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Title: La vita operosa - Nuovi racconti d'avventure
Author: Bontempelli, Massimo
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "La vita operosa - Nuovi racconti d'avventure" ***

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Internet Archive)



                          MASSIMO BONTEMPELLI


                            La vita operosa

                       NUOVI RACCONTI D'AVVENTURE



                       VALLECCHI EDITORE FIRENZE



                   [Questi racconti furono pubblicati
                  nei numeri dal settembre al novembre
                    1920 della rivista _I. I. I._].

                   _Proprietà letteraria riservata._

  Firenze, 1921 — Stabilimenti Grafici A. Vallecchi — Via Ricasoli, 8.



                           _.... Mediolani mira omnia: copia rerum,
                           innumerae cultaeque domus, facunda virorum
                           ingenia...._

                                                             AUSONIO.



CAPITOLO PRIMO

APERTA CAMPAGNA


1.

Il Catechismo.

Alla scuola degli allievi ufficiali io e i miei compagni studiavamo
le molteplici bellicose materie su certi quaderni che si venivano
trasmettendo dinasticamente di corso in corso.

Poichè i corsi duravano due mesi, il succedersi delle nostre
generazioni era rapido. Passavano gli studenti; ma restava, inesausto
come il sole e il pensiero, il Quaderno. Molti degli studenti li portò
via la guerra; i quaderni li dovè distruggere la pace, perchè l'uomo è
un animale improvvido, e probabilmente nessuno ha pensato a conservare,
per qualche ventura guerra con corsi accelerati, quelle concentrazioni
manoscritte delle discipline di Marte e di Bellona.

Ricordo che il quaderno di una delle materie meno omicide — la
topografia — era fatto a domande e risposte, esattamente come i
catechismi della dottrina cristiana e gli opuscoli di propaganda
socialista: la quale triplice coincidenza potrebbe far fede che la
umanità elementare è fondamentalmente dialogica.

Il capitolo intorno all'orientamento in aperta campagna finiva con
queste battute:

— D. Come si fa a orientarsi in aperta campagna?

— R. Con una bussola, che è uno strumento ecc. ecc.

— D. E quando non si ha la bussola?

— R. Con un orologio che si espone orizzontalmente al sole avendo cura,
ecc. ecc.

— D. E se è notte?

— R. Con le stelle, una delle quali chiamasi polare, e si trova tirando
una linea immaginaria, ecc. ecc.

— D. E se è giorno e non si ha l'orologio?

— R. Col sole.

— D. E se il sole è coperto?

— R. Esaminando i tronchi degli alberi: la parte dove sono più verdi,
poichè è quella dove non vengono battuti dal sole, è il nord: la parte
opposta naturalmente è il sud.

A questo punto finiva il capitolo, e cominciava un altro argomento.

Ma a quel punto io sentivo un vuoto improvviso. Forse qualcuno dei
lettori l'ha sentito con me. M'auguro che siano pochi: li avverto che
è un fenomeno morboso, prodotto in noi da una malsana tendenza verso
l'infinità.

Infatti, allora, ho potuto fare alcune osservazioni sul contegno che
i miei compagni tenevano di fronte all'interruzione. La maggioranza
non aveva nessuna impressione o curiosità particolare: studiava quelle
nozioni senza desiderarne altre. Qualcuno, d'intelletto notevolmente
preciso, ne dedusse che la guerra si fa sempre ed esclusivamente in
luoghi ove ci siano almeno degli alberi. Pochissimi si accorgevano
che il trattato ereditario di topografia militare lasciava insoluto un
grave problema: come si fa a orientarsi in aperta campagna quando si è
perduta la bussola, si è rotto l'orologio, il sole è coperto di nuvole,
e non ci sono alberi.

Quei pochissimi finivano per concludere che in quel caso ognuno fa
quello che può: — che in effetto è il solo insegnamento sicuro e
fondamentale per tutte le discipline pratiche della guerra e della
pace.


2.

Estasi.

Quando, due mesi dopo l'armistizio, rientrai — come dicevamo allora
— in Italia, mi sono trovato nella città di Milano, aperta campagna
per le maggiori battaglie della vita: mi sono ritrovato nell'aperta
campagna di Milano, senza bussola, nè orologio, nè sole, nè stelle.

Ho girato dunque per la città respirando la vita e cercando
affannosamente un albero per vedere da che parte sta il nord.

Quanto mi piacquero quel giorno i bar con le bottiglie di tanti colori!
I colori dei bar, gli specchi dei caffè, i cristalli delle vetrine, e
le donne che salgono in una carrozza o anche in un tranvai, furono i
beni terrestri di cui il soldato sentì maggiore nostalgia.

I liquori colorati, gli specchi, le vetrine e le donne, scossero
ebriosamente la mia fantasia rinfanciullita nella lunga assenza dai
piaceri del mondo.

E così agitando lo sguardo goloso dall'uno all'altro dei molti
esemplari d'ognuna di quelle specie benefiche, a un certo punto mi
avvenne di fermarlo in modo particolare sopra una donna, la quale non
saliva in tranvai, ma camminava morbidamente verso non so qual suo
sogno o realtà fascinosa, e presto mi scomparve e non ebbe mai nome per
me; era bellissima e aveva corta e densa la pelliccia e lunghe e rade
le calze, e due occhi di carbone e di luce.

Come si allontanava, mi sorpresi a mormorare una frase di estasi
ammirativa, che fu la seguente:

— Perdio! qui bisogna trovar modo di far molti quattrini.

Poichè intanto la donna era vanita del tutto dal mio orizzonte, un mio
vigile Genio o Dàimone personale, che è loico e ironico di natura, mi
domandò:

— Quale rapporto così diretto e immediato supponi tu dunque che gli dèi
abbian posto tra la visione della bellezza e il pensiero del danaro?

Ma, contro il Dàimone, ho insistito, d'istinto, nell'affermare quel
rapporto come reale, e forse anzi fondamentale ed eterno. Forse quando
nacque la divina Afrodite dal mare e si presentò sul lido terrestre
vestita alla moderna di poca spuma, forse allora i Tritoni e i mortali
si mormorarono l'un l'altro ammirandola:

— Per Zeus! qui bisogna trovare il modo di far molti talenti.


3.

Facilità.

Il cielo era coperto, come si conviene a una città di vita operosa.
L'aria avvolgeva un velo di grigio intorno alle cose, com'è opportuno
in una aperta campagna delle battaglie della vita.

Il cielo era coperto e l'aria un velo grigio: ma di tratto in tratto
le vie s'illuminavano di lunghi bagliori folgoranti, perchè rapide
correnti d'oro invadevano il cielo, s'insinuavano tra le linee dei
tetti, volavano sopra le strade della città con una voce d'aeroplano
giovane. Le correnti dell'oro a ogni momento urtando negli spigoli dei
tetti si frangevano e mandavan giù rutilanti cascate a zampillar sui
marciapiedi sotto lo sguardo dei passanti.

Le donne non si chinavano a raccogliere quell'oro: lo raccoglievano gli
uomini per esse.

Le correnti e gli zampilli s'allontanavano, si spegnevano,
ricominciavano qua o là bizzarramente.

A un certo punto mi domandai perchè non mi ero chinato anch'io come gli
altri. Era facile. Chiunque può chinarsi e raccogliere.

È facile chinarsi, ma non è facile pensarvi. Certi uomini, quando
sarebbe il momento di chinarsi, continuano invece a contemplare la
pelliccia corta che si allontana, e non fanno a tempo a raccogliere
l'oro per lei. Questa è la differenza tra essi e gli altri.

Non me ne rimproverai troppo. Tutto era ancora nuovo per me, che mi
trovavo senza bussola nè orologio nè sole nè stelle in mezzo all'aperta
campagna della nuova vita. Bisogna prima orientarsi. E proseguii
l'esplorazione per la città, alla ricerca di alberi che m'indicassero
il settentrione e l'oriente. Era l'ora che Milano è più bella: quando
l'aria si risolve a essere scura del tutto, e s'accendono i lumi delle
strade e delle case.


4.

Le aristocrazie.

Per intonarmi all'ora, sono andato al caffè.

Sono entrato in un caffè che ha fama di ritrovo elegante.

Ricordo che molti anni sono, quando ogni tanto venivo per qualche
giorno a Milano da una città di provincia che dette i natali a Dante
e a Machiavelli, solevo entrare in quel caffè con una specie di
timorosa reverenza. Mi pareva che tutti i presenti si voltassero a
guardarmi con severità, mentre entravo e m'affrettavo a prendere un
posto. Mi aspettavo, ogni volta, che il cameriere prima di servirmi mi
domandasse:

— Il signore ha la tessera?

Il cameriere non me la chiese mai: ma certo tutti quei signori e
quelle signore avevano una tessera d'intellettualità cittadina, che
concedeva loro la qualità di assidui in quel luogo, pubblico ma eletto:
e s'indovinava subito, a vederli conversare così da lontano, che
discorrevano d'arte, specialmente di teatro, e che erano gli uomini e
le donne più intelligenti della città.

Più tardi — ma sempre prima della guerra — ero venuto anch'io ad
abitare a Milano, e anch'io un bel giorno, frugandomi per caso nella
tasca del soprabito, ci avevo trovato la mia tessera d'intellettuale
milanese. Però non ne abusai; non andai più che raramente nel luogo
pubblico ma eletto, e sempre senza mostrare la tessera.

Ci sono dunque tornato quel giorno che mi aggiravo alla ricerca d'un
albero orientatore.

C'erano molte persone, e un colore diverso da quello d'un tempo.

Ignoro se le persone che vi si trovavano rappresentassero ancora il
fiore dell'intellettualità cittadina. Certo non tutti quei gruppi
discorrevano d'arte, di teatro, e d'altre cose supreme.

Appena entrato, senza che subito mi rendessi conto della causa, mi
sorprese un ricordo del fronte: rividi in un lampo stendersi Valdirose
fra Tarnova e San Marco, dolce valle in un'aria d'autunno, recisa
duramente da un lungo reticolato che s'arrampicava per una china
ripida.

Invece ero in un caffè, che ha nome di ritrovo elegante.

Guardando traverso il fumo e il suono dei violini, vidi in fondo alla
piccola sala, attorno a un tavolino, un gruppo composto di quattro
gentiluomini e due signore. Le due signore stavano a guardare i quattro
gentiluomini, e i quattro gentiluomini giocavano: giocavano alla morra.

Allora mi spiegai il ricordo che m'era venuto incontro all'entrare. Un
tempo, appunto all'osservatorio di Cuore in Valdirose, un sergente di
fanteria aveva cominciato a insegnarmi il gioco della morra.

Era un piacevole iniziatore, e sotto la sua guida ero venuto in
una grande ammirazione per l'italianissimo gioco, pieno di acute
profondità. Il sergente, ottimo giocatore, aveva anche qualche
attitudine alla trattazione scientificamente metodica. M'aveva
dunque spiegato che all'eccellenza nella morra si giunge conquistando
successivamente tre gradi:

il _primo grado_ consiste nell'apprendere a variare di continuo
il ritmo delle proprie gettate, in modo da renderle imprevedibili
all'avversario;

il _secondo grado_ insegna a scoprire qual'è il ritmo caratteristico
delle variazioni dell'avversario stesso.

Può sembrare ai profani che la raggiunta unione di questi due gradi
esaurisca compiutamente il campo dell'abilità di un perfetto giocatore.
Non è così. Il giocatore — mi spiegava il maestro — non può chiamarsi
tale se non arriva al

_terzo grado_, — il quale non è più, come i due primi, esclusivamente
cerebrale e intellettivo, ma importa anche abilità tecnica della
mano e delle dita: consiste cioè nell'arrivare col proprio punto
impercettibilmente più tardi dell'avversario, ma quell'infinitesimo
ritardo dev'essere sufficiente per modificare, se occorre, la propria
gettata a seconda di quella dell'altro.

Non so se i quattro gentiluomini fossero arrivati al terzo grado.
Giocavano, a turni di due per volta, con serenità e senza alzar troppo
le voci, come si conviene a gentiluomini in un ritrovo elegante.
Le signore seguivano il gioco con un'aria di noia tranquilla, come
si conviene a signore, e mangiavano a quattro palmenti pasticcini,
_marrons-glacés_, tartine col prosciutto e altre cose delicate. Io mi
sentivo più che mai senza tessera. Dopo un poco m'alzai, passai con
qualche timidità davanti al tavolino della morra, andai nell'altra
sala a veder ballare il _fox-trott_ e altri balli nello stesso
idioma. Le danzatrici erano tutte signorine della più ricca società;
tutte giovanissime, dai quattordici ai diciotto anni: avevano gambe
tornite, e spalle candide sotto i capelli che portavano sciolti come
si conveniva alla loro età, e morbide braccia. Divina incoscienza della
puerizia!

La sala brulicava di contorcimenti maliosi sotto le fruste delle luci.

Contemplai un poco, dallo stipite, la nuova società nata dal lavoro
moderno e dalla vittoria: poi involsi in mi ultimo sguardo quelle
innocenze elette, e pensai una volta ancora il mio pensiero d'estasi
contemplativa:

— Perdio! qui è necessario trovare il modo di far molti quattrini.

Perciò uscii in fretta per vedere se nelle strade fossero ricominciati
gli zampilli e le cascate dell'oro: ero risoluto a raccoglierne a piene
mani e riempirmene bene le tasche prima di tornare nei luoghi ove la
Volontà e la Potenza di vivere mi s'eran presentate sotto una forma
inattesa e straordinariamente imperativa.


5.

Nuova incarnazione del Verbo.

Ma fuori, in quel frattempo, la Volontà di vivere aveva lanciato
attorno manate di luce, che s'erano impiastrate contro gli sporti
delle botteghe, s'erano appese ai cornicioni dei tetti; e di quella
luce n'era sparsa in terra, sotto i piedi, nell'aria, dappertutto. La
Volontà di vivere gridava dalle ruote delle carrozze e dalle campanelle
dei tranvai. La commentavano gli strilloni dei giornali e i banditori
davanti alle porte dei cinematografi. Uno di questi investiva così
violentemente con le sue lusinghe i passanti, che gli girai lontano
perchè non avrei avuto il coraggio di dirgli di no.

Ogni tanto mi fermavo estatico tra gli urli della folla e stentavo a
frenare nel petto entusiasta il grido della mia ammirazione per l'uomo.

Da tutti i piccoli lumi tenaci di fede che la rassegnazione alla morte
aveva accesi per quattro anni nelle trincee verminose, da quelli dunque
era folgorata al sopravvissuto mondo tutta la luce che io calpestavo
sui marciapiedi della città?

Poi il mio pensiero si fece più minuto e commosso.

— Tutti questi uomini — mi dissi — sono stati alla guerra; tutte queste
donne durante la guerra hanno aspettato, presso un focolare scarso, un
ritorno: ora gli uni e le altre celebrano volonterosamente i saturnali
della vittoria.

Il mio genio, o Dàimone personale, mi tirò per la manica:

— Non precipitare — mi disse — le tue interpretazioni. Tu sei qui
per orientarti, non per fare della storia o della filosofia. Il primo
orientamento è quello là.

E mi additò i cartelloni che coprivano una vasta e caduca impalcatura
d'assi, dietro la quale immaginai fervido il lavorìo della
ricostruzione per il benessere della nuova società.

La prima parola di quasi tutti i cartelloni — la più grossa e visibile
— era questa:

OGGI.

A poco a poco, continuando a ricircolare lo sguardo su quegli scritti,
non riuscii a distinguere altra parola che quella:

OGGI.

Il rimanente si confondeva e si cancellava ai miei occhi.

Il Verbo è eterno, ma le sue incarnazioni sono caduche come gli assi
delle impalcature, si succedono come le dinastie dei monarchi mortali.
A Zeus succedette Prometeo e ad Adonai succedettero Cristo ed Allah.
Ma a tutti gli dèi più resistenti, a Brahama ad Allah a Cristo stesso,
succede ora, in tutte le latitudini, il nuovo Dio, che si chiama

OGGI.

OGGI è il nome della Volontà di vivere nata dalla rassegnazione a
morire.

— Per questo, allora, la nota più costante e più acuta del mondo nuovo
è la calza di seta e la scollatura cospicua delle fanciulle e delle
donne, dai quattordici ai quarantacinque anni? È, dunque, la volontà
ferma di rifare all'Italia i cinquecentomila ròsi dai vermi del Piave e
del Carso?

Il Dàimone qui mi trattenne un'altra volta sulla china pericolosa
delle interpretazioni storiche, e mi fermò presso due fanciulle che
s'estasiavano davanti a una vetrina di gioielli. Erano strette come
una coppia di amanti, e ogni tanto si guardavano negli occhi con un
sorriso rauco. Fissai i fianchi delle due fanciulle, e non mi riuscì
d'immaginarli sussultare se non di spasimi senza dolore.

— E allora? — domandai. — Questa volontà di vivere è forse lo sforzo
del moribondo per non soffocare? È la improvvisa larghezza del
giocatore agli estremi che butta sul tappeto la somma più grossa di
tutta la sua serata, ma quella somma è l'ultima, e dopo, se perde, non
gli resterà che la fuga o la morte?

Il Dàimone mormorò:

— Quando non si ha bussola, nè orologio, nè sole, nè stelle, si
esaminano i tronchi degli alberi.

— E se non ci sono alberi, — continuai io-ognuno fa quello che può.

— Precisamente.

Allora per una breve traversa egli mi condusse dal Corso nella
piazzetta Belgioioso, dalla luce più violenta nell'ombra più raccolta;
e dalle immagini d'un fermento pazzo mi spinse di fronte a un'ombra
religiosa.

Davanti alla casa di Alessandro Manzoni mi trovai molto meno timido che
al cospetto dei gentiluomini del Cova o del banditore di cinematografo
sotto i Portici Settentrionali.

Sentii la presenza di lui, e lo interrogai con rispetto:

— Se Ella — domandai — se Ella, che fu un sacerdote dell'Equilibrio
Profondo, se Ella vivesse oggi tra noi, e con Lei vivessero oggi
tra noi Raffaello e San Francesco e Machiavelli e Giuseppe Verdi,
mi dica, La prego, come inserirebbero nel quadro di questa vita la
Trasfigurazione, e il Cantico delle Creature, e i Discorsi sulle Deche,
e i Promessi Sposi, e il Trovatore o il Falstaff?

Con una ironica balbuzie, il sacerdote pronunziò:

— Capitolo ottavo: «Così va spesso il mondo.... voglio dire, così
andava nel secolo decimosettimo».

— Ho capito — risposi —; Ella, al solito, non vuole compromettersi.


6.

La saracinesca.

Io invece non ho mai evitato di compromettermi. Ho sempre ignorato
la virtù della prudenza. Mio danno, e mia passione. M'allontanai,
rimanendomi insoluto il problema su Raffaello e compagni. Una
saracinesca, calando con gran rumore di ferro a chiudere un magazzino,
mi gridò:

— Frègatene.

Anche nelle vie per le quali camminavo ora con una specie di rapida
rabbia inconfessata — anche in quelle vie d'ombra e di silenzio ogni
tanto giungeva l'eco degli omaggi popolari al dio Oggi. Giurai di
portargli anche i miei. Giurai di chinarmi a ogni passaggio delle
correnti auree sopra le vie della città operosa. Per chinarsi non
occorrono nè bussola nè orologio nè sole nè stelle nè alberi. Nella
cattedrale del dio Oggi non sono punti cardinali. Non è necessario
orientarsi. Basta la conclusione dei più intelligenti tra i miei
compagni della scuola di Artiglieria: — Ognuno farà quello che potrà.
— La Trasfigurazione e i Discorsi sulle Deche pensino da sè ai casi
propri. Ora trascinavo io furiosamente il mio Dàimone. Lo riportai
nella luce, lo condussi a pranzare in una trattoria splendida.

— Domani — gli dissi — cominciamo a far quattrini.

— Domani no — mi rispose —, perchè domani è venerdì. Cominceremo lunedì
venturo.



CAPITOLO SECONDO

LA STATUA DI BARTOLO


1.

Un consiglio di Cavour.

Sono in piazza Cavour, disoccupato e perplesso.

La mia disoccupazione è figlia del sole, come Circe. Oggi c'è il sole.
Da una giornata bigia egli è uscito d'un tratto, mentre m'accingevo a
scrivere, per i posteri, non so quali miei pensieri o immaginazioni:
quel lume improvviso mi ha mostrato la lunghezza della posterità, e
conseguentemente la poca urgenza della mia opera.

Ma arrivato in piazza Cavour, alla disoccupazione si aggiunge la
perplessità. Da una parte si sforzano di verdeggiare i Giardini,
dall'altra, oltre i portoni massicci, scampanella via Alessandro
Manzoni. A sinistra troverei un poco di alberi, dell'acqua, e certi
uccelli come nei francobolli delle collezioni; oggi c'è il sole, e ci
sarà movimento; ci saranno anche dei bambini con le loro balie.

— Balie, sì, e cameriere — dice il Dàimone — potrai studiare i
progressi della smobilitazione.

Ma a destra la vita: le due vite: la Vita Intensa e la Vita Operosa. Il
Dàimone riprende la parola:

— La Vita Intensa, di coloro che non fanno niente? e la Vita Operosa,
di coloro che si danno l'aria d'aver molto da fare.

Mi ribello allo scetticismo del Dàimone. La guerra è finita, da due
mesi, e c'è il sole, a Milano in gennaio! Bisogna afferrare queste
eccellenti occasioni d'essere ottimisti.

— Mi ribello, caro Dàimone; fino a oggi t'ho dato troppo retta, e m'hai
condotto per l'aja come fossi un cane (se posso servirmi d'una vetusta
immagine di cui non ho mai capito l'origine); ma d'oggi innanzi la mia
vita sarà una continua ribellione ai tuoi istinti sofistici e sterili.
Andiamo verso le due, le mille vite; guarda: anche Camillo Benso, conte
di Cavour, ci fa segno di andare da quella parte.


2.

Ercole e il Cappuccetto Rosso.

È impossibile immaginare con qualche probabilità come si sarebbe svolta
la serie della nostra vita, se in un momento qualunque del passato
avessimo compiuto un atto diverso da quello che abbiamo compiuto. Ogni
volta che un uomo, anche nel più ozioso vagabondaggio, prende a destra
piuttosto che a sinistra, può produrre una incalcolabile mutazione nei
propri destini, e ignorerà sempre, dolorosamente, la portata di questa
mutazione. Da ciò deriva la scarsa efficacia delle favole morali. Si
racconta ai ragazzi che Ercole figlio di Alcmena, avendo al noto bivio
scelto la via faticosa e aspra, sia perciò, attraverso dodici e più
fatiche, pervenuto alla eccellente condizione e sinecura di semidio.
Ma non possiamo dire in coscienza a che cosa Ercole sarebbe pervenuto
se avesse scelto la strada piacevole e facile. Forse sarebbe diventato
semidio ugualmente, e senza le dodici fatiche; forse sarebbe arrivato
anche più là, l'avrebbero fatto dio addirittura; e non soltanto in
India e in Siria, dove dovette come dio cambiare nome e chiamarsi Rama
e Baal, ma sarebbe successo apertamente a Zeus, invece di Cristo, in
tutto il mondo occidentale: chi sa?

Tutte le favole, di tutte le epoche, sono altrettanto scarsamente
probanti. Cappuccetto Rosso per aver preso la strada più lunga nel
bosco finì divorata dal lupo. Verissimo. Ma se avesse preso la strada
più corta, possiamo noi affermare che non le sarebbe accaduto anche
di peggio? per esempio essere violata da un malandrino, e di lì finire
nella vita disonesta, che, come ognuno sa, è peggiore della morte?

— Bisogna anche considerare che la storia degli uomini celebri per
diventare esempio morale subisce spesso riadattamenti che ne modificano
profondamente la portata. Così dovette avvenire appunto della vita di
Ercole, ch'era l'uomo più celebre del suo tempo. Il fatto del Bivio
ci è raccontato per la prima volta da Prodico sofista, che visse nel
quinto secolo avanti Cristo, cioè circa milleduecento anni dopo Ercole.
Ma su quel fatto c'è in un testo poco noto una versione anteriore a
quella di Prodico, versione che fu poi dimenticata, sommersa dalla
nuova, forse perchè la prima parve un po' cinica. La leggenda poco
nota è questa: Ercole fin da ragazzo aveva sentito dire molte volte
da Alcmena che la virtù è bellissima e il vizio orribile. Trovatosi
al Bivio, vedendo una strada brutta e fetida si cacciò subito in
quella, convinto di entrare nella strada del vizio. Quando s'accorse
dell'errore non era più a tempo a tornare indietro; ciò che del
resto è avvenuto e avviene in ogni tempo anche a uomini comuni, i
quali, avendo, per contingenze o per naturale timidità, cominciata
la carriera di persone per bene, per quanto poi se ne pentano si
trovano siffattamente intricati nella vita onesta che non possono
più liberarsene, e si rassegnano alla virtù per il rimanente dei loro
giorni. —

Non occorre ch'io avverta che quest'ultima divagazione l'ha fatta il
Dàimone, col quale ormai ho stabilito di romperla su tutti i punti. Io
mi sono accontentato di stare per un momento a contemplare i massicci
portoni che debbo attraversare per avventurarmi verso il centro vivo
della città. Chi sa mai chi avrei incontrato, e quale corso avrebbero
seguìto i miei fati, se fossi andato ai Giardini. Inoltrandomi per via
Alessandro Manzoni incontro un tenente dei mitraglieri.


3.

Improvvisazione.

L'ho conosciuto un anno fa, non so più dove, ma certo di là dal Brenta
e di qua dal Piave. È ancora grigioverde, io no: tuttavia lui riconosce
me e non io lui, sulle prime. Ma non me ne faccio accorgere e rispondo
con entusiasmo al suo entusiastico abbraccio.

— Non sono ancora smobilitato — mi assicura — ma sono libero, e mi son
messo a lavorare.

Intanto mi risovvengo, non del suo nome, ma di lui, e ne fo sfoggio.

— Se non ricordo male, eri ingegnere, appena laureato....

— Appunto.

— E avevi intenzione di entrare nelle Ferrovie.

— Hai buona memoria. Ma niente Ferrovie. Ti paion tempi questi? Faccio
della pubblicità.

Da quando sono tornato ho già incontrato non meno di dieci persone, di
classi studi e professioni diversissime, che mi hanno detto: — Faccio
della pubblicità. — Non ho un'idea chiarissima di quello che fanno, e
non mi sono mai permesso di chiedere spiegazioni precise.

— E tu — dice l'amico — che fai? Scrivi sempre?

— Io?... Non so ancora bene.... forse mi metterò anch'io a fare della
pubblicità.

Questa risposta non sorprende lui: invece sorprende me, che non la
aspettavo affatto. Il tenente — non m'è ancora venuto a galla il nome,
aspetto qualche occasione per farglielo dire senza parere — il tenente
approva:

— Bravo! perchè non provi a venire con noi?

— Dove?

— Alla B. A. I. A.!


4.

Dal signor A. al signor Z.

Ci fu un tempo che frequentavo dei letterati. Qualche volta m'era
avvenuto che taluno di essi nel corso della conversazione uscisse in
frasi del seguente tenore:

— È qualche cosa, sai, come l'episodio di Aladina nella mia _Suprema
Salvezza_.

Oppure:

— Non hai che pensare al mio finale del secondo atto di _Libagioni_.

Io frequentavo quei letterati, ma non avevo letto _La suprema
salvezza_, non avevo sentito _Libagioni_. Senonchè gli autori li
citavano con una così candida e poderosa convinzione, che non osavo
chiedere maggiori lumi in proposito.

Ciò avveniva prima della guerra. Il simile avvenne quando, dopo la
guerra, in un giorno di gennaio del 1919, un tenente mitragliere mi
nominò senz'altro la B. A. I. A., nome nuovo alla mia mente.

Perciò dissi soltanto: — Ah —, ed egli continuò soddisfatto:

— Forse non sapevi che la dirige mio fratello.

— Non ne ero certo.

— Sì, sì. Ci faremo dare un appuntamento. Del resto mio fratello lo
conosci.

— Non mi pare.

— Come? Mi ha detto che vi siete conosciuti, non so bene, in una città
dell'Italia Centrale.... molti anni fa....

— Può darsi.... Si chiama?

— Luigi.

— Voglio dire, il cognome.

— Come ha da chiamarsi? Come me, Gattoni.

— Naturalmente.... Sì! ora ricordo. L'avvocato Gattoni.

— È lui. Stai a sentire: aspettami là in Galleria. Io arrivo qui allo
studio a informarmi quando può riceverti, e torno a dirtelo. Se potesse
sùbito, tanto meglio.

Poichè era lunedì gridavano dappertutto _La Gazzetta dello Sport_, al
quale richiamo la nuova gioventù correva in folla.

L'aspettazione in Galleria la occupai leggendo con cura i titoli
dei libri nelle vetrine di Treves e di Baldini e Castoldi (con la
quale esplorazione mi misi in breve e compiutamente a giorno degli
spiriti e delle forme della nostra letteratura contemporanea) e
riandando col pensiero al tempo in cui, sei o sette anni prima, avevo
conosciuto l'avvocato Luigi Gattoni, giudice di tribunale in una
città di provincia. Lo ricordavo perfettamente come un uomo placido:
duplice barba grigia alla Palmerston da cui emergeva raso il mento:
appassionato giocatore di scopone: un giudice per bene: una persona
qualunque: Gattoni. Non avevo ancora capito nulla dell'avventura
improvvisa che ora legava quel giudice qualunque, dimenticato da
tanti anni, con la mia persona, attraverso le premure d'un mitragliere
conosciuto tra Piave e Brenta, sullo sfondo misterioso d'una B. A. I.
A.

Queste quattro lettere m'apparvero poco di poi, sempre più misteriose,
nere su un cartello bianco smaltato, sopra la porta d'un ammezzato
oscuro in una via operosa e brulicante. Il mitragliere mi precedè in
un'anticamera buia e mi disse:

— Aspetta qui.

Mentre aspettavo, il Dàimone mi ammonì:

— Stai attento a non comprometterti.

— Non seccarmi — gli risposi.

Dopo una mezz'ora il tenente ricomparve:

— Vieni.

Sorrideva con gli occhi e coi denti: il lume candido del suo sorriso
dissipò le nubi dispettose che quella mezz'ora aveva accumulate nel mio
spirito.

M'introdusse in uno studio ampio, illuminato a luce elettrica sebbene
fossero le prime ore del pomeriggio.

Cercavo, con lo sguardo abbagliato, la barba alla Palmerston d'una
persona qualunque; invece mi venne incontro un personaggio importante,
adorno d'un'elegante e contenuta pinguedine, e tutto raso; una faccia
quadrata, un mento quadrato; anche la testa era quadrata perchè la
completa calvizie rivelava la forma appiattita del cranio.

— Sono io — mi disse con rotondità —: lei non mi avrebbe riconosciuto?
Lei invece è rimasto tale e quale. Si accomodi. Mi permette?

Prima che intendessi che cosa avrei dovuto permettergli, aveva
chiamato al telefono un mistico numero, aveva dato con brevi parole un
misterioso appuntamento.

Intanto il Dàimone mi tirò per la manica e mi additò due cose
interessanti. La prima di queste due cose era il contegno di
compiaciuto e raggiante rispetto con cui il tenente mitragliere
stava, in piedi addossato a una scaffalatura di noce, al cospetto di
suo fratello. L'altra era un busto di marmo, su un alto piedistallo
cilindrico che riempiva l'angolo estremo dello studio: busto severo e
togato, di cui non riconobbi l'originale.

— Sa chi è quello là? — disse il personaggio — gliela dò in mille. È
Bartolo, Bartolo da Sassoferrato, l'immortale giureconsulto, glossatore
del _Corpus juris_. L'ho fatto fare, e mettere lì, per ricordarmi del
mio passato. Io non mi vergogno di aver fatto il magistrato. Lo sanno
tutti, lo dico a tutti. Io sono un uomo semplice e sincero.

Per qualche minuto, dopo quelle parole esemplari, la sala fu piena di
un rispettoso silenzio.

— Ma veniamo a lei. Lei che fa?

Mi sentii arrossire, rispondendogli:

— Scrivo....

Fu benigno; s'accontentò di abbassare di mezzo tono la voce, e dirmi:

— Ricordo, sì, che lei aveva delle velleità letterarie....

— Dirò meglio — ripresi io rinfrancato — scrivevo.

— Ecco, ecco: s'intende. Tempi nuovi. Ma anche lei, come me, come tutti
gli onesti, non si vergogna del suo passato. E anche lei riuscirà. Lo
sento. Glie lo assicuro. Ha dei progetti?.

Ricominciai a improvvisare:

— Stavo maturando delle invenzioni....

— Non è il momento — m'interruppe —. L'inventore va incontro a troppi
pericoli: pericoli di attuazione, pericoli di incomprensione.... E pure
nel migliore dei casi, l'invenzione è lenta. Oggi occorre rapidità.
Oggi non è necessario inventare, è necessario: produrre. Anche dal
punto di vista individuale, badi, è meglio produrre che inventare,
meglio vendere che produrre, e meglio far vendere che vendere. Qui
siamo nel cuore della B. A. I. A.: la B. A. I. A. è il cervello della
pubblicità. Lei ha delle idee?

— Qualche volta....

— Le venda. Gliele faccio vendere. Ora le spiego. Il signor A.,
supponiamo, apre un commercio di specchietti per farsi la barba,
il signor B. inventa un aperitivo, il signor C. fonda un teatro di
varietà, o crea una cravatta che si annoda in un modo nuovo, quello che
crede. Vogliono farsi conoscere. Debbono andare da un cartellonista,
dargli delle idee per le _affiches_; da un poeta, dargli uno spunto
per una poesia da inserire nelle quarte pagine dei quotidiani, e via
discorrendo. Ma ai signori A. B. C. eccetera, mancano le idee, gli
spunti. Non sanno neppure trovare un bel titolo per la loro azienda.
Si rivolgono a questo o a quello, a caso. Non solo: anche dopo
trovato il tutto qua e là, s'accorgeranno di avere tra mano della
pubblicità disorganica, disordinata, scombinata, che non risponde
alla loro necessità; la quale, badi, è quella di far convergere tutta
l'attenzione, direi tutti i sensi del passante, di tutti i passanti,
verso la spasmodica persuasione che quello specchietto, quel liquore,
quello spettacolo e quella cravatta gli sono indispensabili, a lui
passante, come il pane quotidiano.

Rividi e risentii, in un attimo, la tregenda di luci e di rumori che
m'aveano investito nella mia prima passeggiata per la nuova città;
mentre il personaggio continuava:

— Il signor A. viene alla B. A. I. A., ed espone il suo caso. La B. A.
I. A. gli dà il titolo, il motto, il marchio, le idee dei cartelloni,
gli spunti per le poesie, tutte le più minute indicazioni per il lancio
più efficace. Idee. Badi: qui non si disegna, qui non si scrive: idee:
pure idee, per tutti. E ne vengono, sa? Ho citato i signori A., B., C.,
ma arrivi pure fino alla Zeta, e poi ricominci. E i signori A., B., C.,
A¹, B¹ C¹, eccetera, pagano pagano pagano le idee, e se ne vanno. B. A.
I. A. è la grande officina, negozio, emporio, bazar, caravanserraglio
delle idee per tutto l'alfabeto degli uomini che inventano producono
vendono, o credono di inventare produrre vendere: di tutti gli uomini
che hanno capito la vita nuova, di tutti gli uomini che stanno creando
il nostro grande domani, gli uomini, signore, della Italia di Vittorio
Veneto.

M'avvidi che, così favellando, ei s'era ritto in piedi e teneva la
destra poderosamente infilata nell'apertura del panciotto. Così stette
un istante, fissandomi immobile come la statua di Bartolo che gli
faceva da sfondo.


5.

Lina e il "Lotòs".

Nella minuscola stanzina che mi fu assegnata, ricevetti la visita di
una vecchia e di una giovine.

Sedettero. La giovine sorrise: anzi, schiuse la bocca a un sorriso e
poi si tenne quel sorriso fisso lì e immoto, durante tutto il tempo che
la vecchia parlò. E le prime parole della vecchia furono le seguenti:

— Questa è mia figlia, e io sono sua madre. Suo padre, mio marito, non
è più.

— Benissimo.

— Sì, ha ragione di dire benissimo. Perchè mio marito, suo padre,
era un uomo di scarsi principii morali; quand'era vivo, me mi batteva
tutti i giorni, e lei tentò alcune volte di violentarla, che era ancora
minorenne.

— Perdio!

— Lasciamo andare che questa alla fine è stata una fortuna per me,
perchè non ho più avuto da pensare alla sua educazione morale. Sicuro.
Dopo quegli incidenti le è rimasta, anche diventata maggiorenne, una
invincibile ripugnanza per gli uomini, dimodochè non ho avuto da fare
nessuna fatica per mantenerla, lei mi intende, sulla retta via.

— Tutto ciò è molto semplice.

— Già: ma nello stesso tempo ciò produce che la ragazza, che ormai
ha ventiquattro anni, deve lavorare per vivere. Allora ho domandato
consiglio al signor Gianni: lei non lo conosce ma non importa. Il
signor Gianni dice bene; dice: — Cosa vuole? Con quella particolarità
della Lina — si chiama Lina — non è il caso di farle fare nè la
cantante, nè l'attrice, o simili. — Senza contare, dico io, che per
fare la cantante non ha voce, e per fare l'attrice ci ha fin da bambina
quel difetto dell'_esse_ e dell'_erre_. — Questo sarebbe il meno;
risponde lui. — In conclusione, l'importante è che doveva scegliere una
professione assolutamente, come a dire, immacolata.

— Giustissimo.

— Guardi cos'ha pensato il signor Gianni: dice: — dia retta a me, che
ho vissuto tanto tempo a Parigi a tenere il banco delle scommesse nelle
corse dei cavalli, dia retta a me: in Italia, fino a oggi non si sa
cosa sia la vita. Se fosse cinque o sei anni fa le direi: mi dia la
Lina e me la porto a Parigi. Ma adesso Parigi è giù, molto giù. È il
momento di far noi qualche cosa, in Italia. Infatti, si guardi attorno,
vedrà che anche qui cominciano a vivere. Ma a casaccio, da provinciali.
Veda, per dirne una, la cocaina: tutti ne parlano; c'è della gente
che ci prova, delle cocottes, degli autori teatrali, delle sartine;
ma così, senza un criterio: molti si disgustano subito, non c'è in
Italia il vero genio per queste cose, non c'è organizzazione. E poi non
conoscono tutto il resto: altro che cocaina! dunque; con pochissimo
capitale, che si trova, la Lina può aprire una specie di bar, con un
bel titolo che dica press'a poco «alle specialità del Vero Oriente»,
o qualche cosa di simile. Guardi, signore, che ripeto proprio come
dice il signor Gianni, un uomo d'esperienza. Un piccolo bar, che non
sia neanche tanto in vista: la prima stanza come i soliti bar, con le
solite cose, e in più delle bibite e dei frutti e dei dolci orientali;
e poi due o tre stanzine riservate per gli _habitués_ sicuri, e là si
danno le specialità più intime del vero oriente. La Lina, che è una
bella figliola, vestita giusto mezzo all'orientale, un po' di qua un
po' di là, a dirigere e tenere i conti. È semplicissimo.

— È geniale.

— Ecco, geniale, è come ha detto il signor Gianni. E mi ha anche detto:
— ci vuole il lancio, la réclame; una réclame diffusa ma discreta: chè
le cose più importanti non bisogna dirle. Lei — dice — vada alla B. A.
I. A., e si faccia dare delle idee per la réclame. Il resto verrà da
sè. Guardi signore, qui ci ho la lista di qualche specialità del vero
Oriente, che non riuscivo a ricordarmi i nomi. Lei già le conoscerà
bene queste cose, per il suo mestiere.

Mi porse un foglietto, su cui lessi:

«Haschisch» — «dawamesk» — «oppio» — «etere» — «cocaina» — e altri nomi
meno noti.

(— Non ci manca — disse il Dàimone — che un po' di coprofagia).

Io più seriamente risposi:

— Ho inteso, signora. Poichè la cosa è molto speciale, bisogna che lei
mi lasci qualche giorno. Passi tra una settimana giusta, a quest'ora.

La salutai. La bella Lina fece un inchino di scuola, e finalmente
disfece quel sorriso; parve come uno che si levi la dentiera e se la
metta in tasca. Scomparvero.

Io mi misi d'impegno a studiare il piano per il lancio delle
«Specialità del vero Oriente». Volli prima familiarizzarmi un poco
con la materia, e studiai sui testi il modo di trarre dalla canape
indiana l'haschisch, m'informai degli ingredienti che variano il verde
haschisch nel più pallido dawamesk, non trascurai di consultare i
riflessi classici e letterari di questa materia da Erodoto e Plinio a
Baudelaire; feci una corsa, dietro la scorta dei viaggi di Marco Polo,
nella leggenda del Vecchio della Montagna e dei suoi Haschischins
o Assassini, m'interessai delle tre grandi fasi dell'ebbrezza e
delle loro possibili varietà. Altrettanto minutamente m'occupai
dell'oppio, sia per l'aspetto poetico leggendomi la _Confessioni_ del
De Quincey, sia per quello scientifico ricercando in una farmacopea
le differenze tra l'oppio giapponese più aromatico e l'europeo più
potente, attraverso l'oppio indiano che si avvolge in stagnole sotto
forma di piccoli semi di color perso. Credetti per un momento di
avere intravisto il motivo della mia réclame nella fantasiosa notizia
che i Giapponesi fanno la raccolta dell'oppio la seconda sera dopo
il plenilunio di giugno, avendovi praticato ventiquattro ore innanzi
l'incisione, al punto dell'imbrunire. Ma ricordai a tempo che il lancio
doveva essere prudente e discreto. Allora risalii a Omero; pensai al
nepente che Elena aveva avuto in dono da un'egiziana, e al loto che
ai compagni d'Ulisse faceva dimenticare la patria e il ritorno. Anzi,
il bar di Lina doveva chiamarsi omericamente «Lotòs». Ci voleva una
pubblicità indiretta e suggestiva, che preparasse l'animo del pubblico
a cercare il «Lotòs», senza ricorrere alla solita volgarità dei
cartelloni o dei quotidiani, anzi senza nominarlo neppure. Mi fiorirono
idee semplici ed efficaci. Così che la mattina del settimo giorno mi
presentai nello studio grande al commendatore avvocato Gattoni, mio
principale: gli esposi in succinto le parole della vecchia — ed egli mi
accompagnava con uno strano brontolìo basso —, poi senz'altro gli porsi
il foglio su cui avevo segnato i risultati delle mie trovate.

Il commendatore prese con qualche diffidenza quel documento, che era
così concepito:

             _Progetto per il lancio (diffuso ma discreto)
                            del bar «Lotòs»_

  1) _Far tenere alla locale Università Popolare, da qualche dotto
  ellenista, una lettura e commento del libro IX dell'Odissea, dove
  si parla del loto._

  2) _Incaricare un commediografo alla romana di scrivere una
  commedia in cui il brillante sia un appassionato di haschisch._

  3) _Commettere a un prosatore alla milanese un romanzo in cui sia
  descritta la vita di un bar del tipo che vogliamo lanciare._

  NOTA. — _Queste tre manifestazioni debbono essere tra loro
  contemporanee, e precedere di poco l'apertura del bar «Lotòs»._

Il commendatore Gattoni lesse, con un mormorìo agitato, il mio
progetto; poi lo gettò sul tavolino dicendomi:

— Lei è matto.


6.

Forze maggiori.

— Lei è matto — ripetè — e glie lo spiego. Prima di tutto quando
viene gente di quel genere la si manda via.... o almeno.... almeno....
Insomma, bisogna saper bene se si ha a fare con persone serie, prima di
compromettersi.

(— Te lo dico sempre io! — brontolò il Dàimone).

— In secondo luogo, a parte l'opportunità, questo suo piano è assurdo;
mi fa vedere che lei non è entrato nello spirito della B. A. I. A.,
nello spirito dei tempi, nello spirito della rinata Italia. Oltre la
irrealizzabilità, e il tempo che richiederebbe, non sente come tutto
questo puzza di letteratura? Di scuola e di letteratura: professorume
e scrivaneria. Non ci voleva che un ex-professore per andare a pensare
a Omero, al Lotòs, e alla Università, sia pure popolare. Non ci
voleva che uno scrittore per andare a pensare a commedie e romanzi.
Niente niente. Quando tornerà quella signora lei la mandi a spasso
con una scusa qualunque. E facciamo un altro tentativo. Guardi: c'è
uno, una persona seria, badi, un ex-colonnello dell'esercito, che è
stato silurato fin dalle nostre prime azioni dell'Isonzo, il quale ha
inventato una tappezzeria luminosa da mettere negli appartamenti invece
della solita carta da parati. Questa tappezzeria, dice, è impregnata
d'una sostanza chimica fosforescente, che di giorno non si vede; ma
è composta in modo che verso sera, di mano in mano che la luce del
giorno vien meno, si sprigiona gradatamente la luce dalla carta stessa.
Così la stanza continua a essere illuminata, con eguale intensità.
Abolizione d'ogni illuminazione. Sarà vero? non sarà vero? Questo non
c'interessa. Lei trovi un'idea per rivelare al pubblico l'invenzione.
Ma un'idea che si attui presto, semplice, rapida, penetrativa, e per
carità, senza romanzi e senza università. Ha capito?

— Perfettamente.

Me n'andai nello studiolo piccolo, per pensare alla tappezzeria
luminosa e aspettare l'arrivo della vecchia e della giovane. Ma trovai
un biglietto della vecchia, che si scusava di non poter venire: «Per
quanto disgraziati — scriveva — siamo gente beneducata, e avendo
l'appuntamento bisogna che l'avverta che non posso venire causa forza
maggiore, trovandomi ora improvvisamente in prigione, come pure il
signor Gianni e la Lina, in seguito a un incidente. A rivederla». Non
sapevo che diavolo avrei immaginato per le tappezzerie autofotogene
dell'ex-colonnello. Il mio minuscolo tavolino era incastrato nel
vano d'una finestra: di là dai vetri la strada distraeva ed eccitava
insieme il mio cervello. Ora tra i carretti, che urlavano, dei
merciai ambulanti sul crocicchio, scorsi a un tratto il cesto, pieno
di garofani pallidi e di mimose, d'una venditrice di fiori; e da
quei fiori saliva sino a me, traverso i vetri e la bruma, un'onda
d'incomprensibile malinconia. Ma la malinconia non entra nello
spirito dei tempi nuovi. Negli ammezzati della casa di faccia vedevo
le teste di due dattilografe chine verso le tastiere. Pensai a Lina,
che era in prigione. Desiderai d'essere in prigione anch'io per non
dover pensare alle tappezzerie luminose del colonnello silurato. In
prigione con Lina: Lina, col suo sorriso smontabile e il difetto
dell'_esse_ e dell'_erre_ fin da bambina e la repugnanza per gli
uomini. Anch'io ho alcuni difetti fin dall'infanzia irrimediabili, e
alcune invincibili repugnanze. Che diavolo inventare per l'invenzione
del colonnello? Gli inebriati dell'oppio e del nepente del bar di Lina
avrebbero viste luminose anche le prigioni più oscure, senza bisogno di
pareti fosforee. Perchè diavolo il colonnello s'è messo a fare delle
invenzioni? Se non lo siluravano, a quest'ora sarebbe morto, sarebbe
generale, chi sa? Come Ercole se prendeva il cammino piacevole. Come me
se quel giorno andavo ai Giardini.

— Sei ancora a tempo a provarci — disse il Dàimone.

— Tu sai che oggi è già tutt'altra cosa da allora, da ieri, da un'ora
fa — gli obiettai.

— Ma nessuno t'impedisce di provare, anche subito.

— E il commendatore Gattoni, ex magistrato e mio principale?

— Tanto lui non sa che farsene di te, e sarebbe ben felice di perderti.

— Lo so. Ma come atto, è poco educato. Bisognerebbe almeno scrivergli
un biglietto.

— Scrivi. Hai qui un modello eccellente. Con pochi ritocchi, va bene
anche per te e per me: «Per quanto letterati, siamo gente beneducata,
e avendo l'impegno bisogna che l'avverta che non posso continuare in
questa professione, causa forza maggiore. A rivederla».



CAPITOLO TERZO

PESCECANEA


1.

Cinque spettatori in tre poltrone.

Nell'età delle palafitte, e più precisamente un anno avanti lo scoppio
della guerra europea, avevo conosciuto a Firenze una fanciulla.

Era venuta di Valdarno a portarmi una traduzione da Rimbaud sulla
quale voleva il mio giudizio. Credo che episodi simili non se ne
producano più nell'èra presente. Aveva cominciato a leggere: _In quella
stagione la piscina delle cinque gallerie era un punto di noia. Pareva
un sinistro lavatoio_.... Mentre leggeva, io la guardavo. Quand'ebbe
finito io non avevo capito ancora se la signorina fosse bella o brutta:
propendevo a crederla bella. Neppure avevo capito se fosse brutta o
bella la traduzione; propendevo a crederla brutta. Poi la fanciulla se
n'andò lasciandomi il manoscritto.

Del manoscritto non s'incontra più traccia o memoria alcuna nelle
storie e nelle leggende dei tempi che seguirono. La fanciulla l'ho
ritrovata dopo sei anni a Milano.

Una sera m'ero calato in un certo sotterraneo fumoso e stavo là seduto
tra file di gente similmente seduta che beveva, fumava e leggeva i
giornali. A un lato del sotterraneo c'era anche un palcoscenico, e
sul palcoscenico una compagnia di prosa stava tossendo e recitando
una commedia novissima. Nella poltrona accanto alla mia c'era una
fanciulla: quella fanciulla di Valdarno: la signorina Giovanna.

Tra lei e me il mio Dàimone, invisibile e silenzioso. Dall'altra
parte di lei sedeva una sua compagna similmente silenziosa, e tanto
insignificante da potersi anch'ella considerare come invisibile. In
un punto imprecisato, ma definito entro la breve cerchia delle nostre
quattro sostanze, n'era presente una quinta, cioè il Destino, che
imprevedutamente aveva ravvicinato, per i suoi fini reconditi, quelle
sparse entità.

La signorina Giovanna alla fine del primo atto mi riconobbe. E mentre
la compagna leggeva con diligenza il programma dello spettacolo, e il
Dàimone placidamente dormiva, il Destino tessè tra me e la traduttrice
valdarnese un breve dialogo denso di avvenire. Io ebbi il pessimo
gusto di ricordare a lei quella traduzione preistorica di _Una stagione
all'inferno_. Ella ebbe il buon gusto di mettersi a ridere.

— Non traduco più — aggiunse rifacendosi seria — ora sono a Milano a
studiare il canto.

So che quando una signora afferma «studio il canto», come quando
un maschio dichiara «sono negli affari», non è opportuno domandare
particolari più precisi, se il maschio o la signora non li offrono
spontaneamente. Perciò tacqui, e cominciò il secondo atto della
commedia, e dopo un certo tempo fatalmente finì. Giovanna riprese il
discorso al punto esatto ove l'avevamo interrotto, annullando in questo
modo in un attimo tutta l'azione che s'era svolta laboriosamente sulla
scena al nostro cospetto.

— Sapevo che eravate a Milano, abbiamo parlato di voi l'altro
giorno.... oh non ricordo con chi: ma non importa.

Perchè mi dava del voi? C'è tutta una casta di donne — non casta
professionale, casta mentale — che hanno abolito il lei, e con esso
il primo dei gradi d'una possibile scala d'intimità. È un fenomeno di
tendenza al veloce, come tanti altri del tempo nostro.

— E m'ha detto, mi pare, che vi siete messo negli affari.

— Io? Sì. È vero.

— Che affari?

— Mio dio! fino a pochi giorni sono ho fatto della pubblicità. Ora ho
delle idee...

— Fate bene.

La sua approvazione mi fu di grande conforto. Ella era alquanto più
elegante di quand'era venuta da Valdarno a Firenze. Così cominciò il
terzo atto della commedia.

Quando stava per finire, ella mi fece un invito:

— Venite domani a prendere il tè in casa mia? Vi prometto che non
canterò. Vi presenterò due buoni amici. Di Malco, e Valacarda; li
conoscete?

— No.

— Possono esservi utili. Uno è professore di merceologia.

— Cos'è?

— Non so. Una cosa molto importante. È com'era una volta essere
professore di filosofia. L'altro è un pescecane.

— Brava! Non ne ho ancora visto neppur uno.

— Venite dunque, e attaccatevi al pescecane.

Rincasando pensavo a quella prodigiosa Giovanna, che sei anni avanti
traduceva Rimbaud in Valdarno e me lo portava a Firenze, e ora
studiava il canto a Milano e mi offriva un pescecane col tè. Tutto
ciò è modernissimo. Una donna così non la trovate nelle commedie di
Goldoni. Nemmeno nel _Satyricon_ di Petronio. E nemmeno più giù, nel
Romanticismo o nel Secondo Impero. Sono posteriori a Carlo Marx e a Max
Stirner.

Ma ancora non ero riuscito a capire se era piuttosto bella o piuttosto
brutta. D'altra parte ciò non ebbe alcuna importanza nella mia vita,
come non ne ha alcuna nel seguito di questo racconto.


2.

Una visita d'affari.

Era seduta al pianoforte, ma appena entrai si voltò e abbandonò la
tastiera esclamando:

— Bravo! avete mantenuto la vostra promessa, e io mantengo la mia.

Poi fece le presentazioni.

Illustrò il mio nome con le parole «un mio vecchio amico quasi
compatriota», al che io nulla opposi. I nomi degli altri due non li
commentò:

— Questo è di Malco. E questo è Valacarda.

— Piacere....

— .... piacere.

— Piacere....

— .... piacere.

— E badi che è vero — aggiunse subito quello che si chiamava Valacarda.
— Ci sono dei puritani che dicono: «questa frase è un'ipocrisia». No.
Si ha sempre piacere di conoscere una persona nuova. È una speranza
che rinasce su un mucchio ognora crescente di ceneri. Ogni persona
nuova che conosciamo, è una possibilità di più, che ci si presenta, di
giustificare il credito illimitato che rinnoviamo continuamente alla
simpatia dell'umanità.

— Valacarda — spiegò la signorina — è un incorreggibile ragionatore e
divagatore, il che fa a pugni con la sua professione.

Infatti a me e al Dàimone Valacarda era già piaciuto. Di statura mite,
baffi piccoli e neri, appariva uomo di spirito aperto e sottile. Lo
sentimmo fraterno, là, dove avevamo il secreto tremore di trovarci tra
estranei. L'altro no.

L'altro, di Malco, taceva. Riconobbi in lui a prima vista la formula
estetica e morale del pescecane-tipo, quale è stata sorpresa e
divulgata dai caricaturisti: alto e denso, con un volto raso e un po'
grasso, vestito e atteggiato con severità pomposa: un forte anello
al dito medio, le lenti legate in oro; e portava la testa alquanto
rovesciata indietro sul collo, al duplice fine di reggere quelle lenti
e di scrutare l'umanità traverso due feritoie di ciglia socchiuse.

Mentre lo guardavo come si guarda un quadro su di una parete, egli,
quasi per completare ai miei occhi la figurazione popolare del
pescecane classico, trasse un astuccio, poi dall'astuccio un sigaro
panciuto: lo accese e cominciò a fumare con eloquenza.

Di Malco osservò ch'io lo contemplavo, e cercò di rendermisi gradito
domandandomi:

— Ha visto l'ultima opera di Puccini?

— Io? — esclamai allibito — io non ho mai visto neanche la prima.

Appena mi fui sentita uscire questa risposta inopportuna, guardai la
nostra ospite, la fanciulla volonterosa che m'aveva raccomandato di
attaccarmi al pescecane.

Ma l'ospite dal suo sgabello non badava a noi.

Le spalle volte al pianoforte, le braccia tese all'indietro e
tenendosi appoggiata con le mani alle due estremità della tastiera,
ella si bilanciava su due gambe dello sgabello, e fisso lo sguardo
in una lontananza inafferrabile, corrugava la fronte con una vaga
preoccupazione: tanto che Valacarda le domandò:

— A che cosa pensate?

— Pensavo — rispose velando la voce — che questo mese non ho ancora
ricevuto il burro della tessera.

Un placido profumo di latteria svizzera, di cucina olandese e di
biblico girarrosto si soffuse per il salottino semimondano a quella
parola domestica. Respirammo tutti e quattro silenziosamente per alcuni
secondi un tepore di sole sull'aia, di forno casereccio, di gatto sulla
pietra del focolare. Sentimmo scampanare dietro la siepe una capretta
mansueta. Poi una nuvola invase morbidamente quel mondo, e per l'etere
soavemente ci riportò a un terzo piano in via Monte Napoleone, davanti
a quattro tazze di tè. Il fumo del tè saliva a raggiungere il fumo
dell'avana del pescecane. Io m'alzai per osservare un'acquaforte.

— Vi piace? — mi domandò Giovanna.

— Non so, non m'intendo di pittura.

— Non dica «non m'intendo di pittura» — mi redarguì Valacarda. —
Si procuri cinque o sei frasi, e se ne intenderà. Comincerà con
l'applicarle un po' a caso: poi quelle cinque o sei ne germineranno
spontaneamente altre nella sua abitudine, e lei si troverà un
vocabolario. Quando avrà un vocabolario critico, necessariamente le
verranno delle idee critiche.

— Una specie di pistica applicata alla critica? Ma intanto
quell'acquaforte non mi suggerisce nulla.

— Quell'acquaforte è fatta di segni neri; allora è elegantissimo dire:
«che senso del colore c'è qui dentro!».

— Che senso del colore c'è qui dentro, qui dentro, qui deeeeentro.... —
gorgheggiò l'allieva di canto sopra una fioritura rossiniana.

Il pescecane si tolse l'avana di bocca, fissò un momento da lontano
l'acquaforte, poi asserì:

— È un maiale con due maialini.

— Badi — continuò Valacarda — che ogni tanto bisogna rifornirsi
di sostantivi e di aggettivi. Prima della guerra c'erano le parole
«sensibilità», «dinamico», «musicale»; oggi invece le pietre basilari
del vocabolario critico sono «costruito», «corposo», «architettura». Un
vocabolario di questo genere può durare dai tre ai cinque anni. Anche
per il contenuto è così. Fino a qualche anno fa serviva molto la «gioia
di vivere». Oggi....

— Voi — interruppe la cantante — siete contento di vivere?

La guardammo tutti e tre per sapere a chi avesse rivolto la domanda. Ma
ella non guardava nessuno di noi. Seguendo il suo sguardo vedemmo che
andava a finire su una mensoletta di ottone fissa al muro, di quelle a
parecchi intagli, che servono per tenerci appoggiate e sospese le pipe.
Pipe non ce n'erano. In ogni modo non pareva probabile che la fanciulla
desse del voi a una mensoletta d'ottone, e le facesse una domanda di
quel genere. Perciò nessuno di noi rispose subito. Il primo a spiegarsi
fu il pescecane:

— Io sarei contento di vivere — pronunciò — ma ho la nevrastenia.

— Un dottore — disse la fanciulla — a un mio amico nevrastenico
consigliò le divine emozioni dell'aeroplano.

Valacarda si oppose:

— L'aeroplano come divertimento è uno dei più insipidi che possa
consigliare la retorica moderna. Io ci sono stato. Se uno non ha paura,
la sensazione che dà è quella della perfetta idiozìa.

— E se ha paura?

— Se ha paura, non ci va.

Decisamente questo Valacarda è un sorprendente personaggio. Professore
di merceologia! Che cosa è la merceologia? Tuttavia io cominciavo a
domandarmi con qualche maraviglia perchè mai il Destino, già una volta
sei anni prima mandandomi a Firenze la traduttrice, e poi la sera
avanti deponendomi in un teatro a fianco alla medesima rinnovellata —
perchè mai il Destino avesse lavorato tanto per produrre quell'incontro
eterogeneo attorno a quattro tazze vuote con paesaggio di pianoforte.

— Non pensiamo a questo — mi ripresi internamente —: io sono qui per
affari.

Anche quando, poco appresso, mi avvenne d'un tratto di domandarmi
curiosamente che legami ci fossero tra Giovanna e uno almeno dei due
personaggi ch'ella mi aveva presentati, finii con l'ammonirmi una volta
ancora:

— Che importa? Io non sono qui per fare della psicologia, e nemmeno per
mondanità. Sono qui per ragioni serie. Bisogna attaccarsi al pescecane.


3.

Il fulmine.

Ma mentre cercavo il modo di attuare questo maturo proposito, Giovanna
d'un tratto balzò in piedi e annunziò:

— Vado a mettermi il cappello.

Andò, e tornò dopo brevissimo tempo, incappellata e impellicciata,
prima che io avessi trovato una frase di avvicinamento, abbordo ed
attacco verso il corposo di Malco.

Uscimmo.

— Passeggiamo? — propose lei quando si fu sul portone — chi ama
camminare?

— Io no — risposi. — Nietzsche amava camminare, ed è finito matto.

— Andiamo al Savini a sentire un po' di musica — propose Valacarda.

— Io ho bisogno di camminare — dichiarò di Malco.

— Allora — concluse la donna — noi due andiamo a passeggio e voi due
andate al caffè. Forse vi raggiungeremo là: e se non vi raggiungeremo
ci ritroveremo qui a casa stasera. Libertà.

Così se n'andò, prima che avessimo annuito. Oh le donne! m'aveva
raccomandato d'attaccarmi al pescecane, e ora se lo portava via e mi
lasciava solo con l'altro. Per fortuna l'altro mi era simpatico. E
forse io a lui.

La nostra simpatia si svolse nel silenzio fino che ebbimo raggiunto e
imboccato il Corso.

Sul Corso ci fermiamo davanti a una grande e illustre vetrina di colore
viennese. Valacarda mi addita una bambola con i capelli di seta, e
osserva:

— Assomiglia alla nostra amica.

— È vero — risposi. E dopo una breve pausa, mentre riprendevamo
l'andare, còlto da una frivola curiosità insinuai:

— La nostra amica si è portato via il pescecane....

Valacarda si fermò subito di nuovo, mi guardò, poi disse dolcemente:

— Lei s'è ingannato, signore: il pescecane sono io.

Io m'appoggiai alla cantonata per non cadere.


4.

Zoologia.

Lo stranimento per il mio granchio e per la conseguente _gaffe_ mi
tenne ancora per un poco, mentre a fianco camminavamo tra gli urti
della folla vespertina, ed egli parlava.

Egli parlava, e io ripetevo entro me: — l'altro dunque, con pancia e
avana, era il merceologo! E questo savio raffinato e sagace.... Non
aprirò mai più un giornale umoristico.

Valacarda parlava, e io ero sperduto ancora, e così non so come ci
trovammo seduti a un tavolinetto d'un minuscolo bar cristallino: io
avevo ordinato due cocktails. Soltanto allora ricominciai a udire le
parole del mio affascinante compagno, che ragionava con semplicità
velata appena di malinconia.

— E il risultamento di tutto ciò? — continuava Valacarda.

Il risultamento di che? Lasciamolo parlare.

— Il risultamento di tutto ciò? Personalmente, una pregiudiziale di
disprezzo pauroso che ci avvolge....

— Non è questo che importerebbe — lo ripresi io, fattomi animo ormai —:
lei è un uomo fine, e m'intende. La diffidenza che ispira il cosidetto
pescecane, salvo i casi di semplice invidia, è per il pericolo che
rappresenta l'opera sua di fronte alla vita sociale, nel momento
stesso ch'essa anela a raggiungere quell'umano equilibrio, cui tende da
secoli....

M'interruppi udendo un forte ridere vicino a me. Mi voltai. Ma non
c'era nessuno che avesse l'aria di aver riso. Solo allora capii ch'era
stato il Dàimone, di cui m'ero dimenticato. Intanto il pescecane
filosofo già s'era avvolto in una sua complicata risposta:

— Quale pericolo? Vediamo oggi due grandi energie in lotta: c'è chi le
chiama borghesia e proletariato, c'è chi le chiama energia rinnovatrice
ed energia conservatrice. Questa lotta per lungo tempo è rimasta
frantumata in guerriglie parziali e multiformi, ora s'è semplificata
e ingrandita. È una vasta battaglia tra due eserciti, che insieme
assommano all'intera società. A ogni fenomeno storico che si produca
o si riproduca nel mondo, ciascuno dei due eserciti cerca di farsene
uno strumento della lotta. Così è stato della guerra. Così è, ora,
della pace. Il simile avverrà press'a poco delle nostre costruzioni.
Noi pescicani, grossi e piccoli, tranquilli e arrabbiati, sa che cosa
stiamo accumulando laboriosamente? Delle enormi riserve di forze —
danaro, lavoro, organismi di uomini — forze, insomma: e un bel giorno,
vicino o lontano non so, un bel giorno, o se ne impadroniranno le masse
conservatrici per tentare l'ultimo colpo, o, se esse saranno state
disfatte, le afferreranno gli altri, un minuto dopo la vittoria.

— Voi dunque non siete la espressione culminante della borghesia?

— No no no! Siamo (non noi in persona, s'intende, ma l'energia che
accantoniamo) siamo come una riserva neutra. Può darsi che il destino
del pescecanismo, com'è stato già di far durare la guerra fino alla
vittoria, sia ora di salvare la borghesia, o almeno prolungarle
la vita; e può altrettanto darsi che sia quello di farla morire
d'aneurisma e d'ingorgo: non s'esce da questo dilemma. Ma nè il
borghese nel primo caso, nè il nuovo vincitore nel secondo, erigeranno
certo un monumento di gratitudine al pescecane, come le nazioni lo
erigono al fante che le ha salvate. Non sappiamo chi si dividerà le
nostre spoglie: ma il nostro destino inevitabile è di essere spoglie.

— Spoglie opime — feci io.

— Opime sì: per questo voi scrittori e i vostri aiutanti disegnatori
hanno avuto una certa ragione di raffigurarsi il pescecane (o cosidetto
pescecane, come dice lei per cortesia) in forma corpulenta e ingombra.
Ma, come lei vede, è un'allegoria.

— E i suoi.... colleghi, la pensano tutti come lei?

— Nemmen per idea. Non ne trova uno su cinquanta che dica «noi
pescicani»; e quello che lo dice, lo dice per simulazione di
disinvoltura e per difesa personale. Il curioso è, che io stesso non ho
capito se loro credono di essere immortali e costruire per l'eternità;
o se lo sanno che van vivendo alla giornata più della rondine quando
gira col becco aperto pei cieli all'ora del tramonto.

— Anche questo tramonto è un'allegoria?

— Forse. Del resto anche se qualcuno, come me, si rende conto del
fenomeno, che gli serve? Ognuno è trascinato dal suo proprio spirito,
ha detto Lucrezio. Lucrezio dice _voluptas_. È la stessa cosa. Lei
scrive, e scriverà sempre....

Io non rettificai.

— .... anche quando, come oggi, veda intorno a sè a quale turpitudine
di mal gusto è trascinata la sua arte. Scriverà, anche persuaso che le
cose sue che più le hanno costato di travaglio debbano rimanere in un
cassetto.

— Ma scrivo per i posteri — dissi cercando di fargli credere che
celiavo.

— Anche il pescecane lavora in effetto per un postero: non importa
se la sua posterità invece che tra un secolo possa cominciare domani
o stasera. Ma in realtà lei non lavora per i posteri ma per sè: e
anche lui lavora per sè: per quella sua _voluptas_, che non sempre è
spregevole. Naturalmente tutto ciò le appare strano. Lei dice che sono
un uomo fine, perchè ho letto tre o quattro libri e perchè ragiono
intorno alle cose invece di andarvi a cozzare contro a testa china con
le corna di qualche pregiudiziale ostinata. E anche questo le appare
strano. Perchè lei è uno scrittore, e agli scrittori per farsi leggere
occorrono figurazioni precise: il demonio, l'angelo, il pescecane
grasso e cùpido, il fante energico e macerato. Specialmente oggi,
che si ha sempre fretta: fretta di capir subito senza sforzo con chi
si ha a che fare. Loro scrittori debbono essere o dei sentimentali
o dei cinici, se no il pubblico si disorienta. Come quando si fa
della politica ai contadini: bisogna parlare o da clericali o da
rivoluzionari. Lei le cose che ho dette non le potrebbe scrivere.
Uno come me, lei non lo presenterebbe: apparirei incomprensibile e
mostruoso; molto più mostruoso che se il pescecane fosse stato il
nostro buon amico di Malco, il quale a quest'ora, più e meno saggio
di noi, sta pranzando con la nostra buona amica Giovanna in qualche
trattoria spensierata. Se facessimo altrettanto?

— Volentieri.

Pagai i due cocktails, e il filosofo alzandosi mi promise:

— Le farò conoscere, o almeno vedere, qualche mio collega, se ci tiene.


5.

Apocalissi.

Infatti alla trattoria incontrò, mi presentò, e invitò a sedersi alla
nostra tavola, un uomo biondiccio e un po' sbilenco con due grossi
baffi da foca e una penzolante giacca color tabacco. Rideva e parlava
continuamente; cioè raccontava storielle oscene e poi ne rideva lui
stesso con fragore, e accompagnava quello stridere con gran suoni di
posate sui piatti. E questi era il socio di Valacarda. Come mai? Oh la
_voluptas_.

Ora il nuovo compagno raccontava una sua avventura di viaggio con due
cameriere d'albergo. Ma Valacarda, accorgendosi ch'io guardavo a un
altro tavolino, mi domandò:

— Le piace quella bruna?

— Sì: ha un'aria aristocratica; bellezza imperatoria e fine nello
stesso tempo, e un contegno da Olimpo. Oserei affermare che è una
signora.

— Ha indovinato, è una signora, la signora di quello che c'è insieme.
Prima lei faceva parte di una compagnia di equilibristi del Trianon, e
manteneva lui. Ora lui s'è tirato su col filo spinato, e l'ha sposata.
Al mondo c'è ancora della gratitudine e altre virtù.

Il commensale color tabacco si voltò a guardarli. Così vide entrare
nella sala un giovinotto disinvolto e lo salutò ad alta voce da
lontano. Poi si volse a me annunziandomi:

— Spolette da shrapnell.

— E questo alla mia destra? — domandai io accennando al più elegante di
tutto il consesso. — Cos'è? Zàini? fulmicotone?

Guardarono e uscirono tutt'e e due a ridere con irriverenza.

— Questa volta ha sbagliato — disse Valacarda. — Quello lì è un pittore.

— Pittore!

— Sì: vive alle spalle di quello che gli è vicino: pezze da piedi
e propaganda per i prestiti. S'è fatto fondare da lui una rivista
illustrata. Sono i pidocchi del pescecane.

Rabbrividii.

Quel mondo luccicava tutto e parevami gorgogliare e spumare d'una
superiore letizia. Sognai per un momento di assistere a una festa
furinale, quali i Romani, spiriti larghi, celebravano in onore dei
ladri.

Mi scossi, e tratto da una vecchia abitudine domandai:

— Come s'intitola la rivista illustrata?

— Non parliamo di porcherie — ammonì l'uomo color tabacco. — Guardi
quella bionda così seria, laggiù. Una mattina, nell'anticamera del mio
studio, l'ho....

Ma non sentii il seguito. Non sentivo più le loro parole. Il mio
spirito era abbuiato.

Mi trovavo dunque nel centro di quella terza Babilonia su cui Valacarda
aveva predetto prossimo non so che fuoco divino o sociale. Ma non
pensavo più ai suoi vaticinî. Le immagini mi presero nel loro possesso.
L'aria della sala intorno a noi si fece liquida e verde come in fondo a
un oceano, oceano scivolato da grandi belve corsare che aprivano gole
di Satana, arrotavano i denti alle rocce subacquee, e come d'intesa
movevano tutte obliquamente, leviatani torvi, dall'abisso gelido in
su, verso un'alta luce d'incendio lontano che le traeva: e il corteo
non avea fine, sempre più enormi e nere, con la smorfia d'un ringhio di
cui non si udiva la voce, battendo le code nel liquido muto, su, verso
l'alto. Poi un cameriere traversò con grazia secura lo stormo, e si
chinò davanti al nostro tavolino presentandoci il conto.


6.

Compensazioni.

Valacarda trovò un errore nel conto e lo fece correggere. Poi fece la
divisione per tre, ognuno di noi pagò la sua parte, e l'amico festevole
ci lasciò. Noi ci avviammo a via Monte Napoleone, ma arrivati al
portone di Giovanna, Valacarda si fermò:

— Non salgo: ho sonno, e domani mattina debbo partire presto: sì, starò
fuori qualche tempo. Troverà di Malco, e forse altri; mi scusi con la
signorina. Grazie.

Su, venne ad aprirmi la signorina in persona. Non c'era di Malco. Non
c'era nessuno.

— Sono stata brava? — mi gridò subito. — V'ho lasciato col pescecane.
Che n'avete fatto?

Mi guardai bene dal raccontarle il primitivo granchio. Risposi:

— l'ho lasciato ora, qui sotto; abbiamo pranzato insieme.

— E avete combinato qualche buon affare?

— Mio Dio, no.... Per il primo pescecane che incontro, era così
raffinato, arguto.... e poi mi ha detto due o tre volte «lei che
scrive, e continuerà a scrivere». Non potevo disingannarlo.

L'amica alzò gli occhi al cielo.

— Dio, che uomo d'azione siete! Pensare che glie lo avevo detto che
volevate darvi agli affari, che vi aiutasse....

— Gli avete detto!?...

— Non sarete mai buono a nulla.

( — Non sarai mai buono a nulla — echeggiò il Dàimone, ma con minore
scandalo).

— E come s'è liberato bene di voi!

Era veramente afflitta.

( — Stai zitto, non facciamoci scorgere troppo — sussurrai al Dàimone
che non voleva chetarsi).

Giovanna seguiva il filo di non so quale pensiero. Poi scosse il capo e
mi guardò. E concluse con voce consolatoria:

— Troverete di meglio, pazienza. Meno male che ci avete almeno
guadagnato un invito a pranzo.

Non volli deluderla. Era una buona figliuola, come tutte le fanciulle
che dopo aver tradotto Rimbaud in Valdarno vengono a Milano a studiare
il canto. Ora taceva, e per un po' tutto tacque tra noi. Sospettai che
la buona figliuola pensasse di dovermi qualche geniale risarcimento per
lo scarso esito della mia giornata...

Ma qui si raccontano storie d'affari, cose serie; e non dobbiamo
occuparci di frivolezze.



CAPITOLO QUARTO

PER BELLOVESO


1.

Preludio mirabile.

La piattaforma del tranvai è la glandola pineale della vita moderna.
Trovandomi io un giorno sulla piattaforma d'un tranvai di Milano, un
individuo con barba grigia e cappello verde alla calabrese mi stralunò
in volto due occhi quasi bianchi spiritati, poi disse:

— Scusi, signore....

Non avrei mai immaginato che quegli occhi potessero pronunciare una
frase tanto garbata. Mi rimisi dunque dalla prima impressione ch'era
stata alquanto sgomenta.

— Scusi, signore: sa dirmi dov'è via Belloveso?

— Non so — risposi con la maggior grazia possibile. — Sa, — aggiunsi
poi sentendo non so qual dovere di giustificarmi — io non sono di
Milano.

— Ah.

Questo «ah» non fu un «ah» di quelli grassi, sdraiati, episcopali, che
nei dialoghi della vita indicano soddisfatta conclusione e lasciano
l'animo pacato: fu un «ah» arido, giallo di sarcasmi. I romanzieri
non hanno ancora trovato la maniera di distinguerli nella scrittura, e
mettono «ah» senz'altro, in tutt'e due i detti casi e anche nei loro
infiniti intermedi e collaterali: la quale è una lacuna non lieve
dell'arte nostra.

Io n'ero rimasto oscuratamente scontento e guardingo, mentre il tranvai
continuava la sua rotolante corsa per le rette e le curve della Città
Operosa.

Infatti l'uomo imminendomi ribadì:

— E se fosse di Milano?

— Se fossi di Milano — risposi con pronta dialettica — sarebbe più
probabile, non però certo, ch'io sapessi dov'è via Belloveso.

La soddisfazione di questa nitida risposta mi ristorò: e per un momento
credetti d'essere libero dal sorprendente personaggio, perchè subito
egli si rivolse al più vicino dei nostri compagni di andare, uomo
comune con cappello duro e spilla nella cravatta. Con gli stessi occhi
e con la stessa voce domandò a lui:

— Scusi, signore, è di Milano lei?

— Sì — rispose il signore volonteroso col cappello duro — sono proprio
di Milano, del Verziere.

— E lei che è proprio di Milano, sa dirmi dov'è via Belloveso?

— No: non l'ho mai neanche sentita nominare.

— Ma se l'avesse sentita nominare — incalzò l'incontentabile, —
saprebbe dirmi perchè si chiama via Belloveso?

L'uomo comune s'inalberò:

— Come sarebbe a dire?

— Sa lei, signore di Milano, sa lei chi era Belloveso?

L'altro lo guardò un momento, poi guardò me, poi tutti gli altri
intorno, torse un'occhiata più lunga alla strada che fuggiva sotto
i nostri occhi: e d'un tratto, poichè il tranvai rallentava, scese
precipitosamente e senza voltarsi indietro si inabissò nella prima via
trasversale.

Il tranvai finì di rallentare e fermò del tutto. L'energumeno gentile
tornò a me:

— Lei, signore, che almeno non è di Milano, la prego: scenda con me.

Non so quale forza mi spinse ad acconsentirgli.

Sopra una cantonata una guardia di città sonnecchiava a capo chino.
L'amico lo svegliò:

— Vigile, sa dirmi dov'è via Belloveso?

L'altro riscosso mormorò:

— Pellevese, Pellevese.... nun saccio.

— Potrebbe guardare nella guida.

L'esule partenopeo si cavò blandamente di seno un libretto e cominciò a
sfogliarlo:

— Come avete detto? Pellurese?

— No: Bel-lo-ve-so: col bi.

Il pubblico funzionario compitò con scrupoloso travaglio parecchi
nomi del suo indice alfabetico: — Bec-ca-ria — Bel-fio-re —
Bel-gio-io-so.... quest'è, Belgioioso?

— No: Bel-lo-ve-so.

— Bel-lez-za — Bel-li-ni — Bel-lot-ti.,.. mo' ce stiamo 'n coppa —
Be-na-co.... no: Bellevese nun ce sta, Eccellenza.

Lo piantammo, chè era esausto. Seguivo faticosamente e con grande
interesse la mia agitata guida. Lo vidi precipitarsi contro una
carrozza vuota che veniva traballando placidamente verso noi. La
fermammo, le demmo la scalata, occupammo il sedile. Quando ci sentimmo
saldi nella conquistata posizione, il mio compagno comandò con aria
sciolta:

— Portaci in via Belloveso.

Allora, con mia suprema stupefazione, avvenne questo fatto mirabile:
che il vetturino non disse nulla, e neppure si voltò a noi; ma dette
una frustata all'aria, una voce al cavallo, e partì; e tutti partimmo
con lui.


2.

Fatale andare.

E la carrozza camminò rassegnata e fatidica per vie folte e piazze
illustri e ardimentosi crocicchi, tra la folla sonora onde Milano trae
l'incitamento perenne al lavoro e all'impeto, alla Vita Intensa e alla
Vita Operosa. Il mio compagno s'era chiuso in un degno silenzio; china
sulla fronte la tesa verde del cappello calabrese ora si contemplava
misticamente le quadrate estremità delle scarpe. Io rispettai quel
silenzio e quella contemplazione. M'interessavo alle vicende del nostro
andare e al civile paesaggio che percorrevamo. Ma già le piazze e le
vie si facevano a mano a mano meno affollate e meno illustri. L'aspetto
delle botteghe e delle case graduava rapidamente dalla metropoli
al suburbio. Entrammo nell'ignoto. Raggiungemmo l'aborigeno. Ogni
tanto la carrozza, mossa da non so quali occulte cagioni, invece di
proseguire diritta svoltava in vie laterali, e quasi a ognuna di quelle
mutazioni di rotta il colore delle muraglie e dei selciati si faceva
più languido e afflitto. Le sfilate di muri grigi presentavano ormai
rara l'interruzione di una donchisciottesca barbieria o d'una drogheria
sudicia rinforzata dalla giunta d'un romantico bar.

Poi ai bar succedettero francamente le osterie, mentre la carrozza
sobbalzava sempre più con singhiozzanti nostalgie dei lastricati
lontani.

Essa proseguiva il suo cammino mortale, e a me l'anima si andava
fasciando di lenta malinconia: ma ecco, dopo un incerto vagare tra
larve di strade d'ambiguo colore e di spiriti crepuscolari, e dopo due
o tre svolte più impensate, ecco di lì a poco m'accorsi che la luce si
rifaceva nitida, ch'erano scomparse le cànove e riapparsi i romantici
bar con le drogherie luridissime: risentii un saluto d'aure familiari,
spuntarono al mobile orizzonte più frequenti botteghe, poi grandi
vetrate. Riudivo qua e là sonorità umane: e a mano a mano ritrovando
il sorriso di vie e piazze note recuperai gli spiriti, fino a che per
pochi ultimi audaci quadrivi mi riconobbi tornato presso al cuore del
gran corpo di cui avevo rapidamente poco innanzi raggiunto gli arti più
lontani.

A questo punto, senza espresso superiore comando nè per altre cagioni
apparenti, il cavallo a capo chino ristette, la carrozza sostò, e noi
tutti con essa e dentro essa fummo fermi.

Appunto in quell'istante il mio compagno ebbe conchiusa la sua
contemplazione, e dalle quadrate estremità delle scarpe levò gli
occhi ai due bottoni argentei ond'era insignito il dorso dell'auriga.
Tutti tacevamo. Poi l'auriga si voltò e inclinò alquanto verso noi,
candidamente così favellando:

— _Avevi minga capii ben: che via l'à dit?_

— Via Belloveso.

— _Adess o capii: la gh'è minga quela via lì a Milan._

Il mio prodigioso compagno si volse a me e disse:

— Lo sapevo, che non c'era.

— E allora, — arrischiai — perchè la cerca?

— Perchè non c'è!

Tutti, il cavallo, l'auriga, la carrozza, il personaggio e io, eravamo
muti e fermi: solo si mosse e, credo, mandò una tenuissima voce col
suo scatto il meccanismo prestigioso del tassametro. Io ne distolsi lo
sguardo. Il personaggio domandò:

— Di dov'è lei, signore?

Io ho sempre pronte diverse città natali a seconda delle varie
occorrenze della vita. Ebbi la eccellente ispirazione di rispondere:

— Sono di Roma.

— Sa lei, signore, chi furono Romolo e Remo?

Rividi in un attimo nella memoria la scuola della mia puerizia, e
recitai:

— Romolo e Remo, signore, furono i fondatori di Roma, capitale d'Italia.

— E che direbbe ella, signore, di un romano il quale non sapesse
rispondere chi furono Romolo e Remo?

— Direi, signore, che è sordomuto.

— Sordomuto: sia ella benedetta ora e sempre per questa parola. I
milanesi — e indicò con la mano spiegata la schiena dell'auriga, la
coda del cavallo, il lastrico, la casa di fronte, la folla dei passanti
— i milanesi sono dei sordomuti. Non sanno chi fu Belloveso. Belloveso
fu il Romolo e Remo di Milano. Il gallo Belloveso, signore, che era
nipote di un re dei Biturigi, quasi seicent'anni avanti Cristo varcò
le Alpi e qui accampandosi fondò Milano, capitale morale d'Italia. E a
Milano nessuno, nessuno, nessuno lo sa. A Milano non c'è una via, una
piazza, un corso, un viale, un bastione, un monumento, un vicolo, un
portico, un caffè, una scuola, un postribolo, che sia dedicato al nome
di Belloveso. Scendiamo, signore. La carrozza la pago io o la paga lei?

— La paghi lei — proposi.

— Sì.

Pagò, e discese, e io dietro lui: ma mentre m'accingevo a salutarlo
egli era scomparso, magicamente scomparso davanti a me, o che
il movimento della folla me l'abbia sùbito nascosto, o che, come
sembrami più probabile, vaporando nell'etere ei sia stato assunto,
definitivamente o provvisoriamente, nei cieli.


3.

Via Belloveso.

Egli era scomparso; ma io, raggiunta in pochi passi quella che avevo
sempre veduta essere la piazza del Duomo, io trovai ora che non vi
scorgevo più il Duomo, nè il frivolo calamaio di bronzo del monumento
a Vittorio Emanuele, nè intorno a esso il girotondo dei tranvai con i
trolleys rigidi a scarrucolare verso il cielo; e nemmeno si stendevano
più, ai lati di quella, lo scenario dei portici settentrionali nè
l'obliquo fondale di Palazzo Regio: ma tutto il luogo era occupato
non da altro che da basse capanne, in mezzo a suono di ferrame, perchè
tra le capanne s'aggiravano vasti guerrieri baffuti con risa oscene. E
bisognò qualche tempo e qualche sforzo alla mia fantasia avanti che mi
riuscisse di ritrasformare a' miei occhi il rude accampamento dei Galli
di Belloveso nel cuore civile e facondo della capitale morale.

L'ossessione mi tenne più giorni. Sotto la larva d'ogni ragioniere
milanese vedevo corruscare un Biturigio superbo, ogni dattilografa
parevami una sacerdotessa accorrente ad aggiunger fiamme a un
sacrificio umano: vidi appunto sull'angolo del Corso sorgere ed
elevarsi d'un tratto immani fantocci di vimini, alti come torrioni, e
gli eubagi riempirli d'uomini vivi e appiccarvi il fuoco in onore di
Hesus, dio sanguinolento armato di scure. Di là, all'aspro odore di
quella fiamma, un druido spiegava ai milanesi la trasmigrazione delle
anime d'una in altra forma mortale. Vidi anche sotto i miei sguardi
la colonna di San Babila tumefarsi e coprirsi di corteccia rugosa e
ramificando trasformarsi in quercia, e guerrieri braccati chiamavan
quella quercia Teutates ardendovi attorno olocausti di cani.

Non mi riusciva sottrarmi alla suggestione morbosa. Riconoscendone
esattamente l'origine, pensai che il passante grigio apparsomi un
giorno sulla piattaforma del tranvai fosse stato una incarnazione
dell'Antico Maligno, che s'era messo vaste scarpe quadrate per
nascondere gli zoccoli. — O forse più semplicemente — mi dissi — quegli
fu lo spirito stesso di Belloveso che nel mondo degli immortali non
trova requie pensando all'immemore ingratitudine di venticinque secoli
di posterità.

Occorreva, per liberarsi, placare lo spirito di Belloveso. In qual modo?

Forse un tempo, quand'ero immerso in classici studi, avrei pensato a
scrivere su Belloveso una truculenta e compassata tragedia. Più tardi,
poi che la vagante sorte m'ebbe sfiorato con le ibride penne del
giornalismo — bizzarra chimera biforme tra l'arte e la vita pratica
— avrei tentato di quetare lo spirito di Belloveso ed il mio con una
serie di articoli agitanti la proposta di un monumento: tutti gli
scultori e i procacciatori di Comitati sarebbero stati con me.

Ma erano i giorni in cui, colpito dall'aspetto del tempo nuovo, avevo
stabilito d'uniformarmi a esso e darmi agli affari. Ed ecco dalla mia
ossessione germinò l'idea d'un affare vasto e mirifico.

A Belloveso non possiamo offrire un monumento o una caduca tragedia.

Belloveso, primevo animatore della Città Operosa, dev'essere
rammemorato con imporre il suo nome a una via della città stessa.
Egli in persona, in quel giorno e in quella carrozza fatali, me lo ha
suggerito.

A qual via? Egli principiatore del rozzo antico nucleo, deve avere per
sè la via più moderna e perfetta: la più lontana da quei rudimenti: una
via definitiva.

Occorre costruirla apposta. E bisogna ch'essa sia di tanto più grande e
nuova delle presenti, di quanto le presenti sono più grandi e stabili
e solenni delle capanne dei Biturigi di duemilacinquecento anni fa.
L'ultima parola della modernità. Il non visto ancora tra noi. Una via
costruita tutta, sì, tutta di grattacieli, di grandi grattacieli, di
grattacieli di cemento armato: via Belloveso.


4.

A grandissime linee.

All'opera, ideatore, animatore, organatore: questa è speculazione, nel
senso più maturo e degno della parola. All'opera dunque, Speculatore.

Il programma da attuare era semplice: un progetto edilizio, un
preventivo per la costituzione di un capitale, un piano per lanciare e
popolarizzare l'impresa.

Il lanciamento sarebbe stato facilissimo: bastava fondare una rivista
d'arte, dedicata specialmente al rinnovamento dell'architettura. Sulla
rivista iniziare immediatamente una impetuosa campagna, di natura
pratica, a favore del cemento armato, e una di natura estetica per le
case a molti piani: le industrie cementizie e le fabbriche di ascensori
faranno ampiamente le spese della rivista.

Iniziato il movimento generale, subito esporre sulla rivista stessa
l'idea della via nuova: ma l'offerta votiva di questa alla memoria del
duce gallo (effettivo movente intimo della mia ideazione) apparirà come
l'ultimo pensiero, una culta eleganza sovrapposta all'idea originaria,
quasi un fregio.

La fame di case, che già in quel tempo travagliava insopportabilmente
la vita della città, avrebbe favorito in modo incredibile il mio
còmpito.

Verrà, dunque, dopo il lancio, subito il resto: e disegni e preventivi
saranno opera dei competenti.

Ma prima d'interrogare i competenti, e di esporre a chicchessia il mio
pensiero, buttai giù un piano a grandissime linee, quanto occorreva a
far intendere la mia idea, così facile, ai capitalisti che avrebbero
dovuto costituirsi in società per attuarla. Quella gente vuol cifre.
E cifre siano. Bastano approssimative, per ora, tanto per dimostrare
l'affare. — Ogni palazzo, calcolai, avrà duecentoventi metri d'altezza
e centocinquanta di base: la via sarà di trentasei grattacieli,
diciotto per parte, dacchè il numero 9 e i suoi multipli mi sono sempre
stati propizi. Una via dunque — con i brevi intervalli tra un palazzo
e l'altro — lunga circa tre chilometri: rettilinea. Trentasei case,
ognuna di cinquanta piani.

Poniamo che ogni casa costi due o tre milioni: una spesa complessiva di
circa cento milioni: quest'è il passivo.

E l'attivo: trentasei case, di cinquanta piani ciascuna, fanno in tutto
mille e ottocento piani. Suppongo che ogni piano darà sei appartamenti:
in tutto sono diecimila e ottocento appartamenti. Se ognuno di questi
rende, per esempio, diecimila lire annue, fanno centootto milioni
all'anno di attivo: e perchè in queste materie bisogna andar cauti,
invece di centootto diciamo pure soltanto cento milioni annui di
entrata. È quanto dire che il primo anno, il solo primo anno, dodici
rapidi mesi di questa così fugace vita mortale, ripagheranno il
capitale iniziale. E subito dopo la società, la mia società, ha un
guadagno annuo di cento milioni.

Qualcuna di queste cifre sarà certo inesatta, forse qualche
moltiplicazione sarà sbagliata, ma non importa: si correggeranno: si
aumenterà, se occorre, il numero dei piani. Il freddo competente darà
le cifre precise: io ero tutto invaso del calore della mia costruzione
ideale; anche lo spirito di Belloveso parevami cominciasse, a queste
semplici cifre, a placarsi.

Si noti che per fare cento milioni bastano dieci persone che mettano
dieci milioni l'una, oppure cinque persone che ne mettano venti: qui
non c'è neppure il dubbio d'avere sbagliato l'operazione aritmetica. Ed
ecco via Belloveso.

Stesi questo piano in un accurato memoriale. Non mancai di aggiungervi
certa considerazione che nacque nella mia mente mentre già avevo
cominciato a compilarlo. Era questa. Quando, venticinque secoli sono,
in seguito all'invasione dei Kymri nell'Aquitania il re Biturigio
Ambigate mandò oltr'Alpe Belloveso (e questi stabilì l'accampamento
che sarebbe divenuto Milano) — nello stesso tempo il fratello di lui
(ch'era addobbato similmente d'un audace nome, Sigoveso) passò il
Reno e andò a stabilirsi nella regione Ercinia in Germania. Quali
accampamenti fondasse non so: ma parevami probabile che da qualcuno di
questi fosse nata, come Milano da quelli, la tedesca città di Baden,
che i Romani conobbero. Si sarebbe potuto cercare negli storici la
maggior esattezza di tale mia induzione, ma intanto era certo che in
una regione germanica era sorta una città sorella, o almeno cugina,
a Milano: che, dunque, un'impresa identica alla mia qui, poteva a un
parto farsi nascere là, in onore di Sigoveso; che forse le due imprese
potevano originarsi insieme dalla società e dal capitale medesimo: in
ogni modo ciò poteva dare origine a un'audace e utile veduta politica,
poteva additare un legame franco-italo-germanico più saldamente fondato
di quello che intravide Caillaux, e pregno forse di più maturabili
destini.

Stesi dunque il mio complesso memoriale
artistico-storico-finanziario-politico; lo portai a copiare in dodici
esemplari a una dattilografa fidata: spesi in quella copia lire
sessanta, che segnai sopra un candido quaderno come la prima spesa e
insieme il primo atto effettivo della mia creazione.


5.

La mia dimora.

Dopo avere riletto e corretto il memoriale, m'indugiai per poco in
qualche pensiero domestico.

Stabilii di scegliere, nel centro della via, al numero 18, la mia casa.
È giusto. Mi farò fare i biglietti di visita; i primi, credo, della mia
vita, e con l'indirizzo: «18, via Belloveso, Milano». Abiterò al piano
nobile, il cinquantesimo. Avrò un ascensore particolare che in trenta
secondi, senza fermate ai piani intermedi, porterà su direttamente me,
la mia famiglia, i miei amici. Perchè anche là gli amici verranno a
trovarmi, come ora. Ma se verranno dopo le dieci di sera, non potranno
più, come fanno ora, chiamarmi dalla strada per farsi gettare la chiave
del portone. Faremo dunque nella nostra rivista una campagna perchè i
portoni di Milano siano muniti di un campanello corrispondente a ogni
appartamento, e di un congegno a pila elettrica per aprire il portone
stesso dall'alto, come a Firenze, che almeno in questo è assai più
civile di Milano. Ogni portone avrà così trecento bottoni elettrici,
centocinquanta per parte: se ne potranno trarre motivi decorativi
ultramoderni. Ma quale cuccagna per i nottambuli, fedeli al gioco
candido e giocondo di sonare i campanelli e poi darsi fanciullescamente
alla fuga!


6.

Crepuscolo.

Già da tre giorni gli esemplari del mio sublime piano smaniavano
d'essere avviati ai loro destini. Io ero meno impaziente. L'opera era
troppo grande perch'io dovessi economizzare qualche giorno o qualche
ora, e affrettarmi a compiere quell'atto facile — la costituzione della
società: — anzi mi piaceva trattenere ancora un poco la mia impresa nel
mondo puro delle cose pensate e non ancor attuate. S'aggiunga che per
il momento non sapevo bene a chi avrei potuto portare o mandare quei
piani. Ma questo è il meno: a Milano — tutti lo dicono — basta andar
camminando per le strade per vedersi scaturire l'oro attorno. Altri
dice: — basta battere il piede sul suolo. Pensate quanto oro per colui
che andasse a camminare per le strade battendo forte il piede in terra
a ogni passo. Ma non folleggiamo dietro l'allettamento delle immagini
e delle immaginazioni, com'era un tempo nostro deplorevole costume. Ora
son tempi nuovi, anche per me. Così pensando arrivai al limite vago ove
la città dalle tredici porte esita a dileguarsi nella campagna.

Andavo a caso. L'erba era polverosa e l'orizzonte era bigio, perchè
Milano è un'austera città.

D'un tratto mi sorprese un fremito gradevole e inaspettato: sentii, al
mio fianco, la presenza del mio Dàimone, e insieme mi resi conto che da
parecchi giorni non l'avevo sentita più, che avevo operato fino a quel
punto senza di lui.

— Dàimone — gli dissi — mi hai tu forse abbandonato? non sai dunque che
sto maturando un'opera nuova, semplice e grande?

— Lo so.

— Senza l'aiuto tuo l'ho pensata, forse: ma non per questo devi
disprezzarla: anzi d'ora in avanti la seguirai con affetto, come hai
sempre seguìto tutte le cose della mia vita anche quando io facevo al
contrario de' tuoi incitamenti.

— Fai pure — mormorò — se ciò ti diverte.

La sua freddezza m'indispettì. Non gli parlai più, ma lo sentivo
a lato seguirmi e vigilarmi. Parevami sospettoso, e sospettoso mi
feci io contro il suo sospetto, e contro lui stesso, contro il mio
Dàimone, o Genio personale! Mi sforzavo di dimenticarlo, ma un disagio
inesplicabile gemeva in fondo al mio spirito.

Sedetti sopra l'umile sponda d'un canale di poco lusinghevole aspetto
ma di lunga e solida fama: quel Naviglio della Martesana, umanistica
speculazione del condottiero Francesco Sforza. Qua e là qualche
piccola costruzioncina bislacca si dava importanza di villino: goffi
pescecanili rutilanti di preziosità. La pianura si perdeva nel bigio
infinito, tratteggiata da rigidi pali di ferro e da bassi alberi
asciutti, potati d'ogni fronda e d'ogni ramo —. Qui — gridai nel mio
pensiero — questo è il luogo!

E così forte e solenne fu il mio grido interiore, che le poche ville
pretensiose, subito intimorite, si scostarono ognuna dal loro luogo,
e portandosi via le torrette rosse e i cancelletti di ferro battuto,
s'allontanarono e scomparvero; e insieme i pali di ferro e gli alberi
di legno dileguarono; poi dalla terra bigia cominciarono a scaturire
fasce di biancori gelidi che rapidamente al mio sguardo impietrivano
allineandosi in una duplice fuga parallela, accennavano per un istante
l'ondulamento d'un ritmo di danza; poi si arrestarono; elasticamente
immobili e altissimi, guardando tutti a me con le pupille nere e
rettangolari d'un numero infinito di finestre simmetriche: diciotto
e diciotto eccelsi edifizi, in due file che andavano a incontrarsi e
perdersi in direzione delle lontane e invisibili dolcezze delle regioni
lacustri: diciotto e diciotto grattacieli di cemento armato; la mia
creazione: via Belloveso. — Ecco-gridai generosamente al Dàimone — ecco
l'opera nostra!

— Io non c'entro — rispose.

Mi voltai verso lui di scatto, dimenticando ch'egli è invisibile.

— Ma guarda! — incalzai. — Questa è la moderna bellezza. L'opera
nostra: via Belloveso.

E mi rivolsi a ricontemplarla. Ora alle quarantamila finestre s'erano
affacciate più di quarantamila teste vive d'ogni sesso e d'ogni età:
non già i barbari Biturigi ch'io avevo salutati tra le capanne nel
primo memorabile mattino, ma quaranta migliaia di modernissimi uomini,
donne e fanciulli, che tutti insieme conclamavano verso l'avvenire del
nuovo cuore operoso d'Italia.

Come fu finito il clamore, e le quarantamila teste s'erano ritirate,
un grigio silenzio tornò a incombere su tutta la pianura, e di là
mi premeva intorno e mi filtrava entro il cuore. La sudicia nebbia
cominciò ad assediare e assaltare le belle case di cinquanta piani.
Le vidi tutte barcollare davanti a' miei occhi inumiditi. Poi apparve
un prodigio: chè ognuno dei piani di quelle parve sfaldarsi dal suo
edificio, e, ogni piano, dico, per conto suo, per ogni parte si venne
spostando qua e là orizzontalmente nell'aria e in aperte volute
calarono a terra e si distesero a occupare tutto il suolo della
pianura: ma ancora di là da essi nuova pianura dilagava, all'infinito,
grigia e molle, tratteggiata innumerevolmente di pali di ferro e
d'alberi di legno: poi il suolo riassorbì anche quella distesa di piani
e rividi tornate le villette tronfie ridere con sofficienza dalle rosse
torrette, in mezzo alla nebbia cinerea che cinge Milano, austera città.

Io mi alzai, infreddolito e aggranchito. Mi rimisi in sesto stirando le
braccia e battendo i piedi in terra; ma in quel moto mi venne su dal
profondo e scaturì per le fauci e squillò al cielo un ampio, sferico,
fondamentale sbadiglio; uno sbadiglio quale non ricordo d'aver messo
insieme il simile mai nella mia vita: cui risposero vastamente tutti
gli echi della pianura e della lontana invisibile regione lacustre fino
ai primi gioghi dell'Alpe.

Ecco una voce allegra del Dàimone gridarmi:

— Così mi piace. Torniamo amici? Questo sbadiglio è il più bel pensiero
che tu abbia fatto da parecchi giorni a questa parte.

— Così credi? — gli risposi. — Sta bene: facciamo la pace.

Mentre stavamo per raggiungere le prime vie della città, il Dàimone mi
domandò ancora, con tono malizioso ma con bontà d'intenzione:

— E Belloveso?

— Stavo pensando — gli risposi — che sarebbe poco nazionale, e oggi
anche poco politico, riferire troppo solennemente la nascita della
Capitale morale d'Italia a un'origine gallica.



CAPITOLO QUINTO

L'ULTIMO VAMPIRO


1.

L'altare.

S'eleva al mio cospetto la forma di un audace altare, e scintilla di
molti colori: più bassa gli gira attorno un'ara di marmo a venature
violacee con un vasto orlo d'arabeschi dorati; in alto ai due lati
dell'altare quattro marmoree candele hanno per fiamme lampadine
elettriche dall'acuta punta. Anche, a tratti, questo altare suscita
— a me che lo contemplo — la vaga memoria d'un organo, se non che le
canne sono brevi, e variopinte come le piume degli uccelli dei tropici:
lo sfolgorìo dei loro colori s'addoppia riflesso nella superficie di
specchio che riveste tutto lo sfondo dell'altare.

Tra l'altare e l'ara, _inter aras et altaria_ come dice Plinio il
giovine, e davanti l'ara stessa — verso me che contemplo — officiano,
bizzarramente passando e ripassando con offerte votive, rapidi
sacerdoti vestiti di nero con sprazzi di biancori intorno al collo e
sul petto.

Così contemplando l'altare, l'ara, l'organo e l'officio, tengo le
spalle appoggiate a una parete di cristallo. Le mie labbra suggono una
bevanda neoromantica il cui sapore cupo non rivela il misterio della
sua origine vegetale o animale.

È con me Graziano, e con Graziano un terzo di cui non ho capito il
nome. Anche Graziano appoggia le spalle alla parete cristallina. Dietro
noi, di là da quella, s'io mi volto vedo genti di cui m'appaiono i moti
e gli atti senza sentirne le voci: genti occupate a passare, o a star
immote, o, visibilmente, ad aspettare con irrequietudine altre genti.

Graziano non contempla l'altare. La tesa del cappello gli scende sugli
occhi. Tutto il luogo è abituale per lui. Egli viene ogni giorno qua,
dopo conclusi i suoi negozi più importanti, a riposare e disegnarne
di nuovi. Questa prima sala del Caffè Campari in Milano, città di vita
operosa, è luogo classico per incontri d'affari.

Infatti Graziano dice:

— Ci sarebbe un piccolo affare: ho a Caprino Bergamasco dei vagoni di
legna tagliata. La do a undici al quintale.

— Me ne posso occupare — risposi —. Veramente la legna non è il mio
genere.

— In affari — ammonisce — non ci sono generi.

— Come in letteratura?

Mi guarda ma non replica. Intanto il terzo domandò:

— Quanti vagoni?

Questo terzo me lo ha presentato poco fa Graziano. Ha una faccia
incantata, due occhi rossicci, il cappotto spalancato, e la sottoveste
abbottonata a contrattempo: cioè il primo bottone nel secondo occhiello
e così di seguito, in maniera che abbasso a destra avanza un tratto
di sottoveste col bottone e in alto a sinistra avanza un tratto di
sottoveste con l'occhiello.

— Sei vagoni — rispose Graziano. Al che seguirono poche indicazioni
tecniche.

Durante queste fui distratto dall'entrare di due fanciulle emaciate e
impennacchiate. Sedettero a un tavolino vicino al nostro, poi si misero
a leggere insieme con grande interesse una lettera, ch'era listata a
lutto.

Quel terzo annunziò:

— Vado a fare una telefonata. Ti ritrovo qui?

— Sì — rispose Graziano — fino alla mezza non mi muovo.

Il caffè s'andava affollando, e intorno all'ara cresceva il movimento
dei sacerdoti in frack e sparato bianco, correndo in direzioni varie e
gridando i comandi come centurioni in battaglia.

Graziano ha conosciuto la fama, se non la gloria. Dieci anni sono ha
vinto un campionato ciclistico. Poi cominciava a ingrassare, onde la
sua vita fu diretta verso altre mète. La vigilia della guerra lo trovò
negoziante di accessorî per automobili. La guerra lo ebbe furiere in
un ufficio d'aviazione militare a Roma e gl'insegnò di là le vie della
ricchezza. L'armistizio lo ricondusse a Milano in un'automobile sua.
Tuttavia s'è conservato modesto; non ha preso nè moglie ricca nè amanti
costose, e neppure ha cambiato il sarto, nè si è messo a comperare
romanzi con la copertina illustrata: le quali cose lo distinguono da
altri arricchiti dell'ora presente.

Dalla partenza del terzo, ho visto in brevissimo tempo ben tre persone
accostarsi successivamente a Graziano, scambiare con lui poche parole
misteriose, andarsene. Dopo ognuno di quegli episodi egli mi ha sorriso
con bontà. Ora pronuncia una sentenza degna dei Savi dell'Ellade:

— Non c'è che il lavoro che dia delle vere soddisfazioni.

Le due fanciulle hanno finito di leggere la lettera, il che non le ha
rese più belle nè meno malinconiche. Ora discorrono modestamente col
cameriere. Io, spronato forse dalla sentenza morale del mio compagno,
m'alzo e gli dico:

— Penserò a quello che mi hai detto: sei vagoni. Ti ritrovo qui stasera?

— Sì; ogni sera dopo le nove e mezzo, fino alla chiusura.

— A rivederci.

Mentre m'avvio, sta rientrando il terzo con la sua sottoveste
abbottonata a contrattempo; siede al mio posto dicendo a Graziano:

— Ecco qui....


2.

Uno, il basilisco, e il cameriere Giovanni.

— L'affare è il meccanismo più semplice del congegno sociale. Consiste
essenzialmente in ciò: comperare a un prezzo, e rivendere subito tutto
a un prezzo più elevato. È l'insegnamento supremo di Ermete Leisterio.

«L'Affare va poi distinto recisamente dal Lavoro. Il lavoro corrisponde
a una possibilità limitata, l'affare è illimitato, come il Tempo e lo
Spazio, categorie della mente universale. Se un lavoro richiede una
determinabile somma di tempo e di energia, un lavoro doppio richiede
doppio tempo e doppia energia. Invece lo stesso tempo e gli stessi
atti che concludono un affare uguale a dieci, possono concluderne uno
uguale a cento, mille: il campo di potenza d'un uomo d'affari è perciò
illimitato.

«Ne deriva come primo effetto naturalissimo che l'uomo che fa degli
affari arricchisca infinitamente più di qualunque semplice lavoratore
del braccio o del pensiero; il che spesso dà scandalo a chi non sa
andare al fondo delle cose. E ne deriva come secondo effetto che
l'affare, cioè il comperare e rivendere all'infinito, è l'operazione
umana che gode maggior credito: così diciamo, per esempio, che
l'America è la più grande tra le nazioni (sebbene abbia penuria di
poeti, filosofi e altri uomini d'intelletto) perchè è la nazione
che fa più e più grossi affari: e similmente si afferma che Milano
è la capitale morale d'Italia, perchè è la città italiana in cui più
rapidamente si compera e si rivende.

«E questa è la ragione per cui mi sono dato agli affari. —

Così venivo ripensando e in me bene riaffermando i principii generali
che avevano determinato la mia situazione teorica e pratica: e in
questa sboccai dalla Galleria verso piazza della Scala, ove una
superstite simpatia mi soffermò un istante a contemplare le spalle
ammantate di Leonardo, buono amatore d'ogni arte e d'ogni scienza. Poi,
ripreso il cammino, venni più particolarmente a considerare l'affare
che avevo tra mano.

La mia opera si delineava così:

1º — Crearmi rapidamente un minimo di competenza riguardo alla legna
tagliata e ai suoi prezzi.

2º — Andare a Caprino Bergamasco a vedere e valutare i sei vagoni di
Graziano.

3º — Trovare un compratore.

4º — Tornare a Caprino Bergamasco e di là spedire la legna al
compratore.

5º — Ritirare il maggior prezzo da questo e sborsare il minor prezzo a
Graziano.

In tal modo dividendomi in pensiero il còmpito nelle sue fasi
progressive, mi trovai all'angolo del Cova, storico luogo di sosta di
tutti gli uomini di pensiero e d'azione della Città operosa.

Ivi ristetti, incerto sulle prime del cammino da prendere: un poco
in disparte tuttavia perchè m'era noto che in quell'ora la miglior
porzione del marciapiede illustre tocca, per diritto consuetudinario, a
un esiguo numero di mortali che di là sanno contemplare la vita fugace
con occhio di semidei.

Mentre in tal modo me ne stavo, mi si fe' incontro uno, e m'appoggiò
sulla spalla una mano benigna.

Quali fossero il nome, l'aspetto esteriore e le intime qualità di
quest'uno, non importa al racconto. Disse:

— Beato te che puoi startene bellimbustando sull'angolo del Cova a
insidiare le succinte passanti.

Così offeso, mi difesi:

— Tu t'inganni. Io sono qui da pochi secondi, e di passaggio, e operosi
pensieri mi occupano. Forse la Fortuna ha mandato te incontro ai miei
pensieri. Entriamo: io ti offrirò un americano col seltz, e tu mi darai
in cambio un'informazione.

Poi che ebbimo libato un sorso della miscela pungente, io entrai subito
nel vivo dell'argomento:

— Dimmi — gli domandai — tu che sei padre di famiglia: quanto la paghi
la legna al quintale?

Egli impallidì, poi m'indagò con lo sguardo onde Beatrice guardò Dante
Alighieri quando questi le domandava ragione della levità del proprio
corpo appena assunto al primo dei cieli: cioè — per coloro che non
avessero a fiore della memoria il _Paradiso_ — mi guardò come si guarda
un matto. E mi prese il polso.

— È regolare — disse tranquillato. — Ti sei dato, come Senofonte a
Scillunte nel suo dopoguerra, alla scienza dell'economia domestica? I
tempi non sono propizi a studi di questo genere.

— Non divagare — lo interruppi — e rispondi alla mia domanda.

— Non so risponderti. Non compero legna. In casa mia c'è il
termosifone. Da tre anni è spento, ma c'è: per questo non adopero
legna.

Ebbi, certo, un aspetto di somma delusione, perchè subito l'amico cercò
di aiutarmi:

— Aspetta — propose — domandiamo a Carletto.

Carletto era uno che passava, e che io non conoscevo. Il mio compagno
lo fermò:

— Dimmi, Carletto, quanto la paghi la legna al quintale?

Carletto proiettò due occhi quali sogliono proiettarli, nei giorni
di umore più malefico, i giovani basilischi. Questo basilisco bipede,
che aveva aspetto d'uomo e si fermava al nome di Carletto, era avvolto
in un botticelliano cappotto stretto alla vita con una cintura, e la
cintura fermata sul davanti con un fibbione. Divincolandosi in quelle
spire, sibilò:

— La legna! la legna! La pago quello che mi chiedono, la pago. Chi ne
capisce più niente?

Intuii subito in Carletto il tipo classico dell'uomo inviperito contro
il proprio tempo.

Il mio ospite si volse a me desolatamente:

— Vedi? — gemeva — al giorno d'oggi non c'è sugo.

Ma subito si distolse da me perchè in quella passava un cameriere, ed
egli nel suo zelo lo arrestò a volo.

— Mi dica, Giovanni, come farebbe lei per sapere quanto costa oggi la
legna al quintale?

Il cameriere Giovanni, ciò udendo, si eresse rigidamente sulla
flessuosa persona: bilanciò un istante sopra la palma sinistra il
vassoio, onusto di coppe sottocoppe e lampeggianti caraffe; strinse e
scosse energicamente il tovagliolo che brandiva con la destra; scrutò
fissamente dinanzi a sè l'infinito; indi:

— L'unica — pronunziò — sarebbe di andare a domandarne a un negozio di
legna.

Scagliate queste parole, il cameriere Giovanni partì dirittamente
dietro il proprio sguardo.

Il mio ospite si volse a me con umiltà:

— Mi dispiace — sospirava — io ci ho messo tutta la buona volontà.
L'americano me lo paghi lo stesso?


3.

Imprevedibile.

Nel pomeriggio di quel giorno medesimo, dopo un'abbondante colazione
e un degno riposo, che mi rifecero dei faticosi turbamenti della
mattinata, uscii di casa e mi diressi risolutamente a una via ove
sapevo esistere un negozio di legna.

Confesso che mi avvicinavo con tremore a quel luogo, per me affatto
nuovo. È universale il tremore del nuovo. Ognuno può riscontrarlo
entrando in un caffè, in un salotto, in una biblioteca, in un bar
automatico, in un tribunale civile o penale, in qualunque pubblico o
privato luogo, per la prima volta in vita sua. Tale tremore è fatto
soprattutto di pudore. Io credo che se mi portassero in prigione,
il mio turbamento per questo fatto, che di regola è spiacevole a
ognuno per la sua stessa essenza, si farebbe in me singolarmente
insopportabile per il pensiero che la mia inesperienza del luogo si
traduca in atti goffi che la dimostrino in modo ridicolo ai presenti.
Così avvenne quel giorno, perchè, lo confesso, non ero mai stato in un
negozio di legna. Perciò avvicinandomi rallentavo il passo.

Ma, giuntovi d'un tratto in vista, il luogo mi colpì subito
gradevolmente. Non c'era vetrina nè sporti e nessuna porta lo chiudeva,
così che dal marciapiede potevo scorgere magnificamente l'interno.

Era una stanza vasta: per tre lati le pareti fino al soffitto n'erano
coperte di scaffalature, come una biblioteca, ma invece di dorsi di
libri vi si scorgevano ampie distese di sezioni di tronchi di legna.
Ognuna di quelle sezioni appariva figurata a cerchi concentrici in bei
colori caldi, e così sovrapposte e distese in una moltitudine vasta
facevano un bellissimo vedere: impressione di leggerezza e di asciutta
solidità. Un soppalco basso dava ricetto a una bruna e nebulosa
fantasmagoria di fascine. In un angolo in terra tumultuava un cumulo
di ciocchi. Nella parte di fondo era ritagliato un usciolino, tutto
ricinto e come oppresso dalle scaffalature intorno, e di là da quello
profondavasi una regione nerissima e opaca, con polverio di carbone.

Il luogo mi piacque. Fui lieto d'averlo visto. Ciò mi costituiva
un principio di competenza: mi sovvenni del rimprovero che Antonio
Furetière, uomo litigioso e abate di Chalivoy, mosse a Lafontaine
accusandolo d'ignorare la differenza tra il legno cortecciato e il
legno «marmanteau». Ma scossi subito il ricordo come intempestivo e
inadatto.

Ho accennato, nella mia sommaria descrizione, a sole tre pareti. La
quarta presentava un particolare sorprendente, cioè era costituita da
un gran tramezzo di tavole in cui s'apriva uno sportello come nelle
banche, o, chi non sia mai stato a una banca, come nei botteghini dei
teatri e nelle biglietterie delle stazioni ferroviarie. Che cosa vi
fosse di là dal finestrino dello sportello non so, chè davanti vi si
pigiavano tre o quattro avventori, e vociferavano.

Io m'ero già coraggiosamente avanzato fin sul limite del luogo, quando
uno dei vociferanti, ch'era un signore tozzo e con la cispa agli occhi,
si staccò dal gruppo e si volse verso l'uscita. Così m'avvicinò,
e vedendomi fermo e tranquillo mi giudicò, certamente, in ozio. Si
diresse dunque a me con la facilità che muove gli uomini di semplice
natura verso i loro simili, e mi rivolse una domanda; una domanda
inattesa; una domanda paradossale: la quale per qualche minuto mi tenne
come inchiodato davanti a lui per lo stupore.

La domanda che l'avventore cisposo e socievole rivolse a me innocente,
fu questa:

— Scusi, signore, quanto la paga lei la legna al quintale?


4.

Colloquio.

Allo stupore succedette il terrore, perchè era necessario rispondere.

Ma l'uomo in istato di terrore rifugge dalle soluzioni più semplici
del problema che lo assedia; e non l'uomo soltanto, chè vedemmo gli
uccelletti dal ramo, sgomenti alla vista d'un cobra precipitarsi giù
tra le sue fauci, invece di volar via come sarebbe loro assai facile.
Non pensai di rispondergli che nulla ne sapevo. Sgomento, indugiai; e
più avevo indugiato, e maggiore sentivo l'obbligo critico di dargli una
precisa risposta. In quel punto la memoria offerse d'un tratto al mio
sguardo come in uno specchio l'immagine di Graziano davanti all'altare
dei beveraggi multicolori, fe' risonare a' miei orecchi come da un
fonografo la sua voce quando aveva detto «la do a undici al quintale»:
questo numero s'isolò in me e divenne imperioso e si fece motore della
mia risoluzione e del mio atto sensibile; il quale fu di pronunziare
quella sola parola, che parve una risposta:

— Undici.

Il volto dell'Interlocutore si tese tutto e imporporò. Come l'eco
molteplice di certe valli, la bocca smisurata di quel volto mi rimandò
tre volte la mia parola:

— Undici! undici!! undici!!!

Ed erano queste voci — al contrario di quelle degli echi molteplici —
in crescendo. All'ultima controrisposi io, ma su un tono più smorzato e
quasi sommesso, rimormorando:

— Undici.

Egli implorò:

— La prego, signore: prendiamo una carrozza, a mie spese, e mi conduca
dove ha comperata la legna a undici.

— Ah no! — gridai.

Questo grido m'era sgorgato dall'anima per il ricordo dell'increscioso
sèguito ch'ebbe la mia scarrozzata con uno sconosciuto, come si narra
nel capitolo intitolato «Per Belloveso».

L'altro s'inalberò:

— Perchè?

Non stimai opportuno esporgli la storia di Belloveso. Risposi:

— Ho fatto un voto.

— Un voto?

— Sì: alla Vergine: il voto di non andare più in alcuna carrozza,
pubblica o privata, coperta o scoperta, a uno o a più cavalli, fino a
che non riceva una certa grazia che ho domandata.

— Io rispetto il suo voto. Andiamo dunque in tranvai.

— In tranvai?... Non è possibile.

— Perchè?

— Veda: sono le sedici e quarantanove. Ho notizia sicura che alle
diciassette scoppierà uno sciopero di tranvieri.

— Se andassimo a piedi?

— È troppo lontano, e io ho i piedi anchilosati da certi reumatismi che
ho presi nelle paludi del Tanganika facendo le cacce al pellicano.

— Mio Dio, se mi desse l'indirizzo, ci vo io.

— È inutile: quel negoziante non ha più legna.

— Come lo sa?

— L'ho comperata tutta io la settimana scorsa.

— Era molta?

— Cento quintali.

— Oh, la prego: mi ceda un po' dei suoi quintali.

— Li ho consumati tutti.

— In una settimana?

— Sì. Faccio delle esperienze, come Bernardo di Palissy. E come lui in
un giorno famoso di cui si narra la storia nelle letture anglicane,
così è avvenuto a me l'altro ieri: ho finito di bruciare i cento
quintali, nonchè la scrivania, le poltrone, l'impiantito, i battenti
degli usci, i ritratti di famiglia, il cavallo a dondolo di mio figlio
e il pianoforte a coda di mia moglie.

Allora l'Interlocutore mi domandò con aria ambiguamente satura di
velenose intenzioni:

— Lei non è di Milano, signore?

— Mi aspettavo — lo rimproverai — un'altra domanda.

— Quale?

— Lei doveva domandarmi se, dopo tanto sacrificio di combustibili
varii, la mia esperienza è riuscita, come a Palissy quando inventò lo
smalto per le ceramiche.

— Le dicevo che non è di Milano, perchè altrimenti saprebbe, caro il
mio signore, che con i Milanesi non si scherza: e sia contento che ne
ha trovato uno di pasta buona.

Ciò detto, con una smorfia di disprezzo mi abbandonò. S'avviò a passi
obliqui fino a raggiungere le rotaie del tranvai, guatandone uno che
arrivava di corsa al fondo della via. Come il tranvai fu giunto a
tiro, l'uomo si precipitò a testa bassa come un toro contro il suo
fianco, agguantò energicamente la sbarra d'ottone, piantò un piede sul
predellino, si tirò su descrivendo con tutto il corpo un mezzo giro
spirale: e mentre il tranvai continuava fulmineo, di là ebbe ancora la
forza di farmi un gesto sconcio con l'avambraccio, finchè la sua figura
oscena si smarrì nelle lontananze vorticose e scomparve.


5.

Convinzioni.

Mi sono quasi convinto che prima di addentrarmi nella questione dei
prezzi è meglio che faccia la gita a Caprino Bergamasco.

Stasera da Graziano mi farò dare i particolari necessari. Per ora, in
piedi davanti a un bancone dell'Agenzia di viaggi, mettendo insieme
le varie informazioni avute or ora agli sportelli, e con l'aiuto di un
orario delle ferrovie e di una carta della Lombardia, sono riuscito a
stabilire che per andare a Caprino Bergamasco, rimanervi qualche ora,
e tornare, mi occorrono tre giorni. Peccato che Graziano i suoi vagoni
non li abbia a Napoli! Ci metterei lo stesso tempo e mi divertirei di
più.

Ma intanto mi son quasi convinto che prima di fare la gita a Caprino è
meglio esaurire la questione dei prezzi.

Ora è tardi. A domani. E stasera anderò a cercare Graziano per studiar
bene il problema.


6.

Il vampirismo.

Nella luce elettrica l'altare s'è irrigidito. Ha assunto un aspetto
ostile. I bei colori iridescenti del mattino si son fatti venefici.

Graziano mi guarda con aria stupita. Perchè io gli ho annunziato:

— Posso andarci domani a Caprino Bergamasco.

Il suo volto continua a mostrarsi immemore, ond'io credo opportuno
ripetere:

— Ci vado domani, che è sabato, e lunedì sera sono di ritorno. Nota
che per domenica avevo un invito a pranzo e domani c'è un concerto
importante al Conservatorio e ci tenevo a sentirlo, ma gli affari
innanzi tutto: ho scritto per disimpegnarmi dall'invito, e ho regalato
il biglietto per il concerto, che avevo già comperato.

— E, scusa, cosa ci vai a fare a Caprino Bergamasco?

— Ma per il tuo affare: i sei vagoni di legna.

— Arrivi tardi: li ho già venduti.

— Ah!...

— Sai chi m'ha fatto l'affare? Il Cosi, quello di stamattina, ricordi?

— Quello con la sottoveste abbottonata a contrattempo?

— Sarà. Ti ricordi che è andato a telefonare? Era per quello. È
tornato, l'hai visto, e l'affare era fatto. Ma questa è robetta, non ti
ci confondere. Aspetta qualche cosa di più grosso.

— Hai ragione.

Aveva ragione. Nel silenzio che seguì, pensai ai vampiri: al
_Phillostoma spectrum_ dei naturalisti, e al suo fabuloso consanguineo
delle leggende schiavone e moreane. Avevo letto in un giornale una
violenta campagna contro i mediatori, il cui intervento nefasto è una
delle principali cagioni del disagio postguerresco; ed eran paragonati
ai vampiri. Il vampiro sorge notturnamente dai sepolcri e va sul mondo
a succhiare il sangue degli addormentati. Con questa immagine in capo,
come darmi a cosiffatti affari? No. No. Salvo, come consiglia Graziano,
che siano grandi. Bisogna riuscire al grande, o nel bene o nel male.
Comperare e rivendere, in un colpo, non sei vagoni di legna, ma, che
so io? tutta la produzione d'un popolo, oppure tutto un esercito:
appaltare una guerra, o una rivoluzione; comperare e rivendere un
impero, una religione.... Oscurare così, con una impresa enorme, alla
soglia dell'èra nuova, tutto questo minuto e caduco vampirismo da
caffè. Essere il semidio del Vampirismo. Il Vampirismo si sarebbe fatto
eroico, e poi sarebbe morto, con me.

Anche Apollo, racconta Heine, decapitato dai cristiani del terzo secolo
trasformossi in vampiro.

Graziano è quasi addormentato. Ma le lampade della sala cominciano qua
e là a spegnersi e riaccendersi, ch'è il segnale postbellico della
chiusura. Di là dai cristalli le saracinesche tempestano. Qualcuno
degli avventori nicchia e imbroncia come i bambini all'ora d'andare
a letto. Ma i camerieri devastano e denudano i tavolini, le luci
ricominciano più nervosamente il loro giuoco, poi la sala rimane nella
penombra: tutti questi segni riescono a farci sentire che là dentro
non siamo più graditi; bisogna andarsene. Si esce, curvandoci sotto la
saracinesca abbassata a mezzo.

Accompagno per un tratto Graziano. Traversata piazza del Duomo,
c'introduciamo in certe vie oscure.

Ed ecco, in una di queste vie, entro il ritaglio d'un portone chiuso
vediamo muovere alcune larve, e da quelle staccarsi una forma e far
cenno di rivolgersi a noi, che subito ci fermiamo.

Erano una donna anziana e tre donne giovani. Quella che s'era mossa era
l'anziana; e ora parlava, e disse:

— Li prego, signori, d'una carità. Noi stiamo a porta Romana, ma poco
fa abbiamo fatto un brutto incontro e ora le mie ragazze hanno paura.
Se loro vanno da quella parte, se volessero accompagnarci....

Noi non andavamo precisamente da quella parte, ma Graziano disse:

— Avanti pure!

Anzi si mise senz'altro familiarmente in mezzo a due delle giovani
prendendole sotto il braccio una per parte, e così s'avviarono. Io
non osai tanta familiarità con l'anziana e con la giovane superstite.
Graziano dunque con le due angiole apriva la marcia, quasi in linea con
essi un poco in disparte andava la terza, e io e l'anziana chiudevamo
il corteo.

Tanto per dir qualche cosa io domandai:

— Loro stanno a Porta Romana?

— No.... cioè sì.... da quella parte, insomma.

— E queste signorine sono le sue figlie?

— È come se lo fossero. Ma quando si nasce disgraziati, caro
signore.... Pensi che fino a ieri stavamo tanto bene, eravamo in via
Visconti, dove abbiamo sempre lavorato onestamente senza far male
a nessuno: ma la disgrazia ci ha fatto conoscere un delegato della
polizia, che dio lo stramaledica, che veniva una volta la settimana, il
mercoledì, per la Flora; e un bel giorno avendo bisogno d'un alloggio,
come succede, s'è messo a perseguitarci, e con la scusa che non avevamo
la patente in regola (e io neppure lo sapevo, ma mi fidavo di lui)
mi ha fatto sfrattare dal padrone di casa, da un giorno all'altro. Io
le ho detto una piccola bugia, non è vero che stiamo a Porta Romana,
stiamo sul lastrico, io e queste povere figlie: e per mettere in regola
la patente, se no eran guai, ho dovuto far la dichiarazione che i
mobili erano della casa, e non era vero. Ora siamo in perfetta regola,
ma senza un buco da dormire e da ricevere, senza un lenzuolo, nè una
catinella da lavarsi la faccia e il resto: e denari ce ne ho, alla
banca, ma non s'è trovato una stanza girando tutto il giorno, tanto più
volendo stare unite se no quelle figliole mi si perdono. Oh, signore, e
pensare che io non sono mai stata d'accordo con quelli che volevano la
guerra, e non mi meritavo davvero di trovarmi in questi stati.

Ella piangeva e io non sapevo come consolarla. Le due angiole ai
fianchi di Graziano ogni tanto uscivano in una risata scordata: la
superstite camminava sonnambolicamente, giù dal marciapiede, mormorando
una nenia in un idioma somigliante al francese. Lungo il nostro
cammino s'alternavano luci e tenebre sregolatamente. Ogni tanto vedevo
scivolare lungo i muri un pallido lèmure.

Ora la matrona, asciugata una lagrima fumante, riprese:

— Lei, forse, signore, potrebbe aiutarmi.

— Come?!

— Sì, loro che son uomini di mondo, e girano, gente che sa gli
affari... se trovasse un posto adatto per collocarci tutte insieme
al più presto possibile.... non avrebbe poi da trovarsene scontento.
O magari collocarmi provvisoriamente in qualche buona casa le tre
ragazze, intanto che io mi sistemo: lei mi capisce, piange il cuore a
lasciare lì tutto quel capitale morto.... Ci pensi, signore: s'intende,
col suo interesse.

Graziano aveva sentito, perchè si voltò, e tutto giocondo mi gridò:

— Pensaci: ecco un affare.

Eravamo arrivati alla sua casa. Egli svincolò le sue braccia da
quelle delle ragazze, e introducendo la chiave nella toppa del portone
annunziò:

— Intanto queste due qui per questa notte penso io a dargli da dormire.
Lei, madama, passi a prenderle domattina alle sette.

— Benissimo, e buona notte. E lei, signore, da che parte va?

Queste parole erano rivolte a me che tacevo. Io ebbi la prontezza di
rispondere:

— Bisogna che la lasci, signora, perchè mi viene in mente che ho un
appuntamento importante.

— E al mio affare, quello che lo ho detto, ci penserà?

— Non è il mio genere, signora. Io ho dovuto specializzarmi.



CAPITOLO SESTO

L'ISOLA DI IRENE


1.

Chiarimento storico.

Andando io verso la Galleria, per uno de' miei appuntamenti operosi,
l'ingresso n'era sbarrato da una fila di sorridenti soldati.

Di là da essa fila vedevo gente gesticolare, e gridavano moderatamente.
Qualcuno, dopo aver gridato, usciva dalla Galleria e veniva a
mescolarsi con la folla di piazza della Scala, ov'io ero.

Anche qui c'era gente che gridava, ma più forte; e molti, così
vociferando, guardavano verso quel palazzo che nel maturo Rinascimento
l'operoso genovese Tomaso Marino si fè costruire per propria dimora; ma
nel tempo di cui parlo era, ed è oggi ancora, sede della municipalità
di Milano.

V'erano anche taluni che invece di gridare e guardare le finestre del
palazzo, tentavano d'entrare nella Galleria: se non che quei sorridenti
soldati, i quali ne lasciavano uscire chiunque, non vi lasciavano
per contro entrare persona. Era matematico che con un tale sistema la
Galleria, in un lasso imprecisato di tempo, avrebbe finito con l'essere
sgombra.

Ma l'occupare o lo sgombrare Galleria Vittorio Emanuele non erano le
tesi principali su cui stavan divisi gli animi in quel pomeriggio,
che fu nel febbraio del primo anno del dopoguerra. Trattavasi d'una
questione di bandiere.

C'era in quel tempo (e c'è oggi ancora; ma poichè un giorno, come
ogni cosa mortale, non sarà più, mi piace lasciarne in queste storie
il curioso ricordo) c'era dunque quella specie di parte politica,
acceso avanzo dei recenti spiriti di guerra, denominata «fascismo», e
trovavasi in reciso contrasto di atteggiamenti con il rivoluzionarismo
comunista. Ora, appunto quel giorno era avvenuto che i fascisti
avessero bruciato una bandiera rossa, e similmente i rivoluzionari
avessero bruciato una bandiera tricolore. Tuttavia nè gli uni nè gli
altri erano paghi dell'equilibrio così stabilito. Di qui il tumulto.
Perchè in quell'epoca storica, e poi per qualche tempo ancora, tali
gare pittoresche furono il segno più visibile del travaglio politico
dell'epoca: il quale era in realtà, ed è, assai più profondo e fecondo,
come il sèguito degli avvenimenti dimostrerà a quanti avranno la
fortuna di sopravvivere per qualche anno.

I cittadini d'Italia — cioè coloro che non avevano una fede assoluta
in alcuna delle tesi politiche in contrasto — erano mossi da un
solo spassionato desiderio: il desiderio che una qualunque delle due
bandiere — oppure una terza, o una quarta, o una ennesima — riuscisse a
bruciare tutte le altre e imporsi amabilmente sul paese, che appariva
abbandonato a se stesso e alla malfida signoria del dio Caso. Ma
nessuna bandiera osava assumersi un così onorevole còmpito.

Non ignoro che se queste pagine saranno lette da qualche curioso tra
molti anni, forse egli trarrà da alcune delle mie parole ragioni
d'incertezza e di dubbio. Ho nominato il tricolore fascista. Ma a
quel tempo non c'era — si domanderà quel postero dubitoso — non c'era
appunto un tricolore ufficiale, da cui moveva il reggimento della cosa
pubblica? il «fascismo» era dunque al potere?

No. Nessuno dei lettori odierni può confondere il tricolore ufficiale
con quello politico di cui ho parlato, e ch'era stato bruciato
dai rossi; nè i rossi avevano compiuto un siffatto olocausto come
manifestazione ostile al Governo. In quel tempo, del tricolore
ufficiale governativo non sopravviveva che l'asta: e si badi bene
di non intendere questa governante asta come simbolo di inflessibile
rigidità.


2.

Spirito d'avventura.

Dalla parte di San Fedele — crescendo il vocìo e moltiplicandosi
qua e là per la piazza episodi personali e violenti — cominciarono a
scaturire gruppi di militi, meno sorridenti di quelli che chiudevano il
passo alla Galleria: e a ognuno di quegli arrivi nascevano d'improvviso
sussultori impeti entro la folla, nei quali sussulti qualche fianco
s'ammaccava e qualche gola tramutava il grido di parte in imprecazione
di dolore. Allora alcune donne e giovinette, che qua e là s'erano
spinte avanti, rinculavano verso il fondo della piazza strillando
come ninfe sorprese dai satiri o galline investite da una bicicletta:
poi, appena riagguagliatosi il movimento, tornavano a ficcarsi
innanzi con pertinacia degna d'un sesso più costante e di moventi
più efficaci. Ma d'un tratto con duro ansimar di motore sgorgò sulla
piazza un'autopompa; un getto d'acqua salì altissimo a brillare al sole
invernale e ricadde con fredda eleganza sui gruppi centrali della folla
animosa.

C'è chi sostiene che nelle pubbliche dimostrazioni una pompa
lanciatrice di pura acqua di fonte faccia più paura d'una
mitragliatrice. Non so che cosa sarebbe avvenuto all'apparire
d'una mitragliatrice: al primo lampeggiare dell'acqua fui travolto
improvvisamente da una fuga ruinosa. Mi sentii come trainato e sommerso
in una corrente, sbattuto contro un muro, sollevato a mezz'aria e
alfine precipitato in un vano. Solo allora potei sciogliermi, sollevare
il capo, guardarmi attorno. Eravamo, otto o dieci, nell'atrio d'una
casa, e due de' miei accidentali compagni stavano precipitosamente
serrando e sprangando il portone.

Come fummo separati dal rimanente universo, tendemmo l'orecchio.

Fuori il fragore dei marosi politici si andava qua e là punteggiando
di spari secchi; ogni tanto gli spari cessavano, poi riprendevano; ogni
tanto dall'urlo scaturivano strilli.

Uno dei due che avevan chiuso, com'ebbe contemplato irosamente
l'effetto della savia operazione ruggì:

— Mascalzoni!

Non appurai se l'apostrofe fosse diretta all'una, oppure all'altra,
delle fazioni dimostranti, o ai pompieri, o a tutta insieme l'umanità
tumultuante nelle piazze e nelle vie a preparare l'età nuova: non
approfondii questo punto, perchè in quell'istante mi occupò un altro
problema. Il mio primo movimento — appena il mio corpo si trovò sciolto
dall'amalgama umano e rifatto individuo — il mio primo affettuoso
movimento era stato di correr con le mani alla tasca a cercarvi il
pacchetto delle sigarette.

Ma esso era tutto miserevolmente schiacciato.

Di sigarette non n'era rimasta intera e fruibile neppur una.

Esclamai:

— Questo sì mi dispiace.

Il duro sbarrator di portoni mi gettò un'occhiata sprezzante.

Ma un terzo, che doveva aver assistito con simpatia al mio dramma, si
fece avanti con un sorriso e un portasigarette aperto e ricolmo, e mi
porse l'uno e l'altro invitandomi:

— La prego, si serva.

Intanto il rumore delle strade pareva allontanarsi. Io m'ero seduto
sul primo gradino d'una scala che metteva in quell'atrio. Gli spari
cessarono del tutto. Qualcuno dei più curiosi propose di aprire il
portone, ma l'arrabbiato non volle. L'uomo tranquillo che mi aveva
offerto una sigaretta, venne a sedere, anch'egli fumando, accanto a me
sul gradino, e mi disse con grande serenità:

— Da otto giorni non piove, per questo fa tanto freddo.

Questa superiorità ci affratellò, improvvisamente ci distinse e separò
dal gruppo dei curiosi e degli affannati. Assaporammo l'inattesa
fratellanza fumando per un poco in silenzio.

Fu riaperto il portone. Uscimmo tutti. Il tumulto era finito. La piazza
era un lago.

— Lei da che parte è diretto? — mi domandò il mio compagno.

— Avevo un appuntamento d'affari, ma ormai è tardi. Anderò a pranzo in
qualche trattoria.

— Perchè non viene alla mia pensione?

— Dove?

— Si fidi di me: si troverà bene.

Un invincibile spirito di avventura ha sempre spinto la mia vita ad
accogliere di buona voglia ogni invito dell'imprevisto. Accettai; e
docilmente seguii colui che m'avea soccorso in un momento difficile
della vita.

Camminando a fianco a fianco con lui, m'aspettavo ch'egli mi si
presentasse; e perdurando il silenzio, mi domandavo che cosa lo
tratteneva ancora dal compiere quel dovere elementare. Più in là mi
risposi che forse egli aspettava mi presentassi io. Poco profondo in
tale materia, deplorai di non possedere qualche principio generale di
cui poter compiere dialetticamente l'applicazione al caso presente.

Mentre in questi pensieri tacito combattevo entro me, eravamo giunti,
ch'io non m'ero reso conto del cammino percorso, alla mèta a me ignota.

— Eccoci.

Salimmo una scala stretta e chiara quali usano nelle modernissime
case delle città operose, cioè con le pareti a mattonelle bianche
lisce e lucidissime, da parer perpetuamente bagnate, e danno tutte
un'invincibile impressione di waterclosets ben tenuti. Al secondo piano
entrammo in un lindo appartamento; nell'anticamera c'era una specie
di palmizio. La mia guida s'affacciò a un uscio avvertendo: — C'è un
signore che rimane a pranzo, è con me — poi mi scortò a un salottino
con un piccolo divano messo d'angolo in un canto e dietro il divano
un alto specchio molato sormontato da una minacciosa aquila di legno.
Entrò una signora assai giovane, ma piuttosto grassa, e la mia guida
proclamò:

— La signora Irene, la nostra padrona.

Stimai opportuno, inchinandomi, di mormorare approssimativamente il mio
cognome.

— Lei è di Milano?

— Sono qui da un mese.

La signora Irene si volse all'introduttore:

— Questo signore rimarrà dei nostri?

— Lo spero — rispose l'altro, — mi pare che ci abbia una eccellente
disposizione.

Io trasecolai.


3.

Il primo e il secondo.

Trasecolai, e credo che con la persona mi ritraessi in un improvviso
moto di diffidenza: quasi temevo oscuramente d'essere giunto a chi sa
quale turpe agguato. La mia guida disse:

— Con permesso.

E se n'andò verso le stanze interne di quella dimora misteriosa. Ciò
aumentò il mio turbamento, anche perchè le donne grassocce non mi
piacciono. Ma quasi subito dall'anticamera entrò un uomo grave, e la
signora me lo presentò:

— Questo è Giulio, mio marito.

E subito aggiunse:

— Il mio secondo marito.

Dopo il consueto convenevole anche il nuovo venuto scomparve dalla
parte ond'era uscito l'altro. Io e la vedova rimaritata rimanemmo soli.
Mi risolsi a sedermi. E nell'anticamera sentii sorgere una voce bassa
che canterellava un'aria della _Nina_ di Paisiello, e si avvicinava:
la quale cantilena s'interruppe nel momento in cui balzò di lì nel
salottino un nuovo personaggio, piccolo, panciuto, vivace, che quasi
in ritmo di danza si chinò davanti alla signora, le baciò la mano, e le
domandò:

— Come state, donna Irene?

Donna Irene me lo presentò:

— Il signor Pietro.

E subito aggiunse:

— Il mio primo marito.

Sentii il mio volto impallidire, i capelli drizzarmisi tragicamente sul
capo. Un vento gelido mi soffiò sulla fronte.

Ma il signor Pietro non era uno spettro, perchè gli spettri, quando se
ne vanno, scompaiono silenziosamente dalla vista dei mortali; invece
il primo marito della vedova rimaritata chiese cerimoniosamente licenza
d'andare a lavarsi le mani (cosa che gli spettri non fanno), mi salutò
porgendomi la destra di quelle (ed era calda e carnosa) e uscendo
riprese a mezza voce la canzoncina interrotta nell'anticamera.

Tutti questi sintomi di vita normale valsero a temperare alquanto il
gelido terrore che mi aveva sconvolto. Ripresi un sufficiente dominio
di me medesimo. Ma sentii che questa volta il silenzio tra me e donna
Irene sarebbe stato insostenibile. Era necessario ch'io squarciassi
i veli che si addensavano intorno a me. M'imposi di avviare una
conversazione. E le domandai:

— Dov'è stata in campagna l'estate scorsa, signora?

Ella aggrottò un momento le ciglia come per ricordarsi, poi d'un tratto
sospirò:

— Ah non mi parli dell'estate scorsa.

Mi sentii smontato. Ma con uno sforzo mi ripresi, e ritornai per un
altro varco all'assalto.

— Dove andrà in campagna l'estate prossima, signora?

La interrogata questa volta sorrise; tuttavia mi raccomandò:

— Non mi parli della villeggiatura dell'estate prossima.

— Scusi — mi ribellai, — ma di che villeggiatura le debbo parlare?

— Dunque lei — replicò con grande ragionevolezza donna Irene — lei ha
proprio la necessità di parlare di villeggiatura?

Questa osservazione mi colpì in pieno, mi rivelò che fino a
quell'istante, senza ch'io me ne avvedessi, i miei spiriti erano
rimasti in una condizione di turbamento profondo, e avevo parlato come
ebro.

— Ha ragione, signora — gridai. — E io non vorrei ch'ella credesse
ch'io ho l'idea fissa della villeggiatura. No. Non ne parlo mai.
Non ci penso mai. Non ci vado neppure, per ragioni profonde che ho
spiegate in un mio racconto intitolato «Florestano e le chiavi», che
mi permetto di raccomandarle perchè non scrivo più e mi son dato agli
affari. Così, com'ella vede, con un brevissimo intreccio di parole
la ho messa al corrente di me, della mia indole, del mio passato e
del mio presente. L'avvenire è sulle ginocchia di Zeus. Le dirò una
cosa ancora: la occupazione principale cui la sorte ha votato la mia
vita, nelle ore d'ozio, è quella di ascoltare. Lei non può immaginare
quanto io ascolti. Tutti, di giorno e di notte, d'estate e d'inverno, e
anche nelle stagioni intermedie, mi narrano, e io ascolto. Mi narrano
la loro vita le loro speranze i loro affanni le loro crisi le loro
perversioni spirituali sessuali cerebrali, e io ascolto ascolto tutto,
tutti, tutte: idioti e sapienti, infanti e decrepiti, uomini donne
invertiti, cortigiane fanciulle semifanciulle, mogli, avole, vedove
semplici, vedove rimaritate. Se lei, signora, appartiene a una di
queste categorie, mi parli di sè, e io la ascolterò. Se appartiene a
una categoria diversa, ch'io abbia dimenticata o mi sia ancora ignota,
racconti racconti, e io avrò una sottospecie di più da aggiungere alle
varietà delle persone che mi hanno raccontato i fatti loro. Intanto, se
permette, fumo una sigaretta.

Così dicendo mi ricordai che n'ero sprovvisto. Prima però che rivelassi
alla donna questa difficoltà all'attuazione del mio proposito, ella me
ne aveva porta una scatola colma. Ma frattanto l'incidente, richiamando
improvviso al mio pensiero la scena di mezz'ora prima, sotto il
portone, dopo i tumulti politici di piazza della Scala, mi fece
sentire d'un tratto ch'io non sapevo dove fossi, neppure in qual via
o quartiere della città, nè per che scopo gli dèi mi avessero posto di
fronte a donna Irene. Mi sentii fuori del tempo e del mondo.

La signora sorrise. Sorrise come sorridono tutte le donne piccole e
grassocce, cioè non con gli occhi e la bocca soli, ma con gli zigomi,
con le guance e con tutto il seno. Poi disse:

— Fino a sei mesi fa ho vissuto in provincia, e non conta. Sei mesi fa
sono venuta a stare a Milano con mio marito, il mio primo marito....

Questa parola produsse automaticamente sul mio volto un'aria contrita
e commossa quale si usa quando una vedova parla del marito defunto.
Ma subito ricordai che il marito defunto mi aveva stretto la mano
pochi minuti prima e se n'era andato cantando la _Nina_ di Paisiello.
Allora m'affrettai a tornare sorridente e attento. Fu lo specchio,
sotto l'artiglio dell'aquila scolpita, a rilevarmi queste successive
espressioni del mio volto. La signora non s'era avvista della mia
momentanea distrazione.

— Ci siamo portati, naturalmente, il nostro bambino che ha due anni. Ma
a Milano a grande stento abbiamo trovato una camera, una sola, piccola
e brutta, ci vivevamo in tre, stretti, malissimo, come può immaginare.
E fu inutile ogni nostra più affannosa ricerca di un quartierino.
Mio marito aveva un amico, Giulio, che era scapolo e solo e aveva un
appartamento grande, questo qui. Allora, com'era giusto, ho divorziato
da Pietro e ho sposato Giulio.

— Divorziato!

— Divorzio privato, si capisce: quando verrà il divorzio legale, se
intanto la crisi degli alloggi non sarà risolta, faremo anche quello.
E amichevole. Qui c'erano stanze in soprannumero: abbiamo aperto una
piccola pensione: uno dei primi pensionanti sa chi fu? Pietro.

— Il defunto?

— Come sarebbe a dire?

— Niente. Ciò che lei mi ha narrato, signora, è estremamente attuale e
patetico.

— Tutto questo ci ha dato delle idee: una magnifica idea: è a
quest'idea, suppongo, che debbo la sua presenza qui.

— La mia presenza?...

Ma mentre aspettavo l'agognata spiegazione, entrò la cameriera ad
annunciare che il pranzo era servito. La signora s'avviò, la seguii;
mentre giungevamo in sala da pranzo, da usci varî contemporaneamente vi
sgorgavano tutti i commensali, cioè, oltre la mia guida e i due mariti
di donna Irene, tre altre persone, tra le quali una donna.


4.

Cenacolo platonico.

C'era una tavola rettangolare attorno a cui sedemmo tutti, cioè: nel
mezzo d'uno dei lati lunghi la signora Irene, con a destra un prete e
a sinistra il signor Pietro, che continuava a canterellare nei brevi
intervalli tra un boccone e l'altro o tra una parola e l'altra. Io in
faccia alla signora, alla mia destra una donna o fanciulla piuttosto
piacevole, alla mia sinistra un signore importante con barba assira
e redingote. Ai due lati più corti sedevano da una parte il presente
marito di Irene, dall'altra il mio introduttore, che poco di poi sentii
chiamarsi Gionata.

Da principio mangiammo in silenzio. Io cercavo di occuparmi della mia
sorridente e serpeggiante vicina. Le prime parole che udii chiare tra
quei croscìi di mascelle, uscirono dalla bocca del più silenzioso tra
tutti, cioè Giulio, cioè l'attuale marito, persona grave; e fu una
parola gastronomica, la quale ebbe per argomento il grado di cottura
del pollo che stavamo mangiando. Fin qui nulla di strano: ma dopo
quella osservazione culinaria io ne aspettavo un'altra, di natura
economica. Tornato ormai da un mese dal fronte, non era passato giorno
che a tavola, o fossi in casa mia o in casa d'altri o alla trattoria,
a ogni cibo, animale o vegetale, semplice o complicato, crudo o cotto,
io non avessi sentito parlare del rincaro del genere. E da quel giorno
a oggi che scrivo son passati altri quindici mesi, che è a dire circa
cinquecento giorni, cioè quasi mille pasti: il che importa che, dal
mio ritorno, più di mille volte ho sentito discorrere del rincaro degli
alimenti, e similmente, in tutte le altre contingenze quotidiane, del
rincaro di tutte l'altre cose necessarie o superflue; e sono rassegnato
ormai a sentirmi esporre per tutta la vita fino alla più tarda età
(perchè tutti i chiromanti sono concordi a concedermi una lunghissima
esistenza) il confronto tra i prezzi nuovi e quelli anteriori al 1914.

In quel tempo, poichè il supplizio durava da soli trenta giorni, non mi
ero ancora adattato: perciò con piacevole maraviglia udii le parole di
Giulio, e le poche di alcuni commensali che gli risposero, contenersi
nella cerchia gastronomica, cioè nella pura estetica. Maggiori
maraviglie mi preparava quella conversazione conviviale. Un uscio,
passandone la cameriera che ci serviva, cigolò. Il signor Pietro da
uomo pratico osservò che occorreva unger d'olio l'arpione. La signora
Irene da donna romantica, quali sono tutte le donne un po' grasse,
disse morbidamente:

— Pare che si lamenti d'un abbandono.

Allora colui che m'aveva offerto una sigaretta all'uscire dal
naufragio, colui che m'aveva introdotto in quel ritiro arcano, colui
che si chiamava Gionata come l'inventore di Gulliver e il figlio di
Saul, parlò, e disse:

— La sua osservazione, donna Irene, mi richiama a uno dei problemi
che da qualche tempo più mi torturano. Ed è questo: se un uscio avesse
senso e sentimento, e perciò fantasia e desiderio, preferirebbe esser
chiuso o essere aperto?

Io lo guardai con estasi. Gli altri non parvero maravigliarsi del
tormento spirituale di Gionata.

— Ho dato — continuò — una soluzione provvisoria al problema. È
necessario stabilire se la natura, cioè il fine, dell'uscio, è di
separare o di congiungere. Seguitemi. L'uscio in quanto è un vano
lasciato in una parete, ha lo scopo manifesto di far comunicare
una stanza con l'altra. Ma l'uscio in quanto battente ha l'ufficio
contrario, cioè quello di poter interrompere temporaneamente detta
comunicazione ricostituendo l'interrotta unità della parete. Quando
l'uscio è chiuso il vano è inutile: quando l'uscio è aperto il battente
è inutile.

Assaporò un sorso di luminoso Chianti. Il signor Pietro canticchiava la
cavatina del Don Pasquale, le cui note furono subito novamente dominate
dalla parlante voce di Gionata:

— Ma l'uscio è una unità metafisicamente inscindibile di vano e
battente: l'uscio dunque, immaginandolo sensibile, l'uscio nella
sua totalità personale dovrebb'essere tormentato da un perpetuo e
insuperabile dissidio interiore.

Seguì un silenzio, perchè nessuno ebbe parola da opporre alla
dialettica di Gionata, che si dimostrava esperto nelle più fini e
feconde pratiche del filosofare.

Dopo un istante di silenzio, e avendo ingoiato una sanguigna targa di
barbabietola, egli ci offrì un corollario immaginoso:

— Quando cigola dolorosamente, che cosa cigola dell'uscio? L'arpione, o
ganghero che dir si voglia. Cioè, precisamente il punto per cui le due
nature si congegnano, per cui il battente si connette col vano.

La mia natura d'uomo pratico — non si dimentichi che in quel tempo io
m'ero tutto dedito agli affari-mi fe' cercare un'applicazione politica
alla loica disinteressata di Gionata. Esordii:

— La sua acuminosa osservazione, signor Gionata, può trovare un
riscontro curioso nel presente stato sociale.

A queste mie parole vidi dipingersi sul volto di tutti i commensali
un'aspettazione vigile. Tutti s'interruppero nell'operazione
che stavano compiendo: e in tal modo, chi col bicchiere in mano
a mezz'aria, chi con la forchetta infilata in un boccone, chi
col tovagliolo alla bocca, impietriti ciascuno nell'atto suo, mi
guardarono. Sulle labbra d'Irene vagolò un sorriso materno.

— Poichè noi viviamo oggi in un'epoca di faticosa transizione....

A questo punto del mio secondo esordio, due o tre colpi di tosse,
manifestamente artificiale, si fecero udire da punti diversi della
tavola. Io incauto continuavo:

— .... e poichè il tenebroso travaglio in cui ci ha gettati la
guerra, sia per la sua necessità, sia per gli errori di certe sue
conclusioni....

Un urlo m'interruppe, ma urlo giocondo:

— Paghi!

E due altri lo echeggiarono:

— Paghi!! Deve pagare!!!

Io guardai intontito verso Irene. Ella abbozzò una languida difesa:

— Il signore, certo, non sa....

— L'ignoranza della legge non è ammessa — tonò Pietro.

— Forse — disse Gionata — la colpa è mia, che non la ho avvertita. Lei
deve sapere che qui è proibito, sotto pena del pagamento di bottiglie
due, di parlare, in bene o in male, seriamente o facetamente, a lungo o
con una sola allusione, delle condizioni della vita presente.

— Divinamente — gridai —: la legge mi piace a maraviglia, e mi permetto
di non accettare la difesa di donna Irene, anzi la prego di disporre
per la immediata esecuzione della pena.

Donna Irene fe' cenno alla cameriera e comparvero due vetuste bottiglie
di vino rosato. L'assiro che sedeva alla mia sinistra osservò:

— Ciò non diminuisce la colpa di Gionata: secondo me, deve pagare anche
lui.

I commensali acclamarono, e mentre già il vino roseo della mia multa
circolava, la cameriera sollecita aveva messo in fresco due bottiglie
di champagne per conto di Gionata.

— Non creda — disse questi a me — che la detta legge sia isolata e per
sè stante. Non è se non la conseguenza d'una norma più ampia, che è la
ragione stessa della nostra riunione. Qui — e si fece solenne — qui non
può trovarsi e frequentare se non una sola categoria ristrettissima
di persone: cioè, le rare persone che sono soddisfatte, per qualche
ragione, dell'attuale stato di cose.

— Mi pare — obiettai — che non siano rare. I fornitori e arricchiti
d'ogni genere, i mercanti di mode, i politicanti socialisti e popolari,
i lavoratori del....

— No, no — m'interruppe Gionata —: non mi ha lasciato finire. Parlo
dei soddisfatti, non degli oberati da materiali vantaggi. Soddisfatti:
_satis-factus_: senso di moderazione. Coloro che hanno ricevuto grossi
vantaggi dai volgimenti storici odierni, sono necessariamente in una
condizione di sovraccarico, e di precarietà, e di stupefazione, e
di angoscia: è un successo affannoso: e, in più, perdura in loro un
bisogno d'inquieta operosità, contraria quanto mai allo spirito di
questo cenacolo, o isola di beati, od oasi di filosofi, o abbazia
telemitica che ella voglia chiamarla. Il principio n'è un soddisfatto
acconciamento per piccole cause, per aver còlto, dallo squilibrio
universale, modesti e calmi motivi di equilibrio personale. L'esempio
luminoso, eccolo: donna Irene. Altri da difficoltà simili alle sue
fu abbattuto e sommerso: ella ne ha saputo genialmente ricavare una
ragione serena di vita. E da questa è nato il pensiero del nostro
cenobio. Onore a donna Irene, e al suo primo, e al suo secondo marito.

Tutti clamorosamente brindarono alla trifida coppia: e chi brindò col
rosso e chi col biondo: i due colori scintillanti dominavano la mensa,
e cominciarono a scintillare mescolandosi anche nei nostri pensieri e
nelle nostre parole.

Dopo essermi coscienziosamente unito al brindisi, dissi:

— A rischio di cadere una seconda volta in contravvenzione, confesso
che, poichè furono saggiamente esclusi i pescicani d'ogni sorta, non
vedo tuttavia quali altri casi di soddisfazione potrebbero trovarsi,
del genere moderato e quotidiano che il signor Gionata ha definito.

— Ho già detto che son rari, qualche volta sottili. Ecco il nostro
reverendo amico — e accennava al prete. — Egli ha sempre bevuto il
caffè senza zucchero: un tempo questo fatto non aveva per lui una
speciale portata, nè gli creava una situazione personale nella società.
Ma da quando tutti i bevitori di caffè bestemmiano due o più volte
al giorno contro la saccarina, egli gode del senso d'una particolare
situazione di superiorità in cui la sua abitudine lo pone oggi, e però
ne ricava un gaudio raffinato e continuamente rinnovato del trovarsi
a vivere nel periodo storico della saccarina; il quale gaudio gli ha
conferito il pieno diritto di aver parte a questa mensa.

Il prete stava appunto allora bevendo il caffè. Lo sorbiva nel piattino
come dicono facesse Guglielmo ex-imperatore: ma forse è una delle
calunnie antitedesche che la guerra rese necessarie. E così, col volto
acceso chino a sorbire la bevanda, alzava gli occhi verso me, il naso
leggermente arricciato, asserendomi mutamente la sua beatitudine che
certo era complessa e superava il piacere puramente sensuale. Intanto
erano stati serviti con abbondanza liquori di varia natura ed origine.

Allora il mio vicino di sinistra, asciugandosi col tovagliolo la barba
assira, parlò:

— Di fronte all'esemplare candore della soddisfazione di questo
reverendo io quasi mi domando se posso senza rimorso rimanere tra voi.
La mia è così complessa, che io ho talvolta il dubbio di dover essere
noverato tra uno dei grandi avvantaggiati, così giustamente esclusi
da quest'oasi. Io sono uno storico, cioè un artista. E come tale io
amo la materia del mio studio per se stessa. Sono un medievalista.
E adoro il Medio Evo. Per molti anni ho rimpianto di non essere nato
ai tempi di Romolo Augustolo o di Abelardo, di non aver frequentato
la reggia di Carlomagno, come Eginardo storico che innamorò di sè
Emma, figlia dell'Imperatore. Odio il telefono, il motore a scoppio,
i versi liberi, la Camera del Lavoro, il microscopio, il frack e il
Parlamento. Ora, da qualche anno io mi sento lentamente ma sicuramente
condurre, e oso dire sollevare, verso il medio evo de' miei studi e de'
miei sogni. Anzitutto, per più di quattro anni, dal benedetto agosto
del '14 al novembre del '18, già mi beavo sentendo il mondo pieno di
fazioni guerresche, soverchiamenti di razze, invasioni. La mia anima
ha esultato la prima notte che ho veduto la città immersa nell'ombra.
Quando scioperano i tranvieri godo di andarmene per le vie a guardare
le inutili rotaie, e spero che tutto il procedere del tempo nuovo le
risommerga entro il suolo donde mai avrebbero dovuto scaturire alla
luce. Amo sapere che ogni notte nelle vie della città si aggredisce
a mano armata il passante e si devasta con sicurtà il magazzino come
ai tempi di Eriberto d'Intimiano. E se penso che questi non sono che
piccoli segni, quando prevedo che presto avremo lo spettacolo, prima di
una dittatura industriale, poi di una rivoluzione, con alterne vicende
e fasi, e così saremo (almeno per qualche tempo, certo per tutto il
tempo della mia vita) ricondotti a un pieno medioevo da una alternativa
di oligarchie diverse ma tutte avide ugualmente di lotta....

— Paga! Paghi!! Pagare!!!

Non ricordo di qual colore fosse il nuovo vino comparso a questa
intimazione piacevole.

Voltomi alla ridente e profumata donna o fanciulla che sedeva al mio
fianco, io le domandai:

— Lei, se non sono indiscreto, per quale titolo porta a questa riunione
la fortuna della sua presenza?

La donna o fanciulla rise più giocondamente, e mi guardò di sotto in
su con l'aria di un'oca cui agitino dionisiaci fantasmi, aria, come
ognuno sa, estremamente turbativa, che subito mi fece dimenticare la
mia stessa domanda. Ma già vi rispondeva, per la fanciulla, Gionata
l'Imperterrito, così:

— In qualunque tempo viva una donna, quello è il tempo migliore per
lei. La signorina è qui come rappresentante eletta di questa verità
generale.

Non ricordo se il filosofo continuasse nella sua dissertazione, e forse
neppure allora me ne avvidi, perchè, lo confesso, il mio cervello non
si trovava in condizione di seguire un discorso diffuso o una serie di
concetti.

Ricordo solo, assai lucidamente, che a un certo punto e quasi
d'improvviso m'avvidi che l'abbondanza dell'elemento liquido che
dall'esterno avevo introdotto nel mio interno, mi fe' sentire una
imperiosa brama di ristabilire l'equilibrio tra me e il macrocosmo
mediante un corrispondente espellimento di elemento liquido dal mio
interno verso il mondo esteriore.


5.

Le liquide vie.

Ma una vergogna, che è altrettanto assurda quanto generale e pertinace
negli uomini civili, e forse è appunto l'indice più esatto e il portato
più certo della civiltà, — quella vergogna m'impediva di manifestare il
mio desiderio a qualcuno de' miei ospiti. Ricordo quell'istante della
mia vita come un turbine di fumi, profumi, luce, voci squillanti, e al
centro di quel turbine il mio desiderio, che facevasi a ogni minuto più
inquietante, pungiglioso e spasmodico.

Non ricordo come e a chi pagassi il doveroso contributo per la mia cena
e per la contravvenzione, non ricordo se promettessi di tornare, e con
quali parole mi accomiatassi, e chi m'abbia accompagnato all'uscita:
questo so, che a un certo punto mi trovai uscito, mi trovai nella
strada, ch'era solitaria e quasi buia, e corsa nel mezzo da un solido
marciapiede di pietra; e su quel marciapiede, nella solitudine muta del
mondo e sotto il gelido cielo, sostai, sostai lungamente, levando lo
sguardo al firmamento. Orione splendeva sul mio capo in tutto il suo
fulgore, mentre io sostavo fermo così nel mezzo della ospite via: e a
mano a mano, mentre ne contavo le stelle, fluiva ogni irrequietudine
fuori di me e sentivo il mio spirito e i miei nervi rapidamente e
lungamente placarsi.

Quando fui conscio d'aver raggiunto il desiderato equilibrio, mi parve
anche d'esser più saldo sulle gambe e quasi snebbiato il cervello.
Ritornai lo sguardo dalle sfere celesti al solido suolo. E tra la
penombra distinsi con paterno orgoglio, in mezzo alla via, una specie
di arcadico rio che spumeggiando la correva in giù e si perdeva lontano
nell'ombra. Non potei frenare a quella vista un impeto d'irragionevole
riso. E altrettanto irragionevolmente il giuoco della fantasia mi portò
a seguire l'andar di quel rio, e così percorsi per un tratto la via
senza che la mia direzione avesse altro movente più savio. A un certo
punto ogni traccia della mia creazione recente svaniva e perdevasi nel
suolo, ma l'inerzia mi portò avanti ancora. Cominciai, così camminando
come alla ventura, a ripensare il curioso impiego della mia serata,
dai tumulti pomeridiani di piazza della Scala fino a quell'ora.
Ebbi qualche rimorso della giornata inoperosa, poi scusai me stesso
pensando ch'era stato un legittimo riposo alla operosa vita dei giorni
precedenti. D'uno in altro pensiero vagavo, senza afferrarne alcuno
con chiarità; e credo che in quel procedere piegai ogni tanto d'una in
altra strada. Ed ecco mi trovai in una piccola piazza, e fermato nel
centro di quella, così guardandomi attorno, stavo per riconoscerla;
quando a un tratto una voce, che parve uscire dal muro buio, mi gelò.
Il muro avea detto:

— Signore!


6.

Un ginnosofista.

Detti un passo indietro e ficcai gli occhi verso la plaga del muro
in oscurità. Allora vidi un'ombra staccarsene, e con voce umile
implorarmi:

— Signore, avrebbe un fiammifero?

Le parole erano alquanto rassicuranti; il mio spirito si calmò dunque,
e osservai l'uomo. Vidi con gran maraviglia ch'egli era in frack e
senza pastrano, e a capo nudo, onde sulle prime pensai ch'egli fosse un
Ginnosofista piovuto ivi dall'India di Alessandro il Macedone.

Tuttavia non osai esporgli questa mia ipotesi. Me gli avvicinai e gli
porsi il fiammifero; stavo per andarmene, quand'egli con una leggera
esitazione aggiunse:

— Per caso, avrebbe anche la sigaretta?

Me n'avevano rifornito nell'isola beata retta dalla placida Irene. Gli
porsi la sigaretta. Allora l'incognito, come dopo un intimo sforzo, con
voce risoluta incalzò:

— E avrebbe anche cinque lire?

Io detti novamente un balzo indietro, perchè lì per lì mi balenò il
sospetto che l'ignoto stesse per assalirmi. Egli capì il mio timore e
sùbito cercò di tranquillarmi:

— No, no, non tema, signore; per chi m'ha preso?

Poi la sua voce si paludò d'una certa nobiltà, proclamando:

— Io sono un mendicante.

Seguì un breve silenzio. Cercavo una frase cortese per farmi perdonare
il mio movimento ingiurioso. Volli mostrargli che m'interessavo alla
sua sorte e alla confidenza che m'aveva fatto. Poichè in questa ricerca
generosa indugiavo, l'ignoto ripetè:

— Faccio il mendicante.

Io, avendo finalmente trovato, gli domandai:

— Da quanto tempo?

— Da poche ore — rispose.

— Io l'avevo preso per un ginnosofista.

— Non conosco. Fino ad alcuni mesi sono io vivevo modestamente e
tranquillamente del mio lavoro. La disgrazia mi raggiunse vestendo
l'aspetto di fortuna. Abitavo un piccolo quartiere quasi centrale,
e il mio guadagno mi bastava per la mia vita mediocre. Una ditta di
lubrificanti mi offerse ventimila lire per cederle il mio quartiere.
La somma mi parve enorme: accettai. Ma non trovai altra casa, non
trovai una stanza modesta: soltanto una camera, salotto e bagno in un
albergo di prim'ordine. Speravo fosse per pochi giorni, invece non
trovai più altro, mai. Le mie ventimila lire sfumarono o per meglio
dire passarono dalla parte dell'albergatore. Frattanto avevo consumato
tutti i miei vestiti, senza potermene fare altri. Non mi è rimasto,
come vede, che il frack. Non ho più potuto comperare un cappello,
l'ultimo m'ha abbandonato ieri. Il frutto del mio lavoro, che bastava
alla mia vita modesta quando avevo un alloggio, ora basta soltanto a
pagare la mia camera con salotto e bagno. Per mangiare non mi rimane
che la mendicità. Ecco perchè ella, signore, mi trova in frack e a
capo nudo a mendicare su questa piazza. Sia maledetto ora e sempre ogni
lubrificante.

Gli detti silenziosamente le cinque lire. Egli mi ringraziò con
effusione e disse ancora:

— Se al fiammifero, alla sigaretta e alle cinque lire, ella, signore,
volesse aggiungere qualche indicazione o consiglio sul da farsi nella
mia critica condizione!...

— Non saprei, signor ginnosofista. Ma l'uomo è fatto di anima e di
corpo. Cerchi di porre il corpo sotto il dominio dell'anima: è il solo
refugio e rimedio possibile in questi tempi assurdi e calamitosi.

— Non intendo bene.

— Neanch'io. Io sono un uomo dedito agli affari. Ma un filosofo
potrebbe insegnarle il modo di convincersi che la sua situazione
presente è la più fortunata. Provi a rivolgersi al signor Gionata,
presso la signora Irene.

— Mi vuol dire l'indirizzo?

Colpito in pieno dalla domanda, m'accorsi d'un tratto che nè all'andare
nè al ritorno, per ragioni diverse, avevo badato alla strada fatta.
Volli tentare di ricostruirne il corso. Mi guardai attorno.

— Vediamo — gli dissi —: sa lei da qual parte io sia sboccato in questa
piazza?

— No, signore. Io ero quasi assopito, e l'ho visto che lei era già
fermo, in quel punto, guardandosi attorno proprio come fa ora.

Dopo un istante d'intenso e inutile raccoglimento:

— Ma allora — gridai esterrefatto — allora neppur io potrò tornare
più all'isola dei beati, all'abbazia telemitica, al cenacolo platonico
della placida Irene!

Il ginnosofista scosse il capo; poi cercò di consolarmi:

— Non ci pensi, signore. E se per caso ha un cappello che non porta
più, me lo mandi, la prego. Eccole il mio nome.

Trasse un lapis e un pezzo di carta, e mi scrisse il suo nome, che qui
non occorre ripetere, e il suo recapito, ch'era quello del più illustre
e fastoso albergo della città.

— Buona notte.



CAPITOLO SETTIMO

PANTELESTESI


1.

Diagnosi.

Il giorno 9 febbraio del 1919, alle ore 10 e 45 del mattino, mi venne
il mal di capo.

Postomi a ricercare le possibili cause di questo fatto straordinario,
non tardai a persuadermi ch'esso era certamente da attribuirsi
all'intenso lavoro compiuto nelle precedenti settimane, da un mese
a quel punto. Precisamente un mese innanzi, il 9 di gennaio, io
ero tornato dall'esercizio del corpo a quello dell'anima, dalla
quadrupedante e arcadica vita militare al cerebroso turbine della
metropoli.

Mi spaurii accorgendomi della brevità del tempo in cui tante e così
intense esperienze avean potuto cumularsi. Un mese dunque, un solo mese
innanzi, trentun giorni precisi, ero dato in secco nell'aperta campagna
della Città Operosa, la avevo corsa come in una rapida ricognizione,
mi s'eran rivelate le correnti e le cascate dell'oro sovrastarla e
sommoverla, avevo intuito il nuovo costume e la nuova religione sorti
d'un tratto sul suolo intenso dall'influsso della guerra lontana.
Un esatto mese innanzi, all'ordine imperioso delle nuove necessità,
io, per molti anni dedicato allo studio e poi per breve parentesi
alla milizia, m'ero d'improvviso riplasmato uomo d'affari. Nel nuovo
esercizio i miei assaggi profondi s'erano successi e cumulati con
rapidità maravigliosamente varia, com'è narrato nei sei capitoli che
qui precedono. Chi li abbia letti, e pensi che tanta opera, e per me
insolita e non prima prevista (se anche nei portati non fecondissima)
si compiè nel rapido giro di trentun giorni solari — non dovrà
maravigliarsi al sentire che il mattino del trentaduesimo io mi sentii
d'un tratto affaticato ed esausto.

Se tuttavia il lettore del presente capitolo non ha letto i sei che
precedono, non importa: per l'intelligenza di questo basta ch'egli
sappia che la mattina del 9 di febbraio, alle ore 10 e 45, mi venne il
mal di capo.


2.

Appressamento d'un mistero.

Stabilii di concedermi qualche giorno di riposo: e senz'altro indugio,
la mattina appresso partii. Andai in campagna, cosa assai piacevole
a farsi nelle stagioni in cui solitamente gli uomini se ne astengono.
In poche ore raggiunsi il paese che avevo scelto, sulla riva d'un lago
lombardo.

Ma il caso m'impigliò quivi in una complicata e mirabile avventura
la quale mise in serio pericolo il mio amore e la mia fede nella
vita moderna, e con essi minacciò tutto il nuovo orientamento che la
presenza del dopoguerra aveva offerto al mio spirito.

Nella piccola pensione in cui mi allogai erano due ospiti: un
giovane e una giovane. Mi si presentarono come fratello e sorella.
Il che appariva in ogni modo al primo sguardo per la loro singolare
somiglianza, accresciuta dal fatto che il giovane, quasi un
adolescente, era di lineamenti assai delicati. Il solo carattere
chiaramente diverso tra i loro visi era nell'espressione dello sguardo.
La sorella avea dolci gli occhi e velati di malinconia anche quando
sorrideva, o, più raramente, rideva. Invece il giovane portava in fondo
alle pupille perennemente accesa una mobile luce maniaca.

Quella prima mattina scambiammo pochi discorsi incolori. La sera
all'ora del pranzo trovai sola la fanciulla alla tavola comune. Mi
disse:

— Bruno è andato a Milano, e tornerà domattina.

Ella si chiamava Laura.

Quando un uomo e una donna si trovano in presenza, comincia la tortuosa
lotta dei sessi.

Il nostro colloquio ritegnoso e coperto si prolungò qualche tempo
dopo la fine del pranzo. Ella era garbata, e a gradi si fe' quasi
lieta. Da ultimo avvenne a me di nominare suo fratello. La serenità di
Laura rabbrividì d'un tratto come al calar d'una nube. Dopo un breve
silenzio, levandosi e porgendomi la mano, ella con profonda convinzione
sospirò:

— Mio fratello è un uomo di genio.

Con scarso senso d'opportunità le risposi:

— Io sono un uomo d'affari.

M'accorsi subito d'aver detto ciò meccanicamente, come mi accadeva
spesso in quel tempo, anche fuor di proposito. La stonatura m'irritò.
Rimasto solo me n'andai a passeggiare con un senso di corruccio.

Il mattino appresso Bruno era tornato. La fiamma di mania gli
luceva sempre in fondo agli occhi, ma come esagitata da una gioiosa
inquietudine.

L'aria in quella stagione era gelida e arida, e il lago la notte gemeva
come fa il mare.

Il quarto giorno della mia dimora nella campagna lacustre, alle prime
ore del pomeriggio Bruno m'invitò quasi misteriosamente a uscire con
lui, mi guidò a una casetta isolata e per una scala oscura mi fe'
salire: m'introdusse in una stanza ov'erano due grandi tavole da lavoro
coperte di carte disegnate e strumenti d'aspetto scientifico, che mi
riuscirono al tutto nuovi e incomprensibili.


3.

Silenzi e musiche.

Bruno mi disse:

— Ho fiducia e confidenza in lei.

— Grazie — gli risposi —. Tutti gli uomini e le donne che ho conosciuto
hanno avuto fiducia e confidenza in me. Forse per questo non sono
ancora riuscito a nulla di solido nella guerreggiante conquista della
vita.

Egli non mostrò di apprezzare la mia divagazione egoistica.

Aperse l'usciolo d'una specie di complicato e pesante stipo metallico
ch'era in mezzo a una delle grandi tavole. Da un cavo dell'interno di
quello trasse una specie di cuffia telefonica e me la porse. Dalla
cuffia si partiva un filo che andava a collegarsi con le misteriose
interiorità dello stipo.

— Se la metta — mi comandò. — E mi dica che cosa sente.

M'aiutò ad aggiustarmela col nastro d'acciaio adattato lungo la curva
del cranio e i due dischi ricevitori strettamente applicati agli
orecchi.

Da principio non sentii nulla. Poi m'accorsi che quel silenzio stesso
era terribilmente singolare. Allora sentii ch'io sentivo uno spaventoso
silenzio.

Tesi invano tutte le mie facoltà per cogliere in quel vuoto una qualche
menoma vibrazione: ma il silenzio era totale, snaturato e mostruoso.

Avevo i miei occhi fissi in quelli di Bruno, che mi guardava e osava
sorridere: ma quel sorriso, solo nel mondo enorme che attorno a me
s'era avvelenato e congelato di silenzio, mi sconvolgeva vie più. Pure
non osavo muovermi. Poi con grande stento mi risolsi a parlare: ma le
poche parole che pronunciai non so quali furono, chè d'un più vasto
terrore mi gelò accorgermi ch'io non sentivo il suono della mia voce,
onde come ossesso m'interruppi. E sempre fissando io la faccia di
Bruno, quella si mise a ridere, e la vedevo imbestiarsi nelle smorfie
del riso le quali in quel moto senza suono mi apparivano sardonici
contorcimenti. Ma così sussultando ei continuava a guardarmi. Allora
con uno sforzo enorme della volontà m'alzai in piedi e mi strappai lo
strumento dal capo.

Improvviso, cessando il contatto del metallo, sentii il riso di Bruno:
tra le cento voci dell'aria rifluì nella stanza il senso tepido della
vita.

— Ha sentito? — domandò.

Una calda felicità m'invase udendo le sue parole, sentendo che sentivo
la mia voce rispondergli:

— Sì.

— Questo strumento è tirannico — spiegava Bruno — non permette che si
senta altro suono se non quelli che lo interessano.

— Come sarebbe a dire?

— Ecco.

Svolse dal cavo del diabolico stipo un secondo filo, che anch'esso per
un capo vi rimaneva infisso, e dall'altro terminava in una spina a due
punte brevi e sottili acuminate come spilli. Così tenendo in mano la
spina m'incorò:

— Si rimetta la cuffia.

Ecco fui ripiombato nell'ultramondano silenzio. Di là vidi Bruno
scostarsi qualche passo guardandosi intorno; poi risolutamente andò
verso lo stipite dell'uscio, ch'era di larice bianco, lo tentò un poco
con una mano, infine vi conficcò e sforzò dentro le due punte della
spina.

Quasi subito il silenzio sovraceleste che m'avvolgeva parve corrersi
di fremiti leggieri che venissero da remotissime altitudini, pungenti
brividi sonori, che d'ogni attorno si scivolavano incontro e così
scontrandosi uno sull'altro s'intrecciavano: qua e là tratto tratto
rompevansi in tenui scoppi; dappertutto s'avvolgevano di ronzii. A
certi istanti quelle note acute e sommesse parevano arrotolarsi come
in congegnamenti meccanici: poi novamente allentate abbandonandosi
impallidivano, sfuggivano a esaurirsi vacillanti sugli orli di abissi
lontani.

Assorto nella visione maravigliosa, teso nell'ansia che mi sfuggisse,
i miei occhi non avevano più scorto l'uomo; d'un tratto lo vidi
avvicinato chinarsi sopra me, e mi tolse delicatamente l'apparecchio di
sul capo: poi andò a sconficcare la spina dal legno.

— Ha sentito?

— Sì.

— Che cosa?

Indugiai. Avrei voluto dirgli che avevo sentito preludiare le
pitagoriche armonie d'un qualche sistema sidereo non ancora formato;
o forse un pallido dialogo tra il piano astrale e il piano buddico dei
teosofi. Ma mi feci pudore di esporre simili ipotesi ultrapoetiche. E
risposi:

— Suppongo, il rumore di un tarlo nel legno?

Bruno ricominciò a ridere scotendosi come pazzo.

— Se in quel legno ci fosse un tarlo, con questo microfono lei udrebbe
un fragore assordante come di macchinari o d'immense cascate. Anzi
il suo errore mi fa pensare ora che una delle applicazioni pratiche
dello strumento potrebbe essere appunto di far riconoscere la presenza
dei tarli nei legni preziosi. Ma ciò non m'interessa: di simili
sfruttamenti, se vorrà, se n'occuperà lei, che è uomo d'affari.

— Ma allora quei suoni?...

— Sono gli infinitesimi e inesauribili movimenti atomici della materia
organica.

Lo guardai stupefatto.

— Lei può immaginare da questo la potenza del mio microfono
moltiplicatore a isolatore acustico.

— È una sua invenzione?

— Dica che non è che la minima parte, che un particolare isolato,
della mia invenzione. C'è assai più, e presto vedrà. Ma prima occorre
che lei ne conosca un altro elemento, il più sorprendente: lo specchio
allocatoptotrico.

Dopo un'attesa, accennò con una sorta di mistero verso una piccola
porta a muro ch'era in fondo alla stanza.

In quella s'udì la voce di Laura dalla strada chiamare:

— Bruno!...


4.

Laura.

Senza rispondere alla chiamata, nè altro dirmi, Bruno ripose
rapidamente ogni cosa e scendemmo. Laura col cappello e il bavero
impellicciato che le saliva a mezzo il volto appariva più donna, avea
acquistato un che di maturo e turbante. I suoi occhi erano più neri e
più fondi.

— Bruno — disse — è l'ora della passeggiata. Venga anche lei.

Così dicendo mi guardò. Mi sentii impallidire. Quando i palpiti del mio
cuore tornaron calmi, risposi:

— No.

— Allora, a più tardi.

Fino a sera pensai a Laura. Ma di tratto in tratto la sua figura e il
suo volto scomparivano istantaneamente alla mia memoria: in quelle
lacune sentivo in me e intorno a me un flutto di vacuo e gelante
silenzio: vi riconobbi l'immagine di quello che m'avea avvolto e quasi
fatto demente durante la prima esperienza nel gabinetto del fratello di
lei.

— Costoro mi farebbero impazzire — mi dissi alla fine. — Bei riposi ho
trovato nella solitudine della campagna! Strana sorte la mia: io sono
sempre stato, sono, e sempre sarò, irrimediabilmente savio; e insieme
la sorte ha messo occultamente tra le mie mani non so che potentissima
calamita di pazzi.

E quando, poche ore dopo, c'incontrammo alla tavola comune, subito
annunziai recisamente:

— Tra due giorni torno a Milano. La mia vacanza finisce.

— Tra due giorni? — domandò Bruno — cioè?...

— Cioè sabato: dopodomani; con la corsa del mattino.

Egli echeggiò:

— Sabato, con la corsa del mattino.

E aggiunse:

— Benissimo.

Rinunciai a capire il suo pensiero. Dopo un poco soggiunse:

— Io invece parto domani mattina.

Ebbi la tentazione di rispondergli anch'io: «Benissimo», ma me ne
trattenni. Fui per accennare alle cose mirifiche che m'aveva mostrate,
a quelle più mirifiche che m'aveva promesse. Ma un oscuro istinto
maligno m'impose silenzio anche su questo argomento. Mi pareva che
un'aura d'odio aleggiasse fra le nostre tre sostanze. Poi i silenzi
obliqui che strisciavano tra noi cominciarono a travagliarmi. Cercai
qualche argomento di discorso che ci portasse giù, in un'aria più
respirabile e solita: avrei voluto poter pronunciare qualche volgarità.
Dovetti fare uno sforzo per ricordarmi quali fossero i discorsi più
consueti che si tengono nel mondo, il mondo degli uomini comuni, gli
uomini sani. Finalmente dissi così:

— Speriamo che sabato non ci siano scioperi.

Bruno mi guardò come se avessi immaginato una inverosimile ipotesi di
turbamenti cosmici.

— Vero è — continuavo imperterrito — che oggi è necessario imparare
a vivere giorno per giorno, ma nello stesso tempo a contare sopra un
domani imperturbato e sicuro. Dicono che siamo in un fiero momento di
trapasso. Credo tuttavia che qualunque tempo, visto da vicino, dovè
parere agli uomini pensosi un fiero momento di trapasso.

Poichè entrambi tacevano, continuai:

— Forse lei vuole ricordarmi il nostro anteguerra...

— Noi viviamo — m'interruppe Laura — come fuori del mondo, da molti
anni. Come in un'isola ignota.

— L'isola di Irene! — esclamai, colpito improvvisamente dal singolare
ricordo. Non avevo mai più pensato ad Irene.

— Dov'è — domandò Laura con gentilezza-l'isola di Irene?

— Lontano.

— C'è stato?

— Sì.

— Quando?

— In un tempo irricordabile. Mi lasci pensare. Ci fui.... mio Dio! pare
fantastico, eppure è: c'ero sei giorni sono. È credibile?

Parlavo, così dicendo, più a me stesso che a quei due dissensati. Ma
non eran persone da maravigliarsi per sì poco. Laura consentì:

— Non è incredibile. I luoghi più lontani sono quelli da cui si ritorna
più rapidamente. Ma non si ritrovano mai più.

Così, brevissimamente, ella aveva risollevato il discorso nelle regioni
della pura pazzìa. Non feci altri sforzi per riportarlo alla saggezza.
Pensavo tra me se non avrei potuto precipitare ancor più la mia
partenza. Laura mi appariva, ogni volta ch'io la riguardavo, più bella.

Alla fine del pranzo Bruno s'accomiatò:

— Debbo fare qualche ultimo preparativo. Arivederla dunque a Milano.

Non contradissi, e scomparve.

Laura s'era messa in una poltrona a un lato d'un vecchio camino acceso.
Non ebbi la forza di andarmene. Sedetti nell'altra poltrona, all'altro
lato del camino.

Laura sorrise e mi disse:

— Non è una buona ragione per essere tanto crucciato con noi.

— Signorina — la implorai — mi dica qualche cosa di lei, mi dica che è
nata in un luogo, in un giorno, così, come nascono tutte le donne.

Sorrise ancora:

— Non abbia paura: sono nata in un luogo di questo mondo e in un giorno
del calendario; e sono nata proprio come tutte le donne, e anche tutti
gli uomini. Vuole di più? ho un po' freddo, sebbene siamo accanto
al fuoco. Ho freddo, capisce? credo che questo possa rassicurarla
completamente sul conto mio. E le propongo di fare ora la passeggiata
che non ha voluto fare oggi.

Perciò poco dopo camminavo al suo fianco lungo la riva del lago al
chiarore delle stelle. Ella teneva gli occhi a terra, chè la strada
era irregolare e sassosa. Ogni tanto la sua pelliccia sfiorava il mio
braccio. L'aria rigida, e qualcosa d'inumano che accompagnandosi a
noi ci vigilava, impedì le parole. Poi ella si fermò e senza levare lo
sguardo mi disse:

— Torniamo.

Ma, tornando, appoggiò la mano nel mio braccio, e così ve la tenne,
fino che fummo giunti alla nostra dimora, ove mi salutò, quasi senza
parole.


5.

La soglia.

Il giorno dopo la cameriera mi portò i saluti della signorina,
avvertendomi ch'ella era indisposta e non si sarebbe mossa di camera.
Quella giornata fu la più vacua, stizzosa e lunga di tutta la mia vita.

La mattina seguente, pronto per andarmene, mandai la stessa cameriera a
recarle i miei saluti. Mi riportò un biglietto di lei. V'era scritto:

  _A rivederci per una volta ancora._

                                                           _Laura._

E partii.

Il viaggio mattutino — prima lungo la riva del lago che il freddo
colorava d'acciaio, poi traverso brughiere e boscaglie di brina e
di ghiaccioli — mi rischiarò. Quando scesi alla stazione di Milano
mi sentivo assai lontano dal luogo, dalle persone e dai giorni
trascorsi: li lasciavo dietro me quali un passato, che sentivo ben
chiuso, consacrato come in una irritrovabile lontananza. Soltanto
un senso di lassitudine, che parevami esserne rimasto in fondo a me,
dominava oscuramente il mio spirito: ma me ne riscossi, e m'immersi
con una specie di piacere fisico nella piccola folla che s'accalcava
all'uscita. Fuori, mentre guardavo intorno cercando una carrozza, mi
sentii chiamare da una voce che mi gelò di sorpresa e d'irragionevole
spavento. Mi voltai.

— Lei è stato puntuale — gridò Bruno venendomi incontro festosamente. —
Bravo. Venga con me.

Allora la forza ignota che domina spesso la mia vita e i miei atti —
e solo dopo la morte, concludendo le somme, potrò risolvere se mi fu
amorevole o maligna — mi spinse a non oppormi al suo desiderio. Bruno
aveva un'automobile. Poich'era mattino avanzato, disse:

— Andiamo a far colazione.

Mi condusse in una trattoria assai nota, rumorosa. Non riconoscevo
l'uomo. Era vivace e socievole. Spesso rideva. Io gli dissi:

— Rieccoci in piena vita moderna. Non pensavo che lei amasse tutte le
cose che qui ora ci vediamo intorno.

— Non le amo — rispose — Mi servono. Io vivo, per mio conto, nel secolo
ventesimo, come fossi un uomo di dieci secoli prima o di dieci secoli
più tardi. Il mio spirito e la mia consuetudine sono perfettamente
soli. Qualche volta penso che questi uomini e queste donne non mi
vedano neppure, tanto mi sento fatto d'una diversa sostanza. Ma me ne
valgo. Questa ansia verso la velocità — soppressione del tempo e della
lontananza — che è il carattere primo dell'epoca, è il materiale bruto
della mia creazione. Perciò costoro mi servono, e senza intenzione
forse io creando li servo.

— Così! — esclamai. — Sento in queste sue parole uno spirito fraterno.
Lei ha definito esattamente, mi perdoni se parlo un momento di me,
quello ch'io vorrei essere, se fossi un'artista: sol che la mia
creazione sarebbe fantastica, mentre la sua è pratica. Anch'io vorrei
operare su questa materia, come se l'amassi, senza amarla, e creando
giovarle senza intenzione ne' suoi piaceri o ne' suoi ozi: ma la mia
sostanza sentirsene estranea e lontana, più là o più qua, sola.

— Perciò lei è degno d'essere il primo che sperimenterà la mia
invenzione. Poco m'importerebbe che fosse anche l'ultimo.

— Dove andiamo?

— Non lontano.

Arrivammo a una via solitaria, in una piccola casa. E Bruno
m'introdusse in una stanza quasi nuda, mi fe' sedere, e parlò in questo
modo:

— Lei vede quella porta a muro. È simile a quella che lei ha visto in
fondo al mio studio laggiù.

A questa parola «laggiù» sentii il mio cuore accelerare stranamente i
suoi palpiti.

— È il gabinetto pantelestetico. Tutto l'ambiente ne è acusticamente
isolato, senza che occorra la cuffia. Di lì senz'altro lei sentirà
telefonicamente le parole del gabinetto lontano ch'è in comunicazione
con questo. E fin qui non abbiamo che un perfezionamento della
telefonia. Ma una delle pareti del gabinetto è uno specchio, uno
specchio allocatoptotrico, in cui si vede, distintamente, il luogo e la
persona con cui si parla: la si vede parlare e muoversi, vivere. Data
l'audizione e la visione, perfettissime entrambe, ogni distanza tra gli
uomini è con ciò pienamente abolita.

Una irrequietudine pungente sommergeva a tratti e intorbidava in me
l'interesse per l'esperienza prodigiosa. Bruno mi disse ancora:

— L'avverto che sarà in comunicazione soltanto quando sarà seduto sulla
poltrona.

Così dicendo eravamo presso la tragica porta. Bruno aperse, mi spinse
dentro, e rapidamente, dietro le mie spalle, richiuse.


6.

Convegno.

Piombato nel silenzio, volsi gli occhi attorno per la cabina, che
senz'aperture nè lampade era chiara d'una luce diurna. Riabbassando
lentamente lo sguardo dal soffitto alla parete in faccia a me,
d'un tratto agghiacciai. Quella parete era quasi tutta di specchio,
lucidissimo specchio, e in esso vedevo riprodursi esattamente le forme
del luogo ov'io ero — tre brevi pareti e nel mezzo una piccola poltrona
— ma nello specchio non c'era nessuno, non c'ero io.

Dalle radici alle cime mi squassò un brivido che parve squarciarmi;
credo che detti un urlo e che mi rivoltai per fuggire, ma seppi
dominarmi, e stringendomi con le mani le tempie chiusi gli occhi.
Allora nella sùbita oscurità anche l'immane silenzio mi parve
confortevole, o forse m'era di sicurezza sentire quelle stesse mie mani
tenagliarmi duramente la fronte. Così mi placai, riebbi la conoscenza
del luogo e delle cause. Tuttavia tenevo ancor serrati gli occhi: a
tentoni girai intorno alla poltrona e mi vi posi.

Sùbito il silenzio si tacque, s'animò di lontani susurri diffusi, voce
d'un'atmosfera che nuova m'avvolgeva. Così ebbi cuore di riaprire gli
occhi. E vidi che lo specchio davanti a me s'era annebbiato come di
veli grigi che tutto lo fluttuavano, e già diradavan dai lati verso il
centro; fin che il campo si sgomberò, e là in faccia a me era seduta
una forma umana, era la forma di Laura. L'immagine di Laura moveva il
capo con dolcezza, levava una mano verso me con un cenno. Anche le sue
labbra vidi agitarsi, e udii la voce che diceva:

— Sono io, sì, sono Laura.

Io fissavo quell'immagine negli occhi, ma non mi riusciva d'incontrarne
lo sguardo, che ancora vagava come disperso in un diverso etere. Allora
anch'io parlai, e dissi all'immagine:

— Perchè non mi guarda?

La figura di Laura rispose:

— Ancora non mi riesce. Tenga fermo il suo sguardo, la prego.

Io mi tesi con uno sforzo d'immobilità di tutto il mio essere. Vedevo
lo sguardo di lei in un contorcimento divincolarsi dalle lontananze che
lo trattenevano, fin che d'un tratto scattò sulla linea del mio: e ci
trovammo così, gli occhi fissi negli occhi, penetrandoci paurosamente
fin nel profondo delle anime, perduti di passione.

— Parla — mi implorò.

E poichè sgomento io tacevo:

— Ti avevo avvertito — mi disse come in un soffio — che ci saremmo
riveduti una volta ancora.

Il suo volto pallido s'invermigliò, ma gli occhi non si chinarono, neri
e fondi come li avevo visti un vespero in riva al lago gemente.

— S'io ti vedessi di là da un fiume — le dissi — penserei di passarlo
per venirti a parlare. Ma come posso parlarti così?

— Vedi come ti sono vicina.

Mi parve che alzasse una mano verso me.

— Laura — gridai, e irresistibilmente levatomi mi lanciai verso le sue
braccia. Ma d'improvviso a quel moto il campo dello specchio come in
un baleno si vuotò, e davanti a me non era più nulla: con le mani urtai
contro il vetro solido.

Ansando mi precipitai novamente a sedere. Lo specchio si scombuiò tutto
di nuvole, come poco innanzi; poi le nuvole vaporando vidi tornata la
figura di Laura, e il suo sguardo era ancora diritto nel mio. Laura ora
stava protesa verso me, e tremando pregava:

— Non mi abbandonare.

Muti allora, per un tempo che parve immenso, ci guardammo così
dolorosamente, abisso contro abisso; poi mormoravamo parole senza
forma; e le nostre forme e le nostre voci eran vicine, sì che a un
punto le anime crederono toccarsi; ma poichè le mani non potevano
raggiungersi e sentirsi stringere vive, d'un tratto anche le
nostre sostanze s'intesero disperatamente lontane: sentii lei più
infinitamente remota da me che se l'avessi pensata senza vederne gli
atti nè udirne la voce; e come nello spasimo di quell'assurdo ella a
un momento apparve tutta spingersi a me col volto pallido e la bocca
implorante, m'invase un così disperato e rabbioso furore che quasi
cieco e pazzo mi levai, sradicata la poltrona dal suolo la scagliai
contro il cristallo infernale che si sfranse col fragore di cento
scoppi, mi sbattei ululando contro le pareti e l'uscio della cabina,
ne fuggii non so come, distrussi non so che, precipitai invasato senza
più pensiero o memoria non so dove: appena ricordo che per giorni e
notti errai tremando le vie più paurose della città, come una bestia
inseguita in caccia, sconquassato, pavido d'ogni ombra e d'ogni luce,
scontroso a ogni forma apparente e mobile della vita; e solo dopo
assai tempo riuscii per la stanchezza a sedermi placato, a ritrovare la
mia casa e la consuetudine del mio pensiero e della mia vita: ma ivi
chiuso per più giorni ancora me ne stetti senza voler vedere persona,
macerato in un odio torvo contro ogni intelligenza dell'uomo, in un
sincero spasimo di desiderio verso l'indifferente inerzia delle cose
insensitive e dei bruti.



CAPITOLO OTTAVO

IL DÀIMONE NELL'ANTICAMERA


1.

Telefonico.

Ero appena disceso dal letto — s'era dunque, come è facile immaginare,
di mattina — quando strilla il campanello del telefono. Reggendomi non
so che con la sinistra, mi precipito di là e afferro con la destra
il ricevitore. — Pronto! — Una voce qualunque (maschile) m'investe
senz'altro, tutto d'un fiato, con le seguenti parole: — La prego, si
trovi tra un'ora al Bar del Commercio, che devo farle una comunicazione
importante. — Stavo per chiedere maggiori spiegazioni, ma un improvviso
fragore d'olio friggente scaturì dalle profonde viscere dell'ordigno e
per qualche minuto m'impedì di sentire o far sentire una sola parola.
Poi d'improvviso le lontananze ignote trasmisero lungo il mistero dei
fili sino al mio orecchio il più profondo glaciale universale silenzio.
Provai a sonare chiamare urlare fischiare guaire, — ma ai miei sforzi
più inumanamente rumorosi non rispondeva se non quel silenzio, così
totale e impassibile che a un certo punto lo sentii sacro, e preso
d'improvviso da un reverenziale timore di profanarlo riappoggiai piano
piano il ricevitore al suo posto, sostai un istante trattenendo il
respiro, poi in punta di piedi me ne tornai nella mia camera. Finii di
vestirmi, e uscii di casa.


2.

Patologico.

Andandomene a piedi (non ricordo il perchè: forse v'era sciopero di
tranvieri e altri trasportatori della persona umana) verso il bar
del Commercio, che era, ed è tuttora, al lato meridionale di piazza
del Duomo — andandomene dunque a piedi verso l'arcano dell'anonimo
convegno, mi avvenne un fatto alquanto singolare, cioè, ch'io non mi
sentivo abbastanza incuriosito di quell'arcano, nè della persona, non
ancora identificata, che m'aspettava laggiù.

La causa di questa mia condizione non va cercata in un superiore
disprezzo delle cose pratiche e mondane, ma in un fatto assolutamente
morboso. Io m'ero svegliato quella mattina con una frase in capo,
venutavi chi sa donde, ed era questa:

— La standardizzazione del ferro....

Certo i miei occhi dovevano aver letto quelle parole il giorno avanti
scorrendo in distrazione la rubrica industriale di qualche giornale. Ma
l'Antico Avversario s'era divertito a coglierle e metterle in serbo,
per poi ficcarmele nel cervello durante la notte, quando le scolte
dell'intelletto non vigilano alle porte.

— Che cosa, che cosa è mai la standardizzazione del ferro?

Così angosciosamente domandandomi camminavo. Non so se più m'irritava
l'ignorare il senso di quella locuzione, o la sua forma fonica,
fastidiosa d'imbarbarita civiltà. Invano cercavo una distrazione
nelle cento immagini che le strade operose offrono ai più preoccupati
passanti. A ogni insegna di ferro e a ogni rotaia di tranvai, mi
avveniva di domandarmi:

— Chi sa, mio Dio, se quel ferro è standardizzato!

Passavano creature fascinose, ma non valeva la loro vista a consolarmi.
E credo che se la più bella di esse m'avesse rapito e tratto a sè e
offertami la bocca, io su quella avrei languidamente mormorato una sola
parola:

— Standardizzarti....

E il mio stomaco era ancora digiuno.

In queste condizioni pietose giunsi alla mèta.


3.

Divagativo.

Uno scrupoloso esame mi convinse che in nessuna parte del bar si
trovavano ancora persone di mia conoscenza. E nessuno, vedendomi
passare e guardare, mi fe' cenno di riconoscermi nè mi abbordò con i
caratteristici fonemi che si usano verso gli arrivanti a un convegno.

Sedetti dunque, e poichè quella mattina non v'era latte e i biscotti
erano finiti, accettai con rassegnazione il consiglio, che un imperioso
cameriere mi rivolgeva, di ordinare un ponce. Cominciai desolatamente a
contemplare la macchina lucidissima che dall'alto del bancone di marmo
continuava, con grandi fremiti e sbuffi, a esprimere robustamente dalle
metalliche viscere negre spume di caffè, e ogni tanto, a un mezzo girar
di manubrio, si convolveva di nuvole come Zeus pronto a discendere sul
mondo.

Non c'era molta gente. M'incuriosirono, in piedi presso l'estremo del
bancone, tre o quattro giovanotti fatti tutti alla stessa maniera come
fossero stati colati in serie da uno stampo: cioè tutti erano alti e
stretti; portavano il cappello duro e piccolo, spinto assai indietro
sull'occipite: cappotti grigi a scacchi, aderentissimi sotto la schiena
con una larga martingala, abbasso assai corti e in alto compiuti da
folti baveri di pelo nero. Anche quei giovanotti bevevano il ponce, e
vidi che tutti avevano all'anulare destro un grosso anello.

Uno di quelli, volendo chiamare il cameriere, venne a battere sul piano
del mio tavolino col duro castone di quell'anello: di sotto alla gemma
osservai che sfuggivano due o tre setole nere. Il mio tavolino tremò
alquanto e un poco del liquido si versò nel sottocoppa, ma nella sua
semplicità e padronanza colui non vi fe' caso.

Quanto a me, proprio in quel momento m'avvidi che, distratto dalla
contemplazione del luogo e de' suoi indigeni, non avevo più pensato
alla standardizzazione del ferro.

Temei che, così avvedendomene ora, stesse per ricominciare
l'ossessione. Ma d'un tratto mi sentii dare un'affettuosa manata sulle
spalle.

Mi volto e scorgo un ilare viso di cui non ricordavo il nome.

— Era lei? — domandai.

— Che cosa? — rispose egli sedendo rumorosamente al mio fianco. E
senza aspettare spiegazioni continuò: — Bravo! era un pezzo che non ti
vedevo! Voglio pagarti un ponce.

Io ero mortificato d'aver dato del lei a uno che con tanta effusione
mi dava del tu, e invocai tra me un'occasione di farmi perdonare
e mostrargli il mio affetto. Perciò gli raccontai la mia avventura
telefonica.

Egli pronunciò: — Certamente quel signore aveva chiamato un altro
numero.

Guardai con ammirazione l'uomo prodigioso che a primo colpo aveva
risolto un intricatissimo problema. Egli intanto parlava con
abbondanza. Aveva cominciato col raccontarmi altri aneddoti telefonici
d'ogni genere, s'era interrotto per apostrofare piacevolmente due donne
che passavano, poi aveva ripreso a dissertare, non più di telefoni, ma
della situazione politica; a un certo punto mi costrinse ad accettare
un secondo ponce — e per me era il terzo —; mi domandò il prezzo del
mio vestito e mi fece solennemente promettere di servirmi d'ora innanzi
dal suo sarto; poi d'un tratto s'alzò come un vento, dicendo:

— Dieci minuti a mezzogiorno. Tu ora m'accompagni un momento alla
Succursale.

Uscimmo; i tre ponci dal mio stomaco digiuno si scontrarono
torbidamente col freddo intenso della strada, fumigarono con ira verso
le estreme regioni inferiori e superiori del mio corpo. Arrivati a una
delle vie interne del centro della città, il compagno, che aveva sempre
parlato, si fermò a un portone basso. Cercai di salutarlo ma egli
gridò:

— Sarebbe bella che tu mi piantassi qui a questo modo!

Salimmo a un secondo piano e accettammo l'invito d'un cartello bianco
che da un uscio vetrato diceva: _Avanti_. Nè, parlando egli, ebbi mai
agio di domandargli di che cosa fosse succursale il luogo che aveva
così designato, nè l'aspetto dell'anticamera m'istruì al proposito.

Eravamo appena entrati e cercavamo qualcuno cui rivolgerci, quando
d'un tratto nella parete di fondo vedemmo sollevarsi una portiera di
stoffa, e uscirne, sbattendo violentemente un uscio, una signora con
un cappello e un petto poderosamente sviluppati in ampiezza, la quale
traversò la stanza come un turbine gridando:

— .... e ricordatevi che in questo schifoso casino non ci metterò mai
più i piedi.

Questa frase durò esattamente il tempo che occorse al ciclone per
coprire la lunghezza della stanza dalla detta portiera all'uscio
d'ingresso, dal quale ella uscì, similmente sbattendolo: onde il
tragitto fulmineo e la pittoresca frase di quell'apparizione corpulenta
rimasero come incorniciati e incastonati tra due tonfi.

Io m'ero ritratto istintivamente temendo forse d'essere assorbito
dall'aria ch'ella aveva smossa. Come il mio timore fu quetato,
cominciai a esaminare se dalla metafora ch'era uscita dalla sua bocca
irosa potessi trarre qualche lume per riconoscere il luogo in cui mi
trovavo.


4.

Diabolico.

Il mio compagno guardò, come un cane che annusi, dietro la traccia
della donna, e pronunciò:

— Perdio che pezzo....

Poi, scosso il capo, s'avviò risolutamente verso quell'uscio di fondo
che la fragorosa visione ci aveva rivelato.

Ma d'un tratto, da un angolo in ombra al lato sinistro di esso uscio,
vedemmo levarsi una figura che parve essa pure fatta di ombra tanto era
fluida e sottile.

— «Or vedete, che bel portinaio!» — mormorai io con le parole onde
Bruno Nolano gratifica un prefazionatore di Copernico.

Infatti quell'apparizione avea funzioni d'usciere, perchè con voce
tremula avanzando verso il mio compagno lo interrogò:

— Dove va, signore? Il cavaliere a quest'ora non riceve più.

Il mio compagno non era persona da arrestarsi per questo.

— M'aspetta — proclamò; e risolutamente sollevò la portiera che subito
ricadde ondeggiando dietro le sue fuggevoli spalle.

L'usciere tremulo rimase un istante in sospeso, poi rassegnato si
volse a me, che m'ero seduto sopra un divano di dubitoso colore tra
l'aragosta non ancor finita di cuocere e il teocriteo amaranto.

— E lei chi cerca?

— Io sono con quel signore.

— E quest'altro è con lei?

Così domandando, additava alla mia sinistra: stupefatto mi voltai, ma
al mio fianco, sul divano, dov'egli additava, non c'era nessuno.

Guardai quella tremante larva filamentosa, che sopra una fronte ossuta
ergeva una chioma candidissima. Ma essa parlava con la maggior serietà
del mondo. Infatti ripetè:

— E questo signore?

Sebbene ogni giorno m'avvenga di dover trattare con dei matti, io
stavo a disagio, chè i matti quotidiani sono di un'altra natura. Ma
d'un tratto mi credei d'ammattire io, chè al mio fianco, al mio fianco
sinistro, dal divano su cui stavo, dove avevo ben visto che non c'era
nessuno, una voce mi parlò incorandomi:

— Diglielo dunque, chi sono.

Stetti per urlare dal terrore, ma intanto avevo riconosciuto la voce, e
subito al terrore frammettendosi una tepida commozione, esclamai:

— Tu!...

— Sì, io — rispose il Dàimone: — da un pezzo t'eri dimenticato di me.

— Ma costui, costui? — gli domandai con angoscia: — io non ti ho mai
visto; credevo che tu avessi voce, ma non forma visibile. Come avviene
che questo simulacro d'uomo ti vede?

— Non so, è merito suo: non offenderlo.

L'usciere canuto non s'era offeso; ma con imperturbabilità, senza
alzare d'un tono quella sua voce caprina, insistette:

— E questo signore?

— È il mio Dàimone.

— Dunque è con lei. E lei è con quello che è entrato dal cavaliere. Va
bene. Dovevo saperlo, per regolarità.

E tranquillamente tornò a ritirarsi nel suo recesso ombroso,
soddisfatto del dovere compiuto.


5.

Metafisico.

Io gridai al Dàimone:

— Voglio vederti anch'io, perdio!

— Questa tua violenza — mi ammonì — è puerile e puntigliosa: è dettata
più dal dispetto di sentirti inferiore a un usciere, usciere di
Succursale, che non a un desiderio nativo e profondo di conoscenza.

— E io voglio vederti — reiterai, testardo come un bambino; e non
potrei giurare che così dicendo io non battessi i piedi forte per
terra.

— Questa tua ostinazione non è degna d'un filosofo, ma tutt'al più d'un
uomo d'azione.

— E io sono un uomo d'azione!

— Allora, se sei un uomo d'azione, siedi in quell'angolo e non ti
muovere. Sì: sulla sedia che è a destra della porta con portiera, a
riscontro con l'altra ove riposa e dorme quel degno usciere verso cui
ti morde una ignobile invidia.

Com'io fui seduto simmetricamente alla larva canuta, che appunto s'era
addormentata profondamente, la voce del mio Dàimone riprese:

— S'io mi rendo per un tratto di tempo visibile a te, per quel tratto
medesimo avviene che tu diventi invisibile a tutti. E intanto tu non
avrai forza di muoverti nè di parlare, ma sarai come una porzione
cosciente e inattiva del nulla.

— Ne avrò molto piacere.

— Io intanto agirò, come se fossi vivo e umano.

— Un momento, per carità: non hai mica una forma spaventosa?

— Vigliacco! No. Io non ho nessuna forma: dovrò prenderne una
qualunque, la prima che mi venga in mente.

— Scegli bene! — lo implorai — sai che sono sensibile. — E tacqui.

Tacendo, mi sentii d'un tratto illanguidire come avviene per lunga
inedia o per subita anemia, gli occhi mi si annebbiarono, per un
istante parve che ogni appoggio mi mancasse intorno come al punto di
precipitare nel vuoto.

Quando fui riavuto da quel vanimento di tutto l'essere, gli occhi mi si
riapersero, e vidi per la stanza aggirarsi l'usciere canuto e sottile,
ma ora sorrideva con giovinezza. Mentre mi domandavo che cosa avesse
potuto restaurarlo così, mi venne fatto di guardare al luogo ov'egli si
trovava poco innanzi a dormire, cioè sulla sedia a sinistra dell'uscio.

Sulla sedia a sinistra dell'uscio c'era l'usciere filamentoso e canuto,
e continuava a dormire profondamente.

Il mio stupore durò solo un menomo istante, perchè capii subito che
quegli che girava giovenilmente per la stanza era il mio Dàimone.

Pensai di dirgli: — Sei tu? — ma non potevo parlare. Mi resi conto che,
com'egli m'aveva predetto, io non possedevo più altro al mondo se non
la coscienza di me medesimo, privata d'ogni forma d'azione.

Allora attesi serenamente gli avvenimenti.

Poi che il mio Dàimone ebbe dato ancora uno o due giri per la stanza,
s'udì un busso discreto all'uscio d'entrata. Il Dàimone non rispose;
e udimmo un altro busso. Finalmente l'uscio si schiuse timidamente, e
s'affacciò una testa spaurita, dicendo:

— Si può entrare?

— Provi — rispose il mio Dàimone.

La testa spaurita provò, e infatti fu tutta dentro, e con lei la
mediocre persona su cui quella testa era infissa. Il Dàimone gli
domandò:

— Sa leggere?

— Sì — rispose alquanto interdetto il nuovo venuto; — lo credo: ho la
licenza tecnica.

— E io credo di no — ribattè il mio Dàimone — perchè altrimenti avrebbe
letto che sull'uscio sta scritto Avanti.

Mentre il perplesso arrossiva e si rigirava il cappello tra le mani
cercando invano un'adeguata risposta, l'uscio medesimo si riaperse come
per una ventata ed entrò un giovinetto sbadato: contro il quale il mio
Dàimone mosse subito investendolo con queste parole:

— Perchè è entrato senza domandare permesso?

Il giovine sventato rispose prontissimo:

— Perchè c'è scritto _Avanti_.

— Qui la volevo — disse il Dàimone. — _Avanti_ è una risposta:
quando qualcuno dice _Permesso_, gli si risponde _Avanti_. Lì dunque,
sull'uscio, c'è la risposta preparata per uno che abbia domandato. Ma
per chi, come lei, non ha domandato niente, il cartello, avendo natura
di risposta, non vale, ed è come non esistesse.

Il giovinetto rispose con risolutezza:

— Lei è matto.

— È quello che pensavo anch'io — strillò il primo venuto, cui la
presenza dell'altro dava un'improvvisa violenza di reazione.

— No — gli ribattè pronto il mio Dàimone — lei non ha diritto di
pensarlo, perchè a lei avevo detto proprio il contrario di quello che
ho detto ora a questo signore: dunque se sono matto verso lui, sono
savissimo verso lei, o viceversa. Scelgano, signori.

— Scegliere?!

— Sicuro: scelgano per quale dei due sono matto e per quale sono
savio. In mancanza di un criterio logico di scelta, possono giocarsela
a scacchi, a primiera, a pari e caffo, a regola di baccarà, a cinque
punti di morra, a testa e croce, a tre giri di briscola, alla paglia
lunga e corta....

— Oh — interruppe il secondo venuto — io non ho tempo da perdere; io
debbo parlare al cavaliere, per un impiego.

— Anch'io — echeggiò il primo venuto — ho bisogno di vedere il signor
cavaliere, per una cambiale.

— Il signor cavaliere — disse il mio Dàimone con sussiego — a quest'ora
non riceve.

Proprio in quel punto, quasi per smentirlo sul fatto, la portiera
dell'uscio di fondo fluttuò; l'uscio si aperse, e irruppe nella stanza
il gioviale compagnone che m'aveva condotto in quel luogo.

— Vede se non riceve! — gridarono i due postulanti.

Ma il compagnone, senza badar loro, si rivolse impetuosamente al mio
Dàimone.

— Usciere — gli disse — questi sono dieci franchi per voi. Ma dovete
dirmi una cosa: chi era quella magnifica signora che è uscita di qui un
quarto d'ora fa, quando sono entrato io?

— Che storie?! — — protestò lo sventato. — Badi a me, che ho fretta.

— E io — piagnucolò lo spaurito — sono venuto prima di lei, dunque ho
più fretta.

Il mio compagno si sovrappose ad entrambi:

— Usciere, mi risponda: io le do dieci franchi, dunque ho più fretta di
tutti.

Il mio Dàimone, alzando solennemente una mano, rispose:

— Ciò che ella chiede, signore, esorbita dalle mie funzioni, che sono
esclusivamente spirituali.

Lo sventato lo sostenne:

— Questo galantuomo ha ragione.

— È un'immoralità — rincalzò il timido, a qualche distanza.

Il mio compagnone ruggì:

— Immorale a me! io!! io!!!

E fattosi sopra l'altro gli lasciò andare un esattissimo manrovescio.

Lo sventato allora, in difesa del suo recente alleato, saltò al collo
dello schiaffeggiatore; e così lo scoteva e cercava di strozzarlo,
mentre il percosso strillava: — Bravo, gli dia, gli dia — e girando
attorno ai due avvinghiati lanciava alla meglio qualche esile pedata
nei garretti al mio compagno.

A questo punto il mio Dàimone credette opportuno d'intervenire,
gettando sul gruppo immondo dei tre rissanti questo stratagemmatico
grido:

— Il Cavaliere!


6.

Ethico.

Come si scioglie improvvisamente una sciarada, appena viene nella mente
nostra la parola del totale, — così a quella parola «Cavaliere!» si
sciolse in un attimo e quasi d'incanto l'ignobile viluppo. Ognuno cercò
di ricomporsi come poteva, e tutti e tre, improvvisamente affratellati
nella paura, rimasero a bocca aperta e impietriti: solo movevansi le
tre coppie di sguardi andando e tornando a più riprese dalla faccia del
mio Dàimone all'uscio di fondo.

Allora il Dàimone pronunciò:

— Si vergognino!

— Mio Dio.... — implorò il timido, ch'era il più incolume dei tre.

— Taccia, ella non sa neppure di che cosa deve vergognarsi.

— Sì, capisco, di questa scena involontaria che....

— No! no! Non è per questa amena e umanissima rissa ch'io li invito
a vergognarsi. Ma è per averla interrotta appena io ho pronunciato la
parola «Cavaliere».

I tre riuscirono ad aprire e tenere aperte ancora più ampiamente le
bocche. Ma ora non guardavano più l'immobile portiera, sibbene il mio
Dàimone, che li dominava. Il quale continuò:

— Chi è il cavaliere? uno che qualche decennio fa batteva le
anticamere, come loro, per ragioni vili, come le loro: anticamere di
qualche cavaliere che ne aveva battute altre simili qualche decennio
prima. Per paura di un simile essere loro rinunciano all'umano e
candido piacere di picchiarsi.

Le tre bocche si richiusero. Uno solo, il mio compagno, cercò di
servirsi della propria dicendo:

— Capirà....

Il mio Dàimone l'interruppe:

— Io capisco una cosa sola, cioè, che questo signore che cerca impiego,
quest'altro che cerca danaro, e lei, il peggiore di tutti, che oltre
il resto vorrebbe buttar via dieci lire per correr dietro alla bipede
che è uscita di qua, — io capisco che loro ignorano completamente la
vita dello spirito. Vivono come i bruti, correndo alla soddisfazione
momentanea degli appetiti più bassi, senz'alcuna ansia di lasciare
ai posteri qualche traccia del loro passaggio mortale nel mondo. Ma
il bruto ha una scusa: egli ignora l'infinità. Invece l'uomo, e non
soltanto lei che ha la licenza tecnica, ma anche il meno istruito, sa
almeno che il tempo e lo spazio sono infiniti.

— — Ma noi pensiamo al nostro avvenire, e le bestie no — obbiettò
quello che aveva la licenza tecnica.

— Peggio — ribattè il Dàimone. — Pensare al proprio avvenire è
essere più bestie delle bestie, perchè la bestia è bestia dietro un
appetito del momento, mentre provvedere al proprio avvenire è essere
premeditatamente bestie per una lunga serie di momenti, giorni e anni,
cioè moltiplicare a ogni istante e proiettare in indefinito la propria
bestialità. Elleno, o signori, sono un vivente insulto alla Natura e
alla Storia.

Dopo un momento di raccolto silenzio, il mio gioviale compagnone, uomo
conciliante, disse:

— Usciere, voi avete ragione, e m'avete persuaso. E queste sono non
dieci, ma venti lire. E ora ditemi, per piacere, l'indirizzo di quella
magnifica signora che è uscita di qui mezz'ora fa, quando sono entrato
io.

— E poi ci annuncerà al cavaliere — fecero gli altri.

Così dicendo, i tre erano in mezzo alla stanza.

Il Dàimone si ritrasse di qualche passo. Essi lo guardarono, aspettando.

In quell'istante io sentii una specie di mobile tepore ricorrermi le
vene.

Mentre i tre guardavano al Dàimone, questi alzò le braccia lunghissime,
le tenne melodrammaticamente levate un istante, poi repentinamente
sparì.

I tre dettero un urlo. Agitarono un momento le braccia come invasati,
poi voltarono le spalle e si precipitarono all'uscita. Due si
dileguarono di là; il terzo, ch'era il mio compagno, inciampò sulla
soglia, vi cadde bocconi, e vinto dalla paura non riusciva più ad
alzarsi.

Corsi a lui.

Riconoscendomi, mormorò:

— Sei ancora qui? Hai visto? hai visto?

— Che cosa? — feci io candidamente.

Il gioviale compagnone arrossì.

— Nulla.... Mi sento un po' disturbato... Fammi il piacere di
accompagnarmi a una carrozza.

Come l'ebbi messo dentro e salutato, e la carrozza fu partita, la voce
del mio Dàimone mi domandò:

— Sei soddisfatto?

— No — gli risposi —. Non c'è stato molto gusto. Io vorrei vederti come
sei.

— Ti ho già detto che non ho una forma materiale mia.

— Ma io vorrei sapere in quale forma, e soprattutto per quale ragione,
quel vecchio usciere poteva vederti.

— Questo è il mistero. Che Dàimone sarei, se intorno a me non ci fosse
per te nulla di misterioso?



CAPITOLO NONO

CONSOLAZIONE DELLA FILOSOFIA


1.

Principio della fine.

Da un anno a questa parte — anzi da un anno e un terzo, perchè quella
mattina era gelida mentre oggi che scrivo l'insubre cielo s'impiomba
sotto i segni congiunti del Leone e della Vergine — da un anno e
quattro mesi io sono còlto talvolta in mezzo all'oscillazione di due
diversi pensieri.

L'uno è facile fino alla volgarità, ed è questo:

— Quale solenne, invidiato ed esemplare collocamento nel mondo sociale
avrei io oggi, se quella mattina, un anno e un terzo fa, la mattina del
22 di febbraio del 1919, primo anno del Dopoguerra, se quella mattina
io fossi andato da Sua Eccellenza!

L'altro, che gli si oppone, è più fino, e ha del metafisico:

— Ognuno fa ciò verso cui è nato, e niente altro. E questa non è già la
sua predestinazione, ma la forma soggettiva della sua felicità.

Il che vale a dire: — Io non sono nato per collocarmi solennemente,
invidiabilmente ed esemplarmente nel mondo sociale. Perciò, se quella
mattina fossi andato da Sua Eccellenza avrei perduto alcune ore di
sonno, e oggi sarei esattissimamente dove e quale sono; quel mio
sforzo, rimasto sterile, non si sarebbe inserito in alcun modo nella
serie della mia biografia, così appunto come non parteciparono alla
biografia del mondo gli atti delle nazioni e dei popoli inessenziali,
secondo insegnò Giorgio Hegel.

E s'io ricordo qui — nelle pagine estreme e conclusive del libro della
mia vita d'azione — quella vicenda mattutina, si è per placare in una
nota di calma l'appassionato turbinio in cui ho dovuto trascinare il
lettore traverso l'incalzare di troppo operose avventure.

Forse, così narrando l'ultima di esse, le sopprimerò tutte interamente
dal mio ricordo, e dalla loro stessa esistenza. Allora non mi avverrà
più di sentirmi oscillare tra i due pensieri che ho esposti, e si
concluderà in me ogni dissidio tra l'uomo comune e l'uomo filosofo.
Placato in tal modo ogni superstite interessamento verso gli aspetti
episodici della vita, potrò intraprendere, come da tempo è mio
desiderio, la descrizione di avvenimenti di ben più durevole e vasta
portata e fecondità.


2.

Le cause prime.

La sera avanti quella mattina, cioè la sera del 21 di febbraio, che è
a dire del giorno in cui il mio Dàimone s'era degnato di mostrarmisi
in forma umana — quella sera io ed egli ci mettemmo (l'idea fu sua) a
sfogliare un taccuino dov'io ero venuto segnando gli appunti de' miei
affari e avvenimenti più importanti.

Il Dàimone con rapida sintesi mi disse:

— Eccoti sbarcato nella Città Operosa, e per aver visto passare un paio
di sgualdrine ti fai prendere dalla febbre del danaro! Avanti dunque.
Bei principii, nel covo di pubblicità di quell'equivoco magistrato! E
con che diritta decisione navighi nell'oceano dei pescicani! Di tutta
la fantasia che hai poi buttato al vento quando hai voluto donar Milano
di una foresta di grattacieli, credo più generoso non ti parlare.
Ed ecco, 5 di febbraio, ecco qui i tuoi vani sforzi per crearti
diplomatico mediatore di compere e vendite all'ingrosso. Perfino quando
ti trovi, poco dopo, a fronte alla più stupefacente tra le invenzioni
moderne, non sai trarne motivo che a un'insipida larva di amore. Molti,
in questa facile èra, sono riusciti ad afferrare la ricchezza e il
potere incontrando molto minori e più semplici occasioni di quelle che
si sono presentate a te. Tu vi hai fatto una passeggiata.

«Or vediamo: sai almeno dirmi perchè non hai potuto attuare da tutto
ciò nulla di pratico? —

Pensai un momento, poi con umile franchezza gli risposi:

— Perchè la prima volta per non cominciare di venerdì ho rimandato al
lunedì; e a farlo apposta, il lunedì era il giorno 13 del mese: guarda
il calendario.

— Bravo! — esclamò il Dàimone. — Un imbecille di primo grado m'avrebbe
risposto: «perchè le occasioni non erano buone». Un imbecille di
secondo grado avrebbe detto: «perchè non sono stato abbastanza abile
nel coglierle». Tu m'hai dato la sola ragione che potesse piacermi:
vedo che posso ancora sperar bene di te.


3.

Un intervento.

In quel punto bussarono, e mi fu recapitato un biglietto.

Lo portava, e me lo consegnò, un adolescente fattorino d'albergo.

Era un biglietto di Giacomino.

È perfettamente inutile spiegar qui in particolare chi era, e credo
sia tuttora, Giacomino. Basti dire che è uno degli innumerevoli amici
avvalangatimi dalle multiformi vicende della mia vita.

Inoltre, Giacomino era, e credo sia tuttora, segretario particolare e
influentissimo d'una persona che fu più volte ministro.

Essa persona in quel tempo era appunto ministro, cioè Eccellenza.

Il biglietto di Giacomino diceva:

      «_Caro amico,_

  «_Sua Eccellenza è a Milano. Abbiamo parlato lungamente di te;
  ti ho ottenuto un colloquio con lui per domani mattina alle 7, al
  «Continental». Si tratta di una cosa interessante e importante, per
  cui occorrono il tuo ingegno e la tua attività. Sarà la tua rapida
  fortuna!.... Ci sarò anch'io, a introdurti. A domattina, dunque;
  saluti_».

L'adolescente fattorino aspettava una risposta.

Scrissi la risposta: la quale non fu che una meccanica eco delle ultime
parole della proposta: «_A domattina, dunque: saluti_».


Appena fu richiuso l'uscio dietro le tenui spalle del fattorino, sentii
una specie di freddo. Ma la stufa era accesa. Il freddo era interiore.

Capii ch'esso mi veniva dalla parte del mio Dàimone. Poich'egli taceva,
ebbi l'umile bisogno di scusarmi:

— È una cosa speciale — gli spiegai —: non potevo dire di no.

— Io vado a dormire — rispose.

Quella sera dovevo essere singolarmente disposto all'imitazione. Come
avevo echeggiato l'ultima riga del biglietto di Giacomino, così copiai
l'ultimo atto del Dàimone e me n'andai a letto.

Ma prima presi le mie precauzioni. Calcolai che la mattina appresso mi
sarebbe occorsa mezz'ora per vestirmi e un quarto d'ora per recarmi
fino al «Continental». Arrotondando, un'ora. Bisognava dunque che mi
svegliassi alle 6. Caricai lo svegliarino e per colmo di previdenza lo
misi un po' prima delle sei, perchè è manifesto che con una Eccellenza
bisogna essere esageratamente puntuali.


4.

Il sonno dell'ingiusto.

Prima di addormentarmi, cercai di prevedere in che cosa avrei potuto
essere utile a Sua Eccellenza.

Senza concludere nulla in proposito, fantasticai vagamente di me stesso
arrivante uomo nuovo per rapide e lucide strade al potere.

Neppure in tale fantasticare sostai, nè seppi dedurne chiare immagini.
Perchè più imperiosa e curiosa mi si presentò un'altra domanda: — che
aspetto avrà Sua Eccellenza?

Titubai alquanto tra il tipo anglo-americano raso e rapido, e il tipo
classicheggiante, barbuto e pomposo. D'un tratto m'agitai, accorgendomi
che non sapevo di quale specialità Sua Eccellenza fosse ministro.

Intanto cominciavo ad addormentarmi.

Ma non mi riuscì di ritrovare subito il solido sonno delle mie notti
d'innocenza. L'inquieta larva dell'ambizione venne a poggiarsi sul
mio guanciale, nel punto che stavo assopendomi, e di lì cominciò
a torturarmi con insidie vili e sottili. Intravidi un lunghissimo
porticato marmoreo, sotto cui svolgevasi come una maestosa e sterminata
panatenaica, e io da un trono sfavillante la contemplavo passare sotto
i miei piedi e perdersi nel lontano verso un cielo marino. Ma già i
marmi s'erano disciolti e alla luce solare era successa l'ombra funerea
d'un non so qual salotto o gabinetto arcigno, e io stavo ingarbugliando
sconnessi discorsi a un uomo sdegnoso, che un po' apparivami raso come
un quacquero e un po' barbuto come un merovingio; e avvedendomi del mio
divagante parlare incespicavo, e non osavo dirgli che la causa n'era
quella sua forma mutevole. D'un tratto, chinando gli occhi, m'accorsi
che non avevo la cravatta, e che il merovingio anglosassonizzato
guardava duramente allo sparato ignudo della mia camicia: il quale
contrattempo completamente mi paralizzò.

A questo punto m'addormentai meglio, ma il mio sogno mi riferì a
preoccupazioni più pratiche e reali. Cioè, sognai di svegliarmi in
ritardo, e di buttarmi angosciato giù dal letto, e ivi infilare una
scarpa, poi l'altra, poi accorgermi di non avere più la prima. E indi
precipitarmi giù dalle scale, ch'erano infinite: e d'una si passava per
vasti androni in un'altra, e talvolta mi sorprendevo a salire anzichè
scendere: anzi ero sempre salito, e allora tornavo indietro, indietro:
e a tratti m'accorgevo di sognare e perciò mi sforzavo di mandar
fuori un gemito, un urlo, una voce qualunque che mi destasse. Invece
mi addormentai del tutto. Ma ecco, irruento come un'orda, atroce, uno
squillo improvviso mi sveglia.


5.

La necessità.

Quando m'accorsi ch'era lo svegliarino, cacciai la testa sotto le
coperte per lasciarlo finire. Di là lo sentivo, fioco, infinitamente
lontano. Passò un'eternità. Socchiusi le coperte, e il suono
ridiventava uno scroscio stridulo bestiale. Mi ricacciavo sotto.
Finalmente cessò.

Ero sveglio e ricordavo ogni cosa. Erano le sei. Giacomino m'aveva
scritto. Sua Eccellenza m'aspettava alle sette. Erano le sei.
Bisognava levarsi, vestirsi con cura, e correre al «Continental»,
all'appuntamento concesso da Sua Eccellenza. Erano le sei. Ma che magra
luce e livida, a quell'ora, intorno alle cose!

— Cinque minuti per rimettermi.

In quei cinque minuti dolcissimi mi si ricominciavano ad annebbiare le
idee. Me ne spaventai a tempo.

— No no: mi riaddormento!

Allora mi levai a sedere sul letto. M'investì un freddo tremendo.

— Come si fa a ricevere alle sette? Anche Gladstone era mattiniero.
Dev'essere una particolarità degli uomini di Stato. Bel gusto.

Cercavo, così stando seduto, di tirare in su le coperte fino al mento.
Ma in quei moti grandi ventate gelide entravano sotto.

— Che ci vado a fare, in fin dei conti? Che cosa debbo dirgli?

Era troppo freddo a rimanere a quel modo. Mi rispinsi sotto per
ritrovare un po' di calore prima di scendere dal letto. E ripresi a
disputare:

— Bell'avvenire mi aspetta! Quella gente là s'alzano tutti a quest'ora?
Lavorano come ciuchi. Per gli altri. E io debbo diventare di quella
gente?

Ma poco di poi una domanda, una proposta, si presentò, non so donde,
già formulata, non so da chi, nel mio cervello:

— Se non ci andassi?

Aspettavo da me stesso un'obiezione. Invece arrivò un rincalzo:

— Se mi fossi ammalato questa notte?... Ci andrei un'altra volta.

Diventai sottile, quasi arguto:

— Vediamo. Il colloquio di stamattina non può avere nessun carattere
di indispensabile e di definitivo. Ieri a desinare non lo sospettavo
neppure. Sua Eccellenza non è, suppongo, venuto a Milano per questo.
Può, da un fatto così poco determinato e privo d'ogni carattere di
coscienza e di necessità, può nascere una cosa importante qual'è
l'avvenire d'un uomo? Evidentemente no.

Mi sporsi a guardare lo svegliarino. Taceva, ma guardava egli me con
una specie di ghigno bianco schernevole. Segnava le sei e venti.

— Bisognerebbe risolvere.

Mi strinsi più forte tra le coperte, come nell'abbraccio d'un
abbandono. Ora un tepore paradisiaco m'avea avvolto il corpo e lo
spirito. Quel tepore mi spinse verso le morbide rotondità della
retorica:

— Oh quanto sarebbe più nobile accontentarsi del piccolo bene presente:
qualche ora di buon sonno! E, cosa indispensabile alla tranquilla
coscienza, senza il danno di nessuno: Sua Eccellenza non può avere una
così urgente necessità di farmi una posizione.

In quella si riaffacciò alla mia mente il dubbio sulla più probabile
condizione dei peli facciali di Sua Eccellenza; e non potei trattenermi
dal ridere. Da quell'immagine, per non so che sotterranei canali, mi
ritrovai improvvisamente di fronte a un'altra figura, cioè alla donna
che avevo vista passare impellicciata e profumata per le vie di Milano,
la prima sera del mio ritorno alla città. Mi convolgevo così tra
vaporati fantasmi di riso e di dolcezza. Ero quasi beato, con una punta
di tremore. Quella mia annuvolata beatitudine fu lunga, vanì in un
avvolgimento tepido di oblio attorno a tutta la mia sostanza. Fu lunga.

A un tratto m'accorsi sussultando ch'essa da incalcolabili momenti mi
stava risospingendo subdolamente verso il sonno. Balzai, tesi il collo
a guardar l'ora.

— Perdio! Le sei e cinquantacinque! Ho forse dormito?

Feci un calcolo rapido: venti minuti vestirmi, quindici di strada
trovando subito una carrozza: e la barba? Anche a fare miracoli non era
possibile esser da Sua Eccellenza prima delle sette e quaranta.

Il che sarebbe stato assai peggio che non andarci affatto. Non
vedendomi, poteva immaginarmi morto: ma nulla avrebbe potuto
giustificare un ritardo di quaranta minuti.

Mi rificcai sotto.

Risvegliandomi, tre ore più tardi, che la stanza era invasa di luce,
riconobbi che quest'ultimo, sì, era stato il sonno pieno e soddisfatto
dell'uomo giusto.


6.

Idillio.

Pure, c'era un'ombra ancora in fondo al mio cuore. Qualcosa in me aveva
bisogno di un conforto.

Per confortarmi, pensai:

— Sarà contento il mio Dàimone.

Infatti la sua voce risonò subito sul mio capo, ilare e definitiva come
non l'avevo più sentita da un pezzo:

— Sì — disse — solo ora sono veramente contento, anzi orgoglioso di
te. E da questo momento innanzi, lo sento, non sarò più quasi un altro
essere al tuo fianco, ma sarò te stesso, e tu me, fusi in una sostanza
unica indissolubilmente.

  FINE.



INDICE


  Capitolo I. APERTA CAMPAGNA                     _Pag._    7
    1. Il catechismo.
    2. Estasi.
    3. Facilità.
    4. Le aristocrazie.
    5. Nuova incarnazione del Verbo.
    6. La saracinesca.

     »    II. LA STATUA DI BARTOLO                         25
    1. Un consiglio di Cavour.
    2. Ercole e il Cappuccetto Rosso.
    3. Improvvisazione.
    4. Dal signor A. al signor Z.
    5. Lina e il «Lotòs».
    6. Forze maggiori.

     »   III. PESCECANEA                                   49
    1. Cinque spettatori in tre poltrone.
    2. Una visita d'affari.
    3. Il fulmine.
    4. Zoologia.
    5. Apocalissi.
    6. Compensazioni.

     »    IV. PER BELLOVESO                                71
    1. Preludio mirabile.
    2. Fatale andare.
    3. Via Belloveso.
    4. A grandissime linee.
    5. La mia dimora.
    6. Crepuscolo.

     »     V. L'ULTIMO VAMPIRO                             93
    1. L'altare.
    2. Uno, il basilisco, e il cameriere Giovanni.
    3. Imprevedibile.
    4. Colloquio.
    5. Convinzioni.
    6. Il Vampirismo.

     »    VI. L'ISOLA DI IRENE                            117
    1. Chiarimento storico.
    2. Spirito d'avventura.
    3. Il primo e il secondo.
    4. Cenacolo platonico.
    5. Le liquide vie.
    6. Un ginnosofista.

     »   VII. PANTELESTESI                                147
    1. Diagnosi.
    2. Appressamento d'un mistero.
    3. Silenzi e musiche.
    4. Laura.
    5. La soglia.
    6. Convegno.

     »  VIII. IL DÀIMONE NELL'ANTICAMERA                  169
    1. Telefonico.
    2. Patologico.
    3. Divagativo.
    4. Diabolico.
    5. Metafisico.
    6. Ethico.

     »    IX. CONSOLAZIONE DELLA FILOSOFIA                189
    1. Principio della fine.
    2. Le cause prime.
    3. Un intervento.
    4. Il sonno dell'ingiusto.
    5. La necessità.
    6. Idillio.



_DELLO STESSO AUTORE:_

(ed. Vallecchi)


  _La vita intensa_ — romanzo dei romanzi.
  _Sette savi_ — racconti (4.ª edizione).



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "La vita operosa - Nuovi racconti d'avventure" ***

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