellino, confessa che chiunque ancora de' Ferraresi era della
fazion ghibellina, con vere lagrime onorò la di lui sepoltura. Di due
Beatrici Estensi monache, le quali per le loro virtù meritarono il
titolo di beate, l'una fu sua sorella, l'altra figliuola. Lasciò egli
erede dei suoi Stati _Obizzo_ suo nipote, nato dal figliuolo _Rinaldo_,
a lui premorto. Appena fu ritornato il popolo dal di lui funerale, che
nella piazza si tenne un general parlamento, dove di comun consenso
fu proclamato signor di Ferrara il suddetto marchese Obizzo[98], a cui
fu conferito un'ampia balìa. Secondo gli Annali Vecchi di Modena[99],
e per attestato d'altri scrittori[100], circa la metà di dicembre, la
fazione degli Aigoni, cioè de' Guelfi di Modena, capi de' quali erano
Jacopino Rangone e Manfredi dalla Rosa, cacciò fuori della città la
parte ghibellina, appellata de' Grasolfi. Accorsero nel dì seguente in
aiuto d'essi Guelfi il marchese d'Este, cioè Obizzo suddetto, con assai
brigate di Ferraresi, e Lodovico conte di San Bonifazio co' Mantovani.
Abbiamo da Ricordano Malaspina[101] che anche i fuorusciti guelfi di
Toscana, abitanti allora in Bologna, intervennero a questa cacciata de'
Ghibellini da Modena, e vi restarono morti alcuni d'essi. Ed affinchè
gli usciti non si ritirassero a Gorzano, quel castello fu preso e
smantellato. La mutazion di Modena si tirò dietro quella di Parma[102].
Ivi ancora vennero alle mani i Guelfi coi Ghibellini. De' primi erano
capi i Rossi. Finalmente, dopo varii combattimenti e bruciamenti di
case, i Ghibellini si diedero per vinti nel dì 29 di dicembre, e furono
eletti due podestà, cioè Giberto da Correggio e Jacopo Tavernieri,
con licenziare Manfredi de' Pii da Modena, allora podestà, e Matteo
da Gorzano parimente Modenese, eletto per l'anno venturo, che erano
di fazion ghibellina. Ebbero origine i movimenti di queste due città
dalla nuova già sparsa che Carlo d'Angiò conte di Provenza preparava
un poderoso esercito per passare in Italia contra del re Manfredi,
e in soccorso della parte guelfa. Di qui prese animo anche _Filippo
dalla Torre_, signoreggiante in Milano[103], di abbracciare il partito
de' Guelfi, con liberarsi del _marchese Oberto_ Pelavicino, la cui
condotta era già finita. Partissi da Milano con amarezza grande il
Pelavicino, e giunto a Cremona, in odio dei Torriani fece prendere
quanti mercanti milanesi passavano per Po. Unironsi ancora con lui i
nobili fuorusciti di Milano, dacchè videro sempre più allontanarsi
la speranza di rientrar nella patria. Seguì perciò guerra fra essi
Torriani e il marchese Oberto, ma senza avvenimenti degni di memoria.
Intanto si sottomisero volontariamente al dominio d'esso Filippo dalla
Torre le città di Bergamo, Novara, Vercelli e Lodi, la qual ultima
forse solamente ora, e non prima, come già Galvano dalla Fiamma ci avea
fatto sapere, elesse per suo signore il suddetto Filippo.

NOTE:

[88] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[89] Chron. Senense., tom. 9 Rer. Ital.

[90] Raynald., in Annal. Eccl.

[91] Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 10.

[92] Continuator Nicolai de Jamsilla. Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 10.
Theodoric. Vallicolor., in Vita Urbani IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[93] Ricordano Malaspina, cap. 175.

[94] Theodericus Vallicolor., P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[95] Raynaldus, Annal. Ecclesiast.

[96] Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.

[97] Chron. Parvum Ferrariens., tom. 8 Rer. Ital.

[98] Antichità Estensi., P. II, cap. 2.

[99] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

[100] Chronic. Parmens., tom. 9 Rer. Ital. Memorial. Potestat.
Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[101] Ricordano Malaspina, cap. 174.

[102] Chron. Parmense, tom. 9 Rerum Ital.

[103] Gualvaneus Flamma, Manip. Flor., cap. 300. Annales Mediol., tom.
16 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCLXV. Indizione VIII.

    CLEMENTE IV papa 1.
    Imperio vacante.


Finalmente nel dì nove (come vuole il Rinaldi[104]), oppur nel dì
cinque (come ha Tolomeo da Lucca[105]) di febbraio del presente anno
fu eletto da' cardinali per successore di san Pietro _Guido vescovo
_sabinense, nato nella terra di Santo Egidio della Provenza, ossia
della Linguadoca, personaggio di rara bontà di vita e di singolare
umiltà. Avea avuta moglie e figliuoli. Rimasto vedovo, si arrolò
nella milizia clericale; fu creato vescovo d'Anicy, oppure di Aux,
poscia arcivescovo di Narbona e cardinale, e finalmente assunto al
pontificato romano. Perchè egli si trovava allora in Francia, impedito
dal passare in Inghilterra, tennero i cardinali segreto lo scrutinio,
e a lui spedirono con egual segretezza l'avviso dell'elezione caduta
nella di lui persona. Sen venne egli perciò incognito a Perugia,
dove, dopo molta resistenza, prestò il suo consenso, e dopo essere
stato consecrato ed aver preso il nome di _Clemente IV_, andò a
mettere la sua residenza in Viterbo. Furono da lui approvate tutte
le determinazioni del suo predecessore intorno alla concessione del
regno di Sicilia e Puglia a _Carlo conte_ di Provenza, e alla sua
venuta in Italia. Mossesi infatti questo principe nella primavera
dell'anno presente da Marsilia con venti galee, accompagnato da _Luigi
di Savoia_, e venne alla volta di Roma. Non avea tralasciato Manfredi
di prendere le possibili precauzioni per frastornare l'arrivo del
competitore. Una considerabil flotta di galee e di navi[106], tanto
sue che de' Pisani, fu inviata alla sboccatura del Tevere. Quivi
con travi, pali, sassi si cercò d'impedire il passaggio di qualunque
grosso legno che volesse salire su per quel fiume. Tale era anche la
copia e forza del suo armamento navale, che si figurava l'ammiraglio
di Manfredi di potere a man salva far prigione lo stesso conte Carlo,
se osava di portarsi colà. Ma eccoti una fiera tempesta che obbligò
quella flotta a staccarsi da que' lidi, e a tenersi alto in mare, con
prendere la via di Ponente, per incontrare, se le veniva fatto, la
flotta nemica. Questo fu la fortuna del conte, il quale, tuttochè anche
egli fosse forte sbattuto da quell'orrido temporale, e si trovasse
in manifesto pericolo della vita, pure sen venne spinto dai rabbiosi
venti sino alla spiaggia romana, dove, salito in un picciolo legno,
quasi miracolosamente approdò a terra, e giunse al monistero di San
Paolo fuori di Roma. Quetata poi la furia del mare, pervennero anche
le sue galee alla foce del Tevere, e, levati gli ostacoli, liberamente
entrò nel fiume, e sbarcò a Roma mille uomini d'armi, tutta gente
valorosa e avvezza al mestier della guerra. Nel mercordì prima della
Pentecoste, cioè nei dì 24 di maggio[107], fece il conte Carlo la sua
entrata in Roma con così magnifico incontro, plauso e giubilo di tutto
il popolo romano, che non v'era memoria di solennità sì festosa per
onorar l'arrivo d'altri principi venuti a quella gran città. Sbalordito
rimase il re Manfredi all'udire come con tanta felicità fosse giunto
l'emulo suo, ed avesse schivata l'opposizion della sua armata navale,
tanto superiore di forze. Senza nondimeno perdersi d'animo, attese
a fortificarsi e premunirsi a' confini: al qual fine richiamò dalla
Toscana, dalla marca d'Ancona e dagli altri luoghi tutte le schiere
de' suoi Tedeschi e d'altri soldati sparsi per quelle contrade. Tenuto
poscia un parlamento di tutti i baroni e vassalli del regno, espose
loro i motivi e la necessità della difesa e dell'aiuto di cadauno,
mostrando una viva speranza nella lor fedeltà e bravura. Delle belle
parole e promesse n'ebbe quante ne volle; ma negli animi loro già
bollivano altri desiderii, e ognuno pensava a' propri interessi e
vantaggi, senza mettersi cura de' pubblici. Niuna impresa tentò in
quest'anno il conte Carlo, perchè aspettava per terra il grosso della
sua cavalleria e fanteria[108]. S'inoltrò bensì nel distretto di Roma
l'esercito di Manfredi, sulla speranza che egli uscisse di Roma e
venisse a battaglia; ma il conte, mosso ancora dalle saggie esortazioni
del papa, nulla volle azzardare, trovandosi scarso di gente sua, e poco
fidandosi de' Romani, fra' quali non pochi erano guadagnati dai danari
di Manfredi. Venuto il mese di settembre arrivò per mare a Roma la sua
consorte _Beatrice_, che fu accolta con sommo onore ed allegrezza dal
popolo romano.

Vegniamo ora alla Lombardia, che nell'anno presente fu quasi tutta
in armi per la calata dell'esercito franzese, raccolto per ordine del
conte suddetto. Prima nondimeno ch'esso valicasse l'Alpi, la città di
Reggio[109], fin qui di parte ghibellina, cangiò mantello. Nel dì 6
di febbraio arrivarono colà i Modenesi cogli usciti di Reggio, e coi
guelfi fiorentini e di Toscana. Fu dismurata e loro aperta la porta
del castello dai nobili Fogliani e Roberti, e sulla piazza si venne ad
un aspro combattimento coi Sessi e colla parte ghibellina, fra i quali
si distinse e passò poi in proverbio il Caca ossia Cacca da Reggio,
uomo di statura gigantesca e di mirabil forza, che con una mazza alla
mano si facea far piazza dovunque giugnea. Se gli serrarono addosso
uniti dodici gentiluomini fiorentini colle coltella, e lo stesero
a terra. Dopo di che i Sessi e i lor seguaci presero la fuga, e si
ritirarono a Reggiuolo. Così i Reggiani cominciarono a governarsi a
parte guelfa, e da lì a qualche tempo fecero tregua cogli usciti, e
cessò ogni ostilità. Secondo la Cronica di Parma[110], seguì nell'anno
presente una battaglia tra _Guglielmo marchese_ di Monferrato e Oberto
da Scipione, nipote del _marchese Oberto_ Pelavicino, nell'Alessandrino
presso Nizza della Paglia. Rimasero prigionieri cinquecento cavalieri
d'esso Oberto da Scipione. Intorno a che è da avvertire che, per
attestato di Benvenuto da San Giorgio[111], nel precedente anno 1264,
nel dì 14 di maggio, Carlo conte di Provenza avea fatta lega col
suddetto marchese di Monferrato contra di Manfredi e di Oberto marchese
Pelavicino. In virtù d'essa alleanza fece esso marchese di Monferrato
guerra nell'anno presente al nipote d'esso Pelavicino. Calò per la
Savoia sul fine della state di quest'anno l'armata oltramontana de'
crocesignati (giacchè si guadagnava indulgenza plenaria a prendere
le armi contra di Manfredi), inviandosi verso Roma per trovar Carlo
conte d'Angiò e di Provenza, e passar dipoi contra d'esso Manfredi.
La Cronica di Parma la fa ascendere a sessanta mila combattenti;
quella di Bologna[112] a quaranta mila. Meglio è stare agli Annali
vecchi di Modena[113], che la dicono composta di cinque mila cavalli,
quindici mila fanti e dieci mila balestrieri. Ne era capitan generale
_Roberto_ figliuolo del conte di Fiandra, accompagnato da copiosa
nobiltà oltramontana. Trovò il marchese di Monferrato collegato, e i
Torriani col popolo di Milano favorevoli, dai quali ricevè abbondante
provvisione di vettovaglia. Ma nemici ed opposti a questa gente
erano il marchese Oberto Pelavicino e Buoso da Doara coi Cremonesi,
Pavesi, Piacentini ed altri Ghibellini di Lombardia, i quali,
condotti dall'interesse della lor fazione, e insieme dai danari del
re Manfredi, coi lor carrocci e con grande sforzo d'armati andarono a
postarsi a Soncino, per contrastarle il passo. V'andò anche il conte
Giordano[114], spedito colà da Manfredi con quattrocento lancie, e
una bella compagnia di Napoletani a cavallo. Pertanto fu d'uopo che
l'esercito franzese prendesse la volta del territorio di Brescia,
nella qual città il marchese Pelavicino avea posto un buon presidio.
Passarono essi l'Oglio a Palazzuolo, e giunti fin sotto le mura di
Brescia, vi gettarono dentro molte saette nel dì 9 di dicembre. Se
non veniva loro meno la vettovaglia, forse prendevano quella città
molto sbigottita. Arrivati a Monte Chiaro, quivi trovarono giunti in
aiuto loro _Obizzo marchese_ d'Este signor di Ferrara coi Ferraresi, e
_Lodovico conte_ di San Bonifazio coi Mantovani. Uniti poi con essi,
diedero varii assalti a Monte Chiaro, e se ne impadronirono, siccome
ancora di altre terre, che quasi tutte distrussero, con farvi prigioni
quattrocento cavalli e mille fanti del marchese Pelavicino[115].
Commisero dappertutto l'enormità che si possono immaginare, senza
ricordarsi d'essere cristiani e crociati. Non si allentò mai esso
marchese con tutti i suoi di far fronte a questa armata nemica,
deludendo con ciò le speranze di Manfredi, Ricordano Malaspina[116],
Dante ed altri incolpano di tradimento Buoso da Doara, che, corrotto
dal danaro del Francesi, talmente dispose le cose, che i nemici senza
contrasto passarono. Più verisimile è ch'eglino tali forze non avessero
da poter avventurare una battaglia con sì poderoso esercito nemico.

Comunque sia, pervenuti i Franzesi sul Ferrarese, vi trovarono
preparato dal suddetto marchese Obizzo un ponte sul Po, per cui
valicarono il fiume. Scrive il Sigonio[117] che dieci mila Bolognesi
marciarono a Mantova in soccorso dell'armata franzese. Io non ne truovo
parola negli scrittori d'allora, e neppur nelle Croniche di Bologna.
Certo non sussiste il dirsi da Ricordano che l'esercito franzese passò
per Parma. Con esso bensì andarono ad unirsi i Guelfi fuorusciti di
Toscana in numero di più di quattrocento cavalieri, tutti riccamente
guerniti d'armi e di cavalli, de' quali era condottiere il conte
Guido Guerra. Passando poi per la Romagna, marca d'Ancona e Spoleti,
se crediamo a Ricordano e ad altri autori, arrivarono finalmente a
Roma circa le feste del Natale. Ma sapendosi che quell'esercito era
tuttavia sul Bresciano verso la metà di dicembre, non può stare un
sì frettoloso arrivo d'esso a Roma. Saba Malaspina[118], dopo aver
narrata la coronazione del conte Carlo fatta nel dì dell'Epifania
dell'anno seguente, scrive: _Jam Gallicorum post haec superveniens
multitudo circumfluit; jam totus regis Karoli exspectatus exercitus
Romam venit_. Però verso la metà del gennaio susseguente dovette
l'armata suddetta comparire alla presenza del suo signore in Roma.
Avea fatto in questo anno, prima del fin qui mentovato successo, la
città di Brescia[119] dei movimenti per sottrarsi alla signoria del
marchese Oberto Pelavicino. Per questo presi alcuni di que' nobili,
furono condotti nelle carceri di Cremona. Un segreto concerto fu fatto
dipoi che _Filippo dalla Torre_, signor di Milano, di Bergamo e d'altre
città, venisse con assai brigate a Brescia in un determinato giorno
del mese d'agosto, per sostenere la sollevazione del popolo. Accadde
che il Torriano, allorchè si disponeva per cavalcare a quella volta,
sorpreso da subitaneo malore, cessò di vivere. Non per anche s'era data
sepoltura al di lui cadavero nel monistero di Chiaravalle, che _Napo_
ossia _Napoleone_ dalla Torre suo parente si fece proclamare signor di
Milano. Rimasero per questo accidente in grave sconcerto i Bresciani.
Fecero bensì due tentativi per liberarsi dall'oppressione del
Pelavicino, ma questi ridondarono solamente in loro danno. Moltissimi
de' nobili furono presi e mandati a penar nelle prigioni di Cremona; ad
altri non pochi fu, dopo i tormenti, levata la vita: il che sempre più
accrebbe l'odio di quel popolo verso chi allora li signoreggiava.

NOTE:

[104] Raynaldus. Annal. Ecclesiast.

[105] Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., lib. 22, cap. 50.

[106] Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 17.

[107] Bernard. Guidon., in Vita Clementis IV.

[108] Monach. Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital. Raynald., in
Annal. Eccles.

[109] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Annales Veter.
Mutinens., tom. 11 Rer. Italic. Ricordano Malaspina, cap. 174.

[110] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[111] Benvenuto da San Giorgio, Storia del Monferrato, tom. 28 Rer.
Ital.

[112] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[113] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[114] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.

[115] Ricordano Malaspina, cap. 178.

[116] Matteo Spinelli, Diario, tom. 8 Rer. Ital.

[117] Sigon., de Regno Ital., lib. 20.

[118] Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 1.

[119] Malvecius, Chron. Brixian.



    Anno di CRISTO MCCLXVI. Indizione IX.

    CLEMENTE IV papa 2.
    Imperio vacante.


Prima di procedere coll'armi contro al nemico _Manfredi_, volle _Carlo
conte_ di Angiò e di Provenza essere solennemente coronato re di
Sicilia e di Puglia. La funzione fu fatta per ordine di papa _Clemente
IV_ nella Basilica Vaticana[120], correndo le festa dell'Epifania,
ossia nel dì 6 di gennaio. Essendo stati spediti colà dal papa cinque
cardinali apposta, ricevè il conte con _Beatrice_ sua moglie la corona;
e vi intervenne un'immensa folla di Romani, che compierono la festa con
varie allegrezze e giuochi. Prestò il re Carlo allora il giuramento, e
il ligio omaggio alla Chiesa romana pel regno di Sicilia di là e di qua
dal Faro, di cui fu investito dal papa. Avrebbe avuto bisogno l'armata
sua, che giunse nei giorni seguenti, di un lungo riposo, perchè arrivò
a Roma sfiatata e malconcia pel lungo viaggio e per molti affanni
patiti. Ma troppo era smunta la borsa del re Carlo, nè maniera aveva
egli di sostentar tanta gente, avendo già consunte le grosse somme
prese dai prestatori. Fece ben egli al pontefice istanza di soccorso
d'oro, ma con ritrovare anche il di lui erario netto e spazzato al
pari del suo. Però, ancorchè il verno non sia stagion propria per
guerreggiare, massimamente per chi guida migliaia di cavalli; pure
per necessità, e sulla speranza di provvedere al proprio bisogno colle
spoglie de' nemici, durante ancora il mese di gennaio, intrepidamente
col suo fiorito esercito marciò alla volta di Ceperano per entrare
nel regno. Era con lui _Riccardo cardinale_ di Sant'Angelo, legato del
papa, per muovere i popoli a prendere la croce per la Chiesa. Non avea
intanto Manfredi lasciato di far quanti preparamenti potea per ben
riceverlo. Un grossissimo presidio ancora avea messo in San Germano,
sperando che quel luogo facesse lunga resistenza al nimico, per aver
tempo di ricever varii corpi di gente che si aspettavano dalla Sicilia,
Calabria, Toscana ed altri luoghi. Fra le altre provvisioni avea
situato al fiume Garigliano il conte di Caserta con grosse squadre per
difendere quel passo. Ma agli animosi ed arditi Franzesi nulla era che
potesse resistere; innanzi a loro camminava il terrore, perchè creduti
non diversi dai paladini favolosi di Francia; e il verno stesso si
vestì d'un'insolita placidezza per favorirli. Passarono i Franzesi il
Garigliano per la proditoria ritirata del conte di Caserta. Fu preso
a forza d'armi San Germano, e andò a fil di spada quasi tutta quella
numerosa guarnigione, con incoraggirsi maggiormente i vincitori pel
saccheggio, frutto sempre gustoso della vittoria. Aquino e la rocca
d'Arci non fecero resistenza. Da così sinistri avvenimenti allora più
che mai Manfredi venne a conoscere non poter egli far capitale alcuno
sulla volubilità e poca fede de' regnicoli. V'erano fra questi non
pochi che, ricordevoli delle crudeltà ed avanie di Federigo II e di
suo figliuolo Corrado, odiavano la casa di Suevia; altri guadagnati
dall'oro, e dalle promesse della corte di Roma e del re Carlo; altri
infine amanti delle novità per la facile speranza di star meglio,
oppur di crescere in fortuna. Contuttociò Manfredi senza avvilirsi
attese a far le disposizioni opportune, e colle sue forze passato a
Benevento, quivi si accampò. Non aveva egli tralasciato di mandar
persona a parlare di accordo al re Carlo. La risposta di Carlo fu
questa in franzese: _Dite_[121] _al sultano di Nocera_ (così appellava
Manfredi, perchè si serviva de' Saraceni) _ch'io con lui non voglio nè
pace nè tregua; e che in breve io manderò lui all'inferno, o egli me in
paradiso_.

Non perdè tempo il re Carlo a muoversi verso Benevento, per trovare
l'armata nemica, ardendo di voglia di decidere con un fatto d'armi la
contesa del regno. Fu messo in disputa nel consiglio di Manfredi, se
meglio fosse il tenersi solamente in difesa, tanto che arrivassero
gli aspettati rinforzi, oppure il dar tosto battaglia, per cogliere
i Franzesi stanchi e spossati per le marcie sforzate. Ossia che
prevalesse l'ultimo partito, o che l'impaziente Carlo uscisse ad
attaccare il nemico, ovvero che i Saraceni in numero di dieci mila,
senza aspettarne il comandamento, movessero contra dei Franzesi[122], a
poco a poco nel dì 26 di febbraio dell'anno presente (chiamato 1265 da
alcuni scrittori che cominciano alla fiorentina l'anno nuovo solamente
nel dì 25 di marzo) s'impegnarono le schiere in un'orrida battaglia,
descritta minutamente da Saba Malaspina[123], da Ricordano[124] e
da altri scrittori. A me basterà di accennarla. Combatterono con
gran vigore i Saraceni e Tedeschi dello esercito di Manfredi. Si
trovarono essi infine malmenati e sopraffatti dai Franzesi; laonde
volle allora Manfredi muovere la terza schiera composta di Pugliesi,
ma senza trovare ubbidienza nei baroni di cuore già guasto. Allora
lo sfortunato, ma coraggioso, principe determinò di voler piuttosto
morire re, che di ridursi privato colla fuga a mendicare il pane. E
spronato il cavallo, andò a cacciarsi nella mischia, dove, senza essere
conosciuto, da più colpi fu privato di vita. Racconta Ricobaldo[125],
e dopo lui Francesco Pipino[126], che in questi tempi andarono in
disuso per l'Italia le spade da taglio, ossia le sciable, e si cominciò
ad usar quelle da punta, ossia gli stocchi, de' quali si servivano i
Franzesi. Per essere gli uomini d'armi tutti vestiti di ferro, poco
profitto faceano addosso a loro i colpi delle sciable. Ma allorchè
essi alzavano il braccio per ferire, i Franzesi colle punte degli
stocchi li foravano sotto le ascelle, e in questa maniera lì rendevano
inutili a più combattere. Strage fu fatta, massimamente de' Saraceni;
grande fu la copia dei prigioni, fra' quali si contarono i conti
Giordano, Galvano, Federigo e Bartolommeo, parenti di Manfredi, ad
alcuni de' quali, cioè Galvano e Federigo, fu data dipoi la libertà
ad istanza di _Bartolommeo Pignatelli_ arcivescovo di Messina; ed
altri furono fatti morire dall'inesorabil re Carlo. Il bottino fu
inestimabile, e ne arricchirono tutti i vincitori, e alle mani del
re Carlo pervennero i tesori di Manfredi e di molti de' baroni di
lui. Nè contenti i vincitori di tante spoglie, rivolsero l'insaziabil
loro avidità addosso ai miseri Beneventani, senza che loro giovasse
punto l'essere sudditi del papa. Dato fu un terribil sacco alla città,
fatto macello d'uomini e fanciulli, sfogata la libidine, e senza che
le chiese stesse godessero esenzione alcuna dall'infame sfrenatezza
di quella gente. Se costoro si fossero mossi per divozione a prendere
la croce, e se fossero ben impiegate le indulgenze plenarie, ognuno
può ben figurarselo. Ma quello che maggiormente rallegrò il re Carlo,
e diede compimento alla sua vittoria, fu la morte di Manfredi. Se ne
sparse tosto la voce, ma si stette tre dì a scoprirne il cadavero[127].
Trovollo un ribaldo, e, postolo a traverso sopra un asino, l'andava
mostrando pel campo. Fece il re Carlo I riconoscerlo per desso dal
conte Giordano, e dagli altri nobili prigionieri; e perciocchè era
morto scomunicato, ordinò che fosse seppellito presso il ponte di
Benevento in una vil fossa, sopra cui ogni soldato per compassione e
memoria gittò una pietra. E tal fine ebbe Manfredi già re di Sicilia,
principe degno di miglior fortuna, perchè, a riserva dell'aver egli
violate le leggi per voglia esorbitante di regnare, e di qualche
altro reato dell'umana condizione, tali doti si unirono in lui, che
alcuni giunsero a dirlo non inferiore a Tito imperadore, figliuolo di
Vespasiano[128]. Restò memoria di lui nella città di Manfredonia, fatta
da lui fabbricare di pianta col trasportarvi il popolo di Siponto, mal
situato dianzi, perchè in luogo d'aria cattiva.

La rotta e morte di Manfredi divolgatasi per tutta Puglia e Sicilia,
cagion fu che non vi restò città e luogo che non inalberasse le
bandiere del re Carlo, e con feste e giubili incredibili. La sola
città di Nocera, nido de' Saraceni, dove, secondo gli scrittori
napoletani, s'era ricoverata la _regina Sibilia_ moglie di Manfredi
con _Manfredino_ suo picciolo figliuolo e una figliuola, si tenne
forte. Colà si portò con buona parte dell'esercito _Filippo conte_
di Monforte, e l'assediò; ma ritrovato troppo duro quell'osso, se ne
partì, con lasciare nondimeno strettamente bloccata essa città. Certo
è, secondo le lettere di _papa Clemente_, e per attestato della Cronica
di Reggio, che in quest'anno essa regina co' figliuoli e col tesoro
del marito fu presa nella città di Manfredonia; il che vien confermato
dal Monaco Padovano. Altre storie ancora affermano che i Saraceni
di Nocera si sottomisero in quest'anno al re Carlo, nè aspettarono a
farlo dopo la rotta di Corradino, di cui parleremo a suo luogo. Entrò
poscia il vittorioso re Carlo in Napoli, che prima gli avea spedite
le chiavi; e andò quel popolo quasi in estasi al veder comparire le
regina Beatrice con carrozze magnifiche e dorate, e copia di damigelle,
tutte riccamente addobbate, siccome gente non avvezza a somiglianti
spettacoli. Osserva Riccobaldo[129] che i costumi degli Italiani erano
stati in addietro assai rozzi, dati alla parsimonia, voti di ogni fasto
e vanità; e ne dice anche, a mio credere, più di quel che era, come
ho dimostrato altrove[130]. Per altro la venuta de' Franzesi quella
fu che cominciò ad introdurre il lusso e qualche cosa di peggio, e
fece mutar i costumi degl'italiani. Trovò il re Carlo nel castello
di Capoa il tesoro di Manfredi quasi tutto in oro[131]. Fatti votare
quei sacchetti in una sala alla presenza sua e della regina Beatrice,
e comandato che venissero le bilance, disse ad Ugo del Balzo cavalier
provenzale di partirlo. _Che bisogno c'è di bilance?_ rispose allora
il prode cavaliere. E co' piedi fattene tre parti, _questa_, disse,
_sia di monsignore il re; questa della regina; e quest'altra dei vostri
cavalieri_. Piacque cotanto al re un atto di tale magnanimità, che
incontanente gli donò la contea d'Avellino, e il creò conte. Diedesi
poi il re Carlo ad ordinare il regno. S'erano figurati i popoli di
quelle contrade che colla venuta de' Franzesi, e sotto il nuovo governo
tornerebbe il secolo d'oro, si leverebbono le gabelle, le angherie e le
contribuzioni passate, ed ognun godrebbe una invidiabil tranquillità
e pace. Si trovarono ben tosto delusi e ingannati a partito. Le
soldatesche franzesi ne' lor passaggi e quartieri a guisa del fuoco
portavano la desolazion dappertutto[132]. Ebbe il re Carlo in mano da
un Gezolino da Marra tutti i libri e registri delle rendite e degli
uffizii del regno, e di tutte le giurisdizioni, dazii, collette, taglie
ed altri aggravii dei popoli. Non solamente volle il re intatti tutti
questi usi od abusi; ma siccome in addietro si camminava assai alla
buona in riscuotere cotali carichi, istituì egli dei nuovi giustizieri,
doganieri, notai, ed altri uffiziali del fisco, che rigorosamente
spremevano il sangue dai popoli, e cominciarono ad accrescere in
profitto del re, o proprio, i pubblici pesi e le avanie, di modo che
altro non s'udiva che segreti gemiti e lamenti della misera gente, con
augurarsi ognuno, quando non era più tempo, l'abbandonato e perduto re
Manfredi. È un autor guelfo, uno storico pontificio che l'attesta, cioè
Saba Malaspina. Secondo lui, ravveduti que' popoli andavano dicendo:
_O re Manfredi, noi non ti abbiam conosciuto vivo; ora ti piangiamo
estinto. Tu ci sembravi un lupo rapace fra le pecorelle di questo
regno; ma da che per la nostra volubilità ed incostanza siam caduti
sotto il presente dominio, tanto da noi desiderato, ci accorgiamo in
fine, che tu eri un agnello mansueto. Ora sì che conosciamo quanto
fosse dolce il governo tuo posto in confronto dell'amarezza presente.
Riusciva a noi grave in addietro che una parte delle nostre sostanze
pervenisse alle tue mani; troviamo adesso che tutti i nostri beni, e,
quel che è peggio, anche le persone vanno in preda a gente straniera_.
Tali erano di que' popoli le querele: querele osservate prima e dipoi
anche in altri popoli sempre malcontenti dello stato presente, e che
ripongono la speranza di star meglio, o men male, colla mutazion de'
governi, ma con disingannarsi poi delle lor mal fondate idee.

A molte altre avventure e mutazioni in Italia diedero moto i passi
prosperosi di Carlo re di Sicilia, con atterrire i Ghibellini, ed
influire coraggio alla parte guelfa pel rimanente d'Italia. Abbiamo
dalla Cronica di Cesena[133], che avendo Manfredi ritirate le sue
armi dalla marca d'Ancona per valersene in propria difesa, fu spedito
colà _Simone cardinale_ di San Martino e legato apostolico, il quale
nel dì ultimo di gennaio s'impadronì della città di Jesi, e poscia
d'altre città e castella d'essa marca. Non dissimili cambiamenti di
cose avvennero in Lombardia. Nel dì 20 di gennaio dell'anno presente
si levò a rumore il popolo di Brescia[134], e messa a fil di spada,
oppure in fuga, la guarnigione che ivi teneva il _marchese Oberto_
Pelavicino, si rimise in libertà. Giunta questa dispiacevole nuova
al suddetto marchese, furibondo passò co' Cremonesi di là dall'Ogiio,
mettendo a sacco il territorio bresciano, uccidendo e facendo prigioni
quanti incontrava. Distrusse da' fondamenti le terre di Quinzano.
Orci, Pontevico, Volengo, Ustiano e Canedolo. Ricorsero i cittadini
bresciani per soccorso ai Milanesi, e richiamarono in città i lor
fuorusciti guelfi. Vennero perciò a Brescia _Raimondo dalla Torre_
vescovo di Como, _Napoleone_ ossia _Napo_ e _Francesco_ fratelli
parimente dalla Torre con molte squadre e coi suddetti usciti, i quali
furono incontrati fuor dal clero e popolo con rami d'ulivo: dopo di
che fu fatta una solenne concordia e pace fra loro, e data la signoria
di quella città ai Torriani suddetti. Restò quivi per governatore
Francesco dalla Torre, il quale, ito poscia con bella comitiva a
trovare il re Carlo, fu da lui fatto cavaliere e conte di non so qual
luogo. In Vercelli era governatore di quella città _Paganino_ fratello
parimente del suddetto Napo[135]. Entrati in essa città occultamente i
nobili milanesi ghibellini fuorusciti, il presero, e, nel condurlo a
Pavia, barbaramente lo uccisero. Trovavasi allora in Milano podestà,
messovi dal re Carlo, Emberra del Balzo Provenzale[136]. Costui con
alcuni de' Torriani fatto consiglio per vendicar la morte di Paganino,
avendo in prigione i figliuoli, fratelli o parenti degli uccisori
suddetti, ne fece condurre cinquantadue sopra le carra, e scannarli con
crudeltà esecrabile, riprovata dai baroni e dallo stesso Napo Torriano,
il quale poi disse: _Ah che il sangue di questi innocenti tornerà
sopra de' miei figliuoli!_ Per tale iniquità fu poi scacciato da Milano
il suddetto Emberra. Fu anche la città di Piacenza[137] a rumore per
liberarsi dalle mani del marchese Oberto Pelavicino, ma non riuscì in
bene lo sforzo de' Guelfi. Furono poi spediti due legati pontificii
in Lombardia per ridurre a concordia le divisioni dei popoli. Iti a
Cremona, trovarono nata o fecero nascere discordia fra il marchese
Oberto e Buoso da Doara, per tanti anni addietro sì uniti ed amici. Con
questo mezzo ottennero che il marchese Oberto dimettesse la signoria
di Cremona e si ritirasse. Ma che questa mutazion di Cremona accadesse
nell'anno seguente, s'ha da altro storico[138], siccome vedremo. Anche
i Piacentini l'indussero, con usar le buone e le brusche, a rinunziare
al dominio della loro città. Il perchè egli si ricoverò a Borgo San
Donnino, dove attese a fortificarsi. Fece parimente sollevazione sul
fine di febbraio la fazione guelfa in Parma[139], e a forza d'armi
obbligò la contraria ghibellina a sloggiare. E perciochè questa occupò
Colorno nel dì primo d'agosto, i Parmigiani fecero oste, presero
quella terra e menarono assai prigioni nelle carceri della loro
città. Neppur la Toscana esente fu da mutazioni. Si mossero a rumore
i Guelfi popolari di Firenze nel dì 11 di novembre[140], con fare gran
ragunata e serragli; e perciocchè il conte Guido, novello vicario del
fu re Manfredi, prese la piazza, e fece vista di voler combattere,
cominciarono a fioccar sassi dalle torri e case, e a volar frecce
da tutte le bande contra di lui e di sua gente. Secondo Ricordano,
aveva egli ben mille cinquecento cavalieri all'ordine suo. Tolomeo da
Lucca[141] ne mette solamente secento. Contuttociò, figurandosi egli
che maggior fosse la congiura e possanza del popolo, sbigottito si
fece recar le chiavi della città e sconsigliatamente ne uscì con tutti
i suoi armati, e andossene a Prato. Conosciuto poscia lo sproposito
suo, volle tornar la mattina vegnente per tentare di rientrarvi,
o amichevolmente o colla forza; ma vi trovò de' buoni catenacci,
e la gente sulle mura ben disposta alla difesa. Mandarono poscia i
Fiorentini ad Orvieto per soccorso, e n'ebbero cento cavalieri, che
bastarono a sostenersi in quel frangente. Tornati poscia in città i
fuorusciti guelfi, conchiusero pace co' cittadini di fazion ghibellina;
e, per maggiormente assodarla, contrassero varii matrimonii fra loro.

Cercarono anche i Pisani[142] di ricuperar la grazia del sommo
pontefice, e di liberar la città dall'interdetto e dalle censure
incorse per la loro aderenza al re Manfredi. Con rimettersi a quanto
avesse ordinato il papa, e con depositare in Roma trenta mila lire,
furono riconciliati nel dì 15 d'aprile dell'anno presente. Durando
tuttavia la guerra fra i Genovesi[143] e i Veneziani, misero i primi
in corso ventisette galee, delle quali fu ammiraglio Lanfranco
Borborino. Arrivato costui a Trapani in Sicilia, ebbe nuova che
lo stuolo delle galee veneziane si trovava in Messina; e benchè si
dicesse che quello era inferiore di forze, e i consiglieri più saggi
volessero battaglia, aderì al parere de' vili, e ritirossi a terra,
con far legare ed incatenare le sue galee. Giunsero i Veneziani, ed,
accortisi dello sbigottimento de' nemici, a dirittura dirizzarono le
prore addosso alle galee, e tutte nel dì 23 di giugno a man salva le
presero, essendosi gittati in mare e fuggiti a terra i Genovesi. Tre
d'esse diedero i vincitori al fuoco, le altre ventiquattro ritennero,
con far prigione chiunque non s'era sottratto colla fuga. Portata la
dolorosa nuova a Genova, armò tosto quel comune altre venticinque galee
sotto il comando d'Obertino Doria, il quale passò fino nell'Adriatico
in traccia de' nemici, ma senza incontrarsi in loro. Prese egli la
Canea, e tutta la consegnò alle fiamme; nè avendo potuto far di più,
ritornò alla patria. Di altri danni vicendevolmente dati e ricevuti
da questi due emuli popoli parla il Continuatore di Caffaro, siccome
ancora il Dandolo[144], il quale non ebbe notizia del fatto di Trapani
testè accennato. Eransi ridotti i nobili ghibellini fuorusciti di
Modena[145], appellati i Grasolfi, nel castello di Monte Vallaro, fra'
quali furono i principali Egidio figliuolo di Manfredi de' Pii, quei
di Gorzano e i conti di Gomola, in numero di circa mille persone. La
fazion guelfa di Modena, soprannominata degli Aigoni, avendo presi
al soldo molti Tedeschi, e ottenuti dei rinforzi da Parma, Reggio,
Bologna, e dai Guelfi di Toscana, si portò all'assedio di quel
castello. Vi seguirono di molte prodezze dall'una parte e dall'altra;
ed ancorchè Manfredi dei Pii, accorso da Montecuccolo con altri
Grasolfi e molti soldati tedeschi e cavalieri di Toscana, e ducento
cavalieri di Bologna della fazion lambertaccia, si fossero raunati
per dar soccorso all'assediato castello, non si attentarono poscia a
passar più oltre. Il perchè, pressati dalla mancanza de' viveri e dalla
forza, gli assediati, dopo essersi difesi per più di cinque settimane,
capitolarono la resa, salve le loro persone.

NOTE:

[120] Raynald., Annal. Eccles. Ricord. Malaspina, Monach. Patavinus et
alii.

[121] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 5.

[122] Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital. Chron.
Veronense, tom. 9 Rer. Ital.

[123] Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 10.

[124] Ricordano Malaspina, cap. 179.

[125] Richobaldus, in Pomario, tom. 9 Rer. Ital.

[126] Franciscus Pipin., Chron., lib. 3, cap. 43, tom. 9 Rer. Ital.

[127] Ricordano Malaspina, cap. 180. Memoriale Potest. Regiens., tom.
8 Rer. Ital.

[128] Franciscus Pipin., Chron., lib. 3, cap. 6.

[129] Richobaldus in Pomario, tom. 9 Rer. Ital.

[130] Antiquit. Ital., Dissert. XXIII et XXV.

[131] Ricordano Malaspina, cap. 181.

[132] Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 16.

[133] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[134] Malvecius, Chron. Brix., tom. 14 Rer. Ital.

[135] Stephanardus, tom. 9 Rer. Ital.

[136] Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital. Gualvan. Flamma, in
Manip. Flor., cap. 302.

[137] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[138] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[139] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[140] Ricordano Malaspina, cap. 184.

[141] Ptolomeus Lucens., Annal. Brev., tom. 11 Rer. Ital.

[142] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.

[143] Caffari, Annal. Genuens., lib. 7, tom. 6 Rer. Ital.

[144] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[145] Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCLXVII. Indizione X.

    CLEMENTE IV papa 3.
    Imperio vacante.


Dappoichè fu il _re Carlo_ in pacifico possesso della Sicilia e Puglia,
siccome principe infaticabile e di grandiosi pensieri, rivolse il
suo studio ad abbassare e sradicare, se gli veniva fatto, il partito
dei Ghibellini in Italia. Spedì a questo fine in Toscana, ad istanza
specialmente de' Fiorentini e Lucchesi, il conte Guido di Monforte
con ottocento cavalieri franceschi[146]. Arrivò questi a Firenze
nella Pasqua di Risurrezione; ma non aspettarono già l'arrivo di
questa troppo sospetta gente i Ghibellini fiorentini, e ritiraronsi
volontariamente chi a Siena e chi a Pisa. Allora fu che il popolo di
Firenze diede la signoria della lor città per dieci anni avvenire al re
Carlo, il qual fece alquanto lo schivo, ma infine accettò la proferta,
e cominciò a mandar colà i suoi vicarii. Occuparono ancora i guelfi
fiorentini tutti i beni dei fuorusciti Ghibellini, con dividerseli
fra loro. In questi tempi fu esso re Carlo dichiarato dal papa vicario
della Toscana, vacante l'imperio. Dai documenti recati dal Rinaldi[147]
apparisce che il pontefice non gli diede, nè egli prese questo grado,
se non per pacificare ed unire i popoli della Toscana, con obbligo di
deporlo, subito che fosse creato un re de' Romani, o un imperadore
con approvazione della Sede apostolica. Ma i Ghibellini chiedevano
chi avesse dato diritto al papa per far da padrone del regno d'Italia.
Inoltre spacciavano tutte quelle belle parole e tutti quei movimenti
per furberie, tenendo per fermo che sotto le apparenze di paciere si
nascondesse il vero disegno di atterrare affatto la parte ghibellina
ed imperiale, e di occupare il dominio di tutta l'Italia; il che se
riusciva, ben si sa di che capace sia l'umana ambizione. Ad abbandonar
gli acquisti essa ha troppo abborrimento; e al riccio bastò il poter
solamente entrar nella tana. Infatti nel luglio del presente anno le
genti d'esso re Carlo coi fiorentini guelfi cominciarono la guerra
contro ai Sanesi, che tenevano a parte ghibellina. In questo mentre le
masnade tedesche di Siena e di Pisa, con intelligenza de' Ghibellini
di Poggibonzi, entrarono in quella terra: perlochè il maliscalco del re
Carlo, lasciati stare i Sanesi, imprese l'assedio di Poggibonzi. Arrivò
a Firenze lo stesso re Carlo nel mese d'agosto, ricevuto con sommo
onore da quel popolo, e quivi fece di molti cavalieri. Passò dipoi
in persona colla sua cavalleria sotto a Poggibonzi, per dar calore a
quell'assedio, ed impedire il soccorso che minacciavano di dargli i
Sanesi e i Pisani. Nel dicembre, per difetto di vettovaglia, si arrendè
quella terra con buoni patti. Di là passò il re Carlo sul Pisano,
prese molte castella, ed ebbe Porto Pisano, dove fece diroccare quelle
torri. L'unica speranza del partito ghibellino d'Italia era riposta in
_Corradino_ figliuolo del fu re _Corrado_. A lui perciò quei di Toscana
e di Lombardia, e i malcontenti ancora del regno di Puglia inviarono
messi e lettere segrete, sollecitandolo con ingorde promesse a calare
oramai in Italia, per ricuperar la Sicilia e Puglia, come signoria a
lui legittimamente spettante[148]. Fra gli altri andarono in Germania
per muoverlo ed incoraggirlo Galvano e Federigo marchesi Lancia, e
Corrado e Marino fratelli Capece da Napoli, ingrati al re Carlo, che
avea loro donata la vita e libertà. Non durarono gran fatica questi
mantici ad accendere il fuoco. Corradino era giovane di quindici in
sedici anni, ben provveduto di spiriti guerrieri, e voglioso di gloria
e d'imperio; e però, non ostante l'opposizione della madre, determinò
di venire al conquisto della Sicilia. A questo fine con quattro mila
cavalli ed alcune migliaia di fanti discese in Italia[149], e si fermò
in Verona, per dar tempo ai maneggi che in suo favore si andavano
facendo dai suoi aderenti. Ma venutogli meno il danaro, a poco a poco
vendute l'armi e i cavalli, la maggior parte di quelle sue truppe se
ne tornò in Germania. Aveva egli assunto il titolo di re di Sicilia, e
creato suo capitan generale vicario di quel regno Corrado Capece, che,
venuto a Pisa, si diede a muovere cielo e terra contra del re Carlo.
Per questo fu esso Corradino citato dal papa, e poi scomunicato con
tutti i suoi fautori, siccome usurpatore di un titolo che solamente si
dovea conferire dai sommi pontefici, sovrani della Sicilia e Puglia.
Ora avvenne, che trovandosi in Tunisi ai servigi di quel re, _Arrigo_ e
_Federigo_ fratelli di _Alfonso re_ di Castiglia, perchè scacciati dal
regno paterno, Corrado Capece con una galea de' Pisani, per guadagnarli
in aiuto del re Corradino, si portò colà. E gli riuscì il colpo,
perchè già nata diffidenza di loro nel re di Tunisi, non si vedeano
più sicuri fra i Saraceni. Pertanto Federigo con una mano di soldati
spagnuoli e saraceni fece vela alla volta della Sicilia, e, dopo aver
preso quivi alquante terre, alzò le bandiere di Corradino, spargendo
e magnificando per tutta l'isola la venuta di questo principe: il che
suscitò negli affezionati alla casa di Suevia il desiderio di scuotere
il troppo pesante giogo franzese. Corrado d'Antiochia, figliuolo di
Federigo, cioè di un bastardo di Federigo II Augusto, prese allora il
titolo di vicerè della Sicilia, e non andò molto che la maggior parte
dell'isola acclamò il nome di Corradino; e benchè i Francesi facessero
varii sforzi per dissipar questo nuvolo, tuttavia ne restò sconvolta
la Sicilia, e più di una volta rimasero essi sconfitti. Di questi
movimenti parla Bartolomeo da Neocastro[150], e il testo da me dato
alla luce li mette sotto l'indizione Xi, cioè sotto L'anno seguente; ma
in buona parte appartengono al presente. Venne _Arrigo di Castiglia_
fratello del suddetto Federigo, anch'egli da Tunisi, e sbarcò verso
Roma con trecento cavalieri spagnuoli. Andò alla corte pontificia, e
cominciò a far broglio per essere investito del regno della Sardegna, e
per altri onori: al che non gli mancava astuzia ed eloquenza. Intanto,
nata sedizione nel popolo di Roma, fu data balìa ad Angelo Capoccia di
nominare un nuovo senatore[151]; ed egli proclamò il suddetto Arrigo,
credendolo, per sua nobiltà e perizia nell'armi, atto al buon governo e
freno di quella sempre inquieta città; e quantunque vi si opponessero
molti cardinali e baroni, che già aveano subodorato di che piè egli
zoppicasse, pure fu alzato al grado di senatore di Roma. Ch'egli ad
istanza del re Carlo suo cugino, come vogliono alcuni, fosse promosso
a questa dignità, nol veggio assistito da autentiche pruove. Delle sue
iniquità parleremo all'anno seguente.

Rincresceva forte a _Napo Torriano_, signor di Milano, e a quel
popolo l'interdetto posto a quella città (già erano quattro anni) per
non voler essi ammettere _Ottone Visconte_ arcivescovo, e per avere
inoltre usurpati i beni tutti di quell'arcivescovato[152]. Spedirono
essi al papa i loro ambasciatori per liberarsi da quel gastigo. Perchè
non furono ammessi dalla corte pontificia, ricorsero al re Carlo,
il quale, desideroso di tirar nel suo partito i Milanesi, spedì con
loro a Viterbo, dove soggiornava papa Clemente, i suoi ambasciatori
con lettere di buon inchiostro in loro favore. Fu data loro udienza;
esposero tutte le ragioni del popolo di Milano, rigettando in Ottone
e nei nobili fuorusciti la colpa di tutti i passati disordini. Ma
alzatosi l'arcivescovo Ottone, con tale energia perorò la sua causa,
e seppe così vivamente dipignere la tirannia de' Torriani e della
plebe, e degli atroci aggravii da lor fatti alla nobiltà milanese,
che mosse tutti a compassione. Laonde non altro poterono ricavarne
gli ambasciatori milanesi, se non che, se loro premeva la restituzion
de' divini uffizii, accettassero e lasciassero entrare in città il
loro pastore. Dissero essi di ubbidire, e si prese la risoluzion di
spedire apposta un legato apostolico a Milano, per veder L'esecuzione
di queste promesse. Se crediamo al Corio[153], nel maggio di quest'anno
il podestà di Milano coll'esercito milanese e bergamasco, e i lor
carrocci, passato il Ticino, ostilmente procederono contra de' Pavesi;
e messo l'assedio alla terra di Vigevano, talmente la flagellarono
colle pietre dei mangani, che l'obbligarono alla resa. Nè i Pavesi,
benchè lontani solamente quattro miglia colla loro armata, ardirono di
tentarne il soccorso. Galvano Fiamma riferisce questo fatto all'anno
seguente. Secondo le Croniche di Reggio[154] e di Modena[155],
solamente in quest'anno il _marchese Oberto_ Pelavicino perdè il
dominio di Cremona, e ritirossi alle sue castella, meravigliandosi
d'essere stato sì poco accorto che un prete (cioè il legato) fosse
giunto colle sue belle parole a beffarlo e a torgli quella città. Il
Continuatore di Caffaro[156] racconta un tal fatto all'anno presente.
Di lì a qualche tempo avvenne una pari disgrazia a Buoso da Doara. Di
lui s'era servito il legato per dar la fuga al Pelavicino; e quando
costui si lusingava di rimaner signore di Cremona, la destrezza del
legato gliela suonò, e fecero balzar anch'esso fuori della città[157].
Pieno di rabbia Buoso, unita quanta gente potè, venne verso Cremona per
rientrarvi colla forza, non mancandogli fra' cittadini una gran copia
di aderenti. Trovavansi allora i Parmigiani insieme coi Modenesi e
con alquanti Reggiani all'assedio di borgo San Donnino. Avvertiti del
pericolo in cui era Cremona e il legato pontificio, frettolosamente
marciarono in loro aiuto. Con questo rinforzo i Cremonesi scacciarono
tutti i partigiani di Buoso, demolirono le lor case, e quindi
coll'esercito suo e de' Milanesi, Bresciani ed altri Guelfi, si
portarono ad assediar la Rocchetta, luogo fortissimo sull'Oglio, dove
s'era rifugiato il suddetto Buoso. Ma per paura di Corradino giunto a
Verona, se ne ritirarono fra qualche tempo. Continuarono i Parmigiani
in quest'anno la guerra contro al marchese Pelavino, e gli tolsero
alcune castella, che furono appresso distrutte. Giunto a Piacenza[158],
il legato pontificio non solamente disturbò la lega intavolata da quel
popolo co' Pavesi, ma eziandio fece uscire da quella città il conte
Ubertino Landi, seguace della parte ghibellina, e diroccar le case
di molti suoi aderenti. Oltre a ciò, indusse i Piacentini a ricevere
un podestà a nome di Carlo re di Sicilia. Comperarono in quest'anno
i Modenesi[159] per tre mila lire il castello della Mirandola colla
Motta de' Papazzoni, e smantellarono tutte le fortificazioni di quei
luoghi. Mancò di vita in quest'anno la _regina Beatrice_, moglie del
re Carlo[160], poco avendo goduto della nuova sua grandezza. Saba
Malaspina differisce la di lei morte all'anno seguente. Fu levato
nell'anno presente l'interdetto della città di Genova[161], e colà si
portarono gli ambasciatori dei re di Francia e di Sicilia col legato
del papa, per maneggiar o pace o tregua fra quel popolo e i Veneziani,
affinchè amendue potessero accudire alla ricupera di Terra santa, dove
il santo _re Lodovico IX_ disegnava di ritornare. Niuna conchiusione
si dovette prendere al vedere che essi Genovesi armarono venticinque
galee, e le spedirono contra de' nemici. Queste nel corso presero due
galee veneziane, ed, arrivate ad Accon, s'impadronirono della torre
delle Mosche, ed assediarono quel porto. Essendo poi l'ammiraglio
Luchetto Grimaldi passato con dieci galee a Tiro per trattar lega con
Filippo da Monforte signore di quella città, arrivarono ventisei galee
dei Veneziani ad Accon, e ne presero cinque de' Genovesi, essendosi
salvate le altre colla fuga. I Tortonesi in quest'anno scacciarono
anch'essi la parte ghibellina, e seguitarono quella della Chiesa, con
prendere per loro signore _Guglielmo marchese_ di Monferrato, al quale
si era anche data nell'anno precedente la città d'Ivrea.

NOTE:

[146] Raynaldus, in Annal. Ecclesiast.

[147] Ricordan. Malaspina, cap. 185.

[148] Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 17.

[149] Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.

[150] Barthol. de Neocastro, tom. 13 Rer. Ital.

[151] Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 19.

[152] Stephanardus, Poem., tom. 9 Rer. Italic. Gualvan. Flamma,
Manipul. Flor., cap. 303.

[153] Corio, Istor. di Milano.

[154] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[155] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[156] Caffari, Annal. Genuens., lib. 8, tom. 6 Rer. Italic.

[157] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[158] Chron Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[159] Annales Veteres Mutinens.

[160] Matteo Spinelli, Diario, tom. 9 Rer. Ital. Monach. Patavinus, in
Chron.

[161] Caffari, Annal. Genuens., lib. 8.



    Anno di CRISTO MCCLXVIII. Indizione XI.

    CLEMENTE IV papa 4.
    Imperio vacante.


Sul principio di quest'anno si mosse _Corradino_ da Verona con più di
tre mila cavalli[162], e, passato l'Adda, pel distretto di Cremona
e di Lodi se ne andò a Pavia, città che sola con Verona teneva il
suo partito in Lombardia. Dopo essersi fermato in essa città più di
due mesi, per le terre di _Manfredi marchese_ del Carretto passò al
porto di Vada[163], e, trovate quivi dieci galee pisane, imbarcatosi,
felicemente arrivò a Pisa nel dì 7 d'aprile, accolto come imperadore
da quel popolo[164]. _Federigo_ giovane duca d'Austria, ma solamente
di nome, perchè in possesso dell'Austria e della Stiria era allora
_Ottocaro re_ di Boemia, condusse, per la Lunigiana, la di lui
cavalleria fino a Pisa. Saba Malaspina[165] con errore dà il nome
d'Arrigo a questo duca. Fu cosa considerabile che di tante città
guelfe di Lombardia niuna si opponesse al passaggio di questa nemica
armata. Tutti serrarono gli occhi; e i Torriani specialmente, benchè
guelfi, in occulto erano per Corradino, siccome poco contenti del
papa. Vollero i popoli stare a vedere che successo fosse per avere
questo movimento d'armi, da cui dipendea la decisione del regno di
Sicilia e Puglia, per prendere poi le loro misure, secondo l'esito
dell'impresa. Ad istanza de' Pisani, Corradino fece oste sopra il
territorio di Lucca, città fedele al re Carlo, e vi diede un gran
guasto[166]. Ribellossi in tal congiuntura Poggibonzi al re Carlo
e a' Fiorentini. Passò dipoi Corradino a Siena. Mentre egli quivi
dimorava, Guglielmo di Berselve maliscalco del re Carlo volle colla
sua gente d'armi mettersi in cammino alla volta d'Arezzo, per vegliare
agli andamenti di Corradino. Ma, giunto senza ordine al ponte a Valle
sull'Arno, fu colto in un'imboscata dalle squadre d'esso Corradino,
disfatta la sua gente, e la maggior parte con esso lui presa e
condotta nelle prigioni di Siena. Gran rumore fece per tutta Toscana
ed altrove questo fatto, e ne montarono in superbia i Ghibellini,
pronosticando da ciò maggiori fortune nell'andare innanzi. Molto prima
che Corradino arrivasse in Toscana, era ritornato in Puglia il _re
Carlo_, non tanto per accignersi alla difesa del regno, quanto ancora
per contenere o rimettere in dovere i popoli che, per la fama della
venuta di Corradino, o già si erano sottratti alla di lui ubbidienza,
o vacillavano nella fedeltà. L'incostanza e la volubil fede di quella
gente è una febbre vecchia che si risveglia sempre ad ogni occasione
di novità. Soprattutto davano da pensare al re Carlo i Saraceni di
Nocera, corpo potente di gente, chiaramente scorgendo che questi
sarebbero i giannizzeri di Corradino. Ossia che essi, siccome popolo
di credenza contraria alla religion cristiana, temendo troppo del re
Carlo, creatura del romano pontefice, avessero di buon'ora alzate le
insegne di Corradino, cominciando la ribellione con delle ostilità ne'
circonvicini luoghi; oppure che sembrassero disposti a ribellarsi:
certo è che fu pubblicata contra di essi Saraceni la crociata, e si
portò il re Carlo all'assedio di essa Nocera, ma con trovarvi della
resistenza da non venirne a capo se non dopo lunghissimo tempo; e di
questo egli scarseggiava. Continuò poscia Corradino il suo viaggio
alla volta di Roma, senza far caso alcuno nè dei messi a lui inviati
dal papa per fermare i suoi passi, nè delle scomuniche terribili
fulminate contra di lui in Viterbo nel giovedì santo dal pontefice
_Clemente IV_[167]. In Roma fu accolto con incredibile onore da _Arrigo
di Castiglia_ senatore e dal popolo romano, che in tempi sì torbidi
nella volubilità ad alcun altro non la cedeva. I motivi o pretesti
che adduceva Arrigo d'essersi ritirato dall'amicizia del re Carlo suo
cugino, e di avere abbracciato il partito di Corradino, erano per aver
egli prestata gran somma di danaro a Carlo, allorchè questi imprese
la spedizion della Sicilia, senza averne giammai potuto ricavare il
rimborso con tutte le istanze sue. Aggiugneva che il re Carlo l'aveva
contrariato nella corte pontificia, ed impedita l'investitura per lui
del regno della Sardegna. Noi possiam anche credere che per parte di
Corradino gli fossero state fatte di larghe promesse di ricompense e di
Stati.

Ora questa malvagio principe Arrigo col tanto avere abitato e
conversato in Tunisi co' Saraceni[168], s'era imbevuto di molte loro
scellerate massime, nè avea portato con seco a Roma altro che il nome
di cristiano. Creato senatore, quanti Guelfi quivi si trovavano trasse
dalla sua. Prese con frode e mandò in varie fortezze Napoleone e Matteo
Orsini, Giovanni Savello, Pietro ed Angelo Malabranca, nobili che
più degli altri poteano far fronte a' suoi disegni. Quindi cominciò a
raunar soldati, e per avere di che sostenerli, si diede a saccheggiar
le sagrestie delle chiese di Roma, con asportarne i vasi e gli arredi
sacri, e i depositi di danaro, che i Romani di allora, secondo anche
l'uso degli antichi, soleano fare ne' luoghi sacri. Dopo questo
infame preparamento, arrivato Corradino a Roma, attese con Arrigo
ad ingrossar l'esercito suo. Vi concorrevano Ghibellini da tutte le
parti, e vi si aggregarono moltissimi Romani sì nobili che popolari,
tutti lusingandosi di tornare colle bisaccie piene d'oro da quella
impresa. Spedirono anche i Pisani in aiuto di Corradino ventiquattro
galee ben armate[169] sotto il comando di Federigo marchese Lancia. Ed
essendo questa flotta arrivata a Melazzo in Sicilia per secondare la
quasi universal ribellione di quell'isola, ventidue galee provenzali
inviate dal re Carlo, unitesi con altre nove messinesi, andarono ad
assalirla[170]. Tal vigore fu quello de' Pisani in incontrarle, che
i Provenzali si diedero alla fuga, lasciando i legni messinesi alla
discrezion de' nemici, i quali dipoi tentarono anche di prendere la
stessa città di Messina, ma con andare a voto i loro sforzi. Ascese
a sì gran copia e potenza l'esercito adunato da Corradino, che non
v'era chi non gli predicesse il trionfo, a riserva del buon _papa
Clemente_, il quale dicono che predisse la rovina di Corradino, e mirò
compassionando l'incauto giovane, incamminato qual vittima alla scure.
Con esso Corradino adunque marciavano, già turgidi per la creduta
infallibil vittoria, _Federigo duca_ d'Austria, _Arrigo di Castiglia_
senatore di Roma co' suoi Spagnuoli, i conti Galvano e Gherardo da
Pisa, e i capi de' ghibellini romani, cioè gli Annibaldeschi, i Sordi,
ed altri nobili e fuoriusciti di Puglia. Circa dieci mila cavalli si
contavano in quest'armata, oltre alla folla della fanteria. Per opporsi
a un sì minaccioso torrente, il re Carlo, dopo avere abbandonato
l'assedio di Nocera, venne con tutte le sue forze alla Aquila[171];
e, confortato dai suoi, si inoltrò sino al piano di San Valentino,
ossia di Tagliacozzo, poche miglia lungi dal lago Fucino, ossia di
Celano. Era di lunga mano inferiore di gente al nimico; ma sua fortuna
volle che poco dianzi fosse capitato alla sua corte Alardo di Valberì,
ossia di Valleri, cavaliere franzese, che per venti anni avea militato
in Terra santa contra degl'infedeli, personaggio di rara prudenza e
sperienza nei fatti di guerra. Questi il consigliò di far due schiere
della sua armata[172], e di tenersi egli in riserva con cinquecento
dei più scelti cavalieri dietro un monticello, aspettando l'esito
della battaglia. Si azzuffarono gli eserciti nel dì 23 d'agosto. Aspro
e sanguinoso fu il combattimento; ma infine, perchè i più sogliono
prevalere al meno, cominciarono i Franzesi e Provenzali a rinculare
e a rompersi. Stava il re Carlo sopra un poggio mirando la strage
de' suoi, e moriva di impazienza d'uscire addosso ai nemici; ma fu
dal vecchio Alardo ritenuto sempre, finchè si vide rotto affatto il
suo campo, e le genti di Corradino tutte disperse, parte in inseguire
i fuggitivi e far dei prigioni, e parte perduti dietro allo spoglio
degli uccisi. Allora _Alardo_, rivolto al re Carlo gli disse: _Ora è
il tempo, o sire. La vittoria è nostra_. E, dato di sprone ai freschi
cavalli, piombò addosso al troppo disordinato esercito nemico, che,
senza aver tempo e maniera di raccogliersi, parte lasciò quivi la vita,
parte restò prigioniere, e gli altri cercarono di salvarsi colla fuga.
Corradino e molti de' baroni suoi, che, stanchi dalla fatica e oppressi
dal gran caldo, s'erano tratti gli elmi, siccome persuasi dell'ottenuta
vittoria, veggendo la strana mutazion di scena, si diedero a fuggire.

Erano con Corradino il giovinetto duca d'Austria, e i conti Galvano
e Gherardo da Pisa. Presero essi travestiti la via della Maremma,
con pensiero di tornarsene a Roma, ovvero a Pisa. Arrivati ad
Astura, noleggiarono una barchetta; ma perchè furono riconosciuti
per persone d'alto affare, Giovanni (da altri è chiamato Jacopo) de'
Frangipani, signore di quel castello, colla speranza di ricavarne un
gran guiderdone dal re Carlo, li prese e mandogli al re, che a questa
nuova vide con immenso gaudio coronata la memorabil sua vittoria,
giacchè Arrigo di Castiglia con altri nobili era anch'egli rimasto
prigioniere. Custodito fu nelle carceri di Napoli Corradino sino al
principio d'ottobre, nel qual tempo, tenuto un gran parlamento, dove
intervennero i giurisconsulti, i baroni e sindaci della città, fu
proposta la causa di questo infelice principe. Ricobaldo, storico
ferrarese, dice d'aver inteso da Gioachino di Reggio, il quale si
trovò presente a quel giudizio, che i principali baroni franzesi e
i giurisconsulti, e fra gli altri Guido da Sazara lettor celebre di
leggi in Modena e in Reggio, dimorante allora in Napoli, sostennero,
che giustamente non si potea condannare a morte Corradino, perchè a lui
non mancavano ragioni ben fondate per cercare di ricuperar il regno
di Sicilia e Puglia, conquistato con tanti sudori da' suoi maggiori
sopra i Saraceni e Greci, senza aver egli commesso delitto alcuno, per
cui ne dovesse essere privato. Si allegava che l'esercito di Corradino
avea saccheggiate chiese e monisteri; ma si rispondeva, non costare
che ciò fosse seguito per ordine d'esso Corradino; e forse non averne
fatto altrettanto e peggio anche le milizie del medesimo re Carlo? Un
solo dottore di leggi fu di parere contrario, ed è credibile che altri
ancora dei baroni beneficati dal re Carlo, per timore della casa di
Suevia, consigliassero la morte di Corradino. In somma al barbarico
sentimento di questi tali si attenne esso re Carlo, figurandosi egli,
finchè vivesse Corradino, di non potersi tenere per sicuro possessore
del regno. Però nel dì 29 di ottobre del presente anno (e non già
nell'anno seguente, come taluno ha scritto), eretto un palco sulla
piazza, oppure sul lido di Napoli, fu condotto colà il giovinetto
Corradino, che dianzi avvertito dell'ultimo suo destino, avea fatto
testamento e la sua confessione. L'innumerabil popolo accorso a sì
funesto spettacolo non potea contenere i gemiti e le lagrime[173].
Fu letta la feral sentenza da Roberto da Bari giudice, al quale, se
crediamo a Giovanni Villani[174], finita che fu la lettura, _Roberto_
figliuolo del conte di Fiandra, genero del re Carlo, diede d'uno
stocco nel petto, dicendo che a lui non era lecito di sentenziare a
morte sì grande e gentil signore: del qual colpo colui cadde morto,
presente il re, e non ne fu fatta parola. Lasciò _Corradino_ la testa
sul palco, e dopo lui furono decollati _Federigo duca_ d'Austria,
il _conte Gherardo_ da Donoratico di Pisa sugli occhi del _conte
Galvano_ suo padre, al quale medesimamente fu dipoi spiccato il capo
dal busto. Altri scrivono che Galvano Lancia fu allora decapitato.
Vennero i loro cadaveri vilmente seppelliti, ma fuori di sacrato,
come scomunicati. D'altri nobili ancora, decollati in quell'infausto
giorno, fanno menzione varii scrittori. Così nell'infelice Corradino
ebbe fine la nobilissima casa di Suevia, e in Federigo la linea dei
vecchi duchi d'Austria, con passar dipoi dopo qualche tempo quel ducato
nella famiglia degli arciduchi d'Austria, che gloriosamente ha regnato
e regna fino a' dì nostri. Un'infamia universale si acquistò il re
Carlo presso tutti gli allora viventi, ed anche presso i posteri, e
fin presso i suoi stessi Franzesi, per questa crudeltà; e fu osservato
che da lì innanzi gli affari suoi, benchè paressero allora giunti al
più bell'ascendente, cominciarono a declinare, con piovere sopra di
lui gravissime disgrazie. Enea Silvio[175], che fu poi papa Pio II,
e varii storici napoletani e siciliani scrivono che Corradino sul
palco quasi in segno d'investitura gittò un guanto al popolo, con
cui egli intese di chiamare all'eredità di quel regno _don Pietro_
d'Aragona, marito di _Costanza_, figliuola del fu _re Manfredi_, con
altre particolarità ch'io tralascio. Ma probabilmente queste furono
invenzioni de' tempi susseguenti, per dar più colore a quanto operarono
gli Aragonesi. Portata in Sicilia la nuova della disfatta e prigionia
di Corradino, cominciarono que' popoli a ritornare dalla ribellione
all'ubbidienza del re Carlo. Ed avendo egli poscia spedita colà la
sua armata navale sotto il comando del conte Guido di Monforte, ossia
di Guglielmo Stendardo, ridusse tutto il resto dell'isola alla sua
divozione col macello di gran gente, senza distinguere gl'innocenti
dai rei[176], con far prigione Corrado di Antiochia capo dei sollevati.
Costui restò privo degli occhi; e infine impiccato insieme con Nicolò
Maleta. _Federigo di Castiglia_ e Corrado Capece sulle navi pisane si
salvarono a Tunisi dallo sdegno del re Carlo, il quale non la finì di
sfogar l'animo suo vendicativo sopra i popoli della Sicilia e Puglia,
con devastar città e terre, fare strage dei prigioni, ed imporre
esorbitanti aggravii a' sudditi di quelle contrade, con lasciare
a' suoi Franzesi una sì sfrenata licenza, che pareva a que' popoli
d'essere caduti in una deplorabile schiavitù, peggiore che quella de'
Barbari.

Abbiamo dagli Annali Ecclesiastici[177], che papa _Clemente IV_,
siccome pontefice di santi e placidi costumi, scrisse al re Carlo,
pregandolo per suo bene ancora di mitigare il furor suo, e de' suoi
contra de' miseri Siciliani e Pugliesi, e di abbracciar la clemenza:
tanto è lontano ch'egli consigliasse la morte di Corradino, come
sparsero voce i malevoli. Oltre a ciò, scrisse al santo _re Lodovico_,
acciocchè anch'egli adoperasse gli uffizii col fratello. Ma Carlo
fece le orecchie di mercatante, e seguitò il corso della vendetta.
Se n'ebbe col tempo a pentire. Iddio intanto levò l'ottimo pontefice
dagli affanni del nostro mondo, con chiamarlo alla quiete e felicità
dell'altro. Accadde la di lui morte in Viterbo[178] nella vigilia
di sant'Andrea, ossia nel dì 29 di novembre, vegnendo il dì 30, e in
essa città gli fu data sepoltura. Gran tempo restò dipoi vacante la
cattedra di san Pietro. Dopo la prigionia di Arrigo di Castiglia, a
cui, per cagion della parentela col re Carlo, fu salvata la vita, e
dopo alcuni anni renduta anche la libertà, aveva il papa suddetto
reintegrato esso re Carlo nel grado di senatore di Roma; e perciò
venuto a Roma, ne ripigliò il possesso, e tornò ad esercitar quella
carica per mezzo d'un suo vicario[179], con aggiugnere a' suoi titoli
ancor questo. In mezzo a tante sue politiche e militari occupazioni
non dimenticò il re suddetto di pensare ad un'altra moglie, e questa
fu _Margherita di Borgogna_. Negli Annali di Milano[180] è scritto
ch'essa arrivò in quella città nel dì 10 d'ottobre, e vi fu ricevuta
con baldacchino posto sopra dodici aste, portate dai nobili, e con
altri onori, giuochi e concorso d'innumerabil popolo. Nel dì 16 d'esso
mese giunse a Parma[181]; nel dì 19 a Reggio, e di là a Bologna.
In tutte queste città trattata fu colla magnificenza convenevole
ad una gran regina. Portossi in quest'anno nel mese di novembre a
Milano[182] un legato apostolico per riconciliar quel popolo colla
Chiesa romana e col loro arcivescovo _Ottone Visconte_. Se voleano
essere liberati dall'interdetto, dimandò egli, che tutti giurassero
fedeltà alla santa Sede, cioè di eseguire i di lei comandamenti; che
riconoscessero Ottone per legittimo loro pastore; gli restituissero
i beni, e gli permettessero l'ingresso e la permanenza nella città; e
che non mettessero contribuzioni al clero. Tutto promisero i Torriani
dominanti e il popolo. Diedero anche idonea sicurtà: con che tolto
fu l'interdetto, assoluti gli scomunicati, e posti gli uffiziali
dell'arcivescovo in possesso de' beni usurpati. Se ne tornò il legato
a Roma per far venir Ottone alla sua residenza, nel qual tempo mancò
di vita il papa. Per tal nuova giubilarono forte i Torriani, nè più si
curarono di adempiere le promesse fatte. Teneva tuttavia il _marchese
Oberto_ Pelavicino gran ghibellino le terre di Scipione, Pellegrino,
Gislagio, Landasio, Busseto, Pissina ed altri luoghi[183]; ma era
la sua principal dimora in Borgo San Donnino, da dove, assistito dai
fuorusciti parmigiani, facea guerra alla città di Parma. Del pari il
conte Ubertino Lando, altro ghibellino, possedendo la Rocca di Bardi,
Compiano, Monte Arsiccio ed altre terre, unito cogli usciti di Piacenza
infestava non poco quella città. Raunarono i Parmigiani coll'aiuto
di tutte le loro amistà un esercito di circa trentamila persone, e
formarono l'assedio di Borgo San Donnino. Nel dì 21 di ottobre seguì
accordo e pace fra gli uomini di quella terra e i Parmigiani[184]. Se
n'andò con Dio il marchese Pelavicino, e i fuorusciti di Parma con
giubilo universale rientrarono di concordia nella loro città. Ma i
Parmigiani nel dì 13 di novembre contro i patti poco prima stabiliti,
essendo iti al suddetto Borgo di San Donnino, smantellarono affatto
quella terra, con distribuirne gli abitanti in varie circonvicine
castella. Formarono anche un decreto di non poterla mai più rifare,
affinchè non fosse più in istato di molestar con guerre la città
di Parma, siccome tante volte in addietro era avvenuto. Similmente
i Piacentini ebbero gran guerra col conte Ubertino Landò; e avendo
prese le castella di Seno e di Scipione, distrussero l'ultimo contro i
patti. Compiè il corso di sua vita in quest'anno _Rinieri Zeno_ doge di
Venezia[185], e in luogo suo fu eletto _Lorenzo Tiepolo_ nel dì 25 di
luglio. Restò in tal occasione stabilita la forma con cui oggidì si fa
l'elezione del nuovo doge. Furono delle commozioni in Brescia[186] fra
i cittadini delle due fazioni. Perchè i Ghibellini gran festa aveano
fatto per la venuta di Corradino, i Guelfi nel dì 14 di novembre,
dato di piglio all'armi, vollero cacciar di città gli avversarii.
Frappostosi Francesco Torriano governatore, quetò il tumulto, col
mandare a' confini in Milano alcuni Guelfi nobili e popolari. Ma nel
dì 14 di dicembre di nuovo furono in armi i Guelfi, e fecero uscir
di città non solamente parecchi de' Ghibellini, ma anche lo stesso
Francesco dalla Torre e _Raimondo vescovo_ di Como suo fratello.
Rifugiaronsi gli usciti in varie castella; e i Veronesi, prevalendosi
di questa divisione, s'impadronirono di Desenzano, Rivoltella e
Patengolo.

NOTE:

[162] Monach. Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.

[163] Caffari, Annal. Genuens., lib. 8, tom. 6 Rer. Ital.

[164] Annales Pisani, tom. 6 Rer. Ital.

[165] Sabas Malaspina, lib. 4, cap. 7.

[166] Ricordano Malaspina, cap. 191.

[167] Raynald., in Annal. Eccles.

[168] Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 18.

[169] Sabas Malaspina, lib. 4, cap. 40.

[170] Bartholomaeus de Neocastro, cap. 8, tom. 13 Rer. Ital.

[171] Ricordano Malaspina, cap. 192. Giovanni Villani, lib. 7, cap. 26.

[172] Richobaldus, in Pomar., tom. 9 Rer. Ital.

[173] Bartholomaeus de Neocastro, cap. 9.

[174] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 29.

[175] Æneas Silvius, in Hist. Austr. apud Boecl.

[176] Sabas Malaspina, lib. 4, cap. 18.

[177] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[178] Bernardus Guid., in Vita Clementis IV.

[179] Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.

[180] Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.

[181] Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[182] Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 304.

[183] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[184] Chron. Parmense, tom. 9 Rerum Ital.



    Anno di CRISTO MCCLXIX. Indizione XII.

    Santa Sede vacante.
    Imperio vacante.


Altro non rimaneva in Puglia che la città di Lucera ossia Nocera, nido
degli infedeli, cioè de' Saraceni, la quale al _re Carlo_ ricusasse
ubbidienza. Ne imprese egli l'assedio[187], e tanto vi stette sotto,
che quel popolo, dopo essersi ridotto a pascersi d'erba, e dopo aver
perduta gran gente, si diede a discrezione nelle mani d'esso re. Divise
egli i sopravvissuti per varie provincie, affinchè non potessero più
alzare la testa e raunarsi; e molti d'essi abbracciarono, almeno in
apparenza, la fede di Gesù Cristo[188]. Furono diroccate le muraglie
di quella città, e quanti cristiani disertori ivi si trovarono furono
senza misericordia tutti messi a filo di spada. Giunta a Napoli
la nuova _regina Margherita_ di Borgogna, moglie del re Carlo, si
solennizzò il suo arrivo con incredibil magnificenza ed allegrezza.
Ne lasciò una descrizione Saba Malaspina. Festa si fece ancora in
Toscana per li prosperi avvenimenti de' Guelfi[189]. Erano venuti
nel mese di giugno al castello di Colle in Valdelsa i Sanesi colle
masnade de' Tedeschi, Spagnuoli, Pisani, e coi rinforzi degli usciti
di Firenze e d'altri Ghibellini, sotto il comando di Provenzano
Selvani governatore di Siena, e del conte Guido Novello. A questo
avviso si mosse Giambertoldo, vicario del re Carlo in Firenze, co'
suoi Franzesi, co' Fiorentini e con altri aiuti delle terre guelfe di
Toscana; e, dato loro battaglia, li ruppe e sconfisse, con grandissima
perdita dei Sanesi. A messer Provenzano, che restò preso, fu mozzo il
capo e portato sopra una lancia per tutto il campo. Andarono poscia i
Fiorentini in soccorso de' Lucchesi contro ai Pisani; fu preso da loro
per forza il castello d'Asciano; giunsero sino alle porte di Pisa,
e quivi i Lucchesi per vergogna de' Pisani fecero battere moneta. Ma
nello stesso anno l'acque del fiume d'Arno per disordinato diluvio,
e perchè i legnami condotti da esse fecero rosta al ponte di Santa
Trinita, crebbero tanto, che allagarono la maggior parte di Firenze,
e si levarono finalmente in collo quel ponte e l'altro alla Carraia.
Cessò di vivere nel mese di maggio il _marchese Oberto_ Pelavicino
in uno dei suoi castelli, se crediamo al Sigonio, senza cercar
l'assoluzione dalle scomuniche. Ma ci assicura l'autore della Cronica
di Piacenza[190], dopo varii elogi della sua prudenza, affabilità
e potenza, ch'egli ricevette tutti i sacramenti della Chiesa, e
con grande esemplarità morì fra le braccia dei religiosi, ridotto,
dopo la signoria di tante città, in assai basso stato. Continuarono
nulladimeno Manfredi suo figliuolo, e i di lui nipoti a posseder molte
castella, e lungamente sostennero di poi il decoro di quell'antica e
nobil famiglia. Peggior condizione fu quella di Buoso da Doara[191],
che tanta figura aveva anch'egli fatta nel mondo negli anni addietro.
Iti nel mese di luglio i Cremonesi coll'oste loro alla Rocchetta, dove
egli soggiornava, il costrinsero in fine a capitolarne la resa. Fu
diroccata quella fortezza, ed egli ritiratosi nelle montagne, fece ben
varii sforzi per ringambarsi, ma infine dopo qualche anno poveramente
terminò i suoi giorni. È considerabile una notizia a noi conservata
dalla suddetta Cronica di Piacenza. Le mire del re Carlo tendevano alla
signoria di tutta la Italia, secondato in ciò per amore o per forza dai
papi. A questo fine mandò suoi ambasciatori alle città di Lombardia,
e questi ottennero che si tenesse in Cremona un gran parlamento, in
cui fu esposto il desiderio d'esso re di ottenere il dominio di tutte
le città che seguitavano la parte della Chiesa, ossia la guelfa, con
promettere a tutti protezione e molti vantaggi. Concorrevano a darsegli
i Piacentini, Cremonesi, Parmigiani, Modenesi, Ferraresi e Reggiani. Ma
di contrario parere furono i Milanesi, Comaschi, Vercellini, Novaresi,
Alessandrini, Tortonesi. Torinesi, Pavesi, Bergamaschi, Bolognesi e
il marchese di Monferrato, consentendo bensì di averlo per amico, ma
non già per signore. Per questa discordia finì il parlamento, senza
che il re Carlo riportasse alcun frutto delle sue alte idee. Il popolo
di Piacenza nell'anno presente, ricevuti dei rinforzi da Milano e da
Parma, si portò all'assedio della rocca di Bardi, posseduta dal conte
Ubertino Lando, e vi consumò intorno di molta gente. Dopo cinque mesi
l'ebbero a patti, e vi posero un buon presidio. Ma il conte Ubertino
virilmente seguitò più che prima a far guerra a Piacenza, e le tolse
alcune castella, uccidendo e menando prede in gran copia.

Accadde in quest'anno[192], che _Napo_, ossia _Napoleone_, signor di
Milano e di Lodi, essendosi portato a quest'ultima città, fu insultato
dalla potente famiglia de' Vestarini, gittato da cavallo e vilmente
trattato. Tornossene a Milano, pieno di confusione e vergogna, ma più
dello spirito della vendetta. Nè differì il farla. Con potente esercito
andò colà, ed, espugnata la città nel dì di santa Margherita, mandò
nelle prigioni di Milano Sozzino de' Vestarini; due suoi figliuoli fece
crudelmente morire; ordinò la fabbrica di due fortezze in quella città,
ed esaltò la famiglia guelfa di Fissiraga, la quale col tempo usurpò
quel dominio. Fecero oste nell'anno presente i Modenesi colla lor
fanteria e cavalleria nel Frignano contro Guidino da Montecuccolo, per
cagione d'un castello da lui tolto ai Serafinelli[193]. Ma sopraggiunto
il conte Maghinardo con gran quantità di cavalleria bolognese, si venne
ad una fiera zuffa, in cui rimase sconfitto l'esercito modenese, e
quasi tutti i Reggiani, accorsi in aiuto d'essi Modenesi, vi lasciarono
la vita. Covando i Torriani signori di Milano un fiero sdegno contra
de' Bresciani[194], ostilmente nell'anno precedente erano entrati nel
loro territorio, ed aveano prese le terre di Capriolo e Palazzuolo,
mentre i Bresciani si trovavano all'assedio di Minervio. Per comporre
questa discordia, si erano interposti _Filippo arcivescovo_ di Ravenna
e legato pontificio, _Obizzo marchese_ d'Este e signor di Ferrara e
_Lodovico conte_ di San Bonifazio, con riuscir loro di far ritirare le
armi de' Torriani, e di liberar Minervio dall'assedio. Ma perciocchè
insistevano i Torriani che fossero rimessi in Brescia i fuorusciti,
al che consentivano i nobili della città, si sollevò il popolo di
contrario parere nel dì 28 d'agosto d'esso anno contra dei nobili, e
parte di loro spinse fuori della città, e parte presi ritenne nelle
carceri. Il perchè in questo anno il re Carlo, che facea l'amore a
questa sì potente città, v'inviò suoi ambasciatori per mettervi pace,
e v'andarono quegli ancora de' Bolognesi. Fu in fine conchiuso che
i prigioni fossero inviati a' confini nella città d'Alba, di cui,
siccome ancora d'altre terre nel Piemonte, era allora signore il re
Carlo[195]. Ma nel viaggio da frate Taione e da Buoso da Doara, che era
ancor vivo, furono liberati, con restar prigioni cento cavalieri che
li scortavano. Nè mancarono novità in Verona. Vi fu ucciso Turisendo
dei Turisendi[196], uno de' maggiorenti; ed essendo fuggiti dalla
città molti ivi detenuti prigioni, s'impadronirono essi delle terre
di Legnago, Villa Franca, Soave e d'altre castella. Fatta anche lega
con Lodovico conte di San Bonifazio, e cogli altri usciti di Verona,
cominciarono contra di _Mastino dalla Scala_ signor di Verona un'aspra
guerra, che durò per più di due anni. Furono cagione cotali novità che
la maggior parte de' nobili veronesi, de' quali ci conservò Parisio
da Cereta il catalogo, furono cacciati da Verona e banditi: con che
Mastino maggiormente assodò la sua signoria sopra il popolo di quella
città, e ricuperò poscia l'una dietro l'altra le terre predette. Circa
questi tempi anche in Mantova avvennero funeste dissensioni per la
rivalità delle potenti famiglie[197]. I conti di _Casalalto_ aiutati da
_Pinamonte de' Bonacolsi_, ossia _de' Bonacossi_, fecero colla forza
sloggiare i nobili _Zanicali_ con tutti i loro aderenti; e poscia
Pinamonte, avendo proditoriamente prese l'armi col popolo, ne scacciò
gli stessi conti, ed arrivò a farsi proclamar signore di Mantova: in
quali anni precisamente seguissero tali mutazioni, nol so io dire. Il
Platina nella Storia di Mantova, che le descrive, e mostra mischiato in
quelle turbolenze _Obizzo marchese_ d'Este, siccome quegli che aspirava
al dominio di Mantova, non ne assegna gli anni: difetto non lieve della
storia sua. Ma veggasi all'anno 1272. Cessar dovette in questi tempi
anche la potenza di _Lodovico conte_ di S. Bonifazio, sostenuta per
molti anni nella città di Mantova. Che l'anno presente i Piacentini,
i Milanesi e parecchi altri popoli di Lombardia giurassero fedeltà a
_Carlo re_ di Sicilia e Puglia, e il prendessero per loro signore,
lo scrive l'autore della Cronica di Piacenza[198]. Ma quest'ultima
partita non par molto sussistente. Verisimilmente altro non fecero
che dichiararsi aderenti al re Carlo, e mettersi sotto la di lui
protezione, ma non già sotto la di lui signoria.

NOTE:

[185] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[186] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.

[187] Sabas Malaspina, lib. 4, cap. 20,

[188] Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Italic.

[189] Ricordan. Malaspina, cap. 194.

[190] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[191] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

[192] Gualvan. Flamma, cap. 305.

[193] Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[194] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.

[195] Caffari, Annal. Genuens., lib. 8, tom. 6 Rer. Ital.

[196] Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCLXX. Indizione XIII.

    Santa Sede vacante.
    Imperio vacante.


L'anno fu questo in cui _Lodovico IX_ santo re di Francia volle
compiere il secondo voto della spedizione sua contro gl'infedeli[199].
Sul principio di marzo si mise in viaggio col cardinale d'Albano
legato apostolico; e con un fiorito esercito passò in Provenza, dove
solamente ne' primi giorni di luglio imbarcata la gente, sciolse
le vele. Battuta quell'armata da una furiosa tempesta, approdò a
Cagliari in Sardegna, e di là poi dirizzò le prore verso L'Africa.
Perchè il bey ossia il re di Tunisi gli avea fatto sperare di volersi
convertire alla fede di Cristo, e per altri motivi, prevalse il
motivo di sbarcare colà. Si trovò che quel Barbaro avea tutt'altro
in cuore che d'abbracciar la religion cristiana; anzi coll'arrivo
dei Franzesi fece metter ne' ferri tutti quanti i mercatanti e gli
schiavi cristiani di Tunisi, che erano alquante migliaia. Fu dunque
determinato di usar la forza, e non si tardò a prendere il castello
di Cartagine, dove il santo re si trincierò, aspettando intanto
l'arrivo di _Carlo re_ dì Sicilia colla sua flotta, che dovea portar
un poderoso rinforzo di gente, di munizioni e di viveri. Ma il re
Carlo oltre l'espettazione tardò un mese ad arrivar colà: nel qual
tempo, per gli eccessivi caldi, per la diversità del clima e per la
penuria dell'acqua dolce, s'introdusse nella regale armata il flusso
di sangue con febbri maligne, che cominciarono a fare ampia strage
dell'alta e bassa gente. Vi perì _Giovanni Tristano_ conte di Nivers,
figliuolo del re, e poco appresso il _cardinale legato Radolfo_, con
altri nobili. Ed infermatosi lo stesso re santo _Lodovico_, nel dì
25 d'agosto con ammirabil costanza d'animo, rassegnazione al volere
di Dio e atti di soda pietà, volò a ricevere in cielo quella corona
ch'egli amò e desiderò più che l'altra della terra, lasciando in una
total costernazione l'armata sua. Arrivato in questo tempo il re Carlo
con una potentissima flotta, rincorò gli animi abbattuti, e fatto
dichiarare re di Francia _Filippo_ figliuolo primogenito del defunto
re, ottenne che si strignesse d'assedio la città di Tunisi. Durò
circa tre mesi questa impresa con varie scaramuccie; e veggendo il re
saraceno l'ostinazion de' cristiani, si ridusse in fine a pregar di
pace o tregua[200], e questa fu conceduta, per potersi tirar con onore
da quel paese. L'accordo fu stabilito, con obbligarsi colui di sborsare
cento cinque mila fiorini d'oro, oppure oncie d'oro, da pagarsi la
metà di presente, e l'altra fra due anni; di liberar tutti gli schiavi
cristiani; di permettere l'esercizio libero e la predicazion della
religione di Cristo; e finalmente di pagar da lì innanzi annualmente al
re di Sicilia quaranta mila scudi di tributo. Il che fatto, nel dì 28
di novembre tutto l'esercito franzese e siciliano s'imbarcò, e voltò
le prore alla volta della Sicilia. Il non avere il re Carlo mostrato
alcun pensiero di soccorrere Terra santa, al quale oggetto s'erano
imposte tante contribuzioni ai popoli e alle chiese, e tanti aveano
presa la croce, diede motivo ad una universal mormorazione, gridando
tutti ch'egli unicamente per suo vantaggio, e per rendersi tributario
il regno di Tunisi, avea promossa la crociata, ed eccitato il santo
re fratello a fermarsi colà. Soprattutto se ne stomacò, e ne fece
dell'aspre doglianze _Edoardo principe_ d'Inghilterra, il quale nel
tempo dello stesso trattato arrivò a Tunisi, e veleggiò poscia verso di
Accon, per dare un vero compimento al suo voto. Ma nell'ultimo giorno
di novembre arrivata la flotta franzese e siciliana alla vista di
Trapani in Sicilia, fu sorpresa da sì orrida tempesta, che la maggior
parte o restò preda del mare, o andò a rompersi in terra colla morte,
chi dice di quattro, chi di molte più migliaia di persone, e colla
perdita del danaro pagato dai Saraceni, e d'altri innumerabili arnesi.
Il Continuatore di Caffaro, allora vivente, scrive che vi perirono
infiniti uomini. Trovavansi in quell'armata ben dieci mila Genovesi,
parte per combattere colle lor navi contra degl'infedeli, e parte per
armare le galee franzesi. Commise il re Carlo in sì funesta congiuntura
un'azione delle più nere che si possano immaginare; imperciocchè di
tutto quello che si potè salvare e ricuperar dal naufragio, egli si
fece padrone, allegando un'empia legge del re Guglielmo, e una lunga,
ma infame consuetudine, che tutte le robe dei naufraganti erano del
fisco. Nè giovò ai Genovesi il dire che per servigio della crociata
e di lui stesso erano venuti, nè il produrre le convenzioni seguite
con lui, per cui era promessa sicurezza alle lor persone e robe, in
casi ancora di naufragio. Nel tribunale di quell'avido principe riuscì
inutile ogni ragione e doglianza.

Fu in quest'anno una strepitosa sollevazione in Genova, città sempre
piena di mali umori in que' tempi, cioè di fazioni, parzialità e
discordie. Per cagione della podesteria di Ventimiglia si venne
all'armi nel dì 28 di ottobre. I Doria e gli Spinola, famiglie
potentissime, insorsero contra i Grimaldi e Fieschi, e s'impadronirono
del palazzo del podestà. Questi si rifugiò nelle case de' Fieschi;
ma quivi ancora perseguitato, fu preso, e poi licenziato colla paga a
lui dovuta di tutto l'anno. In quello stesso giorno furono proclamati
capitani di Genova[201] con mero e misto imperio _Oberto Spinola_
e _Oberto Doria_, che presero il partito dei Ghibellini, ossia
dell'imperio; nè luogo alcuno si contò che non si sottomettesse alla
loro autorità: il che produsse pace e quiete per tutto il Genovesato.
Non cessava intanto la guerra fra il popolo di Brescia signoreggiante
nella città e i nobili fuorusciti[202]. Quivi si trovava un messo del
re Carlo per nome Ugo Staca. Costui con una gran turba di cittadini,
dopo essere stato a Gambara, se ne tornava alla città. Nella villa di
Leno fu assalito improvvisamente dagli usciti, che moltissimi uccisero
del seguito suo. Questo colpo fece risolvere i cittadini di alzar le
bandiere del re Carlo, e di acclamarlo per loro signore nel dì 30 di
gennaio. Carlo vi mise per governatore l'arcivescovo di San Severino,
e spedì ad essa città una compagnia d'uomini per lor sicurezza.
Ciò non ostante, continuarono gli usciti a far guerra, ma con loro
svantaggio, alla città. Nell'anno presente i Pisani[203], oramai
conoscendo di non poter contrastare colla possanza del re Carlo e de'
Guelfi di Toscana, fecero pace co' Lucchesi, e cercarono ed ottennero
la grazia del medesimo re. Un pari accordo seguì fra i Sanesi[204] e i
Fiorentini, per cagion del quale ritornarono in Siena i Guelfi usciti;
ma non passò gran tempo ch'essi Guelfi, nulla curando i patti fatti,
scacciarono dalla città i Ghibellini: sicchè non restò in Toscana
città che non si reggesse a parte guelfa. E i Fiorentini sotto alcuni
pretesti disfecero il castello di Poggibonzi, che era de' più belli e
forti della Toscana, e ridussero quel popolo ad un borgo nel piano.
Cominciò in questo anno la guerra fra i Veneziani[205] e Bolognesi.
Aveano i Ferraresi, Padovani e Trivisani negato al doge di Venezia
soccorso di grani in tempo di grave carestia, avendone bisogno per loro
stessi. Sdegnato egli, impose delle nuove gabelle alle mercatanzie,
e fece guardare i forti dell'Adriatico, acciocchè niuno conducesse
vettovaglie, se non a Venezia, nè passava sale in terra ferma. Se ne
disgustarono forte i Bolognesi, perchè loro ne veniva gran danno; e
quantunque inviassero ambasciatori a dolersene, non ne riportarono se
non delle amare risposte. Era allora al sommo la potenza dei Bolognesi,
giacchè comandavano alla maggior parte della Romagna. Però, adunato un
esercito di circa quaranta mila persone, andarono al Po di Primaro,
e quivi piantarono un castello ossia fortezza, secondo l'uso di que'
tempi. Venne pertanto spedita da Venezia una flotta di molte navi per
impedir quel lavoro, con trabucchi e mangani dall'altra riva del Po; ma
i Bolognesi non restarono per questo di compierlo, nè si attentarono
i Veneziani di sturbarli. Dopo la morte di Aldigieri Fontana, avendo
tentato in vano i suoi parenti, potente famiglia di Ferrara[206], di
torre il dominio di quella città ad _Obizzo marchese_ d'Este, se ne
fuggirono, ritirandosi sul Bolognese, a Galiera, da dove cominciarono
a danneggiare il territorio di Ferrara. Ottennero poscia perdono dal
marchese, purchè andassero a' confini nelle città ch'egli loro assegnò.

NOTE:

[197] Platina. Hist. Mantuan., tom. 20 Rer. Ital.

[198] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[199] Nangius., Monach. Patavinus, in Chron. Guilielmus de Podio, Gesta
S. Lodovici, et alii.

[200] Caffari, Annal. Genuens., lib. 96, tom. 6 Rer. Ital.

[201] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[202] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.

[203] Ptolomeus Lucens., Annal. Brev., tom. 2 Rer. Ital.

[204] Annales Senenses, tom. 15 Rer. Ital.

[205] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCLXXI. Indizione XIV.

    GREGORIO X papa 1.
    Imperio vacante.


_Filippo_ nuovo re di Francia e _Carlo re_ di Sicilia suo zio
sen vennero a Viterbo, affine di sollecitare i discordi cardinali
all'elezione di un papa. Avvenne che colà ancora si portò il _conte
Guido_ di Monforte, vicario allora per esso re Carlo in Toscana[207].
Nudriva costui un immenso odio contro la real casa d'Inghilterra,
perchè il _conte Simone_ suo padre era stato ucciso, e ben giustamente,
per gli suoi demeriti, dal re d'Inghilterra. Per questo mal talento
commise esso conte Guido una delle più abbominevoli azioni che possano
cadere in mente di uomo e cristiano. Imperocchè, avendo trovato in
chiesa attento alla sacra messa _Arrigo_, figliuolo di_ Riccardo
d'Inghilterra_ re de' Romani, ch'era venuto coi suddetti due re dalla
crociata di Tunisi, crudelmente quivi uccise quell'innocente principe.
Nè di ciò contento, perchè gli fu ricordato che suo padre era stato
strascinato, tornò indietro, e, preso pe' capelli quel cadavero, lo
strascinò fuori di chiesa. Sotto gli occhi, per così dire, di quei due
re fu commesso questo esecrabil fatto, e non se ne vide risentimento
alcuno, non senza gravissimo lor biasimo; se non che il re Carlo gli
levò il vicariato della Toscana. Se ne fuggì questo empio assassino;
ma il colse a suo tempo la mano di Dio, perchè finì malamente i
suoi dì nelle prigioni di Sicilia. Benchè nulla avessero operato
le premure dei suddetti re per indurre il collegio de' cardinali ad
accordo, di maniera che attediati si partirono da Viterbo; pure da
lì ad alcuni mesi si applicarono essi cardinali daddovero a dare un
nuovo papa alla Chiesa di Dio[208]. Di grave scandalo era stato ai
popoli cristiani il vedere che da tanto tempo non aveano saputo i
quindici cardinali accordarsi nell'elezione di alcun di essi; colpa
della loro ambizione, che anteponeva il privato interesse a quel
della repubblica cristiana. Fecero essi adunque un compromesso nel
dì primo di settembre in sei cardinali, i quali senza perdere tempo
nominarono papa _Tedaldo_, appellato ancora _Tebaldo_, della nobil casa
de' Visconti di Piacenza, non cardinale, non vescovo, ma solamente
arcidiacono di Liegi[209], personaggio nondimeno di santi costumi,
che si trovava allora in Accon, ossia in Acri di Soria, dove faticava
in servigio della cristianità. Parve maravigliosa questa elezione,
perchè egli neppure era conosciuto da alcuno dei cardinali; eppur
tutti consentirono in lui, e se ne applaudirono bene a suo tempo:
così bella riuscita fece questo degnissimo successore di san Pietro.
Spedì il sacro collegio ambasciatori ad Accon a notificargli la sua
promozione. Accettò egli l'elezione, e prese dipoi il nome di _Gregorio
X_ con incredibil giubilo de' cristiani orientali, che concepirono di
grandi speranze d'aiuti per la ricuperazione di Terra santa, stante
il piissimo zelo già sperimentato di questo insigne personaggio per
li progressi della crociata. Si dispose egli intanto pel suo ritorno
in Italia: del che parleremo all'anno seguente. Cominciò in quest'anno
a declinar la potenza de' Torriani[210]. Dopo essere stati i Comaschi
sotto il loro governo per dieci anni, si ribellarono, e preso Accursio
Cotica, vicario di _Napo dalla Torre_, tanto il ritennero, che fu
rilasciato Simone da Locarno, il quale per nove anni era stato detenuto
prigione in una gabbia di ferro in Milano. Rivoltatesi ancora contra
de' Torriani le due nobili famiglie milanesi Castiglioni e Birago, si
unirono co' nobili fuorusciti: del che sdegnato forte Napo Torriano,
ostilmente entrò nel Seprio, e vi prese e diroccò il castello di
Castiglione. In molte angustie si trovava il popolo di Piacenza[211]
per l'aspra guerra che gli faceva il conte Ubertino Lando coi nobili
fuorusciti di quella città. Il perchè trattarono nel loro consiglio di
darsi a Carlo re di Sicilia. Gran dibattimento, gran discordia fu ne'
partiti; ma finalmente la vinse l'affermativa, e si giurò fedeltà ad
esso re, con lasciare libertà a tutti i banditi di ritornare in città
nel termine d'un mese, purchè si sottomettessero al re. La maggior
parte d'essi vi ritornò.

Passò in quest'anno per Reggio di Lombardia[212] _Filippo re_ di
Francia, conducendo seco l'ossa del santo genitore _Lodovico IX_ e di
_Giovanni Tristano_ suo fratello. Correvano tutti i popoli a venerar
la cassa del re defunto, riguardandolo tutti come un principe santo; e
questa si deponeva nelle chiese con molti doppieri accesi all'intorno.
E però restò in queste parti una distinta divozione verso di lui,
tenendosi tuttavia care le di lui monete, per appenderle al collo
dei figliuolini. Nel dì primo d'aprile arrivò esso Filippo a Parma;
ed avendo le sue soldatesche bruciate quindici case a Colorno[213],
rifece quel danno con adeguato pagamento. Grave carestia patirono in
quest'anno i Reggiani e Parmigiani: ciò non ostante fecero oste al
castello di Corvara, dove dimorava con assai banditi Jacopo da Palù,
e presolo dopo tre mesi di assedio, poco dappoi lo smantellarono.
Continuando la guerra fra i Veneziani e Bolognesi[214] al Po di
Primaro, nel primo dì di settembre vennero alle mani i due nemici
eserciti, e toccò la peggio ai Veneziani. Confessa il Dandolo[215] che
i suoi lasciarono in preda ai Bolognesi le lor tende e bagagli; ma
che sopraggiunti altri capitani con gente assai, uccisero molti de'
Bolognesi, e fortificarono il castello di Sant'Alberto, posto sul Po
d'Argenta. Fecero guerra i potenti Bolognesi anche al comune di Modena,
contro il tenor della pace, nel mese d'agosto, per l'ingiusta lor
pretensione che i Modenesi nulla avessero da possedere di là dal fiume
Panaro. Presero all'improvviso il castello di San Cesario[216]: il che
udito in Modena, si diede tosto campana a martello, e il popolo tutto
in armi corse a quel castello, e impetuosamente superate le fosse,
quanti Bolognesi vi trovarono, o fecero prigioni, oppure uccisero.
Presero anche i Bolognesi le castella di Savignano, di Montecorone
e Monteombraro, e le atterrarono. Nè di ciò contenti, vennero
coll'esercito fino al ponte di Santo Ambrosio e al ponte di Navicello;
ma dai Modenesi, accorsi alla difesa, virilmente furono rispinti. In
tal congiuntura accorsero i Parmigiani, amici sempre fedeli, in aiuto
di Modena[217]. Ma neppur Bologna era esente da guai. Mali trattamenti
faceano i nobili al popolo, specialmente togliendo loro le donne. Si
afforzarono per questo i popolari, e formata un'unione fra loro, che
fu appellata la lega o compagnia della giustizia, mandarono a' confini
ottanta d'essi nobili: il che diede principio all'abbassamento di
Bologna, città che allora si trovava in una grande auge di potenza,
fortuna e ricchezze. Presero in quest'anno i Cremonesi il castello di
Malgrate per sagacità di Jacopino Rangone da Modena[218] lor podestà,
il quale per questo fatto fu confermato nella podesteria dell'anno
seguente. In Ferrara[219] Giacomaccio dei Trotti, con altri aderenti
alla fazion ghibellina del fu Salinguerra, fecero una congiura contra
di _Obizzo marchese_ di Este, signore della città; ma essendo questa
venuta alla luce, lasciarono costoro il capo sopra d'un palco. Portossi
nell'anno presente in Ispagna _Guglielmo marchese_ di Monferrato, quivi
prese per moglie _Beatrice_ figliuola di _Alfonso re_ di Castiglia,
soprannominato l'Astrologo, con varii patti, de' quali fa menzione
Benvenuto da San Giorgio[220]. Se s'ha da prestar fede a Galvano
Fiamma[221], Alfonso, siccome eletto re de' Romani, dichiarò suo
vicario in Italia esso marchese, e mandò ottocento cavalieri con esso
lui, i quali fecero guerra a Milano; ma rimasero in breve sterminati da
_Napo Torriano_. Per questo si accese un odio grande fra esso Napo e il
marchese.

NOTE:

[206] Richobaldus, in Pomario, tom. 9 Rer. Ital. Annal. Veteres
Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

[207] Raynaldus, Annal. Eccles. Ricordano Malaspina, cap. 196.

[208] Caffari, Annal. Genuens., lib. 9, tom. 6 Rer. Ital.

[209] Ptolomeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital. Richobaldus,
in Pomario, tom. 9 Rer. Ital. Sabas Malaspina, lib. 5, cap. 8.

[210] Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 307. Annales Mediolanense,
tom. 16 Rer. Ital.

[211] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[212] Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.

[213] Chron. Parmens., tom. 9 Rer. Ital.

[214] Annal. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.

[215] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[216] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[217] Memorial. Potest. Regiens.



    Anno di CRISTO MCCLXXII. Indizione XV.

    GREGORIO X papa 2.
    Imperio vacante.


Nel primo giorno di gennaio dell'anno presente approdò a Brindisi il
nuovo pontefice eletto _Gregorio X_, venendo di Soria[222]. Arrivato
che fu a Benevento, quivi fu ad inchinarlo il _re Carlo_, che poscia
con magnificenza ed onore l'accompagnò nel resto del viaggio. Fu
incontrato a Ceperano da molti cardinali, e dagli ambasciatori di
Roma, che il pregarono di trasferirsi a quella città. Ma egli continuò
il cammino sino a Viterbo. Portatosi poi a Roma, nel dì 27 di marzo
fu consecrato; con gran solennità ricevè la tiara pontificia, il
giuramento di fedeltà e d'omaggio dal re Carlo. Venuto poscia ad
Orvieto, principalmente si applicò ai soccorsi di Terra santa. Intimò
a questo fine un concilio generale da tenersi in Lione, e fece maneggi
coi popoli di Venezia, Pisa, Genova e Marsilia, per ottenere da essi
la lor quota di galee per quella sacra impresa[223]. Ma perciocchè
i Veneziani aveano guerra co' Bolognesi in terra, e per mare co'
Genovesi, spedì l'arcivescovo d'Aix con titolo di legato apostolico,
acciocchè trattasse di pace fra loro; e non potendola egli conchiudere,
ordinasse a quei comuni d'inviare i lor plenipotenziarii alla
corte pontificia. Dalle memorie rapportate dal Rinaldi vegniamo in
cognizione, che tuttavia i Sanesi e Pisani ricusavano di riconoscere
il re Carlo per vicario della Toscana, e gli ultimi aveano occupati
alcuni luoghi in Sardegna. Intimò loro il pontefice le censure, e la
privazione del vescovato[224], se nel termine prefisso non ubbidivano.
Fece poscia una promozione di cinque cardinali, uno de' quali fu
_san Bonaventura_, ministro generale dell'ordine de' Minori, insigne
dottore della Chiesa. Trovandosi tuttavia alla corte pontificia
_Ottone Visconte_ arcivescovo di Milano[225], si presentò al papa
implorando il suo aiuto contro la prepotenza de' Torriani signori di
Milano, che lui e tanti nobili teneano banditi dalla patria. Intanto
essi Torriani faceano gran guerra, e i nobili fuorusciti, i quali
nondimeno cresciuti in forze per l'assistenza de' Comaschi faceano
testa, elessero per loro capitano Simone da Locarno, uomo di grande
sperienza nei fatti di guerra. Abbiamo dalla Cronica di Parma[226],
che Guido e Matteo da Correggio parmigiani, dopo essere stati per
lungo tempo come signori di Mantova, furono in quest'anno scacciati
da quella podesteria per opera di _Pinamonte dei Bonacossi_ Mantovano
loro nipote. Costui non solamente occupò quel dominio, ma si unì co'
Veronesi a parte ghibellina, esiliò la maggior parte de' Guelfi di
quella città, e cagion fu di non pochi altri mali. Fecero i Pavesi
oste contro la terra di Valenza, e fu in loro aiuto il conte Ubertino
Landò[227] con cinquanta uomini di armi. Portatosi a Brescia il
suddetto arcivescovo d'Aix[228] per trattar di concordia fra quel
comune e i Torriani di Milano, così saggiamente condusse l'affare,
che nel mese d'ottobre nella villa di Gocaglio, dove si trovarono
i deputati delle parti, stabilì pace fra loro, con pagare la città
di Brescia sei mila e trecento lire imperiali ai Torriani. Rimasero
sacrificati, in tal congiuntura, i nobili ghibellini usciti di quella
città, perchè lasciati alla discrezion del re Carlo, e mandati furono
a' confini. Loro ancora furono tolte varie castella, e distrutte dal
popolo di Brescia, fra' quali si contarono Seniga, gli Orci, Palazzuolo
e Chiari. Dopo tanti anni di prigionia in Bologna[229] arrivò al fine
di sua vita nel di 14 di marzo _Enzo re_ di Sardegna, e con grande
onore data gli fu sepoltura nella chiesa de' frati predicatori. Ma
insorsero in quella città gravi discordie fra le due fazioni de'
Geremii guelfi e de' Lambertazzi ghibellini. Gli Annali di Bologna[230]
e il Ghirardacci[231] ne parlano all'anno seguente, ma fuor di sito,
a mio credere. L'antica Cronica di Reggio[232], e, quel ch'è più,
Ricobaldo[233], storico di questi tempi e fra Francesco Pippino[234]
ne danno relazione sotto il presente anno. Aveano ed han tuttavia i
Bolognesi scolpito in marmo un privilegio, che dicono conceduto da
Teodosio minore Augusto nell'anno 455 dopo Cristo alla lor città, e
fu da me dato alla luce[235], che è la più sconcia impostura che si
trovi fra le tante dei secoli ignoranti. Perchè in esso i territorii
del territorio bolognese si fan giugnere fino al fiume Scultenna
ossia Panaro verso il distretto di Modena, quel potente comune volle
finalmente far valere le sue ragioni fondate sopra quel documento,
ridicoloso bensì, ma da essi, per malizia o per goffaggine, tenuto
qual incontrastabil decisione contra dei Modenesi, antichi possessori
di varie castella di là dal suddetto fiume, e di molti più ne' secoli
precedenti. Ah ignoranza dei barbarici secoli, di quant'altre novità e
disordini sei tu stata la madre!

Fecero dunque i Bolognesi un decreto, in cui obbligarono qualsisia
lor podestà di ricuperare il territorio sino al Panaro, e lo fecero
intagliare in marmo e giurare ad ogni nuovo podestà. E nell'anno
presente, prevalendo il partito dei Lambertazzi, fu presa la
risoluzione di procedere ai danni de' Modenesi, coll'adunare un
grosso esercito, e menar in piazza il carroccio, per dar principio
alla guerra. A questo avviso, i Modenesi ricorsero alle loro amistà
per aiuto. Cento uomini d'arme da tre cavalli per uno mandarono i
Cremonesi. Due mila fanti e molti cavalieri vennero da Parma.

I Reggiani, siccome amici de' Bolognesi, permisero che molti de' suoi
privatamente venissero in soccorso de' Modenesi, _Obizzo marchese_
d'Este anch'egli con tutte le forze de' Ferraresi fu in armi, per
sostenere i loro interessi. O sia che questo gagliardo armamento do'
Modenesi facesse mutar pensiero ai più savii de' Bolognesi, oppure che
la fazion guelfa de' Geremii se l'intendesse co' Modenesi, certo è che
essi Geremii non si vollero muovere contra di Modena, e fu gran lite
fra essi e i Lambertazzi. Temendo dunque gli ultimi che, se uscivano
di Bologna, la fazion contraria introducesse in quella città Obizzo
Estense signor di Ferrara, restarono, ed altro non seguì per conto di
Modena. Anzi si ottenne dipoi che quel decreto e marmo pregiudiziale
ai Modenesi fosse abolito. Carlo re di Sicilia, che nullameno sotto
l'ombra di paciere andava macchinando il dominio di tutta l'Italia,
scoprì in quest'anno l'animo suo verso la città di Genova[236]. Col
mezzo del _cardinale Ottobuono_ del Fiesco fece venire alla corte
pontificia tutti i banditi e confinati di quella città, col pretesto
di promuovere la concordia d'essi cogli ambasciatori di Genova, i
quali si trovavano anch'essi in Roma. La conchiusione fu, che tutti
que' nobili banditi, i Grimaldi specialmente e i Fieschi col cardinale
suddetto, per quanto era in loro potere, suggettarono la lor patria ad
esso re Carlo. Fu segreta la capitolazione, e non ne traspirò notizia
agli ambasciatori suddetti; ma gli effetti poco appresso la scoprirono.
Cominciarono que' nobili fuorusciti delle ostilità contro la patria; e
il re Carlo in un determinato giorno, senza far precedere sfida alcuna,
fece prendere quanti Genovesi si trovarono in Sicilia e Puglia colle
loro mercatanzie e navi. Per buona ventura si salvarono due ricche
navi che erano approdate a Malta, non essendo riuscito alla furberia
dell'uffiziale del re Carlo di mettervi l'unghie addosso. Fu afflitta
da grave carestia in quest'anno ancora la Lombardia.

NOTE:

[218] Annales Veteres Mutinens.

[219] Annal. Estens., tom. 15 Rer. Ital.

[220] Benvenuto da San Giorgio, Storia del Monferrato, tom. 23 Rer.
Ital.

[221] Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 306.

[222] Vita Gregorii X, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[223] Raynald., in Annal. Ecclesiast.

[224] Ptolom. Lucens., in Annalib. Brev., tom. 11 Rer. Ital.

[225] Annales Mediolanens., tom. 16 Rer. Ital.

[226] Chron. Parmens., tom. 9 Rer. Ital.

[227] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[228] Malvecius, Chron. Brix., tom. 14 Rer. Ital.

[229] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

[230] Annal. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[231] Ghirardacci, Istor. di Bologna.

[232] Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[233] Richobald., in Pomar., tom. 9 Rer. Ital.

[234] Pippin, Chron. Bononiens., tom. eod.

[235] Antiq. Ital., Dissert. XXXIV.



    Anno di CRISTO MCCLXXIII. Indizione I.

    GREGORIO X papa 3.
    RIDOLFO re de' Romani 1.


L'opere del santo pontefice _Gregorio X_ fecero ben conoscere in
quest'anno ch'egli non cercava se non il pubblico bene e la pace
dappertutto. Per mancanza di un re ed imperadore, era da gran tempo in
rotta buona parte dell'Italia[237], e sempre più le fazioni e civili
discordie si rinvigorivano nelle città. Il perchè questo buon pontefice
promosse in Germania presso que' principi l'elezione di un nuovo re
de' Romani, senza attendere quella del tuttavia vivente _Alfonso re_ di
Castiglia. Al regno dunque della Germania e dei Romani fu promosso, non
dai soli sette elettori, ma dalla maggior parte de' principi tedeschi,
_Ridolfo conte_ di Habspurch, signore di buona parte dell'Alsazia,
principe di tutte le virtù ornato, e progenitore della gloriosa augusta
casa d'Austria. Ricevette egli la corona germanica in Aquisgrana un
mese appresso. Passò in quest'anno per Orvieto, dove dimorava la corte
pontificia, _Odoardo_ nuovo re di Inghilterra, che, venendo di Terra
santa, se n'andava a ricevere la corona lasciatagli dal defunto _re
Arrigo_ suo padre[238]. Fece egli istanza al papa che fosse fatto
rigoroso processo contra del _conte Guido_ da Monforte per l'empio
assassinamento del principe _Arrigo_ d'Inghilterra. Infatti il papa
sottopose costui a tutte le pene spirituali e temporali. Nel passare
da Forlì, trovò esso re che i Bolognesi[239], cioè la fazion guelfa
de' Geremii, per fare dispetto a quella dei Lambertazzi, la quale
favoriva i Forlivesi, era ita all'assedio di quella città. Frappose
il valoroso principe i suoi uffizii per quetar quella guerra; ma non
vi trovò disposizione ne' Bolognesi, troppo allora goffi per la lor
buona fortuna. La vigorosa resistenza fatta dai Forlivesi cagione fu
che il campo bolognese, dopo aver dato il guasto a quel territorio,
se ne ritornò a casa. Nel dì 20 di maggio del presente anno, e non
già nel precedente, passò il re suddetto per Reggio, e poscia per
Milano, alla volta della Francia. Aveva già il pontefice liberata
dall'interdetto la città di Siena; e perchè gli premea forte l'intimato
concilio generale in Lione per l'anno vegnente, volendo disporre il
tutto, si mosse da Orvieto, affine di passar in Francia. Arrivò a
Firenze[240] nel dì diciottesimo di giugno; e perchè sentì le doglianze
dei Ghibellini usciti di quella città, siccome pontefice amator della
pace, nè attaccato ad alcun de' partiti, mise ogni suo studio per
rimetterli in Firenze. Sant'Antonino rapporta[241] una bella parlata
che esso papa fece, o si finge che facesse, in detestando le fazioni
de' Guelfi e Ghibellini, con dimostrare la pazzia di questi nomi ed
impegni, e i gravissimi danni cagionati da essi. Insomma tanto si
maneggiò, che nel dì 2 di luglio con gran solennità fu fatta la pace,
dati mallevadori ed ostaggi per mantenerla, e fulminata la scomunica
contro chiunque la rompesse. Ma non si può abbastanza dire qual fosse
la malignità o bestialità di questi tempi. Appena fatta la pace, e
venuti i sindachi de' Ghibellini in città per darle compimento, fu loro
detto all'orecchio, che, se non partivano, aveva ordine il maliscalco
del re Carlo d'ucciderli. Si trovava allora il _re Carlo_ in Firenze,
nè gli dovea piacere il risorgimento de' Ghibellini contrarii a' suoi
disegni. Vero o non vero che fosse, quei sindachi se ne andarono con
Dio, e fecero saperne al papa il perchè. Veggendo il buon pontefice in
tal guisa deluse le sue paterne intenzioni, tosto si ritirò da Firenze,
con lasciar la città interdetta, e passò alla villeggiatura in Mugello
presso il _cardinale Ottaviano_ degli Ubaldini, portando seco non lieve
sdegno contra del re Carlo. Nel dì 27 di settembre fu in Reggio[242],
e di là passò a Milano. Tali finezze furono a lui e alla sua corte
usate da _Napo_ ossia Napoleon dalla Torre, che il papa si compiacque
di promuovere al patriarcato d'Aquileia _Raimondo dalla Torre_ di lui
fratello. Dopo il pontificato romano era quello in quei tempi il più
ricco benefizio d'Italia, perchè i patriarchi godevano il riguardevol
principato del Friuli. Ottone Visconte, che veniva accompagnando
il papa, si teneva in pugno in tal congiuntura il pacifico suo
stabilimento nell'arcivescovato di Milano[243]. Tale e tanta dovette
essere l'industria ed eloquenza dei Torriani, che il papa gli ordinò
di ritirarsi per allora a Piacenza, e di venir poscia al concilio
di Lione; dopo di che l'assicurava di rimetterlo in Milano nella sua
sedia. Fu detto che i Milanesi, se Ottone voleva pure spuntarla, con
rientrare al loro dispetto in Milano, gli volevano torre la vita. Stimò
dunque meglio il papa di farlo fermare in Piacenza, ma con riportare da
questo ripiego non poco biasimo presso gli aderenti di Ottone. Pretende
il Corio[244] che il papa si lasciasse poco vedere dai Milanesi, e
si partisse sdegnato contra de' Torriani. Ma il patriarcato conceduto
a Raimondo pare che non s'accordi con sì fatta relazione. Abbiamo da
Tolomeo da Lucca[245] che in quest'anno il primogenito di _Ridolfo re_
de' Romani, per ricuperare o sostenere i diritti imperiali, fu inviato
a dare il guasto alle terre del conte di Savoia, e che, tornando pel
Reno a casa, essendosi sommersa la barca, si annegò.

Erano forte in collera con _Carlo re_ di Sicilia i Genovesi[246],
dacchè intesero l'aggravio indebito lor fatto nel precedente anno
colla prigionia delle persone e robe de' lor nazionali. Tuttavia, senza
volergli rendere la pariglia, concederono tempo di quaranta giorni a
tutti i di lui sudditi di Sicilia e Puglia e Provenza, per ritirarsi
coi loro averi, premessa l'intimazione che dopo tal tempo sarebbono
trattati da nemici. Mosse dunque il re Carlo da tutte le parti guerra
ai Genovesi. Il vicario della Toscana coi Lucchesi, Fiorentini,
Pistoiesi ed altri popoli le diede principio nella Riviera orientale,
e il maliscalco di Provenza nell'occidentale. Gli Alessandrini e i
marchesi di quelle contrade, d'ordine del re Carlo, presero anch'essi
l'armi contra degli Stati di Genova di qua dall'Apennino. I soli
Piacentini si scusarono di non volere far loro la guerra; e i Pavesi,
perchè di fazion ghibellina, accorsero in aiuto dei Genovesi. Molte
castella furono prese, molte ricuperate; e in mezzo a tanti avversarii
seppe ben sostenersi la potenza de' Genovesi. Probabilmente fu circa
questi tempi che il medesimo re Carlo inquietò non poco la città
d'Asti[247]. Guglielmo Ventura scrive ch'egli signoreggiava per tutto
il Piemonte. Sotto il suo giogo stavano Alba, Alessandria, Ivrea,
Torino, Piacenza e Savigliano: Bologna, Milano e la maggior parte
delle città di Lombardia gli pagavano tributo, il popolo di Asti,
siccome geloso della propria libertà, l'ebbe sempre in odio. Ma per
liberarsi dalle vessazioni, nell'anno 1270 comperarono da lui, collo
sborso di tre mila fiorini d'oro, un tregua di tre anni. Finita questa,
ne pagarono altri undici mila per la tregua di tre altri anni. Ma
accadde nel marzo di quest'anno che mandando gli Astigiani a Genova
parecchi torselli di panno franzese di varie tele, furono que' panni
presi da _Jacopo_ e _Manfredi marchese_ del Bosco a Cossano. Perciò
gli Astigiani con un esercito di circa dieci mila pedoni e pochi
cavalieri si portarono a dare il guasto a Cossano. Quivi stando nel dì
24 di marzo, eccoli giugnere i marescialli provenzali del re Carlo con
grosso esercito di Franzesi e Lombardi, che, sconfitto il campo degli
Astigiani, ne condusse prigioni circa due mila ad Alba. Ogerio Alfieri
ne conta solamente ottocento. Se non erano i Pavesi che inviassero
ad Asti ducento uomini di armi, quella città cadeva nelle mani del
Provenzali. Fecero gli Astigiani istanza al siniscalco del re Carlo
per la liberazion de' loro prigioni, allegando la tregua che tuttavia
durava. Costui, entrato in furore, non altra risposta diede ai messi,
se non che se gli levassero davanti, e dicessero ai suoi, che qualora
non si risolvessero di servire al re Carlo suo signore, morrebbono in
carcere tutti gli Astigiani. E poi si voleva far credere alla buona
gente che il re Carlo era il pacificator dell'Italia, nè altro cercava
che il pubblico bene delle città. Ai fatti s'ha da guardare, e non ai
nomi vani delle cose. Ora questo modo di procedere del re Carlo mise
il cervello a partito al comune d'Asti, città allora assai ricca.
Assoldarono que' cittadini mille e cinquecento uomini a cavallo di
diversi paesi. Chiamarono in loro aiuto il marchese di Monferrato,
nemico anch'esso del re Carlo, perchè chiaro si conosceva ch'egli
tendeva alla monarchia d'Italia, ed avea già occupate varie terre del
Monferrato. Per mare eziandio vennero di Spagna ducento uomini d'armi,
che Alfonso re di Castiglia mandava al suddetto marchese genero suo.
Con tali forze cominciarono gli Astigiani a far guerra alla città
d'Alba e alle terre del re Carlo; nè solamente tennero in dovere
chiunque il voleva offendere, ma tolsero molti luoghi ai nemici. Per
maggiormente assodarsi e salvarsi dagli attentati del re Carlo, fu
anche stabilita lega fra i Genovesi, Pavesi, Astigiani e il suddetto
marchese di Monferrato _Guglielmo_. Ma è ben da stupire come il santo
pontefice _Gregorio X_[248] per cagione di questa lega fulminasse
la scomunica contra di quei popoli e contra del marchese, quasichè
fosse un delitto il difendersi dalla prepotenza del re Carlo, nè fosse
lecito a' principi e alle città libere d'Italia il far delle leghe.
Gran polso che dovea avere nella corte pontificia il re Carlo, per cui
impulso possiam credere emanate queste censure. Ubaldino da Fontana in
Ferrara[249] nella pubblica piazza d'essa città tentò di uccidere il
_marchese Obizzo_ d'Este signor di Ferrara; ma vi lasciò egli la vita,
trucidato dalla famiglia del signore.

NOTE:

[236] Caffari, Annal. Genuens., lib. 9, tom. 6 Rer. Ital.

[237] Ptolemaeus Lucens. Ricordano Malaspina, Raynald., in Annal.
Eccles.

[238] Chron. Parmense, tom. 8 Rer. Ital.

[239] Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.

[240] Ricordano Malaspina, cap. 198.

[241] S. Antonin., P. III, tit. 20, cap. 2.

[242] Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[243] Stephanardus, tom. 9 Rer. Ital. Gualvan. Flamma, Manipul. Flor.,
cap. 309.

[244] Corio, Istor. di Milano.

[245] Ptolom. Lucensis, tom. 11 Rer. Ital.

[246] Caffari, Annal. Genuens., lib. 9, tom. 6 Rer. Italic.

[247] Chron. Astens. tom, 11 Rer. Ital.

[248] Raynaldus, in Annal. Eccles.

[249] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCLXXIV. Indizione II.

    GREGORIO X papa 4.
    RIDOLFO re de' Romani 2.


Memorabile si rendè l'anno presente per l'insigne concilio generale
tenuto da papa _Gregorio X_ in Lione[250], al quale intervennero circa
cinquecento vescovi, settanta abbati e mille altri fra priori, teologi
ed altri ecclesiastici dotati di qualche dignità. Gli fu dato principio
nel dì 7 di maggio, e quivi si fece la riunion de' Greci colla
Chiesa latina; il che recò estrema consolazione ad ognuno. _Michele
Paleologo_, imperador de' Greci, uomo accorto, paventando forte la
crociata de' popoli d'Occidente, promossa con zelo inesplicabile dal
buon papa Gregorio, e vivendo ancora in non poca gelosia delle forze
e dell'ambizione di _Carlo re_ di Sicilia, si studiò con questo colpo
di rendere favorevole a sè stesso il pontefice e i principi latini.
Furono eziandio fatti molti dei regolamenti intorno alla disciplina
ecclesiastica, e si trattò con vigore della ricupera di Terra santa.
E perciocchè le maggiori speranze del papa erano riposte nel nuovo
eletto re de' Romani _Ridolfo_ conte di Habspurch, che avea presa la
croce, si studiò egli di pacificare _Alfonso_ re di Castiglia, il quale
continuava le sue pretensioni sopra il regno d'Italia, e solennemente
ancora confermò l'elezione d'esso Ridolfo. Questi, all'incontro,
confermò alla Chiesa romana tutti gli Stati espressi ne' diplomi di
Lodovico Pio, Ottone I, Arrigo I e Federigo II, e si obbligò di non
molestar il re Carlo nel possesso e dominio del regno di Sicilia,
con altri patti che si possono leggere negli Annali Ecclesiastici del
Rinaldi. Due gran lumi perdette in quest'anno l'Italia e la Chiesa di
Dio. Il primo fu _Tommaso da Aquino_ dell'ordine de' Predicatori, della
nobilissima casa de' conti d'Aquino, ingegno mirabile ed angelico,
teologo di sì profondo sapere, che dopo sant'Agostino un altro simile
non aveva avuto la cristiana repubblica[251]. Da Parigi, nella cui
università era egli stato con infinito plauso pubblico lettore, venuto
a Napoli nell'anno 1272, s'era ivi fermato per ordine del re Carlo,
affinchè vi leggesse teologia. Ma dovendosi tenere il concilio, in cui
sarebbe occorso di disputar coi Greci, papa Gregorio comandò ch'egli
venisse a Lione per così importante affare. Misesi fra Tommaso in
viaggio; ma infermatosi per via, giacchè non v'era vicino convento
alcuno del suo ordine, si fermò nel monistero dei Cisterciensi di
Fossanova nella Campania. Quivi dopo qualche mese passò a miglior vita
nel dì 7 di marzo dell'anno presente in età di soli quarantanove anni,
o al più cinquanta, con ammirarsi tuttavia, come egli tante opere, ed
opere insigni, potesse compiere in un sì limitato corso di vita. Io
non so qual fede si possa prestare a Dante[252], che cel rappresenta
tolto dal mondo con lento veleno, fattogli dare dal re Carlo, per
timore che non facesse dei mali uffizii alfa corte pontificia a cagion
della persecuzione da lui fatta ai conti d'Aquino suoi fratelli. Fu
egli poi canonizzato e posto nel catalogo de' santi, e dopo molti anni
trasportato a Tolosa il sacro suo corpo. Gran perdita parimente si
fece nella persona di fra _Bonaventura da Bagnarea_ dell'ordine de'
Minori[253], insigne teologo anche esso, già creato cardinale della
santa romana Chiesa, e vescovo d'Albano. Trovavasi egli al concilio di
Lione; quivi nel dì 15 di luglio terminò il corso della vita terrena, e
ducento anni dipoi fu canonizzato, senza intendersi perchè la festa sua
si celebri nel dì precedente, se forse egli non morì nella notte fra
l'un giorno e l'altro: il che suol produrre diversità di contare presso
gli storici. Secondo le storie milanesi[254], _Napo dalla Torre_ signor
di Milano spedì una solenne ambasceria a riconoscere per re dei Romani
e d'Italia Ridolfo, con offerirgli il dominio della città. Fu gradito
non poco quest'atto dal re Ridolfo, e però dichiarò suo vicario in
Milano esso Napo, e mandogli il conte di Lignì con un corpo di truppe
tedesche per difesa sua contra de' Pavesi e de' nobili fuorusciti.
_Cassone_ ossia _Gastone_, figliuolo di Napo, fu poi dichiarato
capitano di tali truppe.

In quest'anno ancora vennero trecento uomini d'armi a Pavia[255],
inviati dal _re Alfonso_ di Castiglia. Con questi e con tutto il loro
sforzo i Pavesi, gli Astigiani e _Guglielmo marchese_ di Monferrato
andarono a dare il guasto al territorio d'Alessandria, e stettero
otto giorni addosso a quel popolo. Non sapendo gli Alessandrini come
levarsi d'attorno questo fiero temporale, chiesero capitolazione, e
fu convenuto ch'essi rinunziassero al dominio del re Carlo, con che
cesserebbono le offese. Nel mese poscia di giugno passarono ai danni
della città di Alba e di Savigliano. Presero Saluzzo e Ravello: il
che diede motivo a _Tommaso marchese_ di Saluzzo di abbandonar la
lega del re Carlo, e di unirsi cogli Astigiani. Tornati nel distretto
d'Alba, diedero il guasto al paese sino alle porte di quella città,
e gli Astigiani fecero quivi correre al pallio nel dì di San Lorenzo
in vitupero de' nemici. Vollero gli uffiziali del re Carlo far
pruova della lor bravura, e diedero battaglia, ma con riportarne la
peggio, essendo rimasto ferito in volto Filippo siniscalco d'esso
re, e Ferraccio da Sant'Amato maresciallo con circa cento quaranta
Provenzali. Per queste traversie il suddetto siniscalco si ritirò in
Provenza, e lasciò ad Alba, Cherasco, Savigliano, Mondovico, ossia
Mondovì, e Cuneo, di levarsi di sotto alla signoria del re Carlo, il
cui dominio in Piemonte si venne in questa maniera ad accorciare non
poco. Vi conservò egli nulladimeno alcune città[256]. S'impadronirono
gli Astigiani anche del castello e della villa di Cossano, i cui
signori andarono in Puglia a cercar da vivere alle spese del re.
Miglior mercato non ebbe esso re Carlo nella guerra contra de'
Genovesi[257]. Presero bensì le sue galee in Corsica il castello
d'Aiaccio, fabbricato e fortificato quivi dal comune di Genova; ma
i Genovesi, messo insieme uno stuolo di ventidue galee, andarono in
traccia delle provenzali, nè trovandole in Corsica, passarono a Trapani
in Sicilia, e bruciarono quanti legni erano in quel porto. Iti i
medesimi a Malta, diedero il sacco all'isola del Gozzo, e poi, venuti
a Napoli, dove soggiornava lo stesso re, per ischerno suo alzarono
le grida, e sommersero in mare le regali bandiere; e, nel tornare a
Genova, presero molti legni d'esso re Carlo. Quindi nella riviera di
Ponente gli ritolsero Ventimiglia. Seguì poscia una zuffa fra essi e il
siniscalco del re al castello di Mentono, dove rimasero sconfitti essi
Genovesi; ma nulla potè fare contra di essi la potente flotta di lui,
che era venuta sino in faccia del porto di Genova.

In Modena[258] divampò nell'anno presente un grave incendio, che durò
poscia gran tempo. Prevalendo la fazione de' Rangoni e Boschetti,
furono obbligati i Grassoni, quei da Sassuolo e da Savignano coi
loro aderenti di uscire della città. Ingrossati poscia i fuorusciti,
vennero sino al Montale, ed accorsi i Rangoni col popolo, attaccarono
battaglia. Vi fu grande strage dall'una parte e dall'altra; ma la
peggio toccò ai Rangoni. Più strepitosi sconcerti succederono in
Bologna nel mese di maggio[259]. Vennero alle mani i Geremii, cioè la
fazione guelfa, coi Lambertazzi, seguaci della parte dell'imperio, e
si fecero ammazzamenti e bruciamenti di case non poche per parecchi
giorni. In soccorso de' Guelfi si mosse la milizia di Parma[260],
Cremona, Reggio[261] e Modena. Era appena giunta al Reno questa
gente, che i Lambertazzi giudicarono meglio di far certi patti colla
fazion contraria; e però, cessato il rumore e bisogno, se ne tornarono
indietro i collegati. Ma che? Da lì a pochi giorni si ricominciò la
danza di prima, e la concordia andò per terra. Il perchè la parte
della Chiesa richiese le sue amistà, e in aiuto suo marciarono i
Parmigiani, Reggiani, Modenesi, Ferraresi e Fiorentini. All'avviso di
tanti soccorsi che venivano, i Lambertazzi sloggiarono senza contrasto
nel dì 2 di giugno. Secondo altri, vi fu gran battaglie, e ferro
e fuoco si adoperò; ma in fine, non potendo reggere i Lambertazzi
alla forza superiore de' Guelfi, uscirono della città vinti, e si
ritirarono a Faenza, con lasciar prigionieri molti del loro partito.
Furono atterrati varii palagi e case de' fuorusciti; e il Ghirardacci
scrive[262] che quindici mila cittadini ebbero, in tal congiuntura, il
bando. Nel mese d'ottobre il popolo di Bologna, rinforzato dai Guelfi
circonvicini, fece oste contra le città della Romagna che si erano
ribellate. Scacciò d'Imola i Ghibellini, e vi mise un buon presidio.
Passò dipoi sotto Faenza, e diede il guasto a quelle contrade; ma
ritrovando ben guernita e rigogliosa la città per gli tanti usciti di
Bologna, se ne ritornò a casa senza far maggiori tentativi. Secondo il
Corio[263], fu guerra in quest'anno fra i Pavesi e Novaresi collegati,
e il comune di Milano.

NOTE:

[250] Raynaldus, in Annal. Eccl. Labbe, Concil. Ptolomaeus Lucens. et
alii.

[251] Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl. lib. 22, tom. 11 Rer. Ital.

[252] Dante, Purgator., can. 20.

[253] Bolland., Act. Sanct., ad diem 14 jul.

[254] Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 310. Annal. Mediol., tom.
16 Rer. Ital.

[255] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.

[256] Ptolom. Lucens., Hist. Ecclesias., lib. 23, cap. 29.

[257] Caffari, Annal. Genuens., lib. 9, tom. 6 Rer. Ital.

[258] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[259] Annal. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[260] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[261] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[262] Ghirardacci, Istor. di Bologna.

[263] Corio, Istor. di Milano.



    Anno di CRISTO MCCLXXV. Indizione III.

    GREGORIO X papa 5.
    RIDOLFO re de' Romani 3.


Gran voglia nudriva _Alfonso re_ di Castiglia di abboccarsi col
pontefice _Gregorio X_, e ne fece varie istanze, affine di far valere
le sue pretensioni sopra il regno d'Italia[264]. Il papa, che già era
tutto per l'eletto e coronato _re Ridolfo_, premendogli di quetare il
re castigliano, e di metter fine a queste differenze, si portò apposta
a Beaucaire in Linguadoca, dove venne a trovarlo Alfonso. Sfoderò egli
tutte quante le sue ragioni sopra il romano imperio, e si lamentò del
papa che avesse approvato, in competenza di lui, il re Ridolfo. Ma il
pontefice anch'egli allegò le sue; e queste unite alla di lui costanza,
dopo un dibattimento di parecchi dì, indussero il re a fare un'ampia
rinunzia delle sue pretensioni, e se ne tornò in Ispagna. Scrivono
altri ch'egli ne partì disgustato. Comunque sia, o si pentisse egli
della rinunzia fatta, o non la facesse, certo è che, ritornato a casa,
assunse il titolo d'imperadore, e manteneva corrispondenze in Italia
in specialmente col marchese di Monferrato suo genero. Ma altro ci
voleva a conquistar l'Italia, che Io starsene colle mani alla cintola
in Ispagna, per veder quando facea la luna. Il papa, informato de'
suoi andamenti, gli fece sapere all'orecchio, che se non desisteva,
avrebbe adoperate le censure contra di lui; al qual suono egli abbassò
la testa, e s'accomodò ai voleri del pontefice. Egualmente desiderava
Ridolfo re de' Romani un abboccamento con papa Gregorio[265]. Fu scelta
a questo oggetto la città di Losanna, dove arrivò nel dì 6 d'ottobre
esso papa, e comparve nel dì di san Luca anche Ridolfo. Restò ivi
concertato che il re nell'anno seguente con due mila cavalli venisse a
prendere la corona imperiale per la festa d'Ognisanti. Si trattò della
crociata, e, secondo alcuni storici, allora solamente fu che Ridolfo
colla regina sua moglie prese la croce. Furono di nuovo confermati alla
santa Sede tutti gli Stati, con particolar menzione della Romagna e
dell'esarcato di Ravenna. Sen venne poscia il buon pontefice a Milano
verso la metà di novembre, e quivi si lasciò vedere in pubblico. Grandi
carezze ed onori gli fecero i Torriani, e riuscì loro di staccarlo
dalla protezion dell'arcivescovo _Ottone_; di maniera che, partito
da Milano il papa, con lasciare in isola esso arcivescovo, questi
come disperato si ritirò a Biella. Nel dì 22 di novembre arrivò il
pontefice a Piacenza[266] sua patria, e vi si fermò alquanti giorni
per rimettere la quiete e pace in quella città. Nel dì 5 di dicembre
alloggiò una sola notte in Parma[267], e, continuato il viaggio, arrivò
a Firenze[268]. Non volea passare per quella città, perchè allora
sottoposta all'interdetto; ma fattogli credere che, essendo l'Arno
troppo grosso, non si potea valicare, se non valendosi de' ponti di
Firenze, passò per colà, e benedisse quanti furono a vederlo passare;
ma, appena uscito, replicò l'interdetto e le scomuniche contra de'
Fiorentini. Tolomeo da Lucca[269] scrive che egli si fermò per un mese
a Firenze, per trattar di pace fra que' cittadini. Ma non può stare,
avuto riguardo alla sua entrata in Firenze e al tempo di sua morte.
Andò finalmente a far la sua posata in Arezzo.

Trovandosi assai disordinata la cronologia dei fatti di Milano in
questi tempi, tanto presso Galvano Fiamma[270] che negli Annali di
Milano[271], non si può ben accertare quel che succede nell'anno
presente in quelle parti. Abbiamo dalla Cronica di Piacenza, che
i Pavesi colle loro amistà cavalcarono ai danni di Milano per le
gagliarde istanze de' capitani e valvassori, ossia de' fuorusciti di
quella città. Il conte Ubertino Lando con cento cavalieri fuorusciti di
Piacenza andò ad unirsi con loro. E questa verisimilmente è la guerra
descritta dal Corio. Per attestato di lui, i Pavesi, Novaresi e i
nobili usciti di Milano cogli Spagnuoli sul principio del presente anno
s'impadronirono del nuovo ponte fabbricato dai Milanesi sul Ticino. Per
cagione di tali movimenti, e per timore di peggio, i Torriani nel dì
diciannovesimo di gennaio strinsero lega cogli ambasciatori di Lodi,
Como, Piacenza, Cremona, Parma, Modena, Reggio, Crema e fuorusciti
di Novara. Ma questo non impedì i progressi de' Pavesi e de' lor
collegati, imperciocchè presero alcune castella de' Milanesi, e diedero
loro altre spelazzate che si possono leggere presso il suddetto Corio.
Fu scoperto in Piacenza un trattato del conte Ubertino Lando, capo
degli usciti, per rientrare in quella città: il che costò la vita oppur
varii tormenti a molti, e non pochi si fuggirono di Piacenza.

Appena venne il tempo da poter uscire in campagna, che l'infellonito
popolo guelfo di Bologna fece oste contra de' propri nazionali, cioè
contra de' Lambertazzi ghibellini rifugiati in Faenza[272]. Giunsero
fino alle porte di quella città, in tempo che i Faentini cogli usciti
Bolognesi erano andati per liberare alcune castella occupate dai
nemici. Nel tornarsene costoro a Faenza, scontrarono al ponte di San
Procolo, due miglia lungi da quella città, l'armata bolognese, e,
trovandosi tagliati fuori, per necessità vennero a battaglia. Menarono
così ben le mani, che andò in rotta il campo de' Bolognesi, e vi
furono non pochi morti, feriti e presi. La vergogna e rabbia di tal
percossa fu cagione che i Bolognesi, vogliosi di rifarsi, chiamate
in aiuto tutte le loro amistà di Parma, Modena, Reggio e Ferrara,
formarono un potentissimo esercito, di cui fu generale _Malatesta
da Verucchio_, cittadino potente di Rimini. Preparandosi anche i
Faentini per ben riceverli, essendo accorso in loro aiuto il popolo
di Forlì; e scelsero per lor capitano _Guido conte_ di Montefeltro,
il più accorto e valoroso condottier d'armi che in que' dì avesse
l'Italia. Fino al ponte di San Procolo arrivò il poderoso esercito de'
Bolognesi, e cominciò a dare il guasto al paese. Allora il prode conte
Guido mandò a sfidare il Malatesta capitano de' Bolognesi; e però,
scelto il luogo e ordinate le schiere, nel dì 13 di giugno si diede
principio ad una fiera battaglia. Ricobaldo[273] non fa menzione di
sfida, ma bensì, che osservata dal conte Guido la troppa confidenza
e mala capitaneria de' nemici, andò ad assalirli. Tale fu l'empito e
la bravura de' Faentini e de' fuorusciti Bolognesi, che fu messa in
fuga la cavalleria nemica, colla morte e prigionia di molti. Allora
l'abbandonata fanteria diede anche essa alle gambe. Circa quattro mila
d'essi fanti si ristrinsero alla difesa del carroccio; ma attorniati
e balestrati dal vittorioso esercito de' Faentini e Forlivesi, furono
obbligati a rendersi prigionieri senza colpo di spada. De' soli
Bolognesi restarono sul campo più di tre mila e trecento persone, e
vi morirono assaissimi nobili e plebei degli altri collegati. Ascese
a molte migliaia il numero dei prigioni, ed immenso fu il bottino di
padiglioni, tende carriaggi ed altri arnesi, per li quali ricchi ed
allegri i vittoriosi se ne tornarono a Faenza. A queste disavventure ne
tennero dietro dell'altre. Cervia, per tradimento tolta all'ubbidienza
de' Bolognesi, si diede al comune di Forlì[274]. Cesena fece anch'essa
dei patti coi vincitori. E i Lambertazzi s'impadronirono di varie
castella del Bolognese; con che s'infievolì di molto la potenza di
Bologna, che faceva in addietro paura a tutti i vicini. Di questa
congiuntura profittò anche _Guido Novello_ da Polenta, ricco cittadin
di Ravenna[275], perchè, entrato in quella città, se ne fece signore
con iscacciarne i Traversari e gli altri suoi avversarii. I Guelfi
di Toscana[276], cioè i Fiorentini, Lucchesi, Sanesi, Pistoiesi ed
altri, col vicario del re Carlo, fecero oste in quest'anno nel mese di
settembre contro i Pisani, e, dopo averli sconfitti ad Asciano, presero
quel castello. Abbiamo ancora dalla Cronica di Sagazio Gazata[277]
e dal Corio[278], e da altri documenti di questi tempi, che il _re
Ridolfo_ spedì in quest'anno Ridolfo suo cancelliere in Italia alle
città di Milano, Cremona, Piacenza, Parma, Reggio, Modena, Crema,
Lodi ed altre, nelle quali fece giurare a que' popoli l'osservanza
de' precetti della Chiesa e la fedeltà all'imperadore. Seco era
_Guglielmo vescovo_ di Ferrara legato apostolico. E questo giuramento
prestarono ad esso Ridolfo anche le città della Romagna[279], giacchè
il re Ridolfo, nel confermare i privilegii alla Chiesa romana,
protestò di farlo _sine demembratione imperii_; e la Romagna da
più secoli dipendeva dai soli imperadori o re d'Italia, siccome fu
altrove provato[280]. Mancò di vita in questo anno nel dì 16 d'agosto
_Lorenzo Tiepolo_ doge di Venezia, e in luogo suo restò eletto _Jacopo
Contareno_[281]. Sotto il suo governo ebbero i Veneziani lunga guerra
cogli Anconitani, e più d'una volta la lor armata navale fu all'assedio
di quella città, ma con poco onore e profitto.

NOTE:

[264] Vita Gregorii X, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Raynaldus, in Annal.
Eccl.

[265] Annal. Colmar. Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer.
Ital. Bernardus Guid.

[266] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[267] Chron. Parmense, tom. 9 Rerum Ital.

[268] Ricordano Malaspina, cap. 202.

[269] Ptolomaeus Lucens. Annal. Brev., tom. 11 Rer. Ital.

[270] Gualvan. Flamma, in Manip. Flor., cap. 301.

[271] Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.

[272] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Annales Bonon., tom.
18 Rer. Ital.

[273] Richobaldus, in Pomar., tom. 9 Rer. Ital.

[274] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[275] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 6. Richobald., in Pomar., tom. 9
Rer. Ital.

[276] Ricordano Malaspina, cap. 201. Ptolomaeus Lucens., Annales brev.,
tom. 11 Rer. Ital.

[277] Gazata, in Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[278] Corio, Istoria di Milano.

[279] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[280] Piena Esposizione dei Diritti Cesarei ed Estensi sopra Comacchio.

[281] Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCLXXVI. Indizione IV.

    INNOCENZO V papa 1.
    ADRIANO V papa 1.
    GIOVANNI XXI papa 1.
    RIDOLFO re de' Romani 4.


Un ottimo pontefice, pontefice di sante intenzioni, mancò in quest'anno
alla Chiesa di Dio. Cioè infermatosi in Arezzo papa _Gregorio X_ nel
dì 10 di gennaio, allorchè più v'era bisogno di lui per compiere la
crociata in Oriente, diede fine ai suoi giorni[282]. Siccome la vita
sua era stata illustre per la santità de' costumi, così la morte
sua fu onorata da Dio con molte miracolose guarigioni d'infermi per
intercessione sua: laonde si meritò il titolo di beato. Chiusi in
conclave i cardinali, secondo la costituzione fatta dal medesimo
defunto pontefice nel concilio di Lione, vennero nel dì 21 d'esso
gennaio all'elezione di un nuovo pontefice. Cadde questa nel _cardinal
Pietro_ da Tarantasia dell'ordine de' Predicatori, vescovo d'Ostia e
teologo insigne, il qual prese il nome d'_Innocenzo V_. Passò egli
da Arezzo a Roma, dove fu coronato, e portossi poi ad abitare nel
palazzo lateranense. Avendogli spedita i Genovesi[283] una nobile
ambasceria, tanto si adoperò il buon pontefice, benchè malato, che
conchiuse pace fra il _cardinale Ottobuono_ del Fiesco e i fuorusciti
di Genova dall'una parte, e il comune di Genova dall'altra. Ma mentre
egli andava disponendo di far molte imprese in servigio della Chiesa
di Dio, la morte il rapì nel dì 22 di giugno. Pertanto, in un nuovo
conclave raunati i cardinali, elessero papa nel dì 12 di luglio il
suddetto Ottobuono del Fiesco Genovese, cardinal diacono di Santo
Adriano, nipote d'Innocenzo IV, il quale assunse il nome d'_Adriano
V_, e levò tosto l'interdetto da Genova patria sua. Era egli vecchio
ed infermiccio; però, venuto a Viterbo per cercare miglior aria della
romana nella state, quivi nel dì 18 d'agosto trovò la morte, senza
essere passato al sacerdozio e senza aver ricevuta la consecrazione e
corona. Furono dunque duramente rinserrati dal popolo di Viterbo in un
conclave i cardinali[284], e questi, se non vollero morir di fame, si
accordarono nel dì 13 di settembre ad eleggere papa _Pietro_ figliuol
di Giuliano, di nazion Portoghese, nato in Lisbona, comunemente
chiamato Pietro Ispano, cardinal vescovo tuscolano, uomo di molta
letteratura, sì nella filosofia aristotelica alla moda secca de' suoi
tempi, che nella medicina. Questi prese il nome di _Giovanni XXI_,
benchè dovesse dirsi _Giovanni XX_; e, portatosi a Roma, fu coronato
colla tiara pontificia[285]. Annullò egli la costituzion di papa
Gregorio X intorno al conclave, che il suo antecessore avea sospesa, e
rinnovò le scomuniche e gli interdetti contra de' Veronesi e Pavesi, i
più costanti nel ghibellinismo. La Cronica di Forlì[286], seguitando,
a mio credere, le dicerie del volgo, ha le seguenti parole: _Papae
quatuor mortui, duo divino judicio, et duo veneno exhausto_.

Tengo io per fermo che le avventure di _Ottone Visconte_, narrate da
Galvano Fiamma[287] e dall'autore degli Annali Milanesi[288] sotto
l'anno precedente, appartengano al presente: del che parimente si
avvide il Sigonio[289]. Dappoichè si fu esso Ottone arcivescovo di
Milano ritirato a Biella, i nobili fuorusciti di Milano, trovandosi
come disperati, si ridussero a Pavia, dove indussero Gotifredo conte
di Langusco ad essere loro capitano, con fargli sperare la signoria di
Milano. Alla vista di così ingordo guadagno assunse egli ben volentieri
il baston del comando; e, con quante forze potè, passato sul lago
Maggiore, s'impadronì delle due terre e rocche di Arona ed Anghiera.
Unironsi anche i popoli delle circonvicine valli con lui. Venne
perciò _Casson dalla Torre_ co' Tedeschi, inviati a Milano dal _re
Ridolfo_, e con altre soldatesche all'assedio d'Anghiera e d'Arona, con
riacquistar quelle terre e rocche. Durante l'assedio d'essa Anghiera,
volendo il conte di Langusco dar soccorso agii assediati, vi restò
prigioniere con assai nobili fuorusciti di Milano. Condotti questi
a Gallerate[290], quivi con orrida barbarie a trentaquattro di essi
fu mozzo il capo: e fra questi infelici si contò Teobaldo Visconte,
nipote dell'arcivescovo Ottone, e padre di Matteo Magno Visconte, di
cui avremo molto a parlare. Si accorò a questa nuova l'arcivescovo
Ottone, e gridò: _Perchè non ho perduto io piuttosto l'arcivescovato,
che un sì caro nipote?_ Poscia, venuto a Vercelli, trovò quivi la
nobiltà fuoruscita, che il pregò d'essere lor capo e generale d'armata.
Se ne scusò con dire che non conveniva ad un vescovo il vendicarsi,
ma bensì il perdonare; nulladimeno s'eglino avessero deposti gli
odii e l'ire, avrebbe assunto il comando. Ito con essi a Novara, ed
ammassata gran gente, venne ad impadronirsi del castello di Seprio.
Finì in male questa impresa, perchè da' Torriani fu disperso l'esercito
suo, ed, essendo egli fuggito a Como, gli furono serrate le porte in
faccia. Ridottosi a Canobio sul lago Maggiore, tanto perorò, tanto
promise, che tirò quel popolo ed altri a formare una picciola flotta
di barche, colle quali prese Anghiera, ed imprese l'assedio d'Arona,
al quale per terra accorsero anche i Pavesi e Novaresi col marchese di
Monferrato. Ma sopraggiunto Casson dalla Torre coi Tedeschi e con tutto
il popolo di Milano, il fece ben tosto sloggiare, e spogliò il campo
loro. Se ne fuggì Simon da Locarno colle barche; e questi, andato poi,
per ordine dell'intrepido Ottone, a Como, per veder di muovere quel
popolo in aiuto suo, destramente accese la discordia fra i Comaschi,
volendo l'una parte col vescovo della città aiutar l'arcivescovo,
e r altra stare unita coi Torriani. Si venne alle mani; lungo fu il
combattimento; ma in fine prevalsero i fautori del Visconte, e furono
scacciati gli aderenti alla casa della Torre[291]. Ricevuta questa
lieta nuova, l'arcivescovo Ottone volò a Como, e quivi attese a
prepararsi per cose più grandi.

I maneggi del conte Ubertino Landò, gran ghibellino e capo de' nobili
fuorusciti di Piacenza, ebbero in quest'anno esito felice[292].
Imperciocchè amichevolmente con onore fu ricevuto in quella città, e
solennemente giurata concordia e pace fra il popolo e la nobiltà. Anche
in Modena[293] fu conchiuso accordo tra la fazion dominante de' Rangoni
e Boschetti, e l'altra de' Grassoni, da Sassuolo e da Savignano usciti,
la quale rientrò nella città. Riuscì in quest'anno al popolo guelfo
di Bologna di ricuperar Loiano e varie altre castella occupate dagli
avversarii Lambertazzi: il che fece crescere il coraggio ai cittadini
dopo le tante passate disgrazie. Tornarono i Fiorentini[294], Lucchesi,
ed altri Guelfi di Toscana a far oste contra de' Pisani ghibellini.
Aveano questi tirato un gran fosso, lungo otto miglia, poco di là
dal ponte d'Era, per difesa dei loro territorio, e fortificatolo con
isteccati e bertesche. Chiamavasi il Fosso Arnonico. Ma trovarono
modo i Guelfi di valicarlo e di dare addosso ai Pisani, i quali si
raccomandarono alle gambe; e tal fu la loro paura, che dimandarono di
capitolare. Seguì dunque pace fra que' popoli, con aver dovuto i Pisani
rimettere in città il conte Ugolino con tutte le altre famiglie guelfe
già sbandite, e restituire Castiglione e Cotrone ai Lucchesi, con altri
patti[295]. Mediatori di questa pace furono due legati del papa e gli
ambasciatori di Carlo re di Sicilia. In questa maniera si pacificarono
ancora i Pisani coi Genovesi. Ad una voce tutte le croniche asseriscono
che memorabile fu l'anno presente per le pubbliche calamità della
Lombardia. Si fece sentire un grave tremuoto; le pioggie per quattro
mesi furono dirotte, di maniera che tutti i fiumi traboccarono fuori
del loro letto, e inondarono le campagne con mortalità di molte persone
e di bestie assaissime[296]. Si tirò dietro questo disordine. L'altro
del non poter seminare, e del guastarsi le biade di chi pur volle
metterle in terra. Per mancanza dell'erbe un'infinità di bestie perì;
e le povere genti, estenuate dalla fame, si dispersero per la terra,
cercando come poter fuggire la morte. Cadde per giunta a tanti guai
nella vigilia di santo Andrea una smisurata neve, che durò in terra
sino al dì primo d'aprile dell'anno seguente. In somma se i popoli
divisi combattevano l'un contra l'altro, anche il cielo facea guerra a
tutti. Nè si dee tralasciare che _Guido conte_ di Montefeltro[297] coi
Forlivesi e Faentini costrinse coll'assedio la terra di Bagnacavallo
a rendersi al comune di Forlì. Ma in essa città di Forlì Paganino
degli Argogliosi e Guglielmo degli Ordelaffi, de' principali d'essa
città, passando di buona intelligenza co' Bolognesi[298], tentarono
di farvi mutazione di stato; e una notte a questo fine attaccarono il
fuoco al palazzo del pubblico. Ma, accorso il popolo, nè potendo essi
resistere alla piena, se ne fuggirono cogli altri Guelfi a Firenze,
dove si studiarono di sommuovere quel comune contra di Forlì. Secondo
la Cronica di Parma, l'uscita dei Guelfi da Forlì accadde nell'anno
seguente.

NOTE:

[282] Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital. Bernard. Guid.
Raynald., in Annal. Ecclesiast.

[283] Caffari, Annal. Genuens., lib. 9, tom. 6 Rer. Ital.

[284] Bernardus Guid. Ptolomaeus Lucens. et alii.

[285] Raynald., in Annal. Ecclesiast. Martinus Polonus.

[286] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[287] Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap. 311.

[288] Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.

[289] Sigon., de Regn. Ital.

[290] Stephanard., Poem., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.

[291] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[292] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[293] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

[294] Ricord. Malaspina, cap. 205.

[295] Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital. Chronic.
Parmense, tom. 9 Rer. Italic.

[296] Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital. Chronicon Placentin.
Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.

[297] Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

[298] Chronic. Caesen., tom. 14 Rer. Italic.



    Anno di CRISTO MCCLXXVII. Indizione V.

    NICCOLÒ III papa 1.
    RIDOLFO re de' Romani 5.


Soggiornava papa Giovanni XXI in Viterbo, e non solo sperava,
ma si prometteva con franchezza una lunga vita, e se ne lasciava
intendere con chiunque trattava con lui; ma questi conti gli andarono
falliti[299]. S'era egli fatta fabbricare una bella camera presso al
palazzo della città. Questa gli cadde un giorno, oppure una notte,
addosso, e da quella rovina restò sì mal concio, che da lì a sei
giorni, cioè nel dì 16 di maggio, oppure nel seguente, finì di vivere.
Se si eccettua la sua affabilità con tutti, e la sua liberalità verso
i letterati, massimamente poveri, nel resto egli ci vien dipinto dagli
scrittori come uomo pieno di vanità, che nelle parole e ne' costumi non
mostrava prudenza e discrezione, e spezialmente ebbe un difetto che non
se gli può perdonare[300]: cioè amava egli poco i monaci e i frati; e
dicono, che se Dio nol levava presto dal mondo (e fu creduto anche che
il levasse per questo), egli era per pubblicare qualche decreto contra
di loro. Potrebbe ciò far sospettare che le penne de' religiosi, dai
quali unicamente abbiamo le poche memorie della sua vita, avessero
oltre il dovere aggravata la fama di questo pontefice[301], con
giugnere fino a dire, aver egli scritto un libro pieno d'eresie: cosa
manifestamente falsa, e non saputa da alcuno degli Italiani. Durò la
vacanza della santa Sede sei mesi, e in questo mentre insorsero delle
differenze fra _Ridolfo re_ dei Romani e _Carlo re_ di Sicilia. Con
tutte le belle promesse fatte dall'ultimo di rilasciar tutto ciò che
spettava all'imperio, dappoichè fosse eletto ed approvato dalla santa
Sede un re de' Romani od un imperadore, non dovette egli permettere che
i popoli della Toscana, della quale s'intitolava vicario, prestassero
il giuramento di fedeltà ad esso re Ridolfo; ed essendo tuttavia
senator di Roma, non gli piacea che alcun venisse a prender ivi la
corona[302]. Nacque perciò nebbia di rancore fra questi due principi; e
perciocchè Ridolfo si preparava per calare in Italia, il sacro collegio
de' cardinali il pregò di sospendere la sua venuta, finchè fosse
stabilita una buona concordia fra lui e il re Carlo. Finalmente nel dì
25 di novembre, festa di santa Caterina, i primi discordi cardinali,
stretti dal popolo di Viterbo, concorsero coi lor voti nell'elezione
di _Giovanni Gaetano_ della nobil casa degli Orsini Romani, cardinal
diacono di San Niccolò in Carcere Tulliano[303], personaggio d'animo
grande e di non minore attività e prudenza, ed amatore dei religiosi,
e soprattutto de' frati minori. Prese egli il nome di _Niccolò III_.
Non tardò a passar colla sua corte a Roma, dove nella festa di santo
Stefano fu ordinato prete, poi consecrato e coronato. Fece anch'egli
sapere al re Ridolfo, se non erano prima acconce le sue differenze col
re Carlo, che sospendesse la sua venuta in Italia, come si può credere,
così imboccato dai ministri del re Carlo, il quale troppo gran mano
allora avea nella corte pontificia, per non dire ch'egli vi facea da
padrone.

Dacchè fu in Como _Ottone Visconte_ arcivescovo di Milano, dichiarò
capitano de' nobili milanesi fuorusciti Riccardo conte di Lomello, il
quale venne a trovarlo con grossa cavalleria e fanteria di Pavesi e
Novaresi[304]. Unito questo gagliardo rinforzo coi Comaschi, dopo la
presa di Lecco e d'altre castella, passò l'arcivescovo colla sua armata
alla terra di Desio. Allora i Torriani con potente esercito di cavalli
e pedoni mossero da Milano, e vennero per fermare il corso dell'armata
nemica. Si attaccò nel dì 21 di gennaio, festa di sant'Agnese, una
atroce e sanguinosa battaglia; ma perciocchè chiunque militava dalla
parte dell'arcivescovo, dicea daddovero, laddove da quella de' Torriani
molti non per genio, ma per non poter di meno, aveano prese l'armi,
in fine la vittoria si dichiarò favorevole all'arcivescovo. Non
solamente rimase sconfitto l'esercito dei Torriani, ma molti di loro
stessi vennero alle mani de' Comaschi, che poi li rinserrarono nelle
carceri di Monte Baradello. Fra questi si contò lo stesso _Napo_ ossia
_Napoleone_ signor di Milano, _Mosca_ suo figliuolo. _Guido_, _Herech_
ossia Rocco, _Lombardo_ e _Carnevale_. _Francesco_ dalla Torre, ch'era
il secondo padrone di Milano, restò ucciso da' villani. Non fu a tempo
per intervenire a questo fatto di armi _Cassone_ ossia Gastone dalla
Torre figliuolo del suddetto Napo, che con cinquecento cavalli si
trovava a Cantù. Ma, udita ch'egli ebbe l'infausta nuova della rotta
de' suoi, senza perdere tempo, spronò alla volta di Milano, dove trovò
le porte chiuse. Entrato per forza, vide un altro doloroso spettacolo,
cioè il popolo che dava il sacco alla casa sua e de' suoi parenti, e
stava in gran copia armato al Broletto. Volle scacciare il popolaccio
intento al saccheggio, e ne ammazzò anche molti; ma scorgendo che la
gente della città non gli prestava più nè ubbidienza nè aiuto, anzi,
temendo d'esser sopraffatto dalla moltitudine, uscì della città,
e cavalcò verso Lodi. Ivi ancora trovò mutata la fortuna, perchè i
Lodigiani gli serrarono le porte in faccia: laonde si ritirò a Cremona,
e dagli stessi Cremonesi fu pregato di andarsene, e però si trasferì a
Parma.

Ottone arcivescovo, dopo aver salvata la vita a Napo dalla Torre,
s'inviò col vittorioso esercito alla volta di Milano. Gli venne
incontro processionalmente il clero e popolo, gridando: _Pace, pace._
Ed ebbero pace infatti, perchè Ottone diede rigorosi ordini che niuna
vendetta facessero i nobili, nè fosse recato male o danno alcuno
alle persone e robe dei cittadini. Visitò prima d'ogni altra cosa
la Basilica Ambrosiana, e poi, di comune consenso del popolo e de'
nobili, fu acclamato signor di Milano nel temporale. Fecero oste i
Pavesi nell'aprile e maggio al castello della Pietra[305], dove si
erano afforzati i nobili fuorusciti della loro città che tenevano la
parte della Chiesa, cioè la guelfa. Colà ancora in aiuto dei Pavesi si
portarono i Milanesi col loro carroccio, e col rinforzo d'altre città
ghibelline. Ma per essere venuta in soccorso degli assediati tutta
la milizia di Parma con assai cavalleria spedita da Reggio, Modena
e Brescia, fu d'uopo che gli assedianti si ritirassero con poco lor
gusto. Mirabil cosa è il vedere come in questi tempi fossero sempre
in moto le milizie delle città libere, e or qua or là per propria
difesa, o per sostenere i collegati o la loro fazione. Interpostisi poi
varii pacieri, nel dì 15 di novembre si conchiuse concordia e pace fra
gli usciti di Pavia e le comunità di Cremona ed Alessandria dall'una
parte, e il comune di Pavia e il marchese di Monferrato dall'altra:
con che furono rilasciati tutti i prigioni. Alcuni masnadieri banditi
da Parma e Cremona occuparono Guastalla, che era in questi tempi sotto
il dominio di Cremona; ma, essendovi prestamente accorsi gli uomini
di Castel Gualtieri, fu ricuperata quella terra, e condotti quei
malfattori incatenati a Cremona. Erano marciati alla volta di Ravenna
secento cavalieri, ch'erano al soldo di Bologna[306], con sessanta
altri di quei cittadini, per portare una buona somma di danaro a quella
città. Assaliti per istrada dai Lambertazzi, ne restarono cento sul
campo, e circa ducento presi col danaro furono condotti nelle carceri
di Faenza. Essendosi ritirati a Firenze i Guelfi usciti di Forlì[307],
cominciarono una tela coi Fiorentini e coi Geremii guelfi dominanti
in Bologna, facendo loro infallibilmente sperare l'acquisto della
città di Forlì. Entrarono a braccia aperte in questo trattato essi
Geremii, ed inviarono a Firenze per ostaggi venticinque figliuoli
de' nobili. Impegnarono anche per due anni le gabelle per pagar la
gente che si assoldava. Il podestà di Parma con tutta la milizia di
quella città, e ducento cavalieri reggiani ed altrettanti modenesi
vennero in servigio d'essi Bolognesi. Quattrocento pure Ravegnani
andarono ad unirsi con loro. Marciò quest'armata nel dì 4 di ottobre
ad Imola; e nello stesso tempo il conte Guido Selvatico da Dovadola,
capitano de' soldati ammassati in Firenze e de' fuorusciti di Forlì,
passò di qua dall'Apennino, e prese molte castella dei Forlivesi.
Ribellaronsi allora a Forlì molti castellani, e si fortificarono
spezialmente in Civitella e Valbona. Per opporsi ai loro avanzamenti
uscì in campagna il _conte Guido_ da Montefeltro coi Forlivesi, e
nel dì 14 di novembre a forza di armi ricuperò Civitella: il che
bastò a mettere tal paura nel conte Selvatico e ne' Fiorentini, che,
lasciando indietro molti cavalli, arnesi ed equipaggio, più che in
fretta ripassarono l'Apennino. Intanto i Bolognesi da Imola s'erano
inoltrati sino al ponte di San Procolo; ma, intesa la ritirata de'
Fiorentini, giudicarono saviezza il ritornarsene anch'eglino a casa.
Era signor di Verona in questi tempi _Mastino dalla Scala_. Contra
di lui fu fatta una congiura da molti cittadini, tutti annoverati da
Parisio da Cereta[308]; e costoro nel dì 17 di ottobre il fecero levar
di vita da quattro assassini. A questo avviso _Alberto dalla Scala_
suo fratello, che era allora podestà di Mantova[309], colla cavalleria
di quella città corse a Verona, nè dimenticò di far aspra vendetta de'
congiurati, con restarvi tormentato ed ucciso chiunque gli cadde nelle
mani. Gli altri che fuggirono ebbero il bando, e furono confiscati
tutti i lor beni. Per volere di quel popolo succedette esso Alberto nel
dominio di Verona. Pretende Albertino Mussato, storico padovano[310],
che gli Scaligeri, o vogliam dire i signori dalla Scala, venissero da
bassi e sordidi progenitori, venditori di olio, essendo stato portato
Mastino I dal favore della dominante plebe a così alto grado. Gli
eruditi veronesi meglio di me sapran dire se ciò sussista. Posso ben io
asserire che ancora in quest'anno provò la Lombardia[311] un terribil
caro di viveri ed inondazioni d'acque; fu inoltre una gran mortalità
d'uomini e di bestiame per tutta l'Italia.

NOTE:

[299] Ptolomaeus Lucensis, Nangius. Raynaldus, Annal. Eccles.

[300] Ptolomaeus Lucensis, Hist. Eccles.

[301] Siffridus, in Chron.

[302] Raynald., in Annal. Eccl.

[303] Ptolomaeus Lucens, Hist. Eccles., tom. 11 Rer. Ital. Jordanus, in
Chron. Memor. Potest. Regiens. Bernardus Guid.

[304] Gualvaneus Flamma, Manip. Flor., cap. 313. Annal. Mediol.,
tom. 16 Rer. Ital. Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
Stephanard., Poem., tom. 9 Rer. Ital.

[305] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[306] Annal. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.

[307] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCLXXVIII. Indiz. VI.

    NICCOLÒ III papa 2.
    RIDOLFO re de' Romani 6.


A cose grandi tendevano i pensieri del romano pontefice _Niccolò
III_. Il più strepitoso affare fu quello d'indurre _Ridolfo_ re de'
Romani a rilasciare il dominio e possesso della Romagna, allegando
la donazione fattane alla Chiesa romana da Pippino re di Francia,
e confermata poi da diversi susseguenti imperadori[312]. Era da più
secoli in uso, che, non ostante i diplomi e le donazioni o concessioni
di quel paese, continuarono i re d'Italia e gl'imperadori a ritenere
il dominio dell'esarcato di Ravenna, senza che se ne lagnassero i
romani pontefici: del che a me sono ascosi i motivi e le ragioni. Ora
il magnanimo papa Niccolò fece di vigorose istanze al re Ridolfo per
l'effettiva cessione della Romagna, non gli parendo conveniente che
Ridolfo ritenesse come Stato dell'imperio quello che col suo stesso
diploma dicea d'aver conceduto alla Chiesa di Roma. Gran dibattimento
su questo vi fu; ma perchè Ridolfo non voleva inimicarsi un pontefice
di sì grande animo, in tempo massimamente che era nata guerra fra
lui ed _Ottocaro_ formidabil re di Boemia e signore dell'Austria e
Stiria; per timore ancora ch'esso papa non passasse a fomentare i
disegni ambiziosi del _re Carlo_ contra dell'imperio; e finalmente per
liberarsi dalle censure, nelle quali era incorso, o si minacciava che
voleansi fulminare contra di lui, sull'esempio di Federigo II, per non
aver finora adempiuto il voto della crociata: certo è ch'egli forzato
venne alla cession della Romagna in favore della Chiesa romana. E
siccome Ridolfo spedì un suo uffiziale a metterne il papa in possesso,
così il papa inviò i suoi legati a quelle città per farsi riconoscere
signore e sovrano d'esse terre. Intorno a questo affare son da vedere
gli Annali Ecclesiastici del Rinaldi[313]. L'autore della Cronica di
Parma[314] scrive che _semper romani pontifices de republica aliquid
volunt emungere, quum imperatores ad imperium assumuntur_. Non si
sa che Ferrara e Comacchio riconoscessero la sovranità pontificia.
Bologna[315] la riconobbe, ma con certe condizioni e riserve. Alcune
città si diedero liberamente al papa, altre negarono di farlo. Ma certo
non cadde punto allora in pensiero alla corte di Roma di pretendere
città dell'esarcato, Modena, Reggio, Parma e Piacenza, come gli
adulatori degli ultimi secoli incominciarono a sognare o a fingere con
ingiuria della verità patente.

L'altro grande affare, a cui s'applicò il pontefice, fu quello di
abbassar la potenza di _Carlo re_ di Sicilia. Covava egli in suo cuore
non poco d'odio contra di lui. Ricordano Malaspina[316] ne attribuisce
l'origine all'aver egli richiesta per moglie d'un suo nipote una nipote
d'esso re Carlo, con riportarne la negativa, avendo risposto il re che
non era degno il lignaggio d'un papa di mischiarsi col suo regale,
perchè la di lui signoria non era ereditaria. Così almeno si disse;
e che questo pontefice fosse appassionato forte per la esaltazione
della sua famiglia, di maniera che alcuni l'hanno spacciato per autore
del nepotismo, lo accennerò fra poco. Noi non falleremo credendo che
ad esso papa dispiacesse forte la maniera tirannica, con cui il re
Carlo governava la Puglia e Sicilia, e il mirarlo far da padrone in
Roma, come senatore, con volere esso re raggirare a suo modo la corte
pontificia, massimamente nell'occasion della sede vacante, essendosi
detto che i suoi maneggi nell'ultimo conclave erano stati forti per
impedir l'elezione del medesimo pontefice Niccolò, e per farla cadere
in qualche cardinal franzese. Crebbe ancora la di lui avversione,
perchè, trattandosi di riunir la Chiesa greca colla latina, il re
Carlo, per sostener le pretensioni di _Filippo_ suo genero all'imperio
di Oriente, guastava tutte le orditure del papa, col dar fomento agli
scismatici ribelli dell'imperador greco _Michele Paleologo_, principe
inclinato all'unione e pace delle Chiese. La conclusione di tutto
questo si è, che il papa indusse il re Carlo a rinunziare al vicariato
della Toscana, per soddisfare alle premure del re Ridolfo, ed insieme
al grado di senatore di Roma. Dopo di che fece una costituzione,[317],
in cui, rammemorando la donazione, benchè falsa, di Costantino,
proibisce da lì innanzi l'esaltare al posto di senatore alcuno
imperadore, re, principe, duca, marchese, conte e qualsivoglia persona
potente. Calò la testa il re Carlo, perchè anch'egli temeva che, se
ricalcitrasse, un papa di tanto nerbo gli rivolgesse contra l'armi del
re Ridolfo e degl'Italiani.

Secondo la Cronica di Parma[318], nel precedente anno i Torriani
cacciati da Milano cominciarono la guerra contra di _Otton Visconte_,
arcivescovo e signore di quella città. Nel mese di giugno entrò _Casson
dalla Torre_ co' suoi parenti in Lodi; alla qual nuova i Milanesi
col carroccio, e i Pavesi anch'essi col carroccio loro si portarono
ad assediar quella città. Ma venuto _Raimondo dalla Torre_ patriarca
d'Aquileia con un grosso corpo di cavalleria e di balestrieri furlani,
con cui si uni la milizia di Cremona, Parma, Reggio e Modena, questo
esercito fece levar quell'assedio. Nulla di ciò si legge presso gli
storici milanesi sotto il suddetto precedente anno, perchè tali fatti
son da riferire al presente, nel quale si sa che i Torriani fecero
gran guerra a Milano[319]. _Casson dalla Torre_, uomo d'intrepidezza
mirabile, secondo il Corio[320], entrò di maggio, siccome poco fa
è detto, in Lodi con truppe tedesche e furlane e coi fuorusciti
di Milano, e diede principio alle ostilità con iscorrere fino alle
porte di Milano e far prigioni circa mille tra nobili e popolari.
Atterrito da questo avvenimento Ottone arcivescovo, per rimediarvi e
per rinforzare il partito suo, giudicò bene di condurre per capitano
de' Milanesi _Guglielmo marchese_ di Monferrato, principe di gran
potenza. Imperciocchè, se è vero ciò che ha l'autore della Cronica
di Piacenza[321], egli era capitano e signore anche di Pavia, Novara,
Asti, Torino, Alba, Ivrea, Alessandria e Tortona, ed in questo medesimo
anno nel dì 3 di luglio ebbe la signoria di Casale di Monferrato per
dedizion di quel popolo. Ma il capitanato di Pavia l'ebbe egli molto
più tardi, e così d'altre città, siccome diremo. Benvenuto da San
Giorgio[322] cita lo strumento, con cui nel dì 16 d'agosto i Milanesi
condussero per lor capitano esso marchese colla provvisione annuale di
dieci mila lire, e di cento lire ogni giorno, per anni cinque avvenire.
Venne il marchese a Milano con cinquecento uomini d'armi, e poi di
settembre condusse tutte le forze sue e de' Milanesi e Pavesi contra
di Lodi. Diede il guasto al paese, prese qualche castello di poca
resistenza; ma, all'udire che i Cremonesi e Parmigiani, aiutati anche
dai Reggiani e Modenesi, s'appressavano con grande sforzo in aiuto de'
Torriani, se ne tornò bravamente a Milano. Abbiamo nondimeno da Galvano
Fiamma che passarono male in questo anno gli affari de' Milanesi,
perchè Casson dalla Torre prese Marignano, Triviglio, Caravaggio
ed altri luoghi; ridusse quasi in cenere Crema, diede il guasto al
territorio di Pavia; altrettanto fece all'isola dì Fulcherio; ed ebbe
tal coraggio, che con una scorreria arrivò fin sotto Milano, e scagliò
l'asta sua contra di porta Ticinese. Nel dì 10 d'agosto s'impadronì
ancora di Cassano e di Vavrio, e menò da ogni parte gran quantità di
prigioni: cose tutte che obbligarono Ottone arcivescovo e i Milanesi,
siccome abbiam detto, a chiamare Guglielmo marchese di Monferrato, e a
dargli la bacchetta del comando militare. In queste liti fra i Milanesi
e Torriani non si vollero mischiare i Piacentini.

Spedì in quest'anno il pontefice _Niccolò III_ a Bologna _fra Latino_
dell'ordine de' Predicatori, suo nipote, cioè figliuolo di una sua
sorella, cardinale vescovo di Ostia e legato della Romagna, Marca,
Lombardia e Toscana, acciocchè trattasse di pace fra le città di
quelle contrade e fra i Geremii e i Lambertazzi usciti di Bologna.
Così calde furono intorno a ciò le premure del papa, così efficaci
i maneggi del cardinale legato e di _Bertoldo Orsino_ conte della
Romagna, fratello d'esso papa[323], che, quantunque s'incontrassero
di molte opposizioni, pure si disposero gli animi a ricevere la
concordia, a cui si venne poi nell'anno seguente, siccome appresso
diremo. Passò dipoi in Toscana[324] il medesimo cardinale Latino,
ed entrò in Firenze nel dì 8 di ottobre, con porre anche ivi le
fondamenta della pace, che seguì nell'anno vegnente fra i Guelfi e i
Ghibellini. Ebbero nel presente guerra i Padovani coi Veronesi[325],
e coll'esercito si portarono all'assedio della terra di Cologna.
Uniti con esso loro furono a questa impresa i Vicentini sudditi, ed
_Obizzo_[326] _marchese_ d'Este e signor di Ferrara, il quale, siccome
collegato, oppur come principale, andò colle sue genti in aiuto loro.
Durò quell'assedio quarantadue giorni; in fine l'ebbero a patti, e
sembra che la restituissero al suddetto marchese, i cui antenati ne
erano stati padroni. Dagli Annali Ecclesiastici abbiamo[327] che il
pontefice Niccolò stese il suo desiderio della pace non solo alle città
della Romagna, ma anche a quelle della Lombardia, con aver data facoltà
a' suoi ministri di assolvere dalle censure e liberar dall'interdetto
il _conte Guido_ di Montefeltro, il marchese di Monferrato, le
città d'Asti, Novara, Vercelli, Pavia e Verona, purchè giurassero di
sottomettersi ai comandamenti del papa. Non piacevano già al _re Carlo_
questi passi, perchè egli tendeva ad esser l'arbitro dell'Italia, e
il papa molto più di lui pretendeva a questa gloria. Nè si dee tacere
che in quest'anno[328], essendo receduto _Ottocaro_ superbo e potente
re di Boemia dalla convenzione stipulata con _Ridolfo re_ de' Romani
per gli affari del ducato d'Austria, ed avendo già ricominciata la
guerra contra di lui, nel dì 26 d'agosto si venne ad un fierissimo
fatto d'armi fra i due nemici eserciti in vicinanza di Vienna. Restò
sconfitta l'armata boema, e lo stesso re Ottocaro vi lasciò la vita:
per così gloriosa vittoria altamente crebbe in credito a potenza il re
Ridolfo.

NOTE:

[308] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Memoriale Potestat. Regiens.,
tom. eod.

[309] Chron. Placent, tom. 16 Rer. Ital.

[310] Mussatus, Histor., lib. 10, Rubr. 2.

[311] Chronic. Parmense.

[312] Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital. Ricordano
Malaspina. Giovanni Villani ed altri.

[313] Raynald., in Annal. Ecclesiast.

[314] Chron. Parmens., tom. 9 Rer. Ital.

[315] Sigon., de Regno Ital., lib. 20.

[316] Ricordano Malaspina, cap. 204. Giovanni Villani. S. Antonio.

[317] C. Fundamentum, de Election. in Sexto.

[318] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[319] Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 315. Annales Mediolanens.,
tom. 16 Rer. Ital.

[320] Corio, Istor. di Milano.

[321] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[322] Benvenuto da San Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer.
Ital.

[323] Matth. de Griffonibus, Histor. Bononiens., tom. 18 Rer. Italic.
Ghirardacci, Istor. di Bologna. Sigon., de Regno Ital., lib. 20.

[324] Ricordano Malaspina, cap. 205.

[325] Chron. Patavin., tom. 8 Rer. Italic.

[326] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[327] Raynaldus, in Annal. Eccl., num. 77.

[328] Æneas Silvius, in Hist. Austr. Stero, in Annalib. Chron. Colmar.



    Anno di CRISTO MCCLXXIX. Indiz. VII.

    NICCOLÒ III papa 3.
    RIDOLFO re de' Romani 7.


Per opera del _cardinale Latino_ legato apostolico, e di _Bertoldo
Orsino_ conte di Romagna, seguì nell'anno presente pace e concordia
fra i Geremii guelfi signoreggianti in Bologna[329] e i Lambertazzi
ghibellini fuorusciti. Rientrarono questi ultimi nella patria nel dì 2
agosto, e nel dì 4 si fece una solenne riconciliazione delle medesime
fazioni, con feste grandi ed universale allegrezza. Anche in Faenza il
suddetto cardinale legato accordò insieme gli Accarisi coi Manfredi
fuorusciti e i lor seguaci. Parimente in Ravenna il conte Bertoldo
colla pace conchiusa fra i Polentani e i Traversari[330] rimise la
quiete. Ma non andò molto che in Bologna si sconcertarono di nuovo gli
affari per quel maledetto veleno che infettava allora universalmente il
cuore degl'Italiani. Truovo io qui dell'imbroglio, forse nato dall'anno
pisano, adoperato da qualche storico. Il Sigonio (se pure fin qui egli
giunse colla sua storia) differisce[331] l'entrata de' Lambertazzi
in quella città, e la lor replicata uscita sino all'anno seguente:
nel che vien egli seguitato dal Ghirardacci. Per lo contrario,
Ricobaldo[332], storico di questi tempi, l'autore della Cronica di
Reggio[333], anch'esso contemporaneo, Matteo Griffone[334], frate
Francesco Pipino[335], gli Annali vecchi di Modena[336] e la Cronica
di Parma[337] concordemente scrivono che nell'anno presente tornarono
i Lambertazzi in Bologna, e poscia nel mese di dicembre di nuovo si
riaccese la guerra civile fra essi e la contraria fazione de' Geremii.
Per lo che pare da anteporre questa sentenza all'altre. Tuttavia la
Cronica di Forlì[338], che sembra molto esatta, la Miscella di Bologna
e gli Annali di Cesena[339] vanno d'accordo col Sigonio. Sia come
esser si voglia, o fosse la troppa alterigia dei Lambertazzi, oppur
la durezza degli altri nel non volerli ammettere ai pubblici uffizii,
tengo io per fermo che, correndo il dì 20 ovvero 21 di dicembre (altri
dicono nella vigilia del Natale) dell'anno presente, si levò rumore
in Bologna; e i Lambertazzi furono i primi a prendere l'armi con
impadronirsi della piazza, ed uccidere chiunque de' Geremii veniva loro
alle mani, e con attaccar fuoco a una casa de' Lambertini. Allora i
Geremii, fanti e cavalli raunati, vennero al conflitto, e sì virilmente
assalirono gli avversarii, che li misero finalmente in rotta, e gli
obbligarono a fuggirsene di città. Molti dall'una parte e dall'altra
rimasero morti; e dappoichè furono usciti i Lambertazzi, le lor case
(e queste furono in gran copia) pagarono la pena de' lor padroni,
con restare spogliate, e poscia distrutte: costume pazzo di tempi sì
barbari; che non merita già altro nome il voler gastigare le insensate
mura, e il deformare la propria città, per far dispetto e danno agli
usciti suoi fratelli. Si rifugiarono di nuovo gli usciti Lambertazzi in
Faenza, e tornò come prima a rinvigorirsi la guerra fra essi e Bologna.
Si erano mossi i Modenesi, Reggiani e Parmigiani, per soccorrere in
questa occasione la fazion de' Geremii; ma non vi fu bisogno del loro
aiuto. Mirava Guglielmo marchese di Monferrato, capitano del popolo
di Milano, la difficoltà di abbattere colla forza i Torriani, i quali
si erano ben fortificati in Lodi, aveano già prese parecchie terre e
castella del Milanese, e teneano nelle lor carceri molte centinaia di
Milanesi, e spezialmente nobili[340]. Però, siccome volpe vecchia, ed
uomo usato alle cabale, cercò per altra via di tagliar loro le penne.
Ottenuta pertanto licenza da' Milanesi, mosse proposizioni segrete di
aggiustamento con _Cassone dalla Torre_, e con _Raimondo_ pure dalla
Torre patriarca d'Aquileia. Restò conchiusa la pace nel mese di marzo,
colla remissione dell'ingiurie e dei danni dati, colla vicendevol
liberazione de' prigioni, e con patto che i luoghi presi sul Milanese
si depositassero in mano di persone amiche, e si restituissero ai
Torriani tutti i lor beni allodiali.

Ottenuto che ebbe il marchese quanto voleva, e massimamente i prigioni,
si fece poi beffe dei Torriani, nè loro mantenne alcun patto[341], e
poi ripigliò Trezzo e l'isola di Fulcherio. Con pubblico manifesto,
mandato al papa, a tutti i re e principi, si dolsero i Torriani di
questo tradimento; e perchè ne fecero gran doglianza col marchese
stesso, ebbero per risposta, aver ben egli fatte quelle promesse, ma
che andassero eglino a cercare chi loro le mantenesse, perchè egli
a ciò non s'era obbligato. Tentò poscia il marchese con frodi di
ricuperar altre castella: il che non gli venne fatto. Anzi Gotifredo
dalla Torre, con cinquecento cavalieri entrato nel castello d'Ozino,
cominciò aspra guerra contro a' Milanesi, fece assaissimi prigioni, e
diede presso Albairate una rotta al podestà ed esercito de' Pavesi.
_Ottone Visconte_, veggendo così crescere le forze de' Torriani,
ordinò al marchese di far venir dal Monferrato cinquecento fanti. Mise
poi l'assedio al castello d'Ozino, che infine fu preso e diroccato.
Abbiamo anche dalla Cronica di Parma[342], che esso marchese con
tutta la possanza de' Milanesi cavalcò all'Adda con disegno di fare
un letto nuovo a quel fiume, acciocchè non venisse a Lodi. Allora
i Parmigiani con tutta la milizia andarono in aiuto dei Torriani a
Lodi, dove erano anche i Cremonesi; nè di più vi volle, perchè il
marchese, abbandonato il cavamento, si ritirasse con poco garbo a
Milano. Essendo stata bruciata in Parma nel dì 19 di ottobre per
sentenza dell'inquisitore una donna nomata Todesca, come eretica,
una mano di cattivi uomini corse al convento dei frati predicatori,
diede il sacco a quel luogo, percosse e ferì molti di quei religiosi,
ed uno ne uccise vecchio e cieco: per la quale violenza i frati la
mattina seguente colla croce inalberata se ne andarono da Parma a
Firenze, per lamentarsene col _cardinale Latino_ legato apostolico.
Tennero lor dietro a Reggio, Modena e Bologna il podestà, il capitano,
gli anziani e i canonici di Parma, sempre scongiurandoli di tornare
indietro, promettendo di rifar loro qualunque danno che asserissero
loro fatto; ma a nulla giovò. Processarono i Parmigiani tutti quei
malfattori, e li gastigarono con varie pene; rifecero ancora tutti i
danni. Ciò non ostante, e quantunque il comune di Parma niuna ingerenza
avesse avuta nel misfatto, pure il cardinal Latino citò il podestà,
il capitano, gli anziani e il consiglio con dodici de' principali di
Parma, a comparire davanti a lui in Firenze in un determinato tempo.
Spedirono i Parmigiani il capitano del popolo con sei ambasciatori
colà; ma per quanto sapessero dire in iscusa del comune, niun conto
fu fatto delle loro ragioni, e si fulminò la scomunica contra gli
uffiziali del pubblico, e la città fu aggravata coll'interdetto. Così
si operava in questi tempi. Essendo stata tolta ai Reggiani[343] da
Tommasino da Gorzano, e dai signori da Banzola la Pietra di Bismantoa,
celebre per la menzione che ne fanno Donizone e Dante, nel mese di
maggio il popolo di Reggio coll'aiuto dei Parmigiani, Modenesi e
Bolognesi la strinse d'assedio, e dopo quindici dì a buoni patti la
ricuperò. La città d'Asti anch'essa riebbe alcune centinaia dei suoi
cittadini che erano prigioni in Provenza, con promettere a _Carlo re_
di Sicilia il pagamento di trentacinque mila lire d'imperiali, pel
quale si fecero mallevadori alcuni ricchi genovesi[344]. Del resto nel
primo dì di maggio dell'anno presente una terribile scossa di tremuoto
si sentì per quasi tutta l'Italia. Il maggior danno ch'essa recò, fu
nella marca di Ancona, dove due parti di Camerino andarono a terra,
e vi perirono molte persone. Fabriano, Matelica, Cagli, San Severino,
Cingoli, Nocera, Foligno, Spello ed altre terre ne risentirono un grave
nocumento.

NOTE:

[329] Matth. de Griffonib., tom. 18 Rer. Italic. Sigonius, de Regno
Ital. Ghirardacci, Istor. di Bologna.

[330] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[331] Sigonius, de Regno Ital., lib. 20.

[332] Richob., in Pom., tom. 9 Rer. Ital.

[333] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[334] Matth. de Griffonibus, Histor. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[335] Pipinus, Chron. Bononiens., tom. 9 Rer. Italic.

[336] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[337] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[338] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[339] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[340] Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 316. Annales Mediolanenses,
tom. 61 Rer. Ital. Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.

[341] Ventura, Chron. Astense, cap. 13, tom. 11 Rer. Ital.

[342] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCLXXX. Indiz. VIII.

    NICCOLÒ III papa 4.
    RIDOLFO re de' Romani 8.


Le lettere scritte nel gennaio di questo anno dal pontefice _Niccolò
III_ a _Bertoldo Orsino_ suo fratello e conte della Romagna, e
rapportate dal Rinaldi[345], ci assicurano che nel dicembre antecedente
era seguita l'espulsion de' Lambertazzi da Bologna. In esse a lui e al
cardinale Latino legato apostolico ordina il papa di cercare rimedio
al disordine accaduto, di punire i delinquenti, e di ristabilire la
pace fra le discordi fazioni. Ma di fieri intoppi si trovarono: cotanto
erano inaspriti ed infelloniti fra di loro gli animi de' Geremii
dominanti in Bologna e dei Lambertazzi esclusi[346]. Fece il conte
Bertoldo venire a Ravenna i sindachi dell'una e dell'altra parte, e
rigorosi comandamenti impose a tutti. È da stupire come il Ghirardacci,
che ne rapporta gli atti fatti sotto l'anno presente, non si accorgesse
che la cacciata dei Lambertazzi dovea essere seguita nel precedente
dicembre. Ma mentre il pontefice era tutto pieno di gran pensieri per
regolare il mondo cristiano a modo suo, eccoti l'inesorabil falce
della morte che troncò tutti i suoi vasti disegni[347]. Trovavasi
egli nella terra di Soriano presso Viterbo, e colpito da un accidente
apopletico, senza poter ricevere i sacramenti della Chiesa, chiuse
gli occhi alla vita presente nel dì 22 d'agosto. Era preceduta in
Roma una terribil inondazione del Tevere, che, secondo gli stolti,
fu poi creduta indizio della morte futura del papa. La fresca di lui
età e il temperato modo del suo vivere aveano fatto credere che la
sua vita si stenderebbe a moltissimi anni avvenire; ma fallaci troppo
sono i prognostici de' mortali; e fu assai che non corresse sospetto
di veleno in così inaspettata e subitanea morte, sapendosi che l'aver
egli con tanta altura esercitato il governo suo, gli avea tirato
addosso l'odio di parecchi, e massimamente di _Carlo re_ di Sicilia.
Molte furono le di lui virtù, e massimamente la magnificenza[348],
da cui spinto fabbricò un suntuoso palagio per li pontefici presso
San Pietro, con un ampio e vago giardino, cinto di mura e torri a
guisa d'una città, e un altro in Montefiascone. Rinnovò egli quasi
tutta la basilica vaticana. L'epitafio suo si legge nella Cronica
di frate Francesco Pipino[349]. Ma restò aggravata la di lui memoria
dalla soverchia ansietà d'ingrandire ed arricchire i proprii parenti.
Spogliò di varie terre i nobili[350], e massimamente di Soriano i
suoi signori, imputati d'eresia, per investirne i proprii nipoti.
Tolse alla Chiesa Castello Sant'Angelo, e diello ad Orso suo nipote.
Creò più cardinali suoi parenti, e Bertoldo Orsino, suo fratello,
conte di Romagna. Faceva eleggere tutti i suoi congiunti per podestà
in varie città. Fu anche detto[351] che le grandiose sue fabbriche
furono fatte col danaro raccolto dalle decime ordinate in soccorso di
Terra santa, e ch'egli segretamente avesse mano nel trattato contra
del re Carlo per la ribellion di Sicilia, siccome appresso diremo.
Ma il suo più gran progetto di novità (se pure è vero) fu quello
di cui dicono[352] ch'egli trattò col _re Ridolfo_: cioè di formar
quattro regni del romano imperio. Il primo era quello della Germania,
che dovea passare in retaggio a tutti i discendenti d'esso Ridolfo
re de' Romani. Il secondo il regno viennese, ossia arelatense, che
abbracciava il delfinato e parte della antica Borgogna. Questo dovea
essere dotate di _Clemenza_ figliuola d'esso re Ridolfo, maritata
dipoi con _Carlo Martello_ nipote di _Carlo re_ di Sicilia, e de' suoi
discendenti. Il terzo della Toscana, e il quarto della Lombardia:
i quai due ultimi regni egli meditava di conferire ai suoi nipoti
Orsini. Questo pontefice, che facea tremar tutti, s'era anche fatto
dichiarar senatore perpetuo del popolo romano, ed avea posto dipoi per
suo vicario in quell'uffizio Orso suo nipote. Ma appena s'intese la
certezza di sua morte[353], che gli Annibaldeschi, famiglia potente
in Roma, si sollevarono coi loro aderenti, e vollero per forza aver
parte nel senatorato, di modo che uopo fu di crear due senatori, l'uno
Orsino, e l'altro Annibaldesco, sotto il governo dei quali succederono
poscia molti omicidii, dissensioni e malanni; e tutti questi impuniti.
Parimente allora il popolo di Viterbo discacciò vergognosamente dalla
sua podesteria Orso degli Orsini, nipote del defunto papa, e passò
all'assedio di un castello. Ma venuto il conte Bertoldo con assai
soldatesche, e con quelle ancora di Todi, li fece dare alle gambe,
e prese molti uomini e tutte le lor tende. Durò poi la vacanza del
pontificato quasi sei mesi.

In quest'anno, a mio credere, accaddero le disgrazie della città di
Faenza, e non già nel seguente, come ha il Sigonio[354] (se pure son di
lui, e non giunte fatte a lui, le memorie di questi tempi), e come ha
la Cronica Miscella di Bologna[355], e dopo essa il Ghirardacci[356],
il quale imbrogliò la Storia sua con differire sino ad esso anno
1281 la ripatriazione de' Lambertazzi, e la loro seconda cacciata.
Seguito io qui l'autore della Cronica di Reggio[357], che fioriva
in questi tempi, e la Cronica antica di Modena[358], di Parma[359] e
l'Estense[360], e la Bolognese di Matteo Griffoni[361]. Per attestato
di tali scrittori, Tibaldello da Faenza della casa nobile de' Zambrasi,
ma spurio, essendo malcontento de' Lambertazzi rifugiati in Faenza
(dicono a cagione di una porchetta a lui rubata), si mise in pensiero
di sterminarli. Con questo mal animo ito a Bologna, concertò coi
Geremii di tradire la patria, e di darne loro la tenuta. Infatti una
notte ebbe maniera il traditore di aprir una porta, per cui entrato
l'esercito bolognese e ravegnano, s'impadronì della piazza, e poi si
diede alla caccia di que' Lambertazzi che si trovavano nella città,
giacchè un'altra parte d'essi era colla metà del popolo di Faenza
all'assedio d'un castello. Molti ne furono uccisi, altri presi, ed
altri ebbero la fortuna di salvarsi colla fuga. Mossero le lor milizie
in tal congiuntura i Parmigiani, Reggiani e Modenesi, per dar braccio
ai Geremii guelfi, loro collegati; ed, arrivati ad Imola, vi si
fermarono parecchi giorni, finchè i Bolognesi avessero ben assicurata
la lor conquista di Faenza. L'iniquo Tibaldello, cacciato per questo
da Dante nell'inferno, ebbe per ricompensa la nobiltà di Bologna e
varii privilegii; ma Dio fra due anni il chiamò al suo tribunale
nella battaglia di Forlì. Se crediamo al Ghirardacci, il proditorio
acquisto di Faenza seguì nella notte antecedente al dì 24 d'agosto;
e per questo sì egli come gli altri storici bolognesi asseriscono
istituito il pubblico spettacolo, che tuttavia dura, della porchetta
nella festa di san Bartolommeo. Ma sarebbe prima da accertar bene se
nel dì suddetto accadesse la presa di Faenza. Nella Cronica di Parma,
di Reggio e nell'Estense vien questa riferita al dì dieci di novembre.
Matteo Griffoni la mette nel dì 15 di dicembre. In quest'anno ancora
_Guido conte_ di Montefeltro s'impadronì di Sinigaglia per tradimento,
e vi uccise barbaricamente circa mille e cinquecento persone[362].
Fu cacciata da Vercelli la parte ghibellina nel mese di settembre. In
questo anno _Guglielmo marchese_ di Monferrato, coi Milanesi ed altri
collegati, andò a dare il guasto al territorio di Lodi, il perchè i
Parmigiani e Reggiani colla lor cavalleria e fanteria si portarono in
soccorso de' Torriani e di quella città. Fu guerra eziandio nell'anno
presente fra i Padovani e Veronesi. In aiuto de' primi marciò _Obizzo
marchese_ d'Este, signor di Ferrara. Scrive uno storico di Padova,
essere stato sì magnifico il carriaggio d'essi Padovani, che occupava
lo spazio di quindici miglia. La credo una spampanata. Ma con un
trattato di pace si mise fine a tutte le ostilità. Avendo _Jacopo
Contareno_ doge di Venezia per la sua troppo avanzata età rinunziato al
governo[363], venne sustituito in suo luogo _Giovanni Dandolo._

NOTE:

[343] Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[344] Caffari, Annal. Genuens., lib. 9, tom. 6 Rer. Ital.

[345] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[346] Ghirardacci, Istor. di Bologna.

[347] Bernard. Guid., in Vita Nicolai III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
Jordan., in Chron.

[348] Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl., tom. 9 Rer. Ital.

[349] Franciscus Pipin., Chron. Bononiens., tom. 9 Rer. Ital.

[350] Ricordano Malaspina, cap. 204.

[351] Franciscus Pipin., Chron.

[352] Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 3 Rer. Ital. Jordanus,
Platina, Blondus, et alii.

[353] Vita Nicolai III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[354] Sigon., de Regno Ital.

[355] Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.

[356] Ghirardacci, Istor. di Bologna.

[357] Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[358] Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

[359] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[360] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[361] Matth. de Griffon., tom. 18 Rer. Ital.

[362] Gazata, in Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCLXXXI. Indizione IX.

    MARTINO IV papa 1.
    RIDOLFO re de' Romani 9.


Giacchè non era riuscito a _Carlo re_ di Sicilia di far eleggere a modo
suo un romano pontefice nella precedente vacanza della santa Sede (del
che egli s'era trovato molto male); tanto studio mise questa volta,
che ottenne l'intento suo. Adoperò infin le violenze; imperciocchè,
non essendo allora chiuso il conclave, perchè era stata abolita la
costituzione di Gregorio X, ed opponendosi a tutto potere due cardinali
della casa Orsina, cioè _Matteo Rosso_ e _Giordano_, acciocchè non
si eleggesse un papa franzese[364]; il re Carlo mosse il popolo di
Viterbo, dove erano i cardinali, e Riccardo degli Annibaldeschi signore
della città medesima, a rinserrare in una camera que' due cardinali,
col pretesto che impedissero l'elezione. V'aggiunsero poscia il terzo,
cioè _Latino cardinale_, vescovo d'Ostia, nipote anch'esso del defunto
Niccolò III, e li ridussero a pane ed acqua, di modo che, volere o non
volere, convenne che i cardinali italiani concorressero ad eleggere
quel papa che piacque al re Carlo, cioè un papa franzese. Fu non senza
ragione creduto che le disgrazie sopravvenute poco appresso al medesimo
re fossero un gastigo della mano di Dio contra chi sì sconciamente
si abusava della potenza sua in danno e scandalo della Chiesa. Videsi
dunque alzato sulla Sede di san Pietro nel dì 22 di febbraio _Simone
cardinale_ di Santa Cecilia, Franzese di nazione, perchè nato a
Mompincè in Brie, ma chiamato da gl'Italiani Turonense, perchè era
stato canonico e tesoriere della chiesa di San Martino di Tours. Egli
prese il nome di _Martino IV_, tuttochè, secondo il retto parlare, si
dovesse nominar solamente Martino II. Non mancò egli di far subito
conoscere l'eccessiva gratitudine sua al re Carlo, con isposar come
suoi proprii tutti i di lui interessi. Una nondimeno delle prime sue
imprese fu di ritirarsi ad Orvieto, e di scomunicar quei Viterbesi che
aveano usata violenza ai cardinali, e di sottoporre all'interdetto la
città medesima. Poscia ottenne esso papa dai Romani il grado di senator
perpetuo con facoltà di sustituire, e posevi in suo luogo il re Carlo,
creandolo di nuovo senatore di Roma, senza far caso della costituzione
contraria di Niccolò III[365]. Non soleva mettere uffiziale o
governatore nelle città dello Stato ecclesiastico che non fosse preso
dalla casa e famiglia del medesimo re Carlo. Parimente ad istanza
d'esso re, che meditava di portar le sue armi contro all'imperador di
Costantinopoli scomunicò l'imperador greco _Michele Paleologo_: il che
tornò in danno gravissimo non meno del re che della Chiesa stessa. E
veramente di grandi preparamenti di genti e di navi faceva allora il
re di Sicilia per invadere l'imperio greco; fors'anche avrebbe egli
eseguita con buon successo così vasta impresa, se non si fosse da qui
a non molto attaccato il fuoco alla casa propria: del che parleremo
all'anno seguente.

Nel verno di quest'anno s'inviò _Guglielmo marchese_ del Monferrato
con _Beatrice_ sua moglie alla volta della Spagna, per visitare
_Alfonso re_ di Castiglia suocero suo[366]. Per istrada fu ritenuto
prigione da _Tommaso conte_ di Savoia suo cognato, perchè fratello
della prima sua moglie. Se volle liberarsi, fu costretto a far cessione
delle ragioni sue sopra Torino, Colegno, Pianezza ed altre terre; ed
anche di pagar sei mila lire di bisanti, con dare ostaggi per questo.
Andossene dipoi in Ispagna, dove finì di viver la sua moglie Beatrice,
e servito da due galee genovesi se ne tornò in Italia, seco menando
cinquecento cavalieri spagnuoli, cento balestrieri e buone somme di
danaro, con aver dato ad intendere al suocero che ridurrebbe tutta
l'Italia all'ubbidienza di lui. Essendo venuto a Lodi[367] _Raimondo
dalla Torre_ patriarca d'Aquileia con cinquecento uomini di arme
furlani, si unirono coi Torriani i Cremonesi ed altri popoli della
lor fazione, ed, usciti in campagna, andarono nel contado di Milano
per prendere il borgo di Vavrio. Allora anche i Milanesi con grande
sforzo di loro genti e cogli aiuti de' loro collegati cavalcarono per
impedire i disegni dei Torriani. Che in questo esercito fosse anche
il marchese di Monferrato, lo asseriscono gli storici milanesi[368]
e il Ventura nella Storia di Asti[369]. Dalla Cronica di Parma pare
che si ricavi che no. Comunque sia, nel dì 25 di maggio, festa di san
Dionisio arcivescovo di Milano, si affrontarono queste due armate[370],
e si fece un ostinato e sanguinoso fatto d'armi. Rimasero sconfitti i
Torriani; vi perdè la vita il valoroso _Casson dalla Torre_ col podestà
di Lodi, Scurta dalla Porta Parmigiano; ed, oltre ad ottocento prigioni
condotti a Milano, moltissimi furono i morti nel campo e gli annegati
nel fiume Adda. _Raimondo dalla Torre_, intesa questa disavventura, col
capo basso se ne tornò ad Aquileia. Abbiamo dalla Cronica di Parma[371]
che il suddetto marchese Guglielmo, siccome capitano de' Milanesi,
colla gente e col carroccio di quel comune, e i Vercellesi, Novaresi,
Tortonesi ed Alessandrini si accamparono di poi a Santa Cristina
senza uscire del lor territorio. Erasi tenuto in Parma nel precedente
agosto un parlamento delle città guelfe, in cui s'era risoluto di dar
soccorso a Lodi, occorrendone il bisogno. Questo venne; ma perchè
durava ancora qualche antica ruggine fra i Parmigiani e Cremonesi,
per avere l'un popolo all'altro tanti anni prima tolto il carroccio,
si determinò di farne la vicendevol restituzione. Quello di Parma era
chiamato _Regoglio_ (credo che sia in vece di _Orgoglio_), e quello de'
Cremonesi si appellava _Gaiardo_. Nella Cronica Estense[372] quello de'
Cremonesi è chiamalo _Berta_, e questo nome, oppur di _Bertazzuola_,
gli vien anche dato da Antonio Campi[373]. Fu dunque fatto il cambio
di questi carrocci con indicibil gaudio di amendue le città nel dì
6 di settembre. L'autore della suddetta Cronica Estense, che più
minutamente racconta le particolarità di questo fatto, fra l'altre cose
scrive che il podestà di Modena in persona si portò con assai altri
nobili a Parma, per maggiormente condecorar quella funzione: il che ci
dà a conoscere quai fossero i costumi e i genii di questi tempi. Ciò
fatto, i Parmigiani con tutta la lor cavalleria e fanteria marciarono
in aiuto di Lodi, e si andarono a postare sulla riva dello Adda in
una terra chiamata Grotta. Lungi di là un miglio si accamparono i
Cremonesi a Pizzighittone con tutte le lor forze. Cento uomini d'armi
v'andarono da Reggio, altrettanti con secento pedoni da Modena, e
cinquanta dal marchese d'Este vi furono spediti. Diede bensì l'esercito
milanese assaissimo danno al distretto di Lodi, ma senza fare di
più; e gli convenne tornare indietro con perdita di molti uomini e
cavalli. Nel seguente dicembre Buoso da Doara (non so se figliuolo
o nipote dell'altro che fiorì circa il 1260, oppure lo stesso) entrò
con quattrocento cavalli ed altrettanti fanti in Crema, e cominciò la
guerra contra di Cremona. Per questa novità i Piacentini, Parmigiani e
Bresciani con possente milizia corsero di nuovo a sostener Cremona. La
Cronica di Parma parla di questo solamente nell'anno seguente.

Le premure del defunto papa _Niccolò III_ erano state da padre nel
procurar dappertutto la pace fra i Guelfi e Ghibellini. Diverse ben
furono le massime di _Martino IV_, cioè di un pontefice che si lasciava
menare pel naso, come sua creatura, da _Carlo re_ di Sicilia, il quale
non potea patire i Ghibellini fautori dell'imperio. Eransi ridotti in
Forlì tutti, per così dire, i Ghibellini della Romagna, sbanditi dalle
loro città. Contra di questi il papa e il re Carlo fecero preparamento
grande d'armi nell'anno presente[374]; e tanto più perchè _Guido conte_
di Montefeltro, capitano di Forlì, nel marzo ed aprile avea fatto
delle scorrerie fino a Durbeco e alle porte di Faenza, dove, secondo
gli Annali di Modena[375], diede una spelazzata ai Guelfi, e poscia
era passato nel maggio sul Ravegnano, spogliando e bruciando senza
opposizione alcuna que' paesi. All'avviso del formidabil temporale
che si disponeva contra di loro, il comune di Forlì e la parte de'
Lambertazzi spedirono ambasciatori supplichevoli alla corte pontificia,
dimorante allora in Orvieto col re Carlo e cogli ambasciatori della
parte contraria, cioè de' Geremii guelfi di Bologna. Ma furono mal
veduti e mal ricevuti, in guisa che, senza poter ottenere nè giustizia
nè misericordia dal papa, e vituperosamente rigettati, forza fu che
se ne ritornassero come disperati a casa, con aver gittati i passi
al vento. In questi tempi esso pontefice creò conte della Romagna
_Giovanni d'Eppa_, ossia d'Appia o de Pà, Franzese, consigliere del re
Carlo. Costui colle milizie datogli del papa e dal re venne a Bologna
con ordine di far aspra guerra a Forlì e a tutti i Ghibellini, e nel
mese di giugno coi popoli di Bologna, Imola e Faenza passò ostilmente
sul distretto di Forlì, facendo precedere comandamenti ed intimazioni
al conte Guido e ai Lambertazzi d'andarsene con Dio. Dopo di che,
avendo seco un'immensa quantità di guastatori, fece in più volte
quanto danno potè al territorio forlivese, con giugnere fino alle
porte, ma nulla di più osò per ora. Il conte Guido si contenne sempre
con riguardo. Fulminò il papa contra de' Forlivesi le scomuniche più
fiere, e pose l'interdetto alla città, con farne uscire tutti gli
ecclesiastici sì secolari che regolari; e forse per la prima volta si
cominciò ad udire quella detestabil invenzione di gastigo e pena, cioè
che anche fuori dello stato ecclesiastico fossero confiscati in favore
del papa tutti i beni e le robe de' Forlivesi: gastigo che cadeva
ancora sopra gl'innocenti mercatanti, e sopra coloro eziandio che, per
non participar di quelle brighe, si erano ritirati altrove, nè aveano
parte alcuna negli affari del governo di Forlì. L'autore della Cronica
di Parma scrive, che fu inoltre pubblicata in quella città la scomunica
contra chiunque avesse roba di alcun forlivese, e non la rivelasse ai
nunzii del papa, sotto pena di pagare del proprio, e di non essere
assolto nè in vita nè in morte. In Parma più di tre mila lire si
ritrovarono, che furono perciò consegnate ai deputati pontifizii.
Veggasi un poco che strani frutti produsse la barbarie ed ignoranza di
questi secoli. Fece in quest'anno lega coi Veneziani[376] Carlo re di
Sicilia, risoluto di far la guerra a _Michele Paleologo_ imperador dei
Greci: per la quale impresa seguitava ad ammannire una sterminata copia
di galee, uscieri ed altre cose necessarie. Non poche istanze ebbero
ancora da lui i Genovesi per entrare in lega, venendo loro esibito
una parte del conquisto; ma se ne scusarono, siccome assai conoscenti
di che pelo fosse quel regnante; anzi spedirono una galea apposta al
Paleologo per avvertirlo di ciò che si macchinava contra di lui.

I Lucchesi in quest'anno[377] fecero oste contra di Pescia, la
presero, e il pazzo furore de' soldati la ridusse in cenere. Tuttociò
avvenne, per quanto fu creduto, perchè il popolo di quella terra si
era suggettato ai cancelliere del _re Ridolfo_, a cui si pretendea
che non avesse da sottomettersi se prima non compariva la conferma di
lui fatta dal papa: tutti pretesti inventati dai Guelfi; imperciocchè,
per attestato del Rinaldi[378], papa Martino con sue lettere, date in
Orvieto nel dì 21 maggio dell'anno corrente, e rapportate dal medesimo
Annalista, avea scritto a tutte le città e baroni della Toscana che
riconoscessero per ministri del re Ridolfo il vescovo gurcense e
Ridolfo cancelliere, da lui spediti per suoi vicarii in Toscana. Ma
sappiamo da Giachetto Malaspina[379] che verisimilmente per segrete
insinuazioni del Carlo niuna delle città di quella provincia, da Pisa
e Santo Miniato in fuora, volle prestar fedeltà ed ubbidienza agli
uffiziali del re Ridolfo: laonde il vicario del re Ridolfo si ritirò
colle sue masnade in essa terra di Santo Miniato, condannò i popoli
disubbidienti, e cominciò guerra contra dei Fiorentini e Lucchesi;
ma con sì poco frutto, che da lì a non molto se n'andò con Dio, e
tornossene come beffato in Germania. Veggasi ora se erano tutte frodi,
siccome dicemmo, quelle del re Carlo, allorchè si fece dichiarar
vicario della Toscana da papa Clemente IV con promessa di ritirarsi,
creato che fosse un re de' Romani.

NOTE:

[363] Dandol., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[364] Ricord. Malasp. Giovanni Villani. Raynald., Annal. Eccl. S.
Antonin. Jordanus, in Chron., et alii.

[365] Vita Martini IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Jordan., in Chron.
Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital.

[366] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer.
Ital.

[367] Corio, Istor. di Milano.

[368] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[369] Ventura, Chron. Estens., tom. 11 Rer. Ital.

[370] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[371] Chron. Parmense, tom. 9 Rerum Ital.

[372] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[373] Campi, Istor. di Cremona.

[374] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[375] Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[376] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Italic.

[377] Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.

[378] Raynaldus, Annal. Eccles.

[379] Giachetto Malaspina, cap. 213. Giovanni Villani.



    Anno di CRISTO MCCLXXXII. Indizione X.

    MARTINO IV papa 2.
    RIDOLFO re de' Romani 10.


Celebre fu in quest'anno il vespro siciliano, celebre l'orditura di
quella sì strepitosa rivoluzione. Con verga di ferro governava il re
Carlo il regno di Sicilia e di Puglia. Da nuovi dazii, gabelle, taglie
e confischi erano al sommo aggravati que' popoli. La superbia de'
Franzesi ogni di più cresceva; insopportabile era la loro incontinenza
e la violenza fatta alle donne. Di questi disordini parlano tutti
gli scrittori d'allora[380], ed anche i più parziali della nazion
franzese. Più volte i miseri Siciliani ricorsero ai papi per rimedio,
rappresentando loro che la santa Sede avea creduto di dare un re e un
pastore a que' popoli, e loro avea dato un tiranno e un lupo. E ben
si leggono negli Annali Ecclesiastici[381] i buoni uffizii che più
volle fecero i romani pontefici in favore e sollievo d'essi popoli,
con esortare il re Carlo a sgravarli, e a guadagnarsi il loro affetto,
e non già l'odio. Ma Carlo niun conto faceva di si fatte esortazioni,
e colla febbre addosso de' conquistatori ad altro non attendeva che
a raunar moneta e gente per far colle miserie del suo popolo, se gli
riusciva, miseri anche gli altri popoli. Ora accadde che _Giovanni da
Procida_, nobile salernitano, uomo di mirabile accortezza letterato,
e spezialmente peritissimo della medicina, entrò in pensiero di
guarire anche i mali politici della Sicilia. Era egli stato carissimo
a _Federigo II_ Augusto e al _re Manfredi_, ed appunto per questo suo
attaccamento alla casa di Suevia gli erano stati confiscali tutti
i suoi beni dal re Carlo. Ritiratosi egli in Aragona, cominciò ad
incitare il _re Pietro_ e la _regina Costanzo_ sua moglie, figliuola
del fu _re Manfredi_, alla conquista del regno siciliano, e a far
valere le ragioni della casa di Suevia, unico rampollo di cui era
restata essa regina Costanza. Ma perchè a sì grande impresa, e contra
del re Carlo principe bellicosissimo e di alta potenza, non bastavano
punto le forze del re Pietro, per mancanza massimamente del _fac totum_
delle guerre, cioè della pecunia: Giovanni da Procida assunse egli di
provvedere a tutto. Passò pertanto travestito in Sicilia, e vi trovò
disposti gli animi a cangiar mantello ad ogni buon vento che spirasse.
Andò a Costantinopoli, e fece toccar con mano all'Augusto _Paleologo_
che non v'era altro mezzo da salvarlo dalla potenza del re Carlo,
che il fargli nascere la guerra in casa; e che, contribuendo egli
un possente soccorso di danaro, a _Pietro d'Aragona_ dava l'animo di
far calare gli ambiziosi pensieri al re di Sicilia. Si trasferì dipoi
Giovanni da Procida alla corte pontificia, e in una segreta udienza
trovò papa _Niccolò III_ nemico del re Carlo, e pronto anch'esso
a contribuire pel di lui abbassamento. Portate queste disposizioni
in Aragona, e insieme un buon rinforzo di moneta, il re Pietro si
diede a far gran leva di gente, e a preparar navi per una spedizione
importante, con far vista di voler passare in Africa contra de'
Saraceni[382]. Informato di questo armamento il _re Carlo_ da _Filippo
re_ di Francia suo nipote, fece che papa _Martino IV_ spedisse persona
apposta per indagare quali mire avesse il re Pietro, e per comandargli
di non condurre le sue armi contra di alcun principe cattolico. Pietro,
il più accorto di quanti allora regnassero nella cristianità, non volle
scoprire il luogo dove egli mirava; anzi rispose, che se l'una delle
sue mani, sapendolo, lo rivelasse all'altra, subito la mozzerebbe. E
con belle parole rimandò il messo al papa. Ma il re Carlo, che molto
sè stesso, poco o nulla stimava il re di Aragona, dopo aver detto per
dispetto al papa: _Non vi diss'io che Pietro d'Aragona è uno fellone
briccone?_ si addormentò, nè cercò più oltre di lui, senza ricordarsi
di quel proverbio: _Se ti vien detto che hai perduto il naso, mettivi
la mano._

Benchè fosse mancato di vita il pontefice Niccolò III, sul quale, più
che sopra altri, fondava il re Pietro le sue speranze, pure cotanto
fu animato e confortato da Giovanni da Procida e dai segreti impulsi
de' Siciliani, che diede le vele al vento, e passò in Africa verso
la città di Bona, cominciando quivi la guerra contra dei Mori colla
presa di Ancolla, per aspettare se i Siciliani, dicendo da dovero, si
rivoltassero; e, ciò non succedendo, per tornarsene quetamente a casa.
Ora avvenne che nel dì 30 di marzo dell'anno presente, cioè nel lunedì
di Pasqua di risurrezione, nell'ora del vespro (scrivono altri nel
martedì, 31 del suddetto mese) i Palermitani, prese l'armi, insorsero
contra de' Franzesi[383], e quanti ne trovarono, tutti misero a filo
di spada; e andò sì innanzi questo furore, che neppure perdonarono a
donne e fanciulli, e neppure alle Siciliane gravide di Franzesi. Per
questo fatto divenne poi celebre il nome di _vespro siciliano_. Falso
è che in tutte le terre di Sicilia, e ad un'ora stessa, succedesse il
macello de' Franzesi. Falso che i Palermitani acclamassero tosto per
re loro Pietro d'Aragona. Alzarono essi bensì le bandiere della Chiesa
romana, proclamando per loro sovrano il papa. Uscì poscia in armi il
popolo di Palermo, e trasse nella sua lega alcun altro luogo della
Sicilia. Intanto Messina col più dell'altre città dell'isola si tenne
quieta per osservare dove andava a terminare questo gran movimento. Ma
non passò il mese d'aprile, che le tante ragioni e i segreti maneggi
de' Palermitani indussero anche i Messinesi a ribellarsi colla morte
ed espulsione di quanti Franzesi si trovarono in quelle parti, e colla
presa di tutte le fortezze. Portata la dolorosa nuova della ribellion
di Palermo al re Carlo, che, secondo il suo solito, dimorava allora in
Orvieto alla corte pontificia, per insegnare al papa, sua creatura, e
ai cardinali, come si avea da governare il mondo, non è da chiedere
s'egli se ne turbasse e crucciasse. Tuttavia, rivolti gli occhi al
cielo, fu udito dire[384]: _Iddio Signore, dappoichè v'è piaciuto di
farmi contraria la mia fortuna, piacciavi almeno che il mio calare sia
a piccioli passi_. Trattò col papa di quel che si avea da fare, e volò
tosto a Napoli, consolato perchè non s'udiva per anche tumulto alcuno
in Messina. Ma dacchè giunse l'altro avviso che anche i Messinesi
aveano prese l'armi contra di lui, allora andò nelle smanie, ed ordinò
che facessero vela verso di Messina le tante galee e navi da lui
preparate per assalire il greco imperio, ed egli col resto dell'armata
di terra si inviò alla volta della Calabria. Non si può prestar fede
a Bartolommeo da Neocastro, che racconta avere condotto il re Carlo in
questa spedizione ventiquattro mila cavalli e novanta mila fanti, senza
contare i marinari, e cento sessanta galee, oltre all'altre navi da
trasporto e barche minori. O è guasto il suo testo, o egli amplificò di
troppo le forze di Carlo, acciocchè maggiormente risaltasse la gloria
dei suoi Messinesi. Giovanni Villani scrive che menò seco più di cinque
mila cavalieri fra Franceschi, Provenzali ed Italiani; e tra questi
erano cinquecento ben in arnese, inviatigli dal comune di Firenze.
Ed ebbe cento trenta tra galee, uscieri e legni grossi. Comunque sia,
abbiam di certo ch'egli, passato il Faro, imprese sul fine di luglio
l'assedio di Messina, accompagnato da _Gherardo Bianco_ da Parma,
cardinale, vescovo sabinense e legato apostolico. Entrò in Messina
questo saggio porporato, e con tale energia parlò a quel popolo, che lo
indusse ad abbracciare il partito della misericordia, senza aspettare
il furor delle armi. Ma portate da lui al re Carlo le condizioni
colle quali desideravano i Messinesi di rendersi, non piacquero al
re, e si diede principio alle offese della città, agli assalti ed alle
battaglie. I Messinesi anch'essi, contandosi giù tutti per morti, si
diedero ad una gagliarda difesa tale, che si rendè memorabile per tutti
i secoli.

Intanto i Palermitani, considerando le straordinarie forze del re
Carlo, e il pericolo che lor soprastava, aveano spedito ambasciatori
a _papa Martino_, chiedendogli misericordia. Furono questi
obbrobriosamente rimandati con villane parole. Anche i Messinesi,
secondochè abbiamo da Giachetto Malaspina[385]. da Giovanni
Villani[386] e da altri, dacchè intesero la presa di Milazzo, tornarono
a implorar la mediazione del cardinal legato per arrendersi. Entrò egli
nella città, e quel popolo esibiva la resa, se il re perdonava loro il
misfatto, e voleano pagargli i tributi usati al tempo del re Guglielmo
il Buono. Portata questa risposta al re Carlo, e avvalorata dalle
preghiere del legato, che accettasse quel misero e pentito popolo,
fellonescamente rispose che si maravigliava di sì ardita proposizione,
e che in altro modo non perdonerebbe loro, se non gli davano ottocento
ostaggi a sua elezione, per farne quello che a lui piacesse; e voleva
che pagassero colte e dogane, come allora si praticava, altrimenti
si difondessero. Ciò inteso da' Messinesi, determinarono di voler
piuttosto morir tutti colla spada alla mano, che di andar morendo in
prigioni e tormenti per istrani paesi. Ebbe ben poi a mangiarsi le
dita il re Carlo per la smoderata sua alterigia e crudeltà. S'egli
usava della clemenza, Messina tornava sua, e per le stesse vie avrebbe
avuto il resto della Sicilia, perchè que' popoli erano allora senza
capitani e senza guarnimenti e forze da guerra. Ma a chi Dio vuol male
gli toglie il senno. E Dio appunto per tante inumanità ed orgoglio il
pagò di buona moneta. Bartolommeo da Neocastro tace questi trattati
di resa dei Messinesi, anzi scrive che il re Carlo fece loro i ponti
d'oro perchè si arrendessero, ma ch'eglino rigettarono ogni offerta.
Credendosi poscia il re di poter con un generale assalto vincere la
terra, si trovò forte ingannato, perchè sì virilmente si difesero i
cittadini e ripararono le breccie, che rimase inutile il suo sforzo.
Fin le donne e i fanciulli tutti con sollecitudine mirabile, portando
chi acqua, chi calce e pietre, prestarono ogni possibile aiuto contro
ai nemici, e in loro lode furono poi fatte e cantate dappertutto varie
canzoni.

In tale stato erano le cose di Messina, quando _Pietro re_ d'Aragona,
ricevuta un'ambasceria de' Palermitani, venne dirittamente a sbarcare
a Trapani con cinquanta galee ed altri legni, con ottocento uomini
d'armi e dieci mila fanti, tutta gente agguerrita e di gran coraggio.
Vi arrivò nel dì 30 d'agosto[387], e fra due giorni entrò in Palermo,
ricevuto con altissime acclamazioni da quel popolo, e quivi fu coronato
re di Sicilia. Tutti tremavano dianzi; tanta era la paura della
potenza e del rigore del re Carlo. Ad ognuno allora tornò il cuore in
petto; e sparsa questa nuova per le altre terre ribellate ai Franzesi,
se ne fece gran festa, credendosi allora ognuno in salvo. I soli
Messinesi furono gli ultimi a saperlo. Spedì poscia il re Pietro due
suoi ambasciatori al re Carlo, i quali, ottenuta licenza d'andare, si
presentarono davanti a lui nel dì 16 di settembre, con intimargli da
parte di Pietro re di Aragona e di Sicilia di levarsi dall'assedio di
Messina, altrimenti che fra poco verrebbe egli in persona a far pruova
delle forze sue. All'avviso dell'inaspettato sbarco dell'Aragonese
era rimasto pieno di maraviglia e di doglia il re Carlo. Ricevuta poi
quell'ambasciata, fremeva per la collera; e la risposta sua, data nel
dì seguente, fu che intimassero al re Pietro di levarsi dal regno
di Sicilia, e di non fomentar dei ribelli, perchè se ne avrebbe a
pentire, e si tirerebbe addosso anche la nemicizia del papa, del re di
Francia e degli altri principi della cristianità. Leggonsi presso il
Villani[388] e presso fra Francesco Pipino[389] delle lettere che si
dicono in tal congiuntura scritte dall'un re all'altro. Dubito io che
sieno fatture dei novellisti d'allora. Tenuto consiglio dal re Pietro,
fu determinato, secondo il parere dell'accorto Giovanni da Procida,
che si mandasse la flotta catalana a sorprendere nel Faro di Messina
le galee del re Carlo, che quivi stavano ancorate senza difensori.
Traspirò questa risoluzione, e saputasi da esso re Carlo, fu creduto
necessario che il re levasse l'assedio: altrimenti, se veniva rotta
la comunicazion colla Calabria, potea perir tutta l'armata di terra
per mancanza di viveri. Però, lasciati solamente due mila cavalli
in agguato, per tentare di sorprendere i Messinesi, se uscivano a
spogliare il campo, giacchè per la fretta restò ivi un'immensa copia
di tende, bagaglie ed arnesi da guerra, il re Carlo col resto di sua
gente precipitosamente, e come sconfitto, scampò in Calabria. Ma non
potè provvedere così per tempo al bisogno, che non sopraggiugnesse
nello stretto di Messina l'ammiraglio del re Pietro, cioè _Ruggieri
di Loria_, il più valoroso ed avventurato condottiere d'armate navali
che fosse allora, il quale con sessanta galee cariche di Catalani e
Siciliani prese ventinove tra galee grosse e sottili del re Carlo,
fra le quali cinque del comune di Pisa, che erano al di lui servigio.
Passò anche alla Catona ed a Reggio di Calabria, e vi bruciò ottanta
uscieri, cioè barche grosse da trasporto, che trovò disarmate alla
spiaggia; e questo sugli occhi dello stesso re Carlo, il quale per la
rabbia cominciò a rodere la sua bacchetta, e poi confuso, dopo aver
dato commiato ai baroni ed agli amici, si ritirò a Napoli. I Messinesi,
se il re non levava l'assedio, erano già ridotti alle estremità, per
essere venuta meno ogni sorta di vettovaglia. Scoperto anche l'agguato,
si tennero rinchiusi, finchè videro ritirati in Calabria i due mila
cavalli nemici. Intanto marciò il re Pietro da Palermo, rinforzato
dall'esercito siciliano, e dopo avere ricuperato a patti di buona
guerra Milazzo, arrivò nel dì 2 di ottobre a Messina, ricevuto con
giubilo inesplicabile da quel popolo glorioso, che era come risuscitato
da morte a vita. Interdetti e scomuniche furono fulminate dal papa
contra del re Pietro e de' Siciliani per tali novità. Ma per ora
abbastanza di questo.

Trovavasi in gravi angustie ed affanni sul principio dell'anno presente
la città di Forlì; e i Lambertazzi ed altri fuorusciti ghibellini colà
rifugiati non trovavano più scampo, perchè si vedevano battuti dall'un
canto dall'armi spirituali del papa, e dall'altro attorniati dall'armi
temporali d'esso pontefice, del re Carlo, de' Bolognesi e degli
altri Guelfi di Romagna, Lombardia e Toscana. Come resistere a tanti
nemici un pugno di gente? Però il _conte Guido_ da Montefeltro[390],
i Forlivesi e gli altri fuorusciti spedirono un'altra ambasceria ad
Orvieto a papa _Martino IV_ per supplicarlo di aver misericordia di
loro. Furono bruscamente ricevuti anche questa fiata gli ambasciatori,
ed ebbero per risposta che Forlì non avrebbe mai perdono e pace, se
prima non iscacciava tutti i forestieri maschi e femmine. A questo
disse il deputato de' Lambertazzi e degli altri fuorusciti, che erano
pronti ad ubbidire e ad andarsene, ma che supplicavano sua Santità di
assegnar loro un sito da potervi abitare, giacchè iniquamente erano
stati cacciati dalle lor patrie, nè aveano luogo per loro abitazione.
Nè pur questo poterono impetrare, ma ignominiosamente furono licenziati
e caricati di scomuniche. Se qui alcuno cercasse il comun padre dei
fedeli, forse nol troverebbe: colpa, a mio credere, del re Carlo, che
inesorabile contra dei Ghibellini, aveva anche la fortuna di poter
prescrivere quanto voleva alla corte di Roma. Così non avea fatto il
precedente pontefice _Niccolò III_. Ebbe dunque ordine Giovanni d'Eppa
o sia d'Appia, conte della Romagna, di rinforzar la guerra contra di
Forlì, nella quale impresa il papa andava impiegando il danaro sborsato
dalla pietà dei fedeli, perchè servisse in soccorso di Terra Santa.
Ora il conte della Romagna, dopo aver maneggiato un trattato segreto
con alcuni dei cittadini di quella città, perchè gli dessero una
porta[391], su questa speranza comparve sotto Forlì sull'imbrunir della
notte precedente al dì primo di maggio con un potente esercito[392]. A
Guido conte di Montefeltro, e capitano dei Forlivesi, non era ignoto
questo trattato; anzi dicono che ne fu egli stesso il promotore,
siccome astutissimo e gran maestro di guerra. Aveva egli ordinato che
tutti i cittadini preparassero buona cena, e lasciassero aperta una
porta. Ed allorchè i nemici arrivarono, egli con tutta la gente atta
all'armi uscì fuori della città per un'altra. Entrò Giovanni d'Eppa
con parte dell'esercito nell'aperta città, nè trovandovisi resistenza
alcuna, le soldatesche si sparsero per la terra e per le case a darsi
bel tempo coi cibi e vini lor preparati; e tolte le briglie ai lor
cavalli, li misero alle greppie e al riposo. Allorchè fu creduto che
fossero ben satolli ed ubbriachi, e andati a dormire, il conte Guido
colla sua gente rientrò per una porta che tuttavia si custodiva per
lui, e diede addosso ai nemici che senza poter raccoglier, sè stessi,
nè ordinare le loro armi e cavalli, restarono per la maggior parte
vittima delle spade de' Forlivesi[393]. Dicono altri che il conte
Guido andò prima ad assalire e sconfiggere la parte dell'armata che
Giovanni di Eppa avea lasciato di fuori in un determinato luogo, e
poscia, rientrato in città, fece del resto, con altre particolarità che
io tralascio per dubbio della lor sussistenza. Certamente cadono molti
inverisimili nella maniera con cui dicono condotto questo fatto. E si
può dubitare che il tempo e le ciarle del volgo accrescessero delle
favole alla verità dell'avvenimento. Favole sembrano ancora tanti altri
fatti attribuiti in queste guerre a _Guido Bonato_, filosofo e strologo
famoso di que' tempi, e cittadino di Forlì, narrati nella Cronica di
quella città. Per attestato della Cronica di Parma[394], con cui vanno
d'accordo fra Francesco Pipino[395] e Ricobaldo[396], il conte della
Romagna entrò in un borgo di Forlì, ebbe una porta della città, e vi
prese molte case per forza. Ma per sagacità e valore del conte Guido da
Montefeltro e de' Forlivesi egli restò sconfitto. Due mila e più, la
maggior parte Franzesi, vi lasciarono la vita, e quasi tutto il resto
vi rimase prigione. Fra gli altri che perirono nella fossa di quella
città, si contò Tibaldello degli Zambrasi, che avea tradita Faenza.
E vi morì il conte Taddeo da Montefeltro, nemico del conte Guido, con
altri nobili bolognesi e della Romagna. La Cronica di Bologna[397], che
per errore, mette questo fatto sotto il dì 7 di giugno va annoverando
la cavalleria venuta da diverse parti all'esercito del conte della
Romagna, e la fa ascendere a tre mila e quattrocento cavalieri. Nulla
dice dello stratagemma suddetto del conte Guido; e solamente parla d'un
fiero combattimento seguito ne' borghi di Forlì, colla disfatta de'
Guelfi. Altrettanto abbiamo dalla Vita di papa Martino[398]. Giovanni
d'Eppa falso è che morisse in quel conflitto. Egli, per attestato di
Ricobaldo, arrivò a Faenza sano e salvo con circa venti cavalli, e fu
poi adoperato dal papa in altre militari imprese.

Veggendo i Lodigiani[399] ridotti in pessimo stato gli affari de'
Torriani, e temendo di restar eglino la vittima dello sdegno de'
Milanesi, trattarono di pace con _Ottone Visconte_ arcivescovo di
Milano, il quale volentieri vi acconsentì, purchè rinunziassero alla
protezione de' Torriani. Seguitarono essi nondimeno, per attestato
della Cronica di Parma, a tener la parte guelfa. Di qui prese maggior
orgoglio _Guglielmo marchese_ di Monferrato, e cominciò, di capitano
che egli era, a far da signore di Milano, in pregiudizio dell'autorità
dell'arcivescovo. Ottenne di poter mettere un vicario e un podestà
in Milano a piacimento suo, e vi mise Giovanni dal Poggio Torinese.
L'arcivescovo, come uomo accorto, mostrava di non curarsene, ma,
conoscendo dove il marchese mirasse, cominciò segretamente a tirare
nel suo partito alcune delle case più forti di Milano, cioè quelle di
Castiglione, Carcano, Mandello, Posterla e Monza, e a disporre i mezzi
per liberarsi dalla prepotenza del marchese. Minacciava intanto esso
marchese i Cremonesi, e però, ad istanza di quel popolo, tenuto fu
un parlamento in Cremona, dove intervennero i Piacentini, Parmigiani,
Reggiani, Modenesi, Bolognesi, Ferraresi e Bresciani, tutti di parte
guelfa. Risoluto fu di spedire ambasciatori al papa per ricavarne dei
soccorsi e di tenere in essa Cremona una taglia di soldati di cadauna
città per difesa di quella. E perciocchè Buoso da Doara era entrato
in Soncino, e s'era anche ribellato al comune di Cremona il castello
di Riminengo, i Parmigiani, Piacentini e Bresciani colle loro forze
marciarono a Cremona, e passarono dipoi a dare il guasto a Soncino.
Nel dì 2 di luglio il marchese di Monferrato coi Milanesi, Astigiani,
Novaresi, Alessandrini, Vercellesi, Comaschi e Pavesi venne sino a
Vavrio, e quivi si accampò, con ispargere voce di voler pacificare
tutta la Lombardia. Ma le apparenze erano che egli meditasse d'entrare
nel Cremonese[400]. Allora tutte le città guelfe suddette inviarono le
lor milizie a Paderno in aiuto di Cremona. Furono anche richiesti di
soccorso il marchese d'Este, il conte della Romagna e i comuni della
Toscana; ed ognuno promise de' buoni rinforzi, se si fosse dovuto
venire ad un fatto d'armi. Giunse il marchese a postarsi due miglia
lungi da Crema, e i collegati piantarono in faccia di lui il lor campo.
Si trombettava ogni dì, ma niuno uscì mai per volere battaglia, nè i
Milanesi voleano entrar nel Cremonese, perchè durava la tregua fra
loro, sicchè il marchese nel dì 12 di luglio, senza far altro, si
ritirò, e lo stesso fecero gli avversarii guelfi. Diedero i Cremonesi
il guasto sino alle porte di Soncino, la qual terra riebbero poi per
tradimento nel dì 11 di novembre. Mandarono i Parmigiani una taglia
de' lor soldati in servigio del papa contra Forlì, ed ottennero che si
levasse l'interdetto dalla loro città, con esservi tornati solennemente
i frati predicatori, che già n'erano usciti.

Fece in quest'anno Giovanni d'Eppa conte di Romagna l'assedio della
terra di Meldola, e, dopo avervi inutilmente consumati alquanti
mesi, fu forzato dalla penuria de' viveri e dalla perversa stagione
a ritirarsene. Il conte d'Artois ed altri principi franzesi, spediti
dal re di Francia, passarono per Parma e Reggio nell'ottobre dell'anno
presente, menando seco una gran quantità di cavalli e fanti in aiuto
del re Carlo dopo la perdita della Sicilia. Tennesi una nobilissima
corte bandita in Ferrara per la festa di san Michele di settembre
dell'anno presente e ne' susseguenti giorni[401], perchè _Azzo VIII_,
figliuolo d'_Obizzo marchese_ d'Este e signor di Ferrara, fu creato
cavaliere, e prese per moglie _Giovanna_ figliuola di _Gentile Orsino_
nipote del fu papa Niccolò III, e figliuolo di _Bertoldo_ già conte
della Romagna. A tanti sconvolgimenti d'Italia si aggiunse in questo
anno anche il principio d'un'aspra e funestissima guerra[402] fra i
Genovesi e Pisani, popoli amendue potenti per terra e per mare. Nacque
la lor discordia dallo avere i Genovesi inviate quattro galee in
Corsica per gastigare il giudice di Cinarca, che avea fatto non pochi
aggravii alla lor nazione. L'aveano essi ridotto in camicia. Fu presa
dai Pisani la protezion di costui con pretenderlo loro vassallo; e gli
ambasciatori adoperati per questo affare, in vece di rimettere la pace,
fecero saltar fuori la guerra, che andò a finire nella rovina di Pisa.
Si diedero tutti e due questi comuni a fare un mirabil preparamento di
galee e d'altri legni. Vennero anche i Pisani a Porto Venere, e diedero
il guasto a quel paese; ma nel ritornare a casa, levatasi una crudel
tempesta, spinse diecisette delle loro galee alla spiaggia, e le ruppe
colla morte di molta gente. Anche i Perugini inferocirono nell'anno
presente contro la città di Foligno[403], non so per quali disgusti.
Studiossi ben papa Martino di fermare il loro armamento colla minaccia
delle scomuniche; ma, senza farne caso, essi procederono innanzi con
guastar tutto il paese sino alle porte di quella città. Non mancò già
il papa di scomunicare quel popolo; ma esso, maggiormente irritato per
questo, ed imbestialito, fece un papa e varii cardinali di paglia, e,
dopo avere strascinati per la città que' fantocci, sopra una montagna
li bruciò, dicendo: _Questo è il tal cardinale, questo è quell'altro._
Sorse ancora nei medesimi tempi guerra in Roma fra gli Orsini e gli
Annibaldeschi[404]. Erano i primi odiati dal re Carlo per la memoria
del loro zio; e però, unito il vicario di esso re, che esercitava
l'uffizio di senatore, andò cogli Annibaldeschi a dare il guasto sino
a Palestrina, dove s'erano ritirati gli Orsini.

NOTE:

[380] Bartholomaeus de Neocastro, Hist. Sicul., tom. 13 Rer. Ital,
Sabas Malaspina. Ricord. Malaspina.

[381] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[382] Giachetto Malaspina. Giovanni Villani, lib. 7, cap. 56 et seq.

[383] Bartholomaeus de Neocastro, tom. 13 Rer. Ital. Nicolaus
Specialis, Chron. Sicul., cap. 38, tom. 10 Rer. Ital. Jordan., in
Chron. Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.

[384] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 61.

[385] Giacchetto Malaspina, cap. 212.

[386] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 63.

[387] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.

[388] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 70.

[389] Franciscus Pipinus, lib, 3, cap. 15, tom. 9 Rer. Ital.

[390] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[391] Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.

[392] Giachetto Malaspina, cap. 215. Giovanni Villani, lib. 7, cap. 70.

[393] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[394] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[395] Pipin., Chron. Bononiens., tom. 9 Rer. Ital.

[396] Richobald., in Pomar., tom. Rer. Ital.

[397] Chronic. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[398] Vita Martini IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[399] Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap. 319.

[400] Memor. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[401] Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.

[402] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.

[403] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCLXXXIII. Indiz. XI.

    MARTINO IV papa 3.
    RIDOLFO re de' Romani 11.


Non istette già colle mani alla cintola _Pietro re_ d'Aragona, dacchè
ebbe dato sesto alle cose della conquistata Sicilia, ma rivolse
il pensiero anche alla vicina Calabria[405]. Già aveva egli nel dì
6 di novembre spedite quindici galee con alcune migliaia de' suoi
bellicosi fanti catalani verso la Catona, dove era un presidio di
due mila cavalli ed altrettanti fanti, postovi da _Carlo principe_ di
Salerno, primogenito del re Carlo, lasciato ivi dal padre per opporsi
ai tentativi dei nemici. Nella notte del dì 6 di novembre i Catalani
assalirono sì vigorosamente quella guarnigione, che parte ne uccisero,
e il restante misero in fuga. Nel dì 11 seguente s'impadronirono ancora
della Scalea, e vi fu posto un presidio di cinquecento Catalani, che
cominciarono ad infestare i contorni di Reggio. Essendosi ritirato il
principe Carlo nel piano di San Martino, per non restar troppo esposto
agli attentati de' nemici, il popolo di Reggio si diede incontanente al
re Pietro, il quale, nel dì 14 di febbraio, fece la sua solenne entrata
in quella città. L'esempio di Reggio seco trasse anche la città di
Gieraci. Avea il re Pietro già spedito ordine che la _regina Costanza_
sua moglie co' figliuoli venissero in Sicilia. Vi arrivò essa nel dì
22 d'aprile; fu riconosciuta per legittima padrona della Sicilia; e
l'infante _don Giacomo_ suo secondogenito fu accettato per successore
di quella corona, giacchè il re Pietro suo padre veniva obbligato da'
suoi affari a tornarsene in Catalogna. Il motivo della sua partenza
fu questo. Nell'anno precedente avea il re Carlo mandato a dire al
re Pietro delle villane parole, trattandolo da traditore e fellone;
e per mantenerglielo in buona forma, lo sfidò a combattere con lui a
corpo a corpo. Più saporita nuova di questa non potea giugnere al re
Pietro, che in coraggio e valore non cedeva punto al re Carlo, ma il
superava di molto nell'accortezza. Si trovava egli con poca moneta; e
se il re Carlo colle sue forze avesse continuata la guerra in Calabria
e Sicilia, gran pericolo v'era di soccombere col tempo. Il meglio era
di addormentarlo, di guadagnar tempo con accettare il proposto duello,
e di farlo intanto uscire d'Italia[406]. Diede dunque per risposta che
manterrebbe in campo e in paese neutrale al re Carlo il suo legittimo
diritto e possesso della Sicilia; e però fu concertato con solenne
promessa e giuramento che da essi re e da novanta nove cavalieri
eletti per cadauna delle parti si farebbe il combattimento in Bordeos
di Guascogna, ottenutane prima licenza dal re d'Inghilterra, padrone
allora di quella città. Chi restasse vincitore chetamente ancora
sarebbe padrone della Sicilia, e chi mancasse alla promessa verrebbe
dichiarato infame, e privato del titolo di re, con altre gravissime
pene. Il dì primo di giugno fu destinato per questa insigne battaglia.
Portato a _papa Martino_ l'avviso di così strepitosa risoluzione,
tanto è lungi che v'intervenisse l'approvazione sua, come scrive il
Villani dopo il Malaspina[407], che anzi la detestò[408], e fece quanto
potè per dissuadere il re Carlo, mostrandola contraria non meno alla
politica che alla coscienza, ed intimando la scomunica contra chiunque
passasse ad eseguirla. Non si fermò per questo il coraggioso re Carlo;
scelti i suoi cavalieri tra Franzesi, Provenzali ed Italiani, che tutti
fecero a gara per essere di quel numero, fu nel dì prefisso e Bordeos,
passeggiò co' suoi armati il campo, ma finì la giornata, senza che si
lasciasse vedere il re d'Aragona. Deluso in questa maniera il re Carlo,
se ne tornò a Parigi, malcontento di non aver potuto combattere, e
d'avere inutilmente perduto il tempo; ma contento per essere, secondo
l'opinione sua, divenuto l'Aragonese spergiuro in faccia del mondo, e
caduto nella infamia e nell'altre pene prescritte nella convenzione.
Pubblicò pertanto un manifesto, dove esponeva le dislealtà e finzioni
di Pietro, e le pene da lui incorse. Ma Pietro anche egli ne divolgò
un altro in sua difesa. E qui non s'accordano gli scrittori. Vi ha
chi tiene, non essere egli punto andato a Bordeos; ed altri ch'egli
vi andò travestito, e segretamente si lasciò vedere al siniscalco del
re d'Inghilterra, con protestare d'essere pronto a combattere, ma che
non potea farlo, non trovandosi sicuro in quel luogo, dacchè _Filippo
re_ di Francia s'era postato con più di tre mila cavalieri una sola
giornata lungi da Bordeos[409], e nella stessa città era concorsa
troppa copia di Franzesi. Preso pertanto un attestato di sua comparsa
dall'uffiziale del re inglese, rimontato a cavallo, frettolosamente
se ne tornò in Aragona. Se ciò sia finzione o verità, nol so dire.
Quand'anche sussistesse la segreta sua andata a Bordeos, giacchè scrive
l'autore della Cronica di Reggio[410] ch'egli fu veduto nel dì 30 di
giugno in vicinanza di quella città; tuttavia non si sa ch'egli menasse
seco i cavalieri che dovea condurre, e però sembra potersi conchiudere
che questa scena fu fatta per deludere il re Carlo, e non già per
decidere con un duello, cioè con poco cervello, la controversia della
Sicilia da lui posseduta, quantunque anch'egli avesse già scelti i
suoi cavalieri, per dare un bel colore all'inganno. Ho io rapportato
altrove[411] alcuni atti pubblici spettanti a questa tragedia, oppure
illusione fatta al re Carlo dallo scaltro re d'Aragona, apparendo da
essi che fra le condizioni v'era che il re d'Inghilterra dovesse essere
presente al combattimento, ed è certo ch'egli non venne a Bordeos, nè
mai consentì a dare il campo, nè ad assicurarlo: il che solo bastava ad
iscusare e discolpare il re Pietro.

Qui nondimeno non terminò la faccenda. Il pontefice Martino prese di
qui motivo per aggravar le censure contra del re Pietro, e passò a
dichiararlo non solamente ingiusto usurpatore del regno della Sicilia,
ma anche decaduto da quelli d'Aragona, Valenza e Catalogna[412], con
appresso conferirli a _Carlo di Valois_, secondo figliuolo del re
Filippo di Francia, il quale doveva in avvenire riconoscerli in feudo,
e prenderne l'investitura dal romano pontefice. Come fosse creduto
giusto e lodevole questo papal decreto, lo lascierò io decidere ad
altri. Ben so che i signori franzesi, i quali specialmente in questi
ultimi tempi hanno impugnata l'autorità che si attribuiscono i sommi
pontefici di deporre i re e di trasferire i regni, allora a man
baciata riceverono questo regalo degli altrui Stati, loro fatto da papa
Martino, e tentarono in vigor d'esso di occuparli, siccome vedremo.
Abbiamo da Bartolommeo di Neocastro che furono in quest'anno spedite
dal re Carlo verso Puglia venti galee di Provenzali. Dirizzò questa
flotta le vele verso Malta, dove quel castello tuttavia si tenea fedele
ad esso re, benchè assediato dai Siciliani, per dargli soccorso[413].
N'ebbe contezza il valente ammiraglio di Sicilia _Ruggieri di Loria_,
e tutto allegro con dieciotto galee ben armate sciolse da Messina
per andare a trovarlo. Arrivato al porto di Malta, attaccò la zuffa,
e fu questa terribile di più ore; ma infine dieci d'esse galee
provenzali furono prese dai Siciliani e condotte a Messina; l'altre
dieci maltrattate se ne tornarono con indicibil fretta al loro paese.
Miglior fortuna ebbero in Romagna l'armi del pontefice, che avea fatto
venir grossa gente di Francia, ed unita colle milizie delle città
guelfe di Romagna e di Lombardia. Capitano di questa possente armata
fu creato[414] Guido conte di Montefeltro, già rimesso in grazia
della Sede apostolica, con ordine di domare i Forlivesi, ricettatori
ostinati degli usciti ghibellini. Ma, scorgendo quel popolo di non
potere alla lunga sostenere il peso della guerra contra di tanti
nemici, massimamente dappoichè il paese era sprovveduto di viveri,
mandò ambasciatori al papa, ed altrettanto fece il _conte Guido_ di
Montefeltro, ad esibir la loro sommessione a quanto la santità sua
avesse ordinato. Accettata L'offerta, furono cacciati da quella città
tutti i Lambertazzi con gli altri Ghibellini, che andarono dispersi
colle lor misere famiglie per l'Italia; e Guido da Montefeltro fu
mandato a' confini, cioè in luogo disegnato dal papa. Venuto poscia
a Forlì un legato pontificio, in gastigo della strage dianzi fatta
de' Franzesi, fece demolir le mura, le torri ed ogni fortezza di
quella città, e spianarne le fosse[415]. Anche Cesena, Forlimpopoli,
Bertinoro, Meldola e le castella di Montefeltro vennero all'ubbidienza
del papa, e quivi ancora fu fatto lo stesso scempio di mura e fortezze.
Oltre a ciò, in tutti que' luoghi furono cavati dai sepolcri i morti
nel tempo della guerra, e seppelliti come scomunicati fuori della
città. Secondo Galvano Fiamma[416] e gli Annali Milanesi[417], in
quest'anno _Ottone Visconte_ si liberò da _Guglielmo marchese_ di
Monferrato, e per questo ho io differito a parlarne qui, benchè la
Cronica di Parma metta il fatto nell'anno precedente. Anzi, dicendo il
Fiamma, essere ciò succeduto nella festa di san Giovanni Evangelista,
se l'anno milanese avea allora principio nel Natale del Signore,
ancora, secondo lui, si dee riferir questo fatto all'antecedente
anno, come appunto accuratamente notò anche il Corio[418]. Era il
marchese Guglielmo principe di fina politica e destrezza, e di non
minor ambizione provveduto. Mirava egli a farsi signore di tutta la
Lombardia. E già gli era riuscito di farsi proclamare a poco a poco
signor di Como, Alba, Crema, Novara, Alessandria, Vercelli[419]. Non so
ben dire se anche Pavia. Gli restava Milano; egli ne era già capitano,
vi avea un gran partito, e andava disponendo le cose per abbattere
la signoria dell'arcivescovo Ottone, e prender egli le redini, del
governo. Ottone, che a lui non cedeva in avvedutezza, aspettato il
tempo propizio che il marchese fosse ito per suoi affari a Vercelli,
nel dì 27 di dicembre dell'anno precedente, montato a cavallo con
tutti i suoi aderenti, prese il Broletto e il palazzo pubblico, e ne
scacciò Giovanni dal Poggio podestà e vicario del marchese, mettendovi
in suo luogo Jacopo da Sommariva Lodigiano. Fece appresso intendere
al marchese che non osasse più di ritornare a Milano: dal che si
accese una mortale nemicizia fra loro. Cercò immantenente Ottone di
fortificarsi nel ricuperato pieno dominio di Milano coll'amicizia
de' vicini, e però stabilì pace e lega coi Cremonesi, Piacentini e
Bresciani. Fiera guerra continuò in quest'anno fra i Genovesi e Pisani
per mare, avendo l'uno e l'altro popolo fatto un formidabil armamento
di galee e d'altri legni. Presero i Genovesi e saccheggiarono l'isola
della Pianosa, e sottomisero alcune navi de' Pisani, e gli altri
parimente fecero quegl'insulti che poterono ai Genovesi. Minutamente
si veggono descritti i lor fatti negli Annali di Genova[420]; tali
nondimeno non sono che meritino d'esserne qui fatta particolar
menzione. Succederono delle novità anche in Trivigi[421], città al pari
dell'altre divisa in due fazioni. _Gherardo_ della nobil famiglia da
Camino seppe far tanto, che ne scacciò fuori Gherardo de' Castelli capo
della parte contraria, e prese la signoria di quella città. Tollerabile
riuscì dipoi il suo governo, perchè era amatore della giustizia. Ebbe
principio nel marzo di quest'anno la guerra dei Veneziani col patriarca
d'Aquileia per le giurisdizioni dell'Istria, come s'ha dalle Vite di
que' patriarchi, da me date alla luce[422]. Durò questa quasi undici
anni, e in fine fu costretto il patriarca ad accomodarsi, come potè,
con chi era superiore di forze.

NOTE:

[404] Vita Martini IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[405] Barthol. de Neocastro, tom. 13 Rer. Ital.

[406] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 85.

[407] Giachetto Malaspina, cap. 217.

[408] Raynald., in Annal. Eccl.

[409] Bartholom. de Neocastro, cap. 68, tom. 13 Rer. Ital.

[410] Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[411] Antiquit. Italic., Dissert. XXXIX.

[412] Raynald., in Annal. Ecclesiast.

[413] Nicol. Specialis, Hist. Sicul., lib. 1, cap. 26, tom. 10 Rer.
Ital.

[414] Annal. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital. Matthaeus de Griffonibus,
tom. 18 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[415] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[416] Gualv. Flamma, Manip. Flor., cap. 320.

[417] Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital.

[418] Corio, Istoria di Milano.

[419] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer.
Ital.



    Anno di CRISTO MCCLXXXIV. Indiz. XII.

    MARTINO IV papa 4.
    RIDOLFO re de' Romani 12.


Gran preparamento di gente e di legni avea fatto _Carlo_, primogenito
del re Carlo e principe di Salerno, per portare la guerra in Sicilia,
quando venne la mala fortuna a visitarlo, e a dargli una ben disgustosa
lezione delle umane vicende. Era già corsa sicura voce che il re Carlo
suo padre veniva di Provenza con forte armata per unirla coll'altra
di Puglia, e procedere poi contra de' Siciliani[423]. Prima ch'egli
venisse, il valente _Ruggieri di Loria_, ammiraglio del re d'Aragona,
volle tentare, se gli veniva fatto, di tirare a battaglia il figliuolo.
A questo fine con quarantacinque tra galee ed altri legni armati di
Catalani e Siciliani uscì in corso sul principio di giugno, e cominciò
ad infestare le coste del regno di Napoli. Nel lunedì, giorno quinto
di esso mese (e non già nel dì 23, come ha il testo di Bartolommeo da
Neocastro[424]), fu a Castello di San Salvatore a Mare e a vista di
Napoli, e le sue ciurme cominciarono con alte grida a villaneggiare
il re Carlo, suo figliuolo, e tutti i Franzesi chiamandoli poltroni
e conigli, che non'ardivano di venire a battaglia, e dileggiandoli
in altre sconcie maniere. A queste ingiurie non potendo reggere il
principe Carlo, badando più alla collera sua che ai consigli del
cardinal legato, co' furiosi suoi Franzesi e coll'altre ubbidienti sue
truppe disordinatamente si imbarcò nei preparati suoi legni, e tutti,
come se andassero a nozze, fecero vela contra de' Siciliani. Scrive
Giovanni Villani[425] che il principe Carlo avea ordine preciso dal
re Carlo suo padre di non venire a battaglia alcuna, e che aspettasse
l'arrivo suo; ma egli, senza farne caso, si lasciò trasportare
dall'empito suo giovanile, credendosi di far qualche prodezza.
Diversamente Niccolò Speciale[426] lasciò scritto: cioè che una barca
spedita con questo ordine dal re Carlo cadde in mano di Ruggieri di
Loria, nè arrivò a Napoli: il che forse avrebbe fermata la bizzarria
del principe Carlo. Baldanzosamente procedeva l'armata franzese contro
ai nemici; e Ruggieri gran maestro di guerra, fingendo paura, si andava
ritirando in alto mare. Ma quando se la vide bella, animati prima i
suoi, venne impetuosamente a ferire addosso alla contraria armata.
Stettero poco a fuggire le galee di Soriento e di altri Pugliesi.
Fecero quella resistenza che poterono i Franzesi; ma siccome gente
allora non avvezza a battaglie di mare, poco potè operare contra
dei Catalani e Siciliani, i quali, arditamente saltando nelle galee
nemiche, dieci ne sottomisero. La mira principale dell'accorto Ruggieri
di Loria era alla galea capitana, distinta dallo stendardo regale,
dove stava il principe Carlo colla principal sua baronia, nè potendola
prendere per la gagliarda opposizion di que' nobili, gridò ai suoi che
la forassero in più luoghi. Entrava l'acqua a furia; e però il principe
dimandò di rendersi a qualche cavaliere. S'affacciò tosto l'ammiraglio
Ruggieri con darsi a conoscere chi egli era, e il raccolse nelle sue
galee con Rinaldo Gagliardo ammiraglio di Provenza, e coi conti di
Cerra, Brenna, Monopello, ed assaissimi altri nobili e copia grande
d'altri prigionieri. Dopo la sconfitta accadde una piacevol avventura.
In passando la vittoriosa flotta in vicinanza di Soriento[427],
quel popolo mandò a regalar di fichi e fiori e di ducento agostari
(monete d'oro), l'ammiraglio siciliano. Entrati gli ambasciatori
nella galea capitana, dove era preso il principe Carlo, veggendo lui
riccamente armato e attorniato da baroni, e credendolo l'ammiraglio,
inginocchiati a' suoi piedi, gli presentarono quel regalo, dicendo:
_Messer l'ammiraglio, goditi questo picciolo presente del comune di
Soriento; e piacesse a Dio che come hai preso il figlio, avessi anche
preso il padre. E sappi che noi fummo i primi a voltare_. Il principe
Carlo, contuttochè poca voglia n'avesse, pure non potè contenersi dal
ridere, e disse all'ammiraglio: _Per Dio, che costoro sono ben fedeli a
monsignore il re_. Si prevalse Ruggieri di Loria di questa congiuntura
per cavar dalle carceri di Castello a Mare _Beatrice_ figliuola del _re
Manfredi_, e sorella della _regina Costanza_, con altri prigioni[428],
avendola richiesta al principe, che la fece venire, e con essa e co'
prigioni franzesi se ne tornò a Messina, dove con indicibil plauso fu
accolto. Il principe Carlo fu rinserrato nel castello di Mattagriffone
con buone guardie.

Veniva il _re Carlo_ alla volta di Napoli con cinquantacinque galee
e tre navi grosse, tutte cariche di nobiltà franzese, di gente,
cavalli ed armi. S'era egli dianzi rattristato forte in Marsilia per
la percossa data ai suoi sotto Malta. Quando fu nel mare di Pisa,
oppure a Gaeta, due dì dopo il suddetto conflitto, intese l'altra
disavventura del figliuolo, che gli passò il cuore, e dicono che gridò:
Ah fosse egli morto, dacchè ha trasgredito il mio comandamento! Altri
scrivono[429] che fece il disinvolto, e, chiamati i suoi baroni, disse
loro che si rallegrassero seco, perchè s'era perduto un prete, atto
solamente ad impedire il suo governo, mostrando così di nulla stimare
il figlio. Raccontano altri[430], aver egli detto: _Nulla perde chi
perde un pazzo_. A questa doglia s'aggiunse l'altra di avere scoperta
la poca fede dei regnicoli e di Napoli stessa, dove in quest'ultima
congiuntura alcuni, correndo per la terra, aveano gridato: _Muoia
il re Carlo, e viva Ruggieri di Loria_. Aggiugne la Cronica di
Reggio che si fecero di molte ruberie, e furono anche uccisi alcuni
Franzesi, con durar due giorni quella commozion di plebei. Arrivato
esso re Carlo a Napoli, non volle smontare al porto, ma furibondo
sbarcò in altro sito con intendimento di mettere fuoco a tutta la
città; ed avrebbe forse eseguilo il barbarico pensiero, se non era il
_cardinal Gherardo_ da Parma legato apostolico, il quale s'interpose,
mostrandogli che il reato di pochi vili e pazzi non era da gastigare
colla pena dell'innocente pubblico. Tuttavia ne fece ben impiccare
da centocinquanta, e poi mosse alla volta di Brindisi, dove, fatta
la massa di tutte le sue forze, si trovò avere dieci mila cavalli e
quaranta mila fanti, con cento dieci galee, oltre a gran quantità di
legni da trasporto. Con questa potente armata nel dì 7 di luglio passò
in Calabria, e misesi per terra e per mare all'assedio di Reggio.
Intanto due cardinali legati trattavano di liberare il principe Carlo.
La lontananza del re Pietro, le cui risposte conveniva aspettare, e il
saper egli tener in parole chiunque negoziava con lui, fecero perdere
il tempo al re Carlo, senza tentar impresa più grande; e intanto la
flotta fu sbattuta da una tempesta[431]; la stagione pericolosa per
chi è in mare si accostò, e vennero meno i foraggi e le vettovaglie,
di maniera che il re Carlo fu costretto a ritirarsi a Brindisi e a
disarmare. Passò dipoi, ma pieno di rammarico e di tristi pensieri, a
Napoli. Mentre era esso re in Calabria, avea il re Pietro spedito in
soccorso della Sicilia quattordici galee, che arditamente in faccia
dell'armata franzese entrarono nel porto di Messina. E partito appena
fu il re Carlo, che Ruggieri di Loria s'impadronì di Nicotera, Cassano,
Cotrone, Loria, Martorano, Squillace, Tropea, Neocastro ed altre
terre in Calabria e Basilicata. In questo medesimo anno nel dì 12 di
settembre arrivò il suddetto ammiraglio colla sua flotta all'isola
delle Gerbe nel mare di Tunisi, abitata dai Maomettani, e la prese
e spogliò, con asportarne gran copia di ricchezze e più di sei mila
schiavi. Come potesse egli in tal tempo, cioè allorchè era minacciata
sì da vicino la Sicilia, non si sa ben intendere. Fece egli quivi
poscia fabbricare una fortezza, e vi mise un presidio di cristiani.
Probabilmente è da riferire ad alcun altro anno sì fatta impresa.
In questi tempi _Ottone_ _Visconte_ arcivescovo di Milano, essendosi
inimicato _Guglielmo marchese_ di Monferrato[432], e ben prevedendo che
i Torriani coll'aiuto di lui tenterebbono di risorgere, siccome infatti
avvenne, spedì ambasciatori a _Ridolfo re_ de' Romani, sì per distorlo
di favorire essi Torriani, il che avea egli praticato in addietro,
come ancora per ottenere il suo patrocinio. Ed appunto l'ottenne, con
avergli Ridolfo mandate cento lancie tedesche e cinquanta balestrieri
con balestre di corno. Maritò in quest'anno il suddetto marchese
di Monferrato _Jolanta_ o sia _Violante_, sua figliuola[433], con
_Andronico Paleologo_ imperadore di Costantinopoli, e diedele in
dote il regno di Tessalonica, ossia di Salonichi, da cui poco utile
ricavava in questi tempi il marchese. Dal che apparisce che fin qui
i marchesi di Monferrato doveano tuttavia ritenere qualche dominio in
quelle contrade. Oltre di avere il greco Augusto pagate molte migliaia
di bisanti al suocero suo, si obbligò ancora di mantener al di lui
servigio in Lombardia cinquecento cavalieri alle sue spese, durante
la vita del medesimo marchese. Fu poi cagione questo maritaggio,
siccome vedremo, che il Monferrato pervenne ad un figliuolo d'essa
imperatrice[434], alla quale, secondo il loro costume, i Greci mutarono
il proprio nome in quello di Irene. Ora il marchese Guglielmo col
suddetto rinforzo di moneta cominciò nuove tele per l'ingrandimento
suo. Ebbe maniera di entrare un dì per tradimento nella città di
Tortona verso l'aurora; nella qual congiuntura molti cittadini furono
uccisi, altri spogliati, altri carcerati. Uno de' rimasti prigionieri
fu il _vescovo Melchiore_, il quale sempre si era opposto ai tentativi
del marchese sopra quella città, sua patria. Fu egli inviato con
guardie, acciocchè inducesse i castellani delle sue terre a rendersi al
marchese: il che essi ricusarono di fare. Però, nel tornare a Tortona,
i capitani del marchese con sacrilega barbarie ammazzarono l'infelice
prelato. In quest'orrido misfatto protestò poi il marchese di non avere
avuta parte alcuna; ma forse da pochi gli fu creduto.

_Raimondo dalla Torre_ patriarca di Aquileia cogli altri Torriani
liberi strinse lega nell'anno presente con esso marchese[435], dopo
aver fatto un deposito di grossa somma d'oro da pagarsi al medesimo
marchese, dacchè fossero eseguiti i patti. In vigore di questo accordo
furono rilasciati dalle carceri di Monte Baradello dai Comaschi,
ubbidienti tuttavia al marchese, _Antonio, Arenchio_ e _Mosca_ dalla
Torre. Ne era dianzi fuggito _Guido dalla Torre_, che poi divenne
signor di Milano. Ma quivi aveano miseramente terminati i lor giorni
_Napo_ ossia _Napoleone_, _Carnevale_ e _Lombardo_, tutti dalla Torre.
Cominciarono, oltre a ciò, i Comaschi dal canto loro guerra a Milano, e
presero alcune castella nella riviera di Lecco. Ma avendo l'arcivescovo
eletto per suo vicario generale nel temporale _Matteo Visconte_ suo
nipote, questi valorosamente ricuperò quelle terre, cominciando con
questa impresa a farsi strada alla somma esaltazione, a cui egli e la
sua famiglia dipoi arrivò. Benchè nella Cronica di Parma si legga che
nell'anno 1282 si sconciò la buona armonia fra i cittadini di Modena,
pure abbiamo dalla stessa che nell'anno presente ebbe principio questa
diavoleria, che ridusse poi in cattivo stato essa città, e tornò in
grave pregiudizio della parte guelfa di Lombardia. Ne parlano appunto
a quest'anno anche gli Annali vecchi di Modena[436] e la Cronica di
Reggio[437]. In occasione che da uno della nobil casa dei Guidotti fu
ucciso un altro nobile della famiglia da Savignano, si formarono due
fazioni. Il podestà fece mozzare il capo all'uccisore, e distruggere
da' fondamenti due torri, con altre non poche condannagioni. Il popolo
fremente atterrò molte altre case; e finalmente la parte de' Boschetti,
co' quali andavano uniti i Rangoni e Guidoni, scacciò fuori della città
la fazione de' Savignani e Grassoni, la quale, ritiratasi a Sassuolo,
a Savignano e ad altre terre, si diede a far guerra ai Boschetti e
alla città, distruggendo e bruciando. Fecero i Boschetti col popolo
di Modena un buon esercito contra de' fuorusciti, e s'inviarono alla
volta di Sassuolo. Manfredino dalla Rosa signor di quella terra cogli
usciti venne ad incontrarli, e li sconfisse con istrage e prigionia
di molte persone. Mandarono i Parmigiani dodici ambasciatori per
trattar di pace; i Boschetti non vollero dar loro ascolto. Erano
allora in lega Piacenza, Parma, Cremona, Reggio, Bologna, Ferrara e
Brescia, tutte città di parte guelfa, e, loro dispiacendo la pazza
discordia de' Modenesi, tutte spedirono a Reggio i loro ambasciatori,
per tener quivi un parlamento, e trattare di levar questo scandalo.
Chiamati v'intervennero i deputati delle due fazioni della città di
Modena; tuttavia, per quanto si affaticassero i mediatori, le teste
dure dei Boschetti e de' lor partigiani ricusarono ogni proposizion
d'accordo, di maniera che fu risoluto di lasciarli in preda al loro
capriccio, e che si rompessero pazzamente fra loro il capo, giacchè
così loro piaceva. Il perchè i Modenesi dominanti mandarono in Toscana
ad assoldare gran gente, e tornati in campagna, essendo al Montale nel
dì 19 di settembre, vennero di nuovo alle mani coi fuorusciti, e di
nuovo ancora furono rotti colla mortalità e prigionia di molti. Per
compassione mandarono gli amici Parmigiani nuova ambasceria a Modena
con varie esortazioni alla pace; ma neppur questa ebbe miglior esito
della prima: tanto erano esacerbati e infelloniti gli animi de' nobili
e popolari contra de' lor concittadini. Adoperossi ancora un cardinale
legato, per introdurre trattato di aggiustamento, e fu rigettata del
pari l'interposizione sua. Fecero di peggio inoltre i Modenesi. Per
servigio de' Parmigiani veniva un convoglio di sale da Bologna, per
essere impedita la via del Po. Quando fu nel territorio di Bazzano, che
era allora del distretto di Modena, i Modenesi lo presero colle carra e
trentadue paia di buoi, e condussero tutto alla città, e nulla vollero
mai restituire, tuttochè si trattasse d'un popolo sì amico e fedele,
qual era quello di Parma. Allora fu che i Bolognesi caritativamente
proposero ai Parmigiani una lega, per espugnare concordemente Modena;
ma il popolo di Parma, ricordevole dell'antica amicizia con quel
di Modena, elesse piuttosto di sofferir con pazienza il danno, e di
compatir le spropositate risoluzioni dei Modenesi, che di abbracciar le
maligne insinuazioni degli antichi nemici di Modena. Nell'anno seguente
poi si ravvidero i Modenesi, e soddisfecero al loro dovere.

Furono nondimeno bagattelle questa rispetto all'aspra guerra che
nell'anno presente seguì tra i Genovesi e Pisani[438]. Accaniti l'un
contra l'altro erano questi due popoli. L'interesse e l'ambizione
non lasciavano lor posa, ardendo tutti di voglia di procurare l'uno
la rovina dell'altro. L'anno appunto fu questo che decise la lor
contesa. Vennero a dura battaglia le lor flotte nel dì 22 d'aprile, e
andarono in rotta i Pisani con perdere otto galee, che furono condotte
a Genova, e con restarne una sommersa. Per questa sciagura, in vece
di avvilirsi, maggiormente s'impegnò il popolo pisano a sostener la
gara, ed armate settantadue galee con altri legni, pieni di tutto il
fiore della nobiltà e de' popolari e forensi, fastosamente uscì in
mare con tal galloria, che sembrava il loro stuolo incamminato ad un
sicuro trionfo[439]. Colto il tempo che l'armata de' Genovesi era ita
in Sardegna, diedero i Pisani il guasto alla riviera di Genova: si
presentarono anche al porto di quella città con balestrare, ingiuriare
e richiedere di battaglia i Genovesi; e, dopo queste bravure, se ne
ritornarono gloriosi a casa. Ma giunte dalla Sardegna a Genova le
galee, fece il popolo genovese un armamento di ottantotto galee e
otto panfili, e con questa flotta andò in traccia della pisana, e,
trovatala in vicinanza della Melora, attaccò un'orribil battaglia nel
dì 6 d'agosto. Da gran tempo non s'era veduto in mare un conflitto
sì ostinato e sanguinoso come fu questo. La vittoria in fine si
dichiarò per li Genovesi, siccome superiori di forze, che ventinove
galee dei nemici menarono a Genova, e sette ne affondarono. Grande fu
la mortalità dalla una parte e dall'altra; maggiore nondimeno, anzi
sommo il danno de' Pisani, perchè circa undici mila d'essi (chi dice
meno, e forse dirà più vero, e chi dice anche più, per ingrandimento
di fama) rimasti prigionieri, furono condotti nelle carceri di Genova,
dove la maggior parte per gli stenti a poco a poco andò terminando i
suoi giorni. E di qui nacque il proverbio: _Chi vuol veder Pisa vada
a Genova_. Gli speculativi de' segreti del cielo osservarono che in
quelle stesse vicinanze della Melora nell'anno 1241 aveano i Pisani
sacrilegamente presi i prelati che andavano al concilio, e credettero
che Dio avesse aspettato per quarantatrè anni a gastigare il loro
misfatto. Quel che è certo, Pisa da lì innanzi, per sì grave perdita
di gente, non men popolare che nobile, non potè più alzare il capo, e
andò tanto declinando che arrivò a perdere la propria libertà, siccome
s'andrà vedendo. Io non so come l'autore della Cronica Reggiana[440],
che scriveva di mano in mano le avventure di questi tempi, metta il
suddetto memorando fatto d'armi sotto il dì 15 d'agosto. Una spaventosa
innondazione del mare, smisuratamente gonfiato nel dì 22 di dicembre in
quest'anno, recò un incredibll danno a Venezia e Chioggia, essendovi
perite molte navi e persone ed una esorbitante copia di merci.
_Bernardo cardinale_ legato in Bologna attribuiva questa loro disgrazia
all'essere stati scomunicati da lui i Veneziani, perchè non voleano dar
soccorso al re Carlo contra di Pietro re d'Aragona. Sicchè, secondo i
suoi conti, Dio dovea essersi visibilmente dichiarato in favore del re
Carlo. Se ciò si possa credere, lo vedremo all'anno seguente.

NOTE:

[420] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.

[421] Richobaldus, in Pomar., tom. 9 Rer. Ital. Annal. Bononiens., tom.
18 Rer. Ital.

[422] Vitae Pontific. Aquilejens., tom. 4 Anecdot. Latin.

[423] Giachetto Malaspina, cap. 222. Ptolom. Lucens. et alii.

[424] Bartholomaeus de Neocastro, cap. 76, tom. 13 Rer. Ital.

[425] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 92.

[426] Nicolaus Specialis, Hist. Sicul., tom. 10 Rer. Italic.

[427] Giachetto Malaspina, Giovanni Villani.

[428] Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital.

[429] Jordanus, in Chron.

[430] Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[431] Bartholomaeus de Neocastro, cap. 79, tom. 13 Rer. Ital.

[432] Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 321.

[433] Memorial. Potest. Regiens.

[434] Du-Cange, in Famil. Byzantin.

[435] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[436] Annales Veteres Mutinenes, tom. 11 Rer. Ital.

[437] Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[438] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.

[439] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 91.

[440] Memor. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCLXXXV. Indiz. VIII.

    ONORIO IV papa 1.
    RIDOLFO re de' Romani 13.


Sopraffatto probabilmente da troppi affanni _Carlo re_ di Sicilia,
cadde infermo nella città di Foggia, mentre era tutto affaccendato
per un formidabil armamento, con disegno d'assalir la Sicilia, in
tempo che anche i Franzesi doveano dal canto loro invadere il regno di
Aragona a Catalogna. Quivi terminò egli con tutta rassegnazione e con
piissimi sentimenti la sua vita nel settimo dì di gennaio dell'anno
presente, con infinito dispiacere de' Guelfi, che l'amavano forte,
e il consideravano pel più forte loro sostegno[441]. Principe di
smoderata ambizione, per soddisfar la quale sagrificava tutto, e che
sarebbe stato assai lodevole e glorioso, se, siccome seppe guadagnar
dei regni, avesse anche atteso a guadagnarsi l'amore de' sudditi, e
non gli avesse piuttosto tiranneggiati: il che fu cagione di molte sue
disavventure. Lasciò il suo regno di Puglia ossia di Napoli in poco
buono stato, perchè in guerra co' Siciliani e col principe Carlo, suo
primogenito ed erede, prigione in Sicilia stessa. Nè si dee tacere che
questo sventurato suo figlio, dopo la sua prigionia, corse un gran
pericolo. Non avendo potuto i cardinali legati, spediti dal papa in
Sicilia, venire a capo del loro negoziato per liberarlo, fulminarono
le più terribili scomuniche contra de' Siciliani e contro del re
d'Aragona. Erano per questo al maggior segno irritati i Messinesi,
e giunta colà anche la nuova della morte del re Carlo, furiosamente
andarono alle prigioni, dove erano detenuti i Franzesi, per ucciderli;
e perchè questi fecero quella difesa che poterono, attaccarono il
fuoco alle carceri, e miseramente vi fecero perire più di sessanta
nobili di quella nazione. Ricobaldo[442], che fioriva in questi tempi,
scrive che più di ducento nobili vi furono barbaramente uccisi, e non
già bruciati nelle prigioni. Inoltre si accordarono tutte le terre
dell'isola a voler la morte del suddetto principe Carlo in vendetta
di quella di Manfredi e di Corradino. Ma Dio volle che la _regina
Costanza_ e l'infante _don Giacomo_ con savio consiglio frenarono
così furiosa sentenza con prender tempo, allegando che conveniva
intendere sopra ciò la volontà del _re Pietro_. Volontà appunto del re
Pietro era che se gli mandasse in Catalogna il principe prigioniere
per maggior sicurezza, e infatti vi fu mandato. Intanto fu questo
principe riconosciuto per re e successore del padre in Puglia[443], e,
durante la sua prigionia, sostituito balio del regno _Roberto conte_
di Artois, fratello del re di Francia, colla assistenza del cardinale
legato _Gherardo Bianco_ da Parma; e per allora cessò ogni pensiero
di portar la guerra in Sicilia. In questi tempi la città di Gallipoli
si diede agli Aragonesi. Tenne dietro alla morte del re Carlo quella
di Martino IV pontefice, schiavo fin qui di tutti i voleri d'esso re,
e che votò l'erario delle scomuniche per fulminar tutti i Ghibellini,
e chiunque era nemico o poco amico del medesimo re Carlo. Pontefice
per altro degno di lode, sì pel suo zelo ecclesiastico, come per
lo staccamento dall'amore de' suoi parenti, che, nati poveri, non
volle mai esaltare. Erasi egli portato a Perugia, giacchè quella
città umiliatasi era rientrata in sua grazia, e quivi cantò messa nel
giorno santo di Pasqua, caduto in quest'anno nel dì 25 di marzo. Nel
dì seguente si ammalò, e nella notte del mercordì, venendo il dì 29,
passò all'altra vita[444]. Dicesi che nel giovedì susseguente gli
fu data sepoltura nella cattedrale di quella città; ma, secondo il
Rinaldi[445], fu portato il di lui cadavere ad Assisi nella chiesa
de' Minori, da lui amati sopra gli altri religiosi finchè visse. Fu da
alcuni[446] attribuita la sua infermità e morte ad eccesso in mangiar
delle anguille, del qual cibo egli era ghiotto. Nel dì 2 d'aprile
concordemente si vide esaltato dai cardinali al pontificato _Jacopo_
della nobil casa de' Savelli, Romano, cardinal diacono di Santa Maria
in Cosmedin[447], il quale prese il nome di _Onorio IV_. Era egli
così attratto per cagion della gotta, ne' piedi e nelle mani, che
non potea camminare, nè stare in piedi, nè unire un dito coll'altro.
Ma vegeta era la sua testa, e vigorosa la sua lingua. Portossi egli
dipoi a Roma, dove, consecrato prete e vescovo, fu ornato della tiara
pontificia. Contribuì questo pontefice al sollievo del regno di Napoli,
con pubblicare una saggia costituzione di varii capitoli, già ordita
da papa Martino IV, che vien rapportata dal Rinaldi e dagli scrittori
napoletani, e fu data nel dì 17 di settembre dell'anno presente
in Tivoli. Dovea servir questa a levar di molte gravezze ed abusi
introdotti già da Federigo II, da Manfredi, e massimamente dal re Carlo
I. Ma i re susseguenti, con pretesto che fosse pregiudiziale ai loro
diritti, non permisero che avesse vigore.

Del resto seguitò anche Onorio IV, come il suo predecessore, ad
aggravare di decime i beni ecclesiastici per le guerre (non so
come appellate sante) dei Franzesi contra degli Aragonesi. Mi sia
lecito l'accennar qui brevemente quella di Catalogna, perchè essa
ha connessione cogli affari della Sicilia. Già papa Martino IV avea
privato il re Pietro del regno di Aragona, Valenza e Catalogna, e
datane la investitura a _Carlo di Valois_, secondogenito di Filippo
l'Ardito re di Francia. Già s'era predicata la crociata per andare
alla conquista di quel regno, perchè pur troppo in questi miserabili
tempi si facea continuamente servire la religione all'umana politica
con disonore del nome cristiano. Lo stesso _re Filippo_ in persona
con _Filippo_ e _Carlo_ suoi figliuoli, con una formidabile armata
per terra e una potentissima flotta per mare[448], passò in Catalogna,
dove que' santi crociati commisero violenze e sacrilegii senza numero.
Prese la città di Roses, ed assediò, nel dì 28 di giugno, la città di
Girona, che fece una mirabil difesa. Il _re Pietro_, signore di gran
valore, con quelle poche compagnie di cavalleria che avea, fece di
grandi prodezze, infestando continuamente dì e notte l'esercito nemico.
Ma in una di queste scorrerie sopraffatto da' Franzesi, e ferito con
una lancia, sconosciuto venne condotto prigione. Male per lui, se,
presa la spada ad un di que' nobili nemici, non si fosse fatto largo:
con che, dato di sproni al cavallo, ebbe la fortuna di ridursi in
salvo. Fu presa in fine Girona a patti di buona guerra dai Franzesi.
Avea intanto _Ruggieri di Loria_ sottomessa la città di Taranto nel
dì 15 di luglio, quando gli arrivò ordine di passare a Barcellona. Vi
giunse egli nel dì 26 di settembre con trentasei galee, colle quali si
unirono dodici altre di Catalani. Sarpò dipoi l'ancore, e con questa
flotta l'animoso ammiraglio andò nel dì primo di ottobre ad assalir
la franzese, scemata molto di ciurme e di gente, benchè superiore
di numero. Parte di quelle galee fu presa, parte incendiata, non
senza strage di molti, e col guadagno di gran bottino. Ritolse egli
ancora Roses ai Franzesi; ed appresso, venendo un grosso vascello del
duca di Brabante, carico di viveri e di ricchezze, in soccorso de'
Franzesi, sotto la scorta di dodici galee, Ruggieri con bandiera di
Francia aggraffò tutti que' legni, il tesoro e la vettovaglie. Tutte
queste funeste nuove portate al campo franzese, lo riempierono di
terrore, perchè perduta era la speranza di ricevere in avvenire le
necessarie provvisioni per mare. Il re Filippo, o per la doglia, o per
l'aria s'infermò. Se vogliam credere a Bartolommeo da Neocastro[449]
e a Niccolò Speciale[450], la lunghezza dell'assedio di Girona, ed
una prodigiosa specie di tafani che feriva uomini e cavalli, aveano
fatto perire assaissime migliaia di soldati e d'animali: laonde per
necessità convenne sloggiare in somma fretta per ripassare i Pirenei e
tornarsene in Linguadoca. Ai passi delle montagne eccoti i Micheletti,
che recarono gran danno alle persone e robe de' fuggitivi e sconfitti
Franzesi. Il re Filippo, portato con gran disagio in una bara sino
a Perpignano, quivi nel dì 6 d'ottobre fece fine ai suoi giorni.
All'incontro ricuperata ch'ebbe il re Pietro Girona, anch'egli, o
per malattia, o per la ferita di cui parlammo, passò all'altra vita
nel dì 11 di novembre con atti di vera penitenza, e riconciliato
colla Chiesa. E tale fu il fine di quella strepitosa impresa, per cui
ebbe molto da piagnere la Catalogna, ma molto più senza paragone la
Francia. Vien essa descritta da Bartolommeo da Neocastro, da Giovanni
Villani e da altri, con diversità di circostanze, e colla giunta di
qualche favola, siccome tuttodì avviene in casi tali per la varietà
delle passioni e della parzialità, amplificando cadauno le prodezze e
diminuendo le disgrazie proprie. Ed ecco dove andarono a terminar le
scomuniche, le crociate e tanto sangue per detronizzar gli Aragonesi.
_Alfonso_ primogenito del re Pietro succedette al padre nell'Aragona;
l'infante _don Giacomo_, secondo il testamento del padre, nel regno di
Sicilia; ed essi tennero forte i loro Stati. Ma cotante disgrazie, e le
morti del papa e dei due re Filippo e Carlo dovrebbono ben servire di
documento alle corte nostre teste, per non entrare con tanta franchezza
ne' gabinetti di Dio, quasichè egli operi o abbia da operare a misura
dei nostri vani desiderii e del nostro mondano interesse. Sono ben
diversi i giudizii di lui da quei de' mortali; nè mai manca in quelli
sapienza e giustizia: mancano bensì queste, e sovente, nei nostri.

Erano entrati in Como i Torriani, ed in quest'anno fecero guerra con
varia fortuna a Milano, impadronendosi di Castel Seprio e d'altri
luoghi, che da _Matteo Visconte_ e dal popolo milanese furono
ricuperati. Io non mi fermerò in questi minuti fatti. Le notizie d'essi
a noi sono state conservate dal Corio[451] e dal Calchi[452]. Benchè in
quest'anno ancora[453] si adoperassero più d'una volta gli ambasciatori
di Parma, Reggio, Bologna e Ferrara per quetare i torbidi di Modena;
pure nulla di bene se ne ricavò. Aveano Gherardino Rangone pel popolo
della città, e Manfredino da Sassuolo per gli usciti ridotto a buon
termine un trattato d'accomodamento; ma, per le esorbitanti pretensioni
de' Boschetti, tutto andò a terra. E quantunque essendo venuti a
Modena Guido e Matteo fratelli da Correggio, si facesse compromesso
in essi, e fossero dati gli ostaggi, e si venisse al laudo[454]; pure
i Boschetti non vollero accettarlo. Seguì poi una nuova battaglia
a Gorzano fra il popolo di questa città e i fuorusciti, in cui gli
ultimi rimasero sconfitti. Aveano, trovandosi in gravi angustie i
Pisani per la funestissima lor perdita dell'anno precedente, e veggendo
giù collegati e in armi tutti i Guelfi di Toscana, cioè Fiorentini,
Sanesi, Lucchesi ed altri popoli, giacchè tutti erano istigati dai
Genovesi[455], gente ansiosa, più che d'altro, della rovina di Pisa,
e che già avea in mente di schiantarla, e di ridurre quel popolo in
varii borghi: aveano, dissi, i Pisani spedito a Genova per ottener
pace. Ma quivi si trovarono orecchi sordi e cuori inflessibili. Si
rivolsero dunque ai Fiorentini, e segretamente trattarono concordia
con essi a condizione di governarsi in avvenire a parte guelfa, e di
cedere a' Fiorentini Ponte ad Era, con altri vantaggi. Acconsentirono
al partito i Fiorentini, perchè non amavano di veder troppo crescere
i Genovesi, e premeva loro di aver libero commercio a Porto Pisano.
Il _conte Ugolino_ de' Gherardeschi, guelfo di professione, che
avea menato il trattato, seppe profittarne per sè; imperciocchè nel
gennaio del presente anno, dopo aver cacciati di Pisa i Ghibellini,
ottenne d'essere fatto signore della città per dieci anni. I Genovesi
e Lucchesi, che niuna contezza aveano avuto di questo trattato, e
molto meno vi aveano prestato il loro assenso, sdegnati più che mai
seguitarono a far guerra a Pisa. Presero i Lucchesi parecchie lor
castella, e i Genovesi molte lor navi, con distruggere ancora le torri
di Porto Pisano e rovinare Livorno. Fu levato in quest'anno dal papa
l'interdetto posto alla città di Venezia[456], non per altro delitto
che per non aver voluto i Veneziani, secondo le lor leggi, lasciar far
gente ed armar legni ne' loro Stati in soccorso del re Carlo contra
del re Pietro. Motivo c'è di stupire oggidì, come per cagion sì fatta
venisse privata de' divini uffizii e gastigata quell'illustre e libera
città. Ma erano tali i costumi di questi tempi sconvolti, tali i frutti
della barbarie e della malizia, o piuttosto dell'ignoranza d'allora.

NOTE:

[441] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 94. Memorial. Potest. Regiens.

[442] Richobaldus, in Pom., tom. 9 Rer. Ital.

[443] Bartholom. de Neocastro, cap. 90, tom. 13 Rer. Ital.

[444] Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[445] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[446] Franciscus Pipin., Chron., tom. 9 Rer. Ital. Annales Colmar.

[447] Bernardus Guid. Ptolom. Lucens., Hist. Eccl. et alii.

[448] Bartholom. de Neocastro, cap. 91 et seq., tom. 13 Rer. Ital.
Giovanni Villani, lib. 7, cap. 101 et seq.

[449] Bartholom. de Neocastro, cap. 91 et seq., tom. 13 Rer. Ital.

[450] Nicolaus Specialis, Hist. Sicul., tom. 10 Rer. Ital.

[451] Corio, Istor. di Milano.

[452] Calchus, Hist. Mediolanens.

[453] Chron. Parmens., tom. 9 Rer. Ital.

[454] Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[455] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Italic. Giovanni
Villani, lib. 7, cap. 97.

[456] Raynald., in Annal. Eccl., num. 63.



    Anno di CRISTO MCCLXXXVI. Indiz. XIV.

    ONORIO IV papa 2.
    RIDOLFO re de' Romani 14.


Dopo aver patita una fiera burrasca _Ruggieri di Loria_ nel suo
ritorno dalla Catalogna, per cui s'affondarono alcune delle sue
galee[457], arrivò coll'altre tutte maltrattate a Palermo nel dì 12
di dicembre, e portò l'infausta nuova della morte del re don Pietro
ai Siciliani. Però si fecero i dovuti preparamenti per coronare re
di Sicilia l'infante _don Giacomo_ suo secondogenito. Intanto per li
mali portamenti de' Catalani, nel dì 19 di gennaio del presente anno
Taranto, Castrovillaro e Murano tornarono all'ubbidienza di _Carlo II_
nuovo re, ma prigioniere, di Napoli. All'incontro i Catalani presero
il castello dell'Abbate, situato trenta miglia da Salerno, e vi misero
presidio. Nella festa della purificazion della Vergine, cioè nel dì 2
di febbraio, seguì in Palermo la solenne coronazione in re di Sicilia
del suddetto infante don Giacomo; la qual nuova, portata a Roma, diede
ansa a _papa Onorio_, che già avea fulminata, prima di saperlo, la
scomunica contra d'esso infante e della _regina Costanza_ sua madre,
di rinnovar nell'Ascensione del Signore le suddette censure contra di
loro, e di citare a Roma i vescovi di Cefalù e di Neocastro, che aveano
coronato il principe, suddetto; ed anch'essi poi furono scomunicati
per la loro disubbidienza. Abbiamo dagli Annali Ecclesiastici[458]
che in quest'anno, avendo fatta istanza _Ridolfo re_ de' Romani al
pontefice Onorio di venir a Roma a prendere la corona dell'imperio, il
papa gradì questa sua intenzione, e con sue lettere scritte in Roma nel
dì ultimo di maggio gli prescrisse il giorno della Purificazion della
Vergine dell'anno seguente per così gran funzione. Perchè egli mai non
venisse non è ben noto. Scrivono alcuni che non si fidò d'allontanarsi
dalla Germania per sospetto che v'insorgessero dei torbidi. Altri
che il ritenne la poca fede ch'egli aveva negli Italiani, con dire
la favoletta della volpe d'Esopo, che, invitata dal lione, ricusò
d'andarvi, perchè vedea le pedate d'altri molti animali che erano
entrati nel dì lui covile, ma niuna di chi ne fosse uscito. Potrebbono
essere tutte immaginazioni degli scrittori susseguenti, giacchè non
abbiamo storia d'alcun suo contemporaneo ben informato degli affari
della sua corte. Quel che è certo, egli inviò nell'anno presente[459]
per suo vicario in Italia Prinzivalle del Fiesco de' conti di Lavagna,
e ciò con consentimento di papa Onorio, giacchè erano ridotte le cose
a tal segno, che nel governo del regno di Italia conveniva dipender
dal beneplacito de' romani pontefici. Andò Prinzivalle in Toscana, e
richiese i Fiorentini, Sanesi ed altri popoli di quelle contrade di
fare i comandamenti del re Ridolfo. Ma queglino, da gran tempo avvezzi
a non udir di queste chiamate, niuna ubbidienza gli vollero prestare,
perchè ito colà senza forza d'armati. Li condannò ben egli, siccome
disubbidienti, a gravissime pene pecuniarie; il che mosse ognuno a
riso, di modo che, veggendosi sprezzato, prese il partito migliore
di ritornarsene in Germania per non perdere affatto il credito suo
e del padrone. Scrisse il Sigonio[460], allegando l'autorità del
Biondo, del Platina, del Crantzio e del Cuspiniano, che Ridolfo per
pochi danari andò vendendo la libertà alle città della Toscana. Ma non
sono bastanti i citati scrittori ad assicurarci di tal fatto; nè vien
prodotto diploma alcuno, da cui possa apparire e la qualità e la verità
di sì fatto supposto. Tolomeo da Lucca scrive che Prinzivalle per
la sua povertà fu quegli che fu costretto a vendere la giurisdizione
dell'imperio; nè ciò dice del re Ridolfo. Quanto a me, dubito forte se
il Sigonio scrivesse egli quelle cose, sapendo che alla sua Storia dopo
sua morte furono fatte delle giunte; e tali appunto sembrano gli ultimi
pezzi della opera sua.

_Ruggieri di Loria_ nel marzo di questo anno con otto galee andò a
dare il guasto alla riviera di Provenza[461]; e nel mese di giugno
Bernardo da Sarriano cavalier siciliano con dodici altre galee espugnò
e prese la città ed isola di Capri, e poscia quella di Procida, dove
lasciò guarnigione. Questi parimente arrivato ad Astura, cioè a quel
castello dove fu preso il re Corradino, per forza se ne impadronì.
Quivi, trafitto da una lancia, morì il figliuolo di quel Jacopo,
ossia Giovanni de' Frangipani, signore della terra, che consegnò
esso Corradino al re Carlo I. Altri vi furono morti, e il luogo per
la maggior parte consunto dalle fiamme. L'industria e i danari ben
adoperati da _Ottone Visconte_ arcivescovo e signor di Milano[462]
guadagnarono di maniera il comune di Como, che si venne ad una pace
nel mese d'aprile, in cui furono bensì restituiti ai Torriani i loro
allodiali, ma con obbligo di ritirarsi dal Milanese e Comasco, e di
andare a' confini in Ravenna. Non osservarono essi dipoi questa dura
legge, e passarono a dimorare col patriarca _Raimondo_ in Aquileia.
Intanto non cessavano mai i Parmigiani[463], siccome veri amici de'
Modenesi, di procurar la pace fra le due guerreggianti fazioni de'
Savignani usciti, e de' Boschetti e Rangoni dominanti; e ciò anche per
bene della parte guelfa. Più e più ambasciatori inviarono per questo
a Modena; vi spedì anche i suoi ogni altra città guelfa di Lombardia;
ma sempre s'incontravano durezze ne' Boschetti. Per ultimo fece lor
sapere il comune di Parma, che esso si dichiarerebbe in favore degli
usciti, se persistevano a rigettar la forma della pace, già stabilita
da Guido e Matteo da Correggio; e infatti, avendo mandato in loro aiuto
un corpo di gente, fece ritirare il popolo di Modena dall'assedio di
Livizzano. Finalmente si arrenderono gli ostinati alle minaccie e al
buon volere de' Parmigiani, e nel mese di giugno fu segnata la pace fra
loro. Secondo la Cronica di Reggio[464], quei da Savignano e i Grassoni
coi loro aderenti rientrarono in Modena, e furono dirupate alcune
castella in vigor d'essa pace. All'incontro nella città di Reggio
si accese discordia per l'uccisione di Guido e Bonifazio della nobil
casa da Canossa; e perchè Bonifazio Baiardo con altri di Bismantova e
varii banditi prese e spogliò il nobil monistero di San Prospero de'
Benedettini presso a Reggio, colà ancora, per metter pace, i buoni
Parmigiani spedirono più ambascerie, ma senza ricavar frutto dai loro
caritativi uffizii. Per attestato di Tolomeo da Lucca[465], di Giovanni
Villani[466] e di santo Antonino[467], in quest'anno papa Onorio IV
assodò l'ordine de' Carmelitani, _qui prius in concilio lugdunensi
remanserat in suspenso_. Di più ordinò che quei frati andassero vestiti
solamente di bianco, perchè portavano prima le lor cappe fatte a liste
larghe o doghe di due colori, bianco e bigio; il qual abito pareva
ridicolo ed indecente. Dicevano ben essi che quello era l'abito di
Elia profeta; ma santo Antonino risponde che di ciò non si truova
vestigio nella sacra Scrittura, nè in iscrittura alcuna autentica,
e che essi religiosi ebbero il loro principio in Soria, dappoichè i
Franchi riacquistarono Gerusalemme, e che i Saraceni li scacciarono
di poi dal monte Carmelo, dal quale _Carmelitae dicuntur, non quod
ab Helia habuerint initium_: il che è confermato da scrittori ancora
più antichi. Avendo _Guglielmo_ degli Ubertini vescovo d'Arezzo fatto
ribellare a' Sanesi[468] nell'anno addietro il Poggio a Santa Cecilia,
luogo d'importanza, si commosse tutta la parte guelfa per questo,
e cadauna città mandò la taglia di sua gente in aiuto de' Sanesi, i
quali per lo spazio di cinque mesi tennero l'assedio a quel castello, e
finalmente nel dì quinto di quest'anno lo ricuperarono, con poi rasarlo
da' fondamenti. _Bonifazio_ arcivescovo di Ravenna[469] nel dì 8 di
luglio tenne in Forlì un concilio provinciale, al quale intervennero
i vescovi o i deputati di tutta la provincia, e vi furono pubblicati
alcuni canoni. Fu poi spedito questo prelato in Francia dal pontefice
Onorio per maneggiare una tregua tra _Filippo_ il Bello re di Francia
e gli Aragonesi, e insieme per trattare della libertà di _Carlo II re_
di Sicilia ossia di Napoli.

NOTE:

[457] Barthol. de Neocastro, cap. 101, tom. 13 Rer. Ital. Nicolaus
Specialis, lib. 2, cap. 8, tom. 10 Rer. Ital.

[458] Raynald., in Annal, Eccles.

[459] Giovanni Villani, lib. 7, cap. III.

[460] Sigonius, de Regno Ital., lib. 20.

[461] Bartholomaeus de Neocastro, cap. 102 et seq., tom. 13 Rer. Ital.

[462] Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap. 323. Corio, Istor. di Milano.

[463] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Annales Veteres Mutinens.,
tom. 11 Rer. Ital.

[464] Memor. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[465] Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., lib. 24, cap. 13, tom. 11 Rer. Ital.

[466] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 8.

[467] S. Antonin., P. III, tit. 20, cap. 5. Raynald., Annal. Eccles.



    Anno di CRISTO MCCLXXXVII. Indiz. XV.

    ONORIO IV papa 3
    RIDOLFO re de' Romani 15.


Erasi mosso _Odoardo re_ d'Inghilterra, e venuto in Guascogna, ed
anche in Catalogna, per trattar della liberazione del suddetto re
di Napoli, ossia di Sicilia, ed avea già ridotto a buon termine il
negoziato[470]: con che la Sicilia e Reggio di Calabria restassero
a _Giacomo re_ di Sicilia, e che i Franzesi rinunziassero alle
pretensioni sopra l'Aragona. Informato di questo papa Onorio, con suo
Breve dato in Roma nel dì 4 di marzo, riprovò ed annullò esso accordo.
Questa fu delle ultime azioni, non so se lodevoli, d'esso pontefice;
imperocchè, infermatosi in Roma nel giovedì santo, giorno 3 di aprile,
passò a miglior vita[471], con avere anch'egli fatto il possibile per
arricchire ed ingrandire i suoi. Vacò dipoi lungo tempo la santa Sede
a cagion della discordia de' cardinali, alcuni de' quali la pagarono
caro, perchè dall'aria romana furono balzati all'altro mondo. Tramarono
in quest'anno due frati in Sicilia la ribellione della piccola città
di Augusta, ossia Agosta, credendosi di guadagnare gran ricompensa dal
papa e dal governo di Napoli, e fors'anche il paradiso con sì bella
impresa. Furono a Roma[472], e non fu fatto caso del loro progetto.
Andarono a Napoli, e _Roberto conte_ di Artois, balio del regno,
non si lasciò scappare la congiuntura. Fece egli muovere da Brindisi
quaranta galee piene di combattenti, e queste, nel dì primo di maggio,
presentatesi ad Augusta, senza fatica presero il possesso della terra
e del castello. Le galee, scaricati ch'ebbero gli armati, voltarono le
prore alla volta di Sorrento. A questa nuova il _re Giacomo_ ordinò
tosto all'ammiraglio _Ruggieri di Loria_, che fortunatamente era
tornato dalla Catalogna a Messina, d'allestire quanti legni potea.
Con questi esso re navigò a Catania, in tempo appunto che anche
quella città correva pericolo di cadere in mano dei nemici. Poscia
si portò all'assedio di Augusta, e tanto la tenne stretta e flagellò
colle macchine, che per mancanza di viveri e d'acqua, nel dì 23 di
giugno la costrinse alla resa, salva la vita de' cittadini, che furono
dispersi per le castella della Sicilia. Intanto il valente Ruggieri
di Loria, sapendo che si faceva un gran preparamento contro le terre
di Sicilia, uscì colla sua flotta in traccia de' nemici. Li trovò a
Castellamare, oppure a Napoli. La loro armata marittima consisteva
in ottantaquattro fra galee e galeazze, senza contar altre navi e
barche da trasporto e per la vettovaglia, e però superiore di gran
lunga alla siciliana. Tuttavia mandò Ruggieri la sfida pel dì 25 di
giugno all'ammiraglio nemico[473]; laonde per questo, o per gli scherni
lor fatti dalle ciurme siciliane, si disposero tutti i baroni alla
naval battaglia, animati spezialmente dalle grandi indulgenze che il
_cardinal Gherardo_ legato apostolico profuse in questa congiuntura.
Con incredibil valore fu combattuto dall'una e dall'altra parte; ma in
fine restarono superiori i Siciliani con prendere quarantaquattro tra
galee e galeazze, e gran copia di baroni, fra i quali _Filippo_ figlio
del conte di Fiandra, _Raimondo del Balzo_ conte d'Avellino, e i conti
di Brenna, Monopello, Aquila, Joinvilla, e _Guido conte_ di Monforte,
i quali con altri nobili e circa cinque mila prigioni furono mandati
a Messina, ed accolti con immenso giubilo e plauso da quel popolo. Il
vittorioso Ruggieri si lasciò vedere dipoi davanti a Napoli; e se non
era prevenuto dal conte d'Artois e dal legato pontificio, che tennero
in dovere il popolo napoletano, questo già inclinava alla rivolta.
Si riscattarono poi con danaro tutti que' baroni, a riserva del conte
Guido di Monforte, che morì allora nelle prigioni, e meritava di morir
peggio tanto prima. Attribuisce Giovanni Villani con altri la colpa di
sì gran rotta ad Arrighino de' Mari ammiraglio, che colle sue galee
genovesi abbandonò la mischia. Per questo fortunato colpo crebbe di
molto la riputazion del re Giacomo, de' Siciliani e degli Aragonesi, e
calò non poco quella del conte d'Artois e del re Carlo II.

Attese in questi tempi _Ottone Visconte_ arcivescovo di Milano
ad esaltare la propria casa[474], coll'avere ottenuto che _Matteo
Visconte_, appellato poscia il Magno, ossia il Grande, suo nipote,
fosse dichiarato capitano del popolo di Milano. Ebbe questi da una
figliuola di Scazzino Borri, sua moglie, cinque figli maschi, cioè
_Galeazzo, Marco, Giovanni_, che fu poi arcivescovo di Milano,
_Luchino_ e _Stefano_. Forte era di corpo, ma maggiormente d'animo;
in accortezza e prudenza niuno gli andava innanzi; e lo studio suo
principale consisteva in guadagnarsi il cuore sì della nobiltà che
del basso popolo. Tendeva egli per questa via a quell'altezza a cui
il vedremo giunto a suo tempo. Tenne ancora l'arcivescovo Ottone nel
settembre un concilio provinciale, i cui atti furono da me già dati
alla luce[475]. Peggiorarono in questo anno gli affari di Reggio e
di Modena per la matta discordia dei cittadini. Nel dì 10 d'aprile
la parte detta di Sopra di Reggio[476] scacciò dalla città la parte
di Sotto, cioè i nobili di Fogliano e da Canossa coi loro aderenti.
Accorsero i Parmigiani[477] per medicar queste piaghe; ma gl'infermi
rigettarono il medico. Per sospetto che anche i Modenesi si levassero
a rumore, vennero gli ambasciatori di Parma e di Bologna coi loro
podestà a Modena, e nel dì 19 del suddetto mese, nel palazzo pubblico,
dove intervenne tutto il clero secolare e regolare, col braccio di san
Gemignano, con doppieri accesi e colle croci e turiboli, si confermò
la pace fra i cittadini. Ma che? Si coprivano, non si estinguevano gli
odii in quegl'infelici tempi. Però i Savignani colla parte ghibellina
de' Grasolfi, e con Tommasino signore di Sassuolo andarono formando
una mina, che scoppiò nel dì cinque di settembre. La Cronica di
Reggio mette il dì sei. Fatta una gran raunata di banditi da Modena
e Bologna, e di molta gente assoldata in Mantova e Verona, e di
molti Tedeschi inviati dal conte del Tirolo[478], si presentarono
alla porta bazovara di Modena, per entrarvi. Corse gente; e perchè
non si potè aprire quella porta in tutto, fu difesa. Intanto, data
campana a martello, ognuno colle armi volò contra dei mal venuti,
con ucciderne e prenderne non pochi. Il resto si ritirò a Sassuolo.
Corsero i Reggiani guelfi in aiuto di Modena, i Reggiani ghibellini
in soccorso de' fuorusciti. Anche cento uomini d'armi a tre cavalli
per uno furono spediti da Parma a Modena. Giunta dipoi una falsa voce
a Sassuolo, che venivano colà tutte le milizie di Bologna, Parma,
Cremona, e di tutta la parte della Chiesa, Tommasino da Sassuolo, che
principalmente avea maneggiato il suddetto trattato, con tutti quei
banditi se ne fuggì: il che riferito al popolo di Modena, gli servì di
stimolo per andare a Sassuolo, e ridurre col fuoco un monte di pietre
quella terra. Bernardino da Polenta, che era allora podestà di Modena,
fece prendere molti nobili e potenti della città, ed uno de' Lamberti
da Ferrara, incolpati di avere tenuta mano in quella trama, e ne fece
impiccare trentadue: cosa riputata da tutte per un'orrida crudeltà e
pazzia. Tante premure de' Parmigiani, ed anche de' Bolognesi, i quali
parimente aveano spedita gente in tal congiuntura a Modena, nascevano
dal timore che questa città si gittasse nel partito dei Ghibellini:
essendo fuor di dubbio che _Pinamonte Bonacossi_ signore di Mantova,
e _Alberto dalla Scala_ signor di Verona fomentavano ed aiutavano gli
usciti ghibellini di Modena. Anzi palesemente nel mese di luglio di
questo anno furono in aiuto de' fuorusciti di Reggio, i quali s'erano
già messi in possesso di molte castella del Reggiano, e faceano gran
guerra alla città. Andò il popolo di Reggio con cento cavalieri venuti
da Modena ad assediare la rocca di Tumberga, dove stavano alcuni de'
Fogliani e Canossi. Mossesi allora Alberto dalla Scala con tutta la
cavalleria di Verona e con due figliuoli di Pinamonte, e gran quantità
di cavalieri mantovani, e venne per liberar quella rocca dall'assedio;
prese anche il castello di Santo Stefano, situato due miglia lungi da
Sassuolo. Trattarono gli ambasciatori di Bologna un accordo per essa
rocca, ed ebbe fine quel rumore, ma non già la nemicizia e guerra
fra quelle fazioni, contuttochè fosse fatto compromesso nel comune
di Bologna, e proferito il laudo, che non ebbe effetto alcuno. Fu
anche nell'anno presente novità in Toscana. Imperocchè nel mese di
giugno[479] i Bostoli e Tarlato di Pietramala, e tutti i grandi di
Arezzo ghibellini, fatto concerto col vescovo e con altri vicini di lor
fazione, oppressero all'improvviso la parte guelfa, e la spinsero fuori
della città, con dichiarare poscia signore il vescovo suddetto degli
Ubertini, gran ghibellino. Per questo insorse guerra fra i Fiorentini
ed Aretini. Venne anche ad Arezzo Prinzivalle dal Fiesco, vicario
del re Ridolfo, con alcune poche squadre di Tedeschi, e colà trassero
tutti i Ghibellini di Toscana. Durando tuttavia la guerra fra Genova
e Pisa[480], mandarono i Genovesi alquante loro galee ad infestar
Porto Pisano. A queste riuscì di rompere la catena e di entrarvi, con
bruciar ivi alcuni legni e varie macchine da guerra: il che fatto,
se ne tornarono come trionfanti a Genova. Ebbero anche i Pisani una
spelazzata dai Lucchesi a Buisi[481], essendo restati prigioni molti
nobili di quella città, e fra gli altri Baldino degli Ubaldini, nipote
dell'arcivescovo di Pisa. Se pure in questi tempi è da fidarsi della
cronologia degli Annali di Forlì[482], era seguita una lega fra i
comuni di Forlì e di Faenza a propria difesa contra del conte della
Romagna. Malatesta potente cittadino di Rimini quegli fu che maneggiò
questa unione, pacificando fra loro le famiglie potenti di quella
città. Ma mentre egli nel dì 14 di giugno con settanta uomini a cavallo
da Forlì passava a Rimini, cadde in un'imboscata, tesagli dal conte
suddetto della Romagna, e furono morti o presi alcuni de' suoi, fra i
quali Giovanni Malatesta suo parente. S'interposero poi varii pacieri,
e ne seguì una concordia, per cui le città di Rimini, Forlì e Faenza
fecero un deposito di quattro mila fiorini d'oro per cadauna, affine
di liberar l'imprigionato Giovanni; e il conte della Romagna sospese
tutti i processi e bandi fatti contra di quelle città, finchè il romano
pontefice vi consentisse.

NOTE:

[468] Chron. Senense, tom. 15 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 7, cap.
109.

[469] Rubeus, Hist. Ravenn. Ughell., Ital. Sacr., tom. 2.

[470] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[471] Franciscus Pipin., Chron., tom. 9 Rer. Ital.

[472] Bartholomaeus de Neocastro, cap. 110, tom. 13 Rer. Ital.

[473] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 116.

[474] Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap. 324.

[475] Tom. 8 Rer. Ital.

[476] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[477] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[478] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[479] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 114.

[480] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.

[481] Ptolom. Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.

[482] Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCLXXXVIII. Indiz. I.

    NICCOLÒ IV papa 1.
    RIDOLFO re de' Romani 16.


Il trovarsi chiusi i cardinali per sì lungo tempo nel palazzo del
papa Onorio IV a Santa Sabina, senza potersi accordare nell'elezione
di un nuovo pontefice, cagion fu che vi morirono sei di essi, e gli
altri spaventati si ritirarono alle case loro[483]. Il _cardinal
Girolamo_ nativo d'Ascoli, già ministro generale de' frati minori, ed
allora vescovo di Palestrina, stando solo fermo nel conclave, si seppe
difendere dai cattivi influssi dell'aria con far fuoco tutta la state
nella sua camera. Ora avvenne che raunati i cardinali restanti nella
festa della cattedra di san Pietro, cioè nel dì 22 di febbraio[484]
(e non già nel dì 15 d'esso mese, come taluno ha scritto), concorsero
tutti ad una voce ad eleggere il suddetto cardinal Girolamo, il quale
fu il primo de' frati minori che giugnesse al pontificato, e prese il
nome di _Niccolò IV_ per gratitudine al suo promotore Niccolò III. Da
Roma passò egli a Rieti, e quivi sino all'anno venturo tenne la sua
residenza. Una delle sue prime occupazioni fu di citare con discrete
esortazioni e minaccie _Giacomo re_ di Sicilia[485], e di procurar
in tutte le forme la liberazione di _Carlo II_ re di Napoli, che era
prigione in Catalogna. Fece dipoi nella Pentecoste una promozion di
varii cardinali. Sì efficacemente si adoperò in quest'anno _Odoardo
re_ d'Inghilterra, che in Oleron di Bearn fu conchiusa la liberazione
di esso Carlo II re di Sicilia, ch'io mi farò lecito di chiamare
re di Napoli per minor confusione della storia. Era questo principe
stanco di vedersi ristretto in una fortezza, e però acconsentì alle
condizioni che furono stabilite da _Alfonso re_ d'Aragona, e dal re
d'Inghilterra mediatore. E lasciovvisi indurre anche Alfonso, perchè
i Franzesi faceano di grandi minaccie contra de' suoi Stati. Le
condizioni furono[486]: Che Carlo desse per ostaggi al re d'Aragona
tre suoi figliuoli, cioè _Luigi_ suo secondogenito, che fu poi santo
vescovo, _Roberto_ terzogenito, che fu poi re di Napoli, e _Giovanni_
ottavogenito, che portò poi il titolo di principe della Morea, e
sessanta nobili provenzali; che pagasse trenta mila marche d'argento;
che procurasse da _Carlo di Valois_ la rinunzia di sue pretensioni alla
corona aragonese; che lasciasse la Sicilia al _re Giacomo_ fratello
d'esso Alfonso, con altre ch'io tralascio. E, non potendo eseguir le
condizioni suddette nel termine d'un anno, dovesse Carlo ritornare in
prigione. Spedita a Rieti questa capitolazione, fu disapprovata; e però
convenne modificarla, lasciando andar il punto riguardante la Sicilia.
Fu dunque Carlo nel mese di novembre messo in libertà, ed allora egli
assunse il titolo di re di Sicilia, e venne alla corte di Parigi per
trattar dell'esecuzione di sue promesse.

S'erano rinforzati di molto gli Aretini col concorso di sì gran
copia di Ghibellini non solo della Toscana, ma anche della Romagna,
del ducato di Spoleti e della marca d'Ancona: il che dava molto da
pensare ai Guelfi di Toscana. Perciò i Fiorentini, siccome caporioni
della parte guelfa, determinarono di uscire in campagna contra di
Arezzo[487]; e messe insieme le lor forze, chiamate ancora le amistà
di Lucca, Pistoia, Prato, Volterra e d'altre terre, con un'armata di
due mila e secento cavalieri e di dodici mila pedoni fecero oste nel
distretto d'Arezzo, con prendere le castella di Leona, Castiglione
degli Ubertini, e quarant'altri luoghi. Posersi dipoi all'assedio di
Laterina; e colà giunsero ancora i Sanesi con quattrocento cavalli e
tre mila fanti. Si rendè Laterina; un gran guasto fu dato al paese, e
nella festa di san Giovanni Batista, arrivato l'esercito fiorentino
alle porte di Arezzo, quivi fece correre il pallio, come s'usa in
Firenze quel dì, per far onta agli Aretini; e poi se ne tornarono a
riposare a Firenze. Non vollero i Sanesi accompagnarsi con loro, ma
baldanzosamente s'avviarono a casa per la loro via; ma i caporali
aretini, sentendo ciò, misero in agguato trecento uomini d'armi e
due mila pedoni al valico della Pieve al Toppo. Colà giunti i Sanesi
sprovveduti e senza ordine, furono facilmente sconfitti, e vi restarono
tra morti e prigioni più di trecento de' migliori cittadini di Siena e
gentiluomini di Maremma[488], fra' quali è da notare Ranuccio di Pepo
Farnese, che era capitano di taglia della parte di Toscana. Questo
avvenimento non poco aumentò la baldanza degli Aretini, e sbigottì non
poco i Guelfi di Toscana.

Fecesi anche in Pisa gran novità. Avea il conte Ugolino de'
Gherardeschi col mezzo di varie doppiezze ed iniquità occupato il
dominio di quella città; s'era guadagnata l'amicizia de' Fiorentini
e Lucchesi con rendere loro alcune castella del comune, e andava poi
attraversando la pace co' Genovesi, desiderata da molti per riavere i
lor prigioni. Trovavasi allora Pisa divisa in molte fazioni; quella
dell'arcivescovo _Ruggieri_ degli Ubaldini era la più forte, ed
egli appunto nudriva un odio intenso contra del conte, fra le altre
cagioni, perchè gli avea bestialmente ucciso un nipote. Ordinò dunque
il prelato una congiura, che ebbe il suo effetto nel dì 11 del mese di
luglio[489]; perchè, alzatosi a rumore il popolo con assai dei nobili,
espugnò il palazzo, dove fece difesa, finchè potè, il conte Ugolino,
ma in fine venne in mano degl'infuriati nemici. Fu egli cacciato nel
fondo di una torre con due suoi piccioli figli e tre nipoti, figliuoli
del figliuolo, e quivi chiuso, con essersi poi gittate le chiavi in
Arno, per lasciarli morire ivi tutti di fame. Questa orrida scena si
vede mirabilmente descritta da Dante nel suo Inferno; e quantunque
alla malvagità del conte Ugolino stesse bene ogni gastigo, pure gran
biasimo di crudeltà incorsero dappertutto i Pisani per la morte di
quegl'innocenti fanciulli. Con ciò Pisa tornò a parte ghibellina, e
ne furono cacciati tutti i parenti ed aderenti del conte, e con loro i
Guelfi, capo de' quali essendo il giudice di Gallura Nino de' Visconti,
questi, unito coi Lucchesi, occupò il castello d'Asciano, tre miglia
vicino a Pisa. Abbiamo dagli Annali di Genova che in questo anno i
comuni di Genova, Milano, Pavia, Cremona, Piacenza e Brescia fecero
una lega contra di _Guglielmo marchese_ di Monferrato. La Cronica
d'Asti[490] ci assicura che gli Astigiani entrarono anche essi in
questa alleanza. Crescendo ogni dì più le animosità e gli odii fra i
cittadini di Modena e di Reggio[491] e i loro fuorusciti, i Reggiani,
assistiti da cento cavalieri di Modena, si portarono all'assedio di
Monte Calvoli; ma dopo due giorni nel dì 15 di giugno furono assaliti
con tal bravura dagli usciti di Reggio, ragunati prima a Mozzadella,
che della lor brigata moltissimi vi perirono, e molti più de' migliori
cittadini di Reggio vi rimasero prigioni: il resto si salvò col favor
delle gambe. Questa ed altre perdite fatte dal popolo di Reggio, e
il veder massimamente assistiti i loro usciti dai signori di Mantova
e di Verona, gli indusse a cercar la pace. Fatto dunque compromesso
nel comune di Parma, seguì nell'ottobre l'accordo, ma ne restarono
esclusi quei da Sesso e gli altri Ghibellini. Matteo da Correggio fu
allora creato podestà di Reggio[492]. Nel dì 28 dello stesso ottobre, i
signori di Savignano cogli altri sbanditi di Modena, e con cinquecento
cavalli, entrarono in Savignano, e si diedero a rifabbricarlo e
fortificarlo in fretta. Accorse ben presto colà il popolo di Modena;
ma, conosciuta l'impossibilità di scacciarli, dopo aver alzata una
specie di fortezza in vicinanza di quel luogo, se ne tornarono a casa.

E allora fu che i Modenesi, oramai scorgendo la pazzia, e gli immensi
danni e le continue inquietudini prodotte dalla discordia e fazioni,
presero il sano consiglio di ottener la quiete, con darsi ad _Obizzo
marchese_ d'Este e signor di Ferrara. Però nel dì 15 di dicembre[493]
spedirono il loro vescovo, cioè _Filippo dei Boschetti_, Lanfranco
de' Rangoni, Guido de' Guidoni con altri ambasciatori a Ferrara, dove
presentarono al marchese le chiavi della città, e la elezione di lui
fatta in signore perpetuo di Modena. Mandò egli il conte Anello suo
cognato con cento cinquanta cavalieri a prenderne il possesso, con
promessa di venir egli in persona fra pochi giorni. In questi tempi
Armanno de' Monaldeschi da Orvieto fu mandato da papa _Niccolò IV_ per
conte della Romagna[494], e nel dì 7 di maggio entrò nel governo di
quella provincia, e tenne un parlamento generale nella città di Forlì.
Fu cacciato nello stesso mese fuor di Rimini Malatesta da Verucchio,
che andò tosto a trovar esso conte. Ma da li a qualche tempo, avendo
Giovanni soprannominato Zotto, cioè Zoppo, figliuolo del medesimo
Malatesta, occupato il Poggio di Monte Sant'Arcangelo del distretto
di Rimini, corsero ad assediarlo i Riminesi: laonde il conte Armanno
fece proclamare un general esercito di tutta la Romagna, e andò a quel
castello, per quanto pare, in aiuto del Malatesta. Anche Malatestino,
altro figliuolo del suddetto Malatesta, s'impadronì del castello di
Monte Scutolo, che fu poi assediato e ricuperato dai Riminesi[495], non
ostante che il conte Armanno minacciasse di soccorrerlo, con restarvi
prigione esso Malatestino e tutti i suoi.

NOTE:

[483] Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital. Bern. Guid.
Giovanni Villani.

[484] Papebrochius Propyl. ad Act. Sanct. Memorial. Potest. Regiens.,
tom. 8 Rer. Ital.

[485] Raynald., Annal. Eccl.

[486] Rymer, Acta publ. Angl.

[487] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 119.

[488] Chron. Senens., tom. 15 Rer. Ital.

[489] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10.

[490] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.

[491] Memoriale Potest. Regiens.

[492] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Italic.

[493] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[494] Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCLXXXIX. Indiz. II.

    NICCOLÒ IV papa 2.
    RIDOLFO re de' Romani 17.


Fu accolto con dimostrazioni grandi d'onore e d'amore _Carlo II_ re
di Napoli, appellato _Zoppo_, oppure _Sciancato_ (perchè difettoso in
un'anca o gamba), già liberato dalle carceri di Catalogna, da _Filippo
il Bello_, re di Francia, e dagli altri principi della casa reale. Ma
quando si venne a far premura perchè _Carlo di Valois_, fratello d'esso
Filippo, rinunziasse al privilegio dell'Aragona, a lui conceduto dal
papa, non si trovò mai conclusione alcuna. Carlo di Valois, che non
possedeva Stati, mirava quel boccone, benchè difficile a prendersi,
con troppa avidità. Però il re Carlo, perduta la speranza di ottener lo
intento, sen venne in Italia. Nel dì 2 di maggio arrivò a Firenze[496].
Onor grande e grandi regali gli furono fatti dai Fiorentini. Passò
dipoi a Rieti, dove era la corte pontificia, e dal pontefice _Niccolò
IV_ e da' suoi cardinali onorevolmente ricevuto; poi nella festa della
Pentecoste, cioè nel dì 29 di maggio, e non già in Roma, come scrive
Giovanni Villani, ma nella stessa città di Rieti, come ha l'autore
della Cronica di Reggio[497], che vi era presente, fu solennemente
coronato colla _regina Maria_ sua moglie dal papa in re della Sicilia,
Puglia e Gerusalemme, ed investito di quanto avea posseduto il re Carlo
I suo padre, per cui anch'egli fece l'omaggio e il dovuto giuramento
alla Chiesa romana[498]. In suo favore ancora cassò il pontefice tutti
i patti e le convenzioni da lui fatte con _Alfonso re_ di Aragona,
per uscire di carcere: con cattivo esempio ai posteri di non fidarsi
più di simili atti; al che poi non badò _Carlo V_ imperadore nella
liberazione di _Francesco I_ re di Francia. Dopo di che, ben regalato
dal papa esso Carlo II si trasferì a Napoli, dove fu con indicibil
festa accolto, perchè principe di buon cuore, clemente e liberale,
e non erede del genio rigido e superbo del padre. Da lì innanzi egli
attese a riformar gli abusi, e a ben regolare il nuovo suo governo, e
insieme a difendersi da _Giacomo re_ di Sicilia, il quale, veggendosi
escluso dalla capitolazione fatta dal re _Alfonso_ suo fratello,
cominciò a far guerra al re Carlo. Venuto dunque a Reggio in Calabria,
nel dì 15 di maggio, colla sua armata navale, comandata da _Ruggieri
di Loria_, prese varie terre di quella provincia; ma, accorso il conte
d'Artois colle sue genti, mise freno alle conquiste de' Siciliani ed
Aragonesi, minutamente descritte da Bartolommeo da Neocastro[499].
Scrive Giovanni Villani[500] che esso conte assediò Catanzaro, e
sconfisse il soccorso inviato da Ruggieri di Loria, con far prigioni
ducento cavalieri Catalani. Imbarcatosi di nuovo il re Giacomo, visitò
la Scalea, il castello dell'Abbate, e le isole di Capri, Procida ed
Ischia, che ubbidivano alla sua corona; e perciocchè da alcuni della
città di Gaeta gli era stata data speranza che, s'egli fosse venuto,
gli avrebbono aperte le porte, fece vela colà, e andò ad accamparsi
sotto la città[501]. Ma, o s'erano cangiati gli animi de' Gaetani,
oppure mancò lor la maniera di compiere quanto aveano promesso.
Ostinossi allora il re Giacomo a voler colla forza ciò che non potea
conseguir per amore; e vigorosamente assediò e cominciò a tormentar la
città, dove trovò una gagliarda difesa fatta dal conte d'Avellino e da
que' cittadini. Peggio gli avvenne fra pochi giorni; perciocchè il re
Carlo e il conte d'Artois con immenso esercito raccolto dalla Puglia e
dagli Stati della Chiesa, e coi Saraceni di Nocera, venne ad assediare
lo stesso assediator di Gaeta. Erano crocesignati tutti i combattenti
cristiani di quell'esercito, e guadagnavano di grandi indulgenze;
giacchè, siccome abbiam più volte accennato, secondo la condizion
delle cose umane, molte delle quali nate con lodevoli principii, vanno
col tempo degenerando, un pezzo era che le crociate, istituite contro
i nemici del nome cristiano, facilmente si bandivano contra degli
stessi cristiani e cattolici, e per interessi temporali; e a questo
bel mestiere concorrevano fin le donne, per acquistarsi del merito in
paradiso. Stettero un pezzo le due armate a vista, senza che potessero
i Siciliani espugnar quella città, ed il re Carlo forzare a battaglia
i Siciliani per cagion della situazione e de' buoni trincieramenti,
e tanto più perchè non avea flotta in mare. A lungo andar nondimeno
pareva che sarebbe restato al di sotto il re Giacomo, se il re
d'Inghilterra e il re di Aragona, intesa questa pericolosa briga,
non avessero spedito in tutta fretta i lor messi al papa, pregandolo
d'interporsi unitamente con loro per un accordo. Inviò il pontefice con
essi un cardinale legato, e tutti poi così felicemente maneggiarono
l'affare, che si conchiuse fra i due re litiganti una tregua di due
anni, esclusa nondimeno la Calabria. Fu il primo a ritirarsi il re
Carlo; da lì a due giorni s'imbarcò parimente il re Giacomo, e nel dì
30 d'agosto arrivò a Messina. Tanto dispiacque al conte d'Artois e agli
altri baroni franzesi la tregua suddetta, che, dopo aver biasimato
forte il re Carlo, se ne tornarono sdegnati in Francia. Il Rinaldi
negli Annali Ecclesiastici mette questo fatto sotto l'anno seguente ma,
a mio credere, non battono bene i suoi conti.

Fecero i Fiorentini nel presente anno risonar la fama della lor
bravura e fortuna per un gran fatto d'armi fra loro e gli Aretini ed
altri Ghibellini. Erano essi Fiorentini[502] usciti in campagna con
un potente esercito, accresciuto dalle taglie dell'altre città guelfe
di Toscana, per dare il guasto al territorio d'Arezzo[503]. Vennero a
Bibiena, per fermar questo torrente, gli Aretini con ottocento cavalli
e otto mila pedoni; e tuttochè la armata nemica fosse più del doppio
superiore alla loro, pure dispregiandola, perchè dal loro canto aveano
migliori capitani di guerra, vollero venire ad una giornata campale nel
dì 11 di giugno, festa di san Barnaba. Se n'ebbero a pentire, perchè
andarono sconfitti, lasciando estinte sul campo circa mille settecento
persone, e prigioni più di mille de' lor combattenti. Fra i morti si
contò il vescovo d'Arezzo _Guglielmo_ degli Ubertini, fatto venire alla
battaglia dagli Aretini stessi, per sospetto di un trattato ch'egli
segretamente menava co' Fiorentini in danno del comune d'Arezzo.
Morivvi ancora _Buonconte_ figliuolo del _conte Guido_ da Montefeltro
con altri riguardevoli personaggi. Presero poscia i Fiorentini Bibiena
ed altre terre; e, posto l'assedio ad Arezzo, vi manganarono dentro
asini colla mitra in capo, per rimproverar loro la morte del loro
vescovo. Ma infine, avendo gli Aretini messo il fuoco alle torri di
legname ed altre macchine da guerra dei Fiorentini, presero questi
la risoluzione di tornarsene a casa nel dì 23 di luglio, dopo aver
disfatto quasi tutto il distretto d'Arezzo. Ancorchè i Pavesi fossero
in lega coi Milanesi ed altre città contra di _Bonifazio marchese_ di
Monferrato[504], pure seppe far tanto l'accorto marchese, che tirò
segretamente nel suo partito molti di que' nobili. Fatto dipoi un
esercito generale contra di Pavia, prese una terra grossa chiamata
Rosaiano. Allora uscì contra di lui tutta la milizia di Pavia; ma o
fosse perchè trovassero assai pericoloso il venire a battaglia, oppure
che prendessero i congiurati il tempo propizio; un certo Capellino
Zembaldo, alzata sopra una lancia una bandiera, ch'egli avea preparata,
cominciò a gridare: _Qua venga chi vuol pace_. L'unione fu grande; il
marchese entrò con essi in Pavia, e nel dì seguente fu creato capitano
della città per dieci anni avvenire. Tutto ciò s'ha da Guglielmo
Ventura nella Cronica d'Asti, il quale aggiugne che, essendosi fatto
tutto questo maneggio senza saputa, anzi ad onta di Manfredino da
Beccheria, uno de' più potenti di quella città, indispettito egli,
per confondere gli emuli suoi, volle in un altro consiglio che il
marchese fosse capitano e signore assoluto, sua vita natural durante.
Ma finì presto l'allegrezza di queste nozze. Poco stettero i Pavesi a
pentirsi dello strafalcione da loro commesso, non sapendo accomodare
la lor testa sotto un padrone sì fatto; e però chiamarono segretamente
i Milanesi, i quali entrarono nella stessa Pavia per lo spazio di due
balestrate; ma, accorse le milizie del marchese co' suoi aderenti, li
fecero retrocedere, e tornarsene con le pive nel sacco a casa. Manfredi
da Beccheria, perchè a cagion di questo fatto insorsero dei sospetti
contra di lui, uscì della città con alquanti suoi fidati, e si ridusse
e Castello Acuto, che era suo, e quivi si fortificò. Fu egli per
questo sbandito, ed atterrato il suo palagio. Venne anche il marchese
ad assediarlo in quel castello, e vi fabbricò in vicinanza un bastia.
Ma i Milanesi, Cremonesi, Piacentini e Bresciani, in un parlamento
tenuto in Cremona, impresero la difesa del Beccheria, siccome popoli,
ai quali dava troppo da pensare e da temere il soverchio ingrandimento
del marchese, signore allora anche di Vercelli, Alessandria e Tortona.
Infatti i Piacentini con tutte le lor forze iti a Monte Acuto, misero
in rotta i Pavesi, e liberarono quel luogo. Racconta il Corio[505]
molte altre particolarità spettanti a questa mutazion di Pavia, ed ai
movimenti de' Milanesi contra del suddetto marchese.

Nuove scene di discordia nell'anno presente si videro in Reggio[506].
Nel dì 7 di agosto il popolo si levò a rumore contra de' nobili e
potenti, e, presine assaissimi, li mise nelle carceri. Corsero colà
i Parmigiani colla lor cavalleria, e, fattasi dare la signoria della
città, condussero a Parma tutti que' prigioni. Poscia, chiamati alla
lor città i podestà e gli ambasciatori di Bologna e Cremona, nel dì
primo di ottobre conchiusero pace fra i nobili ed il popolo di Reggio,
e in confermazione d'essa rilasciarono il dì seguente i carcerati.
Ma questa fu una pace canina[507]. Nel dì 17 di novembre vennero di
nuovo all'armi i Reggiani, e le due fazioni di Sopra e di Sotto fecero
lungo combattimento fra loro, finchè verso la mezza notte, prevalendo
la Soprana, spinse fuori della città la Sottana, la quale si ridusse
a Castellarano e Rubiera. Seguirono nella prima, e più nella seconda
molti ammazzamenti e incendii, e dirupamenti di case, e furono involti
in questa disavventura anche i palazzi del pubblico e del vescovo.
Qual riparo si trovasse a così bestiali e perniciose divisioni lo
vedremo all'anno seguente. Mentre _Obizzo marchese_ d'Este e signor
di Ferrara[508] si andava disponendo per venire alla nuovamente
acquistata città di Modena, un giorno, nel levarsi da tavola, se gli
avventò Lamberto figliuolo di Niccolò dei Bacilieri, nobile bolognese,
per ucciderlo, e il ferì nel volto. Corsero i cortigiani presenti, e
gl'impedirono il far di peggio; corse _Azzo_ figliuolo del marchese,
che teneva corte a parte, pranzando in una sala vicina, ed erano per
uccidere l'assassino, se il marchese non avesse gridato di no, per
intendere prima i motori e complici del misfatto. Posto costui nei
tormenti, si trovò che era un forsennato, e strascinato dipoi per
la città, lasciò la vita sulle forche. Ciò non ostante, nel mese di
gennaio venne il marchese Obizzo a Modena, accolto con festa immensa
dal popolo, che solennemente il dichiarò e confermò suo signore
perpetuo insieme co' suoi discendenti. Ed egli poi con amore paterno
ridusse in città tutti i fuorusciti: con che, cessate tutte le gare e
gli odii civili, cominciò una volta questo popolo a godere la sospirata
tranquillità e pace. Essendo già rimasto vedovo il suddetto marchese
Obizzo per la morte di _Jacopina dal Fiesco_ nell'anno 1287, prese egli
per moglie nel presente _Costanza_, figliuola di _Alberto dalla Scala_
signore di Verona, che nel mese di luglio fu condotta a Ferrara, e si
celebrarono le nozze con gran festa e solennità. Seguitando la guerra
fra la repubblica veneta[509] e _Raimondo dalla Torre_ patriarca di
Aquileia, andarono i Veneziani all'assedio di Trieste. Ma, all'avviso
ch'esso patriarca e il conte di Gorizia venivano con sei mila cavalli
e trenta mila fanti per soccorrere la città, i Veneziani, senza voler
aspettar questa visita, a gara si misero in fuga, lasciando indietro
padiglioni, macchine ed equipaggio; e molti ancora vi restarono per la
pressa morti. Usciti poscia i Triestini colle lor navi, vennero fino
a Caproli e a Malamocco, e v'incendiarono que' luoghi. Per la morte di
_Giovanni Dandolo_ doge di Venezia, accaduta nell'anno presente, fu nei
dì 25 di novembre eletto per suo successore in quella dignità Pietro
Gradenigo, che era in questi tempi podestà di Capo di Istria, e fu
mandato a prendere con cinque galee e un vascello ben armato.

NOTE:

[495] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[496] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 29.

[497] Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.

[498] Raynaldus, in Annal. Eccles.

[499] Bartholom. de Neocastro, cap. 112, tom. 13 Rer. Ital.

[500] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 133.

[501] Nicol. Specialis, lib. 2, cap. 13, tom. 10 Rer. Ital.

[502] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 130. Ptolom. Lucens., Annales
brev., tom. 11 Rer. Ital.

[503] Dino Compagni, Chron., tom. 9 Rer. Ital.

[504] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Italic. Gualvaneus Flamma, Manipol.
Flor., cap. 328. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[505] Corio, Istor. di Milano.

[506] Chron. Parmense, tom. 9 Rerum Ital.

[507] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[508] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[509] Continuator Dandoli, tom. 12 Rer. Italic. Annales Estenses, tom.
15 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCXC. Indizione III.

    NICCOLÒ IV papa 3.
    RIDOLFO re de' Romani 18.


Stendeva ogni dì più l'ali _Guglielmo_ potentissimo marchese del
Monferrato. Già oltre agli antichi suoi Stati, a' quali aveva aggiunto
Casale di Sant'Evasio[510], oggidì città, egli signoreggiava nelle
città di Pavia, Novara, Vercelli, Tortona, Alessandria, Alba ed
Ivrea. Era dietro a cose più grandi, ma non gli mancavano dei potenti
nemici[511]. Con un copioso esercito uscito di Pavia, ostilmente
passò nel mese d'agosto nel Milanese, per vendicarsi di quel popolo
che dianzi avea fatta un'incursione nel Novarese, e presi alcuni
luoghi[512]. Seco erano Mosca ed Arrigo dalla Torre cogli usciti di
Milano, appellati Malisardi. Arrivò sino a Morimondo; ma mossisi i
Milanesi coi Comaschi, Cremonesi, Bresciani e Cremaschi, egli se ne
tornò indietro[513]. Fece inoltre un'irruzione nel Piacentino; ma il
popolo di Piacenza gli rendè ben la pariglia. Ebbe lo stesso marchese
guerra ancora cogli Astigiani, i quali ben si provvidero per non essere
ingoiati, facendo lega coi suddetti Milanesi, Piacentini, Genovesi,
Cremonesi e Bresciani, i quali comuni inviarono ad Asti quattrocento
uomini d'armi a due cavalli l'uno. Condussero anche al loro soldo
_Amedeo conte_ di Savoia, che con cinquecento lancie venne in loro
servigio. La Cronica di Parma asserisce ch'esso conte vi condusse mille
ducento cavalieri, e gran copia di balestrieri e fanti. Rinforzato da
questi aiuti quel popolo fece delle ostilità nel Monferrato, e collo
sborso di dieci mila fiorini d'oro ebbe a tradimento Vignale, da dove
fra l'altre robe fu asportato il vasto padiglione del marchese, a
condurre il quale appena bastarono dieci paia di buoi. Ordirono inoltre
gli Astigiani una segreta trama cogli Alessandrini, promettendo loro
trentacinque mila fiorini d'oro, se faceano un bel colpo. Il marchese,
che non dormiva, avuto qualche sentore di questi maneggi, volò ad
Alessandria con assai gente, per opprimere i congiurati; ma questo
servi ad affrettar la risoluzione de' cittadini[514]; e però, levati
a rumore nel dì 8 di settembre, presero il marchese con tutti i suoi
provvisionati. Lui chiusero in gabbia di ferro sotto buone guardie, e
lasciarono andar con Dio il resto di sua gente, ma spogliata. In quella
barbarica carcere stette languendo dipoi il marchese sino al dì 6 di
febbraio dell'anno 1292, in cui colla morte diede fine ai presenti
guai. E in questa tragica maniera andò a terminar sua vita _Guglielmo
marchese_ di Monferrato, il cui nome e le cui imprese risonarono un
pezzo entro e fuori d'Italia. Grandi furono le di lui virtù, maggiori
nondimeno i suoi vizii, per li quali era odiatissimo: felice se seppe
profittar del tempo che Dio gli lasciò per far di cuore penitenza de'
falli suoi! Successore ed erede restò _Giovanni marchese_ suo figliuolo
in età assai giovanile, che andò a trovare _Carlo II_ re di Napoli,
che era ito in Provenza. Dopo la caduta di questo principe fecero a
gara i popoli per mettersi in libertà e per iscaldarsi tutti, giacchè
al bosco era attaccato il fuoco. Gli Astigiani s'impadronirono di
varie terre; altrettanto fece il popolo d'Alba e quello d'Alessandria.
Pavia scosse il giogo anch'ella, ed essendovi rientrato _Manfredi_,
ossia _Manfredino da Beccheria_, gli fu data la signoria della città
per dieci anni: il che fu cagione che i Torriani con altri assai del
partito a lui contrario uscirono di Pavia. Profittò di così bella
congiuntura anche _Matteo Visconte_ capitano de' Milanesi, che in varie
storie viene chiamato _Maffeo_, perchè ottenne di essere dichiarato suo
capitano dalla città di Vercelli per cinque anni. Quasi lo stesso era
allora l'essere capitano che signore.

Nè queste sole mutazioni accaddero in Lombardia. Trovavasi afflitta
per le tante guerre civili anche la città di Reggio[515], e mirando
la quiete, di cui già godea Modena sotto il pacifico e dolce governo
di _Obizzo marchese_ d'Este e signor di Ferrara, tanto i cittadini
dominanti, quanto i fuorusciti, si accordarono ad eleggere esso
marchese per tre anni loro signore nel dì 15 di gennaio del presente
anno. Il perchè egli tosto, accompagnato da molta cavalleria e
fanteria, si portò colà, e vi fu con grande amore accolto. Licenziò
egli tutti i soldati forestieri, ridusse in città i Roberti,
soprannominati da Tripoli, e quei da Sesso e da Fogliano con tutti
gli altri usciti; e diede insieme buon ordine, perchè rifiorisse fra
loro la pace. Per questi benefizii fu poco appresso proclamato signore
perpetuo di quella città. Nè mancarono novità in Piacenza[516]. Più
d'una volta fece oste quel popolo addosso ai Pavesi, saccheggiando e
bruciando; e specialmente nel mese di maggio con tutta la lor milizia
e con tutta quella di Cremona, e con rinforzo di Milanesi e Breciani,
uscirono essi Piacentini in campagna contra de' medesimi Pavesi. Ma,
dopo aver prese e bruciate le terre di Casegio e Broni, nacque nel
loro campo discordia, nè volendo passar oltre i Cremonesi, se ne tornò
indietro quell'armata con poco onore. Per questo fu molto rumore in
Piacenza, ed, incolpati alcuni, ebbero il bando dalla città. Seppe
in tale occasione _Alberto Scotto_ farsi dichiarar capitano e signore
perpetuo di quella città. Ed ecco come in poco tempo tante repubbliche
di Lombardia cominciarono a passare ad una specie di monarchia: colpa
delle matte fazioni de' Guelfi e Ghibellini; colpa delle frequenti
animosità fra la nobiltà ed il popolo, oppure della divisione e
discordia de' cittadini per altri motivi di ambizione, di vendetta o
di liti civili. Il vero è nondimeno che, dato il governo ad un solo,
d'ordinario cessavano le gare dei privati. Ho quasi tralasciato di
dire che anche i Pisani, veggendosi a mal partito, perchè circondati
all'intorno da potenti nemici, Genovesi, Fiorentini, Lucchesi, ed altri
di parte guelfa, fin dall'anno 1288 cercarono di avere un valente
capitano di guerra che li sostenesse ne' lor bisogni. Fecero dunque
venire a Pisa _Guido conte_ di Montefeltro, che era stato mandato
dal papa ai confini, e soggiornava in Asti[517]. Il ricevettero con
grande onore, e a lui diedero la signoria della loro città per tre
anni. Abbiamo da Giovanni Villani[518] e dal Rinaldi[519] che il
pontefice, stando in Orvieto, nel dì 18 di novembre dell'anno presente,
sottopose all'interdetto la città di Pisa per questo, e scomunicò
esso conte Guido, se entro lo spazio di un mese non abbandonava
il governo di quella città: pena che parrà strana ai tempi nostri,
giacchè si trattava di città libera e non suggetta nel temporale ai
romani pontefici. Cominciò il conte Guido a ricuperar le terre tolte
ai Pisani; ma non potè impedire[520] che i Genovesi non prendessero
l'isola dell'Elba in quest'anno, e che poscia nel mese di settembre
uniti coi Fiorentini e Lucchesi non facessero oste a Porto Pisano, e lo
prendessero. Furono allora disfatte le torri (che o non furono dianzi
guaste, o erano state rifatte), il fanale, e tutte le case di quel
luogo; e colla stessa rabbia fu guasto il poco distante Livorno. Dopo
di che trionfanti se ne tornarono que' popoli alle lor case; ma dappoi
il conte Guido ripigliò ai Fiorentini le castella di Monto Foscolo e di
Montecchio.

Sì smisuratamente era portato papa _Niccolò IV_ all'amore e
all'ingrandimento della nobil casa romana dalla Colonna, che, per
attestato di fra Francesco Pipino[521], dipendeva tutto dal consiglio
dei Colonnesi, e non si saziava di votar sopra loro le grazie sue: di
modo che in un libro di questi tempi, intitolalo _Initium malorum_,
egli fu dipinto chiuso in una colonna, fuori di cui appariva solamente
il suo capo mitrato, con due colonne davanti a lui. Probabilmente son
qui disegnati i due cardinali allora viventi di casa Colonna, cioè
_Jacopo_ creato da Niccolò III, e _Pietro_ promosso al cardinalato
dallo stesso Niccolò IV. Abbiamo dalla Cronica di Forlì[522] che
anche _Giovanni_ dalla Colonna fu creato marchese d'Ancona; e questi
nell'anno precedente venne a Rimini per metter pace fra quella città e
Malatesta da Verucchio. Fece ben liberar dalle carceri molti prigioni,
ma non potè conchiudere quell'accordo. Oltre a ciò, il papa, non mai
sazio di beneficar quell'illustre famiglia, creò ancora conte della
Romagna _Stefano_ dalla Colonna, signore di Ginazzano, con levar
quel governo al Monaldeschi. Venne questo nuovo conte in Romagna, e
perchè Corrado figliuolo di Dadeo, ossia Taddeo, conte di Montefeltro,
aveva occupata la città d'Urbino, nè la volea rendere, coll'esercito
colà condotto le diede un generale assalto, e l'obbligò alla resa.
Fu poi onorevolmente ricevuto nelle città di Cesena, Rimini, Imola e
Forlì, dove tenne un gran parlamento, e stabilì pace fra i Riminesi
e Malatesta, mandando quest'ultimo a' confini nel suo castello di
Roncofreddo. Ma nella stessa città di Rimini essendo insorta rissa
fra quei di sua famiglia e i popolari, si fece un fiero conflitto
colla morte di molti, e fu in pericolo lo stesso conte: perlochè egli
dipoi privò di ogni onore quella città. Portossi ancora nel novembre a
Ravenna, con pretendere tutte le fortezze di quella riguardevol città.
_Ostasio_ e _Ramberto_ figliuoli di _Guido_ da Polenta, che erano come
signori di Ravenna, se gli opposero; e, temendo poi che Stefano se ne
risentisse contra di loro, passarono ad un'ardita risoluzione. Cioè,
fatta venire molta cavalleria e fanteria de' loro amici romagnuoli in
Ravenna[523], una notte mossero a rumore il popolo, e fecero prigione
il suddetto conte Stefano con un suo figliuolo ed un suo nipote, che
era maresciallo, e con tutti i suoi stipendiati, dopo aver tolto loro
arme e cavalli. Gran rumore fece questa novità per quelle contrade,
e diede moto a molte sollevazioni. In Imola le due fazioni degli
Alidosi e Nordili vennero alle mani, e non pochi vi restarono morti;
ma sopravvenuti i Bolognesi in soccorso dei Nordili, misero in fuga
gli Alidosi, e poi spianarono tutti gli steccati, le fosse, ed ogni
altra fortezza di quella città. Anche i _Manfredi_ s'impadroniron di
Faenza; ma non andò molto che ne furono scacciati da _Maghinardo da
Susinana_, e da _Ramberto da Polenta_, i quali presero il dominio della
città medesima. Nè già stette in ozio _Malatesta da Verucchio_, perchè
anch'egli, scacciato da Rimini il podestà messovi dal conte, si fece
proclamar signore da quel popolo. E nel dì 20 di dicembre i suddetti
_Maghinardo e Lamberto_, signori di Faenza, _Guido da Polenta_ coi
Ravegnani, e _Malatesta_ con quei di Rimini, di Cervia, Forlimpopoli
e Bertinoro, andarono a Forlì, e ne occuparono il dominio. Ecco se
fieramente si sconvolse la Romagna in questi tempi. Da Girolamo
Rossi[524] e dalla Cronica Forlivese[525] minutamente si veggono
descritte colali rivoluzioni, le quali io per amor della brevità ho
solamente accennate.

Andavano intanto alla peggio gli affari della cristianità in
Soria[526]. Nel precedente anno presa fu dagl'infedeli l'importante
città di Tripoli con altre terre. La stessa disavventura veniva
minacciata alla ricca e mercantile città di Accon, ossia d'Acri.
Perciò non ommise il pontefice _Niccolò_ premura e diligenza veruna
per soccorrere que' cristiani, con far predicare la crociata non
solamente per tutta l'Italia, ma anche per tutti i regni cristiani, e
intimar decime, e somministrar egli quanto oro potè per quella sacra
spedizione. Per attestato della Cronica Parmigiana, circa secento
persone nella città di Parma presero la croce, e si mossero per passare
in Levante. Così a proporzione fecero altre città. Armaronsi in Venezia
venti galee pel trasporto di questa gente. Non si sa che i Genovesi
si movessero punto per questa crociata, essendo essi unicamente
intenti a pelare i Pisani. Di molto avrebbe potuto far _Giacomo re_ di
Sicilia, siccome principe provveduto di molti legni e di un valente
ammiraglio[527]; ed egli ancora, con ispedire alla corte pontificia
Giovanni da Procida, fece l'esibizion di tutte le sue forze al papa,
purchè potesse aver pace, ed essere rimesso in grazia della Chiesa
romana. Ma restò senza frutto cotesta ambasceria, e gl'interessi
particolari de' Franzesi e di _Carlo II re_ di Napoli guastarono ogni
buon concerto per sostenere il pubblico della cristianità. Passando
per Messina Giovanni di Grilliè Franzese, che era stato inviato dai
cristiani di Soria al sommo pontefice per ottener soccorso, il re
Giacomo gli diede sette galee ben armate di Siciliani, acciocchè per
quattro mesi militassero in favor de' cristiani in Levante. Mancò di
vita nel luglio di quest'anno[528] senza successione maschile Ladislao
re d'Ungheria. Oltre al _re Ridolfo_, che pretendea quel regno con
titolo di feudo dell'impero, e giunse anche ad investirne _Alberto
duca d'Austria_ suo figliuolo, vi aspirava ancora _Carlo Martello_
primogenito di _Carlo II re_ di Napoli, siccome figliuolo di _Maria_
sorella dello stesso re Ladislao[529]. Ed infatti il re Carlo suo padre
nel dì della Natività della Vergine il fece solennemente coronare da
un legato del papa re d'Ungheria in Napoli. Ma _Andrea III_ figliuolo
di Stefano, nato da _Andrea II re_ d'Ungheria e da _Beatrice_ Estense,
che, dopo avere sposata Tommasina dei Morosini, soggiornava in Venezia,
udita la morte di Ladislao, chiamato anche dai nazionali, volò in
Ungheria, entrò in possesso di quel regno, e poscia acconciò i fatti
suoi con Alberto duca d'Austria, col prendere in moglie una di lui
figliuola. Fu in quest'anno guerra fra i Bresciani e Bergamaschi[530],
e riuscì ai primi di prendere ai secondi la torre di Mura, e di dar
loro qualche percossa; ma, frappostisi dei pacieri, ritornò la quiete
fra loro. Se noi avessimo la storia romana di questi tempi, meglio
s'intenderebbe una rilevante particolarità a noi conservata dall'autore
della Cronica di Parma, degno di fede, perchè contemporaneo. Scrive
egli che i Romani crearono loro signore _Jacopo dalla Colonna_, e il
condussero per Roma sopra un cocchio a guisa degli antichi imperadori,
con dargli anche il titolo di Cesare. Fecero oste di poi sopra Viterbo
e contro altre terre, ma senza vedere effettuati i loro disegni. Come
ciò fosse, e come il papa, sì forte portato a favorire i Colonnesi,
sofferisse un tale attentato, lo tace la storia.

NOTE:

[510] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.

[511] Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 329.

[512] Corio, Istoria di Milano.

[513] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[514] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[515] Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Chron. Parmense,
tom. 9 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Annales Veteres
Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[516] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[517] Ptolomaeus Lucens. Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital. Hist. Pisana,
tom. 24 Rer. Ital.

[518] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 127.

[519] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[520] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.

[521] Franciscus Pipinus, Chron., tom. 9 Rer. Italic.

[522] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[523] Matth. de Griffonibus, tom. 18 Rer. Italic. Chron. Parmense, tom.
9 Rer. Ital.

[524] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.

[525] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[526] Raynaldus, in Annal. Eccles.

[527] Bartholomaeus da Neocastro, tom. 13 Rer. Ital.

[528] Bonfin., Rer. Hung., Dec. 2, lib. 9.

[529] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 134.

[530] Chronic. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Malvecius, Chron. Brixian.,
tom. 14 Rer. Italic.



    Anno di CRISTO MCCXCI. Indizione IV.

    NICCOLÒ IV papa 4.
    RIDOLFO re de' Romani 19.


Lagrimevole fu quest'anno per la perdita della riguardevol città
d'Accon, ossia d'Acri, fatta dai cristiani in Soria. Era questa città,
dopo le disgrazie di Gerusalemme, divenuta un celebre emporio de'
fedeli in quelle parti; ma nel suo governo non si mirava che confusione
e discordia, perchè ogni nazione ed ognuno degli ordini de' cavalieri
vi mantenevano una specie di comando, potendo condannare a morte i
loro sudditi. Il lusso e la lussuria vi aveano posto un gran piede, e
l'ultimo pensiero era quello della religione. Una man di pellegrini,
arrivati di fresco colà, senza voler osservare la tregua stabilita col
sultano d'Egitto[531], cominciò per divozione a spogliare i mercatanti
saraceni, e fece anche delle scorrerie nel paese nemico. Allora il
sultano inviò suoi ambasciatori, chiedendo la riparazion dei danni, e
che se gli mandassero i malfattori. Con delle magre scuse fu risposto.
Laonde egli nel dì 5 d'aprile con un'armata, per quanto si disse, di
sessanta mila cavalli e di cento sessanta mila pedoni pose l'assedio a
quella città, e nel dì 18 di maggio, dato un terribil generale assalto,
i suoi v'entrarono vittoriosi[532]. Senza perdonar a sesso od età,
si fece un orrido macello di que' cristiani che non poterono salvarsi
colla fuga; e fra questi vi perì in una scialuppa, fuggendo, _Niccolò
patriarca_ di Gerusalemme. Si fa ascendere a sessanta mila persone il
numero de' morti e prigioni; ed immense furono le ricchezze trovate
dai Saraceni in una città di tanto commercio. A così infausta nuova
non credettero più d'essere sicuri i cristiani abitanti in Tiro, ed,
abbandonata quella città, si ritirarono in Cipri. Baruto fu preso a
tradimento. Così non restò più un palmo di terreno ai Latini in quelle
parti, dopo tanto sangue sparso, e dopo tanti tesori consumati nello
spazio di quasi cento anni per fare e mantener le conquiste di Terra
santa. Trafitti dal dolore rimasero per tal disavventura gli animi dei
cristiani europei, e specialmente se ne dolse il romano pontefice[533],
il quale tornò con più vigorose lettere e patetiche esortazioni e
promesse d'indulgenze a scuotere tutti i principi sì ecclesiastici che
secolari, per muovergli a nuove crociate. Ma l'Europa cristiana aveva
ormai dai passati successi e da molti inconvenienti, che non occorre
riferire, assai conosciuto quello che si potea sperare per l'avvenire,
e massimamente qual fosse la difficoltà di cominciar da capo, dopo aver
perduto tutto. Perciò di belle parole vennero in risposta, ma niuno
più si accinse daddovero a nuove spedizioni; e andò poscia in fascio
ogni progetto e disegno per la morte del medesimo pontefice, e per la
lunga susseguente vacanza della santa Sede: del che parlaremo all'anno
seguente. Fu in quest'anno[534] nel dì 15 di luglio chiamato da Dio
a miglior vita _Ridolfo re_ de' Romani, principe glorioso per le sue
molte virtù, e più ancora glorioso per tanti illustri imperadori che da
lui discesero, con venir finalmente meno la sua maschile discendenza
con grave danno di tutta la cristianità nell'anno 1740, conservandosi
la femminile in _Maria Teresa_ d'Austria regina di Ungheria e di
Boemia, e gran duchessa di Toscana. Successore di Ridolfo nel ducato
d'Austria e in altri Stati fu _Alberto I_ suo primogenito, e sino al
seguente anno non si conchiuse l'elezione d'un nuovo re.

Trattossi alla gagliarda in quest'anno nella città d'Aix in Provenza
la pace fra _Alfonso re_ d'Aragona e _Carlo II_ re di Napoli,
coll'assistenza di due cardinali legati e degli ambasciatori aragonesi.
Fu conchiuso, siccome apparisce dalla capitolazione riferita da
Bartolommeo di Neocastro: che cesserebbe ogni guerra dei re di Francia
e di Napoli contra dell'Aragona, e si restituirebbono gli ostaggi; che
_Carlo di Valois_ rinunzierebbe a tutte le sue pretensioni sopra il
regno aragonese: che Alfonso non darebbe alcun soccorso direttamente
o indirettamente alla Sicilia, e andrebbe a militare in Terra santa, e
poi procederebbe ostilmente contro la Sicilia, per farla restituire al
re Carlo II. E per ottenere che Carlo di Valois, fratello di Filippo
re di Francia, facesse quella rinunzia, il re Carlo II gli diede in
moglie Margherita sua figliuola, e in dote le contee d'Angiò e del
Maine. Tralascio il resto, per dire che l'esecuzione d'esso trattato
rimase frastornata dalla morte del medesimo _re Alfonso_, succeduta
circa il dì 18 di giugno dell'anno presente[535], mentre egli era in
procinto di ricevere in moglie una figliuola del re d'Inghilterra.
Gran doglia avea provato _Giacomo re_ di Sicilia all'avviso che il re
Alfonso suo fratello avesse abbandonato tutti i di lui interessi per
migliorar i proprii; e giacchè per lui non v'era pace, con quaranta
galee passò in Calabria, dove s'impadronì della città di Gieraci e
d'altre terre. Sopraggiuntagli poi la nuova della morte inaspettata del
fratello re, in fretta se ne tornò a Messina; e, dichiarato suo vicario
in Sicilia l'infante _don Federigo_ suo minor fratello colla _regina
Costanza_ sua madre, s'imbarcò e fece vela verso la Catalogna. Approdò
nelle spiagge di Valenza nel dì 6 d'agosto; passò dipoi a Barcellona,
e prese il possesso de' regni paterni. Era intanto venuto il re Carlo
II coi due cardinali nel mese di marzo a Genova[536], dove fermatosi
qualche giorno, trattò con que' cittadini di ottener da essi un grosso
rinforzo di galee per l'impresa di Sicilia, e trovò molti particolari
che s'impegnarono al suo servigio[537], ma non già il comune. Però,
divolgatosi in Sicilia un tale armamento più ancora di quel che era,
l'infante don Federigo inviò un suo ambasciatore a Genova, pel cui
maneggio esso comune ordinò che niuno ardisse di prendere parte negli
affari della Sicilia. Abbiamo dagli Annali di Genova che in quest'anno
i Pisani da Piombino passarono all'isola dell'Elba, e, preso il paese,
s'applicarono all'assedio di quel castello, detenuto dai Genovesi. Vi
accorse bensì Giorgio Doria con tre galee, un galeone ed altri legni
per farli sloggiare; ma furono sì destri i Pisani, che riuscì loro di
rimettersi in possesso di quella terra. Per valore eziandio del _conte
Guido_ da Montefeltro, tolsero essi Pisani il castello di Pontedera
ai Fiorentini[538]. Cessò nell'anno presente in Genova la capitaneria
di _Oberto Spinola_ e di _Corrado Doria_, e fu dato quell'ufficio
ad Antonio Lanfranco de' Soardi da Bergamo, anteponendo quel popolo
il governo de' forestieri a quello dei suoi proprii cittadini. Era
tuttavia nelle carceri di Ravenna _Stefano dalla Colonna_ conte
della Romagna[539]. Il pontefice Niccolò, per rimediare al bisogno
di quella provincia, dove già s'erano ribellate alla Chiesa romana
varie città, dichiarò conte della Romagna _Ildobrandino da Romena_
vescovo di Arezzo, il quale nel mese di agosto venne a Castrocaro,
e poscia a Faenza, dove fu onorevolmente ricevuto. Chiamati colà ad
un parlamento gli ambasciatori di Rimini, Cesena, Forlì, Bologna e
Firenze, si trattò della liberazione del suddetto Stefano, il quale fu
rilasciato dai Polentani, condannati anche a pagare tre mila fiorini
d'oro[540] in risarcimento de' danni a lui inferiti. Ma dipoi ebbe
esso Ildobrandino delle liti col popolo di Cesena, che non voleva
ricevere dalle di lui mani un podestà, e con quello di Faenza, che
gli serrò le porte in faccia per timore che vi volesse introdurre i
Manfredi. Tutto nondimeno si acconciò per la molta sua destrezza e
pazienza. Per attestato della Cronica di Parma[541], in quest'anno
_Bardelone_, figliuolo di _Pinamonte_ de' Bonacossi signore di
Mantova, mal sofferendo che il padre lasciasse comandar le feste a
_Carpio_, non so se suo fratello maggiore o minore, e l'avesse anche
nel testamento dichiarato suo successore nel dominio, prese egli le
redini del governo, cacciò in prigione esso suo padre col fratello e
con altri molti, fece pace cogli Scaligeri signori di Verona, e lega
coi Veneziani, Padovani e Bolognesi. La Cronica Estense[542] mette
questo fatto sotto l'anno seguente, e chiama _Taino_ con più ragione
l'imprigionato di lui fratello. Vien così nominato anche nelle Croniche
di Roma, e da Bartolommeo Platina[543]. Finalmente in quest'anno nel
dì 11 di novembre si diede fine alla lunga guerra, durata fin qui tra
i Veneziani dall'una parte, e il patriarca d'Aquileia, il conte di
Gorizia e i Triestini dall'altra[544].

NOTE:

[531] S. Antonin., Hist., tom. 3. Sanutus, Histor., lib. 3. Ptolom.,
Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital.

[532] Bartholomaeus de Neocastro, cap. 120, tom. 13 Rer. Ital.

[533] Raynald., in Annal. Ecclesiast.

[534] Albertus Argentin. Siero, in Histor. Ptolomaeus Lucensis,
Giovanni Villani ed altri.

[535] Nicol. Specialis, Hist. Sicul., lib. 2, cap. 17, tom. 10 Rer.
Ital.

[536] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.

[537] Bartholomaeus de Neocastro, cap. 119, tom. 13 Rer. Ital.

[538] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 147.

[539] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCXCII. Indizione V.

    Santa Sede vacante.
    ADOLFO re de' Romani 1.


Nel mentre che il sommo pontefice _Niccolò IV_ era tutto immerso
ne' pensieri di nuove crociate contra gl'infedeli, venne la morte a
rapirlo, secondo il Rinaldi[545], nel dì 4 d'aprile dell'anno presente
in Roma. Il Cronista di Parma[546] il fa mancato di vita nel dì 2 del
mese suddetto ma anche il Continuatore di Caffaro mette la morte sua
nel dì 4 di aprile[547]. La sua umiltà, la sua rettitudine, il suo
zelo ecclesiastico, fecero restare la sua memoria in benedizione. Io
non so perchè Giovanni Villani[548] cel rappresenti come ghibellino.
Così dovette parere ai Guelfi, perchè egli non fulminò tutto di
scomuniche ed interdetti contra ai Ghibellini, come avea fatto qualche
suo predecessore. Certamente non apparisce dalle azioni sue questa
parzialità verso d'essi Ghibellini, contraria alla professione della
corte pontificia d'allora. Dopo la sua morte ne' dodici cardinali che
si raunarono per l'elezione di un nuovo pontefice, più del solito entrò
la discordia. Erano sei romani, quattro italiani e due francesi. Diviso
in due fazioni il sacro collegio, dell'una era capo il cardinal _Matteo
Rosso_ degli Orsini, che voleva un papa affezionalo al _re Carlo_ di
Napoli. Capo dell'altra era il cardinal _Jacopo dalla Colonna_, di
sentimenti affatto contrarii[549]. Per questi fini politici e private
passioni, abborrite da Dio, dove si tratta del pubblico ben della
Chiesa, restò più di due anni vacante la cattedra di san Pietro, non
senza grave scandalo di tutti i fedeli. Gran dissensione ancora fu
in Germania per l'elezione di un nuovo re de' Romani. _Alberto duca_
d'Austria, imparentato co' primi principi della Germania, e _Venceslao
re_ di Boemia erano i principali concorrenti a quella corona[550].
L'arcivescovo di Mangonza, in cui fu rimessa la facoltà di eleggere,
tutti li burlò col nominare al regno _Adolfo conte_ di Nassau, principe
giovane d'età, vecchio per la prudenza, magnanimo e valoroso, ma di
troppo angusta potenza, e povero di parentele e di pecunia. Secondo
gli autori tedeschi, l'elezione sua accadde nel dì primo di maggio.
Tolomeo da Lucca scrive[551] che fu eletto vivente ancora papa Niccolò
IV, e v'ha chi ciò riferisce al principio di quest'anno. Certo è bensì
ch'egli nella festa di san Giovanni Batista di giugno fu coronato in
Acquisgrana. Defraudato di sua speranza Alberto duca d'Austria, non
ebbe mai buon cuore verso di questo re, e gliel fece anche conoscere
col negargli in moglie una sua figliuola. _Matteo Visconte_, capitano
dei Milanesi, Vercellesi e Novaresi, andava ogni dì più crescendo
in potere[552]. Avvenne gran dissensione tra il popolo di Como e il
loro vescovo _Giovanni_. Cavalcò Matteo a quella volta con assaissime
squadre d'armati nel gennaio dell'anno presente, e parte per amore,
parte per forza, fu eletto da amendue le fazioni per capitano di
quella città per cinque anni avvenire. E contuttochè nel giugno
seguente tornassero all'armi i Rusconi e Vitani, e seguissero quivi
di molte rivoluzioni, pure Matteo confermato nel dominio vi tornò a
signoreggiare.

All'infelice sua vita diede fine in questo anno nel dì 6 di febbraio
_Guglielmo Spadalunga_, marchese di Monferrato, dopo quasi due anni di
prigionia in Alessandria[553]. Quel popolo, cui per quante offerte e
maneggi fossero stati fatti, mai non avea voluto rilasciarlo, neppur
fidandosi di lui dopo morte, volle ben accertarsi che veramente
l'anima di lui fosse separata dal corpo, e ne fece la pruova con
gocciargli addosso del lardo bollente e del piombo disfatto. Gli fu
data onorevol sepoltura nella badia di Lucedio. Colla sua morte liberi
restarono molti dal timore, e fra gli altri Matteo Visconte cercò
allora di vendicarsi di questo nemico contra i di lui Stati, giacchè
_Giovanni marchese_ di Monferrato suo figliuolo, oltre alla sua verde
età di quindici anni, si trovava anche passato alla corte di _Carlo
II re_ di Napoli, nè potea fargli contrasto. Adunque, secondo gli
storici milanesi[554], Matteo, raunato un possente esercito, passò
nel Monferrato. S'impadronì colla forza della terra e castello di
Trino, del ponte della Stura e di Monte Calvo. Entrò in Casale di
Santo Evasio, e tal terrore portò in quelle contrade, che i popoli
convennero di dichiararlo capitano del Monferrato coll'annuo salario
di tre mila lire, moneta d'Asti. Poco durò la quiete nella Romagna.
Troppo erano i grandi di quella contrada avvezzi a signoreggiare,
nè sapeano sottomettersi, se non con parole, agli uffiziali che vi
spedivano i papi. Secondo la Cronica di Parma[555], e per attestato
di Girolamo Rossi[556], nel dì 5 di giugno dell'anno presente
_Ildobrandino vescovo_ d'Arezzo e conte di essa Romagna fu scacciato da
Forlì, e furono ritenuti prigioni Aginolfo suo fratello e due nipoti.
Manipolatori di questa insolenza furono Maghinardo da Susinana e i
Calboli potente famiglia di Forlì. Con esso loro tenevano le città
d'Imola, Faenza, Cesena, Rimini e molte castella. Abbiamo dalla Cronica
di Forlì[557] che i Bolognesi spedirono varie ambasciate ai Forlivesi,
per trattar di concordia fra essi e il conte suddetto, richiedendo che
fosse fatto compromesso in loro; ma nè il popolo di Forlì, nè quelli di
Faenza e Cervia, per segrete insinuazioni del sopraddetto Maghinardo,
vollero mai consentirvi. E perciocchè si sentiva che i Bolognesi
faceano armamento, con apparenza di voler cavalcare addosso a Faenza,
Maghinardo, che comandava in quella città, fatto un dì dare campana a
martello, raunò il popolo, e tutti disperatamente si misero a cavar
le fosse della lor città, già spianate dai Bolognesi, e a rimettere
lo steccato e le altre fortificazioni. Per sostenere questa risoluzion
dei Faentini, che fu con rabbia intesa dai Bolognesi e dal conte della
Romagna, corsero a Faenza tutte le milizie di Forlì, e quelle di Cesena
comandate da Malatestino lor podestà, e quelle di Cervia con Bernardino
da Polenta lor podestà, e quelle di Ravenna con Ostasio da Polenta
lor podestà, e quelle di Rimini condotte da Giovanni de' Malatesti.
Vi concorsero anche quei di Bertinoro, Castrocaro e Bagnacavallo, e
Bandino conte di Modigliana: di maniera che si trovarono in Faenza
circa trenta mila pedoni, oltre alla cavalleria di varii paesi. Fu
ben assicurata quella città, ed avendo i Bolognesi fatto venire il
podestà e gli ambasciatori di Firenze, acciocchè maneggiassero pace
fra Bologna e le città della Romagna, con esigere che si rasassero
le fortificazioni e si spianassero le fosse di Faenza, come fatte in
loro ingiuria, i Romagnuoli se ne risero, e con sole belle parole li
rimandarono a casa.

Qualor sussista la cronologia del Cronista di Forlì, il _conte Guido_
da Montefeltro in quest'anno con trecento uomini d'armi e due mila
pedoni entrò nella città d'Urbino, e si diede a fortificarla con
buone fosse e steccati, giacchè tutte le sue fortificazioni erano
state smantellate negli anni addietro. Penso io che succedesse
più tardi questa impresa del conte Guido, perch'egli nell'anno
presente era capitano e signor di Pisa, e la difese contro gli
sforzi de' Fiorentini. Nel mese di giugno usciti essi Fiorentini coi
Lucchesi[558], ed aiutati dall'altre loro amistà, fatta un'armata di
due mila e cinquecento cavalli e di otto mila pedoni, marciarono fino
alle porte di Pisa, guastando e bruciando il paese. Fecero correre
il pallio sotto le mura di quella città nella festa di san Giovanni
Batista; nè potendo di più, se ne tornarono a riposare in Firenze. Il
conte Guido si tenne alla difesa, e non ardì d'uscire, perchè trovò
alquanto invilito il popolo di Pisa. Nel medesimo mese di giugno[559]
_Ruggieri di Loria_ tornato di Catalogna a Messina colla squadra delle
galee siciliane, siccome persona nemica dell'ozio, fece uno sbarco in
Calabria, dove Guglielmo Stendardo, uffiziale del re Carlo, era venuto
per ricuperar le terre già conquistate dai Siciliani. Si venne alle
mani; furono rotti i Franzesi, e lo stesso Stendardo, portando seco
più ferite, spronò forte per mettersi in salvo. Ruggieri per rallegrar
la sua gente, ed anche per pagarle il soldo alle spese altrui, passò
in Grecia alla città di Malvasia, e, col pretesto che que' cittadini
dessero ricetto ai Franzesi nemici del re di Sicilia, sorprese di
notte e saccheggiò quella città. Lo arcivescovo menato via prigione,
fu obbligato a riscattarsi col pagamento di buona somma d'oro. Passò
anche Ruggieri all'isola di Scio, e vi fece un buon bottino di mastice,
e nel mese d'ottobre si restituì a Messina. Abbiam poi dalla Cronica
di Parma[560], che dopo la morte di papa Niccolò IV fu in guerra la
Marca d'Ancona. Il popolo della città di Fermo con quei di Ancona
e Jesi diede il guasto a Cittanuova e al distretto d'Osimo. Due
senatori eziandio furono creati in Roma a petizion delle due fazioni,
cioè de' Colonnesi ed Orsini. L'un d'essi fu Stefano dalla Colonna
e l'altro un nipote del _cardinal Matteo_ della famiglia Orsina. La
loro elezione dovette quetare il popolo romano, il quale nel febbraio
di quest'anno per le divisioni bollenti fra loro sbrigliatamente era
venuto a battaglia, ed avea spogliate molte chiese con bruciamenti e
saccheggi di varie case. In Genova[561] comparvero gli ambasciatori
del re di Francia e di Carlo II re di Napoli, ed uno ancora spedito dal
collegio de' cardinali, per impegnare i Genovesi contra della Sicilia,
minacciando di scacciar dalla Francia, Aragona e Puglia tutta la lor
nazione, se non acconsentivano. Destramente schivarono questa rete
quei che aveano più senno in quella repubblica, e congedarono con buona
maniera quegli ambasciatori.

NOTE:

[540] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 6.

[541] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Annales Mediolanenses, tom. 16
Rer. Ital.

[542] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[543] Platina, Hist. Mantuan., tom. 20 Rer. Ital.

[544] Contin. Dandol., tom. 12 Rer. Ital.

[545] Raynald., in Annal. Eccl.

[546] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Continuator Caffari, Annal.
Genuens., tom. 6 Rer. Ital.

[547] Jacobus Cardin., in Vita Coelestin., P. I, tom. 3 Rer. Ital.
Bernard. Guid. Ptolomaeus Lucensis, et alii.

[548] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 150.

[549] S. Antonin., Hist., tom. 3, tit. 24.

[550] Albert. Argentin. Henricus Stero., Hist. Austriaca, et alii.

[551] Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital.

[552] Gualv. Flamma, Manip. Flor., cap. 351. Corio, Istor. di Milano.

[553] Chron. Astens., tom. 11 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer.
Ital.

[554] Gualv. Flamma, Manip. Flor. Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.
Corio, Istoria di Milano.

[555] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[556] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.

[557] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[558] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 153. Ptolom. Lucens., Annal.
brev., tom. 11 Rer. Ital.

[559] Barthol. Neocastro, tom. 13 Rer. Ital. Nicolaus Specialis, lib.
2, cap. 16, tom. 10 Rer. Ital.

[560] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCXCIII. Indizione VI.

    Santa Sede vacante.
    ADOLFO re de' Romani 2.


Continuò in quest'anno la vacanza del pontificato romano. Non solamente
stavano divisi d'animo, ma anche di luogo i cardinali, chi in Roma, chi
in Rieti, chi in Viterbo. Volle Dio che finalmente tutti s'accordassero
di trasferirsi a Perugia nell'ottobre, per quanto pare, del presente
anno, affine di trattare ivi concordemente dell'elezione d'un nuovo
pontefice. _Jacopo cardinale_ scrive[562] che v'andarono _secundo
vacationis anno_; ma passò anche il verno senza che si conchiudesse
cosa alcuna. Verisimilmente contribuì non poco a questa dissipazione
del sacro collegio l'incostanza ed animosità del popolo romano,
il quale, in occasion di eleggere i nuovi senatori, sul principio
dell'anno presente tornarono all'armi, e rinnovarono gl'incendii, i
saccheggi e gli ammazzamenti, di modo che per sei mesi Roma non ebbe
senatore. Finalmente furono eletti Pietro figliuolo di Stefano Gaetano,
padre del suddetto _Jacopo cardinale_, che ci lasciò la Vita di san
Celestino papa, scritta in versi, e Ottone da Santo Eustachio. Dallo
stesso cardinale abbiamo che il popolo di Narni andò all'assedio del
castello di Stroncone; ma, accorso colà con forti squadre d'armati il
cardinale vescovo di Porto, li fece desistere dall'impresa. Galvano
Fiamma[563] riferisce a questi tempi l'essere stato creato _Matteo
Visconte_ capitano ossia signore di Novara. Altrettanto ha l'autore
degli Annali di Milano[564]. Forse prima di quest'anno ciò avvenne.
Comunque sia, vi mise egli per podestà _Galeazzo_ suo primogenito,
allora assai giovinetto. Nel dì 13 di febbraio dell'anno presente[565]
venne a morte _Obizzo marchese_ d'Este, signor di Ferrara, Modena e
Reggio, con lasciar dopo di sè tre figliuoli maschi, cioè _Azzo VIII,
Aldrovandino_ e _Francesco_. Succedette in tutti i suoi Stati Azzo il
primogenito, o per volontario, o per forzato consentimento degli altri
due fratelli. Ma ossia che il padre nel suo testamento avesse ordinato,
come corse voce, che si dividessero gli Stati, e toccasse Modena ad
Aldrovandino, e Reggio a Francesco; oppure che Aldrovandino pretendesse
Modena, perchè avea in moglie Alda dei Rangoni, il qual matrimonio avea
o facilitato, o prodotto al marchese Obizzo l'acquisto di Modena: certo
è che insorse da lì a non molto discordia tra i fratelli, e questa
si tirò dietro, secondo il solito, delle gravi disgrazie della casa
d'Este. In questo medesimo anno fuggito da Ferrara Lanfranco Rangone,
e venuto a Modena[566] coi Boschetti ed altri della sua fazione, mosse
a rumore la città. Ma quei di Sassuolo, i Savignani e Grassoni, capi
dell'altra parte, fecero testa e sostennero la signoria del marchese
Azzo, obbligando i Rangoni coi lor seguaci a prendere la fuga: perlochè
furono condannati e banditi. Il marchese Aldrovandino anch'egli si
ritirò a Bologna, dove ben ricevuto cominciò a far delle pratiche
contro al fratello Azzo tanto ivi[567] che in Padova e Parma. Aveva
esso marchese Azzo, se pur non fu suo padre, mandato in quest'anno
a donar un lione vivo ai Bolognesi. Allora il marchese Azzo corse
a Modena, e rinforzò di gente e di fortificazioni questa città. Gli
usciti di Pontremoli fecero nel presente anno gran guerra alla loro
patria, finchè, stabilita pace col popolo dominante, tutti d'accordo si
sottomisero al comune di Lucca, e cominciarono a ricevere un podestà da
quella città, laddove in addietro il prendevano da Parma.

Stanco per le tante guerre e perdite il popolo di Pisa[568],
segretamente trattò con quello di Firenze per aver pace. Vi
acconsentirono i popolari fiorentini per desiderio di abbassare i lor
grandi, che profittavano delle guerre, purchè i Pisani licenziassero
_Guido conte_ di Montefeltro, la cui sagacità e valore teneva in
apprensione tutti i vicini. Concorsero in questa pace anche i Sanesi,
Lucchesi e l'altre terre guelfe della Toscana, con alcune condizioni
ch'io tralascio. Penetrata questa mena, il conte Guido, parendogli
d'essere trattato con somma ingratitudine dai Pisani, s'alterò
forte, e ne fece di gravi risentimenti contra di chi gridava pace; ma
infine fu costretto a cedere, dopo avere renduto buon conto a quel
comune di tutto il suo operato, e de' vantaggi a lui procurati. In
Romagna[569] non si sa che avvenisse in questo anno novità alcuna
degna d'osservazione; se non che Maghinardo da Susinana, che era come
signor di Faenza, con Bernardino conte di Cunio, prese il castello
e la fortezza di Monte Maggiore, dove erano in guardia le genti del
conte Alessandro da Romena, non so se fratello o nipote del vescovo
_Ildebrandino_ conte della Romagna, ma poco stimato, il conte Bandino
da Modigliana, dichiarato capitan generale della lega de' Romagnuoli,
pose la sua stanza in Forlì. Durava tuttavia la tregua fra i Veneziani
e Genovesi[570]. Accadde che nel mese di luglio sette galee di
mercatanti genovesi, navigando ne' mari di Cipri, si scontrarono in
quattro veneziane, e siccome i Genovesi non si faceano scrupolo ne'
barbarici tempi, se veniva loro il destro, di esercitare il mestier
de' corsari, le presero colla morte di più di trecento Veneziani.
Ravvedutisi dipoi del fallo commesso, le lasciarono andare al loro
viaggio, e restituirono, per quanto pretesero, tutta la roba. Saputosi
in Genova, all'arrivo d'esse galee, il fatto, n'ebbero i savii gran
dispiacere, e spedirono tosto dei frati predicatori a Venezia a scusare
il fallo, e a farsi conoscere pronti alla soddisfazione: al quale
effetto richiesero che si tenesse un congresso de' comuni ambasciatori
in Cremona. Fu questo tenuto, e per tre mesi si andò disputando, ma
senza poter conchiudere accordo alcuno. Il perchè si cominciò a pensare
alla guerra; e come essa fosse rabbiosa, l'andremo vedendo negli
anni seguenti. Per cagion di essa, e per la pace fatta coi Guelfi di
Toscana, cominciò a respirare la città di Pisa, governandosi a parte
ghibellina, e soccombendo ivi affatto la parte guelfa.

NOTE:

[561] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.

[562] Jacopus Cardinalis, in Vita Coelestini, P. I, tom. 3, Rer. Ital.

[563] Gualvanus Flamma, Manip. Flor., cap. 332.

[564] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[565] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer.
Ital.

[566] Annales Veter. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

[567] Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital. Chron. Parmens., tom. 9
Rer. Ital.

[568] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 2.

[569] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCXCIV. Indizione VII.

    CELESTINO V papa 1.
    BONIFAZIO VIII papa 1.
    ADOLFO re de' Romani 3.


Pel verno ancora del presente anno continuò la discordia fra i
cardinali in Perugia, non venendo essi mai ad una concordia per
eleggere un nuovo capo della Chiesa cattolica. Da Tolomeo da Lucca[571]
e dalla Cronica Sanese[572] abbiamo che nell'anno 1293 _Carlo II re_
di Napoli co' suoi figliuoli, e col giovinetto marchese del Monferrato
_Giovanni_, sul fine del verno arrivò a Lucca, venendo dalla Provenza.
Ma secondo i conti fatti di sopra, in quest'anno dovette succedere
il suo passaggio. La differenza delle città italiane nel contare il
principio dell'anno non è un picciolo imbroglio a chi brama di fissare
i tempi nella storia. Ora, secondo i Fiorentini ed altri popoli, il
1293 durava sino al dì 25 di marzo dell'anno presente. Per attestato
d'esso Tolomeo, il suddetto re Carlo in Lucca trattato fu con tanta
solennità d'incontro, di bagordi, danze e conviti, che non v'era
memoria in Toscana di somigliante festa. Aggiugne poscia _Jacopo
cardinale_ di San Giorgio[573], che gli era andato incontro _Carlo
Martello_, suo primogenito, re allora d'Ungheria solamente di nome o di
titolo, venuto da Capoa per vedere il padre. Giunto che fu il re Carlo
vicino a Perugia, gli fecero anche i cardinali tutto il possibile onore
con un magnifico incontro. E perciocchè a lui premeva forte di veder
creato presto un papa tutto suo, non risparmiò in tal congiuntura le
sue doglianze per la scandalosa dilazione, e le sue esortazioni, perchè
la sbrigassero una volta. Tolomeo da Lucca, che in questi tempi vivea,
attesta[574] ch'egli _dura verba habuit cum domino Benedicto Gaytani_,
che fu poi Bonifazio VIII, il quale, da superbo come era, probabilmente
gli rispose che non toccava a lui il prefiggere ai cardinali il quando
s'avea da creare il papa. Forse anche fu creduto ch'egli quel fosse che
imbrogliava questo grande affare. Andossene il re Carlo; e, continuando
la disunione suddetta nel sacro collegio, cosa avvenne che stordì tutto
il mondo cristiano. Era già il mese di giugno, e per la morte di un
giovane, fratello del _cardinal Napoleone_ degli Orsini, cominciò il
cardinal tuscolano _Giovanni Boccamazza_ a parlar delle burle che fa la
morte ai giovani, e più s'hanno da temer dai vecchi, predendo motivo
da ciò di non differir più lungamente il dare un capo alla Chiesa.
Aggiunse il cardinale _Latino Malabranca_ vescovo d'Ostia, essere
stato rivelato da Dio ad un santo uomo, che se non si affrettavano ad
eleggere un papa, la collera di Dio era per iscoppiar sopra di loro
prima dell'Ognissanti. Sorridendo allora il soprammentovato cardinale
Benedetto Gaetano, disse: _E' forse questa una delle visioni di Pietro
da Morrone? Signor sì_, rispose il vescovo d'Ostia, e disse d'avere
sopra ciò lettera da lui. Qui si venne a discorrere di questo santo
romito, e chi raccontò l'austerità della sua vita, chi le molte sue
virtù, chi i suoi miracoli; e vi fu chi disse ch'esso era degno
d'essere papa. Non cadde in terra la proposizione. Fu il primo a
dargli la sua voce il cardinale ostiense nel dì quinto di luglio, e
tanti altri vi concorsero, che _Pietro da Morrone_, povero, ma santo
romito, nato in Molise in Terra di Lavoro, soggiornante allora in una
colletta del territorio di Sulmona in mezzo alle montagne di Morrone,
fu eletto e proclamato papa. Furono a lui spediti tre vescovi col
decreto dell'elezione; ed egli, dopo aver fatta orazione, vi consentì,
e prese il nome di _Celestino V_. Sparsa questa nuova, empiè di stupor
tutte quelle contrade; cominciarono vescovi, ecclesiastici e popoli
a concorrere a folla per vedere questo inusitato spettacolo, cioè
un povero romitello alzato alla più sublime dignità della repubblica
cristiana. Vi accorse ancora il _re Carlo II_ col _re Carlo Martello_
suo figliuolo, e gli fecero amendue una gran corte, con addestrarlo
dipoi, tenendo le redini d'un asino, su cui egli volle entrar nella
città dell'Aquila, giacchè quivi fissò il pensiero d'essere consecrato,
senza far caso delle premurose lettere de' cardinali che il chiamavano
a Perugia. Alla sua consecrazione si trovarono più di ducento mila
persone, fra queste Tolomeo da Lucca, autore di questo racconto.
Diedesi poi il novello papa a far delle elezioni non abbastanza caute
di ministri, di vescovi ed abbati, lasciandosi governare da' laici, e
poco consultando i cardinali. Ma più degli altri attese a profittare
della di lui semplicità il re Carlo, tutto lieto d'avere un papa nato
suddito suo, e da poter aggirare a suo talento. L'indusse a fare nel
dì 18 di settembre la promozione di dodici cardinali, secondochè a
lui piacque, cioè sette franzesi, tre del regno di Napoli, il suo
cancelliere, ed appena un romano, cioè un nipote del soprannominato
cardinal_ Benedetto Gaetano_. Si credeva ch'esso cardinal Gaetano non
sarebbe andato all'Aquila, dove era il re Carlo, dianzi da lui offeso
con poco rispettose parole. Ma vi andò, e seppe così ben condurre le
sue faccende, che divenne intrinseco del suddetto re Carlo, e come
padrone della corte pontificia, mercè dell'innata sua astuzia, come
osservò Tolomeo da Lucca.

Intanto il buon pontefice, sì per la sua decrepita età, come per
la sua inesperienza, era tutto dì ingannato da' suoi uffiziali nel
dispensar le grazie e conferir le chiese; talmente che _Jacopo da
Varagine_ arcivescovo di Genova, vivente in questi tempi, ebbe a
dire[575] che Celestino fece molte cose _de plenitudine potestatis_,
ma molt'altre più _de plenitudine simplicitatis_. Il peggio fu che,
lasciatosi adescare dal re Carlo, andò a mettere la sua residenza in
Napoli, cioè a farsi maggiormente schiavo del medesimo: risoluzione
che, non potutasi impedire dai cardinali, troppo trafisse il loro
cuore. Oh allora sì che più che mai s'avvidero quei porporati padri
del maiuscolo sproposito e dei mali effetti della sregolata lor
dissensione, e cominciarono a desiderar di disfare ciò che era già
fatto. Puzza di favola ciò che alcuni lasciarono scritto, di avergli il
suddetto cardinal Benedetto Gaetano, che fu poi papa Bonifazio VIII,
di notte con una tromba, come se fosse venuta dal cielo, insinuato di
abbandonare il pontificato. La verità si è, che alcuni de' cardinali
cominciarono a parlargli di rinunziare, stante la sua incapacità di
governar la nave di Pietro, e il grave danno che ne veniva alla Chiesa,
e il pericolo dell'anima sua. _Celestino_, in cuore di cui non era
punto scemata per così grande altezza l'antica sua umiltà, lo sprezzo
del mondo e la delicatezza della coscienza, vi prestò molto bene
l'orecchio[576]. Ma il re Carlo, penetrato il broglio, commosse tutta
Napoli, che processionalmente si portò sotto le finestre del papa,
pregandolo di non consentire a rinuncia alcuna. V'era presente Tolomeo
da Lucca. In termini ambigui fece dar loro risposta Celestino, e poi
nel dì 13 di dicembre spiegò nel concistoro la fissata risoluzione
sua di dimettere il pontificato. Gli fu suggerito di far prima una
costituzione dichiarativa, che in alcuni casi il romano pontefice può
lecitamente abdicare il pontificato: il che fatto, ed accettata dal
sacro collegio la di lui rinunzia, si spogliò Celestino degli abiti
pontificali, e ripigliato l'eremitico, si ritirò dalla corte tutto
lieto d'aver deposto un sì pesante fardello, e sol bramoso di ritornare
al suo niente e alla cara sua solitudine, con esempio d'umiltà da
ammirarsi da tutti, da imitarsi da pochi o da niuno. Da lì a non
molto, rinchiusi nel conclave i cardinali, vennero all'elezione di
un nuovo papa; e giacchè il cardinal _Benedetto Gaetano_ da Agnani,
personaggio di somma sagacità e perizia nelle leggi canoniche e
civili, avea saputo guadagnarsi l'amicizia e patrocinio del re Carlo
II, giusta i cui voleri si moveano allora le sfere, in lui concorsero
i voti de' cardinali. Fu egli eletto nella vigilia del santo Natale,
e, preso il nome di _Bonifazio VIII_, si mise poi in viaggio verso
Roma nel dì 2 di gennaio dell'anno seguente, siccome diremo, per esser
ivi consecrato. Studiavasi sempre più _Matteo Visconte_, capitano di
Milano, Como, Vercelli e Novara, di assodare ed ampliare la potenza
sua[577]; e sapendo che possente efficacia avesse il danaro presso
_Adolfo_, re povero de' Romani, ottenne dal medesimo per questa via
di essere creato vicario generale della Lombardia. Pertanto, venuti
a Milano quattro ambasciatori d'esso Adolfo, nella domenica prima di
maggio, in un solenne parlamento tenuto in Milano, gli fu solennemente
data l'investitura del vicariato. Allora i Milanesi giurarono fedeltà
al re Adolfo; e, passati dipoi essi ambasciatori cogli uffiziali
del visconte alle altre città lombarde, da esse ricavarono un simil
giuramento di fedeltà[578]. Ma i Cremonesi e Lodigiani, non piacendo
loro che Matteo Visconte cominciasse a far da superiore nelle loro
città, si collegarono contra di lui, e fecero venire i Torriani in
Lombardia. Cominciossi pertanto la guerra da questi due comuni contra
del Visconte, ed unironsi con essi anche molti nobili milanesi, mal
soddisfatti del presente governo dello stesso Matteo.

Tendendo in questi tempi i maneggi del _marchese Aldrovandino_
d'Este[579] alla rovina del _marchese Azzo VIII_ signor di Ferrara,
Modena e Reggio, suo fratello, senza por mente s'egli rovinava anche
la propria casa, mosse il comune di Padova alla guerra. Presero essi
Padovani, dominanti allora in Vicenza, le terre di Este, Cerro e
Calaone, e si accingevano a far di peggio, quantunque il marchese Azzo
fosse uscito in campagna con un buon esercito. Ma, interpostosi il
patriarca d'Aquileia _Raimondo dalla Torre_ con alcuni frati minori,
si venne ad una pace, in cui restò deluso il marchese Aldrovandino,
e fu convenuto che si spianassero le fortezze e rocche delle tre
suddette terre, e che restassero in potere de' Padovani la terra
della Badia, la terza parte di Lendenara, Lusia, il castello di
Veneze, ed altri diritti, sconsigliatamente loro ceduti dal marchese
Aldrovandino. A ciò s'indusse il marchese Azzo, perchè, unitisi i
Padovani in lega con _Alberto dalla Scala_, era divenuto pericoloso il
continuar questa guerra. Tenne dipoi esso marchese in Ferrara per la
festa dell'Ognissanti una suntuosissima corte bandita, dove concorse
una straordinaria copia di nobili di tutta la Lombardia; e ciò in
occasione di prender egli l'ordine della cavalleria cogli speroni d'oro
da _Gherardo da Camino_ signor di Trivigi. Fece il suddetto marchese
dipoi cavalieri il _marchese Francesco_ suo fratello, e cinquantadue
altri nobili di varie città di Lombardia; tutto alle spese sue:
il che diede molto da pensare e da dire ai politici di que' tempi.
Scorgendo il comune di Genova più disposti alla guerra che alla pace
i Veneziani, cominciò a fare un potente armamento dal canto suo. Non
fece di meno il comune di Venezia[580]. Ora accadde che Marco Basilio
con ventotto galee venete ed altri legni andando in traccia dei
Genovesi che navigavano in Romania, scontratosi con tre grosse navi
mercantili riccamente cariche d'essi Genovesi, le prese. Informati di
questa perdita i Genovesi abitanti in Pera, spedirono bensì Niccolò
Spinola a chiederne la restituzione, ma senza frutto alcuno di tale
spedizione. Allora si misero alla vela venti galee e undici fuste
genovesi sotto il comando di esso Spinola, per ottener coll'armi ciò
che non poteano colle parole; e trovata la flotta veneziana verso
Laiaccio, attaccarono una feroce battaglia. Si dichiarò la fortuna
in favore de' Genovesi, in poter de' quali oltre alle proprie navi
ricuperate, restarono venticinque galee venete col capitano, e i
mercatanti e loro mercatanzie. Appena tre galee ebbero la sorte di
salvarsi colla fuga. Giunta questa infausta nuova a Venezia, riempiè
di cordoglio e di sdegno quel popolo, massimamente perchè il fiore dei
marinari era caduto in man de' nemici; ma siccome gente magnanima, si
diede tosto a far maggiori preparamenti, e mise in mare sessanta galee
ben armate, delle quali creò ammiraglio Niccolò Querino, con ordine
di cercar ne' mari di Grecia la flotta nemica. Seppero i Genovesi
schivarne l'incontro; e, giunti alla Canea nell'isola di Candia,
per forza v'entrarono, e dopo il sacco lasciarono quasi tutta quella
città in preda alle fiamme. Allorchè _Carlo II re_ di Napoli comandava
le feste sotto il nome di papa Celestino V, ottenne che si levasse
dalla Romagna[581] _Ildebrandino vescovo_ d'Arezzo; e in suo luogo
fosse creato conte di essa un certo Roberto di Cornay, probabilmente
Provenzale. Costui venne nel mese d'ottobre, ed entrò in Rimini,
Cesena, Forlì, Faenza ed Imola, ricevuto con onore dappertutto; ma non
fece le radici in quelle contrade, perchè nell'anno seguente ad altri
fu dato il medesimo governo. Formossi in quest'anno una sollevazione
in Forlì, per cui i Calboli colla lor fazione furono scacciati, ed
alcuni vi restarono prigioni con _Guido da Polenta_ capitano di quella
città, e _Ramberto_ suo figliuolo. Ma corso colà Maghinardo Pagano
da Susinana, fece rilasciare i prigioni, e fu egli creato podestà di
quella città. Nell'autunno ancora del presente anno nota la Cronica di
Forlì, essersi per le smisurate pioggie sì eccessivamente gonfiato il
Po, che allagò tutto il paese contiguo alle rive, cioè del Piacentino,
Cremonese, Bresciano, Parmigiano, Reggiano, Modenese e Padovano, di
maniera che fu chiamato un diluvio particolare, per le tante ville
sommerse.

NOTE:

[570] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.

[571] Ptolom. Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Italic.

[572] Chron. Senense, tom. 15 Rer. Ital.

[573] Jacopus Cardinalis, in Vita Coelestini V, Par. I, tom. 3 Rer.
Ital.

[574] Ptolom. Lucens., Hist. Eccles., tom. 11 Rer. Italic.

[575] Jacopus a Varagine, Chron. Genuens., tom. 9 Rer. Ital.

[576] Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital. Jacob.
Cardinalis, in Vit. Coelestini, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Jordanus, in
Hist.

[577] Corio, Istor. di Milano.

[578] Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 333.

[579] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer.
Ital.

[580] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Continuator
Danduli, tom. 12 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCXCV. Indizione VIII.

    BONIFAZIO VIII papa 2.
    ADOLFO re de' Romani 4.


Una delle prime imprese di papa _Bonifazio VIII_, non per anche
consecrato[582], fu quella di annullar tutte le grazie fatte da
papa _Niccolò IV_ e da _Celestino V_. Poscia nel primo, oppure nel
secondo giorno di gennaio del presente anno, senza far caso dell'aspra
stagione, s'inviò alla volta di Roma. Aveva egli mandato innanzi
accompagnato da più persone il già _papa Celestino_, tornato ad essere
Pietro da Morrone. Ma questi una notte con un solo compagno se ne
fuggì, per ritirarsi all'antica sua cella, e chi disse con pensiero di
scappare in Grecia, acciocchè niuno il tenesse più per papa. Bonifazio,
a questa nuova, s'inalberò non poco, e spedì gente sì egli, come il re
Carlo, dappertutto a cercarlo. Ritrovato che fu, il papa apprendendo
che se quel santo vecchio fosse lasciato in libertà, avrebbe per sua
semplicità potuto lasciarsi indurre a riassumere il pontificato, e far
nascere scisma, giacchè non mancavano persone che pretendevano nulla
la di lui rinunzia, e seguitavano a venerarlo qual papa: il confinò
nella rocca inespugnabile di Fumone, dove ben trattato, oppure, secondo
altri, maltrattato in una stretta prigione, attese a vivere e a far
delle orazioni, finchè nel dì 19 di maggio dell'anno 1296 diede fine
alla sua santa vita, e glorificato da Dio con molti miracoli, fu poi
solennemente messo nel catalogo de' santi da papa _Clemente V_. Si
mostra il suo cranio, come trafitto da un chiodo; ma non è probabile
che Bonifazio VIII, se l'avesse voluto levar dal mondo, avesse usata
sì barbara maniera, e non piuttosto il veleno. Se si ha da credere a
Giovanni Villani[583], per giugnere al papato col mezzo del re Carlo,
avea Bonifazio detto ad esso re che il suo papa Celestino l'avea
ben voluto servire per fargli ricuperare la perduta Sicilia, ma che
non avea saputo farlo; laddove, s'egli fosse eletto papa, vorrebbe,
saprebbe e potrebbe fargli ottenere l'intento. E gli mantenne la
parola[584]. Confermò la concordia fatta per cura di papa _Niccolò
IV_ fra il _re Carlo_ ed _Alfonso re_ di Aragona; e diede ordine a
Bonifazio da Calamandrano, gran maestro de' cavalieri oggidì appellati
di Malta, d'indurre allo stesso accordo e con più strette condizioni
_Giacomo re_ d'Aragona, succeduto al fratello Alfonso. Per liberarsi
dalla nemicizia dei re di Francia e di Napoli, Giacomo consentì, con
cedere al re Carlo i suoi diritti sopra la Sicilia, prendere per moglie
_Bianca_ figliuola di esso Carlo, benchè avesse già contratti gli
sponsali con una figliuola del re di Castiglia; e con altri patti di
pagamento di danari, di promesse della Sardegna e Corsica, e d'altri
vantaggi spettanti a _Carlo di Valois_, il quale rinunziò anch'egli
le sue pretensioni sopra il regno d'Aragona. Niccolò Speciale e il
Villani scrivono che ora solamente furono posti in libertà i principi
figliuoli del re Carlo, e questo ancora si deduce da un Breve di papa
Bonifazio[585]; laonde non so come Tolomeo da Lucca scrivesse che
furono liberati nell'anno precedente, e che passarono per Lucca.

Seguì poscia in Roma la solenne coronazione di papa Bonifazio nel
dì 16 di gennaio. Leggesi diffusamente descritta in versi da _Jacopo
Gaetano_ cardinale di San Giorgio[586] quella magnifica funzione, a cui
forse una simile non s'era veduta in addietro. Vi assisterono i due re
Carli, padre e figliuolo, con tener le redini del cavallo pontificio
nella cavalcata, e con servirlo alla mensa. Scrive il Rinaldi, che
in quest'anno mancò di vita il suddetto giovane re, cioè _Carlo
Martello_, che portava il titolo di re d'Ungheria. Di ciò parleremo
all'anno 1301. Attese in questi tempi con tutto vigore papa Bonifazio
a far eseguire il trattato della pace fra il _re Carlo II_ e _Giacomo
re_ d'Aragona per la restituzion della Sicilia; ma si cominciarono a
trovare degl'intoppi dalla parte dei Siciliani stessi. Appena passò
in quell'isola la voce di quell'accordo, e che il re Giacomo s'era
impegnato di consegnarla al re Carlo, che, tenutosi un parlamento dalla
_regina Costanza_, governatrice di quel regno, e da _don Federigo_
suo figliuolo, fu risoluto di inviar ambasciatori al re Giacomo in
Catalogna per chiarirsi della verità del fatto. Andarono questi, e,
udito che così stava la cosa, proruppero in lamenti, in preghiere
e in proteste; e trovando il re fisso nel suo proposito, perchè più
non potea tornare indietro, dopo essersi fatto dare in iscritto un
atto autentico di tale rinunzia, se ne tornarono vestiti da corruccio
in Sicilia, portando la dolorosa nuova, che fu una spada nel cuore
a que' popoli, giacchè si vedeano sagrificati ai Franzesi, gente da
essi odiata a morte e temuta. In questo tempo l'accorto papa Bonifazio
desiderò che don Federigo, fratello del re Giacomo, venisse dalla
Sicilia a trovarlo, per guadagnarsi il lui animo, ed impedire ch'egli
non frastornasse la restituzion di quel regno. Venne lo spiritoso
infante con una bella flotta, accompagnato da' suoi due ministri,
_Giovanni da Procida_ e _Ruggieri di Loria_, e sbarcato si abboccò in
Velletri col papa, che gli fece un affettuoso accoglimento, e con auree
parole l'esortò a dar tutta la mano alla pace, offerendogli in moglie
_Caterina_, unica figliuola di _Filippo_ imperadore, ma solamente di
titolo, di Costantinopoli, figlio del re Carlo II, con ricchissima
dote, e coi diritti sopra l'imperio greco, di cui papa Bonifazio, come
se l'avesse in pugno, gli dipigneva non solo facile, ma infallibile
la conquista. Rispose saviamente il giovanetto principe che farebbe
quanto fosse in suo potere; ma che conveniva intendersela ancora coi
popoli; e, licenziatosi, se ne tornò colla sua flotta in Sicilia. Fu
sentimento d'alcuni che in questa occasione Bonifazio traesse alle sue
voglie il valoroso, ma ambizioso Ruggieri di Loria, con farlo principe
dell'isole delle Gerbe e di Carchim in Africa, e con altre lusinghe.
Ma forse per altri più tardi si staccò Ruggieri dal suo amore verso
la Sicilia; ed egli in questi tempi, e molto più Giovanni da Procida
inclinarono a dichiarare re di Sicilia _don Federigo_, e di voler
piuttosto tentar la fortuna della guerra, che tornare sotto l'abborrito
giogo dei Franzesi. Fu spedito in Sicilia dal pontefice il suddetto
Giovanni di Calamandrano, per proferire a quei popoli quante mai grazie
ed esenzioni sapessero immaginare. Ma gli fu detto che i Siciliani
colla spada, e non già con delle carte pecore cercavano la pace; e che,
se non isloggiava presto dalla Sicilia, vi avrebbe lasciata la vita. Di
più non occorse per farlo tornar di galoppo indietro.

Nella notte del dì 8 di agosto del presente anno, venendo il dì 9,
terminò i suoi giorni[587] _Ottone Visconte_ arcivescovo e signore
di Milano, a cui dee la sua esaltazione la nobil casa de' Visconti
Milanese. Lasciò egli _Matteo_, suo nipote in alto stato. Secondo
Galvano Fiamma[588], alcuni nobili milanesi passarono a Lodi, e si
acconciarono coi Torriani, i quali con quel popolo e coi Cremonesi
andarono all'assedio di Castiglione; ma portatosi colà Matteo Visconte
coi Piacentini e Bresciani, li fece ben tosto decampare. Nel mese
di giugno, secondo il Corio[589], l'armata milanese andò fin sotto
le porte di Lodi, danneggiando il paese; ma nel settembre fu fatta e
gridata la pace, oppur la tregua fra Milano e Lodi. Di questi fatti ci
assicura anche la Cronica di Parma[590]. Contrassero in quest'anno lega
i Parmigiani coi Bolognesi, e seguirono poi delle funeste novità nella
loro città. Era stato eletto arcivescovo di Ravenna _Obizzo da San
Vitale_, vescovo allora di Parma: del che fu fatta grande allegrezza da
quei della sua fazione. Ma nel dì 23 d'agosto la fazione contraria de'
Correggeschi, facendo correre voce che il medesimo prelato macchinasse
contro alla patria, ed avesse fatta massa d'armi nel suo palagio, mosse
a rumore il popolo, e furiosamente con esso andò a quella volta. Il
vescovo ebbe la sorte di salvarsi, e, fuggito a Reggio, si trasferì
poscia a Ravenna. Furono mandati ai confini moltissimi seguaci della
parte ghibellina; e i Bolognesi inviarono a Parma ducento uomini d'armi
da tre cavalli l'uno con cinquecento pedoni. Più strepitosa ancora fu
la sollevazione che si fece nella stessa città di Parma nella festa
di santa Lucia, in cui amendue le fazioni vennero alle mani, e dopo
lungo combattimento rimasero rotti i Sanvitali e posti in fuga, e
il monistero di san Giovanni de' Benedettini fu messo a sacco, con
altri non pochi disordini. Ritiraronsi gli usciti a Cuvriago, e vi si
fecero forti coll'aiuto del marchese _Azzo VIII_ d'Este, il quale fu
creduto che avesse mano in cotali turbolenze con disegno d'acquistare
la signoria di Parma. Comunque sia, avendo presa il marchese la
protezione di quei fuorusciti, guerra nacque fra lui e il popolo
di Parma. _Alberto Scotto_, signor di Piacenza, spedì un suo nipote
con soldatesche in aiuto de' Parmigiani. Colà parimente Milano inviò
un buon rinforzo; e i Bolognesi, dopo avervi trasmessa di nuovo una
compagnia di cento uomini d'armi, determinarono di far guerra per essi
al marchese d'Este. Diede esso marchese[591] il passo per Modena e
Reggio ai lor soldati ed ambasciatori, perchè protestarono di passare
a Parma per rimettere la concordia fra que' cittadini e la parte del
vescovo; ma si trovò poi burlato, ed anch'egli si diede a far gente
in sua casa, e broglio in Romagna contra de' Bolognesi. Nel mese
d'ottobre esso marchese Azzo nella sua terra di Rovigo fece cavaliere
_Ricciardo_, figliuolo di _Gherardo_ da _Camino_ signore di Trivigi,
_sic magnifice_, per attestato della Cronaca di Parma, _quod numquam
auditum fuerat de aliquo, quod sic fieret_.

Nell'anno presente ancora si fecero delle novità in Brescia[592];
imperciocchè per maneggio di _Matteo Visconte_ tutti i partigiani
della casa della Torre, cioè i Guelfi, furono scacciati dalla città
e banditi col guasto di tutti i loro beni: perlochè si rifugiarono al
marchese d'Este capo della parte guelfa. Per lo contrario, _Bardelone_
de' Bonacossi signore di Mantova[593] cavò dalle carceri _Taino_
suo fratello con un suo nipote, e li mandò a' confini; ed, oltre a
ciò, rimise in Mantova due mila persone già bandite, cassando ogni
statuto fatto contra di loro: del che dovette riportare gran lode.
Ma non si può abbastanza spiegare, come lo spirito della bestial
discordia si diffondesse in questi tempi per l'Italia. In Firenze
il popolo superiorizzava, ed avea fatto degli statuti molto gravosi
contra de' nobili e grandi[594], mosso specialmente da Giano della
Bella, arditissimo popolano. Non potendo più sofferire i nobili questo
aggravio, nel dì 6 di luglio, dopo aver fatta congiura, e ragunata di
gran gente, fecero istanza che fossero cassate quelle ingiuste leggi.
Per questo fu in armi tutta la città. Si schierarono i grandi colle
lor masnade nella piazza di San Giovanni, e voleano correre la terra.
Ma il popolo asserragliò e sbarrò le strade, acciocchè la cavalleria
non potesse correre, e stette così ben unito e forte al palazzo del
podestà, che i grandi non osarono di più. Prese da ciò maggior piede la
gara e il mal animo dell'una contra dell'altra parte; e di qui cominciò
la città di Firenze a declinare in malo stato con gravi sciagure, che
andremo a poco a poco accennando. Anche in Pistoja, secondochè s'ha da
Tolomeo da Lucca[595], in quest'anno ebbe principio una fiera discordia
fra i nobili della casa de' Cancellieri, i quali si divisero in due
fazioni. Bianchi e Neri, cadauna delle quali ebbe gran seguito. Ne
succederono ammazzamenti, e si sparse dipoi questo veleno per le città
di Firenze, di Lucca e d'altri luoghi, ne' quali cadauna d'esse fazioni
trovò protettori e partigiani. Il Villani e la Storia Pistoiese pare
che mettano il cominciamento di questa maledetta divisione all'anno
1300.

Da moltissimi anni era anche divisa la città di Genova in due fazioni,
cioè ne' Mascherati ghibellini, e ne' Rampini guelfi. Più che mai ciò
non ostante, si accendeva la guerra fra quel popolo e i Veneziani.
Questo bisogno del pubblico e la cura massimamente di _Jacopo da
Varagine_ arcivescovo di Genova[596] portarono nel mese di gennaio
alla pace e concordia gli animi loro divisi. E quivi vedendosi che
in Venezia si faceva un terribile armamento di legni, col vantarsi
alcuni di voler venire fino a Genova, stimolati dal punto d'onore
e dall'antica gara i Genovesi, si misero anch'essi a farne uno più
grande e strepitoso. S'interpose _papa Bonifazio_ nei mese di marzo,
e chiamati a Roma i deputati di amendue le città, intimò una tregua
fra loro sino alla festa di san Giovanni Batista, sperando intanto
di ridurre queste due feroci nazioni a concordia; ma nulla si potè
conchiudere. Mirabile e quasi incredibil cosa è l'udire, per attestato
del suddetto Jacopo da Varagine, che i Genovesi giunsero ad armare
ducento galee, che furono poi ridotte a sole cento cinquantacinque,
cadauna delle quali aveva almeno ducento venti armati, altre ducento
cinquanta, ed altre sino a trecento. Mandarono poscia a Venezia
dicendo, che se i Veneziani aveano il prurito di venire a Genova
per combattere, non s'incomodassero a far sì lungo viaggio; perchè
i Genovesi con Uberto Doria loro ammiraglio andavano in Sicilia ad
aspettarli, e che quivi li sodavano a battaglia[597]. Udita questa
sinfonia, i saggi veneziani stimarono meglio di disarmare, e di
lasciar che gli altri passassero, siccome fecero soli, a fare una
bella comparsa ne' mari di Sicilia. Ma che? tornati che furono a casa i
Genovesi pieni di boria, come se avessero annientata la potenza veneta,
si risvegliò fra loro il non estinto fuoco delle fazioni per gare
di preminenza e risse cominciate nell'armata suddetta[598]. Però sul
finire dell'anno la parte guelfa, capi di cui erano i Grimaldi, venne
alle mani colla ghibellina, onde erano capi i Doria e gli Spinoli, e
cominciarono un'aspra guerra cittadinesca che impegnò tutto il popolo
della città: del che parleremo all'anno seguente. In Romagna[599]
nell'aprile di quest'anno fu inviato per conte e governatore _Pietro
arcivescovo_ di Monreale, il qual fece alcune paci in quella provincia,
tolse a _Maghinardo da Susinana_ l'ufficio di capitano di Faenza, e in
Ravenna fece abbattere i palagi di _Guido da Polenta_ e di _Lamberto_
suo figliuolo. Dopo aver ridotto in Faenza i fuorusciti, si stette poco
a sentire una sollevazione in quella città fra i conti di Cunio e i
Manfredi dall'una parte, e Maghinardo, i Rauli ed Acarisi dall'altra.
Si venne a battaglia, e andarono sconfitti i primi, obbligati perciò
ad uscire di quella città, e restarono burlati i Bolognesi, i quali
passavano d'intelligenza con essi per isperanza di tornar padroni di
Faenza. Poco durò il governo del suddetto arcivescovo di Monreale,
perchè nell'ottobre arrivò a Rimini _Guglielmo Durante_ vescovo
mimatense, ossia di Mande in Linguadoca, eletto da papa _Bonifazio
VIII_ marchese della marca di Ancona e conte della Romagna, celebre
giurisconsulto, autore dello _Speculum_ _juris_, onde fu appellato
_Speculator_, e di altre opere, il quale per molto tempo era stato
pubblico lettore di leggi e canoni nella città di Modena. Fu ricevuto
con onore da tutte le città della Romagna. Ma nel dì 19 di dicembre
venne all'armi _Malatesta da Verucchio_ nella città di Rimini colla
sua fazione guelfa contro la ghibellina di Parcità, e la spinse fuori
colla morte di molti. _Guido conte_ di Montefeltro, rimesso in grazia
del papa, venne in quest'anno a Forlì, e gli furono restituiti tutti i
suoi beni. D'uomo tale par che facesse capitale papa Bonifazio per le
sue occorrenze. Ma egli di lì a poco, cioè nell'anno seguente, o perchè
si mutò il vento, oppure per vero desiderio di darsi alla penitenza
de' suoi peccati, si fece frate dell'ordine francescano, e in quello
terminò poi i suoi giorni, ma non sì presto.

NOTE:

[581] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[582] Jacobus Cardinalis, in Vita Coelestini V, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital.

[583] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 6. Ferretus Vicentinus, Hist.,
lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.

[584] Nicolaus Specialis, lib. 2, cap. 20, tom. 10 Rer. Ital.

[585] Jacobus Cardinalis, in Vita Coelestini V, P. 1, tom. 3 Rer. Ital.

[586] Nicolaus Specialis, lib. 2, cap. 22, tom. 10 Rer. Ital.

[587] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[588] Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 334.

[589] Corio, Istor. di Milano.

[590] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[591] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[592] Malvec., Chron. Brix., tom. 14 Rer. Ital.

[593] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer.
Ital.

[594] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 12.

[595] Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.

[596] Jacobus de Varagine, Chron. Genuens., tom. 9 Rer. Ital.

[597] Continuator Danduli, tom. 12 Rer. Ital.

[598] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 14. Jacobus de Varagine, Chron.
Genuens., tom. 9 Rer. Ital. Georg. Stella, Annal. Genuens., tom. 17
Rer. Ital.

[599] Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCXCVI. Indiz. IX.

    BONIFAZIO VIII papa 3.
    ADOLFO re de' Romani 5.


Quando si credeva papa _Bonifazio VIII_ d'essere come in porto
nell'affare della restituzion della Sicilia, egli se ne trovò più
che mai lontano. Irritati al maggior segno i Siciliani, perchè il re
_Giacomo_ senza alcuna contezza, nonchè assenso d'essi, avesse ceduto,
e, per dir così, venduto quel regno ai troppo odiati Franzesi, nel dì
25 di marzo, in cui cadde la Pasqua dell'anno presente, proclamarono
re di Sicilia l'infante _don Federigo_ fratello dello stesso re
Giacomo. Fu egli con gran solennità coronato nella cattedrale di
Palermo, e in quello stesso giorno fece molti cavalieri, alzò altri
al grado di conti, e dispensò molte altre grazie[600]. Dappertutto si
videro giuochi e bagordi; e, mossosi il re novello da Palermo, passò
a Messina, dove trovò tutto quel popolo in festa e pronto a servirlo.
Andossene dipoi a Reggio in Calabria, e, dato ordine a _Ruggieri di
Loria_ che uscisse in mare colla sua flotta, egli stesso coll'esercito
di terra andò a mettere l'assedio alla città di Squillaci, e con
levare ai cittadini i canali dell'acqua, gli obbligò a rendersi. Di là
portossi sotto Catanzaro, dove si trovava Pietro Ruffo, conte di quella
forte città, ed uno de' primi baroni della Calabria, a cui non mancava
gente in bravura e copia, molto atta ad una gagliarda difesa. Era
Ruggieri di Loria parente del conte, e come tale dissuase la impresa.
Stette saldo il re Federigo a volerla; ed allorchè coi furiosi assalti
si vide essa città vicina a cadere, ottenne il medesimo Ruggieri che
si venisse a patti, e che, se in termine di quaranta giorni non veniva
soccorso, la città si rendesse. Passato il tempo, fu osservata la
capitolazione, e Catanzaro venne alle sue mani. Fu anche dato soccorso
a Rocca Imperiale, ed acquistato Policoro. Sotto Cotrone, preso
anch'esso e saccheggiato, cominciò a sconciarsi la buona armonia fra
il re e Ruggieri di Loria, ma per allora non ne fu altro. Impadronissi
dipoi il re Federigo di Santa Severina e di Rossano. Intanto, portata
a papa Bonifazio la nuova che don Federigo avea presa la corona di
Sicilia, non solamente contra di lui, ma contra ancora del re Giacomo
suo fratello si accese di collera, figurandosi che fra amendue passasse
intelligenza segreta, per burlare in questa guisa non meno il re Carlo
che il papa stesso. Annullò dunque tosto, per quanto a lui apparteneva,
tutti gli atti di don Federigo e de' Siciliani, e spiegò contra d'essi
tutto l'apparato delle pene spirituali e temporali; per le quali
nondimeno nulla si cambiò il cuor di quei popoli. Risentitamente ne
scrisse ancora al re Giacomo; ma questi ampiamente rispose e giurò
di non aver parte nella risoluzion presa dal fratello (e dicea il
vero), esibendosi pronto ad eseguir dal suo canto quanto era da lui
stato promesso. Anzi egli, non so se chiamato dal papa, oppure di
sua spontanea volontà, si preparò per venire a Roma, affine di meglio
sincerare esso pontefice e il re Carlo del suo retto procedere.

La guerra insorta fra _Azzo VIII_ marchese d'Este, signor di Ferrara,
e i Parmigiani e Bolognesi collegati, andava ogni dì più prendendo
vigore[601]. Dal canto loro maggiormente si afforzarono i Parmigiani,
con accrescere la loro lega, nella quale entrarono il comune di
Brescia e i fuorusciti di Reggio e di Modena, tutti contro il marchese
Azzo. Seguirono poi varie ostilità in quest'anno fra essi Parmigiani
e le milizie dell'Estense sul Reggiano, che non meritano d'essere
registrate. Studiossi anche il marchese dal canto suo d'avere de'
partigiani dalla parte della Romagna. Tirò in Argenta a parlamento
_Maghinardo da Susinana_ coi Faentini, _Scarpetta degli Ordelaffi_
coi deputati di Forlì e di Cesena, _Uguccione_ dalla _Faggiuola_,
che comincia in questi tempi a far udire il suo nome, coi Lambertazzi
usciti di Bologna, ed altri Ghibellini di Ravenna, Rimini e Bertinoro.
Fu risoluto di togliere Imola ai Bolognesi. Di questo trattato
_Guglielmo Durante_ conte della Romagna spedì l'avviso a Bologna,
acciocchè prendessero le necessarie misure e precauzioni. E infatti i
Bolognesi inviarono quattro mila pedoni e molta cavalleria in rinforzo
d'Imola. Ma nel dì primo d'aprile, venuto l'esercito del marchese
Azzo con Maghinardo e cogli altri collegati, arrivò al fiume Santerno,
alla cui opposta riva trovò schierati i Bolognesi, Imolesi ed usciti
di Faenza, per impedire il passo del fiume che era allora assai
grosso[602]. Ma, valicato il Santerno dai Ferraresi e Romagnuoli, si
venne ad un caldo combattimento. Non ressero lungo tempo i Bolognesi;
molti ne furono morti, molti presi; e fuggendo il resto verso Imola, i
vincitori in inseguirli entrarono anch'essi nella città, e ne divennero
padroni. L'autore della Cronica Forlivese[603] scrive che furono fatti
prigioni più di duemila persone.

Nello stesso dì primo d'aprile il marchese Azzo con altro esercito
dalla parte di Modena andò a fortificare le castella di Vignola,
Spilamberto e Savignano; e soprattutto attese[604] a rimettere in
piedi le fortificazioni di Bazzano, dove lasciò un buon presidio.
Concertarono poscia insieme i Bolognesi e Parmigiani di unitamente far
oste ad uno stesso tempo nell'autunno, gli uni contro Modena, e gli
altri contra di Reggio. Ma i soli Bolognesi effettuarono il concordato;
imperciocchè, unito un possente esercito di lor gente co' signori
da Polenta, coi Malatesti ed altri Romagnuoli, e con un rinforzo di
Fiorentini, ripigliarono per forza il castello di Savignano. Coll'aiuto
de' Rangoni e d'altri fuorusciti di Modena presero Montese ed altre
castella del Frignano; e si misero poi con grave vigore all'assedio
di Bazzano. Si sostenne quella guarnigione, composta di quattrocento
cavalieri e di mille fanti, per lo spazio d'un mese; ma vinta in fine
dalla fame, e veggendo che non veniva soccorso (giacchè il marchese
accompagnato da Maghinardo uscì bene in campagna con molte forze, ma
non giudicò utile l'azzardare una battaglia), a patti di buona guerra
nel dì 25 di novembre cadde in poter de' Bolognesi. Altre ostilità
succederono in quest'anno[605], perchè il marchese Azzo co' Modenesi e
Reggiani cavalcò sul Bolognese nel dì 6 di giugno sino a Crespellano e
al borgo di Panigale; e nello stesso tempo il _marchese Francesco_ suo
fratello co' Ferraresi venne dalla sua parte sino alla terra di Peole
e al Tedo, saccheggiando, bruciando e, facendo prigioni. E intanto
il _conte Galasso_ da Montefeltro, e Maghinardo Pagano da Susinana,
capitano della lega colle milizie di Faenza, Forlì, Imola e Cesena,
assalì il distretto di Bologna, venendo a Castel San Pietro e alle
terre di Legnano, Vedriano, Frassineto, Galigata e Medecina, con orridi
saccheggi e bruciamento di più di due mila case. La Cronica di Forlì,
più delle altre esatta e copiosa in questi tempi, descrive minutamente
questi fatti della Romagna con assaissimi altri, che troppo lungo
sarebbe il voler qui rammentare. Ma non si dee tacere che nel dì 15 di
luglio i Calboli coi Riminesi, Ravennati ed altre loro amistà, presero
la città di Forlì colla morte di molti: il che udito da Scarpetta degli
Ordelaffi e da Maghinardo che erano all'assedio di Castelnuovo[606],
a spron battuto volarono colà, e ricuperarono la città, uccidendo e
prendendo non pochi degli entrati. E poscia renderono la pariglia ai
Ravegnani con iscorrere ed incendiare il lor paese sino alle mura della
città. Nel dì 26 d'aprile Guglielmo Durante conte della Romagna, stando
in Rimini, privò di tutti i lor privilegii, onori e dignità le città
di Cesena, Forlì, Faenza ed Imola: rimedii da nulla per guarire i mali
umori di tempi sì sconcertati.

Nel dì 30 del precedente dicembre[607] si diede principio entro la
città di Genova alla guerra e alle battaglie fra i Grimaldi e Fieschi,
e loro aderenti guelfi dall'una parte, e i Doria e Spinoli coi loro
parziali ghibellini dall'altra. Nelle lor torri e case si difendeano,
e da esse offendevano, cercando or l'una or l'altra di occupare il
palazzo del pubblico e gli altri siti forti. Vi restarono preda del
fuoco moltissime case, e fu bruciato fino il tetto della cattedrale
di San Lorenzo[608], perchè i Grimaldi s'erano afforzati nella torre
maggiore d'essa chiesa. Dalla Lombardia e da altri luoghi concorse gran
gente in aiuto di cadauna delle parti; ma più furono i combattenti di
quella dei Doria e Spinoli: laonde dopo più di un mese della tragica
scena di quei combattimenti, soccombendo i Grimaldi e Fieschi, si
videro nel dì 7 di febbraio obbligati a cercar lo scampo colla fuga
fuori della città. Furono appresso eletti capitani governatori di
Genova _Corrado Spinola_ e _Corrado Doria_, e cessò tutto il rumore. Ma
per mare seguitò la guerra fra essi Genovesi e i Veneziani[609]. Azione
nondimeno che meriti osservazione non accadde fra loro, se non che da
Venezia furono spedite venticinque galee ben armate sotto il comando di
Giovanni Soranzo, le quali ite a Caffa, città posseduta dai Genovesi
nella Crimea, la presero e saccheggiarono, con bruciare alquante navi
e galee d'essi nemici. Era divisa anche la città di Bergamo nelle
fazioni de' Soardi e Coleoni[610]. Nel mese di marzo vennero queste
alle mani, e i Coleoni ne furono scacciati. Rientrati poi questi
nella città nel dì 6 di giugno, e rinforzati dai Rivoli e Bongi,
costrinsero alla fuga i Soardi, di modo che _Matteo Visconte_ rimase
escluso affatto dal dominio di quella città. Di torri e di case ivi si
fece allora un gran guasto. Nell'anno presente _Giovanni marchese_ di
Monferrato prese per moglie _Margherita_ figliuola di _Amedeo_ conte
di Savoia[611]. Poi, fatta lega con _Manfredi marchese_ di Saluzzo,
ed unito un buon esercito, prese e mise a sacco la città d'Asti, con
iscacciarne i Solari e gli altri del partito guelfo. In Toscana non si
udì novità alcuna degna di conto, se non che, per attestato di Tolomeo
da Lucca[612], _Adolfo re_ dei Romani inviò colà per suo vicario
Giovanni da Caviglione. I Toscani, a' quali rincrescevano forte le
visite di questi uffiziali cesarei, ricorsero a papa _Bonifazio VIII_,
perchè li liberasse da costui, esibendo ottanta mila fiorini di oro,
quattordici mila de' quali toccarono per la sua rata al comune di
Lucca. Il papa rimandò a casa sua questo vicario, contentandolo con
dare il vescovato di Liegi ad un suo fratello, e mise nella borsa sua
il danaro pagato dai buoni Toscani. Trovarono i Pisani in quest'anno un
bel ripiego per farsi rispettare dai vicini nemici[613], e fu quello di
eleggere per podestà e governatore della loro città lo stesso Bonifazio
papa, con assegnargli quattro mila lire annualmente per suo salario.
Accettò benignamente il pontefice questo impiego, e, sciolti i Pisani
dall'interdetto e dalle scomuniche, mandò colà per suo vicario Elia
conte di Colle di Val d'Elsa. Richiamò esso papa dal governo della
Romagna[614] _Guglielmo Durante_ vescovo, e colà inviò con titolo di
conte Masino da Piperno, fratello di _Pietro cardinale_ di Piperno.
Entrò egli in quella provincia sul fine di settembre, e fece ritirare
l'esercito di Maghinardo dall'assedio di Massa de' Lombardi.

NOTE:

[600] Nicol. Specialis, lib. 3, cap. 1, tom. 10 Rer. Ital.

[601] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer.
Ital.

[602] Matth. de Griffonibus, Annal. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[603] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[604] Chron. Parmense.

[605] Chron. Forolivien.

[606] Chron. Caesen., tom. 15 Rer. Ital.

[607] Georgius Stella, Annal. Genuens., lib. 1, cap. 8, tom. 17 Rer.
Ital.

[608] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 14.

[609] Contin. Danduli, tom. 12 Rer. Ital.

[610] Corio, Istor. di Milano. Gualvaneus Flamma, Manip. Flor.

[611] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital. Benvenuto da S. Giorgio,
Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCXCVII. Indizione X.

    BONIFAZIO VIII papa 4.
    ADOLFO re de' Romani 6.


Venne in quest'anno a Roma _Giacomo re_ d'Aragona, non tanto per far
costare a papa _Bonifazio_ l'onoratezza sua, e d'essere ben lontano
dall'approvare, non che dal proteggere, le risoluzioni prese da'
Siciliani e da _don Federigo_ suo fratello, quanto per vantaggiare i
proprii interessi con ismugnere nuove grazie dalla corte pontificia.
E fattosi conoscere dispostissimo ad impiegar tutte le sue forze dove
gli ordinasse il papa[615], e precisamente contra dello stesso suo
fratello: Bonifazio aprì gli scrigni della confidenza e liberalità
pontificia verso di lui, con investirlo della Sardegna e Corsica, dove
egli non possedeva un palmo di terreno, e con dichiararlo capitan
generale dell'armata che si dovea spedire contro gl'infedeli, per
ricuperar Terrasanta, o altri Stati dalle mani de' Saraceni. Questo
era il colore che spesse volte si dava in questi tempi alle imprese
che doveano farsi contra de' medesimi cristiani, e serviva di pretesto
per aggravar di decime le chiese della Cristianità. La intenzion
vera, siccome i fatti lo dimostrarono, era di assalir la Sicilia, e di
levarla a don Federigo per consegnarla al _re Carlo II_. Ed appunto
esso re Carlo venne anch'egli a Roma, e per istrignere maggiormente
nel suo partito il suddetto re Giacomo, conchiuse seco di dar per
moglie a _Roberto_ suo terzogenito _Jolanta_, ossia _Violanta_,
sorella del medesimo re Giacomo. Avea già esso Giacomo richiamati
dalla Sicilia tutti gli Aragonesi e Catalani, parte de' quali ubbidì,
e parte no[616]; e, stando in Roma, spedì un'ambasciata al fratello
don Federigo, pregandolo di voler venire sino all'isola di Ischia, per
abboccarsi con lui, e trattar seco de correnti affari. Don Federigo,
ricevuta questa ambasciata, dalla Calabria se ne tornò a Messina, e
colà ancora richiamò _Ruggieri di Loria_, il quale, dopo aver preso
Otranto, era passato sotto Brindisi, per consultare con lui e co'
Siciliani quello che convenisse di fare in sì scabrose contingenze.
Il parere di Ruggieri fu, ch'egli andasse; diedero il lor voto in
contrario i sindachi della Sicilia. Vennero poi lettere dal re Giacomo,
che chiamava a Roma Ruggieri di Loria, e don Federigo con isdegno gli
permise di andare, ma con promessa di ritornare. Tuttavia perchè egli
prima di mettersi in viaggio avea provveduto d'armi e di vettovaglia
alcune castella in Calabria, e dai maligni fu supposto a don Federigo
ciò fatto a tradimento da Ruggieri, come se egli già meditasse di
ribellarsi; andò tanto innanzi lo sconcerto degli animi, che Ruggieri
fu vicino ad essere ritenuto prigione; e poscia se ne fuggì, e, andato
a Roma, si acconciò col re Giacomo a' danni del fratello. Fatal colpo
di somma imprudenza di don Federigo, o de' suoi consiglieri, fu il
perdere, in occasione di tanto bisogno, un sì prode ed accreditato
ammiraglio, e non solo perderlo, ma farselo nemico. Altra ambasceria
venne dal re Giacomo alla _regina Costanza_ sua madre, con ordine di
passare a Roma con _Violanta_ sorella d'esso re, destinata in moglie
a _Roberto duca_ di Calabria. Venne la regina colla figliuola; fu
assoluta e ben veduta dal papa; seguirono le nozze di Violanta; e
Costanza si fermò dipoi fino alla morte in Roma. Altri dicono ch'ella
passò in Catalogna, ma afflitta ed inconsolabile, per vedere la
guerra imminente fra i due suoi figliuoli. Tornossene il re Giacomo in
Catalogna a fare i preparamenti necessarii por soddisfare all'impegno
contratto col pontefice e col re Carlo suo suocero. Don Federigo
informato della fuga di Ruggieri di Loria, dopo averlo fatto proclamare
nemico pubblico, e posto l'assedio a quante castella egli possedeva in
Sicilia, di tutto lo spogliò.

Ebbe principio in quest'anno la detestabil briga de' Colonnesi contro
papa _Bonifazio VIII_. Non si sa bene il motivo di tale rottura. Per
attestato di Giovanni Villani[617], perchè i due cardinali _Jacopo_ e
_Pietro_ erano stati contrarii alla sua elezione, Bonifazio conservò
sempre un mal animo contra di loro, pensando continuamente ad
abbassarli ed annientarli. Aggiugne il Villani, concorde in ciò con
Tolomeo da Lucca[618], che _Sciarra_, oppure _Stefano_ dalla Colonna,
nipote d'essi cardinali, avea prese le some degli arnesi e del tesoro
del papa che veniva da Anagni, ovvero, secondo altri[619], che andava
da Roma ad Anagni, ed erano ottanta some tra oro, argento e rame.
Ma niuna menzione di questo facendo il papa nella bolla fulminatrice
contra de' Colonnesi, si può dubitare della verità del fatto. Non altra
ragion forte in essa bolla[620] adduce Bonifazio, se non che questi
due cardinali tenevano corrispondenza con _don Federigo_ usurpator
della Sicilia, e che, avvertiti, non aveano lasciato questo commercio,
nè aveano permesso che Stefano dalla Colonna, fratello del cardinal
Pietro, ammettesse presidio pontificio nelle loro terre di Palestrina,
Colonna e Zagaruolo: per li quali enormi delitti con bolla pubblicata
nel dì 10 di maggio, non solamente scomunicò i suddetti due cardinali,
ma li depose ancora, privandoli del cardinalato e d'ogni altro
benefizio, con altre pene e censure contra de' lor parenti e fautori.
S'erano ritirati alle lor terre questi cardinali, con _Agapito_,
_Stefano_ e _Sciarra_, tutti dalla Colonna; e ossia che essi avessero
molto prima il cuor guasto, e sparlassero del papa, incitati sotto mano
da qualche principe; oppure che, irritati per questo fiero, creduto
da loro non meritato, gastigo, si lasciarono trasportare a dar fuori
uno scandaloso manifesto, in cui dichiaravano di non credere vero papa
Benedetto Gaetano, cioè il pontefice Bonifazio VIII, benchè fin qui
da essi riconosciuto e venerato per tale, allegando nulla la rinunzia
di papa _Celestino V_, per sè stessa, ed anche perchè procurata con
frodi ed inganni, e perciò appellando al futuro concilio. V'ha chi
pretende che tal manifesto, tendente ad uno scisma, uscisse fuori prima
della bolla e deposizione suddetta; ma il contrario si raccoglie da
un'altra bolla d'esso papa Bonifazio, fulminata nel dì dell'Ascensione
del Signore contra di essi cardinali deposti e di tutti i Colonnesi,
in cui per cagion di questo libello aggrava le lor pene, li priva di
tutti i loro stati e beni, e vuol che si proceda contra d'essi come
scismatici ed eretici. Fece egli dipoi diroccare in Roma i palagi, e
spedì le milizie all'assedio delle lor terre. Circa questi tempi ancora
insorsero dissapori fra il papa e _Filippo il Bello_ re di Francia, a
cagione di avere il re pubblicata una legge (e questa dura tuttavia)
che non si potesse estraere danaro fuori del regno, pretendendo il papa
ch'egli perciò fosse incorso nella scomunica, mentre con ciò s'impediva
il venir le rugiade solite, e quelle massimamente delle decime, alla
corte di Roma. Diede anche ordine il pontefice ai due cardinali legati
che erano in Francia, di apertamente pubblicare scomunicato il re e i
suoi uffiziali, se veniva impedito il trasporto d'esso danaro dovuto
alla santa Sede: cose tutte che col tempo si tirarono dietro delle
pessime conseguenze, figlie dell'interesse, che da tanti secoli va e
sempre forse pur troppo andrà sconcertando il mondo.

Durando la guerra fra il _marchese Azzo_ d'Este e i Parmigiani, ognuna
delle parti facea quel maggior danno che poteva all'altra[621]. Si
frapposero amici, persuadendo la pace; e sopra tutto ne fece premura
Guido da Correggio, potente presso i Parmigiani, perchè tutto il suo
era sotto il guasto. Si conchiuse adunque l'accordo fra essi nel mese
di luglio, e nel dì quinto di agosto furono rilasciati i prigioni.
Ma di questa pace particolare si dolsero forte i Bolognesi, perchè
lasciati soli in ballo dai Parmigiani, e ne furono anche malcontenti
gli usciti di Parma, perchè abbandonati dal marchese; e però
continuarono essi la guerra contra della loro città. Altrettanto fece
il marchese Azzo coi collegati romagnuoli[622] contra de' Bolognesi,
seguitando i guasti e gli incendii dall'una parte e dall'altra. Fu
eletto in quest'anno per lor capitano di guerra dalle città di Cesena,
Forlì, Faenza ed Imola, _Uguccione dalla Faggiuola_, il quale nel dì
21 di febbraio in Forlì prese il baston da comando, poscia nel mese
di maggio uscì con potente esercito a' danni de' Bolognesi. Giunto
nelle vicinanze di Castello San Pietro, sfidò a battaglia l'armata
vicina dei medesimi Bolognesi, i quali si guardarono di entrare in
così pericoloso cimento. Intanto papa Bonifazio non rallentava il
suo studio, premendogli forte di far cessare questa guerra; ma per
ora non gli venne fatto, siccome neppure ai Fiorentini, che spedirono
anch'essi degli ambasciatori a questo fine. Nell'anno presente[623] i
Grimaldi e Fieschi usciti di Genova fecero più che mai guerra contro
la lor patria; ed accadde che Francesco dei Grimaldi, per soprannome
Malizia, vestito da frate minore, s'introdusse nella terra di Monaco,
e s'impadronì di esso e de' suoi due castelli, e quivi fortificatosi
inferì dei gravissimi danni a Genova, corseggiando per mare.
Signoreggia tuttavia in quella terra con titolo principesco la famiglia
Grimalda.

NOTE:

[612] Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.

[613] Raynald., in Annal. Ecclesiast.

[614] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[615] Raynald., in Annal. Eccles.

[616] Nicolaus Special., lib. 2, cap. 12, tom. 10 Rer. Ital.

[617] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 21.

[618] Ptolom, Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.

[619] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[620] Raynald., in Annal. Eccles.

[621] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer.
Ital.



    Anno di CRISTO MCCXCVIII. Indiz. XI.

    BONIFAZIO VIII papa 5.
    ALBERTO Austriaco re de' Romani 1.


Fecesi in quest'anno una brutta tragedia in Germania[624]. Si
guardavano di mal occhio da gran tempo _Adolfo re_ de' Romani, e
_Alberto duca_ d'Austria e Stiria, e conte d'Alsazia, figliuolo del
fu _re Ridolfo_. Dicono che Adolfo fosse dietro a privare Alberto
de' suoi Stati, e che perciò Alberto si affrettasse di levare a
lui il regno. Tirò questi nel suo partito _Vincislao re_ di Boemia,
_Gherardo arcivescovo_ di Magonza, il duca di Sassonia e il marchese
di Brandeburgo[625], principi che cominciarono a trattar di deporre
Adolfo, imputandolo d'inabilità al governo del regno per la sua
povertà, e ch'egli fosse solamente di danno alla repubblica. Spedirono
anche per questo a _papa Bonifazio_; ma non lasciò Adolfo di inviarvi
anch'egli i suoi ambasciatori. Furono favorevoli le risposte del papa
ad Adolfo; ma i suoi avversarii fecero credere d'averne anch'essi
delle altre, che approvavano i lor disegni. Che più? nella vigilia
della festa di san Giovanni Battista di giugno gli elettori di
Magonza, Sassonia e Brandeburgo diedero la sentenza della deposizione
di Adolfo, ed elessero re il duca d'Austria _Alberto_. Per questo
fu in armi la Germania tutta, e fu decisa la lite nel dì 2 di luglio
dell'anno presente con una giornata campale fra gli eserciti di questi
due principi presso Vormazia, nella quale restò morto il _re Adolfo_.
Poscia nell'universal dieta, tenuta a Francoforte nella vigilia di san
Lorenzo, a pieni voti fu eletto re de' Romani il suddetto _Alberto
duca_ d'Austria, e coronato solennemente in Aquisgrana nella festa
di san Bartolommeo. Fu sommamente disapprovato questo fatto da papa
Bonifazio; e però avendogli il re Alberto nell'anno seguente fatta
una spedizione di ambasciatori[626], per essere confermato dalla
santa Sede, sempre il papa rispose ch'egli era indegno dell'imperio,
anzi reo di lesa maestà, per aver ucciso il suo sovrano. Benvenuto da
Imola[627] tanto nella sua Cronichetta, quanto ne' suoi Comenti sopra
Dante, aggiugne che Bonifazio assiso sul trono, e tenendo la corona in
capo con una spada a lato, bruscamente dicesse a quegli ambasciatori:
_Io, io son Cesare, io l'imperadore_. Può questa essere una fandonia
del secolo susseguente; ma è ben fuor di dubbio che nulla potè mai
ottenere questo re novello, finattantochè nato al papa bisogno di lui,
con subitanea metamorfosi si trovò bella e nuova la di lui promozione,
e se gli fecero delle carezze. Si provò nel presente anno il flagello
del tremuoto in Italia nella festa di santo Andrea[628], che continuò
dipoi a farsi sentire per molti giorni e notti. Diroccò specialmente
in Rieti, Spoleti e Pistoia molte chiese e palagi e case; e la gente
si ricoverava alla campagna. N'ebbe gran paura anche papa Bonifazio,
che soggiornava allora in Rieti, perchè tremò forte il suo palagio, e
rifugiossi fuor di quella città nel convento de' frati predicatori; e
fabbricata una capanna di legno in mezzo ad un prato, quivi cominciò
a prendere riposo. Ma non per questo il feroce animo suo cessava dal
procurar la distruzione de' Colonnesi. Fece predicar contra d'essi la
crociata, dispensando le medesime indulgenze che si concedevano a chi
passava in Terra santa contro i nemici della fede di Cristo.

Fu bensì continuata in quest'anno ancora la guerra fra il _marchese
Azzo_ di Este e il comune di Bologna; ma perchè dall'una parte papa
Bonifazio, e dall'altra i Fiorentini amici de' Bolognesi andavano
trattando di pace, nulla di rilevante seguì in armi fra essi, se non un
ridicolo caso che si racconta negli Annali di Modena[629]. E fu, che
i Bolognesi armati fecero una notte sopra i Modenesi una scorreria,
venendo fino al borgo di Santa Agnese, che era vicino alla città,
senza che le sentinelle se n'accorgessero e gridassero all'armi. E
questo perchè i cani de' borghi cominciarono tutti ad abbaiar forte,
e commossero alla stessa sinfonia quelli della città, di modo che le
sentinelle per lo tanto strepito non poterono mai intendere ciò che
si dicessero i contadini e le genti di fuora. Per questo accidente
gli anziani di Modena bandirono tutti i cani, ordinando che fossero
uccisi. Io non mi fo mallevadore di questo avvenimento. Nè in Romagna
nè in Toscana accaddero novità degne di memoria. Strepitosa bensì
riuscì in quest'anno la guerra fra i Genovesi e Veneziani[630]. Era
uscito in corso Lamba Doria ammiraglio de' Genovesi con settantotto
ovvero ottantacinque galee, per danneggiare il paese nemico, venendo
sino all'Adriatico. A questa nuova i Veneziani fecero il loro sforzo,
e misero in mare novantacinque oppure novantasette galee ben armate
sotto il comando di Andrea Dandolo. Si scontrarono queste armate
navali a Curzola, e nel dì 8 di settembre, festa della natività della
Vergine, attaccarono la zuffa. Sì poderoso fu sulle prime l'urto dei
legni veneti, che sterminò dieci galee genovesi; ma procedendo poi
innanzi con disordine, i Genovesi, gente più ardita e valorosa che
allora solcasse il mare, stretti e ben ordinati si spinsero contra
di loro, e, dopo molto sangue sparso dall'una e dall'altra parte,
misero in rotta l'armata veneta, con riportare una sempre memoranda
vittoria. Imperciocchè presero ottantacinque galee, se dicon vero
le Storie genovesi, delle quali poi ne bruciarono sessantasette,
e l'altre diciotto condussero trionfanti a Genova. Nelle Croniche
venete è scritto che sessantacinque galee (numero nondimeno sempre
mirabile) vennero in potere de' Genovesi. Per quanto s'ha dalla Cronica
Estense[631] e da quella di Cesena[632], in quel fiero conflitto
perderono la vita circa nove mila Veneziani, e ne rimasero prigioni
sei mila e cinquecento, oppure sette mila e quattrocento, insieme
coll'ammiraglio Dandolo, il quale da lì a pochi giorni per la troppa
doglia terminò i guai della vita presente. Ferreto Vicentino[633]
diffusamente descrive questo memorabil combattimento. Portata a Venezia
la dolorosa nuova, ordinò tosto quel senato che si fabbricassero cento
galee di nuovo; ma o questo armamento non andò innanzi, o certo a nulla
servì. In Parma[634] seguì nell'anno presente pace e concordia fra
quei cittadini e i lor fuorusciti, per compromesso fatto in _Matteo
Visconte_ signor di Milano, dichiarato suo vicario anche da _Alberto
re_ de' Romani, ed in _Alberto Scotto_ signor di Piacenza. Ma furono
moltissimi i confinati in vigore di quel laudo, colla restituzion
nondimeno dei beni loro.

NOTE:

[622] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[623] Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Italic. Chron. Astense,
cap. 18, tom. 11 Rer. Ital.

[624] Histor. Austr.

[625] Chron. Colmar. Henric. Stero, et alii.

[626] Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.

[627] Benvenut., Hist. August.

[628] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 25. Bernard. Guid., in Vita
Bonifacii VIII, P. 1, tom. 3 Rer. Ital. Ptolom. Lucens., Annal. brev.,
tom. 11 Rer. Ital.

[629] Annales Veter. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

[630] Contin. Danduli, tom. 12 Rer. Ital. Georgius Stella, Annal.
Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[631] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[632] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCXCIX. Indizione XII.

    BONIFAZIO VIII papa 6.
    ALBERTO Austriaco re de' Romani 2.


La crociata contra de' Colonnesi, pubblicata da _papa Bonifazio_,
e la guerra lor fatta, avea prodotto finora che all'armi pontificie
s'erano arrendute le città di Nepi, Zagaruola, Colonna ed altre terre,
dopo lungo assedio e con molto spargimento di sangue, e donate agli
Orsini e ad altri nobili romani. Fu anche assediata Palestrina, dove
si trovava un gagliardo presidio che rendeva inutili tutti gli sforzi
dell'armata papale. Si rodeva di rabbia papa Bonifazio, veggendo di
non poter vincere questa pugna; e però, se è vero ciò che racconta
Dante poeta[635], il quale fiorì in questi tempi, fatto chiamare a sè
Guido, già conte di Montefeltro, allora frate minore, a lui, come ad
uomo mastro di guerra, volle raccomandar la direzione di quell'assedio.
Se ne scusò _Guido_, allegando l'incompetenza del suo abito con quel
secolaresco impiego. Continuò Bonifazio a fargli istanza, perchè almeno
gl'insegnasse la maniera di forzar quella terra alla resa. Allora
Guido stette sopra sè un pezzo, e finalmente rispose, che conoscendo
inespugnabile coll'armi la città di Palestrina, non gli andava per
mente se non un ripiego; ma che non si attentava di proporlo per timore
d'incorrere in peccato. Oh, se è per questo, replicò allora Bonifazio,
io te ne assolvo. Allora Guido gli disse che bisognava promettere molto
ed attener poco. Non c'è obbligazione di credere questo fatto a Dante,
persona troppo ghibellina, e che taglia dappertutto i panni addosso a
papa Bonifazio, tuttochè ancora Giovani Villani[636] ci descriva questo
pontefice per uomo di larga coscienza, ove si trattava di guadagnare,
e che dicea essergli lecito tutto, purchè fosse utile alla Chiesa.
Forse i malevoli inventarono questa novella, con ricavarla dal seguente
avvenimento. Imperocchè Bonifazio fece destramente proporre il perdono
ai Colonnesi, e, liberalissimo di promesse, rimase d'accordo ch'essi
in veste nera andassero a gittarsi ai piedi suoi, confessando i falli
ed implorando misericordia. Così fecero. Avuta che ebbe il papa in
sua mano Palestrina, lungi dal rimettere in pristino i Colonnesi, come
n'avea, per quanto dicono, data parola, fece spianare dai fondamenti
quella città, privandola d'ogni onore, e fino del nome, con fabbricarne
un'altra in altro sito, e darle il nome di Città Papale. Cacciò
ancora prigione Giovanni da Ceccano degli Annibaldeschi lor parente, e
confiscò tutti i suoi beni. Atterriti da questo procedere i Colonnesi,
tutti fuggirono, chi in Sicilia, chi in Francia ed in altri luoghi,
e tenendosi con somma cura celati, finchè arrivò l'ultima scena dello
stesso pontefice, che intanto di nuovo li bandì e perseguitò a tutto
potere.

Benchè alcuni degli antichi scrittori col non accennare gli anni e i
tempi precisi degli avvenimenti, sieno di non poco imbroglio ai posteri
che prendono a compilare una storia; e di questo difetto non vada
esente Niccolò Speciale, e dopo di lui il Fazello, storici siciliani;
pure vo' io credendo che gli affari della Sicilia si possano registrare
nella forma seguente[637]. _Giacomo re_ d'Aragona nell'anno precedente
tornato a Roma, e partitosene carico di benedizioni e insieme di oro
pontificio, passò a Napoli per concertare col _re Carlo II_ suocero suo
le operazioni da farsi contra della Sicilia. Fece segretamente esortare
_don Federigo_ suo fratello, che almeno rinunziasse le conquiste fatte
in Calabria: che così si sarebbe maneggiato qualche accordo; ma non
gli fu dato orecchio. Pertanto, unite le forze sue con quelle d'esso re
Carlo, e composta una potente armata di vele, coll'insigne ammiraglio
_Ruggieri di Loria_, sul fine d'agosto di esso anno andò a sbarcare in
Sicilia. Impadronitosi a tutta prima di Patti, Milazzo e d'altre terre,
si pose dipoi all'assedio di Siracusa, città che fu valorosamente
difesa da Giovanni di Chiaramonte. Avendo egli poi spedito Giovanni
di Loria, nipote dell'ammiraglio Ruggieri con venti galee per recar
vettovaglie al castello di Patti, assediato dai Siciliani, i Messinesi,
usciti con sedici galee contra di lui, gli diedero battaglia e lo
sconfissero. Quattro soli dei suoi legni si sottrassero colla fuga, gli
altri col capitano furono condotti presi a Messina. Questa disavventura
e la perdita di molta gente o per malattie o per assalti inutilmente
dati a Siracusa, fece prendere al re Giacomo la risoluzione di levare
il campo di sotto a quella città, e di ritirarsi a Napoli. Giunto alle
coste di Milazzo, fece istanza a don Federigo suo fratello per riaver
le galee prese con Giovanni di Loria e con altri prigioni, promettendo
con ciò di non mai più mettere il piede in Sicilia. Ma nel consiglio di
don Federigo prevalse il cattivo parere di nulla volergli concedere.
Anzi infelloniti più che mai i Siciliani contro Ruggieri di Loria,
per fargli dispetto e vendicarsi di lui, fecero mozzare il capo allo
stesso Giovanni suo nipote e a Jacopo della Rocca, come a ribelli del
re Federigo.

Passò il re Giacomo il verno in Napoli, nel qual tempo anche Federigo
ricuperò molte castella che o spontaneamente o per forza aveano alzate
le bandiere del re suo fratello. Come è il costume, non mancarono
mormorazioni contra del re Giacomo per la poca prospera campagna
dell'anno precedente, non potendosi levar di testa alla gente ch'egli
la volesse più per li Franzesi suoi antichi nemici, che pel fratello.
Pertanto, affine di smentir queste voci, e di far sempre più palese
la sua lealtà al papa e al re Carlo, fatto un maggiore sforzo di
gente e di navi, s'imbarcò sul fine di giugno insieme con _Roberto
duca_ di Calabria e con _Filippo principe_ di Taranto, e dirizzò le
vele verso la Sicilia. Don Federigo e gli orgogliosi, anzi temerarii
Siciliani che si teneano sempre in pugno la vittoria, non vollero
aspettarlo, e con quaranta galee (altri dicono di più) vennero alla
volta di Napoli. Il Villani[638] fa loro ammiraglio Federigo Doria;
Niccolò Speciale gli dà il nome di Corrado, ma nol dice intervenuto
a questa battaglia. Scontraronsi le due armate a Capo Orlando, e si
venne nel dì 4 di luglio ad un duro e sanguinoso combattimento, in cui,
quantunque i Siciliani combattessero da disperati, pure dall'industria
e valor di Ruggieri di Loria, ammiraglio nemico, rimasero interamente
sconfitti[639]. Il numero de' morti e presi della lor parte si fa
ascendere a più di sei mila persone, e ventidue galee restarono in
mano dei vincitori. Si salvò, ma con gran fatica, nella sua galea a
forza di remi don Federigo, e fu detto che il re Giacomo l'ebbe, o
potè averlo prigione, ma lasciollo andare. Periron nel conflitto anche
molti Catalani e Pugliesi. Passò dipoi il re Giacomo in Calabria, e,
prendendo seco molte truppe preparate ivi per ordine del re Carlo II,
colla giunta di dieci galee, sbarcò l'esercito in Sicilia. E allora
fu ch'egli fece sapere a _Roberto duca_ di Calabria e a _Filippo
principe_ di Taranto suoi cognati, che i suoi affari il richiamavano
in Catalogna; essere la Sicilia ridotta in istato che non potea più
fare resistenza; non reggergli il cuore a vedere, e meno a procurare
ulteriormente la rovina del già rovinato fratello; e voler egli lasciar
loro tutta la gloria di terminar quel conquisto. Di colà dunque si
portò a Napoli al re Carlo colle medesime scuse, e poi si trasferì
in Catalogna, dopo aver ottenute le promesse da lui fatte al papa ed
al suocero. Vi ha chi dice[640] che fu ben visto dal buon Carlo II,
il quale si obbligò a rifargli le spese occorse in quell'armamento,
ascendenti alla somma di più di ducento mila oncie d'oro. Altri
narrano che fu mal veduto, e creduto d'accordo col fratello, in guisa
che discaro a' Franzesi, e maledetto dai Siciliani, abbandonò in
fine l'Italia. La Cronica di Forlì[641] aggiugne ch'egli si partì,
perchè non gli era pagato il soldo promessogli da papa Bonifazio VIII.
La partenza del re Giacomo e il buon cuore de' Messinesi rinforzò
in tante avversità l'animo di don Federigo. Ma il duca di Calabria
Roberto occupò intanto varie terre di Sicilia, e massimamente quella
di Chiaramonte. Presentatosi ancora coll'esercito sotto Catania,
guadagnò ivi de' traditori, che gli diedero in mano senza spendere
sangue quella città. Ribellaronsi pure altre non poche terre in Valle
di Noto, con apparenza che già inclinasse la fortuna a troncare affatto
le ali a don Federigo, quando essa all'improvviso si dichiarò in suo
favore. Aveva il duca di Calabria spedito Filippo principe di Taranto
suo fratello con un corpo d'armata per terra, assistito da alquante
galee per mare, nella valle di Mazara, per far altre conquiste in
quelle parti. Don Federigo, che s'era postato nel forte castello di San
Giovanni per vegliare agli andamenti dei nemici, con quelle forze che
potè raunare andò a trovare il principe nel piano di Formicara, e gli
diede battaglia. Rimase sconfitto il principe, ed egli stesso, ferito
e scavalcato, fu in pericolo d'essere ucciso dai Catalani in vendetta
di Corradino, se non accorreva a tempo don Federigo, che gli salvò
la vita. Quasi tutto il resto de' vinti fu condotto nelle prigioni.
A questa disavventura de' Franzesi tenne dietro un'altra. Fu data
speranza da un prigione ai baroni del duca di Calabria di metterli in
possesso del forte castello di Gallerano. Andarono moltissimi d'essi
col conte di Brenna loro comandante a prendere questo boccone. Ma
il trattato era doppio. Sorpresi all'improvviso da Blasco di Alagona
capitano di don Federigo, tutti furono fatti prigioni. Così procedevano
gli affari della Sicilia.

Nel febbraio dell'anno presente fu posto fine alla guerra che bolliva
tra _Azzo VIII marchese_ d'Este, signor di Ferrara, e i Bolognesi.
Il pontefice e i Fiorentini ne furono i mediatori[642]. Fatto
un compromesso nel medesimo papa per le castella disputate fra i
Bolognesi e Modenesi, egli proferì un laudo, che fu creduto iniquo
dai Modenesi. Benchè Galvano Fiamma[643] e gli Annali Milanesi[644]
mettano sotto l'anno precedente ciò che ora io son per dire degli
avvenimenti della Lombardia, pure sembra più sicuro il seguitar qui
il Corio[645], assistito dalla Cronica d'Asti[646] e da Benvenuto
da San Giorgio nella Storia del Monferrato[647]. Era già arrivato
_Giovanni marchese_ d'esso Monferrato all'età capace di consigli
politici e militari; e dispiacendogli la potenza di _Matteo Visconte_
che signoreggiava non solamente in Milano, Vercelli e Novara, ma
anche in Casale di Sant'Evasio, e teneva una specie di dominio nel
Monferrato stesso: collegatosi col marchese di Saluzzo, col conte
Filippo da Langusco e coi Pavesi, nel mese di marzo fece rivoltare
la città di Novara, da cui appena si salvò _Galeazzo_, primogenito
d'esso Matteo, che v'era per podestà. Altrettanto fece la città
di Vercelli, e poi Casale suddetto. Susseguentemente tutti questi
signori e popoli si collegarono nel mese di maggio coi Bergamaschi,
Ferraresi e Cremonesi, e con Azzo marchese d'Este signor di Ferrara,
contro al Visconte. Uscirono poscia in campagna, cadauno dalla lor
parte, ed uscì anche Matteo Visconte aiutato con gagliarde forze da
_Alberto Scotto_ signor di Piacenza, dai Parmigiani e da _Alberto
dalla Scala_ signor di Verona, al cui figliuolo _Alboino_ avea Matteo
data in moglie una sua sorella. Nulladimeno con tanti movimenti d'armi
ciascuno si guardò dall'avventurarsi a battaglia. Ed avvenne che Azzo
marchese d'Este[648] con settecento uomini d'armi e quattro mila fanti,
mossosi in soccorso de' Cremonesi, arrivò sino a Crema. Ma perciocchè
corsero sospetti ch'egli macchinasse l'acquisto di Cremona, o perchè
i maligni seminarono delle zizzanie; certo è ch'egli giudicò meglio
di ritornarsene a casa. Matteo Visconte, che si vedea attorniato da
tante armi, siccome accorto e saggio personaggio, addormentò tutti
con un trattato di pace, che fu conchiuso e pubblicato sul principio
d'agosto. In tal credito era salita in questi tempi la potenza de'
Genovesi per le riportate vittorie[649], che i Veneziani presero lo
spediente di venire alla pace con loro. Questa fu maneggiata di comune
concordia da Matteo Visconte, e n'ebbero molto onore i Genovesi, perchè
s'obbligarono i Veneziani di non navigare nel mare Maggiore, nè in
Soria con galee armate per tredici anni avvenire. Furono perciò rimessi
in libertà tutti i prigioni. Similmente i Pisani comperarono la pace
da essi Genovesi con due condizioni, cioè con cedere loro una parte
della Sardegna e Bonifazio in Corsica, e promettere di non uscire in
mare con galee armate per lo spazio di quindici anni venturi. Nel mese
ancora d'aprile seguì in Faenza[650] un congresso degli ambasciatori di
Matteo Visconte, di Alberto dalla Scala, di Azzo e Francesco marchesi
d'Este, e de' Bolognesi, per mettere concordia fra essi Bolognesi e le
città della Romagna e i Lambertazzi fuorusciti di Bologna. Fu questa
pur anche dipoi conchiusa: laonde riuscì degno di memoria quest'anno
per cagione di tante paci. Ma in Mantova succederono delle novità[651].
Era quivi signore _Bardelone_ de' Bonacossi. _Taino_ suo fratello,
voglioso di quel dominio, ricorse ad Azzo marchese d'Este per aiuto;
ma poi, senza voler la gente che gli veniva esibita, se ne tornò a
Mantova. Rimasero poi burlati tanto egli, quanto Bardelone, perchè
_Botticella_ de' Bonacossi loro nipote, figliuolo di Giovannino,
ottenuto un buon corpo di soldatesche da Alberto dalla Scala signor
di Verona, scacciò l'uno e l'altro, e prese egli la signoria di quella
città. Se ne fuggirono i fratelli scacciati a Ferrara, dove furono con
onore accolti dal marchese. Bardelone poscia passò a Padova, dove poco
ben veduto da que' nobili, perchè caduto in povertà, nel terzo anno
del suo esilio miseramente terminò la vita. Allora si trovò più sicuro
nella sua signoria Boticella co' suoi due fratelli _Rinaldo Passerino_
e _Butirone_: nomi o sopprannomi strani di questi secoli.

NOTE:

[633] Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.

[634] Chron. Parmense, tom. eod.

[635] Dante, nell'Infern. Benvenuto de Imola, in Comment. in Dant.
tom.... Antiq. Ital.

[636] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 6.

[637] Nicolaus Specialis, lib. 4 cap. 4, tom. 10 Rer. Ital.

[638] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 29.

[639] Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 1, tom. 9 Rer. Ital.

[640] Summonte, Ist. di Napoli.

[641] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[642] Annales Estenses, tom. 15 Rer. Ital. Matthaeus de Griffonibus,
Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[643] Gualv. Flamma, Manip. Flor.

[644] Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.

[645] Corio, Istor. di Milano.

[646] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.

[647] Benvenuto da San Giorgio, tom. 28 Rer. Italic.

[648] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Italic.

[649] Continuator Danduli, tom. 12 Rer. Ital. Giovanni Villani lib. 8,
cap. 27. Stella, Annal. Genuens., lib. 2, tom. 17 Rer. Ital.

[650] Chron. Foroliviense, tom. 22 Rer. Ital.

[651] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Ferretus Vicentinus, Histor.,
lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCC. Indizione XIII.

    BONIFAZIO VIII papa 7.
    ALBERTO Austriaco re de' Romani 3.


Celebre fu l'anno presente per quello che noi chiamiamo ora giubileo
universale, inventato e celebrato per la prima volta da papa _Bonifazio
VIII_. S'era sparsa una voce in Roma, dilatata poi per gli altri paesi,
che di grandi indulgenze si guadagnavano visitando le chiese romane
nell'ultimo anno di ogni secolo[652]. Se ne cercarono i fondamenti, ma
senza trovarne vestigio; nè si andò allora a pescarli nel Testamento
vecchio, nè saltò fuori in que' tempi il nome di giubileo. Nel gennaio
e febbraio si vide un prodigioso concorso di pellegrini in Roma; e ciò
diede allora motivo a papa Bonifazio di formare una bolla, con cui
concedeva indulgenza plenaria a chiunque visitasse in quell'anno le
chiese di Roma ogni dì una volta nello spazio di quindici giorni per
li forestieri, e di trenta per li Romani. E questo per soddisfare alla
divozion dei popoli, divozione che tornava anche in sommo profitto del
papa a cagion delle grandi limosine che spontaneamente si faceano dai
pellegrini alle chiese, e andavano in borsa del papa[653]; siccome
ancora del guadagno che ne ridondava ai Romani, i quali esitavano
molto vantaggiosamente le lor grazie. Fin qui le indulgenze plenarie
erano cose rare, nè si soleano guadagnare, se non nell'occasion delle
crociate. Aperta questa maggior facilità di conseguirle, senza mettere
a rischio la vita propria, senza viaggi lontanissimi e pericolosi,
non si può dire che folla di gente da tutte le parti della cristianità
concorresse nell'anno presente. Pareva una continua processione, anzi
un esercito in marcia per tutte le vie maestre d'Italia; e Giovanni
Villani, che andò per tale occasione a Roma, ci assicura che quasi
non v'era giorno, in cui non si contassero in quell'alma città ducento
mila forestieri, d'ogni sesso ed età, venuti a quella divozione. Ed in
questo anno appunto diede esso Villani principio alla sua stimatissima
Cronica. La pace fu quasi universale per l'Italia, grande l'abbondanza
de' viveri in questo anno; e però dappertutto si viaggiava con
sicurezza, e nulla mancava ai viandanti che aveano da potere spendere.
Guglielmo Ventura, autore della Cronica di Asti[654], il quale si
portò anch'egli a guadagnar questa indulgenza, lasciò scritto essersi
fatto il conto che ben due milioni di persone concorsero in quest'anno
a Roma; e tanta essere stata la folla, che vide più volte uomini e
donne conculcate sotto i piedi degli altri, ed essersi egli trovato in
quel pericolo. Attesta anch'egli che abbondanza di pane, vino, carni,
pesci e vena si trovò in Roma; carissimo era il fieno, carissimi gli
alberghi. Poscia aggiugne: _Papa innumerabilem pecuniam ab eisdem
recepit, quia die ac nocte duo clerici stabant ad altare sancti Pauli,
tenentes in eorum manibus rastellos, rastellantes pecuniam infinitam_.
Fu istituita questa indulgenza per ogni centesimo anno da papa
Bonifazio; ma i successori, per soddisfare alla divozion dei popoli,
e al guadagno ancora de' Romani, fecero in ciò delle mutazioni, con
istabilirla in fine ad ogni venticinque anni, come è oggidì.

In quanto alla guerra di Sicilia, quattrocento e più uomini d'armi
furono spediti da' Fiorentini in rinforzo di _Roberto duca_ di
Calabria, e n'era capitano Rinieri de' Buondelmonti. Racconta Niccolò
Speciale[655] che questi Toscani, arrivati a Catania, dove esso
duca soggiornava, facevano dappertutto i tagliacantoni, vantandosi
spezialmente di voler condurre in quella città prigione il generale
dei Siciliani Blasco da Alagona. Ma che queste smargiassate andarono a
finire in nulla; laonde derisi non men dai Franzesi che da' Siciliani,
non passò il mese d'agosto che si dispersero, disertando la maggior
parte. Toccò in questo anno una maledetta percossa ai Siciliani.
Uscirono essi in corso colla lor flotta di ventisette galee comandata
da Corrado Doria, per bottinare nelle riviere del regno di Napoli[656].
Giunsero baldanzosi sino all'isola di Ponza. _Ruggieri di Loria_,
che era ito a Napoli per menare dei nuovi sussidii di gente e di
legni al duca di Calabria in Sicilia, mise anch'egli in punto la sua
flotta, con cui per buona ventura capitate sette galee genovesi de'
Grimaldi nemici dei Doria, si vennero ad unire. Andò poscia in traccia
dell'armata siciliana, la quale, contuttochè sapesse venire un sì prode
ammiraglio con quarantotto galee, invece di ritirarsi, volle piuttosto
azzardare una battaglia. Fu questa sanguinosa nel dì 14 di giugno,
e, secondo il costume, i più vinsero i meno. Sette sole galee de'
Siciliani scamparono; le altre tutte coll'ammiraglio Doria, Giovanni
di Chiaramonte ed altri nobili, oltre ad una gran ciurma, vennero in
potere di Ruggieri. Passato esso Ruggieri in Sicilia, seguirono varii
altri fatti ora prosperi, ora contrarii. Roberto duca di Calabria
assediò strettamente per mare Messina, di modo che quella città s'era
omai ridotta per la mancanza de' viveri agli estremi. S'aggiunse a
questo malore de' Messinesi l'altro dell'epidemia, che facea molta
strage; eppure quel popolo piuttosto elesse, se occorreva, di perdere
quante vite aveano, che darsi ai Franzesi: tanto era in orrore il loro
nome in quelle contrade. _Don Federigo_, principe d'incredibil coraggio
e senno, non mancò di portar più volte in persona all'afflitta città
soccorso di vettovaglie, e di asportarne i poveri, ridotti in pelle ed
ossa: finchè, entrata l'epidemia anche nell'armata del duca Roberto, si
sciolse l'assedio. Allora fu che la duchessa _Violanta_, moglie d'esso
duca e sorella di don Federigo, cominciò a trattare di tregua; e questa
fu conchiusa per sei mesi, e nel lido di Siracusa si abboccarono il
duca e don Federigo. Poscia Roberto, lasciata la moglie in Catania,
passò a Napoli per ragguagliare il padre dello stato delle cose, e
delle maniere di vincere la Sicilia.

Tutta fu nell'anno presente in festa la Lombardia per le soprammodo
magnifiche nozze di _Beatrice_ Estense, sorella di _Azzo VIII_ marchese
d'Este e signor di Ferrara, Modena e Reggio, e vedova del _conte
Nino_ de' Visconti di Pisa, signore di Gallura, cioè della quarta
parte della Sardegna, con _Galeazzo_ primogenito di _Matteo Visconte_
signor di Milano[657]. Certo è che nella festa di san Giovanni Batista
di giugno dell'anno presente furono esse solennizzate in Modena, con
avere il marchese fatto cavaliere esso Galeazzo Visconte; e però si
riconosce sconvolta di un anno la cronologia di Galvano Fiamma[658] e
degli Annali Milanesi[659], che ciò riferiscono all'anno precedente.
Concordano tutti gli scrittori che straordinaria fu la magnificenza di
tali nozze: sì grandi furono gli apparati, i conviti, le giostre, gli
spettacoli, il concorso degli ambasciatori e della nobiltà di tutte
le città di Lombardia e marca d'Ancona. Nè solo in Modena, ma anche in
Parma, e massimamente in Milano, si replicarono gli addobbi, le feste e
i bagordi con tale suntuosità, che memoria non v'era d'una somigliante
in Italia, e neppur ne' regni vicini. Vennero in questo anno alle
mani in Pavia la fazione di _Filippo conte_ di Langusco, appellato
anche _Filippone_, e quella di Manfredi da Beccheria, e ne seguirono
ammazzamenti, ruberie e prigioni[660]. Restò al di sotto Manfredi, e
gli convenne andarsene ramingo, e il conte rimase signore della città.
Matteo Visconte, volpe vecchia, si mischiò in questa discordia sotto
colore di maneggiar l'accordo, e favorì il conte, al cui figliuolo
ancora promise in moglie una sua figliuola; ma, scopertosi poi che
Matteo sotto mano amoreggiava Pavia, si sciolse fra loro la amicizia,
divenendo nemici giurati da lì innanzi. In quest'anno nel dì 25 di
maggio[661], _Federigo conte_ di Montelfetro, figliuolo del fu _conte
Guido, Uberto dei Malatesti_ e _Uguccione dalla Faggiuola_, allora
podestà di Gubbio, di concordia scacciarono da quella città la parte
guelfa. Avendo questa fatto ricorso a papa _Bonifazio VIII_, venne
tosto ordine al _cardinal Napoleone_ degli Orsini, governatore del
ducato di Spoleti, di assediar Gubbio. Fu eseguito il comandamento, e
nel dì 25 di giugno, coll'aiuto de' Perugini, vi rientrarono i Guelfi,
scacciandone i Ghibellini, e commettendo assaissimi saccheggi ed
uccisioni[662].

Mandò nel mese di ottobre il papa per governatore della Romagna
il _cardinal Matteo_ d'Acquasparta: nel qual tempo Forlì, Faenza,
Cesena ed Imola erano disubbidienti alla Chiesa. Cominciò egli con
buona maniera a pacificar queste città. Ma in questi tempi fece gran
progressi nella Toscana il veleno della discordia. Riferisce Giovanni
Villani all'anno presente il principio delle rivoluzioni di Pistoia:
Tolomeo da Lucca[663] le fa cominciate molto prima. In quella città
si divise in due fazioni la potente famiglia de' Cancellieri, a cagion
di brighe sopravvenute fra loro, e ne seguì un funesto sconvolgimento
de' cittadini per le parzialità, con battaglie ed ammazzamenti. I
Fiorentini, a' quali premeva che quella città stesse ferma nel partito
guelfo, s'interposero allora con forza, e operarono che i principali
tanto della parte Bianca come della Nera fossero mandati ai confini.
I più si ridussero a Firenze, cioè i Neri in casa de' Frescobaldi, i
Bianchi in quella de' Cerchi, tutte e due ricche e possenti famiglie.
Era Firenze in questi tempi in alto stato, morbida per la gran
popolazione, e più per le ricchezze. Descrive il Villani le delizie e
sollazzi[664] che si praticavano allora in quella città; ma giacchè
non aveano ora que' cittadini da spendere i lor pensieri intorno
alla guerra, perchè si trovavano in pace co' vicini, cominciarono a
gareggiare e riottar fra loro a cagione de' Pistoiesi, con prendere
gli uni a favorire i Neri, e gli altri a proteggere i Bianchi. Perciò
quasi tutte le famiglie fiorentine de' grandi s'impegnarono in queste
scomunicate brighe. Capo della setta de' Neri fu Corso de' Donati, e
Vieri de' Cerchi, capo dell'opposto, venendo perciò a dividersi tutta
la città di Firenze. Nè si stette molto a prorompere in contese, zuffe
ed amarezze mortali. Papa Bonifazio, avvertito di questo detestabil
disordine, e pregato di rimedio, spedì colà il suddetto cardinal Matteo
d'Acquasparta, uomo savio, con ordine di riformare la terra. Venne ben
egli, e fece quanto potè; ma ritrovò tali durezze nelle teste ambiziose
della parte Bianca, padrona allora del governo, che gli convenne
tornarsene a Roma, con lasciar la città peggio che prima sconvolta:
incendio che divampò dipoi in aperte sedizioni e scandali più gravi.

NOTE:

[652] Raynald., in Annal. Ecclesiast.

[653] Giovanni Villani, lib. 38, cap. 6.

[654] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.

[655] Nicolaus Specialis, lib. 5, cap. 13, tom. 10 Rer. Ital.

[656] Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital. Chron.
Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.

[657] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer.
Ital. Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

[658] Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 338.

[659] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[660] Corio, Istor. di Milano.

[661] Chron. Caesenat., tom. 14 Rer. Ital.

[662] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 43.

[663] Ptolom. Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Italic.



    Anno di CRISTO MCCCI. Indizione XIV.

    BONIFAZIO VIII papa 8,
    ALBERTO Austriaco re de' Romani 4.


Grandi erano in questi tempi le applicazioni di _papa Bonifazio_ per
dar legge a tutti i principi della cristianità[665]. Voleva regolare
a talento suo la succession del regno d'Ungheria; era dietro a
detronizzare _Alberto Austriaco_ re de' Romani, trattandolo come reo di
lesa maestà; ma egli si seppe ben difendere, ed atterrò chi era mosso
dal papa contra di lui. Avea anche liti esso pontefice con _Filippo
il Bello_ re di Francia, il quale, senza riguardo alcuno, opprimea
le chiese e gli ecclesiastici del suo regno. Meditava inoltre esso
pontefice la conquista dell'imperio greco. Ma, per tralasciar altre
sue idee, il principal suo pensiero era quello di levar la Sicilia
a _don Federigo_. A questo fine tornò a sollecitare _Giacomo re_
d'Aragona ed altri principi e le città d'Italia, concedendo liberamente
le decime degli ecclesiastici da impiegarsi in questa santa impresa.
Soprattutto immaginò egli di poter fare un bel colpo con far venire
in Italia _Carlo di Valois_, fratello del re di Francia, il quale
non so perchè venga chiamato da varii scrittori _Carlo senza terra_,
quando egli era conte d'Angiò, ed è anche chiamato _Guercio_ nella
Cronica di Cesena[666]. Gli diede Bonifazio speranza di crearlo re
de' Romani dopo la deposizione dell'odiato re Alberto, e di mandarlo
a prendere il possesso dello impero greco, giacchè egli, con avere
sposata _Caterina di Courtenai_, nipote di _Baldovino imperadore_,
ma solamente di titolo, di Costantinopoli, nudriva delle magre
pretensioni su quelle contrade. Il disegno primario nondimeno del papa
era di spignere questo principe contra della Sicilia, giacchè il _re
Carlo II_ gli parea un dappoco, e non atto a ricuperar quel regno.
Calò dunque in Italia Carlo di Valois, accompagnato da un corpo di
soldatesche franzesi, per effettuare i grandiosi disegni del papa, e
per essere il suo braccio destro, massimamente in Italia. Grande onore
e bei regali gli fece il _marchese Azzo d'Este_ nel suo passaggio per
Modena[667], e gli prestò assai danaro. Ito ad Anagni a baciar i piedi
al papa, fu da lui creato conte di Romagna, capitano del Patrimonio e
signore della marca d'Ancona[668]. La prima incumbenza che gli diede
il papa, fu quella di passare a Firenze col titolo di paciere, per
dar sesto a quella disunita e fluttuante città. Il servì di proposito
questo principe[669]. Entrò egli in Firenze nella festa d'Ognissanti,
ricevuto con grande onore, ma non senza grave sospetto della parte
Bianca. Dimandò e volle la signoria e guardia della città, giurando
di mantenerla in pacifico e buono stato. Ma nulla attenne di quanto
avea promesso. Lasciò entrare in città Corso Donati con tutti gli
sbanditi, con gran copia di ribaldi, che fecero per cinque dì ruberie
immense ed incendii nella città e nel contado. Poscia atterrò la parte
Bianca dominante, e diede il governo alla Nera. Venne appresso nel
novembre stesso a Firenze il cardinal _Matteo d'Acquasparta_ legato
del papa, per rimediare a tanta confusione, e fece far molte paci; ma
volendo ancora accomunar gli uffizii colla parte Bianca, i Neri, che
erano saliti in alto, e sostenuti da esso principe Carlo, non vollero
udirne parola; di modo che il legato con isdegno si partì, lasciando
la città interdetta e in istato assai compassionevole. Questo fu il
primo bel servigio prestato da Carlo di Valois alle intenzioni, che
parvero buone, di papa Bonifazio, ma non parvero così a Giovanni
Villani[670], il quale attribuisce tutti questi mali allo sdegno di
lui contra de' Cerchi e della parte Bianca. E Ferreto Vicentino[671]
ci vorrebbe far credere che il papa fosse dietro ad insignorirsi
della Toscana. Nel maggio di quest'anno la parte bianca di Pistoia
coll'aiuto de' Bianchi, allora dominanti in Firenze, cacciò fuori
della città i Neri, e disfece barbaramente tutte le lor case, palagi
e possessioni. Tutta questa tragedia è diffusamente descritta da Dino
Compagni, autor contemporaneo, nella sua Cronica. Passarono i Neri la
maggior parte a Lucca, e servirono di un gran rinforzo alla parte nera,
cioè guelfa di quella città; la quale, venuta all'armi, ne cacciò la
parte ghibellina, cioè gl'Interminelli e i loro seguaci, e vi arsero
più di cento case[672]. Così le maledette sette si andavano dilatando
per tutta la Toscana. Risvegliossi di nuovo in Bergamo la gara delle
fazioni di quella città, cioè tra i Coleoni, Soardi, Bongi e Rivoli,
e si venne fra loro alle mani. Spedirono i Coleoni e Soardi a Milano
con istanza, perchè _Matteo Visconte_ corresse colà, promettendogli
il dominio di quella città. Non si fece egli pregare. L'arrivo suo con
gente armata mise in fuga i Bongi e i loro aderenti, ed allora fu data
ad esso Visconte la signoria di Bergamo. Ci fa sapere la Cronica di
Parma[673] che quella città fu presa da Galeazzo, figliuolo di Matteo
colla forza, e che le case dei Bongi e Rivoli e de' lor partigiani,
dopo il sacco, furono date alle fiamme. Nel mese di marzo di quest'anno
_Giovanni marchese di Monferrato_ cogli Avvocati, famiglia potente di
Vercelli[674], cacciò fuori di quella città la parte de' Tizzoni, i
quali si rifugiarono in Milano, giacchè durava la guerra fra Matteo
Visconte e il suddetto marchese, collegato con _Filippo conte_ di
Langusco signor di Pavia, e coi Novaresi e Vercellini. In quest'anno
i Bolognesi, per tema del marchese Azzo d'Este, che facea grande
armamento[675], stabilirono lega coi comuni d'Imola, Faenza, Forlì e
Pistoia, e coi Bianchi fuorusciti di Firenze. Costituirono loro capitan
generale Salinguerra, siccome gran nemico della casa d'Este. Scrivono
gli storici napoletani[676] che in questo anno venne a morte _Carlo
Martello_, primogenito di _Carlo II_ re di Napoli, già dichiarato
re d'Ungheria, con dire eziandio ch'egli era andato in quel regno,
vivente ancora il re Andrea. Egli lasciò dopo di sè un figliuolo,
dicono appellato Cariberto, quasi Carlo Roberto, ma chiamato Carlo
Uberto da Ferreto Vicentino, il qual poi fu solamente appellato Carlo,
ed entrò finalmente in possesso del regno d'Ungheria, con propagar la
linea di quei re della casa reale di Francia. Il Rinaldi, all'incontro,
insegna[677] che questo principe mancò di vita nell'anno 1295. Il
Bonfini[678] lascia imbrogliato questo punto. Per me credo che deggia
prevalere la sentenza di Rinaldi, e che gli scrittori moderni abbiano
preso equivoco nel nome di Carlo, comune al Martello padre e al
figliuolo. L'autore anonimo, ma contemporaneo, della Cronica di Parma
chiaramente scrive al suddetto anno 1295[679]: _Eodem anno dominus
Carolus rex Hungariae, et uxor ejus in civitate Neapoli obierunt, et
dictum fuit, quod erant tossicati_. Il sospetto di questo veleno andò
addosso a Roberto duca di Calabria, secondogenito del re Carlo II
e suo fratello, per isregolata voglia di succeder egli al padre nel
regno di Napoli. Essendo morto Andrea re d'Ungheria senza figliuoli,
nacque nell'anno presente controversia per la succession di quel regno.
_Vincislao re_ di Boemia fece coronare re d'Ungheria Vincislao suo
figliuolo; ma un'altra parte de' principi tenne per _Carlo_, figliuolo
del re Carlo Martello. _Regem Carolum filium Caroli Martelli nati
de Ungara, similiter coronari procuravit_: sono parole di Tolomeo da
Lucca[680], scrittor di questi tempi. Ed appunto questo Carlo, e non
già suo padre Carlo Martello, quegli fu che, assistito dal papa e
dai Cumani e Tartari, arrivò ad essere re d'Ungheria. Mandò nell'anno
presente Carlo di Valois per suo vicario nella Romagna _Jacopo Pagano_
vescovo di Rieti[681], il qual poscia per li suoi cattivi portamenti
fu privato del vescovato da papa Bonifazio, e da lì a non molto
vergognosamente terminò i suoi giorni nella corte di Roma. Anche
_Alberto dalla Scala_ signor di Verona mancò di vita in quest'anno,
e succedette a lui nel dominio di quella città _Bartolommeo_ suo
primogenito[682] che per due anni e mezzo in molta grazia di quel
popolo tenne il governo.

NOTE:

[664] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 38.

[665] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[666] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[667] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[668] Ptolom. Lucens., Annal. brev. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[669] Dino Compagni, lib. 2, tom. eod.

[670] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 48.

[671] Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.

[672] Ptolom. Lucens., Annal. brev.

[673] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[674] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.

[675] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[676] Costan. Summonte, et alii.

[677] Raynaldus, Annal. Eccles., ad annum 1295.

[678] Bonfin., de Reb. Hungaric.

[679] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[680] Ptolom. Lucens., Annal. Brev.



    Anno di CRISTO MCCCII. Indizione XV.

    BONIFAZIO VIII papa 9.
    ALBERTO Austriaco re de' Romani 5.


L'anno fu questo in cui _papa Bonifazio_ e _Carlo II re_ di Napoli si
credettero di dar l'ultimo crollo alla Sicilia, sì per la potentissima
flotta preparata contro quell'isola, come ancora perchè dovea avere
il comando di sì bell'armata _Carlo di Valois_, principe già rinomato
pel suo valore e per le vittorie di Fiandra. A questo effetto nel
mese d'aprile esso Carlo, partitosi da Firenze, accompagnato da mille
maledizioni, passò alla corte di Roma, e di là a Napoli, dove trovò
preparato quell'armamento, ascendente, secondo il Villani[683],
a più di cento tra galee, uscieri e legni grossi, senza contare i
sottili[684]. Imbarcatosi con _Roberto duca_ di Calabria e Raimondo
Berengario di lui fratello, andò a sbarcare in Sicilia, dove ebbe tosto
a tradimento Termoli e pochi altri luoghi da nulla. Mise poi l'assedio
alla terra di Sacca; e intanto _don Federigo_, non avendo forze da
poter contrastare in campagna aperta, or qua or là scorrendo, andava
pizzicando l'armata nimica, e impedendo ad essa il trasporto delle
vettovaglie. E ben gli giovò l'usar questa spezie di guerra, perchè la
mancanza dei viveri, a cui si aggiunse l'epidemia entrata nei cavalli,
e molto più nei soldati, crebbe a segno, che Carlo di Valois, per
cavarsi con onore da sì sfortunata impresa, cominciò a trattar di pace
con assenso del duca di Calabria. Si abboccarono questi tre principi,
e fu concordato che don Federigo prendesse in moglie _Leonora_
terzogenita del re Carlo II, con ritenere sua vita natural durante
il regno di Sicilia, a condizione che dopo la sua morte esso regno
decadesse al re Carlo e ai suoi discendenti; e che si restituissero i
prigioni e tutti i luoghi di Sicilia tolti a don Federigo; il quale,
in ricompensa, cedesse al re Carlo tutte le conquiste già fatte nella
Calabria. Altre condizioni di tal accordo si possono vedere presso
il Villani e nella Cronica di Niccolò Speciale. Con questa pace ebbe
per ora fine la gran contesa della Sicilia, e si prestò un delizioso
pascolo ai cacciatori delle novelle e ai varii giudizii degli oziosi
politici. Chi volea male a Carlo di Valois, non mancò di chiamarlo
traditore, quasichè, per essere nato da una Aragonese, potesse, ma non
volesse, prendere la Sicilia, per compassione allo stretto suo parente
don Federigo. E corse per Italia questo satirico motto[685]: _Che Carlo
era venuto a Firenze per mettervi pace, e lasciolla in guerra; e andato
in Sicilia per farvi guerra, ne era ritornato con una vergognosa pace_.
Furono messi in libertà i prigioni, fra' quali _Filippo principe_ di
Taranto, fratello del re Roberto. Si mandò anche la capitolazione al
pontefice, affinchè la confermasse; ma egli vi trovò delle difficoltà.
Infine perchè cominciava a divampare la di lui rottura con _Filippo il
Bello re_ di Francia, per aver dalla sua don Federigo, vi acconsentì
nell'anno seguente, obbligandolo a pagare ogni anno di censo alla
Chiesa romana tremila oncie d'oro, ossia quindici mila fiorini d'oro,
con altri patti. Ed esso Federigo, di consentimento poi del re Carlo,
cominciò ad usare il titolo di re della Trinacria, e non già di
Sicilia. Celebrò ancora don Federigo, sì gloriosamente uscito di questa
guerra, le sue nozze colla suddetta Leonora figliuola del re Carlo II.

In quanto alle liti già insorte fra papa Bonifazio e Filippo il Bello
re di Francia, brevemente dirò esser elle nate dal volere il re fare
il padron delle chiese, e prendere le rendite de' beni ecclesiastici
dopo la morte de' prelati (del che si è disputato anche ai dì nostri),
e dall'avere imprigionato il vescovo di Pamiers, e impedito ad altri
vescovi di venire a Roma. Papa Bonifazio VIII, che era alto alla
mano, e disgustato ancora, perchè il re facea carezze a Stefano dalla
Colonna rifugiato in Francia, gli scrisse lettere minacciose, per le
quali si attribuiva autorità anche sul temporale dei re, e facoltà di
deporli. Filippo il Bello, che in alterigia non la cedeva a chi che
sia, nè guardava misura ne' suoi trasporti, si irritò forte contra di
papa Bonifazio, e giunse tanto innanzi lo sfrenato impegno, che il
papa, benchè non con espresse parole, lo scomunicò; e all'incontro
esso re dichiarò pubblicamente di non più riconoscere Bonifazio per
papa, ma bensì di tenerlo per un simoniaco ed eretico manifesto ed
incorreggibile, appellando perciò al concilio generale. Carlo di
Valois, che parea dianzi il Beniamino del papa, o perchè divenuto a
lui sospetto tanto per questa diabolica lite, quanto per l'operato
in Sicilia, oppure perchè facesse sperare di far cessare il temporal
mosso dal re suo fratello: corse in Francia, ma fu dipoi in suo favore
contra del pontefice. Se crediamo a Ferreto Vicentino[686], questo,
principe nel suo passaggio per Roma fu sì aspramente rampognato dal
papa, che poco mancò che non mettesse mano alla spada per ucciderlo.
Venne in questa maniera il tempo che papa Bonifazio, per procacciar chi
l'aiutasse contro la prepotenza del re di Francia, cominciò a mirar
di buon occhio _Alberto Austriaco_ re de' Romani, e a trovar buona
l'elezion sua, con intavolar seco amicizia e lega, siccome vedremo
all'anno seguente.

In questo succedette la stravagante caduta di _Matteo Visconte_ da un
alto in un miserabile stato[687]. Signoreggiava egli in Milano, Bergamo
ed altri luoghi; non gli mancavano collegati ed amici, e massimamente
erano per lui i Parmigiani ed _Azzo marchese d'Este_, signor di
Ferrara, Modena, Reggio, Rovigo, ec., la cui sorella era divenuta
sua nuora. Ma appunto questa alleanza gli tirò addosso l'invidia e
malevolenza de' vicini, perchè s'andava dicendo che, unita insieme
la potenza del Visconte con quella dello Estense, facile loro era il
conquistar tutta la Lombardia. Sopra gli altri avea conceputo odio
contra di lui _Alberto Scotto_[688], perchè, avendo esso marchese Azzo
destinata a lui in moglie Beatrice sua sorella, Matteo se la procacciò
per Galeazzo suo figliuolo. Perciò segretamente congiurarono alla
di lui rovina _Filippo conte_ di Langusco signor di Pavia, _Antonio
da Fisiraga_ signor di Lodi, gli Avvocati di Vercelli, i Brusati di
Novara, il marchese di Monferrato, gli Alessandrini, i fuorusciti di
Bergamo, i Cremaschi, i Cremonesi, ed altri popoli della Lombardia.
Manipolatore di questa lega era il suddetto Alberto Scotto, signore
di Piacenza, cabalista di prima riga, che nello stesso tempo facea
l'amico intrinseco di Matteo Visconte. Ebbero la loro zampa in
questi trattati anche Mosca, Guido ed altri Torriani, che dal Friuli
volarono a Lodi per fare la lor parte nella tragedia. Il peggio fu
che la nobiltà di Milano, e lo stesso Pietro zio ed altri parenti del
Visconte, occultamente rivoltatisi contra di lui entrarono in questa
forte lega[689]. Ora nel mese di giugno si diede fuoco alla macchina.
Alberto Scotto co' Piacentini, Torriani e gli altri collegati, uscito
in campagna alla testa di un formidabile esercito, andò a postarsi
nella terra di San Martino del contado di Lodi. Venne loro incontro
Matteo Visconte con quelle forze che potè raunare; ma, mentre egli era
al campo, scoppiò in Milano una sedizion popolare, per cui Galeazzo
suo figliuolo, che coi Parmigiani v'era in guardia, ne fu scacciato
fuori. Inoltre _Corrado Rusca_ signor di Como, e genero d'esso Matteo,
nell'aiuto del quale egli confidava non poco, si unì cogli altri
a' suoi danni. Però, scorgendo egli la volubilità della fortuna, e
l'impotenza di resistere a tanti nemici, andò nel dì 13 di giugno,
oppure nel dì seguente a mettersi in mano del fraudolento Alberto
Scotto, capo della lega, che mostrò di voler essere mediatore di
pace, e cedettegli il bastone della signoria di Milano, con che gli
fosse conservato il godimento de' suoi beni: il che fu promesso. Ma
si trovò egli ben tosto deluso; e condotto come prigione a Piacenza,
non fu rilasciato, finchè non ebbe consegnato il forte castello di San
Colombano, che fu immediatamente distrutto. Venne Matteo a Borgo San
Donnino; poscia dopo varii tentativi inutili, per sostener la sfasciata
sua fortuna, de' quali parleremo, andò a cercarsi un ritiro, dove ebbe
quanto agio volle per ben ravvisare quanto grande sia l'incostanza e
caducità delle cose umane. _Galeazzo_ suo figliuolo fuggito a Bergamo,
dove non potè sussistere, sen venne a Ferrara con _Beatrice Estense_
sua moglie, che quivi gli partorì un figliuolo, a cui fu posto il
nome del marchese Azzo suo zio, e che vedremo ai suoi tempi uno de'
più gloriosi principi della casa Visconte, Entrarono in questo mentre
i Torriani in Milano, e, ricuperati gli antichi lor beni, si diedero
anche a far maneggi per ritornare in signoria coll'appoggio del popolo,
e scacciarono dalla città Pietro Visconte con altri nobili, che dianzi
furono contrarii anche a Matteo Visconte, perchè voleano repubblica e
non signori. Alberto Scotto, gran faccendiere, nel mese di luglio tenne
un parlamento in Piacenza, dove si trovarono i Milanesi coi Torriani,
Pavesi, Bergamaschi, Lodigiani, Astigiani, Novaresi, Vercellesi,
Cremaschi, Comaschi, Cremonesi, Alessandrini e Bolognesi. E fatta una
lega, fu data autorità ad esso Alberto di ridurre per amore o per forza
nelle lor città tutti i fuorusciti guelfi. Restò ancora conchiuso di
obbligar Azzo marchese d'Este a mettere in libertà Modena e Reggio, e
di tirar nella lega i Parmigiani, acciocchè questi dessero principio
alla guerra contra d'esso marchese; e cominciarono a riedificare e
fortificare il castello di Borgo San Donnino, e a far gran levata di
gente. Cagion furono le disgrazie de' Visconti che anche in Bergamo
si levò il popolo a rumore, ed aprì le porte ai fuorusciti, con
iscacciarne poi chi favoriva i medesimi Visconti. Così venne quella
città alla ubbidienza d'Alberto Scotto, ed altrettanto fece ancor
quella di Tortona. Perchè si erano ridotti in Pistoia molti degli
usciti di Firenze e di Lucca, e in quella città signoreggiava la parte
Bianca, cioè la ghibellina[690], i Fiorentini e Lucchesi con possente
esercito si portarono allo assedio di quella città, guastando tutto il
paese all'intorno. Tale nondimeno fu la difesa, che, conosciuto vano
il lor disegno, stimarono meglio di ritirarsi, e di strignere il forte
castello di Serravalle. Vi stettero sotto i Lucchesi gran tempo, tanto
che nel dì 6 di settembre, per mancanza di vettovaglia, si arrenderono
i Pistoiesi che vi erano dentro in numero di circa mille, e tutti
furono condotti prigioni a Lucca. Presero inoltre essi Lucchesi il
castello di Larciano, e misero in rotta i Pistoiesi che venivano per
dargli soccorso. In quest'anno a dì 22 di ottobre _Federigo_ conte di
Montefeltro, _Uguccion della Faggiuola_ cogli Aretini, e _Bernardino
da Polenta coi Ravegnani_[691] fecero oste sopra Cesena, assediarono
quella città, saccheggiarono tutto il suo distretto; non vi fu castello
che loro non si rendesse, a riserva di Riversano e Firmignano. Immenso
fu il danno di quella città, e fu incolpato di tutto Mazzolino de'
Mazzolini da Brescia lor podestà. Era in questi tempi governatore della
Romagna _Rinaldo vescovo_ di Vicenza. Mentre egli dimorava in Forlì,
gli Ordelaffi, cioè i più potenti di quella città, un dì levarono
rumore contra di lui, e il ferirono a morte. Ed ecco quante scene
di furori e di pazzia si mirassero in questi tempi per buona parte
d'Italia.

NOTE:

[681] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[682] Continuator Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital. Chron. Patavin.,
tom. eod.

[683] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 49.

[684] Nicol. Special., lib. 6, cap. 7, tom. 10 Rer. Ital.

[685] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 49.

[686] Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.

[687] Gualv. Flamma, cap. 341. Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.
Corio, Istoria di Milano.

[688] Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.

[689] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[690] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 51. Ptolom. Lucens., Annal. brev.



    Anno di CRISTO MCCCIII. Indizione I.

    BENEDETTO XI papa 1.
    ALBERTO Austriaco re de' Romani 6.


Sempre più s'andava inasprendo la nemicizia fra _papa Bonifazio
VIII_ e _Filippo il Bello_ re di Francia, principe che quantunque Dio
l'avesse flagellato in questi tempi con delle vergognose rotte date
alle armate sue dai Fiamminghi, pure più fiero diveniva ed altero.
Si fortificò il pontefice in Germania contra gli attentati di questo
re, con tirar dalla sua _Alberto re de' Romani_, e riconoscer ora per
bella e buona la di lui elezione. Gli atti di questa riconciliazione, e
della confermazione a lui data dal papa, son riferiti dal Rinaldi[692].
E tutto fatto per muovere l'armi di esso Alberto contra del re di
Francia. Servì questo per maggiormente accendere lo sdegno del re
Filippo, il quale, per far dispetto al papa, e non già perchè sia
credibile ch'egli ciò credesse daddovero, pubblicò ventinove capi
d'accusa contra di lui, la maggior parte calunnie patenti, e prive
d'ogni colore di verisimiglianza, non che di verità. Cioè ch'egli
non credea l'immortalità dell'anima, la real presenza del Signore
nell'ostia consecrata, la fornicazione peccato; ch'egli era stregone,
simoniaco, eretico, con altre simili nefande imputazioni, rimettendosi
a provar tutto nel concilio generale, a cui egli appellava. Commosso
da sì orrendo procedere papa Bonifazio, fulminò contra di Filippo le
censure, dichiarò nulli tutti i suoi atti fatti e da farsi, assolvè i
sudditi dal giuramento di fedeltà, con pretendere ancora dipendente nel
temporale il regno di Francia dall'autorità e superiorità dei romani
pontefici. Intanto il re Filippo, spirando solamente vendetta, spedì
segretamente in Italia nel mese di marzo di questo anno Guglielmo
da Nogareto suo emissario, uomo di sottilissimo ingegno e di forte
stomaco, con un Fiorentino appellato messer Musciatto de' Franzesi, e
con buone lettere di cambio. Fermatosi costui ad un castello d'esso
Musciatto, si diede a far gente, e a spendere largamente danari e
promesse, con inviar messi e lettere per corrompere i nobili della
Campania romana e i cittadini d'Anagni. Allorchè fu all'ordine tutto il
trattato, di cui non traspirò mai agli orecchi del papa alcun menomo
avviso, trovandosi il medesimo pontefice senza sospetto in essa città
d'Anagni co' suoi cardinali e con tutta la sua corte, una mattina per
tempo nel dì 7 di settembre all'improvviso entrarono in quella città
Guglielmo di Nogareto, Sciarra dalla Colonna, i nobili da Ceccano e
da Supino, ed altri baroni, con trecento cavalieri e molta fanteria,
e colle insegne del re di Francia, cominciando a gridare: _Viva il re
di Francia. Muoia papa Bonifazio_. Anche il popolo d'Anagni, ingrato
a tanti benefizii ricevuti dal papa, si unì con loro, e fu anche detto
che alcuni dei cardinali fossero mischiati nel medesimo trattato, e fra
gli altri il _cardinal Napoleone degli Orsini_[693]. Certo è ch'essi
cardinali se ne fuggirono, o si nascosero tutti, lasciando il papa
assediato nel suo palazzo. Fece la famiglia sua quella resistenza che
potè; ma infine il palazzo fu preso. Allora il papa, tenendosi per
morto, volle almen prepararvisi con magnanimità, e, fattosi abbigliare
cogli abiti pontificii, colla sacra tiara in capo e colla croce in
mano, assiso in una sedia stette aspettando i nemici. Dicono che
Guglielmo da Nogareto gli dicesse d'essere venuto non per torgli la
vita, ma per condurlo a Lione, dove si terrebbe un concilio generale,
e che egli risponderebbe alle accuse pubblicate contra di lui. Certo
è che Sciarra dalla Colonna il caricò di villanie e d'obbrobrii, ed
anche volle obbligarlo a rinunziare il papato; ma il trovò fermo in
voler piuttosto morire che cedere. In così misero stato fu ritenuto
per tre dì sotto buona guardia il pontefice, senza che volesse indursi
a prendere cibo: tale e tanto era il suo sdegno mischiato col timore e
colla sua confusione. Fors'anche dovea temer di veleno. Intanto fu dato
il sacco al palazzo e agl'immensi tesori ed arredi del papa. Dopo i
tre giorni il _cardinal Luca del Fiesco_, commiserando le disavventure
e la prigionia del pontefice, tanto s'ingegnò, che mosse a rumore il
popolo di Anagni, il quale cominciò con alte voci a gridare: _Viva il
papa, e muoiano i traditori_. Allora fu che Sciarra, andato al papa
gli parlò con riverenti e dolci parole, esibendogli la libertà, se pur
voleva concedergli l'assoluzion dei misfatti, con altre richieste che
non si sanno. Tutto gli accordò Bonifazio; e però, usciti della città
quei masnadieri, restò libero. Non si è mai potuto intendere perchè
costoro tenessero per tanto tempo in quell'agonia il misero pontefice.
Se pensavano di condurlo vivo e sano a Lione, non dovevano tardar tanto
a metterlo in viaggio, e poteano a man salva farlo sulle prime. Nè
si capisce perchè papa Bonifazio, personaggio sì accorto, se voleano
promesse, ed anche rinunzie, a tutto non condiscendesse; giacchè non
sarebbe egli stato tenuto ad obbligazioni contratte con tanta e così
empia violenza.

Comunque sia, Dio non permise che costoro facessero di peggio; e
Bonifazio, rimesso in libertà, si affrettò per ritornarsene a Roma,
dove giunse, incontrato con indicibil concorso e plauso del popolo
romano[694]. Ma che? Sopravvisse ben egli parecchi giorni ancora,
ma colla mente sconvolta, parendogli sempre di aver presenti uomini
armati che gli volessero levar la vita, e agitato dai fantasmi degli
obbrobrii ed oltraggi patiti, tanto più sensibili a lui, quanto
che, per confessione di tutti, fu il più superbo uomo del mondo, e
maggiormente per l'esecrabile affronto in lui fatto al tanto venerabil
carattere di vicario di Cristo, e di capo visibile della Chiesa
militante. Meditava egli bensì delle strepitose vendette e un concilio
generale, per quivi esporre l'ingiuria ridondante sulla Chiesa tutta;
ma, non reggendo allo sdegno ed al dolore, per cui s'infermò, fuori
di sè spirò l'anima nel dì 11 d'ottobre dell'anno presente. Racconta
qui Ferreto Vicentino[695], autore vivuto in questi tempi, delle
particolarità taciute dagli altri, le quali non mantengo per vere,
ma che tuttavia non han ciera di favole, e forse furono soppresse da
altri per non dispiacere a chi tradì lo stesso pontefice. Narra egli
adunque che uscirono ad incontrare il papa con una frotta d'armati
due dei cardinali Orsini, _Matteo Rosso_ e _Jacopo_, e il condussero
a dirittura al palazzo del Vaticano. A me è noto che allora nella casa
degli Orsini fiorivano due cardinali. Napoleone e Matteo Rosso. Nulla
so di un Jacopo. Il Ciacconio v'aggiugne il terzo, cioè _Francesco_
cardinale Orsino, creato da papa Bonifazio. E Dino Compagni[696]
anch'egli il chiama degli Orsini. Probabilmente parla Ferreto del
cardinal _Jacopo Gaetano_ de' Stefaneschi, nipote degli Orsini, che
ci diede la Vita di san Celestino V. Ora il papa, che s'era mezzo
accorto dell'avere il suddetto cardinal Napoleone, e, per attestato
del suddetto Dino Compagni, anche il cardinal Francesco avuta mano
nella trama suddetta, con volto torvo cominciò a guatar gli Orsini.
Perciò questi, guadagnate le guardie pontificie, cominciarono a tenerlo
stretto: laonde Bonifazio determinò di levarsi dal Vaticano, per
passare al palazzo del Laterano, credendosi in questa maniera sottrarsi
alla potenza e alle frodi degli Orsini. Ciò risaputo, Matteo cardinale
con altri suoi partigiani fu a pregarlo di non muoversi, col pretesto
di nuovi pericoli dalla parte del re di Francia; e trovatolo fermo
nel suo proposito, gl'intonò a visiera calata che non ne partirebbe, e
che essi non voleano vedere de' nuovi scandali. Allora il papa diede
in escandescenze; e tentando pure di voler eseguire il suo disegno,
fu con buona copia di guardie rinserrato nella sua camera, facendosi
intanto correre voce, come è credibile, che ciò si facea perchè il
papa era fuor di cervello per la passata orrenda burrasca. Infine,
chiedendo egli, se era prigione, gli fu risposto di sì; e che, se
avea fatto finora a modo suo, da lì innanzi vivrebbe a modo altrui. A
queste intimazioni si accorò l'infelice pontefice, diede nelle smanie,
non volle più cibarsi, non potè più prendere sonno, ma furioso diede
poi termine alla sua vita una notte, senza che se ne accorgessero i
cortigiani suoi. Anche la Cronica di Parma[697] attesta questa nuova
prigionia del pontefice. Ma forse procedette ciò dalla prudenza di
quei cardinali in vedere il misero pontefice fuor di senno e nelle
furie; laonde fu creduto necessario il tenerlo stretto, perchè non ne
seguissero altre scandalose novità. E tal fu il fine di papa Bonifazio
VIII, personaggio che nella grandezza dell'animo, nella magnificenza,
nella facondia ed accortezza, e nel promuovere gli uomini degni alle
cariche, e nella perizia delle leggi e dei canoni ebbe pochi pari; ma
perchè mancante di quell'umiltà che sta bene a tutti, e massimamente a
chi esercita le veci di Cristo, maestro d'ogni virtù, e soprattutto di
questa; e perchè pieno d'albagia e di fasto, fu amato da pochi, odiato
da moltissimi, e temuto da tutti. Non lasciò indietro diligenza alcuna
per ingrandire ed arricchire i suoi parenti, per accumular tesori,
ed anche per vie poco lodevoli. Fu uomo pieno d'idee mondane, nemico
implacabile de' Ghibellini, e li perseguitò per quanto potè; ed essi,
in ricompensa, ne dissero quanto male mai seppero, e il cacciarono ne'
più profondi buroni dell'inferno, come si vede nel poema di Dante[698].
Benvenuto da Imola parte il lodò[699], parte il biasimò, conchiudendo
in fine ch'egli era _un magnanimo peccatore_; e divolgarono, aver _papa
Celestino V_ detto che egli entrerebbe nel pontificato qual volpe,
regnerebbe come lione, morrebbe come cane. Verisimilmente quel santo
uomo non proferì mai queste parole. Piuttosto le inventarono i suoi
malevoli, autorizzandole poi col metterle in bocca di un santo. Il
frutto di chi non sa farsi amare è quello di farsi almeno lacerare,
se non succede di peggio. Radunatisi alcuni giorni dopo la morte e
sepoltura di papa Bonifazio i cardinali nel conclave, diedero da lì
a poco, cioè nel dì 22 d'ottobre, per successore ad un papa mondano,
turbolento e iracondo, un papa santo e pacifico[700]; cioè _Niccolò
dell'ordine de' Predicatori_, cardinale e vescovo di Ostia, bassamente
nato nel territorio di Trivigi, ma per le insigni sue virtù alzato ai
primi onori, e dignissimo di sedere nella cattedra di san Pietro. Prese
egli il nome di _Benedetto XI_, e fu coronato nella festa d'Ognissanti.
Si trovò a quella funzione _Carlo II_ re di Napoli con _Roberto duca_
di Calabria e _Filippo principe_ di Taranto suoi figliuoli, essendovi
egli accorso con molte milizie per assicurare la quiete di Roma. Fu
detto che papa Bonifazio, perchè questo re gli avea negato l'aiuto
dell'armi contra del re di Francia, se fosse vivuto, gli avrebbe fatto
gran male; e che già se la intendeva per questo con _don Federigo_ re
di Sicilia: dal che nondimeno esso don Federigo si mostrò alieno, e
venne solamente con delle navi ad Ostia per dar soccorso al pontefice
nelle ultime sue sciagure.

Tentò in quest'anno _Matteo Visconte_ di ritornar in Milano, e fece
de' negoziati con _Alberto Scotto_ signore di Piacenza[701], quel
medesimo che l'avea poco anzi tradito. Era lo Scotto uomo volubile,
e forse mal soddisfatto de' Torriani, laonde infatti s'accordò col
Visconte. Ritiratosi dunque dalla lega suddetta, uscì in campagna nel
mese d'ottobre, menando un grosso esercito unito cogli Alessandrini
e Tortonesi, affine di ricondurre Matteo col figliuolo Galeazzo
in Milano. Fu secondato ancora dai Parmigiani, i quali inviarono
gente a far le guardie a Piacenza. Dal canto loro si mossero ancora
i Veronesi e Mantovani in favore del Visconte. Ma i Torriani coi
Milanesi, Bergamaschi, Cremonesi, Lodigiani, Comaschi, Cremaschi,
Pavesi, Vercellini e Novaresi, potentemente anche essi fecero
oste per impedire i tentativi de' nemici[702]; e venne in persona
_Giovanni marchese_ di Monferrato a Milano, siccome antico nemico de'
Visconti, per contrastar loro ogni avanzamento. Per così gagliarda
opposizione nulla potè fare Alberto Scotto; e Matteo Visconte, che si
era impadronito di Bellinzona, Lugano, Varese e del Borgo di Vico, e
teneva come assediata la città di Como, al vedere che si facea un gran
preparamento di armi per isnidarlo da que' paesi, si ritirò anch'egli,
e venne ad assicurarsi in Piacenza. Negli anni addietro la città di
Brescia[703] si trovava in somma disunione per varie fazioni interne
e per li Ghibellini fuorusciti. Nel marzo dell'anno 1298 presero
que' cittadini il salutevol consiglio di riunirsi, e di richiamare
in città i nobili sbanditi. Il che fatto, per ischivar le preminenze
e gare nel governo, costituirono per loro governatore _Bernardo
de' Maggi_ vescovo della città per cinque anni avvenire. Terminava
in questo anno la giurisdizione sua; ma avendo egli assaggiato il
dolce del comando, e volendo continuar nella signoria, perchè se gli
opponeva Tebaldo de' Brusati, uno de' più potenti nobili, guelfo di
professione, coll'adoperar la forza, il cacciò in esilio con altre
nobili famiglie, e massimamente i Griffi, Gonfalonieri ed Ugoni.
Questo Tebaldo fu poi nell'anno seguente mandato[704] per conte ossia
governator della Romagna da _papa Benedetto XI_. Anche in Parma[705]
fu proposto di rimettere in città tutti gli usciti, cioè la parte del
vescovo. _Ghiberto da Correggio_ quegli era che più degli altri si
sbracciava per questa pace. Non mancavano contradditori, e si fu alla
vigilia d'una battaglia fra loro; ma, per cura di _Cavalcabò marchese_
di Viadana e d'altri Cremonesi, cessò l'animosità e il rumore, e
finalmente, accettata la concordia, nella festa di san Jacopo di
luglio rientrarono in Parma tutti gli usciti con ghirlande in capo, e
non ne seguì contrasto alcuno. Si venne allora a conoscere il perchè
Giberto da Correggio si fosse cotanto scaldalo per questa concordia.
Dopo la nona del giorno stesso i medesimi usciti già guadagnati,
unitisi cogli amici e fautori d'esso Giberto, cominciarono con alte
voci a gridare: _Viva, viva il signor Giberto_. Tumultuariamente per
questo si tenne consiglio, e in esso fu data al medesimo Giberto la
signoria della città. Fecesi in quest'anno sentire un fiero tremuoto
nella marca d'Ancona, nella Romagna, in Venezia e Schiavonia, per cui
spezialmente in Fano e Sinigaglia caddero a terra molte torri e case.
In Firenze[706], per la prepotenza di Corso Donati, capo della parte
nera, cioè guelfa, si venne a tal rottura fra i cittadini, che era per
succederne lo sterminio della città, se non accorrevano i Lucchesi
con grosso nerbo di cavalleria e fanteria per mettere pace. Loro fu
conceduta per questo molta balia, ed essi pubblicarono varii bandi,
tanto che si quetò la terra per allora.

NOTE:

[691] Annal. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[692] Raynaldus, in Annal. Eccles. Annal. Colm.

[693] Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.

[694] Jacobus Cardinalis, in Vita Coelestini V, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[695] Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.

[696] Dino Compagni, lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.

[697] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[698] Nell'Inferno.

[699] Benevenutus de Imola, Comment. in Dant.

[700] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 66. Ptolomaeus Lucensis, Histor.
Bernardus Guido, et alii.

[701] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[702] Corio, Istor. di Milano.

[703] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[704] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[705] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.



    Anno di CRISTO MCCCIV. Indizione II.

    BENEDETTO XI papa 2.
    ALBERTO Austriaco re de' Romani 7.


I pensieri del buon _papa Benedetto XI_ miravano tutti alla pace. Non
era egli nè guelfo nè ghibellino, ma padre comune; non seminava, ma
toglieva le discordie; non pensava ad esaltar parenti, non a procacciar
moneta; e più all'indulgenza che al rigore era portato il benigno
animo suo. Diede l'assoluzione ai due deposti cardinali _Jacopo_ e
_Pietro_ Colonnesi, e restituì loro molti privilegii, ma non gli Stati,
nè il cappello cardinalizio. Fulminò le censure contra di Guglielmo
da Nogareto, Sciarra dalla Colonna ed altri che aveano insultato il
defunto pontefice, e rubato il tesoro della Chiesa in Anagni. Cassò
o mitigò molte costituzioni d'esso papa Bonifazio, perchè fatte di
suo capriccio, senza voler dipendere dal consiglio dei fratelli, cioè
del sacro collegio de' cardinali. Specialmente annullò quelle che
riguardavano _Filippo re_ di Francia, con rimettere quel re e regno
in possesso di tutti i suoi privilegii. Ma il santo padre, stando in
Roma, si trovava come in prigione, perchè in città piena allora di
fazioni e di prepotenti; e i primi fra essi erano i cardinali delle
famiglie grandi di Roma, che a modo loro voleano raggirar la corte;
laonde restavano impuniti i misfatti, e una sfrenata licenza regnava
dappertutto[707]. Al buon papa pareva mille anni un'ora, per potersi
levare da sì scompigliata città; e però, venuta la primavera, pubblicò
di voler per sua divozione passare ad Assisi. Se gli opposero forte
i cardinali, per paura che scappasse loro dalle unghie; ma per buona
fortuna il cardinal _Matteo Rosso_ degli Orsini, capo di gran fazione,
per suoi segreti fini approvò l'andata; e così venne il buon papa
a Perugia, dove piantò la sua residenza. Bramoso intanto di ridurre
alla pace i troppo disuniti Fiorentini, spedì colà _Niccolò da Prato_
cardinale e vescovo d'Ostia, personaggio di gran senno ed attività,
e ghibellino di nascita, incaricandolo specialmente di ridurre in
Firenze la parte de' Bianchi fuorusciti[708]. Andò il cardinale, trovò
il popolo tutto per lui, che gli diede ampia balia di far la pace.
Ma i grandi della parte nera, cioè guelfa, non potendo sofferire che
i Bianchi ghibellini tornassero e volessero parte nel governo, nè
sapendo come parar questo colpo, ricorsero ad un sottile inganno; e
fu quello di fingere una lettera a nome del cardinale legato, col suo
sigillo, ai Bolognesi, acciocchè venissero con tutte le loro forze
a Firenze. Arrivarono i Bolognesi con gran gente sino al piano di
Mugello; e, udita la lor venuta, come ordinata dal legato, i grandi
fiorentini ne fecero alti schiamazzi, e se ne risentì forte anche
il popolo. E tuttochè il cardinale protestasse di non avere mai
scritto perchè i Bolognesi venissero, e li rimandasse indietro; pure
s'incagliarono in maniera gli affari, che fu consigliato il cardinale
di andare a divertirsi per qualche giorno a Prato. Vi andò egli, ma
gli astuti Fiorentini avendo sovvertiti segretamente i Guazzalotti,
potente famiglia di quella terra, ed altri Guelfi, si levò a rumore il
popolo di Prato contra del cardinale, il quale non si aspettava nella
patria sua un trattamento di tanta ingratitudine; e però se ne partì
tosto, con lasciare scomunicati i Pratesi, e sotto l'interdetto la
terra. Tornossene a Firenze; ma, per quanto dicesse e facesse, trovò
ostinati nemici della concordia que' cittadini; sicchè, veggendoli già
in procinto di tumultuare contra di lui, gli convenne andarsene, con
dare la maledizione e sottoporre all'interdetto quella città. Nè si
dee tacere che, mentre egli era in Firenze, accadde che quei popolani
fecero in Arno sopra barche una rappresentazione orrida dell'inferno:
spettacolo veramente convenevole a quei barbarici tempi. V'accorse il
popolo, e tanta fu la folla sul ponte della Carraia, fabbricato allora
di legno, che esso sprofondò, e molta gente ne rimase annegata o morta,
o guasta in altra maniera. Partito poscia il cardinal da Firenze, nel
dì 10 di giugno, vennero all'armi que' cittadini che tenevano per la
pace, e gli altri che la ricusavano. In tal congiuntura fu attaccato
ad alcune case il fuoco[709], e questo, non trovando chi corresse
a smorzarlo, cotanto si dilatò, che distrusse palagi, torri, case e
fondachi senza numero. Il Villani parla di più di mille e settecento
case rimaste in preda alle fiamme, con perdita immensa di robe e
mercatanzie. Nè mai arrivavano i pazzi popoli a conoscere i dolci
frutti della concordia, gli amari della discordia. Tentarono poscia i
fuorusciti di Firenze di sorprendere la città; e venuti nel dì 20 di
luglio sino alle porte con isforzo di molte migliaia di persone, si
studiarono d'entrarvi; ma dal popolo, che tutto fu in armi, furono non
solo respinti, ma anche sconfitti colla perdita di molte persone.

Poco tempo godè la Chiesa di Dio dell'ottimo papa _Benedetto XI_,
imperciocchè, soggiornando egli in Perugia, nel mese di luglio del
presente anno passò a miglior vita[710]. Intorno al giorno della sua
morte veggo assai discordi gli scrittori. Fu così inaspettata morte
attribuita a veleno, dicendosi, che mentre egli era a tavola, venne
un giovinetto vestito da donna, che a nome della badessa di santa
Petronilla gli presentò un bacino d'argento con dei fichi-fiori, che
soleano molto piacergli. Ivi era nascosa la sua morte: però, dopo
averne mangiati assai, cadde tosto infermo di febbre, e in pochi
dì sbrigò da questa vita. Ferreto Vicentino, che fa due scalchi
del pontefice manipolatori di questo, non so se vero o immaginato,
assassinio, scrive che ne fu data la colpa a _Filippo il Bello_ re
di Francia, perchè corse voce che questo papa volesse confermare la
scomunica contra di lui: cosa che non si accorda coi brevi favorevoli
ad esso re, rapportati dal Rinaldi[711]. Se pur ha fondamento la di
lui morte violenta, più verisimile è quanto scrive Giovanni Villani:
cioè che essa venisse da qualche cardinale di depravata coscienza,
giacchè non ne mancava in que' tempi, o perchè egli avea riprovati
molti atti di papa Bonifazio VIII, o perchè, secondo l'asserzion di
Ferreto, si scoprì ch'egli volea fissar la sua residenza in Lombardia,
per sottrarsi alla tirannia d'alcuni di que' porporati che poteano
a lui fare ciò che aveano fatto al suddetto papa Bonifazio. Quel che
intanto è certo, morì questo buon pontefice in concetto di santità;
Dio ancora il glorificò dopo morte con varii miracoli, di modo che
pochi anni sono che _Benedetto XIII_ sommo pontefice il registrò nel
catalogo de' beati, e la sua vita si legge scritta e publicata dal
canonico Antonio Scotto di Trivigi. Come poi passasse il conclave
per l'elezion di un successore, lo dirò all'anno seguente. Nel mese
di marzo del presente anno _Alberto Scotto_ signor di Piacenza[712],
dappoichè colle frodi s'era tirata addosso la nemicizia de' popoli
circonvicini, fatta oste contro ai Pavesi, prese alcune loro castella,
e diede il guasto al paese: nella qual occasione i Parmigiani mandarono
in aiuto di lui cento uomini d'armi da due cavalli l'uno. Ma nel
maggio appresso i Pavesi, Milanesi, Lodigiani, Vercellini, Novaresi,
Cremaschi e Comaschi, Giovanni marchese di Monferrato, un figliuolo del
medesimo Alberto ribello del padre, entrarono dalla parte del Pavese
con un grosso esercito sul Piacentino, e, fermato il campo a Fontana,
cominciarono a saccheggiar il paese sin quasi alle porte di quella
città. In aiuto dello Scotto si mosse Matteo da Correggio, fratello
di Giberto signore di Parma, con tutta la cavalleria e fanteria
parmigiana. Vi corsero ancora gli Alessandrini, Tortonesi ed Astigiani,
e _Galeazzo_ figliuolo di _Matteo Visconte_. Erano usciti anche i
Cremonesi contra di Piacenza, ma si fermarono perchè i Mantovani e
Veronesi minacciarono di assalire il loro distretto. Non ostante questa
gran mossa d'armi, niun combattimento seguì, e il tutto si ridusse a
guasti e saccheggi. Ma sì gravi nemicizie di Alberto Scotto faceano
star malcontenti i più dei Piacentini, perché ne pagavano essi il
fio; e però nel mese d'agosto tentarono di deporlo. Prevalse egli,
e rimasero morti e banditi molti dei congiurati, e nominatamente due
della nobil casa de' Confalonieri, le case dei quali, siccome ancor
quelle de' Visconti Piacentini, furono atterrate. Tornarono poscia
nel settembre i collegati sopraddetti dalla parte di Cremona a guastar
il contado di Piacenza sino alle porte della città, con fare immenso
bottino. E nel novembre tolsero il castello di Rivalgerio e la città
di Bobbio che dianzi ubbidiva a Piacenza. Disperati per tanti danni
i Piacentini, si rivoltarono quasi tutti contra di Alberto Scotto.
Sotto colore di sostenerlo accorse colà _Giberto da Correggio_ signore
di Parma con tutta la sua gente e milizia; andò a finir la faccenda
in un giuoco di mano, perchè il Correggiesco consigliò lo Scotto
a ritirarsi per ora in Parma; e dacchè fu partito, Giberto si fece
proclamar signore di Piacenza da alcuni di que' cittadini, e da tutta
la gente sua. Così una volpe cacciò l'altra. Ma ebbero corti i piedi
le contentezze e frodi del Correggiesco. I Piacentini, che non voleano
avere cacciato un padrone per averne un altro, tutti un dì diedero
di mano all'armi, gridando _popolo, popolo,_ e bisognò che Giberto si
affrettasse a scapparsene a Parma. Fu poi bandito Alberto Scotto con
assai de' suoi amici, spianati i suoi palagi, e rimessi in città tutti
i fuorusciti. Ancora in Asti succederono delle novità. Comandava quasi
a bacchetta in quella città _Giovanni marchese_ di Monferrato[713];
e temendo quel popolo di perdere un dì la libertà, segretamente si
raccomandò a _Carlo II_ re di Napoli, e a _Filippo di Savoia_ principe
della Morea, che mandarono molta gente in aiuto di essi e dei Soleri,
nobil famiglia fuoruscita. Con queste forze nel mese di maggio,
correndo la festa dell'Ascensione, rientrarono in quella città i
Soleri per forza, e ne scacciarono i Gottuari ed altri loro avversarii,
col saccheggio e bruciamento delle lor case. Parimente in Bergamo fu
mutazione, perchè, entrativi i Bonghi e Rivoli, ne fecero uscire i
Soardi e Coleoni e i lor seguaci. Tali erano in questi tempi le gran
faccende, cioè le pazzie di tante città italiane. Certamente quantunque
niun tempo possa vantar esenzione da' guai, pure cieco ed ingrato a
Dio sarebbe chi non riconoscesse la felicità de' nostri, paragonando
col presente lo stato sempre inquieto e sedizioso della Italia ne'
secoli, de' quali ora parliamo. Fu eziandio guerra in quest'anno fra i
Padovani e Veneziani, perchè i primi voleano far delle saline al lido
del mare: il che veniva loro contrastato dagli altri, che pretendeano
di lor giurisdizione quei siti. Fabbricarono anche i Padovani alcune
fortezze in que' siti, e in vicinanza di Chiozza una terra, a cui,
per far onta a' Veneziani, posero il nome di Genova picciola. Perciò
ne seguirono zuffe ed ammazzamenti[714]; ma, per interposizione di
amici, si venne in questo medesimo anno a buona concordia. Ferreto
Vicentino[715] scrive che n'ebbero i Padovani delle percosse; e però i
saggi s'appigliarono ai consigli di pace. In Verona[716] nel dì 7 di
marzo diede fine a' suoi giorni _Bartolommeo dalla Scala_ signor di
quella città, e succedette a lui nel dominio _Alboino_ suo fratello.

NOTE:

[706] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 68. Dino Compagni, lib. 3.

[707] Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic.

[708] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 69. Dino Compagni, lib. 3.

[709] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[710] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 80. Ferretus Vicentinus, lib. 3,
tom. 9 Rer. Ital.

[711] Raynald., in Annal. Eccles.

[712] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron Placent., tom. 16 Rer.
Ital.

[713] Chron. Astense, cap. 53, tom. 11 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom.
9 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCCV. Indizione III.

    CLEMENTE V papa 1.
    ALBERTO Austriaco re de' Romani 8.


Per undici mesi stettero disputando in Perugia i cardinali, senza
mai potersi accordare nell'elezione del novello pontefice. Erano essi
divisi in due fazioni[717]. Capo dell'una il _cardinal Matteo Rosso_
degli Orsini con _Francesco Gaetano_ nipote di papa Bonifazio VIII,
guelfi amendue, che desideravano un papa italiano, amico della memoria
d'esso Bonifazio. Capo dell'altra il _cardinale Napoleone_ degli Orsini
dal Monte col _cardinale Niccolò da Prato_, tutti e due parziali del
re di Francia e de' Colonnesi, e però bramosi di un papa franzese,
opposto alle massime di papa Bonifazio. Soffiavano dall'una parte i
Colonnesi, segretamente venuti a Perugia; dall'altra faceano negoziati
_Carlo II re_ di Napoli e_ Filippo il Bello re_ di Francia[718],
e fu creduto ancora che il danaro franzese entrasse a perorare in
questa congiuntura. Finalmente i Perugini, veggendo andar troppo in
lungo questa mena, ristrinsero quei porporati, e cominciarono anche
a tenerli corti di vivanda, acciocchè s'inducessero ad accordarsi.
Ora L'astuto cardinal da Prato propose un dì al cardinal Francesco
Gaetano un ripiego per terminar questa pendenza. E fu, che la fazion
di Matteo Orsino nominasse tre oltramontani abili al papato, e che
quella di Napoleone eleggesse uno dei tre, qual più le piaceva.
Accettato il partito, i primi nominarono tre arcivescovi franzesi[719],
creature di papa Bonifazio VIII, ponendo in capo di lista _Bertrando
del Gotto_, appellato Raimondo per errore dal Villani, arcivescovo
di Bordeaux, tanto più perchè esso era poco amico del re Filippo, per
gravi dissapori occorsi fra loro, immaginandosi che qualunque d'essi
che fosse eletto, sarebbe nemico del re di Francia, e amico della
memoria di papa Bonifazio. Allora lo scaltro cardinal da Prato per
secreti messi con tutta diligenza spediti fece intendere al re Filippo
di cattivarsi l'amicizia dell'arcivescovo di Bordeaux, perchè quello
sarebbe il papa. A questo avviso, il re segretamente fu ad abboccarsi
con esso arcivescovo, dicendogli essere in mano sua il farlo papa, e
che il farebbe, purchè s'obbligasse ad accordargli sei grazie: cioè di
riconciliar lui e tutti i suoi seguaci colla Chiesa, dando il perdono
del misfatto commesso nella presura di papa Bonifazio; di abolire la
memoria d'esso Bonifazio; di rendere il cappello a _Jacopo_ e _Pietro
dalla Colonna_; di far cardinali alcuni che egli proporrebbe; e di
accordargli le decime del clero di Francia per cinque anni. Riserbossi
in petto la sesta, la quale, secondo le apparenze, fu di trasportare in
Francia la Sede apostolica. L'arcivescovo, tutto ansante di vedersi in
capo la tiara pontificia, stabilì tosto il mercato, giurò le promesse
sopra il corpo del Signore, diede anche per ostaggi al re un suo
fratello e due suoi nipoti, e però il re immediatamente rispedì il
segreto messo al cardinale di Prato e agli altri di sua fazione, con
ordine di prendere per papa Bertrando del Gotto; e infatti ne seguì
l'elezione secondo il concerto. Ah mali arnesi della Chiesa di Dio! In
mano d'essi avea la Provvidenza messo l'eleggere un sommo pontefice,
non già per servire alle mondane cupidigie di loro e de' principi della
terra, ma bensì per procurare il maggior bene del popolo cristiano:
ecco il frutto dello scisma, della cabala e dell'ambizione, che li
portò ad eleggere sì lontano un pastore da loro mal conosciuto; ed
ecco come tradirono l'intenzion di Dio e le coscienze proprie con
una elezione per sè stessa illecita e scandalosa, recando, insieme
colla rovina dell'Italia, una piaga sempre memorabile alla Sede
di san Pietro. Stettero ben poco ad accorgersi del deplorabile lor
fallo i cardinali[720]; perchè accettata che fu nel dì 23 di luglio
l'elezione dall'arcivescovo (il qual prese il nome di _Clemente V_),
furono chiamati in Francia, e per quante ragioni sapessero addurre in
contrario, bisognò ubbidire. Così passò in Francia la Sede apostolica,
e vi restò poi per settanta anni, in cattività somigliante alla
babilonica, perchè schiava delle voglie dei re franzesi, con provenirne
infiniti disordini e mali alla Chiesa e all'Italia, dei quali si andrà
in parte favellando negli anni seguenti. Venuto a Lione il novello
papa, ivi nella domenica fra l'ottava di san Martino fu solennemente
coronato, e servito da _Filippo re_ di Francia, da _Carlo di Valois_
e da altri principi, col concorso d'innumerabil popolo. Ma occorse una
sciagura che fu presa per mal augurio. Nella processione, o cavalcata,
per la gran calca della gente, si rovesciò un muro in vicinanza del
papa, per cui egli stesso cadde da cavallo, e andò per terra la corona
pontificia, un cui carbonchio o rubino di valore di sei mila fiorini
d'oro si perdè, ma fu poi ritrovato. Vi morirono alcuni baroni, e fra
gli altri Giovanni duca di Bretagna. Gravemente ancora ne fu leso
Carlo fratello del re, ma ne guarì. Per questo caso immense furono
le dicerie della gente. Anche nel dì 25 del mese di novembre, nata
rissa tra la famiglia del papa e de' cardinali, vi restò ucciso un di
lui fratello[721]. Fece poi nel seguente dicembre papa Clemente una
promozione di dieci cardinali, nove franzesi a petizione del re di
Francia, ed uno inglese. Se questo piacesse ai cardinali italiani, Dio
vel dica. Restituì inoltre il cappello cardinalizio a Jacopo e Pietro
dalla Colonna.

Nel mese d'aprile di quest'anno _Azzo VIII marchese_ d'Este, signor di
Ferrara, Modena e Reggio[722], condusse in moglie _Beatrice_ figliuola
di _Carlo II re_ di Napoli. Gran solennità fu fatta in tale occasione.
Ma queste nozze misero in gelosia i suoi vicini, temendo tutti che la
sua alleanza con un principe sì potente mirasse a mettere il giogo ai
popoli d'intorno. Furbescamente ancora si disseminò una voce, che il
marchese volea dare in dote alla regal sua moglie le città di Modena
e di Reggio: il che diede molta apprensione a chi le prestò fede[723].
Ora accadde che nel dì 6 d'agosto le fazioni di Parma vennero all'armi,
e gran tumulto ne succedette[724]. La peggio toccò alle nobili famiglie
de' Rossi e dei Lupi, che si salvarono colla fuga, e perciò furono
bandite con tutti i loro seguaci. Per questo la parte guelfa di Parma
s'infievolì non poco; e rientrati in quella città molti Ghibellini
banditi in addietro, vi rinforzarono maggiormente la loro fazione.
Da lì a non molto si scoprì il disegno d'alcuni nobili, di deporre
dalla signoria di Parma _Giberto da Correggio_, e fu detto che il
marchese Azzo Estense tenesse mano al trattato. Vero o falso che ciò
fosse, perchè Giberto sapeva ben fabbricar delle tele, certo è ch'egli
segretamente si collegò coi Bolognesi, Veronesi e Mantovani, a' danni
del marchese; e non solo ebbe dalla sua i fuorusciti di Reggio e di
Modena, ma nelle stesse due città maneggiò delle congiure. Poscia
nel mese d'ottobre, quando a tutt'altro pensava il marchese, Giberto
co' Parmigiani venne alle porte di Reggio, e i Bolognesi con tutto il
loro sforzo, dopo aver preso a tradimento il ponte di Sant'Ambrosio,
giunsero alle porte di Modena, credendosi di mettere il piede in tutte
e due queste città. I provvisionati del marchese valorosamente difesero
Reggio. In Modena i nobili da Savignano levarono il rumore contra
la guarnigione marchesana; ma questa prevalse, e si sostenne tanto,
che, arrivato da Ferrara il marchese, i Bolognesi si ritirarono, e si
quetò la burrasca colla prigionia di diciassette de' nobili suddetti.
Fecero poi le genti del marchese delle scorrerie sul Parmigiano,
tentando di far rimuovere i Correggeschi dall'assedio di Soragna,
dove s'erano afforzati i Rossi e i Lupi fuorusciti di Parma; ma non
poterono impedire che quella terra non si arrendesse sul fine dell'anno
a patti di buona guerra. Nel gennaio di quest'anno _Giovanni marchese_
di Monferrato diede fine alla sua vita, e alla diritta nobilissima
linea di que' principi, perchè morì senza figliuoli[725]. Lasciò erede
de' suoi Stati _Jolanta_, ossia _Violanta_ sua sorella, imperadrice
di Costantinopoli, e i suoi figliuoli. Ora _Manfredi marchese_ di
Saluzzo, il quale, per testimonianza di Guglielmo Ventura[726], per
linea traversale mascolina discendeva dal medesimo sangue de' marchesi
di Monferrato, senza voler attendere il testamento di Giovanni,
entrò coll'armi in possesso della maggior parte del Monferrato. Ma,
secondo i documenti recati da Benvenuto da San Giorgio, sulle prime
il marchese di Saluzzo prese solamente il titolo di governatore e
difensore del marchesato del Monferrato, insieme col comune di Pavia
e con _Filippone conte_ di Langusco, signore di Pavia. E si vede
che col loro consentimento i Monferrini spedirono ambasciatori a
Costantinopoli, pregando l'imperadrice di venir ella in persona a
prendere il possesso e governo degli Stati, oppure di mandar loro
uno de' suoi figliuoli. Fu fatta poi correre voce, la qual giunse
anche a Costantinopoli, che _Margherita di Savoia_, rimasta vedova
del marchese Giovanni, era gravida, il che ritardò le risoluzioni
della corte greca: tutte invenzioni del suddetto marchese di Saluzzo,
il quale aspirava alla padronanza del Monferrato. Ma, chiarita la
falsità di questa gravidanza, il greco imperadore _Andronico_ _Comneno_
Paleologo e _Jolanta_ sua moglie, chiamata _Irene_ dai Greci, presero
la risoluzione d'inviare in Italia il _principe_ _Teodoro_ lor
secondogenito a prendere il possesso del Monferrato. A questo fine
prepararono gli occorrenti navigli, e un nobile accompagnamento di sua
persona. Era in questi tempi[727] la città di Pistoia un buon nido de'
Bianchi, ossia de' Ghibellini di Toscana; e temendo i Fiorentini che
crescesse la di lei potenza coll'aiuto de' Pisani, Aretini e Bolognesi,
tutti allora di parte ghibellina, pregarono il re Carlo II di mandar
loro per capitano uno de' principi suoi figliuoli. Spedì egli _Roberto
duca_ di Calabria nel mese di aprile con trecento lancie e molta
fanteria d'Aragonesi e Catalani, gente a lui somministrata da _Giacomo
re_ d'Aragona suo genero. Ricevuto questo rinforzo, i Fiorentini nel
dì 26 di maggio con tutte le lor forze andarono ad assediar Pistoia
dall'un lato, e i Lucchesi dall'altro. Vi stettero sotto più mesi; e
benchè il _cardinal Napoleone_ e quello da Prato, siccome ghibellini,
inducessero papa Clemente ad inviar colà ordini pressanti[728], perchè
lasciassero in pace Pistoia; pure i Fiorentini seguitarono a far i
fatti loro; perlochè furono scomunicati i rettori della città e i
capitani dell'oste, e fu messo l'interdetto a Firenze.

NOTE:

[714] Chron. Patavin., tom. 8 Rer. Ital.

[715] Ferretus Vicentinus, tom. 9 Rer. Ital.

[716] Contin. Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[717] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 80.

[718] Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.

[719] S. Antonin., P. III, tit. 21.

[720] Bernard. Guid., in Vit. Clement. V. Ptolomaeus Lucensis, Hist.
Eccles.

[721] Westmon. flosc., Histor.

[722] Annal. Estenses, tom. 15 Rer. Ital.

[723] Ptolom. Lucensis, in Vita Clement. V.

[724] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[725] Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.

[726] Chron. Astense, cap. 15, tom. 11 Rer. Ital.

[727] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 82. Istorie Pistolesi, tom. 11
Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCCVI. Indizione IV.

    CLEMENTE V papa 2.
    ALBERTO Austriaco re de' Romani 9.


Rivocò in quest'anno _papa Clemente_ le esorbitanti costituzioni
di _papa Bonifazio VIII_, colle quali aveva asserito il re e regno
di Francia dipendenti e soggetti anche nel temporale ai romani
pontefici[729]. E intanto, sì entro che fuori d'Italia, emanavano
ordini di pagar decime ai re, specialmente di Francia, Napoli e
Sicilia, collo spezioso pretesto di conquistar l'imperio greco e
la Terra santa; al quale effetto si dicea farsi dei preparamenti da
_Carlo di Valois_. A tali imprese esortò il papa anche i Genovesi e
Veneziani con belle lettere. Certo è che furono pagate le decime, e
in borsa dei principi colò quel danaro, ma senza che ne sentissero
dolor di capo Greci, Turchi e Saraceni: se non che i cavalieri dello
Spedale, oggidì di Malta, colle lor forze impresero l'assedio di Rodi,
occupato dai Turchi, e continuando la guerra per lo spazio di quattro
anni, finalmente se ne impadronirono. Ma pelando con tal pretesto il
papa e i cardinali le chiese di Francia, sì gagliardi furono i lamenti
di quel clero, che lo stesso re, benchè tanto amico del pontefice,
s'interpose per metter freno agli abusi. Riuscì in quest'anno[730]
ai segreti maneggi de' Bolognesi e di _Giberto da Correggio_ signor
di Parma, di dare una fiera percossa ad _Azzo Estense_ signor di
Ferrara, con ordire tradimenti in Modena e Reggio, i quali ebbero il
desiato effetto. Nella notte precedente al dì 26 di gennaio si levò
a rumore il popolo di Modena, incitato specialmente da Manfredino
da Sassuolo (cioè da chi era costituito capitano della milizia dal
marchese, il quale più di lui che d'altri si fidava) e da Sassuolo
suo figliuolo, e da Rinaldo da Marcheria altro capitano del marchese.
Ferreto Vicentino[731] si stende molto nella narrativa del fatto. A me
basterà di dire, che quantunque Fresco, bastardo del marchese, cogli
stipendiati, venuto il giorno, facesse ogni possibil resistenza, pure
fu costretto a ritirarsi nel castello, e il castello fece poca difesa,
perchè non era provveduto di viveri, e convenne cederlo a patti di
buona guerra. In quello stesso giorno i Rangoni, Savignani, Boschetti
ed altri fuorusciti rientrarono nella città, e si fece gran festa e
galloria per avere ricuperata la libertà, ma libertà che costò ben cara
ai Modenesi, perchè tornò la discordia, e mali infiniti si scaricarono
da lì innanzi sopra questa città, che, credendo di star meglio, stette
peggio dipoi, finchè tornò sotto il dominio degli Estensi. La mutazion
di governo in Modena fu cagione che nel dì seguente anche i Reggiani,
animati da questo esempio, si ribellassero al marchese Azzo, e ne
cacciassero a forza il suo presidio colla morte di molti. Corse tosto
colà Giberto da Correggio con un grosso corpo d'armati; e forse perchè
andò poi tessendo delle reti, per ottener la signoria di quella città,
da lì a pochi giorni vi fu gran rumore, e Giberto prese la piazza e il
palazzo del comune. Ma infine, contentandosi che i Reggiani prendessero
per loro podestà Matteo suo fratello, se ne tornò a Parma, e strinse
in questo tempo parentela con _Alboino dalla Scala_ signor di Verona,
dandogli in moglie una sua figliuola. Diedene un'altra ancora a
Francesco figliuolo di Passerino de' Bonacossi, cioè di colui che fu
dipoi signore di Mantova. Presero i Mantovani in queste rivoluzioni il
castello di Reggiuolo ai Reggiani, nè più lo renderono, con grave danno
e doglia del popolo di Reggio. Nel mese di febbraio[732] si strinsero
in lega le città di Parma, Modena, Reggio, Mantova, Verona e Brescia,
tutte a' danni del _marchese Azzo_, con disegno di cacciarlo anche
fuori di Ferrara, ma con tutti i loro sforzi non venne lor fatto il
colpo.

Accaddero in quest'anno anche in Bologna delle fiere rivoluzioni[733].
Fu creduto o provato che la fazion de' Lambertazzi e Bianchi, cioè
quella de' Ghibellini, volesse far delle novità: però fu in armi
il popolo gridando: _Muoiano i Ghibellini, vivano i Guelfi_. Per
testimonianza di Dino Compagni, fu questa una mena de' Fiorentini,
nemicissimi de' Ghibellini. Molti d'essi Lambertazzi furono morti,
il resto prese la fuga, e ne seguirono saccheggi e abbattimenti di
parecchie case. In queste turbolenze Romeo de Pepoli con altri nobili
preso, fu posto in quelle carceri, ma poi rilasciato. Tornò quella
città a parte guelfa. Molte altre guerre seguirono per questo sconcerto
nel contado di Bologna, ch'io tralascio. Ora, l'essere divenuta la
parte guelfa trionfante in Bologna, servì a rimettere la buona armonia
fra quel comune ed il marchese Azzo d'Este, capo dei Guelfi; e perciò
non solamente pace, ma anche lega fu stabilita fra loro; e tanto essi
Bolognesi che i Fiorentini, caporali anche essi della fazione guelfa,
mandarono soccorsi di gente al marchese, contra del quale _Bottesella
dei Bonacossi_ signor di Mantova, _Alboino dalla Scala_ signor di
Verona coi Mantovani, Veronesi, Bresciani, Parmigiani, Piacentini
ed altri della lor lega fecero grande oste nel mese di luglio[734].
Presero essi nel distretto di Ferrara Massa, Melara, Figheruolo e
la Stellata, con arrivar anche sino alle porte di Ferrara, ma con
ritrovarvi quel popolo ben disposto alla difesa; e però se ne tornarono
a casa. Vennero poi di nuovo essi collegati nel mese di ottobre nel
distretto di Ferrara, ed ebbero a tradimento il forte castello di
Bregantino, nè poterono far di più. Continuava tuttavia l'assedio
di Pistoia, sostenuto con gran vigore e disagi per tutto il verno
dai Fiorentini[735] e Lucchesi, quando s'udì che veniva in Italia il
_cardinal Napoleone_ degli Orsini, ghibellino di genio, spedito da papa
Clemente V per legato in Italia, affin di pacificare le città troppo
divise nell'interno loro, o in rotta coi vicini. I Fiorentini, gente
che sapeva far la punta agli aghi, s'avvisarono tosto che egli verrebbe
per intorbidare il conquisto di Pistoia, giacchè sapeano disgustato
il pontefice per la già mostrata disubbidienza: provvidero al bisogno
con un tradimento. Cioè fecero entrare un frate in Pistoia, il quale
per parte loro promise le più belle cose del mondo a quel popolo, di
maniera che parte per la fame, giunta quasi all'estremo, e parte pel
dolce suono delle esibite vantaggiose condizioni, renderono infine
la terra nel dì 10 d'aprile[736]. Niuna promessa fu loro attenuta;
anzi un terribile strazio si fece di quell'infelice città. Divisero i
Fiorentini e Lucchesi fra loro il contado, atterrarono tutte le mura
e fortezze della città, e ne spianarono le fosse. Infierirono ancora
contro i palagi e le case dei Ghibellini e Bianchi, diroccandole: in
una parola, restò Pistoia uno scheletro, e sotto l'aspro governo de'
vincitori. Venne in Italia il cardinal Napoleone, e, udita la resa di
Pistoia, ne fu molto dolente. Andossene a Bologna per rimetter quivi la
pace e gli usciti. Anche ivi lavorarono sottomano i Fiorentini[737],
con far giocare danaro, e indussero que' maggiorenti ad opporgli un
trattato pregiudiziale allo stato loro. Perciò nel dì 22 di maggio
commosso il popolo a rumore, colle armi in mano corse al palazzo del
legato con tal furore e minaccie, che gli convenne sloggiare, e furono
morti alcuni di sua famiglia, e rubata, nell'andarsene, buona parte de'
suoi ricchi arnesi. Pien di vergogna e rabbia si ritirò il cardinale ad
Imola, e, quivi stando, nel dì 24 di giugno[738] scomunicò i rettori
ed anziani di Bologna, mise l'interdetto alla città, la privò dello
Studio, con dichiarare scomunicato chi v'andasse a studiare: il che fu
la fortuna di Padova, perchè tutti gli scolari passarono allo Studio
di quella città. Aveva egli fatto sapere anche a' Fiorentini di voler
visitare la lor città, per liberarla dall'interdetto e dalle censure.
Gli fu fatto intendere che non s'incomodasse, perchè per allora non
aveano bisogno di sue benedizioni: con che restò egli nemico ancora
di Firenze, e riconfermò l'interdetto e l'altre pene spirituali, delle
quali erano già aggravati. Signori di Bertinoro in questi tempi erano i
Calboli, e faceano mal governo. Alberguccio dei Mainardi, aiutato da'
Forlivesi e Faentini, nel dì 6 di giugno prese la terra; ed essendosi
ritirati i Calboli nel Girone, por mancanza di vettovaglia, furono
astretti a renderlo, salve le robe e le persone. Secondo la Cronica
Forlivese[739], passò quella nobil terra in potere del comune di
Forlì. Una somigliante disgrazia accadde a _Pandolfo Malatesta_, che
era podestà e quasi signore di Fano. Ne fu egli scacciato nel luglio
di quest'anno, ancorchè avesse per sua guardia cinquecento cavalieri e
trecento pedoni. Poscia nel seguente agosto anche il popolo di Pesaro,
di cui era podestà, il fece con mala grazia uscire della lor città.
Perdè egli finalmente anche Sinigaglia, di cui era quasi signore. Per
attestato del Corio[740], _Matteo Visconte_ venne con un buon corpo
di soldatesche in quest'anno per prendere Vavro sul fiume Adda; ma,
accorsi i Milanesi coi lor collegati, fecero restar vani i di lui
attentati. Però, conoscendo egli troppo contraria a sè la presente
fortuna, si ritirò finalmente in solitario luogo a far vita privata
e nascosa, aspettando tempi più propizii a' suoi desiderii. Ferreto
Vicentino[741] scrive che egli si ricoverò prima al lago d'Iseo, e
poscia andò ad abitare nella villa di Nogarola, che era di Bailardino
da Nogarola, nei confini di Mantova, dove da povero signore dimorò
circa cinque anni. _Galeazzo_ suo figliuolo fu in questi tempi podestà
di Trivigi.

In Genova[742] per la festa dell'Epifania i Doria (a riserva di Bernabò
Doria) con altri grandi della fazion mascherata, cioè ghibellina,
presero l'armi per abbassargli Spinoli e la parte popolare. Furono
vinti dalla forza del popolo, e se n'andarono in esilio. Allora il
popolo costituì capitani e governatori della città il suddetto Bernabò
ed Obizzone Spinola da Lucolo. Anche il popolo piacentino[743] diviso
in due fazioni fu in armi nel dì 16 di maggio. Restarono superiori
nel conflitto i Laudi, i Fulgosi e Visconte Pelavicino, e fu cacciata
dalla città la famiglia de' Fontana con tutti i suoi seguaci. Approdò
in quest'anno a Genova _Teodoro_ figliuolo di _Andronico Comneno_
imperador de' Greci, venuto per entrare in dominio del Monferrato[744],
lasciatogli in eredità dal fu _marchese Giovanni_ suo zio. Ma trovò
quegli Stati per la maggior parte occupati da _Manfredi marchese_
di Saluzzo e dai fuorusciti d'Asti. Si prevalse di quella occasione
_Obizzino Spinola_, uno de' capitani e come signori di Genova, per
fargli prendere in moglie Argentina sua figliuola, al che condiscese
Teodoro per isperanza d'essere assistito ne' correnti suoi bisogni
dal potente suocero, e in considerazione ancora di un'altra figliuola
d'esso Obizzino Spinola, maritata con _Filippone conte_ di Langusco
e signor di Pavia, la cui parentela potea molto giovargli. Ciò fatto,
venne a Casale di Sant'Evasio, accolto con gran festa da quel popolo
e da altre terre del Monferrato, che s'erano conservate fedeli, e
si gloriavano di aver per loro padrone il figliuolo d'un imperadore.
Qual fosse lo stato allora del Monferrato e del Piemonte, l'abbiamo da
Guglielmo Ventura, chiamato Ruffino da Benvenuto da San Giorgio[745].
Avea il suddetto marchese di Saluzzo occupate molte terre che erano
in Piemonte, già possedute da _Carlo I re_ di Sicilia. Nell'anno
precedente mandò il _re Carlo II_, nel mese di marzo, Rinaldo da
Leto Pugliese suo siniscalco con cento uomini d'armi ed altrettanti
balestrieri in Piemonte. La città d'Alba e le terre di Cherasco,
Savigliano e Montevico giurarono nelle di lui mani di nuovo fedeltà
al re. Dopo di che egli, coll'aiuto degli Astigiani, tolse Cuneo
ed altri luoghi al marchese di Saluzzo, il quale tra per levarsi di
dosso questo possente nemico, e per poter tenere le molte terre già
occupate nel Monferrato, venne ad un accordo col re Carlo II nel dì
7 di febbraio dell'anno presente, con riconoscere da lui in feudo il
marchesato del Monferrato, e cedergli Nizza della Paglia e Castagnole,
terre del medesimo marchesato. Niuna ragione avea il re Carlo sopra del
Monferrato; ma il marchese venne a questo atto per sostener la preda
colla protezione ed aiuto del re contra del greco Teodoro. Quanto agli
Astigiani, essendo capitato ad Asti _Filippo di Savoia_ principe della
Morea, che tornava di Levante con due soli compagni, e trovandosi quel
popolo assai stretto per le molte terre del loro contado occupate dalla
fazion dei Gottuari fuorusciti, venne in parere di prendere questo
principe per suo capitano per tre anni avvenire, dandogli ventisette
mila lire ogni anno: con che egli dovesse tenere cento uomini d'armi
al loro servigio. A man baciata accettò il principe questo impiego,
sperando fra qualche tempo di piantar quivi le radici con divenir
signore di quella allora assai ricca città. Nè passarono mesi, ch'egli
imperiosamente ne richiese il dominio a que' cittadini, la metà per
lui, e l'altra per _Amedeo conte_ di Savoia suo parente. Fu in pericolo
della vita per questo, tanto se ne sdegnarono gli Astigiani; ma si
disdisse, e cessò il rumore. Avendo poi desiderato il marchese Teodoro
d'abboccarsi con esso principe e coi deputati d'Asti al ponte della
Rotta, si videro insieme, e, per attestato del Ventura, Filippo corse
ad abbracciare e baciare, con bacio poco corrispondente al cuore, il
marchese; e, poi trattatosi di lega, promise quanto l'altro desiderò.
Ma appena fu ritornato ad Asti, che scoprì il suo mal animo contra
di Teodoro, ed aspramente comandò agli Astigiani di astenersi dal far
lega con lui, non senza maraviglia di chi era intervenuto al suddetto
abboccamento. Anche un uffiziale del re Carlo avea voluto indurlo con
vantaggiose condizioni a far lega col suo signore contra del marchese
di Saluzzo; e il principe ricusò tutto. Ne fu informato il re con
esagerazion dell'uffiziale, e andò così in collera, che giurò di
vendicarsene; e gli attenne la parola, perchè spedì _Filippo principe_
di Taranto suo figliuolo con una armata che gli occupò il principato
della Morea. Allora Filippo di Savoia quasi per forza contrasse lega
in Piemonte col re Carlo, e perchè gli Astigiani presero la villa di
Cavalerio senza sua saputa, si ritirò da Asti; e favorendo poscia i
fuorusciti di quella città, seguitò a guerreggiare unito co' Provenzali
contra di Teodoro marchese di Monferrato. Tale era allora lo stato di
quelle contrade.

NOTE:

[728] Ferretus Vicentinus, Histor., lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.

[729] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[730] Annal. Estenses, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer.
Italic. Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital. Annal. Veteres Mutinens,
tom. 11 Rer. Ital

[731] Ferretus Vicentinus, Hist., tom. 9 Rer. Ital.

[732] Chron. Parmense, tom. 19 Rer. Ital.

[733] Matth. de Griffonibus, Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[734] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer.
Ital.

[735] Dino Compagni, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic. Giovanni Villani, lib.
8, cap. 82.

[736] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.

[737] Dino Compagni, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic. Chron. Bononiense,
tom. 18 Rer. Ital.

[738] Annal. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[739] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[740] Corio, Istor. di Milano.

[741] Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic.

[742] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[743] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[744] Guillelmus Ventura, Chron. Astens., cap. 42 tom. 11 Rer. Ital.

[745] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer.
Ital.



    Anno di CRISTO MCCCVII. Indizione V.

    CLEMENTE V papa 3.
    ALBERTO Austriaco re de' Romani 10.


Desiderando _Filippo re_ di Francia di fare un abboccamento col papa,
fu scelta a questo effetto la città di Poitiers[746]. Quivi il re,
non contento dell'avere dianzi il pontefice abolite le costituzioni di
papa Bonifazio VIII pregiudiziali ai diritti dei re franzesi, tuttavia,
pieno di livore, fece di forti istanze al papa perchè condannasse la
memoria di papa Bonifazio, con ispacciarlo per simoniaco ed eretico.
In prova di che, dicea d'aver testimonii degni di fede. Volle Dio
che _Niccolò cardinale_ da Prato eludesse il mal talento del re[747]
con suggerire al papa un ripiego atto a dilungare ed imbrogliar
la faccenda. E fu quello di rispondere, che cosa di tanto momento,
riguardante tutta la Chiesa, non si potea trattare e risolvere se
non in un concilio generale. Al che non potendo di meno, acconsentì
il re; e fu determinato di tenerlo in Vienna del Delfinato. Propose
ancora il re in quel congresso di processare i cavalieri del Tempio,
che, possedendo di grandi ricchezze e beni per tutta la cristianità,
si erano dati forte al lusso e al libertinaggio, pretendendo giunta
la depravazione dei lor costumi ai più abbominevoli ed enormi vizii,
e sino a rinnegar la fede di Gesù Cristo. Altro io non dirò intorno
a questa materia, se non che con mano forte si procedè contra d'essi
Templari, imprigionati per tutta la Francia, e poscia per gli altri
regni, il numero de' quali si fa ascendere da Ferreto Vicentino[748] a
quindici mila. Costoro, se crediamo ai processi fatti in questo e nei
susseguenti anni, furono trovati rei e convinti d'enormità inudite,
d'apostasia e d'idolatria. Si sa che nel concilio di Vienna fu poscia
abolito l'ordine, e confiscati gl'immensi lor beni a profitto del papa
e dei re; la maggior parte de' quali fu venduta ai cavalieri dello
Spedale, oggidì di Malta, con grande loro svantaggio nondimeno, perchè
si caricarono di tanti debiti per denari presi ad usura affin di far
sì grossi acquisti, che gran tempo ne languì l'ordine loro. Da molti
fu quella sentenza tenuta per giustissima. Ma non si potè levar di
capo ai più di que' tempi (e lo confessa il Villani[749] con altri
Italiani, e sopra ciò s'è veduto anche ai dì nostri un libro di autore
franzese) che quella non fosse un'iniqua invenzione di Filippo il Bello
re di Francia per arricchirsi colle spoglie loro, siccome dianzi avea
fatto delle tante ricchezze degli Ebrei che egli scacciò dal regno
suo. Dicevano essi che non ci voleva molto ai re il far comparire con
dei processi e tormenti colpevole chi era in loro disgrazia, o per
vendicarsi di loro o per assorbire i loro beni; e che se fosse toccato
al re Filippo di formar anche il processo a papa Bonifazio, egli
sarebbe apparuto simile ai Templari, quando pure ognun sapeva essere
false le imputazioni a lui date dal medesimo re. Noto è altresì che
il gran maestro e tanti altri cavalieri del Tempio bruciati vivi, o
in altra guisa giustiziati, protestaronsi sempre innocenti de' falli
loro apposti, e però da molti furono creduti martiri della cupidigia
di quel re, principe diffamato per altri suoi gravi eccessi. Il perchè
le disavventure occorse a lui, e la mancanza della sua linea furono
attribuite dagli speculativi de' giudizii di Dio a questi ed altri atti
della prepotenza sua. Guglielmo Ventura[750] scrittore contemporaneo,
santo Antonino[751] ed altri son da vedere intorno a questo argomento.
Intanto a noi conviene il sospendere qui i giudizii nostri, lasciando a
Dio solo, che non può ingannarsi, la cognizione della verità, bastando
a noi d'avere inteso il fatto e le varie opinioni d'allora.

Vidersi ancora nell'anno presente di grandi rivoluzioni in Italia.
Cominciarono i Modenesi a provare il frutto della lor ribellione alla
casa d'Este[752]. A tradimento tolsero loro i Bolognesi la terra di
Nonantola; e l'arciprete de' Guidoni (dal Morani è detto de' Guidotti,
siccome ancora dal Gazata[753]) occupò l'altra del Finale. Inoltre
menavano essi Bolognesi un trattato coi Guelfi modenesi d'impadronirsi
della città di Modena, e vennero coll'esercito fino a Spilamberto. Ma
scoperto il macchinato tradimento verso la festa di Pasqua, furono in
armi le due interne fazioni, e riuscì a quei di Sassuolo, da Livizzano,
da Ganaceto e ai Grassoni, tutti Ghibellini, di superare e cacciar
fuori di città i Savignani, Rangoni, Boschetti, Guidoni, Pedrezzani
ed altri Guelfi. L'autore della Cronica di Parma, vivente in questi
tempi, fa qui un brutto elogio di Modena, con dire che essa[754]
_semper fuit in his partibus Lombardiae exordium motionum, et novitatum
origo, ex antiguis odiis partium, scilicet guelfae et ghibellinae_:
quasi che anche tant'altre città di Lombardia, Toscana, Romagna, ec.
non fossero infette del medesimo morbo. Furono parimente non pochi
rumori nel mese di marzo in Parma, dove s'era tramata una congiura per
torre la signoria a _Giberto da Correggio_. Molti perciò furono presi
e tormentati, ed altri, sì nobili che plebei, mandati ai confini.
Scoprissi ancora nel mese di giugno un nuovo trattato contra d'esso
Giberto; ed altri ne fuggirono, o furono confinati. Più strepito ancora
fecero in questi tempi le rivoluzioni di Piacenza. _Alberto Scotto_
cogli altri usciti di quella città, e con gli usciti di Parma ed altri
amici[755], dopo aver data una rotta ai Piacentini a Roncaruolo, entrò
in castello Arquato, e in Fiorenzuola nella vigilia di san Jacopo. Nel
dì seguente cavalcò alla volta di Piacenza, e gli fu data una porta, e
però con tutti i suoi liberamente v'entrò. Ne fuggirono tutti i suoi
avversarii, cioè Ubertino Lando, i Pelavicini, Anguissoli ed altre
nobili famiglie ghibelline, e si ridussero in Bobbio. In tali occasioni
compassionevole spettacolo era il veder anche le nobili donne coi loro
figliuolini andarsene raminghe in esilio, e il mirar saccheggiate
ed atterrate le case loro. Diedero poi essi fuorusciti una rotta ai
Piacentini dominanti al luogo di Pigazzano. Questo avvenimento, secondo
la Cronica di Piacenza, fece risolvere, sul fine dell'anno, quel
popolo a prendere per due anni in suo capitano, difensore e signore
Guido dalla Torre, poco prima divenuto signor di Milano, il quale
mandò colà per podestà Passerino dalla Torre. Guerra grande fatta fu
in quest'anno dai Mantovani, Veronesi, Bresciani e Parmigiani[756] al
comune di Cremona. Perchè tanti si unissero contra de' Cremonesi, non
l'accennano le storie. Probabilmente fu perchè essi si governavano
a parte ghibellina, e Guelfi erano i cremonesi. In aiuto di Cremona
mandò il comune di Milano[757] due mila fanti con molta cavalleria
nel dì 24 d'agosto: nel qual tempo i Mantovani con grosso naviglio per
Po, secondati da tutte le forze de' Parmigiani, entrati nel distretto
cremonese, presero e diedero alle fiamme il ponte di Dosolo, Montesoro,
Viadana, Portiolo, Casalmaggiore, Rivaruolo, Luzzara, Pomponesco
ed altri luoghi. A Giberto da Correggio signor di Parma si arrendè
Guastalla, ed egli ne fece spianar le fosse ed atterrar tutte le
fortificazioni. Da gran tempo era Guastalla de' Cremonesi, e di qua
apparisce fin dove si stendeva allora la giurisdizion di Cremona. I
Veronesi dal canto loro presero e distrussero la terra di Piadena.
Ed i Bresciani andarono a Rebecco, ed arrivarono sino alle porte di
Cremona saccheggiando e bruciando dappertutto. Chi non dirà forsennati
gli Italiani d'allora sempre inquieti, sempre torbidi, sempre rivolti
a distruggersi l'un l'altro, disuniti in casa, e talvolta uniti co'
vicini solamente per portare ad altri la rovina e la morte? Si rinnovò
poi questo flagello anche nel settembre, con essere ritornati questi
popoli ai danni del Cremonese. Vennero anche i Milanesi, Piacentini,
Lodigiani e Pavesi con tutte le lor forze sino a Borgo San Donnino, e
diedero il guasto a quei contorni, a e Soragna e ad altri luoghi. In
favor di Cremona uscì ancora _Azzo marchese _d'Este co' Ferraresi[758],
e con un buon corpo di Catalani a lui inviati dal _re Carlo II_ suocero
suo, menando un copioso e possente naviglio per Po, col disegno di
mettere l'assedio ad Ostiglia, terra allora de' Veronesi; ma quel
presidio, senza volerlo aspettare, attaccò il fuoco alla terra, e
se n'andò. Di là passò il marchese estense ad assalir Serravalle
dei Mantovani; lo prese per forza, e ne tagliò il ponte, con poscia
dirupare il castello, le torri e fortezze di quella terra. Ed allora
fu ch'egli soggiogò tutte le navi armate de' Mantovani e Veronesi;
fra le quali erano sei grosse galee, ed altre barche incastellate
con battifredi da due ponti; e tutte con gran bottino le condusse a
Ferrara.

_Teodoro marchese_ di Monferrato coll'aiuto di _Filippone conte_ di
Langusco e signor di Pavia, suo cognato[759], ricuperò in quest'anno
la terra di Luy. Ma Rinaldo da Leto, siniscalco del re _Carlo II_,
con _Filippo di Savoia_ e _Giorgio marchese_ di Ceva, ammassato un
buon esercito, uscì in campo nel mese d'agosto contra di lui. Il conte
di Langusco, dopo aver fatto ritirare Teodoro in luogo sicuro, andò,
benchè inferiore di forze, arditamente ad azzuffarsi coi nemici,
ed aspra fu la battaglia. Ma sbaragliati rimasero i Monferrini
e Pavesi; e Filippone, fatto prigione, fu inviato al re Carlo,
dimorante in Marsilia, che gli diede per carcere un castello della
Provenza. _Obizzino Spinola_, capitano allora di Genova, e suocero
d'esso Filippone e del marchese Teodoro, con promettere ad esso re
il soccorso di un grande stuolo di galee genovesi per ricuperar la
Sicilia, ottenne, dopo sei mesi, la libertà di esso suo genero. Fece
anche cedere a sè stesso ogni pretensione che potesse avere il re
sopra il Monferrato. Inoltre impetrò la restituzion delle terre di
Moncalvo e Vignale, occupate al Monferrato, le quali egli ritenne per
sè senza renderle al genero marchese Teodoro. Mancarono di vita in
quest'anno nella città di Milano[760] Mosca e Martino dalla Torre.
Capo di quella casa restò _Guido_ figliuolo di Francesco. Questi nel
dì 17 di settembre nel pieno consiglio fu eletto capitano del popolo
per un anno: il che vuol dire signore. E in questa cronologia sembra
più fedele ed esatto il Corio storico milanese, che Galvano Fiamma
e l'autor degli Annali di Milano. Consultò il primo migliori memorie
che gli altri. Da lì a non molto, siccome ho detto, anche i Piacentini
presero esso Guido per lor capitano. Passò in quest'anno dalla Romagna
ad Arezzo il _cardinal Napoleone_ degli Orsini, legato pontificio[761],
e siccome disgustato dei Fiorentini che non voleano prestargli
ubbidienza alcuna, cominciò a fare una gran raunata di gente, tanto
di terra di Roma, del ducato di Spoleti, della marca d'Ancona, quanto
della Romagna e dei Ghibellini di Toscana. I Fiorentini, che vedeano
prepararsi questo nuvolo contra di loro, nol vollero aspettare; e
richiesti gli amici, misero insieme un'armata dì quindici mila fanti
e tre mila cavalli, e con essa entrarono nel contado d'Arezzo, facendo
ivi que' buoni trattamenti che solea far la guerra di que' tempi. Per
consiglio dei saggi, uscì d'Arezzo il cardinale, facendo vista di andar
pel Casentino alla volta di Firenze. Allora i Fiorentini, per timore
che egli avesse delle intelligenze nella loro città, disordinatamente
alzarono il campo, e chi più potea si affrettò per correre a Firenze.
Se il cardinale era ben avvertito, li potea con facilità mettere in
isconfitta. Andò egli poscia a Chiusi, e mandò innanzi e indietro
ambasciate a' Fiorentini per ridurre gli usciti in Firenze[762]; ma
nulla potè ottenere; di modo che, vedendo scemato il suo credito e
potere, e sè stesso anche dileggiato, se ne tornò assai malcontento
di là da' monti ad informar la corte pontificia della sua fallita
legazione, che gli fu anche levata: tante furono le segrete cabale de'
Fiorentini nella corte papale. Volle in quest'anno _Malatestino dei
Malatesti_ tentare di ricuperar Bertinoro[763], e ne avea già ordito
il tradimento con Alberguccio de' Mainardi. V'andò nel dì 6 d'agosto
con parte della milizia di Rimini e con tutta quella di Cesena, ed ebbe
una parte della terra, ma non il girone e la torre. Portatone l'avviso
a Forlì, _Scarpetta degli Ordelaffi_, capitano di quella città, marciò
in fretta con tutta la soldatesca, diede loro battaglia e li sconfisse.
Si rifugiò parte de' Riminesi e Cesenati nel castello; ma da lì a due
giorni, per difetto di vettovaglia, furono costretti a rendersi. Quasi
due mila persone restarono prigioniere, e andarono a far penitenza
nelle carceri di Forlì. Anche i Bolognesi fecero guerra a Faenza ed
Imola[764], e s'impadronirono del castello di Lugo. In Roma si attaccò
il fuoco alla sacra basilica lateranense, e tutta la bruciò, insieme
colle case dei canonici: disgrazia che recò sommo dolore al popolo
romano, e fu presa per presagio delle calamità che avvennero. Ma non
passarono molti anni, che unitisi i buoni di Roma, uomini e donne, ed
aiutati anche dal papa, la rifecero come prima[765]. Erano già più
anni che Dulcino, nato in Val d'Ossela, diocesi di Novara, eretico
della setta de' Catari ossieno Gazzeri, specie di Manichei[766], andava
infettando la Lombardia co' suoi perversi errori. Si ridusse costui in
una montagna del Vercellese co' suoi seguaci in numero di circa mille
e trecento, dove, per mantenersi quella canaglia, altro ripiego non
avea che di saccheggiare le ville vicine. Predicata contra di essi la
crociata, furono essi assediati in quel monte, e finalmente nel dì 23
di marzo dell'anno presente obbligati per la fame a rendersi. Dulcino
colla moglie Margherita ed altri pochi, senza volersi mai ravvedere,
furono bruciati vivi: con che estirpata rimase la pestilente sua setta.

NOTE:

[746] Raynald., in Annal. Eccl.

[747] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 91.

[748] Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.

[749] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 92.

[750] Guillel. Ventura, Chron. Astense, cap. 27, tom. 11 Rer. Ital.

[751] S. Anton., P. III, tit. 21, Istor. Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.,
pag. 518.

[752] Annales Veteres Mutinenses, tom. 11 Rer. Ital. Chron. Bononiense,
tom. 18 Rer. Ital. Annal. Estenses, tom. 15 Rer. Italic.

[753] Gazata, Chronic. Regiense, tom. 18 Rer. Italic.

[754] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[755] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[756] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[757] Corio, Istor. di Milano.

[758] Annales Estenses, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer.
Ital.

[759] Chron. Astense, cap. 44, tom. 11 Rer. Ital.

[760] Corio, Istoria di Milano.

[761] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 89.

[762] Dino Compagni, Chron., tom. 9 Rer. Ital.

[763] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCCVIII. Indizione VI.

    CLEMENTE V papa 4.
    ARRIGO VI, detto VII, re dei Romani 1.


Succedette nel primo dì di maggio di quest'anno la morte funesta
di _Alberto Austriaco_ re de' Romani[767]. Grande odio gli portava
Giovanni figliuolo di un suo fratello primogenito, pretendendosi
gravato da lui, perchè gli negava una parte, nonchè il tutto, degli
Stati dovuti a lui per le ragioni del padre. Partitosi da Baden il
re Alberto, nel passare il fiume Orsa, fu assalito dal nipote con
una mano di sicarii, e trafitto da più spade, quivi lasciò la vita.
Restarono di lui più figliuoli, il primogenito de' quali _Federigo_ fu
duca d'Austria e signore d'altri Stati spettanti a quella nobilissima
casa. Trattossi dipoi di eleggere il successore; ed uno di quei che più
vi aspiravano, fu lo stesso duca Federigo. Ma insorta gran discordia
fra gli elettori, si mise allora in pensiero _Filippo il Bello_ re
di Francia di far cadere quella corona in capo a Carlo di Valois suo
fratello, che ne avea già avuto promessa da _papa Bonifazio VIII_[768].
Fu perciò risoluto nel suo consiglio di preparar un'armata per entrare
in Germania, e dar calore alla dimanda coll'efficace raccomandazione
dell'armi, e intanto di procurar anche i premurosi ufficii pel papa.
Penetrò la corte pontificia questi disegni non senza affanno del
pontefice, il quale, se s'ha a credere a Giovanni Villani, richiese
del suo parere l'accortissimo _cardinale Niccolò da Prato_. Questi
il consigliò di scrivere immediatamente agli elettori dell'imperio,
ordinando che senza dilazione procedessero all'elezione, con suggerir
loro ancora che _Arrigo conte_ di Lucemburgo, principe pio, savio e
ornato d'altre belle doti, pareva a lui il più a proposito pel romano
imperio. Camminò la faccenda come avea divisato il papa col cardinale.
Arrigo fu eletto quasi a voti pieni re dei Romani nel dì di santa
Caterina[769], e poi pubblicata l'elezion sua nel dì 27 di novembre,
e non già nell'Ognissanti, o in altro giorno, come alcuni lasciarono
scritto. Meraviglia recò ad ognuno l'udire preferito a tanti altri
potenti principi Arrigo, principe di nobile schiatta bensì, ma di pochi
Stati provveduto. Secondo il Villani, corse subito la nuova di questa
inaspettata elezione alla corte del re di Francia, mentre egli si
apparecchiava per andare al papa, affine di averlo favorevole in questo
affare; ed accortosi che Clemente V vi aveva avuta mano per escludere
Carlo suo fratello, da lì innanzi non fu più suo amico. Ma non si sa
intendere come il re Filippo dal dì primo di maggio, in cui tolto fu
dal mondo il re Alberto, sino al dì 25 o 27 di novembre, giorno nel
quale si pubblicò L'elezione di Arrigo, tardasse tanto, giacchè ardea
di voglia di quella corona, ad impegnare gli uffizii del pontefice in
favor del fratello. Sembra ben più probabile che se li procacciasse
per tempo, ma che restasse burlato con altre segrete insinuazioni
fatte fare dal medesimo Clemente. Furono poi spediti da esso Arrigo
solenni ambasciatori al papa, cioè i vescovi di Basilea e di Coira,_
Amedeo conte_ di Savoia _Guido conte_ di Fiandra, _Giovanni Delfino_
di Vienna, ed altri baroni[770], per ottenere il consenso pontificio:
il che fu facilmente conceduto. Tale ambasceria vien dai più riferita
all'anno seguente, ma dovette precederne un'altra almeno, certo essendo
che Arrigo fu coronato in Aquisgrana nell'Epifania dell'anno seguente,
e ciò non par fatto senza la precedente approvazione del papa. Fu
questo _Arrigo_ il _sesto_ fra gl'imperadori, ma comunemente vien
chiamato _Arrigo settimo_, perchè tale nell'ordine dei re di Germania
di tal nome.

Cadde infermo in quest'anno ancora _Azzo VIII marchese_ d'Este, signor
di Ferrara, Rovigo e d'altri Stati, ed anche conte d'Andria nel regno
di Napoli[771]. Fecesi portare ad Este, sperando miglioramento da
quell'aria salubre; e furono a visitarlo, e a far pace con lui i
suoi due fratelli _Francesco_ e _Aldrovandino marchesi_. Ma quivi
nell'ultimo dì di gennaio finì di vivere. Questo principe d'alte idee,
ma d'idee mal condotte, dopo aver vivente recati notabili danni alla
sua casa coll'aver perdute le città di Modena e di Reggio, ben peggio
fece morendo, perchè lasciò suo successore nel dominio di Ferrara
e degli altri suoi Stati Folco, figliuolo legittimo di Fresco suo
figliuolo bastardo, con escludere i Suoi legittimi fratelli Francesco
ed Aldrovandino, e i figliuoli di quest'ultimo. La Cronica Estense[772]
ha, ch'egli ritrattò un sì fatto testamento; ma certamente gli effetti
si videro in contrario, e di qua venne un gran crollo alla famiglia
estense. Fresco, aiutato dai Bolognesi, giacchè il figliuolo non era
giunto ad età capace di governo, prese le redini della signoria di
Ferrara, che gli fu confermata, benchè mal volentieri, dal popolo. Ma
nel medesimo tempo il marchese Francesco d'Este co' suoi nipoti si mise
in possesso d'Este, di Rovigo e d'altre terre, e in quella della Fratta
diede una rotta alle genti di Fresco. Così cominciò la guerra fra loro.
Stabilì Fresco pace coi Mantovani, Veronesi, Bresciani, Parmigiani,
Reggiani e Modenesi. Il popolo di Ferrara, essendo molto portato a
voler i principi estensi legittimi, cominciò a fare delle congiure
contra di lui, le quali svanirono colla morte di molti. Ricorsero gli
Estensi legittimi al papa in Francia per implorar il suo patrocinio
ed aiuto; ed oh con che benignità furono ascoltati! Promise quella
corte mari e monti, purchè riconoscessero Ferrara per città della
Chiesa romana; dal che s'erano nel secolo addietro guardati gli altri
Estensi. Dacchè questo fu ottenuto, allora furono spediti uffiziali e
milizie in Italia per prendere il possesso di Ferrara coll'assistenza
del marchese Francesco; e per questo i Ferraresi cominciarono a
tumultuar più che mai contra di Fresco[773]. Veggendo la mal parata,
fece anch'egli ricorso ai Veneziani, e propose di ceder loro con varii
patti quella città. Niuna fatica si durò perchè essi accettassero la
proposizione, e non tardarono ad inviar colà gran copia di soldatesche,
le quali entrarono e si fortificarono in castel Tealdo; cosa che
maggiormente accese l'ira de' Ferraresi, popolo già avvezzo ad avere il
suo principe, e alieno dall'ubbidire agli stranieri. Per altro, anche
i Bolognesi, Mantovani e Veronesi amoreggiavano in queste occasioni
Ferrara, e mossero l'armi per tentarne l'acquisto. Anzi Bernardino da
Polenta co' Ravegnani e Cerviesi proditoriamente v'entrò una notte,
e si fece eleggere signore d'essa città per cinque anni avvenire. Ma
non vi si fermò che otto giorni, saccheggiando tutto quel che potè. I
Veneziani quei furono che riportarono il pallio. Li fece ben ammonire
il papa[774] di desistere e ritirarsi da quella impresa, perchè Ferrara
era terra della Chiesa romana; ma si parlò ai sordi. Un dì poscia le
milizie pontificie con Francesco marchese d'Este ed altri fuorusciti, e
con Lamberto da Polenta condottiere de' Ravegnani entrarono in quella
città, gridando invano il popolo: _Viva il marchese Francesco_; e ne
presero il possesso a nome del papa, senza più poi pensare a rimetterla
in mano degli Estensi. Succederono poi varie battaglie tra i Ferraresi
e Veneziani, e talmente prevalsero gli ultimi, che nel dì 27 di
novembre convenne ai Ferraresi d'implorare pace o tregua, e di prendere
quel podestà che piacque ai Veneziani. Allora furono ammesse in città
le famiglie de' Torelli, Ramberti, Fontanesi, Turchi, Pagani ed altri
sbanditi dalla città, perchè Ghibellini e nemici degli Estensi.

In Parma non furono minori le rivoluzioni[775]. Nel dì 24 di marzo
cominciarono una rissa fra loro i Ghibellini ed i Guelfi; e nel dì
seguente passò questa in una fiera guerra civile, in cui rimasero morte
molte persone, rubate ed incendiate moltissime case. Maggiormente si
rinforzò nel dì 26 la tempesta dell'armi, stando sempre Giberto da
Correggio signore della città colle sue genti in possesso della piazza.
Ma udito che i Rossi e i Lupi di Soragna con altri banditi erano venuti
alla porta di Santa Croce, colà si portò, ed uscì ancora per mettergli
in fuga; ma toccò a lui di fuggire in città, perchè contra di lui si
rivoltarono non pochi de' suoi. V'entrarono anche i suddetti sbanditi,
in favor dei quali essendosi dichiarati molti del popolo, andò si
fattamente crescendo la forza de' Guelfi, che Giberto e Matteo fratelli
da Correggio coi loro aderenti dovettero cercar colla fuga di salvarsi
a Castelnuovo. Però tutti gli altri usciti guelfi tornarono alla
patria. Infinite furono le ruberie fatte in questa occasione per la
città; molte le case bruciate; e i contadini entrati corsero al palazzo
pubblico, e vi stracciarono tutti i libri dei bandi e maleficii, e
diedero il sacco ad ogni mobile e scrittura di Giberto. Seguitarono
poi anche per molti giorni i saccheggi e gl'incendii, e i bandi di
chi era creduto Ghibellino; e intanto i fuorusciti faceano guerra
alla città. Contra d'essi nel mese di giugno uscì in campagna tutto
l'esercito de' Parmigiani dominanti. Giberto da Correggio anch'egli,
fatto forte dai Modenesi, che v'andarono tutti col loro capitano, e dai
banditi di Bologna, e dal _marchese Francesco Malaspina_ co' suoi di
Lunigiana, e da copiose schiere d'altri Ghibellini, nel dì 19 di giugno
andò a ritrovare i Parmigiani, ed attaccò la mischia. Vigorosamente si
combattè sul principio da amendue le parti; ma poco stettero ad essere
sbaragliati i Parmigiani, de' quali assaissimi restarono morti con più
di dugento Lucchesi, ch'erano al loro soldo, e quasi dissi innumerabili
restarono prigioni colla perdita di tutto il bagaglio[776]. Dopo
la vittoria corse Giberto alla città, ma non potè entrarvi allora.
V'entrò nel dì 28, perchè, colla mediazione di _Anselmo abbate_ di
San Giovanni, fu fatta una pace generale, e permesso a tutti gli
usciti di ripatriare. Secondo il diabolico costume di que' tempi, andò
presto per terra questa pace. Giberto da Correggio, che prometteva e
giurava a misura del bisogno, senza credersi poi tenuto a giuramenti
e promesse, ben disposti i suoi pezzi, nel dì 3 d'agosto levò rumore,
e colla forza de' suoi scacciò dalla città i Rossi e Lupi, con tutti i
loro amici guelfi, i quali si ridussero a Borgo San Donnino e ad altri
luoghi, e continuò poi la guerra fra loro. Essendo passato al paese
dei più in quest'anno, e non già nel precedente, come ha il testo di
Galvano Fiamma[777], _Francesco da Parma_ arcivescovo di Milano, fu
in suo luogo eletto _Castone_ ossia Gastone, comunemente appellato
_Cassone dalla Torre_, figliuolo di Mosca[778], e la sua elezione
fu approvata dal _cardinal Napoleone_ legato apostolico. Poscia nel
dì 24 di settembre, tenutosi un general parlamento in Milano, quivi
concordemente fu eletto perpetuo signor di Milano _Guido dalla Torre_.
Ebbero in quest'anno guerra i Milanesi co' Bresciani, ma ne seguì
anche pace. Mancò di vita in essa città di Brescia nell'ottobre del
presente anno _Berardo de' Maggi_, vescovo d'essa città, dopo esserne
stato anche per anni parecchi signore nel temporale, con governarla a
parte dell'imperio, ossia ghibellina. Molti benefizii da lui fatti a
quella città indussero quel popolo ad eleggere per suo successor nella
chiesa _Federigo de' Maggi_[779]. Inoltre _Maffeo_, ossia _Matteo de'
Maggi_, fratello d'esso Berardo, fu proclamato signore della città.
Guido dalla Torre, siccome signor di Piacenza, nell'anno presente
stabilì pace fra quei cittadini e i lor fuorusciti[780], che lieti
rientrarono nella lor patria. Nella Romagna[781] il conte di Cunio con
altri suoi partigiani occupò, contro il voler de' Faentini ed Imolesi,
la terra di Bagnacavallo nel dì 24 di luglio. Poscia nel dì 28 di
agosto fu fatta pace fra i Bolognesi, Riminesi e Cesenati dall'una
parte, e i Forlivesi, Faentini, Imolesi e Bertinoresi dall'altra,
colla liberazion di tutti i prigioni. Ma in Firenze fu una gran
commozione di popolo[782]. Perchè Corso de' Donati, a cui la parte
nera, ossia guelfa, era obbligata dal presente suo stato dominante,
voleva soprastare di troppo agli altri nobili, l'ambizione e l'invidia
fecero dividere in due fazioni i grandi stessi. Rosso dalla Tosa, capo
dell'una, seppe tanto screditar esso Corso, che gli tagliò infine le
gambe; facendo soprattutto valere contra di lui la parentela da esso
contratta con Uguccion dalla Faggiuola gran ghibellino. Levossi dunque
a rumore contra di lui il popolo tutto; ed essendosi esso Corso ben
asserragliato, assistito anche da molti suoi amici, fece gran difesa;
infine gli convenne prendere la fuga, ma, raggiunto da certi Catalani
a cavallo, fu ucciso: con che tornò la quiete in Firenze.

NOTE:

[764] Chronic. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.

[765] Bernard. Guid., in Vit. Clementis V.

[766] Historia Dulcini, tom. 9 Rer. Ital. Bernardus Guid., Giovanni
Villani, et alii.

[767] Bernard. Guid. Ptolomaeus Lucens. Ferretus Vicent. et alii.

[768] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 95.

[769] Henric. Stero, in Chron. Albert. Argentinens., in Chron. Bernard.
Guid. Albertinus Mussatus. Ferretus Vicentinus, et alii.

[770] Joannes de Cermenat., tom. 9 Rer. Italic. Franciscius Pipinus,
Chron., tom. 9 Rer. Ital.

[771] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Bononiens., tom. 18
Rer. Ital. Peregrinus Priscianus. Annal. MSS. et alii.

[772] Annales Estenses, tom. 15 Rer. Ital.

[773] Raynaldus, Annal. Eccles.

[774] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[775] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer.
Ital.

[776] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[777] Gualv. Flamma, Manip. Flor., cap. 346.

[778] Corio, Istor. di Milano. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[779] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.

[780] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[781] Chron. Caesen., tom. 15 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCCIX. Indizione VII.

    CLEMENTE V papa 5.
    ARRIGO VII re de' Romani 2.


Alla prepotenza di _Filippo il Bello_ re di Francia riuscì in
quest'anno e nel seguente d'indurre _papa Clemente_ a ricevere le
accuse contro la memoria di papa Bonifazio[783]; il che cagionò orrore
a tutta la cristianità, ben consapevole dell'iniquità e falsità di
quanto a lui veniva opposto in materia di fede. Frutti erano questi
dell'essere divenuta schiava di un re possente e malvagio la Sede
Apostolica; del che fu in colpa il pontefice stesso, il quale intanto
andava lusingando i Romani con far loro credere di voler venire in
Italia, mentre, inceppato dalle delizie della Francia, a tutt'altro
pensava che ad abbandonarla. Ma non permise Iddio che andasse molto
innanzi questa maligna persecuzione, e la vedremo finita in breve. Nel
dì 27 di marzo dell'anno presente, trovandosi esso papa in Avignone,
pubblicò contra de' Veneziani, come occupatori della città di Ferrara,
la più terribile ed ingiusta bolla che si sia mai udita. Oltre alle
scomuniche ed agl'interdetti, dichiarò infami tutti i Veneziani, e
incapaci i lor figliuoli sino alla quarta generazione d'alcuna dignità
ecclesiastica e secolare; confiscati in ogni parte del mondo tutti i
lor beni; data facoltà a ciaschedun di fare schiavo qualunque Veneziano
che lor capitasse alle mani nell'universa terra, senza distinzione
alcuna tra innocenti e rei: il che fa orrore, eppure fu eseguito in
vari paesi. Poscia aggiunse alle armi spirituali le temporali contra
di loro, inviando in Italia il cardinale _Arnaldo di Pelagrua_ suo
parente, con titolo di legato, il qual fece dappertutto predicar la
crociata contra d'essi Veneziani, come se si trattasse contra de'
Turchi. Copioso fu il concorso delle genti della Lombardia, marca di
Verona, Romagna e Toscana. Ferreto Vicentino[784] scrive che v'andarono
de' soli Bolognesi circa otto mila combattenti. Premeva a quel popolo
di riacquistar la grazia perduta del pontefice per lo scorno fatto
al _cardinal Napoleone_. Pel medesimo fine anche i Fiorentini colà
inviarono molte schiere d'armati. Nel dì 10 d'aprile di quest'anno
si disciolse la pace e l'accordo già fatto dal popolo di Ferrara coi
Veneziani, e si ricominciò la guerra. Di grossi rinforzi di gente e di
navi furono spediti da Venezia ai suoi; e nel mese di giugno, usciti
di Castel Tealdo i Veneziani, mentre i Ferraresi erano a cena, fecero
contra di essi un feroce insulto. Tutta fu in armi la città. _Francesco
marchese_ d'Este con _Galeazzo visconte_ marito di _Beatrice Estense_,
alla testa di tutti andò ad assalirli, e ne fece aspro macello. Per
consiglio ancora di lui, fu fabbricato un ponte sopra Po, non ostante
la gagliarda opposizion de' Veneziani, i quali un giorno diedero una
fiera rotta ai Bolognesi. Ma nel dì 28 d'agosto, cioè nella festa
di santo Agostino, per ordine del cardinal Pelagrua, si venne ad una
general battaglia contro la flotta veneziana esistente in Po, la quale
restò interamente disfatta e in potere dei Ferraresi con tutte le
macchine e l'armamento. Tra uccisi ed annegati nel fiume si contarono
circa sei mila Veneziani. Questa insigne vittoria, accompagnata da
un immenso bottino, decise la controversia; perciocchè non istette
molto a rendersi Castello Tealdo al legato, il quale, dimenticandosi
d'essere uomo di Chiesa, fece impiccare quanti Ferraresi trovò complici
de' Veneziani. Fu anche spedito Lamberto da Polenta con Bernardino
suo fratello, e coi Ravegnani e parte dei Ferraresi ad espugnare
il castello di Marcamò, fabbricato da essi Veneti nel distretto di
Ravenna; e l'ebbe a patti di buona guerra nel dì 23 di settembre, nè
vi lasciò pietra sopra pietra. Così venne liberamente Ferrara in potere
del pontificio legato, il quale, d'ordine della corte, ne diede da lì a
non molto il vicariato a _Roberto re_ di Napoli, niuna considerazione
avendo degli Estensi, che aveano suggettata quella città alla Chiesa,
e massimamente del marchese Francesco, che tanto s'era affaticato per
riacquistarla. Quivi esso re Roberto mise per governatore Dalmasio con
un corpo di Catalani, la maggior parte capestri da forca, che fecero
ben provare al popolo di Ferrara la differenza che passa fra l'avere il
proprio principe e l'essere governati da gente straniera.

Giacchè abbiam fatta menzione del re Roberto, convien ora dire che
in questo anno nel dì cinque di maggio arrivò al fine di sua vita
_Carlo II_ re di Napoli e conte di Provenza[785], principe che per
la sua liberalità, dabbenaggine e clemenza non ebbe pari; e perciò
amaramente pianto da' suoi sudditi, ma più dai Napoletani, a lui molto
tenuti pei tanti benefizii ed ornamenti accresciuti alla loro città.
Per la successione in quel regno nacque disputa fra _Roberto duca_ di
Calabria suo secondogenito e _Carlo Uberto_ divenuto re d'Ungheria,
che si pretendeva anteriore nel diritto a Roberto, perchè figliuolo
di _Carlo Martello_, primogenito di esso re Carlo II. Fu acremente
dibattuta fra i legisti la quistione; ma buon fu per Roberto l'esser
egli passato in persona alla corte pontificia di Avignone, dove
seppe ben far da avvocato a sè stesso, e muovere colle macchine più
gagliarde gli animi de' giudici in suo favore. Fu creduto che più la
ragion politica che la legale facesse sentenziare in favor di Roberto,
principe riputato allora di gran saviezza e valore, ed atto e tener
l'Italia in freno nella lontananza dei papi. Tuttavia, se è vero
che Carlo II suo padre nell'ultimo suo testamento (il qual si dice
fatto nel dì 16 di marzo dell'anno precedente, e fu dato alla luce
dal Leibnizio[786]) lasciasse Roberto erede di tutti i suoi Stati,
giacchè dovea considerare assai provveduta la linea del re d'Ungheria,
par bene che fosse ben appoggiata la pretension del medesimo Roberto.
Per attestato di Bernardo Guidone, fu egli coronato in Avignone re di
Sicilia (benchè solamente comandasse al regno di Napoli) nella prima
domenica d'agosto dell'anno presente, e non già nella festa della
Natività della Vergine, come scrive Giovanni Villani. Ed il papa
liberalmente gli condonò le somme immense d'oro, delle quali il re
Carlo suo padre andava debitore alla santa Sede. Quel che è strano,
secondo i documenti accennati dal Rinaldi[787], seguì una segreta
convenzione fra papa Clemente e Giacomo re di Aragona, ch'esso re,
oltre alla Sardegna e Corsica, delle quali era stato investito da papa
_Bonifazio VIII_, conquistasse ancora Pisa coll'isola dell'Elba, e la
riconoscesse poi in feudo dai romani pontefici: vergognosa concessione,
trattandosi di spogliare senza ragione alcuna il romano imperio d'una
sì cospicua città, e quel popolo della sua libertà. Se fossero ancora
assai ragionevolmente concedute al medesimo re le decime del clero, per
impiegarle in levar la Sardegna e Corsica ai Pisani e ad altri principi
cristiani, io non mi metterò a ricercarlo. Fin qui l'innata saviezza
dei nobili Veneziani avea saputo così ben regolare e tenere unita la
lor città, che quando tante altre libere città d'Italia bollivano per
le discordie cittadinesche, ed erano divise in Guelfi e Ghibellini,
sola essa era felice e gloriosa per la sua mirabil unione, ancorchè non
fosse esente da diversità di genii e fazioni: del che fu anche lodata
dallo storico Rolandino nel precedente secolo. Ma in quest'anno patì
anch'essa un'eclissi. Baiamonte Tiepolo, capo della fazione guelfa,
fece una congiura con altri di casa Querina e Badoera contra di _Pietro
Gradenigo_ doge[788], e nel dì 15 di giugno scoppiò questo incendio. Vi
fu gran combattimento, ma infine dopo la morte di molti restò sconfitto
Baiamonte, il quale scampò colla fuga. Simili sedizioni le abbiamo
vedute familiari in altre città; fu questa considerata come stravagante
cosa in Venezia, e ne dura quivi anche oggidì con orrore la memoria. A
cagion d'essa furono mandati ai confini assaissimi nobili e popolari
di quella insigne città. Era in questi tempi _Guido dalla Torre_ in
auge di fortuna, siccome signore perpetuo di Milano e di Piacenza, con
assai amici e collegati d'intorno. Scrivono[789], che, volendo saper
nuove di _Matteo Visconte_, il quale privatamente vivea nella villa di
Nogaruola, diede incumbenza ad un accorto uomo di andarlo a trovare
per ispiare i fatti suoi, promettendogli un palafreno e una veste di
vaio, se gli portava la risposta a due quesiti da fargli. Andò costui,
e trovò il Visconte in abito dimesso, che passeggiava; e, dopo varii
discorsi, quando fu per andarsene, il pregò di fargli guadagnare un
palafreno e una veste col rispondere a due sue interrogazioni. La
prima: _Come gli parea di stare, e qual vita era la sua_; la seconda:
_Quando egli si credea di poter tornare a Milano_. Molto ben s'avvide
l'accorto Matteo onde procedevano queste dimande, e che erano fatte
per ischernire il suo povero stato. Adunque rispose alla prima: _Egli
mi par di star bene, perchè so vivere secondo il tempo_. Alla seconda:
_Dirai al tuo signor Guidotto, che quando i suoi peccati soperchieranno
i miei, allora io tornerò a Milano_. Portate queste risposte a Guido,
le lodò come d'uomo savio, e regalò quel messo.

In quest'anno appunto cominciò a declinar la fortuna del Torriano.
Nel principio di maggio si alzò a poco a poco una nebbia di vicina
sollevazione in Piacenza[790], veggendosi il vescovo _Leone da Fontana_
colla fazion guelfa macchinar delle novità contra dei Landi, Fulgosi
ed altri di parte ghibellina. Mandò ben Guido dalla Torre un corpo
di gente da Milano per vegliare alla quiete di quella città; ma
nel dì cinque d'esso mese _Alberto Scotto_, avendo con belle parole
addormentato lo sciocco podestà, nella notte raunata tutta la sua
fazione, e impadronitosi della piazza, diede addosso agli avversarii
sprovveduti, e li fece fuggir fuori di città. Racconta il Corio, che,
tolta in questa forma la signoria di Piacenza al Torriano, Alberto
Scotto ne fu egli proclamato di nuovo signore. La Cronica di Piacenza
ha, che la signoria fu data allora al vescovo Fontana suddetto; ma
si contraddice poi all'anno seguente, dove confessa che lo Scotto era
stato signor di Piacenza un anno e quattro mesi. Anche dalla Cronica
Estense apparisce[791] che esso Scotto tornò in signoria, e fece lega
coi Parmigiani, Mantovani, Veronesi, Reggiani, Modenesi e Bresciani,
tutti di parte ghibellina. Inimicatosi per questo contra de' Piacentini
Guido dalla Torre, con tutto lo sforzo de' suoi Milanesi, de' Pavesi,
Novaresi, Vercellesi e fuorusciti piacentini, venne, sul principio di
giugno, e di nuovo nel settembre, ai danni del distretto di Piacenza,
con prendere alcune castella, e dare il guasto fino alle porte di
quella città. Presero anche il ponte de' Piacentini sul Po; ma, uscito
Alberto co' suoi, così virilmente assalì i nemici, che li ruppe, colla
morte di circa secento d'essi. Peggio nondimeno avvenne allo stesso
Guido Torriano per altro fatto che servì di principio alla total sua
rovina. Nel primo dì di ottobre egli fece prendere _Gaston dalla Torre_
ossia Cassone, arcivescovo di Milano, parente suo, ed il mandò nella
rocca d'Anghiera con altri suoi tre fratelli, figliuoli del fu Mosca,
pretendendo che avessero formata una congiura contra di lui, per torgli
non solamente lo Stato, ma anche la vita. Fu egli scomunicato per
questa violenza dal _cardinale Pelagrua_ legato, dimorante allora in
Bologna, e sottoposta la città all'interdetto. Venne apposta a Milano
_Pagano dalla Torre_ vescovo di Padova, per rimediare a così scandalosa
scissura fra i suoi consorti. Vi concorsero ancora _Filippone da
Langusco_ signor di Pavia, _Antonio da Fissiraga_ signor di Lodi,
_Guglielmo Brusato_ signor di Novara, _Simone da Colobiano_ signor di
Crema, cogli ambasciatori di Bergamo e di Como. Costoro, in un gran
parlamento tenuto nel dì 28 d'ottobre nella metropolitana di Milano,
conchiusero un accordo, per cui Gastone arcivescovo ed altri Torriani
riebbero la libertà, ma con obbligo di andare ai confini; e questi
poi si ridussero a Padova. L'arcivescovo non ebbe più buon cuore per
Guido, e sollecitò la venuta di _Arrigo VII_ in Italia: il che, se
fosse utile a Guido, lo scorgeremo fra poco. Nel dì 16 di settembre
i Parmigiani, rinforzati da gran quantità di cavalleria e fanteria
di Verona, Mantova, Brescia, Modena e Reggio, fecero oste a Borgo San
Donnino[792], dove s'erano fortificati i Rossi, Lupi ed altri usciti
della loro città, e vi stettero sotto ben tre mesi con dei trabucchi
che incessantemente gittavano pietre, e con una forte circonvallazione
intorno alla terra. Mandò Guido dalla Torre secento uomini d'armi
e trecento fanti a Cremona con ordine di soccorrere gli assediati;
ma questa gente non osò mai d'inoltrarsi, perchè i Parmigiani gli
aspettavano a piè fermo per dar loro battaglia. S'interpose dipoi il
vescovo di Parma per l'accordo, e fu fatto compromesso con ostaggi
in Guglielmino da Canossa e Matteo da Fogliano, nobili reggiani,
che fecero cessar quell'assedio; ed eletti amendue podestà di Parma,
proferirono sul principio dell'anno seguente il loro laudo, al quale
niuna delle parti volle ubbidire. Nel dì 28 di maggio dell'anno
presente il popolo d'Asti[793] coll'aiuto di quei di Chieri, uscito
in campagna contra de' suoi fuorusciti, ebbe una rotta nella villa di
Quatordo. Restarono gli Astigiani sì intimiditi per questa disgrazia,
che diedero balia ad _Amedeo conte_ di Savoia e a _Filippo di Savoia_,
principe della Morea suo nipote, per trattar di pace fra i cittadini e
fuorusciti. Fu poi proferita da questi principi la sentenza della pace,
per cui i Gottuari cogli altri usciti nella festa di santa Caterina
di novembre rientrarono in Asti. Fra gli altri capitoli vi fu, che il
suddetto principe dovesse restar governatore della pace in Asti col
salario di diciassette mila lire l'anno: del che si dolsero non poco
gli Astigiani.

Abbiamo in quest'anno da Guglielmo Ventura, dal Villani e dalle
Croniche Estense e Parmigiana[794] che seguirono delle novità in
Genova. Scopertasi molta amicizia fra _Bernabò Doria_, uno de' due
capitani di Genova, e i Grimaldi fuorusciti, _Obizzino Spinola_, cioè
l'altro capitano, fece imprigionare il Doria. Questi ebbe la fortuna
di fuggirsene dalla carcere, e con tutti quei di sua casa si ritirò
al castello della Stella, che fu preso da Obizzino. Venuti poscia
i fuorusciti, cioè i suddetti Grimaldi, Doria, Fieschi ed altri in
Genova con assai forze, andò ad assalirli lo Spinola; e benchè fosse
superiore di gente armata, pure ne rimase sconfitto, e vi morì il
podestà di Genova. Allora i fuorusciti entrarono pacificamente in
Genova, e tolsero ad Obizzino Ventimiglia, Porto Venere e Lerice,
con passar anche al guasto di Gavi, dove s'era ritirato il suddetto
Obizzino, le cui case in Genova furono date alle fiamme. Giorgio
Stella riferisce[795] questo fatto all'anno seguente; ma dee prevalere
l'autorità degli storici sovraccitati, e spezialmente dell'autore
contemporaneo della Cronica di Parma, che finì di scrivere in
quest'anno. Confessa il medesimo Stella d'aver vedute storie che
ne parlano all'anno presente. Mette egli la battaglia nel dì 10 di
giugno. La Cronica di Parma ha, ch'essa accadde nella festa di san
Gervasio, cioè nel dì 19 d'esso mese. Il Villani la riferisce al dì
11. Io sto colla Cronica Parmigiana. In Toscana a' dì 10 di febbraio
i Fiorentini si mossero con sei mila pedoni e quattrocento cinquanta
cavalieri, per dare il guasto ad Arezzo. Quei cavalieri la maggior
parte erano Catalani, mandati in loro aiuto dal _re Roberto_[796],
giacchè più fede avea questo re in quella gente, e ne teneva anche
in Ferrara, siccome abbiam detto. Arditamente vennero loro incontro
gli Aretini con _Uguccion dalla Faggiuola_ lor capitano, ma andarono
in isconfitta, e più che di galoppo se ne fuggirono ad Arezzo. Con
più possente esercito nel dì 8 di giugno tornarono i Fiorentini fin
sotto quella città, devastando tutti i contorni; ed ancorchè venissero
ordini di _Arrigo VII_ re dei Romani di non molestare Arezzo, se ne
rise il popolo allora superbo di Firenze. Anzi, essendo giunto _Luigi
di Savoia_ con altri ambasciatori per parte di esso Arrigo a Firenze
a notificar la di lui venuta per la corona, ne riportarono risposte
villane, che assai diedero a conoscere ciò che poscia avvenne. Aspro
governo intanto faceano essi Fiorentini e Lucchesi di Pistoia[797], ma
gli ultimi specialmente, attendendo i loro uffiziali più a rubare che
a governare, e non era sicuro l'onor delle donne[798]. Condotto dalla
disperazione quel popolo, levò rumore nel dì primo di giugno, e tutti
a furia uomini e donne, fanciulli, preti e frati, con tavole, legnami
e pietre si diedero a fare uno steccato posticcio alla lor città, e a
cavar le fosse, giacchè ogni sua fortificazione era negli anni addietro
stata spianata. A questo avviso, s'inviò a quella volta tutto sdegno
il popolo di Lucca. Risoluti i poveri Pistoiesi di lasciar la vita
l'un presso all'altro, piuttostochè di sofferir più lungamente sì duro
giogo, si animarono alla difesa; ma non avrebbono potuto reggere alla
superiorità dei Lucchesi. Per buona ventura certi Fiorentini fecero
fermar l'esercito di Lucca a Pontelungo: con che lasciarono tempo a'
Pistoiesi di maggiormente afforzarsi, e di spedire a Siena, pregando
quel comune che s'interponesse per la pace. Vennero infatti gli
ambasciatori di Siena, ed ottennero buoni patti. Pistoia si fortificò,
e si governò da lì innanzi a comune, con solamente prendere i podestà e
capitani da Firenze e da Lucca. Nello stesso giorno primo di giugno fu
anche in Cesena[799] una sollevazione della fazion guelfa, alla quale
venne fatto di abbattere e mettere in fuga i Ghibellini; ma questo
movimento costò a quella città delle grandi ruberie ed altri malanni.
In questi tempi, secondo la Cronica di Cesena, era capitano per la
Chiesa romana in Jesi ed in altre terre della marca d'Ancona _Federigo
conte di Montefeltro_, figliuolo del fu conte Guido. Fecero oste gli
Anconitani sopra il contado di Jesi[800]; ma esso conte Federigo per
attestato del Villani, colla gente di Jesi, Osimo e d'altri marchigiani
ghibellini andò ad assalirli, e diede loro una gran rotta, di modo che
più di cinque mila Anconitani vi restarono tra morti e presi.

NOTE:

[782] Dino Compagni, Chron., tom. 9 Rer. Ital Giovanni Villani, lib. 8,
cap. 96.

[783] Raynaldus, Annal. Eccles.

[784] Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Estense,
tom. 15 Rer. Ital. Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[785] Bernardus Guido, in Vit. Clementis V. Giovanni Villani, lib. 8,
cap. 108.

[786] Leibnit., Cod. Jur. Gent., tom. 1, num. 31.

[787] Raynald., Annal. Eccl., ad hunc ann., §. 24.

[788] Marino Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Italic.

[789] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 61. Corio, Istoria di Milano.

[790] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.

[791] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[792] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[793] Chron. Astense, tom. 9 Rer. Ital.

[794] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 114. Chronic. Estense, tom. 9 Rer.
Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[795] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[796] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 105.

[797] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.

[798] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 111. Ptolom. Lucens., in Vita
Clementis V.



    Anno di CRISTO MCCCX. Indizione VIII.

    CLEMENTE V papa 6.
    ARRIGO VII re de' Romani 3.


Nel dì 26 di luglio dell'anno presente que' fuorusciti che erano
entrati in Ferrara dopo la caduta dei principi estensi[801], cioè
Salingerra de' Torrelli, Ramberto de' Ramberti e Francesco Menabò
colla fazion ghibellina, nemica degli Estensi guelfi, diede all'armi
con disegno di levar quella città dalle mani della Chiesa. Vi furono
ammazzamenti, massimamente di Catalani, e ruberie senza fine; e i
palagi dei marchesi furono da que' ribaldi dati alle fiamme. Già
tutta la città era in lor potere; ma, avvertito di ciò il _cardinal
Pelagrua_, soggiornante allora in Bologna, cavalcò a quella volta
con copiosa milizia di Bolognesi, ed entrò in Castello Tealdo, dove
s'erano ritirati que' pochi de' suoi che poterono sottrarsi alle
spade de' sollevati. In aiuto suo accorsero ancora da Rovigo con buon
numero d'armati il_ marchese Francesco, Rinaldo_ ed _Obizzo Estensi_.
Allora i Ferraresi, veggendosi come perduti, altro ripiego non ebbero
che di ricorrere alla misericordia del legato; ma questi, dopo aver
voluto prima in mano circa ottanta (altri dicono meno) de' migliori
della città, non altra misericordia usò loro che di lasciar la briglia
alle sue truppe, le quali, unite coi Guelfi, si spinsero contra de'
Ghibellini, e li forzarono alla fuga. In tal occasione seguirono
molte uccisioni e saccheggi di monisteri e chiese, certo non con lode
di esso legato, il qual poscia affaticò per molti dì il boia in far
impiccare i colpevoli di quella sedizione. Anche la città di Piacenza
fu in gran moto[802]. _Alberto Scotto_ ivi signore, tra perchè si
trovava incalzato dalla forza de' fuorusciti, cioè di Leone degli
Arcelli, Ubertino Lando ed altri Ghibellini, che erano spalleggiati da
_Guido dalla Torre_ signor di Milano; e perchè inoltre sentiva essere
in procinto _Arrigo VII_ di calare in Italia, prese il partito di
far pace cogli usciti, e di cedere il dominio della città, con che i
pubblici uffizii da lì innanzi fossero comuni fra le parti. Entrarono
in Piacenza quasi in trionfo i fuorusciti; ma siccome non si davano mai
posa gli animi troppo allora turbolenti degl'Italiani, appena entrati i
fuorusciti, svegliarono delle contese, e nel dì seguente a forza d'armi
ne scacciarono Alberto Scotto, il quale co' suoi aderenti si ridusse a
Castello Arquato, ed, impadronitosi di Fiorenzuola e Bobbio, cominciò
di nuovo a recar frequenti molestie al popolo dominante di Piacenza.
Obizzino Spinola cogli altri suoi consorti, anche essi fuorusciti di
Genova[803] e padroni di Monaco, s'impadronì in quest'anno delle terre
di Montaldo e Votaggio, e le distrusse da' fondamenti. La decantata
venuta del re de' Romani è credibile che movesse tanto essi Spinoli
e i lor partigiani, quanto il governo di Genova a far poco appresso
pace. Quaranta mila lire furono pagate agli Spinoli, che restituirono
al comune di Genova tutti i luoghi presi, ed ebbero accesso libero alla
città, eccettochè Obizzino, obbligato per due anni a starsene nelle
sue castella. Nell'Umbria i Perugini, rinforzati dal maliscalco del
re Roberto abitante in Firenze, fecero guerra nel mese di luglio alla
città di Todi[804]. Volle provarsi quel popolo ad una battaglia; ma
non l'avesse fatto, perchè ne andò malamente sconfitto. Nello stesso
mese furono cacciali i Guelfi da Spoleti, restando la signoria ai
Ghibellini. Ma per più tempo i Perugini talmente guerreggiarono contra
di quella città, che nell'anno seguente la forzarono a rimettere in
casa i Guelfi; ed altrettanto fece la città di Todi.

Dava molto da pensare a _Roberto re_ di Napoli la disposizione
di _Arrigo VII re_ de' Romani, di calar in Italia, ben prevedendo
ch'egli sosterrebbe il partito dei Ghibellini amici dell'imperio con
depressione de' Guelfi, de' quali egli era il capo. Gli parve dunque
di non dovere maggiormente differire il suo ritorno dalla Provenza
in Italia per dar sesto a' suoi affari. Coll'avere indotto il papa a
fermare la sua residenza in Avignone, città della Provenza, e perciò
di suo dominio, egli era divenuto come arbitro della corte pontificia.
E fu in quest'anno[805] ch'egli ottenne il vicariato della Romagna
e di Ferrara, ed inviò colà i suoi ministri a comandar le feste.
Il pontefice Clemente intanto barcheggiava. Mostravasi egli tutto
favorevole ad Arrigo VII, con approvar la sua venuta a prendere la
corona imperiale; avea anche destinati i cardinali, che gliela dessero
in Roma, e scrisse per lui lettere ai vescovi, principi e città
d'Italia. Tuttavia gran cura avea di non disgustare il re Roberto, e
non gli doveano dispiacere gli avanzamenti della fazione guelfa. Ora
esso re Roberto nel dì 10 di giugno arrivò a Cuneo in Piemonte[806].
Visitò Montevico, Fossano, Savigliano, Cherasco ed Alba, terre di sua
giurisdizione, _Filippo di Savoia_, che si trovava allora in Asti, fece
un'imperiosa intimazione agli Astigiani di guardarsi dall'amicizia
di quel re. Altrettanto fecero il vescovo di Basilea, _Luigi di
Savoia_, ed altri ambasciatori del re Arrigo, ch'erano pervenuti in
quella città, e passarono dipoi a Savona, Genova e Pisa, annunziando
dappertutto, la venuta d'esso Arrigo alla corona. Di belle parole
dissero gli Astigiani, ma poi, spediti ambasciatori ad Alba, fecero
una specie di lega col suddetto re Roberto; e questi dipoi nel dì 9
di agosto venne ad Asti, ed ebbe ad un gran convito i grandi di quella
città. Si fece allora le maraviglie Guglielmo Ventura, il quale vi si
trovò presente, al vedere che tutti mangiarono e bebbero solamente
in vasi d'argento, perchè un lusso tale era tuttavia incognito
agl'Italiani. Passò Roberto nel dì 10 d'agosto ad Alessandria, e ne
scacciò gl'Inviziati e i Lanzavecchi ghibellini, e si fece dar la
signoria di quella città dai Guelfi. Ecco come il buon re andava
stendendo l'ali alle spese del romano imperio. Ito poscia a Lucca
e a Firenze, dove indarno si studiò di pacificare insieme i Guelfi
disuniti, inviò al governo della Romagna Niccolò Caracciolo[807], il
quale, arrivato colà nel mese d'ottobre, ebbe ubbidienza da quasi tutte
quelle città, e procurò di mettere pace dappertutto con ridurre nelle
lor patrie i fuorusciti. Su due piedi egli ascoltava le liti, e senza
strepito di giudizio le decideva. Di uno di questi abbisognerebbe ogni
città. Dovette trovare ne' Forlivesi qualche durezza[808], perchè ne
fece spianar le fosse, e mise in prigione Scarpetta, Pino e Bartolommeo
degli Ordelaffi, e alcuni dei Calboli e degli Argogliosi. Lasciò poi
in libertà i Guelfi, e ritenne i Ghibellini. Ora, avendo Arrigo re de
Romani stabilita la sua venuta in Italia, mandò varii ambasciatori a
notificarlo alle città. Venne a Milano il vescovo di Costanza[809],
e con bella orazione espose come il re era per prendere la corona
del ferro dall'arcivescovo di Milano. Mostraronsi pronti i Milanesi a
ricevere con tutto onore il sovrano; il solo _Guido dalla Torre_ signor
della città buffava, nè volea che si parlasse di questo grande affare.
Chiamò poi ad un parlamento il _conte Filippone_ da Langusco signor
di Pavia, _Antonio da Fissiraga_ signor di Lodi, _Guglielmo Cavalcabò_
principal cittadino o signore di Cremona, e _Simone degli Avvocati_ da
Colobiano cittadin primario o signore di Vercelli, per udir il loro
parere. Tutti erano di fazion guelfa. Schiettamente disse Filippone
fra i primi ch'egli non voleva essere ribello al re suo signore. Gli
altri dissero che bisognava prendere consiglio sul fatto, ma che allora
non si potea. Guido dalla Torre era di parere che tutti si unissero
contra di questo Tedesco; e smanioso girava per le camere, borbottando
e parlando da sè solo. Finì il parlamento senza conchiusione alcuna.

Sul fine d'ottobre arrivò a Susa, e poscia a Torino, il _re Arrigo_
colla _regina Margherita_ sua moglie, mille arcieri e mille uomini
d'arme, dopo avere, mercè di un matrimonio, fatto divenir _Giovanni_
suo figliuolo re di Boemia. _Amedeo conte di Savoia, Filippo_ e _Luigi_
parimente di Savoia erano tutti per lui, e seppero ben fare il lor
negozio con questo attaccamento. Nella corte d'esso re si contavano
l'arcivescovo di Treviri _Baldovino_ suo fratello, _Teobaldo vescovo_
di Liegi, _Ugo delfino di Vienna_, il duca di Brabante ed altri
principi e baroni. Andarono colà a fargli riverenza Filippone conte di
Langusco, _Teodoro marchese di Monferrato_, i vescovi, i signori e gli
ambasciatori di varie città, e nominatamente i romani, che comparvero
con gran fasto. Tutti condussero gente armata per accompagnarlo. Per
attestato di Albertino Mussato[810], mise un suo vicario in Torino:
segno che quella era allora città libera. Nel dì 10 di novembre venne
ad Asti[811], e v'introdusse i fuorusciti ghibellini. Gli fu data
(malvolentieri nondimeno) la signoria di quella città, ed egli pose
quivi un vicario, che cominciò molto bene ad aggravar quel popolo.
Usava in corte d'esso re, ed era ben veduto da lui Francesco da
Garbagnate[812], giovane milanese assai disinvolto, che gli avea più
volte detto gran bene di _Matteo Visconte_ esiliato da Milano, con
dipignerglielo pel più savio, attivo ed onorato uomo di Lombardia,
e perciò capace di ben servirlo ne' correnti affari. Mostrò Arrigo
voglia di vederlo. Il Garbagnate, che tenea buon filo col Visconte,
gliel fece tosto sapere; e Matteo travestito per solitarii cammini
si portò ad Asti, dove, datosi a conoscere, non vi fu cortesia che
non ricevesse da quella corte, ed anche dal re. I soli magnati guelfi
il guardarono con occhio bieco, e villanamente ancora parlarono di
lui, ma senza ch'egli mostrasse di alterarsene punto. Il favorevole
accoglimento a lui fatto da Arrigo cagionò bensì che molti Milanesi e
Lombardi abbracciarono il suo partito. Ed essendo giunto colà anche
l'arcivescovo di Milano _Gaston dalla Torre_, già esiliato, stabilì
pace e lega con esso Matteo, a nome ancora de' suoi fratelli, alcuni
dei quali erano tuttavia detenuti prigioni da Guido dalla Torre. Non
si fidava molto Arrigo d'andare a Milano, siccome abbastanza informato
delle cattive disposizioni di Guido dalla Torre; anzi diffidava non
poco di tutti gl'Italiani, perchè sessant'anni correano che non aveano
veduto imperadori o re de' Romani; ed avvezzati a vivere a lor modo,
non amavano al certo di riconoscere superiore alcuno. Matteo Visconte,
per conto di Milano, gli levò le apprensioni del cuore, ben conoscendo
egli quanto se ne potea promettere. Il distornò ancora dal differir la
sua entrata in Milano, al che l'andavano sotto varii pretesti esortando
i capi de' Guelfi[813]. Passò dunque Arrigo a Casale, a Vercelli e
a Novara, accolto con allegria da que' popoli. In Vercelli mise fine
alla guerra civile fra i Tizzoni ed Avvocati, in Novara fra i Brusati
e Tornielli. Ogni fuoruscito potè ritornare alla sua patria. Cavalcò
poscia il re, ed, invece di andare a Pavia, dove il conte Filippone
l'aspettava, per consiglio di Matteo Visconte, passato il Ticino,
s'inviò alla volta di Milano, incontrato di mano in mano da varie
schiere di nobili milanesi, tutti in festa e gala, che gli baciavano
il piede: dal che s'avvide avergli il Visconte dato buon consiglio.
L'ultimo a venirgli incontro fuori de' borghi di Milano fu Guido dalla
Torre[814]. Lo sdegno e la superbia erano con lui. Laddove gli altri,
all'appressarsi del re, abbassavano le loro insegne, Guido portava
diritto la sua. Gl'insegnarono i Tedeschi le creanze ed il dovere, con
buttargliela per terra. All'arrivo del re, smontò Guido da cavallo,
e gli andò come incantato a baciare il piede. Arrigo, con volto umano
riguardandolo, gli disse: _Guido, riconosci il tuo re, perchè duro è il
ricalcitrar contro lo stimolo_. Entrò il re nel dì 23 di dicembre, e
non già nel dì seguente, come scrivono alcuni[815], in Milano, e seco
Gastone arcivescovo, Matteo Visconte ed ogni altro fuoruscito. Volle
il dominio della città, che gli fu dato, e Guido dalla Torre andò a
sedere: disgrazia per altro da lui preveduta, ma senza avere cercata,
o, per meglio dire, trovata maniera di provvedervi. Fece poi far pace
fra i Torriani e Visconti, e quetò le altre nemicizie, desiderando
che tutti vivessero in pace e concordia. Attese dipoi a far le sue
disposizioni per ricevere la corona del ferro, alla qual funzione fu
destinato il dì dell'Epifania dell'anno seguente. Fece in quest'anno
papa Clemente nelle quattro tempora del Natale una promozione di cinque
cardinali, tutti Guasconi[816]: se con piacere degl'Italiani, Dio vel
dica. Nè voglio tacere che i Ghibellini di Modena nel mese di luglio
cacciarono fuori di città quei da Sassuolo, da Ganaceto e i Grassoni,
tutti di fazione guelfa[817].

NOTE:

[799] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[800] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 113.

[801] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Bononiense, tom. 18
Rer. Ital. Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Italic.

[802] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer.
Ital.

[803] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[804] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 5.

[805] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[806] Chron. Astens., cap. 53, tom. 11 Rer. Ital.

[807] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[808] Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

[809] Johannes de Cermenat., cap. 10, tom. 9 Rer. Ital.

[810] Albertinus Mussatus, lib. 1, cap. 6.

[811] Chron. Astense, cap. 58, tom. 11 Rer. Ital.

[812] Corio, Istor. di Milano. Bonincon. Morigia, Chron. tom. 12 Rer.
Ital.

[813] Dino Compagni, tom. 9 Rer. Ital.

[814] Johan. de Cermenat., cap. 13, tom. 9 Rer. Ital.

[815] Gualvan. Flamma, cap. 349. Chron. Astense, cap. 39, tom. 11 Rer.
Ital.



    Anno di CRISTO MCCCXI. Indizione IX.

    CLEMENTE V papa 7.
    ARRIGO VII re de' Romani 4.


Per la corona del regno d'Italia, che dovea darsi al _re Arrigo_,
tutte le città di Lombardia e della marca di Verona inviarono i loro
ambasciatori a Milano[818], a riserva di Alessandria, d'Alba e d'altri
luoghi in Piemonte, che riguardavano per loro signore _Roberto re_
di Napoli. Intanto s'erano già cominciati a veder preparamenti di
guerra contra dello stesso Arrigo. I Fiorentini, Lucchesi ed altri
di Toscana[819] aveano nell'anno precedente eletti gli ambasciatori,
per mandar a protestare l'ossequio loro al novello sovrano; ma
all'improvviso restò la spedizione, e, per lo contrario, si diede
quel popolo a far gente, e contrasse lega col medesimo re e colle
città guelfe, per opporsi a lui. Altrettanto fecero i Bolognesi,
attendendo specialmente in questo anno a fortificare e ben provvedere
la loro città. Non si potrà fallare, attribuendo queste risoluzioni ai
maneggi del re Roberto e de' suoi ministri, che non voleano lasciar
crescere la potenza di Arrigo, credendola di troppo pregiudizio ai
loro interessi. Si aggiunse, essere ben venuto in Italia il novello
re con belle proteste di voler mettere la pace dappertutto, ridurre
nelle loro patrie gli usciti, non avere parzialità nè per Guelfi, nè
per Ghibellini, e di voler conservare tutti i diritti e privilegii
di qualsisia città. E, di vero, opinione fu che sul principio fosse
pura tal sua intenzione. Non parve poi così nell'andare innanzi.
In un general parlamento volle che ogni città avesse un vicario
imperiale[820]. Già gli avea messi in Torino, Asti e Milano; ed essi
in luogo dei podestà eletti dai cittadini: il che fu uno sminuire di
molto la libertà di quei popoli. Ora nel dì 6 di gennaio esso re fu
colla _regina Margherita_ coronato in santo Ambrosio di Milano per
le mani dell'arcivescovo milanese _Gastone dalla Torre_. Pretesero il
popolo e i canonici della nobil terra di Monza che nella lor basilica
di san Giovanni Batista dovesse egli prendere la corona del ferro, che
essi per antico privilegio conservano nel loro sacrario, e nella quale
hanno da un secolo e mezzo in qua immaginato che si conservi uno dei
sacri chiodi della croce del Signore[821]: cosa ignorata ne' secoli
precedenti. Ma dovettero tanto industriarsi i Milanesi, che nella
suddetta basilica di santo Ambrosio seguì quella grandiosa funzione,
siccome altre volte s'era fatto[822], coll'aver nondimeno Arrigo, mercè
d'un suo diploma, preservato il diritto che potesse competere a Monza.
In tal congiuntura egli creò cavalieri circa dugento nobili di varie
città. Attese di poi a pacificare le città di Lombardia, e in molte di
esse mise i suoi vicarii, volendo che in ciascuna d'esse rientrassero
gli sbanditi, fossero guelfi o ghibellini. Mise in Modena[823] per
vicario Guidaloste dei Vercellesi da Pistoia, che v'introdusse tutti
i fuorusciti guelfi. L'ultimo a comparire alla corte fu _Matteo Maggi_
signore di Brescia, di fazion ghibellina[824], non già per poco affetto
al re, ma per timore di Tebaldo Brusato di fazion guelfa, bandito da
Brescia negli anni addietro, che, venuto a Milano, avea già guadagnato
nella corte di molti protettori. Il buon Arrigo, che mirava al sollievo
e bene di tutti, propose al Maggi di ricevere in Brescia Tebaldo. Il
Maggi allora disse quanto potè per far conoscere al re come Tebaldo
era il maggior perfido e mancator di parola che fosse al mondo, e
sfibbiò tutti i tradimenti da lui fatti, e le crudeltà da lui usate in
varii tempi. A nulla servì; il re stette saldo in dire che bisognava
perdonare, e convenne accomodarsi al di lui volere, con ricevere
Tebaldo e i suoi seguaci in Brescia[825]. Seguì pertanto uno strumento
di pace fra i Guelfi e Ghibellini di quella città; ed, avendo Matteo
Maggi rinunziata quella signoria, Arrigo mandò colà per suo vicario
Alberto da Castelbarco. Non andrà molto che ne vedremo gli effetti.

Diede esso re Arrigo per suo vicario a Milano Giovanni dalla Calcia
Franzese, uomo inetto, che neppure un mese durò in quel posto. Gli
sustituì Niccolò Bonsignore, un pezzo di mala carne, già bandito per
le sue ribalderie da Siena sua patria, che cominciò a maltrattare quel
popolo. Richiese il re un dono gratuito dai Milanesi, perchè era corto
di moneta. Fu proposto nel consiglio della città il quanto, e rimesso
in Guglielmo Posterla il tassarlo. Disse cinquanta mila fiorini d'oro.
Tutti consentivano, se non che Matteo Visconte soggiunse che gli parea
conveniente donarne anche dieci mila alla regina. Allora Guido dalla
Torre s'alzò in collera, riprovando il far così da liberale colla roba
altrui; e, nell'uscire del consiglio, disse: _E perchè non se ne danno
cento mila? questo numero è più perfetto_. Perciò i ministri del re
scrissero cento mila, e bisognò poi darli. E fin qui era durato il bel
sereno; ed Arrigo si figurava di aver data da padre la pace a tutte
le città di Lombardia, senza far distinzione tra Guelfo e Ghibellino;
ma non tardò ad intorbidarsi il cielo. Perchè Arrigo, sotto spezie
di onore, ma veramente per aver degli ostaggi, dimandò che cento
figliuoli de' nobili milanesi lo accompagnassero a Roma, si trovarono
molte difficoltà, ed insorsero sospetti di sedizione. Furono anche
veduti fuor d'una porta Franceschino figliuolo di Guido dalla Torre,
e Galeazzo figliuolo di Matteo Visconte, parlar lungamente insieme, e
toccarsi la mano nel congedarsi[826]. Fu riferito ad Arrigo, e fatto
credere che il Visconte ed il Torriano macchinassero contra la sua
real persona, ed avessero già fatta massa di gente. Però nel dì 12 di
febbraio egli mandò una squadra di cavalleria a visitar le case dei
nobili. Matteo Visconte, avutone l'avviso, col mantello indosso avanti
il suo palazzo li stette aspettando, ragionando intanto con alcuni
amici. Arrivati i Tedeschi, come se nulla sapesse, invitolli a bere,
e gl'introdusse in casa. Se n'andarono tutti contenti, e persuasi
della sua fedeltà. Non così fu al palazzo di Guido dalla Torre. Quivi
erano molti armati, quivi si cominciò un tumulto, e si venne alle mani
coi tedeschi. Trassero colà i parziali de' Torriani, e dall'altro
canto s'andarono ingrossando le truppe del re, il quale fu in gran
pena per questo, massimamente dappoichè gli fu riferito che anche
Matteo Visconte e Galeazzo suo figliuolo erano uniti coi Torriani. Ma
eccoti comparir Matteo col mantello alla corte; ecco da lì un pezzo un
messo, che assicurò Arrigo, come Galeazzo Visconte combatteva insieme
coi Tedeschi contra de' Torriani: il che tranquillò l'animo di sua
maestà. La conclusione fu, che i serragli e palagi dei Torriani furono
superati, dato il sacco alle lor ricche suppellettili, spogliate
anche tutte le case innocenti del vicinato. Guido dalla Torre e gli
altri suoi parenti, chi qua chi là fuggendo, si sottrassero al furor
dei Tedeschi, e se ne andarono in esilio, nè mai più ritornarono in
Milano. Non si seppe mai bene la verità di questo fatto. Fu detto che
i Torriani veramente aveano congiurato, e che nel dì seguente dovea
scoppiar la mina[827]. Ma i più credettero, e con fondamento, che
questa fosse una sottile orditura dello scaltro Matteo Visconte per
atterrare i Torriani, siccome gli venne fatto, con fingersi prima unito
ad essi, e con poscia abbandonarli nel bisogno. Nulladimeno, con tutto
che egli si facesse conoscer fedele in tal congiuntura ad Arrigo, da
lì ad alquanti dì l'invidia di molti grandi milanesi, ed il timore che
Matteo tornasse al principato, e si vendicasse di chi l'avea tradito
nell'anno 1302, cotanto poterono presso Arrigo, che Matteo fu mandato
a' confini ad Asti, e Galeazzo suo figliuolo a Trivigi. Poco nondimeno
stette Matteo in esilio. Il suo fedele amico Francesco da Garbagnate,
fatto conoscere al re che per fini torti aveano gl'invidiosi
allontanato da lui un sì savio consigliere[828], cagion fu che Arrigo
nel dì 7 d'aprile il richiamò e rimise in sua grazia.

Gran terrore diede alle città guelfe di Lombardia la caduta de'
Torriani guelfi. Lodi, Cremona e Brescia per questo alzarono le
bandiere contra d'Arrigo. Per confessione di Giovanni Villani,
i Fiorentini e Bolognesi con loro maneggi e danari soffiarono in
questo fuoco. Antonio da Fissiraga signore di Lodi corse colà; ma,
ritrovata quivi dell'impotenza a sostenersi per la poca provvision
di vettovaglia, tornò a Milano ad implorar la misericordia del re, e,
per mezzo della regina e di _Amedeo conte di Savoia_, l'ottenne. Mandò
Arrigo a prendere il possesso di quella città, e v'introdusse tutti i
fuorusciti; poscia nel dì 17 d'aprile coll'armata s'inviò alla volta
della ribellata Cremona. S'era imbarcato quel popolo senza biscotto;
e ciò per la prepotenza di _Guglielmo Cavalcabò_ capo della fazione
guelfa, il quale avea fatto sconsigliatamente un trattato col fallito
Guido dalla Torre. Sicchè, all'udire che il re veniva in persona con
tutte le sue forze e con quelle de' Milanesi contra di Cremona, se ne
fuggì. Sopramonte degli Amati, altro capo de' Ghibellini, uomo savio
e amante della patria, allora consigliò di gittarsi alla misericordia
del re. Venne egli coi principali della nobiltà e del popolo sino a
Paderno, dieci miglia lungi da Cremona; e tutti colle corde al collo,
inginocchiati sulla strada, allorchè arrivò Arrigo, con pietose voci
e lagrime implorarono il perdono. Era la clemenza una delle virtù
di questo re; ma se ne dimenticò egli questa volta, ed ebbe bene a
pentirsene col tempo. Comandò che ognun di loro fosse imprigionato e
mandato in varii luoghi, dove quasi tutti nelle carceri miseramente
terminarono dipoi i lor giorni. Fu questo un nulla. Arrivato a Cremona,
non volle entrarvi sotto il baldacchino preparato da' cittadini, fece
smantellar le mura, spianar le fosse, abbassar le torri della città. Da
lì ancora a qualche giorno impose una gravissima contribuzione di cento
mila fiorini d'oro, e fu dato il sacco all'infelice città[829], che
restò anche priva di tutti i suoi privilegii e diritti. Da qualsivoglia
saggio fu creduto che questi atti di crudeltà, sconvenevoli ad un re
fornito di tante virtù, pel terrore che diedero a tutti, rompessero
affatto il corso alla pace d'Italia ed alla fortuna d'Arrigo, addosso
a cui vennero poi le dure traversie che andremo accennando. Dacchè
per benignità e favore d'esso re rientrò in Brescia Tebaldo Brusato
cogli altri fuorusciti guelfi, andò costui pensando come esaltar la
sua fazione[830]. Nel dì 24 di febbraio, levato rumore, prese Matteo
Maggi, capo de' Ghibellini, con altri grandi di quella città, e si
fece proclamar signore, o almen capo della fazion guelfa, che restò
sola al dominio. Albertino Mussato[831] scrive che i Maggi furono i
primi a rompere la concordia, e che poi rimasero al disotto. Jacopo
Malvezzo[832] ed altri scrittori bresciani non la finiscono di esaltar
con lodi la persona di Tebaldo Brusato. Ma gli autori contemporanei ed
il fatto stesso ci vengono dicendo che egli fu un ingrato ai benefizii
ricevuti dal re Arrigo, e un traditore, avendo egli scacciato il di
lui vicario, e fatta ribellare contra di lui quella città, in cui la
real clemenza, di bandito e ramingo ch'egli era, l'avea rimesso. Dopo
avere il re tentato, col mandare innanzi _Valerano_ suo fratello, se i
Bresciani si voleano umiliare, e trovato che no[833], tutto sdegno nel
mese di maggio mosse l'armata contra di quella città, e n'intraprese
l'assedio. Fu parere del Villani, che s'egli, dopo la presa di Cremona,
continuava il viaggio, Bologna, Firenze e la Toscana tutta veniva
facilmente all'ubbidienza sua. A quell'assedio furono chiamate le
milizie delle città lombarde. Spezialmente vi comparve la cavalleria e
fanteria milanese. _Giberto da Correggio_, oltre all'aver condotto colà
la milizia di Parma, donò ad Arrigo la corona di _Federigo II_ Augusto,
presa allorchè quell'imperadore fu rotto sotto Parma. Per questo
egli, se crediamo al Corio[834], ottenne il vicariato di quella città.
Albertino Mussato scrive che quivi fu messo per vicario un Malaspina.
Nulla mi fermerò io a descrivere gli avvenimenti del famoso assedio
di Brescia. Basterammi di dire che la città era forte per mura e per
torri, ma più per la bravura de' cittadini, i quali per più di quattro
mesi renderono inutili tutti gli assalti e le macchine dell'esercito
nemico. Circa la metà di giugno, in una sortita restò prigion de'
Tedeschi l'indefesso Tebaldo Brusato, e coll'essere strascinato
e squartato pagò la pena dei suoi misfatti. Infierirono perciò i
Bresciani contra dei prigioni tedeschi, e si accesero maggiormente ad
un'ostinata difesa. In un incontro anche _Valerano_ fratello del re,
mortalmente ferito, cessò di vivere.

Per tali successi era forte scontento il re Arrigo. L'onor suo non gli
permettea di ritirarsi; ed intanto maniera non si vedea di vincere la
nemica città. Mancava il danaro per la sussistenza dell'armata; e il
peggio fu, che in essa entrò una fiera epidemia, ossia la peste vera,
che facea grande strage[835]. Dio portò al campo tre cardinali legati
spediti dal papa per coronare in Roma, e sollecitar per questo il re
Arrigo, cioè i _vescovi d'Ostia_ e _d'Albano_, e _Luca dal Fiesco_.
Questi mossero parola di perdono e di pace. Entrò il Fiesco col
patriarca d'Aquileia in Brescia, e trovò delle durezze. Vi ritornò,
e finalmente conchiuse l'accordo. Fu in salvo la vita e la roba dei
cittadini, e si scaricò sopra le mura della città il gastigo della
ribellione, le quali furono smantellate, e per esse entrò Arrigo nella
città nel dì 24 di settembre, seco menando i fuorusciti. Oltre a ciò,
settanta mila fiorini d'oro volle da quel popolo, con altri aggravii,
per quanto scrive il Malvezzi, e lo conferma Ferreto Vicentino, contro
le promesse fatte al cardinale dal Fiesco. Da Brescia passò a Cremona,
indi a Piacenza, dove lasciò un vicario[836], rimanendo deluso _Alberto
Scotto_, il quale poco dopo ricominciò le ostilità contro la patria.
Trasferitosi a Pavia, quivi si trovarono per la peste calata a tal
segno le sue soldatesche, che _Filippone da Langusco_, non più signore
di quella città, avrebbe potuto assassinarlo, se il mal talento gliene
fosse venuto. E ne corse anche il sospetto; perlochè portossi colà
_Matteo Visconte_ con possente corpo di Milanesi; ma Filippone gli
chiuse le porte in faccia. Matteo, dico, il quale, stando Arrigo sotto
Brescia, non tralasciò ossequio e diligenza veruna per assisterlo con
gente, danari e vettovaglie; laonde meritò d'essere creato vicario
di Milano, e di poter accudire da lì innanzi all'esaltazione della
propria casa. In Pavia mancò di vita, per le malattie contratte
all'assedio di Brescia, il valoroso _Guido conte di Fiandra_. E quivi,
a persuasione di _Amedeo conte di Savoia_, Arrigo dichiarò vicario di
Pavia, Vercelli, Novara e Piemonte _Filippo di Savoia_, principe allora
solamente di titolo della Morea. Scrive Giovanni da Cermenate[837], e
con lui va d'accordo Galvano Fiamma[838] col Malvezzi[839], che questo
principe, unitosi dipoi con Filippone di Langusco e cogli altri Guelfi,
fece ribellar quelle città, ed altre ancora al re suo benefattore.
Nel dì 21 d'ottobre arrivò Arrigo a Genova, accolto da quel popolo
con sommo onore; ed avuta che ebbe la signoria della città, si
studiò di metter pace fra que' di lor natura alteri, ed allora troppo
discordanti, cittadini, e rimise in città Obizzino Spinola con tutti i
fuorusciti[840]. Ma quivi nel dì 13 di dicembre da immatura morte fu
rapita la regal sua moglie _Margherita_ di Brabante, principessa per
le sue rare virtù degna di più lunga vita. Intanto si scoprirono suoi
palesi nemici i Fiorentini, Lucchesi, Perugini, Sanesi ed altri popoli
di Toscana, i quali, sommossi ed assistiti dal _re Roberto_, fatto
grande armamento, presero i passi della Lunigiana, per impedirgli il
viaggio per terra. Erano all'incontro per lui gli Aretini e Pisani; i
quali ultimi mandarono a Genova una solenne ambasceria ad invitarlo,
con fargli il dono di una sì magnifica tenda militare, che sotto vi
poteano stare dieci mila persone. Lo scrive Albertino Mussato; e chi
non vuol credere sì smisurata cosa dazio non pagherà. Per più di due
mesi si fermò in Genova il re Arrigo, nè si può negare che tendeva
il suo buon volere a ricuperare bensì i diritti molto scaduti del
romano imperio; ma insieme, se avesse potuto, a rimettere la quiete
in ogni città, e ad abolir le matte e sanguinarie fazioni de' Guelfi e
Ghibellini. Tutto il contrario avvenne. La venuta sua mise in maggior
moto gli animi alterati e divisi de' popoli.

_Giberto da Correggio_, guadagnato e soccorso da' Fiorentini e
Bolognesi, mosse a ribellione Parma e Reggio. In Cremona fu una
sedizione non picciola, e ne fu cacciato il ministro del re. _Filippone
da Langusco_ insorse in Pavia contra dei Beccheria ed altri Ghibellini,
e, col favore di _Filippo di Savoia_, li scacciò. Lo stesso accadde
ai Ghibellini d'Asti, Novara e Vercelli. Anche in Brescia ed in altre
città furono tumulti e sedizioni. In Romagna altresì il vicario del re
Roberto mise le mani addosso ai capi dei Ghibellini di Imola, Faenza,
Forlì e d'altri luoghi, e sbandì la loro fazione[841]. Pesaro e Fano,
città ribellate al papa, furono ricuperate dal marchese d'Ancona[842].
In Mantova volle il re Arrigo che tornassero gli sbanditi guelfi, e
quivi pose per vicario Lappo Farinata degli liberti. Ma _Passerino_ e
_Butirone de' Bonacossi_, dianzi padroni della città, presero un giorno
l'armi col popolo, e costrinsero que' miseri a tornarsene in esilio,
senza rispetto alcuno al vicario regio. Era l'Augusto Arrigo in gran
bisogno di moneta. Una buona offerta gli fu fatta da essi Bonacossi,
ed ottennero con ciò il privilegio di vicarii imperiali di Mantova. Di
questo potente strumento seppe ben valersi anche _Ricciardo da Camino_
per impetrare il vicariato di Trivigi. E per la stessa via parimente
giunsero _Alboino_ e _Cane dalla Scala_ fratelli ad ottener quello di
Verona. Nè qui si fermò l'industria loro. In questi tempi la città
di Padova per la goduta lunga pace[843], e perchè dominava anche in
Vicenza, si trovava in un invidiabile stato per le ricchezze e per la
cresciuta popolazione. Questa grassezza, secondo il solito, serviva
di eccitamento e fomento all'alterigia de' cittadini, in guisa che,
avendo il re Arrigo fatto lor sapere di voler inviare colà un vicario,
e richiesti sessanta mila fiorini d'oro per la sua coronazione, quel
popolo se ne irritò forte; e, a suggestione ancora de' Bolognesi
e Fiorentini, negò di ubbidire, e proruppe inoltre in parole di
ribellione. Cane dalla Scala, siccome quegli che già aspirava a gran
cose, conosciuta anche la disposizion de' Vicentini, che pretendeano
d'essere maltrattati dagli uffiziali padovani, e s'erano invogliati di
mettersi in libertà, prese il tempo, e consigliò ad Arrigo di gastigar
l'arroganza di Padova con levarle Vicenza. Ebbe effetto la mina. Cane
accompagnato da _Aimone vescovo_ di Genevra, e colle milizie di Verona
e Mantova[844], nel dì 15 d'aprile (e non già di marzo, come ha lo
scorretto testo di Ferreto Vicentino) entrò in quella città, e ne
cacciò il presidio padovano. I Vicentini, che si credeano di ricoverar
la libertà, non solamente caddero sotto un più pesante giogo, ma
piansero il saccheggio della loro città per iniquità di Cane, che non
attenne i patti. Calò allora l'albagia del popolo padovano; cercò poi
accordo, e l'ottenne, ma con suo notabile svantaggio; perchè, oltre
all'avere ricevuto per vicario imperiale Gherardo da Enzola da Parma,
in vece di sessanta, dovette pagare cento mila fiorini d'oro alla cassa
del re.

Morì in quest'anno _Alboino dalla Scala_, e restò solo _Can Grande_ suo
fratello nella signoria di Verona, con tener anche il piede in Vicenza.
Tale era allora lo stato, ma fluttuante, della Lombardia e dell'Italia.
I soli Veneziani si stavano in pace, osservando senza muoversi
le commozioni altrui. Aveano spediti ad Arrigo, subito ch'egli fu
giunto in Italia, i loro ambasciatori con regali, a titolo non già di
suggezione, ma d'amicizia, e con ordine di non baciargli il piede[845].
Venne poscia in quest'anno a Venezia il vescovo di Genevra ambasciatore
d'Arrigo; ma non dimandò a quel popolo nè fedeltà nè ubbidienza.
Terminò i suoi giorni in quest'anno appunto[846] _Pietro Gradenigo_
doge di Venezia, e nel dì 22 d'agosto (il Sanuto[847] scrive nel dì 13)
fu surrogato in suo luogo _Marino Giorgi_, assai vecchio, che poco più
di dieci mesi tenne quel governo. Sotto Brescia, siccome accennammo,
cominciò ad infierir la peste nell'armata regale, e si diffuse poi
per varie città. Ne restò spopolala Piacenza, Brescia, Pavia, ed altri
popoli empierono i lor cimiterii. Portò il re Arrigo colle sue genti a
Genova questo malore, e però quivi fu gran mortalità. Diede principio
papa _Clemente V_[848] nell'ottobre di quest'anno al concilio generale
in Vienna del Delfinato, al quale intervennero circa trecento vescovi.
Era riuscito alla saggia destrezza d'esso pontefice e de' cardinali
il far desistere _Filippo il Bello re_ di Francia dal proseguir le
calunniose accuse contro la memoria di _papa Bonifazio VIII_. Nel
concilio si avea da trattare, ma poco si trattò de' tanti abusi che
allora si osservavano nel clero e nella stessa corte pontificia,
massimamente in riguardo alla collazion de' benefizii e alla simonia:
intorno a che restano varie memorie e scritture di quei tempi, che io
tralascio, rimettendo i lettori alla storia ecclesiastica, dove se ne
parla _ex professo_.

NOTE:

[816] Ptolom. Lucensis, in Vita Clementis V.

[817] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[818] Albertinus Mussatus, lib. 1, tom. 8 Rer. Ital.

[819] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 7.

[820] Gazata, Chronic. Regiense, tom. 18 Rer. Italic.

[821] Murat., Anecdot. Latin., tom. 2.

[822] Bonincontrus Morigia, Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[823] Bonif. Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

[824] Johann. de Cermenate, cap. 18, tom. 9 Rer. Italic.

[825] Malvec., Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.

[826] Bonicontrus Morigia, tom. 12 Rer. Ital. Johannes de Cermen.,
tom. 9 Rer. Ital. Albertinus Mussatus, tom. 8 Rer. Ital. Ferretus
Vicentinus, tom. 9 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer.
Ital.

[827] Johann. de Cermenate, cap. 22, tom. 9 Rer. Ital. Giovanni
Villani, lib. 9, cap. 11. Ferretus Vicentinus, lib. 4, tom. 9 Rer.
Ital.

[828] Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.

[829] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[830] Ferretus Vicentinus, lib. 4, tom. 9 Rer. Italic.

[831] Albertinus Mussat., Hist. Aug., tom. 8 Rer. Ital.

[832] Malvecius, Chronic. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.

[833] Dino Compagni. Chron., tom. 9 Rer. Ital.

[834] Corio, Istor. di Milano.

[835] Johannes de Cermenat., tom. 9 Rer. Italic.

[836] Albertinus Mussat., lib. 4, tom. 8 Rer. Ital.

[837] Johannes de Cermen., tom. 9 Rer. Ital.

[838] Gualv. Flamma, Manipul. Flor.

[839] Malvec., Chron. Brix., tom. 14 Rer. Ital.

[840] Georg. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Giovanni
Villani. Albertinus Mussatus, et alii.

[841] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 18.

[842] Ferretus Vicentinus, tom. 9 Rer. Ital.

[843] Albertinus Mussatus, lib. 2 et 3, rub. 3, tom. 8 Rer. Ital.

[844] Cortus, Histor., lib. 1, tom. 12 Rer. Ital.

[845] Albertinus Mussat., lib. 3, rub. 8, tom. 8 Rer. Ital.

[846] Continuator Danduli, tom. 12 Rer. Ital.

[847] Marino Sanuto, tom. 21 Rer. Ital.

[848] Raynaldus, Annal. Eccles. Baluzius, in Vita Pontific.



    Anno di CRISTO MCCCXII. Indizione X.

    CLEMENTE V papa 8.
    ARRIGO VII re 5, imperad. 1.


I lamenti de' Genovesi, e il non poter più l'Augusto Arrigo ricavar
da essi alcun sussidio di moneta, di cui troppo egli scarseggiava, gli
fecero prendere la risoluzion di passare durante il verno a Pisa. Per
terra non si potea, essendo serrati i passi dalla lega di Toscana.
Trenta galee adunque de' Genovesi e Pisani furono allestite affine
di condurre per mare lui, e la corte e gente sua[849]. Nel dì 16 di
febbraio imbarcatosi fu forzato dal mare grosso a fermarsi parecchi
dì in Porto Venere. Finalmente nel dì 6 di marzo sbarcò a Porto
Pisano, accolto con indicibil festa ed onore dal popolo di Pisa. Colà
concorsero a furia i Ghibellini fuorusciti di Toscana e di Romagna,
ed egli nella stessa città aspettò il rinforzo di gente che gli dovea
venir di Germania. Intanto recò qualche molestia ai Lucchesi ribelli,
con tor loro alcune castella. Ma quel che dava a lui più da pensare,
era che il _re Roberto_, fingendo prima di volere amicizia con lui,
gli avea anche spediti ambasciatori a Genova per intavolar seco un
trattato di concordia e di matrimonio; ma furono sì alte ed ingorde
le pretensioni di Roberto, che Arrigo non potè consentirvi. Dipoi
mandò esso re Roberto a Roma _Giovanni_ suo fratello con più di mille
cavalli, il quale prese possesso della Basilica Vaticana e di altre
fortezze di quella insigne non sua città. Volle intendere Arrigo le
di lui intenzioni. Gli fu risposto (credo io per beffarsi di lui)
esser egli venuto per onorar la coronazione d'Arrigo, e non per fine
cattivo. Ma intanto s'andò esso Giovanni sempre più ingrossando di
gente, e, fatto venire a Roma un rinforzo di soldati fiorentini, si unì
cogli Orsini ed altri Guelfi di Roma, e cominciò la guerra contra de'
Colonnesi ghibellini e fautori del futuro novello imperadore. Allora si
accertò Arrigo che l'invidia ed ambizione del re Roberto, non offeso
finora, nè minacciato da Arrigo, aveano mosse quelle armi contra di
lui per impedirgli il conseguimento della imperial corona. Tuttavia,
preso consiglio dal suo valore, ed, animato dai Colonnesi e da altri
Romani suoi fedeli che teneano il Laterano, il Coliseo ed altre
fortezze di Roma, nel dì 23 d'aprile s'inviò con due mila cavalieri
e grosse brigate di fanteria a quella volta. Arrivò a Viterbo, e per
più giorni quivi si fermò, perchè le genti del re Roberto aveano preso
e fortificato Ponte Molle. Nel qual tempo avendo tentato i Ghibellini
d'Orvieto di cacciare i Monaldeschi e gli altri Guelfi di quella città,
senza voler aspettare il soccorso di Arrigo, ebbero essi la peggio, e
furono spinti fuori di quella città. Finalmente rimessosi in viaggio
e superati gli oppositori a Ponte Molle, nel dì 7 di maggio entrò
in Roma con sue genti[850], e cominciò la guerra contro le milizie
del re Roberto con varii incontri ora prosperosi ed ora funesti de'
suoi. In uno d'essi lasciarono la vita _Teobaldo vescovo_ di Liegi e
_Pietro di Savoia_ fratello di _Lodovico_ senatore di Roma. Conoscendo
poi l'impossibilità di snidare dalla città leonina e dal Vaticano gli
armati spediti colà dal re Roberto, quasi per violenza a lui fatta dal
popolo romano, determinò di farsi coronare imperadore nella basilica
lateranense: funzione che fu solennemente eseguita nella festa de'
santi Apostoli Pietro e Paolo[851], cioè nel dì 29 di giugno, e non già
nella festa di san Pietro in Vincola al primo giorno d'agosto, come
ha Giovanni Villani[852]. Nel qual giorno ancora si contrassero gli
sponsali fra una figliuola del novello imperadore e _Pietro_ figliuolo
di _Federigo re_ di Sicilia, con cui Arrigo, dacchè vide il mal animo
del re Roberto, avea stabilita lega. Seguitò poi la guerra in Roma.
E qui può chiedere taluno: come mai si attribuì il re Roberto tanta
autorità di spedir le sue armi a Roma, con fare il padrone dove niun
diritto egli avea, e con chiara offesa ed obbrobrio del papa, signore
d'essa città? Non v'erano eglino più scomuniche per reprimere una
si fatta violenza? In altri tempi che strepito non si sarebbe udito?
Eppure niun risentimento non ne fu fatto, in maniera che avrebbe potuto
talun credere delle segrete intelligenze fra il pontefice e il re
Roberto. Ma il papa troppo s'era legate le mani, dappoichè antepose il
soggiorno della Provenza e di stare fra i ceppi, per così dire, del
re Roberto e del re di Francia, piuttosto che di portarsi alla sedia
di Roma, destinata dalla provvidenza di Dio alla libertà dei papi.
Non potea egli ciò che volea, nè ciò che esigeva il debito suo. Ce ne
avvedremo all'anno seguente.

Intanto cominciava a rincrescere di troppo questa musica al popolo
romano. Era sminuita non poco l'armata cesarea; quella di _Giovanni_
fratello di Roberto ogni di più s'andava rinforzando[853]. Però
l'Augusto Arrigo nel dì 20 di luglio si ritirò a Tivoli; poscia perchè
i fuorusciti toscani continue istanze gli faceano di volgere le sue
armi contro la Toscana, si inviò a quella volta nel seguente agosto.
Diede dei gravi danni ai Perugini, in passando pel loro distretto, ed
arrivò ad Arezzo, dove si vide ben accolto. Straordinarii preparamenti
fecero di armati e di viveri i Fiorentini[854], nè poco fu il loro
terrore, dacchè, entrato l'imperadore nel territorio loro, prese
Monte Varchi, San Giovanni, e Feghine, e fece fuggire dall'Ancisa
l'esercito di essi Fiorentini, con dar loro una spelazzata, e poi si
accampò intorno alla medesima città di Firenze nel dì 19 di settembre.
Mandarono le città collegate gagliardi soccorsi di gente armata ai
Fiorentini, i quali certo ne aveano almeno il doppio più che l'esercito
imperiale; pure non osarono mai di uscire a battaglia. A sacco e fuoco
era messo intanto il loro contado. Immenso fu il bottino che fecero
i Tedeschi e i fuorusciti di Toscana. Veggendo poscia l'imperadore
che perdeva il tempo intorno a Firenze, si ritirò a San Casciano, ed
ivi celebrò la festa del santo Natale. Ma se la Toscana si trovava in
gran moto, minor non era quello della Lombardia. I Padovani, siccome
quelli che non poteano digerire la perdita di Vicenza, loro tolta da
Cane dalla Scala, ribellatisi espressamente all'imperadore, diedero
principio alla guerra contra di quella città, che divenne, e per lungo
tempo fu, il teatro delle miserie. Saccheggiarono le ville del Veronese
sino a Legnago e Tiene, Marostica ed altri luoghi del Vicentino. Ma
non istette colle mani alla cintola lo Scaligero. Anch'egli entrò nel
Padovano, distrusse colle fiamme varie terre, e fra l'altre quella di
Montagnana, senza potere impadronirsi del castello. Avea l'imperadore
Arrigo, all'udire gli sconcerti della Lombardia, inviato per suo
vicario generale il _conte Guarnieri_ di Oemburg[855], da altri
appellato di Ottomburg, cavaliere tedesco. In una sua lettera al comune
di Monza è scritto _de Humbergh_. Questi fu chiamato in suo aiuto da
Cane dalla Scala; ma per poco tempo stette ai danni de' Padovani. Essi,
rinforzati da _Francesco marchese_ d'Este e dai Trivisani, fecero dipoi
nuove scorrerie sul Vicentino e Veronese. In quest'anno _Ricciardo
da Camino_, signore di Trivigi, Feltre e Belluno, fu ucciso con una
ronca da un contadino[856], il quale fu subito messo in pezzi dalle
guardie, senza sapersi chi fosse, nè da chi mandato. In quella signoria
succedette _Guecelo_ suo fratello. Anche il suddetto _Francesco
marchese_ d'Este[857] venuto a Ferrara, mentre tornava dalla caccia
del falcone in città, alla porta del Lione fu assalito dai soldati
catalani, e per ordine di Dalmasio, governatore di quella città pel
re Roberto, fu barbaramente ucciso: cosa che fece orrore a tutta la
Lombardia. _Guglielmo Cavalcabò_, gran fazionario della parte guelfa
(e che avea poc'anzi nel mese di marzo fatto ribellare Cremona[858],
con farne fuggire Galeazzo Visconte, che era ivi vicario imperiale),
mentre, unito con Passerino dalla Torre, dopo essersi impadronito
della ricca terra di Soncino, era intento ad espugnar quel castello,
trovò anch'egli ciò che non s'aspettava. Veniva il _conte Guarnieri_
vicario generale da Brescia per dar soccorso al castello suddetto; ed
accoppiatesi con lui le soldatesche milanesi, inviategli da _Matteo
Visconte_, prima sconfisse lo sforzo de' Cremonesi che andava in
aiuto del Cavalcabò, poscia, entrato in Soncino, mise in fuga quegli
assedianti. Condotto a lui preso Guglielmo Cavalcabò, gli disse: _Io
non vo' che da qui innanzi tu abbi a cavalcare nè bue nè cavallo_; e
con un colpo di mazza lo stese morto a terra. Per questa perdita saltò
un gran terrore addosso ai Cremonesi, presso i quali in questi giorni
diede fine alla sua vita _Guido dalla Torre_, già signor di Milano.

In Lodi la fazion guelfa de' Vistarini, coll'aiuto di _Giberto da
Correggio_ e degli altri Guelfi, cacciò fuori della città il vicario
imperiale; ed, oppressa e dispersa la fazione de' Sommariva, si fece
padrona di quella città. In Pavia _Filippone conte_ di Langusco, e
gran caporale de' Guelfi, pose in prigione Manfredi da Beccaria, e
cacciò dalla città i grandi della fazion ghibellina: al che parve
che consentisse _Filippo di Savoia_ principe della Morea, vicario
allora di quella città, e di Vercelli e Novara. La pendenza di questo
principe verso i Guelfi rendè dubbiosa la sua fede all'imperadore. Ma
l'astuto Matteo Visconte seppe indurlo ad inimicarsi con esso Filippone
e con Simone da Colobiano, capo de' Guelfi in Vercelli. E in effetto
quel principe con frode ritenne prigioniere Ricciardino primogenito
di Filippone e il suddetto Simone con molti altri de' maggiori di
Pavia: per la quale azione si screditò non poco in Lombardia. Allora
il Visconte, chiamati a sè i marchesi di Monferrato e di Saluzzo,
spinse Galeazzo suo figliuolo nella Lomellina a' danni de' Pavesi,
con rovinare i raccolti, saccheggiar le castella, e prendere Mortara e
Garlasco. Prima di questo fatto si suscitò anche in Vercelli una fiera
ed impetuosa guerra tra le fazioni degli Avvocati e de' Tizzoni[859]:
guerra che dicono durata entro quella città circa quarantanove giorni.
Fu essa cagione di aperta rottura fra il suddetto Filippo di Savoia e
il conte Guarnieri vicario generale dell'imperadore. Accorsero amendue
a Vercelli colle lor milizie, e si venne ad una zuffa fra loro, in cui
restarono tutti e due feriti. Il principe dipoi, sentendo che veniva
lo sforzo de' Milanesi, se ne tornò a Torino. Abbiamo da Giovanni da
Cermenate[860], che essendo restato questo Filippo, appellato principe
della Morea, in età pupillare sotto la tutela di _Amedeo di Savoia_ suo
zio, gli fu da lui usurpata la contea di Savoia, e che il conte Amedeo,
per compensazione, gli cedette infine, oltre ad alcune castella del
Piemonte, la città di Torino, ch'egli probabilmente avea conseguito
dall'Augusto Arrigo in ricompensa del suo fedele attaccamento. Il
bello fu che, essendo restata indecisa la question di Vercelli,
perchè n'era stato fatto compromesso nella contessa di Savoia e nel
marchese di Monferrato: Filippone da Langusco coi Pavesi ed altri amici
guelfi corse colà nel mese di luglio[861], ben ricevuto da _Oberto
da Colobiano_ vescovo della città, chiamato con errore Simone dal
Mussato; ed abbattuta affatto la parte dei Tizzoni ghibellini, ridusse
in poter suo e degli Avvocati guelfi quella città. Nella Cronica di
Piacenza[862] è distintamente narrato questo fatto; e come Filippone,
dopo avere sconfitto un corpo di Milanesi inviato da Matteo Visconte
a Vercelli, si portò colà col pennone d'esso Matteo, fingendosi Marco
di lui figliuolo; e con questo avendo ingannato _Teodoro marchese_
di Monferrato, ch'era rimasto alla guardia della città, con facilità
se ne impadronì. Di molte novità furono ancora in Piacenza. Nel dì
18 di febbraio fu in armi quel popolo, e i Guelfi ne scacciarono
il vicario imperiale e i Ghibellini. Unitisi questi fuorusciti con
_Alberto Scotto_, ebbero maniera nel dì 18 di marzo di rientrare in
Piacenza, e di dar la fuga ai Guelfi: con che tornò ivi a signoreggiar
l'imperadore, che vi pose per vicario Lodrisio Visconte. Poscia nel dì
20 di settembre lo stesso Alberto Scotto, levato rumore, spinse fuori
della città Ubertino Lando co' suoi seguaci ghibellini, e per la terza
volta si fece proclamar signor di Piacenza.

Peggiori e più strepitosi furono in quest'anno gli avvenimenti di
Modena[863]. Qui era per vicario dell'imperadore _Francesco Pico_ della
Mirandola. I Rangoni, Boschetti, Guidoni e da Rodeglia, cogli altri
di fazione guelfa, segretamente tessevano un trattato coi Bolognesi.
Non fu esso sì occulto che non traspirasse; e però queste famiglie,
conosciuto il periglio, fuggendo dalla città, e ridottesi alle loro
castella, cominciarono la guerra contro la patria, assistite da un
buon nerbo di cavalleria e fanteria bolognese, e da quei di Sassuolo.
Essendo essi Guelfi venuti a dare il sacco e il fuoco alla villa di
Bazovara, Francesco dalla Mirandola coi Modenesi arditamente diede loro
battaglia nel dì 9 di luglio, ma ne andò sconfitto. Restarono sul campo
uccisi de' principali Prendiparte suo figliuolo, Tommasino da Gorzano,
Uberto da Fredo, Niccolò degli Adelardi, con circa cento cinquanta
altri de' migliori cittadini, e presi circa cento. Per questa rotta
fu in somma costernazione Modena, e il popolo ricorse tosto per aiuto
a _Can Grande_ dalla Scala signor di Verona, a _Rinaldo_, appellato
_Passerino_ de' Bonacossi, signor di Mantova, e a _Matteo Visconte_
signor di Milano; ben prevedendo che i Bolognesi nel caldo di questa
vittoria sarebbono corsi con grande sforzo per impossessarsi della loro
città, siccome infatti fu da essi tentato. Ma accorsi in persona Cane
e Passerino con gente assai, frastornarono tutti i disegni dell'armata
di Bologna, la quale, frettolosamente venuta, era fin giunta alle fosse
della città, ed avea già dato principio all'assedio e agli assalti.
Allora fu che Passerino seppe profittare del tempo propizio; perchè,
trovandosi i Modenesi in tanto bisogno, si fece nel quarto, oppur
quinto giorno d'ottobre, eleggere signor di Mantova, e governolla
dipoi per anni parecchi da tiranno. Fiera eziandio continuò in questo
anno la guerra fra i Padovani e Can Grande dalla Scala. Distrussero
i primi una gran quantità di ville del Vicentino ne' mesi d'agosto
e di settembre, e pervennero saccheggiando fin quasi alle porte di
Vicenza, mancando allo Scaligero forze da poter loro resistere. Non
finì quest'anno, che Guecelo da Camino, partendosi dalla lega de'
Padovani, trattò di unirsi con Cane dalla Scala, col conte di Gorizia
e coi Ghibellini. Essendosi ciò scoperto, e venendo riprovato dal
popolo di Trivigi[864], congiurarono contra di lui _Castellano vescovo_
della città, Rambaldo conte di Collalto, Biachino da Camino ed altri
Guelfi; e poscia nel dì 15 di dicembre, gridato all'armi, per forza
il privarono del dominio. Cacciato egli dalla città, si ritirò al
suo castello di Serravalle; e Trivigi tornò all'essere di repubblica.
Nella città d'Asti[865] regnava il partito de' Gottuari, ossia di quei
da Castello ghibellini, e v'era per vicario dell'imperadore Tommasino
da Enzola. I Solari cogli altri Guelfi fuorusciti si raccomandarono
ad _Ugo del Balzo_ Provenzale siniscalco del _re Roberto_, che diede
loro assistenza colle sue genti. Nel dì 4 di aprile fu aspra battaglia
fra loro e gli Astigiani, ed, essendo rimasti perditori gli ultimi,
e fatti ben mille prigioni d'essi, i fuorusciti entrarono in Asti, e
giurarono poi fedeltà al re Roberto nella maniera che aveano praticato
gli Alessandrini. Il medesimo Ugo del Balzo, nel mentre che _Teodoro
marchese_ di Monferrato era nel mese di giugno al guasto delle ville
del Pavese, entrò per forza in Casale di Monferrato, bandì molti di
quei cittadini, ed obbligò gli altri a riconoscere per lor signore il
suddetto re Roberto. Aggiugne il Ventura, da cui abbiam tali notizie,
autore contemporaneo, che anche la città di Pavia prestò al medesimo
re un simile giuramento, con iscusarsi _Filippone conte_ di Langusco
di essere stato tradito da _Filippo di Savoia_, principe della Morea,
che avea sotto la buona fede fatto prigione, e tuttavia ritenea nelle
carceri, Riccardino, ossia Ricciardino suo figliuolo, e dieci de'
primarii cittadini di Pavia; con allegar eziandio d'essere stato troppo
maltrattato dal _conte Guarnieri_, da _Matteo Visconte_ e dai Milanesi,
che aveano distrutte e prese tante ville e castella del Pavese. Dopo
aver _Marino Giorgi_ per poco più di dieci mesi tenuto il governo di
Venezia, sbrigossi da questa vita, e in suo luogo fu eletto doge di
quella repubblica _Giovanni Soranzo_ nel dì 13 di giugno, secondo il
Continuator del Dandolo[866]; ma, secondo il Sanuto[867] (e forse più
fondatamente), nel dì 15 di luglio. Diede fine in quest'anno _papa
Clemente V_ al concilio generale di Vienna, in cui fu abolito l'ordine
de' Templari, e posto fine alle ingiuriose procedure contro la memoria
di _papa Bonifazio VIII_, la cui credenza fu dichiarata cattolica ed
incorrotta[868]. Due cavalieri catalani si esibirono pronti a provarla
in duello: il che confuse chiunque gli volea male. Fece anche il papa
una promozione di nove cardinali tutti franzesi in grave danno della
Sedia di san Pietro, che sempre più veniva a restare in mano degli
oltramontani[869]. Allorchè l'Augusto _Arrigo_ si partì dalla vinta
città di Brescia, seco menò per ostaggi settanta de' migliori cittadini
d'essa città sino a Genova[870]. Siccome erano tenuti senza guardia, di
là se ne fuggirono tutti, e, tornati alla patria, fecero commozione nel
popolo, e fu battaglia civile fra i Guelfi e Ghibellini. Gli ultimi ne
furono cacciati, e contra l'imperadore si ribellò la città. Aiutarono
parimente essi Bresciani guelfi i Guelfi di Cremona a rientrar nella
loro città. Ma perciocchè i fuorusciti ghibellini bresciani occupavano
di molte castella, e faceano gran guerra alla patria, fu mossa
parola di concordia fra loro; e andò sì innanzi il trattato, che, per
mezzo di _Federigo vescovo_ di quella città, nel dì 13 di ottobre si
conchiuse pace fra loro, ed ognuno potè ritornare alle proprie case:
pace maggiormente poi fortificata da molti maritaggi che seguirono
fra quelle fazioni. E tale fu l'anno presente, fecondo di tanti
avvenimenti, funesto per tante rivoluzioni, e per uno quasi universale
sconcerto di tutta quanta l'Italia, di modo che a voler minutamente
riferire i fatti d'allora, moltissimi fogli non basterebbono. L'assunto
mio, inclinato alla brevità, non mi permette di più. Il che dico
ancora per quello che resta della presente storia, in cui piuttosto
accennerò le avventure dell'Italia, lasciando, a chi più ne desidera,
il ricorrere ai fonti, cioè agli scrittori che cominciano ad abbondare
in questo secolo, e diffusamente trattano di questi affari.

NOTE:

[849] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 36.

[850] Ferretus Vicentinus, lib. 5, tom. 9 Rer. Ital.

[851] Albertus Mussatus. Ptolom. Lucens., in Vita Clementis V.

[852] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 42.

[853] Albertinus Mussatus, lib. 8, cap. 8.

[854] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 44.

[855] Bonincontrus Morigia, Chronic., tom. 12 Rer. Ital.

[856] Cortus, Hist., lib. 1, tom. 12 Rer. Ital.

[857] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[858] Albertinus Mussatus, lib. 6, rubr. 2. Johannes de Cermenat., cap.
46, tom. 9 Rer. Ital.

[859] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[860] Johannes de Cermenat., cap. 50, tom. 9 Rer. Italic.

[861] Albertinus Mussatus, lib. 7, rubr. 9, tom. 8 Rer. Ital.

[862] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[863] Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital. Mussatus, lib. 7, rubr. 7.

[864] Cortus, Hist., lib. 1, tom. 12 Rer. Ital.

[865] Chron. Astense, cap. 69, tom. 11 Rer. Ital.

[866] Contin. Danduli, tom. 12 Rer. Ital.

[867] Marino Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[868] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 22.

[869] Raynald., in Annal. Ecclesiast.

[870] Malvec., Chron. Brix., tom. 14 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCCXIII. Indizione XI.

    CLEMENTE V papa 9.
    ARRIGO VII re 6, imperad. 2.


Da San Casciano nel dì 6 di gennaio si ritirò l'_Augusto Arrigo_ a
Poggibonzi, dove fece fare un castello sul Poggio, dandogli il nome
di castello imperiale[871]. Stette ivi sino al dì 6 di marzo; e
perciocchè cominciò a patir difetto di vettovaglia, e per le infermità
si assottigliò forte la sua armata, se ne tornò a Pisa. A Poggibonzi
furono a trovarlo gli ambasciatori di _Federigo re_ di Sicilia,
che, oltre all'avergli portato un sussidio di venti mila doble d'oro
(regalo opportuno al suo estremo bisogno), concertarono seco di portar
la guerra contra del _re Roberto_ nel regno di Napoli. Quantunque
l'imperadore si vedesse in mal arnese per l'esercito tanto sminuito,
e che maggiormente calò per la partenza di _Roberto conte_ di Fiandra
colle sue genti; pure, siccome principe di rara virtù, che per niuna
avversità si turbava, per niuna prosperità si gonfiava, attese a
rimettersi in buono stato, già risoluto di far pentire Roberto re di
Napoli delle offese indebitamente a lui fatte finora. E, dimorando
egli in Pisa, _Arrigo di Fiandra_ suo maliscalco, ossia maresciallo,
con ottocento cavalieri ed otto mila pedoni passò in Versiglia e
Lunigiana a' danni de' Lucchesi. Fra le altre terre, prese per forza
la ricca di Pietrasanta. Degna è di memoria la fondazione d'essa,
fatta dopo la metà del secolo precedente da Guiscardo nobile milanese
della famiglia Pietrasanta, allora podestà di Lucca, il quale dal suo
cognome la nominò. Odasi Giovanni da Cermenate, autore di questi tempi,
che così ne parla[872]: _Henricum de Flandria expugnare Petram-Sanctam
mittit oppidum, licet dives, novum. Ipsum namque construxerat quondam.
Guiscardus de Petra-Sancta, nobilis civis Mediolani, urbe sua exulans,
prima Turrianorum regnante tyrannide, in districtu aut prope confinia
lucanae urbis, cujus rector erat, oppido sui cognominis imponens
nomen_. Aggiungasi Tolomeo da Lucca, istorico anche esso di questi
tempi, che mette all'anno 1255[873] _Guiscardo da Pietra Santa_ per
podestà di Lucca, _qui de Versilia duos burgos, unum ex suo nomine
nominavit, alterum vero Campum majorem_. Non ho voluto tacer questa
notizia, affinchè si tocchi con mano la falsità del decantato editto
di Desiderio re de' Longobardi, inciso in marmo in Viterbo, creduto
vero dal Sigonio e da tanti eruditi, anche ultimamente spacciato per
tale da un avvocato de' Viterbiesi. Quivi il re Desiderio dice d'aver
fabbricato la terra di _Pietra-santa_. Ci vuol egli di più a conoscere
l'impostura? Anche i marchesi Malaspina tolsero in tal occasione
Sarzana, ch'era allora de' Lucchesi. In Pisa Arrigo Augusto, valendosi
de' consigli e della penna de' suoi legati, fece i più strani ed
orridi processi contra del re Roberto, dichiarandolo nemico pubblico,
traditore ed usurpator delle terre del romano imperio, privandolo di
tutti gli Stati, e d'ogni onore e privilegio, e proferendo la sentenza
di morte contra di lui[874]. Altri processi e terribili condanne fece
contra di _Giberto da Correggio_ signor di Parma, e di _Filippone
da Langusco_ signor di Pavia, e contro le città di Firenze, Brescia,
Cremona, Padova ed altre, che s'erano ribellate all'imperio[875]. Ma,
siccome osserva il Cermenate, questi fulmini, benchè solo di carte,
produssero piuttosto contrario effetto, perchè più s'indurò nella
nemicizia chi già era nemico.

Fece inoltre delle vive istanze _a papa Clemente_, acciocchè,
secondo l'uso d'altri suoi predecessori, scomunicasse i ribelli
dell'imperio in Italia, e procedesse ancora contra del re Roberto per
gli attentati da lui fatti in Roma in disprezzo della giurisdizione
e degli ordini del papa, e insieme dell'imperador de' Romani. E il
pontefice dovea aver preparato delle bolle in favor d'Arrigo, quando
avvenne un fatto, la cui memoria ci è stata conservata dal suddetto
Giovanni da Cermenate[876], ed è importante per la storia. Albertino
Mussato differentemente ne parla. _Filippo il Bello re_ di Francia,
informato di questi affari dal re Roberto suo parente, e pregato
d'aiuto, mandò alla corte pontificia que' medesimi sgherri che aveano
fatta in Anagni la detestabile insolenza a papa _Bonifazio VIII_.
Al vederseli comparire davanti con volto burbero, Clemente si tenne
perduto. Interrogati che cercassero, risposero di voler vedere la
cancelleria; e, senz'altre cerimonie andati colà, vi trovarono un
converso dell'ordine cisterciense, che non sapea leggere, tenuto
apposta per mettere il sigillo di piombo alle bolle papali, ed incapace
per la sua ignoranza di lasciarsi corrompere coll'anteporre l'ultime
alle prime. Presero costoro tutti que' brevi e bolle, e le portarono
sotto gli occhi del papa, e senza rispetto alcuno il capo loro gli
disse con orrida voce: Se conveniva ad un papa il provveder d'armi i
nemici della casa di Francia, che tanto avea fatto e speso in servigio
della Chiesa romana; e perchè non avesse egli per anche profittato
di ciò che era accaduto a papa Bonifazio VIII. Che se egli non avea
imparato dall'esempio altrui, insegnerebbe agli altri col propio. Poi
se ne andarono. Oh da lì innanzi non si parlò più di prestar favore
all'Augusto Arrigo; anzi contra di lui si fece quanto volle dipoi la
corte di Francia. Ed ecco i deplorabili effetti della schiavitù, in cui
si era messo il pontefice, col preferire il soggiorno della Provenza
a quello d'Italia. Intanto i Fiorentini[877], parendo loro d'essere
in cattivo stano, diedero la signoria della lor città al _re Roberto_
per cinque anni. Ma l'imperadore Arrigo non la voleva più contra di
loro. Tutti i suoi pensieri erano volti contra d'esso re Roberto per
iscacciarlo, se gli veniva fatto, dal regno di Napoli. A questo fine
chiamò dalla Germania quanta gente potè; molta ne raccolse dall'Italia;
e collegatosi con Federigo re di Sicilia, ed assistito dai Genovesi,
preparò anche una possente armata marittima per passare colà. Settanta
galee si armarono in Genova e Pisa; il Mussato dice molto meno. Il re
di Sicilia ne mise cinquanta in mare, e, trasportata in Calabria la sua
cavalleria, diede principio alla guerra colla presa di Reggio. Comune
credenza fu, che se andava innanzi questa impresa, era spedito il re
Roberto; anzi fu detto ch'egli avea preparato delle navi per fuggirsene
in Provenza. Ma l'uomo propone, e Dio dispone. Tutto in un momento andò
per terra questo sì strepitoso apparato di guerra.

Nel dì quinto d'agosto si mosse l'imperadore da Pisa con più di quattro
mila cavalieri, i più tedeschi, e con un fiorito esercito di fanteria;
il concorso era stato grande, perchè grande era la speranza di far buon
bottino. Passò nel territorio di Siena fino alle porte di quella città,
la quale ben fornita dagli aiuti della lega, non tremò punto alla di
lui comparsa. Vi era nondimeno trattato con alcuni di que' cittadini
di rendersi; ma questo, per l'avvedutezza di quel governo, andò in
fumo. Accampatosi a Monte Aperto, quivi fu sorpreso da alcune terzane,
delle quali non fece conto sulle prime. S'inoltrò dodici miglia di
là da Siena, ed, aggravatosi il male, si fece portare a Buonconvento,
dove nel dì festivo di san Bartolommeo 24 d'agosto[878] con esemplare
rassegnazione ai voleri di Dio spirò l'anima sua: principe, in cui
anche i nemici guelfi riconobbero un complesso di tante virtù e di sì
belle doti, che potè paragonarsi ai più gloriosi che abbiano retto il
romano imperio. Io non mi fermerò punto ne' suoi elogi, e solamente
dirò, che se i mali straordinarii dell'Italia erano allora capaci
di rimedio, non si potea scegliere medico più a proposito di questo.
Ma l'improvvisa sua morte guastò tutte le misure, e peggiorò sempre
più da lì innanzi la malattia degl'Italiani. Sparsesi voce ch'egli
fosse morto di veleno, e che un frate dell'ordine dei Predicatori,
suo confessore, l'avesse attossicato nel dargli alcuni dì prima la
sacra comunione; e tal voce, secondo il solito, si dilatò per tutta
Europa, credendola chiunque è più disposto a persuadersi del male che
del bene. Molti sono gli autori che ne parlano. Ma non ha essa punto
del verisimile. Albertino Mussato, Guglielmo Ventura[879], Ferreto
Vicentino[880], Giovanni da Cermenate e Tolomeo da Lucca, autori tutti
contemporanei, scrissero che egli era mancato di morte naturale e di
febbre, oppure di peste: segno che non si trovò allora vestigio alcuno
di veleno, e che tal ciarla non avea fondamento, oltre all'essere
narrata con gran diversità ancora nelle circostanze. Ferreto scrive,
essere stato un Tedesco che la disseminò; e che infuriati molti suoi
nazionali corsero al convento de' Predicatori di Pisa, ed alcuni ne
uccisero. Nulladimeno perchè questa calunniosa accusa tornava in grave
pregiudizio dell'ordine de' Predicatori, la fecero essi dopo alcuni
anni, per quanto poterono, distruggere con una bolla del successore
di papa Clemente[881], e con un autentico attestato di _Giovanni re_
di Boemia, figliuolo del medesimo imperadore Arrigo. Alcuni scrittori
protestanti, che di questo han parlato, danno bensì a conoscere il
loro livore, ma non recano già buone pruove del preteso veleno. Ora
è incomprensibile lo stordimento, la confusione, il dolore che così
inaspettato funestissimo caso recò all'armata cesarea e a tutto il
partito dei Ghibellini in Italia. In Pisa specialmente, città che avea
speso immensi tesori per sostener gl'impegni di questo imperadore, e si
figurava col braccio di lui di alzare in breve la testa sopra le altre
città della Toscana, all'avviso di sua morte, più e allorchè fu portato
colà il suo corpo per dargli sepoltura, i gemiti, gli urli, le lagrime
furono un compassionevole spettacolo della miseria umana. Federigo re
di Sicilia, che s'era già unito colla sua flotta ai Genovesi, udita nel
viaggio la morte d'Arrigo, veleggiò fino a Pisa per intendere meglio
in che stato rimanevano le cose. Trovò disperati i Pisani, e tutta
sbandata l'armata cesarea. Dicono[882] che il popolo di Pisa esibisse
a lui, e poscia ad _Amedeo conte di Savoia_ e ad _Arrigo di Fiandra_,
la signoria della città; ma niun d'essi si sentì voglia di entrare in
una sì sdruscita nave. Tornossene perciò Federigo[883], dopo avere
sofferta una lunga tempesta di mare, in Sicilia, per accudire alla
propria difesa, ben prevedendo che non avrebbe mancato il re Roberto
di cercar vendetta di quanto esso Federigo avea tramato alla rovina di
lui. Nè trovando i Pisani altro compenso alla lor vacillante fortuna,
elessero per loro signore _Uguccion dalla Faggiuola_, allora podestà di
Genova, uomo di credito negli affari della guerra, e di rara attività
ed accortezza. Assoldarono ancora da mille cavalieri tra tedeschi,
brabanzoni e fiamminghi, ed altra gente per mettersi alla difesa.

Vegniamo ora ai fatti della Lombardia. Nel dì 18 di maggio, _Galeazzo_,
figliuolo di _Matteo Visconte_ vicario imperiale di Milano, fu dal
vivente allora Arrigo creato vicario di Piacenza[884]. Questi nel dì
29 di luglio, per consiglio del padre, mostrando di farlo ad oggetto
della pubblica quiete, fece prendere sette de' principali Guelfi, ed
altrettanti de' Ghibellini, e li mandò a Milano. Matteo rilasciò i
Ghibellini, e ritenne i Guelfi, uno de' quali era _Alberto Scotto_
già signor di Piacenza. Narra Ferreto Vicentino[885] che Galeazzo
fece guerra ad Arquato, castello ricco e fiorente d'esso Alberto.
Ne scrisse questi a Matteo, il quale con sue lettere mandò ordine al
figliuolo di non molestarlo, e segretamente con altre gli ordinò di
seguitare innanzi. Mostrò Galeazzo d'essere in collera col padre, ed,
abboccatosi con Alberto, gli fece le maggiori esibizioni del mondo,
se gli rendeva la terra. Gliela rendè, e poi si portò a Milano, dove
Matteo gli fece quante carezze desiderò, nutrendolo sempre di speranze
di ristabilirlo in Piacenza nel possesso de' suoi beni. Ma non venne
mai quel dì. Accortosi finalmente Alberto che non era uscita di mente
a Matteo la frode fattagli allorchè gli fu levata la signoria di
Milano, se ne fuggì a Cremona, dove, mal veduto da que' cittadini,
poco si fermò. Albertino Mussato[886] scrive che Fiorenzuola e
Castello Arquato si diedero ai Cremonesi. Comunque sia, mentre Alberto
soggiornava in Milano, commosse i vecchi suoi amici, cioè _Filippone
conte_ di Langusco signor di Pavia, e _Giberto da Correggio_, contra
di Piacenza. Vennero questi una notte con tutte le loro forze, e coi
Torriani e coi banditi piacentini, l'uno dal ponente, e l'altro dal
levante verso quella città, dove con intelligenza d'alcuni di que'
cittadini speravano di furtivamente entrare[887]. Uscì valorosamente
di Piacenza Galeazzo Visconte, e diede all'improvviso addosso alle
milizie di Filippone, le sconfisse colla morte e prigionia di molti.
Lo stesso Filippone, in fuggendo, fu preso e mandato a Milano. Quivi,
serrato nelle carceri, trovò compagno delle sue sciagure _Antonio da
Fissiraga_, già signor di Lodi, e durò la sua vita, finchè, giuntogli
l'avviso che Ricciardino suo figliuolo era stato ucciso, per la
doglia si accorò, e finì infelicemente i suoi giorni. Questo colpo
sconcertò non poco i disegni de' Guelfi, e liberò Matteo Visconte da'
gravi insulti che gli minacciavano le nemiche circonvicine città.
Dopo la prigionia di Filippone, i Pavesi diedero la signoria al
suddetto _Ricciardino_ suo figliuolo, che scorrettamente nel testo
di Albertino Mussato vien chiamato Gherardino. Non si sottrassero per
questo i Pavesi dalla sovranità del _re Roberto. Galeazzo Visconte_,
dappoichè si divulgò la morte dell'imperadore, nel dì 10 di settembre
fu eletto signore perpetuo di Piacenza dalla fazion ghibellina quivi
dominante[888].

Fecero in quest'anno nel dì quinto di novembre i Torriani e fuorusciti
guelfi di Milano un accordo col re Roberto, dandogli, per quanto
poterono, il dominio di Milano. Prima di ciò _Tommaso Marzano_ conte
di Squillaci, e marescalco d'esso re, coi suddetti e co' Pavesi ed
altre amistà formato un potente esercito nel contado di Milano, diedero
una rotta alle genti di Matteo Visconte, e giunsero sino ai borghi
di Milano, credendosi di sentir quivi una sollevazione promessa[889].
Ma andò fallita la loro speranza, e confusi e pelati se ne tornarono
a Pavia con gran perdita di gente, dove il popolo insorse contra il
suddetto marescalco, e vergognosamente il discacciò, con voce sparsa
nel volgo che l'oro del Visconte l'avesse accecato e corrotto. Corse
certamente un gran pericolo Matteo; ma la sua industria, oppur la
buona fortuna il salvò. Fu nel mese di marzo nella villa di Quatorda
dell'Astigiano[890] un incontro e conflitto fra il _conte Guarnieri_
vicario generale dell'imperio e _Teodoro marchese_ di Monferrato
dall'un canto, ed _Ugo dal Balzo_ marescalco del re Roberto, assistito
dagli Astigiani ed Alessandrini, dall'altro. Restò superiore il regio
comandante. In quest'anno ancora continuò la guerra fra i Padovani e
Cane dalla Scala[891]. Andarono i primi sul fine di giugno con tutte
le lor forze saccheggiando e bruciando sino alle porte di Verona, e
diedero anche un assalto, ma inutile, al borgo San Michele. Indicibile
fu il danno che patì, in tal congiuntura, il territorio di Verona.
I Cremonesi s'impadronirono di Soncino, e _Galeazzo Visconte_ colle
sue genti venne fino alle porte di Parma, facendo gran guasto, e
diede da temere a _Giberto da Correggio_, signore di quella città.
Più e più volte aveano i Veneziani spediti ambasciatori o preghiere a
_papa Clemente V_, per ottener l'assoluzione dalle terribili censure
fulminate contra di loro per l'occupazion di Ferrara[892]. L'ottennero
solamente nel dì 14 di gennaio dell'anno presente[893], ma a caro
prezzo, perchè dovettero pagare al papa cento mila fiorini d'oro.
Nel medesimo mese il re Roberto, che era dietro ad assorbir tutta
l'Italia, se non era impedito, ottenne da esso pontefice il dominio
di Ferrara coll'annuo pagamento di un censo. Leggesi presso Albertino
Mussato[894] la lettera con cui egli diede avviso di questo suo
acquisto al comune di Padova. Inoltre operò egli tanto, coll'assistenza
ancora degli uffizii del re di Francia _Filippo_, che esso Clemente
procedesse contro la memoria del defunto _Arrigo imperadore_: del
che favelleremo all'anno seguente. Succedette nel presente a' dì 12,
oppure 13 di febbraio, un fatto empio e scandaloso nel territorio
di Modena[895], _Raimondo d'Aspello_, marchese della marca d'Ancona,
guascone di patria, e nipote del pontefice, venne con Francesco dalla
Torre a Bologna, per condurre dall'Italia in Provenza il tesoro del
papa, con grandi fatiche raunato da lui. Gran gola fece ai nobili
malviventi di allora la vista di sì ricca salmeria. Paganino conte da
Panico Bolognese se l'intese con alcuni Modenesi ghibellini, cioè con
Guidinello da Montecuccolo e con Arriverio da Magreta, nobili amendue;
e contuttochè il marchese suddetto avesse ottenuto un passaporto,
allorchè egli giunse a Sant'Eusebio sul Modenese, l'assalirono costoro
con una forte mano di sgherri. Nel conflitto restò ucciso esso marchese
con quaranta dei cavalieri di sua scorta, e fu rubato l'intero tesoro,
presi i cavalli, e tutti i ricchi arnesi di lui e de' suoi. Matteo
Griffone[896] fa ascendere il valore di quel tesoro a più di settanta
mila fiorini d'oro; Albertino Mussato a novanta mila[897]. Ma Bonifazio
Morano, storico modenese di questi tempi, parla fino di dugento mila
ducati, cioè fiorini d'oro. Per questo sacrilego eccesso, benchè
commesso da' particolari, il papa sottomise Modena all'interdetto[898],
con altre gravi pene e censure contro gli autori del misfatto, ed anche
contra chi non vi avea avuta parte alcuna.

NOTE:

[871] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 47.

[872] Johann. de Cermenate, cap. 62, tom. 6 Rer. Ital.

[873] Ptolom. Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.

[874] Albertinus Mussatus, lib. 13. rubr. 5, tom. 8 Rer. Ital.

[875] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 48.

[876] Johann. de Cermen., cap. 62, tom. 9 Rer. Ital.

[877] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 35.

[878] Albertinus Mussat. Johannes de Cermenat. Giovanni Villani.
Ptolom. Lucens. et alii.

[879] Ventur., Chron. Astense, cap. 64, tom. 11 Rer. Ital.

[880] Ferretus Vicentinus, lib. 5, tom. 9 Rer. Italic.

[881] Raynaldus, Annal. Eccl. Baluzius, Miscellan., tom. 1. Leibnitius,
Cod. Jur. Gent., tom. 1, num. 87.

[882] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 53.

[883] Nicolaus Specialis, lib. 7, cap. 2, tom. 10 Rer. Ital.

[884] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[885] Ferretus Vicentinus, lib. 4, tom. 9 Rer. Ital.

[886] Albertinus Mussatus., lib. 15, tom. 6 Rer. Ital.

[887] Johann. de Cermen., cap. 64, tom. 9 Rer. Ital.

[888] Corio, Istor. di Milano. Albertinus Mussatus. Ferretus Vicentinus.

[889] Bonincontrus Morigia, Chron., cap. 17.

[890] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.

[891] Albertinus Mussat., lib. 14, rubr. 9, tom. 8 Rer. Ital.

[892] Ptolomaeus Lucensis, in Vita Clementis V.

[893] Raynald,, in Annal. Eccles.

[894] Albertinus Mussatus, lib. 11, rubr. 6.

[895] Bonif. Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

[896] Matthaeus de Griffonibus, Memor. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.

[897] Albertinus Mussat., lib. 11, rub. 6, tom. 8 Rer Ital.

[898] Ptolom. Lucens., in Vita Clementis V.



    Anno di CRISTO MCCCXIV. Indizione XII.

    CLEMENTE V papa 10.
    Imperio vacante.


_Filippo il Bello re_ di Francia e _Roberto re_ di Napoli e signor
di Provenza, che in questi tempi raggiravano a lor piacere la corte
pontificia, fecero pubblicar due costituzioni a papa _Clemente V_[899],
colle quali annullò, ossia dichiarò nulla la sentenza dell'imperadore
_Arrigo VII_ contra del re Roberto. Nè veramente sussisteva essa
in quella parte, dove il dichiarava decaduto e privato di tutte le
Provincie e città da lui possedute, con assolvere tutti i suoi sudditi
dal giuramento di fedeltà: perciocchè tali parole generali sembravano
ferire anche il regno di Napoli, del quale da sì lungo tempo la
sola Chiesa romana concedeva l'investitura, senza che gl'imperadori
vi ritenessero o usassero sovranità alcuna. Ma qui non finì la
faccenda[900]. Era stata nel 1512 in Roma qualche controversia fra i
ministri pontificii e l'imperadore Arrigo, intorno ai giuramenti che
fanno gl'imperadori ai papi nella coronazione, e all'autorità pretesa
dal pontefice di comandare all'imperadore anche nel temporale. Ora
Clemente dichiarò che tali giuramenti prestati dai papi sono giuramenti
di fedeltà, volendo insinuare che gl'imperadori son vassalli del papa.
E nella clementina _Pastoralem_, con cui abolisce la suddetta sentenza
d'Arrigo, aggiugne queste parole: _Nos tam ex superioritate, quam ad
imperium non est dubium nos habere, quam ex potestate, in qua vacante
imperio imperatori succedimus_, ec. Parvero dure ed insoffribili
novità queste espressioni, e cagionarono poi delle gravi discordie,
pretendendole i Tedeschi affatto ripugnanti alla sentenza e pratica
di tutti i secoli addietro; e che gl'imperadori, lungi dall'essere
vassalli de' papi, fossero stati in passato sovrani di Roma stessa; e
che sui regni d'Italia e di Germania niuna autorità temporale avessero
mai avuta i papi, nè potessero pretenderla per varie ragioni; e che
novità ancora fosse l'attribuirsi il governo d'esso regno d'Italia,
vacante l'imperio. Ma a buon conto papa Clemente, piantate queste
massime, delle quali per necessità convien qui fare menzione, ne
procedette all'esecuzione nel dì 14 di marzo del presente anno[901],
col sostituire vicario dell'imperio in tutte le parti dell'Italia
sottoposte al medesimo imperio il _re Roberto_, a cui nulla si negava
in questi tempi, e che inoltre fu creato senatore di Roma: tutti
gradini per alzarsi al dominio di tutta l'Italia, se i popoli avessero
facilmente ceduto ai di lui voleri e disegni. Ma si fermò il breve volo
della sua fortuna per la morte sopravvenuta al medesimo papa _Clemente
V_[902]. Trovavasi egli in Roccamora vicino al Rodano, malmesso di
sanità da qualche tempo. Quivi terminò sua vita nel dì 20 d'aprile
di quest'anno. Son brutti i colori lasciati alla memoria di questo
pontefice da Giovanni Villani, da Albertino Mussato, da fra Francesco
Pipino e da altri. Certo alcuni ne avrà inventati la malignità. Ma
indubitato è ancora che un gran processo dovette questo pontefice
trovar nel tribunale di Dio, per la maniera da lui tenuta in ottenere
il pontificato, e per aver privata della sua residenza quella città, di
cui Dio ha fatti pastori particolari i sommi pontefici, e con empiere
il sacro collegio di oltramontani, per eternare in tale forma la
permanenza della santa Sede di là dai monti. Fu anche accusato di non
aver conosciuta misura nell'arricchire ed ingrandire i suoi parenti,
nel ridur in commenda tanti monisteri, e nell'ammassar tesori anche
per illecite vie: tesori che dopo la sua morte andarono tutti a sacco,
colla giunta di quel deforme spettacolo che vien asserito dal suddetto
frate Francesco Pipino dell'ordine de' Predicatori[903] per relazione
di chi v'era presente: cioè, che di tante sue ricchezze appena potè
trovarsi uno straccio di veste da coprirlo; e morto, restò talmente
abbandonato da tutti i suoi, intenti allo spoglio, che il fuoco caduto
da un doppiere gli bruciò una parte del corpo. Raccontano ancora gli
storici[904] che uno de' Templarii condotto fin da Napoli alla corte
pontificia, e condannato al fuoco, benchè si protestasse innocente,
citò al tribunale di Dio il papa e Filippo re di Francia entro lo
spazio di un anno a rendere conto di quella ingiustizia: e che, finito
l'anno, amendue mancarono di vita. Quand'anche fosse vera una tal
citazione, noi non dobbiam per questo attribuire ad essa la morte del
papa, perchè troppo scuri sono al guardo nostro i giudizii di Dio. Ma
essendovi chi niega questo fatto, quasichè non si combinino i tempi,
si vuole osservare che nel precedente anno due Templarii, ed altri
nel presente, tutti costantissimi in asserir sè stessi innocenti di
quei misfatti, de' quali erano incolpati[905], furono bruciati vivi in
Parigi; e però poter forse sussistere un sì fatto racconto.

Non so io dire se a qualche troppo delicata persona potesse parere
non ben fatto il parlar dei difetti dei capi visibili della Chiesa di
Dio, senza por mente all'esempio delle divine Scritture e dei santi,
e dei migliori storici, che ugualmente per istruzione de' posteri
han lodato i buoni e biasimati i cattivi; e senza riflettere che i
difetti delle persone non son difetti della cattedra, la qual sempre fu
santa e sempre sarà finchè il mondo avrà vita. _L'adulare i principi,
non è scrivere istoria, ma un dar loro animo, che facciano ogni
male, confidati che di loro sarà scritto ogni bene: perciò l'istoria
non è da ingegno servile_. Così diceva Alessandro Tassoni, chiaro
scrittore fra i Modenesi. Ma sappiano i lettori, aver io detto nulla
di questo papa in paragon di quello che ne scrissero ai lor giorni
gli afflitti cardinali italiani, delusi troppo da questo volpino
pontefice. Abbiamo una lettera scritta dal _cardinal Napoleone_ degli
Orsini al re di Francia dopo la morte di Clemente V[906], in cui
accenna gl'immensi mali avvenuti a Roma e a tutta l'Italia per cagion
dell'inganno fatto ai cardinali dal papa, col mettere la Sedia in
Francia; e le simonie continue da lui fatte, e le rovine delle chiese
per colpa sua succedute affine di accumular danari. Peggiorarono
questi affari dipoi. Ventitrè erano i cardinali, fra' quali solamente
sei italiani, il resto franzesi, che nella città di Carpentrasso
entrarono nel conclave per eleggere il successore[907]. Nel dì 24 di
luglio Bertrando del Gotto e Raimondo Guglielmo, parenti del defunto
Clemente, con una gran frotta di armati entrati in Carpentrasso[908],
volendo un papa guascone, attaccarono il fuoco a più parti della città
e alle case de' cardinali italiani, giacchè contra di questi soli
era indirizzato il loro furore; uccisero e ferirono molti delle lor
famiglie, oppure italiani; e correndo anche al conclave, tentarono di
sforzarlo, gridando intanto: _Muoiano i cardinali italiani_. Sarebbe
forse avvenuto di peggio, se essi cardinali tutti spaventati, col far
rompere un muro di dietro d'esso conclave, non fossero chi qua chi là
segretamente scampati fuori di quella città. Questi scandali fecero
poi differire di molto l'elezion del nuovo pontefice. Intanto nel
dì 9 di novembre anche Filippo il Bello, principe pieno di peccati,
fu chiamato da Dio al rendimento dei conti. Si accordano Giovanni
Villani[909], Ferreto Vicentino[910] e Guglielmo Ventura[911] in dire,
essere succeduta la morte sua da un cignale, che nella caccia il fece
cader da cavallo con tal ferita, che incurabile il condusse infine
al sepolcro. Questa particolarità viene taciuta da alcuni storici
franzesi, e negata dal Mezeray e dal Sammartani. Ma noi l'abbiamo
da tre autori contemporanei, che ce ne assicurano con parole assai
chiare. L'essersi trovate in adulterio, mentre egli vivea, le tre sue
nuore, mogli de' tre suoi figliuoli; l'essere questi figliuoli re l'un
dietro all'altro, morti in meno di undici anni senza successione,
con passare la corona di Francia nella linea di _Carlo di Valois_
nell'anno 1328, diedero molto da parlare a coloro che vogliono entrare
nei gabinetti del cielo, e crederono tutto ciò gastigo di Dio. Anche
in Germania accadde un altro scabroso accidente, cagione poi di
gravi sconcerti in Germania ed Italia[912]. Nel dì 20 d'ottobre di
questo anno cinque elettori, cioè _Pietro arcivescovo_ di Magonza,
Baldovino arcivescovo di Treveri, _Giovanni re_ di Boemia, suo
nipote, e figliuolo del fu imperadore Arrigo, _Valdemaro marchese_ di
Brandeburgo e _Giovanni duca_ di Sassonia, dopo avere indarno chiamati
ed aspettati gli altri due elettori, elessero in Francoforte re dei
Romani _Lodovico conte palatino_ del Reno, e duca di Baviera, famoso
poi nella storia ecclesiastica col nome di _Lodovico il Bavaro_. Egli
fu poi solennemente coronato in Aquisgrana, ma non dall'arcivescovo di
Colonia, come portava il rituale. Gli altri due elettori, cioè _Arrigo
arcivescovo_ di Colonia e _Ridolfo conte palatino_ del Reno e duca di
Baviera, elessero re dei Romani _Federigo duca d'Austria_, figliuolo
del fu imperadore Alberto, che fu coronato in Bonna dal suddetto
arcivescovo di Colonia, e non già in Aquisgrana, dove, secondo il
rito, dovea farsi la funzione. Parea chiaro il diritto del Bavaro, e
Giovan-Giorgio Ervarto[913], che nel secolo prossimo passato acremente
scrisse contra del Bzovio in difesa d'esso Bavaro, pretende che,
secondo le leggi e gli usi dell'impero, legittima ed incontrastabile
fosse la sua elezione. Ma ciò non si potè persuadere all'emulo
Federigo, e a chi era per lui: però si venne all'armi, e ne ebbe per
molto tempo a piangere la Germania.

Dappoichè mancò di vita l'_imperadore Arrigo_, parea che avesse da
fiorire il mondo per la fazion ghibellina d'Italia, stante il gran
potere del _re Roberto_, che signoreggiava non solamente nel regno
di Napoli e in Provenza, ma anche in Roma, in Firenze, in Lucca, in
Ferrara, nella Romagna, in Pavia, Alessandria, Bergamo e in varii
luoghi del Piemonte. _Giberto da Correggio_ gli avea anche suggettata
Parma. Tuttavia diversi dall'opinion del volgo furono gli avvenimenti.
Aveano, siccome abbiamo detto, i Pisani ghibellini preso per loro
signore _Uguccion dalla Faggiuola_[914]. Questo accorto e vigilante
capitano non perdè tempo a muover guerra ai Lucchesi con ispesse
cavalcate e fieri saccheggi sino alle porte della loro città, dove nel
dì 14 di novembre del precedente anno fu vicino ad entrarvi con loro
gran paura e danno. Rinnovò nel presente le scorrerie, retrocedendo
quando venivano in lor soccorso i Fiorentini; e subito, dappoichè
s'erano ritirati, tornando al medesimo giuoco. Seguitò tanto questo
doloroso flagello, che i Lucchesi discordi fra loro s'indussero a
stabilir pace coi Pisani, a rimettere in città gl'Interminelli e gli
altri fuorusciti ghibellini, e restituir Ripafratta con altri luoghi ai
Pisani[915]. Ma che? non andò molto che n'ebbero un mal pagamento. Nel
dì 14 di giugno essi Ghibellini mossero a rumore Lucca, e cominciarono
battaglia coi Guelfi. Arrivò Uguccione coi Pisani, che erano di
intelligenza, e fu ammesso per la Posterla del Prato in città. Andò
a ruba l'infelice Lucca, e durò per otto dì il barbaro saccheggio.
Ne fuggì Gherardo da San Lupidio, vicario del re Roberto, coi Guelfi;
laonde i Pisani, sì dianzi abbattuti, crebbero di credito e potenza per
l'acquisto di quella città. In così funesta congiuntura perì ancora il
tesoro d'immenso prezzo, riposto in San Frediano, che _papa Clemente
V_ vi aveva fatto portar da Roma e da altri Stati, avanti che Arrigo
Augusto facesse guerra in Roma stessa colle genti del re Roberto. Non
v'era memoria d'un così grosso bottino fatto in una sola città, come fu
quello di Lucca. Per questo atroce colpo grande spasimo prese il cuor
de' Fiorentini, massimamente perchè Uguccione cominciò a far guerra al
loro distretto e a quel di Pistoia. Scrissero perciò efficaci lettere
al re Roberto, ed egli mandò tosto in aiuto loro _Pietro_ suo fratello
minore con trecento uomini d'armi, ricevuto a grande onore in Firenze
nel dì 18 di agosto. Nello stesso mese, volendo il medesimo re oramai
vendicarsi di _Federigo re_ di Sicilia, co' principi suoi fratelli
_Filippo_ e _Giovanni_ (Raimondo Berengario è chiamato da Niccolò
Speciale[916]) e con un'armata di centoventi galee, e quasi altrettanti
legni grossi da trasportar cavalli e munizioni, conducendo seco due
mila cavalieri e fanteria senza fine, veleggiò verso la Sicilia[917].
Impadronissi a tutta prima di Castellamare; e, credendosi di mettere il
piede in Trapani per un precedente trattato, si trovò deluso. Lo stesso
Federigo quegli era stato che avea ordita la trama, per fermar quivi le
forze del re Roberto, siccome avvenne; perchè Roberto imprese l'assedio
di quella città con sommo vigore. Ma questa era ben provveduta di
viveri e di gente, che nulla tralasciò per una gagliarda difesa. Lo
stesso Federigo, col corseggiar ne' contorni, andava pizzicando i
nemici. Ora per le infermità e per la mortalità venne a scemarsi di
molto l'armata del re Roberto. Sopraggiunse ancora un'orrida burrasca
che mise in conquasso tutti i suoi legni, e impedì parimente che non
seguisse un fatto d'armi con quei del re Federigo, giù usciti in mare,
e battuti anch'essi dalla medesima tempesta. Veggendosi dunque Roberto
a mal partito per la perdita di trenta galee, e per la mancanza delle
vettovaglie, s'appigliò alla risoluzione di trattar qualche accordo;
sicchè fu conchiusa tra loro una tregua di tre anni e due mesi e mezzo,
e col favor d'essa nel finire dell'anno Roberto, malcontento di tante
spese inutilmente fatte e della perdita di molta gente e di molte navi,
se ne tornò a Napoli a macchinar degli altri disegni.

In Ferrara, che gli Annali Estensi[918] dicono donata da _Clemente V_ a
_Sancia_ moglie del _re Roberto_, fu un trattato fra alcuni cittadini e
fuorusciti ghibellini per levarla di mano ad esso re. Vennero costoro
nel mese di giugno pel Po col naviglio de' Mantovani alla volta di
quella città; ma, alzatasi una fortuna in esso fiume, andò a male il
lor disegno. Molti ne furono presi e fatti giustiziare da Pino dalla
Tosa, vicario ivi del re Roberto. Aspra guerra intanto seguitava fra
i Padovani e _Cane dalla Scala_[919]; ma Padova, la quale più che mai
abbisognava di concordia in sì pericoloso impegno, non la nudriva nel
suo seno a cagion delle fazioni e prepotenze, frutti consueti delle
repubbliche italiane d'allora. Quivi nel dì 24 d'aprile nata rissa
fra la nobil famiglia da Carrara, terra sul Padovano, capi della quale
erano allora Jacopo ed Ubertino, e quelle di Pietro Alticlino e Ronco
Agolante, due potenti plebee di quella città: tutto il popolo vi si
interessò. Vi fu della mortalità, e non pochi saccheggi, ma prevalsero
i Carraresi. La casa di Albertino Mussato istorico andò anch'essa
allora a sacco[920]. Continuò dipoi la guerra contro Cane dalla Scala,
e nel settembre i Padovani con tutte le lor forze improvvisamente
arrivarono sino alle porte di Vicenza[921] con tale baldanza, come se
andassero a diporto ed avessero in pugno quella città. Presero il borgo
di San Pietro, e gli diedero il sacco, con tutte le scelleraggini che
accompagnano simili congiunture. Incredibile fu il terrore nella città,
quando ecco inaspettatamente arrivar Cane da Verona. Al primo avviso
dell'insulto de' Padovani, saltato a cavallo il furibondo Scaligero con
un sol famiglio, si avviò alla volta di Vicenza[922]. Entrato nella
confusa città, rimise il cuore in petto a quei cittadini; e, senza
perdere tempo, nel dì 17 di settembre, fatto lor prendere l'armi[923],
unitamente coi Tedeschi della guarnigione uscì per una porta addosso
ai Padovani, con alle grida intonando tutti: _Viva Cane_[924]. Se ne
stavano i buoni Padovani sparsi e senza guardie. Il nome temuto di Cane
e l'ardire de' Vicentini furono fulmini che bastarono a mettergli in
fuga. La strage d'essi fu grande, maggiore la copia de' prigionieri,
che si fanno montare a mille e cinquecento, il bottino inestimabile.
Jacopo e Marsilio da Carrara (che da Ferreto viene appellato dei
Rossi, per errore del testo) ed Albertino Mussato restarono, oltre a
tant'altri, in poter de' nemici. Questi, mentre Padova si trovava in
una fiera costernazione, e Cane raunava da tutte le parti gente per
passar sotto quella città, mossero parola di pace con esso Scaligero,
che vi diede ascolto. Tanto finalmente si trattò coll'andare e venir
corrieri da Padova, che questa fu conchiusa nel dì 20 d'ottobre, per
cui fu ceduta da' Padovani a Cane ogni lor pretensione sopra Vicenza.

Ebbero i Piacentini[925] nel maggio di quest'anno una rotta da
Leone degli Arcelli, e dagli altri loro fuorusciti in Vico Giustino.
Poscia nel mese di settembre _Ugo Delfino_ di Vienna, che si facea
parente dei Torriani, venuto a Pavia in loro aiuto con alcune
schiere d'armati, formata una grande unione di Pavesi, Cremonesi,
Parmigiani, Alessandrini, Vercellesi e d'altri Guelfi, insieme coi
suddetti fuorusciti ostilmente venne sul Piacentino per terra e per
acqua. Bruciò questa armata il ponte de' Piacentini sul Po, ed entrò
nel borgo di San Leonardo, dove si fermò nove giorni, disponendo
le macchine per espugnar la città. Al governo d'essa era _Galeazzo
Visconte_, già eletto signore della medesima, il quale si preparò per
una valida difesa. Ma, insorta discordia nel campo di essi collegati,
senza far altro maggior tentativo, e con perdita di gente, tutti se
ne andarono alle lor case[926]. Se crediamo a Galvano Fiamma[927],
Galeazzo Visconte gl'inseguì fino a Tortona. In Genova[928], per la
gara continua di quelle possenti case, cadauna delle quali voleva la
maggioranza negli uffizii, ed anche la signoria della terra, nacquero
varie contese fra i Boria e gli Spinoli. Pace fu fatta, ma di corta
durata. Si venne all'armi, e per ventiquattro giorni si combattè
fra essi e i lor fazionarii, con interessarsi la maggior parte del
popolo in sì fatta querela, che costò la vita a molti e l'incendio
a non poche case. Finalmente, per l'interposizione di alcuni saggi
neutrali, si quetò la guerra; ma stettero poco gli Spinoli a rinnovarla
con loro svantaggio nondimeno, perchè sconfitti, furono necessitati
ad abbandonar la città e a ritirarsi nelle lor terre. I Doria e i
Grimaldi rimasero uniti, e seguitò Genova a reggersi a popolo. Nella
Romagna[929] _Francesco de' Manfredi_, correndo il dì 9 del mese di
novembre, mosse a ribellione le città di Faenza e d'Imola contra il_
conte Giliberto_ de' Sintilli, vicario della Romagna pel re Roberto.
Tentò ancora dipoi con Lamberto e Banino da Polenta, e con un esercito
di cinquecento cavalli e diecimila fanti, la conquista di Forlì; anzi
v'entrò col favore dei Calboli; ma prevalendo gli Argogliosi coi lor
Catalani, ch'erano ivi di presidio pel re Roberto, furono costretti
gli entrati e i Caiboli coi loro fautori alla fuga. Cesena restò dipoi
quasi presa da essi Catalani; se non che _Malatestino_ da Rimini,
accorso, li cacciò, e prese il governo di quella città.

NOTE:

[899] Raynald., Annal. Eccl.

[900] Nicolaus Botront., Relat. Itiner. Henrici VII tom. 9 Rer. Ital.

[901] Raynaldus, Annal. Eccles.

[902] Bernardus Guid. Ptolom. Lucens. Amalricus Auger. Giovanni
Villani, et alii.

[903] Franciscus Pipin., in Chron., tom. 9 Rer. Italic.

[904] Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic.

[905] Bernardus Guid. Raynaldus, in Annal. Eccl. Johann. Canon., in
Vita Clementis V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[906] Baluz., Collec. Act. vet., pag. 289.

[907] Raynaldus, Annal. Eccles.

[908] Baluz., Collect. Act. vet., pag. 288.

[909] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 65.

[910] Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic.

[911] Ventura, Chron. Astens., cap. 28, tom. 11 Rer. Ital.

[912] Albert. Argentin., Chron. Giovanni Villani. Ferretus Vicentinus,
lib. 7.

[913] Hervartus, in Lud. IX imp.

[914] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 57. Annal. Estenses, tom. 15 Rer.
Ital.

[915] Albertinus Mussatus, de Gest. Ital., lib. 2, rubr. 9. Istor
Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.

[916] Nicolaus Specialis, lib. 7, cap. 4, tom. 10 Rer. Ital.

[917] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 61. Ferretus Vicentinus, lib. 6,
tom. 9 Rer. Ital. Chron. Astense, cap. 76, tom. 11 Rer. Ital.

[918] Annales Estenses, tom. 15 Rer. Ital.

[919] Albertinus Mussatus, de Gest. Ital., lib. 4, rubr. 1, tom. 8 Rer.
Ital.

[920] Cortus, Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[921] Annal. Estenses. Ferretus Vicentinus. Chron. Bononiens., et alii.

[922] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[923] Johannes de Bazano, Chronicon Mutinense, tom. 15 Rer. Ital.

[924] Cortus, Hist., lib. 1, tom. 12 Rer. Ital.

[925] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[926] Bonincontrus, Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[927] Gualvanus Flamma, cap. 353.

[928] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Giovanni
Villani, lib. 9, cap. 56.



    Anno di CRISTO MCCCXV. Indizione XIII.

    Sede romana vacante.
    Imperio vacante.


Seguitò ancora in quest'anno la discordia fra i cardinali, di modo
che neppur fu dato un successore alla cattedra di san Pietro. In
Germania continuò la guerra fra _Lodovico il Bavaro_ e _Federigo
Austriaco_, re eletti. _Leopoldo_, fratello di Federigo, fece di
molte prodezze, ma restò più che mai imbrogliato e diviso il regno.
In Italia prosperamente camminarono gli affari dei Ghibellini. Avea
_Uguccione dalla Faggiuola_[930], signor di Pisa e Lucca, assediato
con gran vigore la forte terra di Montecatino, e tentata ancora, ma
indarno, la presa di Pistoia. Risoluto di voler la terra suddetta,
ne continuò ostinatamente l'assedio. Stavano per questo in gran
pena i Fiorentini. Già era venuto nell'anno precedente in loro aiuto
_Pietro_, fratello del _re Roberto_; ma il re, intendendo come cresceva
sempre più l'ardire e la forza d'Uguccione e de' Pisani, e degli
altri Ghibellini di Toscana, ad istanza di essi Fiorentini, benchè
contro il suo volere, vi mandò _Filippo principe_ di Taranto altro
suo fratello. Questi, conducendo seco cinquecento uomini d'armi e il
_principe Carlo_ suo figliuolo, arrivò a Firenze nel dì 11 di luglio
dell'anno presente. Aveano intanto i Fiorentini preparata una bella
armata coll'aiuto dei Bolognesi, Sanesi, Perugini e d'altri Guelfi
di Toscana e Romagna, il cui numero fu detto ascendere (se pur si può
credere) a circa sessanta mila persone; ed, unito che fu con loro il
rinforzo del suddetto principe di Taranto, uscirono in campagna per
isnidar Uguccione da Montecatino nel dì 6 d'agosto, e vennero in Val
di Nievole. Benchè di gran lunga inferior di forze, pure assai forte
era Uguccione, trovandosi con lui i Pisani, Lucchesi, e gran copia di
Ghibellini toscani, ed alcune schiere inviategli da _Matteo Visconte_.
Suppliva il suo senno a quel che gli mancava d'armati. Più dì stettero
a vista i due eserciti, e finalmente Uguccione, perchè gli veniva tolta
la vettovaglia mandata da Lucca, fu forzato a levare il campo; ma con
tal maestria lo levò, che, prevedendo battaglia coi nemici, si trovò in
statodi ben riceverla[931]. Vennero infatti le due armate alle mani nel
dì 29 di agosto, festa della Decollazione di san Giovanni Batista; il
combattimento fu duro e sanguinoso, e la vittoria infine si dichiarò in
favor d'Uguccione[932]: vittoria delle più memorabili di questi tempi,
per la quantità degli uccisi e per l'incredibil bottino. Vi restò morto
_Carlo_ figliuolo del principe _Filippo_ e _Pietro_ fratello del re
Roberto restò sommerso in una palude fuggendo, senza che il suo corpo
mai si trovasse. Molti altri baroni e contestabili vi lasciarono la
vita, oltre a più di due mila soldati uccisi ed altri assai annegati, e
più di due mille e cinquecento prigioni, fra' quali cento quattordici
delle migliori case di Firenze, e moltissimi delle altre città,
annoverati dall'autore della Cronica di Siena. Perdè anche Uguccione
in questa giornata Francesco suo figliuolo, ma senza punto scomporsi
all'avviso di sua morte. Se gli arrendè poi Montecatino, ed egli mise
per signore in Lucca Neri, altro suo figliuolo. Per sì grave disgrazia
non si avvilirono punto i Fiorentini; e tanto più fecero coraggio,
perchè il re Roberto, sempre più impegnandosi a sostenerli, inviò tosto
in loro aiuto il conte d'Andria e di Monte Scaglioso, appellato il
conte Novello, con dugento cavalieri. Maggiormente ancora risorse la
loro fortuna nell'anno seguente, per quel che diremo.

Non ebbero minor felicità in Lombardia l'armi di _Matteo Visconte_,
capo del ghibellinismo. Volle egli fondare, oppur rifabbricare, dove
la Scrivia mette capo nel Po, un castello, a cui diede il nome di
Ghibellino, per frenar le scorrerie dei Pavesi contra de' Tortonesi
suoi sudditi[933]. _Ugo del Balzo_, vicario del re Roberto in Piemonte,
coi Pavesi, Vercellesi, Alessandrini ed Astigiani, e coi Torriani, per
terra e per acqua nel dì 4 di luglio andò a frastornar quel lavoro; ma
dalle milizie del Visconte fu rotto. Vi fu ucciso Zonfredo dalla Torre,
fratello di _Pagano vescovo_ di Padova. Edoardo dalla Torre con ottanta
altri nobili di parte guelfa rimase prigione. Guglielmo Ventura[934]
scrive che fra i prigionieri si contarono il genero e il nipote di
Ugo del Balzo, e più di mille Alessandrini e Valentini. Inoltre
nel dì 6 venendo il dì 7 di ottobre, Stefano figliuolo di Matteo
Visconte furtivamente circa l'aurora entrò in Pavia, e s'impadronì
di quella città. Accorse Ricciardino ossia Riccardino, figliuolo
dell'imprigionato Filippone conte di Langusco, per opporsi; ma nella
mischia restò ucciso. Con che Matteo restò padrone di sì importante
città, con liberar tutti i prigioni, fra' quali Manfredi da Beccaria,
e rimettere in città tutti i fuorusciti. Furono in tal congiuntura
presi Amorato e Guidotto figliuoli del fu Guido dalla Torre, e commesse
di gravi ruberie ed iniquità, ma colla morte di pochi. Così Pavia,
con esserne scacciati i Guelfi, tornò ad essere ghibellina; e Matteo
Visconte vi fece fabbricare una fortezza per maggiormente assicurarsi
di quel popolo. Era in que' tempi il Visconte signor di Milano, Pavia,
Piacenza, Como e Bergamo. Provveduto di molti bellicosi figliuoli,
al governo di cadauna teneva egli un di essi: il che gliene assodava
l'acquisto. Non passò l'anno che anche il popolo di Alessandria[935],
per opera di Tommaso del Pozzo, si ribellò al re Roberto, e si diede
al medesimo Visconte. Ciò fu nel mese di dicembre. Anche Tortona era
stata molto prima presa con armata mano da Marco Visconte figliuolo
d'esso Matteo. Bonincontro Morigia racconta[936], essere avvenuto
quell'acquisto nel dì primo di dicembre, giorno di domenica: il
che indica l'anno precedente. Fecero in quest'anno guerra viva a
Cremona _Cane dalla Scala_ signor di Verona e Vicenza, e _Passerino
de' Bonacossi_ signore di Mantova e Modena[937]. Dopo la presa di
alcune castella guidarono lo esercito sino alle porte di quella
città, aspettando che si facesse qualche commozione nell'atterrito
popolo. _Giberto da Correggio_, accorso colà da Parma, tanto animo
diede ai Cremonesi, che i nemici, vedendo di perdere quivi il tempo,
si ritirarono. Ma Cane in tal occasione (se pur non fu nell'anno
seguente) occupò la ricca e popolata terra di Casal Maggiore, e vi
lasciò una buona guarnigione. Da queste avversità commossi i Cremonesi
si appigliarono al partito di proclamar loro signore _Jacopo marchese
Cavalcabò_, ma con dispiacere della contraria fazione, di cui era capo
Ponzino de' Ponzoni. Però tutti questi adirati uscirono della città,
e si afforzarono in Soncino, Pizzighettone, e in altre castella di
quel territorio. Tolta fu in quest'anno a Matteo Visconte da Maranzio
Guinzone, e poi da Soncino Benzone, Crema. Lodrisio Visconte podestà
di Bergamo diede una gran rotta al ponte di San Pietro ai Guelfi
fuorusciti, colla morte di più di mille d'essi. Furono anche delle
novità in Forlì[938]; perciocchè i Calboli con Cecco e Sinibaldo degli
Ordelaffi vi rientrarono per forza, e ne scacciarono gli Argogliosi,
e le genti del re Roberto, nel dì 2, oppure 12 di settembre. Questo
medesimo fatto vien descritto da Ferreto Vicentino[939], con dire che
il suddetto _Cecco_, cioè _Francesco degli Ordelaffi_, chiuso in una
botte, si fece introdurre in Forlì, e quivi, segretamente incitati
gli amici alla sollevazione contra del re Roberto, s'impadronì della
città, dalla qual poscia cacciati i Calboli, restò egli signore. Ne
parla ancora Albertino Mussato[940]. Così quella città abbracciò la
fazion ghibellina, e seppe sostenersi dipoi contro gli sforzi di Diego
vicario del _re Roberto_. Stando nella terra di Buzzala gli Spinoli
ed altri fuorusciti di Genova, faceano guerra alla lor patria[941]. In
Genova si preparò un possente esercito di mille e cinquecento cavalli
e di circa dieci mila pedoni sotto il comando di _Manfredino marchese_
del Carretto, e si marciò contra degli usciti. Furono ben tre volte
respinti i Genovesi, colla morte di più di cinquecento d'essi; infine
soperchiando col numero gli avversarii, li misero in fuga; presero,
saccheggiarono e distrussero dai fondamenti Buzzala. Ma nel dì seguente
eccoli i fuorusciti di nuovo comparire con ducento cavalieri tedeschi,
venuti al loro soldo, con tal empito, che n'andò sconfitta l'armata
genovese, restandovi uccisi più di mille d'essi, e prigioni fra gli
altri il lor capitano e Lamba Doria con due suoi figliuoli[942], i
quali collo sborso di diecisette mila fiorini d'oro ricuperarono dipoi
la libertà.

NOTE:

[929] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital. Albertinus Mussat., de Gest.
Ital., lib. 5, rubr. 5.

[930] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 70. Storie Pistolesi. Cortus,
Hist. Albertinus Mussat., et alii.

[931] Johan. de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.

[932] Chron. Senense, tom. 15 Rer. Ital.

[933] Gualvan. Flamma., cap. 354. Bonincontr Morigia, cap. 19, tom. 12
Rer. Italic. Albertinus Mussatus, lib. 7, rubr. 10, tom. 8 Rer. Ital.

[934] Ventura, Chron. Astense, cap. 79, tom. 11 Rer. Ital. Bonincontr.
Morigia. Albertinus Mussatus, et alii.

[935] Chron. Astense, cap. 81, tom. 11 Rer. Ital.

[936] Bonincontrus Morigia, Chron., cap. 19, tom. 12 Rer. Ital.

[937] Albertinus Mussatus, lib. 7, rub. 19, tom. 8 Rer. Ital.

[938] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[939] Ferretus Vicentinus, lib. 7, tom. 9 Rer. Italic.

[940] Albertinus Mussatus, lib. 7, rubr. 12.

[941] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCCXVI. Indiz. XIV.

    GIOVANNI XXII papa 1.
    Imperio vacante.


Essendosi finalmente accordati i cardinali di trattar dell'elezione
di un nuovo pontefice nella città di Lione, quivi nel dì 28 di giugno
entrarono nel conclave[943], e poscia nel dì 7 d'agosto promossero
al pontificato _Jacopo d'Ossa_ da Cahors, già vescovo di Freius,
poi d'Avignone, e infine cardinale vescovo di Porto, personaggio di
bassissimi natali, di piccola statura, ma scaltro e di gran sapere,
massimamente ne' canoni e nelle leggi. Molte notizie di sua vita
prima del pontificato si hanno da Ferreto Vicentino[944] e da Giovanni
Villani[945]. Prese il nome di _Giovanni XXII_. Da lì a un mese, cioè
nel dì quinto di settembre fu coronato in essa città di Lione, e nel
seguente mese andò a mettere la sua residenza in Avignone, città del
suddetto re Roberto, dove, nelle quattro tempora dell'Avvento, fece la
promozion di otto cardinali tutti franzesi, eccettochè _Giovan-Gaetano
degli Orsini_ di Roma, unico italiano, con grave mormorazione, per
quanto si può credere, di chi amava l'Italia, e piagneva i mali
originati dalla lontananza della santa Sede. Insuperbito _Uguccion
dalla Faggiuola_ per li prosperosi successi delle sue armi[946],
governava Pisa e Lucca più da tiranno che da signore. Per aver fatto
tagliar la testa a Banduccio Buonconti e a suo figliuolo, uomini di
gran credito e senno in Pisa, perchè trattavano di sottomettere la
città al re Roberto, crebbe l'odio de' Pisani contra di lui. Parimente
in Lucca fece imprigionar _Castruccio_ ed altri degl'Interminelli,
per certe ruberie ed omicidii fatti in Lunigiana, che processati
doveano perdere la testa. Ma perciocchè Neri suo figliuolo dominante
in Lucca non si attentava di eseguir la condanna pel seguito grande
della famiglia d'essi Interminelli, Uguccione si mosse da Pisa nel
dì 5 d'aprile per dar sesto agli affari de' Lucchesi. Appena fu al
monte di San Giuliano, che Coscetto da Colle, popolano arditissimo,
mosse a rumore la città di Pisa, gridando tutti: _Muoia il tiranno
Uguccione_. Uccisero la di lui famiglia, diedero il sacco al di lui
palagio, e poi crearono lor signore il _conte Gaddo dei Gherardeschi_,
uomo savio, e di gran valore e podere. Con questa mala nuova in corpo
arrivò Uguccione a Lucca, oppure gli fu portata in quella città; e
quivi ancora avendo trovato tutto in tumulto, accresciuto poi dalla
voce di quanto era avvenuto in Pisa, determinò di mettere in salvo la
vita, ritirandosi di colà col figliuolo e colle sue genti: rovescio
esemplare dell'instabil fortuna delle umane grandezze. _Castruccio_
liberato dalla carcere e dal pericolo della testa (alcuni dicono per
ordine dello stesso Uguccione prima di sua partenza), da lì a qualche
tempo fu proclamato per un anno signore di Lucca: tempo bastante a
chi era provveduto di mirabil ardire ed accortezza, per non dimettere
più le redini di quel governo. Uguccione se n'andò al _marchese
Spinetta_ Malaspina, poscia venne a Modena[947] nel dì 25 d'aprile, e
finalmente si ricoverò presso _Cane dalla Scala_, che, a riguardo del
ghibellinismo e del credito suo nell'arte della guerra, il fece suo
capitan generale. Furono biasimati i Pisani da molti, come ingrati ad
un uomo che dal basso stato, in cui si trovavano, gli avea alzati tanto
alto, e dietro era a farli più grandi.

L'ordinario mestier delle città italiane di questi tempi, divise nelle
maladette sette de' Ghibellini e Guelfi, era di andar macchinando, come
l'una fazione potesse abbattere l'altra. In Brescia[948] la signoria
stava in mano de' Ghibellini, capo d'essi la famiglia de' Maggi. I
Guelfi rimessi in quella città rodevano il freno, veggendosi da meno,
e fors'anche poco ben trattati dagli altri. Fecero essi un segreto
trattato con _Jacopo Cavalcabò_ _marchese_, signor di Cremona, città
guelfa; e questi con alcune migliaia d'armati nell'ultimo dì di gennaio
comparve colà, e fu ammesso per la porta di San Giovanni: nel qual
tempo anche altre schiere di Guelfi arrivarono dalla riviera del lago
di Garda e da altri luoghi. Il podestà di Brescia marchigiano, postovi
dai Maggi, quei fu che li tradì per quattro mila fiorini, ed aprì la
porta ai nemici. Gran combattimento seguì fra essi e i Ghibellini; e
questi ultimi infine sconfitti sloggiarono, riducendosi alle castella
di Iseo, Palazzuolo, Chiari, Pompiano, gli Orci, Quinzano ed altri
luoghi, ne' quali si fecero forti, cominciando appresso una dura guerra
contro alla lor città, sostenuti ancora da Cane dalla Scala. Ma poco
durarono le contentezze del suddetto marchese Cavalcabò. I Ponzoni, gli
Amati ed altri fuorusciti di Cremona colle lor forze il tenevano corto.
_Giberto da Correggio_ signor di Parma, gran caporale de' Guelfi,
andò a Cremona per trattar l'accordo fra loro. Ponzino dei Ponzoni non
volea pace, se il Cavalcabò non rinunziava la signoria. Andò a finir la
faccenda che quella volpe di Giberto l'indusse a rinunziare, e poi fece
proclamar sè stesso signor di Cremona. A questo avviso gliela giurarono
_Matteo Visconte, Can dalla Scala_ e _Passerino_ signor di Mantova capi
de' Ghibellini. Segretamente pertanto ordirono un trattato in Parma con
Gianquillico di San Vitale genero di Giberto stesso, con Rolando Rosso
suo cognato, e con altri nobili, ne' quali egli maggiormente confidava.
Questi nella festa di san Jacopo Apostolo, nel dì 25 di luglio,
mossero a rumore la città, gridando tutti: _Popolo, popolo_. Accortosi
Giberto che troppo grossa era la tempesta, si ritirò a Castelnuovo,
Campigine e Guardasone, dove si fortificò ed implorò l'aiuto de'
Bolognesi, Padovani e Fiorentini. Andò poscia fino a Napoli a trovare
il re Roberto, ed ottenne ottocento cavalieri da lui e dalla lega
guelfa, co' quali, venuto a Castelnuovo, fece aspra guerra a Parma.
Anche i Parmigiani entrarono in lega col Visconte, collo Scaligero e
con Passerino di Mantova. Nel mese d'agosto dell'anno presente[949],
Ugo del Balzo e Ricciardo Gambatesa, vicarii in Piemonte del re
Roberto, entrati nel territorio di Alessandria, vi presero le castella
d'Iviglie, Solerio, Quargnento, Bosco e Castellaccio. Allora Matteo
Visconte inviò ad Alessandria più di mille uomini d'armi, coi quali e
colle sue genti Marco suo figliuolo non solamente ripigliò quei luoghi
e diedegli alle fiamme, ma fece anche molti prigioni de' nemici. Guerra
ancora in quest'anno fu nel territorio di Cremona, portatavi da Cane e
da Passerino. Giberto da Correggio, non trovandosi quivi sicuro, con
Jacopo Cavalcabò si ritirò a Parma, da dove poi fu cacciato, siccome
abbiam detto. Fecero allora i Cremonesi lor capitano Egidio Piperata.
In soccorso d'essa città di Cremona volle passare pel Modenese un
corpo di fanti e cavalli, raunato in Bologna[950]; ma Francesco
Menabò podestà per Passerino nel dì 17 di febbraio coi Modenesi ito ad
assalirli nella villa di San Michele, molti ne uccise, e più ne fece
prigioni. La città di Cervia[951] nel dì 6 d'aprile dell'anno presente
si diede sotto il dominio di _Ostasio da Polenta_ signor di Ravenna. E
_Guecelo da Camino_ nel mese di giugno occupò la città di Feltre nella
marca di Trivigi, con iscacciarne il vescovo, che n'era padrone[952].
Poscia s'imparentò con Cane dalla Scala, ottenendo in moglie d'un suo
figliuolo _Verde_ figliuola di _Alboino Scaligero_.

NOTE:

[942] Chron. Astense, cap. 90, tom. 11 Rer. Ital.

[943] Raynaldus, in Annal. Eccles. Bernardus Guid., Append. Ptolom.
Lucensis.

[944] Ferretus Vicentinus, lib. 7, tom. 9 Rer. Ital.

[945] Giovanni Villani.

[946] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 76. Istor. Pistol. Ferretus
Vicentinus, et alii.

[947] Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Italic.

[948] Malvec., Chron. Brixian., lib. 9, cap. 29, tom. 14 Rer. Ital.
Annales Estens., tom. 15 Rer. Ital.

[949] Chron. Astense, cap. 83, tom. 11 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCCXVII. Indizione XV.

    GIOVANNI XXII papa 2.
    Imperio vacante.


Attese in quest'anno _papa Giovanni_ _XXII_ a fondar nuovi vescovati
in Francia[953], trinciando specialmente la vasta diocesi di Tolosa, la
cui chiesa eresse in arcivescovato. Essendo oramai terminata la tregua
già fatta fra _Roberto re_ di Napoli e _Federigo re_ di Sicilia[954],
Roberto, più che d'altra cosa voglioso di ricuperar la Sicilia, spedì
colà _Tommaso da Marzano_ conte di Squillaci con una gran flotta e con
un potente esercito. Sbarcò egli in Sicilia nel mese d'agosto; niun
conquisto vi fece, ma diede un tal guasto al paese fin sotto alle porte
di Messina, senza che Federigo ardisse mai d'affrontarsi con lui, che
comune opinione fu che, s'egli ritornava l'anno seguente al medesimo
funesto giuoco, la Sicilia non potea reggere a questo flagello.
Susseguentemente mandò papa Giovanni i suoi nunzii a Federigo, con
esibirsi mediatore di pace, ordinando che intanto egli depositasse
in mano degli uffiziali pontificii la città di Reggio cogli altri
luoghi occupati in Calabria. Federigo condiscese ai voleri del papa
col deposito delle terre di Calabria; ma si trovò poi ingannato,
perchè il papa le consegnò al re Roberto, che le ritenne per sè.
Stabilì intanto fra loro esso pontefice una tregua di tre anni, non
già per far servigio a Federigo, ma perchè gl'imbrogli di Genova, de'
quali parleremo, occuparono di troppo il re Roberto. Inviò Federigo
ad Avignone i suoi ambasciatori per la progettata pace; ma Roberto
se ne rise, nè alcuno v'inviò, contento d'avere con tanta facilità
ricuperati que' luoghi, e di mantener tuttavia le sue speranze di
riavere anche un dì la Sicilia tutta. Nella torbida sempre città di
Genova crebbe in quest'anno sì fieramente la diffidenza e discordia
fra i cittadini[955], che si diede principio ad una memorabil guerra,
in cui prese impegno buona parte dell'Italia, e che fu seminario
d'infiniti mali. Nel dì 15 di settembre v'entrarono senz'armi gli
Spinoli fuorusciti col consenso de' Fieschi e Grimaldi, cercando pace.
Non si fidando gli uni degli altri, uscirono di città i Doria. Tennero
poi loro dietro gli Spinoli, e queste due forti famiglie, dianzi
nemiche, divenute amiche, s'impadronirono (non so se nel presente o nel
susseguente anno) di Savona e d'Albenga, con ribellarsi al comune di
Genova, e far lega con _Matteo Visconte_ e cogli altri Ghibellini di
Lombardia. Rimasero i Guelfi padroni di Genova, e per questa divisione
nell'anno seguente cominciò una fiera e sanguinosa tragedia, che fu
delle più strepitose di questi tempi. Giovanni Villani[956] racconta
essere tutto ciò proceduto da segreto monopolio del re Roberto,
che voleva esclusi i Ghibellini da quella città; perché, ridotta
essa a parte guelfa, sperava egli d'acquistarne il dominio, siccome
infatti gli riuscì. A questo fine volle ancora che fra i Pisani ed
altri Ghibellini di Toscana dall'una parte, i Fiorentini, Lucchesi,
Sanesi ed altri Guelfi di Toscana dall'altra, seguisse pace: il che
a' Fiorentini, pieni tuttavia d'odio e di rabbia per la sconfitta di
Montecatino, rincrebbe forte. Ma perciocchè si mostravano renitenti
i Pisani ad accordare a' Fiorentini l'esenzion delle loro gabelle, la
sottile accortezza d'essi Fiorentini trovò un'invenzione per guadagnare
il punto. Finsero di raddoppiare i pubblici aggravii per avere ogni
anno d'entrata cinquecento mila fiorini d'oro, e ne sparsero la voce.
Poscia spedirono corriere in Francia con lettere finte a quel re e al
papa, acciocchè mandasse loro uno dei principi della casa con mille
uomini d'armi e con lettere di cambio per sessanta mila fiorini.
Per via di Pisa fu inviato il corriere; seco era una spia fidata,
che, quando egli fu in Pisa, andò a rivelarlo al conte Gaddo ed agli
anziani, i quali gli fecero mettere le mani addosso. Trovate e lette
quelle lettere, ne restarono ammirati, e conoscendo che per loro non
facea di mantener la guerra, si arrenderono alle proposizioni di pace,
ritenendo quanto aveano preso.

Tentò in quest'anno nel mese d'agosto Uguccion dalla Faggiuola,
coll'aiuto di _Cane dalla Scala_, di rientrare in Lucca, dove avea
dei trattati. Venne in Lunigiana al _marchese Spinetta_ Malaspina per
questo. Ma, scoperti i suoi andamenti, fu rumor popolare in Pisa; la
famiglia dei Lanfranchi n'ebbe gran danno, ed Uguccione, fallito il
colpo, se ne tornò a Verona. Allora _Castruccio_ signor di Lucca,
nemico anch'egli d'Uguccione, fece lega coi Pisani, e poi guerra
al marchese Spinetta, togliendogli Fosdinuovo ed altre castella:
perlochè Spinetta si ritirò anch'esso colla sua famiglia a Verona. In
Parma[957] nel mese di settembre Manno dalla Branca di Gubbio, podestà
di quella città, uomo dabbene, trattò di pace fra que' cittadini e
Giberto da Correggio fuoruscito, che infestava molto la patria. Ne
seguì la concordia. Giberto riebbe i suoi beni, e fu rimesso in città,
con promessa di menar vita privata. Parimente nel mese d'aprile i
fuorusciti guelfi di Piacenza[958] consegnarono le lor castella a
_Galeazzo Visconte_ signore di quella città, e riebbero i lor beni col
ritorno alla patria, il solo _Alberto Scotto_ fu mandalo ai confini
a Crema, dove nel dì 23 di gennaio dell'anno seguente diede fine ai
suoi giorni, lasciando dopo di sè la brutta memoria di molte frodi
e di gravi danni recati alla patria sua. Questo medesimo spirito di
concordia si stese a Modena[959], dove nel dì 5 d'agosto, per cura di
Federigo dalla Scala podestà, furono reintegrati nel possesso dei lor
beni Francesco dalla Mirandola, i Pii, i Gorzani e gli altri usciti, e
tutti vennero alla patria, ricevuti con amore dagli altri cittadini nel
dì 2 d'agosto. Fece oste in quest'anno nel mese di maggio Cane dalla
Scala contra de' Bresciani in favore de' fuorusciti ghibellini; prese
Castiglione e Montechiaro, e recò loro degli altri danni[960]. Mentre
egli si tratteneva in quelle parti, assediando Lunato, i Padovani[961],
giacchè se la videro bella, fingendo che questa fosse risoluzion di
particolari, e non del comune, corsero a valersi del tempo propizio per
ricuperare la perduta città di Vicenza. Aveano essi menato un trattato
con certi Vicentini, e ricevutine anche gli ostaggi per questo. Ma il
trattato era doppio, e di tutto veniva di mano in mano informato lo
Scaligero. Ferreto Vicentino[962] pretende che Cane ne avesse l'avviso
dai Carraresi stessi Padovani. Ora nella notte del dì 22 vegnente del
mese suddetto i Padovani colle genti comandate da Vinciguerra conte
di San Bonifazio giunsero sotto Vicenza, e, trovate le porte chiuse,
si applicarono a dare la scalata a quella città, e molti ancora
v'entrarono. Avvisato dai traditori, oppur dai Carraresi, Cane, eccolo
comparire con Uguccione, e con que' pochi che per la sua gran fretta
poterono seguitarlo. Fece egli tosto aprire una porta, e i Padovani,
credendola aperta per introdurli, si videro all'improvviso piombare
addosso l'adirato Cane. Parvero pecore all'arrivo del lupo. Tutti
allora a gambe; molti d'essi furono uccisi, molti presi, fra i quali
lo stesso conte di San Bonifazio capitano, che morì fra pochi giorni
per le ferite ricevute; e restò in preda de' Vicentini tutto il loro
equipaggio. Qui però non finì la disavventura de' Padovani. Trovò Cane
un tavernaio della fortissima terra di Monselice, per nome o soprannome
Maometto[963], che promise di dargli adito in quella importante
fortezza. Disposte le cose nella vigilia della festa di San Tommaso
Apostolo, Cane, senza badare alla stagione orrida pel freddo, ito colà
con Uguccione e con grosse brigate, s'impadronì della terra, e da lì
a cinque giorni della rocca di Monselice. Incredibil fu il terrore de'
Padovani per questa perdita; già s'aspettavano Cane alle porte, ed egli
intanto colla forza prese la nobil terra d'Este, che poi barbaramente
diede alle fiamme, e quindi obbligò alla resa la ricca e riguardevol
terra di Montagnana. Animato da così felici successi lo Scaligero[964],
dopo aver preso al suo soldo da _Arrigo conte_ del Tirolo cento lance,
passò dipoi nel Pievato di Sacco, territorio allora il più abbondante
e pingue nel Padovano, dove indicibil fu la preda di tutti i beni.
Andò anche ai borghi di Padova, e distrusse quello di Santo Stefano.
Non vi volle di più perchè i Padovani nell'anno seguente chiedessero
pace; e, adoperati per mediatori i Veneziani, la ottennero da Cane, col
cedergli i lor diritti sopra le occupate terre, e dargli ancora quella
di Castelbaldo in pegno. I Carraresi, secondo Ferreto, segretamente se
l'intendeano con esso Cane.

Fin qui i Ferraresi aveano provato il duro giogo de' Guasconi, ossia
de' Catalani, cioè della guarnigione posta in quella città dal re
Roberto[965]. Le avanie ed insolenze di costoro erano il pane d'ogni
giorno di quell'angustiato popolo, di modo che ho io sempre sospettato
che la _giustizia catalana_, passata in proverbio per questi paesi,
avesse origine dai lor perversi portamenti[966]. Giunti oramai all'orlo
della disperazione que' cittadini, chiariti della differenza che passa
fra l'essere governati dal principe proprio, e il vivere all'ubbidienza
di gente straniera, ordinariamente venuta solo per succiare il
sangue de' popoli; e vogliosi di ritornare sotto l'amorevol dominio
de' principi estensi, nel dì 4 d'agosto del presente anno mossero
a rumore la terra, e colle armi incominciarono aspra battaglia con
essi Guasconi. Ritiraronsi costoro in Castel Tealdo, e tutte l'altre
fortezze della città vennero alle mani dei Ferraresi, i quali spedirono
tosto a _Rinaldo_ ed _Obizzo marchesi d'Este_, figliuoli del _marchese
Aldrovandino_, acciocchè venissero. Vennero questi senza perdere tempo;
e quel popolo, confortato dalla loro presenza e valore, tosto si diede
ad espugnare Castel Tealdo per terra e pel Po con delle barbotte e con
un lupo, cioè con un castello posto sopra due navi. Studiaronsi nello
stesso tempo i marchesi estensi coi Pepoli ed altri amici di Bologna di
far differire la venuta dell'esercito bolognese in aiuto dei Guasconi;
e camminò così felicemente il concerto e l'indefessa espugnazion del
castello, che prima dell'arrivo de' Bolognesi l'ebbero in mano colla
morte di tutto quel presidio, con poscia darlo alle fiamme e diruparlo.
Liberati in questa guisa i Ferraresi dal giogo straniero, con immenso
giubilo diedero, ossia restituirono, la signoria della città ai
marchesi d'Este suddetti nel dì 15 d'agosto. In quest'anno ancora nel
mese di settembre _Cane dalla Scala, Passerino_ signor di Mantova e
di Modena, e _Luchino_ figliuolo di _Marco Visconte_[967] fecero oste
di nuovo contra di Cremona. S'era quella città poco dianzi più che mai
scompigliata, perchè, rientratovi il _marchese Jacopo Cavalcabò_, avea
sotto la buona fede ucciso Egidio Piperata capitano del popolo con
cinquanta de' migliori cittadini. Ne fuggì Ponzino de' Ponzoni co' suoi
seguaci, e fatto ricorso ai capi della lega ghibellina, li condusse
all'assedio di Cremona. Ma, per quanto operassero, nulla poterono
guadagnare: tale e tanta fu la difesa di quel popolo aiutato dai
Bresciani. In questo mentre i Bolognesi[968], per distorre Passerino da
quell'impresa, nel dì 19 d'ottobre ostilmente vennero sul territorio
di Modena sino alla villa d'Albareto, commettendo in tutte quelle
vicinanze ogni male in danno de' Modenesi. Varie guerre eziandio furono
in questi tempi nell'Astigiano e nel Piemonte[969], che per essere
di poco momento io le tralascio. Altre ne furono in Romagna[970],
dove Diego di Larae, conte di quella provincia pel re Roberto, andò
all'assedio di Forlì nel dì 28 di giugno, ma con poco profitto. Poscia
nel settembre seguì pace fra lui e i Cesenati dall'una parte e i
Forlivesi dall'altra.

Spedì nel gennaio di quest'anno[971] _papa Giovanni XXII_ lettere
esortatorie di pace, e nunzii ancora ai principi e alle città d'Italia,
insinuando loro che, deposti gli odii, e dato fine alle fazioni,
abbracciassero tutti la concordia. Questo appunto era, ed è, l'uffizio
de' sommi pontefici; ed abbiam già veduto di sopra che tali esortazioni
fecero frutto in Piacenza, Parma e Modena. Ma altro ci volea che
parole a guarir le cancrene d'allora. Si aumentò poi questa terribil
malattia, dacchè papa Giovanni, cessando d'essere padre comune, sposò
gl'interessi del _re Roberto_, e divenne aperto protettore de' soli
Guelfi. Era questo pontefice, per attestato di Ferreto[972] e del
Villani[973], creatura d'esso re. Da lui riconosceva tutto il suo
essere, perchè in sua corte era dal nulla salito in alto, e coll'aver
finte lettere (se pure è vero) a nome d'esso re, avea ottenuto dal
papa il vescovato di Freius; e poi per opera di lui era giunto alla
sacra porpora e al pontificato. Chi ben rifletterà al sistema di questi
tempi, non avrà difficoltà ad immaginare che il suddetto re Roberto
tendeva al dominio di tutta l'Italia; odiava i Ghibellini fautori
dell'imperio, perchè contrarii a' suoi disegni; nè volentieri vedeva
in Italia imperadore alcuno, standogli davanti agli occhi i pericoli
corsi sotto Arrigo VII. Cadde pure in acconcio dei suoi affari che in
Germania fossero eletti in discordia due re de' Romani, cioè _Lodovico
il Bavaro_ e _Federigo d'Austria._ Gran cura ebbe sempre Roberto che
papa Giovanni non decidesse mai la contesa; e dacchè, siccome vedremo.
L'ebbe il Bavaro decisa coll'armi, Roberto procurò che seguitasse la
ripugnanza della corte pontificia a non voler mai riconoscere per
re dei Romani esso Bavaro: dal che provennero sconcerti e scandali
gravissimi. Stuzzicò inoltre esso re papa _Clemente V_, e poi lo stesso
papa _Giovanni XXII_, a far da padrone nel regno d'Italia, vacante
l'imperio, per quanto allora si pretendea. Motivo di stupore, siccome
già accennai, può esser oggidì, come si giugnesse in quei tempi a
dichiarar vassalli della santa Sede gl'imperadori, e spettante al papa
l'assoluto comando in esso regno italico nella vacanza dell'imperio.
Ma non è da stupire, considerando che il re Roberto faceva allora da
papa; nè i pontefici operavano se non quello che a lui piaceva. Per
questa via si studiava Roberto di stendere le ali per l'Italia tutta
colla depression de' Ghibellini, ed innalzamento de' Guelfi suoi
partigiani. Il peggio fu che sopra questa base dell'autorità temporale
e del governo dei papi nel regno d'Italia si fondarono le scomuniche
e gl'interdetti contra chi non era ubbidiente ai voleri pontifizii.
Abbiamo dagli Annali Milanesi[974] che nell'anno precedente, ma più
probabilmente nel presente, avea papa Giovanni comandato che niuno in
Italia s'intitolasse vicario imperiale, nè si mischiasse nel governo
delle terre dell'imperio senza licenza della Sede Apostolica. Perciò
_Matteo Visconte_, lasciato quel titolo, si fece proclamar dal popolo
signor generale di Milano. E perch'egli non mise in libertà i Torriani
prigioni, come pretendeva il papa, nè volle dipendere da lui nel
dominio di Milano, fu sottomessa quella città all'interdetto, e poi
scomunicato esso Matteo. All'incontro _Cane dalla Scala_[975] nel dì
16 di marzo del presente anno riconobbe per re de' Romani l'eletto
_Federigo d'Austria_, gli giurò fedeltà, e da lui prese il titolo di
vicario dell'imperio in Verona e Vicenza. Intimò in quest'anno papa
Giovanni[976] ai Ferraresi di rilasciare il dominio di quella città
in mano de' vescovi di Bologna e d'Arras suoi deputati, sotto pena
delle scomuniche. Ma i Ferraresi, che troppo malconci s'erano ritrovati
dacchè passò la lor città sotto il governo pontificio, diedero di belle
parole, ma si guardarono di venire a' fatti, sentendosi troppo bene
sotto il governo de' marchesi estensi.

NOTE:

[950] Bonifacius de Morano, Chron., tom. 11 Rer. Italic.

[951] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[952] Cortus, Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[953] Raynaldus, Annal. Eccles.

[954] Nicol. Special., Histor., lib. 7, cap. 8, tom. 10 Rer. Ital.
Giovanni Villani, lib. 9, cap. 65.

[955] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[956] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 85.

[957] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[958] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[959] Moran., Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital. Johannes de Bazano,
Chron., tom. 15 Rer. Ital.

[960] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Chron. Estense, ubi sopra.

[961] Chron. Patavin., tom. 8 Rer. Ital. Cortus, Chron., et alii.

[962] Ferretus Vicentinus, lib. 7, tom. 9 Rer. Ital.

[963] Albertinus Mussatus, tom. 8 Rer. Ital. Ferretus Vicentinus, lib.
7, tom. 9 Rer. Ital.

[964] Cortus, Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[965] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[966] Chron. Estense, tom. 14 Rer. Ital. Johannes de Bazano, tom.
15 Rer. Ital. Ferretus Vicentinus, lib. 7, tom. 9 Rer. Ital. Cortus,
Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[967] Corio, Istor. di Milano.

[968] Johannes de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Ital. Moranus, Chron.
Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

[969] Chron. Astense, cap. 94, tom. 11 Rer. Ital.

[970] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[971] Raynaldus, Annal. Eccl.

[972] Ferretus Vicentinus, lib. 7, tom. 9 Rer. Italic.

[973] Giovanni Villani, lib. 9.

[974] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Bonincontr., Chron., lib. 2,
cap. 22, tom. 12 Rer. Ital.

[975] Cortus, Chronic., tom. 12 Rer. Ital.

[976] Raynaldus, Annal. Eccles.



    Anno di CRISTO MCCCXVIII. Indizione I.

    GIOVANNI XXII papa 3.
    Imperio vacante.


Diedesi nel dì 25 di marzo di questo anno principio ad una memorabile
dolorosa scena in Genova[977], per l'implacabil discordia di que'
cittadini. I Doria e gli Spinoli fuorusciti ghibellini, pieni di
astio contra de' Fieschi, Grimaldi e degli altri Guelfi dominanti
nella patria, fecero venir di Lombardia con un possente esercito
di cavalleria e fanteria _Marco Visconte_ figliuolo di _Matteo_, il
quale, unito colle forze d'essi fuorusciti, cinse d'assedio la città
di Genova, città ben provveduta prima dai Guelfi, e con impareggiabil
coraggio da loro difesa. La torre del Faro per due mesi si tenne salda
contro tutti gli sforzi degli assedianti. Infine fu presa; preso ancora
fu il borgo di Prea e quel di Sant'Agnese nel dì 27 di giugno, e si
cominciò a tormentare colle macchine la città medesima. Trovandosi
in questa maniera molto allo stretto i Genovesi dominanti, spedirono
ambasciatori al _re Roberto_, esponendogli quel che loro avveniva per
avere aderito alle di lui insinuazioni, ed offerendogli la signoria
della città, purchè in tanto bisogno recasse loro soccorso. Non altro
che questo desiderava ed aspettava Roberto. Però, messa insieme una
flotta di ventisette galee e di quaranta uscieri, cioè navi grosse da
trasporto, e di altri legni, dove imbarcò mille e dugento cavalieri,
sei mila fanti e copiosa vettovaglia[978], in persona egli stesso colla
regina sua moglie, e con _Filippo principe_ di Taranto e _Giovanni
principe_ della Morea, suoi fratelli, venne a Genova nel dì 20 di
luglio, e vi fece nel dì seguente la sua solenne entrata. Poscia nel dì
27 d'esso mese fu data a lui, e insieme a _papa Giovanni_, la signoria
assoluta di Genova per dieci anni avvenire. Era un'apparenza quella
compagnia del papa. Roberto se ne serviva per fare paura ai Ghibellini,
e maggiormente assodare la sua fazione e signoria in quella città. Non
cessò per questo l'armata ghibellina di far guerra viva alla città,
molestandola continuamente coi trabucchi e colle altre macchine da
guerra e con varii assalti; e, tuttochè Roberto avesse un poderoso
esercito, superiore di molto a quel de' nemici, per gli aiuti a lui
venuti dalla Toscana, pure, tenendo i nemici le fortezze d'intorno,
campeggiar non poteva, e gli conveniva dimorare stretto nella città.
Di grandi prodezze si fecero in tal occasione da amendue le parti; ma
troppo io mi dilungherei se volessi narrarle. Arrivò a tanta audacia
_Marco Visconte_, che mandò a sfidare lo stesso re di combattere con
lui a corpo a corpo per terminar quella contesa: del che molto si
offese, e grande sdegno ne prese Roberto.

Secondo il pessimo costume di questi sì sconvolti tempi, turbossi
nell'anno presente la quiete di Modena[979], dove era signore
_Passerino de' Bonacossi_, signore ancora di Mantova. Zaccheria de'
Tosabecchi gli tolse la nobil terra di Carpi nel dì 17 di gennaio.
Nella mezza notte dello stesso giorno Francesco dalla Mirandola
con Prendiparte suo figliuolo e Guido de' Pii, nobili e potenti di
questa città, che nel precedente anno aveano ricevuto per grazia
di rientrarci, mossero a rumore il popolo modenese, e coll'armi
costrinsero i provvisionati di Passerino a ritirarsi nelle case de'
nobili di Fredo, dove assediati, impetrarono poi l'uscita libera fuori
della città. Così _Francesco Pico_ dalla Mirandola si fece proclamar
signore di Modena. Niccolò da Fredo gli consegnò dipoi Spilamberto, per
liberar Giovanni suo fratello dalle carceri, e similmente Arrivieri da
Magreta gli rassegnò il suo castello. Nel dì primo di marzo tutti gli
sbanditi da Modena rientrarono nella città con gran festa; ma nel dì 2
d'aprile il suddetto Francesco bandì le famiglie dei nobili da Fredo,
da Magreta e de' Buzzalini; le quali, ricorse a Passerino, fecero
che egli con Cane dalla Scala e molte schiere d'armati nel dì 27 di
luglio venisse ad assediar Modena. Vedendo poi che niuna commozione
si facea nella città, e dato in darno un assalto dai fuorusciti, se
ne andarono tutti dopo sette dì, malcontenti. Più felicemente riuscì
ai collegati Ghibellini l'impresa di Cremona, dove signoreggiava il
_marchese Jacopo Cavalcabò_ di fazione guelfa. Diedero essi nuovo
aiuto a _Ponzino de' Ponzoni_[980]; e questi, con intelligenza d'alcuni
cittadini, entrò la mattina per tempo nel dì 9 d'aprile (il Corio[981]
scrive di febbraio, ma credo con errore) in quella città, e prese la
piazza. Allora il Cavalcabò in fretta coi suoi seguaci scappò fuori
della città[982]. Il Ponzone dipoi fu proclamato dal popolo signore
di Cremona, ma di Cremona città oramai spopolata ed impoverita per le
tante passate sciagure. Giovanni da Bazano scrive[983] che Passerino
dei Bonacossi fu dipoi creato signor di quella città. Anche in Padova
accadde mutazion di governo[984]. Dacchè riuscì alla accortezza e
potenza di _Jacopo da Carrara_ e de' suoi consorti di far ritirare da
quella città la ricca ed emula casa de' Macaruffi con altre potenti
famiglie, e con Albertino Mussato istorico, facile fu a lui di ottenere
ancora il principato di quella città. Fece pertanto esso Carrarese
raunare il consiglio generale dei Padovani, dove espose la necessità di
quei tempi d'eleggere un signore perpetuo, in cui stesse la balia e la
cura del pubblico governo per cagion de' correnti bisogni. Il concerto
era fatto; senza venire allo scrutinio, tutti i Guelfi e i Ghibellini
ancora, con segreto contento di Cane dalla Scala, gridarono lor signore
Jacopo da Carrara, che fu il primo di sua casa a signoreggiar quella
terra. Questi poi, per quanto potè, cercò l'amicizia di Cane: al qual
fine promise ancora di dar per moglie _Taddea_ sua figliuola di età
puerile a _Mastino_ nipote d'esso Cane. In un parlamento tenuto a dì
16 di dicembre in Soncino, fu nel presente anno[985] dichiarato il
suddetto Cane dalla Scala capitan generale della lega dei Ghibellini
collo stipendio di mille fiorini d'oro per mese. Se crediamo a Galvano
Fiamma, fu questo un ripiego preso dalla sagacità di _Matteo Visconte_,
perchè il re Roberto facea di grandi esibizioni a Cane per istaccarlo
dagli altri Ghibellini. Aveva esso Cane[986] dei trattati con alcuni
cittadini di Trivigi, e vogliosissimo di quell'acquisto, nel dì primo
d'ottobre spedì colà Uguccion dalla Faggiuola suo capitan generale
coll'esercito suo. Non ebbe effetto la congiura. Tuttavia in suo potere
vennero le principali terre di quel contado, cioè Noale, Asolo, Monte
di Belluna, e fu cominciato un blocco a quella città.

NOTE:

[977] Georgius Stella, Annales Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Giovanni
Villani, lib. 9, cap. 68.

[978] Chron. Astense, cap. 99, tom. 9 Rer. Ital.

[979] Moranus, Chron. Mutinens., tom 11 Rer. Ital. Johann. de Bazano,
Chron., tom. 15 Rer. Ital.

[980] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[981] Corio, Istor. di Milano.

[982] Giovanni Villani, lib. 9. cap. 89.

[983] Johann. de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Italic.

[984] Cortus. Chron., tom. 9 Rer. Ital. Ferretus Vicentinus, tom. 12
Rer. Ital. Chron. Patavin., tom. 8 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCCXIX. Indizione II.

    GIOVANNI XXII papa 4.
    Imperio vacante.


Ostinatamente continuarono anche nel verno i Lombardi e i Genovesi
fuorusciti l'assedio di Genova[987]. Rincresceva non poco al _re
Roberto_ di trovarsi così chiuso in quella città, e senza poter
fare impresa alcuna luminosa e degna di un par suo. Finalmente gli
fu suggerita la maniera propria di vincere quella pugna. Fece egli
imbarcare nelle sue navi quattordici mila combattenti con ordine di
sbarcare a Sestri di Ponente, per aver campo di far battaglia coi
nemici in quella pianura. Corsero per impedire lo sbarco i Ghibellini;
ma finalmente nel dì cinque di febbraio la fanteria guelfa saltò in
terra, e, benchè tre volte rispinta, fece ritirare i Ghibellini a
Castiglione, e di là ancora li fece poco appresso sloggiare. Allora
_Marco Visconte_, trovandosi fra due fuochi, e temendo anche della fede
dei fuorusciti genovesi, perchè era insorta discordia fra i Doria e
gli Spinoli, levò precipitosamente il campo, lasciando indietro parte
ancora dell'armi e del bagaglio, e con gran fretta si ritirò a Buzzala,
a Gavi e ad altri luoghi. Tutto contento allora il re Roberto d'aver
liberata Genova, e lasciato ivi per suo vicario Ricciardo Gambatesa,
nel dì 29 d'aprile, colla regina, co' fratelli e molti suoi nobili e
genti d'armi s'imbarcò in sette galee (il Villani scrive, e con più
verisimiglianza[988], in quaranta), e fece vela per andare alla corte
pontificia dimorante in Avignone. Credevansi oramai i Genovesi di
riposare, quando nel dì 25 di maggio si videro i Ghibellini di Savona
entrare con sei galee ben armate nel porto di Genova, e rapire una
grossa galea carica di merci, destinata per Fiandra. Poscia nel dì
27 di luglio eccoti arrivar l'esercito de' fuorusciti e dei Lombardi
ghibellini, che di nuovo strinsero d'assedio la città medesima di
Genova. Aveano essi armato in Savona vent'otto galee, colle quali
fecero gran danno alle riviere e alla stessa città. Nulla dirò
io degli assalti e delle frequenti battaglie succedute in questo
insigne assedio. Se grandi furono le offese, non minor fu la difesa,
gareggiando in valore ambedue le parti; e per tutto l'anno seguitò
dipoi questa brutta musica con istrage di moltissimi combattenti.
Fu continuato per tutto il verno l'assedio, ossia blocco di Trivigi,
fatto dall'armi di Cane dalla Scala[989]. Trovandosi in così pericoloso
stato Rambaldo conte di Collalto, gli Avvocati, Azzoni ed altri nobili
di quella città, spedirono ambasciatori a _Federigo duca_ di Austria,
eletto re de' Romani, pregandolo di prendere la signoria di Trivigi e
di soccorrerli. Accettata volentieri tale esibizione, Federigo inviò
tosto il conte di Gorizia con un grosso corpo di milizie tedesche a
prendere il possesso di quella città. Allora Cane si ritirò da que'
contorni, e cercò l'amicizia d'esso conte, con cui ancora stabilì
pace nel mese di giugno. Ma l'inquieto Cane non finiva mai un'impresa,
che nello stesso tempo non ne macchinasse un'altra. Ancorchè fossero
freschi i capitoli della pace fermata coi Padovani, pure cominciò a
cercar de' pretesti per romperla. Fatta lega con _Rinaldo_ ed _Obizzo
marchesi_ di Este, dominanti in Ferrara, Rovigo ed altri paesi, pretese
che _Jacopo da Carrara_ signor di Padova rimettesse in città tutti
i fuorusciti: altrimenti vi avrebbe egli provveduto. Era disposto
il Carrarese a farlo; ma Cane, trovati degli altri uncini, non si
mostrò contento delle condizioni, e poi nel dì quinto d'agosto andò
all'assedio di Padova. Cercò allora Jacopo da Carrara soccorso dal
conte di Gorizia. S'interposero anche i Veneziani per la pace, ma
senza effetto, perchè troppo ingorde erano le dimande di Cane. Jacopo
da Carrara, che non volea veder perire così miseramente la patria
sua, fece esibire al conte di Gorizia la signoria di Padova, da darsi
a Federigo duca d'Austria. Vi acconsentì il conte con far di larghe
promesse ai Padovani nel dì quattro di novembre. E Federigo mandò nuove
genti in aiuto loro. Non era ancora palese questo trattato, quando il
conte di Gorizia, mostrandosi tuttavia in favore di Cane, spedì al di
lui campo cento de' suoi cavalieri, con ordine segreto che, uscendo i
Padovani, tentassero con loro di far prigione Cane. Più scaltro Cane,
al vedere esposta bandiera rossa nelle mura di Padova, immaginò tosto
quel ch'era, e disarmati quei Tedeschi, li fece tutti prigioni. Sotto
quella città terminò sua vita Uguccion dalla Faggiuola, che tanto avea
fatto parlare di sè in Italia, e fu onorevolmente seppellito in Verona.

Guerra eziandio fu in Piemonte[990]. Nella vigilia di san Giovanni
Batista di giugno _Marco Visconte_ figliuolo di _Matteo_ con gli usciti
d'Asti, e più di mille cavalli ed altrettanti fanti, andò sotto la
città di Asti, dirupò gli spalti, e diede un assalto, in cui circa
cinquanta soldati entrarono nella città, ma furono anche vigorosamente
respinti. Scorgendo più difficile di quel che si pensavano l'impresa,
se ne andarono con Dio. All'incontro _Ugo del Balzo_, vicario del _re
Roberto_ in Piemonte, uno de' più prodi capitani di quel tempo[991],
si portò con tutte le sue forze e con quelle degli Astigiani sul
fine di novembre all'assedio d'Alessandria, città allora soggetta ai
Visconti, e per tradimento entrò nel borgo di Bergolio. Ma, andando
nella seconda domenica di dicembre a Monte Castello con un corpo di sua
gente, si scontrò con _Luchino Visconte_ mandato da Matteo suo padre
con quattrocento cavalli in soccorso di Alessandria. Subito furono
le lancie in resta; gran combattimento si fece: rimasero sconfitti i
Provenzali, e lo stesso Ugo del Balzo con più di venti ferite perdè
ivi la vita. Nel dì 16 di maggio Manfredi de' Pii prese la nobil
terra di Campi colla morte e prigionia d'alcuni de' Tosabecchi[992],
che se n'erano impadroniti. Poscia Francesco dalla Mirandola, signore
allora di Modena, nel dì 28 di settembre colla milizia de' Modenesi
andò all'assedio di Carpi. Tanto fecero con danari i fuorusciti, che
_Giberto da Correggio_, nell'andare con gran quantità di cavalli verso
il Bresciano, si portò colà e fece levar quell'assedio. Il perchè
Francesco dalla Mirandola, trovandosi attorniato da' nemici, mentre
anche i signori di Sassuolo, ad istanza di _Passerino_ de' Bonacossi,
gli faceano guerra viva, venne alla risoluzione di trattar accordo
con esso Passerino signore di Mantova, e di restituirgli il dominio di
Modena. La concordia fu fatta, e nel dì ultimo di novembre ritornarono
i Bonacossi in possesso di questa città. Furono mandati a' confini i
Guelfi, ma con lasciar godere i beni alle loro famiglie. A tutti faceva
paura in questi tempi l'infaticabil _Cane dalla Scala_: ma spezialmente
ne temevano i Bresciani, perchè li teneva in un continuo allarme per
le molte castella che stavano in mano dei lor fuorusciti ghibellini,
protetti dal medesimo Cane e da Passerino signor di Mantova. Fatto
dunque consiglio generale in Brescia, determinò quel popolo di dar
la signoria della lor città al _re Roberto_, capo e protettor de'
Guelfi, sperando sotto le ali sue di sostenersi meglio in mezzo a
tanti nemici[993]. Non era il re partito per anche da Genova, quando
arrivarono colà i Bresciani coll'offerta suddetta, che fu di buon cuore
accettata nel dì 28 di gennaio, siccome apparisce dalle lettere d'esso
re scritte a' Bresciani, e rapportate dal Malvezzi. Poscia, giunto
Roberto ad Avignone, di colà spedì a Brescia per suo vicario Giovanni
da Acquabianca nel mese di giugno. Risentirono ben tosto i buoni
influssi della loro risoluzione i Bresciani; imperocchè Roberto ordinò
ai Fiorentini, Bolognesi ed altri della lega guelfa di somministrar
loro un abbondante soccorso.

Fecesi in Bologna[994] una taglia di mille cavalieri; capitano d'essa
Giberto da Correggio, che vi unì altra sua gente e i fuorusciti di
Cremona, e marciò alla volta di Brescia. Quivi col popolo bresciano
fece gran guerra ai lor fuorusciti, e quasi tutte le castella da
loro occupate ritornarono alla divozione della città. Fece di più il
Correggiesco. Alle istanze di Jacobo Cavalcabò, che seco militava coi
fuorusciti guelfi di Cremona, venne coll'esercito e collo stesso regio
vicario per isnidar da Cremona i Ghibellini. Era divenuta oramai quella
smunta città il giuoco della fortuna[995]. Una notte del mese d'ottobre
per tradimento v'entrò Giberto da Correggio colla sua armata, la
qual vi commise crudeltà ed iniquità senza fine; uccise o discacciò i
Ghibellini ed il presidio ivi posto da Cane e da Passerino. Se crediamo
al Corio[996], il Cavalcabò tornò ad esserne signore; ma le Croniche
più vecchie asseriscono che ne restò padrone Giberto, il quale non
vi dovette far le radici, per quanto vedremo. Ma mentre il suddetto
vicario regio era in Cremona (il perchè non si sa), il popolo di
Brescia corse al palagio della sua residenza, e diede il sacco a tutto
quanto il suo arnese. Elessero dipoi per vicario un Simone Tempesta
oltramontano, che fu poscia confermato dal re Roberto, ma non senza
suo sdegno, avendo egli digerita la insolenza di quel feroce popolo
per non potere di meno. Fu mandato in quest'anno da _papa Giovanni_
per conte della Romagna[997] _Aimerico da Castello Lucio_, gran dottore
di legge. Questi fabbricò poi una fortissima rocca in Bertinoro ed un
buon castello in Cesena. L'ubbidivano i Romagnuoli in pagar le taglie
e il tributo de' Fumanti, ma per sè ritennero le città e terre collo
stesso dominio o governo di prima. Secondo la Cronica di Cesena, una
fiera pestilenza fu in quest'anno in Italia, e specialmente afflisse
la Romagna. Nella marca d'Ancona, non so se per gli demeriti degli
uffiziali pontifizii, oppure per le iniquità dei popoli, seguirono
delle funeste novità[998]. I popoli di Recanati e d'Osimo presero
l'armi contra di _Amelio marchese_ di quella marca, e trucidarono ben
trecento de' suoi parziali, non la perdonando il loro furore neppure
agl'innocenti figliuoli; scacciarono ancora il vescovo ed il clero,
con altre enormità che son da tacere. Chiamarono essi al loro governo
_Federigo conte_ di Montefeltro, gran caporale dei Ghibellini in quelle
contrade[999]. L'esempio di costoro servì ai Ghibellini di Spoleti,
spalleggiati dal medesimo conte Federigo, per prender nel novembre
l'armi contro ai Guelfi concittadini, e per cacciarne ducento in
prigione, e mettere in fuga il resto. Quivi ancora seguirono omicidii,
incendii ed altre scelleraggini, compagne fedeli dei saccheggi.
Per questo eccesso i Perugini, guelfi allora di fazione, che non
erano potuti accorrere a tempo in aiuto degli oppressi, impresero
poi l'assedio di Spoleti. E il papa mandò in Italia _Beltrando dal
Poggetto_ cardinale di San Marcello, il quale dai malevoli veniva
creduto figliuolo del medesimo papa[1000], per provvedere ai disordini
dello Stato ecclesiastico, originati principalmente dal volere stare
i papi a darsi bel tempo in Provenza, abbandonata la sedia loro
data da Dio e i sudditi proprii. Fece in quest'anno[1001] _Matteo
Visconte_ un'azion degna di lode, e fu quella di ricuperare il tesoro
della chiesa di Monza, che già fu impegnato dai Torriani quarantasei
anni prima, consistente in corone d'oro, calici ed altri vasi ornati
di pietre preziose, di valore di ventisei mila fiorini di oro.
Disimpegnato che l'ebbe, portollo in persona a Monza nella vigilia del
santo Natale, e colle sue mani lo pose nell'altare, raccomandandolo
efficacemente a quei canonici.

NOTE:

[985] Ferretus Vicentinus, lib. 7, tom, 9 Rer. Ital. Gualv. Flamma,
cap. 357, tom. 11 Rer. Ital. Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[986] Cortus. Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[987] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[988] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 96.

[989] Cortus. Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[990] Chron. Astense, cap. 99, tom. 11 Rer. Ital. Bonincontrus, Chron.
Mod., cap. 23, tom. 12 Rer. Italic.

[991] Gualvaneus Flamma, cap. 358, tom. 11 Rer. Italic.

[992] Bonifacius Moranus, Chron., tom. 11 Rer. Ital. Johan. de Bazano,
Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.

[993] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.

[994] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 99.

[995] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer.
Ital.

[996] Corio, Istor. di Milano.

[997] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[998] Raynaldus, in Annal. Eccles.

[999] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 102.

[1000] Petrarca, epist. 7 sine titulo. Giovanni Villani, et alii.

[1001] Bonincontrus, Chron. Mod., lib. 2, cap. 25, tom. 12 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCCXX. Indizione III.

    GIOVANNI XXII papa 5.
    Imperio vacante.


Arrivato nell'anno precedente ad Avignone il _re Roberto_ per chiedere
a _papa Giovanni_ aiuto contra de' Lombardi assediatori di Genova,
allora fu che espresse il suo sdegno e desio di vendicarsi; giacchè
a lui pareva un enorme affronto quell'averlo i Lombardi assediato
e ristretto in Genova, perchè doveano quegl'insolenti, dacchè
seppero essere ivi in persona un re, colla testa bassa andarsene
con Dio. Giovanni canonico di San Vittore, scrittor di questi tempi,
confessa[1002], avere Roberto anche egli così assedialo il papa, suo,
per così dire, schiavo, che niuna spedizione si faceva allora nella
curia pontificia. _Dictus autem rex cum papa moram faciens ita eum
suis negotiis occupabat, quod nihil, aut parum expediebatur in Curia,
immo etiam negotia personalia papae totaliter infecta remanebant._ Ma
che si trattava con tanti colloquii in que' gabinetti? Di annientare
il ghibellinismo in Italia, e di aprir la strada al re Roberto di
divenir padrone d'essa Italia, con escludere i due litiganti eletti
re de' Romani in Germania[1003]. A questo fine Roberto si fece creare
o conformare vicario d'Italia, vacante l'imperio, e subordinato a lui
con questo titolo _Filippo di Valois_, del quale fra poco parleremo.
Se riusciva a Roberto di abbassare i Ghibellini, e di ottenere il
dominio o governo delle città tenute da loro, siccome avea fatto di
tante città guelfe, avrebbe poi pensato se conveniva restituir tutto
a chi avesse voluto venir di Germania a cercar la corona di Italia.
Niuno intanto dei due principi litiganti osava di calare in Italia,
perchè Roberto seppe ben instruire papa Giovanni XXII per impedirlo.
Ora la maniera di distruggere il velenoso serpente del ghibellinismo
era quella di schiacciarne il capo, cioè _Matteo Visconte_, padrone
allora di Milano, Pavia, Piacenza, Novara, Alessandria, Tortona,
Como, Lodi, Bergamo e d'altre terre. Vinto questo, andava il resto.
Operò dunque Roberto, che se Matteo non ubbidiva co' suoi figliuoli ai
comandamenti del papa, fosse scomunicato, e posto l'interdetto a tutte
le città da lui possedute; e che anche il papa gli facesse guerra, ed
impiegasse i tesori della Chiesa in questa creduta probabilmente santa
impresa. A buon conto, dieci galee, preparate ed armate dal papa per
mandarle in Terra santa, furono cedute al re per valersene in aiuto
de' Genovesi. Ma perciocchè si sarebbe potuto dire, siccome infatti
si disse[1004], che al pontefice sconveniva il mischiarsi in guerre
per invadere gli Stati altrui, e poco ben sonare il far servire la
religione a fini politici; mentre non appariva che i romani pontefici
avessero diritto alcuno temporale sopra Milano e sopra le altre città
di Lombardia, marca di Verona e Toscana, mentre essi principi tenevano
quelle città dall'imperio e le conservavano per l'imperio[1005]: fu
anche trovato il ripiego di dar colore di religione a questa guerra.
Andò pertanto ordine agli inquisitori di fare un processo di eresia a
Matteo Visconte e a' suoi figliuoli[1006]; e lo stesso dipoi fu fatto
contro _Cane dalla Scala_, _Passerino_ signor di Mantova, i _marchesi
estensi_ signori di Ferrara, ed altri capi de' Ghibellini d'allora: i
quali tutti, benchè protestassero d'essere buoni cattolici e ubbidienti
alla Chiesa nello spirituale, pure si trovarono dichiarati eretici, e
fu predicata contro di loro la croce. In somma abusossi il re Roberto,
per quanto potè, della smoderata sua autorità nella corte pontificia,
facendo far quanti passi a lui piacquero a papa Giovanni, con porgere
ora motivo a noi di deplorare i tempi d'allora. Che i re e principi
della terra facciano guerre, è una pension dura, ma inevitabile, di
questo misero mondo. Inoltre, che il re Roberto tendesse a conquistar
l'Italia, può aver qualche scusa. Altrettanto ancora faceano dal
canto loro i Ghibellini; nè questi certo nelle iniquità la cedevano ai
Guelfi. Ma sempre sarà da desiderare che il sacerdozio, istituito da
Dio per bene dell'anime e per seminar la pace, non entri ad aiutare e
fomentar la ambiziose voglie de' principi terreni, e molto più guardi
dall'ambizione sè stesso.

Ora il papa e il re Roberto, a fin di compiere la meditata impresa,
sommossero il giovane principe _Filippo di Valois_ della casa di
Francia, figliuolo di quel Carlo, tuttavia vivente, che già vedemmo in
Italia a' tempi di Bonifazio VIII[1007], e il mandarono in Lombardia
con bella armata di baroni ed uomini d'armi. A lui si unì con altra
gente, e coi fuorusciti guelfi di varie città, _Beltrando dal Poggetto_
cardinale legato. Fecero amendue capo alla città d'Asti, che ubbidiva
al re Roberto, nel giorno cinque di luglio. Già un mese correva che
con viva guerra si disputava fra le due potenti case de' Tizzoni
e degli Avvocati il possesso e dominio della città di Vercelli. I
cavalieri tedeschi di Matteo Visconte erano a quell'assedio in favore
de' Tizzoni ghibellini. Udito questo rumore, Filippo di Valois, senza
voler aspettare i rinforzi d'altri combattenti, che gli doveano venir
di Francia, parte dal papa, parte dal re Roberto, dal re di Francia
e dal principe Carlo suo padre, ed anche da Bologna e Toscana, corse
a Vercelli per desio di liberar gli Avvocati guelfi assediati dai
Ghibellini. Ma non perdè tempo Matteo Visconte[1008] ad inviare a
quella medesima danza _Galeazzo_ e _Marco_ suoi figliuoli con più
di tre mila cavalli (altri dicono cinque mila) e circa trenta mila
pedoni, raccolti da tutte le città sue suddite o amiche di Lombardia.
A questo formidabile sforzo d'armi venne incontro l'esercito franzese
con apparenza di voler battaglia; ma battaglia non seguì. Bensì avvenne
che Filippo di Valois, qual era venuto, se ne tornò con sue genti in
Francia, maledetto e vituperato dagli aderenti suoi rimasti in Italia
colle mani piene solamente di mosche. Molte per questa cagione furono
le dicerie d'allora[1009]. Chi attribuì la di lui ritirata a' danari
ben impiegati dai Visconti, per guadagnar lui, o Bernardo da Mangolio
o Mercolio, suo maresciallo; e chi all'essersi trovato quel principe
come assediato, senza poter avere sussistenza per gli uomini e per
li cavalli; e chi all'avergli Galeazzo Visconte, o in persona o per
mediatori[1010], fatto conoscere lo svantaggio in cui egli si trovava,
per essere l'armata, de' Milanesi e collegati più di due cotanti che
quella della Chiesa; e che esso Galeazzo, per la riverenza professata
da lui a quel principe, al conte di Valois suo padre, da cui era stato
fatto cavaliere, nol volea offendere, come potea. E questo è ben più
probabile, considerato il valore e l'onoratezza di quel principe,
e confessando il Villani, essersi scusato Filippo col pontefice e
col padre d'aver così operato, perchè esso papa e il re Roberto non
l'aveano fornito a tempo della moneta e gente promessa. Quel che è
certo, regalato dai Visconti e, in buona armonia con loro, se ne tornò
Filippo di Valois in Francia, principe, che, siccome vedremo nell'anno
1328, per la mancanza de' figliuoli di Filippo il Bello, succedette in
quel fioritissimo regno.

Continuò ancora in quest'anno lo ostinato assedio di Genova, e
l'aspra guerra fra i Genovesi sostenuti dal re Roberto, e gli usciti
loro, collegati coi Ghibellini lombardi, sì per terra che per mare.
S'empierebbono molte carte, se si volesse riferir tutte le varie
prodezze ed azioni militari sì dell'una che dell'altra parte. Scrive
Giovanni Villani[1011], aver creduto i savii che, in comparazione
dell'assedio di Troia, non fosse da meno quello di Genova, per
le tante battaglie che ivi succederono. Presero i Genovesi guelfi
dominanti molte galee degli usciti Ghibellini, che s'erano ritirate in
Lerice[1012]. Andarono ad Albenga, e tolsero quella città ai nemici
nel dì 22 di giugno, con darle un orrido saccheggio senza rispetto
alcuno ai sacri templi, e con altre simili iniquità. Al grosso borgo
di Chiavari toccò la medesima sventura più d'una volta, ora dai Guelfi
ed ora dai Ghibellini. In questi tempi collegatosi coi suddetti usciti
ghibellini, e con _Matteo Visconte_, _Federigo re_ di Sicilia[1013],
mandò in loro aiuto quarantadue tra galee e legni grossi da trasporto.
Allora fu così stretta per mare la città di Genova, che, non potendo
ricevere più vettovaglia da quella parte, cominciò quasi a disperare.
Ma il papa e il re Roberto, fatto un armamento di cinquantacinque
galee in Napoli e Provenza, spedirono a tempo quella flotta, alla
cui vista i Siciliani veleggiarono alla volta di Napoli, e diedero il
sacco all'isola d'Ischia. Inseguiti indarno dalla flotta provenzale e
napoletana, di cui era ammiraglio Raimondo da Cardona, che poco o nulla
fece in quest'anno, tornarono dipoi ai danni di Genova.

Mosse guerra _Castruccio_ signor di Lucca in quest'anno nel mese
d'aprile a' Fiorentini, e tolse loro Cappiano, Monte Falcone e Santa
Maria al Monte. Tornato poscia a Lucca senza vedere movimento dei
Fiorentini, che non si aspettavano questo insulto, con cinquecento
cavalli e dodici mila fanti[1014] cavalcò contra de' Genovesi guelfi
nel mese d'agosto. Entrato nella Riviera di Levante, se gli arrenderono
varie castella; e già si preparava egli a fare di più, quando gli fu
recata la nuova che i Fiorentini con grande sforzo erano entrati nel
territorio di Lucca nelle contrade di Valdinievole, mettendo tutto
a ferro e fuoco. Più che di fretta se ne tornò Castruccio indietro,
e vigorosamente venne a Cappiano in sulla Gusciana a fronte de'
Fiorentini. Quivi stettero le due armate solamente badaluccando sino al
verno, che tutti li fece tornare a casa. Essendo morto in quest'anno
nel dì primo di maggio _Gherardo della Gherardesca_, chiamato Gaddo,
conte di Donoratico e signore di Pisa, dal popolo pisano in luogo suo
fu eletto signore il _conte Rinieri_ suo zio paterno, appellato Neri,
il quale amò e favorì forte i Ghibellini e chi era stato parziale di
Uguccione; e, per meglio sostenersi, fece lega con Castruccio signore
di Lucca, dandogli occultamente favore contro de' Fiorentini. S'ebbe
tanto a male _Cane dalla Scala_ signor di Verona che _Federigo duca_
d'Austria avesse preso il dominio di Padova, che, come se punto non
curasse di lui, continuò la guerra con quella città[1015]. Tentò
furtivamente di entrarvi nel dì 3 di giugno, e ne fu rispinto. Diede
il guasto al raccolto dei Padovani, e talmente li ristrinse, che niuno
ardiva d'uscire fuor delle porte. Male stava quel popolo; tutte le
sue castella, fuorchè Bassano e Pendisio, erano in poter di Cane,
che neppure lasciava venir l'acque alla città per macinare, ed avea
fabbricata una forte bastia al ponte del Bassanello. Perciò i Padovani
con lettere e messi tempestavano il _conte Arrigo_ di Gorizia, vicario
del duca d'Austria, che portasse loro soccorso, altrimenti erano
spediti. Giunse infatti esso conte con ottocento elmi, cioè cavalieri,
la notte del dì 25 d'agosto, ed entrò, senza essere sentito dall'oste
nemica, in Padova. Nel dì seguente uscirono i Padovani e Tedeschi per
visitar la fossa tirata da Cane intorno alla città. Cane anch'egli
usci della bastia con pochi per osservar quella novità, cioè come i
Padovani fossero divenuti sì arditi. Venne una freccia a ferirlo in
una coscia. Tornossene dunque indietro e mise in armi la sua gente. Ma
essendosi inoltrata la cavalleria tedesca, l'esercito di Cane prese
tosto la fuga, lasciando indietro armi e bagaglio, e abbandonando la
lor forte bastia. Cane stesso, inseguito da' Tedeschi, spronò forte
alla volta di Monselice. Per buona fortuna trovò un contadino, il quale
con una cavalla andando al mulino, e veggendo Cane col suo cavallo sì
stanco, gli esibì la sua giumenta. Con questa egli giunse a Monselice;
e di là poi per Este si ridusse a Verona. Questa fu la prima volta che
Cane, imparò a conoscere cosa è la paura. Andarono poscia i Tedeschi
e Padovani, ma lentamente, a Monselice, e l'assediarono, battendo
quella terra coi mangani; e intanto i bravi Tedeschi davano il guasto
alla campagna, come quel non fosse paese dei Padovani amici. In questo
tempo spedì Cane il _marchese Malaspina_ ed _Aldrighetto conte_ di
Castelbarco al conte di Gorizia, che era passato ad Este. Quel che
trattassero, non si sa. Solamente è noto che il conte, lasciato
l'esercito, se ne tornò a Padova: il che inteso da' Padovani, che
erano sotto Monselice, come se avessero veduto coi lor occhi dati da
Cane al conte di Gorizia dei sacchetti d'oro, tutti in collera e furia
se ne tornarono anch'essi a Padova, lasciando indietro le macchine da
guerra, nel dì 24 di settembre. Cominciossi da lì innanzi a trattar
di pace, e fu data di nuovo alle fiamme in queste turbolenze la bella
terra d'Este. Erasi trattato aggiustamento fra i _marchesi Estensi_
signori di Ferrara e _papa Giovanni XXII_. Volevano essi riconoscere
Ferrara dalla Chiesa romana; esibivano censo e di sposare gl'interessi
del papa nelle congiunture presenti[1016]. Ma il papa persisteva in
voler libero quel dominio, e che gli Estensi sloggiassero. Questa
dura pretensione mandò a monte ogni trattato; la città fu sottoposta
all'interdetto[1017], scomunicati i marchesi _Rinaldo_ ed _Obizzo_, e
contra di loro si diede principio ad un processo d'inquisizione, per
cui que' principi, benchè zelanti cattolici, e per antica inclinazione
Guelfi, si videro con lor maraviglia cangiati in eretici e nemici del
papa. L'assedio di Spoleti, fatto da' Perugini[1018], durava ancora
nell'anno presente; ma cessò, perchè _Federigo conte_ di Montefeltro
fece ribellare ad essi Perugini la città d'Assisi, ad assediar la
quale, lasciato Spoleti, volarono gli adirati Perugini. Restati liberi
gli Spoletini, commisero poco appresso una troppo nera scelleraggine,
col correre a far vendetta dei danni ricevuti da quei di Perugia contra
ducento buoni lor concittadini di parte guelfa, che erano carcerati,
con attaccar fuoco alla prigione, dove tutti perirono. Circa questi
tempi, se pur non fu prima, la città d'Urbino passò sotto il dominio
del suddetto Federigo conte di Montefeltro[1019]. Recanati, Osimo
e Fano si ribellarono al papa[1020]. Nel mese d'agosto i Guelfi di
Rieti, coll'aiuto delle genti del re Roberto, presero l'armi contra
de' Ghibellini, e ne uccisero più di mille. Ma da lì a quattro mesi
i Ghibellini usciti, assistiti dalle forze di Sciarra dalla Colonna,
mentre i Guelfi erano all'assedio di un castello, rientrarono in
quella città, da cui rimasero esclusi i loro avversarii. Ripetiamolo
pure: maledette fazioni, quanti mali recarono mai alle lor patrie e
all'Italia tutta, la quale oggidì, trovandosi così quieta e guarita da
quelle pazzie, dovrebbe ben rallegrarsi e restarne tenuta a Dio.

NOTE:

[1002] Johannes Canonicus S. Victoris, in Vita Johannis XXII.

[1003] Raynald., in Annal. Eccles, ad hunc ann., num. 9. Annal.
Mediolan., cap. 92, tom. 16 Rer. Italic.

[1004] Annal. Mediolan., cap. 91, tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istoria di
Milano, all'an. 1318.

[1005] Raynaldus in Annal. Eccles., num. 10.

[1006] Bonincontrus Morigia, Chron. Mod., lib. 2, cap. 26, tom. 12 Rer.
Ital.

[1007] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 107. Gualvaneus Flamma, cap. 359,
tom. 11 Rer. Ital. Chron. Astense, cap. 101, tom. eod.

[1008] Bonincontrus Morigia, lib. 2, cap. 26, tom. 12 Rer. Ital.

[1009] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9,
cap. 107. Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[1010] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1011] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 115.

[1012] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1013] Nicolaus Specialis, lib. 7, cap. 15, tom. 10 Rer. Ital.

[1014] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 107.

[1015] Cortus. Chron., tom. 12 Rer. Ital. Chron. Patavin., tom. 8 Rer.
Ital.

[1016] Raynaldus, Annal. Eccles.

[1017] Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.

[1018] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 102.

[1019] Raynaldus, Annal. Eccles.

[1020] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 122.



    Anno di CRISTO MCCCXXI. Indizione IV.

    GIOVANNI XXII papa 6.
    Imperio vacante.


Dacchè _Filippo conte di Valois_ si fu ritornato in Francia co' suoi
guerrieri, _Matteo Visconte_ continuò l'assedio a quella parte di
Vercelli che era occupata dalla famiglia degli Avvocati[1021], con
istar ivi la sua gente dalla metà di settembre fino alla metà d'aprile
dell'anno presente. Giacchè gli assediati non poteano più tenersi per
la mancanza dei viveri, gli Astigiani allestirono una gran quantità di
carra di vettovaglie per inviarle all'affamata città. Più di trecento
cavalieri catalani, uniti con assaissimi fuorusciti guelfi lombardi,
andarono per iscorta a questo convoglio; ma, venute all'incontro d'essi
le soldatesche del Visconte, gli sbaragliarono colla morte e prigionia
di più di ducento, e colla presa di tutto il convoglio. Veggendosi
allora privi d'ogni speranza gli Avvocati, capitolarono, come poterono,
la resa in numero di mille e cinquecento persone. Simone degli Avvocati
da Colobiano, nei tempi addietro signor di Vercelli e gran nimico
di Matteo Visconte, con dodici de' principali della sua fazione fu
condotto alle carceri di Milano; le sue case e fortezze spianate dagli
emuli Tizzoni. UBERTO, VESCOVO di quella città e fratello del suddetto
Simone, sotto buona guardia fu ritenuto in Vercelli, ma seppe trovar
la via di deludere le guardie, e di salvarsi. Così tutto Vercelli
rimase in potere del Visconte. Avea già inviato il legato apostolico
_Beltrando dal Poggetto_[1022] alcuni suoi ufficiali a Matteo Visconte,
domandando ch'egli rinunziasse il dominio di Milano, che i cittadini
riconoscessero per loro signore _Roberto re_ di Napoli, e che fossero
messi in libertà i Torriani ed altri carcerati, a' quali fosse lecito
di rientrare in Milano e di godere i lor beni; perchè in tal maniera
tutti vivrebbono in pace sotto il dominio dei re suddetto. Per varie
ragioni risposero i Milanesi e il Visconte di non volerne far altro.
Rimandò il legato un suo cappellano per trattare. Matteo il fece
prendere e metterlo in prigione. Però v'ha chi crede che solamente
nell'anno presente egli co' figliuoli e fautori fosse scomunicato,
dichiarato eretico e negromante, e sottoposta all'interdetto la città
di Milano con tutte le altre dipendenti dai Visconti. Certo è che
tutte le suddette censure nell'anno seguente furono scagliate contra di
lui. Non cessava la ostinata guerra fra i Genovesi e i lor fuorusciti
uniti coi Lombardi[1023], e tuttavia si faceano di grandi battaglie
sotto quella città. In mare ancora gli uni agli altri andavano
prendendo le navi e guastando quelle riviere. In aiuto de' Genovesi
mandò il re Roberto più di venti galee provenzali e dieci altre de'
Calabresi, le quali, unite con quattordici di Genova, veleggiarono
tutte ai danni di Savona posseduta da' Ghibellini. Discesero in terra
ad Andoria, ed eccoti lo esercito copioso de' Ghibellini che venne
ad attaccar battaglia. V'era alla testa _Manuello Spinola vescovo_
d'Albenga, che, dimentico del suo carattere, in vece del pastorale,
volle tutto armato maneggiar la spada. Ne fu gastigato da Dio, perchè
sulle prime, cadutogli il cavallo, e restatovi egli sotto, venne
ucciso. Il fine di quel conflitto favorevole fu ai Ghibellini. Di
altre zuffe accadute in quelle contrade io non fo menzione, per non
dilungarmi di troppo. Giacchè l'armi spirituali si trovarono di poco
nerbo per ismuovere Matteo Visconte, i suoi figliuoli e i Milanesi, e
per renderli sottomessi alle politiche pretensioni di _papa Giovanni
XXII_ e del _re Roberto_, si pensò a provare se avessero più efficacia
l'armi temporali. Però esso pontefice ed il re suddetto[1024] nella
primavera di quest'anno inviarono in Lombardia, con titolo di vicario
d'esso re Roberto, _Raimondo da Cardona_ Aragonese, ossia Catalano,
uomo di gran vaglia e credito nel mestier della guerra. Un grosso
corpo di cavalleria venne con lui, ed arrivò nel dì 11 di maggio ad
Asti. Due giorni dopo _Marco Visconte_ entrò di concordia nella villa
di Quargnento, e diede il guasto ad altre ville dell'Astigiano. Il
Cardona anch'egli prese e bruciò quelle di Moncastello, Quargnento
ed Occimiano. Mise ancora per cinque giorni a sacco i contorni
d'Alessandria, e poi marciò alla volta di Tortona, credendosi di
mettervi il piede; ma a fronte suo comparve Marco Visconte con più
copioso esercito, che fermò i di lui passi, senza nondimeno azzardarsi
a combattimento alcuno. Ognuno si ritirò, e il Cardona guadagnò il
borgo, ma non il castello di Bassignana e di Pezzeto.

Venne in quest'anno, nel dì 25 di novembre a Modena _Passerino de'
Bonacossi_ signor di Mantova[1025], e mise qui per capitani Francesco
suo figliuolo, e Guido e Pinamonte figliuoli di Butirone suo fratello,
e tornossene a Mantova. Stavasene quieto in essa città di Modena
Francesco dalla Mirandola, già signore della medesima città, con
Prendiparte e Tommasino suoi figliuoli, senza aver per anche imparato
quanto poco s'abbia a fidar de' tiranni. Scoppiò finalmente contra
d'essi l'odio de' Bonacossi. Francesco figliuolo di Passerino li fece
prendere, e carichi di catene li mandò al Castellaro, fortezza del
Modenese, dove, chiusi nel fondo di una torre, li fece morir di fame:
crudeltà che fa e farà sempre orrore a chiunque legge i fatti barbarici
di quei tempi sciagurati. Nello stesso tempo si portò Francesco
all'assedio della Mirandola, e tanto la strinse e battagliò, che i
difensori nell'ultimo di dicembre con buoni patti ne capitolarono
la resa. Ma il Bonacossa, calpestando poi quei patti, mise a sacco
quella terra, e tutta la distrusse. Guidinello da Montecuccolo in
questi tempi fece ribellare ai Bonacossi la rocca di Medolla ed altre
castella della montagna; ed essendosi fatta una spedizione di gran
gente contra di lui, capitani d'essa Sassuolo signor di Sassuolo,
e Manfredino da Gorzano, Guidinello coi conti di Gomola diede loro
una rotta, in cui restò prigioniere lo stesso Manfredino. Avea il
legato apostolico _Bertrando_ fatto venire da Aquileia il patriarca
_Pagano dalla Torre_[1026] con quanta forza potesse, giacchè il
mestier dell'armi, cotanto da' sacri canoni abborrito nelle persone di
Chiesa, non dovea credersi in quei corrotti secoli cosa spiacente a
Dio. Venne Pagano a Crema, e cominciò a molestar le vicine contrade,
e massimamente Lodi. _Galeazzo Visconte_ signor di Piacenza passò a
Crema coll'esercito suo, diede il guasto ai contorni, assediò anche per
lo spazio d'un mese quella terra; ma, nulla profittando, se ne tornò
a Piacenza, e nel viaggio s'impadronì di Soresina. Venuta la state,
si portò all'assedio di Cremona, nel qual tempo i suoi riportarono
due vittorie, l'una contra de' Cremaschi, e l'altra contra del conte
di Sartirana. _Jacopo Cavalcabò_, trovandosi così stretto in Cremona,
andossene per cercar aiuto a Bologna e Firenze. Con secento uomini
d'armi se ne tornò; e non potendo passare il Po[1027], si ridusse alla
terra di Bardi sul Piacentino, e, v'entrò, ma non già nella rocca.
Nell'ultimo dì di novembre eccoti Galeazzo Visconte; si viene al
combattimento; resta disfatto con molta strage dei suoi il Cavalcabò, e
vi lascia anche la vita. Leone degli Arcelli, gran nimico di Galeazzo,
fu allora condotto prigione nelle carceri di Piacenza. Ciò fatto se ne
ritornò Galeazzo a maggiormente angustiare l'afflitta città di Cremona,
sperandone ora più facile la conquista, dacchè era rimasta senza
signore. Nel dì 25 di luglio di morte naturale passò al paese dei più
_Giberto da Correggio_[1028], già signore di Parma, ed allora bandito
di Parma, nel suo castello di Castelnuovo. Da quanto abbiam detto si
può argomentare ch'egli non ebbe il dominio di Cremona, o se l'ebbe,
dovette abbandonarlo, e ridursi alle sue castella. Ai suoi figliuoli
dipoi fu permesso di rientrare ed abitare in Parma.

Nel mese di luglio di quest'anno in Bologna s'alzò una fiera
sedizione[1029] contra di Romeo de' Pepoli. Per testimonianza del
Villani[1030], egli era riputato il più ricco cittadino privato
d'Italia, facendosi conto che avesse centoventimila fiorini d'oro
più di rendita ogni anno. La fama probabilmente ingrandì di troppo
il di lui avere. Quel che è certo, queste sue immense ricchezze, e
l'esser egli come signore di quella terra, gli fecero guerra, siccome
persona di troppo esposta all'invidia de' suoi concittadini. Però
nel dì 17 del suddetto, mese i Beccadelli ed altri nobili mossero il
popolo a rumore contra di lui. Si rifugiò egli occultamente in casa
di Alberto de' Sabbatini, tuttochè contrario alla sua parte; e questi
per tre mesi onoratamente il tenne nascoso, tanto che trafugato se ne
scappò a Ferrara a trovare i marchesi d'Este suoi parenti. Per la sua
partita molto si turbò in Bologna la parte guelfa. Collegaronsi in
questo anno i Fiorentini col _marchese Spinetta_ Malaspina, ancorchè
ghibellino[1031]; ed egli dall'un canto ripigliò molte delle terre
toltegli in Lunigiana da Castruccio, e i Fiorentini dall'altro posero
l'assedio a Monte Vettolino. Castruccio, rinforzato da molta gente
venuta in suo aiuto dalla Lombardia, andò contro l'oste de' Fiorentini,
e li fece ritirar ben presto. Per quindici dì ancora senza alcun
contrasto diede il sacco a molte ville d'essi Fiorentini, con lor
grande vergogna. Ricavalcò poi in Lunigiana, dove riacquistò tutte
le terre rioccupate dal marchese Spinetta, e prese anche Pontremoli,
con obbligare il marchese a tornar di nuovo come in camicia a Verona
ai servigi di _Cane dalla Scala_. Perchè _Federigo re_ di Sicilia si
teneva per ingannato da _papa Giovanni XXII_ e da _Roberto re_ di
Napoli, che, con dargli belle parole di pace, gli aveano cavato di
mano Reggio di Calabria ed altre terre, senza più voler intendere
parola di pace; neppur egli volle stare alla tregua di tre anni
già fissata dal papa. Sfidò dunque il re Roberto. Papa Giovanni per
questo lo scomunicò[1032]. Fece anche Federigo (non so se prima o
dappoi) coronare re di Sicilia _don Pietro_ suo figliuolo, senza voler
attendere i capitoli della pace degli anni addietro, per cui dopo sua
morte avea da restituirsi al re Roberto il regno di Sicilia. Da lì a
due anni diede a questo suo figliuolo per moglie _Isabella_ figliuola
del duca di Carintia. Nel gennaio di questo anno[1033] Cane dalla Scala
conchiuse pace coi Padovani, e con suo vantaggio; perchè, a riserva
di Cittadella, ritenne quanto egli avea occupato nel loro territorio.
Restituì Asolo e Monte di Belluna sul Trivisano al conte di Gorizia; e
le altre pendenze furono compromesse in _Federigo d'Austria_ eletto re
de' Romani. _Guecelo da Camino_, essendo morto il vescovo di Feltro,
occupò quella città, ma non il castello, che si difese. Noi vedemmo
all'anno 1316 ch'egli s'era impadronito di quella città, ma dovette
poi perderla. Gli avvenne anche ora lo stesso perchè da lì a tre dì
arrivato Cane dalla Scala, con iscacciarne esso Guecelo, ne divenne
padrone. Morì in quest'anno nel dì 13 di settembre, oppur nel mese di
luglio, _Dante Alighieri_ Fiorentino, celebratissimo poeta, nella città
di Ravenna[1034], in età d'anni cinquantasei. Bandito dalla patria,
si ricoverò in quella città, sommamente caro a _Guido Novello_ da
Polenta signor di Ravenna. Nel suo poema, ossia nella Commedia sua,
dà continuamente a conoscere il suo ghibellinismo, ma specialmente
lo scoprì in un libro intitolato _Monarchia_, dove, per quanto seppe,
dimostrò non essere gli imperadori dipendenti nel temporale dal papa,
non che suoi vassalli. Questo libro, pubblicato da Simone Scardio
eretico nell'anno 1556, fu poi proibito in Roma.

NOTE:

[1021] Chron. Astense, cap. 102, tom. 11 Rer. Ital.

[1022] Annal. Mediol., cap. 92 et seq., tom. 16 Rer. Ital.

[1023] Georg. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1024] Chron. Astense, cap. 104, tom. 11 Rer. Ital.

[1025] Johan. de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Ital. Bonifacius Moranus,
Chron., tom. 11 Rer. Ital.

[1026] Corio, Istoria di Milano.

[1027] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[1028] Chron. Veronense, tom. 8 Rer. Ital.

[1029] Chron. Bononiense, tom. 18 Rerum Italic. Chron. Estense, tom. 15
Rer. Ital.

[1030] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 129.

[1031] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 128.

[1032] Nicolaus Specialis, lib. 7, cap. 16, tom. 10 Rer. Ital.

[1033] Cortus. Hist., tom. 12 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCCXXII. Indizione V.

    GIOVANNI XXII papa 7.
    Imperio vacante.


Benchè sul principio di quest'anno un bell'aspetto prendesse la fortuna
dei Visconti, pure, andando innanzi, cominciò forte a vacillare,
e parve vicino alla rovina. Avendo _Galeazzo Visconte_ continuato
l'assedio alla città di Cremona[1035], nel dì 17 di gennaio dell'anno
presente n'entrò in possesso; e, fattosi eleggere signore di quella
città, v'introdusse tutti i fuorusciti, eccettochè i Cavalcabò: dopo di
che se ne tornò a Piacenza, dove si dichiarò nemico suo Verzusio Lando,
per aver egli, secondochè allora fu detto, mostrate voglie impure verso
Bianchina, bellissima ed insieme onesta moglie d'esso Verzusio[1036].
Galeazzo tolse al Lando il castello di Rivalta; ma costogli ben caro
l'aver perduta l'amicizia di questo nobile, siccome fra poco vedremo.
Nel febbraio il legato pontificio, cioè il _cardinale Beltrando_ dal
Poggetto, nel luogo di Burgolio dell'Alessandrino, con gran solennità
fulminò tutte le maledizioni di Dio, e pubblicò e confermò tutte le
scomuniche e gl'interdetti contro la persona di _Matteo Visconte_,
de' suoi figliuoli e fautori, e delle di lui città, col confisco
de' beni, schiavitù delle persone, come se si trattasse di Saraceni.
Furono ancora aperti tutti i tesori delle indulgenze e del perdono
de' peccati a chi prendeva la croce e l'armi contra di questi pretesi
eretici. Nello stesso mese in Genova[1037] con grande allegria di quel
popolo si fece la pubblicazione di quelle scomuniche e della medesima
crociata. Dopo aver fatto _Raimondo da Cardona_, generale del papa e
del _re Roberto_, molti danni all'Alessandrino[1038] e Tortonese, andò
colle macchine militari per espugnare il castello di Bassignana. Nel
dì 6 di luglio _Marco Visconte_ con due mila cavalli e dieci mila fanti
andò a trovarlo[1039]. Tuttochè Raimondo fosse inferior di gente, pure
temerariamente andò ad assalirlo, e gran sangue si sparse. Ma egli
ne rimase sconfitto, e più di cinquecento cavalieri e circa ducento
balestrieri e pedoni de' suoi furono menati prigioni. Poco nondimeno
servì ai Visconti questo vantaggio, perchè di tanto in tanto venivano
spediti nuovi rinforzi al Cardona da papa Giovanni e dal re Roberto,
ed erano in aria altri nuvoli. E qui convien prima accennare un altro
spediente preso da esso papa e re, per mettere a terra i Ghibellini.
Fecero essi maneggio, acciocchè _Federigo d'Austria_ eletto re de'
Romani venisse colle sue forze in Italia alla distruzion de' Visconti,
dandogli a credere di voler decidere la lite dell'imperio in suo
favore, e mettere a lui in capo la corona[1040]. Non si attentò già
Federigo di venire in persona per timore del Bavaro, ma bensì, dopo
aver ricevuto dal papa un aiuto di cento mila fiorini d'oro, fece
calare in Italia _Arrigo_ suo fratello, il quale con due mila cavalli
arrivò a Brescia[1041], accolto con sommo onore da quel popolo. Quivi
era ancora _Pagano dalla Torre patriarca_ d'Aquileia, che, pubblicata
contra de' Visconti e degli altri Ghibellini, chiamati ribelli della
Chiesa, la terribil bolla delle scomuniche, predicò la crociata,
e mise in armi quattro o cinque mila persone pronte a' suoi cenni.
L'arrivo di Arrigo d'Austria sbalordì i principi de' Ghibellini, che
non si sentivano voglia di cedere a' suoi comandamenti, e resistendo
parea loro d'alzar bandiera contro all'imperio, per essere il di
lui fratello eletto re de' Romani. Fatto un parlamento, spedirono
a lui ambasciatori, rappresentandogli che solenne pazzia sarebbe
quella di procedere contra dei Ghibellini, unici fedeli dell'imperio
in Italia; essere quella una trama del re Roberto per annientare la
fazion ghibellina ed innalzar la guelfa: il che se gli veniva fatto,
restava egli padron dell'Italia, e metteva un buon catenaccio alle
porte di essa, di modo che nè il re Federigo, nè altro principe di
Germania avrebbe più potuto goderne la signoria. Trovò Arrigo co'
suoi consiglieri fondate queste ragioni; e comunicatele al fratello,
gli fece mutar parere; laonde, allorchè era in viaggio per andare a
rimettere in Bergamo i fuorusciti guelfi, che gli aveano promesso venti
mila fiorini, non volle passar oltre, schiettamente dicendo: _Son io
venuto qua per abbattere i fedeli dell'imperio? Signor no. Piuttosto
ad innalzarli_. E fattagli istanza da' Bresciani, perchè li liberasse
dalla molestia de' fuorusciti, disse di farlo, purchè gli dessero le
porte della città in guardia e due mila fiorini. Il danaro, ma non le
porte, vollero dargli i Bresciani, ed egli sdegnato passò con sue genti
a Verona, dove magnificamente ricevuto da Cane Scaligero, gli furono
contati a nome della lega ghibellina sessanta mila fiorini, coi quali
se ne ritornò assai contento in Germania.

Ancorchè passasse questo minaccioso turbine, pure avea esso dianzi
recato gran pregiudizio agli affari di _Matteo Visconte_. Imperciocchè
molti nobili milanesi fin dal mese di febbraio si diedero a macchinare
la di lui depressione; parte per vedere che si preparavano in Italia,
in Francia e fino in Germania tante armi contra di lui e della loro
città; parte per terror delle scomuniche; e parte perchè segretamente
guadagnati dal disinvolto legato del papa, che prometteva i secoli
d'oro ai Milanesi, e particolari ricompense a certe persone, se si
davano al papa e al re Roberto. Secondo alcuni scrittori[1042], pare
che lo stesso Matteo si mostrasse inclinato a cedere; ma, secondo
altri[1043], fra il suo cuore e le sue parole passava poca armonia,
ed egli si trovò in grandi affanni allo scorgere che titubavano nella
fede i primati milanesi. Ne scrisse ai collegati ghibellini; fece
venir di Piacenza Galeazzo suo primogenito, in cui mano rassegnò il
governo; e poi si diede alla visita de' sacri templi, con professar
dappertutto la fede cattolica. Probabilmente questi fieri sconcerti
d'animo, aggiunti all'età d'anni settantadue, quei furono che il fecero
cader malato nel monistero di Crescenzago, dove finì di vivere circa
il dì 27 di giugno dell'anno presente. Dagli scrittori milanesi egli
vien chiamato _Matteo il Magno_ per cagion del suo gran senno che
il condusse a sì alto grado di principato; ma non si sa che alcuno
il piagnesse morto, perchè vivo avea forte aggravati i popoli, nè
era esente da vizii. Lasciò dopo di sè cinque figliuoli, _Galeazzo,
Marco, Luchino, Stefano_, tutti e quattro ammogliati, e _Giovanni_
cherico, già eletto arcivescovo di Milano, ma rifiutato dal papa.
Tennero questi celata la morte del padre per lo spazio di quattordici
dì; e fecero seppellire il di lui corpo in luogo ignoto per cagion
delle scomuniche e dell'interdetto: dopo il qual tempo _Galeazzo_ ebbe
maniera di farsi proclamare signor di Milano. Ma non gli mancarono de'
nemici in casa. Fra gli altri si contò Francesco da Garbagnate, quel
medesimo che avea sotto Arrigo VII aiutato con tanta attenzione Matteo
Visconte a salire, e che poi riempiuto di benefizii e di roba da lui,
era divenuto uno de' più benestanti ed autorevoli di Milano. Del pari
Lodrisio Visconte figliuolo d'un fratello d'esso Matteo, per tacere
degli altri, palesò il suo mal talento contra di Galeazzo. Accadde in
questi tempi la vittoria, che già abbiam detto, riportata da _Marco
Visconte_ in Bassignana, il cui borgo venne ancora alle sue mani;
ma ciò non trattenne punto il pendio della fortuna avversa ad esso
Galeazzo. Aveva egli lasciata in Piacenza Beatrice Estense sua moglie
col giovinetto _Azzo_ suo figliuolo alla custodia della città[1044].
Intanto Verzusio Lando, che era presso il legato pontificio, manipulò
una congiura con alcuni cittadini di Piacenza; ed ottenuto da esso
legato un buon corpo di cavalleria, nella notte precedente al dì 9 di
ottobre arrivò a quella città. Per un'apertura fatta dai traditori
(fra' quali Buonincontro[1045] mette anche Manfredi Lando, benchè
la Cronica di Piacenza[1046] dica il contrario) entrò Verzusio nella
città. Ebbe il giovane Azzo Visconte la sorte di potersi salvare per
senno della marchesa Beatrice sua madre e donna virile, la quale,
gittando dalle finestre gran copia di moneta, fermò i soldati papalini,
e fece attaccar lite fra loro, e in questo mentre diede tempo al
figliuolo di scappare a Fiorenzuola con dodici cavalli. Patì ella
dipoi delle gravi molestie; pure fu onorevolmente accompagnata fuori di
Piacenza. Nel dì 27 di novembre fece la sua entrata in quella città il
legato pontificio, e i Piacentini si diedero al papa, eleggendolo per
loro signor temporale, secondo la Cronica di Piacenza, _toto tempore
vitae suae_. Intorno a questo punto, cioè del dominio allora acquistato
da papa Giovanni nella città di Piacenza, s'è disputato negli anni
addietro fra gli avvocati della Chiesa romana e quei dell'imperadore,
pretendendo i primi che il popolo di Piacenza, dopo alcuni anni, con
pubblico atto riconoscessero che Piacenza col suo distretto _immediate
subjecta sit et fuerit ab antiquo sanctae romanae Ecclesiae_; e
pretendendo gli altri, con addurre pubblico documento, che quella sia
un'impostura, e che la signoria di Piacenza, data a quel pontefice,
fosse chiaramente ristretta al tempo della vacanza dell'imperio, come
fu fatto circa questi tempi da Parma, Modena ed altri simili città non
mai suggette in addietro al temporal dominio de' romani pontefici.

Anche i Rossi co' figliuoli di Giberto da Correggio[1047] nel dì 19
del mese di settembre occuparono la città di Parma, e ne scacciarono
Giamquillico di San-Vitale con tutti i suoi aderenti ghibellini.
Scrivono altri[1048] che fecero prigione il San-Vitale, e il misero
in una gabbia di ferro. Abbiamo negli Annali Ecclesiastici[1049]
l'atto in cui quel popolo si mise anch'esso sotto il dominio del papa,
ma _vacante imperio, sicut nunc vacare dignoscitur._ Certamente può
quest'atto far dubitare d'interpolazione nel troppo diverso spettante
a Piacenza. I Reggiani anch'essi dimandarono ed ebbero dal legato
pontificio un vicario del papa al loro governo. Ma eccoti un'altra
peripezia. Andarono tanto innanzi le mine interne ed esterne in
Milano, che quei primati, avendo guadagnato il presidio tedesco di
quella città[1050], nel dì 8 di novembre mossero a rumore la terra
contro a _Galeazzo Visconte_, il quale, dopo aver sostenuto con gran
vigore più battaglie, finalmente fu costretto a prendere la fuga. Si
ritirò egli a Lodi, dove amorevolmente venne accollo dai Vestarini,
caporali della fazion ghibellina di quella città. Qualche accordo,
ma non so ben dir quale, pare che succedesse, o almen si trattasse,
fra il legato del papa e i reggenti allora di Milano, che tuttavia
si tenevano a parte ghibellina, e fecero lor capitano un tal Giovanni
dalla Torre Borgognone. Ma che? Nella Martesana cominciarono i Guelfi
a muovere delle sedizioni, e s'impadronirono della città di Monza
coll'espulsion de' Ghibellini. Corsero allora a Monza assaissimi
ribaldi di Bergamo e di Crema; ma vi accorsero ancora Lodrisio Visconte
e Francesco da Garbagnate coll'esercito milanese, per gastigar questa
ribellione, benchè fatta da pochi malviventi, e per forza v'entrarono.
Quivi le crudeltà e la lussuria si sfogarono per tre dì, e andò
ogni cosa a sacco, senza distinguere Guelfi da Ghibellini. Poco andò
che, trovandosi in confusione il governo di Milano, nè mantenendosi
dal legato ai Milanesi, nè da' Milanesi alla guarnigion tedesca le
promesse, i Tedeschi, pentiti di aver cacciato _Galeazzo Visconte_,
che li teneva dianzi nella bambagia, spedirono a Lodi ad invitarlo.
Fece egli segretamente trattar con Lodrisio Visconte, e si convenne
con lui[1051]; laonde nel dì 9 di dicembre rientrò, e fu confermato
capitano e signore della città. Se n'andò a spasso il Borgognone,
e per paura di Galeazzo, Francesco da Garbagnate, Simon Crivello ed
altri nobili, già congiurati contra di lui, si ridussero a Piacenza,
dove si diedero a muovere cielo e terra contra de' Visconti. Nel dì
3 di settembre di quest'anno _Cane dalla Scala_ e _Passerino_ signor
di Mantova e Modena[1052], con grosso esercito, a cui intervennero
anche i Modenesi, andarono sotto Reggio in favore de' Sessi e degli
altri fuorusciti ghibellini. Cinque bei borghi avea quella città;
tutti furono dati alle fiamme, parte da' cittadini e parte dagli
assedianti. La nuova della mutazion seguita in Parma li fece tornare
in fretta alle lor case. Nel dì 9 di maggio[1053] Romeo de' Pepoli
con Testa de' Gozzadini e cogli altri usciti di Bologna, rinforzato da
assaissimi Ferraresi e Romagnuoli, avendo intelligenza con alcuni de'
suoi parziali in Bologna, andò colà una notte, sperando di rientrare
nella città. E già aveano rotti i catenacci e le serrature d'una porta;
ma andò loro fallito il colpo, perchè dal popolo mosso all'armi fu
impedito loro l'ingresso. Furono perciò mandati a' confini i Gozzadini
e molti altri nobili di quella città; alcuni ancora finirono la vita
col capestro, e la città restò tutta sossopra. Morì poscia Romeo de'
Pepoli nel dì primo di ottobre in Avignone, dove si era portato per
ottenere il favor del papa.

Tenevano la signoria di Ravenna in questi tempi _Guido_ e _Rinaldo_
fratelli da Polenta[1054]. Dimorava il primo in Bologna, capitano di
quel popolo; l'altro se ne stava in Ravenna, arcidiacono di quella
chiesa, e d'essa già eletto arcivescovo dopo la morte accaduta in
quest'anno di un altro _Rinaldo arcivescovo_ di santa vita. _Ostasio
da Polenta_ signore di Cervia, in cui la smoderata voglia di dominare
avea estinto ogni riflesso di parentela e sentimento d'umanità,
ito a Ravenna come amico, barbaramente tolse di vita esso Rinaldo
arcivescovo eletto, ed occupò il dominio di quella città. Dopo un
lunghissimo assedio i Perugini[1055] riacquistarono nel dì 2 d'aprile
la città d'Assisi, ma con loro infamia, perchè contro i patti corsero
la terra, ed uccisero a furore più di cento di que' cittadini, e
smantellarono dipoi tutte le mura e fortezze di quella città, con altri
aggravii. Pareva in questi tempi _Federigo conte_ di Montefeltro in un
bell'ascendente di fortuna, perchè padrone d'Urbino e d'altre città
ghibelline, che il riguardavano come lor capo in quelle contrade,
bench'egli fosse scomunicato dal papa, e dichiarato, secondo l'uso
d'allora, eretico ed idolatra. Per gl'impegni della guerra aveva egli
caricato di taglie ed imposte gli Urbinati. Quel popolo in furia nel
dì 22 d'aprile (il Villani dice 26) si mosse contra di lui. Rifugiossi
egli nella sua fortezza della Torre. Ma ritrovandosi ivi sprovveduto
di gente e di viveri, col capestro al collo chiedendo misericordia, si
diede nelle mani dell'inferocito popolo. La misericordia che usarono a
lui e ad un suo figliuolo, fu di metterli in pezzi, e di seppellirli
come scomunicati a guisa di cavalli morti. Nel dì primo di gennaio
dell'anno presente i Fiorentini[1056] si liberarono dalla signoria
del _re Roberto_. V'ha chi scrive, averla spontaneamente rinunziata
esso re. Si può crede un'immaginazione. Le città allora avvezze alla
libertà trovavano pesanti i padroni, ancorchè buoni; nè Roberto era
principe da disprezzar così nobil boccone. Tornarono in quest'anno
alle mani degli uffiziali pontificii le città di Recanati, di Fano e
d'Urbino. Anche Osimo loro si diede nel mese di maggio; ma nell'agosto
si tornò a ribellare; ed unito il popolo d'essa città con quei di
Fermo e Fabriano, e coi Ghibellini di quelle parti, fece guerra al
marchese della marca d'Ancona. _Castruccio_ signor di Lucca cotanto
molestò i Pistoiesi, che quel popolo fece, contro la volontà dei
Fiorentini, tregua con lui, obbligandosi di pagargli ogni anno quattro
mila fiorini d'oro. Continuò in quest'anno ancora l'aspra guerra fra i
Genovesi[1057] i e loro usciti ghibellini; e quantunque il _re Roberto_
mandasse in aiuto dei primi una buona flotta, pure non potè impedire
che i fuorusciti non ripigliassero per forza la città d'Albenga. Di
gran sangue fu sparso in quest'anno in Germania; imperocchè i due
eletti re de' Romani, cioè _Federigo duca_ d'Austria e _Lodovico duca_
di Baviera, vennero con due possenti eserciti alle mani, per decidere
le lor contese col ferro nel dì 28 o 29 di settembre[1058]. In quella
terribil giornata, che costò la vita a molte migliaia di persone,
rimase sconfitto e prigioniere del Bavaro il re Federigo con _Arrigo_
suo fratello. Scrittore c'è che sembra attribuire la disavventura di
questi principi a gastigo di Dio, perchè, chiamati dal papa in Italia
contro ai tiranni ed eretici di Lombardia, aveano tradita la causa
pontificia con ritirarsi. Idea strana che vuole far Dio sì interessato
ne' politici disegni e nell'ingrandimento temporale dei papi, come
certamente egli è nella conservazione della sua vera religione e
Chiesa; e quasi fosse peccato grave l'essere desistito un re de'
Romani, futuro imperadore, dall'assassinar sè stesso col procurar la
rovina de' Ghibellini amanti dell'imperio, e l'esaltazione de' Guelfi
nemici d'esso imperio.

NOTE:

[1034] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 133.

[1035] Corio, Istor. di Milano.

[1036] Bonincontrus Morigia, lib. 3, cap. 2, tom. 12 Rer. Ital.

[1037] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom, 17 Rer. Ital.

[1038] Chronic. Astense, tom. 11 Rer. Ital.

[1039] Bonincontr. Morigia, lib. 3, cap. 27, tom. 12 Rer. Ital.

[1040] Corio, Istor. di Milano.

[1041] Malvec., Chronic. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.

[1042] Bonincontrus Morigia, Chron. Mod., lib. 3, cap. 2, tom. 12 Rer.
Ital. Chron. Astense, cap. 105, tom. 11 Rer. Ital.

[1043] Corio, Istoria di Milano. Gualvan. Flamma, cap. 361, tom. 11
Rer. Ital.

[1044] Johann. de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Italic. Chron. Astense,
tom. 11 Rer. Italic.

[1045] Boninc. Morigia, lib. 3, cap. 4, tom. 12 Rer. Italic.

[1046] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[1047] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1048] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1049] Raynald., in Annal. Eccles. ad hunc annum, num. 13.

[1050] Bonincontrus, Chron. Mod., lib. 3, cap. 7, tom. 12 Rer. Ital.
Chron. Astense, cap. 109, tom. 11 Rer. Ital.

[1051] Boninc. Morigia, lib. 3, cap. 14. Corio, Istoria di Milano.
Gualvaneus Flamma, cap. 361, tom. 11 Rer. Ital.

[1052] Moranus, Chronic., tom. 11 Rer. Ital. Johannes de Bazano, tom.
15 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1053] Chron. Bononiens., tom. eodem.

[1054] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Rubeus, Histor. Ravenn., lib.
6.

[1055] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9,
cap. 137.

[1056] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 139.



    Anno di CRISTO MCCCXXIII. Indiz. VI.

    GIOVANNI XXII papa 8.
    Imperio vacante.


Piena di guai fu in quest'anno la Lombardia per l'ostinata guerra
continuata da _papa Giovanni_ e dal _re Roberto_ ai Visconti[1059].
Fece il legato pontificio _Beltrando_ massa grande di gente. N'ebbe
da' Bolognesi, Fiorentini, Reggiani, Parmigiani, Piacentini ed altri
Lombardi. Venne _Arrigo di Fiandra_ con un corpo d'armati a trovarlo
per desiderio di riaver Lodi, di cui il fu imperadore _Arrigo VII_ lo
avea investito. Accorse _Pagano dalla Torre_ patriarca con Francesco,
Simone, Moschino ed altri Torriani, conducendo seco molte schiere
di combattenti furlani. In somma si contarono alla mostra del suo
esercito otto mila cavalli e trenta mila pedoni. _Galeazzo_ coi
fratelli Visconti procurò anch'egli quanti aiuti potè da Como, Novara,
Vercelli, Pavia, Lodi, Bergamo, e da altri amici suoi; e, benchè di
troppo gli fossero superiori di forze i nemici, pure si preparò ad una
gagliarda difesa. Già era succeduto un conflitto nel dì 25 di febbraio
al fiume Adda[1060]. Avea Galeazzo inviati i suoi due fratelli _Marco_
e _Luchino_ con sei mila fanti e mille cavalli a guardare il passo
di quel fiume. Nel dì suddetto in vicinanza di Trezzo lo passarono
Simone Crivello e Francesco da Garbagnate nemici fieri de' Visconti,
con assaissime squadre d'armati. Marco Visconte, che si trovava a quel
passo con cinquecento soli cavalli, gli assalì, e fece strage di molti,
fra' quali essendo stati presi i suddetti due capi de' fuorusciti
milanesi, non potè contenersi dall'ucciderli di sua mano. Crescendo
poi la piena de' nemici, perchè ne passò un altro gran corpo, Marco con
perdita di pochi de' suoi si ritirò a Milano. Entrò poi il formidabil
esercito del legato nel territorio di Milano sotto il comando di
_Raimondo da Cardona_, di Arrigo di Fiandra, di Castrone nipote del
legato, e d'altri tenenti generali[1061]. Dopo l'acquisto di Monza,
di Caravaggio e di Vimercato, un altro fatto d'armi succedette nel
dì 19 d'aprile al luogo della Trezella (Garazzuola vien chiamato dal
Villani) fra i suddetti due fratelli Visconti e parte dell'esercito
pontificio, in cui restò indecisa la vittoria. Maggiore nondimeno,
secondo alcuni, fu la perdita dal canto di quei della Chiesa. Secondo
il Villani, n'ebbero la peggio i Visconti. Passò dipoi nel dì 13 di
giugno tutta la armata papale sotto Milano, ed accampossi ne' borghi
di Porta Comasina, di Porta Tosa, Ticinese e Vercellina. Quasi due
mesi durò quell'assedio, ma con poco frutto. Molti erano i Tedeschi
che militavano in questi tempi in Italia, al soldo specialmente
de' principi ghibellini: gente di gran valore, ma di niuna fede e
venale. Si lasciarono corrompere dal danaro quei ch'erano in Milano al
servigio di Galeazzo Visconte; e un dì presero l'armi contra di lui
per ucciderlo od imprigionarlo. Si salvò egli nel suo palazzo, dove
l'assediarono; ma _Giovanni Visconte_ suo fratello, allora cherico,
mosse all'armi tutte le soldatesche italiane, obbligò quei ribaldi a
chiedere pace e misericordia, che loro fu conceduta, perchè il tempo
così esigeva[1062]. Anzi i medesimi fecero che dieci bandiere d'altri
Tedeschi, che erano al soldo della Chiesa nel campo, si partirono
di là ed entrarono in Milano. L'essere andato fallito questo colpo
agli uffiziali del papa, e il venire ogni dì scemando la loro gente
per le sortite de' nemici e per le grandi malattie che condussero al
sepolcro anche lo stesso Castrone generale dell'armata, e l'essere
giunti ottocento uomini d'armi spediti da _Lodovico il Bavaro_ in aiuto
di Galeazzo Visconte: questi motivi, congiunti colla mancanza delle
vettovaglie, furono cagione che una notte tutte quelle gran brigate
levarono precipitosamente il campo, e si ritirarono a Monza sul fine
di luglio, con separarsi dipoi la loro armata. Nel mese susseguente i
Milanesi andarono all'assedio di Monza, e vi stettero sotto quasi due
mesi; ma, avendo il legato inviata gran quantità di cavalli e fanti
in aiuto di quella terra, se ne tornarono gli assedianti a guisa di
sconfitti a Milano. Molti altri fatti di guerra succederono, prima che
terminasse l'anno che io per brevità tralascio[1063]. Ma non si dee
tacere che in quest'anno _Raimondo da Cardona_ nel dì 19 di febbraio
ebbe a buoni patti la città di Tortona, e da lì a pochi giorni dalla
guarnigione a forza di oro ebbe anche il castello. E nel dì 2 di aprile
parimente la città d'Alessandria, per paura di assedio, venne in suo
potere.

Nel dì 17 di febbraio dell'anno presente, riuscì ai Genovesi[1064],
dopo tanti affanni e dopo un sì lungo e sanguinoso assedio, di cacciar
dai borghi della loro città i fuorusciti, con farne prigioni molti,
e guadagnare un grosso bottino. _Castruccio_ signor di Lucca, sempre
indefesso, riacquistò molte terre nella Garfagnana, e mise l'assedio
a Prato, perchè quel popolo non gli volea pagar tributo, come faceano
i Pistoiesi. Ma, accorsi con grande oste i Fiorentini, il fecero
ritirare in fretta, senza operare di più, perchè la discordia, febbre
ordinaria di quella città, scompigliò il parere di chi avea più senno.
Era signore di Città di Castello in questi tempi _Branca Guelfucci_,
che tiranneggiava forte quel popolo. Fecero trattato segreto alcuni
di que' cittadini con _Guido de' Tarlati_ da Pietramala, vescovo
d'Arezzo, il quale spedì loro Tarlatino suo nipote con trecento
cavalli. Entrati nel dì 2 d'ottobre costoro in tempo di notte, e corsa
la terra, per forza ne cacciarono Branca e tutti i Guelfi, riducendo
quella città a parte ghibellina: avvenimento sì sensibile alle città
guelfe, che Firenze, Siena, Perugia, Orvieto, Gubbio e Bologna fecero
dipoi grossa taglia insieme per far mutare stato a quella città. Fu
poscia scomunicato per questo dal papa il vescovo d'Arezzo. Anche il
popolo d'Urbino nel mese di aprile, a cagion de' soverchi aggravii,
si ribellò ai ministri della Chiesa[1065]. Cominciò in quest'anno la
rottura grande fra _papa Giovanni XXII_ e _Lodovico il Bavaro_. Era
Lodovico rimasto senza chi gli contrastasse la corona dell'imperio,
perchè teneva nelle sue prigioni l'emulo _Federigo duca_ d'Austria,
con aggiugnere alcuno scrittore ch'esso Federigo infin l'anno presente
rinunziò in favore di lui le sue ragioni: il che non so se sia vero. Il
papa e il _re Roberto_, a' quali premeva che durasse in quelle parti la
discordia, nè l'Italia avesse imperadore, o alcuno imperador tedesco,
per arrivar intanto al fine de' lor disegni, non solo animarono
_Leopoldo_, valoroso fratello di Federigo, a sostener la guerra contra
del Bavaro, ma indussero anche il re di Francia a somministrargli
de' gagliardi aiuti. Intanto _Galeazzo Visconte_ e gli altri principi
ghibellini, al vedersi venire addosso un sì fiero temporale dell'armi
del papa, caldamente si raccomandarono con lettere e messi a Lodovico
per ottener soccorso, rappresentandogli, che se riusciva al pontefice
e a Roberto di aggiugnere a tante altre conquiste quella di Milano,
era sbrigata pel regno d'Italia; perciocchè da che fosse giunta a
trionfare la fazion guelfa nemica dell'imperio, poco o nulla sarebbe
mancato a Roberto per mutare il titolo di vicario in quello di re
d'Italia e d'imperadore; giacchè il papa mostrava abbastanza di non
voler più Tedeschi a comandar le feste in queste contrade, e ognun
sapeva ch'egli era lo zimbello delle voglie d'esso Roberto. Perciò
Lodovico nell'aprile di questo anno inviò i suoi ambasciatori al
legato cardinale, dimorante in Piacenza, con pregarlo di astenersi
dal molestar Milano, ch'era dello imperio[1066]. Rispose l'accorto
cardinale, non pretendere il papa di levare allo imperio alcuno de'
suoi diritti, ma bensì di conservarli tutti; e ch'egli si maravigliava
come il loro signore volesse prender la protezione degli eretici. Fece
anche istanza d'una copia del loro mandato, ch'essi cautamente negarono
di avere su questo. Lodovico, informato che a nulla avea servito
l'ambasciata, e che Milano era stretto d'assedio, mandò colà, come
abbiam detto, ottocento (se pur furono tanti) uomini d'armi, che furono
l'opportuno preservativo della caduta di quella città, inevitabile
senza di questo soccorso. Dio vi dica l'ira di papa Giovanni, attizzata
specialmente dal re Roberto[1067]. Nel dì 9 d'ottobre pubblicò egli un
monitorio contra del Bavaro, accusandolo d'aver preso il titolo di re
de' Romani senza venir prima approvato dal papa; e d'essersi mischiato
nel governo degli Stati dell'imperio, spettante ai romani pontefici,
durante la vacanza di esso; e di aver dato aiuto ai Visconti, benchè
condannati come nemici della Chiesa romana ed eretici. Poscia nel
luglio del seguente anno lo scomunicò[1068]. Lodovico di Baviera,
intesa questa sinfonia, in un parlamento tenuto nell'anno seguente in
Norimberga, fece un'autentica protesta, allegando che il papa faceva
delle novità, ed era dietro ad usurpare i diritti dell'imperio, con
toccar altre corde ch'io tralascio; ed appellò al concilio generale.
Ecco dunque aperto il teatro della guerra fra esso Lodovico e il papa:
guerra che si tirò dietro de' gravissimi scandali, per quanto vedremo.

NOTE:

[1057] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 18 Rer. Ital. Giovanni
Villani.

[1058] Rebdorf. Cortus. Histor, tom. 12 Rer. Ital. Giovanni Villani,
lib. 9. Continuat. Albert. Argentin., et alii.

[1059] Bonincontrus Morigia, Chron. Mod., lib. 3, cap. 19, tom. 12 Rer.
Ital. Johannes de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Ital. Corio, Istor. di
Milano, et alii.

[1060] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 189.

[1061] Gualvan. Flamma, cap. 362, tom. 11 Rer. Italic.

[1062] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 211.

[1063] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital. Georgius Stella, Annales
Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1064] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 186.

[1065] Raynaldus, Annal. Eccl.

[1066] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 194.



    Anno di CRISTO MCCCXXIV. Indizione VII.

    GIOVANNI XXII papa 9.
    Imperio vacante.


Continuando la guerra della Chiesa contra de' Visconti, _Raimondo da
Cardona_ generale del papa, con _Arrigo di Fiandra_ e Simone dalla
Torre[1069], condusse lo esercito suo verso Vavrio, borgo da lui
posseduto, per isloggiare i nemici venuti per infestare il ponte
ch'egli avea sopra l'Adda. _Galeazzo_ e _Marco Visconti_ colà accorsero
anch'essi. Secondo il costume degli scrittori parziali al loro partito,
Bonincontro Morigia scrive che i Milanesi erano molto inferiori di
gente agli altri; il Villani dice il contrario. Certo è che nel dì 16
di febbraio si venne ad un fatto d'armi. Il Villani lo fa succeduto
nel dì ultimo di quel mese. Probabilmente fu nel penultimo d'esso mese
allora bissestile, scrivendo l'autore degli Annali Milanesi[1070]
_in die Carnisprivii_ (cioè del carnovale) _die Martis penultimo
februarii_. Avea dato ordine Galeazzo ad alcuni dei suoi più arditi
soldati che, all'udire attaccata la zuffa, entrassero in Vavrio, e
mettessero fuoco dappertutto. Diedesi fiato alle trombe, e un duro
ed ostinato combattimento si fece. Tra per la forza de' Milanesi, e
per la funesta scena del borgo che era tutto in fiamme, l'esercito
pontificio si mise in rotta. Moltissimi ne furono uccisi, fra' quali
Simone Torriano; più ancora se ne annegarono nel fiume, e alle mani de'
vincitori fra gli altri assaissimi prigioni vennero Raimondo da Cardona
ed Arrigo di Fiandra. Questo ultimo, secondo il Villani, si riscattò
dai Tedeschi che l'aveano preso, e con essi tratti al suo partito
venne a Monza. Il Morigia, autore che ne prese migliore informazione,
asserisce non essere egli restato prigione, e che fuggendo, per
miracolo di san Giovanni Batista, arrivò salvo a Monza. Il Cardona
dipoi nel mese di novembre, fatto negozio colle guardie a lui poste in
Milano, se ne fuggì, e a Monza anche egli si restituì. Monza, dico, la
qual fu susseguentemente assediata da Galeazzo Visconte e dalle sue
genti. Mandò il legato due mila soldati alla difesa di quella città,
intorno a cui furono fatte varie bastie e battifolli. Nel settembre
fecero una sortita gli assediati, avendo alla testa Verzusio Lando con
ottocento cavalli e mille e cinquecento fanti. Ben li ricevette con
soli cinquecento cavalli Marco Visconte, e li sconfisse, colla morte
di trecento ottanta d'essi, il che mise in somma costernazione quel
presidio di crocesignati, i quali altro mestier non faceano, se non
di rubar le zitelle e mogli altrui, di ammazzar uomini e fanciulli, e
saccheggiare e incendiar le case. Entrarono anche di consenso dello
stesso cardinal legato nella chiesa maggiore di Monza, ne presero
quanti vasi d'oro e d'argento e reliquiarii v'erano; il che non so come
ben s'accordi coll'avere precedentemente scritto il medesimo Morigia
che i canonici, prevedendo le disgrazie che avvennero, aveano nascoso
in segretissimo luogo il ricco tesoro di quella chiesa. Secondo il
suddetto Morigia[1071], la fuga di Raimondo da Cardona fu di consenso
segreto dello stesso Galeazzo Visconte, perchè gli fece egli sperare
di adoperarsi per la restituzion di Monza, e di ottenergli anche buon
accordo col papa. Infatti andò esso Raimondo ad Avignone, ed espose
l'impossibilità di vincere i Visconti, e che Galeazzo intendeva di
conservare per sè il dominio di Milano, e di mantenere a sue spese
cinquecento uomini d'armi al servigio del papa, dovunque egli volesse.
Non dispiacquero al papa i patti; ma siccome egli non ardiva di muovere
un dito, se non gliene dava licenza il re Roberto, così ordinò che se
ne parlasse al medesimo re. Ne parlò Raimondo al re, e ne ebbe per
risposta che accetterebbe così fatta proposizione, purchè Galeazzo
giurasse di adoperar tutte le sue forze in servigio d'esso re contra
l'imperiale potenza. Ed ecco come l'ambizion di Roberto si cavò il
cappuccio; ecco svelati i motivi di tanti processi contra del Bavaro,
de' Visconti e degli altri Ghibellini di Italia, sotto pretesto di
disubbidienze e d'eresie. Tutto tendeva per diritto o per traverso
a distruggere l'imperio, e ad esaltare chi s'abusava dell'autorità
e della penna del pontefice, divenuto suo schiavo, per arrivare
all'intera signoria d'Italia. Ma Galeazzo Visconte protestò di voler
sofferire piuttosto ogni male, che andar contro al giuramento da lui
prestato a chi reggeva l'imperio. Trattò egli dipoi col cardinale
Beltrando legato la restituzione di Monza; e già era accordato tutto,
quando il legato, coll'esibizione di otto mila fiorini d'oro ad alcuni
traditori, si credette di occupar la città di Lodi: il che se veniva
fatto, Monza non si rendeva più. Il tentativo di Lodi andò a voto, e
molti de' traditori furono presi[1072]: il che cagionò che nel dì 10 di
dicembre si rendesse la città di Monza a Galeazzo. Colà egli richiamò
chiunque era fuggito, e mise tra loro la pace; poi nel marzo dell'anno
seguente cominciò a fortificare il castello d'essa città in mirabil
forma, con farvi anche delle orride prigioni. Vi fu chi disse[1073] che
Galeazzo faceva far ivi quelle carceri per sè e per li suoi fratelli,
e che potrebbono esser eglino i primi a provarle. Col tempo il detto si
verificò; ma forse dopo il fatto nacque tal predizione.

Correvano già due anni e più che i Perugini col ministro del papa,
governatore del ducato spoletino, tenevano assediata la città di
Spoleti con bastie e battifolli fabbricati all'intorno[1074]. La fame
finalmente costrinse quel popolo ad arrendersi, salve le persone, nel
dì 9 di aprile. Per buona cautela de' Fiorentini e Sanesi, che v'erano
colla lor taglia ad oste, non seguì maleficio alcuno nell'entrare in
essa città, la quale fu ridotta a parte guelfa, e rimase distrittuale
di Perugia. Fecero dipoi essi Perugini l'assedio della Città di
Castello occupata dal vescovo d'Arezzo coll'aiuto dell'altre città
della lega guelfa. Nel dì 22 d'aprile[1075] il _re Roberto_ colla
regina sua moglie e _Carlo duca_ di Calabria suo figliuolo, e colla
moglie figliuola di _Carlo di Valois_, dalla Provenza incamminati per
mare a Napoli, con quarantacinque vele arrivarono a Genova. Fece ivi
un gran broglio, affinchè il limitato dominio di dieci anni di quella
città, a lui già dato nell'anno 1318, divenisse perpetuo. Ne nacque
discordia fra i cittadini: chi volea tutto, chi meno, chi nulla.
Finalmente si acconciò l'affare con prorogargli la signoria anche
per sei anni avvenire. Fece egli alquante mutazioni in quel governo,
ristringendo la libertà del popolo. Nel suo passaggio ebbe grandi
presenti ed onori dai Pisani, i quali in questi tempi si trovano
in gravi affanni, essendo che _don Alfonso_ figliuolo di _Giacomo
re_ d'Aragona e Catalogna, passato con buona armata in Sardegna,
andava loro togliendo a poco a poco tutti i luoghi posseduti da essi
in quell'isola, e diedero loro anche nel mese di maggio dell'anno
presente una rotta a Castello di Castro. Per concerto fatto nel dì 3 di
marzo[1076] veniva il vicario del re Roberto a ripigliare il possesso
di Pistoia; ma fu forzato a tornarsene vergognosamente indietro,
perchè, assalito per istrada dalle genti di _Filippo de' Tedici_, il
quale in questo anno appunto tolse la signoria di Pistoia nel dì 24
di luglio ad _Ormanno Tedici abbate_ di Pacciana suo zio, e se ne
fece egli signore, e conchiuse una tregua con _Castruccio_ signore
di Lucca, pagandogli ogni anno tre mila fiorini d'oro di tributo.
Adirati i nobili padovani[1077], spezialmente i Carraresi, contra di
_Cane dalla Scala_, tanto fecero, che trassero in Italia il _duca di
Carintia_, e _Ottone_ fratello del duca d'Austria, per isperanza di
mettere un buon collare al collo d'esso messer Cane. Vennero questi
principi con ismisurato esercito di cavalleria tedesca ed unghera,
che si fece ascendere al numero di quindici mila cavalli. Diedero
costoro il sacco al Friuli per dove passarono. Arrivati nel dì 3 di
giugno a Trivigi, vi consumarono tutto. Prima ancora che arrivassero
sul Padovano, a furia fuggivano i miseri contadini di quel paese,
perchè informati che coloro, dovunque giugnevano, facevano un netto,
bruciavano, nè rispettavano donne, nè monache. Nel dì 21 d'esso mese
con questa diabolica armata arrivò il duca di Carintia a Padova, e
nel dì seguente cavalcò a Monselice. Oh qui sì che c'era bisogno di
senno a Cane dalla Scala. Non gli mancò in effetto. Unì quante genti
potè[1078]. _Obizzo marchese_ d'Este e signor di Ferrara con gran copia
di cavalli e fanti ferraresi corse a Verona in suo aiuto. Milanesi,
Mantovani, Modenesi, anch'essi volarono colà, e tutti si posero a
guardar le fortezze. Ma Cane non ripose già la sua speranza in questi
combattenti. Persuaso egli della verità di quel proverbio: _Miglior
punta ha l'oro che il ferro_, non tardò a spedire Bailardino da
Nogarola ed altri ambasciatori, allorchè il duca fu giunto a Trivigi,
e susseguentemente in altri luoghi, tenendolo a bada con proposizioni
d'accordo e con altri raggiri; e finalmente, esibite grossissime somme
di danaro, ottenne tregua da lui sino al venturo Natale. Si vide allora
quella bella scena, che il duca, dappoichè la sua gente ebbe rovinata
coi saccheggi buona parte del Padovano, in cui sollievo era venuta,
e ricavati trentamila fiorini d'oro da quella città, senza far danno
alcuno alle terre dello Scaligero, contra di cui era stato chiamato,
se ne tornò nel dì 26 di luglio in Carintia: gridando i confusi ed
impoveriti Padovani, essere peggior l'amicizia di quella gente, che la
nemicizia con Cane. Nel dì 23 di novembre morì _Jacopo da Carrara_, già
signore di Padova, lasciando sotto la cura di Marsilio da Carrara le
sue figliuole e i suoi bastardi. Abbiamo dalla Cronica di Cesena[1079]
che nel luglio di quest'anno _Speranza conte di Montefeltro_ coi
figliuoli del già ucciso _conte Federigo_ ritornò in Urbino; dal che
pare restituita quella famiglia nel dominio d'essa città; ma di ciò
non ne so il come. Nel dì 3 di giugno in Rimini _Pandolfo Malatesta_
e _Galeotto_ suo figliuolo, con altri Malatesti e nobili, furono
fatti cavalieri[1080]. Magnifiche feste e giostre per tal occasione
si fecero, col concorso di gran nobiltà di Firenze, Perugia, Siena,
Bologna e di tutta la Toscana, marca d'Ancona, Romagna e Lombardia.
Quivi si contarono più di mille e cinquecento cantambanchi, giocolieri,
commedianti e buffoni: il che ho voluto notare, acciocchè s'intendano
i costumi e il genio di questi secoli. Il conte Speranza e il _conte
Nolfo_, figliuoli del fu _conte Federigo_ di Montefeltro, nel dì 9
d'agosto vennero coll'esercito di Urbino contro alcune castella di
Ferrantino Malatesta, dove s'erano rifugiati gli uccisori del suddetto
conte Federigo, e, presi que' luoghi, fecero crudel vendetta di que'
traditori. Anche i marchesi estensi _Rinaldo_ ed _Obizzo_, signori
di Ferrara[1081], nel dì primo di novembre ritolsero all'arcivescovo
di Ravenna la grossa terra, appellata anche città, d'Argenta col
suo castello. Intanto, contuttochè _Lodovico il Bavaro_ deducesse le
sue buone ragioni, pure non potè impedire che in questo anno _papa
Giovanni_, subornato dal re Roberto[1082], non fulminasse contra di
esso Lodovico le censure, e facesse predicar la crociata, secondo
il deplorabil uso di que' tempi, contra di lui, siccome accennammo
all'anno precedente. Però si diede egli con più vigore ad accudire
agli affari d'Italia; e cotanto s'ingegnò in Germania, che frastornò
i disegni di _Carlo re_ di Francia, il quale, prevalendosi anch'egli
del favore del papa, macchinava di farsi eleggere re ed imperador de'
Romani. Di più non dico di queste controversie, lasciandone volentieri
ad altri la discussione.

NOTE:

[1067] Chron. Astens., tom. 11 Rer. Ital.

[1068] Raynaldus, Annal. Eccles.

[1069] Bonincontrus Morigia, Chron. Modoet., tom. 13 Rer. Ital. Corio,
Istor. di Milano. Giovanni Villani, lib. 9, cap. 138.

[1070] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[1071] Morigia, lib. 3, cap. 27, tom. 12 Rer. Ital.

[1072] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 270.

[1073] Bonincontrus Morigia, lib. 3, cap. 31, tom. 11 Rer. Ital.

[1074] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 243.

[1075] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1076] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 239. Istor. Pistolesi, tom. 11
Rer. Ital.

[1077] Cortus. Histor., lib. 3, tom. 12 Rer. Ital. Giovanni Villani,
lib. 9. Chronic. Patavin., tom. 8 Rer. Ital.

[1078] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1079] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[1080] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1081] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1082] Raynaldus, Annal. Eccles., num. 6.



    Anno di CRISTO MCCCXXV. Indizione VIII.

    GIOVANNI XXII papa 10.
    Imperio vacante.


Cominciò in quest'anno gara e discordia fra _Galeazzo Visconte_
signor di Milano e _Marco_ suo fratello, che col tempo quasi condusse
a precipizio la casa de' Visconti[1083]. Pretendeva Marco parte nel
dominio; altrettanto Lodrisio Visconte lor cugino, allegando le tante
fatiche da lor sofferte per tenere in piedi la vacillante fortuna
della lor casa. Ma Galeazzo, eletto solo signore dal popolo, non
volea compagni nel governo. Diedersi perciò Marco e Lodrisio a far
delle combricole e congiure con altri nobili contra di Galeazzo; e
perchè scoprirono ch'egli andava maneggiando qualche onorevol accordo
con _papa Giovanni_, cominciarono a scrivere lettere a _Lodovico il
Bavaro_, sollecitandolo a calare in Italia[1084]. Intanto Galeazzo
nel dì 21 di febbraio mosse guerra ai Parmigiani, coll'inviare contra
loro il valoroso giovine _Azzo_ suo figliuolo, il quale s'impadronì
del castello di Castiglione. Ma, assediato il medesimo castello
dai Parmigiani, lo riebbero nel dì 15 di marzo colla libera uscita
de' soldati del Visconte. Nel dì seguente si diede allo stesso Azzo
Borgo San Donnino: perdita che cagionò sommo affanno ai Parmigiani e
Piacentini; tanto più perchè Azzo non tardò a mettere sossopra i loro
contadi con saccheggiar ed incendiar molte terre. Perciò nel dì 14 di
giugno uniti essi Parmigiani coll'esercito spedito loro da Piacenza
dal cardinal legato, impresero l'assedio di Borgo San Donnino. Durante
questo assedio nel mese di luglio i _marchesi estensi_[1085] signori di
Ferrara, _Passerino _ signor di Mantova e Modena, e _Cane dalla Scala_,
con grosso naviglio per Po andarono ai danni del Piacentino. Più gravi
sconcerti seguirono in questi tempi in Toscana[1086]. _Filippo Tedici_
signor di Pistoia, dopo aver fatta un'ingannevol pace e lega co'
Fiorentini, che non gli vollero mai dare un soldo per acquistar essi
quella città, come avrebbono potuto, nel dì cinque di maggio per dieci
mila fiorini d'oro, e per altri vantaggiosi patti avuti da _Castruccio_
signor di Lucca, il lasciò entrare con sue genti in Pistoia, dove prese
e disarmò il picciolo presidio che vi aveano inviato i Fiorentini,
e fece subito dar principio ad un forte castello in essa città.
Incredibile fu il dispetto e rabbia de' Fiorentini, che, più del
diavolo, aveano paura di Castruccio. Gran consolazione nondimeno
e coraggio recò loro il sospirato arrivo di _Raimondo da Cardona_,
richiesto da essi al papa per lor capitano, che nel dì 6 del suddetto
mese entrò in Firenze. Al pontefice, che volea mandarlo in Toscana,
allegò egli[1087] il giuramento fatto a Galeazzo Visconte di non
militar per un anno in Italia contra de' Ghibellini; ma il papa se ne
rise, con dire che per li capitoli della resa di Monza i prigioni tutti
si aveano a rilasciare; e però gli diede l'assoluzione dal giuramento.
Venne egli dunque francamente a prendere il comando dell'armata de'
Fiorentini con assai Borgognoni e Catalani seco condotti.

Presero i Fiorentini per assedio nel dì 22 di maggio il castello
d'Artimino[1088], e poscia nel dì 12 di giugno fecero uscire in
campagna il loro capitano Raimondo con un fiorito esercito di circa
due mila e cinquecento cavalli, la maggior parte Francesi, borgognoni
e Fiamminghi, e di quindici mila fanti, col carroccio, con somieri più
di sei mila, e con mille e trecento trabacche e padiglioni, senza i
rinforzi delle amistà che vennero dipoi, ed accrebbero quella gente
con più di cinquecento cavalieri e cinque mila pedoni. A Pistoia,
Castruccio non si trovava allora che con mille e cinquecento cavalli,
e la metà di fanteria rispetto a' nemici. Fecero i Fiorentini nella
festa di san Giovanni Batista correre il pallio presso alla porta
di Pistoia; presero il passo della Gusciana, e la rocca e il ponte
di Cappiano[1089]; poscia strettamente assediarono Altopascio, e lo
costrinsero alla resa. Vinse nel consiglio il parere di chi volle che
l'armata s'inoltrasse verso Lucca. Al Poggio fra Montechiaro e Porcari
trecento cavalieri de' migliori dello esercito fiorentino furono
alle mani con quei di Castruccio, e n'ebbero la peggio, quantunque
Castruccio vi restasse scavallato e ferito. Era l'armata dei Fiorentini
accampata in sito svantaggioso, e Castruccio ardea di voglia di
assalirla; ma troppo era scarso di gente, ed aspettava soccorsi da
Galeazzo Visconte e da Passerino de' Bonacossi[1090]. Vi mandò il
Visconte Azzo suo figliuolo con ottocento cavalieri tedeschi, il quale,
dopo introdotto un buon soccorso nel Borgo di San Donnino assediato
dalle genti della Chiesa, marciò a quella volta. Anche _Passerino_
v'inviò ducento altri cavalieri. All'avviso di questo grosso rinforzo
giunto a Castruccio, Raimondo da Cardona si ritirò ad Altopascio.
Castruccio, che non dormiva, con dei badalucchi tenne tanto a bada la
loro armata, che nel dì 23 di settembre arrivato Azzo Visconte coi
suoi cavalieri, e formate le schiere, attaccò la battaglia. In poco
d'ora furono rotti e sbaragliati i Fiorentini con vittoria segnalata
e compiuta; perciocchè, nel tempo stesso che si combattea, l'accorto
Castruccio mandò a prendere il ponte a Cappiano, e tagliò il passo
a' fuggitivi. Molti ne furono uccisi, molti più ne restarono presi,
fra' quali lo stesso _Raimondo da Cardona_ generale con assai baroni
franzesi. Tutta la gran salmeria di tende ed arnesi venne alle mani
de' vincitori; e si arrenderono poi a Castruccio le castella di
Cappiano, Montefalcone ed Altopascio, nel qual ultimo luogo fece
prigioni cinquecento soldati. Così in un momento la ridente fortuna de'
Fiorentini si cambiò in sospiri e pianti.

Nel giugno e luglio di quest'anno[1091] Francesco de' Bonacossi,
figliuolo di Passerino signor di Mantova e Modena, fece guerra a
Giovanni ed Azzo signori di Sassuolo; tolse loro Fiorano ed assediò la
terra di Sassuolo, essendosi uniti al suo esercito in persona _Cane
dalla Scala_ e i marchesi d'Este. Ebbe quella terra e Monte Zibbio.
I Bolognesi, oltre alla protezione da lor professata ai signori di
Sassuolo, riceverono anche lettera ed ordine dal papa di procedere
ostilmente contra di Passerino, e che si predicasse la crociata contra
di lui, siccome dichiarato eretico per l'eresia del ghibellinismo, a
fine di frastornar gli aiuti ch'esso Passerino e Cane potessero dare
a Castruccio e a Borgo San Donnino assediato. Perciò i Bolognesi con
tutte le lor forze nel luglio e ne' seguenti mesi altro mestier non
fecero che di saccheggiar le ville di Albareto, Sorbara, Roncaglia,
Solara, Camurana, ed assaissime altre, con danno inestimabile dei
cittadini e distrittuali di Modena. Nel dì 29 di settembre riuscì a
Passerino di avere per tradimento Monte Veglio, castello de' Bolognesi.
Corse tosto il popolo di Bologna all'assedio di quel castello, e
vi stette sotto un mese e mezzo. Attese intanto Passerino a raunar
gente per rimuoverli di là. Venne con assai fanteria e cavalleria
_Rinaldo marchese_ d'Este e signor di Ferrara. _Cane dalla Scala_
con molte forze vi giunse anch'egli; ma inteso che Passerino volea
aspettare _Azzo Visconte_, il quale, dopo la vittoria di Castruccio
ad Altopascio, dovea restituirsi in Lombardia, se ne tornò a Verona,
perchè fra lui e _Galeazzo_, padre d'esso Azzo, erano nate delle
amarezze. Rinaldo Estense fu dichiarato capitan generale dell'armata,
ed, arrivate le squadre di Azzo Visconte, passarono tutti il Panaro,
la Muzza e la Samoggia, e presentarono la battaglia ai Bolognesi nel
luogo di Zappolino, nel dì 15 di novembre. Al primo assalto furono
rovesciati i Bolognesi; e però essi attesero a menar non le mani, ma i
piedi. Fanno le storie modenesi[1092] l'esercito di Bologna consistente
in trenta mila fanti e mille e cinquecento cavalli, e quello de'
Modenesi in otto mila pedoni e due mila cavalli[1093]. Dicono uccisi
più di due mila Bolognesi, e presi più di mille e cinquecento, fra
i quali Angelo da San Lupidio podestà di Bologna, Malatestino de'
Malatesti, Sassuolo da Sassuolo, Jacopino e Gherardo Rangoni fuorusciti
di Modena, Filippo de' Pepoli ed altri nobili. Oltre a mille cavalli,
acquistarono i vincitori immensa copia d'armi, tende e bagaglio, che si
calcolò ducento mila fiorini d'oro. Nel giorno seguente marciò innanzi
il vittorioso esercito; ebbe e saccheggiò il castello di Crespellano;
poscia nel dì 17 continuò il viaggio sino al borgo di Panigale e alle
porte di Bologna, dove, per far onta a quel popolo, furono corsi tre
pallii, uno in onore di _Azzo Visconte_ signor di Cremona; un altro
per li _marchesi estensi_, ed uno per _Passerino_ signor di Mantova e
Modena. Fu dato il sacco e il fuoco ai palazzi e contorni di Bologna,
alle ville di Unzola, Rastellino, Argelata, San Giovanni in Persiceto,
Castelfranco ed altre. Nel dì 24 si rendè a Passerino il castello di
Bazzano; ed in tal maniera terminò in queste parti la campagna. Cosa
dicessero i facili interpreti de' giudizii di Dio, al vedere cotanti
sinistri avvenimenti delle crociate di papa Giovanni XXII, io nol so
dire.

Sul principio di quest'anno, essendo finite le tregue co'
Padovani[1094], _Cane dalla Scala_ non tardò a vendicarsi degli
affanni a lui dati da quel popolo nell'anno precedente; prese varii
luoghi del Padovano, e portò gl'incendii e saccheggi fino alle porte
di Padova. S'interpose _Lodovico il Bavaro_, e fece rinnovar la
tregua fino alla festa di san Martino; e compromesso fu fatto in lui
di quelle differenze. Ma Padova, oltre alla guerra esterna, ne ebbe
in quest'anno anche un'interna. Ubertino da Carrara e Tartaro da
Lendenara, perchè insolentivano nella città, ed uccisero Guglielmo
Dente, furono banditi e ricorsero a Cane Scaligero. Paolo fratello di
esso Guglielmo rivolse i pensieri della vendetta contra degli altri
Carraresi innocenti, e nel dì 22 di settembre, assistito copertamente
dal podestà e dal presidio tedesco, mosse a rumore il popolo contra
di essi. Per un'ora si fece aspro combattimento nelle piazze, e così
nobilmente si sostennero i valorosi Carraresi, che Paolo Dente fu
forzato alla fuga, ma con riportarne essi di molte ferite. Per cagione
d'esse Marsilio maggiore picchiò alla porta della morte; Niccolò,
Obizzo e Marsilio minore n'ebbero anch'essi la lor parte. Tornarono
poscia in Padova Ubertino da Carrara e Tartaro da Lendenara, amendue
giovinastri scapestrati. Numero non c'è delle loro insolenze; giustizia
più non si faceva in Padova; tutto andava alla peggio. Ne dovea ben
ridere Cane, che facea continuamente l'amore a quella nobil città. Dopo
la vittoria di Altopascio stette poco in riposo il prode _Castruccio_
signor di Lucca e di Pistoia. Prese Segna, ed ivi si afforzò nel dì 30
di settembre[1095], e poscia cominciò le sue scorrerie fino alle porte
di Firenze, saccheggiando, bruciando e guastando tutto quel paese.
Nella festa di san Francesco, a dì 4 d'ottobre, fece sotto quella
città correre tre pallii, uno da uomini a cavallo, un altro da fanti
a piè, ed il terzo da meretrici: il tutto in dispetto e vergogna de'
Fiorentini, i quali, quantunque avessero dentro gran cavalleria e gente
a piè innumerabile, pure non osarono mai d'uscire a fargli contrasto.
Tornò Castruccio nel dì 26 d'ottobre a dar loro un altro rinfresco; ed
Azzo Visconte, che tuttavia era con lui, volendo rendere la pariglia
a' Fiorentini, i quali aveano fatto correre il pallio sotto Milano, ne
fece correre anche egli uno alla lor vista, e poi s'inviò verso Modena,
siccome abbiam detto. Prese Castruccio la Rocca di Carmignano, il
castello degli Strozzi ed altri luoghi, e con sua oste andò scorrendo
infino a Prato. Gran costernazione era in Firenze per tali disastri, a'
quali ancora s'aggiunse un'epidemia per la tanta gente rifuggita nella
città. Ben cento mila fiorini d'oro ricavò Castruccio dal riscatto
de' prigioni fatti in quest'anno, col qual rinforzo gagliardamente
sostenne la guerra. Per altro era anch'egli scomunicato e condannato
dal papa qual nemico della Chiesa ed eretico. Per essere diffamato per
tale, niente più vi voleva che l'essere ghibellino. Fu nell'ottobre di
quest'anno[1096] che _Lodovico il Bavaro_ rimise in libertà _Federigo
duca_ d'Austria, il quale, vinto dagli affanni della prigionia, fece a
lui una cessione di tutti i suoi diritti sopra la corona. Ma, secondo
alcuni scrittori, non è ben chiaro in che consistesse l'accordo seguito
fra loro. I documenti portati dal Rinaldi[1097] abbastanza confermano
che Federigo fece quella rinunzia, benchè forse se ne pentisse dipoi, e
che il papa la dichiarò nulla; e che _Leopoldo_ suo fratello, il quale
non vi acconsentì, nell'anno seguente terminò colla morte tutte le sue
contese. Spedì nel maggio di quest'anno il _re Roberto_ ai danni della
Sicilia _Carlo duca_ di Calabria suo figliuolo con una formidabile
flotta di galee e di legni grossi da trasporto, fra' quali si contarono
venti galee di Genovesi[1098]. Oltre alla gran fanteria, menò egli
circa due mila e cinquecento cavalli. Sbarcata presso a Palermo questa
potente armata, imprese l'assedio di quella città, e vi stette sotto
più di cinque mesi, con guastare intanto ed incendiar molte parti di
quell'isola, e poi se ne tornò con Dio. Non altra gloria che questa
riportò egli nel suo ritorno a Napoli. Leggesi questa guerra descritta
da Niccolò Speciale[1099]. Erano gli Aragonesi e Catalani all'assedio
di Cagliari in Sardegna, città che forse sola restava ai Pisani in
quell'isola. Nel dicembre fecero essi Pisani armare venti galee ai
fuorusciti genovesi, padroni di Savona, e con queste ed altre loro navi
fecero vela per soccorrere quella città. Ma i Catalani, con prendere
otto di quelle galee, obbligarono l'altre a ritornarsene indietro con
poco loro piacere. Nell'anno 1297 s'era data la città di Comacchio ad
_Azzo marchese_ d'Este, signor di Ferrara, Modena e Reggio[1100]. Le
disgrazie poi sopravvenute alla casa d'Este nel 1308 la fecero passare
in altre mani. Nel dì 6 di febbraio dell'anno presente tornò essa
spontaneamente sotto la dolce signoria de' marchesi d'Este Rinaldo ed
Obizzo, dominanti in Ferrara.

NOTE:

[1083] Bonincon., Chron., lib. 3, cap. 35, tom. 12 Rer. Ital.

[1084] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1085] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1086] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 294. Istorie Pistolesi, tom. 11
Rer. Ital.

[1087] Bonincontrus, lib. 3, cap. 32, tom. 12 Rer. Italic.

[1088] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 300 e seg.

[1089] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital. Chron. Senens., tom. 15
Rer. Ital.

[1090] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[1091] Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital. Moranus, Chron. Mutinens.,
tom. 11 Rer. Ital.

[1092] Johan. de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Ital.

[1093] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9,
cap. 321.

[1094] Cortus. Chron., tom. 12 Rer. Ital. Chron. Patavin., tom. 8 Rer.
Ital.

[1095] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 315.

[1096] Henric., Rebdorf. Cortus. Hist., tom. 12 Rer. Ital. Giovanni
Villani, et alii.

[1097] Raynal., in Annal. Eccles.



    Anno di CRISTO MCCCXXVI. Indizione IX.

    GIOVANNI XXII papa 11.
    Imperio vacante.


Non si sa che _Galeazzo Visconte_ in questi tempi cosa alcuna di
rilievo operasse, forse perchè trattava qualche aggiustamento col papa,
o perchè non si fidava de' suoi parenti e de' nobili di Milano. Perciò
_Passerino_, restato quasi solo in ballo, nel dì 28 di gennaio[1101]
fece una pace svantaggiosa coi Bolognesi, come se avesse ricevuta
egli, e non data una rotta nell'anno antecedente; imperocchè restituì
loro Bazzano e Monteveglio, con tutti i prigioni[1102], a riserva di
Sassuolo da Sassuolo, che condusse a Mantova, e di cui poscia si sbrigò
col veleno. A lui restituirono i Bolognesi Nonantola e la torre di
Canoli. Ma nulla giovò a Passerino questa pace. Venne in questi tempi
il _cardinal Beltrando_ a Parma, e quel popolo nel dì 27 di settembre
si diede a lui, _vacante imperio_. Altrettanto fece nel dì 4 di ottobre
la città di Reggio[1103]. Avea già esso legato mosse le sue armi contra
del medesimo Passerino dominante in Mantova e Modena. Verzusio Lando
capitano della Chiesa, colla armata pontificia venuto nel marzo sul
Modenese, pose l'assedio a Sassuolo, ed in pochi dì s'impadronì del
borgo e della rocca. Prese dipoi Gorzano, Spezzano e Marano. Per forza
ebbe Castelvetro, con mettere a filo di spada quel presidio, eccettochè
i due podestà. Nel dì 3 di luglio lo stesso Verzusio, coi fuorusciti
di Modena, cioè Rangoni, Pichi dalla Mirandola, Sassuoli, Savignani,
Guidoni, Grassoni, Boschetti, ed altri, venne sotto Modena, mettendo
a ferro e fuoco tutti i contorni. Bruciò due borghi della città, cioè
quei di Bazovara e Cittanuova; e i cittadini stessi diedero poscia alle
fiamme gli altri due di Ganaceto e d'Albareto. Si sottopose a Verzusio
il castello di Formigine, e così a poco a poco venne in suo potere
tutto il contado, se si eccettuano Campo Galliano, il Finale, San
Felice e Spilamberto. Passò egli dipoi a' danni di Carpi, e bruciò in
quelle parti più di secento case. Anche i Bolognesi[1104], dimentichi
ben tosto della pace fatta, corsero ai danni del Modenese. Un'altra
parte dell'esercito pontificio inviata a Borgoforte, tolse a Passerino
parte del suo territorio di qua da Po, e gli diede anche una rotta
su quel di Suzara. Tentarono bensì _Obizzo marchese_ d'Este[1105] ed
_Azzo Visconte_, uniti con Passerino, di fare una diversione all'armi
pontificie, venendo con grosso naviglio per Po a Viadana e Cremona,
ma senza operar cosa alcuna di riguardo. Non si sa che _Cane dalla
Scala_ in quest'anno facesse veruna impresa. Probabilmente era anche
egli in qualche trattato col pontefice; e sappiamo dalla Cronica
Veronese[1106], che nel dì 9 di luglio comparvero a Verona gli
ambasciatori di _papa Giovanni XXII_ e del _re Roberto_, ed ebbero
molti ragionamenti con esso Cane, ma senza penetrarsi i lor segreti.
Si tenne ancora un parlamento in San Zenone di Verona nel dì suddetto,
dove intervennero Passerino, i marchesi estensi, e Galeazzo Visconte,
per trattare dei fatti loro.

Sbigottiti intanto i Fiorentini per li continui progressi di
_Castruccio_, misero bensì nuove gabelle per adunar danaro, e
spedirono in Germania ed altrove per assoldar gente[1107]; ma il
migliore scampo e ripiego fu creduto quello di raccomandarsi ai capi
primarii de' Guelfi, cioè a _papa Giovanni_ e al _re Roberto_. Si
servì Roberto di questa congiuntura per suggerire ai suoi ben affetti
di Firenze che prendessero per loro signore _Carlo duca_ di Calabria
suo figliuolo. Il negozio si fece. Gli fu data la signoria di Firenze
per dieci anni, con obbligo di mantenere in servigio di quel popolo
mille cavalieri coll'assegno di ducento mila fiorini d'oro per anno.
Nel dì 13 di gennaio in Napoli accettarono il re ed il duca questa
elezione. Castruccio, sentendo sì fatte nuove, ne fu ben malcontento,
e però, dato il fuoco a Segna, si ritirò a Carmignano, dove fece di
molte fortificazioni. Il generale de' Fiorentini Pietro di Narsi nel
dì 14 di maggio avea ordito un tradimento per torgli quella terra, e
con ducento cavalieri de' migliori e cinquecento fanti andò a quella
volta. Informatone Castruccio (forse questo trattato era doppio),
il colse in un agguato, lo sconfisse e l'ebbe prigione con altri
assai. Fecegli tagliar la testa, perciocchè avea contravvenuto al
giuramento fatto di non essere contra di lui, allorché un'altra volta
fu suo prigione. Mandò il papa per suo legato in Toscana il _cardinal
Giovanni_ degli Orsini, che seco condusse quattrocento cavalieri
provenzali, ed entrò in Firenze nel dì 30 di giugno. Colà prima, cioè
nel dì 17 di maggio, era pervenuto _Gualtieri_ duca d'Atene e conte
di Brenna con quattrocento cavalieri, inviatovi per suo vicario dal
duca di Calabria, il quale da lì a cinque giorni pubblicò lettere
papali, come il pontefice avea creato il _re Roberto_ vicario d'imperio
in Italia, _vacante imperio_. Poscia nel dì 12 di luglio arrivò a
Siena[1108] Carlo duca di Calabria con copiosa gente d'armi. Seco era
la moglie e _Giovanni principe_ della Morea, suo zio paterno, e gran
baronia. Dimandò la signoria di quella città, e per questo vi fu non
poco rumore; ma in fine consentì quel popolo di dargliela per cinque
anni avvenire. Fatto far pace fra i Tolomei e Salimboni, se ne partì,
e nel dì 30 di luglio arrivò a Firenze, ricevuto ivi con processione
ed immenso onore. L'accompagnavano mille e cinquecento lance; e,
richieste le amistà, ebbe da' Sanesi trecentocinquanta cavalieri,
trecento da' Perugini, ducento da' Bolognesi, cento dagli Orvietani,
cento dai Manfredi signori di Faenza, oltre a molti altri: di maniera
che, congiunta questa gente con i quattrocento cavalieri già venuti
col duca d'Atene, e colla fanteria e cavalleria dei Fiorentini, fu al
suo comando una fioritissima armata. Tuttavia nulla di rilevante operò
egli in quest'anno per la diligenza e prodezza di Castruccio, il quale
ridusse a nulla gli sforzi del marchese Spinetta Malaspina collegato
col duca di Calabria, e fece tornare a Firenze l'armata di esso duca
senza aver conquistata veruna fortezza, e però con onta e vergogna.
Cominciarono ben tosto i Fiorentini a provare il peso del novello loro
signore, perchè non mantenne loro i patti, e mandò per terra l'autorità
de' loro priori, e in un anno costò il suo governo a quella città più
di quattrocento migliaia di fiorini d'oro. Ma il riccio era entrato
nella tana, e i Fiorentini non trovarono miglior riparo contro al
temuto ed odiato Castruccio, il quale tenne dipoi gran tempo a bada il
legato ed il duca con lusinghe di pace e d'accordo.

Altra maniera non seppe pensare il re Roberto per ridurre a' suoi
voleri _Federigo re_ di Sicilia, che di spedir ogni anno l'armata sua
a dare il guasto a quell'isola, tanto che, stanchi quegli abitanti, si
gittassero nelle sue braccia[1109]. Però in quest'anno ancora sul fine
di maggio inviò colà una flotta di ottanta vele col _conte Novello_
della casa del Balzo, che puntualmente eseguì gli ordini del re con
guastar le contrade di Patti, Milazzo, Cattania, Agosta e Siracusa.
Il che fatto, senza aver provato contrasto alcuno, se ne venne in
Toscana, dove prese due castella ai conti di Santa Fiora. Trattando
la città di Fermo nella marca in quest'anno accordo colla Chiesa,
quei di Osimo con altri Ghibellini vi entrarono, e, messo il fuoco
al palagio del comune, vi arsero o magagnarono molta buona gente, e
sturbarono tutta la concordia. In Rimini la matta voglia di dominare
fece vedere in quest'anno una brutta scena[1110]. Essendo mancato
di vita nell'aprile _Pandolfo Malatesta_ signore di quella città,
gli succedette nel dominio _Ferrantino_ figliuolo di Malatestino, e
nipote di esso Pandolfo. Nel dì 9 di luglio Ramberto figliuolo del
fu Giovanni Malatesta invitò esso Ferrantino con altri Malatesti ad
un convito, dove fece prigione lui e Malatestino di lui figliuolo, e
Frarino e Galeotto de' Malatesti. Fu a rumore tutta la città. Polentesa
moglie di Malatestino, coraggiosa donna, corse colla spada sguainata
in piazza, e, presa la bandiera, cercò di muovere in suo favore il
popolo; ma perchè fu creduto che i presi fossero stati uccisi, non
ebbe seguito. Da lì a tre dì Malatesta figliuolo del fu Pandolfo, che
era a Pesaro, entrò in tempo di notte in Rimini, e, venuto il dì, fu
obbligato Ramberto a fuggirsene alle sue terre di Ceola e Castiglione;
e nel viaggio da quei di Santo Arcangelo gli furon tolti i prigioni,
che se ne tornarono ben allegri a Rimini. Fece poi Ferrantino guerra
alle terre d'esso Ramberto, il quale (mi sia lecito riferirlo qui
fuor di sito) cercò da lì innanzi tutte le vie di rimettersi in
grazia di lui. Erano corsi regali innanzi e indietro, e tutto parea
ben disposto, quando nell'anno 1329 oppure 1330, Ferrantino (Girolamo
Rossi[1111] dice Malatestino figliuolo di Ferrantino, e così la Cronica
di Cesena[1112]) fece ordinare una caccia: di tale occasione si servì
Ramberto per presentarsegli davanti, e dimandargli colle ginocchia
a terra perdono delle passate offese. La risposta che gli diede
Ferrantino, ossia Malatestino, fu di cacciar mano ad un coltello, e
scannarlo. Dominando in Cesena Ghello da Calisidio, nel dì 20 di giugno
Rinaldo de' Cinci, fattolo prigione, occupò la signoria di quella
città. Nel dì 12 di luglio Aimerigone, maresciallo delle genti del papa
in Romagna, e Amblardo Visconte, nipoti d'_Aimerigo arcivescovo_ di
Ravenna e conte della Romagna, entrati con poca gente in Cesena, ed,
alzato rumore nel popolo, presero il suddetto Rinaldo, al qual poscia
fu mozzato il capo, e quella città restò pienamente in potere degli
uffiziali pontificii. Nel marzo ancora di questo anno _Azzo Visconte_,
signore di Cremona, coi fuorusciti di Brescia[1113] e coi rinforzi
di _Passerino_ signor di Mantova, ostilmente entrò sul Bresciano, e
prese le castella di Trenzano, Roado, Coccai, Erbusco, Cazzago ed altri
luoghi, dando un gran guasto a quel paese.

NOTE:

[1098] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1099] Nicolaus Specialis, lib. 7, cart. 17, tom. 10 Rer. Ital.

[1100] Piena Esposizione, cart. 268 e 365.

[1101] Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[1102] Johannes de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Italic.

[1103] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1104] Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.

[1105] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom.
18 Rer. Ital.

[1106] Chron. Veronense, tom. 8 Rer. Ital.

[1107] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 328. Istorie Pistolesi, tom. 11
Rer. Ital.

[1108] Chron. Sanense, tom. 10 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9,
cap. ultim.

[1109] Nicolaus Specialis, lib. 7, cap. 19, tom. 10 Rer. Italic.
Giovanni Villani, lib. 9, cap. 347.

[1110] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9,
cap. 350. Cronica Riminese, tom. 15 Rer. Ital.

[1111] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 6.

[1112] Chron. Caesen. Cronica Riminese.



    Anno di CRISTO MCCCXXVII. Indizione X.

    GIOVANNI XXII papa 12.
    Imperio vacante.


Fece negozio in questi tempi il cardinale legato di Lombardia
_Beltrando dal Poggetto_ per aver la signoria di Bologna[1114]; e quel
popolo, avendo consentito ai di lui voleri sotto certi patti, spedì
ambasciatori a Parma, invitandolo a venire a prenderne il possesso.
Nel dì 5 di febbraio arrivò egli colà, incontrato con gran solennità
e col carroccio dal popolo, che fece incredibil festa e bagordi per
più giorni, come se fosse calato un angelo dal cielo. Trovavasi la
città di Modena in gravi angustie, perchè circondata all'intorno da
città che s'erano date ai capitani del papa; la maggior parte ancora
delle sue castella ubbidivano ai nemici; nè Passerino si sentiva
forze per darle sufficiente soccorso. Però cominciarono alcuni nobili
a meditar la maniera di scuotere il giogo[1115]. Il legato anch'egli
coi fuorusciti con segrete ambasciate loro aggiugneva sproni. Nel dì 2
d'aprile si scoprì una congiura fatta da Tommasino da Gorzano, unito
con altri nobili e plebei. Furono presi, e la pagarono colla testa.
Intanto il legato co' Bolognesi mise a sacco e fuoco il basso Modenese,
ebbe il castello di Solara, e a maggiori angustie ridusse il popolo
di Modena. Veggendo il vicario di Passerino di non essere sicuro in
mezzo a tanta turbazione de' cittadini, si ritirò fuori della città.
Allora i Pii, i Gorzani e i Fredi commossero all'armi il popolo, e nel
dì cinque di giugno con amichevol forza e senza spargimento di sangue
ne fecero uscire la guarnigion di Passerino, che per tanti anni avea
smunta e tiranneggiata questa città col suo territorio. Trattarono
poscia accordo col cardinale legato, e si sottomisero al di lui
governo, _vacante imperio_, con varii patti e riserve, registrate nella
Cronica del Morano. Così questa afflitta città cominciò a respirare,
ma senza che la fazion dominante permettesse l'entrarci a molti nobili
fuorusciti, con lasciar nondimeno ad essi goder le rendite loro. Per
questi ed altri progressi del legato pontificio, e, molto più, per la
venuta in Toscana di Carlo duca di Calabria con tante forze, i caporali
ghibellini si vedeano in poco buono stato, e temevano di lor rovina.
Avvisaronsi adunque di chiamare in Italia _Lodovico il Bavaro_, per
opporre forza a forza[1116]. Venne egli a Trento nel mese di febbraio,
e quivi tenuto fu un gran parlamento, a cui intervennero _Marco
Visconte_, _Passerino_ de' Bonacossi, _Obizzo marchese_ d'Este, _Guido
Tarlati_ vescovo d'Arezzo, gli ambasciatori di _Castruccio_, de' Pisani
e di _Federigo re_ di Sicilia. Vi andò ancora _Cane dalla Scala_, ma
accompagnato da settecento cavalli, perchè non si fidava del duca di
Carintia, a cagion della guerra ch'egli avea co' Padovani, de' quali
era allora signore quel duca. Richiese Cane il dominio di Padova con
esibire al Bavaro gran somma di danaro; e perchè non ebbe l'intento,
se ne partì disgustato, minacciando d'accordarsi tosto col legato
del papa. Tanto fecero gli amici, che tornò indietro, e seguì poi una
tregua fra lui e i Padovani. In quel parlamento fu conchiuso che il
Bavaro calasse in Italia, e venisse a prendere la corona del regno,
promettendogli i capi de' Ghibellini cento cinquanta mila fiorini
d'oro. Se vero è ciò che scrive il Villani, in quel parlamento Lodovico
pubblicò che _papa Giovani XXII_ era eretico, e non degno papa,
opponendogli varii articoli, secondochè a lui era stato suggerito da
due dotti ribaldi, cioè da Marsilio da Padova e da Giovanni Giandone,
ossia di Gant, che coi loro velenosi scritti condussero il Bavaro a
varie empietà e pazzie. Era egli veramente irritato forte contra del
papa, parendogli una fiera ingiustizia quel non volerlo riconoscere
per re dei Romani, e ciò per fini politici; ma egli tenne una via
obbrobriosa ed indegna per vendicarsene.

Nel dì 13 di marzo si partì da Trento esso Lodovico Bavaro, e poscia
sul principio di maggio venne per le montagne, arrivò a Como, menando
seco appena seicento cavalli, ed era bene scarso di moneta. Venne poi
di Germania molta cavalleria, allorchè fu giunto a Milano[1117], dove
nel dì 16 di maggio con grande onore il ricevette _Galeazzo Visconte_.
Quantunque Marco fratello e Lodrisio zio d'esso Galeazzo con altri
nobili avessero declamato forte contra del medesimo Galeazzo, pure
il Bavaro gli confermò il vicariato, ossia la signoria di Milano,
Pavia, Lodi e Vercelli. Quindi fu intimato il dì della Pentecoste per
la sua coronazione[1118]. Concorse ad onorare questa funzione _Cane
dalla Scala_ con mille e cinquecento cavalli ed altrettanti fanti
(scrivono solamente cinquecento altri storici); e venne anche, per
quanto fu creduto, con qualche speranza di procacciarsi la signoria
di Milano, ben sapendo il mal animo che nudriva contra di Galeazzo
la nobiltà milanese; ma gli andò fallito il colpo. Già gli avea esso
Galeazzo preparato l'ospizio nel monistero di Santo Ambrosio, fuor di
Milano. Fece Cane fabbricare in una notte un ponte sulla fossa della
Posterla, per entrare a suo piacimento nella città. Galeazzo l'altra
notte gliel fece disfare; tal contesa fu poi rimessa nel Bavaro.
Seguì la coronazione d'esso Lodovico colla corona ferrea[1119], e di
_Margherita_ sua consorte con corona d'oro, nel dì 31 di maggio (v'ha
chi dice nel dì primo di giugno) nella basilica di Santo Ambrosio;
e giacchè era bandito da Milano frate _Aicardo arcivescovo_, fecero
quella funzione tre vescovi scomunicati e interdetti dal papa, cioè
Federigo de' Maggi di Brescia, Guido Tarlati di Arezzo ed _Arrigo_ di
Trento. Vi intervennero ancora _Rinaldo marchese_ di Este e signor di
Ferrara con trecento cavalieri, e Francesco figliuolo di _Passerino_
signor di Mantova con trecento, ed altri popoli ghibellini. Non passò
gran tempo che s'imbrogliarono gli affari di Galeazzo Visconte col
Bavaro. Ossia, come vuole il Villani, che richiedendo il Bavaro una
contribuzion di danari, Galeazzo superbamente gli rispondesse; oppure,
come altri vogliono, che Marco e Lodrisio Visconti coll'altra nobiltà
di Milano pontassero tanto appresso il Bavaro per far deporre Galeazzo,
e ritornare a repubblica la loro città: certo è che nel dì 20 di
luglio il Bavaro fece mettere le mani addosso ad esso _Galeazzo_, a
_Luchino_ e _Giovanni_ cherico suoi fratelli (_Stefano_ lor fratello
morì all'improvviso in quel giorno stesso, e fu creduto di veleno) e ad
Azzo suo figliuolo. Poscia intimò a Galeazzo la pena della testa, se
fra il termine di tre dì non gli consegnava il forte castello da lui
fabbricato nella terra di Monza. Mandò l'ordine Galeazzo, ma indarno,
perchè quel castellano un altro ordine innanzi avea avuto di non darlo
ad alcuno, se personalmente non gliel comandava lo stesso Galeazzo.
Corsero colà la marchesana _Beatrice Estense_ sua consorte e Ricciarda
sua figliuola, tutte affannate, e colle man giunte scongiurarono il
castellano a cedere la fortezza; e trovatolo più duro che mai, se ne
tornarono piene di doglia a Milano. Finalmente, ben certificato quel
castellano che v'andava la testa del suo signore[1120], consegnò quel
castello alle genti del vescovo d'Arezzo, e nelle prigioni del medesimo
castello, fabbricate dallo stesso Galeazzo, fu egli ristretto co' due
suoi fratelli e col figliuolo, verificandosi quanto per accidente era
stato predetto, se pur sussiste quella predizione. Non gli mancavano
peccati da farne penitenza. Di questo fatto gran piacere ebbero i
nobili di Milano e le città guelfe, ma il Bavaro si tirò addosso una
grande infamia per tanta ingratitudine verso i Visconti; e di qui si
può dire ch'ebbe principio la meritata sua rovina. Furono poi eletti
ventiquattro nobili, che reggessero a comune la città di Milano; sopra
lor nondimeno istituì il Bavaro un suo vicario, che fu Guglielmo da
Monteforte.

Cavò esso Bavaro, in questi tempi, ben ducento mila fiorini d'oro
dalle borse dei Ghibellini, e specialmente de' Milanesi; poscia nel dì
quinto, oppure nel dodicesimo giorno d'agosto quasi alla sordina uscì
di Milano, e agli Orci del Bresciano tenne un parlamento con _Cane
dalla Scala, Rinaldo Estense, Passerino_ ed altri capi ghibellini.
Vuole il Villani[1121] che il Bavaro conducesse colà Marco, Luchino
ed Azzo Visconti, i quali poscia fuggirono, e cominciarono guerra a
Milano. Anche il Fiamma[1122] scrive che Giovanni, Luchino ed Azzo fra
poco tempo furono rilasciati, e ritenuto il solo Galeazzo. Ma più fede
merita Buonincontro Morigia, vivente allora in Monza, che ci assicura
essere stati i suddetti Visconti rimessi in libertà solamente nell'anno
seguente; ed è certissimo che Marco seguitò il Bavaro in Toscana. Venne
esso Bavaro colle sue genti a Cremona, e pel contado di Parma e per
la via di Pontremoli passò alla volta di Lucca, senza che il legato
del papa, che avea forze non poco grandi, gli facesse contrasto alcuno
per le montagne, siccome avrebbe potuto. Fu accolto con sommo onore da
_Castruccio_, che si fece, o allora, o nel dì 4 di novembre, dichiarare
ed investire da lui duca di Lucca e Pistoia, ed anche di Prato, San
Gemignano, Colle e Volterra[1123], tuttochè non ne fosse padrone,
per isperanza di acquistar que' luoghi, i quali aveano già preso per
lor signore _Carlo duca_ di Calabria. Credevasi Lodovico di entrar
quetamente in Pisa, città sempre stata camera dell'imperio, e perciò,
senza entrare in Lucca, cavalcò tosto colà. Ma quei che governavano la
città, per timore di perdere il loro stato, e per odio a Castruccio,
gli serrarono le porte in faccia, e si accinsero alla difesa.
Castruccio colle sue forze fu chiamato colà; v'andarono anche assai
balestrieri della riviera di Genova, e si diede principio all'assedio
di quella città nel dì 6 di settembre. Durò questo un mese; e, nata
poi discordia fra quei cittadini, capitolata la resa, gli aprirono le
porte. Pose il Bavaro ai Pisani una colta di sessanta mila fiorini
d'oro, e dietro a questa un'altra di cento altri mila; e bisognò
pagarli. A tante estorsioni si vide come morto quel popolo. Altri
cinquanta mila si crede che raccogliesse da Castruccio per li suddetti
privilegii, e per averlo parimente creato suo vicario in Pisa[1124].
Succedette in questi tempi davanti allo stesso Bavaro una villana
contesa di parole fra _Guido vescovo_ d'Arezzo ed esso _Castruccio_, in
cui l'un l'altro chiamò traditore. Il vescovo arrabbiato si partì per
tornarsene alla sua signoria di Arezzo; ma, caduto infermo al castello
di Monte Nero in Maremma, quivi scomunicato, pentito nondimeno, secondo
alcuni, terminò i suoi giorni. _Pier Saccone_ da Pietramala divenne poi
signore d'Arezzo e di Città di Castello. Lodovico nel dì 21 di dicembre
con tre mila cavalieri e grossa fanteria s'inviò per Maremma alla
volta di Roma; il che udito dal duca di Calabria, anch'egli si mosse da
Firenze colla moglie, con tutti i suoi baroni e con mille e cinquecento
cavalli nel dì 28 del mese suddetto, per accorrere alla difesa del
regno di Napoli.

In quest'anno[1125] nel mese di luglio il _re Roberto_ tornò a spedire
in Sicilia Rogieri da Sanguineto conte di Catanzaro con settanta
galee, fra le quali diecisette de' Genovesi, a dare il solito guasto
a quell'isola; ma poco profitto ne ricavò. Nel tempo stesso, affin di
prevenire i disegni del Bavaro calato in Lombardia, mandò _Giovanni
principe_ della Morea suo fratello con mille cavalli ad afforzar le
terre del ducato di Spoleti e di Campagna. Questi volle entrare in
Roma; non gliel permisero i Romani. Andò a Viterbo; e, trovato quel
popolo contrario a' suoi voleri, guastò il paese. Intanto cinque galee
di Genovesi al servigio d'esso re Roberto presero la città d'Ostia,
e la diedero alle fiamme; del che i Romani concepirono grande odio
contra d'esso re, nè vollero ammettere il _cardinale Orsino_ legato,
che da Firenze passò colà per mettere pace. Nel dì 28 di settembre esso
legato col principe suddetto della Morea s'impadronì di San Pietro e
della città Leonina, con tagliar a pezzi que' Romani che v'erano in
guardia, ma nel dì seguente tutto in armi l'infuriato popolo di Roma
ripigliò quel luogo. Nella notte del dì quinto di luglio, vegnente il
dì sesto[1126]. _Alberghettino_ figliuolo di _Francesco dei Manfredi_
signor di Faenza, ad istigazione, per quanto fu creduto, di _Ostasio
da Polenta_, scacciò da Faenza la guarnigione del padre, che era
allora fuori della città, e se ne fece signore. Ecco se mancava in
secoli sì sconvolti ogni specie d'iniquità. Cecco de' Manfredi, che
l'aveva aiutato a questo tradimento, proditoriamente ne fu anch'egli
dipoi scacciato con altri della casa de' Manfredi. Era in questi tempi
signore d'Imola _Ricciardo de' Manfredi_: perchè quel popolo scoprì
ch'egli voleva dar la città al _cardinal Beltrando_ dal Poggetto legato
pontificio, nel primo dì, oppure nell'ottavo di settembre, si mosse
a rumore, e sulla piazza venne alle mani con lui e colla gente della
Chiesa. Rimasero soperchiati que' cittadini; ve ne furono morti più di
quattrocento, e la città andò a sacco; laonde rimase tutta desolata.
Fece poi guerra il legato a Faenza, unito col suddetto Ricciardo; ma
Alberghettino de' Manfredi valorosamente si difese. Borgo San Donnino
in Lombardia nel dicembre di quest'anno, per trattato fatto con que'
terrazzani, si arrendè al figliuolo di Giberto da Correggio. V'entrò
egli a nome del legato pontificio, che per averlo spese buona somma
di danaro. Gli Spinoli ghibellini tolsero alla città di Genova[1127]
l'importante castello di Monaco. E nel dì 30 di maggio i Piacentini con
grosso naviglio per Po andarono a Cremona[1128], sperando di conquistar
quella città; ma i Cremonesi virilmente si difesero, e infine diedero
una sconfitta ai mal venuti. Leggonsi nella Storia Ecclesiastica sotto
questo anno[1129] le lettere del popolo romano a _papa Giovanni XXII_,
pregandolo istantemente di venire a Roma alla sua sedia. Con belle
parole e varii pretesti si scusò il pontefice di non poter per ora
esaudirli, e raccomandò forte ai Romani di andar d'accordo col _re
Roberto_, e di non ammettere il Bavaro. Ma Sciarra Colonna, capo de'
Ghibellini, avea già preso delle contrarie misure. Nel dì 23 d'ottobre
il suddetto pontefice fulminò contra del Bavaro, come eretico, tutte
le censure, ed ogni altra pena spirituale e temporale che si possa
mai immaginare. Poscia nelle tempora dell'Avvento fece la promozion di
dieci cardinali, tre de' quali italiani, sei franzesi ed uno spagnuolo.

NOTE:

[1113] Malvec., Chronic. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.

[1114] Matthaeus de Griffonibus. Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.
Chron. Bononiense, tom. eodem. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1115] Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital. Johannes de
Bazano, tom. 15 Rer. Ital.

[1116] Cortus. Chron., tom. 12 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer.
Ital. Giovanni Villani, lib. 10, cap. 15.

[1117] Bonincontr. Morigia, Chron. Mod., tom. 12 Rer. Ital.

[1118] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 10,
cap. 18. Chron. Veronense, tom. 18 Rer. Ital.

[1119] Annal. Mediol., cap. 16 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 10,
cap. 18. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital. Gualvaneus Flamma,
cap. 366.

[1120] Bonincontrus Morigia, Chron. Modoet., tom. 12 Rer. Ital.

[1121] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 31.

[1122] Gualv. Flamma, cap. 365.

[1123] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 10,
cap. 36.

[1124] Istorie Pistolesi. Cortus. Chron., tom. 12 Rer. Ital. Giovanni
Villani, lib. 10, cap. 34.

[1125] Nicolaus Specialis, lib. 7, cap. 20, tom. 10 Rer. Ital.

[1126] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[1127] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1128] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1129] Raynaldus, in Annal. Eccles.



    Anno di CRISTO MCCCXXVIII. Indiz. XI.

    GIOVANNI XXII papa 13.
    Imperio vacante.


Strepitosi avvenimenti e grandi mutazioni furono in quest'anno in
Italia[1130]. Nel dì due di gennaio pervenne _Lodovico il Bavaro_
a Viterbo, dove da _Silvestro dei Gatti_, che dominava in quella
città, fu accolto a grande onore. Costui, per ricompensa, sotto varii
pretesti fu poi da lì a qualche tempo fatto prendere dal Bavaro, e
martoriato per sapere dov'era il suo tesoro; sicchè perdè trentamila
fiorini e la signoria di Viterbo. A quella città nello stesso tempo
arrivò _Castruccio_ con trecento cavalieri de' suoi migliori, e mille
balestrieri. Non erano ben d'accordo i Romani intorno all'accettare
il Bavaro, e gli spedirono ambasciatori a Viterbo per patteggiar
seco. Ma segretamente animato egli da Sciarra dalla Colonna, e da
altri di parte ghibellina, trattenendo in ciance gli ambasciatori,
diede la marcia all'esercito, e nel dì 7 del medesimo mese giunse
alla città Leonina, e smontò al palagio di San Pietro, e vi dimorò
quattro giorni. Entrò poscia in Roma, e, salito in Campidoglio, fece
fare un'aringa al popolo romano con una sparata di ringraziamenti, di
lodi e di promesse di esaltar Roma alle stelle. Piacquero tanto queste
melate parole ai Romani, che il dichiararono senatore e capitano di
Roma per un anno. Poscia nel dì 17 d'esso mese, giorno di domenica
(e non già in altro dì), si fece con somma solennità e magnificenza
la coronazion di Lodovico in San Pietro, non già per le mani del
romano pontefice, o de' suoi delegati, come conveniva, ma per quello
di _Jacopo Alberti_ vescovo di Venezia, e di _Gherardo vescovo_
d'Aleria, anch'esso scomunicato. Perchè alla funzione mancava il conte
del sacro palazzo, secondo il vecchio rituale, Lodovico, dopo aver
fatto cavaliere di sua mano _Castruccio duca_ di Lucca, conferì a lui
questa dignità. Fu coronata eziandio _Margherita_ sua moglie; e in tal
congiuntura il novello preteso imperadore pubblicò tre decreti, uno
per la conservazione della fede cattolica, uno per la riverenza dovuta
agli ecclesiastici, ed uno per la difesa delle vedove e dei pupili:
con che si fece non poco onore presso i Romani. Creò ancora senatore
e suo vicario in Roma Castruccio, il quale portò in quelle funzioni
una veste di seta cremesi con queste parole ricamate d'oro dinanzi al
petto: _È quello che Dio vuole_. E nel di dietro quest'altre: _Sarà
quello che Dio vorrà_. Continuò il Bavaro la sua dimora in Roma, e nel
dì 14 d'aprile pubblicò varie leggi contra chi fosse trovato in eresia,
o in reato di lesa maestà contra dell'imperadore. Poscia nel dì 18
d'esso mese nella piazza di San Pietro tenne un gran parlamento[1131],
dove fece citare, se alcuno v'era che prendesse a difendere prete
Jacopo da Caorsa, il quale si faceva chiamare _papa Giovanni XXII_.
Niuno rispose. Saltò su bensì il sindaco di quella parte del clero
di Roma, che antepose lo amore dell'oro a quello della religione,
e pregò Lodovico di procedere contra il detto Jacopo di Caorsa. Si
sfoderarono dunque varii articoli di pretesa eresia e di lesa maestà
d'esso pontefice, pretendendo ch'esso avesse anche bandita la croce
contro ai Romani: per le quali cagioni il Bavaro dichiarò decaduto papa
Giovanni dal pontificato, e reo di eresia e lesa maestà, con varie pene
ch'io tralascio. Nel dì 23 d'aprile col consenso del popolo romano fu
pubblicata una legge, che ogni papa in avvenire dovesse tener la sua
sedia in Roma, e non istarne absente che tre mesi l'anno: altrimenti
s'intendesse casso dal papato. Finalmente nel dì 12 di maggio, nella
piazza di San Pietro, Lodovico colla corona in capo propose al numeroso
popolo di Roma di fare un nuovo papa. Fu proposto fra Pietro da
Corvara, nativo d'Abbruzzo, dell'ordine de' Minori, grande ipocrita;
e il popolo, perchè la maggior parte odiava papa Giovanni per la sua
permanenza di là dai monti, l'accettò. Costui prese il nome di _Niccolò
quinto_; fece anche prima della consecrazione la promozion di sette
falsi cardinali, e nel dì 22 di maggio fu consecrato vescovo da uno di
essi, con prendere dipoi la corona dalle mani del medesimo Lodovico, il
quale di nuovo si fece coronar imperadore da questo suo idolo.

Tante bestialità di Lodovico il Bavaro in arrogarsi l'autorità di
deporre un papa, legittimo papa, nè giammai caduto in eresia, come
egli pretese, e di eleggerne un altro contro i riti e canoni della
Chiesa cattolica[1132], stomacarono forte allora chiunque portava
buona coscienza e lume di ragione; e solamente piacquero a molti
eretici e scismatici tanto religiosi che secolari, de' quali era
piena la corte d'esso Bavaro, e coi consigli de' quali soli egli
si regolava. Mostruosità ed empietà enorme non ha bisogno di essere
maggiormente dichiarata e detestata. Questa poi fu quella che finì
di dare il tracollo agl'interessi di lui in Italia. Ma qui convien
interrompere il corso delle azioni di Lodovico per venire in Toscana.
Mentre _Castruccio_ se ne stava in Roma, facendola da grande in
quella corte e città, e molto prima dell'empia tragedia che abbiamo
riferito[1133], Filippo da Sanguineto, vicario del duca di Calabria
in Firenze, cominciò a tessere certo trattato per torgli la città di
Pistoia. Fatti i preparamenti, la mattina innanzi giorno del dì 28 di
gennaio si presentò egli alle fosse di quella città, con ponti, scale
ed altri edifizii, due mila fanti e settecento cavalli. Data alle
mura la scalata, v'entrò, e dopo lunga battaglia colla guarnigion di
Castruccio, s'impadronì della terra, con fuggirsene Arrigo e Valerano,
figliuoli del medesimo Castruccio, e i lor soldati a Serravalle. La
misera città andò tutta a sacco, e durò ben dieci giorni la crudel
ruberia: il che trattenne que' soldati dal far altre conquiste nel
territorio. Per mare e per terra fu spedito a Castruccio il funesto
avviso di questa perdita. Egli, dopo tre dì, avutolo, si congedò
ben tosto dal Bavaro, ed immediatamente nel primo giorno di febbraio
s'avviò alla volta di Pisa colla sua gente. Lasciata poi questa in
cammino, marciò egli innanzi colla maggior sollecitudine possibile, ed
arrivò a Pisa con soli dodici cavalli nel dì 9 del mese suddetto. Da lì
a qualche giorno vi giunse anche la sua milizia. Prese egli nel mese
d'aprile al tutto la signoria di essa città di Pisa, ed impose colte
e gabelle per fornirsi di danaro, risoluto di riacquistare Pistoia,
e ciò senza riguardo alcuno al Bavaro, che ne era padrone, e al conte
d'Ottinghe inviato colà per governar la città. Si volle egli rifare,
perchè dava la colpa al Bavaro della perdita di Pistoia, per averlo
forzato ad andar seco a Roma. Poscia nel dì 15 di maggio col popolo
di Lucca e di Pisa cinse d'assedio essa città di Pistoia[1134]. Per
sua buona ventura era innanzi nata gara tra i Fiorentini e Filippo
da Sanguineto, a chi dovesse toccar la spesa di provvedere Pistoia,
città fornita di viveri appena per due mesi. Nè l'un nè gli altri
volendo cedere, ed informato Castruccio di questo litigio e dello stato
di Pistoia, tanto più s'animò ad assediarla. Di grandi battifolli,
steccati e fosse fece egli fare all'intorno, acciocchè niuno potesse
recarle soccorso, e cominciò a tormentar la città colle macchine e
con frequenti assalti. In questo mentre anche i Fiorentini fecero un
gagliardo apparecchio di gente, colla giunta d'altra che lor venne
dal _cardinal Beltrando_ legato, da Bologna, Siena, Volterra ed altre
terre. Con queste forze, superiori di molto a quelle di Castruccio,
almeno nella cavalleria, l'esercito fiorentino nel dì 20 di luglio andò
a postarsi in faccia dei trinceramenti di Castruccio sotto Pistoia.
Mostrò ben egli di voler battaglia; ma siccome cauto capitano si tenne
forte nel suo campo; e maggiormente afforzandolo con forti ripari,
lasciò che i Fiorentini, non veggendo maniera di snidarlo di là colla
forza, marciassero verso Pisa, credendosi eglino che Castruccio si
moverebbe per timore di perdere quella città. Nulla si mosse egli;
un terribil sacco fu dato al territorio pisano sino alle porte; e
intanto Simone dalla Tosa capitano di Pistoia, perduta la speranza
del soccorso per l'allontanamento de' suoi, e perchè gli era oramai
fallita la vettovaglia, nel dì 3 d'agosto (salve le persone col loro
equipaggio) rendè a Castruccio quella città con grande vergogna
e rabbia de' Fiorentini, i quali, udita la perdita di Pistoia, si
ritirarono tosto a casa. V'ha chi scrive, aver Castruccio, dappoichè
esso ottenne Pistoia, preso Prato, e dato verso Fucecchio una rotta
all'armata fiorentina; ma di ciò non parlando le più vecchie storie,
passerò a dire che egli, per paura del Bavaro, cominciò una tela co'
Fiorentini e col papa; ma per tante fatiche ed affanni cadde da lì a
non molti giorni infermo in Lucca; e, chiamati i suoi tre figliuoli
_Arrigo_, _Giovanni_ e _Valerano_, lasciò gli Stati al maggior di età,
ordinando loro e ai consiglieri di ben fornire le città di Pisa, Lucca
e Pistoia, e di stare uniti insieme. Poscia nel dì 3 di settembre nel
colmo di sua grandezza e fortuna, in età di soli quarantasette anni,
diede fine alla sua vita colla temporal gloria d'essere stato il più
accorto, prode e belicoso principe de' suoi tempi e tale, che, se la
morte non gli troncava il volo, pericolo v'era che Firenze e la Toscana
tutta soccombessero alla di lui somma sagacità e bravura. Leggesi la
di lui vita scritta da Niccolò Tegrimi nobile lucchese[1135], dove i
suoi costumi e le sue massime si trovano pienamente descritte. I suoi
figliuoli corsero Lucca, Pistoia e Pisa, e se n'impossessarono, con
aver tenuta celata sette giorni la di lui morte: per la quale non si
può esprimer quanta festa e tripudio si facesse in Firenze. Pareva a
quel popolo di essere rinato.

Non avea cessato Castruccio, dacchè il Bavaro giunse a Lucca e
Pisa[1136], di far tutti i più premurosi uffizii appresso di lui
per ottenere la libertà a _Galeazzo Visconte_, e ai di lui fratelli
e figliuoli. Lo stesso _Marco_ Visconte, autor principale della lor
rovina, che avea seguitato il Bavaro in Toscana, conoscendo l'eccessivo
error commesso in danno della propria casa, e pentito del fallo,
tuttodì si raccomandava per questo a Castruccio. Stette duro il
Bavaro. Appresso in Roma tanto esso Castruccio, quanto altri principi
ghibellini interposero la loro intercessione per la liberazion loro,
e alle preghiere succederono le minaccie di abbandonarlo, se non
concedeva loro tal grazia. Finalmente si lasciò vincere il Bavaro, e
l'ordine andò che fossero rimessi in libertà. Scrive il Villani[1137]
che Lodovico condannò _Luchino_ ed _Azzo_ a pagare venticinque mila
fiorini d'oro, e che ne pagarono sedici mila. Comunque sia, ci assicura
Buonincontro che li rimise in sua grazia, comandando che venissero in
Toscana. Nel dì 25 di marzo furono liberati dalle carceri di Monza;
quel popolo segretamente diede loro molti regali; ed essi andarono a
Lucca a trovar Castruccio, il quale teneramente abbracciò Galeazzo, ed
il creò suo generale all'assedio di Pistoia. Quivi per li crepacuori
passati e per le fatiche presenti, gravemente s'infermò Galeazzo; e
portato per ordine di Castruccio a Pescia, nel mese d'agosto, prima
della resa di Pistoia, in età di cinquantun anni meschinamente morì,
lasciando un grande esempio della volubilità delle grandezze terrene.
Torniamo ora al Bavaro, i cui disegni in Roma erano di assalire il
regno di Napoli; ma l'essersi partito da lui Castruccio con sue genti,
e il non comparir mai, secondo il concerto, la flotta di _Federigo re_
di Sicilia, che s'era collegato con lui ai danni del _re Roberto_,
arenò tutta l'impresa. Fece bensì unito coi Romani a lui qualche
guerra, ma di poco momento, perchè troppo penuriava di moneta, e vi
era discordia nell'esercito suo. All'incontro, il re Roberto[1138]
prese Ostia, Anagni ed altri luoghi. Per questi ed altri motivi il
Bavaro, non veggendosi più sicuro in Roma, se ne partì col suo antipapa
nel dì 4 d'agosto, con fargli le fischiate dietro quel popolo romano
che dianzi tanta festa avea mostrato per lui, e venne a Viterbo.
Nel dì seguente entrarono in Roma Bertoldo Orsino e Stefano dalla
Colonna, prendendone possesso a nome di _papa Giovanni_, e colà ancora
successivamente arrivarono il cardinal legato ed ottocento cavalieri
del re Roberto, con esserne fuggiti Sciarra dalla Colonna, che da lì a
non molto mancò di vita, Jacopo Savello e gli altri Ghibellini. Venuto
il Bavaro a Todi, dalla qual città cavò quattordici mila fiorini,
pensava di passare a dirittura ad Arezzo, istigato dai Ghibellini di
marciare addosso a Firenze, quando gli giunse nuova che _don Pietro_,
figliuolo di Federigo re di Sicilia, con una potente flotta andava in
traccia di lui, e desiderava di seco abboccarsi a Corneto. Andò colà,
e dopo molti contrasti e rimproveri, per essere egli tardato tanto a
venire, si trattò di nuovo di far guerra al re Roberto. Ma troppo era
in collera Lodovico, perchè Castruccio gli avea tolta Pisa, e però
volle prima portarsi colà. Nel viaggio colla sua gente e co' Siciliani
prese Grosseto; e, giuntagli colà la nuova della morte di Castruccio,
affrettò i passi, e nel dì 21 di settembre arrivò a Pisa, ricevuto con
somma allegrezza da quel popolo. Se ne fuggirono a Lucca i figliuoli
di Castruccio, conoscendo d'essere troppo in odio ai Pisani. L'armata
siciliana in tornando a casa, assalita da una fiera tempesta, colla
perdita di quindici galee e con altri danni, arrivò molto sconciata
e scemata in Sicilia. Andò poscia il Bavaro a Lucca ad istanza di
quei cittadini, e tolse la signoria di quella città ai suddetti
figliuoli di Castruccio con giubilo di quel popolo. Ma finì presto la
lor festa, perchè il Bavaro impose loro una colta di cento cinquanta
mila fiorini d'oro; stoccata che arrivò loro al cuore. Parimente per
danari riconfermò il dominio di quella città agli stessi figliuoli
di Castruccio. Anche l'allegrezza dei Pisani si convertì ben tosto in
lutto, avendo essi dovuto pagare altri cento mila fiorini d'oro. Questi
erano i benefizii, co' quali Lodovico il Bavaro si rendeva amabile
ai popoli di Italia. Pure, con tutti questi fieri salassi alle borse
altrui, non correano le paghe ai suoi soldati, e, per tal motivo, fatta
congiura, ottocento dei suoi migliori cavalieri tedeschi nel dì 29
d'ottobre disertarono da Pisa, e corsero a Lucca per impadronirsene;
ma, trovate le porte chiuse per avviso precorso della lor venuta,
diedero il sacco ai borghi di quella città, e poi ridottisi sul
Ceruglio nella montagna di Vivinaia, quivi si fortificarono, con vivere
da lì innanzi di rapine e di tributi di tutti i contorni. E perciocchè
il Bavaro, non avendo attenuta la promessa di pagar loro sessanta
mila fiorini, inviò ad essi Marco Visconte per trattar di concordia,
il ritennero prigione: dal che poi nacquero altre novità che andremo
vedendo.

Già di sopra accennammo che _Cane dalla Scala_, tuttochè ghibellino,
andò poco d'accordo coi Visconti. Era anche disgustato di _Passerino
de' Bonacossi_ signor di Mantova. Perciò diede mano e braccio ad
una congiura formata contra di lui[1139] dai figliuoli di _Luigi da
Gonzaga_, cioè _Guido_, _Filippino_ e _Feltrino_, nobili antichi di
Mantova, che si truovano registrati vassalli della contessa Matilda.
Ebbero essi dallo Scaligero e da Guglielmo di Castelbarco ottocento
fanti e trecento cavalli, co' quali inaspettatamente entrati in
Mantova la mattina del dì 16 d'agosto, correndo quivi la festa di
san Leonardo, s'impadronirono della piazza. Il Platina scrive[1140]
ciò succeduto nel dì 17 di luglio. Accorso Passerino, vi restò
trucidato[1141]. Furono presi Francesco e l'abbate di Sant'Andrea
suoi figliuoli, e Guido e Pinamonte figliuoli di Botirone già suo
fratello, e consegnati a Niccolò Pico ed agli altri nobili della
Mirandola, i quali li condussero al castello del Castellaro della
diocesi di Modena, e, in vendetta della morte di Francesco lor padre,
quivi nelle prigioni barbaricamente li lasciarono morir di fame. In
tal congiuntura si sfogò lo sdegno de' congiurati anche contro molti
de' parziali e soldati di Passerino, che non poterono fuggire, e
massimamente contra de' suoi crudeli uffiziali. Inestimabili ruberie
furono fatte in quella rivoluzion di Stato, e la maggior parte del
bottino toccata a Cane dalla Scala fu creduta da alcuni ascendere
alla somma di cento mila fiorini d'oro. Questo miserabil fine ebbe
Passerino, che pel suo aspro governo di tant'anni si guadagnò da'
Mantovani e Modenesi il titolo di tiranno. Venne appresso dal popolo
di Mantova proclamato lor signore di nome _Luigi da Gonzaga_; ma
l'esercizio del dominio restò nei suoi valorosi figliuoli, i quali coi
lor discendenti renderono poi gloriosa in Italia la famiglia Gonzaga,
e continuarono la signoria in Mantova sino al principio del presente
secolo decimo ottavo di Cristo, in cui io scrivo. In quest'anno
ancora _Carlo duca di Calabria_, unico figliuolo di _Roberto re_ di
Napoli[1142], infermatosi, giunse al fine di sua vita nel dì 9 ovvero
10 di novembre, con dolore inesplicabile del padre e di que' popoli,
perchè era buon principe, amatore della giustizia, pio ed amorevole
verso tutti. Non lasciò dopo di sè alcun maschio, ma bensì due femmine,
_Giovanna_ già nata, e _Maria_, che nacque dopo la morte del padre da
_Maria di Valois_, sorella di _Filippo di Valois_, il quale in questo
anno, venuta meno la figliuolanza di _Filippo il Bello_, diventò re di
Francia. Col tempo il regno di Napoli ebbe da piagnere maggiormente
la perdita di questo principe senza eredi maschi, siccome andremo
vedendo. In Firenze fu gran duolo per la sua morte; ma molti ancora
internamente se ne rallegrarono, perchè finì il suo dominio in quella
città, ed ivi si tornò alla libertà primiera. Erano in questi tempi
signori della città di Lodi _Sozzo_ e _Jacopo de' Vestarini_, ed
aveano esaltato di molto un lor famiglio, già mugnaio, uomo fiero,
nominato Pietro Tremacoldo, per soprannome il Vecchio, con farlo capo
delle lor guardie, e lasciargli in mano le chiavi di una porta della
città[1143]. Molte scelleraggini e crudeltà commise costui in servigio
de' padroni, ma seppe anche guadagnarsi l'amicizia di molti. Perchè
Sozzino giovine della casa dei Vestarini gli stuprò una nipote, e,
fattane doglianza, ebbe in risposta solamente delle minaccie, talmente
s'inviperì, che ne volle far alta vendetta. Però, introdotta una notte
in Lodi una gran masnada di fanti, mise la terra a rumore, e presi i
suddetti due signori, con quattro altri di quella casa (se ne fuggì
Sozzino con altri), rinserrolli in uno scrigno, e quivi di fame li
lasciò perire. Agl'indagatori de' gabinetti celesti dovette allora
sembrar questo un giusto giudizio di Dio; perchè i Vestarini, dacchè
aveano imprigionato alcuni, li dimenticavano nelle carceri, e permisero
che molti d'essi morissero di fame, ridendo allorchè udivano che i
miseri urlavano per non aver che mangiare. Fecesi per forza questo
ribaldo vecchio proclamare signor di Lodi, e spedì subito a Guglielmo
di Monteforte vicario di Milano, assicurandolo che terrebbe la città a
parte ghibellina, e di aver tolto di vita i Vestarini, perchè voleano
dar Lodi al legato del papa.

Sempre più andava peggiorando lo stato di Padova[1144]. Niccolò da
Carrara, con gli altri fuorusciti, nell'anno precedente avea fatta
gran guerra a quella città, maggiore la fece nell'anno presente con
venir sino alle porte, e togliere ai Padovani buona parte de' loro
raccolti. Entro di Padova Ubertino da Carrara con Tartaro da Lendenara
teneva in continua inquietudine i miseri cittadini; nè giustizia si
facea, nè modo si trovava da frenar le di lui insolenze. _Corrado da
Ovestagno_, vicario del _duca di Carintia_ in essa città, ad altro non
attendeva co' suoi Tedeschi che ad ammassar danaro con ispogliar case
e chiese, biasciando intanto de' Pater nostri, e facendo colle spoglie
de' Padovani fabbricar chiese e monisteri nel suo paese. Mostrava
bensì, secondo la sua politica, _Cane dalla Scala_ di voler conservare
le tregue con Padova, ma sotto mano porgeva aiuto ai fuorusciti,
acciocchè facessero quanto di male potessero alla lor patria. Nè per
quanti ricorsi fossero fatti al duca di Carintia, al legato del papa e
a' marchesi estensi, per ottener aiuto, alcuno volea muovere un dito
in lor favore. _Marsilio da Carrara_, uno de' più accorti uomini del
suo tempo, veggendo andar così in malora la città, finalmente si
appigliò al partito di fare il proprio negozio, con dar Padova a Cane
dalla Scala, ed averne egli solo il merito tutto[1145]. Segretamente
adunque spedì Filippo da Peraga a Cane, offerendogli il dominio della
città, purchè _Mastino dalla Scala_ di lui nipote sposasse _Taddea
da Carrara_ (che Alda è chiamata dal Mussato) figliuola di _Jacopo_
già signore di Padova, e Marsilio conseguisse i beni di alcune ricche
famiglie fuoruscite e il vicariato della città, ma solamente di nome,
dovendovi Cane mettere tutti gli uffiziali, con altri patti vantaggiosi
per lui. Altro non cercava che questo Cane, il quale da tanti anni
ansava dietro a sì nobile acquisto, e tante guerre avea fatto e tanto
danaro speso, senza mai poter ottenere il suo intento. Andò Mastino a
Venezia, ed occultamente sposò Taddea da Carrara, che ivi si allevava,
e compiè il matrimonio. Ciò fatto, Marsilio, dopo avere introdotto con
varii pretesti molte centinaia di contadini armati in Padova, nel dì
3 di settembre, per avere più sciolte le mani e più balia ad eseguire
il trattato, fece destramente insinuare al popolo di dare a lui la
signoria della città; e ciò fu fatto. Poscia licenziò i Tedeschi,
che erano ivi di presidio, soddisfatti delle lor paghe. Finalmente
nel maggior consiglio della città spiegò la risoluzione da lui presa
di cedere a Cane dalla Scala il dominio di Padova, giacchè altra
maniera non v'era di salvarsi in mezzo a tante tempeste[1146]. Niuno
osò di contraddire; e però, eletto il sindaco, nel dì 7 di settembre
lo stesso Marsilio da Carrara con esso e con molti de' principali
cittadini cavalcò a Vicenza, e presentò le chiavi della città a Cane,
il quale appena si trattenne dal baciare un dono sì caro. Fece la sua
magnifica entrata Cane in Padova nel dì 10 del suddetto mese, ricevuto
con plauso e benedizioni da quel popolo, oramai convinto che altro
rimedio non v'era a' suoi mali, fuorchè questo. La liberalità del
novello principe si diffuse sopra i suoi più cari, e massimamente sopra
Marsilio da Carrara, alle spese nondimeno de' fuorusciti, appellati
ribelli; di modo che Marsilio divenne, di ricco che era, sommamente
ricchissimo. Toccò ad essi fuorusciti lo starsene in esilio; e perchè
Albertino Mussato, celebre storico, il quale ampiamente racconta
questi fatti, osò di rientrare in Padova senza licenza, fu mandato a'
confini a Chioggia, dove nell'anno seguente finì di vivere e scrivere.
Solennemente ancora fu di nuovo sposata Taddea Carrarese da Mastino
dalla Scala.

Tornato Cane a Verona, volle solennizzar questa importante conquista
con una magnifica festa. Tenne dunque corte bandita in quella città
nel dì ultimo di novembre. La Cronica di Verona[1147] dice nell'ultimo
d'ottobre. Forse cominciò allora la festa, ed essendo durata un mese,
terminò nel fine di novembre. Concordano gli autori in dire[1148]
che incredibil ne fu la magnificenza per la varietà dei tornei, delle
giostre, delle illuminazioni e d'altri pubblici suntuosi solazzi; pel
concorso smisurato de' nobili di tutte le circonvicine città, essendovi
stati cinque mila cavalli forestieri, ed intervenuti anche _Obizzo
marchese_ d'Este signor di Ferrara[1149], e _Luigi da Gonzaga_ signore
di Mantova; e finalmente per li gran regali fatti dallo Scaligero,
che tenne sempre tavola aperta a tutta la nobiltà sì del paese che
forestiera. La maggior solennità fu nel giorno in cui egli di sua
mano creò cavalieri trentotto nobili delle prime case di Verona,
Vicenza, Padova, Venezia, Mantova, Bergamo, Como, Reggio di Lombardia
e Vercelli. Simili funzioni in Italia si faceano in que' secoli pieni
di guerre, e chiamati da noi barbari, ma che più non si mirano in
Italia, tanto ingentilita, per essersi perduta la voglia delle corti
bandite, e del giostrare e torneare, dacchè tante armate straniere fan
qui dei torneamenti d'altra fatta. Aggiungasi la descrizione che il
padre del Gazata, storico reggiano di questi tempi[1150], a noi lasciò
del nobilissimo genio d'esso Scaligero. Gran copia teneva egli di
cortigiani; ed, oltre a ciò, non v'era uomo di qualche grido o per le
lettere, o pel mestiere dell'armi, o per singolarità in qualche arte,
il quale, sbattuto dalla fortuna o dalle rivoluzioni della patria, sì
frequenti in questi tempi, ricorresse a lui, che non fosse ben veduto
e provveduto di abitazione e tavola nella sua corte. Venivano essi
con tutta proprietà e lautezza serviti, e, secondo le lor professioni,
erano distribuiti. Quivi i poeti, lì i filosofi, in altre camere gli
artefici, i predicatori e simili. Sopra la porta di quelle camere si
mirava qualche pittura che alludeva alla lor professione. Eranvi musici
di canto e suono, e buffoni per rallegrar di tanto in tanto le cene ed
i pranzi: ben addobbato il palazzo di arazzi e pitture. Talvolta ancora
Cane voleva alla sua tavola or questo or quello di que' valenti uomini;
ed uno fra gli altri fu Dante Alighieri, celebre poeta, che, bandito
da Firenze, provò quanta fosse la generosità di questo principe, degno
perciò di maggior vita e di comandare a più popoli. Funesto riuscì
quest'anno a Venezia, perchè la morte rapì il loro doge, cioè _Giovanni
Soranzo_[1151], a cui nel dì 8 di gennaio succedette in quella dignità
_Francesco Dandolo_. Nè si dee tacere che, all'entrare di luglio[1152],
venendo da Avignone la paga per li soldati del legato di Italia,
consistente in sessanta mila fiorini d'oro, e scortata da cento
cinquanta cavalieri, usciti fuor d'un agguato i Pavesi, ne presero
almeno la metà con assai arnesi, somieri e prigioni. Ed ecco dove
andavano le decime raccolte pel papa dall'aggravato clero. Anche negli
anni addietro _Jacopo re_ d'Aragona occupò da ducento mila fiorini
d'oro, che gli uffiziali di _papa Giovanni XXII_ aveano ricavato dagli
ecclesiastici del suo regno, e se ne servì per torre la Sardegna ai
Genovesi. Furono in quest'anno ancora novità in Reggio di Lombardia
e in Parma. Nel mese di giugno Guiduccio e Giovanni de' Manfredi, e
Giovanni Riccio da Fogliano, nobili reggiani[1153], uccisero Angelo da
San Lupidio governatore di quella città per la Chiesa, ed uomo di molta
pietà ornato, e poi se ne andarono alle lor castella. Era anche in
Parma[1154] governatore pontificio Passerino dalla Torre; ma perchè con
imposte ed altri aggravii opprimeva quel popolo, _Marsilio de' Rossi_
ed _Azzo da Correggio_, nobili di quella città, nel dì primo di agosto
scacciarono lui e il presidio papalino, e si fecero padroni di Parma.
Nel dì seguente unitisi coi Fogliani e Manfredi suddetti, entrarono
parimente in Reggio, e posero in fuga Arnaldo Vachera nuovo governatore
inviatovi dal legato: con che amendue queste città tornarono a parte
ghibellina, e que' nobili fecero lega con Cane dalla Scala, e con gli
altri di sua fazione: avvenimento che atterrì forte il partito de'
Guelfi. Ma il _cardinal Beltrando_ legato tanto fece in Romagna[1155],
che _Alberghettino de' Manfredi_ signor di Faenza s'accordò con lui,
parendo nondimeno che esso Alberghettino non gli lasciasse mettere
il piede in quella città. In quest'anno un orribil tremuoto, oltre
ad altri luoghi, sì fieramente conquassò la città di Norcia, che vi
perirono da quattro mila persone.

NOTE:

[1130] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 47 e 53.

[1131] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 71. Raynald., Annal. Eccl.
Baluz., Vit. Pap.

[1132] Albert. Mussatus, in Lud. Bavar. Bernard. Guid. Cont. Ptolom.
Lucens.

[1133] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 57. Istorie Pistolesi, tom. 11
Rer. Ital.

[1134] Chron. Sanense, tom. 15 Rer. Ital.

[1135] Tegrim., Vita Castruccii, tom. 11 Rer. Ital.

[1136] Bonincontr. Morigia, Chronic. Mod., cap. 37, tom. 12 Rer. Ital.

[1137] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 31.

[1138] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 96.

[1139] Johannes de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.

[1140] Platina, Hist. Mantuan., lib. 2, tom. 20 Rer. Italic.

[1141] Moran., Chron. Mutin., tom. 11 Rer. Ital. Chron. Estense, tom.
15 Rer. Ital.

[1142] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 109.

[1143] Bonincontrus Morigia, Chron. Modoet., cap. 38, tom. 12 Rer.
Ital. Corio, Istor. di Milano.

[1144] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital. Albertinus Mussatus, de
Gest. Ital., lib. 12, tom. 8 Rer. Italic.

[1145] Gatari, Ist. Pad., tom. 17 Rer. Ital. Chron. Patav., tom. 8 Rer.
Ital.

[1146] Albertinus Mussatus, tom. 8 Rer. Ital.

[1147] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[1148] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Albertinus Mussatus, lib. 12,
tom. 18 Rer. Ital.

[1149] Gazata, Chron. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[1150] Gazata, in Praefat. ad ejus Histor., tom. 18 Rer. Ital.

[1151] Contin. Danduli, tom. 12 Rer. Ital.

[1152] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 90. Chron. Estense, tom. 15 Rer.
Ital.

[1153] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1154] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 95.

[1155] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 94. Rubeus, Hist. Ravenn., lib.
6.



    Anno di CRISTO MCCCXXIX. Indizione XII.

    GIOVANNI XXII papa 14.
    Imperio vacante.


Stando in Pisa _Lodovico il Bavaro_, si trovava più che mai fallito di
moneta. Erano alla corte di lui _Azzo_ figliuolo e _Giovanni_ fratello
del fu _Galeazzo Visconte_[1156], e forse erano forzati a starvi.
Unitisi questi con _Marco Visconte_, stato sempre in grazia d'esso
Bavaro, seppero così ben trattare i fatti loro, che coll'esibizione di
settanta mila fiorini d'oro (il Villani dice cento venticinque mila),
da pagarsegli parte in Milano e parte dappoi, ottennero quanto vollero:
cioè Azzo impetrò il vicariato di Milano, e Giovanni dall'antipapa,
che era venuto a Pisa, fu creato cardinale, e suo legato generale per
tutta la Lombardia nel dì 18 di gennaio. Di questo danaro assegnò il
Bavaro trenta mila fiorini d'oro ai Tedeschi ribellati che stavano nel
Ceruglio, sperando di riavergli al suo servigio; ma, perchè non corse
la moneta, Marco Visconte, siccome già accennai, fu ritenuto come
ostaggio e mallevadore da essi. Andossene il valoroso giovane _Azzo
Visconte_, accompagnato dal Porcaro (così è nominato dal Villani: io
il credo Burgravio) uffiziale del Bavaro, per entrare in possesso di
Milano, e giunse in Monza con giubilo di quel popolo. Quivi si fermò
tredici dì, perchè Guglielmo conte di Monteforte governatore di Milano
non volea cedere, se non era prima soddisfatto delle sue paghe. Azzo
il soddisfece, e prese il dominio di Milano. Scrive il Villani che
il Porcaro suddetto, a nome del Bavaro, ebbe da Azzo venticinque mila
fiorini d'oro, coi quali marciò alla volta di Lamagna, senza mandare
un soldo ad esso Bavaro, nè a' cavalieri del Ceruglio: del che il
sitibondo Bavaro provò grande affanno. Anche Giovanni zio d'Azzo,
e falso cardinale, dovette tornare in tal congiuntura a Milano; ed
allora avvenne ciò che narra Galvano Fiamma[1157]: cioè che in quella
città insorsero molti falsi religiosi, pubblicamente predicanti che
_papa Giovanni XXII_ era eretico scomunicato, deposto ed omicida,
esaltando poi alle stelle l'antipapa Niccolò. Una gran fazione di
frati minori col loro generale fra Michele da Cesena era allora troppo
inviperita contra del papa per alcune ridicole questioni della lor
povertà. Accadde ancora che nel dì 2 di febbraio il capitano pontificio
del Patrimonio cogli Orvietani[1158] credendosi d'occupare la città
di Viterbo, vi entrò ostilmente; ma vi rimase sconfitto. Oltre a
ciò, il conte di Chiaramonte, creato marchese della marca d'Ancona
dall'antipapa, con gente del Bavaro e cogli altri Ghibellini entrò
nella città di Jesi; e presovi Tano, che la signoreggiava, o piuttosto
la tiranneggiava, col credito d'essere uno de' primi caporali de'
Guelfi, gli fece tagliare la testa. Albertino Mussato attesta[1159]
che esso conte s'impadronì della maggior parte della marca. I Romani
anche essi, perchè pativano gran carestia, nè Guglielmo da Ebole
vicario del _re Roberto_, e senatore allora di Roma, provvedeva al loro
bisogno, alzato rumore, il cacciarono vituperosamente dalla lor città,
e crearono senatori Stefano dalla Colonna e Ponciello degli Orsini,
che seppero provvedere di grano quella città. Finalmente i Tarlati
di Pietramala, signori di Arezzo e di Città di Castello, possenti
ghibellini, s'impadronirono di Borgo San Sepolcro, togliendolo alla
Chiesa.

In tale stato di confusione si trovava l'Italia, quando a tutto un
tempo si vide andare in depressione il _Bavaro_ col suo antipapa, e
risorgere gli affari di papa Giovanni[1160]. I primi ad abiurare l'uno
e l'altro furono _Rinaldo_, _Obizzo_ e _Niccolò_ fratelli, marchesi
estensi, signori di Ferrara, Rovigo, Comacchio ed altri luoghi.
Non potendo essi accomodarsi più alle stravaganti ed empie azioni
di Lodovico il Bavaro, massimamente dopo la detestabil creazione
dell'antipapa, cercarono fin dall'anno precedente di mettersi in
grazia del pontefice, e gli spedirono ambasciatori ad Avignone con
espressioni di tutta umiltà, offerendosi a' suoi servigi[1161]. Il
papa, duro finora con essi, al considerare il proprio pericoloso
stato per le tante novità d'Italia, si ammollì facilmente verso di
loro. Fecesi conoscere (e ci volea ben poco) che non erano quei
miscredenti ed eretici che venivano spacciati ne' falsi processi
fabbricati contra di loro. Però il papa, dopo ricevuta la confessione,
che essi riconoscevano Ferrara per istato indubitato della Chiesa
romana, annullò le scomuniche, e levò l'interdetto a Ferrara, nè più
inquietò gli Estensi per conto del possesso e della signoria di quella
città; anzi loro la confermò coll'obbligo del censo annuo di dieci
mila fiorini d'oro. Fecero di più i marchesi[1162]. Servironsi della
parentela che passava fra loro ed _Azzo Visconte_, e di _Beatrice
Estense_ madre di esso Azzo, e zia de' marchesi, per istaccare il
medesimo Azzo dal Bavaro. Troppo era chiaro che niun potea fidarsi
di questo principe, il quale, chiamato in Italia contra de' Guelfi,
nulla finora avea operato di rilevante contra d'essi; con attendere
solamente a rovinar gl'interessi de' principi e delle città ghibelline
sue seguaci, avendole smunte tutte di danaro, e sì obbrobriosamente
maltrattati i Visconti. Ultimamente ancora avea di nuovo nel dì 16
di marzo[1163] tolta la signoria di Lucca ai figliuoli di Castruccio,
e datala a Francesco Castracane degli Interminelli per ventidue mila
fiorini d'oro. Questi ed altri motivi, congiunti col riguardo della
religione, sì malmenata dal Bavaro, fecero buona breccia nel cuore
d'Azzo Visconte; e tanto più perchè gli stava tuttavia davanti agli
occhi l'orrida prigionia patita in Monza, e gli altri indegni strapazzi
fatti al padre e alla sua famiglia dallo sconoscente Bavaro. Cominciò
pertanto a trattare segretamente ad Avignone per acconciarsi col
papa, e si rimise in sua grazia, siccome dirò all'anno seguente; nè
più mandò un soldo al Bavaro, che pure al sommo penuriava di moneta.
Giudicò bene il Bavaro di calar egli in persona in Lombardia, giacchè
assai chiaramente scorgeva che non più per lui, ma contra di lui era
Azzo Visconte[1164]. Giunto al Po, secento suoi fanti balestrieri
disertarono, e andarono a prendere soldo dal signor di Milano: colpo
che sconcertò non poco l'animo del Bavaro. Tenne un parlamento a
Marcheria sino al dì 21 d'aprile[1165], al quale si trovò Cane dalla
Scala, accompagnato da più armati che non avea lo stesso Bavaro, perchè
neppur egli si fidava molto di chi parea rivolto ad assassinar gli
amici, e non a distruggere i nemici. Quivi si trattò di far oste contra
di Milano. I fatti danno assai a conoscere che lo Scaligero non se ne
volle impacciare. Aveva egli altre idee in capo. In questo mentre Azzo
Visconte nel dì 17 d'aprile spinse a Monza cinquecento cavalli, che,
entrati in quella città, se ne impadronirono. _Lodovico duca_ di Tech,
ivi governatore pel Bavaro, si ritirò co' suoi Tedeschi nel castello,
dove con grandi fossi e steccati fu rinserrato. Arrivò sul principio
di maggio il Bavaro a Lodi, e gli furono serrate le porte in faccia;
poscia fu sotto Monza, ed entrò nel castello; ma ritrovò il presidio
del Visconte ben preparato nella terra alla difesa[1166]. Nel dì 11 di
giugno si portò colla sua gente sotto Milano, e ne cominciò l'assedio,
alloggiando nel monistero di San Vittore. Azzo avea prese tutte le
precauzioni necessarie, ed era per lui tutto il popolo, il quale
andava facendo di tanto in tanto dei badalucchi con gli assedianti,
villaneggiando i Tedeschi. Ma Azzo, da uomo prudente, non lasciava
passar giorno che non mandasse mattina e sera qualche rinfresco
e regalo di vini preziosi e di altri viveri al Bavaro. Si trattò
d'accordo; ed Azzo, per ricuperar dalle mani di lui il forte castello
di Monza, e per mandarlo via il meno malcontento che si potesse, gli
pagò una somma di danaro: non si sa quanto.

Nel dì 19 di maggio andò il Bavaro a Pavia[1167], e quivi stette sino
al principio d'ottobre; nel dì 25 settembre diede ad Azzo Visconte
l'investitura del vicariato di Milano, rapportata dal Corio[1168].
Passò dipoi a Cremona, e di là a Parma, per certi trattati che avea
di torre Bologna al _cardinal Beltrando_ dal Poggetto. Ma, scoperta
la trama, nel dì 9 di dicembre si portò a Trento per parlamentare con
certi baroni di Germania, e affine di provveder gente, mostrandosi
risoluto di tornare alla primavera contra di Bologna. Colà gli arrivò
nuova della morte di _Federigo duca_ d'Austria emulo suo, e che gran
moto si faceva per eleggere un nuovo re de' Romani: però passò in
Germania per attendere a' fatti suoi, nè mai più gli venne voglia di
comparire in Italia, dove lasciò un'abbominevol memoria di sè medesimo
presso i Guelfi, e forse non minore presso degli stessi Ghibellini.
Maneggiossi in questi tempi Cane dalla Scala per introdurre accordo fra
il Bavaro ed Azzo Visconte, nè volle mai dar braccio ad esso Bavaro per
le sue meditate imprese. Solamente mandò e lasciò andare Marsilio da
Carrara con gente in aiuto de' Rossi, mentre il legato del papa facea
guerra a Parma[1169]. Marsilio fu quasi preso da Simone da Correggio
in quella spedizione. Ora, dopo aver Cane tenute in esercizio le sue
truppe senza far nulla per molto tempo[1170], finalmente nel dì 4
di luglio si mosse da Padova con potente esercito, e andò a mettere
l'assedio a Trivigi. Guecelo Tempesta avvocato e signor di Trivigi si
sostenne per quattordici giorni; ma veggendo che il duca di Carintia,
in vece di inviare un gagliardo soccorso, animava solamente con
delle grandiose promesse, nel dì 18 del detto mese capitolò con buoni
patti la resa di quella città. Magnificamente v'entrò il vittorioso
Scaligero; ma a sì bel giorno tenne dietro una bruttissima sera. Ecco
sorpreso Cane da una mortal malattia, che nel dì 22 d'esso mese, in età
solamente di quarantun anno, il fa sloggiare dal mondo, allora appunto
ch'egli era giunto all'auge della grandezza: principe glorioso, amato
e temuto non meno pel valore che pel senno, e per la sua magnificenza
ed onoratezza. S'egli maggiormente campava, par bene che si sarebbe
stesa la sua potenza molto più oltre. Era padrone di Verona, Vicenza,
Padova, Trivigi, Feltre, Cividal di Friuli e d'altri luoghi, dei quali
restarono eredi i due suoi nipoti _Alberto_ e _Mastino_, legittimi
figliuoli di _Alboino_, senza che v'abboccassero i suoi figliuoli
bastardi. _Marsilio da Carrara_, che con Bailardo da Nogarola assistè
alla morte d'esso Cane, corse tosto a portarne la nuova a Padova, ed
onoratamente fece che quel popolo giurasse nelle sue mani fedeltà ai
due fratelli Scaligeri. _Alberto dalla Scala_ nel dì 27 di luglio[1171]
prese il possesso di Padova, ed appresso vennero in potere di lui
Conegliano, Asolo, e le restanti castella del Trevisano. Bartolomeo e
Giliberto, figliuoli bastardi del predetto Cane, sul fine di quest'anno
accusati d'aver macchinato contra la vita e lo stato de' due regnanti
Scaligeri, furono presi e condannati ad una perpetua carcere. Francesco
loro maestro fu strascinato a coda di cavallo, e poscia impiccato per
la gola. Era in questi tempi _Marco Visconte_ tuttavia per ostaggio
coi Tedeschi nel Ceruglio, amato e riverito da loro, perchè il
conoscevano personaggio di gran perizia nei fatti di guerra[1172]. Come
fu partito di Toscana il Bavaro, s'intesero essi Tedeschi con altri
che stavano di guarnigione nell'Agosto, cioè nel castello ossia nella
fortezza di Lucca; e, fatto lor capitano il suddetto Marco Visconte,
a dì 15 d'aprile cavalcarono di notte, e furono ricevuti nell'Agosta.
Minacciando poi di correre la città, Francesco Castracane, signore
ivi pel Bavaro e i Lucchesi, diedero loro d'accordo la signoria di
Lucca; e, perciocchè tal fatto era succeduto con segreta intelligenza
de' Fiorentini che aveano promessa buona somma di moneta, mandarono i
Tedeschi a Firenze per l'adempimento della parola, offerendo anche di
dar Lucca al comune stesso di Firenze per ottanta mila fiorini d'oro.
Per le dissensioni che di leggeri intervenivano allora nei consigli
delle repubbliche, non accettarono i Fiorentini il partito. Se n'ebbero
ben a pentire andando innanzi.

Anche i Pisani, dacchè videro il Bavaro, impegnato in Lombardia,
pensarono a scuotere il di lui giogo; e fatto venir da Lucca Marco
Visconte con alcune masnade di Tedeschi ribellati al Bavaro, nel mese
di giugno levarono la terra a rumore, e ne cacciarono Tarlatino da
Pietramala, che vi era vicario per esso Bavaro, co' suoi soldati, e
si tornarono a reggere a repubblica. Altrettanto fece anche Pistoia.
Ossia che Marco Visconte trattasse occultamente co' Fiorentini per
farli padroni di Lucca, e forse anche di Pisa, e che perciò i Pisani
cominciassero a mostrar diffidenza di lui; oppure che egli, uso
agl'imbrogli, spontaneamente volesse andare a trattar co' Fiorentini:
certo è ch'egli si partì di Lucca, e venne a Firenze, dove, ben
ricevuto dai priori[1173], dopo molti ragionamenti con loro, e da
loro regalato, ma riconosciuto per uomo instabile, sen venne alla
volta di Bologna, dove dicono che segretamente si abboccò col cardinal
Beltrando, con voce che gli promettesse di fargli avere Milano.
Portatosi poscia a Milano, nel dì 14 d'agosto, fu amorevolmente
accolto dal nipote _Azzo_, signore della città, e dai suoi fratelli
_Luchino_ e _Giovanni_, ai quali fece di gravi rimproveri, perchè lo
avessero lasciato tanto tempo per ostaggio, senza pagare il convenuto
danaro. Quindi si diede a grandeggiare in Milano; avea più seguito
che lo stesso nipote Azzo; e fu creduto che gli volesse anche torre
la signoria. Scrivono alcuni, che essendo ben uniti Azzo, Luchino e
Giovanni, tra che gli andamenti di Marco erano loro sospetti,
e il non potersi eglino dimenticare della rovina e prigionia lor
procurata da esso Marco due anni prima, determinarono di sbrigarsene.
Pietro Azario pretende[1174] che Luchino non solamente niuna mano ebbe
al fatto, ma ne restò fortemente irritato. Invitaronlo dunque ad un
convito[1175], dopo il quale, chiamatolo in camera, fecero strangolar
lui, e gittar giù dalle finestre il suo corpo nel dì 8 di settembre,
oppure in altro giorno. Questo atto di gettarlo dalle finestre non
par vero, stante l'onorevol sepoltura che i nipoti e i fratelli gli
fecero dare. Altri dicono[1176] che egli da sè stesso, credendo di
salvarsi, si gittò giù, e morì di quel salto. Almeno fu sparsa questa
voce. Passò anche male all'antipapa Niccolò, bene nondimeno, secondo
il suo merito[1177]. Partito che fu il Bavaro da Pisa, quel popolo,
non vedendo volentieri in lor casa un sì abbominevol mostro, gli
fecero intendere che se n'andasse. Raccomandossi costui al _conte
Fazio _di Donoratico, che il tenne occulto per alquanti mesi in un
suo castello; ma, per paura che i Fiorentini l'avessero scoperto, e
gliel togliessero, segretamente il ridusse di nuovo a Pisa nell'anno
seguente, e tennelo appiattato in sua casa fino al dì quarto d'agosto.
In fine, essendo traspirato dove egli era, si cominciò a trattare
di darlo in mano di _papa Giovanni_, che fu lietissimo di questo
regalo, e fece perciò molte grazie a' Pisani[1178]. Abiurati i suoi
errori in Pisa, e ricevutane l'assoluzione, fu condotto in una galea a
Marsilia, e di là ad Avignone, con una salva di villanie e maledizioni
dovunque egli passava. Quivi pubblicamente davanti al papa in pubblico
concistoro rinnovò la sua abiura; poscia posto in carcere, trattato
come familiare, ma custodito qual nemico, da lì a tre anni diede fine
a' suoi giorni. Ed ecco dove andò a terminare la detestabil tragedia
di Lodovico il Bavaro contro della Chiesa romana. S'erano già tolte
di sotto il dominio pontificio le città di Parma e Reggio[1179]. Il
_cardinal Beltrando_ legato nel dì 19 di marzo fece oste contra queste
città con ottocento cavalli e più di sedici mila fanti, dando il
guasto a tutto il paese. I Correggieschi erano con lui. _Orlando_ e
_Pietro de' Rossi_ teneano Parma, i Manfredi Reggio. Dovette seguire
qualche accordo fra loro; imperciocchè nel dì 17 d'agosto chiamati a
Bologna[1180] il suddetto Orlando ed Azzo de' Manfredi, il legato, che
non manteneva patti, se non quando gli tornava il conto, perchè non gli
vollero dare l'intero dominio di Parma e Reggio, li fece imprigionare.
Nel settembre rinnovò la guerra contro di quelle città, e bruciò i
borghi di Reggio e quante ville potè. Nel novembre _Marsilio_ e _Pietro
de' Rossi_, irritati contro al legato per la prigionia d'esso Orlando,
condussero il Bavaro a Parma, e da lui ottennero il vicariato di quella
città. Nel dì 27 d'esso mese mise il Bavaro un suo vicario in Reggio.

Fecero pruova anche i Modenesi dell'infedeltà del legato[1181], il
quale non volendo stare a' patti precedenti, in occasion delle guerre
suddette, nel dì ultimo di giugno fece assediar Modena per quattro
giorni. Accordo poi seguì nel dì 4 di luglio, essendo stati obbligati
i Modenesi a ricevere di presidio cinquanta uomini d'armi del legato,
e di concedergli la quarta parte del dazio delle porte[1182]. Ma
dacchè il popolo di Modena seppe che il Bavaro era venuto a Parma, ed
avea posto presidio in Reggio, saltarono su molti amatori della parte
dell'imperio, che cominciarono a consigliare che, giacchè Dio avea lor
mandata la buona fortuna di potersi dare all'imperadore, non bisognava
lasciarsi scappar dalle mani sì bella occasione. A piè pari vi saltò
dentro il forsennato popolo; supplicò per aver presidio tedesco, ed
ebbe la sospirata grazia, con inviar anche in dono al Bavaro tre mila
fiorini d'oro: picciolo refrigerio alla sua sete. Il conte palatino
di Turge, maresciallo del Bavaro, con ottocento cavalli la sera del
dì 28 di novembre entrò in Modena, giorno felice, giorno beato. Non
capivano in sè stessi i mal accorti Modenesi per l'allegrezza; corsero
tutti a baciar l'armi e le vesti de' ben venuti Tedeschi; buona cena
preparata per loro, e facevano ai pugni per averli cadauno in lor casa.
Nel giorno seguente cominciarono questi onorati forestieri a visitar
granai, cantine e fenili dei cittadini: tutto era roba loro, a sentirli
parlare; e chi neppur intendeva il loro ferloccare, si accorgeva ai
fatti che parlavano daddovero. Diedersi poi a spogliare il territorio,
a mettere colte e taglie: ogni dì ce n'era una nuova; i poveri osti e
bottegai perderono tutti la scherma: tante erano le avanie e maniere
di rubare e di prendere tutto senza pagare, che adoperavano questi
sottili ed inumani insidiatori delle sostanze altrui. Curiosa cosa
e insieme compassionevole si è il racconto minuto che delle loro
invenzioni e ribalderie fa Bonifazio Morano autore di veduta. Oh allora
sì che proruppero i Modenesi in mirabili atti di pentimento; ma il
fallo era fatto, e conveniva farne la penitenza. Anche lo spirituale
di questa città andò tutto sossopra, perchè il Bavaro mandò a star
qui nel dì undici di dicembre un certo Orlando vescovo tedesco, il
quale, intitolandosi vicario dell'antipapa, afflisse in varie maniere
il clero, e metteva all'incanto tutti i benefizii. Intanto nel dì
15 d'esso mese _Guido_ e _Manfredi de' Pii_ ottennero dal Bavaro il
vicariato di Modena, e diedero principio alla lor signoria, ma senza
poter mettere alcun freno all'indicibil ingordigia e disordine degli
scapestrati Tedeschi. La Cronica Estense[1183] mette sotto l'anno
precedente che Ricciardo de' Manfredi occupò Faenza, e poi la diede
al cardinale legato. Ma, secondo il Villani[1184] avendola esso
legato assediata nel dì 6 di luglio, l'ebbe a patti, dopo venticinque
giorni, nell'anno presente da _Alberghettino de' Manfredi_, al quale
fece di grandi promesse, e intanto il volle confinato in Bologna.
Ma perchè si scoprì nell'ottobre di quest'anno[1185] in essa città
di Bologna una congiura contra del legato per dar quella città al
Bavaro, il medesimo Alberghettino con altri nobili primarii di Bologna
ebbe tagliata la testa. Quando allora per semplici sospetti o per
vendetta si volea torre taluno dal mondo, sempre era in pronto la
voce e il processo d'una congiura. Può nondimeno essere che questa
fosse vera; ma il legato era in poco buon concetto presso di tutti.
Ucciso fu nel settembre di quest'anno _Silvestro de' Gatti_ tiranno
di Viterbo, e quella città coll'altre del Patrimonio e della Marca
venne all'ubbidienza del _cardinale Orsino_ legato del papa[1186].
Esibirono più volte i Tedeschi del Ceruglio, dominanti in Lucca, ai
Fiorentini quella città per danari; e questi, o per diffidenza della
fede di quell'aspra gente, o perchè sperassero miglior mercato, non
vi vollero giammai acconsentire. Udendo poi che i Pisani erano in
trattato di comperarla per sessanta mila fiorini d'oro, ne sturbarono
il contratto col fare gran guerra a Pisa, ed obbligar quel popolo a
chiedere pace. Fecesi innanzi in questo mezzo _Gherardino Spinola_
Genovese, e collo sborso di trenta mila fiorini (Giorgio Stella
scrive[1187] settantaquattro mila), comperata da' Tedeschi la signoria
di quella città, v'entrò nel dì 2 settembre: il che rincrebbe forte ai
Fiorentini, nè vollero perciò dare ascolto alcuno alle proposizioni di
pace loro fatte da esso Spinola. La suberbia e avarizia di quel popolo
la vedremo ben gastigata, andando innanzi.

NOTE:

[1156] Bonincontr. Morigia, Chron. Mod., tom. 12 Rer. Ital. Giovanni
Villani, lib. 10, cap. 117.

[1157] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Italic.

[1158] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 118 e 122.

[1159] Albertinus Mussatus, in Ludov. Bavar.

[1160] Raynaldus, Annal. Eccles. ad ann. 1328, num. 54.

[1161] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1162] Raynaldus, Annal. Eccl. ad hunc annum, num. 20.

[1163] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 124.

[1164] Bonincontrus Morigia, Chron. Mod., cap. 40, tom. 12 Rer. Ital.

[1165] Albertinus Mussatus, in Ludov. Bavar.

[1166] Gualvaneus Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.

[1167] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 146.

[1168] Corio, Istoria di Milano.

[1169] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1170] Chron. Patav., tom. 8 Rer. Ital.

[1171] Chron. Veronense, tom. 8 Rer. Ital.

[1172] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 129.

[1173] Bonincon. Morigia, Chron. Mod., tom. 12 Rer. Ital.

[1174] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.

[1175] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 133.

[1176] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital. Chron. Estense, tom.
15 Rer. Ital.

[1177] Bernardus Guid., in Vit. Johann. XXII.

[1178] Raynaldus, in Annal. Eccles. ad ann. 1330.

[1179] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1180] Matth. de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 8 Rer. Ital.

[1181] Johannes de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Italic.

[1182] Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[1183] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1184] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 140.

[1185] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCCXXX. Indizione XIII.

    GIOVANNI XXII papa 15.
    Imperio vacante.


Maggiormente risorse in quest'anno in Italia l'autorità di _papa
Giovanni_, dacchè, tornato _Lodovico il Bavaro_ in Germania, non v'era
apparenza che gli tornasse voglia di rivedere l'Italia, dacchè colle
passate azioni e colle sue infedeltà ed estorsioni avea troppo alienato
da sè gli animi degl'Italiani. L'antipapa, siccome abbiam detto, andò
a far penitenza de' suoi reati nella prigione avignonese. I marchesi
estensi signori di Ferrara già s'erano riconciliati col pontefice.
I Romani anch'essi ravveduti, con avergli spediti ambasciatori, gli
prestarono la dovuta ubbidienza. I Pisani, pel servigio a lui prestato
di dargli nelle mani il desiderato antipapa, ottennero quel che vollero
da lui. _Azzo Visconte_ signor di Milano, e _Luchino_ e _Giovanni_ suoi
zii nell'anno addietro aveano fatto negozio con esso papa per guadagnar
la sua grazia, con aver inviati ambasciatori e chiesto perdono, ed
aver Giovanni deposta la porpora cardinalizia ricevuta dall'antipapa,
ed abiurata la sua amicizia[1188]. Ma pare che solamente nel febbraio
di quest'anno, oppure più tardi, si desse compimento al loro trattato,
giacchè gran merito s'era fatto esso Azzo col rivoltarsi contra del
Bavaro. Fu perciò pienamente tolto l'interdetto a Milano, e Giovanni fu
da lì a qualche tempo creato vescovo di Novara. Perciò la Dio mercè in
Italia cessò lo scisma, e dappertutto Giovanni XXII era riconosciuto
per vero e legittimo papa. Lo stesso Bavaro anch'egli si studiò di
placarlo, con avere interposti alla corte pontificia i buoni ufizii
di _Giovanni re_ di Boemia, di _Baldovino arcivescovo_ di Treveri e
di _Ottone duca_ d'Austria[1189]. Esibiva egli di abolire tutti gli
atti passati, di confessarsi reo, di riceverne la penitenza, purchè
se gli conservasse l'imperio. Oh quest'ultimo non piaceva al papa,
e perciò tutto il resto fu sprezzato, e continuossi a tenerlo per
iscomunicato ed eretico. Ma con tutta questa depressione del Bavaro, ed
esaltazione di papa Giovanni, non cessavano già in Italia le pestilenti
dissensioni de' Guelfi e Ghibellini; e chiunque avea forza, cercava di
stendere le fimbrie del suo dominio. Continuò dunque la guerra anche
nell'anno presente, ma con pochi considerabili avvenimenti. Il cardinal
legato _Beltrando dal Poggetto_ inviò le sue genti a' danni dei
Reggiani[1190], le quali bruciarono molto di quel paese, con ridursi
poi a Rubbiera. Ebbero i capitani d'essa armata un trattato, per cui
a tradimento dovea essere loro data la terra di Formigine. Vennero
essi perciò a quella volta nel dì 24 d'aprile con secento cavalli e
quattrocento fanti[1191]; ma avutone sentor _Guido_ e _Manfredi de'
Pii _signori di Modena, arrivarono a tempo colle milizie per disturbar
le faccende degli avversarii. Rimasero chiusi i papalini in un prato,
circondato da fossi e paludi, di modo che, senza poter fare buona
battaglia, nè fuggire, vi rimasero quasi tutti morti o prigionieri.
Fra gli ultimi si contarono Beltramone e Raimondo del Balzo, e un
fratello bastardo del re Roberto. Il primo era maresciallo dell'armata
pontificia. Furono essi condotti prigioni a Modena[1192], poi comperati
per sei mila fiorini d'oro dai Rossi signori di Parma; e, per attestato
di Matteo Griffone[1193], servirono poi a liberar col cambio dalle
carceri di Bologna _Orlando Rosso_ ed _Azzo Manfredi_, iniquamente
detenuti. Per questa perdita sbigottì molto il cardinal legato.

Ma giacchè abbiam parlato di Modena, convien ora aggiugnere, che
continuando le innumerabili ruberie dei Tedeschi posti di guarnigione
in questa città, con essere ridotti i cittadini a nulla avere che
fosse suo, perchè quella bestial gente adoperava la mannaia (chiamata
da essi la chiave dell'imperadore) per entrare dappertutto e prendere
tutto, era ridotto il popolo alla disperazione, e gli pareva d'essere
nel profondo dell'inferno. Trovò Manfredi de' Pii riparo a tanti guai,
con fare che Marsilio de' Rossi vicario generale del Bavaro venisse
in persona a Modena, e seco menasse via secento di questi manigoldi.
Ce ne restarono trecento, i quali dipoi, il meglio che potè, tenne in
freno la prudenza di Manfredi. Fece il legato capitan generale della
sua armata _Malatesta_ signore di Rimini, e nel dì 18 di giugno l'inviò
a dare il guasto a Spilamberto. Dopo avere ricevuto soccorso di gente
da Reggio e da Parma, andò la milizia di Modena[1194] nel dì 24 a
Piumazzo con pensiero di dar battaglia; ma i nemici si ritirarono, e
recarono poi altri danni al Modenese, con venir anche alle lor mani
la terra di Formigine. Compiè in questo anno il suddetto cardinal
Beltrando l'inespugnabil castello, da lui fabbricato in Bologna, con
molte torri, alte mura ed immense fortificazioni[1195], e andò per la
prima volta ad abitarvi. Dava egli ad intendere ai buoni Bolognesi che
non avea quella fabbrica da servire per lui, ma bensì al papa, che era
risoluto di venire in Italia, e di mettere la sua residenza in quella
città: cosa che produrrebbe inesplicabil vantaggio ai cittadini, e
farebbe correre fiumi d'oro e d'argento per le loro strade. La verità
era, ch'egli solamente intendeva di assicurar sè stesso, e di mettere
i ceppi a quella potente città. Si prevalsero di queste congiunture
i marchesi estensi, divenuti amici del pontefice e del legato, per
occupare ai Modenesi la terra del Finale nel dì 27 di luglio. Nel mese
d'ottobre cavalcò il maresciallo della Chiesa colle sue genti sul
Modenese, e prese le mercatanzie che venivano da Mantova a Modena.
Ciò riferito a Modena, uscì armato il popolo, e mise il nemico in
rotta, con ricuperar tutto, e condurlo trionfalmente in città. Sul
principio di giugno riuscì ai Parmigiani di togliere al legato Borgo
S. Donnino[1196]. Impadronironsi anche i Fiorentini di Monte Catino,
castello de' Lucchesi, e corsero fino alle porte di Lucca, colla presa
d'alcune altre castella di quei contorni. Videsi una scena nuova in
Italia nell'anno presente. Dei due fratelli _Alberto_ e _Mastino dalla
Scala_ signori di Verona, Padova e d'altre città, il primo, tenendo
sua stanza in Padova, attendeva, siccome uomo pacifico, a darsi bel
tempo. Mastino, persona bellicosa e feroce, tutto era applicato alla
guerra. Ricorsero a lui per aiuto i Ghibellini usciti di Brescia[1197];
ed egli, presa la lor protezione, per isperanza di ridurre alla sua
ubbidienza quella città, entrò nel mese di settembre sul Bresciano,
e dopo aver occupata a poco a poco una gran quantità di castella,
finalmente imprese l'assedio della città stessa[1198]. Accadde che in
questi tempi venne a Trento _Giovanni conte di Lucemburgo_ e _re di
Boemia_, figliuolo del già imperadore _Arrigo VII_, per alcuni suoi
importanti affari, dicono del matrimonio di _Giovanni_ suo picciolo
figliuolo con una figlia del duca di Carintia[1199]. Trovandosi
alle strette il popolo guelfo di Brescia, gli spedì ambasciatori,
offerendogli il dominio della loro città, sua vita natural durante, e
con patto di non introdurre in città i Ghibellini senza il consenso del
loro consiglio generale, ch'egli non penò molto ad accettare. Rimandò
intanto quegli ambasciatori a Brescia con trecento de' suoi cavalli, e
fece intimare a Mastino di non molestar quella città, perchè era cosa
sua. Mastino si ritirò, e Giovanni dipoi nell'ultimo dì di dicembre
arrivò con più di quattrocento cavalli a Brescia, dove con eccessi di
gioia e sommo onore fu ricevuto. Mastino non si fece poi pregar molto
a rendergli le terre tolte ai Bresciani, ma con riceverne la promessa
di rimettere in città gli usciti ghibellini. Quali conseguenze avesse
un così inaspettato avvenimento, lo vedremo all'anno seguente. Secondo
la Cronica di Giovanni da Bazzano[1200], nel dì primo di novembre fu
dato il dominio della città di Cremona a _Marsilio de' Rossi_ signore
di Parma.

NOTE:

[1186] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 143. Istorie Pistolesi, tom. 11
Rer. Ital.

[1187] Georgius Stella, in Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1188] Gualvaneus Flamma, Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.

[1189] Raynaldus, Annal. Eccles.

[1190] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1191] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 154.

[1192] Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[1193] Matth. de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.

[1194] Johannes de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.

[1195] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1196] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 158 e 166.

[1197] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.

[1198] Cortus., tom. 12 Rer. Ital.

[1199] Bonincontr. Morigia, Chron. Mod., tom. 12 Rer. Italic.

[1200] Johann. de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCCXXXI. Indiz. XIV.

    GIOVANNI XXII papa 16.
    Imperio vacante.


La venuta in Italia di _Giovanni re_ di Boemia diede allora e dà
tuttavia da astrologare ai politici ed agli storici. Pretende il
Rinaldi[1201] ch'egli, siccome attaccato forte agli interessi di
_Lodovico il Bavaro_, per consiglio e col consenso di lui venisse
a sostenere il partito de' Ghibellini: cosa da lui meditata molto
prima dell'acquisto di Brescia. V'ha ancora chi il pretende venuto
come vicario d'Italia per esso Bavaro: il che nondimeno è falso,
non apparendo ch'egli usasse giammai questo titolo. Altri poi
pretendono[1202], che quantunque _papa Giovanni_ con sue lettere
pubblicasse che quel re di suo assenso non fosse entrato in Italia, e
mostrasse di disapprovarlo, pure segretamente se l'intendesse con lui,
e gradisse i suoi progressi. Questi misteri non è facile il dicifrarli.
Sembra che sulle prime il Bavaro solamente si tenesse indifferente al
veder Giovanni divenuto signor di Brescia, ma che poi gl'increscesse
non poco il maggior innalzamento suo, e ne procurasse la rovina.
All'incontro, può essere che sul principio il papa niuna mano avesse
a farlo calare in Italia; ma, andando innanzi, si compiacesse della
di lui grandezza, perchè sempre più veniva a tener lontano dall'Italia
l'odiato Bavaro, benchè egli mostrasse il contrario, per non disgustare
il _re Roberto_, aspirante anch'esso all'italico regno. Sia come essere
si voglia, piantato che fu in Brescia il re Giovanni, senza badare
alle promesse fatte a que' cittadini, richiamò colà tutti i Ghibellini
fuorusciti, e volle che nella città fosse pace ed unione fra tutti, per
quanto fu in sua mano: del che gli venne gran lode per tutta Lombardia.
_Azzo signor di Milano_ corse tosto a visitarlo per rinnovar la buona
amicizia stata fra l'imperadore Arrigo VII di lui padre e la città de'
Visconti, e gli portò anche di molti regali[1203]. Era la città di
Bergamo in gran confusione e guerra civile per le fazioni. S'avvisò
ancora quel popolo che questo principe, il quale niuna parzialità
mostrava per le pazze sette degl'Italiani, sarebbe efficace medico
alla grave sua malattia, e gli spedì ambasciatori, con sottomettersi
al suo dominio, nel dì 12 di gennaio. Giovanni anche in quella città
rimise la buona armonia e pace. Con questa paterna cura e fama di
esatta giustizia tal credito s'acquistò egli, che Crema e Cremona da lì
a poco il vollero per loro signore. Anche _Ravizza Rusca_ signore di
Como gli aveva promesso il dominio di Como, ma poscia il burlò[1204].
Se crediamo a Galvano Fiamma[1205], lo stesso _Azzo Visconte_ nel dì
8 di febbraio per decreto del popolo milanese a lui sottopose Milano,
e prese il titolo di suo vicario. Così nel mese di febbraio Pavia,
Vercelli e Novara, senza ch'egli lo cercasse, inviarono ambasciatori a
dargli la signoria delle loro città. Da' Reggiani[1206], Parmigiani,
Modenesi, Mantovani e Veronesi gli vennero ambascerie, desiderando
tutti di aver buona amicizia con lui. Nel dì 2 di marzo si portò egli
a Parma, e da lì a tre dì nel pubblico consiglio fu proclamato signore
di quella città: dopo di che fece rientrare in casa i Correggieschi
e gli altri fuorusciti guelfi. Medesimamente essendo venuto nel dì 15
d'aprile a Reggio, quel popolo fece delle pazzie d'allegrezza, e gli
conferì il dominio della città, sperando, anzi chiedendo ad alte voci,
che deponesse i Manfredi e Fogliani, signoreggianti in essa. Giunto a
Modena, qui ancora nel consiglio generale fu accettato per signore. Un
incanto sembrò questa mutazione. Strana cosa tuttavia non dee parere,
come per tutta Italia, senza altro esame, ognun prendesse inclinazione
a questo principe e re straniero, imperocchè tutti si figuravano sotto
il di lui governo di vedere estinte le fazioni, e di godere una dolce
soavità di pace.

Crebbe poi la maraviglia, perchè avendo i Fiorentini[1207] continuato
e maggiormente stretto l'assedio di Lucca mercè degli aiuti di gente
loro inviata dal re Roberto, dai Sanesi e Perugini, quando erano sul
più bello di conquistar quella città, ed aveano anche trattato segreto
coi maggiori di Lucca; _Gherardino Spinola_ signore di quella città,
accortosi della mena, mandò tosto suoi ambasciatori al suddetto re di
Boemia, pregandolo di accettar la signoria di Lucca con certi patti,
fra' quali verisimilmente non mancò quello di restare vicario di lui
in essa città. Non perdè tempo il re Giovanni ad inviare ambasciatori
al campo de' Fiorentini, pregandoli di levarsi di là, perchè Lucca
era sua città. Fu risposto che quell'impresa si faceva a petizione
del re Roberto; e che perciò non poteano distorsene. Ma poscia, udito
che Giovanni facea marciare ottocento cavalieri per dar soccorso a
Lucca, e trovandosi discordia nell'esercito loro, si ritirarono nel
dì 25 di febbraio da quell'assedio. Arrivarono poi nel dì primo di
marzo gli ottocento cavalieri del re di Boemia a Lucca; e il primo a
provare quanto fossero mal fondate le sue speranze nel Boemo, fu lo
stesso Gherardino Spinola, perchè niun patto fu a lui mantenuto, e
gli convenne uscir di quella città, piagnendo la perdita di essa e del
tanto danaro impiegato per comperarsi un crepacuore. Anche i Modenesi
e Reggiani tardarono poco a disingannarsi[1208]. Nè quelli voleano per
padroni i Pii, nè questi i Fogliani e Manfredi; da tale speranza mossi
s'erano dati al re di Boemia; ma il re per danari li confermò per suoi
vicarii in queste città, e il più bello fu che il danaro pagato da essi
per continuar nel dominio fu cavato con una colta messa alle borse del
medesimo popolo, il quale li volea deposti. Accadde inoltre, che venuto
esso re Giovanni a Modena[1209], si portò, accompagnato dal marchese di
Monferrato e dal conte di Savoia, nel dì 16 d'aprile a Castelfranco ad
un abboccamento col cardinale legato _Beltrando dal Poggetto_. Ebbero
fra loro un lungo secreto colloquio; e perchè non bastò quel giorno a
smaltire tutti i loro interessi, nel dì seguente tornarono a vedersi
in Piumazzo, e non fu men lungo dell'altro il ragionamento loro. Non
traspirò di che trattassero; ma seguirono tra loro molte finezze e
un buon concerto; e furono osservati partirsi l'uno dall'altro molto
allegri e contenti. Bastò questo, perchè allora i principi d'Italia
aprissero gli occhi e prendessero in diffidenza non solo il Boemo,
ma il papa stesso, deducendo da questi andamenti che fossero ben
d'accordo e collegati insieme esso pontefice e il re; e che le lor
mire fossero di assorbire, sotto lo specioso titolo di metter pace,
l'Italia tutta. I primi dunque a far argine a questi occulti disegni,
furono i _marchesi estensi_ signori di Ferrara, _Mastino dalla Scala_
signor di Verona e d'altre città, i _Gonzaghi_ signori di Mantova, ed
_Azzo Visconte_ signor di Milano, tutti molto adombrati all'osservare
quasi in un momento cresciuta cotanto la potenza del _re Giovanni_ in
Italia, e la sua unione col legato pontificio. A questo fine nel dì
8 d'agosto stabilirono fra loro in Castelbaldo una lega difensiva ed
offensiva. Anche i Fiorentini adirati non solo per questo contra del
Boemo, ma anche perchè era figliuolo d'Arrigo VII già lor fiero nemico,
e perchè avea lor tolto, per così dire, di bocca il tanto sospirato
acquisto di Lucca, s'accostarono nell'anno seguente a questa lega; anzi
mossero tanti sospetti in cuore del _re Roberto_, che il trassero nella
medesima alleanza. Sicchè, con istupore d'ognuno, si vide questa gran
mutazione in Italia, cioè Guelfi e Ghibellini divenuti ad un tratto
tutti uniti per abbassare il re di Boemia ed il frodolento legato.
Diedero parimente nell'occhio a _Lodovico il Bavaro_ questi rigiri ed
ingrandimenti d'esso re in Italia; e però cominciò ad attizzar contra
di lui i re di Polonia e d'Ungheria, e il duca d'Austria, i quali poi
nel novembre dell'anno presente gli mossero guerra, e recarono immensi
danni ai di lui Stati della Germania.

Fece intanto il _re Giovanni_ venire in Italia _Carlo_ suo figliuolo
primogenito, che con un grosso corpo di combattenti arrivò a Parma,
ed egli appresso nel mese di giugno, oppure sul principio di luglio,
lasciato in Parma il giovinetto figliuolo sotto la cura di _Lodovico
di Savoia_[1210], marciò ad Avignone per tessere col papa e col re
di Francia grandi tele, cioè, secondo le apparenze, per soggiogar la
Italia ed innalzar la sua casa, oppur quella di Francia, sulle rovine
del Bavaro. Questi suoi passi maggiormente convinsero i principi
d'avere un pericoloso nemico in casa; ed accertossene anche il re
Roberto, perchè nel mese di settembre _Teodoro marchese_ di Monferrato,
collegato del re Giovanni, gli tolse la città di Tortona colle rocche,
e ne cacciò la di lui guarnigione con suo danno e vergogna. La ricuperò
poi Roberto nell'anno seguente. Prosperarono in quest'anno gli affari
del cardinale legato in Romagna. Nel dì 3 di maggio, secondo la Cronica
di Cesena[1211], _Malatesta_ figliuolo di _Pandolfo_, anteponendo
all'amore della sua casa i proprii vantaggi, si accordò con esso
cardinale a' danni di _Ferrantino Malatesta_, signore di Rimini, e
degli altri suoi parenti[1212], e l'aiutò a scacciarli da quella città.
Egli in ricompensa fu creato capitan generale della armata pontificia,
ed assediò le castella dove si erano ritirati i medesimi suoi parenti,
trattandoli da nemici capitali. Si meritò per questo il soprannome
di _Guastafamiglia_. Poscia il cardinale, giacchè, a riserva di
Forlì, tutte le altre città della Romagna erano alla loro ubbidienza,
raunò una possente oste della sua gente e di tutti i Romagnuoli,
e mise l'assedio ad essa città di Forlì, devastando il territorio
all'intorno. Erane signore _Francesco degli Ordelaffi_ dopo la morte
di _Cecchino_, accaduta in quest'anno. Quivi fabbricate alcune bastie,
acciocchè tenessero bloccata quella città, tornò poscia l'armata a'
suoi quartieri. Abbiamo dalle Croniche di Bologna[1213] che nel mese di
novembre gli Ordelaffi fecero pace col legato; e, cedutogli Forlì, egli
vi pose un governatore. Ma secondo le stesse ed altre Croniche[1214],
pare che questa cessione si compiesse nel dì 26 di marzo dell'anno
seguente, e che, in ricompensa di essa, il legato investisse Francesco
degli Ordelaffi della città di Forlimpopoli. Cotante belle parole
seppe poi dire il medesimo cardinale legato al popolo di Bologna, che
l'indusse nel mese di novembre a dargli più ampio dominio nella loro
città, e ad inviare ambasciatori a _papa Giovanni_, per dichiarare
che Bologna perpetuamente sarebbe della Chiesa romana. Altrettanto
fecero dal canto loro, se pure è vero, i Piacentini[1215]. Nel dì
26 di luglio del presente anno, trovandosi molto sconciata dalle
discordie civili la città di Pistoia[1216], i Fiorentini, mossi da
spirito di carità, ma non cristiana, spedirono colà cinquecento lancie
e mille e cinquecento pedoni, che corsero la città, gridando: _Vivano
i Fiorentini_. Si fecero dare la signoria d'essa città per un anno,
e poi nell'anno seguente vi cominciarono un forte castello per più
sicurtà della terra, diceano essi; e voleano dire, per seguitar sempre
ad esserne padroni. Nuova guerra insorse quest'anno fra i Catalani e i
Genovesi[1217]. Lamentavansi i primi che i Genovesi, i quali erano da
gran tempo in credito di fare i corsari, quando se la vedeano bella,
avessero recato di gravi danni ai loro legni. Il perchè con una flotta
di quarantadue galee e di trenta navi armate, venuti alle due riviere
di Genova, vi guastarono e bruciarono molti luoghi. Cagione fu questo
loro insulto che i Guelfi dominanti in quella città, e i Ghibellini
fuorusciti, padroni di Savona e d'altre terre, che già avevano fatta
tregua fra loro, trattassero d'accordo e pace. A questo fine amendue
le parti spedirono ambasciatori al _re Roberto_ signore della città,
che vi acconsentì nel dì 2, oppure 8 di settembre, ma di poco buona
voglia; perchè fra le condizioni v'era che tutti i suddetti Ghibellini
rientrassero in Genova e si accomunassero gli uffizii; e il re dubitava
della lor forza, e più dell'animo loro.

NOTE:

[1201] Raynaldus, in Annal. Eccles. ad ann. 1330, num. 39.

[1202] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 173.

[1203] Bonincontr. Morigia, Chron. Modoet., tom. 12 Rer. Ital.

[1204] Gazata, Chronic. Regiens., tom. 18 Rerum Ital. Bonincontrus,
Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[1205] Gualvaneus Flamma, de Gest. Azon, tom. eod. Idem., in Manipul.
Flor., cap. 369.

[1206] Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.

[1207] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 170.

[1208] Gazata, Chron. Regiens, tom. 18 Rer. Ital.

[1209] Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital. Cortus. Histor.,
tom. 12 Rer. Ital.

[1210] Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 10,
cap. 181. Cortus. Hist., tom. 12 Rer. Italic.

[1211] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[1212] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 179. Cronica Riminese, tom. 15
Rer. Ital.

[1213] Chronic. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1214] Chron. Caesenat., tom. 14 Rer. Ital.

[1215] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCCXXXII. Indiz. XV.

    GIOVANNI XXII papa 17.
    Imperio vacante.


Benchè i marchesi d'Este _Rinaldo_, _Obizzo_ e _Niccolò_, signori di
Ferrara, si fossero molto prima d'ora concordati con papa Giovanni,
pure solamente in quest'anno fu dato compimento ad essa concordia.
Nel mese di giugno vennero le bolle del vicariato di Ferrara,
loro conceduto da esso pontefice[1218], con obbligo non di meno
di rimettere in mano del cardinale legato la terra ossia la città
d'Argenta. Diede esecuzione esso legato alle lettere papali, riebbe
Argenta, e nel febbraio seguente fu levato l'interdetto dalla città di
Ferrara[1219]. Che frutto ricavassero da questo accordo i marchesi, lo
vedremo all'anno seguente; intanto abbiamo, che essi si spogliarono
della suddetta Argenta; il legato promise loro gran cose, e nulla
poi attenne. Parlano gli Annali Bolognesi delle feste e falò fatti
in Bologna, perchè nello stesso mese di febbraio vennero lettere
pontificie che assicuravano quel molto credulo popolo, come era
risoluta la venuta del pontefice in Italia, e fissata la sua residenza
in quella città[1220]: tutte cabale del _cardinale Beltrando_ dal
Poggetto, il quale creato conte della Romagna e marchese della marca
d'Ancona, ad altro non attendeva che a stabilir bene in suo pro que'
principati, anzi ad accrescerli, e macchinava tutto dì la rovina de'
marchesi estensi e degli stessi Fiorentini, e di chiunque si mostrava
contrario a _Giovanni re_ di Boemia, seco collegato. Tenne poscia nel
dì 18 di marzo un general parlamento in Faenza[1221], e nel dì 26 andò
a prendere il possesso di Forlì, sicchè in Romagna non vi restò città
o signore che non fosse ubbidiente a' suoi cenni. Ma perciocchè in
Bologna i saggi si vedevano alla vigilia di perdere affatto l'antica
libertà, e di divenire schiavi perpetui del legato, tra pel giogo
imposto loro col fortissimo castello quivi fabbricato, e per la lega
contratta da lui col re di Boemia, probabilmente loro scappò detta
qualche parola non ben misurata, per cui, insospettitosi il cardinale,
finse di voler parlare con Taddeo de' Pepoli, Bornio de' Samaritani,
Andalò de' Griffoni e Brandalisio de' Gozzadini, cittadini potenti di
quella città, e li trattenne prigioni. Se non li rilasciava presto,
già il popolo avea cominciato a tumultuare, ed era imminente una gran
sedizione. Abbiamo dal Villani[1222] che nel novembre il re Giovanni
di Boemia andò ad Avignone per abboccarsi col papa: del che ebbe gran
gelosia il _re Roberto_, e voleva impedire la di lui andata. Ma piacque
il contrario al pontefice, il quale fece due diverse figure, mostrando
di esser in collera col Boemo, e sgridandolo per gli acquisti fatti in
Italia, quando nello stesso tempo per quindici dì era ciascun giorno
a segreto consiglio con lui, e fece varie ordinazioni, che col tempo
vennero alla luce. Tutto era allora simulazione e dissimulazione in
quella corte; e di questa arte poi poteva leggere in cattedra il
cardinale Beltrando legato di Bologna, Romagna e marca d'Ancona.
Intanto i principi di Lombardia collegati contra del re di Boemia
non istavano oziosi. Secondo i patti della lega, che la Cronica
di Verona[1223] dice fatta, o confermata nel dì 22 di novembre di
quest'anno, ad _Azzo Visconte_, pel partaggio fatto tra loro[1224],
dovea toccare Bergamo e Cremona; ad _Alberto_ e _Mastino dalla Scala_,
Parma; ai _Gonzaghi_, Reggio; e Modena ai _marchesi estensi_. Mastino
dalla Scala avea già ricevute segrete lettere dai primati guelfi
di Brescia[1225], che l'invitavano all'acquisto di quella città,
disgustati dal re di Boemia, per aver egli contra i patti fabbricata
quivi una fortezza, ed impegnata la riviera di Garda ai nobili da
Castelbarco; avea anche donate varie castella di quel distretto a' suoi
uffiziali, e staccata la giurisdizione di Val Camonica dalla città.
Ora Mastino, messi in campagna due mila scelti cavalli e gran corpo
di fanteria, parte de' quali era di _Obizzo marchese_ d'Este[1226],
che accorse in persona ad aiutar Mastino, e fingendo che venissero da
Asola, terra allora posseduta dal legato sui confini del Bresciano,
sotto il comando di Marsilio da Carrara li fece la mattina del dì
15 di giugno arrivare alle porte di Brescia[1227]. Portavano finte
bandiere della Chiesa, e gridavano: Viva la Chiesa. Furono tosto in
armi i Guelfi della città, e corsero ad aprire per forza la porta di
San Giovanni, per cui entrata la gente di Mastino, cominciò a gridare:
_Viva la Chiesa, e muoia il re_. Allora si rifugiarono nel castello
i soldati del re Giovanni; ma perchè non era esso ben provveduto, e
si diede un feroce assalto a quegli uffiziali, non già coll'armi, ma
coll'esibizion di danaro[1228], nel dì 4 di luglio lo renderono, e se
n'andarono pei fatti loro. I Ghibellini di quella città, fuorchè pochi
scappati nel castello, se ne stavano quieti; ed ancorchè sentissero
gridare: _Viva Mastino dalla Scala_, si credevano assai sicuri al
sapere che lo Scaligero era gran caporale della lor fazione, ma
restarono ingannati. Mastino, che non ascoltava se non i consigli della
propria ambizione, li sagrificò all'odio de' Guelfi (così d'accordo ne'
patti); cioè permise che per tre giorni i Guelfi infierissero contra
d'essi Ghibellini[1229], molti de' quali rimasero uccisi, e gli altri
forzati a fuggire fuori della città. Una gran percossa ebbe in tal
congiuntura la già sì potente famiglia de' Maggi. Così la nobil città
di Brescia venne in potere dei signori dalla Scala.

Sconvolta era eziandio la città di Bergamo per le fazioni civili[1230].
_Azzo Visconte_ signor di Milano nel mese di settembre si portò
coll'esercito suo colà, e nel dì 27 di quel mese (non so se per assedio
o per amichevol trattato) ne acquistò la signoria, togliendola alle
genti del re di Boemia. Nella Cronica Estense[1231] è scritto che
vi perirono molti dell'armata sua. Egli poi v'introdusse i Rivoli ed
altri fuorusciti, e volle che fosse pace fra tutti: dal che gli venne
gran lode. Erasi mosso da Parma _Carlo figliuolo del re boemo_, por
dar soccorso a Bergamo; ma, per paura d'azzardar troppo, se ne tornò
indietro. Nello stesso settembre[1232] il Visconte, gli Scaligeri, i
marchesi estensi e i Gonzaghi strinsero la lega col comune di Firenze
e col _re Roberto_: tutti contro al Bavaro e al re di Boemia, e a chi
desse loro aiuto e favore, facendosi gl'Italiani segni di croce al
mirare in lega potenze dianzi sì nemiche e di mire affatto opposte.
Pensavano anche i marchesi estensi alla conquista di Modena, destinata
ad essi in lor parte. Nè mancava la pazza discordia di malmenare ancora
questa città. Già ne erano esclusi e fuorusciti i nobili Rangoni,
Grassoni, Boschetti e signori da Sassuolo. Nel gennaio di questo anno
erano stati mandati a' confini altri nobili[1233], ed altri verso il
dì 22 di giugno malcontenti se ne fuggirono. Ritirossi Nicolò da Fredo
a Spilamberto, e quei dalla Mirandola e da Magreta alle lor terre,
che si ribellarono contra della città. Sul fine di settembre _Rinaldo
marchese_ d'Este con _Alberto dalla Scala_ e _Guido da Gonzaga_
entrò sul Modenese, guarnito d'un copioso esercito; mise l'assedio al
castello di San Felice con sette mangani che continuamente flagellavano
quella terra. Nello stesso tempo il grosso della loro armata venne
sino ai borghi di Modena, prendendo varii luoghi fra la Secchia e il
Panaro. Aggiugne il Villani che, dopo aver _Azzo Visconte_ tentato di
prendere Cremona[1234], ma con restarne cacciate le sue genti che in
parte vi erano entrate, cavalcò anch'egli dipoi sotto Modena con mille
e cinquecento cavalieri, e vi stette intorno per venti dì, guastando
tutti i contorni: per la qual cosa il legato, che era in Romagna, corse
tosto a Bologna per paura di perdere quella città. _Manfredi de' Pii_
sì bravamente difese Modena[1235], che veggendo i collegati di buttare
il tempo, se ne tornarono indietro[1236]. Si ridusse il marchese
Rinaldo sotto San Felice, il cui assedio continuava. Erano i Ferraresi
vicini ad impadronirsene, quando Alberto dalla Scala, per segrete
preghiere di Manfredi de' Pii, se n'andò con sua gente. Ma, udita che
ebbe Mastino la vergognosa ritirata del fratello, spedì altra fanteria
e cavalleria in sussidio dell'Estense. Seguitò l'assedio sino al dì 25
di novembre, in cui ebbe un funesto fine per li Ferraresi. Imperciocchè
Manfredi de' Pii, raccomandatosi al legato, e ad Orlando Rosso di Parma
e ai Manfredi di Reggio, ebbe un possente soccorso di cavalleria da
tutte le parti, e in persona venne in aiuto suo Carlo figliuolo del
re Giovanni, e Pietro e Marsilio de' Rossi[1237]. Con questi rinforzi
tutto il popolo di Modena atto all'armi marciò a San Felice. Andò il
guanto della battaglia, che da Giovanni da Campo San Piero generale
de' marchesi fu accettato; e nel dì suddetto, festa di santa Caterina,
si azzuffarono le armate. Durò il fiero ed ostinato combattimento da
terza fino alla sera, ora rinculando gli uni ed ora gli altri; in fine
perchè le fanteria modenese attese a scannare i cavalli nemici, restò
sconfitta l'oste de' marchesi, fatto prigione il Campo San Piero lor
generale con assaissimi altri, e tutto il loro equipaggio co' militari
attrezzi venne alle mani de' vincitori. Circa ottocento cavalieri fra
l'una parte e l'altra rimasero estinti sul campo; e fu creduto che
da gran tempo sì crudel battaglia non fosse succeduta[1238]. In così
felice giornata il _principe Carlo_ fu fatto cavaliere da un Tedesco,
ed egli compartì lo stesso onore a Manfredi de' Pii, a Giberto da
Fogliano, e a Nicolò e Pietro de' Rossi. S'impadronì in quest'anno
_Azzo Visconte_ dell'importante castello di Pizzighettone sull'Adda nel
dì 22 di settembre, e verso il fine di novembre[1239] cavalcò colle sue
milizie a Pavia, ed, assistito dai nobili da Beccheria, v'entrò e corse
la città. Non potendo resistere alla di lui forza le masnade del re
Giovanni, si ridussero nel castello già fabbricato da Matteo Visconte,
e vi si sostennero sino al venturo marzo, siccome diremo. Parimente in
quest'anno a' dì 22 di maggio _Giovanni Visconte_, zio di esso Azzo,
già creato vescovo di Novara[1240], ebbe maniera di cacciar da quella
città i Tornielli, che ne erano padroni, e si fece anche proclamar
signore in temporale della città suddetta, dove richiamò tutti gli
usciti, e rimise la pace da gran tempo perduta. Ma esser potrebbe che
questo fatto appartenesse agli anni seguenti, siccome si ha dagli
Annali Milanesi[1241]. Lo stesso Galvano Fiamma, che nel Manipolo
dei Fiori racconta ciò all'anno presente, in altra sua opera[1242] ne
favella al seguente. Aveano i Pisani tolta a' Sanesi la città di Massa
in Maremma; ma essendo essi all'assedio di un castello[1243], i Sanesi
coll'esercito loro nel giorno 16 di dicembre diedero loro una sconfitta
con grave loro danno, e con far prigione Dino dalla Rocca lor capitano.

NOTE:

[1216] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 186.

[1217] Georg. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Giovanni
Villani, lib. 10, cap. 188.

[1218] Matth. de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.

[1219] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1220] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 199.

[1221] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[1222] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 211.

[1223] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[1224] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1225] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital. Johannes de
Bazano, tom. 9 Rer. Italic. Cortus. Hist., tom. 12 Rer. Ital.

[1226] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1227] Bonincontr. Morigia, Chron. Mod., tom. 9 Rer. Ital.

[1228] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 203.

[1229] Chronic. Veronense, tom. 8 Rer. Ital.

[1230] Gualvaneus Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.

[1231] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1232] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 203.

[1233] Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.

[1234] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 207.

[1235] Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[1236] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1237] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital. Cortus. Hist. tom. 12 Rer.
Ital.

[1238] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1239] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 210.

[1240] Corio, Istoria di Milano. Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap.
370.

[1241] Annal. Mediol., tom. 15 Rer. Ital.

[1242] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.

[1243] Chron. Sanense, tom. 15 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCCXXXIII. Indiz. I.

    GIOVANNI XXII papa 18.
    Imperio vacante.


Per la vittoria riportata nel precedente novembre dal _principe Carlo_
a San Felice colla sconfitta dell'esercito estense[1244], _Beltrando
cardinale_ legato, siccome persona di niuna fede, dimenticando
l'investitura di Ferrara data agli Estensi, si figurò venuto il beato
giorno di aggiugnere ancor quella città alle sue conquiste. Però fece
muover guerra dagli Argentani a' Ferraresi nel mese di gennaio, e poco
appresso, senza disfida alcuna, anche egli spedì le sue genti a dare
il guasto al territorio di Ferrara. Avvenne che nel dì 6 di febbraio
stando il _marchese Niccolò_ a Consandolo[1245], facendo la guardia
a quella Stellata, arrivarono colà le milizie del legato, e diedero
battaglia. Accorse armato il marchese; ma, cadutogli il cavallo in
un fosso, fu preso e condotto con altri nelle carceri di Bologna, e
la Stellata venne in poter de' nemici. Questo felice colpo facilitò
all'armata pontificia il passaggio del Po; e però senza contrasto
giunse fin sotto Ferrara, e postatasi nel borgo di sotto e sul Polesine
di Santo Antonio, cinse quella città d'assedio. Tutti i primati della
Romagna colle genti di quella provincia e di Bologna, per ordine del
legato, vennero a quell'impresa. Un grosso naviglio ancora fu spedito
per Po a' danni di quella città, che venne bersagliata dalle macchine
militari, e tentata con varii assalti per più di nove settimane.
Implorarono in tante angustie i marchesi il soccorso de' principi
confederati, i quali, perchè troppo premeva loro che non cadesse
nelle mani dell'ambizioso legato così importante città, vi spedirono
cadauno un corpo di cavalleria e fanteria. Ne mandò _Azzo Visconte_
lor cugino, ne mandarono i Gonzaghi, i Fiorentini, ma più _Mastino
dalla Scala_. Appena furono entrati in Ferrara questi rinforzi,
che, tenuto consiglio di guerra, fu risoluto di dare nel dì seguente
addosso a' nemici. Però nel felicissimo giorno 14 d'aprile il _marchese
Rinaldo_, lasciato alla guardia della città il _marchese Obizzo_ suo
fratello, fu il primo ad uscire coi coraggiosi Ferraresi, e percosse
nei nemici[1246]. Gli tennero dietro tutti gli altri campioni, e sì
vigoroso fu l'assalto, che in breve andò in rotta tutto il potente
campo pontificio con vittoria sì segnalata, che fu comparabile colle
migliori di quel secolo. Alcune migliaia di persone vi restarono uccise
od annegate, prese più di due mila, guadagnati duemila cavalli, con
immenso bottino di bagaglio, armi ed arnesi da guerra, e gran quantità
di navi. Fra i prigioni si contarono il _conte d'Armignacca_ venuto di
Francia per maresciallo dello esercito papale, due nipoti del legato,
l'uno dei quali suo camerlengo, _Malatesta_ e _Galeotto_ da Rimini,
_Ricciardo_ e _Cecchino de Manfredi_ da Faenza, _Ostasio da Polenta_
da Ravenna, _Francesco degli Ordelaffi_ da Forlì, i _conti di Cunio_
e _Bagnacavallo, Lippo degli Alidosi_ da Imola, tutti gran signori
sotto l'ubbidienza del legato, ed altri nobili di Bologna e Romagna.
L'avvocato di Trivigi conferì in sì felice giornata l'ordine della
cavalleria al marchese Rinaldo, ed egli poi fece cavalieri il marchese
Obizzo suo fratello ed altri suoi parenti. Paga doppia fu sborsata
ai soldati, e nel dì 18 di giugno le genti dei marchesi diedero una
rotta anche agli Argentani e ad altra gente del legato: del che fu gran
rumore ed urli in Argenta.

Considerabil perdita fece nella sconfitta di Ferrara il cardinal
legato; e pure peggiori ancora ne furono le conseguenze[1247]. De'
prigioni fatti, e tutti ben trattati, ritennero i marchesi estensi
il solo conte di Armignacca, che dopo trentatrè mesi di prigionia
col pagamento di cinquanta mila fiorini d'oro si riscattò. I nipoti
del legato con altri nobili guasconi furono cambiati col _marchese
Niccolò_, che era prigione in Bologna. Tutti gli altri gran signori
della Romagna ebbero da lì a non molto la libertà senza riscatto
veruno, ma con segreti patti e promesse fatte ai marchesi, che vennero
presto alla luce, benchè fingessero di essere liberati collo sborso
di molta moneta, mostrandosi poi corrucciati contro al legato, che
un soldo non volle spendere per la loro liberazione. Ora _Malatesta_
e _Galeotto_ dei Malatesti[1248], dacchè furono liberi, segretamente
fecero pace e lega con _Ferrantino_ e cogli altri della lor casa;
e nel mese d'agosto diedero principio alla ribellione contra del
cardinale legato, assistiti da varii rinforzi venuti loro da Arezzo,
dalla Marca e da Ferrara. Presero tutto il contado di Rimini, e nel dì
17 di agosto assediarono la stessa città, dove entrarono vittoriosi
nel dì 22 di settembre, con ispogliare e cacciarne il presidio del
legato. Nello stesso tempo _Francesco degli Ordelaffi_[1249] penetrato
occultamente entro un carro di fieno in Forlì, e, mossa a rumore la
terra, se ne impadronì nel dì 12, oppure 19 dello stesso settembre, e
pienamente ancora ebbe il dominio di Forlimpopoli. Parimente _Ghello
da Calisidio_ nel dì 25 del medesimo mese fece rivoltar Cesena. La
guarnigion pontificia si rifuggì nel forte castello, e lo difese sino
al giorno 4 del seguente gennaio, in cui a buoni patti lo rendè agli
assedianti. E tuttochè, il legato con un esercito di due mila cavalli
e sei mila pedoni entrasse nel territorio di Cesena, e vi prendesse
molte castella, pure niun tentativo fece per ricuperar quella città.
Poscia nel mese di ottobre _Ostasio_ e _Ramberto_ da Polenta occuparono
_Ravenna_, _Cervia_ e _Bertinoro_, ed apertamente si ribellarono
al cardinale legato. Ecco i frutti della guerra da lui mossa contro
la buona fede ai marchesi di Ferrara[1250]; i quali nel novembre di
quest'anno mandarono un grosso esercito per terra e per Po addosso
alla città d'Argenta. Perchè il ponte fabbricato da quel popolo non si
potè rompere con tutte le pruove dell'armi, il marchese Rinaldo, fatta
tagliare gran copia di salici, la lasciò andar giù per la corrente del
fiume; e questa affollata al ponte, tenendo in collo l'acqua, lo ruppe
in fine. Dopo di che si formò l'assedio di quella città, che durò sino
all'anno seguente.

Si vide sconvolta Roma in questi tempi per le nemiche fazioni de'
Colonnesi ed Orsini. Furono uccisi a tradimento Bernardo e Francesco
Orsini da Stefano dalla Colonna figlio di Sciarra[1251]. Corse
colà _Giovanni cardinale_ Orsino, legato apostolico in Toscana, ed,
abusandosi della sua autorità, fece colle forze della Chiesa, viva
guerra ai Colonnesi, del che fu ripreso da _papa Giovanni_, con
ordinargli di ritornare al suo uffizio. Una fierissima disavventura
occorse nel giorno primo di novembre alla città di Firenze, creduta da
alcuni gastigo di Dio, per l'enorme dissolutezza che regnava allora
in quella città[1252]. Essendo caduto uno smisurato diluvio d'acque,
l'Arno spaventosamente si gonfiò, ed, uscito degli argini, inondò gran
tratto di paese. Seco trasse alberi e legnami in tal copia, che fatta
rosta ai ponti di Firenze, li fracassò, ed altamente allagò la maggior
parte della città e il territorio tutto fino a Pisa. Inestimabile fu
il danno recato a quella città e a tanto paese, per la morte di molte
centinaia di persone e d'infinito bestiame, guasto di case, palagi
e magazzini; di maniera che que' popoli si crederono come giunti al
giudizio finale. Se non eguali, grandi nondimeno furono i danni recati
anche dal Tevere ai contadi di Borgo San Sepolcro, Perugia, Todi,
Orvieto, Roma ed altri luoghi: il che diede occasion di disputare
in Firenze, se tanti disordini venissero da cagion naturale, oppure
miracolosamente dalla mano di Dio. Ma questo medesimo flagello ha
patito Firenze con altri luoghi della Toscana nel principio di novembre
dell'anno 1740. Le nevi cadute troppo di buon'ora ai monti, che per non
essere dal freddo indurate, facilmente si squagliano al primo vento
caldo, quelle sono che cagionano sì fatte stravaganze. Però guardati
da nevi abbondanti fioccate sul fine d'ottobre, o sul principio di
novembre.

Nel gennaio dell'anno presente[1253] _Carlo figliuolo del re di Boemia_
andò a Lucca. Gran festa fecero i Lucchesi per la sua venuta; ma in
breve lor venne freddo, perchè egli pose loro una colta di quaranta
mila fiorini d'oro, e a gran fatica ne ricavò venticinque mila.
Tornossene presto in Lombardia, perchè il _re Giovanni_ suo padre calò
di Francia in Piemonte con ottocento cavalieri scelti di oltramonte.
Nel dì 26 di febbraio giunse il re a Parma, e di là si mosse nel
dì 10 di marzo per dare soccorso al castello di Pavia, assediato da
_Azzo Visconte_. V'introdusse egli bensì qualche vettovaglia, ma senza
poter fare sloggiare il nemico esercito, ch'era fortemente affossato
e trincierato intorno al castello[1254]. Partito ch'egli fu, seguitò
l'assedio; e finalmente o per l'esca dell'oro, o per difetto di viveri,
esso castello nel mese di giugno capitolò la resa al Visconte, salve
le persone. Restarono padroni di quella città i Beccheria, e in parte
lo stesso Visconte. _Giovanni_ suo zio, vescovo e signor di Novara,
circa questi tempi seppe così ben maneggiarsi alla corte pontificia,
che ottenne l'amministrazione dell'arcivescovato di Milano, con pagare
annualmente all'_arcivescovo Aicardo_ bandito mille e cinquecento
fiorini d'oro. Dopo di che si diede a ricuperare i diritti di quella
chiesa, a rifare il palazzo archiepiscopale, a fabbricar nuovi palagi
e case, e a tenere una magnifica corte in Milano: con che la fortuna
e grandezza de' Visconti ogni dì saliva più in alto. Ora il re di
Boemia col suo esercito, accresciuto da' Piacentini e dagli altri suoi
fedeli, cavalcò sul distretto di Milano, distrusse Landriano, e diede
il guasto a gran tratto di paese, sperando pure di tirar a battaglia
Azzo Visconte; ma questi si guardò di dargli un tal gusto. Passò il
re fino a Bergamo, dove trovò quel popolo e presidio ben preparato a
difendersi. Fecesi poi una tregua fra lui e i collegati. Nel mese di
giugno si portò a Bologna[1255], accompagnato da' suoi vicarii, cioè
da _Orlando Rosso_ di Parma, _Manfredi Pio_ di Modena, _Guglielmo
Fogliano_ di Reggio, e _Ponzino de' Ponzoni_ di Cremona, e quivi col
cardinale legato strinsero lega contra tutti i nemici del papa e del re
di Boemia. Due volte fu a Lucca, città che i figliuoli di Castruccio
tentarono in quest'anno di torgli, ma non la poterono tenere. Un buon
salasso ogni volta diede alle borse di quel popolo, ed ivi lasciò per
signore, o vicario _Marsilio_ (o piuttosto _Pietro_) _dei Rossi_, con
ricavare da lui trentacinque mila fiorini d'oro. Così avea venduto agli
altri il vicariato delle altre città. Suo costume fu ancora di alienare
con gran franchezza i beni de' comuni, e d'infeudare le castella,
perchè era liberalissimo verso i suoi uffiziali, e nello stesso tempo
assai povero, e tutto dì lo strigneva il bisogno di moneta. Giacchè
durava la tregua, nel dì 5, oppure 19 di ottobre andò a Verona[1256],
dove con sommo onore, ma non senza meraviglia di molti, fu accolto da
_Alberto_ e _Mastino_ fratelli dalla Scala, e magnificamente regalato
da essi. Da lì a due giorni, accompagnato da Marsilio da Carrara sino
alla Chiusa, passò in Germania, bastevolmente disingannato delle sue
grandiose idee di farsi qui un altro regno. Dicea di volerci ritornare,
ma non ne trovò mai più la via; e gl'Italiani non si curarono punto
di lui, giacchè non aveano riportato da lui se non aggravii e danni.
Carlo suo figliuolo l'avea preceduto nel medesimo viaggio, ed era
anch'egli verso la metà d'agosto passato per Verona, con ricever ivi
magnifici trattamenti e bei regali dagli Scaligeri. Grandi controversie
erano state fin qui fra _Carlo Uberto re_ d'Ungheria e _Roberto re_
di Napoli[1257], pretendendo il primo come suo retaggio il regno
napoletano, per essere figliuolo di _Carlo Martello_ primogenito del
_re Carlo II_, laddove Roberto era secondogenito di esso re Carlo
II. Si composero tali differenze solamente nel presente anno, perchè
Roberto non avendo di sua prole se non due nipoti, nate dal fu duca
di Calabria _Carlo_ suo figliuolo, promise in moglie la primogenita
_Giovanna_ ad _Andrea_ primogenito del suddetto re Carlo Uberto. Venne
perciò lo stesso re d'Ungheria per mare col figliuolo, di età allora
di soli sette anni, nel regno di Napoli, e quivi con dispensa del papa
seguì il magnifico loro sposalizio. Se ne tornò in Ungheria il padre, e
Andrea rimase in Napoli nella corte del re Roberto, zio e suocero suo.

NOTE:

[1244] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1245] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1246] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital, Chron. Bononiense,
tom. eodem. Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[1247] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1248] Chron. Caesen., tom. 14, Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer.
Ital.

[1249] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 226.

[1250] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1251] Raynaldus, in Annal. Eccles., n. 25. Giovanni Villani, lib. 10,
cap. 220.

[1252] Giovanni Villani, lib. 11 cap. 1.

[1253] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 213.

[1254] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital. Gazata,
Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1255] Matthaeus de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.

[1256] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Cortus. Hist., tom. 12 Rer.
Ital.



    Anno di CRISTO MCCCXXXIV. Indizione II.

    BENEDETTO XII papa 1.
    Imperio vacante.


Fu quest'anno, in cui finalmente tracollarono affatto gli ambiziosi
disegni del cardinale _Beltrando dal Poggetto_ legato pontificio.
Continuarono sì ostinatamente i marchesi d'Este[1258] anche nel
verno l'assedio d'Argenta, che que' cittadini per mancanza di viveri
si ridussero a capitolar la resa, se nel termine di otto giorni non
venisse loro soccorso dal legato. Di ciò avvisato il cardinale, spedì
quanta gente potè a quella volta; ma il _marchese Rinaldo_ era così ben
fornito d'uomini, di macchine e d'armi per terra, e di naviglio per Po,
che non poterono i nemici accostarsi giammai ad Argenta, e disperati
se ne tornarono indietro. Perciò Argenta nel dì 8 di marzo tornò
sotto il dominio de' marchesi. Fece in quello stesso mese il legato
una bastia alla torre di Portonaro. Allora i marchesi, infastiditi di
tanta persecuzione, incominciarono un segreto trattato coi Gozzadini,
Beccadelli ed altri loro amici bolognesi contra del legato[1259], ben
consapevoli dell'odio universale ch'egli si era guadagnato in quella
città per le tante estorsioni di danari, e per tener così spesso
occupato quel popolo nelle sue spedizioni militari, e per le avanie
ed insolenze continue de' suoi uffiziali e cortigiani, dai quali non
era salvo neppure l'onor delle donne. Mentre era impegnato l'esercito
d'esso cardinale nella fabbrica della detta bastia, mandarono i
marchesi della fanteria e cavalleria a dare il guasto al Bolognese
dalla parte di Cento (cosa non mai dianzi fatta da loro per rispetto
che portavano alla Chiesa), e fecero correre il terrore più innanzi.
Allora con simulate preghiere ricorsero i Bolognesi al legato,
acciocchè spedisse alla difesa di que' luoghi le soldatesche sue
rimaste in città, giacchè in essa città assai quieta niun bisogno ve
n'era. Così fece il cardinale. Ma non sì tosto fu uscita ed allontanata
quella gente, che nel dì 17 di marzo Brandaligi de' Gozzadini levò il
rumore, gridando: _Popolo, popolo; muoiano i traditori_[1260]. Fu in
armi tutto il popolo, e prese il palazzo della biada e il vescovato,
dove era il maliscalco del legato, che fuggì con altri uffiziali.
Quanti Franzesi si trovarono per la città, tutti furono messi a fil di
spada; rotte le carceri, riacquistarono la libertà tutti i prigioni;
e poscia fu assediato il legato nel suo castello. Non si tardò a
spedirne L'avviso ai marchesi di Ferrara per averne aiuto, ed essi
immantenente vi mandarono un buon corpo di fanteria e cavalleria.
Nello stesso tempo il popolo di Ferrara corse alla bastia fabbricata
dal legato, e dopo il saccheggio interamente la distrusse. Vennero ben
verso Bologna i soldati del legato per soccorrerlo, ed uccisero anche
molti Bolognesi; ma non poterono mutare il sistema delle cose. Durante
questo fier movimento, benchè i Fiorentini ne sguazzassero[1261],
siccome consapevoli del mal animo e dei disegni d'esso legato anche
contra di loro; pure, credendo di farsi onore col papa, inviarono senza
indugio a Bologna quattro ambasciatori con trecento cavalieri ed alcune
schiere di fanti, i quali con preghiere e lusinghe indussero il popolo
bolognese ed il legato alla concordia, con che egli se ne andasse
libero con tutti i suoi e con tutto il suo avere. Nella seconda festa
di Pasqua grande, cioè nel dì 28 di marzo, s'inviò il legato con gran
tesoro nelle some e con sua famiglia, scortato da' Fiorentini, alla
volta di Firenze; ma accompagnato ancora dalle fischiate e villanie
sonore della plebe bolognese. In Firenze fu accolto coll'onore dovuto
ad un pari suo; ma non accettò il regalo di due mila fiorini che
volle fargli quel comune. Passò dipoi a Pisa, e per mare in Provenza,
dove disse, per ricompensa del buon servigio, quanto male seppe de'
Fiorentini, attribuendo loro il mal successo dell'impresa di Ferrara;
dal che erano tutte procedute l'altre pessime conseguenze. Circa i
medesimi tempi giunse ad Avignone anche _Giovanni cardinale degli
Orsini_, altro legato del papa, il quale non raccontò se non guai della
sua legazione. Intanto il popolo di Bologna, continuato l'assedio
del castello del legato, lo ridusse alla resa nel mese di aprile, e
corse a furore a smantellarlo, senza lasciarvi pietra sopra pietra.
La Romagna tutta restò in ribellione, e in gran terrore le poche città
che tenevano per la Chiesa e pel _re Giovanni_. Ed ecco dove andarono a
terminar le tante guerre fatte da papa _Giovanni XXII_ per servire alle
politiche idee di _Roberto re_ di Napoli, che mirava a stendere l'ali
dappertutto: guerre sostenute colla spesa di più milioni, tutto sangue
del clero dei regni cristiani, impiegato in che? in guerre che recarono
per corso sì lungo la desolazione e infiniti affanni all'Italia tutta.
Egli non conquistò l'altrui, e perdè molto del proprio, lasciando
intanto in somma confusione Roma e il resto degli Stati della Chiesa,
per la sua sempre deplorabil residenza di là da' monti, e lungi dalla
particolar greggia a lui commessa da Dio.

Restavano tuttavia fedeli al _re Giovanni_ in Lombardia le città di
Cremona, Parma, Reggio e Modena, perchè governate da chi si professava
vicario di lui. Laonde i principi collegati si mossero per effettuare
interamente il partaggio fatto fra loro di esse città[1262]. Già
_Mastino dalla Scala_ avea mossa guerra a Parma, che dovea essere sua.
Erano confederati seco i Correggeschi fuorusciti di quella città, e
questi, coll'aiuto delle genti di Mastino, presero Brescello, e lo
fortificarono nel dì 18, oppure 20 di gennaio[1263]. Ma essendo essi
nel dì 23 di febbraio venuti a danneggiare il Reggiano, i Fogliani,
signori della città, usciti colle lor forze, li posero in rotta, con
far bottino per più di dieci mila fiorini, e condurre prigionieri
Gotifredo e Niccolò da Sesso, Ettore conte di Panigo, Giovanni de'
Manfredi ed altri nobili, che poi furono riscattati da Mastino collo
sborso di sei mila e secento fiorini d'oro. Nel dì 7 di marzo[1264]
la città di Vercelli per ispontanea dedizione di quel popolo venne in
potere di _Azzo Visconte_. Poscia nel dì 22 d'aprile esso Visconte unì
le sue armi con quelle de' marchesi estensi[1265], de' signori dalla
Scala e de' Gonzaghi, e formato un esercito di trenta mila combattenti
tra cavalleria e fanteria, con sei mila carra, passò all'assedio di
Cremona. Signore di quella città era _Ponzino de' Ponzoni_, che fece
gagliarda difesa; ma veggendo egli oramai guastato tutto il paese,
e crescendo le angustie della città, capitolò una tregua, per cui
prometteva di rendere Cremona ad Azzo Visconte, se nello spazio di due
mesi e mezzo non veniva esercito del re di Boemia, capace di rimuovere
quell'assedio; e diede buoni ostaggi per questo. Finì poi il tempo
della tregua, senza che comparisse aiuto alcuno del re Giovanni; e
però Cremona pacificamente nel dì 15 di luglio si sottomise al dominio
del Visconte. Mentre durava la tregua suddetta, nel dì 7 di maggio
venne l'esercito de' collegati a dare il guasto al Reggiano sino alle
porte della città, e stette in quelle contrade sino al dì 20, facendo
immensi mali. Altrettanto poi fecero al contado di Modena. Nel dì
primo di giugno tornarono sul Reggiano, e di là sul Parmigiano a dì
6 d'esso mese, desolando dappertutto con quella spietata forma di
guerra che era in uso a quei tempi, e fa orrore oggidì al solo udirla.
Intanto _Marsilio dei Rossi_ sotto mano a forza d'oro avea tramato
un tradimento colle brigate tedesche de' collegati[1266], gente senza
fede: il che vien confermato da Giovanni Villani[1267], con aggiugnere
che il trattato fu incominciato dal _cardinal Beltrando_, legato il
quale avea depositati dieci mila fiorini d'oro da pagare, se que'
ribaldi prendevano i capi della armata, e massimamente Mastino dalla
Scala; del che fu egli avvertito a tempo. Ora certo è che nel dì 7 di
giugno suddetto nacque gran rumore nel campo collegato, e di gravissimi
sospetti insorsero: laonde si divise quell'esercito, ed ognuno tornò
con paura alle sue case; e ventotto bandiere d'essi Tedeschi vennero
allora in Parma al servigio de' Rossi. Poscia nel dì 12 d'agosto le
genti dello Scaligero assediarono Colorno, terra del Parmigiano, e se
ne impadronirono nel dì 25 d'ottobre; essendo ben usciti i Rossi con
grande sforzo per soccorrerlo, ma senza poterlo effettuare, perchè
v'era Mastino dalla Scala in persona con tutte le sue forze, che ben
munito di fosse e steccati non volle azzardar la battaglia. Nè si dee
tacere che la città di Bologna, la qual dopo la cacciata del legato si
credea di dover godere giorni felici, perchè ridotta in libertà[1268],
si trovò in istato peggiore di prima; e ciò per ambizione dei più
potenti cittadini, e la rinata discordia fra quelle famiglie. Taddeo
Pepoli e Brandaligi dei Gozzadini voleano dominar sopra gli altri.
Però nel dì 8 d'aprile si venne all'armi in quella città, e molti
furono confinati. Ma peggio accadde nel dì 2 di giugno, perchè le due
fazioni principali, cioè la Scacchese dei Pepoli, e la Maltraversa de'
Sabbattini, Beccadelli, Boatieri ed altri, vennero a battaglia fra
loro, e gli ultimi rimasero sconfitti. Furono, secondo il Villani,
mandate ai confini circa mille e cinquecento persone; ed era quella
città in pericolo di disfarsi, se i Fiorentini non avessero mandato
colà ambasciatori e genti d'arme che rimediarono alla loro vacillante
fortuna.

Infermossi nell'autunno di questo anno papa _Giovanni XXII_ in
Avignone, ed arrivò al fine di sua vita nel dì 4 di dicembre, in età
di circa novanta anni, con molta divozione e compunzion di cuore.
Lasciò egli una memoria assai svantaggiosa di sè stesso presso i
Tedeschi, ma più presso gl'Italiani. L'aver egli mostrata della
pendenza a negare la vision beatifica de' santi prima del finale
giudizio, fece molto sparlare di lui. La verità è, ch'egli prima di
morire chiaramente protestò di non tener tale opinione, anzi dichiarò
il contrario; siccome ancora è fuor di dubbio ch'egli non incorse in
errore nella quistione della povertà de' frati minori, per la quale
tanti d'essi, infatuati del loro scolastico sapere, si rivoltarono
empiamente contra di lui insieme col loro generale Michele da Cesena.
Ma per quel che riguarda il governo economico della Chiesa di Dio,
dei gran conti egli ebbe da fare con chi giudica indispensabilmente
ciascuno. Un papa sì dedito per tutta la sua vita alle guerre e alle
conquiste di stati temporali, rallegrandosi oltre modo dell'uccision
de' nemici, davanti a Cristo sì grande amator della pace, e che non
cercò mai regni terreni, dovette far pure la brutta comparsa. E tanto
più per la gran sete ch'egli ebbe di raunar tesori, e per vie che
non possono mai lodarsi, ed è da desiderare che più non trovino degli
imitatori. Giovanni Villani, informatissimo della corte pontificia, ci
assicura[1269] ch'egli, se vacava pingue arcivescovato o benefizio,
non badava ad elezione alcuna; ma promoveva ad esso un arcivescovo
o vescovo men grasso, e a quest'altro vescovato un altro; in maniera
che sovente la vacanza d'una chiesa si tirava dietro la permutazione
di cinque o sei chiese: tutto per cavar danari da tante collazioni.
Ed ha ben tuttavia l'Italia (per tacere degli altri paesi) di che
lagnarsi di questo pontefice. Per lo spazio di mille e trecento anni
il clero e popolo delle città, oppure il solo clero avea eletto ed
eleggeva i sacri pastori. Quanto operasse san Gregorio VII papa nel
secolo undecimo, per restituire ai medesimi questo diritto, l'abbiamo
già veduto. Lo tolse loro papa Giovanni XXII, con riservare a sè tali
elezioni, sotto pretesto di levar le simonie: laddove tanti altri
pontefici, e pontefici santi, contenti di detestare e proibire quel
vizio, non aveano nel resto voluto pregiudicare all'antichissima
disciplina della Chiesa. Inoltre fu egli il primo ad inventar le
annate, che tuttavia durano, e fecero allora gridar molto le ignoranti,
ma più le dotte persone. Parve ancora che eccedesse nel ridurre in
commende tanti monisteri e chiese. In somma tra per questi ed altri
mezzi _trasse e ragunò infinito tesoro_; ed oltre alle tante somme da
lui spese in guerre, per attestato del suddetto Villani, si trovarono
nel suo erario _diciotto milioni di fiorini d'oro_ in contanti; e
_sette_ altri milioni in tanti vasi e gioielli: di modo che esso
Villani ebbe a dire: _Ma non si ricordava il buon uomo del vangelo di
Cristo, dicendo ai suoi discepoli: Il vostro tesoro sia in cielo, e non
tesaurizzate in terra._ Ma il detto tesoro diceva egli di ragunarlo per
l'impresa di Terra santa, che Filippo re di Francia fingeva di voler
fare, per divorar intanto le decime del clero. Se a lui giovasse sì
fatta scusa nel tribunale di Dio, a me non tocca di dirlo. Raunatisi
poi i cardinali, vennero nel dì 20 di dicembre all'elezione d'un nuovo
pontefice[1270], e questi fu il cardinal _Jacopo Furnier_, ossia del
Forno, da Saverduno diocesi di Pamiers, che dianzi era stato monaco
cisterciense, personaggio assai dotto nella teologia, d'incorrotti
costumi, di sante intenzioni. Prese il nome di _Benedetto XII_, nè
tardò a rivocar le tante commende di vescovati e badie fatte dai suoi
predecessori, salvo ai cardinali; e si applicò con zelo a riformare
gli abusi introdotti, a rimettere in buono stato il monachismo, e a
provveder di degni pastori le chiese. In quest'anno ancora, allorchè il
legato si trovava confinato in castello dai rubellati Bolognesi[1271],
_Ricciardo de' Manfredi_ s'impadronì delle città e fortezze di Faenza
ed Imola, e ne fu proclamato signore senza ingiuria ed offesa di que'
cittadini. Anche i _Malatesti_ nel dì 21 di marzo tolsero al marchese
d'Ancona la città di Fossombrone. In quest'anno[1272] frate Venturino
da Bergamo dell'ordine de' Predicatori, missionario, andò per le città
di Lombardia e Toscana predicando la penitenza e la pace, ed ebbe
gran seguito di persone, che vestite con cotta o cappa bianca, con
una colomba di ricamo sul mantello, in numero di più di dieci mila
arrivarono seco fino a Roma. Fece di gran bene; ma non gli mancarono
persecuzioni ed accusatori alla corte pontificia. Per questo fu
chiamato ad Avignone, dove giustificò la sua credenza; ma perchè egli
avea pubblicamente disapprovata la lontananza de' papi da Roma, gli fu
impedito il tornare al suo santo ministero. Ne parla ancora un anonimo
scrittore delle cose di Roma, da me dato alla luce[1273].

NOTE:

[1257] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 224.

[1258] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1259] Matthaeus de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.

[1260] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens.,
tom. 18 Rer. Ital.

[1261] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 6.

[1262] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1263] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[1264] Corio, Istoria di Milano.

[1265] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom.
18 Rer. Ital.

[1266] Chron. Estense, ibid. Gazata, ibid.

[1267] Giovanni Villani, lib. 11 cap. 8.

[1268] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1269] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 19.

[1270] Anonym., Vit. Benedicti XII, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[1271] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCCXXXV. Indiz. III.

    BENEDETTO XII papa 2.
    Imperio vacante.


Furono in quest'anno fatte istanze dal popolo romano a _Benedetto
XII_, perchè riconducesse in Italia la corte pontificia[1274]. Anche
_Lodovico il Bavaro_ gli fece penetrar le sue premure, per esser
rimesso in grazia della Sede apostolica; anzi lo stesso pontefice
il prevenne con amore paterno e con amorevoli esortazioni. Tutto era
disposto a fare questo buon pontefice, perchè condotto da spirito non
secolaresco, ma ecclesiastico, e non da ambizione ed interesse, ma
dal vivo desiderio del ben della Chiesa e della pace de' fedeli. Per
quanto osserva il Rinaldi, _Filippo re_ di Francia, secondo i suoi
fini politici, con aver dalla sua tanti cardinali franzesi, impedì
la venuta del santo Padre in Italia; ed esso re poi, e seco il _re
Roberto_, tante difficoltà trovarono, tanti rigiri fecero, che restò
frastornata la concordia col Bavaro suddetto. Se di sua libertà fosse
stato un pontefice di massime tanto diritte, gran vantaggio sarebbe
venuto alla Chiesa di Dio. Continuarono in quest'anno le loro imprese
i principi collegati di Lombardia, per partire fra loro le spoglie del
_re Giovanni_[1275]: intorno a che cominciarono a nascere fra loro gare
e discordie. Dovea essere Parma di _Mastino_ e d'_Alberto dalla Scala_;
ma _Orlando_ e _Marsilio de' Rossi_, conoscendo quanto _Azzo Visconte_
andasse innanzi agli Scaligeri in lealtà ed onoratezza, trattarono di
cedere a lui Parma e Lucca. Per questo fu vicina a rompersi la lega.
Interpostisi gli ambasciatori de' Fiorentini, perchè Mastino fece
di gran promesse di far loro rendere Lucca da _Pietro de' Rossi_,
stabilirono un accordo, per cui Parma toccasse a quei dalla Scala, e
ad Azzo Visconte si desse aiuto per conquistare Piacenza e Borgo San
Donnino. Fece Mastino di larghi patti ai Rossi[1276], e loro promise
quanto seppero desiderare, con obbligarsi eglino di fargli aver Lucca;
e però nel dì 4 di giugno dal consiglio generale di Parma fu dato il
dominio di quella città a' signori dalla Scala; e nel dì 20 o 21 d'esso
mese vi fece la sua entrata _Alberto Scaligero_ con gran copia di
cavalleria. Poscia nel dì 26 entrò lo stesso Scaligero con tutte le sue
forze nel territorio di Reggio, saccheggiando e bruciando dappertutto.
Riparo non aveano a questa rovina Guido e Roberto Fogliani signori
della città[1277]; e per conseguente intavolarono anch'essi un accordo
cogli Scaligeri, riportandone delle vantaggiose condizioni. Adunque
nel dì 3 di luglio entrarono essi Scaligeri in Reggio, e poi nel dì
11 d'esso mese ne diedero il possesso e dominio a _Guido, Filippino_
e _Feltrino da_ Gonzaga. Ma qui non serbò l'insaziabil Mastino i
patti della lega, perchè volle che i Gonzaghi riconoscessero da lui in
feudo quella città, e gli pagassero ogni anno a titolo di ricognizione
feudale un falcone pellegrino. Ne rimasero molto disgustati i Gonzaghi,
ma lor convenne inghiottir la pillola. Tentarono del pari i _marchesi
d'Este_ di ridurre alla loro ubbidienza Modena[1278], assegnata loro
in parte nella lega. Vennero perciò da Ferrara nel dì 15 di giugno
con armata numerosa di fanti e cavalli _Rinaldo_ e _Niccolò_ fratelli
estensi, e diedero il guasto a Fredo, Ramo, Campo Galliano ed altre
ville. Giunsero poi sotto la città, e fabbricarono una larga e forte
bastia con fosse, palancato e battifredi nel borgo di santa Caterina
ossia di Albareto. Perchè cadde infermo in questa spedizione il prode
marchese Rinaldo, si fece portare a Ferrara, dove nel dì ultimo
di decembre diede fine alla sua vita. Intanto il marchese Niccolò
s'impossessò di Formigine, Spezzano e Spilamberto; sicchè restò Modena
da tutte le parti stretta e bloccata dalle armi degli Estensi.

Maggiori furono in quest'anno i progressi di _Azzo Visconte_. Nel dì
25 del mese di luglio[1279] cavalcò col suo esercito verso la città
di Como, che era assediata dal vescovo fuoruscito di quella città.
Ne era signore _Franceschino Rusca_ ossia Ruscone, malveduto dal
popolo per le sue quotidiane ingiustizie, delle quali fa menzione
Buonincontro Morigia[1280]. Trovandosi egli alle strette, esibì quella
città al Visconte, che v'entrò, e in ricompensa gli lasciò per suo
patrimonio Bellinzona, con altri patti. Siccome fu detto di sopra
all'anno 1328, signoreggiava in Lodi un uomo vile, già di professione
mugnaio, cioè Pietro Tremacoldo, che colla strage de' Vestarini se
n'era fatto padrone. I cittadini, che gli portavano odio immenso
per le sue passate e presenti crudeltà, segretamente invitarono Azzo
Visconte a liberarli da quel tiranno. Marciò egli a quella volta nel dì
ultimo del mese d'agosto; da essi cittadini gli fu data una porta, e
dipoi con gaudio grande la signoria della città. Galvano Fiamma[1281]
scrive che con assedio e per forza l'ebbe. Il Tremacoldo fu condotto
prigione a Milano. Ognuno si credeva che di mala morte sarebbe perito;
ma il Visconte, non avendo mai dimenticato un servigio da lui fatto a
Galeazzo suo padre, gli diede la libertà, con obbligarsi egli di non
uscire mai più di Milano. Azzo ridusse in Lodi il vescovo e tutti gli
altri usciti, che erano circa tre mila, e quivi fabbricò poi un forte
castello, siccome ancora fece nella città di Como. Minacciò poscia
esso Visconte l'assedio alla nobil terra di Crema; e questo bastò
perchè quel popolo nel dì 18 di ottobre gli mandasse le chiavi. Nella
stessa maniera se gli renderono le castella di Caravaggio e Cantù,
e il borgo di Romano: ne' quali luoghi ancora fece fabbricar delle
fortezze. Sottopose poi alla città di Milano l'isola di Lecco, che
per quarant'anni era stata rubella a' Milanesi, e sopra il fiume Adda
fece piantare un ponte di pietre tagliate. Di questo passo camminava
la fortuna e l'industria d'Azzo Visconte,