Home
  By Author [ A  B  C  D  E  F  G  H  I  J  K  L  M  N  O  P  Q  R  S  T  U  V  W  X  Y  Z |  Other Symbols ]
  By Title [ A  B  C  D  E  F  G  H  I  J  K  L  M  N  O  P  Q  R  S  T  U  V  W  X  Y  Z |  Other Symbols ]
  By Language
all Classics books content using ISYS

Download this book: [ ASCII | HTML | PDF ]

Look for this book on Amazon


We have new books nearly every day.
If you would like a news letter once a week or once a month
fill out this form and we will give you a summary of the books for that week or month by email.

Title: Il Falco - (Cronaca del 1796)
Author: Varaldo, Alessandro
Language: Italian
As this book started as an ASCII text book there are no pictures available.
Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Il Falco - (Cronaca del 1796)" ***

This book is indexed by ISYS Web Indexing system to allow the reader find any word or number within the document.



                           ALESSANDRO VARALDO

                                LA MAREA


                                IL FALCO

                           (CRONACA DEL 1796)



                             MILANO — ROMA
                         EDIZIONI A. MONDADORI



                    _PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA_

              _I diritti di riproduzione e traduzione sono
                 riservati per tutti i paesi, compresi
                        la Svezia, la Norvegia e
                               l'Olanda_

                                   *

                   _Copyright by Alessandro Varaldo_
                                  1922

                              IV. MIGLIAIO



                                   A
                            DARIO NICCODEMI

                                 A. V.



                              _Tum meae (si quid loquar audiendum)_
                              _Vocis accedet BONA PARS; et, «o Sol_
                              _Pulcher! o laudande!» canam, recepto_
                                      _Caesare felix._


PREFAZIONE


                                            “Multa incredibilia vera,
                                             multa credibilia falsa”.


  Frequentez vous les bouquinistes?

_Queste parole, di colore forse oscuro per la comune dei lettori mi
apparvero all'aprir che feci un volumetto attinto in una cassetta di
rivenditor di libri usati._

_Amo i viaggi di avanscoperta nelle bottegucce buie spesso e ingombre
e impregnate di quel caratteristico odor di muffa dei vecchi libri,
bottegucce pudicamente celate in vecchie strade, o nel doppio fondo
ermetico dei cortili: amo tuffar le mani fra le cartapecore spesso
taglienti, le pelli umide e i fogli molli, macchiati le più volte di
quella specie di giallume lebbroso, che si è convenuto di chiamar il
mal sottile dei libri. È fra i diletti più cari non d'un sapiente — che
monsignor Gesù ne scampi! — ma di un curioso di sapienza, chè il libro
è tutto, poichè tutto racchiude e compendia. Ora appunto questo viaggio
nelle bottegucce dei rivenditor di libri usati si chiama bouquiner,
secondo il grande dizionario dell'Accademia Francese, riassunto da
un curioso amante di libri, Carlo Nodier, bibliotecario dell'Arsenale
e accademico, in un vocabolario manuale che i fratelli Firmin Didot,
librai editori, divulgarono:_

Bouquiner — chercher de vieux livres, des livres d'occasion;

Bouquineur — celui qui aime à bouquiner;

Bouquiniste — celui qui achète et revend des vieux livres.

_Comprenderete adesso perchè quelle parole di colore oscuro — forse —
mi fermarono. Scossi lo strato di polvere veneranda, che ammantava il
libercolo, maneggiandolo alla marinara, sottovento, perchè la polvere
non coprisse me, che rispetto la vecchiaia sì, ma senza entusiasmo
quando si tratti di strati polverizzati di ragnatele annose. Nel
battere il volume, delicatamente, vi prego di crederlo, ne sbirciai il
frontespizio._

“Les Francs — Taupins — Histoire du temps de Charles VII, 1440, par P.
L. Jacob Bibliophile, membre de toutes les Académies”.

_L'edizione era del Meline di Bruxelles, formato piccolo, ornata
sulle due copertine d'una vignetta rappresentante un _beffroi_. Se ne
trovano ancora di tali volumi qualche volta: apparvero in lunga serie e
compresero tutto il movimento romantico dopo il Renduel e il Gosselin:
caratteri precisi, nel gusto gotico, curati fino allo scrupolo: chi sa
che magnifici principeschi correttori di bozze in quel tempo!_

_Il bibliofilo Jacob — al secolo P. L. Lacroix — fu in quel fiorire
del romanticismo un paziente studioso, intabarrato d'artista: l'opera
sua non ha il valore della _Cronaca di Carlo IX_, o di _Cinq-Mars_,
di _Nostra Signora di Parigi_ e nemmeno di _Isabella di Baviera_. Ma
come fedeltà pittoresca le sorpassa ancora, forse. Preso a modello
Walter Scott, si diè cura di ambientare e di arredare i suoi racconti
(probabilmente il Manzoni nel creare la sua teoria lo ricordò spesso)
con una precisione di particolari (come fra noi, cinquant'anni dopo,
l'ingiustamente dimenticato Edoardo Calandra) che raggiungevano la
meticolosità. Oggi ad esempio cambia ad ogni stagione la moda: in
allora — prendiamo il 1440 — mutava secondo il capriccio di un principe
o di una gran dama che possedesse qualche pizzico di fantasia; e non la
moda soltanto delle vesti, ma delle armi, dell'else, e delle iscrizioni
sulle lame, dei gioielli, de' bei modi di società, di quanto insomma
aveva attinenza alla persona. Forse un gentiluomo campagnolo poteva
nel 1446 portare pugnale con impugnatura borchiata ad aspra invenzione
d'orafo peregrino del 1435: non era ammissibile che un cortigiano
la ostentasse. Descrivere in modo sommario un abbigliamento, una
corazza, un giustacuore ricamato, l'equipaggiamento di una cavalcatura
non era permesso: la fedeltà storica e l'amore del pittoresco non
lo permettevano. Vediamo a prova, fra noi, come Tomaso Grossi fa
parlare un armaiuolo, e come il dottor Carlo Varese descrive un
cavaliere italiano errante al tempo di Marignano. Ma io vi parlavo dei
_Francs-Taupins_ e del Bibliofilo Jacob: orbene credete che non me ne
allontano._

_Spolverato il volume l'aprii, ed ecco a inchiodarmi curioso una
prefazione: _L'histoire et le roman historique_. Naturalmente l'autore
parla di Walter Scott: ed è naturale. Al principio del secolo scorso
il grande romanziere scozzese ha esercitato un'enorme influenza nella
letteratura europea e nord-americana. Si può dire che l'ha dominata. E
dichiariamolo subito: influenza benefica, salvataggio, rinnovazione,
resurrezione: Walter Scott, fu, si può dire, il Cristo della
letteratura._

_La dominazione d'un'idea in un'epoca non è mai duplice: quando
prevale la politica decade la letteraria. Napoleone è l'esempio tipico.
Rotto l'impero della forza fisica ecco risorgere quello della forza
intellettuale._

_La Francia non è mai rifiorita letterariamente come dopo una
disfatta: ad esempio dopo il '70. Ed a maggior ragione vinto l'impero
e distrutto, fiorisce il romanticismo che fu, si può dire, la salvezza
della letteratura non soltanto francese. Walter Scott dominò così da
capitanare discepoli come Balzac (se ne vanta lo stesso autore degli
_Chouans_: vedi _Illusioni Perdute_) come Hugo, come Dumas, come
Merimée, come il Barante, lo storico dei duchi di Borgogna, e come
il nostro bibliofilo Jacob, astro minore artisticamente, stella di
prima grandezza come coscienza d'antiquario, e fedeltà di particolari
cronologici. Influenza benefica ripeto, poichè il romanziere, che
prendeva a maestro lo scozzese, imparava due grandi verità che ogni
scrittore, il quale pretenda raccontare, dovrebbe avere impresse
dinanzi agli occhi: la coscienza dei particolari, l'ausilio della
fantasia._

_Ed eccoci all'Assente._

_Parlo della Fantasia._

_La miseria letteraria d'oggigiorno, e l'Italia in fatto di miseria
letteraria non ischerza, è dovuta all'Assente, a Madonna Fantasia, la
decima musa, che s'è chiusa nella torre d'avorio, sdegnosamente, regale
fuoruscita, e senza la quale purtroppo, non c'è salvezza! Oggi non si
sa più raccontare._

_Il male francese del naturalismo ha tutto infestato. L'esempio
deleterio di Emilio Zola ha tutto inquinato. Si bandì la crociata
contro la fantasia. Il romanziere non ha che da guardarsi intorno, e
descrivere quello che vede. È un escursionista munito di Kodak. Non
si costruisce più il romanzo, basta incominciarlo, introdurre due
o tre personaggi, farli parlare e qualche volta muovere, infilzare
cronaca spicciola su cronaca spicciola, sommariamente, e qualche volta
sbadigliare sopra una teoria politica o sociale malamente digerita o
annusata su qualche articolo di fondo._

_Il giorno infausto in cui Emilio Zola aprì il famoso libro di Claudio
Bernard, fonte di tutta la sua sapienza e si pompeggiò, come d'un
vestito da veglione, della teoria determinista e _si documentò_,
la strada facilona fu aperta. Che divennero la minuziosa ricerca di
Gustavo Flaubert _(sono le minuzie che fanno la perfezione, diceva
Michelangelo)_, la precisione e la proprietà dei Goncourt, ed il colore
di Alfonso Daudet, davanti alle centomila copie _dell'Assommoir_?
Madonna Fantasia fu scacciata come una serva infedele. Ed il pontefice
del naturalismo (?) poteva scrivere in uno degli articoli che
periodicamente mandava a un giornale russo, _Le Messager de l'Europe_,
articoli raccolti poi nel volume _Les romanciers naturalistes_, queste
parole di cui non si sa se lamentare più l'ignoranza o l'impudenza _“Ce
qui je saisis moins c'est la profonde admiration de Balzac pour Walter
Scott.... Il est très curieux de voir le fondateur du roman naturaliste
(?) se passionner ainsi pour l'écrivain bourgeois, qui a traité
l'histoire en romance. Walter Scott n'est qu'un arrangeur habile...”__

_Come del resto poteva comprendere una passione, o semplicemente un
entusiasmo di Balzac, il naturalista (?) Emilio Zola?_

_Il male fu che la foga bruta iconoclasta prese la letteratura, che
trovò una così facile strada aperta: la composizione del romanzo come
un muro a secco, o meglio come un terrapieno od uno sterro in cui
non si sa quello che si mette o dove si mette tutto quello che capita
sottomano._

_La fantasia fu così bandita, come può essere bandita la moneta d'oro
da chi non possiede che la valuta cartacea._

_Il perchè è semplice._

_Chi possiede il dono meraviglioso della fantasia è un narratore per
eccellenza, narratore come Schahrazade, come i poeti epici da Omero
all'Ariosto, come i novellieri nostri di Toscana, come Walter Scott. È
colui che nel canto del fuoco intrattiene fino a tarda notte, finchè
non siano spente le ultime braci e consumati i rami resinosi negli
anelli, corti principesche o veglie di popolo: chi possiede la fantasia
sa costrurre un edificio di racconto senza annoiar mai, ma tenendo
ben desta e vigile e fresca l'attenzione anche — e specialmente — se
descrive una contrada o un mobile o un manto o un'elsa o uno strumento:
chi possiede la fantasia fa vivere verbalmente e non si accontenta
d'accatastar marionette di gesso o di fango sopra un'asse mal sicura:
chi possiede la fantasia insomma è colui che solo ha diritto di narrare
e di essere ascoltato._

_Ecco perchè Onorato di Balzac, signore della Fantasia, si inchinava
a Walter Scott ed ecco perchè il marionettista da fiera che si
inorgogliva d'una coltura occasionale fatta sopra un libro mal compreso
di Claudio Bernard non lo poteva capire. Ma chi possiede la fantasia
è un gran signore e non si accontenta di una facile vittoria sopra
un borgo di villani: va in Terrasanta, nel regno del Prete Gianni, e
piange quando sente che non potrà conquistar la luna. Ma chi possiede
la fantasia ama il pittoresco e costruisce pittorescamente, e narra con
tutte le risorse che la decima musa gli fornisce._

_Ma chi possiede la decima musa osserva l'undicesimo comandamento: non
annoiare._

_Dov'è oggi? Ahimè! oggi la Fantasia è assente._

_Parlo dell'Italia, chè gli scrittori Inglesi e un nuovo manipolo
di francesi, oggi se ne gloriano. Ed Eça de Queiroz, oggi, basta ad
illuminare una nazione che par brancolare nel buio, soltanto perchè
agita la face della fantasia._

                                 * * *

_Siamo lontani, non è vero dal Bibliofilo Jacob? Forse. Ne siamo
lontani se ci frulla per il capo d'aprire un libro, oggi, un libro
italiano. Pare che gli scrittori montino in cattedra e si camuffino
da retori politici, o da predicatori sociali. Si gonfiano, rane di
Esopo, convinti di avere una missione morale: vogliono esser detti gli
storici del costume, i cronisti dell'evoluzione, piccoli Villani che
vantano una ricchezza culturale da banchieri del dopoguerra e credono
in buona pace d'aver qualche cosa da dire per salvare, o ammaestrare
o indirizzare l'umanità. Per conto mio ripeto un verso di Alfredo De
Musset:_

Il mio bicchiere è piccolo ma io bevo nel mio bicchiere.

_Voglio raccontare solamente, semplicemente, come la bella tradizione
nostrana mi ha mostrato da messer Giovanni Boccaccio ad Alessandro
Manzoni, voglio raccontare come se parlassi a una comitiva da tener
desta, voglio raccontare avendo per divisa l'undecimo comandamento,
raccogliendo le belle memorie della mia terra e porgendole all'orecchio
del benigno lettore: Me lo insegnò messer Torquato:_

    .................. asperso
    di soave liquor l'orlo del vaso

_Ed avrò dinanzi per esempio fedele i narratori felici, che, pur
minuziosamente descrivendo luoghi cose e persone, hanno allietato
generazioni intere, compagni ed amici inestimabili e cari, sempre vivi,
poichè non si vive che nella gratitudine di chi resta._

_Ed ogni mattina al sorgere del sole nel sedermi al mio tavolo da
lavoro con gioia, eleverò una preghiera all'Assente, perchè sia
Presente._

  Milano, Aprile del 1922.



PROLOGO

CRONACA DEL 1794


L'anno 1794, cominciato con una crescente agitazione sul litorale e
per le vallate, avea ridotta la città di Ventimiglia ad una pericolosa
anarchia. Le riforme e le vittorie della grande rivoluzione, la
fuga del Re di Piemonte, le contese dei partiti nobiliari, che si
disputavano le redini della città, apersero un adito a quel borghese
vento di Fronda, ringagliardito dal concorso popolare, che, in modo
tanto irruento, distrusse o trascinò, abbattè o domò, quanto si
opponeva al suo cammino.

Le guerre di successione avevano esaurito quello che una libertà
comunale ed una dominazione di ferro s'erano studiate d'accumular
di resistenza e di orgoglio: un Governo borghese di Magnifici finì
per distruggere l'orma, forse feudale, ma potente, d'una gloriosa
autonomia. Sicchè alle prime avvisaglie della rivoluzione e della
discesa del generale Massena, coloro, che i nobili sprezzantemente
chiamavano la canaglia, drizzarono l'albero della libertà sormontato
dal berretto frigio, ed obbligarono le più nobili dame a ballarvi
intorno. Pochi si ribellarono ai santi diritti di ballo del popolo:
tre soltanto resistettero e furono il conte Luca Lascaris, il nobile
Camillo Altariva, ed il duca Almerico di Nervia.

Abitavano i castelli aviti posti fra Mentone e Bordighera ove si
asserragliarono da prima con forse duecento partigiani, sperando
con una guerriglia di opporsi all'invasione sul litorale, come
l'imprendibile fortezza di Saorgio si sarebbe opposta fra le prealpi.

Subito le intenzioni dei nobili signori parvero mirabilmente riuscire:
la città cedette ed il generale Arena si ritirò senza aver ottenuto il
chiesto passaggio libero per l'esercito della Repubblica.

Ma il pericolo maggiore di Massena si avvicinava con troppa celerità:
L'Altariva che aveva ottenuto il comando in capo dei insorti, fece
distruggere un lungo tratto della via della Cornice, per impedire
il transito delle pesanti artiglierie francesi e poi, lasciando che
la città si disbrigasse come poteva meglio, sicuro di Saorgio difesa
dal Saint-Amour, si ritirò a seguitare le ostilità sullo sbocco della
vallata del Nervia.

La sera del sei di Aprile, che incombeva triste e nuvolosa e pesante
sulle colline e sul mare, lo sorprese accampato sopra uno sprone di
collina, alle porte del comune di Camporosso, che si sospettava di
fellonia e ch'era necessario sorvegliare.

Nell'attendamento non si udiva alcun rumore: le scolte vegliavano ed i
fuochi erano spenti.

Camillo Altariva giaceva per terra avvolto in un ampio mantello: era
a testa scoperta e s'appoggiava al cubito. Non si distinguevano per
il crepuscolo bigio che gli occhi lucenti e grifagni e l'impugnatura
d'oro della spada. Il Nervia tranquillamente russava coperto pure da un
mantello.

Presso di lui, seduto sopra un tamburo, il conte Luca Lascaris, esile
e fine come una giovinetta, elegantemente vestito di un abito a coda
attillato e di calzoni di pelle bianca, intrecciava sul cappello
rotondo un nastro d'oro che dovea sostenere la coccarda bianca della
reazione. Calzava stivaloni lucidi dalle risvolte bianche e portava
gli speroni d'oro. L'alto colletto, avvolto con più d'un giro dalla
cravatta ampia di merletto, usciva da un panciotto ricamato, sotto
il quale spuntava il calcio d'argento d'una lunga pistola. Piccole
mani e piccoli piedi e spiovente capigliatura: pareva una travestita
eroina cavalleresca. Taceva assorto nella sua frivola occupazione
di personalità del mondo elegante, come se fosse dietro un paravento
presso la bella marchesa di Spigno, per la quale si diceva sospirasse
in segreto.

Si prolungava il silenzio: non giungeva che a quando a quando il rumore
volontario che facevano le scolte urtando fucile e spada per provar più
a sè stesse che agli altri di vigilare.

Ad un tratto sotto la collina, fra gli ulivi, per ben tre volte si udì,
troncato subito, il grido riconoscibile della civetta. Un soldato che
giaceva presso il Nervia alzò il capo destandolo col movimento lieve
ed ascoltò: poi ad un cenno dell'Altariva, allo stesso modo rispose tre
volte.

I tre signori s'erano alzati ed attendevano: così, di fronte, una
differenza notevole appariva fra di loro: per quanto d'effeminato, di
delicato, di fragile mostrava il Lascaris, altrettanto di robustezza
di forza e di fierezza risaltava dall'Altariva e dal Nervia. Il secondo
pareva padre del primo ed aveva forse qualche anno di meno.

Come il canto della civetta si ripetè per tre volte ancora, avanzarono
fino ad un breve spianato che finiva la collina ed attesero.

Una mano di cavalieri che saliva lo sprone a briglia sciolta si fermò
ad un comando e colui che li precedeva, uno scherano del Nervia,
chiamato il Seborga, s'inchinò profondamente gridando:

— Per il Re!

L'Altariva ed il Lascaris a mezza voce risposero:

— Per il Re!

Ed il Nervia interrogò invece:

— Che notizie porti?

— Cattive, signor duca — rispose il Seborga.

— Che ti caschi la lingua!.... — incominciò i Lascaris.

Ma l'Altariva lo interruppe:

— Conte, le brutte notizie ci sono state sempre compagne da che la
guerra ebbe principio: non può esser colpa del Seborga se continuano.

— Sicuro che la colpa non è mia, signore, ed il signor duca mio padrone
sa che sono abituato a guardare il fuoco nemico. Così tutti avessero
fatto sempre come me.

— E chi non l'ha fatto? — domandò il Lascaris.

— Saint-Amour, signor conte.

— Saint-Amour?

— Posso giurarlo. Il generale Massena girando la città si mostrò
all'improvviso davanti a Saorgio, senza che potessero giocar le nostre
artiglierie: Saorgio è francese e la strada è libera per Massena. Il
comandante Saint-Amour non ebbe neppur gli onori delle armi.

Nessuno fiatò: i soldati cercarono i rosari.

— Ma non c'era che un sentiero — mormorò il Nervia — qualcuno dunque li
guidò?

— Sì, padrone — rispose il Seborga — qualcuno che abbiamo colto con le
mani nel sacco.

— Ah! ah! Prigionieri?

L'Altariva ch'era rimasto sopra pensieri interloquì.

— Se le notizie del Seborga sono vere, noi siamo perduti. E non
possiamo dubitare delle sue parole. Massena sarà padrone della vallata
domani, forse questa notte. Non ci rimane che una via di scampo: il
mare e il rifugio in Sardegna.

— Ma la città? — gridò il Lascaris.

— La città non fugge. Ritorneremo.

Saltò in sella e tutti l'imitarono.

— Incendiate il bosco! — brevemente ordinò.

Alcuni uomini l'obbedirono.

— Ma i prigionieri? — fece osservare il Seborga.

— Legateli ad un albero, morranno di fame.

— Ed arrostiranno graziosamente — aggiunse il Nervia lisciando
mollemente la criniera del cavallo.

— Non li volete interrogare, signore?

— A che pro? Non hai detto di averli trovati con le mani nel sacco?

— Sicuro — confermò il Seborga — si vantavano di avere insegnato il
valico agli azzurri e avevano centomila franchi d'assegnati nelle
tasche.

— Dunque basta, legali ad un albero!

S'avanzarono due cavalieri che portavano in groppa ciascuno un corpo
legato: scaricati e sciolti, apparvero una vecchia e un fanciullo, che
si gettarono in ginocchio appena liberi.

La vecchia donna potè appena articolare la parola pietà che il
fanciullo cadde all'indietro come un cencio.

Allora si gettò sul piccolo corpo con un grido rauco.

— Non abbiamo fatto nulla, ve lo giuro, per la Madonna benedetta di
Lampedusa. Due soldati ci hanno chiesto per dove si passava e l'abbiamo
indicato a quei poveri giovani morti di freddo. Non è far del male
indicare una strada, miei buoni signori!

Mentre parlava pensò forse al denaro che le avevano sequestrato: lo
credette ingente e n'ebbe paura.

Vedeva due soldati spogliare il tronco d'un olivo: temette di dover
essere impiccata. Raddoppiò gli urli della rauca voce stanca.

— Pietà! Pietà!

S'accorse di non essere ascoltata: si trascinò presso il Lascaris e gli
abbracciò le ginocchia.

— Se abbiamo fatto del male è mia la colpa, solamente mia: salvate
il ragazzo ch'è innocente, ve lo giuro, che non mostrò la strada
ai soldati. Sono io che li accompagnai. È così giovane, mio buon
signore, ed è così duro morire quando si è giovani! È innocente come
Nostro Signore sulla Croce. Non importa se mi farete morire; io sono
vecchia....

— Taci, strega! — mormorò un soldato respingendola col calcio del
fucile.

Ma gettò un urlo di dolore alla scudisciata del Lascaris, che
s'intromise:

— Siamo gentiluomini, Altariva, siamo cristiani, Nervia! Perchè
incrudelire sopra una vecchia e un bimbo?

La donna indovinò l'aiuto.

— Ah! mio buon signore, che la Madonna vi tenga la sua santa mano sul
capo.

— Lascaris — gli rispose a mezza voce l'Altariva — pensa che i francesi
domani saccheggieranno il tuo castello, che i tuoi furono obbligati a
fuggire in esilio....

Non finì, chè l'altro senza più far parola, bruscamente, con una
strappata di briglia sparve di galoppo dall'altura. E per lungo tempo
udì ancora gli urli della donna, che bastavano soli a destar nella
notte illune gli echi della vallata. Poi non li udì più, con le proprie
orecchie, ma sibbene attraverso la voce del Nervia che bestemmiava:

— Per la croce di Dio! Mettetele il bavaglio!

E allora gli giunse l'imprecazione:

— Maledetti!.... Maledetti i vostri figli!...

Non altro. Rabbrividì, mentre il bosco parve d'un tratto una sola
fiamma.

Un sordo galoppo lo seguì. L'Altariva e il Nervia giungevano a briglia
sciolta con i soldati.

— Che ha urlato? — chiese ai sopraggiunti il Lascaris con la voce un
po' incerta.

L'Altariva ebbe la parola tronca da un tremito.

— Lasciate, conte: è cornacchia, e conviene che gracchi.

A sua volta il Nervia mormorò:

— Forse era meglio un colpo di pistola, ma la polvere è preziosa.

L'Altariva arrestò d'improvviso il cavallo.

— Seborga, fa suonar la sosta!

I soldati si fermarono.

— Nervia, Lascaris, conviene dividerci. Io tenterò di rientrare in
città: per voi la salvezza del mare. Non ribellatevi, voglio così; mi
avete giurato obbedienza.

La piccola truppa si divise in due silenziosamente: i tre gentiluomini
si abbracciarono.

— Chiunque di noi, amici — continuò l'Altariva — giungerà salvo dal Re,
gli ricordi che fummo fedeli sino alla morte. Addio!

S'alzarono tre possenti gridi che la vallata accolse con gli echi
sonori.

— Altariva, per il Re!

— Lascaris, per il Re!

— Nervia, per il Re!

E sparvero nella notte. Il sonito ferrato dei cavalli, il rumore delle
armi urtate sopravvissero ancora, poi s'allontanarono, tacquero.

Il silenzio riprese possesso della notte per la vallata.

Solo brillava l'incendio come un faro.



CRONACA DEL 1796



I.


Uscita dalla piccola città la cavalcata si radunò sul breve piazzale
dominante la discesa ripida verso il mare. Comandava Emanuele
Embriaco, fuoruscito genovese, che s'era voluta concedere la voluttà
d'attraversare terre interdette. Disceso dalla vallata del Nervia
con i sessanta uomini concessigli dal marchese di Spigno aveva, non
per solo capriccio di condottiere avventuroso, impunemente bravata
la guarnigione di Ventimiglia, chiedendo il salvacondotto per
oltrepassare, col pretesto di dover riconoscere le terre a settentrione
sulla catena che costeggia il Roia ed adempiere un incarico della
Repubblica segretamente ostile al Re di Piemonte.

Il comandante della città, vecchio soldato, che di raggiri poco
s'intendeva, benchè avesse qualche mese prima fatto bandire il premio
vistoso di cento lire non genovesi a chi vivo o morto riuscisse a
consegnare l'Embriaco, abboccò all'amo e discese in persona sino a
metà del ponte per incontrar l'avventuriere col quale s'intrattenne
amichevolmente. Lo volle ospite anche nella sua casa e gli donò un
bel pugnale con le borchie d'argento che l'Embriaco galantemente gli
contraccambiò con una scatola di guanti profumati per la signorina sua
figlia, donna Chiara, sospiro di innumerevoli provinciali. Ed alla
porta della città il comandante con molti inchini s'era accomiatato
dall'ospite senza menomamente sospettare d'aver avuto in mano per quasi
tutto un pomeriggio quel bandito che a Genova continuavano a credere
nelle terre di Ventimiglia e contro il quale riceveva di continuo
raccomandazioni di vigilare sui dintorni e per le vallate.

Il sole discendeva quietamente dietro il monte di Roccabruna, quando
i sessanta uomini dell'Embriaco sotto gli ordini di Bracciodiferro e
del Ricciuto, luogotenenti, si disposero su quattro file ed attesero
l'ordine di cominciar l'ascesa.

Emanuele Embriaco robusto gentiluomo di mezza età, dai capegli tutti
neri ancora e dal viso aperto ed infuocato, ritto sulle staffe,
sollevando la spada, fissò la porta, che si richiudeva, con un
sorriso di scherno e salutò ancora il Comandante che dal poggiolo
amichevolmente cennava. Poi comandò la marcia con la abitual voce
imperiosa, brevemente. E seguì il drappello.

Uomini abbronzati dai volti bestiali e dagli sguardi feroci facevano
parte della squadra scelta di Bracciodiferro, vecchio bravo del
marchese di Spigno: salvati più volte dal capestro e dalle galere, gli
ubbidivano ciecamente e lo seguivano con una fedeltà degna di eroi.
Le casacche di cuoio greggio, i larghi cinturoni di pelle, bianca una
volta, gli stivali informi ed i cappellacci usati dalle intemperie
attestavano poco della eleganza; ma l'uomo di guerra sùbito appariva
dalle armi. Il moschetto, la spada lunga, le pistole, il coltellaccio
da lupi, tutto quanto era arnese di guerra, si mostrava accuratamente
forbito, lucido, quasi prova d'un'informe civetteria d'amanti: le
borchie risaltavano, le canne luccicavano, le lame risplendevano:
gli ottoni dei foderi pareano d'oro. I diciotto sottoposti di
Bracciodiferro compivano dunque una degna corona al loro capo.

Breve, tarchiato, nerboruto, dalle corte gambe, ma dalle braccia
lunghe, lo scherano dell'accorto marchese di Spigno, tra i suoi uomini,
anche da chi ne ignorava il grado, non poteva che essere creduto il
capo. Le mani sgraziate ma possenti, dalle dita erculee, mancavano
accuratamente di tutte le unghie, che gli erano state strappate dalla
tortura quando, ai soldi meschini di un nobile di Lunigiana, aveva
dato l'assalto ad un villaggio, non lasciando pietra su pietra. Il
suo padrone s'era fatto in quattro per salvarlo, ma la Repubblica
genovese inflessibilmente s'era imposta, e poichè Bracciodiferro
non aveva menzionato complici o mandanti (si supponeva nel Fregoso
padrone di Molasso l'incitatore) la tortura l'aveva conciato in tal
modo, con qualche tratto di corda per compenso, da credere di guarirlo
moralmente per sempre. Curato, rimase per qualche anno prigioniero
in un castellaccio presso Novi che restò, dopo un lungo processo, di
proprietà del marchese di Spigno, il quale s'intendeva d'uomini e di
guerriglie come un condottiere o meglio un politico del seicento.

Bracciodiferro cominciò ad impietosire la marchesa Fiorina, e poichè,
alla giovine sposa il vecchio marchese nulla negava, il prigioniero
liberato fu ammesso agli stipendi grassi del marchesato. In poco
tempo se ne mostrò riconoscente e fu elevato di grado, finchè,
al comando d'una squadra un bel giorno si trovò a seguir le sorti
dell'Embriaco. Al contrario di Bracciodiferro, il Ricciuto non era
uomo di guerra, ma chierico fuggito da un complicato affare di donne
che egli attribuiva al suo cattivo destino. Esile, biondo, pallido,
vestito con ricercatezza di velluto nero, con guanti di pelle nera e
con una spada signorile, il Ricciuto comandava negligentemente venti
soldati dell'esercito regolare del Re di Piemonte che appartenevano al
presidio della Ferania. Potea vantare il grado onorifico di maresciallo
d'alloggio ma non vestiva l'uniforme, perchè distaccato in permanenza
al marchesato.

Bracciodiferro aveva il viso attraversato da un colpo di spada,
il Ricciuto l'aveva adornato da un civettuolo neo biondo in fondo
alla guancia sinistra. Tutti e due nella rabbia arrossavano i loro
particolari contrassegni: il primo sentiva diventar vermiglia l'ampia
cicatrice, il secondo la pelle tesa intorno al neo ricciuto, che gli
aveva dato il soprannome. Entrambi però d'un coraggio consono al tempo
eroico e turbinoso in cui si svolgeva la loro vita avventurosa.

Nel salire il declivio incolto della collina indifferentemente stavano
a capo degli uomini che loro appartenevano, e badavano a dirigere
la cavalcatura tra i cespugli e le roccie ingombranti il sentiero
appena tracciato sino ad un fortino di brutta apparenza. Veniva ultimo
l'Embriaco soprapensieri. Dominò il silenzio nella comitiva sino al
primo ciglione di muro a secco oltre il quale una breve piazzetta
preludiava altre trincee del forte, che s'alzava minaccioso e torvo
sulle loro teste. Ma l'Embriaco non dubitava di poterlo oltrepassare
con l'astuzia usata in città, astuzia che gli aveva procacciato un
salvacondotto in piena regola. Quando adunque sulla piazzetta le
cavalcature dei due luogotenenti si fermarono ed i soldati poggiarono
a terra i moschetti, egli tolse dalla tasca d'arcione il foglio e
l'infilò sulla baionetta del soldato che aveva più vicino.

— Ricciuto — disse — portati con quattro uomini a chiedere il passaggio.

Il comandato obbedì senza parola, benchè sembrasse stupito che un
fortino tanto minaccioso in apparenza, non avesse neppure l'indizio
d'una sentinella avanzata che annunciasse un arrivo d'armati. Ma
riflettendo, che con tutta probabilità il Comandante di Ventimiglia
poteva aver già dato gli ordini opportuni per mezzo del passaggio
segreto che senza dubbio doveva unire il forte alla città, sparve nelle
trincee con gli uomini.

L'Embriaco rimasto nello spiazzo libero conquistato, guardava la
collina che declinava al mare con una ripida scesa e la città ineguale
che distendeva sino al Roia le case nere e la geometrica riga delle
mura chiazzate di muschio e lucenti d'artiglierie. Vedeva al di là del
fiume una pianura verdeggiante di canneti e di strami, poi la linea
d'argento del torrente Nervia, poi del verde più rado contornato da
roccie crude, poi sulla punta nel mare Bordighera inerpicata e raccolta
come un alveare. Prima, al di là di Ventimiglia, i monti ripidi e
bui delle Maure, dalla folta e selvaggia chioma di pini e di quercie
secolari, spiegavano quasi una spalliera misteriosa alla città. Oltre
il declivio di sterpi e di assi, il mare deserto sino all'ultimo
orizzonte: il sole che tramontava parea delineare degli strati vermigli
e turchini con dei toni lattei, dei riflessi d'agata, degli opachi
luccichii d'onice sull'infinita distesa tranquilla, che il cielo d'un
tenero perla a poco a poco nel lontano inchinante al grigio limitava
tangibilmente.

— Ritornano — mormorò Bracciodiferro, tirando a sè le redini con
un moto brusco abituale, per far sì che il cavallo si scuotesse
impennandosi, e s'accingesse al nuovo cammino.

L'Embriaco volse il capo, tranquillo in viso, ma poco sicuro dentro di
sè.

Ritornava infatti il Ricciuto, lentamente e si teneva all'indietro del
cavallo che discendeva con isforzo il ciglione montano. Lo precedevano
sparsamente i quattro uomini, uno dei quali portava sempre infilato
sulla baionetta il salvacondotto.

— La strada è libera, monsignore — gridò il pallido luogotenente.

— Avanti dunque, — comandò l'Embriaco agli uomini che l'attorniavano. E
pensò: — Prudenza ad ogni modo.

Salirono ancora. Il sentiero che s'inerpicava tra le roccie ed
i terrapieni, malagevolmente nascondeva alla vista il forte. Lo
scoprirono d'un tratto allorchè vi furono dappresso e doveano passare
quasi rasentandolo. Andavano a gruppi dispersi progredendo come
potevano per le asperità del cammino: veniva ultimo il condottiero.

Al di là del forte continuava il ciglio estremo della collina che
s'univa ad una seconda poi ad una terza finchè non apparivano le grandi
torri d'un castello feudale adorno d'un'ampia bandiera svettante al
vento del crepuscolo.

Emanuele Embriaco guardava quel castello, quando quasi senza
accorgersene, oltrepassò un corpo di guardia, munito d'una specie di
postierla, il cui selciato risuonò sotto i passi dei cavalli. S'udì
nell'interno un sùbito comando:

— Fuoco!

Rispose un grido d'allarme. E sibilarono proiettili nell'aria.



II.


Prima però che l'Embriaco avesse potuto rendersi conto di ciò che
succedeva, una voce forte e risoluta che giungeva dall'altro versante
della breve collina, gridò:

— Olà del forte! Olà del forte!

Il fuoco cessò come per incanto, senza aver fatto alcuna vittima
e l'Embriaco, non ancora uscito dallo stupore, stava per inviare
il Ricciuto a chiedere la ragione della brusca accoglienza, quando
apparve una cavalcata elegante, quantunque poco numerosa, a varcare il
ciglio estremo risolutamente. La capitanava un'amazzone di età dubbia,
fortemente conformata, che domava uno stallone bianco di meravigliosa
bellezza. La donna vestiva d'un panno marrone chiaro con ricami
d'argento e di seta nera, e portava sui capegli quasi grigi un ampio
cappello a falde larghe d'un feltro pure marrone, sormontato da una
piuma nera. La seguivano due dame d'inferior condizione e due scudieri
disarmati.

Avanzò scuotendo lo scudiscio, mostrando l'ira che le accendeva la
faccia risoluta e le faceva balenar lo sguardo imperioso.

D'un solo balzo lo stallone raggiunse la vetta del colle da quel
ciglione ove era apparso e fece risuonare sotto le zampe ferrate le
selci dure e gli echi dell'archivolto.

— Dov'è il Comandante? Chiamatemi il Comandante!

Al silenzio, che il primo grido mandato dalla signora aveva imposto,
era succeduto un sussurrio nel corpo di guardia: apparivano dalle
feritoie visi di soldati sorpresi e canne di fucile, che sùbito
sparivano. Si faceva notare una grande animazione ed un vocìo attenuato
e contradditorio d'ordini a mala pena interpretati e sùbito repressi.

Finalmente, quando già la signora, stanca della breve attesa, come
colei ch'era avvezza ad essere obbedita ad un cenno, aveva fatto
impennare lo stallone incitandolo a varcare un breve grado che
divideva il sentiero dalla parte superiore dell'archivolto ove
s'apriva il portone del fortino, le porte massiccie gravemente si
schiusero ed in mezzo ai soldati apparve con la spada sguainata il
Comandante. Comandava allora il castelletto un vecchio soldato della
repubblica, Nicola Borzone, avanzo della guerra di successione, uomo
rigido e fedele osservatore di consegne che si conosceva sotto il
nome di _Senza-dio_, non perchè professasse le teorie d'ateismo che
cominciavano a diventar di moda in provincia, ma perchè mancava del
pollice della mano destra: _senza-dito_ quindi, ma poichè _dito_ in
genovese è pronunciato _dio_, quel nomignolo, come succede spesso per
nomi storpiati, era senz'altro rimasto al vecchio soldato.

Nicola Senza-dio, apparso in arme sulla porta del castello, vedendo
la signora che aveva spinto il cavallo sin presso allo scalino,
indietreggiò arrossendo e fece un goffo inchino. Nello spingersi
indietro urtò nei soldati ed il rumore di ferracci smossi violentemente
sembrò assai poco gradevole allo stallone signorile, che tentò
d'impennarsi di sorpresa, ma che fu sùbito ricondotto al dovere da una
piccola mano che si mostrò greve sotto il guanto di sottil cuoio.

— Comandante — gli chiese la donna sul cui viso l'ira splendeva ancora
— da quando in qua mi si accoglie a fucilate? Mi avete presa per una
vivandiera sanculotta od abbiamo una nuova armata di Spagna alla vista?
Sarei curiosa di sapere che cosa ne penserebbe mio figlio se conoscesse
la bella accoglienza che mi fanno i vostri soldati! Per Nostra Signora
del Miracolo, non voglio ritardarmi di molto il piacere della curiosità
sodisfatta. Ve la sbrigherete con lui, Comandante: siete vecchio, è
vero, e lo sono io pure, ma le dame hanno diritto a ben altri madrigali
che non siano di piombo come i vostri, signor mio. Intanto sappiate
che io vado secondo il mio piacere e che non mi alletterebbe molto una
seconda salve di gioia come quella di poco fa. Date gli ordini, ve ne
prego. E fate presto!

Il Borzone, rosso dalla vergogna e umiliato, si avanzò inchinandosi
ancor più goffamente nel modo maldestro di chi è uso ad indossar la
casacca più che gli abiti di seta, i nastri e le fibbie ingioiellate.

— Signora marchesa, incominciò.....

Ma l'amazzone, senza dargli il tempo di scusarsi, lo interruppe
irosamente e sarcasticamente.

— E mi parlate con la spada in mano, Comandante? Non sono il signor
marchese de Sade io per compiacermi a certe nudità oscene di ferraccio.
Nascondete codesto schidione anzi tutto e badate alle convenienze
quando vi si permette di parlare ad una dama.

Il Comandante ringuainò la spada: ma trovandosi libere allora le
mani il suo impaccio crebbe: onde non seppe che allargare le braccia
ed accorciare il collo fino ad avvicinare il mento, non troppo
accuratamente sbarbato, al collare unto della casacca.

— Signora Marchesa — ripetè — signora Marchesa, vi prego di scusarmi:
Vostra Signoria sbaglia pensando che il fuoco dei miei soldati le fosse
diretto: sono troppo vostro umile servitore e l'illustrissimo Signor
Conte mi onora troppo della sua benevolenza perchè un simile pensiero
mi possa neppur attraversare il capo....

— Ed allora perchè?....

Ma nel mentre la dama s'accingeva a parlare, lo stallone fece un brusco
movimento di scarto e l'amazzone scorse gli uomini dell'Embriaco, fermi
ed in armi, dall'altro versante del colle, a pochi metri da lei.

— Per Nostra Signora del Miracolo — gridò — degli altri soldati? Ma è
un agguato questo!

Il Comandante si decise ad uscire dalla soglia.

— Su quelli avevo dato ordine del fuoco! Il comandante di quei banditi,
quel nero laggiù vestito di velluto, è il fuoruscito Emanuele Embriaco,
su cui pesa una taglia della Serenissima Repubblica di Genova!

L'Embriaco aveva assistito in silenzio al dialogo fra l'amazzone e il
vecchio soldato: la naturale configurazione del terreno l'aveva per
di più tenuto nascosto alla cavalcata ultima venuta, e la cui signora
egli aveva udita chiamare Marchesa. Pensò giustamente che doveva essere
la marchesa Isabella di Spigno, contessa Lascaris, madre del conte
attuale a cui apparteneva il turrito castello che vedeva pompeggiare
nell'azzurro chiaro del giorno morente sopra un culmine di collina a
dominare la vecchia città, l'antica strada romana ed il declivio ripido
al mare tra i faggi i pini e gli olivi.

L'avventuriero misurò d'un tratto geniale quanto fosse precaria la
posizione in cui si trovava: fuoruscito perseguitato, bandito dalla
potente Repubblica, tra una città nemica posta sotto la protezione
della Repubblica stessa ed un vecchio soldato di quel governo che egli
aveva tentato invano di rovesciare, con pochi soldati, riconosciuto
oramai, posto quasi nell'impossibilità di combattere, assolutamente di
indietreggiare: a quale partito più scaltro appigliarsi dunque se non a
cercare una salvaguardia in quella signora altera e sprezzante che la
benigna fortuna aveva posta sulla sua strada? Per il che, fatto cenno
ai suoi di non seguirlo, s'avanzò verso la dama che lo guardava stupita
e, salutandola con la cortigianeria di chi è uso ad una società che non
doveva esser la stessa del Borzone, fatto tre volte sventolare l'ampio
cappello, e toccate della piuma nera l'aria e la strada, piegando
il ginocchio così s'espresse, con voce ferma e dolce, senza tremiti
nè timori, guardando con occhi pieni di una lieta meraviglia e d'una
grande confidenza la cavalcatrice:

— Eccellenza, illustre e bella marchesa di Spigno, contessa Lascaris
di Tenda, permettete ch'io deponga ai vostri piedi l'omaggio mio
personale....

Ed alzandosi poi alteramente:

— .... e che vi dia novella del fratel vostro mio benamato caro
ed illustre signore, il Marchese Ibleto di Spigno, che mi manda
messaggero, umile per una causa grande, ma fedele per meritarmi la
sua benevolenza, al figlio vostro, il glorioso conte Luca Lascaris di
Tenda, che Nostra Signora del Rimedio conservi lunghi anni per l'onore
della nobiltà di Liguria e l'esempio a quella di tutto il mondo.

S'inginocchiò di nuovo.

— Ho detto. Voglia ora l'Eccellenza Vostra darmi con benigna
condiscendenza facoltà d'alzarmi e permettermi, giunti al castello
dei Lascaris, che il discendente d'un patrizio genovese possa, o bella
signora, vantarsi di avervi retta la staffa.

Il Borzone, per quanto rude ignorante e duro soldato, si accorse che
tutto il brillante parlare dell'avventuriero ad altro non mirava che
a togliersi dal passo pericoloso in cui si trovava, onde, senza altro,
avanzandosi fin presso all'Embriaco, stizzosamente borbottò:

— Che mi va cianciando costui? Ho dalla Serenissima l'ordine di
arrestarlo! Dunque si leghi! Olà!

Ma la Marchesa, fiammeggiando ira dagli occhi, spinse il cavallo fra i
due.

— Signor Comandante, avete giurata quest'oggi la mia dannazione? Per
Nostra Signora del Miracolo, volete voi questa notte, pendere a capo
all'ingiù dai merli della vostra bicocca? Quando mio figlio saprà in
qual modo accogliete gli ambasciatori che i suoi congiunti gli mandano,
giuro per la salvezza dell'anima mia, che non vorrei trovarmi neppur
vostra vicina!

E come il Borzone aveva fatto il gesto d'afferrare il freno del
cavallo, alzò lo scudiscio.

— Olà signore, voi mi diventate pazzo? Vi ho concesso l'onore di
conversar con voi e da villano ne abusate di già? V'ordino allora
di lasciar libera la strada al mio seguito: mi piace di tornar al
castello.

— Ma è l'Embriaco! È un bandito! — mormorava ruggendo Nicola Borzone,
mordendosi fino al sangue il labbro inferiore.

— Fosse l'ultimo dei ribaldi, viene a me sotto il nome di mio fratello.
Sgombrate!

E tratte le redini si volse, incamminandosi per l'erta, seguita
dall'Embriaco, discreto nella vittoria, e dai soldati del Ricciuto e
dai bravi di Bracciodiferro.

Nicola Borzone immobile sotto l'archivolta, vide il seguito numeroso
campeggiare sullo sfondo azzurro chiaro del tramonto sereno, poi,
seguendo la strada romana, che serpeggiava di vetta in vetta tra le
colline, dirigersi verso il castello dei Lascaris che si stagliava
cupamente illuminato da un sinistro bagliore di croco nello sfondo
sotto l'egida possente del feudale gonfalone.



III.


La cavalcata giunse al castello dei Lascaris nell'assenza del conte
Luca, uscito per la caccia.

L'Embriaco fu condotto nell'appartamento destinato agli ospiti
ed il Ricciuto ve lo seguì. Quando furono soli, ed il fuoruscito,
spogliatosi della rude casacca e deposta la spada, si fu sdraiato in
una soffice poltrona, lo scherano guardò con un sorriso di confidenza
l'avventuriero e tentennò il capo.

— Che hai, Ricciuto — chiese l'Embriaco — o che vuoi?

— Magnifico signore, vorrei la sicurezza.

— Non lo siamo forse noi sicuri? — rispose il fuoruscito osservando
all'intorno le forti muraglie del castello, della cui resistenza e
solidità facevano testimonianza i profondi vani delle finestre.

— Vossignoria s'illude — mormorò mestamente il Ricciuto. — Affè mia,
preferirei essere all'aria aperta con la mia brava carabina sulla
spalla, e trovarmi anche sotto il tiro delle artiglierie del Borzone.
Qui mi par d'essere in trappola.

— Suvvia, sei lugubre, Ricciuto, come un vecchio barbagianni
spennacchiato!

— Vedo giusto, signor conte!

— Vedi giusto? — esclamò l'Embriaco. — Osi dire di veder giusto, quando
la stessa Marchesa madre mi ha offerto ospitalità?

— La Marchesa madre, sicuro, non il Conte figlio.

— Che vuoi dire?

— Voglio dire, signor conte, che in questi tempi la politica fa spesso
esser di diverso parere moglie e marito, come i Marchesi di Spigno
possono dimostrare e tanto più madre e figlio; in ispecie quando, come
nel caso nostro, vedono diversamente.

— Tu parli per enigmi, Ricciuto!

— Io parlo per verità. Non ricordate forse, signor conte, che se la
Marchesa di Spigno tiene per il Re di Piemonte, il marito apertamente
parteggia per le nuove idee venute di Francia?

— Ma non abbiamo a che fare coi Marchesi di Spigno, qui! Sono lontani,
per volontà di Dio!

— Non molto, signor conte: la bella Marchesa Fiorina di Spigno, in
altri tempi, assai recenti del resto, fece gli occhi dolci al conte
Luca Lascaris, che, a quanto sottovoce si narra non fu insensibile, nè,
pare, sfortunato.

— Va bene! Lo so! E con questo?

— Credete voi, signor mio, che la bella Marchesa di Spigno, degna di
ben più alti cuori, si sarebbe abbandonata ad un amoretto annacquato
col giovine cugino senza un ragione tanto più forte quanto più nascosa?

L'Embriaco ascoltava interessato.

— E cioè?

— E cioè di guadagnare alla causa del Re di Piemonte il conte Lascaris:
il Re di Piemonte ha un grande amico in queste riviere....

S'avvicinò alla finestra e mostrò un castello nero e solitario sopra
una scogliera presso il mare.

— .... Il nobile Camillo Altariva. Se potesse guadagnare anche il conte
Lascaris, le nuove idee di Francia non arriverebbero nè a Genova nè a
Torino.

— E tu credi?

— Io nulla credo: quando si tratta di una donna bella ed astuta come la
marchesa Fiorina, non si può dubitare: è certo.

— Dunque Lascaris cospira con la Spigno? In questo caso sono
salvo. —

Il Ricciuto rise sotto il mento.

— Lo credete, padrone?

— Per il Papa, se lo credo! Siamo partigiani.

— Io non lo credo però!

— Perchè?

— Perchè il conte Lascaris non ha alcun interesse a rompere con la
Serenissima apertamente: se l'avesse, avrebbe già rotto. No, signor
conte; si cospira. Dunque si teme la luce del sole. E poichè la
Repubblica di Genova dubita del conte Lascaris, e con ragione, il conte
Lascaris darà del fumo negli occhi alla Serenissima, consegnandovi
al Borzone. Chi siete voi, dopo tutto? Un uomo fuori della legge,
pericoloso per amici e nemici. Consegnandovi, il conte Lascaris farà
palese la sua buona fede di amico della Repubblica e cospirerà poi con
tutta sicurtà.

L'Embriaco preoccupato osservò:

— Ma se l'intesa fra Luca e Fiorina fosse già avvenuta?

— Non può essere avvenuta! Il messaggero non cammina come noi!

— Secondo te, dunque io sarei perduto....

— Certamente.... a meno che....

— A meno che?

— Non foste voi davvero il messaggero tra Fiorina e Luca Lascaris.

L'Embriaco si alzò:

— Che dovrei dunque dire a Luca?

— Nulla dire, signor conte, mostrare!

— Mostrar che cosa?

— Una lettera della marchesa di Spigno.

I due si guardarono.

— E tu credi che....

— La bella marchesa di Spigno è troppo gran dama per degnarsi di
scrivere.... firma soltanto ed ancora con una tal quale disinvoltura
che la rende illegibile. Così.

Togliendosi dalla cintura un calamaio di legno ed un fascio di fogli,
il Ricciuto, con bella sicurezza, tracciò un ghirigoro che l'Embriaco
osservò arrossendo.

— È proprio la firma di Fiorina!

— Precisa! Certo il Marchese di Spigno scrive da erudito e legge il
signor di Voltaire. Ma la Marchesa.... ecco qui tutto il suo sapere.

L'Embriaco esitava. L'altro proseguì:

— Vi piacerebbe pendere appiccato dai merli del fortino?

L'Embriaco non rispose.

— Salvarsi da tutte le reti per incappare nelle mani di un Borzone! A
Genova ne riderebbero della grossa.

In quella, un suon di corno giunse da lontano.

— Il conte Luca ritorna! — mormorò il Ricciuto.

Il suon di corno risuonò più vicino.

— Decidetevi dunque: volete?

Allora l'Embriaco, quasi scuotesse di dosso l'uggia d'una risoluzione
impellente, mormorò:

— Ho sonno, Ricciuto: occupati tu dei miei affari, ti prego.



IV.


Il Conte Luca Lascaris tornato dalla caccia ebbe un colloquio
temporalesco ma breve con la marchesa Isabella: poi con la rude
cortesia che anche nei momenti meno simpatici gli era abituale, si fece
annunziar presso l'ospite.

L'Embriaco lo ricevette con un grazioso inchino.

— Scusatemi, signor conte, — gli disse il Lascaris — se l'ospitalità
del mio castello non è quella che si conviene ad un gentiluomo pari
vostro....

L'Embriaco non lo interruppe.

— .... ma vi assicuro che io sarò dolente allorchè ne varcherete la
soglia per i molteplici negozi che senza dubbio reclamano fuori di qui
la vostra presenza.

— Il che vuol dire — il fuoruscito rispose — che bellamente mi negate
asilo?

— Negarvi asilo? Dio non voglia. Ma il mio castello non è nè chiesa del
Signore, nè convento riconosciuto e tanto meno piazza forte. D'altra
parte il mio patto di fedeltà alla Serenissima Repubblica di Genova mi
vieta di ricevere i suoi nemici.

— E così mi consegnerete al Borzone?

— Vi prego di non male interpretare le mie parole. Finchè sarete sulle
mie terre nessuno oserà toccarvi: quando ne uscirete, alla grazia di
Dio!

L'Embriaco chinò il capo.

— Quando dovrò uscire dal castello?

— A piacer vostro, signor conte!

— Subito allora.

Il Lascaris non rispose. Restò un po' curvo, ciò che l'aggraziava,
giacchè era un bel gentiluomo, elegantissimo, quasi effeminato, ed
amava d'eguale amore armi e profumi.

— Prima però, — l'Embriaco riprese — permettete che io adempia sino
all'ultimo l'incarico affidatomi da una dama.

Il Conte Lascaris trasalì.

— Un incarico per me?

— Per voi. Date ordine che ci lascino soli.

Ad un cenno la scorta del castellano si ritirò nell'antisala.
L'Embriaco lentamente, quasi centellinasse, quasi succhiellasse ogni
parola, continuò:

— Ed ora vogliate scusarmi se mi spoglio innanzi a voi.

Si tolse la casacca, sbottonò il giustacuore, poi fra la camicia ed un
sottil giaco tolse una lista di pergamena avvolta intorno alla persona.
Il Lascaris lo seguiva dello sguardo stupefatto: accolse con diffidenza
la pergamena che l'Embriaco gli porse, vi gettò uno sguardo annoiato ed
arrossì violentemente.

— Chi ve la diede? — esclamò afferrando la mano del genovese.

— Scusatemi se io ve la porto senza sigillo nè stemma e senza nastri.
Ero malsicuro per i passaggi guardati. Ho dovuto avvolgerla, sotto il
giaco, alla persona, perchè all'occorrenza passasse con me.

— Vi ringrazio — potè appena articolare il castellano — vi ringrazio e
vi prego di non tener calcolo delle mie parole di poco fa.

Gli tremavano le mani, il viso gli si era fatto più pallido del
consueto.

— Ad ogni modo credete che vi libererò presto della mia presenza —
l'Embriaco riprese crudelmente. — Vi potrete ad ogni modo servir di me
per una risposta, se vi parrà che ne valga la pena.

Il Lascaris non rispose: leggeva concitato e tremante. Poi alzò gli
occhi in viso all'ospite.

— Fu la marchesa Fiorina a consegnarvi questa lettera?

— Fu la marchesa Fiorina. Ma siccome non ignorava i pericoli ai quali
andavo incontro, volle che imparassi a memoria la missiva che forse non
avrei potuto consegnarvi.

— Vi ringrazio — cominciava il Lascaris.

In quella uno scudiero si avanzò nel vano della porta.

— Il signor Nicola Borzone chiede di parlare al signor conte.

Si voltò di scatto il Lascaris.

— Dite al signor Borzone che non l'ho fatto chiamare: che attenda i
miei ordini al fortino.

Un lampo di gioia, subito celato, illuminò il volto dell'avventuriero.

— Perdonatemi — susurrò il Lascaris, e si raddrizzò con aggraziata
alterezza: perdonatemi. Sono tempi questi in cui bisogna diffidare
anche delle persone più legate dal sangue. Non me ne vorrete, io spero,
se ho dubitato di voi.

— Non ve ne voglio. Tutt'altro. Penso che il primo dovere di chi
cospira, sia il sospettar di tutto e di tutti.

— E chi vi ha detto che io cospiri? — domandò il giovane castellano
corrugando le sopracciglie, ripreso a suo malgrado dalla diffidenza.

L'Embriaco evitò lo sguardo inquisitore, non troppo abile nè penetrante
del resto, e sorrise.

— Chi non cospira oggi? È dovere ed è l'unico piacere che ci si
permetta ancora. Fra due contendenti si parteggia, fra tre si cospira.
La Repubblica genovese da una parte, la Francia dall'altra, il Re di
Piemonte e cioè l'Austria....

Il Lascaris era troppo giovane: trasalì.

— Vedete — riprese l'Embriaco — vedete? Cospirate anche voi, e fate
ottima cosa. Però cospirar da soli è sterile e voi non siete uomo da
perdervi in vanità. Non mi parlate, non vi confidate. Vediamo prima:
colui che la marchesa Fiorina di Spigno degnò della propria confidenza,
può essere un amico per voi?

— Lo può!

— E allora.... non parlate, no, chè può legarvi un giuramento! Parlerò
io.

— Parlate.

— Tre uomini in questo estremo lembo di Liguria possono opporsi
all'invasione francese: voi e Camillo Altariva per queste vallate
e il signor duca di Nervia per la sua: stretta fra voi la città
di Ventimiglia, ove si dibattono chi parteggia per Francia e chi
per Genova, è innocua: il Re può così esser sicuro di conservar
le sue terre e il suo potere: finchè voi vorrete i francesi non
passeranno.....

— È certo che non passeranno.

— Lo penso anch'io. Ditemi solo una parola che non vi può
compromettere: Per il Re?

Luca Lascaris tese la mano.

— Per il Re!

— Alla buon'ora! — esclamò l'Embriaco stringendogli la mano tesa. —
Alla buon'ora! Vedete come ci s'intende facilmente! Alla buon'ora!

Un ultimo dubbio serpeggiava nel cuore del castellano mentre mesceva
all'ospite il bicchiere del benvenuto. Ma l'Embriaco dissipò anche
quest'ultima nube.

— Al diavolo la politica e le cure degli affari di guerra. Non bevo
a voi, signor conte, ma al fiore della cortesia, della grazia e della
bellezza, all'impareggiabile Marchesa Fiorina di Spigno, degna del Re
Sole.... o di voi!

E i calici gaiamente tintinnarono.



V.


Lo stesso giorno, mentre accadeva quanto è oggetto dei capitoli
precedenti, in una casa della città verso le mura e prospicente quindi
la vallata del Roia, si notava un allegro via vai.

Betto Grimaldi, il comandante della città, ritornava dall'aver
accompagnato l'Embriaco, recando alla figliola il dono
dell'avventuriero. Lo scortavano alcuni soldati che si fermarono al
portone, tutto aspro di chiodi, e già salutavano il vecchio soldato
che s'accingeva ad entrare, quando un rumore di passi pesanti e sonori
s'udì nella viuzza.

— Guarda chi arriva, Giano — ingiunse il Grimaldi a un soldato della
scorta, il più giovane, il più lisciato, che pareva d'origine meno
popolaresca del restante.

— È il Moncherino, Comandante — rispose l'interrogato.

— Lo manda il Borzone, dunque? O che mai vorrà? Digli che si spieghi a
te.

E stava per rinchiudersi dietro il battente, quando colui che
sopraggiungeva esclamò ansimando: — Magnifico messere! magnifico
messere! Cerca proprio di me — notò Betto Grimaldi un po' inquieto, e
soggiunse:

— Spiegati, e spicciati, che ti colga il malanno!

Il nuovo arrivato era un vecchio adusto e asciutto, vestito d'una
rozza casacca ed armato d'un paio di pistole, tutt'e due da un lato. E
questo perchè gli mancava la mano sinistra, donde il soprannome che lo
distingueva.

— Magnifico messere, è il comandante Borzone che mi manda, e che vi
prega di raccogliere quanti più uomini potete e correre a dargli aiuto!

— O che? Sono comparsi i francesi? O il nobile Altariva s'è ribellato?
O che.....

— Magnifico messere, il traditore Embriaco.....

Al nome del bandito, il vecchio Betto fece un salto.

— È avvistato l'Embriaco? Fulmini del cielo! Corri tu dal capitano
Cavalli e che faccia sonar la raccolta!

Si trovò nelle mani la scatola di guanti, dono dell'Embriaco per
madamigella Chiara: la porse a Giano dicendogli:

— Tieni, porta questa scatola a mia figlia e raggiungimi.

Giano, bastardo Lercari, alfiere della Serenissima Repubblica di
Genova, ma più innamorato che alfiere, afferrò l'occasione con gioia e
la scatola con ambe le mani, affrontando poi di corsa la ripida scala
che metteva al piano abitato dal Comandante. Fu fermato in antisala da
una vispa servetta che gli fece riverenza.

— Qual buon vento vi porta, messer Giano?

— Annunciami a Madonna, Gilda: è il magnifico suo padre che m'incarica
di consegnarle questo....

— Posso io stessa recarlo a Madamigella — rispose Gilda allungando le
mani.

Ma il Lercari fece tre passi indietro e crollò il capo.

— Obbedisci, Gilda! E annunciami a Madamigella.

La cameriera con una smorfietta si diresse verso l'interno e Giano
la seguì. Non era troppo vasta la casa abitata dal Grimaldi: ad una
porta mascherata da un ampio arazzo e che apparve in capo al breve
corridoio nel quale finiva l'antisala, s'arrestarono entrambi e Gilda
bussò leggermente. Rispose una voce limpida e tranquilla che l'invitò
ad entrare, e la cameriera obbedì scostando la tenda per agevolare il
passo al Lercari.

Una stanza non ampia, addobbata a salotto, un salotto rococò in cui
stonavano delle poltrone recenti venute di Francia, sotto dei grandi
mobili secenteschi, illuminata da due finestre all'uno e all'altro lato
dell'angolo, aperte, e inquadranti il paesaggio fronzuto della vallata,
apparve come impari cornice a una dolce figura di giovane donna,
vestita di bianco, ritta dinanzi ad una minuscola scrivania ingombra di
carta elegante e di sigilli.

— Siete voi, Giano? — domandò la damigella Chiara fissando gli occhi
azzurri sul soldato.

— Sono io, Madamigella. Il Magnifico vostro signor padre vi manda
questa scatola......

— Che cos'è, Giano?

— Credo che siano guanti, Madamigella,

— Guanti? giunti da Genova o da Torino?

— Lo ignoro. Li ha donati per voi al Comandante un cavaliere straniero.

— Vediamo! Vediamo!

Aiutata da Gilda aprì la scatola, ne trasse con brevi gridi giocondi i
guanti bianchi e neri, da conversazione e da cavalcare e battè poi le
mani come una bimba. Quindi si ricordò:

— E mio padre, Giano? Perchè non è con voi?

— Vostro padre, Madamigella, fu chiamato dal Borzone!

— Ah!

Un istante d'imbarazzante silenzio. Poi la damigella Chiara con voce
tremula riprese:

— Voi lo raggiungerete, Giano?

— Sì, Madonna!

— Al forte del Borzone?

— Suppongo.

— E non c'è lassù, almeno, dite, non deve trovarsi lassù un inviato del
generale francese?

— Un inviato del generale francese? Domani, Madamigella.... O, scusate,
anzi avete ragione: deve già trovarsi colassù.

— Ecco — rispose soddisfatta la damigella Chiara — ecco! E vi
dispiacerebbe incaricarvi d'un mio messaggio...?

Sospese. Ma il Lercari arrossendo compì:

— Perchè l'inviato di Francia lo consegni al vostro fidanzato?

Stava per aggiungere:

— Non è precisamente l'incarico che bramerei.

Ma lo tenne per sè. Abbozzò invece un inchino e tacque.

— Appunto — riprese la fanciulla. — Ve ne sarei tanto grata, messere!

— Ai vostri ordini. Madamigella!

La figlia del Grimaldi non avvertì il celato dispetto di chi le
rispondeva. Nel suo egoista piacere sorrise invece al giovane e
raccomandò alla Gilda di servirgli dei rinfreschi.

— Stavo appunto scrivendo quando mi foste annunziato, messere. Datemi
licenza, vi prego, che finisca la lettera perchè possa consegnarvela.

Giano Lercari s'inchinò e seguì poi la Gilda che lo precedette
allegramente, soddisfatta in cuor suo dello scacco subìto
dell'innamorato alfiere.

Rimasta sola, donna Chiara s'avvicinò alla piccola scrivania, sedette
su la punta d'una scranna leggera venuta di recente dalla Francia e
riprese la lettera incominciata. Rilesse innanzi tutto quello che aveva
scritto. La lettera diceva così:

                                         Ventimiglia 19 giugno 17....

_Rompo il mio lungo silenzio, giacchè mi si presenta questo poco di
tempo opportuno, per rispondere alle vostre graziose ed a me care
lettere._

_Sento dalla pregiata vostra prima datatami dei dodici giugno, che le
mie _non adorabili_ grazie mi hanno assicurato il vostro cuore. Non so
quale idea vi abbia fatto scegliere una compagna che certo non ha mai
pensato sulla vostra amabile persona, per molti motivi, li quali mi
riserbo con più lunghezza di tempo a farveli noti. Ma visto che tale
è il vostro genio, non posso a meno che tenermi fortunata di poter
acquistare un compagno sì bello, sì grazioso, sì amabile, quale siete
voi. Ciò non pertanto...._

La lettera dalla venuta di Giano Lercari era rimasta interrotta a
questo punto. La fanciulla tagliò accuratamente un'altra penna e
continuò: _..... vi faccio sapere che da me non dipende il tutto, e che
bisogna che prima consultiate i miei superiori, dalli quali ne dipende
il tutto, ed una volta consultati favorevolmente questi, potete dire
che avete navigato senza alcun contrasto. Sento poi dall'ultima vostra
un rimprovero, che certo non mi si conviene, dell'abboccamento che
doveva aver luogo. Vi posso assicurare sulla mia fede che io non ho
saputo niente di questo, e che nissuna persona me ne ha parlato._

_Finisco per la brevità del tempo e pregandovi di tener celata la
presente e di compatire li miei mal espressi sentimenti e brutti
caratteri._

_Favorite aggradire tutti li epiteti e cerimonie di cui nelle care
vostre voi mi fregiate (sebbene contro tutti li miei meriti), nel
mentre che ho il bene di sottoscrivermi e dirmi la più fortunata di
tutte le giovani_

                                  _vostra affezionata ed umile amica_

                                                      Chiara Grimaldi

Quand'ebbe scritto, con un sospiro di sollievo, piegò il foglio in
quattro e lo sigillò con un'ostia minuscola, color ciliegia, che non si
peritò di umettar da sè. Poi sul foglio così chiuso, a caratteri minuti
scrisse:

  _A colui, che mi adora, ed ama._

Nel tracciare i motti ingenui, sorrise quasi ad un ricordo. Cercò in un
cassetto che aveva daccanto un sacchettino di pelle bianca sul quale di
sua mano aveva ricamato un nome: Filippo Balbi, in vermiglio e verde,
vi chiuse la lettera e ne cucì la bocca con un filo d'oro i cui capi
riunì e sigillò con cera bianca imprimendovi il castone d'un grosso
anello che portava appeso alla cintura.

Il tramonto che rallegrava la ripida scesa del colle verso il mare,
incupiva invece la selvaggia vallata del Roia, quella vallata che,
appunto in quelli anni, il Foscolo facea percorrere al fatale Jacopo,
il quale dal ponte presso la marina aveva “_spinto gli occhi fin dove
può giungere la vista; e percorrendo due argini di altissime rupi e
di burroni cavernosi, appena si vedono imposte sulle cervici dell'alpi
altre alpi di neve che s'immergono nel cielo e tutto biancheggia e si
confonde.....”_

Jacopo, probabilmente dispeptico, vedeva tutto in nero, ma lo scenario
non era meno selvaggio, e la criniera di pini che coronavano le roccie
di Roverino e le balze che attorniavano la foce del torrente Bevera non
erano meno irsute. Lo spettacolo si presentava pur tuttavia grandioso
per la vastità del letto del fiume e l'ampiezza della valle: era tale
da attristire per la cornice buia della cupa verzura nel tramonto
rossastro.

Chiara abbrividì. Alzò alle labbra il sacchetto di pelle bianca, lo
baciò e cercò di guardar se contro luce lo scritto apparisse.

Nell'alzare gli occhi s'accorse d'un lume di fiaccola agitata laggiù
dove il torrente Bevera sfociava nel Roia. Il segnale non le parve
ignoto; era un alzar verticale, ed un seguire orizzontale della
fiaccola, come se si volesse tracciare una gigantesca croce di fuoco.
La fanciulla trasalì. Poi retrocesse, fino alla porta e chiamò:

— Gilda! Signor Giano!

I chiamati accorsero.

— È pronta la lettera, Madamigella? La notte si avvicina e la strada è
malagevole.

— Eccola!

L'alfiere s'inginocchiò, ricevette il sacchetto che nascose
nell'interno della giubba, poi s'inchinò per accommiatarsi.

— Guardate laggiù, signor Giano — disse allora Chiara additandogli il
segnale luminoso.

In silenzio, curvandosi per meglio acuire gli sguardi, il giovane
osservò. Quando rialzò il capo era agitato, quasi febbrile.

— Che Iddio nol voglia! — mormorò.

E poi:

— Datemi licenza, Madamigella! È necessario che raggiunga il Comandante.

— Ma — insistette Chiara — non vi sembra un segnale?....

Non compì. Compì l'altro invece.

— È il segnale dei realisti infatti, Madamigella! È il segnale dei
ribelli Altariva e Nervia, Madamigella! Ma come sono discesi nella
nostra valle? Ed a chi fanno il segno di riconoscimento? Chi invitano o
chi aspettano?

Alzò gli occhi. Sopra il fortino del Borzone, sulla collina mozza,
svettava il gonfalone dei Lascaris. Rabbrividì.

— Che Iddio nol voglia! — ripetè.

S'inchinò.

— Madamigella, spero che il vostro messaggio giunga questa sera istessa
a destinazione. Pregate il cielo che sia così....

E mentalmente proseguì:

— O siamo tutti perduti.

E si ritirò prestamente seguito dalla Gilda.

Chiara, sopra pensiero, tornò alla finestra. La sera scendeva rapida, i
picchi di Roverino rosseggiavano, ma i recessi della vallata opposti al
tramonto annerivano come se li avviluppasse un cupo velario.

E il segno infuocato della croce si ripeteva laggiù, nel sinistro
silenzio dell'ora. Ad un tratto s'udirono i rintocchi d'una campana
della città, poi d'un'altra, poi d'una terza. A poco a poco risposero
le pievi e gli eremi dispersi nell'alto in mezzo alle foreste.

La croce di fuoco si spense.



VI.


Il signor abate Bernardino Viale, in Arcadia Amarillo Glucosio,
invitato dalla Marchesa Isabella aveva alzato il bicchiere sottile
colmo di giallo vino spumoso, così cominciando un sonetto improvvisato
ad onor dell'Embriaco:

    _L'ospite viator, che, stanco il piede,_
      _bussa alla porta della magion, sia,_
      _poichè di Marte dai perigli riede,_
      _il bene accetto.................._

quando contro ogni etichetta, all'improvviso, i due battenti della
porta che sbarrava la gran sala s'aprirono ed apparve fra due torce,
un volto severo di gentiluomo. Se l'abate rimase interdetto e gli si
essicò nel gorgozzule la fonte d'Ippocrene, se la Marchesa Isabella
aggrottò le sopracciglia spazientita, se l'Embriaco sentì rimescolarsi
in cuore un non so che di simile all'inquietudine, il Conte Luca
Lascaris invece si alzò di scatto col viso irradiato dalla gioia, e
gridò:

— Camillo!

Il nuovo arrivato, un uomo di mezza statura dal volto più che severo,
cupo, d'un pallore ossessionante che spiccava ancor più sull'abito
nero privo, meno che ai polsi, di un qualsiasi pizzo o ricamo, fece
un inchino profondo alla Marchesa e, prima di fermarsi sull'Embriaco,
lasciò per un attimo posar lo sguardo un po' sprezzante sull'abate,
il quale, appena lo potè senza farsi scorgere, si crocesegnò
frettolosamente e borbottò una preghiera latina che sapeva di
esorcismo.

E del resto Camillo Altariva autorizzava paure e scongiuri. Nobile
senza titolo, possessore d'una ingente fortuna e del castelletto
grifagno sul mare che quello dei Lascaris teneva in soggezione,
era temuto più per idea che per volontà, giacchè fuggiva i simili
e non viveva che tra i vecchi libri pieni del dubbio di cui andava
stanca e infelice l'età penosa che attraversava. Non superbo forse,
ma schivo degli uomini che forse non odiava, ma non amava certo,
dal solitario nido ove passava la triste vita, s'era ad un tratto
mischiato ai suoi pari, per nascita se non per pensiero, incitandoli
alla resistenza contro la marea eguagliatrice dell'invasione francese.
Il conte Luca Lascaris ne subìva l'influsso in modo tale che il solo
nome dell'Altariva bastava a farlo ribellare pur anche alla madre,
autoritaria così che la nuora aveva dovuto abbandonare il castello per
sottrarsi ad un dominio che non sapeva tollerare. Anzi la fuoruscita
della contessa, che si usava attribuire alle inquietudini dei tempi
— aveva emigrato a Torino e seguiva ora le peripezie della Corte di
Savoia — era avvenuta per consiglio dello stesso Altariva, donde la
poca cordialità della marchesa Isabella, sempre all'erta e sempre
sospettosa.

Fermo sulla soglia il nuovo venuto si guardò intorno un attimo, fece
poi un profondo inchino alla dama, un cenno breve all'abate, un più
cordiale al Lascaris e frenò la poco piacevole meraviglia scorgendo
l'Embriaco a lui ignoto di persona.

— Mio nobile vicino — disse il conte Luca non senza una qualche
titubanza — voi mi avete fatto felice venendo al mio castello. Vi
prego, prendete posto accanto alla mia signora Madre: l'ospite nostro,
il conte Emanuele Embriaco.....

L'Altariva impercettibilmente trasalì.

— .... sarà felice al par di me nel conoscere il nobile Camillo
Altariva.

— Il nobile Camillo Altariva! — ripetè l'Embriaco alzandosi di scatto.
— Ma io mi vanterò di questo giorno come del più fortunato.....

— _Albo signanda lapillo_ — mormorò l'abate seccato d'esser rimasto a
mezzo del suo peccato con le Muse.

— Vi ringrazio di tutto cuore, signor Conte — rispose l'Altariva con
una certa quale freddezza non priva d'una punta d'ironia. — E mi duole
dover rispondere poco aggradevolmente alla vostra cortesia chiedendovi
licenza di sottrarvi la compagnia del conte Luca, al quale ho una
importante e urgente comunicazione da fare.

L'Embriaco rispose a sua volta con un inchino garbato ma non privo
d'altezzosità.

— A me chiedete venia, signore? Chi son io se non l'ultimo degli
ospiti, quando è presente la graziosa marchesa Isabella di Spigno,
contessa Lascaris di Tenda?

Corse il figlio al riparo, e d'impeto come soleva:

— Camillo, che c'è di così misterioso che mia madre e il mio maestro
— fece un cenno all'abate — non possano ascoltare? In quanto al conte
Embriaco.....

Qui s'arrestò. Non voleva confessare che gli giungeva latore d'un
biglietto della Marchesa di Spigno. Ma l'esitazione del figliolo fu
tagliata a corto dalla madre, che intervenne prontamente.

— Il conte Embriaco è un amico, signor Altariva.

Pronunciò la parola _amico_ quasi le donasse uno strano significato. E
l'Altariva ascoltò senza stupore, o almeno senza mostrarne. Soggiunse
appena:

— Vorrei poter dire altrettanto.

— Mi lusingate, signore d'Altariva — replicò il fuoruscito.

Al che l'altro pronto:

— Altariva soltanto, signor Conte!

— Come si diceva soltanto Rohan allora, fino a pochi anni or sono.

— La nobiltà degli Altariva, intervenne in buon punto l'abate, risale
a Magone cartaginese, come risale alla Imperatrice Eudossia, per non
addentrarci nelle caligine dei tempi barbari, quella dei Lascaris. Voi
non ignorate, signor Conte, che la famiglia dei Barca.....

— L'abate è partito con la lancia in resta — esclamò il Lascaris,
e se non interviene la signora mia Madre, nessuno qui ha potestà di
arrestarlo....

— Magone cartaginese nella sua terza spedizione contro gli Ingauni,
cacciato nell'occidente da un Appio romano o ligure con cittadinanza
non bene identificata, approdò secondo la tradizione....

L'Altariva lo fermò col gesto:

— Non mi sembra, signor Abate, degno della vostra abitual cortesia
tessere lodi alle nostre famiglie, quando è dinanzi a voi il
discendente d'uno dei ventinove Alberghi della Serenissima, nobile del
Portico vecchio e del libro chiuso.....

— Tu non m'inganni con le tue spagnolerie, — pensava intanto il
fuoruscito, — e sarebbe assai meglio farti sputare quello che mastichi
e che può essere interessante, per me almeno. Ma come fare?

La Marchesa Isabella era intervenuta nel dibattito. L'udir vantare la
schiatta dei Lascaris l'era dolce, ma non quanto le lodi e glorie degli
Spigno.

— La nobiltà piemontese — disse — non la cede a nessuna per antichità e
per belle imprese. La famiglia degli Spigno.....

— ....è antica almeno quanto lo son le rose, — aggiunse con bel garbo
il genovese — e non vedo la necessità di cercarne la ragione risalendo
a Bisanzio o tanto meno a Magone.

Un sorriso della dama fu il ringraziamento, e non il solo. Amarillo
Glucosio andò in estasi, levò le braccia al cielo e chiese all'Embriaco
il permesso di tornire un madrigale sul detto memorabile. E l'Embriaco
stava per accordare il chiesto permesso, quando giunse all'orecchio
dei commensali, non troppo chiaro ma sicuro, il brusìo crescente
di una folla, brusìo che il vento di ponente a intervalli portava
distintissimo come se la gente si trovasse nella stanza vicina.



VII.


La Marchesa s'era alzata e batteva sul timpano: ma non ci fu bisogno
di chiamare, apparve il maggiordomo, e dietro di lui, brutto di
fango e gli abiti in disordine, un vecchio adusto ed asciutto. Nè il
maggiordomo aveva ancòra aperta la bocca, nè il vecchio apparso per
conto suo aveva articolato parola, che già l'Altariva, freddamente e
pacatamente rivolto all'ultimo arrivato gli diceva:

— Sappiamo tutto, Moncherino, sappiamo tutto.

— Tutto che cosa? — esclamò la dama.

— Gesù, Giuseppe e Maria, tutto che cosa? — appoggiò l'abate,
pallidissimo.

— Quello che con buona licenza di Magone cartaginese e di Eudossia di
Bisanzio, avrei già detto, — replicò l'Altariva — se qui non si fosse
parlato d'altro mentre il villaggio di Sant'Antonio bruciava.

— Il mio villaggio di Sant'Antonio brucia? E perchè? Chi è causa
dell'incendio? Altariva che ne sapete voi? — urlava il Lascaris.

— Quello che vi dirò probabilmente se mi lascerete parlare: ed è breve:
un improvviso sconfinamento di sanculotti, come al solito: questa volta
più grave poichè sono giunti sin sotto la città.

— E i terrazzani, e i poveri terrazzani di Sant'Antonio! — chiese il
conte Luca impetuosamente.

Parve che il brusìo portato dal vento di ponente s'incaricasse di
rispondergli: giunse trascicato come un ulular di dolore in tutti i
toni, dai bassi agli argentini, misto di imprecazioni, di pianti, di
lamenti, voci di donne e di bimbi, disperate, ansimanti.

— Maledetti francesi!

— Maledetti, perchè? — l'Altariva replicò. — Perchè adoperano, la forza
come possono? O perchè l'hanno questa forza? Perchè si battono coi
denti e con le unghie? Perchè....

— Voi li difendete? Voi?

— Difenderli? Si difendono, anzi offendono! Ma non li difendo io. Vi
faccio osservare che imprecare e odiare è impotenza. Io li combatterò,
io cercherò di schiacciarli come potrò, con l'astuzia o con la frode,
chè in guerra tutto è permesso, ma è inutile imprecare e perdersi in
vane querele.

— E che fare allora?

— I fatti! Quali sono i fatti?

— Interroghiamo quella gente!

— È inutile — interruppe l'Altariva — so tutto io, ho visto ogni cosa
e se quei poveri terrazzani sono qui e se all'incendio ed al bottino
materiale non si è aggiunto l'assassinio o la retata degli uomini
validi alla coscrizione, come i francesi usano fare, se tutto ciò fu
evitato lo si deve a me. Una colonna di predoni, poichè voi sapete che,
se pur sono truppe regolari, sconfinano senza ordine di capi e soltanto
perchè spinti dalla fame e comunque dal bisogno, una colonna di
centocinquanta predoni almeno e forse più, non discende il versante di
Roccabruna, senz'essere avvertita. Ho capito che avevano l'intenzione
di gettarsi sul villaggio più vicino, Sant'Antonio, ho fatto avvertire
gli abitanti, e anzi li ho incolonnati, carichi di quello che potevano
portare, il bestiame innanzi, e sciolto quello che non poteva correre,
di modo che i francesi trovando poco o niente hanno incendiato le
case. Poco male. Non è il tempo di vivere alla Florian nei villaggi,
questo: l'uomo di qualunque età, sano o capace di sollevare una falce,
combatte: vecchi e donne e bimbi si chiudano in città o nei porti o
nei castelli. Difender poco per poterlo difender bene, ecco quello che
occorre.

— Ben detto! — esclamò l'Embriaco — ben detto, signor Altariva. Ma
scusate: avete parlato della città, mi pare.

— Sì: ho detto che son giunti presso la città. Perchè?

— Ventimiglia?

— Ventimiglia. Perchè no?

— Siete sicuro di Betto Grimaldi e di Nicola Borzone?

Il Moncherino fece sentire un grugnito di poco buon augurio, ma
l'Embriaco gli poggiò la mano sull'omero confidenzialmente.

— So chi sei tu, amico senza paura, ma so pure, signor Altariva,
che cos'è la Serenissima Repubblica di Genova. Verrà a patti, ve lo
garantisco io.

Intervenne il Lascaris.

— Permettete, conte. La vostra avversione al governo della Serenissima
offusca forse il vostro giudizio che so limpido, acuto e sereno. Non
posso accettare il vostro punto di vista, per rispettabile che sia.
Qui c'è presente — e additò il Moncherino — un messo del signor Betto
Grimaldi: ciò prova che tanto il Grimaldi quanto il Borzone hanno
idea di opporsi ai sanculotti ed alla sanculotteria, armata e non
armata.....

— Per Nostra Signora delle Virtù, giuro che il signor Conte Lascaris ha
pienamente ragione — esclamò il Moncherino.

— Che volete concludere, Luca? — domandò l'Altariva.

— Questo. Che se il Grimaldi ci dà una mano, ci opporremo d'ora innanzi
agli sconfinamenti degli scamiciati predoni.

— Amen — mormorò l'abate.

Un momento di silenzio e d'attesa, rotto da un gesto della Marchesa,
la quale mosse verso la porta. Il Conte Lascaris l'interrogò dello
sguardo.

— Vado — ella rispose — a dar gli ordini opportuni perchè quella povera
gente sia ricevuta e sfamata, come ce ne sarà di bisogno. Quando un
vassallo si presenta fiancheggiato dalla sventura, diventa un nostro
simile, disse un Lascaris che fu cavalier errante e trovatore di
Clemenza Isaura.

— Ben detto, signora Marchesa! Noi dal canto nostro, ci renderemo conto
del pericolo che ci minaccia.

La Marchesa uscì scortata dall'abate. Rimasero i quattro uomini a
fissarsi in silenzio.

— Credo — pronunciò finalmente l'Altariva — che il Moncherino ed io
potremo bastare ad una ricognizione che occorre fare questa notte
stessa. Sono persuaso che si tratti, come al solito, di una mano
d'affamati straccioni in rottura di bando e di disciplina, ma è
necessario sapere con esattezza e non mi fido che dei miei occhi.

— Spero che non vorrete privarmi della vostra compagnia, Camillo —
aggiunse il Lascaris: — abbiamo fino ad oggi diviso disagi e pericoli:
non mi farete l'ingiuria di lasciarmi qui dove basta mia Madre.

— Come vorrete, Luca.

L'Embriaco fece un passo avanti.

— Ci conosciamo da pochi momenti, signor Altariva, da poche ore, Conte.
Non pretendo che abbiate in me la fiducia che vi ricambiate tra voi.
Non vi domando quindi che il posto più pericoloso perchè possiate
mettere a prova — e speriamo dura — la mia fraternità e l'amor mio per
quello che amate più della vita.

Camillo Altariva esitò brevemente, poi tese la mano all'avventuriero.

— Sia pure, signor Conte. E vi ringrazio. Non siamo così ricchi
d'uomini e di energie da poterne rifiutare. Venite con me.

— Vi seguiremo, Camillo — dichiarò Luca Lascaris.

— So dove occorre trovarsi. Credo che potremo far senza scorta. È più
semplice e più facile fra di noi. Mi promettete di obbedirmi anche se
ve ne possa dolere?

— Lo promettiamo.

— E allora non perdiamo tempo.



VIII.


Betto Grimaldi ricevette il Borzone frenando a stento l'impazienza che
lo dominava.

— Notizie dell'Embriaco? Avete notizie dell'Embriaco, vecchio
_Senza-dio_? Dov'è? Dov'è?

Non era certamente il rude soldato preposto al comando del fortino che
avrebbe potuto far dell'ironia, tono che ignorava affatto. Pure le sue
prime parole furono della schietta ironia, quantunque sincere e piene
di stupore.

— Notizie dell'Embriaco, magnifico signore? Ma ne avrete certamente voi
più di me.

— Ehi! Nicola Borzone! Giochiamo agli indovinelli come nella notte del
primo dell'anno? Non siete voi che mi avete fatto chiamare col pretesto
del dannato Embriaco? Animo dunque: sputate!

Il vecchio _Senza-dio_ nutriva ancora un'illusione: che cioè l'Embriaco
fosse passato attraverso la città con un salvacondotto. La politica
della Serenissima era così tortuosa, venivano tanto spesso ordini e
contrordini, si bandivano e si raccoglievano subito dopo a braccia
aperte tanti uomini pericolosi, vigeva insomma un tale altalenarsi di
partiti, che dopo il primo tentativo d'arresto, e dopo l'opposizione
della contessa ratificata dal conte Lascaris, aveva persino sospettato
d'essere incorso in un errore grossolano.

— Che l'Embriaco, — aveva pensato — sia di nuovo in buona con Palazzo
Ducale? Che il partito del Cattaneo sia in prevalenza? Non si sa mai!

A Genova il magnifico Cattaneo impersonava le antiche tradizioni
repubblicane, rigide: voleva l'opposizione ad oltranza contro la
Francia e quindi si trovava spesso in urto col tentennante governo
dogale. Verissimo pur anche il fatto che il franco ed esigente Cattaneo
non poteva fornicare con un avventuriero della risma di Emanuele
Embriaco: ma come esser certi della politica genovese?

— Non si sa mai! — aveva concluso il Borzone.

E quindi era sceso in città per fare un rapporto più che per dare un
allarme. E tuttavia dinanzi allo stupore del Grimaldi, sentì rinascere
i propri dubbi ed anzi restò convinto della verità. Disse con una

tal quale peritanza che gli affilò persino la voce roca:

— Perdonate, magnifico signore: non avete avuto oggi quale ospite
l'Embriaco?

— Oggi.... ospite....

Un sudor freddo coronò la fronte del comandante: gli traballò
improvvisamente la vista: ripetè:

— Oggi.... ospite.... io?.....

E cadde pesantemente sopra una scranna, annichilito.

Qualche istante di silenzio passò per la stanza, imbarazzante silenzio
che nessuno osò peraltro interrompere. Poi, vincendosi con isforzi e
con pena, Betto Grimaldi sospirò:

— Cercate il bando per l'Embriaco, vi prego, capitano Cavalli.

Il Cavalli usci e rientrò poco dopo seguito da un vecchietto
rinsecchito, dalla barbetta rada e dal naso adunco sormontato da due
occhi spenti: erano le prime qualità avvertibili del sopraggiunto.
Poi lo sguardo si doveva fermare sopra una palandrana di velluto
spelacchiato e una papalina di seta, nera in origine, ma diventata
quasi verde.

Null'altro meritava d'essere guardato, sopra tutto le mani sporche,
orlate di nero da qualche lustro. Era il nobile Orengo, archivista
del Governatorato. Portava seco — non avrebbe permesso che un atto
qualsiasi passasse per altre mani che le sue o quelle del comandante
— portava seco un foglio arrotolato che spiegò e cercò di leggere
strisciandovi sopra il naso inquietante.

— Qua, date qua, vi prego — esclamò il Grimaldi strappandogli il foglio.

S'avvicinò al doppiere, lesse, anzi cominciò a leggere chè gli
cascarono le braccia.

— Volete che legga io, magnifico — chiese il capitano Cavalli.

Ma non c'era quel bisogno: un'occhiata, nè ci voleva di più per
convincersi dai connotati, che il cavaliere gentile, donator di guanti
profumati per la damigella Chiara, altri non era che il fuoruscito
su cui pendeva una taglia e la cui cattura avrebbe procurato a lui,
Betto Grimaldi, senatore della Serenissima in disfavore del partito
preponderante e quindi relegato in un governatorato di secondo ordine
e dei più pericolosi, un enorme successo, la possibilità di tornare in
Genova e chissà, forse, a fin d'anno, la berretta dogale.

All'istante di smarrimento tenne dietro una sorda rabbia dell'impotente
e quel natural tentativo di scaricare su qualcuno la responsabilità che
gli pesava addosso.

— Io... io... sta bene.... posso aver sbagliato! Chi si ricordava quei
benedetti connotati? Ma voi, voi Borzone, che lo conoscevate di persona
mentre io non l'avevo mai veduto, come va che voi l'avete lasciato
passare? Animo, Borzone, che potete dirmi per giustificarvi?

Preso alla sprovvista e di petto, il vecchio soldato non abituato alla
retorica, s'impapinò.

— Io?.... Io?.... Per San Teodoro, magnifico! Io.... io?....

— Voi, sicuro, voi! Come va che vi è passato per la bocca, sotto
l'archivolto del forte, senza che almeno gli abbiate scaricato addosso
la vostra ferraglia? E voi lo conoscevate di persona, voi?!

Dopo qualche momento di bocca spalancata dalla stordita meraviglia, il
Borzone potè finalmente difendersi.

— La contessa Lascaris, magnifico!

— Che c'entra adesso la contessa Lascaris?

Con un po' di garbuglio, con idee non troppo chiare e qualche
circonvoluzione, Betto Grimaldi fu dal Borzone messo al corrente
dell'accaduto. Vide subito il senatore genovese una sua propria
scusante nella ribellione della contessa Lascaris: e d'altra parte
teneva tante lettere pressanti ricevute da Genova e istruzioni di
cercare ogni mezzo per attrarre nell'orbita della politica genovese
il Lascaris, tante volte gli era stato ingiunto di non guastarsi con i
signori del Castello _ad ogni costo_, che forse, pensava, la scusa era
bella e trovata. Ciò non ostante bisognava correre al riparo.

— Siete voi certo, Borzone, che l'Embriaco sia ospite dei Lascaris?

— Lo suppongo, magnifico signore.

— Ebbene, andate a chiederlo in consegna a mio nome.

Nel mentre il vecchio _Senza-dio_ si recava al castello dei Lascaris
con quel costrutto che conosciamo, Betto Grimaldi rifletteva, come
poche volte, ai casi suoi. Non erano tempi da riflettere quelli:
la vita non correva: annaspava. Non i due partiti che impongono
la decisione, ma i molti, i troppi che fan vivere tentennanti e
all'erta. Genova seguiva una politica la quale per voler essere troppo
furba, finiva per diventare inabile: tentennamenti verso la Francia,
tentennamenti verso il Re di Piemonte e l'Austria, adattamenti col
partito della tradizione che, per agire in qualche modo come faceva,
diventava sempre più simpatico al popolino pronto in ogni momento a
seguire chi si muove ed urla di più.

Il Re di Piemonte pur non confessandolo nemmeno a se stesso, faceva
quasi l'istessa politica di Genova: sottomesso all'Austria, sì, ma
volentieri patteggiante con la Francia, benchè in opera si mostrasse
tutto all'opposto. In verità non si sapeva, nè si intuiva che strada
prendere: le armate repubblicane s'erano fatte rispettare e temere. Già
vittoriose, respinta l'invasione legittimista e tedesca, lasciavano
trasparire il desiderio di portar la guerra fuori dei confini, sia
per offendere, il che è più pratico che difendersi, ed anche, e
specialmente, per far bottino e livellare così l'esausto bilancio della
repubblica. Fortunatamente per gli offesi la disciplina del giovane
esercito repubblicano era più scarsa ancora dei mezzi di cui disponeva,
e quindi facile o almeno possibile il cercar d'opporsi alla invasione
o meglio agli sconfinamenti di bande avide e senza disegno fisso. Le
soldatesche della Serenissima e le truppe regolari del Re di Piemonte e
dell'Austria fino al giorno del nostro racconto erano sempre riuscite
ad impedire assalti e parziali invasioni: mancava alla repubblica un
braccio ed un cervello uniti in un sol uomo, ciò che non erano Massena,
Kellermann od uno qualunque dei generali francesi.

Tale dunque lo stato delle cose che faceva, se non riflettere, pensare
almeno Betto Grimaldi nell'ora che trascorse dalla partenza del Borzone
al suo ritorno con le pive nel sacco e l'umiliante confessione che il
conte Lascaris non lo aveva per anco voluto ricevere.

Quell'ora di attesa aveva tuttavia calmato lo spirito di Betto
Grimaldi, non più nuovo alle traversie d'ogni genere ed al pericolo
di cadere in disgrazia del governo dogale. C'era sempre, in quei
tempi, la risorsa di alzare lo stendardo avverso. Contro il Senato pel
Cattaneo, contro il Cattaneo pel Lascaris, contro i due insieme pel
Re di Piemonte, contro il Piemonte per l'Austria o per la Francia,
quando non era forse meglio chiudersi a Monaco nella bicocca avita
e dichiararsi neutrale e cioè amico del più forte. Ciò che acuiva la
curiosità di Betto Grimaldi era sopratutto il sapere quale politica
avrebbe seguito il nobile Camillo Altariva, unica incognita che avesse
qualche ragione d'essere. Delle tre grandi famiglie feudali di quella
estrema Liguria di occidente, il duca di Nervia s'era subito dichiarato
per il Re di Piemonte contro la Francia e poichè Genova s'era mostrata
neutrale, pur non intrattenendo con Ventimiglia relazioni di alcun
genere, aveva permesso od almeno non s'era opposto al transito per la
vallata importante come chiave strategica da cui prendeva il nome.
Il Lascaris invece oscillava ancora ma il suo attaccamento per la
marchesa di Spigno facea prevedere o sospettare quale sarebbe stata la
sua condotta. Di Camillo Altariva invece nulla aveva ancora tradito il
celato pensiero. Lo si diceva d'accordo col Nervia, sì, ma lo si sapeva
amicissimo del marchese Ibleto di Spigno, volterriano ammiratore delle
insanità degli enciclopedisti, all'avanguardia del Piemonte, odiato dal
Re e dalla Corte, amico di Barras e incitatore dalle Langhe all'Entella
d'ogni spirito bizzarro e libero: s'era addottorato in medicina, non
teneva abate nel castello, spirito libertario insomma che pubblicamente
insegnava le dottrine della trilogia rivoluzionaria. Che pensare dunque
di Camillo Altariva?

Meglio rinunciare a stillarsi inutilmente il cervello e Betto Grimaldi
rinunciava quando gli entrò nella stanza eccitato e ansimante, il
bastardo Lercari.

Anche il bel Giano portava notizie: il segnale di fuoco alla foce del
torrente Bavera.

— Un segnale? Avete veduto un segnale? Non sarà forse la missione
francese che ci è stata annunciata per domani?

— Una croce di fuoco, magnifico signore, una croce di fuoco! Quando
mai la repubblica francese ha usato dei segnali a forma di croce? È
contrario alla teoria dell'Ente Supremo.

— Teoria in disuso, Lercari. Ma può darsi che abbiate ragione e che sia
un segnale diverso. Che cosa ne arguite voi, animo, parlate franco e
chiaro.

— Penso che il duca di Nervia e Camillo Altariva si siano finalmente
intesi e che vogliano tentare un colpo di mano sulla città.

Il vecchio _Senza-dio_ crollò il capo dubbioso. Ma il capitano Cavalli
giovane e impetuoso entrò a dire la sua tumultuosamente.

— Niente di più probabile, magnifico messere, niente di più probabile.
Sommate gli avvenimenti di questa fatale giornata. Il bandito Embriaco
che osa attraversare le terre della Serenissima, la contessa Lascaris
che lo salva dal Borzone e lo ospita nel suo castello, il conte
Lascaris complice della madre.

— Un momento! Un momento! Potete aver ragione, ma restiamo calmi.
Bisogna osservar da vicino quello che accade alla foce del Bevera, ecco
l'importante.

— Datemi licenza e vi corro con la mia compagnia.

— Grazie tante! Sessanta uomini e rumore per mille! Mi congratulo con
voi!

— Posso andar solo!

— Perchè se vi si uccide, noi si resti all'oscuro? Di bene in meglio.

Il bastardo Lercari avanzò:

— Datemi licenza, magnifico signore, d'andare col capitano Cavalli.

— E con me, per San Teodoro! — esclamò il Borzone.

— Non voi, vecchio _Senza-dio_! Chi resterebbe al fortino? Andate pur
voi due, Cavalli e Lercari: mi raccomando prudenza innanzi tutto: il
valore temerario è inutile oggi e sarebbe assai dannoso a tutti noi.
Siate prudenti e tornate, mi raccomando.

— Uno almeno — sussurrò il Borzone.

I due promisero tutto quanto chiedeva Betto Grimaldi e s'allontanarono.
Prima però che uscissero il governatore li ammonì di avvertire il
Moncherino che si recasse da lui.

— E subito!

Anche il Moncherino fu incaricato di una missione di fiducia che
nessuno seppe, nessuno, nemmeno il Borzone, il quale aveva riguadagnato
il suo forte.

Infine, Betto Grimaldi nè tranquillo nè soddisfatto, ma con la
coscienza che quasi gli perdonava l'avventura del pomeriggio, si ritirò
in silenzio e fece onore alla cena che l'aspettava da più di un'ora e
che per verità non aveva guadagnato nell'attesa.



IX.


Appena fuori dalla porta Giano Lercari chiese al Cavalli:

— Che si fa, Capitano?

Era il Cavalli uomo di lettere e d'armi come non raramente se ne
incontravano allora nei gradi superiori. Giovane ancòra, povero,
lontano dalla politica e dagli intrighi, non viveva che per il
servizio e per Virgilio. Portava seco in una delle profonde tasche
dell'uniforme un piccolo volume che comprendeva l'Eneide e qualche
pagina delle Georgiche: il resto mancava: probabilmente aveva servito
da stoppaccio a qualche fucile. Il capitano Lavinio Cavalli, uscito dal
gran Seminario di Genova un giorno per passeggio, non era più tornato.
L'avevano proclamato disertore, come in allora si usava, durante il
refettorio serale, mentre il giovinetto seguendo una compagnia di
ventura che aveva ammirato sur un ciglione dominante la Doria, provava
la differenza che esisteva fra i dolci ozi della _Somma teologica_ e
il duro terreno su cui quella sera stessa aveva dovuto dormicchiare.
Ma non s'era pentito. Possedeva una tenacia non rara in quei tempi: il
latino l'avea servito anche sotto le armi e quando la Compagnia, come
avveniva di frequente, era stata assoldata dalla repubblica genovese,
il Cavalli aveva fatto passaggio d'armi col grado superiore, grado
non superato da dieci anni ormai senza querimonie inutili. Prendeva
il mondo come veniva, impassibile, da uomo che ne aveva contemplate
di cotte e di crude e si consolava con Virgilio. Nel Seminario aveva
appreso che durante l'umanesimo il poeta latino era tenuto in conto di
profeta: non aveva infatti predetta quarant'anni prima la nascita del
Redentore in quella quarta egloga che fu oggetto di tanti commenti?
Il mago Virgilio era consultato in ogni occasione: si apriva il dolce
libro e si leggeva a caso, interpretando poi con infinite deduzioni.

Alla domanda repentina di Giano Lercari, il capitano Cavalli fermò un
soldato che precedeva una pattuglia e le rischiarava il buio vicolo
con una lanterna: gli comandò d'alzarla e traendo il libercolo di tasca
l'aprì a caso. Lesse un verso, il primo che gli venne sott'occhi, del
decimo libro:

— .... _litora praecipere et venientis pellere terra._ e guardò poi
sorridendo Giano Lercari che ben di donne s'intendeva ma non di latino,
facendogli cenno di seguirlo.

Uscirono dalla città per la porta del Piemonte e seguirono la strada
buia finchè si mantenne a ridosso della collina. Poi d'improvviso fu
illuminata dalla luna che aveva fatto capolino sopra Nostra Signora
delle Virtù e le Maure di ponente. Allora sostarono.

Laggiù, dopo San Bernardo, allo sfocio del Bevera, nulla più si
scorgeva del segnale che Giano Lercari aveva con tanta chiarezza
descritto: un silenzio grave, non turbato nè dalle rane o dai grilli
canterini o da quello sconosciuto sussurrìo dei mille esseri invisibili
che dominavano i luoghi agresti e solitari, s'imponeva.

— Dove andiamo, capitano?

— .... _litora praecipere_ — mormorò il Cavalli abbandonando la strada
e lasciandosi cadere di ciglione in ciglione verso il letto del Roia.

E il bastardo lo seguì.

Camminarono a lungo nell'intrico di sterpi e di strami che costeggiava
il fiume: l'acqua corrente era lontana chè il letto immenso parea
congiungere le due linee di colline buie: la luna era sparita dietro
Roverino e soltanto la Grande Orsa e Cassiopea scintillavano opacamente
come perle ammirate nell'ombra.

Raggiunsero la foce del Bevera a notte fonda, risalirono sopra un
sentiero ove riposarono alquanto, spossati.

— Vedete nulla ancora, Lercari?

— Nulla, capitano.

— .... _et venientis pellere terra_.

— Che significa?

— Vedrete. Andiamo avanti.

— Andiamo pure, Capitano. Ma non sarebbe meglio armare una pistola?

— Guardatevene! Potreste servirvene all'occasione e saremmo scoperti.
Meglio l'arma bianca.

— Come volete.

Il sentiero piegava a gomito brusco. Al di là buio ancora più fondo.
Sotto, ad una distanza poco apprezzabile, il torrente Bevera mormorava
come un ruscelletto dell'Astrea. Mormorava dolcemente narrando al
virgiliano Cavalli strane istorie di ninfe boscherecce, le oreadi
montane, le driadi delle selve, le napee dei campi e le amadriadi
sbucanti dagli alberi prediletti e il sognatore s'inebriava dei freschi
profumi notturni e della via lattea che parea quasi vicina in quella
solitudine e premeva con una mano il caro volume, dolendosi d'una
cosa, d'una soltanto e cioè di non potersi sedere _sub tegmine fagi_ ed
aprirlo e dissetarsi a quell'_Ippocrene_ secolare.

Ma Giano Lercari più pratico e forse anche più stanco ad un certo punto
si fermò.

— Con buona pace del vostro latino, capitano, mi sembra che qui si
proceda alla cieca!

— Virgilio non può sbagliare, signor Lercari, — gli rispose Cavalli
bruscamente scosso dall'estasi.

Nel mentre profferiva il suo asserto, qualche ombra più nera
della notte piombò sul sentiero e i due soldati vennero senz'altro
imbavagliati.

— Avvicinati, Moncherino — comandò una voce sonora — e smaschera la
lanterna.

L'interpellato obbedì: alzò la fiammella oleosa in volto ai catturati
ed esclamò:

— Giano Lercari! e il capitano Cavalli!

— Siamo in paese di conoscenze, a quanto vedo — sussurrò un'altra voce.

E quella di prima:

— Che fate qui, signori?

Il Moncherino aveva già ritolto il bavaglio a Giano Lercari, il quale
altezzosamente replicò:

— Prima di rispondervi, con che diritto ci avete fermati?

— Diritto? — sghignazzò una voce sconosciuta, mentre le prime due
possedevano dei toni noti — diritto! Ci vuole una bella ingenuità per
parlare di diritto a quest'ora, di notte e su questo sentiero!

— Sono il conte Luca Lascaris! — invece rispose una delle due voci di
prima.

Il capitano Cavalli abbozzò un inchino verso il punto donde gli era
pervenuto il noto nome.

— Buona sera, signor Conte! A voi posso dire che probabilmente ci
conduce qui la vostra istessa ragione.

— E cioè?

Giano Lercari urtò leggermente il braccio del compagno con l'intenzione
di farlo tacere, ma il Cavalli non credette opportuno accontentarlo.

— Furono segnalati dei fuochi al confluente del Bevera, signor Conte:
non siete qui voialtri forse per riconoscerli?

— Avete ragione. Ma non c'è più nulla da fare.

— Li avete scoperti?

— Li abbiamo scoperti. È un'avanguardia francese.

Giano Lercari sorrise nell'ombra, ma nel sorridere parve che
sogghignasse. Il Conte Lascaris gli si volse di scatto.

— Non credete?

— Mi permetto, signor Conte, di avere un'opinione diversa dalla vostra.

— E quale, se v'aggrada?

Giano Lercari esitò. Ma la presenza del Moncherino accanto al Lascaris
lo rassicurò.

— Questa: chi s'accorse del fuoco al confluente del Bevera fu l'umile
vostro servo che vi parla. Ma non mi accorsi di un fuoco.....

— E allora?

— M'accorsi di un segnale.

— Un segnale?

— Una croce, signor Conte, il segno dei ribelli Nervia ed Altariva.

Gravò qualche istante di silenzio, frettoloso, come se avesse
impazienza di passare. Una delle due voci ignote di poco prima, la più
calma e la più grave interrogò:

— Perchè chiamate ribelli Nervia e Altariva?

— Permettete anzitutto che opponga alla dichiarazione del signor Conte
Lascaris qualche cosa di preciso. Non possono esservi francesi al
confluente del Bevera.

— E perchè?

— Per la ragione che domani in città si attende un parlamentario del
nuovo generale di Nizza.

— Che prova questo?

— Non si entra a viva forza quando c'è ancora la possibilità di entrare
pacificamente.

— Dunque il signor Betto Grimaldi ha intenzione di lasciar libero
passaggio ai sanculotti?

— Ignoro le intenzioni del mio comandante e se non le ignorassi certo
non ve le direi. Ma suppongo che il nuovo generale non sia così inabile
da offendere dopo aver preannunciato un parlamentare, all'oscuro com'è
delle intenzioni nostre che gli potrebbero anche essere favorevoli.

Il silenzio gravò di nuovo. Finalmente _quella voce_ riprese:

— Io sono Camillo Altariva.....

— Ah!

— .... e posso assicurarvi, signor mio, che non ho per adesso
intenzioni ribelli, come non ne ha il signor duca di Nervia...

— Che è quel signore laggiù?

L'unica ombra sconosciuta ancora, crollò il capo.

— ... che non è qui, — riprese l'Altariva pazientemente — ma le cui
intenzioni io conosco. E posso anche assicurarvi che i fuochi in
questione appartengono ad un bivacco di sanculotti. Posso anche dirvi
di più.

— Che cosa?

— Non sono truppe regolari francesi. È una banda nizzarda sconfinata
per cercar bottino. E l'ha trovato. Il villaggio di Sant'Antonio non
esiste più: fu messo a ferro e a fuoco.

— E gli abitanti uccisi?

— Fortunatamente s'accorsero in tempo dell'invasione e, salvo qualche
malato incapace di muoversi e qualche imprudente o traditore, sono
tutti ricoverati nel castello del conte Lascaris.

— Ah! maledetti! — sordamente esclamò il capitano Cavalli.

— Imprecare è vano, signori. Voi sostenete che domani un parlamentario
del nuovo generale verrà in città?

— Lo crediamo almeno. Dovrebbe a quest'ora trovarsi di già nel fortino
del Borzone.

— Tanto meglio. Lasciatemi credere che ci unisca lo stesso interesse,
opporci all'invasione. Lasciatemi credere che la Serenissima una buona
volta si tolga alle sue eterne incertezze....

— Permettete che v'interrompa, signore! Non dimenticate che ho l'onore
di servire la Serenissima — s'affrettò a gridare il Cavalli.

— Non ho l'intenzione di offendere il vostro governo.

— Vi ringrazio.

— Spero soltanto che mi facciate l'onore d'incaricarvi di un nostro
messaggio al vostro comandante.

— Non vedo che vi si opponga inconveniente di sorta.

Anche Giano Lercari assentì.

— Ripetete a Betto Grimaldi quello che vi ho detto circa l'assalto al
villaggio di Sant'Antonio e chiedetegli a nome del conte Lascaris e
mio, se vuole accogliere quella povera gente in città, quella parte
almeno che il castello del conte Lascaris non può contenere.

— Glielo dirò, signor Altariva, — promise il Cavalli.

— E presentategli anche a mio nome una preghiera — aggiunse Luca
Lascaris.

— Dite, signor Conte!

— Desidero avere un colloquio con Betto Grimaldi, prima dell'arrivo del
parlamentare francese, o anche alla sua presenza. Non dopo almeno.

— Sarò lieto di fare la vostra ambasciata, signor Conte.

— Me ne congratulo. Buona notte signori! Vi lasciamo il Moncherino con
la sua lanterna. Siamo i più vicini.

Le ombre si divisero: i tre sparvero quasi per incanto.

— Sarei curioso di sapere chi fosse il terzo personaggio che non
ha avuto la cortesia di presentarsi, — sussurrò quasi fra sè Giano
Lercari.

Dall'oscurità, in alto, una voce beffarda gli rispose:

— Ti contento sùbito, bastardo. Sono Emanuele Embriaco, e ti prego
di....

Giano Lercari fece fuoco in direzione della voce.

— .... salutar Betto Grimaldi e di chiedere a madamigella Chiarina se i
guanti erano di misura.

Un'altra detonazione del Lercari. La voce beffarda riprese, dalla parte
opposta:

— Sei bastardo anche nel tirare!

E più lontana, ma sempre sghignazzante:

— Buona notte!



X.


Fine di marzo, dolce mattina.

Il primo sole penetrava nella stanza di madamigella Chiara, in quella
non ampia, addobbata a salotto, un salotto rococò in cui stonavano
delle poltrone recenti venute di Francia sotto dei grandi mobili
secenteschi e illuminava la sottile figura vestita di bianco, sparsi
i capegli biondi per le spalle, ritta dinanzi a un _coffano coperto
di veluto cremisi di tolla a fiori indorati_, ove Gilda inginocchiata
stava accomodando il corredo prezioso della promessa sposa. Presso la
finestra l'archivista Orengo sostava spesso, leggendo con voce stanca
la _lista dei giocali dati a Madamigella Chiara Grimaldi in occasione
del di lei matrimonio coll'illustrissimo signor Filippo Balbi_.

L'omuncolo leggeva trascicando la voce nasale:

— _Quattro donzine di camicie, cioè una donzina e mezzo di tela
Constans Silisia e Olanda ed il rimanente di lino, ma di prima qualità
e tutte guernite di Mussolina e pizzi._

— Signore Eterno Padre dacci la vita santa, che bellezza, madamigella!
Queste devono carezzar la pelle più delle nobili mani del signor
Filippo!

— Gilda! Gilda! Taci, ti prego — mormorava Chiara arrossendo.

— _Sei pezze di tela di lino di bellissima qualità..._ Madamigella
Gilda, vi prego di non gingillarvi.... _Quattro donzine di fazzoletti,
cioè una donzina di tela di Troes, una di lino nuovi, una di tela Pista
di prima qualità, sei di Batis con pizzi, e sei di seta._

— Bisognerebbe esser osso di prosciutto come siete voi, magnifico
Orengo, per non sentir la voglia d'accarezzare tutte queste belle cose!
Quattro donzine come dite.

— Gilda, Gilda, un po' di rispetto per il signor Archivista, ti prego.

— Lasciatela dire, nobile damigella! Non gliene voglio! So bene che —
scusate l'irriverenza e l'ardire — so bene che raglio d'asino non va in
cielo!

E assicurandosi gli occhiali malfermi continuò:

— _Otto Braziere, cioè due di Obletto di Francia, due di tela di Troes
e quattro di tela di lino.... una tovaglia ricamata di Picardia...._

Nel frattempo Gilda alzati gli sguardi alla padrona, aveva mormorato:

— Se è quello il cielo, preferisco l'eresia!

— Gilda, Gilda, ti prego!

— _Otto mude di scuffie lugagianti e Tornato cioè una di pizzo di
Fiandra alto quattro deta...._

— Quattro delle mie, sei di madamigella, ma per lo meno otto delle
vostre che sembrano gli stecchini che usano i cinesi per il riso, come
assicura il capitano Cavalli che non so davvero come faccia a sapere
tutte quelle cose, a meno che non le legga nel suo latinorum.

— _.... due di pizzo di Melines nuove....._

— Sant'Anna, che bellezza! Guardatele, magnifico Orengo! Farebbero
bello anche voi!

— _.... una di pizzo di Milano fatto a Mignonetta_ — brontolò
l'archivista come se trangugiasse amaro.

Ritta dinanzi ad una delle finestre, il volto pieno di sole, parea che
Chiara bevesse avidamente l'azzurro. Si sentiva pienamente felice.
In quei tempi avventurosi bisognava godere l'ora fuggente, superare
l'ansia del domani ed afferrarsi come si poteva meglio a tutte le brevi
ineguali moriture dolcezze dell'oggi. Bimba ancora, Chiara Grimaldi,
della stirpe dei Principi di Monaco, figlia di un senatore della
Serenissima, aveva dovuto ballare intorno all'albero della libertà,
due anni prima con degli scamiciati puzzolenti d'aglio e di sudore
represso, al tempo della prima invasione francese al comando di Arena.
Poi, forzato e girato Saorgio dall'esercito della repubblica, la fuga
di notte nell'alta valle del Roia, il ramingo errare per i casolari
alpestri fino a quando, ritiratasi la marea invadente, ricomposti
animi e affari, potè col padre e le poche soldatesche fedeli tornare
in città, nella casa devastata e insozzata, col cuore in continuo
sobbalzo e la bocca sempre amara. Purtuttavia quasi due anni erano
trascorsi in una tal quale relativa tranquillità. Erano tornati il
nobile Altariva nel castello sul mare, e il conte Lascaris in quello
della via Romana: solamente il duca di Nervia non avea ripreso possesso
del suo: bivaccava continuamente per tenere in soggezione la sua
vallata, con incarico segreto del Re di Piemonte, in guardia sempre
contro la Serenissima. Non era tornata la contessa Lascaris, l'amica di
Chiarina Grimaldi: la si dicea col figliuoletto in Sardegna. Ma quasi
a supplirla nel cuore della fanciulla, solitario cuor timoroso, ecco
Filippo Balbi, ufficiale della Serenissima distaccato presso l'esercito
francese. Nobile del portico nuovo, Filippo Balbi, ambizioso, di
stretto cervello, oggi lo si direbbe con nuovo termine appropriato
un arrivista. Ma elegante, abituato agli imbottiti salotti genovesi,
svenevole, profumato, figura di moscardino in burbera uniforme. Bello,
di una bellezza delicata, bianco e roseo e biondo, magro, piccole mani
e piccoli piedi, parlare affettato e ristretto cervello, ma ne cresceva
per turbar la fantasia di una piccola provinciale pavida e sognatrice.

Ritta dinanzi alla finestra aperta, bevendo l'azzurro, Chiarina
guardava le linee delle colline oltre il Bevera, ove presumibilmente
s'era fermata la missione francese. Nulla sapea la damigella ancora
dell'incendio del villaggio di Sant'Antonio: siffatte notizie non
le giungevano che con molto ritardo e del resto villaggi a sacco e
sconfinamenti di bande erano all'ordine del giorno.

— _Sei scuffie fatte a disaspuer di muzzolina, cioè tre soglie e tre
guarnite di picò tutte però guernite di bindello_ — continuava l'Orengo
con la sua voce fioca.

E adesso anche Gilda, stanca, l'aiutava.

— Undici paia di calzette.....

— Un momento, un momento.

E ripeteva leggendo la lista de' giocali:

— _Undeci para di calzette, cioè sei para di lino, due para di seta,
due para di Fioretto e un para di castor da inverno...._

— Perchè poi proprio undici? Non si poteva compir la dozzina?

— Giustamente, madamigella Gilda, ma il duodecimo vestirà i piedi della
damigella Chiara, nel giorno delle sue nozze.

— È vero, non ci pensavo. Un'andriena, signor magnifico!

— Quale, madamigella. Forse quella di _brocato in seta con fondo color
di perla, o quella di color di rosa con bordi d'argento di Grodetor_?

— Nè l'una nè l'altra, signor magnifico!

— Ah! ecco: _Andriena di satino fiorato con fondo color d'oliva_. Un
momento, un momento: seguiamo l'ordine, vi prego, madamigella Gilda!

Chiara stanca a sua volta e un po' vinta dal sole che si facea forte
e imbiancava l'azzurro, si voltò verso i due. Le passavano sotto
gli occhi tutte le cose belle e nuove di zecca preparate per il
corredo, cose utili ed inutili, accomodate nei cofani come insensibili
morticini, fredde ancòra, ignote al morbido corpo, vuote. A terra
su carta fiorata, giacevano i ninnoli: i ventagli di tartaruga e di
madreperla, i bottoni di _Grillo ligati in argento_, le fibbie per
la cintura e le scarpette, un paio di forbici d'argento e un ditale,
una spazzola per pettini, una croce di perle fine legate in oro, dei
pendenti di Grillo, una collana di perle e persino un paio d'anelli
d'oro con castelli di pietre diverse.

E la voce dell'Orengo:

— _Un petanlor di satino con fondo giallo fiorato, un busto di grodetor
bianco, due gardanfan...._

D'un tratto la Gilda uscì in un'esclamazione di maraviglia:

— Madamigella! Madamigella! Guardate! Che bella cosa? Che sarà mai,
magnifico Orengo?

— Un momento! Un momento! Dell'ordine prima di tutto.. Verrà il turno
di quell'arnese!

— Arnese? Me lo chiama arnese, l'eretico!

Chiara s'era avvicinata curiosa e preso dalle mani di Gilda una specie
di cuscino trapunto in damasco giallo, foderato di taffetà e bordato
d'argento, lo esaminava attentamente.

— Sant'Anna benedetta! La si direbbe una coperta da bambole,
madamigella.

L'archivista però aveva raggiunto sulla lista l'oggetto.

— Un momento! Eccolo! Non può essere che questo: _un coperto da
culla...._

Ah! che dolor dolce, che trafittura dolcissima al cuore di madamigella
Chiara, e la ferita le si dilatava e la gola le si chiudeva, quasi fino
a svenire.

Ah, che dolor dolce!



XI.


Un bussar rispettoso alla porta.

— _Due manizze, una di piuma, l'altra di pelo...._

Invece di rispondere Gilda corse all'uscio.

— È il Moncherino, madamigella.

Il vecchio soldato fece un goffo inchino, restando sul passo dell'uscio
socchiuso e restò in silenzio aspettando per rispetto d'essere
interrogato.

— Buon dì, amico. Che vuoi?

Chiarina Grimaldi era l'idolo dei soldati che l'avevano veduta bambina
e che la tenevano un po' come figliola comune: l'amavano perchè era
famigliare e non si rifiutava mai di intercedere presso il padre o
il Borzone, perchè donava spesso e, come potea, largamente, e perchè
sapeva suggerir farmachi o allacciar bende. Il Moncherino parlò dunque
abbastanza sciolto e rapido e, in fe' di Dio, credo anche abbozzando un
sorriso, ciò che era contro ogni disciplina.

— Porto una buona notizia, madamigella.

Chiara si fece di scarlatto.

— È arrivato!.... — esclamò precipitosamente e non meno
precipitosamente s'interruppe.

— È arrivato, sì, il magnifico signor Filippo Balbi ed è con il
magnifico signor padre di madamigella: anzi è il magnifico signor padre
che mi ha dato ordine di venire ad annunciarli.

— Vengono qui, Moncherino? Hai capito bene? Vengono qui?! Il magnifico
signor mio padre non mi fa chiamare nelle sue stanze?

— No, madamigella: vengono proprio qui: ho capito bene, anzi mi
sono fatto ripetere l'ordine. Viene il magnifico signor padre di
Madamigella, il magnifico signor Filippo e forse il capitano Cavalli
che era seco loro poco fa.

— Oh! poveretta me! Hai capito Gilda? presto, presto nascondi tutto
questo inventario.....

Afferrò dalle mani dell'archivista, il quale a bocca aperta era rimasto
interrotto e interdetto, la lista dei giocali e la gettò alla rinfusa
nel cofano più vicino con qualche cosa che le capitò tra le dita.

— _Un para di mitine...._ Un momento, un momento, madamigella, vi
prego! Un momento, o tutto il nostro lavoro sudato di stamane sarà
inutile!

— Viene il mio signor padre con gente di condizione, e non voglio che
tutto il mio corredo sia esposto a occhi profani!

— Un momento! Un momento! Per carità!

— Presto, presto, Gilda!

La vispa camerista ridendo sotto il naso adunco del vecchietto parea si
desse d'attorno ad aumentare il disordine, gettando con apparente furia
nei due cofani alla rinfusa le camicie coi fazzoletti, le braziere, le
mantelline, le scuffie, le _andriene_, i busti, i guanti e quante belle
cose linde si trovavano sparse per la camera, mentre l'Orengo, le mani
nei capegli — pochi ed unti — levava dolorose interiezioni. Finalmente
calati i coperti, e seduta sopra il più vicino, Gilda esclamò:

— Auff! Non s'addolori il magnifico Orengo! Avremo così il piacere di
rivederlo un'altra volta oggi stesso o domani!

— Ma ho da prestar l'opera mia al governatorato — gemeva il vecchietto
— tre decreti almeno da classificare e da spulciare!

— Vergogna! Posporre le dame a un brutto decreto su carta raschiata!

La palinodia non avrebbe vista così presto la parola _fine_ senza un
susurrio di voci ed uno strepito di passi speronati che aumentavano
avvicinandosi.

Chiara sbiancò, cadde a sedere sulla scranna più vicina, ma poi
facendosi forza e comprimendo il cuore con ambe le palme, ciò che
poteva anche parere un preparativo per il prossimo reverente inchino,
avanzò di tre passi verso l'uscio socchiuso, sul quale comparve sùbito
il Grimaldi, pomposo, precedendo un giovane ufficiale vestito della
divisa francese; ed infine la faccia assente del Cavalli sporse fra i
due seria e meditabonda.

— Chiara, ecco il signor Filippo Balbi, tuo sposo promesso — annunciò
il governatore ed aggiunse:

— Le cure del suo e nostro ministero ne hanno alquanto sofferto ma il
signor Balbi era impaziente di vederti e di confermarti l'affetto suo.

— Benvenuto il signor Filippo Balbi — mormorò con un filo di voce
Chiarina inchinata più forse del necessario che del conveniente,
premendosi però sempre con ambe le palme il cuore.

— Chiedo umilmente perdono se non troverò parole degne, — rispose il
Balbi profondamente chinato — ma la felicità mi toglie ogni possesso di
me stesso.

Il lambiccato complimento fu detto con voce metallica e precisa che
mal combinava con la pretesa emozione delle parole. E probabilmente il
secco animo del giovane non si sarebbe che addentrato in un ginepraio
di belle frasi fredde, pur abilmente poi uscendo con tutto l'onore
delle armi dal labirinto, se la Gilda avanzando le sedie non avesse
posto quella del Grimaldi fra Chiara e Filippo. Il bel conversare non
si aggirò dunque che sulle notizie di Genova e di Francia: anzi il
governatore che teneva assai ad essere informato interrogò più spesso
che non fosse interrogato distraendo, a pro suo, pensiero e viso del
promesso sposo dalla sposa promessa.

Eppure, anche dalle sterili nuove senza interesse per lei attingeva
Chiara grande felicità: si parlava del governo frivolo succeduto al
terrore, di cose senza importanza, di uomini sconosciuti, eppure ogni
parola di lui era dolce per lei, come se fosse parola d'amore, perchè
usciva dalla bocca del fidanzato.

Pendeva la fanciulla da quelle labbra strette e sottili che s'aprivano
di rado interamente, per non far vedere tutta la dentatura sana, ma
ineguale e non candida. Benchè non mordesse la cartuccia Filippo Balbi
usava però nei bivacchi la lunga pipa soldatesca, ciò che non si confà
alla dentatura. Ma non importava a Chiarina ch'egli parlasse con grazia
e di che parlasse; purchè potesse abbeverarsi e disalterarsi a quella
fonte poco badava donde sgorgasse la bella linfa che le riempiva il
cuore.

— Il governo di Barras è scettico, teoria del giorno per giorno, del
rattoppare per non rifare, sforzo di diplomazia più che azione....

— Ma i generali? Hoche? Massena? Moreau?

— Braccia valide e sicure, ma braccia. Non è ancora apparso l'uomo che
abbia in sè pensiero ed azione e non credo che si trovi. S'era sperato
in Dumoriez, l'unico che possedesse un cervello ma dopo la catastrofe
che crollo anche per Dumoriez! Hoche? Un santo, capace d'ogni
sacrificio ma non di costruire. Massena un testardo intrigante. Moreau
un intrigante bello, cospiratore fallito e sempre con la tentazione
di ricominciare. No, credete, nulla, il vuoto. La povera Francia
non ha che il cervello di Barras e la bellezza di madame Thermidor,
null'altro, ed è poco, molto poco.

— Genova non ha nemmeno un Barras.

— Ha peggio. Il magnifico Cattaneo è un fanatico, e le nazioni non si
conducono nè col fanatismo nè con lo scetticismo. La giusta misura,
l'uomo capace di far l'epopea e il codice, di ragionare e di far
sragionare, di dominare i cervelli e di trascinar le masse, l'uomo che
sia prosa e appaia poesia..

Chiarina ascoltava: i bei conversari a poco a poco si riducevano ad un
solo conversare, quello di Filippo Balbi, che abbeverato ed anzi saturo
dei temi unici delle conversazioni mille volte udite nei salotti e
nei caffè della Parigi del direttorio se ne pavoneggiava pur tuttavia
usando della grazia e della scioltezza elegante.

Più spesso Chiarina non comprendeva, non seguiva, non riesciva a
capire, ma il suono di quella voce la cullava in tanti tanti sogni
d'oro nei quali faceva capolino — chissà perchè poi? — _il coperto da
culla di damasco giallo foderato di taffetà bordato d'argento_! E senza
una ragione al mondo la fanciulla arrossiva e per impedire alle sue
guance di farsi scarlatte si costringeva in uno sforzo che diventando
coscienza la faceva arrossire vieppiù.

Ora il conversare s'aggirava sul campo di concentramento francese a
Nizza, tema d'attualità.

— Quanti uomini? — aveva chiesto il Cavalli.

— A un dipresso trentamila.

— Come: a un dipresso?

— E chi può contare, magnifico signore, le bande affamate, lacere,
scalze, prive d'armi di munizioni e di capi, ribelli ad ogni fede e
ad ogni disciplina, prive di soldo da mesi, ridotte a procacciarsi
il vitto con i furti e le scorribande, chi può contare quella valanga
immonda presso la quale mi trovo al seguito d'una specie di generale.

— C'è dunque finalmente un generale?

— E chiamiamolo pure così, se vi piace. È un paria còrso, affamato
come i suoi soldati, mingherlino e mal nutrito che pochi anni or sono
vegetava nell'artiglieria e che oggi per intrighi di donne.....

S'interruppe per rispetto a madamigella Chiarina. Ma il Grimaldi,
curioso come tutti coloro abituati alla grande città e costretti invece
alla provincia, non istette in sè.

— Raccontate, raccontate, signor Filippo Balbi. Il vostro nuovo
generale è salito per intrighi di donne?

— A Parigi tutto è possibile, magnifico signore: a Parigi ove un prete
spretato, ex-vescovo scomunicato, regge la diplomazia, e un libertino
senza legge e pudore governa, anzi sgoverna con favorite e con
ballerine peggio ma peggio assai che ai tempi del Reggente o di Luigi
il bene-amato, a Parigi tutto è possibile!

S'interruppe ancòra e guardò Chiara. Ma la fanciulla aveva ricuperato
il suo bell'incarnato più tendente al pallore che al rossore: pareva in
estasi, al settimo cielo, troppo lontana, troppo estranea alle brutture
di quaggiù. E d'altronde non era possibile che comprendesse nelle
velate insinuazioni, il senso recondito che gli uomini afferravano
immediatamente e gustavano.

— Voi non potete, magnifico signore, farvi una idea della corruzione
e della incuranza della classe dirigente a Parigi. La rivoluzione ha
avuto almeno degli uomini: il Terrore, che Iddio lo danni, ha avuto
degli uomini. Ma il Direttorio non ne ha. Armate sul Reno fiorenti
affidate a generali — badate a generali, il che non vuol dire uomini
di capacità direttiva civilmente — affidate a generali di coraggio e
di fortuna: la Vandea pacificata per merito di Hoche, uomo di Plutarco
più che del nostro secolo, e che, se un Richelieu od anche un Andrea
Doria lo dirigesse, potrebbe conquistare il mondo come Alessandro il
Macedone, ma che senza spalliera civile si sente a disagio e inabile
a malgrado la dichiarazione di Salvator della patria come capo
dell'Armata dell'Oceano: poichè hanno delle trovate letterarie quei
ballerini di Parigi. Ordunque Reno e Vandea ben guarniti, mezzogiorno
pur con le bande custodito, la Francia a prima vista parrebbe sicura.
Ma nelle frontiere, entro i suoi confini ha il nemico peggiore: la
sommossa quotidiana, il popolo disoccupato, la mancanza del pane,
l'agricoltura abbandonata e Parigi, il cervello, nelle mani di un
cinico e di una turba femminile avida di lusso e di piacere. La
prima donnetta senza scrupoli che vi capiti diventa una Caterina dei
Medici. Poco tempo fa è piombata come una cavalletta dispersa dal
vento, una creola, una certa vedova Beauharnais, bellezza del diavolo,
femmina fino alle unghie, la quale si gettò nelle braccia di Barras
per conquistare in un sol blocco fama e fortuna. Ma Barras è infido
peggio del mare e si stanca presto, peggio di un sultano: e allora per
liberarsi della donna la fa sposare a una sua creatura, già creatura
di Robespierre, un soldato di fortuna caduto in disgrazia, un certo
Bonaparte....

Il capitano Cavalli alzò il capo sorpreso.

— Bonaparte? Aspettate, signor Filippo. Un giovane quasi nero di viso,
dai capegli lunghi e incolti, un aspetto di tisicuzzo.....

— Perfettamente. Lo conoscete?

— Sicuro: due anni or sono, mi pare, fui chiamato a Palazzo e mi fu
affidata una missione di fiducia: aspettare alla Lanterna un inviato
di Francia, inviato _in incognito_. E mi trovai con codesto Bonaparte,
se è lui, allora generale dell'Armata del Varo, se non erro. Credo che
avesse il segreto incarico di spiare il Faipoult. Rimase a Genova poco
tempo e se ne andò di punto in bianco senza prendere congedo nemmeno da
me. Uomo di poche parole, nervoso, malato, che tossiva, specialmente di
notte in modo spaventevole, e che perdette gli occhi sugli affreschi di
Palazzo Spinola, ove sono le piante di qualche nostra città capitale.
Viveva d'erbe e non beveva mai vino, ma leggeva il sommo Virgilio nella
traduzione dell'abate Delille. Ciò me lo rese quasi simpatico.

— E invece lo è poco, signor capitano. Generale per merito di donne!
Se ne accorgerà la nazione! Me lo vedo, il giovanotto generale delle
sottane a rimettere in assetto le bande indisciplinate e disorganizzate
del Varo! E a questo proposito, magnifico Grimaldi, mi permetterete
più tardi di darvi comunicazione dei suoi ordini..... poichè li chiama
ordini il côrso favorito.

— Ordini! Benissimo! — E il Grimaldi rise amabilmente. — Benissimo. Ma
attendendo di conoscere gli ordini del vostro generale ballerino non
vi dispiacerebbe di rinfrescarvi con un po' di sciroppo di rose? Animo,
Gilda, prepara le guantiere, e tu Chiarina, fa la padrona di casa!



XII.


Fine di marzo: tempestoso tramonto.

Le nubi si accavallavano migrando in cirri giganteschi verso l'alta
vallata del Nervia già quasi tutta verde per l'inizio precoce della
primavera. Il castello dei duchi di Nervia, disabitato, le finestre
in disordine, ma il gran portone chiuso in fondo al parco devastato,
parea un albergo di spettri. Almerico di Nervia non lo abitava più da
lungo tempo, forse due anni, dalla prima invasione francese. Teneva in
possesso la vallata con i più fedeli fra i contadini delle sue terre
e qualche soldato del Re di Piemonte: bivaccava qua e là ramingo per
la valle ove gli parea che più fosse necessaria l'opera sua per tener
soggetti i paesi vassalli, che aveano preso gusto a tutte le licenze
dell'albero della libertà.

In quella sera della fine di marzo mentre le nubi gonfie di pioggia
turbinavano risalendo giganti verso le gole montane, aveva fissato
il proprio accampamento sopra il paese d'Isolabona al confluente
d'un minaccioso torrentaccio, gonfio per lo scioglier delle nevi, che
scendeva al Nervia dalle alture di Perinaldo, raccolti gli innumerevoli
rivi e rigagnoli e fossi di quella marca vulcanica ove s'aderge il
paese di Baiardo e per cui si discende poi nell'opposta parte a San
Romolo e quindi a San Remo. Per quella strada lunga e disagevole
aspettava Almerico di Nervia una visita inusitata. Nientemeno aspettava
la marchesa Fiorina di Spigno, emissaria del generale Colli, il
comandante delle Armate di Piemonte e d'Austria. Il litorale non
era sicuro: il generale francese Serrurier da Garessio a Savona — si
credeva — Cervoni a Voltri: le valli fino al Finale risuonavano della
Carmagnola e della Marsigliese. Per questo la bella marchesa di Spigno,
con una mano d'uomini, cavalcando un muletto alpino s'era lanciata
all'arembaggio di tutti i valichi anche i più tortuosi e per le valli
del Cento e dell'Impero e poi per l'Argentina aveva intrapreso la
strada poco sicura che per San Romolo, Perinaldo e Apricale discendeva
a Isolabona. Una staffetta l'avea preceduta di poche ore e Almerico
di Nervia, fatta continuare la staffetta al Lascaris, impiantato il
bivacco a cavaliere delle due valli, attendeva impaziente.

Dovevano essere importanti le notizie perchè la bella marchesa si
sobbarcasse a un tanto disagioso cammino! Il Nervia, uomo di mezza età,
la barba piena e rotonda, gli occhi vivaci, possente di corporatura,
vestito di cuoio alla cacciatora senza sproni agli alti stivali, seduto
sopra un albero dimezzato dal fulmine, tentava di spingere lo sguardo
fin dove la gola già quasi buia e le nubi che parevano basse e gettate
a ferirsi in fra gli alberi spettrali, lo permettevano. Non portava
altra arme che un coltello da caccia alla cintura e la mano impaziente
agitava lo scudiscio e le labbra irrequiete lasciavano sfuggire un
fischiettar sordo e frammentario.

Una calma enorme teneva le vallate, chè il vento era troppo in alto
e, se accavallava le nubi, non giungeva ad urlar fra le gole: soltanto
lo scrosciar dell'acqua precipitosa del torrentaccio scandiva la pace
solenne. E a volta a volta lo stridulo grido delle scolte, un misto di
civetta e di cucùlo, chè ovunque si avversava la rivoluzione l'allarme
e l'avvertimento degli _chouans_ vandeani s'era imposto. Soltanto,
a un dato momento furono due i richiami che giunsero da un punto
imprecisato, due che si seguirono a breve distanza, isocroni. Il duca
lasciò di flagellarsi lo stivalone con lo scudiscio, s'alzò e tese
l'orecchio. Il richiamo doppio si ripetè.

Nello stesso tempo, quasi rispondesse telepaticamente a un muto
appello, dalla tenda più vicina che era appunto quella del comandante,
benchè non differenziasse dalle altre che per le dimensioni e per
essere più esposta ad ogni pericolo del cielo e degli uomini, un
vecchio sbucò all'improvviso.

— Hai udito anche tu, Seborga?

— Sì, monsignore, e se non erro è stato il Monferrino.

— Il Monferrino? Ma non è di guardia verso Isolabona.

— Sì, Monsignore!

— Non è dunque ancora avvistata questa benedetta Marchesa?

— No, monsignore: credo che sia invece il conte Lascaris.

A malgrado l'impazienza che l'aduggiava, il duca Almerico non potè
trattenere un sorriso.

— Benedetti gli innamorati!

— Dice un proverbio, monsignore — confidenzialmente aggiunse il Seborga
— che il cuore marcia con gli stivali delle sette leghe.

— Avrei preferito parlare senza testimoni con Fiorina!

— Ma il conte Lascaris se ne sarebbe offeso.

— Hai ragione, vecchio Seborga. Nella tua bocca si forma il buon senso.
Va' all'incontro degli ospiti, amico mio.

Il vecchio obbedì, come un fedele scudiero doveva ubbidire. Fido servo
del Nervia, nato sulle terre feudali vent'anni prima del suo padrone,
il Seborga non se n'era staccato un solo giorno da quando lo conduceva
a tuffarsi nel mare, e gli insegnava a cavalcare a dorso nudo. Non
viveva che di lui e per lui, e ne conosceva i più reconditi pensieri,
quelli anche, forse, che Almerico non confessava neppure a se stesso.
Muto, impassibile, non apriva bocca e non diceva la propria opinione
che in presenza del suo solo padrone, a tu per tu, senza ambagi e senza
falsi rispetti. Almerico di Nervia conservava una superstiziosa fiducia
nei giudizi sommarï del vecchio Seborga: anche in quella sera quando lo
vide tornare precedendo gli ospiti, l'interrogò con lo sguardo fisso.
Il vecchio crollò il capo, segno che qualche cosa non gli garbava. Ma
non potè saperne il pensiero completo: dietro di lui, concitato apparve
il Lascaris seguito da un gruppo di uomini ignoti al Nervia.

— Ebbene, Almerico?

— Nulla ancora, Luca: sii calmo, te ne prego.

Con un cenno interrogativo mostrò le persone sconosciute che seguivano
l'ospite e che s'erano fermate a qualche passo di distanza. Il Lascaris
si ricompose.

— Hai ragione, duca, hai ragione.

D'un gesto staccò una persona dal gruppo:

— Il conte Emanuele Embriaco.

Mentre alzava lo sguardo al sopraggiunto, Almerico di Nervia incontrò
l'occhio assonnato per abitudine ed ora sfavillante del Seborga. Per il
che osservò attentamente, quanto almeno la cortesia gli permetteva, il
gentiluomo presentato e che si inchinava amabilmente.

— Benvenuto, signor conte, — disse poi. — Sapevo che da qualche giorno
eravate ospite dei nostri in oggi poco ospitali paraggi. E ringrazio il
conte Lascaris di avervi qui condotto....

Luca l'interruppe.

— Almerico, permetti! Il conte Embriaco non sa ancora la ragione della
mia venuta. Abbiamo fatto diverse strade: io pel litorale, egli per la
Rocchetta e non ci siamo congiunti che al confluente giù, ove credevo
di trovar Camillo Altariva disceso per le Maure, e che invece è ancora
in ritardo. Appena raggiunto, mi premeva correr qui da te....

— Comprendo, comprendo. Tanto più ti comprendo.....

Strana cosa! Il muto Seborga, vassallo dalla nascita e come tale
quindi beneducato a rimanere al suo posto davanti a personaggi pari al
padrone, intervenne con una famigliarità che soltanto un ecclesiastico
potea permettersi pur essendo di rango inferiore.

— .... in quanto la signora marchesa di Spigno non giungerà, questa
sera almeno.

Padrone di se stesso Emanuele Embriaco lo era e lo dimostrò nel non
lasciar muovere un sol muscolo del viso: ma non così il Ricciuto che
gli stava a qualche passo dietro e che trasalì di colpo. Almerico
di Nervia osservò l'ombra che s'era spostata violentemente al solo
pronunciar di un nome e sporse il capo come se interrogasse il Lascaris
sulla scorta.

— Gente fida, Almerico: gente mia e del conte Embriaco.

Troppo uso l'avventuriero agli agguati ed alle sorprese d'ogni genere
per lasciarsi placar da un cenno di capo rassicurante: aveva seguito
lo sguardo parlante del Seborga, drizzate le orecchie all'infrazione
d'etichetta che nemmeno il trovarsi in campagna autorizzava, e per
di più lo scatto del Ricciuto e la curiosità istintiva del Nervia
erano sopravvenuti per non lasciarlo troppo tranquillo. Per la qual
cosa credette opportuno di correre al riparo e lo fece con scioltezza
elegante.

— Gente fida, sì, duca, ma non mia. Il conte Lascaris non ricorda
esattamente. Ricciuto, Bracciodiferro, avanzatevi.

I nominati obbedirono.

— Permettetemi signor duca: il Ricciuto, maresciallo d'alloggio del Re
di Piemonte, Nostra Sacra Real Maestà....

Si scoprì e tutti l'imitarono. Poi continuò:

— .... appartenente al Presidio della Ferania. E Bracciodiferro
vassallo del signor marchese di Spigno.

Un istante di silenzio. Rumoreggiò il tuono al nord verso il monte
Altomoro. Qualche rada goccia di pioggia crepitò sulle foglie novelle.
Nel silenzio il torrente raddoppiò lo scrosciare.

A ricomporre animi e visi, ecco il Seborga impassibile, nella sua
compostezza servile di vassallo di gran casa:

— Il signor duca e gli ospiti del signor duca sono serviti di
rinfreschi nella tenda del signor duca!



XIII.


Primo a rompere il silenzio fu Luca Lascaris. Il pensiero che
l'assillava mal gli faceva sopportar l'inazione. Avrebbe voluto
muoversi, avrebbe voluto risalir verso Perinaldo incontro alla donna
tanto più amata quanto più da mesi e mesi ne ignorava la esistenza
sentimentale.

— Mi stupisco di una cosa, di una soltanto, duca, e cioè di vederti qui
inattivo e neghittoso mentre una dama corre chi sa quali pericoli, alle
prese con le spie francesi e con i banditi della vallata. Muoviamoci,
per Nostra Signora di Lampedusa, andiamo tutti incontro alla dama che
viene verso di noi: le abbrevieremo almeno le fatiche del cammino.

— Perfettamente ragionato, Luca, — rispose il Nervia pacatamente — Non
sono io l'uomo al quale tu puoi rimproverare di mancar di riguardo non
solo verso una dama del nostro mondo, ma neppure verso una donna. Ti
prego soltanto di prestarmi attenzione e di arrischiare uno sguardo
fuori di questa tenda: è posta sull'innesto di due sentieri, l'uno che
sale a Perinaldo, l'altro che s'inerpica verso il nord, e precisamente
verso il valico del Cravana. Da qual parte discenderà la marchesa?
Non potevo arrischiare di mandarle incontro il mio vecchio Seborga,
quantunque conosca le parole di benarrivo, degne di una tal dama....

Il Seborga afferrò immediatamente l'occasione che gli porgeva il suo
signore. Disse, umile, con voce dimessa:

— E d'altra parte il signor duca bramava attendere gli eccellentissimi
signori conte Lascaris e Camillo d'Altariva....

Anche il Seborga si rifiutava di pronunciare il nome Altariva privo
dell'attestazione di nobiltà.

— Eccomi, — interruppe Luca — dividiamoci ed avviamoci!

Almerico di Nervia consultò con lo sguardo il fido scudiero e replicò:

— Che ne consigli, Seborga?

Il vecchio servo rispose:

— Ho l'onore di approvare il progetto dell'eccellentissimo signor conte
Lascaris.

— Ben parlato, per Nostra Signora di Lampedusa. Questo è per te,
vecchio Seborga: tienlo per mio ricordo!

Staccò dalla cintola il pugnale dall'impugnatura aspra di borchie
preziose e lo porse allo scudiero.

— Umilmente ringrazio Vostra Eccellenza, e mi auguro di sguainarlo
presto in vostro servizio....

— E della marchesa Fiorina!

— E della eccellentissima e graziosa signora marchesa di Spigno.

— Sia pure — concluse il Nervia — dividiamoci. Ma chi attenderà Camillo
Altariva?

Incoraggiato dal buon successo, il vecchio Seborga si permise ancora di
interloquire.

— Se le Vostre Eccellenze permettono.....

— Ascoltiamo il parere del mio buon Seborga, — annuì Almerico di Nervia
— Se avesse presto il braccio come ha pronto il senno, ci porterebbe
certo a guidare contro le masnade avide e brute di Barras e di Arena.

— Se pure è sempre Arena che ci viene incontro dal Varo — mormorò Luca
Lascaris — Mi parlò il Grimaldi d'un generale ballerino mantenuto di
donne.....

— O Arena o chi sia lo sapremo sempre a tempo, Luca: ma ascoltiamo il
piano del Seborga!

Anche l'Embriaco ne parve desideroso.

— Ecco, eccellentissimo: sarei dell'umile parere che il mio eccelso
signore qui rimanesse ad attendere il signor d'Altariva, o la illustre
dama di Spigno, la quale potrebbe — e non ne stupirei — ben anco
evitare i sentieri e scendere direttamente dai monti. Il signor Conte
Lascaris ed il signor Conte Embriaco potrebbero affrontare i due
sentieri.

— E come divideresti la scolta, Seborga?

Il vecchio scudiero non rispose: parve attendere che altri lo facesse
in vece sua: ma nessuno fiatò.

Un'occhiata dell'Embriaco era bastata per fermare un'imprudente offerta
del Ricciuto che aveva seguiti i nobili signori nella tenda per invito
del Seborga.

Il quale allora terminò:

— Bracciodiferro, vassallo del Marchesato, potrebbe seguire il signor
conte Embriaco ed andare così incontro alla sua nobile signora, ed
il Ricciuto — lo salutò graziosamente — far la scorta al signor conte
Lascaris.

— Accetto — rispose l'Embriaco.

E parve felice.

— Accetto — ripetè il Lascaris.

E poi:

— Affrontiamo la via prima che faccia notte.

— Non senza il bicchier della staffa, eccellentissimi ospiti ed amici —
propose il duca.

Il vino rosso di Dolceacqua fu mesciuto nelle ciotole di legno che il
Nervia usava portar seco nella sua vita errabonda: tanto l'Embriaco che
il Lascaris vi appressarono appena le labbra, e così pure il Ricciuto.
Ma Bracciodiferro che fumava la pipa seduto sul tronco d'albero su
cui ci è apparso il Nervia, non si fece pregare: ne bevve anzi più
del necessario. Ora, il vino rosso di Dolceacqua è traditore, dà alle
gambe: sicchè quando le due piccole truppe vollero incamminarsi, il
vassallo del signor marchese di Spigno tentò inutilmente d'alzarsi.

— Per tutti i diavoli di Satanasso — masticò la lingua grossa e la
bocca pastosa — per tutti i diavoli di Satanasso, giuro che non mi è
mai capitata una cosa simile!

— Ciò significa, signor mio, che non avete mai trincato del vino di
Dolceacqua, — gli osservò mellifluamente il Seborga.

— Vino di Dolceacqua? Che canchero mi va dicendo il vecchio Gelindo!
Vino di Dolceacqua? Ma ho tracannato botticini di vini delle Langhe e
del Monferrato, del Polcevera e delle Cinque Terre, senza che le gambe
mi facessero mai un simile scherzo. Per tutti i diavoli di Satanasso
e per le sue cinquecentomila spose! non avrei mai creduto che un
bicchierotto di legno col fondo alto un dito mi conciasse in questo
modo! Alle gambe il vino! Ho sempre creduto che salisse al cervello!

— Al cervello di chi ne possiede, balordo — gli rispose ben secco
l'Embriaco, apparso per l'appunto sul passo della tenda — al cervello
di chi lo ha! Per intanto eccomi qui ridotto senza scudiero!

— Non sia mai detto che la Eccellenza vostra non venga servita come
merita! E che debba privarsi di chi le regga la staffa, — replicò
il Seborga. — In mancanza di questo balordo, che davvero, m'accorgo,
non può muoversi, ascriverò a somma ventura di offrire i miei umili e
modesti ma zelanti servigi al signor conte!

Solo allora l'avventuriero comprese che il tiro non era accidentale, ma
servito con tutte le regole, e che il Seborga nascondeva un pericoloso
disegno a suo svantaggio. Già ne aveva avuto il primo sospetto
nell'udirgli svelare il probabile arrivo della marchesa di Spigno, che
il Lascaris gli aveva taciuto, morso da un po' di gelosia, di cui non
sapeva padroneggiarsi dopo la famosa lettera. Ma quello che era stato
quasi fanciullesco pudore e innata ritrosia qualificò per disegno a suo
danno ed unì Luca e Seborga in una sola intesa.

— Attento Emanuele — mormorò internamente a se stesso — qui si congiura
contro di te. Attento, mio caro!

Ma padrone de' propri nervi mostrò un viso ilare alla cattiva fortuna e
cennò amicalmente al vecchio scudiero del duca di Nervia.

— Ci guadagno una guida senza pari, — dichiarò. — Per il che,
tutto sommato, posso anche perdonarti l'infrazione alla disciplina,
Bracciodiferro. Ma ne riparleremo al mio ritorno, se tutto sarà andato
a dovere.

Bracciodiferro apparve così sbalordito che trangugiò senza far motto il
balordo regalatogli prodigalmente dal Seborga, mentre in tempi normali
avrebbe per lo meno denudato, senza pudore alcuno lo schidione che
teneva fra le mani.

Il Lascaris già in sella, impaziente, frenetico quasi, troncò la
possibile querimonia.

— Andiamo! Andiamo dunque!

— Sii prudente, Luca — ammonì il Nervia.

Per tutta risposta l'altro spronò il cavallo.

Il Seborga resse la staffa all'Embriaco, il quale salutò l'ospite con
tutta cortesia. Poi lo seguì. Le due piccole truppe s'avviarono per
qualche diecina di minuti entro lo stesso malagevole sentiero, poi,
giunte ad un bivio, senza parola si separarono, dirigendosi l'una verso
levante e l'altra, quella dell'avventuriero, verso il nord, fosco e
chiuso.



XIV.


Per un po' di tempo cavaliere e scudiero — quest'ultimo a piedi presso
la staffa a sinistra — tennero la testa del manipolo composto di sei
valligiani. E stettero silenziosi.

La strada era d'altronde malagevole, un sentiero da capre, che soltanto
il cavallo montato dall'Embriaco, un cavallino tozzo delle scuderie del
Nervia, poteva arbitrarsi a tenere. S'inerpicava il sentiero nel buio
fondo incassato entro una specie di depressione del terreno, spoglia
d'alberi e d'erbe, e rocciosa a giudicarne dal battere isocrono della
zampa equina, che tentava ogni volta, prima di posarsi.

— Da che parte mi conduci, amico? — domandò l'Embriaco al Seborga
chinandosi nel buio, ove possibilmente potea trovarsi il compagno.

— Che la Eccellenza vostra si lasci guidare, mio grazioso signore:
potrò forse errare, chè tutti noi, miseri mortali, siamo soggetti
all'errore, ma ho nel pensiero che la nobilissima signora marchesa
per più sicurezza abbia preferito scendere dal Monte Acuto, e, fra il
Bucarin e il Cravana, girando quest'ultimo, riprendere per Apricale.
In questo caso è proprio verso di noi, fortunati, che apparirà
d'improvviso.

— Me ne dispiace per il conte Lascaris, — osservò ridendo
l'avventuriero. — Ma perchè hai scelto questa strada per me, amico?

— Non ho scelto, mio nobile signore. Il conte Lascaris si è avventato
sulla via di Perinaldo, su quella cioè che gli è parsa la più
probabile. Ma ho in animo che abbia errato, se posso così esprimermi
per un tanto illustre signore.

— Andiamo dunque incontro alla bella Fiorina! E chi sa che non
l'accompagni il buon Ibleto pel quale certo l'amico arcade Amarillo
Glucosio troverebbe la rima in faceto.

— Il signor marchese di Spigno! Voi credete che il signor marchese di
Spigno possa viaggiare in compagnia della illustre signora marchesa?

Tutto quanto era di pertinenza del marito, aggettivi e titoli il
Seborga pronunciava con un'apparente colore di sprezzo, mentre
riserbava la tinta, dell'entusiasmo per la bella Fiorina.

— E perchè no? Forse che non sono marito e moglie? O monsignore il Papa
ha scoperto per dividerli qualche impedimento?

— Sono, è vero, marito e moglie, — replicò il Seborga con tanta
serietà nella voce che l'altro ne fu colpito — ma sono pur anche,
e più profondamente del burrone che fra poco fiancheggeremo, divisi
dalla politica. La marchesa è per il Re. Il marito è un giacobino e un
volterriano. Credevo che la Eccellenza vostra, che ha dimestichezza con
le corte di Spigno, non l'ignorasse.

L'Embriaco drizzò le orecchie. La parola dimestichezza era stata
pronunciata con una tal qual tinta d'ironia che mal gli suonò:
l'altra parte ogni motto del vecchio scudiero gli giungeva fasciato
d'intenzioni oscure e gli facea bollire in petto impeti d'ira
trattenuta.

Le relazioni fra l'Embriaco e i marchesi di Spigno erano state cordiali
sì, ma solamente col marito: per la sua avversione alla Repubblica
di Genova, dominazione oligarchica senza alcun effetto di governo
reale, fastosa, vuota, solenne e nulla, s'era trovato l'avventuriero
immediatamente d'accordo con Ibleto di Spigno: con Fiorina invece poca
dimestichezza: il Ricciuto con i suoi uomini s'erano accompagnati per
un tratto breve di strada, quello che dalla Ferania va a Savona, poi
tanto l'Embriaco che il Ricciuto conosciutisi ed apprezzatisi a vicenda
avevano allungato insieme il cammino, semplicemente.

I soldati in quel tempo camminavano come tante pecore dietro il
campanello del capo mandra, nè si sarebbero stupiti se il Ricciuto li
avesse condotti in Bretagna o in Iscozia, come avvenne per l'invasione
francese dell'Irlanda. D'altra parte Bracciodiferro e i suoi scherani
seguivano l'Embriaco: o perchè non avrebbero dovuto seguirlo i soldati
regolari del Ricciuto?

Tutto questo però non aveva aumentati i rapporti dell'avventuriero con
la marchesa Fiorina, che conosceva appena.

Ora per l'appunto, dati simili precedenti, ecco la ragione
dell'inquieto animo di Emanuele Embriaco! Infine, che cosa sapeva quel
dannato vecchio scudiero? Era forse a cognizione della falsa lettera di
Fiorina a Luca Lascaris? Sospettava o non sospettava nell'avventuriero
quello che era veramente? O che era poi veramente Emanuele Embriaco?
Fino a quel punto uno spettatore, e disinteressato, che avrebbe potuto
decidersi o per il Piemonte o per la Francia, a seconda, od anche per
la Serenissima ove i Serra, i Brignole ed i Cattaneo fossero mandati a
piantar cavoli nei propri orti feudali: non aveva preferenze Emanuele
Embriaco, e soddisfatto qualche odio personale non avrebbe chiesto
che una buona paga e le terre e i palazzi confiscati. Tale era la sua
posizione dopo tutto: ma chi può ben giudicare delle persone e chi è
giusto? Non il Seborga certo.

Il quale Seborga, sospettoso, come tutti coloro che tengono ambe le
chiavi del cuore del proprio signore, ma pur furbo, lavorava, secondo
il pensier suo, diplomaticamente.

— Non è forse la Eccellenza Vostra addentro alle cose della corte di
Spigno, come il signor conte Lascaris ha assicurato al mio padrone?

— Ah! cani, — mormorò fra sè l'Embriaco — te la darei io la corte di
Spigno, a te e a quel zotico del tuo padrone!

Zotico no, ma vestito fuori di moda sì: in certo qual modo il damerino
Embriaco s'apponeva.

E ad alta voce:

— Sono, è vero, intimo di quella che tu chiami la corte di Spigno, ma
se ho parlato di politica, qualche volta col marchese Ibleto, mi sono
ben guardato dall'importunare la graziosa marchesa.

— Si tratta di princìpi, non di politica, illustre signor conte!

A questo punto, miglior guida del Seborga, il cavallo dello Embriaco
si fermò duro sopra un ciglione rifiutandosi d'avanzare e scuotendo la
testa e tentando impennarsi.

— Manda a vedere che accade, scudiero!

Il Seborga obbedì: mandò due degli uomini di scorta, i quali tornarono
subito con la lieta notizia che si trattava di un impiccato.

— Che ne avete fatto?

— Lo abbiamo gettato nel precipizio.

L'Embriaco si curvò nel buio e chiese con la sua voce più tranquilla e
più melliflua:

— C'è un precipizio, vicino?

— Sì, mio illustre signore, un burrone a dirupo: lo costeggeremo fra
poco. Ma non temete: conosco la via.

— Sono perfettamente tranquillo con te, amico. Se non che un passo
falso è presto fatto ed un altro qualunque impiccato può farmi
impennare il cavallo. È dunque meglio che i tuoi uomini ci precedano,
come del resto mi par prudente: daranno meno o meglio l'avviso.

Il Seborga approvò.

— L'illustre signor conte Embriaco ha ragione!

I sei uomini che rimanevano al seguito raggiunsero i due che si
trovavano all'avanguardia. Ed il drappello riprese il suo cammino:
soltanto il Seborga rimase alla retroguardia, qualche passo dopo la
staffa destra dell'Embriaco, avvicinandosi e mettendosi quindi alla
pari quando intendeva parlare.

Il tempo carico e buio s'era mantenuto calmo come se aspettasse lo
scoppiare della tempesta. A volte nello addentrarsi della comitiva in
qualche gola si sentiva il vento fischiare e gli alberi svettare, a
volte invece la calma era di tomba. Quando però il drappello riprese il
cammino nell'ordine sopra descritto cominciarono a cadere grosse goccie
di pioggia. Poi rumoreggiò il tuono, lontano.

— Fra poco avremo un regalo — susurrò nel buio la voce del Seborga.

L'Embriaco istintivamente si tastò alla cintura, sentì il largo e
acuminato coltellaccio da cinghiale e pensò che meglio sarebbe stato
entro le carni del vecchio scudiero che non nello sdruscito fodero di
grosso cuoio. Ma riflettè che un grido solo, un solo grido l'avrebbe
dato nelle mani della scorta a lottare contro gli otto contadini.

— Eppure — pensava — quest'uomo m'incomoda. Che cos'abbia con me
non so, che sospetti non so nemmeno. Sento che mi prepara qualche
brutto scherzo. Ad ogni modo sarebbe prudente che scomparisse prima
d'un probabile incontro con la Spigno, poichè sento che proprio noi,
a maggior dispetto di Luca Lascaris, incontreremo la bella Fiorina.
Scomparire è presto detto: ma come?

Quasi in risposta guizzò in capo alla gola un lampo violento, mostrando
nel serpeggiar che fece scoscese pareti di monti irti di alberi
spettrali e profondo incavo di valle.

— Tenetevi a sinistra, signor mio colendissimo, — avvertì il Seborga
alle spalle del cavaliere — chè siamo in prossimità del burrone.

Per tutta risposta l'Embriaco liberò dalla staffa il piede destro. Un
altro lampo guizzò, il tuono rombò a breve distanza. Le rade goccie
s'erano mutate in pioggia dirotta, che ad uno svolto improvviso
lanciata dal vento venne a flagellar la comitiva. Poi uno scrosciar
d'acqua quasi sotterraneo risuonò nell'abisso.

— Dove siamo, Seborga? Sul burrone?

— Sì, monsignore! Tenetevi a sinistra!

Un altro lampo: e al breve lume l'avventuriero scorse alla sua destra
un precipizio scosceso e roccioso come fauci spalancate ad inghiottire.
Allora frenò impercettibilmente il cavallo, così da permettere allo
scudiero che lo seguiva di mettersi al suo passo. Come lo avvertì
aderente alla gamba destra libera dalla staffa, l'inarcò, la sferrò,
e d'un calcio possente lanciò il vecchio che non stava sulle sue e che
non ebbe il tempo d'un urlo, nell'abisso.



XV.


La notte nera e tempestosa a poco a poco nello schiarir dell'alba
s'acquetava quando un primo strappo nella cortina plumbea s'appalesò
verso l'alta valle del Nervia. Un cane lupo tutto nero, dagli occhi
di brage abbaiò furiosamente da un greppo spianato su cui sorgeva una
capanna da pecoraio in maggese, muro a secco e tetto di paglia. In quel
primo livido incerto apparir del giorno, quel cane avventato sul ciglio
del greppo, le orecchie e la coda inarcate, il pelo arruffato, aperte
le fauci e le pupille sinistre, parea l'unica viva cosa del creato,
l'unico ribelle.

— Nerone! Che c'è, Nerone?

Il cane scuotendo la coda raddoppiò il furore.

— Nerone!

La voce che chiamava il cane era evidentemente una voce di donna:
veniva dalla capanna nuda al cui stipite dell'imposta era addossata
la sentinella, un soldato regolare piemontese, la doppia tracolla
allentata, il fucile fra le gambe, il capo coperto dal berretto a
punte e le ghette color cioccolata. Probabilmente la guardia s'era
addormentata, nè l'abbaiar del cane nè la voce femminile erano
abbastanza forti per destarlo.

— Nerone!

Il cane si voltò scodinzolando come se presentisse l'apparire di
qualcuno, e infatti, scostando appena l'imposta pesante ed informe,
apparve sulla soglia un'amazzone. Probabilmente non la si sarebbe
creduta pericolosa se chi la doveva giudicare si fosse fermato
all'apparenza: una statuetta di Sassonia bionda, esile, guance color di
rosa e nasino impertinente a dividere due occhi azzurri insondabili.

Il cane lupo, che rispondeva al nome di Nerone, venne a prostrarsi
dinanzi a due piedini minuscoli calzati d'alti stivaloni rossi e poi
s'alzò a lambire due manine di fata, nude però, dalle unghie rosse,
così, che parea si fossero intonate alle guance. Tanto i piedini come
le piccole mani — a quanto parve — non bastarono a Nerone perchè d'un
balzo tentò una più ardita carezza, nientemeno che di lambire una
guancia.

Ma una frustata della fragile mano che si mostrò invece di ferro, lo
fece ricadere a terra mortificato, e Nerone per darsi un contegno o
per rimediare con un servigio l'ardimento, si rilanciò ad abbaiare
furiosamente sull'orlo del ciglione.

— È certo che Nerone sente qualcuno! — mormorò la dama aguzzando la
vista per quanto la foschia mattutina glielo permetteva.

In quella che si chinava come se volesse lanciar lo sguardo nel vuoto,
inarcando la bella gamba che lo stivalone rosso calzava come un guanto,
dalla capanna rimasta semiaperta uscì un nuovo personaggio. Era un
vecchio segaligno dal viso arrugato e non raso da qualche giorno,
chiuso in un pastrano color nocciola a doppia fila di mantellina
che non passava il gomito: non ne usciva da una parte che la testa e
dall'altra i piedi chiusi in stivaloni gialli sormontati da una fibbia
di ferro greggio. Camminò verso la dama a piccoli passi da salotto,
soffiandosi accuratamente sulle dita. Poi disse:

— Fiorina, amica mia, vi pare il modo forse di lasciar socchiusa la
porta di quella stamberga? Una stamberga che neanche Gian Giacomo
avrebbe accettato per mèta delle _Passeggiate d'un solitario_?
E solitario mi avete lasciato, mia bella amica? E di amici si ha
bisogno!.....

Senza ascoltarlo, intenta verso il vuoto velato dalla nebbia, la dama
gli chiese, noncurandosi nemmeno di voltarsi:

— Ma davvero, Ibleto, non sentite nulla?

Il cane raddoppiò i latrati furiosi, irto il pelo, quasi inferocito
contro l'invisibile.

— Sentire? Sentite qualche cosa? E che cosa?

— Ascoltate, ascoltate! Ma silenzio!

— Silenzio? Silenzio, se volete. Volete che la mia voce possa far
concorrenza a quella di una donna?

— Ascoltate, ascoltate!

L'altro tese l'orecchio, docilmente.

— Ascolto. Ascoltiamo.

L'occhio gli brillò: tutto un impeto di sarcasmo che non gli colorì il
viso nè glielo illuminò, visse nella pupilla.

Ma la piccola dama non gli badò; per qualche momento se ne stette nella
posizione d'attenta aspettativa, sporta sul ciglione, poi ad un tratto
esclamò:

— Ecco, guardate, non m'ingannavo!

Dalla bruma sottostante uscirono prima il rumore di sassi scostati ed
urtati, poi delle voci, infine delle vaghe siloette umane. A capo delle
quali un cavallo col relativo cavaliere, seguito da una scorta di otto
soldati regolari.

— Guarda! Guarda! Guardiamo! Per il primo neo vezzoso che hai portato,
Fiorina, giurerei di conoscere quell'uomo! Quell'uomo ha già fatto
breccia nella mia memoria di prim'ordine dopo quella del signor di
Fontenelle.

— Non posso dire altrettanto, Ibleto. Quell'uomo mi è perfettamente
sconosciuto.

In quella ecco la cavalcata salir l'erta del ciglione e presentarsi
dinanzi all'accampamento. Il cavaliere che la precedeva, senza
attendere che qualcuno gli reggesse la staffa, balzò di sella e venne
precipitosamente a piegare il ginocchio davanti alla marchesa, radendo
il suolo col feltro.

— Ecco, a malgrado le brume, il sole è già sorto per me, chè i
miei occhi vedono la bellissima signora Marchesa Fiorina di Spigno
e si rasserenano poi nel contemplar la saggezza fatta persona,
l'eccellentissimo e nobilissimo signor marchese Ibleto di Spigno!

— Per la natura maestra di tutti noi! Ma è l'Embriaco, quella buona
lana di Emanuele Embriaco! In fede mia, Embriaco, mi par di leggere un
capitolo del Gran Ciro o dell'Astrea o un romanzo del signor De Foe,
tanto mi stupisco!

La marchesa di Spigno aggrottava le sopracciglia in segno di contenuto
dispetto: aveva sperato fino a quel punto, complice la semi-oscurità
della mattina, che fosse un altro il cavalier dell'incontro. E lo
sapeva quest'altro che Fiorina si trovava per istrada collo specioso
pretesto della politica, ma in verità per arrendersi all'ardore di
certe lettere insensate e pazze.

_«Fiorina, anima mia, — _diceva qualcuna di quelle lettere,_ — pietà
di me che non vivo più, che ti sogno anche ad occhi aperti, che
ti desidero come un assetato, non vivendo che per te, macerandomi
nell'impossibilità di correre a te come tutto il mio essere pretende.
Fiorina, anima mia, come non senti la mia passione e poichè l'amor mio
qui m'incatena, perchè non ti muovi alla mia volta, crudelissima cara,
tiranna dolce di colui che una volta si chiamava....»_

E qualcun'altra:

_«Il mio dovere lo so è oggi più forte dell'amor mio. Ma domani, ma
domani, Fiorina? Per carità, vieni! Tu che mi fosti accesa amante,
siimi da lontano amica, per tramutarti poi quando le mie braccia ti
stringeranno al mio seno, come si tramutavano le Dee quando accorrevano
ai mortali che le adoravano in sogno»._

E un'altra ancora:

_«Questa notte mi sono apparsi gli avi miei, dal prode che si oppose a
Magone Cartaginese a quello che vinse il Cesare romano, dall'imperatore
di Bisanzio al Trovatore di Provenza, dal Crociato che seguì Pietro
l'Eremita al consigliere sereno del Bearnese: tutti dall'amico di
Filiberto, che gli cavalcò vicino quando entrò in Pinerolo, a colui che
digiunò con Vittorio Amedeo: tutti mi apparvero piangendo, Fiorina,
tendendomi le braccia e scuotendo mestamente le teste pensose. — Che
avete, lor chiesi, perchè piangete? — E quelli: — Perchè tu certo
domani calpesterai l'onor della tua casa e abbandonando le tue terre
all'invasore correrai pazzamente da una donna, che è la tua signora,
e pel cui bacio daresti — che monsignor Gesù te lo perdoni — anche
l'anima tua e la tua vita eterna»._

Ed altre ed altre ed altre, tante da emular in numero le opere del
signor Aronet di Voltaire o del grande Muratori. Tante che Fiorina
aveva dovuto ordinare un cofano capace e comandarne la serratura a un
fabbro fiorentino sotto un falso nome perchè un'altra simile non si
trovasse nel Regno di Sardegna. Tante che le avevano fatto dimenticar
senno e prudenza e spinta al viaggio penoso, poichè in quei tempi
politica e guerra non servivano spesso che di pretesto all'amore.

Non aveva, pudor di dama contegnosa, osato certo di avvertir l'amante
dell'arrivo prossimo, no, ma sibbene il duca di Nervia, di tutto
consapevole, e che non avrebbe mancato di fare, anche indirettamente,
l'ambasciata. Ciò che noi sappiamo era infatti avvenuto.

Ed ecco, invece del bel cognito viso, della persona ben cognita, un
volto ed un uomo sconosciuti, il quale pur tuttavia sembrava gentiluomo
a giudicarlo dal gesto corretto con cui si tolse il feltro sformato
dalla pioggia e dall'inchino profondo sì, profondissimo anzi, ma di
stile, che gli piegò la persona per qualche minuto e cioè fino alla
prima parola che la marchesa pronunciò, e che fu:

— Buon giorno, signore!

— Fiorina, mia cara, permettete ch'io faccia le presentazioni. Vi
presento il conte Emanuele Embriaco, che suppongo del partito....

— .... della bellezza.

Così l'interruppe il nuovo arrivato. E continuò:

— È impossibile che in questo fosco mattino, il quale pretende
farci credere che il sole sia nascosto mentre acceca me poveretto ma
prediletto dagli dei, è impossibile pensare con altro che con gli occhi
se pure abbacinati. Prego la eccellentissima signora marchesa di Spigno
di accogliere il mio umile fervente e devoto saluto come in Elicona le
Muse accoglievano benigne anche i più umili canti dei semplici pastori.

La marchesa — le donne facilmente sono disarmate dalle parole
sonore che forse non comprendono ma che sempre intendono — sorrise
all'Embriaco, mentre Ibleto di Spigno, sarcastico ma fine, proruppe:

— Ben tornito, ben tornito, il madrigale! Madrigale che il cavaliere
di Parny avrebbe chiuso certo nel castone di una quartina e Piron
entro uno snello epigramma, li vedo, ma non vedo chi li avrebbe detti
meglio in prosa, nè gli Scudery, nè l'abate Bernardino Viale, mio
collega in Arcadia, e dolce più del miele attico, siccome mi dice il
nome di Glucosio che porta. A proposito di porta, se rientrassimo nella
capanna? Punge il mattino, Fiorina, più che le spine delle rose di
Ronsard.



XVI.


La Marchesa con un cenno del capo approvò l'invito, e precedette i due
nobili signori nella capanna.

Oggi, la pratica vita che viviamo fa degli accampamenti notturni
improvvisati un sommario emporio delle pochissime cose indispensabili:
l'individuo esce dalla cornice abituale, cornice dorata, per entrare,
una notte almeno, entro una cornice grezza e si obbliga a tante
piccole rinunzie che addizionate formano il disagio. Non allora. Il
lettore ne avrà un esempio se mi permetterà di mostrare succintamente
l'interno della capanna, il giorno prima oscuro e miserevole abitacolo
di mandriani, oggi, ossia nel giorno in cui vi entriamo, non indegno
ricetto della marchesa di Spigno.

Pareti e tetto occultati da pesanti cortinaggi di broccato rosso ed il
terreno battuto coperto di tappeti folti: un paravento alto la tagliava
a metà ed occultava il letto della signora, ma non l'inginocchiatoio:
al di qua una tavola bassa, molti cuscini e persino qualche stampa di
scena villereccia appuntata nella tappezzeria: sulla tavola un volume
aperto ed una lucerna a molti becchi. Semplice, come il lettore vede,
facilmente smontabile e facilmente ricostruibile, ma comodo e tiepido,
chè non vi mancava un bracere per mitigare la temperatura notturna.

Emanuele Embriaco non era certamente abituato alle mollezze, ma le
pregiava, e quando gli era possibile se ne circondava. Sedette quindi
volentieri ad un cenno della marchesa in sui cuscini offerti ed accettò
una tazzina di caffè dalle mani d'Ibleto. Poi cominciarono a conversare
e conversarono amabilmente, anche parlando di cose quotidiane e
pressanti. Diede la stura il signor di Spigno che assillava la
curiosità.

— Come e perchè, se mi è permesso interrogarvi, e v'interrogo
nell'interesse comune, ho la fortuna di vedervi sorgere dalla bruma in
questa mattina che ha la pretesa di annunciare la primavera, o valoroso
Embriaco?

Parve all'avventuriero di sentir fissi e imponenti sopra di sè due
formidabili occhi femminili. Già nel vedersi dinanzi invece della sola
Fiorina anche Ibleto, avea pensato che l'appuntamento col Nervia e gli
amici suoi dato dalla marchesa fosse dal marito ignorato. Era doppio il
gioco e lo sguardo parlante di Fiorina chiedeva all'Embriaco una tal
quale complicità, se, come sospettava la dama, fosse l'avventuriero
in relazione col Nervia: ed ecco perchè aveva guardato e non parlato:
poteva l'Embriaco trovarsi sbandato e solo senza alcuna relazione con i
cospiratori.

Ma la complicità con Fiorina serviva all'avventuriero, il quale
ricambiò lo sguardo con un altro d'intesa e in cuor suo si rallegrò
di non aver al seguito nè il Ricciuto nè Bracciodiferro troppo noti al
marchese di Spigno. Pensò:

— Quel maligno di un Seborga — pace all'anima sua, _requiem aeternam_ —
è stato di una furberia che si è voltata a mio vantaggio: gli farò dire
una messa quando ne avrò l'occasione. Per intanto liquidiamo Genova.

E rispose ad alta voce:

— Se vi è permesso interrogarmi? Ve ne prego. O sono indotto in
grossolano errore o mi par che voi pure, eccellentissimo, non vediate
di buon occhio, la politica della Serenissima....

E pensava:

— Genova posso buttarla a mare impunemente: nè Fiorina nè Ibleto ci
tengono.

Infatti il marchese scoppiò in una stridula risata.

— La Serenissima! Darei volentieri un Manuzio petrarchesco, che amo
come la pupilla degli occhi miei, per sapere che cosa macchina la
repubblica di Genova. E lo darei in pura perdita, gioco, poichè la
repubblica di Genova, a mio avviso, non macchina un bel niente. Poichè
niente può macchinare un cervello vuoto.

— Sono del vostro avviso per il partito al potere. Ma il popolare del
farmacista Morando e dell'eccellentissimo Cattaneo?

— Popolare? Che popolare mi andate cianciando? Ciance, vere ciance
quelle del partito del popolo: levati di lì che mi ci metto io. Non c'è
partito di popolo senza libertà, uguaglianza e fraternità.

— Lo supponevo — fra sè gioì l'Embriaco.

Ma l'occhio fisso ed insistente di Fiorina pesava sempre
sull'avventuriero, il quale rispose con uno sguardo d'intesa.

Intanto Ibleto proseguiva:

— Ma per tornare a voi, signor conte, e sempre con vostra licenza,
qual'è lo scopo vostro nell'errare che fate in questi luoghi a capo
d'una scorta di soldati regolari?

— Come i vostri, signor marchese.

— Come i miei, ne convengo, benchè i miei siano più di scorta alla
marchesa che non a me. Io non conto, e me ne trovo benissimo: conta
Fiorina, ciò che le fa piacere, e contenti tutti e due. Ma voi.....

— Io, se mi è lecito il paragone, sono vostro pari nelle condizioni
momentanee: non conto. Chi conta è un brav'uomo di scudiero che
suppongo appartenere alla casa Nervia.....

Occhiata di Fiorina, ricambiata.

— .... e che mi ha raccolto questa notte e poi s'è allontanato, ignoro
con quali intenzioni, lasciandomi in balìa di questi soldati che ne
sanno, credo, meno di me. Ecco la mia storia, marchese.

— Ma Bracciodiferro, conte?

Qui l'Embriaco rimase un po' dubbioso. La domanda a bruciapelo
vagamente l'intimoriva. Quali interessi coesistevano fra i due coniugi
perchè le aspirazioni e le simpatie od anche il partito dell'uno o
dell'altra avessero il sopravvento? Quale dei due era da temere? Quale
dei due da giocare? Non s'illudeva l'avventuriero: marciava sopra il
filo d'un rasoio e non un rasoio da barbiere di reggimento, no, ma
sopra un taglientissimo affilatissimo rasoio. Avrebbe potuto durarla
a lungo? D'altra parte il marchese di Spigno aveva con somma abilità
scelto il _ruolo_ dell'interrogante, facile anche per chi doveva
rispondere, ma non a lungo. Pure che fare? Quel nome di Bracciodiferro
gettato là a che scopo? Che sapeva Ibleto? Che nascondeva Fiorina?
Rispose:

— Non avete dunque incontrato Bracciodiferro?

Occhiata di Fiorina ricambiata. E la dama accorse:

— Avete forse inviato Bracciodiferro al Nervia?

— Per l'appunto, nobile signora.

— Ecco, vedete, marchese, a che approda la vostra testardaggine? A non
farci incontrar Bracciodiferro.

Ibleto alzò le spalle.

— Mi curo di Bracciodiferro come della mia prima parrucca, e non
ne domandavo che incidentalmente. Piuttosto, conte, quali notizie
dell'esercito francese?

La marchesa di Spigno raddrizzò la snella personcina ed il viso di
maiolica le si colorì tanto che gli occhi vispi apparvero iniettati di
sangue. Parve pendere dal labbro dell'Embriaco.

— I francesi?

— L'esercito, sì, l'esercito francese al comando del nuovo generale, il
piccolo Bonaparte?

— L'esercito del Varo?

— Ma sì, l'esercito del Varo.

— Lo credo a Nizza il vostro esercito del Varo.

— A Nizza? Come? Non è ancora incominciata la formidabile avanzata?

— No, ch'io mi sappia.

Marito e moglie s'interrogarono dello sguardo. Poi:

— Le informazioni erano precise — fece lei.

— Induzioni forse, previsioni, ma non informazioni, che il malanno
colga gli informatori intelligenti! — borbottò lui.

— Aspettate — replicò allora l'Embriaco — Se per esercito del
Varo intendete le bande senza freno e legge che si sono adunate su
Nizza aspettando munizioni e soldo, e se per avanzata alludete agli
sconfinamenti abituali, anzi giornalieri delle dette bande, posso darvi
forse delle notizie fresche.

Viva curiosità della illustre coppia.

— Non più tardi.... aspettate.... di due giorni or sono fui spettatore
d'uno di quei sconfinamenti.

— Spettatore? E in qual modo?

— Ecco, veramente spettatore no, ma ne ho avuto notizie precise.... Si
tratta del sacco d'un villaggio....

— Quale?

— Sant'Antonio, mi pare.

— Proprio alle spalle di Ventimiglia, allora?

— Precisamente. Aspettate, ora che ci penso, credo che ci sia sotto
qualche cosa di più grave.

— Ah! davvero?

— Credo. Ho sentito parlare di un ufficiale francese in missione presso
il comandante Grimaldi.

— Non si trattava allora d'una banda spersa o d'uno sconfinamento senza
importanza?

La marchesa intervenne:

— Potrebbe darsi che le due cose fossero indipendenti l'una dall'altra.

Lo Spigno scosse il capo in aria dubbiosa.

— Mi spiace assai contraddire una dama di tanto valore, — aggiunse al
dubbio di Ibleto l'Embriaco — ma ora che ci ripenso, mi sembra che si
parlasse d'un messaggero, non francese, sibbene d'un ufficiale genovese
addetto al comando nemico.

— Aspettate: Filippo Balbi!

— Il fidanzato di Chiarina Grimaldi! — esclamò la marchesa.

— Per l'appunto, per l'appunto: quello!

Qualche istante di silenzio gravò sotto il damasco della capanna. Chi
lo ruppe fu il marchese di Spigno, lisciandosi la barbetta in aria
pensierosa.

— Fiorina, mia cara amica, Embriaco amico mio, ho bisogno del vostro
consenso. Sopportar forte disagio, mia dama, e voi conte, condurci al
presunto attendamento francese: è cosa della massima importanza e della
massima urgenza.



XVII.


La Marchesa curvò il capo. L'Embriaco si premette la destra palma sul
cuore e si chinò.

— Sono ai vostri ordini Marchese!

Ibleto pensò a lungo, poi riprese:

— Che consiglio mi dareste in coscienza, conte?

— Consiglio? Su quello che avete detto?

— Grazie no: sulla via da seguire.

— Capisco: lasciatemi riflettere.

Meditò che l'Altariva ultimo atteso al convegno doveva essere a
quell'ora giunto da tempo e che quindi s'offriva la strada che avea
tenuto colui e cioè quella delle Maure. La quale non metteva pur
tuttavia che ai piedi della città e allora o prendere il mare per
isbarcare a Latte....

— Niente mare — dichiarò Fiorina.

— .... o continuare il sentiero alpestre fino a Siestro, girar la punta
di Roverino ed attraversare il Roia dinanzi al confluente del Bevera.

— È lunga la strada?

— Meno assai d'una tappa fino al Roja: poi nelle mani di Dio.

— Il fiume è gonfio?

— Non più di quello che sia un fiume in istagione prossima allo
scioglier delle nevi, ma ignoro il guado.

— Quindi: incognita?

— Vi ripeto: nelle mani di Dio.

— E allora consigliate la via del mare?

— Umilmente, sì. Specie scegliendo la notte per dar meno nell'occhio.

— Una barca di pescatori non potrebbe destare sospetti.

— Una barca, no davvero. Ma basterà?

— Per tre persone? certamente.

— Tre persone? E le scorte?

Ibleto di Spigno lisciandosi la barbetta rispose:

— Le scorte? A che servirebbero?

— A difenderci.

— O non piuttosto a darci un'apparenza offensiva? No, niente scorte.
O si trattò di pochi sbandati ed a quest'ora fatto il bottino sono
rientrati a Nizza: o si tratta d'una vera avanzata e allora a che
servirebbero le scorte composte di pochi uomini, sia pure dell'esercito
regolare del Piemonte!

Dopo tutto non era meglio per l'avventuriero il perdere una buona
volta quei soldati non suoi e che gli potevano costituire un pericolo
continuo? Il disegno di Ibleto gli quadrò.

— Avete ragione, Marchese, come un teorema, direbbe il padre Pesante
mio degno ex precettore. Seguiamo dunque la vostra idea. Ma prendiamo
le Maure e discendiamo a San Secondo.

Il castellano di Spigno diede un ordine e in poco meno di mezz'ora
la capanna rustica fu restituita al suo primitivo squallore. La
marchesa Fiorina pur tuttavia non disdegnò dal presiedere in persona
al ripiegamento dei tappeti, alla smontatura del letto, dello
inginocchiatoio e della tavola: il tutto fu legato con cura, le
suppellettili e i cuscini in cassette e pacchi, i tappeti arrotolati
e fasciati in balla: ne risultarono sei colli che furono caricati su
due muli poderosi. Ad un cenno la carovana si dispose in fila indiana
e preceduta dall'Embriaco discese nella valle. I soldati del Nervia
passivamente seguirono i compagni.

Il mattino persisteva nuvoloso, ma verso il mare cirri enormi
erano accavallati dal vento, un vento di tramontana che spianava
ed increspava le acque giallastre fino quasi a un miglio da terra e
fin dove si spingevano le due correnti del fiume e del torrente che
convergevano, sicchè il solo delta era giallastro: il restante della
marina mostrava un colore ferrugigno livido instabile come ferrugigni
lividi instabili si mantenevano i monti di cirri fumosi.

Il delta formato dal triangolo addossato al bosco delle Maure e
limitato nei due cateti dal fiume Roja e dal torrente Nervia fino
al mare, ciò che poi fu il borgo Sant'Agostino e la spiaggia delle
Asse, appariva breve e stretto in allora: dalla parte del torrente era
un groviglio di strami e d'ontani sopra un fondo paludoso e vergine
di sentieri o guadi, meno la breve striscia della cornice fangosa o
polverosa a seconda delle stagioni: verso il fiume Roja era più triste
e sinistro ancora: ospitava un cimitero là ove si stende oggi la
stazione della ferrovia, poi gli speroni delle colline si confondevano
entro una chioma di pini silvestri, rossa d'estate come se avesse
patito un incendio, nera nelle altre stagioni e irsuta come la chioma
d'un gigante da leggenda.

La strada di comunicazione della Cornice aveva qua e là il segnacolo
di qualche casetta, rivendugliolo od oste, un maniscalco, ma rozzi
abituri sperduti che non mettevano in quel sinistro paesaggio
foscoliano nemmeno quasi la nota della vita. Sul ponticello del rio
San Secondo esisteva un corpo di guardia perduto, il primo segno della
città vicina. La scorta avrebbe permesso di prenderne cura e certo il
graduato e i suoi uomini che l'occupavano avrebbero fatto _pro forma_
opposizione al passaggio d'una carovana così imponente. Ma — chi sa
mai — avrebbero potuto anche dare l'allarme, cosa spiacevole e di
fastidiose conseguenze. Per il che l'Embriaco si permise di consigliare
la fermata e l'attendamento provvisorio della scorta che sarebbe
poi penetrata in città con i passaporti ad attendere gli illustri ed
eccellentissimi signori. Ed intanto loro tre ed un solo bravo avrebbero
potuto discendere alla spiaggia e trovare infallantemente una barca
peschereccia. Così fecero e un'ora dopo si trovarono al bordo umile
d'una paranzella che si mosse a vela doppiando al largo la foce del
Roja con tutta l'apparenza di cercar buona pesca con la rete d'alto
mare.

Da un miglio in mare, costa colli monti e città assumevano tragici
aspetti. Natura selvaggia, chiomata di neri pini, folta, bizzarra,
seminata di ciglioni calvi di puro macigno e di caverne dall'aspetto
preistorico, feroce. Una sopra le altre, a metà delle Maure, occhio
ineguale acciecato come quello del Ciclope d'Odisseo parea che
fissasse immobile, senza vederlo, dal cavo profondo, il mare fangoso
che attraversavano. La pianura verso Bordighera tutta marese e dune
intersecate dagli speroni delle colline a segnar le vallette: la punta
di Sant'Ampeglio a capo della pianura, pareva una macchia nera sul
mare giallo. A sinistra facea spalliera alla città di Ventimiglia,
punto avvallato di congiunzione di due infinite ali di montagne, una
sequenza di montagnole più sinistre ancora delle altre e si perdeva
nella valle del Roja bieca e spoglia nell'alto. Ventimiglia assumeva
l'aspetto d'un immane teschio posato sul vertice d'una collina di tufo,
e pronto a ruinar sempre verso il mare a dirupo verso la spalliera
misteriosa d'ombre e di foreste sottomarine che ancor oggi si chiama
delle Calandre e che vista dal largo ha l'apparenza precisa d'un
nordico fiordo. Soltanto il campanile della cattedrale, un antico
tempio romano, rompeva l'aspetto di teschio mozzo assunto dalla città,
e posato in un piatto il cui orlo era formato dalla cintura delle
fortificazioni. Sotto il cielo nuvoloso, chi sa per quale rifrazione,
il cumulo dei tetti livellato prendeva certi toni biancastri molto
simili a quelli del marmo sfaldato da tempo con venature di ruggine
simili alle giunture d'un cranio disseppellito.

— No davvero ch'io non invidio Betto Grimaldi — susurrò il marchese
di Spigno — la residenza in una simile città non deve avere nulla di
piacevole!

— E sopra tutto la dolce Chiarina — aggiunse la marchesa — io sento in
coscienza di non invidiare: preferisco il mio castello del Monferrato
per noioso che sia!

— Certamente che la nobiltà vostra ornata di grazie e di doni morali,
— rispose l'Embriaco — farebbe in quel costone laggiù l'effetto d'una
regina rediviva entro una necropoli: ma, e ne sono sicuro, ravviverebbe
la cornice malinconica e muffita come certe castellane vostre antenate
avrebbero tenuto corti d'amore in bicocche nude e fredde e spoglie
delle Langhe e della Val d'Aosta!

Fiorina sorrise all'elogio, e Ibleto riprese:

— Sapete voi, conte, con precisione da chi sia circondato Betto
Grimaldi?

— Gente di nessun conto, se ne si eccettui il capitano Cavalli.

— Lavinio Cavalli, l'innamorato di Virgilio?

— Perfettamente: il resto non val la pena di menzione: c'è, ve lo noto
di sfuggita, quel soldataccio di Nicola Borzone, detto Senza-dio....

— Un volterriano?

— Che? un analfabeta privo d'un dito.....

— Ah! ah! capisco: grazioso il bisticcio. E poi?

— E poi, che so? Ah! aspettate: un bastardo di casa Lercari, Giano,
lisciato e impomatato come un'insegna di profumiere.....

Fiorina parve risovvenirsi:

— Giano Lercari? Mi pare di averne avuto notizia.

— L'avrete probabilmente incontrato l'inverno scorso nelle
conversazioni di casa Brignole. Fu lasciando il vecchio Brignole che
ottenne il grado d'alfiere.

— Sì, mi ricordo: aveva un certo spirito nei conversari!

— Può darsi: quel che però è sicuro è che non l'affina laggiù.

E mostrò la città che stavano doppiando.

La barca peschereccia che li portava al suo bordo aveva oltrepassato le
Calandre: qualche breve punta apparve e quindi la scogliera che vietava
l'accesso dal mare al castello Altariva.

— Voi conoscete Camillo? — domandò Ibleto.

L'Embriaco accennò approvando.

— Lo conosco, se per conoscere volete intendere che l'abbia avvicinato.

— Naturalmente. Che ne pensate?

L'interrogato si strinse nelle spalle.

— Penso che tenga per il Re: Credo che di questo non faccia mistero.

— D'accordo. Ma con quale scopo? Dopo i primi entusiasmi della
giovinezza non si milita in un partito, o non si sposa una causa,
anche nobile, senza un interesse qualsiasi, immediato o lontano.
Ch'io mi sappia Camillo Altariva non fu mai alla Corte, non ebbe mai
dimestichezza con Sua Maestà nè con chi l'avvicinava. Non avvicina
persona, Camillo Altariva. Perchè dunque si lega ad una causa che non
può credere che perduta?

La marchesa mormorò senza volerlo:

— Forse per questo.

Ibleto si fe' pensieroso.

— Potete aver ragione, mia cara amica.

L'Embriaco osservò:

— Ma ben altri l'hanno sposata senza una ragione: il Nervia, Luca
Lascaris....

Lo Spigno sorrise leggermente. Poi rispose:

— È diverso il punto di vista, mio caro. È diverso per i due che avete
citato. Hanno fatto ambedue la scuola dei paggi, hanno abitata la
Corte, Luca vi ha trovato moglie.

Fiorina trasalì, ma Ibleto non parve accorgersene. Continuò:

— .... ed Almerico di Nervia è ambizioso e Luca Lascaris è impulsivo.
Ma Camillo nulla chiede e riflette troppo. Perchè dunque? Si sposa una
causa....

— .... quando non si ama nessuno — completò Fiorina.

Il marchese rise argutamente.

— Diderot non avrebbe meglio risposto, amica mia.

Anche il castello Altariva restò a poppa.

Si profilava come centro d'un piccolo seno la spiaggia che forma un
ruscello chiuso nella foce dall'alzarsi delle dune: quella spiaggia
però vantava una caratteristica afferrabile a prima vista: aveva le
arene candide.

Il pescatore, che teneva la scotta della vela latina, sputò
silenziosamente nel mare come se compisse un rito, poi sempre muto alzò
gli occhi a fissare i passeggeri.

— Che c'è, amico? — gli domandò Ibleto.

Per tutta risposta il marinaio puntò l'indice verso le arene candide,
poi con isforzo pronunciò:

— Latte.

— Ah! siamo dunque giunti?

Per tutta risposta un cenno del capo.

I tre si guardarono incerti. Parve che in ognuno dominasse un pensiero
diverso che convergeva però in un unico pensiero, e finalmente il
marchese domandò:

— Da Latte si va a Sant'Antonio?

Un cenno affermativo.

— La strada è lunga?

Un cenno negativo.

— E allora, Fiorina, amica mia, e voi, conte, consigliatemi.

— Approdiamo — fu la risposta dell'Embriaco.

La Marchesa parve indifferente, per il che Ibleto rivolto al pescatore
impassibile, ordinò:

— Approda!



XVIII.


Dopo un'infruttuosa nottata di ricerche febbrili, tornava Luca
Lascaris furioso all'accampamento del Nervia, con la speranza ardente
di trovarvi chi aveva inutilmente cercato, quando all'incrocio di
due sentieri vide nel basso inerpicarsi un gruppetto di contadini che
parevano sorreggere un pacco voluminoso e portarlo con molto rispetto.
A malgrado l'impazienza che lo dominava, per la volontà, superiore
ad ogni passione, di non lasciarsi dietro gente ignota, si voltò al
Ricciuto che lo seguiva e gli disse:

— Guarda che succede laggiù.

— Debbo andare, Monsignore?

— Naturalmente, ma spicciati e torna subito.

Il comandato obbedì. Scese dalla cavalcatura, ne affidò le redini
al soldato più vicino e s'avviò. Raggiunse la comitiva ignota un
centinaio di metri più sotto. Erano sei villani e un prete che salivano
salmodiando: precedeva un giovanottone dal viso ebete e dai capelli
rasi che reggeva una rozza croce nera; seguivano quattro gagliardi
montanari portando un'informe graticciata di pini selvatici sulla quale
giaceva un corpo coperto nella parte superiore da uno straccio che
avrebbe anche potuto passare per un pezzo di coperta da muli; seguiva
il prete fiancheggiato da un vecchio untuoso che ripeteva le preci
dei morti. Il Ricciuto giudicò inutile prender lingua dal villano che
precedeva e la cui forza ebete mal gli pareva dovesse rispondere a un
questionario anche succinto: si scostò addossandosi alle piante umide
ancora della parte a monte per lasciar passar graticcio e portatori, e
rivolgersi al prete che seguiva:

— Posso chiedervi, padre mio, chi accompagnate al cimitero di così buon
mattino?

— Figlio — rispose il prete interrompendo le preci, ma non sospendendo
il cammino — figlio, si tratta di un disgraziato il quale secondo ogni
previsione mise un piede in fallo al passo delle Martore. Lo hanno
trovato questi miei parrocchiani e lo portiamo adesso a dormire i suoi
sonni eterni lassù, nel sacro recinto d'Apricale. _Requiem aeternam_...

— ... _et lux perpetua_....

Il Ricciuto si fece il segno della croce, si tolse il feltro sformato
dalla pioggia e seguì mestamente il convoglio unendosi alle risposte
del sagrestano. Giunta la comitiva ove il Lascaris aspettava, per
rispetto si fermò, e il prete riprese le sue spiegazioni.

— Sapete chi sia, padre? — domandò il gentiluomo.

— Lo ignoro, colendissimo domine. Precipitò probabilmente assonnato,
senza il tempo di riprendersi, testa all'ingiù, fracassandosela: è
irriconoscibile. Tanto che credo inutile scoprirlo per non lasciare una
trista memoria nei vostri occhi, Monsignore.

— Padre, non sono un damerino profumato, nè una svenevole damigella.
Ne ho visto d'ogni colore. D'altra parte attendo amici che avrebbero
dovuto giungere fin da ieri. Per levarmi dunque dall'ansia, vi prego di
scoprire codesto morto, affinchè m'assicuri dell'esser suo.

— V'obbedisco, monsignore, quand'è così.

Uno dei portatori tolse la rozza coperta ed apparve un corpo coricato
di fianco: abbigliamento dimesso, scarponi da montagna e giubbone di
nessuna eleganza: il capo informe, una poltiglia di rossastro e di
grigio impastata con ciocche di capegli bianchi.

— È strano — mormorò il Lascaris — come abbia potuto conciarsi così:
direi quasi che dovette subìre una spinta o una violenza!

— Profondo è il passo delle Martore, monsignore, e tutto irto di rocce
nude. Fu trovato proprio in fondo.

— Pace all'anima sua! Che Nostro Signore gli conceda il purgatorio, se
non trapassò in peccato mortale! Ricopritelo pure, buona gente, ch'io
non lo conosco..... No, no, un momento, aspettate!

Sporto dall'alto del cavallo, discopriva la parte celata del cadavere.
Si accorse di un lucicchìo vivo.

— Guardate, vi prego, che arma porta alla cintura.

— Un pugnale, monsignore!

— Datemelo, vi prego.

— È peccato grave, colendissimo domine, di spogliare i morti!

— Obbedite!

Il più vicino dei portatori consultò dello sguardo il prete che
annuì, poi si curvò sul morto e gli trasse dalla cintura un pugnale
dall'impugnatura aspra di borchie preziose che Luca riconobbe
immediatamente.

— Per nostra Signora del Miracolo! O mi prendono le traveggole o
codesto è il pugnale che ieri ho donato io stesso al Seborga in premio
dei suoi saggi consigli! Porgetemelo padre, ve ne prego!

Chè il villano aveva consegnata l'arme al prete. Il quale la benedisse
e la porse al Lascaris.

— Non c'è alcun dubbio: è lo stesso. Costui che giace morto davanti a
noi è forse dunque il buon Seborga?

Ad uno ad uno gli uomini del Lascaris vennero curiosamente ad esaminare
il cadavere: ma tutti appartenevano al drappello del Ricciuto ed
avevano intravveduto il Seborga a mala pena la sera prima. Nessuno
dunque lo riconobbe.

— Padre — dichiarò Luca allora — io sono il conte Lascaris.....

I villici si sberrettarono e il prete s'inchinò.

— .... ed ho il sospetto che codesto povero morto sia lo scudiero del
duca di Nervia.....

Nuovo sberrettamento e nuovo inchino.

— .... che accampa qui vicino. Ve ne prego, non vi spiaccia di
allungare per poco la strada: il mio illustre amico ve ne sarà grato se
i miei sospetti s'appongono.

— Nulla abbiamo da rifiutare all'eccellentissimo signor conte Lascaris
ed al nostro signore il possente duca di Nervia: indicateci il cammino,
monsignore, ed i vostri umili servi seguiranno le vostre traccie.

S'avviarono lentamente ma senza più salmodiare poichè non avevano più
per mèta il cimitero.



XIX.


Nella notte in cui era avvenuta la morte violenta del Seborga, mentre
Luca Lascaris da una parte e l'Embriaco dall'altra, erravano alla
ricerca dei marchesi di Spigno, Camillo Altariva accompagnato da due
servi giunse all'accampamento del Nervia. Edotto sommariamente di
quanto era accaduto e della partenza dei due drappelli, partenza che
disapprovò, si ritrasse nella tenda di Almerico e più regolarmente dei
due che erano partiti lo mise a giorno degli avvenimenti. Parlò così:

— Posso errare, sebbene non lo creda, ma l'assalto di Sant'Antonio
mi fa pensare che non si tratti d'una delle solite scorribande
francesi, nè di semplici affamati alla ricerca di bottino. Sono
accaduti tre fatti che non mi spiego. In primo luogo i banditi che
hanno occupato Sant'Antonio non sono fuggiti dopo il colpo di mano,
ma l'occupano ancora. Perchè? Si sentono dunque protetti alle spalle
e quindi si tratterebbe d'un'avanzata vera e propria, non d'un
semplice sconfinamento. È un'avanguardia, lo sento. Ma di chi? Forse
dell'esercito del Varo? Ma fino a pochi giorni or sono l'esercito del
Varo si componeva di pezzenti privi non solo d'armi e di munizioni, ma
di vestiti e di vettovaglie. Fino a pochi giorni or sono si trattava
di un'accozzaglia indisciplinata con qualche ufficiale per insegna
più che per vera inquadratura d'esercito. Si è dunque compita una
riforma radicale, ed una mano robusta ha preso la guida di quel gregge
disperso? È un pensiero che m'assilla e mi preoccupa davvero.

— Lo comprendo, Camillo — rispose il Nervia.

— Altro fatto non meno importante. Betto Grimaldi ha ricevuto un
messaggero. Si tratta, è vero, di Filippo Balbi, suo futuro genero,
il quale per quanto messaggero _pro forma_, è sempre ufficiale della
Serenissima distaccato presso il Comando Francese. Quale comando? Ecco
il problema. Fino ad oggi fu a Parigi. Ma oggi? Che abbia seguito
il nuovo generale in capo e che sia presso il Grimaldi per chiedere
il lascia passare? Voi sapete che cosa ci sia costato l'opporci ai
francesi due anni or sono.....

Almerico di Nervia aggrottò le sopracciglia: qualcuno meno temprato di
lui avrebbe rabbrividito. Rispose con voce sorda:

— Lo so.

— Non risolleviamo dolorosi ricordi. Se è destino si compirà. Ma
ricordate però — questo sì — che la città, ligia a Betto Grimaldi e
alla Serenissima, oggi, e ieri presa dalla fremebonda pazzia parigina
tanto da innalzare quello scherzo di cattivo genere, parodia d'albero
di cuccagna, che chiamarono albero della libertà, ricordate che la
città sola è nostra nemica e che merita un esempio. Vassalla dei
Lascaris, dei Nervia e degli Altariva, si darebbe al primo venuto
piuttosto che a noi ed al re. Mi comprendete? Mi approvate?

— Vi comprendo e v'approvo.

— Ordunque stringiamoci noi due, noi due, in questo patto: la città
nostra!

— Per il Re!

— Sia: per il Re. Ma nostra!

— E di Luca Lascaris!

— E di Luca Lascaris. Ma poco possiamo contare sul nostro compagno
valoroso e fedele di due anni or sono. È dominato da una folle passione
per quella castellana di Spigno....

— Ma Fiorina è con noi, per il Re!

— La donna segue il vincitore.

S'alzò, uscì sulla soglia della tenda e rientrò.

— Che notte! Sembra fondo inverno. Che ore saranno?

— L'alba fra poco. Ma non mi avete confidato il terzo avvenimento al
quale alludevate poco fa.

Camillo Altariva fece appello alla memoria.

— Avete ragione: ecco qua: è sparita la contessa Lascaris madre.

Il Nervia più che colpito guardò stupito l'interlocutore.

— Sparita! E in che modo? Spiegatevi.

— Facilmente. Ieri mattina la contessa uscì dal castello per la
cavalcata abituale, seguita al solito da una scorta di quattro uomini.
Non tornò, od almeno ieri poco prima del tramonto, quando io sono
passato al castello per cercarvi Luca e recarmi qui con lui, seppi
che non era tornata. Il fatto è senza precedenti: la contessa Isabella
non ha mai prolungato oltre due ore la cavalcata mattutina. Le ultime
notizie sono queste, madre e figlio uscirono insieme, girarono il
forte, si separarono: Luca discese per guadare il Roia e girar Roverino
per recarsi al vostro convegno, e la contessa, pare, scese verso il
Bevera. Poi nulla più se ne sa.

— E in città? Che sia rimasta presso Chiarina Grimaldi?

— No: l'abate Bernardino Viale che vidi al castello, veniva appunto di
città: niente contessa Isabella.

— E allora che sospettate?

Camillo Altariva si strinse nelle spalle.

— Sospettare è inutile. Credo che sia al campo francese.

— Al campo francese? Sostenete allora che esista un campo francese?

— Non lo metto più in dubbio.

Seguì un lungo silenzio. Lo ruppe il grido d'allarmi della scolta.
I due gentiluomini s'alzarono e trassero verso l'uscita. Un sergente
s'avvicinava. Fece il saluto e rimase in posizione immobile.

— Che c'è, sergente? — chiese il Nervia.

— È avvistata una mano d'uomini, monsignori.

— Conosciuti?

— La scorta dell'illustrissimo signor Conte Lascaris.

— Sta bene. Libero passo. Chi sa — proseguì rivolto all'Altariva — che
Luca non ci accompagni i marchesi di Spigno. Avremo così qualche altra
notizia importante. Ibleto è un gazzettino ambulante. Del resto, avete
mai osservato, Camillo, che le notizie su ciò che ne avvicina arrivano
sempre da lontano e ci sono portate dagli estranei?

— È naturale. Anime e cervelli sono presbiti, Almerico.

S'incamminarono verso il limite del breve spiazzo a dorso di collina su
cui l'accampamento sorgeva. Il duca di Nervia doveva essere ben sicuro
del suo servizio di scolte d'avamposti e di sentinelle perdute per
accampare in luogo così facile a sorprese, sprofondato fra i picchi e
le creste, avvallamento a sua volta vertice di collina ma circondato
da minacciose muraglie scoscese, oltre le quali avrebbero potuto
impunemente affacciarsi truppe nemiche dopo una preparazione facile
d'imboscata. Vero è che vi si intrecciavano i due sentieri, ma il
luogo era chiuso, era soffocato, e sotto lo spicchio di cielo nuvoloso
tagliato e frastagliato bizzarramente dai picchi, avea l'apparenza
d'una fossa difficilissima ad essere difesa e pronta a diventar tomba.

— M'accorgo adesso, Almerico, della strana località che avete scelto
per accampamento, — disse Camillo un po' sorpreso.

— Non l'ho scelta: l'ho subìta. Ma non temete: ho disposto un vasto
servizio di sorveglianza in alto e in basso.

— Oh! lo credo: vi conosco.

Proseguirono in silenzio, fino ad una gola oltre la quale si scopriva
un tratto di sentiero già occupato dalla truppa che giungeva.

— È Luca Lascaris. Ma chi viene con lui? Si direbbe una portantina o
una barella.

— Che abbia incontrato gli Spigno? — rispose Camillo con qualche cosa
su le labbra che somigliava ad un sorriso: è proprio il caso di dire
che Eros lo protegge.

— Se è portantina, è troppo rozza per esser degna della bellissima
Fiorina. Ma non mi sembra, no anzi non è. Guardate: si direbbe un
convoglio funebre.

— Avete ragione.

I due, preoccupati, avanzarono lentamente, non perdendo mai di vista la
comitiva sopravveniente. La quale incominciava adesso la salita per cui
la rozza portantina vista di scorcio, somigliava ad un informe bagaglio
sopportato da due uomini di fatica.

— È una barella! — esclamò ad un tratto il Nervia.

— Lo sospettavo! — rispose l'Altariva.

La comitiva si mostrava a breve distanza: i due gentiluomini
affrettarono il passo.

— Almerico — gridò la voce di Luca Lascaris, — avvicinati, amico!

Il chiamato obbedì: la truppa sostò e si divise in due ali: non rimase
nel centro che la barella deposta sul terreno e il prete ritto da capo.

Luca Lascaris prese la parola, sordamente:

— Guarda tu, Almerico, se riconosci colui che giace morto colà: io gli
ho tolto stamane quello che ieri gli avevo donato poichè l'anima sua
più non bada ai doni terreni. Guarda, Almerico!

— Il mio vecchio Seborga!

Non una lagrima brillò sul viso bruno del Nervia: impietrò. Piegato
il ginocchio vicino alla barella, tese la mano sul capo informe del
cadavere.

— Che monsignore Iddio ti abbia presso di sè, mio vecchio Seborga!

— Amen — rispose il prete.

— Camillo, Luca, io desidero che il mio vecchio servo riposi vicino
a coloro che ha servito ed amato durante una lunga vita che fu tutta
devozione e sacrificio. Non vi dispiaccia unirvi a me nel pio tributo
che intendo portare a colui che considero della mia casa.

— Noi siamo con te, Almerico — rispose Camillo Altariva.

Luca Lascaris piegò, annuendo, sulla sella.

— Al castello dei Nervia!



XX.


Il nido secolare dei Nervia di forma tozza e quadra, con la grande
torre verso occidente, era posto sul declivio della collina che in
allora chiudeva la valle a sinistra, separata dalla foce e dal mare da
torbidi acquitrini e poi dallo accavallarsi di mobili dune. Il parco
immenso lo precedeva e lo circondava ed il parco a sua volta era chiuso
da una cerchia di mura in massima parte a secco, larghe e massicce che
dal basso risalivano fino al vertice della collina e si riversavano
sul declivio opposto. Da tre anni almeno, e cioè dalle prime minacce
dell'invasione, Almerico aveva, con i servi più fedeli, inviato la
duchessa e i due figli a Genova, donde, secondo l'abitudine incorsa,
avevano preso imbarco per la Sardegna, l'isola essendo per la Corte
di Piemonte e la nobiltà ligia un rifugio più sicuro. Da tre anni
dunque parco e castello erano quasi abbandonati: pini sulla collina e
platani nella pianura non più disciplinati dalle cesoie messe di moda
da Le Nôtre, parevano tornati allo stato selvaggio: l'erba appariva
alta sul largo viale che si mostrava dietro il cancello: giardino ed
orto incolto s'erano arruffati come una capellatura non pettinata. A
quei tempi, dal paese di Camporosso al mare, il torrente aveva tanto
allargato il letto che occupava tutta la vasta cuna adagiata fra i due
sproni di collina, quella delle Maure verso Ventimiglia e l'opposta
verso Vallecrosia. Sicchè girato a monte il paesetto silenzioso, la
cavalcata discese a valle quasi dinanzi al chiuso parco dei Nervia,
e si accinse ad attraversare il letto del torrente, a secco in gran
parte, chè non era ancor cominciato lo sciogliersi delle nevi, ma
ingombro d'alti strami, d'ontani a macchie, di tutta insomma quella
vegetazione posticcia che cresce a vista d'occhio là donde le acque si
ritirano apparentemente.

— Possiamo attraversar con franchezza — dichiarò l'Altariva dominando
con uno sguardo il paesaggio che pareva deserto e silenzioso e
arcigno e quasi feroce. Nè il castello sbarrato e il parco folto
l'ingentilivano poichè parevano laggiù di faccia drizzarsi a respingere
chi minacciasse un'invasione.

— Sì, — annuì Luca Lascaris di malumore perchè obbligato a lasciare
l'accampamento ove Fiorina poteva di momento in momento arrivare. Sì,
non vedo pericolo alcuno, fuorchè nel _gaogrosso_.

Nel dialetto quasi provenzale dell'estrema Liguria, si dice _gaogrosso_
al corso d'acqua maggiore che esista nel letto d'un fiume o d'un
torrente, quello appunto che ne costituisce l'essenza. Per tutta
risposta il Nervia alzò la mano libera dalle guide, e apparve un
omuncolo sciancato, rivestito di pelli caprigne, il capo coperto da
un cencio a guisa di turbante, reggendo con ambe le mani al petto
un'enorme conchiglia univalva di forma allungata, simile ad una tromba
rustica.

— Il Bagato va a cercare il guado — mormorò un soldato, e il mormorio
si propagò e la truppa guardò curiosamente l'essere informe che
saltabeccava agilmente fra gli strami e gli ontani e il cui nome
evidentemente era derivato dal gioco dei tarocchi, anzi dal primo
tarocco.

Le popolazioni marinare e in ispecie quelle dei pescatori, hanno
in ogni tempo — l'estrema Liguria non ne mancò mai — qualche essere
sgraziato e segnato dalla nascita che, un po' matto e un po' scemo,
passa il suo tempo a studiare il cielo e il mare, a predire il vento
e la pioggia, il fortunale e la tempesta, dando l'allarme ai dintorni,
soffiando in una conchiglia univalva e traendone un suono cupo simile
ad un muggito.

Il Bagato era evidentemente un rustico Nostradamus, ed i soldati che
furono sempre i bimbi della feroce umanità, s'impossessarono del
novello gioco offerto e attesero con giuliva curiosità il segnale
che doveva avvertire della scoperta d'un guado. Nè il segnale tardò.
Un muggito d'un tono solo ma lento, stanco e strascicato si levò dal
centro del letto, là dove presumibilmente il _gaogrosso_ scorreva; e la
truppa seguendo Almerico di Nervia, che per il primo lanciò il cavallo
nella discesa, si diresse disordinatamente serpeggiando verso il punto
donde il cupo muggito giungeva a intervalli.

A poco a poco erbe e rami contorti d'ontani diradarono, qualche spiazzo
di greto disseccato s'allargò, poi delle chiazze verdastre di muffa
apparirono e degli acquitrini e delle pozzanghere, specchi di cielo
intorbidati dalle zampe dei cavalli, poi una specie di baluardo di
grosse e bianche selci calcaree e il torrente — il gao — apparve,
largo venti metri almeno, nella sua parte più strozzata: nel mezzo
il Bagato opponeva il corpo alle onde schiumose e scroscianti alzando
la conchiglia alla bocca, statua vivente d'un piccolo fauno bacchico
irsuto e giocondo.

La truppa guadò, risalì un altro baluardo di selci calcaree, poi
ricominciarono i greti sgombri e gli acquitrini e finalmente per una
penosa scarpata rovinante si trovò sulla strada maestra della vallata.
Si fermò. Il Nervia s'occupò di piazzare personalmente le sentinelle,
verso valle e verso mare, poi col restante s'avviò risoluto al cancello
che s'intravvedeva fra i platani e gli ippocastani torreggianti.
Invece di sciogliere l'enorme groviglio di catene arrugginite che
avvinghiava le sbarre, vi postò due altre sentinelle, poi scostando i
rami che piovevano in disordine dagli alberi annosi, cercò il muro di
cinta. Scese allora da cavallo e fu dagli altri imitato. I due servi
dell'Altariva alzarono la barella ove giaceva il corpo del Seborga
appoggiandosene l'estremità sulle spalle e seguirono Almerico, poi Luca
e Camillo e il Bagato chiusero la marcia. Il rimanente della truppa
restò sul viale dinanzi al cancello celata fra gli alberi.

Il Nervia costeggiò a lungo penosamente il muro di cinta e il cammino
era malagevole per lui più che per gli altri, anche per i due servi
carichi della barella, poichè s'insinuavano nello spazio che egli
faceva. Giunsero finalmente là dove il muro a secco incominciava: il
fogliame v'era più folto e l'edera polverosa e pelosa vi si abbarbicava
quasi con accanimento, formando una vasta placca nerastra. Senza
sforzo alcuno il Duca alzò la cortina che pareva formare un corpo solo
col muraglione ed apparve una breccia a fior di terra, un largo buco
informe d'un metro almeno di diametro. Per il primo Almerico si chinò
e passò. Poi passarono i due col funebre fardello, poi gli altri: il
Bagato per ultimo lasciò cader la cortina. Al di là un altro busso
vietava il passaggio: ma fu lasciato a sinistra ed apparve una radura,
a capo della quale una cappella rotonda mostrava un pronao dorico e la
porta aperta. Vi si diresse il duca di Nervia, ma, come fu vicino al
pronao, si voltò ai due gentiluomini.

— Qui, voi lo sapete, dormono nella pace del Signore, quelli della mia
casa che non lasciarono la vita in battaglia o nel mare o in prigionia
presso i nemici o gli infedeli. Pochi uomini degli avi miei qui
giacciono dunque e quasi tutte le donne invece. Non vi stupisca, amici,
che intenda qui dar sepoltura al mio fedele Seborga: già un altro servo
dei Nervia vi riposa, morto degnamente difendendo il castello da una
scorreria di Dragutte il Barbarossa. Non già servo, ma amico fedele fu
il Seborga per me. Mi cullò bimbo fra le sue braccia, m'insegnò i primi
passi, mi pose per il primo su un cavallo, mi curò in una malattia
mortale e contagiosa, fu in guerra con me, dormì nel bivacco al mio
fianco, si privò della sua razione per sfamarmi, mi difese col suo
corpo a scudo in battaglia, avrebbe dato per me, che Monsignor Gesù non
ne veda che l'intenzione onesta, l'anima sua, la vita eterna per me!

Stese le mani sulla salma. Gli astanti si scoprirono.

— Povero amico, l'avversa fortuna ha voluto ch'io dovessi renderti
il pietoso omaggio ch'io ti rendo. Ma te felice almeno che qui dormi
fra coloro che hai tanto amato e tanto fedelmente servito! Chi sa,
mio Seborga, ove dormirà il tuo padrone, mentre oggi profugo della
sua casa non la visita che furtivamente, come un lupo inseguito, solo
ormai, lontano da chi ama, ultimo fedele d'una causa perduta. Verranno
i giorni migliori, forse, e i miei figli, tornando sulle nostre terre,
me forse non troveranno a dormire nel sepolcro dei miei. Ma te almeno
troveranno mio Seborga: ebbene, faccia il Signore Iddio che le lagrime
e le preghiere che udranno queste tombe siano fra te e me divise,
fedele amico, siccome abbiamo tutte le buone e le male venture nella
vita. E se tu qui mi rappresenterai, ebbene, che i miei figli piangano
sul tuo sepolcro come se fosse il mio!

Tacque. D'un gesto sobrio indicò il fondo ai servi dell'Altariva;
i servi s'alzarono e vi si avviarono. C'era, fra due grandi urne di
pietra, una rozza tomba in muratura coperta da una lastra di marmo
sulla quale era impressa a punta di pugnale una croce e sotto due
parole: _Fido Sebastiano_.

— Sollevate quel marmo — comandò il Nervia.

Il coperchio del sepolcro fu smosso: apparvero poche ossa bianche e un
teschio lucente in mezzo a polvere nera impalpabile.

— Il fedel Seborga può dormire col fedel Sebastiano.

Il cadavere tolto dalla barella fu adagiato nella polvere nera e
v'affondò come se le braccia del fedel Sebastiano s'aprissero per
accogliere l'altro servo fedele. E il marmo tolse per sempre agli
sguardi profani il corpo che l'anima certo contemplava da un mondo
migliore.



XXI.


Quando si ritrovarono di nuovo sullo spiazzo dinanzi all'attico pronao,
Almerico sostò e chiese:

— Che pensate, amici, della morte del Seborga?

Silenzio: i due curvarono il capo.

— Dunque: il mio sospetto.

Luca Lascaris parlò:

— Sospetto è vaga parola ed è accusa grave. Il Seborga partì con
Emanuele Embriaco della cui onestà posso rispondere.....

— Sono davvero i tempi in cui si può rispondere della onestà di
qualcuno! — mormorò sordamente l'Altariva.

Il Conte s'impennò:

— Camillo, vi prego di ricordarvi che l'Embriaco venne a me con una
lettera della cui verità nessuno ha il diritto di dubitare me vivente e
sano. Emanuele Embriaco è fuoruscito....

— Bandito.

— .... sia pure, bandito genovese: titolo di stima per noi che
combattiamo per il Re. Venne con soldati regolari e con vassalli del
marchese di Spigno. Si rifugiò nel mio castello.....

— Per iscampare dal Grimaldi e dal Borzone.

— .... potrei rispondervi che era munito di tal lettera che gli dava
pieno diritto alla mia ospitalità. E se pur venne per iscampare dal
Grimaldi e dal Borzone lo fece nella sua qualità di fuoruscito.... o
bandito se meglio vi piace. Da allora però seguì la nostra fortuna
fedelmente. Vi faccio anche notare che ieri a notte chi divise i
drappelli fu il Seborga che mi diede lo scudiere dell'Embriaco e s'unì
alla scorta del Conte....

Almerico di Nervia intervenne.

— Lascaris, non accuso dicendo che sospetto.... come del resto voi due
sospettate: Camillo.....

— .... fin dal primo momento.

— .... e voi Luca nell'interno del cuore, a malgrado le ragioni che
accumulate. Può darsi che nella notte buia sia sdrucciolato un piede
al vecchio Seborga, benchè a giudizio di chi l'ha raccolto sia stato
rinvenuto proprio nel fondo senza che l'erba e le piante del precipizio
presentino traccia alcuna del passaggio. E chi pone un piede in fallo
s'aggrappa, lotta, urla, chiede aiuto. Come non l'hanno udito? Pur
tuttavia non accuso, no, sospetto.. Abbiamo per buona ventura di che
fortificare o dissipare il nostro sospetto. Abbiamo i due scudieri di
Emanuele Embriaco, l'uno rimasto con me, l'altro....

— Venuto e tornato meco.

— Precisamente. Sapremo da quei due la verità. Sono all'accampamento:
mando un ordine per farli qui proseguire.

— Bada, — fece osservare l'Altariva — bada a quello che fai. Ho più
d'una volta osservato i due scherani: l'uno è grossolano soldato, un
reitro del buon tempo antico, e non lo credo al corrente dei fatti e
pensamenti del suo padrone. L'altro, quello che vi seguì, Luca, è volpe
fina, astuto come un chierico: non ne caverete nulla.

Il Nervia sorrise:

— O con l'oro o con la tortura parlerà.

— Possibile: tentar non nuoce.

In quella ululò la conchiglia. Ma contemporaneamente il verso della
civetta si fece sentire tre volte a eguali intervalli: poi le frasche
fuor del muro di cinta stormirono, agitate con violenza come da persona
che vi si intromettesse. L'Altariva e il Lascaris avevano per istinto
messo mano alle armi: il Nervia era invece rimasto tranquillo.

— Non v'esaltate: qualcuno dei miei.

L'edera della breccia venne sollevata dall'esterno e apparve un
montanaro per nulla dissimile dagli altri del Nervia.

— Sei tu, Becco-in-croce? Che notizie porti?

E prima che l'altro parlasse, rivolto ai due gentiluomini, Almerico
proseguì:

— Probabilmente nulla d'importante: è la sentinella che sorveglia la
spiaggia. Notizie della città.

Rivolto al nuovo venuto gli diè licenza:

— Parla, Becco-in-croce!

L'uomo parlò:

— Vostra Eccellenza.... questa mattina... il gentiluomo che abita con
sua Eccellenza il Conte — mostrò Luca — si è imbarcato con un altro
gentiluomo e una gentildonna e un servo.

I tre si guardarono sbalorditi.

— Fiorina! — esclamò il Lascaris.

Un cenno: il Nervia interrogò:

— Non hai sbagliato, Becco-in-croce? Hai proprio riconosciuto il
gentiluomo che è ospite del Conte Lascaris?

— Sì, Vostra Eccellenza.

— Com'erano i suoi compagni?

— Un gentiluomo d'età, col viso che pareva una pera martina secca, e
una barbetta quasi bianca....

— Ibleto di Spigno!

— .... e una gentildonna giovane e bella, che vestita da uomo pareva un
ragazzo.....

— Bionda?

Becco-in-croce pensò un poco: poi trionfalmente:

— Sì, Vostra Eccellenza!

— Fiorina! È Fiorina, non c'è più dubbio!

— Luca!

Ancora fuor di sè il Lascaris si voltò a scudisciare una pianta.

— Si sono imbarcati, Becco-in-croce?

— Sì, Vostra Eccellenza.

— Verso?

— Verso Latte, Vostra Eccellenza, ma doppiando la foce al largo d'un
miglio almeno.

— A che ora presso a poco?

— Tre ore di giorno almeno, Vostra Eccellenza, ed anche quattro.

— E soltanto adesso vieni a riferirlo?

Becco-in-croce non parve intimidito.

— Vostra Eccellenza mi perdoni, ma come potevo immaginare che Vostra
Eccellenza fosse al castello?

— E da chi l'hai saputo?

— L'ho saputo all'accampamento, Vostra Eccellenza!

— Vieni dunque di là?

— Sì, Vostra Eccellenza.

Il Nervia riflettè un momento, poi chiese consiglio.

— La posta al bivio di Apricale non ha più ragion d'essere da poi che
gli Spigno sono passati a nostra insaputa e ne ha beneficato il conte
Embriaco....

Luca flagellò con raddoppiato vigore l'albero.

— .... nulla più ci trattiene lassù: che ne direste d'uno spostamento
di campo?

— Dove? — domandò l'Altariva.

Senza rispondere alla domanda il Nervia ripetè:

— Spostiamo dunque l'accampamento?

— Spostiamolo, per tutti i diavoli! — urlò Luca.

Camillo annuì.

— Becco-in-croce — comandò il Luca — ritorna al campo e dà ordine che
si levino le tende e che si discenda e si passi il _gao_, a metà strada
fra Dolceacqua e Camporosso. Noi vi saremo e la conchiglia del Bagato
indicherà il punto preciso. Va Becco-in-croce e porta l'ordine mio.

Il montanaro s'inchinò e ripassò la breccia.

— Ed ora a noi. Il mio sospetto, Luca, aveva ragione d'essere secondo
quanto abbiamo udito. L'Embriaco si liberò violentemente del mio povero
Seborga.

— Ma gli Spigno?

— Ibleto ha sempre fornicato con i francesi: lo sappiamo tutti. Credo
che a quest'ora sbarcati a Latte e in istrada per Nizza, o per mare
tuttavia, si riducano al campo dei sanculotti sul Varo.

— E Fiorina?

— Di buono o di malgrado li segue.

Luca Lascaris alzò le pugna al cielo.

— Voi mi sembrate un ragazzo imbelle, Conte, un ragazzo imbelle al
quale abbiano furato il giocattolo. Siate uomo, per nostra signora
di Lampedusa! Verrà la nostra volta, e vinceremo la nostra posta. Per
intanto vi apro intero il cor mio: sono stanco di questa vita raminga
e inutile. Rivedere il mio castello dopo sì lungo tempo mi ha rimessi
in cuore i germi della nostalgia. Liberiamoci, prendiamo una decisione,
scegliamo un nemico. Siamo qui esitanti fra Genova e la Francia:
pretendiamo tenerle in ballo tutte e due. Grave errore. Facciamo onor
stragrande alla Serenissima, che fa paura o meglio vuol far paura con
le mani vuote. Vi offro una via d'uscita: giriamo le Maure, usciamo
dopo Roverino, per il Bevera, piombiamo sui predoni di Sant'Antonio,
e appena li avremo liquidati assalteremo la città isolando il fortino
del Borzone. Ventimiglia non ha che un Governatore di figura e pochi
uomini di parata dei quali verremo presto a fine. Riprenderemo poi
la guerriglia con una difesa come la città, il forte ed il vostro
Castello, Conte Lascaris. I Francesi non passeranno o gireranno da
Saorgio. Guadagneremo tempo ad ogni modo, che ve ne pare?

Camillo Altariva prese la parola.

— Il tuo piano, Almerico, è buono come linea generale: ma i particolari
verranno. Per intanto l'approvo fino all'assalto dei predoni di
Sant'Antonio.

— Io tutto approvo — esclamò Luca Lascaris, — purchè ci si muova e non
si resti qui neghittosi. Ho bisogno di far del male a qualcuno.

— Ne avrete presto l'occasione, conte. Quando ci congiungeremo con
la mia truppa troveremo i due scherani dell'ospite vostro: se mi
permetterò d'interrogarli io stesso, per la memoria invendicata del mio
povero Seborga, li consegnerò poi dopo alla vostra giustizia, chè vi
appartengono.

— Vi ringrazio, Almerico!

Ma il progetto del Nervia non potè avere esecuzione. A metà strada fra
Dolceacqua e Camporosso attendeva bensì la truppa del Nervia, ma il
Ricciuto e Bracciodiferro non ne facevano parte. S'erano allontanati
con gli uomini che comandavano, subito appena apparso Becco-in-croce, e
conosciuto che ebbero la nuova direzione dell'Embriaco, pretendendo il
Ricciuto d'aver ordini tassativi in proposito.

— Non importa — osservò il Nervia — ignorano il nostro piano e quindi
non ci sarà allarme: del resto potremo raggiungerli: non perdiamo
tempo!



XXII.


La nuvolosa mattina che per la campagna diffondeva pur tuttavia una
luce tutta eguale, manteneva in città un buio di tomba. Le undici; i
cavalli scalpitavano sul selciato di pietra attraversato nel mezzo da
una guida di mattoni sanguigni: le due mule che reggevano la portantina
davano appena segno di vita col dondolar la coda infiocchettata fra le
stanghe a batocchio, e due soldati reggevano le torcie per illuminar la
viuzza caduta nel buio, fondo per le alte case.

Nell'ufficio del governatore due lucerne spandevano queto chiaror
raccolto: sotto l'una sgobbava l'archivista Orengo raschiando con la
penna d'oca una carta ruvida e slabbrata sotto pretesto di vergare
un'ordinanza. Sotto l'altra lucerna il capitano Cavalli attentissimo e
lontano dal mondo leggeva Virgilio.

In una stanza da letto interna che avrebbe dovuto prender luce da un
vicolo, il quale naturalmente non manteneva le sue promesse, Betto
Grimaldi si abbigliava aiutato dal Moncherino, il quale a sua volta,
e poveretto non per colpa sua, dava aiuto come il vicolo dava luce: ma
il governatore non aveva fretta, parea che succhiellasse il tempo per
farlo passar lentamente.

In un'altra stanza, che conosciamo appuntino, la vispa Gilda
s'affaccendava intorno a Chiara e benchè un po' più di luce vi
penetrasse dalla finestra verso la vallata, la bella camerista
brontolava pretendendo che si fosse non quasi a mezzo il giorno, ma nel
crepuscolo del mattino. Mentre questo accadeva, due altri personaggi
di nostra conoscenza misuravano i cento passi dell'allea del Fontanino,
fuori della porta omonima; l'uno parlava pacatamente come se ragionasse
d'Euclide o di d'Alembert, l'altro ascoltava bevendo le parole e
l'interesse gli traspariva dagli occhi lucidi.

— Credete a me, Giano de' Lercari, — dicea Filippo Balbi — credete
a me, che vedo lungi le cose, imitatemi. Non c'è per noi che una
via aperta oggi, le armi. Eppure non a me, cadetto di gran casa, ma
cadetto, e non a voi di gran casa ma, non v'offendete, più cadetto di
me perchè irregolare, possono offrir qualche futura fortuna le armi
della Serenissima. Non ci illudiamo: stanno di fronte l'Austria e la
Francia, chè non vi conto il Re di Piemonte, boccone maggiore, nè la
Repubblica di Genova, boccone minore. Austria e Francia: l'una contro
l'altra oggi e domani: decidersi: o la carriera delle armi in Piemonte
e quindi in Austria, ma a quale scopo Lercari? Allo scopo di poltrire
e ammuffire nei gradi subalterni e vedersi di punto in bianco anteposto
un damerino di Corte, con un gran nome, un moccioso irresponsabile che
viene a comandarvi, a farvi sgobbare e rischiar la vita per prendere
il merito ove ne sia il caso senza rimetterci del suo perchè troppo con
le spalle al muro, figlio di papà o di mammà, uscito dalle gonne della
favorita. Giano, credetemi: sono un cadetto della casa Balbi, grande
casa a Genova; ma nato capitano morrei capitano, come voi nato alfiere
morreste alfiere. E a quale scopo infine? Se l'Austria schiaccerà
la Francia servire l'Imperatore, se la Francia schiaccerà l'Austria
venire incorporati a forza nelle masnade sanculotte. Credetemi, Giano
Lercari, fate come ho fatto io: saltate il fosso. Il Piccolo Bonaparte
ci lascerà probabilmente l'anima che regge coi denti, ma c'è Massena,
Moreau e Hoche e tanti altri e c'è il capo di Stato Maggiore del
_piccolo_ Bonaparte, il serio greve e ponderato Berthier, il quale mi
ha promesso un battaglione al primo fatto d'armi e un reggimento al
secondo. C'è poi anche il caso che il piccolo Bonaparte riesca nel suo
disegno, tenebroso disegno che niuno conosce, forse nemmeno Berthier,
ma che può essere grande come è audace chi l'ha concepito. E il piccolo
generale che ha tutta l'aria di un falchetto pronto a piombar sulla
preda, a malgrado la sua amicizia con Robespierre il Giovane e le sue
imprese di Vendemmaire, è un aristocratico, ama circondarsi di nomi ed
aiuterebbe voi e me, piuttosto che quel garzone birraio di Murat, che
ha per aiutante di campo, o che quel legulejo di Junot, altro aiutante,
che non l'abbandona un momento.

Giano Lercari ascoltava come se gli si raccontasse una fiaba.

— La verità è — osservò — che agli ordini della Serenissima si muffisce
in guarnigioni come questa.

— Mentre che in un esercito combattente c'è l'impreveduto che aspetta e
fa la vita varia.

— E voi credete, Filippo, che fra l'Austria e la Francia si debba
preferire la Francia?

— Non vi ripeto che il mio giudizio, quello che io stesso ho giudicato
preferibile, ma non intendo nè darvi consigli precisi, nè invitarvi
a prendere una decisione qualsiasi. Restate pure l'alfiere della
Serenissima, presso questo nobile Comando. Soltanto, per semplice
spirito d'amicizia, vi offro di pensare se vi convenga.

— Avete ragione Filippo. Ma pure, ammesso che mi decida....

Ne aveva tanta voglia che fra sè avea già preso la risoluzione di
imitare il Balbi.

— .... in che modo debbo contenermi?

— Per far che cosa?

— Per imitarvi. Non posso già disertare.

— Chi vi parla di disertare! Fate come ho fatto io, e cioè fatevi
attaccare all'esercito francese dal vostro comandante.

— Betto Grimaldi? Irresoluto com'è e con la paura del Governo di
Genova, non lo farà mai.

— Chiedetelo a Genova.

— Non avrò risposta, e, se pur l'avrò, sarà qui fra un mese almeno!

— Non c'è che un mezzo, allora.

— Cioè?

— Farvi chiedere dal Generale Bonaparte, o dal Berthier, ciò che avrà
anche più autorità.

— Chiedere? Al Governo della Serenissima?

— No: a Betto Grimaldi.

— E credete che accetterà? Che dirà di sì?

— E credete voi che Betto Grimaldi negherà o dirà di no a un desiderio
del Generale che con lo stringere un pugno può domani stritolar lui e
la città?

E poichè Giano Lercari crollava il capo continuò:

— Betto Grimaldi col suo cervello corto ma di buon senso crede sè il
più debole dei due, oggi. Non già una banda sconfinante ha davanti, ma
trentamila uomini inquadrati, irregolarmente ancora, ma inquadrati e
condotti da un falchetto che ha voglia di preda e che l'ha promessa ai
suoi sanculotti. La prova che si crede di già debole l'avete davanti
agli occhi.

Indicò la porta del Fontanino da cui usciva la cavalcata ufficiale
preceduta da un trombettiere e da quattro soldati: seguivano Betto
Grimaldi e il capitano Cavalli e infine la lettiga portata dalle due
mule: chiudevano la marcia altri due soldati.

— Se Betto Grimaldi si fosse ritenuto il più forte avrebbe invitato il
Generale nemico in città e invece si scomoda per recarsi da lui e porta
con sè la mia fidanzata.....

Lo aveva Filippo stesso suggerito al Governatore, ma non lo disse.

— .... per omaggio e degnazione. Credete voi, Giano mio, che se a
quell'uomo con la paura dipinta in volto si chiedesse qualunque cosa,
la rifiuterebbe?

No che in verità Giano Lercari non lo poteva credere.

— E allora decidetevi!

— Sia: fatemi domandare al comandante.

— Alla buon'ora. Qua la mano: correremo la stessa fortuna. Vi prometto
il mio grado al primo fatto d'armi.

— Naturalmente conto su di voi, amico Filippo.

— Contateci: ma per adesso acqua in bocca.

Lasciò il compagno, inforcò il cavallo che un soldato gli teneva a
poca distanza e corse di carriera verso la cavalcata che s'avvicinava
lentamente.

— Il buon mattino a Vostra Eccellenza, comandante Grimaldi, e col
vostro permesso, il buon mattino alla Bellezza nostra.

Chiara sporse il capo dalla lettiga, rossa in viso, ma felice porse la
mano al fidanzato, che si piegò in arcioni con magnifico e difficile
spostamento per baciarla.



XXIII.


Quando la barca peschereccia ebbe sbarcati i suoi passeggeri alla foce
di un torrentello schiumoso, colui che la conduceva rimase ad attendere
gli ordini. Ma Ibleto gli porse una moneta d'argento che l'altro
ricevette con l'avidità di una scimmia alla quale si offra un frutto
acerbo. E per verità il danaro in metallo era già raro: da due anni
almeno correvano gli assegnati e i buoni di qualunque specie firmati da
nomi e da Autorità eteroclite, dal Sergente al Generale, dal Giudice al
Governatore.

— Devo aspettare, monsignore? — chiese il marinaio al quale pareva che
il dono meritasse almeno un titolo.

I due Spigno ricambiarono uno sguardo.

— Non importa! — rispose Emanuele Embriaco.

Ed aggiunse, rivolto ai compagni:

— Voglio sperare, per la Dama almeno, che non si tornerà per mare.

Fiorina gli sorrise.

— Conte, avete ragione, ragione da vendere! — concluse Ibleto.

E licenziò la barca.

Mentre per un istinto comune la guardavano allontanarsi, il marchese
fece schermo della mano destra agli occhi, curvandosi: quindi esclamò:

— Ecco quel che temevo!

Alla sinistra indicò, forse a due miglia al largo, verso la Madonna
della Ruota od almeno all'altezza di Sant'Ampelio, la siloetta di una
nave.

— L'abbiamo scampata bella!

— Che è, Ibleto? — domandò Fiorina.

— La prima delle cannoniere inglesi che sorvegliano la costa, e
probabilmente mancano di notizie poichè invece d'essere laggiù
sarebbero qui.

L'Embriaco alzò le spalle.

— A che servono le cannoniere inglesi?

— Ben detto, il moscardino! — esclamò una voce sonora.

Ed uno scoppio di risa coronò l'interruzione.

Dopo il breve greto della foce, una specie di muro a secco si alzava
che parea sbarrasse il corso del torrentello. E proprio lassù i tre che
s'erano voltati di scatto alla risata videro una strana apparizione.

Sporgevano dal muro a secco tre o quattro visi sporchi, dai capegli
arruffati, ma visi ridenti, dentature meravigliose ed occhi neri o
azzurri, brillanti. Sulle teste, in piedi sul vertice del muraglione,
un giovane iddio pompeggiava, un Bacco giovane con qualche fattezza
di pastore omerico. Vestiva una specie di divisa soldatesca a falde
rialzate sopra un paio di calzoni a righe, corti e sfrangiati:
null'altro: nè camicia, nè berretto, nè tracolle, nè armi, nulla
fuorchè una sciabola brandita dalla destra in alto sopra la selva dei
capegli biondi arruffati. Le carni bianche apparivano da innumerevoli
buchi dei calzoni, legati pur tuttavia un po' sotto il ginocchio da un
nastro rosa, che vantava chissà quale provenienza.

— Ben detto, il moscardino! — ripetè quel giovane iddio selvaggio — ben
detto, parola di Tibullo, qui presente, soldato della Repubblica, una e
indivisibile, armata del Varo!

Le teste apparenti sul muro a secco fecero un coro assordante.

— Per l'Ente Supremo e per le corna di Barras, riprese Tibullo sempre
rivolto ai tre attoniti, o l'unico figlio di mia madre, la gloriosa
Cornelia delle Halles, si sbaglia come un deputato, o scorgo un viso
degno dell'ex Maria, sposa dell'ex Giuseppe e Madre del cittadino
Gesù! Non sia mai detto che i soldati della Repubblica dimentichino
gli omaggi dovuti al sesso! Io mi rammento d'essere figlio di
_Brin-d'amour_, sergente bianco del tiranno Capeto e amico personale
di Danton il quale come ognun sa, aveva un forte debole per le donne.
Camerati, un evviva per la cittadina che viene dal mare come la
ex-Venere!

Il coro assordante ricominciò. Poi tacque ad un tratto sotto l'ordine
di Tibullo, il quale saltò dal baluardo, venne innanzi alla marchesa
e fece un inchino strisciato degno d'un maestro di ballo, alzò la
sciabola lucente e d'un colpo si tagliò, tenendola tesa con la sinistra
una ciocca di capelli che sparse ai piedi della dama.

— Non ho berretto da levarmi e debbo scoprirmi ad ogni modo davanti al
sesso. Scusa, cittadina, ma ognuno si scopre come può.

— Sei galante, cittadino Tibullo — rispose Ibleto rinvenuto per il
primo dalla sorpresa — e grazie all'Ente Supremo che ti ha posto sulla
nostra strada! Libertà, eguaglianza....

— .... e fraternità! — compì il soldato.

Le teste sul muro a secco s'agitarono.

— In quanto a voi, camerati, rimettete le vostre ricche assise per
presentarvi convenientemente dinanzi alla dama.

Le teste scomparvero.

— E tu, cittadino, — chiese Tibullo volto all'Embriaco, per il quale
provava un'istintiva simpatia per gratitudine dello sprezzo verso le
cannoniere inglesi — non dici nulla, cittadino? Hai esaurito il tuo
repertorio?

— Ti ascolto, cittadino, e imparo!

La celata ironia non isfuggì al soldato che aggrottò le sopraciglia.

— Oh! Oh! Cittadino, la tua risposta puzza d'aristo una lega lontano.
Non c'è più Massimiliano, è vero, ma il _piccolo_ ama i _çi-devants_
come il fumo negli occhi, te ne avverto.

— Chi è il _piccolo_, cittadino?

Apparvero di dietro al muraglione abbigliati, chi più chi meno come
Tibullo, cinque o sei soldati ridendo a gola spiegata.

— Il _piccolo_? Domanda chi è il _piccolo_?

— È il _piccino_! Il _tira l'anima coi denti_!

— Il nostro generale che ci ha promesso grasse città e belle donne.

— Ed ha ragione!

Una mano si levò per carezzare il viso di Fiorina ma si ritrasse
immediatamente sotto una scudisciata.

— Morde la donnetta — urlò il colpito.

— E morderà ancora! — aggiunse Fiorina lasciando ricadere lo scudiscio
sopra un viso che s'avvicinava troppo al suo.

Qualche picca e qualche sciabola fu brandita e non mancò un fucile
maneggiato — per qualche evidente ragione d'utilità immediata — come
un bastone. Ma Ibleto e l'Embriaco fecero scudo alla dama e Tibullo
s'interpose.

— Giù le zampe, camerati!

Con un po' di buona volontà s'ottenne un relativo silenzio, quale
almeno occorreva per farsi intendere. E ne profittò immediatamente
Ibleto rivolgendosi al soldato:

— Non siamo qui nè per errore e nemmeno naufraghi, come i tuoi camerati
vogliono credere, cittadino: siamo qui venuti volontariamente e
portiamo con noi un salvacondotto che speriamo ci procurerà un po' di
rispetto.

Tibullo non battè ciglio: attendeva. Lo Spigno continuò:

— Una lettera del generale Laharpe.....

Il soldato salutò.

— .... al generale Nissard....

Nuovo saluto.

— ... che comanda, crediamo, la tua divisione.

Tibullo crollò il capo.

— Niente Nissard, cittadino.

— Comanda forse Massena?

— Niente Massena, cittadino.

— È tornato per caso Serrurier? Fa lo stesso.

— Niente Serrurier!

— Augereau allora?

— Niente Augereau!

I due Spigno e l'Embriaco si guardarono.

— Chi comanda allora? — chiese Ibleto.

Un urlo s'elevò dai soldati rimasti qualche passo discosti.

— Il _piccino!_

— Il _piccino!_

— Il _piccino_, il _piccino_, il _piccino!_

Tibullo impose il silenzio. Poi:

— Hai inteso, cittadino? Qui comanda il _piccino_ o se meglio ti piace
il generale Bonaparte.

Fiorina spalancò i begli occhi sbalordita e Ibleto si tirò la barbetta
caprina. Ma l'Embriaco risoluto prese la parola.

— E sta bene, cittadino! Andiamo dal generale Bonaparte!



XXIV.


Al di là del muro a secco un sentiero s'inerpicava sulla riva sinistra,
ma un sentiero da capre, disegnato appena fra i sassi calcarei e i
magri ontani bistorti. La stretta valle però si presentava ridente
a malgrado il giorno coperto. Un'occhiata ed una smorfia di Fiorina
destarono la galanteria di Tibullo.

— Sono dolente, cittadina, di non poterti offrire un cavallo almeno.
Sono forse quindici giorni che abbiamo mangiato l'ultimo e sarebbe
stato assai meglio che l'avessimo mangiato quindici anni prima. Con un
sorriso la marchesa ringraziò il soldato ed aggiunse:

— Grazie, cittadino, ma non temere: so camminare anch'io.

— Sui tappeti, a giudicarne dai tuoi piccoli piedi. Ma non importa:
quando sarai stanca ti porteremo.

Il sentiero si allargava sulla ripa e, nell'addentrarsi che fecero
entro la valle, i viaggiatori, dopo la temperatura quasi rigida
provata nel tragitto marino, ecco una quasi tepida ne trovarono come se
entrassero in una serra.

— Qui fa quasi caldo — fece osservare Tibullo che s'accorse del
refrigerio provato dai suoi ospiti: — il _piccino_ ci si crogiola a
suo bell'agio. E ne aveva bisogno. Tiene l'anima coi denti e per di
più, dicono, ha sposato l'amante di Barras, una creola bella e sana da
far impazzire, una donna da mettere a terra più uomini che Kleber non
isfianchi cavalcature.

— Già, l'ho sentito dire — osservò Ibleto mellifluamente — ed ho
sentito dire che il comando dell'armata del Varo fu il cestello di
nozze di Barras.... per gratitudine.

Tibullo aggrottò le sopraciglie.

— Spero che non ci sia niente di losco nelle tue parole, cittadino.....

— Lungi da me tal pensiero! — s'affrettò a replicare lo Spigno.

— .... perchè t'avverto, senza complimenti, che per istare in concordia
con noi non bisogna dir male del _piccino_, neanche per ombra! Di'
quello che vuoi di Massena e degli altri, e di tutti i politicanti di
Parigi, ai quali farei portare per qualche settimana i cannoni, invece
dei muli che non abbiamo: parla male anche di Hoche, se vuoi, ma lascia
stare il _piccino_: il _piccino_ non si tocca!

— Vuoi molto bene al tuo generale a quel che vedo, amico? — susurrò
Fiorina per aiutare il marito — Lo conoscevi forse prima che giungesse
a Nizza?

— No, cittadina, mai visto prima. E che bisogno ce ne sarebbe stato?
Gli uomini si conoscono a colpo d'occhio, come io ho conosciuto il tuo
vecchietto....

Ibleto si raddrizzò offeso.

— .... e quell'altro là dietro che non parla, ma che sarebbe un
magnifico capo di battaglione. Gli uomini si conoscono all'occhio...

— E le donne, Tibullo? — domandò un soldato ridendo.

— Al tatto.

Le risa raddoppiarono svegliando gli echi della vallata.

— Cosicchè, cittadino — chiese Fiorina divertendosi, — tu hai
conosciuto all'occhio il tuo generale?

— E all'orecchio. Sfido io! Come si fa a non seguire un _piccino_
che invece di parlarti di Repubblica una e indivisibile, di onore
(quello del Direttorio) e di patria (la pancia di quei signori) e di
tante altre cose da farti crescere la barba tanto da camminarvi sopra,
arriva senza complimenti, non degna di uno sguardo i colonnelli e i
generali, ma si mette in mezzo a noi e ci dice senza tanti preamboli:
«Ragazzi miei, vedo che avete fame e freddo: dividiamo quello che c'è
e visto che quei signori di Parigi non sono buoni che a chiacchierare
e a mantener sgualdrine, venite con me che vi porto in un posto dove
troverete da mangiare come papi, da bere come frati e da.... carezzar
donne come cardinali». Ti pare, cittadina, che un piccino simile non
meriti simpatia?

— Evviva il _piccino_! — urlarono i soldati entusiasti.

E colui che possedeva un simulacro di fucile fece partire un colpo in
aria!

— Che succede, olà, camerati? — urlò una voce stentorea dall'alto d'un
ciglione: accompagnate forse il carro del bue grasso?

La comitiva sostò, gli occhi di tutti s'orientarono donde veniva la
voce: ne furono abbagliati e bisogna dire che ce n'era ad usura la
ragione. Figuratevi un giovane di forse venticinque anni ed in tutto
lo sfarzo della giovinezza che sboccia senza freni. Snello ed aitante,
una copiosa capellatura — a testa nuda come usavano in allora i giovani
ufficiali della giovane Repubblica — la faccia colorita, stretto
nella uniforme d'aiutante di campo, prestigiosa ed aiutata ancora da
una fascia fantasia intorno alle reni e da una sciabola turca munita
d'un'elsa solare: stivaloni alla scudiera su calzoni attillati grigio
perla: sopra un enorme cavallo velloso nelle gambe e sul muso come
una cavalcatura cosacca, arricchito da una gualdrappa di velluto rosso
acceso, di provenienza ignota benchè il bordo tutto d'oro la facesse
sospettare appannaggio di chiesa: ecco l'apparizione che stupì, anzi
che sbalordì i nostri viaggiatori. Byron deve aver tratto od essersi
ispirato da un ritratto di Murat giovane per il suo Mazzeppa, senza
dubbio. La comitiva sostò per un momento, poi Tibullo con la confidenza
che in allora esisteva tra soldati e ufficiali, rispose a voce
spiegata, facendosi schermo della mano ad imbuto:

— Cittadino aiutante Murat, ti conduciamo degli aristo che vantano una
lettera per il cittadino generale in capo.

— Avanti gli aristo, cittadino!

Fece d'un salto varcare al cavallo il ciglione e compì l'ardua impresa
con una tal grazia che tradiva il suo recente passato di guardia
costituzionale del Re Luigi e di cacciatore a cavallo, abituato a
caracollare dinanzi alle belle ragazze ed a sfidare il pericolo nelle
cariche sfrenate. Quando si trovò davanti ai tre viaggiatori e vide
per il primo Emanuele Embriaco che celava in certo qual modo Fiorina,
mentre Ibleto di Spigno s'era tanto profondamente chinato da celare il
viso, non potè trattenere un gesto di sorpresa e di diffidenza.

— Corpo d'una pipa! — esclamò — dei vandeani anche qui!

E certo l'abbigliamento dell'avventuriero potea giustificare ed
avvalorare l'esclamazione. Se non che l'Embriaco, il quale mentalmente
con sintesi degna di Tacito, avea pensato che le parole — qualunque
fossero — sarebbero state oggetto d'una interpretazione sommaria da
soldataccio incolto, e che quindi era meglio stare zitti fino a tempo
opportuno, fece la mossa più abile che cortigiano consumato potesse
immaginare: si tirò da un lato e scoprì Fiorina.

Murat ne restò abbagliato. Mormorò:

— Corpo di.....

Ma non andò oltre. Discese però da cavallo. E s'accorse d'Ibleto
piegato in due, tutto intento a lisciarsi la barbetta. Assunse allora
un'aria burbera per darsi del contegno:

— Che vuoi tu, cittadino?

— Cittadino aiutante — rispose Ibleto cercando le parole — ho qui
una lettera del generale Laharpe per il tuo generale, il cittadino
Bonaparte.

— Qua la lettera!

Il marchese di Spigno esitò:

— Ma....

Intervenne allora Fiorina col più seducente dei sorrisi:

— Porgete dunque la lettera al cittadino aiutante, amico mio!

L'altro obbedì. Porse un plico ben suggellato a Murat, il quale
imbarazzato più che mai lo voltò e rivoltò fra le dita incerto.

— Come vedi, cittadino aiutante, — continuò sorridendo la marchesa — è
indirizzato al generale in capo, ma poichè tu ne sei l'aiutante, credo
che potresti aprirlo.

Il _credo_ fu pronunciato con una tal quale inflessione ironica che
sfuggì completamente al burbero Murat.

E colui, che doveva coprirsi di tanta gloria personale, era fin
d'allora quell'essere debole che si dimostrò di poi, quando entrò
nella storia, offerto cioè all'influenza del primo o della prima che lo
sapesse dominare adulandolo o gettandolo nei bivii più crudeli.

— Naturalmente che lo potrei — rispose gonfiandosi come un tacchino —
ma non ne vedo la necessità. Il generale è qui a due passi, in un luogo
detto San Bartolomeo, e può ben leggere da sè.

All'udir Murat esprimersi in tal guisa si sarebbe supposto che avesse
col Bonaparte un'intimità da camerata.

— E possiamo noi, cittadino aiutante, accompagnar la lettera?

— Naturalmente che lo puoi, cittadina... anzi lo potete.....

Fissò la donna, che gli sorrideva, ma non ne sostenne lo sguardo.

— E — continuò Fiorina — poichè sono stanca, non puoi tu, cittadino
aiutante, prestarmi il tuo cavallo?

Per tutta risposta, davanti a Tibullo ed ai soldati stupefatti, Murat
si chinò, raccolse, come se fosse un bimbo, la marchesa nelle mani e la
depose sulla gualdrappa fantastica.



XXV.


_L'altra_ comitiva non aveva passato le avventurose peripezie della
_prima_. Discesa dalla strada romana in poco tempo aveva raggiunto San
Bartolomeo ove l'attendeva un aiutante di campo del generale Bonaparte,
il quale era partito di buon mattino per riconoscere strade e valichi,
personalmente, accompagnato da Berthier suo capo di Stato Maggiore,
e da un altro aiutante di campo che non si discostava un passo dalla
persona del generale in capo. L'aiutante che ricevette il Governatore
di Ventimiglia e il seguito, era un giovane ufficiale segaligno,
dallo sguardo freddo e tagliente, asciutto di viso, di poche parole:
non aveva che ventidue anni e ne dimostrava almeno trenta: labbra
sottili, fronte rannuvolata, parca sempre sopra pensieri, preoccupato
dell'avvenire e celava sotto l'apparenza impassibile quell'inquietudine
che è oggi chiamata, con una barbara parola, _arrivismo_.

— Buon giorno, aiutante Marmont — disse Filippo Balbi, smontando —
spero di non essere in ritardo.

— Anche se tu lo fossi, capitano Balbi, poco male!

— Ho capito: il generale Bonaparte è partito per qualche ricognizione.
C'è almeno Berthier?

— Accompagna il generale con Junot.

— Ah! il fido Acate!

Udendo nominare un personaggio virgiliano il capitano Cavalli
s'avvicinò.

— Chi parla di fido Acate, capitano Balbi?

— È il nomignolo dell'aiutante di campo Junot, che non si distacca mai
d'una linea dal generale Bonaparte. Ma non si tratta di questo, ora:
permettimi, Marmont, di fare le presentazioni.

Condusse l'aiutante dal Grimaldi che lo ricevette con sussiego e che
fu trattato da quantità trascurabile. Probabilmente il chiuso aiutante
di campo non lo giudicò persona adatta per servire in qualche modo
da gradino. Consentì purtuttavia a sgelarsi davanti a madamigella
Chiarina: apparteneva a discreta famiglia Marmont, ed era figlio
d'un capitano del reggimento d'Hainaut. Davanti ad una dama (come del
resto accadeva a quasi tutti gli ufficiali di cui Napoleone Bonaparte
si circondava) assumeva un atteggiamento Reggenza. Fece un inchino
passabile ed aiutò la damigella ad uscir dalla lettiga.

— Non abbiamo salotti per le dame, — disse mostrando la casa rustica,
la quale serviva d'alloggio per lo Stato Maggiore — nemmeno la stanza
del generale s'adatterebbe: c'è però quella di Murat.

E ripetendo l'inchino precedette la comitiva nella stanza di Murat, che
merita l'onore d'una breve sosta.

L'uomo pomposo, che doveva diventare Re di Napoli, rivelava fin
d'allora le sue attitudini al fasto, e le rivelava naturalmente come
poteva. La stamberga al piano terreno ove abitava era uno strano
amalgama delle cose più disparate. Due tamburi coperti da vecchie
gualdrappe dai colori vivaci, l'una gialla, e verde l'altra, servivano
da sedie. L'una delle pareti spariva sotto una bandiera nazionale
spiegata e nuova di zecca: Murat se l'era fatta prestare probabilmente
dal commissario. Sulla parete di fondo un labaro, chi sa a qual chiesa
di Provenza rubato, mostrava le _Tre Marie_ che scendono dal mare
sulla Crau; nel fondo un mostro tutto cresta sul dorso raffigurava
la famosa _Tarasque_. Sulla terza parete un piviale con un sole
fiammante nel centro, affetto da calvizie, ed accanto al piviale,
conficcata con chiodi celati da coccarde nazionali una carta.... della
Turchia, sormontata da un pezzo di carta pecora dipinto rozzamente
e raffigurante un'orgia di fucili e cannoni con una divisa in fondo
che portava la leggenda: _Souvien-toi d'Alexandre_. Probabilmente
alludeva al Macedone. Una sciabola, nell'angolo a destra, dal fodero
infiocchettato come una mula spagnola e il cappello d'ordinanza appeso
in alto sopra Alessandro il Macedone e riccamente guarnito d'una
penna color canarino piantata là dove i tirolesi portano la propria.
L'impiantito di mattoni spariva sotto una tovaglia riccamente macchiata
di vino a guisa di tappeto.

Nell'entrare, madamigella Chiarina trattenne appena un grido di
sorpresa, ma Gilda battè le mani.

— Madonnina! — esclamò — par d'essere dall'indovina coi tarocchi!

Non presero purtuttavia meno possesso della stanza così stranamente
apparata e madamigella Chiarina sedette sopra un tamburo, Betto
Grimaldi sull'altro e la Gilda restò in piedi accanto alla padrona. Il
capitano Cavalli rimase appoggiato allo stipite della porta e cavò di
tasca il vecchio Virgilio immergendosi nella lettura.

— È un prete o un ufficiale il vostro compagno? — domandò l'aiutante
Marmont a Filippo Balbi, additandogli il capitano che parea leggesse il
breviario.

— È un dotto come il fu signor di Voltaire — gli rispose l'interrogato.

E trasse in disparte il francese.

— Questo giovane alfiere — gli disse a bassa voce, si chiama Giano
Lercari ed è di illustre famiglia genovese.....

Marmont alzò gli occhi sul bastardo e salutò.

— .... e chiede per sè quello che Berthier ha ottenuto per me.

L'aiutante fe' cenno d'aver compreso.

— Credete voi la cosa possibile?

Strano: fra due ufficiali a tu per tu correva il _voi_ dell'_ancien
régime_, che in pubblico il tu era regolamentare: gli era perchè
Marmont ci teneva, come del resto una gran parte degli ufficiali
di Bonaparte e di Massena e di Moreau (meno quelli di Hoche) a
disinteressarsi della rivoluzione, della Repubblica e del Governo e del
popolaccio di Parigi: facevano anzi a gara nel disprezzarlo.

— Credo possibilissima la cosa, mio caro, purchè il vostro amico non
domandi di appartenere allo Stato Maggiore.....

Fin d'allora esisteva quella sorda ostilità dei preferiti del giovane
generale contro i possibili competitori e la tendenza ad isolare
il Bonaparte, tendenza di cui Napoleone si lamentò spesso e che
lo spingeva qualche volta, più per malinconia da vincere che per
popolarità da coltivare, a mischiarsi con i soldati, famigliarmente.

— Ma — continuò Marmont — se chiederà di prestar servizio ad esempio
col generale Serrurier o col generale Laharpe ci avrà tutto da
guadagnare. Che grado ha il vostro amico?

— Alfiere.

— Chiedete dunque per lui a Berthier il grado di capitano presso
Serrurier che è a Garessio. Capitano d'una Compagnia di ricognizione. È
un bel posto e può rendere utili servizi.

— Seguirò il vostro consiglio — annuì Filippo.

— Volete che parli io stesso a Berthier?

— Grazie, non vi scomodate: parlerò io.

Giano Lercari credette suo dovere cercar qualche parola di
ringraziamento, ma l'aiutante non gliene diede il tempo, chè gli porse
la mano, diventato affabile.

— Eccoci camerati! Buona fortuna!

E poichè s'udì un rullo di tamburo si lanciò donde il suono veniva.
Sul sentiero che conduceva al mare un'altra comitiva s'inoltrava.
L'imponente cavallo di Murat parea superbo di portare una perfetta
figurina di dama. Due gentiluomini seguivano e lo stesso aiutante
di campo Murat precedeva tenendo al guinzaglio il cavallone. Un
nugolo di scarmigliati sanculotti avvolgeva il gruppo. Il quale
appena era apparso allo svolto del sentiero che metteva nel sagrato
di San Bartolomeo quando il capitano Cavalli (leggeva sì, Virgilio,
ma probabilmente leggeva con un solo occhio come la gatta di Masino
dormiva) saltò su urlando e sguainando la spada:

— Ah! L'impudente traditore!

D'un balzo fu davanti alla comitiva che giungeva e portandosi di
rimpetto a l'Embriaco lo percosse col piatto sulla spalla gridando:

— Tu sei bandito dalla Serenissima e sei mio prigioniero!

Il colpito non mosse ciglio, ma l'aiutante Murat, con gli occhi
fiammeggianti di collera subitanea, frammettendosi, urlò a sua volta
stentoreamente:

— Chi è che parla di far dei prigionieri nel campo francese?

— Questo è territorio della Serenissima — ribattè il Cavalli — ed ho
diritto d'arrestare i banditi.

— Arrestatemi intanto quest'insolente!

E prima che il buon Capitano avesse potuto nemmeno mettersi sulla
difensiva fu disarmato e ridotto alla impotenza da un nugolo di soldati
sanculotti.

— Protesto! — urlava il Cavalli.

Ma ebbe uno sforzo disperato quando s'accorse che un soldato s'era
impadronito del suo caro Virgilio. Si liberò con una forza erculea,
rincorse il rapitore, gli tolse il suo tesoro e si fermò ansante e
bollente davanti a Murat.



XXVI.


L'affare non ebbe seguito. S'intromise Betto Grimaldi, il quale riuscì
a calmare l'esasperato capitano: fu restituita la spada confiscata e
l'aiutante Murat si degnò d'offrire con le sue stesse mani una coppa di
vino a colui che aveva fatto arrestare.

Il subbuglio aveva richiamato sulla porta Gilda prima di tutti e poi
anche la damigella Chiarina un po' spaventata. Ma lo spavento si mutò
in lieta sorpresa quando la fanciulla si vide innanzi a pochi passi una
figura di donna che le sorrideva come se l'invitasse.

— Fiorina!

— Chiarina!

I due fiori si piegarono l'un verso l'altro, avrebbe detto l'abate
Bernardino Viale, in Arcadia Amarillo Glucosio, nel casto amplesso
delle corolle fresche. E senza occuparsi degli inchini di Ibleto
e di Betto, i quali non trovarono di meglio che offrirsi a vicenda
la tabacchiera, scrutandosi nel bianco dell'occhio, le due amiche
ripresero possesso della stanza eteroclita dell'aiutante Murat, stanza
che risvegliò alte meraviglie e adorabili smorfiette nella marchesa.

— Chiara, mia dolce Chiara, da quanto tempo non ti vedo?

— Tre anni almeno, mia Fiorina!

Tre anni! Un secolo nella vita d'una giovane donna e d'una fanciulla!
Amiche di collegio, il nobile collegio di Santa Brigida, inseparabili
Chiara Grimaldi e Fiorina Adorno! Caratteri opposti: l'una dolce
come l'evangelico agnello, tutta fuoco l'altra, indomita, come uno
scoiattolo.

— Rammenti?

Fiorina arrossì ma rispose:

— Rammento.

Candidamente Chiarina ricordava la grande novella che Fiorina le avea
dato ad un ritorno d'autunno. Grande novella davvero per la buona
fanciulla onesta e contegnosa che non avrebbe ardito levare gli occhi
in volto ad un uomo, fosse quest'uomo suo padre o l'archivista Orengo,
Dio! la grande novella! Fiorina aveva permesso ad un giovane — oh! di
gran casa naturalmente — di dirle che la trovava bella, che l'aveva
colpito, che l'amava! Dio! Buon Gesù, che immediata confessione aveva
suggerito Chiara all'audacissima Fiorina!

— Rammenti?

— Rammento.

Il consiglio di Chiarina fu seguito e che scandalo ne seguì! La
reproba Fiorina fu tenuta un mese almeno senza assoluzione, e senza
poter quindi la domenica appressarsi alla mensa del Signore. Pianti,
disperazioni, digiuni che sortirono strano effetto. Interrogata
da Chiara, Fiorina ebbe a confessarle che, a malgrado la sospesa
assoluzione e lo scandalo, provava uno struggente piacere ogni qual
volta rammentava la dichiarazione d'amore del giovane di gran casa.

Fiorina Adorno era uscita per la prima dal convento, per andare a
nozze. E quando l'amica le aveva chiesto se il promesso sposo fosse
colui della dichiarazione, era scoppiata in un pianto disperato. Non
era, no, lo sconosciuto giovane di gran casa — sconosciuto da tutti
anche da Chiara, chè l'amica s'era cucita la bocca — ma il marchese di
Spigno già vecchio e mai veduto. La povera Fiorina veniva sacrificata
alle convenienze della famiglia che si dibatteva nelle ristrettezze,
come gran parte dei nobili Genovesi i quali avevano abbandonato le
mercature e quindi speso senza incassar più. Le nozze con Ibleto erano
una fortuna per la famiglia e la povera Fiorina aveva dovuto curvare il
capo. Ma l'amore non era cessato.

— Rammenti?

— Rammento, cara. Ma, o tu, Chiarina? Parliamo di te.

Chiarina arrossendo narrò il fidanzamento con Filippo Balbi.

— L'ami?

— È il mio fidanzato!

Candore delle nostre nonne! Come non amare il fidanzato scelto dal
padre! dal signor padre, anzi!

Fiorina crollò il capo sogguardando attraverso l'uscio aperto Filippo
Balbi in istretto colloquio con l'aiutante Marmont.

— Com'è bello, non è vero, Fiorina?

— Hum! — fece la marchesa di Spigno.

Certo Filippo Balbi non poteva che esser dichiarato bello, ma pure
quella fronte buia e quelle labbra sottili non convincevano Fiorina. La
quale a suo malgrado lo comparava con Luca Lascaris.

Il maschio volto, l'altero portamento, l'occhio sicuro e pieno di
disinteresse non erano tali da subire un confronto, con le fattezze
forse più regolari, ma chiuse del Balbi: l'uno era tutto vigoria,
l'altro invece si facea notare per una certa aria di sufficenza, quale
in allora si mostrava comunissima nella classe dirigente, sia delle
corti che dei reggimenti così detti a volontà libera di popolo. Ma Luca
Lascaris, aveva a suo vantaggio il lato romanzesco. Fiorina e Luca
s'erano incontrati in un settembre ormai quasi lontano, un settembre
di cinque anni prima, quando la Serenissima inquieta per la prima volta
della grande Rivoluzione aveva chiamato _ad audiendum verbum_ i nobili
delle provincie.

Luca Lascaris, ospite in casa Adorno, s'era invaghito della fanciulla
in tutto e per tutto differente dalle dame che avea conosciuto e che
conducevano una vita da Reggenza.

Casa Adorno, austera, imponeva ai figlioli un rispetto esagerato e
se il fratello di Fiorina, Giacomo Adorno si permetteva di giocare
al pallone e quindi anche di cospirar contro il Governo (pare che in
allora l'una cosa non si separasse mai dall'altra), Fiorina mutava
l'educandato con un'altra prigione, la casa paterna, ove si trovava
sola in un giardino chiuso ed entro un'alta biblioteca.

Non che il Senatore Tomaso Adorno, l'imponente padre, fosse un dotto,
no, e nemmeno un lettore, ma la biblioteca esisteva in casa Adorno e
quindi la si doveva accrescere con le opere nuove, in abbonamento o in
sottoscrizione.

Se ne occupava l'abate Borlasca, il vecchio precettore di casa, asino
candido, che acquistava i libri ad offerta e non leggeva che quel
tanto di breviario per cui aveva l'obbligo canonico. Nessuno quindi
aveva impedito a Fiorina di leggere un'opera strana intitolata: _La
nuova Eloisa o Lettere di due amanti_, e di divorarla. In quel tempo
era capitato Luca Lascaris, immagine vivente secondo la fanciulla,
di Saint-Preux, donde l'idillio presto, ahimè, troncato dalla volontà
ferrea della contessa Isabella, madre di Luca, la quale aveva preparato
per il figliolo un matrimonio ricco e di gran parentado. Ma il caso
volle che Ibleto di Spigno, fratello di Isabella e zio di Luca, si
portasse all'altare con Fiorina: il caso ha spesso di simili circoli
brevi, ciò che spesso ha fatto osservare come sia piccino il mondo.
Ecco di nuovo adunque Luca e Fiorina di fronte. Una breve sosta del
Lascaris al castello di Spigno per interessi di famiglia, li aveva
riavvicinati, nè il marchese, diplomatico sottile s'era minimamente
insospettito. Anzi, pretestando un viaggetto qualunque, li aveva
lasciati soli. Soli nell'ampio castello complice, nel complice
amplissimo parco tutto seduzioni primaverili, in una solitudine,
in quella solitudine ch'è già mezzo peccato, poichè poche tempre vi
potrebbero resistere: e l'Aretino avrebbe ragione di chiamarle inumane
in quei suoi _Ragionamenti d'Amore_ che sono oggi l'esempio del primo
determinismo di cuore!

    _Quel giorno più non vi leggemmo avante!_

E naturalmente! avrebbe esclamato il sincero Gian Giacomo.

Tornato in cattivo punto lo Spigno, gli amanti incominciarono le loro
imprudenze come tutti gli amanti che si rispettano. Ma il vecchio
marchese divenne cieco, moralmente s'intende. Cieco fino al giorno in
cui Luca alzò risolutamente la bandiera del Re di Piemonte col Nervia
e l'Altariva. Soltanto allora parve che il marchese cominciasse a
vederci chiaro, a fare il terzo incomodo, a trovarsi dove discretamente
non avrebbe dovuto, ad abbandonare la biblioteca per il salotto della
moglie, a seguirla nel parco e a segregarla di notte. La posizione
diventò insostenibile, tanto che Luca cedendo ad un richiamo della
madre tornò a Ventimiglia e Fiorina rimase libera, libera anche di
Ibleto che lasciò parco e salotto per la biblioteca, e i conversari
alla moda per ricevere ceffi di dubbia pulizia e per leggere lettere
di ancor più dubbia letteratura. Una soltanto la ragione: Ibleto
non sapeva come orientarsi fra quei quattro punti cardinali che si
chiamavano Piemonte, Austria, Francia e Genova, donde la partenza
per la frontiera per rendersi conto _de visu_ della situazione, e
risolversi, dato che ne fosse il caso.

Le cose erano a questo punto quando la fortuna, o sfortuna che fosse,
volle riuniti in pochi metri quadrati quasi tutti i personaggi di
questa istoria, nelle strettoie dell'improvvisato campo francese e
nella attesa di quel famoso generale ballerino, salito per voler di
Barras e per intrighi di donne ad una responsabilità che probabilmente
— così almeno doveva essere nel disegno di chi l'aveva spinto —
l'avrebbe schiacciato. La disposizione dei personaggi è adunque, per
l'intelligibilità del lettore, così riassunta in quattro gruppi; Chiara
e Fiorina quasi sull'uscio della stanza di Murat: Marmont, Filippo
Balbi ed il bastardo Lercari dall'un lato: Betto Grimaldi e Ibleto di
Spigno dall'altro. Come sfondo il gruppo dei soldati sanculotti, il
giovane Tibullo, Murat ed il capitano Cavalli, col prezioso Virgilio
sotto braccio e il fraterno bicchiere in mano.

E qui è necessario che i lettori ascoltino contemporaneamente il
dialogare utile od inutile dei quattro gruppi.



XXVII.


Soglia della stanza di Murat:

_Fiorina_. — È quello dunque il tuo fidanzato?

_Chiara_. — Com'è bello! Non è vero, Fiorina?

_Fiorina_. — Non potrei dire il contrario. E tu l'ami?

_Chiara_. — Oh! Ne dubiti forse? Come lo puoi?

_Fiorina_. — Ma non ne dubito, carissima: ti domando se l'ami?

_Chiara_. — Perchè me lo domandi allora?

_Fiorina_. — Perchè mi sembra una cosa tanto rara di poter amare il
proprio fidanzato, e poi di potersi unire per sempre all'uomo che si
ama! Sei felice, tu, dunque, Chiarina?

_Chiara_. — Tanto! E tu non lo sei felice, Fiorina, col tuo sposo?

— _Fiorina_. — L'hai ben guardato?

L'umile dolce sguardo della damigella Chiarina si posò sul gruppo
formato da Ibleto e da Betto.

                                   *
                                  * *

Leggero declivio verso il torrente: Betto Grimaldi e Ibleto di Spigno.

_Betto_. — Non avrei pensato di trovarvi qui, marchese.

_Ibleto_. — Il che prova la potenza della vostra polizia, Grimaldi.

_Betto_. — Forse, ma prova che ci possiamo incontrare nelle idee
investigatrici, Spigno.

_Ibleto_. — Avreste forse l'orgoglio di equipararci agli auguri di
Catone, Grimaldi?

_Betto_. — Me ne guardi il cielo, Spigno! Vorrei soltanto conoscere le
ragioni che vi trassero qui.

_Ibleto_. — Le vostre probabilmente.

_Betto_. — Non ho ragioni, Ibleto: non ho che dei doveri.

_Ibleto_. — Ve ne lodo, tanto più che io stesso obbedisco a delle
ragioni che possono dirsi doveri.

_Betto_. — Ve ne do lode a mia volta....

Uno scroscio di risa li fece volgere al lato opposto ove il gruppo dei
soldati e del Cavalli s'intratteneva giocondamente per un'interruzione
di Tibullo, e per la seguente ragione:

_Il capitano Cavalli_. — È certo, aiutante Murat, che la vostra vita è
più lieta della mia.

_Aiutante Murat_. — Non potrei, mio caro capitano, adattarmi alla vita
di guarnigione.

_Il capitano Cavalli_. — La sorte del soldato è tutta nell'obbedienza
passiva, aiutante Murat.

_Aiutante Murat_. — Nell'obbedienza passiva, come ben dite, mio
capitano, quando ci sia un generale.

_Il capitano Cavalli_. — (a mezza voce) _Imperator_.

_Aiutante Murat_ — (sobbalzando). Mi permetto di farvi osservare, mio
capitano, che, dopo la rivoluzione sono cessati fra noi i Re e gli
Imperatori.

_Il capitano Cavalli_. — Vi prego di scusarmi, aiutante Murat. Ho
chiamato _Imperator_ il vostro generale alla maniera dei romani: duce
supremo, palladio, insegna della Patria.

Aiutante Murat — (sfolgorando). Ci sto, mio capitano. Voi non potevate
definir meglio il pic... il generale Bonaparte. Imperator! È lui,
sputato. E con lui che bella vita piena d'avventure! Altro che la
vostra di guarnigione!

_Il capitano Cavalli_. — (soprapensieri pronuncia come se succhiasse e
centellinasse qualche cosa di sciropposo); Deus nobis...

_Tibullo_. — (interrompendo e continuando)...... _haec otia fecit_.

Stupore del capitano Cavalli che ha trovato un collega là dove non
credeva esistesse che crassa ignoranza e risata di Murat per lo stupore
del capitano ed eco dei soldati. Ma un solo gruppo non se ne accorse,
quello formato da Marmont, da Filippo Balbi e dal bastardo Lercari.

_Marmont_. — Credo che la vostra decisione, signor Lercari, sia quella
che vi convenga di più, ed io dunque l'approvo. E dò lode al capitano
Balbi che vi ha suggerito la buona via da seguire. Credo che il
generale vi chiederà al vostro comandante ma non credo sia opportuno
che il capitano Balbi ed io stesso ci facciamo vostri presentatori.

_Giano_. — E chi allora?

_Marmont_. — Voi stesso, mio caro. Che ne dite, capitano Balbi?

_Balbi_. — Credo che abbiate ragione.

_Marmont_. — Il nostro generale è sopratutto un soldato. Intende che
non esista barriera fra il suo grado e l'ultimo dei fantaccini. Quando
passa tra le file prende per il mento e per l'orecchio il soldato che
lo fissa più risoluto. Non c'è generale della Repubblica, meno forse
Hoche, che unisca tanto bene la disciplina con la cordialità, anzi con
la famigliarità. Ognuno, anche il più umile, ha il diritto di fermarlo,
di interrogarlo e di chiedergli a tu a tu quello che desidera. Accorda
o nega: e allora guai a insistere. Ma teme le vie tortuose, odia
gl'intrighi e la diplomazia. Dicono che fosse amico di Robespierre
il giovane, ma io credo che ammirasse il dispotismo di Massimiliano
perchè ama le posizioni nette: comandare o obbedire. Ed anche perchè
crede che ogni Stato si debba reggere come ogni esercito, sotto il
dispotismo di uno solo. Dice sempre che è più utile un mediocre, ma
unico, al Governo, che dieci saggi, con dieci pareri diversi, quindi.
Crede alla forza ed alla velocità, anche se la forza possa degenerare
in prepotenza e la velocità in turbine. Ha in sè l'anima di un Brenno
con in più tutta l'esperienza dei secoli sopraggiunti. Travolge: da
Parigi a Nizza ci ha stupìti e ci ha spaventati. A Nizza attendevano
un bellimbusto, come spesso Barras ama distribuire — per disprezzo
scettico di ciò che non sia se stesso — nelle ambascierie, nei comandi
e in tutte le rischiose avventure che tenta da quel rotto giocatore
che è; attendevano un _blanc-bec_ da mangiarsi in un boccone e si
sono trovati dinanzi un giovane, sì, anzi un ragazzo, che se regge
l'anima coi denti e tosse e sputa sangue forse, ha tanto fuoco negli
occhi e tanta febbre nei polsi da domare ben altro che un esercito di
scavezzacolli, ma facili all'entusiasmo, come i nostri soldati.

_Balbi_. — Parlate bene, aiutante Marmont.

_Marmont_. — Vi prego, anzi, di scusarmi, se ho fuorviato, ma col capo
di Stato Maggiore Berthier, con Murat e Junot, io posso intuire del
nostro generale quello che più si avvicina alla verità. E per questo vi
ripeto, signor de' Lercari: se volete che il generale Bonaparte vi noti
e vi esaudisca, domandategli voi stesso quello che desiderate.

_Lercari_. — Seguirò il vostro consiglio, aiutante Marmont.

                                   *
                                  * *

_Chiara_. — Mi sembri poco propensa al mio fidanzato, Fiorina. Perchè?

_Fiorina_. — Non vorrei darti un dispiacere od anche un dolore
confessandoti che non mi piace, Chiara.

_Chiara_. — (con i dolci occhi pieni all'improvviso di lagrime). Perchè?

_Fiorina_. — Ho paura che non ami persona più di se stesso, mia
adorata. Mala raccomandazione per un futuro compagno della vita, di
tutta quanta la vita, Chiarina. Più di te, più del tuo pensiero e
dell'amor tuo, nell'occhio suo freddo e fra le sue labbra sottili
dubito che predomini la sfrenata ambizione.

_Chiara_. — Tutti gli uomini — ce l'hanno insegnato nella storia —
vivono per qualche cosa d'altro che non sia l'amore!

_Fiorina_. — È naturale: per qualche cosa di nobile..... (e stava per
aggiungere: non per qualche cosa di basso come è l'ambizione, ma si
frenò e disse invece)..... ma che importa se tu lo ami! L'importante è
amare: l'essere amati è secondario! E tu l'ami, non è vero, Chiarina?

_Chiarina_. — Se l'amo? L'amo per tutti e due! (e si fece di scarlatto).

                                   *
                                  * *

Betto. — Credete voi a questo generale di Barras, marchese?

_Ibleto_. — Credo a quello che vedo, anzi a quello che vedrò, Grimaldi.

                                   *
                                  * *

_Il capitano Cavalli_. — Voi dunque conoscete Virgilio, amico?

_Tibullo_. — Ci posso marciar sopra, cittadino capitano: sono
baccelliere. E tu?

_L'aiutante Murat_ (pensando, una delle poche volte in cui ha pensato).
Che cosa si sarebbe detto qualche anno fa nelle _Guardie Francesi_
udendo un capitano interpellar col _voi_ un caporale, e il caporale
rispondere col _tu_ al capitano?

                                   *
                                  * *

Un rullare scrosciante di tamburi. Ed una voce stentorea.

— Il Generale!



XXVIII.


Lo spiazzo, a monte, nel viluppo degli alberi selvaggi, si coronava
d'un ciglione a picco, scenario invidiabile per l'apparizione di
Colui che tutta quella gente, con desideri e sentimenti diversi,
confessabili o no, attendeva. E l'Atteso apparve, lassù, dominando la
scena sottostante. Apparve un omino che neppure l'uniforme prestante
da generale della repubblica riusciva ad aiutare, un omino che parea
fasciato nella sciarpa tricolore, sproporzionata, come il nano della
favola dal collare del mastino. Tre cose in quell'omino colpivano
a prima vista: gli stivaloni alti, la sciarpa altissima e la selva
scarmigliata dei capegli incolti, spioventi sulle spalle a zazzera
e lungo le guancie, ineguali, sottili e pur ruvidi, stiliformi come
capegli di zingari, lisciati dal sudore più che dall'unguento, ignari
di barbitonsore come il vello d'un capro del Tibet o d'un muflone
sardo.

Poi si scorgeva un naso affilato, grifagno, pesantemente accentuato,
dominatore di tutto il viso scarno, emaciato, dalle guancie affossate
d'un color livido, rossi gli zigomi sporgenti, esangui le labbra sempre
chiuse, come in uno sforzo a nascondere i denti. Splendevano gli occhi
però, incavati sotto la fronte invasa dai capegli incolti, occhi di
fascino brucianti, isolatori, imperiosi, pregni d'una volontà feroce,
implacabile, sovrumana.

Il generale Bonaparte si fermò un attimo sul ciglione. Senza muovere il
capo avvolse d'uno sguardo circolare li astanti uniti e rispettosamente
inchinati, ad eccezione degli ufficiali e dei soldati rigidi e
impettiti: poi discese rapido, quasi di corsa, ed entrò in una casetta
dietro a quella di Murat, scandendo poche parole che oscillarono dietro
di lui come se fossero trapunte sur un gonfalone.

— Berthier e l'aiutante di servizio!

Marmont, lasciando il Balbi ed il Lercari si precipitò dietro il
generale, mentre Murat accorreva ad avvertire Berthier che lavorava
insensibile e invisibile al piano superiore della casetta, il cui
terreno era stato trasformato in tenda addobbata in quella eteroclita
maniera che sappiamo.

Soltanto allora gli ufficiali ed i soldati, discesi dal ciglione col
Bonaparte, si mischiarono con coloro che già riempivano lo spiazzo,
e un giovanotto robusto e paffuto, nell'assisa di aiutante, venne
curiosamente ad esaminare le due dame che si mostravano sulla porta
della stanza di Murat. Passò una prima volta dignitosamente, con l'aria
un po' spavalda che assumono spesso i timidi davanti alle donne, e si
dimenticò di salutare: allora, pentito e confuso ripassò di nuovo e
fece un saluto in piena regola, ciò che provocò le risa di Fiorina, e
quindi raddoppiò l'imbarazzo del giovanotto.

Capitò in buon punto Filippo Balbi, rimasto vedovo di Marmont, e
prendendo il giovane ufficiale per un braccio lo portò davanti alla
fidanzata.

— Chiarina, permettetemi di presentarvi l'aiutante Junot.

Saluto di grande parata ed inchino profondo da parte della damigella.

— Ed ora, Chiarina, vi prego, presentateci entrambi alla signora
marchesa di Spigno.

In quel punto l'aiutante Marmont uscì sulla porta della casetta ov'era
sparito il generale Bonaparte e chiamò ad alta voce:

— Signor conte Emanuele Embriaco?

— To', a proposito, dove s'era nascosto l'Embriaco? — pensò ad alta
voce Fiorina.

Un'eguale domanda si dovevano aver fatta così Betto Grimaldi che Ibleto
di Spigno, poichè si avvicinarono alle dame e così pure il capitano
Cavalli che a sua volta ad alta voce pensò:

— Già: dove s'è rintanato il....

— .... bandito. Completate pure il vostro pensiero, capitano: sono
bandito, fuggiasco, fuoruscito come lo fu il vostro Enea. Ma forse non
lo sapete: le pagine del secondo canto mancano probabilmente al vostro
Virgilio.

E l'Embriaco, apparendo all'improvviso, passò davanti al gruppo, salutò
da provetto cortigiano le dame, fe' un cenno d'intesa allo Spigno,
sorrise beffardamente al Grimaldi, e, seguendo Marmont, entrò nella
casetta del Comando Generale.

— Bestemmiatore! — gli mormorò dietro il Cavalli indignato.

— Consolatevi, capitano, — gli disse Fiorina la quale da gran dama
poteva permettersi di rivolgere la parola a persona che ancora non le
fosse presentata, consolatevi: se il conte Embriaco vi ha toccato sul
vivo, che dovremmo dir noi, signore e padrone di vassalli, di quel
generale sanculotto, che ci è passato davanti senza nemmeno degnarsi di
farci un breve cenno di saluto?

Junot e Murat fecero un salto di traverso all'udir così maltrattare il
generale in capo, ma Fiorina allegramente non se ne diede per intesa e
proseguì:

— Dicono che ce lo mandi Barras, il quale secondo le buone lingue ha
installata una nuova era di reggenza. Ma il suo generale non gli fa
onore: è spettinato come uno spazzacamino, e magro come uno studente
di Salamanca. È inutile che mi facciate gli occhiacci, aiutante Junot:
dite come me e vi permetto di baciarmi la mano.

Gliela tese e poichè il giovine ufficiale la baciò si sarebbe potuto
affermare che dividesse le teorie della marchesa. Ma il giovane
aiutante, prima d'arruolarsi, era stato studente: non era dunque il
volgaretto sanculotto salito dalla giberna come uno spauracchio per
fanciulli, buono soltanto a menar le mani e non la lingua.

— Bacio volentieri la mano alla marchesa — disse — ma darei la vita per
il mio generale....

— E per me, aiutante, non la dareste? — l'interpellò Fiorina col più
civettuolo de' suoi sorrisi.

— Per voi, marchesa, la conserverei per servirvi come ad un uomo si
conviene e s'addice.

— Ben risposto, sangue di Giove! — esclamò Murat.

Gli astanti sorrisero, Ibleto un po' a denti stretti, il Balbi con
deferenza: Fiorina ricevette la botta da leale giostratrice, sorrise a
piene labbra e seguì il filo del discorso.

— Lo amate dunque tanto il vostro generale?

— Sì, marchesa, lo amiamo e, quel che più importa, gli crediamo,
ciecamente. Prima di muoverci da Nizza ci ha promesso la vittoria e la
conquista dell'Italia....

— .... le belle donne e le buone bottiglie — mormorò Murat leccandosi
le labbra.

— .... e la gloria — completò Junot — ed è come, scusate la popolaresca
espressione, se l'avessimo in tasca.

Intervenne Betto Grimaldi.

— Ci sono settantamila Austro-Piemontesi a difendere la strada di
Genova, signor aiutante, e dei generali provati e provetti come il
vecchio Beaulieu, per non parlare del generale Colli che anche lui ha
il suo merito. Credo che troverete del filo da torcere.

— E lo torceremo, cittadino! — proruppe Murat.

— Le sorti delle battaglie non dipendono dal numero degli uomini che le
combattono, — sentenziò Ibleto di Spigno. — Si legge in Plutarco che un
milione di Persi furono vinti dai pochi. Ma del resto voi tutti sapete
di Serse e sapete di Salamina....

— Mio Dio, ecco Ibleto che ha inforcato il cavallo con le ali — esclamò
Fiorina — parliamo d'altro, signori! Vi pare un argomento degno di
intavolar con le dame la guerra?

— La guerra è bella — sussurrò il capitano Cavalli — e rende nobili gli
uomini.....

— .... se non li rende feroci!

— Piuttosto — intervenne furtivamente Giano Lercari — che cosa è
l'amore se non una guerra?

— Oh! — esclamò Chiara battendo le palme per protesta.

— Il cittadino ha ragione — approvò Murat — ci sto per l'eguaglianza
della guerra e dell'amore. Quando amo credo sempre di entrare in un
quadrato a cavallo con la spada in mano!

— Esagerate, aiutante, esagerate — ribattè Fiorina, che si divertiva a
tener testa a tutti quegli uomini. — Spada in mano, quadrato, cavallo!
Esagerate, aiutante.

— Murat usa il linguaggio figurato — disse Junot.

— E non ha torto — aggiunse Ibleto — potrei citarvi dei testi delle
scritture che lo suffragano.

Il capitano Cavalli si fece nuovamente in mezzo.

— La guerra e l'amore! Ecco l'argomento di tutti i poemi, da quelli
d'Omero e di Virgilio, a quelli...

— Del signor di Voltaire — completò Ibleto.

La valletta dal dolce clima cominciava ad oscurarsi: i soldati
all'intorno accendevano i fuochi: qualche rullo di tamburo vicino e
lontano accennava il mutar della guardia. Sul puro cielo colline e
profili di monti parevano appena posati delicatamente da mani femminili
che ricamassero.

Una campana rintoccò ed ogni altro rumore, anche quelli del servizio,
parvero per un istante assopirsi, finchè il rintocco risuonò grave e
melanconico nell'aria immota.

— Quali intenzioni ha il mio signore e padrone, — chiese Fiorina — come
e dove si pernotterà?

Betto Grimaldi s'inchinò:

— La città è vicina e la mia casa s'onorerà d'ospitarvi.

— È più vicino il castello dei Lascaris.

— Non credo che il conte vi si trovi.

— Vi sarà certamente Isabella — osservò Ibleto.

Murat e Junot si guardavano stupiti come se davanti a loro si parlasse
una lingua sconosciuta. Il secondo finalmente si decise ad aprir bocca.

— Scusate, signora marchesa, ma voi parlate di tornare in città od al
castello del conte Lascaris. La camera del mio collega Murat e la mia
non bastano a madamigella Grimaldi ed a voi?

— E se vi rispondessi che non bastano?

— Proverei l'immenso dolore di dichiararvi che nessuno può uscire
dall'accampamento senza l'ordine del generale.

— Cioè: siamo prigionieri.

— Siamo noi vostri prigionieri, marchesa!

Un silenzio imbarazzante interrotto dall'aiutante Marmont.

— Il generale aspetta il signor marchese Ibleto di Spigno.

L'interpellato si mosse, ma l'aiutante con un cenno lo pregò di
attendere.

— Ordine del generale: Junot e Murat cedete le vostre stanze alla
marchesa e alla damigella Grimaldi. Le signore sono pregate di
ritirarsi. Il Capo di Stato Maggiore Berthier attende il signor
comandante Grimaldi, il signor Capitano Cavalli ed il signor Alfiere
Lercari.

— Ma questi sono ordini, mi pare? — esclamò Fiorina impennandosi.

Freddamente rispose Marmont, inchinandosi appena:

— Ordini, signora marchesa, del generale in capo.



XXIX.


La prima cosa che colpì Ibleto di Spigno nell'entrare entro la
stanza in cui Marmont lo aveva preceduto, fu la nudità delle pareti
e la crudezza del battuto. Non vide che un basso letticciuolo, d'un
dubbio candore, ed una rozza, ampia tavola, formata d'assi posate su
cavalletti. Sopra la tavola una carta geografica ed un pezzetto di
carbone: la carta qua e là conservava traccie evidenti di nero fumo,
a tal punto che un osservatore anche non superficiale ben poco ci si
sarebbe potuto raccapezzare.

Nell'alzare gli occhi dalle suppellettili alle persone vide Ibleto il
generale Bonaparte, il cui viso nella semi oscurità rotta appena da una
lucernetta appesa al soffitto parea più infossato e gli occhi più vivi
e brucianti: vide poi anche, ma soltanto perchè il Bonaparte gli si
rivolse, l'Embriaco.

— Andate, dunque, conte: siamo intesi.

— Perfettamente: ai vostri ordini, generale.

Anche l'aria spavalda e ambigua dell'avventuriero aveva ceduto:
appariva quasi umile, strisciante, desideroso d'eclissarsi, come se
la presenza del giovine condottiero gli pesasse o lo incomodasse o lo
intimidisse.

Rimasto solo con lo Spigno — chè anche Marmont ad un cenno era uscito —
il Bonaparte senz'altri preamboli domandò:

— Quanti sono?

Il marchese s'irrigidì quasi avesse provato l'effetto d'una guanciata.

— Quanti sono? Che intendete dire, generale?

Gli occhi brucianti fissarono il visetto vizzo del vecchietto.

— Intendo dire: quanti sono gli Austro-Piemontesi?

— Mi prendete per una spia, generale? Sono il marchese Ibleto di Spigno.

— Lo so.

— E allora?

— E allora vi chiedo: quanti sono? Mi pare che soltanto per questo vi
siate mosso, dietro ordine di Barras.....

— Dietro invito, vi prego.

— Non mi piace d'essere interrotto: ricordatelo una volta per sempre.
Barras mi ha fissato qui il convegno con voi: qui devo sapere a che
cosa vado incontro.

— Non lo sapete?

— Nè m'importa saperlo. La mia missione è d'andare, ma la mia volontà è
anche d'infrangere ogni ostacolo. Ricordatelo.

Un istante di silenzio. Poi:

— Sono circa settantamila.

— Molti.

— Forse anche di più.

— Troppi. Ma non importa. Dove sono?

— Sbarrano tutti i valichi dalle langhe al mare.

— Muniti?

— Eccellentemente.

— La via è libera fino....?

— Quasi al Finale.

Il giovane generale si piegò sulla carta e rimase immobile. Il silenzio
gravò a lungo. Senza alzare il capo, ad un dato momento chiese:

— Qui c'è uno sbarramento? Un forte?

— Dove?

— Qui, sopra Savona. A sinistra del colle d'Altare.

Ibleto di Spigno si curvò sulla carta.

— Forse: è da codeste parti il castello di Cosseria.

— Ben munito?

— Lo credo anzi sguernito.

— Può sostenere un assedio di due giorni?

— Può. Domina le langhe da ogni parte.

— Penseranno ad occuparlo?

— Beaulieu è volpe vecchia. Colli....

— .... è un asino. Ha l'esperienza d'Arena e di Saorgio e mi lascia via
libera.

Ibleto parve riflettere.

— Via libera? Chissà. Forse qui c'è chi vi può trattenere.

— So. I tre nobili, guerriglia da _chouans_. Infatti mi possono far
perdere un giorno: ma non di più.

— Chissà!

— Io lo so: e mi basta. D'altra parte Colli non lo sa e mi basta anche
questo. Guerriglie da chouans, dilettantismo guerresco! La guerra non è
un ideale, è una necessità. Offendere o difendere degli interessi, non
delle idee. Neanche le crociate lo hanno fatto.

Ibleto di Spigno alzò il volto su cui errava un leggiero sogghigno e si
lisciò la barbetta caprigna.

— Credevo che gli eserciti della Repubblica avessero la missione di
svelare ai popoli la libertà, la eguaglianza e la fraternità.

Il viso del Bonaparte si rischiarò.

— Precisamente: come Roma largiva ovunque la propria cittadinanza.

— Roma.....

— Roma fu la forza ed ogni forza è Roma.

Troncò d'un gesto rapido la discussione. Rispose.

— I vostri tre nobili mi ostacoleranno?

— Forse. Ove il conte Embriaco non li dissuada.

Il generale Bonaparte si tirò il lobo inferiore dell'orecchio sinistro.

— Vedete molte cose, voi!

— Sono vecchio, ho molto osservato, ho riflettuto molto, ed ho cercato
non di indovinare gli effetti, ma di cercare le cause. L'avvenire è
tutto qui.

Un silenzio.

— Continuate.

— Voi, generale, siete un forte. I pochi che vi conoscono lo sanno
e chi vi ha dato in mano i mezzi di rivelarvi non vi conosce. Non vi
avrebbe favorito. È così che spesso il destino procede: chi crede di
far precipitare offre invece il declivio per la salita rapida.

— Continuate.

— Continuerei volentieri se vi vedessi una qualche utilità.....

— Per voi...?

— Per me? No. Che posso temere? Io non ho da conquistare: non ho che da
conservare e per conservare debbo orientarmi verso il più forte. Ora
intuisco chi è il più forte e del resto l'avevo già prima sospettato.
Purtuttavia posso anche ammettere di vedere una qualche utilità per
me: sì, posso essere utile e quindi chiedere che utili mi si sia:
posso essere utile perchè ho l'esperienza, perchè conosco gli uomini
per quel tanto che è dato conoscerli e perchè li guardo con serenità
sopra le passioni umane, sopra gli odii e gli amori, al di là della
fortuna, lontano dagl'immediati interessi: posso essere utile e aver
dell'utilità, cioè soddisfare il mio spirito osservatore e giocare con
le anime come voi, generale, giocate coi corpi.

Il Bonaparte stava curvo sulla tavola, come se studiasse i segni del
carboncino senza preoccuparsi di quanto diceva l'uomo vizzo e magro che
parlava lisciandosi la barbetta caprina. Pure quando l'ometto si tacque
alzò il viso e domandò:

— E verreste voi con me?

— Sì, verrei con voi. Vi credo: credo in voi. E debbo essere il primo a
dirvelo.

— Il primo?

— Credo di sì. Non conto coloro che vi amano, chè, non hanno merito
a credervi. Conto solamente coloro che con lucido spirito vi hanno
osservato. Non credo che siano molti, e voi non sareste al posto che
occupate.

— Può darsi che abbiate ragione.

— L'ho. Non ne dubitate nemmeno voi.

Il generale repubblicano piegò di nuovo il capo sulla carta mormorando:

— Riparleremo di tutto questo.

— A piacer vostro.

Un cenno che poteva passare per un commiato. Ibleto di Spigno salutò e
si diresse alla porta. Fu richiamato.

— Marchese!

— Generale!

— Vi prego di avvertire la marchesa che le presenterò fra poco i miei
omaggi.

— La marchesa ne sarà onorata e ve ne ringrazia a mezzo mio. Dubito
però che possa ricevervi come desidererebbe e come meritate.

— Ho disposto perchè Junot le cedesse la propria stanza.

— Ve ne ringrazio.

Un nuovo cenno del capo, breve, come un comando. Ibleto uscì ed il
Bonaparte ripiegò il viso sulla carta.

Passò forse un'ora: il giovane dai capegli incolti, fasciato nella
sciarpa tricolore e insaccato negli alti stivali rimase immobile.
Pareva addormentato.

La lucernetta appesa al soffitto spandeva un lume fioco: il silenzio
era profondo. Attraverso le imposte sconnesse lo sguardo avrebbe
potuto affondarsi nel cielo buio, così buio che puranco le stelle
vi scomparivano. A tratti un passo cadenzato di sentinella frangeva
il silenzio: con probabilità camminava sull'erba, rotta per un breve
spazio da un po' di lastricato, forse la pietra d'un pozzo.

Tutto dormiva, forse, all'intorno, meno il giovane febbricitante che
inseguiva il destino! Parea d'un pezzo solo con la tavola e la carta.

Quando anche la lucernetta diede gli ultimi guizzi, e si spense, il
giovane condottiero non si mosse, quasi che le linee tracciate sulla
carta gli permanessero nella retina e le vedesse anche al buio. Restò
così a lungo a lungo, poi con un gesto secco e risoluto s'alzò e si
avvicinò alla finestra. Tuffò la testa bruciante nel fresco della
notte, ne provò un refrigerio, macchinalmente s'aggiustò la sciarpa e
si ravviò con la destra i capegli. Poi si avviò verso la porta, l'aprì,
se la richiuse dietro.



XXX.


La marchesa Fiorina di Spigno stava acconciandosi per la toilette
notturna aiutata da Gilda, la quale dopo aver messo a letto — se si
poteva chiamare letto l'esiguo numero di tappeti e di coperte possedute
da Murat — la padrona come aveva potuto meglio, era passata dalla
marchesa a ripetere le sue funzioni.

Chiarina dormiva di già sotto la protezione delle _Tre Marie_, ciò che
l'aveva più consolata del letto reso abbastanza soffice dai cuscini
della lettiga. La Spigno invece aveva penato alquanto per ridurre la
cuccia di Junot all'alta carica di letto marchionale, ed ora dimessi
gli abiti maschili s'era avvolta in un accappatoio formato alla bell'e
meglio dal damasco che copriva la lettiga dei Grimaldi, e seduta sur un
cassone abbandonava la bella chioma fluente, così lunga che l'avrebbe
potuta ricoprir come una santa Agnese, nelle mani di Gilda, la quale
felice di maneggiarla non si sbrigava davvero, protestando che prima
di ravvolgerla entro un fazzoletto di seta adattato a cuffia, le era
necessario districarla pazientemente. Ed intanto chiacchierava, da
stordita qual'era.

— Sono tutti allegri questi soldati! Sembra che vadano a festa più
che alla guerra. E il signor Tibullo è il più allegro di tutti, ma si
prende troppe libertà con le ragazze onorate....

— L'avrai però messo a posto, imagino, Gilda!

— Ho tentato, signora marchesa: ma non è facile, chè questi soldati
forse abituati con le vivandiere sono latini di mano più che di
lingua....

— Ha voluto abbracciarti eh! Tibullo?

— Il signor Tibullo s'è preso un bello e buono rovescio di mano sul
viso.....

— Gli avrai fatto poco male: hai le mani soffici.

— Non tanto, chè ci ho le nocche anch'io, e lo sa oltre il signor
Tibullo anche il signor aiutante Murat....

— Come? Anche l'aiutante? Ma tu fai strage più del cannone, Gilda!

La vispa cameriera un po' confusa apriva tuttavia la bocca per
replicare, quando la porta si spalancò e Marmont annunciò vibrato e
imperioso:

— Il Generale!

Entrò il Bonaparte a passi brevi e rapidi e licenziò d'un cenno Gilda,
la quale spaventata s'ecclissò davanti a Marmont che richiuse la porta
uscendo.

— Signore — esclamò la marchesa alzandosi e raccogliendosi intorno
alla persona la coperta di damasco — in quale società di villani avete
imparato a trattar con le donne? Vi prevengo che nelle mie stanze non
entra che chi piace a me, dopo che me ne ha chiesto permesso!

La coperta di damasco era più lunga che larga, di modo che una spalla
e le gambe dal ginocchio in giù ne sfuggivano: una spalla non piena
ma dal puro contorno, e due gambe affusolate, che la calza carnicina
svelava scrupolosamente. I capegli fluenti, lunghi, serici e gli
occhi sfolgoranti di dispetto davano alla piccola marchesa, che nel
parlare s'era alzata sulla punta dei piedini, l'apparenza dell'angelo
armato di fuoco posto a guardia del Paradiso Terrestre. Ma il giovane
generale non ebbe un solo sguardo nè per la spalla nuda, nè per le
gambe perfette, nè per la vibrante capigliatura: sedette sopra un alto
cassone e come se domandasse la cosa più semplice di questo mondo, le
chiese:

— Dov'è il vostro amante?

Accade spesso che gettando fuoco su fuoco, invece di ravvivarsi
maggiormente, sembri spegnersi lì per lì: così la marchesa rimase
interdetta sotto il nuovo insulto.

Mormorò:

— Il mio amante?

— Sì, il conte Lascaris.

Tutto poteva aspettarsi la marchesa dal nuovo ignoto che le stava
dinanzi come un giudice ed un padrone, tutto, meno che le svelasse
i suoi stessi segreti, quelli che credeva difesi da tutti, lontani
da ogni sospetto. Mormorò ancora fissando il giovane generale quasi
spaurita:

— Il mio amante?

— Il vostro amante. So che insieme al duca di Nervia ed al signor
d'Altariva sta facendo una guerriglia da _chouans_ e che s'illude
d'opporsi al mio passaggio. È per questo che vi chiedo se sapete dov'è
in questo momento e se vi incarichereste di dirgli da parte mia che è
pazzo.

Fiorina a poco a poco riprendeva l'imperio di se stessa. Quel vedersi
trattata come un oggetto qualunque, senza l'etichetta alla quale era
abituata e la distanza che scavava un abisso fra la gente di corte e la
borghesia, alla quale il giovane generale doveva appartenere, borghesia
da codino stremenzito e senza parrucca, quel discorso a tu per tu da
padrone ad inferiore la fece impennare.

— In quale fattoria di villani avete imparato a star seduto dinanzi ad
una dama in piedi?

— Preferite che vi tratti da dama, anzi da donna, poichè la rivoluzione
ha abolito gli aristo?

S'alzò, le si avvicinò, le posò una mano sulla spalla nuda
brancicandola.

— Villano!

E la marchesa torcendosi tentò di sottrarsi alla mano adunca e
imperiosa: ma il cassone che aveva dietro glielo impedì.

— Villano! Lasciatemi o grido.

— Gridate a piacere vostro, piccina! Potete star certa che nessuno
aprirà quella porta.

Fiorina sentì gli occhi pieni di lagrime, forse lagrime di rabbia, ma
lagrime. Ed implorò quasi:

— Lasciatemi.... mi fate male!

Forse ogni altra parola, anche violenta, anzi meglio violenta, avrebbe
allontanato dalla donna il giovane generale, che non s'era mosso che
per ragioni d'interesse bellico. Ma l'animo tenebroso del Bonaparte
chiudeva istinti quasi sadici e subiva eccitamenti improvvisi che
dovevano essere sodisfatti subito per non farlo dolorare come per
insostenibile tortura.

L'implorazione femminile lo richiamò all'idea della donna e la donna
gli mise nel sangue altri pensieri che non erano i politici. E quindi
invece di lasciarla, più fortemente la brancicò: sopra la spalla nuda,
la mano adunca si chiuse come un artiglio: con l'altra mano la cinse
alla cintura e s'inchinò sopra il volto spaventato avvicinando la bocca
alla piccola e fresca bocca che pareva socchiusa dal singhiozzo.

In quel pericoloso momento l'altro spirito indomito che si dibatteva
in contrasto al maschile, ridiventò padrone di se stesso: il corpo
della donna s'irrigidì, si torse, le mani libere sfiorarono il muro che
avevano d'accanto: l'una trovò i fiocchi della sciabola di Junot che
era appesa alla parete, per istinto salì all'elsa. Ed era sciabola di
buon soldato facile ad uscir dal fodero e ne uscì.

Fu librata nell'aria e ricadde sul capo del Bonaparte.

Fortunatamente per i destini del futuro imperatore la mano era debole e
per calare un fendente occorre un braccio nervoso e cinque dita sicure
nell'elsa. La sciabola cadde a piattonata ma il colpo bastò a stordire
l'uomo che ricadde all'indietro sui tappeti del lettuccio e vi restò
senza fiato, immobile.

Un gorgoglio rauco saliva dalla bocca dell'abbattuto fino alla marchesa
spaventata e senza fiato, gli occhi sbarrati e nell'anima il vago
timore di una catastrofe.

Il quadro avrebbe sedotto più d'un famoso pennello: il giovane generale
a metà sdraiato sul lettuccio, i capegli all'indietro e le mani
contratte, fasciato della sciarpa tricolore, in iscorcio, duro il mento
volontario, divaricate le gambe sottili: dall'altro lato la donna un
po' curva, sciolta dalla coperta di damasco e difesa quindi dalla sola
camicia corta e sottile, la sciabola pesante con la punta a terra,
il volto contratto, la capigliatura intorno al corpo, nel biblico e
leggendario costume d'Eva pittoresca, ma anelante, la bocca aperta, gli
occhi gonfi di paura: il quadro avrebbe certo meritato, almeno quale
documento storico, una matita fedele e geniale.

Rimasero lunghi istanti così, nell'immobilità della stanchezza e
dello stordimento, finchè il Bonaparte non si rialzò con uno sforzo,
puntando le mani sotto le reni. E la donna pure si raddrizzò, rialzando
la coperta damascata e fasciandovisi. Poi coraggiosamente impugnò la
sciabola a due mani e gridò:

— Se vi avvicinate vi ferisco!

Ma l'altro, subito, non la guardò nemmeno. Si ravviò i capegli, si
riaggiustò gli alti stivali e la sciarpa e lo sparato. Poi s'avviò alla
porta, di là si volse. Aveva una faccia grifagna e macchiata di tracce
sanguigne, la bocca torcentesi in un _rictus_ sinistro. L'immagine d'un
uccello di rapina frustato nella furibonda calata sulla preda. Con uno
strappo aprì la porta e se la richiuse dietro con violenza.



XXXI.


L'aria fredda notturna gli fece bene. Avidamente la bevve.

Poi mosse il primo passo.

E allora Marmont si fece innanzi impassibile e mormorò:

— L'altra dama è nella stanza di Murat.

Ed ebbe un cenno di risposta e restò irrigidito finchè l'ombra sottile
non si perdette nella notte.

Nei pressi della stanza di Murat due altre ombre s'aggiravano
guardinghe, furtive, celandosi all'angolo della casetta ove una specie
di tettoia rozza, evidentemente adibita a ricovero di carri offriva un
complice rifugio.

— Credete, amico Filippo, che il generale accoglierà la mia domanda?

— Giano mio, lo credo. Aspettate purtuttavia che l'aiutante Junot vi
rassicuri sull'umore del generale. Bisogna andare a colpo sicuro: un no
sarebbe sgradevole e per sempre. Aspettate il parere di Junot.

— Anche l'aiutante Marmont...

— Non vi fidate dell'aiutante Marmont: è geloso di chiunque e credo
che mi ostacoli la promozione a comandante. Ah! Se potessi fra un anno
ottenere la brigata che mi era stata promessa!

— Io mi accontenterei del grado di capitano.

— Naturalmente, ma io debbo scontar delle promesse: fino ad oggi le
cose sono andate come le avevo presagite e il generale è sempre grato a
chi non lo induce in errore.

— Che cosa avevate presagito, Filippo?

Un silenzio. Poi:

— Giano mio, non bisogna essere curiosi!

E quindi, quasi a correttivo della lezione:

— Sono affari di servizio! Scusate se non credo lecito di ripeterveli.

— Avete ragione — rispose il Lercari confuso — scusatemi voi.

E tacquero.

In quella un'altra ombra, sottile, irrequieta ma non guardinga apparve
dal lato opposto dirigendosi verso la porta della stanza di Murat.

— Per Iddio — sclamò soffocatamente il Balbi.

— Chi si fa lecito d'avvicinarsi alla stanza della mia fidanzata?

D'un balzo fu quasi a tu per tu con la nuova ombra apparsa.

— Olà! Chi siete e che volete?

Giano che l'aveva seguito alzò d'improvviso la lanterna sul viso dello
sconosciuto. Filippo Balbi fece un balzo all'indietro.

— Il generale!

— Il generale! — ripetè Giano.

— All'ordine, signori ufficiali! — Il Bonaparte seccamente replicò. —
Che fate voi stessi qui?

Filippo Balbi interdetto rispose:

— Generale, in questa stanza riposa la mia fidanzata.

— La vostra fidanzata!

— La damigella Grimaldi, generale!

— E voi? Chi siete voi?

— Il capitano Filippo Balbi, generale.

— Ed io sono il cugino, l'alfiere Giano Lercari....

Il Bonaparte frenò un gesto d'impazienza.

— Dov'è Murat allora? Dov'è Murat?

Al Balbi non era ignoto che l'ordine d'alloggio per le due dame era
stato dato dallo stesso Bonaparte: vide la scusa, s'insospettì, frenò
un guizzo torbido e rispose:

— Vuole il generale che m'informi?

— Sì, andate.... ambedue.....

Un rigido saluto e l'ombra li riavvolse. Ma dopo alcuni passi,
nell'angolo che possedeva la tettoia, il Balbi spinse lungi da sè
Giano.

— Va, va, lasciami!

L'altro esitava.

— Va.... presto.... va! Rispondo io del tuo grado!

Ed il Lercari s'allontanò velocemente.

Rimasto solo Filippo Balbi tese l'orecchio sporgendosi dal ricovero.
Udì il rumore secco e distinto del rozzo chiavistello che cedeva e il
cigolare gemente della porta che s'apriva. Entro la stanza c'era una
lucerna accesa: ne apparve uno sbiadito rettangolo sul terreno e quella
fioca luce fu subito invasa da un corpo che però non l'occupava tutta.

— Dio! — mormorò Filippo fra sè.

La porta fu richiusa. L'ombra era entrata o no?

Il Balbi non istette in forse, ma si lanciò fuori dalla tettoia e in
due passi fu all'uscio. Era chiuso. Allora accostò l'orecchio alla
toppa.

Il cuore gli batteva così che subito non concepì alcun rumore anche
leggiero: ma poi gli parve d'udire uno strisciar felpato di passi.
E quindi il silenzio. Ed il silenzio durò a lungo. Che faceva colui
nell'interno dinanzi alla fanciulla che giaceva nel sonno casto e
verginale? Esitava? Si pentiva? Sarebbe tornato? Od era in preda al
torbido fuoco del desiderio impuro e pur tuttavia si tratteneva come
dinanzi a cosa sacra?

Il silenzio durò a lungo. E il cuore batteva al giovane ufficiale fino
a spezzarglisi in petto, gli batteva sordamente e dolorosamente sì, ma
più d'attesa che d'orrore. Con l'orecchia incollata alla toppa, le mani
aggrinzate sul petto a comprimersi il sobbalzar doloroso, attendeva.

Attese a lungo. Finalmente un grido sùbito soffocato echeggiò
nella stanza terrena, poi giunse l'eco d'una breve lotta, poi delle
implorazioni femminili;

— Pietà.... padre.... Filip.....

L'udire il proprio nome sussurrato in aiuto fece sul giovane ufficiale
l'effetto d'una guanciata. Ma non si mosse. Di dentro la sorda lotta
continuò, poi un grido lacerante, poi un lamento gorgogliato come di
bimbo che piangesse in silenzio, poi nulla più.

Ma nel momento istesso in cui, stanco, si rialzava, sull'omero di
Filippo una mano tremante si posò:

— Balbi.... avete udito?

Riconobbe la voce di Betto Grimaldi, tremula e si drizzò di scatto.

— Ho udito — rispose con la voce malferma, — ho udito..... ed ho
creduto che fosse.... vostra figlia.

La voce tremula domandò:

— E.... non era?

— Mi.... sembra.... che no.

Tacquero. Non si potevano vedere chiaramente in viso, ma s'indovinavano.

L'uno respirò:

— Mi sento più tranquillo!

L'altro gli fece eco nel respirare.

— Anch'io!

L'una voce non era già più tremula, nè più mal ferma l'altra.

E stettero in forse.

— Andate a riposare, Filippo?

— Stavo per farlo, Grimaldi!

In quella, ecco, l'uscio della stanza, dinanzi a cui si trattenevano,
s'aprì. Una voce imperiosa chiamò:

— Marmont!

— Generale! — Rispose il chiamato.

E l'aiutante alzando una lanterna uscì dall'ombra. Stettero a
guardarsi, immobili. Poi sotto gli occhi di fuoco del giovane
condottiero pallidissimo, scarmigliato, sudante, gli altri occhi
si abbassarono. E ruppe il silenzio brutalmente chi più degli altri
avrebbe dovuto tacere.

— Conte — parlò secco e deciso — mi meraviglio di trovarvi qui....

L'altro barcollò. Il Bonaparte riprese:

— .... Credevo, speravo, che aveste già assunto, il comando della
vostra mezza brigata.

Filippo Balbi sentì un'onda vorticosa di sangue salire dal cuore al
cervello. Mormorò:

— Generale!....

— Non mi ringraziate — fu la breve risposta, che s'addolcì, per quanto
lo poteva la voce nata per il comando.

Parlava a Betto.

— Signor Grimaldi, non ho alcuna intenzione di prendere la vostra
città. Conservatevela.

— Generale!.....

— Non mi ringraziate!

E poi:

— Buona notte, signori!

Solo con l'aiutante Marmont, senza guardarlo, anzi volgendogli quasi le
spalle, ordinò:

— Fra un'ora firmerò brevetto e salvacondotto.

Mosse un passo: ristè ancora.

— Marmont, cerca la cameriera di madamigella Grimaldi! Credo che ce ne
sia bisogno!



XXXII.


Nell'ampia sala del Castello dei Lascaris la marchesa Isabella seduta
rigidamente presso la tavola pareva immobile, mentre dall'altro lato
l'abate Bernardino Viale, in Arcadia Amarillo Glucosio, curvo sotto
un'alta lampada a quattro becchi — un alone d'oro morbido nel buio
fondo — leggeva monotono e grave e cadenzato dei versi:

    _L'azzurro mar preclude il varco al mondo_
    _novo, che divinò ligure mente:_
    _i colli e i monti in diadema tondo_
    _serran da tergo il pian qui e là spiovente:_
    _in alto s'inabissa il ciel profondo:_
    _è breve terra ma superba gente_
    _v'opra ed è figlia prediletta al sole:_
    _ma chi v'impera è bizantina prole._

— Spero — sussurrò l'abate dopo aver atteso invano una parola
d'approvazione — spero, confido d'essermi chiaramente espresso nella
sommaria esposizione di quello che sarà il soggetto del primo canto
del mio poema. L'argomento del detto canto è la descrizione della
terra di Liguria, fra il mare, i monti e il cielo, sotto il dominio
della possente famiglia dei Lascaris. Nutro la speranza che la
signora marchesa approvi l'epiteto _bizantina_ in omaggio a Teodossia,
principessa di Bisanzio, capostipite.....

— Ho gustato l'epiteto, abate, e l'approvo. Quello che mi lascia
dubbioso è l'affermazione che sulla terra di Liguria imperi la mia
famiglia. Mi sembra alquanto esagerato.

— Mi permetto di contraddire calorosamente la signora marchesa, e di
dimostrarle in pari tempo la verità del mio asserto. Nei poemi, che
precedono il mio, c'è ovunque, per indicare un popolo, indicata invece
una prosapia. Così nella enumerazione delle forze greche nell'Iliade,
che mi dicono il signor cavalier Vincenzo Monti stia traducendo in
versi liberi con l'aiuto del dotto grecista padre Biamonti: così
Virgilio enuncia i popoli dell'Italia che Enea sconfigge, così Stazio
e così Lucano, e per venire ai moderni il Tasso, che, ad esempio,
sottomette le Puglie a Tancredi. Ecco perchè ho chiamato poeticamente
ad imperare sulla Liguria i conti Lascaris, pensando che ne hanno i
titoli. Quale famiglia infatti risale a così antichissima origine che
si perde nella notte dei tempi? Nessuna invero, neppur quella dei Re di
Sardegna.

— In questo sono con voi, abate!

— Godo d'aver con le deboli forze della mia circoscritta mente saputo
convincere l'illustre e dotta marchesa Isabella di Spigno, contessa
Lascaris di Tenda. E chiedo quindi licenza di proseguire.

— Proseguite pure, abate.

Amarillo Glucosio — scusino i lettori — l'abate Bernardino Viale
tossicchiò, si dimenò sulla sedia e, quasi gli spiovesse dalle labbra
il miele ibleo, accarezzò così le parole:

— Canto primo: invocazione. Non ho invocato la vergine musa, no: temo
d'aver tanto osato. Chiamo a me la musa madre, Mnemosine.....

    _Madre, che sulle mitiche pendici,_
    _donde Pegaso a vol l'aere fendea,_
    _tra le figlie traevi i dì felici_
    _sul mondo, che dal tuo labro pendea,_
    _tu stessa il plettro mio guida, tu dici_
    _che madre e prole è qui maggior d'Enea:_
    _Madre che bina una corona preme,_
    _Prole che è Marte e che è Minerva insieme._

L'abate si tacque modestamente e curvò il capo gravato dal peso
dell'alloro e la marchesa lusingata stava per aprir bocca ad assentire
per largirgli il premio dovuto quando si aprì invece la porta ed il
Moncherino annunciò:

— Il signor conte Emanuele Embriaco!

Prima ancora che la marchesa concedesse l'assenso, ecco l'avventuriero
sulla soglia, sprofondarsi in un inchino e spazzare delle piume del
feltro l'impiantito.

— Conte, benvenuto! Quali novelle portate di mio figlio?

— Liete novelle, spero, illustre signora marchesa, e più liete e sicure
saranno se avrò l'ausiglio vostro.

— Parlate sibillino, conte!

Da qualche istante l'abate ritto sotto l'alta lucerna faceva profondi
saluti all'Embriaco, il quale finalmente se ne accorse e li restituì
affabilmente, pur rispondendo in pari tempo alla dama:

— Quali parole possono sembrar sibilline all'acuto discernimento della
illustre signora marchesa?

— Le vostre, conte mio, le vostre che vi prego di spiegarmi.

— Agli ordini della illustre signora marchesa se vorrà darmi benigno
ascolto. M'accorgo però — e me ne dolgo — d'aver interrotto l'eminente
signor abate. La illustre signora marchesa perderà di leggieri nel
confronto!

L'abate si profuse in inchini e in sorrisi mentre la dama rispondeva:

— Tregua ai motti ricercati, conte, e parlatemi di mio figlio.

— La signora marchesa non ne ha avute più notizie da quando partì meco?

— Nessuna, conte. Voi lo lasciaste da poco, vero? Ed è lui che vi manda?

— Due giorni or sono mi distaccai da lui. Ma non vengo a suo nome.
Vengo bensì per lui.

— Parlate! Parlate!

L'Embriaco parve raccogliersi un istante: poi dichiarò:

— Un grave pericolo sovrasta sul capo del conte Lascaris.....

— Di mio figlio?!

— Del conte Lascaris, del signor d'Altariva e del signor duca di Nervia
e sul vostro, signora marchesa, e sulla città.....

— Un grave pericolo?

— Gravissimo. Le orde repubblicane si rovesciano di nuovo sugli Stati
d'Italia!

— Ripasseranno l'Alpi come due anni or sono.

— Temo che no. Le guida oggi, non una vecchia giberna come Arena, ma un
giovane generale che vede lunge e che sprona sete di gloria e ambizione
di potere. Le comanda un intelletto degno di comandare.

— E questo genio è a Parigi fra gli eleganti e le creole?

— È qui fra i soldati e i cannoni.

— Qui?

— A pochi passi, a San Bartolomeo. I villani di Sant'Antonio non furono
cacciati da bande sperse che sconfinarono, ma da esercito ingordo di
bottino ed anelante di saziarsi sulle belle contrade e le bellissime
donne.

— Orrore! — sclamò l'abate facendosi il segno della croce.

Anche la marchesa Isabella rabbrividì, ma nascose il turbamento ed
eluse il discorso.

— Mio figlio? dov'è mio figlio?

— Il conte Lascaris, col signor d'Altariva e il duca di Nervia,
bivaccano a oriente della città, ripromettendosi probabilmente
d'opporsi all'invasione. Folle pensiero. Poche centinaia di partigiani
male equipaggiati come potranno resistere ad un esercito regolare
trecento volte più numeroso, dotato d'artiglierie e fornito di
munizioni ad esuberanza?

Tacque. Concluse:

— Saranno travolti, annientati, e inutilmente.

Un istante di silenzio. Poi la voce della marchesa sibilò:

— Venite a nome delle orde repubblicane, conte Embriaco?

Rimase interdetto, subito, preso così a bruciapelo, l'interpellato. Ma
si rinfrancò e fu calma la risposta.

— Vengo come amico, vengo come colui che per vostra bontà, illustre
signora marchesa, non si logora le mascelle in un qualche sotterraneo
della Serenissima; infine vengo come colui che sedette a questa tavola,
mangiò il vostro pane e bevette nel vostro bicchiere. E vi prego di
credermi e d'aiutarmi.

— Credere che cosa? Aiutarvi in che?

— Credere in me, nella mia sincerità, nelle mie buone intenzioni.
Aiutarmi a persuader vostro figlio.

— Persuaderlo a far che?

— A non resistere.

— A tradire?

— A non resistere, vi ripeto, dato che la resistenza è inutile e che
sacrificherebbe delle vite umane senza costrutto.

La marchesa sogghignò:

— Non vi avrei mai creduto accessibile alla pietà, conte Embriaco. Affè
mia che vi consiglierei quasi di cambiare la casacca che indossate con
l'abito del signor abate.

— Voi scherzate sopra un vulcano, marchesa!

— Prova che non mi avete convinto.

— Volete permettermelo?

— Fate.

— Badate che il tempo stringe e che forse a quest'ora....

— V'avverto che impiegate argomenti poco atti a convincermi. Qui
l'abate non vi troverà certo somiglianza alcuna con i grandi oratori
del passato.

L'Embriaco si raccolse — o parve — poi risolutamente:

— Vi prego di ascoltarmi seriamente, marchesa.

— Vi ascolto.

La porta si spalancò all'improvviso.

— Vi prego di dire: v'ascoltiamo, madre mia!

Ed il conte Luca Lascaris penetrò nella stanza con Camillo Altariva e
col duca Almerico di Nervia.



XXXIII.


Dal distacco nella notte infernale a quest'altra notte che poteva
ben diventare infernale peggio della prima, i quattro patrizi non si
erano trovati più di fronte. I sospetti iniziali de l'Altariva, quegli
altri sospetti del Nervia, non erano pure tuttavia suffragati da prove
evidenti nè da ragioni essenziali. E per di più Luca Lascaris non
poteva dimenticare che portator d'una cara lettera gli era giunto colui
che in quel momento, stando alle apparenze, avevano quasi forzato nel
covo. Emanuele Embriaco per troppe emozioni della vita avventurosa ben
si era fatto un uso del pericolo continuo: se l'esistenza gli premeva,
pur tuttavia la rischiava come il giuocatore la borsa colma d'oro, che
gli è tutto e solo patrimoniale.

Alla voce del Lascaris non diede subito a veder di commuoversi, ma
pensando poi che un apparenza di insensibilità avrebbe potuto essere
interpretata a suo favore e accrescere i sospetti, se ve n'erano, si
voltò sorridente in viso di lieta sorpresa e salutò con effusione mal
trattenuta, quasi che il rispetto dovuto alla dama gl'impedisse di
mostrarsi quale avrebbe voluto e l'amicizia richiesto.

— Mi chiamo pupillo della fortuna! E godo che qui a saggiare gli
argomenti, semplici del resto, ch'esporrò, siano tre miei pari, provati
dalla guerra, maestra sempre di pratiche soluzioni, anche se guidi o
sproni un ideale.

La marchesa Isabella si trovava separata dal figlio appunto da
l'Embriaco: s'accontentò quindi d'uno sguardo, intuendo che qualche
cosa di ben più importante d'un'effusione materna stava per accadere.
Ci fu quindi un attimo d'immobilità nella sala. Poi Luca, restituendo
il saluto, ripetè:

— Vi ascoltiamo dunque, conte Embriaco: parlate liberamente.

— Liberamente parlerò, certo, Lascaris! Quello ch'io debbo dire
è troppo importante e voi troppo sottili, perchè non abbia il suo
effetto: debbo dir questo. Abbiamo alle spalle un esercito agguerrito
e possente; e lo guida un giovane generale spregiudicato che fra noi
piomba come falco sulla preda.

Non rotea già più, ma piomba. L'esercito è composto d'orde scamiciate e
indemoniate che scatena per l'anima un canto patriottico, bollente come
acquavite in fiamma, e per il corpo uno sfrenato desiderio di bottino
nelle nostre ubertose campagne e nelle pingui e grasse città. Nulla e
nessuno varrà a frenare l'impeto irruente dell'orda: non l'esercito
d'apparato del Beaulieu, nè quello mal condotto dal Colli. Sfortuna
vuole che scaglioni repubblicani si trovino già sulle terre nostre: al
rovesciarsi del fiume, tutti i torrenti vi sboccheranno, v'affluiranno
i rivi, e se ne avvantaggierà per non indietreggiare. Ha un vantaggio
sulla coalizione austro-piemontese: ma che dico un vantaggio: ne ha
mille. Questi: È formato di volontarï e voi sapete, perchè capitanate
volontarï, quanto siano preferibili, per la guerra che facciamo, ai
regolari, alle truppe di lunga ferma, che assomiglierei volentieri alle
ciurme delle galere, ai condannati al remo, posti in comparazione coi
forsennati _buonavoglie_. Di più non hanno da difendere che se stessi,
non terre, non famiglie, non averi. Ma che dico difendere! Essi giocano
la pelle nella posta con la fortuna. Ed escono da città in preda al
disordine ove han sofferto la fame e si son visti pendere sul capo la
mannaia. Dicono di portar la libertà ma invece vengono a conquistarla.
Faranno la guerra di Alessandro e di Cesare: avanzeranno cioè senza
curarsi delle spalle, finchè non possederanno qualche cosa da mettere
in salvo. Il che non avverrà certo fino a che non irromperanno nelle
pianure di Lombardia. Eccovi in breve dunque che cos'è l'esercito che
non isconfina per bande in cerca di che sfamarsi, ma deliberatamente
per una conquista organizzata. Migliaia migliaia e migliaia d'uomini
ben decisi e ben guidati. Ho detto. Adesso chiedetemi.

Un penoso silenzio gravò nella sala: immobili tutti, meno l'abate che
si fece il segno della croce. Infine Luca Lascaris mostrò di voler
parlare, ma fu fermato da Camillo Altariva.

— Vi prego, Lascaris, lasciate ch'io solo interroghi il conte Embriaco
sulla situazione.

— Fate, Camillo.

L'avventuriero con un cenno mostrò d'attendere. L'altro fu breve e fu
reciso.

— Vi manda il generale Bonaparte?

L'interpellato ebbe un moto, subito represso. Volle chiedere:

— Subisco forse un interrogatorio?

Ma si morse la lingua. E rispose tranquillamente:

— Sì, oggi, il generale Bonaparte manda me.

— Perchè, _oggi_? — non potè trattenersi dal domandare l'irruente Luca
Lascaris.

L'Altariva represse un atto di stizza. Ma il male era fatto ed Emanuele
Embriaco ne approfittò subito.

— Perchè domani, se per qualunque ragione il mio passo d'oggi fallisse
mi seguirebbe un oratore ben più convincente.

Non aspettò questa volta d'essere interrogato. Compì:

— Il marchese Ibleto di Spigno.

— Voi mentite! — urlò il conte Lascaris mettendo per istinto mano alla
spada.

Anche questa volta l'avventuriero seppe afferrar l'occasione che gli si
presentava. Con accento doloroso esclamò:

— Sono ospite vostro e sono disarmato. Datemi campo e modo, quello che
vi converrà, di rispondervi.

Camillo Altariva intervenne:

— Luca, ve ne prego, frenatevi. Il signor conte Embriaco vi ha mal
compreso e vi comprenderà meglio se porrà mente a un fatto importante:
la parentela che vi congiunge agli Spigno.

Un sorriso ambiguo dell'Embriaco diede luogo a varie interpretazioni.
E per non lasciare che il Lascaris, a pena calmato, ancora si desse in
braccio alla imperizia, l'Altariva domandò senz'altro:

— Il marchese di Spigno è dunque al campo francese?

— Vi apponete.

— E voi l'accompagnaste colà?

— L'incontrai nella mattina di ieri, dopo una notte d'incerto cammino,
poichè avevo nelle strade buie e malagevoli smarrita la scorta: fui dal
marchese condotto al campo francese. E se domani Ibleto di Spigno verrà
ufficialmente a convincervi, oggi io mi sono allontanato per poche ore,
senza alcun incarico, spontaneamente.

— Per noi?

— Non per voi: non credevo di trovarvi, non lo speravo. Ma bene speravo
di veder qui la illustre marchesa.

— E qual'era il vostro pensiero?

— Questo: non v'opponete: è inutile. Ritarderete d'un giorno il
passaggio del generale Bonaparte, forse. Dico forse perchè può qui
lasciare un migliaio d'uomini a combattervi se guerriglierete e correre
innanzi come vuol correre. Non ne guadagnerete dunque nulla e perderete
i vostri uomini e perderete voi stessi: le vostre campagne saranno
devastate, o, quel che è peggio, date in balìa al popolo di Ventimiglia
che non vi seguirà, poichè Betto Grimaldi è al campo e tratta, e
peggio, spera in un salvacondotto che gli permetta di conservare la
città. Saranno spianati i vostri castelli e condotta in prigionia la
nobile marchesa qui presente, e voi, se resterete in vita. Sacrificio
inutile, credete a me.

Stava per protestare Luca Lascaris, e la stessa marchesa per
intervenire, quando l'Altariva rispose:

— Vi credo!

Qui lo stesso Embriaco fu sorpreso.

— Vi credo — replicò l'Altariva — ma pongo due condizioni.

— Ditele.

— Veder domattina Ibleto di Spigno ed avere un colloquio col generale
Bonaparte.

— Le credo accettabili.

Gravò il silenzio per qualche istante.

— Siamo dunque d'accordo, Emanuele Embriaco?

— D'accordo. E vado a comunicar quanto chiedete.

Un inchino, e l'Altariva si scostò scoprendo Almerico di Nervia, il
quale era stato fino allora silenzioso e che si fece avanti, cupo in
volto, lentamente.

— Vi chiedo scusa, signori. Desidererei domandare qualche breve
schiarimento al signor conte Embriaco.

L'avventuriero provò un senso di gelo. Ma cortesemente rispose
inchinandosi:

— Dite pure, duca. Sono ai vostri ordini.

— Vi ringrazio e sarò breve.

Parve riflettere, parve riordinare memorie e frasi. Poi con uno sforzo
evidente, che si appalesava quasi commosso, incominciò:

— Diceste, se non erro, poco fa che incontraste nella mattina di ieri
il marchese di Spigno, quando smarrito e abbandonato dalla scorta
erravate lungi dalla buona strada.

— Credo infatti d'essermi espresso così.

— Vi ringrazio. Ma poichè v'avevo accolto nel mio accampamento ed io
stesso v'avevo data la scorta vedo in quello che avvenne un po' di
colpa mia.....

— Duca! Che dite!

— Lasciatemi dire. Ho mancato, spero crederete inavvertitamente, ai
doveri elementari dell'ospitalità: ho mancato e tengo davanti a questi
nobili uomini a chiedervene perdono.

— Duca! Ve ne prego!

— Lasciatemi dire....

— Non una parola di più, duca! Me ne offenderei.

— Perdonate! Ma non ho finito. Errai, mi perdonaste e ve ne son grato.
Ben altri però hanno errato più di me, e tengo a che vi chiedano scusa.

Nella sala regnava profondo stupore. Nessuno comprendeva: anzi il
Lascaris pensò che il duca vaneggiasse. Ma il rude gentiluomo non si
distrasse. Dichiarò:

— Permettete che vi chiami il colpevole maggiore. E grazie se lo
perdonerete, conte Embriaco.

Si voltò verso la porta, la spalancò di colpo e con voce stentorea
gridò:

— Olà, vecchio Seborga, vieni avanti!



XXXIV.


Per quanto si possa per infinite ragioni di vita avventurosa, e per non
contar nulla, o meno di nulla, da anni giorno per giorno la vita, rotti
ad ogni improvvisa emozione, ed abituati a dominarsi corpo e spirito,
nervi ed atti, pur tuttavia dinanzi al soprannaturale sempre l'uomo
esita e barcolla e sente smarrirsi, anche per un attimo che può bastare
alla sua perdita senza speranza alcuna.

Fu all'appello stentoreo del Nervia, a quella voce potente, a
quel gesto teatrale di spalancar la porta, a quel nome che più non
credeva d'udir sulla terra, a tutto quell'improvviso apparato per una
resurrezione di Lazzaro, che Emanuele Embriaco perdette la partita;
e si scavò la fossa ai piedi. Aprì gli occhi smisuratamente, con le
braccia annaspò nell'aria, indietreggiò fino al muro e stette immobile
sperduto intento al miracolo della risurrezione che doveva avvenire,
o che in quell'istante aveva creduto e credeva che dovesse avvenire.
Ma nessuno apparve sulla soglia: restò la porta spalancata, niun passo
marcò la scalea, nel quadro non s'incorniciò alcuna figura spettrale.
Ed il silenzio fu così profondo come in nessun deserto mai d'Arabia o
dei ghiacci.

Allora Almerico di Nervia mosse un passo, richiuse la porta e con la
voce sorda pronunciò:

— La prova è palese: vi siete accusato d'assassinio. Ed io, duca
Almerico di Nervia, vi getto sul viso, conte Emanuele Embriaco, l'onta
di fellonia!

— Ben giocato — rispose l'avventuriero tornato in un attimo padrone di
sè, ben giocato!

Ansava ancora, leggermente, poichè si dominava, ma sorrise e continuò:

— Potrei dirvi che non sono forte negli enigmi, e che non capisco la
vostra accusa. Ma ben invece comprendo che l'accusa di fellonia m'avete
gettata per mettervi al mio paro, giacchè suppongo che mi vogliate
assassinare.

— V'ingannate, signor conte! Il duca Almerico di Nervia non assassina.
Ha diritto d'alta e bassa giustizia e potrebbe condannarvi per volere
di Nostro Signore Iddio. Ma ben sa che il vostro nome, quantunque
indegnamente portato, è titolo nobiliare pari al suo. Fra eguali di
casta non c'è che una soluzione quando si getta come ho gettato in viso
ad un nobile di schiatta l'onta di fellonia. Non c'è che il Giudizio di
Dio e che una giustiziera: questa! —

E sguainò la spada.

— Alla buon'ora! Ecco una proposta piacevole! Avevo appunto bisogno di
sgranchirmi le braccia!

Si volse con un inchino alla marchesa impietrita:

— Non sarà spettacolo il più acconcio, per una dama, quello delle
smorfie e degli sgambetti d'un moribondo, poichè non vedo altro esito
a quello che il signor duca appella _Giudizio di Dio_ pomposamente,
mentre io più semplicemente lo chiamerei un preziosissimo piccolo
sgozzamento o sdrucio al corpo. E quindi mi permetto d'offrirvi il
braccio, marchesa e contessa, per condurvi alla soglia.

— Vi ringrazio, signor conte, — rispose Isabella — una marchesa
di Spigno, contessa Lascaris di Tenda non è una borghesuccia per
ispaventarsi di qualche goccia di sangue azzurro! Se questi nobili
signori mi permettono, una nobile dama farà da testimone al nuovo
Giudizio di Dio!

— Madre!.... — esitò il conte Lascaris.

— Ho detto, Luca!

Tre inchini rispettosi furono la risposta. La marchesa Isabella sedette
nel vano della finestra in fondo alla sala, e pallido e tremante
le si rannicchiò vicino l'abate, il quale non isperò più di potersi
allontanare. S'inginocchiò, il viso al muro, la faccia nelle mani,
mormorando con la voce rotta:

— Mio Dio! Mio Dio! Buon signor Gesù!

Dinanzi ai due fu dal Lascaris e dall'Altariva trascinata la grande
tavola del centro e disposta in modo da far barriera: poi la sala
fu sgombrata dagli scranni e i due nobili signori assumendo senza
invito, con necessaria semplicità, l'incarico di testimoni, misurarono
l'impiantito e si degnarono d'accendere i doppieri che guarnivano le
mura all'intorno.

L'ampio vano apparve così sfavillante di luce e soltanto avvolto
in semioscurità restò il fondo ove i due spettatori, l'una rigida e
imponente, l'altro umile e raggomitolato, assunsero l'apparenza di
figure immobili ed indecise di cera.

— Le vostre spade, signori! — chiese Luca Lascaris.

Ciascuno degli avversari tese l'arme propria. La precauzione era di
prammatica, ma inutile, chè tutte le spade in uso fra la gente di
corte e di guerra erano della stessa misura. Differenziavano però
nella larghezza della lama: più sottile quella di Emanuele Embriaco,
più piatta quella del Nervia. Camillo Altariva fece l'osservazione
e il conte Luca, sguainata la propria la confrontò con quella
dell'avventuriero. Parevano gemelle. Mentre però si voltava per
porgerla al Nervia, l'Embriaco intervenne:

— L'insulto maggiore che un gentiluomo possa subire, dopo quello
all'onore, è di vedersi privato dalla propria spada in leale
combattimento. Ve ne prego, adunque, conte Lascaris: lasciate al signor
duca la spada. Troppo mi dorrebbe d'un vantaggio anche leggero....

Finì sorridendo.

— .... e troppo mi dorrebbe se dovessi cadere per l'arme vostra, conte,
nel vostro castello.

— Vi ringrazio — fu la risposta del Nervia.

Gli avversari furono posti con le spalle al muro al lato opposto a
quello ove la marchesa e l'abate si trovavano: ebbero quindi alla
sinistra il muro sul quale potevano appoggiarsi con la mano libera
invece di brandire il pugnale, che non usava più, è vero, nei duelli,
ma che sarebbe stato di regola nei Giudizi di Dio! L'Altariva e il
Lascaris, nude le spalle contro il corpo, con l'elsa sul petto e le
braccia incrociate si disposero. Secondo l'uso d'allora, non si diede
segnale d'attacco: non si poteva nemmeno intervenire che nel caso
di palese slealtà d'uno dei due: i padrini erano puri testimoni e,
sull'onore, non dovevano trar parola. Non dovevano che intervenire
dietro appello d'un avversario nei duelli semplici: in niun caso in
quelli che non sarebbero terminati che lealmente.

Il silenzio e l'immobilità regnarono dunque nella sala. Prima il Nervia
accusatore, poi l'Embriaco accusato, salutarono, rigidamente: alzarono
quindi le armi, per invito ad attacco: subito il duca abbassò la
propria ed attaccò.

Stavano di fronte due maestri della nobile arte, due maestri che
troppi anni e troppe occasioni avevano consumati nel fedele maneggiar
dell'arme: si riconobbero a vicenda la maestria, si saggiarono, e si
attaccarono, l'uno impassibile, sorridente l'altro. Si riattaccarono,
alte le spade, le coccie al petto, d'impeto, a corpo a corpo: di
comune pensiero si ristaccarono con un salto. E la schermaglia
continuò. Le botte personali, messe in uso, fallirono: erano botte
segrete, ma ognuno dei due sapeva che l'altro avrebbe messo in uso
una botta segreta e dalla guardia stretta quando uno si toglieva,
contemporaneamente si chiudeva in una più stretta difesa. Giunse
un momento in cui, anelanti, i due si guardarono, le punte a terra,
lontani, addossati alle due pareti opposte.

Nemmeno allora i due padrini si mossero: pareva che la gran sala non
ospitasse che figure di pietra.

Finalmente a un gesto del Nervia anche l'Embriaco si mosse e le spade
s'incrociarono di nuovo. Questa volta però nessuno dei due si gettò
a capofitto nell'assalto furioso, ma bensì a vicenda attaccarono e
si difesero pacatamente, come se si trovassero in una palestra con le
lame mozze della punta. Si svolse allora un'accademia alla quale, pur
immobili restando, s'appassionarono i due padrini e la stessa marchesa,
tutti capaci d'apprezzar le maestrie.

Ad un momento l'Embriaco fece un passo falso e barcollò: l'avversario
lo sostenne. Ad un altro momento un abile girata di mano dell'Embriaco
fece saltar la spada al Nervia. Avrebbe avuto il diritto l'avventuriero
di ferire e d'uccidere l'inerme avversario: il Nervia allargò anche le
braccia sussurrando una preghiera. Ma l'arme dell'Embriaco si abbassò:

— Riprendete la spada, duca: cortesia per cortesia.

Il disarmato obbedì con un inchino.

Si fece allora innanzi Camillo Altariva.

— Assai vi lodo, nobili cavalieri! E poichè m'avvedo che nessuno di voi
due intende approfittare d'una possibile inferiorità dell'avversario vi
chiedo se non sarebbe opportuno che v'assicuraste l'elsa alla mano.

Due sguardi d'interrogazione e due assensi.

L'Altariva ringuainò la propria spada e s'accinse a servir da scudiere
al Nervia legandogli l'elsa alla mano, ed altrettanto fece il Lascaris
per l'Embriaco.

In quel momento di sosta dall'altro lato della sala un breve dialogo
s'intrecciò:

— Ve ne prego, signor abate, allontanatevi, che ve ne dò licenza. Vedo
che le forze non vi sostengono più.

— Le forze, è vero, mi mancano, illustre signora, ma la vostra presenza
e l'abito che porto mi sosterranno, spero, chè non mi è permesso.....

— Ve ne dò licenza, allontanatevi.

— Sono cristiano e vi sono servo.....

— E allora ve lo impongo!

Non potè l'altro replicare che già i due padrini avevano ripreso la
posizione di prima ed il duello era ricominciato. E continuava pacato.
E poichè i due non si sarebbero scostati più dalla condotta che
tenevano, più di difesa che di offesa, troppo maestri dell'arte loro
per non contar che sulla stanchezza fisica, il Giudizio di Dio sarebbe
durato a lungo, e probabilmente anche sospeso.

Ma il caso — come sempre accade — se ne immischiò.

Un grido soffocato della marchesa che vide cadere come un sacco il
povero abate svenuto, risuonò smorzato nella sala. Almerico di Nervia
non badò: più curioso l'Embriaco stornò per un attimo lo sguardo e
nello stesso istante cadde di colpo trapassato il petto dalla lama
avversaria.

E si torse appena sull'impiantito: e s'immobilizzò. Subito l'Altariva
ed il Lascaris si curvarono sul caduto: poi si rialzò il primo e crollò
il capo. Ma compiè il suo dovere come l'uso imponeva e lo chiamò tre
volte a nome:

— Conte Emanuele Embriaco!

La marchesa cadde a ginocchio alzando le mani giunte.

— Conte Emanuele Embriaco!

Anche Luca piegò il ginocchio.

— Conte Emanuele Embriaco!

Ed allora ad alta voce:

— Monsignore Iddio si è pronunciato! Giustizia è fatta!

Almerico di Nervia si diresse verso la grande tavola, vi prese un
foglio sul quale delle lineette eguali erano tracciate. Vi gettò lo
sguardo senza forse vedere e, senza accorgersene forse, lesse:

    _L'azzurro mar preclude il varco...._

Alzò la spada insozzata di sangue e la ripulì ben tranquillamente sul
foglio segnato dai versi dell'abate.



XXXV.


Qualche istante meditabondo si librò increscioso per la vasta sala
silenziosa. Il Nervia ringuainò dopo aver salutato il morto, poi si
volse interrogativo al Lascaris, il quale comprese ed agitò il cordone
del campanello che si profilava sull'arazzo.

Al tenue strepito del passo la Marchesa s'alzò.

— Vi chiedo licenza di ritirarmi, nobili signori.

Tre inchini, poi:

— Il signor abate non può offrirvi la mano, signora madre — rispose
Luca Lascaris — Mi permetterete d'accompagnarvi.

Ma l'abate, pur tremando e battendo i denti, s'alzò e pose ogni studio
nel volger le terga al cadavere e, pur essendone attirato ad ogni
passo dalla mala curiosità, pervenne a raddrizzarsi, a irrigidirsi, ad
assumere un contegno decente e, quantunque barcollando, ad alzare la
destra e ad offrirla quasi galantemente alla dama.

— Signor abate, voi siete un eroe — gli sogghignò dietro il Nervia.

Un servo accorso alla scampanellata alzò la portiera e la coppia
scomparve. Il servo ad un cenno di Luca ne chiamò altri e tutti insieme
s'accinsero a sollevare il cadavere dopo averlo avvolto nel mantello.

Mentre il funebre gruppo s'avviava lentamente passando innanzi ai tre
signori, due dei quali in omaggio pio si fecero il segno della croce
curvando il ginocchio, un gentiluomo s'affacciò alla porta e poi si
fece da parte perchè il gruppo avesse agio ad uscire.

— Il conte Embriaco è caduto sopra la punta fatale — disse il nuovo
venuto — _Qui gladio ferit, gladio perit._ Buona pace!

Espresso così leggermente l'epitaffio al morto avventuriero entrò nella
sala e salutò:

— Godo assai, Luca, nel vedervi in buona salute.

— Il marchese Ibleto di Spigno!

— In persona, in ossa e cartilàgini e pelo annesso. La vostra nobile
signora Madre è vegeta e sana? E quel famoso colpo di spada, il cui
effetto ho appunto osservato, è dunque opera vostra?

— Opera mia, signor marchese!

— Almerico di Nervia! Signor duca, vi sono schiavo, e mi dichiaro
lieto di trovarmi in paese di conoscenze. Cioè, domando perdono....
presentatemi al signore, vi prego. Luca!

— Il nobile Camillo Altariva — mormorò invece il Lascaris additando
nello scostarsi il terzo presente.

L'occhio vivo dello Spigno ebbe un guizzo. Il vecchietto si sprofondò
subito, per celare la propria sorpresa, in un vasto inchino e
s'accarezzò la barbetta concitato.

— Godo assai nel conoscervi, nobile Altariva!

— Conosco per fama la vostra saggezza, marchese!

— La mia saggezza è frutto di alcuni libri letti e di molto genere
umano osservato. È dunque dovuta più all'età che al merito, dato che vi
piaccia chiamarla saggezza. E godo nel poter constatare che la saggezza
non esiste, dato che esistono soltanto le cose o le astrazioni compiute
e non quelle in via di formazione. La mia saggezza oggi con voi tre
potrebbe completarsi.

— Parlate sempre a indovinelli, Ibleto? Non ne avete perduta ancora
l'abitudine? — esclamò Almerico di Nervia rozzamente. — Le vostre
cartaccie polverose vi divertono dunque ancora?

— Sempre, Almerico, nella guisa istessa che a voi piace di schidionar
la gente.

— Alludete al mio colpo di spada? Fu dato in disfida leale, vi prego di
crederlo, e non senza la testimonianza di questi due signori.

— Vi credo, poffarbacco, vi credo! Emanuele Embriaco non era uomo
da lasciarsi cavare una libbra di sangue senza pretendere di vederci
chiaro e disputarla coi denti e con le unghie. Ve lo credo, Almerico!
E mi dispiace di non aver assistito al certame singolare, appetto al
quale le battaglie scozzesi che l'abate Cesarotti sta mettendo in versi
volgari furono passatempi di bimbi, certamente! E se il conte Embriaco,
non avesse voluto, da ingordo, qual'era, lasciarmi indietro, non ne
sarei stato dal cattivo destino privato!

Camillo Altariva aggrottò le sopracciglia.

— Perdonate, signor marchese, ho mal compreso o avete voluto
comunicarci che dovevate qui venire in compagnia del conte Embriaco?

— V'apponete, infatti, nobile signore?

— Mandati ambedue dalla stessa persona?

— Dal generale Bonaparte, sicuro. Credo anzi che se il generale avesse
un po' prima parlato col vostro umile servo, di me solo si sarebbe
servito, non d'altri, nemmeno del conte Embriaco, ciò che avrebbe
portato assai meglio per lui!

Luca Lascaris e l'Altariva si guardarono: il Nervia più semplice
esclamò:

— Come! Come! Spiegatevi, Ibleto.

— Sono qui per questo. Fatemi portare, vi prego, di che umettar la
gola.... nè vino però, nè rosolio, che la mia renella me lo vieta: un
po' di pura acqua, _acqua fontis, splendidior vitro_ secondo il parere
del Flacco. Ve ne sarò veramente grato!

Fu servito e bevve a lungo.

— L'acqua è veramente il primo di tutti gli elementi — osservò nel
posar la tazza — elemento primo perchè ci dà la salute del corpo di
dentro e di fuori, mentre gli altri non sono mai duplici. Credo però
che questa osservazione sia già stata fatta...

— Lo spero — interruppe l'impaziente Almerico, — e spero altresì che
non siate venuto per fare degli esperimenti sull'acqua del pozzo di
Luca!

— Avete ragione, Almerico! Ma che volete, la vecchia abitudine di
argomentare e di sottilizzare mi prende troppo spesso la mano.

Si lisciò la barba diamantata di qualche goccia.

— Una presa?

Porse al Nervia la tabacchiera.

— Vi ringrazio, ma preferirei ascoltarvi.

— Eccomi dunque a voi.

Parve raccogliersi, ma sorrise invece.

— V'aspettate probabilmente ch'io sia qui per riferirvi o per proporvi
chi sa che. No. Sono qui per consigliarvi.....

— Come il conte Embriaco?

Ibleto di Spigno parve lieto della intenzione irruente del Nervia.

— Come volete ch'io sappia quello che vi ha consigliato la buon'anima
dell'Embriaco? Anzi, guardate, per meglio intenderci, ditemelo.

— Possiamo contentarvi con poche parole. Ci consigliò di non opporci
all'invasione francese.

— E perchè?

— Pretendeva inutile ogni reazione.

— Nulla è inutile al mondo — rispose Ibleto — ogni parola anche la
più astratta ha il suo corrispondente reale. Appunto perchè c'è la
parola, esiste la cosa. Le due sillabe _spettro_, ci offrono una
realtà, come le tre _anima_ e le cinque _perseveranza_. Ogni reazione
è dunque utile. Riconosco alle pretese esposte l'incolto spirito del
conte Embriaco. È vero che si riprendeva spesso la rivincita con altre
qualità. Ma non dobbiamo trattare di ciò. Vi ha dato, mi è duopo di
riconoscerlo, dei consigli, ben superbi ed anche presuntuosi. Comprendo
agevolmente la vostra ribellione. Che! Io non sono qui per offendervi,
che certi consigli sono offese. Io sono qui invece per offrirvi il
destro di confermarvi nei vostri propositi.

I tre si guardarono sorpresi ed Almerico non trovò motto.

— Spiegatevi — disse invece l'Altariva fino allora silenzioso.

— È facile. Avete un nemico, poichè volete combatterlo. Ma lo
conoscete? Questo è uno stato di fatto. Non lo conoscete? E allora
prima di combatterlo, cercatelo.

— Ci portate un invito del generale Bonaparte.

— Ahimè non ho questo incarico. Vi dico soltanto: posso introdurre uno
di voi nella tenda del generale.

Li guardò ad uno ad uno. Poi:

— Signor Camillo Altariva, non vi piacerebbe e non vi gioverebbe di
conoscere il vostro nemico?

Non vi fu lungo silenzio.

— Sì, mi piacerebbe, marchese!



XXXVI.


— Non crediate ch'io speri molto nell'incontro che il marchese di
Spigno ha con tanta abilità preparato, — aveva detto Camillo Altariva
ai due sodali prima di lasciarli nel castello ad attenderlo. — Non
ispero anzi affatto. Ma il signor Marchese ha ragione. Chiunque abbia
alle dipendenze degli esseri umani ne risponde: ha la cura delle anime
— qui sorrise — e della salute dei corpi. Debbo io dunque, anche per
voi, sapere qual nemico abbiamo dinanzi e qual pericolo ci sovrasti. A
conoscere il nemico, diceva Cesare, si guadagna già mezza battaglia.
Andrò da quel generale fortunato e giovane, sulle cui spalle grava
un peso così vasto e che si accinge alla conquista con la istessa
leggerezza del Macedone. Non credo che mi convincerà, nè che lo
tratterrò con le mie parole, ma credo, sì, che ne trarrò un vantaggio
per la nostra causa. È del resto un dovere e col dovere non si discute.
Che ne dite?

— Vi approviamo, Camillo, — aveva risposto Luca Lascaris.

Più rude il Nervia invece:

— Quanti ragionamenti, per morire! Se sarà necessario morremo!

— Morremo, sì, noi, ma gli altri?

— Gli altri? quali altri?

— Coloro che ci seguono e combattono per noi.

Qui Almerico di Nervia parve cascar dalle nuvole.

— I miei vassalli? Ma devo forse interpellar le pietre del mio castello
se mi piace di farlo crollar su di me?

Nè il Lascaris, nè l'Altariva replicarono.

L'indomani, alto già il mattino, due cavalieri con la sola scorta d'un
servo uscirono dal castello dei Lascaris e fiancheggiando il vecchio
edificio seguirono la strada romana avviandosi verso il campo francese
nel dislivello delle colline.

La primavera imperava dal mare ai monti: il cielo sgombro e puro,
l'aria chiara, l'orizzonte distanziato a perdita d'occhio. Ma
l'allegria della natura si limitava al cielo e al mare: pareva che la
terra non partecipasse al gaudio comune. Campi e maggesi per i declivi
delle colline apparivano spogli e abbandonati, gli alberi troppo
ramati per la mancata potatura, l'erbaccia lussureggiante che allignava
dovunque, i termini, le siepi, le barriere sfondate, slabbrati i canali
irrigatoi, le cisterne e le peschiere ingombre di rifiuti e di melma,
i pagliai spettrali, vuote le rimesse, aperte le stalle; si andava
nella desolazione. Parea che la terra madre aprisse le braccia alla
crocifissione.

— Ecco l'effetto della guerra! — esclamò Ibleto fermando la cavalcatura
sul margine più alto della strada.

Ed accennò in alto e in basso il quadro disastroso.

— Guardate laggiù, nobile signore!

Un aratro spezzato giaceva a mezzo sepolto dalle zolle erbose nel
centro d'un campo tutto rosso di fango, di quel rosso vivo che
caratterizza le terre di Provenza.

— Laddove il lavoro muore appare il sangue, nobile signore!

L'Altariva rispose:

— Pure la guerra è una necessità.

— Ve l'ammetto: necessità di salasso della umanità rigogliosa troppo.
Ma — badate; è un'ipotesi — non potrebbe il salasso diventar periodico
e smungere tutti gli inutili?

— Chi chiamate inutile, marchese?

— Difficile domanda. Pure credo che potrò rispondere chiarendo il
mio pensiero. Perchè non potrebbe governare un'aristocrazia qual
s'intendeva _ab antiquo_, e cioè una selezione di saggi, la quale
distribuisse vite e beni serenamente, estirpando quanto non concorresse
con la mente, le braccia, o la bellezza al bene comune?

— Vorreste forse comporre una lunga novella ad imitazione di quelle del
signor di Voltaire, marchese?

— Perchè no, mio nobile signore? Dalle fantasie accese spesso è
sgorgato più bene che dai cervelli ragionanti.

L'Altariva stava per replicare quando uscì da un avallamento del
terreno una voce gioconda:

— Olà! olà! _Sero venientibus ossa!_ Mi dispiace per voi, cittadini
cavalieri, ma la zuppa è già discesa fino ai calcagni e non vi possiamo
offrire che qualche magro inchino alla maniera d'una volta!

La faccia ridente di Tibullo apparve nello svolto della strada in
discesa. L'allegro e spregiudicato sanculotto precedeva un gruppo di
compagni che reggevano infilato ad un'antenna il formidabile marmittone
del rancio: più indietro altri soldati circondavano una lettiga e
quindi seguivano un'amazzone ed un cavaliere appesantito in arcione.

— Buon mattino, amico, — rispose Ibleto. — E, se ti è lecito
confidarmelo, chi precedi? O casco in grossolano errore e v'è da
incolpar la mia vista vacillante — ahi! _dura senectus_! — o mi sembra
di intravedere laggiù la mia diletta consorte e signora!

— Vedresti una pulce sopra un campanile, cittadino _çi-devant_, e
quella è proprio la tua invidiabile moglie sibarita privilegiato,
poichè la rivoluzione non ha tolto il privilegio del monopolio d'una
bella donna per un sol uomo!

— O perchè dunque Fiorina è partita senza attendermi com'era convenuto?
— chiese a sè stesso il marchese volgendosi però all'Altariva che si
strinse nelle spalle.

— O bella, cittadino, — rispose Tibullo — per accompagnar probabilmente
la damigella sua amica malata!

Soltanto allora lo Spigno pose mente alla lettiga che avanzava
lentamente. Era non più la splendida portantina della vigilia, ma
una rozza barella, retta su due travi e portante su tappeti un corpo
disteso. La parte superiore a curva della lettiga era priva di tende
nei due lati e soltanto chiusa in avanti e nel fondo. Il corpo che
vi giaceva si potea dunque soltanto scorgere a mezzo: una mano bianca
tuttavia pendeva dall'orlo e un enorme cane da pastore che camminava
di conserva, ogni poco alzava le fauci pericolose e lambiva quella mano
inerte.

— Nobile signore — disse allora Ibleto a Camillo — sproniamo se non vi
dispiace!

— Vi seguo, marchese.

Spronarono e in pochi tratti raggiunsero la lettiga.

Benchè non fosse tale da abbandonarsi alla curiosità Camillo Altariva
nel passare accanto al gruppo si chinò a pena. E scorse abbandonata,
come se fosse morta, sui tappeti scomposti Chiarina Grimaldi. Non
vide che la massa dei serici capegli schiacciati sul cuscino e un
viso arrossato, un viso in fiamme, ardente nella congestione più negli
zigomi e sulle tempia, e tumefatte le labbra semiaperte e inchiodati
i denti. Parea morta. Le braccia pesavano tanto sui tappeti, che vi
segnavano un solco.

— È molto malata quella giovane dama — disse Camillo Altariva senza
poter distogliere gli occhi della lettiga.

E non udì nemmeno la presentazione che di lui faceva il marchese Ibleto
di Spigno alla sopraggiunta coppia di cavalieri.

— È molto malata infatti — ripetè Fiorina.

— Se la stagione mite m'autorizzasse — osservò Ibleto — direi che può
essere stato un colpo di sole.

— Ma se ieri di tarda sera s'intrattenne con me piacevolmente e scherzò
e costrusse progetti fino all'ora di separarci! — replicò la marchesa.

E aggiunse:

— Fu soltanto questa mattina che Gilda la trovò così come ora la vedete!

Uno scoppio di pianto risuonò dall'altro lato della lettiga, donde la
vispa camerista apparve disfatta dalla commozione.

— Oh! Signore Iddio..... la ho creduta morta.... faceva paura —
singhiozzò.

E poi timidamente:

— Che l'abbia punta il vampiro notturno?

Soltanto allora Ibleto e Camillo alzarono quasi di comune accordo gli
occhi sul cavaliere ch'era rimasto indietro, muto, a capo chino. Videro
un volto più terreo e più sfatto che quello d'un cadavere.

— Vi faccio auguri di gran cuore, Betto Grimaldi — pronunciò a mezza
voce lo Spigno.

E s'ebbe in risposta un saluto abbozzato.

Soldati, lettiga e cavaliere proseguirono, passarono. Rimase indietro
la marchesa. Esclamò corrugando le sopracciglia:

— Non vi stupisce una cosa, Ibleto?

— Quale, Fiorina?

— Un'assenza?

— Un'assenza? E chi, se vi piace?

— Ma come? La povera Chiarina è così malata che fa l'impressione di
vederla passare di momento in momento, ed il suo fidanzato non è qui
con noi, presso di lei?

Camillo Altariva intervenne:

— Permettete: non è la nobile damigella Grimaldi promessa sposa del
marchese Filippo Balbi?

— È quella stessa: v'apponete. E non è qui con lei!

— Forse — le osservò lo Spigno — è trattenuto dal suo servizio, chè, se
non erro, è capitano della Serenissima.

— È colonnello, da oggi, colonnello comandante una mezza brigata e
francese per giunta.

— Poffarbacco! Fa carriera _le jeune homme!_

— Forse lo trattiene il dovere al campo — notò l'Altariva.

— Dovere? Ma quando vi facciamo l'onore d'amarvi, signori uomini, il
vostro dovere è di restar presso di noi, a nostra volontà!

E la piccola marchesa spronando il cavallo si allontanò al galoppo.



XXXVII.


— Sarebbe un dovere che si assolverebbe di gran cuore — concluse
Ibleto di Spigno rivolto al compagno. — Ma guadagnamo il tempo che si è
perduto: il generale ci attende.

Giunsero al campo francese in brev'ora e lo trovarono in piena
effervescenza, che si levavano le tende: e benchè spiccia fosse la
bisogna per i succinti eserciti della giovane repubblica, pure del
tempo ne occorreva anche per gli stracci e le povere suppellettili.
Passarono quindi quasi inosservati, se non urtati nell'infuriar delle
faccende e quindi, accolti e preceduti poi da Murat, aiutante di
servizio, giunsero dinanzi alla porta dietro la quale si celavano i
destini d'Italia.

Murat bussò: s'ebbe in risposta un breve:

— Avanti! — Ed entrò. Riuscì subito e fece passare Ibleto. Anche
quest'ultimo si fermò pochi momenti: riapparve sulla soglia, tenne
socchiusa la porta e cennò al compagno.

Il generale Napoleone Bonaparte ed il nobile Camillo Altariva si
trovarono di fronte.

Più giovane, più impetuoso, meno padrone di se stesso, il primo annodò
le mani dietro la schiena e fissò l'antagonista che aveva di fronte
battendo la punta del piede sinistro sull'impiantito e gonfiando il
petto, e stirandosi per assumere, forse incoscientemente, dinanzi
all'ignoto, il contegno adeguato alla propria importanza, ciò che fu
sempre una delle preoccupazioni sia del generale che del primo console
e dell'imperatore, poichè Napoleone Bonaparte ebbe sempre il torto di
vergognarsi della propria fisica persona.

L'Altariva ne sostenne lo sguardo, ma senza mostrar turbamento, nè
assumere pose teatrali, nè cercar di parlare. Attese. Non molto.

— Voi siete il capo degli insorti? — gli domandò a bruciapelo il
giovane generale.

— Insorti? Ch'io sappia s'insorge contro un'autorità legittima o
costituita, che non vedo in voi.

— Poche parole: siete il capo di coloro che si oppongono a me.

— Come voi siete il capo di coloro, che invadono e saccheggiano le mie
terre.

Invece di provar sorpresa o sdegno il Bonaparte sorrise:

— Diritto di conquista, signore.

— Diritto di difesa, generale.

— Bene, mi piace: siete un _çi-devant_ che ragiona, voi.

— Non sono il solo.

— Me ne compiaccio: faciliteremo le risoluzioni.

— Non domando di meglio.

E tacquero. Poi:

— Sedetevi, signore.

— Grazie, generale.

E sedettero.

L'ombrosa suscettibilità dell'ombroso condottiero repubblicano, il
quale vedeva in tutti ed in tutto, sempre, un assalto o un dispregio
alla propria autorità, pareva placata. Forse vedevasi di fronte ad
un pericolo reale, e dinanzi al pericolo colui che fu Napoleone, si
ritrovava, dominava i propri nervi, comandava alla propria diffidenza:
acquistava insomma la piena disponibilità delle proprie risorse.

Parlò quasi pianamente:

— Dunque, signore, voi vi opponete a me.

— Ieri, forse, generale: oggi è un'altra cosa.

— Ah? E perchè?

— Perchè bisogna essere pazzi per contrastare con quattrocento uomini
il passaggio d'un esercito. Odio gli eroismi inutili e del resto
m'accorgo che non è vostra intenzione depredare il paese.

— Da che cosa ve ne accorgete?

— Dal ritorno delle donne e delle autorità in Ventimiglia. Alla città
che si vuol mettere a sacco non si rimandano gli abitanti.

— Bene. E allora?

— E allora noi non vi contrastiamo.....

— Vi ritirate?

— Ci ritiriamo.

Spuntò un'unghia del leone.

— Se ve lo permetterò.

Senza perdere la sua funebre calma l'Altariva replicò:

— Credete di poterlo impedire?

— E perchè no? Voi stesso avete osservato che ho un esercito contro un
pugno d'uomini.

— Altra cosa è sgominare i lupi discesi dai monti ed altra catturarli.

— Può darsi, ma il mio preciso dovere è di catturarli, perchè le leggi
militari della repubblica francese impongono d'accrescere l'esercito di
tutte le popolazioni conquistate.

— E allora catturate.

— Cominciando da voi?

Si guardarono fissamente.

— Potrei dirvi che sono un parlamentare.

— E così ritiro la parola cattura e la sostituisco con un'altra.

— Quale?

— Vi invito.

— Vi ringrazio.....

Senza un gesto continuò:

— .... ma non accetto.

— Comprendo. Vi trattiene un giuramento.

— Vi sbagliate. Non ho giurato fedeltà ad alcuno.

— Pure difendete la causa del vostro re.

— Perchè è la mia.

— La vostra.... forse. Non quella dei vostri vassalli.

— Vi sbagliate ancora: quella dei miei vassalli più che la mia.

Il generale Bonaparte aggrottò le sopracciglia.

— Voi disconoscete dunque le conquiste della rivoluzione?

— Quali, vi prego?

— La libertà, l'eguaglianza, la fraternità.

Per la prima volta un sorriso, leggero e profondo insieme, si disegnò
sulle labbra del nobile Altariva. Le sopracciglia del Bonaparte già
aggrottate, si contrassero.

— Negate forse che la rivoluzione abbia dato al popolo e libertà ed
uguaglianza?

— Vedete che anche voi adesso vi rimangiate la fraternità, e fate bene.
Un sentimento non s'impone, nè sovvertendo l'ordine, nè abbassando o
alzando uomini. Sulla vostra bandiera c'è dunque già una parola almeno
inutile.

— Ma la libertà? Ma l'eguaglianza?

— Quale eguaglianza? Il _tu_ che accomuna tutti? Il dovere di
dare spiegazioni anche agli ubbriachi? Il diritto di sospettare,
di insultare, di mettere alla gogna, di chiedere umilianti
giustificazioni? Quale eguaglianza, ditemelo, esiste fra voi e — non
voglio troppo discendere — il generale che vien dopo di voi? Quale
eguaglianza fra voi e il vostro governo centrale?

— E le prerogative nobiliari, le _corvées_, le esazioni, le decime....

— Abusi..... come quelli del resto che farete voi.

— Ah! Voi li condannate?

— Non li voglio nemmeno discutere, chè non debbono esistere.

— Ma esistono.... o almeno ci furono.

— E i vassalli si ribellarono, come la corda tesa a lungo si spezza.
Anche questo è nell'ordine naturale delle cose. Non legge, ma
consuetudine, consacrò gli abusi. Quando avvenne il tacito patto fra
l'uomo d'arme ed il contadino: _tu mi difendi ed io ti mantengo_, abusi
non esistevano: l'abuso cominciò dal diritto inumano d'ereditarietà,
non dei beni acquistati, ma di quelli tramandati....

— L'ammettete?

— Certamente. Ma credete voi che ne sarete immuni? Mio generale, l'uomo
è accentratore, è conservatore, è rapace, è avido, e vuole vivere anche
oltre la morte, almeno nelle cose sue. L'idea di patria è supplementare
a quella di proprietà. Chi non possiede non ha patria. Chi non
obbedisce non ama l'ordine e l'ordine è tutto: è quello che regge il
mondo, è quello che fa vivere, è quello che dà la fiducia. Voi siete
l'ordine, ed è per questo che siete anche il primo nemico della vostra
rivoluzione.

Il volto del generale Bonaparte s'era totalmente ricomposto, muscoli
rilassati, rughe e ciglia appianate. Pareva una statua: soltanto — e
forse involontariamente — l'occhio scintillava.

— Credete, generale, che l'uomo aborre dai reggimenti democratici.
L'uomo è nato per avere un padrone, per farsi difendere e lavorare e
produrre in pace all'ombra della protezione altrui. La libertà non è
che una parola astratta: nulla c'è di libero al mondo, tutto è legato,
poi che tutto è costretto nell'ordine infinito e incommensurabile. La
libertà è una figura politica, è il nutrimento a buon prezzo che si dà
al povero volgo in cambio delle braccia e del sangue. Ah! meglio assai
la franchezza dei padroni veri che davano il pane! E del resto che cosa
fece la vostra rivoluzione se non imporre dei nuovi padroni? Volete,
generale, che vi dica la risposta d'un mio avo al quale, per metterlo
in guardia contro un intendente ladro, si susurrava che possedesse
ricchezze esorbitanti? Rispose: «_Colui è già ricco: se lo cambio, il
nuovo vorrà diventarlo_». Voi siete i nuovi padroni ed il popolo.....
non fu sagace come l'avo mio.

Il volto marmoreo del Bonaparte non espresse alcun sentimento.

— Non c'è dunque mai sotto il sole una lotta di principii, ma soltanto
di uomini. Soltanto i sognatori, i martiri, i crocefissi agitarono
delle idee: gli altri non isventolarono che dei contratti.

Questa volta il generale sorrise.

— Gian Giacomo sottoscriverebbe la vostra teoria?

— È forse errata?

— E lo chiedete a me?

— Non lo chiedo: la credo giusta, e me lo auguro e lo spero. Voi che
uscite da una tutela ne subite un'altra peggiore oggi. E badate, non
difendo i miei pari, chè non ne ho: difendo la verità, poichè riduco
tutto alla sua ragion vera d'essere! Il popolo è fanciullo: ama cambiar
di trastulli, ama rompere i trastulli con i quali si è divertito, o che
ha ammirato: il popolo non ama la libertà, ma la sicurezza, il pane ed
i giochi del circo. La libertà? Ma si può morire per una donna o per
una memoria, o per una bella frase, ma sempre alla condizione d'essere
ebbri.

S'era acceso parlando. Parve, non pentirsi delle sue parole, ma
crederle superflue, chè mosse un passo verso il generale repubblicano e
gli chiese a bruciapelo:

— Siete voi come io vi penso? Siete un padrone?

— Che intendete?

— Intendo questo: se è vostra intenzione, se è scopo vostro chiudere
nella vostra mano le fedi tarlate e i cervelli codardi e asservirli a
voi per il bene di tutti. Io che vi parlo, e che sono fra gli uomini
più intelligenti e sicuro di me in apparenza, io sono, come tutti sono,
dall'umil servo della gleba alla testa coronata: cerco un padrone che
pensi per me, che risolva per me, che giochi anche per me. Tenetevi la
vostra vana libertà, brandello di cencio, e datemi invece un padrone!

— Un padrone?!

S'era lanciato ma si riprese:

— Datemi la mano, signor d'Altariva. Forse un giorno verrà ch'io vi
ricordi le vostre parole.

Spinse d'un colpo la porta, quasi per sottrarsi ad un pericolo o ad una
paura:

— Murat!

L'aiutante apparve.

— Il signor d'Altariva sia munito di salvacondotto, per sè e per coloro
di cui darà i nomi.

Una stretta di mano ed una parola tanto a bassa voce, pronunciata, che
non si sarebbe potuto dire chi l'aveva emessa:

— Grazie.



XXXVII.


Nella stanza non ampia, addobbata a salotto rococò in cui stonavano
delle poltrone recenti venute di Francia sotto dei grandi mobili
secenteschi, la damigella Chiarina moriva.

Immobile, chiusi gli occhi, giaceva nel letto verginale, affondata
nei guanciali, nimbata dai capegli biondi e parea che non respirasse
nemmeno. Accanto al letto Gilda, muta e in lagrime, sventolava un
pannolino sul viso della malata. Nel vano della finestra, chiuso, il
cofano del corredo.

Ad un tratto nell'anticamera suonò uno strepito di passi: la porta fu
schiusa e il naso affilato dell'archivista Orengo fè capolino. Susurrò
l'ometto, meno d'un soffio:

— Gilda!

La camerista non si mosse. Quegli, più forte, ripetè:

— Madamigella Gilda!

L'interpellata si scosse, volse il capo e s'attraversò la bocca
coll'indice:

— Ssssss!

— Gilda — ripetè l'archivista, — il magnifico Grimaldi chiede se
madamigella può ricever visite?

— Visite? Ma se è qui come morta! Benedetta la Madre dei sette dolori,
lasciatela in pace!

L'ometto ritrasse il capo, ma non per questo la porta si richiuse,
chè anzi fu spalancata e la contessa Isabella Lascaris e la marchesa
Fiorina di Spigno entrarono seguite da Betto Grimaldi e dall'abate
Bernardino Viale.

— Chiara! — mormorò Fiorina curvandosi in singulti sul letto.

La malata non si scosse.

— Suvvia, ricomponiti — susurrò alla marchesa di Spigno, ch'era
scoppiata in lagrime, la marchesa Isabella.

Ed al Grimaldi inebetito:

— Che dice il medico?

S'ebbe in risposta uno sguardo atono.

— Non si cercò di rianimarla con qualche cordiale? — chiese l'Abate.

— Cordiale? — rispose Gilda. — È da stamani in questo stato. Il medico
teme la congestione.

— E non le cavarono sangue? E non le applicarono mignatte?

Fiorina aveva preso il posto di Gilda ed agitava il pannolino, quando
sulla soglia apparve il capitano Cavalli.

— Magnifico Grimaldi entrano i francesi in città!

— Vengo! Vengo! — rispose il comandante e si profuse in inchini.

— Chiedo licenza! Chiedo licenza! Il dovere.....

— Andate, Betto, andate, rimaniamo noi!.....

Il capitano Cavalli immobile, osservava la malata.

— Povera damigella — mormorò poi seguendo il Grimaldi — pare....
pare.... —

Sospirò.

— .... la vergine Lavinia!

La stanza ricadde nel silenzio.

Dalla finestra aperta il tramonto d'oro penetrava. Di faccia incupiva
la rocca di Roverino, mentre un po' della chioma fronzuta di Siestro
rifletteva il sole morente.

Silenzio ancora, pesante, inquietante.

Ad un tratto risuonarono giù, sotto la città, sul ponte del Roia dei
prolungati rulli di tamburo.

— I francesi! Passano i francesi! — disse Gilda sporgendosi verso la
finestra aperta.

— I francesi? — ripetè la contessa Isabella curiosamente accorrendo.

I rulli di tamburo crescevano, un brusìo soffocato da prima, poi
sonoro, pieno, di folla tumultuante si propagò, e l'eco delle colline
lo respinse e tutta l'aria se ne riempì. La gran dama e la camerista
accumunate dal desiderio di vedere si sporsero maggiormente e Fiorina
si staccò dal letto attratta dallo spettacolo insolito.

I rulli marcarono il passo della moltitudine, poi nel rullar solenne si
sposò un coro marziale:

    _Allons enfants de la patrie...._

— No!.... No!.... No!....

Il monosillabo raucamente risuonò. Le dame e la camerista trasalirono,
si volsero, accorsero.

Chiarina s'era alzata a sedere, puntando nelle coltri i pugni, gli
occhi spalancati, sciolti i capegli, pallidissima, spettrale.

Già il coro diventava assordante.

— No!.... No!.... No!....

Ricadde nelle braccia di Fiorina, annaspò delle dita nelle coltri,
torse la bocca, gli occhi le si arrovesciarono. Ma fu un attimo. Il
volto dolcissimo si ricompose, le labbra socchiuse lasciarono sfuggire
delle parole.

— Che dice? — esclamò Fiorina.

Curvò sulla bocca della fanciulla, che teneva sul petto, l'orecchio.
Chiarina ripetè accorata e soave:

— Filippo.... perdonami....

E spirò.



EPILOGO


Poca gente rimaneva nella cattedrale di Ventimiglia, antico tempio di
Giunone, inginocchiata sul marmo inciso di fresco per rammentare che si
celava là sotto il frale di Chiarina Grimaldi, volata nel grembo del
Signore, angelo purissimo, vergine pia, sposa celeste, lasciando nel
dolore eterno il nobile padre ed il nobile fidanzato.

La folla uscendo per le due porte laterali si cacciava nei vicoli
angusti della vecchia città e spariva, chè la sera discendeva, dopo
il breve crepuscolo, veloce, e per le ordinanze della Serenissima
il coprifuoco essendo in vigore, se non brillasse la luna, c'era da
trovarsi al buio peggio che nella bocca del lupo.

Una figura femminile pur tuttavia giaceva inginocchiata sul marmo:
e poichè all'entrata della cappella quattro servitori con le torcie
l'attendevano, c'era da supporre che fosse nobil donna. Rimase l'ultima
e soltanto quando lo scaccino s'aggirò per le navate facendo suonar
le chiavi, si riscosse e s'alzò. Allora soltanto un'ombra parve uscire
dall'ultima colonna, quella d'un uomo alto, ammantellato, che tuffando
la mano entro la pila porse l'acqua benedetta alla dama. Ed a malgrado
il buio parvero riconoscersi, chè le due mani si toccarono tremanti.
Fuori, verso le Crotte, nello sboccar d'un vicolo buio, la nobile
signora sostò e l'ombra le si avvicinò.

— Siete voi, Luca?

— Sono io, Fiorina.

Tacquero. S'incamminarono. La donna riprese.

— Ho saputo da vostra madre, Luca, che avete ottenuto un salvacondotto
e libere le terre e il castello. Ne godo per voi.

Il Lascaris crollò le spalle:

— Che me ne importa!

Riprese:

— Non per questo mi tengo legato: altri mercanteggiarono per me. Forse
Camillo ebbe ragione guardando le cose e i sentimenti come le guarda.
Ragiona, e ragiona troppo. Io sento. Ma purtuttavia, Fiorina, guardate:
lascerò le mie terre, il mio castello e mia madre, tutto lascerò dietro
di me, anche il giuramento che mi lega al Re, immemore di noi.... tutto
sono pronto a lasciare, se manterrete la vostra promessa.

Camminavano lentamente, ma la dama ristette e con lei si fermarono
i servi protendendo le torcie accese sicchè ne illuminarono il volto
stupito.

— La mia promessa, Luca? Quale?

— Immemore siete dunque, voi, come il Re, Fiorina? E pure è promessa
recente e non di parola che il vento possa portarsi.....

Ebbe timore la dama che il conte vaneggiasse. Cennò ai servi che
s'avvicinassero e quelli impassibili, alte le torcie enormi, la
chiusero in un quadrato inespugnabile.

— Ve ne prego, Luca, parlate chiaro....

Per tutta risposta il conte si svolse dal mantello, cacciò la mano
entro l'abito, dalla parte del cuore e ne trasse un foglio piegato a
tricorno e legato d'un nastro azzurro.

— Ecco. Mi duole però dover constatare come le vostre promesse vi
stiano così poco a cuore.

Fiorina afferrò il foglio, lo svolse, l'aprì, s'avvicinò ad un servo
che abbassò la torcia e lesse:

  _Luca,_

_il conte Embriaco vi porta il presente per dirvi che mi precede e
ch'io vengo a voi, fiduciosa che i nostri destini s'uniscano finalmente
come desiderate e come desidera pur sempre_

                                                   FIORINA DI SPIGNO.

— Ma è falso, Luca! Io non ho mai scritto, io non potevo mai
scrivere.... Dio! Perchè insultarmi così, Luca?

L'uomo provò la sensazione d'una mazzata: vacillò, s'afferrò al servo
più vicino, d'impeto, sicchè quegli cedette e la torcia violentemente
scossa gli bruttò le mani di cera scottante e ne bruttò la fronte del
nobile signore. Il servo urlò dal dolore, ma il conte parve invece
averne un refrigerio.

S'irrigidì. Mormorò soltanto:

— Ed ho lasciato che l'uccidesse Almerico!

S'avvolse di nuovo nel mantello.

— Addio, Fiorina.

— Luca, Luca, ascoltate — gli sussurrò la dama — calmatevi, salite con
me, datemi questa consolazione.....

— Grazie, vi ringrazio, ma non posso venire con voi.... Ho bisogno di
restar solo....

— Domani, domani almeno! Vi attendo. Promettetemi di non mancare.
Ibleto vi vedrà con piacere.

— Addio, Fiorina, — rispose il conte crollando il capo e cercando di
svincolarsi, chè quella lo teneva come in una strettoia.

— Luca.... vi prego.... Luca....

— Badate ai servi, marchesa — ebbe la forza di susurrarle con la voce
quasi calma.

La donna lo lasciò. Ma insistette:

— Verrete domani? Me lo promettete?

— Addio, Fiorina, — rispose il Lascaris e fuggì precipitosamente
ingoiato dall'oscurità.

— Lancia, Borgogna, correte! — ordinò Fiorina, ma si riprese subito. —
No, avvicinate le torcie.

Rilesse il biglietto, fece una smorfia, poi ridusse in minutissimi
pezzi la carta. Le rimase il nastro azzurro. Se lo annodò al polso con
un nodo d'amore.

                                   *
                                  * *

L'ordine di servizio portava scritto:

— «_All'avanguardia la mezza brigata del colonnello Balbi...._».

La sera, presa Cosseria, il Bonaparte chiese a Berthier:

— Come si comportò la mezza brigata del colonnello Balbi?

— Eroicamente, generale.

— E il colonnello?

— Morto all'assalto.

— Ah!


  _FINE._



  OPERE
  DI ALESSANDRO VARALDO


  VERSI

  _Marine Liguri_ (esaurito).
  _Romanze e Notturni_ (esaurito).
  _Le Settembrine e le Odi Funambolesche._


  ROMANZI

  _Due nemici._
  _Un fanciullo alla guerra._
  _La Bella e la Bestia._
  _I Re Magi:_ I. L'Ultimo Peccato;
    II. La grande Passione;
    III. L'amante di Ieri.
  _La Marea:_ I. Il Falco;
    II. Cuori Solitari;
    III. Mio zio il Diavolo.


  NOVELLE

  _La Principessa Lontana_ (esaurito).
  _Una Rosa d'Autunno._
  _Genova sentimentale._
  _Le Avventure._
  _La Costa Azzurra._
  _Moralità Immorali._
  _Il Carnevale di Nizza,_
  _Donne profumi e fiori._


  CRITICA

  _Per un poeta della Vecchia Scuola._ (esaurito).
  _Fra vizio e belletto — Profili d'Attrici e d'Attori._


  TEATRO

  Vol. I. — _L'Altalena_ — _Il Medico delle anime_ —
          _Un marito innamorato_.
  Vol. II — _La conquista di Fiammetta_ — _L'amante del sole_ —
          _Appassionatamente_.
  Vol. III — _Diamante o Castone_ — _Il più sincero dei tre_ —
          _Una sciarada_ — _Il selenita_ — _Il Gatto nero_ —
          _Don Giovanni si pente_.


  IN PREPARAZIONE

  _Commemorazioni — Profili di Scrittori e di Attori._
  _Il Cerchio Magico_ — Commedia in 3 atti.
  _Il fiore d'agave_ — Novelle.
  _Il Cavaliere Errante_ — Romanzo.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Il Falco - (Cronaca del 1796)" ***

Doctrine Publishing Corporation provides digitized public domain materials.
Public domain books belong to the public and we are merely their custodians.
This effort is time consuming and expensive, so in order to keep providing
this resource, we have taken steps to prevent abuse by commercial parties,
including placing technical restrictions on automated querying.

We also ask that you:

+ Make non-commercial use of the files We designed Doctrine Publishing
Corporation's ISYS search for use by individuals, and we request that you
use these files for personal, non-commercial purposes.

+ Refrain from automated querying Do not send automated queries of any sort
to Doctrine Publishing's system: If you are conducting research on machine
translation, optical character recognition or other areas where access to a
large amount of text is helpful, please contact us. We encourage the use of
public domain materials for these purposes and may be able to help.

+ Keep it legal -  Whatever your use, remember that you are responsible for
ensuring that what you are doing is legal. Do not assume that just because
we believe a book is in the public domain for users in the United States,
that the work is also in the public domain for users in other countries.
Whether a book is still in copyright varies from country to country, and we
can't offer guidance on whether any specific use of any specific book is
allowed. Please do not assume that a book's appearance in Doctrine Publishing
ISYS search  means it can be used in any manner anywhere in the world.
Copyright infringement liability can be quite severe.

About ISYS® Search Software
Established in 1988, ISYS Search Software is a global supplier of enterprise
search solutions for business and government.  The company's award-winning
software suite offers a broad range of search, navigation and discovery
solutions for desktop search, intranet search, SharePoint search and embedded
search applications.  ISYS has been deployed by thousands of organizations
operating in a variety of industries, including government, legal, law
enforcement, financial services, healthcare and recruitment.



Home