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Title: I Canti
Author: Leopardi, Giacomo
Language: Italian
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*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "I Canti" ***

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CANTI

GIACOMO LEOPARDI


         I   ALL'ITALIA.
        II   SOPRA IL MONUMENTO DI DANTE CHE SI PREPARAVA IN FIRENZE.
       III   AD ANGELO MAI. QUAND'EBBE TROVATO I LIBRI DI CICERONE
             DELLA REPUBBLICA.
        IV   NELLE NOZZE DELLA SORELLA PAOLINA.
         V   A UN VINCITORE NEL PALLONE
        VI   BRUTO MINORE
       VII   ALLA PRIMAVERA, O DELLE FAVOLE ANTICHE
      VIII   INNO AI PATRIARCHI, O DE' PRINCIPI DEL GENERE UMANO
        IX   ULTIMO CANTO Dl SAFFO
         X   IL PRIMO AMORE
        XI   IL PASSERO SOLITARIO
       XII   L'INFINITO
      XIII   LA SERA DEL DI Dl FESTA
       XIV   ALLA LUNA
        XV   IL SOGNO
       XVI   LA VITA SOLITARIA
      XVII   CONSALVO
     XVIII   ALLA SUA DONNA
       XIX   AL CONTE CARLO PEPOLI
        XX   IL RISORGIMENTO
       XXI   A SILVIA
      XXII   LE RICORDANZE
     XXIII   CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL'ASIA
      XXIV   LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA
       XXV   IL SABATO DEL VILLAGGIO
      XXVI   IL PENSIERO DOMINANTE
     XXVII   AMORE E MORTE
    XXVIII   A SE STESSO
      XXIX   ASPASIA
       XXX   SOPRA UN BASSO RILIEVO ANTICO SEPOLCRALE, DOVE UNA GIOVANE
             MORTA E' RAPPRESENTATA IN ATTO Dl PARTIRE, ACCOMIATANDOSI
             DAI SUOI
      XXXI   SOPRA IL RITRATTO DI UNA BELLA DONNA SCOLPITO NEL MONUMENTO
             SEPOLCRALE DELLA MEDESIMA
     XXXII   PALINODIA. Al marchese Gino Capponi
    XXXIII   IL TRAMONTO DELLA LUNA
     XXXIV   LA GINESTRA, O IL FIORE DEL DESERTO
      XXXV   IMITAZIONE
     XXXVI   SCHERZO

             FRAMMENTI

    XXXVII   "ODI, MELISSO"
   XXXVIII   "IO QUI VAGANDO"
     XXXIX   "SPENTO IL DIURNO RAGGIO"
        XL   DAL GRECO DI SIMONIDE
       XLI   DELLO STESSO



Come prefazione alla ristampa dei _Canti_, che nel 1836-37, con l'aiuto
del fido Ranieri, veniva preparando per l'editore parigino Baudry
(_Epist._ III 39-42; _Nuovi documenti_, 267-71; Luiso, _Ranieri e L._,
2-5), il Leopardi avebbe messa la seguente

NOTIZIA INTORNO ALLE EDIZIONI DI QUESTI CANTI.

I due primi furono pubblicati in Roma nel 1818, con una lettera
a Vincenzo Monti. Il terzo, con una lettera al conte Leonardo
Trissino, nel 1820 in Bologna. Dieci _Canti_, cioè i nove primi e il
diciottesimo, in Bologna nel 1824, con ampie Annotazioni, e copia
d'esempi antichi, in difesa di voci e maniere dei medesimi _Canti_
accusate di novità. Altri _Canti_ pure in Bologna nel 1826: i quali
coi sopraddetti dieci, e con altri nuovi, in tutto ventitré, furono
dati susseguentemente dall'autore in Firenze nel 1831. Diverse ristampe
di questi _Canti_, o tutti o parte, fatte dalle edizioni di Bologna
o dalla Fiorentina, in diverse città d'Italia, essendo state senza
concorso dell'autore, non hanno nulla di proprio. Undici componimenti
non più stampati furono aggiunti nell'edizione di Napoli del 1835, e
gli altri riveduti dall'autore e ritocchi in più e più luoghi. Dei
_Frammenti_, i due primi erano già divulgati, gli altri non ancora.
Le poche note poste appiè del volume furono cavate quasi tutte dalle
edizioni precedenti. In questa Parigina sono aggiunti per la prima
volta i Canti XXXIII e XXXIV, finora non istampati.

Il Canto XXXIII è _Il tramonto della Luna_; il XXXIV, _La ginestra_.
(Cfr. _Scritti letterari_, II, 387).

Le Note ai _Canti_ son quelle dell'autore; anche da noi relegate,
com'egli fece, in fine.



  I.


  ALL'ITALIA.


  O patria mia, vedo le mura e gli archi
  E le colonne e i simulacri e l'erme
  Torri degli avi nostri,
  Ma la gloria non vedo,
  Non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi
  I nostri padri antichi. Or fatta inerme,
  Nuda la fronte e nudo il petto mostri.
  Oimè quante ferite,
  Che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,
  Formosissima donna! Io chiedo al cielo
  E al mondo: dite dite;
  Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
  Che di catene ha carche ambe le braccia;
  Sì che sparte le chiome e senza velo
  Siede in terra negletta e sconsolata,
  Nascondendo la faccia
  Tra le ginocchia, e piange.
  Piangi, che ben hai donde, Italia mia,
  Le genti a vincer nata
  E nella fausta sorte e nella ria.

  Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
  Mai non potrebbe il pianto
  Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
  Che fosti donna, or sei povera ancella.
  Chi di te parla o scrive,
  Che, rimembrando il tuo passato vanto,
  Non dica: già fu grande, or non è quella?
  Perchè, perchè? dov'è la forza antica.
  Dove l'armi e il valore e la costanza?
  Chi ti discinse il brando?
  Chi ti tradì? qual arte o qual fatica
  O qual tanta possanza
  Valse a spogliarti il manto e l'auree bende?
  Come cadesti o quando
  Da tanta altezza in così basso loco?
  Nessun pugna per te? non ti difende
  Nessun de' tuoi? L'armi, qua l'armi: io solo
  Combatterò, procomberò sol io.
  Dammi, o ciel, che sia foco
  Agl'italici petti il sangue mio.

  Dove sono i tuoi figli? Odo suon d'armi
  E di carri e di voci e di timballi:
  In estranie contrade
  Pugnano i tuoi figliuoli.
  Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o panni,
  Un fluttuar di fanti e di cavalli,
  E fumo e polve, e luccicar di spade
  Come tra nebbia lampi.
  Nè ti conforti? e i tremebondi lumi
  Piegar non soffri al dubitoso evento?
  A che pugna in quei campi
  L'itala gioventude? O numi, o numi:
  Pugnan per altra terra itali acciari.
  Oh misero colui che in guerra è spento,
  Non per li patrii lidi e per la pia
  Consorte e i figli cari,
  Ma da nemici altrui
  Per altra gente, e non può dir morendo:
  Alma terra natia.
  La vita che mi desti ecco ti rendo.

  Oh venturose e care e benedette
  L'antiche età, che a morte
  Per la patria correan le genti a squadre;
  E voi sempre onorate e gloriose,
  O tessaliche strette,
  Dove la Persia e il fato assai men forte
  Fu di poch'alme franche e generose!
  Io credo che le piante e i sassi e l'onda
  E le montagne vostre al passeggere
  Con indistinta voce
  Narrin siccome tutta quella sponda
  Coprir le invitte schiere
  De' corpi ch'alla Grecia eran devoti.
  Allor, vile o feroce,
  Serse per l'Ellesponto si fuggia,
  Fatto ludibrio agli ultimi nepoti;
  E sul colle d'Antela, ove morendo
  Si sottrasse da morte il santo stuolo,
  Simonide[1] salia,
  Guardando l'etra e la marina e il suolo.

  E di lacrime sparso ambe lo guance,
  E il petto ansante, e vacillante il piede,
  Toglieasi in man la lira:
  Beatissimi voi,
  Ch'offriste il petto alle nemiche lance
  Per amor di costei ch'al Sol vi diede;
  Voi che la Grecia cole, e il mondo ammira.
  Nell'armi e ne' perigli
  Qual tanto amor le giovanette menti,
  Qual nell'acerbo fato amor vi trasse?
  Come sì lieta, o figli,
  L'ora estrema vi parve, onde ridenti
  Correste al passo lacrimoso e duro?
  Parea ch'a danza e non a morte andasse
  Ciascun de' vostri, o a splendido convito:
  Ma v'attendea lo scuro
  Tartaro, e l'onda morta;
  Nè le spose vi foro o i figli accanto
  Quando su l'aspro lito
  Senza baci moriste e senza pianto.

  Ma non senza de' Persi orrida pena
  Ed immortale angoscia.
  Come lion di tori entro una mandra
  Or salta a quello in tergo e sì gli scava
  Con le zanne la schiena.
  Or questo fianco addenta or quella coscia;
  Tal fra le Perse torme infuriava
  L'ira de' greci petti e la virtute.
  Ve' cavalli supini e cavalieri;
  Vedi intralciare ai vinti
  La fuga i carri e le tende cadute,
  E correr fra' primieri
  Pallido e scapigliato esso tiranno;
  Ve' come infusi e tinti
  Del barbarico sangue i greci eroi,
  Cagiono ai Persi d'infinito affanno,
  A poco a poco vinti dalle piaghe,
  L'un sopra l'altro cade. Oh viva, oh viva:
  Beatissimi voi
  Mentre nel mondo si favelli o scriva.

  Prima divelte, in mar precipitando,
  Spente nell'imo strideran le stelle.
  Che la memoria e il vostro
  Amor trascorra o scemi.
  La vostra tomba è un'ara; e qua mostrando
  Verran le madri ai parvoli le belle
  Orme del vostro sangue. Ecco io mi prostro,
  O benedetti, al suolo,
  E bacio questi sassi e queste zolle,
  Che fien lodate e chiare eternamente
  Dall'uno all'altro polo.
  Deh foss'io pur con voi qui sotto, e molle
  Fosse del sangue mio quest'alma terra.
  Che se il fato è diverso, e non consente
  Ch'io per la Grecia i moribondi lumi
  Chiuda prostrato in guerra,
  Così la vereconda
  Fama del vostro vate appo i futuri
  Possa, volendo i numi,
  Tanto durar quanto la vostra duri.



  II.


  SOPRA IL MONUMENTO DI DANTE
  CHE SI PREPARAVA IN FIRENZE.


  Perchè le nostre genti
  Pace sotto le bianche ali raccolga.
  Non fìen da' lacci sciolte
  Dell'antico sopor l'itale menti
  S'ai patrii esempi della prisca etade
  Questa terra fatai non si rivolga.
  O Italia, a cor ti stia
  Far ai passati onor; che d'altrettali
  Oggi vedove son le tue contrade,
  Nè v'è chi d'onorar ti si convegna.
  Volgiti indietro, e guarda, o patria mia,
  Quella schiera infinita d'immortali,
  E piangi e di te stessa ti disdegna;
  Che senza sdegno omai la doglia è stolta:
  Volgiti e ti vergogna e ti riscuoti,
  E ti punga una volta
  Pensier degli avi nostri e de' nepoti.

  D'aria e d'ingegno e di parlar diverso
  Per lo toscano suol cercando gia
  L'ospite desioso
  Dove giaccia colui per lo cui verso
  Il meonio cantor non è più solo.
  Ed, oh vergogna! udia
  Che non che il cener freddo e l'ossa nude
  Giaccian esuli ancora
  Dopo il funereo dì sott'altro suolo,
  Ma non sorgea dentro a tue mura un sasso,
  Firenze, a quello per la cui virtude
  Tutto il mondo t'onora.
  Oh voi pietosi, onde sì tristo e basso
  Obbrobrio laverà nostro paese!

  Bell'opra hai tolta e di che amor ti rende,
  Schiera prode e cortese,
  Qualunque petto amor d'Italia accende.

  Amor d'Italia, o cari,
  Amor di questa misera vi sproni,
  Vèr cui pietade è morta
  In ogni petto omai, perciò che amari
  Giorni dopo il seren dato n'ha il cielo.
  Spirti v'aggiunga e vostra opra coroni
  Misericordia, o figli,
  E duolo e sdegno di cotanto affanno
  Onde bagna costei le guance e il velo.
  Ma voi di quale ornar parola o canto
  Si debbe, a cui non pur cure o consigli,
  Ma dell'ingegno e della man daranno
  I sensi e le virtudi eterno vanto
  Oprate e mostre nella dolce impresa?
  Quali a voi note invio, sì che nel core,
  Sì che nell'alma accesa
  Nova favilla indurre abbian valore?

  Voi spirerà l'altissimo subbietto,
  Ed acri punte premeravvi al seno.
  Chi dirà l'onda e il turbo
  Del furor vostro e dell'immenso affetto?
  Chi pingerà l'attonito sembiante?
  Chi degli occhi il baleno?
  Qual può voce mortal celeste cosa
  Agguagliar figurando?
  Lunge sia, lunge alma profana. Oh quante
  Lacrime al nobil sasso Italia serba!
  Come cadrà? come dal tempo rosa
  Eia vostra gloria o quando?
  Voi, di che il nostro mal si disacerba,
  Sempre vivete, o care arti divine,
  Conforto a nostra sventurata gente,
  Fra l'itale ruine
  Gl'Itali pregi a celebrare intente.

  Ecco voglioso anch'io
  Ad onorar nostra dolente madre
  Porto quel che mi lice,
  E mesco all'opra vostra il canto mio,
  Sedendo u' vostro ferro i marmi avviva.
  O dell'etrusco metro inclito padre,
  Se di cosa terrena,
  Se di costei che tanto alto locasti
  Qualche novella ai vostri lidi arriva,
  lo so ben che per te gioia non senti,
  Che saldi men che cera e men ch'arena,
  Verso la fama che di te lasciasti,
  Son bronzi e marmi; e dalle nostre menti
  Se mai cadesti ancor, s'unqua cadrai,
  Cresca, se crescer può, nostra sciaura,
  E in sempiterni guai
  Pianga tua stirpe a tutto il mondo oscura.

  Ma non per te; per questa ti rallegri
  Povera patria tua, s'unqua l'esempio
  Degli avi e de' parenti
  Ponga ne' figli sonnacchiosi ed egri
  Tanto valor che un tratto alzino il viso.
  Ahi, da che lungo scempio
  Vedi afflitta costei, che sì meschina
  Te salutava allora
  Che di novo salisti al paradiso!
  Oggi ridotta sì che a quel che vedi,
  Fu fortunata allor donna e reina.
  Tal miseria l'accora
  Qual tu forse mirando a te non credi.
  Taccio gli altri nemici e l'altre doglie,
  Ma non la più recente e la più fera,
  Per cui presso alle soglie
  Vide la patria tua l'ultima sera.

  Beato te che il fato
  A viver non dannò fra tanto orrore;
  Che non vedesti in braccio
  L'itala moglie a barbaro soldato;
  Non predar, non guastar cittadi e cólti.

  L'asta inimica e il peregrin furore;
  Non degl'itali ingegni
  Tratte l'opre divine a miseranda
  Schiavitude oltre l'alpe, e non de' folti
  Carri impedita la dolente via;
  Non gli aspri cenni ed i superbi regni;
  Non udisti gli oltraggi e la nefanda
  Voce di libertà che ne schernia
  Tra il suon delle catene e de' flagelli.
  Chi non si duol? che non soffrimmo? intatto
  Che lasciaron quei felli?
  Qual tempio, quale altare o qual misfatto?

  Perchè venimmo a sì perversi tempi?
  Perchè il nascer ne desti o perchè prima
  Non ne desti il morire,
  Acerbo fato? onde a stranieri ed empi
  Nostra patria vedendo ancella e schiava,
  E da mordace lima
  Roder la sua virtù, di null'aita
  E di nullo conforto
  Lo spietato dolor che la stracciava
  Ammollir ne fu dato in parte alcuna.
  Ahi non il sangue nostro e non la vita
  Avesti, o cara; e morto
  Io non son per la tua cruda fortuna.
  Qui l'ira al cor, qui la pietade abbonda:
  Pugnò, cadde gran parte anche di noi:
  Ma per la moribonda
  Italia no; per li tiranni suoi.

  Padre, se non ti sdegni,
  Mutato sei da quel che fosti in terra.
  Morian per le rutene
  Squallide piagge, ahi d'altra morte degni,
  Gl'itali prodi; e lor fea l'aere e il cielo
  E gli uomini e le belve immensa guerra.
  Cadeano a squadre a squadre
  Semivestiti, maceri e cruenti,
  Ed era letto agli egri corpi il gelo.
  Allor, quando traean l'ultime pene,
  Membrando questa desiata madre,
  Diceano: oh non le nubi e non i venti,
  Ma ne spegnesse il ferro, e per tuo bene,
  O patria nostra. Ecco da te rimoti.
  Quando più bella a noi l'età sorride,
  A tutto il mondo ignoti,
  Moriam per quella gente che t'uccide.

  Di lor querela il boreal deserto
  E conscie fur lo sibilanti selve.
  Così vennero al passo,
  E i negletti cadaveri all'aperto
  Su per quello di neve orrido mare
  Dilaceràr le belve;
  E sarà il nome degli egregi e forti
  Pari mai sempre ed uno
  Con quel de' tardi e vili. Anime care.
  Benchi'infinita sia vostra sciagura,
  Datevi pace; e questo vi conforti
  Che conforto nessuno
  Avrete in questa o nell'età futura.
  In seno al vostro smisurato affanno
  Posate, o di costei veraci figli,
  Al cui supremo danno
  Il vostro solo è tal che s'assomigli.

  Di voi già non si lagna
  La patria vostra, ma di chi vi spinse
  A pugnar contra lei,
  Sì ch'ella sempre amaramente piagna
  E il suo col vostro lacrimar confonda.
  Oh di costei ch'ogni altra gloria vinse
  Pietà nascesse in core
  A tal de' suoi ch'affaticata e lenta
  Di sì buia vorago e sì profonda
  La ritraesse! O glorioso spirto,
  Dimmi: d'Italia tua morto è l'amore?
  Dì: quella fiamma che t'accese, è spenta?
  Dì: nè più mai rinverdirà quel mirto
  Ch'alleggiò per gran tempo il nostro male?
  Nostre corone al suol fien tutte sparte?
  Nè sorgerà mai tale
  Che ti rassembri in qualsivoglia parte?

  In eterno perimmo? e il nostro scorno
  Non ha verun confine?
  Io mentre viva andrò sclamando intorno:
  Volgiti agli avi tuoi, guasto legnaggio;
  Mira queste ruine
  E le carte e le tele e i marmi e i templi;
  Pensa qual terra premi; e se destarti
  Non può la luce di cotanti esempli.
  Che stai? levati e parti.
  Non si conviene a sì corrotta usanza
  Questa d'animi eccelsi altrice e scola:
  Se di codardi è stanza,
  Meglio l'è rimaner vedova e sola.



  III.


  AD ANGELO MAI.

  QUAND'EBBE TROVATO I LIBRI DI CICERONE
  DELLA REPUBBLICA.


  Italo ardito, a che giammai non posi
  Di svegliar dalle tombe
  I nostri padri? ed a parlar gli meni
  A questo secol morto, al quale incombo
  Tanta nebbia di tedio? E come or vieni
  Sì forte a' nostri orecchi e sì frequente,
  Voce antica de' nostri,
  Muta sì lunga etade? e perchè tanti
  Risorgimenti? In un balen feconde
  Venner le carte; alla stagion presente
  I polverosi chiostri
  Serbaro occulti i generosi e santi
  Detti degli avi. E che valor t'infonde.
  Italo egregio, il fato? O con l'umano
  Valor forse contrasta il fato invano?

  Certo senza de' numi alto consiglio
  Non è ch' ove più lento
  E grave è il nostro disperato obblio.
  A percoter ne rieda ogni momento
  Novo grido de' padri. Ancora è pio
  Dunque all'Italia il cielo; anco si cura
  Di noi qualche immortale:
  Ch'essendo questa o nessun'altra poi
  L'ora da ripor mano alla virtude
  Rugginosa dell'itala natura,
  Veggiam che tanto e tale
  È il clamor de' sepolti, e che gli eroi
  Dimenticati il suol quasi dischiude,
  A ricercar s'a questa età sì tarda
  Anco ti giovi, o patria, esser codarda.

  Di noi serbate, o gloriosi, ancora
  Qualche speranza? in tutto
  Non siam periti? A voi forse il futuro
  Conoscer non si toglie. Io son distrutto
  Nè schermo alcuno ho dal dolor, che scuro
  M'è l'avvenire, e tutto quanto io scerno
  È tal che sogno e fola
  Fa parer la speranza. Anime prodi,
  Ai tetti vostri inonorata, immonda
  Plebe successe; al vostro sangue è scherno
  E d'opra e di parola
  Ogni valor; di vostre eterne lodi
  Nò rossor più nè invidia; ozio circonda
  I monumenti vostri; e di viltade
  Siam fatti esempio alla futura etade.

  Bennato ingegno, or quando altrui non cale
  De' nostri alti parenti,
  A te ne caglia, a te cui fato aspira
  Benigno sì che per tua man presenti
  Paion que' giorni allor che dalla dira
  Obblivione antica ergean la chioma,
  Con gli studi sepolti,
  I vetusti divini, a cui natura
  Parlò senza svelarsi, onde i riposi
  Magnanimi allegràr d'Atene e Roma.
  Oh tempi, oh tempi avvolti
  In sonno eterno! Allora anco immatura
  La ruina d'Italia, anco sdegnosi
  Eravam d'ozio turpe, e l'aura a volo
  Più faville rapia da questo suolo.

  Eran calde le tue ceneri sante,
  Non dòmito nemico
  Della fortuna, al cui sdegno e dolore
  Fu più l'averno che la terra amico.
  L'averno: e qual non è parte migliore
  Di questa nostra? E le tue dolci corde
  Susurravano ancora
  Dal tocco di tua destra, o sfortunato
  Amante. Ahi dal dolor comincia e nasce
  L'italo canto. E pur men grava e morde
  Il mal che n'addolora
  Del tedio che n'affoga. Oh te beato,
  A cui fu vita il pianto! A noi le fasce
  Cinse il fastidio; a noi presso la culla
  Immoto siede, e su la tomba, il nulla.

  Ma tua vita era allor con gli astri e il mare,
  Ligure ardita prole,
  Quand'oltre alle colonne, ed oltre ai liti,
  Cui strider l'onda all'attuffar del sole
  Parve udir su la sera[2], agl'infiniti
  Flutti commesso, ritrovasti il raggio
  Del Sol caduto, e il giorno
  Che nasce allor ch'ai nostri è giunto al fondo;
  E rotto di natura ogni contrasto,
  Ignota immensa terra al tuo viaggio
  Fu gloria, e del ritorno
  Ai rischi. Ahi ahi, ma conosciuto il mondo
  Non cresce, anzi si scema, e assai più vasto
  L'etra sonante e l'alma terra e il mare
  Al fanciullin, che non al saggio, appare.

  Nostri sogni leggiadri ove son giti
  Dell'ignoto ricetto
  D'ignoti abitatori, o del diurno
  Degli astri albergo, e del rimoto letto
  Della giovano Aurora, e del notturno
  Occulto sonno del maggior pianeta?[3]
  Ecco svaniro a un punto,
  E figurato è il mondo in breve carta;
  Ecco tutto è simile, e discoprendo,
  Solo il nulla s'accresce. A noi ti vieta
  Il vero appena è giunto,
  O caro immaginar; da te s'apparta
  Nostra mente in eterno; allo stupendo
  Poter tuo primo ne sottraggon gli anni;
  E il conforto perì de' nostri affanni.

  Nascevi ai dolci sogni intanto, e il primo
  Sole splendeati in vista,
  Cantor vago dell'arme e degli amori,
  Che in età della nostra assai men trista
  Empièr la vita di felici errori:
  Nova speme d'Italia. O torri, o celle,
  O donne, o cavalieri,
  O giardini, o palagi! a voi pensando,
  In mille vane amenità si perde
  La mente mia. Di vanità, di belle
  Fole e strani pensieri
  Si componea l'umana vita: in bando
  Li cacciammo: or che resta? or poi che il verde
  È spogliato alle cose? Il certo e solo
  Veder che tutto è vano altro che il duolo.

  O Torquato, o Torquato, a noi l'eccelsa
  Tua mente allora, il pianto
  A te, non altro, preparava il cielo.
  Oh misero Torquato! il dolce canto
  Non valse a consolarti o a sciorre il gelo
  Onde l'alma t'avean, ch'era sì calda,
  Cinta l'odio e l'immondo
  Livor privato e de' tiranni. Amore.
  Amor, di nostra vita ultimo inganno.
  T'abbandonava. Ombra reale e salda
  Ti parve il nulla, e il mondo
  Inabitata piaggia. Al tardo onore[4]
  Non sorser gli occhi tuoi; mercè, non danno.
  L'ora estrema ti fu. Morte domanda
  Chi nostro mal conobbe, e non ghirlanda.

  Torna torna fra noi, sorgi dal muto
  E sconsolato avello,
  Se d'angoscia sei vago, o miserando
  Esemplo di sciagura. Assai da quello
  Che ti parve sì mesto e sì nefando,
  È peggiorato il viver nostro. O caro,
  Chi ti compiangeria,
  Se, fuor che di se stesso, altri non cura?
  Chi stolto non direbbe il tuo mortale
  Affanno anche oggidì, se il grande e il raro
  Ha nome di follia;
  Nè livor più, ma ben di lui più dura
  La noncuranza avviene ai sommi? o quale,
  Se più de' carmi, il computar s'ascolta.
  Ti appresterebbe il lauro un'altra volta?

  Da te fino a quest'ora uom non è sorto.
  O sventurato ingegno,
  Pari all'italo nome, altro ch'un solo,
  Solo di sua codarda etade indegno
  Allobrogo feroce, a cui dal polo
  Maschia virtù, non già da questa mia
  Stanca ed arida terra,
  Venne nel petto; onde privato, inerme,
  (Memorando ardimento) in su la scena
  Mosse guerra a' tiranni: almen si dia
  Questa misera guerra
  E questo vano campo all'ire inferme
  Del mondo. Ei primo e sol dentro all'arena
  Scese, e nullo il seguì, che l'ozio e il brutto
  Silenzio or preme ai nostri innanzi a tutto.

  Disdegnando e fremendo, immacolata
  Trasse la vita intera,
  E morte lo scampò dal veder peggio.
  Vittorio mio, questa per te non era
  Età nè suolo. Altri anni ed altro seggio
  Conviene agli alti ingegni. Or di riposo
  Paghi viviamo, e scorti
  Da mediocrità: sceso il sapiente
  E salita è la turba a un sol confine.
  Che il mondo agguaglia. O scopritor famoso.
  Segui; risveglia i morti,
  Poi che dormono i vivi; arma le spente
  Lingue de' prischi eroi; tanto che in fine
  Questo secol di fango o vita agogni
  E sorga ad atti illustri, o si vergogni.



  IV.


  NELLE NOZZE DELLA SORELLA PAOLINA.


  Poi che del patrio nido
  I silenzi lasciando, e le beate
  Larve e l'antico error, celeste dono,
  Ch'abbella agli occhi tuoi quest'ermo lido,
  Te nella polve della vita e il suono
  Tragge il destin; l'obbrobriosa etate
  Che il duro cielo a noi prescrisse impara,
  Sorella mia, che in gravi
  E luttuosi tempi
  L'infelice famiglia all'infelice
  Italia accrescerai. Di forti esempi
  Al tuo sangue provvedi. Aure soavi
  L'empio fato interdice
  All'umana virtude.
  Nè pura in gracil petto alma si chiude.

  O miseri o codardi
  Figliuoli avrai. Miseri eleggi. Immenso
  Tra fortuna e valor dissidio pose
  Il corrotto costume. Ahi troppo tardi.
  E nella sera dell'umane cose,
  Acquista oggi chi nasce il moto e il senso.
  Al ciel ne caglia: a te nel petto sieda
  Questa sovr'ogni cura.
  Che di fortuna amici
  Non crescano i tuoi figli, e non di vile
  Timor gioco o di speme: onde felici
  Sarete detti nell'età futura:
  Poiché (nefando stile
  Di schiatta ignava e finta)
  Virtù viva sprezziam, lodiamo estinta.

  Donne, da voi non poco
  La patria aspetta; e non in danno e scorno
  Dell'umana progenie al dolce raggio
  Delle pupille vostre il ferro e il foco
  Domar fu dato. A senno vostro il saggio
  E il forte adopra e pensa; e quanto il giorno
  Col divo carro accerchia, a voi s'inchina.
  Ragion di nostra etate
  Io chieggo a voi. La santa
  Fiamma di gioventù dunque si spegno
  Per vostra mano? attenuata o franta
  Da voi nostra natura? e le assonnato
  Menti, e le voglie indegne,
  E di nervi e di polpe
  Scemo il valor natio, son vostre colpe?

  Ad atti egregi è sprone
  Amor, chi ben l'estima, e d'alto affetto
  Maestra è la beltà. D'amor digiuna
  Siede l'alma di quello a cui nel petto
  Non si rallegra il cor quando a tenzone
  Scendono i venti, e quando nembi aduna
  L'olimpo, e fiede le montagne il rombo
  Della procella. O spose,
  O verginette, a voi
  Chi de' perigli è schivo, e quei che indegno
  È della patria e che sue brame e suoi
  Volgari affetti in basso loco pose,
  Odio mova e disdegno;
  Se nel femmineo core
  D'uomini ardea non di fanciulle, amore.

  Madri d'imbelle prole
  V'incresca esser nomate. I danni e il pianto
  Della virtude a tollerar s'avvezzi
  La stirpe vostra, e quel che pregia e cole
  La vergognosa età, condanni e sprezzi;
  Cresca alla patria, e gli alti gesti, o quanto
  Agli avi suoi deggia la terra impari.
  Qual de' vetusti eroi
  Tra le memorie e il grido
  Crescean di Sparta i figli al greco nome;
  Finché la sposa giovanotta il fido
  Brando cingeva al caro lato, e poi
  Spandea le negre chiome
  Sul corpo esangue e nudo
  Quando e' reddìa nel conservato scudo.

  Virginia, a te la molle
  Gota molcea con le celesti dita
  Beltade onnipossente, e degli alteri
  Disdegni tuoi si sconsolava il folle
  Signor di Roma. Eri pur vaga, ed eri
  Nella stagion ch'ai dolci sogni invita,
  Quando il rozzo paterno acciar ti ruppe
  Il bianchissimo petto,
  E all'Erebo scendesti
  Volenterosa. A me disfiori e scioglia
  Vecchiezza i membri, o padre; a me s'appresti,
  Dicea, la tomba, anzi che l'empio letto
  Del tiranno m'accoglia.
  E se pur vita e lena
  Roma avrà dal mio sangue, è tu mi svena.

  O generosa, ancora
  Che più bello a' tuoi dì splendesse il sole
  Ch'oggi non fa, pur consolata e paga
  È quella tomba cui di pianto onora
  L'alma terra nativa. Ecco alla vaga
  Tua spoglia intorno la romulea prole
  Di nova ira sfavilla. Ecco di polve
  Lorda il tiranno i crini;
  E libertade avvampa
  Gli obbliviosi petti; e nella doma
  Terra il marte latino arduo s'accampa
  Dal buio polo ai torridi confini.
  Così l'eterna Roma
  In duri ozi sepolta
  Femmineo fato avviva un'altra volta.



  V.


  A UN VINCITORE NEL PALLONE.


  Di gloria il viso e la gioconda voce,
  Garzon bennato, apprendi,
  E quanto al femminile ozio sovrasti
  La sudata virtude. Attendi attendi,
  Magnanimo campion (s'alla veloce
  Piena degli anni il tuo valor contrasti
  La spoglia di tuo nome), attendi, e il core
  Movi ad alto desio. Te l'echeggiante
  Arena e il circo, e te fremendo appella
  Ai fatti illustri il popolar favore;
  Te rigoglioso dell'età novella
  Oggi la patria cara
  Gli antichi esempi a rinnovar prepara.

  Del barbarico sangue in Maratona
  Non colorò la destra
  Quei che gli atleti ignudi e il campo eleo,
  Che stupido mirò l'ardua palestra,
  Nè la palma beata e la corona
  D'emula brama il punse. E nell'Alfeo
  Forse le chiome polverose e i fianchi
  Delle cavalle vincitrici asterse
  Tal che le greche insegne e il greco acciaro
  Guidò de' Medi fuggitivi e stanchi
  Nelle pallide torme; onde somaro
  Di sconsolato grido
  L'alto sen dell'Eufrate e il servo lido.

  Vano dirai quel che disserra e scote
  Della virtù nativa
  Le riposte faville? e che del fioco
  Spirto vital negli egri petti avviva
  Il caduco fervor? Le meste rote
  Da poi che Febo instiga, altro che gioco
  Son l'opre de' mortali? ed è men vano
  Della menzogna il vero? A noi di lieti
  Inganni e di felici ombre soccorse
  Natura stessa: e là dove l'insano
  Costume ai forti errori esca non porse,
  Negli ozi oscuri e nudi
  Mutò la gente i gloriosi studi.

  Tempo forse verrà ch'alle ruine
  Delle italiche moli
  Insultino gli armenti, e che l'aratro
  Sentano i sette colli; e pochi Soli
  Forse fien volti, e le città latine
  Abiterà la cauta volpe, e l'atro
  Bosco mormorerà fra le alte mura;
  Se la funesta delle patrie cose
  Obblivion dalle perverse menti
  Non isgombrano i fati, e la matura
  Clade non torce dalle abbiette genti
  Il ciel fatto cortese
  Dal rimembrar delle passate imprese.

  Alla patria infelice, o buon garzone.
  Sopravviver ti doglia
  Chiaro per lei stato saresti allora
  Che del serto fulgea, di ch'ella è spoglia.
  Nostra colpa e fatal. Passò stagione;
  Che nullo di tal madre oggi s'onora:
  Ma per te stesso al polo ergi la mente.
  Nostra vita a che val? solo a spregiarla:
  Beata allor che ne' perigli avvolta,
  Se stessa obblia, nè delle putrì e lente
  Ore il danno misura e il flutto ascolta;
  Beata allor che il piede
  Spinto al varco leteo, più grata riede.



  VI.


  BRUTO MINORE.


  Poi che divelta, nella tracia[5] polve
  Giacque ruina immensa
  L'italica virtute, onde alle valli
  D'Esperia verde, e al tiberino lido,
  Il calpestio de' barbari cavalli
  Prepara il fato, e dalle selve ignudo
  Cui l'Orsa algida preme,
  A spezzar le romane inclite mura
  Chiama i gotici brandi;
  Sudato, e molle di fraterno sangue,
  Bruto per l'atra notte in erma sede,
  Fermo già di morir, gl'inesorandi
  Numi e l'averno accusa,
  E di feroci note
  Invan la sonnolenta aura percote.

  Stolta virtù, le cave nebbie, i campi
  Dell'inquiete larve
  Son le tue scole, e ti si volge a tergo
  Il pentimento. A voi, marmorei numi,
  (So numi avete in Flegetonte albergo
  O su le nubi) a voi ludibrio o scherno
  È la prole infelice
  A cui templi chiedeste, e frodolenta
  Legge al mortale insulta.
  Dunque tanto i celesti odii commove
  La terrena pietà? dunque degli empi
  Siedi, Giove, a tutela? e quando esulta
  Ter l'aere il nembo, e quando
  il tuon rapido spingi,
  Ne' giusti e pii la sacra fiamma stringi?

  Preme il destino invitto e la ferrata
  Necessità gl'infermi
  Schiavi di morte: e se a cessar non vale
  Gli oltraggi lor, de' necessarii danni
  Si consola il plebeo. Men duro è il male
  Che riparo non ha? dolor non sente
  Chi di speranza è nudo?
  Guerra mortale, eterna, o fato indegno,
  Teco il prode guerreggia,
  Di cedere inesperto; e la tiranna
  Tua destra, allor che vincitrice il grava,
  Indomito scrollando si pompeggia,
  Quando nell'alto lato
  L'amaro ferro intride,
  E maligno alle nere ombre sorride.

  Spiace agli Dei chi violento irrompe
  Nel Tartaro. Non fora
  Tanto valor ne' molli eterni petti.
  Forse i travagli nostri, e forse il cielo
  I casi acerbi e gl'infelici affetti
  Giocondo agli ozi suoi spettacol pose?
  Non fra sciagure e colpe,
  Ma libera ne' boschi e pura etade
  Natura a noi prescrisse,
  Reina un tempo e Diva. Or poi ch'a terra
  Sparse i regni beati empio costume,
  E il viver macro ad altre leggi addisse;
  Quando gl'infausti giorni
  Virile alma ricusa,
  Riede natura, e il non suo dardo accusa?

  Di colpa ignare e de' lor proprii danni
  Le fortunate belve
  Serena adduce al non previsto passo
  La tarda età. Ma se spezzar la fronte
  Ne' rudi tronchi, o da montano sasso
  Dare al vento precipiti le membra,
  Lor suadesse affanno;
  Al misero desio nulla contesa
  Legge arcana farebbe
  O tenebroso ingegno. A voi, fra quante
  Stirpi il cielo avvivò, soli fra tutte,
  Figli di Prometèo, la vita increbbe;
  A voi le morte ripe.
  Se il fato ignavo pende,
  Soli, o miseri, a voi Giove contende.

  E tu dal mar cui nostro sangue irriga,
  Candida luna, sorgi,
  E l'inquieta notte e la funesta
  All'ausonio valor campagna esplori
  Cognati petti il vincitor calpesta,
  Fremono i poggi, dalle somme vette
  Roma antica ruina;
  Tu sì placida sei? Tu la nascente
  Lavinia prole, e gli anni
  Lieti vedesti, e i memorandi allori;
  E tu su l'alpe l'immutato raggio
  Tacita verserai quando ne' danni
  Del servo italo nome,
  Sotto barbaro piede
  Rintronerà quella solinga sede.

  Ecco tra nudi sassi o in verde ramo
  E la fera e l'augello,
  Del consueto obblio gravido il petto,
  L'alta ruina ignora e le mutate
  Sorti del mondo: e come prima il tetto
  Rosseggerà del villanello industre,
  Al mattutino canto
  Quel desterà le valli, e per le balze
  Quella l'inferma plebe
  Agiterà delle minori belve.
  Oh casi! oh gener vano! abbietta parte
  Siam delle cose; e non le tinte glebe,
  Non gli ululati spechi
  Turbò nostra sciagura.
  Nè scolorò le stelle umana cura.

  Non io d'Olimpo o di Cocito i sordi
  Regi, o la terra indegna,
  E non la notte moribondo appello;
  Non te, dell'atra morte ultimo raggio.
  Conscia futura età. Sdegnoso avello
  Placàr singulti, ornàr parole e doni
  Di vil caterva? In peggio
  Precipitano i tempi; e mal s'affida
  A putridi nepoti
  L'onor d'egregie menti e la suprema
  De' miseri vendetta. A me dintorno
  Le penne il bruno augello avido roti;
  Prema la fera, e il nembo
  Tratti l'ignota spoglia;
  E l'aura il nome e la memoria accoglia.



  VII.


  ALLA PRIMAVERA,
  O DELLE FAVOLE ANTICHE.


  Perchè i celesti danni
  Ristori il sole, e perchè l'aure inferme
  Zefiro avvivi, onde fugata e sparta
  Delle nubi la grave ombra s'avvalla;
  Credano il petto inerme
  Gli augelli al vento, e la diurna luce
  Novo d'amor desio, nova speranza
  Ne' penetrati boschi e fra le sciolte
  Pruine induca alle commosse belve;
  Forse alle stanche e nel dolor sepolte
  Umane menti riede
  La bella età, cui la sciagura e l'atra
  Face del ver consunse
  Innanzi tempo? Ottenebrati e spenti
  Di febo i raggi al misero non sono
  In sempiterno? ed anco,
  Primavera odorata, inspiri e tenti
  Questo gelido cor, questo ch'amara
  Nel fior degli anni suoi vecchiezza impara?

  Vivi tu, vivi, o santa
  Natura? vivi e il dissueto orecchio
  Della materna voce il suono accoglie?
  Già di candide ninfe i rivi albergo,
  Placido albergo e specchio
  Furo i liquidi fonti. Arcane danze
  D'immortal piede i ruinosi gioghi
  Scossero e l'ardue selve (oggi romito
  Nido de' venti): e il pastorel ch'all'ombre
  Meridiane[6] incerte, ed al fiorito
  Margo adducea de' fiumi
  Le sitibonde agnelle, arguto carme
  Sonar d'agresti Pani
  Udì lungo le ripe; o tremar l'onda
  Vide, e stupì, che non palese al guardo
  La faretrata Diva
  Scendea ne' caldi flutti, e dall'immonda
  Polve tergea della sanguigna caccia
  Il niveo lato e le verginee braccia.

  Vissero i fiori e l'erbe
  Vissero i boschi un dì. Conscie le molli
  Aure, le nubi e la titania lampa
  Fur dell'umana gente, allor che ignuda
  Te per lo piagge e i colli,
  Ciprigna luce, alla deserta notte
  Con gli occhi intenti il viator seguendo,
  Te compagna alla via, te de' mortali
  Pensosa immaginò. Che se gl'impuri
  Cittadini consorzi e le fatali
  Ire fuggendo e l'onte,
  Gl'ispidi tronchi al petto altri nell'ime
  Selve remoto accolse,
  Viva fiamma agitar l'esangui vene,
  Spirar le foglie, e palpitar segreta
  Nel doloroso amplesso
  Dafne e la mesta Filli, o di Climene
  Pianger credè la sconsolata prole
  Quel che sommerse in Eridàno il sole.

  Nè dell'umano affanno,
  Rigide balze, i luttuosi accenti
  Voi negletti ferìr mentre le vostre
  Paurose latebre Eco solinga,
  Non vano error de' venti,
  Ma di ninfa abitò misero spirto,
  Cui grave amor, cui duro fato escluse
  Delle tenere membra. Ella per grotte,
  Per nudi scogli e desolati alberghi.
  Le non ignote ambasce e l'alte e rotte
  Nostre querele al curvo
  Etra insegnava. E te d'umani eventi
  Disse la fama esperto,
  Musico augel che tra chiomato bosco
  Or vieni il rinascente anno cantando,
  E lamentar nell'alto
  Ozio de' campi, all'aer muto e fosco,
  Antichi danni e scellerato scorno,
  E d'ira e di pietà pallido il giorno.

  Ma non cognato al nostro
  Il gener tuo; quelle tue varie note
  Dolor non forma, e te di colpa ignudo,
  Men caro assai la bruna valle asconde.
  Ahi ahi, poscia che vote
  Son le stanze d'Olimpo, e cieco il tuono
  Per l'atre nubi e le montagne errando.
  Gl'iniqui petti e gl'innocenti a paro
  In freddo orror dissolve; e poi ch'estrano
  Il suol nativo, e di sua prole ignaro
  Le meste anime educa;
  Tu le cure infelici e i fati indegni
  Tu de' mortali ascolta,
  Vaga natura, e la favilla antica
  Rendi allo spirto mio; se tu pur vivi,
  E se de' nostri affanni
  Cosa veruna in ciel, se nell'aprica
  Terra s'alberga o nell'equoreo seno,
  Pietosa no, ma spettatrice almeno.



  VIII.


  INNO AI PATRIARCHI.
  O DE' PRINCIPII DEL GENERE UMANO.


  E voi de' figli dolorosi il canto.
  Voi dell'umana prole incliti padri.
  Lodando ridirà; molto all'eterno
  Degli astri agitator più cari, e molto
  Di noi men lacrimabili nell'alma
  Luce prodotti. Immedicati affanni
  Al misero mortal, nascere al pianto.
  E dell'etereo lume assai più dolci
  Sortir l'opaca tomba e il fato estremo,
  Non la pietà, non la diritta impose
  Legge del cielo. E se di vostro antico
  Error che l'uman seme alla tiranna
  Possa de' morbi e di sciagura offerse,
  Grido antico ragiona, altre più dire
  Colpe de' figli, o irrequieto ingegno,
  E demenza maggior l'offeso Olimpo
  N'armaro incontra, e la negletta mano
  Dell'altrice natura; onde la viva
  Fiamma n'increbbe, e detestato il parto
  Fu del grembo materno, e violento
  Emerse il disperato Erebo in terra.

  Tu primo il giorno, e le purpuree faci
  Delle rotanti sfere, e la novella
  Prole de' campi, o duce antico e padre
  Dell'umana famiglia, e tu l'errante
  Per li giovani prati aura contempli:
  Quando le rupi e le deserte valli
  Precipite l'alpina onda feria
  D'inudito fragor; quando gli ameni
  Futuri seggi di lodate genti
  E di cittadi romorose, ignota
  Pace regnava; e gl'inarati colli
  Solo e muto ascendea l'aprico raggio
  Di febo e l'aurea luna. Oh fortunata.
  Di colpe ignara e di lugùbri eventi.
  Erma terrena sede! Oh quanto affanno
  Al gener tuo, padre infelice, e quale
  D'amarissimi casi ordine immenso
  Preparano i destini! Ecco di sangue
  Gli avari cólti e di fraterno scempio
  Furor novello incesta, e le nefande
  Ali di morte il divo etere impara.
  Trepido, errante il fratricida, e l'ombre
  Solitarie fuggendo e la secreta
  Nelle profonde selve ira de' venti,
  Primo i civili tetti, albergo e regno
  Alle macere cure, innalza[7]; e primo
  Il disperato pentimento i ciechi
  Mortali egro, anelante, aduna e stringe
  Ne' consorti ricetti: onde negata
  L'improba mano al curvo aratro, e vili
  Fur gli agresti sudori; ozio le soglie
  Scellerate occupò; ne' corpi inerti
  Domo il vigor natio, languide, ignave
  Giacquer le menti; e servitù le imbelli
  Umane vite, ultimo danno, accolse.

  E tu dall'etra infesto e dal mugghiante
  Su i nubiferi gioghi equoreo flutto
  Scampi l'iniquo germe, o tu cui prima
  Dall'aer cieco e da' natanti poggi
  Segno arrecò d'instaurata spene
  La candida colomba, e delle antiche
  Nubi l'occiduo Sol naufrago uscendo.
  L'atro polo di vaga iri dipinse.
  Riede alla terra, e il crudo affetto e gli empi
  Studi rinnova e le seguaci ambasce
  La riparata gente. Agl'inaccessi
  Regni del mar vendicatore illude
  Profana destra, e la sciagura e il pianto
  A novi liti e nove stelle insegna.

  Or te, padre de' pii, te giusto e forte,
  E di tuo seme i generosi alunni
  Medita il petto mio. Dirò siccome
  Sedente, oscuro, in sul meriggio all'ombre
  Del riposato albergo, appo le molli
  Rive del gregge tuo nutrici e sedi,
  Te de' celesti peregrini occulto
  Beàr l'etereo menti; e quale, o figlio
  Della saggia Rebecca, in su la sera,
  Presso al rustico pozzo e nella dolce
  Di pastori e di lieti ozi frequente
  Aranitica valle, amor ti punse
  Della vezzosa Labanide: invitto
  Amor, ch'a lunghi esigli e lunghi affanni
  E di servaggio all'odiata soma
  Volenteroso il prode animo addisse.

  Fu certo, fu (nè d'error vano e d'ombra
  L'aonio canto e della fama il grido
  Pasco l'avida plebe) amica un tempo
  Al sangue nostro o dilottosa e cara
  Questa misera piaggia, od aurea corse
  Nostra caduca età. Non che di latte
  Onda rigasse intemerata il fianco
  Delle balze materne, o con le greggi
  Mista la tigre ai consueti ovili
  Nè guidasse per gioco i lupi al fonte
  Il pastorel; ma di suo fato ignara
  E degli affanni suoi, vota d'affanno
  Visse l'umana stirpe; alle secrete
  Leggi del cielo e di natura indutto
  Valse l'ameno error, le fraudi, il molle
  Pristino velo; e di sperar contenta
  Nostra placida nave in porto ascese.

  Tal fra le vaste californie selve
  Nasce beata prole, a cui non sugge
  Pallida cura il petto, a cui le membra
  Fera tabe non doma; e vitto il bosco,
  Nidi l'intima rupe, onde ministra
  L'irrigua valle, inopinato il giorno
  Dell'atra morte incombe. Oh contro il nostro
  Scellerato ardimento inermi regni
  Della saggia natura! I lidi e gli antri
  E le quiete selve apre l'invitto
  Nostro furor; le violate genti
  Al peregrino affanno, agl'ignorati
  Desiri educa; e la fugace, ignuda
  Felicità per l'imo sole incalza[8].



  IX.


  ULTIMO CANTO DI SAFFO.


  Placida notte, e verecondo raggio
  Della cadente luna; e tu che spunti
  Fra la tacita selva in su le rupe,
  Nunzio del giorno; oh dilettoso e care
  Mentre ignote mi fur l'erinni e il fato,
  Sembianze agli occhi miei; già non arride
  Spettacol molle ai disperati affetti.
  Noi l'insueto allor gaudio ravviva
  Quando per l'etra liquido si volve
  E per li campi trepidanti il flutto
  Polveroso de' Noti, e quando il carro.
  Grave carro di Giove a noi sul capo
  Tonando, il tenebroso aere divide.
  Noi per le balze e le profonde valli
  Natar giova tra' nembi, e noi la vasta
  Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto
  Fiume alla dubbia sponda
  Il suono e la vittrice ira dell'onda.

  Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
  Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta
  Infinita beltà parte nessuna
  Alla misera Saffo i numi e l'empia
  Sorte non fenno. A' tuoi superbi regni
  Vile, o natura, e grave ospite addetta,
  E dispregiata amante, alle vezzose
  Tue forme il core e le pupille invano
  Supplichevole intendo. A me non ride
  L'aprico margo, e dall'eterea porta
  Il mattutino albor; me non il canto
  De' colorati augelli, e non de' faggi
  Il murmure saluta: e dove all'ombra
  Degl'inchinati salici dispiega
  Candido rivo il puro seno, al mio
  Lubrico piè le flessuose linfe
  Disdegnando sottraggo,
  E preme in fuga l'odorate spiagge.

  Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso
  Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
  Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
  In che peccai bambina, allor che ignara
  Di misfatto è la vita, onde poi scemo
  Di giovinezza, o disfiorato, al fuso
  Dell'indomita Parca si volvesse
  Il ferrigno mio stame? Incaute voci
  Spande il tuo labbro: i destinati eventi
  Move arcano consiglio. Arcano è tutto,
  Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
  Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
  De' celesti si posa. Oh cure, oh speme
  De' più verd'anni! Alle sembianze il Padre,
  Alle amene sembianze eterno regno
  Diè nelle genti; e per virili imprese,
  Per dotta lira o canto,
  Virtù non luce in disadorno ammanto.

  Morremo. Il velo indegno a terra sparto.
  Rifuggirà l'ignudo animo a Dite,
  E il crudo fallo emenderà del cieco
  Dispensator de' casi. E tu cui lungo
  Amore indarno, e lunga fede, e vano
  D'implacato desio furor mi strinse,
  Vivi felice, se felice in terra
  Visse nato mortal. Me non asperse
  Del soave licor del doglio avaro
  Giove, poi che perìr gl'inganni e il sogno
  Della mia fanciullezza. Ogni più lieto
  Giorno di nostra età primo s'invola.
  Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l'ombra
  Della gelida morte. Ecco di tante
  Sperate palme e dilettosi errori,
  Il Tartaro m'avanza; e il prode ingegno
  Han la tenaria Diva,
  E l'atra notte, e la silente riva.



  X.


  IL PRIMO AMORE.


  Tornami a mente il dì che la battaglia
  D'amor sentii la prima volta, e dissi:
  Oimè, se quest'è amor, com'ei travaglia!

  Che gli occhi al suol tuttora intenti e fissi,
  Io mirava colei ch'a questo core
  Primiera il varco ed innocente aprissi.

  Ahi come mal mi governasti, amore!
  Perchè seco dovea sì dolce affetto
  Recar tanto desio, tanto dolore?

  E non sereno, e non intero e schietto,
  Anzi pien di travaglio e di lamento
  Al cor mi discendea tanto diletto?

  Dimmi, tenero core, or che spavento,
  Che angoscia era la tua fra quel pensiero
  Presso al qual t'era noia ogni contento?

  Quel pensier che nel dì, che lusinghiero
  Ti si offeriva nella notte, quando
  Tutto queto parea nell'emisfero:

  Tu inquieto, e felice e miserando,
  M'affaticavi in su le piume il fianco,
  Ad ogni or fortemente palpitando.

  E dove io tristo ed affannato e stanco
  Gli occhi al sonno chiudea, come per febre
  Rotto e deliro il sonno venia manco.

  Oh come viva in mezzo alle tenebre
  Sorgea la dolce imago, e gli occhi chiusi
  La contemplavan sotto alle palpebre!

  Oh come soavissimi diffusi
  Moti per l'ossa mi serpeano! oh come
  Mille nell'alma instabili, confusi

  Pensieri si volgean! qual tra le chiome
  D'antica selva zefiro scorrendo,
  Un lungo, incerto mormorar ne prome.

  E mentre io taccio, e mentre io non contendo,
  Che dicevi, o mio cor, che si partia
  Quella per che penando ivi e battendo?

  Il cuocer non più tosto io mi sentia
  Della vampa d'amor, che il venticello
  Che l'aleggiava, volossene via.

  Senza sonno io giacca sul dì novello,
  E i destrier che dovean farmi deserto,
  Battean la zampa sotto al patrio ostello.

  Ed io timido e cheto ed inesperto,
  Vèr lo balcone al buio protendea
  L'orecchio avido e l'occhio indarno aperto,

  La voce ad ascoltar, se ne dovea
  Di quelle labbra uscir, ch'ultima fosse;
  La voce, ch'altro il cielo, ahi, mi togliea.

  Quante volte plebea voce percosse
  Il dubitoso orecchio, e un gel mi prese,
  E il core in forse a palpitar si mosse!

  E poi che finalmente mi discese
  La cara voce al core, e de' cavai
  E delle rote il romorio s'intese;

  Orbo rimaso allor, mi rannicchiai
  Palpitando nel letto e, chiusi gli occhi,
  Strinsi il cor con la mano, e sospirai.

  Poscia traendo i tremuli ginocchi
  Stupidamente per la muta stanza,
  Ch'altro sarà, dicea, che il cor mi tocchi?

  Amarissima allor la ricordanza
  Locommisi nel petto, e mi serrava
  Ad ogni voce il core, a ogni sembianza.

  E lunga doglia il sen mi ricercava,
  Com'è quando a distesa Olimpo piove
  Malinconicamente e i campi lava.

  Ned io ti conoscea, garzon di nove
  E nove Soli, in questo a pianger nato
  Quando facevi, amor, le prime prove.

  Quando in ispregio ogni piacer, nè grato
  M'era degli astri il riso, o dell'aurora
  Queta il silenzio, o il verdeggiar del prato.

  Anche di gloria amor taceami allora
  Nel petto, cui scaldar tanto solea,
  Che di beltade amor vi fea dimora.

  Nè gli occhi ai noti studi io rivolgea,
  E quelli m'apparian vani per cui
  Vano ogni altro desir creduto avea.

  Deh come mai da me sì vario fui,
  E tanto amor mi tolse un altro amore?
  Deh quanto, in verità, vani siam nui!

  Solo il mio cor piaceami, e col mio core
  In un perenne ragionar sepolto,
  Alla guardia seder del mio dolore.

  E l'occhio a terra chino o in sè raccolto,
  Di riscontrarsi fuggitivo e vago
  Nè in leggiadro soffria nè in turpe volto:

  Che la illibata, la candida imago
  Turbare egli temea pinta nel seno,
  Come all'aure si turba onda di lago.

  E quel di non aver goduto appieno
  Pentimento, che l'anima ci grava,
  E il piacer che passò cangia in veleno,

  Per li fuggiti dì mi stimolava
  Tuttora il sen: che la vergogna il duro
  Suo morso in questo cor già non oprava.

  Al cielo, a voi, gentili anime, io giuro
  Che voglia non m'entrò bassa nel petto,
  Ch'arsi di foco intaminato e puro.

  Vive quel foco ancor, vive l'affetto,
  Spira nel pensier mio la bella imago,
  Da cui, se non celeste, altro diletto

  Giammai non ebbi, e sol di lei m'appago.



  XI.


  IL PASSERO SOLITARIO.


  D'in su la vetta della torre antica,
  Passero solitario, alla campagna
  Cantando vai finchè non more il giorno;
  Ed erra l'armonia per questa valle.
  Primavera dintorno
  Brilla nell'aria, e per li campi esulta,
  Sì ch'a mirarla intenerisce il core.
  Odi greggi belar, muggire armenti;
  Gli altri augelli contenti, a gara insieme
  Per lo libero ciel fan mille giri,
  Pur festeggiando il lor tempo migliore:
  Tu pensoso in disparte il tutto miri;
  Non compagni, non voli,
  Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi;
  Canti, o così trapassi
  Dell'anno e di tua vita il più bel fiore.

  Oimè, quanto somiglia
  Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
  Della novella età dolce famiglia,
  E te german di giovinezza, amore,
  Sospiro acerbo de' provetti giorni,
  Non curo, io non so come; anzi da loro
  Quasi fuggo lontano;
  Quasi romito, e strano
  Al mio loco natio.
  Passo del viver mio la primavera.
  Questo giorno ch'omai cede alla sera,
  Festeggiar si costuma al nostro borgo.
  Odi per lo sereno un suon di squilla,
  Odi spesso un tonar di ferree canne.
  Che rimbomba lontan di villa in villa.
  Tutta vestita a festa
  La gioventù del loco
  Lascia le case, e per le vie si spande;
  E mira ed è mirata, e in cor s'allegra.
  Io solitario in questa
  Rimota parte alla campagna uscendo,
  Ogni diletto e gioco
  Indugio in altro tempo: e intanto il guardo
  Steso nell'aria aprica
  Mi fere il Sol che tra lontani monti,
  Dopo il giorno sereno,
  Cadendo si dilegua, e par che dica
  Che la beata gioventù vien meno.

  Tu, solingo augellin, venuto a sera
  Del viver che daranno a te le stelle,
  Certo del tuo costume
  Non ti dorrai; che di natura è frutto
  Ogni vostra vaghezza.
  A me, se di vecchiezza
  La detestata soglia
  Evitar non impetro,
  Quando muti questi occhi all'altrui core,
  E lor fia vòto il mondo, e il dì futuro
  Del dì presente più noioso e tetro,
  Che parrà di tal voglia?
  Che di quest'anni miei? che di me stesso?
  Ahi pentirommi, e spesso.
  Ma sconsolato, volgerommi indietro.



  XII.


  L'INFINITO.


  Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
  E questa siepe, che da tanta parte
  Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
  Ma sedendo e mirando, interminati
  Spazi di là da quella, e sovrumani
  Silenzi, e profondissima quiete
  Io nel pensier mi fìngo; ove per poco
  Il cor non si spaura. E come il vento
  Odo stormir tra queste piante, io quello
  Infinito silenzio a questa voce
  Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
  E le morte stagioni, e la presente
  E viva, e il suon di lei. Così tra questa
  Immensità s'annega il pensier mio;
  E il naufragar m'è dolce in questo mare.



  XIII.


  LA SERA DEL DÌ DI FESTA.


  Dolce e chiara è la notte e senza vento,
  E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
  Posa la luna, e di lontan rivela
  Serena ogni montagna. O donna mia,
  Già tace ogni sentiero, e poi balconi
  Rara traluce la notturna lampa:
  Tu dormi, che t'accolse agevol sonno
  Nelle tue chete stanze; o non ti morde
  Cura nessuna; e già non sai nè pensi
  Quanta piaga m'apristi in mezzo al petto.
  Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
  Appare in vista, a salutar m'affaccio,
  E l'antica natura onnipossente,
  Che mi fece all'affanno. A te la speme
  Nego, mi disse, anche la speme; e d'altro
  Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
  Questo dì fu solenne: or da' trastulli
  Prendi riposo; e forse ti rimembra
  In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
  Piacquero a te: non io, non già ch'io speri,
  Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
  Quanto a viver mi resti, e qui per terra
  Mi getto, e grido, e fremo. O giorni orrendi
  In così verde etate! Ahi, per la via
  Odo non lunge il solitario canto
  Dell'artigian, che riede a tarda notte,
  Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
  E fieramente mi si stringe il core,
  A pensar come tutto al mondo passa,
  E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
  Il dì festivo, ed al festivo il giorno
  Volgar succede, e se ne porta il tempo
  Ogni umano accidente. Or dov'è il suono
  Di que' popoli antichi! or dov'è il grido
  De' nostri avi famosi, e il grande impero
  Di quella Roma, e l'armi, e il fragorio
  Che n'andò per la terra e l'oceano?
  Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
  Il mondo, e più di lor non si ragiona.
  Nella mia prima età, quando s'aspetta
  Bramosamente il dì festivo, or poscia
  Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,
  Premea le piume; ed alla tarda notte
  Un canto che s'udia per li sentieri
  Lontanando morire a poco a poco.
  Già similmente mi stringeva il core.



  XIV.


  ALLA LUNA.


  O graziosa luna, io mi rammento
  Che, or volge l'anno, sovra questo colle
  Io venia pien d'angoscia a rimirarti:
  E tu pendevi allor su quella selva
  Siccome or fai, che tutta la rischiari.
  Ma nebuloso e tremulo dal pianto
  Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
  Il tuo volto apparia, che travagliosa
  Era mia vita: ed è, nè cangia stile,
  O mia diletta luna. E pur mi giova
  La ricordanza, e il noverar l'etate
  Del mio dolore. Oh come grato occorre
  Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
  La speme e breve ha la memoria il corso.
  Il rimembrar delle passate cose,
  Ancor che triste, e che l'affanno duri!



  XV.


  IL SOGNO.


  Era il mattino, e tra le chiuse imposte
  Per lo balcone insinuava il Sole
  Nella mia cieca stanza il primo albore;
  Quando in sul tempo che più leve il sonno
  E più soave le pupille adombra,
  Stettemi allato e riguardommi in viso
  Il simulacro di colei che amore
  Prima insegnommi, e poi lasciommi in pianto.
  Morta non mi parea, ma trista, e quale
  Degl'infelici è la sembianza. Al capo
  Appressommi la destra, e sospirando,
  Vivi, mi disse, e ricordanza alcuna
  Serbi di noi? Donde, risposi, e come
  Vieni, o cara beltà? Quanto, deh quanto
  Di te mi dolse e duol: nè mi credea
  Che risaper tu lo dovessi; e questo
  Facea più sconsolato il dolor mio.
  Ma sei tu per lasciarmi un'altra volta?
  Io n'ho gran tema. Or dimmi, e che t'avvenne?
  Sei tu quella di prima? E che ti strugge
  Internamente? Obblivione ingombra
  I tuoi pensieri, e gli avviluppa il sonno;
  Disse colei. Son morta, e mi vedesti
  L'ultima volta, or son più lune. Immensa
  Doglia m'oppresse a queste voci il petto.
  Ella seguì: nel fior degli anni estinta,
  Quand'è il viver più dolce, e pria che il core
  Certo si renda com'è tutta indarno
  L'umana speme. A desiar colei
  Che d'ogni affanno il tragge, ha poco andare
  L'egro mortal; ma sconsolata arriva
  La morte ai giovanetti, e duro è il fato
  Di quella speme che sotterra è spenta.
  Vano è saper quel che natura asconde
  Agl'inesperti della vita, e molto
  All'immatura sapienza il cieco
  Dolor prevale. Oh sfortunata, oh cara,
  Taci, taci, diss'io, che tu mi schianti
  Con questi detti il còr. Dunque sei morta,
  O mia diletta, ed io son vivo, ed era
  Pur fisso in ciel che quei sudori estremi
  Cotesta cara e tenerella salma
  Provar dovesse, a me restasse intera
  Questa misera spoglia? Oh quante volte
  In ripensar che più non vivi, e mai
  Non avverrà ch'io ti ritrovi al mondo,
  Creder noi posso! Ahi ahi, che cosa è questa
  Che morte s'addimanda? Oggi per prova
  Intenderlo potessi, e il capo inerme
  Agli atroci del fato odii sottrarre!
  Giovane son, ma si consuma e perde
  La giovanezza mia come vecchiezza;
  La qual pavento, e pur m'è lunge assai.
  Ma poco da vecchiezza si discorda
  Il fior dell'età mia. Nascemmo al pianto,
  Disse, ambedue; felicità non rise
  Al viver nostro; e dilettossi il cielo
  De' nostri affanni. Or se di pianto il ciglio,
  Soggiunsi, e di pallor velato il viso
  Per la tua dipartita, e se d'angoscia
  Porto gravido il cor; dimmi: d'amore
  Favilla alcuna, o di pietà, giammai
  Verso il misero amante il cor t'assalse
  Mentre vivesti? Io disperando allora
  E sperando traea le notti e i giorni;
  Oggi nel vano dubitar si stanca
  La mente mia. Che se una volta sola
  Dolor ti strinse di mia negra vita,
  Non mel celar, ti prego, e mi soccorra
  La rimembranza or che il futuro è tolto
  Ai nostri giorni. E quella: ti conforta,
  O sventurato. Io di pietade avara
  Non ti fui mentre vissi, ed or non sono,
  Che fui misera anch'io. Non far querela
  Di questa infelicissima fanciulla.
  Per le sventure nostre, e per l'amore
  Che mi strugge, esclamai; por lo diletto
  Nome di giovanezza e la perduta
  Speme dei nostri dì, concedi, o cara,
  Che la tua destra io tocchi. Ed ella, in atto
  Soave e tristo, la porgeva. Or mentre
  Di baci la ricopro, e d'affannosa
  Dolcezza palpitando all'anelante
  Seno la stringo, di sudore il volto
  Ferveva e il petto, nelle fauci stava
  La voce, al guardo traballava il giorno.
  Quando colei teneramente aflissi
  Gli occhi negli occhi miei, già scordi, o caro,
  Disse, clie di beltà son fatta ignuda?
  E tu d'amore, o sfortunato, indarno
  Ti scaldi e fremi. Or finalmente addio.
  Nostre misere menti e nostre salme
  Son disgiunte in eterno. A me non vivi,
  E mai più non vivrai: già ruppe il fato
  La fè che mi giurasti. Allor d'angoscia
  Gridar volendo, e spasimando, e pregne
  Di sconsolato pianto le pupille,
  Dal sonno mi disciolsi. Ella negli occhi
  Pur mi restava, e nell'incerto raggio
  Del Sol vederla io mi credeva ancora.



  XVI.


  LA VITA SOLITARIA.


  La mattutina pioggia, allor che l'ale
  Battendo esulta nella chiusa stanza
  La gallinella, ed al balcon s'affaccia
  L'abitator de' campi, e il Sol che nasce
  I suoi tremuli rai fra le cadenti
  Stille saetta, alla capanna mia
  Dolcemente picchiando, mi risveglia;
  E sorgo, e i lievi nugoletti, e il primo
  Degli augelli susurro, e l'aura fresca,
  E le ridenti piagge benedico:
  Poichè voi, cittadine infauste mura.
  Vidi e conobbi assai, là dove segue
  Odio al dolor compagno; e doloroso
  Io vivo, e tal morrò, deh tosto! Alcuna
  Benchè scarsa pietà pur mi dimostra
  Natura in questi lochi, un giorno oh quanto
  Verso me più cortese! E tu pur volgi
  Dai miseri lo sguardo; e tu, sdegnando
  Le sciagure e gli affanni, alla reina
  Felicità servi, o natura. In cielo,
  In terra amico agl'infelici alcuno
  E rifugio non resta altro che il ferro.

  Talor m'assido in solitaria parte,
  Sovra un rialto, al margine d'un lago
  Di taciturne piante incoronato.
  Ivi, quando il meriggio in ciel si volve,
  La sua tranquilla imago il Sol dipinge,
  Ed erba o foglia non si crolla al vento,
  E non onda incresparsi, e non cicala
  Strider, nè batter penna augello in ramo.
  Nè farfalla ronzar, nè voce o moto
  Da presso nè da lunge odi nè vedi.
  Tien quelle rive altissima quiete;
  Ond'io quasi me stesso e il mondo obblio
  Sedendo immoto; e già mi par che sciolte
  Giaccian le membra mie, nè spirto o senso
  Più le commova, e lor quiete antica
  Co' silenzi del loco si confonda.

  Amore, amore, assai lungi volasti
  Dal petto mio, che fu sì caldo un giorno,
  Anzi rovente. Con sua fredda mano
  Lo strinse la sciaura, e in ghiaccio è vòlto
  Nel fior degli anni. Mi sovvien del tempo
  Che mi scendesti in seno. Era quel dolce
  E irrevocabil tempo, allor che s'apre
  Al guardo giovanii questa infelice
  Scena del mondo, e gli sorride in vista
  Di paradiso. Al garzoncello il core
  Di vergine speranza e di desio
  Balza nel petto; e già s'accinge all'opra
  Di questa vita come a danza o gioco
  Il misero mortal. Ma non sì tosto,
  Amor, di te m'accorsi, e il viver mio
  Fortuna avea già rotto, od a questi occhi
  Non altro convenia che il pianger sempre.
  Pur se talvolta per le piagge apriche,
  Su la tacita aurora o quando al sole
  Brillano i tetti e i poggi e le campagne.
  Scontro di vaga donzelletta il viso;
  O qualor nella placida quiete
  D'estiva notte, il vagabondo passo
  Di rincontro alle ville soffermando.
  L'erma terra contemplo, e di fanciulla
  Che all'opre di sua man la notte aggiunge
  Odo sonar nelle romite stanze
  L'arguto canto; a palpitar si move
  Questo mio cor di sasso: ahi, ma ritorna
  Tosto al ferreo sopor; ch'è fatto estrano
  Ogni moto soave al petto mio.

  O cara luna, al cui tranquillo raggio
  Danzan le lepri nelle selve; e duolsi
  Alla mattina il cacciator, che trova
  L'orme intricate e false, e dai covili
  Error vario lo svia; salve, o benigna
  Delle notti reina. Infesto scende
  Il raggio tuo fra macchie e balze o dentro
  A deserti edifici, in su l'acciaro
  Del pallido ladron ch'a teso orecchio
  Il fragor delle rote e de' cavalli
  Da lungi osserva o il calpestio de' piedi
  Sulla tacita via; poscia improvviso
  Col suon dell'armi e con la rauca voce
  E col funereo ceffo il core agghiaccia
  Al passegger, cui semivivo e nudo
  Lascia in breve tra' sassi. Infesto occorre
  Per le contrade cittadine il bianco
  Tuo lume al drudo vil, che degli alberghi
  Va radendo le mura e la secreta
  Ombra seguendo, e resta, e si spaura
  Delle ardenti lucerne e degli aperti
  Balconi. Infesto alle malvage menti,
  A me sempre benigno il tuo cospetto
  Sarà per queste piagge, ove non altro
  Che lieti colli e spaziosi campi
  M'apri alla vista. Ed ancor io soleva,
  Bench'innocente io fossi, il tuo vezzoso
  Raggio accusar negli abitati lochi,
  Quand'ei m'offriva al guardo umano, e quando
  Scopriva umani aspetti al guardo mio.
  Or sempre loderollo, o ch'io ti miri
  Veleggiar tra le nubi, o che serena
  Dominatrice dell'etereo campo,
  Questa flebil riguardi umana sede.
  Me spesso rivedrai solingo e muto
  Errar pe' boschi e per le verdi rive,
  O seder sovra l'erbe, assai contento
  Se core e lena a sospirar m'avanza.



  XVII.


  CONSALVO.


  Presso alla fin di sua dimora in terra,
  Giacea Consalvo; disdegnoso un tempo
  Del suo destino, or già non più, che a mezzo
  Il quinto lustro, gli pendea sul capo
  Il sospirato obblio. Qual da gran tempo,
  Così giacea nel funeral suo giorno
  Dai più diletti amici abbandonato:
  Ch'amico in terra al lungo andar nessuno
  Resta a colui che della terra è schivo.
  Pur gli era al fianco, da pietà condotta
  A consolare il suo deserto stato,
  Quella che sola e sempre eragli a mente,
  Per divina beltà famosa Elvira;
  Conscia del suo poter, conscia che un guardo
  Suo lieto, un detto d'alcun dolce asperso,
  Ben mille volte ripetuto e mille
  Nel costante pensier, sostegno e cibo
  Esser solea dell'infelice amante:
  Benchè nulla d'amor parola udita
  Avess'ella da lui. Sempre in quell'alma
  Era del gran desio stato più forte
  Un sovrano timor. Così l'avea
  Fatto schiavo e fanciullo il troppo amore.

  Ma ruppe alfin la morte il nodo antico
  Alla sua lingua. Poichè certi i segni
  Sentendo di quel dì che l'uom discioglie,
  Lei, già mossa a partir, presa per mano,
  E quella man bianchissima stringendo,
  Disse: tu parti, e l'ora ornai ti sforza:
  Elvira, addio. Non ti vedrò, ch'io creda,
  Un'altra volta. Or dunque addio. Ti rendo
  Qual maggior grazia mai delle tue cure
  Dar possa il labbro mio. Premio daratti
  Chi può, se premio ai pii dal ciel si rende.
  Impallidia la bella, e il petto anelo
  Udendo le si fea: chè sempre stringe
  All'uomo il cor dogliosamente, ancora
  Ch'estranio sia, chi si diparte, e dice
  Addio per sempre. E contraddir voleva,
  Dissimulando l'appressar del fato,
  Al moribondo. Ma il suo dir prevenne
  Quegli, e soggiunse: desiata, e molto,
  Come sai, ripregata a me discende,
  Non temuta, la morte; e lieto apparmi
  Questo feral mio dì. Pesami, è vero,
  Che te perdo per sempre. Oimè per sempre
  Parto da te. Mi si divide il core
  In questo dir. Più non vedrò quegli occhi.
  Nè la tua voce udrò! Dimmi: ma pria
  Di lasciarmi in eterno, Elvira, un bacio
  Non vorrai tu donarmi? un bacio solo
  In tutto il viver mio? Grazia ch'ei chiegga
  Non si nega a chi muor. Nè già vantarmi
  Potrò del dono, io semispento, a cui
  Straniera man le labbra oggi fra poco
  Eternamente chiuderà. Ciò detto
  Con un sospiro, all'adorata destra
  Le fredde labbra supplicando affisse.

  Stette sospesa e pensierosa in atto
  La bellissima donna; e fiso il guardo,
  Di mille vezzi sfavillante, in quello
  Tenea dell'infelice, ove l'estrema
  Lacrima rilucea. Nè dielle il core
  Di sprezzar la dimanda, e il mesto addio
  Rinacerbir col niego; anzi la vinse
  Misericordia dei ben noti ardori.
  E quel volto celeste, e quella bocca,
  Già tanto desiata, e per molt'anni
  Argomento di sogno e di sospiro,
  Dolcemente appressando al volto afflitto
  E scolorato dal mortale affanno,
  Più baci e più, tutta benigna e in vista
  D'alta pietà, su le convulse labbra
  Del trepido, rapito amante impresse.

  Che divenisti allor? quali appariro
  Vita, morte, sventura agli occhi tuoi,
  Fuggitivo Consalvo? Egli la mano.
  Ch'ancor tenea, della diletta Elvira
  Postasi al cor, che gli ultimi battea
  Palpiti della morte e dell'amore,
  Oh, disse, Elvira, Elvira mia! ben sono
  In su la terra ancor; ben quelle labbra
  Fur le tue labbra, e la tua mano io stringo!
  Ahi vision d'estinto, o sogno, o cosa
  Incredibil mi par. Deh quanto, Elvira,
  Quanto debbo alla morte! Ascoso innanzi
  Non ti fu l'amor mio per alcun tempo;
  Non a te, non altrui; chè non si cela
  Vero amore alla terra. Assai palese
  Agli atti, al volto sbigottito, agli occhi,
  Ti fu: ma non ai detti. Ancora e sempre
  Muto sarebbe l'infinito affetto
  Che governa il cor mio, se non l'avesse
  Fatto ardito il morir. Morrò contento
  Del mio destino omai, nè più mi dolgo
  Ch'aprii le luci al dì. Non vissi indarno,
  Poscia che quella bocca alla mia bocca
  Premer fu dato. Anzi felice estimo
  La sorte mia. Duo cose belle ha il mondo:
  Amore e morte. All'una il ciel mi guida
  In sul fior dell'età; nell'altro, assai
  Fortunato mi tengo. Ah, se una volta,
  Solo una volta il lungo amor quieto
  E pago avessi tu, fòra la terra
  Fatta quindi per sempre un paradiso
  Ai cangiati occhi miei. Fin la vecchiezza,
  L'abborrita vecchiezza, avrei sofferto
  Con riposato cor: chè a sostentarla
  Bastato sempre il rimembrar sarebbe
  D'un solo istante, e il dir: felice io fui
  Sovra tutti i felici. Ahi, ma cotanto
  Esser beato non consente il cielo
  A natura terrena. Amar tant'oltre
  Non è dato con gioia. E ben per patto
  In poter del carnefice ai flagelli,
  Alle ruote, alle faci ito volando
  Sarei dalle tue braccia; e ben disceso
  Nel paventato sempiterno scempio.

  O Elvira, Elvira, oh lui felice, oh sovra
  Gl'immortali beato, a cui tu schiuda
  Il sorriso d'amor! felice appresso
  Chi per te sparga con la vita il sangue!
  Lice, lice al mortal, non è già sogno
  Come stimai gran tempo, ahi lice in terra
  Provar felicità. Ciò seppi il giorno
  Che fiso io ti mirai. Ben per mia morte
  Questo m'accadde. E non però quel giorno
  Con certo cor giammai, fra tante ambasce,
  Quel fiero giorno biasimar sostenni.

  Or tu vivi beata, o il mondo abbella,
  Elvira mia, col tuo sembiante. Alcuno
  Non l'amerà quant'io l'amai. Non nasce
  Un altrettale amor. Quanto, deh quanto
  Dal misero Consalvo in sì gran tempo
  Chiamata fosti, e lamentata, e pianta!
  Come al nome d'Elvira, in cor gelando,
  Impallidir; come tremar son uso
  All'amaro calcar della tua soglia,
  A quella voce angelica, all'aspetto
  Di quella fronte, io ch'ai morir non tremo!
  Ma la lena e la vita or vengon meno
  Agli accenti d'amor. Passato è il tempo,
  Nè questo dì rimemorar m'è dato.
  Elvira, addio. Con la vital favilla
  La tua diletta immagine si parte
  Dal mio cor finalmente. Addio. Se grave
  Non ti fu quest'affetto, al mio ferètro
  Dimani all'annottar manda un sospiro.

  Tacque: nè molto andò, che a lui col suono
  Mancò lo spirto; e innanzi sera il primo
  Suo dì felice gli fuggia dal guardo.



  XVIII.


  ALLA SUA DONNA.


  Cara beltà che amore
  Lunge m'inspiri o nascondendo il viso,
  Fuor se nel sonno il core
  Ombra diva mi scuoti,
  O ne' campi ove splenda
  Più vago il giorno e di natura il riso;
  Forse tu l'innocente
  Secol beasti che dall'oro ha nome.
  Or leve intra la gente
  Anima voli? o te la sorte avara
  Ch'a noi t'asconde, agli avvenir prepara?

  Viva mirarti omai
  Nulla spene m'avanza;
  S'allor non fosse, allor che ignudo e solo
  Per novo calle a peregrina stanza
  Verrà lo spirto mio. Già sul novello
  Aprir di mia giornata incerta e bruna,
  Te vïatrice in questo arido suolo
  Io mi pensai. Ma non è cosa in terra
  Che ti somigli; e s'anco pari alcuna
  Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,
  Saria, così conforme, assai men bella.

  Fra cotanto dolore
  Quanto all'umana età propose il fato,
  Se vera e quale il mio pensier ti pinge,
  Alcun t'amasse in terra, a lui pur fòra
  Questo viver beato:
  E ben chiaro vegg'io siccome ancora
  Seguir loda e virtù qual ne' prim'anni
  L'amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse
  Il ciel nullo conforto ai nostri affanni;
  E teco la mortai vita saria
  Simile a quella che nel cielo india.

  Per le valli, ove suona
  Del faticoso agricoltore il canto,
  Ed io seggo e mi lagno
  Del giovanile error che m'abbandona;
  E per li poggi, ov'io rimembro e piagno
  I perduti desiri, o la perduta
  Speme de' giorni miei; di te pensando.
  A palpitar mi sveglio. E potess'io,
  Nel secol tetro e in questo aer nefando,
  L'alta specie serbar; chè dell'imago,
  Poi che del ver m'è tolto, assai m'appago.

  Se dell'eterne idee
  L'una sei tu, cui di sensibil forma
  Sdegni l'eterno senno esser vestita,
  E fra caduche spoglie
  Provar gli affanni di funerea vita;
  O s'altra terra ne' superni giri
  Fra' mondi innumerabili t'accoglie,
  E più vaga del Sol prossima stella
  T'irraggia, e più benigno etere spiri;
  Di qua dove son gli anni infausti e brevi,
  Questo d'ignoto amante inno ricevi.



  XIX.


  AL CONTE CARLO PEPOLI.


  Questo affannoso e travagliato sonno
  Che noi vita nomiam, come sopporti,
  Pèpoli mio? di che speranze il core
  Vai sostentando? in che pensieri, in quanto
  O gioconde o moleste opre dispensi
  L'ozio che ti lasciàr gli avi remoti,
  Grave retaggio e faticoso? È tutta,
  In ogni umano stato, ozio la vita,
  Se quell'oprar, quel procurar che a degno
  Obbietto non intende, o che all'intento
  Giunger mai non potria, ben si conviene
  Ozioso nomar. La schiera industre
  Cui franger glebe o curar piante e greggi
  Vede l'alba tranquilla e vede il vespro,
  Se oziosa dirai, da che sua vita
  È per campar la vita, e per sè sola
  La vita all'uom non ha pregio nessuno,
  Dritto e vero dirai. Le notti e i giorni
  Tragge in ozio il nocchiero; ozio il perenne
  Sudar nello officine, ozio le vegghie
  Son de' guerrieri e il perigliar nell'armi;
  E il mercatante avaro in ozio vive:
  Chè non a sè, non ad altrui, la bella
  Felicità, cui solo agogna e cerca
  La natura mortai, veruno acquista
  Per cura o per sudor, vegghia o periglio.
  Pur all'aspro desire onde i mortali
  Già sempre infin dal dì che il mondo nacque
  D'esser beati sospiraro indarno,
  Di medicina in loco apparecchiate
  Nella vita infelice avea natura
  Necessità diverse, a cui non senza
  Opra e pensier si provvedesse, e pieno,
  Poi che lieto non può, corresse il giorno
  All'umana famiglia; onde agitato
  E confuso il desio, men loco avesse
  Al travagliarne il cor. Così de' bruti
  La progenie infinita, a cui pur solo,
  Nè men vano che a noi, vive nel petto
  Desio d'esser beati; a quello intenta
  Che a lor vita è mestier, di noi men tristo
  Condur si scopre e men gravoso il tempo,
  Nè la lentezza accagionar dell'ore.
  Ma noi, che il viver nostro all'altrui mano
  Provveder commettiamo, una più grave
  Necessità, cui provveder non puote
  Altri che noi, già senza tedio e pena
  Non adempiam: necessitate, io dico,
  Di consumar la vita: improba, invitta
  Necessità, cui non tesoro accolto,
  Non di greggi dovizia, o pingui campi,
  Non aula puote e non purpureo manto
  Sottrar l'umana prole. Or s'altri, a sdegno
  I vòti anni prendendo, e la superna
  Luce odiando, l'omicida mano,
  I tardi fati a prevenir condotto,
  In se stesso non torce; al duro morso
  Della brama insanabile che invano
  Felicità richiede, esso da tutti
  Lati cercando, mille inefficaci
  Medicine procaccia, onde quell'una
  Cui natura apprestò, mal si compensa.

  Lui delle vesti e delle chiome il culto
  E degli atti e dei passi, e i vani studi
  Di cocchi e di cavalli, e le frequenti
  Sale, e le piazze romorose, e gli orti,
  Lui giochi e cene e invidiate danze
  Tengon la notte e il giorno; a lui dal labbro
  Mai non si parte il riso; ahi, ma nel petto,
  Nell'imo petto, grave, salda, immota
  Come colonna adamantina, siede
  Noia immortale, incontro a cui non puote
  Vigor di giovanezza, e non la crolla
  Dolce parola di rosato labbro,
  E non lo sguardo tenero, tremante,
  Di due nere pupille, il caro sguardo,
  La più degna del ciel cosa mortale.

  Altri, quasi a fuggir vólto la trista
  Umana sorte, in cangiar terre e climi
  L'età spendendo, e mari e poggi errando,
  Tutto l'orbe trascorre, ogni confine
  Degli spazi che all'uom negl'infiniti
  Campi del tutto la natura aperse,
  Peregrinando aggiunge. Ahi ahi, s'asside
  Su l'alte prue la negra cura, e sotto
  Ogni clima, ogni ciel, si chiama indarno
  Felicità, vive tristezza e regna.

  Havvi chi le crudeli opre di marte
  Si elegge a passar l'ore, e nel fraterno
  Sangue la man tinge per ozio; ed havvi
  Chi d'altrui danni si conforta, e pensa
  Con far misero altrui far sè men tristo,
  Sì che nocendo usar procaccia il tempo.
  E chi virtute o sapienza ed arti
  Perseguitando; e chi la propria gente
  Conculcando e l'estrane, o di remoti
  Lidi turbando la quiete antica
  Col mercatar, con l'armi, e con le frodi,
  La destinata sua vita consuma.

  Te più mite desio, cura più dolce
  Legge nel fior di gioventù, nel bello
  April degli anni, altrui giocondo e primo
  Dono del ciel, ma grave, amaro, infesto
  A chi patria non ha. Te punge e move
  Studio de' carmi e di ritrar parlando
  Il bel che raro e scarso e fuggitivo
  Appar nel mondo, e quel che, più benigna
  Di natura e del ciel, fecondamente
  A noi la vaga fantasia produce,
  E il nostro proprio error. Ben mille volte
  Fortunato colui che la caduca
  Virtù del caro immaginar non perde
  Per volger d'anni; a cui serbare eterna
  La gioventù del cor diedero i fati;
  Che nella ferma e nella stanca etade,
  Così come solea nell'età verde,
  In suo chiuso pensier natura abbella,
  Morte, deserto avviva. A te conceda
  Tanta ventura il ciel; ti faccia un tempo
  La favilla che il petto oggi ti scalda,
  Di poesia canuto amante. Io tutti
  Della prima stagione i dolci inganni
  Mancar già sento, e dileguar dagli occhi
  Le dilettose immagini, che tanto
  Amai, che sempre infìno all'ora estrema
  Mi fieno, a ricordar, bramate e piante.
  Or quando al tutto irrigidito e freddo
  Questo petto sarà, nè degli aprichi
  Campi il sereno e solitario riso,
  Nè degli augelli mattutini il canto
  Di primavera, nè per colli e piagge
  Sotto limpido ciel tacita luna
  Commoverammi il cor; quando mi fia
  Ogni beltate o di natura o d'arte,
  Fatta inanime e muta; ogni alto senso,
  Ogni tenero affetto, ignoto e strano;
  Del mio solo conforto allor mendico,
  Altri studi men dolci, in ch'io riponga
  L'ingrato avanzo della ferrea vita.
  Eleggerò. L'acerbo vero, i ciechi
  Destini investigar delle mortali
  E dell'eterne cose; a che prodotta,
  A che d'affanni e di miserie carca
  L'umana stirpe; a quale ultimo intento
  Lei spinga il fato e la natura; a cui
  Tanto nostro dolor diletti o giovi:
  Con quali ordini e leggi a che si volva
  Questo arcano universo; il qual di lode
  Colmano i saggi, io d'ammirar son pago.

  In questo specolar gli ozi traendo
  Verrò: che conosciuto, ancor che tristo,
  Ha suoi diletti il vero. E se del vero
  Ragionando talor, fieno alle genti
  O mal grati i miei detti o non intesi,
  Non mi dorrò, che già del tutto il vago
  Desio di gloria antico in me fia spento:
  Vana Diva non pur, ma di fortuna
  E del fato e d'ainor, Diva più cieca.



  XX.


  IL RISORGIMENTO.


  Credei ch'al tutto fossero
  In me, sul fior degli anni.
  Mancati i dolci affanni
  Della mia prima età:
    I dolci affanni, i teneri
  Moti del cor profondo,
  Qualunque cosa al mondo
  Grato il sentir ci fa.

  Quanto querele e lacrime
  Sparsi nel novo stato,
  Quando al mio cor gelato
  Prima il dolor mancò!
    Mancàr gli usati palpiti,
  L'amor mi venne meno,
  E irrigidito il sono
  Di sospirar cessò!

  Piansi spogliata, esanime
  Fatta per me la vita;
  La terra inaridita.
  Chiusa in eterno gel;
    Deserto il dì; la tacita
  Notte più sola e bruna;
  Spenta per me la luna,
  Spente le stelle in ciel.

  Pur di quel pianto origine
  Era l'antico affetto:
  Nell'intimo del petto
  Ancor viveva il cor.
    Chiedea l'usate immagini
  La stanca fantasia;
  E la tristezza mia
  Era dolore ancor.

  Fra poco in me quell'ultimo
  Dolore anco fu spento,
  E di più far lamento
  Valor non mi restò.
    Giacqui: insensato, attonito,
  Non dimandai conforto:
  Quasi perduto e morto,
  Il cor s'abbandonò.

  Qual fui! quanto dissimile
  Da quel che tanto ardore,
  Che sì beato errore
  Nutrii nell'alma un dì!
    La rondinella vigile,
  Alle finestre intorno
  Cantando al novo giorno,
  Il cor non mi ferì:

  Non all'autunno pallido
  In solitaria villa.
  La vespertina squilla.
  Il fuggitivo Sol.

    Invan brillare il vespero
  Vidi per muto calle,
  Invan sonò la valle
  Del flebile usignol.

  E voi, pupille tenere,
  Sguardi furtivi, erranti,
  Voi de' gentili amanti
  Primo, immortalo amor,
    Ed alla mano offertami
  Candida ignuda mano,
  Foste voi pure invano
  Al duro mio sopor.

  D'ogni dolcezza vedovo,
  Tristo; ma non turbato,
  Ma placido il mio stato,
  Il volto era seren.
    Desiderato il termine
  Avrei del viver mio;
  Ma spento era il desio
  Nello spossato sen.

  Qual dell'età decrepita
  L'avanzo ignudo e vile,
  Io conducea l'aprile
  Degli anni miei così:
    Così quegl'ineffabili
  Giorni, o mio cor, traevi.
  Che sì fugaci e brevi
  Il cielo a noi sortì.

  Chi dalla grave, immemore
  Quiete or mi ridesta!
  Che virtù nova è questa,
  Questa che sento in me!
    Moti soavi, immagini,
  Palpiti, error beato,
  Per sempre a voi negato
  Questo mio cor non è?

  Siete pur voi quell'unica
  Luce de' giorni miei?
  Gli affetti ch'io perdei
  Nella novella età?
    Se al ciel, s'ai verdi margini,
  Ovunque il guardo mira,
  Tutto un dolor mi spira,
  Tutto un piacer mi dà.

  Meco ritorna a vivere
  La piaggia, il bosco, il monte;
  Parla al mio core il fonte,
  Meco favella il mar.
    Chi mi ridona il piangere
  Dopo cotanto obblio?
  E come al guardo mio
  Cangiato il mondo appar?

  Forse la speme, o povero
  Mio cor, ti volse un riso?
  Ahi della speme il viso
  Io non vedrò mai più.
    Proprii mi diede i palpiti
  Natura, e i dolci inganni.
  Sopirò in me gli affanni
  L'ingenita virtù;

  Non l'annullàr: non vinsela
  il fato e la sventura;
  Non con la vista impura
  L'infausta verità.
    Dalle mie vaghe immagini
  So ben ch'ella discorda:
  So che natura è sorda,
  Che miserar non sa.

  Che non del ben sollecita
  Fu, ma dell'esser solo:
  Purché ci serbi al duolo,
  Or d'altro a lei non cal.
    So che pietà fra gli uomini
  Il misero non trova;
  Che lui, fuggendo, a prova
  Schernisce ogni mortai.

  Che ignora il tristo secolo
  Gl'ingegni e le virtudi;
  Che manca ai degni studi
  L'ignuda gloria ancor.
    E voi, pupille tremule,
  Voi, raggio sovrumano,
  So che splendete invano,
  Che in voi non brilla amor.

  Nessuno ignoto ed intimo
  Affetto in voi non brilla:
  Non chiude una favilla
  Quel bianco petto in sè.
    Anzi d'altrui le tenere
  Cure suol porre in gioco;
  E d'un celeste foco
  Disprezzo è la mercè.

  Pur sento in me rivivere
  Gl'inganni aperti e noti;
  E de' suoi proprii moti
    Si maraviglia il sen.
  Da te, mio cor, quest'ultimo
  Spirto, e l'ardor natio,
  Ogni conforto mio
  Solo da te mi vien.

  Mancano, il sento, all'anima
  Alta, gentile e pura,
  La sorte, la natura,
  Il mondo e la beltà.
    Ma se tu vivi, o misero.
  Se non concedi al fato,
  Non chiamerò spietato
  Chi lo spirar mi dà.



  XXI.


  A SILVIA.


  Silvia, rimembri ancora
  Quel tempo della tua vita mortale,
  Quando beltà splendea
  Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
  E tu, lieta e pensosa, il limitare
  Di gioventù salivi?

  Sonavan le quiete
  Stanze, e le vie dintorno,
  Al tuo perpetuo canto.
  Allor che all'opre femminili intenta
  Sedevi, assai contenta
  Di quel vago avvenir che in mente avevi.
  Era il maggio odoroso: e tu solevi
  Così menare il giorno.

  Io gli studi leggiadri
  Talor lasciando e le sudate carte,
  Ove il tempo mio primo
  E di me si spendea la miglior parte,
  D'in su i veroni del paterno ostello
  Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
  Ed alla man veloce
  Che percorrea la faticosa tela.
  Mirava il ciel sereno,
  Le vie dorate e gli orti,
  E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
  Lingua mortai non dice
  Quel ch'io sentiva in seno.

  Che pensieri soavi,
  Che speranze, che cori, o Silvia mia!
  Quale allor ci apparia
  La vita umana e il fato!
  Quando sovviemmi di cotanta speme,
  Un affetto mi preme
  Acerbo e sconsolato,
  E tornami a doler di mia sventura.
  O natura, o natura,
  Perché non rendi poi
  Quel che prometti allor? perchè di tanto
  Inganni i figli tuoi?

  Tu pria che l'erbe inaridisse il verno,
  Da chiuso morbo combattuta e vinta,
  Perivi, o tenerella. E non vedevi
  Il fior degli anni tuoi;
  Non ti molceva il core
  La dolce lode or delle negre chiome,
  Or degli sguardi innamorati e schivi;
  Nè teco lo compagne ai dì festivi
  Ragionavan d'amore.

  Anche peria fra poco
  La speranza mia dolce: agli anni miei
  Anche negaro i fati
  La giovanezza. Ahi come,
  Come passata sei,
  Cara compagna dell'età mia nova,
  Mia lacrimata speme!
  Questo è quel mondo? questi
  I diletti, l'amor, l'opre, gli eventi
  Onde cotanto ragionammo insieme?
  Questa la sorte dello umane genti?
  All'apparir del vero
  Tu, misera, cadesti: e con la mano
  La fredda morte ed una tomba ignuda
  Mostravi di lontano.



  XXII.


  LE RICORDANZE.


  Vaglie stelle dell'Orsa, io non credea
  Tornare ancor per uso a contemplarvi
  Sul paterno giardino scintillanti,
  E ragionar con voi dalle finestre
  Di questo albergo ove abitai fanciullo,
  E delle gioie mie vidi la fine.
  Quante immagini un tempo, e quante fole
  Creommi nel pensier l'aspetto vostro
  E delle luci a voi compagne! allora
  Che, tacito, seduto in verde zolla,
  Delle sere io solea passar gran parte
  Mirando il cielo, ed ascoltando il canto
  Della rana rimota alla campagna!
  E la lucciola errava appo le siepi
  E in su l'aiuole, susurrando al vento
  I viali odorati, ed i cipressi
  Là nella selva; e sotto al patrio tetto
  Sonavan voci alterne, e le tranquille
  Opre de' servi. E che pensieri immensi,
  Che dolci sogni mi spirò la vista
  Di quel lontano mar, quei monti azzurri,
  Che di qua scopro, e che varcare un giorno
  Io mi pensava, arcani mondi, arcana
  Felicità fingendo al viver mio!
  Ignaro del mio fato, e quante volte
  Questa mia vita dolorosa e nuda
  Volentier con la morte avrei cangiato.

  Nè mi diceva il cor che l'età verde
  Sarei dannato a consumare in questo
  Natio borgo selvaggio, intra una gente
  Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso
  Argomento di riso e di trastullo,
  Son dottrina e saper; che m'odia e fugge,
  Per invidia non già, chè non mi tiene
  Maggior di sè, ma perchè tale estima
  Ch'io mi tenga in cor mio, sebben di fuori
  A persona giammai non ne fo segno.
  Qui passo gli anni, abbandonato, occulto,
  Senz'amor, senza vita; ed aspro a forza
  Tra lo stuol de' malevoli divengo:
  Qui di pietà mi spoglio e di virtudi,
  E sprezzator degli uomini mi rendo,
  Per la greggia ch'ho appresso: o intanto vola
  Il caro tempo giovami; più caro
  Che la fama o l'allòr, più che la pura
  Luce del giorno, e lo spirar: ti perdo
  Senza un diletto, inutilmente, in questo
  Soggiorno disumano, intra gli affanni,
  O dell'arida vita unico fiore.

  Viene il vento recando il suon dell'ora
  Dalla torre del borgo. Era conforto
  Questo suon, mi rimembra, allo mie notti.
  Quando fanciullo, nella buia stanza,
  Per assidui terrori io vigilava,
  Sospirando il mattin. Qui non è cosa
  Ch'io vegga o senta, onde un'immagin dentro
  Non torni, e un dolce rimembrar non sorga.
  Dolce per sè; ma con dolor sottentra
  Il pensier del presente, un van desio
  Del passato, ancor tristo, e il dire: io fui.
  Quella loggia colà, vòlta agli estremi
  Raggi del dì; queste dipinte mura,
  Quei figurati armenti, e il Sol che nasce
  Su romita campagna, agli ozi miei
  Porser mille diletti allor che al fianco
  M'era, parlando, il mio possente errore
  Sempre, ov'io fossi. In queste sale antiche,
  Al chiaror delle nevi, intorno a queste
  Ampie finestre sibilando il vento,
  Rimbombaro i sollazzi e le festoso
  Mie voci al tempo che l'acerbo, indegno
  Mistero delle cose a noi si mostra
  Pien di dolcezza; indelibata, intera
  Il garzoncel, come inesperto amante,
  La sua vita ingannevole vagheggia,
  E celeste beltà fìngendo ammira.

  O speranze, speranze; ameni inganni
  Della mia prima età! sempre, parlando,
  Ritorno a voi; che por andar di tempo,
  Per variar d'affetti o di pensieri,
  Obbliarvi non so. Fantasmi, intendo,
  Son la gloria e l'onor; diletti e beni
  Mero desio; non ha la vita un frutto,
  Inutile miseria. E sebben vóti
  Son gli anni miei, sebben deserto, oscuro
  Il mio stato mortal, poco mi toglie
  La fortuna, ben veggo. Ahi, ma qualvolta
  A voi ripenso, o mie speranze antiche,
  Ed a quel caro immaginar mio primo;
  Indi riguardo il viver mio sì vile
  E sì dolente, e che la morte è quello
  Che di cotanta speme oggi m'avanza;
  Sento serrarmi il cor, sento ch'al tutto
  Consolarmi non so del mio destino.
  E quando pur questa invocata morte
  Sarammi allato, e sarà giunto il fine
  Della sventura mia; quando la terra
  Mi fia straniera valle, e dal mio sguardo
  Fuggirà l'avvenir; di voi per certo
  Risovverrammi; e quell'imago ancora
  Sospirar mi farà, farammi acerbo
  L'esser vissuto indarno, e la dolcezza
  Del dì fatal tempererà d'affanno.

  E già nel primo giovanil tumulto
  Di contenti, d'angosce e di desio,
  Morte chiamai più volte, e lungamente
  Mi sedetti colà su la fontana
  Pensoso di cessar dentro quell'acque
  La speme e il dolor mio. Poscia, per cieco
  Malor, condotto della vita in forse,
  Piansi la bella giovanezza, e il fiore
  De' miei poveri dì, che sì per tempo
  Cadeva: e spesso all'ore tarde, assiso
  Sul conscio letto, dolorosamente
  Alla fioca lucerna poetando,
  Lamentai co' silenzi e con la notte
  Il fuggitivo spirto, ed a me stesso
  In sul languir cantai funereo canto.

  Chi rimembrar vi può senza sospiri.
  O primo entrar di giovinezza, o giorni
  Vezzosi, inenarrabili, allor quando
  Al rapito mortal primieramente
  Sorridon le donzelle; a gara intorno
  Ogni cosa sorride; invidia tace,
  Non desta ancora ovver benigna; e quasi
  (Inusitata maraviglia!) il mondo
  La destra soccorrevole gli porge,
  Scusa gli errori suoi, festeggia il novo
  Suo venir nella vita, ed inchinando
  Mostra che per signor l'accolga e chiami?
  Fugaci giorni! a somigliar d'un lampo
  Son dileguati. E qual mortale ignaro
  Di sventura esser può, se a lui già scorsa
  Quella vaga stagion, se il suo buon tempo,
  Se giovanezza, ahi giovanezza, è spenta?

  O Nerina! e di te forse non odo
  Questi luoghi parlar? caduta forse
  Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
  Che qui sola di te la ricordanza
  Trovo, dolcezza mia? Più non ti vede
  Questa Terra natal: quella finestra,
  Ond'eri usata favellarmi, ed onde
  Mesto riluce delle stelle il raggio,
  È deserta. Ove sei, che più non odo
  La tua voce sonar, siccome un giorno,
  Quando soleva ogni lontano accento
  Del labbro tuo, ch'a me giungesse, il volto
  Scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
  Furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri
  il passar per la terra oggi è sortito,
  E l'abitar questi odorati colli.
  Ma rapida passasti; e come un sogno
  Fu la tua vita. Ivi danzando; in fronte
  La gioia ti splendea, splendea negli occhi
  Quel confidente immaginar, quel lume
  Di gioventù, quando spegneali il fato,
  E giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna
  L'antico amor. Se a feste anco talvolta,
  Se a radunanze io movo, infra me stesso
  Dico: o Nerina, a radunanze, a feste
  Tu non ti acconci più, tu più non movi.
  Se torna maggio, e ramoscelli e suoni
  Van gli amanti recando alle fanciulle,
  Dico: Nerina mia, per te non torna
  Primavera giammai, non torna amore.
  Ogni giorno sereno, ogni fiorita
  Piaggia ch'io miro, ogni goder ch'io sento,
  Dico: Nerina or più non gode; i campi,
  L'aria non mira. Ahi tu passasti, eterno
  Sospiro mio: passasti: e fia compagna
  D'ogni mio vago immaginar, di tutti
  I miei teneri sensi, i tristi e cari
  Moti del cor, la rimembranza acerba.



  XXIII.


  CANTO NOTTURNO
  DI UN PASTORE ERRANTE DELL'ASIA.[9]


  Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai.
  Silenziosa luna?
  Sorgi la sera, e vai,
  Contemplando i deserti; indi ti posi.
  Ancor non sei tu paga
  Di riandare i sempiterni calli?
  Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
  Di mirar queste valli?
  Somiglia alla tua vita
  La vita del pastore.
  Sorge in sul primo albore,
  Move la greggia oltre pel campo, e vede
  Greggi, fontane ed erbe;
  Poi stanco si riposa in su la sera:
  Altro mai non ispera.
  Dimmi, o luna: a che vale
  Al pastor la sua vita,
  La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
  Questo vagar mio breve,
  Il tuo corso immortale?

  Vecchierel bianco, infermo,
  Mezzo vestito e scalzo,
  Con gravissimo fascio in su le spalle,
  Per montagna e per valle,
  Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
  Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
  L'ora, e quando poi gela,
  Corre via, corre, anela,
  Varca torrenti e stagni,
  Cade, risorge, e più e più s'affretta.
  Senza posa o ristoro,
  Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
  Colà dove la via
  E dove il tanto affaticar fu volto:
  Abisso orrido, immenso,
  Ov'ei precipitando, il tutto obblia.
  Vergine luna, tale
  È la vita mortale.

  Nasce l'uomo a fatica,
  Ed è rischio di morte il nascimento.
  Prova pena e tormento
  Per prima cosa; e in sul principio stesso
  La madre o il genitore
  Il prende a consolar dell'esser nato.
  Poi che crescendo viene,
  L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
  Con atti e con parole
  Studiasi fargli core,
  E consolarlo dell'umano stato:
  Altro ufficio più grato
  Non si fa da parenti alla lor prole.
  Ma perchè dare al sole,
  Perchè reggere in vita
  Chi poi di quella consolar convenga?
  Se la vita è sventura,
  Perchè da noi si dura?
  Intatta luna, tale
  È lo stato mortale.
  Ma tu mortai non sei,
  E forse del mio dir poco ti cale.

  Pur tu, solinga, eterna peregrina,
  Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
  Questo viver terreno,
  Il patir nostro, il sospirar, che sia;
  Che sia questo morir, questo supremo
  Scolorar del sembiante,
  E perir dalla terra, e venir meno
  Ad ogni usata, amante compagnia.
  E tu certo comprendi
  Il perchè delle cose, o vedi il frutto
  Del mattin, della sera,
  Del tacito, infinito andar del tempo.
  Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
  Rida la primavera,
  A chi giovi l'ardore, e che procacci
  Il verno co' suoi ghiacci.
  Mille cose sai tu, mille discopri,
  Che son celate al semplice pastore.
  Spesso quand'io ti miro
  Star così muta in sul deserto piano,
  Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
  Ovver con la mia greggia
  Seguirmi viaggiando a mano a mano;
  E quando miro in cielo arder le stelle;
  Dico fra me pensando:
  A che tante facelle?
  Che fa l'aria infinita, e quel profondo
  Infinito seren? che vuol dir questa
  Solitudine immensa? od io che sono?
  Così meco ragiono: e della stanza
  Smisurata e superba,
  E dell'innumerabile famiglia;
  Poi di tanto adoprar, di tanti moti
  D'ogni celeste, ogni terrena cosa,
  Girando senza posa,
  Per tornar sempre là donde son mosse;
  Uso alcuno, alcun frutto
  Indovinar non so. Ma tu per certo,
  Giovinetta immortal, conosci il tutto.
  Questo io conosco e sento.
  Che degli eterni giri,
  Che dell'esser mio frale,
  Qualche bene o contento
  Avrà fors'altri; a me la vita è male.

  O greggia mia che posi, oh te beata,
  Che la miseria tua, credo, non sai!
  Quanta invidia ti porto!
  Non sol perchè d'affanno
  Quasi libera vai;
  Ch'ogni stento, ogni danno,
  Ogni estremo timor subito scordi;
  Ma più perchè giammai tedio non provi.
  Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
  Tu se' queta e contenta;
  E gran parte dell'anno
  Senza noia consumi in quello stato.
  Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
  E un fastidio m'ingombra
  La mente, ed uno spron quasi mi punge
  Sì che, sedendo, più che mai son lunge
  Da trovar pace o loco.
  E pur nulla non bramo,
  E non ho fino a qui cagion di pianto.
  Quel che tu goda o quanto.
  Non so già dir; ma fortunata sei.
  Ed io godo ancor poco,
  O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.
  So tu parlar sapessi, io chiederei:
  Dimmi: perchè giacendo
  A bell'agio, ozioso.
  S'appaga ogni animale;
  Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?[10]

  Forse s'avess'io l'ale
  Da volar su le nubi,
  E noverar le stelle ad una ad una,
  O come il tuono errar di giogo in giogo,
  Più felice sarei, dolce mia greggia,
  Più felice sarei, candida luna.
  O forse erra dal vero,
  Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:
  Forse in qual forma, in quale
  Stato che sia, dentro covile o cuna,
  È funesto a chi nasce il dì natale.



  XXIV.


  LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA.


  Passata è la tempesta:
  Odo augelli far festa, e la gallina,
  Tornata in su la via,
  Che ripete il suo verso. Ecco il sereno
  Rompe là da ponente, alla montagna;
  Sgombrasi la campagna,
  E chiaro nella valle il fiume appare.
  Ogni cor si rallegra, in ogni lato
  Risorge il romorio,
  Torna il lavoro usato.
  L'artigiano a mirar l'umido cielo,
  Con l'opra in man, cantando,
  Passi in su l'uscio; a prova
  Vien fuor la femminetta a còr dell'acqua
  Della novella piova;
  E l'erbaiuol rinnova
  Di sentiero in sentiero
  Il grido giornaliero.
  Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
  Per li poggi e le ville. Apre i balconi,
  Apre terrazze e logge la famiglia:
  E dalla via corrente, odi lontano
  Tintinnìo di sonagli; il carro stride
  Del passegger che il suo cammin ripiglia.

  Si rallegra ogni core.
  Sì dolce, sì gradita
  Quand'è, com'or, la vita?
  Quando con tanto amore
  L'uomo a' suoi studi intende?
  O torna all'opre? o cosa nova imprende?
  Quando de' mali suoi men si ricorda?
  Piacer figlio d'affanno;
  Gioia vana, ch'è frutto
  Del passato timore, onde si scosse
  E paventò la morte
  Chi la vita abborria;
  Onde in lungo tormento,
  Fredde, tacite, smorte,
  Sudar le genti e palpitar, vedendo
  Mossi alle nostre offese
  Folgori, nembi e vento.

  O natura cortese,
  Son questi i doni tuoi,
  Questi i diletti sono
  Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
  È diletto fra noi.
  Pene tu spargi a larga mano; il duolo
  Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
  Che per mostro e miracolo talvolta
  Nasce d'affanno, è gran guadagno. Umana
  Prole cara agli eterni! assai felice
  Se respirar ti lice
  D'alcun dolor; beata
  Se te d'ogni dolor morte risana.



  XXV.


  IL SABATO DEL VILLAGGIO.


  La donzelletta vien dalla campagna,
  In sul calar del sole,
  Col suo fascio dell'erba; e reca in mano
  Un mazzolin di rose e di viole,
  Onde, siccome suole,
  Ornare ella si appresta
  Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.
  Siede con le vicine
  Su la scala a filar la vecchierella,
  Incontro là dove si perde il giorno;
  E novellando vien del suo buon tempo,
  Quando ai dì della festa ella si ornava,
  Ed ancor sana e snella
  Solea danzar la sera intra di quei
  Ch'ebbe compagni dell'età più bella.
  Già tutta l'aria imbruna,
  Torna azzurro il sereno, e tornan l'ombre
  Giù da' colli e da' tetti,
  Al biancheggiar della recente luna.
  Or la squilla dà segno
  Della festa che viene;
  Ed a quel suon diresti
  Che il cor si riconforta.
  I fanciulli gridando
  Su la piazzuola in frotta,
  E qua e là saltando,
  Fanno un lieto romore:
  E intanto riede alla sua parca mensa,
  Fischiando, il zappatore,
  E seco pensa al dì del suo riposo.

  Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
  E tutto l'altro tace,
  Odi il martel picchiare, odi la sega
  Del legnaiuol, che veglia
  Nella chiusa bottega alla lucerna,
  E s'affretta, e s'adopra
  Di fornir l'opra anzi il chiarir dell'alba.

  Questo di sette è il più gradito giorno,
  Pien di speme e di gioia;
  Diman tristezza e noia
  Recheran l'ore, ed al travaglio usato
  Ciascuno in suo pensier farà ritorno.

  Garzoncello scherzoso,
  Cotesta età fiorita
  È come un giorno d'allegrezza pieno,
  Giorno chiaro, sereno,
  Che precorre alla festa di tua vita.
  Godi, fanciullo mio; stato soave,
  Stagion lieta è cotesta.
  Altro dirti non vo'; ma la tua festa
  Ch'anco tardi a venir non ti sia grave.



  XXVI.


  IL PENSIERO DOMINANTE.


  Dolcissimo, possente
  Dominator di mia profonda mente;
  Terribile, ma caro
  Dono del ciel; consorte
  Ai lùgubri miei giorni,
  Pensier che innanzi a me sì spesso torni.

  Di tua natura arcana
  Chi non favella? il suo poter fra noi
  Chi non sentì? Pur sempre
  Che in dir gli effetti suoi
  Le umane lingue il sentir proprio sprona,
  Par novo ad ascoltar ciò ch'ei ragiona.

  Come solinga è fatta
  La mente mia d'allora
  Che tu quivi prendesti a far dimora!   v. 15-52
  Ratto d'intorno intorno al par del lampo
  Gli altri pensieri miei
  Tutti si dileguàr. Siccome torre
  In solitario campo,
  Tu stai solo, gigante, in mezzo a lei.

  Che divenute son, fuor di te solo,
  Tutte l'opre terrene,
  Tutta intera la vita al guardo mio!
  Che intollerabil noia
  Gli ozi, i commerci usati,
  E di vano piacer la vana spene,
  Allato a quella gioia,
  Gioia celeste che da te mi viene!

  Come da' nudi sassi
  Dello scabro Apennino
  A un campo verde che lontan sorrida
  Volge gli occhi bramoso il pellegrino;
  Tal io dal secco ed aspro
  Mondano conversar vogliosamente.
  Quasi in lieto giardino, a te ritorno,
  E ristora i miei sensi il tuo soggiorno.

  Quasi incredibil parmi
  Che la vita infelice e il mondo sciocco
  Già per gran tempo assai
  Senza te sopportai;
  Quasi intender non posso
  Come d'altri desiri,
  Fuor ch'a te somiglianti, altri sospiri.

  Giammai d'allor che in pria
  Questa vita che sia per prova intesi,
  Timor di morte non mi strinse il petto.
  Oggi mi pare un gioco
  Quella che il mondo inetto,
  Talor lodando, ognora abborre e trema,
  Necessitade estrema;
  E se periglio appar, con un sorriso
  Le sue minacce a contemplar m'affiso.

  Sempre i codardi, e l'alme
  Ingenerose, abbiette
  Ebbi in dispregio. Or punge ogni atto indegno
  Subito i sensi miei;
  Move l'alma ogni esempio
  Dell'umana viltà subito a sdegno.
  Di questa età superba,
  Che di vote speranze si nutrica,
  Vaga di ciance, e di virtù nemica;
  Stolta, che l'util chiede,
  E inutile la vita
  Quindi più sempre divenir non vede;
  Maggior mi sento. A scherno
  Ho gli umani giudizi; e il vario volgo
  A' bei pensieri infesto,
  E degno tuo disprezzator, calpesto.

  A quello onde tu movi,
  Quale affetto non cede?
  Anzi qual altro affetto
  Se non quell'uno intra i mortali ha sede?
  Avarizia, superbia, odio, disdegno,
  Studio d'onor, di regno,
  Che sono altro che voglie
  Al paragon di lui? Solo un affetto
  Vive tra noi: quest'uno,
  Prepotente signore,
  Dieder l'eterne leggi all'uman core.

  Pregio non ha, non ha ragion la vita
  Se non per lui, per lui ch' all'uomo è tutto;
  Sola discolpa al fato,
  Che noi mortali in terra
  Pose a tanto patir senz'altro frutto;
  Solo per cui talvolta,
  Non alla gente stolta, al cor non vile
  La vita della morto è più gentile.

  Per còr le gioie tue, dolce pensiero,
  Provar gli umani affanni,
  E sostener molt'anni
  Questa vita mortal, fu non indegno;
  Ed ancor tornerei,
  Così qual son de' nostri mali esperto,
  Verso un tal segno a incominciare il corso:
  Chè tra lo sabbie e tra il vipereo morso,
  Giammai fìnor sì stanco
  Per lo mortai deserto
  Non venni a te, elio queste nostre pene
  Vincer non mi paresse un tanto bene.

  Che mondo mai, che nova
  Immensità, che paradiso è quello
  Là dove spesso il tuo stupendo incanto
  Parmi innalzar! dov'io,
  Sott'altra luce che l'usata errando,
  Il mio terreno stato
  E tutto quanto il ver pongo in obblio!
  Tali son, credo, i sogni
  Degl'immortali. Ahi finalmente un sogno
  In molta parte onde s'abbolla il vero
  Sei tu, dolce pensiero;
  Sogno e palese error. Ma di natura,
  Infra i leggiadri errori,
  Divina sei; perchè sì viva e forte,
  Che incontro al ver tenacemente dura,
  E spesso al ver s'adegua,
  Nè si dilegua pria, che in grembo a morte.

  E tu per certo, o mio pensier, tu solo
  Vitale ai giorni miei,
  Cagion diletta d'infiniti affanni,
  Meco sarai per morte a un tempo spento:
  Ch' a vivi segni dentro l'alma io sento
  Che in perpetuo signor dato mi sei.
  Altri gentili inganni
  Soleami il vero aspetto
  Più sempre infievolir. Quanto più torno
  A riveder colei
  Della qual teco ragionando io vivo,
  Cresco quel gran diletto,
  Cresce quel gran delirio, ond'io respiro.
  Angelica beltade!
  Parmi ogni più bel volto, ovunque io miro,
  Quasi una finta imago
  Il tuo volto imitar. Tu sola fonte
  D'ogni altra leggiadria,
  Sola vera beltà parmi che sia.

  Da che ti vidi pria,
  Di qual mia seria cura ultimo obbietto
  Non fosti tu? quanto del giorno è scorso,
  Ch'io di te non pensassi? ai sogni miei
  La tua sovrana imago
  Quante volte mancò? Bella qual sogno,
  Angelica sembianza,
  Nella terrena stanza,
  Nell'alte vie dell'universo intero,
  Che chiedo io mai, che spero
  Altro che gli occhi tuoi veder più vago?
  Altro più dolce aver che il tuo pensiero?



  XXVII.


  AMORE E MORTE.


  Ὃν οἱ θεοὶ φιλοῦσιν, ἀποθνήσκει νέος.
  Muor giovane colui ch'al ciel è caro.
  Menandro.

  Fratelli, a un tempo stesso, Amore o Morte
  Ingenerò la sorte.
  Cose quaggiù sì belle
  Altre il mondo non ha, non han le stelle.
  Nasce dall'uno il bene,
  Nasce il piacer maggiore
  Che per lo mar dell'essere si trova;
  L'altra ogni gran dolore,
  Ogni gran male annulla.
  Bellissima fanciulla,
  Dolce a veder, non quale
  La si dipinge la codarda gente,
  Gode il fanciullo Amore
  Accompagnar sovente;
  E sorvolano insiem la via mortale,
  Primi conforti d'ogni saggio core.
  Nè cor fu mai più saggio
  Che percosso d'amor, nè mai più forte
  Sprezzò l'infausta vita,
  Nè per altro signore
  Come per questo a perigliar fu pronto:
  Ch'ove tu porgi aita,
  Amor, nasce il coraggio,
  O si ridesta; e sapiente in opre,
  Non in pensiero invan, siccome suole,
  Divien l'umana prole.

  Quando novellamente
  Nasce nel cor profondo
  Un amoroso affetto,
  Languido e stanco insiem con esso in petto
  Un desiderio di morir si sente:
  Come, non so: ma tale
  D'amor vero e possente è il primo effetto.
  Forse gli occhi spaura
  Allor questo deserto: a sè la terra
  Forse il mortale inabitabil fatta
  Vede omai senza quella
  Nova, sola, infinita
  Felicità che il suo pensier figura:
  Ma per cagion di lei grave procella
  Presentendo in suo cor, brama quiete.
  Brama raccorsi in porto
  Dinanzi al fier disio,
  Che già, rugghiando, intorno intorno oscura.

  Poi, quando tutto avvolge
  La formidabil possa,
  E fulmina nel cor l'invitta cura,
  Quante volte implorata
  Con desiderio intenso.
  Morte, sei tu dall'affannoso amante!
  Quante la sera, e quante
  Abbandonando all'alba il corpo stanco,
  Sè beato chiamò s'indi giammai
  Non rilevasse il fianco.
  Nè tornasse a veder l'amara luce!
  E spesso al suon della funebre squilla,
  Al canto che conduce
  La gente morta al sempiterno obblio.
  Con più sospiri ardenti
  Dall'imo petto invidiò colui
  Che tra gli spenti ad abitar sen giva.
  Fin la negletta plebe,
  L'uom della villa, ignaro
  D'ogni virtù che da saper deriva,
  Fin la donzella timidetta e schiva,
  Che già di morte al nome
  Sentì rizzar le chiome.
  Osa alla tomba, alle funeree bende
  Fermar lo sguardo di costanza pieno,
  Osa ferro e veleno
  Meditar lungamente,
  E nell'indotta mente
  La gentilezza del morir comprende.
  Tanto alla morte inclina
  D'amor la disciplina. Anco sovente,
  A tal venuto il gran travaglio interno
  Che sostener nol può forza mortale,
  O cede il corpo frale
  Ai terribili moti, e in questa forma
  Pel fraterno poter Morte prevale;
  O così sprona Amor là nel profondo,
  Che da se stessi il villanello ignaro,
  La tenera donzella
  Con la man violenta
  Pongon le membra giovanili in terra.
  Ride ai lor casi il mondo,
  A cui pace e vecchiezza il ciel consenta.

  Ai fervidi, ai felici,
  Agli animosi ingegni
  L'uno o l'altro di voi conceda il fato,
  Dolci signori, amici
  All'umana famiglia,
  Al cui poter nessun poter somiglia
  Nell'immenso universo, e non l'avanza,
  Se non quella del fato, altra possanza.
  E tu, cui già dal cominciar degli anni
  Sempre onorata invoco,
  Bella Morte, pietosa
  Tu sola al mondo dei terreni affanni,
  Se celebrata mai
  Fosti da me, s'al tuo divino stato
  L'onte del volgo ingrato
  Ricompensar tentai,
  Non tardar più, t'inchina
  A disusati preghi,
  Chiudi alla luce omai
  Questi occhi tristi, o dell'età reina.
  Me certo troverai, qual si sia l'ora
  Che tu le penne al mio pregar dispieghi,
  Erta la fronte, armato,
  E renitente al fato,
  La man che flagellando si colora
  Nel mio sangue innocente
  Non ricolmar di lode,
  Non benedir, com'usa
  Per antica viltà l'umana gente;
  Ogni vana speranza onde consola
  Sè coi fanciulli il mondo,
  Ogni conforto stolto
  Gittar da me; null'altro in alcun tempo
  Sperar, se non te sola;
  Solo aspettar sereno
  Quel dì ch'io pieghi addormentato il volto
  Nel tuo virgineo seno.



  XXVIII.


  A SE STESSO.


  Or poserai per sempre.
  Stanco mio cor. Perì l'inganno estremo,
  Ch' eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
  In noi di cari inganni,
  Non che la speme, il desiderio è spento.
  Posa per sempre. Assai
  Palpitasti. Non val cosa nessuna
  I moti tuoi, nè di sospiri è degna
  La terra. Amaro e noia
  La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
  T'acqueta omai. Dispera
  L'ultima volta. Al gener nostro il fato
  Non donò che il morire. Omai disprezza
  Te, la natura, il brutto
  Poter che, ascoso, a comun danno impera,
  E l'infinita vanità del tutto.



  XXIX.


  ASPASIA.


  Torna dinanzi al mio pensier talora
  Il tuo sembiante, Aspasia. O fuggitivo
  Per abitati lochi a me lampeggia
  In altri volti; o per deserti campi,
  Al dì sereno, alle tacenti stelle,
  Da soave armonia quasi ridesta,
  Nell'alma a sgomentarsi ancor vicina
  Quella superba vision risorge.
  Quanto adorata, o numi, e quale un giorno
  Mia delizia od erinni! E mai non sento
  Mover profumo di fiorita piaggia,
  Nè di fiori olezzar vie cittadine,
  Ch'io non ti vegga ancor qual eri il giorno
  Che ne' vezzosi appartamenti accolta,
  Tutti odorati de' novelli fiori
  Di primavera, del color vestita
  Della bruna viola, a me si offerse
  L'angelica tua forma, inchino il fianco
  Sovra nitide pelli, e circonfusa
  D'arcana voluttà; quando tu, dotta
  Allettatrice, fervidi, sonanti
  Baci scoccavi nelle curve labbra
  De' tuoi bambini, il niveo collo intanto
  Porgendo, e lor di tue cagioni ignari
  Con la man leggiadrissima stringevi
  Al seno ascoso e desiato. Apparve
  Novo ciel, nova terra, e quasi un raggio
  Divino al pensier mio. Così nel fianco
  Non punto inerme a viva forza impresse
  Il tuo braccio lo stral, che poscia fitto
  Ululando portai finch'a quel giorno
  Si fu due volte ricondotto il sole.

  Raggio divino al mio pensiero apparve,
  Donna, la tua beltà. Simile effetto
  Fan la bellezza e i musicali accordi.
  Ch'alto mistero d'ignorati Elisi
  Paion sovente rivelar. Vagheggia
  Il piagato mortal quindi la figlia
  Della sua mente, l'amorosa idea,
  Che gran parte d'Olimpo in sè racchiude,
  Tutta al volto, ai costumi, alla favella,
  Pari alla donna che il rapito amante
  Vagheggiare ed amar confuso estima.
  Or questa egli non già, ma quella, ancora
  Nei corporali amplessi, inchina ed ama.
  Alfin l'errore e gli scambiati oggetti
  Conoscendo, s'adira; e spesso incolpa
  La donna a torto. A quella eccelsa imago
  Sorge di rado il femminile ingegno;
  E ciò che inspira ai generosi amanti
  La sua stessa beltà, donna non pensa,
  Nè comprender potria. Non cape in quelle
  Anguste fronti ugual concetto. E male
  Al vivo sfolgorar di quegli sguardi
  Spera l'uomo ingannato, e mal richiede
  Sensi profondi, sconosciuti, e molto
  Più che virili, in chi dell'uomo al tutto
  Da natura è minor. Che se più molli
  E più tenui le membra, essa la mente
  Men capace e men forte anco riceve.

  Nè tu fin or giammai quel che tu stessa
  Inspirasti alcun tempo al mio pensiero,
  Potesti, Aspasia, immaginar. Non sai
  Che smisurato amor, che affanni intensi,
  Che indicibili moti e che deliri
  Movesti in me; nè verrà tempo alcuno
  Che tu l'intenda. In simil guisa ignora
  Esecutor di musici concenti
  Quel ch'ei con mano e con la voce adopra
  In chi l'ascolta. Or quell'Aspasia è morta
  Che tanto amai. Giace per sempre, oggetto
  Della mia vita un dì: se non se quanto,
  Pur come cara larva, ad ora ad ora
  Tornar costuma e disparir. Tu vivi,
  Bella non solo ancor, ma bella tanto,
  Al parer mio, che tutte l'altre avanzi.
  Pur quell'ardor che da te nacque è spento:
  Perch'io te non amai, ma quella Diva
  Che già vita, or sepolcro, ha nel mio core.
  Quella adorai gran tempo; e sì mi piacque
  Sua celeste beltà, ch'io, per insino
  Già dal principio conoscente e chiaro
  Dell'esser tuo, dell'arti e delle frodi,
  Pur ne' tuoi contemplando i suoi begli occhi,
  Cupido ti seguii finch'ella visse,
  Ingannato non già, ma dal piacere
  Di quella dolce somiglianza un lungo
  Servaggio ed aspro a tollerar condotto.

  Or ti vanta, che il puoi. Narra che sola
  Sei del tuo sesso a cui piegar sostenni
  L'altero capo, a cui spontaneo porsi
  L'indomito mio cor. Narra che prima,
  E spero ultima certo, il ciglio mio
  Supplichevol vedesti, a te dinanzi
  Me timido, tremante (ardo in ridirlo
  Di sdegno e di rossor), me di me privo,
  Ogni tua voglia, ogni parola, ogni atto
  Spiar sommessamente, a' tuoi superbi
  Fastidi impallidir, brillare in volto
  Ad un segno cortese, ad ogni sguardo
  Mutar forma e color. Cadde l'incanto,
  E spezzato con esso, a terra sparso
  Il giogo: onde m'allegro. E sebben pieni
  Di tedio, alfin dopo il servire e dopo
  Un lungo vaneggiar, contento abbraccio
  Senno con libertà. Che se d'affetti
  Orba la vita, e di gentili errori,
  È notte senza stelle a mezzo il verno,
  Già del fato mortale a me bastante
  E conforto e vendetta è che su l'erba
  Qui neghittoso immobile giacendo,
  Il mar la terra e il ciel miro e sorrido.



  XXX.


  SOPRA UN BASSO RILIEVO ANTICO SEPOLCRALE,
  DOVE UNA GIOVANE MORTA
  È RAPPRESENTATA IN ATTO DI PARTIRE,
  ACCOMIATANDOSI DAI SUOI.


  Dove vai? chi ti chiama
  Lunge dai cari tuoi,
  Bellissima donzella?
  Sola, peregrinando, il patrio tetto
  Sì per tempo abbandoni? a queste soglie
  Tornerai tu? farai tu lieti un giorno
  Questi ch'oggi ti son piangendo intorno?

  Asciutto il ciglio ed animosa in atto.
  Ma pur mesta sei tu. Grata la via
  O dispiacevol sia, tristo il ricetto
  A cui movi o giocondo.
  Da quel tuo grave aspetto
  Mal s'indovina. Ahi ahi, nè già potria
  Fermare io stesso in me, nè forse al mondo
  S'intese ancor, se in disfavore al cielo
  Se cara esser nomata,
  Se misera tu debbi o fortunata.

  Morte ti chiama; al cominciar del giorno
  L'ultimo istante. Al nido onde ti parti,
  Non tornerai. L'aspetto
  De' tuoi dolci parenti
  Lasci per sempre. Il loco
  A cui movi, è sotterra:
  Ivi fia d'ogni tempo il tuo soggiorno.
  Forse beata sei; ma pur chi mira,
  Seco pensando, al tuo destin, sospira.

  Mai non veder la luce
  Era, credo, il miglior. Ma nata, al tempo
  Che reina bellezza si dispiega
  Nelle membra e nel volto,
  Ed incomincia il mondo
  Verso lei di lontano ad atterrarsi;
  In sul fiorir d'ogni speranza, e molto
  Prima che incontro alla festosa fronte
  I lùgubri suoi lampi il ver baleni;
  Come vapore in nuvoletta accolto
  Sotto forme fugaci all'orizzonte,
  Dileguarsi così quasi non sorta,
  E cangiar con gli oscuri
  Silenzi della tomba i dì futuri,
  Questo se all'intelletto
  Appar felice, invade
  D'alta pietade ai più costanti il petto.

  Madre temuta e pianta
  Dal nascer già dell'animal famiglia,
  Natura, illaudabil maraviglia,
  Che per uccider partorisci e nutrì,
  Se danno è del mortale
  Immaturo perir, come il consenti
  In quei capi innocenti!
  Se ben, perchè funesta,
  Perchè sovra ogni male,
  A chi si parte, a chi rimane in vita,
  Inconsolabil fai tal dipartita?

  Misera ovunque miri,
  Misera onde si volga, ove ricorra,
  Questa sensibil prole!
  Piacqueti che delusa
  Fosse ancor dalla vita
  La speme giovanil; piena d'affanni
  L'onda degli anni; ai mali unico schermo
  La morte; e questa inevitabil segno,
  Questa, immutata legge
  Ponesti all'uman corso. Ahi perchè dopo
  Le travagliose strade, almen la meta
  Non ci prescriver lieta? anzi colei
  Che per certo futura
  Portiam sempre, vivendo, innanzi all'alma,
  Colei che i nostri danni
  Ebber solo conforto,
  Velar di neri panni,
  Cinger d'ombra sì trista,
  E spaventoso in vista
  Più d'ogni flutto dimostrarci il porto?

  Già se sventura è questo
  Morir che tu destini
  A tutti noi che senza colpa, ignari,
  Nè volontari al vivere abbandoni,
  Certo ha chi more invidiabil sorte
  A colui che la morte
  Sente de' cari suoi. Che se nel vero,
  Com'io per fermo estimo,
  Il vivere è sventura,
  Grazia il morir, chi però mai potrebbe,
  Quel che pur si dovrebbe,
  Desiar de' suoi cari il giorno estremo,
  Per dover egli scemo
  Rimaner di se stesso.
  Veder d'in su la soglia levar via
  La diletta persona
  Con chi passato avrà molt'anni insieme,
  E dire a quella addio senz'altra speme
  Di riscontrarla ancora
  Per la mondana via;
  Poi solitario abbandonato in terra,
  Guardando attorno, all'ore ai lochi usati
  Rimemorar la scorsa compagnia?
  Come, ahi come, o natura, il cor ti soffre
  Di strappar dalle braccia
  All'amico l'amico,
  Al fratello il fratello,
  La prole al genitore,
  All'amante l'amore: e l'uno estinto,
  L'altro in vita serbar? Come potesti
  Far necessario in noi
  Tanto dolor, che sopravviva amando
  Al mortale il mortal? Ma da natura
  Altro negli atti suoi
  Che nostro male o nostro ben si cura.



  XXXI.


  SOPRA IL RITRATTO DI UNA BELLA DONNA
  SCOLPITO NEL MONUMENTO SEPOLCRALE DELLA MEDESIMA.


  Tal fosti: or qui sotterra
  Polve e scheletro sei. Su l'ossa e il fango
  Immobilmente collocato invano,
  Muto, mirando dell'etadi il volo,
  Sta, di memoria solo
  E di dolor custode, il simulacro
  Della scorsa beltà. Quel dolce sguardo,
  Che tremar fe', se, come or sembra, immoto
  In altrui s'affisò; quel labbro, ond'alto
  Par, come d'urna piena,
  Traboccare il piacer; quel collo, cinto
  Già di desio; quell'amorosa mano,
  Che spesso, ove fu pòrta.
  Sentì gelida far la man che strinse;
  E il seno, onde la gente 15
  Visibilmente di pallor si tinse,
  Furo alcun tempo: or fango
  Ed ossa sei: la vista
  Vituperosa e trista un sasso asconde.

  Così riduce il fato
  Qual sembianza fra noi parve più viva
  Immagine del ciel. Misterio eterno
  Dell'esser nostro. Oggi, d'eccelsi, immensi
  Pensieri e sensi inenarrabil fonte,
  Beltà grandeggia, e pare,
  Quale splendor vibrato
  Da natura immortal su queste arene,
  Di sovrumani fati,
  Di fortunati regni e d'aurei mondi
  Segno e sicura spene
  Dare al mortalo stato:
  Diman, per lieve forza,
  Sozzo a vedere, abominoso, abbietto
  Divien quel che fu dianzi
  Quasi angelico aspetto,
  E dalle menti insieme
  Quel che da lui moveva
  Ammirabil concetto, si dilegua.

  Desiderii infiniti
  E visioni altere
  Crea nel vago pensiere,
  Per naturai virtù, dotto concento;
  Onde per mar delizioso, arcano
  Erra lo spirto umano,
  Quasi come a diporto
  Ardito notator per l'Oceano:
  Ma se un discorde accento
  Fere l'orecchio, in nulla
  Torna quel paradiso in un momento.

  Natura umana, or come,
  Se frale in tutto e vile,
  Se polve ed ombra sei, tant'alto senti?
  Se in parte anco gentile,
  Come i più degni tuoi moti e pensieri
  Son così di leggeri
  Da sì basse cagioni e désti e spenti?



  XXXII.


  PALINODIA
  AL MARCHESE GINO CAPPONI.


  Il sempre sospirar nulla rileva.
                        PETRARCA.


  Errai, candido Gino; assai gran tempo,
  E di gran lunga errai. Misera e vana
  Stimai la vita, e sovra l'altre insulsa
  La stagion ch'or si volge. Intolleranda
  Parve, e fu, la mia lingua alla beata
  Prole mortal, se dir si dee mortale
  L'uomo, o si può. Fra maraviglia e sdegno,
  Dall'Eden odorato in cui soggiorna,
  Rise l'alta progenie, e me negletto
  Disse, o mal venturoso, e di piaceri
  O incapace o inesperto, il proprio fato
  Creder comune, e del mio mal consorte
  L'umana specie. Alfin per entro il fumo
  De' sigari onorato, al romorio
  De' crepitanti pasticcini, al grido
  Militar, di gelati e di bevande
  Ordinator, fra le percosse tazze
  E i branditi cucchiai, viva rifulse
  Agli occhi miei la giornaliera luce
  Delle gazzette. Riconobbi e vidi
  La pubblica letizia, e le dolcezze
  Del destino mortal. Vidi l'eccelso
  Stato e il valor delle terrene cose,
  E tutto fiori il corso umano, e vidi
  Come nulla quaggiù dispiace e dura.
  Nè men conobbi ancor gli studi e l'opre
  Stupende, e il senno, e le virtudi, e l'alto
  Saver del secol mio. Nè vidi meno
  Da Marrocco al Catai, dall'Orse al Nilo,
  E da Boston a Goa, correr dell'alma
  Felicità su l'orme a gara ansando
  Regni, imperi e ducati; e già tenerla
  O per le chiome fluttuanti, o certo
  Per l'estremo del boa[11]. Così vedendo,
  E meditando sovra i larghi fogli
  Profondamente, del mio grave, antico
  Errore, e di me stesso, ebbi vergogna.

  Aureo secolo omai volgono, o Gino,
  I fusi delle Parche. Ogni giornale,
  Gener vario di lingue e di colonne,
  Da tutti i lidi lo promette al mondo
  Concordemente. Universale amore,
  Ferrate vie, moltiplici commerci,
  Vapor, tipi e _cholèra_ i più divisi
  Popoli e climi stringeranno insieme:
  Nè maraviglia fìa se pino o quercia
  Suderà latte e mele, o s'anco al suono
  D'un _walser_ danzerà. Tanto la possa
  Infìn qui de' lambicchi e delle storte,
  E le macchine al cielo emulatrici
  Crebbero, e tanto cresceranno al tempo
  Che seguirà; poichè di meglio in meglio
  Senza fin vola e volerà mai sempre
  Di Sem, di Cam e di Giapeto il seme.

  Ghiande non ciberà certo la terra
  Però, se fame non la sforza: il duro
  Ferro non deporrà. Ben molte volte
  Argento ed or disprezzerà, contenta
  A pòlizze di cambio. E già dal caro
  Sangue de' suoi non asterrà la mano
  La generosa stirpe: anzi coverte
  Fien di stragi l'Europa e l'altra riva
  Dell'atlantico mar, fresca nutrice
  Di pura civiltà, sempre che spinga
  Contrarie in campo le fraterne schiere
  Di pepe o di cannella o d'altro aroma
  Fatal cagione, o di melate canne,
  O cagion qual si sia ch' ad auro torni.
  Valor vero e virtù, modestia e fede
  E di giustizia amor, sempre in qualunque
  Pubblico stato, alieni in tutto e lungi
  Da' comuni negozi, ovvero in tutto
  Sfortunati saranno, afflitti e vinti;
  Perchè diè lor natura, in ogni tempo
  Starsene in fondo. Ardir protervo e frode,
  Con mediocrità, regneran sempre,
  A galleggiar sortiti. Imperio e forze,
  Quanto più vogli o cumulate o sparse.
  Abuserà chiunque avralle, e sotto
  Qualunque nome. Questa legge in pria
  Scrisser natura e il fato in adamante;
  E co' fulmini suoi Volta nè Davy
  Lei non cancellerà, non Anglia tutta
  Con le macchine sue, nè con un Gange
  Di politici scritti il secol novo.
  Sempre il buono in tristezza, il vile in festa
  Sempre e il ribaldo: incontro all'alme eccelse
  In arme tutti congiurati i mondi
  Fieno in perpetuo: al vero onor seguaci
  Calunnia, odio e livor: cibo de' forti
  Il debole, cultor de' ricchi e servo
  Il digiuno mendico, in ogni forma
  Di comun reggimento, o presso o lungi
  Sien l'eclittica o i poli, eternamente
  Sarà, se al gener nostro il proprio albergo
  E la face del dì non vengon meno.

  Queste lievi reliquie e questi segni
  Delle passate età, forza è che impressi
  Porti quella che sorge età dell'oro:
  Perchè mille discorsi e repugnanti 100
  L'umana compagnia principii e parti
  Ha per natura: e por quegli odii in pace
  Non valser gl'intelletti e le possanze
  Degli uomini giammai, dal dì che nacque
  L'inclita schiatta, e non varrà, quantunque
  Saggio sia nè possente, al secol nostro
  Patto alcuno o giornal. Ma nelle cose
  Più gravi, intera, e non veduta innanzi,
  Fia la mortal felicità. Più molli
  Di giorno in giorno diverran le vesti
  O di lana o di seta. I rozzi panni
  Lasciando a prova agricoltori e fabbri,
  Chiuderanno in coton la scabra pelle,
  E di castoro copriran le schiene.
  Meglio fatti al bisogno, o più leggiadri
  Certamente a veder, tappeti e coltri,
  Seggiole, canapè, sgabelli e mense,
  Letti, ed ogni altro arnese, adorneranno
  Di lor menstrua beltà gli appartamenti;
  E nove forme di paiuoli, e nove
  Pentolo ammirerà l'arsa cucina.
  Da Parigi a Calais, di quivi a Londra,
  Da Londra a Liverpool, rapido tanto
  Sarà, quant'altri immaginar non osa,
  Il cammino, anzi il volo: e sotto l'ampie
  Vie del Tamigi fia dischiuso il varco,
  Opra ardita, immortal, ch'esser dischiuso
  Dovea, già son molt'anni. Illuminate
  Meglio ch'or son, benché sicure al pari,
  Nottetempo saran le vie men trite
  Delle città sovrane, e talor forse
  Di suddita città le vie maggiori.
  Tali dolcezze e sì beata sorte
  Alla prole vegnente il ciel destina.

  Fortunati color che mentre io scrivo
  Miagolanti in su le braccia accoglie
  La levatrice! a cui veder s'aspetta
  Quei sospirati dì, quando per lunghi
  Studi fia noto, e imprenderà col latte
  Dalla cara nutrice ogni fanciullo,
  Quanto peso di sal, quanto di carni,
  E quante moggia di farina inghiotta
  Il patrio borgo in ciascun mese; e quanti
  In ciascun anno partoriti e morti
  Scriva il vecchio prior: quando, per opra
  Di possente vapore, a milioni
  Impresse in un secondo, il piano e il poggio,
  E credo anco del mar gl'immensi tratti,
  Come d'aeree gru stuol che repente
  Alle late campagne il giorno involi,
  Copriran le gazzette, anima e vita
  Dell'universo, e di savere a questa
  Ed alle età venture unica fonte!

  Quale un fanciullo, con assidua cura,
  Di fogliolini e di fuscelli, in forma
  O di tempio o di torre o di palazzo,
  Un edifìcio innalza; e come prima
  Fornito il mira, ad atterrarlo è vòlto,
  Perchè gli stessi a lui fuscelli e fogli
  Per novo lavorio son di mestieri;
  Così natura ogni opra sua, quantunque
  D'alto artificio a contemplar, non prima
  Vede perfetta, ch'a disfarla imprende,
  Le parti sciolte dispensando altrove.
  E indarno a preservar se stesso od altro
  Dal gioco reo, la cui ragion gli è chiusa
  Eternamente, il mortal seme accorre
  Mille virtudi oprando in mille guise
  Con dotta man: che, d'ogni sforzo in onta,
  La natura crudel, fanciullo invitto,
  Il suo capriccio adempie, essenza posa
  Distruggendo e formando si trastulla.
  Indi varia, infinita una famiglia
  Di mali immedicabili e di pene
  Preme il fragil mortale, a perir fatto
  Irreparabilmente: indi una forza
  Ostil, distruggitrice, e dentro il fere
  E di fuor da ogni lato, assidua, intenta
  Dal dì che nasce; e l'affatica e stanca.
  Essa indefatigata; insin ch'ei giace
  Alfin dall'empia madre oppresso e spento.
  Queste, o spirto gentil, miserie estreme
  Dello stato mortal; vecchiezza e morte,
  Ch'han principio d'allor che il labbro infante
  Preme il tenero sen che vita instilla;
  Emendar, mi cred'io, non può la lieta
  Nonadecima età più che potesse
  La decima o la nona, e non potranno
  Più di questa giammai l'età future.
  Però, se nominar lice talvolta
  Con proprio nome il ver, non altro in somma
  Fuor che infelice, in qualsivoglia tempo,
  E non pur ne' civili ordini e modi,
  Ma della vita in tutte l'altre parti,
  Per essenza insanabile, e per legge
  Universal che terra e cielo abbraccia.
  Ogni nato sarà. Ma novo e quasi
  Divin, consiglio ritrovàr gli eccelsi
  Spirti del secol mio: che, non potendo
  Felice in terra far persona alcuna, 200
  L'uomo obbliando, a ricercar si diero
  Una comun felicitade; e quella
  Trovata agevolmente, essi di molti
  Tristi e miseri tutti, un popol fanno
  Lieto e felice; e tal portento, ancora
  Da _pamphlets_, da riviste e da gazzette
  Non dichiarato, il civil gregge ammira.

  Oh menti, oh senno, oh sovrumano acume
  Dell'età ch'or si volge! E che sicuro
  Filosofar, che sapienza, o Gino.
  In più sublimi ancora e più riposti
  Subbietti insegna ai secoli futuri
  il mio secolo e tuo! Con che costanza
  Quel che ieri schernì, prosteso adora
  Oggi, e domani abbatterà, per girne
  Raccozzando i rottami, e per riporlo
  Tra il fumo degl'incensi il dì vegnente!
  Quanto estimar si dee, che fede inspira
  Del secol che si volge, anzi dell'anno.
  Il concorde sentir! con quanta cura
  Convienci a quel dell anno, al qual difforme
  Fia quel dell'altro appresso, il sentir nostro
  Comparando, fuggir che mai d'un punto
  Non sien diversi! E di che tratto innanzi,
  Se al moderno si opponga il tempo antico,
  Filosofando il saper nostro è scorso!

  Un già de' tuoi, lodato Gino; un franco
  Di poetar maestro, anzi di tutte
  Scienze ed arti e facoltadi umane.
  E menti che fur mai, sono e saranno.
  Dottore, emendator, lascia, mi disse.
  I propri affetti tuoi. Di lor non cura
  Questa virile età, volta ai severi
  Economici studi, e intenta il ciglio
  Nelle pubbliche cose. Il proprio petto
  Esplorar che ti val? Materia al canto
  Non cercar dentro te. Canta i bisogni
  Del secol nostro, e la matura speme.
  Memorande sentenze! ond'io solenni
  Le risa alzai quando sonava il nome
  Della speranza al mio profano orecchio
  Quasi comica voce, o come un suono
  Di lingua che dal latte si scompagni.
  Or torno addietro, ed al passato un corso
  Contrario imprendo, per non dubbi esempi
  Chiaro oggimai ch'ai secol proprio vuoisi,
  Non contraddir, non repugnar, se lode
  Cerchi e fama appo lui, ma fedelmente
  Adulando ubbidir: così per breve
  Ed agiato cammin vassi alle stelle.
  Ond'io, degli astri desioso, al canto
  Del secolo i bisogni omai non penso
  Materia far; chè a quelli, ognor crescendo.
  Provveggono i mercati e le officine
  Già largamente; ma la speme io certo
  Dirò, la speme, onde visibil pegno
  Già concedon gli Dei; già, della nova
  Felicità principio, ostenta il labbro
  De' giovani, e la guancia, enorme il pelo.

  O salve, o segno salutare, o prima
  Luce della famosa età che sorge.
  Mira dinanzi a te come s'allegra
  La terra e il ciel, come sfavilla il guardo
  Delle donzelle, e per conviti e feste
  Qual de' barbati eroi fama già vola.
  Cresci, cresci alla patria, o maschia certo
  Moderna prole. All'ombra de' tuoi velli
  Italia crescerà, crescerà tutta
  Dalle foci del Tago all'Ellesponto
  Europa, e il mondo poserà sicuro.
  E tu comincia a salutar col riso
  Gl'ispidi genitori, o prole infante.
  Eletta agli aurei dì: nè ti spauri
  L'innocuo nereggiar de' cari aspetti.
  Ridi, o tenera prole: a te serbato
  È di cotanto favellare il frutto;
  Veder gioia regnar, cittadi e ville.
  Vecchiezza e gioventù del par contente,
  E le barbe ondeggiar lunghe due spanne.



  XXXIII.


  IL TRAMONTO DELLA LUNA.


  Quale in notte solinga.
  Sovra campagne inargentate ed acque.
  Là 've zefiro aleggia,
  E mille vaghi aspetti
  E ingannevoli obbietti
  Fingon l'ombre lontane
  Infra l'onde tranquille
  E rami e siepi e collinette e ville;
  Giunta al confin del cielo.
  Dietro Apennino od Alpe, o del Tirreno
  Nell'infinito seno
  Scende la luna; e si scolora il mondo;
  Spariscon l'ombre, ed una
  Oscurità la valle e il monte imbruna;
  Orba la notte resta,
  E cantando, con mesta melodia,
  L'estremo albor della fuggente luce,
  Che dianzi gli fu duce,
  Saluta il carrettier dalla sua via;

  Tal si dilegua, e tale
  Lascia l'età mortale
  La giovinezza. In fuga
  Van l'ombre e le sembianze
  Dei dilettosi inganni; e vengon meno
  Le lontane speranze,
  Ove s'appoggia la mortal natura.
  Abbandonata, oscura
  Resta la vita. In lei porgendo il guardo.
  Cerca il confuso viatore invano
  Del cammin lungo che avanzar si sente
  Meta o ragione; e vede
  Ch'a sè l'umana sede.
  Esso a lei veramente è fatto estrano.

  Troppo felice e lieta
  Nostra misera sorte
  Parve lassù, so il giovanile stato,
  Dove ogni ben di mille pene è frutto.
  Durasse tutto della vita il corso.
  Troppo mite decreto
  Quel che sentenzia ogni animale a morte,
  S'anco mezza la via
  Lor non si desse in pria
  Della terribil morte assai più dura.
  D'intelletti immortali
  Degno trovato, estremo
  Di tutti i mali, ritrovàr gli eterni
  La vecchiezza, ove fosse
  Incolume il desio, la speme estinta,
  Secche le fonti del piacer, le pene
  Maggiori sempre, e non più dato il bene.

  Voi, collinette e piagge.
  Caduto lo splendor che all'occidente
  Inargentava della notte il velo,
  Orfane ancor gran tempo
  Non resterete, che dall'altra parte
  Tosto vedrete il cielo
  Imbiancar novamente, e sorger l'alba:
  Alla qual poscia seguitando il sole,
  E folgorando intorno
  Con sue fiamme possenti.
  Di lucidi torrenti
  Inonderà con voi gli eterei campi.
  Ma la vita mortal, poi che la bella
  Giovinezza sparì, non si colora
  D'altra luce giammai, nè d'altra aurora.
  Vedova è insino al fine; ed alla notte
  Che Taltre etadi oscura,
  Segno poser gli Dei la sepoltura.



  XXXIV.


  LA GINESTRA,
  O IL FIORE DEL DESERTO.


  Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἄνθρωποι μᾶλλον τὸ σκότος ἢ τὸ φῶς.
  E gli uomini vollero piuttosto le tenebre
    che la luce.

  GIOVANNI, III,19


  Qui su l'arida schiena
  Del formidabil monte.
  Sterminator Vesevo,
  La qual null'altro allegra arbor nè fiore.
  Tuoi cespi solitari intorno spargi,
  Odorata ginestra,
  Contenta dei deserti. Anco ti vidi
  De' tuoi steli abbellir l'erme contrade
  Che cingon la cittade
  La qual fu donna de' mortali un tempo,
  E del perduto impero
  Par che col grave e taciturno aspetto
  Faccian fede e ricordo al passeggero.
  Or ti riveggo in questo suol, di tristi
  Lochi e dal mondo abbandonati amante,
  E d'afflitte fortune ognor compagna.
  Questi campi cosparsi
  Di ceneri infeconde, e ricoperti
  Dell'impietrata lava,
  Che sotto i passi al peregrin risona;
  Dove s'annida e si contorce al sole
  La serpe, e dove al noto
  Cavernoso covil torna il coniglio;
  Fur liete ville e colti,
  E biondeggiàr di spiche, e risonaro
  Di muggito d’armenti;
  Fur giardini e palagi,
  Agli ozi de’ potenti
  Gradito ospizio; e fur città famose
  Che coi torrenti suoi l'altero monte
  Dall'ignea bocca fulminando oppresse
  Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
  Una ruina involve,
  Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
  I danni altrui commiserando, al cielo
  Di dolcissimo odor mandi un profumo,
  Che il deserto consola. A queste piagge
  Venga colui che d’esaltar con lode
  Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
  È il gener nostro in cura
  All'amante natura. E la possanza
  Qui con giusta misura
  Anco estimar potrà dell'uman seme,
  Cui la dura nutrice, ov'ei men teme,
  Con lieve moto in un momento annulla
  In parte, e può con moti
  Poco men lievi ancor subitamente
  Annichilare in tutto.
  Dipinte in queste rive
  Son dell'umana gente
  _Le magnifiche sorti e progressive_[12].

  Qui mira e qui ti specchia,
  Secol superbo e sciocco.
  Che il calle insino allora
  Dal risorto pensier segnato innanti
  Abbandonasti, e vólti addietro i passi,
  Del ritornar ti vanti,
  E procedere il chiami.
  Al tuo pargoleggiar gl'ingegni tutti
  Di cui lor sorte rea padre ti fece
  Vanno adunaudo, ancora
  Ch'a ludibrio talora
  T'abbian fra sè. Non io
  Con tal vergogna scenderò sotterra;
  E ben facil mi fòra
  Imitar gli altri, e vaneggiando in prova,
  Farmi agli orecchi tuoi cantando accetto:
  Ma il disprezzo piuttosto che si serra
  Di te nel petto mio,
  Mostrato avrò quanto si possa aperto:
  Bench'io sappia che obblio
  Preme chi troppo all'età propria increbbe.
  Di questo mal, che teco
  Mi fia comune, assai finor mi rido.
  Libertà vai sognando, e servo a un tempo
  Vuoi di novo il pensiero.
  Sol per cui risorgemmo
  Dalla barbarie in parte, e per cui solo
  Si cresce in civiltà, che sola in meglio
  Guida i pubblici fati.
  Così ti spiacque il vero
  Dell'aspra sorte e del depresso loco
  Ohe natura ci diè. Per questo il tergo
  Vigliaccamente rivolgesti al lume
  Che il fe' palese; e, fuggitivo, appelli
  Vil chi lui segue, e solo
  Magnanimo colui
  Che sè schernendo o gli altri, astuto o folle,
  Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

  Uom di povero stato e membra inferme
  Che sia dell'alma generoso ed alto,
  Non chiama sè nè stima
  Ricco d'or nè gagliardo,
  E di splendida vita o di valente
  Persona infra la gente
  Non fa risibil mostra;
  Ma sè di forza e di tesor mendico
  Lascia parer senza vergogna, e noma
  Parlando, apertamente, o di sue cose
  Fa stima al vero uguale.
  Magnanimo animale
  Non credo io già, ma stolto
  Quel che, nato a perir, nutrito in pene,
  Dice, a goder son fatto,
  E di fetido orgoglio
  Empie le carte, eccelsi fati e nove
  Felicità, quali il ciel tutto ignora,
  Non pur quest'orbe, promettendo in terra
  A popoli che un'onda
  Di mar commosso, un fiato
  D'aura maligna, un sotterraneo crollo
  Distrugge sì, ch'avanza
  A gran pena di lor la rimembranza.
  Nobil natura è quella
  Ch'a sollevar s'ardisce
  Gli occhi mortali incontra
  Al comun fato, e che con franca lingua,
  Nulla al ver detraendo,
  Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
  E il basso stato e frale;
  Quella che grande e forte
  Mostra sè nel soffrir, nè gli odii e l'ire
  Fraterne, ancor più gravi
  D'ogni altro danno, accresce
  Alle miserie sue, l'uomo incolpando
  Del suo dolor, ma dà la colpa a quella
  Che veramente è rea, che de' mortali
  È madre in parto ed in voler matrigna.
  Costei chiama inimica; e incontro a questa
  Congiunta esser pensando,
  Siccom'è il vero, ed ordinata in pria
  L'umana compagnia,
  Tutti fra sè confederati estima
  Gli uomini, e tutti abbraccia
  Con vero amor, porgendo
  Valida e pronta ed aspettando aita
  Negli alterni perigli e nelle angosce
  Della guerra comune. Ed alle offese
  Dell'uomo armar la destra, e laccio porre
  Al vicino ed inciampo,
  Stolto crede così, qual fòra in campo
  Cinto d'oste contraria, in sul più vivo
  Incalzai degli assalti,
  Gl'inimici obbliando, acerbo gare
  Imprender con gli amici.
  E sparger fuga e fulminar col brando
  Infra i proprii guerrieri.
  Così fatti pensieri
  Quando fien, come fur, palesi al volgo.
  E quell'orror che primo
  Contra l'empia natura
  Strinse i mortali in social catena.
  Fia ricondotto in parte
  Da verace saper, l'onesto e il retto
  Conversar cittadino,
  E giustizia e pietade altra radice
  Avranno allor che non superbe fole.
  Ove fondata probità del volgo
  Così star suole in piede
  Quale star può quel ch'ha in error la sede.

  Sovente in queste rive,
  Che, desolate, a bruno
  Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
  Seggo la notte; e su la mesta landa
  In purissimo azzurro
  Veggo dall'alto fiammeggiar le stelle,
  Cui di lontan fa specchio
  Il mare, e tutto di scintille in giro
  Per lo vòto seren brillare il mondo.
  E poi che gli occhi a quelle luci appunto.
  Ch'a lor sembrano un punto,
  E sono immenso in guisa
  Che un punto a petto a lor soli terra o mare
  Veracemente; a cui
  L'uomo non pur, ma questo
  Globo ove l'uomo è nulla.
  Sconosciuto è del tutto; e quando miro
  Quegli ancor più senz'alcun fin remoti
  Nodi quasi di stelle,
  Ch'a noi paion qual nebbia, a cui non l'uomo
  E non la terra sol, ma tutto in uno,
  Del numero infinite e della mole,
  Con l'aureo sole insiem, le nostro stelle
  O sono ignote, o così paion come
  Essi alla terra, un punto
  Di luce nebulosa; al pensier mio
  Che sembri allora, o prole
  Dell'uomo? E rimembrando
  Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno
  Il suol ch'io premo; e poi dall'altra parte.
  Che te signora e fine
  Credi tu data al Tutto, e quante volte
  Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
  Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
  Per tua cagion, dell'universe cose
  Scender gli autori, e conversar sovente
  Co' tuoi piacevolmente; e che i derisi
  Sogni rinnovellando, ai saggi insulta
  Fin la presente età, che in conoscenza
  Ed in civil costume
  Sembra tutte avanzar; qual moto allora,
  Mortal prole infelice, o qual pensiero
  Verso te finalmente il cor m'assale?
  Non so se il riso o la pietà prevale.

  Come d'arbor cadendo un picciol pomo,
  Cui là nel tardo autunno
  Maturità senz'altra forza atterra,
  D'un popol di formiche i dolci alberghi
  Cavati in molle gleba
  Con gran lavoro, e l'opre,
  E le ricchezze ch'adunate a prova
  Con lungo affaticar l'assidua gente
  Avea provvidamente al tempo estivo,
  Schiaccia, diserta e copre
  In un punto; così d'alto piombando,
  Dall'utero tonante
  Scagliata al ciel profondo.
  Di ceneri e di pomici e di sassi
  Notte e ruina, infusa
  Di bollenti ruscelli.
  O pel montano fianco
  Furiosa tra l'erba
  Di liquefatti massi
  E di metalli e d'infocata arena
  Scendendo immensa piena.
  Le cittadi che il mar là su l'estremo
  Lido aspergea, confuse
  E infranse e ricoperse
  In pochi istanti: onde su quelle or pasce
  La capra, e città nove
  Sorgon dall'altra banda, a cui sgabello
  Son le sepolte, e le prostrate mura
  L'arduo monte al suo piè quasi calpesta.
  Non ha natura al seme
  Dell'uom più stima o cura
  Ch'alla formica: e se più rara in quello
  Che nell'altra è la strage,
  Non avvien ciò d'altronde
  Fuor che l'uom sue prosapie ha men feconde.

  Ben mille ed ottocento
  Anni varcàr poi che sparirò, oppressi
  Dall'ignea forza, i popolati seggi.
  E il villanello intento
  Ai vigneti che a stento in questi campi
  Nutre la morta zolla e incenerita,
  Ancor leva lo sguardo
  Sospettoso alla vetta
  Fatal, che nulla mai fatta più mite
  Ancor siede tremenda, ancor minaccia
  A lui strage ed ai figli ed agli averi
  Lor poverelli. E spesso
  Il meschino in sul tetto
  Dell'ostel villereccio, alla vagante
  Aura giacendo tutta notte insonne,
  E balzando più volte, esplora il corso
  Del temuto bollor, che si riversa
  Dall'inesausto grembo
  Su l'arenoso dorso, a cui riluce
  Di Capri la marina
  E di Napoli il porto e Mergellina.
  E se appressar lo vede, o se nel cupo
  Del domestico pozzo ode mai l'acqua
  Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli.
  Desta la moglie in fretta, e via, con quanto
  Di lor cose rapir posson, fuggendo,
  Vede lontan, l'usato
  Suo nido, e il picciol campo
  Che gli fu dalla fame unico schermo.
  Preda al flutto rovente,
  Che crepitando giunge, e inesorato
  Durabilmente sopra quei si spiega.
  Torna al celeste raggio.
  Dopo l'antica obblivion, l'estinta
  Pompei, come sepolto
  Scheletro, cui di terra
  Avarizia o pietà rende all'aperto;
  E dal deserto fòro
  Diritto infra le file
  De' mozzi colonnati il peregrino
  Lunge contempla il bipartito giogo
  E la cresta fumante,
  Ch'alla sparsa mina ancor minaccia.
  E nell'orror della secreta notte
  Per li vacui teatri,
  Per li templi deformi e per le rotte
  Case, ove i parti il pipistrello asconde.
  Come sinistra face
  Che per vòti palagi atra s'aggiri.
  Corre il baglior della funerea lava
  Che di lontan per l'ombre
  Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
  Così, dell'uomo ignara o dell'etadi
  Ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno
  Dopo gli avi i nepoti.
  Sta natura ognor verde, anzi procede
  Per sì lungo cammino,
  Che sembra star. Caggiono i regni intanto,
  Passan genti e linguaggi: ella nol vede:
  E l’uom d’eternità s’arroga il vanto.

  E tu, lenta ginestra,
  Che di selve odorate
  Queste campagne dispogliate adorni.
  Anche tu presto alla crudel possanza
  Soccomberai del sotterraneo foco,
  Che ritornando al loco
  Gia noto, stenderà l'avaro lembo
  Su tue molli foreste. E piegherai
  Sotto il fascio mortai non renitente
  Il tuo capo innocente:
  Ma non piegato insino allora indarno
  Codardamente supplicando innanzi
  Al futuro oppressor; ma non eretto
  Con forsennato orgoglio inver le stelle,
  Nè sul deserto, dove
  E la sede e i natali
  Non per voler ma por fortuna avesti;
  Ma più saggia, ma tanto
  Mono inferma dell'uom, quanto le frali
  Tue stirpi non credesti
  O dal fato o da te fatte immortali.



  XXXV.


  IMITAZIONE.


  Lungi dal proprio ramo.
  Povera foglia frale.
  Dove vai tu? Dal faggio
  Là dov'io nacqui, mi divise il vento.
  Esso, tornando, a volo
  Dal bosco alla campagna.
  Dalla valle mi porta alla montagna.
  Seco perpetuamente
  Vo pellegrina, e tutto l'altro ignoro.
  Vo dove ogni altra cosa.
  Dove naturalmente
  Va la foglia di rosa,
  E la foglia d'alloro.



  XXXVI.


  SCHERZO.


  Quando fanciullo io venni
  A pormi con le Muse in disciplina,
  L'una di quelle mi pigliò per mano:
  E poi tutto quel giorno
  La mi condusse intorno
  A veder l'officina.
  Mostrommi a parte a parte
  Gli strumenti dell'arte,
  E i servigi diversi
  A che ciascun di loro
  S'adopra nel lavoro
  Delle prose e de' versi.
  Io mirava, e chiedea:
  Musa, la lima ov'è? Disse la Dea:
  La lima è consumata; or facciam senza.
  Ed io, ma di rifarla
  Non vi cal, soggiungea, quand'ella è stanca?
  Rispose: hassi a rifar, ma il tempo manca.



  FRAMMENTI.


  XXXVII.


  ALCETA.

  Odi, Melisso: io vo' contarti un sogno
  Di questa notte, che mi torna a mente
  In riveder la luna, lo me ne stava
  Alla finestra che risponde al prato,
  Guardando in alto: ed ecco all'improvviso
  Distaccasi la luna; e mi parea
  Che quanto nel cader s'approssimava.
  Tanto crescesse al guardo; infin che venne
  A dar di colpo in mezzo al prato; ed era
  Grande quanto una secchia, e di scintille
  Vomitava una nebbia, che stridea
  Sì forte come quando un carbon vivo
  Nell'acqua immergi e spegni. Anzi a quel modo
  La luna, come ho detto, in mezzo al prato
  Si spegneva annerando a poco a poco,
  E ne fumavan l'erbe intorno intorno.
  Allor mirando in ciel, vidi rimaso
  Come un barlume, o un'orma, anzi una nicchia.
  Ond'ella fosse svelta; in cotal guisa,
  Ch'io n'agghiacciava; e ancor non m'assicuro.

  MELISSO.

  E ben hai che temer, chè agevol cosa
  Fòra cader la luna in sul tuo campo.

  ALCETA.

  Chi sa? non veggiam noi spesso di state
  Cader le stelle?

  MELISSO.

                   Egli ci ha tante stelle,
  Che picciol danno è cader l'una o l'altra
  Di loro, e mille rimaner. Ma sola
  Ha questa luna in ciel, che da nessuno
  Cader fu vista mai se non in sogno.



  XXXVIII.


  Io qui vagando al limitare intorno,
  Invan la pioggia invoco e la tempesta.
  Acciò che la ritenga al mio soggiorno.

  Pure il vento muggìa nella foresta,
  E muggìa tra le nubi il tuono errante,
  Pria che l'aurora in ciel fosse ridesta.

  O care nubi, o cielo, o terra, o piante.
  Parte la donna mia: pietà, se trova
  Pietà nel mondo un infelice amante.

  O turbine, or ti sveglia, or fate prova
  Di sommergermi, o nembi, insino a tanto
  Che il sole ed altre terre il dì rinnova.

  S'apre il ciel, cade il soffio, in ogni canto
  Posan l'erbe e le frondi, e m'abbarbaglia
  Le luci il crudo Sol pregne di pianto.



  XXXIX.


  Spento il diurno raggio in occidente,
  E queto il fumo delle ville, e queta
  De' cani era la voce e della gente;

  Quand'ella, vòlta all'amorosa meta,
  Si ritrovò nel mezzo ad una landa
  Quanto foss'altra mai vezzosa e lieta.

  Spandeva il suo chiaror per ogni banda
  La sorella del sole, e fea d'argento
  Gli arbori ch'a quel loco eran ghirlanda.

  I ramuscelli ivan cantando al vento,
  E in un con l'usignol che sempre piagne
  Fra i tronchi un rivo fea dolce lamento.

  Limpido il mar da lungi, e le campagne
  E le foreste, e tutte ad una ad una
  Le cime si scoprian delle montagne.

  In queta ombra giacea la valle bruna,
  E i collicelli intorno rivestia
  Del suo candor la rugiadosa luna.

  Sola tenea la taciturna via
  La donna, e il vento che gli odori spande.
  Molle passar sul volto si sentia.

  Se lieta fosse, è van che tu dimande:
  Piacer prendea di quella vista, e il bene
  Che il cor le prometteva era più grande.

  Come fuggiste, o belle ore serene!
  Dilettevol quaggiù null'altro dura,
  Nè si ferma giammai, se non la spene.

  Ecco turbar la notte, e farsi oscura
  La sembianza del ciel, ch'era sì bella.
  E il piacer in colei farsi paura.

  Un nugol torbo, padre di procella,
  Sorgea di dietro ai monti, e crescea tanto.
  Che più non si scopria luna nè stella.

  Spiegarsi ella il vedea per ogni canto,
  E salir su per l'aria a poco a poco.
  E far sovra il suo capo a quella ammanto.

  Veniva il poco lume ognor più fioco;
  E intanto al bosco si destava il vento.
  Al bosco là del dilettoso loco.

  E si fea più gagliardo ogni momento.
  Tal che a forza era desto e svolazzava
  Tra le frondi ogni augel per lo spavento.

  E la nube, crescendo, in giù calava
  Vèr la marina sì, che l'un suo lembo
  Toccava i monti, e l'altro il mar toccava.

  Già tutto a cieca oscuritade in grembo,
  S'incominciava udir fremer la pioggia,
  E il suon cresceva all'appressar del nembo.

  Dentro le nubi in paurosa foggia
  Guizzavan lampi, e la fean batter gli occhi;
  E n'era il terren tristo, e l'aria roggia.

  Disciòr sentia la misera i ginocchi;
  E già muggiva il tuon simile al metro
  Di torrente che d'alto in giù trabocchi.

  Talvolta ella ristava, e l'aer tetro
  Guardava sbigottita, e poi correa,
  Sì che i panni e le chiome ivano addietro.

  E il duro vento col petto rompea,
  Che gocce fredde giù per l'aria nera
  In sul volto soffiando lo spingea.

  E il tuon venìale incontro come fera.
  Rugghiando orribilmente e senza posa;
  E cresceva la pioggia e la bufera.

  E d'ogni intorno era terribil cosa
  Il volar polve e fiondi e rami e sassi,
  E il suon die immaginar l'alma non osa.

  Ella dal lampo affaticati e lassi
  Coprendo gli occhi, e stretti i panni al seno
  Già pur tra il nembo accelerando i passi.

  Ma nella vista ancor l'era il baleno
  Ardendo sì, ch'alfin dallo spavento
  Fermò l'andare, e il cor le venne meno.

  E si rivolse indietro. E in quel momento
  Si spense il lampo, e tornò buio l'etra.
  Ed acchetossi il tuono, e stette il vento.

  Taceva il tutto; ed ella era di pietra.



  XL.


  DAL GRECO DI SIMONIDE.


  Ogni mondano evento
  È di Giove in poter, di Giove, o figlio.
  Che giusta suo talento
  Ogni cosa dispone.
  Ma di lunga stagione
  Nostro cieco pensier s'affanna e cura.
  Benché l'umana etate.
  Come destina il ciel nostra ventura.
  Di giorno in giorno dura.
  La bella speme tutti ci nutrica
  Di sembianze beate.
  Onde ciascuno indarno s'affatica:
  Altri l'aurora amica.
  Altri l'etade aspetta;
  E nullo in terra vive
  Cui nell'anno avvenir facili e pii
  Con Pluto gli altri iddii
  La mente non prometta.
  Ecco pria che la speme in porto arrive,
  Qual da vecchiezza è giunto
  E qual da morbi al bruno Lete addutto;
  Questo il rigido Marte, e quello il flutto
  Del pelago rapisce; altri consunto
  Da negre cure, o triste nodo al collo
  Circondando, sotterra si rifugge.
  Così di mille mali
  I miseri mortali
  Volgo fiero e diverso agita e strugge.
  Ma per sentenza mia,
  Uom saggio e sciolto dal comune errore
  Patir non sosterria,
  Nè porrebbe al dolore
  Ed al mal proprio suo cotanto amore.



XLI.


DELLO STESSO.


Umana cosa picciol tempo dura,
E certissimo detto
Disse il veglio di Chio,
Conforme ebber natura
Le foglie e l'uman seme.
Ma questa voce in petto
Raccolgon pochi. All'inquieta speme.
Figlia di giovin core.
Tutti prestiam ricetto.
Mentre è vermiglio il fiore
Di nostra etade acerba
L'alma vota e superba
Cento dolci pensieri educa invano,
Nè morte aspetta nè vecchiezza; e nulla
Cura di morbi ha l'uom gagliardo e sano.
Ma stolto è chi non vede
La giovanezza come ha ratte l'ale,
E siccome alla culla
Poco il rogo è lontano.
Tu presso a porre il piede
In sul varco fatale
Della plutonia sede,
Ai presenti diletti
La breve età commetti.



NOTE

[DEL LEOPARDI MEDESIMO].


[1] Il successo delle Termopile fu celebrato veramente da quello
che in essa canzone s'introduce a poetare, cioè da Simonide; tenuto
dall'antichità fra gli ottimi poeti lirici, vissuto, che più rileva,
ai medesimi tempi della scesa di Serse, e greco di patria. Questo
suo fatto, lasciando l'epitaffio riportato da Cicerone e da altri,
si dimostra da quello che scrive Diodoro nell'undecimo libro, dove
recita anche certe parole di esso poeta in questo proposito, due o
tre delle quali sono espresse nel quinto verso dell'ultima strofe.
Rispetto dunque alle predette circostanze del tempo e della persona, e
d'altra parte riguardando alle qualità della materia per sè medesima,
io non credo che mai si trovasse argomento più degno di poema lirico,
nè più fortunato di questo che fu scelto, o più veramente sortito, da
Simonide. Perocché se l'impresa delle Termopile fa tanta forza a noi
che siamo stranieri verso quelli che l'operarono, e con tutto questo
non possiamo tenere le lacrime a leggerla semplicemente come passasse,
e ventitré secoli dopo ch'ella è seguita; abbiamo a far congettura
di quello che la sua ricordanza dovesse potere in un Greco, e poeta,
e dei principali, avendo veduto il fatto, si può dire, cogli occhi
propri, andando per le stesse città vincitrici di un esercito molto
maggiore di quanti altri si ricorda la storia d'Europa, venendo a parte
delle feste, delle maraviglie, del fervore di tutta un'eccellentissima
nazione, fatta anche più magnanima della sua natura dalla coscienza
della gloria acquistata, e dall'emulazione di tanta virtù dimostrata
pur dianzi dai suoi. Per queste considerazioni, riputando a molta
disavventura che le cose scritte da Simonide in quella occorrenza,
fossero perdute, non ch'io presumessi di riparare a questo danno,
ma come per ingannare il desiderio, procurai di rappresentarmi alla
mente le disposizioni dell'animo del poeta in quel tempo, e con questo
mezzo, salva la disuguaglianza degl'ingegni, tornare a fare il suo
canto; del quale io porto questo parere, che o fosse maraviglioso,
o la fama di Simonide fosse vana, e gli scritti perissero con poca
ingiuria.--Lettera a Vincenzo Monti, premessa alle edizioni di Roma e
di Bologna.

[2] Di questa fama divulgata anticamente, che in Ispagna e in
Portogallo, quando il sole tramontava, si udisse di mezzo all'Oceano
uno stridore simile a quello che fanno i carboni accesi, o un ferro
rovente, quando è tuffato nell'acqua, vedi Cleomede _Circular.
doctrin. de sublim._ l. 2, c. 1, ed. Bake, Lugd. Bat. 1820, p. 109
seq. Strabone l. 3, ed. Amstel. 1707. p. 202 B. Giovenale Sat. 14, v.
279. Stazio _Silv._ l. 2, _Genethl. Lucani_ v. 24 seqq., ed. Ausonio
_Epist._ 18, v. 2. Floro l. 2. c. 17, parlando delle cose fatte da
Decimo Bruto in Portogallo: «peragratoque victor Oceani litore, non
prius signa convertit, quam cadentem in maria solem, obrutumque aquis
ignem, non sine quodam sacrilegii metu, et horrore, deprehendit. Vedi
ancora le note degli eruditi a Tacito.» _De Germ._ c. 45.

[3] Mentre la notizia della rotondità della terra, ed altre simili
appartenenti alla cosmografia, furono poco volgari, gli uomini
ricercando quello che si facesse il sole nel tempo della notte, o
qual fosse lo stato suo, fecero intorno a questo parecchie belle
immaginazioni: e se molti pensarono che la sera il sole si spegnesse, e
che la mattina si riaccendesse, altri immaginarono che dal tramonto si
riposasse e dormisse fino al giorno. Stesicoro _ap. Athenaeum_, l. 11,
c. 38. ed. Schweigh. t. 4. p. 237. Antimaco _op. eumd._ l. c. p. 238.
Eschilo c., e più distintamente Mimnerno, poeta greco antichissimo, l.
c. cap. 39, p. 239, dice che il sole, dopo calato, si pone a giacere
in un letto concavo, a uso di navicella, tutto d'oro, e così dormendo
naviga per l'Oceano da ponente a levante. Pitea marsigliese, allegato
da Gemino, c. 5, in _Petar. Uranol._ ed Amst. p. 13, e da Cosma
egiziano, _Topogr. christian._ l. 2. ed. Montfauc. p. 149. racconta di
non so quali barbari che mostrarono a esso Pitea il luogo dove il sole,
secondo loro, si adagiava a dormire. E il Petrarca si accostò a queste
tali opinioni volgari in quei versi. Canz. _Nella stagion_, st. 3:

    Quando vede il pastor calare i raggi
    Del gran pianeta al nido ov'egli alberga.

Siccome in questi altri della medesima Canzone, st. 1, seguì la
sentenza di quei filosofi che per virtù di raziocinio e di congettura
indovinavano gli antipodi:

    Nella stagion che 'l ciel rapido inchina
    Verso occidente, e che 'l dì nostro vola
    A gente che di là forse l'aspetta.

Dove quel _forse_, che oggi non si potrebbe dire, fu sommamente
poetico; perchè dava facoltà al lettore di rappresentarsi quella gente
sconosciuta a suo modo, o di averla in tutto per favolosa: donde si dee
credere che, leggendo questi versi, nascessero di quelle concezioni
vaghe e indeterminate, che sono effetto principalissimo ed essenziale
delle bellezze poetiche, anzi di tutte le maggiori bellezze del mondo.

[4] Di qui alla fine della stanza si ha riguardo alla congiuntura della
morte del Tasso, accaduta in tempo che erano per incoronarlo poeta in
Campidoglio.

[5] Si usa qui la licenza, usata da diversi autori antichi, di
attribuire alla Tracia la città e la battaglia di Filippi, che
veramente furono nella Macedonia.--Similmente nel nono Canto si seguita
la tradizione volgare intorno agli amori infelici di Saffo poetessa,
benché il Visconti ed altri critici moderni distinguano due Saffo:
l'una famosa per la sua lira, e l'altra per l'amore sfortunato di
Faone; quella contemporanea d'Alceo, e questa più moderna.

[6] La stanchezza, il riposo e il silenzio che regnano nelle città,
e più nelle campagne, sull'ora del mezzogiorno, rendettero quell'ora
agli antichi misteriosa e secreta come quella della notte: onde fu
creduto che sul mezzodì più specialmente si facessero vedere o sentire
gli Dei, le ninfe, i silvani, i fauni e le anime de' morti: come
apparisce da Teocrito _Idyll._ 1, v. 15 seqq. Lucano l. 3, v. 422 seqq.
Filostrato _Heroic._ c. 1, § 4, opp. ed. Olear. p. 671. Porfirio _De
antro nymph._ c. 26 seq. Servio _ad Georg._ l. 4, v. 401, e dalla Vita
di san Paolo primo eremita scritta da san Girolamo, c. 6, in _Vit.
Patr._ Rosweyd. l. 1, p. 18. Vedi ancora il Meursio _Auctar. philolog._
c. 6, colle note del Lami, opp. _Meurs. Florent._ vol. 5, col. 733,
il Barth _Animadv. ad Stat._ part. 2, р. 1081, e le cose disputate
dai comentatori, e nominatamente dal Calmet, in proposito del demonio
meridiano della Scrittura volgata, _Psal._ 90, v. 6. Circa all'opinione
che le ninfe e le dee sull'ora del mezzogiorno si scendessero a lavare
ne' fiumi e ne' fonti, v. Callimaco in _Lavacr. Pall._ v. 71 seqq. e
quanto propriamente a Diana, Ovidio _Metam._ l. 3, v. 144 seqq.

[7] «Egressusque Cain a facie Domini, habitavit profugus in terra ad
orientalem plagam Eden. Et aedificavit civitatem». _Genes._ с. 4, v. 16.

[8] È quasi superfluo ricordare che la California è posta nell'ultimo
termine occidentale di terra ferma. Si tiene che i Californi sieno, tra
le nazioni conosciute, la più lontana dalla civiltà, e la più indocile
alla medesima.

[9] «Plusieurs d'entre eux» (parla di una delle nazioni erranti
dell'Asia) «passent la nuit assis sur une pierre à regarder la lune,
et à improviser des paroles assez tristes sur des airs qui ne le sont
pas moins». Il Barone di Meyendorff, _voyage d'Orenbourg à Boukhara,
fait en 1820_, appresso il giornale _des Savans_ 1826, _septembre_, p.
518.--[Cfr. Zibaldone, VII, 337; e _Scritti vari ined._, 398].

[10] Il signor Bothe, traducendo in bei versi tedeschi questo
componimento, accusa gli ultimi sette versi della presente stanza
di tautologia, cioè di ripetizione delle cose dette avanti. Segue
il pastore: ancor io godo pochi piaceri (godo ancor poco); nè mi
lagno di questo solo, cioè che il piacere mi manchi; mi lagno dei
patimenti che provo, cioè della noia. Questo non era detto avanti. Poi,
conchiudendo, riduce in termini brevi la quistione trattata in tutta
la stanza; perchè gli animali non s'annoino, e l'uomo sì: la quale
se fosse tautologia, tutte quelle conclusioni dove per evidenza si
riepiloga il discorso, sarebbero tautologie.

[11] Pelliccia in figura di serpente, detta dal tremendo rettile di
questo nome, nota alle donne gentili de' tempi nostri. Ma come la cosa
è uscita di moda, potrebbe anche il senso della parola andare fra poco
in dimenticanza. Però non sarà superflua questa noterella.

[12] Parole di un moderno, al quale è dovuta tutta la loro
eleganza.--[Il _moderno_, cui qui si accenna, è il conte Terenzio
Mamiani della Rovere, cugino del Leopardi].


Source: I Canti (con la vita del poeta narrata di su l'epistolario
da Michele Scherillo)--Quarta edizione, rinnovata e aumentata
--Ed. Ulrico Hoepli, Milano, 1920. Cover picture: wikimedia.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "I Canti" ***

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