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Title: Leopardi
Author: De Roberto, Federico
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Leopardi" ***

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                             F. DE ROBERTO


                                LEOPARDI


                             NUOVA EDIZIONE
                    con un avvertimento dell'autore
                   e il fac-simile di una lettera di
                            GIOSUE CARDUCCI



                                 MILANO
                        FRATELLI TREVES, EDITORI
                                 1921.



                         PROPRIETÀ LETTERARIA.

       _I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati
    per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda,_

     Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera che
    non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori.

                          Milano, Tip. Treves.



AVVERTIMENTO.


_Il presente libriccino fu composto prima della ricorrenza del
Centenario leopardiano e vide la luce durante quella memorabile
celebrazione, cioè mentre l'immensa miniera dello _Zibaldone_, per
mezzo secolo rimasta ignorata o inaccessibile, si veniva appena
schiudendo. Dopo che fu tutta aperta ed in ogni senso percorsa,
l'autore di questo breve studio credette suo debito tener conto dei
nuovi preziosissimi materiali per una futura nuova edizione del suo
lavoretto, e si accinse infatti all'opera; sennonchè fu ben presto
costretto a riconoscere che per giovarsi quanto era necessario dei
sette volumi dei _Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura_
non bastava ritoccare le pagine che egli aveva scritte, ma bisognava
rifarsi dal primo principio e comporre un altro libro, se non di
diverso disegno, certamente di più largo respiro._

_Poichè non gli è finora riuscito di portarlo a compimento, e
propriamente dispera che gli riesca mai più, egli non ha saputo che
cosa fare del suo primo saggio: se lasciarlo, cioè, esaurito, come è da
tanto tempo, o ripubblicarlo tale e quale. A questo secondo consiglio
si apprende oggi, confortato dal giudizio del quale volle onorarlo,
ventitrè anni addietro, il Maestro dei maestri. La lettera di Giosue
Carducci qui riprodotta sarà la migliore giustificazione della presente
ristampa, come fu ed è il massimo premio che l'autore potesse mai
ripromettersi._

                                                      28 giugno 1921.


   [Illustrazione: Lettera di Giosue Carducci.]

                                                   Bol. 18 f. 1898

        Caro signore,

   Grazie del libro. Mi pare una enciclopedia del pensiero e del
   sentimento leopardiano di fonte, condotta con metodo esatto e
   fedele, molto buona e utile.

   Può addomesticare, e lo spero e l'auguro, la gente, sempre e per
   lo più grossolana e pregiudicata e declamatrice, alla cognizione
   della imagine del poeta e pensatore.

   La saluto.

                                                   Giosue Carducci



L'INDOLE



I.

IL SENTIMENTO POETICO.


Fanciullo di otto anni, per divertire i suoi fratellini, Giacomo
Leopardi inventava fiabe e novelle, alcune delle quali duravano più
giorni come romanzi; una specialmente, piena di strane e fantastiche
avventure improvvisate secondo che l'azione si veniva svolgendo,
durò più settimane. I personaggi erano però tolti dal vero: il conte
Monaldo suo padre si chiamava Asmodante, Lelio il fratello Carlo, il
brillante eroe Filzero era lo stesso narratore. Egli sapeva trasfondere
tanta vita in questi tipi, che tre quarti di secolo più tardi il
conte Carlo, udendo qualche tratto di spirito, esclamava: “Questa è
_filzerica!_....„ A dieci anni, Giacomo cominciò a comporre i suoi
primi libri. Nel 1810, a dodici anni, scrisse al padre scusandosi di
non potergli nulla offrire in occasione delle feste: “Crescendo l'età
crebbe l'audacia, ma non crebbe il tempo dell'applicazione. Ardii
intraprendere opere più vaste, ma il breve spazio, che mi è dato di
occupare nello studio, fece che laddove altra volta compiva i miei
libercoli nella estensione di un mese, ora per condurli a termine
ho d'uopo di anni.„ Le sue composizioni di quel tempo sono tragedie,
poemetti, cantiche sacre e profane: il _Pompeo in Egitto_, il _Catone
in Africa_, le _Notti puniche_, il _Balaamo_.

Questo ingegno straordinariamente precoce comincia dunque a dar
prova di fervida immaginazione. Il giovanetto ben presto si dà tutto
agli studi severi delle lingue e delle letterature antiche; sembra
allora che questa sua dote debba restare inutile, che questo lume
interiore debba spegnersi: in luogo d'inventare egli traduce; in
luogo d'esprimere idee proprie, ricerca, raccoglie, discute quelle
degli altri. Tuttavia, quando pare che la sua facoltà immaginativa sia
isterilita sotto la polvere dei vecchi libri, fra le grammatiche, fra
i dizionarii greci ed ebraici, dà ancora prova di forza. Il Creuzer
trova nel suo lavoro sul Porfirio “plus d'effervescence juvénile et
d'imagination que de maturité d'esprit.„ Studiando filologia, trattando
di ingrate quistioni etimologiche, egli segue una “ispirazione
indovinatoria„ e “quella certezza intima che per quanto non si possa
trasfondere facilmente in altri, con tutto questo è fortissima e nasce
da una gagliarda apprensione di certe probabilità, la quale ci farebbe
giurare che la cosa sta così, nonostante che non se ne possa portare
alcuna prova irrepugnabile.„ Nell'immenso cimitero dell'antichità egli
rimescola le ceneri dei grandi morti, interroga le lapidi, decifra i
nomi; ma quante volte lo stesso nome è cancellato! Tra il cielo della
gloria e le profondità dell'oblio sembra che vi sia un luogo dubbio
come il limbo cristiano: chi furono Elio Aristide, Dione, Crisostomo,
Cornelio, Frontone? Nulla, quasi nulla si conosce della loro vita;
il loro pensiero è perito, è disperso. Ed ecco l'erudito adolescente
attendere, con le poche e incerte notizie che i suoi libri glie ne
danno, a ricostruire la loro vita, a rifare le loro opere. La sola idea
d'un simile lavoro non prova il fervore d'una immaginazione che, per
poco costretta nell'aridità degli studi filologici e storici, troverà
più tardi altri campi dove spaziare? Fantasia ed erudizione si danno
ancora meglio la mano quando, “innamorato della poesia greca„, egli
tenta un'impresa simile a quella di Michelangelo, “che sotterrò il
suo Cupido, e a chi dissotterrato lo credeva d'antico portò il braccio
mancante„: grazie alla sua scienza dell'antichità ellenica compone un
_Inno a Nettuno_ che finge d'aver tradotto dal greco, e che greco fu
veramente stimato; ma l'opera sua è originale, è dovuta alla nativa
facoltà creatrice, ravvivatrice, animatrice. Simonide celebrò il
successo delle Termopili, e il suo canto andò perduto: il Leopardi,
commiserando il destino di quegli Italiani che morivano in guerra per
una causa non propria, ricorda i Trecento caduti sul colle d'Antelo
e procura “rappresentarsi alla mente le disposizioni dell'animo del
loro poeta in quel tempo„, e così rifarne il canto. Dalle sue stesse
parole noi vediamo di che specie sia la facoltà immaginativa dello
scrittore. Essa non si esercita tanto sulle cose quanto intorno ai
sentimenti, non gli suggerisce tanto forme quanto idee. Per questo suo
speciale carattere si può antivedere che l'immaginazione del Leopardi
sarà associata con la facoltà di pensare e di riflettere; ma essa
naturalmente dipende da quella di sentire e di commuoversi. Come mai
il fanciullo sarebbe capace di creare tanti tipi e d'inventare così
belle favole, se le figure e gli atti delle persone reali non avessero
lasciato profonde impressioni dentro di lui? Come mai il giovanetto
darebbe vita a tanti eroi, a tanti fantasmi, se egli stesso non vivesse
intensamente?

La sensibilità del Leopardi è infatti grande e precoce quanto la sua
immaginazione: bambino di quattro anni e mezzo, dinanzi al cadavere
di un fratellino scoppia in un pianto così dirotto che il padre ne è
maravigliato ed esprime questa maraviglia in un suo Diario. Misurare
la capacità degli organi dei sensi di un morto, sulla fede dei suoi
scritti, contando gli aggettivi da lui adoperati, interpretando il
valore delle sue espressioni, è malagevole tanto, che gli scienziati
i quali hanno tentato questo lavoro intorno al Leopardi non sono
venuti a conclusioni concordi. Certo è che lo sviluppo fisico e morale
del Recanatese fu anticipato di quattro o cinque anni e che la sua
salute si rovinò irreparabilmente. Narreremo più tardi la storia dei
suoi mali; questo è il luogo di notarne il principale: un disordine
nervoso, una irritabilità sensoria, una disposizione a risentire
intensamente, fino allo spasimo, tutte le impressioni del mondo
esterno. Le impressioni grate sono in lui più forti che negli altri
uomini; ma le dolorose sono più forti e più frequenti: sono continue.
I suoi occhi non possono sostenere la luce del sole e spesso neppur
quella delle candele; il suo udito è letteralmente ferito dai rumori;
la sua cute non resiste nè al freddo nè al caldo. Moralmente noi
troviamo in lui la stessa esagerazione. Egli si commuove al sorriso dei
campi, al canto degli uccelli, al raggio della luna; una sera “prima
di coricarmi, aperta la finestra della mia stanza, e vedendo un cielo
puro, un bel raggio di luna, e sentendo un'aria tepida e certi cani
che abbaiavano da lontano, mi si svegliarono alcune immagini antiche,
e mi parve di sentire un moto nel cuore, onde mi posi a gridare come
un forsennato....„ Nel commercio degli uomini le cerimonie sono per
lui “sciagurate„ perchè “ci tolgono e difficultano una delle massime
consolazioni che ci sieno concesse in questa misera vita, voglio dire
quella del manifestarsi e diffondersi i cuori sensitivi gli uni negli
altri.„ Tutto quello che impedisce l'espressione vera del cuore gli
riesce odioso: egli ha sempre avuto ed avrà sempre bisogno “della
comunicazione del cuore e dei sentimenti.„ Nulla al mondo è per lui
desiderabile “se non i diletti del cuore e la contemplazione della
bellezza.„ Alla bellezza poetica è sensibile in modo che i parenti, per
richiamare la sua attenzione quando lo vedono assorto, usano citare ad
alta voce qualche verso di Virgilio, d'Orazio, del Petrarca: allora
egli si scuote e si desta. La viva ed animata bellezza è a lui fonte
“inenarrabile„ di pensieri e sentimenti “eccelsi ed immensi„, e segno e
sicura speranza “di fati sovrumani, di fortunati regni ed aurei mondi.„
La bellezza di Aspasia gli appare qual “raggio divino„:

                    simile effetto
    Fan la bellezza e i musicali accordi
    Ch'alto mistero d'ignorati Elisi
    Paion sovente rivelar.

E se i rumori lo feriscono, la musica è una delle sue grandi passioni,
“e dev'esserlo di tutte le anime capaci d'entusiasmo.„ Egli grida al
fratello: “Ho bisogno d'amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo, vita.„
E quando la sorella gli scrive con la sua “consueta sensibilità„,
egli ne resta consolato in più modi: “perchè mostri di volermi
tanto bene, perchè mi persuadi che la sensibilità si trova al mondo,
perchè risvegli la mia non verso te in particolare, ma verso tutto
l'universo„. L'amor fraterno è in lui un “amor di sogno„; pensando al
fratello suo spesso egli piange di tenerezza. Vedremo più tardi altre
prove della forza di questo suo sentimento; vedremo ancora sino a qual
grado saliranno in lui i sentimenti dell'amore e dell'amor proprio
e dell'amor patrio: osserviamo per ora qualche altro segno della
sua acuta sensibilità morale. La sua corrispondenza epistolare col
Giordani pare quella d'un innamorato. Aspettando la visita dell'amico,
egli crede che resterà qualche giorno senza dirgli niente, “per non
sapere da che cominciare. Non sarà poco se vi darò spazio di mangiare
e di dormire.„ E visto che l'avrà, potrà dire “che non tutti quei
desideri più focosi ch'io ho sentito in mia vita sono stati vani.„
Dovendo immaginare qualche cosa di sua grande allegrezza, non crede
che ne proverebbe una maggiore di quella che il diletto amico gli reca
dandogli buone notizie della sua salute. E se manca di sue notizie
cade in una “ansietà spaventosa„ e scrive al Mai una lettera piena
d'angoscia. Rivolgendosi direttamente al pigro corrispondente, gli
dice: “Ho pensato di voi quelle più acerbe cose che si possono pensare
di persona più cara che la vita propria. Ho provato strette di cuore
così dolorose, che altre tali non mi ricordo di aver mai provato in
vita mia.„ Nè si lagna tanto del silenzio dell'amico quanto della
propria esagerazione: “di questo amor mio che le cose più ordinarie
e naturali se le figura stranissime e miracolose„: dove noi possiamo
vedere come gli eccessi della sensibilità determinano gli eccessi
dell'immaginazione. Questo medesimo rapporto fra i sentimenti e le
immagini troviamo espresso in un altro luogo dove egli parla del
fratello Carlo: lasciando Recanati nel 1822 egli sa che Carlo resta in
angustie; da Roma gli scrive: “Questo pensiero mi pungeva infinitamente
quel primo giorno ch'io ti lasciai e che io mi dipingeva alla fantasia
tutto il nero, tutto il freddo, tutto il morto dell'abbandono in cui ti
trovavi.„

Sin da questo momento è da prevedere che un uomo così fatto non
sarà felice. Con tanta esasperazione della sensibilità fisica e
morale, con tanta esorbitanza dell'immaginazione, i suoi spasimi
saranno ineffabili. Certo, anche le sue gioie saranno più intense
che non quelle degli uomini comuni; ma i dolori saranno più copiosi,
e le stesse gioie gli riusciranno spesso intollerabili. Guardate,
per esempio: agli uomini medii la speranza suol essere una grata
consolatrice: in lui diventa “passione turbolentissima.„ Egli non si
maraviglia che la speranza travagli “assai più della disperazione e del
dolore„ la sorella Paolina, tanto simile a lui moralmente. Sperando con
tutte le sue forze, temendo che la cosa tanto sperata non succeda, egli
giudica che la disperazione e lo stesso dolore sono “più sopportabili
della speranza.„ Quando gli accade qualche cosa che non ha previsto,
egli l'apprezza esattamente; ma che cosa non prevede un'immaginazione
fervida come la sua? Essa gli anticipa le impressioni della vita, le
eccita in lui prima che gli avvenimenti reali si producano; e la sua
sensibilità smodata si mette a vibrare dinanzi a questi fantasmi,
dinanzi a queste vanità, come dinanzi alle cose. Quando sopraggiungono
le impressioni reali, esse gli sembrano scialbe ed insipide. Pertanto
egli giudica scarsi il piacere e la bellezza nel mondo, e la fantasia
gli pare preferibile alla realtà. Allora egli non trova altro porto
“che quello dei fantasmi e delle immaginazioni„, e non solo disprezza
la realtà, ma la nega, la considera “un nulla„, ed afferma che solo le
“care illusioni„ sono cose consistenti. Così egli ragiona al rovescio
degli uomini comuni, ed all'invertito ragionamento corrisponde un
sentimento d'orgoglio: perchè l'anima sua, capace di creare le sole
cose belle e vere, sarà diversa dalle altre, anzi migliore di tutte:
“alta, gentile e pura„.

Basterà per il momento avere accennato a questi danni: quantunque essi
non siano lievi, vediamo ora come altri se ne producano per un'altra,
per una nuova ragione. Poichè egli antepone le illusioni alla realtà,
non le tiene “per mere vanità, ma per cose in certo modo sostanziali,
giacchè non sono capricci particolari di questo e di quello, ma
naturali e ingenite essenzialmente in ciascheduno.„ Dall'osservazione
di ciò che accade in lui trae così un'affermazione generale: e certo
l'identità dell'umana natura deve consentirci di estendere a tutti gli
uomini ciò che è proprio ad uno di loro; ma questi uomini tanto simili
sono pure tanto diversi che non se ne trovano due del tutto eguali;
e il Leopardi non sarebbe singolarissimo se tutti attribuissero, come
egli fa, tanta importanza alle illusioni. La capacità di considerare
il mondo reale “un nulla„ e di preferirgli il mondo suscitato dalla
fervida fantasia ed apprezzato dall'acuta sensibilità, è propria
dei poeti: il sentimento poetico è appunto fatto di sensibilità e di
fantasia. Tali doti portate dalla nascita fanno poeta il Leopardi; la
loro esagerazione spiega la sua parentela con tutti gli altri poeti
dolenti; ma l'indole sua si specifica perchè egli possiede un'altra
dote eminente che col sentimento poetico d'ordinario non s'accorda, che
anzi lo contrasta.



II.

LO SPIRITO FILOSOFICO.


Tra la scienza e la poesia, tra la forza dello spirito e l'intensità
del sentimento c'è d'ordinario opposizione e contrasto: gli uomini
maggiormente impressionabili non sogliono essere i più riflessivi. Le
due capacità si trovano tuttavia insieme unite in alcune anime che da
questa unione riconoscono la loro potenza.

La facoltà che agguaglia i poeti e gli artisti agli uomini di scienza è
l'immaginazione. Il Leopardi, componendo l'inno a Nettuno, ricomponendo
il canto di Simonide, eccitando il Missirini a “render corpo e vita
alle ossature e agli scheletri dell'antico teatro greco e romano„,
fa opera simile a quella del naturalista che da alcuni frammenti
fossili ricostruisce tutto l'ignoto essere vivente al quale questi
appartennero. La concezione dell'ipotesi della quale lo scienziato si
serve per ispiegare i fatti osservati è simile alla concezione poetica
e romanzesca. La scienza delle scienze, la filosofia, è ancora più
vicina alla poesia che non tutte le altre. L'importanza dell'ipotesi
è senza fine maggiore in filosofia che non nelle scienze esatte: anzi,
considerando i problemi massimi ed insolubili — l'origine, la natura,
il fine della vita e del mondo — la filosofia riposa tutta quanta sopra
ipotesi. E poichè l'ipotesi è opera di quella potenza immaginativa
alla quale il poeta deve i suoi concepimenti, la parentela tra il
poeta ed il filosofo è manifesta. “Abbi per cosa certa,„ dice lo stesso
Leopardi, buon giudice, “che a far progressi notabili nella filosofia
non bastano sottilità d'ingegno e facoltà grande di ragionare, ma si
cerca eziandio molta forza immaginativa; e che il Descartes, Galileo,
il Leibniz, il Newton, il Vico, in quanto all'innata disposizione dei
loro ingegni, sarebbero potuti essere sommi poeti, e per lo contrario
Omero, Dante, lo Shakespeare, sommi filosofi.„ Filosofia e poesia
sono ancora affini per questo: che molto spesso, anzi quasi sempre si
esercitano intorno allo stesso oggetto: l'anima umana: “E ben sai che
egli è comune al poeta e al filosofo l'internarsi nel profondo degli
animi umani, e trarre in luce le loro intime qualità e varietà, gli
andamenti, i moti e i successi occulti, le cause e gli effetti dell'une
e degli altri„.

Ma questa affinità, sia grande quanto si voglia, non arriva
all'identità; al contrario. Un poeta può rassomigliare molto ad uno
scienziato e moltissimo ad un filosofo; ciascuno ha tuttavia i suoi
particolari e indelebili segni. Per la potenza dell'immaginazione
essi si somigliano; ma l'immaginazione è unita con la sensibilità nel
poeta, con la ragione nello scienziato e nel filosofo. Facoltà propria
del filosofo è, secondo lo stesso Leopardi, quella di “penetrare coi
pensieri nell'intimo delle cose„; di “sciorre e dividere le proprie
idee nelle loro minime parti„; di “ragunare e stringere insieme un
buon numero di esse idee„; di “contemplare con la mente in un tratto
molti particolari in modo da poterne trarre uno generale„; di “seguire
indefessamente coll'occhio dell'intelletto un lungo ordine di verità
connesse tra loro a mano a mano„; di “scoprire le sottili e recondite
congiunture che ha ciascuna verità con cento altre.„ Più brevemente:
il filosofo non considera i fatti nelle loro apparenze, ma ne misura il
valore, ne esprime il significato e ne discopre le leggi.

Abbiamo visto che il Leopardi, a otto anni, è novellatore e poeta;
ancora adolescente, quando gli altri non hanno finito di apprendere
le lingue egli è maestro di filologia. L'opera sua è di vero
scienziato: le sue emendazioni dei testi, le sue illustrazioni, i
suoi commentarii, tutto il suo minuto ed acuto lavoro di critica, se
è aiutato dall'intuito, dal “tatto quasi divinatorio„ del quale parla
suo fratello Carlo, è pur dovuto principalmente alla potenza riflessiva
della sua mente. Ma egli non si può contentare di questo esercizio;
mira a più vasti orizzonti: dalle regole grammaticali passa alle leggi
dell'anima. Già vedemmo come, osservata in sè stesso la preminenza
delle illusioni e considerato che la natura umana è essenzialmente una,
egli estende a tutti gli uomini quel che gli è proprio. Vediamo qualche
altro esempio di questa sua attitudine ad astrarre e generalizzare.
Un giorno, rivolgendosi ad un maestro perchè riveda l'opera sua, egli
prova un senso di rimorso nel distoglierlo da altre occupazioni:
il bisogno dei consigli e la paura di essere indiscreto vengono in
contrasto; l'interesse proprio trionfa; dall'osservazione di questo
fatto egli ricava una sentenza: “Veggo bene che io usurpo momenti che
dovrebbero essere sacri a tutta la repubblica delle lettere „, scrive
al Mai, “svolgendola da occupazioni utili all'universale letteratura,
e ne ho rimorso; ma che debbo dirle? L'amor proprio è assai potente,
e fa che si desideri per sè solo quello che si dovrebbe impiegare per
il bene di tutti....„ Quando noi ci troviamo soli in un'opinione anche
vera sprezziamo l'altrui opposizione; pure il dubbio di essere in
inganno può tormentarci e una secreta voce dirci che l'ostinazione ci
fuorvia; se noi non siamo filosofi ci ostiniamo o dubitiamo senz'altro;
un pensatore come il Leopardi formula una legge della quale misura
l'estensione: “Certo quel trovarsi solo in una sentenza vera fa paura,
e a noi medesimi spesso la costanza pare caponaggine, la noncuranza
degli sciocchi giudizi, superbia, il credere d'intenderla meglio degli
altri, presunzione.„ Ancora: ripensando ad un nostro piacere passato,
noi possiamo sentire che esso non fu tanto grande quanto poteva essere,
e rammaricarcene; il Leopardi, in una condizione simile, esprime
una verità: il pentimento di non aver goduto appieno, dice, ci grava
l'anima

    e il piacer che passò cangia in veleno.

Non occorre moltiplicare gli esempii. Il risultato è che in età quasi
fanciullesca egli ha già “certezza e squisitezza di giudizio sopra
le grandi verità non insegnate agli altri se non dall'esperienza,
cognizione quasi intera del mondo e di sè stesso.„

Ma quest'abito filosofico così presto contratto grazie alla capacità
indagatrice della mente, ostacola gli slanci del poeta. Guidati
dalla comune potenza immaginativa, poeta e filosofo procedono per vie
parallele; essi divergono obbedendo all'impulso particolare della loro
natura. Il poeta vuol sentire: il filosofo vuol ragionare. La singolare
capacità del poeta è di apprezzare le cose che l'immaginazione gli pone
dinanzi: di vibrare, di fremere, di gioire, di spasimare; la singolare
capacità del filosofo è quella di spiegare le cose che l'immaginazione
gli rappresenta: di paragonare, di dedurre, di astrarre, di intendere.
Certo, non è possibile al poeta sentire senza giudicare; nè al filosofo
giudicare senza sentire; ciò spiega ancora la loro affinità; ma come il
giudizio del poeta, se pure è esatto, si altera perchè egli obbedisce
troppo alle simpatie, alle antipatie, e in generale alle passioni; così
il sentimento del filosofo, se pure è schietto, si altera perchè egli
troppo lo indaga ed esamina.

Immaginate che il cielo a un tratto si oscuri, che il vento, la
pioggia, la folgore muovano guerra alla terra ed alle sue creature. La
tempesta le rende fredde, tacite, smorte. Torni la quiete, si sgombri
il cielo, riapparisca chiaro il fiume giù nella valle: ogni cuore si
rallegra, da ogni parte la vita riprende con nuovo ardore il suo corso.
Il poeta che si è sentito opprimere come tutti gli altri durante la
bufera, dovrebbe come tutti gli altri gustare la letizia del sereno;
ma se questo poeta si chiama Giacomo Leopardi, il filosofo che c'è in
lui non si abbandona al piacere del momento: come il chimico che saggia
e scompone i corpi per conoscerne la natura, così il filosofo saggia
e scompone i sentimenti. Egli ragiona così: “Prima che scoppiasse la
tempesta il cielo era chiaro, l'aria era quieta, il sole splendeva; ma
chi godeva di queste cose? Non solamente pochi ne godevano, ma quasi
passavano inosservate dai più. Ora, sì, ne godiamo tutti; perchè? Che
cosa è avvenuto? È avvenuto questo: che le perdemmo per un momento.
Dallo stato d'indifferenza nel quale eravamo prima, passammo a uno
stato di paura e d'angoscia. Il nostro piacere d'ora che cosa è dunque?
È una cosa negativa, è la fine del dolore sopravvenuto.„ Ed egli scrive
la _Quiete dopo la tempesta_, che è tutt'insieme una poesia squisita
ed una pagina di filosofia; ma dove se ne è andata la sua sensazione
piacevole? È finita; è stata dispersa dal ragionamento che l'ha trovata
tutta relativa e fallace.

L'esempio è significante. Il Leopardi è un poeta sensibilissimo,
ma c'è anche in lui un freddo speculatore; e appunto per questa
complessità della sua mente egli è molto più infelice che non sarebbe
se fosse soltanto poeta troppo vibrante. Naturalmente la capacità di
pensare viene dopo quella di sentire. Noi tutti cominciamo a sentire
appena dischiusi gli occhi alla luce; l'intelletto lavora più tardi.
Il Leopardi vive pertanto, nei primissimi tempi, al modo poetico,
sentendo, vibrando, illudendosi; se questa sua capacità non fosse
grandissima, il pensiero, la ragione, cominciando ad operare più
tardi, forse ne trionferebbe; e se la capacità di pensare non fosse
in lui massima, forse trionferebbe il sentimento: il suo strazio per
questo è ineffabile: perchè dentro di lui si urtano e lottano due
anime diverse di tempra, ma egualmente gagliarde. Uditelo lagnarsi
col Giordani dei danni che ha prodotti in lui la ragione: “Vi vedo
molto malinconico e potete credere che non so come consolarvi, se
non pregandovi a concedere qualche cosa alle illusioni che vengono,
sostanzialmente dalla natura benefattrice universale, dove la ragione
è la carnefice del genere umano, e una fiaccola che deve illuminare, ma
non incendiare, come pur troppo fa....„ Come pur troppo ha fatto in lui
e nei suoi pari, sarebbe più giusto dire. Ma il suo spirito non è così
fatto da cercare nei casi particolari ciò che è generale, da estendere
a tutta la natura umana ciò che è proprio di alcuni uomini?

E tutta la storia della sua vita morale è piena dei dolori prodotti dal
dissidio tra il sentimento e lo spirito, tra la fantasia e la ragione.

            A noi ti vieta
    Il vero appena è giunto,
    O caro immaginar....

Il pensiero lo fa soffrire, la verità nuda gli incute paura, la visione
poetica dell'esistenza gli è parsa solo amabile; più tardi “ogni cosa
che sa di affettuoso e di eloquente mi annoia, mi sa di scherzo e di
fanciullaggine ridicola. Non cerco altro fuorchè il vero, che ho già
tanto odiato e detestato.„ E se la verità alla quale egli perviene
non gli è grata, tuttavia la soddisfazione di trovarla è dilettosa; ma
perchè questo diletto sia possibile bisogna che “l'ultima scintilla„
si spenga nel suo cuore; finchè il cuore ardeva egli non la poteva
comprendere; la ragione e la fantasia erano incompatibili. Questa
incompatibilità è l'origine delle sue contraddizioni. Giudicato, per
la sua natura troppo poeticamente immaginosa, che le illusioni e le
speranze sono le cose più amabili, egli asserisce che la fantasia è
la sola fonte di felicità in questa vita; ma l'asserzione è dovuta al
filosofo, la legge è formulata dal filosofo; e questo filosofo non può
assegnare una parte secondaria alla ragione sulla quale è poggiata
la sua filosofia; quindi un urto continuo. Ed egli sa qual danno
derivi “dal voler troppo far uso della ragione„ — della ragione che
gli fa riconoscere “tutta la verità„ intorno ai funesti effetti della
fantasia....

In tanto contrasto, che cosa accade di un'altra facoltà dell'anima,
d'una facoltà necessaria a vivere in mezzo agli uomini: della volontà?
Sentire, immaginare, ragionare, sono cose belle e buone; ma bisogna
anche volere ed agire. Nelle crisi continue prodotte dall'intimo
dissidio dell'imperiosa ragione e della fantasia smodata, Giacomo
Leopardi perde la capacità di operare. Per un tempo troppo breve, prima
che egli immagini e quando ancora non indaga, è attivo e prepotente:
fanciullo, nelle finte battaglie romane, a lui debbono toccare le più
belle parti; dietro al suo carro di trionfatore si debbono trascinare
i fratellini in atteggiamento di schiavi. La volontà dà ancora prova
di tenacia quando egli studia per lunghi anni, eroicamente, da mattina
a sera, finchè la lucerna dà gli ultimi guizzi; quando apprende senza
maestro il greco e l'ebraico; quando non resta in ozio neppure per
aspettare che l'inchiostro della fresca scrittura si asciughi, ed
impiega questi minuti a leggere grammatiche spagnuole ed inglesi; ma
già la volontà sua non è più quella che rende capaci di agire. Studiare
è un altro modo di pensare, è la condizione necessaria per avere di che
ragionare: l'energia, la forza di muoversi, di lottare, scema a poco
a poco e si disperde. Egli è andato troppo dietro alle finzioni; ha
troppo disperso la sua capacità vitale vivendo in un mondo immaginario.
Se vuole operare, se vuole esercitare la sua sensibilità avida e
ingorda nel mondo reale, la forza stessa dell'attività interiore gli
è d'impaccio. Egli non sa come fare, da qual parte cominciare. “Il
embrasse tout, il voudrait toujours être rempli; cependant tous les
objets lui échappent, précisément parce qu'ils sont plus petits que sa
capacité. Il exige même de ses moindres actions, de ses paroles, de ses
gestes, de ses mouvements, plus de grâce et de perfection qu'il n'est
possible à l'homme d'atteindre. Ainsi, ne pouvant jamais être content
de soi-même, ni cesser de s'examiner, et se défiant toujours de ses
propres forces, il ne sait pas faire ce que font tous les autres.„
Egli descrive con mano maestra questa impotenza per averla studiata
direttamente in sè stesso. Quando si lamenta del pensiero, quando
dice che il pensiero lo cruccia e lo martora, che è il suo carnefice
e il suo distruttore “per questo solo che m'ha avuto sempre e m'ha
interamente in sua balìa„, egli significa l'impotenza dolorosa alla
quale è condannato, contro sua voglia, “senza alcun desiderio„, anzi
col desiderio opposto, di muoversi, di operare, di vivere attivamente.
Questa impotenza gli è tanto propria che più e più volte egli la
significa nelle sue composizioni artistiche. Egli loda l'amore perchè,
mercè sua,

    Sapïente in opre
    Non in pensiero invan, siccome suole,
    Divien l'umana prole.

Egli invidia gli uccelli perchè “cangiano luogo ad ogni tratto; passano
da paese a paese quanto tu vuoi lontano, e dall'infima alla somma
parte dell'aria, in poco spazio di tempo, e con facilità mirabile;
veggono e provano nella vita loro cose infinite e diversissime;
esercitano continuamente il loro corpo; abbondano soprammodo della vita
estrinseca.„ E il suo Filippo Ottonieri narra che Socrate “inchinando
naturalmente alle azioni molto più che alle speculazioni, non si
volgeva al discorrere, se non per le difficoltà che gl'impedivano
l'operare.„

Questo impedimento fu il suo; tanto più doloroso quanto che egli
ne ebbe nitida coscienza. Di tutti i mali derivanti dalla sua
costituzione psichica noi abbiamo visto che egli ebbe coscienza; i
quali, riassumendo, furono: l'esagerazione del sentimento poetico,
cioè della sensibilità e della fantasia; il contrasto fra questo
squisito sentimento poetico con un altissimo spirito filosofico, e per
conseguenza la depressione e la dispersione della volontà.



L'EDUCAZIONE



CLASSICISMO E ROMANTICISMO.


Un terreno arido s'irriga, un albero che pende si raddrizza: l'arte
corregge la natura. Quali mezzi furono posti in opera per modificare
la pericolosa disposizione di Giacomo Leopardi? Parleremo a suo luogo
dell'azione della famiglia: questo è il momento di narrare la sua
educazione intellettuale.

Con tanta smania d'azione, con tanta e tanto precoce capacità di
vivere, il giovanetto recanatese passa i migliori anni dell'adolescenza
sui libri. “Io sono andato un pezzo in traccia della erudizione più
pellegrina e recondita, e dai 13 anni ai 17 ho dato dentro a questo
studio profondamente, tanto che ho scritto da sei a sette tomi non
piccoli sopra cose erudite (la qual fatica appunto è quella che mi
ha rovinato).„ Non soltanto la salute del corpo è rovinata; ma quella
dello spirito è peggiorata. Il lavoro della mente diviene, a scapito
dell'attività dei muscoli, il suo bisogno, il suo amore. Infermo,
egli lavora ancora sei ore il giorno; e dice d'essersi così moderato
“assaissimo.„ E oltre che l'eccesso, il genere stesso del suo lavoro
mentale gli è pernicioso. Lo studio d'una disciplina esatta, di una
scienza sperimentale, sviluppando il senso dell'osservazione reale,
fomentando la nativa facoltà del raziocinio, avrebbe, se non soffocato,
moderato almeno la fantasia; e se non aiutato, almeno non repressa
la capacità d'azione. Egli studia invece quella filologia, quelle
“spente lingue dei prischi eroi„ che lo segregano dal mondo moderno,
che lo fanno vivere nel passato, che popolano il suo cervello di
figure antiche e favolose. La sua fantasia è capace di dar corpo alle
ombre, il suo sentimento s'infiamma per esse. Quando egli legge un
classico, la sua mente “tumulta e si confonde„; quando legge Virgilio
“m'innamoro „, confessa, “di lui.„ Abbiamo visto che rifà i canti ed
eccita dentro di sè i sentimenti di Simonide, dei fedeli al nume del
mare; reciprocamente: attribuisce i sentimenti suoi proprii a Saffo,
a Bruto minore. Leggete le sue lettere: egli non parla d'altro che
di scrittori greci e latini: di Omero, di Virgilio, di Callimaco, di
Orazio: chiede notizie ai suoi corrispondenti di Giulio Africano, ne dà
intorno a Dionigi e all'Eusebio del Mai; quando il dotto abate ritrova
i libri di Cicerone della Repubblica si commuove sino a scrivere una
canzone. E traduce la _Batracomiomachia_, due volte; la _Titanomachia_,
gl'_Idillii_ di Mosco, un canto dell'_Odissea_, un altro dell'_Eneide_;
e ragiona delle Arpie, e compone tutto un libro sugli errori popolari
degli antichi. Non si contenta di studiare e tradurre: se pensa di
scrivere un romanzo storico, intende che debba essere “sul gusto della
_Ciropedia_.„ Un simile proposito dimostra sino a che segno egli è
lontano dal suo tempo. Quando egli porge l'orecchio alle voci che
vengono di fuori, ode gli echi d'una lotta vivace: classici e romantici
si accapigliano. Naturalmente egli è coi classici; lo farebbe ridere
chi pensasse di ascriverlo all'altro partito. E nondimeno s'inganna.

Classicismo e romanticismo non sono soltanto due scuole letterarie,
ma due stati della coscienza e quasi due diverse qualità di anime.
L'indole di chi ha seguito le tradizioni è calma ed equilibrata, o
capace di frenarsi e di obbedire a certi consigli di moderazione e
di prudenza, a certi precetti di ordine e di misura. Nature ribelli
hanno sempre tentato di esprimersi liberamente; ma tanto forte è stata
l'efficacia dell'insegnamento, che o si sono ultimamente piegate,
oppure il loro esempio è rimasto senza imitatori. Altrettanto è
avvenuto in politica: i tentativi di affermare i diritti dell'individuo
contro le potestà consecrate dalle leggi secolari sono rimasti
lungamente sterili. E la rivoluzione politica coincide con la
rivoluzione letteraria. L'autorità dei maestri vien meno per quella
stessa causa che distrugge ogni altra autorità nel consorzio sociale:
la filosofia del secolo XVIII, tutto esaminando e tutto ponendo in
forse, prepara una nuova era nel mondo; il primo romantico è il primo
rivoluzionario: Gian Giacomo Rousseau. Ma le origini del romanticismo
sono ancora più remote. La signora de Staël ha ragione di dire che
la divisione della letteratura in classica e romantica si riferisce
alle due grandi età del mondo: a quella che precedette e a quella che
seguì lo stabilimento del cristianesimo. L'anima pagana, idealizzando
la natura, aveva estrinsecato un certo tipo di perfezione e se n'era
appagata; ma lo spirito umano, irrequieto indagatore, non poteva
trovar sempre nella natura un pascolo adeguato; doveva anzi presto o
tardi riconoscere che il mondo della coscienza è senza fine più vasto
e ricco che non il mondo delle cose. Questo scontento della realtà,
quest'ansia di novità, questa specie di ripiegamento dell'anima in sè
stessa, furono in grandissima parte opera della predicazione cristiana.
Se l'ideale classico, cioè pagano, continuò ad essere onorato lungo
tempo dopo che la dottrina di Cristo mutò la faccia del mondo, ciò
dipese in gran parte dalla prevalenza della razza latina, nella quale
il paganesimo, come serenità di sentimento, come ludicità di visione,
era quasi connaturato. Quel che c'è di triste e di dolente nella fede
cristiana era quasi inaccessibile a una gente vissuta sotto cieli
chiari, in riva ai mari tranquilli, sopra terre feconde quasi sempre
sorrise dal sole. Inconsapevolmente essa professava il nuovo culto
con le forme antiche; i vecchi riti e i vecchi miti sopravvivevano:
un giorno, quando la rinnovazione dell'ideale pareva compita, il
paganesimo rifiorì e il classicismo trionfò con la Rinascenza. Ma la
nuova fede, intanto, penetrava più a dentro fra la gente del Nord.
Gli uomini vissuti sotto cieli foschi, sulle rive di mari lividi,
su terre ingrate, erano meglio preparati al nuovo verbo che insegna
a disamare la terra, che dice la vita terrena un doloroso viaggio.
Questi uomini non potevano vivere all'aperto, dissipando la loro
attività in giuochi e feste; il raccoglimento dell'anima, l'esame
della coscienza riusciva loro più facile; alla mortificazione della
carne erano meglio preparati. Quando essi videro che cosa i Latini
avevano fatto del cristianesimo, protestarono e fecero valere la loro
protesta. Lungo tempo ignorati o mal noti, questi Nordici cominciarono
a prender parte alla storia del mondo, produssero ingegni che ne
espressero gl'ideali: a poco a poco il loro genio esercitò come un
fascino sui Latini, disposti dalla stanchezza ad apprezzare la novità.
Se pertanto la filosofia del secolo decimottavo, con i suoi dubbii e
con le sue negazioni, fa impeto contro la scuola classica, l'invasione
delle letterature nordiche accresce la vigoria dell'assalto. E la
rivoluzione francese scuote la società dalle fondamenta, e Napoleone
sconvolge il mondo: il sangue scorre a fiumi, dalle ghigliottine, sui
campi di battaglia; gli Stati si trasformano, i confini si slargano,
gli eserciti corrono dall'uno all'altro capo dell'Europa, i popoli si
avvicinano: nuove visioni di cose tragiche o insolite passano dinanzi
agli occhi della nuova progenie: i consigli di chi vorrebbe tornare
alla compostezza, alla semplicità, alla serenità del passato non
sono più uditi; ma gli ansiosi che hanno iniziato il mutamento non vi
trovano la quiete, sibbene un'ansia nuova, più acuta. In questo tempo
nasce Giacomo Leopardi.

Egli può ben credersi classico, può bene appartarsi dal mondo moderno,
può bene suscitare dentro di sè l'antico: non potrà far mai che
questo antico torni realmente, non può distruggere in sè o d'intorno
a sè gli effetti dei secolari o dei nuovi rivolgimenti. Chi più vuol
essere classico, chi è animato da un più vivo sdegno contro i moderni,
partecipa nondimeno a questa modernità e, senza volerlo, lo dimostra.
Il Leopardi confessa apertamente d'essere stato durante un certo tempo
con i moderni. Questo tempo è lo stesso durante il quale egli è ancora
vivace, capace di muoversi, di operare. “Io da principio aveva il capo
pieno delle massime moderne, disprezzava, anzi calpestava lo studio
della lingua nostra; tutti i miei scrittacci originali erano traduzioni
dal francese.„ Rammentiamoci di Chateaubriand il quale disse di sè:
“J'étais Anglais, de manières, de goût et jusqu'à un certain point
de pensées.„ Come il Francese cerca il nuovo in Inghilterra, così
l'Italiano lo cerca in Francia: l'indirizzo è diverso, ma identica è
la spinta interiore per la quale le cose note e vicine sono sdegnate,
e ricercate le insolite e nuove. Così mentre in Germania le menti si
nutriscono di Young e di Ossian, e Schiller e Goethe si appassionano
per Shakespeare; in Francia la signora de Staël introduce il
romanticismo tedesco; e Alfredo de Musset a diciassette anni preferisce
non esser nulla se non potrà essere Schiller o Shakespeare, e
Chateaubriand legge _Werther_ prima di scrivere _Renato_ — Ugo Foscolo
lo ha letto in Italia prima di scrivere _Jacopo Ortis_ — e Sainte-Beuve
parla con tenerezza di Klopstock, e Carlo Nodier trae l'ispirazione da
“cette merveilleuse Allemagne, la dernière patrie des poésies et des
croyances de l'Occident.„ L'ardente e immaginoso fanciullo recanatese
cerca anch'egli ed ama gli stranieri; e tale è la foga che egli mette
in questa come in ogni altra sua passione, che arriva a disprezzare
Omero, Dante, tutti i classici; ma il giovanetto riflessivo tosto
comprende che la disciplina della vecchia scuola è la più adatta a
formare lo spirito, che questi classici, seguendo i principii ora
disprezzati hanno espresso cose d'una imperitura bellezza. Allora
egli si converte, s'immerge “sino alla gola„ nei “suoi„ classici; gli
scrittori che cercano ispirazioni oltre l'Alpi eccitano il suo sdegno;
lo _Spettatore italiano_, foglio romantico, gli pare “un mucchio
di letame„; la _Biblioteca italiana_, giornale dei classici, ha le
sue preferenze. Allora egli è considerato come uno dei campioni del
classicismo; Pietro Giordani lo stima classico non soltanto di studii,
ma anche di animo: “Più volte m'è venuto in mente che se ci fosse
ancora lecito di ripetere i sogni platonici.... io vorrei dire ch'egli
fosse una di quelle anime preparate da natura per incarnarsi in Grecia
sotto i tempi di Pericle e di Anassagora; e da non so qual errore
tardata sino a questi miseri giorni ultimi d'Italia; per mezzo i quali,
parlando con voce italiana pensieri greci, come straniera passò.„ Ma il
Giordani s'inganna anch'egli; l'anima che pareva greca era nondimeno
del suo tempo; per quanto grande fosse la seduzione del mondo antico,
il suo proprio mondo dal quale voleva fuggire la tratteneva con mille
sottilissimi fili ed esercitava un'influenza costante su lei.

Consideriamo ad uno ad uno i caratteri del romanticismo come metodo
letterario e come stato psicologico: vedremo quanti se ne trovano nel
Leopardi. Letterariamente, i romantici insorgono contro l'imitazione.
Per lungo tempo i grandi antichi sono stati considerati insuperabili;
studio e dovere degli scrittori è stato quello imitarli. E il Leopardi,
con tutta la sua infatuazione per gli antichi, quantunque anch'egli
li abbia non poco imitati, pure critica il Monti perchè questo poeta
“va con una ributtante freddezza ed aridità in traccia di luoghi di
classici greci e latini, di espressioni, di concetti, di movimenti
classici, per esprimerli elegantemente; lasciando con ciò freddissimo
l'uditore„; e giudica che la coltura classica, così adoperata “più
quasi nuoce di quello che giovi.„

Un altro punto intorno al quale romantici e classici battagliano
è questo: l'arte deve figurare il brutto? o attenersi soltanto al
bello? I classici sono per questo secondo partito, escludendo il
primo rigorosamente; gli altri invece vogliono che il campo dell'arte
si slarghi, che comprenda tutta quanta la natura. E intorno a questo
argomento il Leopardi discorda dal Giordani. “Ella ricorda in generale
ai giovani pittori che senza stringente necessità della storia (e
anche allora con buon giudizio e garbo) non si dee mai figurare il
brutto. Poichè, soggiugne, l'ufficio delle belle arti è di moltiplicare
e perpetuare le immagini di quelle cose o di quelle azioni cui la
natura o gli uomini producono più vaghi e desiderabili: e quale
consiglio o qual diletto crescere il numero o la durata delle cose
moleste di che già troppo abbonda la terra?„ Rispettosamente egli
espone al maestro il suo concetto tutto diverso. “A me parrebbe che
l'ufficio delle belle arti sia d'imitare il bello nel verisimile„. È
vero che si appoggia all'autorità dei classici, di Omero, di Virgilio,
di Dante, dei tragici; ma non è detto che i classici sieno tali in
tutto e che i precetti dei romantici siano senza esempio di sorta.
Nuova è la forza con la quale essi li affermano; e il Leopardi non si
contenta dell'esempio, ricorre alla dimostrazione: “Certamente le arti
hanno da dilettare, ma chi può negare che il piangere, il palpitare,
l'inorridire alla lettura di un poeta non sia dilettoso? Perchè il
diletto nasce appunto dalla maraviglia di veder così bene imitata la
natura, che ci paia vivo e presente quello che è o nulla, o morto,
o lontano. Ond'è che il bello, il quale veduto nella natura, vale a
dire nella realtà, non ci diletta più che tanto, veduto in poesia o
in pittura, vale a dire in immagine, ci reca piacere infinito. E così
il brutto imitato dall'arte, da questa imitazione piglia facoltà di
dilettare. Se un uomo è di deformità incredibile, ritrar questa non
sarebbe sano consiglio, benchè vera, perchè le arti debbono persuadere
e far credere che il finto sia reale, e l'incredibile non si può far
credere. Ma se la deformità è nel verisimile, a me pare che il vederla
ritratta al naturale debba dilettare non poco....„ Non si sente già
venire Vittor Hugo il quale estenderà quest'idea e le darà forza di
domma, protestando contro i pedanti che vogliono escludere il difforme,
il brutto e il grottesco dalla riproduzione artistica, ed affermando
superbamente: “Tout ce qui est dans la nature est dans l'art„?

Ancora: l'antica mitologia, della quale i poeti hanno fatto un
secolare abuso, fuor della quale non si è trovata bellezza artistica,
è sdegnata e derisa dai novatori: la fede cristiana torna invece ad
essere onorata, le credenze religiose si ridestano e si affermano:
l'arte narra i _Martiri_, celebra il _Genio del Cristianesimo_. Con
tutto il suo paganesimo letterario, il Leopardi è pure nato nella fede
di Cristo, ne sente pure la rinnovata seduzione; egli pensa pertanto
di comporre ed abbozza gl'_Inni Cristiani_. I romantici non cantano
solamente Dio, ma anche il diavolo; perchè essi credono che l'arte
non debba escludere nulla, neppure l'orrido; e che dai contrasti
nascono effetti nuovi, più potenti: essi dicono: “Nous vous donnerons
de l'incroyable, de l'affreux, du terrible, de l'extravagant, et s'il
le faut, le diable lui-même remplacera votre vieux Apollon....„ E il
Leopardi abbozza anche un'invocazione ad Arimane, al genio del male.

I classici si rivoltano contro questa novità, vorrebbero attenersi
esclusivamente alle letterature antiche, e bandire i moderni,
gli stranieri, i nordici, dai quali vengono i maggiori ardimenti.
Pietro Giordani divulga il consiglio che dà agli scrittori nostri la
signora de Staël: “Dovrebbero, a mio avviso, gl'Italiani, tradurre
diligentemente assai delle recenti poesie inglesi e tedesche, onde
mostrare qualche novità a' loro cittadini, i quali per lo più stanno
contenti all'antica mitologia; nè pensano che quelle favole sono da
un pezzo anticate; anzi il resto d'Europa le ha già abbandonate e
dimenticate.„ Ma il Piacentino, che pare abbia fatto sue queste parole,
traducendole, si schiera tosto dall'altra parte; e come il Monti si
lagna che

    Audace scuola boreal, dannando
    Tutti a morte gli dèi che di leggiadre
    Fantasie già fiorîr le carte argive
    E le latine, di spaventi ha pieno
    Delle Muse il bel regno;

così egli si duole che le nostre assonnate immaginazioni domandino,
per risvegliarsi, “il fracasso, e quanto hanno di più frenetico e
tempestoso le fantasie settentrionali„, e si ferma a dimostrare come
siano diversi e discordi i genii delle due contrade. E il Leopardi
si è doluto, come abbiamo visto, d'aver disprezzato Omero, Dante e
tutti i classici e d'aver ammirato gli stranieri; nondimeno, se egli
passa dal disprezzo all'ammirazione per i primi, e viceversa, non
è già che segua da ultimo rigorosamente il nuovo indirizzo. Mentre
il Giordani lo giudica classico d'animo e di letture, il Belloni,
romantico, può dargli lode e cantare di lui, tanto moderato è l'uso
che egli fa della mitologia. E, quanto agli stranieri, per comporre
un trattato sulla _Condizione presente delle lettere italiane_, egli
sente il bisogno di “infinite letture anche di libri stranieri.„ Egli
legge, studia e cita l'iniziatore del romanticismo: il Rousseau, e
si rallegra caldamente col Brighenti “della conoscenza ch'ella avrà
fatta con Lord Byron, uomo certamente segnalato„; e giudica questo
romantico, questo settentrionale, questo gran ribelle nell'arte e nella
vita “uno dei pochi poeti degni del secolo, e delle anime sensitive
e calde.„ E dà lode al Goethe perchè ha preso dalla realtà i casi di
_Werther_; e se più circospetto è il suo giudizio sulle Memorie del
grande poeta tedesco, noi vedremo che lo modifica. Queste Memorie, dice
“hanno molte cose nuove e proprie, come tutte le cose di quell'autore,
e gran parte delle scritture tedesche; ma sono scritte con una così
salvatica oscurità e confusione, e mostrano certi sentimenti e certi
principii così bizzarri, mistici e da visionario, che, se ho da dirne
il mio parere, non mi piacciono molto.„ Ma più tardi al fratello Carlo,
romantico deciso, più di lui ammiratore degli stranieri, scrive: “È
vero che le tue lettere sono triste, ma son care e belle, ed io amo
meglio di sentirti lamentare, che di lasciarti tacere. Il tuo stile si
rassomiglia a quello del Goethe nelle Memorie della sua vita che ha
pubblicato ultimamente. Io comprendo benissimo tutta la pena del tuo
stato....„ Egli comprende anche lo stile del poeta di _Faust_ dopo aver
compreso lo stato d'animo che lo ha dettato.

Perchè, infatti, lo stile dei romantici e dei classici non è diverso
per la diversità dei precetti retorici delle due scuole; ma perchè
diversa è la condizione e l'indole dell'animo loro. Lo stesso Goethe
spiega bene che i moderni non sono romantici perchè moderni, ma perchè
deboli, malaticci, infermi; l'antico non è classico perchè antico, ma
perchè vigoroso, forte, sereno. E se Giacomo Leopardi propende, quasi
contro sua voglia, verso i romantici, ciò avviene perchè la sensibilità
estrema e l'immaginazione esorbitante che abbiamo trovato in lui,
sono i segni particolari di tutta la nuova fazione. “Noi Leopardi
siam pieni di fuoco„, diceva Paolina, la sorella del poeta; due anni
prima che Giacomo nascesse, l'autore delle _Lettres Westphaliennes_
scriveva: “Toutes les imaginations sont en feu.... Jamais cette
affection de l'âme qu'on nomme sensibilité ne fut exaltée autant que
dans nôtre siècle; jamais le sentiment ne fut aussi analysé, aussi
délicat, cela peut se remarquer même dans ses influences physiques,
dans la prodigieuse quantité de maladies nerveuses qui se voit tous
les jours. Les gens qui sont organisées d'une manière si irritable
ont les passions plus vives.... On pourrait les nommer la secte des
sentimentaux....„ E per il Recanatese il cuore è tutto, la sensibilità
è tutto; egli si duole che tutti non sieno sensibili, “car je ne fais
aucune différence de la sensibilité à ce qu'on appelle vertu.„

L'artista romantico, sdegnando l'imitazione dei vecchi scrittori,
lasciando da parte le favole antiche, cupido di esprimere cose
viste e sentite, capace di sentimenti che stima nuovi, squisiti,
straordinarii, studia direttamente le sue passioni e la natura. Il
Leopardi, discutendo col Giordani intorno alla prosa ed alla poesia
afferma: “Da che ho cominciato a conoscere un poco il bello, a me
quel calore e quel desiderio ardentissimo di tradurre e di far mio
quello che leggo, non hanno dato altri che i poeti, e quella smania
violentissima di comporre altri che la natura e le passioni; ma in
modo forte ed elevato, facendomi quasi ingigantire l'anima in tutte
le sue parti, e dire fra me: questa è poesia; e per esprimere quello
che io sento ci voglion versi e non prosa, e darmi a far versi.„ Se
quindi legge assiduamente i suoi classici latini e greci, e quanto più
li legge tanto più gli s'impiccoliscono i nostri anche degli ottimi
secoli, egli preferisce tuttavia i poeti ai prosatori; Cicerone, “una
volta che la mia mente si trovava, come accade, in certa disposizione
da bramare impressioni vive e gagliarde, mi parve (e fu in un trattato
filosofico) più lento e grave che non si conveniva al mio desiderio
di quel momento....„ Prosa e poesia non sono soltanto modi diversi
d'espressione, ma anche diversi atteggiamenti dell'animo: la poesia
è più sentimento, la prosa è più riflessione. Tra i più classici
scrittori, in tempi che del romanticismo non esiste neppure il nome, i
poeti sono naturalmente sensibili e immaginosi, hanno parte di quelle
qualità che saranno proprie dei romantici e li distingueranno. Del pari
i romantici sono naturalmente poeti per il calore degli affetti, per
la vivacità dei fantasmi, anche quando non compongono versi. E la loro
prosa è poetica, e il Leopardi che giudica il suo secolo poco o niente
poetico e alle volte consiglia di porre da parte i versi e loda la
prosa, linguaggio della riflessione e della filosofia; stima pure altra
volta, perchè così vuole la duplicità dell'animo suo, che la prosa, per
essere veramente bella, debba avere “sempre qualche cosa del poetico,
non già qualche cosa particolare, ma una mezza tinta generale.„ C'è
in lui un filosofo che si compiace nella lettura della classica prosa
ciceroniana; ma c'è anche un poeta che, quando vede la natura dei
luoghi ameni, nella bella stagione, si sente così trasportare fuori
di sè stesso, “che mi parrebbe di far peccato mortale a non curarmene,
e a lasciar passare questo ardore di gioventù e a voler divenire buon
prosatore, e aspettare una ventina d'anni per darmi alla poesia.„ Non
solamente egli preferisce la poesia, ma adora la musica: come tutte
le anime sensibili del suo tempo, è deliziato da quest'arte che più
e meglio della poesia parla al sentimento e all'immaginazione. Se la
poesia è più romantica della prosa, la musica è l'arte romantica per
eccellenza, l'arte nuova, l'ambiguo linguaggio delle nuove passioni
perplesse, indefinite, inappagabili.

    Desiderii infiniti
    E visïoni altere
    Crea nel vago pensiere,
    Per natural virtù, dotto concento;
    Onde per mar delizïoso, arcano
    Erra lo spirto umano,
    Quasi come a diporto
    Ardito notator per l'Oceàno....

Mentre il poeta romantico attribuisce tanta potenza alla melodia,
mentre chiama “mirabili„ le commozioni suscitate dalla musica, il
filologo classico torna agli studii pazienti, all'esame dei testi
antichi. L'uomo che risente alla lettura della _Storia Romana_ del
Niebuhr un piacere indicibile e che annovera fra le pochissime felicità
della sua vita l'averne conosciuto l'autore, è lo stesso che sente le
lacrime salirgli agli occhi udendo all'Argentina _la Donna del lago_.

Così l'intimo contrasto che abbiamo trovato fra le due potenti
facoltà del suo spirito è accresciuto dall'educazione, dal dissidio
delle influenze che ora lo spingono in un senso ora nell'altro. Ma,
in verità, il contagio romantico gli si apprende ogni giorno più
gravemente. Noi abbiamo considerato alcuni dei caratteri letterarii,
rettorici, formali, del romanticismo; e abbiamo visto che, nonostante
la sua fedeltà ai grandi antichi, il Leopardi pur s'accosta per questo
rispetto ai moderni; ma se consideriamo il romanticismo non come forma
ma come contenuto, non come metodo di scrivere ma come modo di sentire,
troviamo nel Recanatese tutti i caratteri dei romantici veri.

L'immaginazione eccedente e la smodata sensibilità anticipano, tra
costoro, la vita; prima e più che alle cose vere essi si affezionano
alle figurazioni della loro fantasia. L'_Harold_ di quel Byron che
Giacomo amava tanto già prova il disgusto della sazietà quando ancora
il primo tempo della sua vita non è trascorso. E la malinconia di
Chateaubriand nasce quando “nos facultés jeunes et actives, mais
renfermées, ne se sont exercées que sur elles-mêmes sans but et sans
objet.„ E la fantasia dipinge ad _Ortis_ “così realmente la felicità
ch'io desidero, e me la pone davanti agli occhi, e sto lì lì per
toccarla con mano, e mi mancano ancora pochi passi — e poi? il tristo
mio cuore se la vede svanire e piange quasi perdesse un bene posseduto
da lungo tempo.„ E il Lamartine, nel giorno che compie vent'anni è
stanco come se ne avesse vissuti cento. Il Leopardi dice che in lui
“l'attività interna si è consumata assai presto da sè medesima per il
suo proprio eccesso.„

Le anime avvezze a spaziare nel mondo dei sogni, che non ha confini nè
obbligazioni, potranno mai essere appagate dalla realtà precisamente
circoscritta e severamente governata? “Quand tous mes rêves se seraient
tournés en réalité,„ dice il Rousseau, “ils ne m'auraient pas suffi;
j'aurais imaginé, rêvé, désiré encore. Je trouvais en moi un vide
inexplicable que rien n'aurait pu remplir, un certain élancement du
coeur vers une autre sorte de jouissance dont je n'avais pas l'idée
et dont pourtant j'avais le besoin.„ E Chateaubriand: “On m'accuse
de passer toujours le but que je puis atteindre; hélas! je cherche
seulement un bien inconnu dont l'instinct me poursuit. Est-ce ma
faute si je trouve partout des bornes, si ce qui est fini n'a pour
moi aucune valeur?„ E il Leopardi vorrebbe “toujours sentir, toujours
aimer, toujours espérer„ ma “le bonheur de l'homme ne peut consister
dans ce qui est réel. Il n'appartient qu'à l'imagination de procurer
à l'homme la seule espèce de bonheur positif dont il soit capable.
C'est la véritable sagesse que de chercher le bonheur dans l'ideal....„
L'identità di queste disposizioni intime è manifesta. Ancora: Gian
Giacomo preferisce le immagini agli oggetti che le hanno suscitate e,
alle Charmettes, ama meglio la signora de Warens quando le è lontano
che non quando le sta da presso. “Plusieurs fois j'ai évité pendant
quelques jours l'objet qui m'avait charmé dans un songe délicieux. Je
savais que ce charme aurait été détruit en s'approchant de la réalité.
Cependant je pensais toujours à cet objet, mais je ne le considérais
pas d'après ce qu'il était: je le contemplais dans mon imagination,
tel qu'il m'avait paru dans mon songe.„ Sono parole del Ginevrino? E
il Recanatese quello che le scrive. Egli chiede: “Suis-je romanesque?„
Sì, o, per meglio dire, egli è romantico. Romanzeschi chiama ancora,
invece che romantici, i sentimenti idilliaci dell'amico Brighenti; ma
poi, come la parola _romantico_ è stata la prima volta adoperata per
qualificare un paesaggio, così anch'egli l'adopera per qualificare un
paese: a Pisa trova “un certo misto di città grande e di città piccola,
di cittadino e di villereccio, un misto veramente romantico.„

Nel sentire diversamente e maggiormente che gli altri, nel fuggire il
mondo reale, nel concepirne uno idealmente migliore, i romantici si
credono singolari, ottimi, unici. Il Rousseau scrive: “J'étais fait
pour être le meilleur ami qui fut jamais; mais celui qui devait me
répondre est encore à venir.„ Il Lamartine loda “ces âmes concentrées,
quoique errantes, qui désespèrent de trouver dans les autres âmes
ce qu'elles rêvent de perfection en elles-mêmes.„ E il Leopardi loda
“quei pochissimi che sortirono le facoltà del cuore, i quali possono
avere dalla loro parte alcuni di questo numero„, e crede che nell'amore
nessuno lo eguagli: “non nasce un altrettale amor„ dice di sè stesso
il suo Consalvo. Egli crede ancora che nell'amicizia nessuno senta
come lui: “Chiamo voi medesimo in testimonio che un'altra persona che
vi amasse ardentemente e immutabilmente come fo io, non l'avete ancora
trovata nè sperate di trovarla: ed io come bramerei che ci fosse, non
altrimenti, considerando me stesso, mi persuado affatto che non si
trova.„ E il suo dolore e quello del fratello Carlo, che è un altro sè
stesso, per la morte del fratello Luigi, non ha il simile: “Scrivimi
come vuoi; scrivimi due sole parole come fo anch'io, perchè le cose che
noi sentiamo non si possono esprimere, ed è ben naturale che le nostre
lettere sieno come le grandi passioni, cioè mute.„

Per questo sentimento orgoglioso combinato con lo sdegno della realtà
nascono nei romantici la misantropia e l'amore della solitudine.
L'anima è sola, il mondo è un deserto, la civiltà un tradimento fatto
alla natura; il ritorno allo stato patriarcale il solo saggio partito.
Il Leopardi scioglie un inno ai Patriarchi; detesta i raffinamenti, i
pervertimenti della società; ama di caldo amore la semplice natura.
“Senza fallo„ scrive al Giordani, “io spero che vi sentiate meglio
anche voi, contemplando questa natura innocente, fra la malvagità
degli uomini.„ Il _Renato_ dello Chateaubriand ha chiamato la folla
“vasto deserto di uomini„; il Leopardi dice: “veramente per me non
c'è maggior solitudine della gran compagnia.„ Il suo carattere “è di
chiudere nel profondo di me stesso tutti gli affanni e le affezioni
vere„; naturalmente è inclinato alla vita solitaria, e la canta,
e canta il passero solitario, il costume del quale tanto somiglia
al suo. Questo raccoglimento dà luogo più tardi a una smania, a
un bisogno di dissipazione; allora egli dice che non è “nato alla
pazienza„, che la solitudine “non è fatta per quelli che si bruciano
e si consumano da loro stessi„; e insomma, come tutti i romantici,
egli è inquieto, incontentabile, non sa quel che vuole: “A me piace
moltissimo la compagnia quando son solo, e la solitudine quando sono
in compagnia....„ Dopo aver educato sentimenti idilliaci, si compiace,
come i suoi maestri, degli spettacoli tragici, delle convulsioni della
natura: la sua Saffo classicamente esprime un pensiero romantico:

    Noi l'insueto allor gaudio ravviva
    Quando per l'etra liquido si volve
    E per li campi trepidanti il flutto
    Polveroso de' Noti, e quando il carro,
    Grave carro di Giove a noi sul capo
    Tonando, il tenebroso aere divide.
    Noi per le balze e le profonde valli
    Natar giova tra' nembi, e noi la vasta
    Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto
    Fiume alla dubbia sponda
    Il suono e la vittrice ira dell'onda.

Ma il suo stato abituale è il tedio, il fastidio, la noia; come
quello dei romantici che, non contenti di annoiarsi all'italiana, alla
francese o alla tedesca, hanno preso ad imprestito lo _spleen_ inglese.
Il tedio lo affoga, la noia non solamente lo “opprime e stanca„ ma
lo “affanna e lacera„; e tanto gli è abituale, tanto è connaturata in
lui, che gli pare naturale, lodevole e grata: “la noia non è se non di
quelli in cui lo spirito è qualche cosa.„

Noi dovremo tornare più tardi su questi punti: notiamo per ora
come altri sintomi del male romantico si riscontrino nel Leopardi.
Sdegnando il mondo e i loro simili, che faranno gli annoiati? Niente
nella vita gli attira; essi soli sono perfetti: passeranno pertanto
il loro tempo osservando sè stessi; l'analisi psicologica viene in
grande onore. L'abito filosofico di studiare nella propria la natura
di tutti gli uomini è afforzato nel Recanatese da questa mania del suo
tempo; egli pensa che nessuno scritto è più eloquente di quello dove
altri parla di sè stesso. E mentre una forma d'arte, il romanzo, già
cronaca degli avvenimenti, diventa ora lo specchio dell'anima; mentre
Stendhal compone i suoi primi romanzi psicologici; Giacomo Leopardi,
quello stesso classico Leopardi il quale voleva scrivere un romanzo
storico “sul gusto della _Ciropedia_„, pensa di comporre la _Storia
d'un'anima_: “romanzo che avrebbe poche avventure estrinseche, ma
racconterebbe le vicende interne di un'anima nata nobile e tenera,
dal tempo delle sue prime ricordanze fino alla morte„; pensa anche di
comporre i _Colloquii_ “dell'io antico e dell'io nuovo, cioè di quello
che io fui, con quello ch'io sono; dell'uomo anteriore all'esperienza
della vita e dell'uomo esperimentato.„

Se pure i romantici non fossero sdegnosi della realtà, se pure
stimassero i loro simili e volessero frequentarli ed imitarli, vivendo
come essi, ne sarebbero capaci? Le assidue analisi intime, l'intensità
del pensiero, prima che nel Leopardi, in tutti gli altri romantici e
nell'iniziatore della scuola attenuano l'energia volitiva e rendono
incapaci di vivere: lo stesso Leopardi nota questa sua parentela col
Ginevrino quando, enumerato nel _Filippo Ottonieri_ i diversi generi
di uomini, ragiona di quelli nella cui natura “è congiunta e mista
alla forza una sorta di debolezza e di timidità: in modo che essa
natura combatte seco medesima. Perocchè gli uomini di questa seconda
specie.... non vengono a capo, nonostante qualunque cura e diligenza
vi pongano, di addentrarsi all'uso pratico della vita, nè di rendersi
nella conversazione tollerabili a sè non che altrui. Tali essere stati
negli ultimi tempi, ed essere nell'età nostra, se bene l'uno più,
l'altro meno, non pochi degl'ingegni maggiori e più delicati. E per un
esempio insigne, recava Gian Giacomo Rousseau.„

L'incapacità di vivere come gli altri, l'assiduità delle meditazioni,
la noia, l'inquietudine, la solitudine, producono la malattia del
secolo: la malinconia, la disperazione, l'amor della morte. Se
l'anima immaginosa e sensibile ha esaurito prima di vivere la sua
forza vitale, se l'esperienza la scontenta, se il mondo la disgusta,
se la solitudine la snerva, se gli altri la offendono, se la propria
compagnia la stanca, dove resterà un rifugio? Nella morte, unicamente.
A questa conclusione arrivano tutti i romantici. Werther si uccide,
Ortis si uccide; i loro imitatori non sono soltanto legione nell'arte,
ma anche nella vita. Una donna, la Staël, fa l'elogio del suicidio;
un'altra donna, Elisa Mercoeur, tenta di asfissiarsi col profumo
dei fiori. Vittorio Escousse a 19 anni e Augusto Lebras a 16, si
asfissiano insieme perchè non si sentono al loro posto quaggiù, perchè
manca loro la forza a ogni passo fatto avanti o indietro. Alfredo
de Vigny riconosce che il suicidio è un delitto per la religione e
per la morale, ma la disperazione può più che la ragione; e, se la
vince, sarà da chiamar colpevole il suicida, il poeta, o non piuttosto
il mondo?... Non occorre citare altri esempi. Miglior partito sarà
dimostrare la forza di questo contagio. Giacomo Leopardi forse anche
senza l'epidemia romantica avrebbe disperato; ma, senza le cause della
sua disperazione che indagheremo fra poco ad una ad una, i germi del
male diffusi nell'aria del suo tempo avrebbero attecchito e prodotto
una grande rovina dentro di lui. Questi germi erano così virulenti che
attaccarono e minacciarono per un momento la salute morale d'un uomo
d'azione, dell'uomo destinato ad operare cose grandissime, dell'uomo
che ebbe la massima energia e il massimo impero sopra sè stesso,
sopra i suoi simili e sul mondo: Napoleone Bonaparte. “Je suis ennuyé
de la nature humaine,„ scrive egli un giorno al fratello Giuseppe:
“Les grandeurs m'ennuyent, le sentiment est desséché, la gloire est
fade.„ Ed anch'egli si duole: “Un jour, au milieu des hommes, je
rentre pour rêver en moi-même, et me livrer à toute la vivacité de ma
mélancolie. De quel côté est elle tournée aujourd'hui?„ Ed anch'egli
pensa alla morte: “Du côté de la mort. Dans l'aurore de mes jours,
je puis encore espérer de vivre longtemps, et quelle fureur me porte
à vouloir ma destruction?... Que faire dans ce monde?... Puisque je
dois mourir, ne vaut-il pas autant se tuer? Si j'avais passé soixante
ans, je respecterais les préjugés de mes contemporains et j'attendrais
patiemment que la nature eût achevé son cours; mais puisque je commence
à éprouver des malheurs, que rien n'est plaisir pour moi, pourquoi
supporterais-je des jours on rien ne me prospère?...„

Se Bonaparte non sfuggì al contagio nei primi tempi dell'epidemia, con
quanta violenza non deve essa comunicarsi più tardi, nell'infuriare
del romanticismo, ad un'anima sensitiva e fantasiosa come quella del
Recanatese?... Abbiamo visto che la potenza del sentimento poetico e
dello spirito filosofico è in lui causa di un intimo disagio; questo
disagio potrebbe essere, ma non è curato dall'educazione; tutt'altro.
Una disciplina uniforme avrebbe potuto essergli salutare; ma egli
nasce in un tempo travagliato, in mezzo a un campo di battaglia.
Senza l'avvelenamento romantico, non è da credere che le sue facoltà
poetiche, l'immaginazione e la sensibilità, sarebbero state represse
a vantaggio delle altre; ma non sarebbero state esasperate come
furono. E se pure il poeta avesse potuto sentire come i romantici,
senz'altro, certo non sarebbe stato contento, come non furono contenti
i suoi predecessori e compagni e seguaci; ma non avrebbe sofferto,
come soffrì, per avere nello stesso tempo tanto assiduamente ripensato
il pensiero antico. Mentre intorno a lui ciascuno scrittore lotta
contro un altro, egli lotta con sè stesso: è classico e romantico a
un tempo, è attratto dall'una all'opposta parte. Fra le due retoriche
cerca un accomodamento: la letteratura s'indirizzi “verso il classico
e l'antico„ col soccorso della filosofia, trattando soggetti “del
tempo„, riconoscendo “la necessità di adattarsi al gusto corrente„;
ma i sentimenti, gli atteggiamenti morali, grazie ai quali ogni altro
scrittore si mette piuttosto con l'una che con l'altra fazione, non si
conciliano dentro di lui o si conciliano per farlo soffrire; perchè,
mentre il romanticismo lo disgusta del reale, il classicismo lo rende
incapace di adattarsi al mondo moderno. Leggete il suo canto _Alla
primavera_, che porta anche un secondo titolo: _Delle favole antiche_:
vedrete che egli loda i tempi quando tutta la natura era animata,
quando le candide ninfe e gli agresti Pani popolavano i fonti ed i
campi, quando i fiori e l'erbe ed i boschi vivevano, quando Eco non era
un “vano error di venti„ ma il dolente spirito di una ninfa infelice.
Il sentimento che glie lo detta non potrebbe essere più classico;
consideratelo più attentamente: troverete che non è tanto classico
quanto pare; c'è dentro quella stessa scontentezza del presente e del
vicino che spinge i romantici verso il passato e l'esotico. I romantici
puri si rifugiano col pensiero nel medio-evo cavalleresco e cristiano;
il Leopardi lo evoca una volta:

            O torri, o celle,
    O donne, o cavalieri,
    O giardini, o palagi!...

ma gl'immensi studii fatti intorno all'antichità lo rivolgono di
preferenza a quel mondo pagano dal quale dovrebbe rifuggire interamente
per essere romantico del tutto; nel quale dovrebbe serenamente
rifugiarsi per essere del tutto classico. Nato più presto o più tardi,
il suo spirito avrebbe forse seguito una sola corrente e nella nettezza
delle visioni e nella saldezza dei convincimenti avrebbe trovato forza
e sostegno: l'età perplessa nel quale vive accresce il suo disagio. Se
egli possedesse una nativa capacità d'equilibrio, a lui si potrebbe
riferire ciò che il Giordani dice del Canova, e “pietosa„ sarebbe
stata la provvidenza ponendolo “sul doppio confine della memoria e
dell'immaginazione umana a congiungere due spazii infiniti, richiamando
a noi i passati secoli, e de' nostri tempi facendo ritratto agli
avvenire„; ma questa congiunzione, alla quale il Leopardi artista deve
la sua grandezza, è anche un'altra causa del dolore dell'uomo.



L'ESPERIENZA



I.

LA SALUTE.


Quantunque, per la nativa sua tempra e per effetto dell'educazione,
Giacomo Leopardi sia un'anima in pena, mal preparata a trovare e ad
apprezzare la felicità, che è il bisogno di ogni uomo; nondimeno, se
la fortuna gli sorridesse, se i beni gli si offrissero ed egli non li
sapesse apprezzare, non avrebbe ragione di negarli. Ma che cosa gli
prepara la vita?

Il primo, il più necessario, il più urgente dei beni è la salute, la
pienezza, l'interezza delle facoltà organiche; senza di che nessun
altro piacere, nessun'altra gioia è possibile, e lo stesso sentimento
dell'essere è leso e menomato. “Il corpo è l'uomo„ fa dire lo stesso
Leopardi al suo Tristano: “perchè (lasciando tutto il resto) la
magnanimità, il coraggio, le passioni, la potenza di fare, la potenza
di godere, tutto ciò che fa nobile e viva la vita dipende dal vigore
del corpo, e senza quello non ha luogo. Uno che sia debole di corpo,
non è uomo, ma bambino; anzi peggio; perchè la sua sorte è di stare a
vedere gli altri che vivono, ed esso al più chiacchierare, ma la vita
non è per lui.„ Questo vigore corporale, la salute, il sommo bene, a
pochi è negato: tanto esso è frequente e necessario, che il primo posto
si dà ordinariamente ad altri, perchè “la vita è principalmente dei
sani, i quali, come sempre accade, o disprezzano o non credono di poter
perdere ciò che posseggono.„ Il Leopardi ne è privo.

Noi lo abbiamo visto scontento perchè, mentre la fantasia vivacissima
gli dipinge arcani mondi ed arcana felicità, la ragione lo contrasta;
e perchè mentre sente troppo, è poco capace di volere; ma insomma,
con tutta la straordinaria sua precocità, egli è ancora un fanciullo,
un adolescente, che impiega il suo tempo nello studio, che ha una
gran febbre di sapere, che non si stanca di leggere, di annotare,
di commentare, di trasportare sulle esili braccia i pesanti volumi
dai palchetti della biblioteca alla scrivania. Supponiamo che in
gioventù, nella maturità, egli goda d'una buona salute: il mondo,
nonostante che egli lo sdegni, tosto o tardi, debolmente o fortemente,
pure lo allaccerà. Invece, a diciassette anni, egli esce dagli
studii portentosi con la schiena curva, i muscoli emaciati, la vista
rovinata: il fanciullo vivace, l'eroe Filzero che le dava a tutti e
non ne toccava da nessuno, Giacomo “il prepotente„ è un povero gobbo
minacciato di cecità, oggetto di riso e di compassione. Senza dubbio
non la sola enormità dello sforzo lo ha così ridotto; egli porta
dalla nascita, nelle vene, un principio maligno. Le morti precoci,
le malattie nervose e la pazzia sono state frequenti tra i suoi
antenati; il sangue della vecchia stirpe si è impoverito e corrotto
nei molteplici matrimonii tra consanguinei: troppe volte i Leopardi
s'imparentano con gli Antici, ai quali appartiene anche la madre di
Giacomo. Ella lo concepisce giovanissima, in tempi di spavento, quando
il marito di lei è perseguitato dai Francesi invasori. L'eredità
morbosa e il formidabile sforzo mentale spiegano la rovina della sua
salute: la rachitide e quella che oggi si chiama neurastenia. Nel
primo fiore della gioventù egli si sente morire, crede che non gli
restino più di due o tre anni da vivere. Non ne ha ancora venti, e già
la sua vita consiste nell'alzarsi tardi, nel mettersi a passeggiare
sino all'ora del desinare, nel riprendere poi la passeggiata sino
alla sera: non può scrivere un rigo e appena riesce a leggere per
un'ora. Così dura sette mesi. Si rimette alla peggio, e allora capisce
qual è la sua condanna: “ho potuto accorgermi e persuadermi, non
lusingandomi, o caro, nè ingannandomi, che il lusingarmi e l'ingannarmi
pur troppo è impossibile, che in me veramente non è cagione necessaria
di morir presto, e purchè m'abbia infinita cura, potrò vivere, bensì
strascinando la vita coi denti, e servendomi di me stesso appena per la
metà di quello che facciano gli altri uomini, e sempre in pericolo che
ogni piccolo accidente e ogni minimo sproposito mi pregiudichi, o mi
uccida.„

A ventun anno, nella primavera del 1819 comincia a soffrire d'una
debolezza dei nervi oculari che gl'impedisce di poter leggere anche
una sola riga; trascorre allora i suoi giorni sedendo con le braccia
in croce, o passeggiando per le stanze, in modo che gli fa spavento.
“Nell'età che le complessioni ordinariamente si rassodano, io vo
scemando ogni giorno di vigore, e le facoltà corporali mi abbandonano
ad una ad una.„ Ripiglia un po' di forza al rinfrescarsi della
stagione, “ma l'imbecillità degli occhi, e però la miseria della mia
vita, è sempre la stessa e maggiore.„ Il primo d'ottobre comincia
una lettera al Giordani, ma un'oftalmia sopravvenuta alla debolezza
non gli consente di finirla se non in sul finire del mese. L'amico lo
sollecita a studiare; “gli studi,„ risponde il poveretto, “non so da
otto mesi che cosa sieno, trovandomi i nervi degli occhi e della testa
indeboliti in maniera, che non posso non solamente leggere nè prestare
attenzione a checchessivoglia, ma fissar la mente in nessun pensiero
di molto o poco rilievo.„ Egli si duole “di avere un cervello nel
cranio„, perchè non può pensare minimi e fugacissimi pensieri “senza
contrazione e dolore de' nervi„; il male degli occhi lo riduce “alla
natura dei gufi, odiando e fuggendo il giorno.„ Ha una tregua di quasi
un anno; ma nell'autunno del '20 “o che la fatica mi ha pregiudicato,
se bene è stata moderatissima, o per qualunque altra ragione, sento
che la mia povera testa ricade nella debolezza passata.„ Così va
avanti, “come Dio vuole: quando peggio, quando meglio, sempre inetto a
lunghe applicazioni.... Io studio la notte e il dì fino a tanto che la
salute me lo comporta. Quando ella non mi sostiene, io passeggio per
la camera qualche mese; e poi torno agli studi, e così vivo.„ In ogni
inverno i suoi mali s'incrudiscono, il freddo è per lui “una malattia
grave„, un “carnefice e nemico mortale„; nè la primavera gli è del
tutto propizia, perchè gli produce ogni anno una penosa “inquietezza
di nervi.„ Nel marzo del '25 è ridotto a tale, che non può “fissar la
mente in una menoma applicazione, neppure per un istante, senza che
lo stomaco vada sossopra immediatamente, come m'accade appunto adesso,
per la sola applicazione di scrivere questa lettera.„ A Bologna, poco
dopo, si sente un altro, quasi guarito della testa e degli occhi; ma il
caldo patito in viaggio gli produce una grave e penosa infiammazione
d'intestini che si prolunga sino all'anno seguente; e il primo freddo
lo avvilisce, e il rigido inverno lo tormenta in modo straordinario,
“perchè la mia ostinata riscaldazione d'intestini e di reni m'impedisce
l'uso del fuoco, il camminare e lo stare in letto.„ Soffre pertanto
pene indescrivibili, “quanto forse in tutto il rimanente della mia
vita insieme.„ Con la primavera si sente tornare in vita “da una
vera morte„; ma se appena appena in aprile il tempo si guasta, egli
deve ritirarsi dal mondo e chiudersi in casa. Finalmente con l'estate
migliora; ma ricade appena fa una gita a Ravenna. Si propone di fuggire
da Bologna, tanto lo spaventa l'idea di passarvi un altro inverno; ma
prima che ne fugga gli sopravviene un reuma di capo, di gola e di petto
con febbre e sordità. Nel cuore dell'inverno del '27 guarisce, a casa
sua, dopo quattordici mesi, del male degli intestini; ma ricominciano
a patire gli occhi “miserabilmente.„ Tornato a Bologna, gli danno un
fastidio sempre più grave; a Firenze la flussione e l'enfiagione delle
palpebre peggiorano: non può vedere la città, non può sostenere la
luce. Guarita la flussione, gli resta la consueta debolezza dei nervi
ottici e della testa, complicata dal male dei denti; e quantunque
l'inverno lo atterrisca, è ridotto a sperare che sopravvenga tosto,
perchè il freddo, pregiudicandolo in tutto il resto, gli giova per
gli occhi. Intanto non può “nè leggere, nè scrivere, nè pensare„;
ricomincia a starsene giorni interi seduto, con le braccia in croce,
in un ozio “più tristo assai della morte. Certo è che un morto passa la
sua giornata meglio di me.„ L'8 di settembre scrive: “La mia debolezza
degli occhi è la più grave ed ostinata che io abbia sofferto da otto
anni in qua. Sto bene, eccetto incomodi leggieri di flussioni e di
stomaco.„ Vedete: è ridotto a tale che, con la vista rovinata, con
altri incomodi di flussioni e di stomaco, pure dice che sta bene! Spera
la guarigione “provvisoria e non radicale„ della vista con l'inverno,
ma il primo freddo lo disturba; poi, se migliorano gli occhi e i denti,
torna a soffrire con lo stomaco, “perchè, per paura di farmi male, non
mangiavo più quasi nulla.„

Lo hanno accusato di vagabondaggio, mentre il disgraziato è costretto
a mutar di luogo per tentar di alleviare le sue pene. Va a Pisa
nell'autunno del '27, e lì si sente assai meglio, quantunque gli occhi
non guariscano interamente; e se il freddo gli fa bene, egli trema
dalla mattina alla sera non potendo far uso del fuoco: “l'uso del
camminetto mi è impossibile assolutamente e totalmente; giacchè anche
lo scaldino, il quale adopero con moderazione infinita, m'incomoda
assaissimo.„ Il 31 di gennaio così descrive il suo stato: “Questi miei
nervi non mi lasciano più speranza; nè il mangiar poco, nè il mangiar
molto, nè il vino, nè l'acqua, nè il passeggiare le mezze giornate,
nè lo star sempre in riposo, insomma nessuna dieta e nessun metodo
mi giova. Non posso fissar la mente in un pensiero serio per un solo
minuto, senza sentirmi muovere una convulsione interna, e senza che
lo stomaco mi si turbi, la bocca mi divenga amara e cose simili.„ La
sua vita “è noia e pena: pochissimo posso studiare.... La mia salute
è tale da farmi impossibile ogni godimento: ogni menomo piacere mi
ammazzerebbe„; e l'infelice trova un'espressione terribilmente efficace
per dipingere la sua miseria: “Se non voglio morire, bisogna ch'io non
viva....„ Dovendo tornare a Firenze viaggia di notte: nondimeno sta
male più giorni con gl'intestini e si persuade che non è più fatto
per muoversi. “_Tutti_ i miei organi, dicono i medici, son sani: ma
_nessuno_ può essere adoperato senza gran pena, a causa di un'estrema,
inaudita _sensibilità_ che da tre anni ostinatissimamente cresce _ogni_
giorno: quasi ogni azione e quasi ogni sensazione mi dà dolore.„
Per stare tollerabilmente, deve aversi una gran cura, evitare di
riscaldarsi e vivere senza far nulla.

Con la nuova stagione ricominciano i mali di ventre: non può mangiare,
si riduce talvolta a patire la fame perchè lo stomaco non tollera
cibo senza dolori, “i quali sono tanto più gravi, quanto è maggiore
la quantità del cibo, benchè questa non sia mai superiore, anzi
appena uguale, al bisogno.„ Si rimette, ma gli ritorna la flussione
degli occhi, ed è ancora costretto a tralasciare le occupazioni della
mente. “La mia salute è passabile,„ scrive il 18 settembre del '28 al
padre, “eccetto la solita estrema sensibilità ed irritabilità d'ogni
sorta, la quale non posso vincere con l'esercizio (benchè questo per
il momento mi sia sempre giovevolissimo), e m'obbliga ad avermi una
cura eccessiva, minuta e penosa.„ Per comporre una letterina entra
“in convulsione e in una specie di febbre.„ In autunno: “i dolori e le
difficoltà smaniose del digerire mi travagliano molto.„ Di ritorno a
Recanati, non può “nè leggere, nè scrivere, nè pensare, nè digerire il
mio pranzo, che è pur piccino.„ Nell'estate del '29 “lo sfiancamento e
la _risoluzione_ dei nervi„ va sempre crescendo. In luglio scrive alla
Maestri: “Non solo non posso far nulla, digerir nulla, ma non ho più
requie nè giorno nè notte.„ E in agosto allo Stella: “La mia salute
è in misero stato e la mia vita è un purgatorio.„ E in settembre al
Bunsen: “Non solo i miei occhi, ma tutto il mio fisico sono in istato
peggiore che non fossero mai. Non posso nè scrivere, nè leggere, nè
dettare, nè pensare. Questa lettera finchè non l'avrò terminata sarà
la mia sola occupazione, e con tutto ciò non potrò finirla se non fra
tre o quattro giorni.„ A Firenze, nel '30, ha sputi sanguigni ad ogni
più piccolo raffreddore, e passa mesi interi in letto; torna anche
a smaniare per lo stomaco: “Se non vedrete mie lettere,„ scrive alla
sorella, “non vi meravigliate mai: assolutamente non posso, non posso
scrivere.„ Ogni riga gli costa “sudor di sangue.„ È ridotto “un tronco
che sente e pena.„

E la crudele vicenda ricomincia col nuovo anno: in primavera si
sente rinascere, “ma nè occhi nè testa non hanno ricuperato un solo
menomissimo atomo delle loro facoltà, perdute certamente per sempre.„
S'illude ancora, crede d'esser guarito nell'autunno; ma già lo turba il
solo pensiero dell'inverno, che dovrà passare in casa, “secondo il mio
antico e poco ameno costume.„ A Roma, dove va col Ranieri, è inchiodato
a letto dal mal di petto, che continua sino alla primavera del '32,
con miglioramenti e ricadute successive. Nell'estate, a Firenze, il
caldo gli fa soffrire “molta debolezza e malessere, poichè tutta la mia
salute e il mio vigore dipende dalla moderazione della temperatura, la
quale mancando, sto sempre male.„ E nell'autunno torna ad allettarsi
per un altro reuma di petto: il terzo in dieci mesi. Arriva in fin
di vita, si ristabilisce a primavera; ma gli occhi sono nuovamente,
più seriamente minacciati dall'erpete, e quasi perduti. Nell'estate
ritornano a riammalarsi: uno è semichiuso.

Tale è la sua rovina, che, deliberato di tentare il clima di Napoli,
non può dare direttamente notizia al padre della partenza; si deve
servire della mano altrui, “perchè quelle poche ore della mattina,
nelle quali con grandissimo stento potrei pure scrivere qualche riga,
le passo necessariamente a medicarmi gli occhi.„ E a Napoli la via
della croce ricomincia ancora una volta: dapprima gli occhi sembrano
guariti, poi egli deve tornare alla cura del sublimato corrosivo;
quando l'erpete migliora, resta ancora il male interno, insanabile.
Nell'autunno del '35 paga il suo tributo alla stagione con una
costipazione accompagnata da copiose emorragie del naso. Le condizioni
generali si sollevano, nell'inverno dal '35 al '36 può tornare un poco
a pensare, a leggere, a scrivere; passa oltre un anno mediocremente:
ma è l'ultimo guizzo della lampada vicina ad estinguersi. Già le
gambe cominciano a gonfiarsi, già il respiro diventa affannoso. Il
primo freddo del '36 lo fa spasimare più che quello sofferto a Bologna
dieci anni prima, e sul principio del dicembre il ginocchio e la gamba
diritta gli si gonfiano e diventano d'un colore spaventevole. Si porta
questo male sino alla metà di febbraio, quand'ecco un nuovo attacco
di petto. L'occhio diritto è minacciato da amaurosi; gli sopravviene
un attacco d'asma per il quale non può nè camminare, nè giacere, nè
dormire. Il 14 di giugno, a trentanove anni, muore improvvisamente,
durante il desinare.

Tale fu la vita dell'infelice: mai forse tanta grandezza d'ingegno
fu pagata con tanta miseria del corpo. Negli altri, nelle creature
sensitive del suo tempo, i dolori si alternano con i piaceri, alle
contrazioni incresciose seguono pure i fremiti di godimento; il
suo supplizio è per questo inaudito: che non solo egli soffre fino
allo spasimo, ma _non può godere_. Gli occhi che dovrebbero aprirsi
agli spettacoli della natura, della bellezza, sono costretti a
fuggire la luce; il sangue che dovrebbe scorrergli impetuoso nelle
vene ed avvivargli le membra ed imporporargli le guance, gli spunta
sulle pallide labbra: le ossa gli si rammolliscono, le carni gli si
avvizziscono: la tisi, l'idropisia, la cardiopatia se lo contendono.
E questi mali non gl'impediscono soltanto di soddisfare il naturale
appetito del piacere, di cercare le grate impressioni; ma anche di
appagare l'altro suo bisogno: il bisogno di studiare, di meditare,
di comunicare con i grandi spiriti dei poeti e dei filosofi, di
raccogliersi in sè stesso, di scrivere il suo pensiero, e anche di
pensare soltanto. Qualcuno gli consiglia di disprezzare i piccoli
incomodi; ma potrà mai essere piccolo incomodo per lui l'impossibilità
di studiare? Egli non può lasciare gli studi, e questi non hanno
fatto e non fanno altro che male, e male grave, alla sua salute. “Ma
come passar la vita senza di loro?„ Vivere senza pensare non gli è
possibile; ed egli non può pensare, ma deve vivere; allora si duole
che, dovendo pur essere al mondo, non sia “pianta o sasso o qualunque
altra cosa non ha compagna dell'esistenza il pensiero.„

Così, mentre egli è per la sua costituzione morale poco capace di
volontà, la sua costituzione fisica gli vieta quasi ogni azione diretta
a contentare le prepotenti sue facoltà naturali. La sensibilità, che
naturalmente cerca le impressioni grate, deve fuggirle e non ne prova
alcuna; la stessa riflessione, la stessa meditazione, che sul principio
lo ha consolato sino ad un certo segno dei mancati piaceri, è anch'essa
continuamente impedita.



II.

L'AMORE.


Quando la salute, prima condizione della felicità, è assicurata, gli
uomini considerano come massimo pregio della vita l'amore. Tanto valore
è attribuito a questa passione per la difficoltà del suo appagamento.
Ciascuna creatura bastando a sè stessa quando vuol soddisfare qualunque
suo bisogno, ha bisogno d'un'altra creatura simile e diversa ad un
tempo per soddisfare l'istinto della riproduzione. Questa dipendenza,
la necessità dell'accordo, non riguardano soltanto l'amore come fatto
organico, ma anche e più l'amore come sentimento. I due appetiti del
maschio e della femmina, se bene non si destano a un punto e con forza
e caratteri eguali, quasi sempre finalmente coincidono; molto più
difficile è che le aspirazioni, i sentimenti e le idee d'un uomo e
d'una donna concordino. La difficoltà dell'accordo, dal quale dipende
l'appagamento del bisogno, si rivela e si misura nella scelta sessuale.
Non ad un qualunque individuo dell'altro sesso ciascun individuo chiede
l'amore, ma determinatamente ad un tale: se ogni donna può essere amata
da ogni uomo, e reciprocamente, ciascuno di noi, uomo o donna, crede
che il proprio piacere dipenda da alcune creature singolarissime. E
la nostra scelta è naturalmente determinata dalle qualità esteriori e
visibili delle creature da amare: noi scegliamo quelle che ci sembrano
più belle e, per ciò stesso, migliori. Giacomo Leopardi, sensibile e
immaginoso come lo conosciamo, capace d'apprezzare come abbiamo visto
la bellezza muliebre, crederà, sulla fede di questa bellezza, a una
maggiore, a un'infinita bellezza intima; l'amor suo sarà un fuoco
divoratore. Infermo e deforme, egli non sarà riamato da nessuna donna.
Mai i poeti dell'amore immaginarono situazione più sciagurata: un
cuor nobile e uno spirito altissimo in un corpo egro e contraffatto.
Se l'esperienza sentimentale è tanto spesso triste per quegli uomini
grandi la cui grandezza non potè essere misurata dalle donne, ma che
pure, poco o molto, bene o male, furono riamati; che cosa dovette
essere per un uomo come il Leopardi a cui nessuna donna mai rispose, di
cui più d'una donna rise?

Il primo amore lo infiamma a diciotto anni: egli s'invaghisce della
cugina Geltrude Cassi venuta per qualche giorno a Recanati e scesa
in casa di lui. Che struggimento sia questa passione egli stesso ha
descritto:

      Tornami a mente il dì che la battaglia
    D'amor sentii la prima volta, e dissi:
    Oimè, se quest'è amor, com'ei travaglia!
    . . . . . . . . . . . . . . .

      Ahi come mal mi governasti, amore!
    Perchè seco dovea sì dolce affetto
    Recar tanto desìo, tanto dolore?

      E non sereno, e non intero e schietto,
    Anzi pien di travaglio e di lamento
    Al cor mi discendea tanto diletto?

      Dimmi, tenero core, or che spavento,
    Che angoscia era la tua fra quel pensiero
    Presso al qual t'era noia ogni contento?

Delizia somma ed unica, la passione è anche spasimo ineffabile: questo
contrasto noto ad ognuno si acuisce soprammodo in una natura sensibile
come quella del Leopardi. Il suo cuore “inquieto e felice e miserando„,
gli affatica il fianco dal tanto forte palpitare, e il sonno gli vien
meno come per febbre; ma intanto la dolce immagine sorge viva in mezzo
alle tenebre:

      Oh come soavissimi diffusi
    Moti per l'ossa mi serpeano! Oh come
    Mille nell'alma instabili, confusi
      Pensieri si volgean!

Ma di questa donna che suscita in lui tanto desiderio egli può appena
ammirare le sembianze e udire la voce: e già ella parte, e invano

      Io qui vagando al limitare intorno
    Invan la pioggia invoco e la tempesta
    Acciò che la ritenga al mio soggiorno.

      Pure il vento muggia nella foresta
    E muggìa tra le nubi il tuono errante
    Pria che l'aurora in ciel fosse ridesta.

      O care nubi, o cielo, o terra, o piante;
    Parte la donna mia: pietà, se trova
    Pietà nel mondo un infelice amante.

      O turbine, or ti sveglia, or fate prova
    Di sommergermi, o nembi, insino a tanto
    Che il sole ad altre terre il dì rinnova.

      S'apre il ciel, cade il soffio, in ogni canto
    Posan l'erbe e le frondi, e m'abbarbaglia
    Le luci il crudo sol pregne di pianto....

E se egli, al buio, protendendo l'orecchio avido per cogliere l'ultima
voce di lei che parte, ne ode in cambio un'altra, una voce plebea, pure
un gelo lo prende e il cuore gli si rompe nel petto. E quando ella se
ne va, e s'ode il romorio dei cavalli e delle ruote:

      Orbo rimasi allor, mi rannicchiai
    Palpitando nel letto e, chiusi gli occhi,
    Strinsi il cor con la mano e sospirai.

      Poscia traendo i tremuli ginocchi
    Stupidamente per la muta stanza,
    Ch'altro sarà, dicea, che il cor mi tocchi?

      Amarissima allor la ricordanza
    Locommisi nel petto, e mi serrava
    Ad ogni voce il cor, a ogni speranza.

      E lunga doglia il sen mi ricercava,
    Com'è quando a distesa Olimpo piove
    Malinconicamente e i campi lava.

Non è esagerazione poetica, retorica. Già non sarebbe da dubitarne
perchè lo scrittore, — e particolarmente uno scrittore come lui —
risente, componendo, le sue impressioni passate; e se trova immagini
gagliarde per dipingere lo stato dell'anima sua, vuol dire che
gagliardamente ha sentito o è capace di sentire; ma noi abbiamo altre
testimonianze le quali dicono molto più che non dica egli stesso.
La notte della partenza della Cassi, riferisce la contessa Teresa
Leopardi, fu una notte “spaventevole. Egli era in preda a un delirio
che lo faceva gridare e ruggire.„ Il fratello Carlo dovette vegliarlo.
Calmatosi, egli non scrisse soltanto questi versi, compose anche una
_Storia_ del suo amore, in prosa; un giorno ne lesse alcuni frammenti
al fratello: “gli si spezzava il cuore nel leggerli, e a Carlo mancava
il coraggio d'insistere, e lo pregava che cessasse d'intrattenersi su
quelle strazianti memorie.„

Quest'analisi intima accresce naturalmente la forza delle impressioni
che già si sono scritte profondamente nelle sensibilissime fibre.
Null'altro compiacimento egli trova fuorchè in questa indagine:

    Solo il mio cor piaceami, e col mio core
    In un perenne ragionar sepolto,
    Alla guardia seder del mio dolore.

Perchè, non solamente nulla ottenne egli da quella donna, ma nulla le
chiese, nulla le disse; e quantunque assicuri che

      Vive quel foco ancor, vive l'affetto,
    Spira nel pensier mio la bella imago
    Da cui, se non celeste, altro diletto
      Giammai non ebbi, e sol di lei m'appago;

pure, col tempo, la memoria della sua passione a poco a poco,
naturalmente, si disperde. Un'altra tosto ne nasce.

Una fanciulla di umile condizione, Teresa Fattorini, figlia del
cocchiere di casa Leopardi, lo innamora. Che cosa dovrà essere questo
sentimento noi possiamo prevedere da quel che egli dice intorno alla
seduzione esercitata dalle giovanette, dalle vergini. Se una donna,
come era la Cassi, “è più atta a inspirare e maggiormente mantenere una
passione,„ egli giudica che una fanciulla dai sedici anni ai diciotto
anni “ha nel suo viso, nei suoi moti, nelle sue voci un non so che di
divino che niente può agguagliare. Qualunque sia il suo carattere,
il suo gusto, allegra o malinconica, capricciosa o grave, vivace o
modesta, quel fiore purissimo, intatto, freschissimo di gioventù,
quella speranza vergine, incolume, che si legge sul viso e negli
atti, e che voi nel guardarla concepite in lei e per lei, quell'aria
d'innocenza e d'ignoranza completa del male, delle sventure, dei
patimenti; quel fiore insomma, anche senza innamorarvi, anche senza
interessarvi, fanno in voi un'impressione così viva, così profonda,
così ineffabile, che voi non vi saziate di guardare quel viso; ed io
non conosco cosa che più di questa sia capace di elevarci l'anima, di
trasportarci in un altro mondo, di darci un'idea d'angeli di paradiso,
di divinità, di felicità. Tutto questo, io ripeto, senza innamorarci,
senza muoverci desiderio di posseder quell'oggetto. La stessa divinità
che noi vi scorgiamo, ce ne rende in certo modo alieni, ce la fa
riguardare come di una sfera divina e superiore alla nostra, a cui non
possiamo aspirare....„ La gentile Teresa, se da principio gl'ispira
questo senso di umile e trepida ammirazione, presto lo infiamma d'amore
prepotente. Quando, di maggio, ella siede intenta alle opere femminili
e fa risonare tutt'intorno il suo perpetuo canto; ed egli, lasciate le
sue carte, ascolta quei suoni, il volto gli si discolora; e se volge lo
sguardo alle vie dorate, agli orti, al mare, al monte, la sua felicità
è infinita:

    Lingua mortal non dice
    Quel ch'io sentivo in seno.
      Che pensieri soavi.

    Che speranze, che cori, o Silvia mia!
    Quale allor ci apparia
    La vita umana e il fato!

Ma egli non le ha detto una sola parola dell'amor suo; nè sa che cosa
veramente ella provi per lui. Non può parlare, non sa risolversi: è
timido, indeciso, senza volontà: noi sappiamo che tutta la sua forza
vitale è impiegata all'interno, a sentire, a pensare: non glie ne
avanza per operare. E mentre la passione lo strugge e la debolezza
lo avvilisce, la povera ragazza se ne muore, di tisi, a ventun anno,
quando egli ne ha appena venti. Egli vede venire la morte della
diletta, e si studia invano di non credere a chi gli dà notizie
disperate dell'inferma, e presente lo strazio della dipartita; e,
morta, la rivede in sogno:

    Morta non mi parea, ma trista, e quale
    Degl'infelici è la sembianza. Al capo
    Appressommi la destra, e sospirando,
    Vivi, mi disse, e ricordanza alcuna
    Serbi di noi?

Egli non può credere che sia morta; e quando ne è certo, non sa come
ancora sia vivo egli stesso; e all'ombra — solo alla vana ombra — che
lo visita nel sogno, osa chiedere:

                Or se di pianto il ciglio,
    ........ e di pallor velato il viso
    Per la tua dipartita, e se d'angoscia
    Porto gravido il cor; dimmi: d'amore
    Favilla alcuna, o di pietà, giammai
    Verso il misero amante il cor t'assalse
    Mentre vivesti? Io disperando allora
    E sperando traea le notti e i giorni;
    Oggi nel vano dubitar si stanca
    La mente mia. Che se una volta sola
    Dolor ti strinse di mia negra vita
    Non mel celar, ti prego, e mi soccorra
    La rimembranza or che il futuro è tolto
    Al nostri giorni....

E quando ella gli dice che sì, allora:

    Per le sventure nostre, e per l'amore
    Che mi strugge, esclamai; per lo diletto
    Nome di giovinezza e la perduta
    Speme de' nostri dì, concedi, o cara,
    Che la tua destra io tocchi.

Torna a scordarsi che è morta nel ricoprirne di baci ardenti la mano;
ma il fantasma sparisce:

                    Allor d'angoscia
    Gridar volendo, e spasimando, e pregne
    Di sconsolato pianto le pupille,
    Dal sonno mi disciolsi. Ella negli occhi
    Pur mi restava, e nell'incerto raggio
    Del sol vederla io mi credeva ancora.

La dolorosa memoria non lo lascia più.

                    Ahi Nerina! In cor mi regna
    L'antico amor. Se a feste anco talvolta,
    Se a radunanze io movo, in fra me stesso
    Dico: Nerina, a radunanze, a feste
    Tu non ti acconci più, tu più non movi.
    Se torna maggio, e ramoscelli e suoni
    Van gli amanti recando alle fanciulle,
    Dico: Nerina mia, per te non torna
    Primavera giammai, non torna amore.
    Ogni giorno sereno, ogni fiorita
    Piaggia ch'io miro, ogni goder ch'io sento,
    Dico: Nerina or più non gode; i campi,
    L'aria non mira. Ahi tu passasti, eterno
    Sospiro mio: passasti: e fia compagna
    D'ogni mio vago immaginar, di tutti
    I miei teneri sensi, i tristi e cari
    Moti del cor, la rimembranza acerba.

Dubitano che questa Nerina sia la stessa Silvia, la stessa Teresa
Fattorini; dicono che possa essere un'altra umile giovanetta, la
tessitrice Maria Belardinelli, della quale il poeta si era più tardi
invaghito. Sia pure. Ma quest'altro amore è stato forse più fortunato
dell'altro? Quest'altro amore somiglia quanto più non sarebbe possibile
al primo. Come non ha rivelato l'animo suo alla Fattorini, il Leopardi
non l'ha rivelato alla Belardinelli; come la Fattorini è morta giovane,
giovane è morta la Belardinelli: la prima a ventun anno, la seconda a
ventisette. Entrambe le passioni furono tacite, inappagate, infelici.

E l'esperienza della sua incapacità a farsi amare prostra il giovane,
lo attrista, lo riduce a una sconsolata e cupa rassegnazione. Se
incontra una bella fanciulla, se ne ode soltanto da lontano qualcuna
cantare,

    A palpitar si move
    Questo mio cor di sasso; ahi, ma ritorna
    Tosto al ferreo sopor; ch'è fatto estraneo
    Ogni moto soave al petto mio.

Nessuna simpatia dell'infelice è stata corrisposta, nessuna ne ha
saputa o potuta esprimere; nessun'altra ne esprimerà, di nessun'altra
otterrà il ricambio. Egli stesso ha riconosciuto che così dev'essere,
che così è giusto che sia. Egli sa d'avere “l'aspetto miserabile e
dispregevolissima tutta quella gran parte dell'uomo, che è la sola a
cui guardino i più: e coi più bisogna conversare in questo mondo; e non
solamente i più, ma chicchessia è costretto a desiderare che la virtù
non sia senza qualche ornamento esteriore, e trovandonela nuda affatto,
s'attrista, e per forza di natura, che nessuna sapienza può vincere,
quasi non ha coraggio d'amare quel virtuoso in cui niente è bello
fuorchè l'anima.„ Così la sua Saffo, dispregiata amante, riconosce che

            alle sembianze il Padre
    Alle amene sembianze eterno regno
    Diè nelle genti; e per virili imprese,
    Per dotta lira o canto,
    Virtù non luce in disadorno ammanto.

Che vale nondimeno questa persuasione filosofica contro le leggi della
vita, contro le voci dell'istinto? La ragione ha un bel dimostrargli
sino all'evidenza che egli non può essere amato: che importa, se
dell'amore ha bisogno? E allora, non che rassegnarsi, egli fa un
ragionamento tutto inverso. L'amore degli uomini non si distingue per
la parte che vi ha l'anima? I godimenti bassi e volgari valgono forse
il piacere “que donne un seul instant de ravissement et d'émotion
profonde?„ L'anima sua non è capace di risentire e di procurare altrui
queste commozioni ineffabili? Le donne non dicono che è inutile parlare
ai loro sensi; che solo il sentimento le infiamma? Non vi sarà una
donna che, ansiosa di essere amata con l'anima, da un'anima grande,
comprenderà la sua grandezza e compatirà la sua sciagura e gli stenderà
la mano? Se egli ancora non l'ha trovata, non può, non deve sperare di
trovarla? Nulla vale l'esperienza contraria per uno avvezzo come lui a
dar tanto credito alle illusioni. Egli deve necessariamente illudersi
che se nessuna donna lo ha ancora compreso, qualcuna lo comprenderà.
E il tempo passa, e non una si accorge di lui. Allora egli si rivolta
contro tutte: tanto più violentemente, quanto più è persuaso che l'amor
suo è senza pari, per quel sentimento orgoglioso del quale altrove
notammo l'origine. Allora egli scrive: “L'ambizione, l'interesse, la
perfidia, l'insensibilità delle donne che io definisco un _animale
senza cuore_, sono cose che mi spaventano.... La scelleraggine delle
donne mi spaventa, non già per me, ma perchè vedo la miseria del
mondo.„ Egli vede che, se uomini e donne sono destinati ad amarsi, sono
anche fatti diversamente; e che, naturalmente più fredde, le donne
possono speculare sull'ardenza del desiderio che ispirano: quindi la
prostituzione. Egli non può accostare le sciagurate che si vendono
perchè gli fanno troppo ribrezzo e troppa paura, perchè vuole amare
nobilmente, con tutte le più alte potestà dell'esser suo; ma crede che,
se altra fosse la sua condizione nel mondo, non sarebbe deriso: “S'io
divenissi ricco e potente, ch'è impossibile, perchè ho troppo pochi
vizi, le donne senza fallo cercherebbero d'allacciami. Ma in questa
mia condizione, disprezzato e schernito da tutti, non ho nessun merito
per attirarmi le loro lusinghe.„ E il maggiore, l'unico suo merito, la
capacità sentimentale, si perde a poco a poco: egli sente di non poter
essere amato anche “perchè ho l'animo così agghiacciato e appassito
dalla continua infelicità, ed anche dalla misera cognizione del vero,
che prima di avere amato ho perduto la facoltà di amare; e un angelo di
bellezza e di grazia non basterebbe ad accendermi.„

Ma come s'inganna! A ventidue anni può egli esser sicuro di non
ricadere nell'eterna illusione? Non confessa che la sua esperienza è
tutta immaginaria, che non ha amato realmente, come tutti gli altri
uomini i quali manifestano i loro sentimenti e cercano di ottenerne
il ricambio; ma soltanto tra sè, tacitamente, nella solitudine? Allora
chi lo difenderà contro nuove lusinghe? Bisognerebbe che il suo cuore
mutasse di tempra perchè perdesse la capacità d'infiammarsi così. Se
l'amor suo è un chiuso fuoco che la sola vista d'una donna accende,
nè la mancata corrispondenza, nè l'impossibilità d'esser compreso, nè
lo sdegno contro le creature giudicate insensibili gl'impediranno di
accendersi ancora.

Noi lo abbiamo udito gridare da Roma al fratello: “Amami, per Dio. Ho
bisogno d'amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo, vita....„ Subito
dopo soggiunge: “Le donne romane alte e basse fanno propriamente
stomaco; gli uomini fanno rabbia e compassione.„ Nella gran città,
se “non per modestia, ma per pienissima e abituale indifferenza e
noncuranza„, le donne non alzano gli occhi sui giovani molto belli
ed eleganti in compagnia dei quali egli gira spesso per le vie;
come sarà guardato e notato un povero contraffatto suo pari? Quindi
il suo sdegno cresce, lo fa uscire in nuovi insulti: “Trattando, è
così difficile il fermare una donna in Roma come in Recanati, anzi
molto più, a cagione dell'eccessiva frivolezza e dissipatezza di
queste bestie femminine, che oltre di ciò non ispirano un interesse
al mondo, sono piene d'ipocrisia, non amano altro che il girare e il
divertirsi non si sa come....„ Ma quanto gli debba costare questo
giudizio, quanto debba cuocergli la rinunzia alle gioie dell'amore
nella quale vuol dare a intendere che quasi si compiace, appare da
altre sue impressioni. Il povero rachitico intende squisitamente la
seduzione delle forme muliebri, dà ragione dell'incanto che esercita
lo spettacolo del ballo: “Una donna nè col canto nè con altro qualunque
mezzo può tanto innamorare un uomo quanto col ballo; il quale pare che
comunichi alle sue forme un non so che di divino, ed al suo corpo una
forza, una facoltà più che umana.„ Se egli ha dichiarato di sprezzare
tutto il genere femminino, se annunzia che non tratta a Roma con donne,
confessa pure che “senza queste nessuna occupazione o circostanza
della nostra vita ha diritto di affezionarci o di compiacerci. Io
me n'assicuro per esperienza, e posso giurarti che la conversazione
spiritosa o senza spirito mi è venuta in odio mortale. Tutto è secco
fuori del nostro cuore; e questo non si esercita mai....„ E quando
il fratello Carlo gli annunzia che è innamorato, egli se ne felicita:
“Veramente non so qual migliore occupazione si possa trovare al mondo
che quella di fare all'amore, sia di primavera o d'autunno; e certo
che il parlare a una bella ragazza vale dieci volte più che girare,
come io fo, attorno all'Apollo del Belvedere o alla Venere Capitolina.„
Se, dunque, poco tempo dopo, di ritorno a Recanati, egli scrive al
Melchiorri che è “ben sicuro di morire e di soffrire per tutt'altro che
per una donna„, noi non lo potremo credere. Rallegratosi col fratello
per la sua nuova fiamma, otto mesi dopo egli ammonisce il cugino:
“Io sono troppo persuaso, non dico della vostra filosofia, perchè
la filosofia in questi casi non serve, ma della vostra accortezza e
cognizione del mondo, per credervi capace d'innamorarvi in modo che
la passione vi possa inquietare. Caro Peppino, non siamo più a quei
tempi. Nella primissima gioventù, questo ci può accadere; ma dopo fatta
esperienza delle cose, è impossibile, o è troppo fuor di ragione.
Un tempo addietro io era capacissimo di una passione furiosa: ne ho
provate anch'io e per confessarvi la mia sciocchezza, vi dico che
sono stato più volte vicinissimo ad ammazzarmi per ismania d'amore,
ancorchè in verità non avessi altra cagione di disperarmi, che la mia
immaginazione. Ma dopo l'esperienza, sono ben sicuro di morire e di
soffrire per tutt'altro che per una donna. Farei torto al vostro buon
giudizio se vi ricordassi che le donne non vagliono la pena di amarle e
di patire per loro. Non posso credere che mi rispondiate che la vostra
è diversa dall'altre. Questa è la risposta di tutti gl'innamorati,
e non sarebbe degna di voi. Voi ed io dobbiamo tenere per assioma
matematico che non v'è nè vi può esser donna degna di essere amata
da vero.„ La contraddizione è tutta apparente: se egli parla ora da
credente ora da scettico, ciò avviene perchè, con un bisogno prepotente
d'amore, si sente condannato a non ottenerne mai. Non lo amano, ed egli
accusa tutto il sesso muliebre; ma se è ingiusto con le donne, è anche
ingiusto con sè stesso, dichiarandosi impotente ad amare quando invece
è condannato a struggersi invano. “Sono molto contento,„ riscrive
all'amico, “di vedervi questa volta un poco più quieto sopra la vostra
passione. Di questa io non sarei capace, perchè il cuore, di cui voi
mi parlate, è andato a spasso dopo tante esperienze d'uomini e di
donne: ma non biasimo però chi è capace ancora di provarla e di amare
da vero, anzi lo invidio e lo felicito, perchè l'amore, quantunque sia
una pura illusione, ed abbia molti dolori, ha però un maggior numero
di piaceri; e se fa molti danni, questi servono per pagare moltissimi
diletti che ci procura. Sotto questo aspetto io approvo l'amore se
bene non lo provo; ma quando poi esso ci dovesse fare infelici, non
concederò mai che la ragione in un par vostro, e in qualunque uomo, sia
filosofo, sia mondano, non debba potere, se non altro, indebolirlo....
A' tempi nostri, in questi costumi, con questo carattere di donne,
coi disinganni che ci hanno procurati tante cognizioni d'ogni genere
intorno al cuore umano, non è possibile che un uomo di senno sia per
lungo tempo la vittima di una passione ispirata da oggetti pieni di
vanità e d'ogni sorta di tristizie.„

Ma tanto egli arde, tale è la sua sete d'amore, che non trovando una
donna di carne e d'ossa alla quale poter degnamente consacrare il suo
culto, se ne foggia una con la fantasia.

    Viva mirarti omai
    Nulla speme m'avanza....
                .... Già sul novello
    Aprir di mia giornata incerta e bruna,
    Te viatrice in questo arido suolo
    Io mi pensai. Ma non è cosa in terra
    Che ti somigli; e s'anco pari alcuna
    Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,
    Saria, così conforme, assai men bella.

Egli dimentica che, essendo tanto poco amabile, non dovrebbe essere
tanto esigente; la sua immaginazione è così fervida che vince la
coscienza della sua miseria fisica: infermo, contraffatto, sogna
una perfezione fuori dell'umano: egli è ancora quel romantico che,
innamorato di una donna viva, la evita per contemplarla idealmente,
temendo che la realtà ne distrugga l'incanto. Ma romanticismo,
idealismo, delirii della fantasia: tutto cede all'istinto vitale.
L'amore è un bisogno; egli deve amare, ed ama: e l'amor suo non
è ricambiato; non dalla Basvecchi, non dalla Brighenti, non dalla
Malvezzi. Udite che cosa desta costei in questo dispregiatore di
tutto il genere femminile: “Sono entrato con una donna (Fiorentina
di nascita) maritata in una delle principali famiglie di qui, in una
relazione, che forma ora gran parte della mia vita. Non è giovane, ma
è di una grazia e di uno spirito che (credilo a me, che finora l'avevo
creduto impossibile) supplisce alla gioventù e crea un'illusione
maravigliosa. Nei primi giorni che la conobbi, vissi in una specie
di delirio e di febbre. Non abbiamo mai parlato di amore se non per
ischerzo, ma viviamo insieme in un'amicizia tenera e sensibile, con
un interesse scambievole, e un abbandono, che è come un amore senza
inquietudine. Ha per me una stima altissima: se le leggo qualche mia
cosa, spesso piange di cuore senz'affettazione; le lodi degli altri non
hanno per me nessuna sostanza: le sue mi si convertono tutte in sangue,
e mi restano nell'anima. Ama e intende molto le lettere e la filosofia;
non ci manca mai materia di discorso, e quasi ogni sera io sono con
lei dall'avemaria alla mezzanotte passata, e mi pare un momento. Ci
confidiamo tutti i nostri secreti, ci riprendiamo, ci avvisiamo dei
nostri difetti. In somma questa conoscenza forma e formerà un'epoca
ben marcata della mia vita, perchè mi ha disingannato del disinganno,
mi ha convinto che ci sono veramente al mondo dei piaceri che io
credeva impossibili, e che io sono ancor capace d'illusioni stabili,
malgrado la cognizione e l'assuefazione contraria così radicata, ed
ha risuscitato il mio cuore dopo un sonno anzi una morte completa.„
Teresa Carniani Malvezzi non è giovanetta, ignara della vita e
dell'arte; è donna fatta, scrittrice, poetessa: dovrebbe sapere chi è
l'uomo da cui è amata; se non gradisce l'amor suo perchè non glie lo
fa intendere subito? Prima lo alletta; poi un bel giorno gli dichiara
che le sue visite la seccano. “L'ultima volta che ebbi il piacere di
vedervi,„ egli le scrive, “voi mi diceste così chiaramente che la mia
conversazione da solo a sola vi annoiava, che non mi lasciaste luogo
a nessun pretesto per ardire di continuarvi la frequenza delle mie
visite. Non crediate ch'io mi chiami offeso; se volessi dolermi di
qualche cosa, mi dorrei che i vostri atti, e le vostre parole, benchè
chiare abbastanza, non fossero anche più chiare ed aperte....„ Questo
egli chiede almeno: che non lo lusinghino, che gli dicano tosto di non
volere, di non potere mai rispondere all'amor suo. E neppur questo può
ottenere, mai.

Nella stessa Bologna dove ha conosciuto la Malvezzi, nello stesso
anno, incontra eguale fortuna con la Padovani, cantante giovane, bella
e graziosa. Egli non va più da lei quando s'accorge che l'amor suo
è sdegnato, e resiste alle dimostrazioni d'interesse con le quali
quest'altra mal consigliata tenta di riparare alle repulse; poichè
gli amici di lui temono che non sia guarito del tutto, egli dimostra
— o tenta dimostrare — che non hanno ragione: “Non so perchè vogliate
dubitare della mia costanza in tenermi lontano da quella donna. Quasi
mi vergogno a dirti che essa, vedendo che io non andavo più da lei,
mandò a domandarmi delle mie nuove, ed io non ci andai; che dopo
alcuni giorni mandò ad invitarmi a pranzo, ed io non ci andai; che sono
partito per Firenze senza vederla; che non l'ho mai veduta dopo la tua
partenza da Bologna. Dico che mi vergogno a raccontarti questo, perchè
par ch'io ti voglia provare una cosa di cui mi fai torto a dubitare.
Certo che la gioventù, la bellezza, le grazie di quella strega sono
tanto grandi, che ci vuol molta forza a resistere....„

Egli trova questa forza; e glie ne va data tanto maggior lode,
quanto più degne di biasimo sono coteste allettatrici, che vorrebbero
tenerselo accosto non solo senza accordargli nulla, ma ridendo anche di
lui.

    E voi, pupille tremule,
    Voi raggio sovrumano,
    So che splendete invano,
    Che in voi non brilla amor.

    Nessun ignoto ed intimo
    Affetto in voi non brilla:
    Non chiude una favilla
    Quel bianco petto in sè.

    Anzi d'altrui le tenere
    Cure suol porre in giuoco,
    E d'un celeste foco
    Disprezzo è la mercè.

Allora egli si rivolge al passato, rievoca la figura della povera
fanciulla morta sul fiore degli anni, della gentile che, se non l'amò,
almeno non rise di lui: e questo è tutto il suo conforto: un mortuario
ricordo:

                    Rimembri ancora
    Quel tempo della tua vita mortale,
    Quando beltà splendea
    Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
    E tu, lieta e pensosa, il limitare
    Di gioventù salivi?

Ella è morta; egli è inaridito, non aspetta se non la morte:

    Tu, misera, cadesti: e con la mano
    La fredda morte ed una tomba ignuda
    Mostravi di lontano....

E s'inganna ancora! Egli non è giunto al termine delle sue prove. Se
l'immaginazione lo ha troppo illuso, se l'esperienza lo ha troppo
deluso, la triste vicenda non è ancora finita. Egli ha trent'anni.
Quantunque la sua salute sia rovinata per sempre, pure la fiamma vitale
non è ancora spenta. Ed è nato ad amare, come il suo Eleandro: “Sono
nato ad amare, ho amato, e forse con tanto affetto quanto può mai
capire in anima umana.„ Eleandro, come lui, ha un bel dire: “Oggi,
benchè non ancora, come vedete, in età naturalmente fredda, nè forse
anco tepida, non mi vergogno a dire che non amo nessuno, fuorchè
me stesso, per necessità di natura, e il meno possibile.„ Giacomo
Leopardi, per suo proprio conto, in prima persona, griderà ancora: “Io
non ho bisogno nè di stima, nè di gloria, nè d'altre cose simili; ma
ho bisogno d'amore....„ La sua speranza che una donna finalmente lo
intenda non può morire. Se non è mai stato amato, se non ha saputo,
se non ha potuto esprimere i proprii sentimenti, gli basta, come a
Consalvo, un lieto sguardo, una buona parola, perchè, ripetendoli mille
e mille volte nel costante pensiero, egli viva e speri.

Ed ecco la nuova allettatrice: Fanny Targioni-Tozzetti, che egli
incontra a Firenze, nel 1830. In un salotto elegante tutto odoroso dei
nuovi fiori primaverili, vestita del colore della bruna viola, ella lo
accoglie amabilmente, e quasi ad eccitare i suoi desiderii scocca baci
sulle labbra delle figliuoline stringendole al seno.

                            Apparve
    Novo ciel, nova terra, e quasi un raggio
    Divino al pensier mio.

La fiamma che repentinamente lo investe è alta e gagliarda. Dal momento
che l'ha veduta il pensiero di lei governa il suo cuore:

    Dolcissimo, possente,
    Dominator di mia profonda mente:
    Terribile, ma caro
    Dono del ciel; consorte
    Ai lugubri miei giorni,
    Pensier che innanzi a me sì spesso torni....

Da questo momento, come per virtù d'incantesimo, tutte le altre sue
cure, i tanti dolori, i ricordi, le aspettazioni, tutto svanisce:

    Ratti d'intorno intorno al par del lampo
    Gli altri pensieri miei
    Tutti si dileguâr. Siccome torre
    In solitario campo
    Tu stai solo, gigante....

      Che divenute son, fuor di te solo,
    Tutte l'opre terrene,
    Tutta intera la vita al guardo mio!
    Che intollerabil noia
    Gli ozi, i commerci usati,
    E di vano piacer la vana spene,
    Allato a quella gioia,
    Gioia celeste che da te mi viene!

E se prima egli non temeva la morte, ora quasi la sfida e ne ride; e se
il volgo gli parve spregevole, ora ogni atto indegno lo ferisce; e se
la sua vita è stata un lungo martirio, è lieto d'averlo sopportato, ora
che ottiene tal premio:

    Ed ancor tornerei,
    Così qual son de' nostri mali esperto,
    Verso un tal segno a incominciare il corso:
    Che tra le sabbie e tra il vipereo morso,
    Giammai finor sì stanco
    Per lo mortal deserto
    Non venni a te, che queste nostre pene
    Vincer non mi paresse un tanto bene.

E amando egli solo, senza sapere ancora qual sorte è serbata all'amor
suo, che slancio d'immaginazione, che superbe speranze:

    Che mondo mai, che nova
    Immensità, che paradiso è quello
    Là dove spesso il tuo stupendo incanto
    Parmi innalzar! dov'io
    Sott'altra luce che l'usata errando,
    Il mio terreno stato
    E tutto quanto il ver pongo in obblìo!

Egli presente pure che anche questo è un sogno: ma sogno di natura
divina; e se un tempo, amando la prima volta, fu stupito vedendo come
per amore fosse tutt'in una volta “felice e miserando„, ora, con gli
anni, coi disinganni, con le difficoltà di accogliere, dopo questa,
nuove lusinghe, sente che il nuovo pensiero, “cagion diletta d'infinito
affanno„, non sarà più sostituito.

Manifesterà egli questa volta con parole, proverà questa volta coi
fatti la passione sua? Egli sa che dovrebbe fare così; ma tutte le sue
disgrazie sono aggravate: moralmente, la fiacchezza della volontà, la
timidezza, la paura sono cresciute, sono diventate vera impotenza;
fisicamente, dopo quindici anni di malattie, egli è l'ombra di sè
stesso. Non sa far altro pertanto che pensare a lei; si studia di veder
lei in quelli che le somigliano; per esserle gradito importuna tutti
i suoi amici chiedendo loro autografi, giacchè ella ne fa raccolta. Ed
ella, accogliendolo benignamente, godendo i vantaggi d'un'amicizia così
grande, ride poi insieme con gli amici del “suo gobbetto....„

L'infelice ignora le risa di lei. Seguìto a Roma l'amico Ranieri,
si sente come in esilio; scrive alla donna del suo cuore una lettera
dove la passione, nonostante la timidità, pure traspare: “Cara Fanny,
Non vi ho scritto fin qui per non darvi noia, sapendo quanto siete
occupata. Ma infine non vorrei che il silenzio vi paresse dimenticanza,
benchè forse sappiate che il dimenticar voi non è facile. Mi pare
che mi diceste un giorno, che spesso ai vostri amici migliori non
rispondevate, agli altri sì, perchè di quelli eravate sicura che non
si offenderebbero, come gli altri, del vostro silenzio. Fatemi tanto
onore di trattarmi come uno de' vostri migliori amici, e se siete
molto occupata, e se lo scrivere vi affatica, non mi rispondete....„ E
lasciatosi andare a parlare della sua misantropia, si pente, s'incolpa:
“Ma io ho torto di scrivere queste cose a voi, che siete bella, e
privilegiata dalla natura a risplendere nella vita, e trionfare del
destino umano. So che anche voi siete inclinata alla malinconia, come
sono state sempre e come saranno in eterno, tutte le anime gentili e
d'ingegno. Ma con tutta sincerità, e nonostante la mia filosofia vera
e disperata, io credo che a voi la malinconia non convenga; cioè che
quantunque naturale, non sia del tutto ragionevole. Almeno così vorrei
che fosse.... Addio, cara Fanny; salutatemi le bambine. Se vi degnate
di comandarmi, sapete che a me, come agli altri che vi conoscono, è
una gioia e una gloria il servirvi.„ Tornato a Firenze, divampando la
sua passione con nuova forza, egli comincia ad accorgersi che la donna
lo tratta con insolita freddezza. Tante volte sì è ribellato: ora no,
ora s'umilia; dinanzi a lei prima e sola piega l'altero capo, si mostra
timido e tremante; e spia sommessamente ogni sua voglia, ogni parola,
ogni atto; impallidisce ai suoi superbi fastidii; brilla in volto a
un segno suo cortese; muta forma e colore ad ogni suo sguardo. Questa
tenacia della speranza misurerà la forza della seguente disperazione.
Già nell'agosto del '32, quando ella va a Livorno per i bagni, rimasto
solo a Firenze, senza lei, senza l'amico, tormentato dalla passione
impotente, costretto a fuggire la luce per il male degli occhi, le
scrive: “Ranieri è sempre a Bologna, sempre occupato in quel suo amore
che lo fa per più lati infelice. E pure certamente l'amore e la morte
sono le sole cose belle che ha il mondo e le sole solissime degne di
essere desiderate. Pensiamo, se l'amore fa l'uomo infelice, che faranno
le altre cose che non sono nè belle nè degne dell'uomo....„ I suoi
malanni crescono con la brutta stagione: ha il petto rotto dalla tosse,
gli occhi quasi spenti: è un moribondo. Ella gli accorda ancora un poco
di carità; e il disgraziato se ne contenta; quando il Ranieri, tornato
a Firenze, gli rivela, forse per indurlo a lasciare questa città e a
venirsene a Napoli con lui, che anche questa donna lo schernisce come
tutte le altre....

Allora perisce l'estremo inganno; la speranza e lo stesso desiderio
di nuovi amori, dì nuovi inganni, si spegne; nessuna cosa gli pare che
valga più i moti del suo cuore. Cotesta donna non ha saputo

    Che smisurato amor, che affanni intensi,
    Che indicibili moti e che deliri
    Movesti in me; nè verrà tempo alcuno
    Che tu l'intenda. In simil guisa ignora
    Esecutor di musici concenti
    Quel ch'ei con mano e con la voce adopra
    In chi l'ascolta.

La donna amata è come morta per lui. Quantunque realmente ella viva,

    Bella non solo ancor, ma bella tanto,
    Al parer mio, che tutte l'altre avanzi,

la creatura viva non gli è più nulla; egli sente, ultimo disinganno,
ultimo dolore, d'avere amato non la persona reale di lei, ma l'immagine
che l'innamorata fantasia glie ne dipinse:

    Quella adorai gran tempo; e sì mi piacque
    Sua celeste beltà, ch'io, per insino
    Già dal principio conoscente e chiaro
    Dell'esser tuo, dell'arti e delle frodi.
    Pur ne' tuoi contemplando i suoi begli occhi,
    Cúpido ti seguii finch'ella visse,
    Ingannato non già, ma dal piacere
    Di quella dolce somiglianza un lungo
    Servaggio ed aspro a tollerar condotto.

Uscendo pertanto dall'ultima passione della sua vita, egli s'accorge
che l'amor suo è stato “un lungo vaneggiare„; come quando, fanciullo
ancora, pensando che il primo suo vano amore gli aveva fatto giudicar
vani gli studii aveva concluso:

    Deh quanto in verità vani siam nui!

Ma oramai egli è giunto sulle soglie della morte. E quando muore
portando con sè sotterra, dopo aver tanto spasimato, la sua verginità;
se pure Marianna Brighenti, che non lo ha allettato, ricusa pudicamente
di far vedere ai curiosi la sola lettera d'amore che egli le scrisse;
costei, la Targioni, la donna più ardentemente idoleggiata, il cui
nome vero vive nella memoria degli uomini per l'amore di lui che l'ha
cantata col nome di Aspasia; questa donna che ha avuto pochi scrupoli
nella vita, che ha molto e liberamente amato, scrive al Ranieri dopo
che il poeta è morto: “Molti ammiratori del povero Leopardi dimoranti
in Parma mi hanno più volte chiesto e richiesto chi sia l'Aspasia
su cui quell'insigne poeta scrisse canzone. Per carità, ditemelo voi
se lo sapete, per togliermi da una filastrocca di lettere inutili e
noiose....„



III.

LA FAMIGLIA.


Se in tutto tranne che nell'amore ciascuno basta a sè stesso, l'uomo
non è già solo nel mondo, la sua felicità dipende in gran parte da chi
gli sta intorno. Tutto il genere umano può essere ed è considerato
da alcuni filosofi come un essere vivente del quale ogni individuo
è una cellula e i gruppi d'individui sono gli organi. La solidarietà
tra gli uomini, tra le cellule umane, è tanto più salda, quanto più
essi sono vicini: il gruppo più stretto è la famiglia. Da essa dipende
l'educazione del cuore; la condizione dei parenti nel mondo è anche
quella del giovane sino al giorno che egli può provvedere a sè stesso.
Come è educato Giacomo Leopardi? In che stato sociale si trova?

Sua madre fu giudicata — e nessuno ha interposto appello al giudizio
— donna di propositi virili più che di tenerezze materne. Un che
di virile era nel suo aspetto, come maschile era qualche parte del
suo vestito, gli stivali, il berretto. Ella fece pesare la dura sua
autorità, prima che sui figli, sul marito. “Si dette il caso,„ narra
Paolina Leopardi, “quand'io era piccina piccina, o anche forse quando
non ero nemmeno nata, che la gonna di mia madre s'intrecciò fra le
gambe di mio padre, non so come. Ebbene, non è stato più possibile
ch'egli abbia potuto distrigarsene.„ Entrata in casa Leopardi, ella ne
trova il patrimonio quasi sommerso nei debiti; saggiamente, ma anche
tirannicamente, impone un'economia severissima. A nessuno consente
di disporre di nulla; a nessuno manifesta quei sentimenti di calda e
vivace affezione che sono la gioia della casa. Se i suoi bambini si
lagnano di qualche dolore, le sole parole di consolazione che sappia
dir loro sono queste: “Offritelo a Gesù.„ Quando sono grandi, apre
e trattiene le loro lettere. Non una volta li stringe al cuore; “lo
sguardo„ scrive Carlo Leopardi, “era la sola sua carezza.„ E Paolina:
“Fra gli altri motivi che hanno renduto così trista la mia vita e che
hanno disseccato in me le sorgenti dell'allegria e della vivacità....
uno è l'avere in mammà una persona ultrarigorista, un vero eccesso di
perfezione cristiana, la quale non potete immaginare quanta dose di
severità metta in tutti i dettagli della vita domestica.„

Tale è la madre, la creatura che dovrebbe prima d'ogni altra sorridere
al frutto delle proprie viscere, che ne dovrebbe cullare i sogni
e lenire i dolori. Giacomo, come è rimasto dinanzi a lei timido e
quasi pauroso, così lontano da lei non ardisce scriverle, sicuro di
annoiarla; nelle sue rarissime e brevissime letterine, ella non pensa
se non a rammentargli di tenere una buona condotta; e una volta lo
chiama anche “figlio d'oro„; ma quando? Quando crede che la professione
letteraria abbia dischiuso al giovane una miniera d'oro, rendendo
inutile l'assegno della famiglia. E lo eccita a continuarle il suo
affetto “_sincero_„, sottolineando la parola certo perchè dubita della
sincerità dell'amore del figlio e se ne duole; ma di chi è la colpa, se
non sua propria? Come vorrebbe che il figlio si lasciasse trasportare
dall'amore, se ella stessa non l'ha amato, o l'ha amato a suo modo,
moderando, reprimendo i moti del suo cuore materno?

Il padre, Monaldo Leopardi, è uomo d'ingegno fuor del comune e di
cuore amorevole; ma, oltrechè non dispone della propria volontà,
obbedendo sempre ed in tutto alla moglie, egli intende anche la vita
al modo antico: non sa, non vuol sapere, non vuol sentire nulla di
quel che accade nel mondo rinnovato. Come Giacomo, egli vede due
secoli armati l'uno contro l'altro; ma se soffre di questa lotta, la
sua sofferenza non deriva, come quella di Giacomo, dal contrasto delle
opposte sollecitazioni: egli non prova altro che ira e sdegno contro
tutte le novità. Al figliuolo somiglia per metà: gli ha dato l'amore
dell'antico, la severità del pensiero indagatore, la pazienza delle
ricerche lunghe e minute, il senso dell'ordine e della disciplina. Il
gusto delle contraffazioni di vecchie scritture è comune a Monaldo e a
Giacomo. Il padre trasmette non soltanto a lui, ma anche all'altro suo
figlio Carlo la sua disposizione al riso: come egli profonde le celie
nei suoi scritti, e motteggia nella conversazione di tutti i giorni,
e muore scherzando col sacerdote nell'agonia; così Carlo è celebre
per le sue arguzie e lascia un libro di epigrammi molto pungenti; così
Giacomo, che esce spesso nel discorso e nelle lettere in motti felici,
si servirà come più tardi vedremo di questa sua nativa attitudine.
Ancora: nel deridere il troppo vantato progresso delle scienze e delle
arti padre e figlio si rassomigliano; il giudizio che danno intorno
alla Roma dei loro tempi è identico. Con tanti tratti comuni non
dovrebbero essi accordarsi?

L'influenza di ogni uomo sopra il proprio simile si può esercitare
in due modi: o per conformità, quando noi siamo persuasi ad imitare
gli esempii che ci sono proposti; o per opposizione, quando siamo
spinti a fare il contrario. Nell'adolescenza, nel tempo che Giacomo
s'immerge negli studii filologici, severissimamente, da vecchio,
egli si uniforma agli esempii paterni; perchè questo accordo durasse
che cosa sarebbe necessario? Che il padre, secondasse a sua volta il
figlio nel sentimento poetico della vita nel generoso ardor giovanile,
che comprendesse le sue inquietudini, che lenisse la sua malinconia.
Lo ha procreato a ventidue anni; non potrebbe esserne il fratello
maggiore, non dovrebbe esserne l'amico? Ciò gli è impossibile. Se
gli somiglia tanto da una parte, non gli somiglia niente dall'altra.
La sua sensibilità morale è molto più ottusa, la sua fantasia è
molto più sterile; la musica non gli dice nulla; i sentimenti nuovi,
indeterminati, dei quali soffre e gode la nuova generazione, gli sono
sconosciuti: alle idee nuove è inaccessibile. Non solo cattolico, ma
suddito fedele del Papa, il cui governo chiama “dolcissimo„, è un vero
“guelfo del diciannovesimo secolo.„ Va con la spada al fianco, come
i cavalieri antichi. “Il prestigio della novità non mi ha sedotto, le
lusinghe della rivoluzione mi hanno lasciato inconcusso, non ho sieduto
nel concistoro degli empii, e non ho alzato la voce dalla cattedra
della pestilenza.„ Tanto ogni novità lo sdegna, tanto è fedele alle
opinioni dei tempi passati, che nega il sistema copernicano: se Galileo
ha riso di Ticone, egli si augura che venga qualcuno il quale rida di
Galileo e restituisca alla terra “l'antico onore„ considerandola ancora
come centro dell'universo, “liberandola dal fastidio di tanti moti.„
Udite le sue argomentazioni: “Imperciocchè, alle fine dei conti il
Galilei non ha potuto viaggiare in persona nei tropici e nell'equatore,
ma ha dovuto contentarsi di considerare le cose da lontano alquanti
milioni di miglia; e quel sistema secondo il quale per dividere i
giorni e le notti vogliamo che la terra si rivolti ogni 24 ore intorno
al suo asse come l'arrosto intorno allo spiedo, per compiere il corso
dell'anno le facciamo fare un giro immenso in 365 giorni all'incirca e
per accomodare le stagioni la costringiamo a starsene sempre giocando
all'altalena, con alzare e abbassare i suoi poli.... questo sistema non
toglie il desiderio di rinvenire una teoria meno lambiccata.„

Con queste disposizioni della mente, egli non è capace d'indulgenza,
di sopportazione: confessa ingenuamente che le sue buone qualità
“sono bilanciate da un orgoglio smisurato che le troppe lodi datemi
nell'adolescenza avevano fomentato e che mi rendeva ambizioso di
superare tutti in tutto.„ Riconosce che “l'abitudine di sovrastare m'è
sempre rimasta e mi adatto malissimo, anzi non mi adatto in modo veruno
alle seconde parti. Voglio piegarmi, voglio esser docile, rimettermi
e tacere; ma in sostanza tutto quello che mi ha avvicinato ha fatto
a modo mio, e quello che non si è fatto a modo mio mi è sembrato mal
fatto.„ Che cosa può egli dunque intendere delle ansie, dei desiderii,
dei bisogni del figlio? Può il figlio, ardente, vivace, inquieto,
adattarsi sempre alla freddezza, alla calma, alla rigidità del padre?
Se tanta parte dello spirito del padre è nel figlio; se questi per
le facoltà più serie della mente, per la profondità della cultura
classica, per la capacità di disciplina, può essere sollecitato a
seguire gli esempii del padre; la cieca intransigenza di Monaldo non
deve poi ottenere l'effetto contrario, di spingerlo per la via opposta?
Tra queste due anime la lotta non deve fatalmente impegnarsi?

La lotta si accese, e fu grave e scandalosa; e se molti diedero tutta
la colpa al padre, non pochi anche oggi vedono nella ribellione di
Giacomo il sintomo dell'ingratitudine, dell'aridità del suo cuore.
Prima di esaminare i rapporti del padre e del figlio, notiamo come uno
scandalo simile a quello avvenuto in casa Leopardi non fosse senza
esempio, a quel tempo. Se, quantunque rassomigliandosi e amandosi
sommamente, un germe di discordia ha potuto sempre insinuarsi tra i
genitori ed i figli, perchè altri sono i sentimenti e le opinioni dei
giovani, altri quelli dei vecchi; questo contrasto è più sensibile
al principio dell'êra contemporanea. Quando tutti i poteri e tutti
i principii cominciano ad essere oggetto di esame, anche la potestà
paterna è posta in forse; come i popoli si ribellano ai re, così i
figli si ribellano ai padri. “I consigli della vecchiezza„ scrive
Vauvenargues, “rischiarano senza riscaldare, come il sole d'inverno„;
immagine che Stendhal doveva far sua: quello Stendhal che, odiando il
padre ed essendone odiato, doveva anche scrivere per proprio conto:
“I genitori e i maestri sono i nostri primi nemici quando entriamo nel
mondo.„ E il più mite Vauvenargues così precisa il proprio pensiero: “I
giovani soffrono non tanto dei proprii errori quanto della prudenza dei
vecchi.... L'ordinario pretesto di coloro che fanno l'infelicità degli
altri è che vogliono il loro bene....„ Beniamino Constant, educato
da un padre che reprime i moti del cuore per mostrarsi severo, fugge
dalla casa paterna; il suo _Adolfo_ attribuisce la propria malinconia
all'educazione ricevuta dal padre, uomo generoso ma rigido, presso
al quale egli non prova altro che soggezione. Senancour scappa in
Isvizzera per sottrarsi allo stato ecclesiastico al quale è destinato
dalla famiglia; Lamartine evade dalla casa di educazione, dove è sul
punto di uccidersi.

    Pères, de vos enfants ne forcez point les voeux:
    Le ciel vous les donna, mais pour les rendre heureux,

aveva ammonito il dolente Chénier, invano. Molti filosofi hanno
affermato che l'unico sentimento naturale, fondato sopra un istinto
prepotente, è l'amor proprio; e che tutti gli altri, anche quelli
che sembrano più disinteressati, sono forme più o meno larvate di
egoismo; questa sentenza è confermata più spesso che non dovrebbe nel
caso dell'amor paterno. Dai figli che debbono loro la vita, che sono
come una viva parte della loro persona, e che perciò essi amano sopra
ogni altra cosa al mondo, i genitori pretendono un affetto cieco che
rinunzii ad ogni volontà e ad ogni velleità e incondizionatamente
si sottoponga. Di questa qualità fu l'amor paterno di Monaldo, con
l'aggravante della resistenza da lui opposta alle innovazioni. Il
fondamento dei vincoli sociali che egli vede minacciato è la famiglia;
nella famiglia, nella potestà paterna, è l'origine di tutte quelle
altre potestà contro le quali egli vede far impeto: quindi, se anche
per indole non fosse portato a comandare, terrebbe sempre alta la
sua autorità per convinzione. Il suo concetto dell'autorità paterna
è quello biblico: _Filii tibi sunt; erudi illos, et curva illos a
pueritia illorum._ Egli esegue letteralmente il precetto: stabilito di
avviar Giacomo per la carriera ecclesiastica, a dodici anni gli fa dare
il primo degli ordini minori. _Ne des illi potestatem in iuventute, et
ne despicias cogitatus illius:_ mai, “_letteralmente mai_„, egli lo
lascia solo. Amandolo teneramente, teme che le vivaci manifestazioni
dell'amor suo scemino il suo prestigio di padre; quindi le contiene e
le reprime. Quando è riuscito troppo bene in quest'opera, anch'egli
si duole, come la moglie, anzi con più cordiale sincerità, di ciò
che ne è l'effetto naturalissimo; perchè vorrebbe, ma non può essere
trattato con piena confidenza da Giacomo. “Mi pare che le lettere mie
siano di molestia a voi, e che voi diate ad esse un riscontro stirato
stirato come i versi latini dei ragazzi; quasi che il vostro cuore
trovasse un qualche inciampo per accostarsi al mio, il quale vorrebbe
esser veduto da voi una volta sola e per un solo lampo, e questo gli
basterebbe.„ E al padre amante il figlio devoto tosto risponde: “Le
dico e le protesto con tutta la possibile verità, innanzi a Dio, che io
l'amo teneramente quanto è o fu mai possibile a figlio alcuno di amare
suo padre; che io conosco chiarissimamente l'amore che ella mi porta,
e che a' suoi benefizi e alla sua tenerezza io sento una gratitudine
tanto intima e viva quanto può mai essere gratitudine umana.... Se poi
ella desidera qualche volta in me più di confidenza e più dimostrazioni
d'intimità verso lei, la mancanza di queste cose non procede da altro
che dall'abitudine contratta sino dall'infanzia, abitudine imperiosa
e invincibile perchè troppo antica e cominciata troppo per tempo.„ È
triste, dolorosa e quasi tragica per queste due anime l'impossibilità
di confondersi nell'impeto dell'affetto che pure entrambe le spinge. Ma
non ha il padre volontariamente contenuto l'affetto suo? Come si può
dolere se ha impedite le ingenue manifestazioni di quello del figlio?
Egli vuole che il figlio lo tratti con intimità quando gli dà del
_voi_, quando lo ha educato a dargli del _lei_; quando per rispetto
ai principii, alla tradizione, non gli ha dato mai nessun esempio di
confidente abbandono!

Gli effetti di questa educazione sono molto più gravi che Monaldo
non sospetti. L'anima sensitiva che avrebbe bisogno di espandersi,
si chiude invece in sè stessa: l'apparente severità del padre e la
reale soggezione nella quale è tenuto producono questo effetto: che
il giovanetto si sente quasi estraneo nella famiglia, e alteramente
ricusa di ricorrere ad essa quando ne ha bisogno. “Io tra il non
avere e il domandare scelgo il non avere, eccetto se la necessità
de' miei studi o la voglia troppo ardente di leggere qualche libro
non mi sforza.... Circa a mio padre, io mi son fatto durissimo al
domandare, e non mi ci so risolvere a nessun patto.„ Tanto più egli
si afferma in questo proponimento, quanto più vede inutili le sue
richieste e le sue preghiere. Il Giordani gli consiglia, per salute,
di cavalcare; e questo è uno dei pochissimi esercizii ai quali sarebbe
adatto e che egli farebbe volentieri, perchè gli altri, più energici,
lo ammazzerebbero; ma non gli è dato. I parenti, ai quali sarebbe
spettato di moderare gli enormi suoi studii, non intendono metter
opera a correggerne gli effetti funesti. Egli non cessa di lagnarsi con
l'amico: “Avrei sommo bisogno di distrazioni, ma non ne ho: oimè! mi
ridarebbero la salute e la vita.„ E ancora: “Con quel medesimo studio
che m'ha voluto uccidere, con quello tenermi chiuso a solo a solo,
vedete come sia prudenza! e lasciarmi alla malinconia, e lasciarmi a
me stesso che sono il mio spietatissimo carnefice....„ Egli non ha
“un baiocco da spendere„, e il padre non gli concede se non quelle
cose che la sua sapienza paterna, e quella della moglie, giudicano
convenienti. Compiacendosi del genio del figlio, lo tratta poi da
bambino e ride tranquillamente di lui se questo genio, sentendosi
a disagio nel paesuccio natale, chiede di andarne via. Non è un
capriccio quello che spinge Giacomo fuori di Recanati, ma una precisa
necessità. Vedremo più tardi di che disagio morale vi soffrisse; ma
alle sue sofferenze fisiche, alle sue malattie nervose la distrazione
dei viaggi, la novità dei climi sarebbe il solo rimedio efficace.
E la madre, arbitra dell'impiego delle sostanze, non vuol dargli un
assegno. Senza dispendio della casa, mettendo in opera le influenze
della nobile parentela, il giovanetto erudito sa che potrebbe ottenere
uno stato a Roma o altrove: il padre vuol tenerselo accanto. “Il mio
sentimento,„ scrive al cognato che intercede per il nipote, “è che egli
sia men dotto, _ma sia di suo padre_.„ Sottolinea egli stesso. Egli
pretende che Giacomo viva “tranquillo e lieto dove lo ha collocato la
Provvidenza.„ La Provvidenza non può sbagliare; egli è infallibile. E
il figlio sfoga l'animo suo col Giordani: “Solamente che avesse voluto
chi dovrebbe volere, e non volendo dice agli altri ed a se stesso di
non potere, è cosa palpabile che da gran tempo avremmo ottenuto il
nostro desiderio. Ma non vogliono nè vorranno mai se non quando noi
gli sforzeremo; sono contenti di vederci in questo stato; in questo
vorrebbero di tutto cuore che morissimo: si pentono di averci lasciato
studiare, dicono formalmente in presenza nostra che hanno conosciuto
i danni del sapere, al nostro fratello minore danno appostatamente e
palesemente educazione e genio e strumenti da falegname, e i nostri
desiderii paiono stravaganze, e voglie pazze e intollerabili, a chi?
non parlo degli altri che son vissuti e vivono essi come vorrebbero
che vivessimo noi, dico a quel nostro zio che di dodici anni andò
paggio alla corte di Baviera, tornato di diciotto visse per lo più in
Roma finattanto che deputato della provincia a Napoleone e proposto
per senatore, fatto cavaliere poi barone poi ciamberlano, andò due
volte a Parigi e alla corte, ora ha stabilito il suo domicilio a
Roma, trasferitaci tutta la sua famiglia, e persuasi a trasferircisi
tutti i suoi fratelli e tutta la famiglia di una sorella assai meno
comoda della nostra, ed ha avuto la sfacciataggine di dirmi più volte
spontaneamente che sapeva di non potere educar bene i suoi figli se non
fuori di qui, e poi scrivermi una lunga lettera per provarmi che io la
fo da ignorante e da stolto pensando solamente d'uscire di Recanati.„

Se le sue parole sono dure, non è duro il suo cuore. Di che amore
ripagherebbe i genitori se questi fossero altri, si può argomentare
dalla forza del suo affetto fraterno. L'amore del fratello e della
sorella è la sua grande consolazione. Carlo, minore di lui di un solo
anno, con lui allevato sin dalle fasce, è “un altro me stesso„, è il
suo “confidente universale„, gli è “sinonimo di vita„; insieme fanno
“una stessa persona ipostatica.„ Tuttavia non mancano i motivi di
discordia, “non per l'inclinazione, amando lui gli stessi studi che
io, ma per le opinioni.... Questi è il solo solissimo con cui apro
bocca per parlare degli studi; il che spesso si fa, e più spesso si
farebbe se si potesse senza dispute, le quali sono fratellevoli ma
calde.„ L'origine delle controversie che egli non può numerare “perchè
sono infinite„, è ancora nel conflitto generale delle menti. Carlo
è romantico senz'altro; dinanzi a lui, udendo le sue esagerazioni,
Giacomo si afferma ancora più nel suo sdegno contro i principii moderni
dei quali crede di essersi liberato interamente; e si duole che il
fratello ami poco gli antichi, e molto gli stranieri e moltissimo
i Francesi; egli si accosta pertanto alle opinioni del padre; ma
rispettoso del passato dinanzi all'iconoclasta fratello, è nel tempo
stesso rivoluzionario dinanzi al padre codino. Questa contraddizione
si spiega ancora con l'intimo dissidio che trovammo in lui: egli pensa
differentemente dal fratello e dal padre non già perchè rifugge dai
loro opposti eccessi ed ama un ragionevole temperamento; ma perchè,
simile al fratello nell'ansia giovanile e poetica del nuovo, c'è anche
in lui un filosofo, un vecchio, che protesta; e perchè, simile al padre
in una certa rigidezza di principii, c'è in lui un giovane ardente che
si ribella. L'affetto familiare avrebbe potuto rendere sopportabile
e conciliare i suoi contrasti; l'affetto realmente sempre concilia i
fratelli e rende esemplare il loro legame. Lontano da Carlo, Giacomo
gli scrive: “Nessuna amicizia sarà mai e poi mai eguale alla nostra,
ch'è fondata in tante rimembranze, che è antica quanto la nostra
nascita.... Tu, l'amor tuo, il pensiero di te, siete come la colonna
e l'ancora della mia vita. Ogni parte di questa si riferisce là come
a un centro.... Se quella fede teologica, anzi quella coesistenza che
noi abbiamo insieme, fosse mai sospesa; io non sarei più quello di
adesso; la mia esistenza non avrebbe più il suo fondamento; e tutto
il mondo cambierebbe faccia per me in un colpo....„ Che cosa sarebbe
occorso perchè questa capacità d'affezione familiare si volgesse anche
al padre? Nient'altro che questi avesse trattato il figlio con quella
confidenza, con quella cordialità, che pretendeva da lui.

Egli avrebbe potuto giovargli moralmente. L'intima resistenza che
Giacomo opponeva alla moda romantica, il suo culto dell'antichità,
l'istintivo rispetto delle tradizioni avrebbero potuto essere
fortificati per opera di un altro padre; Monaldo, con la sua severità,
con le sue continue opposizioni, fa tutto il contrario. Egli non ha
riguardo alla situazione morale di nessuno dei figli. Dell'ansia
di Carlo, della forza con la quale il contagio romantico gli si è
comunicato, già sappiamo qualche cosa. A quindici anni scrive: “Non
mi è possibile esprimere il trasporto, l'affetto, l'ammirazione,
la compiacenza, l'entusiasmo che io provai nel leggere il _Genio
del Cristianesimo_ del signor Chateaubriand. Chi mai, dicevo fra me
stesso, è giunto a questa penetrazione sì grande del cuore umano,
e del cuore più delicato e sensibile, a questa pittura sì viva e sì
naturale dei suoi più piccoli movimenti?... Son rimasto per più giorni
in un'estasi di meraviglia e di commozione, d'invidia.... No, non si
cancellerà giammai dal mio animo la profonda impressione cagionatami
dalla lettura di quest'opera che mi ha fatto passare i più bei momenti
della mia vita, e rimaner lungo tempo in una situazione qual mai
più ho provata di stupore, di elevazione, di turbamento per me nuovo
affatto e sconosciuto, e che sarebbe tuttora egualmente vivo, se il
tempo e le distrazioni e gli oggetti e le occupazioni diverse non ne
raffreddassero la sensazione, non però mai la memoria, la quale resterà
perpetuamente ad eternare le traccie di ammirazione, di rispetto ed
anche di utilità e di profitto....„ Egli si crede “soldato agguerrito
contro tutte le disgrazie umane„, pensa che la morte del piacere
e la nascita della noia, “mostro orribile„, sia dovuta al vivere
antinaturale, “senza azione, senza meta, senza educazione fisica, senza
sviluppo di azioni gigantesche.„ Paolina è vera sorella di Carlo e di
Giacomo: ella non ha riso “_mai_ appunto perchè non mi sono contentata
di ridere solamente: io voglio ridere e piangere insieme: amare e
disperarmi, ma amare sempre, ed essere amata egualmente, salire al
terzo cielo, poi precipitare....„

Chiamiamoli infermi, e folli se pur si vuole: non per questo sarà meno
necessario trattare questi straordinarii fanciulli con illuminata
tenerezza, con gelosa bontà, con indulgente premura. Ma la madre,
quella che più di ogni altro sarebbe in grado di consolarli, non
sa dire una buona parola; e il padre, quantunque tanto migliore di
lei, pure li disconosce e li sottomette. Sarà da stupire se essi
esprimeranno il loro scontento con parole roventi? Carlo dirà di sè
stesso che non è niente, non ha niente, non fa niente e non ama niente.
“Pensando a' miei casi, io rido di quel riso che usava Democrito, e che
è il solo pianto che gli uomini del mio temperamento possono accordare
a sè stessi. Costoro non sarebbero ora lontani dall'ammogliarmi....„
_Costoro_ sono i genitori; egli significa in modo anche più duro lo
scontento suo e dei suoi fratelli quando esclama: “Siamo veri animali
domestici, mantenuti a tanto per giorno; e perchè ci nutrite?...„
Non meno triste e sdegnata è Paolina: nel '23, a ventitrè anni,
dice di non avere altro desiderio se non quello di non arrivare alla
fine dell'anno, “ed è questo desiderio concepito con il più intimo
sentimento del cuore, e voi lo crederete bene conoscendo me e quelli
che mi governano. Dei quali io sono così annoiata, e di questo modo
di vita, che non ne posso più; ed il peggio è il non avere alcuna
speranza, neppur lontana, di miglioramento; no, non vedere per fine a
questo stato altro che la morte, e venga anzi prestissimo, che sempre
sarà troppo tarda ai miei voti; e se mi assicurassero di morire domani
forse dalla consolazione non ci arriverei.„ L'anno passa, ne passano
molti altri, e la sua condizione peggiora. Nel '31 scrive che “non se
ne può più affatto affatto. Io vorrei che tu potessi stare un giorno
solo in casa mia, per prendere un'idea del come si possa vivere senza
vita, senza anima, senza corpo. Io conto di essere morta da lungo
tempo; quando perdei ogni speranza, dopo aver sperato tanto tempo
inutilmente, allora morii — ora mi pare di esser divenuta cadavere,
e che mi rimanga solo l'anima, anch'essa mezzo morta poichè priva di
sensazioni di qualunque sorta.„

Tale è la condizione dei figli. Nulla modifica la volontà e l'animo
dei loro genitori. Giacomo, il più travagliato di tutti, vede che
nè l'eloquenza “di Pericle, di Demostene, di Cicerone, di qualunque
massimo oratore, nè della stessa Persuasione„ rimuoverebbe il padre
dall'ostinato proposito di non dargli “un mezzo baiocco„ fuori di
casa. Se egli vuole uscire da Recanati, deve mendicare.... a meno che
non aspetti la morte del padre. L'empio pensiero lo spaventa: allora
egli delibera di fuggire. La sua volontà infiacchita e repressa per
cause intrinseche ed estrinseche dà un ultimo lampo. Egli matura il
piano della fuga: scrive al conte Broglio d'Ajano perchè gli mandi
un passaporto per Milano; comunica la sua risoluzione al fratello
per lettera, senza chiedergli consiglio, “perchè il consiglio giova
all'uomo irresoluto, ma al risoluto non può altro che nuocere: ed io
sapeva che tu avresti disapprovata la mia risoluzione. Sono stanco
della prudenza, che non ci poteva condurre se non a perdere la nostra
gioventù, ch'è un bene che più non si riacquista.... Se m'ami,
ti devi rallegrare: e quando io non guadagnassi altro che d'esser
pienamente infelice, sarei soddisfatto, perchè sai che la mediocrità
non è per noi.... Addio. Abbraccia questo sventurato. Non dubitare,
non sarai tu così. Oh quanto meriti più di me! Che sono io? Un uomo
proprio da nulla. Lo vedo e lo sento vivissimamente, e questo pure
m'ha determinato a far quello che son per fare, affine di fuggire la
considerazione di me stesso, che mi fa nausea. Finattantochè mi sono
stimato, sono stato più cauto; ora che mi disprezzo, non trovo altro
conforto che di gittarmi alla ventura, e cercar pericoli, come cosa di
niun valore. Consegna l'inclusa a mio padre. Domanda perdono a lui,
domanda perdono a mia madre in mio nome. Fallo di cuore, che te ne
prego, e così fo io collo spirito. Era meglio (umanamente parlando)
per loro e per me, ch'io non fossi nato, o fossi morto assai prima
d'ora. Così ha voluto la nostra disgrazia....„ Al padre comincia col
dire: “Sebbene dopo aver saputo quello ch'io avrò fatto, questo foglio
le possa parere indegno d'esser letto, a ogni modo spero nella sua
benignità che non vorrà ricusare di sentir le prime e ultime voci di
un figlio che l'ha sempre amato e l'ama, e si duole infinitamente
di doverle dispiacere....„ In quest'attitudine umile persevera
finchè ricorda la prudenza, l'astinenza da ogni piacere giovanile,
l'ubbidienza e la sommessione ai genitori che egli ha sempre usate,
e il giudizio che del suo ingegno hanno portato uomini stimabili e
famosi. Ma a poco a poco la coscienza di sè, lo sdegno per non essere
stato compreso si esprimono vivacemente. “Ella non ignora che quanti
hanno avuto notizia di me, ancor quelli che combinano perfettamente
con le sue massime, hanno giudicato ch'io dovessi riuscir qualche
cosa non affatto ordinaria, se si fossero dati quei mezzi che nella
presente costituzione del mondo, e in tutti gli altri tempi, sono stati
indispensabili per far riuscire un giovane che desse anche mediocri
speranze di sè.... Certamente non l'è ignoto che non solo in qualunque
città alquanto viva, ma in questa medesima, non è quasi giovane di 17
anni che dai suoi genitori non sia preso di mira, affine di collocarlo
in quel modo che più gli conviene: e taccio poi della libertà ch'essi
_tutti_ hanno in quell'età, nella mia condizione, libertà di cui non
era appena un terzo quella che mi s'accordava a 21 anno.... Contuttochè
si credesse da molti che il mio intelletto spargesse alquanto più che
un barlume, ella tuttavia mi giudicò indegno che un padre dovesse far
sacrifizi per me, nè le parve che il bene della mia vita presente e
futura valesse qualche alterazione al suo piano di famiglia.„ E a poco
a poco il suo sdegno prorompe con espressioni tanto più forti, quanto
più misurate: “Io vedeva i miei parenti scherzare cogl'impieghi che
ottenevano dal Sovrano, e sperando che avrebbero potuto impegnarsi
con affetto anche per me, domandai che per lo meno mi si procacciasse
qualche mezzo di vivere in maniera adattata alle mie circostanze,
senza che per ciò fossi a carico della mia famiglia. Fui accolto colle
risa, ed ella non credè che le sue relazioni, in somma le sue cure
si dovessero neppur esse impiegare per uno stabilimento competente di
questo suo figlio. Io sapeva bene i progetti ch'ella formava su di noi,
e come per assicurare la felicità di una cosa ch'io non conosco, ma
sento chiamare casa e famiglia, ella esigeva da noi due il sacrifizio,
non di roba nè di cure, ma delle nostre inclinazioni, della nostra
gioventù, e di tutta la nostra vita. Il quale essendo io certo ch'ella
nè da Carlo nè da me avrebbe mai potuto ottenere, non mi restava
nessuna considerazione a fare su questi progetti, e non potea prenderli
per mia norma in verun modo. Ella conosceva ancora la miserabilissima
vita ch'io menava per le orribili malinconie, ed i tormenti di nuovo
genere che mi procurava la mia strana immaginazione, e non poteva
ignorare quello ch'era più ch'evidente, cioè che a questo, ed alla
mia salute che ne soffriva visibilmente, e ne sofferse sino da quando
mi si formò questa misera complessione, non v'era assolutamente altro
rimedio che distrazioni potenti, e tutto quello che in Recanati non si
poteva mai ritrovare.... Non tardai molto ad avvedermi che qualunque
possibile e immaginabile ragione era inutilissima a rimuoverla dal suo
proposito, e che la fermezza straordinaria del suo carattere, coperta
da una costantissima dissimulazione e apparenza di cedere, era tale da
non lasciar la minima ombra di speranza. Tutto questo, e le riflessioni
fatte sulla natura degli uomini mi persuasero, ch'io benchè sprovveduto
di tutto, non dovea confidare se non in me stesso. Ed ora che la legge
mi ha già fatto padrone di me, non ho voluto più tardare a incaricarmi
della mia sorte.... Voglio piuttosto essere infelice che piccolo, e
soffrire piuttosto che annoiarmi; tanto più che la noia, madre per
me di mortifere malinconie, mi nuoce assai più che ogni disagio del
corpo. I padri sogliono giudicare i loro figli più favorevolmente
degli altri, ma ella per lo contrario ne giudica più sfavorevolmente
di ogni altra persona, e quindi non ha mai creduto che noi fossimo
nati a niente di grande: forse anche non riconosce altra grandezza
che quella che si misura coi calcoli, e colle norme geometriche....
Avendole reso quelle ragioni che ho saputo della mia risoluzione, resta
ch'io le domandi perdono del disturbo che le vengo a recare con questa
medesima e con quello ch'io porto meco. Se la mia salute fosse stata
meno incerta avrei voluto piuttosto andar mendicando di casa in casa
che toccare una spilla del suo. Ma essendo così debole come io sono,
e non potendo sperar più nulla da lei, per l'espressione ch'ella si
è lasciato a bella posta più volte uscire disinvoltamente di bocca
in questo proposito, mi son veduto obbligato, per non espormi alla
certezza di morire di disagio in mezzo al sentiero il secondo giorno,
di portarmi nel modo che ho fatto. Me ne duole sovranamente, e questa
è la sola cosa che mi turba nella mia deliberazione, pensando di far
dispiacere a lei, di cui conosco la somma bontà di cuore, e le premure
datesi per farci viver soddisfatti nella nostra situazione.„ Sul punto
di chiudere, egli è più giusto, riconosce il malinteso morale, la vera
causa della discordia: “La sola differenza di principii, che non era
in verun modo appianabile, e che dovea necessariamente condurmi o a
morir qui di disperazione, o a questo passo ch'io fo, è stata cagione
della mia disavventura.... Mio caro signor padre, se mi permette di
chiamarla con questo nome, io m'inginocchio per pregarla di perdonare
a questo infelice per natura e per circostanze. Vorrei che la mia
infelicità fosse stata tutta mia, e nessuno avesse dovuto risentirsene,
e così spero che sarà d'ora innanzi.„ Ma tanto poco questo figlio si è
sentito partecipe della sostanza del padre, che ancora, nel punto del
commiato, lo punge l'idea del debito che contrarrà portando via un poco
di denaro: “Se la fortuna mi farà mai padrone di nulla, il mio primo
pensiero sarà di rendere quello di cui ora la necessità mi costringe a
servirmi.„ Poi non resta luogo se non al dolore e all'umiltà: “L'ultimo
favore ch'io le domando, è che se mai le si desterà la ricordanza di
questo figlio che l'ha sempre venerata ed amata, non la rigetti come
odiosa, nè la maledica; e se la sorte non ha voluto ch'ella si possa
lodare di lui, non ricusi di concedergli quella compassione che non si
nega neanche ai malfattori.„

Il tentativo della fuga fallisce, perchè Monaldo, avutane
indirettamente notizia, si fa mandare il passaporto e dice al figlio
che è libero di prenderselo e andarsene; ma gli stessi amici, gli
stessi estranei che si sono trovati mescolati in questa avventura,
hanno parole di biasimo per il modo col quale Giacomo è stato trattato.
“Sono ben contento,„ scrive il marchese Solari a Monaldo, “che il
tutto sia finito, e senza l'intesa della contessa, che se ne sarebbe
rammaricata al sommo grado, e che d'altronde, mi sia permesso il dirlo
con franchezza, per la sua eccessiva severità potrebbe aver dato luogo
a risoluzioni così sconsigliate.„ Ma Giacomo non è “nè pentito nè
cangiato.„ Egli desiste per il momento dal suo proposito, “non forzato
nè persuaso, ma commosso e ingannato. Persuaso non poteva essere, come
nè anche persuadere, perchè le nostre massime sono opposte, e perciò
fuggo ogni discorso su questa materia.... Se mi opporranno la forza,
io vincerò, perchè chi è risoluto di ritrovare o la morte o una vita
migliore, ha la vittoria nelle sue mani. Le mie risoluzioni non sono
passeggere come quelle degli altri, e come mio padre stimo che si
persuada, per dormire i suoi sonni in pace, come suol dire.... Mio
padre crede ch'io da giovinastro inesperto non conosca gli uomini.
Vorrei non conoscerli, così scellerati come sono. Ma forse sono più
avanti ch'egli non s'immagina. Non creda d'ingannarmi, che la sua
dissimulazione è profonda ed eterna; sappia però ch'io non mi fido di
lui, più di quello ch'egli si fidi di me.... Crede mio padre che con
un carattere ardente, con un cuore estremamente sensibile come il mio,
non mi sia mai accaduto di provare quei desiderii e quegli affetti
che provano e seguono tutti i giovani della terra? crede che non mi
sia accaduto molto più spesso e più violentemente degli altri? crede
che non fossero capaci di spingermi alle più formidabili risoluzioni?
crede che s'io ho menato fin qui quella vita che non si ricercherebbe
da un cappuccino di 70 anni in tutto il rigore della espressione (e me
ne appello a tutta Recanati che se ne maraviglia, e allo stesso mio
padre), ciò sia provenuto dalla freddezza della mia natura?... Io so
di certo ch'egli ha protestato che noi non usciremo di qui finch'egli
viva. Ora io che voglio ch'ei viva, e voglio vivere anch'io, e questo
da giovane, e non da vecchio quando sarò inutile a tutti e a me stesso,
mi getterò disperatamente nelle mani della fortuna.... Io sono stato
sempre spasimato della virtù: quello ch'io voleva eseguire non era un
delitto: ma io son capace anche della colpa. Si vergognino ch'io possa
dire che la virtù m'è stata sempre inutile. Il calore e la forza dei
miei sentimenti si poteano dirigere a bene, ma se vorranno rivolgergli
a male, l'otterranno....„ Minaccie che nella convulsione dell'impotenza
il dolore gli strappa dalle labbra: non solamente ciò non potrà
accadere, ma egli si prepara a sopportare un nuovo colpo.

Se non vuole lasciarlo andar via, libero, nel vasto e ignoto mondo, il
padre potrebbe almeno consentirgli di pensare, di scrivere liberamente.
Neanche questo gli concede; intende anzi che non abbia idee diverse
dalle sue; attende a difenderlo dallo “sconvolgimento fatale della
ragione umana che ha disonorata la nostra età.„ Quando s'accorge dei
sentimenti di Giacomo, dopo il tentativo di fuga, non potendo spiegarsi
come tanta vigilanza, tante predicazioni e tanti esempii siano stati
invano, getta tutta la colpa dell'accaduto sull'amicizia del Giordani,
col quale ha consentito che il figlio avesse carteggio e restasse da
solo a solo durante la visita del Piacentino a Recanati. Si spaventa
perchè, con l'occasione della letteratura, costui ha suggerita e
favorita la corrispondenza di Giacomo con molti letterati d'Italia,
fra i quali vi sono “spiriti pericolosi o inquieti, che non hanno
mentito sè stessi, e manifestandosi al figlio mio nelle loro lettere,
lo hanno scopertamente invitato a partecipare delle loro massime, e
a coadiuvare, anzi a farsi primario sostenitore dei loro disegni.„
La canzone _All'Italia_ e quella _Sul monumento di Dante_ hanno valso
infatti all'autore una lettera del Montani, il quale saluta in lui il
più degno futuro poeta dei Carbonari. Monaldo “si pela dalla paura„,
per adoperare l'espressione di Carlo. Un giorno, frugando tra le carte
di Giacomo, come è suo uso, non che della moglie, trova una lettera
che il figlio è sul punto di spedire al Brighenti intorno alla stampa
di tre nuove canzoni: _Ad Angelo Mai_, _Per donna malata_ e _Sullo
strazio d'una giovane_; alle quali l'editore ha proposto e Giacomo
ha consentito che si uniscano le due già prima stampate per farne
un libretto più consistente. Tanto basta perchè Monaldo tosto scriva
al Brighenti significandogli il suo dispiacere, e la volontà che la
canzone _All'Italia_ non si ristampi. Lo stesso Brighenti, pur lodando
le paterne inquietudini, timidamente rappresenta a Monaldo: “Veramente
le confesso che anche dalla niuna difficoltà della revisione, io
deduco che quella canzone non è punto sediziosa, e soltanto libera e
poeticamente ardita.„ Pure, obbedendo, sospende la stampa, e per non
dire a Giacomo il vero motivo, gli chiede denaro per lo stampatore.
Già l'effetto di questa prima lettera è grave nell'animo del giovane
altero, che non avendo la somma e non volendo chiederla, si vede
costretto di rinunziare alla disegnata pubblicazione: “Ho conosciuto
di essermi ingannato, non avendo in nessun modo potuto riuscire ad
accumulare la somma intiera. Abbassarmi non voglio, e non è stato mio
costume mai da quando la disgrazia volle mettermi a questo mondo. E
potrà anche far la fortuna che mi manchi il vitto e il vestire, ma non
costringermi a domandarlo neppure alla mia famiglia. Perciò rinunzio
interamente a qualunque progetto così relativamente a questa come a
qualunque altra edizione; e perchè il mio ingegno è scarsissimo, e,
per grande che sia qualunque ingegno, non giova mai nulla in questo
mondo, son risoluto di sacrificarlo totalmente all'immutabile ed eterna
scelleratezza della fortuna, col seppellirmi sempre più nell'orribile
nulla nel quale son vissuto fino ad ora. Prego V. S. che non pensi
più a me se non come all'uomo il più disperato che si trovi in questa
terra, e che non è lontano altro che un punto dal sottrarsi per sempre
alla perpetua infelicità di questa mia maledetta vita....„ Il padre
si duole vedendo la malinconia e la tristezza di Giacomo, che Carlo
condivide; si lagna perchè “con un cuore troppo pieno d'amore per
tutti, sono dipinto nella loro immaginazione corrotta come un tiranno
inesorabile.„ Nell'impeto del dolore invidia “la sorte d'un padre
mendico che riportando a casa un pane nero e bagnato di sudore, lo vede
accolto dall'amore e dalla riconoscenza dei figli.„ Ma se l'amor suo
è grande e sincero, non meno ferma è la sua volontà di disciplinare
a suo modo l'ingegno del figlio. Egli lo ammira, ma quanto maggiore
è l'ammirazione, tanto maggiore è il dolore di vederlo avviato per
una strada che giudica falsa. Le canzoni che Giacomo non si rassegna
a metter da parte sono per lui inezie: “Ma perchè questo mio figlio
vuole perdersi dietro queste inezie che non portano nè a conseguenze
nè a fama? Perchè amando la Letteratura e il nome di Letterato, come
lo ama e lo agogna con fervore giovanile, perchè non si dedica a
qualche opera utile e grande di cui è capace maggiormente possedendo la
lingua ebraica e greca? Egli sicuramente è consigliato male e peggio
lo è nel suo sistema di confidarsi con me scarsamente. Io stimo poco
la Letteratura nuda e la vorrei sempre seguace di qualche scienza,
stimando che un Letterato, il quale non professi alcuna facoltà sia una
cornice magnifica senza quadro....„ E sentendo che la propria autorità
è poca, che il suo credito sul figlio è scarso, si affida all'editore
per ottenere che glie lo converta: “Le faccia conoscere che le canzoni
ed altri piccoli pezzi staccati producono gloria momentanea e caduca,
e che un uomo grande deve lasciare un'opera grande.... Insomma lo
elettrizzi, lo infiammi a qualche occupazione degna d'un Cavaliere
Cristiano, e mi avrà reso un favore inapprezzabile, e forse mi avrà
reso il cuore di un figlio. I giovani sentono più l'amico che il padre,
e molto più quando hanno sospettato che i principii del padre perchè
troppo antichi, e troppo severi, non ottengono il plauso di tutti.„
Egli s'accosta così alla verità; dovrebbe fare solo un passo per
concedere che Giacomo segua il proprio genio; ma di questa concessione
è incapace.

Egli è persino incapace d'intendere in qual modo bisognerebbe trattare
il giovane per non ferirlo: l'editore, l'estraneo gli dà una lezione
d'amor paterno: “Permetta, o Signore, ad una persona che sente
profondamente l'amor paterno, e che ha presentissimi i dettagli della
propria giovinezza.... che La supplichi a cedere quanto mai può a
quei moti amorosi, che leggo nella di Lei lettera, e che mi hanno
veramente intenerito. Io le accerto che il signor conte Giacomo è
afflitto oltremodo, e ben mi accorgo che questo giovane è dotato di
una sensibilità delicatissima, onde le cose che ad altri sono lievi,
sono a quell'anima gentilissima acutissime spine.... Ella troppo
sente l'amarezza delle nebbie che offuscano la tenerezza tra padre e
figlio. Il signor conte Giacomo è tale da portare nuovi pregi alla
illustre di Lei casa: facciamo adunque che lo possa, e rispettiamo
questa soverchia elasticità di fibre che è poi in fondo il patrimonio
di chi ha un ingegno superiore. Le torno a ripetere: qui in Bologna
posso accertarla che le canzoni del signor Leopardi non hanno destato
la minima idea di partito, e, sì, furono conosciute da gente di
ogni massima.... Certo le opinioni di quegli scritti sono liberali
anzi che no, frutto dello studio del greco e del latino, ma ai tempi
attuali sono tanti i lavori di questo genere, sono sì divulgate quelle
massime, che non può sentirne alcuno del rincrescimento, e, come le
dissi, quei revisori, che sono preti, e severissimi, non ci badarono
nemmeno, e le approvarono senza dire parola.„ E il brav'uomo narra la
sua propria storia, in lunghissime pagine, per dimostrare che è una
persona onesta, incapace di mentire; e poi torna ancora ai consigli di
prudenza, dice esser persuaso che Giacomo è soggetto a forti assalti
di malinconia, fa osservare ancora che “ai giovani di un carattere
ipocondriaco è mestieri (com'Ella m'insegnerebbe) di opporre le sole
vie della dolcezza, e della persuasione, e di evitare possibilmente
gli urti e le contrarietà.„ E per ultimo argomento assicura di avere
udito qualcuno a lamentarsi che le opinioni politiche di Giacomo,
non che liberali, siano anche troppo retrive “e a parlare con
qualche censura della sua canzone sul monumento di Dante, avendolo
per uomo contrario ai principii liberali, per quella sua dipintura
delle sciagure del regno italico e dei macelli di Russia. Ritenga
che questo fatto è verissimo.„ Ma tanto poco egli stesso è sicuro di
essere riuscito a piegarlo, che comunica delicatamente a Giacomo i
dubbii e gli ostacoli paterni. Allora lo sdegno del giovane prorompe;
allora dall'accasciata rassegnazione alla quale era stato ridotto
per gli ostacoli finanziarii, passa, con una reazione violenta, alla
superba affermazione della sua volontà. Egli non vede come suo padre
abbia potuto sapere “quello di cui non ho mai parlato nè a lui nè a
verun altro.... eccetto il caso che abbia rimescolato le mie carte;
del che non mi meraviglio nè mi lagno, perchè ciascuno segue i suoi
principii. Quanto ai dubbi di mio padre, rispondo che io come sarò
sempre quello che mi piacerà, così voglio parere a tutti quello che
sono; e di non essere costretto a fare altrimenti, sono sicuro per
lo stesso motivo, a un dipresso, per cui Catone era sicuro in Utica
della sua libertà. Ma io ho la fortuna di parere un coglione a tutti
quelli che mi trattano giornalmente, e credono ch'io del mondo e
degli uomini non conosca altro che il colore, e non sappia quello che
fo, ma mi lasci condurre dalle persone che essi dicono, senza capire
dove mi menano. Perciò stimano di dovermi illuminare e sorvegliare.
E quanto all'_illuminazione_, li ringrazio cordialmente: quanto alla
sorveglianza, li posso accertare che cavano l'acqua col crivello.„ Ma
se egli sente che nessuno potrà mai sforzare la propria coscienza,
comprende pure che la volontà del padre dovrà trionfare dei suoi
disegni; allora torna ad accasciarsi, prorompendo in uno sdegnoso
lamento: “Circa le mie canzoni, io le metto nel gran fascio di tutti
i miei detti o fatti o scritti dalla mia nascita in poi, che il mio
esecrando destino ha improntato di perpetua inutilità. Io ho rinunziato
a tutti i piaceri de' giovani. Dai 10 ai 21 anno io mi sono ristretto
meco stesso a meditare e scrivere e studiare i libri e le cose. Non
solamente non ho mai chiesto un'ora di sollievo, ma gli stessi studi
miei non ho domandato nè ottenuto mai che avessero altro aiuto che la
mia pazienza e il mio travaglio. Il frutto delle mie fatiche è l'essere
disprezzato in maniera straordinaria alla mia condizione, massimamente
in un piccolo paese. Dopo che tutti mi hanno abbandonato, anche la
salute ha preso piacere di seguirli. In 21 anno, avendo cominciato a
pensare e soffrire da fanciullo, ho compito il corso delle disgrazie
d'una lunga vita, e sono moralmente vecchio, anzi decrepito, perchè
fino il sentimento e l'entusiasmo, ch'era il compagno e l'alimento
della mia vita, è dileguato per me in un modo che mi raccapriccia. È
tempo di morire. È tempo di cedere alla fortuna; la più orrenda cosa
che possa fare il giovane, ordinariamente pieno di belle speranze,
ma il solo piacere che rimanga a chi dopo lunghi sforzi finalmente
s'accorga d'esser nato colla sacra e indelebile maledizione del
destino.„

E quando sa che può stampare le canzoni inedite, esclusane la prima, ed
esclusa la ristampa delle già pubblicate, il suo sdegno prende altre
forme: quelle dell'ironia. “Io ringrazio mio padre del permesso che
mi concede di stampare le _mie_ canzoni. Ma le due di Roma non vuole
che si ristampino. Dice benissimo. Ha voluto saper da lei i titoli
delle inedite. Ha fatto benissimo. Non vuole che si stampi la prima.
Parimenti benissimo; non già secondo me: ma è ben giusto che _negli
scritti miei_ prevalga la sua opinione, perch'io sono e sarò sempre
fanciullo, e incapace di regolarmi. Restano due canzoni. Per queste,
per cui finalmente e a caso tocca a parlare a me, dico che non occorre
incomodare gli stampatori; e così finisca questo affare....„ Tanto è
più dolorosa per il giovane questa ingerenza nelle cose sue, quanto che
Monaldo rivela la povertà del suo giudizio, l'angustia del suo spirito.
“Mio padre non ha veduto se non il titolo della prima inedita.... e
s'immaginò subito mille sozzure nell'esecuzione, e mille sconvenienze
del soggetto che possono venire in mente a chi, non mancando di
molto ingegno e sufficiente lettura, non ha nessuna idea del mondo
letterario. Il titolo della seconda inedita si è trovato fortunatamente
innocentissimo. Si tratta di un Monsignore. Ma mio padre non s'immagina
che vi sia qualcuno che da tutti i soggetti sa trarre occasione di
parlare di quello che più gl'importa, e non sospetta punto che sotto
questo titolo si nasconde una canzone piena di orribile fanatismo.„ E
poichè Monaldo, non potendo addurre le ragioni della prudenza politica
contro la canzone _Sullo strazio di una donna_, biasima che tratti di
un fatto accaduto troppo di fresco, Giacomo dimostra ancora all'editore
la povertà dello spirito paterno: “Alle ragioni di mio padre contro
la mia prima canzone inedita, rispondo con un solo esempio fra i
milioni che se ne trovano, e che avrei anche in mente. Il _Werther_
di Goethe versa sopra un fatto ch'era conosciutissimo in Germania, e
la Carolina e il marito erano vivi e verdi quando quell'opera famosa
fu pubblicata. Ebbene? Ma se volessimo seguire i gran principii
prudenziali e marchegiani di mio padre, il quale, come ho detto, non ha
niente di mondo letterario, scriveremmo sempre sopra gli argomenti del
secolo di Aronne, e i nostri scritti reggerebbero anche alla censura
della quondam inquisizione di Spagna. Il mio intelletto è stanco delle
catene domestiche ed estranee.„ Niente vale: egli deve rinunziare
alla ristampa, si deve contentare di pubblicare la sola canzone al
Mai; e Monaldo poi si lagna che il figlio si sia “ostinato nel più
rigoroso silenzio„; se ne lagna egli che scrive ancora all'editore:
“Il giudizio e gli ordini miei dovevano rispettarsi da lui e li suoi
tentativi furono un delitto.„ Perdona di cuore il _delitto_, ma vuole
che Giacomo stesso lo condanni in cuor suo: “Ella e qualunque saggio
condannerebbero sempre un figlio il quale esponga al pubblico il
proprio nome senza intesa del Padre, e condannerebbero un Padre che
spontaneamente offrisse i mezzi con cui venire disobbedito.„

Il dissidio è inconciliabile: Monaldo ha un troppo severo concetto
della sua autorità; egli non intende l'effetto che le sue pretese
producono nell'anima del giovane. E se torna a lagnarsi perchè il
figlio non si confida a lui, le sue parole cocenti dimostrano ancora
una volta che lo ama, ma che all'amore non intende sacrificare una
sola delle sue prerogative. Non solo l'editore, l'estraneo, lo avverte
dell'errore; ma anche una persona della famiglia, la sua propria
sorella, quella “zia Ferdinanda„ alla quale il nipote Giacomo tanto
rassomigliava fisicamente, e che moralmente tanto rassomigliava a lui.
Ella sola intende l'animo del giovane: consolandosi all'idea che egli
possa aprirle il proprio cuore “perchè non tanto dissimile troverà
da' suoi sentimenti il cuor della zia„, dice di sè stessa che non ha
studiato, “ma che ha sortito dalla natura una sensibilità che, anzichè
indebolire cogli anni, sembra acquistar da essi maggior fondamento.„
Anch'ella vive sola, “e non già sola di persona.... ma sola perchè
quasi mai m'incontro con persone che possano compiacere il mio animo;
e se qualche volta nel corso della mia vita mi sono incontrata di
trovarne qualcuna, caro nepote, ho dovuto porvi un argine, perchè
il cuor nostro è troppo debole per potersi contenere, e non rendere
veleno quello che sarebbe in sua natura stato un antidoto.„ La nobile
e buona creatura ha subito compreso che cuore sia quello di Giacomo,
e conoscendo a prova i tormenti che gli si preparano accortamente
lo consiglia. Se Giacomo le scrive che è da savio porre un argine
alla ragione, “supplizio della nostra vita„, ella lo ammonisce con
indulgenza veramente materna: “No, caro Giacomo, io non mi accordo con
voi in questo.... A poco a poco ci assuefacciamo a scordarci de' nostri
mali col trascurarli, o con il lasciare di coltivarne continuamente
l'immagine; è la ragione poi quella che deve a ciò persuaderci, e di
essa ci dobbiamo prevalere per felicitarci, non per il contrario.
Sono però persuasa che voi medesimo convenite meco non doverci per
sistema rendere infelici, ma sopportar con coraggio i mali della vita,
sperandone sempre il fine. Il vostro bell'animo vi darà pur troppo dei
motivi di dolore, se estenderete la vostra sensibilità senza freno;
ma questa, trattenuta nei limiti, vi darà motivo di compiacervene bene
spesso. Spero che il Cielo pietoso vorrà addolcire la vostra sorte, e
che vi renderà più quieto, cambiando le circostanze, e ponendovi in un
sistema meno coartato....„ Ella si fa filosofo e teologo, discute di
cose che non sono da lei per alleviare i mali del nipote, al quale dà
anche il dolce nome di amico. “Caro amico, credetemi: siamo infelici
molte volte perchè non sappiamo risolverci ad abbandonare qualche
sentimento, che ci rende infelici....„ Della propria sincerità gli dà
assicurazioni vivaci: “Allorchè trattasi di far palese il cuor mio ad
un cuor sensibile e ben fatto, e del quale fo assolutamente stima,
non duro alcuna fatica, e i miei sentimenti escono dal cuore, vanno
alla penna, alla carta, come un vaso d'acqua posto in pendenza verso
ciò che contiene entro sè stesso. Voi potrete rilevarlo senza stento,
giacchè sembrami possediate lo stesso dono di natura.„ E lo eccita a
scuotersi, se non altro per compiacerla; e si duole che egli voglia
essere il proprio nemico: “Capisco che non trovate cosa che vi sollevi;
ma, caro Giacomo, tante volte questa nostra fantasia ci dipinge delle
immagini tanto nere, che poi non lo sono in sostanza; e se volessimo
aprire gli occhi, vedremmo che non è effetto della cosa in sè, ma de'
nostri sguardi già ottenebrati.„ Come definisce bene il male morale
del giovane! Ma ella sa pure che non tutte sono ingigantite dalla
mente le sue cagioni di dolore: ella sa che la salute del poveretto è
distrutta, che la sua volontà in famiglia è troppo violentata; e tanto
riconosce che egli ha ragione di dolersi, che contro il suo sistema
“di non impacciarmi mai ne' fatti altrui,„ prega Monaldo di lasciarlo
venire a Roma in casa di lei per qualche tempo. Il padre non si oppone
apertamente, “anzi mi dice che non si offenderà, se i suoi figli
cercheranno qualche loro vantaggio (sebbene esso non ne veda in questo
proposito) e nè tampoco se a farlo conseguire impiegheranno gli amici.
Poco però si persuade che possiate trovarvi contento fuori di casa,
ove non vi manca cosa alcuna; e teme che vi pentirete, se giungete a
escire dalla casa paterna....„ Neanche questa volta Monaldo accorda il
suo consenso, e poi anche una volta vede con dispiacere che il figlio
non gli parli! E Ferdinanda esorta il nipote: “Perchè non procurar
da voi medesimo di ottenere questo permesso?... Ottenete di venire
in Roma, e spero che non ne resterete malcontento. Infine non potrà
dispiacervi di cambiare per qualche tempo il soggiorno di Recanati con
quello di Roma....„ parole che dovrebbero sonargli come un'irrisione,
se non venissero da questa buona creatura che lo ha trattato come un
figlio e che si adopera invano per ottenergli un posto di professore
alla Biblioteca vaticana. Nulla egli ottiene per suo mezzo; ella muore
lasciandogli un insegnamento che è la conferma d'un'antica persuasione
di lui: “perchè troppo sensibili saremo sempre infelici....„ Lo ha
pure esortato alla rassegnazione, alla pazienza; ma naturalmente egli
crederà più alle parole di approvazione dettate dalla calda simpatia
che non ai consigli di prudenza suggeriti dalla fredda ragione; e
penserà che egli ed i fratelli non sono soli della loro specie, che a
cuori sensitivi come i loro il trattamento del padre è iniquo; e non si
piegherà a sopportarlo.

Noi lo vediamo pertanto esprimere ai suoi corrispondenti le stesse
lagnanze e le stesse accuse. Se Monaldo addebita al Giordani la
ribellione dei figli, Giacomo sdegnosamente protesta: “L'uomo di
cui mio padre si lagna, è tale, che neppure io ardisco nominarlo pel
rispetto e l'amore ch'io gli debbo. Ma mio padre se voleva dei figli
contenti in questo stato, doveva generarli d'altra natura, ed ora non
dovrebbe imputare a persone venerabili e rinomate in tutta l'Italia
quello ch'è necessità delle cose evidentissima a tutti, fuorchè a lui
solo.„ E se gli propongono una cattedra a Bologna, e lo sollecitano
a ottenere l'assenso paterno, egli scrive: “Vi dico che non avete
idea di mio padre. Non c'è affare che lo interessi così poco, quanto
quelli che mi riguardano. Non vuol mantenermi fuori di qua a sue sole
spese; ma non muoverebbe una paglia per procurarmi altrove un mezzo di
sussistenza che mi togliesse da questa disperazione....„ Per accettare
una dedica dal Brighenti egli dovrebbe sottoporla all'approvazione
del padre; e non vuole: “Sapete che mio padre è di principii
differentissimi dai miei; e che d'altra parte, s'io non gli domanderei
neppure il pan da mangiare, molto meno cose non necessarie.„

Una tregua è il viaggio di Roma. Nell'autunno del '22 i genitori
finalmente consentono che egli vada alla capitale in casa dello zio
Antici: allora, da lontano, tolte le occasioni di dissapori, l'affetto
paterno e filiale si manifesta con espressioni sincere e commoventi:
“Bacio la mano alla cara mamma. A lei professerò eternamente la
più viva gratitudine e il più caldo e filiale affetto. Mi ami, caro
signor padre, ch'io l'amo di tutto cuore, e desidero di servirla e
di compiacerla e di ubbidirla in ogni cosa. E per quasi niun altro
rispetto mi rallegro di aver sortito un cuore sensibile e pieno
d'amore, se non perchè io posso rivolgere la mia sensibilità verso di
lei.„ Quando il padre, per il Natale, gli manda con dolci e cordiali
espressioni, una strenna di dieci scudi, egli risponde: “Sarebbe quasi
inutile ch'io provassi di ringraziarla della liberalità che mi usa e
dell'affetto che mi dimostra. Ella sa, carissimo signor padre, quali
sono i miei sentimenti ancorchè io non li sappia esprimere. E per tanto
mi basterà dirle che la ringrazio con tutto il cuore del dono, e che lo
riconosco dall'antico e tenero e forse pur troppo non meritato amore
che ella mi porta; il quale amore però, quando anche non meritato,
certamente è corrisposto, e corrisposto con tutte le forze possibili
dell'animo mio.„ Tuttavia l'esagerazione della vigilanza che il padre
vuole esercitare sul figlio anche da lontano, e le sue paure grottesche
si rivelano ancora quando gli scrive: “Abbiatevi ogni cura, e non
dimenticate di evitare accuratamente il pericolo delle carrozze....„
Egli che non ha voluto forzar la mano alla moglie per provvedere
alla sorte del giovane, trova poi di che ridire quando questi pensa a
procacciarsi denaro col proprio lavoro, con una traduzione di Platone:
“La vostra fatica verrà pagata circa baiocchi 60 al giorno, e voi
lavorando un mese ogni dì senza riposo festivo, guadagnerete scudi 18,
un poco più di quanto diamo al nostro cuoco e un poco meno di quanto
si dà nelle amministrazioni allo scrittore dei soprascritti....„ Così
pure, quando Giacomo dà lezioni per vivere, il padre giudica che gli
emolumenti mensili siano “alquanto umilianti.„ Questo è il nuovo danno
che viene al Leopardi dalla famiglia: non solamente non ne riceve
il benefizio degli affetti, non solamente vi trova opposizioni e
contrasti, non solamente vi è tenuto in una soggezione penosa; ma essa
non gli dà e quasi gl'impedisce di procacciarsi quel denaro che, dopo
la salute e l'amore — e anche prima dell'amore a giudizio di molti, —
è pur necessario a render gli uomini contenti. Adelaide Leopardi, nel
tempo delle peggiori strettezze, non vuole smettere la carrozza: ella
trova i quattrini per mantenere questo segno di grandezza, non ne trova
per salvare suo figlio. Col titolo di conte questi non ha un soldo da
spendere; se fosse nato da un borghesuccio o da un operaio si caverebbe
d'impiccio senza difficoltà; la sua condizione sociale fa che non
soltanto il padre si dolga di vederlo lavorare per vivere, ma che ne
soffra egli stesso.

Perchè, infatti, tornato a Recanati e ricaduto nella soggezione
antica, e costretto a farsi mandare ad altri indirizzi lettere e
stampe se vuole evitare che glie le leggano, e disperato al punto
di pensare a gettarsi alla ventura pur di ritrovarsi libero; egli
accetta la proposta del libraio Stella che lo chiama a Milano e gli
paga il viaggio e lo alloggia in casa propria. Il giovane vi si sente
incatenato e “in certa maniera ridotto all'obbligazione di servirlo„;
tosto si propone di fare “ogni sforzo per trarre dalla mia debole e
sciocca natura il vigor necessario a svilupparmi da questi lacci.„ Da
lontano l'anima pacificata ripensa le dolcezze pur tanto grandi del
tetto domestico: ricevendo lettere del padre gli pare di trovarsi in
mezzo alla sua famiglia, “l'amore verso la quale è anche accresciuto in
me dalla lontananza„; ed al fratello Carlo scrive da Bologna, dove dà
lezioni per non esser di peso alla famiglia, che è per lui “un giubilo
e un palpito„ l'aprire lettere di casa; e alla sorella Paolina, che la
consolazione provata vedendo i caratteri della madre “è stata tanta che
quasi dubitava di travedere„; e al fratello Pierfrancesco, che baci la
mano al babbo e alla mamma per lui “tante volte, finattanto che non
vi diranno, basta.„ Ma, come l'altra volta, anche ora Monaldo trova
modo di pesare sul figlio lontano. Già egli comincia col rendere lode
“grandissima„ a Dio, perchè Milano non è piaciuta al giovane quanto
egli “temeva.„ Se Giacomo, per godere di un Benefizio, vorrebbe esser
dispensato dall'obbligo dell'abito talare e della tonsura, il padre
che gli ha voluto “gettar sul muso„ la prelatura, che ha rinunziato a
malincuore all'idea di vederlo abbracciare lo stato ecclesiastico, gli
sta addietro per dimostrargli il suo torto. “Non vedo quale ripugnanza
possa aversi ad un abito, clericale o prelatizio, poco importa,
il quale fu l'abito di tanti Santi, e lo fu pure di tanti uomini
grandissimi in ogni genere di grandezza. Conosco che in addietro per i
vostri rapporti letterarii avrete dovuto capitolare coi pregiudizii,
o piuttosto colla malvagità del tempo; ma attualmente la vostra età,
la vostra esperienza e il vostro nome vi mettono al disopra di queste
umiltà, e siete in grado di dare il tuono nella repubblica delle
lettere, piuttosto che di riceverlo. Qual trionfo, figlio mio, per
la causa dei Santi e dei saggi, e qual gloria per la Chiesa e per lo
Stato, se l'uomo il più erudito forse dello Stato spiegasse arditamente
la bandiera della Chiesa, e con ciò proclamasse altamente che gli
studi, le lettere e le meditazioni dei saggi conducono a conoscere e
a venerare la Chiesa, e a disprezzare e a combattere i suoi palesi e
nascosti inimici?„ Ma questo paladino della religione, questo nuovo
banditor di crociate, è poi partigiano del Turco, e pone in ridicolo
la simpatia del figlio per la causa greca, considerando i Greci non
tanto come cristiani che combattono per la fede, quanto come sudditi
ribelli che vogliono una libera patria. “Avrete letto nei fogli, come
le grandi Potenze vogliono prendere una parte decisiva negli affari
dell'Oriente. Così avranno pace i vostri Greci, e ne godo perchè
sono uomini; ma mi pare che siano birbanti assai, ed è un avvenimento
singolare che la somma legge dell'umanità imponga di soverchiare il
Turco, quando forse ha più ragione di noi....„ E se un Recanatese va
a combattere e a morire per la croce contro la mezzaluna, così egli
ne dà conto al figlio: “Anche Recanati ha pagato il suo tributo di
follia alla demenza del secolo, e ha tinta col suo sangue la terra
classica della Grecia. Alcuni mesi addietro il conte Andrea Broglio,
lasciati i genitori e la moglie, dichiarò la guerra alla Mezzaluna e
andò a fare il _ciccobimbo_ in qualità di brigante volontario. Ebbe in
guiderdone un titolo di Maggiore e una razione quotidiana di polenta;
ma alli 23 di maggio, assalendo Anatolico, una palla di cannone lo
uccise sul campo.„ Il figlio gli dà ragione quanto al fatto, adducendo
un argomento che ha già manifestato nei suoi versi, cioè disapprovando
che Italiani vadano a morire per causa non propria; ma che effetto
gli devono aver prodotto le derisioni dell'amor patrio che infiamma
gli Elleni, se egli aveva già abbozzato un inno alla Grecia, se aveva
già detto di riguardare i poveri Greci come fratelli, se si era quasi
scusato di non aver parlato abbastanza a favor loro in un suo articolo,
“considerata la impossibilità in cui siamo di parlare liberamente?„
Per reverenza al padre egli non replica alle parole irriverenti; ma
che credito può ora accordare alla fede cristiana della quale il padre
fa sfoggio? Come può udirne le esortazioni? Egli vede ancora questo
padre, quest'uomo, questo derisore di eroi, tremar poi dinanzi alle
gonne della moglie. Quando pensa con la sua testa, Monaldo dispiace al
figlio per l'ostinata e l'ostentata predicazione di idee che questi
non può far sue, anche perchè le vede discordi; quando poi il padre
vorrebbe accontentarlo, allora la paura della moglie lo impaccia. Non
volendo Giacomo vestir l'abito clericale, si potrebbe pure ottenere il
godimento temporaneo del Benefizio; ma il padre gli scrive: “Bisogna
maneggiar bene la cosa per i miei riguardi domestici. Scrivetemi
ostensibilmente nei termini suddetti, come avendo avuto questo lume
da altri, e pregatemi di farvi ottenere questa piccola temporanea
provvista, toccando che voi niente costate alla casa. Io sono inimico
giurato di questi giri, ma mi conviene patteggiare fra il mio cuore e
il molto giudizio di mamma vostra; la quale vi ama tenerissimamente, ma
crede che le vostre lettere siano una miniera d'oro, la quale vi rende
inutile qualunque altro sussidio.„ Allora, come i figli hanno convenuto
tra loro di scriversi sotto finti nomi per sottrarre le loro lettere
agli sguardi del padre, così anche il padre suggerisce a Giacomo di
servirsi di indirizzi convenzionali per isfuggire al vigile sguardo
della moglie.

Ma ben tosto il primo, il costante, l'inflessibile pensiero di Monaldo
torna ad angustiare il giovane: bisogna che egli torni a seppellirsi
a Recanati. “Io le protesto e giuro,„ risponde Giacomo, “che non ho
desiderio maggiore che quello di vivere in compagnia sua, e in seno
della mia famiglia; e che quando io possa vivere a Recanati con salute
sufficiente, e sufficiente possibilità di occuparmi nello studio per
passatempo, io non tarderò neppure un momento a volare costì.... per
vivere al suo fianco, e non allontanarmene mai più.„ Se il padre
gli scrive dicendogli tutto il bene che gli vuole, egli risponde
con proteste d'affetto continue: “Io per la parte mia posso giurarle
che, parlando umanamente, non vivo se non per lei e per la mia cara
famiglia; non ho mai goduto della vita se non in relazione a loro; ed
ora la vita non mi è cara se non in vista del dolore che cagionerei
a loro se la perdessi.„ Tornato ancora una volta a Recanati, sente
la sua vita finita; ma pure riconosce che, se il padre non vuole, non
potrebbe neanche volendo mantenerlo fuori; e per vivere del suo fuori
di casa egli dovrebbe lavorar molto; e lavorar molto, nelle condizioni
della sua salute, non potrà più mai. Allora il suo amico Tommasini,
conoscendo che Recanati è per il poveretto la morte, gli offre la
propria casa, a Parma; più tardi lo invita Pietro Colletta, a Livorno;
ma l'anima altera non si può piegare a questa specie di servitù.
Preferisce soffrire; e poichè gli amici sanno che le sue sofferenze
sono veramente insopportabili, tornano a proporgli di venirsene da
loro: il Colletta reitera l'invito, la moglie del Tommasini ripete
con più premurosa insistenza la preghiera del marito. Tutti si
accorgono della necessità di fare qualche cosa per l'infelice, tranne
che il padre e la madre. Giacomo è costretto da ultimo ad accettare
l'elemosina di ignoti ammiratori toscani, che per iniziativa del
Colletta contribuiscono a costituirgli una piccola pensione perchè
possa vivere a Firenze e attendere ai lavori letterarii. Ma quando,
lontano dal padre, egli pubblica il suo nuovo libro, le _Operette
morali_, Monaldo trova ancora nei suoi pregiudizii di che amareggiarlo
con critiche, con paure, con scrupoli, con esortazioni a correggersi,
quando l'infelice è moribondo, quando non può scrivere una riga senza
sudor di sangue. “Io le giuro,„ risponde il giovane difendendo l'opera
propria, “che l'intenzione mia fu di far _poesia in prosa_, come s'usa
oggi; e però seguire ora una mitologia ed ora un'altra, ad arbitrio;
come si fa in versi, senza essere perciò creduti pagani, maomettani,
buddisti, ecc. E l'assicuro che così il libro è stato inteso
generalmente, e così coll'approvazione di severissimi censori teologi
è passato in tutto lo Stato romano liberamente, e da Roma, da Torino,
ecc., mi è stato lodato da dottissimi preti. Quanto al correggere i
luoghi ch'ella accenna, e che ora io non ho presenti, le prometto che
ci penserò seriamente; ma ora vede Iddio se mi sarebbe _fisicamente_
possibile, non dico di correggere il libro, ma di rileggerlo. Una
dichiarazione di protesta che pubblicassi, creda all'esperienza
che oramai ho di queste cose, che non farebbe altro che scandalo, e
quel che vi fosse di pericoloso nel libro, non ne diverrebbe che più
ricercato, più osservato e più nocivo.„ Ed anche non volendo, Monaldo è
destinato a fargli male. Quando egli pubblica i suoi _Dialoghetti sulle
materie correnti nell'anno 1831_, dove inveisce contro il liberalismo
e i liberali, e sostiene che la Francia dev'essere smembrata e che i
Turchi hanno ragione contro i Greci, e deride con espressioni triviali
le nuove idee politiche e filosofiche; tutti credono che l'autore ne
sia Giacomo, e si rallegrano o ridono della sua conversione; tanto
generalmente l'opera di Monaldo è attribuita al figlio, che questi è
costretto a pubblicare una dichiarazione di semplice protesta, dove
non c'è una parola che suoni biasimo all'opera del padre, quantunque
egli la detesti; e perchè il padre se ne duole, egli è costretto a
giustificarsi, a dire che ha pubblicato la dichiarazione “per non
usurpare ciò che è dovuto ad altri, e perchè non voglio nè debbo
soffrire di passare per convertito, nè di essere assomigliato al Monti,
ecc., ecc. Io non sono stato mai nè irreligioso, ne rivoluzionario di
fatto nè di massime. Se i miei principii non sono precisamente quelli
che si professano nei _Dialoghetti_, e ch'io rispetto in lei, ed in
chiunque li professa di buona fede, non sono stati però mai tali, ch'io
dovessi nè debba nè voglia disapprovarli. Il mio onore esigeva ch'io
dichiarassi di non aver punto mutato opinioni.„ Monaldo, da canto suo,
scrive e stampa articoli contro i giovani che disconoscono l'autorità
paterna, e ride dell'_Antologia_ dove il figlio ha stampato un saggio
dei suoi proprii _Dialoghi_....

Intanto le difficoltà finanziarie, finita la pensione degli amici di
Toscana, tornano ad opprimere il giovane; e il ritorno a Recanati lo
impaura più della morte; e il padre non vuole e non può aiutarlo.
Come rivolgersi a lui? Pure, mancando ogni altro mezzo, egli lo
prega in questi termini: “Io credo ch'ella sia persuasa degli estremi
sforzi ch'io ho fatti per sette anni affine di procurarmi i mezzi di
sussistere da me stesso. Ella sa che l'ultima distruzione della mia
salute venne dalle fatiche sostenute quattro anni fa per lo Stella, al
detto fine. Ridotto a non poter più nè leggere nè scrivere nè pensare
(e per più di un anno neanche parlare) non mi perdetti di coraggio,
e quantunque non potessi più fare, pur solamente col già fatto,
aiutandomi gli amici, tentai di continuare a trovar qualche mezzo. E
forse l'avrei trovato, parte in Italia, parte fuori, se l'infelicità
straordinaria dei tempi non fosse venuta a congiurare colle altre
difficoltà, ed a renderle finalmente vincitrici. La letteratura è
annientata in Europa: i librai, chi fallito, chi per fallire, chi
ridotto ad un solo torchio, chi costretto ad abbandonare le imprese
meglio avviate. In Italia sarebbe ridicolo ora il presumere di vender
nulla con onore in materie letterarie, e di proporre ai librai delle
imprese nuove. Di Francia, Germania, Olanda, dove io aveva mandata una
gran quantità di mss. filologici con fondatissime speranze di profitto,
non ricevo, invece di danari, che articoli di giornali, biografie e
traduzioni. Mi trovo dunque, com'ella può ben pensare, senza i mezzi
di andare innanzi. Se mai persona desiderò la morte così sinceramente
e vivamente come la desidero io da gran tempo, certamente nessuna in
ciò mi fu superiore. Chiamo Iddio in testimonio delle mie parole. Egli
sa quante ardentissime preghiere io gli abbia fatte (sino a far tridui
e novene) per ottener questa grazia; e come ad ogni leggera speranza
di pericolo vicino o lontano, mi brilli il cuore dall'allegrezza. Se
la morte fosse in mia mano, chiamo di nuovo Iddio in testimonio ch'io
non le avrei mai fatto questo discorso; perchè la vita in _qualunque
luogo_ mi è abbominevole e tormentosa. Ma non piacendo ancora a Dio
d'esaudirmi, io tornerei costì a finire i miei giorni, se il vivere
in Recanati, sopra tutto nella mia attuale impossibilità di occuparmi,
non superasse le gigantesche forze ch'io ho di soffrire. Questa verità
(della quale io credo persuasa per l'ultima acerba esperienza ancor
lei) mi è talmente fissa nell'animo, che malgrado del gran dolore
ch'io provo stando lontano da lei, dalla mamma e dai fratelli, io
sono invariabilmente risoluto di non tornare stabilmente costà se non
morto. Io ho un estremo desiderio di riabbracciarla, e solo la mancanza
de' mezzi di viaggiare ha potuto e potrà nelle stagioni propizie
impedirmelo; ma tornar costà senza la materiale certezza di avere il
modo di riuscirne dopo uno o due mesi, questo è ciò sopra di cui il
mio partito è preso, e spero che ella mi perdonerà se le mie forze e
il mio coraggio non si estendono fino a tollerare una vita impossibile
a tollerarsi. Non so se le circostanze della famiglia permetteranno
a lei di farmi un piccolo assegnamento di dodici scudi il mese. Con
dodici scudi non si vive umanamente neppure in Firenze, che è la città
d'Italia dove il vivere è più economico. Ma io non cerco di vivere
umanamente. Farò tali privazioni che, a calcolo fatto, dodici scudi mi
basteranno. Meglio varrebbe la morte, ma la morte bisogna aspettarla
da Dio.... Se le circostanze, mio caro papà, non le consentiranno
di soddisfare a questa mia domanda, la prego con ogni possibile
sincerità e calore a non farsi una minima difficoltà di rigettarla.
Io mi appiglierò ad un altro partito, e forse a questo avrei dovuto
appigliarmi senza altrimenti annoiar lei con questo discorso: ma
come il partito ch'io dico, è tale, che stante la mia salute, non
è verisimile che in breve tempo non vi soccomba, ho temuto che ella
avesse a fare un rimprovero alla mia memoria, dell'averlo abbracciato
senza prima confidarmi con lei sopra le cose che le ho esposte. Del
rimanente, io da un lato provo tanto dolore nel dar noia a lei, e
dall'altro sono così lontano da ogni fine capriccioso, e da ogni lieta
speranza nel voler vivere fuori di costà, che ho perfino desiderato, ed
ancora desidererei, che mi fosse tolta la possibilità di ogni ricorso
alla mia famiglia, acciocchè non potendo io mantenermi da me, e molto
meno essendomi possibile il mendicare, io mi trovassi nella materiale,
precisa e rigorosa necessità di morir di fame. Scusi, mio caro papà,
questo malinconico discorso che mi è convenuto tenerle per la prima
e l'ultima volta della mia vita. Si accerti della mia estremissima
indifferenza circa il mio avvenire su questa terra, e se la mia domanda
le riesce eccessiva, importuna, o non conveniente, non ne faccia alcun
caso. In ogni modo, se Dio vorrà ch'io viva ancora, io non cesserò di
adoperarmi come per lo passato, con tutte le mie forze, per procurarmi
il modo di vivere senza incomodo della casa, e per far cessare le
somministrazioni che ora le chiedo. Mi benedica, mio caro papà, e
preghi Dio per me....„

L'uomo che supplica in questo modo ha trentaquattro anni, ed è uno
dei più grandi del suo tempo; e con un nome illustre, con un ingegno
strapotente, come ha dovuto accettare l'elemosina dei Toscani, così
vive in parte degli aiuti del Ranieri, quando, ottenuto finalmente il
povero soccorso paterno, non è in grado di sopperire con questo ai
bisogni della sua vita stremata. E se, per il divisato e non potuto
effettuare ritorno in famiglia, è costretto a trarre una cambialetta
di 40 ducati, se ne deve scusare in termini di supplicazione; e deve
ringraziare il padre e la madre della “carità„ che gli hanno fatta.
Se essi non fanno di più perchè non possono, la colpa non è loro; ma
la loro colpa inescusabile è di non comprendere ancora, come non hanno
compreso mai, la condizione del figlio, la gravità dei suoi mali fisici
e morali. “Il tuono delle sue lettere alquanto secco,„ scrive questi al
padre sei mesi prima di morire, “è giustissimo in chi fatalmente non
può conoscere il vero mio stato, perch'io non ho avuto mai occhi da
scrivere una lettera che non si può dettare, e che non può non essere
infinita; e perchè certe cose non si debbono scrivere ma dire solo a
voce. Ella crede certo ch'io abbia passato fra le rose questi sette
anni ch'io ho passato tra i giunchi marini....„ E in mano di questo
amico al quale non può dettare tutto l'intimo pensiero suo; del quale
sente, nonostante la fratellanza di sette anni, di doversi guardare;
in mano di questo amico egli muore diciotto giorni dopo avergli fatto
scrivere al padre lontano, che non una volta ha pensato di andarlo a
raggiungere: “I miei patimenti fisici giornalieri e incurabili sono
arrivati con l'età ad un grado tale che non possono più crescere; spero
che superata finalmente la piccola resistenza che oppone il moribondo
mio corpo, mi condurranno all'eterno riposo, che invoco caldamente ogni
giorno non per eroismo ma per il rigore delle pene che provo. Ringrazio
teneramente lei e la mamma del dono dei dieci scudi, bacio le mani ad
ambedue loro, abbraccio i fratelli, e prego loro tutti a raccomandarmi
a Dio, acciocchè, dopo ch'io li avrò riveduti, una buona e pronta morte
ponga fine ai miei mali fisici che non possono guarire altrimenti.„

E dopo che il grande infelice è morto, credete voi che il padre
s'acqueti? Udite che cosa scrive Paolina all'amica Brighenti: “Di
Giacomo poi, della gloria nostra, abbiam dovuto tacere più che mai
tutto quello che di lui ne veniva fatto di sapere, come di quello che
non combinava punto col pensare di papà e colle sue idee. Pertanto, non
abbiam fatto mai parola con lui delle nuove edizioni delle sue opere,
e quando le abbiam comprate, le abbiamo tenute nascoste e le teniamo
ancora.... Preghiamo Iddio che non vengano quei volumi nelle mani dei
miei genitori; essi ne morrebbero di dolore!...„ Monaldo disereda il
figlio Carlo perchè ha sposato, contrariamente alla sua volontà, la
cugina Mazzagalli; nel suo testamento egli nomina Giacomo, l'eterna
gloria della sua casa, solo perchè si celebrino dieci messe per il
riposo dell'anima sua; mentre lungamente ricorda l'altro figlio Luigi,
“morto con tutti i segni del predestinato.„ E quando, morto anche
Monaldo, la vedova riceve un giorno uno dei visitatori che traggono a
Recanati come in pellegrinaggio, e l'ode riverire in lei la madre del
grande poeta, ella non sa rispondere altro che: “Dio gli perdoni....„



IV.

LA PATRIA.


La città dove siamo nati e dove viviamo, la terra dove si parla il
nostro proprio linguaggio, sono come la continuazione della casa:
da esse ci possono venire motivi di somma consolazione come di grave
dolore. Se Giacomo Leopardi non fu felice nella famiglia, ebbe almeno
ragione di compiacersi della patria? Per colmo di sciagura egli nacque
in tempi sciagurati e in un paese infelice.

In un borgo, in un villaggio, se mancano troppe cose al vivere civile,
i costumi sono semplici, la vita è tranquilla, la libertà grande. Ma
Recanati è tanto popolosa ed ha tali tradizioni storiche da non poter
essere confusa tra i villaggi. In una città vasta ed animata, se vi
è troppo tumulto, vi sono pure spettacoli stupendi; se l'individuo è
costretto ad osservare troppe norme perchè troppo estesa è la società
circostante, tanto più facilmente egli può trovare in mezzo alla varia
moltitudine chi lo comprenda e gli giovi. Ma Recanati non è una grande
città. È città piccola; ciò significa il luogo meno adatto a un ingegno
avido di vedere e di sapere, cupido di impressioni potenti e nuove:
vi mancano egualmente, come il Leopardi stesso dice, “e i diletti
della società civile, e i vantaggi della vita solitaria„. Pietro
Giordani così ne parla: “Recanati, piccola terra, che il papa chiama
città, vicina quattro miglia a Loreto, quel gran mercato d'ignobili
superstizioni.... Ivi tutti i mali d'Italia, e niuna consolazione.„

Il pensiero degli uomini è in certo modo proporzionato ai luoghi dove
essi vivono: dentro un orizzonte angusto le idee sono piccole; le idee
grandi e nobili derivano dalle impressioni suscitate dalle cose nobili
e grandi. Le rivoluzioni, i tentativi di migliorare la condizione
umana, si compiono nelle metropoli; la provincia è più ligia alle
tradizioni, più avversa alle novità. Se i grandi ingegni sono ammirati
da chi è capace d'intenderli, sono invece derisi dal volgo, al quale
per la loro singolarità non possono uniformarsi: e nella provincia,
perchè è più volgare, la singolarità dell'ingegno pare anche maggiore.
“Ella non conoscerà Recanati„, scrive il Leopardi al Brighenti, “ma
saprà che la Marca è la più ignorante ed incolta provincia dell'Italia.
Ora, per confessione anche di tutti i Recanatesi, la mia città è la più
incolta e morta di tutta la Marca, e fuor di qui non s'ha idea della
vita che vi si mena.„ Lassù “l'ingegno non si conta fra i doni della
natura„. Chi comprenderà gli studii linguistici dello straordinario
giovanetto? “Quanto agli amatori della buona lingua, se di questa
io parlassi ad alcuno qui, crederebbero che s'intendesse di qualche
brava lingua di porco.„ Troverà egli qualcuno col quale ragionare
delle cose che gli stanno a cuore? “In Recanati non andando d'accordo
nelle massime con nessuno, non disputo mai, ed ostinatissimo mi lascio
spiattellare in faccia spropositi da stomacare i cani, senza mai aprir
bocca.„ Di quale considerazione godrà? Come in famiglia, così in tutta
la città lo trattano da “vero e pretto ragazzo, e i più aggiungono i
titoli di saccentuzzo, di filosofo, d'eremita e che so io.„ Tanto egli
è disconosciuto, che non crede d'incontrare veri odii o inimicizie,
“perchè questi si esercitano cogli uguali e nessuno vorrà degnarsi di
credermi suo uguale; ma disprezzi e scherni gli aspetto, e li ricevo
da tutti quelli che tratto e vedo„. Dice anche: “Io sto qui, deriso,
sputacchiato, preso a calci da tutti, menando l'intera vita in una
stanza, in maniera che, se vi penso, mi fa raccapricciare.„ Esagera?
I suoi nervi troppo tesi gli fanno giudicare così? No; è la verità. I
nobili oziosi ed ignoranti lo dileggiano per l'ingegno e la cultura;
un giorno, perchè egli tenta di replicare a uno di loro, è da costui
percosso sul viso con un frustino. La plebe ride della deformità del
suo corpo: talvolta, se egli esce a prendere una boccata d'aria, è
costretto a tornarsene in casa dagl'insulti della canaglia; i monelli
si divertono a tirar sassi o pallottole di neve sulla schiena al “gobbo
de Leopardi„. E i preti lo giudicano empio per le sue massime; perchè,
onorando i genitori, non intende esserne schiavo.

Che effetto produrrebbero tutte queste cose in uomo qualunque? Non
avrebbe ogni uomo ragione di sentirsi fuori del mondo civile, in un
misero paesaccio, in un romitaggio, in una sepoltura? Ma il Leopardi
non è un uomo come tutti gli altri: noi sappiamo quanto vulnerabili
sono i suoi nervi, quanto è inferma la sua sensibilità. Allora non ci
stupiremo se egli chiamerà Recanati “tana, caverna, serraglio, porca
bicoccaccia, vilissima zolla, capitale dei poveri e dei ladri, luogo
pieno e stivato di maledizioni„; se chiamerà i suoi concittadini
“animali„ dalla cui vista fugge: “Ogni giorno mi par mill'anni di
fuggir via da questa porca città, dove non so se gli uomini sieno più
asini o più birbanti; so bene che tutti sono l'uno e l'altro....„

Eppure egli non ha giudicato sempre così. Anche prima di uscire da
Recanati, quando l'opposizione dei parenti e gli scherni degli estranei
non lo hanno ancora esasperato, egli è stato giusto con la sua città
natale. “Ora dico di odiarla perchè vi sono dentro, che finalmente
questa povera città non è rea d'altro che di non avermi fatto un bene
al mondo, dalla mia famiglia in fuori.„ Egli è anche così più che
giusto con la sua famiglia.... E se la sua sensibilità è tanto offesa a
Recanati, l'immaginazione vi opera prodigi, raffigurandogli le bellezze
dell'ignoto mondo. “Iddio ha fatto tanto bello questo nostro mondo„,
scrive al Giordani, “tante cose belle ci hanno fatto gli uomini, tanti
uomini ci sono, che chi non è insensato arde di vedere e di conoscere;
la terra è piena di meraviglie, ed io di dieciott'anni potrò dire:
In questa caverna vivrò, e morrò dove son nato?...„ Ma tanto egli
è esperto degli inganni orditi dalla fantasia, che non appena si
rappresenta queste meraviglie già è sicuro di non poterle trovare. “A
voi succede,„ riscrive al Giordani sei mesi dopo, “quello che succederà
a me se mai vedrò il mondo, di averlo a noia. Allora forse non mi
dispiacerà e fors'anche mi piacerà questo eremo che ora aborro.„

Così appunto accade. Appena esce da Recanati, appagato finalmente il
lungo desiderio di veder Roma, la metropoli lo scontenta, e il luogo
natio quasi gli pare preferibile. “Tenete per certissimo che il più
stolido Recanatese ha una maggior dose di buon senso che il più savio e
più grave Romano. Assicuratevi che la frivolezza di queste bestie passa
i limiti del credibile. S'io vi volessi raccontare tutti i propositi
ridicoli che servono di materia ai loro discorsi, e che sono i loro
favoriti, non mi basterebbe un in foglio....„ Non lo scontenta solo lo
spirito della popolazione, ma anche il materiale della città: “Tutta la
grandezza di Roma non serve ad altro che a moltiplicare le distanze,
e il numero de' gradini che bisogna salire per trovare chiunque
vogliate. Queste fabbriche immense, e queste strade per conseguenza
interminabili, sono tanti spazii gittati fra gli uomini, invece
d'essere spazii che contengono uomini....„ È il consueto disinganno
che l'immaginazione prepara quando le cose troppo desiderate ed
abbellite sono finalmente ottenute. Egli ha aspettato tanto, ha tanto
presentito il piacere, che quando lo consegue non lo apprezza più.
“Domandami se, in due settimane da che sono in Roma, io ho mai goduto
pure un momento di piacere fuggitivo, di piacere rubato, preveduto o
improvviso, esteriore o interiore, turbolento o pacifico, vestito sotto
qualunque forma. Io ti risponderò in buona coscienza e ti giurerò, che,
da quando io misi piede in questa città, non una goccia di piacere
non è caduta nell'animo mio, eccetto in quei momenti ch'io ho letto
le tue lettere.... Dirai ch'io non so vivere; che per te, e per altri
tuoi simili il caso non andrebbe così....„ Egli stesso riconosce
l'origine intima del suo scontento: “In verità, era troppo tardi
per cominciare ad assueffarmi alla vita non avendone mai avuto niun
sentore„; ma, perchè il disinganno sia così grande, bisogna che altre
cause abbiano concorso a produrlo. Se noi dobbiamo credere che, passato
alla metropoli da una città meno infelice di Recanati, oppure più
presto, prima che la sua salute fosse distrutta e che il suo spirito
si ottenebrasse, vi si sarebbe compiaciuto; dobbiamo anche notare che
neppure in queste condizioni propizie le cause reali del suo dispiacere
non sarebbero mancate.

    Oh! Se' tu Roma, o d'ogni vizio il seggio?

aveva già sdegnosamente cantato Vittorio Alfieri; e le condizioni
morali dell'eterna città erano veramente tali da sdegnare un'anima come
quella del Leopardi. Principalmente, anzi unicamente attento alle cose
letterarie, come trovava egli le condizioni della letteratura a Roma?
Se l'alfabeto era tutta la letteratura di Recanati, qual era quella
di Roma? “Quanto ai letterati, de' quali ella mi domanda„, scrive al
padre, “io n'ho veramente conosciuti pochi, e questi pochi m'hanno
tolto la voglia di conoscerne altri. Tutti pretendono d'arrivare
all'immortalità in carrozza, come i cattivi cristiani al paradiso.
Secondo loro, il sommo della sapienza umana, anzi la sola e vera
scienza dell'uomo, è l'Antiquaria. Non ho ancora potuto conoscere un
letterato romano che intenda sotto il nome di letteratura altro che
l'Archeologia. Filosofia, morale, politica, scienza del cuore umano,
eloquenza, poesia, filologia, tutto ciò è straniero in Roma, e par
un giuoco da fanciulli, a paragone del trovar se quel pezzo di rame
o di sasso appartenne a Marcantonio o a Marcagrippa. La bella è che
non si trova un Romano il quale realmente possieda il latino o il
greco, senza la perfetta cognizione delle quali lingue, ella ben vede
che cosa mai possa essere lo studio dell'antichità.„ Ed al fratello:
“Della letteratura non so che mi vi dire. Orrori, e poi orrori. I più
santi nomi profanati, le più insigni sciocchezze levate al cielo, i
migliori spiriti di questo secolo calpestati come inferiori al minimo
letterato di Roma, la filosofia disprezzata come studio da fanciulli;
il genio e l'immaginazione e il sentimento, nomi (non dico cose, ma
nomi) incogniti e forestieri ai poeti e alle poetesse di professione;
l'antiquaria messa da tutti in cima del sapere umano, e considerata
costantemente e universalmente come l'unico vero studio dell'uomo.
Non dico esagerazioni. Anzi è impossibile che vi dica abbastanza....„
Il suo disinganno cresce ogni giorno, ogni giorno egli trova un nuovo
argomento di noia, finchè arriva a questa conclusione disperata:
“Quantunque io sia già incapace affatto di godere, e incapace per
sempre, Roma mi ha fatto almeno questo vantaggio, di perfezionare la
mia insensibilità sopra me stesso, e di farmi riguardare la mia vita
intera, il mio bene, il mio male, come vita, bene, male altrui.„

Non per questo, tornato a Recanati, egli si rassegna alla vita del
“natìo borgo selvaggio„, dove la sua vita “est plus uniforme que le
mouvement des astres, plus fade et plus insipide que les paroles de
notre Opéra„; dove non trova la libertà che ha goduto fuori di casa;
dove, se vuol far venire un libro, gli conviene aspettare quattro,
sei, otto mesi, talvolta anche di più; dove manca di giornali, dove
si trova in un buio veramente spaventevole. Ma, partito un'altra volta
per andare in altre città grandi, non vi si trova contento. “Al primo
aspetto„, scrive da Milano, “mi pare impossibile di durar qui neppure
una settimana.„ E col tempo, se riceve impressioni grate, ne riceve
pure di sgradevolissime. “Qui mi trovo malissimo e di pessima voglia.
Pochi letterati ho conosciuto, e non mi curo di vederli per la seconda
volta....„ Il bello, che trova a Milano in gran copia, gli è guastato
“dal magnifico e dal diplomatico anche nei divertimenti.... Gli
uomini sono come _partout ailleurs_; e quello che mi fa rabbia è, che
tutti ti guardano in viso e ti squadrano da capo a piedi come a Monte
Morello....„ A Bologna trova che gli uomini sono “vespe senza pungolo„,
e con infinita meraviglia deve convenire “che la bontà di cuore vi si
trova effettivamente, anzi vi è comunissima, e che la razza umana vi è
differente da quella di cui tu ed io avevamo idea„. Tuttavia egli vive
in quella città “molto malinconico, e in certe passeggiate solitarie
che vo facendo per queste campagne bellissime, non cerco altro che
rimembranze di Recanati.„ Se passa a Firenze, la metropoli toscana “non
sarebbe certamente il luogo ch'io sceglierei per consumar questa vita„:
e, senza il Giordani, la cui compagnia gli è stata di tanto conforto,
il suo malumore si sfoga vivacemente: “Questi viottoli, che si chiamano
strade, mi affogano; questo sudiciume universale mi ammorba; queste
donne sciocchissime, ignorantissime e superbe, mi fanno ira„, e, come
a Roma, la condizione degli spiriti è ancora quella che più lo sdegna:
“Io non veggo altri che Vieusseux e la sua compagnia; e quando questa
mi manca, come accade spesso, mi trovo come in un deserto. Infine mi
comincia a stomacare il superbo disprezzo che qui si professa di ogni
bello e di ogni letteratura: massimamente che non mi entra poi nel
cervello che la sommità del sapere umano stia nel saper la politica e
la statistica.„ Tornato a Roma, la stessa ira d'una volta lo infiamma:
“La letteratura romana, come tu sai benissimo, è così misera, vile,
stolta, nulla, ch'io mi pento di averla veduta e vederla, perchè questi
miserabili letterati mi disgustano della letteratura, e il disprezzo
e la compassione che ho per loro, ridonda nell'animo mio a danno del
gran concetto e del grande amore ch'io aveva alle lettere.„ Che dirà
egli di Napoli? “Non posso più sopportare questo paese semibarbaro e
semiaffricano, nel quale io vivo in un perfetto isolamento da tutti„;
egli ha bisogno di fuggire “da questi lazzaroni e pulcinelli nobili e
plebei, tutti ladri e b. f. degnissimi di Spagnuoli e di forche.„

Facciamo una larghissima parte al suo nervosismo, all'irritabilità
cresciuta per le continue sventure, le malattie, il disagio pecuniario,
le opposizioni della famiglia; facciamo una larghissima parte
all'ingannatrice fantasia che dipinge troppo belli i luoghi lontani
e li rende preferibili ai vicini, talchè anche quando egli si trova
contento, come a Pisa, pure vive di rimembranze dell'odiato Recanati;
resta ancora, per altre testimonianze, che le condizioni morali delle
città italiane non erano, a quei tempi, delle più felici. Basterà per
tutte quella di Vittorio Alfieri, uomo sano, operoso e ricco, capace di
istituir paragoni grazie ai lunghi viaggi fatti da un capo all'altro
d'Europa. Giudicati i Romaneschi maestri nel mal oprare, i Napoletani
nello schiamazzare, i Genovesi nel patir la fame, i Veneziani nel
lasciar fare, i Milanesi nel banchettare, egli conclude

    Tale d'Italia è la primaria gente;
    Smembrata tutta, e d'indole diversa;
    Sol concludendo appieno in non far niente.

    Nell'ozio e ne' piacer nojosi immersa
    Negletta giace, e sua viltà non sente;
    Fin sopra il capo entro a Lete sommersa.

E questo è appunto il nuovo motivo di dolore di Giacomo Leopardi,
ammiratore fervidissimo dell'Astigiano: in ogni parte d'Italia ai suoi
tempi non solamente l'ignoranza è grande quanto l'ignavia e l'amore
delle vanità, ma lo stesso sentimento della patria comune, della
nazione, è infimo e nullo.

Fanciullo, sotto l'impero del padre guelfo, egli aveva cominciato a
parteggiare per le autorità legittime contro i Francesi invasori e
i rivoluzionarii di casa. Ritiratosi Gioacchino Murat da Macerata,
liberato il Piceno, egli aveva rivolto un'orazione agl'Italiani
eccitandoli all'odio degli stranieri. “Ogni francese è degno d'odio,
perchè niun francese riconosce i delitti della sua nazione. Quel popolo
forsennato con tanto sangue e stragi, con tanti danni a tutta l'Europa,
non fece che una parentesi nella cronologia dei regnanti per rientrar
poi nello stato primiero.„ E dalla esecrazione dei rivoluzionarii
francesi era passato all'esaltazione dei governi indigeni. “Non v'ha
popolo,„ giudicava, “più felice dell'italiano nell'amministrazione
paterna di sovrani amati e legittimi„; e se l'Italia era divisa in
tanti staterelli, se ne compiaceva perchè ella “offre lo spettacolo
vario e lusinghiero di numerose capitali, animate da corti floride
e brillanti, che rendono il nostro suolo sì bello agli occhi dello
straniero„; e aveva dimostrato che l'Italia non è fatta per le armi,
bensì per le arti. Ma la sua conversione fu molto rapida: due anni
dopo, quando cominciava a lagnarsi di Recanati e diceva che gli era
tanto cara da somministrargli le belle idee per un trattato dell'odio
della patria, tosto si correggeva: “Ma mia patria è l'Italia; per la
quale ardo d'amore, ringraziando il cielo d'avermi fatto italiano.„
Questo sentimento si afforza ogni giorno più: egli non tralascia
occasione di significarlo: se gli Accademici di Viterbo lo chiamano a
far parte della loro società, si rallegra delle loro cure “con la mia
nazione, alla quale resta tanto poco del vero amore, non dirò delle
patrie particolari, ma della nostra comune gloriosissima e sovrana
patria, che è l'Italia„; e se il Visconti abbandona la terra e la
lingua italiana, egli non l'ama “niente affatto, perchè mi pare, che si
sia scordato dell'Italia„; e invece chiama “mio„ l'Alfieri, e dedica
al Monti le sue prime canzoni patriottiche che per niente al mondo
dedicherebbe “a verun potente.„ Noi vediamo quindi che, come gli era
accaduto in fatto di letteratura, così anche in politica è variamente
sollecitato dalle correnti morali del suo tempo. Ma se tra il
classicismo e il romanticismo il temperamento era difficile perchè le
tendenze delle due scuole rispondevano a due tendenze del suo spirito,
in materia politica la via di mezzo non era possibile. Una volta venuta
meno l'ubbidienza al regime tradizionale e il compiacimento nella
secolare divisione della patria italiana, egli doveva seguire sino in
fondo la nuova via della ribellione; dove lo aspettavano nuove e non
meno gravi pene.

Qual era infatti la condizione reale di quell'Italia che egli aveva
vista grande nelle memorie di tempi troppo remoti? Una delle peggiori
che la sua storia rammenti. Cinquant'anni prima gl'Italiani erano
immersi in un letargo profondo, dal quale pareva che nulla potesse mai
trarli; dei loro mali avevano perduto quasi coscienza, si può dire
che non ne soffrissero. Cinquant'anni dopo essi dovevano insorgere,
combattere, cadere, ma poi finalmente trionfare. L'età del Leopardi
è invece la più travagliata. La rivoluzione e l'invasione francese
hanno destato gli spiriti; Napoleone, italiano d'origine, pronunzia
in Milano di aver preparato alti destini alla nazione infelice. Ma
i fatti non seguono alle promesse. Discacciati i Tedeschi, restano i
Francesi; i danni prodotti dai nuovi occupatori in nome della libertà
sono infiniti. Se qualcuno si è illuso, se qualcuno ha dato fede alle
promesse, il disinganno è amarissimo. Il Leopardi che non ha creduto,
che è rimasto per questo riguardo il misogallo dei primi tempi, vede
nei nuovi casi l'ultima rovina. Beato egli stima Dante

                            che il fato
    A viver non dannò fra tanto orrore;
    Che non vedesti in braccio
    L'itala moglie a barbaro soldato;
    Non predar, non guastar cittadi e colti
    L'asta inimica e il peregrin furore;
    Non degl'itali ingegni
    Tratte l'opre divine a miseranda
    Schiavitude oltre l'Alpi, e non de' folti
    Carri impedita la dolente via;
    Non gli aspri cenni ed i superbi regni;
    Non udisti gli oltraggi e la nefanda
    Voce di libertà che ne schernia
    Tra il suon delle catene e de' flagelli.
    Chi non si duol? che non soffrimmo? intatto
    Che lasciaron quei felli?
    Qual tempio, quale altare o qual misfatto?

Ed egli soffre d'esser nato in mezzo a questa rovina:

    Perchè venimmo a sì perversi tempi?
    Perchè il nascer ne desti o perchè prima
    Non ne desti il morire,
    Acerbo fato? onde a stranieri ed empi
    Nostra patria vedendo ancella e schiava,
    E da mordace lima
    Roder la sua virtù, di null'aita
    E di nullo conforto
    Lo spietato dolor che la stracciava
    Ammollir ne fu dato in parte alcuna?

Ma il più grave è questo: che il fiore della gioventù italiana sia
tratto a combattere e a morire non contro i proprii nemici, ma contro
nemici altrui: non per la moribonda Italia, ma per altra gente,
per quelli che sono venuti a tiranneggiarla; e a morire lontano, in
Ispagna, in Germania, nei deserti nevosi di Russia.

      Morian per le rutene
      Squallide spiagge, ahi d'altra morte degni,
      Gl'itali prodi; e lor fea l'aere e il cielo
      E gli uomini e le belve immensa guerra.
      Cadeano a squadre a squadre
      Semivestiti, maceri e cruenti,
      Ed era letto agli egri corpi il gelo.
      Allor, quando traean l'ultime pene,
      Membrando questa desiata madre,
      Diceano: oh non le nubi e non i venti,
      Ma ne spegnesse il ferro, e per tuo bene,
      O patria nostra. Ecco da te rimoti,
      Quando più bella a noi l'età sorride,
      A tutto il mondo ignoti,
      Moriam per quella gente che t'uccide.
    Di lor querela il boreal deserto
      E conscie fur le sibilanti selve.
      Così vennero al passo,
      E i negletti cadaveri all'aperto
      Su per quello di neve orrido mare
      Dilaceràr le belve....

La grandezza dell'affanno è smisurata, non c'è altro conforto se
non nella stessa immensità dello sconforto.... Il Leopardi chiede
ansiosamente se la miseria della patria sua non cesserà una volta:

    In eterno perimmo? E il nostro scorno
    Non ha verun confine?

Egli eccita allora gl'italiani a volgersi indietro, a contemplare
i vestigi della potenza e della gloria passata; a ricordare i loro
grandi, Dante, Petrarca, Colombo, Ariosto, Tasso, Alfieri; e se il Mai
discopre antiche celebri scritture e se le sue scoperte commuovono il
mondo dei dotti e quasi fanno credere che siano tornati i tempi del
Rinascimento, egli lo esorta a perseverare nell'opera,

                    tanto che infine
    Questo secol di fango o vita agogni
    E sorga ad atti illustri, o si vergogni.

E se la sorella Paolina sta per andare a nozze egli vuole che dia forti
esempii ai figli. Mettano opera le donne perchè la patria si redima:
esse hanno una grande potenza sugli animi umani; ad esse il giovane
chiede ragione della miseria dei tempi:

                    La santa
    Fiamma di gioventù dunque si spegne
    Per vostra mano? attenuata e franta
    Da voi nostra natura? e le assonnate
    Menti, e le voglie indegne,
    E di nervi e di polpe
    Scemo il valor natìo, son vostre colpe?...
                    .... O spose,
    O verginette, a voi
    Chi de' perigli è schivo, e quei che indegno
    È della patria e che sue brame e suoi
    Volgari affetti in basso loco pose,
    Odio mova e disdegno;
    Se nel femmineo core
    D'uomini ardea, non di fanciulle, amore.

E si volge di nuovo al passato, trova nella storia di Roma l'esempio
di quanto ha giovato alla patria una donna: Virginia. Ancora: ad un
vincitore nel giuoco del pallone ricorda che gli esercizii del corpo
sono preparazione necessaria alla guerra; e che vincitori dei giuochi
olimpici erano quelli che vincevano poi e fugavano i Medi e i Persiani.
Ma le esortazioni sono vane; egli sente che il funesto obblio delle
grandi cose non finisce, che nessuno si onora d'esser figlio d'una
madre come l'Italia, che la rovina di lei è senza riparo. Nell'alba
della sua vita ha visto l'invasione francese e i danni dell'opera
napoleonica; giunto alla sera, pochi anni prima di morire, vede i vani
conati del Trentuno e l'invasione austriaca.

A questa miseria politica del suo paese fa riscontro la miseria
sociale. Tutte le classi della nazione hanno vizii e colpe. “Dite
benissimo dei nobili,„ scrive al Brighenti, “che sono il corpo morto
della società. Ma pur troppo io non vedo quale si possa chiamare il
corpo vivo oggidì.... Le Corti, Roma, il Vaticano? Chi non conosce
quel covile della superstizione, dell'ignoranza e de' vizi?„ I preti,
“in tutto il mondo, sotto un nome o sotto un altro, possono ancora
e potranno eternamente tutto„; ma che fanno di questa loro potenza?
Quelli che reggono lo Stato tengono su un governo “gotico„; quelli
che pensano, che disputano, i teologi, “sono una razza di gente così
ostinata come le donne. Prima si caverebbero loro tutti i denti
di bocca, che un'opinione dalla testa. Bensì credo che sia meglio
avere a fare colle donne, e anche col diavolo, che con loro.„ Egli
non ha voluto pertanto mettersi nella carriera ecclesiastica; ma la
professione curiale non è meno discreditata: “Quante miserie, quante
pazzie, quanti intrighi in questo povero mondo! Come se avessimo
felicità d'avanzo, e bisognasse minorarla colla barbarie delle
istituzioni sociali.„

Perduta, anzi non mai veramente concepita la speranza di poter aiutare
colle azioni la patria; espresso soltanto in un impeto lirico il sogno
di combattere solo, di procombere solo per l'Italia; egli attende
all'unica opera che gli è consentita: la rigenerazione intellettuale
degli Italiani — poichè la loro miseria, a questo riguardo, è
altrettanto grande quanto quella sociale e politica. Troppo rari sono
gl'ingegni che sostengono “l'ultimo avanzo della gloria italiana„: le
lettere: pure egli li cerca e li onora. Del Giordani scrive: “Io penso
che se molti de' nostri sapessero scrivere in quella maniera, non dico
solamente quanto alle parole, ma quanto alle cose, la letteratura
italiana seguiterebbe ad essere la prima d'Europa, come è già poco
meno che l'ultima.„ E del Trissino: “Io non mi posso dimenticare
d'un giovane signore italiano così amorevole, nè di sentimenti così
magnanimi, nè di tanti pregi e virtù d'ogni sorta, che se fossero meno
singolari in questa povera terra non sarebbe stoltezza lo sperar della
nostra patria.„ E così anche del Papadopoli, della Tommasini, e di
tanti altri. Questo pensiero: che le lettere non debbono essere vano
esercizio, ma strumento di riforma civile, lo occupa assiduamente.
Se il Brighenti disegna di pubblicare un'opera sulla riforma degli
spettacoli dei quali si diletta il popolo italiano, caldamente egli
lo incuora: “Non posso abbastanza lodarvi del vostro zelo per la
riformazione degli spettacoli italiani: spettacoli barbari, e simili
oramai a quelli della China. Le vostre osservazioni sono veramente
utili, e a questo debbono mirare (e non mirano) gli scrittori: dico a
giovare ai loro contemporanei, come cercavano di fare tutti gli antichi
e tutti i classici, che non sarebbero classici se non avessero scritto
per altro fine che di scrivere. Io non credo che dopo la Spagna, in
punto spettacoli barbari, si possa addurre nell'Europa colta verun
esempio di maggior corruzione, che l'Italia. Conseguenza pur troppo
naturale dell'aver noi perduto il nome e la sostanza di nazione.„ E
al Grassi: “Del suo valoroso e benefico assunto d'insegnare un'altra
volta la lingua militare all'Italia che l'ha disimparata, che altro
posso far io, se non confortarla caldissimamente a proseguire la sua
magnanima impresa, che ha sì degnamente cominciata, anzi condotta in
buoni termini, col suo dizionario?„ Tanto è ansioso di fare, con le
lettere, opera utile alla patria, che, poeta, quasi ripudia la poesia.
“Andando dietro ai versi e alle frivolezze (io parlo qui generalmente),
noi facciamo espresso servizio ai tiranni: perchè riduciamo a un giuoco
o ad un passatempo la letteratura; dalla quale sola potrebbe aver sodo
principio la rigenerazione della nostra patria.„ E la rassegnazione
cristiana predicata dal Manzoni lo scontenta: “Tale conclusione
è ottima per istituire una riforma morale; ma io dubito molto che
basti a levar su dal fango una nazione invilita e spirarle ardimento
proporzionato alle sue tremende necessità. Coloro, quali i fondatori
di religione, che parlarono all'universale degli uomini abbracciando
ogni tempo ed ogni contrada, e non ne specificando alcuna, potettero
rimanersi nelle astrazioni d'una sconfinata rassegnazione e pazienza.
Ma essi non ebbero patria o non la conobbero; dovecchè il Manzoni tiene
cara soprammodo la sua.„

E tutti i suoi disegni sono rivolti alla restaurazione delle lettere
italiane come strumento della salute nazionale. “Tante cose restano da
creare in Italia, ch'io sospiro in vedermi così stretto e incatenato
dalla cattiva fortuna, che le mie poche forze non si possano adoperare
in nessuna cosa. Ma quanto ai disegni, chi può contarli? La Lirica da
creare.... tanti generi della tragedia, perchè dell'Alfieri n'abbiamo
uno solo; l'eloquenza poetica, letteraria e politica; la filosofia
propria del tempo, la satira, la poesia d'ogni genere accomodata
all'età nostra, fino a una lingua e uno stile, ch'essendo classico e
antico, paia moderno e sia facile a intendere e dilettevole così al
volgo come ai letterati.„ E perchè si faccia bene all'Italia, come
fondamento della sua rigenerazione morale vuole che si crei una lingua
filosofica, “senza la quale io credo ch'ella non avrà mai letteratura
moderna sua propria, e non avendo letteratura moderna propria, non
sarà mai più nazione. Dunque l'effetto ch'io vorrei principalmente
conseguire, si è che gli scrittori italiani possano essere filosofi
inventivi e accomodati al tempo, che insomma è quanto dire scrittori
e non copisti.... Anche procurerò con questa scrittura di spianarmi
la strada a poter poi trattare le materie filosofiche in questa
lingua, che non le ha mai trattate; dico le materie filosofiche quali
sono oggidì, non quali erano al tempo delle idee innate.... Quasi
innumerabili generi di scrittura mancano o del tutto o quasi del tutto
agl'Italiani, ma i principali e più fruttuosi, anzi necessari, sono,
secondo me, il filosofico, il drammatico e il satirico. Molte e forse
troppe cose ho disegnate nel primo e nell'ultimo; e di questo (trattato
in prosa alla maniera di Luciano, e rivolto a soggetti molto più gravi
che non sono le bazzecole grammaticali a cui lo adatta il Monti)
disponeva di colorirne qualche saggio ben presto. Ma considerando
meglio le cose, mi è paruto di aspettare. In ogni modo procureremo di
combattere la negligenza degli Italiani con armi di tre maniere, che
sono le più gagliarde: ragioni, affetti, riso.„

Non solamente la salute gl'impedisce di eseguire tanti disegni, ma
la stessa inutilità della propria opera gli fa cadere le braccia. A
Roma impera l'archeologia, a Firenze la statistica, a Milano e da per
tutto la pedanteria; la letteratura, in istato d'asfissia, non che
scuotere le genti, non dà pane da mangiare a chi la professa. “Con
questa razza di giudizio e di critica che si trova oggi in Italia, c...
chi si affatica a pensare e a scrivere.„ Gl'Italiani sono da più di
un secolo, e vogliono restare tributarii degli stranieri anche nelle
lettere. La miseria dei tempi è tale, “che chiunque in Italia vuol
bene, profondamente e filosoficamente scrivere e poetare, dee porsi
costantemente nell'animo di non dovere nè potere in verun modo essere
commendato nè gustato nè anche inteso dagl'Italiani presenti.„

E i governi non badano soltanto a impedire ogni movimento, ma anche a
soffocare il pensiero. Quasi tutte le volte che ha pronto un libro, il
Leopardi è incerto di poterlo pubblicare. Quando manda al Giordani il
manoscritto delle sue prime canzoni, la polizia lo sequestra; quando
ne manda un'altra copia a Roma, gli scrivono che sono da prevedersi
difficoltà da parte della censura. L'altra canzone al Mai è trattenuta
dalla polizia austriaca e proibita per espressa volontà del Vicerè:
“Essendo questa poesia scritta nel senso del liberalismo ed avendo la
tendenza a rafforzare i malintenzionati nelle loro malevole viste, essa
vuolsi per ciò tosto proibire e tagliare la via all'introduzione di
contrabbando ed alla diffusione.„ La stessa polizia austriaca proibisce
un'edizione fiorentina dei _Canti_, per “irreligiosità e principii
antisociali.„ A Bologna la censura vieta la pubblicazione delle canzoni
nuove e della _Comparazione_ delle sentenze di Teofrasto e di Bruto:
se egli vuole ottenere la revoca del divieto, deve far precedere il
libro da un avvertimento nel quale loda i governi ed eccita i popoli
all'obbedienza. Stampa a Firenze, sull'_Antologia_, un saggio delle
_Operette morali_, per vedere se anche queste saranno trattenute
in Lombardia; ma nella stessa Firenze il consiglio dei ministri gli
rigetta il manifesto d'un giornale che si propone di pubblicare. A
Napoli, pochi mesi prima che egli muoia, un'edizione delle sue intere
opere dispiace ai Padri revisori ed è interdetta. La persecuzione
continua anche dopo che egli è morto: il pretore di Reggio Calabria,
nel 1856, condanna a mille ducati di multa Pietro Merlino, barbiere,
“colpevole di detenzione di un libro proibito, intitolato _Canti di
Giacomo Leopardi_.„



V.

LA GLORIA.


In questo paese, del quale le condizioni non gli sono lieve causa
di dolore, potrà egli sperare di trovar un compenso alle tante sue
sciagure? Poichè quasi ogni azione gli è stata contesa, e il pensiero
e lo studio è stato tutta la sua vita, potrà egli ottenere il premio di
questa attività: la gloria?

Della gloria ha avuto una brama ardente. “Io ho grandissimo, forse
smoderato e insolente desiderio di gloria.„ A diciotto anni, questa
non è in lui presunzione: tali prove ha dato del suo ingegno, che il
Giordani gli può scrivere: “Io ho innanzi agli occhi tutta la vostra
futura gloria immortale.„ E il proposito del giovane è più che mai
di raggiungerla: “Non voglio vivere fra la turba: la mediocrità mi
fa una paura mortale; ma io voglio alzarmi e farmi grande ed eterno
coll'ingegno e collo studio.„

Gli eruditi lavori dell'adolescenza cominciano a fruttargli le prime
pubbliche lodi. Il Cancellieri, nella sua _Dissertazione_ intorno
agli uomini dotati di grande memoria, stampa: “Quali progressi non
dovranno aspettarsi da un giovine di merito sì straordinario?„ e cita
il giudizio dello svedese Akerblad: “Parmi che così erudita Opera di
un Giovine ancora in tenera età sia di ottimo augurio per l'Italia,
che potrà sperare di veder un giorno a comparire un filologo veramente
insigne.„ Ma le prime canzoni levano più alto grido. Vincenzo Monti,
a cui sono dedicate, gli scrive: “Il core mi gode nel vedere sorgere
nel nostro Parnaso una stella, la quale se manda nel nascere tanta
luce, che sarà nella sua maggiore ascensione?„ Il Trissino dice che
gli Italiani debbono confortarsi molto di possederlo, Il Cancellieri
lo chiama “fenice dell'età nostra„; il Giordani gli riferisce che si
parla di lui “come di un Dio.„ Che moto di legittimo orgoglio non deve
sollevarlo sulla mediocre umanità! Quante soddisfazioni, quanti onori,
quanti trionfi la sua fantasia non deve promettergli! Questa volta essa
non può esagerare: certo, se di tutti gli altri beni non è destinato
a conoscere altro che il nome, non gli potrà mancare nessuno di quelli
che procura la fama.

Noi abbiamo visto qual conto facesse il padre della sua grandezza e
come largheggiasse per assicurarla. Finchè il giovane resta a Recanati,
da una parte i suoi concittadini lo maltrattano come sappiamo e lo
chiamano _poeta_ con intonazione di scherno; dall'altra poco e male
egli può sapere che cosa si pensi di lui nel resto del mondo: “Io tra
le altre fortune ho quella di fare stampare le cose mie e non saper
mai che cosa se ne dica: se piacciano, se non piacciano, se si stimino
mediocri, se pessime, in guisa che un mio libro stampato è per me
come se fosse manoscritto.„ Pubblica la traduzione del secondo canto
dell'_Eneide_, e non gli giova “ad altro che a donarne tre copie in
tutto e per tutto, non contando io per niente quel mezzo centinaio
che n'ho fatto seminare tra questa vilissima plebe marchegiana e
romana.„ E il suo lavoro resta ignorato a Roma, “dove pur vedo che si
parla di cento altre traduzioni, che in coscienza non posso dire che
sieno migliori.„ Stampa le sue canzoni e non sa come pubblicarle: “Io
sono ignorantissimo di queste cose, non ho commercio letterario con
nessuno, e con tutte queste copie in poter mio, non volendone un mezzo
soldo, non so che diavolo me ne fare.„ S'arrovella aspettando tempi
migliori; e intanto, perchè l'amor della gloria non gli sia pericoloso,
si propone di obbedire a certe massime prudenti: “Ama la gloria, ma,
primo, la sola vera; e però le lodi non meritate, e molto più le finte,
non solamente non le accettare, ma le rigetta, non solamente non le
amare, ma le abbomina; secondo, abbi per fermo che in questa età,
facendo bene, sarai lodato da pochissimi, lasciando che altri piaccia
alla moltitudine e sia affogato dalle lodi; terzo, delle critiche,
delle maldicenze, delle ingiurie, dei disprezzi, delle persecuzioni
ingiuste, fa quel conto che fai delle cose che non sono; delle giuste
non ti affliggere più che dell'averle meritate; quarto, gli uomini più
grandi e più famosi di te, non che invidiarli, stimali e lodali a tuo
potere, e inoltre amali sinceramente e gagliardamente.„ Ottiene infatti
qualche amicizia letteraria, sente dirsi cose lusinghiere da quelli
che lo ringraziano del dono dei suoi opuscoli; ma già le delusioni
cominciano. La difficoltà di stampare a sue spese, l'impossibilità
d'inchinarsi a giornalisti ed a critici, gli fanno considerare come
la più sicura, anzi la sola approvazione che le sue opere possano
ottenere sia quella della propria coscienza. “Ma queste cose perchè ve
le scrivo? Eh via che nè la nostra virtù, nè la delicatezza del cuor
nostro, nè la sublimità della mente nostra, nè la nostra grandezza non
dipendono da queste miserie, nè io sarò meno virtuoso nè meno magnanimo
(dove ora sia tale) perchè un asino di libraio non mi voglia stampare
un libro, una schiuma di giornalista parlarne. Oramai comincio, o mio
caro, anch'io a disprezzare la gloria, comincio a intendere insieme con
voi che cosa sia contentarsi di sè medesimo, e mettersi colla mente più
in su della fama e della gloria e degli uomini e di tutto il mondo. Ha
sentito qualche cosa questo mio cuore per la quale mi par pure ch'egli
sia nobile; e mi parete pure una vil cosa voi altri uomini, ai quali se
per aver gloria bisogna che m'abbassi a domandarla, non la voglio; chè
posso ben io farmi glorioso presso me stesso, avendo ogni cosa in me, e
più assai che voi non potete in nessunissimo modo dare.„

Il proposito è di quelli che si chiamano filosofici, come opposti alle
idee pratiche. In questa filosofia tanto più è difficile che egli
perseveri, quanto maggiori sono le manifestazioni del suo ingegno,
quanto più calda è l'espressione della meraviglia dei pochissimi che
lo conoscono. Il Giordani s'adopera per lui, per fargli ottenere un
posto a Roma; ma il giovane sa di esservi sconosciuto, “e non dico di
non meritarlo; dico bene che infiniti altri che lo meritano quanto
me, sono senza paragone più noti e stimati e lodati e riveriti che
non son io; la qual cosa non mi muove punto nè mi dee muovere per sè
stessa, ma mi pregiudica in questo ch'io non avendo nessuna fama, non
ne posso cavare quelle utilità reali che ne cavano coloro che n'hanno,
comunque se l'abbiano. Sicchè non è dubbio che i vostri uffici non mi
possano giovare assaissimo.„ Ma l'amico suo non riesce, nè a Roma nè in
Lombardia. Intanto il Pindemonte ingelosisce di lui per il suo saggio
di traduzione dell'_Odissea_; il giovane risponde giustificandosi,
umiliandosi: “Io non ho mai veduto nessuna parte dell'_Odissea_ del
Pindemonte. Non so neppure se l'abbia tradotta e pubblicata tutta;
solamente quel saggio che stampò alcuni anni prima del mio. So ben
questo, che la sua traduzione si potrebbe paragonare alla mia così
bene, come una gemma a un ciottolo.„

Un giorno, stanco delle lunghe aspettazioni senza alcun ottenimento,
egli pone da parte il suo orgoglio e s'inchina dinanzi al Mai perchè
gli ottenga di farlo uscire da Recanati procurandogli la cattedra
di lingua latina vacante nella Biblioteca vaticana, della quale il
Monsignore è primo Custode. “Ho vissuto sempre in un piccolo paesuccio,
non ho conoscenze, non amicizie, non appoggi di sorta alcuna. Così che
dopo avere perduto ogni altro vantaggio della vita, mi vedo ridotto
a perdere interamente anche quell'ultimo frutto degli studi, che è
la conversazione degli uomini insigni, e quel poco di fama, che ogni
piccolo uomo si lusinga e desidera di acquistare. Ma chi vive sepolto
in un paese come questo, non può mai sperare di farsi, non dico famoso,
ma neppur noto in nessuna parte della terra. Tutte le fatiche, tutti i
dolori, tutte le perdite che ho sostenute sono vane per me. Io mi vedo
qui disprezzato e calpestato da chicchessia; tutte le speranze della
mia fanciullezza sono svanite; ed io piango quasi il tempo consumato
negli studi, vedendomi confuso con la feccia più vile degli scioperati
e degl'ignoranti.„ Per queste ragioni “implora la misericordia„ di
lui; e il Monsignore il cui nome sarà famoso presso i venturi grazie
al canto che il giovanetto gli ha intitolato, non vuole o non sa
contentarlo; anzi pubblica più tardi un frammento del Libanio “o per
fare dispetto a me, o sapendo di certo che col pubblicarlo, lo levava
di mano a me che già l'aveva trovato.„

Andato a Roma, egli s'accorge che nella gran città, dove sperava di
ottenere quella fama negatagli nel piccolo luogo natale, è ancora più
difficile esser conosciuti ed ammirati; e vede la miseria del mondo
letterario che da lontano gli sembrava tanto bello: “Quel vedere la
gente fanatica della letteratura anche più di quello ch'io fossi in
alcun tempo, quel misero traffico di gloria (giacchè qui non si parla
di danari, che almeno meriterebbero d'esser cercati con impegno), e di
gloria invidiata, combattuta, levata come di bocca dall'uno all'altro;
quei continui partiti, de' quali stando lontano non è possibile
farsi un'idea; quell'eterno discorrere di letteratura e discorrerne
sciocchissimamente, e come di un vero mestiere, progettando tutto
giorno, criticando, promettendo, lodandosi da sè stesso, magnificando
persone e scritti che fanno misericordia, tutto questo m'avvilisce in
modo, che, s'io non avessi il rifugio della posterità e la certezza
che col tempo tutto prende il suo giusto luogo (rifugio illusorio, ma
unico e necessarissimo al vero letterato), manderei la letteratura al
diavolo mille volte....„ I dotti stranieri lo apprezzano molto più
che non gl'Italiani; ma non per le qualità delle quali egli è più
orgoglioso. “Qui in Roma io non sono letterato (il qual nome, se è
vero, è inutile coi Romani, inutile coi forestieri), ma sono un erudito
e un grecista. Non potete credere quanto m'abbiano giovato quegli
avanzi di dottrina filologica che io ho raccolto e raccapezzato dalla
memoria delle mie occupazioni fanciullesche. Senza questi io non sarei
nulla cogli stranieri, i quali ordinariamente mi stimano, e mi danno
molti segni d'approvazione.„ Ma se egli spera di poter essere portato
via, all'estero, da qualcuno di costoro, spera invano, Il ministro di
Prussia gli dà gran lode per i suoi studi filologici e gli dimostra
molto interesse e gli promette di esercitare tutta la sua influenza
presso il governo pontificio per ottenergli un impiego: ma non glie
l'ottiene; l'otterrebbe se egli consentisse a farsi prete!

A Milano, a Bologna, stipendiato dallo Stella, deve fare per conto
di questo libraio studii che abomina, “un librettaccio noioso„, il
commento del Petrarca, “calice di passione„ dal quale non aspetta “nè
onore nè piacere alcuno, bensì noia ineffabile e riso di molti che
mi conoscono, dell'essermi occupato in queste minuzie pedantesche.„ E
deve persuadere il libraio a non fargliene compiere un secondo dello
stesso genere: “Eccomi a dirle del Cinonio. Trovo che questo lavoro
sarà dei lunghi e noiosissimi, altrettanto e più che il Petrarca,
senza stimolo alcuno di fama o di lode all'autore. Ciononostante,
giudicando ella che esso debba riuscirle utile, eccomi a servirla. Ma
avendo io già pubblicata col mio nome un'opera affatto pedantesca,
com'è il comento al Petrarca, mi prendo la confidenza di porle in
considerazione che il pubblicarne un'altra dello stesso genere, non
potrà essere senza che il pubblico mi ponga onninamente, e per viva
forza, in quella classe, dalla quale colle mie parole e cogli altri
miei scritti ho tanto cercato di separarmi: nella classe di quelli che
deprimono e rendono frivola, nulla, ridicola agli occhi degli stranieri
la nostra letteratura, e con ciò servono mirabilmente alle intenzioni
dell'_oscurantismo_: nella classe dei pedanti. Io la prego però di
volere avere al mio nome questa compassione di salvarlo da questo
epiteto, nel quale esso incorrerà inevitabilmente se la nuova opera
sarà annunziata per mia....„ E quando poi questo libraio si dispone
a stampare le sue _Operette morali_, gli vuol mettere questo libro di
altissima filosofia nella _Biblioteca per dame_!

Nessuno è riuscito a fargli avere un impiego: nessuno glie l'otterrà.
Una promessa, il segretariato dell'Accademia di Bologna, sfuma
nonostante l'appoggio del Bunsen. Lo stesso Bunsen gli dà come cosa
fatta la sua nomina alla cattedra di eloquenza greca e latina; il
giovane lo prega di fargli anche ottenere dal cardinale segretario di
Stato la somma occorrente al viaggio da Bologna a Roma, non avendo
la possibilità di farlo a spese proprie, e il Bunsen stesso mette a
sua disposizione il denaro occorrente; ma tutto va a monte: egli non
ottiene altro che “una nuova prova del quanto poco, anzi nulla, ci
possiamo noi confidare in questo nostro Governo gotico, le cui promesse
più solenni vagliono meno che quelle di un amante ubbriaco.„ Ancora il
Bunsen gli propone una cattedra in Germania, a Berlino o a Bonn; ma,
oltre che la cosa non è sicura, la salute rovinata non gli consente
oramai di vivere in climi tanto rigidi. Il Colletta, cercandogli
una cattedra in Toscana, non è più fortunato. Non è più fortunato il
Maestri cercandogliene un'altra a Parma: glie ne darebbero una, ma
di storia naturale!... I suoi concittadini, dopo tanta indifferenza e
tanta diffidenza, hanno sentore della sua grandezza; essi pensano un
giorno a lui, ma non per giovargli, bensì per giovarsene; lo eleggono
ad un posto non letterario, ma politico; lo nominano deputato durante
la rivoluzione del Trentuno, quando egli è lontano, tanto lontano che
la rivoluzione quasi finisce prima che egli risponda rinunziando ad un
ufficio al quale non è nato.

Con tutta la sua dottrina, egli deve contentarsi di vivere dei pochi
scudi che gli paga ogni mese il libraio Stella e dell'emolumento di
lezioni private. Come una “fortuna„ sollecita dal Vieusseux di esser
posto in relazione col libraio Antonelli, disponendosi ad accettare,
tra per le condizioni del mercato librario, tra per lo stato della sua
salute, gli sterili e odiati lavori di compilazione. Se stampa opere
originali, deve pregare gli amici di trovargli sottoscrittori. Se
concorre con le _Operette morali_ al premio quinquennale di mille scudi
che conferirà l'Accademia della Crusca, il Vieusseux gli assicura che,
riguardo alla lingua e allo stile, cose che gli Accademici dovrebbero
considerare principalmente se volessero esser fedeli al loro primitivo
istituto, nessuno potrà competere con lui; ma il valore dell'opera
sua non basta: bisogna raccomandarsi, essere raccomandato. “Il Capponi
vi conosce„, gli scrive il Colletta, “vi pregia, vi ama; ma egli non
ha sullo Zannoni la forza che voi credete; nè lo Zannoni può tutto in
quel coro di canonici. Sento in predicamento il Botta; e certamente per
mole sta sopra a tutti: ma che storia! che stile! Quanto perderebbero
le lettere italiane s'egli avesse imitatori! Se gli accademici hanno
in pregio il puro, il gentile e il bisogno d'Italia di bello scrivere,
le opere vostre saran preferite, perchè in qualità di stile voi non
avete superiore o compagno.„ E il Capponi e il Niccolini difendono
la sua causa, ed anche lo Zannoni dicono che si mostri giusto a suo
riguardo; ma l'Accademia conferisce il premio proprio al Botta; e
neppure dà a lui la prima menzione onorevole; gli concede soltanto
la seconda. Per tutta consolazione, due anni dopo lo nomina suo
socio corrispondente. Ma le semplici soddisfazioni d'amor proprio che
importano oramai all'infelice cui mancano i mezzi di vivere? “Riempirti
il naso di fumo„, scrive alla sorella, “non mi dà più l'animo, e mi
fa nausea.„ Egli non ottiene quei compensi reali ai quali è anche sul
punto di divenire indifferente; se pure li ottenesse, non vi sarebbe un
senso di secreto avvilimento nella rinunzia ai sogni di gloria pura e
disinteressata?

Ed a che cosa si riduce per lui questa gloria? All'amicizia di qualche
grande anima, alle liete accoglienze di Bologna e di Firenze, alle lodi
in versi del Muzzarelli e del Missirini, alle lodi in prosa e a qualche
traduzione che gli vengono dall'estero. E quante miserie, quante
invidie, in cambio! All'Accademia degli Arcadi dicono male di lui;
egli ne ride, ma sotto alle risa si sente la ferita dell'amor proprio:
assicura che prova “un gran piacere quando sono informato del male che
si dice di me„; ma che specie di piacere è questo?... Un anonimo scrive
al suo editore, e il suo editore gli comunica il seguente giudizio sul
commento del Petrarca: “Non posso a meno di dirgli che quella operetta
del Petrarca colle note mi par cosa inettissima; e degna d'esser letta
da uno scolaretto sgusciato dalla Grammatica.„ Per difendere la forma
delle sue prime dieci canzoni, egli deve comporre lunghe annotazioni
filologiche; per difenderne il contenuto, lo critica egli stesso in un
articolo ironico, senza firma. E il Tommaseo lo vitupera e lo dileggia,
e compone epigrammi sulla sua deformità corporale. E del Rosini è
amico, ma egli deve aver paura di dare al De Sinner la notizia della
caduta del _Tasso_ a Firenze “perchè sapete che gli sdegni letterarii
del Rosini non sono sempre inoffensivi. „

E poichè il destino non risparmierà questo grande sciagurato mai,
neppure nella morte, egli si spegne a Napoli durante l'epidemia
colerica, quando nessuno s'accorge della perdita che ha fatta l'Italia,
quando la sua salma a stento è sottratta dal Ranieri alla fossa comune
dove tutti i morti, per misura di pubblica salute, sono confusi. E un
Cicconi, nella _Gazzetta di Francia_, gli tesse un elogio funebre pieno
di vituperii; e il Tommaseo dissuade il libraio parigino Baudry dal
pubblicare un'edizione postuma delle sue opere. E lo stesso Ranieri,
che pure gli è stato tanto amico, un giorno, dopo molti anni, scrive un
libro nel quale avvilisce ed offende la sua memoria.



PARTE SECONDA.

IL PENSIERO.



IL PESSIMISMO



I.

L'ILLUSIONE.


Volgiamo lo sguardo indietro, sommiamo le disgraziate circostanze
intime ed esteriori in mezzo alle quali Giacomo Leopardi nasce,
cresce e vive sino all'ultimo giorno: gli eccessi della fantasia, gli
eccessi del ragionamento, il loro dissidio, la successiva dispersione
della volontà, l'esagerazione degli studii del passato, il contagio
romantico, il disordine della sensibilità, le malattie incessanti, la
deformità che gl'impedisce d'essere amato, la mancanza della protezione
materna, i contrasti col padre, la povertà, la lotta con le difficoltà
materiali della vita, la meschinità del luogo natale, la miseria
politica, sociale e intellettuale della patria, le fallite speranze di
gloria: vedremo che la sua vita fu uno spasimo incessante.

Potremo noi trovare nell'opera sua le lodi dell'esistenza,
l'espressione della gioia, la fede nella bontà dell'universo? Vediamo
noi nascere le rose dal mortuario asfodelo? Il nostro pensiero, quando
pare più libero di manifestarsi in un modo piuttosto che in un altro,
non è rigorosamente determinato, in tutte le sue minime espressioni,
dalla nostra natura, dalla nostra educazione, dalla nostra esperienza?
E se per questa triplice influenza, che noi minutamente indagammo,
Giacomo Leopardi spasimò come abbiamo visto, l'arte sua poteva essere
consolatrice? Se voi non conoscete ancora nulla dell'opera sua, dovete,
sin da questo momento, antivederne il disperato carattere.

Tutto è stato per lui dolore, ogni cosa lo ha disingannato. Quando ha
goduto? Nella primissima gioventù, nella fanciullezza, quando i mali
non lo avevano avvilito, quando voleva ed agiva come tutti gli altri,
quando meglio che tutti gli altri immaginava la felicità avvenire ed
aspettava di conseguirla. Egli loda pertanto una cosa sola: la prima
età, piena di fede, di illusioni, di speranze, di aspettazioni felici;

                                quel dolce
        E irrevocabil tempo, allor che s'apre
        Al guardo giovanil questa infelice
        Scena del mondo, e gli sorride in vista
        Di paradiso....
        Il caro tempo giovanil; più caro
    Che la fama e l'allôr, più che la pura
    Luce del giorno, e lo spirar....

la prima stagione della vita, quando

                        l'acerbo, indegno
    Mistero delle cose a noi si mostra
    Pien di dolcezza.

Sempre egli ritorna alle speranze, agli “ameni inganni„ della prima
età, al “caro immaginar„ suo primo:

    Chi rimembrar vi può senza sospiri,
    O primo entrar di giovinezza, o giorni
    Vezzosi, inenarrabili, allor quando
    Al rapito mortal primieramente
    Sorridon le donzelle; a gara intorno
    Ogni cosa sorride; invidia tace,
    Non desta ancora ovver benigna; e quasi
    (Inaudita maraviglia!) il mondo
    La destra soccorrevole gli porge....

Come la gioventù è la sola stagione felice, così l'alba è il più
bel momento del giorno. “Su, mortali„, canta il Gallo silvestre,
“destatevi. Il dì rinasce.... Ciascuno in questo tempo raccoglie e
ricorre coll'animo tutti i pensieri della sua vita presente; richiama
alla memoria i disegni, gli studi e i negozi; si propone i diletti
e gli affanni che gli sieno per intervenire nello spazio del giorno
nuovo. E ciascuno in questo tempo è più desideroso che mai di ritrovar
pure nella sua mente aspettative gioconde e pensieri dolci.„ Così
il sabato è al villaggio il giorno migliore, per la giovinetta che
ha colto i fiori dei quali si ornerà il domani, per la vecchierella
che ricorda il suo buon tempo, le feste passate; per i fanciulli che
saltellano in piazza, per lo zappatore che pensa al prossimo riposo,
per il legnaiuolo che s'affretta a finire l'opera sua.

    Questo di sette è il più gradito giorno,
    Pien di speme e di gioia....

E la gioventù rispetto alla vita è come il sabato rispetto alla festa:

    Garzoncello scherzoso,
    Cotesta età fiorita
    È come un giorno d'allegrezza pieno,
    Giorno chiaro, sereno,
    Che precorre alla festa di tua vita.
    Godi, fanciullo mio; stato soave,
    Stagion lieta è cotesta.

Ma quanto dura? Come, tramontando la luna, il mondo si scolora e
l'oscurità scende nella valle e sul monte,

    Tal si dilegua, e tale
    Lascia l'età mortale
    La giovinezza. In fuga
    Van l'ombre e le sembianze
    Dei dilettosi inganni; e vengon meno
    Le lontane speranze
    Ove s'appoggia la mortal natura.
    Abbandonata, oscura
    Resta la vita....

Quella stessa forza della speranza, quella stessa consistenza
dell'illusione che diedero prezzo alla prima età, sono causa dello
scontento, del disgusto che seguono. Chi ha sognato “arcana felicità
in arcani modi„, non è possibile che lodi poi molto la vita reale,
ancora quando essa sia larga di soddisfazioni. Qualunque diletto si
possa godere al mondo, resta scolorito al paragone di quelli sognati,
desiderati e aspettati; “e però„ dice Malambruno, “non uguagliando
il desiderio naturale della felicità che mi sta fisso nell'animo, non
sarà vero diletto; e in quel tempo medesimo che esso è per durare, io
non lascerò di essere infelice.„ Nel punto dell'ottenimento, mentre il
bene ottenuto riesce inferiore a quello aspettato, l'immaginazione e il
desiderio ne antivedono uno maggiore nel futuro: “Non vi accorgete voi
che nel tempo stesso di qualunque vostro diletto, ancorchè desiderato
infinitamente, e procacciato con fatiche e molestie indicibili....
state sempre aspettando un goder maggiore e più vero, nel quale
consista in somma quel tal piacere; e andate quasi riportandovi di
continuo agl'istanti futuri di quel medesimo diletto? Il quale finisce
sempre innanzi al giungere dell'istante che vi soddisfaccia; e non
vi lascia altro bene che la speranza cieca di goder meglio e più
veramente in altra occasione, e il conforto di fingere e narrare a
voi medesimi di aver goduto....„ Tanto la felicità che si aspetta è
superiore a quella che si può ottenere, che uno il quale “si trovasse
nel più felice stato della terra, senza che egli si potesse promettere
di avanzarlo in nessuna parte e in nessuna guisa, si può quasi dire
che questi sarebbe il più misero di tutti gli uomini.„ Per conseguenza
le facoltà alle quali sono dovuti effetti tanto funesti, se erano le
cose più preziose, sono anche “le più lacrimevoli a chi le riceve.„
Non ultimo tra i danni da esse prodotti è quello che il Leopardi
ha notato in sè stesso: l'impaccio della volontà. Dice la Natura,
ragionando con un'Anima: “La finezza del tuo proprio intelletto e la
vivacità dell'immaginazione ti escluderanno da una grandissima parte
della signoria di te stessa. Gli animali bruti usano agevolmente
ai fini che eglino si propongono, ogni loro facoltà e forza. Ma gli
uomini rarissime volte fanno ogni loro potere; impediti ordinariamente
dalla ragione e dall'immaginativa; le quali creano mille dubbietà nel
deliberare e mille ritegni nell'eseguire. I meno atti o meno usati a
ponderare e considerare seco medesimi, sono i più pronti a risolversi.„

E se pure, con tanti impedimenti all'acquisto della felicità, i piaceri
della vita fossero reali! Ma, al contrario, sono illusorii, semplici
interruzioni del dolore: così la quiete, inapprezzata prima della
tempesta, è causa di gioia dopo di questa:

    Piacer figlio d'affanno
    Gioia vana, ch'è frutto
    Del passato timore....

Tali sono i doni, i beni che la natura offre agli uomini:

            Uscir di pena
    È diletto fra noi.

“Il piacere„ dice la Mummia di Federico Ruysch, “non sempre è cosa
viva; la cessazione di qualunque dolore o disagio, è piacere per sè
medesima.„ E se pure i sensi dell'uomo sono capaci di godere non solo
quando cessano di soffrire, ma anche in modo più spontaneo, uscendo
dallo stato d'indifferenza, questi piaceri sono poi tutti benefici? Il
Leopardi che non li ha potuti godere, a cui le stesse impressioni grate
facevano male, si duole perchè la natura, mentre ci ha “infuso tanta
e sì ferma e insaziabile avidità del piacere, disgiunto dal quale la
nostra vita, come priva di ciò che ella desidera naturalmente, è cosa
imperfetta„; dall'altra parte ha ordinato “che l'uso di esso piacere
sia quasi di tutte le cose umane la più nociva alle forze e alla sanità
del corpo, la più calamitosa negli effetti in quanto a ciascheduna
persona, e la più contraria alla durabilità della stessa vita.„ E
ancora: chi si astenesse interamente dai piaceri, sarebbe per ciò
salvo? Costui incorrerebbe egualmente “in molte e diverse malattie„,
sarebbe esposto ai pericoli di morte, alla perdita di qualche membro
o facoltà, condurrebbe per tempi più o meno lunghi una misera vita,
e avrebbe “oppresso il corpo e l'animo con mille stenti e mille
dolori.„ E ancora: “benchè ciascuno di noi sperimenti, nel tempo delle
infermità, mali per lui nuovi e disusati, e infelicità maggiore che
egli non suole„; la natura non ha poi dato in compenso all'uomo “alcuni
tempi di sanità soprabbondante e inusitata, la quale gli sia cagione
di qualche diletto straordinario per qualità e grandezza.„ I dolori
sono dunque reali, infiniti, e intollerabili; mentre i piaceri sono
illusorii, circoscritti, e finalmente anch'essi nocivi.

Se tale è la miseria della condizione umana, il Leopardi crede che vi
sia un vero, un grande, un infinito bene: l'amore.

    Pregio non ha, non ha ragion la vita
    Se non per lui, per lui ch'all'uomo è tutto;
    Sola discolpa al fato.

La Verità, che Giove ha mandato sulla terra, fuga tutte le larve e
tutte le illusioni, e rende disperata la condizione degli uomini;
ma resta per concessione del nume l'amore. “Avranno tuttavia qualche
mediocre conforto da quel fantasma che essi chiamano Amore, il quale io
sono disposto, rimovendo tutti gli altri, lasciare nel consorzio umano.
E non sarà dato alla Verità, quantunque potentissima e combattendolo
di continuo, nè sterminarlo mai dalla terra, nè vincerlo se non di
rado.„ E poichè gli effetti della Verità sono spaventevoli, il nume,
mosso a pietà delle creature penanti, invita qualcuno dei celesti a
scendere in terra per consolare l'infelice progenie. “Al che tacendo
tutti gli altri, Amore, figliuolo di Venere Celeste, conforme di
nome al fantasma così chiamato, ma di natura, di virtù e di opere
diversissimo; si offerse (come è singolare fra tutti i numi la sua
pietà) di fare esso l'ufficio proposto da Giove, e scendere dal
cielo....„ Ed egli torna, ma di rado, a visitare i mortali, e poco
si ferma tra loro. “Quando viene in sulla terra, sceglie i cuori più
teneri e più gentili delle persone più generose e magnanime; e quivi
siede per breve spazio: diffondendovi sì pellegrina e mirabile soavità,
ed empiendoli di affetti sì nobili, e di tanta virtù e fortezza, che
eglino allora provano, cosa al tutto nuova nel genere umano, piuttosto
verità che rassomiglianza di beatitudine.„ Ma questa felicità vera
non è intera; perchè l'amore “rarissimamente congiunge due cuori
insieme, abbracciando l'uno e l'altro a un medesimo tempo, e inducendo
scambievole ardore e desiderio in ambedue; benchè pregatone con
grandissima instanza da tutti coloro che egli occupa: ma Giove non gli
consente di compiacerli, trattone alcuni pochi; perchè la felicità che
nasce da tale beneficio, è di troppo breve intervallo superata dalla
divina.„ Così Consalvo, presso a morte, si ridesta e delira di gioia
solo perchè la donna amata gli concede il primo ed ultimo bacio:

                    Morrò contento
    Del mio destino omai, nè più mi dolgo
    Ch'aprii le luci al dì. Non vissi indarno,
    Poscia che quella bocca alla mia bocca
    Premer fu dato. Anzi felice estimo
    La sorte mia. Due cose belle ha il mondo:
    Amore e morte. All'una il ciel mi guida
    In sul fior dell'età; nell'altro, assai
    Fortunato mi tengo....

Noi già vediamo, in questo parallelo tra l'amore, forma dell'istinto
vitale, e la morte, cessazione di tutta quanta la vita, annebbiarsi
la fede del Leopardi. Se egli credesse veramente all'amore, non
paragonerebbe le gioie che nascono da lui a quel sollievo tutto
negativo che viene dalla fine dell'esistenza; egli non canterebbe:

    Fratelli, a un tempo istesso, Amore e Morte
    Ingenerò la sorte.
    Cose quaggiù più belle
    Altre il mondo non ha, non han le stelle.

È vero che ogni uomo, anche non disperando, sicuro anzi di ottenere la
soddisfazione degl'istinti della carne e dei bisogni del cuore, prova
un intimo senso di tristezza e quasi un desiderio di morire durante il
primo invasamento della passione. Questa languidezza mortale, questa
prostrazione sono note a tutti i grandi, a tutti i veri amanti; il
Leopardi, che è tra i più squisiti, le sente, le descrive, ne cerca le
ragioni nella paura che produce il deserto del mondo a chi ha il cuore
gonfio d'una speranza divina; nella previsione delle tempeste alle
quali va incontro l'amante. È vero che il bisogno di morire ritorna più
grave

            quando tutto avvolge
    La formidabil possa,
    E fulmina nel cor l'invitta cura;

e che gli umili, le vergini, si uccidono o muoiono distrutti dalla
passione. Ma ciò accade quando l'amore è contrastato; per affermare
che amore e morte sono fratelli, sempre, bisogna disperare dell'amore.
Ed infatti: qual è l'opera dell'Amore, quando, per consiglio di
Giove, quel dio scende in terra? È quella di far tornare le larve, le
illusioni: “E siccome i fati lo dotarono di fanciullezza eterna, quindi
esso, convenientemente a questa sua natura, adempie per qualche modo
quel primo voto degli uomini, che fu di esser tornati alla condizione
della puerizia. Perciocchè negli animi che egli si elegge ad abitare,
suscita e rinverdisce, per tutto il tempo che egli vi siede, l'infinita
speranza e le belle e care immaginazioni degli anni teneri.„ In altre
parole: il conforto che viene dall'amore è tutto nell'aspettazione,
nella speranza. Il Leopardi non si contraddice, affermando, dopo
aver negato tutti i piaceri, la benefica potenza dell'amore. L'amore
è grato, secondo lui, come è grata la gioventù; perchè il giovane e
l'amante s'illudono, aspettano una felicità senza fine. E perchè non
la raggiunge il giovane, non la raggiunge l'amante. Il giovane ha
troppo sperato dalla vita; l'amante spera troppo dalla donna. Egli non
si contenta della creatura reale; se ne foggia un'immagine molto più
bella:

                    Vagheggia
    Il piagato mortal quindi la figlia
    Della sua mente, l'amorosa idea,
    Che gran parte d'Olimpo in sè racchiude,
    Tutta al volto, ai costumi, alla favella
    Pari alla donna che il rapito amante
    Vagheggiare ed amar confuso estima.

Il poeta non ha avuto esperienza dell'amore reale, ma sa che insino
nell'amplesso la creatura che noi stringiamo tra le braccia non è tanto
la vera, quella di carne e di sangue, quanto la figlia della nostra
mente. Il disinganno è pertanto da attribuire all'immaginazione degli
uomini, non già alle donne; ma la colpa è anche della natura che ha
fatto gli uomini troppo immaginosi ed ardenti, e le donne troppo fredde
e pigre. Le donne reali sono troppo diverse da quelle che gl'innamorati
si dipingono:

                A quella eccelsa imago
    Sorge di rado il femminile ingegno;
    E ciò che ispira ai generosi amanti
    La sua stessa beltà, donna non pensa,
    Nè comprender potrìa. Non cape in quelle
    Anguste fronti ugual concetto. E male
    Al vivo sfolgorar di quegli sguardi
    Spera l'uomo ingannato, e mal richiede
    Sensi profondi, sconosciuti, e molto
    Più che virili, in chi dell'uomo al tutto
    Da natura è minor. Che se più molli
    E più tenui le membra, essa la mente
    Men capace e men forte anco riceve.

Egli è anche più giusto quando fa dire al Tasso dal suo Genio familiare
che le donne non hanno colpa se, alla prova, riescono troppo diverse da
quelle che noi immaginiamo. “Io non so vedere„, gli spiega il Genio,
“che colpa s'abbiano in questo, d'esser fatte di carne e sangue,
piuttosto che d'ambrosia e nèttare. Qual cosa del mondo ha pure
un'ombra o una millesima parte della perfezione che voi pensate che
abbia a essere nelle donne? E anche mi pare strano, che non facendovi
maraviglia che gli uomini sieno uomini, cioè a dir creature poco
lodevoli e poco amabili; non sappiate poi comprendere come accada, che
le donne in fatti non sieno angeli.„

L'immaginazione è dunque ancora causa dell'inganno. Essa, come
ha guastato la vita, guasta anche l'amore. Saggio è l'amante che,
sognando la donna diletta in un sogno gentile, “per tutto il giorno
seguente fugge di ritrovarsi con quella e di rivederla; sapendo che
ella non potrebbe reggere al paragone dell'immagine che il sonno
gliene ha lasciata impressa....„ Quantunque il Leopardi abbia amato
solitariamente, quantunque non abbia neppure significato i suoi
sentimenti alle donne che li ispirarono, pure egli ha capito come sia
difficile agli amanti riamati il comprendersi. Quando ha fatto dire
a Consalvo che il cielo non consente il pieno appagamento dei voti
d'amore, gli ha fatto soggiungere che “amar tant'oltre non è dato con
gioia„; e il suo Filippo Ottonieri dice una cosa molto profonda, che
è il frutto delle lunghe esperienze sentimentali: “Negava che alcuno
a questi tempi possa amare senza rivale; e dimandato del perchè,
rispondeva: perchè certo l'amato o l'amata è rivale ardentissimo
dell'amante.„ Come dir meglio che l'amore, la grande consolazione della
vita, non è tutto amore, ma anche una forma di odio?

Dove sarà allora la felicità vera, intera, pura? Sarà nella gloria?
Anche questa è una forma dell'illusione; ad uno ad uno egli ne
distrugge, come li ha visti cadere intorno a sè, tutti i fondamenti,
tutte le promesse, tutti i vantaggi. E primieramente: che cosa è la
gloria letteraria e artistica, paragonata a quella che dipende dalle
grandi azioni? “L'operare è tanto più degno e più nobile del meditare
e dello scrivere, quanto è più nobile il fine che il mezzo, e quanto
le cose e i soggetti importano più che le parole e i ragionamenti.
Anzi niun ingegno è creato dalla natura agli studi; nè l'uomo nasce
a scrivere, ma solo a fare.„ Ma i tempi non volgono propizii alle
imprese magnanime, ed è forza contentarsi della grandezza nell'arte
o nella scienza. E questa via, “come quella che non è secondo la
natura degli uomini, non si può seguire senza pregiudizio del corpo,
nè senza moltiplicare in diversi modi l'infelicità del proprio
animo.„ E quante difficoltà! “Le emulazioni, le invidie, le censure
acerbe, le calunnie, le parzialità, le pratiche e i maneggi occulti
e palesi contro la tua riputazione, e gli altri infiniti ostacoli
che la malignità degli uomini ti opporrà....„ Il valore è anche
contrastato “dalla fortuna propria dello scrittore, ed eziandio
dal semplice caso, o da leggerissime cagioni.„ Chi può, del resto,
comprender bene lo scrittore? Non la folla, ma gli scrittori suoi
pari; non gli stranieri, ma quelli della sua stessa nazione: per tutto
il resto dell'umano genere le fatiche letterarie riescono inutili
e sparse al vento. “Lascio l'infinita varietà dei giudizi e delle
inclinazioni dei letterati, per la quale il numero delle persone
atte a sentire le qualità lodevoli di questo o di quel libro, si
riduce ancora a molto meno.„ Che è dunque la fama di quei grandi, i
cui nomi sono universalmente riveriti? “In vero io mi persuado che
l'altezza della stima e della riverenza verso gli scrittori sommi,
provenga comunemente, in quelli eziandio che li leggono e trattano,
piuttosto da consuetudine ciecamente abbracciata, che da giudizio
proprio e dal conoscere in quelli per veruna guisa un merito tale....„
Per comprendere le opere dell'ingegno, bisogna trovarsi in certe
particolari condizioni; gli scritti non tanto si giudicano dalle
loro qualità in se medesime, quanto dall'effetto prodotto nell'animo
di chi legge. Quante volte, per quante cause, il lettore non sì
trova mal disposto a comunicare con l'autore? Se dunque un libro
nuovo anche ottimo è letto una sola volta da chi temporaneamente
è impedito d'intenderlo, l'autore sarà poco o niente stimato. Al
contrario, in certi stati dell'animo, una pagina mediocre è capace di
produrre eccitazioni gagliarde, e l'autore di ottenere un'ammirazione
immeritata. E nella nostra età, tarda, stanca, sovraccarica di troppe
memorie, l'eloquenza, la poesia, sono poco intese; ed i giovani, il
cui animo è più pronto, non hanno un gusto sicuro; e gli abitatori
delle grandi città, i quali incoronano gli oratori e i poeti,
sono troppo distratti da troppe altre cose. E se bisogna, per bene
apprezzare un'opera, rileggerla più e più volte, “manca oggi il tempo
alle prime non che alle seconde letture.„ E se il consenso antico e
universale è tanta parte della fama delle opere, oggi un nuovo poema
“eguale o superiore di pregio intrinseco all'_Iliade_, letto anche
attentissimamente da qualunque più perfetto giudice di cose poetiche,
gli riuscirebbe assai men grato e men dilettevole di quella; e per
tanto gli resterebbe in molto minore estimazione.„

La dimostrazione continua così, come quella di un teorema, con uno
spietato rigore di logica. Miglior fortuna del poeta troverà il
filosofo, che non si rivolge all'immaginazione degli uomini, diseguale,
mutabile, ma alla loro ragione? Ma, posto anche che l'immaginazione
non fosse tanto utile in filosofia come in arte, resta sempre che le
verità filosofiche non sono apprezzate da chi non le partecipa, anche
lasciando da parte “le varie fazioni, o comunque si voglia chiamarle,
in cui sono divisi oggi, come sempre furono, quelli che fanno
professione di filosofia: ciascuna delle quali nega ordinariamente
la debita lode e stima a quei delle altre; non solo per volontà, ma
per aver l'intelletto occupato da altri principii.„ E se a gustare un
poema occorre tempo, più ne occorre se si vuole persuadere agli uomini
la verità scoperta dal filosofo; e i grandi novatori, invece d'essere
lodati e ammirati, troppo spesso sono derisi e vilipesi. E se la verità
fa il suo cammino finchè è poi universalmente accettata, il morto
suo inventore non ha neppure il premio d'una postuma fama, “parte per
essere già mancata la sua memoria, o perchè l'opinione ingiusta avuta
di lui mentre visse, confermata dalla lunga consuetudine, prevale a
ogni altro rispetto; parte perchè gli uomini non sono venuti a questo
grado di cognizioni per opera sua; e parte perchè già nel sapere gli
sono eguali, presto lo sormonteranno, e forse gli sono superiori anche
al presente, per essersi potute colla lunghezza del tempo dimostrare e
chiarire meglio le verità immaginate da lui, ridurre le sue congetture
a certezza, dare ordine e forma migliore ai suoi trovati, e quasi
maturarli.„

Nulla resiste alla sua critica; par quasi che egli provi un senso
di voluttà nel rintracciare e nell'esporre ad uno ad uno tutti i più
sottili e riposti argomenti che si possono addurre contro la speranza
d'un premio. Ecco: dopo aver tutto negato, dopo aver dimostrato come
sia impossibile ottenere la gloria, concede a un tratto che qualcuno
l'abbia conseguita. Che frutto ne ritrarrà costui? Se l'uomo famoso
vive in una città piccola, egli non è oggetto d'invidia, perchè
nessuno l'intende; anzi, perchè tutti lo disconoscono, è trascurato.
Nelle città grandi, tanto per l'emulazione dei compagni quanto per
le distrazioni della folla, le difficoltà di poter godere della
gloria acquistata non sono minori. E la fama di grande poeta e di
gran filosofo, come è la più difficile da acquistare, è anche la meno
fruttuosa di tutte: “le due sommità, per così dire, dell'arte e della
scienza umana; dico la poesia e la filosofia; sono in chi le professa,
specialmente oggi, le facoltà più neglette del mondo; posposte ancora
alle arti che si esercitano principalmente con la mano.„ Qual è dunque
il frutto dell'ingegno, il premio degli studi per il filosofo ed il
poeta? Null'altro “se non forse una gloria nata e contenuta fra un
piccolissimo numero di persone.„ Ce n'è anche un altro, maggiore,
migliore: “Non potendo nella conversazione degli uomini godere quasi
alcun beneficio della tua gloria, la maggiore utilità che ne ritrarrai,
sarà di rivolgerla nell'animo e di compiacertene teco stesso nel
silenzio della tua solitudine, col pigliarne stimolo e conforto a nuove
fatiche, e fartene fondamento a nuove speranze.„ Perchè anche qui la
natura dell'uomo ordisce il solito inganno, volendo che il bene non
ottenuto sia ancora sperato, a dispetto dell'esperienza, nel futuro,
altrove, non si sa dove: “La gloria degli scrittori, non solo, come
tutti i beni degli uomini, riesce più grata da lungi che da vicino, ma
non è mai, si può dire, presente a chi la possiede, e non si ritrova
in nessun luogo„; e la speranza sempre disingannata continua sempre
ad operare, così che da ultimo, non avendo mai trovato la gloria
in vita, o avendola sdegnata, o non avendone goduto tanto quanto si
aspettava, l'uomo si pasce della speranza di quella che otterrà — dopo
morto, dai posteri.... quasi che i posteri non saranno uomini come
i contemporanei, soggetti a quella mutabilità di gusti in arte e di
giudizii in filosofia che ha travolto le speranze di gloria durante la
vita e che annullerà totalmente quelle riposte nell'avvenire!



II.

LA MISANTROPIA.


Dunque: i piaceri dei sensi, le gioie dell'amore, i premii della
gloria: tutto è vano: “La natura medesima è impostura verso l'uomo,
nè gli rende la vita amabile e sopportabile, se non per mezzo
principalmente d'immaginazione e d'inganno.„ Non vi sarà nessun
conforto? Se ne troverà uno nel sentimento della fratellanza umana?
Gl'infelici si consoleranno amandosi e sostenendosi reciprocamente? Il
primo sostegno e il primo amore sono nella famiglia; e il Leopardi, non
avendoli trovati nella sua, li nega. Egli dimostra che l'educazione “è
un formale tradimento ordinato dalla debolezza contro la forza, dalla
vecchiezza contro la gioventù. I vecchi vengono a dire ai giovani:
fuggite i piaceri propri della vostra età, perchè tutti sono pericolosi
e contrari ai buoni costumi, e perchè noi che ne abbiamo presi
quanti più abbiamo potuto, e che ancora, se potessimo, ne prenderemmo
altrettanti, non ci siamo più atti, a causa degli anni. Non vi curate
di vivere oggi; ma siate ubbidienti, sofferite, e affaticatevi quanto
più sapete, per vivere quando non sarete più a tempo. Saviezza e onestà
vogliono che il giovane si astenga quanto è possibile dal far uso
della gioventù, eccetto per superare gli altri nelle fatiche. Della
vostra sorte e di ogni cosa importante lasciate la cura a noi, che
indirizzeremo il tutto all'utile vostro. Tutto il contrario di queste
cose ha fatto ognuno di noi alla vostra età, e ritornerebbe a fare
se ringiovanisse: ma voi guardate alle nostre parole, e non ai nostri
fatti passati, nè alle nostre intenzioni. Così facendo, credete a noi
conoscenti ed esperti delle cose umane, che voi sarete felici. Io non
so che cosa sia inganno e fraude se non è il promettere felicità agli
inesperti sotto tali condizioni.... Mai padre nè madre, non che altro
istitutore, non sentì rimordere la coscienza di dare ai figliuoli
un'educazione che muove da un principio così maligno.„ L'impedimento
dei genitori alla libertà dei figli è tale, che la maggior parte degli
uomini veramente grandi debbono la loro grandezza all'aver perduto
il padre in tenera età: “La potestà paterna appresso tutte le nazioni
che hanno leggi, porta seco una specie di schiavitù de' figliuoli; che
per essere domestica, è più stringente e più sensibile della civile;
e che, comunque possa essere temperata o dalle leggi stesse, o dai
costumi pubblici, o dalle qualità particolari delle persone, un effetto
dannosissimo non manca mai di produrre: e questo è un sentimento
che l'uomo, finchè ha il padre vivo, porta perpetuamente nell'animo;
confermatogli dall'opinione che visibilmente ed inevitabilmente ha di
lui la moltitudine. Dico un sentimento di soggezione e di dependenza,
e di non essere libero signore di sè medesimo, anzi di non essere, per
dir così, una persona intera, ma una parte e un membro solamente, e
di appartenere il suo nome ad altrui più che a sè. Il qual sentimento,
più profondo in coloro che sarebbero più atti alle cose, perchè avendo
lo spirito più svegliato, sono più capaci di sentire, e più oculati ad
accorgersi della verità della propria condizione, è quasi impossibile
che vada insieme, non dirò col fare, ma col disegnare checchessia
di grande. E passata in tal modo la gioventù, l'uomo che in età di
quaranta o di cinquant'anni sente per la prima volta di essere nella
potestà propria, è soverchio il dire che non prova stimolo, e che, se
ne provasse, non avrebbe più impeto nè forze nè tempo sufficienti ad
azioni grandi. Così anche in questa parte si verifica che nessun bene
si può avere al mondo, che non sia accompagnato da mali della stessa
misura: poichè l'utilità inestimabile del trovarsi innanzi nella
giovinezza una guida esperta ed amorosa, quale non può essere alcuno
così come il proprio padre, è compensata da una sorte di nullità e
della giovinezza e generalmente della vita.„

Ma, dall'altra parte, i figli non danno minor causa di dolore
ai genitori. “Non sarebbe piccola infelicità degli educatori, e
soprattutto dei parenti, se pensassero, quello che è verissimo, che i
loro figliuoli, qualunque indole abbiano sortita, e qualunque fatica,
diligenza e spesa si ponga in educarli, coll'uso poi del mondo, quasi
indubitabilmente, se la morte non li previene, diventeranno malvagi.„

Mancato il conforto nella famiglia, resterebbe ancora quello della
solidarietà fra tutti gli uomini. “_Gl'individui sono spariti
dinanzi alle masse_„, dicono intorno al Leopardi i pensatori, volendo
significare con queste parole che, se pure ciascun uomo ha molti e
troppi motivi di dolore, il pensiero del bene comune, della felicità
generale, deve consolarlo. Ed egli, dimostrato che tutto è illusione,
riconosce che “si cette illusion était commune, si tous les hommes
croyaient et voulaient être vertueux, s'ils étaient compatissans,
bienfaisans, généreux, magnanimes, pleins d'enthousiasme; en un mot,
si tout le monde était sensible.... n'en serait-on pas plus heureux?
Chaque individu ne trouverait-il pas mille ressources dans la société?
Celle-ci ne devrait-elle s'appliquer à realiser les illusions autant
qu'il lui serait possible, puisque le bonheur de l'homme ne peut
consister dans ce qui est réel?„ Ma egli nega anche questo compenso.
Nessuno ha compreso lui, o troppo pochi; quasi dovunque egli ha trovato
ostilità o indifferenza. A che gli è valsa la grandezza della mente
e la bontà dell'animo?... Con Bruto pertanto egli chiamerà stolta la
virtù e lancerà al cielo il grido della giustizia offesa:

                    Dunque degli empi
    Siedi, Giove, a tutela? e quando esulta
    Per l'aere il nembo, e quando
    Il tuon rapido spingi,
    Ne' giusti e pii la sacra fiamma stringi?

Gli uomini, come tutti i viventi, non si sostengono, si combattono:
“Naturalmente l'animale odia il suo simile, e qualora ciò è richiesto
dall'interesse proprio, l'offende.„ Nè altro scopo hanno le lotte
umane se non “l'acquisto di piaceri che non dilettano, e di beni che
non giovano.„ Poichè la felicità che essi agognano e che tentano di
raggiungere in mille modi sfugge continuamente, che nome meriterà il
loro vano affaccendarsi? Che cosa distinguerà i grandi lavori dagli
inutili trastulli? Filippo Ottonieri non ammette nessuna differenza
tra gli uni e gli altri, “e sempre che era stato occupato in qualunque
cosa, per grave che ella fosse, diceva d'essersi trastullato.„ Meglio
ancora:

                            È tutta,
    In ogni umano stato, ozio la vita,
    Se quell'oprar, quel procurar che a degno
    Obbietto non intende, o che all'intento
    Giugner mai non potria, ben si conviene
    Ozïoso nomar. La schiera industre
    Cui franger glebe o curar piante e greggi
    Vede l'alba tranquilla e vede il vespro,
    Se oziosa dirai, da che sua vita
    È per campar la vita, e per sè sola
    La vita all'uom non ha pregio nessuno,
    Dritto e vero dirai. Le notti e i giorni
    Tragge in ozio il nocchiero; ozio le vegghie
    Son de' guerrieri e il perigliar nell'armi;
    E il mercatante avaro in ozio vive:
    Che non a sè, non ad altrui, la bella
    Felicità, cui solo agogna e cerca
    La natura mortal, veruno acquista
    Per cura o per sudor, vegghia o periglio.

Quanto strana non è dunque la pretesa dì coloro

                    che, non potendo
    Felice in terra far persona alcuna,
    L'uomo obbliando, a ricercar si diero
    Una comun felicitade; e quella
    Trovata agevolmente, essi di molti,
    Tristi e miseri tutti, un popol fanno
    Lieto e felice....

“Lasci fare alle masse„, soggiunge Tristano; “le quali che cosa sieno
per fare senza individui, essendo composte d'individui, desidero e
spero che me lo spieghino gl'intendenti d'individui e di masse, che
oggi illuminano il mondo....„ No, la concordia non regna tra gli
uomini; non se ne trovano due che si comprendano; anzi “l'odio verso
i propri simili è maggiore verso i più simili.„ Invece che cercarli,
converrà piuttosto, per consolarsi, fuggirli e rifugiarsi in seno alla
natura.

Ma anche la natura ferisce continuamente, in mille modi, i viventi.
Da lei vengono tutti gl'innumerevoli dolori fisici. L'Islandese esce
dall'isola sua nativa “per vedere se in alcuna parte della terra
potessi non offendendo non essere offeso, e non godendo non patire.„
Cerca; ma non trova. “Io sono stato arso dal caldo dei tropici,
rappreso dal freddo verso i poli, afflitto nei climi temperati
dall'incostanza dell'aria, infestato dalle commozioni degli elementi in
ogni dove.„ E gli uomini, come già lodano il loro stato, così credono
che la natura non abbia altra mira che di procacciare il loro bene;
quando invece

                    un'onda
    Di mar commosso, un fiato
    D'aura maligna, un sotterraneo crollo

distrugge interi popoli in modo che a gran pena ne resta la memoria.
Vengano sul Vesuvio i presuntuosi, dinanzi alle secolari rovine delle
città sepolte dalla cenere, distrutte dai tremuoti, coperte dalla lava:
vedranno che

    Non ha natura al seme
    Dell'uom più stima o cura
    Ch'alla formica: e se più rara in quello
    Che nell'altra è la strage,
    Non avvien ciò d'altronde
    Fuor che l'uom sue prosapie ha men feconde.

Infine, se per tante cagioni la condizione umana è tanto sciagurata,
sia che gli uomini si considerino ad uno ad uno, sia che si consideri
il loro consorzio, non sarà possibile sperare che essa migliori col
tempo? Questa speranza di progresso sorride a molti; per il misantropo
è vana ancor essa; anzi dà luogo alla certezza che il passato era
preferibile al presente e che col tempo il mondo peggiora. Una volta
gli uomini lo vedevano popolato di creature leggiadre e divine:

    Già di candide ninfe i rivi albergo
    Placido albergo e specchio
    Furo i liquidi fonti....
    Vissero i fiori e l'erbe,
    Vissero i boschi un dì.

I dolorosi eredi dovranno oggi lodare i Patriarchi,

                        molto all'eterno
    Degli astri agitator più cari, e molto
    Di noi men lacrimabili nell'alma
    Luce prodotti;

dovranno invidiare i tempi del primo padre, quando la pace regnava
sulla terra:

                        Oh fortunata,
    Di colpe ignara e di lugubri eventi,
    Erma terrena sede!

Perchè dallo scempio fraterno ebbe origine questa tanto vantata civiltà:

    Trepido, errante il fratricida, e l'ombre
    Solitarie fuggendo e la secreta
    Nelle profonde selve ira de' venti,
    Primo i civili tetti, albergo e regno
    Alle macere cure, innalza; e primo
    Il disperato pentimento i ciechi
    Mortali egro, anelante, aduna e stringe
    Ne' consorti ricetti: onde negata
    L'improba mano al curvo aratro, e vili
    Fur gli agresti sudori; ozio le soglie
    Scellerato occupò; ne' corpi inerti
    Domo il vigor natìo, languide, ignave
    Giacquer le menti; e servitù le imbelli
    Umane vite, ultimo danno, accolse.

Un tempo, sì, la terra fu dilettosa e cara; perchè

                    di suo fato ignara
    E degli affanni suoi, vota d'affanno
    Visse l'umana stirpe; alle secrete
    Leggi del cielo e di natura indutto
    Valse l'ameno error, le fraudi, il molle
    Pristino velo; e di sperar contenta
    Nostra placida nave in porto ascese.

Ma la civiltà non è progresso per il genere umano come l'esperienza
non è felicità per il giovane: l'età prima dell'uomo e del mondo è la
migliore. Anche oggi una vita simile a quella delle antiche età si vive
dai popoli che noi chiamiamo barbari; tra le vergini selve

    Nasce beata prole, a cui non sugge
    Pallida cura il petto, a cui le membra
    Fera tabe non doma.

E gli uomini che si stimano progrediti vanno a turbare ed opprimere
quei soli felici!

                Oh contra il nostro
    Scellerato ardimento inermi regni
    Della saggia natura! I lidi e gli antri
    E le quïete selve apre l'invitto
    Nostro furor; le violate genti
    Al peregrino affanno, agl'ignorati
    Desiri educa; e la fugace, ignuda
    Felicità per l'imo sole incalza,

No, questa trasformazione, “questa mutazione di vita, e massimamente
d'animo„, non ha fatto raggiungere la felicità; al contrario: è stata
accrescimento d'infelicità. Fossero almeno questi uomini inciviliti,
che credono il loro costume tanto superiore al primitivo e che
aspettano un continuo miglioramento dello stato umano; fossero almeno,
dico, stabili nelle loro idee! Sapesse bene il secolo presente che cosa
credere, che cosa negare! Ma no: oggetto d'immenso stupore è il vedere

                    con che costanza
    Quel che ieri schernì, prosteso adora
    Oggi, e domani abbatterà, per girne
    Raccozzando i rottami, e per riporlo
    Tra il fumo degl'incensi il dì vegnente!
    Quanto estimar si dee, che fede ispira
    Del secol che si volge, anzi dell'anno,
    Il concorde sentir!

Mentre si dice e si ode dire che la futura umanità sarà migliore della
nostra, nello stesso tempo “diciamo e udiamo dire a ogni tratto: _i
buoni antichi_, _i nostri buoni antenati_; _e uomo fatto all'antica_,
volendo dire uomo dabbene e da potersene fidare.„ Tale è il giudizio
degli uomini: “Ciascuna generazione crede dall'una parte, che i
passati fossero migliori dei presenti; dall'altra parte che i popoli
migliorino allontanandosi dal loro primo stato ogni giorno più.„
Altro sciocco inganno: “In ogni paese i vizi e i mali universali degli
uomini e della società umana sono notati come particolari del luogo.
Io non sono mai stato in parte dov'io non abbia udito: qui le donne
sono vane e incostanti, leggono poco e sono male istruite; qui il
pubblico è curioso de' fatti altrui, ciarliero molto e maldicente; qui
i danari, il favore e la viltà possono tutto; qui regna l'invidia, e
le amicizie sono poco sincere; e così discorrendo; come se altrove le
cose procedessero in altro modo. Gli uomini sono miseri per necessità,
e risoluti di credersi miseri per accidente.„ Essi s'arrogano il vanto
dell'eternità e sognano la loro fortuna nel futuro, e non s'accorgono
“che la vita di questo universo è un perpetuo circuito di produzione
e di distruzione,„ e che la stessa terra e gli stessi soli “dovranno
venire in dissoluzione, e le loro fiamme dispergersi nello spazio.„
Altri mondi sorgeranno, altre creature nasceranno delle quali nulla
si può predire; ma questa nostra progenie, non che perfezionarsi
col tempo, dovrà probabilmente perire dei suoi proprii vizii. La
disperata fantasia del Leopardi prevede che gli uomini mancheranno
“parte guerreggiando tra loro, parte navigando, parte mangiandosi
l'un l'altro, parte ammazzandosi non pochi di propria mano, parte
infracidando nell'ozio, parte stillandosi il cervello sui libri, parte
gozzovigliando, e disordinando in mille cose; in fine studiando tutte
le vie di far contro la propria natura e di capitar male.„ Egli non
si può pertanto “dilettare e pascere di certe buone aspettative, come
veggo fare a molti filosofi in questo secolo„; e la sua disperazione è
“intera, e continua, e fondata in un giudizio fermo e in una certezza.„



III.

LO SCETTICISMO.


Pure, disperando di tutto, non credendo ai piaceri dei sensi, alle
gioie dell'amore, ai premii della gloria, alla consolazione della
famiglia, alla bontà dei simili, alla possibilità del progresso;
resta ancora un'àncora, la più salda: Dio. Quei beni che il mondo
nega possono essere a usura compensati dal cielo; se il corpo umano
e la stessa terra che lo sostiene sono condannati a perire, una vita
immortale può sorridere all'anima. La fede è l'ultimo rifugio.

Ma la fede dev'essere cieca, e lo spirito indagatore la distrugge. Fin
dai primi anni della sua vita morale, quando gl'insegnamenti paterni
erano ancora da lui ascoltati, quando la pietà cristiana ereditata
dalla nascita, succhiata col latte, era in lui fervida, il Leopardi
cominciò, se non a dubitare, a discutere. Nel suo studio sugli _Errori
popolari degli antichi_ egli esaminò prima degli altri i molti che
si riferiscono alla Divinità; ma ciò che al moderno, al cristiano,
sembrava errore, fu pure la credenza di quegli antichi Padri dei quali
egli doveva più tardi invidiare la sorte! Se gli uomini s'ingannarono
una volta, chi assicura che non si possono ingannare ancora? Egli quasi
presentiva questa conseguenza della sua critica, quando s'ingegnava
di distinguere la superstizione dalla religione e la credulità dalla
fede. “La superstizione, dice Teofrasto, è un timore mal regolato
della Divinità. Questa definizione non conviene all'uopo nostro. Più
opportuna è quella di un moderno: La superstizione è un abuso della
Religione nato dall'ignoranza. Avrebbe potuto dire: è un effetto
dell'ignoranza di chi pratica la religione.„ Egli così si studia di
dimostrare a sè stesso la ragionevolezza dell'esame. “Il volgo è
naturalmente religioso. Questa qualità è ottima. Ma quasi nessuna
delle buone qualità del volgo si contiene dentro i suoi limiti, e
tutto ciò che eccede i suoi limiti è cattivo in quanto li eccede. La
sola scienza può fissare il punto preciso, oltre il quale non debbono
estendersi gli effetti di una virtù, o di una prevenzione giusta
ed opportuna. È impossibile che l'ignoranza conosca questo punto, e
per conseguenza è quasi impossibile che le stesse buone qualità del
volgo non producano qualche cattivo effetto. La Religione ha prodotta
la superstizione; e poichè il male che nasce da un gran bene suol
essere grande ancor esso, è evidente che la superstizione deve essere
un male considerabilissimo, poichè la Religione è il più grande di
tutti i beni, ed essa corrompe la Religione. Il rispetto giustissimo,
che si ha per questa augusta madre della umanità, applicato a cose
chimeriche, rende difficilissimo al saggio il guarire i popoli dalla
superstizione. Massime erronee si venerano come quelle che insegna la
più pura delle dottrine, si vuole che esse facciano causa commune colla
Religione, e si crederebbe, rigettando quelle, mancare a questa. Il
popolo reputa empio chi disprezza l'oggetto delle sue superstizioni:
un uomo nemico dei pregiudizii è, secondo lui, un irreligioso.„ Non
potrebbe darsi che il popolo avesse ragione? Per creder bene non
bisogna credere tutto? Quando il dubbio comincia, chi può dire dove
si arresterà? Egli si sdegna perchè “il nome di Filosofo è divenuto
odioso alla più sana parte degli uomini. Ormai esso non significa
più che infedele.„ Ma quest'effetto non è purtroppo naturale? Non si
produrrà, non è sul punto di prodursi anche in lui? Per ora egli se
ne sdegna, e tenta rassicurarsi, e scioglie un inno alla fede nella
quale è nato: “Sì, dice Bacone, una tintura di filosofia allontana
gli uomini dalla Religione. Verità terribile, ma della quale possiamo
consolarci con ciò che soggiunge quel gran conoscitore dello spirito
umano: una cognizione soda della filosofia li riconduce al suo seno.
Religione amabilissima! è pur dolce poter terminare col parlar di te
ciò che si è cominciato per far qualche bene a quelli che tu benefichi
tutto giorno; è pur dolce poter concludere con animo fermo e sicuro,
che non è filosofo chi non ti segue e non ti rispetta, e non v'ha chi
ti segua e ti rispetti che non sia filosofo. Oso pur dire che non ha
cuore, che non sente i dolci fremiti di un amor tenero, che soddisfa e
rapisce; che non conosce le estasi in cui getta una meditazione soave
e toccante, chi non ti ama con trasporto, chi non si sente trascinare
verso l'oggetto ineffabile del culto che tu c'insegni. Comparendo nella
notte dell'ignoranza, tu hai fulminato l'errore, tu hai assicurata alla
ragione e alla verità una sede che non perderanno giammai. Tu vivrai
sempre, e l'errore non vivrà mai teco. Quando esso ci assalirà, quando
coprendoci gli occhi con una mano tenebrosa minaccerà di sprofondarci
negli abissi oscuri che l'ignoranza spalanca avanti ai nostri piedi,
noi ci volgeremo a te, e troveremo la verità sotto il tuo manto.
L'errore fuggirà come il lupo della montagna inseguito dal pastore, e
la tua mano ci condurrà alla salvezza.„

Dalla stessa osservazione del dolore umano egli trae, nei primi tempi,
la prova di una vita futura: “Tutto è o può essere contento di sè
stesso, eccetto l'uomo; il che mostra che la sua esistenza non si
limita a questo mondo, come quella dell'altre cose.„ E della gravezza
di questo dolore egli chiama testimonio Dio. “Tu sapevi già tutto ab
eterno„ dice al Redentore, “ma permetti alla immaginazione umana che
noi ti consideriamo come più intimo testimonio delle nostre miserie.
Tu hai provata questa vita nostra, tu ne hai assaporato il nulla, tu
hai sentito il dolore e l'infelicità dell'esser nostro.... Pietà di
tanti affanni, pietà di questa povera creatura tua, pietà dell'uomo
infelicissimo, di quello che hai veduto, pietà del genere tuo, poichè
hai voluto aver comune la stirpe con noi, esser uomo ancor tu.... Ora
vo' da speme a speme, e mi scordo di te, benchè sempre deluso.... Tempo
verrà ch'io, non restandomi altra luce di speranza, altro stato a cui
ricorrere, porrò tutta la mia speranza nella morte, e allora ricorrerò
a te. Abbi allora misericordia....„ Ed alla Madre di Dio: “È vero che
siamo tutti malvagi, ma non ne godiamo, siamo tanto infelici! È vero
che questa vita e questi mali sono brevi e nulli; ma noi pure siam
piccoli, e ci riescono insopportabili. Tu che sei grande e sicura, abbi
pietà di tante miserie....„

Nutrito di cultura classica, egli è meglio di tanti altri in grado di
conoscere per quali caratteri la predicazione cristiana si distingue
dalle credenze pagane. “Gesù Cristo fu il primo che distintamente
additò agli uomini quel lodatore e precettore di tutte le virtù finte,
detrattore e persecutore di tutte le vere; quell'avversario d'ogni
grandezza intrinseca e veramente propria dell'uomo; derisore d'ogni
sentimento alto, se non lo crede falso, d'ogni affetto dolce, se lo
crede intimo; quello schiavo dei forti, tiranno dei deboli, odiatore
degl'infelici; il quale esso Gesù Cristo dinotò col nome di mondo....
Negli scrittori pagani la generalità degli uomini civili, che noi
chiamiamo società o mondo, non si trova mai considerata nè mostrata
risolutamente come nemica della virtù, nè come certa corruttrice d'ogni
buona indole, e d'ogni animo bene avviato. Il mondo nemico del bene, è
un concetto, per quanto celebre nel Vangelo, e negli scrittori moderni,
anche profani, tanto o poco meno sconosciuto dagli antichi.„ Di questo
concetto pochi al pari di lui apprezzeranno l'esattezza; la sua propria
esperienza non glie l'ha dimostrata, quando invece dell'aiuto e dei
premii ai quali aveva diritto, non ha trovato altro che trascuranza e
derisione?... Ma il carattere più segnalato del cristianesimo, l'idea
fondamentale che lo distingue dall'idea pagana, è una sfiducia del
mondo più larga, più profonda; è la disperazione di trovar mai la
felicità sulla terra. E se la religione di Gesù dice che questa terra
è una valle di lacrime, che i beni di questo mondo sono nulla, chi
meglio del Leopardi, la cui vita è tutta una croce, potrà intenderla?
Chi più totalmente di lui comprenderà questa sfiducia di poter trovare
la felicità nello stato umano?... Ma la stessa enormità del dolore che
gli fa intendere la verità predicata dal figlio di Dio, lo distacca
ultimamente dalla fede: “S'ingannano a ogni modo coloro i quali
stimano essere nata primieramente l'infelicità umana dall'iniquità e
dalle cose commesse contro gli Dei; ma per lo contrario non d'altronde
ebbe principio la malvagità degli uomini che dalle loro calamità.„ Il
suo spirito indagatore vuol sapere il perchè del dolore. Se la vita
è un circolo di creazione e distruzione continue, e se “quel che è
distrutto, patisce; e quel che distrugge non gode, e a poco andare è
distrutto medesimamente; dimmi tu,„ chiede l'Islandese alla Natura,
“quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova
cotesta vita infelicissima dell'universo, conservata con danno e con
morte di tutte le cose?...„ L'asiatico Pastore errante canta, rivolto
alla luna:

    Pur tu, solinga, eterna peregrina,
    Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
    Questo viver terreno,
    Il patir nostro, il sospirar, che sia;
    Che sia questo morir, questo supremo
    Scolorar del sembiante,
    E perir della terra, e venir meno
    Ad ogni usata, amante compagnia.

Ma se l'immortale giovanetta conosce il tutto, egli, il semplice
pastore, il cantore dolente, dice guardando il cielo, considerando sè
stesso:

    A che tante facelle?
    Che fa l'aria infinita, e quel profondo
    Infinito seren? Che vuol dir questa
    Solitudine immensa? ed io chi sono?
    Così meco ragiono: e della stanza
    Smisurata e superba,
    E dell'innumerabile famiglia,
    Poi di tanto adoprar, di tanti moti
    D'ogni celeste, ogni terrena cosa,
    Girando senza posa,
    Per tornar sempre là donde son mosse;
    Uso alcuno, alcun frutto
    Indovinar non so....

Egli non sa null'altro fuorchè il suo dolore. E disperatamente Saffo
chiede il perchè del dolore suo proprio:

    Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso
    Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
    Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
    In che peccai bambina, allor che ignara
    Di misfatti è la vita, onde poi scemo
    Di giovinezza, e disfiorato, al fuso
    Dell'indomita Parca si volvesse
    Il ferrigno mio stame?

Un arcano consiglio muove gli eventi: nessuno risponde all'incauta
domanda:

                            Arcano è tutto,
    Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
    Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
    De' celesti si posa.

Bruto non conosce questa rassegnazione; egli si sdegna e si ribella:

                A voi, marmorei numi,
    (Se numi avete in Flegetonte albergo
    O su le nubi) a voi ludibrio e scherno
    È la prole infelice....
    Forse i travagli nostri, e forse il cielo
    I casi acerbi e gl'infelici affetti
    Giocondo agli ozii suoi spettacol pose?

Ma a nulla vale lo sdegno come a nulla vale la rassegnazione: i destini
umani si compiono in mezzo al silenzio delle cose, all'indifferenza
della natura: la luna versa immutato il suo raggio sui campi delle
battaglie che mutano la faccia delle nazioni,

                e non le tinte glebe,
    Non gli ululati spechi
    Turbò nostra sciagura,
    Nè scolorò le stelle umana cura.

“Imaginavi tu forse„, chiede la Natura all'Islandese, “che il mondo
fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli
ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi
ed ho l'intenzione a tutt'altro, che alla felicità degli uomini o
all'infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual
si sia mezzo, io non me ne avveggo, se non rarissime volte: come,
ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho
fatto, come credete voi, quelle tali cose, e non fo quelle tali azioni,
per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di
estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.„ E la ragione
riconoscerà anche la giustezza di questo argomento; ma ne sarà forse
lenito il dolore, o sarà reso più sopportabile? La ragione risponderà:
“Ponghiamo caso che uno m'invitasse spontaneamente a una sua villa,
con grande istanza; e io per compiacerlo vi andassi. Quivi mi fosse
dato per dimorare una cella tutta lacera e rovinosa, dove io fossi in
continuo pericolo di essere oppresso; umida, fetida, aperta al vento
e alla pioggia. Egli, non che si prendesse cura d'intrattenermi in
alcun passatempo o di darmi alcuna comodità, per lo contrario appena
mi facesse somministrare il bisognevole a sostentarmi; e oltre di ciò
mi lasciasse villaneggiare, schernire, minacciare e battere da' suoi
figliuoli e dall'altra famiglia. Se querelandomi io seco di questi
mali trattamenti, mi rispondesse: forse che ho fatto io questa villa
per te? o mantengo io questi miei figliuoli, e questa mia gente, per
tuo servigio? e, bene ho altro a pensare che de' tuoi sollazzi, e di
farti le buone spese; a questo replicherei: vedi, amico, che siccome
tu non hai fatto questa villa per uso mio, così fu in tua facoltà di
non invitarmici. Ma poichè spontaneamente hai voluto che io ci dimori,
non ti si appartiene egli di fare in modo, che io, quanto è in tuo
potere, ci viva per lo meno senza travaglio e senza pericolo? Così dico
ora. So bene che tu non hai fatto il mondo in servigio degli uomini.
Piuttosto crederei che l'avessi fatto e ordinato espressamente per
tormentarli. Ora domando: t'ho io forse pregato di pormi in questo
universo? o mi vi sono intromesso violentemente, e contro tua voglia?
Ma se di tua volontà, e senza mia saputa, e in maniera che io non
potevo sconsentirlo nè ripugnarlo, tu stessa, colle tue mani, mi vi
hai collocato; non è egli dunque ufficio tuo, se non tenermi lieto
e contento in questo tuo regno, almeno vietare che io non vi sia
tribolato e straziato, e che l'abitarvi non mi noccia?....„

Così egli dibatte il formidabile enimma; ma tutte le domande restano
senza risposta, tutti i ragionamenti si spuntano contro il ferrato
mistero, tutti i gridi del dolore vanamente si perdono. Aspetti
la morte: egli vedrà allora la faccia della verità. Ma perchè ciò
avvenga, bisogna che, dopo morto, egli pur viva d'un'altra specie
di vita! E non vuole. La morte, sì; purchè sia la fine totale, il
nulla. L'aspettazione della morte, dice Porfirio, “sarebbe un conforto
dolcissimo nella vita nostra, piena di tanti dolori„; ma egli si duole
di Platone che ha tolto da questo pensiero ogni dolcezza, anzi lo ha
reso il più amaro di tutti, col dubbio terribile che la vita dell'anima
continui oltre tomba. Il dubbio di questa vita avvenire turba, non
conforta, la vita presente; “e non sì potendo questo dubbio in alcun
modo sciorre, nè le menti nostre esserne liberate mai, tu hai recati
per sempre i tuoi simili a questa condizione, che essi avranno la
morte piena d'affanno e più misera che la vita.„ Dovunque è mistero e
terrore. Se le mummie del Ruysch una notte si destano, se riacquistano
tanto di vitalità da pensare e parlare, dicono che hanno paura della
vita come, vivendo, ne avevano della morte:

                Come da morte
    Vivendo rifuggìa, così rifugge
    Dalla fiamma vitale
    Nostra ignuda natura;
    Lieta no, ma sicura,
    Però ch'esser beato
    Nega ai mortali e nega ai morti il fato.

Non bisogna dunque destarsi. Il sonno, il sonno profondo, senza sogni,
senza coscienza dell'essere, è la sola condizione felice. Quando la
Terra e la Luna fanno strepito contendendo, la Terra pietosamente non
vuol spaventare i suoi abitatori nè rompere il loro sonno, “che è il
maggior bene che abbiano.„ Il sonno continuo di tutte le cose sarebbe
preferibile alla vita. “Se il sonno dei mortali fosse perpetuo,„
canta il Gallo silvestre, “ed una cosa medesima colla vita; se sotto
l'astro diurno, languendo per la terra in profondissima quiete tutti i
viventi, non apparisse opera alcuna; non muggito di buoi per li prati,
nè strepito di fiere per le foreste, nè canto di uccelli per l'aria, nè
susurro d'api o di farfalle scorresse per la campagna; non voce, non
moto alcuno, se non delle acque, del vento e delle tempeste, sorgesse
in alcuna banda; certo l'universo sarebbe inutile; ma forse che vi si
troverebbe o copia minore di felicità, o più di miseria, che oggi non
vi si trova?„ E se il sonno è necessario, esso dimostra la malignità
della veglia. “Tal cosa è la vita, che a portarla, fa di bisogno ad
ora ad ora, deponendola, ripigliare un poco di lena, ristorarsi con un
gusto e quasi con una particella di morte.„



IV.

LA MORTE.


La morte sarà pertanto il rimedio radicale e la conclusione ultima.
La felicità pareva lo scopo dell'esistenza; ma non fu raggiunta nè
dall'individuo nè dal consorzio umano; non fu raggiunta subito, nè sarà
raggiunta in avvenire, col progresso; non fu raggiunta in terra, nè
sarà raggiunta in un altro mondo. Perchè dunque le creature aprono gli
occhi alla luce? Che cosa è questa vita?

    Vecchierel bianco, infermo,
    Mezzo vestito e scalzo,
    Con gravissimo fascio in su le spalle,
    Per montagna e per valle,
    Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
    Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
    L'ora, e quando poi gela,
    Corre via, corre, anela,
    Varca torrenti e stagni,
    Cade, risorge, e più e più s'affretta,
    Senza posa o ristoro,
    Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
    Colà dove la via
    E dove il tanto affaticar fu volto:
    Abisso orrido, immenso,
    Ov'ei precipitando, il tutto obblia.

Questo è il quadro della vita mortale. Finite le speranze di felicità,
spente le illusioni, null'altro resta fuorchè la morte:

                    Ecco di tante
    Sperate palme e dilettosi errori,
    Il Tartaro m'avanza,

canta l'infelice Lesbiana; e Silvia miseramente cade all'apparir del
vero. Quando l'uomo è giovane, quando può sperare, la vita è luminosa;
ma dopo, tosto che la verità è conosciuta,

    Vedova è insino al fine; ed alla notte
    Che l'altre etadi oscura
    Segno poser gli Dei la sepoltura.

Ma parlare della morte con questo tono dolente, chiamarla abisso
“orrido, immenso„, è ancora in certo modo come lodare la vita. Questa
morte non è un vero rimedio, non è una cosa veramente lodevole, se egli
la loda ironicamente:

                            Umana
    Prole cara agli eterni! assai felice
    Se respirar ti lice
    D'alcun dolor; beata
    Se te d'ogni dolor morte risana.

Per adoperare questo tono, bisogna che l'illusione non sia ancora
finita, che una qualche fede sussista. Se morire non è un vero bene,
bisogna che il bene consista in qualche altra cosa. Non si trovò
in nessun luogo, in nessun tempo, in nessun concetto; ma l'appetito
della felicità non è ancora morto; si spera ancora, non si sa come,
non si sa in che cosa, irragionevolmente. Perchè la ragione trionfi,
bisogna dar torto all'istinto della felicità che si ribella alla
morte; e riconoscere che l'istinto è un fenomeno transitorio, e che la
morte è il fenomeno permanente, il vero, il solo, l'ultimo fine della
vita. Poichè tutti gli altri, tutti insino ad uno, si dimostrarono
fallaci, la morte sarà lo scopo reale, l'unica meta, la ragione stessa
dell'esistenza. Ed il Leopardi arriva a questa conclusione logica,
l'accetta pienamente quando dice che le creature “ingegnandosi,
adoperandosi e penando sempre, non patiscono veramente per altro, e non
s'affaticano se non per giungere a questo solo intento della natura„;
quando afferma che proprio ed unico obbietto delle cose è il morire:
esse anzi sono state create per essere distrutte, perchè la legge della
distruzione si potesse mantenere: “non potendo morire quel che non era,
perciò dal nulla scaturirono le cose che sono.„

Come parrà allora stolto e funesto lo studio di prolungare la vita!
“Non solo io non mi curo dell'immortalità„, dice il Metafisico al
Fisico, “e sono contento di lasciarla ai pesci; ai quali la dona il
Leeuwenhoek, purchè non siano mangiati dagli uomini o dalle balene;
ma, in cambio di ritardare o interrompere la vegetazione del nostro
corpo per allungare la vita come propone il Maupertuis, io vorrei che
la potessimo accelerare in modo, che la vita nostra si riducesse alla
misura di quella di alcuni insetti, chiamati efimeri, dei quali si dice
che i più vecchi non passano l'età di un giorno, e contuttociò muoiono
bisavoli e trisavoli„. Per un momento, non solo la vita degli efimeri,
ma quella di qualunque animale gli parrà preferibile alla umana; gli
animali non raggiungono la felicità, ma passano il tempo meglio di noi,
unicamente occupati di ciò che loro occorre:

                            De' bruti
    La progenie infinita, a cui pur solo,
    Nè men vano che a noi, vive nel petto
    Desìo d'esser beati; a quello intenta
    Che a lor vita è mestier, di noi men tristo
    Condur si scopre e men gravoso il tempo
    Nè la lentezza accagionar dell'ore.

Anche il Pastore canterà:

    O greggia mia che posi, oh te beata,
    Che la miseria tua, credo, non sai!
    Quanta invidia ti porto!
    Non sol perchè d'affanno
    Quasi libera vai;
    Ch'ogni stento, ogni danno,
    Ogni estremo timor subito scordi;
    Ma più perchè giammai tedio non provi.
    Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
    Tu se' queta e contenta;
    E gran parte dell'anno
    Senza noia consumi in quello stato....
    Quel che tu goda o quanto,
    Non so già dir; ma fortunata sei.

Tosto però egli s'accorge che questa sua opinione può dipendere da un
inganno:

    O forse erra dal vero
    Mirando all'altrui sorte il mio pensiero;
    Forse in qual forma, in quale
    Stato che sia, dentro covile o cuna,
    È funesto a chi nasce il dì natale.

Certo dell'inganno, il Leopardi ritorna alla verità disperata:

                    Non altro in somma
    Fuorchè infelice, in qualsivoglia tempo,
    E non pur ne' civili ordini e modi,
    Ma della vita in tutte l'altre parti,
    Per essenza insanabile, e per legge
    Universal che terra e cielo abbraccia,
    Ogni nato sarà.

Se il vivere è funesto a tutti, il non vivere sarà preferibile:

    Mai non veder la luce
    Era, credo, il miglior....

Quindi la morte non sarà temuta, ma preferita e lodata come il “maggior
bene dell'uomo„; e desiderata e cercata:

                            In cielo,
    In terra amico agli infelici alcuno
    E rifugio non resta altro che il ferro;

e se altri, sdegnando gli anni suoi vuoti e odiando la luce, non si
uccide,

                        al duro morso
    Della brama insanabile che invano
    Felicità richiede, esso da tutti
    Lati cercando, mille inefficaci
    Medicine procaccia, onde quell'una
    Cui natura apprestò, mal si compensa.

Ma Saffo si dà la morte:

    Morremo. Il velo indegno a terra sparto,
    Rifuggirà l'ignudo animo a Dite,
    E il crudo fallo emenderà del cieco
    Dispensator de' casi.

Come ella morendo corregge il male del quale fu vittima, così Bruto
uccidendosi sfida l'iniqua potenza che lo ha sopraffatto. Egli invidia
gli animali non solo perchè arrivano alla morte senza prevederla, cioè
senza nè temerla nè desiderarla, ma anche perchè, volendo uccidersi,
nessuno lo vieterebbe loro:

                        A voi, fra quante
    Stirpi il cielo avvivò, soli fra tutte,
    Figli di Prometeo, la vita increbbe;
    A voi le morte ripe,
    Se il fato ignavo pende,
    Soli, miseri, a voi Giove contende.

E come anche Porfirio invidia gli animali perchè, morendo, non hanno
paura o speranza di un'altra vita, così Bruto vorrà morire interamente,
senza tema di punizioni, senza speranza di gloria postuma, di felicità
oltre umana:

    Non io d'Olimpo o di Cocito i sordi
    Regi, o la terra indegna,
    E non la notte moribondo appello;
    Non te dell'atra morte ultimo raggio
    Conscia futura età....
                          .... A me d'intorno
    Le penne il bruno augello avido roti;
    Prema la fera, e il nembo
    Tratti l'ignota spoglia;
    E l'aura il nome e la memoria accoglia.

Costoro furono disgraziati: a Bruto non valse la virtù, a Saffo non
valse l'amore. Noi vediamo pertanto che, dandosi la morte, si dolgono,
accusano, non sono sereni. La Lesbiana si lagna che di tante sperate
palme e dilettosi errori le avanzi solo la morte; Bruto chiama “misero„
il desìo di morire; e “atra„ la morte. Il Leopardi che ha giudicato
essere la morte non una cosa vana come tutte le altre, ma la sola
realtà, dovrà dire serenamente che il partito di procurarsela è il
migliore, il più ragionevole, il più conforme a natura, ancora quando
la vita non è stata sciagurata. Udite infatti Porfirio, deliberato
di uccidersi, affermare che questa sua deliberazione “non procede da
alcuna sciagura che mi sia intervenuta, ovvero che io aspetti che mi
sopraggiunga„, ma dal “vedere, gustare, toccare la vanità di ogni
cosa.„ Nè la morte è legge delle sole creature, ma di tutta quanta
la creazione. Morrà la terra, morranno i soli. Altri ne nasceranno, è
vero; la ragione dimostra che l'esistenza, non essendo mai cominciata,
non avrà mai fine; ma l'anima offesa si compiace di antivedere la fine
del Tutto: “Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà
spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro
maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi
segno nè fama alcuna; parimente del mondo intero, e delle infinite
vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio; ma
un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso.
Così questo arcano mirabile e spaventoso dell'esistenza universale,
innanzi di essere dichiarato nè inteso, si dileguerà e perderassi.„



L'IRONIA.


Resterà egli sempre in questo atteggiamento? Non potrà far altro che
querelarsi e disperare? Impotente a mutare il ferreo ordine delle cose
che lo soverchiano, si dorrà continuamente perchè altri rida del suo
dolore? Non potrà ridere egli stesso degli altri, degli uomini e delle
donne, del mondo e della natura?

    Già del fato mortale a me bastante
    E conforto e vendetta è che sull'erba
    Qui neghittoso immobile giacendo,
    Il mar, la terra e il ciel miro e sorrido.

Questo sorriso gli strappa l'ultimo disinganno, l'ultimo dolore patito
per causa d'una donna; ma già da molto tempo egli ha fatto suo pro
della naturale disposizione all'ironia. A ventidue anni, per consolarsi
dell'indegnità della fortuna, “quasi per vendicarmi del mondo e quasi
anche della virtù„, imagina le prime satire. Al dolente Giordani
scrive: “Non potresti di Eraclito convertirti in Democrito? La qual
cosa va pure accadendo a me, che la stimava impossibilissima. Vero
è che la disperazione si finge sorridente. Ma il riso intorno agli
uomini ed alle mie stesse miserie, al quale io mi vengo accostumando,
quantunque non derivi dalla speranza, non viene però dal dolore,
ma piuttosto dalla noncuranza, ch'è l'ultimo rifugio degl'infelici
soggiogati dalla necessità. Vo' lentamente leggendo, studiando e
scrivacchiando. Tutto il resto del tempo lo spendo in pensare e
ridere meco stesso....„ Nonostante i dileggi della gente, si avvezza
a ridere, “e ci riesco.„ Il suo riso è amaro, sdegnoso, è spesso una
sghignazzata violenta: “Amami, caro Brighenti; e ridiamo insieme alle
spalle di questi.... che possiedono l'orbe terraqueo. Il mondo è fatto
al rovescio, come quei dannati di Dante che avevano il.... dinanzi e
il petto di dietro, e le lagrime strisciavano giù per lo fesso. E ben
sarebbe più ridicolo il volerlo raddrizzare, che il contentarsi di
stare a guardarlo e fischiarlo....„ Questo concetto dell'opportunità
del riso si ribadisce in lui; è espresso altre volte più pacatamente.
“L'indifferenza e l'allegria sono le uniche passioni proprie, non
solamente dei savi, ma di tutti quelli che hanno pratica delle cose
umane, e talento per profittare dell'esperienza.„ Meglio: “Chi ha
coraggio di ridere, è padrone del mondo, poco altrimenti di chi è
preparato a morire.„ E ancora: Eleandro riconosce che se sì dolesse
piangendo, darebbe noia agli altri ed a sè stesso, senza alcun frutto:
“Ridendo dei nostri mali trovo qualche conforto; e procuro di recarne
altrui nello stesso modo. Se questo non mi vien fatto, tengo pure per
fermo che il ridere dei nostri mali sia l'unico profitto che se ne
possa cavare, e l'unico rimedio che vi si trovi. Dicono i poeti che la
disperazione ha sempre nella bocca un sorriso. Non dovete pensare che
io non compatisca all'infelicità umana. Ma non potendovisi riparare con
nessuna forza, nessuna arte, nessuna industria, nessun patto; stimo
assai più degno dell'uomo e di una disperazione magnanima, il ridere
dei mali comuni, che il mettermene a sospirare, lacrimare e stridere
insieme cogli altri, o incitandoli a fare altrettanto.„

E Giacomo Leopardi si vendica infatti col riso di tutte quelle cose
delle quali si è doluto o ha dimostrato la fallacia. Come dell'ultima
donna amata, così pure ride di tutte le altre e di se stesso che le
aveva deificate. “Coteste dee sono così benigne, che quando alcuno
vi si accosta, in un tratto ripiegano la loro divinità, si spiccano i
raggi d'attorno e se li pongono in tasca, per non abbagliare il mortale
che si fa innanzi.„ E se la colpa non è loro, ma dell'immaginazione
che va cercando una perfezione fuor dell'umano, egli riderà di questa
aspettativa, facendo decretare un premio dall'Accademia dei Sillografi.
Tutti non si lodano “_del fortunato secolo in cui siamo_„ per i
progressi della scienza, per gli adattamenti dei ritrovati scientifici
alla vita pratica? Questa età non si può chiamare l'età delle macchine,
“non solo perchè gli uomini di oggidì procedono e vivono forse
più meccanicamente di tutti i passati, ma eziandio per rispetto al
grandissimo numero delle macchine inventate di fresco ed accomodate
o che si vanno tutto giorno trovando ed accomodando a tanti e così
vari esercizi, che oramai non gli uomini ma le macchine, si può dire,
trattano le cose umane e fanno le opere della vita„? Allora l'Accademia
dei Sillografi bandisce un concorso per una macchina “disposta a fare
gli uffici di una donna conforme a quella immaginata, parte dal conte
Baldassare Castiglione, il quale descrive il suo concetto nel libro del
_Cortegiano_, parte da altri, i quali ne ragionarono in vari scritti
che si troveranno senza fatica, e si avranno a consultare e seguire,
come eziandio quello del Conte. Nè ancora l'invenzione di questa
macchina dovrà parere impossibile agli uomini dei nostri tempi, quando
pensino che Pigmalione in tempi antichissimi ed alieni dalle scienze,
si potè fabbricare la sposa colle proprie mani, la quale si tiene che
fosse la miglior donna che sia stata insino al presente. Assegnasi
all'autore di questa macchina una medaglia d'oro in peso di cinquecento
zecchini, in sulla quale sarà figurata da una parte l'araba fenice del
Metastasio posata sopra una pianta di specie europea, dall'altra sarà
scritto il nome del premiato col titolo: INVENTORE DELLE DONNE FEDELI E
DELLA FELICITà CONIUGALE.„

Più acuto, più stridente è il suo riso contro gli uomini. Il regno
delle macchine dev'essere salutato con gioia perchè ci affida che col
tempo si troveranno congegni da servire non alle sole cose materiali,
ma anche alle spirituali; “onde nella guisa che per virtù di esse
macchine siamo già liberi e sicuri dalle offese dei fulmini e delle
grandini, e da molti simili mali e spaventi, così di mano in mano si
abbiano a ritrovare, per modo di esempio (e facciasi grazia alla novità
dei nomi) qualche parainvidia, qualche paracalunnie o paraperfidia
o parafrodi, qualche filo di salute o altro ingegno che ci scampi
dall'egoismo, dal predominio della mediocrità, dalla prospera fortuna
degl'insensati, de' ribaldi e de' vili, dall'universale noncuranza
e dalla miseria dei saggi, de' costumati e de' magnanimi....„ E
l'Accademia, con la donna perfetta, mette a concorso una macchina che
rappresenti un amico, “il quale non biasimi e non motteggi l'amico
assente; non lasci di sostenerlo quando l'oda riprendere o porre in
giuoco; non anteponga la fama di acuto e di mordace, e l'ottenere
il riso degli uomini, al debito dell'amicizia; non divulghi, o
per altro effetto o per aver materia da favellare o da ostentarsi,
il segreto commessogli; non si prevalga della familiarità e della
confidenza dell'amico a soppiantarlo e soprammontarlo più facilmente;
non porti invidia ai vantaggi di quello; abbia cura del suo bene e
di ovviare o riparare a' suoi danni, e sia pronto alle sue domande
e a' suoi bisogni, altrimenti che in parole....„ PRIMO VERIFICATORE
DELLE FAVOLE ANTICHE sarà il motto inciso sopra una faccia della
medaglia da conferirsi in premio; e le immagini di Pilade e Oreste
saranno ritratte nell'altra. Un simbolo dell'età dell'oro e le parole
dell'egloga virgiliana: QUO FERREA PRIMUM DESINET AC TOTO SURGET GENS
AUREA MUNDO saranno stampati nella medaglia offerta a chi inventerà
“un uomo artificiale a vapore, atto e ordinato a fare opere virtuose e
magnanime. L'Accademia reputa che i vapori, poichè altro mezzo non pare
che vi si trovi, debbano essere di profitto a infervorare un semovente
e indirizzarlo agli esercizi della virtù e della gloria....„

Vapori, larve, fantasmi, illusioni, nomi: nient'altro sono le cose
alle quali gli uomini credono, per le quali combattono. I beni non si
trovano, sono soltanto nell'immaginazione che se li dipinge, che li
aspetta nel futuro e non ricorda di averli trovati mai nel passato.
Di questo inganno riderà il Passeggiere col venditore di Almanacchi,
il quale, promettendo che l'anno nuovo sarà felicissimo, non sa dire a
quale vorrebbe che somigliasse dei venti passati da che vende lunarii.
“Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse
felice?„ — “No in verità, illustrissimo.„ — “E pure la vita è una cosa
bella. Non è vero?„ — “Cotesto si sa.„ — “Non tornereste voi a vivere
cotesti vent'anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che
nasceste?„ — “Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.„ — “Ma
se aveste a rifare la vita che avete fatta nè più nè meno, con tutti
i piaceri e i dispiaceri che avete passati?„ — “Cotesto non vorrei.„ —
“Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch'ho fatta io, quella del
principe, o di chi altro?...„

Udite come ride della gloria, che fu uno dei maggiori suoi
struggimenti: “L'anno ottocento trentatremila dugento settantacinque
del regno di Giove, il collegio delle Muse diede fuora in istampa,
e fece appiccare nei luoghi pubblici della città e dei borghi
d'Ipernéfelo, diverse cedole, nelle quali invitava tutti gli Dei
maggiori e minori, e gli altri abitatori della detta città, che
recentemente o in antico avessero fatto qualche lodevole invenzione,
a proporla, o effettualmente o in figura o per iscritto, ad alcuni
giudici deputati da esso collegio. E scusandosi che per la sua nota
povertà non si poteva dimostrare così liberale come avrebbe voluto,
prometteva in premio a quello il cui ritrovamento fosse giudicato più
bello o più fruttuoso, una corona di lauro, con privilegio di poterla
portare in capo il dì e la notte, privatamente e pubblicamente, in
città e fuori; e poter essere dipinto, scolpito, inciso, gittato,
figurato in qualunque modo e materia, col segno di quella corona
dintorno al capo....„ Presentate le invenzioni ai giudici, tre sono i
premiati: Bacco per l'invenzione del vino, Minerva per quella dell'olio
e Vulcano per aver trovato una “pentola di rame, detta economica,
che serve a cuocere che che sia con piccolo fuoco e speditamente....„
Dovendosi pertanto dividere in tre parti la corona, resta a ciascuno
soltanto un ramoscello di lauro; ma tutti e tre rifiutano sì la parte
che il tutto: Vulcano perchè, dovendo stare sempre al fuoco, non vuol
mettersi quell'ingombro pericoloso sulla fronte; Minerva perchè le
basta l'elmo; Bacco perchè non vuol mutare la sua mitra e la sua corona
di pampini per quella di lauro: “l'avrebbe accettata volentieri se gli
fosse stato lecito di metterla per insegna fuori della sua taverna; ma
le Muse non consentirono di dargliela per questo effetto: di modo che
ella si rimase nel loro comune erario....„

Ride della gloria che l'esperienza gli ha dimostrato essere una parola,
non una cosa; riderà, se non della patria, dei compatriotti che non
hanno saputo restaurare la fortuna d'Italia. I _Paralipomeni della
Batracomiomachia_ sono tutta una satira dei moti del Trentuno, delle
azioni e dei costumi di quel tempo. Le rane rappresentano i preti, i
topi gl'Italiani che bandiscono la guerra ai granchi, ai Tedeschi, e
poi scappano appena se li trovano a fronte:

    Guerra tonar per tutte le concioni
    Udito avreste tutti gli oratori,
    Leonidi, Temistocli e Cimoni,
    Muzi Scevola, Fabi dittatori,
    Deci, Aristidi, Codri e Scipioni,
    E somiglianti eroi de' lor maggiori
    Iterar ne' consigli e tutto il giorno
    Per le bocche del volgo andare attorno.

    Guerra sonar canzoni e canzoncine
    Che il popolo a cantar prendea diletto;
    Guerra ripeter tutte le officine,
    Ciascuna al modo suo col proprio effetto.
    Lampeggiavan per tutte le fucine,
    Lancioni, armi del corpo, armi del petto,
    E sonore minacce in tutti i canti
    S'udiano, e d'amor patrio ardori e vanti.

    . . . . . . . . . . . . . .

    Eran le due falangi a fronte a fronte
    Già dispiegate ed a pugnar vicine,
    Quando da tutto il pian, da tutto il monte
    Dièrsi a fuggir le genti soricine.
    Come non so, ma nè ruscel nè fonte,
    Balza nè selva al corso lor diè fine.
    Fuggirian credo ancor, se i fuggitivi
    Tanto tempo il fuggir serbasse vivi.

    Fuggiro al par del vento, al par del lampo....

E quando poi sono al sicuro, i millantatori recitano la commedia della
Carboneria:

    Allor nacque fra' topi una follia
    Degna di riso più che di pietade,
    Una setta che andava e che venìa
    Congiurando a grand'agio per le strade,
    Ragionando con forza e leggiadria
    D'amor patrio, d'onor, di libertade,
    Fermo ciascun, se si venisse all'atto,
    Di fuggir come dianzi avevan fatto....

    Il pelame del muso e le basette
    Nutrian folte e prolisse oltre misura,
    Sperando, perchè il pelo ardir promette,
    D'avere, almeno ai topi, a far paura.
    Pensosi in su i caffè con le gazzette
    Fra man, parlando della lor congiura,
    Mostraronsi ogni giorno, e poi le sere
    Cantando arie sospette ivano a schiere....

Ma che è la miseria degl'Italiani paragonata alla miseria di tutto il
mondo? Ecco Ercole presentarsi da parte di Giove al padre Atlante, ed
offrirgli di sollevarlo per qualche ora dal peso della terra che il
vecchio regge sulle spalle: “Ma il mondo è fatto così leggiero,„ gli
risponde Atlante, “che questo mantello che porto per custodirmi dalla
neve, mi pesa di più; e se non fosse che la volontà di Giove mi sforza
di stare qui fermo, e tenere questa pallottola sulla schiena, io me
la porrei sotto l'ascella o in tasca, o me l'attaccherei ciondolone a
un pelo della barba, e me n'andrei per le mie faccende.„ Ed Ercole,
provato a tenerla un poco in mano, sente che Atlante ha detto il
vero, e s'accorge d'un'altra novità: che il mondo è muto, non batte
più di “un oriuolo che abbia rotta la molla„; per destarlo, vorrebbe
fargli toccare una buona picchiata di clava; ma ha paura di farne
una cialda o di romperlo come un uovo. “E anche non mi assicuro che
gli uomini che al tempo mio combattevano a corpo a corpo coi leoni
e adesso colle pulci, non tramortiscano dalla percossa tutti in un
tratto.„ Allora i due numi si mettono a giocare alla palla con la
terra; ma essa piglia vento, perchè è leggera: “Cotesta è sua pecca
vecchia, di andare a caccia del vento....„ Anche il Folletto e lo Gnomo
vedono un giorno che gli uomini sono tutti morti e che, nondimeno, il
mondo, creato secondo quei petulanti per loro uso e consumo soltanto,
dura ancora. “E non volevano intendere che egli è fatto e mantenuto
per li folletti„, esclama il Folletto; e lo Gnomo: “Eh, buffoncello,
va' via. Chi non sa che il mondo è fatto per gli gnomi?„ — “Per gli
gnomi, che stanno sempre sotterra? Oh questa è la più bella che si
possa udire! Che fanno agli gnomi il sole, la luna, l'aria, il mare,
le campagne?„ — “Che fanno ai folletti le cave d'oro e d'argento, e
tutto il corpo della terra fuor che la prima pelle?...„ Ma la ridicola
contesa finisce, perchè i due presuntuosi interlocutori si accordano
nel beffarsi dell'arroganza degli uomini. Non dicevano costoro che la
roba degli gnomi, sepolta sotto terra, apparteneva al genere umano?
“Che meraviglia? Quando non solamente si persuadevano che le cose del
mondo non avessero altro ufficio che di stare al servizio loro, ma
facevano conto che tutte insieme, allato al genere umano, fossero una
bagattella. E però le loro proprie vicende le chiamavano rivoluzioni
del mondo, e le storie delle loro genti, storie del mondo.... — Le
zanzare e le pulci erano anch'esse fatte per benefizio degli uomini? —
Sì, per esercitarli nella pazienza!„ Anche i porci, “secondo Crisippo,
erano pezzi di carni apparecchiati dalla natura a posta per le cucine
e le dispense degli uomini, e, acciocchè non imputridissero, condite
colle anime invece di sale....„ E il più bello è che di tanti generi
d'animali o di piante cotesti uomini non avevano notizia, pure credendo
che tutto fosse al mondo per loro! “Parimente di tratto in tratto,
per via de' loro cannocchiali, si avvedevano di qualche stella o
pianeta, che insino allora, per migliaia e migliaia d'anni, non avevano
mai saputo che fosse al mondo; e subito la scrivevano tra le loro
masserizie, perchè s'immaginavano che le stelle e i pianeti fossero,
come dire, moccoli da lanterna piantati lassù nell'alto a uso di far
lume alle signorie loro, che la notte avevano gran faccende. — Sicchè
in tempo di state, quando vedevano cadere di quelle fiammoline che
certe notti vengono giù per l'aria, avranno detto che qualche spirito
andava smoccolando le stelle per servizio degli uomini....„

Questo argomento di risa è inesauribile. La Terra, ragionando con la
Luna, le chiede se è abitata da uomini, se i suoi abitanti l'hanno
conquistata “per ambizione, per cupidigia dell'altrui, colle arti
politiche, colle armi„; tutte parole delle quali la Luna sconosce il
senso. “Perdona, monna Terra, se io ti rispondo un poco più liberamente
che forse non converrebbe a una tua suddita o fantesca, come io sono.
Ma in vero che tu mi riesci peggio che vanerella a pensare che tutte le
cose di qualunque parte del mondo sieno conformi alle tue; come se la
natura non avesse avuto altra intenzione che di copiarti puntualmente
da per tutto....„ E dove lasciamo l'imbarazzo del povero Copernico,
quando il Sole, stanco, secondo il sistema tolemaico, “del continuo
andare attorno per far lume a quattro animaluzzi che vivono in un
pugno di fango„, delibera di non muoversi più e ordina all'astronomo di
far muovere invece, per amore o per forza, la Terra, che fino a quel
giorno ha creduto di sedere come in trono, mentre ognuno degli uomini
suoi abitatori, “se ben fosse un vestito di cenci e che non avesse un
cantuccio di pan duro da rodere, si è tenuto per certo di essere uno
imperatore; non mica di Costantinopoli o di Germania, ovvero della
metà della Terra, come erano gli imperatori romani; ma un imperatore
dell'universo; un imperatore del sole, dei pianeti, di tutte le stelle
visibili e non visibili; e causa finale delle stelle, dei pianeti, di
vostra signoria illustrissima, e di tutte le cose.„ Fare che la Terra
lasci il suo posto al centro dell'universo, “ch'ella corra, ch'ella
si rotoli, ch'ella si affanni di continuo, che eseguisca quel tanto,
nè più ne meno, che si è fatto di qui addietro dagli altri globi; in
fine, ch'ella divenga del numero dei pianeti; questo porterà seco che
sua maestà terrestre, e le loro maestà umane, dovranno sgomberare il
trono, e lasciar l'impero; restandosene però tuttavia co' loro cenci,
e colle loro miserie, che non sono poche....„ Il malcapitato astronomo
si dispone tuttavia a tentare l'impresa, ma trova ancora una certa
difficoltà e la sottopone al Sole: “Che io non vorrei, per questo
fatto, essere abbruciato vivo, a uso della fenice: perchè, accadendo
questo, io sono sicuro di non avere a risuscitare dalle mie ceneri come
fa quell'uccello, e di non vedere mai più, da quell'ora innanzi, la
faccia della signoria vostra.„ E il Sole lo rassicura che non patirà
nulla, sebbene “forse, dopo te, ad alcuni i quali approveranno quello
che tu avrai fatto, potrà essere che tocchi qualche scottatura, o altra
cosa simile....„

E gli uomini, questi medesimi uomini che hanno torturato chi ha loro
insegnato le verità, credono alla propria eccellenza! L'umorista trarrà
ancora da questa superba pretesa le sue risa più sonore. Prometeo è
malcontento della sentenza del collegio delle Muse: il vino, l'olio
e le pentole sono stati preferiti all'invenzione sua: il genere
umano, il modello di terra col quale egli formò i primi uomini. E
quando Momo dubita che l'uomo sia la miglior opera, la più perfetta
creatura del mondo, l'inventore scommette di scendere con lui nelle
cinque parti del globo per farlo ricredere. Calati in America, si
trovano fra i Cannibali, dove un selvaggio mangia arrostito il corpo
del proprio figliuolo; calati in Asia, trovano che una vedova è arsa
viva, come vuole la legge, insieme col morto marito. Prometeo non si
dà per vinto, considerando che tutti costoro sono barbari, e aspetta
di visitare l'Europa civile; ma il suo compagno già gli fa osservare
che se gli uomini fossero un genere perfetto, non avrebbero bisogno
d'incivilirsi, non dovrebbero essere distinti in barbari e civili;
e che la parte incivilita è troppo piccola, paragonatamente a tutta
l'altra; e che questa famosa civiltà di Parigi e di Filadelfia non è
ancora compiuta; e che, per arrivare a un grado incompiuto di civiltà,
gli uomini hanno dovuto penare per un tempo lunghissimo; e che le
loro invenzioni più singolari e proficue hanno avuto origine dal
semplice caso; e che la civiltà, una volta ottenuta, non è stabile,
ma può cadere e disperdersi, come tante volte è successo, secondo
insegnano le storie. Per tutte queste ragioni, la sentenza di Prometeo
non sarà da modificare dicendo che il genere umano è sommo, sì, ma
nell'imperfezione anzichè nella perfezione?.... Prometeo non risponde,
e cala con il compagno a Londra; dove vedono una gran folla attorno
a una casa: un uomo si è ucciso, ed ha ucciso con sè i figliuoli,
non già per esser povero, o disperato, o infelice; ma per tedio della
vita, lasciando raccomandato a un amico il suo cane.... “Momo stava per
congratularsi con Prometeo sopra i buoni effetti della civiltà, e sopra
la contentezza che appariva ne risultasse alla nostra vita, e voleva
anche rammemorargli che nessun altro animale fuori dell'uomo, si uccide
volontariamente esso medesimo, nè spegne per disperazione della vita
i figliuoli: ma Prometeo lo prevenne, e senza curarsi di vedere le due
parti del mondo che rimanevano, gli pagò la scommessa.„

Così, quantunque il Leopardi abbia voluto assicurare che il suo riso
sia noncurante, esso viene dal dolore ed è pieno di dolore. L'ironia
si alterna col pessimismo; certe volte, come nella _Palinodia_, si
confonde con esso. Se per la sua sfiducia nella vita e nell'umanità
vede che ridono di lui, ridendo egli confessa al Capponi d'avere errato
e assicura di essersi ricreduto:

    Aureo secolo omai volgono, o Gino,
    I fusi delle Parche. Ogni giornale,
    Gener vario di lingue e di colonne,
    Da tutti i lidi lo promette al mondo
    Concordemente. Universale amore,
    Ferrate vie, molteplici commerci,
    Vapor, tipi e _cholèra_ i più divisi
    Popoli e climi stringeranno insieme:
    Nè meraviglia fia se pino o quercia
    Suderà latte e mèle, o s'anco al suono
    D'un _walser_ danzerà. Tanto la possa
    Infin qui de' lambicchi e delle storte
    E le macchine al cielo emulatrici
    Crebbero, e tanto cresceranno al tempo
    Che seguirà; poichè di meglio in meglio
    Senza fin vola e volerà mai sempre
    Di Sem, di Cam e di Giapeto il seme.

Perciò gli uomini non mangeranno più ghiande — se la fame non li
costringerà; il danaro sarà disprezzato — ma saranno tenute da conto le
cambiali. E la guerra non cesserà, e il vero merito sarà sfortunato,
e la frode regnerà sempre, e della forza si farà sempre abuso. Ma
se queste “lievi reliquie„ del passato resteranno in mezzo all'età
dell'oro,

                    nelle cose
    Più gravi, intera, e non veduta innanzi,
    Fia la mortal felicità. Più molli
    Di giorno in giorno diverran le vesti
    di lana o di seta. I rozzi panni
    Lasciando a prova agricoltori e fabbri,
    Chiuderanno in coton la scabra pelle,
    E di castoro copriran le schiene.
    Meglio fatti al bisogno, o più leggiadri
    Certamente a veder, tappeti e coltri,
    Seggiole, canapè, sgabelli e mense.
    Letti ed ogni altro arnese, adorneranno
    Di lor menstrua beltà gli appartamenti;
    E nove forme di paiuoli, e nove
    Pentole ammirerà l'arsa cucina.

Egli continua così a deridere, fingendo d'ammirarlo, il progresso
umano; quando a un tratto depone l'ironia e torna alla sfiducia, alla
persuasione del dolore:

    Quale un fanciullo, con assidua cura,
    Di fogliolini e di fuscelli, in forma
    O di tempio o di torre o di palazzo,
    Un edifizio innalza; e come prima,
    Fornito il mira, ad atterrarlo è volto,
    Perchè gli stessi a lui fuscelli e fogli
    Per novo lavorìo son di mestieri;
    Così natura ogni opra sua, quantunque
    D'alto artificio a contemplar, non prima
    Vede perfetta, ch'a disfarla imprende,
    Le parti sciolte dispensando altrove.

E poichè le cose umane sono distrutte da questa natura crudele,

            varia, infinita una famiglia
    Di mali immedicabili e di pene
    Preme il fragil mortale, a perir fatto
    Irreparabilmente: indi una forza
    Ostil, distruggitrice, e dentro il fere
    E di fuor da ogni lato, assidua, intenta,
    Dal dì che nasce; e l'affatica e stanca,
    Essa indefatigata; insin ch'ei giace
    Alfin dall'empia madre oppresso e spento....

L'ironia e il pessimismo tornano ancora a darsi la mano. La Morte, nel
concetto disperato del Leopardi, fu sorella dell'Amore; quando egli
vuol riderne, ma d'un funebre riso, la considera come sorella della
Moda: entrambe non sono figlie della Caducità? “Nemica capitale della
memoria„, la Morte non se ne vuole rammentare; ma la Moda se ne ricorda
bene: “So che l'una e l'altra tiriamo parimente a disfare e a rimutare
di continuo le cose di quaggiù, benchè tu vada a questo effetto per
una strada e io per un'altra.... Dico che la nostra natura e usanza
comune è di rinnovare continuamente il mondo; ma tu fino da principio
ti gittasti alle persone e al sangue; io mi contento per lo più delle
barbe, dei capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di
cose tali. Ben è vero che io non sono però mancata e non manco di fare
parecchi giuochi da paragonare ai tuoi, come verbigrazia sforacchiare
quando orecchi, quando labbra e nasi, e stracciarli con bazzecole che
io v'appicco per li fori; abbruciacchiare le carni degli uomini con
istampe roventi che io fo che essi v'improntino per bellezza; formare
le teste dei bambini con fasciature e altri ingegni, mettendo per
costume che tutti gli uomini del paese abbiano a portare il capo d'una
figura, come ho fatto in America e in Asia; storpiare genti con le
calzature snelle, chiuderle il fiato e fare che gli occhi le scoppino
dalla strettura dei bustini; e cento altre cose di questo andare. Anzi,
generalmente parlando, io persuado e costringo tutti gli uomini gentili
a sopportare ogni giorno mille fatiche e mille disagi, e spesso dolori
e strazi, e qualcuno a morire gloriosamente per l'amore che mi portano.
Io non vo' dire nulla dei mali di capo, delle infreddature, delle
flussioni di ogni sorta, delle febbri quotidiane, terzane, quartane,
che gli uomini si guadagnano per ubbidirmi, consentendo di tremare dal
freddo o affogare dal caldo secondo che io voglio, difendersi le spalle
coi panni lani, e il petto con quei di tela, e fare d'ogni cosa a mio
modo ancorchè sia con loro danno.„ E la Morte comincia a persuadersi
della parentela; e mentre la trista sorella le galoppa al fianco, ella
le chiede, come massima prova del legame che le stringe, di aiutarla
a compiere l'opera propria. Ma la Moda non l'ha già aiutata? Costei
che annulla e stravolge continuamente tutti gli usi, ha mai lasciato
smettere in nessun luogo la pratica del morire?... Se questo non
bastasse, non ha ella mandato in disuso l'antico genere di vita che
giovava alla prosperità dei corpi, e introdottone altri perniciosissimi
alla salute? Non ha ella messo nel mondo moderno tali ordini e costumi
“che la vita stessa, così per rispetto del corpo come dell'animo, è
più morta che viva; tanto che questo secolo si può dire con verità
che sia proprio il secolo della morte? E quando che anticamente tu
non avevi altri poderi che fosse e caverne, dove tu seminavi ossami
e polverumi al buio, che sono semenze che non fruttano; adesso hai
terreni al sole; e genti che si muovono e che vanno attorno co' loro
piedi, sono roba, si può dire, di tua ragione libera, ancorchè tu non
le abbia mietute, anzi subito che elle nascono.„ Ma l'opera della Moda
più proficua alla Morte è questa: che mentre per l'addietro costei
era odiata, “oggi per opera mia le cose sono ridotte in termine che
chiunque ha intelletto ti pregia e loda, anteponendoti alla vita, e ti
vuol tanto bene che sempre ti chiama e ti volge gli occhi come alla sua
maggiore speranza.„ E mentre prima gli uomini credevano di poter essere
immortali, cioè di non morire interamente, la Moda, quantunque sapesse
“che queste erano ciance, e che quando costoro vivessero nella memoria
degli uomini, vivevano, come dire, da burla, e non godevano della loro
fama più che si patissero dell'umidità della sepoltura„, pure, dice
alla Morte, “intendendo che questo negozio degl'immortali ti scottava,
perchè pareva che ti scemasse l'onore e la riputazione, ho levata via
quest'usanza di cercare l'immortalità, ed anche di concederla in caso
che pure alcuno la meritasse. Di modo che al presente, chiunque si
muoia, sta' sicura che non ne resta un briciolo che non sia morto,
e che gli conviene andare subito sotterra tutto quanto, come un
pesciolino che sia trangugiato in un boccone con tutta la testa e le
lische....„

Così egli torna a ridere di quella gloria della quale altrove ha
dimostrata la fallacia. Ma quando vede la vanagloria degli uomini,
quantunque dica di non sapere “se il riso o la pietà prevale„, il riso
prevale effettivamente. Se egli sorride dell'amore, della fama, della
patria, il suo sorriso è o più amaro o più contenuto; nel considerare
la superbia del secolo, la boria degli uomini, e nel paragonarle alla
loro reale impotenza, alla miseria dei loro risultati, l'umorismo
scaturisce naturalmente, più schietto, più efficace. Momo ha fatto
un lungo ragionamento per disingannare Prometeo e dimostrargli che
il genere umano è sommo nell'imperfezione; Eleandro risponde più
brevemente a Timandro quando questi sostiene che l'uomo non è ancora
perfetto, ma certo sarà tale col tempo: “Nè io ne dubito. Questi pochi
anni che sono corsi dal principio del mondo al presente, non potevano
bastare; e non se ne dee far giudizio dell'indole, del destino e
delle facoltà dell'uomo: oltre che si sono avute altre faccende per
le mani. Ma ora non si attende ad altro che a perfezionare la nostra
specie....„ La risata è più sincera, più fresca. Udite la conclusione:
“Circa la perfezione dell'uomo, io vi giuro, che se fosse conseguita,
avrei scritto almeno un tomo in lode del genere umano. Ma poichè non
è toccato a me di vederla, e non aspetto che mi tocchi in vita, sono
disposto di assegnare per testamento una buona parte della mia roba
ad uso che quando il genere umano sarà perfetto, se gli faccia e
pronuncisi pubblicamente un panegirico tutti gli anni; e anche gli sia
rizzato un tempietto all'antica, una statua, o quello che sarà creduto
a proposito....„

Nondimeno Timandro ha ragione di chiamare maligno il suo interlocutore;
e il riso, che doveva essere il conforto di quest'ultimo, non lo
salva dalla disperazione. Se egli ride degli uomini, e non li odia,
e non si sdegna dei loro vizi e delle loro colpe, ciò accade perchè
sente che, posto nelle stesse circostanze dei viziosi e dei colpevoli,
sarebbe macchiato o capace degli stessi loro difetti: “Riserbo sempre
l'adirarmi a quella volta che io vegga una malvagità che non possa
aver luogo nella natura mia: ma fin qui non ne ho potuto vedere....„
E ancora egli non capisce “questo continuo presupporre che si fa
scrivendo e parlando, certe qualità umane che ciascuno sa che oramai
non si trovano in uomo nato, e certi enti razionali o fantastici,
adorati già lungo tempo addietro, ma ora tenuti internamente per nulla
e da chi gli nomina, e da chi gli ode nominare. Che si usino maschere e
travestimenti per ingannare gli altri, o per non essere conosciuti; non
mi pare strano: ma che tutti vadano mascherati con una stessa forma di
maschere, e travestiti a uno stesso modo, senza ingannare l'un l'altro,
e conoscendosi ottimamente tra loro; mi riesce una fanciullaggine....„
E insomma: “l'ultima conclusione che si ricava dalla filosofia vera
e perfetta, si è, che non bisogna filosofare. Dal che s'inferisce
che la filosofia, primieramente è inutile, perchè a questo effetto
di non filosofare, non fa bisogno esser filosofo; secondariamente è
dannosissima,„ perchè insegna “la vanità delle cose.„ Ancora una volta
le risa finiscono in lacrime.

Sarà da stupire? Non era anzi meraviglioso che, nella profondità
del suo dolore, egli trovasse la possibilità di ridere? Egli stesso
se ne è stupito. “Cosa certamente mirabile è questa, che nell'uomo,
il quale in fra tutte le creature è la più travagliata e misera,
si trovi la facoltà del riso.... Mirabile cosa si è l'uso che noi
facciamo di questa facoltà: poichè si veggono molti in qualche
fierissimo accidente, altri in grande tristezza d'animo, altri che
quasi non serbano alcuno amore alla vita, certissimi della vanità
di ogni bene umano, presso che incapaci di ogni gioia, nondimeno
ridere....„ E il riso sarà per lui “specie di pazzia non durabile, o
pure di vaneggiamento o delirio„, perchè “gli uomini, non essendo mai
soddisfatti nè mai dilettati veramente da cosa alcuna, non possono
aver causa di riso che sia ragionevole e giusta.„ È vero che il riso
è ignoto, come agli animali, anche ai popoli che sono nello stato
primitivo; e che è cresciuto, si può dire, colla civiltà; ma poichè la
civiltà è corruzione, se ne dovrà dedurre che il riso oggi “supplisce
per qualche modo alle parti esercitate in altri tempi dalla virtù,
dalla giustizia, dall'onore e simili....„ Esso sarà pertanto una
cosa triste e disperata più che la stessa imprecazione, porterà agli
stessi risultati della riflessione dolorosa. Ragionando, il Leopardi
estende il suo pessimismo a tutto l'universo creato; la stessa cosa fa
ridendo. La Terra si ostina a interrogare la Luna: “Io vorrei sapere
se veramente, secondo che scrive l'Ariosto, tutto quello che ciascun
uomo va perdendo; come a dire la gioventù, la bellezza, la sanità,
le fatiche e spese che si mettono nei buoni studi per essere onorati
dagli altri, nell'indirizzare i fanciulli ai buoni costumi, nel fare
o promuovere istituzioni utili; tutto sale e si raguna costà: di modo
che vi si trovano tutte le cose umane; fuori della pazzia, che non si
parte dagli uomini? In caso che questo sia vero, io fo conto che tu
debba essere così piena, che non ti avanzi più luogo; specialmente
che, negli ultimi tempi, gli uomini hanno perduto moltissime cose
(verbigrazia l'amor patrio, la virtù, la magnanimità, la rettitudine)
non già solo in parte, e l'uno o l'altro di loro, come per l'addietro,
ma tutti e interamente. E certo che se elle non sono costì, non credo
si possano trovare in altro luogo. Però vorrei che noi facessimo una
convenzione, per la quale tu mi rendessi di presente, e poi di mano
in mano, tutte queste cose; donde io credo che tu medesima abbi caro
di essere sgomberata, massime del senno, il quale intendo che occupa
costì un grandissimo spazio; ed io ti farei pagare dagli uomini tutti
gli anni una buona somma di danari.„ Ma la Luna neppure intende di che
cosa il pianeta le chiede notizia; e solo quando la Terra le domanda se
sono presso di lei in uso i vizii, i misfatti, gl'infortunii, i dolori,
la vecchiezza; allora il satellite capisce tutti questi nomi e le cose
da essi significate, perchè ne è pieno, perchè i suoi abitatori sono
infelicissimi. “E se tu potessi levare tanto alto la voce, che fossi
udita da Urano o da Saturno, o da qualche altro pianeta del nostro
mondo; e gl'interrogassi se in loro abbia luogo l'infelicità, e se i
beni prevagliano o cedano ai mali; ciascuno ti risponderebbe come ho
fatto io. Dico questo per aver dimandato delle medesime cose Venere e
Mercurio, ai quali pianeti di quando in quando io mi trovo più vicina
di te; come anche ne ho chiesto ad alcune comete che mi sono passate
dappresso: e tutti mi hanno risposto come ho detto. E penso che il Sole
medesimo, e ciascuna stella risponderebbero altrettanto.„

Si può dire anche meglio: il riso del Leopardi è più disperato della
sua stessa disperazione. Egli ha detto che solo la morte esiste;
ma credere alla morte, al nulla, è ancora avere una specie di fede.
L'orrore sembra massimo; eppure ce n'è uno ancora più grande. Quando
gli amanti non amano più, odiano; ma l'odio è ancora una forma
dell'amore. Tanto desiderio della morte cela ancora l'amarezza dei
disinganni, misura ancora la forza delle speranze, sia pure perdute.
Il vero segno che l'amore è finito non è odiare l'oggetto un tempo
caro o l'amarne un altro: è l'indifferenza. A questa indifferenza
per la morte e per la vita Giacomo Leopardi arriverà con l'ironia.
Il suo Plotino, esauriti tutti gli argomenti per dissuadere Porfirio
dall'uccidersi, ricorre a quest'ultimo come al più persuasivo: viva
egli — per far piacere all'amico! “E la vita è cosa di tanto piccolo
rilievo, che l'uomo, in quanto a sè, non dovrebbe esser molto sollecito
di ritenerla nè di lasciarla. Perciò, senza voler ponderare la cosa
troppo curiosamente; per ogni lieve causa che se gli offerisca di
appigliarsi piuttosto a quella prima parte che a questa, non dovrìa
ricusare di farlo. E pregatone da un amico, perchè non avrebbe a
compiacergliene?... „



EPILOGO


Noi sappiamo chi fu Giacomo Leopardi grazie all'analisi
particolareggiata di tutte le sue circostanze intrinseche ed
estrinseche, ed alla sintesi del suo pensiero; tra le prime e il
secondo abbiamo trovato un nesso intimo, un rigoroso rapporto. Pure
questo nesso, questo rapporto è negato, non solo da altri, da molti
biografi e critici, ma anche, e prima e più vivacemente di tutti, dallo
stesso Leopardi. “Ce n'a été que par l'effet de la lâcheté des hommes,
qui ont besoin d'être persuadés du mérite de l'existence, que l'on a
voulu considérer mes opinions philosophiques comme le résultat de mes
souffrances particulières, et que l'on s'obstine à attribuer à mes
circonstances matérielles ce qu'on ne doit qu'à mon entendement. Avant
de mourir, je vais protester contre cette invention de la faiblesse
et de la vulgarité et prier mes lecteurs de s'attacher à détruire
mes observations plutôt que d'accuser mes maladies.„ Senza violenza,
ma con ironia, quando lo Stella gli riferì il giudizio d'un lettore,
secondo il quale le sue teorie non erano “_fondate a ragione ma a
qualche osservazione parziale_,„ egli rispose al suo editore: “Desidero
che sia vero.„ Ed anche Tristano, all'amico che giudica il suo libro
sulla vita malinconico, sconsolato e disperato perchè egli, l'autore,
è infelice, risponde che tutto si sarebbe aspettato “fuorchè sentirmi
volgere in dubbio le osservazioni ch'io faceva in quel proposito,
parendomi che la coscienza d'ogni lettore dovesse rendere prontissima
testimonianza a ciascuna di esse. Solo immaginai che nascesse disputa
dell'utilità o del danno di tali osservazioni, ma non mai della verità,
anzi mi credetti che le mie voci lamentevoli, per essere i mali comuni,
sarebbero ripetute in cuore da ognuno che le ascoltasse. E sentendo
poi negarmi, non qualche proposizione particolare, ma il tutto, e dire
che la vita non è infelice, e che se a me pareva tale, doveva essere
effetto d'infermità, o d'altra miseria mia particolare, da prima rimasi
attonito, sbalordito, immobile come un sasso, e per più giorni credetti
di trovarmi in un altro mondo; poi, tornato in me stesso, mi sdegnai un
poco; poi risi....„

Prima di esaminare il valore delle sue proteste, notiamo che egli non
le ripete sempre con tanta violenza ed ironia; che anzi più volte fa
molte concessioni ai suoi contraddittori. Questo medesimo Tristano
che si è sdegnato ed ha riso, e che propone anche, al colmo del
sarcasmo, di bruciare il proprio libro “come un libro di sogni poetici,
d'invenzioni e di capricci malinconici, ovvero come un'espressione
dell'infelicità dell'autore„; confessa poi, sul serio e non più da
burla, la propria infelicità: “perchè in confidenza, mio caro amico,
io credo felice voi e felici tutti gli altri; ma io, quanto a me, con
licenza vostra e del secolo, sono infelicissimo; e tutti i giornali de'
due mondi non mi persuaderanno il contrario.„ Ed Eleandro: “Io giudico,
quanto a me, di essere infelice; e in questo so che non m'inganno.
Se gli altri non sono, me ne congratulo con tutta l'anima. Io sono
anche sicuro di non liberarmi dall'infelicità prima che io muoia. Se
gli altri hanno diversa speranza di sè, me ne rallegro similmente.„
Con eguale sentimento, aggiuntovi il terrore del mistero, il Pastore
asiatico canta:

    Questo io conosco e sento,
    Che degli eterni giri,
    Che dell'esser mio frale,
    Qualche bene o contento
    Avrà fors'altri; a me la vita è male.

È possibile che questa coscienza della propria sciagura non determini
la sua filosofia disperata? Uno dei caratteri salienti ne è, come
vedemmo, la misantropia; e di questa, biasimandola in Eleandro,
Timandro assegna la causa: “Voi parlate„, gli dice, “al vostro solito
malignamente, e in modo che date ad intendere di essere per l'ordinario
molto male accolto e trattato dagli altri: perchè questa il più
delle volte è la causa del mal animo e del disprezzo che certi fanno
professione di avere alla propria specie.„ Si confrontino queste parole
con quelle che il Leopardi disse in prima persona:

                    aspro a forza
    Tra lo stuol de' malevoli divengo,

e con queste altre:

    E sprezzator degli uomini divengo
    Per la greggia ch'ho intorno:

si vedrà che il suo disprezzo dei proprii simili dipende dal disprezzo
che egli stesso ha patito da essi. Tanto egli è persuaso di questa
verità, che le dà forza di sentenza: “Chi comunica poco cogli
uomini, rade volte è misantropo. Veri misantropi non si trovano nella
solitudine, ma nel mondo: perchè l'uso pratico della vita, e non già la
filosofia, è quello che fa odiare gli uomini.„

È sempre difficile, e qualche volta anche risibile, il tentar di
immaginare che cosa sarebbe stato un uomo se diverse in tutto o in
parte fossero state le sue circostanze. Chi può dire che cosa avrebbe
scritto Dante se non fosse stato bandito, o che cosa avrebbe fatto
Napoleone se fosse nato un secolo prima? Una logica inesorabile
governa tutte le opere umane; se noi possiamo credere di disporre
liberamente della nostra vita e del nostro pensiero avvenire, non
possiamo negarne, anzi continuamente ne discopriamo la rigorosa
determinazione nel passato. Pertanto è impossibile giudicare quel che
sarebbe avvenuto di Giacomo Leopardi in circostanze diverse dalle sue;
ma questo rigore di determinazione egli stesso dimostra, anche senza
volerlo. Non c'è uno solo dei suoi giudizii che non sia suggerito da
un'impressione ricevuta; i fatti esercitano una continua influenza sul
suo pensiero. A Bologna gli uomini gli parvero “vespe senza pungolo.„
Perchè? Perchè vi fu bene accolto. Milano fu detta da lui “insociale„
perchè non fu contento dell'accoglienza che vi trovò. A Napoli, sul
principio, sentendosi soddisfatto, lodò l'indole “amabile e benevola„
degli abitanti; poi, trovatosi male, capovolse il suo giudizio. Egli
espressamente confessa quanto gli riuscisse funesto l'essersi visto
disprezzato e fuggito a Recanati: “cosa che per altro ha pregiudicato
per sempre al mio carattere.„ Confessa ancora che tra le cause della
sua malinconia a Roma, gran parte ha la sua “particolare costituzione
morale e fisica.„ Se, anche restando a Recanati, le malattie gli danno
tregua, queste tregue suscitano “qualche speranza di potermi rifare
mutando vita.„ Se appena egli potesse occuparsi a suo agio negli
studii, la sua disperazione sarebbe mitigata: “Dici troppo bene ch'io
forse non m'accorgerei, certamente non sentirei tutta la nullità umana
se potessi ancora trattenermi negli studi.„ Basta talvolta la primavera
a consolarlo: “Io sento riaprirsi l'animo al ritorno della primavera,
chè certo due mesi addietro ero stupido, insensato in modo, ch'io mi
faceva maraviglia a me stesso, e disperava di provar più consolazione
in questo mondo....„ Egli definisce anche meglio il mutamento che le
mutate sue condizioni producono in lui quando si duole col Giordani
perchè questi è caduto nella stessa malattia d'animo che ha afflitto
lui: “dalla quale non ch'io sia veramente risorto, ma tuttavia conosco
e sento che si può risorgere. E le cagioni erano quelle stesse che
producono in te il medesimo effetto: debolezza somma di tutto il
corpo e segnatamente de' nervi, e totale uniformità, disoccupazione
e solitudine forzata, e nullità di tutta la vita. Le quali cagioni
operavano ch'io non credessi ma sentissi la vanità e noia delle cose,
e disperassi affatto del mondo e di me stesso. Ma se bene anche oggi
io mi sento il cuore come uno stecco o uno spino, contuttociò sono
migliorato in questo ch'io giudico risolutamente di poter guarire,
e che il mio travaglio deriva più dal sentimento dell'infelicità
mia particolare, che dalla certezza dell'infelicità universale e
necessaria.„ Basta che la sua salute risenta un poco di giovamento dal
clima di Pisa, che egli non tremi più dal freddo, che possa passeggiare
lungo l'Arno, che mangi con appetito, che abiti una camera a ponente,
sopra un grande orto, tra buona gente; che la vita gli costi quanto la
sua misera borsa gli consente di spendere, perchè tosto egli si senta
rivivere, e torni a far versi, e canti il suo _Risorgimento_:

    Credei ch'al tutto fossero
      In me, sul fior degli anni,
      Mancati i dolci affanni
      Della mia prima età:
    I dolci affanni, i teneri
      Moti del cor profondo,
      Qualunque cosa al mondo
      Grato il sentir ci fa.

    Quante querele e lacrime
      Sparsi nel novo stato,
      Quando al mio cor gelato
      Prima il dolor mancò!
    Mancâr gli usati palpiti,
      L'amor mi venne meno,
      E irrigidito il seno
      Di sospirar cessò!

    Piansi spogliata, esanime
      Fatta per me la vita;
      La terra inaridita,
      Chiusa in eterno gel;
    Deserto il dì; la tacita
      Notte più sola e bruna;
      Spenta per me la luna,
      Spente le stelle in ciel.
      . . . . . . . . . .

Tale era il suo stato: egli non aveva forza di lamentarsi, non chiedeva
conforto, era immerso come in un letargo dal quale nulla riusciva
a destarlo; desiderava la morte, ma gli mancava anche la forza di
esprimere a sè stesso questo desiderio. A un tratto non si riconosce
più:

    Chi dalla grave, immemore,
      Quiete or mi ridesta?
      Che virtù nova è questa,
      Questa che sento in me?
    Moti soavi, immagini,
      Palpiti, error beato,
      Per sempre a voi negato
      Questo mio cor non è?

    Siete pur voi quell'unica
      Luce de' giorni miei?
      Gli affetti ch'io perdei
      Nella novella età?
    Se al ciel, s'ai verdi margini,
      Ovunque il guardo mira,
      Tutto un dolor mi spira,
      Tutto un piacer mi dà.

    Meco ritorna a vivere
      La piaggia, il bosco, il monte;
      Parla al mio core il fonte,
      Meco favella il mar.
    Chi mi ridona il piangere
      Dopo cotanto obblio?
      E come al guardo mio
      Cangiato il mondo appar?

Se ciò non è opera della speranza, se egli ancora si duole perchè non
vedrà mai più il viso della speranza; se il suo risorgimento non è
totale; se egli continua a credere che la natura sia sorda, che non
sia sollecita del bene ma soltanto dell'essere, e non si curi d'altro
che di serbare gli uomini al dolore; se non ha fede negli uomini nè
nell'amore, bisogna accusarne la gravezza dei suoi mali, il lungo abito
del dolore. Venti anni di pene fisiche e morali, di aspettazioni vane,
di disinganni continui non si possono scordare perchè il nuovo clima è
più dolce, perchè la nuova città è più ospitale: il parziale beneficio
determina nel suo pensiero una parziale conversione: ma questo esatto
proporzionarsi dell'effetto alla causa dimostra appunto come tutta la
sua vita morale sia rigorosamente governata dalla sua vita reale.

Il sollievo di Pisa è dipeso dalla migliorata salute; un altro egli
ne prova quando il De Sinner gli promette di pubblicare in Germania i
suoi scritti filologici. Disperato della gloria, basta che egli creda
di poterne gustare i vantaggi perchè tosto ritorni da morte a vita:
“Quel forestiero che ha veduto l'Eusebio, è un filologo tedesco al
quale.... ho fatto consegna formale di tutti i miei mss. filologici,
appunti, note, ecc. cominciando dal _Porphyrius_. Egli, se piacerà a
Dio, li redigerà e completerà e li farà pubblicare in Germania, e me
ne promette danari e gran nome. Non potete credere quanto mi abbia
consolato quest'avvenimento, che per più giorni mi ha richiamato alle
idee della mia prima gioventù, e che, piacendo a Dio, darà vita ed
utilità a lavori immensi, ch'io già da molti anni considerava come
perduti affatto, per l'impossibilità di perfezionare tali lavori in
Italia, pel dispregio in cui sono tali studi tra noi e peggio pel mio
stato fisico.„ Quindi la sua misantropia si tempera; egli quasi la
critica: “Nessuno è sì compiutamente disingannato del mondo, nè lo
conosce sì addentro, nè tanto l'ha in ira, che guardato a un tratto
da esso con benignità, non se gli senta in parte riconciliato.„ Ancora
meglio: “Io conobbi già un bambino il quale ogni volta che dalla madre
era contrariato in qualche cosa, diceva: _ah, ho inteso, ho inteso:
la mamma è cattiva_. Non con altra logica discorre intorno ai prossimi
la maggior parte degli uomini, benchè non esprima il suo discorso con
altrettanta semplicità.„

Pertanto, dopo averlo negato, egli stesso riconosce esplicitamente il
rapporto tra le sue circostanze e le sue idee. Porfirio, discutendo
con Plotino intorno alla vanità universale della quale è troppo
persuaso, osserva: “E qui primieramente non mi potrai dire che
questa mia proposizione non sia ragionevole: se bene io consentirò
facilmente che ella in buona parte provenga da qualche mal essere
corporale.„ Se queste parole non si riferiscono, come pare evidente,
allo stesso Leopardi, noi troviamo che egli confessa a chiare note
come la sua filosofia dipenda dalla sua esperienza. Alla sorella
infatti scrive: “Direte che io vi sono sempre intorno colla filosofia;
ma mi concederete che questa non mi è stata insegnata nè dai libri,
ne dagli studi, nè da nessun'altra cosa, se non dall'esperienza: ed
io vi esorto a questa filosofia, perchè credo che vi abbiate i miei
stessi diritti e la mia stessa disposizione.„ Queste parole sono del
1823: diremo che da giovane egli concedesse quel rapporto da causa ad
effetto tra le sue disgrazie e il suo pessimismo che più tardi doveva
con tanto sdegno negare? La sua lettera sdegnosa al De Sinner è del
'32: leggete che cosa scriveva al Bunsen nel '35, tre anni dopo, e
due soli prima di morire: “Voi avete ragione che nelle mie prose la
malinconia è forse eccessiva e forse anche qualche volta fa velo al
giudizio. Datene la colpa parte al mio carattere, e parte all'età in
cui furono scritte....„ Egli quasi vorrebbe correggerle! Il rapporto
tra il pensiero e la vita è ancora nitidamente affermato più sotto:
“La propria mia esperienza m'insegna che il progresso dell'età, fra
i tanti cangiamenti che fa nell'uomo, altera ancora notabilmente
il suo sistema di filosofia.„ Che cosa vuol dir questo, se non che
la filosofia non è un prodotto puro della ragione astratta, ma il
risultato necessario della pratica delle cose? Egli osserva pure come
sia erroneo l'attribuire a cause esteriori e reali ciò che dipende
soltanto dall'intima nostra natura; i vecchi, per esempio, “riuscendo
il freddo all'età loro assai più molesto che in gioventù, credono
avvenuto alle cose il cangiamento che provano nello stato proprio, ed
immaginano che il calore che va scemando in loro, scemi nell'aria o
nella terra.„ Altrettanto non accade in lui, quando, per tutte le sue
sciagure, afferma l'infelicità necessaria e universale?

Tuttavia, se per tante prove e per sua stessa confessione la dipendenza
delle fasi del suo pensiero dai casi della sua vita è innegabile,
che cosa faremo delle proteste che egli pure fieramente lanciò?
Perchè protestò talvolta? Perchè non riconobbe sempre che tale egli
fu quale doveva essere? Perchè negò l'efficacia dell'esperienza e
riconobbe soltanto quella della ragione? Il perchè non è difficile da
trovare. Ammettendo senz'altro che dall'esperienza, dalle circostanze
esteriori ed intime tra le quali la sua vita si svolse nascesse la
sua filosofia, che valore avrebbe essa avuto? Si sarebbe ridotta a
un giudizio particolare, a un'opinione personale, a un'impressione
fortuita: nessuno le avrebbe dato credito. Se egli voleva — e per la
legge dell'amor proprio doveva volere — che fosse appresa come una cosa
seria, come un'espressione della verità, doveva necessariamente negarne
le cause reali ed affermarne soltanto l'origine razionale. Anche
concedendo, come fece a proposito di Bruto, che la disperazione può
dipendere dalle calamità, egli doveva presumere che l'ispirazione della
calamità “ha forza di rivelare all'animo nostro quasi un'altra terra, e
persuaderlo vivamente di cose tali, che bisogna poi lungo tempo a fare
che la ragione le trovi da sè medesima„; e che l'effetto della calamità
“si rassomiglia al furore dei poeti lirici, che d'un'occhiata scuoprono
tanto paese quanto non ne sanno scoprire i filosofi nel tratto di
molti secoli.„ E poi: non è una cosa sciagurata che il pensiero umano,
che questo nostro giudizio del quale siamo tanto superbi, pel quale
ci siamo collocati sul vertice della vita, sia così rigorosamente
determinato da cause sulle quali nulla possiamo, sia quasi come un
frutto a formare il quale hanno contribuito la specie della pianta,
la natura del terreno e l'ordine delle meteore? Non è doloroso, non è
male che la nostra mente non possa operare libera e sola, che il nostro
giudizio non sia indipendente e sovrano? Il Leopardi intende questa
necessità, e se talvolta la nega, la negazione non è altro che una
forma di ribellione.

Nè, da un'altra parte, il suo pensiero fu realmente tutto determinato
dai soli casi della sua vita, dalle “circostanze materiali„ dalle
“sofferenze particolari„ dalle “malattie.„ Noi possiamo trovare
nelle storie esempii di vite più infelici ancora di quella del
Recanatese, senza che per questo i disgraziati abbiano tutto negato;
ne troveremo molti che si sono contentati, che si sono confortati;
qualcuno anche che ha riso d'un riso schietto. Ma l'esperienza del
dolore è acquistata, nel Leopardi, da uno spirito inquieto la cui
inquietudine è cresciuta per effetto dell'educazione. Già vedemmo che
il colore del tempo nel quale egli visse fu grigio. Nel suo dolore
e nel suo pessimismo sono pertanto da distinguere due gradi, ed egli
stesso li distingue. Quando dice che vive “malinconico, solitario e
tristo„, quando scrive: “Non so perchè, ma mi trovo in una malinconia
che cresce ogni giorno„; quando loda la noia e i “dolci affanni„,
quando narra che aver pianto a Roma sulla tomba del Tasso è l'unico
“_piacere_„ che abbia gustato nella città eterna; quando compone il
_Passero solitario_, _L'Infinito_, _La sera del dì di festa_, _Alla
Luna_, _Consalvo_, le poesie idilliache, elegiache, dove la tristezza
è composta, dove il dolore è indefinito, egli è un romantico come
tutti gli altri. I disinganni inevitabili ai troppo immaginosi, le
ferite inevitabili ai troppo sensibili, l'esperienza di alcuni dolori
reali, gli avrebbero fatto esprimere quella malinconia diffusa, quasi
grata, quasi soddisfatta di sè stessa, che i poeti e i novellieri e i
filosofi del suo tempo espressero concordemente. Egli sa che c'è, ed ha
realmente provata la malinconia dolce e grata; ma perchè i suoi dolori
non ebbero limite, perchè lo perseguitarono sino alla morte, perchè
egli non potè godere, questo sentimento che è come “un crepuscolo„
dà luogo alla malinconia “nera e solida„ che è “notte fittissima e
orribile.„ Guardate il dolente Chateaubriand: non ebbe egli i suoi
piaceri, le sue fortune, i suoi trionfi? Il suo pessimismo è pertanto
temperato. Un giorno egli scrive: “Ne désirons point survivre à nos
cendres, mourons tout entiers de peur de souffrir ailleurs. Cette
vie-ci doit corriger de la manie d'être.„ Non è la stessa idea che
informa tanta parte degli scritti del Leopardi? Ma lo Chateaubriand,
se arriva a concepirla, non la svolge, non la estende, non la sostiene,
non ne fa un articolo della sua fede; non la mette neppure in un libro,
l'annota in un manoscritto pubblicato dopo la sua morte; fate che, dopo
averla concepita, le sventure d'ogni sorta lo perseguitino ogni giorno
e lo schiaccino: egli vi tornerà sopra, la svilupperà, l'affermerà —
come ha fatto Giacomo Leopardi. Noi già notammo che questi non stima
sempre bella e buona la morte: perchè dunque la giudica “atra„, perchè
la chiama “abisso orrido, immenso?„ Perchè si duole che la vecchiezza e
la morte abbiano principio fin da quando

                        il labbro infante
    Preme il tenero sen che vita instilla,

e non si possano emendare dalla

    Nonadecima età più che potesse
    La decima o la nona, e non potranno
    Più di questa giammai l'età future?

Se egli fosse costantemente persuaso che la morte è un bene, il solo
bene, si dorrebbe così? Se si duole, ciò è perchè non sempre il suo
pensiero è tutto ottenebrato: vi sono momenti durante i quali egli
pensa che la morte è un male, il peggiore, con la vecchiezza che menoma
le potenze vitali delle creature; e pertanto che la vita è un bene
vero; che la vita dei giovani, calda, operosa, feconda, dischiusa a
tutte le impressioni della natura, confusa nel gran torrente della
vita universale, è il bene sommo, il miracolo dell'universo. E non
solo il rigore spaventoso del suo destino gli vieta di fermarsi in
questi concetti perchè brutalmente interrompe le sue tregue; non solo
l'esempio di tanti dolenti lo conferma nella sua tristezza; ma la
stessa disposizione della sua mente lo conduce alla negazione assoluta.
Forse, attenuate le sue disgrazie, il suo pessimismo non si sarebbe
attenuato in proporzione. Avendo cominciato a considerare la miseria
del mondo e la vanità delle cose, egli sarebbe arrivato, con minore
esperienza del dolore, a conclusioni non molto diverse. Per l'acutezza
della sua sensibilità egli doveva naturalmente esprimere un giudizio
disperato ad ogni impressione dolorosa; ma egli non era soltanto
sensibile, era anche riflessivo. Noi trovammo in lui un potente spirito
filosofico, l'attitudine, l'abitudine, il bisogno di procedere dal
noto all'ignoto, dal particolare al generale, dal fatto alla legge.
Una mente così logica non poteva credere che il dolore del quale egli
era vittima fosse un'eccezione, una rarità, una cosa tutta fortuita;
se l'uomo, se il poeta gli si ribellavano — come si ribellarono tante
volte — il filosofo doveva vedervi un fatto naturale, necessario;
e del fatto accertato doveva indagare la cagione, e trovarla in una
legge. Il filosofo, vedendo l'uomo penare, doveva guardarsi attorno
per considerare se queste pene fossero realmente singolari, se agli
altri uomini fossero proprio sconosciute; e osservando la vita e
leggendo le storie doveva scoprire che, esacerbato in lui, il dolore
è retaggio di ogni uomo. Egli udì i lamenti esalare dagli oppressi
petti dei suoi simili, in ogni tempo, in ogni luogo. Intorno a lui
egli trovò altrettanti fratelli in tutti i romantici. Classico, seppe
che gli antichi erano assuefatti a credere “che le cose fossero cose
e non ombre„ e la felicità “possibilissima a conseguire, anzi propria
dell'uomo.„ Ma se la visione della vita e del mondo fu un tempo
generalmente luminosa e serena, non per questo mancò l'esperienza
del dolore. Anche gli antichi sentirono quel che c'è d'incompiuto,
di manchevole, d'incerto nel destino umano, e conobbero l'enormità
del fato che ci sovrasta, e non furono esenti dalle lacrime; così il
Leopardi discoprì nella invidiata serenità dell'ideale pagano le ombre
che la velano; e discopertele affermò l'universalità del dolore.

Ecco: “il saggio Chirone, che era dio, coll'andar del tempo si annoiò
della vita, pigliò licenza da Giove di poter morire, e morì....
Or pensa, se l'immortalità incresce agli Dei, che farebbe agli
uomini.... Gl'Iperborei, popolo incognito, ma famoso; ai quali non
si può penetrare, nè per terra nè per acqua; ricchi d'ogni bene; e
specialmente di bellissimi asini, dei quali sogliono fare ecatombe;
potendo, se io non m'inganno, essere immortali, perchè non hanno
infermità nè fatiche nè guerre nè discordie nè carestie nè vizi nè
colpe, contuttociò muoion tutti: perchè, in capo a mille anni di vita,
o circa, sazi della terra, saltano spontaneamente da una certa rupe in
mare, e vi si annegano.„ Ancora: “Bitone e Cleobi fratelli, un giorno
di festa, che non erano in pronto le mule, essendo sottentrati al carro
della madre, sacerdotessa di Giunone, e condottala al tempio; quella
supplicò la dea che rimunerasse la pietà de' figliuoli col maggior bene
che possa cadere negli uomini. Giunone, invece di farli immortali,
come avrebbe potuto, e allora si costumava; fece che l'uno e l'altro
pian piano se ne morirono in quella medesima ora. Il simile toccò ad
Agamede e a Trofonio. Finito il tempio di Delfo, fecero istanza ad
Apollo che li pagasse: il quale rispose volerli soddisfare fra sette
giorni; in questo mezzo attendessero a far gozzoviglia a loro spese.
La settima notte mandò loro un dolce sonno, dal quale ancora s'hanno
a svegliare; e avuta questa, non dimandarono altra paga....„ Se favole
simili dimostrano che la morte non è un male, ma il premio più insigne;
hanno i filosofi antichi espresso molta fede nella vita? Seneca “non
trova contro al timore altro rimedio più valevole della considerazione
che ogni cosa è da temere.„ Il consiglio di Senofonte significa che
il godimento dei beni è poco grato se manca la speranza di maggiori
beni futuri: “consiglia che avendosi a comperare un terreno, si compri
di quelli che sono male coltivati; perchè, dice, un terreno che non è
per darti più frutto di quello che dà, non ti rallegra tanto, quanto
farebbe se tu lo vedessi andare di bene in meglio....„ Ma questa
aspettazione dei beni, questa ricerca della felicità, come è oggi
causa dei più amari disinganni, così era giudicata anticamente: secondo
Bione boristenite “i più travagliati di tutti sono quelli che cercano
le maggiori felicità.„ Bruto giudicò la virtù “una parola nuda„,
Teofrasto negò la gloria e disse che la morte sopravviene non appena
l'uomo comincia a vivere; gli stoici insegnarono che per ottenere la
felicità non c'è altra via che rinunziarla; Virgilio “contro l'uso
dei Romani antichi, e massimamente di quelli d'ingegno grande, si
professa desideroso della vita oscura e solitaria; e questo in una
cotal guisa, che si può comprendere che egli vi è sforzato dalla sua
natura, anzi che inclinato; e che l'ama più come rimedio o rifugio,
che come bene.„ Ma come enumerare tutti gli antichi dolenti? Tristano,
vedendo rifiutata da tutti la sua filosofia dolorosa, crederà che sia
di sua propria invenzione: “ma poi, ripensando, mi ricordai ch'ella era
tanto nuova, quanto Salomone e quanto Omero, e i poeti e i filosofi
più antichi che si conoscano; i quali tutti sono pieni pienissimi
di figure, di favole, di sentenze significanti l'estrema infelicità
umana; e chi di loro dice che il meglio è non nascere, e per chi è
nato, morire in cuna; altri, che uno che sia caro agli Dei, muore
in giovinezza; ed altri altre cose infinite su questo andare.„ E se
Porfirio pensa di uccidersi, non trova forse antichi esempi di uomini
che vollero morire “per tedio solamente, e per sazietà dello stato
proprio.... quali erano coloro che udito Egesia, filosofo cirenaico,
recitare quelle sue lezioni sulla miseria della vita; uscendo dalla
scuola andavano e si uccidevano; onde esso Egesia fu detto per
soprannome _il persuasor di morire_?...„

Certamente gli antichi lodarono anche moltissimo la vita; come la
lodano anche i moderni: ad ora ad ora il pianto cessa, gli occhi
brillano, i canti di gioia riecheggiano; ma che cosa concludere?
Che vi sono due leggi, una del dolore, un'altra del piacere? Le
leggi particolari sono molte; ma dev'essercene pure una generale,
universale, la legge delle leggi, la chiave del mistero. L'appetito
di scienza che è in Leopardi filosofo non resta appagato se dalle
leggi particolari egli non assorge all'ultima, o alla prima, all'unica
certamente dalla quale tutte le altre dipendono. Ma questa verità
fondamentale nessun uomo l'ha scoperta, nessun uomo la può scoprire;
guardate: se uno s'affanna troppo a cercarla, la scienza moderna
lo chiama pazzo, lo giudica affetto da follia metafisica!... Tale
è veramente la condizione dell'intelletto umano: che esso, o deve
rinunziare a comprendere tutta quanta la verità, o deve appagarsi
di una verità non tutta vera. Il Leopardi passa dalla considerazione
del proprio dolore a quello degli altri uomini, dei vivi e dei morti;
logicamente collega tutti i fatti che lo dimostrano; da filosofo segue
“indefessamente con l'occhio dell'intelletto un ordine di verità
connesse tra loro a mano a mano„, ed arriva alla legge del dolore
universale, necessario, eterno, infinito, inconsolabile. Ma egli pur
sente d'avere esagerato. La sua teoria non è equa, come non sono state
eque tutte le altre d'invenzione umana; ed egli stesso implicitamente
lo riconosce. Filippo Ottonieri “stimava che una buona parte degli
uomini, antichi e moderni, che sono riputati grandi o straordinari,
conseguirono questa riputazione in virtù principalmente dell'eccesso
di qualche loro qualità sopra le altre. E che uno in cui le qualità
dello spirito sieno bilanciate e proporzionate fra loro; se bene elle
fossero o straordinarie o grandi oltre modo, possa con difficoltà far
cose degne dell'uno o dell'altro titolo, ed apparire ai presenti o
ai futuri nè grande nè straordinario.„ Un uomo veramente, esattamente
equilibrato, che volesse e sapesse tenere conto preciso di tutto, non
solo non farebbe cose grandi o straordinarie, ma non ne farebbe neppur
piccole, non farebbe niente. Tutti i nostri giudizii sono parziali,
partigiani, appassionati, monchi; ma chi si spaventasse di questa
necessità dovrebbe continuamente tacere. Poichè il silenzio continuo
e la rinunzia totale sono impossibili in qualunque uomo, e più che
impossibili, assurdi in un ingegno, in un genio come Giacomo Leopardi,
questi formulerà postulati dei quali, mentre l'amor proprio vuole
che si riconosca l'esattezza, la ragione denunzia inconsapevolmente
l'esagerazione, perciò la falsità. Tutte le volte — e come vedemmo
non sono poche — che egli riconosce il nesso tra la sua vita e la
sua filosofia, non viene a dire, indirettamente, che la sua filosofia
sarebbe diversa se egli avesse avuto un altro destino? E questo nesso
che c'è in lui, non c'è in ogni uomo? Quindi tutte le filosofie
non sono relative e, per qualche lato, false? Egli che ha fatto
tante distinzioni tra uomini ed uomini e che si è tanto lagnato del
proprio destino, afferma pure “questa massima riconosciuta da tutti i
filosofi, la quale ti potrà consolare in molte occorrenze; ed è che la
felicità e l'infelicità di ciascun uomo (esclusi i dolori del corpo) è
assolutamente eguale a quella di ciascun altro, in qualunque condizione
o situazione si trovi questo o quello. E perciò, esattamente parlando,
tanto gode e tanto pena il povero, il vecchio, il debole, il brutto,
l'ignorante, quanto il ricco, il giovane, il forte, il bello, il dotto:
perchè ciascuno nel suo stato si fabbrica i suoi beni e i suoi mali;
e la somma dei beni e dei mali che ciascun uomo si può fabbricare è
uguale a quella che si fabbrica qualunque altro.„ Ma, come abbiamo
visto che lo Chateaubriand non mette nelle sue opere la sentenza
disperatissima sulla necessità della morte totale senza speranza di
vita futura, così il Leopardi non sviluppa nei suoi scritti il più equo
e consolante giudizio: lo esprime soltanto in una lettera alla sorella.
Una critica meschina ed arrogante ardisce cogliere in fallo queste
grandi anime, e presume di veder meglio di loro e più a dentro. Esse
vedono e sanno tutto; ma naturalmente tutti i concetti non sono e non
possono essere concordi; e fra i moltissimi bisogna pure scegliere. Il
Leopardi ha visto prima che i suoi censori quel che si può e si deve
dire contro la sua filosofia disperata; leggete il suo epistolario:
vedrete che egli vi appare meno pessimista che non nelle opere. Certo
l'esagerazione è biasimevole; ma non è altrettanto necessaria? Ecco:
per il suo bisogno di risolvere i formidabili enimmi della vita e della
morte lo hanno giudicato infermo di follia metafisica; se egli avesse
temperato il suo pessimismo, se avesse dato forza agli argomenti con
i quali sente di poterlo combattere, avrebbero provato che in lui c'è
anche la follia del dubbio.

Per fortuna questa accusa almeno non gli può esser mossa. Non ostante
le contraddizioni inevitabili, egli non dubita. È un appassionato,
un operoso ridotto contro sua voglia a discutere, ma inconsolabile
per essersi dovuto restringere ai semplici ragionamenti; tutta la
forza della sua volontà è concentrata nella sua fede — negativa,
ma incrollabile. Nel negare, egli mette lo slancio mistico dei suoi
pii antenati. Non che dubitare della sua credenza al rovescio, egli
l'afferma vivacemente, e sdegnosamente protesta contro chi ne vuol
scemare il valore, riducendola a un effetto dei suoi dolori. E non
ha torto: la sua filosofia, se è derivata dall'esperienza, è anche
scaturita dalla ragione. Ma un pessimismo soltanto filosofico e
speculativo interesserebbe i pensatori, lasciando freddi tutti gli
altri. Il pessimismo del Leopardi non è freddo, perchè il filosofo è
accompagnato in lui dal poeta; e non è falso, perchè la speculazione è
accompagnata dall'esperienza. Il filosofo che nega è anche un uomo che
soffre. Perciò egli fu, è e sarà sempre creduto.

Egli fu, è e sarà sempre ammirato perchè ha saputo definire tutti gli
aspetti del dolore umano con una forma che eccita il più grande, il
più puro, il più raro piacere. — Questo pessimismo suo, quantunque
sembri totale e insanabile, ammette un temperamento ed offre un
conforto. Egli preferisce la morte alla vita; ma la morte non consola
la vita, la distrugge: la consolazione è nell'Arte. Per quella stessa
ragione che la gioventù e l'amore sono le sole cose delle quali egli
si loderebbe, l'arte è la sua consolazione. Amore e gioventù vivono di
amene illusioni, che la vita pur troppo distrugge: l'arte crea tutto
un mondo ideale contro il quale la realtà non può nulla: in mezzo
alle peggiori disgrazie, tra i disinganni più atroci, l'artista può
rifugiarvisi. Ed egli vi si rifugia. La sua gioventù è finita prima
di cominciare; nessuna donna lo ha amato; i mali lo assediano; ma il
suo pensiero vive ed opera ad ora ad ora, e l'arte gli concede tutte
le sue grazie. Essa è per lui divina. Giudicata “inevitabile„ l'umana
infelicità, egli trova un conforto negli “studi del bello.„ Se la vita
degli uomini è tutto un ozio perchè tutto è vanità, l'arte, che pare
esercitarsi intorno a cose vane, è invece la sola attività utile,
perchè essa sola compensa la tristezza della realtà con la letizia
delle fantasie. Questo è un invertimento del giudizio comune: che
importa, se l'infelice ottiene per esso un sollievo e si riconcilia con
la vita e quasi benedice quella natura che aveva già maledetta?


  FINE.



  INDICE


                            PARTE PRIMA.
                              L'UOMO.

  _L'indole:_      I. Il sentimento poetico              Pag.   1
                  II. Lo spirito filosofico                    11

  _L'educazione:_     Classicismo e romanticismo               23

  _L'esperienza:_  I. La salute                                52
                  II. L'amore                                  65
                 III. La famiglia                              94
                  IV. La patria                               152
                   V. La gloria                               177

                            PARTE SECONDA.
                             IL PENSIERO.

  _Il pessimismo:_ I. L'illusione                             193
                  II. La misantropia                          212
                 III. Lo scetticismo                          224
                  IV. La morte                                237

  _L'ironia_                                                  245

  EPILOGO                                                     278



  OPERE DI FEDERICO DE ROBERTO
  (Edizioni Treves).

  _Le donne, i cavalier'_.... Edizione di lusso, in-8,
    illustrata da 100 incisioni                            L. 12 —
  _I Vicerè_, romanzo. 2 vol.                                 10 —
  _Una pagina della storia dell'amore_                         3 50
  _L'illusione_, romanzo                                       3 50
  _La sorte_, novelle                                          3 50
  _La messa di nozze_, romanzo                                 5 —
  _L'albero della scienza_, novelle                            4 —
  _Al rombo del cannone_                                       5 —
  _All'ombra dell'olivo_                                       6 —
  _Ironie_, novelle                                            4 —
  _Leopardi_                                                   7 —



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Leopardi" ***

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