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Title: Progetto filosofico di una completa riforma del culto e dell'educazione politico-morale del popolo ebreo
Author: Fernando, Aron
Language: Italian
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*** Start of this LibraryBlog Digital Book "Progetto filosofico di una completa riforma del culto e dell'educazione politico-morale del popolo ebreo" ***


                 Nota di trascrizione in coda al testo.



                              AGLI AMATORI
                           DELLA SPECIE UMANA
                                   E
                     DELLO SVILUPPO DELLA RAGIONE


                              A. FERNANDO

             Vox diversa sonat populorum est vox tamen una
                  Cum verus patriæ diceris esse Pater.

                                                           Mart. Lib. I.

S'egli è vero, come niuno può sensatamente dubitarne, che la verità
purgata dall'orrida caligine de' pregiudizj sia per l'uman genere un
bene inestimabile, è non meno certo che ogni individuo il quale senta in
se medesimo una costante inerenza in suo favore, ed energìa sufficiente
per produrla al chiaro giorno, debba usare di ogni sforzo per mettere i
suoi simili a portata di conoscerla, di sentirne l'impulso salutare, e
di fruirne, ad un tempo, i solidi vantaggi.

Le nitide verità, che la mia ingenua penna, sempre intenta al profitto
della specie umana, si accinge a fare oggi discernere al mondo
illuminato sono di un indole sì elevata, e di un importanza tale che
attirare debbono esse intimamente l'attenzione di tutti gli enti
ragionevoli, perchè ogni essere dotato di ragione vi è in egual grado
interessato. Infatti dove supporre mai reperibile un'anima, ad un
eccesso tale snaturata fino a riguardare con apatìa la rigenerazione
politico-morale di un popolo immenso, dopo che diciotto secoli di
calamità, e di vessazioni ognora rinascenti aveano fatto incallire ne'
ceppi di una truce schiavitù ignominiosa, ed in un torpido avvilimento,
come se destinato, senza scampo, ei si credesse a dovere perpetuare
sopra la terra lo spettacolo commovente della sua prostituzione? Tale fu
pur troppo lo spietato destino a cui soggiacque, durante sì complicata
serie di anni, il Popolo d'Israel che or somministra l'argomento
primordiale a quelle filosofiche verità urgenti, che di buon grado
m'induco a rivelare oggi fra gli esseri umani.

Ma nel modo che di tutte le terrigene vicende accade, questa informe
combinazione di strani accidenti non dovea già essere immune da
quell'alterazione a cui, come un tributo spettante alla natura vanno
soggette tutte le instituzioni che l'opera fallibile dell'uomo trasmette
alla posterità: per altro, l'assunto di rovesciare in un istante una
cattività identificata col tempo, troppo arduo riuscendo ad esaurire
dalla mente di un singolo individuo, in guisa che il successo
corrispondesse a' suoi sforzi, era duopo che una metamorfosi cotanto
rimarcabile, se l'unica forse non è in tutti i fasti dell'Istoria,
preparata ci fosse da un Genio Superiore, capace di conoscerne
l'urgenza, di sentirne la forza, e di prevederne i vantaggi che
risultare ne potrebbero. Arrise finalmente una sorte propizia a' fervidi
voti di que' pochi bramosi di vedere rendere all'uomo quella dignità
propria dell'uomo, ed anelanti di mirare alleviato l'ebreo specialmente
dalla salma lacerante delle pratiche moltiplici, od inutili, o assurde
coltivate da esso, e che l'inveterata consuetudine delle medesime rese
sacre per lui; e dopo una lunga impaziente aspettazione questo Genio
Benefattore comparisce infine, e qual vindice nume tutelare della
giustizia umiliata, e dell'oppressa ragione, rovescia, ed allontana,
colla rapidità di un baleno, tutto ciò che può opporre contrasto a' suoi
paterni disegni. Il mirare la desolazione di questo popolo, apprestarne
un antidoto, renderlo a se stesso, ed alla società umana non fu che
l'opera di un solo, e medesimo intervallo: Egli è al Gallo-Italo
Regnante, a NAPOLEONE il Grande che la prosapia d'Israel dee la sua
risorsa più luminosa, e più cospicua di quante altre mai ci offrono i
monumenti di questo Popolo; e la posterità di Abramo debitrice della sua
rigenerazione salutare agli augusti auspici di sì eccelso Protettore, un
sacro tempio di eterna riconoscenza ogn'individuo di questa immensa
famiglia erigerà nel proprio cuore, più perenne de' marmi, e de'
metalli, e che avrà per impronta indelebile in fronte:

                          ALL'EROE DEL SECOLO,
                           PADRE DE' POPOLI,
                         RIGENERATORE D'ISRAEL.

D'altronde sebbene tutte le mie cure, e i miei disegni si aggirino
soltanto al solido vantaggio di una parziale setta unicamente, pure ad
un solo corpo religionario io quì non ragiono, ma ad ogni qualunque
siasi nazione, setta, o popolo, a tutta l'umana società in fine io
parlo, ed a guisa del Sole, che dal suo emisfero inaccessibile una luce
sfavillante, e universale a tutti gli esseri viventi diffonde sulla
terra, così appunto io bramo che ad ogni razionale abitatore dal mondo
rendasi noto l'integerrimo linguaggio della verità: e infatti chi mai
più delle sette odierne hanno estrema necessità di ascoltarlo,
d'intenderlo, e di esserne, insieme profondamente penetrate? Ne ha duopo
assolutamente l'ebreo per modellare sopra di esso la pretta religione
degli avi suoi, renduta oggi deforme dalla stravaganza mostruosa della
tradizione; indispensabile si rende alle altre Sette per iscuoterle dal
letargo macchinale a cui erano da lungo tempo sepolte, per illuminarle,
e fare elleno abdicare il più esecrabile degli assurdi tramandatoci da'
secoli di barbarie, e d'ignoranza, qual era quello di riguardare
l'oppressione del popolo ebreo come un trionfo luminoso, necessario alla
solidità del loro culto, e inerente a' suoi principj.

Ecco, in una parola, l'essenziale punto di centro dove tutte le mie cure
filantropiche, e i miei riflessi hanno concorso nell'opera laboriosa che
a tutte le nazioni dell'universo di buon animo consacro in questo
giorno.

Quest'opera avrà dunque per titolo: Progetto Filosofico di una completa
Riforma del Culto, e dell'Educazione politico-morale del Popolo Ebreo.

La Prefazione interessante, ed il Piano analitico che la precedono ne
forniscono la vasta genuina idea; essa sarà divisa in due grossi Volumi
di circa 500 pagine l'uno del medesimo formato, carta, e carattere del
presente manifesto. Il primo volume avrà per fondamento l'analisi
profondo del vero Culto, che deesi adottare dall'Israelismo, ed il più
sicuro mezzo di pervenire a sistemare il moderno sulle inconcusse basi
dell'antico, riducendolo alla primitiva semplicità medesima di questo,
ed a' suoi ammirabili principj. Il secondo sarà tutto rivolto alla
riforma dell'instruzione, dell'educazione morale, e de' costumi
degl'individui Israeliti non solo, ma di tutti quelli ancora, che al
pari di questi ne hanno urgenza estrema; lo stato politico, il passato
non meno che il presente, di questo Popolo ne' varj angoli della terra
ne' quali eragli un tempo solo concesso, al prezzo ancora il più
avvilente, un incolato precario, errante, ed oneroso, sarà in esso in
chiari, e laconici sensi dettagliato; e tutto ciò, in fine, che di
urgente, e di essenziale da entrambe le dotte assemblee Israelitiche
convocate per augusto Decreto del più Illuminato de' Monarchi nella
Metropoli della Francia venne deliberato a suo riguardo, sarà quì col
più giusto ponderato criterio sottilmente discusso, e investigato.

Tutte queste materie sublimi che l'annunziata opera comprende verranno
classificate in 40 separati Capitoli, ciascuno de' quali somministrerà
ad ogni tratto de' nuovi utili soggetti efficaci a rischiarare, da una
parte, le menti ottenebrate degl'illusi miei connazionali nella coltura
dello spirito, e nello sviluppo della ragione, siccome ancora a
richiamarli al prisco loro culto esimio, ad essi presentando un nuovo
Codice salutare, che a fondare mi accingo sulle basi indefettibili
medesime sulle quali la vetusta età de' Patriarchi felicemente già
erigere lo vide; e a distruggere dall'altra quelle menzogne degradanti
che parvero confederare contro i miseri avanzi d'Israel fino i più
decisi partigiani della tolleranza, trascinandoli anche sovente fino ad
obbliarne i principj, a calpestarne i doveri, alloraquando impresero ad
agitare la causa risguardante questa derelitta Nazione. Quindi se co' i
miei ben fondati principj poss'io pervenire a condurre nel sentiere
della ragione lo spirito abbacinato de' Popoli oso fino lusingarmi di
potere anche ridurlo ad emendarsi di quelle detestabili chimere che lo
soggiogarono per sì lunga serie di anni, e che formarono pur troppo la
sorgente letale dove il genere umano attinse tutte le sue più
deplorabili sciagure.

Quest'opera sarà ornata del ritratto in rame dell'autore nel
frontespizio del 1.º Volume. Il prezzo dell'associazione resta fissato
franchi 12 tutta l'opera, cioè fr. 6 da pagarsi nel momento della
consegna del 1.º Volume, ciò che seguirà entro il Gennajo venturo 1810,
e fr. 6 alla consegna del 2.º che avrà luogo nell'Aprile susseguente,
persuaso che il numero degli associati sia sufficiente ad equilibrare
almeno in parte le spese imponenti che apporta una sì vasta e sì
proficua intrapresa.

Possa finalmente il successo di quest'opera laboriosa corrispondere alle
rette filantropiche intenzioni dell'autore, e quindi rimarginare le
orribili piaghe che diciotto secoli consecutivi di accanita schiavitù, e
di tiranniche oppressioni hanno formate nel cuore dell'abbattuta
prosapia di Jacob! E possa questa, per solo impulso di essa, rinunziare
onninamente per sempre a' suoi inveterati prestigj tradizionali, a' suoi
insociabili costumi, onde più non veggasi contraddistinta nel mondo che
dalle sole marche che onorifiche di lumi, di virtù, e di un fermo
disinganno.

Le associazioni si riceveranno in Livorno da Giovanni Marenigh
Stampatore, e Librajo, e da' principali Libraj dell'Italia.

_Il presente esemplare di quest'opera è forse l'unico che esista, mentre
tutte le copie ed insieme il manoscritto furono confiscate dall'autorità
pubblica in Livorno, dove è stata impressa dal Marenigh, e ciò ad
istanza dei Massari di quella università degli ebrei, e per cui non
venne alla luce che il solo Tomo primo._



                                PROGETTO
                               FILOSOFICO
                        DI UNA COMPLETA RIFORMA
                               DEL CULTO
                                   E
                    DELL'EDUCAZIONE POLITICO-MORALE
                                  DEL
                             POPOLO EBREO


                                   DI
                              A. FERNANDO

                              TOMO PRIMO.

             Vox diversa sonat populorum est vox tamen una
                  Cum verus patriæ diceris esse Pater.

                                                           MART. Lib. I.

                               TIBERIADE
                     ANNO DALLA CREAZIONE DEL MONDO
                                 5570.
                          (ERA VOLGARE 1810.)



                              INTRODUZIONE
                             PRELIMINARE


                    Restat ut his ego me ipse regam,
                          Solerque elementis.

                                                                  Horat.

Lo spettacolo il più rimarcabile che possa interessare, e sorprendere,
ad un tempo medesimo, l'intera specie umana è, senza contrasto, la
rigenerazione subitanea di tutto un popolo immenso, dopo che diciotto
secoli di vessazioni, e di calamità ognora rinascenti lo aveano fatto
incallire ne' ceppi di una truce schiavitù ignominiosa, ed in una specie
di torpido avvilimento: la prima ripetere solo esso dovea giustamente
dallo zelo sanguinario degli esploratori delle umane coscienze che il
baratro infernale del fanatismo religioso faceva di tanto in tanto
regurgitare sopra la terra per flagello de' mortali; attribuire l'ultimo
esso potea fondatamente all'inveterato livore inesplicabile, che una
intolleranza criminosa del pari che imbecille, suscitava, senza ritegno,
ad ogn'istante contro i miseri avanzi di un popolo, per consenso
unanime, il primo fra tutti i più remoti abitatori della terra, a
riconoscere, e adorare il Dio vivente, e non meno degno di ammirazione
per la sua fermezza inalterabile nelle orride sofferenze alle quali
soggiacque in ogni tempo, di ciò che sono da rimarcarsi molti altri per
l'accanimento inesorabile delle incessanti loro persecuzioni contro di
esso.

Tale fu dunque, durante l'indicato spazio di secoli, lo spietato destino
della nazione d'Israel che oggi somministra l'argomento primordiale alle
nostre filosofiche investigazioni, e che forma la base radicale delle
indagini più assidue degli uomini scienziati, e tale fu sempre mai
l'indole proditoria, e turbolente dei suoi snaturati persecutori.

Per altro, ciò che dee apparire straordinario alle menti perspicaci si è
l'osservare, come dopo un epoca sì lunga già decorsa, da quando il
popolo ebreo era ovunque avvilito, in tante foggie differenti, lungi
dall'occuparsi in tale stato di rimontare fino al prisco suo splendore,
piagnerne l'eclisse fatale, ed attristarsene, ad un tempo, per il
difficile ricuperamento, al contrario, sembrava trascinare le aggravanti
sue catene con un'apatìa indolente, ed oserò dire, con una sommessa
compiacenza tale, come se destinato, senza scampo, ei si credesse a
dovere perpetuare sopra la terra lo spettacolo commovente della sua
prostituzione, e come se gli eterni decreti di un Dio condannato lo
avessero a piegare l'abbattuta cervice sotto il giogo infamante di una
turpe schiavitù interminabile.

Ma nel modo che di tutte le caduche umane vicende regolarmente accade,
questa informe combinazione di strani accidenti non dovea già restare
immune da quell'alterazione, a cui come un tributo indefettibile
spettante alla natura, vanno, per l'ordinario, soggette presso che tutte
le instituzioni che l'opera fallibile dell'uomo trasmette alla
posterità. D'altronde l'assunto di annientare in un istante una
cattività renduta quasi connaturale col tempo, troppo arduo riuscendo a
poter esser esaurito dalla mente di un singolo individuo, in guisa che
il successo corrispondesse a' suoi sforzi, era duopo essenzialmente che
una metamorfosi cotanto rimarcabile, se l'unica forse non è in tutti i
fasti dell'istoria, preparata venisse da un Genio peregrino, capace di
conoscerne l'urgenza, di sentirne la forza, d'intenderne insieme i
moltiplici vantaggi salutari che risultare ne potrebbero. Arrise
finalmente una sorte propizia a' fervidi voti di que' pochi, degni di
occupare quel rango qualificato nella società, che la natura imparziale
accorda ad ogni cauto esecutore delle sue leggi, ne' di cui petti
sensibili allignava profondamente ancora l'intesa filantropia di
concorrere alla estirpazione totale de' pregiudizj che armano, e
dividono i popoli, di vedere una volta restituire all'uomo quella
dignità propria dell'uomo, che avvinta gemea da lungo tempo fra i ceppi
ferali dell'ignoranza, e della superstizione, e di mirare, ad un tempo,
alleviato l'ebreo, in particolare, dalla salma lacerante delle pratiche
innumerabili, od inutili perchè straniere all'essenzialità del primitivo
suo Culto, od anche assurde perchè incompatibili sovente coll'archetipo
salutare di quello, coltivate ciecamente da esso, e che l'inveterata
consuetudine delle medesime era il solo punto di rilievo sul quale si
reggevano, e che le avea ormai rendute sacre per lui; e dopo tanti
secoli d'impaziente aspettazione questo Genio Benefattore comparisce
infine; penetrato dalle angustie di un popolo gemente, non esita un
istante ad ispiegare la sua clemenza in favore di questa orfana, e
inconsolabile nazione; e quale terribile Nume vendicatore della
giustizia umiliata, e dell'oppressa ragione, rovescia, ed allontana
colla rapidità di un baleno tutti gli argini malefici, riguardati fino
ad ora ineluttabili, che potevano forse opporre un'ostinato contrasto a'
suoi benemeriti disegni; interprete leale dell'increata sapienza
dell'Eterno, ei disse allora: compiasi alfine, senza ritardo, opera sì
eccelsa, e sì urgente; il Dio di tutti gli esseri lo comanda; lo reclama
la natura; l'umanità lo esige; lo pretende ragione; ed io lo bramo; e
l'opera memorabile allora tosto felicemente compiere si vide. Il mirare
da quel momento l'affliggente desolazione di questo popolo, apprestarne
un efficace antidoto, farsene il baluardo inespugnabile, renderlo a se
stesso, ed al consorzio degli enti ragionevoli, altro non fu che l'opera
di uno solo, e medesimo intervallo; egli è al Gallo-Italo Regnante, a
NAPOLEONE l'incomparabile che la prosapia d'Israel dee la sua risorsa
più solida, e più cospicua di quante altre mai ci offrono i monumenti
delle nazioni profughe, e derelitte che un fausto Pianeta ha rendute al
loro pristino splendore, dopo di avere durante un tempo immemorabile
tenacemente lottato co' più avversi, e fluttuanti destini.

Ma questo popolo, altre volte sì rassegnato, e sì paziente nelle
calamitose peripezìe delle quali ei fu la vittima sì di frequente,
giugnerà esso a conoscere attualmente il prezzo inestimabile di questo
dono esimio? Saprà esso cogliere l'opportunità di profittarne con
giustizia, e con ragione? Indarno lusingasi l'ebreo di pervenire a
meritarne il possesso, e di goderne, sino a tanto che inebriato
follemente dall'opinione di appartenere ad un lignaggio eletto
dall'Essere Supremo in preferenza di ogni altro esistente sulla
superficie della terra, s'induce a considerare l'abbiezione degradante
alla quale è ridotto, come il prezzo assoluto di quella elezione
illusoria che lo rende proscritto dalla società degli altri uomini, da'
quali esso è odiato, in ogni senso, come un essere degno della
riprovazione universale, e che questi, dal canto suo, abomina, e
disprezza, perchè reputa esclusi onninamente dalla così nomata grazia di
tale stravagante primazìa.

Oh colmo di smarrimento umano! Oh, fierezza inusitata, e strana! E quale
meraviglia se l'ebreo imbevuto, per una parte, da tale insensata chimera
non ravvisava fino ad ora ne' suoi simili che altrettanti perturbatori
della sua tranquillità, o che fiere inesplebili, ognora preparate a
divorarlo; e se per l'altra, diretti da eguali assurde illusioni il
Papista, l'Ugonotto, e il Musulmano non iscorgevano in esso che un
individuo ributtante, un essere indegno della società degli altri
popoli? E come potesti mai, o illusa Tribù d'Israel, lasciarti sì
lungamente sedurre, senza fremere, da questa, ed altre sifatte
deplorabili menzogne, che odiosa ovunque sempre ti resero a tutte le
nazioni del mondo conosciuto, che ti costarono sì sovente amaro pianto,
senza speme di risorsa, o di compenso? E voi, popoli della terra! Quale
ribaldo instigatore vi indusse mai a fingervi sordi a tal eccesso a'
languenti clamori di umanità, e di natura, fino a palliare i vostri
barbari trattamenti del multiforme ingannevole orpello di simulata
religione, facendo ancora servire di pretesto qualche superstiziosa
pratica di questa nazione, al deciso furore che vi ha sì di frequente
trascinati ad infierire contro di essa? Quante volte la tradita ragione
si allarmò essa indarno contro gli smarrimenti di questa, e quante altre
l'insultata filosofia si dolse inutilmente contro gli snaturati oltraggi
di quelli? Le insane follie, di cui non meno l'una che gli altri furono
sempre in egual dose contaminati, le fecero entrambe tacere confusamente
tutte le volte che tentarono di sostenere la propria causa, che era in
massima la loro, o che osarono altamente reclamare i legittimi diritti
dell'umanità.

Eh, che? Tale sarà dunque in eterno la sorte lagrimevole degl'ingannati
popoli della terra? Non vi sarà egli mai un antidoto efficace a
dileguare dall'universo un malore sì contagioso, e sì comune, che
attacca, senza pietà, le nove decime parti almeno della specie umana? Il
popolo ebreo non giugnerà esso forse in alcun tempo ad abdicare i suoi
vetusti prestigj degradanti; e il cristianesimo non s'indurrà esso
giammai a rinunziare al suo inveterato livore? Supporremo noi finalmente
che inestinguibile per tutti i secoli debba esistere fra gli uomini la
guerra devastatrice di coscienze, e di opinioni, e che non possa
esistere nell'ordine della natura un mezzo conciliatorio, onde più non
debba il giudaismo riguardare come straniere le altre nazioni, ed
affinchè cessino queste, per loro parte, di contendere ad esso que'
diritti che accordare volle la natura ad ogni essere capace di pensiere,
e dotato di ragione? Ahi! lasso! Quali affliggenti, e malagevoli
ricerche! Io molto dubitai dell'esito avventurato della prima fino al
presente; poco io sperai sul propizio compimento della seconda; tutti i
giudizj miei furono sempre titubanti sulla terza; e le mie intime
fiducie interamente nell'ultima riposi, fino a lanciare con trasporto
gli sguardi miei sul remoto avvenire, osando ancora proferire de'
vaticinj consolanti che forse realizzare si potrebbero a' tempi nostri,
purchè tutto il genere umano inducasi concorde a fare l'intero
sacrifizio delle stravaganti sue chimere, dalle quali fu esso fino ad
ora miseramente sedotto e combattuto.

O uomini sociabili! O miei fratelli! Se l'esimia ragione tutta via
conserva intatto il suo ascendente salutare ne' vostri cuori; se
inerenti voi siete a superare gli argini funesti che oppongono un
contrasto pertinace alla solida felicità di molti fra voi; che formano
la sorgente letale delle calamità di molti altri; e che in ultimo vi
umiliano tutti quanti, e vi disonorano; se il mio sentimentale presagio
anelate realizzare, distruggere vi è duopo, senza ritardo, da' più
reconditi fondamenti, l'esecrando altare delle venerate menzogne, delle
quali, oppressi non meno che oppressori, io vi scorgo pur troppo in
egual dose infetti, e dove i popoli ammaliati dalle anagogiche visioni
tradizionali offrivano i loro voti; e sulle rovine abominevoli di quello
tosto si eriga uno stabile edifizio, che il consenso unanime del genere
umano rispettoso consacri eternamente al solo Essere Supremo, alla
ragione, alla virtù, ed alla unione inalterabile de' popoli.

Chi mai potrebbe annoverare le volte che la filosofia baldanzosa si
accinse a dimostrarci tali essere appunto gl'intensi voti suoi? E questi
parimenti non furono in ogni età dell'universo i sani principj della
natura? Questa forse non è, che sdegnata dagli eccessi della fralezza
umana ci fece di tratto in tratto capire per mezzo di quella stessa
filosofia, sua costante apologista, e sua interprete fedele: O uomini!
Rammentate che i figli miei tutti voi siete, tratti egualmente dal
materno mio seno; chiunque voi siate nel fugace tirocinio di questa
vita, sia regnante, o subalterno; sia nobile, o plebeo; musulmano, o
israelita; sia cattolico, infine, o pure gentile, appena cominciaste ad
esistere sopra la terra, tutti del pari assoggettati voi foste alle
provvide mie leggi, dalle quali non avvi fra tutti gli esseri viventi
alcuno che dire si possa, senza delirio, escluso, ed alienato, e
suscettibili di uniformi passioni, dotati delle stesse identiche
facoltà, e intelligenza, già vi trassero le mie mani a respirare l'aura
prima di vita. Tali furono in ogni secolo del mondo le espressioni
genuine della natura.

Ma l'uomo a fronte di tutto ciò degenerando miseramente dall'origine
sua, avvilendo per folle arbitrio quella condizione propria di esso,
lungi dall'ascoltare la voce penetrante di sì benefica madre, in vece di
seguitare le di lei sacre instituzioni; anzi che coltivare que' precetti
venerabili che dessa ognora ci rammenta per la felicità permanente del
genere umano, egli sempre concentrato nel vortice immenso de' propri
smarrimenti, sembra piuttosto che inducasi a soffrire con una macchinale
indifferenza l'improperio ragionevole che ad esso fa la natura schernita
dalla sua depravazione, che dolente gli rinfaccia, senza posa, la sua
demente ingratitudine: egli è dunque così, che il meglio offresi qual è
al suo sguardo, ei lo contempla, lo discerne, lo approva, e segue il
peggio:

   „_Video meliora proboque, deteriora sequor._„

Dopo un ammonizione sì risentita, quanto giusta della natura, con quale
fronte oserà egli l'ebreo altamente vantare la primazìa sopra tutta la
specie umana, ed i popoli del mondo sopra quale base radicale fonderanno
essi mai il barbaro diritto di soggiogarlo, e di avvilirlo?

Insensati! che incapaci tutti quanti sempre voi foste di godere
solidamente le amene delizie della natura, senza contaminarne la nitida
sorgente co' furori della vostra sovvertita immaginazione; e infatuati
da quelle insane chimere da cui foste imbevuti fino dalla culla, non
solo ne schivaste sempre l'incontro; ma varj fra voi non curarono di
conoscerla per ignoranza; molti ancora indifferenti alle sue materne
instigazioni, furono ad essa ribelli per orgoglio; ed altri furibondi si
lasciarono ben anche trascinare all'eccesso delittuoso di calpestare le
sue leggi, di avvilire i suoi doni per fanatismo.

Or ad oggetto di sanare le nazioni lese da siffatto malore, non ommisero
di tentarlo con reiterati sforzi i più illuminati filosofi del mondo,
fissando de' principj inconcussi, ovvj a dimostrarne il pericoloso
nocumento; ma tutte le loro cure furono vane, e delusi restarono sempre
nella loro aspettazione: quindi è che allora si videro essi astretti a
rinunziare a' loro benemeriti disegni, concentrarsi nella sfera delle
loro proprie cognizioni, e ciascuno di essi quale nuovo _Timone_, od
_Apemanto_ vivere a se unicamente misantropo isolato, e fremendo mirare
taciturno, da una parte periclitare di giorno in giorno la salute
dell'uomo, senza potere svellerlo dall'orlo dell'abisso preparato ad
ingojarlo; osservare dall'altra le caterve affluenti di esseri travviati
correre solleciti ad offrire le loro preci al sacrilego altare del
fanatismo; quì porgere incensi ad uno sciame immenso di se-dicenti
_parlamentarj_ dell'Eterno, che renduti superbi dagli omaggi striscianti
dell'ipocrisia, e dell'ignoranza, già corruppero da colmo a fondo la
tersa religione, che il terrigeno mortale è nel pressante dovere di
tributare al suo Dio Creatore, e lo costrinsero ad obbliarla, ed a
sostituirne in vece le loro esecrabili visioni; udire colà commendare
qual eroismo i più atroci misfatti, di cui ci fanno raccapricciare le
Istorie, perchè al nome dell'Essere Supremo devotamente commessi;
riguardare altrove porre in sistema la persecuzione, e la calunnia, e
quindi esercitarle religiosamente unite contro que' sciagurati che il
mero fortuito accidente trasse dal grembo di altro dogma, e seguaci di
una credenza differente da quella che si professa dai loro persecutori,
considerandogli persino come una nuova specie di esseri, la relazione
de' quali si reputa indegna degli altri uomini loro simili, formati, per
così dire, da un conio stesso, dotati delle facoltà medesime,
suscettibili de' medesimi bisogni, ed egualmente organizzati, onde ad un
tale riguardo si opprimono, si calunniano, s'inventa delle illusioni
affine di renderli odiosi agli altri popoli; e per giustificare quelle
perverse imputazioni delle quali sono essi proditoriamente aggravati,
s'immagina quelle colpe che incapaci furono sempre di commettere, e che
per ciò realizzare mai non si possono, si suppone que' difetti che non
ebbero giammai, ma che forse con più fondata ragione attribuire sovente
si potrebbero a' loro persecutori, si prevengono le mancanze che loro
sono affatto ignote; e quindi ogn'individuo non ad essi conforme nelle
pratiche di religione, impressionato da tali venefici principj fin dalle
fascie, si reputa, per ogni motivo, autorizzato di poterli riguardare
come esseri degni della riprovazione de' loro simili, come uomini scevri
di morale, di costumi, e forse ancora incapaci di lumi, di coltura, e di
buon senso.

Forsennati! Barbari mostri! Esclamerebbero que' filosofi allora; chi vi
avrebbe supposti mai stolidi a quel segno fino a non accorgervi, che
tutte le ottime, o riprovabili azioni che loro vengono direttamente
attribuite, altro, a fondo, non sono che un mero effetto dell'opera
vostra unicamente? I tirannici tratti co' quali voi procedeste in ogni
tempo a loro danno, non doveano essere per i medesimi una lezione
indelebile, e continua d'ingratitudine, e di vendetta, un oggetto
incommutabile di eterna ripugnanza per la vostra società? E come
dovevano essi amare quegl'individui che riguardavano il loro avvilimento
come un trionfo della così detta loro nuova legge di grazia, se dai
partigiani di quella dovevano essi appunto ripetere il torrente
inesauribile di tutte le angustie alle quali soccomberono sì di
frequente? E come avrebbe potuto mai l'ebreo, sotto alcun titolo, essere
buon cittadino, se ricusatagli era ovunque una patria, se escluso veniva
di prestare i suoi servigj, se interdetto eragli per tutto l'esercizio
delle arti liberali, e la coltura dello spirito, e se la terra medesima
persino a cui esso dovea i suoi natali divenivagli straniera, ed
insensibile matrigna? E con quale fondamento si dovea, in ultimo,
presumere che un fautore della sana credenza di Mosè potesse giugnere a
distinguersi giammai nella carriera di que' pochi uomini dotati di
genio, e di talenti, che l'obblìo del fanatismo rende oggi reperibili in
qualche angolo del mondo, se da questi o per invidia, o per interno
pregiudizio, od anche per simulato trasporto religioso era sempre o
schernito, o rigettato, se il consorzio de' medesimi reputava un
disonore di annoverarlo nella categoria de' suoi membri? E quando ancora
conservato egli avesse, nello stato di abbiezione in cui languiva, tanta
lena e coraggio per inalzarsi fino allo studio, la generalità degli
uomini non imputavagli frattanto come un grave torto di essere nato
ebreo, a fronte ancora di tutta la virtù, ed i talenti che avesse
d'altronde potuto fondatamente vantare? Ei non potea aspirare al rango
di uomo, senza prima cessare di essere ebreo. Che non può irrazionale
superstizione in mente umana!

Esseri deboli, e inconseguenti! Se provati aveste i costumi di questo
Popolo avanti di sfuggirne i rapporti; se occupati vi foste di
esperimentare i suoi talenti prima di azzardarne de' giudizi temerarj
sulla sua capacità; se tratto lo aveste all'obbrobrio degradante delle
turbe popolari, restituendo ad esso quella dignità che compartire volle
la natura ad ogni ente ragionevole, e che la vostra indomita fierezza
ingiustamente gli tolse; se meno prodighi di odio, e di oppressione
dimostrati vi foste seco lui; ma più liberali di umanità, e più coerenti
alle leggi che prescritte furono a voi dalla natura, vedreste ora in
mille brani spezzarsi al vostro tatto il talismano fatale della
menzogna, e quale fugace lampo svanire ogni mistero nella dispersione
dell'ebreismo, riguardata follemente sempre da voi come il flagello
desolatore, a cui gli arcani decreti di un Dio condannato lo aveano,
senza ombra di speme, nè di rifugio; come ancora il barbaro esilio a cui
soggiacque già da gran tempo, ben lungi dall'apparirvi la conseguenza
immediata di que' sognati falli di cui l'odio vostro l'imputava senza
freno, giustificato vedreste non meno l'una che l'altro dall'ostile
vostro contegno a suo riguardo; e quindi rientrati allora in voi stessi,
scossi da quel torpido letargo dove immersi vi aveano d'accordo quelle
venefiche illusioni che alimentavano un giorno il vostro inganno, e
abbacinavano i sedotti vostri cuori, voi avreste riconosciuto ad
evidenza quanto fossero contradittorie alla ragione, e ripugnanti alla
natura quelle distinzioni malignamente inventate ne' secoli d'ignoranza
dagli speculatori di proselitismo, e trafficanti di culti, e di
coscienze; distinzioni che rendono l'uomo il ludibrio della sua specie,
e costituiscono l'infamia perpetua di colui che le tollera, e le
autorizza; e così da questa vilipesa nazione risorgere or mirereste
quegli stessi talenti peregrini, che in ogni epoca, e ovunque formarono
il decoro della stirpe d'Israel, l'ammirazione de' dotti, e la gloria di
quegli stati che gli accolsero nel loro seno, proteggendo, ed animando i
loro progressi, e le utili produzioni de' medesimi: Alemagna! Francia!
Monarchìe felici! Terre avventurate! La ragione si è quella che forma
fra voi il più solido, e il primo de' vostri possenti baluardi; essa, in
ogni tempo, astante a' vostri dottissimi congressi gli dirige, e ne
forma il presidio ineluttabile; questo nume tutelare, avversario deciso
del fanatismo ne distrugge i progressi contaggiosi, che tentasi di
propalare da' suoi reprobi fautori, a scapito dell'umanità, e invitta
ella presede al superno tribunale della giustizia; essa è quella che
richiama dal seno di ogni popolo gli utili talenti, e la vera filosofia,
la quale è onorata in chiunque siane possessore, nel modo che i talenti
perspicaci, non meno di quello a cui venne conferita nel suo nascere
l'immersione battesimale, che dell'altro a cui fu reciso il prepuzio
nelle fascie, sono entrambi ricompensati a gradi eguali: Federigo!
Giuseppe! Napoleone! Nomi alla terra sempre mai cari! La consolante
rimembranza delle vostre sublimi operazioni non potrà mai cancellarsi
dalla mente degli uomini, ma ella sopravvivere dovrà al tempo edace che
tutto immerge nell'obblìo profondo; troppo vi dee quella porzione di
specie umana, a cui fu accordata la sorte di vivere sotto l'auspicio
delle sublimi vostre leggi, ed in particolare l'esule Israel, il quale
ricoverato sotto l'ombra benefica di esse, ritrova un asilo pacifico, e
immune dall'infezione letale della calunnia, ed una tranquillità sicura,
che lo zelo de' satelliti dell'idolo romano ha tentato altrove
d'involargli sovente, onde a questo unita grata vi resti perpetuamente
l'Europa, a cui voi deste i primi le lezioni memorabili di sana
filosofia, e di tolleranza; egli è sotto la benefica influenza de'
vostri limpidi orizzonti dove la sorte dell'uomo non pende già (come
sotto altro cielo) dalle muffate pergamene, deve esistono vergati da tre
o quattro cent'anni i titoli vani degli Scheletriti progenitori, ma da'
solidi meriti personali di cui esso è fregiato, e senza che la diversità
di religione vi opponga niun ostacolo, nè possa giammai pervenire ad
oscurarli; egli è colà dove l'evidenza ci convince che può un fautore di
_Mosè_ riescire dotto nelle scienze, perito nelle arti, vassallo
integerrimo del Sovrano che lo governa, ed utile cittadino al suolo che
vide nascerlo, in grado eguale di un seguace del vangelo. Egli è, in
ultimo, nel centro della più illuminata nazione che onori la terra,
nelle Gallie illuminate dove il cruento fanatismo che sì orribilmente un
giorno paventare si facea, ora del tutto annientato dall'eccelsa ragione
che le governa, attonito riguarda, fremendo, il vero merito di un
Successore di Abramo estolto a quei gradi che mai possono accordare le
scienze, e la virtù a chi degno se ne rende, o coll'esercizio di questa,
o assiduamente coltivando le prime.

Se tali edificanti lezioni fossero state apprese dagli abitatori della
terra; se verità sì convincenti fossero state da' medesimi sentite in
tutta la loro forza ed estensione, quanto più lieta oggi sarebbe la
Sinagoga ebrea; più sgravata di follìe, meno assurda nelle pratiche, e
l'esercizio del suo culto, ridotto a' suoi primitivi ammirabili
principj, quanto diverebbe più filosofico, e più sensato non solo, ma
(siccome io mi accingo a dimostrarlo nel progresso di quest'opera)
niente dissimile da quello professato da Socrate, da Platone, e da
Confucio, e degno altresì di essere messo in comparazione con quello già
felicemente conosciuto da' primi benemeriti fondatori della credenza
d'Israel? E quanti Scismi, che lacerarono sì sovente la chiesa romana,
non avrebbe questa prevenuti colle vie della tolleranza, e della
persuasione, moderando l'amarezza del suo zelo, che la ridusse per tante
volte ad infierire contro le coscienze, e le opinioni, riguardate come
paradosse, perchè discorde forse da quelle che dessa pretende avvalorare
fra i mortali? Alla prima non si permise in alcun tempo di gustarle;
neglette, o calpestate sempre furono entrambe dalla seconda.

E vi sarà egli ancora chi si sorprenda come avvenga che la ragione
accordata all'uomo per rischiarare la sua mente, per dirigere le sue
azioni, per confortarlo nelle sue pene, sembra che prendasi a scherno
l'ignoranza sua, e la sua fralezza, e che più non offrasi agli occhi
suoi che come un rifugio illusorio, e incerto contro gli assalti de'
suoi proprj vaneggiamenti? Se i popoli facessero tacere, una volta per
sempre, le passioni criminose delle quali sono essi predominati, per
ascoltare la voce penetrante della ragione, vedrebbero in qual modo,
l'esimia, e la benefica ragione cesserebbe infine di mostrarsi essa pure
armata di furore a danno dell'illusa umanità.

Infatti, quanti esempi rimarcabili non ci forniscono ad un tale riguardo
numerose popolazioni che a torto noi chiamiamo selvaggie, le quali
benchè meno colte di noi, e fornite di una intelligenza assai più
limitata della nostra, pervennero frattanto a soffocare (o forse non
conobbero giammai) quel furore brutale di persecuzione religiosa che
forma, purtroppo, la base primordiale di ogni credenza odierna, e la
gran mole reggente di tutti in culti delle nazioni che conosciamo,
se-dicenti-polite, e illuminate? Queste imitarono i difetti delle prime,
senza potere nè conoscere, nè profittare giammai di alcuna delle ottime
qualità delle medesime. Io eccito tutte le istorie unite ad indicarmi un
solo popolo, fra i tanti che annovera la prisca età del mondo, che abbia
in alcun tempo infierito nè contro le coscienze degl'indigeni abitanti,
nè che giammai abbia macchinato lo sterminio della religione di un
popolo limitrofo, benchè le une, o l'altra opposte fossero
diametralmente a' loro intimi principj religiosi; ma esse, d'altronde,
ci mostreranno ben chiaro fra i recenti, de' popoli che riguardano il
flagello degli uomini, ed il loro avvilimento come un tributo espiatorio
in onore della Divinità; esse c'indicheranno, da una parte, i terribili
roghi della Spagna, destinati ad abbruciarvi gli ebrei in onore di Gesù
cristo; ci additeranno dall'altra gli esecrabili altari del Portogallo
preparati ad immolarli al nome della vergine; ci faranno quì vedere le
aggravanti catene della Bretagna papista consacrate a soggiogarli in
gloria de' suoi idoli; mirare ci faranno esse colà un S. Cirillo, quel
barbaro Cirillo, che fattosi duce di apostolici briganti, attaccarli
entro le loro proprie sinagoghe in Alessandria, ucciderne crudelmente
una gran parte, fugarne il resto, carpire le loro sostanze, e rendersene
arbitro in ortodossa divozione a' suoi penati; ci offriranno altrove
quelle marche infamanti di cui l'Italia contrassegnavagli un tempo in
trofeo della sua fede, e quelli angusti, e infetti recinti entro i quali
essa gli costringeva a vivere racchiusi, e concentrati in venerazione di
Pietro, o degli apostoli; ed ovunque finalmente noi rivolgiamo i nostri
sguardi dall'oriente all'occidente, dal nord al mezzo giorno, per tutto
ci faranno quelle scorgere la mistica falce delle religioni pronta a
mietere ad ognora le sue vittime segnate per offrirle all'altare de'
falsi Dei, od al nome dell'Essere supremo, per tutto ci metteranno esse,
in ultimo, sotto gli occhi feroci patiboli eretti; carceri, ferri,
proscrizioni, massacri, e quanto seppero inventare di atroce que' mostri
che natura abbandonò alla loro natìa inesplebile fierezza, che al nome
di uno, o di altro idolo gl'ingannati popoli della terra infliggevano
contro gli eretici, o miscredenti delle loro follìe religiose; e con
infinite prove percotenti, esse concorreranno in somma a convincerci
pienamente che le massime di persecuzione, di strage, o d'intolleranza
non sono state mai ridotte, in pratico sistema, che nel solo grembo di
una religione che si è decantata divina, la quale non respira in
apparenza, che dolcezza, mansuetudine, e salute, ovvero da quelle
ridicole instituzioni, che molto sovente o mancano di verità, o di buon
senso, che l'umana ignoranza ne fa tenere il carattere, e le veci.

Ma in mezzo di questa enorme affluenza di vicissitudini lagrimevoli,
ognora pullulanti, che hanno per infinite volte segnalato sulla terra i
deplorabili travviamenti umani, quale metamorfosi degna dell'ammirazione
universale de' secoli avvenire, non sarà mai per risultare a' nostri
posteri l'intatta conservazione dell'ebreismo, sotto quel cielo medesimo
appunto dove ad ogn'istante se ne meditava lo sterminio, ed in quel
suolo istesso in cui si tentò infinite volte renderne la tomba? Cosa
opineranno essi mai al solo contemplare, come tutte le nazioni
dell'universo, dopo la caduta degli abitanti di Gerosolima, e insieme di
questa metropoli medesima, si distrussero l'una l'altra, si amalgamarono
a vicenda, si mischiarono confusamente, ed il solo popolo ebreo,
malgrado la sua fluttuante dispersione, e le numerose infauste peripezìe
alle quali sempre soggiacque, in ogni angolo del mondo, abbia fermamente
resistito al torrente di una feconda successione di lignaggi, di epoche,
e di vicende, or funeste per un popolo, ed or gioconde per l'altro; or
per questo ridenti, ed ora triste per quello? Non lo attribuiranno essi
forse ad un effetto soprannaturale, ad un prodigio ineffabile
dell'Eterno? Di ciò veramente l'intero giudaismo ne fu sempre convinto;
e tutte le altre nazioni, al contrario, riguardarono ciascuna, in ogni
tempo, la permanenza di tale prosapia, come un trionfo, ed una prova
incontestabile della verità di loro varie credenze, o religioni.

Ma senza fermarmi quì a discutere inutilmente le ragioni che alimentano
l'intima convinzione del primo, ed il giusto valore delle cagioni sulle
quali fondano le ultime la presunta base contestata della loro
religione, io mi contenterò soltanto di rimarcare che fa duopo stabilire
dei motivi meno accessorj, ed assegnare altre cause più ostensibili per
colpire nel segno positivo sulla certezza, e la probabilità degli
accennati effetti risultanti; e questa e quella ritrovare noi potremo
agevolmente nelle accanite persecuzioni che le ultime, concordi, hanno
sempre esercitate contro di quello: non avvi alcuno che ignori che la
guerra delle opinioni religiose, e delle coscienze, non solo in
proposito di culto, ma in scienza, in politica, e in costumi, ha in ogni
epoca del mondo, e presso qualunque popolo della terra formate le
fazioni sanguinarie, i martiri devoti, gli apostoli entusiasti per
l'uno, o l'altro partito da cui presero fondata voga radicale quelle
stesse opinioni che tentavasi di propalare, e sostenere ad ogni prezzo
da una parte, e che da un'altra combattevansi orribilmente col disegno
di annientarle dalla reminiscenza degli uomini. Infatti, quanti esempj
rimarcabili non ci forniscono le istorie, idonei a convincerci che tanto
in religione, quanto in politica, noi vedremmo succedere nel mondo il
tepore il più lento, all'entusiasmo il più deciso, se si lasciasse
all'una l'opinione, all'altra l'esercizio; _donnez aux Huguenots_,
diceva Caterina de' Medici, _tout leur saoul de prêches, ils seront
tranquilles_. Quando, al contrario, perseguitando una setta, od una
fazione qualunque, si viene ad aggiugnere insensibilmente alla forza
della religione che è già oltremodo grande, quella del punto di onore
che lo è sovente di più, cioè a dire, che quelli ancora che non hanno
religione qualche volta ne ostentano l'apparenza, e non osano di
abbandonarla; e che quelli viceversamente che sarebbero proclivi alla
resipiscenza de' loro proprj travviamenti, non sanno determinarsi ad
effettuarlo.

Or in conseguenza di questi effetti, renduti già si evidenti, chi
potrebbe mai sensatamente ricusare alle cause omogenee che gli producono
l'esistenza indefettibile che loro conviene in ogni modo? Persuasi
dunque quali essere dobbiamo, senza mistero, dell'esistenza delle une, e
della sorgente immediata degli altri, quale torto enorme non si farebbe
alla verità, se opinare si dovesse come il primo, e quale grave
oltraggio risentire non dovrebbe la ragione, appoggiando la strana
presunzione di queste? E pure l'indole depravata dell'uomo, generalmente
parlando, è tale, che desso non soffre mai un oppressivo male, nè
fruisce ancor di un sommo bene, senza imputarlo all'odio di un essere
superiormente perverso, od alla predilezione di un essere ottimo che
veglia parzialmente alla di lui conservazione, ed egli non è che dopo
molte riflessioni, per lo più astratte, sempre seguite, e sottilmente
ponderate, che desso giugne a conoscere, infine (benchè il più delle
volte assai di raro, e a grande stento ei vi pervenga) che il bene, ed
il male di cui l'umana vita è mischiata, emanano entrambi, per così
dire, dalla sorgente inesauribile medesima; questo è il possente arcano
delle instituzioni teologiche di ogni popolo che esistere veggiamo sulla
superficie della terra, questa è l'alchimia portentosa di tutte le
religioni che ingombrano il mondo abitato dall'uomo.

Comunque siasi, non credasi già essere questi soli gli effetti
perniciosi dell'imbecillità dell'uomo abbandonato a se stesso ed alla
sua sovvertita immaginazione, io mi dispongo, con ribrezzo, a produrne
degli altri molto peggiori, ed assai più funesti per la sua specie,
allorchè nella progressione di quest'opera mi emergerà pur troppo di
ragionare a reiterati propositi. Intanto calisi un velo di profondo
silenzio intorno quello che rapportasi all'ente ragionevole, alle sue
idee, a' suoi pensieri, ed alle azioni differenti delle quali fu esso in
ogni tempo riconosciuto essere suscettibile, e riserbiamoci a
squarciarlo allora quando potremo di esso lui occuparci assiduamente di
proposito, affine di migliorare la sua condizione, correggendo i suoi
errori, illuminando il suo spirito, e facendogli, ad un tempo,
chiaramente comprendere, che la verità è una, semplice, e indefficiente,
che l'errore, all'opposto, è ognora complicato, titubante nella sua
marcia, ed eccessivamente sinuoso; che la voce della natura è
intelligibile, sonora, insinuante, e che quella della menzogna è
ambigua, oscura, ed affligente; che il sentiere della ragione è ameno,
retto, e salutare, e che quello dell'impostura è obbliquo, tetro, e
pernicioso, questa esimia ragione di somma urgenza in ogni parte
all'uomo dee essere continuamente la sua conduttrice inseparabile, e le
dilei proficue lezioni debbono essere seguitate completamente da ogni
anima fregiata degli ammirabili suoi doni.

Quindi per essere penetrato quanto fa duopo della forza irresistibile di
queste verità edificanti, che io mi lusingo di produrre frappoco al
chiaro giorno, l'uomo non ha bisogno che di lumi, di buonsenso, e di
coltura; esso non ha che rientrare in se stesso, riflettere sulla sua
propria individuale natura, consultare i suoi interessi, considerare i
suoi rapporti colla società, e i doveri che lo vincolano ai membri
contraenti suoi simili; e in conclusione studiarsi esattamente di
conoscere che la virtù, e le scienze sono, senza contrasto, i soli, i
migliori, ed i più solidi beni per la specie umana, e che il vizio, e
l'ignoranza ne formano il perpetuo terribile flagello. In una parola
studiarsi esattamente di capire, che siccome il buon uso delle scienze
consolida in noi quel declivio salutare che porta la specie nostra alla
pratica del bene, così appunto il nostro amore per la verità aumenta i
lumi de' quali noi abbiamo estrema urgenza per propalarla, e per
difenderla. Col mezzo di sì fatte indagini utili, e profonde giugnerà
esso, in ultimo, a convincersi che gli esseri umani (come lo rimarca
ingegnosamente un pensatore inglese) non sono sventurati, se non se
perchè dessi sono viziosi, ed ignoranti; e che i medesimi viceversamente
non sono ignoranti, e viziosi, se non se perchè tutto cospira ad
allontanarli dal felice sentiere della ragione ad impedirli di
correggersi, ed a renderli alieni onninamente dallo sviluppo delle loro
facoltà intellettuali.

L'epigrafe del frontispizio allude giustamente al nostro immortal
Napoleone ciò che Marziale altra volta disse a Domiziano: _I popoli del
vostro Impero parlano differenti idiomi; essi non hanno, per tanto, che
un solo linguaggio allorchè dicono, che voi siete il vero Padre della
Patria._



                                OGGETTO
                                   E
                            PIANO ANALITICO
                                   DI
                             QUEST'OPERA.


   _Cujusvis hominis est errare; nullius, nisi insipientis in errore
                             perseverare._

                                                                  Cicer.

Egli è ormai uno spazio considerabile di tempo che la mia ingenua penna,
sempre intenta al solido vantaggio de' miei simili (dopo le tante altre,
le quali prefiggendosi forse un simile scopo, si cimentarono indarno
fino ad ora, e col massimo pericolo) tentare volea di assumere intrepida
l'ardua difesa della verità, di quella verità medesima che tutto il
mondo ammira, ed abbandona, e che prescindendo da pochi i quali
cimentandosi a squarciare il tetro velo della menzogna, che ne adombra
l'intuito allo sguardo profanatore dell'insensato, sono già felicemente
pervenuti a ravvisarne il fulgido sembiante, pare che gli uomini della
nostra età si facciano un maligno piacere di calpestarla, di concepirne
un abominio, in vece d'intraprendere l'impegno commendevole di sottrarla
a quegli oltraggi, che miransi fare, ad ogn'istante, contro di essa da'
feroci proseliti del fanatismo.

Tale era dunque l'assunto importante di cui io mi occupava, senza
interruzione, era già l'intervallo di un completo decennio, e questo è
il solo oggetto sovra di ogni altro interessante che ha per tutta la mia
vita decorsa unitamente richiamate le mie più assidue, e ponderate
riflessioni; ma pur troppo fino al presente coll'eguale successo di
quello che videro tanti uomini dotti risultare dalle indefesse loro
applicazioni, affine di svellere dalla specie umana il morbo
flagellatore dell'ignoranza che la degrada, e della superstizione che la
distrugge; mentre le tenebre dell'una, e la densa caligine dell'altra,
che ingombrano dopo tanti secoli presso che tutta l'estensione
dell'universo, paralizzavano le benefiche intraprese di
quegl'institutori dell'umanità, e scoraggivano le mie rette
disposizioni.

Eh, che! Tutti gli orizzonti della terra uniti, non ci mostrano essi
forse de' tempi calamitosi a tale eccesso per lo spirito umano, fino a
reputare il termine _illuminato_ sinonimo d'_incredulo_; e quindi a
punire come apostata, ed a perseguitare qual libertino un genio
filantropo che cimentato si fosse a rischiarare le tenebre dalle menti
degli uomini, propalando fra questi de' solidi principj di morale, e di
buon senso? E quante volte delineare si vide l'immagine sublime della
ragione con informe sembianza di un orrido fantasma che paventa, e che
afferra chiunque osa di appressarsi al tempio eccelso che ascosa la
rende allo sguardo peribile dell'uomo? Tale essendo il carattere odioso
che miravasi fare della ragione, più non dovremo dunque stupirci, se
colui che avesse osato farne il preconio era dagli uomini riguardato
come il più reprobo nemico del suo secolo, ed il perturbatore della
umana società.

O tempi d'ignominia, e di esecrazione! ah! che pur troppo io già miro
imbrattata l'istoria dell'odiosa menzione di quell'età sì degradante per
la specie umana, in cui la virtù era un delitto, la ragione un ornato
superfluo, inutile il buon senso, e la filosofia una chimera; in cui
l'uomo brancolando nel vortice delle sue illusioni lasciavasi
machinalmente condurre da altri uomini dementi al pari di esso, ma di
lui più scaltri, più intriganti, sempre intenti a sedurlo, nè lo
abbandonavano fino a tanto che renduto non lo avevano il nemico di se
stesso, e il manigoldo crudele del suo simile, ed in cui finalmente le
nazioni ammaliate dalle promesse che al nome di un Dio loro garantivano
i mistici direttori da' quali erano esse ciecamente guidate, empievano
la terra di follìe, e sotto l'ombra fatale di religione commettevansi
gli attentati più atroci, sterminavansi a' vicenda; i culti opposti
erano a' culti, gli altari, agli altari, e gl'intensi voti dell'una
inferire altro non volevano che una detrazione insultante delle fervide
preci dell'altra; ma l'ipocrita ingannatore che ne era la cagione, non
vedea frattanto in queste acerrime dissenzioni che un solido incremento
alla di lui autorità, alla quale soggiogato in ultimo restava non meno
il partito vincitore che il vinto. Chi potrà mai fermarvisi un istante
senza essere sorpreso di angoscia, e di dolore al solo contemplarvi que'
vaneggiamenti di cui furono sempre suscettibili tutti i popoli, dalla
prima infanzia del mondo fino a' tempi nostri? Or uno spettacolo sì
attristante potea egli a meno di non disgustare l'animo il più benefico,
lo spirito il più paziente, e il più filantropo genio che azzardato
avesse di liberare la specie umana dal malore dell'inganno, per quindi
ricondurla nel felice sentiere della ragione? Convinti di questa verità
non dovremo più stupirci se cotanto rari oggi si rendino sopra la terra
i _Socrati_, gli _Aristidi_, i _Cartesii_, e i _Galilei_, che al prezzo
di cicute, di esilj, di carceri, e di tormenti acquistassero, di buon
grado, il piacere d'illuminare l'umanità, e d'indurla a rigettare le
avvilenti sue follìe. Con sì terribili esempi sotto gli occhi troppo
scarso dovea essere certamente il numero degl'imitatori; e quelli al
contrario, che avrebbero potuto divenirlo con successo, preferivano
piuttosto di essere considerati come inutili nella società, che rendersi
le vittime degli smarrimenti de' loro simili, e lo scherno degli eccessi
de' loro scaltri conduttori. E con quale coraggio avrei potuto mai
osarlo io tre lustri addietro, e di più sotto l'ombra di un avverso
cielo dove io mirai le prime luci, ed in cui la superstizione, e il
fanatismo erano al grado dell'ignoranza, calcolata come necessaria alla
salute dell'uomo, ed in cui alla demenza tenere faceasi le veci, ed il
carattere di buon senso? Egli è vero, per altro, che fino di allora
concepito io avea il progetto salutare di distruggere l'errore dalla
mente de' miei simili, ed il vasto assunto destinato ad esaurirlo era
già, in gran parte, preparato alla rinfusa nella mia mente, nè altro
mancava a corredarlo di quell'ordine, di quel metodo, e di quella
esattezza necessaria per prodursi al chiaro giorno, che una esplicita
inerenza nello spirito di quelli che più abbisognano di lumi
sufficienti, e di un fermo disinganno, capace di annientare i pregiudizj
che avrebbero potuto contrapporre degli argini malefici allo scopo
commendevole per cui era quello in origine rivolto. Ma la decisa
ripugnanza che questi sempre manifestarono contro l'ultimo, non meno che
contro i primi, fece soffocare i miei filantropici disegni al loro
nascere, e condannò la mia intrapresa ad un obblìo impenetrabile, dove
giacque sepolta fino a questo giorno in cui l'impero della ragione potè
rendersi una volta manifesto al consorzio de' mortali sopra la terra,
spiegando l'ascendente assoluto ch'ella dee avere sullo spirito di essi;
ora che sul trono augusto della giustizia l'eccelsa filosofia siede
fastosa, e trionfante de' suoi miserabili nemici, al fianco invitto di
Napoleone il grande, può un integerrimo fautore della ragione alzare
libero la testa, fare impavido echeggiare la di lui voce, e rendersi
utile a' suoi simili, senza pericolo, annunziando a tutti gli abitatori
dell'universo, allo squillante suono di prodigiosa tuba, l'immediata
rigenerazione universale di tutta la specie umana.

Per altro, sebbene tutte le mie cure, e i miei disegni si aggirino
soltanto al vantaggio di una parziale Nazione unicamente pure ad un solo
corpo religionario io quì non ragiono, ma a qualunque siasi nazione,
setta, o popolo, a tutta la società umana, in fine, io parlo, ed a guisa
del Sole che dal suo emisfero inaccessibile, una luce sfavillante, e
universale a tutto l'uman genere diffonde sulla terra, così appunto io
bramo che ad ogni razionale abitatore del mondo rendasi noto il genuino
linguaggio della verità.

Or se il raziocinio sostenuto dal buon senso, e dettato da' più integri
sentimenti di umanità, non è per la specie degli uomini un illusoria
visione, io dimostrerò col mezzo di esso, non solo al giudaismo, per il
di cui solido vantaggio io scrivo, ma a tutti gli altri popoli del mondo
(i quali eccettuare sempre lo vollero dalla categorìa delle nazioni) che
niente è più ingiusto, e ridicolo, ad un tempo, che di odiare, o
deprimere una credenza qualunque per la sola ragione che i suoi principj
saranno forse disparati da quelli professati dalla sua persecutrice,
ovvero di attaccarne le basi sulle quali si regge, ed anche senza
conoscerne il più delle volte il fonte da cui esse traggono la loro
derivazione; e con eguale chiarezza farò inoltre conoscere, che quanto
avvi in una religione di riprovabile, o di ottimo altro, a fondo non è
che l'impronta del genio, o depravato, o giusto lasciatovi dall'uomo
stesso, il quale non diventerà mai stravagante, o assurdo sempre che
sarà capace di ricevere le idee omogenee medesime che la natura
gl'imprime, e che desso, al contrario, diventa l'uno, o l'altro,
alloraquando si sforza di assegnare una evidente realizzazione alle
logogrife visioni tradizionali, ed a' mistici fantasmi. Di ciò tutte le
sette fino ad ora conosciute sulla terra dimostrerò essere una prova
ritrovata ormai, ad ogni esperimento, incontestabile.

Preparato che io avrò l'uomo alla contemplazione interessante di queste
verità, convinto che desse lo rendino una volta non essere meno curioso
di seguire i progressi dello spirito umano ne' suoi travviamenti, di ciò
che riesca vantaggioso investigare, con occhio indagatore le proficue
nozioni ch'egli scuopre, e ciò in ogni secolo, e presso qualunque angolo
del mondo, esso dovrà necessariamente convenire che fra tutte le
ricerche filosofiche fatte fino ad ora, non siavi forse una più
profonda, e più importante dell'analitica riforma del Culto, e
dell'educazione politico-morale del Popolo ebreo, che nel corso di
quest'opera mi sono prefisso d'investigare in ogni benchè minima parte,
e co' più rigidi esami possibili.

Il tenebroso amministratore de' culti, sia rabino, sia prete, ovvero
dervigi dice credimi ciecamente; ed il sensato filosofo consulta
l'evidenza, ascoltami, e ragiona; egli è questi ultimo linguaggio
unicamente quello di cui farò io sempre uso nell'assunto importante che
io tratto, con quelli che fin quì si mostrarono pur troppo sordi agli
eccelsi ammaestramenti della ragione.

Lungi dal precipitarci nel partito di quelli che credono tutto, od in
quello degli altri che rigettano tutto, noi ci terremo, per quanto ci
sarà possibile, in una specie di equilibrio, loro dicendo unitamente;
esaminiamo con diligenza, e rendiamoci esatto conto a vicenda finalmente
della credenza nostra, e di quella degl'ingannati nostri progenitori,
indaghiamo una volta con filosofica fermezza, ciò che in sì fatta
religione tradizionale (che da tutto l'ebreismo si è sempre sostenuta ad
ogni prezzo) v'ha di vero, e quello che può esservi di assurdo; sotto
quale rapporto le nostre idee religiose di oggi, possano avere un solido
fondo di realtà, o di verosimiglianza con quelle dei primi patriarchi
fondatori della credenza d'Israel, e sotto quale altro esse debbono
meritare la nostra ripugnanza, il nostro obblìo. Penetrati di sincero
trasporto per la verità, noi andremo a rintracciarla finanche nella
estremità di que' misteriosi recinti che si appellano santuarj, da'
quali allontanando il velo denso, e terribile che la cuopre, senza
dubbio, allora noi vi ritroveremo l'aspetto inalterabile della tersa
religione, che il Dio superno della natura esige dagli enti ragionevoli,
nel primitivo suo stato di purità, e d'innocenza.

Vari sono, per altro, gli scrittori commendevoli, che tentarono sovente
di scavare questo dilicato soggetto da' suoi più reconditi fondamenti:
io discuterò dunque le loro idee, analizzerò i loro pensieri, non già
col fervido entusiasmo di un zelante apologista di prestigj
tradizionali, ma colla genuina franchezza di un filosofo amico de' suoi
simili, di un apostolo della ragione, che ad altro non aspira,
pubblicando in questa giorno un opera sì utile, e sì urgente, che ad
illuminare da una parte le menti ottenebrate dell'illuso giudaismo, e a
distruggere dall'altra quelle menzogne degradanti che parvero
confederare contro i miseri avanzi del popolo d'Israel, fino anche i più
decisi partigiani della tolleranza, trascinandogli anche sovente ad
obbliarne i principj, a calpestarne i doveri, alloraquando impresero ad
agitare la causa risguardante questa oppressa, e derelitta nazione.

Quindi se io pervengo a condurre di tale, maniera lo spirito
religionario degli uomini, ho fondato motivo di lusingarmi di potere
anche ridurlo ad abdicare quelle vane chimere che lo soggiogarono per sì
lungo tratto di tempo, e che formarono la sorgente venefica dove il
genere umano attinse tutte le sue più deplorabili sciagure.

Ma prima di ogni altra cosa, io credo mio essenziale dovere di prevenire
il mondo illuminato, non essere quì mio scopo di divertire il cuore
umano con fantastiche immagini, che al solo romanziere bizzarro,
piuttosto che al filosofo ragionatore convenevoli si rendono; e molto
meno astrignerlo pretendo con linguaggio artifizioso ad asserire, ciò
che in altro modo ei ripugnasse di adottare: la nitida semplicità dovrà
sempre quì precedere l'espressione sentimentale dei miei pensieri, i
quali se riportati non verranno con un eleganza di stile che rapisce,
posso d'altronde assicurare che fregiati essi tutti saranno della
semplice verità che persuade, senza livore, e senza prevenzione; ciò che
al disopra di tutt'altro ornato è assolutamente necessario, trattando
una materia dilicata qual'è quella di cui ora ci occupiamo, che ha più
duopo di giuste idee, di esatti sentimenti, che di un mendicato
atticismo di vocaboli, o di traslati pensieri, onde potere con amplia
cognizione di causa pervenire a conoscere lo stato delle vicende
presenti, per farne l'adeguata comparazione con quelle, che le inopinate
crisi avvenire offrono sovente allo sguardo indagatore del filosofo, ed
alla irrequieta fantasía del politico: egli è dunque così che noi
potremo allora, senza taccia di temerità, lanciare i nostri liberi
giudizj sul remoto avvenire, ed arbitri ancora pronunziarne i destini.

Frattanto io domando un indulgenza estrema non meno per ciò che ho fin
quì detto, che per tutto quanto io dispongomi a dire, se io non tratto
queste materie interessanti con tutta quella filosofia, e quel criterio
che esigono, ciò si potrà forse attribuire alla deficienza de' miei
lumi, ed alla modicità de' miei talenti, ma se io poi non le ragiono,
secondo l'aggradimento uniforme di tutte le nazioni, ed in particolare
dell'Ebrea che ne occupa la più estesa parte, ciò ripetere da me
certamente non si dee, ma dalla sola intima natura delle medesime, le
quali non sono ad altro fine dirette che ad emendare gli smarrimenti
delle une, e a distruggere le stravaganti opinioni dell'altra; insomma
ad illuminarle tutte, per quanto mi sarà possibile, ed a ricondurle nel
perduto sentiere della ragione. Or quegli avvertimenti che tendono a
correggere l'errore, a dissipare le tenebre dal mondo, possono essere
giammai dell'aggradimento universale di quelli, che già infetti dal
morbo letale della menzogna, hanno duopo di correzioni, e di lumi? Ciò
che reca giovamento l'esperienza ci dimostra che rare volte diletta. Ben
lontano per altro io sono dall'esigere, in verun modo, che si abbia per
i miei sentimenti la benchè minima favorevole prevenzione, io eccito, al
contrario, i lettori di quest'opera di avere in me così poca fiducia
come io ne ho avuta negli altri. La sola ragione essendo un dono
accordatoci dal Supremo Creatore dell'essere nostro per condurci
nell'instantanea carriera di nostra vita, io gli esorto a farne uso
immediato, e costante; questo è il solo mezzo il più utile, e il più
sicuro per conoscere la verità, e per trarne que' vantaggi che aspettare
ne possiamo. Ma comunque sia, io protesto davanti l'Essere Supremo, ed
in faccia a tutti i popoli della terra, che non già vile sentimento di
detrazione, non avidità di gloria, non cupidigia di utile, od altro
scopo venale riprovabile del pari, mi fecero determinare a tessere
quest'opera, ma l'amore fraterno che ho sempre nutrito per tutti gli
esseri della mia specie; i solidi, e perenni vantaggi de' miei troppo
ingannati connazionali; il desiderio intenso di combattere l'errore col
brando inespugnabile della ragione; e la vera felicità, inultimo, degli
stati colti, e tolleranti, così che la gloria, e il decoro
degl'illuminati Sovrani che gli governano.

Or traendo quest'opera la sua originaria sorgente da sì limpido fonte,
retta da sì equi sentimenti, e guidata da principj cotanto sani, ed
inconcussi, potrei sospettare giammai con fondamento che alcuno vi fosse
di sì stupido criterio, in cui preponderando e impulso più forte gli
esecrabili prestigj del fanatismo a' miei giusti ed amichevoli
suggerimenti mi riguardasse come audace. od importuno, ovvero come i
settarj dicono volgarmente, un apostata, un Deista? Eh! che tali
attributi reperibili sovente nella bocca di chi non ne comprende il vero
senso, non avranno mai efficacia bastante a formalizzare un integerrimo
fautore della verità, dalla quale non seppe mai dileguarsi, malgrado che
a caro prezzo azzardasse qualche volta di esternarla, e che non si
prefigge altro disegno che il miglioramento durabile degli esseri della
sua specie. Nulla mi cale per tanto che ciascuno pensi come più gli
aggrada per rapporto al sistema di religione addottato da me; che
l'ebreo talmudista lo condanni, che lo abomini il cattolico, e che tutte
le altre sette la ripugnino, ma frattanto il sensato filosofo lo approva
non solo, ma lo segue, lo pratica egli stesso, e lo commenda; a lui
unicamente io me ne appello, ed a questa sola classe benemerita del
mondo ogni mio pensiere consacro, l'estremo destino del quale, non già
dall'insano giudizio del volgo, ma dall'illuminato discernimento di essa
onninamente dipende. Ben contento di poter dire col giovine Plinio: _Ego
enim non populum advocare,_ _sed certos electosque soleo, quos intuear,
quibus credam, quos denique et tanquam singulos observem, et tanquam non
singulos timeam._ _Epist. XVII. lib. VII. p. 428._

Ma questa cecità universale mi lusingo che sarà bentosto rischiarata
dalla fantasìa de' miei connazionali, quando a rigido esame richiameremo
nel progresso di quest'opera i dogmi sopra i quali essi fondano la
lusinga di una felicità imperturbabile, e la base di ogni loro ventura
speme, additando a' medesimi l'infallibile sentiere che può condurli al
completo acquisto di entrambe, e dove niuno fino ad ora osò giammai
condurre il passo timido, e vacillante.

Quale gloria ineffabile non dovrà in ultimo risultare per il Dio di
verità, osservando gli esseri umani rinunziare con arbitra resipiscenza
alle insane illusioni dove sembrava che un avverso destino condannati
gli avesse miseramente per sempre; e quale trofeo per l'oppressa
ragione, se gli eccitamenti miei affettuosi, e sinceri saranno efficaci
a dissipare dalle loro menti l'errore da cui sono abbacinate, ed a
toglierli dal baratro infernale de' pregiudizj in cui andavano a
precipitare inevitabilmente; e così mettere un freno alle passioni
fomentate da una coscienza religiosamente criminosa, e sostenute da
quelle sacre menzogne che loro fanno una guerra spietata, e con passo
intrepido, e costante oltrepassare le barriere funeste che il fanatismo
avea tenacemente opposte alla ragione, seguitando le vestigia
invariabili che quì sono ad indicare della pretta religione, e di un
giusto e ben fondato disinganno.

O popolo d'Israel! Egli è a tuo solo riguardo che baldanzoso io
dispongomi ad affrontare l'improperio dell'ignoranza, e lo sdegno della
superstizione: È te che io eccito a compiere i voti miei con quell'animo
stesso con cui te gli offro: Egli è infine del tuo unico giovamento che
io mi occupo indefesso, e di cui io formo l'essenziale, e il primo scopo
di tutte le mie più serie applicazioni: ma, e quale guiderdone, in
qualche modo equipollente, potrà mai sì filantropo zelo sperare da te? E
che? supporre io forse dovrò che giugnere tu possa a ricusarlo senza la
più reproba ingratitudine? Vorrai tu dunque perpetuare sopra la terra lo
spettacolo affliggente della tua degradazione, ed essere tutt'ora, per
folle arbitrio, lo scherno vile de' popoli, e la vittima sciagurata de'
tuoi propri smarrimenti? Ah! che un apatìa sì macchinale supponibile
certamente non è in mente umana; e ben lontano dall'opinarlo, io sono,
all'opposto, convinto che un fausto giorno, senza dubbio, verrà, mentre
di questo comparire già si vide la ridente aurora, in cui l'intero corpo
esercente la credenza edificante di Mosè ne' quattro angoli della terra,
perverrà finalmente a conoscere il valore inestimabile de' principj
salutari che ne formano la base, e riguarderà come un infamia di
restarne più oltre neghittoso, e indifferente, ed allora titubare più
non potrà un solo istante, sotto pretesto alcuno, a riassumere fra gli
uomini, per quanto è in suo potere, la condizione, i requisiti, e il
grado, che la società, la natura, e la ragione gli concedono d'accordo
sopra la terra, ne più reputerà come un delitto irremissibile, nel modo
che fino ad oggi ei sempre fece, d'inchinare con trasporto l'orecchio
per ascoltare la voce penetrante di un fautore della verità, di un suo
connazionale stesso, cui, la depravata educazione, che un detestabile
costume fatalmente introdusse da tanti secoli presso quel popolo, ha
così pure tentato di corrompere un giorno rendendo la sua inesperta
fanciullezza in egual dose infetta del morbo medesimo, che desso
attualmente desola, e flagella, e quindi suscettibile per qualche tempo
ancora dello smarrimento eguale di cui mirasi oggi quello predominato a
tutta forza. Or dunque incauti miei connazionali! Esso vi presenta
quest'opera; ardito alquanto sembrare a voi potrebbe il linguaggio di
cui si serve, ma posso inoltre assicurare, senza timore d'ingannarmi,
non essere quello dettato che da que' salutari principj che formarono in
ogni tempo la guida fedele della sua penna, ed il più solido alimento
del suoi pensieri: leggerla io v'insinuo assiduamente, ma scortati
sempre da quelli, e con occhio terso dalla nube de' pregiudizj io vi
eccito ruminarla; reperibili sono in essa gli antidoti, ad ogni
esperimento, i più vantaggiosi, ed insieme i più opportuni all'uopo
vostro urgente; vi assicuro averne fatta io stesso la più accurata
esperienza avanti di conferirli a voi, e quindi sormontati da colmo a
fondo tutte quelle illusioni venefiche delle quali era stata già
imbevuta la mia credula infanzia, riconosciuti per me medesimo, infine,
quanto si rendino colla successione de' tempi funesti per l'uomo que'
panici timori, che abusando della frale instabile puerizia de' fanciulli
malignamente s'incutono in quell'età dagl'impostori da' quali essa è
diretta, e di cui tutte le mire non tendono, che a mantenere l'uomo
sepolto nella voragine dell'inganno, ed allora mi ritrovai
tutt'altr'uomo sollevato dal peso aggravante di una soma che abbatteva
il mio coraggio, e ditroppo eccedente le mie forze, nella guisa medesima
che or prepondera le vostre, e che vi opprime senza ombra di confronto,
e senza lena. Nè altro lenitivo apprestare voi potrete con successo al
crudele infortunio che vi minaccia, solo che seguitare con energìa, e
con buon senso un sì efficace esempio. Possa quello essere il fausto
precursore d'infiniti altri avventurati simili esempi! Possa il medesimo
ritrovare nella nazione d'Israel immensa quantità di emulatori che
anelino a gara di renderlo il catechismo di tutti gl'individui
professanti la sublime credenza di Mosè! Egli è solo per questo valido
mezzo che voi potrete superare agevolmente i moltiplici ostacoli, che
opposero fino ad ora un pertinace contrasto alla politica civilizzazione
de' vostri costumi, allo sviluppo delle vostre facoltà intellettuali,
all'urgente rigenerazione del vostro Culto, e delle immense vostre
cerimonie religiose, tiranniche, ridicole, insoffribili; nè vi lusingate
di potere giugnere a vincerli giammai fino a tanto che il talismano
fatale de' vostri smarrimenti franto non venga interamente da voi, a mio
esempio, ed a quello memorabile di tanti che sentirono di possedere una
ragione, e conobbero il bisogno pressante di fruirne, e fino che
l'ignoranza, e il fanatismo, questi sovvertitori di vostra felicità, di
vostra pace fugati non sieno entrambi per sempre ne' cupi abissi, donde
trassero un tempo la funesta emanazione, per non più alzare la criminosa
fronte, e per non infettare mai più colla loro contaminata presenza il
suolo in cui l'orma di uomo calpesta, e annida.

E s'egli è vero che un epoca già fu in cui si disse Israel popolo
eletto; indi Israel progenie barbara, e incolta; poscia Israel ramingo,
esule, disperso; io confido che giugnere mirare potremo qual fausto
tempo ancora in cui si potrà dire meritamente Israel popolo sociale,
colto, e illuminato, ed il suffragio univoco delle nazioni tolleranti, e
urbane di buon grado concorrendo a sanzionarlo, allora più non sarà
l'Israelismo in alcun tempo soggetto sulla terra fra di esse ed altre
parziali distinzioni, fuorchè a quelle che la virtù esige, che la
filosofia consente, e che permette la natura fra un popolo, ed un altro,
fra un ente ragionevole, ed il suo simile.



                             CAPITOLO I.

               Dell'origine primitiva del Popolo Ebreo.


Una densa impenetrabile notte avvolge talmente a' nostri sguardi presso
che l'intera antichità degli abitatori della terra, di maniera che fra
tutti gli Scrittori, anche i più celebri, che ci hanno trasmesse le loro
varie ponderate opinioni su' popoli differenti della prisca società
umana, su' primi loro complicati avvenimenti, e sulla più probabile
fondazione de' loro imperi, niuno certamente fino ad ora ve n'ha che
possa vantare, con debita ragione candore, verità, ed esattezza,
alloraquando intraprese a trasmettercene l'origine, od il ragguaglio di
tutto ciò che a quelli supponeva positivamente appartenere. Il maggiore
soccorso che noi potremmo ricavare onde proferire qualche giudizio sopra
un simile assunto, sarebbe forse dalla sola Scrittura; ma ciò che
questa, d'altronde, ci rapporta, è sì ambiguo, e sì conciso, che in vano
ci lusingheremmo di potere col solo mezzo di essa pervenire a
rischiarare le nostre tenebre intorno a questo soggetto.

Eppure a fronte di tale malagevole ostacolo sì difficile a superare, io
mi accingo, non per tanto, ad investigare il primo remoto nascimento di
un Popolo, che malgrado la sua origine barbara, incolta, e quasi ferina,
siccome è quella di tutte le altre colonie nascenti delle quali ci fa
superficiale menzione l'istoria de' secoli vetusti, ha frattanto
attirata la seria curiosità de' dotti di ogni epoca, di ogni nazione,
preocupando le loro menti perspicaci a suo riguardo, alcuni per
commiserarlo, altri per esaltarlo, e molti per farsene sovente ancora il
baluardo contro gli attacchi ostili a' quali esso fu sì di frequente
soggetto sopra la terra, sia per parte di coloro che tentarono
diffamarlo con atroci calunnie, ovvero di quegli altri che nutrirono il
barbaro progetto di schernirlo, e di umiliarlo con mendaci reprobe
imputazioni, come opportunamente avrò soggetto di dimostrarlo, fremendo,
più di una volta.

Il Popolo Ebreo dunque, di cui intendo parlare, secondo tutte le
apparenze le più convincenti, poco, o nulla differenziare lo veggiamo da
quelle numerose orde che i monumenti antichi fanno scaturire, dirò così,
dalla superficie della terra ad ingombrarne lo spazio, dal momento che
dessa cominciò ad essere abitabile dalla specie umana: ma le istoriche
nozioni pervenute fino a noi sopra un tale particolare, sono tutte
concorde a dimostrarci, che l'origine frattanto ne è identica
perfettamente fra l'uno, e le altre, ed in ogni parte comune. La caccia,
l'agricoltura, la pesca, la pastorizia, e poche rozze manifatture; ecco
la sola, e prima generale occupazione di tutte le umane associazioni,
durante la loro più antica infanzia; ecco probabilmente quale dee essere
stata la situazione, e la carriera di quelli, che le sacre pagine, di
accordo coll'antica storia profana, ci assicurano essere stati i primi
archetipi fondatori dell'ebreismo.

Per altro, siccome questo solo articolo potrebbe, senza dubbio, formare
per se stesso materia esuberante onde empiere un immenso volume, e non
essendo altresì mia intenzione di riportare quì delle favole, o delle
ipotetiche congetture destituite di basi, o di lumi sufficienti ad
investigare la serie determinata di anni che può verosimilmente fissarsi
all'originaria esistenza del Popolo Ebreo, d'altronde contrastata
pertinacemente da varie altre popolazioni, che contrappongono un
antichità infinitamente più remota di quella vantata da esso,
coll'autentica testimonianza del codice Mosaico, checchè nulla dicane la
Genesi, la quale non ci lascia comprendere giammai perchè non abbia in
verun modo fatta menzione delle affluenti colonie, che i sicuri
frammenti che ci restano chiaro dimostrano esistere in que' tempi (1);
noi però, allontanando sopra un tale proposito tutte le informi visioni
che molti autori erroneamente prevenuti scavarono nella loro
immaginazione, ci rivolgeremo al libro il più autorevole che abbiano gli
Ebrei, ed il più generalmente approvato da tutti i popoli del mondo, e
con esso ne fonderemo l'origine da quello che ha il primo radicati que'
germi salutari della credenza edificante di questo Popolo, e che la
Scrittura medesima ci annunzia il primo ad essere distintamente
appellato col nome di _Ebreo_ (nghibrì), ed il primo, parimente a
recidersi il prepuzio in provetta età per divina prescrizione (2);
rimettendo alle ricerche de' critici assennati le epoche rimarcabili che
precederono, sia del prodigioso Diluvio universale, e della costruzione
dell'arca di Noè, fatta in quella circostanza con architettura
sovr'umana; sia della confusa divisione repentina delle Lingue
nell'occasione della temeraria impresa della torre di Babel, ed altri
straordinari aneddoti siffatti; tutto ciò dico, non essendo di mia
speciale competenza di esaminare, io lo considero come straniere al
prefissomi assunto, e ne rinunzio di buon grado le indagini a'
perspicaci investigatori della natura, e delle sue leggi.

Ecco tutto ciò che noi possiamo quì asserire, se non con positiva
certezza, almeno con qualche probabilità, intorno l'originaria
derivazione del Popolo ebreo, giacchè le memorie che restano a noi, non
meno di questo che di tutte quelle numerose orde vagabonde allora
esistenti sulla terra, sono cotanto scarse, e incerte, che tutto ciò che
si aggiugnesse non farebbe che vieppiù aumentare i nostri dubbj,
complicare i nostri errori, ed allontanarci onninamente dalla genuina
verità del soggetto, come sappiamo essere, pur troppo, accaduto a
qualche male impressionato Scrittore antico (3), per volere di soverchio
innoltrare le assurde congetturali ricerche intorno a certi soggetti,
gli autentici monumenti de' quali ci furono pur troppo defraudati
dall'Istoria, e le nozioni detagliate che risultare ne potevano in
vantaggio della specie umana, ne restarono avvolte nella folta nebbia
de' remoti secoli decorsi.

(1) I Chinesi vantano trentaseimila anni di antichità, ed i più
accreditati Istorici che ci tramandarono i fasti di questa Nazione,
assicurano che _Fo-Hi_ loro primo Sovrano montò sul Trono della China
tremila anni avanti Cristo, ciò che farebbe rimontare la fondazione del
loro Impero a più di trecento anni al di là del Diluvio, e quindi
l'antichità di questo popolo assai più oltre l'epoca in cui le opinioni
odierne fissano la creazione dell'universo, e la struttura originaria
del primo Essere umano (Ved. _Lenglet Meth. d'étudier l'Hyst. et Beyeri.
Mem. Hist. Crit. Libror. rarior. pag. 171_). E da que' pochi frammenti
che ci restarono del _Manethone_, prete Egiziano, e della _Genealogia_,
o successione de' Re di Egitto, trasmessaci da _Erodoto_, l'origine
degli Egizj, e la fondazione del loro regno è portata oltre mille anni
al di là di tutte le più lontane epoche della Creazione, se prescindere
vogliamo però da quella degli Assirj, degli Etiopi, de' Sciti, de'
Frigiani, e de' già riportati Chinesi, che vanno tutti molto più lungi
nell'antichità; ed alcuni rinomati autori parimenti dettero al primo
_Zoroastro_ novemila anni di antichità, ed altrettanti a' suoi Persiani.
Ma la venerazione intima che nutriamo per l'ammirabile Codice Mosaico ci
costringe ad abbandonare interamente una simile questione, che parrebbe
in qualche modo cospirare a rendere apocrifa la Genesi, che ne forma
parte, e così ammettendo soltanto per autentico ciò che trasmesso ci
venne da Mosè, noi riguardiamo tutte le altre opinioni come assurde,
affatto destituite di base, e di ragione.

(2) Vari Scrittori d'altronde accreditati, ed _Erodoto_ fra questi
(_lib. 2. cap. 14._) sostengono, con qualche asseveranza, che il nome
עברים _Ebrei_ (Nghibrim) che prendono i seguaci di Abramo, il quale è il
primo che dalla Scrittura venga denominato עברי (Nghibrì) _Ebreo_ (_Gen.
c. 14. v. 13._) altro propriamente non sia che un alterazione del nome
_Ibri_, o _Iberi_ dell'Albania, e delle varie differenti nazioni che
dimoravano al di là dell'Eufrate, e delle sue rispettive sorgenti fra il
mare Causpio, ed il mar Nero. Io per altro, senza diffondermi ad
appugnare come falsa, nè ad ammettere come probabile la presunta
etimologia di simile vocabolo, mi contenterò di accennare solo di
slancio, che i Commentatori Ebrei ne fissano la derivazione radicale dal
verbo ebraico עבר (nghabar) che significa _passare_, riferendo al
passaggio che fece Abramo dal fiume Eufrate partendo dalla Palestina sua
patria per trasferirsi nella Mesopotamia, e di là rendersi nel paese di
_Canaan_; ed alcuni altri ne ripetono l'etimologia da _Heber_ figlio di
_Schem_ da cui Abramo discendeva in linea diretta.

Ma ciò che riesce presso che impossibile di conciliare coll'Istoria si è
l'epoca dello stabilimento del rito della Circoncisione, mentre tutti i
più sottili investigatori dell'antichità si fanno, d'accordo, a
sostenere che gli Egizj, gli Etiopi, ed i Colchi, nazioni che l'istoria
ci dimostra già esistenti nel secolo di Abramo, furono gl'inventori di
questo Rito, _Pudenda circumcidebant a principio_, dice Erodoto,
parlando di esse (_in Euter. p. 127._). Diodoro di Sicilia è del
medesimo parere (_lib. 1. p. 24._) e lo stesso _Filone_, la cui autorità
in questa parte non può essere in verun modo sospetta, sembra esso pure
convenirne (_Phil. de Circumcis. pag. 10._). Ed i Critici ritrovano che
_Geremia_ colloca gli Egizj alla testa di tutti i Circoncisi (_Visitabo
super omnem qui circumcisum habet præputium, super Ægyptum, et super
Judam, et super Ædom, et super Ammon, et super Moab_. _Jerem. cap. 9.
ver. 24. 25._). Dal che molti vogliono inferire che questa ceremonia
Rituale fosse già conosciuta, e praticata sopra quasi tutta la terra,
quando il Patriarca Ebreo cominciò, per Divina prescrizione, a metterla
in voga fra i suoi (_Gen. cap. 17. v. 11._): il _P. Accosta_ ritrovò
degl'indizj di questo Rito nel Messico, siccome ancora _Pietro Martire_
nel Jugatan, _Oviedo_, _Pisone_, _Gumilla_ e alcuni altri ne ritrovarono
essi pure delle traccie ne' paesi i più lontani e nella più remota
antichità.

Pensino i critici come loro piace, ma frattanto tutte le umane opinioni
debbono per sempre tacere in faccia della Scrittura, la quale sola può
determinare ogni nostro sentimento, e che può con sicurezza guidarci
nell'ameno sentiero della verità.

(3) Quanto non si rende mai contraddittoria alla ragione, ed
oltraggiante alla verità l'origine primitiva donde Tacito fa scaturire
seriosamente il Popolo Ebreo? E tanto dobbiamo più sorprendercene quanto
che è il rispettabile _Tacito_ che parla (_Hist. lib. V._). Essa non
trae forse sorgente che dalle calunnie acerrime, che i Fenicj, gli
Egizj, e varie nazioni Greche persecutrici di questo Popolo gli
affibbiavano incessantemente (_Jos. contr. App. 5._) Ma questo dotto
Istorico, per altro, prima di avvalorare quelle favole vituperose, e
impertinenti delle quali si serve per denigrarlo, avrebbe dovuto
riflettere che l'origine degli ebrei poco, o nulla differire dovea da
quella di tutte le altre colonie che le prime popolarono le diverse
regioni della terra conosciuta (poscia divenute nazioni nel progresso
de' tempi) poichè lo stato selvaggio essendo per la società umana di
allora uniforme all'indole di essa, e comune ad ogni vivente, ne viene
per immediata conseguenza, che il carattere intimo di tutti gli esseri
umani dovea essere per sua nature indifferentemente omogeneo in ogni
parte; e chiunque versato anche mediocremente nell'Istoria antica può
riconoscere a sufficienza la pretta verità dimostrata di quanto
sostenghiamo, e quindi rilevare ad un tempo medesimo il paradosso enorme
in cui precipitano quelli che malignamente opinano in contrario.



                             CAPITOLO II.

    Della Religione professata, secondo le apparenze, da' tre primi
                 Patriarchi fondatori dell'Ebreismo.


Nel modo che l'originario nascimento del Popolo Ebreo, osservammo essere
identico, e comune in ogni senso con quello di tutte le selvaggie
caterve che popolarono le prime inospite regioni del globo terracqueo,
così dovettero essere appunto egualmente uniformi i principj di
Religione conosciuti dall'uno, colle massime di credere praticate dalle
altre; cioè una stupida grossolana idolatria degli astri, della terra,
degli elementi, Culto, che secondo l'opinione univocamente sostenuta da'
più classici Scrittori dell'antichità, si introdusse nel mondo appena
cominciò questo a popolarsi di un discreto numero d'individui, il
declivio de' quali dee verosimilmente avere cominciato a trascinarli
all'adorazione della creatura, pratica che non dovette in origine
conoscere altro disegno fondamentale fuori di quello di perpetuare, con
tal mezzo, sopra la terra la reminiscenza di quegli uomini che più si
erano distinti durante la loro vita nella società, per costumi
edificanti, e per azioni; ma che resero ciecamente latrìa nel progresso
de' tempi colla rappresentazione visibile de' simulacri che
gl'indicavano; invenzione che il sentimento generale de' dotti fa trarre
la primitiva sorgente da _Serug_ avo di Thare (4).

In tale guisa, dunque i popoli stupidi, e grossolani di que' primi
secoli degenerando insensibilmente dalla semplicità delle materiali
rappresentazioni primitive instituite da Serug, essi portarono le cose a
degli eccessi oltremodo stravaganti, e criminosi; essi opinarono di
ravvisare il prototipo genuino della Divinità nell'opera umana, e così
pervennero a confondere ciecamente il creatore colla creatura e quindi
l'adorazione profonda che a quello si compete, coll'omaggio meramente
rispettoso che esigevasi da questa. Ecco, in una parola, la vera, e
l'unica sorgente dell'idolatria, ed ecco l'immediata origine fatale
donde provenne quelli affluenza incalcolabile di Dei che ogni popolo,
ogni orda, ogni nazione si è poscia bizzarramente formati a capriccio
de' suoi propri direttori, anche ne' tempi assai più recenti, e da'
popoli presso i quali lo sviluppo della ragione, e la coltura dello
spirito umano erano ascese all'apice massimo della perfezione (5).

Egli è appunto dal fatal centro stesso di questo vortice immenso di
mostruose superstizioni ognora rinascenti fra gl'insensati iconolatri di
que' remoti Secoli che sorgere si vide Abramo figlio di Thare,
adoratore, e fabbricatore d'idoli; mestiere, come si vide, che gli
apparteneva in retaggio di famiglia; ma le massime ovunque dominanti
delle quali dee essere stato esso ancora imbevuto ne' primi anni della
sua fanciullezza, lo renderono infetto, così pure, dello stesso malore
che attaccava tutta la Specie umana de' suoi tempi, nè abbandonato si
vide da questo deplorabile smarrimento fino a tanto che rischiarata la
mente coll'efficace influenza della Divina vocazione, egli si dedicò a
combattere apertamente il culto idolatra, di cui già cominciava a
conoscere l'assurdo e il nocumento, e fattosi l'inconoclasta de' propri
idoli di suo padre, ne fece tosto sensibilmente conoscere al mondo la
ridicolezza, il pericolo, e l'inganno (6).

In quanto poi alle interminabili discordanti questioni che si agitano
fra i Rabbini ad oggetto di definire l'età che Abramo avea nel tempo
dell'avvenimento sorprendente della sua nuova conversione, poco, o nulla
quì ci cale investigare; lo scopo nostro, sovra di ogni altro
interessante, è soltanto quello di conoscerla meramente, e di esserne
con positiva certezza assicurati, onde potere da quest'epoca fondare,
con esatta cognizione di causa, l'infallibile nascimento primordiale del
Popolo d'Israel, non meno che la fausta origine della consolante
credenza del medesimo (7).

Rischiarato che fu così l'intendimento di Abramo dal fulgido lume di
grazia, e fattosi degno della Divina predilezione, in preferenza di ogni
altro umano individuo esistente allora sopra la terra, il primo comando
impostogli dall'Essere Supremo, che intuitivamente gli apparve, fu
quello di recidersi il prepuzio nella provetta età di 99. anni in cui
trovavasi nell'epoca di tale prescrizione, ingiungendoli, nel tempo
medesimo, di ripetere la stessa uniforme operazione con tutti i maschi
aderenti alla propria sue famiglia, stabilendo per precetto inviolabile,
in perpetuità di tutti i secoli, che all'avvenire ogni fanciullo nato
dalla sua discendenza. dovea essere circonciso nell'età di otto giorni,
sotto comminatoria fulminante di eterna dannazione a' trasgressori (8).
Tale marca indelebile dovea formare la base inconcussa, eterna, e
radicale del nuovo patto di alleanza che Dio ha vincolato con Abramo
dopo di averlo colmato di benedizioni, di favori, e di speranze,
assicurandolo di moltiplicare prodigiosamente la sua stirpe, di
proteggerla in preferenza di ogni altra, di renderla potente sulla
terra, e di farne un lignaggio distinto, e prediletto, a cui tutti gli
altri sarebbero sommessi, e tributarj in perpetuità di tutti i secoli:
_Et ponam te in gentibus, Regesque ex te egredientur etc. Daboque tibi,
et semini tuo terram peregrinationis tuae, et omnem terram chanaam in
possessionem Aeternam, eroque Deus eorum_ (A). Promesse che furono da
Dio medesimo reiterate progressivamente a' due altri Patriarchi
dell'Ebreismo, al di lui figlio Isaak, ed al suo nipote Jacob che ne
successero (9).

Or prescindendo dalle ristrette ingiunzioni che Dio fece a Noè
posteriormente al Diluvio, le quali si riducevano in massima a quelle
medesime prescrizioni che impone la natura ad ogni essere umano (10);
non ritrovandosi altro comando fino a quest'epoca espresso nella
Scrittura fuorchè l'osservanza della Circoncisione ordinata da Dio ad
Abramo, e da questi passato, in forze della stessa prescrizione, a' suoi
posteri, può, senza mistero, inferirsi ad evidenza, quale essere dovesse
fino allora l'intima Religione professata da' tre primi Patriarchi;
religione, ad ogni esperimento la più tersa, la più omogenea alle
circostanze de' tempi, all'indole integerrima di que' pacifici viventi,
circoscritti ne' loro bisogni, dediti alla vita laboriosa, e frugale,
nulla curiosi, od interessati di conoscere, od analizzare le occulte
cagioni del loro credere, ed alieni dagli affanni laceranti che
cagionano per l'ordinario le questioni, e le brighe religiose,
tranquilli adoravano l'autore della natura, della cui Provvidenza
gustavano i benefici effetti senza odiarsi nè perseguitarsi, e senza
timore di essere sorpresi dall'errore, o combattuti dalla religione, o
maniera di credere opposta del più forte. Ma le generazioni che ne
successero poco soddisfatte dell'incorrotta semplicità di sì fatta
edificante credenza, ben lontano dal seguitare le medesime vestigia de'
primi loro Institutori, in vece di coltivare lo stesso metodo
infallibile di essi, e il sano loro culto, vollero sottilizzare l'uno,
approfondire le altre, nella, fiducia illusoria di giugnere a scoprirne
fin la sorgente, ed a scapito enorme della ragione finirono tutte quante
brancolando fra le tenebre dell'ignoranza col credere ciecamente anche
sugli articoli che agli antichi era permesso di conoscere con evidenza.
Ma i Capitoli susseguenti vieppiù rischiareranno il nostro assunto, e ad
un tempo medesimo dimostreranno sensibilmente quale notabile passo
retrogrado ha fatto la consolante Religione di Abramo, a misura che i
suoi travviati successori avvanzavano cammino, vanamente lusingati di
perfezionarla.

(4) Presso che tutti gli Scrittori critici antichi si uniformano a
rapportare l'origine di questo pernicioso errore a' tempi di _Serug_ Avo
di _Thare_; _Eusebio_, _Suida_, _Epifanio_, _Abulfarage_, ed alcuni
altri sostengono essere stato esso l'inventore del culto delle immagini
consecrate alla memoria degli uomini morti in concetto di saggi,
virtuosi, e benefici. Per altro, se lo scopo che si prefissero in
origine Serug, e i suoi contemporanei si fosse intatto conservato da'
Posteri, quello, sarebbe stato per qualche parte commendevole, giacchè
non è da supporsi che gli omaqgj, che questi prestavano a tali muti, e
insensibili simulacri, eccedessero i limiti circoscritti de' semplici
rispetti umani, e in questo solo senso la pratica non potea essere
certamente nè più efficace, nè più ovvia al felice progresso
dell'emulazione, onde accrescere col mezzo di essa il numero degli
individui benemeriti della loro specie: ma il miscuglio complicato, e
informe delle superstizioni esecrabili che il delirio umano v'intruse
successivamente, alterò da colmo a fondo l'antica purità di questa
edificatoria instituzione.

(5) Era sì abbondante il numero delle Divinità conosciute, ed adorate
dal Paganesimo, e dall'antica Roma, che Petronio parlando di questa in
cui esso abitava, dice che l'affluenza degli Altari che ovunque vi si
erigevano per servizio delle medesime, sorpassava di gran lunga la
quantità delle case di abitazione de' cittadini, e quindi era molto più
facile d'incontrare per le vie di Roma un Dio di un uomo: _Utique nostra
Regio, tam præsentibus plena est numinibus, ut facilius possit Deum,
quam hominem invenire_ (_Petr. lib. IV._). — (Ved. _l'ann. 40. del T. I.
delle Note Campestri pag. 112._).

(6) I Dottori ebrei e fra questi _Rab Ada_ (nel suo _Berescith Rabah
cap. 38._) narra che Abramo, nell'intervallo intermediario della sua
conversione, incaricato dal di lui padre di accudire allo smercio delle
proprie statue, durante una sua breve assenza, presentatosegli un giorno
certo individuo col disegno di farne acquisto Abramo l'interrogò quanti
anni avesse: _cinquanta_, rispose l'Acquirente averne; _sventurato che
tu sei!_ Esclamò Abramo allora, _nell'età di 50. anni tu adori
ciecamente un essere che non ha che un solo giorno?_ Questo rimprovero
coprì talmente di confusione, e di pentimento il compratore, ch'egli se
ne partì mesto, e sbigottito, senza potere più articolare parola; indi
Abramo presa un accetta fra le sue mani ha in un istante spezzate tutte
le immagini affidategli dal genitore per procurarne la vendita,
illudendo ad un tempo medesimo argutamente la stupida credulità di suo
padre con un artifizio idoneo a giustificare la di lui propria condotta
rapporto a' simulacri, e a disingannare insieme Thare dell'inventato
errore in cui vivea da lungo tempo miseramente sepolto.

(7) Quale nuova interessante utilità sarà mai per risultarci, in alcuna
maniera, dopo che noi saremo pervenuti ad assicurarci che la conversione
di Abramo avvenne l'anno 48. di sua età come opinano _R. Johanan_, _R.
Haninah_, ed il _Maimonide_ (_Yad Hazakah lib. 1. p. 1._) ovvero se esso
non avea solo che 3. anni quando cominciò ad acquisire la precisa
cognizione del suo Eterno Creatore, siccome il Talmudista _Bar Abah_ lo
sostiene con gran forza (_Massehet Nedarim cap. 32. § 1._) e _R.
Elighezer_ fermamente lo pretende? (_Pirké Avoth c. 26._) _R. Lakis_
fonda questo medesimo sentimento sulla combinazione che offre la parola
עקב (nghekeb) riportata nella Genesi (_cap. 26 v. 5._) _Eo quod
obedierit Abraham voci meæ &c._, quale avverbio numera 172. la vita di
Abramo fu di anni 175. quindi esso pretende con simile induzione
d'inferire che 3 soli anni visse il Patriarca nelle tenebre della Pagana
idolatria. Il _R. Simeon Bar Zemah_ nella prefazione della di lui Opera
_Maghen Avoth_ si sforza di conciliare queste due opinioni, malgrado
ch'esse fossero sì disparate. Ma comunque siasi, niente di più oscuro, e
inconseguente al caso nostro di sì fatte inutili controversie, tutto che
da ogni parte fervidamente sostenute; e siccome di tali sottigliezze se
ne trovano ad ogni tratto in profusione considerabile presso i Rabbini,
noi riguardiamo come un tempo affatto perduto il fermarcisi un solo
istante a discuterne il valore, quindi è che noi passiamo sopra a tutte
quante.

(8) Moltiplici sono le opinioni che dividono gli autori e antichi e
recenti per rapporto al conoscere i veri motivi di questa Rituale
Instituzione, con tanta urgenza comandata dallo steso Dio ad Abramo
(_Gen. cap. 17. v. 11. 12. 13. 14._) benchè, d'altronde, nella mente de'
critici, già ovunque conosciuta, e praticata, come osservammo, non è che
un istante, dalla massima parte delle antiche popolazioni. V'ha chi
pretende che quella avesse per iscopo unicamente la sanità; molti le
supposero utile, e in certo modo conferente alla propagazione; ed altri
la credettero ancora una semplice marca distintiva per eccettuare
l'ebreo da' falsi credenti, e dalle numerose idolatre Nazioni delle
quali era, ingombro tutto il mondo conosciuto a que' tempi; ma la
materia è così per se medesima confusa, e impercettibile, che tutte le
ricerche fatte da' dotti di qualunque regione, e di ogni secolo affine
d'investigare l'origine, e le cause di questo segno, non servirono,
molto sovente, che a convincercene dell'inutilità delle loro fatiche, ed
a fornirci de' motivi efficaci onde sospendere interamente i nostri
giudizj per rapporto a questo assunto, come pur troppo ci troviamo
ridotti a simil caso tutte le volte che siamo costretti a brancolare
nella folta caligine del mondo antico ad oggetto di rinvenire quelle
verità ch'esso racchiude.

I Mussulmani recidono il prepuzio a' loro maschi appena giunti a' 13.
anni, tale essendo l'età che nel momento di simile comando avea Ismael
figlio di Abramo, da cui i Maomettani si dicono discendere.

(A) _Gen. Cap. 17. v. 6. 7. 8._

(9) Alcuni pensatori miscredenti abituati a sottilizzare, senza ritegno,
tutto ciò che loro offre nuove idee onde alimentare i loro strani
principj, si lanciano furiosamente contro questo passo di Scrittura, e
vi oppongono delle acerrime obbiezioni: essi rimarcano primieramente che
a fronte di tutte le promesse garantite da Dio a' tre primi Patriarchi
in favore della loro posterità, non vi fu mai popolo al mondo che fosse
più maltrattato dell'Ebreo, anche ne' suoi felici tempi ne' quali
miravasi guidato, ed assistito dal suo Divino Protettore; osservano, in
secondo luogo, che lo stato d'inopia, e di objezione, in cui ha sempre
questo popolo gemuto, quì schiavo, tributario colà, errante ovunque, non
sembra certamente presagire l'impero dell'universo, ed il dominio delle
Nazioni che Dio avea per tante volte assicurato agli Avi suoi; mentre
Abramo il padre di esso, e il fondatore di sua credenza, malgrado la
potenze, e le dovizie che la Genesi gli attribuisce; non solo non era
frattanto possessore di un palmo di terreno suo proprio, essendo stato
costretto di comprare una caverna da Efron per 400. sicli (1280 _lire di
francia, calcolata il siclo lire_ 3. 4 _l'uno_) onde seppellire
l'estinta Sara sua Consorte; che non solo il di lui figlio Isaak fu
sempre costretto ad abitare le terre altrui per esserne mancante delle
sue proprie, e che Jacob l'ultimo de' Patriarchi fece il cameriere 14.
anni per conseguire in maritaggio la figlia di Labano; ma che in terzo
luogo finalmente tutta l'estensione della rinomata terra promessa non
eccedeva 53. leghe di lunghezza, che non giunse mai questo popolo a
possedere tranquillamente un lungo periodo di anni; e che a' tempi della
sua massima grandezza, e de' tanto decantati fasti di David, e di
Salomone il dominio di questi (si osa temerariamente sostenere) non
oltrepassava 70. leghe di lunghezza, sopra 50. di larghezza, checchè il
libro de' Re asserisca, in contrario, che il dominio di Salomone
specialmente estendevasi dall'Eufrate fino alla estremità del
mediterraneo.

Egli è dunque così che opinano inconsideratamente certi filosofi
stravaganti contro l'oracolo ineffabile delle scritture, ma senza
arrestarci quì a combattere simili invettive destituite affatto di
verità, e di buon senso, noi ci contenteremo soltanto di commiserare i
loro deplorabili travviamenti che ad essi tolgono l'adito di conoscere
che gli imperscrutabili disegni dell'Eterno fatti certamente non sono
per la frale intelligenza dell'uomo.

(10) Queste prescrizioni (dette altrimenti precetti Noakiti) sono quelle
che si pretende essere state date da Dio ad Adamo, ed a Noè. Questi
precetti dunque (i quali altro non contengono che le instituzioni
medesime racchiuse nel codice della natura, e di cui la pratica si rende
indispensabile per tutti gli uomini) sono in numero di sette: il 1.
vieta l'idolatria, il 2. impone l'obbligo di benedire il nome di Dio; il
3. vieta l'omicidio; il 4. condanna l'adulterio, e l'incesto; il 5.
vieta il furto; il 6. impone di fare giustizia; il 7. vieta di mangiare
carne recisa dall'animale vivente (ved. _Ghem. Babyil. Tit. Sanhed. cap.
1. 4._).



                            CAPITOLO III.

    Ricerche sulla Religione imposta all'antico Popolo Ebreo dal suo
 legislatore Mosè, basata sopra i 613 precetti comandati da esso nel di
 lui proclamato Pentateuco, 248 de' quali sono detti affermativi, e 365
                              negativi.


Tutto era mentale fino a' tempi di Mosè presso gli antichi Ebrei, tutto
meramente contemplativo, e le loro Religione era sì semplice, sì
metodica, e sì sublime, quanto lo erano appunto i loro costumi,
intimamente penetrati dell'Esistenza di un Opifice Sommo Creatore, di
cui miravano ad ogn'istante la visuale testimonianza irrefragabile nello
spettacolo sorprendente dell'universo, e di ciascuna delle ammirabili
sue parti, soddisfatti restavano unicamente di adorarlo, e di compiere a
vicenda quegli umani doveri, che ad un essere terrigeno impone la
Natura.

Ma una situazione sì edificante di purità, e d'innocenza fu bene
precaria, e di fugace durazione per questi primi venturati credenti; gli
arcani impenetrabili del Dio de' loro padri conducendo la ristretta
famiglia dell'ultimo de' Patriarchi ad abitare sulle sponde del
Nilo (11), le fecero pagare un giorno a caro prezzo il grato trasporto
di mirare uno de' propri suoi figli elevato alla sovranità di quello
stato, dividerne il Regal soglio, lo Scettro, ed il diadema col Monarca
legittimo di esso; l'Egitto divenne quindi in breve spazio di tempo la
vulcanea fucina inestinguibile in cui furono costrutte le aggravanti
barbare catene che per il lungo periodo di oltre quattrocent'anni
trascinarono miseramente i posteri di Jacob che ne discesero (12).

In sì fatto lagrimevole intervallo di tenace schiavitù, e di vessazioni
rinascenti ad ognora in mille foggie differenti, quest'abbattuto
lignaggio più non riconobbe se stesso, lo smarrimento s'impossessò di
lui a segno tale che più esso non distinse nè l'origine sua, nè giammai
più rinvenne il semplice Culto esimio trasmessogli da' suoi venerabili
predecessori, ma, confusamente condannato a languire sotto il giogo
fetale del barbaro Egiziano ne sentì la fierezza, ne apprese i costumi,
ne seguitò le pratiche superstiziose, ed il culto ridicolo, e bizzarro
di quest'araba progenie, venne frattanto da que' derelitti avanzi
d'Israel ciecamente sostituito alla tersa, ed alla sana religione de'
suoi primi patriarchi fondatori (13).

Tale era dunque la triste condizione dell'Israelismo, allorchè Dio
spiegando la sua ineffabile clemenza in favore di questa popolazione
oppressa, e sconsolata, volle compiere con essa ciò che avea fatto
sperare a' benemeriti suoi progenitori ne' tempi andati, e la sua sorte
crudele dovea cambiarsi. Mosè (a cui Dio manifesti rese i suoi alti
prodigj essendo ancora nelle fascie) prediletto rampollo della tribù di
Levi, fu destinato l'organo esecutore degli eterni Decreti; egli
affrettossi a compierli, senza ritegno: il terribile Egitto che
premeditava farsene la tomba, dovette abbandonare con ignominia la preda
che avvinta gemea, da tempo immemorabile, fra i barbari suoi lacci; e
così lo schiavo Israel dopo di avere soffocata fino la speranza di un
solido, e durabile conforto a' suoi tormenti, e di una lieta risorsa, al
di lui avvilimento, vide frangere per la prima volta le infamanti sue
catene, Israel si vide libero.

Ma tutto che oltremodo venturata riuscisse per lui questa metamorfosi
repentina, quello non era tuttavia frattanto che una banda immensa
profuga, ed errante per inospiti deserti alla quale mancavano ancora, e
domicilio, e leggi, onde prendere fondatamente il sostenuto carattere di
Popolo. Il suolo Cananeo dunque fu quello che venne ad esso decretato
per retaggio, in forza della promessa fatta già da Dio a' Patriarchi, ed
il suo conduttore Mosè fu destinato il promulgatore degli statuti, e
delle leggi che l'Essere Supremo volle proclamare in mezzo di questi
nuovi Liberti (14).

Egli è in mezzo de' prodigj sorprendenti, dopo i moltiplici altri di tal
fatta che solennemente ci decanta la Scrittura, operati dallo stesso
Mosè collo stupore universale, e in Egitto, e altrove in favore del
Popolo di cui era esso la guida, ed il sostegno, ch'egli proclamò la
nuova legge di grazia che lo stesso Dio dell'universo dettogli sul
tremendo Sinaj (15).

Le assidue cure, e l'applicazione costante che richiedeva l'esatta
osservanza del nuovo sacro Codice legislativo che era al medesimo
imposto, astrinse questo popolo a derogare l'esimia semplicità della
prisca Religione de' suoi benemeriti antenati, ed egli si vide allora
aggravato dal peso di una soma che dovea necessariamente debilitare le
proprie forze, almeno fino a tanto ch'egli avesse contratta l'abitudine
di sopportarlo. Ben tutt'altro che i sette semplici Precetti ricavati
dal Codice della natura conosciuti, e seguitati da' _Noakiti_, e la
circoncisione de' maschi comandata da Dio ad Abramo; il nuovo patto di
alleanza proclamato col ministero di Mosè li fece ascendere al numero di
613 de' quali 365 furono detti Precetti negativi, cioè portanti divieto
di esecuzione; e 248 chiamati Precetti affermativi, cioè, imponenti
obbligo di esecuzione (16).

Egli è dunque sopra queste basi fondamentali che Mosè, per Divino
comando, eresse l'edifizio immenso del Culto che praticò egli stesso
(per quanto ci è noto) ed il Codice della nuova Religione di cui si
prefisse d'instruire il Popolo Ebreo de' suoi tempi; e sebbene questa
più allora non fosse quella medesima credenza già esercitata da' primi
circoncisi de' secoli decorsi, nulla ostante la osservanza che
imponevasi da essa a questi nuovi credenti, non dovea riuscire loro
neppure molto aggravante, se si riflette (come nel capitolo seguente mi
dispongo a renderlo più espresso) che non tutto l'intero popolo ebreo
era astretto di osservare, in complesso, la totalità de' precetti che
racchiudeva la nuova legge, mentre una gran parte de' quali
rapportandosi a' Leviti, le loro cerimonie, le loro ispezioni, i loro
Riti ec.; l'altra incumbendo i Sacerdoti addetti al servizio
dell'Altare, le loro purificazioni, i loro abbigliamenti, i loro uffizj
ec., il resto del popolo che non apparteneva nè al lignaggio degli uni,
nè alla discendenza degli altri, non era in dovere che di conoscergli
meramente, senza ingerirsi nella benchè minima parte nell'osservanza di
simili precetti, ciò che semplificava non solo considerabilmente il
culto, ma ne dispensava una gran parte da tante pratiche obbligatorie,
presso che inutili, o almeno superflue, e sempre malagevoli a compiere
con esattezza, e precisione.

A che dunque riducevasi in massima la religione professata dal complesso
dell'Ebreismo dopo la discesa di Mosè dalla prodigiosa vetta di Sinaj?
Apparentemente per certo a quella sola adottata da Noè, e da Abramo, ed
al semplice Decalogo unicamente; perchè le tavole portate seco lui dalla
sua eccelsa missione altro certamente non contenevano; e siccome questa
non abbraccia che i soli dieci Comandamenti, così alcuni si fecero ad
opinare, che Dio, per anticipazione, dettasse a Mosè verbalmente,
durante la sua dimora di 40 giorni sul testè accennato monte, l'intero
Pentateuco unitamente a tutti i 613 simbolici Precetti che
misteriosamente vi si racchiudono (17); fra i quali erano parimente
compresi que' sette antecedentemente conosciuti, siccome ancora le varie
prescrizioni comandate al Popolo ebreo alcuni giorni avanti la sua
liberazione dalla cattività dell'Egitto, risguardanti l'osservanza della
Pasqua delle Azzime, i sacrifizj, e le cerimonie che doveansi
necessariamente annettere alla medesima; ed altri sostengono ancora che
la quantità menzionata di precetti fosse da Dio comunicata
interpolatamente a Mosè, a varie differenti riprese; ed a misura che
l'opportunità, e le circostanze lo esigevano.

In quale idioma poi l'Essere Supremo si manifestasse al legislatore
Mosè, e quale linguaggio usasse questi, parlando al Popolo che
prefiggevasi d'instruire, questo è ciò che i critici mettono al solito
in forti, e interminabili questioni, e che noi non abbiamo interesse di
approfondire, o discutere (18); solo ci basta di potere assicurare con
ogni fondamento che questo Codice, sia che fosse conferito secondo il
pensiere degli uni, sia che comunicato venisse conforme l'opinione degli
altri, quello fu la solo base frattanto sulla quale venne in seguito
eretta la Religione ammessa, coltivata, e sostenuta da tutte le 12 Tribù
d'Israel, da' tempi di Mosè che ne fu il Promulgatore, fino all'estrema
caduta di Gerosolima, ed alla dispersione totale del Popolo ebreo, cui
può da essa unicamente annoverare la folla immensa di smarrimenti
deplorabili a' quali soggiacque in conseguenza della fatale
degenerazione dell'ammirabile sua credenza primitiva, nella guisa che
dovremo con reiterata menzione rimarcarlo noi stessi ne' seguenti
Capitoli di quest'Opera.

(11) Per quanto ci narra la Scrittura, tutti quelli che seguitarono
Jacob nell'Egitto appartenenti alla di lui propria famiglia montavano a
70. individui, compresovi Giuseppe che già vi esisteva come Sovrano di
quello Stato, e i due figli che vi avea esso avuti (_Exod. cap. 1. v.
5._)

(12) Alcuni Autori pretendono, ed io non saprei sopra quale base fondano
le loro asserzioni, che tutto il tempo in cui il popolo Ebreo restò
schiavo fra i terribili ceppi dell'Egitto non oltrepassasse gli anni
200. ma i Talmudisti uniti a tutti gli Scrittori i più accreditati di
questa Nazione, appoggiati sull'oracolo infallibile dalla Scrittura
insistono su' quattrocento e trent'anni: _habitatio autem filiorum
Israel, qua manserunt in Ægypto, fuit quadrigentorum triginta annorum_
(_Exod. cap. 12. v. 40._)

(13) Tutte le dimostrazioni con le quali si sforzano i Rabbini di
provarci che la primitiva Religione si è per lungo tempo conservata
nella posterità di Jacob, anche fra le catene egiziane, non formeranno
mai un indizio, se non positivo almeno verosimile, idoneo a convincerci,
che durante la lunga cattività di questo popolo in Egitto potess'egli
esercitare a rigore il culto già introdotto e praticato da' primi suoi
Padri, e ciò è tanto improbabile, quanto che non solo apparisce dalla
stessa Scrittura che molti anni avanti, Giuseppe avea già adottate
presso che tutte le massime superstiziose dell'Egitto, facendo mangiare
i Suoi fratelli, all'epoca della sua recognizione co' medesimi, in altra
mensa fuori che nella sua, e parlando loro col mezzo dell'interprete
(benchè v'ha chi sostiene che ciò facesse, per non palesarsi ad essi
intelligente dell'ebraico idioma, che gli Egizj ignoravano). Siccome era
l'uso degli Egizj, i quali aveano in orrore tutti quelli che non
appartenevano alla loro nazione, e si reputavano immondi mangiando seco
loro; ma non ritrovasi altresì fatto nella medesima Scrittura cenno, di
sorte alcuna, che ne' 4. e più secoli di schiavitù a cui soggiacquero
gli ebrei nell'estensione degli stati Egiziani, mantenessero ancora
intatto, non solo il rito importante della Circoncisione, ma nè pure le
antiche instituzioni di natura che, come osservammo, si credono
conosciute, e praticate da Noè, e da tutti i suoi contemporanei, non
meno che degli altri Patriarchi dell'Israelismo che ne vennero appresso.

(14) Non essendo mio scopo di farmi quì rapportatore di tutto ciò che
avvenne e questo popolo negli spazj intermediari decorsi, fra la sua
cattività, e la sua liberazione, e degl'incontri, e delle querele
ch'esso ebbe durante la sua lunga dimora nel deserto con altre simili
popolazioni che gli contendevano il paesaggio, fino alla definitiva
occupazione della terra promessa, ed alle fausta promulgazione della
Legge scritta: io passo rapidamente sopra tutti questi aneddoti, e solo
mi arresto di proposito all'ultima, perchè forma onninamente il soggetto
unico, e principale di tutte le ricerche, e gli assunti racchiusi nella
progressione successiva di quest'Opera.

(15) Chiunque versato nella mitologia della prisca età del mondo può ad
evidenza conoscere come gli antichi Arabi furono gli inventori di molte
favole, e bizzarre allegorie le quali, nella progressione de' tempi,
acquistarono voga presso una gran parte degli antichi popoli della
terra. Fra le innumerabili altre che quelli hanno immaginato, può
annoverarsi l'Istoria dell'antico Bacco, che supponevano molto anteriore
al tempo in cui gli ebrei fissano l'esistenza di Mosè. Questo Bacco
dunque, nato nell'Arabia, avea scritte lo sue leggi sopra due tavole di
pietra; si chiamò _Misem_, gli Arabi lo dicono _salvato dalle acque_, e
tale è la genuina significazione egiziaca di questo nome; esso avea una
bacchetta colla quale operava delle gesta sorprendenti; questa verga si
trasformava in serpente quando ei volea; raccontano parimente che questo
Misem passò il mare rosso a piede asciutto alla testa della sua armata,
esso divise le acque dell'Oronte, e dell'Idaspe, e le sospese a diritta,
ed a sinistra; una colonna di fuoco rischiarava i passi della di lui
armata durante la notte. Questa favola era si antica che molti Scrittori
de' primi secoli del cristianesimo supposero che questo Misem, questo
Bacco fosse Noè. Or può egli mai ritrovarsi una rassomiglianza più
prossima di quella che si scorge tra Bacco, e Mosè, fra le gesta, le
circostanze, e il nome del falso Dio Egizio, e i portenti, le
operazioni, e il nome stesso del Legislatore ebreo? Io non oso
approfondire di soverchio tale odibile confronto; lascio a' filosofi
perspicaci, a' mitologici, ed agl'intelligenti le indagini più vaste, e
più analitiche di un assunto sì arduo, e stravagante, e abbandonando gli
increduli in preda al loro delirio, io preferirò sempre frattanto un
eccelso Ministro del Dio di verità a quelli che non lo sono che
dell'errore e della menzogna.

(16) Fossero quì terminati almeno gli essenziali doveri dell'ebreo, il
compimento non ne riuscirebbe sì malagevole ad eseguirsi, massimo oggi
che la situazione di questo popolo cotanto differente essendo da quella
in cui era a' tempi di Mosè (come a luogo più opportuno mi farò a
dimostrarlo) egli si troverebbe dispensato dall'osservanza delle nove
decime parti almeno di simili Precetti: ma e quale vantaggio di vedersi
da una parte attualmente alleggerito di una affluente quantità di
pratiche e cerimonie, s'egli trovasi dall'altra eccessivamente aggravato
di altrettante che gl'imposero le glose, le parafrasi, e i commenti?
(Ved. la _Nota_ 21. susseguente) Io rifletto che non avea in questa
parte tutto il torto S. Pietro allorchè dicea; che il giogo della Legge
era sì opprimente (e notisi che a' tempi di Pietro nè la Misnà, nè il
Talmud erano tuttavia comparsi al giorno) che nè quelli della sua età,
nè i loro progenitori avevano potuto sostenerlo: _Nunc ergo quid
tentatis Deum imponere jugum super cervicem discipulorum quod neque
patris nostri, necque nos portare potuimus_, _Act. ch. 15. v. 10._

(17) I Rabbini attribuiscono a questo numero un allusione assai curiosa,
secondo il solito a praticarsi da' medesimi; essi dunque pretendono che
il corpo umano comprenda altrettante parti differenti quanta è la somma
de' precetti che Mosè avea prescritti. I 248. affermativi rapportansi
alla somma equabile de' membri esistenti nel corpo dell'uomo; ed i 365.
negativi corrispondono al numero de' nervi che nelle varie sue parti
esso contiene. Io me ne rapporto agli anatomici, a' quali solo
appartiene il decidere, con piena cognizione di causa, se questo calcolo
è per se medesimo esatto.

(18) Tra le tante male fondate ragioni sulle quali varj critici
increduli pretendono appoggiare le obiezioni che oppongono contro
l'opinione ricevuta generalmente che Dio abbia parlato in ebraico a
Mosè, e che questi si servisse del medesimo idioma per esternarsi al
Popolo, la prima si è che Mosè venendo dell'Egitto donde avea tratti i
suoi natali, dove succhiò il primo latte, ed in cui ebbe le prima
educazione, instruito ne' principj, e nella cultura degli Egiziani, è
molto verosimile ch'egli non dovesse parlare altra lingua fuori di
quella usata in que' tempi sotto il suo Cielo natalizio, nel modo
appunto che _Filone_ lo rimarca nella _Vita, e le gesta di Mosè_; dal
che inferiscono in ultimo, che nel tempo della promulgazione del
Pentateuco, gli ebrei non essendo tutta via entrati nel paese di Canaan,
nè avendo fatto ancora una pratica consumata, e sufficiente della lingua
ebraica, essi non potevano in veruna maniera pervenire e capirla, e che
per conseguenza quel codice scritto nel Deserto non potea esserlo che
nell'Egizio dialetto, giacchè Dio, aggiungono essi arditamente, non
avrebbe, per certo, comunicata la sua Legge in una lingua che
riconosceva intelligibile affatto per quelli a' quali era una sì eccelsa
legge conferita, e che più aveano duopo di capirla.

Queste, ed altre sì fatte opposizioni ci lanciano con fierezza i
miscredenti, ad oggetto di rovesciare delle fondamenta quanto le sacre
pagine appariscono garantirci, e per ismentire, senza ragione, e senza
base, ciò che il suffragio univoco delle Nazioni autorizza, e conferma;
noi, per altro, lasciandogli miseramente in balìa del loro fluttuante,
quanto stolido scetticismo, ci permetteremo soltanto di osservare essere
molto probabile, che il Pentateuco scritto da Mosè in origine ebraico,
fosse tradotto in seguito nella lingua della Palestina, che altro in
fatti non era, che un mero derivato del Siriaco idioma; poscia in
Caldeo, in Greco, ed in Latino, e lungo tempo dopo anche in antico
Gotico dialetto; in tale maniera lo pensarono parimente varj celebri
Scrittori dei secoli a noi più recenti.



                             CAPITOLO IV.

  Come tali Precetti dovrebbero essere oggi ridotti alla decima parte,
mentre le 9 restanti, si dimostrano, o inopportune, attesa la cessazione
      dell'osservanza; od inutili, perchè variamente ripetuti; od
 incompatibili colle Leggi alle quali è il Popolo d'Israel attualmente
                             subordinato.


Già noi fino al presente dimostrammo esistere sulla terra un tempo
immemorabile in cui l'esercizio della Religione de' primi abitatori
dell'universo, meno fastoso, più interno, meno apparente, rendeva il
loro culto più esimio, più semplice, più terso, in cui i loro intimi
sentimenti più liberi essendo, più chiari, e più integerrimi di ciò che
lo furono, ad un tale riguardo, quelli delle progenie discendenti, non
facevano ad essi considerare la Religione come un fardello
eccessivamente aggravante, o insopportabile, mentre quelli tutta
consistere la facevano in un ristretto numero di virtuose azioni
esterne, sempre uniformi, nè soggette erano giammai ad alterarsi;
convinti d'altronde fermamente che il vero culto più accetto alla
Divinità, e più conferente all'Eterna salute dell'anima è soltanto
quello che ha per base la virtù, che ha per sede il cuore, calcolando
tutto il resto come affatto chimerico, ed accessorio, ridicolo per se
stesso, pernicioso il più delle volte alla specie dell'uomo, e sempre
degradante alla sua propria condizione. O tempi di felicità, e di
innocenza! sareste forse voi un illusorio fantasma, parto della feconda
immaginazione de' Vati? E se tali non siete, perchè mai sì fugace, ed
instantaneo fu il soggiorno vostro fra i mortali? Pur troppo voi
spariste allo sguardo peribile di essi, come dissipa l'Atmosfera un
fummifero vapore. Ah! sono essi già esistiti que' giorni venturati per
gli esseri umani, i quali alieni onninamente dalle pratiche bizzarre, e
dalle futili apparenze di simulata pietà, non avevano soffocati ancora i
primi germi salutari di un incontaminato culto che edifica il cuore, per
abbandonarsi ciecamente alle mostruose chimere che degradano lo spirito;
non vedeasi allora l'accessorio tenere le veci di principale, nè
miravasi mai come fra noi confondere l'illusione col buon senso, e la
Religione diventare l'oggetto speculativo del più scaltro (19); non
erano già i Tempj di que' sani credenti empiuti come quelli de' moderni
di larve, o simulacri, nè ingombri gli altari di porfidi, di ebani, di
gemme, o di squisiti metalli; nè i suoli coperti di sontuosi tappeti;
non erano già dico tali arredi fastosi quelli che attraevano l'intuito
religioso de' primi adoratori del Dio dell'universo; un sasso informe
serviva loro di altare, ed un erema foresta era il sacro venerabile
tempio in cui penetrati da un integro Divino amore, si adunavano i primi
Padri della specie umana per implorare grazie dall'autore della Natura,
e con illeso puro culto estollerne le glorie, propalarne i portenti,
riconoscerlo, e adorarlo (20).

Non può certamente dubitarsi con ragione che tale in ogni senso non
fosse il pretto genuino carattere della primitiva Religione, conosciuta,
e praticata dalle remote società umane che cominciarono a popolare le
terracquee regioni; ma siccome l'incostanza è l'appannaggio positivo, ed
omogeneo di tutte le associazioni umane, e quindi ciò che da questo
procede, regolarmente nella progressione de' tempi, o si corrompe, o
degenera, o si altera, così appunto questo salutare primitivo
stabilimento ha dovuto esso pure soggiacere alle infauste vicissitudini
medesime di tanti altri, condannati a sobire la fatale sorte istessa.
Chi inclinasse a fare un ristretto analisi delle Religioni che or
conosciamo, sormontando col pensiero fino al primo loro nascimento, e
discendendo in seguito all'epoca della propalazione delle medesime,
quale mostruoso confronto non vedrebbe mai risultarne onde convincersi
delle verità innegabili da noi fin quì esposte? Abbandonando le altre
che ci sono indifferenti, solo arrestiamoci un breve istante sulla
Religione d'Israel che ci riguarda. La Credenza degli antediluviani non
era già il culto di Abramo, nel modo che la Religione conosciuta, e
professata da' Patriarchi, era bene differente da quella che Mosè ordinò
al Popolo ebreo nel Deserto, appena liberati dall'Egitto; e la Religione
di questo è troppo lontana dall'essere quella che mirasi oggi esercitare
dall'ebreismo di nostre età; sette soli precetti costituivano l'intera
credenza di _Hanoh_, di _Noè_, di _Shem_, quali Precetti, sebbene si
trovino fare parte de' 613 prescritti da Mosè nel Pentateuco, i
Commentatori, non ostante, sembra che ne facciano separata menzione,
denominandoli _Precetti Noakiti_ (come già osservammo più estesamente
altrove) vale a dire, di Noè, attesa l'analogìa prossima che
riconoscevasi fra questi, e le leggi stesse della natura. Un solo
precetto, cioè la circoncisione de' maschi l'ottavo giorno della loro
nascita, venne aggiunto alla Religione che professarono Abramo, Isaak,
Jacob, e la legge di grazia che Dio comunicò a Mosè sul grande Horeb, ne
fece accrescere il numero fino a 613, diversamente classificati, nel
modo che frappoco noi entriamo a dimostrarlo, senza calcolare forse
altrettanti che le immense tradizioni delle quali è la medesima
aggravata, ingiungono all'ebreo di osservare scrupolosamente, e di cui
mi riserbo a ragionare di proposito altrove (21).

Ma sono essi questi nuovi credenti divenuti per ciò più religiosi, più
saggi? Mi si produca di grazia, uno solo fra tutti gli osservanti la
nuova legge (se si eccettua Mosè per l'onore di sua missione, per
l'eccelso carattere che sosteneva, e pe' favori Divini de' quali era
colmato) che possa dirsi, con giustizia, più integro di Hanoh, che non
soggiacque alla morte naturale, ma che fu tratto da Dio stesso fra gli
esseri viventi (A); uno più giusto di Noè cui Dio preferì a tutto il
genere umano liberando esso, e tutto ciò che gli apparteneva,
dall'orrido flagello del Diluvio universale (22) che unitamente alla
terra sommerse tutti i suoi abitatori (A)? Chi più retto di Schem, che
la Genesi denomina come uomo singolare fra i suoi simili (B)? Chi
finalmente può con diritto maggiore vantare fra tutti quelli una
Religione più chiara, un culto più semplice, più vero, più elevato di
quello che la Scrittura ci accenna professato da' tre primi Patriarchi,
i quali Dio volle per tante volte parzialmente distinguere suoi amici
favoriti, e prediletti? Dal che può giustamente inferirsi non essere già
il numero affluente di usi, di precetti, o di cerimonie quello che
l'Essere Supremo esige dagli enti ragionevoli; nè la somma onerosa di
pratiche, di doveri, e di prescrizioni sarà giammai una solida base, od
una prova dimostrata della sana Religione dell'uomo, nè il deposito
fondamentale del retto culto, che la terrigena creatura dee prestare al
suo Eterno Creatore. Ben lontano da ciò, dimostrasi, al contrario, che
la Religione tanto è più semplice, e meno complicata, tanto, e più
facilmente porta seco, a indelebili caratteri, l'augusta impronta di
verità, e tanto meno rincrescevole ne riesce l'osservanza; tale fu la
mente irrefragabile di un Dio, prescindendo degli espliciti differenti
esempi testè da noi riportati, che ne formano la prova certa, e
convincente (23).

Il legislatore Mosè dunque, allorchè nel suo Pentateuco impose al Popolo
ebreo de' suoi tempi l'osservanza di 613 Precetti, non intese certamente
che questi dovessero essere intatto mantenuti complessivamente dal
Popolo ebreo de' nostri secoli, di cui le circostanze, la destinazione,
i costumi, la società, e i doveri sono affatto cotanto differenti da
quelli ne' quali si trovavano gli antichi fautori di tale credenza; ciò
che l'antiveggente Mosè non potea di proposito ignorare. Or siccome un
esteso dettaglio di tutti gli accennati precetti sarebbe quello solo
opera di un immenso volume, lo che distraendomi alquanto dalla serie
complicata delle moltiplici altre materie importanti che quì mi accinsi
di trattare, mi renderebbe di soverchio prolisso; così affine di non
perdere di vista un soggetto che più di ogni altro dee interessare le
nostre cure, e fare con evidenza più sensibile discernere che
l'abrogazione delle nove decime parti di essi, proposta da noi come
ovvia, e necessaria non è dettata che delle imponenti vicissitudini
odierne di questo Popolo, noi divideremo tutti gl'indicati precetti in 3
classi; due delle quali essendo state fondatamente riconosciute da noi,
od inutili, o insussistenti, non saranno che rapidamente accennate in
complesso, ad oggetto di rendere con solidità maggiore dimostrato che
tali sono in fatti tutti que' precetti che le racchiudono: quelli poi
che compresi abbiamo nell'ultima classe, supponendo che dovrebbero
essenzialmente constituire, secondo il fissato nostro sistema, la
inconcussa Religione de' veri professanti la credenza di Mosè; tali
precetti, dico, saranno tutti da noi riportati in dettaglio, astrazione
fatta di un certo dato numero comandato replicatamente dal medesimo; e
che nella guisa che noi entriamo ad osservarlo con ogni esattezza
possibile, altro non vogliono inferire, che la cosa medesima riportata
sotto varie, e in apparenza differenti prescrizioni.

Entrando quindi all'esame de' precetti che abbiamo disegnato appartenere
all'ordine delle prima classe, questi ritroviamo ascendere in tutto al
numero di 237 sparsi or quà, or là nel Pentateuco, secondo
l'opportunità, l'epoca, il bisogno; cioè, 110 affermativi, o
prescriventi dovere di esecuzione, e 127 negativi, o portanti divieto di
esecuzione, i quali tutti avendo per iscopo o le oblazioni de'
Sacerdoti, o l'abbigliamento di costume di essi, o la costituzione del
tempio, degli altari, o l'acquisto, il trattamento, e la liberazione
degli schiavi, o il voto di Nazzareismo o l'anno Sabbatico, e il
giubileo, ovvero la distribuzione de' terreni da assegnarsi a' Leviti
nell'estensione della terra promessa, e tanti altri simili oggetti del
tutto indifferenti per il Popolo ebreo del nostro secolo, perchè più non
esistono in verun modo, per esso lui; egli è dunque perciò che, come
insussistenti, essi dovrebbero necessariamente cessare, ed è appunto per
tale motivo che noi quì più non faremo di sorte alcuna ulteriore
menzione.

La seconda classe poi nella quale comprendemmo que' precetti che
risguardano puramente il giudiziario, il politico, l'economico, il
civile, e che io ritrovo ascendere alla somma di 203; cioè 115 negativi,
e 88 affermativi, per le medesime imponenti ragioni che servono di base
fondamentale all'abrogazione di quelli contenuti nella prima, dee questa
essere considerata non solo come inutile onninamente per gli ebrei de'
nostri tempi, ma come incompatibile altresì colle provide leggi alle
quali sono questi attualmente subordinati, leggi tutto affatto diverse
da quelle che Mosè ha creduto opportuno di adattare a' costumi dominanti
de' suoi giorni; alle Regioni che destinava di fare occupare al Popolo
di cui era esso conduttore, all'indole irrequieta e grossolana del
medesimo; ed al governo teocratico che meditava di introdurre, e
sistemare ne' suoi recinti; e se qualche debole traccia di tali Mosaiche
instituzioni è pervenuta fino a noi, tanto per quello che risguarda un
articolo, quanto perciò che rapportasi agli altri di maniera che si
creda indispensabile l'osservanza, le leggi ammirabili recenti prevedono
con pari saggezza, che giustizia e attività; e l'ebreo che a livello di
ogni altro vi è sommesso, ne risente gl'illimitati vantaggi, e riconosce
la necessità urgente di osservarle, quale fedele vassallo, ed obbediente
subalterno: quindi è che di questa classe ancora troppo debole
fondamento sembrami che risultare ne potrebbe il ragionare.

Or detraendo dunque i 237 Precetti, che abbiamo racchiusi nella prima
classe, ed i 203 che comprende la seconda, montanti insieme a 440;
deduzione fatta da' 613 totale, restaci un reliquato di 173 Precetti, ma
siccome anche fra questi rimarcasi esservene molti replicatamente
comandati, e che in massima non implicano radicalmente che la cosa
medesima, noi stimammo conveniente di restrignerne l'osservanza a quelli
soli che ci sembrarono i più utili, ed i più degni di un Codice sano,
metodico, e sociale, e che abbiamo ritrovato ascendere al numero di 60;
36 de' quali distinguemmo negativi, e 24 affermativi, ma dovendo questi
constituire essenzialmente la prima base fondamentale della Religione
Mosaica, secondo i nostri già fissati principj, noi riguardiamo come un
assunto della più grande urgenza per se stesso, ed oltremodo necessario,
di riportarli tutti estesamente, apponendo gli analoghi schiarimenti a
quelli che potessero esigere delle utili, ed opportune osservazioni,
dalle quali risulteranno ancora i motivi efficaci dell'esatta osservanza
de' medesimi, riserbandoci a trattarne degli altri, che, o modificammo
come superfluamente ripetuti; o annullati furono da noi come non
confacenti a' tempi nostri, allorchè ne' due Capitoli immediatamente
dopo quello in cui entriamo, riporteremo in chiari sensi le ragioni
evidenti ed inconcusse che ci hanno indotto a stabilire una sì fatta
restrizione, in apparenza sì considerabile, la quale con più robuste
giustificazioni sarà poscia dimostrativamente comprovata, allorchè ci
faremo di proposito a discutere, in tempo debito, le tradizioni, o
parafrasi Rabiniche aggiunte a questi, ed a tanti altri Precetti, e
sovente assai più oscure di ciò che riescano gli stessi testi originali,
ch'essi pretesero di rischiarare colle medesime, e delle quali si ignora
generalmente la causa, ed il disegno, senza che alcuno giugnere potesse
in alcuni tempo a discernere l'una, o a risentire i vantaggi che
risultare pretendesi dall'altro.

(19) Non vi è stato forse in alcun tempo chi con più rea impostura de'
così detti _compagni di Gesù_ (non saprei se appartenenti a quelli che
furono spettatori alla sua nascita, benchè più giustamente collocare si
potrebbero nella classe degli altri che gli furono compagni nel
supplizio) esercitassero un traffico vergognoso della religione che
facevano credere di difendere, e di professare; all'estremo indigenti
nel loro primo stabilimento, umili, rassegnati, ed in forza di una bolla
di _Paolo III_. pubblicata il 3. Ottobre 1540. ridotti al solo numero
di. 60. individui (_Extr. de l'hist. univers. de Thou pag. 6._): ma i
loro intrighi tenebrosi, protetti, e alimentati dalla stupida credulità
di quelli che la loro criminosa pietà avea sedotti, fece crescere il
loro numero ad un affluenza enorme tale fino ad incutere timore agli
stessi formidabili Regnanti.

(20) Ma l'uomo, sembrami che alcuno quì opponga di proposito, caduco, e
frale qual'è di sua natura, dimenticherebbe sovente l'esistenza di un
Dio che lo vivifica, e lo sostiene, se il culto che tributare gli dee
non fosse accompagnato qualche volta da certe marche esterne che
arrestino la sua mente, ed attraggano i suoi sguardi.

Accordando tutto ciò anche un solo istante, donde dunque procede,
domando, che la vera cognizione dell'Essere Supremo divenne tanto più
straniera per l'uomo in proporzione che queste decantate marche sono
state più affluenti, più stravaganti, e universali? Inoltre quali orrori
non furono commessi nell'introdurle, quali contradizioni nell'adottarle?
Quì mirasi i Sciti, i Messicani, i Peruviani, e i Galli immolare gli
uomini ferocemente, persuasi di non dovere adorare Dio in altra guisa;
colà i Dervigj Turchi, i Bramini, e i Quakeri stordire con giravolte,
percuotersi il petto sulla terra, bilanciando il proprio corpo sopra un
rogo, e rimanendo in estasi per molte ore; tali sono, secondo essi, le
marche più ovvie ed essenziali al puro Culto di un Dio; altrove si
fecero quelle consistere in luminosi apparati, processioni, baldacchini,
candele, strepiti di bronzi ec.; più oltre finalmente si è supposto che
le marche più efficaci per ottenere prontamente il Divino soccorso, e
conseguire l'espiazione de' peccati, fossero le importune jaculatorie,
le incessanti ossecrazioni, il digiuno frequente, la coltivazione di
certe pratiche bizzarre, l'abbigliamento di certi arnesi, l'astinenza di
alcuni cibi, ed altri sì fatti usi ridicoli, non meno che detestabili.
In una parola, si può in ultimo conchiudere, senza timore d'ingannarci,
che se si eccettua quelli ai quali Dio stesso degnò illuminare, poche
persone certamente sono state capaci d'inalzarsi fino alla sublime
contemplazione dell'Eterno Creatore, e di superare le malefiche barriere
che apposero loro, in ogni tempo, tanto pratiche futili, e
contradittorie.

(21) Oltre i testè accennati precetti contenuti nel vasto Codice
Mosaico, gli Ebrei Talmudisti ne riconoscono una quantità considerabile
di altri che distinguono col nome di מצות רבנן (Mizvoth Rabanan)
_Precetti de' Rabbini_, a' quali essi attribuiscono egualmente che a
Mosè il potere di fare nuove ordinanze, secondo le circostanze, il
tempo, ed il bisogno, quale amplia facoltà è fondata sulle parole stesse
di Dio che ingiugne d'indirizzarsi a' 70 anziani dei quali era composto
il Sanhedrim, creato allora da Mosè (_Num. cap. 11. V. 16._) ad oggetto
di sciogliere tutte le vertenze che nascere potevano sulla vera
intelligenza della Legge, e che supponevansi forniti, e diretti dallo
Spirito Divino, ciò che, secondo i Talmudisti, gli rendeva infallibili
nelle loro decisioni (Ved. il cap. IX. colle sue annotazioni di questo
primo Tomo).

(A) _Gen. cap. 5 v. 25._)

(22) Tutti i più dotti critici del mondo non cessano di rimarcare, che
nello stato in cui trovasi attualmente la terra è presso che impossibile
che possa accadere un Diluvio universale, che cuopra di 15 cubiti le
sommità delle più alte montagne. Il mare preso in complesso non ha, si
dice, più di 300 passi di profondità; le montagne le più elevate, come
il monte Gordiano, o di _Ararat_ non eccedono 3000 passi la superficie
del mare. Quindi senza calcolare che la capacità del globo si dilata a
misura ch'ei s'inalza, sarebbe duopo necessariamente 12, o 15 volte
tant'acqua, quanta è la massa della terra nella congerie marcata dalla
Genesi; e com'essa non rapporta che de' mezzi naturali, cioè, l'apertura
dell'abisso, e la caduta delle pioggie, sembra che prevenga la risposta
che si potrebbe addurre, dicendo che Dio creò per l'esecuzione di simile
flagello una nuova quantità di acque che desso volle in seguito
annientare. Egli non si servì, secondo la Scrittura che del vento per
diseccarle; così conchiude il _Lenglet_ (_pag. 187_). V'ha, per altro,
luogo di credere, che il mezzo ch'esso ha preso per ispargerle sulla
terra, non fosse meno naturale.

Essi medesimi sostengono inoltre ch'egli era impossibile che le pioggie
fossero stato tanto abbondanti per cagionare un simile effetto, essi
appoggiano i loro sentimenti sull'opinione del filosofo _Mersenna_, il
quale prova con delle dimostrazioni esatte, che le borrasche le più
violenti non giungono e versare che un polso, e mezzo di acqua ogni 30
minuti primi, ciò che farebbe 6 piedi nello spazio di un solo giorno; e
il Diluvio non essendo durato che 40 volte 24 ore, supponendo le più
alte montagne a 2000 passi di elevazione, che è un terzo meno della loro
altezza, bisognerebbe, non per sormontare, ma anche per uguagliarle, che
il Cielo avesse versate in 24 ore 125 piedi di acqua, in vece di 6 che
desso versa nelle più gran tempeste; ciò che i filosofi asseriscono
eccedere la possibilità della natura. (_Lett. Juiv. T. II. Lett. 35 pag.
36 e 37_).

Varj altri Scrittori hanno preteso che il Diluvio non era stato
universale, ma che Dio non avea avuto che l'intenzione di punire un
popolo ingrato alle tante beneficenze di cui lo avea esso colmato. I
medesimi vollero parimente fare servire la Scrittura e fortificare la
loro opinione, e quindi hanno essi spiegato in loro favore quel
passaggio della Genesi dove leggesi espressamente, che i figli di Noè
_Ab his divisæ sunt gentes in terra post diluvium_, (_Cap. X. v. 32_)
apparisce da ciò che i figli di Noè non solo aveano divise la terra fra
d'essi, ma ancora le nazioni che vi abitavano, lo che ritroverebbero
contrario alla pretesa inondazione universale di tutta la terra.

(A) _Gen. cap. 7 v. 22._)

(B) _Ibid. cap. 9 v. 24._)

(23) Oltre che lo stesso Creatore Supremo fece, senza mistero,
espressamente conoscere per bocca del Profeta (_Isaia cap. 58. v. 5 6
7_) non essere già il lungo digiuno, le interminabili ossecrazioni, le
complicate cerimonie rituali, quelle che si esigono da esso, ma un puro,
e integro cuore soltanto, noi avremo luogo di osservare altrove, che le
Religioni che sono le più aggravate di dogmi, di pratiche, e di usi,
lungi dall'essere le più ovvie a costituire la felicità de' suoi
credenti, riescono, ad ogni riguardo, le più opposte all'umana ragione,
le più tormentose allo spirito, e le meno osservate in ciò che possono
le medesime racchiudere d'utile, di necessario, e di essenziale.



                             CAPITOLO V.

    De' Precetti che soli dovrebbero costituire, la pretta Religione
   dell'Ebreismo fondata sul Codice Mosaico, ridotto alla sua vetusta
                               purità.


Siccome niente riconosciamo più naturale nella complicata immensa catena
degli esseri viventi; che succedersi l'un l'altro, colla pronta non
interrotta propagazione delle speci differenti, la provvida natura con
un declivio irresistibile ad ogni animale, distribuì gradatamente il suo
adeguato instinto, in maggiore, o minore dose, che lo trascina con più,
o meno veemente trasporto, ad accoppiarsi ad un essere omogeneo, affine
di conservare inalterabile l'ordine primitivo già prescritto. Egli è
dunque perciò che sebbene il Maimonide, facendo il riepilogo
nomenclativo di tutti i precetti del Pentateuco, abbia stimato bene di
dovere inserire quello della _propagazione_ per il primo (A), noi non
possiamo questo assolutamente riguardarlo come tale, altro esso non
essendo, come si disse, che un mero sentimento incitativo della natura,
a cui niun essere vivente sulla terra, purchè fornito di organo, e
d'istinto, non potrebbe certamente non aderire; mentre quello è
identico, e comune agli enti ragionevoli, ed a' bruti. Quindi mi
sembrerebbe più ovvio prescindere da questo, e stabilire altresì per
primo Precetto del nostro nuovo sistema, quello comandato da Dio con
tanto impegno, per tre volte, ad Abramo (B), in segno del patto
perpetuamente irrefragabile di alleanza contratta da esso col Popolo che
discendere dovea dal successivo suo lignaggio, cioè, 1. _La
Circoncisione de' maschi l'ottavo giorno della loro nascita_ (24). E da
questo Primo Precetto progredendo, noi passiamo tosto a dare per
detaglio la nomenclatura generale di tutti gli altri da noi testè
fissati.

2. Dalla sera in cui entra il plenilunio del mese di _Nissan_ (che
coincide col Marzo, non essendo bisesto, od altrimenti coll'Aprile) per
sette giorni dal 15 decorrendo, e tutto il ventuno dello stesso mese
inclusivamente, non dovranno gli ebrei cibarsi di altro pane fuori che
dell'azzimo, dovendo per detto spazio allontanare de tutti i loro
recinti qualunque sorta di materia fermentata. Questa è contradistinta
חג המצות (Hag Amazoth) _Pasqua delle azzime_; la medesima sarà
solennizzata come tale durante sette giorni, ed il primo, e il settimo
di esse ogni opera servile (eccetto che quelle che sono di un urgenza
indispensabile) dovrà. cessare interamente (25).

3. Credere nell'Esistenza semplicissima dell'Essere Supremo, nè adorare
altri fuori di esso (26).

4. Non adorare simulacri di qualunque siasi specie, nè costruirli anche
per uso di altri.

5. Non giurare il nome di Dio in vano.

6. Santificare il sabato, e non fare in esso alcun opera servile (27).

7. Rispettare i genitori, soccorrerli, e temerli.

8. Non uccidere.

9. Non adulterare.

10. Non rubare.

11. Non fare testimonianze false.

12. Non desiderare la roba, nè la moglie del prossimo.

13. Non ingannar lo straniere in parole nè in azioni.

14. Non opprimere le vedove, nè gli orfani.

15. Non molestare l'indigente per i suoi debiti, ma soccorrerlo ne' di
lui pressanti bisogni.

16. Non bestemmiare Dio, nè il Sovrano.

17. Non cibarsi di animali immondi, nè de' serpeggianti, nè di pesci che
non hanno ala, e squama, nè di volatili rapaci, nè di vermi generati
dalla corruzione de' frutti, delle palludi, terreni ec. (28).

18. Non cibarsi di alcun animale difettoso, benchè non vietato, nè di
quello morto naturalmente.

19. Non cibarsi di sangue di qualunque siasi animale (29).

20. Non commerciare carnalmente con la madre, nè con lo matrigna, nè
commettere incesto qualunque.

21. Non isposare madre, e figlia in verun tempo, nè zia, e nipote
procedente dal figlio o dalla figlia, nè due sorelle insieme
contemporaneamente.

22. Non accoppiarsi con la moglie in tempo de suoi mestrui, nè durante
il corso del di lei Puerperio (30).

25. Non accoppiarsi co' bruti; nè con altro uomo.

24. Correggere il traviato senza farlo arrossire delle sue colpe.

25. Non ispionare.

26. Non vendicarsi del prossimo, nè conservare odio contro di esso.

27. Amare il proprio simile come se stesso.

28. Non giurare in nome delle false divinità adorate dai Popoli
idolatri.

29. Non fare incisione d'idolatrìa sulle membra del corpo (31).

30. Non imitare i costumi de' Gentili.

31. Non castrare un Israelita per farlo Eunuco.

32. Festeggiare, e riposare il primo giorno della neomenia del settimo
mese (32).

33. Digiunare il giorno decimo, del settimo mese, con astinenza totale
di qualunque siasi nutrimento durante lo spazio di 24 ore dalla sera del
9 al tramontare del sole fino al periodo stesso del giorno dieci, e
solennizzarlo colle medesime prescrizioni del sabato (33).

34. Solennizzare la festa delle capanne il giorno 15, e il 21 di detto
mese; mangiare sotto le medesime per sette giorni, ed il primo di questi
prendere la, palma, il mirto, il salce, il cedro durante la preghiera di
quella sola mattina (34).

35. Festeggiare l'ottavo giorno susseguente alla solennità delle capanne
con gli stessi doveri delle osservanze imposte nel primo giorno, e nel
settimo di detta festa (35).

36. Contare sette settimane; decorrendo dal secondo giorno della Pasqua
delle Azzime, al termine delle quali solennizzare la festa delle
primizie, così distinta festa di settimane colle prescrizioni medesime
delle altre (36).

37. Non prestare ad usura (37).

38. Rispettare la virtù, e la vecchiezza.

39. Non prestare fede a' mendaci Profeti.

40. Non prestare fede egli aruspici, nè agli esorcizzatori.

41. Ubidire le leggi civili, senza, mai prevaricarle.

42. Venerare i luoghi Sacri (38).

43. Pregare Dio per la conservazione del Sovrano, e per la tranquillità
dello Stato.

44. Non ritenere, nè ritardare le mercedi altrui.

45. Non abbigliarsi l'uomo delle suppellettili da femmina; nè questa
ornarsi degli abiti di quello (39).

46. Non commettere azioni che possano cagionare scandalo.

47. Osservare, e mantenere con esattezza. le promesse pie.

48. Proclamare i novilunj (40).

49. Credere nell'Immortalità dell'anima umana (41).

50. Restituire gli oggetti perduti al loro legittimo proprietario.

51. Usare ospitalità cogli stranieri.

52. Una femmina divorziata passata a seconde nozze, ed indi restata
vedova, non potrà più accoppiarsi col di lei primo consorte.

53. Chiunque avesse avuto commercio violentato con una fanciulla senza
renderne consci i di lei genitori, esso è in dovere di sposarla, senza
poterla in alcun tempo ripudiare.

54. Instruirsi nella legge mosaica.

55. Non mormorare contro un sordo, od una persona assente.

56. Non mettere impedimento davanti un cieco.

57. Non negare ciò che si è ricevuto in deposito.

58. Non uccidere gli animali co' loro piccoli entro lo spazio di un
medesimo giorno (42).

59. Tenere le bilancie, i pesi, e le misure giuste.

60. Non alterare i Precetti della Scritture con inutili commenti (43).

In seguito dunque delle indagini le più accurate, e lo più profonde,
tali noi ritrovammo potere in massime ridurre tutti i _Precetti_, gli
_Statuti_, ed i _Giudizj_ proclamati già da Mosè al Popolo ebreo de'
suoi tempi (44).

Ma sul dubbio che alcuno s'inducesse quì ad obbjettarmi (animato forse
da impocrito zelo) come una diminuzione, in apparenza, sì rimarcabile,
potrebbe ragionevolmente farsi luogo in un Codice, che oggi conta ormai
30 e più secoli, e sempre intatto conservatosi nel mondo, senza che
alcuno in verun epoca osasse minorarne il valore, nè alterarlo, io non
debbo dispensarmi del fare illativamente riflettere, in primo luogo; che
il Popolo ebreo non potea fino ad ora determinarsi giammai ad un tale
partito salutare, atteso che dopo la memorabile sua dispersione, desso
non ebbe in alcun tempo un protettore per difenderlo; un padre sensibile
per interessarsi de' suoi solidi, e durabili vantaggi; un Napoleone in
fine per illuminarlo, e fare ad esso ampliamente comprendere che ciò che
era necessario nella Palestina potrebbe essere inutile in Francia, ed in
Italia, siccome quello che è adottato ottimo in un tempo, viene sovente
considerato riprovabile in un altro; e che 30 e più secoli di antichità
non potranno mai trasformare l'accessorio in essenziale, nè l'errore in
verità (45). Ed ecco propriamente le solo vere dimostrate cagioni per le
quali niuno ha osato giammai per l'addietro effettuarlo.

In secondo luogo poi, trattandosi di un oggetto sì rilevante, quale
apparisce una sì enorme restrizione di oltre nove decime parti de'
Precetti Mosaici, affine di diminuire la sorpresa che recare dessa forse
potrebbe nella riscaldata fantasia de' zelanti, noi entriamo nel
Capitolo seguente a produrre in detaglio i genuini motivi pe' quali
fummo costretti ad abrogare anche una gran parte degli altri che
parrebbero escludere interamente quelli che comprendono le due prime
classi, ed entrare al contrario nell'ordine della terza, riguardata da
noi come ovvia, e necessaria a costituire, o fissare solidamente il
propostoci nuovo piano di riforma del Culto del Popolo d'Israel.

(A) _Genesi cap. 1. v. 20._

(B) _Ibid. cap. 17 v. 10 11 12._

(24) I Rabbini oltre la recisione del prepuzio, comandata da Dio al
Patriarca Abramo, vi aggiungono cert'altra operazione, che chiamano
פריעה (Peringha) _scuoprimento_, che vogliono doversi fare scuoprendo
colle due unghie del police (che gli addetti a tale ufficio denominati
מוהלים (mohelim) _circoncisori_ lasciano espressamente accuminate) la
tenue pellicola che copre l'orificio dell'uretera dopo la recisione del
prepuzio, affinchè la sommità della corona del pene resti per ogni parte
dilatata; essi appoggiano questa nuova prescrizione sul comando che Dio
fece a Jesuè di circoncidere gl'Israeliti una seconda volta. _Eo tempora
ait Dominus ad Josuè: Fac tibi cultros lapideos, et circumcide secundo
filios Israel_. _Jos. c. 5 v. 2._ L'autore del _Berescit Rabah_ la
pretende inserita nell'ordinazione fatta da Dio stesso ad Abramo con la
replica di המול ימול (himol, imol) _circoncidere circonciderai_. _Gen.
cap. 17 v. 13._ quale replica (aggiugne quell'autore) riguardare si
potrebbe come affatto inutile, se non volesse altro significare che la
semplice recisione del prepuzio (Ved. _Talmud Trat. Ievam. c. 71 p. 2
Comm. Tossaf. Id. Com. R. Ief. Toar._) fermi dunque in tale opinione i
Rabbini conchiudono che מל ולא פרע כאילו לא מל (mal velò parangh cheilu
lo mal) _chiunque circoncidesse senza lo scuoprimento, è come se non
avesse circonciso_. (_Ved. Iorè Deng. cap. 264 § 4 Mis. fol. 137._). Le
Nazioni che menzionammo anticamente praticarla, non usavano lo
scoprimento; siccome non lo conoscono nè pure i Musulmani a' nostri
tempi.

(25) _Dies prima erit Sancta, atque Solemnis, et dies Septima eadem
festivitate venerabilis: nihil operis facietis in eis, exceptis his quæ
ad vescendum pertinent_. _Exo. cap. 12 V. 16._

Questa Pasqua è stata instituita in commemorazione dell'uscita
prodigiosa del Popolo ebreo dall'Egitto; ed essa è chiamata _delle
azzime_, riferendo al pane senza lievito di cui si è esso alimentato,
che per fretta di sua partenza non potè lasciare fermentare: la medesima
è distinta dalle sacre pagine col nome di פסח (Pesah) a cui la Scrittura
istessa assegna l'etimologia di פסח (Passah) che significa _saltare_, o
_tragittare_ alludendo al tragitto che fece l'angelo sterminatore nella
notte dell'orribile strage de' primogeniti dell'Egitto, lasciando illese
le abitazioni degli ebrei, e portando la desolazione, e la morte in
quella de' loro barbari oppressori:_ Transibit enim Dominus percutiens
Ægyptios cumque viderit sanguinem in superliminari, et in utroque poste,
transcendet ostium domus, et non sinet percussorem ingredi domos vestras
et lædere_ _Exo. Cap. 12 v. 23._

Ma senza nulla spiegare sul valore intimo di sì fatta etimologia, non si
potrebbe farla inoltre significare il passaggio repentino che fece il
popolo ebreo dalla schiavitù, alla libertà? Io la riguarderei molto più
degna del nitido fonte da cui parte; riserbandomi a parlare delle tante
superstizioni che hanno luogo in questa Pasqua presso gli ebrei,
allorchè mi emergerà in seguito di ragionare de' Talmudisti, e de' loro
interminabili commenti.

(26) Il deciso ingenuo trasporto che io sento per la verità, mi astrigne
a dovere quì formalmente smentire l'opinione che da varj pensatori
stravaganti si è preteso erroneamente sostenere con qualche pertinace
asseveranza, cioè che i due punti essenziali reggenti qualunque sistema
religioso, l'Esistenza di Dio, e l'immortalità dell'anima umana, sono
interamente tacciuti da Mosè; nè che questi dogmi trovinsi menzionati,
di sorte alcuna, in verun luogo del Pentateuco. In quanto alla prima si
porrebbe, senza scrupolo, tacciare di delirio chiunque volesse
immaginare che gli ebrei potessero dubitare un solo istante
dell'esistenza di un Essere, che ad ogni momento manifestavasi ad essi
ora con proteste, or con prodigi, or con minaccie, ed ora con gastighi
differenti. Oltre a ciò quante volte ritrovasi nella Scrittura la
confessione esplicite e universale di tutto questo Popolo di credere,
obbedire, ed adorare il Dio de' suoi Padri? E il primo dei comandamenti
del Decalogo non forma egli la prova la più convincente, e la più chiara
dell'Esistenza di un Dio? Perciò che riguarda poi l'immortalità
dell'anima umana, di questa sarà da noi parlato quanto fa duopo nella
susseguente Annot. 41, dove la Scrittura stessa concorrerà con eguali
prove irrefragabili a dimostrarla.

(27) Supponendo che la creazione dell'universo avesse il suo primitivo
cominciamento il giorno che noi chiamiamo Domenica, da questo decorrendo
sette giorni, che tanti furono, secondo il primo capit. della Genesi,
quelli che Dio ha impiegati in tutta l'opera immensa tratta
dall'onnisciente suo consiglio, il giorno settimo fu contraddistinto col
nome di שבת (sciabat) che significa _Riposo_. Quindi è che Mosè lo ha
instituito come un giorno sacro dedicato perpetuamente al Creatore, ed
un giorno di delizia, e di ricreazione: ma come gli ebrei Talmudisti lo
abbiano in seguito alterato, colle infinite superstiziose cerimonie che
vi aggiunsero, noi lo dimostreremo fra qualche breve momento, non
essendo quì l'opportuna occasione di ragionarne.

(28) L'astinenza di certi animali per principio di Religione, non era
già dogma particolare unicamente degli ebrei, i popoli attigui ne
facevano lo stesso. I Sirj, e gli Egizj non mangiavano pesce, ed Erodoto
(_cap. 2._) assicura che per motivo di superstizione, se ne astenessero
anche i Greci. I Tebani non si cibavano di montone, atteso che adornano
_Ammone_ sotto il simbolo di un becco, ma uccidevano le capre; altrove
astenevansi delle capre, ed uccidevano il montone. I Sacerdoti
dell'Egitto si astenevano de tutti que' cibi, siccome pure da tutte
quelle bevande portate dalle estere città (_Porphy. Abstin. 4_); erano
loro parimente vietate le bestie che hanno il piede di figura rotonda,
ovvero in più dita partito, o che non hanno affatto corna, egualmente
che degli uccelli di rapina; e durante l'intervallo delle loro
purificazioni, astenevansi anche dagli ovi (_Herod. Ibid._). Tutti gli
Egizj reputavano immondo il porco, non già perchè non rumina, ma perchè
desso è attaccato sovente da una specie di lepra dalla quale si ripete,
secondo gli osservatori, la prima, e la sola cagione delle peste a cui è
ora soggetto quasi tutto l'oriente, dove questi animali allignavano un
tempo con un affluenza incalcolabile, e gli stessi Egizj portavano il
loro scrupolo a tal segno che chiunque ne avesse toccato uno, anche per
accidente, dovea tosto lavarsi tutto il corpo, e le vestimenta
(_Ibid._). Platone ancora fieramente inveisce contro quelli che si
cibano, e nutriscono questo animale. Non avvi alcuno che ignori che
attualmente pure, i Bracmani delle Indie, non mangiano, e non uccidono
alcuna specie di animale, ed è cosa conosciuta che vivono in tal foggia
da oltre venti secoli.

Da tutto l'esposto dunque chiaro apparisce, che le instituzioni di Mosè,
concernenti le indicate astinenze non avevano niente di straordinario,
ne di nuovo sulla terra; ma sembrami che quelle non tendessero
propriamente che a ritenere il popolo entro i limiti della continenza, e
vietando ad esso l'uso di certi cibi, si può arguire con qualche grado
di certezza, non essersi Mosè prefisso altro disegno che la sua sanità,
e i suoi costumi: esso vietò agli ebrei di mangiare sangue, come un cibo
non solo assai difficile a digerire, ma in ogni senso ripugnante
all'essere umano (vedi la seguente Annot. 29). La carne di porco, o di
majale è ancora molto aggravante per lo stomaco, e di penosa digestione;
lo stesso dicasi de' pesci che non hanno ala nè squama, la loro polpa
regolarmente è oleosa, e grossa, e quindi oltremodo perniciosa al corpo
umano. In tale maniera, per non più diffondermi di soverchio, si possono
assegnare delle ragioni molto efficaci, della massima parte di simili
divieti.

(29) Le stesse identiche regioni stabilite poc'anzi per l'astinenza di
certi cibi si possono fondatamente assegnare (come osservammo) alla
proibizione del sangue, e solo potrebbe quì aggiugnersi, che siccome da
questo fluido è sostenuta, e alimentata l'esistenza di ogni vivente,
così l'uomo facendosene il nutrimento potrebbe con fierezza maggiore, e
meno ribrezzo incrudelire contro il proprio suo simile, nella guisa che
l'ho chiaramente dimostrato in altro luogo, parlando delle carnificine
che miransi fare ogni dì pubblicamente degli animali destinati per l'uso
della mensa quotidiana dell'uomo (vedi _l'Annot. 25 al tom. I. delle
Notti Campest. pag. 80._)

(30) Questa è parimente una prescrizione di sanità, non meno dell'altra
tendente al medesimo salutare disegno. La femmina imbrattata de' suoi
corsi mestruali, essendo soggetta ad uno scolamento perenne di sangue
_viziato_, come chiamano i medici, accoppiandosi ad un uomo in tale
stato, in cui essa è più facilmente suscettibile di concezione, non solo
pericolerebbe forse di generare una prole difettano viziata; ma
ridurrebbe l'uomo pure ad acquistare frequenti malattie flogistiche, se
si vuole avere riguardo alle varie _discrasìe_ delle quali può essere
affetto, e di cui ei perverrebbe dopo un lungo periodo di tempo, e con
gran pena a liberarsi; le medesime ragioni si possono probabilmente
assegnare al tempo de' _lochii_, o purgazioni alle quali è la puerpera
soggetta dopo lo sgravamento del parto, lo che gli lascia una
spossatezza tale che potrebbe cagionarle delle funeste conseguenze
unendosi ad un uomo, sebbene il pericolo dalla parte di questo, per
quanto asseriscono i medici, non sia tanto considerabile nè sì dannoso
come nel primo caso.

(31) Era costume generalmente praticato da' Pagani dell'antichità, di
incidere sopra a qualche parte del loro corpo le figure degl'idoli, e
de' simulacri adorati da' medesimi, co' simbolici caratteri allusivi
ch'essi vi applicavano. I cattolici romani de' nostri tempi hanno
adottato questo abominevole costume, specialmente la parte idiota di
questo popolo; barcajuoli, nautici, operai, facchini, ed altri di tal
fatta, i quali colla punta di un ago immersa nell'inchiostro, che fanno
con eccessivo spasimo penetrare entro la cute, o di un braccio, o di una
mano, od anche del petto, imprimono qualunque immagine, o carattere che
niun arte umana è giammai sufficiente a cancellare.

(32) Molti Commentatori hanno creduto che questa festa, altrimenti
chiamata _delle trombe_ (_Num. cap. 9 v. 33._) fosse instituita affine
di rendere grazie a Dio per avere data la legge al suo Popolo sul monte
Sinai fra i tuoni, e lo strepito delle trombe, ossia _Scioffar_ (tuba)
di cui sarà da noi parlato altrove (ved. la seguente annot. 51), altri
opinano che questa festa fosse instituita per avvertire gl'Israeliti che
in quel giorno cominciava _l'anno civile_, onde eccitarli e servire Dio
con maggiore divozione nell'anno nuovo; e disporli nel tempo stesso alla
festa del Digiuno di Espiazione, che dovea solennemente celebrarsi nove
giorni appresso.

(33) Questa festa è contraddistinta dalla Scrittura col nome di כפור
_Chipur_ ovvero Digiuno di Espiazione delle colpe del Popolo, e della
purificazione del Tabernacolo, e del Santuario. (_Levit. cap. 23 v. 31 e
seq._). Essa è stata instituita, secondo quello che ci fa travedere la
Scrittura, per assicurare il Popolo, il quale avea contro di esso
provocata l'ira Divina coll'adorazione del Vitello d'oro, e garantirlo
così che Dio erasi riconciliato seco lui. In tale giorno erano offerti
due caproni per ispiazione dei peccati del Popolo; uno de' quali era
immolato, e rimandavasi l'altro sciolto nel deserto carco di
maledizioni, ed aggravato dei peccati del Popolo, che imponevagli il
nome di Emissario (_Levit. cap. 16 v. 26._)

(34) Queste Solennità denominata dalla Scrittura חג הסכת (Hag assucoth)
_festa de' Tabernacoli_, o delle _Tende_ (_Levit. cap. 23 v. 40._), fu
instituita affinchè gli ebrei si ricordassero del tempo in cui abitarono
in esse i loro vetusti padri nel deserto per sì lungo intervallo di
anni; la celebrazione di questa Solennità cedeva per lo più entro il
mese di settembre, tanto per che la stagione allora temperata, riusciva
più confacente, e meno incomodo a rimanere sotto le tende all'aperta
campagna, quanto perchè sceglievasi la stagione nella quale erano
raccolti i frutti della terra, onde ringraziare Dio per tutti que'
favori ricevuti durante il decorso periodo dell'anno. In quanto poi al
fascicolo prescritto in detta festa, mi riserbo a ragionarne altrove
(ved. l'ann. 52).

(35) Le festa delle quale è quì falle menzione viene chiamata dalla
Scrittura שמיני עצרת (Sceminì nghazereth) _l'ottava_ (_Levit. cap. 23 v.
36._) essa era un complimento della festa precedente, e la conclusione
di tutte le altre, quasi che significare volendo propriamente la _festa
di congedo_, imperciocchè la solennità de' tabernacoli terminando il
settimo giorno, il susseguente, celebravasi la festa della _Riunione_
degli Israeliti i quali essendo restati per sette giorni entro le tende,
se ne ritornano tutti insieme nelle rispettive loro case, in quella
guisa medesima che i loro padri dopo di avere abitato sotto le capanne
per lungo corso di anni in mezzo de' deserti, ritrovarono nell'ubertosa
terra di promissione un domicilio ameno, stabile, e tranquillo. Tale è
l'oggetto delle commemorazione delle testè indicata solennità
dell'_assemblea_, o della Riunione.

(36) Dal giorno susseguente al primo della Pasqua delle azzime le
Scrittura ordina (_Levit. cap. 20 v. 15._) di contare sette settimane,
esse formano 49 giorni, ed il cinquantesimo osservare la solennità della
חג שבועות (Hag Sciabungoth) _festa delle settimane_, o delle primizie,
perchè dalla messe che facevasi allora, offrivasi a Dio le primizie
unitamente a due Pani, ed a' sacrifizj di surerogazione. Una tal festa
si allude parimenti alla commemorazione della legge che Dio proclamò in
quel medesimo giorno per mezzo di Mosè sulla prodigiosa vetta di Sinaj.

(37) Dopo le tante dotte ponderate riflessioni, e gli energici discorsi
fatti sopra questo proposito da entrambe le assemblee Israelitiche
convocate in Parigi, l'una il Luglio 1806, l'altra in Febbrajo 1807 per
Augusta Paterna disposizione dell'Illuminato Monarca della Francia, e
dell'Italia, sempre intento a migliorare la condizione dell'ebreo
soggetto alle ammirabili sue Leggi, cosa mai aggiugnere io potrei per
dimostrare l'onta incancellabile che risulta all'ebreo la trasgressione
di questo Precetto, per cui esso fu in ogni tempo, e ovunque preso di
mira, sebbene non sia quello il solo ad esercitare impunemente
l'infamante mestiere di usurajo? Che l'ebreo esercitasse l'usura in que'
tempi calamitosi ne' quali un avverso destino lo volea soggiogato sotto
l'impotente dominio di certi devoti, ed imbecilli regoluzzi, che
religiosamente gli toglievano qualunque mezzo di sussistenza,
interdicendoli per sino tutte le vie regolari di un commercio decoroso,
il possesso di fondi, l'esercizio delle arti liberali, il diritto pur
anche di cittadino, esso potea in tale stato ripeterne la legittima
cagione dalla pressante necessità a cui trovavasi astretto: ma come
potrebbe mai giustificarlo attualmente l'ebreo della Francia, e
dell'Italia, in particolare, protetto, e governato da un Sovrano, il di
cui vasto potere eguaglia l'estensione de' suoi lumi, che lo ha posto a
livello della più insigne Nazione che calpesti l'universo, e della quale
esso è felicemente per quello il Capo, la delizia, ed il sostegno? Or
che all'ebreo fu permesso di rientrare nella classe degli enti
ragionevoli, da cui la superstizione, l'orgoglio, e l'ignoranza
tentarono sempre di eccettuarlo; ora che libero può disporre di que'
talenti de' quali esso è fornito, che può usare di quella industria
ch'egli sente; che può impiegare a suo piacere quelle dovizie che
possede, or, in una parola, che esso è fatto Cittadino delle più
cospicua monarchia che oggi esista, chi potrebbe mai, senza fremere,
mirarlo esercitare ancora sì detestabile ufficio? A fronte di tanti
considerabili vantaggi che ora concorrono a migliorare la di lui sorte,
non è egli condannabile oltremodo, il vedere tutta via esistere fra noi
queste sanguisughe crudeli, sitibonde delle sostanze altrui, come se non
vi fosse altro mestiere da professare fuori di quello, che oltre essere
cotanto vituperoso per se stesso, tende ad estenuare le facoltà le più
opime, ed a porre nella desolazione la classe la più benemerita dello
Stato, perchè la più laboriosa, e la più utile, ma quasi sempre scarsa
di fortune, ed impotente? Si ha un bel opporci da costoro di esserne
ampliamente autorizzati; adducendo che avvene parimente nella Francia, e
nell'Italia un affluenza d'individui non ebrei, che esercitano l'usura
con eguale avidità, come se ciò che è evidentemente contrario alla
natura, e recalcitrante alle Leggi della società, sarebbe meno
pernicioso per essere approvato, e come se permesso fosse all'uomo di
giustificare le proprie colpe, adducendo per iscusa i depravati esempj
altrui. Ma finiamo col conchiudere che l'usura, da chiunque siasi che
venga esercitata, sarà sempre mai l'arte la più vile, che abbia saputo
in alcun tempo immaginare la sordidezza umana, ed ovunque degna della
perpetua esecuzione delle Leggi Divine, e terrene, e che per conseguenza
l'interesse di ogni illuminato governo, che vuole la felicità de' propri
sudditi, e l'equilibrio delle loro sostanze, dee essere quello di
proscriverla sotto austere comminatorie da tutta la estensione de' loro
dominj.

(38) A fronte di tutto lo zelo che gli ebrei dimostrano di avere per la
Religione che professano, si potrebbe avanzare con qualche sicurezza,
che niente è meno osservato da essi di questo Precetto. In fatti sarà
egli mai un rispetto il fare dei conciliaboli com'essi fanno entro le
loro Sinagoghe, durante il tempo delle loro preci, ed anche sovente
trattare, e conchiudere degli affari? Sarà forse un rispetto il passarvi
le 8, e 9 ore del giorno, reiterando sempre le medesime rapsodie
insignificanti, indirizzando a Dio cento Benedizioni (che tante sono
quelle prescritte da' Rabbini _Ghem. Trac. Berah._) entro lo spazio di
un solo giorno, o molte altre sì fatte repliche futili, che ad altro
oggetto non servono che ad annojare il supplicante, ed a stancare
l'esauditore? Sarà forse venerare il luogo Sacro le ridicole contorsioni
che a guisa di Bonzi, o di Bracmani mirasi fare degli ebrei
nell'occasione de' Tabernacoli, col fascicolo di palme che tengono fra
le mani, che rivolgono postato a foggia di arma, or alla parte
dell'oriente, or a quella di occidente; ora verso il Cielo, ed ora sulla
terra, percuotendosi il petto; convinti di espellere, o conquidere il
Demonio con sì fatte stravaganti giravolte? E quell'asta pubblica che
osservasi fare dal (Sciamash) _inserviente_, in qualche luogo ogni
sabato, ed in qualche altro ogni novilunio, consistente nell'incanto
formale, in favore del migliore offerente, dell'apertura dell'armadio
delle Bibbie, del trasporto del Sacro viluppo da questo dove si estrae,
fino al pulpito dove si legge, nudarlo, sfasciarlo, indi avvilupparlo di
nuovo per rimetterlo in esso; esservi chiamato astante alla lettura, e
cose di tal fatta, saranno esse, dico, marche di rispetto, e di
venerazione in un locale che si reputa santificato dalla gloria
ineffabile dello stesso Eterno Creatore, che rendono testimonio delle
loro pratiche puerili, e delle più ridicole cerimonie? Dovrà egli
supporsi? . . . ma io non finirei sì tosto certamente, se tutti quì
riportare io dovessi le tante altre varie trasgressioni che si
commettono ad ognora dall'Israelita de' nostri tempi, contro questo
essenzialissimo Precetto, che non giugnerà mai questo popolo a mantenere
con esattezza, fino a tanto ch'esso non dispongasi, con animo integro, a
riformare, unito a questo, i tanti altri abusi de' quali la sua
Religione è da tempo immemorabile aggravata.

(39) I disordini che si veggono introdurre contro la decenza, ed i
costumi per tutto dove questo abuso è tollerato, mi ha indotto ad
inserire quì anche questo Precetto, già ordinato da Mosè (_Deut. cap. 22
v. 5._), il quale vietando agli uomini ogni azione effeminata, siccome
proibendo alle femmine di usare ciò che serve all'abbigliamento de'
maschi, esso non ebbe altro scopo certamente, l'urbanità, e la politezza
de' costumi del suo Popolo, sì soggetto a corrompersi con tali bizzarre
trasformazioni. Io credo per altro, che lo stesso disegno abbia dato
origine all'altro divieto imposto agli ebrei dallo stesso Legislatore
(_Levit. cap. 19 v. 27._) di radersi la barba col rasojo dalle tempie
discendendo lungo le gote; ma questa prescrizione può essere oggi ancora
mantenuta intatta da' soli ebrei dell'oriente, poich'essa si uniforma
col costume universale di que' popoli; però sarebbe cosa ridicola
oltremodo praticarlo in Europa dove le Nazioni che vi abitano
generalmente usano di raderla.

(40) Di queste _Neomenie_, cioè, feste del novilunio che si celebravano
il primo giorno di ciascun mese. La Scrittura ne parla espressamente in
varj luoghi (_Ps. 80 v. 4 Num. 28 v. 11._) ma questo non era mai
considerato giorno di festa, benchè vi si offrissero altri sacrifizj,
eccetto il quotidiano, e si suonassero trombe di argento, ciò non
ostante non prefiggevasi dovere di astenersi da opera servile, come non
se ne, astengono gli ebrei nè pure ai nostri tempi: questo ad altro non
serve, che a contraddistinguere il giorno, e l'epoca indicante le grandi
solennità; del resto non vi ha che le donne maritate presso gli ebrei,
che ne abbiano conservata qualche debole memoria, cessando com'esse
fanno in detto giorno qualunque travaglio anche di famiglia,
eccettuatane la cucina. Per altro, non mi sembra inopportuno di
ragionare quì qualche cosa meramente di passaggio sulla natura de' mesi
ebraici, e su' motivi delle fissate intercalazioni.

I mesi degli antichi ebrei dunque erano lunarj, ma ad oggetto di rendere
il loro anno così lungo come il nostro, ed accordarlo coll'apparente
corso del Sole, essi intercalavano di tempo in tempo un mese; quindi è
che ve ne era qualche volta 12, e qualche volta 13 nel periodo di un
anno completo; d'altronde siccome celebravasi ogni primo giorno di mese,
nel modo che testè lo abbiamo espresso, questo cominciamento dipendeva
dalle apparizioni della Luna; si avea la precauzione di spedire delle
persone sulla vetta delle montagne affine di scuoprire i primi momenti
in cui la Luna compariva sull'Orizzonte, ed era tosto comunicato al
Consiglio, il quale dietro il loro rapporto esatto, proclamava che in
tale giorno era la Luna nuova, festa dell'Eterno, ed il principio del
mese (ved. C_uz. p. 3 et not. Buxt. 207 ad 213 Sim. Dict. de la Bib. T.
1 pag. 384._) Ma i Rabbini essendo accostumati di rapportare tutto a
Mosè, dicono che Dio gli mostrasse in visione una figura della nuova
Lune, comandandogli di riguardarla attentamente, e di regolarsi intorno
a ciò per fissare il primo giorno di ciascun mese, ciò ch'egli eseguì
sempre con tutta diligenza.

Tale è dunque la prima, e la più positiva maniera che fu anticamente
praticata nel fissare il calendario, o il principio del mese. Inoltre i
Rabbini avendo rimarcato diversi inconvenienti in questo metodo, atteso
che la Luna non comparisce sempre sullo orizzonte; e può non essere
veduta per cagione delle nubi, o delle nebbie, specialmente nel suo
primo quarto in cui essa non ha che una luce debole e tremolante,
procurarono di rimediarvi colle intercalazioni, od aumento di un mese,
facendo così l'anno ogni triennio di 13 lune, e questo è quello che gli
ebrei chiamano מעובר (menghubar) che significa _Pieno_.

(41) Molti critici, e _Warburthon_, e _Voltaire_ fra questi, ritrovano
difficile di rendere ragione, perchè le leggi portate dall'Exodo, dal
Levitico, dal Deuteronomio non facciano alcuna menzione di questo dogma
terribile, che solo può mettere un freno ai rimorsi interni, ed alle
colpe secrete; quindi essi pretendono illativamente inferire che
l'Immortalità dell'anima fosse del tutto sconosciuta agli antichi ebrei.

Che nella Scrittura non trovisi alcun passaggio che dimostri
espressamente esistere nell'uomo un essere incorporeo e non suscettibile
di morte, come tanti altri ve n'ha che provano chiaro ad ogni tratto
l'esistenza di un Dio Creatore, io ne convengo, ma condiscendere, al
contrario, io non posso, che non vi sieno in essa delle espressioni che
lo facciano distintamente sotto intendere (ved. _Comment. Abrab. negli
ult. cap. del Levit._ _Gen. 17_ _Exod. 12_ _Levit. 18_ _Menas. Ben Isr.
suo Nishmat Haym cap. 3 e 5._). In fatti cosa vorrebbero mai significare
quelle frasi per tante volte reiterate in varj luoghi del Pentateuco di
חיו תחיה (hajò tihjeh) _vivere vivrai_; מות תמות (moth tamuth) _morire
morrai_ ונכרתה הנפש (venihretah anefesh) _e sarà squarciata, o distrutta
l'anima_, se rapportare non si facessero alla Immortalità, od alla
ricompensa, ed alle pene eterne dell'anima umana? Poichè diversamente
opinando, io ricercherei di buon grado a' suddetti critici, come
spiegherebbero essi mai quel vivere due volte, e due volte morire? E a
quale oggetto minacciare l'anima di sterminio, se sobire essa dovea il
medesimo destino del corpo, e soggiacere alla stessa dissoluzione di
questo? Da tutto ciò chiaro apparisce che sebbene Mosè non insegnasse
apertamente al suo Popolo il dogma dell'Immortalità dell'anima, esso con
tali espressioni rendevagli agevole il mezzo di farglielo in ogni senso
capire.

D'altronde mi sembra il massimo degli assurdi il credere che gli ebrei
(come alcuni lo pensano senza fondamento) non conoscessero questo
principio, se non se dopo di essere divenuti la conquista de' Romani,
giacchè l'Istoria dimostraci, all'opposto, come evidente, che a' tempi
di Nerone tutta Roma ripeteva che la Dottrina dell'altro mondo
nuovamente introdotta, snervava il coraggio de' soldati, gli rendeva più
pusillanimi, e togliendo loro l'unico, il principale conforto degli
sventurati raddoppiava finalmente la morte colle minaccie di nuove
sofferenze dopo questa vita (ved. _M. Deslandes. Hyst. Crit. de la
Philos._). Siccome è del pari una menzogna incontestabile l'asserire che
gli ebrei apprendessero questo dogma da' primi Padri del cristianesimo
(come alcuni altri erroneamente lo sostengono) mentre non solo
l'ignoravano essi ancora, ma ne concepivano inoltre le idee le più
informi, e le più materiali. _S. Ireneo_ diceva che l'anima era un
soffio, _flatus est enim vita_ (_Teol. Pagana_). Tertulliano nel suo
Trattato dell'anima la pretende corporea (_De Anima cap. 7 pag. 268_).
S. Ambrogio insegna che non v'ha che la trinità esente da composizione
materiale (_Ambr. de Abramo_). S. Ilario vuole che tutto ciò che è
creato è corporeo (_Hil. in Math. pag. 633._). Nel secondo Concilio di
Nicea credeasi ancora fermamente gli angeli corporei, così vi si legge,
senza scandalo, queste parole di _Giovanni di Tessalonica_: _Pingendi
Angeli quia corporei_. _S. Giustino_, e _Origene_ credevano l'anima così
pure materiale;, essi consideravano la sua immortalità come un mero
favore unicamente dell'Essere Supremo. E Agostino stesso, benchè a noi
assai più recente degli altri menzionati, quali idee confuse non ci ha
esso pure tramandate sulla spiritualità delle sostanze immateriali?
(ved. _Aug. De Civit. Dei Lib. II. Cap. XXIII. T. VII. pag. 290_ _De
Gen. contr. Manich. Lib. I. Cap. XI._) con tali assurdi principj, si
oserà egli sostenere ancora che gli antichi ebrei imparassero il dogma
dell'Immortalità da' primi Padri della Chiesa Cristiana?

(42) Questa prescrizione non ha per iscopo che un mero suggerimento di
pietà; come sarebbe quello appunto di non dovere cuocere l'agnello nel
latte della capra; di che sarà da noi frappoco espressamente ragionato.

(43) I primi Padri della chiesa Giudaica erano sì persuasi, e convinti,
che non era permesso di aggiugnere la benchè minima cosa alla Legge
primitiva, e che i Profeti stessi non aveano il diritto, nè la facoltà
di farvi degli aumenti di sorte alcuna, ch'essi presero a grande
scrupolo l'ordine che Mordocheo, ed Ester hanno pubblicato di leggere
tutti gli anni l'involto che conteneva l'Istoria della prodigiosa
rivocazione che dessi avevano procurata della crudele sentenza di morte,
già pronunziata contro l'intero Popolo ebreo della Media, e della
Persia, che il reprobo Amano vice Re di quelle veste Province, tentava
di sradicare dalla terra.

(44) Prescindendo da que' tanti raffinamenti co' quali pretendono i
Talmudisti sottilizzare la divisione di simili Precetti; noi non
facciamo quì espressa menzione, che de' tre soli nomi de' quali si è
servito lo stesso Legislatore Mosè per esprimerli, e significarli al suo
Popolo; questi nomi dunque sono: 1.º, מצות (mizvoth) _Precetti_ 2.º
חוקים (Hukim) _Statuti_; 3.º משפטים (mishpatim) _giudizj_. A' primi
dicono appartenere que' Precetti di cui la ragione è renduta espressa
nel resto della Legge; per esempio, i motivi pe' quali gli Ebrei debbono
solennizzare le feste, questi sono in chiari sensi menzionati nella
Scrittura: i secondi racchiudono in essi medesimi le loro ragioni nelle
parole stesse della Legge; Dio, si aggiugne volle rendere queste ragioni
occulte al Popolo Ebreo, e ciò pe' suoi arcani imperscrutabili disegni;
gli ultimi finalmente contraddistinguono _Precetti dell'intendimento_, i
quali, se anche non fossero menzionati delle sacre pagine, la ragione
medesima dell'uomo gli ordinerebbe.

(45) Chi potrà mai sostenere di proposito che la credenza di un certo
dato numero d'individui ed anche di un antichità immemorabile, possa
avere efficacia bastante di trasformare l'inutile in necessario
l'illusione in evidenza? Il celebre _Bayle_ (_Pens. Sur les Comêt. T. I.
pag. 198._) osserva con ragione, che non si prescrive mai contro quello
che è certo per se stesso colla tradizione anche universale, ne col
consenso, benchè unanimi, e il più antico, di tutto il genere umano, ciò
che viene ad inferire lo stesso del pensiere che ci trasmise il filosofo
_Averoe_ avanti Bayle, cioè che uno stuolo di Teologi non sarebbe stato
mai sufficiente per cambiare la natura dell'errore, e per farne una
verità. Vi fu già un tempo in cui tutti gli uomini hanno fermamente
creduto che il Sole girasse intorno il globo terraqueo, mentre che
questo supponevano restasse immobile nel centro di tutto il sistema del
mondo; non è appena che due secoli che quest'errore è distrutto, vi e
stato così pure un tempo in cui alcuno non volea credere l'esistenza
degli antipodi, e quindi perseguitavasi quelli che aveano la temerità di
sostenerli; oggi verun uomo instruito non osa più dubitarne: rimarcasi
che tutti i Popoli del mondo, ad eccezione di un ristretto numero
d'individui meno creduli degli altri, credono tutta via, con intima
persuasione, nelle streghe, negli esorcizzatori, negli incantesimi,
nelle apparizioni, negli spiriti ec. ed alcun uomo sensato non
immaginasi attualmente di dovere accreditare queste puerili stravaganze.
Tale è l'indole deplorabile del volgo, il quale non potendosi elevare
colla forza del raziocinio fino all'investigazione delle cose, per
quindi pervenire a discernere il grado di possibilità dell'esistenza di
esse dee arrendersi ciecamente nell'asserzione altrui; ma i filosofi
illuminati non credono se non se ciò che è evidente, consentaneo alla
ragione, salutare, e necessario di ammettere.



                             CAPITOLO VI.

 Ragioni efficaci che rendono indispensabile la riduzione del Codice di
     Mosè a 60 soli Precetti, cioè 24 affermativi e 36 negativi.


Qualunque siasi regolamento, legge, o statuto che non abbia per base la
solida imperturbabile felicità di quelli che ne formano l'oggetto, o che
non tenda al miglior essere di quelli pe' quali sono gli uni, o l'altra
destinati, o come perniciosi debbono essere del tutto abrogati, senza
ritardo, o come inutili rigettati, e proscritti dal consorzio degli
uomini. Ma, per altro, due ostacoli funesti che a pochi è riuscito fino
ad ora sormontare con felice successo, opposero in ogni tempo un
ostinato contrasto ad un riparo sì ovvio, e sì urgente per tutte la
specie umana; il primo di questi dunque si è la soverchia cieca
venerazione che si ha generalmente per le decisioni tradizionali di
quelli che ci hanno preceduti; lo che presso quasi tutte le sette
odierne si approssima all'eccesso (46); l'altro, il quale realmente non
è che l'immediata conseguenza del primo, io ritrovo consistere nello
scrupolo deciso che tenti uomini si fanno d'inalzarsi fino al
raziocinio, col soccorso del quale tentare di acquisire maggiori lumi
rapporto alla credenza che professano, conoscerne le basi, discuterne le
massime, investigarne i principj, onde in tale maniera pervenire a
discernere il reale, e il necessario che ci giova, dall'apparente
illusorio che ci nuoce, senza scampo, e ci confonde (47).

Ma ostacoli di tale natura, mi lusingo, che non saranno essi già così
pure ineluttabili per noi, che riconosciamo non averci Dio accordato
inutilmente un intelletto e una Ragione (48), come lo furono pur troppo
per gli ingannati nostri progenitori che reputavano un delitto
irremissibile il fare uso di mente, e di buon senso, in proposito di
culto specialmente. Egli è appunto per ciò che di raro si conoscono
presso questi i fondati motivi delle pratiche innumerabili adottate con
tanta sommessa venerazione da' medesimi. Quando noi, al contrario, ci
disponghiamo a rendere convincenti, ed efficaci ragioni, ad ogni evento,
non meno in giustificazione dei motivi che ci indussero ad ommetterne
quelle che riguardammo come soverchie, o inopportune, che per avvalorare
la osservanza esatta di quei Precetti che abbiamo riconosciuti necessarj
a costituire radicalmente il sensato Culto inoppugnabile dell'Ebreismo.

Avendo noi altrove riportate le ragioni sufficienti per giustificare in
faccia al Popolo ebreo l'abrogazione fatte di tutti que' Precetti, che
comprendemmo in entrambe le categorìe di prima, e seconda classe, nulla
per tanto, io dirò di ciò che a quelli si rapporta, limitandomi soltanto
alle ponderate osservazioni che pare assolutamente necessario dover fare
intorno i fondati motivi che c'indussero ad abolire una gran parte di
que' Precetti spettanti alla terza classe che abbiamo noi quì d'intero
proposito addottata.

Cominciando da' Precetti che si rapportano alla Pasqua delle Azzime
comandati dalla Scrittura in numero di otto, siccome questi non sono
propriamente che la replica l'uno dell'altro, volendo in massima
inferire presso che l'ordine medesimo, cioè allontanare ogni specie di
pane fermentato per sette giorni, cibarsi per detto spazio di tempo di
pane senza lievito, ossia di pane azzimo, e solennizzare la Pasqua, il
giorno primo, e il settimo di questi, facendo in essi cessare ogni opera
servile, come rilevasi dalla Scrittura (A), noi gli abbiamo tutti
ristretti ad uno solo che tutti gli comprende seguendo la mente del
Legislatore, e che costituisce la materia del secondo, in seguito dello
stabilito nostro nuovo Elenco.

Otto parimente sono i Precetti co' quali Mosè comanda, in altrettante
guise differenti, al popolo ebreo l'adorazione del Creatore; ma siccome
adorarlo, conoscerlo, santificarlo, amarlo; esserne convinti
dell'esistenza, mi sembra che coincidono perfettamente insieme, e che
non formino d'accordo che un solo articolo essenziale, qual è quello di
ammettere, e adorare un Essere Supremo, egli è dunque solo a questo che
noi riducemmo tutti gli altri, stabilendolo il terzo de' Precetti
formanti lo nostre nuove sacre Instituzioni.

La ragione medesima può applicarsi viceversamente al divieto
dell'adorazione delle Immagini, e del commercio de' simulacri, che noi
ristrigniamo ad un solo Precetto i quattro che le Sacre pagine
prescrivono per imporlo agli ebrei.

Venendo poi alle soppressioni quì fatte relativamente a' cinque Precetti
co' quali resta per altrettante volte comandata in differenti luoghi del
Pentateuco l'osservanza del Sabato, limitati da noi ad un solo Precetto,
siccome desso, in origine, spiegasi riposo, e come tale considerato
anche da quelli che ora ne rigettano l'osservanza, io stimai cosa
opportuna livellarla a quella di tutte le altre solennità delle quali
ragioneremo frappoco, prescrivendo i medesimi riguardi, e gli stessi
doveri che s'impongono a quelle, stimando il resto come oscuro,
indissolubile, ed inutile affatto per conseguenza al propostoci salutare
disegno (49).

Per ciò che riguarda l'astinenza di certi cibi, e la proibizione di varj
differenti animali, che la Scrittura sottopone a undici Precetti, noi
gli racchiudiamo tutti a due soltanto, avendo altrove giù estesamente
riportate le cagioni fisiche, ed i più probabili motivi di simili
comandati divieti (A).

L'infamante delitto d'incesto, racchiudendo per se stesso qualunque
siasi accoppiamento di fornicazione commessa da amendue i sessi in grado
della più prossima parentela, come sarebbe i genitori colla loro prole,
o questa con quelli; sorelle co' fratelli, o gli uni colle altre, sieno
di padre, ed uterini, suocere, nuore, matrigne ec. che la Scrittura in
varj luoghi ne annovera fino dodici, noi gli riportiamo sotto il solo
precetto d incesto, che tutti complessivamente gli abbraccia, senza fare
però la minima abrogazione, o detrimento di alcuno degli altri, benchè
da noi non menzionati partitamente; la trasgressione dei quali troppo
riuscirebbe lesiva alle leggi, ed oltraggiante alla Natura.

La riduzione da noi fatta de' Precetti che risguardano i doveri
assoluti, e indispensabili dell'uomo cogli esseri della sua specie a
quello di amare il proprio simile come se stesso, mi sembra potere da se
solo contenere onninamente gli otto comandati nel Pentateuco per
conchiudere, in concreto, l'ingiunzione medesima da noi testè
riepilogata; essendo troppo evidente che amando il nostro simile non si
può certamente odiarlo, nè maledirlo, nè defraudarlo nel commercio, nè
nelle parole, nè nelle misure, nè usare seco lui delle violenze e molto
meno ricusarli il nostro ajuto ne' suoi urgenti bisogni.

Ciò che abbiamo rimarcato essenzialmente nelle indagini fatte su'
precetti antecedenti, è da notarsi appunto in quelli de' quali ora ci
occupiamo, e che hanno per iscopo le _Neomenie_, o il novilunio del
settimo mese (50); il giorno decimo di esso chiamato il digiuno di
espiazione, ed il 15 dello stesso mese fino il 21 compreso, cioè la
festa de' tabernacoli, o delle capanne per sette giorni.

Io prescindo dall'addurre quì i motivi dell'osservanza di queste tre
feste accennate, mentre quelli furono da noi già diffusamente riportati
laddove più si rendevano adattabili (A); solo dirò che nella
instituzione della prima, cioè del cominciamento dell'anno trovasi
quattro precetti, tre de' quali non essendo che la replica l'uno
dell'altro, noi abbiamo stimato conveniente limitarli ad uno solo, che è
l'osservanza della festa di un solo giorno, e cessazione di lavoro; tale
essendo lo spirito genuino de' medesimi; il quarto precetto poi di
questi è stato da noi totalmente soppresso, mentre non conoscendosene il
vero scopo (se non è quello almeno da noi già riportato altrove (B)) non
resta in verun modo esattamente osservato dagli ebrei moderni (51).

La seconda di queste feste comandata per varie volte da Mosè come un
giorno consecrato all'Essere Supremo di solennità, di penitenza, e di
digiuno, e di cui esso non ispiega fino, a qual limite dee una tale
astinenza dilatarsi, noi abbiamo in questo fissate le prescrizioni
medesime del Sabato, restrignendone l'osservanza, come in quello ad un
solo Precetto, cioè, il riposo, e di più l'astinenza totale di qualunque
nutrimento dal tramontare del Sole del nono giorno del mese di Tisrì
fino all'imbrunire del giorno decimo susseguente.

La terza nomata festa de' Tabernacoli, o delle capanne, non meno delle
altre in guise differenti ripetuta per imporne l'osservanza
agl'Israeliti, può, siccome tutte le altre, ridursi del pari ad una
semplice prescrizione, cioè a quella di solennizzare il giorno 15 e il
21 del settimo mese, e per sette giorni mangiare sotto l'ombra delle
capanne, per le ragioni a suo luogo opportunamente riportate (_Annot._
34) lasciando però ad arbitrio il prendere la palma, un elegante frutto
di albero (che i Rabbini lo pretendono un cedro, ma che le Scrittura
lascia indefinito) il mirto, il salcio ordinato da Mosè in puro segno di
gaudio, e di trionfo, e ciò nel solo primo giorno di tale
solennità (52).

La solennità delle _primizie_, ovvero delle settimane è l'ultima di cui
le Scrittura faccia esplicita menzione, fissata ad un solo giorno, cioè,
il cinquantesimo, contende del secondo giorno della Pasqua delle Azzime,
ovvero nel giorno dopo il plenilunio del mese di Nissan; ma non venendo
nella medesima prescritta veruna di quelle cerimonie che imposte furono
per le altre, noi la stabiliamo così pure un solo giorno di festa, colla
cessazione di qualunque opera servile, a guisa che abbiamo nelle altre
fino e questo momento praticato.

Or tutte le moltiplici restrizioni dunque riguardato da noi come
necessario di dovere fare alle testè riportate osservanze, non avendo
per oggetto che semplificare l'essenzialità inalterabile di ciò che in
massima è prescritto a ciascuna delle medesime, esse non tendono
soltanto che ed ovviare come inutile, ed a sopprimere come soverchie le
frequenti ripetizioni nulle quali si diffonde la Scrittura comandando un
precetto medesimo, nel modo appunto che noi già con evidenza dimostrammo
altrove (53).

In quanto poi a' Precetti restanti che abbiamo stabilito appartenere
alla terza classe adottata da noi, e de' quali non vedesi quì fatta fino
ad ora speciale menzione, di sorte alcuna, nè in compendio, nè in
diffuso, noi passiamo a ragionarne di proposito deliberato nel Capitolo
seguente, il quale ci farà conoscere in chiari sensi lo spirito che ha
dettati simili Precetti, e il disegno del Legislatore che gli ha
prescritti: da tali indagini risultare quindi vedremo le ragioni le più
inconcusse, ed i più idonei motivi che c'indussero ad ommetterli nel
nostro nuovo Piano, e ci fecero riguardare come fondata, ed opportuna
l'abrogazione de' medesimi.

(46) Tutti i popoli della terra hanno le loro particolari tradizioni che
tutti credono costanti, uniformi alla più esatta verità, ed al superiore
grado portentose; esse sono appoggiate, come le nostre, sull'antichità,
e sulla superstizione religiosa, come l'osserva un dotto scrittore de'
nostri tempi (_Philosoph. du B. Sens T. 1 Refl. 1 p. 102._)

Gli ebrei Talmudisti non fanno alcuna difficoltà di rendere le loro
tradizioni a livello della Legge di Mosè; essi appoggiano questa
opinione sopra quella che sostengono i Rabbini, cioè che la תורה שבכתב
(Torah Scebihtau) _legge scritta_ non sarebbe che un corpo senz'anima,
ed una lampada senza luce, se fosse quelle separata dalla תורה שבעל פה
(_Torah_ Scebenghal Peh) _legge tradizionale_. Quindi è che dessi si
fanno un pressante dovere di credere, sotto pena di Scomunica contro chi
opinasse altrimenti, che Dio ha dettato a Mosè non solo tutto ciò che è
racchiuso nel Pentateuco, fino alle minime sillabe che vi si contengono;
ma ch'egli ha parimente comunicato allo stesso Mosè sul monte Sinaj
(durante la sua dimora colà di quaranta giorni) l'intera spiegazione
mentale di questa legge medesima, che pretendono essersi conservata
intatta fra di essi, anche dopo la morte di questo Legislatore, fino che
un giorno si riconobbe la necessità di metterla per iscritto affine di
conservarne le traccie fino alla più tarda posterità. Ma di ciò mi
riserbo a ragionare più diffusamente, allorchè in breve mi emergerà di
parlare delle Parafrasi Rabiniche, e dell'origine della Misnah, e del
Talmud ossia della Ghemarah (ved. il Cap. IX. di questo Vol. con tutte
le annot. che vi si contengono).

(47) Tale è la condizione miserabile dell'uomo, che siccome generalmente
parlando le idee sulla Religione sono per esso, quali debbono essere, in
ogni senso, di una specie oltremodo rispettabile, giacchè desso teme
sempre di essere tradito dalla frode, o sorpreso dall'errore, così ei si
fa un pressante dovere di credere macchinalmente senza riflessione,
senza esame, e senza mettere in dubbio un solo istante che desso può in
questa parte ingannarsi, non meno per rapporto alle Leggi scritte, che
alle tradizioni ricevute, ed allontana inconsideratamente per tale
debole riflesso ciò che ha l'apparenza di attaccare le opinioni
religiose addottate alla mamella, siccome tutto quello che avrebbe per
se stesso un efficacia possente ad illuminarlo, ed a toglierlo
dall'inganno in cui vivea, per folle arbitrio, ciecamente sepolto. Tutto
questo mostruoso complesso di contraddittorie opinioni risede fatalmente
in un angolo remoto del cervello dell'uomo, come in un santuario
inaccessibile, in cui non oserebbe in verun tempo avvicinarsi.

(48) La facoltà esimia che l'essere supremo ci ha somministrata, e da
noi distinta col carattere di _lume naturale_ o di _Ragione_ non
saprebbe mai in veruna guisa ingannarci nelle cose ch'essa osserva, e
che discerne, poichè tuttociò che è a sua portata dee credersi chiaro,
evidente, e irrefragabile; altrimenti, (come lo pensa un filosofo
insigne) avremmo adeguato motivo di opinare che Dio ingannati ci avesse,
accordandoci quella facoltà in modo che noi prendessimo il falso per il
vero, anche facendone buon uso: e non sarebb'egli questo il massimo, ed
il più esecrabile degli assurdi? _Descart. Princip. de la Philosop. 1.
Part. pag. 22._

(A) _Exo. Cap. XII. v. 14._

(49) Chi potrebbe mai somministrarci una giusta, e sensata spiegazione
di quel testo comandato agli Ebrei da Mosè (_Exodo cap. 35. v. 3._) לא
תבערו אש בכל מושבותכם ביום השבת (lo tebangharu esc vehol moscebotehem
vejom asciabath) _non accenderete fuoco in alcuna delle vostre
abitazioni il giorno di Sabato_? vorrà egli significare questo precetto
non usarne di sorte alcuna giammai, e ad imitazione de' _saducei_, o de'
_caraiti_ restare all'oscuro la notte entrando il Sabato, ed accendere
il fuoco solo nella contrada, com'essi fanno, in prospetto delle loro
Case? Sarà egli stata forse la mente del Legislatore, comandando un
simile Precetto, che non possano gli ebrei muovere il fuoco tutto quel
giorno, e la sera antecedente, ma che d'altronde sia eglino permesso di
servirsi di qualche incirconciso, per tale ufficio, nel modo appunto che
or lo praticano gli ortodossi Talmudisti? Dissimulare io non posso
certamente che a fronte di tutta l'inerenza rispettosa che io sento per
l'essenzialità delle Instituzioni mosaiche, siccome l'assunto da me
intrapreso in chiari sensi lo dimostra, io non saprei ritrovare
sufficienti ragioni di sorte alcuna, onde adattare questo precetto, che
alla lettera riuscirebbe assolutamente ineseguibile, e che preso secondo
la tradizione più non sarebbe allora quello stesso che Mosè intese di
ordinare; ma la sola parafrasi rabbinica sarebbe quella unicamente che
ne terrebbe le veci. A quale partito dunque appigliare ci dovremo in
simile caso affine di colpire il senso inalterato di sì fatta
prescrizione senza cadere nelle pratiche ridicole de' primi, nè essere
trascinati dal torrente delle superstizioni deplorabili de' secondi?
L'annot. 86 di questo volume somministrerà ad esuberanza le ragioni
adeguate che potrebbero fare credere l'Israelita dei nostri tempi, se
non dispensato interamente dalla osservanza di questa prescrizione,
almeno in gran parte alleggerito da quelle rigorose cerimonie che dalla
tradizione gli furono imposte in simile giorno.

(A) Ved. le _Annot._ 28, e 29 di questo Vol.

(50) Gl'Israeliti erano soliti a distinguere due speci di anni, cioè,
l'anno Santo, e l'anno Civile; il Santo cominciava il mese di _Nissan_
(Marzo) nella metà del quale è comandata la Pasqua delle Azzime;
(notando che questo stesso mese fu parimente denominato dalla Scrittura
_Abib_, cioè il mese delle _spigature_ delle nuove biade, o come dice il
Sacro testo, delle nuove spighe, verdeggianti, che cominciavano a
biondeggiare); ed il Civile avea il suo principio dal settimo mese
chiamato _Tisrì_ (Settembre). Il _Levitico_ dice (_cap. 25 v. 4._) che
si comincieranno a contare gli anni del Giubileo, non già dal mese di
Nissan, ma da quello delle seminagioni, che era propriamente il settimo
di cui parliamo; e nell'_Exodo_ poi si legge (_cap. 23 v. 16._) che si
celebrerà la festa dei tabernacoli allorchè sul terminare dell'anno si
ripongono tutti i frutti delle campagne, ciocchè regolarmente accadere
non potea che nel mese di Settembre. Tale è dunque la distinzione
dell'anno presso gli antichi ebrei.

(A) Ved. le Annot. anteced. 32 33 34.

(B) Ved. l'Annot. anteced. 50.

(51) Questo Precetto consiste nel suono della _Tuba_ praticato dagli
ebrei in quel giorno il quale essendo chiamato dalla Scritture (_Num.
cap. 29 v. 1 2._) יום תרוע (_Yom_ Terungha) _giorno strepitoso_; essi,
prendendo al materiale il senso metaforico di questa frase, non sanno in
altra guisa rappresentare sensibilmente un tale strepito, che stordire
il popolo con cento numerate irregolari voci di corno senza modulazione,
e senza ordine, che a varie riprese, durante le loro interminabili
orazioni di quelle due mattine, tramanda entro la Sinagoga un individuo
postato sopra il Pulpito, ed espressamente destinato per tale ufficio.

Ma chi potrebbe mai significarci, con qualche precisione, quale sorta
d'istrumento fosse quello che udivasi prodigiosamente suonare con
veemenza allora quando, per la prima volta Dio manifestossi al Popolo
ebreo sulla montagna di Sinaj, e che l'_Exodo_ (_cap. 19 v. 16 19._)
distingue col nome di שופר _Scioffar_? così appunto chiamano gli ebrei
l'indicato instrumento di cui si servono in que' due giorni (purchè
l'uno di questi non cada in Sabato nel quale giorno l'uso n'è vietato da
Rabbini _Ghem. trat. Sciab. e Ros. Asciana_) e che altro non è che un
corno di montone ridotto al più nitido pulimento, preferendolo a quello
di ogni altro animale munito di questo arnese, in allusione al montone
che improvvisamente si offrì al Patriarca Abramo, per essere fatta la
vittima del Signore, in vece dal di lui figlio Isaak, che ne era
destinato (_Gen. cap. 22 v. 13._)

(52) Siccome questa festa oltre essere chiamata _delle Capanne_ in varj
luoghi della Scrittura, è anche contradistinta da questa _Ricolta de'
prodotti Campestri_; così l'ordine quì prescritto di prendere fra le
mani il primo giorno di essa quest'indicato fascicolo di erbe differenti
può racchiudere in se stesso un duplice significato; l'uno l'espansione
di giubilo per vedere portate ad ottimo successo le attese produzioni
delle terre; e l'altro il sintomo di trionfo (che tale denota la palma)
per la liberazione che il Popolo ebreo avea conseguita dalla tenace
cattività dell'Egitto, e per la lunga dimora straordinaria fatta da esso
ne' Deserti; ma in entrambi questi sensi lo spirito genuino del testo
essendo al solito, non solo enormemente alterato dalle appendici
tradizionali; ma all'eccesso ridicola rendutane la pratica, nella guisa
medesima che di moltissime altre prescrizioni avvenne, siccome io mi
affretto a dimostrarlo in seguito, noi abbiamo creduto di poterlo, senza
scrupolo sopprimere come precetto obbligatorio, ed all'opposto solo
renderne arbitraria l'osservanza; e questa, al più ridotta al solo primo
giorno della solennità delle Capanne, come restaci ordinato dall'oracolo
medesimo della Scrittura.

(53) Quali fondate cagioni assegnare con giustizia potremo alle tante
ripetizioni delle cose per loro stesse identiche, e uniformi, che sono
sì di frequente reperibili in ogni parte della Scrittura, e tutte per lo
più tendenti allo stesso disegno, e tutte raccomandate con eguale
calore? Altra sembrami non potersi addurre certamente in questo caso
fuorchè la più ammissibile, quale da molti fu ritrovata essere quella
che Mosè conoscendo per isperienza l'indole zotica, e turbolente di quel
popolo che dirigeva, suscettibile, senza freno, della più stupida
incostanza, arrendevole a tutte le prime impressioni che gli si
offrivano, all'eccesso barbaro, e ignorante, egli è perciò che quel
Legislatore vedessi costretto a dovere per reiterate volte replicare li
precetti medesimi già proclamati, onde farglieli più esattamente capire,
e renderlo meglio edotto di que' doveri che l'eterna volontà dell'Essere
Supremo gl'imponeva per suo mezzo. Ma a fronte ancora degli amorevoli
suggerimenti, delle continue ripetizioni, e delle cure incessanti di
questo zelante Conduttore d'Israel, le Legge Venerabile del Sommo Dio
de' Patriarchi non era mai frattanto che molto debolmente osservata, se
non trasgredita del tutto, e calpestata, or colle mormorazioni le più
oltraggianti, ed ora coll'idolatrìa la più vituperosa, e la più
esecrabile.



                            CAPITOLO VII.

    Quali disegni possono aver fatto determinare Mosè a comandare al
Popolo Ebreo certi Precetti, che riconosciuti oggi ineseguibili secondo
   lo spirito della prescrizione, ci veggiamo costretti parimente di
                              abrogare.


Tutti i più dotti, ed i più rinomati Giureconsulti del mondo, e fra
questi Grozio, e Puffendorff, non cessano di ripeterci d'accordo ad ogni
tratto, che non solo fuori della Legge naturale altra certamente non
v'ha che possa caratterizzarsi per se stessa perpetua, irrevocabile, ma
che tutte le altre Leggi positive tanto umane quanto Divine, sono tali
che si può, e si dee qualche volta sopprimerle, ciò che secondo i detti
Autori si farebbe espressamente, o tacitamente nelle due seguenti
circostanze: Prima allorchè si trascura, durante un lungo intervallo di
tempo, di osservare una Legge; o che desse tollera che gli oggetti che
vi si rapportano si regolino di una tutt'altra differente maniera di
quella che è in origine prescritta. Seconda; quando lo stato delle cose
si altera, o cambiasi di tale maniera che la legge diventa inutile, o
che questa non saprebbe più avere luogo di legge, la medesima cade
allora da per se stessa, benchè il Legislatore non l'abbia espressamente
abrogata; e quando ancora egli l'avesse stabilita per dovere sempre
durare.

Or le nove decime parti de' 613 precetti che Mosè prescrisse agli ebrei
nel Pentateuco, e che molte imponenti, ed efficaci ragioni determinare
ci fecero a sopprimere, non si trovano elleno espresse in ogni parte
nelle accennate circostanze, non le abbracciano entrambe in ogni senso?
Ecco ad evidenza, oltre le tante altre, a tempo debito prodotte, due
possenti cagioni di più per abolirle.

Premessa dunque l'opinione incontrovertibile de' preallegati
Giureconsulti, non abbiamo che farci a ponderare con diligenza la
significazione meramente letterale de' precetti abrogati da noi nelle
tre fissate classi, applicandoli allo spirito del testo da cui partono,
per restare intimamente convinti della massima inutilità de' medesimi;
sia che appartenghino all'una, sia che riguardino l'altra delle
circostanze testè riportate.

Oltre a ciò sembrami opportuno quì di rimarcare che Mosè non occupandosi
ad ogni evento che del suo solo Popolo, non lasciò mezzo intentato per
renderlo esemplare sopra la terra, isolandolo da tutti gli altri, allora
conosciuti, e ne' costumi, e ne' doveri, e nelle pratiche religiose, nel
modo appunto che singolarizzare lo volle anche in molte instituzioni del
tutto indifferenti alla essenzialità del culto che imponevagli, sebbene
da esso lui comandate con le stesse prescrizioni dei precetti primarj,
ed i più importanti, e senza che alcuno potesse mai rinvenirne
l'intrinseca utilità, nè i probabili motivi. Di tale sorte sarebbe, per
esempio, l'ordine che in senso di Precetto impone Mosè agli ebrei di
portare dei fili, o de' cordoni appesi ai quattro angoli inferiori de'
due lembi negli abiti degli uomini, ciò che la Scrittura denomina ציצית
_zizith_: Or qual disegno potrebbe mai racchiudere in se stessa una sì
fatta prescrizione, se quello non fosse almeno di contraddistinguere,
con tale marca visibile, l'individuo Israelita da chi tale non lo
era (54)? Quale analogo rapporto potrebbe mai avere coll'esercizio
fondamentale del culto il divieto comandato da Mosè di non seminare due
articoli dissimili entro il medesimo recinto di un campo (A); o pure di
non mettere sotto il giogo e trascinare l'aratro due animali di specie
differente, come l'asino, e il bue (A); di non cignersi di abiti tessuti
di lino, e lana uniti (B); non isvellersi, o radere i peli de' lati
della barba con ferro tagliente, che oggi spiegasi rasojo (C)? Cosa
implicano mai tali, ed altre simili ordinanze, quale rapporto possono
elleno avere, di sorte alcuna, colla semplice Religione, o
coll'esercizio integro del Culto, che ogni Israelita era in dovere di
conoscere, e praticare, se quelle non tendevano propriamente all'oggetto
medesimo del primo, se non erano basate sugli stessi identici motivi
delle prescrizioni del _Zizith_, e de' _Teffilin_? Niente di ciò più
naturale, nè maggiormente comprovato dall'esperienza che il Codice
Mosaico ci fornisce in tante altre prescrizioni quasi uniformi, e da noi
fondatamente abrogate come pratiche destituite di base, e di ragione a'
tempi recenti, nei quali offronsi all'ebreo infiniti altri mezzi più
decorosi, e più efficaci per distinguersi fra gli esseri sociabili di
quello che lo fossero le adotte marche ridicole, e impotenti, destinate
unicamente a rendere l'ebreo un essere straordinario sulla terra, e ad
allontanarlo da quelle barbare idolatre nazioni esecrate per tante volte
da Dio (A), e che più non esistono attualmente in alcuna di quelle parti
dove questo popolo è soggetto; e tanti altri divieti, de' quali fa
reiterato cenno la Scrittura, e che di soverchio prolisso io diverrei,
se diffondere io quì mi volessi a redigerne il dettaglio, hanno essi
forse una più solida base, motivi più giusti, più convincenti? Come
supporre che una lussazione accidentale cagionata nell'anca di Jacob il
Patriarca, in conseguenza della prodigiosa lotta, che la Genesi ci narra
avere questi sostenuta con un angelo competitore, che gli apparve in
umana sembianza (55), come, dico, un sì fatto strano avvenimento può
avere dato l'origine al divieto espresso nella Scrittura medesima di
cibarsi del nervo dell'anca di qualunque siasi animale; anche
permesso (A)? Cosa, per se stesso mai significare vorrà quel Precetto di
non oltrepassare un certo tratto di cammino fuori del recinto della
città il giorno di Sabato con qualunque siasi arredo, sia fra le mani,
sia nelle tasche, senza escludere lo stesso fazzoletto, il di cui uso è
indispensabile, e che i Rabbini poi, per indulgenza, permisero di
portarlo avviluppato a guisa di fascia intorno i lombi (56)?

Ma prescindiamo per ora dalla serie deplorabile delle infinite altre
pratiche superstiziose che fecero adottare all'ebreismo queste e molte
differenti prescrizioni delle quali sembra che desso sia stato sempre
condannato ad ignorare lo spirito e il senso genuino, o ad interpetrare
l'uno, e l'altro erroneamente. Noi dovremo riassumere fremendo, sì
malagevole proposito, allorchè imprenderemo a tempo più opportuno a
dimostrare quale enorme detrimento ha per mille parti risentito la
prisca consolante Religione d'Israel dalle mistiche tradizioni,
commenti, e parafrasi talmudiche.

In tanto quì ci è duopo, per assoluta necessità, illativamente
conchiudere, che l'oscurità in cui ci lascia il Pentateuco di ciò che
più avrebbe questo dovuto porre, senza mistero, al chiarore
dell'evidenza, viemaggiormente concorre a confermarmi nella mia
preallegata opinione, che tre soli disegni potesse prefiggersi Mosè
proclamando que' divieti già riportati, e molti altri dell'ordine
medesimo, tacendone i motivi, e le cagioni (57). Primo, singolarizzare,
come si disse, il Popolo ebreo, e contraddistinguerlo da tutti gli
altri, in quella epoca esistenti sulla terra, ed a spese ancora della
propria ragione; Secondo, occuparlo incessantemente di ciò che recare
gli potesse una diuturna distrazione, onde allontanarlo, per quanto era
possibile, dalle pratiche odiose delle idolatre Nazioni, delle quali era
esso per ogni parte circondato, e che tanta proclivia ei dimostrava ad
imitare sì di frequente; Terzo, finalmente, cimentare la sua costanza,
oltremodo soggetta a vacillare, ed a smarrirsi. Disegni certamente sono
questi riconosciuti molto adeguati per l'Israelita del Secolo di Mosè,
ma del tutto assolutamente inopportuni per l'ebreo di nostra età, il
quale, purchè tratto non abbia i natali sotto uno di que' barbari cieli,
dove l'impronta di uomo non può essere mai disgiunta dal carattere di
schiavo; ma che la sorte, al contrario, sia per esso lui stata propizia,
accordandogli per patria un suolo in cui l'uomo che sente di possedere
una ragione, gli si reputa un infamia il non usarne, può, come si disse,
ritrovare oggi, a suo piacere, altri mezzi plausibili assai più, e molto
più solidi per distinguersi nel mondo; nè più ha esso duopo attualmente
di tali distrazioni labili, e tormentose, mentre i popoli fra i quali
esso vive a' tempi odierni non sono già i Cananei, gli Ibusei, o gli
Amaleciti de' secoli remoti, e de' quali l'Israelita era in dovere di
abominare la relazione, di rigettare i costumi, di esecrare la condotta;
ma Nazioni colte, tolleranti, e civilizzate, che nulla esso perderebbe
certamente ad imitare, e di cui l'esempio ben lungi dal corrompere, o
depravare i suoi costumi, vieppiù lo renderebbe urbano, illuminato, ed
utile alla società, quando ei sapesse almeno cogliere l'opportunità di
profittarne a suo individuale vantaggio, ed a quello de' suoi simili.

(54) Da quando gli ebrei dovettero abbandonare le loro terre e divenire
subalterni di quelle di altri Popoli co' quali furono alternativamente
mischiati, riconobbero quanto sarebbe stato ridicolo per essi di dovere
comparire in pubblico adorni di que' fili su' quattro lembi delle loro
vestimenta; essi perciò autorizzati dai loro Rabbini si permisero di
cambiarne la pratica, sostituendone invece un pezzo di drappo quadrato
che ora portano soltanto sotto i loro abiti, in modo non osservato con
quattro cordoni pendenti che chiamano ארבע כנפות (arbangh canfoth)
_quattro lati, o ale_. Questi cordoni sono ciascuno di 8 fili di lana
(qualche volta di refe di lino, ed anche di seta) filata espressamente
per questo effetto, con 5 nodi ogn'uno, corrispondenti a' 5 libri di
Mosè, que' nodi ne occupano la metà della lunghezza, e ciò che non è
annodato essendo sfilato termina di fare una specie di nappa: _Funiculus
in fimbriis facies; per quatuor angulos pallii tui quo operieris_ (ved.
_Num. cap. 15 v. 38_ e _Deut. cap. 22 v. 12._)

In questa prescrizione ordinata per due volte da Mosè fanno gli ebrei
consistere il più solido fondamento della credenza dell'Israelismo,
atteso che gl'indicati nodi ch'essi vi fanno essendo in numero di 26 che
tale è il calcolo che deducono dalle lettere delle quali si compone il
Nome ineffabile יה.ה (Jehovah) L'_Essere Supremo_. Ma nel tempo delle
preghiere che fanno entro la Sinagoga, gli ebrei s'involgono con un velo
di lana, o di seta quadrato colle indicate nappe negli angoli; questo
drappo essi lo chiamano _Taleth_, ovvero Manto che si mette sopra tutti
gli altri: ma quale ne sia l'origine inutile non mi sembra investigarla
avanti di passare oltre.

Allorchè Mosè ritornò dal monte Sinaj nel campo degl'Israeliti, dopo di
avere avuta la gloria di conferire coll'Eterno, la Beatitudine Divina
restando espressa sul volto di questo Legislatore, offuscò talmente gli
occhi del popolo nel rimirarlo, che Mosè fu obbligato di coprirsi il
volto con un velo, siccome in chiari sensi lo abbiamo dalla Scrittura
(_Exodo cap. 34 v. 35._) ed ecco, secondo i Rabbini, la primitiva
origine del Taleth.

Alcuni altri ancora pensano che quest'arnese fosse inventato per ovviar
le distrazioni durante le preghiere; quindi è che i Rabbini titolati, e
i più devoti fra gli ebrei, se ne cuoprono interamente quando altri lo
tengono soltanto ondeggiante sulle spalle. Avvi degli autori poi che
opinano che gli ebrei prendessero quest'uso da' Romani, i quali
pregavano i loro Dei colla testa velata; ed essi dicevano di avere
ricavato un tale costume da Enea, che lo avea portato da Troia, come
rilevasi da _Virgilio_, il quale gli fa dire _Æneid lib. 2._

_Caput ante aras Phrygio velamur amictu._

Per altro quelli che pretendono ripetere l'origine del Taleth da' Romani
rimarcano che gli ebrei hanno presi molti usi da' medesimi dopo che ne
furono sottomessi. Tutte queste prove sono tanto poco valevoli, o
convincenti, quanto sono quelle allegate dagli stessi Romani, e da'
Rabini ancora che il presentarsi davanti Dio colla testa coperta, come
facevano i primi, e nel modo che lo praticano gli ultimi attualmente, è
una marca di penitenza, di rispetto, di umiltà, di modestia, e di
timore.

È parimente comandato agli ebrei (_Deut. cap. 6 v. 8. e cap. 11 v. 18._)
di dovere sempre avere nella mano, e sulla fronte ciò che la Scrittura
denomina _Totaffoth_, e che gli ebrei distinguono per _Teffilin_ תפילין
che i Greci chiamano _Phylacteros_; frattanto per non essere derisi dal
Popolo sopra un arnese che dee essere in tanta venerazione presso gli
ebrei, questi ai contentano di usarli durante il tempo delle preghiere
del mattino. Questi Teffilin che in Caldeo, ed in ebreo rabbinico è come
chi direbbe in latino _Precatoria_, perchè gli ebrei si servono di
quelli nelle loro sacre orazioni, sono fatti nella maniera seguente.
Sopra due pezzi di pergamena sono scritti con dell'inchiostro fatto
espressamente in lettere quadrate, e con molte esattezza gli appresso
quattro testi in ciascuno de' medesimi, come è indicato dalla Scrittura
1. _Audi Israel etc._ (_Deut. cap. VI. v. 4._) 2. _Si ergo obedieritis
mandatis mei etc._ (_Ibid. Cap. XI. v. 13._) 3. _Sanctifica mihi omne
primogenitum etc._ (_Exo. Cap. XIII. v. 1._) 4. _Cumque introduxerit te
Dominus etc._ (_Ibid. v. 11._). Queste due pergamene sono rotolate
insieme in forma di un viluppo acuminato che si racchiude nella pelle di
vitello nera, indi si colloca sopra un pezzo quadrato da cui pende una
coreggia della stessa pelle larga un dito, e circa un braccio e mezzo
lunga; questi Teffilin sogliono mettersi nella piegatura del braccio
sinistro, rivolgendo la coreggia (dopo di avere fatto un piccolo nodo a
foggia di _Yod_), intorno il braccio in linea spirale, che viene a
terminare nell'estremità del dito medio della mano: Questi vengono
denominati תפילין של יד _Teffilin Scel Yad_ (cioè, Teffilin della mano).
In quanto poi agli altri, gli stessi menzionati quattro testi sono in
essi vergati egualmente sopra quattro pezzi di pergamena di cui formasi
un quadrato sul quale viene a rilevarsi le lettera ש _Scin_, e da un
altro quadrato che restavi annesso, vengono a sortire due altre coregge
di lunghezza, e larghezza presso a poco simile alle prime; e sono questi
chiamati תפילין של ראש _Teffilin scel rosc_, cioè, _Teffilin della
testa_.

Ecco dunque i _frontali_ che gli ebrei mettono unitamente al Taleth,
durante la preghiera soltanto de' giorni feriali, giacchè le solennità,
e il Sabato non usano che il semplice Taleth sugli omeri, come si disse,
benchè molti, e specialmente i Rabbini, lo mettino in testa, e se ne
avviluppino per non essere distratti.

Del resto lasciando le infinite allegorie che vi furono applicate (ved.
_Hor._, _Haym._, _Ghem._, _Menah._, _Ramb._) noi rimandiamo a
_Bustorfio_, il quale rapporta estesamente le prove della forza del
_Zizith_, e de' _Teffilin_ tratte da Commentarj medesimi de' Rabbini
(_Syn. Jud. cap. 9._)

(A) _Levit. cap. 19. v. 14._

(A) _Deut. Cap, 22. v. 10._

(B) _Id. v. 5._

(C) _Levit. Cap. 19 V. 27._

(A) _Exo. cap. XVII. v. 16_ _Deut. cap. VII. v. 1 e seq._

(55) _Freret_, _Voltaire_, _Boulanger_, ed altri fanno delle
osservazioni al solito loro molto bizzarre intorno questo aneddoto della
Scrittura, essi ritrovano primieramente straordinario di non vedervi
spiegato in quale anca, se nelle dritta, o nella sinistra sia stato
percosso il Patriarca; in secondo luogo stupiscono di non vedervi
diffinito in quale de' nervi abbia il medesimo sofferto la lussazione
che le sacre pagine ci narrano. Quest'ultima obbiezione sembra avere per
base un esperimento anatomico. V'ha nel corpo umano sei sorta di nervi
che si perdono nel nervo crurale che chiamasi anteriore, ed in quello
che nomasi posteriore; oltre i quali, avvene ancora il gran nervo
sciatico che si divide parimente in due, ed è appunto l'alterazione di
questo nervo che cagiona quella malattia che gli anatomici distinguono
col nome di _Gotta Sciatica_; che regolarmente rende zoppo l'individuo
che n'è attaccato: Sembrami, per altro, che l'opposizione di questi
critici si fondi per non vedere nella Scrittura un detaglio anatomico di
questo fatto straordinario, senza riflettere che ciò era un vano
pretendere, non essendo la notomìa in que' tempi conosciuta. I medesimi
critici veggono parimenti con sorpresa come Jacob percosso nella coscia,
e questa non essendo tutta via ripristinata, abbia ancora tanta forza
per lottare contro un messaggere celeste, e per dirgli: _io non ti
lascierò a meno che tu non mi abbia benedetto_. Ma tutti gli esperimenti
debbono sparire davanti l'autenticità de' libri Sacri, i quali faranno
cessare in noi così pure ogni sorpresa dal momento che alla fede faremo
tenere le veci di scienze e di ragione.

(A) _Gen. Cap. 32 v. 33._

(56) il Basnage osserva che sarebbe da desiderare che gli ebrei si
fossero appigliati, per ciò che riguarda il riposo del Sabato,
all'insinuazione di _Ovidio_; non ostante ch'egli fosse autore Pagano:

             _Quaque Die redeunt rebus minus apta gerendis
                  Culta Palæstino Septima Sacra viro,_

                                                  _De Ar. Aman. lib. 1._

Se noi dovremmo attenerci alle decisioni de' Rabbini sulle superstiziose
cerimonie da osservarsi nel Sabato, e sul riposo macchinale che
impongono essi in simile giorno, gli ebrei non dovrebbero muovere un
passo dalla posizione in cui gli sorprenderebbe il Sole nel momento del
tramontare della vigilia, come lo praticano appunto i Caraiti, attaccati
al testo letterale che dice אל יצא איש ממקומו ביום השביעי (al jezeh hisc
mimecomò bajom ascebinghi) _Maneat unusquisque apud semetipsum, nullus
egrediatur de loco suo die septimo_. (_Exo. Cap. 16 v. 29._) ma non
essendo possibile rigorosamente fra noi eseguirsi un tale precetto quale
viene prescritto da Mosè, i Talmudisti pensarono commutarne la pratica,
limitando, in vece, il tratto di cammino da permettersi in quel giorno a
mille passi oltre le porte della Città; ma questo ancora sgravato da
qualunque siasi peso, eccetto che il mero necessario abbigliamento,
senza che vi entri niente di superfluo nè di aggravante. (Ved. _Tratt.
Nghirub. Cap. XIV._)

Del resto assai malagevole si renderebbe a descrivere tutte le
superstizioni che si fanno luogo in questo medesimo giorno presso i
recenti ebrei: un prolisso trattato di _Misnah_ vi è impiegato sulla
osservanza delle pratiche del Sabato.

(57) Di tal fatta può dirsi precisamente l'ordine imposto da Dio a Mosè
(_Exo. Cap. 30 v. 12 e 13_) di non contare le dodici Tribù d'Israel che
col mezzo di tante monete, onde soccombere quelle non dovessero ad un
flagello sterminatore, numerandolo individualmente come seguì appunto a
David, il quale, per quanto ci annunzia la Scrittura, pagò a tale
gravoso prezzo l'ordine da esso lui emanato a Joab suo ministro di fare
l'ennumerazione individuale di tutto il Popolo ebreo soggetto a' suoi
domini (_Sam. II. Cap. 24 v. 16 17._) di tale natura può dirsi ancora la
prescrizione imposta duplicatamente da Dio a Mosè (_Num. Cap. 18 v. 15_
_Exo. Cap. 13 v. 14_): di redimere col mezzo di cinque monete di argento
qualunque primogenito dopo un mese della sua nascita, ed altre simili
prescrizioni dell'ordine medesimo, i motivi della osservanza delle quali
furono interamente dalle sacre pagine taciuti.



                            CAPITOLO VIII.

   Mezzi presentanei che possono con sicurezza condurci alla fissata
riduzione, sì ovvia, e salutare, senza ledere nella minima parte la base
 fondamentale su di cui dee sostenersi il vero Divino Culto del Popolo
                              d'Israel.


Persuasi intimamente che le moltiplici fondate ragioni da noi fin quì
riportate ci rendino una volta della urgente necessità indispensabile di
alleggerire la nostra mente da tante inutili cure; di liberare il nostro
spirito dal giogo ferale di tutte quelle illusioni che lo abbaccinavano
al segno di fare ad esso credere l'errore verità, e questa una chimera;
di rappresentarli il soverchio necessario, e questo indifferente; fermi
dunque nella convinzione di sì pressante bisogno, molto agevole assunto
parmi che dovrà per se stesso riuscirci di rinvenire in seguito con
esattezza i mezzi più opportuni onde giugnere sicuri a questo grande
scopo, e discernere così metodicamente il bene solido, e perenne da
quello che in realtà fu sempre mai riconosciuto, generalmente fallace,
ed apparente.

Ma siccome non è già la prevenzione quella che dee guidare i nostri
passi all'essenziale ricerca di tali mezzi, nè il pregiudizio quello che
può farceli ritrovare con avventurato quanto rapido successo; così,
alieni affatto da quella, onninamente scevri di questo, noi osiamo
lusingarci di potere essere finalmente condotti alla meta propizia di
nostre intense brame, riassumendo, di slancio, gl'imponenti genuini
motivi che ci hanno già fatto precedentemente determinare a stabilire
l'abrogazione delle nove parti de' precetti contenuti ne' cinque libri
del Codice Mosaico.

Avendo noi dunque tali precetti divisi in tre classi differenti, a
ciascuna delle quali per conseguenza, abbiamo dovuto necessariamente
assegnare il rango, e l'oggetto conveniente, onde rendere congrua, e
solida ragione degli idonei motivi che o indussero ad ammettere i
precetti contenuti nell'una, ed a sopprimere quelle che giudicato
abbiamo appartenere alle due altre. Or da sì fatta operazione osservammo
risultare, che la decima parte di quelli unicamente potea essere capace,
in ogni senso a costituire la base radicale della Religione d'Israel,
considerando le nove altre come superflue al suo ben essere, ed
inopportune alle sue presenti circostanze.

In fatti se, come fu già da noi dimostrato, tutte quelle ordinanze, o
prescrizioni racchiuse nelle abrogate classi più non debbono esistere
per l'odierno Israelismo, di sorte alcuna, essendo restate sepolte, è
circa ormai 18 secoli, sotto le rovine deplorabili del tempio, e
dell'altare a cui una gran parte di esse riferivasi, quale delirio di
volere farle pure oggi valere, anche non esistenti, sulla stravagante
lusinga, che un Inno, una Prece, una Jaculatoria, espressa in certi
destinati momenti, replicata un numero di volte, impiegando per tal
effetto, de' vocaboli sinonimi, accompagnati da strepiti, da gesta, da
varie contorsioni, e da positure differenti (58), debba tenere le veci
di olocausto, meritare il compenso equivalente, e coll'efficace mezzo di
quelle, potere attualmente ancora conseguire dall'Eterno que' medesimi
favori, che già ne' tempi andati risultare miravansi da questo (59)? E
quelle che racchiudono, come opportunamente osservammo il giudiziario,
il civile, il politico ec., non fanno elleno parte delle Leggi di
qualunque civilizzato governo della terra, sotto i di cui auspicj
l'ebreo del pari che ogni altro subalterno, mira esercitare tutti gli
atti di umanità e di giustizia che il Codice Mosaico avea prescritti? E
se oggi più non si lapida, non si strangola, non si abbrucia i rei di
aggressione, di omicidio, ed i trasgressori della Religione, come
praticavasi allora, il facinoroso, l'aggressore, e l'omicida sono
frattanto puniti dalle sane Leggi odierne, con de' supplizj egualmente
capitali, ma meno atroci di quelli che la prisca teocrazia avea
introdotti; lasciando all'eterna giustizia la cura d'infliggere la pena
che meritano i refrattarj criminosi del vero culto che l'ente
ragionevole è in dovere di prestare al di lui Opifice Supremo. Mi si
accenni di grazia, un solo popolo, purchè mediocremente illuminato, che
non riguardi come il primo essenziale dovere dell'ordine sociale di
punire il delitto, difendere l'innocenza, soccorrere l'infermo, e
l'indigente, garantire le sostanze dei Cittadini, e rendere giustizia a
chi l'implora; e tutto ciò è da quelli sì chiaro conosciuto, e sì
esattamente osservato, senza forse avere la benchè minima contezza (come
non l'avevano effettivamente non più i Greci nè i Romani) delle
Instituzioni stabilite da Mosè nel Pentateuco ad un tale riguardo. E non
sono queste prove sufficienti per dimostrare, che se anche l'ebreo
volesse a rigore mantenere quanto è prescritto relativamente alle
indicate materie, l'impotenza nella quale oggi trovasi ridotto di creare
per se stesso nuove Leggi, farle valere e propalarle, e la necessità che
lo astringe, d'altronde a sottommettersi, senza riserva, a quelle del
paese in cui vive, non lo metterebbero interamente fuori della
situazione di eseguirlo (60)?

Or delle deduzioni risultanti de' precetti contenuti nelle due abrogate
classi, quale detrimento domando, potrà mai risentire la Religione
dell'Israelismo, quale scapito soffriranno le basi inconcusse, ed
essenziali necessarie a sostenere le pretta credenza di questo Popolo,
dalla semplice restrizione portata nella terza, sulla quale si aggira
unicamente il nostro fissato piano di Riforma? A che mai riducesi per se
stessa una sì fatta modificazione riguardata dalla stolida moltitudine
fanatica, sì strepitosa, e sì enorme? Primieramente a simplificare
l'affluenza complicata di ripetizioni usate nel Pentateuco, siccome lo
abbiamo altrove rimarcato, prescrivendo i medesimi precetti, sia che
procedessero dall'indole propria dell'idioma ebraico in cui esso fu
scritto, suscettibile di un dato genio tutto suo particolare, sia che
derivate fossero dal gusto universale dominante in que' secoli, anche
presso gli Scrittori i più accreditati di altri popoli per quanto noi
conosciamo (61).

In secondo luogo poi a rendere il rigenerato sistema della Religione
Mosaica libero interamente da tutto quelle superfluità, o pratiche
bizzarre, compatibili forse in un epoca in cui l'ebraismo,
illusoriamente predominato dal ridicolo entusiasmo di formare per se
stesso un Popolo eletto dall'Essere Supremo, in preferenza di ogni
altro, (siccome fu già da noi rimarcato nella nostra Introduzione
Preliminare) credevasi astretto di dovere adottare delle massime
stravaganti solo ad esso particolari, onde essere tale considerato ad
esclusione di ogni altro; ma, ne' secoli presenti ne' quali più non
appartenendo l'ebreo ad una sola terra, ad un regno solo, ad una sola
regione, e che desso, al contrario, è proclamato cittadino del mondo,
specialmente se la sorte lo fece nascere in Francia, od in Italia, non
sarebbe egli all'eccesso condannabile per lui di volere spontaneamente
portare delle marche ridicole impresse sul suo volto per distinguersi da
tutti gli altri suoi concittadini, oltre le tante altre infamanti delle
quali la barbarie di certe Leggi, la superstizione, e l'ignoranza di
alcuni Popoli contrassegnavanlo un tempo (62); ovvero coltivare quegli
usi antisociali che ignorati fossero da questi, o avvalorare quelle
strane cerimonie, che gli attirerebbero il vilipendio universale di
tutti i suoi coabitanti?

In terzo luogo, per ultimo, a rimettere la Nazione d'Israel sul piede
degli altri popoli, a purificare il suo culto, a civilizzarla ne' suoi
costumi, ad illuminarla, nell'educazione morale, e nella coltura dello
spirito, ed a renderla tale, in una parola; quale il proprio suo
interesse lo impone, ed il propostoci disegno salutare lo richiede.

Ecco verosimilmente a bastanza di che fare quanto è duopo conoscere il
bisogno urgente, e indispensabile dell'immediata Riforma che ci siamo
essenzialmente prefissa del culto, e dell'educazione Politico-morale del
Popolo Ebreo, ed i soli mezzi efficaci che possono con sicurezza
condurvici direttamente senza che la base fondamentale vengane lesa
nelle sue massime più importanti, non dobbiamo rintracciarli che nel
vasto campo della nostra propria ragione (63); quest'esimia ragione che
ci fece per tante volte in chiari accenti capire, che la Religione dee
essere limpida, semplice, universale, alla portata di tutti gli spiriti,
perchè dessa è fatta per tutti i cuori; che la sua morale non dee essere
soffocata sotto l'aggravante peso del dogma, che niente di oscuro, nè di
misterioso, nè di assurdo giammai dee sfigurarla questa ragione, dico,
non avrà tenuto indarno un sì energico, e penetrante linguaggio, sempre
che noi saremo a sufficienza forti, e decisi per abbattere, e svellere
delle radici l'edifizio il più impotente, ed il più mostruoso che
l'abbia mai disonorata, qual'è quello delle infinite cerimonie
superstiziose, delle pratiche all'eccesso ridicole, e degli usi
ributtanti, e irragionevoli che tenere faceansi fatalmente fino ad ora,
il rango, ed il carattere di religione, inventati scaltramente da quelli
che bene intesero in ogni tempo la teorìa delle regole adeguate, e
necessarie a mettersi in pratica per sedurre, o ammaliare, secondo le
circostanze, o il bisogno, un popolo che sempre tentarono, ad ogni
prezzo, di rendere ligio a' propri criminosi smarrimenti.

Non ignoro, d'altronde, quanto arduo, e malagevole assunto riescire
dovrà per certuni quello di dovere abdicare in un momento quei
moltiplici deplorabili errori succhiati alla mamella, che per un lungo
periodo di anni furono loro fatti considerare come sacri, ed essere così
astretti a sostituire in vece delle verità nuove a' vecchi assurdi. Ma e
pure questo è in fatti l'unico sacrifizio, e il più importante, e
decisivo della sorte dell'uomo, che l'eccelsa ragione, la società, e la
natura esigono fermamente d'accordo dalla prosapia d'Israel, in
contraccambio del mezzi efficaci, e salutari ch'esse gli porgono. Quindi
una volta che la medesima si dedichi risolutamente di buon grado a
proclamare la durabile rigenerazione del suo culto, de' suoi costumi, e
della sua educazione morale, guidata da principj sì edificanti nel
cuore, i mezzi sì avidamente ricercati gli si offriranno per essi
medesimi alla mano senza la più tenue pena dalla sua parte; soggiugnendo
però che il ritrovarli solo non basta; con ciò pressochè nulla
avrebb'ella cooperato al di lei proprio solido giovamento; sopra d'ogni
altra cosa urgente, e necessaria è duopo studiare accuratamente la
difficile teoria di conservarli.

(58) Senza fermarci quì ad oppugnare una pratica sì perniciosa e sì
comune, osserveremo soltanto che gli uomini, generalmente parlando,
hanno all'eccesso aumentati i vocaboli che servono a marcare l'atto
religioso, forse immaginando che la medesima idea espressa nelle loro
preghiere con vari giri differenti, gli uni più sommessi degli altri, ed
in ogni tempo seguitate da certe cerimonie ch'essi supponevano dover
piacere a Dio, loro attirerebbe il suo alto soccorso di una maniera più
affluente, più pronta, e più efficace. I Greci, ed i Romani attribuirono
molta forza, e attività a certi vocaboli, ed a certe formule
superstiziose che impiegavano essi nelle loro preghiere al segno di
restare fermamente persuasi che mediante il favore di alcune parole,
sostenute da varie cerimonie bizzarre, essi potevano astrignere la
Divinità ad essere loro propizia. Egli è così che ogn'uno s'immagina di
potere ampliamente ottenere dall'Essere Supremo ciò che domanda
impiegando molti termini sinonimi accompagnati da varie attitudini
diverse, e da clamorose preghiere, che formano la base prima, ed
essenziale di presso che tutte le sette che conosciamo.

(59) Non ostante che gl'Israeliti sieno stati sempre obbligati di
pregare Dio, non pare verosimile che allora quando essi offrivano i
sacrifizj entro il loro antico Tempio venerabile, avessero duopo di
usare di quelle tante interminabili preghiere fisse, e quotidiane che
praticare si veggono da' moderni ebrei nelle loro proprie Sinagoghe. Ma
essi, nulla di meno, sostenuti dal Profeta (Oss. Cap. 14 v. 3) adducono
con intima convenzione ונשלמה פרים שפתינו (unscialemah parim sefatenu)
_Et reddemus vitulos labiorum nostrorum_. Intendendo con tale frase di
potere supplire oggi colle preghiere alla mancanza, ed alle totale
cessazione de' loro antichi sacrifizj; ed eccone precisamente lo norma
che quasi tutto il corpo dell'ebreismo ha conservata sopra un tale
rapporto.

Siccome tutti i giorni offrivasi nel tempio di Gerusalemme due
sacrifizj, cioè, l'uno la mattina, e l'altro la sera, gli ebrei
Talmudisti hanno così stabilito di dovere recitare nelle loro Sinagoghe
la preghiera delle mattina denominata תפילה (Teffilah) quella della sera
che chiamasi מנחה (Minhah) che reputano equivalenti a que' due indicati
sacrifizj oggi soppressi. Ma nella occasione del Sabato, e delle feste
solenni, durante il corso dell'anno, oltre questi due sacrifizj
quotidiani, aggiugnendosene altro nuovo, così gli ebrei in simile giorno
aggiungono parimente altra nuova preghiera che appellasi מוסף (Mussaff)
cioè, _addizione_. E altresì opportuno quì di rimarcare, che oltre le
preghiere testè menzionate, che gli ebrei pretendono, d'accordo, come si
disse, fare equivalere a' sacrifizj annunziati, essi hanno ancora la
preghiera dell'entrare della notte, che stabilirono per ciò che restava
del sacrifizio vespertino, e che chiamano ערבית (Ngharbith).

Ma se Dio avesse aggradite le parole in proferenza delle vittime, non lo
avrebbe egli stesso fatto capire, nel modo appunto ch'esso fece chiaro
per tante volte intendere di volere Olocausti, e non Preghiere in loro
vece, o piuttosto, come chiaro si esprime il Profeta Isaia (_Cap. 58 v.
6 e seq._) nè gli uni nè le altre, ma solo un puro, e retto cuore in
loro luogo? E giacchè altrimenti si presume, non basterebbe egli forse
una sola concisa preghiera in ciascun giorno?

(60) È ben vero che sotto gl'Imperatori Romani gli ebrei avevano
l'amplia facoltà di giudicare pubblicamente secondo le Legge Mosaica
tutte le cause che agitavansi fra di essi, ma per altro questo diritto,
se vuolsi prestare fede ad _Origene_ che vivea in que' tempi, non era
già devoluto a' medesimi che per la mera procedura soltanto delle cause
civili, giacchè le criminali erano di competenza del solo Tribunale
Supremo di Roma (Ved. Orig. _Epist. ad Rom. lib. 6 Cap. 1_ & _Epist ad
Afric. pag. 243._) Se v'ha tutta via de' luoghi ancora ne' quali
dall'autorità Sovrana permesso al corpo degli ebrei che n'è soggetto di
costituire nel suo centro un Tribunale espresso per discutere, o
definire le sole cause civili che si agitano fra gli individui di questa
nazione, ciò, per altro, non segue che nelle Città dove gli ebrei
essendo alquanto numerosi, come Livorno, Roma, Amsterdam, Praga,
Venezia, ed alcune altre, i tribunali ordinarj del paese non potrebbero
supplire ed evaderle tutte con quell'esattezza, e sollecitudine che
richiede la giustizia, per chi vuole cautamente amministrarla. I
respettivi Sovrani dunque di tali Stati concedono di rivestire un certo
dato numero di ebrei i più qualificati per lumi, e per dovizie della
dignità giudiziaria, rimettendo fra le loro mani il deposito di una
parte dell'amministrazione della giustizia; ma questa dignità è
d'altronde così precaria, e circoscritta, che può essere loro tolta, o
surrogata ad ogni momento, e soggetta in qualunque siasi tempo alle
leggi dello Stato, alle quali l'intero corpo della Nazione che vi abita
è per ogni parte sottomesso.

(61) Molti commentatori, fra i quali _Bustorfio_, _Girolamo_ ed il
celebre _Aaron_ caraita (di cui mi riserbo a fare menzione allorchè mi
emergerà di proposito ragionare della setta del caraismo) si fecero ad
opinare che le frequenti ripetizioni che si trovano in gran copia sparse
per tutta la scrittura fossero una conseguenza del genio particolare
proprio della lingua ebraica, la quale attesa la sua naturale semplicità
e concisione suole ripetere d'ordinario le medesime cose or sotto
vocaboli differenti, ed ora sotto identiche frasi. Per altro, tutto che
quest'opinione sia vera in gran parte, io veggo frattanto che _Omero_ è
generalmente imputato del medesimo difetto, siccome lo sono tutti gli
scrittori di quel secolo; ed i critici ritrovano una conformità
perfettamente identica fra la maniera di parlare del poeta Greco, e
quella con cui si esprime il legislatore d'Israel; ed io rimarco
parimenti che _Marziale_ non ha potuto astenersi in qualche luogo de'
suoi epigrammi dal deridere Omero per sola cagione di simile difetto (se
tale potea questo in quell'epoca chiamarsi), dal che si potrebbe
opportunamente inferire non essere già queste reiterazioni soltanto
particolari al genio della lingua ebraica, ma che anche l'idioma del
cantore di Smirne suscettibile fosse del carattere medesimo.

Da sì fatta maniera di esprimere sì di frequente le stesse cose, vari
pensatori trassero argomento d'inferire che Mosè non potea essere
l'autore del Pentateuco, e tanto più questo dubbio prende piede in mente
loro, facendo attenzione alla diversità dello stile che vi s'incontra di
tratto in tratto, ciò che forma una prova in mente loro troppo idonea e
convincente onde fare credere che un medesimo scrittore non può in verun
modo esserne l'autore: alcuni ancora più moderati degli altri ne' loro
giudizi, opinano che per negligenza de' copisti l'ordine delle materie
possa essere stato alterato nel trascriverle dalla primitiva dizione
originale; e di ciò sembrami niente assolutamente più facile poichè
siccome gli antichi scrivevano sopra piccioli viluppi, o fogli separati,
che rotolavansi gli uni sopra gli altri, non avranno forse avuta le
necessaria precauzione di conservare sempre il metodo regolare delle
materie, ed in vece avranno fatto, senza dubbio, delle repliche, laddove
era duopo di sopprimere quelle che già vi erano antecedentemente, e di
elidere le cose inutili, o soverchie.

(62) Per quanto ci narrano le Istorie di tutti i popoli conosciuti, non
vi fu luogo giammai sopra la terra, in cui gli ebrei che lo abitarono
non soggiacessero all'infamia degradante di vedersi contraddistinti dal
resto de' cittadini con certe marche affisse ora nella sommità del
Cappello, ora nella parte la più visibile degli abiti, e le femmine
stesse di questa nazione non ne erano escluse.

Negli stati musulmani poi, ne quali non è appena che un secolo si
contrassegnavano anche i Cristiani, la marca destinata per gli ebrei era
del tutto differente da quella che fissavasi per gli altri, benchè non
molto visibile, e per conseguenza meno avvilente di quella con cui
venivano marcati sotto il cielo apostolico romano; ma una gran parte
degli ebrei, per altro, ben lontana dal riguardarla come tale,
compiacevasene al segno di considerare come pessimi ebrei quelli che
cercavano di ocultarla, o che al prezzo di moneta pervenivano a
conseguirne l'esenzione.

(63) _Nostre Raison_ (dice il celebre D'Argens) _est un don de Dieu, qui
ne saurait nous tromper; c'est un présent qu'il nous a fait pour nous
donner le moyen de le connoître, et de le servir_ _Lett. Juiv. lett.
XXXIII. pag. 81._ infatti se questa sublime ragione, massime nelle cose
dimostrativamente evidenti, ci facesse smarrire dall'ameno sentiero che
conduce alla solida perenne felicità ch'essa promette, ne verrebbe per
illazione che Dio c'ingannerebbe, ciò che non può assolutamente
sostenersi senza il colmo dell'insania, Dio essendo la verità
inalterabile medesima.



                             CAPITOLO IX.

     Dall'origine della Misnah, e del Talmud; ossia della Ghemarah;
                    oggetto, e scopo di entrambe.


I grandi avvenimenti, dice un pensatore inglese, sono per l'ordinario da
gran cause prodotti; ma siccome i filosofi rigettano il più delle volte,
con certe ragioni da essi loro credute valide, ed inoppugnabili, queste
vantate cause misteriose, e soprannaturali immaginate, com'essi opinano,
da un certo numero di antichi ad oggetto di accreditare le loro
stravaganti opinioni colle quali ammaliarono lo spirito del volgo, sì
facile ad illudere e sì malagevole a disingannare, essi avrebbero dovuto
piuttosto cercarne la sorgente nelle antiche massime religionarie, e
studiare con diligenza il carattere genuino di que' soggetti che le
hanno prodotte, diffuse, ed accreditate, onde con più pronta e più
agevole maniera pervenire alla esatta cognizione degli enimmi sacri
generalmente venerati, sì familiari ad essi, e di cui la moltitudine
insensata, si fa depositaria, senza speranze di potere giugnere per niun
mezzo a comprenderli giammai (64).

Tale appunto è l'intima natura delle innumerabili mistiche visioni delle
quali sono inondate le opere di cui entriamo a ragionare, e tale è
precisamente l'indole che ci fecero in ogni senso conoscere avere
quegl'individui che le hanno fino a noi tramandate.

Per altro l'antichità di queste opere, il rispetto illimitato verso gli
estensori d'esse che si ebbe la scaltrezza d'insinuare nell'animo di
quelli sventurati che si avea precedentemente sedotti, il fermo loro
accanimento nel seguitare le une, nel difendere gli altri, la cura
indefessa che fu da quelli presa in ogni tempo ad oggetto di propalarle,
e perpetuarle, come opere provenienti dal Cielo, e dettate dalla stessa
increata mente dell'Essere Supremo: tutto ciò, dico, dovea per necessità
indispensabile impedire loro di credere che quelle opere, in gran parte,
altro non fossero per elleno medesime che un aggregato informe d'idee
bizzarre, scaturite da altrettante immaginazioni travviate, il delirio
particolare delle quali divenne pur troppo in breve spazio di tempo,
come succedere dovea senza scampo, uno smarrimento quasi universale di
tutto un popolo immenso (65); verità che frappoco sarà posta da noi al
chiarore dell'evidenza.

Dal fin quì esposto sembrami rendersi quanto è duopo manifesto che
inferire solo io voglio di quelle opere unicamente che la tradizione
fece pervenire fino e noi, cioè il _Talmud_, ovvero come altri dicono la
_Ghemarah_, e di tutte le parafrasi complicate che la seguono (66), ma
affine di procedere con un ordine metodico, e sicuro in tale utile
ricerca, fa d'uopo avanti d'ogni altra cosa analizzare la sorgente
immediata da cui esso emana, e discendere in seguito a conoscere i
presunti solidi fondamenti su' quali appoggia l'ebreismo quella cieca
macchinale venerazione ch'esso ebbe sempre per riguardo ad un tal libro,
considerandolo come un codice non meno antico, e tanto sacro quanto lo
stesso pentateuco di Mosè (67).

Benchè molti critici sieno fra loro discordi circa lo stabilire il tempo
in cui il Talmud sia stato effettivamente compilato, pure noi lo
fisseremo a 125. anni dopo la devastazione del secondo tempio; tale
essendo l'opinione la più generalmente conosciuta, e adottata.

Il Rabbino _Jeudah_ il quale vivea in que' tempi, e che attesa
l'esemplarità della sua vita era denominato degli ebrei de' suoi tempi
רבנו הקדוש (Rabenu Akadosh) (_nostro maestro il santo_); questo Rabbino,
dico, il quale era eccessivamente dovizioso, ed amico intimo
dell'Imperatore Antonino il Pio, veggendo che la dispersione degli ebrei
avrebbe fatta dimenticare questa legge di bocca, ossia orale, scrisse
tutti i sentimenti, constituzioni, e tradizioni de' Rabbini che lo
avevano preceduto in un grosso corpo di opere, che distinse col nome di
משנה (Misnah) cioè _Ripetizione della legge_ che divise in sei parti; la
1. riguarda l'Agricoltura; la 2. si rivolge a fissare l'epoca in cui
debbono cominciare, e finire il sabato, e le altre feste; la 3. tratta
dei matrimonj, e di tutto ciò che rapportasi alle femmine; la 4. delle
procedure giudiziarie, e delle vertenze che nascono sopra ogni sorta di
affare civile; la 5. ha per iscopo la santità, ovvero i sacrifizj, ed i
principali riti della religione; la 6. finalmente si aggira sulle
purità, e sulle impurità (68). Ma siccome questo libro era per se stesso
molto succinto, e per conseguenza poco intelligibile; un inconveniente
di tale natura ha dato origine a delle forti, e interminabili questioni,
le quali fecero in ultimo risolvere due colti Rabbini abitanti in
Babilonia, l'uno chiamato _Rabenah_, e l'altro _Rabascè_ di riepilogare
tutto ciò che era stato esposto, ed agitato fino a' loro tempi sulla
Misnah, aggiugnendo molte altre osservazioni loro proprie, apotemmi e
detti rimarcabili, fissando la misnah come per testo, e le appendici
accresciute ad essa da' medesimi, come una spiegazione creduta ovvia, e
analoga, dal complesso delle quali essi formarono poscia l'intero corpo
del libro, che denominarono תלמוד בבלי _Talmud Bably_, cioè Talmud
Babilonico, oppure גמרה (Ghemarah) che significa _perfezione_, diviso
così ancora in 6 parti, denominate מסכתות (Massahtoth) _Trattati_; non
tacendo però che alcuni anni avanti un certo Rabbino Johanan di
Gerusalem avea compilata un opera quasi uniforme che chiamò תלמוד ירשלמי
(Talmud Jerusalmi) cioè, _Talmud di Gerusalem_; ma essendo stata questa
ritrovata molto concisa, rapporto alla vastità delle materie sulle quali
si aggirava, ed anche riconosciuto di uno stile alquanto barbaro, e
inusitato, il babilonico gli fu di gran lunga preferito, come più vasto,
più elegante, e più intelligibile.

A questi poi dopo qualche spazio di tempo il Rabbino Salomon, detto
comunemente _Rascì_ (_R. Scelomoh Yarki_) di origine francese, fece un
brevissimo commentario, ed un accademia di vari altri differenti Rabbini
vi aggiunse così pure una certa dose di questioni, che appellarono
תוספות (Tossaffoth) cioè _appendici_, o _addizioni_. E quì opportuno
però di rimarcare che da questo Talmud Babilonico, furono già da gran
tempo elise molte cose, particolarmente i tre trattati compresi ne' sei
de' quali io vengo di parlare, attesochè quelli che concernono le
materie riguardanti l'agricoltura, o le semenze, i sagrifizj, le purità,
e le impurità più non sono attualmente in uso di sorte alcuna presso gli
Israeliti de' secoli recenti.

Questa Ghemarah, e Talmud Babilonico che serve di regola fondamentale
agli ebrei in tutte le loro cerimonie religiose, non meno che in tutti i
loro affari, sia civili, o criminali, è scritto in un linguaggio caldeo
di que' tempi ch'è assai difficile ad intendersi, perchè, al riferire
dei dotti, è molto lontano dalla purità dell'antico terso caldeo che
parlavasi in Babilonia; oltre a ciò quell'opera è piena di confuse
questioni, di storie, o piuttosto di leggende fatte a piacere, che i
semplici decantano per vere, ma per poco discernimento che si abbia,
riesce agevole il comprendere, non solo altro queste non essere che
allegorìe inventate da persone più dedite a sorprendere il lettore, che
ad instruirlo, e che ad altro non tendono in massima, che a rendere gli
ebrei all'eccesso ridicoli in faccia agli altri popoli, ma che si scorge
in esso altresì delle falsità evidenti, massime in ciò che riguarda
l'istoria, la cronologia, e le scienze. Il loro principale scopo, in una
parola, non è ad altro fine rivolto che ad aggravare la mente di un
affluenza incalcolabile di usi, e cerimonie il più delle volte opposte,
ma quasi sempre estranee all'essenzialità della vera legge primitive, la
quale era onninamente aliena da quelle superfluità, o sottigliezze che
formano la base delle odierne instituzioni tradizionali (69).

È ben vero, per altro, che gli ebrei forniti di talenti, e di coltura,
non prestano fede e questi fatti, senza un ben maturo ponderato esame;
ma frattanto la generalità di questa nazione riguarda come un esecrabile
apostasia il dubitare un solo istante della validità delle decisioni
talmudiche, per le quali essa nutre una venerazione tale, come se quelle
fossero esternate dalla bocca dello stesso legislatore Mosè.

Egli è dunque così che queste tradizioni sono divenute sì affluenti
presso i recenti Israeliti, (benchè sopra un tale proposito qualunque
altra nazione non la ceda all'ebrea in verun modo) che tutta l'intera
vita di Mosè non sarebbe stata sufficiente per riceverle da Dio sulla
vetta di Sinai, dove suppongono che le abbia esso apprese durante lo
spazio di 40. giorni di sua non interrotta permanenza sopra quel monte:
ma gli ebrei Talmudisti pretendono di fare tacere ogni oppositore col
loro autorevole assioma הלכה למשה מסיני (Alahah Lemoscè Missinaj)
_Decisione che Mosè ha ricevuta sulla montagna di Sinai_. Ma non veggono
quanto sia fallace una simile asserzione; e quando ancora nascondesse
quella in se medesima qualche ombra di possibilità, l'errore che la
segue in ogni parte, l'inverosimiglianza che l'accompagna, ovunque la
farebbe senza ritegno, ad ogni riguardo allontanare. E ciò che di peggio
io vi scorgo si è che sotto questo nome specioso di tradizione gli ebrei
hanno abbracciato, alla rinfusa, i vaneggiamenti de' loro dottori, come
se Dio stesso glieli avesse loro rivelati sotto l'apparenza d'inspirate
intuizioni, non permettendosi neppure di esaminarli (70), a meno di non
volere cadere nell'eresia de' _Caraiti_ (di cui sarà da noi parlato
difusamente altrove); e se alcuno si facesse a richiedere loro le
fondate ragioni di quelle innumerabili glose rabbiniche, le quali
sembrano allontanarsi onninamente dal genuino testo della legge, essi
non hanno altra risposta a dare, che אמרו חכמנו (Amerù Hahamenu), cioè,
_lo dissero i nostri savi_, aggiugnendo così una fede implicita alle
confuse interminabili discussioni dei loro talmudisti, nella guisa che
procedevano appunto i discepoli di _Pitagora_, quando erano interrogati
sopra qualche assunto alquanto difficile e risolversi: _egli lo ha
detto_, era per quelli lo soluzione la più positiva, ed inconcussa di
qualunque siasi arduo problema. (71).

Tale è propriamente l'origine e lo scopo di quel tanto decantato codice,
sì profondamente venerato dall'intero giudaismo, distinto generalmente
col nome di _Talmud_, le affluenti frivole questioni delle quali è
quest'opera immensa per ogni parte ripiena, non solo sdegnarono per
tante volte i filosofi saggi, ed illuminati fino a rigettarne le
massime, e a deriderlo; ma quale appunto lo fu in seguito l'apocalisse
per rapporto al cristianesimo, non servì quello che d'un arma offensiva
della quale usarono i nemici d'Israel, in ogni tempo, per attaccarlo,
anche nelle sue massime più essenziali, e orribilmente infierire contro
di esso (72).

Infatti cosa potevano mai pensare gli antichi filosofi Greci, Arabi, e
Romani, osservando agitare delle lunghe, e pertinaci discussioni per
giugnere a diffinire se sia permesso in giorno di sabato cavalcare un
asino per condurlo a bere, oppure se debba tenersi per la cavezza? se si
possa in tale giorno camminare sopra un terreno seminato da poco tempo,
per non incorrere nell'inconveniente di calpestare, o portare via,
qualche granello di semenza co' piedi, ed essere quindi obbligati a
seminario di nuovo, ciò che in sabato non lice? se sia permesso, in quel
giorno medesimo scrivere tante lettere, o parole capaci a formare
unitamente un discreto paragrafo completo? se debba pure permettersi di
mangiare un uovo nato, o prodotto entro quel medesimo giorno ec.? E di
quanti altri sì fatti scrupoli bizzarri, e paradossali non sono ripieni
ovunque il Talmud con tutti i suoi differenti commentarj per rapporto
alla pasqua delle azzime, ed alla purificazione del vecchio fermento
lievitato nelle case? Vi si fa un lunghissimo trattato per decidere se
mirando passare un sorcio in qualche parte della casa con una mollica
tenuissima di pane in bocca, dopo fattovi lo sgombro generale, debbasi
ricominciare con nuove rigorose indagini le purificazione di detta casa;
se si possa cucinare i cibi destinati per uso della pasqua, delle azzime
col residuo dei carboni serviti ad abbruciare il vecchio pane
fermentato, ed altre simili mostruose questioni che opportunamente mi
emergerà di riportare (A) le quali non solo allontanavano gli ebrei
dalla vera inalterabile osservanza delle sacre instituzioni mosaiche, ma
gli rendevano altresì rozzi, ignoranti, e spregevoli all'eccesso in
faccia di tutti gli altri popoli del mondo, ed in particolare i Greci,
ed i Romani i quali vedevano sensibilmente la discrepanza, rimarcabile
che potea con fondata, ragione assegnarsi fra le loro classiche scuole;
e gli assunti utili, e rilevanti che vi si trattavano, e quelle de'
talmudisti, e le loro stravaganti; e prolisse controversie; ma passiamo
a rendere, più dimostrativamente sensibili queste verità sublimi, e
interessanti.

(64) L'accidia, e l'indolenza, vizj sì ordinari alla massima parte degli
uomini sono, al parere di un dotto moderno, molto confluenti ad
alimentare i progressi poco vantaggiosi della tradizione. L'uomo,
generalmente parlando, è per indole sua più proclive a credere
macchinalmente una cosa che gli si assicura vera, di ciò che inducasi ad
affaticarsi con un esame lungo, e costante, e con uno studio assiduo e
penoso, ritrovando molto più agevole di seguitare con una stupida
quiescenza il corso delle cose già conosciute, ed usitate, che di
analizzarne l'origine, o sormontare fino alla primitiva sorgente dalla
quale si fanno quelle scaturire; così è che la generalità delle persone
lasciasi trascinare dal torrente impetuoso degli assurdi dominanti, e
finisce in ultimo col precipitare miseramente nel baratro immenso di
tutti i più orridi smarrimenti, dietro l'esempio fatale di quelli
(stupidi senza dubbio al pari di esso) che lo hanno preceduto, chiunque,
per tanto, vuole sanare di sì fatta deplorabile cecità, dee seguitare
con una cauta fermezza il precetto salutare di Seneca il filosofo, non
curare i giudizj del volgo, e sfuggirne la relazione: _Unusquisque
mavult credere quam judicare: nunquam de vita judicatur, semper
creditur, versatque nos et præcipitat traditus per manus error,
alienisque perimus exemplis: Sanabimur si modo separemur a cœtu._ _Sen.
de vita beata Cap. 1._

(65) È ne' tempi calamitosi di smarrimento, e d'imbecillità, dice un
illuminato filosofo moderno (_Philosoph. du bon sens Tom. 1 Réfl. 1. §
IX. pag. 94._) che la massima parte delle tradizioni che fanno fremere
le persone dotate di acume, e di talenti, ha presa la primitiva
sorgente, e benchè i nostri progenitori abbiano voluto dare a queste un
antichità più insigne di quella che si può elleno fondatamente
attribuire, non è frattanto che alla loro arbitraria ignoranza, ed alla
smodata credulità de' medesimi che noi ne siamo interamente debitori;
essi sono stati pur troppo la vittima sciagurata degl'impostori loro
contemporanei, e noi saremmo la loro, se non tentassimo di scuotere il
giogo lacerante che dessi vollero imporre alla nostra ragione, dopo di
averla per tante vie sedotta, illaqueata, e renduta quasi affatto
impotente di riuscirvi.

(66) Tanto la _Misnah_, della quale noi entriamo bentosto a ragionare,
quanto il _Talmud_, ossia la _Ghemarah_ che serve alla medesima di
commento, e di cui mi riserbo a ragionare opportunamente in seguito,
altro infatti non sono che un ammasso complicato, e assai diffuso di
decisioni sopra un infinito numero di casi di coscienza, che nascono di
frequente sulla pratica de' riti, e delle cerimonie, nella massima parte
rabiniche, per le cui osservanza fu più volte rimarcato da' critici che
l'ardore del popolo ebreo tiene certamente del prodigioso.

(67) Il celebre Maimonide nella sua prefazione alla di lui opera (Yad
Hazakah _mano forte_) dice che Mosè avanti la sua morte scrisse di
proprio suo pugno tanti esemplari del codice delle sua legge, quante
erano le tribù d'Israel, distribuendone una per ciascuna di esse, e
deponendo un altro simile nell'arca detta di alleanza; e che desse,
aggiugne lo stesso Autore, comunicò in seguito di viva voce al sinedrio
del suo tempo l'interpretazione di questa medesima legge, quale
interpretazione ch'egli sostiene comunicata da Dio a Mosè direttamente
sulla vetta di Sinaj, fu poscia insegnata dopo la morte di esso agli
antichi seniori da Gesuè suo successore, e luce del popolo d'Israel
(_vedi_ _Pirkè avoth cap. 4_) e che quelli che gli succederono, in
qualità di capi, e Sanhedrim fecero lo stesso al riguardo degli altri
più recenti che ne accrebbero il numero all'eccesso fino a _R. Jeudah il
santo_, che tutte le raccolse, conferì loro il metodo di cui mancavano,
e le mise il primo per iscritto.

(68) È opportuno quì di avvertire che ognuno di questi ordini, o regole
è parimente suddiviso in molti libri, o trattati differenti, che noi non
faremo in questo luogo che accennare di slancio, riguardando come opera
lunghissima, e penosa il riportarla tutta per intero, potendosene
agevolmente osservare il dettaglio in _Bustorfio_ (_Recens. Oper.
Thalmud._) Per esempio, quello delle semenze, o dell'agricoltura
contiene undici trattati; il 2. è diviso in dodici libri, il 3. ne
comprende sette, il 4. dieci, il 5. undici; il 6. finalmente racchiude
dodici libri. Il Talmud ha così pure sei ordini, i quali sono divisi in
sessanta tre libri, e questi libri vengono ancora suddivisi in cinque
cento, e venti quattro capitoli, de' quali si compone l'intero corpo
immenso di quest'opera.

(69) Oltre le numerose prescrizioni di tante speci differenti che sono
comprese in questo Talmud, ed alle quali tutti gli ebrei sono obbligati
di sottomettersi ciecamente, senza riserva, essi hanno certi usi che
differiscono, secondo le varie posizioni dove si trovano; essi chiamano
questi usi locali מנהגים (_minhaghim_) costumanze; e per meglio
ritenerli vi fu per sino chi ne ha così pure composti de' libri
particolari: si può inoltre chiaramente rimarcarli leggendo i libri di
preghiere che sono in uso fra gli ebrei, e ne' quali avvi qualche tenue
diversità sia per l'ordine, sia per le cose, giacchè il metodo seguito
dagli ebrei italiani, polacchi, ed orientali nell'esercizio di tali
preghiere, è alquanto differente da quello praticato dagli ebrei di
origine spagnuola o portoghese.

I Rabbini scrissero così pure sopra questo medesimo soggetto
un'altr'opera che ha per titolo דינים (_Dinim_) _giudizj_, che si
possono quasi ridurre alle costumanze, per che gli ebrei variano in ciò;
e questi Dinim non contengono che delle ragioni probabili perchè si
debba fare una cerimonia piuttosto d'una maniera, che di un altra.

(70) I partigiani della tradizione sostenuti da' ministri di questa non
cessano di ripeterci che i motivi della fede, come le picciole ali date
a Mercurio, sono troppo deboli per sostenerla; ciò che ha indotto forse
il _Mallebranche_ ad opinare, che _pour être philosophe il faut voir
évidemment; et pour être fidèle il faut croire aveuglément_ _Rech. de la
ver. Tom. II. pag. 168_. Peraltro Mallebranche quì non s'accorge che del
suo fedele, esso forma un imbecille, poichè in che mai consiste
l'imbecillità? a credere senza un motivo plausibile sufficiente per
credere: _tout homme_ (come giustamente lo riflette un dotto scrittore
moderno) _qui se vante d'une foi aveugle et d'une croyance sur oui dire,
est donc un homme enorgueilli de sa sottise_. _Elvet. de l'hom. Tom.
III. pag. 89._

(71) Del resto benchè gli ebrei nutrino uno zelo straordinario per le
tradizioni ch'essi pretendono di avere gradatamente ricevute da' loro
più lontani progenitori, come si disse, e che difendono con pertinace
accanimento, essi non hanno potuto giammai, ciò non pertanto, convenire
fra di loro degli autori da' quali gli hanno i medesimi realmente
ricevute, ciò che riesce molto agevole a provarlo, unendo insieme i
libri che ne hanno trattato diffusamente di proposito, come sarebbero,
per esempio, i commentari che sono stati fatti sul trattato che ha per
titolo (Pirkè Avoth) _I Capitoli de' padri_. L'illuminato _Abravanel_
(nella sua prefazione all'opera che ha per titolo (Nahaloth Avoth) cioè,
_Retaggio de' padri_, ha usato di ogni suo sforzo per giustificare
questa pretesa non interrotta tradizione, ma inutilmente, _A. Iosef
Hajon_, e_ David Gantz_ l'Autore del _Iuhasim_, ovvero _il libro delle
famiglie_, e tanti altri che hanno agitate simili questioni non ci sono
meglio riusciti. Ciò, per altro, sopra di cui tutti i rabbini sono
concordi si è che dopo Jesuè successore di Mosè, fino a Jeudah il santo,
che raccolse tutte le tradizioni, come osservammo, e le mise il primo
per iscritto, vi ha parimente una classe di antichi, la quale ricevè in
origine da Jesuè l'interpretazione della legge, indi a questi successero
i profeti di cui Samuel è stato il primo; e dopo i Profeti ebbe luogo la
grande assemblea, o sinagoga che si tenne sotto _Esdra_. Il dotto _R.
Mosè da Cotsì_ (nel suo gran libro de' _comandamenti della legge
Mosaica_) ad oggetto di unire questa catena immensa di tradizioni, e
dimostrare ad un tempo medesimo che dessa non era stata interrotta
giammai durante la cattività degli ebrei nella Babilonia produce certi
illustri soggetti della tribù di Judah; e di quella di Beniamino che
furono condotti cattivi in Babilonia, ed assicura inoltre che dessi vi
stabilirono la celebre accademia di _Nahardea_ sull'Eufrate, la quale vi
fu in seguito conservata del pari che le tradizione, che venne poscia
insegnata a quegli ebrei che ritornarono da Babilonia in Gerusalem con
Zorobabel, ed Esdra, dove si stabili così pure un accademia ad
imitazione di quella di Babilonia, che non lasciò perciò di sussistere
ancora perchè tutto il corpo degli Israeliti non ritornò già interamente
in Gerusalem. Finalmente questa tradizione fu conservata pure dopo
Esdra, il quale era capo dell'assemblea che si nomina la _grande_ fino
a' tempi del più volte riportato R. Jeudah il santo che tutte le
raccolse, come accennammo.

(72) Quelli che con asprezza maggiore vollero tenacemente infierire
contro i principj che servono di base al cristianesimo, si prevalsero di
quelle tante predizioni che l'apocalisse di Giovanni ci rappresenta come
infallibili, e molto prossime a succedere, e che realizzare frattanto
mai non si videro, che non si disse intorno a quella nuova Gerusalem di
mille anni di cui è fatta menzione nel Cap. 21? La sua forma dovea
essere quadrata, la sua lunghezza larghezza, e sommità dovevano essere
di dodici mila stadi (500 leghe di francia) per conseguenza le case
dovevano avere così pure 500 leghe di ertezza: se così è dovea riuscire
di non poco incomodo per coloro a' quali fosse toccato di abitare
l'ultimo piano: e quella enorme bestia simbolica di sette teste, e dieci
corna col pelo di leopardo, i piedi dell'orso, l'esofago del leone, la
forza del drago; ebb'essa un successo migliore della prima? e la caduta
delle stelle dal Cielo sulla terra, e che col contatto che quelle fecero
col sole, e colla luna il loro passaggio restarono entrambe oscurate
nelle tre parti? E quel sì fatto libro che l'Angelo fece mangiare
all'Autore dell'apocalisse, qual libro riusciva dolce nel palato, e
amaro nello stomaco? se riflettiamo alla stravaganza di sì fatte
predizioni non dovremo certamente più stupirci, se i numerosi commentarj
fatti sopra di esse parvero consolidare le invettive che furono sovente
lanciate contro l'apocalisse, ed aggiugnere efficaci motivi agli
avversari di esso onde riguardarlo come apocrifo, e mendace.

(A) (_Ved. Ghem. Tratt. Sciab. et Pesah. fol. 6 7 8._)



                             CAPITOLO X.

  Le glose moltiplici, e le diffuse parafrasi aggiunte da' Rabbini al
codice Mosaico, non solo ne adombrarono la primitiva purità edificante,
     ma oltremodo gravosa, ed opprimente ne resero l'osservanza.


È cosa renduta omai troppo evidente, al detto universale de' filosofi,
che una causa non produce mai il suo analogo effetto, se non se allora
quando essa non è interrotta, nel progresso della di lei azione, da
altre cause più forti, e più insistenti, che per allora indeboliscono
l'azione della prima, e la rendono inutile: è ben vero pur troppo
rendersi presso che impossibile assolutamente di fare adottare de' sani,
de' metodici, degli utili principj ad uomini eccessivamente inveterati
negli assurdi prevenuti in favore de' medesimi, che ricusano di
riflettere, e quali nuovi etiopi schivano la luce, e inclinano a vivere
sepolti nelle tenebre; ma comunque siasi è d'altronde oltremodo
necessario che la verità disinganni le anime illibate proclive alla
ragione che la ricercano di buona fede, guidati dal commendevole disegno
di ritrovarla (73). La verità è una causa; essa produce direttamente il
suo effetto analogo allora quando la sua impulsione non è in verun modo
nè alterata, nè intercetta da ostacoli che sospendino il corso regolare
de' suoi effetti. Una prova infallibile di tutto quanto sostenghiamo si
è, che la causa dalla quale partiva il culto che i posteri di Abramo
hanno per molti secoli conosciuto, e praticato non potea essere più
ragionevole, ne più giusta, nè migliore, e gli effetti omogenei che
risultare si videro per lunga serie di anni chiaro ad evidenza lo
dimostrano: ma l'errore funesto che baldanzoso fecesi avanti a
soggiogare il cuore umano, indebolì enormemente l'azione salutare della
prima, ne tenne allora le sole veci, ne formò l'unico scopo, e la rese
come affatto inutile per l'Israelita de' secoli a noi più vicini, o
almeno come accessoria a' di lui urgenti bisogni.

Infatti come mai accordare un ammasso spaventevole di chimere, di usi
insensati, e di fanatici esercizj che ripugnano il buon senso, colla
pretta religione che dee essere guidata dalla sola verità, e formare il
più grato alimento di ogni anima sensibile, di ogni cuore ingenuo, e
riconoscente? Le pratiche superstiziose sono alla religione, dice un
dotto scrittore moderno, ciò che i germogli inutili sono a' vegetabili;
essi ne corrodono lo spirito, e il suco, lasciano il tronco scevro di
umore prolifico, e l'impediscono di pullulare alcun frutto; le
moltiplici differenti credenze che dividono il mondo ci fanno
sensibilmente conoscere che quelle appunto le quali sono le più
aggravate di cerimonie superstiziose, o di riti stravaganti sono
regolarmente le meno praticate con quella integrità, ed esattezza che
richiedono, nè si veggono mantenute giammai nell'essenziale (74). Un
ebreo talmudista, un cattolico romano trasgrediranno i comandamenti
dell'Essere Supremo dieci volte il giorno, e sembra, ch'essi riserbino
entrambi tutta la loro più austera devozione, il primo ad alcune
pratiche ridicole del sabato, o della pasqua, e l'altro all'uso
stravagante delle vigilie, o della confessione; ve n'ha fra quelli chi
commetterà tranquillamente una frode, un adulterio, e che non si indurrà
giammai a bere il vino premuto da un goi, nè vorrà in alcuna guisa
tagliare il pane col coltello di costui (75): siccome avvene parimente
fra questi chi non si farà il minimo scrupolo di rubare, di commettere
delle infamie, ed anche, degli attentati i più crudeli, mentre non
vorrebbe perdere la benedizione del prete, o la messa di un solo
giorno (76).

Tale è il destino di quelle religioni che impongono un giogo
insopportabile, ed un ammasso enorme di pratiche futili; esse cadono
nell'inconveniente pernicioso di doversi mancare nell'essenziale, e di
non essere osservate ne' punti, che più sarebbe urgente di conoscere, e
mantenere, intanto che quelli che sono per loro stessi indifferenti si
mirano difendere coll'entusiasmo il più fervido, e il più deciso. Ma
l'uomo nato con una intelligenza libera, e con un declivio che lo porta
a conservarla tale; spezza finalmente quelle truci catene che tentano a
renderla illaqueata, togliendo ad essa, per tante parti, l'uso
commendevole per cui il Supremo Creatore l'avea in origine destinata.

Un disordine cotanto pregiudicevole noi lo dobbiamo senza contrasto
all'enorme affluenza di glose, commenti e tradizioni aggiunte al codice
antico specialmente sul quale era basato il culto primitivo che il
popolo ebreo ha un tempo esercitato col più felice successo, e laddove
questo, già di soverchio aggravante, per se stesso, rendeva spossate le
forze per sostenerlo, quelle le opprimono interamente, e le annientano,
senza avere giammai sortito il loro intento, e con massimo scapito
irreparabile dell'umana ragione.

E quale mai sarebbe lo stupore de' Patriarchi de' Mosè, de' Jesuè, de'
David, de' Salomon, e de' Profeti se attualmente risorgessero fra i
viventi, e che potessero trasferirsi in tutti gli angoli della terra
dove la prosapia d'Israel è a' tempi nostri diramata, senza però essere
prevenuti delle strane peripezie alle quali fu essa per tante volte
soggetta, dal secolo in cui essi vissero fino all'età nostra? Questi
sani credenti opinerebbero, senza dubbio, di ritrovare tutta via intatto
sulla terra l'eccelso culto da essi un tempo conosciuto, e praticato, e
lo vedrebbero involto dal fosco velo di parafrasi diffuse, oscure, ed
annojanti; alle semplici, e nitide verità sulle quali reggevesi
fondatamente la loro pretta credenza essi vi troverebbero surrogate le
visioni deplorabili, e le mistiche allegorie di certi uomini proclivi a
controvertere ogni minimo punto contestato; in vece dei limpidi
sacrificatori che estolleveno le glorie dell'Eterno, ed offrivano le
vittime al venerabile altare della verità, per espiazione de' falli che
commessi erano dal Popolo, essi vedrebbero una caterva insana di
sedicenti כהנים (_Cohanim_) _Sacerdoti_, senza meriti, e senza causa
baldanzosi pretendere al grado, vantare i requisiti, ed imitare, in gran
parte, le ingerenze che unicamente erano imposte, per divino comando,
alla sola prosapia di Aaron (77); se ricercassero di visitare il loro
בית המדרש (_Beth Amedrash_) _casa d'interpretazione_ (78) vi si
farebbero spettatori delle questioni le più insulse non solo, ma le più
detestabili per diffinire se con fiaccola di sego, di cera, ovvero di
olio debbasi accendere il lampadario del sabato (79), se l'anima di
Adamo passasse nella spoglia corruttibile di Seth, e da questa entro il
Corpo di Mosè; se David sarebbe nato un aborto senza il dono gratuito di
anni settanta fatto ad esso dal primo ente ragionevole creato (80); Se
Dio si pentisse di avere distrutto Gerusalemme; se egli se ne
attristasse, in che passa egli il suo tempo, ed altre inezie simili, ed
esecrabili bestemmie (81); se informare si volessero de' progressi
luminosi che la religione del popolo d'Israel ha fatti da 1600 anni a
questa parte, loro si mostrerebbe il codice mosaico trasformato in un
ammasso enorme di pratiche, di usi, e di cerimonie, tanto stranamente
ridicole per essi, quanto riescono all'eccesso tiranniche, insoffribili
per noi; essi vi scorgerebbero imposte nuove instituzioni, nuovi digiuni
comandati, nuovi cibi vietati, altre lunghissime devote rassodie; e
reiterate jaculatorie prescritte che erano del tutto sconosciute nei
tempi andati (82); se la loro curiosità gli eccitasse finalmente ad
investigare gli avanzamenti solidi, e proficui, che il popolo d'Israel
fece, dopo un epoca immemorabile, nelle arti, nelle scienze, e nei
costumi, loro si porrebbe da una parte sotto gli occhi uno sciame
spregievole di sordidi, ed insensibili usuraj ontosamente impinguati
colla desolazione del prossimo (ved. l'annot. anteced. 37.) alcuni
chirurgi, pochi medici, molti commercianti, e niun artefice; mirare si
farebbe loro dall'altra l'espresso divieto dello studio delle scienze
(nomate follemente profane) sotto comminatorie fulminanti di eterna
dannazione contro di colui che avesse osato applicarvisi, o farne
pubblico esercizio (83); e convincersi, per ultimo, essi dovrebbero più
oltre che i costumi vanno fra noi al graduato livello dell'ignoranza,
prescritta come utile, e necessaria all'eterna salute del popolo
d'Israel (84).

Ecco l'abominevole confronto che risultare per ogni parte vedrebbero
quegli uomini benemeriti dell'Israelismo fra la pura inalterata credenza
professata un giorno da' medesimi, e le moltiplici ributtanti cerimonie,
che sotto l'imponente viluppo di religione praticare osserverebbero fra
noi.

Insensati! Essi tutti d'accordo esclamerebbero fremendo, se la religione
si crede (com'essa è, senza alcun dubbio) necessaria oltremodo a tutti
gli uomini, non è egli forse innegabile che le medesima debba essere
intelligibile per tutti? Essendo essa, (come ogni sano filosofo ne
conviene pienamente di buon grado) l'oggetto il più importante, e il più
indispensabile per la specie umana, l'eterna volontà dell'Essere Supremo
esigere non dee ch'ella sia per tutti coloro che ne fanno parte, la cosa
la più semplice, la più concisa, la più chiara, e la più dimostrata per
ogni ente ragionevole (85)? Non rendesi all'eccesso deplorabile il
vedere che questo assunto sì oltremodo urgente alla salute dei mortali,
sia precisamente quello che essi intendono il meno, e sul quale dopo
tanti secoli hanno quelli sempre disputato accanitamente senza divenire
giammai migliori, nè farne in alcun tempo resultare de' sensibili
vantaggj, che tranquillizzino lo spirito de' medesimi, e facciano loro
espressamente conoscere il retto sentiere che può con sicurezza
condurgli a quella solida felicità imperturbabile che dalla sola
incontaminata religione unicamente riconoscere possiamo (86)? Sembra,
pur troppo, che a questo essenzialissimo punto decisivo a noi pervenire
giammai non sia permesso.

(73) _Quiconque vent s'appliquer à la recherche de la vérité_ (dice il
dotto Autore de la _Philosoph. du bon sens Tom. I. § III. Pag. 3._)
_doit éviter de prendre des principes qui puissent l'éloigner pour
toujours du bon chemin_. È per altro una cosa strana di vedere l'uomo
avido bramare l'acquisto della verità, e schivare ad un tempo la
presenza quando ella si offre all'occhio intellettuale della sua mente;
il suo splendore sembra offuscarlo, attonito pare che lo renda il suo
sembiante ed infierire ancora lo veggiamo sovente contro di colui che
glie la presenta o gliene addita il sentiere; _veritas odium parit_, è
ormai trito quanto verificato proverbio; infatti dicasi ad un uomo
qualche verità, sebbene utile per lui, ma offensiva in qualche modo al
suo amor proprio, esso la riguarda come un ingiuria e tenta di ogni
mezzo per vendicarla; e qual è mai quel settario che non riguardi con
occhio irascibile, o di positivo disprezzo colui che azzardasse di
correggere i suoi travviamenti proponendogli di sostituire alle sue
inveterate menzogne tradizionali le verità sane, religiose, ed
instruttive? E nell'uno, e nell'altro caso non abbiamo che rivolgerci
ovunque per essere colpiti ad ogni tratto da ripetuti percuotenti
esempi, efficaci a consolidare tutto ciò che di proposto asseriamo.

(74) I fanatici per la religione, della quale si dicono osservanti,
lungi dall'essere il sostegno fondamentale e permanente delle sue
massime, non ne sono che il perpetuo flagello, e i disruttori; sempre
indifferenti alle azioni oneste, essi reputansi virtuosi non già sopra
quello ch'essi fanno, ma relativamente a ciò ci essi credono; la
credulità macchinale degli uomini è secondo il torpido giudizio de'
medesimi l'unica giusta misura della stessa loro probità: _Les hommes
ignorants_ (dice un illuminato pensatore moderno) _ne jugent les
opinions des autres que par la conformité qu'elles ont avec les leurs:
ainsi ne persuade-t-on jamais les sots qui avec des sottises._ Quindi è
che un uomo dotato di lumi, e di talenti il quale abomini di secondare
le loro pratiche insensate, e i loro smarrimenti perviene difficilmente
a godere presso di quelli la riputazione di individuo integerrimo, e
probo. Infatti quante volte si ode ripetere dalla bocca di questi
miserabili automati: _oh! sarebbe pure un onest'uomo il ... Se
mortificasse al suo corpo con digiuni frequenti; se recitasse a gola
spiegata le consuete leggende quotidiane, ed altre ancora, se non si
nutrisse di altri cibi che di quelli preparati da' suoi correligionarj,
se confessasse di continuo le sue colpe e i suoi pensieri all'orecchio
di un altr'uomo, se osservasse le astinenze delle vigilie; se non ....._
ma io più non finirei allorchè riportare dovessi tutti que' se
condizionali che questi esseri abrutiti opporrebbero alla stessa probità
esemplare di un _Baile_, d'un _D'Argens_, d'un _Montesquieu_, d'un
_Rousseau_, d'un _Mirabaud_, d'un _Elvezio_, d'un _Mendelshon_, de'
quali dovrà il mondo in ogni secolo piagnerne la perdita fatale,
malgrado che ignote fossero loro interamente quelle mostruose cerimonie
senza l'esercizio delle quali non si può in mente de' fanatici essere
onest'uomo. Impostori! forsennati! Non potrassi dunque essere onest'uomo
senza essere imbecille! Ma v'ha egli mai sopra la terra uomini più
reprobi, esseri più perniciosi di voi, che ne siete scrupolosi
osservatori fino al delirio? Mi si accenni di grazia quale è mai
quell'azione criminosa della quale non vi rendiate voi stessi o
colpevoli, o correi e danno irreparabile de' vostri propri simili? voi
odiate, senza riserva, chiunque non vi assomiglia, voi perseguitate
accanitamente quegli uomini dotati di criterio bastante per conoscervi,
e di talento efficace a smascherarvi, voi siete ambiziosi, ignoranti, e
ingannatori, ed a molti fra voi altro forse non manca per essere gran
scelerati che il coraggio, ed i talenti; ma tutto che sempre vili, ed
abrutiti nell'ignoranza, e nella superstizione non lasciate però di
essere al maggior grado protervi, e sempre funesti alla società, voi
inferocite, senza ritegno, contro chiunque tentasse d'illuminare la sua
specie costretta violentemente a prostrarsi davanti le vostre orride
follìe, come alla presenza de' _Cocodrilli sacri_ di Memfi.

(75) La superstizione degli ebrei talmudisti va fino ad un eccesso tale
in questa parte, che ve n'ha pure anche di quelli i quali non solo
resterebbero astemj tutta la loro vita piuttosto di bere il vino che non
fosse premuto da altri ebrei simili ad essi; ma se questo liquore così
manipolato, che chiamano כשר (Kascer) cioè, _ottimo_, o squisito, fosse,
per accidente rimosso da qualche גוי goy, (sotto tal nome comprendendo
tutti quelli che non sono circoncisi, o che non professano il giudaismo)
essi lo credono contaminato, e se ne astengono del pari, come se non
fosse in origine pestato dall'ebreo. Lo stesso principio superstizioso
nutrono i medesimi per rapporto a qualunque siasi vivanda preparata da
individuo non ebreo; essi non se ne ciberebbero quando ancora dovessero
soccombere all'inedia, ed al languore, ed alla morte stessa; ma di ciò
ragioneremo più diffusamente altrove; solo basti quì di sapere intanto
che gli ebrei moderni pare che abbiano rinunziato attualmente al
pregiudizio ridicolo del primo, ma essi restano altrettanto attaccati
ancora al mantenimento del secondo col più scrupoloso rigore.

(76) Tutti gli attentati esecrabili commessi religiosamente da' perfidi
_Ravaillac_, _Damiens_, _Malacrida_, e _Giacomo Clemente_ di cui ci
fanno inorridire le Istorie, furono senza dubbio, preceduti, o
accompagnati da quelle stesse benedizioni, e cerimonie colle quali si
mirarono altre volte consacrate la _S. Bartolomeo_, i _Vespri
Siciliani_, i _Regicidj_ orribili, ed i più atroci misfatti; ed io già
dimostrai di proposito altrove (Ved. le Annot. 88, e 122 del T. II delle
_Notti Campes._) che non v'ha perfidia, o intrigo di cui questa classe
inutile al mondo non abbia, in ogni tempo renduto complice un Dio, nè
azione proditoria che non venga in nome suo filtrato dal vaglio
pernicioso della sua _fraterna_ iniquità.

(77) Molti ebrei ritengono male a proposito anche oggi il nome di
_Cohanim_, o sacrificatori, benchè le loro ispezioni in tale qualità
sieno intieramente cessate, non esistendo più a' tempi odierni, nè
tempio, nè altare, nè olocausti da offrirvici, così il vocabolo כהן
(cohen) più non è a' nostri giorni che un mero titolo supposto decoroso,
e non già un grado di vero sacrificatore, quale era esso ne' tempi
andati: ma non per tanto quelli che si fanno attualmente distinguere con
simile attributo sono all'eccesso scrupolosi nell'osservanza di que'
riti medesimi, che erano altre volte comandati a quelli che discendevano
dalla schiatta d'Aaron, colla differenza però che quelli conoscevano un
capo uffiziatore כהן גדול (cohen gadol) _Sommo Sacerdote_, che i recenti
non hanno; ma del resto tanto perciò che riguarda la purificazione per i
morti, quanto relativamente al riscatto de' primogeniti maschi un mese
dopo la loro nascita, siccome ancora per quello che rapportarsi alla
primazia che pretendono questi sostenere sul resto del popolo, in mille
ridicole cerimonie religiose, che non giova quì annoverare, i nostri
Cohanim sono le perfette Scimmie degli antichi sacrificatori, a' quali
non s'indurrebbero giammai a verun prezzo a cedere di buon grado.

(78) Queste dette altrimenti תלמוד תורה (Talmud Torah) _Instruzione
della Legge_, erano i luoghi dove s'insegnava, o spiegavasi la Legge co'
Commentarj de' Rabbini. Varie furono le Accademie di tal fatta che
gl'Israeliti eressero in diverse parti della Giudea, o altrove dopo la
distruzione del secondo tempio, ma la più ragguardevole di queste fu, al
parere de' dotti, quella stabilita in _Tiberiade_; egli è là che
insegnarono i più gran Maestri che gli ebrei venerano attualmente
_Jehudah il Santo_ (l'Autore della Misnah) _Rab. Haninah_, _Rab.
Jonathan_. È là precisamente che si compose la Misnah, e il Talmud;
finalmente si pretende da varj Autori che i Massoreti, ossia quelli che
hanno punteggiata la Bibbia insegnarono in Tiberiade. Molte altre ancora
furono erette in quelle parti dell'Oriente nelle quali gli ebrei fecero
una lunga permanenza. Essi vi installarono così pure ne' tempi a noi più
recenti alcune altre Accademie di tal fatta in Francia allorchè vi si
rifugiarono. _Beniamin di Toledo_ parla di quella di _Beaucaire_, alla
testa della quale e _Abraham Ben David_ che nutriva i suoi Scolari
quando erano bisognosi, e loro somministrava il vestiario quando ne
erano mancanti (Ved. _Ben. de Tol. Iter._)

(79) In qualunque parte di mondo dove gli ebrei hanno il domicilio
trovasi costantemente praticato questo costume, senza che alcuno
frattanto sappia rendere convincente ragione della stretta osservanza
con cui quello mirasi ovunque usato, e mantenuto. Questo dunque consiste
in un lampadario più, o meno grande, che gli ebrei tengono appeso al
palco di un salotto, ed in linea perpendicolare al centro della mensa
preparatavi per mangiare; non avvi casa, purché abitata da ebrei, di
qualunque ceto, o condizione ch'essi siano, dove non si scorga
quell'arnese nella foggia medesima che accennammo. Questo sacro
lampadario (così chiamato per l'uso a cui si fa servire) viene acceso
intieramente nel tramontare del sole di ogni venerdì, non meno che
nell'imbrunire di tutte le vigilie delle feste solenni comandate dal
Pentateuco: le sole donne maritate sogliono incaricarsi generalmente di
sì fatto ministero; esse nell'istante di eseguirlo, recitano una
benedizione compilata espressamente per quest'oggetto, e vi attaccano
un'efficacia tale, che non vi è femmina ebrea la quale non creda
fermamente di essere esente da' pericoli del parto, da contagiose
malattie, e dalle sofferenze laceranti dell'Inferno, osservando
rigorosamente le tre prescrizioni ch'elleno impongono i rabbini, una
delle quali si è quella di accendere il lampadario del sabato.

(80) Alcuni Rabbini asseriscono che Adamo, mediante la vastissima
scienza universale che gli attribuiscono infusagli prodigiosamente dal
di lui maestro, e custode _Raziel_ (di cui sarà da noi parlato altrove)
antiveggendo che alcuni secoli dopo di esso dovea nascere dalla prosapia
di Giuda un certo individuo che sarebbe nominato _David_; ma che in
forza degli alti impenetrabili arcani esso avrebbe dovuto essere nato un
aborto, e che d'altronde se si fosse prodotto nel mondo suscettibile di
lunga vita, avrebbe il medesimo formato il decoro del popolo d'Israel, e
sarebbe stato molto bene affetto all'Essere Supremo; prevedendo Adamo
dunque tale sciagura, e cercando la maniera di ripararla, aggiungono i
Rabbini, che supplicasse fervidamente la Divina Misericordia, onde
volesse togliere del lungo corso di sua vita (che prevedeva dovere
ascendere a mille anni) la somma di anni settanta, de' quali esso
inclinava fare un dono al Salmista Reale; al che Dio aderendo, senza
ostacolo, si fece l'assoluto depositario di questo dono, fino al momento
in cui fu esso fatto passare a David che ne fruì dal giorno in cui si
produsse fra i viventi fino all'estremo istante di sua carriera, che
fissò il compimento di anni settanta; passati ad esso gratuitamente dal
primo uomo (ved. _Ghem. Mas. Sanhed. Cap. VII. fol. 35._)

Oggi non si troverebbe certamente fra noi alcun notajo che defferisse
rogare un simile contratto.

(81) Hanno un bel giustificarsi quì i Rabbini ad oggetto di diminuire
l'orrore che apporta agli uomini forniti di lumi, e di buon senso il
carattere odibile ch'essi attribuiscono all'Essere Supremo, adducendo
che sì fatta loro maniera di parlare non è che al figurato, al solo
disegno di adattarla alla intelligenza limitata del volgo, come se per
farsi capire dalla classe ignara fosse permesso al terrigeno mortale di
avvilire il sommo autore della natura a questo segno: quale insania
deplorabile! Non è già così che le scuole di Socrate, di Platone, e di
Aristotile insegnavano a conoscere, a temere, e ad adorare il Dio
dell'universo; e sebbene si trovassero astrette quelle pure qualche
volta ad esternarsi a persone ignoranti, per rapporto alla vera
cognizione di questo Essere degli esseri, quelle frattanto ritrovavano
il pronto mezzo di farglielo elleno esattamente capire senza lasciarsi
trascinare dal torrente di simili eccessi.

Non v'ha certamente che il filosofo il quale possa elevarsi fino alla
sublime contemplazione di questo Essere increato, nè altri fuori di
quello può, ad ogni esperimento, con rispetto maggiore estollerne le
glorie. In fatti pretendere che Dio sia suscettibile di pentimento, di
passione, di dolore; ch'egli possa offendersi delle azioni degli uomini,
non è egli lo stesso che annientare tutte le idee che noi dobbiamo
d'altronde avere di questo Creatore Supremo? Dire che l'uomo può turbare
l'ordine dell'universo, che esso può accendere il fulmine fra le mani
del suo Dio ch'esso può frastornare i suoi progetti, non sarebbe lo
stesso che il credere, che da esso lui dipende unicamente di alterare la
sua ineffabile clemenza, di trasformarla in crudeltà? È appunto così che
la Teologia non fa che distruggere incessantemente con una mano, ciò che
desso edifica coll'altra; quindi si può opinare con giustizia, che se
ogni tradizione ora le è fondata sopra tali esecrabili principj,
dobbiamo ragionevolmente conchiudere che basate sono, per conseguenza,
tutte quante sopra una contradizione dimostrativa.

(82) Non dobbiamo che richiamare quanto fu già da noi esposto fino ad
ora per restare ampliamente convinti, che se l'Israelita de' nostri
tempi dovesse prefiggersi di osservare alla lettera, e tutto ciò che gli
venne ordinato da Mosè, ed altrettanto che la tradizione gli prescrive,
esso non vi riuscirebbe giammai senza un prodigio; mentre è presso che
impossibile che l'uomo debole quale esso è per sua natura sentisse forze
bastanti per respignere le passioni sregolate dalle quali è soggiogato,
e ad un tempo medesimo, vincere gli affetti viziosi che lo seducono, e
rinunziare, in una parola, al di lui essere, come sarebbe necessario per
caricarsi di una soma di gran lunga preponderante alla sua capacità: ma
non per tanto l'attaccamento degli ebrei per le loro tradizioni è tale,
ch'essi trascureranno venti precetti fondamentali del pentateuco
(siccome lo abbiamo rimarcato non è che un istante) piuttosto che
estinguere un lume in sera di festa, o che prendere anche scarso cibo la
sera, ed il giorno del 9 del mese di _Av_, o negli altri digiuni (de'
quali è fatta speciale menzione nella seguente annot. 131) e che gustare
un volatile condito, o cucinato nel butirro, benchè la scrittura non lo
vieti di sorte alcuna, o che desistere in fine per un solo giorno dal
recitare le leggende quotidiane, e cose di tal fatta, in tanto che la
vera osservanza dell'essenziale è quella che l'occupa il meno, e che
forma l'ultima, e la più indifferente delle sue cure.

(83) Questo deplorabile malore in vero non è affatto nuovo nel mondo, e
per quanto io mi accorgo gli ebrei non furono già fra gli uomini i soli
ad esserne gravemente infetti, poichè vi fu già un tempo sulla terra, al
dire dell'abate _Cartaut_ in cui le scienze, e l'arte di scrivere furono
dalla chiesa romana riguardate come occupazioni labili, e mondane, e per
conseguenza indegne totalmente di un ottimo cristiano.

(84) E con quale fondamento lusingare ci dovremo di potere mai ritrovare
irreprensibili costumi laddove i mezzi che sarebbero sufficientemente
capaci a farceli apprendere, a regolargli, sono totalmente ignorati
dalle massima parte fra noi? E quale meraviglia se quelli in particolare
della prosapia d'Israel ci appaiono cotanto insociabili, e sì strani?
Essi dovranno andare sempre mai su questo piede fino a tanto che la
superstizione sarà dalla medesima preferita alla solida coltura dello
spirito, le pratiche ridicole anteposte all'esercizio delle massime
salutari della pretta Religione, e fino a tanto che questa nazione,
impressionata de' suoi antichi errori, stimerà più necessario di essere
devota, che instruita.

(85) Quanto più sanamente osservata, e mantenuta sarebbe dagli uomini la
vera Religione, quante meno querele suscitare si vedrebbero a suo
riguardo, e quanto più rispettabile, in ogni senso riuscirebbe la
pratica di essa in faccia degli increduli, se la chiarezza, e la
precisione fossero l'appannaggio de' suoi ammirabili principj, nel modo
che la tersa verità dee essere la sola interprete genuina delle sue
massime; coloro che ne fanno pubblico esercizio non si vedrebbero allora
più astretti, come accade loro sovente, di credere ciecamente senza
potere rendersi a se stessi la benchè minima efficace ragione di ciò che
forma la base radicale della loro propria credenza; ciascuno
ritroverebbe spiegati nella pratica medesima di esse quei solidi motivi
sufficienti del loro credere, senza brancolare inutilmente col pensiere
nel vortice immenso de' dubbj tormentosi, e delle arcane illusioni, che
gli si fanno servire di ammaliante corredo; ma frattanto alcun vantaggio
reale risultare non se ne vede in favore di coloro che la professano. Ma
tutto ciò sarà mai sempre ineseguibile fra gli uomini fino a tanto che
la religione diverrà per certuni un soggetto di speculazione sulla
terra, ed un mestiere da potersi esercitare coll'ingannevole orpello
dell'umiltà, e della devozione.

(86) Il primo scopo che si prefissero in ogni tempo i propalatori delle
tradizioni sacre in generale, si fu quello di ammaliare la stupida
curiosità di quegli uomini che stabilirono di sedurre; e di allontanare
dall'occhio dell'esame qualunque dogma, di cui l'assurdità troppo
evidente, avrebbe dovuto necessariamente a prima vista, in mille guise
colpirgli. Non meno nell'uno, che nell'altro essi vi sono completamente
riusciti. La pratica delle superstizioni è assai più agevolmente appresa
di ciò che riesca facile conoscere l'esercizio commendevole di una
pretta religione, della virtù, del disinganno. In fatti è molto meno
arduo per l'uomo di genuflettersi a' piedi degli altari, e recitarvi le
preghiere, immergersi nel Gange come i _Bonzi_, nutrirsi di magro le
vigilie, confessare le proprie colpe all'orecchio di un'altro uomo,
abbigliarsi di certi arnesi, o astenersi da certi cibi, di ciò che sia
perdonare come _Camillo_ agli snaturati concittadini, o calpestare con
isdegno le ricchezze, come _Papirio_, o farsi il corifeo della virtù,
come _Aristide_, ovvero instruire il mondo come _Socrate_. Sempre
indifferenti a questi sublimi tratti di straordinarie virtù, essi non
sono ad altro interessati che a sostituire a queste le offerte, i
digiuni, le espiazioni, persuadendo scaltramente gli uomini che si può,
senza ostacolo, col solo mezzo di certe cerimonie superstiziose,
giugnere per sino ad imbianchire l'anima anerrita dai più atroci, ed
esecrabili misfatti. Ciò che ha dato sorgente funesta in ogni tempo fra
gli uomini, siccome io l'ho altrove rimarcata (annot. 100.) sul
proposito della confessione auriculare, a tutti quei criminosi
travviamenti a quali può essere soggetto lo spirito umano.



                             CAPITOLO XI.

      Seguito del medesimo soggetto. Esame delle verità esposte.


Tutto che molte sensate persone sdegnate restino, e percosse dalle
complicate assurdità di dettaglio di cui non solo le tradizioni
ebraiche, ma tutte quelle altresì dei popoli che conosciamo sono
ripiene, esse frattanto non ebbero giammai fino ad ora il risoluto
coraggio di rimontare fino alla sorgente venefica dalla quale sì fatte
assurdità dovettero probabilmente ritrarre l'origine fatale, per tutto
non vi si scorge che uomini, o criminosamente ipocriti, o brutalmente
zelanti, proclivi ad accreditare le più assurde contraddizioni, le più
ridicole novellette, e le intuitive follìe, riscaldando, o seducendo
colle illusioni le più bizzarre la credula fantasia degli uomini i quali
finiscono in ultimo coll'identificarvisi, e idolatrare delle chimere: _o
homme!_ esclamava altre volte un saggio illustre, _qui saura jamais_
_jusqu'où tu portes la folie, et la sottise? Le Théologien le sait, en
rit, et en tire bon parti._

Si ha d'altronde un bel sostenere, e dagli ebrei non meno che da tutte
le altre sette concordi, che la sola legge scritta non sarà mai per se
medesima sufficiente, quanto l'urgenza lo richiede, a fondare le
inconcusse basi della religione; senza l'immediato soccorso della
tradizione; oltre che ciò resta formalmente smentito da' moltiplici
percuotenti esempi da noi altrove opportunamente riportati di quei tanti
distinti soggetti, a tempo debito citati, i quali senza conoscere
tradizione di sorte alcuna non lasciavano di essere perciò gli esemplari
modelli della credenze d'Israel (e de' quali si cercherebbero indarno
imitatori in tutto l'antico, ed il recente Giudaismo) ed i veri
prediletti dell'Essere Supremo; si potrebbe, all'opposto, senza timore
d'ingannarci, dimostrare con evidenza che altrettanto le parafrasi, ed i
commenti riescono utili, e sovente necessarj, allorchè tendono a
semplificare il soggetto originale, col mezzo d'idee chiare,
compendiose, e intelligibili, quanto non meno gli uni che le altre si
rendono all'eccesso aggravanti, e perniciose allo spirito, se diffusi, o
enigmatici si scorgono; nel primo caso il testo acquista nuovi lumi
efficaci a rischiarare la mente poco idonea di approfondirne per se
stessa il vero senso; nell'ultimo poi esso diventa molto più oscuro, più
confuso, inutile del tutto. Or, quale di questi sarà, dunque giustamente
il caso nostro? Basta farci a considerare di slancio la soma enormemente
onerosa, della quale oggi trovasi aggravato il Popolo d'Israel in tante
guise differenti, in proposito di Culto, e religione, per ritrovare
senza gran pena la soluzione positiva di simile problema. Dicasi pure,
come sarebbe in verun modo possibile all'ebreo Talmudista di mantenere
il sabato al rigore delle cerimonie innumerabili che vi aggiungono i
Rabbini, minacciando una dannazione irremissibile contro chiunque
individuo il quale si dimostrasse refrattario, o trasgressore delle
medesime? Non bastava forse la sola prescrizione ordinata da Mosè di
santificarlo e fare cessare in esso qualunque opera servile, per
accrescervi, nella guisa che fece la tradizione, tante futili
controversie, tante glose incongruenti del tutto estranee all'osservanza
primitiva del precetto ed alla mente dell'Institutore (87)?

Ed in qual modo potrebbe egli osservare giammai con esattezza tutto
quanto le parafrasi rabbiniche gli prescrivono concernente le altre
feste, oltre i tanti numerosi precetti che dagli espressi ripetuti
comandi della Divinità medesima sono ad esso autorevolmente imposti,
senza ledere, o trascurare gli articoli essenziali del suo Culto? Ma che
diremo già noi, se attignere si dovesse le nostre idee relativamente
all'Essere Supremo nelle discussioni tradizionali? Non si
mostrerebb'egli quest'Essere a noi sotto i tratti i più proprj a
rigettare la nostra adorazione il nostro amore? In fatti come
sarebb'egli possibile giammai di sentire del trasporto per un Essere di
cui l'idea che ci viene rappresentata, ad altro non serve, che ad
eccitare il terrore, e di cui i giudizj che vengono dalla medesima
riportati fanno fremere (88)? Come ravvisare senz'allarmarsi un Dio che
ora ride, ora piagne, ed ora scherza, come immaginare, senza orrore, un
Dio che secondo la tradizione sembra prendersi a scherno il destino de'
mortali, occupato di farsi sempre temere, e mai di farsi amare? Eh, che?
Tale forse non è il carattere odibile che la tenebrosa tradizione di
tutti i popoli della terra, senza escluderne forse alcuno, ci trasmise
dell'Autore Supremo delle natura (89)?

E se da testè riportati assunti passare si volesse ad interrogare la
tradizione Israelistica specialmente sopra i cibi, supporremo noi forse
che potesse meglio riuscirci, la ritroveremo noi, per qualche parte
almeno, più sensata, meno ridicola, più congruente? Che l'astinenza di
alcuni cibi, o il divieto di nutrirsi di certi animali, autorizzato
parimente presso molti popoli antichi, nel modo che lo abbiamo altrove
chiaramente significato (ann. 28) ed imposta agli ebrei come un precetto
non meno urgente ad osservarsi degli altri che il Codice Mosaico avea
eglino già prescritti, sia che fosse il medesimo basato sopra uno di
quei menzionati disegni da' quali erano que' popoli guidati, sia che
diretto venisse da qualche altro, che le sacre pagine rivelarci non
vollero, debba riguardarsi come una instituzione utile, ed anche in
certi climi, a molti riguardi ovvia, e indispensabile, ciò potrebbe
senza ostacolo accordarsi, ed io ne convengo di buon grado, ma che una
semplice ingiunzione ordinata da Mosè, benchè triplicatamente di _non
cuocere l'agnello nel latte della capra_ (90), e che altro per se
medesimo non è che un mero suggerimento di umanità, onde fare
sott'intendere con esso di non incrudelire contro di coloro da' quali
abbiamo tratta l'esistenza sulla terra, che un avvertimento morale di
simile natura, dico, debba implicare una quantità di altri usi, e di
astinenze, le quali, anche a senso di qualche accreditato Rabbino, non
hanno il benchè minimo rapporto collo spirito intimo del precetto di
Mosè; ecco ciò che una mente illuminata soffrire certamente non potrebbe
senza indignazione (91).

Ma cessiamo di più lungamente inveire contro gli smarrimenti umani; la
sola esposizione sarebbe stata sufficiente per se stessa a dimostrarne
l'assurdo; e farci quindi giudicare quale intimo valore il sensato
filosofo ebreo vi attacca, e la fede che il medesimo vi presta. Ma
essendoci prefissi fondatamente di condurre il popolo d'Israel nel
sentiere della ragione; disingannarlo de' vetusti suoi errori,
restituirlo al suo antico decoro, ed illuminarlo intorno i di lui veri
interessi, noi fummo astretti ad esporre una parte di que' dogmi, riti,
o cerimonie che la tradizione gli fece, per tanti secoli, considerare
come sacre, corredate ovunque di quelle osservazioni analoghe, che ci
sembrarono le più efficaci a sortire il nostro premeditato intento, ed a
giustificare nel tempo stesso i fondati motivi delle nostre salutari
operazioni. Quindi tutto ciò che fu da noi opportunamente riportato
sulla evidente inutilità della massima parte delle glose tradizionali,
sembrami sufficiente a fare ampliamente comprendere quanto meno
stravagante oggi comparirebbe il Codice mosaico nelle menti sovvertite
de' filosofi increduli, se non gli fossero eccessivamente addizionate
quelle moltiplici bizzarre cerimonie che fin quì combattemmo, colle
innumerabili altre prescrizioni strane, ed insensato che ommesse abbiamo
come non solo destituito affatto di verità, di base, e di ragione, ma
come opposte diametralmente alla purità inalterabile del fonte
incontaminato da cui si pretende follemente farle derivare (92).
Conchiudendo, in ultimo coll'evidenza irrefragabile alla mano che tutti
i principj di tal fatta non sono che il risultato genuino di una
sregolata immaginazione, o di entusiastico trasporto in cui
l'esperienza, e il raziocinio non ebbero giammai alcuna parte; e
l'eccessiva difficoltà che sovente incontrasi a combattere simili
principj solo dipende dall'indole riprovabile della fantasia umana, la
quale preoccupata una volta dalle illusorie visioni che la sorprendino,
e la rimuovino, si rende incapace assolutamente di riflettere, di
ragionare (93): Colui che si accigne a combattere la superstizione, ed i
suoi terribili fantasmi colle armi della ragione (dice sensatamente
_Shaftesbury_) rassomiglia ad un uomo il quale si servisse di una spada
per uccidere delle zanzare, o de' moscherini, sì tosto che il colpo è
vibrato, le chimere fatali, a guisa di que' tormentosi insetti,
ritornano a svolazzare intorno all'uomo, riprendendo nel suo spirito il
luogo stesso da cui supponevasi forse di averle proscritte per
sempre (94).

E pure questo male ancora, tutto che all'eccesso orrido, e flagellatore
apparisca agli occhi nostri, non è, nulla ostante, senza qualche pronto,
ed efficace rimedio; ma questo, per altro in vano ci potremo lusingare
di conseguirlo fuorchè dalla sola ragione; procuriamo dunque di
allontanare da' suoi recinti lo sciame infetto delle contaminate visioni
che rendevano fino ad ora un peso incomodo, e lacerante per l'uomo;
rinunziamo fermamente di accordo a quelle odiose follìe che la
degradarono sì di frequente, e che la nostra insensata credulità gli
fece servire miseramente di pascolo, e di arredo per sì lungo periodo di
secoli, proclamiamola definitivamente nostra guida, ed essa ci farà, in
ogni senso, conoscere ciò che sia vera felicità sopra la terra, e per
quali mezzi adeguati ed infallibili può l'uomo pervenire a distinguerne
il sembiante, a possederla in tutta la sua integra purità, ed
estensione.

(87) Il prototipo occasionale da cui emana il fondato motivo
dell'osservanza del sabato non può essere per se stesso più edificante,
nè l'alta idea che ne ha concepito il popolo d'Israel più solidamente
radicata; ma gli accessorj enormi che si ebbe l'imbecillità di
aumentarvi, sono quelli unicamente che oscurarono, al solito, la genuina
intelligenza di simile precetto.

Quindi siccome questo dì è chiamato dalla scrittura giorno di riposo, e
di ricreazione; così i fautori Talmudisti avvezzi a prendere tutto al
letterale del senso, indagando quale ricompensa potere stabilire a chi
tale dovere compisse, si fecero ad immaginare che Dio nell'ingresso del
sabato accordasse ad ogni individuo ebreo un _anima superflua_ נשמה יתרה
(_Nesciamah Jeterah_), o come altri dicono, uno spirito ricreatore,
affine di potere meglio riposare in quel giorno, e onde più agiatamente
mangiare, bere, e sollazzarsi, e che al decremento del sabato Dio
ritirasse tutte le anime, che avea esso distribuite la sera precedente:
_R. Abraham_ ragiona seriosamente di quest'anima superflua nel suo
_Commentario sul Pentateuco_ che esso chiama אגודת אזוב (Agudath ezob),
cioè _mazzetto di mirra_. Essi rendono pure in quel giorno gli angeli
commensali degli ebrei, ed i più fanatici fra questi persuasi
intimamente dell'arrivo di tali nuovi ospiti serafici, si fanno loro
incontro fino nelle scale con un certo complimento ad uso angelico.
Nell'intonare di un certo inno espresso a tale riguardo la sera di
venerdì, essi ritengono per sicuro che lo anime eschino dall'inferno,
dove non rientrano che all'imbrunire del sabato, allorchè la preghiera è
terminata, e alcuni Rabini sostengono che anche le sofferenze degli
ebrei dannati cessano in quel giorno.

I Talmudisti prescrivono altresì come un precetto indispensabile di
dovere fare tre splendidi pasti durante il giorno di sabato, affine di
essere con tali mezzi garantiti, come essi dicono, da tre funesti mali,
cioè dalle pene dal Messia, dalla micidiale guerra di Gog, e Magog, e
dalle fiamme del Gheinam. (ved. _Mas. Sciab. cap. IV._) Il rimedio in
vero non può essere più grato, nè più idoneo ad attirare degli
applicanti. E quante altre decisioni superstiziose non si sono parimente
sostenute da' Rabini, relativamente alla proibizione di accender fuoco
la sera, ed il giorno di sabato, un trattato intero di Misnah sopra
questa materia contiene le regole molto austere per l'esatta osservanza
di questo riposo corporale, di cui fu da noi già parlato (annot. 56) non
meno che sul fuoco, ed altre cerimonie per ovviare che non vengano
trasgredite, mentre che si ha tanto poco zelo per la vera pietà.

Ma essi, per altro non comprendono che il riposo macchinale ordinato
agli ebrei da Mosè di non muoversi alcuno in questo giorno dalla sua
posizione in cui ritrovavasi nel momento dell'ingresso della festa (ved.
l'annot. citata) conveniva agli ebrei solo nel deserto, dure non doveano
essi altro fare che rimuoversi per raccogliere la manna che in duplice
dose cadeva loro prodigiosamente il giorno avanti; prescrizione che oggi
eseguire non si potrebbe in verun modo; siccome non mi sembrerebbe
inverosimile l'opinare che il divieto di accendere fuoco in simile
giorno entro le abitazioni domiciliarie si riferisse a un doppio senso
primo al fuoco sacro usato allora dal Pontefice sommo per servizio
dell'altare, dove in quel giorno soleva ripetersi l'olocausto per tre
volte, e ciò vuole implicare di non doversi servire nè accendere di quel
fuoco per uso di famiglia, che ne sarebbe rimasto profanato, ed il
trasgressore divenuto reo di esecrabile sacrilegio: secondo; essendo gli
ebrei nutriti nel deserto colla prodigiosa caduta della manna, che ad
ogni loro richiesta trasformava qualunque sapore, senza il soccorso
dell'arte di cucina, e riscaldati da un ignea nube, che secondo la
scrittura additava loro il cammino che doveano tenere durante il corso
delle loro marcie notturne, inutile, come bene si scorge, rendevasi loro
il fuoco, non meno per l'uno, che per l'altro oggetto.

A tempi nostri però che i sacrifizj sono cessati, e che si fattamente
rari si rendono fra noi tali prodigi, parrebbe, che l'ebreo della nostra
età dovrebbe esservi dispensato dall'osservanza di simile precetto il
quale, nella guisa che testè accennato abbiamo, sarebbe ad esso lui
presso che impossibile di mantenere oggi a rigore, sia che considerato
venga alla lettere, come lo pensano i Caraiti, sia che prendasi in
astratto nella guisa che praticare veggiamo a recenti Talmudisti.

(88) I panici timori che incute la tradizione teologica, anche sopra
oggetti che religiosamente parlando non implicano timore, degradano lo
spirito, e l'anima, traviano l'uno paralizzano l'altra, ed incapaci le
rendono entrambe di lumi, e di ragione, così è pur troppo, che
comprimendo essa l'uomo sotto l'aggravante peso del timore, allontana in
lui la speranza di un conforto, debilita le sue forze, e di un integro
adoratore del Dio vivente forma uno schiavo pusillanime, e spregevole,
la cui devozione macchinale altro a fondo non è che un cupo velo di cui
si serve, il più delle volte, per inorpellare i suoi orribili assurdi, e
i suoi misfatti. Ben diversa però è la massima dell'uomo saggio; egli sa
essere religioso senza essere pavido, perchè la sua ingenua coscienza è
sempre mai limpida, ed uniforme a' sani principj del suo credere.

(89) Io ho già di proposito rimarcato in qualche luogo (ved. l'_annot.
8. T. I. pag. 41. delle Notti Campestri_) che il primo scopo che si
prefissero in ogni epoca del mondo i promulgatori di Sacre chimere fu
quello di attribuirsi il carattere imponente di Direttori Spirituali
delle Nazioni, onde con tale mezzo a colpo sicuro pervenire a disporre a
loro talento; per meglio dunque riuscirci essi opinarono di
rappresentare Dio come un Essere occupato unicamente d'incutere timore
nell'animo de' suoi creati, e dedito giammai a farsi amare, e quindi
risultare lo fanno nelle loro assurde illazioni, a un tale riguardo, or
come un Essere debole, ed or come tremendo, or come benefico, ed or come
tiranno, senza altra ragione che la sua propria volontà. Nè dee recarci
sorpresa di ritrovare dei popoli i quali giunghino al delirio
spaventevole di concepire idee cotanto mostruose, e ripugnanti del
provido Autore della Natura, dal momento che ci faremo ad investigare
per una parte l'indole infelice del volgo nel credere ciecamente alla
rinfusa ciò che ha l'apparenza di prodigioso, e di stravagante, ed a
conoscere sensibilmente dall'altra l'artifizio perverso di una certa
classe d'individui, nel farsi reputare da esso l'oracolo portentoso
della Divinità suprema, e l'organo immediato de' suoi Eterni
inalterabili Decreti.

(90) Essendo questo divieto ripetuto per tre volte nella Scrittura
(_Num. c. 23. v. 19. c. 34. v. 25. e Deut. c. 14. v. 19_) i Talmudisti
ne amplificarono talmente l'osservanza, che oggi più non tiene che alla
classe delle tante altre pratiche inutili conosciute, e professate dal
recente giudaismo. Essi dunque inferirono conseguentemente di dovere non
solo mantenere detto precetto al puro senso originario della lettera
genuina, ma di astenersi parimenti da qualunque siasi cibo dove entrasse
tutta specie di carne, pure di volatile unitamente ad ogni sorta di
formaggio, o di latticinio, e per cautela, maggiore nell'esatta
osservanza di questa pratica superstiziosa, i Rabbini ordinano
scrupolosamente di dovere tenere anche gli utensili per cucina
interamente separati (ved. _misn. hol. fol. 104. Din. Joré Deng. c.
92._).

I medesimi vietano inoltre con eguale rigore di mangiare in uno stesso
convito prima una vivanda di carne, indi altra di formaggio, se non dopo
decorso l'intervallo di sei ore, (Ibid. e _Beth Joseph_) permettendo
l'ultima però avanti quella previa una breve interruzione di pochi
minuti, dopo essersi lavate ambe le mani. Tanto possono le tradizionali
follìe in mente umana!

Mi si permetta quì di rimarcare soltanto come mai combinare questi
divieti col lauto banchetto che la _Genesi_ ci descrive (_Cap. 27. v.
9._) preparato da Abramo ai tre angeli, che in sembianza di ospiti umani
si presentarono al suo sguardo? Quì troppo chiaro si scorge che l'uso
delle carni, ed i latticinj nel medesimo convito, ben lungi dall'essere
vietato, siccome lo è attualmente presso i Settatori Talmudisti, era il
solo cibo usitato quotidianamente dagli stessi primi fondatori della
credenza d'Israel; e tanto è ciò vero, quanto che nella suddetta mensa
disposta da Abramo a' suoi mistici viandanti eravi preparato un vitello,
e gran profusione di latte, e di butirro che servì loro di nutrimento,
senza che il testo accennato faccia di sorte alcuna menzione d'altro
cibo.

Nè giova il dire che a' tempi del patriarca non essendo tutta via
promulgato il Pentateuco di Mosè un siffatto precetto non potea essere
in vigore, poichè la stessa preparazione è sotto intesa egualmente
contenere (_Sam. II. Reg. I._) i rinfreschi ricevuti da David in
differenti circostanze da Abigail, da Berzelai, ed altri, e nelle
vettovaglie che seco portarono coloro i quali vennero a ritrovarle in
Hebron; siccome ancora nello sfarzoso banchetto dato da Salomone di lui
figlio alla Regina Siba, che da' propri anni stati accorsa era
espressamente per ammirare da vicino i fasti, e la saggezza di questo
monarca ebreo, che allora facea lo stupore dell'universo, ciò che
formava il corredo migliore di simili conviti, secondo l'uso
generalmente seguitato in quei tempi, per quanto apparisce dalla
Scrittura medesima altro certamente non era che una grande affluenza di
frutti, di legumi, di latte, di carni, e di butirro in una mensa stessa;
quindi è che altro che tali trattamenti possono avere dati, e ricevuti
que' sovrani di Israel, malgrado che la Legge di Mosè fosse da entrambi
perfettamente conosciuta. Si avrà forse il delirio di riprovare que'
benemeriti antichi per avere praticato un simile uso, preferendo loro di
moderni che se ne astengono?

(91) Nel Codice Misnico (_Trat. Holim. Cap. 8. §. IV._) il Rabbino
_Jossè Agalili_ sembra convenire, in qualche modo, colla stessa nostra
opinione, relativamente al precetto di cui parliamo, se non per
abrogarlo del tutto, almeno per restrignerne l'osservanza; riducendolo
al primitivo suo senso letterale, cioè al solo divieto di cuocere
l'agnello unicamente entro il latte di sua madre, volendo in tale
maniera escludere affatto da questa prescrizione gli animali volatili,
qualunque siano, le madri de quali si riconoscono scevre onninamente di
questo fluido (_Ibid._).

(92) Se riescono stravaganti oltremodo quelle tante prescrizioni
tradizionali da noi fin quì sovente rimarcate, quanto non dovranno mai
apparire all'eccesso ridicole, e affliggenti quelle che impongono i
Rabbini all'occasione di nascite, di nozze, di esequie pe' defunti? Non
abbiamo che percorrere i prolissi trattati, fatti sopra tali propositi
(Ved. _Sciulh. Ngharuh Trat. Milah, Kidushim & Abel._) per restare
intimamente persuasi, che tali appunto, quali distinti furono da noi,
debbono sembrarci in ogni senso quelle prescrizioni che vi sono
racchiuse, relativamente a' tre indicati soggetti, senza che io mi
diffonda di soverchio a tesserne il dettaglio, che d'altronde un lavoro
questo sarebbe inutile del pari che annojante.

(93) Per viemaggiormente restare quanto è duopo convinti di questa
verità di fatto, noi non abbiamo che richiamare quanto da noi fu già
esposto altrove, relativamente allo scrupolo smodato che si fa l'uomo
ignorante, a qualunque setta ch'esso appartenga, d'interrogare se stesso
intorno quegli articoli che un'abitudine grossolana e macchinale fece al
medesimo un giorno riguardare come sacri, e inviolabili, e quelli pure
d'altronde, i quali forniti di lumi sufficienti per elevarsi fino alla
contemplazione della verità delle cose, predominati, del pari, dallo
smarrimento deplorabile medesimo, si tendono, ad un tale riguardo, così
pure incapaci onninamente di raziocinio, e di riflessione; perchè lo
scrupolo dell'esame, a questo soggetto, non è niente dissimile da quello
degli altri, l'educazione e la coltura de' medesimi non avendo avuto
attività bastante di superare la barriera fatale de' pregiudizj
religiosi imbevuti nell'infanzia.

(94) Una volta che i prestigj del fanatismo sieno giunti ad
impossessarsi dello spirito umano, riesce presso che impossibile di
sradicarli al segno che più non accorrino a funestarlo nè a cospirare la
sua perdita estrema, e se per fortuita combinazione gli parrà di vederli
allontanati, ciò non seguirà che per qualche breve intervallo; passato
questo gli vedrà riprendere tosto sopra di esso un impero più assoluto,
e più consistente; inutile vedrà ogni suo sforzo, allora per tentarne lo
scampo; questo nemico crudele lo perseguita ovunque; non vi vuole altro
meno, che una opima dose di sana filosofia; e di solida coltura, onde
pervenire e distruggerlo per sempre, senza timore che ritorni mai più a
funestare la specie umana: _Il n'est d'autre remède à la maladie
épidémique du fanatisme, que l'esprit Philosophique, qui répandu de
proche adoucit enfin les mœurs des hommes, et que prévient les accès du
mal; car dès que ce mal fait des progrès il faut fuir, et attendre que
l'air soit purifié_ _Volt. Dict. Philos. T. V. p. 513._



                            CAPITOLO XII.

 La pretta credenza trasmessa dal legislatore Mosè al Popolo ebreo poco
 varierebbe da quella professata da Socrate, da Platone, e da Confucio,
    se si eccettua le molteplici instituzioni misniche, e Talmudiche
                         aggiuntivi ad essa.


Donde dunque verosimilmente procede, udiamo taluno interrogarci di
proposito sovente, che quasi tutta la specie umana persuasa in
apparenza, che la religione è la cosa la più vantaggiosa per essa, e
sotto qualunque siasi aspetto che si riguardi, riconosciuta la più
seria, la più decisiva, ed importante, mentre che questo è frattanto
l'oggetto che gli uomini si permettono il meno d'investigare con
criterio, di approfondire con diligenza, e precisione? Laonde se si
tratta di contrarre un affare qualunque, di vendere qualche oggetto, di
acquistarlo, si prende le precauzioni le più accurate si bilica ogni
termine, si pondera ogni frase dello scritto che ne racchiude le
condizioni, e ciascuno fa, in somma, ogni sforzo possibile per mettersi
al riparo da qualunque male intelligenza, frode, o sorpresa: or, perchè
mai, argomentano, con impudenza, certuni, non avviene appunto così della
religione, e specialmente orale, che resta il più delle volte adottata
ciecamente sulle asserzioni altrui, senza che alcuno prendasi un benchè
minimo pensiere di esaminarla (95)? Io non dirò già (come qualche
filosofo incredulo erroneamente opina) che le massime religionarie degli
uomini di ogni setta di qualunque angolo del mondo sono i monumenti
antichi e permanenti dell'ignoranza, della credulità, de' terrori, e
della stupida buona, fede de' loro mali accorti antenati; io rigetto
questa opinione come assurda, eterodossa, e onninamente destituita di
base, di ragione, e forse ancora di buon senso; ma per altro,
l'esperienza, che rare volte inganna, mi ha in ogni tempo sensibilmente
dimostrato che in proposito di religione, e sopra tutto tradizionale gli
uomini non sono a sufficienza tutta via illuminati, quanto il loro
pressante bisogno lo richiede, onde potere essere garantiti solidamente
della verità, e della ragione di tutto ciò ch'essi ammettono come
supposto vero, e ragionevole.

Ma da quale altra contaminata sorgente dobbiamo noi fondatamente
ripetere sì deplorabile sciagura, se non se dalle insensate sottigliezze
tradizionali, che soggiogarono sempre, a grado a grado, tutte le
nazioni, tutte le sette dell'universo, le quali ne risentono pur troppo
tuttavia la gravezza lacerante, e il danno incalcolabile, senza speme di
sollievo, nè di compenso (96)?

Gli Ebrei, i Cristiani, i Musulmani, e gl'idolatri tutti hanno delle
supposte intuitive tradizioni, che sostengono fervidamente d'accordo,
emanate dal Cielo, compilate dallo Spirito Santo, e identiche, e
uniformi alla più esatta inalterabile verità; esse sono tutte
interamente appoggiate ad un punto medesimo di centro, che insieme
racchiude l'antichità, e il fanatismo religioso (97).

Ecco le due barriere fatali che opponendo un'ostacolo tenace, ed a molti
riguardi considerato come ineluttabile all'esame de' sentimenti
religiosi che ci furono inspirati nell'infanzia, immergono tutti i
popoli ciecamente nella credenza grossolana de' più malefici, e
degradanti pregiudizj; e senza diffondermi soverchiamente sulle altre
sette che ingombrano ambo gli emisferi, non abbiamo che applicare
costantemente le stesse impotenti basi che servono di rilievo
fondamentale alle tradizioni del popolo d'Israel, per vederne risultare
direttamente i funesti disordini eguali a quelli di tutte le altre
nazioni, che l'Istoria ci fa conoscere, e scorgervi, ad un tempo, con
indelebili marche, l'impronta stabile uniforme della menzogna che le
caratterizza tutte quante (98),

Suppongasi, per mera ipotesi, che un Settatore di Socrate, di Platone, o
di Confucio, od anche questi tre filosofi medesimi in persona, ignari
affatto delle tante sette o religioni, che coprono attualmente ambo gli
emisferi de' nostri secoli, sieno eccitati da una mera curiosità di
trasferirsi fra noi per osservarle ocularmente; una fortuita
combinazione favorisca i loro disegni, e compia le loro brame; un giorno
di venerdì si trovino avere per commensali un ebreo talmudista, un
cattolico romano, ed un settatore di Maometto; io non posso usare dei
vostri arnesi, farebbe a dire l'ebreo, nè debbo mangiare la carne avanti
il cacio, nè condire con questo veruna specie di carnaggio, nè mi è
permesso di gustare i vostri cibi, di sorte alcuna, siccome ancora mi è
vietato di bere il vino premuto, da coloro che professano una credenza
differente da quella che la mia tradizione da lunga serie di anni già
trasmise agli avi miei (99): e pregovi di congedarmi avanti che il sole
trammonti nell'occaso, giacchè se le festa, del sabato quì mi ritrovasse
in tale momento, non solo io commetterei un oltraggiante villanìa di
lasciare i miei ospiti celesti scevri di quegli omaggi consueti che sono
ad essi meritamente dovuti (ved. ann. 87.), ma incorrere altresì io
potrei nel grave irremissibile delitto di dovere meco portare il
fazzoletto che tengo per mio semplice uso, l'orologio, non meno che il
sottile bastone che per mero piacere io porto fra le mie mani (ann. 72);
ed a me, soggiugnerebbe il cattolico romano è severamente vietato di
cibarmi di qualunque siasi carne in questo giorno, poichè in esso fu
condannato all'ultimo supplizio il mio Dio; quello è il giorno per me
terribile in cui il redentore del mondo terminò fra due ladroni sopra un
infame patibolo i giorni suoi; ad una sì lugubre commemorazione io sono
in dovere di consecrare quest'astinenza durante l'intero periodo della
mia vite, e tutto ciò che da voi, e da me si opera fedelmente riferire
io debbo all'orecchio di colui che l'arbitro depositario degli arcani
del mio cuore, e l'assoluto direttore delle mia coscienza, può a suo
piacere cancellare ogni mia colpa, confessandola ad esso, e ad un tempo
medesimo rendermi il più venturoso fra i mortali, ovvero condannarmi
inevitabilmente a gemere ne' cupi abissi dell'inferno, ommettendo di
eseguirlo (100); ed io, conchiuderebbe finalmente il musulmano, sarei
per tutti i secoli dannato, se volessi bere del vino, o vi ascoltassi
parlare di scienza di morale, e di buon senso, mentre io debbo essere
astemio tutto il corso della mia vita, e marcire nell'ignoranza tutto il
tempo ch'essa dura (101), e siccome in questo giorno io debbo celebrare
l'ascensione al cielo del mio sommo Profeta (102), associarmi non posso
nel vostro conciliabolo profano a meno di non rendermi indegno della
ricompensa che mi ha esso garantita, qual è quella di farmi godere
nell'altra vita i soavi amplessi delle più avvenenti femmine del mondo,
preparate per eterna delizia de' giusti entro un vastissimo serraglio,
nelle incontaminate regioni celesti, o di cui Dio è l'arbitro
disponitore, e Maometto il soprastante (103).

Dopo tuttociò, quale giudizio farebbero essi mai questi tre saggi delle
varie opinioni dei loro tre Commensali? Che direbbero essi mai della
superstizione del primo? cosa opinerebbero della credulità del secondo,
e quale orrore concepirebbero essi mai del ministero infame che
l'ignoranza dell'ultimo attribuisce stolidamente al Supremo Creatore
dell'Universo?

Ma lasciamo pure all'insensato Dervigi le brighe impotenti di
giustificare la sua orrida insania, ed a settatori di Pietro gl'inutili
sforzi pure lasciamo, di palliare i loro intimi sentimenti; indarno
tenteremmo noi di disingannarli entrambi, mentre nè con l'uno, nè con
gli altri non ci sarebbe permesso giammai di avere ragione; e le nostre
ponderate ricerche arrestiamo unicamente su' delusi Israeliti
Talmudisti, i quali più di ogni altra setta debbono quì richiamare le
nostre più assidue cure, ed essenzialmente preoccuparci.

Non per tanto, se il fautore Talmudista nudare volesse l'illusoria
credenza che lo attrae dopo sedici, e più secoli, da tutti quegli ornati
mostruosi che sotto lo specioso carattere di utili _ripari_ (benchè per
loro stessi oltremodo frali pur troppo, e insussistenti) gli si fece
sempre, e ovunque rispettare come sacri, e inviolabili, e di cui sì
enormemente essa trovasi aggravata (104): Se con intima persuasione del
proprio inganno ei cercasse il mezzo il più pronto e il più sicuro di
emendarsene, spezzando risolutamente il talismano fatale della menzogna,
che lo rendeva per lo passato incapace di eseguirlo; se annientando
tutte le appendici mistiche, e paradossali, che lo fecero comparire fino
ad ora sì odioso, e degno di commiserazione alla mente perspicace del
filosofo illuminato, e distruggono i pregj che la esimia sua credenza in
se medesimo racchiude, egli soltanto si attaccasse all'utile, al puro,
al salutare; se da tutto questo, dico, prescindendo, esponesse loro
l'ebreo, che la vera sua religione solo consiste nell'ingenua credenza
indefettibile dell'Essere Supremo, unico, eterno, incommutabile che
punisce l'uomo perverso, e ricompensa il saggio, che un tale premio, ed
una tal pena (sebbene comprendere giammai noi non possiamo cosa l'uno, o
l'altro sia, nè come si compiano entrambi) sono riserbate unicamente
dopo le morte ad un essere infinitamente superiore al corpo umano; a cui
sopravvivere dovrà perpetuamente perchè semplice, non suscettibile di
morte, e intelligente; nell'amore integro di tutti coloro che
appartengono alla nostra specie, nell'obbedienza, e sommissione alle
leggi civili che governano lo stato in cui esso vive, e finalmente
nell'esercizio assiduo, e costante di una sana morale: quindi tutto ciò
che a tali essenzialissimi principj che costituiscono la base
fondamentale della primitiva religione dell'ebreo si aggiugne, altro non
è che il mero effetto dell'umano traviamento da cui furono un tempo
all'eccesso predominate certe menti entusiastiche e stravaganti, a
scapito del credulo, e troppo scaltramente sedotto popolo d'Israel.

Rapiti questi benemeriti filosofi allora dall'intensa possanza di tali
eccelse idee, attoniti restando delle sublimi verità edificanti comprese
nel dettaglio analitico che loro si fece, come potrebbero essi mai di
preposito deliberato dissimulare di non riconoscere nella religione del
vero Israelita la chiara impronta uniforme di quella professata da essi
medesimi; come supporre infine, senza delirio, che ricusare essi
volessero il pieno suffragio loro concorde, ad una sì ammirabile
credenza che riconoscerebbero in massima essere la loro, cotanto
identica a' sacri dettami della filosofia, della nature, della ragione?
Infatti qual'era mai per se stessa la base radicale dove propriamente
sostenevasi la credenza di entrambi questi due filosofi di Atene, e dove
mai fondava il filosofo Chinese quella dell'intimo suo Culto? (105) Se
prescindere vogliamo da ciò che sia propriamente sistema filosofico, che
ogni creatore, o institutore di nuova setta scientifica, immaginare
volea il suo, in nulla, o in poco differiva certamente il loro credere
da quello che veggiamo istituito da Mosè nel Pentateuco; astraendo però,
nel modo che abbiamo fatto tutte quelle ordinanze, o prescrizioni che
imposte furono da questo legislatore agli ebrei della sua età, che oggi
terrebbero del soverchio, o dell'inutile.

Non avvi alcuno che ignori a quale prezzo aggravante Socrate acquistasse
il sublime piacere d'istruire l'ingratissima sua patria, dell'esistenza
indelebile del Dio di verità, e la soddisfazione di renderla edatta
della scienza la più esimia, la più utile, e la più importante per il
genere umano (106).

E chi mai fra tutti gli uomini scienziati dell'antichità, si è in alcun
tempo elevato col pensiere fino alla contemplazione dello stesso Autore
Supremo della natura, e dell'anima umana, con maggiore successo di
quello che i fasti filosofici concordi ci narrano di Platone? Non
abbiamo che applicarci assiduamente nel suo ammirabile _Timeo_, oltre le
tante altre sue produzioni metafisiche, e contemplative, per restarne
convinti, e sorpresi ad un'istante (107).

E quale morale potrà essere giammai posta al confronto con quella che
Confucio introdusse fra i Chinesi, quali instruzioni più dotte, più
salutari di quelle che questo popolo apprese da sì venerabile maestro,
che da oltre venti secoli non cessa di rispettarlo come tale, ed
essergli riconoscente come suo benefattore? (108)

Da un confronto sì esatto, e sì uniforme in ogni parte, chi non vedrebbe
mai resultare quella pura fondamentale religione, la sola oltremodo
necessaria, e indispensabile all'Ente ragionevole sulla terra, già da
esso conosciuta, e praticata col più felice successo per tanti secoli
nella vetusta età della sue specie? E quale altra mai fuori di questa,
per confessione unanime di tutti i popoli era la credenza dell'antico
Israelismo, non escludendo Mosè che ne fu il promulgatore? Ma le illuse
generazioni che ne successero nulla premurose di conservarla, corsero
per elleno medesime a precipitarsi nel baratro funesto della più
grossolana superstizione e di una stupida ignoranza in cui la loro
macchinale credulità dovea, senza scampo inconsideratamente trascinarle.
Quindi senza lesione della verità conchiudere illativamente quì si
potrebbe che se la religione dei primi benemeriti patriarchi del Popolo
d'Israel è vera, quella che professano gli ebrei moderni è nella massima
sua parte opposta a quella diametralmente, e in conseguenza apocrifa, e
assurda, e ciò per le tante valide ragioni da noi opportunamente
riportate, e per le molte altre che ci si offriranno nel progresso delle
nostre osservazioni; ma tale è pur troppo la condizione deplorabile
dell'uomo, come lo riflette un pensatore filosofo, che il vero non gli è
sempre vantaggioso, ed i lumi della ragione non furono in tutti i tempi
sufficienti abbastanza, nè, quanto è d'uopo, efficaci a rischiarare le
dense tenebre nelle quali esso vive per folle arbitrio, miseramente
sepolto.

(95) tali sono appunto gli stravaganti riflessi che dettero adito in
ogni tempo alla temeraria miscredenza di alcuni pensatori liberi, onde
conchiudere assurdamente che i principj su' quali si fonda la religione
(tuttochè da' sani filosofi giudicati, e riconosciuti sempre
incontrastabili), altro non sono che ipotesi azzardate, immaginate
dall'ignoranza, propalate dalla credulità, adottate dalla speranza, e
venerate dal timore: _Les uns_, aggiugne Montagne, _font à croire au
monde qu'ils croient ce qu'ils ne croient pas, les autres en plus grand
nombre se le font à croire à eux mêmes, ne sachant pas pénétrer ce que
c'est que croire._ _Ess. IV._

(96) Si consultino le tradizioni di tutti i popoli che conosciamo, si
percorrino quelle ad una, ad una minutamente, quale bene ci mostreranno
avere esse recato agli uomini che possa, in qualche parte almeno,
ricompensarci degl'innumerabili mali che ci hanno le medesime in tante
guise differenti, e in ogni tempo cagionati sopra la terra? Ma ci
faranno esse vedere come accesero per tutto le fiaccole
dell'intolleranza, come hanno empiute crudelmente ovunque le pianure di
cadaveri, abbeverate le campagne di sangue umano, incendiate le Città
devastati gl'Imperi, senza che abbiano renduti mai gli uomini più umani;
nè più saggi, nè migliori: La bontà de' medesimi è l'opera unicamente di
una pura morale, o d'una vera Religione.

(97) Se prescindere vogliamo un solo istante dalle follie deplorabili
che le numerose tradizioni de' popoli gentili hanno fino a noi
tramandate, a che si ridurrebbero mai senza di quelle tutte le immense
pratiche, o cerimonie delle sette che ci si offrono a' tempi odierni?
Quelle dell'Israelismo furono, a tempo debito, da noi evidentemente
contraddistinte; e quelle coltivate dalle altre, senza dubbio, a poca
cosa. Ma ciò che reca stupore si è di vedere, come tutte le nazioni,
senza eccettuarne alcuna, vanno esattamente concordi, e nel deciso
fervore con cui ciascuna di esse pretende fare valere la sua, e nella
sorgente incontaminata dalla quale vogliono tutte farle direttamente
scaturire.

Per altro, io ricercherei di proposito a tutti questi settarj, come
pervenire a provare quale fra queste tradizioni potrà dirsi giustamente
la vera, in mezzo alle moltiplici contraddizioni ch'esse ci offrono
insieme, ed alla ripugnanza che ogni popolo dimostra costantemente per
le tradizioni di un altro popolo? Le nove incarnazioni di _Wistnou_ sono
religione nelle Indie, e favola in Pietroburgo; l'_Eucaristia_, è un
sacramento presso i Cristiani, è un idolatria in Costantinopoli, nella
guisa che le gesta di _Maometto_ venerate da' Musulmani come altrettante
intuizioni divine, sono riguardate da' Seguaci di Cristo, come l'effetto
dell'impostura, e dell'insania; e tuttociò finalmente che gli altri
popoli apprezzano come sacro, e inviolabile, è dagli ebrei riguardato
come degno di abominio, e di esecrazione; nella guisa che una gran parte
degli usi, e cerimonie religiose praticate da questi, persuasi che
procedino dallo spirito santo, o dal portentoso _Batkol_, di cui fu già
da noi parlato altrove, formano l'oggetto dell'improperio, e della
derisione degli altri popoli.

Or in mezzo a tante fluttuanti opinioni, sostenute da ogni parte col più
fervido entusiasmo, come mai rintracciare la meno assurda, la più ovvia,
la migliore? Per altro, il servigio il più rimarcabile che rendere si
potrebbe a tutti i popoli dell'universo, quello sarebbe, senza dubbio,
di fare ed essi conoscere l'illusione, e il nocumento delle loro
stravaganti opinioni a tale riguardo, ma niuno fino ad ora ci ha pensato
giammai, e sembra che nè pure vi abbia avuta l'idea d'intraprenderlo, nè
il coraggio sufficiente di eseguirlo.

(98) _Lucrezio_ ha detto, è ormai venti, e più secoli, che tutto il
genere umano, fino da' suoi tempi, era oppresso miseramente sotto la
soma lacerante della superstizione:

    _Humana ante oculos fœde cum jacere,_
    _In terris oppressa gravi sub Religione._ _L. I. v. 63. 64._

Che direbbe mai Lucrezio, se risorgere ei potesse a' tempi nostri? Molti
l'hanno parimente ripetuto con eguale veemenza, dopo di lui; infiniti
altri benemeriti scrittori se ne lagnano ancora; ma frattanto esistere
si mirano tuttavia ovunque, e la superstizione, e i suoi detestabili
fautori.

(99) Tutti questi, ed altri sì fatti deplorabili smarrimenti de' quali
fu da vari secoli suscettibile il popolo Ebreo, come osservammo, possono
datare dall'Era lacrimevole delle propalazione delle tradizionali follìe
di cui si ebbe la scaltrezza d'imbevere lo spirito umano,
delineandogliele come altrettante prescrizioni divine, l'esatta
osservanza delle quali rendevasi assolutamente indispensabile all'eterna
salute d'Israel, nella guisa medesima che la trasgressione lo ridurrebbe
periclitante, senza scampo, vittima delle più orribili calamità, e di un
perpetuo infortunio.

Dopo tutto ciò stupiremo ancora di vedere accreditare, ed ammettere con
tanta venerazione dagli uomini tali mostruosi principj? Agevole riesce
di far credere agli uomini ciò che lusinga il loro amor proprio, ed
alimenta i pregiudizj di cui sono imbevuti.

(100) Non è che nel secolo XII. che il dogma della Confessione
auriculare fu introdotta fra i settatori papisti da Innocenzo III. nel
Concilio Lateranese IV. l'anno 1213. Ma ciò che dee sembrare oltremodo
straordinario alle menti illuminate si è, l'osservare con quale accanito
fervore è essa ovunque praticata laddove il Clero perviene ad acquistare
un ascendente quasi assoluto sullo spirito abbacinato degli uomini, come
appunto succedere miriamo in Ispagna, in Portogallo, ed in Italia,
malgrado che i primi padri del Cristianesimo combattessero apertamente
l'uso di siffatta confessione, e non ostante che _Ambrogio_,
_Crisostomo_, e _Basilio_ fra quelli ne fossero d'accordo sì avversi,
esortando i penitenti a confessare le loro colpe al solo Dio che può
correggerle, ed annientarle, e non già di palesarle agli uomini, i quali
altro non sanno che stordirli con minaccie, o puerili timori senza
recare loro fintanto alcuna specie di antidoto nè di conforto (_Ved
homil. 31 in Hebr. homil. de Pœnit. T. V homil. de Laz. T. V. p. 81._)

E se Agostino interroghiamo, lo udiremo ripetere: _Quid mihi est enim
cum hominibus ut audiant Confessiones meas, quasi ipsi Sanaturi sint
omnes languores meos?_ _Confes. Lib. 10. Cap. 3._ e lo stesso Agostino,
in altro luogo, (_Serm. II. sopra il Salmo 31._) aggiugne: _Pronuntiabo
adversum me injustitias meas domino_ (si osservi che non dice già agli
uomini) _& tu remisisti impietatem cordis mei_.

Servissero almeno queste confessioni ad allontanare il delitto, a
reprimere i vizi, a rendere più saggi coloro che stupidamente vi si
confidano, il nocumento ch'esse recano non sarebbe senza un compenso; ma
esse travviano lo spirito, corrompono i costumi, alimentano
l'ingiustizia, e le azioni criminose, e colla facilità delle assoluzioni
che si fanno, senza ostacolo, risultarne, anche il più deciso malfattore
con una simulata resipiscenza non solo ritrova un pronto mezzo con che
giustificare agevolmente i suoi misfatti, ma persuaso di potere in tale
maniera giugnere per sino e cancellarli, esso diviene sovente recidivo
senza ribrezzo. Se i Peruviani, secondo il P. Accosta, il Pau, ed il
Raynal praticavano essi pure la confessione molto avanti che la
conoscessero i Cristiani, soggetti non erano però a simili delirj.

(101) volendo Maometto prevenire ed allontanare gli eccessi che
cagionano regolarmente l'ebrezza, e il giuoco per colui che vi si
abbandona, esso ha interdetto assolutamente l'uso del vino, e de'
giuochi d'azzardo, ed affine di dare a questa legge tutta quella forza
che gli era necessaria, esso ebbe ricorso alla sua pratica usuale, quale
fu quella di inventare alcuni esempi ovvj a giustificare la sua condotta
a tale riguardo, uno di questi fu quello de' due angeli _Arut_, e
_Marut_ inviati da Dio sopra le terra per amministrare le giustizia in
Babilonia, che divenuti ebri in un banchetto dove furono invitati,
commisero molte vituperose incontinenze (ved. _Alkodai Pocok. Specim.
Ist. Arab. p. 175. Alcor. Cap. V._) Tale è infatti il vero motivo del
divieto del vino presso i Musulmani.

In quanto poi ad ammettere per uno de' dogmi di religione l'ignoranza
universale delle scienze, siccome era esse una delle qualità che
distinguevano il fondatore dell'Islamismo, giacchè l'inscizia di
Maometto, per quanto asseriscono i suoi medesimi fautori, andava fino
alle barbarie, non sapendo nè leggere, nè scrivere, difetto, peraltro,
che gli era comune con tutta la sua tribù (ved. _luog. cit._) ciò che lo
rendeva incapace non solo di risolvere le obbiezioni che gli avversari
della sua setta nascente gli opponevano di tratto in tratto, ma lo
esponeva sovente agli scherni, ed a' motteggi che le sue ambigue
risposte davano sufficiente motivo di dovere fare. Quindi riconoscendo
che i suoi settatori non avrebbero potuto meglio riuscirci in simile
caso, egli si appigliò al partito di proibire loro qualunque specie di
questione Teologica, di scienza, e di coltura, comandando eglino, in
vece di passare a fil di spada tutti coloro che inveissero contro la sua
dottrina. (Ved. _Alcor. Cap. 4 Cantacuz. Orat. 1. Sect 12._)

(102) Niente di più ridicolo della Mesra, ovvero il preteso viaggio che
Maometto fece nel Cielo durante il corso di una notte; e niente di più
insensata dell'invenzione dell'Alborak, o del prodigioso animale
quadrupede che ve lo condusse.

Rapportasi dunque dall'Alkorano, ch'essendo Maometto coricato una notte
con _Ayessa_, una delle sue mogli, udì battere alla porta della sua
camera, ed essendosi alzato per aprirla esso vi osservò l'Angelo
Gabriello ornato di 70. paja d'ale spiegate da entrambi i suoi lati;
esso era seguitato dall'_Alborak_, bestia che partecipava della natura
dell'asino, e del mulo, di una bianchezza che eccedeva quella della
neve, e di un agilità sì sorprendente, che il lampo non passa con
maggiore celerità di ciò ch'esso metteva nel tragittare dall'uno
all'altro sito, ed è appunto a cagione di sì fatta straordinaria
destrezza (secondo gli scrittori Musulmani) che gli si fece meritare
l'attributo di alborak, che nell'arabo idioma significa un baleno.

Tosto che lo sguardo di Maometto restò colpito dall'intuito del
Messaggere celeste, questi lo abbracciò affettuosamente, e salutandolo
dalla parte di Dio, gl'impose in di lui nome il trasferirsi nel Cielo,
dove avea esso determinato d'iniziarlo in certi urgenti misteri, che non
permise di rivelare giammai ad alcuno de' mortali che lo avevano
preceduto, ed era per ciò col disegno di rendere più agevole il suo
viaggio ch'esso gl'inviava espressamente l'Alborak. Maometto non esitò
ad eseguire quanto gli venne imposto, ed appena ch'esso l'ebbe montato,
si trovò in un istante dalla Mecca in Gerusalemme; da colà sempre
accompagnato dalla sua guida celeste, proseguì il suo cammino fino a
tanto che ritrovata una scala di luce preparata per essi vi ascesero,
lasciando l'Alborack legato in una rupe, fino al loro ritorno, e
prodigiosamente pervennero quindi al primo Cielo, e da questo agli altri
sei, tutto nel breve intervallo di una notte. (Ved. _Zamnias. et Didav.
in Alcor. ad Cap. 17 et 33._)

Si può egli immaginare assurdità più enormi, e iperboli più insensate di
quelle che si osservano racchiuse in sì fatto itinerario celeste?

(103) Da quando Maometto cominciò ad accreditare in faccia de' suoi
creduli settatori il di lui preteso apostolato, la prima idea ch'esso
ebbe fu quella di lusingare la loro speranza, e alimentare la
dissolutezza a cui gli riconosceva sì eccessivamente proclivi, quindi è
ch'esso inventò un paradiso secondo il gusto degli Arabi, ed a misura
de' piaceri sensuali che gli penetravano con maggiore intensità.
D'altronde conoscendo per isperienza quanto l'idea del loro soggiorno in
un clima ardente, unito a' costumi lascivi dai quali erano essi
predominati, avrebbe loro fatto amare tutto ciò che avea efficacia di
condurli alla sensualità, Maometto promise a' suoi Settarj nella vita
futura, giardini, riviere, profumi, letti di riposo, del pari sontuosi
che comodi, preparati da uno stuolo immenso di femmine di un'avvenenza
incomparabile, e che offrono loro tutto ciò che l'amore ha di più vago,
e di più seducente (Ved. _Alcor. Cap. 4. 78. 90_ _Hotting. Hist. Orieni.
Lib. 2. c. 4_). Tale è l'immagine stravagante del paradiso che Maometto
fece concepire a' suoi seguaci; quella poi ch'esso volle delineare
dell'inferno in punizione delle colpe, n'è precisamente il contrapposto
e quasi uniforme a quello che tutte le altre sette lo descrivono.

(104) Le sagge ammirabili prescrizioni instituite da Mosè al popolo
ebreo sono amplificate oggi a tal eccesso dai settatori talmudisti, come
lo rimarcammo a sufficienza nei capitoli precedenti, che ora più non è
possibile distinguere quale fosse propriamente il genuino senso
primitivo delle medesime; ogni minimo Rabbì, ogni devota femminuccia ne
accresce sempre a suo capriccio qualche bizzarra nuova pratica, e de'
nuovi riti stravaganti, quali dal rabbinico dialetto sono chiamati גדרים
(ghedarim), cioè _ripari_, per non giugnere al grado com'essi
erroneamente opinano di trasgredire ciò che attacca in massima
l'essenziale de' veri precetti comandati da' Mosè; ed egli è insomma
così che questi glosatori co' loro ghedarim non solo resero le solennità
prescritte al Popolo ebreo come giorni di delizia, e di ricreazione, un
giogo aggravante, e insopportabile per la massa enorme de' riti, doveri,
e cerimonie di tante specie differenti, aggiunte alla quantità immensa
de' precetti già imposti da Mosè ne' tempi andati, ma tutto il
Pentateuco altresì, un edifizio informe soggetto a crollare, e a
subissarsi al benchè minimo urto.

(105) I sistemi filosofici di Socrate, e di Platone suo scolare sono
quasi uniformi; essi ammettevano d'accordo tre principj, Dio l'idea, e
la materia, facendo l'ultima subordinata alle seconda; ma queste due
dovevano, a senno loro, prestare omaggio, ed obbedienza al Dio supremo,
come loro opifice, loro padre, loro creatore. Dio dunque è
l'intendimento universale. Essi concepivano per idea una certa essenza
incorporea, capace di abbracciare tutte le cose, e la materia il primo
soggetto sottoposto alla generazione, e corruzione (Ved _Plut., op.
filos. Cap. 3._)

Tuttochè oscuro, e impercettibile oltremodo sia stato in ogni tempo
riconosciuto per se stesso questo sistema, per qualunque sforzo che
molti filosofi abbiano fatto sempre affine di rischiararlo intieramente
non sieno mai riusciti di vedere sortire felicemente il loro intento,
pure non lascia quello di fare pressochè ad evidenza travedere quanto
sane fossero le massime, e i principj che nutrivano Socrate e Platone
relativamente alla Divinità, ed al Culto puro, e inalterabile che
rendere gli si dee. I primi Dottori della Chiesa romana hanno adottati
quasi tutti i sentimenti non meno Psicologici, che Ontologici di
entrambi questi filosofi, considerandogli per sino, come ortodossi (Ved.
la seg. annot. 108.) sebbene che il celebre _Bayle_ (_Pens. sur la Com.
T. I. p. 346._) seguitato da vari altri filosofi seriosamente oppongasi
a questi, non meno che a' principj filosofici di Confucio, de' quali
sarà da noi quanto basta ragionato altrove (Ved. la seg. annot. 109.)

(106) È a tutti noto di quali sforzi usasse Socrate affine d'indurre gli
Ateniesi ad illuminarsi sul culto del vero Dio, e ad oggetto di ridurli
ad abdicare la loro superstiziosa idolatria, ed i loro malefici
prestigi; ma quanto inutilmente egli vi si adoperasse lo dimostrano pur
troppo, l'esito fatale de' suoi benemeriti disegni, e la triste
ricompensa che la sua patria sconoscente gli ha ferocemente preparata;
nè le saggie sue premure per istruirla e per illuminarla nella scienza
la più urgente per l'uomo, qual è la sana morale ebbero un successo più
propizio, furono sprecate meno vanamente: quale solido vantaggio
risultare mai ne porrebbe di potere asserire con _Cicerone_ essere stato
Socrate il primo a fare discendere la filosofia dal Cielo, ad introdurla
fra gli uomini, a volgarizzarla persino nel centro delle stesse
famiglie, se cotanto poco la sua ingrata patria curava le di lui
ammirabili salutari lezioni? _Socrates autem primus Philosophiam
devocavit e Cœlo et in urbibus collocavit, et in domos etiam introduxit,
et coegit de vita, et moribus, rebusque bonis, et malis quaerere._
_Tuscul. Quaest. Lib. V._

Ma il popolo di Atene sempre sordo, ed insensibile agli ammaestramenti
di sì eccelso filosofo, meditò da proditore la sua perdita estrema,
privando così la società del più saggio, e del più necessario de' suoi
membri.

(107) _De Deo scripta in Timæo aliisquis Platonis Commentariis, non ab
hominis profanis studus inutrito, sed ab Æbreo, aut Christiano profecta
videatur._ _Lact. Instit. X._

Se tutto ciò non fosse quanto è d'uopo sufficiente a farci completamente
rilevare i sentimenti di Platone per rapporto all'Essere Supremo, non
abbiamo che dedicarci di proposito ad applicare il _Cratilo_, ed il
_Fedone_ di questo medesimo filosofo per restarne maggiormente convinti.

Oltre a ciò non solo i primi ebrei Talmudisti, ma quasi tutti i primi
Cristiani furono a tal segno Settatori di Platone, che quelli
appoggiavano tutte le loro più importanti decisioni sulla di lui
autorità, e si persuadevano con intima convinzione di travedere negli
scritti del filosofo di Atene una gran parte de' più essenziali misteri
della loro Religione (Ved. _Aug. Confess. Lib. VIII. Cap. II._), e la
loro persuasione ora ad un grado tale radicata a questo riguardo, che
nell'ottavo secolo della Chiesa, i Cristiani giunsero ad accordargli
generalmente finanche lo spirito di Profetica istituzione; ma se
aggiugnere si volesse a tuttociò la prodigiosa favola del sepolcro
ritrovata nel tempo di Costantino VI. e d'Irene sua madre,
coll'iscrizione osservata sopra una lama di oro, di cui era cinto il
collo del cadavere che eravi racchiuso, noi finiamo in ultimo col dovere
credere Platone anticipatamente Cattolico apostolico romano (Ved.
_Zonar. Ist. Greca T. 3. pag. 87._ _Paolo Diacr. Lib. 23._ _Genebr. Lib.
3._ _Canisius De Beat. Virg. Lib. 2._)

(108) Benchè i missionarj tutti vantino asseverantemente di avere con
ogni diligenza consultati gli archivi de' Chinesi, frattanto tutto ciò
che quelli ci assicurano per rapporto alla Religione di questo popolo,
non è in massima che contradittoria, e inverosimile; gli uni col _P. Le
Comte_ la fanno Ortodossa; gli altri pretendono che l'Ateismo ha
dominato nella China fino da' giorni di Confucio, e che questo esimio
filosofo ancora siane rimasto così pure infetto (_Lett. de Mr. Maigros
p. 15._); ma con quale fondamento potrebbe mai accordarsi quest'ultima
opinione cogli ammirabili precetti trasmessi dallo stesso Confucio al
popolo Chinese, tendenti ad illuminarle sulla morale la più tersa, ed a
renderlo saggio, colto, e urbano; precetti che attualmente pure non
lasciano i Chinesi di mantenere, e seguitare coll'interesse il più
costante, e il più deciso? (Ved. _nom. mem de la Chine T. 2. pag.
108._). La seguente giudiziosa opinione tresmessaci da un dotto Inglese
appunto sulla religione di Confucio fa tacere tutte quelle che tentarono
futilmente di oscurarla. _The religion of Confucius professed by the
Literati, and persons of rank in China, and Tonquin, consists in a deep
inward veneration for the God, or King of Heaven, and in the practise of
every moral virtue. They have neither temples, nor priests, nor any
settled form of external worship; every one adores the supreme being in
the manner he himself thinks best. This is indeed the most refined
System of Religion that ever took place among men, but it is not fitted
for the human race; an excellent religion it would be for angels; but is
far too refined ever for sages, and Philosophes_ (_Sket. of Hist. of man
Vol. IV. Sket. III. p. 287._)

Per altro, in qualunque siasi aspetto che si contemplino i principj
metafisici di Confucio, essi dovranno sempre mai essere considerati da
noi come superiormente utili per ogni associazione umana, degni di
essere adottati da qualunque siasi popolo illuminato, e ad un tempo
medesimo come perfettamente identici, e uniformi a quelli che
l'antichità, non meno sacra che profana, ci fa comprendere conosciuti,
professati da tutti i primi padri del genere umano.



                            CAPITOLO XIII.

 Del Caraismo, o Deismo Israelitico; dei considerabili vantaggi che ne
   recherebbe il fondato stabilimento fra gli ebrei, ridotto alla sua
 primitiva purità; dimostrasi che i tre Patriarchi, Mosè, ed i Profeti
       che gli successero furono tutti Caraiti, o Ebrei Deisti.


Non vi fu giammai sopra la terra, verun popolo civilizzato senza
religione; ed il grande inconcusso principio di qualunque sistema
religioso è l'idea di un Essere Supremo: _Potius conspiciendam sine sole
urbem, quam sine Deo, ac Religione_, ci lasciò scritto _Plutarco_.
L'assioma non può essere, in vero, ne più giusto, nè più sublime, nè più
utile alla specie umana.

Per altro, siccome quest'idea si è per tante volte presentata alla mente
dell'uomo sotto innumerabili aspetti differenti, e forse ancora opposti
e contraddittorj (109), molti scrittori sensati si fecero costantemente
ad opinare che dessa non potea essere in tale stato giammai l'opera di
un Dio (nella guisa che ogni settario lo pretende con asseveranza in
favore di quella religione ch'egli professa); ma l'edifizio mostruoso
altresì aereamente costruito da certuni che ripongono le loro più
fondate risorse sulla fede cieca, e macchinale di quegl'inesperti
popoli, che seducono, e che tentarono in ogni tempo, e ovunque di
assoggettare tenacemente alle loro torpide follìe.

Oltre che tutto ciò è pur troppo dimostrato in ogni senso, e da noi
evidentemente comprovato, que' tali autori che in sì fatta guisa
ragionano avrebbero dovuto parimente riflettere ancora, che la diversità
de' climi, de' governi, de' costumi, degli usi, e de' temperamenti de'
popoli medesimi possono avere così pure molto contribuito a quelle
modificazioni amplificate che sembrano distruggersi a vicenda, che
partono frattanto da uno stesso identico principio, o dal pregiudizio
stesso, e di cui chi in maggiore, e chi in minore dose ogni popolo
risente intimamente i perniciosi effetti. Io mi limito soltanto alle
ricerche le più agevoli a conoscersi, e a discutersi, non osando
avanzare se non se ciò, che l'istoria, ed il mio cuore mi appresero di
più semplice, di più ragionato e di più chiaro (110).

È cosa renduta omai troppo evidente che quasi tutte le opinioni alle
quali noi ci attacchiamo il più fortemente, tengono sempre a qualche
sentimento confuso, di cui noi ignoriamo per l'ordinario il vero fonte
dal quale derivano, o il germe positivo donde ripetono la loro natìa
produzione. Lo spirito nostro per lo più, non si arresta giammai che
sulle idee le quali hanno molto sovente un rapporto analogo, e costante
colla nostra maniera di sentire, di discernere, di ragionare; se ciò è
vero, come tutto concorre a persuadercene di qualunque nazione,
generalmente parlando, a più forti ragioni dee esserlo per il popolo
ebreo che mille cause fatali gli hanno contrastato sempre, e ovunque
l'abitudine di coltivarsi, di riflettere, di ragionare (siccome verrà da
noi dimostrativamente comprovato nel secondo volume di quest'opera) le
sue più estese cognizioni non oltrepassavano la superficie di ciò che
scaltramente pretendevasi fargli credere come giusto, inconcusso, e
salutare; occupato unicamente dei mistici suoi fantasmi tradizionali,
solo interessato de' propri suoi bisogni, e de' mezzi i più pronti, e i
più sicuri di soddisfarli, esso vegetava per così dire, senza accorgersi
di esistere; come dunque in tale stato deplorabile di cose avrebb'esso
mai potuto uscire dalla sfera immensa de' suoi proprj acquisiti
smarrimenti dalla quale voleasi a tutta forza circoscritto; come
disporsi risolutamente a spezzare que' ceppi terribili che teneanlo
avvinto? Non vi volea meno certamente di una subitanea rivoluzione
straordinaria nel suo sistema religioso che potesse richiamarlo a se
stesso, scuoterlo dal suo torpido letargo antico, impegnarlo a
considerare il di lui stato attuale, compararne l'avvenire col passato,
e questo colle circostanze degli odierni momenti. Tale rivoluzione
oltremodo necessaria e salutare al suo degenerato sistema religioso, si
offre opportunamente adesso; ma ben lungi dal sostenerla, seguitarne le
traccie, ed animarne i progressi, in vece di versarsi a ponderarne
l'utilità illimitata a distinguerne i vantaggi perenni che per tanti
rapporti essa ci porge, ei la condannò ferocemente senza esame, come
degna dell'Israelitica esecrazione, iniqua, eterodossa (111). Tale fu
appunto il carattere odibile che da tutti i partigiani Talmudisti
ciecamente si fece del Caraismo, appena che i primi raggi sfavillanti
diramati si videro sopra la terra, e tosto che i solidi principj su
quali reggeasi, cominciarono a rendersi più noti, ed a propalarsi fra
gli uomini: Istituzione che ridotta alla sua purità primitiva è, senza
contrasto, la più sublime, e la migliore di quante altre mai la mente
dell'uomo fosse stata in alcun tempo capace d'introdurre sopra la terra.

Ma avanti d'internarci nell'esatta dimostrazione di questa verità, ci è
d'uopo quì arrestarci un solo istante ad indagare assiduamente il fonte
primitivo, da cui un tale nome ritrae la sua originaria derivazione;
indi nella migliore forma che ci sarà possibile discenderemo
gradatamente ad esaminarne l'origine, i progressi, le pratiche, e gli
errori, onde giugnere in seguito più agevolmente al nostro grande scopo,
qual è quello di sopprimere, e annientare tutto quanto può racchiudersi
in siffatto sistema d'assurdo, d'inutile, o di strano, e ad un tempo
medesimo semplificarlo, e di ridurlo a quel grado di esattezza di cui le
umane instituzioni possono essere suscettibili.

I cinque libri che compongono interamente il Codice di Mosè (che noi
distinguiamo col vocabolo greco _Pentateuco_ che significa cinque)
furono chiamati dagli ebrei al ritorno della loro cattività di Babilonia
מקרא (_mikrà_), cioè _Lettura_; essi non dettero per tanto da principio
questo nome che a' soli accennati cinque libri (come apparisce da Neemia
Cap. 8.) dove il semplice testo della Legge è così pure distinto col
Vocabolo _mikrà_. I Rabbini cominciarono allora a nominare col termine
medesimo anche le loro glose, o interpretazioni del Pentateuco di Mosè;
e siccome il Popolo ebreo di que' tempi non era intelligente a
sufficienza dell'Ebraico dialetto, rendevasi necessario assolutamente
che il detto Codice che gli si imponeva come un dovere pressante, di
osservare minutamente, fosse al medesimo spiegato nel Caldeo linguaggio,
tale essendo la sua lingua materna, per vieppiù metterlo in istato di
conoscerlo, e d'intenderlo. Quindi nella successione de' tempi si chiamò
parimenti _Mikrà_ tutto il resto della Bibbia; e lo stesso Talmud si
serve qualche volta di questo vocabolo paragonando il testo della
Scrittura colle parafrasi rabbiniche sulle quali la tradizione del
popolo d'Israel è onninamente fondata.

E così dunque da ciò, che la setta de' _Caraiti_ fra gli ebrei prese il
suo nome primitivo, perchè dessa si attacca, principalmente al semplice
testo della scrittura, non volendo in conto alcuno conoscere le
tradizioni degli altri ebrei per principio fondamentale di quella
religione ch'essi prefiggonsi di ammettere, e di osservare, nella guisa
medesima, che si è veduto ne' secoli a noi più vicini i protestanti
denominarsi _Evangelici_, a cagione ch'essi pretendevano di non doversi
appoggiare, che sul mero evangelo, rigettando completamente qualunque
siasi tradizione, e tuttociò che vi ha, o lontano, o prossimo rapporto.
קראי (Karai) dunque, secondo ancora l'osservazione di _Abenesdra_, e di
_Elia Levita_, significa: un'uomo colto, esercitato profondamente nello
studio della scrittura, e della più purgata maniera d'intenderla, e di
spiegarla (112).

Ma questo nome che in origine era sì generalmente onorevole fra gli
ebrei, è divenuto loro esecrabile all'eccesso, dopo che alcuni fra
questi i quali concepirono un disprezzo positivo per le tradizioni
Rabbiniche, si separarono dal corpo totale degli ebrei distinguendosi
collo specioso attributo di _Caraim_. I proseliti di questa nuova setta
pretesero di dimostrare con ciò ch'essi aveano sulla religione dei
sentimenti molto più integerrimi, ed assai più filosofici degli altri,
ch'essi accusavano di avere in qualche modo abbandonata la parola di Dio
per seguire ciecamente le ampollose Decisioni rabbiniche delle quali le
loro opere sono piene. Da un altra parte gli ebrei Talmudisti gli
rimproveravano di essere _Saducei_, perchè infatti essi gl'imitavano in
quanto a ciò solo che non volevano ammettere le tradizioni de' loro
antecessori (113).

Ma lasciamo, di grazia, tutte queste, ed altre sì fatte imputazioni male
fondate, e veggiamo quali sono stati, in massima, i veri sentimenti
religionarj della setta del Caraismo, la quale è in tanto abominio
attualmente presso i Rabbini, non meno, che in faccia di tutti coloro
aderenti al loro partito.

Prima però di esaurire intieramente l'assunto di cui ora ci occupiamo,
non mi sembra inutile di fare qualche rapida menzione della primitiva
origine della setta di cui parliamo, e della sua più verosimile
fondazione, tutto che oltremodo ambigui, e troppo torbidi sieno i lumi
che pochi scrittori ci trasmisero, relativamente al Caraismo.

(109) Tutti gli antichi popoli dell'Oriente hanno sempre adorato il Sole
sotto un'immensa quantità di varj nomi differenti, come può ad evidenza
rilevarsi dall'Inno al sole di _Marziano Capella_, il quale pretende che
sono que' nomi disparati, il sole era l'unica Divinità che veniva da'
medesimi generalmente adorata: _Gli abitatori del Lazio_, (dice
ingegnosamente l'Autore di questo energico Inno) ti chiamano _Sole_; i
Greci ti nomano _Febo_; altri ti distinguono _Bacco_; i popoli che
abitano il Nilo ti dicono _Serapis_; ed alcuni altri _Osiris_; i
Persiani ti appellano Mitra; tu sei finalmente _Alys_ in Frigia;
_Ammone_, (ovvero il Dio Agnello) in Libia; _Adone_ in Fenicia; e così
l'universo intero ti adora sotto una folla immensa di caratteri
bizzarramente differenti, e opposti.

È solo a questa notabile discrepanza che io intendo propriamente
riferire il mio principio, da cui il popolo d'Israel, per verità, resta
del tutto esente.

(110) Perchè mai, argomenta un pensatore anonimo, ritroviamo noi tante
immagini ridenti nelle tradizioni mitologiche de' Greci, e de' Romani?
Ciò avviene perchè quelle debbono l'origine loro al più ameno clima del
mondo, alla patria delle arti, alla culla delle scienze, e del buon
gusto, al Governo il più saggio, e il più illuminato, ed alla ferma
inerenza infine che quelle industriose nazioni sentivano per il
progresso de' lumi, e per lo sviluppo delle proprie loro facoltà
intellettuali. Perchè mai, al contrario, le tradizioni orali
specialmente degli antichi Israeliti (prosegue il medesimo Autore) sono
esse così triste, sì meschine, ed insoffribili? Ciò procede perchè
queste furono scavate nel centro di un popolo allora, eccessivamente
barbaro, e ignorante, governato da una Teocrazia, la quale non ispirava
che il terrore, e l'avvilimento senza renderlo nè meno stupido, nè più
saggio, nè migliore, nè in verun modo proclive alla coltura dello
spirito, ed all'acquisto di utili cognizioni. Quindi per ultima prova di
quanto il testè riportato anonimo ci espone, facciasi un passeggero
confronto fra i deliziosi giardini della Grecia, e la vaga amenità del
suolo romano con le scheletrite inospite foreste, dell'Arabia, e della
Palestina, e noi non saremo più sorpresi della stravaganza notabile
della quale parliamo.

(111) _Une verité en qualité de nouvelle_, dice un pensatore insigne,
_choque toujours quelque usage, ou quelque opinion généralement établie;
elle a d'abord peu de sectateurs; elle est traitée de paradoxe, citée
comme une erreur, et rejetée sans être entendue._

Ciò che dimostra che gli uomini in generale approvano, o condannano a
caso, e la verità stessa è dalla massima parte di quelli, ricevuta come
l'errore, senza esame, inorpellata da' pregiudizj, o dalla tradizione.

(112) Abenesdra che gli ebrei chiamano meritamente il _saggio_ fa
menzione (_Comm. Sul Pentat._) di cinque differenti maniere
d'interpretare la Scrittura, di cui la prima è di coloro che si
diffondono sopra ogni parola impiegando ne' loro commentarj tutto ciò
ch'essi sanno: il medesimo riporta per esempio un certo Rabbino _Isaak_,
il quale avea compilati nove libri per fare la spiegazione del solo I.
Cap. della Genesi; _Saadia Gaon_, ed alcuni altri, i quali all'occasione
di dovere interpretare una sola frase della Scrittura, si diffusero in
trattati del tutto stranieri al soggetto principale. Abenesdra combatte
sdegnosamente questo metodo strano d'interpretare la scrittura.

La seconda presso gli ebrei è molto dissimile dalla prima; quella
consiste, secondo lui, a non consultare che la pretta ragione, ed un
bene sostenuto criterio senza niun riguardo a' pregiudizj nè
all'autorità; metodo che lo stesso Abenesdra attribuisce particolarmente
a' Caraiti.

La terza è di coloro che riducono tutte le cose alle mistiche allegorie,
e che ritrovano per tutto logogrife visioni sacre impercettibili, senza
nulla curare il senso letterale; esso rigetta parimente questo metodo,
reputando cosa molto pericolosa, ed affatto incongruente di allontanarsi
dal senso letterale, e di non seguire colla più scrupolosa precisione,
altro che quello unicamente che dal solo testo restaci indicato.

La quarta è di coloro che si chiamano volgarmente _Cabalisti_ I quali
riducono tutto il senso della scrittura a delle vane, e ridicole
sottigliezze; anche questo metodo è rigettato da Abensdra, che lo reputa
passato dalla Scuola de' Platonici alle Scuole degli Ebrei nell'Europa
specialmente, dove molti fra questi hanno scritto sopra tale cabala
speculativa, la quale è pure in somma estimazione presso tutti gli ebrei
dell'Oriente; il libro del _Zohar_, che gl'Israeliti credono
antichissimo è ovunque pieno di queste sorta di mistiche spiegazioni:
quindi è che un gran numero di ebrei si è gettato confusamente in questo
studio senza esaminarlo. V'ha così ancora un'altra specie di cabala che
denominasi _pratica_; questa è assai più dell'altra pericolosa, e
assurda poichè la medesima fa parte di ciò che usualmente chiamasi
_magia_, la quale, a fondo, altro per se stessa non è che una illusione
di certe persone che immaginano di potere a loro talento operare delle
gesta, sedicenti prodigiose, colla supposta efficacia di questa _cabala
pratica_.

La quinta maniera finalmente d'interpretare la scrittura presso gli
ebrei è di ricercare diligentemente la significazione propria di ogni
vocabolo, e di spiegare i respettivi testi, il più alla lettera che sia
possibile, senza arrestarsi niente di meno sullo spirito tradizionale
con con soverchio scrupolo nella guisa che fu sempre mai praticato dalla
massima parte de' Rabbini. Abenesdra ci assicura (_Ibid._) avere esso
medesimo seguitato questo metodo stesso in tutti i suoi Commentarj sulla
scrittura, e in fatti io non conosco altro autore che abbia spiegate le
sacre pagine più letteralmente, e con criterio maggiore, nè con più
esatta precisione di lui.

Tali sono dunque le regole adottate da' Teologi ebrei nella spiegazione
della scrittura; ma è duopo essere attaccato all'ultima chi desidera di
bene spiegarla, ed intendere, ad un tempo, la critica degli Autori che
hanno con qualche metodo scritto in particolare sopra i Cinque libri di
Mosè.

(113) L'ignoranza dell'Istoria, e della cronologia in cui gli ebrei sono
da lungo tempo stati, ha fatto che nella successione de' secoli ai è
confuso questi Caraiti con gli antichi Saducei, sebbene la credenza
degli uni, e quella degli altri sia del tutto differente (come io passo
a dimostrarlo fra qualche breve istante). _Scaligero_, il quale avea
così pure confuso (_Elench. Trib. Cap. 22_) seguitando le traccie
medesime de' Rabanisti, i Caraiti co' Saducei, cambiò di sentimento,
avendo rilevato che i Caraiti dimoranti in Costantinopoli si
differenziavano soltanto degli altri ebrei, in ciò che quelli erano
molto più esatti di questi nell'osservanza dei comandamenti della Legge
primitiva, e che dessi ricusavano di sottomettersi alle loro tradizioni;
ma il medesimo Scaligero s'inganna allora quando asserisce, con poco
fondamento (_Ibid. Cap. 26_) che i Caraiti sono più antichi de' Saducei,
giacchè è evidente che questi esistevano fino dall'epoca di gran lunga
anteriore al secondo tempio, e che, al contrario, i Caraiti non si
manifestavano, se non se nel tempo in cui la tradizione orale venne
posta in iscritto, voglio dire, alla promulgazione de' primi commentarj
della scrittura, ciò che seguì 150 anni circa dopo la distruzione
dell'ultimo tempio (Vedi _Leusden Philosog. Hebraeor., mix Dissert. XV_)
le annotazioni che noi ci proponghiamo di riportare nel Capitolo
susseguente, rischiareranno qualunque ulteriore difficoltà a questo
riguardo; e ci metteranno a portata di condurre sopra tale assunto, i
giudizj più metodici, e più verosimili.



                            CAPITOLO XIV.

                    Seguito del medesimo soggetto.


Se si dovesse prestare fede inconsideratamente ad alcuni male prevenuti,
o poco edotti scrittori di quel partito noi dovremmo riguardare la setta
del Caraismo come la più antica di quante altre mai produsse la
Comunione del popolo d'Israel, facendola i medesimi discendere fino da
Esdra, e ciò ancora senza calcolare sulle asserzioni cotanto
erroneamente fondato de' Caraiti della Polonia, e della Lituania i quali
si pretendono discesi assolutamente dalle dieci tribù, che _Salmanasar_
avea trasportati al di là della Tartaria, senza riflettere che per poca
attenzione che si faccia alla sorte di queste dieci tribù, si sa ch'esse
non sono mai passate in quel paese: e coloro che sostengono simile
opinione, ad oggetto di meglio comprovarla adducono che quelle tribù
parlano anche oggi l'idioma tartaro, e il turco, e che è appunto in
queste medesime lingue che sono state fatte le versioni della scrittura
che dessi leggono in certi giorni determinati entro le loro proprie
sinagoghe (Vedi _Schup. Cht. Karaim, Seu Secta Karaeor. Dissertat.
Aliquot. Philol. ec. Seriae 1701_).

Ma questa opinione dimostrasi per altra parte ancora destituita
onninamente di verità, e di fondamento mentre s'egli è vero, come non
può in verun modo essere posto in dubbio, che lo scisma de' Caraiti si
spiegò fra gli ebrei a causa delle tradizioni che i partigiani di quella
Setta nè conoscere, nè ammettere mai vollero, è altrettanto
evidentemente certo, che note quelle non erano a' tempi di Salmanasar;
quindi è cosa troppo ridicola per se stessa l'opinare che questa legge
orale avesse potuto ritrovare degli oppositori avanti che la medesima
esistesse, ovvero prima che quella fosse insegnata pubblicamente. Non
possiamo sollevarci contro un nuovo sistema, qualunque siasi, se non se
dopo ch'esso è conosciuto, introdotto, e propalato fra gli uomini.
Dunque può con sicurezza dedursi che la setta Caraita debba essere a
quella di gran lunga molto posteriore.

_Eusebio_ poi ci fornisce intorno questa materia una congettura affatto
nuova, che più di ogni altra opinione parrebbe approssimarsi alla
verità. Ragionando esso in qualche luogo sul proposito di _Aristobolo_
(_Preparaz. Evang. Lib. 8. Cap. 10_) il quale comparve con grande
splendore nella Corte di Tolomeo Filometore, rimarca che vi era presso
gli ebrei fino da que' tempi due partiti differenti, ed opposti, l'uno
de' quali prendeva tutte le prescrizioni di Mosè alla lettera, fissava
l'altra ad essa un senso mistico ed allegorico, dal che molti
conchiusero (e _Prideaux_, et _Basnage_, e _Simon_ fra questi) di potere
quì con qualche probabilità ritrovare positivamente la vera origine de'
Caraiti (114), che cominciarono a comparire sotto questo principe;
perchè infatti fu allora, e non altrimenti che le interpretazioni
logogrife, e le allegoriche tradizioni acquistarono voga generale presso
gli ebrei, e che furono ricevute universalmente con maggiore avidità, e
venerazione da questo popolo (115).

Ecco, in una parola, la vera incontestabile origine della setta
denominate de' _Caraiti_. Passiamo a conoscere in seguito il loro
sistema di Religione.

I Caraiti convengono in ciò che riguarda i punti fondamentali della
Religione cogli altri ebrei, ed essi ne sono unicamente differenti per
quello che rapportasi ad alcuni punti di disciplina, ed alle tradizioni
che i medesimi rigettano presso che intieramente, astrazione fatta di
qualche fondata eccettuazione però, nella guisa che noi entriamo in
breve ad osservare.

Per altro, varj scrittori moderni ebrei, quali hanno investigato più a
fondo i sentimenti dei Caraiti gli distinsero totalmente da' _Saducei_
nel modo che apparisce dal Libro _Juhassim_ il di cui compilatore opina
essere troppo manifesto che i _Saducei_ non sono i medesimi dei Caraiti
odierni, poichè questi riconoscono la ricompensa delle azioni virtuose,
non meno che la punizione nell'altra vita delle opere malvagie, e
finalmente la Resurrezione dei Corpi, ciò che è opposto diametralmente
alla Dottrina dei _Saducei_ (116).

Rigettando i Caraiti dunque tutti i dogmi, ed i riti che non hanno altro
fondamento che la tradizione degli antichi Dottori della Sinagoga,
chiaro apparisce che il loro metodo di credere è assai meno aggravato di
pratiche, di usi, e di cerimonie di ciò che lo è la religione de' loro
oppositori; ma nella sua ristrettezza però essa è più rigorosamente
osservata in seguito della massima che nutrono di non dovere prescindere
giammai da qualunque siasi articolo delle prescrizioni ordinate alla
lettera dal solo Mosè nel Pentateuco; austerità che siccome ognuno
conosce, e nel modo che lo riflette sensatamente uno de' più illuminati
scrittori di quella Setta, la rende in moltissime parti presso che
impraticabile (117).

Che la religione adottate da' Caraiti sia per se stessa infinitamente
più pura, più filosofica, e più omogenea all'indole dell'uomo, di ciò
che lo è la credenza in molte parti macchinale di tutti gli altri ebrei
Talmudisti, ad evidenza lo dimostra le scrupolo ch'essi hanno di essere
oltremodo attaccati al testo inalterabile della scrittura, bene convinti
di non potere intendere così nettamente l'eterna disposizione
dell'Essere Supremo nella tradizione, come si farebbe attignendola dal
nitido fonte da cui essa mirabilmente emana: _Purius ex ipso fonte
bibuntur aquae_. Dicasi pure se vi ha niente di più elevato, e di più
filosofico de' loro principj in soggetto di Culto, o di religione (118)?
Essi non riconoscono che due sole guide per condursi felicemente
nell'edificante sentiere della salute; l'una è il _luminare_ _della
scrittura_, l'altro quello dell'_intendimento_. La verità si fa
discernere per se medesima secondo essi dalla ragione, che la trae dalla
primitiva sua incontaminata sorgente. Tale è dunque il sistema
riguardato da essi il più infallibile, e sul quale si appoggiano
radicalmente tutti i principj che servono di sostegno alla religione del
Caraismo. Di più essi inferiscono un ragionamento essere giusto allorchè
si accorda in ogni parte con questi medesimi principj, ed incontrando
frattanto qualunque articolo molto profondo in cui riesca troppo
malagevole all'intendimento umano di penetrare, essi non ommettono
perciò di piegare la fronte, e riceverlo con rassegnazione, e con
rispetto, avuto solo riguardo alla purità dell'origine dalla quale
deriva.

Queste sono dunque le inconcusse basi sulle quali appoggiano i Caraiti
l'essenzialità della loro credenza da una parte, e l'esplicita
ripugnanza che manifestano essi dall'altra contro la Legge orale, che i
Talmudisti pretendono concordemente, come si disse, data dall'Essere
Supremo al Legislatore Mosè sulla venerabile montagna di Sinaj (119).

In seguito di tutto quanto venne da noi fin quì esposto concernente i
Caraiti parrebbe necessario di dovere ora entrare a ragionare qualche
cosa per rapporto a' loro dogmi rituali, agli usi loro, ed alle loro
prescrizioni religiose; ma non ostante che queste non sieno in gran
numero, pure un diffuso trattato vi sarebbe a redigere se tutto ciò che
si prefiggono i Caraiti di osservare, quì riferire in dettaglio noi si
dovesse, egli è per questo riguardo unicamente che noi ci limiteremo
soltanto a fare espressa menzione de' riti più essenziali, per esempio,
le _Mezuzoth_, o _pergamene_ che gli ebrei talmudisti attaccano sullo
stipite delle porte esterne, ed interne delle loro proprie abitazioni: i
_Teffilin_, o _Filatterj_; l'astinenza di mangiare il formaggio con la
carne, non ostante che le due prime prescrizioni sieno chiaramente
ordinate da Mosè (_Deut. Cap. 6, v. 8 e 9_), il quale dice parlando
degli uni, e delle altre: _Et ligabis ea quasi signum in manu tua
eruntque, et movebuntur inter oculos tuos, scribesque ea in limine et
ostiis domus tuae_.

I Caraiti frattanto pretendono di spiegare al figurato, queste parole
secondo il solito praticato da' medesimi alludendo di tenerli fissi nel
Cuore, e sostenendo ad un tempo stesso che allora quando Dio ha ordinato
di scrivere queste pergamene, ed affiggerle sopra le porte, altro non
abbia esso voluto fare comprendere, se non se che dovessero quelle
essere in ogni tempo presenti allo spirito, nella guisa che l'ingresso
di un quartiere, o di una camera ci si offre il primo allo sguardo
nell'entrarvi; e con tale motivo i Caraiti si esentano dall'osservanza
di quelle tante pratiche all'eccesso abusive, ed insoffribili, che gli
ebrei Rabbanisti hanno inventate per rapporto agli accennati Mezuzoth, e
Teffilin.

In quanto poi al terzo precetto di non mangiare in un medesimo convito
carne di sorte alcuna, non escludendo quella dell'animale volatile, con
qualunque siasi latticinio mescolato insieme, fondandolo sopra l'Exodo,
i Caraiti sostengono che la vera spiegazione di questo testo è racchiusa
in quella medesima dell'altro in cui parlando degli uccelli la scrittura
dice (_Deut. Cap. 22. v. 6 e 7_) _tu non prenderai la madre co' piccoli
entro il loro nido, nello spazio di un solo giorno_, rigettando
egualmente qualunque tradizione intorno questo passaggio della
scrittura.

Essi rigettano parimente cinque digiuni osservati da' loro oppositori
nel periodo dell'anno (benchè menzionati espressamente dal Profeta
_Zaccar. Cap. 8 v. 19_, ch'essi riconoscono autorevole) attenendosi a
quello solo di espiazione, perchè in chiari sensi comandato da Dio per
organo di Mosè (_Levit. Cap. 23 v. 31_); detraendo però, tutto quanto vi
aggiunsero le tradizioni, che trovano ridicolo, e onninamente straniere
allo spirito del testo (120).

Essi sono, per altro, in qualche articolo affatto discordi da' Settatori
Talmudisti relativamente all'osservanza delle solennità, ma per ciò che
riguarda la massima, ed i punti essenziali della Religione, essi
convengono entrambi unanimemente d'accordo nella stretta osservanza de'
medesimi (121); siccome ancora non si scorge la benchè minima differenza
tra la maniera di circoncidere degli uni, e quella praticata degli altri
(benchè alcuni pretesero differenziarla da quella osservata da'
talmudisti); essi astengonsi parimenti da tutti quegli animali vietati
dalla scrittura, come immondi, nella, guisa medesima che se ne astengono
gli altri.

Ma tutto che inerenti noi siamo ad approvare i principj su' quali
osservasi fondato generalmente il Caraismo, non dobbiamo però esserlo al
segno di riguardarlo essente esso pure da quei malefici pregiudizj, e
scevro intieramente da quelle tante inutili pratiche, e cerimonie, che
formano l'appannaggio costante, e inseparabile di ogni popolo, e
lasciarci così trascinare all'eccesso condannabile di deferire
ciecamente a' suoi errori nella guisa medesima che approvate abbiano le
sue massime. I Caraiti ne hanno essi ancora assolutamente, benchè però
non già in quell'affluenza enorme di cui si mirano aggravati i loro
accaniti oppositori; ma se dessi potessero essere d'altronde, più
metafisici nelle varie applicazioni de' loro testi, se potessero
semplificare que' folli rigori de' quali parlammo, e che i più decisi
apologisti, e fautori della loro setta non poterono astenersi dal
riprovare, la loro credenza potrebbe allora dirsi appunto quella
medesima conosciuta, e praticata da tutti i primi Patriarchi, Profeti, e
fondatori della primitiva edificante credenza del Popolo d'Israel;
quella sarebbe, in conclusione, un vero, ed esplicito deismo
Israelitico; ma con quale solido fondamento presumerlo tale, con
giustizia, in mezzo delle moltiplici stravaganze delle quali sono i
Caraiti così pure suscettibili, nell'osservanza del sabato specialmente
in cui prendendo alla lettera il riposo comandato da Mosè (_Exo. Cap. 16
v. 31_); e riguardando con iscrupolo eguale il divieto prescritto in
detto giorno di accendere fuoco entro le loro proprie abitazioni, se ne
rimangono affatto allo scuro tutta la notte antecedente, e durante
l'intero giorno di sabato, si privano di accendere fuoco, eccetto che
nel solo caso di estrema urgenza in cui vanno ad accenderlo lungi dalle
loro proprie case in mezzo della contrada? Inoltre è egli meno
stravagante lo scrupolo che mostrano i Caraiti nell'occasione della
festa de' tabernacoli, nella quale prendendo, al solito, alla lettera il
senso espresso in questa frase (_Levit. Cap. 23 v. 42_) בסכת תשבו שבעת
ימים׃ כל האזרח בישראל ישבו בסכת (Bassucoth tescebu scivnghat jamim: col
Aezrah beisrael jescebu bassucoth) _Et habitabitis in umbraculis septem
diebus: omnis qui de genere Israel est, manebit in tabernaculis_: essi
fanno il loro permanente domicilio entro le capanne, senza mai
abbandonarle un solo istante, non meno di notte che di giorno, durante
l'intervallo menzionato di sette giorni comandati dalla scrittura e
quante altre instituzioni meschine di tal fatta, non si prescrivono col
più entusiastico zelo i Caraiti sull'osservanza delle altre feste, e
quante altre interpretazioni assurde, al massimo grado, non
attribuiscono i medesimi agli altri precetti del Pentateuco che
rapportansi a' Cibi, al giudiziario, al politico, al Civile, così
enormemente ripugnanti al buon senso, per elleno medesime, quanto
all'eccesso ardue, tormentose, ed anche per la massima parte impossibili
riescono a mantenerle, e ed osservarle? (122)

D'altronde, pare necessario di convenire, non essere già sicuramente con
tali mostruosi principj che i vetusti padri d'Israel erano Caraiti, o
ebrei deisti; il Caraismo dei medesimi, o il loro Deismo, se si
approssimava in qualche tenue parte a quello che mirasi professato da'
recenti, era, per altro, diametralmente opposto e quelle pratiche
insignificanti seguitate macchinalmente da' moderni Caraiti, che
oscurano i pregj di questa instituzione, e indeboliscono la base
primitiva sulla quale fu questa setta in origine fondata felicemente:
tutti quegli scrupoli oltraggianti la purità del vero Culto Divino,
erano a que' sani Caraiti antichi totalmente sconosciuti; paghi essi
restando di compiere meramente quelle sole prescrizioni, che potevano
essere osservate senza incomodo fisico, nè alterazione di spirito per
farne l'applicazione, nè stanchezza di mente per lambiccarne il vero
senso; essi erano in tale guisa il modello esemplare del Caraismo, senza
essere fanatici per gli scrupoli che oggi ne tengono le veci; erano i
veri Israeliti senza quelle pratiche superstiziose, que' riti superflui,
o quelle ripugnanti cerimonie, che lo smarrimento degli uomini vi ha in
seguito aggiunte (123).

Questo è, in una parola, quel vero, e solo Caraismo che può meritamente
aspirare a' nostri encomj, e che oltremodo vantaggioso riuscirebbe
l'istruirne tutto il corpo della Nazione d'Israel, indurlo ad adottarlo,
e propalarlo per ogni dove l'orma sua s'imprime, e ciò dopo di avere
riformati i suoi abusi, emendati i suoi errori, e ridotte le sue
Instituzioni Teologiche a quel grado di sublimità, e perfezione, della
quale Possono essere le medesime suscettibili.

(114) Alcuni osservano che la Legge Mosaica cominciò ad alterarsi, e a
degenerare dalla sua purità primitiva, da che il popolo d'Israel
contrasse un Commercio cogli stranieri, quello divenne molto maggiore, e
più frequente dopo le conquiste di Alessandro, di ciò che lo era
antecedentemente, e questo fu in particolare cogli Egizj ch'essi
vincolarono de' rapporti di società, e di affari, specialmente in tempo
che i Re di Egitto furono padroni della Giudea. Non si prese dagli Egizj
i loro idoli; ma il loro metodo stravagante di trattare la Teologia, e
la religione: Quindi è (come lo pensa uno scrittore illustre) che i
dottori ebrei trasportati, o nati in quel paese, si gettarono nelle
interpretazioni allegoriche; ed ecco ciò che dette occasione a due
partiti di cui parla Eusebio di formarsi, e di dividere la Nazione.
(_Hist. des dogm. et opin. Philosoph. T. 2. p. 220_)

(115) Alla testa di questi due partiti de' quali abbiamo poco avanti
ragionato erano allora _Hillel_ e _Sciamaj_, che gli rendevano più
luminosi, e di qualche considerazione. I Rabbanisti però danno il torto
a Sciamaj, il quale era, com'essi dicono, un'uomo impetuoso, e violente;
essi sostengono che la loro divisione in altro non verteva che intorno a
tre soli riti di non molta importanza. Ma il sentimento parziale di
pochi Dottori, non può avere forza bastante di abrogare ciò che si legge
in chiari sensi, e nel Talmud,

e altrove che la disputa si riscaldò si violentemente che non era tanto
agevole di calmarla in veruna maniera: ciascuno di quelli eresse una
scuola pubblica, un giorno determinato si adunarono entrambe; ma se
queste si accordarono sopra varj articoli, ne rimase, per altre, un
maggior numero sul quale restarono esse totalmente inconciliabili;
Hillel sostenne con calore la tradizione (_Misnah. 5_) pretendendo
asseverantemente esservi stata una Legge la quale fosse passata da bocca
in bocca, come da un telegrafo ad un altro, benchè più lentamente, da
_Mosè_ fino ad _Esdra_, e di questi fino ad esso: Sciamai, al contrario,
insisteva di doversi tenere scrupolosamente attaccato alla sola Legge
scritta, riguardando tutte le parafrasi, o appendici che alla medesima
si fossero aggiunte, come estranee onninamente alla tersa religione di
un vero Israelita, a cui riescono il più delle volte indifferenti,
sovente perniciose, ma sempre inutili. Quindi il pregiudizio degli ebrei
Talmudisti, che attribuiscono il torto a Sciamai, conferma la quasi
positiva certezza del testè riportato sentimento cioè, che questi fosse
avverso alla tradizione.

Ciò che d'altronde, non pare in alcuna maniera supponibile si è, che i
Caraiti si attribuissero un origine odiosa, o menzognera (come
assurdamente lo pensarono alcuni de' loro oppositori) se i medesimi non
fossero completamente persuasi che quella ch'essi vantano è la vera;
frattanto uno de' più eruditi di questa setta, dice in termini formali
che i Caraiti sono assolutamente sortiti dalla casa di Sciamai (Vedi
_Mosè Betschitsi MS. apud Trigland, Cap. 6. p. 72 e 74_).

Ecco tutto quanto noi possiamo infatti di proposito asserire sulla
probabile fondazione originaria della _setta dei Caraiti_.

(116) Questa Setta (della quale sarà da noi accennato l'origine, ed il
sistema religioso nel Capitolo seguente) non si uniformava a' Caraiti,
se non se in quanto al prendere la scrittura alla lettera, e nel
rigettare in conseguenza qualunque siasi tradizione, ma in tutt'altro
esse erano fra di loro interamente opposte, e contradittorie, mentre i
Saducei, attaccandosi al mero senso letterale delle prescrizioni
mosaiche, ne deducevano illativamente che le medesime non gli
obbligassero già a credere ciò che i Caraiti pretendevano adottare
fermamente di proposito; quindi è ch'essi non credevano nè la
predestinazione, nè la resurrezione de' corpi, nè l'immortalità
dell'anima umana, nè l'esistenza degli angeli, o degli spiriti; mentre
di tutto ciò che i Caraiti in siffatti articoli concordi co' Talmudisti
ammettevano come irrefragabile, i Saducei gli oppugnavano senza
eccettuazione, adducendo per motivo che la scrittura non ne offre il
benchè minimo sentore, con quella esattezza però che si esigeva da'
medesimi, avendo già noi rimarcato altrove con quale evidente precisione
faccia il Pentateuco sotto intendere non meno l'esistenza di Dio, che
l'immortalità dell'anima umana (vedi le _annotazioni_ 26. e 41.) così
non erano essi ebrei che per le sole ricompense temporali, e molto
concedevano al labile piacere de' sensi. Onde si può giustamente
conchiudere che coloro i quali vollero supporre i Caraiti infetti di
Saduceismo dimostrano un imperizia crassa non meno de' principj degli
uni, che delle massime dell'altro, che quelli non solo ricusano di
ammettere, ma che tentano sempre di combattere accanitamente, e di
annientare.

(117) Non si può certamente di proposito negare che nel ristretto numero
di scrittori che ha prodotto la setta de' Caraiti, _Aaron Ben Josef_
debba, senza contradizione tenere il primo rango; esso vivea nel Secolo
tredicesimo, professava la medicina, ed esercitava nel tempo stesso
l'ufficio di Rabbino in Costantinopoli. Il Caraita _Mardocheo_ (altro
celebre letterato di questa setta), ce lo rappresenta come un uomo
profondamente versato nell'intelligenza del Pentateuco, nello studio
della natura, della filosofia, ed anche oltremodo perito nella
cognizione di tuttociò che la cabala racchiude di più occulto, e di più
misterioso (ved. la _versione_ e le _note_ di M.r _Wolf_ all'opera di
_Dod. mordochai_, sotto il tit. di _notit. Karæor. Cap. XI. pag. 141._)
Per altro, pare verosimile, come lo pretende lo stesso Wolf ch'essendosi
egli applicato a questa scienza chimerica, la quale non è fondata che
sopra giuochi di una immaginazione sovvertita, esso non abbia avuto
altro in mira che i indagarne meglio l'insufficienza, e convincersi per
se stesso che ben lungi dal ritrovarvi qualche solida utilità nelle
moltiplici sottigliezze che ne costituiscono l'usanza, quelle non sono
ad altro idonee che a corrompere lo spirito; e ciò è tanto più
probabile, quanto che restaci chiaro dimostrato dalle veementi
espressioni ch'esso usa, allorchè imprende a confutare certe parafrasi
allegoriche, o cabalistiche riportate dal medesimo nel suo מובחר
(mubhar) _Il Scelto_ (che è un Commentario sul Pentateuco) opera che lo
stesso _Abenesdra_ non potè in molte parti non approvare. È in essa dove
il rinomato nostro _Aaron_ nel tempo medesimo ch'egli spiega tutta la
sua robusta energia per dimostrare i vantaggi sommi che ha la di lui
Setta sopra quella de' Talmudisti, non cessa di declamare contro
infiniti abusi che mirava introdotti nella sua, del tutto estranei
all'essenzialità delle sue primitive instituzioni, perchè non gli
appartenevano di sorte alcuna, ed esso vi progetta in vece i mezzi i più
pronti, ed i più efficaci, onde reprimerli, e allontanarli.

Infatti sia quanto si vuole ottimo, e proficuo lo stabilimento del
Caraismo fra gli uomini, è altresì chiaramente dimostrato che non
potrebbe andare quello pure in alcun modo esente da una riforma radicale
che ne modificasse il rigore, semplificandone le pratiche, e ne
togliesse quelle ridicole superfluità che vi s'intrusero a grado a grado
con detrimento delle sue primitive instituzioni, e che lo stesso _Ben
Josef_ non ha potuto astenersi dal riprovare, benchè tanto proclive a
consolidarne le massime, e a sostenerle.

(118) Qualunque siasi l'opinione che molti abbiano concepita per
rapporto al Caraismo, è d'uopo convenire che la loro maniera di credere
è ad ogni riguardo degna di essere imitata, come una delle più sane, e
delle più esemplari instituzioni sociali: per giudicarne con criterio
udiamone il carattere che uno scrittore insigne ci trasmise di questa
setta: _Les Caraïtes ont une idée fort simple, et fort pure de la
Divinité, car il lui donnent des attributs essentiels, et inséparables,
et ces attributs ne sont autre chose que Dieu même. Sa Providence
s'étend aussi loin que sa connoissance qui est infinie, et qui decouvre
toutes choses. Ils distinguent quatre dispositions differentes dans
l'ame, l'une de mort et de vie, l'autre de santé, et de maladie. Elle
est morte, lorsqu'elle croupit dans le péché; elle est vivante
lorsqu'elle s'attache au bien; elle est malade quand elle ne comprend
pas les vérités célestes; mais elle est saine lorsqu'elle connoit
l'enchainure des événemens et la nature des objets qui tombent sous sa
connoissance. Enfin ils croient que les ames seront recompensées, ou
punies suivant leurs actions etc._ _Hist. des Dog. Philos. V. 2. p.
222._

Qual'è mai quel popolo che possa vantare sopra la terra un culto di
questo più esimio, più elevato, più salutare?

(119) Malgrado l'avversione decisa che i Caraiti hanno sempre mai
dimostrato per la Legge orale, come osservammo, non si può nulla di meno
asserire con probabilità ch'essi rigettino complessivamente per tanto,
qualunque sorta di tradizione; mentre uno de' più celebri scrittori di
quella Setta ci assicura che il principale scopo della sua credenza non
tende che ad oppugnare le false, e le assurde tradizioni, ma che, al
contrarie, i Caraiti ricevono le bene fondate, e le ragionevoli,
distinguendo così le certe, e le costanti da quelle che non sono che
ipotetiche, e dubbiose (Ved. _Mosè Eliahu aderet apud trigland Diatr. de
Karæor. P. 117. e 125._) Essi adottano ancora la _Massora_ (o la
puntuazione della Scrittura) (non ostante che faccia essa parte delle
instituzioni tradizionali, e la stessa loro Teologia non differisce da
quella degli ebrei Talmudisti, se non in quanto all'essere più concisa,
e più lontana da inutili, e superstiziose discussioni, che formano il
carattere definitivo, e principale della Teologia de' loro oppositori.
In una parola, fra le tante interpretazioni che furono applicate alla
scrittura, essi non ricevono che le sole meramente letterali, e per
conseguenza essi rigettano affatto le Glosse cabalistiche, mistiche, e
allegoriche come non avendo alcun fondamentale rapporto colla Legge
pubblicata da Mosè.

(120) Qualunque siasi digiuno comandato, ed ordinario comincia la
mattina allo spuntare dell'alba, e dura fino all'imbrunire del giorno
medesimo, eccetto che quelli di _Kipur_, e di _Av_, i quali cominciano
le sera della vigilia di questi con una perfetta astinenza di cibo, e di
bevanda fino alla sera susseguente all'apparire delle stelle nel
firmamento. Di tali digiuni dunque imposti all'Israelismo dalla Legge
orale se ne annoverano cinque:

Il primo cade il 17 di _Tamus_ (corrispondente al nostro volgare mese di
Luglio) in commemorazione delle varie disgrazie che successero altre
volte in simile giorno entro Gerusalem; e perchè in quello stesso giorno
accadde che Mosè ruppe le prime tavole della Legge a cagione del vitello
d'oro fatto dal Popolo ebreo dimorante nel deserto, nell'intervallo
della di lui assenza sulla vetta di Sinai.

Il secondo è quello che porta il nome di תשעה באב Tisngha Beav) cioè,
_nove del mese di Av_, che cade nell'Agosto, quale digiuno è da'
Settatori Talmudisti più rigorosamente osservato degli altri (dopo
quello però di Espiazione che gli supera tutti) poichè fu in quel giorno
medesimo che il Tempio venne abbruciato da' Caldei, e la Città di
Gerusalem devastata poscia interamente da Tito; in quello stesso giorno
ancora avvenne il crudele supplizio di dieci de' più insigni Rabbini
della Giudea, e la proibizione fatta da Adriano agli ebrei di mai più
rientrare ne' loro antichi recinti, e particolarmente in Gerusalem, e
neppure di ritornare verso quella parte per riguardarla. Tali sono le
cause per le quali i Talmudisti ordinarono il digiuno del nono giorno
del mese di _Av_; esso comincia la vigilia, tosto che il Sole tramonta,
e da questo momento gli ebrei cessano di mangiare, e di bere fino alla
sera susseguente; essi restano tutto questo intervallo di tempo senza
scarpe di cuojo, seggono sulla nuda terra colla massima tristezza in
continue lamentazioni, non essendo loro permesso di leggere fuorchè
Geremia, Job, ed altri libri di tal modo affliggenti, e patetici; e gli
otto giorni che lo precedono, si astengono dal radersi la barba, e dal
cibarsi di qualunque siasi carne, eccettuatone il Sabato, dove questi
divieti non hanno luogo.

Il terzo è quello che viene il primo giorno dopo la solennità del nuovo
anno, ovvero il terzo giorno del mese di _Tisrì_ (che combina in
Settembre); gli ebrei Talmudisti digiunano dallo spuntare dell'aurora
fino all'imbrunire di quel giorno medesimo, attesochè, in esso fu ucciso
_Godolia_ figlio di _Ahikam_ (_Gerem. cap. 41._) uomo integerrimo e di
esemplari costumi, il quale era restato solo per conservare i dispersi
avanzi del Popolo d'Israel, la di cui sorte cominciava fino di allora a
periclitare: Or siccome questo dì fa parte de' dieci giorni penitenziali
(con tal nome distinguendo la prima decade di Tisrì) gli ebrei
Talmudisti prendono pertanto un adeguato motivo di fare ad un tempo
medesimo la commemorazione di questo giusto; egli è dunque perciò che
questo digiuno porta il nome di צום גדליה (Zzom Ghedaliah) _Digiuno di
Godolia_; indi segue il gran Digiuno _Kipur_, o di Espiazione, che tutta
la comunione d'Israel, senza eccettuazione alcuna di setta, nè di
partito, celebra il 10 di Tisrì, il solo comandato da Dio per organo di
Mosè, e di cui essendo stato, quanto basta, ragionato a suo luogo, ed
avendolo noi per tale indispensabile riguardo adottato nel nostro nuovo
piano di riforma, ci siamo dispensati di comprenderlo fra questi.

Il quarto è quello del 10 _Tebeth_ il quale corrisponde, per lo più al
Decembre, ordinato da' Rabbini in rimembranza del primo assedio fatto da
Nabucodonosor in Gerusalem, che in seguito la prese.

Il quinto, ed ultimo digiuno finalmente, è quello che i Settatori
Talmudisti fanno il giorno 13 del mese di _Adar_ che rapportasi al marzo
in memoria d'Ester, la quale digiunò nell'occasione dell'infortunio in
cui trovavasi l'ebreismo de' suoi tempi involto, attesa la crudele
perfidia di _Amano_ vice-re di Media e Persia, che macchinava
l'esecrabile progetto di sterminarlo dalla terra; questa commemorazione
denominasi פורים _Purim_, dall'etimologia del vocabolo פור _Pur_, che
significa _Sorte_, alludendo all'estrazione fatta dallo stesso Amano per
diffinire in qual mese dell'anno dovea un sì truce sterminio
effettuarsi, e la sorte cadde sul mese di Adar, il più climaterico di
tutti gli altri, attesa la morte repentina di Mosè, che pretendesi
accaduta entro questo mese.

Ecco quali sono realmente i digiuni comandati a rigore da' Rabbini
(prescindendo però dall'ultimo instituito da Ester); e se altri, eccetto
i testè menzionati, miransi osservare da' più devoti fra gli ebrei
Talmudisti, essi sono meramente arbitrari, o contingenti, e propriamente
particolari ad ogni singolo corpo separato che fa parte di questa
medesima Nazione, come agli ebrei Orientali, ai Tedeschi, e ad alcuni
Italiani; ma siccome questi digiuni si sono moltiplicati presso gli
ebrei quasi all'infinito, così senza che ci diffondiamo inutilmente a
riportarli, può osservarsene il dettaglio circostanziato nella dotta
dissertazione del Rabbino _Leon di Modena_ e nel Bustorfio. (_Syn. Ind.
Cap. 25._)

(121) Io intendo per tali punti essenziali della Religione l'esistenza
dell'Essere Supremo, l'immortalità dell'Anima umana, e quindi le
ricompense, e le punizioni della medesima nella vita futura, ed in
qualche parte ancora l'osservanza delle solennità principali, nella
guisa, precisamente che accennammo.

Peraltro, non mi sembra inutile affatto quì di rimarcare col Seldeno
(_uxor. Hebr. Lib 1. Cap. III._) che avendo i Rabbini fissate tre
maniere differenti d'investigare, e scuoprire le verità moltiplici
racchiuse in vari luoghi della scrittura, cioè il _testo_, la _ragione_,
e l'_autorità_ degli antichi, regole quasi comuni a tutte le sette che
esistono sulla terra; i Caraiti vanno pienamente d'accordo co'
Rabbanisti nelle due sole prime, considerandole come urgenti, ed
oltremodo indispensabili; e se rare volte adottano anche l'ultima, non è
già perchè s'impongano un dovere, siccome praticano gli altri, di
crederla o seguirla alla rinfusa; ma essi vi si sottomettono in
proporzione che la ritrovano esatta, ed in ogni punto consentanea allo
spirito genuino della scrittura.

(122) Siccome i Caraiti hanno in orrore tuttociò che rapportasi alla
tradizione, così essi rigettano con isdegno tutte quelle instituzioni
orali che i Talmudisti si prescrivono con tanto scrupolo, e
riservatezza; ma se quasi tutte le cerimonie religiose praticate da
questi si rendono annojanti per l'affluenza considerabile delle inutili
parafrasi aggiunte alle medesime, quelle seguitate da' Caraiti sono ad
ogni riguardo insopportabili per la loro soverchia ristrettezza, o per
l'austerità dell'osservanza di esse; egli è perciò che io considero come
inutile di fare quì specifica menzione di tutti i loro riti stravaganti
per rapporto ad altri assunti morali, politici, e civili. Chi bramasse
esserne edotto con esattezza maggiore può rivolgersi agli scrittori di
questa Setta, da noi per varie volte citati.

(123) Malgrado che infinite riprove concorrano a convincerci pienamente
di questa verità incontrovertibile, pure non ostante, v'ha de'
forsennati fra gli ebrei Talmudisti de' nostri tempi all'eccesso
riprovabile l'anteporre la loro propria credenza mistica, e tenebrosa
alla purità edificante di quella degli antichi, sebbene ad evidenza ne
conoscano i superiori salutari vantaggi, e non esitino un'istante a
convenirne; ed i soli Caraiti che potrebbero in qualche modo, se non
completamente pareggiarla, almeno più degli altri approssimarsene, sono
fuori della situazione di riuscirvi, per averla voluto troppo
sottilizzare, colla strana idea forse di sorpassare quelli nella vera
pratica di essa; se gli ultimi sono degni di rimprovero, lo sono
certamente i primi, ad ogni riguardo, di eterna ripugnanza, e
d'improperio.



                             CAPITOLO XV.

    Delle altre Sette differenti derivate dal grembo della Comunione
dell'Israelismo; cioè Saducei, Essenj, Terapeuti, Farisei, e Samaritani;
 la loro origine, i loro dogmi, le loro Cerimonie, ed i loro sistemi di
                              Religione.


Due Cause principali, dice un ingegnoso critico moderno, sembrano
cospirare a gara per mantenere, e alimentare negli uomini la ripugnanza,
e l'incuria ch'essi nutrono scrupolosamente, tutte le volte che trattasi
di ponderare, o discutere le loro opinioni tradizionali; la prima si è
la difficoltà insormontabile, e l'impotenza estrema nella quale si
trovano di penetrare le dense tenebre, di cui le tradizioni hanno pur
troppo avviluppata la religione dai suoi primi fondamentali elementi;
argini molto adeguati ad opprimere ed a stancare gli spiriti limitati,
ed accidiosi, che incapaci di elevarsi colla forza del raziocinio fino
alla contemplazione della verità, non iscorgendovi che un Caos
terribile, e informe, la giudicano forse assolutamente impossibile ad
esaminare, ed approfondire, e paghi ne restano di seguitarla tale quale
se la rappresentano macchinalmente (124): ecco la sola e vera cagione, a
cui tutto concorre a convincerci che possono dovere l'origine, presso
che tutte le Sette scaturite dal grembo del giudaismo antico, e
partitamente di quella de' _Farisei_, della quale ci disponghiamo in
seguito a parlare.

La seconda di tali cause, può dirsi quella di non lasciarci troppo
soggiogare da precetti severi, mistici, o poco intelligibili, che tutto
il mondo ammira nella teoria, e pochissime persone si curano di
praticare con esattezza; tale è la sorgente della quale scaturirono
probabilmente il Caraismo di cui testè abbiamo esaurita la materia, non
meno che tutte le altre Sette delle quali ora, entriamo ad occuparci di
proposito.

Che la Teologia mistica, producesse per se medesima la Setta de'
_Saducei_, sembra che niuno abbia fino ad ora fondatamente dubitato,
siccome apparisce altresì egualmente incontestabile, che le orali
allegorie formassero quella de' Farisei.

In quanto poi all'epoca precisa in cui la Setta Saducea si rendesse
manifesta fra gli ebrei, l'opinione la più adottata da' critici si è che
_Zadok_, discepolo di _Antigono Socheo_ fosse il primo, e il vero
fondatore della Setta de' Saducei, duecento e quarant'anni avanti l'Era
volgare; senza attenerci però a ciò che opinano vari dotti scrittori
antichi, cioè che l'eresia de' Saducei fosse molto più remota,
sostenendo che la medesima nacque dalla sinistra interpretazione che si
è da quelli attribuita al Cap. 37 di _Ezechiello_, mentre studiavasi
ciascuno di comprenderne il vero senso; altri ne fissano un origine
assai differente facendola rimontare fino ad Esdra (_Leghtf. Flor. Heb.
ad Mat. III. ζ. opp. Tom. II._).

Ma prescindendo da tutte queste troppo ambigue, e tenebrose congetture,
che lungi dal condurci alla verità, non fanno che aumentare i nostri
dubbj e allontanarci dal retto sentiere che potrebbe indirizzarvici, noi
stabiliremo _Antigono_ per assoluto capo creatore di questa Setta, e
_Zadok_ e _Baithos_ suoi discepoli, come gli organi, ed i propalatori
delle sue nuove instituzioni, non meno che del sistema religioso che
serve alle medesime come di base inconcussa, è fondamentale (125).

In origine, per quanto apparisce, i Saducei non si distinsero dalla
Comunione generale dell'Israelismo, che col semplice rifiuto meramente
di riconoscere, e adottare le autorità delle instituzioni tradizionali.
Alcuni pretendono così pure, che tutti que' Settatori proferissero il
Pentateuco di Mosè a tutti gli altri libri, considerati generalmente
come sacri, e canonici, i quali non erano da essi riguardati che come
opere composte da certe persone venerabili a cagione della loro santità,
e de' loro esemplari costumi (126). Essi leggevano i Profeti, aderivano
che si studiassero con accuratezza, e che fossero autorevolmente citati
tutte le volte che l'urgenza lo esigesse, e volevano, in somma che
aggregati quelli fossero nel Canone, benchè molte volte rigettavano i
loro scritti, nel modo stesso appunto che inveivano pertinacemente
contro le tradizioni de' Dottori, ed in particolare contro quelle de'
Farisei, ai quali essi erano per tante ragioni opposti onninamente; ma i
Farisei restavano, d'altronde, persuasi, che la Legge fosse l'unico, ed
il più solido fondamento della Religione, e la sola regola direttrice
della credenza de' medesimi e che per conseguenza tutto ciò che
prescritto non era da Mosè, non doveasi mai adottare in verun modo.

In seguito di quanto Flavio assicura (_Lib. XX. pag. 465_) pare che i
Saducei negassero assolutamente l'influenza dell'Essere Supremo sulle
azioni umane, stabilendo soltanto la libertà assoluta dell'uomo; ed essi
toglievano a Dio qualunque ispezione sul male, ed ogni sorta d'ingerenza
anche sul bene, perchè opinavano essi, che l'Essere Eterno avesse
collocato il bene, e il male sotto gli occhi dell'uomo, lasciandogli un
amplia facoltà di seguitare l'uno, o di schivare l'altro; ed è appunto
per questa medesima ragione che i Saducei negavano, senza riserva il
potere del destino, riguardandolo unicamente come una bizzarra
illusione, solo degna di occupare la mente abbacinata degl'idioti, e
degl'inesperti (127); sostenendo, al contrario, che tutte le nostre
azioni dipendono sì direttamente da noi, che noi siamo i soli, ed i veri
autori di ogni bene, siccome pure di qualunque siasi male che ci
sopraggiunge, secondo che noi seguiamo il retto sentiere della virtù, o
la carriera tortuosa della depravazione (128). Non erano già essi
guidati da verun disegno di ricompensa nelle azioni meritorie che
esercitavano, animati dalla sola grata soddisfazione di eseguirle; essi
ritenevano presente ognora ciò che _Antigono_ loro capo, e fondatore
solea ripetere incessantemente a' suoi Discepoli e seguaci: _non siate
come gli schiavi, che obbediscono al loro padrone col disegno di trarne
ricompensa; obbedite senza sperare_ _alcun frutto dalle vostre fatiche,
e che il timore dell'eterno sia sopra di voi_ (129).

Questi negavano ad un tempo medesimo la spiritualità delle anime umane,
la resurrezione de' corpi dopo le morte, e l'esistenza degli angeli, e
con più forti ragioni si sarebbero scherniti di quella bizzarra opinione
sostenuta dal _Ben Dior_ (Vedi _Sefer Jezirah_, ovvero _libro della
creazione_) quali era quella, di sostenere che ogni patriarca,
cominciando da Adamo, avesse un Angelo per suo inseparabile sorvegliante
o precettore (130). Essai opinavano che non può esistere giammai altra
essenza incorporea, o spirituale fuori che Dio, e che que' dati esseri
che noi chiamiamo col nome di _Angeli_, non si debbono intendere che
sotto il carattere di altrettante _virtù_, che marcano assolutamente la
volontà, e la possanza infinita dell'Essere Supremo, od anche
accessoriamente i mezzi da esso lui impiegati per la pronta
indefettibile esecuzione de' suoi eterni Decreti.

Tali sono i principj generali de' Saducei, relativamente alla Religione
che professavano; e se da quelli prescindendo gettare vorremmo uno
sguardo sulla loro morale, e su' loro costumi, noi ritroveremmo non meno
gli uni che l'altra irreprensibili ad ogni esperimento; le azioni de'
medesimi alla verità non ismentivano il nome che portavano צדיק (Tzadik)
_giusto_ צדק (Tzedek) _Rettitudine_: i Saducei procedenti, come
osservammo, da צדוק Tzadok facevano professione di una integrità
esemplare, e di una giustizia edificante; elogio che loro venne
generalmente compartito da tutti i più austeri critici dell'antichità,
che non gli hanno d'altronde risparmiati, allorquando trattavasi
d'inveire contro le loro cerimonie insopportabili, o condannare le
assurde interpretazioni ch'essi davano al Pentateuco di Mosè, non meno
che a tutti gli altri libri della Scrittura.

Ma de' Saducei, e della loro Setta avendone parlato quanto era
sufficiente a farcela conoscere, ora passiamo a ragionare degli _Esseni_
de' quali si è cotanto decantata la virtù, e l'inusitata rigidezza de'
costumi.

_Filone_ ha distinto due ordini di _Esseni_ (_Phil. de vitae contemp._);
gli uni si attaccavano alla pratica, e gli altri, che si nominano
_Terapeuti_, alla contemplazione: questi ultimi erano così pure della
setta degli Esseni; Filone dandone loro il nome, non gli distingue dal
primo ramo di quella Setta, se non se da qualche grado di perfezione.

Gli Esseni erano precisamente ciò che i viaggiatori ci descrivono essere
i _Dunkari_ nella Pensilvania, cioè, una specie di religiosi, benchè la
maggior parte di essi fosse ammogliata, il Celibato essendo in orrore
massimo a quei tempi, siccome l'ho io dimostrato altrove (Vedi le annot.
66 e 119, del T. II. alle _Not. Camp. p. 23 e 180_) anche presso le
persone consecrate al servizio dell'altare; volontariamente assoggettati
alle più austere prescrizioni, vivendo tutti in comune per lo più fra
gli eremi deserti, distribuendo il loro ozio quotidiano fra la
preghiera, e la fatica, avendo interamente proscritto dal loro consorzio
qualunque sentimento di disparità, o di preferenza, siccome ancora ogni
ambizioso disegno di proprietà; schivavano l'incontro del resto degli
uomini, non comunicando che solo con coloro che riconoscevano aderenti
alla loro Setta, ed uniformi ne' costumi, poichè siccome quelli
reputavano la loro religione più sana, e più elevata di quella degli
altri uomini, quindi è perchè dessi sfuggivano qualunque specie di
relazione coi medesimi, così è, dice _Bayle_, che la fierezza segue per
l'ordinario le devozioni particolari; egli è di tali Settarj che
_Plinio_ il naturalista, e _Solim_ dissero _Gens aeterna, in qua nemo
nascitur_. (_Hier. Lib. V. Cap. 17 et Sol. Cap. 35._ _p. 47_) falsamente
supponendoli d'accordo proclivi al Celibato.

In quanto poi all'origine degli Esseni, moltiplici, e divise, al solito,
sono le opinioni degli antichi, non meno che de' recenti scrittori: R.
Abram Zachut (nel suo più volte citato _Juhassim_) assegna loro per
padre, e fondatore _Judah Galilei_; alcuni, ed _Epifanio_, e _Petit_ fra
questi, gli annoverano fra gli eretici _Samaritani_ (de' quali sarà da
noi fatta in seguito rapida menzione); essi gli appellano _Jesseni_,
immaginando erroneamente, che avessero quelli preso questo nome da
_Jesse_ padre di David. Fuller ha creduto _Miscell. Sacr. Lib. IV. Cap.
IV. p. 2392_) che gli Esseni fossero gli stessi dei Baitosei, perchè
questo vocabolo significa _Casa di guariti_, nome che conviene alle
persone che si distinguono col carattere di _Terapeuti_, cioè a dire,
_Medici_ benchè in seguito questo autore variasse di opinione. _Nilo_
unitamente a vari critici moderni, gli vuole discendenti da _Jonadab_
(_Ascet. Cap. 3_). I cristiani poi abbagliati delle austere
mortificazioni di questi Settarj, hanno tentato di toglierli agli ebrei,
e di farne degli eremiti, o i primi frati del vangelo (131); ed Eusebio
ha loro conferito il cristianesimo, così straniero ad essi, quanto dovea
esserlo a _Pitagora_, che ridicolmente alcuni pretesero di fare
Carmelitano (132). Essi compariscono nell'Istoria di Flavio sotto
_Antigono_, poichè fu allora che si vide (per quanto esso ci dice Lib.
III. Cap. XII) quel Profeta Esseno nominato _Iudah_, il quale avea
predetto che Antigono sarebbe ucciso un tale dato giorno nella _Torre di
Straton_; e infatti Antigono è stato ucciso, quel giorno stesso
vaticinato, in un luogo che chiamavasi la _Torre di Straton_; era con sì
fatte predizioni, che gli Esseni, ei Terapeuti si distinguevano nel
mondo.

Quante disparate contraddittorie opinioni, senza esservene forse una
sola giustamente fondata. Malgrado però che dobbiamo sempre confessare
di non riconoscere nel suo vero fondo la vera origine primitiva di
questa Setta, la congettura di _Drusio_ riportata dal _Basnage_ (_Hist.
des Juifs. T. 1. Lib. 2. Cap. 12_) sembra la più verosimile, e la meno
prossima all'errore di tutte quante ritroviamo noi prodotte fino al
presente.

Questo autore dunque asserisce, che gli Esseni sono quelli i quali
essendo perseguitati da _Ircano_ si ritirarono ne' Deserti, e che la
necessità gli astrinse allora ad accostumarsi ad un genere di vita molto
austero ed in cui essi perseverarono in seguito arbitrariamente; e tale
rigoroso sistema di vita si è sempre creduto da varj Autori che fosse
loro comune co' già menzionati Terapeuti, sebbene questa opinione sia da
molti altri contrastata, colla differenza però che quelli si dividevano
in molte società diverse, che diramavansi senza però fissare un
domicilio permanente, quando gli ultimi, al contrario, erano tutti
concentrati nell'Egitto, per quanto narra, _Filone_ il quale vivea fra
di essi, dediti sempre alla campagna, come un soggiorno più ovvio alla
meditazione, e più omogeneo alla vita comtemplativa che conducevano.

Per quanto riguarda la religione professata da tali Settarj, essa era
limitata a livello dei loro bisogni, ma altrettanto severa del pari che
i loro costumi, essi avevano un profondo rispetto per la Divinità, alla
quale attribuivano un potere assoluto, e illimitato sopra tutti gli
avvenimenti mondani, sostenendo fermamente che niente si opera
nell'universo, se non se coll'immediata influenza de' suoi eterni
Consigli: il Sole era da' medesimi considerato come una delle più
stupende produzioni tratte del suo braccio onnipossente (133). _Flavio_
(_De_ _Bel. Iud. Lib. II. C. 7_), e vari altri suppongono che essi
davano tutto al destino, ma questi medesimi autori gli hanno in seguito
giustificati aducendo che tanto gli Esseni quanto i Terapeuti
intendevano per destino la provvidenza, che dirige tutte le creature
conformemente alle loro intime affezioni, e che non impone giammai
alcuna necessità all'uomo, nè attenta in verun modo alla sua propria
libertà. Gli Esseni onoravano Mosè come il primo Legislatore, erano
molto attaccati alla Scrittura, e rigettavano interamente le tradizioni;
essi sostenevano l'Immortalità dell'anima umana contro i Saducei, benchè
questo dogma venisse in seguito alterato da false interpretazioni, come
si può espressamente rimarcarlo in Flavio (idem), ed in Porfirio. (_apud
Civil. contr. Iul. L. IV. p. 7_) pretendendo erroneamente che le
medesime non discendevano da un aria molto sottile ne' corpi, se non se
perchè desse vi erano attirate da un certo incanto naturale che
concepire giammai noi non possiamo.

Ma lasciamo pure gli Esseni, e i Terapeuti colle loro frenesìe
religiose, ed entriamo ad esaminare i _Farisei_, presso i quali ne
ritroveremo forse delle altre non meno pericolose che stravaganti.

(124) Coloro che dell'indole umana formarono la prima base delle loro
filosofiche applicazioni, possono avere rimarcato come lo spirito nostro
suole più agevolmente attaccarsi alla rappresentazione fisica di una
cosa, di ciò che sia all'indagine di essa, ovvero alla semplice
narrazione che può essercene fatta; questa opinione è autorizzata
dall'esperienza, essa è quella parimente dell'ameno poeta Orazio _De
Arte Poet. v. 180_.

    _Segnius irritant animos demissa per aures,_
    _Quam quae sunt oculis commissa fidelibus._

(125) Molti scrittori, d'altronde accreditati, hanno asseverantemente
sostenuto, che Sadok e Baithos, entrambi discepoli di Antigono, avessero
fondata ciascuno di essi una Setta differente; ma coloro che in sì fatta
guisa opinarono, sembrami che si sieno materialmente ingannati; la Setta
dei Saducei, e quella de' Baithosei altro infatti non erano insieme che
una sola, e medesima Setta disegnata ora sotto il nome dell'uno, ora
sotto quello dell'altro; ma Zadok essendo più ardente del suo Collega a
sostenere il partito che dessi aveano formato, il di lui nome (come lo
rimarca _Bayle T. III, p. 2510._) servì sovente più di quello di Baithos
a distinguere i fautori di questa Setta.

Non per tanto si adduce da taluni un altra efficace ragione di simile
preferenza, voluta da tali Settatori di essere chiamati Saducei in vece
di _Baithosei_ (Vedi _Scalig. Elench. Trihaer et Sim. Hist. Crit. du
Vieux Test._) ed è che siccome Baithos, secondo quello che asseriscono i
Rabbini, era bastardo, temevano che questa macchia poco onorifica, non
dovesse attirare sopra dei medesimi qualche spiacevole improperio dalla
parte de' loro inesorabili avversari; tanto questa uniformità della
quale parliamo è per se stessa indubitabile, quanto che non avvi alcuno
il quale abbia potuto scuoprire giammai in quale punto i Saducei si
differenziassero da' Baithosei; Il celebre _Maimonide_ (_Comment. in
Pirkè Avoth, apud Willeme. Dissert. de Saduc. p. 8_) espone in chiari
sensi, che questi non erano che due nomi significanti una sola, e
medesima cosa; benchè molti Rabbini, e vari Critici ancora sieno in
simile assunto intieramente discordi; così lo pensano egualmente molti
altri accreditati scrittori ebrei de' tempi a noi più recenti.

(126) Per altro, non mi sembra inutile quì di avvertire, che sebbene,
per quanto apparisca da varj monumenti antichi, i Saducei non
ammettessero fra tutti que' libri, che riguardare dobbiamo propriamente
canonici, che il solo Pentateuco di Mosè; non per tanto anche di questo
sopprimevano molti passaggi, e ciò che di peggio si è, senza mai addurre
niun motivo efficace, e convincente di tutte quelle abrogazioni che male
a proposito si permettevano di fare confusamente in detti Libri.

(127) Varie, e contraddittorie sono le opinioni che si agitano fra i
filosofi relativamente al destino; gli uni credono che il destino sia
una cosa divina; gli altri lo riguardano un effetto meramente naturale;
fra i primi si possono annoverare _Platone_, _Zenone_, _Crisippo_,
_Aristotile_, _Seneca_, _Eraclito_, _Pitagora_, e pochi altri; fra gli
ultimi sono _Manilio_, _Empedocle_, _Democrito_, _Parmenide_,
_Leucippo_, e varj altri, che quì non giova riportare. Ma sieno quanto
si vuole disparate le loro idee, essi d'altronde sono tutti
concordemente univoci ad esclamare altamente col _Manilio_:

    _Fata regunt orbem, certa stant omnia lege,_
    _Largaque per certos signantur tempora cursus,_
    _Nascentes morimur finisque, ab origine pendet._

(ved. l'annot. seg.)

(128) _Epicuro_, e _Cicerone_ incessantemente ripetono d'accordo che:
_anilis plenum superstitionis fati nomen_. Infatti non è egli il più
nero attentato, che si possa commettere contro la libertà delle umane
azioni, ammettendo una necessità fortuita che tutta la distrugge, senza
ritegno? Se lo spirito nostro (come lo riflette dottamente _Gassendi
Philos. T. VII. Lib. III. Cap. 2. pag. 635._) nello stato in cui si
trova, fosse condotto dal destino, e che destituito di libertà, esso
facesse tutto mediante una necessità costante e inevitabile, la maniera,
e la condotta ordinaria della vita umana perirebbero con essa, ed
inutile si renderebbe ogni specie di soccorso. Laonde qualunque cosa che
deliberata fosse dall'uomo, non succederà se non se ciò che sarà stato
decretato dal destino, così la prudenza sarà un nome vano, lo studio
della saggezza inutile, e tutti i Legislatori saranno ridicoli, o
tiranni, perchè comandano delle cose, che o noi non dobbiamo fare
assolutamente, o che noi non possiamo fare in veruna maniera; il vizio,
e la virtù non sarebbero che due chimere, così niuno meriterebbe una
ricompensa per le azioni morigerate, nè gastigo per le sue colpe;
finalmente tutte le cose andando in forza di una necessità inevitabile,
indarno farebbe l'uomo voti, o preghiere: egli non sarebbe se non se ciò
che vuole il destino a cui egli fosse assoggettato.

(129) _Ved Pirk. Av. Cap. 1. N. 3_. e _Mannon Comm. in Pir. Av p. 25
Cap. 1._

Dee recare bene sorprese massima tale adottata da un capo Settario, il
quale vivea sotto l'antica economia; poichè, come lo rimarca un dotto
(_Des opin. Philosoph. T. II. p. 209._) la legge permetteva non solo le
ricompense, ma essa parlava sovente di una felicità temporale che dovea
seguire sempre la virtù. Benchè fosse difficile di divenire
contemplativo in una religione sì carnale, nulla di meno Antigono lo
divenne: e chi avrebbe potuto mai seguirlo in una si alta elevazione?
Zadok l'uno de' suoi discepoli che non ha potuto determinarsi, nè ad
abbandonare interamente il suo maestro, nè gustare la di lui teologia
mistica, dette un'altro senso alla di lui massima, e conchiuse da ciò
che non vi era nè pene, nè ricompense dopo la morte. Esso divenne il
padre de' Saducei i quali trassero da lui, come testè osservato abbiamo,
il nome della loro Setta, il loro Dogma, ed i loro principj Teologici.

(130) Il _Cuzarì_, unito a' _Cabalisti_, dice che Adamo avea un padre il
quale servivagli anche da precettore, e questi era l'angelo _Gaziel_; il
medesimo fece dono al suo discepolo di un libro in cui erano racchiusi
tutti i più alti misteri di una scienza sublime, di cui è perlato
diffusamente nel _Zohar_. E coloro che fanno professione di sottigliezze
cabalistiche, assicurano che ogni simile patriarca dell'Israelismo, ha
avuto un'angelo per protettore che l'istruiva di tutte le più
interessanti, ed arcane cognizioni, nel tempo che lo difendeva da ogni
sinistro avvenimento. Shem per esempio, ebbe, secondo essi, per maestro,
e protettore l'angelo _Jofiel_; Abramo _Jsedekiel_; Isaak _Raffael_;
Jacob, _Peliel_; Josef _Gabriel_; Mosè _Metrathon_, David _Cerviel_ che
lo soccorse ad uccidere Golia: (ved. il citato _Bendior_.)

Non v'ha certamente quanto i Cabalisti, che si sieno segnalati con
entusiastico ardire ad inventare de' nomi differenti, che loro è
piaciuto di appropriate ad un immensa quantità di angeliche
intelligenze; essi sono anche pervenuti e moltiplicarle all'infinito,
col mezzo di non so quali regole chimeriche, o fallaci, quanto si scorge
essere pur oltremodo assurda l'arte della quale parliamo, e da cui
partono. (ved. _C. Agrip. de occul. Philosoph. Lib. III. Cap. 27 pag.
311_, et seg.) È da essi positivamente che noi tenghiamo i nomi
stravaganti di moltissimi altri angeli, così difficili a comprendersi
quanto a pronunziarsi, e che inutile non solo, ma oltremodo pericoloso
riuscirebbe di allegare, giacchè secondo' i cabalisti proferendo i nomi
serafici di quelle beatifiche intelligenze, risultare si vedrebbe
inevitabilmente una morte subitanea, nello stesso momento di
pronunziarli; quindi è appunto perciò, che noi stimiamo conveniente di
astenerci a farne quì particolare menzione.

(131) Questa Setta (come lo rimarca un'illustre antico), che Filone ha
dipinta in un trattato ch'esso ha fatto espressamente, affine di farne
onore alla sua nazione, come i Greci che vantavano la morale, e la
purità de' loro filosofi, è sembrata sì santa che i cristiani hanno ad
essi invidiato la gloria delle loro austerità. I più moderati volendo
togliere assolutamente alla Sinagoga l'onore di averli formati, e
nutriti nel suo seno, hanno almeno sostenuto, ch'essi avevano
abbracciato il Cristianesimo dal momento che S. Marco lo predicò in
Egitto, e che cambiando di religione senza cambiare di vita, essi
divennero i padri, ed i primi istitutori della vita monastica: questo
sentimento è stato parimente sostenuto con calore da _Eusebio_, da _S.
Girolamo_, e dal P. _Montfaucon_. Non è mancato per altro, chi gli
confutasse, e dimostrasse loro l'assurdità di siffatte opinioni.

(132) Alcuni scrittori del secolo passato si fecero inconsideratamente a
sostenere che Pitagora avendo viaggiato nella Giudea, ed essendosi fatto
Esseno, andò a fondare i Terapeuti in Egitto; questo non e già tutto;
essi aggiungono che essendo ritornato in Samos vi si fece Carmelitano,
almeno i Carmelitani stessi ne furono per lungo tempo convinti, e per
quanto ci rapporta _Basnage_ (_Hist. des Juifs L. 3. c. 7._) Essi hanno
sostenuto nell'anno 1682, varie tesi pubbliche in Beziers, nelle quali
pretesero di provare, contro qualunque argomentante, che Pitagora era un
frate del loro ordine.

In proposito di ciò non abbiamo che leggere la lettera dell'Ab. _Faydit_
sul monachismo, ed il Carmelitanismo preteso di Pitagora, e noi vi
troveremo questo filosofo trasformato in Carmelitano: molti scrittori di
quest'ordine lo sostengono tuttavia con calore, senz'altro appoggio che
le vaghe asserzioni di pochi fanatici predecessori: oh fenomeno
inaudito, e strano! Ecco dunque, non saprei per opera di quale
ammirabile prodigio, Pitagora cristiano religioso, e di più dell'ordine
Carmelitano, dieci secoli almeno avanti che il Cristianesimo esistesse
sopra la terra.

(133) A torto alcuni critici hanno imputati gli Essenj, del pari che i
Terapeuti, di essere adoratori del Sole, attesa la somma venerazione
ch'essi aveano per questo luminare, che lo aspettavano con impazienza,
indirizzandoli de' voti per affrettare il suo arrivo; essi non osavano
trattare nè proporre alcun affare fino alla comparsa del medesimo;
temevano di profanare, o denigrare il suo splendore colle impurità che
escono dal corpo, e perciò nel momento di soddisfare a questo bisogno
urgente della natura si occultavano ne' latiboli i più oscuri; ed il
_Porfirio_ ha confermato questo pensiere; ma esso è per altro, smentito
da infiniti esempi i quali provano ad evidenza, che non solo gli Essenj,
e i Terapeuti, ma tutti quelli altresì discendenti dalla prosapia
d'Israel non riconoscevano che un solo Dio a cui unicamente
indirizzavano i loro voti, e le loro preghiere. Ma se gli Esseni fossero
stati ancora predominati da sì fatta superstizione, chiaramente espressa
dagli antichi, essi l'avevano, senza dubbio, presa da' Pagani; poichè
_Esiodo_ assicura che i gentili riguardavano come un grave delitto di
lesa Divinità di rivolgersi alla parte del Sole allorchè soddisfacevano
a' loro bisogni corporali, e questo sentimento rispettoso era
universale, per guanto abbiamo dall'istoria, presso tutti i popoli del
mondo antico.



                            CAPITOLO XVI.

                 Continuazione del medesimo soggetto.


L'origine, ed il tempo in cui la setta de' _Farisei_ si è manifestata la
prima volta nel mondo, ci è del tutto sconosciuta; se si prestasse fede
alla tradizione ordinaria, si troverebbe essere stato _Illel_ il suo
primo capo, e fondatore, benchè si faccia, nulladimeno, esistere da
alcuni sotto _Erode_ il grande (_D. Gantz Cronol. p. 83_) frattanto
rimarcasi che i Farisei erano già sufficientemente potenti nel popolo
sotto Alessandro _Janneo_, e lungo tempo avanti Erode: se i Farisei
stessi ascoltiamo, noi gli udiremo altamente esclamare che l'origine
positiva della loro setta parte direttamente dallo stesso Mosè; dalla di
cui bocca i medesimi vantano, e non so sopra quale solida base, di avere
ricevuta la tradizione (134).

Ma piuttosto, che divagare col pensiere intorno delle chimere, che altro
non fanno che rendere più oscure le cose che pretendono rischiarare, io
preferirei meglio di abbandonare l'investigazione dell'origine di questa
Setta, che ricercarlo inutilmente; e siccome i Farisei pretendono
ripetere la loro primitiva derivazione, come si disse, fino da' tempi di
Mosè, poichè è dalla propria sua bocca che quelli vantano di avere
ricevuta la tradizione orale di cui vogliono essere i depositarj, e gli
interpreti, così molti hanno creduto di potere in questo senso
riguardare come farisei tutti gli ebrei de' nostri tempi, eccettuato
però le Sette delle quali abbiamo fino ad or ragionato, se pure
n'esistono ancora.

Che l'inerenza costante per le tradizioni fosse antichissima, non è
certamente da dubitarne, e noi già dimostrammo, parlando dei Caraiti,
che un simile declivio si dee unicamente alle Teologiche accanite
dissenzioni di _Illel_ e di _Sciamaj_, i quali sembra essere stati,
senza dubbio, i primi a dividersi, con qualche strepito, sopra questa
materia. I fautori del partito tradizionale aggiunsero enormemente nuove
austerità oltre quelle già prescritte dalle antiche tradizioni affine di
offuscare lo spirito del popolo, e confondere, ad un tempo, con maggiore
successo, i loro nemici, che opponevano un pertinace contrasto allo
stabilimento delle nuove instituzioni orali; ma siccome la
contraddizione non va presso che mai disgiunta della divozione, così è
che mentre ostentavano essi le più rigide pratiche in proposito di
religione, distruggevano, o erano almeno indifferenti sopra quanto
racchiude in se medesima la Legge di urgente ad osservarsi, e di
essenziale a praticare; ma il popolo sempre facile a condursi, e presso
che impossibile a disingannare, percosso dal loro esteriore
simulatamente mortificato, e stupito dalle apparenze illusorie della
loro fattizia devozione, gli riguardava come persone inspirate, dedite
onninamente al Creatore, ed a quanto v'ha di più sacro nella
creazione (135); orgogliosi degli omaggi striscianti, e degli atti
rispettosi che vedevano prestarglisi dal popolo, inebriati del fastoso
nome che si erano baldanzosamente attribuiti colla tanto vantata loro
antichità, essi disponevano, senza ritegno, dello spirito del giudaismo
a loro capriccio (136); a cui tanto più facilmente rendevano sommesso,
quanto più agevole riusciva loro di sedurlo colla vana pompa che
facevano delle mistiche parabole, e tradizionali allegorie delle quali
accompagnavano l'esteriore contristato, che con fattizia umiltà
prendevano interesse di manifestare agli sguardi ottenebrati degli
uomini (137).

Or se gli antichi farisei, come è provato; altro per essi medesimi non
sono, in massima, che il prototipo genuino de' recenti Settatori del
Talmud, non abbiamo che richiamare il Culto che si esercita da questi,
perchè la religione che professavasi da quelli rendacisi a prima vista
dimostrata con evidenza. Il loro fondamentale principio era l'esistenza
dell'Essere Supremo, e l'immortalità dell'anima umana; essi ammettevano
il purgatorio, e l'inferno, ed erano, così pare, intimamente persuasi
che esistessero delle anime le quali erano vaganti sulla terra, e
condannate a dover fare penitenza vicino al corpo che avevano esse
abbandonato; tale appunto, in ogni senso, è l'opinione della massima
parte de' Rabbini (138). Essi credevano inoltre fermamente la
_Metempsicosi_ in punizione de' peccati commessi in questa vita;
volevano che le anime infette da reprobe inclinazioni, e che avevano
contratte delle abitudini terrestri, e viziose, passassero dopo la morte
nei corpi delle bestie, invece che le anime integre, ed illibate
andrebbero ed animare i corpi umani i meglio organizzati, i più sani, e
i più perfetti (139). Questo dogma era pure in gran voga presso gli
orientali, e molti sono anche di parere ch'essi ne sieno stati gli
inventori, e che lo stesso Pitagora, che fu riguardato il primo ad
introdurlo fra gli uomini lo abbia tratto propriamente da' soli
orientali (140).

Non si è parimenti mancato di imputare i farisei di partigianismo del
destino, e creduli all'eccesso dell'influenza de' pianeti non meno sulle
erbe, e sugli elementi, che sopra tutto il corpo umano (141).

Ecco tutto quanto possiamo noi di proposito asserire intorno alla Setta
de' farisei, sulla quale fummo costretti a digredire forse di soverchio,
attesa la prossima analogia che rimarcasi fra la pratica del Culto
conosciuto da essa, ed il sistema di religione seguitato dal popolo
Israelitico de' nostri tempi, ommettendo però le sottili classificazioni
fatte da' Rabbini per rapporto e questa Setta (142); e tale è la
descrizione che ci parve conveniente di potere dare delle altre Sette,
delle quali abbiamo fin quì diffusamente ragionato, come quelle che
fecero più strepito, e che maggiormente si distinsero nell'ebreismo con
una tenue differenza però rimarcata da' Critici fra le medesime, che i
Saducei accordavano troppo alla libertà dell'uomo; essi, come
l'osservano appunto varj autori moderni erano gli antenati di
_Celestio_, e di _Pelagio_, che rendevano l'uomo l'arbitro delle proprie
sue azioni, e della sua sorte; gli Esseni davano tutto al destino, ed
inclinavano alle parte degli Stoici da' quali avevano essi presa la dura
morale, ed i costumi feroci; i farisei tenevano la via di mezzo fra
queste due Sette, come si può chiaramente rilevarlo da quanto abbiamo
significato altrove per rapporto a' medesimi Settarj; in somma, si può
giustamente conchiudere che i farisei erano _Semipelagiani_; i Saducei
_Pelagiani_; e gli Esseni _Predestinatisti_; avendo noi stimato affatto
indifferente di riportare tutte quelle altre Sette oscure, formate dagli
entusiasti delle testè accennate Sette, come sarebbero i _Gortemani_, i
_Masbotei_, i _Genisti_, i _Meristi_, e varie altre che non giova quì
annoverare, e dei quali i soli nomi sarebbero appena conosciuti oggi da
noi, se _Voltaire_ non ce gli avesse fatti, pervenire alla nostra
cognizione.

Vi fu ancora un altra Setta denominata _Evadiana_, ma ignorandosi
l'epoca precisa da cui la medesima cominciò a prendere voga, ed i
principj su' quali essa reggevasi, noi non ne faremo ulteriore menzione
di sorte alcuna, tanto più che si pretende, ch'ella non durasse al di là
del tempo che durò la fortuna, il credito, e la possanza d'Erode,
generalmente riguardato suo capo, e fondatore.

Ma avanti di terminare questo proposito interessante delle Sette
dell'ebreismo, tacere sicuramente non dobbiamo quella che per lo scisma
terribile che ella sparse nelle contrade tutte della Giudea, può essere
posta al confronto di tutte le altre poco fa indicate. Questa è dunque
la Setta denominata _Samaritana_.

Or quantunque lo scisma di questi Settarj, non potesse propriamente
cominciare a prodursi che nell'epoca della dissoluzione delle dieci
tribù suscitata da _Geroboamo_, poichè è in conseguenza di essa che
avvenne la loro più antica separazione; non per tanto i Samaritani non
volendo riconoscere questo capo di ribelli per loro fondatore legittimo,
essi rimontano fino a Jesuè, e sostengono essere egli quello che edificò
il loro Tempio sulla montagna di _Gurizim_, e nel quale hanno essi per
lungo tempo dopo, sempre adorato il creatore Supremo, ed esercitate le
cerimonie, e i riti che ad essi prescriveva il loro Culto.

La scrittura, per altro, in chiari sensi, ci significa che gl'Israeliti
i quali abitavano la provincia di Samaria essendo stati vinti, e
sconfitti da _Salmanasar_, e la Città presa (_II. Reg. 15_) il di lui
successore _Assaradon_ vi fissò altre colonie in loro luogo; queste
abbracciarono una parte della Religione Israelitica, e rigettarono
l'altra; esse non vollero più alcuna specie di relazione cogli altri
ebrei dimoranti in Gerusalem, e perciò appunto i medesimi desisterono di
andarvi, così dunque avvenne che questi diventarono mutuamente
implacabili nemici, come lo sarebbero a' nostri giorni ancora, se ve
n'esistessero fra noi; la loro dissenzione ha sopravissuto alla loro
patria, che si vuole essere stata _Samaria_; da cui quella Setta ripete
precisamente il suo nome, e la capitale di essa era _Sichem_, calcolata
ad una distanza di dieci delle nostre leghe da Gerusalem; l'attiguità
così limitrofa fu una ragione di più per questi due partiti
dell'Israelismo di perpetuare l'un l'altro il loro accanimento
inesorabile.

Non ostante però che i Samaritani abbiano avuto fra loro de' profeti,
essi frattanto non ne ammettevano alcuno come sacro fra i loro libri
canonici, contentandosi del solo Pentateuco; essi sono positivamente
uniformi cogli altri ebrei nell'osservanza delle feste le più solenni, e
principali; essi ammettono la stessa circoncisione, sono rigorosissimi
nell'osservanza del sabato, benchè vi apponghino delle notabili
modificazioni; essi riguardano l'umiltà, e l'indigenza come un voto
necessario, analogo allo stato di umiliazione, a cui sono attualmente
ridotti que' meschini residui di essi, che esistono soggetti al dominio
musulmano di cui nè le leggi, nè il governo sono veramente molto
incoraggianti. Ecco tutto quanto possiamo noi asserire di verosimile,
relativamente alla Setta de' Samaritani, non iscorgendovi alcuna solida
utilità in un dettaglio più circostanziato, e più diffuso (143).

Tali sono infine dunque le nozioni generalmente considerate le più
ovvie, e le più ammissibili che abbiamo potuto attignere da limpida
sorgente intorno a quelle Sette, delle quali fu da noi ragionato
estesamente fino ad ora, e che osservammo scaturite dal seno
dell'Israelismo antico. Ma questa materia essendo già state
sufficientemente esaurita quanto il bisogno nostro lo esigeva, passare
ora ci è duopo ad altro soggetto non meno urgente a conoscersi, ma di
quello assai più necessario al caso nostro, ed infinitamente più utile,
e più interessante al progresso felice del piano salutare, che ci siamo
quì proposti di stabilire.

(134) I farisei sostenevano, con asseveranza, che oltre la Legge data
sul prodigioso monte di Sinaj a Mosè dall'Essere Supremo, questi avesse
confidato verbalmente allo stesso Legislatore un gran numero di riti,
dogmi, e Cerimonie, ch'esso avea fatto indi passare alla posterità senza
scriverle; essi giugnevano per fino a nominare gl'individui, dalle
bocche de' quali queste tradizioni furono fino a' loro tempi
genuinamente tramandate; essi attribuivano loro il valore, e l'autorità
stessa del Pentateuco, supponendole per le tradizioni, come lo rimarca
sensatamente _Bayle_, è passato da' farisei antichi a' farisei moderni;
se quelli le difendevano con ogni sforzo, ed accanimento, questi col più
deciso entusiasmo sostengono che chiunque, o rigetta, o mette in dubbio
un solo istante la Legge Orale dee essere considerato come un מין (min)
_appostata_, o eretico, e per conseguenza è dannato irremissibilmente
nell'altra vita, e reo di morte in questa, una veruna formalità di
processo; e noi abbiamo a sufficienza già fatto conoscere altrove l'odio
inesorabile che nutrono gli ebrei Talmudisti contro i Settatori Caraiti,
pertinacemente attaccati alle semplici scritture, senza volere conoscere
tradizione di sorte alcuna, ed il disprezzo con cui per altra parte
questi trattano i primi per vederli sovente preferire i mistici fantasmi
tradizionali che traviano la mente, alla chiara semplicità della
scrittura, che edifica il cuore.

(135) Se è vero quanto si narra de' farisei, non dobbiamo più
sorprenderci che un tale ascendente acquistassero i medesimi sull'animo
specialmente degl'Israeliti ammaliati da quelle penitenze apparenti
esercitate astutamente da' medesimi di gran lunga più austere di quelle
de' frati della Trappa, e di altri più ascetici eremiti dei nostri
tempi: si vuole ch'essi si privassero del sonno cotanto necessario alla
conservazione dell'animale vivente, che digiunassero frequentemente, e
lungo tempo, che si coricassero sui bronchi, e sulle spine; pretendesi
ancora che ne attaccassero alla estremità inferiore de' loro abiti,
affine di fare sgorgare il sangue dalle loro gambe allorchè caminavano;
si percuotevano il corpo ad ogni tanto, ed essi distinguevansi parimente
colla eccessiva lunghezza de' loro _Zizith_, e la grossa mole de' loro
_Totaffoth_, o filatacteri (di cui fu già da noi e sufficienza ragionato
altrove annot. 54) che portavano incessantemente colla più insoffribile
ostentazione, e sulla loro fronte, e sugli angoli opposti delle loro
vestimenta; sempre camminando colla testa inclinata verso il suolo, e
dunque così ch'essi aggiugnevano nuove divozioni alla vera Legge;
sebbene il giogo, come osservammo, une fosse già oneroso da superare le
umane forze per sostenerlo; ed è appunto in sì fatta maniera che i
farisei estorcevano il rispetto, e l'ammirazione de' più creduli, e de'
più inesperti del popolo d'Israel.

(136) _Simon_ (nel suo _Grand Diction. de la Bible T. II. p. 312_).
Seguìto da varj altri critici moderni fa instituire questa Setta da un
certo nominato _Semei_, circa l'anno del mondo 3950, sotto il
Pontificato di Gio. Ircano figlio di Simeone il quale dette a' seguaci
della medesima il nome di _farisei_ dall'etimologia ebraica פרץ
(_paratz_) che significa _spiegare_, _interpretare_, e _separare_, con
il loro fondatore di cui la santità era, per quanto vantano, senza
esempio, colle regole, e gli statuti che loro avea prescritti, gli
obbligò a condurre una vita separata, e tutta differente da quella del
resto dell'Israelismo, e quindi a ritirarsi dalle Compagnie, a dedicarsi
alle studio assiduo delle scritture, ad interpretarle con criterio, ed a
bene intenderne i riti, e le cerimonie fondamentali, che necessario
credevasi al vero Israelita di conoscere, e di praticare.

(137) Lo stile parabolico è stato sempre in grande estimazione presso
tutti i popoli orientali; molti hanno fermamente creduto che i libri di
Job, di Tobia, e di Giuditta (benchè gli ultimi due non sieno stati mai
ammessi per Canonici dagli ebrei) non erano che delle sante finzioni
fatte in metodo parabolico al solo oggetto (come generalmente
supponevasi) d'inspirare devozione, rassegnazione, integro timore
divino.

Infatti questa maniera di scrivere parabolico era molto familiare ancora
a' primi scrittori del Cristianesimo (ved. _Sim. Hist. Crit. du V. Test.
Lib. IV. c. 8._) e questa bizzarra foggia d'instruire il popolo è stata
sempre mai la sola preferita dalla Setta de' Farisei, la quale, come
rimarcammo, può dirsi oggi nella massima teoretica la sola Setta
dominante fra gli Ebrei, astrazione fatta di quelle pratiche insane, e
ributtanti ostentazioni che facevano lo scopo del sistema religionario
degli antichi farisei, e che gli ultimi non hanno. Così anche il
_Talmud_, il _Zohar_, e la massima parte degli antichi scritti di tale
natura sono pieni ovunque di allegoriche finzioni, che non bisogna
spiegare alla lettera, come se si rapportassero a delle Istorie vere, e
reali. D'altronde, sia che un libro comprenda aneddoti istorici, sia che
racchiuda parabole, o frammenti mischiati di parabole, non è perciò meno
vero, che può esso in qualche modo riescire assai proficuo, purchè la
materia che ne forma il soggetto non conosca altra guida che il solo
buon senso, e sia basata radicalmente sulla ragione: Le opere di
Maimonide, di Menasse ben Israel, di Abravanel possono giustamente
annoverarsi in questa Classe.

(138) Anche gli Ebrei moderni sostengono le medesime opinioni; essi
pretendono di fare viaggiare le anime, durante l'intervallo di dodici
lune consecutive, nel quale spazio le fanno andare, e venire intorno
delle tombe dove sono racchiusi i corpi che vestivano in questo labile
tirocinio, e pe' quali esse conservano tuttavia qualche adesione: quindi
è che gli Ebrei Talmudisti sogliono pregare per suffragio di tali anime
con una certa rapsodia ch'essi chiamano קדיש (Kadish) _santificazione_,
a cui attribuiscono un'efficacia, e forza tale, fino a trasformare la
sorte delle medesime in un'istante; ma ciò si vuole, per altro, che non
sia che per le sole anime lordate da qualche impurità, giacchè i rabbini
asseriscono, che quelle de' santi, e delle morigerate persone ascendono
direttamente nell'empireo celeste appena escono dal mondo (ved. _Eliahu
Levi in Tisbi. Menas. Ben Isr. De Resur. mortuor. Lib. II. C. 6. p. 171_
_R. Abd. Sfor. in Hor. Ascem. p. 91._)

(139) Non è già tenue il numero de' Rabbini, peraltro, celebri che
sostiene un sentimento si stravagante, non si sa se preso da Pitagora,
da Platone, oppure dagli Orientali; essi lo fondano da una parte sul
dovere pressante in cui è l'anima Israelitica di osservare i 613
precetti racchiusi nel Pentateuco di Mosè, e l'impotenza massima in cui
essa trovasi dall'altra di eseguirlo, atteso lo spazio circoscritto
delle vita che all'essere umano è accordato sopra le terra; quindi
persuasi di giugnere con tal mezzo a superare simile ostacolo, essi
fanno ritornare le anime nel loro pristino domicilio, affine di compiere
quel grado di perfezione della quale sono elleno mancanti, ciò che nel
Talmudico linguaggio chiamasi גילגול (Ghilgul) _Rivolgimento_. Se questo
calcolo è giusto, la riduzione da me fatta dell'indicato numero di
precetti, mi astrignerebbe a dovere ripetere un simile viaggio dieci
volte almeno fra i viventi: quale deplorabile insania! Gli Ebrei,
siccome ancora Pitagora e Platone estendono la trasmigrazione delle
anime umane fino entro i corpi delle bestie: Agostino, parlando di
Platone, relativamente a questo sistema, dice in termini espressi: _Nam
Platonem animas hominum post mortem revolvi usque ad corpora bestiarum,
Scripsisse certissimum est_. (_De Civit. Dei Lib. X. C. 30. p. 267_). Ed
il sistema di Pitagora sul quale è basato quello di Platone vi è
chiaramente descritto da _Erodoto_ (_Hist. Lib. II._). Gli ebrei, per
altro, credono che il passaggio ne' corpi delle bestie, non facciasi
luogo che di quelle anime lordate di grevi trasgressioni, o di delitti
criminosi, essendoci già noto quale sorte avventurosa era espressamente
preparata alle anime sagge, alle religiose, alle umili. (_Vedi Zohar.
Phil. De somniis Tract. I. De Revol Pars. alter. collect. prim. Cabalah
denud. p. 375. P. III. Plan. Theol. du Pitag. par Mourg. T. I. p. 533_)

(140) Che Pitagora abbia preso degli Egizj, unitamente a vari altri
sistemi filosofici, anche l'opinione della metempsicosi, pare
assolutamente indubitabile. Si sa, per altro, che questo era in generale
il sistema adottato dalla massima parte de' filosofi dell'Egitto, e che
inoltre non fu esso conosciuto nella Grecia, se non se dopo che Pitagora
fu di ritorno dall'Egitto, dov'esso avea fatto un viaggio unicamente per
instruirsi della teologia de' preti di quel paese. Quindi allorchè il
citato Erodoto ci dice che gli Egizj sono così pure i primi che hanno
stabilito l'anima essere immortale, che dopo la morte del corpo essa
passa successivamente ne' corpi delle bestie, che dopo d'avere passato
da' corpi degli animali di ogni specie, essa ritorna ad animare il corpo
umano, e che dessa compie sì fatta rivoluzione entro lo spazio di tre
mille anni; v'ha de' Greci che hanno introdotto questo dogma alcuni più
presto, altri più tardi, come se l'avessero creato essi medesimi. È
indubitabile che Erodoto così esprimendosi non ha preteso quì parlare
che di Pitagora. Platone poi che attinse una gran parte de' suoi
sentimenti sopra queste materie negli scritti di Pitagora, ritrasse così
pure la stravagante opinione della metempsicosi, benchè l'Ab. _D'Olivet_
sostenga di proposito ch'egli vi correggesse molte cose. (Vedi _D'Oliv.
Theol. des Philos grecs p. 83_).

(141) Ciò potrebbe ancora essere vero in ogni senso, mentre ognuno sa
quanto è familiare l'augurio di felicitazione presso gli ebrei
nell'occasione di nozze, o di nascita di figli, o di altre avventurose
circostanze del בסימן טוב במזל טוב (Bessiman tob, bemazal tob) _con buon
augurio_, _con propizio pianeta_; volendo riferire, con buona fortuna; e
molto ripetono gli odierni ebrei non solo, ma tutti gli altri popoli
ancora dall'influenza del destino. Per altro, Flavio sempre interessato
a giustificare, ed a sostenere l'opinione de' Farisei de' quali faceva
parte, prende pugna in loro difesa; adducendo (_Lib. XIII. Cap. 9. p.
542 antiq._), che quelli non intendevano già per destino, che il supremo
consiglio di Dio, col mezzo del quale tutte le cose debbono succedere
necessariamente senza però che all'uomo venga tolta la spontanea libertà
di determinarsi a scegliere fra il bene, e il male, il vizio, e la
virtù; elezione accordatagli dal suo divino Creatore, onde non abbia
l'uomo che rimproverare se stesso, deviando dalla scelta che può
riuscirgli utile, e salutare per appigliarsi a quella che forma la sua
sciagura, e il suo tormento.

Ma comunque sia, tanto è vero che quasi tutti i Rabbini del Giudaismo,
come lo pensa uno de' più dotti fra questi (ved. _i Maronit in Philos.
Lib. 1. C. 6._) hanno fermamente creduto che gli astri fossero le cause
primarie di tutte le operazioni della natura, in quanto che i medesimi
hanno dato ad ognuno di quelli il nome di una particolare divinità: così
il pianeta _Giove_ presso gli ebrei portava il nome di בעל _Baal_;
_Marte_ quello di מולך _Moleh_; Venere quello di עשתרות _Astaroth_;
_Mercurio_ quello di בעל נבות _Nebot_, in una parola, tutti questi nomi
si ritrovavano essere parimente quelli appunto, che gli Egizj, gli
Assirj, i Fenicj, e i Cananei attribuivano alle respettive loro divinità
pagane, come ce lo descrive il _Seldeno_ (_D. Diis. Syr. Cap. 1._); ciò
che dà motivo sufficiente di credere essere quegli astri, que' medesimi
che veneravansi ovunque sotto gli stessi nomi testè indicati, i quali
facevano parte di ciò che i libri ebraici distinguono colla frase di
_Culto de' Corpi Celesti_.

(142) Il Talmud distingue sette ordini di Farisei; il primo misurava
l'obbedienza all'auna del profitto, e della gloria; il secondo non
alzava i piedi camminando; il terzo percuoteva la propria testa contro
le muraglia che incontrava, affine di trarne il sangue; un quarto
occultava gli occhi, e la testa entro un rustico cilicio, riguardando
all'esterno da un piccolo pertugio; il quinto domandava fieramente _cosa
è necessario che io faccia? Io lo farò; cosa v'ha egli mai da fare che
io non abbia fatto?_ il sesto obbediva per semplice amore per la virtù,
e per le ricompense temporali; il settimo, ed ultimo finalmente non
inducevasi a seguire gli ordini di Dio, che pel solo timore delle pene.

Ma questi sette gradi di fariseismo così classificati da alcuni
Talmudisti, non debbono essere già riguardati come altrettante Sette
particolari. I Farisei appartenevano tutti ad un solo corpo medesimo, e
la ristretta diversità fra quelli consisteva unicamente nella maggiore,
o minore devozione che ostentavano in faccia degli altri loro
correligionarj, nella pratica costante delle loro austere cerimonie.

(143) Se si dovesse prestare fede a tutto ciò che alcuni scrittori
supposero, per rapporto alla Setta de' Samaritani, questi comparire ci
dovrebbero sotto i caratteri i più odiosi, ed i più riprovabili:
L'_Epifanio_ gli accusa di negare la resurrezione de' corpi (_Lib. XI.
Cap 8. haeres._) Il Rabbino _Meyr_, presso i Talmudisti, gli pretende
Idolatri (_Shem Sauhed. Cap. VIII. p. 43._) _Leonzio_ rimprovera loro di
non riconoscere l'esistenza degli angeli (_De sectis Cap. 8._) ma il
detto _Reland_ prende la loro difesa e gli giustifica in questa parte
(_Dissert. misc. p. II. p. 25._) opinando che i Samaritani intendevano
per un'angelo, una virtù, un'istrumento di cui la Divinità si serve per
agire, o qualche organo sensibile ch'esso impiega per l'esecuzione de'
suoi ordini: oppure essi credevano che gli angeli sono virtù
naturalmente unite alla Divinità, e che questa ne dispone quando gli
aggrada; ciò si rende pure manifesto dal Pentateuco Samaritano, dove
ritrovasi molto sovente sostituito Dio agli angeli, e gli angeli a Dio.
Quindi coloro che in tal guisa opinano, confondono male a proposito i
Samaritani co' Saducei, attribuendo a quelli ciò che non potrebbe
adattarsi che agli ultimi (ved. _S. Epif. Lib. X. Cap. VII._)



                            CAPITOLO XVII.

 Osservazioni filosofiche su' Profeti, e sulle profezie annunziate da'
 medesimi: si discute il vero tropologico senso con cui debbono essere
               quelle propriamente spiegate ed intese.


È senza contrasto, la qualità essenziale dell'ignoranza di preferire
sempre l'occulto, il misterioso, e sovente anche il terribile, a ciò che
per sua natura è in ogni senso chiaro, semplice, edificante. Il vero non
dà certamente all'immaginazione delle scosse così vive nel modo che
osserviamo fare le finzioni, che d'altronde ciascuno è l'arbitro di
sistemare a livello delle proprie sue mire, ed a seconda dei suoi
medesimi capricci. La classe ignara dei popoli, non richiede altro
meglio che di ascoltare delle favole che la seducano e de' vaticinj
percuotenti che le sorprendano; quelli fra gli uomini che furono più
accorti per distinguerne il debole, scavando, per così dire dal niente
le anagoriche illusioni, efficaci a condurli al termine de' loro
tenebrosi disegni, hanno ad essa renduto il servizio che impetrava; essi
si sono attaccati gli entusiasti, le femmine, e gl'ignoranti; esseri di
questa tempera si appagano agevolmente di ragioni che non perverranno
giammai ad esaminare con verità nè con criterio (144). L'amore del
semplice, e del vero, dice _Fontenelle_ non si trova che nel ristretto
numero di coloro, l'immaginazione de' quali è metodicamente nutrita
dallo studio, e regolata dalla riflessione.

Io non oserò già quì di asserire in verun modo, che gli uomini sieno
stati in ogni epoca del mondo più inerenti ad ammettere l'errore, la
menzogna, e l'illusione, senza esame, che ad investigare la verità colla
fiaccola inestinguibile della ragione, malgrado che tutta l'antichità
Pagana, forniscami profusamente le traccie le più evidenti, e le più
sicure di una simile ripugnante condotta del genere umano ma ciò che
senza timore d'ingannarmi, potrei accignermi a dimostrare di proposito
si è, che molto agevole dovrà essere riuscito a coloro, che i primi si
decantarono fra le prische idolatre popolazioni della terra, gli arbitri
plenipotenziari delle false divinità che adoravano, e gl'inspirati delle
loro fattizie intuizioni, di abusare enormemente della stupida credulità
del volgo, il quale ignorando benanche il nome d'impostura, ed i gradi
fino dove può ascendere la scaltra ipocrisia dell'imposture, era ad esso
del tutto impossibile in tale stato d'imperizia, e di smarrimento di
fissare un'adeguata distinzione specifica fra la verità, e la menzogna,
fra l'inganno, ed il candore; degli uomini di tal fatta se ne calcolano
a migliaja fra le nazioni, specialmente del gentilesimo, presso le quali
l'arte della divinazione era in tanto rispetto, come consta
evidentemente da Cicerone, e da vari altri scrittori suoi contemporanei,
i quali tutti convengono, d'accordo, che gli Egizj, i Caldei, i Fenicj,
e qualunque altro popolo asiatico, avea i suoi particolari aruspici, i
suoi profeti, i suoi indovini, e forse molto avanti che gli ebrei
predicessero le cose che dovevano accadere, nella remota successione de'
tempi; e v'ha per sino chi assicura, che la massima parte de' riti,
degli usi, e delle cerimonie religiose praticate non solo da questi, ma
da tutti gli altri popoli che conosciamo, non traessero in massima la
loro primitiva derivazione, che dai sistemi religiosi differenti,
stabiliti, e propalati dalle vaste popolazioni della terra (145).

Da quanto i monumenti più lontani ci contestano, resta sensibilmente
dimostrato, che l'arte di vaticinare l'avvenire, riconosce la sua
primitiva sorgente dalla più remota antichità (146); e che in ogni epoca
il mondo fu sempre, e ovunque pieno di falsi, come di veridici profeti,
di sibille, di aruspici, ed indovini (147); e ciò che rendeva molto più
comune, e più esteso questo mestiere si era, che non essendo esso, nè
una marca distintiva di qualche rango qualificato, nè esigendo vaste
cognizioni per riuscirvi, chiunque fingeva di avere, o avea infatti una
intuizione particolare, od un estasi divina, annunziava l'avvenire ad
alta voce, o ballando, o cantando al suono del salterio; noi lo
rimarchiamo, fra i tanti altri nella persona di _Saulle_, il quale, con
sorpresa di tutto il popolo, si vide fare il Profeta, non ostante
ch'egli fosse in disgrazia dello spirito divino, come apparisce dalle
sacre pagine medesime (148).

Per altro, la situazione avventurosa nella quale dovette necessariamente
ritrovarsi il primo vaticinatore che comparve fra i mortali, avrà, senza
dubbio, eccitata l'emulazione, e forse ancora l'invidia di tutto il
resto degli uomini, su' quali la di lui arte sorprendente, e tutto
nuova, gli avrebbe accordato un assoluto, e quasi incontrastabile
diritto di primazia; è infatti allora, che si sarà veduto comparire una
folla immensa di estatici divinizzatori, tutti opposti a vicenda ne'
loro principj, ed ancora più discrepanti nelle conclusive illazioni che
dessi ne traevano; ed allora quando trattavasi che uno di questi
antiveggenti prefiggevasi di abbattere come assurde, o ripugnanti le
predizioni del di lui antagonista, le più deboli, e inconcludenti
ragioni bastavano ad effettuarlo, giacchè regolarmente il trionfo nelle
controversie teologiche suole spiegarsi per colui che è il primo
attaccante. I vantaggi diventando alternativi, e reciproci, si sarà
dovuto ricorrere da entrambe le parti a' prodigj, affine di sforzarsi a
rendere più autorevole con tale mezzo la supposta efficacia della
vantata missione, come osservasi che fece appunto con tanto successo il
vero Profeta Elia, quando volle sensibilmente convincere di menzogna i
falsi Profeti di Acabbo Sovrano d'Israel (_Reg. I. v. 21 e seg._)

E che? Forse di tutto ciò la scrittura medesima, non ce ne somministra
essa le prove le più convincenti, e irrefragabili? Non è forse
precisamente quella, che in tante circostanze chiaro ci partecipa la
discordia inveterata, che allignava fra gli stessi Profeti d'Israel, che
supporre non dobbiamo nè mendaci, ne impostori? E l'accanimento
inesorabile che manifestavano a vicenda, non andava fino ad oltraggiarsi
villanamente, ed a trattarsi gli uni gli altri da forsennati, da
visionarj, da mentitori, da scaltri? (149) Non si saprebbe certamente
come conciliare il ministero eccelso a cui erano essi chiamati
d'accordo; tutti egualmente _Nebiim_ (Profeti), tutti organi, e veggenti
di una stessa consolante religione, e tutti finalmente interpreti del
pari dell'eterna volontà medesima di un solo Essere Supremo, colla sì
detestabile maniera di procedere fra di essi (150).

Or senza la debita venerazione che protestiamo nutrire intimamente per i
Profeti dell'Israelismo, quanto non comparirebbero essi mai ributtanti e
opposti allo spirito che gli animava, guidati come apparivano essere
mutuamente di continuo, dal livore, dalla detrazione? Ma il rispetto
integerrimo che nutriamo pe' medesimi, non meno che per gli oracoli che
pronunziavano ce gli rende in gran parte scusabili, e ci fa d'altronde
persuadere che tutto quanto fu da noi riferito a loro riguardo, non
fosse a' medesimi accaduto che in visione meramente, come di tante altre
gesta operate da quelli avvenne, e che per eterna confusione de'
miscredenti, io mi credo in dovere di riportare in chiari sensi nel
Capitolo seguente.

(144) Il popolo (come sensatamente lo rimarca _Graziano_ nel suo
_Criticon p. 415._) arresta la sua immaginazione su' primi oggetti che
lo percuotono; le apparenze penetrano il suo spirito, lo predominano, ed
incapace lo rendono di approfondire le verità, che possono essere
racchiuse nelle cose; sempre più imbecille in rapporto alla più forte, o
più debole impressione che i medesimi fanno sull'animo suo, esso non
cura giammai d'illuminarsi sopra i di lui veri interessi; l'esteriore lo
arresta, lo seduce, e attonito lo rende; la semplice verità, la pretta
ragione, spogliata dalle chimere che sono ad esso artifiziosamente
insinuate, sembragli troppo nuda; esso cerca qualche cosa di
straordinario, che questa sia vera, o falsa poco gli cale, basta che lo
spirito vengane ammaliato, e percosso; è perciò che le fantastiche
visioni de' mitologici, hanno sovente ritrovata cieca fede presso il
Gentilesimo, e che gli altri popoli, che ne successero hanno riguardato
sempre con illimitata venerazione tutto quanto venne a' medesimi
trasmesso dalle loro differenti orali tradizioni. Quindi è, per ultimo,
che la sua credulità macchinale sorpassa di gran lunga la scaltrezza di
coloro che cercano di trarre partito dalla sua pieghevole buona fede, e
se alcuno tentasse per accidente (come fu altrove già da noi avvertito)
di fare risplendere nel centro dell'umana società la fiaccola eterna
della ragione, è generalmente riguardato come l'innovatore della
credenza de' suoi simili, come un'individuo sospetto, e forse ancora
convinto di miscredenza, e di appostasia: in una parola, chiunque brama
di vivere in grazia della moltitudine, a meno che non pensi come Orazio
(_Epist. XIX. Lib. 1._), il quale solea dire,

    _Non ego ventosae plebis suffragia venor_,

dee studiarsi accuratamente di rendersi più caro questo ceto, di
qualunque siasi altro.

(145) Lancisi uno sguardo ponderatore nelle istorie le più classiche del
mondo, si considerino esattamente i dogmi conosciuti, e adottati da
tutti i suoi primi abitatori, se ne faccia il dettagliato confronto con
quelli che si mirano praticare attualmente dalle nazioni de' tempi
odierni, e si vedrà non esservi cerimonia praticata dalle antiche
popolazioni dell'universo, che le religioni che conosciamo nella nostra
età, non ne abbiano conservate le traccie, non lo seguitino ancora col
più deciso trasporto. Per convincervi di questa verità innegabile di
simile natura, che non è mio disegno già di riportare, non abbiamo che
consultare diligentemente il _P. Accosta_, _Pietro martire_, il _Paw_,
ed il _Raynal_, ed i più accreditati viaggiatori, i quali c'instruiranno
con la massima esattezza possibile di tale massima conformità di cui
parliamo, la quale non ha lasciato, per altro, di somministrare, al
solito, qualche debole argomento agl'irrequieti miscredenti contro
l'esimia Religione che felicemente professiamo.

(146) Molti critici sono di ferma opinione, che _Enosh_ fosse il primo
institutore dell'ordine de' Profeti, che si rese in seguito manifesto
fra gli uomini, mentre desso fu il primo, per quanto si assicura, ad
invocare il nome dell'Essere Supremo, e quest'ordine, si suppone essere
stato successivamente diviso in molti altri, quali di maggiore, e quali
di minore credito, siccome rilevar lo possiamo agevolmente dalla stessa
Scrittura.

(147) _Balaamo_ sebbene non Ebreo, ma Pagano, mirasi frattanto
annoverato nella categoria de' Profeti, secondo tutto quanto a suo
riguardo ci narra espressamente la Scrittura, e noi rimarcheremo nel
Capitolo seguente, esservene stati molti altri fuori degli Ebrei che
operarono delle cose che sembrano prodigj, nella guisa che fecero
appunto i maghi dell'Egitto, alla presenza dello stesso Mosè inviato da
Dio; dal che si comprende che la profezia, o le predizioni, od i prodigi
medesimi, non erano sempre il contrassegno positivo, ed infallibile
della santità di una persona, o della perfezione inalterabile delle di
lui qualità individuali.

I Pagani ebbero pur essi parimente in quest'arte delle femmine, che ne
riescirono molto perite, come sono state appunto le rinomate Sibille; ed
i sogni di _Abimelek_, di _Faraone_, di _Baldassar_, e di altri
siffatti, erano altrettante immediate rivelazioni positive di ciò che
accadere dovea in lontano avvenire, e che realizzate poscia si videro un
giorno quali erano precisamente indicate, come la Scrittura chiaro ce ne
instruisce, allorchè ad essa emerge di parlare di simili soggetti.

È ben vero, per altro, che quando noi rendiamo omaggio a quelle verità,
che predicono certi Profeti, che non meriterebbero d'altronde la nostra
buona fede, noi non onoriamo già in simile caso, il Profeta che parla, e
che antivede, ma quell'essere unicamente che lo abilita a parlare, e che
lo inspira; poichè come lo riflette Ambrogio: _non confitentis meritum,
sed vocantis oraculum est revelante Dei gratia_ _S. Ambr. Lib. VI. Cap.
37._

(148) Si legge nel _Cap. X. del primo Lib. de' Re_, che Saulle
ritornando da Rama, dove il Profeta Samuel gli avea conferita l'unzione
regale, incontrò nella Città di Gabaa uno stuolo numeroso di Profeti che
cantavano al suono di concerti d'istrumenti musicali, e che Dio avendolo
riempiuto del suo spirito, si mise pur esso a profetizzare ad alta voce,
co' medesimi.

D'altronde, per quanto apparisce dalla stessa Scrittura, sembra che
l'arte della Profezia non andasse mai disgiunta da quella della musica
specialmente istromentale, mentre dessa ci fa chiaramente capire, che
_Assaff_, Heman, ed alcuni altri di tal fatta, profetizzavano
continuamente suonando le Arpe, i Cembali, ed i Salteri, accompagnandoli
talvolta coll'armonioso concerto delle loro voci.

(149) Chi non fremerebbe ad un tale proposito d'intendere esclamare
_Ossea_ (_Cap. 9._) _Stultum, et insanum prophetam, insanum verum
spiritualem_? E _Sofonìa_, quando dicea che i _Profeti di Gerusalem sono
stravaganti uomini senza fede_? Che diremo noi di quello schiaffo sonoro
che il Profeta _Sedechia_ vibrò impetuosamente al Profeta _Michea_
ritrovatolo a predire de' vaticinj calamitosi al Re di Samaria,
dicendogli: _Come mai lo spirito di Dio è egli partito da me, per
trasferirsi a te?_ (_Paralip. c. 18._) _Geremia_ il quale profetizzava
in favore di Nabuccodonosor inflessibile tiranno del Popolo d'Israel, si
era messo delle corde al collo, ed un giogo sul dorso, poichè secondo
lui questo era un simbolo, ed esso dovea mandare questo simbolo a'
limitrofi Regoluzzi differenti per invitargli a sottomettersi allo
stesso Nabuccodonosor: il Profeta _Anania_ che riguardava Geremia come
un veggente sospetto, e degno di poca fede, gli svelle a gran forza le
sue corde, gliele spezza, e getta il di lui basto a terra. Questi non
sono già certamente gli effetti delle visioni intuitive di un Dio, ma
quelli altresì dell'orgoglio, e della imbecillità dell'uomo abbandonato
a se stesso, ed alle sue proprie tumultuose passioni.

(150) Il termine נבאים (nebiim) plurale di נביא _Profeta_ viene dal
verbo נבא (naba) che significa _predire_, _indovinare_; e questo
vocabolo è variamente preso nella Scrittura in rapporto alle persone
differenti che sono state rivestite di simile attributo. È però da
rimarcarsi che l'ispezione principale de' Profeti era negli antichi
tempi quella di raccogliere gli atti di tutto ciò che si passava di
considerabile nella Giudea, e di scrivere i libri sacri, non tacendo
pero ch'essi aveano inoltre la qualità di Oratori pubblici, e come tali
arringavano in presenza del Popolo, secondo il bisogno dello stato,
predicevano gli infortunj da' quali era esso minacciato, e Dio servivasi
del loro mezzo per rendere noto al mondo la sua eterna volontà, e per
rilevare le cose occulte. Queste arringhe, o Profezìe erano registrate,
e conservate negli Archivj della stessa maniera di tutti gli altri atti,
o documenti; distribuivasene ancora molte copie affinchè il popolo
poteste leggerle a suo libero piacere, e ad un tempo medesimo emendarsi
colle salutari esortazioni che vi si contenevano.

Queste grazie straordinarie del Cielo facevano loro conferire il nome di
_veggenti_, come si rimarca in Saulle, il quale volendo consultare il
Profeta Samuel sulla perdita degli armenti del di lui genitore, e
prendere cognizione da esso del luogo in cui potevano quelli ritrovarsi,
egli domandò ad alcune ragazze che ha incontrate _Nam hic videns?_ (_1.
de Reg. Cap. 9_); e nello stesso Cap. vi si legge inoltre che ne' tempi
di Samuel, quelli che noi distinguiamo col carattere di Profeti non
erano allora chiamati che veggenti; e quindi supponibile che non si
chiamassero tali, se non se per ch'essi vedevano da lontano le cose che
dovevano accadere, e rivelavano ciò che era occulto al resto degli
uomini.

Aggiungasi ancora che un tempo si è dato pure il nome di Profeti a certe
persone, le quali viveano separate dal resto del mondo, adunandosi
unicamente a certe fissate ore del giorno, e della notte per tenere
delle conferenze sulle scritture, per cantare gli encomj del Creatore,
quali solevano accompagnare sovente da varj armonici strumenti, e ciò ad
oggetto di eccitarsi meglio alla devozione, ed alla vita religiosa, e
contemplativa che si erano prescelta.



                           CAPITOLO XVIII.

                 Continuazione del medesimo soggetto.


Le più generali, ed accreditate opinioni, relativamente alle qualità
essenziali che distinguevano il Profeta, da chi tale propriamente non lo
era, si riducono a sole tre: la prima di quelli che facevano dipendere
la loro inspirazione dal temperamento, dallo studio, dalla tristezza, ed
anche dall'esilio; avvene ancora chi pensa che Dio sceglieva i Profeti,
senza avere niun riguardo all'età loro, alla loro nascita, nè a' loro
talenti: al contrario, esso gli traeva sovente dalla classe infima del
popolo. Ne sono un esempio autentico _Amos_ il quale era boaro, ed
_Eliseo_ lavoratore di Campagna, avuto soltanto riflesso alla purità
della loro vita, ed alla esemplarità de' loro propri costumi. La seconda
è di coloro che sostengono che la profezia è una facoltà naturale,
poichè per essere profeta, è d'uopo avere un temperamento robusto, e
vigoroso, civilizzarlo collo studio, e coll'applicazione, e condurlo a
tutto quel grado di perfezione, di cui può essere quella suscettibile:
la terza finalmente è quella che appoggia il _Maimonide_ (_Morè Nevoh.
p. 2. Cap. 32. p. 285_), cioè che la profezia non allignava giammai solo
che in un uomo saggio, e di una condotta irreprensibile ad ogni
esperimento; quindi è che si mirano assegnare tre qualità volute
necessarie, e indispensabili a' Profeti, 1.º una immaginazione viva; 2.º
un raziocinio solido, e illuminato dalla coltura dello spirito; e 3.º in
ultimo una integrità esemplare di costumi; e di azioni; poichè niuno ha
giammai opinato sensatamente, che lo spirito di Dio risedesse sopra un
anima reproba, od un uomo perverso (_Gerem. Cap. 45. v. 3 e 4_).

Veduti che abbiamo i requisiti necessarj, e conosciute quanto basta le
qualità essenziali che debbono caratterizzare il Divinizzatore, o il
Profeta, senza fermarci quì ad investigare più oltre l'intimo valore
delle preallegate opinioni, onde adottare l'una in preferenza
dell'altra, noi possiamo ragionevolmente conchiudere che la sola
vocazione divina, munita di una sana morale, era quella unicamente che
formava in massima i profeti, senza riguardo alcuno al temperamento
rettificato dallo studio, nel modo, che lo pretendono i Rabbini
fermamente, nè all'interno declivio naturale degli uomini, od alla
riscaldata immaginazione dei medesimi, come bizzarramente lo suppone
_Spinosa_ unito a' suoi miscredenti fautori.

Ora passiamo ad esaminare le predizioni, le gesta; o le profezie di sì
fatti veggenti, onde possiamo fondatamente desumere in quale senso
debbono essere quelle propriamente intese, e quale per tanto è
l'adeguato valore che può ad esse meritamente convenire.

Fra i moltiplici scrittori, che hanno di proposito ragionato con
criterio, sopra questa materia, il _Maimonide_ sensatamente pretende
(_Morè Nevoh. p. 1. Cap. 21 e 30_) che quasi tutte le azioni che sono
dal volgo attribuite generalmente a' Profeti come vere, e reali, quelle
non si debbono intendere, soltanto, che in sogno meramente, in estasi, o
in visione come quando la scrittura ci descrive l'apparizione degli
angeli ad Abramo sotto mentita spoglia umana (_Gen. Cap. 18. v. 9_); la
lotta sostenuta prodemente da Jacob col messaggere celeste, in sembianze
di uomo (_Ibid. Cap. 32. v. 25 e 26_); il colloquio di Eva Col serpente
(_Ibid. Cap. 3. v. 3_) quello di Balaamo colla di lui asina che
cavalcava (_Num. Cap. 22. v. 28_), ed un gran numero di altre
apparizioni sì fatte, le quali ben lungi del considerarle, coll'ignara
moltitudine, visibilmente accadute, non debbono quelle, secondo lui
essere intese nè spiegate alla lettera, ma in semplice visione, o sogno
intuitivo, dove propriamente consiste la base radicale della profezie;
lo stesso dicasi come allorquando i Profeti parlano di un cammino, che i
medesimi hanno fatto da un luogo all'altro, dell'intervallo di tempo che
ci hanno i medesimi impiegato, e di tante altre simili cose che
testificano di avere mirabilmente operato in molte foggie differenti,
ciò, che lo stesso autore prova col mezzo di vari sensibili esempi della
scrittura.

Infatti quale altro espediente più efficace di questo potrebbe giammai
sottrarre dalle invettive pertinaci de' traviati miscredenti, certe
profezie che sembrano, ad ogni riguardo, assolutamente ripugnare al buon
senso, e fare insulto alla ragione, se non si riguardassero in massima
come semplici visioni; ma che, al contrario, prese quelle fossero alla
lettera? Quindi seguendo il senso meramente letterale della volgata,
cosa potrebbe mai opinarsi di un Ossea, a cui Dio comanda di prendere
una meretrice, e di avere de' figli di meretrice? _Vade sume tibi uxorem
fornicationem, et fac tibi filios fornicationum_ (_Ossea Cap. 1._) al
che il Profeta immediatamente obbedendo prese _Gomer_ figlia di Ebalaim
dalla quale poscia ebbe tre figli: quale giudizio dovremo noi fare di un
_Ezechiello_ che dice d'avere dormito 360 giorni consecutivi sulla parte
sinistra del di lui corpo, e 40 sulla diritta, di avere trangugiato un
libro di pergamena, di avere mangiato del pane coll'escremento umano per
comando dell'Essere Supremo? (_Ezech. Cap. 3. v. 1 e 2, e Cap. 4. v. 4,
5, 6_) Cosa potrà dirsi mai del proposito indecente che lo stesso
Profeta fa tenere al Creatore del mondo colla giovine _Oolla_? (_Ibid.
Cap. 23. v. 2, 3, 4_) che penseremo noi di vedere camminare _Isaia_
interamente nudo per le' pubbliche contrade di Gerosolima, durante lo
spazio di tre anni? (_Is. Cap. 20, v. 2 e 3_) Cosa conchiuderemo noi di
_Eliseo_, allorchè trovasi che fece divorare 40 fanciulli dagli orsi,
per averlo derisivamente chiamato testa calva? (_Reg. II. Cap. 2. v.
23_) Cosa diverebbero per ultimo essi mai, questi, e molti altri
aneddoti della medesima natura, di cui sono pieni ovunque tutti i
Profeti, presi nel senso materiale quali si leggono? Ben lontano dal
conciliarsi la nostra ammirazione, il nostro affetto, essi non farebbero
certamente che attirarsi la nostra ripugnanza, il nostro obblìo ma
riguardandoli nel modo che l'insigne Maimonide ci esorta, noi allora,
senza mettere alla tortura la ragione, possiamo a colpo sicuro dissipare
le oltraggianti, quanto insensate opposizioni degl'increduli, e quelle
dello Spinosa in particolare (151); dimostrando loro con evidenza che un
sogno può bene farci comparire stravaganti qualche volta in faccia delle
persone veglianti; ma che d'altronde lo stupore cessa, il folto velo
dell'illusione si squarcia in mille brani, tosto che noi riprendiamo
sicuri la uso degli assopiti nostri sensi, e che discernere possiamo con
tutto quell'acume di cui siamo capaci, il vero che c'illumina, e ci
giova, dall'apparente che ad ognora c'inganna orribilmente, e ci seduce.

Lo stesso proposito è da tenersi parimente delle infinite predizioni
fatte da' medesimi Profeti, le quali prese alla lettera ci
trascinerebbero esce pure nel più imbarazzante labirinto di ostacoli, e
di assurdi, e forse ancora diminuirebbero in noi quella dose di buona
fede, che concepire dobbiamo a loro riguardo.

Ma se deviando un solo istante dal nostro incamminato sentiere,
trasportare volessimo la nostra mente fino a contemplare il vortice
immenso delle numerose predizioni trasmesseci da' Codici tradizionali di
altri popoli, noi ve ne troveremmo, senza, dubbio, di quelle che
dovrebbero in ogni senso eccitare le nostra commiserazione, il nostro
scherno (152).

Ma quanti fabbricatori di sì fatte predizioni, non ci offre mai
l'Istoria de' secoli decorsi? Per altro, molti fra essi, non potendo più
a lungo dissimulare la ridicolezza, e l'inverosimiglianza delle
medesime, non hanno esitato di confessare apertamente con _Curzio_:
_Equidem plura transcribo quam credo, nam nec adfirmare sustineo de
quibus dubito, nec subducere quae accepi_ (153).

Però non ci diffondiamo di soverchio sopra una materia, che niun
vantaggio solido può sicuramente recarci di approfondire, o discutere, e
solo avanti di porre l'estremo fine al soggetto di cui trattiamo, non mi
sembra inutile assunto di fare quì una rapida menzione della tanto
decantata _voce intuitiva_ che facevasi armonicamente intendere presso
gli ebrei antichi, e da' quali si foce tenere le veci, ed il carattere
di profezia, dopo che l'influenza Divina di questa, venne interamente a
cessare nel Popolo d'Israel (154).

Il Talmud fra i moltiplici gradi di profezia che il medesimo distingue,
pretende annoverare una certa voce che scaturiva dal centro degli
oggetti, e che facevasi capire dagli astanti in chiari, e bene espressi
accenti, della quale voce, aggiugnesi da quello, Dio non servivasi per
parlare a' Profeti che di notte (Vedi luogo citato). È dunque da tale
voce intuitiva, che i Rabbini ricavarono (come lo abbiamo testè
osservato) il loro Batkol, ovvero _figlia della voce_, la quale
asseriscono che supplisse nel secondo tempio alla interna inspirazione
recondita de' Profeti, adducendo per comprovarlo l'Istoria di _Samuel_,
e quella di _Nghelly_, scossi entrambi per tre volte dall'eccitamento
che cagionato avea loro questa voce (_Sam. I. Cap. 3. v. 4. e seg._) per
ben tre volte ripetuta; e gli stessi Rabbini agitando fra essi
alternativamente qualche teologica questione, si pretende che nel
bollore della medesima, impetrassero l'assistenza di tale voce, volendo
ch'ella decidesse da quale parte era il torto, e quale dovea meritamente
aspirare alla vittoria sul partito antagonista; le accanite
interminabili controversie che si agitavano di tanto in tanto dalle due
più rinomate accademie della Giudea, quella d'_Illel_, e quella di
_Sciamaj_ ne formano la prova incontestabile; esse l'invocavano molto
sovente (Ved. Pirchè Avoth Cap. VII.) e infatti i Rabbini si accordano a
sostenere che quella voce sovrumana si udisse realmente proferire
secondo le circostanze, l'opportunità, ed il bisogno הלכה כבית הילל
(Alahah chebet Illel) cioè; _la Decisione è secondo Illel_, se
l'opinione di questi fosse stata la più ammissibile: ovvero הלכה כבית
שמאי (Alahah chebet Sciamai) cioè, _la Decisione è secondo Sciamai_, nel
caso contrario.

Tali erano dunque gli effetti, per quanto ci è noto, di quella
portentosa così nomata _figlia della voce_, ritrovata, come si disse,
nella cessazione, o nel deperimento della inspirazione occulta che
animava i vetusti Profeti del Popolo d'Israel, e di cui facevasi tenere
le qualità, e le veci equivalenti.

Ma di tale soggetto avendo fin quì ragionato quanto era necessario per
conoscerlo, e fondare con qualche precisione i nostri giudizj positivi
su' Profeti, non meno che sopra tutto ciò che direttamente riguarda le
gesta de' medesimi, le loro predizioni, o vaticinj, entrare ora ci è
duopo ad esaminare le loro portentose operazioni, rispettosamente
denominate _miracoli_, o _prodigj_; le illazioni esatte, che risultare
vedremo dalle indagini ponderate che noi entriamo a fare sulla
possibilità, e l'intrinseco valore, che come veri Israeliti siamo nel
pressante dovere di attaccare alle medesime, ci condurranno alle
ricerche le più curiose, ed alle più interessanti conclusioni, Tale è
dunque il soggetto al grado massimo utile, quanto importante che noi ora
ci affrettiamo ad esaurire colla massima accuratezza, e precisione.

(151) Se noi non consultassimo che il solo Spinosa intorno questa
materia, lo udiremo certamente darci delle idee così meschine, e
degradanti de' Profeti, non meno che delle profezie fino ad annientarle:
sebbene questo filosofo incredulo avesse attinti i suoi principj da'
Rabbini fra i quali esso crebbe, e si educò, egli deduceva delle
conseguenze molto più metafisiche, e più forti di quelle ch'esso avea
da' medesimi ricavate. Esso accordava a' Profeti molta più immaginazione
che ragione, ed è perciò appunto che essi ignorano molte cose, e che
secondo lui s'ingannavano sovente sugli arcani della natura; (ved.
_Spin. Tract. Theol. Polit. Cap. 2. p. 17. 18. 19_) mentre è cosa omai
ben dimostrata, che rare volte porta ceco l'impronta di certezza, ciò
che non è che il semplice risultato dell'immaginazione; ciò di che
dobbiamo convenire noi pure, siccome ci riserbiamo a renderlo più
espresso nel Cap. seguente, allorchè imprenderemo a ragionare su'
miracoli, sulla solidità, e sull'oggetto de' medesimi.

Non è poco, per altro, che Spinosa rappresentandoci i Profeti come
persone che propalavano tutto ciò che una fantasia riscaldata può
suggerire, confessava, nulladimeno, che la loro morale era esemplare, e
che poteasi ad ogni riguardo liberamente consultarli sulla condotta
della vita: ma ciò solo era egli forse bastante per essere Profeta?
Spinosa lo crede, ma ei s'inganna.

(152) La ferma credenza delle predizioni, e degli avvenimenti decantati
miracolosi, erasi talmente impossessata dell'immaginazione de' popoli, e
gli trascinava a delle stravaganze tali, che verso il secolo nono
_Agobardo_ Vescovo di Lione, compose un trattato per abbattere, e
annientare le superstizioni accreditate a tale riguardo fino ne' suoi
tempi: _Tanta jam stultitia_, dic'egli, _oppressit miserum mundum, ut
nunc sic absurdae res credantur a christianis, quales antea ad credendum
non poterat quisquam suadere Paganis_. Agob.

Infatti se si rimarca le tante predizioni allora in voga fra i
Cristiani, si conchiuderà che non avea tutto il torto questo saggio
vescovo di reprimerle come abusive, e condannarle come irragionevoli;
per tacere infinite altre, noi non faremo quì speciale menzione che di
quella nuova Città di Gerusalem che dovea discendere dal Cielo,
costruita entro lo spazio di una notte (ved. _annot._ 72) l'Apocalisse
annunziò questa prossima sorprendente avventura e tutti i cristiani de'
primi secoli della Chiesa la credettero fermamente; s'immaginarono de'
nuovi canti _Sibillini_ da' quali questa nuova Gerusalem supponevasi
predetta; essa apparve ancora questa portentosa Città, nella quale,
ovunque diceasi che i fedeli dovevano abitare mille anni dopo l'estrema
consumazione dell'universo; essa discese dal Cielo per quaranta notti
consecutive, (ma quella pare che sparisse da che era fatto giorno)
_Tertulliano_ la contemplò, la conobbe, la vide co' propri occhi suoi;
un tempo verrà, senza contrasto, in cui niuno persuadere si potrà che
tali grossolane inezie conoscono per autori enti dotati di pensiere, e
di ragione.

(153) Non saprei in vero, se quando _Erodoto_ si fa rapportatore di
tanti avvenimenti straordinari, che dovevano, secondo lui accadere
(_Hist. Lib. 1._) ne foss'egli stesso realmente convinto e se allorchè
veggiamo _Tito Livio_ compilare tutte quelle stravaganti predizioni che
erano in voga presso i Pagani (_Decad. III. Lib. 3. pag. 114._) ne
convenisse egli pure, con intimo senso: benchè coloro che si sforzano di
giustificarli asseriscano che la sola necessità di adattare i loro
pensieri al gusto dominante del loro secolo, gli abbia entrambi
costretti (siccome avvenne a tanti altri istorici ritrovatisi in egual
caso) a dovere assumere il dettaglio di tutte quelle gesta prodigiose
accreditate da que' popoli, de' qual essi impresero a trasmetterci le
istorie.

(154) Questo è il nome con cui i dottori ebrei distinguono la
rivelazione che Dio ha fatta di sua volontà (com'essi opinano) al Popolo
ebreo, dopo che la Profezia verbale è cessata in Israel, cioè, dopo i
Profeti _Aggeo_, _Zaccaria_, e _Malachia_ (_Ghem. Sotha Cap. 9. pag.
48._) È sopra questa voce intuitiva che gli ebrei Talmudisti fondano la
massima parte delle loro tradizioni, e de' loro usi rituali pretendendo
che Dio gli ha rivelati a' loro progenitori, non già col mezzo di una
profezia articolata, nè con una inspirazione segreta, ma per la via di
una straordinaria rivelazione ch'essi chiamano בת קול (Bat Kol) _figlia
della voce_.

I Rabbini riconoscono tre maniere di Profezie, primo coll'_Urim_, e
_Tumim_ (di cui sarà da noi parlato altrove) che faceva intendere la
spiegazione di ciò che domandavasi col mezzo di caratteri
prodigiosamente impressi sul _pettorale_ del Pontefice Sommo; la seconda
collo spirito di Profezia, che inspirò i Profeti non meno aventi la
promulgazione del Pentateuco che dopo Mosè; la terza mediante il _Bat
Kol_. La prima è durata, secondo essi dalle costruzione del tabernacolo
fino alla edificazione del primo tempio; la seconda dall'origine del
Mondo fino alla morte di Malachia l'ultimo de' Profeti sotto il secondo
Tempio, benchè l'uso più frequente di esse riconoscasi essere ente
unicamente sotto il primo Tempio; la terza finalmente cominciò dopo
Malachia, ed ha sussistito nella nazione d'Israel fino alla compilazione
della _Misnah_. Essi pretendono altresì che il Batkol è una voce
procedente immediatamente dal Cielo, che si fa sentire di una maniera
articolata presso a poco simile a quella che chiamò il giovine Samuel
per reiterate volte, allorchè Dio volle rivelargli ciò che dovea
succedere al gran prete Helly ed alla di lui famiglia. V. _Reg. I. Cap.
2. V. 5. e 6._



                            CAPITOLO XIX.

    Indagini analitiche su' miracoli; quale si crede essere il loro
principale oggetto; ogni Setta ne vanta in profusione; come pervenire a
conoscerne i veri, e distruggere le obbjezioni che agitano gli increduli
                         contro de' medesimi.


L'uomo per sua intima natura, tanto è più limitato nelle sue proprie
cognizioni, tanto la sua curiosità diventa estesa oltre i confini di
ogni dubbio, in cui esso non si adatta facilmente dia restare, almeno
per lungo tempo; questo è uno stato che lo angustia, e che sembra
toglierli qualche parte di quella vanagloriosa dignità, che si è
temerariamente attribuita. Or siccome baldanzoso egli cimentasi a
discutere, o investigare i fenomeni della natura, benchè desso ne ignori
onninamente l'essenza non meno, che le proprietà intrinseche di
quest'essenza, da quando il di lui meschino sapere è ridotto al periodo
estremo dell'inscizia, esso ricorre ad una causa soprannaturale;
allorquando i fatti sono un poco remoti, e che mancano i solidi principj
da mettere in campo, l'esatta distinzione del chimerico, e del vero,
riesce per esso lui un assunto molto arduo ad intraprendere, ed
eccessivamente spinoso ad eseguire; la pigrizia naturale dell'uomo, e la
sua insita deficienza vi ripugnano d'accordo, egli è in questo solo caso
ch'esso fa intervenire il prodigio, il quale fa dissipare in un istante
dalla sua mente tutte quelle impossibilità che la rendevano come affatto
inerte, e paralizzavano tutto le di lui ardite intraprese: _Il est trop
flatteur pour la creature_, dice un pensatore illustre, _de voir le
créateur bouleverser l'ordre préétabli en sa faveur_. In questa
circostanza come in tante altre di simile natura, il suo circoscritto
discernimento non gli accorda l'adito a riflettere ch'egli è
positivamente impossibile che una cosa esista, e non esista insieme ed
un tempo medesimo. Ecco il solo punto di rilievo, che servì molte volte
di appoggio a quegli uomini che vollero farsi rispettare da' popoli, e
che i primi conobbero la sicura maniera di soggiogarli.

Per poco che rivolgiamo con attenzione l'Istoria, essa ci convincerà
evidentemente ad ogni tratto, che tutti i capi, e fondatori di nuove
Sette, in qualunque epoca del mondo, hanno tentato di provare la lealtà
delle loro particolari missioni col mezzo di straordinarie operazioni,
variamente immaginate da essi e di supposti prodigj (155). Ma avanti
d'internarci a conoscere il valore intimo, che religiosamente dobbiamo
noi attaccare a questi decantati prodigj, analizzare ci è duopo, di
passaggio essenzialmente cosa mai sia per se medesimo un miracolo. Ad
una sì fatta ricerca, io odo ripetermi essere questa una straordinaria
operazione; opposta del tutto direttamente alle leggi della natura,
preestabilite già da tempo immemorabile dall'Eterno consiglio del suo
Divino Autore. Per altro, questa diffinizione sembrami altro non essere
che un semplice raffinamento dell'idea che gli uomini ebbero in origine
del termine _miracolo_, cioè, _res miranda_, _prodigium_, _portentum_,
_monstrum_, cosa ammirabile, che annunzia, cosa stupenda, che reca
novità, oggetto da mostrarsi come raro, ec.; e in questo senso anche la
stessa nostra esistenza potrebbe fondatamente considerarsi un continuato
miracolo.

Noi però ci siamo formati tutt'altra idea del miracolo; questo è secondo
l'opinione volgare ciò che non era mai accaduto, e che succedere mai non
potrà in tempo alcuno; come sarebbe, per esempio, il colloquio del
serpente con _Eva_; quello dell'asina con _Balaamo_; la carrozza di
fuoco che condusse nel Cielo il Profeta _Elia_; la caduta delle mura di
_Gerico_ al suono di tromba, e molti altri dell'ordine medesimo, de'
quali ci fa espressa menzione la Scrittura.

Comunque siasi però; l'opinione recentemente adottata incontra delle
forti opposizioni dalla parte di certi stravaganti filosofi del secolo;
quindi poichè Dio è il sommo Creatore di queste Leggi (ci ripetono essi
temerariamente) Dio che ha tutto preveduto, ed a cui il passato, il
presente, e l'avvenire, sono sempre del pari ad esso in egual grado
astanti, come avrebb'egli mai contrariate queste Leggi medesime che la
sua ineffabile saggezza avea imposte alla natura? Non potendo mai
supporre ch'esse fossero mancanti, si dovrà non per tanto dunque
opinare, che in certe circostanze quelle più non si accordassero cogli
eterni disegni di quest'Essere Supremo, poichè si pretende farci credere
che ha esso dovuto sospenderle, o contrapporle? Inoltre, come si oserà
egli sostenere che un Dio (questi audaci miscredenti persistono ancora)
il quale non ha potuto fare che delle Leggi perfettissime, ed
immutabili, ad ogni esperimento, com'è la sua natura, sia costretto ad
impiegare de' cambiamenti ad oggetto di fare sortire felicemente le di
lui mire divine, o che accordare voglia alle sue creature l'assoluta
possanza di operarli, onde la sua eterna inalterabile volontà resti per
ogni parte compiuta? È egli credibile per alcun modo (essi conchiudono
infine) che un Dio Sommo, ed infinito abbia d'uopo del concorso di un
essere terrigeno, e limitato affine di rendere manifesti sopra la terra
i alti ammirabili prodigj?

Or come superare tali obbjezioni, ed altre moltiplici sì fatte, che
baldanzosi mettono in campo sovente i furibondi avversarj de' miracoli
contro di noi, che pervenuti siamo a conoscerne i veri, ed a
esperimentarne, ad ogni tratto, i salutari effetti? La più efficace
risposta che potremmo noi addurre dalla parte nostra, si è che le vie
dell'onnipossente sono incomprensibili per l'uomo, che un Dio il quale
può creare, e trarre le cose dal niente, e l'edifizio ammirabile
dell'universo dal Caos orrido, informe in cui giacea sepolto, può
altresì tutto rivolgere egli stesso, a suo piacere, in via
straordinaria, e ad un tempo medesimo abilitare i suoi eletti
dell'assoluta facoltà di operare dei prodigj, i quali viemaggiormente
confermano in essi l'amore e la venerazione per l'opifice supremo della
natura.

Ma tuttochè le nostre adotte ragioni sieno troppo bene fondate, ed
inconcusse per elleno medesime, pure i nostri pertinaci oppositori le
riguardano come un debolissimo baluardo per la difesa a cui noi
pretendiamo di farle efficacemente servire; frattanto lasciamo pure
costoro immersi nel paludoso pelago delle loro tenebre deplorabili, e
procuriamo noi di rischiarare le nostre colla fiacola eterna dell'esimia
incontaminata religione, che abbiamo la felicità di professare (156).

Ragionando però con quell'acume di cui al provido Creatore piacque
fornirci onde meglio contemplare possiamo le di lui opere sorprendenti,
noi dunque stabiliremo che un miracolo altro per se stesso non è
(secondo ancora gli odierni sani filosofi, ed i Teologi pure) solo che
un eccezione positiva, e reale alle divine leggi preestabilite della
natura: ma con quali dati giudicare mai possiamo di un miracolo senza
un'esatta, e profonda cognizione di tutto queste Leggi, che l'uomo,
d'altronde, in vano tenterebbe giammai di acquistare sopra le
terra (157)? In tale precaria posizione di deficienza, come potrebb'egli
pervenire in alcun tempo a discernere con qualche probabilità il genuino
carattere de' venerabili miracoli che procedono dalla volontà immediata
onnipossente dell'arbitro disponitore de' Cieli, e della terra, da
quelli che propriamente non sono che il mero effetto qualche volta
dell'accidente, bene di raro della scienza, e molto sovente
dell'astuzia (158)? Mosè operava de' miracoli sorprendenti: ciò è
innegabile, ma frattanto lo Scrittura medesima chiaro ci dimostra che
gli aruspici, ed i maghi dell'Egitto gli operavano essi ancora con
eguale successo (_Exod. C. VII. v. 12_) non è già per questo che noi
titubiamo un solo momento a decidere quali fossero fra questi que'
prodigi emanati direttamente da Dio, e quali conoscessero per prima loro
base l'artifizio, la scienza, o i sortilegj, mentre tutto concorre
intimamente a persuaderci che altri fuori che il solo Mosè non potea
essere il vero depositario degli arcani supremi di un Dio, e l'organo
immediato della di lui Eterna volontà ineffabile, ed altro io quì non
faccio che rendere un semplice ragguaglio meramente dell'ardita
incredulità di certuni per rapporto a' miracoli; ma nulla ostante,
questa nostra convinzione riesce un debole sostegno di difesa, contro
gli assalti ostili degli avversarj; nè ha per se stesso forza bastante a
dissuadere i filosofi del secolo da' loro opposti principj, il quali
prendono tanta maggiore possanza nelle loro menti sovvertite, quanta è
più esorbitante l'affluenza de' miracoli di ogni specie da cui osservasi
inondata tutta la terra dall'origine della sua popolazione fino a' tempi
nostri (159); ed a fronte di tutto il rispetto che protestiamo di
nutrire perpetuamente per i sacri Codici, non meno che per tutto quanto
essi contengono; ci troviamo astretti a dovere confessare con _Bayle_,
che chiunque si è formato delle vere idee dell'ignoranza, della
credulità, e dell'incuria del volgo, riguarderà sempre mai le opinioni
come altrettanto più sospette; quanto che le ritroverà esso più
stabilmente propalate. Gli uomini, per la massima parte, non esaminano
niente, essi lasciansi ciecamente condurre da un abitudine macchinale, o
dall'autorità, e le loro sacre opinioni tradizionali specialmente, sono
quelle appunto ch'essi hanno meno il coraggio, e la capacità di
esaminare; e siccome non è loro permesso di fare uso della propria
ragione sopra questa dilicata materia (160), essi debbono gemere nel più
torpido silenzio, e sopportare con paziente rassegnazione il giogo
ferale ch'essi medesimi s'imposero. Quale solido vantaggio possono
recarci mai tutte quelle regole che ogni settario non ha mancato di
fornirci dal canto suo, come sicure per discernere i veri da' supposti
miracoli, se una volta stabilita questa distinzione, niuno fu mai più
imbarazzato per consolidare il suo trionfo sulle basi medesime del
principio già fissato? Questo inconveniente procede da ciò che la regola
è presa quasi sempre dalla stessa natura delle prove, che ciascuno si
sente capace di produrre, e sostenere; è appunto sopra un tale proposito
che un critico de' nostri tempi dicea: _Un vrai_ _faiseur de miracles
pourrait trancher toute difficulté quelconque à leur égard, en rendant
la vie à un homme au quel on aurait arraché le coeur, ou coupé la tête:
l'esprit raisonneur serait bien humilié à la vue d'un tel prodige_
(_Trait. des mirac. Introd. p. 25._)

Ma ciò che più di ogni altra cosa concorre a disgustare ogni niente
illuminata, e che noi non possiamo contemplare senza fremere, malgrado
il religioso trasporto che intimamente nutriamo per i giusti, e per i
bene fondati miracoli, si è, oltre l'immensa quantità di prodigj, non so
come scaltramente introdotti sulla scena del mondo, il vedere adottare
alla rinfusa come tali le azioni le più ridicole, i più puerili
aneddoti, e le favole più insensate; è in vano che _Crisostomo_ ci
ripete incessantemente che oggi la chiesa più non opera per via di
miracolo non avendone più d'uopo, e che _Agostino_ dopo di avere
seriosamente interrogato perchè mai que' miracoli che operavansi altre
volte più non si miravamo ripetere a' giorni suoi, produce la medesima
ragione: _Cur_, dic'egli, _nunc illa miracula quae praedicatis facta
esse non fiunt? Possem quidem dicere necessaria prius fuisse, quam
crederet mundus, ad hoc ut crederet mundus_ (_Aug. De Civit. Dei Cap.
XXI._)

A fronte di tali autorevoli opposizioni frattanto questi supposti
prodigj ripullulare si mirano bene di frequente fra gli uomini, e ciò
che di peggio si è coll'impronta il più delle volte della menzogna, e
della contraddizione (161).

Da tutto quanto abbiamo fino ad ora significato, non meno per ciò che
riguarda le profezie, che per quello che rapportasi a' miracoli, o alle
intuitive apparizioni che ne fanno parte (162), può illativamente
inferirsi che non v'ha delirio più pericoloso nell'uomo di quello da cui
esso fu sempre mai predominato, cioè di pretendere a tutta forza di
rivelare quegli arcani avvenimenti, che Dio volle rendere occulti alla
sua specie, avviluppandogli in una oscura notte, senza lasciargli
neppure la debole speranza di potergli in alcuna maniera
penetrare (163). Egli si schernisce de' superbi mortali che tentano di
portare arditamente le loro inquiete ricerche oltre il punto che fu ai
medesimi prescritto, e che all'umana deficienza si compete. Fu ricercato
un giorno ad un filosofo ciò ch'egli opinerebbe se vedesse il sole
arrestarsi nel suo corso (cioè se l'annua rivoluzione della terra
intorno quest'astro cessasse); se tutti i morti resuscitassero in sua
presenza; se gli uomini si metamorfosassero in bruti, e tutto ciò per
provare qualche verità importante, come per esempio, l'efficacia del
_Lampadario_ del _Sabato_, o la _grazia versatile_; ciò che io penserei
rispose il filosofo? Io mi farei tosto Manicheo; io direi che avvi
assolutamente un principio nella natura che rovescia, e disordina tutto
ciò che un'altro avea precedentemente disposto, e sistemato.

V'ha poche persone sulla terra le quali soddisfatte unicamente del
presente, non inclinino d'imbarazzarsi dell'avvenire; questa esemplare
condotta l'appannaggio de' sani, e de' religiosi filosofi, essi sanno
che è un eccesso di demenza quello di tentare l'acquisto della
cognizione di ciò che per se stesso dovrà essere eternamente
impenetrabile alla mente dell'uomo (164); e persuasi di non potere
risentire alcun solido vantaggio a sapere ciò che dee necessariamente
succedere, solo restano paghi del presente, riconoscendo, per
esperienza, quanto riesce malagevole per l'uomo di tormentarsi
futilmente per l'avvenire: _Ne utile quidem_ (riflette sensatamente
Cicerone) _est scire quid futurum sit; miserum est enim nihil
proficientem angi_ (_De Nat. Deor. Lib. III. Cap. 6._)

La facilità di credere, e l'orgoglio smodato di volere tutto conoscere,
verità infinite volte rimarcata da' saggi, furono sempre mai le due
funeste inesauribili sorgenti di tutti gli errori degradanti, che
oscurarono i pregi della primitiva religione de' popoli, e resero lo
spirito umano incapace di lumi, di coltura, e di ragione: _Dans tous les
siecles, et dans tous les pays_ (osserva l'erudito _Freret_, _mem. de
l'Acad. des Inscrip. T. 23. p. 187_) _les hommes ont été également
avides de connoítre l'avenir, et cette curiosité doit être regardée
comme le principe de presque toutes les pratiques superstitieuses qui
ont defigurée la Religion primitive chez tous les peuples_.

I veri dotti parlano dubbiosamente delle cose dubbiose, e non esitano di
confessare con ingenuo candore, la loro propria incapacità relativamente
a quelle che oltrepassano la portata dello spirito umano; è ben vero
ch'essi credono di sapere molto meno cose di ciò che orgogliosamente
vantano coloro che pretendono tutte conoscerle; ma almeno i primi sono
garantiti di quelle ch'essi sanno, quando gli ultimi all'opposto
ignorano eziandio quelle ch'essi immaginano di conoscere con evidenza.

Quanti prodigj sparirebbero, in fine dalle menti ottenebrate de' popoli,
quanti miracoli cesserebbero di essere tali in faccia di essi, se gli
uomini volessero assumere l'ardua impresa di ripiegarsi un solo istante
sopra essi medesimi, di ponderare accuratamente tutto ciò che si passa
nel loro proprio individuo, e in tutti gli esseri che gli circondano;
eglino allora si assicurerebbero, con positiva certezza, della causa
necessaria che tutto regge, che tutto dispone, ed alimenta
nell'universo, essi riconoscerebbero altresì con perfetta cognizione di
causa, che ciò che volgarmente chiamasi miracolo, prodigio, cosa
straordinaria, altro per se stesso non è che la conseguenza immediata
della maniera di esistere del nostro mondo, di cui il disordine
apparente, o reale, rientra nell'ordine preestabilito dal provido
consiglio del suo Eterno Creatore. Con tale mezzo essi resterebbero
ampliamente convinti di una verità sì urgente, e sì essenziale alla loro
felicità, ed alla loro tranquillità inalterabile: quindi è perchè la
natura, non meno che le sue intime proprietà saranno mai sempre un
mistero indissolubile per l'uomo, il quale spera indarno di penetrarvi
giammai, fino a tanto che desso non si determinerà di proposito ad
opinare, ed a credere fermamente col più saggio filosofo della Grecia
(_Socrate_) che le cose che sono al di sopra della condizione umana,
riescono affatto straniere per noi, e sotto qualunque siasi aspetto che
si riguardino, concernere non ci possono giammai di sorte alcuna, come
appartenere non potrebbe al corpo nostro un sesto senso esterno, di cui
non potremmo in verun modo concepire un'idea.

(155) Molti Legislatori ancora intenti a rendere i popoli più rassegnati
alle nuove instituzioni che volevano propalare fra di essi, facevano
eglino credere di possedere il dono soprannaturale di tutte le arti, di
tutte le scienze, di tutte le virtù possibili, mediante le continue
divine intuizioni delle quali dicevano essere quelli suscettibili;
_Osiris_ facendo supporre di avere acquisito dal Cielo l'arte
dell'agricoltura, in sommo grado, divenne col mezzo di tale inganno, il
Legislatore, l'arbitro, e il Dio dell'Egitto; _Licurgo_, e _Solone_
dicevano di essere secondati dagli oracoli; _Zeleuco_, e _Pitagora_
vantavano entrambi d'accordo di essere inspirati da _Minerva_; _Romulo_
sosteneva di essere guidato dal Dio _Consus_; _Zoroastro_ governò i
Persiani in nome di _Oromaze_; e _Brama_ faceva suppone di avere
ottenuta dall'invisibile monarca dell'universo la dottrina che ha esso
propalato nell'_Indostan_; _Thor_ e _Odin_ legislatori de Visigoti
davano ad intendere di essere essi medesimi due numi discesi dal Cielo;
qualunque delirio nel _fondatore dell'Islamismo_, e per sino gli accessi
epilettici de' quali, seguendo l'Alcorano, era egli suscettibile
sovente, portavano presso i suoi Settarj, un impronta sovrumana.
_Gengiskan_ facevasi riguardare figlio unigenito del Sole, e come tali
si annunziavano parimenti a' Peruviani _Manco Capak_, _Coja mama Oello
huaco_ sua sorella, e sua moglie.

Ecco finalmente come da un confine all'altro del globo tutti i suoi
abitatori, senza forse eccettuarne alcuno hanno piegata la cervice sotto
il giogo ignominioso del fanatismo. _Confucio_ è forse il solo fra tutti
i Legislatori antichi, che abusato non abbia della credulità de' suoi
Chinesi.

(156) Le sole sacre pagine sono l'unico, ed il più solido appoggio che
noi abbiamo per autenticare con qualche fondamento, la verità de'
miracoli; esse ci offrono ad ogni tratto lo riprove le più convincenti
della certezza de' medesimi; ma siccome i miscredenti non fanno un gran
caso delle scritture, non si saprebbe a qual efficace partito
appigliarsi per confonderli: quindi è che noi non abbiamo che limitarci
a credere, e a desiderare ch'essi credano con quella medesima
sommissione che noi crediamo.

(157) Infatti l'ignoranza della quale parliamo ci trascina sovente nel
baratro degli smarrimenti i più pericolosi, ed i più materiali; quante
volte si è veduto, e mirasi tuttodì prendere dal volgo per miracoli i
fenomeni della natura i più triviali, ed anche il risultato
dell'esperimento di qualche scienza? La chimica curiosa ha delle
trasmutazioni, detonazioni, esplosioni, fosfori, pirofori, combustibili,
terremoti, ed infinite altre supposte meraviglie da fare gelare di
stupore il volgo ignaro che le osservasse: _Datemi dell'olio di Gajac,
con discreta dose di spirito di nitro, ed io vi faccio de' prodigi
sorprendenti_, diceva l'eloquente _Wolston_.

Non v'ha che le gesta meravigliose che possano fare credere le cose che
hanno l'apparenza di soprannaturali, mentre questo non potranno essere
giammai a sufficienza contestate dalla sola testimonianza degli uomini.
_Jesué_, e tutta la di lui armata crederono,

d'accordo, che il Sole si arrestasse in _Gabaon_, perchè (come
giustamente lo riflette un dotto fisico moderno) ignoravasi generalmente
a que' tempi, che la grandine di cui l'atmosfera trovasi pregna potea
fare allora una refrazione de' raggi del Sole assai maggiore
dell'ordinario: _Jsaia_ non conosceva la natura de' _parelj_,
allorch'egli sosteneva ad _Ezechia_ che il Sole avea retrogradato nel
quadrante della Corte. Non era mai possibile allora di avere solo che
una certezza morale di tuttociò che asserivano i Divinizzatori, ed i
Profeti, come certo, e dimostrato, atteso che i segni naturali erano del
tutto generalmente sconosciuti. Per quanti secoli si è riguardato
l'_Iride_ nel mondo come un vero miracolo, avanti che la fisica
c'istruisse delle proprietà intrinseche della luce, e prime che si fosse
pervenuti a conoscere, che le semplici refrazioni, e reflessioni de'
raggi del Sole nelle goccie sferiche di pioggia formavano unicamente
questo vago fenomeno? Non più che soli due secoli da noi distante non si
vide annoverare fra i prodigi gli ecclissi, e le apparizioni delle
Comete? (_Bayle Pens. sur la Com._) Gli storici che hanno scritto in
que' tempi ne fanno delle descrizioni sì terribili, e sì ampollose che
se noi fossimo ignari della natura di simili fenomeni, dovremmo
impallidire leggendo ciò ch'essi ne dicono. Il vero si è che da quando
si ha l'immaginazione alterata da fantasmi, e da chimere, più non si
scorge negli oggetti che ci percuotono niente di ordinario, nè di
comune: tutto diventa straordinario, grande, e sorprendente.

Or per disingannarci di tali grossolani errori, che denigrano oltremodo
la dignità dell'uomo, non abbiamo che studiare diligentemente il Codice
ammirabile della natura, e noi resteremo allora sorpresi dalle infinite
risorse ch'ella ci offre, e ad un tempo medesimo convinti delle tante
mostruose illusioni colle quali noi sembravamo un giorno
inseparabilmente collegati; ma la base fondamentale delle nostre
ponderate asserzioni non è già quì solo che noi possiamo rinvenirla; io
mi dispongo a metterla nel più chiaro giorno, mediante le dimostrazioni
evidenti che mi emergerà di fare sopra questo soggetto nella
progressione del presente Capitolo.

(158) Tutti i religionarj, a qualunque setta che appartengono,
sostengono unanimi che Dio non permetterà giammai, che l'uomo profano
faccia de' miracoli, ad oggetto di rendere più accreditati i propri
errori. Tale è per se stesso il principio generale su di cui ogni
religione si appoggia per rigettare i miracoli vantati da un'altra setta
differente, e fare solo valere quelli che la medesima decanta; ma con
quali mezzi pervenire a conoscere in simile caso il vero miracolo da
quello che non lo è, come fra i tanti che ogni popolo si fabbrica, e di
cui non solo gli ebrei, ed i Cattolici ma tutto il gentilesimo n'è
pieno, come, dico, potremo noi giugnere a discernere il divino, dal
diabolico, il sacro dal profano? A quale spinoso imbarazzo non ci
esporrebbe mai un semplice confronto? Mosè percuotendo un sasso colla
sua verga ne fa scaturire una sorgente di acqua viva (_Exod. Cap. 18. v.
5_) Maometto, per quanto assicurano i suoi Settarj, faceva stillare
l'acqua dalla estremità delle proprie sue dita (_Echell. Ist. P. III.
Cap. 20_) _Bacco_ ha operato il medesimo prodigio mediante la supposta
virtù del suo _tirso_ (_Diod. Sicu. L. IV. Nonn. Dion. Plin. Lib. XIV_,
e tutti i mitologici). _Jesuè_ arresta il sole in _Gabaon_ (_Giud. Cap.
X. v. 12_), presso i Pagani si fa parimenti arrestare quest'Astro, e
retrogradare per non essere testimonio dell'azione orribile di _Astrea_,
contro i figli di _Tieste_ suo fratello (_Hist. Poet. Bann. Dict. art.
Astrée_); ed il Cristianesimo pretende che il Sole siasi pure arrestato
nel suo corso (conforme l'opinione astronomica di que' tempi) l'anno
1547, in favore di Carlo V., per dare alla sua armata il tempo di
sconfiggere il Duca di Sassonia, e le falangi Protestanti (_Maimb. Hist.
du Luther. T. II. pag. 164_). _Eliseo_ resuscitò un bambino morto, sanò
un infermo di Lebbra (_Reg. II. Cap. 4 e 5_) _S. Giovanni_ asserisce che
Cristo resuscitò Lazzaro, e vari altri dopo morti, sanò degli ammalati;
_Filostrato_ ci assicura che _Apollonio Tianeo_, non solo resuscitò una
fanciulla morta il medesimo giorno de' di lei sponsali, ma che si
resuscitò egli stesso (_Phil. in vit. Apoll._) E quante malattie credute
disperate non guarirono _Esculapio_, _Ippocrate_, _Galeno_, ed
_Apollonio_ medesimo? Chi inclinasse d'innoltrarsi vieppiù in simile
confronto, non ha che percorrere assiduamente _Tucidide_, _Tito Livio_,
_Plinio_, _Tacito_, _Valerio Massimo_, _Suetonio_, e alcuni altri.

Ma io non finirei sì tosto, se tutti riportare io quì dovessi
gl'innumerabili altri straordinari prodigi che servono di appoggio a
tutte le sette odierne, e che posti al confronto con quelli che ci offre
l'intero paganesimo, si troverebbero in valore equivalenti, benchè in
numero di gran lunga inferiori.

Or quale dunque di questi, replico, avrà mai per assoluta sua causa
immediata l'Essere Supremo che adoriamo, e quale avrà tratta primitiva
sorgente dalle altre indicare cause più comuni, e secondarie? Questo è
il gran problema più di ogni altro interessante che sarebbe oltremodo
necessario di sciogliere cautamente onde confondere, e ammutolire i
filosofi increduli i quali appoggiati alle loro scienze esperimentate,
osano insieme tutti rigettarli ciecamente, persuasi di poterne ritrovare
le cagioni efficienti o nell'arte raffinata, ovvero nella natura; ma
questo sarà sempre mai un arcano impenetrabile per il volgo, di cui la
tradizione gli comanda di credere senza esame, di abdicare alla ragione,
di condiscendere, e tremare.

(159) Allorchè gli autori antichi parlarono di un miracolo (come
giustamente riflette l'illuminato autore della _Philosophie du Bon sens
T. I. Reflex. I. p. 65_) attribuendogli qualche avvenimento
considerabile, sarebbe da desiderarsi ch'essi avessero sviluppato in
quale guisa era stato il medesimo prodotto, indagando se un simile fatto
era accaduto in seguito di una causa soprannaturale, ovvero mediante una
ordinaria, e regolare, cagionata dall'idea, e dall'impressione di un
miracolo sullo spirito ammaliato de' popoli. Ad alcuni, per altro è
sembrato che molti di essi non abbiano presa cura di compilare tanti
prodigj, che o affine di rendere le loro Istorie più rispettabili, o ad
oggetto di uniformarsi ai tempi ne' quali erano essi cotanto in voga fra
le nazioni, siccome fecero _Erodoto_, _Tito Livio_, e vari altri i quali
ritrovando le Istorie precedenti piene di sì fatte estraordinarie
visioni, essi non avrebbero potuto sopprimere le loro, senza
scandalizzare i popoli che non erano meno superstiziosi a' loro tempi di
ciò che lo fossero quelli de' secoli antecedenti; si potrebbero sopra
tale proposito asserire con un profondo Inglese che: _The mistakes of
our ancestors are the rising of ours: and the ours will increase those
of our Children_ (Bolingbroek).

Presso che tutti gl'Istorici delle Nazioni che conosciamo sono pieni di
puerilità, e di pie chimere, le quali renderanno sempre mai le loro
opere in questa parte spregevoli alle menti illuminate. Gli scrittori
che ci hanno trasmesse le Istorie delle crociate (come lo rimarca il
testè preallegato autore), le hanno riempiute di tanti miracoli sì
opposti alla ragione, che si può riguardare come inutile di mostrarne la
falsità e il ridicolo: i popoli che viveano in que' secoli aveano lo
spirito abbacinato talmente d'incantesimi, di prodigj, di sortilegj, e
di supposti miracoli, che anche gli uomini più accreditati, che facevano
in quelle epoche l'ammirazione dell'universo, e la testimonianza de'
quali è riguardata con tanto rispetto, non hanno potuto resistervi, non
ebbero forza bastante per garantirsene: quindi è che _Platone_,
_Appiano_, _Pausania_, _Plutarco_, _Cicerone_, _Porfirio_, _Jamblico_,
_Sozima_, _Procopio_, _Diogene_ _Laerzio_, ed un gran numero
considerabile di altri uomini scienziati, si sentirono tutti attrarre
invincibilmente, dal meraviglioso per quelli; tutti, o furono d'accordo
testimonj oculari di gesta prodigiose, od appresero da altri a
raccontarle.

(160) Fu sovente rimarcato da qualche genio insigne, che l'uomo appena
comincia a contrarre l'abitudine del raziocinio, e della riflessione,
perviene agevolmente a disingannarsi della tradizione, a conoscerne gli
assurdi, a scoprine le stravaganze; è appunto perciò probabilmente che
coloro i quali ebbero un interesse di perpetuare sopra la terra fra gli
uomini i malefici prestigj della tradizione, non seppero come meglio
riuscirci che imponendo un eterno silenzio agli stimoli della ragione,
condannandoli come perniciosi oltremodo alla salute dell'uomo, e per
conseguenza indegni di un anima religiosa, la quale è, secondo loro, in
dovere di tutto credere macchinalmente alla rinfusa.

(161) Chi spignere volesse la propria curiosità fino a verificare la
genuina verità di tutto quanto è stato da noi fin quì esposto non ha che
percorrere _Palladio_, _Sulpizio Severo_, _Mabillon_ (vita di _S.
Bernardo_) Le gesta de' _P. P. del Deserto_, il gesuita _Gazée_ (_Pia
hilaria_); Le conformità di _S. Francesco_ con _G. Cristo_, e molte
altre istoriette di tale natura, ed caso vi ritroverà soggetto di che
conchiudere fremendo, che que' menzionati filosofi nostri accaniti
avversari (sebbene riprovabili sempre a questo solo riguardo) non aveano
certamente tutto il torto di sostenere, che le leggende di questi nuovi
operatori di miracoli, debbono fare per se stesse revocare in dubbio una
gran parte di ciò che si avea scritto degli antichi. Si dirà pur troppo
che i Talmudisti hanno accreditate delle favole mostruose, ma soggetti
non ci appariscono per certo a quei vaneggiamenti di spirito che ci
fanno raccapricciare in quelle; ed io oserei, per ultimo, insistere
colla più ferma persuasione, che vi sono più inezie, e più assurdi nella
sola vita di _S. Maria Alacoke_ ed in quella di _S. Vincenzo Ferrerio_,
che in tutte le opere immense de' rabbini dell'Israelismo, checchè ne
abbondino quelle in profusione.

Egli è così che molti riscaldati entusiasti lusingati di sostenere in
tale guisa la religione della quale si fanno essi i sostegni, e i
difensori, porgono le armi fra le mani degli avversarj che vogliono
attaccarla.

(162) Per nulla ommettere di tutto ciò che può avere qualche prossima, o
lontana analogia coll'assunto che trattiamo, non mi sembra ora
inopportuno di avvertire che anche le tante apparizioni, delle quali
tutti i codici delle Sette odierne sono ripieni, possono parimente
ritrovare il loro confronto, nel modo appunto che lo ritrovano le
operazioni straordinarie nella storia medesima dell'antichità pagana.
_Cicerone_, il di cui solo nome ne forma il chiaro elogio, dice
seriosamente che gli Dei si sono fatti vedere sovente dagli uomini, di
una maniera sensibile, ed evidente: _Præsentiam sæpe Divinam declarant,
sæpe visæ formæ Deorum_ (_De Nat. Deor._) _Plutarco_ che tutto il mondo
colto conosce, asserisce fermamente che nel territorio della Sicilia
esisteva una Città, dove la madre degli dei avea un tempio dedicato ad
Esculapio, e nel quale gli Dei e le Dee apparivano assai di frequente.
_Enquinnum Siciliæ oppidium, non magnum, sed pervetustum, et Dearum
apparitionibus nobile_ (_Phit. Tract. de Orac._)

Questo è stato realmente in ogni tempo un pregiudizio generale diffuso,
e inveterato in tutte le regioni del mondo abitato dall'uomo, che gli
Dei apparivano sulla terra, sotto una, od altra simbolica figura
differente per ricompensare o per punire; i Tartari lo assicurano di
_Foh_ (_mem. du P. le Comte_) lo dice Erodoto di _Apis_ (_Heliod Lib I.
e Mair. Saturn._); ed i Magi dell'Egitto lo asseriscono delle loro
supposte Divinità (_Voy. en Pers._). Gli abitatori dell'Isola Formosa
credevano costantemente unanime che il loro Dio si manifestasse, ora
sotto la figura di un bue, ora sotto quella di un Leone, e qualche volta
pure in sembianza di Elefante (_Taver mandes. Voy des Indes_).

(163) Io già feci altrove dimostrativamente conoscere, come nostro
malgrado confessare dobbiamo che dopo di avere dedicate tutte le nostre
ponderate ricerche agli studj i più profondi, pervenire con certezza mai
non potremo ad une fisica dimostrazione della benchè minima verità
speculativa. È ben vero, per altro, che l'autore Supremo dell'Essere
nostro, permettere non volle che l'uomo fosse possessore di un sapere
dimostrativo al di là di un limitato confine; ma d'altronde non si può
immaginare senza errore, che abbia esso perciò lasciata la specie nostra
immersa nell'ignoranza universale delle cose, giacchè, al contrario,
veggiamo quali chiare vestigia, e quali segni evidenti ha esso accordati
alla medesima, onde con essi possa quella giugnere al discernimento di
certe verità che sono ad essa più necessarie. Ma l'orgoglio umano crede
tutto abbracciare, tutto lusingasi di conseguire con queste deboli
traccie, e l'uomo frattanto, circoscritto dalla più tenebrosa ignoranza,
superbo esulta di una chimerica dottrina; esso crede che niente di tutto
ciò che si offre alla sua mente sia sufficiente a pascolarla; esso tutto
intraprende, tutto combatte, e poco egli conosce, nulla conchiude;
qualunque oggetto basta per confonderlo, per atterrirlo, e se
l'ambizione sua interroghiamo di qualche assunto, per es. _Cos'è mai
l'uomo?_ Di spirito, e di materia è l'uomo composto, esso risponde; ma
in quale modo, replico, dimostrare fisicamente si potrebbe sì prodigiosa
unione? Come due sostanze cotanto fra di esse opposte diametralmente,
possono a vicenda unirsi per farne quindi risultare un corpo che agisca,
un essere pensante? L'intima natura qual'è di quest'essere agente? E
cose di tale guisa gli ricerchiamo, sventurato! Ecco ciò che mette il
colmo al di lui estremo smarrimento, ecco lo spirito suo illuso
miseramente vaneggiare nell'infinito (ved. _l'ann. 14. del T. 1. delle
Notti Camp. p. 53._)

(164) È molto più sicuro, o commendevole per l'uomo, dice un'illustre
antico (benchè non fosse questi dotato di altri lumi fuorchè di quelli
della propria sua ragione) di credere le operazioni della Divinità, che
di volerle approfondire: _Sanctius est, ac reverentius de actis Deorum
credere, quam scire_ (_Tacit. de morib. Germanor._) Infatti a quale
smarrimento deplorabile non si mirano soggetti coloro che tentano
d'investigare gli arcani che Dio volle rendere incomprensibili alla
frale intelligenza rimane? V'ha egli follia più orribile per un essere
limitato di quella di volere penetrare ciò che di gran lunga osservasi
eccedere la sfera circoscritta delle umane cognizioni? Questa è una
taccia che la temerità di vari filosofi antichi ha debitamente meritata.
_Platone_ dicea non istimare atto religioso quello di esaminare le opere
dell'Essere Supremo, nè di fare uno studio profondo sulle natura delle
cose (_De Legib. Lib. VII._)



                             CAPITOLO XX.

    Istruzioni generali preparatorie per sistemarci solidamente su'
 fondati principj da noi fino ad ora stabiliti in proposito di Culto, o
                            di Religione.


S'è vero, come fermamente lo pretende il _Macchiavelli_ (_Lib. III.
Disc. I. sulla Deca di Tito Livio_) che se si vuole che una setta, od
una Religione qualunque, mantengasi lungamente sopra la terra, è
necessario ritirarla molto sovente verso la sua primitiva origine;
l'assunto già da noi esaurito il primo, che riguarda un tale importante
soggetto, e che tende precisamente ad un sì ottimo fine, ben lungi
dall'oscurare gli alti pregj che il mondo ha in ogni tempo giustamente
ammirati nella credenza edificante professata da' primi Patriarchi del
popolo d'Israel, e tutt'altro che diminuirne il valore in faccia di
esso, come assurdamente opinare si potrebbe da taluni, il medesimo non
si aggira che a ridurla con ogni possibile chiarezza tale precisamente
per se stessa, quale appunto conosciuta, e praticata l'ebbero un giorno
felicemente i suoi primi institutori, ed a renderne il prezzo, senza
comparazione, assai più inestimabile, e più raro di ciò ch'esso lo era
ne' tempi odierni.

E s'è d'altronde indubitato, siccome infinite riprove concorrono ad
autorizzarlo, che la stessa religione, altro per se medesima non è, che
una malattia dell'intelletto laddove manchi ad essa le guida infallibile
della ragione, e sempre che non riconosca per suo appoggio primo, ed
essenziale il buon senso, e l'istruzione; la materia, che noi entriamo
successivamente a trattare nel secondo volume di quest'opera, dovrà
tanto più interessante riuscire, quanto che si prefigge per iscopo di
dimostrare quest'urgente verità col chiarore dell'evidenza.

Or sebbene quanto fu da noi significato estesamente fino ed ora, perciò
che rapportasi alla prima in particolare, prescindendo, per il momento,
da quello che l'ultima concerne, di cui ci disponghiamo a ragionare
partitamente nella prima opportuna circostanza, parrebbe escludere
qualunque ulteriore osservazione che aggiugnere si potesse in proposito
di quella; ma sul riflesso troppo contestato dall'esperienza, che in
siffatte materie specialmente l'affluenza delle prove, lungi dal
riuscirvi intempestiva, o recarne un pregiudizio, essa contribuisce a
renderle più nitide, e farne chiaro spiccare i veri pregj, e in una
parola, a richiamarle a quel grado luminoso di perfezione di cui possono
quelle essere suscettibili; così ho stimato un oggetto alquanto utile, e
conveniente di corredare i fondati principj da noi esposti di quelle
istruzioni che a me sembrarono le più ovvie, e le più necessarie, onde
basare da una parte sopra fondamenti durabili, ed inconcussi la
propostaci Riforma religiosa del Popolo d'Israel; dissipare dall'altra
quella taccia odiosa di miscredenza, o di temerità che mi potesse essere
malignamente imputata da qualche fanatico settario; e convincere, per
ultimo, quella stessa nazione alla quale sono le medesime onninamente
dirette, dell'integerrima rettitudine delle mie fraterne intenzioni a
suo riguardo, non meno che dell'intensa profonda venerazione che ho per
moltiplici volte, con intimo senso protestato nutrire per l'eccelso
inalterato Culto unicamente al quale mi felicito, con vera esaltazione,
di appartenere io pure. Ma passare, ci è ora d'uopo a convincercene,
senza, mistero coll'esplicita, ed esatta esposizione delle medesime.

Molti pensatori profondi si fecero ed opinare, che l'affluenza di
tradizioni delle quali trovasi ogni Setta eccessivamente avviluppata,
forma una solida presunzione che sono tutte basate sopra deboli appoggi,
e sopra de' sistemi erronei oltremodo, e inconseguenti (165); infatti,
se fosse vero che per il solo mezzo di quelle Dio avesse voluto fare
generalmente conoscere il vero Culto che gli esseri umani debbono
prestargli, ne verrebbe per assoluto corollario che questo Culto non ci
comparirebbe sì alterato; e sovente sì deforme per opera unicamente
della stessa tradizione, siccome fu già da noi per tante volte
opportunamente dimostrato, e questa dovrebbe essere altresì per tutti
eguale, poichè le cose indispensabili per tutti gli enti ragionevoli
debbono essere necessariamente identiche, e uniformi; sia di ciò la,
verità, che tutte le nazioni civilizzate del mondo riconoscono un Essere
Supremo, perchè i principj della ragione universale sono in ogni senso
comuni a tutte quante; dal che illativamente deducono i filosofi, che
questa cognizione è per se stessa il resultato di una verità positiva, e
irrefragabile (166); ma siccome ognuna di quelle sette riconosce, e
sostiene una tradizione differente non solo, ma bene di frequente anche
opposta a quella di un'altra (nel modo che lo abbiamo noi più volte
rimarcato) esse debbono dunque conchiudere fermamente che avendo
efficace inoppugnabile ragione di conoscere, e adorare un Dio Supremo,
esse hanno grave torto di ammettere tutto ciò che immaginarono
ciecamente oltre questo confine per ogni motivo consolante, e
indispensabile.

Quando ancora taciuti stati fossero da noi que' tanti altri motivi, quì
all'emergenza riportati, che concorrono ad estenuare onninamente quella
supposta forza prodigiosa, che ogni popolo della terra, come lo abbiamo
altrove osservato, pretende superiormente attribuire alle sue vantate
particolari tradizioni, l'efficace conseguenza testè riportata, che i
filosofi ne traggono, forse non sarebbe quella sola sufficiente per
abbatterla interamente, per annientarla? Ma per sciagura universale i
popoli, e Israel fra questi, bene lontano dal restarne quanto basta
intimamente penetrati, e convinti, sembrami, al contrario, che a gran
passi retrogradi, arretrino d'accordo senza posa verso la culla fatale
de' loro vetusti acquisiti smarrimenti, ed il peggio si è, con troppo
debole speranza di potere giugnere a sottrarneli giammai (167).

Eppure malgrado un ostacolo sì tenace, e sì invincibile in apparenza,
parmi oggi dimostrato, che i progressi dell'istruzione avevano già
eccitati a' nostri giorni spontaneamente una discreta frazione di ebrei
a segregare dalla loro inveterata legge, non meno scritta che orale le
instituzioni essenziali al loro Culto, da quelle che non sono che
accessorie meramente e suscettibili di innovazioni nello stato politico,
e civile; alcuni di essi pervenuti essendo a sopprimere omai le tante
inutilità delle quali gli scritti de' Rabbini sono pieni, che ad altro
non servono, come provammo, che ad oscurare i veri pregj della tersa
Religione, senza renderne migliori gli osservanti; e tanto fu questa una
verità chiaramente riconosciuta da' medesimi Israeliti che nell'Anno
1800, una Società di ebrei olandesi pubblicò una deliberazione di non
riconoscere in avvenire che la Religione pura, e consolante di Mosè, e
di rigettare onninamente tutte quelle istituzioni che fino a quell'epoca
erano denominate, _Leggi Talmudiche_ (Vedi _Racc. degli Atti
dell'Assembl. degli Israeliti p. 72_); e in fatti questa benemerita
società avea già attirati un'affluenza considerabile d'Israeliti; indi
nel 1801, fu progettato di convocare un congresso generale, ad oggetto
di richiamare in Luneville i rappresentanti di tutti gli ebrei dispersi
nelle differenti regioni dell'Europa, affine di sanzionare, e rendere
più amplia, e più autorevole la previa motivata Riforma: è bene da
congetturarsi con ogni fondata sicurezza, quale potesse essere
effettivamente il vero scopo fondamentale di sì fatto congresso; questo
non tendeva, in une parola, che al disegno identico medesimo che ci
siamo noi proposti, cioè, di sostituire una sana, e metodica Religione,
alle pratiche superstiziose, degradanti, e antisociali, che al massimo
detrimento della medesima, se ne facea sostenere il carattere, e le
veci.

Or perchè mai una disposizione sì provvida per se stessa, e sì salutare,
non ha essa potuto ritrovare in alcun tempo nel grembo della chiesa
giudaica solo che pochissimi partigiani, e imitatori? L'unica, e la vera
cagione di simile deficienza ripetere solo noi la possiamo giustamente
dal non essersi ritrovato giammai qualche individuo Israelita fermo, e
zelante a quel punto dell'onore, e de' solidi vantaggi della propria sua
nazione, fino a ridurre in sistema le teorie necessarie per condurla con
propizio successo all'arduo desiderato intento di una perpetua
indefettibile rigenerazione, non meno per tutto ciò che ha un immediato
rapporto colla credenza professata da quella, che relativamente a' suoi
costumi, così pure che all'istruzione. Ma con quel fronte immaginarne la
difficile impresa, e chi mai di altronde azzardatone avrebbe fra gli
uomini una pronta esecuzione senza grave rovinoso pericolo (168)?
Malgrado che una sì triste verità rendasi pur troppo innegabile ad ogni
esperimento, e che que' numerosi esempi da noi opportunamente riportati,
contestino ad evidenza quale funesto guiderdone l'ebreo filosofo aspetti
dalle benemerite sue cure consacrate ad illuminare il traviato popolo a
cui esso appartiene, ciò non per tanto io che da lungo tempo avvezzo ad
affrontare con baldanzosa fermezza gli assalti proditorj del settario
furore de' miei connazionali, e che a superare io pervenni sovente con
successo, cimentarli mi accinsi nuovamente in questo giorno, animato da
una speranza lusinghiera di poterne in certa guisa riportare del pari
una solida vittoria equipollente in vantaggio eternamente memorabile del
corpo universale degl'illusi figli d'Israel.

Ma in seguito di tuttociò, parmi quì oltremodo necessario di avvertire,
che qualunque siasi utilità che risultare potesse in vantaggio del
popolo ebreo dall'esito felice del mio intrapreso assunto, esso non
potrà mai completamente risentirla fino a tanto che non venga dal
medesimo riconosciuta (nel modo che in chiari accenti fu già da noi
significato altrove) l'urgenza indispensabile cui trovasi per tante
parti ridotto di lumi sufficienti, d'istruzioni, e disinganno, affine di
potere giugnere e bene intendere una volta essere evidentemente
impossibile che le pratiche assurde, gli usi contraddittorj, e le
stravaganti cerimonie delle quali fu esso fatalmente imbevuto, dopo un
sì lungo periodo di secoli, debbino costituire le base inconcussa, e
radicale delle Religione destinata e professarsi da un consorzio di enti
dotati di un'anima ragionevole, di pensiere, e di riflessione, siccome
pare che l'ebreismo lo abbia immaginato erroneamente fino ad ora con la
più pertinace asseveranza.

Pervenuti che noi siamo ad un punto sì essenziale non meno che salutare,
molto agevole impresa ci riuscirà di assicurarci che gli errori, ne'
quali miransi precipitare gli uomini sì di frequente, altro non sono che
le conseguenze necessarie della loro ignoranza, che la loro caparbia
credulità macchinale, non è che il seguito immediato dell'inesperienza
de' medesimi, della loro scarsa riflessione, e di quell'accidia inerte
dalla quale vengono essi per la massima parte eccessivamente predominati
nella guisa medesima appunto, che il trasporto al cervello, od il
letargo sono gli effetti risultanti da quelle siffatte malattie, che gli
anatomici distinguono col carattere di _Epilessia_. Quindi è che un
pensatore, anonimo del nostro secolo disse molto sensatamente: _La
vérité, l'expérience, la refléxion, la raison sont des remedes propres à
guerir l'ignorance, le fanatisme, et les folies, de même que la saignée
est propre à calmer le transport au cerveau._

Ma se alcuno avido di sottilizzare le cose ad oggetto di meglio
svilupparle, si facesse quì per accidente ad interrogarci,
coll'esperienza infallibile alla mano, perchè mai la verità non produce
essa in ogni tempo questo effetto salutare sopra le innumerabili teste
orribilmente attaccate da tale perniciosa infermità? A questi,
rispondere in massima si potrebbe, che siccome v'ha delle malattie che
resistono con gran forza e qualunque siasi rimedio; così precisamente
riesce affatto impossibile di sanare quegl'infermi ostinati all'eccesso
di rigettare per sino quegli antidoti medesimi i quali avrebbero tutta
l'attività, e l'efficacia di liberarli dal grave malore che gli assale.
Quindi non senza fondata ragione pertanto, il celebre _Fontenelle_ solea
dire: _Quand même je tiendrais toutes les vérités renfermées dans ma
main, je me garderais bien de l'ouvrir pour les montrer aux hommes_;
mentre, se la scoperta di una semplice proficua verità (nel modo che
l'ho io rimarcato in altro luogo, Ved. _l'annot. 47_ al T. I. delle
_Not. Camp. p. 130_) fece trascinare crudelmente l'impareggiabile
Galilei nella cadente età di settant'anni entro le orride carceri del
feroce _S. Uffizio_, quali tormenti laceranti non dovrebbe mai
aspettarsi colui che tutte si cimentasse a rivelarle? È ben vero però
che se un novello Galilei oggi risorgesse fra i viventi ad istruirci di
qualche altra scoperta egualmente sublime, positiva, e interessante di
quella che due secoli avanti l'ammirabile filosofo Toscano trasmise alla
posterità non avrebbe certamente adeguato soggetto di paventare una
procedura sì strana, e sì spietata; ma egli dovrebbe essere d'altronde
presso che certo di attirarsi _religiosamente_, senza traccia di
rifugio, l'odio inesorabile de' fanatici, degli ignoranti, e de' più
creduli Settarj i quali tutti d'accordo col versetto 12 del Cap. X, di
Josuè alla mano, sfuggire non lascerebbero l'opportuno incontro di
perseguitarlo come apostata, e deciso contraddittore delle Scritture;
siccome appunto mirasi da questi di continuo brutalmente inferocire
contro quei genj, che diretti delle più assidue e profonde meditazioni,
tentano di estrarre delle cose ostensibili alle umane cognizioni, ciò
che possono le medesime racchiudere di vero, di proficuo, e di
essenziale per la specie dell'uomo.

Sebbene che da quanto l'esperienza medesima ci contesta, niuno essere
umano sulla terra sia veramente interessato a perpetuare l'errore, il
quale tosto, o tardi trovasi costretto di cedere alla verità, giacchè
come lo pensa _Agostino_; _occultari potest ad tempus veritas, vinci non
potest_, pure, nulla di meno, il fatto concorre a dimostrarci per altra
parte, che molti con ogni possibile sforzo, lo tentarono sovente, ma
indarno, poichè la menzogna, non ha che un tempo assai rapido, e
perentorio; e che la verità solo è capace di resistere, al torrente
impetuoso de' secoli, sopravvivere ad ogni età del mondo, e sempre
intatta conservarsi dall'infezione letale di quella sua implacabile
nemica, indefessamente occupata dalla sua corruzione, del suo
sterminio (169).

E chi mai fra tutte le nazioni dell'universo potrebbe ciò autenticare
con una convinzione più esplicita, e più chiara di quella che sentire
dovrebbe le prosapia d'Israel di nostra età? Se una gran parte di quelle
pervenne a fruire per qualche breve istante de' solidi perenni vantaggi
che risultano da questa verità; se i Greci hanno motivo sufficiente di
vantare i loro _Aristidi_, e i loro _Socrati_, che sì perfidamente
ricompensarono; se i loro _Ciceroni_, e i loro _Augusti_ orgogliosi
rammentano i Latini, con quante più imponenti ragioni dee felicitarsi,
ed esultare il popolo ebreo dell'aureo secolo di _Napoleone_ il
_Grande_, che in tante guise differenti degna fargliene gustare i
salutari ammirabili effetti? I tempi avventurosi degli _Alessandri_,
ecco il trionfo de' Macedoni, l'età felice de' _Marc'Aurelj_, ecco il
fasto de' Romani, l'epoca eternamente memorabile dell'esemplare,
_Gallo-Italo Monarca_, ecco la gloria nostra; ma noi poco interessati,
od anche indifferenti a conservarla per nostro indelebile conforto,
l'orgoglio, l'ignoranza, e il fanatismo ci rimergono pur troppo nel
vortice immenso delle tenebre, senza speranza di liberarcene giammai, nè
di vederle in alcun tempo rischiarate.

Quale forsennato pensiero, può mai trasportare un'ente ragionevole a
rinunziare di proposito deliberato all'intero possesso del maggiore de'
beni, che gli offre l'eterna previdenza, quale sarebbe quello, s'egli lo
conoscesse, di restituirlo. al pristino culto eccelso de' suoi avi, e ad
un tempo medesimo purificare i suoi costumi, e illuminare la sua
ragione? E che; tutte le magnanime cure paterne che all'Augusto
benefattore d'Israel piacque di richiamare in favore di questo popolo,
non tendono esse forse onninamente a questo provvido edificante disegno?
Quelle forse non sono che attualmente porgono ad esso i mezzi i più
pronti, e i più sicuri, onde possa egli pervenire, senza ostacolo, alla
meta felice di tutte le sue intense brame? E quale individuo fra voi
supporre in verun modo si potrebbe a tal'eccesso folle o ingrato, fino a
rigettarli, o ad esserne insensibile? O figli dell'abbandonata Sionne!
Non vi accorgete voi forse, che sotto l'apparente opera umana
l'ineffabile consiglio di un Dio prodigiosamente si asconde? L'alto
sonante gloria, di cui l'eco universale fastosamente contraddistingue
sopra la terra ogni azione, ogni gesto, qualunque impresa di NAPOLEONE
l'incomparabile, non indica esse un parziale favore dell'Essere Supremo,
non dimostravi l'effetto immediato del suo braccio onnipossente; non vi
annunzia esse con evidenza che l'organo assoluto della volontà di un
Dio, Cesare divenne, della cui profonda saggezza ei si prevale per
punire i malvaggi, ricompensare i giusti, proteggere gl'innocenti,
sollevare gli oppressi? Or in seguito di ciò, chi non vedrebbe, che
mostrandoci recelcitranti alle auguste disposizioni del nostro _Ciro_,
sì bene affetto al Creatore, sarebbe la cosa medesima che mostrarci
ribelli all'eterna volontà di Dio stesso?

Cessiamo per tanto di più lungamente tormentarci per ridicole chimere di
nostra sovvertita immaginazione, rispettosi adorando nell'opera terrena
gli arcani profondi del Superno abitatore de' Cieli, che con un mezzo sì
eccelso e sì potente degna oggi rinnovare quegli antichi favori medesimi
de' quali furono gli avi nostri un giorno profusamente colmati; e vuole
renderci ad un tempo convinti, che da noi soli dipende unicamente lo
spezzare que' terribili ceppi degradanti che i nostri smarrimenti
decorsi avevano in tante fogge costruiti a nostro perpetuo danno
irreparabile; egli è per questa unica via che noi possiamo pervenire a
meritarli, e ad elevarci (se oso dirlo) alla sublime cognizione del
Culto puro, veridico, ed esimio, che il sommo Dio de' patriarchi esige
dalla posterità dei medesimi; e distinguendo sensibilmente allora la
religione vera, metodica, e sana, dall'apparente, superstiziosa, e
irregolare, noi riconosceremo quali ragguardevoli moltiplici vantaggi
risente dalla prima lo spirito che sa discernerla nel fulgido chiarore
di sua magnificenza, e della sua vera grandezza; vedremo non esservi
solo che quella che possa rischiarare l'intelligenza umana, elevare il
genio al di sopra di se stesso, e, farlo, per così dire, lanciare fuori
de' lumi prescritti a tutto ciò che riguarda la natura, o l'indole
umana: è dessa che dilata al grado massimo tutte le sfere; sola ha il
dono di tutto vivificare, in qualunque siasi posizione in cui l'uomo si
ritrovi, purchè abbia per guida la sua fiaccola eterna, può essere con
sicurezza garantito di non deviare giammai dall'ameno retto sentiere di
quella verità sì proficua, e sì essenziale alla sua specie: e così per
ultimo ci ridurremo a convincerci necessariamente per ogni parte, che
non avvi che questa unica eccelsa Religione, capace d'imprimere a tutti
i talenti, così pure che a tutte le virtù il suggello indelebile del
soprannaturale, e del divino, e che a quella solo spetta di creare il
filosofo saggio senza orgoglio, nella guisa che appartiene ad essa
unicamente di formare l'uomo pio senza fanatismo.

Ecco, in una parola, il vero Culto sublime che l'Augusto Rigeneratore
d'Israel esige da questo popolo; ecco la Credenza consolante che i
nostri Belgici fratelli, non ha gran tempo si proposero; e tale è
precisamente la sola edificante Religione che risultare vedremmo con
ammirabili successi dal nostro fissato piano di Riforma, se l'intera
nazione alla solida utilità della quale esso è propriamente rivolto,
potesse giugnere, d'accordo, a sentirne l'urgenza, a calcolarne l'intimo
valore, persuasa restando colli evidente certezza che desso gli offre,
che nè l'essenzialità del vero suo Culto resta lesa da quello, nella
benchè minima sua parte, nè opinare osammo giammai di creare con esso
nuovi principj Teologici, ovvero costruire col suo mezzo nuove basi
religionarie, straniere al suo antico sistema, e sconosciute dalla
medesima fino al presente; ma tutti i nostri sforzi altresì tenderono,
in complesso, a edificare sopra quegli stessi fondamenti radicali, che
secondo l'autenticità indefettibile di una gran parte della specie
umana, furono in origine gettati dalla Divinità medesima; questo è tutto
ciò che può l'essere intelligente promettersi, con qualche esito
probabile sopra la terra; bene convinti d'altronde, pienamente col
sensato _Harrington_ (_Aphor. Polit. Chap. 2. Aphor. 85_) non potere in
verun modo appartenere, nè agli uomini, nè alle nazioni, nè alle Leggi
umane di trarre dal nulla dei principj, o senza questi costruire de'
fondamenti, a meno che non prefiggasi di edificare delle macchine appese
nell'ambiente, ciò che non può, senza delirio, cadere in mente umana. Ma
la condotta però da noi tenuta, relativamente alla Rigenerazione del
Culto Israelitico, troppo in chiari sensi giustifica, non avere quella
per oggetto, che lo stabilimento permanente, e la grandezza luminosa del
solo Codice Mosaico, che fissammo come base fondamentale della vera,
genuina credenza del Popolo d'Israel, e come stabile punto centrale,
dove tuttociò che rapportasi alla mera essenzialità del suo Culto, dee
avere un diretto immediato concorso, riguardando assolutamente tutte le
altre massime, usi, Cerimonie, e Instituzioni, come affatto eterogenee
alla sua eccelsa natura, e indegno onninamente del carattere venerabile
del suo primo fondatore.

Tale fu realmente per se stesso il primario scopo salutare di tutte le
mie ponderate applicazioni decorse fino ad ora, nel modo appunto che
ogni mio più serio, e assiduo riflesso verrà in seguito richiamato a
dimostrare con _Longino_ (_Trat. del Subl. Cap. 29_) a' miei
connazionali non solo; ma a qualunque siasi altro individuo umano, che
l'opifice onnisciente non ha già creato l'uomo per essere un animale
automata, e spregevole, ma esso lo ha collocato in questo vasto
universo, come nel centro di una moltitudine immensa, affine di esservi
spettatore di tutte le cose che vi accadono; esso lo ha introdotto,
dico, in questo gran torneo, come un intrepido atleta; il quale non dee
respirare solo che la gloria quindi è perchè desso ha, per così dire,
scolpito nelle anime nostre un intenso recondito declivio per tuttociò
che apparisce ammirabile, e divino al di là della nostra limitata
percezione; ecco (dottamente aggiugne l'allegato scrittore) ciò che fa
che il mondo intero pare che non basti alla profondità, e all'estensione
di alcuni umani talenti i quali molto sovente oltrepassano i confini
medesimi che gli circondano.

Altro per tanto all'uomo non resta più a fare che esaminare
ponderatamente il circolo della sua propria esistenza, facciasi egli
dunque a considerare attentamente quanto esso in se medesimo racchiude
di magnifico, e di sublime; ed egli allora potrà discernere bentosto
agevolmente per quali piaceri, e per quali oggetti l'Autore Supremo
della natura lo destinò sopra la terra.

                         _Fine del Tomo Primo._

(165) Alcuni filosofi del secolo ritrovano straordinario di vedere che
la Divinità, seguitando la tradizione, siasi rivelata di una maniera sì
poco uniforme nelle diverse regioni del nostro globo, che in proposito
di religione gli uomini si riguardano gli uni gli altri cogli occhi
dell'odio, o del disprezzo (ved. _annot._ 97.), ciò che rende i fautori
delle differenti sette mutuamente reprensibili: i misteri i più
rispettati in una Religione, sono altrettanti oggetti di scherno per un
altra. Dio avendo tanto fatto (aggiungono essi) di rivelarsi egli
uomini, avrebbe almeno dovuto loro parlare una medesima lingua,
dispensando a tutti così il loro debole spirito della molesta confusione
di ricercare quale può essere la religione emanata veramente da esso
lui, e quale è il Culto il più grato, alla sua eterna volontà, ed il più
accetto alla sua Divina ineffabile Onnipotenza.

(166) Quasi tutti i popoli dell'universo hanno adorato Dio, come fu da
noi accennato altrove sotto varie appellazioni differenti; ogni nazione
gli ha dato de' nomi, e degli attributi particolari, ma questi Dei, di
cui la moltitudine è incalcolabile, sieno quanto si vuole inorpellati,
essi rassomigliano tutti o al Dio del filosofo, o al Dio del popolo. Il
Dio del filosofo e stato in ogni tempo il primo, e il più perfetto degli
Esseri, l'anima della natura. Infatti v'ha egli qualche cose di più
energico, e di più sublime in tutto ciò che i Metafisici, ed i Teologi
di ogni secolo hanno detto dell'Essere Supremo dell'inscrizione
ritrovata incisa sopra una statua di _Osiris_ nell'alto Egitto? _Io sono
tutto ciò che è stato, ciò ch'è, e ciò che sarà, e non avvi un mortale
capace di allontanare il folto velo che mi asconde agli sguardi peribili
de' viventi_. Il Dio del Volgo fu sempre un essere superiore all'uomo
suscettibile delle medesime passioni, ma infinitamente più potente di
noi. Tutte le Religioni che conosciamo non sono che un risultato più o
meno avventuroso della filosofia, confuso con alcuni pregiudizj
nazionali. I pregiudizj ne sono stati ora la base, or la conseguenza, ed
ora lo scopo; più sovente forse l'immagine, o il velo.

(167) Ma siccome o più oggi non trovasi fra noi chi abbia coraggio
sufficiente di cimentarsi ad illuminare i suoi simili, o se alcuno, per
accidente, ve n'ha, questi non si ascolta, si disprezza, e non si cura,
ne viene che gli uomini restano così miseramente abbandonati alla loro
natìa ignoranza, vittime delle chimere di cui la tradizione è una
sorgente feconda, e inesauribile; la loro cecità in tale stato diviene
tanto più forte, ch'essi sembrano odiare la ragione e pare che temino di
essere illuminati: così Cicerone dice, che la filosofia si contenta di
pochi giudici, ch'essa odia il volgo, e che n'è odiata, e riguardata
come sospetta e nemica, aggiugnendo che coloro i quali la condannano, e
la disprezzano si attraggono l'approvazione dalla moltitudine: _Est enim
Philosophia paucis contenta judicibus, multitudinem consulto ipsa
fugiens, eique ipsi et suspecta et invisa, ut vel si quis universam
velit vituperare, secundo id populo possit facere_. _Tuscul. II. fol.
254._

(168) In tutte le età non si può senza un pericolo eminente, e
inevitabile allontanarsi da' suoi pregiudizi, che l'opinione avea
renduti sacri; nè fu in alcun modo permesso di fare delle utili scoperte
in verun genere; tutto ciò che gli uomini illuminati hanno potuto fare
ad un tale riguardo è stato di parlare in termini coperti, e palliati, e
sovente con una vile compiacenza, alleare vergognosamente ancora la
menzogna alla verità. Molti ebbero una doppia dottrina l'una pubblica, e
l'altra occulta, la chiave di quest'ultima essendosi perduta, i loro
sentimenti genuini divengono per lo più inintelligibili, e per
conseguenza inutili per noi.

Or come dunque i filosofi moderni a' quali, sotto pena di essere
perseguitati della maniera la più crudele, si gridava di rinunziare alla
ragione per sottometterla a' prestigj del fanatismo; come, dico, uomini
sì fattamente illaqueati avrebbero essi mai potuto dare un libero
slancio al loro genio, perfezionare la ragione, accelerare la marcia
dello spirito umano? Non fu che tremando, che i più grandi uomini del
mondo travvidero la verità, rarissime volle essi ebbero il coraggio di
annunziarla; coloro che hanno osato di farlo, sono stati severamente
puniti della loro temerità; merce la superstizione non fu giammai
permesso di fare uso del proprio pensiere, o di combattere i pregiudizj
de' quali fu l'uomo in ogni tempo la vittima, o lo scherno.

(169) La menzogna serve poco, dice Seneca (_Lett. 79. T 2._); il
colorito superficiale di un ornato esterno, non ne impone che molto
debolmente a poche persone senza esperienza, e senza talenti. La verità
in ogni parte, e sotto qualunque siasi aspetto che riguardare si voglia,
è sempre la stessa; la falsità non ha consistenza, la menzogna è
trasparente, e per poco che vi si attenda facile riesce di riguardarne
attraverso, dimostrarne il pericolo al mondo, e smascherarla.



                         Nota di trascrizione


Questa trascrizione è stata preparata sulla base di quella che per lungo
tempo è stata ritenuta l'unica copia superstite del libro, conservata
alla Biblioteca Universitaria di Francoforte. Le immagini di questo
esemplare sono disponibili all'indirizzo
http://sammlungen.ub.uni-frankfurt.de/freimann/content/titleinfo/407990.
L'esemplare di Francoforte è rilegato insieme al manifesto che annuncia
l'opera, qui trascritto in testa; principalmente il manifesto ed in
minima parte il testo contengono annotazioni e correzioni probabilmente
autografe dell'autore. In questa trascrizione si riproduce solo il
paragrafo manoscritto che segue il manifesto, che racconta della
distruzione dell'edizione, e si omettono le correzioni proposte, non
tutte leggibili, e non sostanziali, fatta eccezione per Giudici → Josuè
a p. 287.

Una ulteriore copia di riferimento, senza il manifesto, è quella
dell'Università della California, digitalizzata da Google. La
riproduzione è disponibile all'indirizzo
https://books.google.com/books?id=j-s7AQAAMAAJ.

L'ortografia, l'accentazione e la punteggiatura originale del testo sono
state mantenute fedelmente, anche in presenza di varianti arbitrarie
degli stessi termini (p. es. _pensiere_/_pensiero_), di punteggiatura
incostante e di sintassi astrusa.

In particolare gli apostrofi dopo l'articolo _un'_ seguito da vocale,
che non sebrano seguire la regola del genere del sostantivo successivo,
sono stati mantenuti ove presenti ed omessi ove mancanti. Similmente il
pronome _qual_ seguito da vocale a volte compare senza apostrofo. Il
testo inoltre usa spesso ma non costantemente il pronome _li_ per la
terza persona singolare, e _gli_ per la terza plurale.

Refusi ovvi e banali, come accenti e apostrofi superflui o mancanti,
lettere mancanti, _u_ ed _n_ capovolte, punteggiatura non allineata alla
riga, sillabe ripetute nella spezzatura a capo delle parole, puntini
mancanti nelle abbreviazioni, punti e virgola evidentemente al posto di
virgole, corsivi mancanti nelle citazioni, ecc., sono stati corretti
senza ulteriore commento. Così pure sono state aggiunte le _yod_
dimenticate nella parola בית.

La correttezza delle citazioni non è stata verificata, né per il testo
riportato né per la sua collocazione. Solo i refusi banali (accenti
francesi, ortografia inglese) sono stati corretti. Errori evidenti di
ortografia nei nomi e fatti citati (p.es. Beniamin di _Toledo_,
Warburthon, Mendelshon, Montagne, Coja mama Oello huaco) sono stati
lasciati a memoria dell'originale.

Le note a pie' pagina sono state collate in calce ad ogni capitolo.





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