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Title: L'Incendiario - col rapporto sulla vittoria futurista di Trieste
Author: Palazzeschi, Aldo
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "L'Incendiario - col rapporto sulla vittoria futurista di Trieste" ***

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                         _PROPRIETÀ LETTERARIA_

   Milano 1910 — SOCIETÀ ANONIMA POLIGRAFIA ITALIANA — Via Stella, 9



                            ALDO PALAZZESCHI


                             L'Incendiario


                             _COL RAPPORTO_
                       _SULLA VITTORIA FUTURISTA_
                              _DI TRIESTE_



                           EDIZIONI FUTURISTE
                              DI “POESIA„
                         MILANO — VIA SENATO, 2
                                  1910



Opere di ALDO PALAZZESCHI:


  _Poesia_:

  I CAVALLI BIANCHI — (Esaurito).
  LANTERNA — (2ª ediz.). _Edit. Cesare Blanc,
    Firenze_                                           L. 2. —
  POEMI — _Editore Cesare Blanc, Firenze_              L. 5. —

  _Romanzo_:

  RIFLESSI — _Editore Cesare Blanc,
    Firenze_                                           L. 2. —

  _In preparazione_:

  SIGNOR PERELÀ — Romanzo.



RAPPORTO

sulla vittoria del Futurismo a Trieste.


Il nostro treno corre verso Trieste, rossa polveriera d'Italia.

Oh! rabbia di sentirci, noi, poeti futuristi, portatori d'idee
esplosive, demolitori della vecchia Italia, imprigionati in uno
scompartimento come aquile in una gabbia.... Ma le anime nostre
s'avventano nel buio, precedendo la locomotiva che si sforza di
seguirci.

Non è lontano il giorno in cui per forza si dovranno constatare sui
nostri cadaveri ammonticchiati la straziante sincerità del nostro
programma e la tragica serietà della nostra violenza. Questo però non
c'impedisce di essere allegri, pazzamente allegri, questa sera, non
foss'altro che per schernire la lentezza del treno sgangherato che ci
trasporta, scricchiolando per tutta la sua nera ossatura, battendo i
denti sonori, trascinando le ferree pantofole e sdraiandosi in tutte
le stazioni come un ubbriaco nella luce vinosa di tutte le bettole:
Treviglio, Brescia, Verona....

— Bando alla musoneria e alla gravità!

— Noi andremo alla guerra danzando e cantando.

— Ecco Vicenza.... Questa nebbia puzza di vecchia beghina! osserva Aldo
Palazzeschi.

— Attraversiamo infatti l'anima tabaccosa e ammuffita del senatore
Fogazzaro.... Che schifo!

Centinaia di fanali elettrici sfilano davanti a noi, a destra e a
sinistra.... Sono i nostri luminosi sputacchi futuristi, lanciati nelle
tenebre immonde.

All'alba, il confine: tragici burroni sassosi, probabile teatro di una
battaglia di domani. Ognuno di noi già si sceglie, muto, il suo posto
di combattimento.

Cormons, Miramar.... ed ecco il mare Adriatico, grigia immensa bandiera
spiegata, che palpitando aspetta dal sole i suoi tre colori trionfali.

Finalmente, Trieste!... Un crepitare di grida infiammate, un
lampeggiante scoppiare di urrah! Tutti i nostri amici son venuti ad
aspettarci. Cento mani appassionate si tendono verso di noi.... Cento
sguardi ebbri e inebbrianti cercano febbrilmente fra noi l'unico dio
invisibile: l'esaltante vessillo italiano!


Alle sette di sera, dietro al sipario del Teatro Rossetti, noi
contendiamo i lembi tricolori di una poesia al capo della polizia
austriaca, pettoruto e bardato di decorazioni, mentre una folla
torrenziale inonda fragorosamente le gallerie....

Quando ci mostriamo finalmente alla ribalta, tutto il popolo di
Trieste è davanti a noi.... tutto, con l'ardente gioventù dei suoi
maschi bellicosi, con lo scintillìo di eleganza parigina che dà
risalto alla flessuosità appassionata delle sue donne. A destra, in
un palco, la grazia felina e squisitamente spirituale di Delia Benco,
scrittrice ispirata, dallo stile affascinante come la sua _toilette_
artisticamente originale. Con lei è Silvio Benco, l'illustre e grande
romanziere del _Castello dei desideri_. Nello stesso palco, Willy Dias,
la geniale scrittrice di cento indimenticabili novelle, e la bellissima
signora Ciatto. In un palco più vicino alla scena, la superba figura,
romantica e notturna, di Nella Doria Cambon, poetessa dal volo pensoso
e nostalgico. Le sta al fianco l'amica nostra Elda Gianelli, poetessa
che inneggiò recentemente al verso libero con ala di genio.

In platea, la signorina Haydée, la scrittrice ben nota che tanto
onora Trieste col suo versatilissimo ingegno; il dottor Prezioso,
grande patriota, giornalista-principe, dominatore di pensieri e di
folle; il direttore dell'_Indipendente_, Zampieri, fortissimo campione
dell'irredentismo; il dottor Cimadori, il poeta Riccardo Pitteri, il
dottor Spadoni, Carlo Banelli, l'avvocato Costellos, presidente della
Società Filarmonica, l'ingegnere Menesini, il poeta futurista Luigi
Crociato, il poeta Cesare Rossi, e moltissimi altri notabili della
città.

Fuori, rumoreggia violentemente la marea d'un migliaio di persone, tra
le fetide dighe dei poliziotti.

Ci sono dei professori, dei pedanti, degl'invalidi, nella sala? Noi non
li vediamo.... Silenzio di Corte d'Assise nel momento della sentenza,
o, piuttosto, silenzio di profondità sottomarine, ove io scaglio le
frasi del mio discorso, come siluri contro le vecchie galere romane che
beccheggiano invisibili sul fluttuare del pubblico:


  _AMICI, NEMICI FORSE!_

  _Giudico necessario premettere alcune brevissime spiegazioni alla
  nostra declamazione di poesie futuriste._

  _Anzitutto, che cosa vuol dire _Futurismo_? In termini molto
  semplici, _Futurismo_ significa odio del passato_.

  _Noi ci proponiamo infatti di combattere energicamente e di
  distruggere il culto del passato, ed obbediamo in ciò all'istintivo
  bisogno di difendere le nostre forze vive, che vogliono liberamente
  ed interamente esplicarsi prima di estinguersi._

  _Considerate che il numero dei grandi uomini defunti è quasi
  infinito: sono eserciti formidabili di genii morti, ormai
  indiscussi, che accerchiano e schiacciano la esigua legione dei
  vivi. — A quelli e per quelli, tutto è concesso: libere le strade,
  spalancate le porte, profuso il denaro. — I vivi, invece, non
  raccolgono che dileggi, insulti, calunnie, e patiscono la fame!_

  _Nella repubblica dell'arte, particolarmente, coloro che difendono
  ed esaltano i morti, lo fanno per una subdola vigliaccheria e per
  l'invidia che ispirano loro gli uomini veramente vivi._

  _Si uccide un poeta giovane e forte, scaraventandogli addosso la
  mummia cartacea di un grande poeta morto da cinquecent'anni. Gli
  editori cestinano i manoscritti di un genio affamato, per prodigare
  il loro denaro nella ristampa di capolavori d'epoche lontane. I
  miliardari sprecano somme favolose nella compera di cose che non
  hanno altro valore che quello di essere corrose e consunte dal
  tempo._

  _Si esumano musiche fredde e soporifere, statue insignificanti, tele
  tarlate e annerite, mentre musicisti, scultori e pittori viventi
  aspettano invano, nel buio di una sordida miseria, il divampare
  vittorioso delle loro creazioni. Quando non si può uccidere un
  giovane con un cadavere esumato, gli si scagliano attraverso le
  gambe dei vecchi rimbambiti, dei fantocci rispettati, o degli
  stomachevoli opportunisti._

  _È perciò che noi, nell'arte, nella politica, e, insomma, in ogni
  manifestazione di vita, combattiamo brutalmente la religione del
  passato e il rispetto di tutto ciò che è antico._

  _Proclamiamo cretina la massima: _«in medio stat virtus»_, e odiamo
  tutti i mezzi termini. Disprezziamo e combattiamo tutte le forme
  di obbedienza, di docilità, d'imitazione, i gusti sedentari, e
  glorifichiamo invece i nomadi, i refrattari e le grandi belve
  libere._

  _Disprezziamo e combattiamo le maggioranze avvelenate e corrotte
  dal potere, i divieti dell'opinione corrente i luoghi comuni della
  morale e della filosofia._

  _Nel campo letterario propugnamo l'ideale di una grande e forte
  letteratura scientifica, la quale, libera da qualsiasi classicume,
  da qualsiasi purismo pedantesco, magnifichi le più recenti scoperte,
  la nuova ebbrezza della velocità e la vita celeste degli aviatori._

  _La nostra poesia è poesia essenzialmente e totalmente ribelle alle
  forme usate. Bisogna distruggere i binari del verso, far saltare
  in aria i ponti delle cose già dette, e lanciare le locomotive
  della nostra ispirazione, alla ventura, attraverso gli sconfinati
  campi del Nuovo e del Futuro! Meglio un disastro splendido, che
  una corsa monotona, quotidianamente ripresa! Già troppo a lungo
  furono sopportati i capi-stazione della poesia, i controllori di
  strofe-letto, e la stupida puntualità degli orari prosòdici._

  _In politica, siamo tanto lontani dal socialismo internazionalista
  e antipatriottico — ignobile esaltazione dei diritti del ventre —
  quanto dal conservatorume pauroso e clericale, simboleggiato dalle
  pantofole e dallo scaldaletto._

  _Noi esaltiamo il patriottismo, il militarismo; cantiamo la
  guerra, sola igiene del mondo, superba fiammata di entusiasmo e
  di generosità, nobile bagno di eroismo, senza il quale le razze si
  addormentano nell'egoismo accidioso, nell'arrivismo economico, nella
  taccagneria della mente e della volontà._

  _Disprezziamo e combattiamo la tirannia dell'amore, che specie nei
  popoli latini, falcia le energie degli uomini d'azione. Combattiamo
  il rancido sentimentalismo, l'ossessione dell'adulterio e della
  conquista femminile, nel romanzo, nel teatro e nella vita. Vogliamo
  insomma sostituire, nelle immaginazioni, giovanili, alla figura
  stucchevole del Don Giovanni, quelle violente e dominatrici di
  Napoleone, di Clémenceau e di Blériot._

  _Tutto ciò, naturalmente, contraria ed esaspera le maggioranze;
  ma noi Futuristi, noi Estrema Sinistra della letteratura, ce
  ne rallegriamo, poichè solo temiamo le facili approvazioni e
  gl'insipidi elogi dei mediocri._

  _Sicuri e convinti che nulla vi sia di più facile e di più
  spregevole insieme che il piacere al pubblico, solleticandone i
  gusti volgari, noi preferiamo piacere soltanto al nostro ideale, e,
  al pubblico ostile, non domandiamo che fischi!_


Uno scoppio formidabile di applausi.... Le carene del passato si
sfasciano nella risacca sbatacchiante delle mani entusiasmate.

Ed ecco Armando Mazza, dal gran corpo atletico, avanzarsi come un
lottatore. La sua voce tonante sfonda le pareti del teatro e sembra
coprire tutto il mondo delle nostre prime volontà futuriste. In verità
i saggi mummificati, i custodi del buon senso e tutti coloro che
portano sulla schiena la loro poltrona come le testuggini il guscio, si
sentono schiacciati dal passo di quel gigante che con alte grida chiama
alla riscossa gl'incendiarii.

Abbasso i musei! Riseppelliamo i morti! Glorifichiamo la violenza!
Viva la guerra! Morte ai pacifisti! Abbasso le maggioranze sedentarie!
Gloria alle belve!... Altrettanti pugni roventi nei petti freddolosi
dei Passatisti, arbusti scarniti e contorti dalla lava sui fianchi di
un vulcano!

Poi, i poeti futuristi, uno dopo l'altro, con una disinvoltura da
studenti in baldoria, versano a fiotti il rosso vino della sublime
poesia in tremila coppe invisibili, tese freneticamente a volerlo.

Ma, ad un tratto, scoppia un gran baccano e s'accende un parapiglia
infernale.

Si urla allo scandalo; mani di spettatori naufraganti si aggrappano
alle poltrone; altre stringono disperatamente rotonde calvizie,
come se abbrancassero il mondo per salvarlo. Occhi moribondi cercano
ansiosamente dei crocifissi introvabili. Cresce il tumultuare della
calca: è la grande insurrezione delle mummie. Non una italiana:
tutte austriache o _leccapiattine_. Ma la possente gioventù trionfa.
Tutti i maschi sono in piedi, e coi pugni, con gli scoppi della voce,
costringono i morti a ricoricarsi nei loro scanni tombali.


Il soffio dell'entusiasmo ci spinge fuori e ci trasporta per le vie di
Trieste.

Entriamo nel _Caffè Milano_, fornace da cui si sprigionano e scattano,
investendoci, i tizzoni in fiamme dei più entusiastici urrà! Sulla
grande tavolata fraterna, il sangue delle gote, il fuoco delle voci, i
vermigli fermenti della poesia e del patriottismo.... Aldo Palazzeschi
dice con raffinata sapienza le sue belle poesie: _Villa Celeste_, _La
Regola del Sole e Palazzo Mirena_, contenute in questo volume. Poi
Armando Mazza è costretto a declamare per la terza volta il celebre
_Manifesto_. Tutti gli alcool traboccano, scorrono e s'incendiano.
Sorge un giovane dagli occhi elettrizzati d'ingegno, che clama la sua
professione di fede futurista, la sua ardente simpatia pel nostro
movimento di ribellione contro il passato.... Tutti lo ascoltano
intenti, ed egli, invaso da un furore ispirato, scarica in alto mille
idee paradossali, come tanti razzi sguscianti senza posa da una botte
pirotecnica. Quell'uomo è il forte poeta triestino Mario Cavedali.

Intorno a lui si affollano moltissime altre figure bellicose di
pubblicisti, di letterati, di artisti: i valorosi patrioti fratelli
Tamaro, redattori dell'_Indipendente_, il fervido giornalista Mario
D'Osmo, l'inesauribile _pince-sans-rire_ Doro Finzi, il maestro
Saragoz, Barison, l'insuperabile violinista, il geniale poeta Arturo
Bellotti, Oberdorfer, l'energico segretario e difensore dell'Università
del Popolo, l'elegantissimo De Sala, corrispondente del _Figaro_, il
biondo e simpatico Paolo Zampieri, Augusto Datta, il poeta Dolcetti,
Mario Alberti, Guido degli Sforza, Gualtiero Finzi, ed altri ed altri
ancora.

Si odono a quando a quando le schioccanti risate dello spiritosissimo
Nordio. Si alza l'avvocato Tedaldi, che declama un'ode del Carducci con
emozione di cuore, efficacia di gesto e tonante forza di voce.

Usciamo dal _Caffè Milano_ per portare la nostra focosa anima italiana
entro il covo notturno degli ufficiali austriaci: l'_Eden_.


Vi troviamo invece molti ungheresi che accompagnano con gesti e con
danze un'impetuosa zuffa di violini tziganeschi. Essi ci salutano
clamorosamente, inneggiando alla liberazione dell'Ungheria e di
Trieste, e — allegri martiri del patriottismo — si torcono sulla sonora
graticola del _cembalum_, sotto le rabbiose sferzate dei violini.

Gioia, follia e guerra!

Alcuni ufficiali austriaci, in un angolo, hanno l'itterizia della loro
bandiera.

Quando usciamo, una frenetica ebbrezza goliardica e gaiamente vandalica
agita la nostra irruente colonna.

Noi, futuristi, proclamiamo senz'altro la morte della saggezza,
l'ignominia della parola _prudenza_.... Guai a chi non è capace di
audacie teppistiche! Guai a chi, ogni notte, non si sente signore
assoluto della città e gonfio di disprezzo per coloro che dormono!

In lunga fila indiana, camminiamo prima rapidamente e poi ci slanciamo
a passo di corsa, formando festoni rumorosi e beffardi intorno alle
facce lorde dei poliziotti, vespasiani ambulanti.

Così correndo, giungiamo al Molo San Carlo. Un gran veliero che fora
le nuvole coi suoi tre alberi altissimi.... Fin dove salgono, quegli
alberi? Bisogna pur saperlo!... Su! Su!... Chi potrebbe impedirci di
seguirne l'acuto slancio verso il cielo? Che importa se il veliero
oscilla, se il sartiame miagola al soffio rovesciante della bora?...
E ci arrampichiamo su per l'albero maestro, in cerca di nidi di
stelle.... Di lassù, ci sarà forse anche dato di scorgere all'orizzonte
i fanali della formidabile squadra di Bettolo, a cui forse giungeranno
le nostre grida di ansiosa chiamata!


Ci si avvia verso Servola, i cui fumi biancastri laggiù, sembrano
pilastri enormi eretti a sostenere le rosseggianti vôlte della
notte.... Lieti come scolari in libertà, ci agitiamo intorno alle pance
fuligginose delle ferriere, che partoriscono muraglie di bragia...
Grida di vittoria erompono dai nostri petti.... Finalmente, le più
folli immagini futuriste si realizzano: ecco edifici di fuoco che
camminano, si sventrano e rovesciano a terra viscere di topazi e di
rubini!

Noi assistiamo così alla fusione del nuovo sole futurista, più
colorato, più fantastico, più caldo del vecchio sole di ieri. Ne
sorvegliano l'immane colata incandescente i mostruosi camini, giganti
burberi, impennacchiati di fumo che nemmeno si sentono passar tra i
piedi le stridule fughe dei treni, sorci di ferro spaventati....

Oh! come invidiamo le case appollaiate sulle colline circostanti,
le case attente a cui la gioia ubbriacante del fuoco incendia gli
occhi ogni notte. Come invidiamo le nuvole dalle facce accaldate e
l'orizzonte marino solcato da lunghi riflessi scarlatti!


A Trieste, i giovani non dormono mai. Igienica insonnia, che ci fa
divorare il gran pranzo futurista offertoci dagli amici e servito
spiritosamente a rovescio, così:

  _Caffè_
  _Dolci memorie frappées_
  _Frutta dell'Avvenire_
  _Marmellata di gloriosi defunti_
  _Arrosto di mummia con fegatini di professori_
  _Insalata archeologica_
  _Spezzatini di passato con piselli esplosivi in salsa storica_
  _Pesce del Mar Morto_
  _Grumi di sangue in brodo_
  _Antipasto di demolizioni_
  _Vermouth_.

Dappertutto, nelle sale sontuose della _Filarmonica_, nei
salotti intellettuali, nei ritrovi mondani, le dame rivaleggiano
nell'accoglierci con regale e squisita cortesia, affascinate piuttosto
che sgomentate dalla violenza incendiaria delle nostre volontà
futuriste.

Partiamo a malincuore, ma già rivolto lo sguardo ad altri campi di
battaglia, e Trieste ci accompagna al treno acclamandoci ancora con le
voci squillanti dei suoi cento figli più eletti, che galoppano intorno
alla nostra carrozza, e ci salutano col grido di _Viva l'Italia!_ _Viva
il Futurismo!_

                                                   _F. T. Marinetti._



Le fanfare della stampa


                       Il Futurismo e i Futuristi
                               difesi da:

                Silvio Benco, Elda Gianelli, A, Bellotti
           Paolo Arcari, A. Scocchi, V. Cuttin, Augusto Datta
                    G. Giacomelli, A. Tamanini, ecc.


TRIESTE ELETTRIZZATA.


SILVIO BENCO

presenta i futuristi nel “Piccolo„.

Serata di poesia futurista: la chiamano veramente i manifesti e gli
striscioni apparsi in gran numero a tutte le cantonate della città.
Infatti i sei giovani poeti che reciteranno mercoledì i loro versi al
Politeama Rossetti hanno accettato come insegna del loro sodalizio il
manifesto del futurismo lanciato l'anno scorso dal Marinetti: del quale
manifesto molto si rise e molto si discusse, e si rise perchè veramente
andava oltre a ogni seria intenzione di rinnovamento letterario; e
si discusse perchè spalancava ambo le porte a un problema che è forse
il supremo problema della letteratura: è fatale che l'arte si atteggi
sempre conforme al passato, e si giudichi sempre con le opinioni che
furono del passato? ovvero non deve trarre essa i suoi impulsi dalle
concitazioni della vita moderna, e giudicarsi a norma delle aspirazioni
che ciascuno di noi ha verso il futuro?

Il manifesto del futurismo premette dunque una contraddizione alla
legge del perpetuo ritorno di ciò che fu; e se questa è una legge, esso
contiene un'illusione o un inganno, se no è una legge, esso contiene,
in forme brutali, un'enunciazione di verità. Il che non può decidersi
dopo un anno dall'apparizione del manifesto, e mentre il mosto fermenta
e non si è fatto vino. Non giudichiamo dunque il futurismo che allo
stato di ebollizione; limitiamoci a presentare i futuristi che sono
allo stato solido di personalità: uno di essi, e il loro capo, F. T.
Marinetti, non ha più nemmeno bisogno di presentazione; poichè già
lo conosce il nostro pubblico come un poeta d'impulso e di fervida
fantasia: all'opera sua nell'ultimo anno non aggiunse che un dramma,
_Les poupées électriques_, inventato molto ingegnosamente sul tema
delle segrete affinità delle anime che sì sostituiscono inconsce l'una
all'altra, dapprima nell'indeterminatezza delle commozioni psichiche,
poi nella concretezza delle sensazioni. Non è necessario nemmeno
presentare il giovane siciliano Federico De Maria, che fu l'anno
scorso fra i lettori dell'Università del popolo: il suo libro _La
leggenda della vita_, scritto quasi tutto in versi liberi, ma con rime
e assonanze e ricchezza di melodia, lo rivelò come uno dei poeti che
meglio fanno suonare il lor pensiero nella armoniosità della lingua
nostra.

Una sorpresa per il pubblico potrebbe essere Paolo Buzzi, il più
complicato temperamento del gruppo. Vasto intelletto; volontà ambiziosa
e tenace che lo disciplina a una costanza di lavoro quasi sovrumana;
gusto non ancora purificato, non ancora naturalmente sensibile alle
proporzioni di ogni opera d'arte, qualunque essa sia. È milanese.
Sorse anni or sono, vincitore di un concorso letterario della rivista
_Poesia_, con un romanzo, _L'esilio_, dove aveva cercato di mettere
tutta la sua mente: e poichè la mente era vasta, il romanzo uscì in tre
volumi. Troppo; non tutto aveva lo stesso valore; ma c'erano capitoli
mirabili per verità e ricchezza di colore, per lucida esposizione di
idee, per trascrizioni d'una vorticosa vita fantastica. La stessa
impressione d'un uomo che ha molte cose da dire si riceve dal suo
volume di versi _Aeroplani_. Il contenuto ne è più denso, più vario
che nei consueti libri di versi; la vita delle città vi è vissuta con
una anima complessa d'uomo che sente dentro di sè una folla; la natura
vi è descritta con colori che paiono e sono nuovi soltanto perchè
sono più esatti. Ma anche qui regna talvolta il disordine, la febbre
dell'improvvisare, l'irriflessione, la mancanza di associazione delle
idee e di continuità delle forme; è un vigoroso e penetrante ingegno
non ancora tanto padrone della sua vita strabocchevole da placarla in
un'opera d'arte.

Enrico Cavacchioli invece, è un artista: cesella le strofe, e le
fonde nello stampo del bronzo; scrive di rado in versi liberi come i
suoi compagni, e non sono i suoi versi migliori. La sua originalità
è fatta di precisione: precise le visioni, per quanto strane, morbose
e macabre; preciso il vocabolo; preciso e ben ponderato il suono. Se
qualche suo componimento ha la forza dell'allucinazione, la ricava
dalla saldezza, dall'incisività di ogni segno tracciato dal suo stile
acuto ed acre.

Di Aldo Palazzeschi confessiamo di non conoscere che una poesia, ma
bellissima: _La regola del sole_. È scritta con una espressione di
candore e di umiltà appropriata alla visione ingenua; con un ritmo da
fiaba, morbidamente irregolare e dolcemente monotono. Ricorda, per la
ispirazione e per le forme, il Maeterlinck della prima maniera: _Les
sept princesses_. Ma non si può dire che lo imiti; fa una propria opera
d'arte, molto limpida, molto chiara, interessante. Infine Armando
Mazza, poeta pur lui, ci è annunziato come un magnifico dicitore
di versi, e come tale ebbe gran plauso a Palermo. Egli reciterà non
soltanto le proprie poesie, ma anche quelle d'altri futuristi: Libero
Altomare, Corrado Govoni, e infine di colui che questa pleiade di poeti
venera come il suo sole: Gian Pietro Lucini, un poeta lombardo che da
più di vent'anni vive in continuo arricchimento e in continuo rigurgito
del pensiero e in indefesso fermento e che ha scritto, tra dieci libri,
in una forma di versi inventata da lui, un fervido, caleidoscopico
poema di evocazione del settecento filosofico e lussurioso: _La
prima ora de la Accademia_. Egli, per vero, si schermisce dall'essere
futurista; ma i futuristi dicono che è il loro padre. Già, ogni futuro
ha un passato.

                                                      _Silvio Benco._


ELDA GIANELLI

presenta i Futuristi nell'“Indipendente„.

Dei sei poeti futuristi che Trieste intellettuale è chiamata a sentire
domani a sera — e sappiamo ben viva la curiosità del nostro pubblico
— Aldo Palazzeschi è uno dei più giovani. Pure egli ha al suo attivo
parecchi volumi: _I Cavalli Bianchi_, _Lanterna_ poemi; _Riflessi_
romanzo. Annunzia: _Il Codice di Perelà_, e intanto raccoglie l'eco
della critica giornalistica sui _Poemi_, ampio volume di aristocratica
edizione fiorentina.

Trovai, tornando appunto da Firenze, i _Poemi_, l'estate passata; e non
ebbi agio nella stagione di segnalarli ai lettori dell'_Indipendente_;
i quali, di quelli della modernissima scuola, conoscono già da lungo
F. T. Marinetti il duce, come i giovani chiamano mano il direttore
di _Poesia_: il _principe dei guerrieri_, come lo chiama Paolo Buzzi
dedicandogli il suo inno alla guerra. Ed è infatti una guerra che
i giovani combattenti per l'avvenire dell'arte sostengono. Questi
giovani sono i primi, contrariamente a tutta la violenza del programma
futurista, a riconoscere, a salutare la bellezza del passato che fu
bellezza. Il loro odio è per le muffe, che mai sono state altro, e
ostentano sempre, in tutti i rami dell'arte e della vita, il più feroce
misoneismo, e vorrebbero soffocare ogni nuova germinazione, ciechi
contro nuovi colori e nuove forme, solo perchè non corrispondono
a colori e forme catalogate e lustre della patina del passato;
disperatamente sorde contro ogni nuova armonia incomprensibile
all'ovatta dei loro orecchi.

Battaglia accanita quella dei giovani che non vogliono entrare nella
strada della vita coi soliti ritornelli belanti, con le solite
genuflessioni a una retorica ch'essi non sentono e non accettano
per canone d'arte. Nè può meravigliare o disgustare l'irruenza,
la scompostezza del loro gesto di battaglia, il linguaggio che par
talora di un fervore pazzesco, se pensiamo alla fredda malignità, allo
scherno velenoso che in ogni tempo accolse ogni giovanile rivoluzione
letteraria. Che non fu lanciato dal livore — eh, la parola è ben
giusta! — di coloro che si videro minacciati nel lor comodo adagiamento
nei versi cantabili, contro le prime barbare del Carducci? Ora le
barbare, invecchiate a loro volta, dovettero cedere al verso libero,
il quale è assai meno libero di quello che a orecchi profani possa
sembrare, e ha leggi d'armonia che sfuggono non soltanto a chi non ha
orecchio poetico, ma anche più a chi non ha anima poetica. Fate pur
prosa, adorna o disadorna, e mettetela a righette e chiamatela verso
libero, se piace a voi. Gli esperti, i senzienti del verso libero, i
poeti, ve la bolleranno per prosa egualmente.

Marinetti esordì con un poema in verso libero magnifico di slancio,
potente di colore: _La Conquête des Étoiles_, del quale fu già parlato
su queste colonne. In Francia, dove da un pezzo i _verslibristes_
s'imponevano, fu da Gustavo Kahn chiamato questo poema: _un bel
effort lyrique de beaux vers français d'une forme libre, originale et
rare_. Prova che i versi liberi possono assai distinguersi tra loro,
aristocrazia e volgo, come ogni cosa di questa terra e del cervello
umano.

I futuristi del resto non si preoccupano d'imporre un genere di poesia
o l'altro, e non comandano i versi liberi. Enrico Cavacchioli ha
quartine mirabili di grazia e freschezza. Paolo Buzzi incatena talvolta
nell'apparente metro libero i metri più ovvii, che tutti direbbero
ottonarî, settenarî, senarî, quinarî, se li vedessero stampati a
lineette, e pochi forse sanno trovare e far cantare nelle prolisse
righe dei versi liberi de' suoi _Aeroplani_.

Federico de Maria è poeta assai noto e caro ai giovani d'Italia, poeta
d'ardimento e di sentimento profondo.

Del Mazza, che dicono mirabile dicitore, ed esporrà versi del Lucini,
del Govoni, dell'Altomare, non conosco l'opera originale.

Di Aldo Palazzeschi, dico brevemente come me lo concede lo spazio. Non
è facile definirlo, o bisognerebbe conoscere tutta l'opera sua. Non
so i suoi poemi precedenti a questi, nè il suo, o i suoi romanzi. In
questi poemi s'atteggia a semplice. Una grazia un po' malata che si
compiace di foggiarsi modi qualche volta infantili, primitivi; ma che
ha pure una sentimentalità sincera, penetrante.

    Chi sono?
    Son forse un poeta?
    No certo.
    Non scrive che una parola, ben strana,
    la penna dell'anima mia:
    follia.
    Son dunque un pittore:
    Neanche.
    Non à che un colore
    la tavolozza dell'anima mia:
    malinconia.
    Un musico allora?
    Nemmeno.
    Non c'è che una nota
    nella tastiera dell'anima mia:
    nostalgia.
    Son dunque... che cosa?
    Io metto una lente
    dinanzi al mio cuore
    per farlo vedere alla gente.
    Chi sono?
    Il saltimbanco dell'anima mia.

Non dice una cosa nuova il Palazzeschi. Fu sempre dato dei giullari ai
poeti d'ogni genere e d'ogni forma. Coloro che si danno da sè stessi
del saltimbanco, figurarsi se sono presi alla lettera dagli uditori
o lettori di buona volontà! Taluno mi disse che il giovane poeta fu
bistrattato dalla critica benevolente. Non so.

Mi parve bene riprodurre questa sua autopresentazione oggi che egli
viene fra noi. Noi sappiamo che non avviene mai che i saltimbanchi
di professione si diano questo nome. Tutt'altro! I Dulcamara della
piazza e dell'arte ostentano anzi titoli accademici e quando lo possono
cavallereschi. E quand'anche fosse, Pierrot in arte non è sinonimo di
pagliaccio ma di melanconico.

Ed è un melanconico sognatore il Palazzeschi, un dipintore di
fantasime. E hanno un fascino le figure ch'egli evoca con versi piani,
piani, ad arte puerili.

Tre piccole figlie stanno — apro a caso i Poemi — innanzi a Madama
Matrigna. Vestono a mezzo lutto, tengono il volto abbassato, sono tutte
confuse. In abito di crespo giallino, a pieghe e rigonfi, la matrigna
guarda, un poco sorridente, le piccine. Esse sono venute a pregarla di
parlar loro, e insistono supplichevoli che parli.

    Ma non delle cose passate...
    Ma non delle cose avvenire
    Parlate, parlate, signora matrigna!
    Ci sembra... ci sembra il vostr'occhio
    che guardi... e non guardi...
    Parlate, parlate!
    In punta del labbro ci avete.
    Signora Matrigna,
    non so... non sappiamo...
    ci avete un sorriso... maliardo,
    un tenue sorriso ritorto
    che nasce, si torce e finisce.
    Un riccio eguale portate
    in mezzo alla fronte.
    Signora Matrigna, parlate, parlate.

Non è mirabilmente espressa in questa accorata sollecitazione l'ansia
delle tre piccole in lutto che si raccomandano alla donna vestita di
giallo, che per loro rappresenta la sfinge?

Di questi quadri vaghi, semplici tratti di penna, eppur profondamente
espressivi, il Palazzeschi ne ha in quantità. Come ha bizzarrie che
parrebbero inqualificabili e nondimeno son note d'un sentimento vivo
che restano nei nostri orecchi, gamma che involontariamente la memoria
ci ripete.

Non sono versi quelli della Fontana malata, per esempio. Ma quella
fontana noi la vediamo e la sentiamo tossire. Così vediamo il Borgo
tramontano, che non ha finestra al sole e le tien tutte chiuse, tutta
la giornata, per aprirle soltanto all'ora del tramonto che gli abitanti
e le campane salutano; per ritirarsi e tacere poi fino al tramonto
seguente. Così vediamo Regina Carmela e Regina Carlotta e le Nutrici, e
le Nazarene, donde forse il primo germe di quella stupenda Regola del
Sole, che il poeta dirà, crediamo, alla serata aspettata. La Regola
del Sole è un ordine di mistiche adoratrici dell'astro. Un gruppo di
signore s'è comperata un'isoletta in mezzo al mare, donde non si vede
terra nè vicina nè lontana, e ivi vivono beate, nella loro strettissima
clausura, aspettando ogni giorno il sole, meste nei giorni di nebbia,
felici in quelli di splendore. E non muoiono d'alcun male, si spengono
dolcemente, e quando una trapassa le altre la cantano beata perchè
salita ad unirsi al sole.

Insomma domani il pubblico triestino avrà l'impressione immediata della
poesia che è l'ultima espressione moderna ed il primo passo verso un
rinnovamento, speriamo, felice.

                                                     _Elda Gianelli._


AUGUSTO DATTA

nell'“Azione Socialista„.

Mercoledì 12 avrà luogo al Politeama una serata di lettura poetica alla
quale, per la prima volta in Trieste, prenderà parte un gruppo di poeti
italiani che leggeranno i loro componimenti.

I poeti che udremo sono tra quelli che aggruppatisi intorno alla
rivista «Poesia» diretta da Marinetti e che già conta cinque anni di
vita, sono assurti alla fama benchè giovanissimi. Merito questo che
va attribuito alla Rivista stessa la, quale ebbe sempre per scopo
principale di sostenere le giovani forze nel campo della letteratura.

Per dare al pubblico un'idea di questa serata, nulla è più
consigliabile di una scorsa all'ultimo fascicolo di questa rivista
battagliera dove sono raccolti gli ultimi lavori inediti dei poeti
Paolo Buzzi, Enrico Cavacchioli, Corrado Govoni, Aldo Palazzeschi e
del direttore Marinetti. Questi poeti si distinguono per una grande
audacia d'ispirazione e benchè diversi nella loro estrinsecazione
artistica, sono tutti animati dall'identico ideale di rinnovazione
letteraria e dal medesimo odio per ogni forma di classicismo rancido e
di convenzionalismo accademico.

Furono vivamente combattuti recentemente, quando con soverchia violenza
forse, ma con profonda sincerità, si battezzarono _Futuristi_ cioè
_avveniristi_ ad oltranza, inalberando come un vessillo, il famoso
manifesto del Futurismo pubblicato dal _Figaro_ di Parigi e lanciato
con tanto clamore attraverso l'Italia.

Il pubblico che non potè farsi un'idea esatta di ciò che _futurismo_
vuol dire, giudicherà il 12 gennaio le opere di questi giovani poeti
futuristi, i quali null'altro desiderano, in fondo, che una maggiore
libertà letteraria di fronte alle tendenze viete e retrograde di cui si
fanno forti alcuni dei poeti moderni.

Paolo Buzzi ed Enrico Cavacchioli sono già noti per i loro volumi:
_Aereoplani e Incubo velato_ che suscitarono violenti polemiche e
approvazioni vivissime; Aldo Palazzeschi, di cui leggiamo in «Poesia»
una squisita fantasia poetica: _La regola del sole_, leggerà brani del
suo volume di prossima pubblicazione: _L'incendiario_.

Vi sarà fra loro un mirabile declamatore: Armando Mazza, già molto
applaudito nei teatri di Palermo, il quale dirà alcune poesie di
giovani poeti del medesimo gruppo ma che per ragioni diverse non
potranno partecipare a questa interessante serata.

Udremo così i versi di Gianpietro Lucini, di Libero Altomare, Giuseppe
Carrieri, Enrico Cardile, Mario Betuda, Luciano Folgore, Berardo
Sbraccia e di molti altri.

                                                     _Augusto Datta._


LA VITTORIA STREPITOSA.


SILVIO BENCO

nel “Piccolo„.

Un magnifico teatro: le poltroncine tutte occupate, la platea zeppa,
le gallerie ben popolate. Il «futurismo» ha agitato la curiosità del
pubblico, e il pubblico, scoccata appena l'ora, non nasconde la sua
impazienza di vedere i «futuristi». Compariscono alla ribalta: sono
tre: Marinetti, che il pubblico riconosce e saluta con un applauso,
Aldo Palazzeschi e Armando Mazza. I due altri che erano promessi, Paolo
Buzzi ed Enrico Cavacchioli — lo annuncia il Marinetti — non poterono
allontanarsi da Milano: le loro poesie saranno recitate da lui e dai
colleghi. Frattanto, alla recitazione delle poesie il duce della scuola
vuol premettere un breve esordio per dichiarare in che consista il
futurismo. L'esordio è violentissimo; nè crediamo il pubblico abbia
mai ricevuto sulla faccia parole più violente. Afferma la volontà di
svincolare i vivi dai morti, la volontà di intraprendere una acerrima
lotta perchè una quantità di poeti, di pittori, di musicisti, di
statuarî dei nostri tempi, che dimenticati o ignorati, patiscono la
fame o soccombono moralmente all'avvilimento e alla tristezza, abbiano
una buona volta sgombro il cammino da quel culto del passato e delle
glorie fatte e strafatte al quale con neghittoso misoneismo dedica
tutta sè stessa l'umanità. Il futurismo vuole la gloria per gli artisti
vivi; non per gli artisti morti. Se il suo libero linguaggio offende le
abitudini del pubblico, il Marinetti riconosce al pubblico il diritto
di fischiarlo; non chiede applausi, ma fischi.

Il pubblico invece applaude. Il discorso era stato detto con veemenza:
conteneva una rivendicazione sociale dei diritti dell'arte giovane e
diseredata; la folla vi aveva riconosciuto un'idea generosa e non aveva
badato all'aggressività della forma.

Quindi si levò Armando Mazza e declamò il noto manifesto del
«futurismo». Una voce forte e squillante; un dicitore che par
tranquillo e padrone di sè. Due buoni polmoni e un'uniforme inflessione
energica sostituiscono la varietà dell'espressione e il colorito che
non è molto ricco. Ma il manifesto contiene cose troppo enormi, per
essere ascoltate placidamente, o sia pure con amabile scetticismo, da
un'assemblea di duemila persone: quando si giunge agli incendî delle
biblioteche, agli annegamenti dei quadri e delle statue trovate nei
musei, alla gioia vandalica degli incendiarî dalle dita carbonizzate,
sorgono mormorii, poi grida ostili ed opposizioni clamorose. Una parte
del pubblico batte le mani; un'altra parte fischia e rumoreggia; dalle
gallerie si saetta qualche invettiva.

L'irrequietudine, che a quando a quando è tumulto, continua mentre
Aldo Palazzeschi recita con voce fievole e bianca la sua _Regola del
sole_. Egli sciupa completamente la sua poesia che, a leggersi, è
bellissima. Pochi soltanto ne colgono qualche parola; gli altri cercano
distrazioni.

È il momento di maggior trambusto della serata. Poi l'ordine si
ricompone; e la recitazione può continuare senza impedimenti. Ma la
tempesta, piccola o grande che fosse, si è ripercossa sul palcoscenico:
la voce di Armando Mazza non è più quella, e anche il suo modo di
leggere i versi, con il testo sotto gli occhi e presentandosi di
profilo al pubblico, è il meno comunicativo che possa essere. Il
giovane dicitore non è ancora avvezzo ad affrontare la folla; il
Marinetti invece sì; la padroneggia con bella forza nervosa; e riesce
ad imporle e a farle gustare la larga linea di due liriche di Paolo
Buzzi e dell'_Eroe futuro_ di Federico de Maria. Sono gli squarci più
applauditi. Si recitano anche brani di Libero Altomare, di Corrado
Govoni, del Cavacchioli e la folta e meditata sì, ma eternamente lunga
poesia che Gian Pietro Lucini compose per la sciagura di Sicilia e di
Calabria.

                             . . . . . . .

                                                      _Silvio Benco._


A. BELLOTTI

nell'“Indipendente„.

A proposito di futurismo e di poeti futuristi, molti si chiedevano
in questi giorni di fervida pubblicità per gli albi, che cosa
veramente volesse dire questo benedetto futurismo, che cosa veramente
pretendessero i cinque nomi di poeti che facevano capolino ad ogni
svolto di via: Marinetti, Buzzi, Cavacchioli, Palazzeschi, Armando
Mazza.

C'era un programma, una formula nuova che unisce in collettività
poetica questo gruppo di giovani coraggiosi? Oppure il futurismo non è
altro se non una bandiera per essere sventolata d'occasione, tanto per
costringere tutti i pigri ad accorgersi anche di questi ribelli figli
dell'oggi?

Occorre la violenza della pubblicità per scuotere l'interesse
sonnecchiante. Ed il duce dei futuristi, il principe di questi
guerrieri lo sa molto bene, ed a parere di certuni abusa della violenza
della réclame. Benchè infine la réclame d'oggigiorno nè sia uguale
nè possa essere simile a quella in uso 50 o 100 anni or sono. Tutto
è suscettibile di trasformazione, ed ormai sarebbe sciocco ancora il
credere... al trionfo della modestia.

La serata non fu priva d'incidenti. C'era dell'elettricità nell'aria.
Il teatro aveva un aspetto dei più imponenti. Folla in platea,
nelle poltroncine; folla nelle gallerie, nel loggione. La repubblica
letteraria triestina figurava nei palchetti.

Indispose alquanto una parte del pubblico l'annuncio che, dei cinque
poeti futuristi, non poterono recarsi a Trieste che tre: Marinetti,
Mazza e Palazzeschi. Mancavano Paolo Buzzi e Cavacchioli.

Il poeta Marinetti diede con brevi parole d'esordio la risposta a
quelli che si chiedevano cosa fosse il futurismo.

Sorse quindi Armando Mazza a dire con tono veramente di fuoco tutto il
primo proclama futurista, che a suo tempo venne pubblicato e criticato
dai diversi giornali del regno e di Francia, mentre sarebbe stato
meglio non l'avesse detto, perchè fece suscitare in vari punti proteste
di diverso genere fra alcune persone del pubblico. Alle proteste da
qualche parte si rispose con applausi. S'incrociarono nell'aria pure
delle insolenze.

Il baccano ebbe il massimo delle sue vibrazioni, quando il dicitore,
urlando con polmoni di ferro e senza scomporsi menomamente alle
proteste, diceva: «Noi incendieremo le biblioteche, distruggeremo le
gallerie, bruceremo i musei!»

Sedati i rumori si passò alla declamazione dei versi. Venne il turno
al poeta Aldo Palazzeschi, che ha un torto e purtroppo senza rimedio:
Ha un organo vocale troppo delicato per un ambiente come il Politeama
Rossetti. Perciò la declamazione della sua poesia _La regola del sole_
andò tutta confusa alle interruzioni d'una parte del pubblico. E fu
davvero peccato. In un ambiente più intimo dovrebbe indubbiamente
piacere.

Il rimanente del programma venne allora sostenuto tutto dal Marinetti
e dal Mazza. Udimmo ora da uno ora dall'altro versi già letti in
_Poesia_, la rivista milanese diretta dal Marinetti. Armando Mazza
lesse una lirica di Corrado Covoni, una _Canzone folle_ del Marinetti,
un frammento del _Canto d'angoscia e di speranza_ del Lucini e qualche
cosa del Cavacchioli. Peccato che lo sforzo fatto dal Mazza nel dire
il manifesto del futurismo, lo abbia poi reso quasi afono, mentre
prometteva così bene nella declamazione.

F. T. Marinetti fu il più fortunato dei tre; seppe conservare
inalterato il suo organo vocale in sino alla fine.

Disse degnamente i _Desideri_ di Libero Altomare, colorì a dovere la
canzone _All'eroe che verrà_ di Federico de Maria Piacque nella lirica
Alla Poesia di Paolo Buzzi e rese con efficacia tutta la tristezza del
_Canto dei reclusi_ del medesimo autore. Ma s'ebbe un vero successo
quando declamò la sua ben nota ode _All'Automobile_; ode che gli veniva
chiesta con insistenza da più parti nel teatro. Coronò il suo dire una
salva di ben nudriti applausi.

                                                   _Arturo Bellotti._


A. SCOCCHI

nell'“Emancipazione„.

A Trieste, prima fra tutte le città italiane, i Futuristi hanno
affrontato, con la violenza travolgente dell'enunciazione del loro
programma, il pubblico d'un vasto teatro affollatissimo, forse perchè
qui il tradizionalismo ha radici meno profonde, e le idee di modernità
incontrano minor resistenza, fors'anche per un omaggio alla città
vibrante di patriottismo, fervida nella lotta, talora cruenta, d'ogni
giorno. Non potevano però certamente sperare di svellere con l'urto
impetuoso, veemente, le barbe sprofondate negli strati accumulati dalle
generazioni anteriori, nè questo sarà mai possibile. E se possibile
fosse, sarebbe sciagura.

L'urlo incendiario per i musei e le biblioteche destò un altro urlo:
di protesta. Ma l'inno alla giovinezza, alla forza, alla guerra per
il diritto, al patriottismo, alla ribellione del lavoro, al gesto
violento, ebbe una eco di entusiasmo in alcuni, di consentimento in
altri, di rispetto nel resto.

Si sentiva l'alto peana delle palestre e dei «fortiores», dei fabbri
e delle officine; il grido della gioventù e dei proletari, che con
lo sguardo all'avvenire, scavalcando le dighe del conservatorismo, si
slanciano alla conquista d'un mondo ideale, esuberanti di vigoria.

La letteratura rispecchia la vita sociale. Il periodo presente —
seguito a quello effervescente ch'ebbe la più estesa manifestazione
nel 48 — è di stasi, di lento riformismo, di materialismo e di
utilitarismo. Il socialismo s'è invecchiato, si è adagiato in un alveo
di adattamento, si è accomodato col privilegio dinastico e conservatore
per scalfirlo, e perdette la propria potenza.

Alla nuova generazione si offrono insegnamenti di opportunismo
machiavellico e di servilità. Ma essa sente d'essere chiamata a una
funzione ben diversa. I grandi passaggi nella storia non avvennero mai
che attraverso gli urti e le lotte. Negli ambienti ammuffiti le energie
giovanili si sfibrano; altro è il loro campo di azione: il campo
aperto, libere esse e svincolate dai ceppi del passato. I Futuristi,
giovani non ancora trentenni, si fanno interpreti del sentimento della
età propria, lo spingono fino all'acutezza, all'iperbole, scagliando
dietro le spalle il dardo della protesta e dell'invettiva. È lo sforzo
per lo sgombro del terreno, per la rincorsa necessaria.

Con pari ardore, se non nella stessa forma, la giovane generazione
dell'inizio del secolo scorso assalì il vecchio classicismo, di cui
erano stati luminari un Alfieri, un Monti, un Foscolo. I giovani
d'allora avevano sentito il bisogno di ringagliardire la letteratura
nel contatto popolare, considerando le lettere mezzo di rigenerazione
civile.

L'albore del romanticismo fu rivoluzionario. Classicisti erano i
gazzettieri venduti al governo austriaco a Milano. Gli scrittori
romantici del «Conciliatore» conobbero lo Spielberg e l'esilio. Se il
primo nucleo di giovani romantici si fosse presentato in un teatro,
non sarebbe stato diverso il contegno del pubblico d'allora da quello
di oggi verso il nucleo futurista: simpatia nei giovani, scherno nei
vecchi.

Alle fiamme le biblioteche e i musei: ecco l'iperbole.

Non alle fiamme; ma nemmeno i giovani si chiudano nel culto dello
stantìo, docili ai vecchi, obliando la missione dell'età propria.

I periodi rivoluzionari e riformistici, d'azione e di riposo (cioè di
studi storici, di commemorazioni) si avvicendano. L'Italia moderna ha
bisogno di spingersi innanzi; dopo quarant'anni di raccoglimento, alla
generazione nuova incombe l'obbligo di rinnovellare la vita nazionale
interna ed esterna: in fonderle lo spirito di iniziativa, scuoterla e
chiamarla all'alta sua missione tra i popoli.

I vecchi sorridono perchè non capiscono: hanno l'anima gelida.

Distruggere le biblioteche? No! Trarne anzi gli ammaestramenti delle
attività delle generazioni che s'affacciarono con idee nuove, e
lottarono e si sacrificarono e vinsero. Ma non incartapecorirsi fra
i testi antichi, mentre la squilla invita la gioventù a' cimenti
generosi!

Il futurismo ha le sue iperboli, ma ha un fondo di verità e di
sincerità.

Il passato non va distrutto: le generazioni non vivono a sè e per se:
l'umanità è continuità: la somma del sapere accumulato e conquistato
finora è proprietà nostra e dell'avvenire. Ma non nel passato dobbiamo
vivere: è questa la parola di verità, purgata dalle esagerazioni
rettoriche, del Futurismo. E questa la fede dei giovani, cantata da
Goffredo Mameli, dal poeta morto giovane con la spada in pugno, sugli
spalti di Roma, per un'Idea che non ha visto ancora sorgere la sua
alba:

    Ad altri le memorie,
      i secoli che furo.
      A noi la speme, l'etere,
      l'immenso del futuro;
      altri lo sguardo trepido
      nel sol morente intenda,
      sul raggio estrema penda
      che moribondo splende:
      al nuovo sol, che giovine
      sull'orizzonte ascende
      la nostra musa il cantico
      e l'anima sacrò.
      Triste chi piange un giorno
      che non farà ritorno,
      che nel passato andò.

Tra le forze grette, utilitarie, riformiste, machiavelliche,
profondamente conservatrici, e le nuove forze impetuose futuriste
risultante fecondatrice di rigenerazione si risveglierà l'idealismo
generoso e altruista, animatore delle lotte cruente per il rigoglio
della Nazione e l'ascensione della folla operaia.

                                                    _Angelo Scocchi._


G. GIACOMELLI

nell'“Osservatore Triestino„.

Davanti a un uditorio ch'era la gran folla del Politeama, si
presentarono iersera tre dei cinque poeti futuristi che avevano
annunciato la lettura dei loro lavori.

F. T. Marinetti lesse prima una sua spiegazione sul futurismo,
dicendolo «distruzione del passato», un bando a tutte le vecchie forme
d'immaginazione e di prosodia, perchè si cantino liberamente la vita
e le conquiste della scienza, si canti tutto ciò che è lotta, dalla
guerra alla patria, dal militarismo «all'opera distruggitrice dei
libertari.»

Il signor Mazza declamò poi il «Manifesto del Futurismo», requisitoria
violentissima contro tutto il passato, sfolgorante nella forma, potente
nella densità dei concetti e nella franchezza senza esempio che giunge
a invocare la demolizione dei musei e delle biblioteche, concedendo
tutt'al più che vengano visitati una volta l'anno come i cimiteri.

Tale violenza rivoluzionaria provocò qua e là nell'uditorio una
forte reazione e predispose male per ascoltare «La regola del sole»,
grazioso lavoro di linee delicatissime, detto con voce troppo fioca,
dal suo autore signor Palazzeschi. Ma i futuristi, nemici acerrimi
d'ogni opportunismo, non se ne preoccuparono e i signori Marinetti e
Mazza s'avvicendarono nella lettura di poesie futuriste del Lucini,
del Cavacchioli, del Buzzi, dell'Altomare, del Covoni, del De Maria
e proprie. Potente, grandiosa la visione poetica del terremoto di
Messina, del Lucini, e l'ode all'automobile del Marinetti; vivi
quadretti della vita quelli del Buzzi; serena visione della natura «La
gioia» del Cavacchioli; vigorosa immaginazione la poesia «All'eroe che
verrà» del De Maria; fantasime fulgenti quelle del Govoni.

Tutti questi lavori, che accanto a squarci di bellezza suprema,
presentano qualche pecca di esagerazione o di soverchia insistenza
nello svolgimento di certi concetti, s'impongono per l'assoluta
libertà di ritmo e perchè mirano all'armonia invece che alla melodia,
ma s'impongono anche perchè in essi la lingua «viva» della nazione
italiana è assurta a solo istrumento di espressione, a solo elemento
di forma e d'immaginazione, così che tutte le immagini, tutte le
pennellate, le descrizioni, le visioni, vi scaturiscono vive dalla vita
d'oggi e non v'ha sillaba che ricordi il passato.

L'uditorio — in gran parte d'invitati — posto a fronte di una sì franca
rivoluzione di giovani ingegni, si divise in due campi: chi disapprovò
e chi applaudì; e gl'incidenti furono molti, molte le scaramucce a
parole.

Fu vittoria? Si tratta di futurismo e si lasci ai... posteri più o meno
vicini di giudicare. Ad ogni modo anche la musica del Wagner fu detta
dell'avvenire, ma è ormai di tutti i tempi.

                                                _Giacomo Giacomelli._


V. CUTTIN

nella “Coda del Diavolo„.

Magnifici dicitori, forti martellatori d'immagini nove, fervidi ribelli
codesti nuovi bardi che sul palcoscenico del Politeama Rossetti, al
cospetto dell'Areopago borghese, hanno strappato tutti i veli alla loro
Musa futura, accusata al pari di Frine, d'essere troppo audace, troppo
libera, ma altresì troppo bella nella rigogliosa espansione di una
giovinezza insofferente di leggi e di pastoie retrive.

Il pegaso della giovane scola futurista ha lasciato le vecchie ali tra
i rosai dell'Arcadia; lo slombato aganippeo poledro, è uscito a libera
pastura e s'è rifatto forte, snello, audace nella rinnovata lena che
gli viene da un'incontesa e animatrice libertà d'orizzonti luminosi.

Afferrato alla sua criniera, il _rinnovatore_ (al secolo F. T.
Marinetti) s'è slanciato lontano dai campi mietuti dall'artifizio, è
fuggito dai vecchi sacelli in cui poltriscono le reliquie della vecchia
Musa nella patena del classicismo e tra i fiori — ormai polverosi — del
romanticismo.

E sulle orme del _forte_ tutta una giovane falange di poeti dell'Italia
rinnovantesi si è slanciata alla conquista di «più spirabil aere»
gettando alle ortiche il liuto del menestrello e movendo fra le ruine
di Delfo, «con la fiaccola in pugno e con la scure.»

Una torma d'anarchici del ritmo ha assaltato le alture olimpiche, ha
incendiato i secolari allori ramificanti sui piedistalli arcaici delle
Muse, ha disperso al vento della libertà i residui della paleontologia
poetica e, giunta alla sommità, ha lanciato agli echi attoniti del
passato il fiero grido di ribellione: «Noi siamo la vita.»

E infatti, iersera, ascoltando i cinque bardi del futurismo, noi
abbiamo avuto quest'impressione diretta: Questa è la poesia che vive.

Per un istante il nostro spirito è uscito dal Museo delle vecchie
concezioni, ha fatto di cappello al portiere del Museo: il manierismo,
e s'è trovato in piena vita, nell'intensa vibrazione concentrica che va
dall'universo al cuore.

E invero, la poesia, come sgorga dalle labbra di F. T. Marinetti
è un'iride di tutte le voci misteriose che l'anima intende e che
la passione ripercote nella Vita: è la Verità che sgorga limpida,
impetuosa dalla sorgente dello spirito non annebbiato dal pregiudizio
dell'antico e oppressivo culto della forma. Si potrà discutere in
qualche sua enunciazione il futurismo, ma non si deve negare che
l'ideatore, l'iniziatore, l'apostolo del futurismo, sia un grande,
un meraviglioso ingegno. E perciò a Marinetti va il nostro plauso
incondizionato, plauso che già iersera espresse il consentimento del
pubblico intelligente.

Enrico Cavacchioli, che conobbi e ammirai nello specchio chiarissimo
delle «Ranocchie turchine», è grande anch'esso nella forza della
concezione nella robusta martellatura del verso, che pare niello ed è
ferro fucinato.

E così i due poeti Buzzi e Mazza (ai quali l'indole di questo periodico
non mi consente di dedicare nemmeno poche linee) apparvero iersera
degni del Maestro e del Duce.

F. T. Marinetti è decisamente fortunato: la sua scuola non perirà
perchè il successo n'è affidato a discepoli di tempra superba e di
nobilissimo ingegno.

L'accademia poetica di iersera fu indubbiamente la consacrazione
ufficiale del futurismo.

                                                   _Vittorio Cuttin._


A. TAMANINI

nell'“Arte„.

La viva curiosità di udire il geniale e sbrigliato poeta Marinetti,
direttore di _Poesia_ e i quattro poeti che formano lo stato maggiore
del «futurismo», attrasse mercoledì sera al Politeama, gran folla di
pubblico. La curiosità era resa più viva dal fatto che secondo una
intervista di Giuseppe Piazza, pubblicista della _Tribuna_, anche
Gabriele d'Annunzio, preso dal «futurismo», intenda uscire bruscamente
dall'atmosfera mitologica e classica della sua _Fedra_ per attaccarsi
alle figure ultramoderne di Wilbur Wright, di Blériot, di Farman e
di Latham. Al suo interlocutore confidò le sue ricerche riguardo una
nuova nomenclatura italiana su tutto ciò che concerne l'aeroplano.
Aggiungendo che l'aeroplano — che è divenuto il simbolo del futurismo,
come espressione d'un assoluto distacco dal passato — ha una parte
molto importante e quasi essenziale nel suo ultimo romanzo: «Forse che
si, forse che no». Ciò è indiscutibilmente un risultato dell'influenza
del futurismo. Il movimento, condotto con arditezza dal geniale
direttore di _Poesia_ si propone di allontanare i poeti creatori delle
vecchie e rancide leggende, e dalle ricostruzioni storiche che sono
tanto care ai professori ellenisti e latinisti, che non vivono che di
storia morta.

Nella esposizione del programma dei futuristi, il Marinetti disse in
termini molto vibrati e con parole... incendiarie, che buona parte del
pubblico interpretò alla lettera, caricando l'ambiente d'elettricità
ostile, il bisogno che devono sentire i poeti di abbandonare finalmente
gli eroi antichi, le deità mitologiche, i tramonti del sole ed i chiari
di luna, fatti per gl'innamorati sentimentali, per cantare invece la
velocità impressionante dell'automobile, il taciturno suicidio dei
sottomarini, le battaglie celesti degli aeroplani, le rivolte popolari
e le lussuriose notti delle grandi capitali.

Secondo i «futuristi», infine, è assolutamente necessario fare «tabula
rasa» di un passato troppo venerato e troppo imitato. Ciò disse anche
con parole di fuoco Armando Mazza, suscitando applausi e... proteste
vivaci. Dopo che il Palazzeschi con fievole voce ebbe declamato la sua
poesia _La regola del sole_, il Mazza disse una _Canzone_ folle del
Marinetti, un frammento del _Canto d'angoscia di speranza_ del Lucini,
mentre il Marinetti declamò col maggior successo _I Desideri_ di Libero
Altomare, la canzone _All'eroe che verrà_ di Federico de Maria, la
lirica _Alla Poesia_ ed il _Canto dei reclusi_ di Paolo Buzzi. Chiuse
la serata l'ode _All'Automobile_, che procurò al Marinetti calorosi
applausi.

                                                  _Attilio Tamanini._


I SIGNIFICATI DEL FUTURISMO

secondo PAOLO ARCARI

nel giornale clericale

“L'Avvenire d'Italia„ di Bologna.

Parliamone, adunque, poichè non se ne vuole parlare in Italia. Molti
pubblicisti hanno, credo, un alto concetto dell'efficacia della loro
parola ma è certo che sentono ancora più profondamente l'importanza del
loro silenzio. Essi credono che un movimento non possa in niun modo
venir meglio combattuto che tacendone gli inizii e smorzandone gli
echi. Chi facesse ingiusto giudizio del valore della stampa potrebbe
sentire in tale opinione il sofisma della mosca cocchiera: chi invece
ha l'orgoglio di questa tribuna quotidiana vi avverte un'illusione
visuale dannosa.

Il silenzio non ha mai impedito a chi sia nato vitale di crescere e di
espandersi ma lo ha anzi quasi invigorito fasciandolo di orgoglio; così
come gli strombazzamenti elogiosi non hanno mai conteso vittoriosamente
all'oblio nulla che fosse meritevole di cadervi presto e per sempre.
Tutte le dominazioni intellettuali della seconda metà dell'ottocento si
sono imposte non solo attraverso le più aspre polemiche ma sopratutto
vittoriose delle più deliberate trascuranze.

Eugenio Torelli Viollier, quando assisteva alla maggiore influenza del
_Corriere_, riluttava per nobili scrupoli morali a parlare di Gabriele
D'Annunzio. Ora, nell'egemonia del cantore delle _Laudi_, il giudizio
che quel, pur accorto, pubblicista credette di esprimere col silenzio
è infecondo di effetti: e la fama si stabilisce e si allarga malgrado
passati e presenti taciturni. Niuno invece può far il nome di certo
componimento drammatico di Felice Cavallotti senza che gli si presenti
spontaneo ed inseparabile il ricordo delle aspre polemiche dallo
stesso Torelli Viollier aperte e sostenute sul merito reale della sua
invenzione.

Il che significa che il silenzio nella sua qualità di resistenza
negativa, una volta sorpassato, non esiste più, mentre la parola
insegue la parola, mentre la forza attiva, avida e non disdegnosa del
dibattito, raggiunge e circonda la forza.

I destini della vita e della morte delle correnti ideali non stanno nel
pugno della critica, risiedendo invece nel seno delle energie spontanee
di tutta una civiltà e di un'epoca intiera, ma alla critica appartiene
molto di più: l'ufficio elettissimo che Socrate chiamava la maieutica:
aiutare cioè la generazione degli indirizzi decisivi obbligandoli a
prendere coscienza di loro stessi, la missione insieme di porre in
salvo dalle sconfitte gli elementi di vero che ogni più errata dottrina
porta sempre con sè.

Se dunque il futurismo fosse un pericolo per le direttive dei giovani
artisti non sarebbe mai col silenzio che noi gli stenderemmo attorno
una guardia profilattica. Ed in questo senso vedeva assai giusto
Innocenzo Cappa quando, a proposito di Enrico Cavacchioli, di uno cioè
dei maggiori fra le schiere del Marinetti e del futurismo, scriveva
al _Viandante_: «Milano, accorgendosene, potrebbe impedirgli di
insatanassarsi nell'iperbole».

Ma, dicono altri, questi futuristi non vogliono appunto se non che
noi ce ne accorgiamo. Non vedete che tutto ciò che fanno e dicono ha
il solo scopo di far parlare di loro? Sono pronti a ricevere tutto;
contumelie e sberleffi, tirate d'orecchio e manciate. Hanno pubblicato
in _Poesia_ le risposte più pungenti e più ironiche al manifesto del
futurismo: le letterine pepate di Pierre Loti e del Claretie. Perchè
accontentare questa fame di «grida», passione che li scorona di ogni
luce e di ogni significato?

Ed ecco un secondo abbaglio. L'ipotesi della vanità morbosa, è in linea
non di valutazione ma di studio di qualsivoglia fenomeno, semplicista
ed ingenua come quella della frode nella sociologia settecentesca.
Come non vi è astuzia umana capace di creare istituti e gerarchie
atte a resistere alla più breve esperienza di tempo, così artificio
speculatore di notorietà, assillante ricerca di atteggiamenti anomali,
bisogno ed ossessione di vellicare il pubblico curioso non giungono
a produrre una foggia del pensiero sottratta a legami di accordo e di
antitesi colle storiche adiacenze, ribelle ad esprimere suo malgrado le
tendenze dell'epoca nella quale essa si manifesta.

Nella frase volutamente provocatrice dello stupore, dello sprezzo o
dello sdegno dei contemporanei è nascosto un contenuto inconscio e
quindi sincero: la rappresentazione ideale dell'attaccamento comune
all'idolo aggredito, o di una larga stanchezza per culti durati da
troppo tempo.

L'anima dell'insulto, sotto al desiderio di offendere, è il
convincimento che alcuno possa esserne offeso. Così il desiderio
resta immutabile, ma i convincimenti cambiano e si sostituiscono e tal
aggettivo suona innocente oggi che ledeva ieri l'onore, ed espresse
l'elogio tal altro che servirà a significare il biasimo domani.

Senza iniziare ancora questa esegesi psicologica osserviamo che già
un primo valore sintomatico il futurismo l'ha nel suo bisogno di echi
immediati. I futuristi si accontentano di «un decennio per compiere
l'opera loro». Oggi i più anziani, fra essi, hanno trent'anni. «Quando
avremo quarant'anni, altri uomini più giovani e più validi di noi
ci gettino pure nel cestino, come manoscritti inutili. — Noi lo
desideriamo!».

Il Loti, piacevolmente, se ne conturba ed azzarda la domanda: «A
che cosa posso dunque esser buono ancora?». Ma Andrea Ibels, senza
preoccuparsi dei limiti d'età, enuncia rigido la propria teoria:
«Ogni epoca non deve avere che i suoi artisti: e questi, una volta
invecchiati, devono sparire tosto che sorga la novella aurora. Che cosa
mi cale di vivere domani nella memoria degli uomini? È il sole radioso
dell'oggi che desidero e che voglio con tutte le forze del mio corpo e
del mio spirito».

Il poeta non vuol più vincere il tempo, ma frustare e sottomettere gli
astanti. Dove troviamo più il casto desiderio dell'«amplesso aereo in
faccia all'avvenir» onde erano febbricitanti le giovinezze poetiche?
La rapida evoluzione dei gusti e delle tendenze ha scosso la fede nel
sopravvivere delle opere d'arte; insieme l'intensità, la ricchezza
della vita presente, l'odierno lussureggiare dei frutti della notorietà
fanno più desiderabile all'orecchio il sussurro dell'attenzione
generale. Ma accanto a siffatto accendersi di cupidigie vi è uno
scoppiettìo di dispetti e d'invidie.

Invidia contro qualche recente, il Carducci o il D'Annunzio per
l'Italia, la cui poesia sia doviziosa di troppa cultura storica.
I futuristi alla storia sostituiscono la geografia: scavalcano il
Gange, si sdraiano nei golfi di Oman e del Bengala, si precipitano
contro i fianchi del Gorisankar, ed il prossimo romanzo del Marinetti
ci condurrà in Africa colle avventure del futurista Mafarka. Invero
la poesia non abbandona per questo il gravame didascalico e non si
avvicina troppo al reale. Ma in arte la bontà d'una tendenza non va
giudicata dalla pratica e tutti i risvegli del pensiero, tutte le
indipendenze e le insurrezioni dei fantasmi sono state prodotte da un
violento richiamo all'oggi, da una scossa alla letteratura d'accademia
che sempre, per sua natura, si volge verso l'ieri ed in questa
contemplazione, come la moglie di Lot, impietra.

Questo richiamo viene da uno scrittore, il Marinetti, che è insieme
francese ed italiano. Ed è il parossismo di reazione a due malattie
uguali e diverse delle due nazioni. In Francia il culto della
tradizione sociale, dopo l'_Etape_ del Bourget, minaccia di diventare
una sonnolenza e nasce infatti da uno stato d'animo per eccellenza
antipoetico ed antifattivo, dallo spavento della borghesia di fronte
alle nuove crisi ed alle prossime battaglie della società democratica.
Nasce cioè dal grande contatto della letteratura francese colla società
circostante e sopratutto con quei suoi centri dove la ricchezza insinua
la cultura. Questa società, quando si sentiva padrona, ispirava gli
scrittori alle maggiori audacie: poi che teme di perdere, non il
solo prestigio ma la forza reale, esercita sui letterati un malefico
influsso di terrore dell'oggi e dell'avvenire. Di fronte a questo fatto
è quasi bene che gli amici del Marinetti, come Adelsward de Fersen,
proclamino: «è meglio per l'artista congiungersi alla divina essenza
dell'avvenire, piuttosto che all'umana materialità del passato».

In Italia il soverchio culto dell'ieri nasce da circostanze opposte;
dalla mancanza di contatto, che persiste ancora ad eccezione di alcune
metropoli, fra il letterato e la società. L'attività letteraria sboccia
quindi da un intenso commercio intellettuale col nostro passato e corre
assai spesso il pericolo di fermarsi, di morire in esso, di essere
apparentemente d'imitazione e di conferire per ciò alle manifestazioni
artistiche del nostro paese una patina d'anticaglia. Sentiamo pertanto
in questo futurismo, che tuttavia è per metà straniero, una protesta
d'orgoglio patriottico. Alcuni ce lo invidiano questo sapore di
vecchio.

«Limitata all'Italia — scrive Enrico Bataille al Marinetti — la
rivoluzione da voi desiderata acquista un significato che fatalmente
essa non può acquistare in Francia. Ma se mai si avverasse, quanto
ce ne dorremmo, noi francesi, se ai nostri occhi di stranieri il più
gran fascino dell'Italia è di essere ritardataria». Per i futuristi
il fascino è un morbo: «Vogliamo liberare l'Italia dalla sua fetida
cancrena di professori, d'archeologi, di ciceroni e d'antiquarii.
Già troppo tempo l'Italia è stata un mercato di rigattieri.» Occorre
liberarla dai Musei «cimiteri innumerevoli». «Date fuoco agli scaffali
delle biblioteche! sviate il corso dei canali contro le tele gloriose».

Quanta retorica di proteste per rispondere a questa retorica di
aggressione! E fa quasi pena a chi ama l'esercizio del saldo pensiero
critico sui fenomeni letterarii il vedere i più andar tastoni fra
piccoli rottami di vero. Alcuni ansiosi vogliono cancellare dalla lista
di proscrizione i nomi cari, salvare dall'esterminio questo o quel
capolavoro. Ma certo! Ma tutto! Gli dei maggiori ed i minori. È una
civetteria di predilezione che sa d'orgoglio: e la vanità di Erostrato
può anche palesarsi nel salvare il tempio di Efeso.

Non si strappano all'incendio i canti di Omero in grazia di
Carneade. E, davanti ad Omero, siamo tutti Carneadi! Il martello
degli iconoclasti che annienta in polvere inutile i marmi superbi
nella loro mutilazione è — dicono altri — istrumento di crimine,
arma di delinquenza. Tranquillatevi, più della vigilanza dei custodi
e degli amici dei monumenti sarà inibitrice possente la paura del
Codice. Tranquillatevi: il piccone non è un arnese ma una frase nella
letteratura italiana. Allora, aggiungono i terzi, se essi minacciano
senza propositi, son istrioni che vogliono divertirsi e divertire.
Anche questo è vero, un po'. Ma sul pensiero umano, miope cronico,
le immagini non si riflettono e non penetrano che ingrossate dalla
caricatura. Parlare non basta quasi mai nella polifonia di questa
vita multipla: urlare, bisogna. Perchè la letteratura si decidesse a
chiedere nuovi spiriti dallo studio dei Greci e dei Romani occorse che
qualcuno pronunciasse la blasfema invocazione di liberarcene del tutto.

E se questi futuristi hanno dell'incendiario, del pazzesco e del
ciarlatano la colpa è un po' di tutti: dei pacifici, dei ragionatori e
dei serii che non si sforzano sempre, che non si sforzano abbastanza
a trarre dal passato le luci del presente, troppo spesso soddisfatti
d'una conoscenza virtuosa ma non meritoria, perfetta ma vuota.

Un altro articolo del programma futurista rintrona i nostri timpani:
«Noi vogliamo questo e quest'altro, e il disprezzo della donna».

La donna è cacciata là in fondo al periodo, simbolicamente, così come
la precipiterebbero volentieri negli anfratti tenebrosi, lungi dai
nostri occhi e dai nostri cuori. Il programma prosegue avventandosi
anche contro il moralismo, ma il Marinetti, in un'intervista col
redattore di _Comoedia_, ha difeso il «disprezzo della donna»
atteggiandosi appunto a moralista.

L'aggressore diventa conferenziere, il suo tono si fa pacato,
insinuante, condiscendente: «Ho forse obbedito ad un eccessivo bisogno
di laconicità e mi affretto a stabilire le nostre idee su questo punto.
Vogliamo protestare contro la monotonia d'ispirazione sempre maggiore
nella letteratura fantastica; salvo nobili, ma troppo rare eccezioni,
poemi e romanzi sembrano non poter essere consacrati che alla donna
ed all'amore... Vogliamo sostituire nelle menti la figura ideale di
Don Giovanni con quelle di Napoleone, d'André e di Wilbur Wright, e,
in generale, strappare i maschi di vent'anni alla vanitosa ossessione
dell'avventura galante e dell'adulterio».

Benissimo per il fine ma molto male per i mezzi!

L'ossessione che distrugge la gioventù maschile non nasce appunto che
dal «disprezzo della donna». Tutti i tenori disprezzano la donna! E
il misoginismo fu è e sarà l'ultima espressione della sensualità. Lo
è nel D'Annunzio che vantate convertito al vostro programma per aver
proclamato, nella gestazione del _Forse che si, forse che no_: «Il
disprezzo della donna è la condizione essenziale dell'eroe moderno».
Lo è in voi stessi, futuristi, che nel secondo manifesto e nelle rime
d'uno dei vostri migliori, del Cavacchioli, intorbidate così spesso la
nobiltà delle forme con parole luride.

Se acconsentissi ad adoperare la parola «femminismo» in un significato
di orgoglio sessuale direi che v'è davvero molta parte della nostra
letteratura troppo femminista o femminea. Ma ne fate parte anche voi,
perchè è quella che rinuncia all'aspra e superba virilità del pensiero,
è quella che s'accoscia o si contorce, isterica, sotto le parvenze
più superficiali della vita: è quella che ha svenimenti del senso
logico, capogiri dell'immaginazione, anemia ed incostanza del fantasma,
pallori e spaventi e titubanze, della frase, che avanza e retrocede con
passetti civettuoli, che si dondola in minuetto, incapace di procedere
con fermo desiderio al sintetico possesso del reale. Sul «giaciglio
dei vecchi metri» si sdraia davvero e dorme — come cantava il Gnoli
— la vecchia poesia, ma perchè da troppo tempo le manca il contatto
vivificatore con un vigoroso organismo di pensieri.

Nè questo brivido di risveglio glielo darà la «piccoletta ansia
omicida» — il verso è del Cavacchioli del vostro sensualismo misogino.
La civiltà moderna, coi suoi automobili e coi suoi aeroplani, ha acceso
i nervi di entusiasmo. Volete rivendicarne la bellezza, instaurare
il «lirismo della macchina e del miracolo scientifico» estrarre un
rigoglio di fantasmi dalle officine e dalle stazioni, dalle locomotive,
dagli arsenali, dai cantieri. Dove avete ragione non siete nel nuovo,
dove siete nel nuovo non afferrate ancora l'anima di leggiadria d'ogni
più ferrea espressione della vita moderna. Se dalla scienza possa
scaturire la poesia si è discusso a lungo. Ma il problema innanzi al
filosofo dell'estetica non è mai esistito: perchè è la scienza che può
generarsi dalla poesia come il concetto dall'evoluzione del sentimento.

Perchè, ancora, la poesia non è alcun che di consistente nella realtà
circostante e non abitava nel castello medioevale più di quel che le
sia difficile risiedere nel corpo delle locomotive.

No, futuristi! Siete arretrati in estetica: la poesia non sta nella
locomotiva ma nello spirito dell'uomo, non abita nella Vittoria di
Samotracia ma in colui che la contempla. Non rinnovate, le logomachie
dei didascalici dal settecento a noi, zoppicanti nelle teorie e nei
versi, nel pensiero e nel ritmo.

Per fortuna, però, voi volete esser poeti e si vuol discutervi, coi
fantasmi non colle teorie. Dunque voi dite: «la magnificenza del mondo
si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità».
Se invece di spiegare: «un automobile ruggente è bello», scriveste
che la vostra anima si fa bella, poetica di velocità, contemplando
l'automobile, ragionereste meglio.

Ma non è questo che importa. Importa dirvi che la vostra anima potrebbe
farsi più bella scoprendo negli aspetti della civiltà nuova non la
forma d'aggressione, non i fugaci istanti di ebbrezza divoratrice
delle distanze, non le follie dei salti mortali ma tutto lo stupendo,
intenso, ininterrotto lavoro di calcolo, di pazienza, di tenacia,
di sacrificio, di concordia di opere e di intenti. La poesia umana
del lavoratore dell'officina e della locomotiva di fronte a quella
classica e georgica del pastore e dell'agricoltore, ha questo di suo
caratteristico: che l'opera dei campi si concepisce anche col desiderio
individualista di tranquillità, si immagina nella solitudine di
Robinson, mentre l'attività nuova non esiste, se non in una magnifica
armonia di sforzi collettivi, nella fusione orchestrale di tutte
le attitudini e di tutti i valori, del braccio e del pensiero, in
un'inconscia realtà di fratellanza.

Fratellanza, fratellanza!... Ne avete abbastanza del miele, futuristi!
«O guerra, — domanda Paolo Buzzi nell'_Inno_ al Marinetti, «principe
dei guerrieri» — perchè ci anneghittiamo, ormai, nella pace? — «Attendo
la sfida e la provoco — in questa atmosfera di vili».

Voi siete per il patriottismo. E reagite con bello slancio contro la
propaganda di debolezza contro il terrore di tutte le guerre che si
diffonde insano fra noi quando nulla ci guarentisce di non dover un
giorno difendere colle armi l'integrità della patria.

Ma, futuristi, il novello patriottismo non deve essere esaltazione
del bel gesto individuale della temerità e della violenza. È fatto — o
dovrebbe esser fatto — di disciplina, di silenzio, di abnegazione così
come di tutto ciò è costituito ogni trionfo della vita industriale.
«Bisogna — dice il Marinetti — che i popoli prendano ogni secolo una
gloriosa doccia di sangue per la loro igiene d'eroismo». Il sangue può
dare anche la paura: quello che bisogna preparare prima è l'eroismo.
Ed è di questo che il poeta scopre nell'anima, con magistero inconscio,
igienista più certo, gli elementi primordiali.

Il Bataille sottolineava al Marinetti chiudendo la sua lettera:
«Vogliate vedere una prova della mia alta stima personale nel fatto
d'aver risposto lungamente ed il più seriamente possibile alla vostra
inchiesta».

Io non pretendo alla gratitudine dei futuristi. Perchè il trattare un
problema seriamente non è il massimo che posso fare per piacere a loro,
ma il minimo che debbo per rispetto a me.

                                                      _Paolo Arcari._


IL FUTURISMO E LA SATIRA.


GIULIO PIAZZA

nel “Piccolo„.


Futuristi e futurismo.

Quella sera all'Acquedotto si udivano dialoghi come questo:

— Scusi è turista lei?

— Lo fui un tempo, nella mia gioventù.

— Allora è anche lei come Marinetti.

— Cioè:

— Fu.... turista.

— Via, non mi faccia di questi discorsi pa... la... zzeschi.

— Certo è una cosa che am... mazza.

Il futurismo dunque è quella cosa secondo la quale bisogna far arrivare
i giovani di talento e non seguitar sempre a onorare le glorie del
passato. Dante, Shakespeare, Michelangelo, Verdi, sono da condannarsi
al rogo. Bisogna bruciare i musei, le biblioteche, le pinacoteche, ecc.
Benissimo. Abbasso le glorie del passato! Viva il signor Marinetti e
soci! E su questo siamo tutti d'accordo. Del pari si potrebbe andare
d'accordo anche là ove i futuristi affermano di non volere applausi, ma
fischi. È questione di gusti. Perchè non accontentarli?

Certo è che il futurismo farà molto cammino. E già comincia ad imporsi.
Conosco una signorina che nel fare gli occhi di triglia a tutti i
giovanotti che incontra in società, si immagina sempre di trovare il
suo... futuro. Chi più futurista di lei?

— Signorina, quello è un giovane di talento — le disse qualcuno
additandole uno dei suoi corteggiatori d'occasione. — Vedrà che fra
breve sarà un arrivato.

— Ah! — rispose la bella ragazza sospirando — Preferirei che fosse....
un _partito_.


Evidentemente dopo l'avvento al potere del futurismo, il passato con
tutte le sue glorie incomincia a navigare in acque alquanto torbide. E
i poeti futuristi invece nuotano sempre in mari... netti.

La sconfitta del passato e la piena vittoria del futuro si
allargheranno poi, sperabilmente, in tutti i campi sociali e civili.

— Signore — piagnucolava l'altro giorno un povero sarto a un giovanotto
elegantissimo — in passato ella mi aveva promesso....

— È ora di finirla con questo eterno culto del passato.

— Aveva promesso di pagarmi....

— Sicuramente. Per incoraggiarvi. Avevo capito che in voi c'era...
della stoffa. E avevate anche il senso della misura.

— E tante volte mi aveva detto: Pagherò.

— Certo. E lo dirò sempre. E ve lo ripeto ancora: pagherò.

— Ma è futuro.

— Si capisce. Non siamo forse tutti.... futuristi?

— Non mi ami più? — domandava ieri languidamente una signora di
sessanta primavere... e altrettanti inverni a un suo antico spasimante.

— Ah, no, non più! — rispondeva lui. — Il futurista Mazza mi ha detto
che bisogna distruggere i musei!

                                   *
                                  * *

Un epigramma di _Ex-Diavolino_.

    Volè saver perchè sti futuristi
    I ghe dichiara guerra a tutto 'l mondo
    E po' no i sa cantar che l'automobile?
    La pol capir anca el zervel più tondo:
    I vol cavarghe al mondo tanti besi
    De comprarse automobile anca lori.

                                                     _Giulio Piazza._



L'Incendiario

                                         _A F. T. MARINETTI_
                                         _anima della nostra fiamma_.


    In mezzo alla piazza centrale
    del paese,
    è stata posta la gabbia di ferro
    con l'incendiario.
    Vi rimarrà tre giorni
    perchè tutti lo possano vedere.
    Tutti si aggirano torno torno
    all'enorme gabbione,
    durante tutto il giorno,
    centinaia di persone.

    — Guarda un pochino dove l'ànno messo!
    — Sembra un pappagallo carbonaio.
    — Dove lo dovevano mettere?
    — In prigione addirittura.
    — Gli sta bene di far questa bella figura!
    — Perchè non gli avete preparato un appartamento di lusso,
    così bruciava anche quello!
    — Ma nemmeno tenerlo in questa gabbia!
    — Lo faranno morire dalla rabbia!
    — Morire! È uno che se la piglia!
    — È più tranquillo di noi!
    — Io dico che ci si diverte.
    — Ma la sua famiglia?
    — Chi sa da che parte di mondo è venuto!
    — Questa robaccia non à mica famiglia!
    — Sicuro, è roba allo sbaraglio!
    — Se venisse dall'inferno?
    — Povero diavolaccio!
    — Avreste anche compassione?
    Se v'avesse bruciata la casa
    non direste così.
    — La vostra l'à bruciata?
    — Se non l'à bruciata
    poco c'è corso.
    À bruciato mezzo mondo
    questo birbaccione!
    — Almeno, vigliacchi, non gli sputate addosso,
    infine è una creatura!
    — Ma come se ne sta tranquillo!
    — Non à mica paura!
    — Io morirei dalla vergogna!
    — Star lì in mezzo alla berlina!
    — Per tre giorni!
    — Che gogna!
    — Dio mio che faccia bieca!
    — Che guardatura da brigante!
    — Se non ci fosse la gabbia
    io non ci starei!
    — Se a un tratto si vedesse scappare?
    — Ma come deve fare?
    — Sarà forte quella gabbia?
    — Non avesse da fuggire!
    — Dai vani dei ferri non potrà passare?
    Questi birbanti si sanno ripiegare
    in tutte le maniere!
    — Che bel colpo oggi la polizia!
    — Se non facevan presto a accaparrarlo,
    ci mandava tutti in fumo!
    — Si meriterebbe altro che berlina!
    — Quando l'ànno interrogato,
    à risposto ridendo
    che brucia per divertimento.
    — Dio mio che sfacciato!
    — Ma che sorta di gente!
    — Io lo farei volentieri a pezzetti.
    — Buttatelo nel fosso!
    — Io gli voglio sputare
    un'altra volta addosso!
    — Se bruciassero un po' lui
    perchè ridesse meglio!
    — Sarebbe la fine che si merita!
    — Quando sarà in prigione scapperà,
    è talmente pieno di scaltrezza!
    — Peggio d'una faina!
    — Non vedete che occhi che à?
    — Perchè non lo buttano in un pozzo?
    — Nel cisternone del comune!
    — E ci sono di quelli
    che avrebbero pietà!
    — Bisogna esser roba poco pulita
    per aver compassione
    di questa sorta di persone!
    Largo! Largo! Largo!
    Ciarpame! Piccoli esseri
    dall'esalazione di lezzo,
    fetido bestiame!
    Ringollatevi tutti
    il vostro sconcio pettegolezzo,
    e che vi strozzi nella gola!
    Largo! Sono il poeta!
    Io vengo di lontano,
    il mondo ò traversato,
    per venire a trovare
    la mia creatura da cantare!
    Inginocchiatevi marmaglia!
    Uomini che avete orrore del fuoco,
    poveri esseri di paglia!
    Inginocchiatevi tutti!
    Io sono il sacerdote,
    questa gabbia è l'altare,
    quell'uomo è il Signore!

    Il Signore tu sei,
    al quale rivolgo,
    con tutta la devozione
    del mio cuore,
    la più soave orazione.
    A te, soave creatura,
    giungo ansante, affannato,
    ò traversato rupi di spine,
    ò scavalcato alte mura!
    Io ti libererò!
    Fermi tutti, v'ò detto!
    Tenete la testa bassa,
    picchiatevi forte nel petto,
    è il _confiteor_ questo,
    della mia messa!
    T'ànno coperto d'insulti
    e di sputacchi,
    quello sciame insidioso
    di piccoli vigliacchi.
    Ed è naturale che da loro
    tu ti sia fatto allacciare:
    quegl'insetti immondi e poltroni,
    sono lividi di malefica astuzia,
    circola per le loro vene
    il sangue verde velenoso.
    E tu grande anima
    non potevi pensare
    al piccolo pozzo che t'avevan preparato,
    ci dovevi cascare.
    Io ti son venuto a liberare!
    Fermi tutti!
    Ti guardo dentro gli occhi
    per sentirmi riscaldare.

    Rannicchiato sotto il tuo mantello
    tu sei senza parole,
    come la fiamma: colore, e calore!
    E quel mantello nero
    te l'àn gettato addosso
    gli stolidi uomini vero,
    perchè non si veda che sei tutto rosso?
    Oppure te lo sei gettato da te,
    per ricuoprire un poco
    l'anima tua di fuoco?
    Che guardi all'orizzonte?
    Se s'alza una favilla?
    Dimmi, non sei riuscito a trafugare
    l'ultimo zolfino?
    Ti si legge negli occhi!
    Ma ti saltan dagli occhi le faville,
    a cento, a cento, a mille!
    Tu puoi cogli occhi
    bruciare tutto il mondo!
    T'à creato il sole,
    che bruci al sol guardarti?

    Quando tu bruci
    tu non sei più l'uomo,
    il Dio tu sei!
    Mi sento correr per le vene un brivido.
    Ti vorrei vedere quando abbruci,
    quando guardi le tue fiamme;
    tutte quelle bocche,
    tutte quelle labbra,
    tutte quelle lingue,
    non vengono a baciarti tutte?
    Non sono le tue spose
    voluttuose?
    Bello, bello, bello..... e Santo!
    Santo! Santo!
    Santo quando pensi di bruciare.
    Santo quando abbruci,
    Santo quando le guardi
    le tue fiamme sante!

    E voi, rimasti pietrificati dall'orrore,
    pregate, pregate a bassa voce,
    orazioni segrete.
    Anch'io sai, sono un incendiario,
    un povero incendiario che non può bruciare,
    e sono come te in prigione.
    Sono un poeta che ti rende omaggio,
    da povero incendiario mancato,
    incendiario da poesia.
    Ogni verso che scrivo è un incendio.
    Oh! Tu vedessi quando scrivo!
    Mi par di vederle le fiamme,
    e sento le vampe, bollenti
    carezze al mio viso.
    Incendio non vero
    è quello ch'io scrivo,
    non vero seppure è per dolo.
    Àn tutte le cose la polizia,
    anche la poesia.

    Là sopra il mio banco ove nacque,
    il mio libro, come per benedizione
    io brucio il primo esemplare,
    e guardo avido quella fiamma,
    e godo, e mi ravvivo,
    e sento salirmi il calore alla testa
    come se bruciasse il mio cervello.
    Come mi sento vile innanzi a te!
    Come mi sento meschino!
    Vorrei scrivere soltanto per bruciare!

    Nel segreto delle mie stanze
    passeggio vestito di rosso,
    e mi guardo in un vecchio specchio,
    pieno di ebbrezza,
    come fossi una fiamma,
    una povera fiamma che aspetta....
    il tuo riflesso!
    Fuori vado vestito di grigio,
    ovvero di nessun colore,
    c'è anche per le vesti una polizia,
    come per le parole.
    E quella per il fuoco
    è tremenda, accanita,
    gli uomini ànno orrore delle fiamme,
    gli uomini serî,
    per questo ànno inventato i pompieri.

    Tu mi guardi, senza parlare,
    tu non parli,
    e i tuoi occhi mi dicono:
    uomo, poco farai tu che ciarli.
    Ma fido in te!
    T'apro la gabbia và!
    Guardali, guardali, come fuggono!
    Sono forsennati dall'orrore,
    la paura gli à tutti impazzati.
    Potete andare, fuggite, fuggite,
    egli vi raggiungerà!
    E una di queste mattine,
    uscendo dalla mia casa,
    fra le consuete catapecchie,
    non vedrò più le vecchie
    reliquie tarlite,
    così gelosamente custodite
    da tanto tempo!
    Non le vedrò più!
    Avrò un urlo di gioia!
    Ci sei passato tu!
    E dopo mi sentirò lambire le vesti,
    le fiamme arderanno
    sotto la mia casa....
    griderò, esulterò,
    m'avrai data la vita!
    Io sono una fiamma che aspetta!
    Và, passa fratello, corri, a riscaldare
    la gelida carcassa
    di questo vecchio mondo!



Villa celeste

                                                _Agli indimenticabili
                                                fratelli di Trieste._


    Su un bel collettino,
    la villa, è di un celestino
    chiaro chiaro, sbiadito;
    a guardarla dal basso
    sembra la pallida guancia
    d'un gran cielo turchino.
    Qua e là, su e giù, d'ogni lato,
    serpeggiano, s'incrociano,
    s'intrecciano, s'abbracciano, si stringono,
    campanelle leggere
    dalle corolle veline,
    bianche e celestine.

    Ora la villa è chiusa.
    Io la ricordo ancora
    stranamente abitata,
    quasi invisibilmente,
    quasi, perchè la gente
    non s'accorgesse....
    ora è del tutto abbandonata.
    Io la ricordo benissimo;
    passavano leggere,
    esangui dame,
    sottili nelle loro vesti celesti
    a grandi code,
    di rasi lucenti,
    di pallidi damaschi.
    Andavano lentamente
    cogli occhi bassi, mesti,
    trascinando quelle loro vesti
    lucenti, rasi e damaschi
    pallidi, sbiaditi,
    come le carni dei loro volti
    lunghi, affilati.

    Io sostavo ogni sera
    un istante ai ferri del cancello
    per vederne una passare,
    per vederla lentamente camminare,
    trascinando la lucida coda
    fuori di moda.
    E pensavo dipoi a loro
    per tutta la via,
    la sera, quando tornavo a casa mia.
    Ognuna se n'andava da per sè,
    cogli occhi bassi, mesti,
    strisciando fra la ridda muta
    di tutte quelle campanelle
    dalle corolle veline,
    bianche e celestine;
    quelle campane
    che si aprivano nuove
    tutte le mattine.

    Si gridava all'orrore!
    Orribili profanazioni,
    scandali, oscenità!
    Ci si intromesse la polizia,
    e le dame celesti
    furon mandate via:
    si sa.
    «Sembrava la più onesta riunione
    di nobili dame»
    gridava la gente,
    «ed era una morbosa accozzaglia
    di luride puttane!»
    Puttane!...
    Puttane.... molto strane....
    care puttane!

    Dove sarete?
    Dove vi avran mandate?
    Siete ancora unite?
    Avete trovato un'altra villa?
    La notte, al chiaro della luna,
    dalla villa venivano
    sbiadite, delicate,
    le note fuggenti, di leggere,
    languenti canzoni,
    motivi.... come di Chopin....
    e tutte finivano in un lungo,
    sospirato, terribile:
    Ameeen....
    «Scandali, oscenità!»
    Dai cigli, dalle siepi,
    di dietro le mura, sbucavano
    dei pallidi amanti,
    bianchi come gigli, venivano
    ad unirsi a quelle dame,
    abbracciarle.... travolgerle....
    gli amanti le succhiavano....
    esse succhiavan gli amanti....

    Dove sarete?
    In quali regni,
    pallide dame meste,
    avrete trovata un'altra villa celeste
    per i vostri convegni?
    Sul bel collettino
    è chiusa, Villa Celeste,
    a guardarla dal basso
    sembra la pallida guancia
    d'un gran cielo turchino.
    Intorno dappertutto,
    s'intrecciano, s'abbracciano,
    si stringon ancora disperatamente,
    le campanelle leggere
    dalle corolle veline,
    bianche e celestine.



La fiera dei morti


    I poeti cantano
    malinconicamente
    questa fiera;
    tutti alla stessa maniera,
    questa giornata grigia o nera.
    (Ma si può benissimo cantare
    anche in un'altra maniera).
    Dice che sempre piove
    un'acquerugiola trita,
    che tutto fiorisce nel fango
    in una primavera di pillacchere.
    Le solite antiche fole
    della solita antica gente!
    Oggi invece non piove,
    splende un magnifico sole;
    il tempo ci porta le sue cose nuove.
    Avete dei pensieri neri?
    Veniteli a svagare
    dentro i cimiteri.

    Potete entrare, avanti,
    fatevi tutti avanti,
    sono spalancate le porte,
    anche per chi non c'à persone morte!
    Tutti possono andare,
    girare a proprio piacimento;
    anche un poeta ci si può benissimo intruffolare
    per suo divertimento.
    Le solite baracche dei saltimbanchi
    fuori dei cancelli;
    quella classe sociale che à per mira
    di far conoscere agli uomini,
    meglio assai degli astronomi,
    che il mondo gira.
    Scimmie vestite da ballerina,
    oppure alla militare;
    una se ne va di braccetto
    con un sergentino,
    un'altra cerca di trascinare
    un caporale dietro in una stanza;
    una vestita da serva
    è tutta affaccendata per spazzare,
    un capitano dà uno schiaffo
    a un'ordinanza pietrificata.
    Donne che gridano a squarciagola
    di alcuni miracoli scientifici,
    l'ultima portata della scienza
    alla portata di qualunque sapienza,
    strane fisiche psicologiche deformità!
    E i buoni festaioli
    se ne stanno davanti in perplessità.
    Trombe tamburi piatti,
    tutti gridan come matti:
    è la fiera dei morti!
    I dolci fatti lì, immancabili dolci,
    che tutti stanno ad aspettare,
    le calde arroste
    che non riparano a castrare.

    Nelle osterie si suonano chitarre,
    si cantano canzonette paesane,
    gli ultimi stornelli popolari,
    romanze napolitane.

    Dai beccai pendono sanguinanti,
    fenomenali, i primi ottimi porci,
    quelli d'ognissanti,
    che àn già sentito il primo freddo dei morti.
    E sui banchi, ammassata,
    oppure tortuosamente attaccata,
    chilometri di salsiccia,
    che sembra l'ammasso degli intestini malati
    di tutti i morti.
    I salumai anno appesi
    i salamini nuovi, cotechini,
    zamponi, mortadelle;
    e viene fino sulla strada
    un odore stuzzicante
    di lepre e di pappardelle.
    Tutti si riversano a mangiare
    a crepapelle.
    I carabinieri a cavallo
    coi loro pennacchioni rossi,
    si fanno posto trionfanti
    nella calca stordita dei festanti.

    Ai cimiteri ci si può andare
    coi fiori, e senza i fiori,
    ma anche il più insopportabile,
    lontanissimo parente,
    si può aspettare quel giorno un fiore
    dalla sua antica gente.

    I morti non sono uguali,
    come credono tutti,
    e sopratutto, non sono muti;
    quelli almeno dei cimiteri
    sono indecentemente ciarlieri.
    Sulla pelle della loro faccia marmifica,
    meglio assai che sui vivi,
    si qualifica la fisionomia
    caratteristica.
    «Qui riposa
    «l'uomo dalle rare virtù:
    «Telemaco Pessuto
    «d'anni cinquantatre,
    «padre e marito esemplare.»
    Se t'avessimo incontrato vivo,
    chi l'avrebbe saputo?

    Tutti gironzan leggendo
    più meno speditamente,
    alcuni sillabando.
    Ma non sapete che quelle parole
    che voi leggete con indifferenza,
    sono la faccia dei morti?
    Tutte quelle espressioni di dolcezze,
    sono l'espressione delle loro fattezze?

    Oh! Curiosa combinazione!
    «Celestina Verità
    «d'anni novantasette
    e accanto:
    «Peppino
    «d'anni tre
    «dei coniugi Del Re.»
    Strana combinazione!
    Quale fu, di voi due, la vostra mèta?
    Dovevate ognuno campare cent'anni,
    oppure, Peppino Del Re,
    Celestina Verità,
    faceste involontariamente
    della vostra vita
    una così parziale società?
    Fu Peppino che ti giunse, o Celestina,
    e ti trasse inaspettatamente
    tre anni dalla vita?
    O tu, Peppino, nascendo,
    trovasti i tuoi anni
    quasi tutti consumati
    dalla Celestina?
    Uno di voi fu il parassita
    dell'altro.

    Che poco posto occupano i morti,
    meno assai del naturale.
    E qualcuno di voi fu padrone
    da solo d'un podere,
    che sempre gli sembrò tanto piccino!
    Quelle alte pareti
    con tutte quelle teste fitte fitte,
    nell'immobilità,
    sembrano quelle di un loggione
    per una straordinaria rappresentazione.
    E tutti gironzano indifferenti,
    sgusciando calde arroste,
    succiando confetti, o i duri di menta,
    leggiucchiando senza fede
    le ciarle di quei poveretti.
    Gli uomini accorti,
    che passeggiano sempre fra i vivi,
    non vedono il momento
    di passeggiare fra i morti.
    I vivi àn delle facce,
    che per quanto espressive, sono mute,
    e una faccia per bene
    la possono avere anche i mascalzoni,
    invece le facce dei morti
    sono piene d'ottime informazioni.
    Se incontrate per via un giovine pensoso,
    come potete sapere se sia virtuoso?

    In cima al camposanto,
    sopra un grande palcone
    improvvisato per l'occasione,
    si mettono i teschî all'incanto.
    Lo circondano pigiate
    centinaia di persone,
    fissano l'atletico allottatore
    che grida fiocamente a squarciagola.
    Intorno è pieno di carabinieri.
    — Quattro!
    — Cinque!
    — Otto!
    — Dieci!
    — Quindici soldi!
    I primi vanno a ruba!
    — Si delibera signori!
    I più frettolosi pagano i teschi
    anche più d'una lira.
    Molti aspettano che la gara cessi
    e il prezzo ribassi.
    — Quattro!
    — Sei!
    — Otto!
    Una giovine sposa
    si stringe al braccio del suo sposo
    tutta piagnucolosa:
    — Comprami quel teschio.
    — Stai zitta! — Le dice il giovinotto.
    — Comprami quel teschio,
    — Stai zitta grulla,
    verso sera gli daran via per nulla.
    — Dieci!
    — Undici!
    — Dodici!
    — Si delibera signori!
    — Comprami quel teschio.
    — Stai zitta t'ò detto,
    non vedi ch'è un teschiaccio vecchio?
    — Comprami quel teschio.
    — Se non stai zitta ti porto via.
    — Potrebbe essere il teschio della mamma mia.
    — Ma che mamma mia!
    — Cosa c'è stato laggiù, lontano?
    — Corrono i carabinieri!
    — Dove corre tutta quella gente?
    — Ànno arrestato quel nano
    che vendeva i teschi di seconda mano.
    E per le vie polverose,
    per le serpeggianti vie campagnole,
    in un bel tramonto pieno di vapori
    di fiamme e di viole,
    la gente se ne torna
    dai camposanti allegramente.
    E ogni buon diavolaccio
    se ne viene col suo teschio sotto il braccio.



Il Principe e la Principessa Zuff


    «La principessa dorme e sta bene,
    saluta il suo sposo.»
    «Il principe dorme e sta bene,
    saluta la sua sposa.»
    Questa frase suggella
    una promessa amorosa:
    «e non lo tradirà.»
    «e non la tradirà.»
    La dama s'inchina e si ritrae,
    s'inchina e si ritrae il cavaliere.
    Uguali parole giornaliere
    che sono tutta la corrispondenza
    dolcissima e fedele
    di vita coniugale.

    Il loro sontuoso palazzo reale,
    consiste in due uguali
    vecchi molini abbandonati
    ai lati d'una diga,
    mezzi rovinati,
    coi tetti mezzi scoperchiati.
    Non vollero, quei principi,
    la briga di regnare,
    preferirono unirsi
    ai lati della diga.

    Non si levano mai,
    dormono ininterrottamente.
    Le persone di corte
    ànno ordini severissimi
    di non fare alcun rumore
    che gli potesse destare.
    Non s'apre una finestra
    che la sera, tanto al molino di sinistra
    come a quello di destra,
    per la frase abituale.

    Dovevano nascere
    da quattro persone destinate
    due figli di sesso disuguale,
    e nacquero.
    Dovevano abitare
    uno speciale castello destinato,
    e l'abitarono.
    Si dovevano incontrare e innamorare,
    si dovevano sposare,
    e si sposarono.

    La coincidenza di tutte queste cose
    preparate, e benissimo riuscite,
    messe nelle loro anime
    una naturale sonnolenza.
    Ognuno, senza saper dell'altro,
    dormiva nel proprio castello
    senza voler far altro.
    I gentiluomini di corte
    parlavano al principe, di guerre,
    di conquiste, di regni gloriosi,
    «Lasciatemi dormire noiosi»
    rispondeva il fanciullo.
    Gli dicevan: come avrebbe
    impiegato tutto l'oro che aveva,
    se intendeva di dormire solamente
    nella sua vita.
    «Ditemi cento volte
    «la parola oro, con uguale intonazione,
    «con precisa cadenza.
    «Come è bello aver tanto oro,
    e sentirselo dire così....
    «Ancora ancora ancora....
    «Ne ò ancora, di più,
    «molto di più, ne ò....»

    L'idea di poter fare,
    nel suo mondo, tante cose disuguali,
    gli messe nell'anima
    una predilezione
    per le cose tutte uguali.
    — Come potrà regnare?
    Dicevano quelli della corte,
    — A furia di dormire
    diventerà mezzo grullo,
    questo strano fanciullo!
    — Mette insieme della fiacca,
    per far buona impressione.
    — È una testa bislacca!

    La Principessa poi
    in tutta la sua vita
    non s'era voluta levar mai.
    Le dame cercavano ogni maniera
    per tenerla desta,
    lei rispondeva lentamente
    e piegava la testa.
    — Diverrete un fiore troppo delicato
    principessa!
    — Chi sa come la concerà il marito!
    — Non pensate alla vostra posizione?
    Vi aspettano per regnare!
    — Sarete coperta di gemme!
    — Saranno tutte d'oro le vostre carrozze.
    La Principessa non udiva.
    — Si sveglierà il giorno delle nozze?
    — Si sveglierà il giorno del contratto?

    — Principessa, c'è di fronte
    un castello tutto chiuso.
    La Principessa socchiudeva gli occhi.
    — Chi ci sta?
    — Non sappiamo, manderemo il giardiniere.
    — Principe, c'è di fronte
    un castello tutto chiuso.
    — Chi ci sta?
    — Non sappiamo, manderemo subito
    un paggio per l'informazione.

    — Se mi vedrà così bianca
    mi dirà che non mi vuole.
    — Che se ne potrà fare
    d'un consorte tutto bianco
    come la faccia della morte?
    — Mi ama?
    — Mi ama?
    — Gli potrei piacere? —
    — Dice che vi amerebbe
    se vi vedesse dormire.
    — Dice che vi amerebbe
    se vi vedesse dormire.
    — Dio mio che gente impossibile!
    — Come possono fare a vedersi dormire
    tutti e due allo stesso tempo?
    — Sposare!
    — Sposare!
    — Per che fare?
    — Principe per dormire.
    — Per dormire principessa,
    non pensate a male.

    — Sposare.... amare....
    In un luogo che fosse tutto uguale,
    dove la musica naturale
    potesse accompagnare
    questo nostro dolcissimo
    sonno coniugale.
    Nei pressi di una fonte....
    Sulle rive di un fiume....
    Oppure sotto un ponte....

    Io non tradirò la mia sposa
    finchè mi lascerà dormire.
    — Io l'amerò se mi farà dormire.
    — E Regnare?
    — Regnare?.... Regnare?....
    Ditemi cento volte questa parola, regnare,
    con uguale intonazione.
    Regnare è una dolce parola
    che non fa pensare — e sorrideva —
    una dolce parola....

    — Principessa, male fate,
    a gettare le gioie della corte.
    — Voi che ne avete aperte tutte le porte!
    — Sicuro, con quel bel consorte!
    — Sarà una bella vita!
    — Che gente rammollita!
    — Quante porte?
    — Tutte principessa, cento, mille porte!
    — Contate, contate tutte quelle porte;
    io non posso pensare....
    contate contate quelle porte.
    Piano, piano, piano,
    così no, andate troppo forte....



La morte di Cobò


  _La morte._

    Cobò è morto,
    e non gli possono fare il trasporto;
    e quello che più rabbia fa,
    è che nessuno avrà
    la grande eredità.
    Attorno alle altissime mura
    che circondano il castello di Cobò,
    gira e rigira la gente
    nella massima paura.
    Vengono dal castello
    le grida più disparate,
    cori altissimi infernali,
    di centinaia di animali.
    La gente gira attorno le mura,
    sempre pronta per scappare,
    nella massima paura.

    — Se venisse fuori quella scimmiona in livrea
    che ogni tanto s'affacciava alla porta?
    — Dio mio! Uh! Uh!
    Com'è che non s'affaccia più?
    — A quest'ora sarà morto!
    — E tutto questo chiasso chi lo fa?
    — Che po' po' di diavoleto!
    — Ma che succederà?
    — Gente mia che fracasso!
    — Non sentite che fetore?
    — Chi sa là dentro quanti ne muore
    di quegli animalacci!
    — Accidenti a quel matto di Cobò!
    — Lo sapete? Io lo so
    come anderà a finire,
    che con questo lasciare,
    con questo aspettare,
    finiranno per appestare mezzo mondo!
    — Ditelo voi come si deve fare.
    — Buttar dentro delle bombe o granate,
    e sparare, e che bruci ogni cosa!
    All'inferno la roba e Cobò!
    — Se non ci volete stare
    ve ne dovete andare.
    — Gesù Maria!
    — Può venir fuori qualche epidemia.
    — Chi sa di che malaccio è morto!
    — Ma la polizia, la polizia?
    — A quest'ora tutte quelle bestiacce
    ànno mangiato ventimila Cobò!
    — Chi sa da quanti giorni è morto!
    — Se saltasse fuori un cane
    con in bocca un pezzo di Cobò?
    — Si sapeva come doveva andare a finire,
    gli sta bene a quel matto di Cobò,
    di finire mangiato dalle bestie,
    quando gli uomini àn di quelle teste....
    — Se venisse fuori Torso?
    — Se ci dasse qualche morso?
    — Accidenti a Cobò!
    — Dalla porta non possono uscire
    perchè l'ànno fatta sbarrare.
    — Ma posson saltar fuori dalle mura,
    le scimmie si sanno tanto bene arrampicare.
    — Mamma mia che paura!
    — Buttateci dentro il fuoco!
    — E tutti quei gran soldi chi gli piglia?
    — Non aveva una famiglia?
    — Nessuno. Dicon che fosse figlio
    d'un imperatore.
    — Di chi, di Napoleone?
    — Ma che c'entra Napoleone!
    — Aveva l'oro a sacca,
    e tutta la casa
    piena di cassoni di fogli da mille!
    — E ora chi gli piglia?
    — Chi sa come riducono quella povera roba
    quei maledetti animali!
    — Buttategli da mangiare,
    eppoi fateli scappare
    quando sono bene sfamati.
    — Ma sarà pieno di cani arrabbiati,
    e qualcuno può rimaner nascosto.
    — E tutte quelle maledette scimmie?
    — Ce n'eran di quelle vestite da monaca,
    da prete, da militare, tante da servitore,
    da cuoco....
    — Dategli fuoco, dategli fuoco!
    — La meglio è il fuoco!
    — Ecco una ronda di civette!
    — Guardate quante!
    Si segna la gente.


  _Cobò._

    Uomini, disse agli uomini Cobò,
    non mi avete voluto vivo,
    non mi potrete avere
    quando morirò.

    Io detti agli uomini il mio oro
    a piene mani, e gli uomini
    m'insultarono
    perchè non n'ebbero abbastanza.
    Io risparmiai il mio oro,
    e gli uomini m'insultarono.
    Passai, uomini, a piedi fra voi,
    umile fratello vostro,
    v'incontrai la sera
    quando tornavate dal lavoro,
    e i miei occhi vi dicevano
    che vi avrei amato,
    che vi avrei dato tutto il mio oro,
    se mi aveste amato.
    M'insultaste, e mi diceste
    che non avevo lavorato.
    Passai fra voi coi miei cocchi dorati;
    e voi gettaste insulti e sputi
    sopra i miei passi,
    mi lanciaste anche dei sassi.
    Sulla piazza gridai,
    e fui insultato,
    chiuso dentro il mio castello
    fui insultato.
    I miei uomini mi chiamarono
    duramente, padrone,
    nessuno mi chiamò fratello.
    Volli amare alcuno
    di quei deliziosi trastulli
    che sono le fanciulle;
    pensai di potere avere
    una di quelle piccole bocche di rosa,
    quelle piccole mani dai petali
    morbidi, soavi di tepore;
    esse non mi accordarono il loro amore,
    e mi spregiarono per la mia bruttezza.
    Si dettero a me per il mio denaro.

    Tornando a casa, Cobò,
    dopo il rifiuto degli uomini, trovò
    i suoi cani che gli corsero incontro
    e gli fecero festa.
    Le sue scimmie lo accarezzarono
    maternamente,
    o come delle buone sorelle,
    e gli passarono le mani nei capelli,
    come delle compagne dolci;
    e lo rallegrarono un poco
    coi loro scambietti,
    e i galli col loro canto,
    e l'orso gli venne a ballare
    dinanzi bonariamente.

    Di voi sarò, solo di voi,
    e si rinchiuse nel suo castello,
    non vedrò più un uomo,
    sarò di voi, voi mi amerete
    finchè vi darò da mangiare,
    poi mangerete me.
    Gli uomini che sfamavo,
    mi volevan mangiare
    anche quando gli avevo bene sfamati.

    Disse Cobò:
    venite tutti qua dentro,
    e di voi sarò,
    vostro sarà tutto l'oro.
    Uomini che non m'avete
    voluto vivo,
    non mi potrete avere
    quando morirò.

    Chicchichirichi! chicchichirichi!
    Ecco il dì!
    Cantano i galli di Cobò.
    Il vecchio Cobò è sul suo letto
    che muore fra poche ore.
    Povero Cobò! Povero Cobò!
    Ciangottano i suoi pappagalli:
    Addio Cobò! Addio Cobò!
    E le galline: cococococodè:
    Oggi è per te, cococococodè:
    Cobò ci sei te.
    E le tortore piene di malinconia
    si sono radunate in un cantuccio:
    glu.... glu.... glu....
    non ti vedremo più.
    E i cani si aggirano mesti,
    colla coda ciondoloni,
    mugolando: baubaubò,
    addio papà Cobò.
    E le cornacchie: gre gre gre
    anche te, anche te.

    Nella stanza le scimmie non riparano.
    Tastano il polso e la fronte di Cobò,
    gli tiran su i guanciali,
    gli rimboccano i lenzuoli.
    Una, mescola del tamarindo in fretta,
    una gli fa il massaggio sui ginocchi,
    una piange in un cantuccio,
    (Cobò straluna gli occhi)
    e si rasciuga le lagrime comicamente.
    E i pappagalli: povero Cobò!
    E i gatti e i cani
    giacciono ai piedi del letto
    malinconicamente.
    Una scimmia va e viene,
    vestita da dottore,
    colla tuba in mano.
    Cobò muore.
    Una vestita da prete,
    si butta su la stola.
    Cobò non vede più,
    brancola colle mani,
    e gli van sotto i suoi cani
    cercando l'ultime carezze tremanti.
    Solleva la testa, una scimmia
    lo sorregge,
    quella vestita da prete
    ogni tanto gli unge i piedi,
    una vestita da scaccino,
    colla berretta in testa,
    sta fissa per aspettare
    di andare a suonar le campane.
    Cobò dà un gemito.... e cade.
    Si ritraggono dal letto
    in un fremito tutte le bestie,
    e restan ferme a guardare.
    Uno scimmione in livrea apre la finestra.

    I cani sotto al letto distesi
    emetton dei gemiti lunghi,
    e i pappagalli: Povero Cobò!
    Povero Cobò!
    Giunge per la finestra
    uno stormo di civette.

    Le scimmie intanto si rianno
    dalla disperazione.
    Una raccomoda il letto
    attorno al morto padrone,
    una smette di piangere
    e va ad aprire il cassettone;
    un'altra trae fuori pezzi d'oro,
    gemme, gioielli, e tutti se li caccia
    nel sacco della gola.
    Una va ad assicurarsi bene
    che il padrone sia morto,
    e con un feroce ghigno
    corre ad aprire uno scrigno:
    prende dei pacchi di biglietti da mille
    e gli spande per la stanza.
    Una ne prende uno e lo guarda
    bene teso contro luce,
    un'altra, con uno
    ci si pulisce il culo,
    un'altra accende un sigaro
    placidamente.
    I gatti incominciano a miagolare,
    i cani passeggiano inquieti,
    l'orso viene in camera a ballare
    in attesa che Cobò
    gli dia il solito lauto desinare.
    I galli e le galline si rovesciano
    nel giardino a sperperare.
    Lo scimmione in livrea
    è rimasto alla finestra
    senza articolare.

    E le scimmie rovistano,
    frugano dappertutto,
    si litigano la biancheria,
    la strappano, la scuciono,
    buttan tutto fuori dai cassetti,
    dagli armadi:
    fanno a pezzi dei merletti
    che si provano attorno alla vita,
    gli misurano a braccia.
    Una, butta dalla finestra
    tutto quello che gli capita.
    E i pappagalli: povero Cobò!
    Povero Cobò! Caffè Caffè Caffè.


  _La morte_

    — Buttate dentro il fuoco!
    È l'unica maniera,
    stando bene lontani
    con ogni precauzione.
    Se saltan fuori dei cani
    arrabbiati gli ammazzeremo,
    ma non potranno scappare.
    — Fuoco! Fuoco!
    — È pericoloso aspettare,
    c'è da temere
    un'epidemia nel paese.
    Fuoco, e pronti con cautela
    per ammazzare le bestie
    che potessero uscire.
    — E tutto l'oro?
    — E le robe preziose?
    — E tutti i fogli da mille lire?
    — Fuoco, fuoco! È l'unica maniera
    per evitare un più gran male.



La Regola del Sole


    Un piccolo gruppo di signore,
    dei più svariati paesi,
    si sono fatte suore
    di una loro speciale religione
    che si chiama la Regola del Sole.
    Si sono comperata un'isoletta
    proprio in mezzo al mare,
    un'isoletta tonda, tutta verde,
    che sembra nell'azzurro dell'acque,
    un altro sole, il sole del mare.
    Sole che vive d'amore
    per il Sole rosso del cielo.
    Quando sono tutti e due azzurri,
    mare e cielo,
    sembrano due bellissmi cieli,
    tutti e due col proprio Sole.
    Nel mezzo all'isoletta,
    queste signore, si sono fabbricate
    il loro monastero, la loro piccola città.
    Sono tutte vestite di rosso
    in omaggio al loro Signore.
    La mattina si levano per tempo,
    prima naturalmente
    della levata del Sole.
    Verrebbe fortemente multata
    la suora che si fosse levata,
    senza ragione di malattia,
    dopo il Sole.
    Sarebbe la mancanza più grave
    verso il suo Signore.
    Quando una suora è malata,
    di luce o di calore,
    sono le loro uniche malattie,
    le viene spalancata
    la finestra della cella
    all'ora della levata
    e all'ora del tramonto.
    Pensate come quelle suore
    debbano amare, con quale forza
    debbano desiderare il Sole!
    Esse non ànno ormai che Lui,
    al quale si sono votate,
    e vivono oramai di quell'amore.
    Come debbono essere tristi le loro nottate!
    Dall'isoletta non si distingue terra,
    nè vicina nè lontana.
    È un piccolo mondo verde
    che sembra roteare
    nell'acqua, invece che nell'aria,
    nello spazio del mare.
    Certe volte l'isoletta sembra galleggiare.
    Se naufragasse?
    Se il mare la ricuoprisse?

    La mattina, poco prima dell'aurora,
    si raccoglie ogni suora,
    come per pregare, col massimo rispetto,
    per augurare il buon viaggio
    al suo diletto.
    Appena il Sole appare,
    al primo raggio, che serba
    per una speciale predilezione
    alle sue religiose,
    esse emettono grida,
    ridono, cantano,
    i loro inni, i loro voti passionali,
    saltano piene di ebbrezza
    dopo il bacio del Signore.
    E la loro comunione.
    E mentre sulle acque s'innalza
    il loro magico tondo,
    si prendono tutte per la mano
    e si mettono a fare il girotondo
    pazze di contentezza!
    E tutto il giorno lo stanno a guardare,
    a pregare ad adorare.
    In cima al monastero,
    nell'apposita torre,
    al posto delle campane
    c'ànno le meridiane.
    Con un: urrà! speciale
    esse salutano il mezzogiorno,
    e cantano gli inni
    più sfolgoranti,
    gettano in aria fiori dorati,
    che gli ricadono addosso
    baciati dal Sole.
    Nel pomeriggio se ne stanno
    distese sul prato,
    e di tanto in tanto,
    sole, a piccoli cori,
    dicono le loro preghiere consuete.
    Speciali preghiere
    della loro regola speciale.

    Esse lo sanno che il Sole le ama,
    che sempre le guarda,
    e non le scorda mai;
    lo sanno che quando moriranno
    anderanno da Lui,
    che le coronerà del suo più caldo amore!
    Sono sicure, ma ànno il loro inferno
    anche loro, e sarebbe il mare.
    Si dice che una volta
    morì una suora,
    e da tutte fu creduta
    beatamente accolta dal Signore,
    mentre esse la cantavano,
    la salutavano beata,
    videro cadere una cosa nel mare!
    Il Sole l'aveva rigettata!
    Oh! la grande punizione!
    Discacciata dal Sole,
    e destinata nel fondo del gelido mare!
    Perchè fu discacciata?
    Non seppe bastantemente amarlo
    il suo Signore?
    Da quel giorno le suore
    ànno raddoppiato il fervore
    nella loro adorazione,
    nelle loro preghiere.

    E il pomeriggio passa veloce,
    e le suore si levano,
    incominciano
    a passeggiare inquiete
    sul prato, si rivolgono
    tutte dallo stesso lato,
    pregano a bassa voce.
    Il Sole s'abbassa poco a poco,
    s'adunano le suore
    dalla stessa parte
    come vicino al fuoco.
    Che momento per loro!
    Il Sole posa
    come la particola più luminosa
    sopra il calice più grande
    e più colmo.
    Le loro lamentazioni
    diventano disperate,
    piangono, lo salutano,
    gridano, negli ultimi momenti fugaci,
    gli gettano gli ultimi baci.
    Addio! Addio! Addio!
    A domani! Torna amore!
    Domani! Domani!
    I loro occhi gocciano,
    s'agitano le loro braccia, le loro mani.

    Cala la sera.
    Le belle fiamme sono diminuite,
    le suore sono impallidite.
    E colle teste basse
    camminano svogliate
    verso il monastero,
    ciondolanti s'avvicinano
    alla casa, ch'è la perfezione centrale
    dell'isoletta.
    Sulla porta la superiora aspetta.
    Col suo libro in mano,
    piena di severità e di compunzione,
    fa la chiama consueta
    della riunione.
    Le suore debbono rientrare,
    cenare in fretta
    e dopo andarsi a ritirare.
    Antonietta Solare
    Aurora Del Sole
    Giuseppina Solamore
    Alba Raggi
    Isola Meriggi
    Meridiana Tornasole
    Cleofe Stelladoro
    Caterina Solastro
    Regina Solenne
    Corinna e Beatrice Tramonti.

    Pensate che cosa sono per loro
    le brutte giornate!
    Piangono lacrime amare,
    che amareggiano sempre più il mare.
    E le notti d'inverno!
    Come diventano desolati i loro colloquî!
    — Ài veduto che giro corto fa?
    — Sempre meno sempre meno,
    se dura così non lo vedremo
    un qualche giorno!
    — S'alza di là, e va via di là.
    — Che disperazione! Che infelicità!
    — Tornerà tornerà la nostra stagione,
    la state del nostro cuore!
    — Il nostro carnevale!
    — Mi sembra che minacci burrasca!
    — Sei l'uccello del cattivo augurio!
    — Ma quelle nubi vengono su.
    — Di qui a domani non ci saranno più!
    — Io non l'avevo mai goduto come oggi!
    — A me è sembrato che bruciasse meno.
    — A me invece è sembrato di più.
    Quelle suore non muoiono
    di nessun male,
    si asciugano, si asciugano,
    si disseccano al Sole.....
    come le rose e le viole,
    e più che centenarie
    vaniscono, evaporano nel Sole
    come un qualunque vapore,
    senza la consueta putrefazione.
    Il loro Signore le raccoglie poco a poco
    sotto l'azione del suo potente fuoco.
    Quando una ne muore,
    ognuna sta ad aspettare
    nella massima trepidazione,
    tutta pensierosa, tutta preoccupata,
    che non dovesse giù ricadere
    come quella volta famosa.
    Dopo, la cantano e l'invocano beata.
    In tutto il mondo intero
    quella è la sola città
    che non à il cimitero.

    Dite, lo sapevate
    che c'era quest'isoletta in mezzo al mare?
    Questo bollente cuore
    nel seno del gelido mare?
    Siete contenti che ve l'abbia detto?
    Non vi è venuto la voglia d'andare
    con un piccolo vapore?
    Se sapeste! Quante, quante volte,
    ò pensato d'andare a farmi frate!
    Oh! Se quelle suore mi pigliassero!
    Ma esse non riconoscono
    che un maschio solo,
    nella loro strettissima clausura,
    il santo della loro regola: il Sole.



Le Carovane


    Oggi, io mi vedo davanti,
    una lunghissima,
    interminabile via,
    zeppa di carovane.
    Lunghissima via polverosa
    che si estende all'infinito
    proprio davanti a casa mia.
    Dalla finestra della mia stanza da letto
    io me ne sto a guardare
    tutto quell'andare,
    quell'ansare, quel sostare.
    Ferme, vaganti, volanti
    carovane si perdono
    nella via a me davanti.

    Carovane alte e verdi
    di cipressi e d'abeti,
    carovane d'ali, di mani,
    di piedi, di grucce, d'occhi,
    strani occhi, vivaci, immoti,
    guardi d'intelligenti,
    guardi d'idioti.
    Uomini luccicanti
    ricoperti di ferro,
    uomini seminudi,
    avvolti di pellicce,
    van via avanti avanti,
    or lesti or lenti,
    mescolati al bestiame,
    tutti in carovane.

    Carovane di case, di castelli,
    di navi, di barchette,
    rigidissime dame
    composte nelle loro vetture,
    sguaiatissime puttane a sciame.
    Carovane di volatili, d'insetti,
    sopra carovane di tetti.
    Mi fischiano agli orecchi
    tanti stupidi pensieri,
    volan per l'aria leggeri leggeri.
    Qualcuno cammina più profondo
    e pigia una sua stampella
    credendo di sfondare il mondo.
    E di sopra a spiare argutamente,
    carovane di stelle luccicanti.

    Ma che cos'è tutto quel passare,
    tutto quell'andare, quel sostare?....
    Son tutte carovane carovane carovane....
    vane vane vane vane vane....
    ane ane ane ane ane....
    eeeeeeeeeeeeeeeeee....
    e..... e..... e..... e..... e.....

    In fondo io me ne sto a guardare,
    tranquillo alla finestra
    della mia stanza da letto,
    guardo, e aspetto.
    Ma ditemi, dove andate?
    Dove andate? Si può sapere?
    Cosa c'è in fondo a quella via?
    Andate alla Città del Sole Mio?
    Imbecilli! Idioti! Fermatevi!
    Non lo sapete
    che in quella Città
    non posso andarci che Io?
    Per Dio!



La Città del Sole Mio


    Ohelà! Ohelà! Ohelà!
    Rivoltate! Tornate tutti indietro!
    Stolido pecorame!
    Non lo sapete che non ci potete andare
    in quella città?
    È chiuso per tutti quel reame!
    Alla Città del Sole Mio,
    non ci posso andare che io!
    Tornate tutti indietro!
    Ohelà! Pecorame!
    Bestiacce testarde!
    Non sapete qual era la vostra sorte?
    Sareste rimasti tutti fuori
    a litigarvi alle porte,
    sono tutte chiuse quelle porte!
    Venite qua,
    sotto la finestra
    della mia stanza da letto,
    tutto da me saprete, vi prometto.
    Non vi voltate indietro,
    guardate quà!
    La città voi non la potete vedere,
    ci vuole il mio canocchiale;
    venite a sentire.
    Accovacciatevi in silenzio,
    non è tanto robusta la mia voce,
    statevi muti
    come stareste ai piedi della croce.

    In forma di quadrato perfetto,
    si estende la città,
    quattro son le sue porte, e son serrate,
    non à
    nè sindaco, nè prefetto.
    È tutta fabbricata d'identiche case
    quadrate attaccate.
    È tutta popolata
    d'identiche persone
    da parentela vecchissima legate.
    D'una stanza e d'un giardino
    si compone ogni casa,
    le porte sono tutte spalancate.
    Il solo abitatore è sulla soglia
    che guarda nella via
    con guardo assorto,
    secca o snello,
    bianco come un morto,
    senza cappello.

    Le vie regolari si dilungano
    in due bande di queste dette case:
    sono abitate a sinistra
    dai giovani, a destra
    dalle vecchie, più che centenarie.
    Ognuno se ne sta sulla soglia ad aspettare.
    Nessuno si volge al vicino
    o a quello dirimpetto.
    I giovani stanno in piedi appoggiati
    sulla soglia, alti, bianchi,
    stretti nei loro vestiti
    di velluto neri attillati.
    Il loro collo, le loro spalle,
    sono ricoperti di perle;
    tanti tanti collié
    ammassati, pendenti,
    che gli scendon giù davanti.
    Tanti quanti sono i morti
    delle proprie casate.
    Le vecchie di fronte
    ugualmente sulla soglia,
    malissimo vestite e disadorne,
    vizze vizze, piccoline,
    tutte avvolte in scolorite mantelline.
    Le loro teste sono fasciate,
    i loro colli cascanti di rughe,
    sono raccolti in cenci verdastri
    come i colli delle tartarughe,
    o la pelle delle lucertole.
    Della stessa grandezza della casa
    è il giardino,
    e ognuno lo coltiva da per sè.
    Coltivano colla massima cura,
    erbette odoranti,
    il loro cibo si compone
    esclusivamente
    d'insalate profumate.
    E alla finestra dalla parte davanti
    si spingono sul davanzale,
    fuori dalle ferriate,
    testi di basilico e di menta,
    erba cannella,
    qualche pianta di ruta e di mortella.

    Così tutta uguale,
    è questa una città,
    senza romore e senza parole.
    Giovani vite di stanchezza malate,
    vite ostinate di decrepitezza,
    erbe profumate,
    profumi delicati
    come la pelle dei malati.

    Che sole volete che ci brilli
    in una simile città?
    Un povero sole
    che di sole non à
    più che la forma di tondo:
    pallido, tubercoloso,
    riscaldatore di bacilli,
    come quello che sarà
    il giorno della fine del mondo.
    Un sole pieno d'ombre,
    di rabeschi.
    Che sole ci può brillare,
    se non un faro di scarabei,
    nel cielo dei sogni miei?
    Mi direte: è un sole troppo strano!
    Ma io posso tenerlo in mano;
    giuocarci sul mio tavolo
    come se fosse un cavolo.
    Farci all'amore
    a tutte l'ore;
    dirgli: sei un imbecille!
    Dirgli mille insolenze,
    mille brutte parole,
    come non si trattasse del sole.
    Avete capito?
    E ora potete andare,
    io chiudo la mia finestra,
    vado a riposare.



Le Beghine


    Frammenti di penne di struzzo,
    tentennanti
    polverose, intignate,
    su piccoli cestini
    in forma di nido d'uccello;
    questa è a un dispresso
    la forma del loro cappello.
    Roselline consumate, scolorite,
    indecifrabili tinte,
    stinte e ritinte;
    fiorellini impossibili,
    a ciuffettini a mazzettini,
    velettine come ragnatele,
    tutte bucherellate,
    su sulla fronte rialzate
    e molto tirate;
    di dietro un nodino
    col suo ciondolino.
    O cappelli in forma
    di piatto regolare,
    proprio nel mezzo
    un pennacchio strano,
    la punta d'una vecchia
    penna di fagiano
    messa tutta per ritto.
    Pennine di galline,
    di tacchino, di galletto,
    di cappone, tutto tutto sta bene
    sopra i cappelli delle beghine.
    Mantiglie di vecchio pizzo,
    con guarnizioni di gè,
    di tibet, a sproni di velluto,
    a guaine, con galicine
    di piccole trine.
    Giacchetti pieni di fianchette,
    e con gala alla vita,
    sul petto, e sopra le spalle,
    sottane con crespe,
    avanzi di cerchi qua e là,
    rimasugli di tornù,
    tutte bellissime cose
    che non si vedono più
    che alle beghine.
    Alcuna, per suprema dedizione,
    veste alla foggia dei preti,
    col suo bravo collare;
    qualcuna con compassata
    serietà monacale.

    Ma tutte, tutte
    siete un pochino studiate.
    Come mi piace di guardarvi!
    Vi aggirate, vi aggirate
    piene di compunzione,
    d'importanza e di pratica,
    piene di etichetta,
    per la vostra reggia prediletta.
    Fra gli ori, fra i damaschi,
    i pizzi degli altari,
    i doppieri i candelabri,
    andate e venite
    come in casa vostra.

    Inchini secchi
    di gambe irrigidite.
    Mi sembra di sognare
    alle decrepite reggie
    di spodestati re centenari,
    che tutto crepita crepita.
    V'alzate, andate, venite,
    v'inchinate, v'inchinate,
    vi ringinocchiate.

    Le vostre facce
    sono pugni di rughe,
    i vostri colli sbucano,
    si muovono fra i cenci,
    come colli di tartarughe.
    I vostri occhi quilquiano
    dalle infossature,
    con fare di puntiglio,
    di sussiego, di piccosità,
    di superiorità,
    per la vostra interiore
    grande sicurità.

    Dite, nella purità
    siete così avvizzite,
    o nel vizio?
    Come riconoscere
    dai vostri avanzi?
    Eppure siete ancora civette!
    Vi ungete, vi tingete malamente
    gli ultimi capelli,
    portate finte trecce,
    riccioli finti, tinti
    d'un altro colore;
    avete il vestito per le feste,
    e le feste siete meste,
    meste e cocciute;
    la gente che riempie
    la chiesa di colori
    vi urta, vi da noia,
    non è più la vostra casa
    dove dovete regnare,
    la vostra reggia,
    perchè in ognuna di voi
    c'è un fondo di regalità grottesca.
    Camminate a saltelli,
    o nella massima compostezza,
    taluna stampellando per la gotta,
    talaltra con un far da piruette,
    con mosse paralitiche del capo.

    Cosa foste? Cosa siete?
    Vecchie cameriere pensionate?
    Dame decadute?
    Taluna di voi non fu ballerina,
    taluna coccotte?
    Ballerina, coccotte!
    Come siete ridotte!
    V'intanaste nell'ostinazione
    della purità, o nessuno vi volle?
    O conosceste bene l'amore?
    Ecco il mistero
    che m'interessa in voi.
    L'amore! Voi!
    Quanti anni sono ormai?
    Io penso a denudarvi,
    cavarvi i vecchi giacchetti sbiaditi;
    i sudici panciotti
    che v'ammassate addosso
    per la paura delle polmoniti,
    spogliarvi, spogliarvi
    di quel sudicio fasciume,
    e avervi nude dinanzi,
    Gobbe, torte, mostruose,
    farvi rinascere per un istante solo
    un brivido del più orribile desiderio,
    vedervi ballettare dinanzi sconciamente,
    stampellare ridendo aizzate,
    le più vergini vorrei,
    magari quella
    che non fu toccata mai,
    e darvi i miei vent'anni!
    Sentirvi sotto cigolare,
    stridere, cricchiolare;
    schiacciarvi, pestarvi,
    darvi la più orribile gioia,
    il più feroce martirio!
    (Le vostre bocche
    sdentate, sinuose,
    mi fanno vedere
    libidini mostruose.)
    Contaminarvi tutte,
    tutte, darvi odio amore scherno,
    perdervi, gettare in un sol pugno,
    al vento, tutte le vostre preghiere,
    eppoi lasciarvi ridendo!
    Via! Via! Via!
    Cosa vedo dinanzi? Chi?
    Nuda dinanzi a me,
    la madre di mia madre,
    la vecchia....
    No! lo giuro!
    Non le ò mai toccate, le beghine,
    mi piace solamente di guardarle.



Visita alla Contessa Eva Pizzardini Ba


    — Buona sera Contessa.
    — Buona sera carissimo Aldo.
    — Oggi giornata bella, Contessa.
    — Troppo bella, carissimo Aldo,
    non fa nè freddo nè caldo.
    — E la noia, Contessa?
    — Ah! Oh! Ih! Hum!
    — Sempre la stessa!
    — Già. Questo mi dite di nuovo?
    Bravo.
    — Cosa dirvi di nuovo?
    Mi credete così ingenuo?
    Non mi ci provo.
    — Bravo! E passate per giovine bizzarro....
    per uomo così strano....
    strano.... bizzarro....
    bizzarro.... strano....
    Bravo....
    — Cotesta bella veste, Contessa,
    l'ò vista proprio ieri sera
    precisa a una borghese.
    — E fu inventata a Parigi
    che non è ancora bene un mese,
    sempre così, si sa già.
    — A Parigi fumano l'oppio.
    — Ma a Parigi....
    — Oh! Verrà presto la moda anche da noi.
    — Altro che verrà, poi;
    le belle cose da noi sono un mito,
    noi, siamo quelli di ieri, o di poi.
    Che governo pitocco!
    Ma.... di nuovo?
    — Di nuovo?
    — E dire che vorrei, solo per una volta,
    vedermi nuova nel mio specchio.
    — Come?
    — Nuova, diversa da sempre,
    e diversa da tutte.
    — Aver due bocche?
    — Magari, ma è un caso comune.
    — Un occhio dietro?
    — Dove?
    — Nella testa.
    — Ah! Sì....
    — Un dente sulla punta del naso?
    — Meglio senza naso nel caso.
    — Due teste?
    — Comune, comune.
    — Tre teste, quattro gambe?
    — Comune comune.
    Iersera, per dormire, mi son fatta
    tre volte la puntura di morfina.
    — Tre volte!?
    — Sono poche? Sono molte?
    — Ma vi pare, la morfina!
    — La morfina! La morfina!
    — Vorreste d'un tratto
    diventare Regina, Imperatrice?
    Antonietta, Messalina?
    — Uhm.... forse sarebbe meglio....
    una poveretta.
    — Povera molto? Vivere di limosina?
    Essere giù, nel fango!
    — Oh! Si!
    — Insultata, battuta,
    essere vilipesa, prostituta.
    — Oh! Prostituta! Insultata! Battuta!
    Magari nel mezzo della strada
    come una donna perduta!
    Almeno per provare, ma come fare?
    Noi.... chi ci può insultare?
    — Chi, voi? Io!
    — Siete troppo gentile.
    — Mi proverò.
    — Siete troppo corretto, e non
    riuscirete che a farmi annoiare di più.
    Dirò io per la prima.
    Piccolo sciocco!
    — Stupida d'una donna!
    — Poetucolo pitocco!
    — Vescica colla gonna!
    — Imbecille, cretino!
    Omuncolo da nulla!
    — Povera grulla!
    — Grullone, libertino, buffone,
    ruffiano, lenone!
    — Smencitissima vacca!
    Porcona, puttana, vigliacca....
    — Basta basta basta
    mio carissimo Aldo,
    non crediamo di dirci
    qualche cosa di nuovo,
    sensazione nuova, io già non provo,
    la cerco, ma non la trovo.
    Amiamoci piuttosto,
    l'amore è tanto vecchio
    mi sembrerà più nuovo.
    — Si? Purchè voi ritorniate
    come allora, ma ora....
    — Quando?
    — Quando m'ascoltavate
    senza pensare al male,
    ed erano assai meno noiose
    le vostre serate.
    — Mi avete amata voi?
    Ed io vi ò amato?
    Doveva essere molto noioso
    il nostro povero amore, se lo abbiamo
    troncato e nemmeno ce ne ricordiamo.
    — Era.... una parola sola allora....
    — Vi ricordate ieri sera?
    — Ieri sera?
    — Quella mia parola....
    — Quale? Dite, mi fate venir male.
    — Quando fu?....
    — Certamente vi sbagliate,
    fu la sera avanti.
    — Ve l'avevo già detta?
    — Uh! Centomila sere,
    capirete se è sempre la stessa!
    Basta basta, non la ridite,
    lasciatemi morire in pace,
    sono malata.
    — Che sarà di Voi?
    — Di me?
    — Buona notte Contessa.
    — Buona notte carissimo Aldo.



E lasciatemi divertire!

_(Canzonetta)_


    Tri tri tri,
    fru fru fru,
    ihu ihu ihu,
    uhi uhi uhi!
    Il poeta si diverte,
    pazzamente,
    smisuratamente!
    Non lo state a insolentire,
    lasciatelo divertire
    poveretto,
    queste piccole corbellerie
    sono il suo diletto.

    Cucù rurù,
    rurù cucù,
    cuccuccurucù!
    Cosa sono queste indecenze,
    queste strofe bisbetiche?
    Licenze, licenze,
    licenze poetiche!
    Sono la mia passione.

    Farafarafarafa,
    Tarataratarata,
    Paraparaparapa,
    Laralaralarala!
    Sapete cosa sono?
    Sono robe avanzate,
    non sono grullerie,
    sono la spazzatura
    delle altre poesie.

    Bubububu,
    Fufufufu,
    Friu!
    Friu!
    Ma se d'un qualunque nesso
    son prive,
    perchè le scrive
    quel fesso?

    Bilobilobilobilobilo,
    blum!
    Filofilofilofilofilo,
    flum!
    Bilolù. Filolù.
    U.
    Non è vero che non voglion dire.
    Voglion dire qualcosa.
    Voglion dire....
    come quando uno
    si mette a cantare
    senza saper le parole.
    Una cosa molto volgare.
    Ebbene, così mi piace di fare.

    Aaaaa!
    Eeeee!
    Iiiii!
    Ooooo!
    Uuuuu!
    A! E! I! O! U!
    Ma giovinotto,
    ditemi un poco una cosa,
    non è la vostra una posa,
    di voler con così poco
    tenere alimentato
    un sì gran foco?

    Huisc... Huiusc...
    Sciu sciu sciu,
    koku koku koku.
    Ma come si deve fare a capire?
    Avete delle belle pretese,
    sembra ormai che scriviate in giapponese.

    Abì, alì, alarì.
    Riririri!
    Ri.
    Lasciate pure che si sbizzarrisca,
    anzi è bene che non la finisca.
    Il divertimento gli costerà caro,
    gli daranno del somaro.

    Labala
    Falala
    Falala
    eppoi lala
    Lalala lalala.
    Certo è un azzardo un po' forte,
    scrivere delle cose così,
    che ci son professori oggidì
    a tutte le porte.

    Ahahahahahahah
    Ahahahahahahah
    Ahahahahahahah.
    Infine io ò pienamente ragione,
    i tempi sono molto cambiati,
    gli uomini non dimandano
    più nulla dai poeti,
    e lasciatemi divertire!



AL MIO BEL CASTELLO

A MIO PADRE, _instancabile e geniale lavoratore, affettuosamente._



Quando cambiai castello


    Un poeta quando è stanco
    cambia castello;
    piglia sulle spalle il suo fardello
    come un qualunque saltimbanco.
    O come un povero uccello
    cambia lido
    quando gli rompono il nido.
    Lassù non ci si poteva più stare,
    è inutile, non ci si poteva più stare.
    Senza tanto pensarci
    decisi di cambiare.
    Cambiare castello.
    Il posto era assai bello,
    le passeggiate, i dintorni,
    le adiacenze,
    la casa era distante dal cancello,
    ma la vita si era ridotta
    zeppa d'inconvenienze.
    Mi conoscevano tutti,
    un pochino alla volta
    tutti m'avevan conosciuto,
    e il bello d'un poeta
    è, l'essere sconosciuto.
    Tutto di me sapevano,
    appena fuori d'un passo
    tutti mi salutavano,
    nella via mi squadravano,
    mi pesavano, ed ognuno
    voleva dir la sua.

    — È un poeta.
    — Che giovine elegante!
    — Sì, ma è troppo stravagante.
    — Oggi, peccato, non à quel famoso cappello....
    — L'ài mai visto con quell'ombrello
    giallo a righe turchine?
    — E con quel mantello nero?
    — Buffo vero?
    — Con quel pastrano rosso di velluto?
    — Buffo, l'ài veduto?
    — Ma si sa come vive?
    — Gira sempre con un taccuino,
    ogni tanto si ferma e ci scrive.
    — Sapete? È fuori per un giorno.
    — Oggi domani va a Livorno.
    — Ci sta molto?
    — Prende il biglietto di andata e ritorno.
    — Stamane à un po' di tosse.
    — Stasera mangia le frittelle.
    — A quest'ora telefona alle stelle.
    Non ci si poteva più stare.

    Il sindaco una volta
    osò chiedere aiuto
    per una calamità del paese,
    quando l'ebbe avuto,
    non più in là di un mese,
    altra calamità,
    altra supplica.
    Scrivere, per favore,
    il testo di una lapide per un paesano
    morto senatore,
    e un sonetto per il numero unico.
    Un dono per la fiera,
    con lettera di preghiera
    d'accettare la carica
    di presidente onorario.
    Il priore raccomandava
    le anime sante del purgatorio.
    Confraternita della misericordia,
    questua domenicale.
    Qualche supplica speciale al Signore
    per ottenere una protezione
    speciale del paese.
    Orazione delle quarantore.
    Colla mia grande ammirazione
    per le beghine
    m'avevan preso per un clericale.
    Suggerire l'epigrafe
    per un piccolo angioletto,
    con un mottetto dolce per finale.
    Detto una volta di sì,
    la bella pace finì.
    Il bidello, lo scaccino,
    erano sempre al mio campanello.
    Decisi di cambiare;
    e venni qua lontano, sul mare,
    da tutta opposta via,
    in cerca di una casa
    che potesse diventare la mia.

    «Si affitta. Si dà via.
    «Villino da vendere,
    «Con e senza mobiglia.
    «Miti pretese.
    «Rivolgersi al custode di Villa Agnese.
    «Villa Irene.
    «Dodici ambienti, bagno, acetilene.
    Su, su, lontano dall'abitato,
    trovai quello che avevo sognato:
    un decrepito castello
    mezzo rovinato.
    «Si vende.
    «Rivolgersi in città
    «Via Rubacode
    «Rapezzini negozio di mode.
    Qui nessuno ci sta,
    tutto vuoto.
    Ottima qualità.

    — Ecco Signore,
    e il vecchio andava avanti,
    — la porta è sgangherata
    ma i battenti sono di pregio,
    guardi belli i mascheroni,
    occorrono molte riparazioni, si sa.
    La Contessa morì dieci anni fa,
    e d'allora nessuno c'è venuto più,
    nessuno n'à avuto più cura.
    La Contessa era centenaria.
    — Sola vi abitava?
    — Con due sue vecchie donne
    che morirono anch'esse poco dopo,
    erano come lei centenarie.
    Era molto decaduta,
    ma fu, in sua gioventù,
    la prima dama della nostra città.
    Questi luoghi, signore,
    furono sempre praticati
    da grandi uomini,
    questi terreni furono pestati
    da scienziati e da poeti.
    — Male, buon vecchio, male,
    preferisco terreni pestati dagli idioti.
    — Perchè signore?
    — Bella, per imparare.
    — Guardi da questa finestra, signore,
    i monti e il mare.
    — Ci sono di belle passeggiate?
    — Tante, tutte meravigliose,
    su per queste colline, lungo il mare....
    — E lunghe vie piane ci sono?
    lunghe, uguali?
    — C'è la via provinciale.
    — È assai vicina?
    — Passa di là sotto quel gruppo di case,
    ma è la più polverosa,
    la più noiosa per passeggiare.
    — A me però va bene.
    — Perchè signore?
    — Per camminare
    senza misura, pensando alle cose mie,
    (per mettere insieme le mie strane poesie.)
    Quest'ammasso di rovine
    mi va, buon uomo, mi va,
    è un covo da gufo
    che per me farà.

    Ci sono abitatore felice
    da tanto tempo, nel mio castello
    che odora di centenario,
    di beghine morte lentamente....
    «senza male, disseccate al sole
    «come le rose e le viole,
    «senza la consueta putrefazione.



Le mie passeggiate


    Nelle belle giornate,
    nelle belle serate,
    e anche nelle brutte,
    faccio le mie passeggiate.
    Scendo lungo mare,
    e su la riva
    mi dilungo a camminare.
    Però non andiamo d'accordo
    me e il mare,
    a me spesso dà noia
    quel suo eterno brontolare,
    lui dice che io sono un gran brontolone.
    Non mi conosce nessuno
    e faccio il comodo mio.
    Qualcuno mi saluta
    guardandomi con curiosità.
    — Buona sera signore.
    — Buona sera comare.
    E lì finisce tutto.
    Cammino sulla via provinciale,
    e mi dilungo all'infinito;
    salgo i bei collettini,
    che ognuno m'è ormai famigliare.
    Mi seggo sopra un muricciuolo
    dove ci sono due cipressi a lato.
    Colla coda dell'occhio io me li vedo
    come due grandi carabinieri
    a cavallo impalati,
    come se si fossero fulmineamente fermati
    al fermare della mia carrozza.
    Andate, andate,
    io rimango un momento qui a sedere,
    potete andare,
    non sono già figliuolo dell'imperatore,
    non sono mica il re,
    che cosa posson fare a me?
    Nè una vezzosa infanta,
    che mi debban far del male,
    nè una decrepita principessa reale.
    Andate, andate.

    Sulla cima di un bel colle,
    meravigliosa altura,
    dove ogni altro uomo che vi fosse giunto,
    si sarebbe messo a sognare come nulla
    il proprio monumento,
    io, in un bel momento,
    ci sognai la mia culla.
    E mi ci vado a sdraiare;
    mi vedo tutt'intorno
    il bel giro dei monti,
    e da una parte il mare,
    e di sopra la luna e il sole.
    Come ci si sta bene nella culla!
    — Quella copertina turchina (il mare)
    l'ò buttata via perchè avevo troppo caldo.
    — Titì non ti scuoprire;
    sta' coperto Titì.
    — Ma ò caldo!
    Quella bella pallona d'oro (il sole)
    me l'à portata il mio bel papà.
    E nelle serate di luna,
    ci vado tutto ravvolto
    nella mia verde cuna.
    — Quella bella pallina d'argento (la luna)
    me l'à portata la mia mammà —
    oppure:
    — Voglio quello spicchino di limone!
    — No Titì, ti farebbe la bubù
    ai dentini, alla pancina.
    — Lo voooglio!
    — Bada Titì, se non stai buono
    ti faccio totò.
    — Voglio quel chifellino
    per zuppare nel mio latte.
    Voglio quella bella falcettina!
    — No Titì, ti taglierebbe le manine.
    — Voglio quella bella falcettina
    per tagliare tutta l'erba
    davanti alla mia culla!
    — Ma no Titì.
    — Ma siii!
    — Ma nooo!
    — Ma siiiiiii!
    — Ma nooooo!
    — Ma siiiiiii!
    — Ma nooooooo!... —
    Che gioia, che gioia, che felicità,
    per chi non à da far nulla,
    ritornarsene ogni tanto nella culla!



Il mio castello e il mio cervello


    Alla finestra
    della mia stanza da letto,
    nel mio decrepito castello,
    sulla sera lungamente mi diletto
    a starmene solo col mio cervello.
    Il diletto, mi direte,
    non potrebbe essere più grazioso,
    per un poeta, come me, ozioso.
    E guardo giù per la valle,
    guardo i monti, le colline,
    il mare non si vede da questa parte,
    E girano e girano
    e serpeggiano le rondini
    attorno al mio castello.
    (Quanti giri!)
    E girano e girano
    e serpeggiano
    i pensieri attorno al mio cervello.
    (Quanti giri!)
    Voli di rondini leggeri,
    leggeri pensieri.
    (Che non son sempre leggeri).
    E guardo dinanzi la valle,
    i monti, le colline,
    gli alberi grandi a selva,
    in filari lunghi senza fine,
    disposti bene ad arte,
    il mare non si vede da questa parte.
    E girano e girano
    serpeggiano
    le rondini attorno al vecchio castello.
    (Quanti giri!)
    E girano e girano
    serpeggiano
    i pensieri attorno al giovine cervello.
    (Quanti giri!)
    Io penso:
    Se ogni pensiero
    avesse fra le labbra un filo
    (come il ragno)
    se avessero in bocca un filo
    (come il ragno)
    tutte le rondini che si aggirano,
    tutte le rondini che si sono aggirate,
    il mio castello e il mio cervello
    sarebbero due matasse,
    molto molto molto arruffate.



La ciociara in lutto


    Dei pochi arredamenti
    che trovai nel castello, quando entrai,
    non volli gettar via tutto,
    qualche cosa mi piacque di serbare.
    Fra queste cose, un quadro,
    che rappresenta una ciociara in lutto.
    Lo volli lasciare, non per il suo valore,
    ma perchè quel quadro
    mi à fatto sempre tanto pensare.

    Avete mai posseduto un quadro
    che non vale, che non sapreste ammirare,
    privo d'ogni bellezza,
    ma che vi fa pensare?
    Un quadro, che sempre
    ve lo vedete davanti,
    e lo state a guardare
    mentre vi trovate solo a pranzare,
    e che vi fa mangiare
    senza saper di mangiare?

    Per quanto non privo di buone qualità,
    non è certo un quadro di valore;
    non potrei precisare gli anni che avrà,
    non porta la firma dell'autore.
    È appeso alla parete del tinello,
    e rappresenta, in grandezza naturale,
    una ciociara in lutto.

    Quando mangio non fo
    che guardarlo e pensare.
    Una donna di mezza età,
    non brutta, ma nemmeno bella,
    d'alta statura, una discreta figura,
    ed una faccia seria....
    ma non per malinconia,
    dura d'espressione, singolare.
    Una ciociara in lutto!
    Mi sembra... come un contrattempo,
    mi sembra che il lutto
    debba essere
    tutto la negazione delle ciociare;
    eppure porteranno il lutto
    anche le ciociare;
    ma non me le so figurare.
    Quella gonnella con tutte quelle pieghe,
    e il busto, non s'addicono
    di panno nero, il seno
    coperto d'una camicia bianca di lino...
    e il panno sulla testa nero...
    con sotto un lino bianco...
    Come si trova qui? Chi potrà essere?
    Ecco il pensiero.
    E ogni sera e ogni mattina mi tormenta.

    Chi sarà?
    Una nutrice della famiglia?
    Della vecchia contessa?
    Forse di sua figlia?
    Aveva una figlia?
    Forse morta prima di lei?
    Forse ancora vivente? Dove?
    Ebbene, situata a quel modo
    nel tinello, ad un posto d'onore...
    una nutrice ciociara...
    Eppoi in lutto!
    Il suo piccolo forse morì,
    e venne ad allattare qui,
    da questi signori.
    Il lutto non glielo avrebbero
    lasciato portare.
    Che fosse invece in quel tempo
    in lutto la famiglia?
    Ma di solito non s'usa
    vestire di gramaglia
    financo la balia,
    mi sembra di cattivo augurio.

    Un quadro comprato? Regalato?
    Mi pare quasi impossibile
    anche questo fatto.
    Comprare o regalare un quadro,
    che non è che il ritratto
    di una donna non bella.
    E che non può avere neppure
    attrattive pel costume.
    Si vedono quadri di ciociare dappertutto,
    ma di ciociare con allegri visi,
    piene di colori e di sorrisi,
    ciociare in mosse gaie,
    non di ciociare in lutto.
    Eppoi mettere il ritratto
    d'una sconosciuta nella stanza da mangiare,
    dove per solito s'usa
    mettere soggetti che riguardano la mensa,
    cose allegre e appetitose.

    Che sia un ritratto
    della padrona stessa
    del Castello?
    Un ritratto, in costume, della Contessa?
    I lineamenti non sono da dama,
    eppoi perchè si sarebbe fatta
    quel ritratto scegliendo un costume
    nel suo momento brutto?
    Che la Contessa fosse molto stramba?
    Io che mi credo tanto,
    sarebbe curioso
    che questo castello fosse stato,
    prima di me, abitato
    da della gente cento volte
    più stramba di me.

    Alle volte, dopo lungo
    fissare quel quadro,
    non vedo più la tela e la cornice,
    la parete, non distinguo più nulla,
    soltanto quella donna che mi sembra
    lasci la sua posa
    e si muova, venga avanti
    come per dirmi qualcosa,
    che venga magari, col suo piglio,
    per maltrattarmi, per mandarmi via!
    Ma che! Mi riscuoto dipoi,
    impossibile, così lontani dalla ciociaria.
    Che fosse una delle due centenarie
    compagne della Contessa?
    E a lei tanto care?
    Tanto care da darle nell'appartamento
    questo posto d'onore?
    Forse un'altra già morta....
    Le due donne erano due ciociare....
    Forse fu un tempo
    ospite del castello un pittore....
    Ma avrebbe dipinto entrambe le ciociare,
    o meglio, avrebbe in omaggio
    dipinta la Contessa.

    Come le vedo andare
    quelle tre donne!
    Quella vecchia dama secca secca,
    in lutto, con una lunga coda nera,
    con una cuffia nera di merletto
    sopra una finta di ricciolini bianchi,
    ormai ingialliti;
    e ai lati le due ciociare in lutto,
    con quelle gonne corte
    a mille pieghe, scampananti,
    camminare piano piano,
    irrigidite sulle loro ossa legnificate,
    dentro le pelli incartapecorite,
    le cui carni si erano poco a poco
    prosciugate prosciugate,
    ed erano ormai tutte svanite.
    Quella Contessa con quella coda,
    e quelle ciociare con quelle sottane corte!
    Tutte tre centenarie!
    Sarà così? Come sarà?

    Come c'entrò qui dentro questo quadro?
    Perchè non volli gettarlo al mio venire?
    Che cosa mi poteva dire
    questa donna non bella
    che non conoscevo?
    Chi lo introdusse?
    Qualcuno forse.... per pensare?
    E per lasciare ad un altro
    questa occupazione?



La mano


    Tutti sapete bene
    che cosa sia una mano.
    Una mano!
    Chi è che non l'à vista?
    Ma non potete sapere
    in che consista
    una mano che non s'è mai vista.

    In un angolo della mia stanza c'è
    un morbido divano,
    al quale ogni sera mi do
    puntualmente
    alla stess'ora,
    per il mio terribile perchè.
    È l'ora della mano.
    Quel divano è quello della mano.
    M'abbraccia, m'affonda, m'assorbe,
    mi fa nido, il mio divano,
    ed io mi lascio andare
    con trepidazione paurosa,
    abitudinaria
    aspettativa morbosa.
    Da una certa sera
    tutte le sere alla medesim'ora.

    In questa stanza
    vagola, brancola,
    vive senza posa,
    una mano che non si vede,
    e che si posa solamente
    quand'io sono disteso sul divano.
    Enorme mano morbida,
    fatalmente forzuta,
    eppur voluttuosa.
    Perchè gira nella mia stanza?
    Non m'à ancora
    carezzato abbastanza?
    Fu qui amputata a qualcuno
    e vi rimase inoperosa
    nella sua avidità di carezzare?
    Mano fortissima
    e insieme affettuosa,
    mano che sa tanto bene carezzare,
    che sembra quella d'un gigante buono
    avvezza, per innata generosità,
    alla più tenera carezza.

    Avete mai pensato
    alla dolcezza che può dare,
    la carezza della mano
    d'un gigante buono?
    Quella mano che potrebbe stritolare,
    e che invece vi accarezza.
    E lo sapete bene
    che basterebbe una stretta,
    ma vi lasciate andare.

    La mano m'accarezza m'accarezza,
    ed io mi lascio tutto andare
    a tale ebbrezza.
    Io sono in suo potere ormai;
    ed essa mi liscia i capelli,
    me li solca,
    la fronte, le tempie,
    le palpebre mi socchiude,
    mi gira dietro il collo,
    (io non ci vedo più)
    mi palpa sulla nuca
    pigiando come per cercare,
    più forte, più forte,
    m'afferra ad un tratto
    per la pelle del collo
    strettamente
    come un povero gatto.
    Io non vedo più la stanza,
    non sento più il divano,
    solo la stretta di quella mano
    sopra il collo.
    E ora mi porta via.
    Lo so bene ormai
    dov'essa mi conduce,
    l'ò fatta tante volte
    la sua via,
    identica ogni sera.

    E buio fuori,
    sono accesi languenti lampioni,
    le strade sono bagnate,
    tutte infangate.
    All'angolo del vicolo
    brigate di lenoni,
    puttane a brigate.
    Eccoci nella tua via,
    tra il bordello e l'osteria.
    Pel vicolo oscuro
    mi sento strofinare la terra,
    sbattere il muso nel fango, nel muro.
    Si passa la solita porta
    della solita osteria,
    il solito cancello
    dello sganasciato solito bordello.
    Sempre lì mi conduci,
    sudicia mano!
    Fosti amputata, dimmi,
    ad una gran puttana,
    nella sala di questo castello?

    Le puttane che aspettano, si sa,
    alla vista del cliente
    mi vengono incontro tutte contente.
    — Buona sera biondino!
    — Buona sera, eccoti qua!
    — Come sei mingherlino!
    — Non vieni mica qui per far camorra?
    — Il giuoco di Lischino lo conosci?
    — Devi aver poca borra!
    Flaccide, seminude,
    facendo ballonzare
    con pesantezza
    i seni sui ventri flosci,
    mi ronzano attorno
    quelle puttane;
    ed io le sto a guardare
    con compostezza.
    — Sembri il bambin Gesù!
    — Non vedete non ne può più.
    — Via, su ti riscaldiamo!
    Mi spingono in mezzo a loro
    sballottandomi,
    cantano in coro come forsennate
    il più osceno girotondo
    a gambe spalancate,
    e gridano sconciamente inebriate:
    — Fatti sotto fatti sotto!
    S'alzano tutte le sottane
    quelle vecchie puttane disfatte.
    — Fatti sotto fatti sotto!
    — Ascoltate!
    Io sono quel signore...
    che vive in quel castello!
    (mi ricordo non so come
    in quel momento).
    — Ahahahahahah!
    — Lassù....
    — Ahahahahahah!
    — Quel signore....
    — Dio! non mi ricordo
    più il nome!
    In quel castello....
    — Ahahahahahah!
    — Bello! Bello!
    — Sei un povero matto, poverino!
    — No, sono quel signore....
    il nome.... il nome....
    non lo ricordo più!
    Chi mi ci à portato?
    — Da te ci sei venuto!
    — Musino da flanellista!
    — Chi mi ci à portato?
    — Il diavolo che ti riporti!
    — La scusa l'ài trovata bella!
    — È venuto a far flanella!
    — È venuto a far flanella!
    — Buttatelo giù dalle scale!
    — Fuori fuori, è robetta!
    — È bene che si faccia male!
    — Non sappiamo che farcene noi,
    di quei signori!
    — L'ànno preso a civetta!
    Mi gettano dalle scale,
    infuriate le puttane,
    e mi corrono dietro.
    Quando mi sento andare,
    e sono sull'orlo del precipizio,
    la mano mi sostiene, mi sostiene.
    E fuori mi gridano i lenoni
    all'angolo sotto i languenti lampioni,
    m'inseguono le puttane
    come tanti cani.
    Tutti mi gridano e m'insultano!
    La mia carne lacerata,
    in possesso della mano,
    seguita ad essere sbatacchiata.

    I miei occhi goccianti
    lagrime verdi e rosse
    non vedono più,
    la mia bocca sanguina giù giù
    sotto colpi di tosse.
    Non odo più che lo scherno,
    le grida di quella gente.
    gli urli delle prostitute
    e dei lenoni; tutti sono scappati fuori,
    e m'inseguono, m'inseguono.

    Ora la mano mi sottrae,
    mi fa fuggire rapidamente
    alle terribili ire
    di tutta quella gente.
    Intravedo la mia via
    per la campagna,
    mi par di sentire il mare,
    intravedo il mio cancello,
    l'ombra del mio bel castello
    nella terribile agonia.
    Penetrano l'unghie acutissime
    dentro la mia nuca in brandelli,
    (io non ò più la forza
    di respirare,
    lascio fare)
    e l'unghie penetrando
    s'aprono tutte le porte,
    brandello per brandello,
    dentro l'ultimo lembo del mio cervello:
    ecco: la morte!
    Io mi sento veramente morire.
    La mano piano piano
    m'adagia sul morbido divano.

    M'alzo trasfigurato,
    mi vado a guardare nello specchio,
    la mia faccia è d'uno strano pallore,
    sono vitrei i miei occhi.
    La mia bocca serrata
    è dissanguata.
    Le mie narici spalancate
    palpitano con affanno.
    Ò sognato? No.
    Non dormo, io sogno ogni sera,
    tutto l'anno,
    quella via,
    per quella mano che m'avvolge
    nelle dolci spire,
    e mi trascina nel fango
    per farmici morire.
    Ma io la potrei fuggire tale mano.
    Mi direte:
    Bruciate quel divano!
    A quell'ora che sapete
    andate a passeggiare,
    non vi ci dovete sdraiare,
    in fondo voi soffrite, poveretto!
    Cambiate la camera da letto.
    È vero, è vero,
    miei buoni, miei cari,
    perdonate,
    è.... come l'abitudine del male,
    io non so rinunziare
    quando mi sento accarezzare
    da quella mano,
    e mi lascio andare,
    e so dove,
    e fin dove.

    Pensate, pensate
    che disperazione
    per uno come me,
    dovere ogni sera lasciare
    il mio bel castello
    per andarmi a ingolfare
    nelle sozzure
    come l'uomo più volgare.
    Tutte le sere sentirmi trascinare,
    come un fanciullo
    dal canto della sua nutrice
    per tante porte d'oro
    nel regno delle fate!
    Quali sono le mie fate?
    Quali sono le mie porte?
    Dovere ogni sera provare
    che cos'è la morte!

    E ritornando nel mio bel castello,
    temere d'incontrare
    gli sguardi famigliari,
    perchè possono capire i miei cari
    dove sono stato!
    Certamente Cherubina ormai à capito,
    mi guarda senza dirmi nulla
    al mio ritorno, e pensa:
    che cattivo marito!
    E Stellina, e Cometuzza,
    mi guardano con occhio pio pio,
    che mi dice assai bene:
    dove sei stato,
    fratellino mio?



L'orologio


                              L'orologio è il ricordatore del tempo
                              che non è più.
                              Esso segna il tempo che i poveri
                              uomini regalano alla morte.
                                  VALENTINO KORE.

    Ad una parete della mia stanza
    da letto, c'è appeso
    un orologio vecchio;
    uno di quelli di vecchia usanza,
    colla catena e il peso.
    Un tempo lo caricai
    tanto per far qualcosa,
    non sapendo precisare
    se più m'irritasse fermo,
    o più il suo maledetto andare.
    Da tanto e tanto tempo
    l'orologio non va più.
    Io lo guardavo sempre con ghigno,
    tramandogli una fine,
    a quel ciarliero maligno,
    una molto triste fine.

    Voi uomini tutti
    tenete addosso un orologio, e non sapete
    tutto quello che lui di voi sa,
    tutto esso segnerà,
    e non ve lo dirà mai.
    Io lo guardavo pensando:
    orologio, tu sai
    tutto di me, dimmi l'ora ch'io morirò.
    Le due? Le cinque? Le tre?
    Le tre e un minuto, e due minuti?
    Dio! Mi sentivo morire
    tutti i minuti!
    Su quel vile orologio
    tutte le mie ire infuriai,
    tutto quello che mi capitò fra le mani
    gli tirai.
    Insulti, sputi, sozzure,
    scarpe, calamai!
    Ed egli si fermò.
    Si fermò sulle sei.

    Sul momento mi parve
    d'esserne liberato,
    che non battesse più,
    che si fosse fermato.
    Ma il dì seguente
    giunse quell'ora,
    io lo guardai,
    e da quella immobilità feroce
    compresi che quella
    doveva esser l'ora
    inesorabilmente!
    Tutti i giorni io doveva
    a quell'ora morire?
    Quell'ora del tramonto,
    o dell'ave maria,
    o prima della notte,
    o ultima del giorno,
    le sei, l'ora terribile
    di tutti gli incubi miei!
    Quell'ora serale,
    era divenuta giustamente
    la mia ora sepolcrale.

    Nella disperazione
    corsi sull'orologio,
    lo sventrai!
    Tutto gettai, le lancette,
    il suo tagliente
    meccanismo infernale,
    tutto dispersi!
    E non si vede ora
    che una mostra bucata,
    e un pezzo di catena
    rimasta ciondoloni
    con una ruota attaccata.
    Brandelli di quel sozzo ventre
    che sbudellai.

    Uomini, che da voi non sapete nascere,
    da voi non sapete neppure morire,
    e vi tenete caro sul petto, sul core,
    quell'ordigno che sa la vostra ora,
    e non ve la dirà, e tutti i giorni
    ve la batte sul seno, e non ve n'accorgete.
    Io benedico a chi sa l'ora di morire,
    e m'inginocchio ai piedi del suicida.
    Io penso: che aspetto?
    Aspetto che ad uno ad uno cadano
    tutti i miei bei capelli,
    i miei bei denti?
    Aspetto che una piaga gialla
    sbuchi da qualche parte
    ad insozzare la mia pelle bianca,
    e l'invada, e la ricuopra?
    Oh! Com'è bello morire
    con un fiore rosso in fronte!
    La rosa più vermiglia
    che si sfoglia, che si sfoglia
    a lato della fronte bianca!
    O dalla torre più alta
    darsi alla voluttà del vuoto,
    dello spazio!
    E che sul mondo rimanga
    una macchia vermiglia solamente.
    E tu che la sai, quell'ora,
    scritta è già sulla tua fronte,
    tu, mantenendo il tuo trotto,
    tranquillo la segnerai
    e passerai.
    Ed io non potrò dire:
    era quella, quella che mi fece tremare
    ogni dì, quella che passò inosservata,
    quella alla quale non pensai.

    No! Io mi faccio una torre sopra un monte,
    la più alta del mondo,
    su tutti i tuoi minuti
    tutti i suoi mattoni,
    e vi salgo all'ora mia,
    quella scelta da me.
    Mi fermo per sentire bene il battito
    di tutti gli orologi del mondo,
    cuori inutili e vili,
    e ti grido: orologio, guarda, mi getto!
    E faccio l'atto.
    Ah! sentito uno scatto!
    Sei stato tu, tu che ài segnata già l'ora,
    ài creduto che fosse quella!
    Ahahahahahah!
    No, non era quella,
    è quella che so io!
    Ora sono io che comando,
    sono io che darò l'ora a te, Ora!
    Trovar nella mia gola,
    far salire dal mio ventre,
    le più folli, le più oscene risate,
    i lazzi più sconci,
    i gridi di scherno più acuti,
    e farti aspettare
    altri cinque minuti.



Cherubina


    Scrivo: Cherubina:
    e il mio pubblico indovina:
    questa è una bella mogliettina,
    uno di quei bei tipettini
    rosei paffuti e freschi,
    la mogliettina....
    del poeta....
    Una bella mogliettina
    che gli tiene in ordine il castello,
    che sorveglia la cucina,
    gli rassetta la biancheria,
    la migliore compagnia
    per un uomo come quello,
    che vive tutto l'anno
    rinserrato in un castello.
    Ài sentito Cherubina?
    È vero che sei la mia mogliettina?
    La moglie del mio cuore,
    e la moglie del mio buon umore?
    Una moglie come te,
    piena di mosse simpatiche,
    non c'è, Cherubina,
    le altre mogli sono tutte antipatiche.
    Su diritta Cherubina,
    saluto militare,
    da moglie esemplare.
    Di' a questi signori
    che fai delle tue giornate;
    digli che sei tanto civetta,
    che tutto il giorno ti fai toletta.
    Digli che rompi tanti specchi,
    e non nascondergli che t'inciprî
    e imbelletti come una parigina.
    E io ti sto a guardare, marito beato,
    felice di tutte le tue mosse,
    che si posson guardare
    a tempo avanzato,
    senza doverti aspettare
    per condurti a teatro,
    o a ballare.

    Sei una moglie molto casalinga,
    quasi all'uso orientale.
    Le turche stanno a disposizione
    del loro padrone
    per le sue lussurie,
    te, per il suo buon umore.
    La mattina, è Cherubina
    che mi viene a svegliare,
    salta sul mio letto,
    mi da i pizzicotti sul naso,
    si mette a tirare le coperte,
    mi scuopre, mi ricuopre,
    poi si mette a dormire
    colle manine sotto il guanciale;
    tutto quello che potrebbe fare
    la mogliettina più ideale.
    À qualche posa un po' azzardata,
    ma come si fa.... nell'intimità....
    a qualunque altra moglie
    verrebbe perdonata.
    Ma non sempre glie la passo,
    la grido:
    Cherubina non sta bene
    di spulciarsi davanti alle persone,
    Cherubina non si fa,
    davanti al tuo padrone!
    Un'altra mogliettina non lo farebbe.
    E chi lo sa?
    Dopo un poco di tempo....
    nella più stretta intimità....

    Bisogna poi vedere come à sviluppato
    il sentimento di maternità,
    come dolcemente accarezza
    Stellina e Cometuzza,
    gli liscia le pennine, la cresta,
    poi gli da un gran sculaccione,
    quelle scappan via,
    e Cherubina si rintuzza
    per paura del padrone.
    Ma il padrone ride e se la gode
    tutto di buon umore.
    Gli uomini come va,
    nella buona società,
    usan tenere, per il buon umore, una moglie
    al posto della scimmia,
    io, tanto di modeste voglie,
    lontano da ogni buona società,
    tengo una scimmia
    al posto della moglie.



Ginnasia e Guglielmina

[Nell'Intimità: Stellina e Cometuzza.]


    Ginnasia e Guglielmina
    sono due belle cenerine,
    le mie care sorelline.
    Una persona in voga come me,
    non può far senza
    delle sorelline,
    ce ne vogliono almeno due o tre.
    Pio Decimo à le sue,
    come ogni buon uomo alla moda,
    due ottime sorelline
    colle quali andare a spasso per la mano
    nei giardini del Vaticano.
    Giovanni Pascoli,
    ch'è il primo poeta d'Italia,
    à anche lui la sorellina,
    ne à una, ma che ne vale due.
    Le belle cenerine
    sono le mie sorelline.

    Pire pire pire pire pire!
    Eccole come corrono
    le mie pirine,
    le due ragazzine civette,
    come corrono, le mie belle scalette!
    Come siete carine
    con tutte le vostre
    pennine cenerine.
    Uh! Se siete ingrassate,
    brutte mangione, che non sapete far altro
    delle vostre giornate.
    Venite belle cocche,
    venite pirine dal vostro Bubù,
    dal vostro gallettino rosso.
    Vi metterò il fioccone,
    il fioccone rosso,
    del colore del vostro padrone,
    che fa pandà col bel crestone,
    che sembra un cappellino di Parigi
    d'ultima moda,
    le mie civettone.

    Non fate che lisciarvi e carezzarvi
    le pennine,
    proprio come due sorelline
    ch'àn da trovar marito.
    Sono io il vostro gallettino,
    il vostro Bubù;
    non mi volete più?
    Brutte sgualdrine!
    Come vi voglio bene,
    come ci sto volentieri
    insieme con voi!
    Siete due sorelle deliziose,
    con tutte le grullerie,
    le stupidaggini di due ragazzine,
    ma che non ànno lingua
    altro che per dare
    una grande consolazione
    al loro caro fratellone.
    Oh! Io non sto più in me
    quando sento:
    cococococococococodè
    cococococococococodè
    cocodè cocodè.
    E la gioia che provo
    quando vengo a prendermi
    quel bell'uovo!
    Il vostro bel regalo, sorelline garbate.
    Il cibo miracoloso per la mia salute.
    L'uovo fresco delle cenerine
    è il mio cibo prediletto.



Il ballo


    Come si fa, una festa ci vuole
    ogni tanto.
    Il ballo è un'abitudine antica,
    non si può sradicare.
    La festa è per certuni un dovere.
    Come si fa durante il carnevale
    a non aprire mai le proprie sale?
    Non per gli altri, ben inteso, ma per me,
    perchè il mio ballo è solamente per me.
    Due tre volte durante l'inverno
    c'è ballo al mio castello.
    Non mando nessuno ad invitare,
    tutti quelli che debbono venire,
    lo debbono saper bene da sè.

    Che martirio dover pensare
    a preparare,
    eppoi dover preparare!
    Spolveratura generale
    di tutte le sale,
    che tutto sia pulito con cura,
    per la buona figura,
    per uno come me,
    anche se non vede nessuno.
    Preparare la musica,
    le candele, il buffè,
    che seccatura!
    Eppoi viene la sera,
    le porte sono tutte aperte,
    i lumi s'accendono alle dieci.
    Giungono silenziosamente
    in lunga fila
    le vetture, scendono
    le dame, s'affrettano
    a prender posto nelle sale.
    Cogli occhi socchiusi
    io vedo tutto questo passare,
    questo giungere in fretta,
    questo via vai per la mia scala.
    E intanto sono a prepararmi
    con l'abito di gala
    quello rosso più bello,
    curioso refilé,
    (e non è un bal masqué!).
    Doversi affanzonare
    una faccia da sembrar per la quale,
    eppoi alla mezzanotte
    entrare.

    Tutti gli occhi addosso a me,
    della mia folla muta,
    entra il re.
    Mi strisciano le dame
    i loro inchini più profondi,
    cercando di mostrarmi
    meglio che sia possibile
    i loro piccoli mondi,
    che si vedono a metà
    nella seminudità.
    Poco mi guardo attorno,
    cerco di affettare un sorriso
    tra la sofferenza
    e l'indifferenza,
    e m'armo di pazienza.
    Faccio un giro per la sala
    col mio sorriso studiato, uguale,
    che serve per tutte le dame
    senza guardarle in viso,
    saluto generale, e penso:
    ora tutte queste signore
    vorranno ballare
    la quadriglia d'onore.
    E avanti pure.
    Quadriglia d'onore.
    Non scelgo la dama,
    mi piazzo nel mezzo della sala
    cogli occhi semichiusi,
    e mi vedo ronzare dintorno
    centinaia di musi.
    Mi perdo a tutto quel girare
    di gente così disuguale.
    Alle mie serate
    tutte le mode
    sono rappresentate,
    sono ammessi perfino i cerchi e i tornù,
    tutte le mode van bene,
    cominciando da me,
    (e non è un bal masqué).
    Figura finale.

    La mia parte è finita.
    Lascio i miei invitati
    faccio aprire il buffè.
    Andate, andate,
    faccio aprire le sale,
    colle tavole apparecchiate,
    andate andate,
    c'è d'ogni ben di Dio,
    ogni lusso di ghiottonerie,
    vini e liquori a orci;
    potete dissetarvi e sfamarvi
    come tanti porci.
    Io mi ritiro nel mio appartamento,
    seccato e stanco,
    un ballo è sempre seccante per me,
    anche quando è solamente per me,
    ma come si fa,
    una festa ci vuole ogni tanto.



Il pranzo


    E anche i pranzi e le cene
    devono essere numeri del programma
    della gente perbene.
    Si pranza così felicemente da per sè,
    nella più completa libertà,
    ma bisogna sottostare,
    come si fa?
    Un pranzo di etichetta
    in tutta la stagione,
    qualche pranzo famigliare,
    e per non crepare di noia, ogni tanto faccio
    una cenettina alla Boccaccio.
    Io prendo posto al centro della tavola,
    alla mia destra Ginnasia,
    a sinistra Guglielmina,
    in fronte Cherubina
    come padrona di casa.

    Io che faccio le mie cene
    con un uovo, o con due frittelline,
    e me ne avanza,
    che disgusto provo
    al passare d'ogni nuova pietanza,
    che mi conviene un po' assaggiare
    per la buona creanza.
    La cena procede con brio,
    con molta eleganza.
    Chi si diverte meno sono io.
    Se non fosse Stellina,
    se non fosse Cometuzza!
    Ogni tanto vengono a beccare nel mio piatto,
    io rido come un matto.
    Oppure saltano in mezzo al tavolo,
    e si mettono a beccare i fiori del bocchè
    come se fosse un cavolo!
    Che gioia per me!
    Se non fosse Cherubina
    con qualche sua smorfiettina
    piena di simpatia!
    Dà uno scappellotto
    al servo che le porge il vassoio,
    si prende un mezzo pollastro
    tutto per sè!
    Si leva qualche cosa
    dalla sacca della gola
    e la mette nel piatto del vicino.
    Caccia un osso dentro una bottiglia
    eppoi ci va a guardare piena di maraviglia.
    Mangia un pochino troppo colle mani,
    buffa, buffa!
    (Qualche invitato forse sbuffa).
    Che cosa ci posso fare
    se la padrona di casa
    è una birichina?
    Alle volte perfino
    si mette col suo culo sul suo piatto!
    (Mi par che gl'invitati si scandalizzino!)
    Io divento matto!
    E Cherubina lo rifà.
    Ma queste sono vere indecenze,
    è troppo, sono veri orrori!
    (Qualcuno deve gridare!)
    Infine Cherubina à ragione,
    io vi ò invitato ad una cena boccaccesca,
    miei nobili signori!

    E alla meglio,
    anche i pranzi e le cene passano,
    e la quiete desiderata
    ritorna nel mio bel castello.



La visita di Mr. Chaff


    — Mister Chaff, vi saluto,
    siate il benvenuto!
    Vi sono molto grato
    d'esservi così gentilmente
    ricordato di me,
    vi sono molto riconoscente
    di aver pensato a questo vostro
    lontanissimo parente.
    L'americano s'introdusse,
    e ci scambiammo i complimenti d'uso.

    — Io ricordare molto bene voe,
    quando essere passato Italia
    volta precedente:
    voe non potere ricordare me,
    allora essere voe troppo
    piccolo fanciullo.
    Io essere molto cambiato,
    molto.... envecchiato.
    E mister Chaff sorrideva;
    ricordava la nostra lontana parentela,
    e parlava delle relazioni
    antiche fra le nostre famiglie.
    Questi parenti americani
    furono sempre una favola per me.
    Me ne avevan parlato sempre,
    ma non avevo mai potuto capire
    ch'essi esistessero realmente,
    tanto mai lontani.

    — Io vi trovo benissimo mister Chaff,
    avete un'aspetto floridissimo!
    — Io trovare voe un poco.... sbiancato,
    un poco.... macilente.
    — Oh! Si mister Chaff, probabilmente.
    Lo condussi, come suo desiderio,
    a girare pel castello.
    Tutto volle vedere,
    senza arrestarsi un momento
    di dimandare colla massima insistenza,
    su tutte le mie intimità,
    facendoci sopra le sue osservazioni,
    alcune delle quali
    mi cominciarono a seccare.
    — Bello questo panorama.
    — Vi piace?
    — Vedere mio caro,
    io possedere Amereca
    terreno molto più grande.
    Quando io essere.... centro mie terreno,
    io guardare de qua, guardare de là
    vedere sempre mie terreno.
    — Io questo certamente
    non lo posso dire, mister Chaff,
    tutto quello che vedo
    è mondo che non mi appartiene.
    Vi avverto però solamente
    che quello è il mare.
    — Oh! Molto più grande!
    Affermava mister Chaff,
    col massimo calore.
    — Avete ragione, perdonate,
    io sono talmente abituato
    alle cose piccine, non ci badate.
    Infine questo non è che il mondo di un poeta sapete.
    Mister Chaff sorrideva
    tutto di buon umore.
    Quel suo ridere goffo mi seccava.

    — Il mio orto!
    Vedete? la menta, la cedrina,
    il bassilico, il ciliegio,
    il pero, l'insalatina;
    la mia insalatina!
    È bello vero?
    Il mondo di un poeta mister Chaff.
    — Oh! Anche Amereca
    poete possedere tutte piccolo mondo!
    — Piccolo.... vedete,
    è assai grande per me.
    — Come mesurare terra voe?
    — A piccoli passi.... e a cieli.
    Girammo ancora molto pel castello;
    gli presentai la mia Cherubina,
    Ginnasia, Guglielmina.
    Rise, rise l'americano,
    certe sue risatacce grasse
    che mi cominciarono a infastidire.
    — Non vedere, mie caro,
    quante fessure avere
    queste povero castello!
    Reparare, reparare.
    — Niente affatto reparare,
    lasciatele pure stare quelle fessure,
    se c'entrano i raggi del sole
    mi fanno sempre
    un grandissimo piacere.
    — Oh! Oh! Molte curioso,
    molte.... estravagante!
    — Quando comprai questo castello, vedete,
    non volli riparare neppure la camera da letto.
    — Così fare tutte poete?
    — Così faccio io.
    — Oh, Italiane essere molte poete.
    — Non credo mister Chaff.
    — Yes, molte poete.

    Voe appartenere.... quale partite?
    Repubblicane? Sovversive?
    — Un poeta, sappiate, non à colore.
    Io non sono elettore,
    e non andrò mai a votare.
    I colori del poeta
    sono quelli.... del cielo,
    degli alberi, del mare....
    e con tutte le sfumature
    dei tramonti e delle aurore!
    I suoi rappresentanti
    sono la luna, il sole,
    e le belle giornate!
    Un poeta non ama il suo paese,
    se non è un bel paese,
    lo rinunzia con la massima disinvoltura,
    e se ne va là dove lo aspetta
    la sua natura.
    E poi, mister Chaff, volete proprio
    conoscere il mio partito?
    Fate un impasto uguale,
    metà sublime, e metà bestiale.
    I miei occhi vedete,
    sono avidi di sangue e di fiamme!
    No no no, non vi spaventate,
    me ne sto qui comodamente a dormire,
    dormire.... per sognare.
    — Oh! Italiane essere
    molte.... endolente.
    Diceva mister Chaff
    scandendo le parole lentamente.
    — Molte... endolente.
    — Oh indolentissimi yes.
    — Per questo avere poco denaro.
    — Io ne ò tanto che mi basta,
    sono così mingherlino...
    per la mia pancia? oh! me ne avanza.
    Mister Chaff si dette lesto lesto
    un'occhiata alla sua pancia.

    — E voe vivere sempre quassù.
    — Sempre
    — Io morire dopo poche ore.
    — Vi credo, ma io mi ci diverto invece.
    Nulla mi manca quassù,
    mi credete abbandonato?
    Dò anch'io le mie feste e i miei pranzi,
    e mi stanco, mi esaurisco, mi confondo,
    al naturale.
    Le mie feste e i miei pranzi
    sono sempre preparati
    per centinaia di persone,
    c'è la più completa illusione,
    e non sono che per me.
    Tutte quelle persone,
    (i miei abitué)
    mi rimangono indistintamente
    simpatiche e divertenti,
    se fossero vere
    mi diverrebbero antipatiche e sconvenienti
    dopo poche sere.
    Sto qui come un eterno convalescente.
    È così bello essere stati malati,
    e non aver più male,
    e non sentir più niente.

    — Oh! Capire molto bene,
    tutte queste poete essere molto... fiacche,
    anche molte persone... lascive.
    Per questo essere tutte povere.
    — Americano... babbeo!
    Guardami quando creo!
    Di terra io abbisogno,
    tanta quanta ne sta
    sotto i miei piccoli piedi, mi basta.
    Io m'innalzo!
    Nell'aria, nello spazio,
    traverso ogni spazio,
    coi miei capelli dorati
    che ogni aura accarezza.
    I miei occhi lampeggiano
    sguardi che sono scintille,
    fiamme roventi,
    lame taglienti,
    che squarciano il ventre ai cani
    delle regine nubi al mio passare,
    essi mi vorrebbero abbaiare,
    mi vorrebbero serrare
    i cancelli del cielo.
    S'inchinano rispettose
    quelle regine,
    facendomi posto
    fra le loro vesti vaporose
    di veli e di trine.
    Ma io salgo, nulla m'arresta,
    è in cielo la mia testa,
    nell'azzurro profondo,
    fra le stelle che si confondono
    al bagliore dei miei occhi,
    e mi sorridono amiche, sorelle.
    Su, su, entro nel sole,
    e creo, e mi beo!
    Come nessun altr'uomo al mondo!
    — Oh! Molto belle queste parole,
    ma poe... quando essere finita
    vostra... illusione,
    dovere retornare vostra vita
    allora mio caro bella deselusione
    provare!
    — Si! Perchè la terra è angusta
    per il mio calare!

    Mister Chaff si seccò
    alle mie ribattute,
    e se ne andò zitto zitto.
    Io rimasi confuso,
    e pensai d'essermi riscaldato invano.
    Gli potevo lasciar dire
    tutte le sue grullerie
    a quel povero americano,
    chi sa come mi potevo divertire!



INDICE


  RAPPORTO SULLA VITTORIA DEL FUTURISMO A TRIESTE        pag.   7

  LE FANFARE DELLA STAMPA                                 »    23
    TRIESTE ELETTRIZZATA                                  »    25
    LA VITTORIA STREPITOSA                                »    36
    I SIGNIFICATI DEL FUTURISMO SECONDO PAOLO ARCARI      »    51
    IL FUTURISMO E LA SATIRA                              »    62

  L'INCENDIARIO                                           »    67
  VILLA CELESTE                                           »    81
  LA FIERA DEI MORTI                                      »    89
  IL PRINCIPE E LA PRINCIPESSA ZUFF                       »   103
  LA MORTE DI COBÒ                                        »   113
  LA REGOLA DEL SOLE                                      »   131
  LE CAROVANE                                             »   145
  LA CITTÀ DEL SOLE MIO                                   »   151
  LE BEGHINE                                              »   161
  VISITA ALLA CONTESSA EVA PIZZARDINI BA                  »   171
  E LASCIATEMI DIVERTIRE! (Canzonetta)                    »   179

  AL MIO BEL CASTELLO.

  QUANDO CAMBIAI CASTELLO                                 »   187
  LE MIE PASSEGGIATE                                      »   197
  IL MIO CASTELLO E IL MIO CERVELLO                       »   205
  LA CIOCIARA IN LUTTO                                    »   211
  LA MANO                                                 »   221
  L'OROLOGIO                                              »   237
  CHERUBINA                                               »   247
  GINNASIA E GUGLIELMINA                                  »   255
  IL BALLO                                                »   261
  IL PRANZO                                               »   269
  LA VISITA DI MR. CHAFF                                  »   275

  ANNO QUINTO

  POESIA

  ORGANO DEL FUTURISMO

  Direttore F. T. MARINETTI

  ha pubblicato versi inediti dei maggiori poeti contemporanei:

  MISTRAL, PAUL ADAM, HENRI DE RéGNIER, CATULLE MENDèS, GUSTAVE
  KAHN, VIELé-GRIFFIN, VERHAEREN, FRANCIS JAMMES, MAUCLAIR, JULES
  BOIS, STUART MERRILL, PAUL FORT, LA COMTESSE DE NOAILLES, JANE
  CATULLE MENDèS, RACHILDE, HéLèNE PICARD, H. VACARESCO, ecc.

  G. D'ANNUNZIO, PASCOLI, MARRADI, BRACCO, BUTTI, COLAUTTI, D. ANGELI,
  SILVIO BENCO, ELDA GIANELLI, A. BACCELLI, ADA NEGRI, G. P. LUCINI,
  D. TUMIATI, G. LIPPARINI, CAVACCHIOLI, PAOLO BUZZI, CORRADO
  COVONI, A. PALAZZESCHI, LIBERO ALTOMARE, G. CARRIERI, ecc.

  SWINBURNE, SYMONS, YEATS, FRED. BOWLES, DOUGLAS GOLDRING,
  SMARA, ALEXANDRE MACEDONSKI, DEHMEL, ARNO HOLZ, VALèRE BRUSSOV,
  SALVADOR RUEDA, E. MARQUINA, A. GONZALES-BLANCO, SANTIAGO
  ARGUëLLO, ecc.

  =ABBONAMENTO ANNUO:= in Italia L. =10= — all'estero L. =15=

  _Ogni numero, in Italia, L._ =1=.



  Edizioni Futuriste di “POESIA”

  L'ESILIO. Romanzo di =Paolo Buzzi=, vincitore del 1º Concorso
  di «Poesia»:

    Parte Prima: _Verso il baleno_ (elegantissimo volume
      di 300 pagine con copertina a colori di Enrico
      Sacchetti)                                            L. 2, —

    Parte Seconda: _Su l'ali del nembo_ (elegantissimo
      volume di 300 pagine con copertina a colori di
      Enrico Sacchetti)                                     »  2, —

    Parte Terza: Verso la folgore (elegantissimo volume
      di 500 pagine con copertina a colori di Enrico
      Sacchetti)                                            »  2, —

  L'INCUBO VELATO. Versi di =Enrico Cavacchioli=,
    vincitore del IIº Concorso di «Poesia» (elegantissimo
    volume stampato su carta di Fabriano, con copertina a
    colori di Romolo Romani)                                »  3,50

  GIOVANNI PASCOLI. Studio critico di =Emilio Zanette=,
    vincitore del IIIº Concorso di «Poesia» (elegantissimo
    volume con maschera disegnata da Romolo Romani)         »  3,50

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    Pietro Lucini= (elegantissimo volume di 700 pagine
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  IL CARME DI ANGOSCIA E DI SPERANZA, di =Gian Pietro
    Lucini= (esaurito a beneficio dei danneggiati del
    terremoto di Sicilia e Calabria)                        »  1, —

  D'ANNUNZIO INTIMO, di =F. T. Marinetti= (traduzione
    dal francese di L. Perotti) — _Esaurito_.



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  LE RANOCCHIE TURCHINE. Versi di =Enrico Cavacchioli=,
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    Secondo Proclama futurista, di F. T. Marinetti
    (Elegantissimo volume di circa 300 pagine)              »  3,50

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    tradotto da Decio Cinti (Elegante volume di circa
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  _D'imminente pubblicazione:_

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    400 pages)                                              »  4, —



  FRATELLI TREVES, EDITORI — MILANO

  _D'imminente pubblicazione:_

  RE BALDORIA

  TRADUZIONE DELLA TRAGEDIA SATIRICA

  LE ROI BOMBANCE

  di

  F. T. MARINETTI



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "L'Incendiario - col rapporto sulla vittoria futurista di Trieste" ***

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