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Title: Annali d'Italia, vol. 6 - dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Author: Muratori, Lodovico Antonio
Language: Italian
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*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Annali d'Italia, vol. 6 - dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750" ***

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                            ANNALI D'ITALIA

                     DAL PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE
                           SINO ALL'ANNO 1750


                              _COMPILATI_

                         DA L. ANTONIO MURATORI

                   E CONTINUATI SINO A' GIORNI NOSTRI


                        _Quinta Edizione Veneta_

                              VOLUME SESTO


                                VENEZIA
                 DAL PREMIATO STAB. DI G. ANTONELLI ED.
                                  1846



ANNALI D'ITALIA

DAL PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE FINO ALL'ANNO 1500



    Anno di CRISTO MCCCCLXIV. Indiz. XII.

    PAOLO II papa 1.
    FEDERIGO III imperadore 13.


Con tutta l'ansietà di _Pio II_ pontefice di far una spedizion
memorabile contra de' Turchi, giunti oramai colle tante loro vittorie e
conquiste a minacciar fino la stessa Italia[1], fin qui non avea potuto
dar compimento all'ardente sua brama per cagion della guerra suscitata
nel regno di Napoli, in cui anch'egli s'era impegnato. Ora che vide
assicurato sul trono l'amico suo _Ferdinando_, ed atterrato _Giovanni
duca_ d'Angiò[2], il quale nell'anno presente se ne ritornò a' suoi
paesi in povero stato, ma con fama di valoroso signore e molto dabbene;
si applicò con tutto vigore a promuovere il disegno di far grandi
imprese in Oriente. Nel dì 18 di giugno mosse da Roma, ed inviossi
alla volta d'Ancona, città allora afflitta dalla peste, dove, secondo
i concerti fatti, si aveano a raunar tutte le genti e navi destinate a
procedere contra de' Turchi, e che da tutte le parti della cristianità
colà concorrevano. Lo stesso pontefice protestava e faceva sapere da
per tutto di voler egli in persona montar sulla flotta per assistere
ed animare i campioni cristiani[3]. Non mancarono maliziosi, i quali
credettero tal voce un colpo di politica solamente per tirar gente a
quell'armata. Aggiungono, che egli meditava di navigar solamente sino
a Brindisi, e di quivi trovar pretesto di malattia, o di disunione,
per tornarsene, finito che fosse il verno, a Roma. Ma il Cardinal di
Pavia _Jacopo Ammanati_, che seco era, e descrive il suo viaggio, ci
assicura[4], essere stato verissimo il proponimento del pontefice.
Arrivato esso papa ad Ancona, malconcio di salute, si fermò ad
aspettar la flotta veneta, che dovea giugnere col doge stesso, cioè con
_Cristoforo Moro_. S'avea anche certezza che _Filippo duca_ di Borgogna
era per venire in persona. Giunse in oltre gran gente crocesegnata per
imbarcarsi; ma tra il tardare ad arrivar le navi, ed il non veder essi
capitano alcuno di grido eletto per comandar l'armata, moltissimi se
ne tornarono alle lor case. Pure, non ostante l'infermità del corpo,
l'intrepido pontefice sollecitava l'impresa. Crescendo intanto i
suoi malori, nel giorno stesso 14 d'agosto, in cui giunse ad Ancona
la flotta dei Veneziani, peggiorò talmente papa _Pio II_, che nella
seguente notte rendè lo spirito a Dio[5] fra le lagrime de' porporati
che l'aveano seguitato, e di tutti i suoi familiari. Chi vuol conoscere
il maraviglioso ingegno di questo pontefice, legga ciò che ne lasciò
scritto un altro insigne ingegno, cioè il cardinal di Pavia suddetto
nelle lettere sue[6]; oppur legga le opere ed epistole del medesimo Pio
II, ossia d'Enea Silvio. Per la morte sua restò dipoi troppo sturbata
l'impresa della crociata, e seguitarono perciò ad andare alla peggio
le cose de' cristiani in Oriente. Col corpo del defunto pontefice
si trasferirono a Roma i cardinali, ed, entrati in conclave nel dì
31 d'agosto, come ha il Platina[7], oppure nel dì 30, come scrivono
l'Infessura[8] e l'autore della Cronica di Bologna[9], elessero
papa Pietro Barbo cardinale di San Marco, ch'era in concetto di gran
politicone le cui azioni si veggono descritte da Michele Cannesio nella
Vita di lui. Questi prese il nome di _Paolo II_, e fu poi coronato nel
dì 16 di settembre. S'applicò ben tosto il novello papa a continuare i
disegni del suo predecessore per la guerra contra del Turco, con poco
successo nondimeno, andando a finir tutte le promesse dei principi in
belle parole e pochi fatti.

_Francesco Sforza_ duca di Milano, che, quantunque esibisse delle
truppe, pure meno degli altri si sentiva voglia di accudire a
guerreggiar contro ai Turchi, e sembra che si ridesse dei preparamenti
già fatti da _Pio II_[10], perchè pensava unicamente a ciò ch'era
d'interesse suo proprio; giunse in quest'anno a compiere la tela sua
ordita per insignorirsi di Genova. Era tuttavia in potere di _Luigi
XI_ re di Francia la città di Savona, che altro non gli fruttava se
non della spesa per la guarnigione occorrente ad essa e a tre fortezze
ivi esistenti. Coi suoi maneggi il sollevò da questo peso l'avveduto
duca di Milano, avendone ottenuto da lui il possesso; al qual fine
inviò colà un corpo di gente. Non passò gran tempo che Albenga e tutta
la riviera occidentale del Genovesato venne, senza adoperar la forza,
alle sue mani. Questo primo passo facilitò i seguenti. Trovavasi la
città di Genova da incredibili dissensioni dei cittadini lacerata.
Infin gli stessi Fregosi, uno de' quali, cioè Paolo arcivescovo, era
anche doge, non serbavano fra loro migliore armonia che gli altri:
tutti bei preparamenti per far riuscire il cambiamento delle cose a
seconda dei desiderii del duca di Milano. Dei nobili disgustati di
quello sfasciato governo, oppure dei banditi dalla patria, non pochi
si accostarono allo Sforza, pregandolo di liberar la loro città dalla
tirannia dell'arcivescovo. Trasse egli inoltre nel suo partito con
promesse larghe e con assai lusinghe _Ibleto dal Fiesco_, _Spineta
Fregoso_ e _Prospero Adorno_. Ciò fatto, spedì verso Genova molte
brigate di sua gente, che, unite colle altre raccolte dai fuorusciti,
si presentarono sotto quella. Di più non occorse perchè l'arcivescovo
Paolo coi suoi aderenti, dopo aver ben presidiato il castelletto,
si ritirasse per mare fuori della città. Pochi giorni passarono che,
per opera specialmente d'Ibleto, entrarono le armi sforzesche nella
città, fu acclamato per loro signore il duca di Milano, e da lì a
non molto anche il castelletto gli aprì le porte. Allorchè comparvero
a Milano gli ambasciatori di Genova, si studiò il duca di riceverli
con istraordinaria magnificenza, e li rimandò ben contenti. Così egli
coll'acquisto di quella possente città accrebbe di molto la potenza
sua, e nella stessa città tornò la quiete e la giustizia che da gran
tempo ne erano sbandite.

Già si accennò la corrotta fede di Ferdinando re di Napoli: in
quest'anno ancora se ne provarono i mali effetti. Grandissimo signore
era _Marino Marzano_, perchè possedeva il principato di Rossano, il
ducato di Sessa ed altre città e terre, riferite dall'autore dei
Giornali di Napoli[11]. Per la pace fatta nel precedente anno con
Ferdinando, egli se ne vivea assai quieto. Ma Ferdinando, che non
sapea perdonare a chi l'avea offeso, e nulla curava i giuramenti da
sè fatti, fingendo, nel principio di giugno dell'anno presente[12],
di andare a caccia, quando fu ai confini di Sessa, mostrò desiderio
grande di abbracciare il duca e il figliuolo, a cui avea già promessa
in moglie _Beatrice_ sua figliuola, cioè quella che divenne poi regina
d'Ungheria. Andato il duca, fu preso e posto senza speroni sopra una
muletta, e condotto alle prigioni di Napoli. Occupò il re tutti i di
lui Stati, ed imprigionò anche i di lui figliuoli, non senza grave
taccia del duca di Milano e di Alessandro Sforza, perchè, fidandosi
di loro, ed avendo dati loro in ostaggio tre suoi castelli, s'era
esso duca indotto al precedente accordo, accorgendosi troppo tardi
d'essere stato tradito anche da loro. Grande apprensione e timore
concepirono per questa infedeltà di Ferdinando _Jacopo Piccinino_
e i _Caldoreschi_, troppo chiaro conoscendo che poco capitale potea
farsi delle parole e della fede di questo re. Infatti egli pelò poscia
non poco essi Caldoreschi, e loro tolse molti Stati che godeano in
Abbruzzo. Del Piccinino parleremo all'anno seguente. Degno è intanto
_Cosimo de Medici_ che si faccia menzione di sua morte, accaduta nel
dì primo d'agosto dell'anno presente[13], perch'egli fu uno de' più
accreditati personaggi di questo secolo, e riputato fra i privati
cittadini il maggiore e più ricco d'Italia. Colla sua saviezza e
destrezza gran tempo governò ed aggirò come a lui piacque la repubblica
fiorentina, e lasciò inestimabili ricchezze a Pietro suo figliuolo,
ma non già il suo senno. Venne anche a morte in quest'anno nel dì 19
di gennaio[14], in Casale _Giovanni IV_ marchese di Monferrato senza
prole, epperò gli succedette _Guglielmo_ suo fratello, di cui più volte
abbiam parlato di sopra.


NOTE:

[1] Raynaldus, Annal. Eccles.

[2] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.

[3] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 30, tom. 21 Rer. Ital.

[4] Jacobus Papiensis, Comment., lib. 1.

[5] Platina, Vita Pii II. Campanus, in Vita Pii II.

[6] Jacobus Papiensis, Ep. 41, 47, 49.

[7] Platina, Vita Pii II.

[8] Infessur., Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[9] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[10] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 30, tom. 21 Rer. Ital.
Giustiniani, Istoria di Genova, lib. 5.

[11] Giornali Napolet., tom. 22 Rer. Ital.

[12] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[13] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 23. Raphael. Volaterran., lib. 5.



    Anno di CRISTO MCCCCLXV. Indiz. XIII.

    PAOLO II papa 2.
    FEDERIGO III imperadore 14.


Grande inquietudine avea data negli anni addietro ai papi e a Roma il
conte d'Anguillara, cioè _Everso degli Orsini_, ma nemico degli altri
Orsini. Per cagion sua non erano in verun tempo sicure le strade,
perchè, facendo il mestiere dei masnadieri, assassinava i pellegrini.
Sotto il suo comando si contavano, o per eredità o per occupazione,
Carbognano, Caprarola, Ronciglione, Vetralla, e nove altre belle
castella e terre[15]. Appena creato fu papa _Paolo II_, che quest'uomo
malvagio andò a rendere conto delle azioni sue al tribunale di Dio,
restando suoi eredi due suoi figliuoli _Francesco_ e _Deifobo_.
Avvezzi amendue alla vita del padre, cominciarono tosto anch'essi
a ricalcitrare agli ordini del pontefice, che li volea astrignere
a rendere il maltolto. Perciò papa Paolo all'improvviso spinse loro
addosso le sue armi col rinforzo di altre ottenute dal _re Ferdinando_;
e in poco tempo e senza molta fatica li spogliò di tutti i loro Stati,
ed essi confinò nelle carceri romane. _Niccolò Forteguerra_ cardinale
legato fu adoperato in questa impresa; e benchè paressero inespugnabili
le rocche loro, pure in breve le ridusse all'ubbidienza del papa[16].
_Malatesta Novello_ de' Malatesti, fratello di _Sigismondo_, godeva in
sua porzione le città di Cesena e di Bertinoro. Durante la guerra fatta
da papa _Pio II_ a Sigismondo, perchè impiegò le armi sue in favor del
fratello, incorse nella disgrazia di quel pontefice. Abbandonato anche
egli dalla fortuna, ricorse alla clemenza di Pio, ed ottenne grazia,
con obbligo nondimeno che, dopo sua morte senza figliuoli, quel dominio
tornasse alla santa Sede. Per sicurezza di questi patti prestarono
solenne giuramento ai ministri del papa i popoli di quelle città.
Avvenne appunto nel presente anno la morte d'esso Malatesta. Era in
questi tempi ito Sigismondo signor di Rimini al servigio de' Veneziani,
e militava in Levante, contra de' Turchi. _Roberto_ suo figliuolo
bastardo, che, nella lontananza del padre, governava Rimini, corse
immantenente a Cesena e a Bertinoro, pretendendo la eredità dello zio,
di modo che, arrivati i ministri pontifizii per prenderne il possesso,
trovarono chi s'era levato più di buon'ora che essi. Tuttavia da lì
ad alcuni giorni, accortosi Roberto che i cittadini di Cesena voleano
mantener la parola data al papa, se n'andò con Dio, e quella città
tornò in potere della santa Sede, e non andò molto che anche Bertinoro
fece lo stesso.

In grande ansietà ed irresoluzione si trovava nell'anno addietro,
siccome accennai, il conte _Jacopo Piccinino_[17], perchè il funesto
esempio del duca di Sessa gli facea leggere nel cuore del _re
Ferdinando_, benchè in apparenza amico, dei torbidi pensieri anche
contra di lui, per essergli stato nemico. Ne scrisse a _Francesco
Sforza_ duca di Milano; e questi colle più belle parole del mondo, non
solamente l'affidò, ma anche si mostrò tutto per lui; anzi l'invitò
a Milano, per unire finalmente seco _Drusiana_ sua figliuola, a lui
tanto tempo prima promessa in moglie. Tuttavia neppur si fidava il
Piccinino di Francesco Sforza, ben sapendo egli che con tutto il
bel dire di Giovanni Simonetta nella di lui Vita, alle occorrenze
lo Sforza, somigliante ad altri suoi pari, non si facea scrupolo di
anteporre l'utile all'onesto. Era il Piccinino per questi tempi[18]
in sommo credito di valore e di perizia nell'armi; avea sotto le sue
bandiere non poche squadre di bravi combattenti; per privilegio portava
il cognome delle case di Aragona e Visconte[19], possedeva Sulmona,
Cività di Penna, Francavilla, Cività di Santo Angelo, il contado di
Campobasso, ed altre terre da lui occupate nel regno di Napoli. Però
di lui solo avea apprensione o paura il re Ferdinando, e non ne era
privo lo stesso duca di Milano. Se non s'inganna Cristoforo da Soldo,
scrittore di questi tempi, i Fiorentini e Bolognesi l'assicurarono
che andasse a Milano. Andò nel mese di agosto dell'antecedente anno;
e infatti ricevè sommi onori e carezze da Francesco Sforza, e quivi
sposò la di lui figliuola Drusiana. Tante finezze e sì bel parentado
il fecero infine cader nella rete. Lo andava consigliando il duca
Francesco[20] di passare a Napoli, per sigillar la buona amistà col
re Ferdinando; e benchè il cuor gli dicesse che gliene avverrebbe del
male, e ripugnasse gran tempo, e tanto più perchè il duca Borso signor
di Ferrara, suo grande amico, gli andava scrivendo di non fidarsi;
pure tante promesse e speranze gli furono cacciate in corpo, che si
lasciò indurre al viaggio di Napoli. Partissi egli da Milano nel mese
di maggio, accompagnato sempre da _Pietro Posterla_ segretario del
duca di Milano; ed arrivato a Napoli col salvocondotto del re, sel
vide venire incontro lui stesso, che con somma allegrezza lo accolse
ed introdusse nella sua corte, dove per 27 giorni il trattenne. Poscia
nel dì 24 di giugno, festa di s. Giovanni Batista, sotto pretesto di
volergli mostrare il suo tesoro, seco il condusse nel castello, e quivi
il fece mettere in prigione. Furono svaligiati i suoi soldati, preso
ancora Francesco di lui figliuolo; e il re mandò tosto a prendere la
tenuta di tutte le di lui terre, che il misero avea consegnato, durante
la sua lontananza, a _Tommaso Tebaldi_ Bolognese, uffiziale del duca di
Milano. Da lì a non molto fu strangolato in carcere il Piccinino per
ordine del re, il quale fece dargli onorevole sepoltura, e spargere
voce che, nel voler egli salire ad un'alta finestra per veder le navi
regie che tornavano con trionfo, caduto, s'era rotto l'osso del collo.
Gran mormorazione per cotal tradimento fu per tutta l'Italia, e n'ebbe
incredibil vituperio non meno Ferdinando che Francesco Sforza, non si
potendo cavar di testa alla gente che anche lo stesso Sforza avesse
tenuto mano al tradimento; laonde si dicea dappertutto che il duca
l'avea mandato alla beccheria, ed essere il re stato il suo boia.
Tornossene poi l'infelice _Drusiana_ nell'ottobre dall'Abbruzzo alla
casa paterna, dopo avere servito di zimbello alla rovina del consorte.

Nell'aprile di questo medesimo anno era venuto a Milano _don
Federigo_ d'Aragona, spedito colà dal _re Ferdinando_ suo padre, con
accompagnamento di molta nobiltà e di quattrocento cavalli[21], per
condurre a Napoli _Ippolita_ legittima figliuola di _Francesco duca_
di Milano, da molto tempo destinata in moglie di _Alfonso duca_ di
Calabria, primogenito del re. Nel dì 25 d'aprile arrivò a Bologna, e
vi tornò colla sposa suddetta nel dì 17 di giugno, e con una comitiva
splendida di più di mille persone. Giunta che fu questa nobil brigata a
Siena, perchè si ebbe nuova della prigionia del conte Jacopo Piccinino,
quivi si fermò sino al fine d'agosto, per intendere la risoluzione del
duca di Milano, il quale non mancò di far delle smanie per l'accidente
contro la fede occorso a chi era suo genero; ma infine si lasciò
passar la collera, e ordinò alla figliuola Ippolita di continuare
il viaggio. Pervenne essa a Napoli nel dì 14 di settembre, giorno in
cui fu l'ecclissi del sole, e furono fatte per molti dì solennissime
feste, giostre e bagordi[22]. _Filippo Maria Sforza_, fratello della
duchessa Ippolita, che l'avea accompagnata colà, ne ebbe in ricompensa
il ducato di Bari. Riuscì al re Ferdinando, nel dì 29 di giugno
dell'anno presente[23], dopo alcuni giorni d'assedio, di ridurre alla
sua divozione l'isola d'Ischia. Fu questo l'ultimo anno della vita di
Lodovico duca di Savoia, principe di gran nome, essendo stato rapito
dalla morte nel dì 29 di gennaio[24]. Lasciò una numerosa figliuolanza
di maschi, il primogenito dei quali _Amedeo IX_ gli succedette nei
ducal dominio, siccome ancora di femmine, fra le quali _Carlotta_
fu moglie di _Luigi XI_ re di Francia, e _Bona_ divenne moglie di
_Galeazzo Maria Sforza_ duca di Milano. Morì parimente in quest'anno
_Lorenzo Valla_, celebre letterato, oriundo di Piacenza, nato in Roma e
nobile romano.


NOTE:

[14] Benvenuto da San Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer.
Ital.

[15] Jacobus Papiensis, Comment., lib. 2. Cannesius, Vit. Paul. II, P.
II, tom. 3 Rer. Ital.

[16] Jacobus Papiensis, Comment., lib. 2.

[17] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci
Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital. Cristoforo da Soldo, Ist. Bresc., tom.
eod., ed altri.

[18] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.

[19] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[20] Cristoforo da Soldo, Istoria Bresc., tom. 21 Rer. Ital.

[21] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Italic.
Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. eod.



    Anno di CRISTO MCCCCLXVI. Indiz. XIV.

    PAOLO II papa 3.
    FEDERIGO III imperadore 15.


Con somma tranquillità passava in questi tempi sua vita _Francesco
Sforza_ duca di Milano[25]. Per le molte obbligazioni che egli
professava a _Luigi XI_ re di Francia, il quale, trovandosi allora
in una pericolosa guerra, a lui mossa dal duca di Borgogna, e da
altri principi del sangue reale, faceva, in vigor della lega collo
Sforza, istanza d'aiuti, gl'inviò _Galeazzo Maria_ conte di Pavia suo
primogenito in soccorso con quattro migliaia di cavalli e due mila
fanti[26], che fecero conoscere in quelle parti non vano il credito
della milizia sforzesca. Per attestato di Tristano Caracciolo, dopo
l'acquisto di Milano egli visse sempre inquieto pel timore che i
Franzesi venissero coll'armi a far valere le lor pretensioni sopra
quel ducato; e però si studiò sempre di tenerseli amici. Ma ecco la
morte venire a metter fine al governo e alla vita del duca di Milano
nel dì 8 di marzo. Quanto più si rifletterà alle azioni di questo
invitto principe, tanto più si conoscerà non insussistente la credenza
d'alcuni, che da moltissimi secoli in qua non avea l'Italia prodotto un
eroe sì glorioso, come fu _Francesco Sforza_, in cui si unì un mirabil
valore e un rarissimo senno. In ventidue battaglie che diede, sempre
ne uscì vincitore, nè mai fu vinto da alcuno. Di bassissimo stato
cominciò _Sforza Attendolo_ suo padre la fortuna della propria casa; ma
il figliuolo Francesco con passi giganteschi la condusse sì innanzi,
che giunse in fine a signoreggiare il nobilissimo ducato di Milano,
e la superba città di Genova colla Corsica, e a conseguir tal fama,
che certo merita d'essere messo in confronto coi più gran capitani
della antichità, e annoverato fra i personaggi più illustri nella
storia d'Italia. Giovanni Simonetta, che ne scrisse diffusamente la
Vita, ci lasciò ancora una dipintura de' suoi costumi e delle maniere
del suo governo, ma con dimenticar nella penna gli eccessi della sua
lussuria ed altri suoi difetti. Lasciò dopo di sè una figliuolanza
numerosa, a lui procreata da _Bianca Visconte_, cioè _Galeazzo Maria_
primogenito, _Filippo Maria_, _Sforzino_, _Lodovico_, _Ottaviano_
ed _Ascanio_, oltre alle femmine e a varii bastardi. Ma niun di quei
figliuoli ereditò il giudizio e le buone doti del padre; e però un sì
ben piantato dominio cominciò in breve a traballare, e tutto infine
precipitò. Trovavasi allora in Francia _Galeazzo Maria_ suo successor
nel ducato; ed avvisato con corrieri della morte del padre, si mise
tosto in viaggio verso l'Italia, ma travestito, perchè non mancavano
signorotti in questo secolo che faceano la caccia ai gran signori
passanti per le lor terre, e bisognava che si riscattasse chi v'era
colto. _Niccolò III marchese_ estense e signor di Ferrara, siccome
dicemmo, volendo, nell'anno 1414, passare in Francia, fu ritenuto da
uno dei marchesi del Carretto, e molto vi volle a liberarlo. Corse un
somigliante pericolo anche Galeazzo Maria alla Badia della Novalesa;
ma ebbe la fortuna di salvarsi, e di arrivar sano sul Novarese, con far
poi la sua solenne entrata in Milano come duca nel dì 20 di marzo. Per
la buona provvision di sua madre non seguì tumulto alcuno interno nel
ducato; nè movimento in contrario fecero le vicine potenze, ancorchè si
dubitasse non poco de' Veneziani. A questa quiete contribuì ancora il
pontefice _Paolo II_ con lettere esortatorie ai principi, acciocchè non
turbassero la pace d'Italia. Concorsero poi a Milano le ambascerie dei
principi italiani e del re di Francia; ma non si vide, secondo alcuni,
comparir quella de' Veneziani. Marino Sanuto non di meno attesta[27]
che vi mandarono; ed è poi certo avere il novello duca inviati loro i
suoi ambasciatori per raccomandare a quella potente repubblica i suoi
Stati, e n'ebbe dolci e buone parole.

Fu in quest'anno afflitto il regno di Napoli dai tremuoti[28]. Avea
ben perdonato il re _Ferdinando_ colla bocca, ma non col cuore (cuore
in cui bollivano sempre pensieri di vendetta), ad _Antonio Santiglia_
marchese di Cotrone e conte di Catanzaro, stato suo ribello nella
guerra passata. Nell'anno presente, a dì 26 di gennaio, il fece
imprigionare, maggiormente con ciò dando a conoscere che balorderia era
il fidarsi di lui dopo averlo offeso. S'era cominciata a guastar in
Firenze la nuova armonia fra i cittadini dopo la morte del magnifico
_Cosimo de Medici_[29]. Fra gli altri _Lucca de' Pitti_ potente
cittadino, o per invidia del ricco e felice stato della casa de Medici,
oppure per zelo, parendogli pregiudiziale alla libertà della repubblica
la prepotenza de' Medici, formò una fazione, per abbattere _Pietro_
figliuolo d'esso Cosimo, e giunse anche a tramar insidie contro la di
lui vita. Per tali sconcerti fu qualche movimento d'armi in Italia.
_Galeazzo Maria duca_ di Milano prese la protezione di Pietro de
Medici, ed avea in Romagna più di due mila cavalli pronti ai bisogno.
Era all'incontro assistito il Pitti da duca Borso Estense, signor di
Ferrara, il quale avea spedito a' confini di Pistoia _Ercole Estense_
suo fratello con mille e trecento cavalli e molta fanteria[30]. Ma
in quest'anno nulla di più accadde per conto della guerra. In Firenze
bensì prevalse la fazione de' Medici, in guisa tale che Luca dei Pitti
andò a basso. _Niccolò Soderini, Diotisalvi Neroni, Antonio Acciaiuoli_
ed altri partigiani de' Pitti furono mandati ai confini; e così per ora
restò non già estinto, ma sopito quel fuoco. Attese in questi tempi
il _pontefice Paolo_ a riformare alcuni degli abusi della sacra sua
corte, spezialmente con levare molti traffici simoniaci[31]. E perchè
l'uffizio degli abbreviatori era screditato per le esazioni esorbitanti
che vi si commettevano, lo abolì; il che fece montare in collera
_Bartolomeo Sacchi_ Cremonese, cognominato _il Platina_, perchè nato
in Piadena, terra del Cremonese, scrittor celebre, che era uno degli
stessi abbreviatori. Scrisse egli perciò un'insolente lettera al papa,
e ne disse poi quanto male seppe nelle Vite dei romani pontefici. Un
gran flagello delle provincie cristiane, massimamente delle chiese e
de' monisteri, erano da gran tempo i legati apostolici, che bottinavano
a più non posso, dovunque si stendeva la lor giurisdizione. Con
salutevol bolla mise il pontefice quel freno e rimedio che potè a sì
fatto scandalo ed invecchiato disordine. Avvenne ancora che nel dì 28
di gennaio dell'anno presente[32] da alcuni congiurati fu preso _Cecco
degli Ordelaffi_ signor di Forlì, odiato dai più per le molte sue
ribalderie; e, ciò fatto, fu subito chiamato a quella signoria _Pino
degli Ordelaffi_, fratello d'esso Cecco. Negli Annali di Forlì[33]
solamente si legge che Cecco, dopo lunga infermità, morì nel dì 22
d'aprile. Cominciarono in questi tempi dei gravi dissapori fra papa
_Paolo II_ e il _re Ferdinando_. S'era messo in testa l'ultimo di voler
che esso pontefice gli sminuisse il censo di Napoli. Trovò una testa
forte che non volle punto condiscendere ai di lui voleri.


NOTE:

[22] Istor. Napol., tom. 23 Rer. Ital.

[23] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

[24] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.

[25] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 31, tom. 21 Rer. Ital.

[26] Cristoforo da Soldo. Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.

[27] Marino Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Italic.

[28] Istoria Napol., tom. 23 Rer. Ital.

[29] Jacobus Papiensis, Comment., lib. 3. Ammirati, Istor. di Firenze,
lib. 23.

[30] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[31] Raynaldus, Annal. Eccl.



    Anno di CRISTO MCCCCLXVII. Indiz. XV.

    PAOLO II papa 4.
    FEDERIGO III imperadore 16.


Saltò fuori in quest'anno una guerra inaspettata, che per buona fortuna
non fu di lunga durata[34]. I fuorusciti fiorentini, ricche e potenti
persone, s'erano in buona parte ridotti negli Stati della repubblica
veneta. Fecero spezialmente capo a _Bartolomeo Coleone_ Bergamasco,
generale allora delle milizie venete, e lo attizzarono a volere dar
loro aiuto. Comunicò Bartolomeo le lor proposizioni al senato veneto, e
queste non dispiacquero. Ma per mostrar di non rompere i capitoli della
pace, fecero vista di licenziare Bartolomeo lor generale, e ch'egli,
come da sè, volesse aiutare i fuorusciti fiorentini. Niuno non di meno
v'era che non iscorgesse fatta d'ordine loro e coi lor danari la massa
di gente che nei loro Stati andava facendo il Coleone, personaggio
per questi tempi creduto uno de' più valorosi e sperti capitani di
guerra. Con esso lui s'andarono ad unire _Alessandro Sforza_ signore di
Pesaro, e _Costanzo_ suo figliuolo colle lor brigate, _Ercole d'Este_
fratello del _duca Borso_[35], _Pino degli Ordelaffi_ signor di Forlì,
_Marco_ e _Lionello de' Pii_ signori di Carpi, _Galeotto Pico_ signor
della Mirandola, ed altri capitani, che formarono un'armata di quasi
quindici mila persone. Abbondava in questo secolo l'Italia di valenti
condottieri d'armi. L'autore della Cronica di Bologna[36] sotto il
presente anno ci lasciò il catalogo dei più rinomati dal 1401 sino a
questi giorni. Imperciocchè in uso era che i nobili più qualificati
e potenti facessero e tenessero in piedi molte compagnie d'armati a
cavallo e a piedi, per prendere poi servigio, dove tornava loro il
conto, come venturieri. _Astorre de' Manfredi_ signor di Faenza, dopo
aver preso soldo dai Fiorentini, allettato dalle maggiori offerte dei
Veneziani, alzò le loro bandiere. Ora i Fiorentini, che scoprirono
tosto da chi veniva e dove tendeva questo temporale, si misero
anch'essi sollecitamente in arnese; e fatta lega col _re Ferdinando_
e _Galeazzo Maria duca_ di Milano, elessero per lor generale il
prode conte d'Urbino Federigo, e lo spedirono colle lor genti in
Romagna. Altra gente venne colà spedita dal re di Napoli, e sei mila
combattenti mandò ad unirsi con loro Galeazzo Maria, e comparve egli
stesso al campo. Non fidandosi i Fiorentini che questo giovinetto
principe di cervello alquanto bizzarro non tirasse a far qualche salto
pregiudiziale al lor saggio generale, mostrarono gran voglia di vederlo
in Firenze, ed egli vi andò. In questo tempo essendo venuto col suo
fiorito esercito Bartolomeo Coleone in Romagna, ed avendo occupate
alcune poche castella dei Fiorentini, dacchè si vide all'incontro un
pari esercito della lega, si ritirò sul Bolognese alla Molinella, e gli
tennero dietro gli altri. Quivi poi nel dì 25 di luglio, festa di san
Jacopo, vennero alle mani queste due armate, e la battaglia durò dalle
sedici ore sino alla nera notte con gran valore d'entrambe le parti.
A niuna d'esse toccò la vittoria; molti cavalli furono sbudellati, e
morte o ferite più di mille persone. Fra gli ultimi si contò _Ercole
Estense_, che dopo aver più ore valorosamente combattuto, malamente
ferito in un piede, stette poi gran tempo in pericolo della vita, ma,
guarito che fu, rimase zoppo sino che visse.

Niun'altra azion di rilievo fecero poi questi due eserciti, se non di
divorare il distretto di Bologna, di Ravenna e di Faenza. Terminarono
così tutte le bravure di Bartolomeo da Bergamo. Sdegnato dopo il suo
ritorno da Firenze il duca Galeazzo Maria, perchè il conte d'Urbino
non l'avesse aspettato al fatto d'armi, ed insieme affrettato da
_Guglielmo marchese_ di Monferrato suo collegato, al quale in questi
giorni avea mossa guerra Filippo fratello del duca di Savoia, se ne
tornò con due mila cavalli a Milano. Ma fu ristorata in breve questa
mancanza dall'arrivo d'_Alfonso duca_ di Calabria, primogenito del _re
Ferdinando_, con molte squadre di genti d'armi. Si venne poi in chiaro
che le mire de' Veneziani, se camminavano ben le faccende di Bartolomeo
lor generale, erano di assalire il ducato di Milano[37]. A questo fine
con ottanta mila ducati d'oro aveano indotto _Amedeo duca_ di Savoia ad
inviar _Filippo_ suo fratello, se crediamo a Cristoforo da Soldo[38],
con parecchie migliaia d'armati contra del marchese di Monferrato
collegato del duca di Milano. Ma, interpostosi il re di Francia,
seguì pace nel dì 14 di novembre fra essi duchi e il marchese. Presso
Benvenuto da San Giorgio[39] se ne legge lo strumento. Fecero anche
i Veneziani nello stesso tempo rompere guerra ai Genovesi da _Uberto
del Fiesco_: con suo danno nondimeno, perchè gli furono tolte tutte le
sue castella. Intanto _Borso Estense_ duca trattava forte di pace, e
a Ferrara per questo andarono i deputati delle potenze guerreggianti.
Passò il presente anno senza che si venisse a concordia. Vi pose poi le
mani il papa, e, siccome dirò, la conchiuse egli nell'anno seguente.
Si ridussero intanto le armate a' quartieri d'inverno, e niuno ebbe
occasion di ridere, fuorchè i ladroni soldati, che si andarono a goder
le fatiche delle loro unghie.



    Anno di CRISTO MCCCCLXVIII. Indiz. I.

    PAOLO II papa 5.
    FEDERIGO III imperadore 17.


Giacchè con tutto il suo buon volere, e con fatica ed applicazione
continua, non veniva fatto al duca Borso signor di Ferrara d'introdur
pace fra le potenze nemiche, s'applicò a questa impresa il pontefice
stesso, e ne trattò caldamente co' ministri de' principi suddetti[40].
Anche egli vi trovò degli ostacoli senza fine. Prese perciò un
ripiego, che parve strano e nuovo a non pochi. Cioè formò egli stesso
gli articoli della pace, come parve al giudizio suo, e nel dì della
Purificazion della Vergine, giorno due di febbraio, imperiosamente
li pubblicò, con intimar la scomunica riserbata a sè stesso per chi
non gli accettasse. Per essi articoli principalmente si ordinava che
si restituisse l'occupato nella presente guerra; e si dichiarava
_Bartolomeo Coleone_ generale della sacra lega contro ai Turchi,
coll'assegno annuo di cento mila ducati d'oro, da pagarsegli da'
collegati, secondo la tassa e ripartizione del peso ivi determinata.
Non tardarono i Veneziani a sottoscrivere quegli articoli; ma il
_re Ferdinando_, il _duca di Milano_ e i _Fiorentini_ rigettarono
concordemente ciò che riguardava il Coleone, maravigliandosi forte
che il papa, il qual poco fa avea tanto detestata la di lui mossa,
turbatrice ingiusta della pace d'Italia, in vece di castigarlo, ora
volesse premiarlo, e colle borse altrui. Attribuivano essi questo
procedere del papa all'esser egli veneziano, e al volere perciò far
servigio a' Veneziani, e ad un suddito loro. E di un uomo tale come
mai poteano fidarsi gli altri principi? Nè parea loro giusto di aver
da mantenere alla repubblica veneta un capitano, anzi, come essi
diceano, un pubblico ladrone. Impuntò il papa a voler sostenere il suo
decreto, e non men gli altri a rigettarlo, con prepararsi ad appellare
al futuro concilio. Ma mitigato il pontefice dal duca Borso, lasciata
andare la pretensione del generalato di Bartolomeo, nel dì 25 d'aprile
pubblicò solennemente la pace, e questa venne abbracciata da ognuno,
e tornò la quiete in Italia per quel che riguarda la guerra grande;
perciocchè ne insorse una picciola tra il papa e il re Ferdinando a
cagione del ducato di Sora. Questo nella precedente guerra del regno
di Napoli era venuto in mano di _papa Pio II_ con certa connivenza di
Ferdinando, che in quelle necessità nulla sapea negare al pontefice
suo gran protettore. Ma dacchè egli si trovò libero dagl'impacci
del duca d'Angiò, e forte in sella, pretese la restituzion di quello
Stato, come dipendenza del suo regno. Ordinò ancora ad _Alfonso_ duca
di Calabria suo figliuolo che, nel ritornar dalla Toscana colle sue
milizie, mettesse presidio nella rocca della Tolla; e fu ubbidito.
Mosse in oltre l'armi per ispossessar la Chiesa del ducato di Sora;
ma si ritenne, contentandosi dipoi che l'affare fosse ventilato e
riconosciuto per giustizia, con accusarlo intanto d'ingratitudine la
corte romana, la quale colla spesa di più di novecento mila scudi di
oro gli avea mantenuta la corona sul capo.

All'anno presente appartiene una bellissima lettera, scritta da
_Jacopo Ammanati_ cardinal di Pavia, uomo di gran sapere e saviezza,
al cardinale _Francesco Gonzaga_[41], dove tratta dei doveri dei romani
pontifici e de' cardinali, con una lettera allo stesso _papa Paolo II_,
in cui ripruova come indecenti i giuochi e gli spettacoli carnevaleschi
dati dal papa medesimo al popolo romano, e va toccando con lieve mano
la di lui vanagloria in varie azioni. Nel dì 10 di dicembre dell'anno
corrente[42] giunse a Ferrara con circa secento cavalli _Federigo
III imperadore_, accolto con sommo onore e magnificenza dal _duca
Borso_, e nel dì 12 continuò il viaggio alla volta di Roma, dove
pervenne la notte della vigilia del Natale del Signore. Portatosi a
dirittura alla basilica vaticana, dove il papa avea giù cominciato
il divino uffizio, fu da lui ricevuto coi soliti onori, ed assistè
alla pia funzione, trattato poi magnificamente nei seguenti giorni.
Chi disse essersi egli trasferito colà per compiere un voto[43], e
chi per far confermare dal pontefice la sua successione nei regni
d'Ungheria e di Boemia. Parlossi ancora non poco della guerra contra
de' Turchi; nè il papa lasciò indietro finezza alcuna che egli non
usasse verso di questo piissimo principe, suo grande amico. Nel dì 6
di luglio, come vuole il Corio[44], oppure nel mese d'agosto, come
scrive Cristoforo da Soldo[45] (il Sanuto[46] mette questo fatto
all'anno seguente), _Galeazzo Maria Sforza_ duca di Milano celebrò
le sue nozze con _Bona_ sorella del regnante allora _Amedeo_ duca di
Savoia, ma contro la volontà di esso Amedeo, e di _Filippo di Savoia_
suo fratello. Trovavasi questa principessa alla corte di _Luigi XI_
re di Francia, colla sorella _Carlotta_ moglie di esso re; e il bello
fu che il medesimo re non solo l'accordò egli al duca di Milano,
ma formò anche i capitoli nuziali, concedendole in dote la città di
Vercelli, se il duca l'acquistasse colle armi, disponendo in questa
maniera della roba altrui. Ma somiglianti esempli si son anche veduti
ai nostri dì. Fondato poi su così vano titolo Galeazzo, nel settembre
allestì l'armi sue per andare addosso a Vercelli. Conosciuta la di lui
intenzione il duca di Savoia, ossia la reggenza sua, fece tosto lega
co' Veneziani, i quali, nel mese d'ottobre, inteso che le milizie di
lui erano in moto contro Vercelli, gli spedirono un lor cancelliere ad
intimargli la guerra, se non desisteva dall'offendere gli Stati del
duca di Savoia lor collegato. Bastò questo perchè Galeazzo mettesse
giù i sassi, e rimandasse ai quartieri la sua gente. Non par molto da
lodare il Guichenone[47], che francamente asserisce ingannato il Corio,
allorchè accenna questa briga[48] insorta fra i due duchi. Il Corio era
allora vivente, e questo fatto viene anche confermato da Cristoforo da
Soldo[49], il qual diede fine nel presente anno alla sua Storia. Vuole
inoltre il Guichenone che sbagliasse il Platina[50], scrivendo che
il duca di Milano non volle comprendere nella pace conchiusa da papa
Paolo il duca di Savoia e Filippo suo fratello, ed aver gastigato dipoi
il suo ministro per aver ceduto su questo punto. Ma come mai ne vuol
sapere di più d'uno storico, vivente allora in Roma, il Guichenone sì
lontano da questi tempi, e niuno argomento in contrario adducendo, se
non il silenzio degli scrittori savoiardi? Che testa fosse quella del
suddetto duca _Galeazzo_, si conobbe tosto dopo la morte del padre,
perchè abbassò tutti i di lui saggi ministri, e ne prese de' nuovi
cattivi; ma spezialmente si comprese in quest'anno da un altro suo
fatto[51]. Le obbligazioni sue verso la _duchessa Bianca Visconte_
sua madre erano grandi, sì per li motivi che concorrono in tutti i
figliuoli, e sì perchè principalmente da lei dovea egli riconoscere
l'acquisto di quel fioritissimo dominio. Con tutto ciò cominciò a
maltrattarla, e crebbe tanto la discordia e lo sdegno fra loro, che
Bianca principessa savia, limosiniera ed amata da tutti i popoli, si
ritirò a Cremona sua città dotale, così non di meno alterata, che se
il figliuolo le avesse recati maggiori disturbi, era disposta a darsi
a' Veneziani. In Cremona poi per tanti disgusti cadde essa inferma,
ed andò tanto innanzi il male, che nel dì 19 d'ottobre, come vuol
Cristoforo da Soldo, o piuttosto nel dì 23 d'esso mese, come ha il
Corio, diede fine al suo vivere. L'autore della Cronica di Bologna[52]
dice che essa duchessa morì nel dì 24 d'ottobre. Ne mostrò Galeazzo
Maria, almeno in apparenza, gran dispiacere, e fatto condurre a Milano
il suo corpo, con solenni funerali gli fece dar sepoltura. Corse
allora un'orrida voce che di veleno ella morisse. Quando ciò fosse
vero, chi possiam noi dubitare che commettesse sì nero misfatto? Ma
verosimilmente fu questa una diceria di persone maligne. Parimente
mancò di vita in quest'anno _Sigismondo Malatesta_ signor di Rimini
nel dì 22 d'ottobre, come scrive il Corio. Negli Annali di Forlì[53] è
scritto il dì 15 d'esso mese. Error de' copisti sarà o nell'uno oppur
nell'altro testo. Vanno concordi gli storici pontifizii, l'Ammirati
e l'autore della Cronica di Bologna, nel dire che l'alterigia, la
lascivia, le trufferie, la crudeltà deformarono di troppo la di lui
vita, oltre all'eresia, di cui dicono ch'egli fu macchiato. S'era
questo iniquissimo uomo, come dicemmo, ridotto al dominio della sola
città di Rimini, e questa anche priva del meglio del suo territorio.
Lasciò dopo di sè due figliuoli bastardi _Roberto_ e _Sallustio_.
_Isotta_, dianzi sua concubina, poi moglie, restò per allora al governo
di Rimini. Roberto prese la rocca di Cesena, ma poi la rilasciò ai
ministri del papa, con passare ai servigi del medesimo pontefice.
Cessò ancora di vivere nel dì 2 di maggio _Astorre de' Manfredi_ signor
di Faenza, a cui succedette nella signoria di quella città Carlo suo
figliuolo. Poscia verso il fine di luglio Imola alzò le bandiere di San
Marco. Diedero tali mutazioni nella Romagna motivo a varii torbidi, dei
quali si parlerà all'anno seguente. Abbiamo ancora da Marino Sanuto[54]
che in quest'anno il celebre cardinal _Bessarione_, Greco di nascita,
fece dono dell'insigne sua libreria di manoscritti alla repubblica
veneta: dono che anche oggidì sarebbe d'immenso prezzo, e molto più
fu in questi tempi, nei quali appena era nata la stampa. Il catalogo
d'essi codici è ultimamente stato dato alle stampe.


NOTE:

[32] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[33] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

[34] Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 23. Cronica di Bologna, tom. 18.
Rer. Ital. Jacobus Papiensis, Comment., lib. 3.

[35] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.

[36] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[37] Jacobus Papiensis, Comment. Ammirati Istor. di Firenze. Corio,
Istor. di Milano.

[38] Cristoforo da Soldo, Istor. di Brescia, tom. 21 Rer. Ital.

[39] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.

[40] Jacob. Papiens., Comment., lib. 4. Raynal., Annal. Eccles.
Ammirat., Istor. Fiorent., lib. 23.

[41] Raynaldus, Annal. Eccles. Jacobus Papiensis, Epist. 280.

[42] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.

[43] Trithemius, Hist.

[44] Corio, Istoria di Milano.

[45] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.

[46] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[47] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.

[48] Corio, Istor. di Milano.

[49] Cristoforo da Soldo, Istor. ubi sopra.

[50] Platina, in Vita Pauli II Papae.

[51] Corio, Istor. di Milano.

[52] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCCCLXIX. Indiz. II.

    PAOLO II papa 6.
    FEDERIGO III imperadore 18.


Dopo avere l'_imperador Federigo_ soddisfatto alla sua divozione in
Roma, e smaltiti i suoi affari col pontefice nel dì 9 di gennaio[55],
congedatosi da lui, si rimise in viaggio alla volta della Germania.
Giunse a Ferrara[56] nel dì 27 del medesimo mese, e il duca Borso con
somma magnificenza lo alloggiò. Fu in quella città gran concorso di
principi, d'ambasciatori e di nobiltà sì del paese, come forestiera.
Fra gli altri ambasciatori si contò quello del re Ferdinando di
Napoli, che da Roma sino a Ferrara non avea potuto ottenere udienza da
esso imperadore. Quivi si presentò a lui con gran prosunzione e poca
riverenza; e poi senza essere invitato andò a porsi a sedere a lato
del medesimo Augusto: del che mormorò tutta l'assemblea. Nota l'autore
della Cronica di Ferrara che sterminata fu la folla di coloro che si
fecero crear conti, palatini, cavalieri, dottori e notai, con faccoltà
di conferire ad altri i medesimi onorifici titoli, e di legittimare
bastardi e spurii, e di ridurre al primo stato di buona fama i
falsarii ed infami. Non si può dire quanto scialacquamento facessero
allora di sì fatti privilegii gl'imperadori: tutto per empiere la
borsa. Il cancelliere di questo Augusto sapea ben vendere caro quella
mercatanzia di fumo; ed avrebbe voluto, se fosse stato possibile,
scorticar que' corrivi, parte de' quali gli tennero anche dietro fino
a Venezia. Nel dì 2 di febbraio s'inviò l'Augusto Federigo alla volta
di Padova, dove ricevè inestimabili onori dalla signoria di Venezia.
Era l'imperadore vecchio, e con pochi denti in bocca, ma clementissimo,
cortese, e spezialmente dotato di religione e pietà, pregio ereditario
dell'augustissima casa d'Austria. Si sconvolse ancora in quest'anno
la quiete d'Italia per cagione di Rimini[57]. Ne era, dopo la morte
di _Sigismondo Malatesta_, rimasta in possesso _Isotta_, di bassa
donna e concubina, divenuta sua moglie. _Roberto_ bastardo di esso
Sigismondo, giovane, secondo l'Ammirati[58], di mirabil talento, pieno
di valore, e d'altre belle doti ornato in una parola, affatto dissimile
dal padre malvagio, si trovava allora ai servigli del pontefice sulle
frontiere dello Stato ecclesiastico verso il regno di Napoli. Isotta,
non credendosi abile a sostenere il suo dominio in Rimini, benchè non
amasse Roberto a guisa delle altre matrigne, pure desiderò d'averlo a
parte nel governo. Allora Roberto volò a Roma, e fatto credere al papa
che, ottenuto il possesso di Rimini, lo rimetterebbe tosto alle sue
mani, con ricavarne altri suoi vantaggi, impetrò licenza di venire.
Giunto a Rimini, mandò a filar la matrigna, e conciliatosi l'amore
di tutti, per fortificarsi meglio coll'aderenza di _Federigo_ conte
d'Urbino, prese una di lui figliuola per moglie.

Stavano i ministri del papa aspettando a bocca aperta che Roberto
di dì in dì consegnasse la città, quand'ecco, con far prigione un
suo confidente, che veniva da Napoli, portando gran somma di danaro,
scuoprono aver egli fatta lega col re _Ferdinando_. Se ne turbò a
maraviglia il pontefice, ed irritato non men contra di lui che contra
del re, nel dì 28 di maggio fece lega offensiva e difensiva co'
Veneziani, e tosto si accinse a far guerra al medesimo Roberto, non
volendo sofferire che una città della Chiesa senza titolo venisse da
lui occupata. Scelse per generale dell'armi sue _Alessandro Sforza_,
valoroso signor di Pesaro, che volentieri assunse quell'impiego per
isperanza, prendendo Rimini, d'impetrarne il vicariato dal papa.
Spedite dunque le milizie pontifizie, e venuti rinforzi di cavalleria e
fanteria dallo Stato veneto, condotti da _Pino degli Ordelaffi_ signore
di Forlì, Alessandro coll'arcivescovo di Spalatro nel mese di luglio
si portò sotto Rimini, e sulle prime per inganno s'impadronì d'uno di
quei borghi. _Roberto_ virilmente si difese; sperava anche di far cose
più grandi. Intanto i Fiorentini, sapendo, oppure fingendo di sapere,
che il papa veneziano avea promesso ai Veneziani, poco loro amici, di
lasciarli entrare in possesso di Bologna, città allora governata dai
Bentivogli, spedirono in sussidio del Malatesta _Roberto San Severino_
lor capitano con un corpo di gente. In persona ancora vi accorse
_Federigo_ conte d'Urbino, che non volea lasciar perire il genero.
Venne inoltre inviato dal duca di Milano in aiuto di lui _Tristano
Sforza_ con secento cavalli. Quel che è più, arrivò _Alfonso_ duca di
Calabria, inviato dal re suo padre, con cinque mila cavalli, due mila
fanti e quattrocento balestrieri: possente rinforzo al Malatesta, ma
che acquistò al re Ferdinando un grave reato d'ingratitudine nel cuore
di _papa Paolo_. Nel dì 23 d'agosto[59] si venne ad un fatto d'armi
fra queste due armate, e tutti menarono ben le mani. In fine se n'andò
sconfitto il campo della Chiesa, ma con uccisione di pochi, perchè
in questi tempi gl'Italiani faceano la guerra non da barbari, ma da
cristiani, e davano quartiere a chiunque, non potendo resistere, si
rendeva. Tre mila furono i prigionieri; venne messo a sacco tutto il
bagaglio, e preso insieme con alcuni cannoni il carriaggio dei vinti, e
di assai mercatanti che seguitavano l'armata. Arrivò bensì, ma troppo
tardi, _Ercole Estense_, spedito da' Veneziani con molte squadre, ed
almeno servì a fortificare ed assicurar il campo dei Pontifizii, che
s'andò poco a poco rimettendo in piedi. _Roberto Malatesta_ colle sue
brigate riacquistò più di quaranta castella nel distretto di Rimini e
in quello di Fano. Fu creduto a Roma che a' Veneziani non piacesse nè
la rovina del Malatesta, nè il maggiore ingrandimento della Chiesa in
Romagna, provincia da essi amoreggiata.

Portata la nuova di questo infelice combattimento a Roma, riempiè
di affanno l'animo del pontefice; ma non potè punto abbattere il di
lui coraggio, nè la speranza di vendicarsi del Malatesta e del re
Ferdinando, massimamente dappoichè ebbe ricevuto delle magnifiche
promesse di assistenza dal senato veneto. Cominciò allora un trattato
per far ritornare in Italia contra Ferdinando _Giovanni duca_ d'Angiò,
figliuolo del _re Renato_, e principe di gran valore, ma di poca
fortuna, signore allora della Provenza, ed anche eletto per loro
sovrano dai Catalani. Ma questo principe mancò di vita nell'anno
seguente; e intanto i Turchi più che mai divenivano orgogliosi
e potenti per le continue loro conquiste: tutti accidenti che
sconcertarono le misure del papa, e il costrinsero infine ad accettar
quelle leggi che vollero dargli i vincitori. Venne a morte nel dì 3
di settembre dell'anno presente[60] _Pietro de Medici_ figliuolo di
_Cosimo_ il Magnifico, che fortunatamente avea sostenuta fin qui la
sua primaria autorità nella repubblica fiorentina, con restare di
lui due figliuoli, cioè _Giuliano_ e _Lorenzo_; l'ultimo de' quali,
personaggio di maraviglioso ingegno e di nobilissimo genio, accrebbe di
molto la gloria della casa de Medici. Tal polso di amici e aderenti in
quella repubblica ebbero questi due fratelli, che non si mutò punto il
governo; e restando in auge la lor fazione, quella de' fuorusciti vide
andar deluse le sue speranze di rientrare con tal occasione nella lor
patria.


NOTE:

[53] Annales Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[54] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[55] Raynaldus, Annal. Ecclesiast.

[56] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.

[57] Jacobus Papiensis, Comment., lib. 5.

[58] Ammirat., Istor. Fiorent. lib. 23.

[59] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Jacobus Papiens., Ep. 338.



    Anno di CRISTO MCCCCLXX. Indiz. III.

    PAOLO II papa 7.
    FEDERIGO III imperadore 19.


Passò tutto l'anno presente senza rumori di guerra; quiete si trovò
dappertutto. Pure più che in altri tempi fu essa piena di affanni, a
ragion de' felici progressi dell'armi di _Maometto II_ imperadore de'
Turchi, le quali riempirono di terrore tutte le contrade italiane[61].
Avea giurato questo Barbaro di non voler mai posa, finchè non avesse
sterminati i cristiani, ed abolita la santa nostra religione. Però con
immenso esercito passò in persona all'isola di Negroponte, sottoposta
allora all'inclita repubblica di Venezia, ed imprese l'assedio della
città capitale nel mese di giugno. Molti e ferocissimi furono gli
assalti, perchè era città fortissima, e tenuta per inespugnabile, senza
curare il sultano se sagrificava le vite di parecchie migliaia dei
suoi, per la grande ansietà di far quello acquisto. Soccorso non venne
mai alla oppressa città, o perchè non poteano competere colle tante
forze dei Maomettani quelle della sola repubblica veneta, o perchè
avendo essa in mare una bella flotta, troppo tardi questa accorse in
aiuto[62]. Fu anche tacciato _Niccolò Canale_ general de' Veneziani
di non aver ben provveduta di presidio quell'importante città, e di
non avere o impedito o rotto (con supporre che agevolmente si potesse)
il ponte fabbricato da' Turchi per passare nell'isola. Comunque sia,
fu presa per assalto la città di Negroponte nel dì 12 di luglio con
grande mortalità di Turchi, ma con essere poi messa a fil di spada la
maggior parte dei soldati ed abitanti cristiani. Questo gran colpo,
fatto dal comune nimico con danno e vergogna del cristianesimo, mise il
cervello a partito al pontefice Paolo, che, lasciata andare la briga
di Rimini e la collera contra del _re Ferdinando_, cominciò a trattar
caldamente con lui e cogli altri principi d'Italia per rinnovare ed
assodar la lega sacra. Meglio sarebbe stato il provvedere, quand'era
tempo, acciocchè non cadesse Costantinopoli in mano di que' cani,
e dopo anche la sua caduta più proprio sarebbe stato l'impiegar in
Levante l'armi cristiane contra de' Turchi, e non già in Italia contra
degli altri cristiani. Ma il male è vecchio, e questo dura ancora, anzi
è cresciuto, e la mia penna non osa dire di più. Si conchiuse dunque
nel dì 22 di dicembre[63] una lega fra il _papa_, il _re Ferdinando,
Galeazzo Maria duca di Milano_ e i _Fiorentini_, essendo anche entrati
in essa come principali contraenti _Borso duca_ di Modena, signor di
Ferrara, ed altri principi e comunità.

Fu circa questi tempi che in Roma venne istituita un'accademia
d'uomini dotti[64]. Di questi abbondava anche allora quella gran città.
Imperocchè, spezialmente nel presente secolo, gl'ingegni italiani si
applicarono a far rifiorire le lingue greca e latina e l'erudizione; nè
solo in Roma, città sempre asilo di chi si distinse nella letteratura,
ma anche in Napoli, Venezia, Milano, Firenze, Ferrara, Brescia, e
in non poche altre città, nelle quali si trovavano valentuomini, e
fra essi molti che fecero e fan tuttavia grande onore all'Italia,
grammatici, poeti, oratori, storici, ec. Applicaronsi in oltre alcuni
a coltivar meglio di prima la filosofia, chi illustrando Aristotile,
e chi resuscitando gl'insegnamenti di Platone; fra i quali ultimi
salì in sommo credito per la singolar sua industria _Marsilio Ficino_
Fiorentino. Nell'accademia romana, in cui si contavano _Pomponio Leto,
il Platina_ e molti altri cospicui letterati, si cominciò ancora a
studiare ex professo l'erudizione romana, le antichità, le medaglie,
e particolarmente la filosofia platonica. Ma insorsero tosto timori
che studio tale tendesse a risvegliare la filosofia degli accademici,
non quella che propriamente vien da Socrate e da Platone, ma la
susseguente, che insegnava a dubitare di tutto. Nacquero inoltre
sospetti, che si tramassero insidie alla vita del medesimo pontefice;
e però di quei letterati chi fuggì, e chi, posto in prigione, non
andò esente dai tormenti. Anche a _Bartolomeo Platina_ toccò la
medesima disavventura, e dopo il patimento di varii mesi di carcere,
per interposizione di _Francesco Gonzaga_ cardinale di Mantova, fu
liberato[65]. Restano tuttavia le sue doglianze nella vita del medesimo
pontefice Paolo II, il quale perciò non fu creduto che contasse fra i
suoi pregi quello d'amare e favorire chi amava e coltivava le buone
lettere. Corse pericolo in questo anno ancora la Lombardia che si
accendesse nuovo incendio di guerra, perchè _Galeazzo Maria duca_ di
Milano, sdegnato contra de' signori di Correggio, raccomandati de'
Veneziani, avea già mosse le armi contra di loro, ed era venuto per
questo a Parma. Il saggio _duca Borso_ Estense, glorioso anche pel
titolo di essere stato il paciere d'Italia[66], corse tosto a Parma, e
tanto si adoperò, che si placò il di lui sdegno, e si deposero l'armi.



    Anno di CRISTO MCCCCLXXI. Indiz. IV.

    SISTO IV papa 1.
    FEDERIGO III imperadore 20.


Grande era la stima che professava il pontefice _Paolo II_ alla persona
e al raro merito del suddetto _duca Borso_; fra loro ancora passava
stretta amicizia. Volle il papa in quest'anno accordare a lui una
grazia, che _Pio II_ non gli avea mai voluto concedere. Non portava
Borso se non il titolo di duca di Modena e di Reggio, e conte di
Rovigo, dignità a lui conferita, siccome già dissi, da _Federigo III_
imperadore, come sovrano di quegli Stati. Desiderava egli ancora di
potersi intitolare duca di Ferrara, nè il pontefice sovrano di essa
città seppe negargli tal grazia[67]. Mosse dunque Borso da Ferrara nel
dì 13 di marzo alla volta di Roma con accompagnamento d'incredibil
magnificenza. Centotrentaotto muli, parte coperti di velluto, parte
di panno di varii colori alla sua divisa, portavano i suoi ricchi e
preziosi arredi. Nobiltà a folla, cento staffieri, ed altri familiari
e guardie l'accompagnavano a centinaia con tale sontuosità, che Roma
stessa, benchè avvezza a cose grandi, ebbe di che maravigliarsi. Di
molti onori e finezze ricevette egli dal sacro senato de' porporati,
e non meno dal pontefice stesso, da cui nel dì 14 di aprile, giorno
santo di Pasqua, nella basilica vaticana fu solennemente creato duca
di Ferrara colle formalità solite a praticarsi in simili congiunture.
Colmo di favori e di grazie se ne tornò poscia a Ferrara, ed arrivò
colà nel dì 18 di maggio con somma allegrezza del popolo suo, ma
allegrezza che da lì a non molto andò a finire in pianto. Portò egli
seco da Roma certe febbri che diedero sospetti di lento veleno. Quel
che è fuor di dubbio, nel dì 27 del mese suddetto egli terminò il
corso di sua vita. Delle maravigliose doti di questo principe ho io
favellato altrove[68], nè qui voglio ripetere il già detto. Basterà
sapere, che laddove altri attendono ad acquistare i paesi altrui con
sommo aggravio de' proprii[69], Borso altra applicazione non ebbe che
quella di conquistar il cuore de' suoi sudditi con tutte le virtù
e maniere necessarie per questo, e di farsi amare e rispettare da
tutti i principi dell'Italia: il che gli riuscì; tanto era affabile e
protettor della giustizia, sommamente magnifico in tutte le sue azioni,
e pieno d'amorevolezza e clemenza; di modo che il savio e soavissimo
suo governo passò in proverbio, e dura tuttavia in queste e in altre
contrade, dove si dice: _Che non è più il tempo del duca Borso_. È
da vedere il nobilissimo elogio fatto a questo glorioso principe dal
vivente allora Jacopo Filippo storico bergamasco[70]. Sperava _Niccolò
d'Este_, figliuolo legittimo del fu bastardo _marchese Lionello_, di
succeder egli nella signoria di Ferrara. Più diligente, ed assistito
anche dal popolo di Ferrara, fu _Ercole d'Este_, fratello di Borso, ma
legittimo, perchè nato da _Ricciarda da Saluzzo_, moglie del marchese
_Niccolò III_ signor di Ferrara. Si mise egli in possesso prontamente
di Ferrara; e questo esempio si tirò ancora dietro le altre città, che
subito il proclamarono per loro signore. Ritirossi Niccolò a Mantova,
aspettando miglior tempo per far valere le sue pretensioni. Così
dagl'illegittimi tornò nei legittimi principi della casa d'Este il
dominio di Ferrara e degli altri Stati; ed _Ercole I_ duca si diede a
governar con giustizia, liberalità ed amore i suoi popoli, guardandosi
nondimeno dalle insidie del suddetto Niccolò suo nipote. Imperocchè
non solo il marchese di Mantova _Lodovico_, ma anche _Galeazzo Maria_
duca di Milano aveano presa la protezione di lui, ed era dopo la
morte di Borso venuto sul Parmigiano l'esercito d'esso duca con brutta
disposizione d'intorbidar la successione del duca Ercole, se non fosse
avvenuto che anche i Veneziani mossero le lor armi in favore d'Ercole:
il che veduto dal duca di Milano, mostrò di avere per tutt'altro fatta
quella mossa di gente.

Poco stette a mancare di vita anche il pontefice _Paolo II_. Godeva
egli buona sanità, avea anche allegramente cenato; pure nella notte del
dì 25 venendo il dì 26 di luglio si trovò morto in letto per accidente
d'apoplessia. Pochi in questi tempi erano i principi, massimamente dei
rapiti da subitanea morte, che non fossero suggetti alle dicerie del
volgo, quasi che violento fosse stato il lor passaggio all'altra vita.
Non mancò dunque chi sospettasse tolto questo pontefice dal mondo col
veleno, e giunsero fino a dire ch'egli morì strangolato[71]: tutti vani
giudizii, e senza buon fondamento spacciati da chi forse non amava
questo vicario di Cristo, pontefice, al qual certo non perdonarono
le penne d'alcuni, e massimamente del Platina[72], dell'autore della
Cronica di Bologna[73], del Corio[74] e dell'Ammirati[75]. Ma son da
vedere i di lui pregi nella Vita che ne compose Marco Cannesio[76],
e nelle Epistole del Fidelfo[77] e presso altri autori. Soprattutto è
stata abbondantemente difesa da varie imputazioni la memoria di questo
pontefice dal vivente insigne e chiarissimo cardinale Angelo Maria
Querini vescovo di Brescia e bibliotecario della santa romana Chiesa,
la cui erudita penna, nel dare alla luce la Vita scritta dal suddetto
Cannesio, ci ha anche provveduti d'una nobile apologia del medesimo
pontefice, ed ha messi in chiaro i pregi che in lui si osservarono.
Quel solo che forse non si può negare, per testimonianza di Jacopo
Filippo da Bergamo[78], egli morì amato da pochi, e odiato quasi da
tutti, senza che ne apparisca alcuna patente ragione. Successor suo nel
pontificato fu _Francesco dalla Rovere_, cardinale di San Pietro in
Vincula, già stato generale dell'ordine di san Francesco, bassamente
nato in una villa del territorio di Savona, ma versatissimo nella
teologia e nei sacri canoni. Se a questo gran sapere corrispondessero
poscia i fatti, non tarderemo a vederlo. Eletto nel dì 9 d'agosto[79],
prese il nome di _Sisto IV_, e nel dì 25 d'esso mese fu coronato; ma
in quella magnifica funzione tal tumulto insorse nella plebe, ch'egli
andò a pericolo della vita, e gli toccarono anche molte sassate. Si
stese la cattiva influenza di quest'anno anche a _Cristoforo Moro_ doge
di Venezia, perchè nel dì 9 di novembre compiè il corso del suo vivere
con cattiva fama d'ipocrita, di vendicativo, di doppio ed avaro, come
lasciò scritto Marino Sanuto[80]. Fu poscia eletto doge _Niccolò Tron_,
uomo ricco, liberale e di grand'animo.

Col pretesto d'un voto, volle in questo anno, sul principio di
marzo[81], _Galeazzo Maria Sforza_ duca di Milano fare un viaggio a
Firenze colla _duchessa Bona_ sua consorte. La straordinaria pompa con
cui egli andò (matta pompa, perchè fatta senza necessità veruna) vien
descritta dal Corio. Basterà sapere, che oltre all'immensa comitiva di
nobili, cortigiani, staffieri e guardie, tutti superbamente vestiti,
ascendente al numero di due mila cavalli e di ducento muli da carico,
egli si fece condur dietro anche cinquecento coppie di cani di diverse
maniere, e grandissimo numero di falconi e sparvieri. Spese in questo
borioso apparato ducento mila ducati d'oro. Gli onori a lui fatti
da' Fiorentini parve che andassero anche essi all'eccesso[82]. Tre
sontuosissimi spettacoli furono in tale occasione fatti in Firenze, che
riempierono d'ammirazione i Lombardi. Sopra tutti sfoggiò allora nella
magnificenza _Lorenzo de Medici_, nel cui palazzo presero alloggio
il duca e la duchessa. Servì questa visita a strignere maggiormente
l'amicizia tra esso duca e Lorenzo. Strana cosa è, come il Corio
scrive, che, mentre allora soggiornava il duca in Firenze, accadde la
battaglia della Molinella tra Bartolomeo Coleone e i collegati. Abbiam
veduto che tal fatto d'armi avvenne nell'anno 1467, ed essere diversa
questa andata da quella. Passò dipoi il duca di Milano a Lucca, dove
da quella repubblica ricevette riguardevoli onori e grossi regali.
E di là si trasferì a Genova[83]. Non mancò questa nobil città di
accogliere con tutti i segni di onorevolezza e decoro il suo principe,
e il regalò ancora; ma ossia che i regali e gli onori paressero a lui
molto meno che i ricevuti da chi non era suo suddito, oppure che gli
desse negli occhi l'alterigia di quel popolo: certo è ch'egli mostrò
poco gradimento del loro operare, e da lì innanzi parve che odiasse, o
almen poco amasse i Genovesi. Però appena fermatosi ivi per tre giorni,
all'improvviso quasi fuggendo, se ne tornò a Milano, e cominciò poi ad
accrescere le fortificazioni al castelletto e alle fortezze di quella
città, con dispiacere e mormorazione di quei cittadini. Cosa producesse
un tal contegno, non istaremo molto a vederlo.


NOTE:

[60] Ammirati, Ist. di Firenze, lib. 23.

[61] Raynaldus, Annal. Eccles. Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Italic.

[62] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[63] Raynaldus, Annal. Eccles. Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[64] Platina, in Vita Pauli II Papae.

[65] Ammirati, Istor. Fiorent.

[66] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.

[67] Infessura, Diar. P. II, tom. 3 Rer. Ital. Cron. di Ferrara.

[68] Antichità Estensi, P. II.

[69] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

[70] Jacobus Philippus Bergom., Chron.

[71] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[72] Platina, Vita Pauli II Papae.

[73] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[74] Corio, Istor. di Milano.

[75] Ammirati, Ist. di Firenze, lib. 23.

[76] Cannesius, Vita Pauli II, P. II, tom. 3 Rer. Italic.

[77] Philelphus, in Ep.

[78] Jacobus Philipp. Bergom., in Chron.

[79] Vita Sixti IV, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Infessura, Diar. tom. eod.
Platina, Vita Sixti IV Papae.

[80] Sanuto, Ist. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[81] Corio, Istoria di Milano.

[82] Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 23.

[83] Giustiniani, Istor. di Genova. Anton. Gall., Comment., tom. 23
Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCCCLXXII. Indiz. V.

    SISTO IV papa 2.
    FEDERIGO III imperadore 21.


Non mostrò minor zelo de' predecessori il _pontefice Sisto_ per
opporsi agli smoderati progressi delle armi turchesche in Levante[84].
A questo fine intimò le decime agli ecclesiastici in varii regni, e
spedì legati per raccogliere la pecunia. Uno di questi fu il cardinal
_Rodrigo Borgia_ vescovo di Valenza (poscia _Alessandro VI_ papa),
che, in ricompensa di avere co' suoi maneggi aiutato Sisto a conseguire
il papato, ottenne d'andar legato in Ispagna, dove, per testimonianza
del cardinal di Pavia[85], fece un gran bottino per sè, con aggravio
degli Spagnuoli, e senza profitto della guerra contra del Turco. Armò
dunque il papa trentaquattro galee, e ne diede il comando al cardinale
_Olivieri Caraffa_. Cinquanta altre ne misero in mare i Veneziani, e
ventiquattro il re di Napoli _Ferdinando_. Saccheggiò varii paesi de'
Turchi, prese, mise a sacco e poi diede alle fiamme la città delle
Smirne; e qui terminarono tutte le prodezze, che certo non guastarono
punto gli affari del tiranno d'Oriente, al quale con più fortunati
successi fece negli stessi tempi guerra _Usumcassano_ re di Persia.
Con tutto ciò tornato a Roma nel gennaio seguente esso cardinale, vi
fece la sua entrata come trionfante con venticinque Turchi prigioni, e
dodici cammelli che portavano le spoglie de' nemici. In mezzo a questi
pensieri militari non ommetteva _papa Sisto_ quello d'ingrandire i
suoi nipoti bassamente nati; che questa era la principal cura dei papi
d'allora. Creò prefetto di Roma _Leonardo dalla Rovere_, figliuolo
d'un suo fratello, e gli procurò un riguardevole accasamento, cioè
una figliuola bastarda del _re Ferdinando_. Diede parimente la sacra
porpora a _Giuliano_, figliuolo anch'esso di un suo fratello, il qual
poi fu _papa Giulio II_. Ma spezialmente inclinava il suo amore a due
suoi nipoti, cioè a _Pietro_ e _Girolamo Riarii_, con tale eccesso, che
fu creduto esser eglino piuttosto figliuoli che nipoti suoi. Pietro, di
vil fraticello francescano che era, divenne amplissimo cardinale del
titolo di San Sisto, patriarca di Costantinopoli e poi arcivescovo di
Firenze. Come in fine esaltasse l'altro nipote Girolamo, lo vedremo a
suo tempo. Seppe ben profittare il re Ferdinando del soverchio genio di
questo papa verso i nipoti, perchè col mezzo del sopraddetto matrimonio
ricuperò da lui il ducato di Sora[86], ed ottenne non solamente
la remission de' censi non pagati in addietro pel regno di Napoli,
ma anche l'esenzione dal pagar censo in avvenire sua vita naturale
durante: il che diede occasione di non poche doglianze ai cardinali
zelanti.

Per cagione d'una miniera d'allume di rocca scoperta circa questi
tempi nel territorio di Volterra, nacque non lieve discordia nell'anno
presente fra la repubblica fiorentina, padrona di quella città, e il
popolo della medesima[87], pretendendo non men gli uni che gli altri
l'utile di quella scoperta. Vennero per questo litigio i Volterrani
alla ribellione; laonde i Fiorentini, preso per loro generale _Federigo
conte_ d'Urbino, inviarono il campo intorno a Volterra, da ogni parte
bloccandola. Anche il papa vi mandò molte delle sue milizie per timore
che questo picciolo fuoco crescendo producesse un incendio maggiore.
Ne ebbero ancora dal duca di Milano. Per alcun tempo fu angustiata
quella città in maniera che, non apparendo speranza di soccorso, furono
obbligati i cittadini a sottomettersi. I capitoli dell'accordo erano
già sottoscritti, e dovea restar salva la città; ma uno scellerato
Veneziano, per nome Giovanni, di nascosto v'introdusse i soldati, e gli
animò al sacco. Restò la misera città preda di quella sregolata gente,
contuttochè il conte d'Urbino facesse ogni sforzo per frenare tanta
iniquità, e facesse poi impiccare quel Veneziano. Così tornò Volterra
alle mani de' Fiorentini, e laddove essa dianzi si pretendea piuttosto
collegata che suddita loro, perdè tutti i suoi privilegii, e si vide
piantare addosso una fortezza capace di tenerla in freno da lì innanzi.
Passò a miglior vita nel dì 28 di marzo[88], vigilia di Pasqua _Amedeo
IX_ duca di Savoia in età di soli trentasette anni. Nei bei giorni
della sua vita fu egli afflitto dal mal caduco, ossia dall'epilessia;
ma egli, siccome pieno delle massime sante del Vangelo, riceveva questa
afflizione col medesimo volto, con cui altri riceve la felicità di
questa vita. Inesplicabil era il suo amore e la sua liberalità verso
de' poveri; in una parola, tali furono le sue virtù, e massimamente la
religione e pietà, che meritò da' suoi popoli il titolo di _beato_;
e fu anche detto che alla sua tomba erano per virtù divina succedute
varie miracolose guarigioni. A lui succedette nel ducato di Savoia e
principato di Piemonte _Filiberto_ suo figliuolo primogenito.


NOTE:

[84] Raynaldus, Annal. Eccl.

[85] Jacobus Papiensis Cardinal., Epist. 134.

[86] Jacobus Papiensis, Ep. 134, 439. Raynaldus, Annales Eccl.

[87] Anton. Hyvan., Comment., tom. 23 Rer. Ital. Ammirat., Istoria di
Firenze, lib. 23.

[88] Guichenon, Hist. de Maison de Savoye.



    Anno di CRISTO MCCCCLXXIII. Indiz. VI.

    SISTO IV papa 3.
    FEDERICO III imperadore 22.


In quest'anno ancora la flotta delle armi cristiane, composta di
galee pontifizie, veneziane e napoletane, passò a' danni de' Turchi,
ma senza che si possa contare impresa alcuna degna di memoria. Quel
che è peggio, i Turchi vennero sino in Friuli, e recarono a quel
paese incredibili danni[89]. Già vedemmo che _Ercole Estense_, figlio
legittimo e naturale di Niccolò III marchese di Ferrara (e non già
solamente naturale, come qualche disattento storico lasciò scritto),
era stato nemico di _Ferdinando re_ di Napoli, ed avea militato contra
di lui in favore del duca d'Angiò. Ora dacchè egli fu creato duca di
Ferrara, ravvivò l'antica amicizia con esso re, e nell'anno precedente
si accordò di prendere in moglie _Leonora d'Aragona_, figliuola
legittima e naturale del medesimo re[90]. Con suntuoso accompagnamento
nel mese di giugno si partì da Napoli questa real principessa,
condotta da don _Sigismondo d'Este_ fratello del duca Ercole, e giunse
a Roma. Che grandiosi spettacoli e magnifiche feste si facessero
quivi per onorarla, s'io volessi ridirlo, non la finirei sì tosto. Se
n'ha un'ampia descrizione nella Storia del Corio[91] e negli Annali
Piacentini del Rivalta[92]. Ne parla anche l'Infessura[93], oltre altri
autori, e n'ho parlato anch'io nella parte II delle Antichità Estensi.
Di singolari finezze ed onori le fece il papa; ma il cardinal _Pietro
Riario_ suo nipote diede in tali sfoggi di magnificenza, che se non
superò, certo uguagliò i più splendidi monarchi degli antichi secoli.
Per ordine suo fu coperta di velami tutta la piazza de' santi Apostoli,
alzato in essa un superbo palagio di legname con tre sale sostenute
da colonne messe a oro, e ornate con fregi mirabili, fontane, credenze
piene di vasi d'oro e d'argento, dove varie rappresentazioni si fecero.
Tralascio il resto. In un solo convito fu creduto ch'egli spendesse
venti mila ducati d'oro: cose tutte applaudite sommamente dalla gente
mondana, ma che con ribrezzo si miravano dai più saggi, non sapendo
digerire che questo cardinale, riputato un altro papa, logorasse in
tante vanità i tesori della Chiesa[94]. Arrivò poscia a Ferrara questa
principessa nel dì 3 di luglio[95], e quivi ancora con suntuosissime
feste di molti giorni furono solennizzate le nozze.

Non visse oltre a quest'anno _Niccolò Tron_ doge di Venezia, essendo
succeduta la morte sua nel dì 28 di luglio[96], di cui fu successore
_Niccolò Marcello_, eletto doge nel dì 13 d'agosto, uomo degno per le
sue buone qualità di quel trono. Parimente nel presente anno andando a
Venezia _Alessandro Sforza_ signor di Pesaro, fratello del fu celebre
_Francesco I_ duca di Milano, infermatosi in una osteria per viaggio,
quivi fece fine ai suoi giorni[97], sul principio di aprile, con
lasciare dopo di sè un'illustre memoria di essere stato uno dei più
magnifici e prodi capitani del tempo suo. Pervenne il dominio di Pesaro
a _Costanzo Sforza_ suo figliuolo. Non contento il cardinal _Pietro
Riario_ suddetto delle smoderate spese fatte in Roma pel ricevimento
di _Leonora d'Aragona_, volle inoltre che la Lombardia co' suoi occhi
imparasse fin dove sapea giugnere la pazza sua magnificenza. Pertanto
dal papa suo zio, o padre, il quale nulla sapea negargli, ottenuto il
titolo di legato di tutta l'Italia[98], venne a visitare il duca di
Milano, e nel dì 12 di settembre pervenne a quella città. Tale era
la comitiva sua, che di più non avrebbe fatto il pontefice stesso.
E fu anche sì onorevolmente accolto, trattato e regalato dal duca,
quasi come fosse un papa. La voce che corse allora, per attestato
del Corio[99], fu, essere nei lunghi e scambievoli ragionamenti
loro convenuti che il cardinale farebbe creare _Galeazzo Maria_ re
di Lombardia, con aiutarlo ad acquistar quelle città e terre che
convenivano a tal dignità, e che il duca all'incontro aiuterebbe il
cardinale con danari e genti d'armi a succedere nel papato. Certamente
di gran discredito alla sacra corte di Roma doveano essere queste
eccessive pompe e spese d'un cardinale nipote del pontefice, e i
suoi passi, che davano campo a tali dicerie probabilmente false dei
politici d'allora. Ma vedremo presto che Dio vi provvide. Secondo il
Platina[100], allora fu che il medesimo cardinale per quaranta mila
ducati d'oro comperò la città d'Imola da _Taddeo Manfredi_, cacciato di
là per una sedizione della moglie e del figliuolo. Di questa similmente
col consenso del papa fece un dono a _Girolamo Riario_ suo fratello. Se
n'andò poscia il cardinale a Venezia, ma contro il parere del duca di
Milano. Quantunque gli fosse fatto ogni possibil onore in quella città,
nulladimeno comune credenza fu che i Veneziani in segreto il mirassero
di mal occhio, attesa la stretta fratellanza osservata fra lui e il
duca di Milano.


NOTE:

[89] Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital. Corio,
Istor. di Milano.

[90] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.

[91] Corio, Istor. di Milano.

[92] Annales Placentini, tom. 20 Rer. Ital.

[93] Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital. Cardinal. Papiensis,
Ep. 558. Vita Sixti IV, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[94] Annales Placentini, tom. 20 Rer. Ital.

[95] Antichità Estensi, P. II.

[96] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer Ital.

[97] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital. Annales Foroliviens., tom.
22 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCCCLXXIV. Indiz. VII.

    SISTO IV papa 4.
    FEDERIGO III imperadore 23.


Tornato che fu da Venezia a Roma il soprammentovato _Pietro Riario_
cardinale di San Sisto e vescovo di più chiese, gravemente si ammalò, e
nel dì 5 di gennaio terminò colle sue grandezze la vita[101]. L'eccesso
de' piaceri, a' quali s'era abbandonato, probabilmente gli abbreviarono
i giorni. Contuttociò comunemente fu creduto che il veleno lo avesse
tolto dal mondo nel più bel fiore dell'età sua, forse a lui fatto
dare da chi nol potea sofferire così onnipotente presso lo zio papa, e
dissipatore scandaloso dell'erario pontificio[102]. Comunque sia, venne
egli meno, e restò solamente una memoria troppo svantaggiosa di lui
presso i saggi; poichè per conto del popolo e della prodigiosa copia
de' suoi cortigiani, siccome tutti godevano della di lui prodigalità,
così ancora tutti deplorarono l'immatura sua morte. Il savio cardinal
di Pavia _Jacopo Ammanati_[103] ci lasciò la descrizione de' costumi
e delle azioni sue, tutti ridondanti in biasimo del pontefice zio,
perduto nell'amore de' suoi nipoti. Mancò di vita in quest'anno in
Ferrara, nel dì 6 d'agosto[104], _Ricciarda_ figliuola del marchese
di Saluzzo, già moglie di _Niccolò III_ d'Este marchese di Ferrara, e
madre d'_Ercole I_ duca di Ferrara. Ed in quella città arrivò nel dì 4
di dicembre _don Federigo_ figliuolo del _re Ferdinando_, e fratello
della _duchessa Leonora_, che dopo aver quivi ricevuto grande onore,
passò alla corte di Milano. Probabilmente fu egli mandato dal padre
colà per aver penetrato il maneggio che si facea di una lega fra i
Veneziani, Fiorentini e il duca di Milano[105]. Ma non dovette arrivare
a tempo per disturbare il trattato, perchè essa lega fu conchiusa
nel giorno 20 di novembre[106], con restarne escluso lo stesso re
Ferdinando. Se l'ebbe egli sommamente a male, e ne nacque non lieve
sdegno contra del duca di Milano, il quale avendo sempre in addietro
avuti per nemici i Veneziani, si fosse ora unito con loro, abbandonando
il vecchio amico e chi era padre d'_Alfonso duca_ di Calabria cioè del
marito d'_Ippolita_ sorella di esso duca Galeazzo Maria[107]. Però,
tutto che fosse in quella lega lasciato luogo d'entrarvi al medesimo
Ferdinando e a papa Sisto, niun di essi vi volle aver luogo. La somma
intrinsichezza che passava fra esso papa e il re, quella appunto fu che
mosse i Fiorentini a procurar quella lega.

Fu in quest'anno obbligato il pontefice a muovere le sue armi[108],
perchè in Todi nacque una pericolosa sedizione fra i cittadini per
le fazioni guelfa e ghibellina. Accorsero gli Spoletini in soccorso
de' Ghibellini, ed era per accendersi un gran fuoco per tutto quel
ducato, se non fosse giunto colle sue brigate _Giuliano dalla Rovere_
cardinale, che cominciò a fare il noviziato delle armi, e ad assumere
spiriti guerrieri, continuato poi quand'anche asceso al pontificato
prese il nome di _Giulio II_. Egli pacificò Todi, ed obbligò il popolo
di Spoleti a rendersi ubbidiente a' suoi cenni. Ma perchè non prese
ben le sue precauzioni, gli iniqui soldati, contro il di lui volere
entrati in essa città di Spoleti, barbaricamente la misero tutta a
sacco. Portossi dipoi il cardinal Giuliano a città di Castello per
isloggiarne _Niccolò Vitelli_ tiranno della medesima, che per un
pezzo gagliardamente si difese, e diede anche delle buone percosse
all'armata pontificia. Ottenne in oltre esso Vitelli soccorso dal duca
di Milano e da' Fiorentini; eppure in fine, atterrito dalla venuta
di _Federigo conte_ d'Urbino, principe di molto valore, che circa
questi tempi ottenne dal papa il titolo di duca, capitolò la resa
della città. Poco tempo godè della sua dignità _Niccolò Marcello_ doge
di Venezia, perchè nell'anno presente ai primo dì di dicembre[109]
fu chiamato da Dio a più felice vita. In luogo suo fu posto _Pietro
Mocenigo_, signor valoroso, che in questo medesimo anno avea fatto
levare ai Turchi l'assedio da Scutari. Conchiuse in questo anno il
_re Ferdinando_ il matrimonio di _Beatrice_ sua figliuola col famoso
_Mattia_ re d'Ungheria; ma l'esecuzione sua la vedremo solamente
all'anno 1476. Venne ancora in quest'anno per Lombardia, ed andossene
a Roma _Cristierno_ re di Danimarca, al quale non mancò _papa Sisto_ di
far godere molti onori e regali, in guisa che il rimandò contento alle
sue contrade.


NOTE:

[98] Platina, Vita Sixti IV, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Annal.
Foroliviens., tom. 20 Rer. Ital.

[99] Corio, Istor. di Milano.

[100] Platina, Vita Sixti IV.

[101] Volaterranus, lib. 22. Infessura, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[102] Corio, Istor. di Milano.

[103] Card. Papiensis, Epis. 548.

[104] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.

[105] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[106] Corio, Ist. di Milano.

[107] Ammirati, Istor. di Firen., lib. 24. Annal. Placentini, tom. 20
Rer. Italic.

[108] Vita Sixti IV, P. II, tom. 3 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCCCLXXV. Indiz. VIII.

    SISTO IV papa 5.
    FEDERIGO III imperadore 24.


L'anno presente fu anno di pace per l'Italia, e in Roma fu anno di
giubileo[110]. _Papa Sisto_, che voglia avea di far questa sacra
funzione, e desiderava nello stesso tempo di soddisfare alla divozion
de' popoli, coll'accorciare gli anni del sacro giubileo, quegli fu
che lo ridusse a venticinque anni, come tuttavia si costuma. Non si
osservò gran concorso a Roma in tal congiuntura, perchè la Francia,
l'Inghilterra, la Spagna, la Ungheria e la Polonia si trovavano in
guerra. Vi andò bensì nel dì 6 di gennaio _Ferdinando re_ di Napoli; ma
colla sua divozione, secondo il solito de' principi, erano mischiati
degli affari politici[111]. Sopprattutto a lui premeva di guastar la
lega de' Veneziani col duca di Milano e co' Fiorentini, siccome poi gli
venne fatto. Dicono inoltre, che avendolo o prima, o allora esentato
il papa dal pagar censo pel regno di Napoli, cominciasse in quest'anno
l'uso di presentar la chinea in luogo di censo nella vigilia della
festa di San Pietro, in ricognizione della sovranità pontificia sopra
quel regno; il che tuttavia è in uso, ma colla giunta alla chinea
d'alcune migliaia di ducati. V'andò anche _Carlotta regina_ di Cipri,
scacciata da quel regno, per cagion del quale insorsero gravissime
liti. Ne rimase infine padrona la repubblica di Venezia, la quale in
quest'anno si disgustò col _re Ferdinando_, perchè si scopri a lei
contrario nell'affare di Cipri[112]; e ritirò anche il suo ambasciatore
da Roma, trovandosi burlata dal pontefice, perchè, dopo aver egli
tratto tanto danaro delle borse cristiane, non si prendeva pensiero di
soccorrere essi Veneziani nell'infausta guerra co' Turchi. E riuscì
ben deplorabile nell'anno presente l'acquisto fatto da que' Barbari
dell'importante città di Coffa nella Crimea, posseduta per tanti anni
dai Genovesi. Così, per negligenza di chi dovea accudirvi, ogni dì più
cresceva la potenza degli Ottomani, e calava quella della cristianità.

Ma se _papa Sisto_ si prendea poca cura dei progressi dell'armi
turchesche, avea ben a cuore l'esaltazione de' propri nipoti. Abbiamo
dal Platina[113] che in quest'anno egli procurò da _Federigo duca_
d'Urbino _Giovanna_ sua figliuola per moglie di _Giovanni dalla Rovere_
suo nipote, e fratello del cardinal _Giuliano_, cioè di chi fu poi papa
Giulio II. E perchè pareva indecente che la figliuola d'un principe
fosse maritata con chi non possedeva Stati, Sisto vi trovò il ripiego,
e fu quello di concedere al nipote in vicariato la città di Sinigaglia,
colla bella terra e distretto di Mondavio: al che si opposero sulle
prime i cardinali, ma con darla vinta infine all'autorità del papa, e
alle preghiere d'esso cardinal Giuliano. Per tal maritaggio pervenne
col tempo il ducato d'Urbino alla casa dalla Rovere. Nel novembre di
quest'anno fu rapito dalla morte _Leonardo_ nipote del papa e prefetto
di Roma. Succedette in essa dignità l'altro suo nipote, cioè il
suddetto _Giovanni_. Morì ancora nell'ottobre di quest'anno _Bartolomeo
Coleone_ da Bergamo[114], rinomato generale de' Veneziani, con lasciar
erede de' suoi beni lo stesso senato veneto, che ne ebbe in soli danari
più di ducento mila ducati d'oro, oltre ad alcune belle terre. Gli fu
alzata in Venezia sul piazzale della chiesa dei santi Giovanni e Paolo
una statua equestre di bronzo, alla quale si trovò una mattina ch'era
stata posta in mano una scopa e al collo un sacco: satira che rincrebbe
assaissimo a quel saggio senato.


NOTE:

[109] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[110] Raynaldus, Annal. Eccles.

[111] Infessur., Diar. P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[112] Andrea Navagero, Ist. di Ven., tom. 23 Rer. Ital.

[113] Platina, Vita Sixti IV, P. II, tom. 3 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCCCLXXVI. Indiz. IX.

    SISTO IV papa 6.
    FEDERIGO III imperadore 25.


Fiera inondazione del Tevere nel gennaio di quest'anno, cagionata
dalle strabocchevoli pioggie, allagò molta parte di Roma, e recò
gravissimi danni a quegli abitanti[115]. Ossia che la peste venisse
altronde portata in quella città, oppure, come è più probabile,
s'infettasse l'aria nel diseccarsi dell'acque corrotte, una micidiale
epidemia assalì nei mesi seguenti il popolo romano, con farne molta
strage[116]. Per isfuggire i pericoli di questo malore, il pontefice
_Sisto_ se n'andò alla buon'aria di Campagnano. Succedette nel dì primo
di settembre una gran turbolenza nella città di Ferrara[117]. Se ne
stava in Mantova _Niccolò d'Este_ nipote d'_Ercole I duca_ di Ferrara,
meditando sempre le maniere di levar la signoria ad esso suo zio. Se
l'intese con _Galeazzo Maria_ duca di Milano, principe di perversa
politica, ed ebbe anche braccio da _Lodovico marchese_ di Mantova suo
parente. Pertanto nella mattina del dì suddetto con cinque navi cariche
di armati giunse a Ferrara, in tempo appunto che il duca era ito alla
nobil sua villa di Belriguardo; e, siccome egli avea delle intelligenze
con alcuni suoi aderenti in quella città, non gli fu difficile
l'entrarvi per un portello. A dirittura andato alla piazza, l'occupò,
gridando i suoi: _Vela, vela_, e fece rompere tutte le carceri. A
questo impensato accidente la _duchessa Leonora_ e don _Sigismondo di
Este_ suo cognato se ne fuggirono in Castello Vecchio, dove neppur era
provvision di vivere per un giorno. Si credeva Niccolò che il popolo
s'avesse a sollevare in suo favore; ma niuno si mosse, amando tutti
il presente legittimo governo. Portato con tutta fretta sì disgustoso
avviso al _duca Ercole_, tosto montò a cavallo per venire a Ferrara;
ma per via fattogli credere che Niccolò era venuto con quattordici mila
persone, ed essere perduta la città, mutato cammino, s'inviò alla volta
d'Argenta, e andò a fortificarsi a Lugo. Intanto, accortosi Niccolò
che non batteano i conti da lui fatti sopra il popolo, e che anzi
cominciavano i cittadini a prendere l'armi contra di lui, ed era uscito
don Sigismondo con gente per venirgli addosso, uscì frettolosamente di
città, e, passato il Po con parte dei suoi, se ne fuggì pel territorio
del Bondeno. Ma que' contadini, già informati dell'affare, tanto
l'inseguirono, ammazzando quanti cadevano nelle lor mani, che fecero
prigione lui ed alcuni de' suoi capitani. Fu condotto l'infelice
Niccolò a Ferrara, dove nel giorno seguente arrivato il duca Ercole, ed
accolto con festose acclamazioni dal popolo, nel caldo del suo sdegno
fece tagliare la testa a lui, ed impiccare per la gola alcuni dei di
lui seguaci rimasti prigioni. Tale fu il fine di questa breve tragedia.
Avea il duca nel dì 21 di luglio avuta la consolazione della nascita
d'un figliuolo a lui partorito da Leonora d'Aragona sua moglie, al
quale, in memoria del _re Alfonso_ avolo suo materno, fu posto il nome
di _Alfonso_. Questi poi col tempo riuscì uno dei più prodi e celebri
principi d'Italia.

Era da molto tempo stabilito il matrimonio di _Beatrice_ figliuola di
_Ferdinando re_ di Napoli, e sorella della suddetta Leonora duchessa
di Ferrara, coll'insigne re d'Ungheria _Mattia Corvino_[118]. Se
gli diede effetto nel dì 15 di settembre dell'anno presente, in cui
questa principessa fu sposata in Napoli, e coronata regina d'Ungheria
dal cardinale _Olivieri Caraffa_. S'imbarcò ella nel dì 2 d'ottobre
a Manfredonia con quattro galee e molti altri legni, per passare in
Ungheria: pure certo è che la medesima pervenne a Ferrara nel dì 16 di
ottobre, dove con grande onore fu ricevuta dal duca suo cognato, e si
fecero molte feste, finchè nel dì 21 si rimise in viaggio. Avea fin
qui _Galeazzo Maria Sforza_ duca di Milano governati i suoi popoli,
non già secondo le saggie massime di _Francesco_ suo padre, ma con
quelle che gli dettava il suo capriccioso e tirannico genio[119].
Benchè non gli mancassero delle belle qualità, pure l'eccesso della
sua ambizione, libidine e crudeltà produsse il frutto ordinario de'
vizii, cioè l'odio quasi universal della gente. Per motivi particolari
di sdegno contra di lui congiurarono insieme _Gian-Andrea Lampugnano_,
_Girolamo Olgiato_ e _Carlo Visconte_, nobili milanesi, di levarlo di
vita; ed aspettarono a fare il colpo nel dì 26 di dicembre, in cui esso
duca soleva portarsi alla basilica di Santo Stefano[120]. Giunto colà
il duca colle sue guardie, e con una fiorita corte, i tre congiurati
in mezzo a quella gran truppa arditamente se gli avventarono addosso,
e con più ferite lo stesero morto a terra. In quel fiero miscuglio
intricatosi nel fuggire fra le gonnelle delle donne il Lampugnano,
restò anch'esso ucciso. Ebbero l'Olgiato e il Visconte la fortuna
di trapelar per la gente, e di correre a nascondersi; ma, scoperti,
furono consegnati alla giustizia, e poi squartati vivi. All'Olgiato,
giovine di gran fuoco, non vi fu maniera di far conoscere il fallo
suo, non iscusabile davanti a Dio[121], sostenendo egli sempre, anzi
pregiandosi di aver fatto un sacrifizio, di cui dovea aspettarsi
premio da Dio e dagli uomini. Così terminò sua vita quel principe, e
la morte sua fu principio di non poche calamità, che afflissero dipoi
la misera Italia, avendo egli lasciato dopo di sè Gian-Galeazzo Maria
suo primogenito di età di soli otto anni, e però incapace del governo,
che fu bensì quietamente proclamato duca, ma con pervenire la reggenza
di quegli Stati alla _duchessa Bona_ di Savoia sua madre. Trovossi
tosto quella saggia principessa attorniata e battuta da _Sforza duca_
di Bari, e _Lodovico_, _Ascanio_ ed _Ottaviano_ fratelli dell'ucciso
duca, e dianzi banditi, che non tardarono a sconvolgere tutta la lor
casa e il ducato di Milano, siccome vedremo. Andarono da tutte le parti
ambasciatori a condolersi colla duchessa dell'atroce caso, e ad esibir
soccorsi; ma cominciò nel cuore stesso della famiglia Sforza a formarsi
un tarlo, i cui perniciosi effetti compariranno in breve. Nel dì 23 di
febbraio di quest'anno[122] essendo mancato di vita _Pietro Mocenigo_
doge di Venezia, in luogo suo fu sostituito _Andrea Vendramino_.



    Anno di CRISTO MCCCCLXXVII. Indiz. X.

    SISTO IV papa 7.
    FEDERIGO III imperadore 26.


Era restato vedovo _Ferdinando re_ di Napoli, e tuttochè avesse
figliuoli grandi, e il primogenito _Alfonso duca_ di Calabria si
trovasse arricchito anch'esso di prole, pure pensò ad accasarsi di
nuovo. Sembra che la politica il conducesse a questo. Il non aver mai
il re di Aragona e Sicilia _Giovanni_ approvato che fosse pervenuto
al bastardo _re Ferdinando_ il regno di Napoli, regno conquistato col
sangue e col danaro de' suoi popoli, cagion fu che mala corrispondenza
fin qui durasse fra loro[123]. Diede il re Giovanni nell'anno presente
al re Ferdinando _Giovanna_ sua figliuola in moglie. Per tal via fra
questi principi tornò la buona armonia. Nel settembre del presente anno
con magnifica solennità furono celebrate cotali nozze; ed essendo, per
tale occasione, stato spedito colà il cardinale _Rodrigo Borgia_ con
titolo di legato, egli fu che coronò la nuova regina. Ferdinando, per
levar di testa ad Alfonso duca di Calabria suo primogenito qualunque
gelosia che gli potesse nascere per cagion di tali nozze, nel dì 20
del suddetto settembre gli fece giurare omaggio da tutti i baroni
come ad immediato successore della corona dopo sua morte. Nel dì 10 di
dicembre di quest'anno[124] _papa Sisto_ fece la promozione d'alcuni
nuovi cardinali. Uno d'essi fu _Giovanni d'Aragona_ figliuolo del
medesimo re Ferdinando. Due altri suoi nipoti ornò Sisto della sacra
porpora. Si può ben credere che ciò non piacesse agli altri porporati,
e massimamente a chi disapprovava gli eccessi del nepotismo. In questi
tempi _Carlo da Montone_, figlio naturale di quel _Braccio_ che già
vedemmo sì famoso capitano, essendo già avvezzo all'armi, e condottiere
d'alcune squadre, concepì speranza di assoggettarsi Perugia, siccome
avea fatto il padre; e a tal fine assoldata molta gente, s'indirizzò
a quelle parti[125]. Gli andò fallito il colpo, perchè trovò sicura
quella città per una lega nuovamente fatta co' Fiorentini. Si volse
dunque addosso ai Sanesi, e, trovandoli sprovveduti, fece loro gran
danno, e più n'avrebbe fatto, se i Sanesi, ricorsi ai Fiorentini,
non avessero ottenuto il lor patrocinio, per cui fu d'uopo che Carlo
cessasse dall'offenderli.

Ciò che maggior rumore fece nell'anno presente fu la rivoluzione
di Genova[126]. Quel popolo, oltre al suo genio portato sempre alla
novità, e a mutar padrone e governo, era da gran tempo mal soddisfatto
dell'estinto duca di Milano _Galeazzo Maria_. Specialmente i Fieschi
per danni ricevuti grande odio nudrivano contro la casa Sforza. Dacchè
dunque fu morto esso duca, _Matteo del Fiesco_ fece massa di gente, e
con intelligenza di varii cittadini, nel dì 16 di marzo[127], entrò di
notte con una scalata in Genova, gridando: _Libertà_. Tutto il popolo
fu per lui in armi. Sopravvennero poscia _Obietto_ e _Gian-Luigi_
fratelli del Fiesco, che maggiormente animarono i cittadini alla
ribellione, e fecero tornare in città i Fregosi. Ma il castelletto
restava in mano del duca, e questo con grossa e fedel guarnigione, il
quale cominciò colle artiglierie a far guerra alla città. All'avviso
di tal sedizione, la _duchessa Bona_ mise tosto in ordine circa dodici
mila armati, la maggior parte fanteria, e la spedì a quella volta sotto
il comando di _Roberto da San Severino_, capitano di gran credito in
questi tempi. Seco erano _Lodovico il Moro_ ed _Ottaviano_, zii del
picciolo duca, e inoltre _Prospero Adorno_, il quale, già confinato
in Milano, con dolci parole e larghe promesse fu in questa occasione
condotto ad imprendere anch'egli l'assunto di ridurre di nuovo la
patria all'ubbidienza del duca. Mirabilmente servì la presenza ed
industria dell'Adorno per calmare gli animi sediziosi di quel popolo,
in maniera che dopo alquante calde scaramuccie si trattò di pace, e
tornò Genova, nel giorno ultimo d'aprile, a riconoscere per suo signore
il duca di Milano, con aver poi tutti nel dì 9 di maggio prestato il
giuramento di fedeltà. Restò ivi per governatore a nome del duca il
suddetto Prospero Adorno. Era allora il principal ministro di _Bona_
duchessa di Milano _Cecco Simonetta_ Calabrese, personaggio d'insigne
attività, fedeltà ed accortezza; e perchè tale, promosso ai principali
onori da _Francesco Sforza_, ottimo discernitore dell'altrui abilità.
Avea per fratello quel _Giovanni Simonetta_, che ci diede la Vita di
esso duca Francesco, scritta elegantemente in latino[128]. Ma cotanta
sua autorità gli tirò addosso l'odio di moltissimi, e massimamente dei
nobili della fazion ghibellina. Più nondimeno degli altri il miravano
con occhio bieco i principi zii del duca, cioè _Sforza duca_ di Bari,
_Lodovico_, _Ottaviano_ ed _Ascanio_, perchè da lui tenuti stretti,
non volendo egli che sì pericolosi strumenti s'ingerissero nel governo.
Perciò cominciarono a cercar le vie di abbatterlo, e tirarono nel loro
partito _Roberto da San Severino_, voglioso anch'esso di metter mano
negli affari dello Stato. Non dormiva il Simonetta; e però nel dì 25 di
maggio fece che la duchessa, chiamato nel castello _Donato del Conte_,
ch'era il principale manipolatore della congiura, il ritenne prigione,
e mandollo nelle carceri di Monza. Diedero per questo alle armi i
fratelli sforzeschi; nè le voleano deporre senza vedere rimesso in
libertà Donato. Si quetarono infine; ma non andò molto che Roberto da
San Severino, accortosi che a lui si faceva la caccia, perchè creduto
mantice di quel fuoco, prese la fuga, ed, avendo accortamente deluso
chi gli tenea dietro con armati per prenderlo, si ritirò poi ad Asti.
Non ebbe così favorevole la fortuna _Ottaviano Sforza_, che parimente
se ne fuggì, perciocchè inseguito, nel voler passare a guazzo il fiume
Adda, quivi annegato lasciò la vita. Furono appresso relegati gli altri
fratelli Sforza, cioè _Sforza_ duca di Bari al suo ducato in regno
di Napoli, _Lodovico_ a Pisa ed _Ascanio_ a Perugia: con che tornò in
Milano la quiete, ma per durarvi poco. Era stata occupata la signoria
di Faenza a _Galeotto de' Manfredi_ da _Carlo_ suo fratello[129]. Ebbe
ordine _Giovanni Bentivoglio_ dalla duchessa di Milano di prestare
aiuto a Galeotto, e infatti si trovò obbligato Carlo a dimettere la
preda. Se n'andò egli a Napoli, ma fu mal veduto dal _re Ferdinando_.
Abbiamo dal Diario di Parma che sul fine d'ottobre dell'anno
presente[130] circa trenta mila Turchi a cavallo dalla Bossina
all'improvviso comparvero nel Friuli sin presso ad Udine, i quali, dopo
avere sconfitto un corpo di gente mandato contra d'essi dai Veneziani,
saccheggiarono e misero a fuoco centocinquanta ville, uccidendo i
vecchi e le donne, e ritenendo i fanciulli. Gran paura fu in Venezia,
e gran preparamento di gente vi si fece; ma i Barbari, sopravvenuto il
verno, se ne ritornarono in Bossina.


NOTE:

[114] Corio, Ist. di Mil. Sanuto, Ist. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
Navagero, Ist. Ven., tom. 23 Rer. Ital.

[115] Jacobus Card. Papiens., Ep. 642.

[116] Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[117] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.

[118] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.

[119] Corio, Ist. di Milano.

[120] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital. Ripalta, Annal. Placent.,
tom. 20 Rer. Ital.

[121] Anton. Gallus, in Comment., tom. 23 Rer. Ital.

[122] Sanuto, Ist. Ven., tom. 22 Rer Ital.

[123] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

[124] Raynaldus, Annal. Eccles. Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer.
Ital.

[125] Ammirati, Ist. di Firenze, lib. 23.

[126] Corio, Istor. di Milano. Antonius Gallus, in Comment., tom. 23
Rer. Ital.

[127] Giustiniani, Storia di Genova, lib. 5.

[128] Anton. Gallus, Comment., tom. 23 Rer. Ital. Ripalta, Annal.
Placent., tom. 20 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCCCLXXVIII. Indiz. XI.

    SISTO IV papa 8.
    FEDERIGO III imperadore 27.


Non lieve strepito in quest'anno, massimamente in Italia, fece la
congiura dei Pazzi[131]. Potente casa era quella in Firenze, ma,
accecata dall'invidia, non sapea sofferire l'autorità superiore che
godeano in quella repubblica i due fratelli _Giuliano_ e _Lorenzo de
Medici_, personaggi di somma ricchezza, ed insieme di credito singolare
anche fuori d'Italia. Trovandosi allora _Francesco de' Pazzi_ tesoriere
del papa, quegli fu in cui cuore nacque il desiderio di atterrar la
fortuna de' Medici: cosa non creduta praticabile, se non con levar
loro la vita. Favorevole se gli scoprì all'indegna impresa il _conte
Girolamo Riario_ nipote di _papa Sisto_, il qual fu sempre un mal
arnese, e pregiudicò di molto alla fama del pontefice zio. Odiava
costui a dismisura Lorenzo de Medici perchè l'avea trovato contrario a'
suoi ingrandimenti, allorchè divenne signor d'Imola, e più paventava
di lui dopo la morte di Sisto. Per quanto si potè dedurre da ciò che
poscia avvenne, si lasciò il vecchio papa mischiare da questo mal uomo
nel nero disegno del Pazzi[132]; tanto più che non men egli che il _re
Ferdinando_ erano disgustati di Lorenzo de Medici per la lega fatta
senza di loro co' Veneziani e col duca di Milano; ed amendue speravano
che, cadendo i Medici, e prevalendo i Pazzi, Firenze s'unirebbe con
loro. Ebbe Francesco de' Pazzi dalla sua anche _Francesco Salviati_
arcivescovo di Pisa, già nemico di Lorenzo, che apposta venne a
Firenze per dar mano al fatto, senza mettersi scrupolo, se ad un par
suo convenisse un sì fatto mestiere. D'ordine eziandio del papa, da
Pisa passò alla medesima città _Rafaello Riario_ cardinale con titolo
di legato, ed ordine di far ciò che gli direbbe esso arcivescovo di
Pisa. Finalmente fu data commissione a _Gian Francesco da Tolentino_
capitano del papa di accostarsi a Firenze con due mila fanti per
sostenere, occorrendo, i congiurati. Fu scelto il giorno 26 d'aprile ad
eseguir la meditata impresa, e scelta la stessa cattedrale di Firenze,
e il tempo dello stesso santo sagrifizio, cioè quando si alzava la
sacratissima ostia, per compiere così infame opera[133]. Fu dunque da
Francesco dei Pazzi in quel tempo e luogo ucciso _Giuliano de Medici_,
che col fratello era ito ad accompagnar colà il cardinal Riario. Ma
_Lorenzo de Medici_, ricevuta una sola leggier ferita nella gola, quasi
miracolosamente scampò nella sagristia, dove, serrate le porte, restò
in sicuro, e poi si ridusse a casa. Si riempè di tumulto e di grida il
tempio tutto; il popolo a gara corse alle armi in favor de' Medici.
Era già ito l'arcivescovo di Pisa avanti il fatto con molti de' suoi
al palazzo de' signori per impadronirsene, udita che avesse la morte
dei Medici. Ma altrimenti passò la faccenda. Preso dalla gente del
gonfaloniere, così caldo caldo con un capestro alla gola fu impiccato
alle finestre del palazzo medesimo, e seco _Jacopo Salviati_ e _Jacopo_
figliuolo dello storico _Poggio_. Preso anche _Francesco de' Pazzi_,
non si tardò punto ad impiccarlo a canto dell'arcivescovo. La medesima
pena toccò a _Jacopo_ e ad altri della casa dei Pazzi, e a parecchi
loro aderenti, essendo asceso il numero dei morti a settanta[134].
Sotto buona guardia fu ritenuto il giovinetto _cardinal Riario_,
che asseriva di non essere punto stato consapevole del trattato, e
verisimilmente diceva il vero. Nondimeno scrivono altri[135] ch'egli fu
maltrattato in quel furore di popolo. Certo è che venne poi rimesso in
libertà, per non irritare maggiormente il papa.

Riferita a Roma la riuscita di questo orrido fatto[136] il pontefice,
trovandola diversa da quel che desiderava e sperava, montò forte in
collera contra dei Fiorentini; e preso il pretesto che Lorenzo dei
Medici e i magistrati di Firenze avessero commesso un troppo enorme
delitto con levar la vita ad un arcivescovo, e con ritener prigione
un cardinale legato, ed avessero dianzi prestato aiuto ai nemici
della Chiesa, fulminò contra d'essi tutte le scomuniche e maledizioni
del cielo, e l'interdetto alla lor città. Nè questo bastò[137]. Si
servirono tanto egli quanto il _re Ferdinando_ di questa occasione
per occupar tutti i danari e beni degl'innocenti Fiorentini che si
trovarono in Roma e in regno di Napoli, e per muovere guerra alla
repubblica fiorentina. Nella lor lega si lasciarono indurre ancora
i Sanesi. Scapitò di molto per tali fatti la fama del pontefice
_Sisto_, nè passò molto che si dichiararono contra di lui e in favore
di Lorenzo de Medici e de' Fiorentini _Lodovico XI_ re di Francia,
la _reggenza_ di Milano, i _Veneziani_, _Ercole duca_ di Ferrara,
_Roberto Malatesta_ signor di Rimini, ed altri. Anzi il re di Francia
parlò alto contra d'esso papa. Anche l'_imperador Federigo_ e _Mattia
Corvino_ re d'Ungheria spedirono oratori al pontefice, pregandolo di
desistere dalla guerra contra de' Fiorentini, e di volgere le sue
armi e il danaro della Chiesa in difesa della cristianità ogni dì
più oppressa da' Turchi. Parlarono ad un sordo: più potè nel cuore
del papa l'ambiziosa politica del _conte Girolamo_ suo nipote e del
_re Ferdinando_, che ogni altro riflesso conveniente al sacro suo
ministero. Per questo e per altri motivi i Veneziani[138], il meglio
che poterono, conchiusero la pace co' Turchi: il che produsse altri
maggiori disastri alle terre de' cristiani, e rendè più superbo e
potente l'imperadore ottomano. Altri sconcerti originati da questo
biasimevol impegno di papa Sisto si vedranno in breve, essendo
entrati in guerra, a cagion di ciò, tutti i principi d'Italia. Ed
ecco dove si lasciavano trasportare allora i papi per cagion di quel
nepotismo, da cui finalmente abbiam veduto esenti, ai dì nostri, alcuni
saggi pontefici, e da cui specialmente alieno rimiriamo il glorioso
pontificato del regnante papa Benedetto XIV.

Spedirono intanto sì il pontefice Sisto come il re Ferdinando le loro
milizie in Toscana addosso ai Fiorentini, che si trovavano allora
mal provveduti di genti d'armi, e senza capitan generale. Una delle
applicazioni di _Ferdinando_ e d'esso _papa_ genovese, per distorre
_Bona duchessa_ di Milano dal soccorrere Firenze, fu quella di
procurare una nuova rivoluzione in Genova[139]. _Prospero Adorno_,
posto ivi per governatore dalla duchessa, dimentico della sua fede,
prestò volentieri orecchio al trattato. Gli vennero in soccorso da
Napoli alcune navi armate[140]; ed allorchè, per ordine della duchessa,
arrivò a Genova il vescovo di Como per deporre l'Adorno, e prendere il
governo della città, cioè nel dì 25 di giugno, i Genovesi fecero una
rivolta, e costrinsero i Milanesi a ridursi nel castelletto. _Roberto
da San Severino_, gran perturbatore dell'Italia, trasse subito al
rumore, chiamato non so se dal re Ferdinando, oppur da' Genovesi[141];
ed, entrato in Genova, nel dì 16 di luglio, attese ad ammassar gente
insieme con Prospero Adorno per opporsi all'armata milanese, che
già prevedevano, oppure sapevano, si andava allestendo per portare
soccorso al castelletto e riacquistar la città. In fatti spiccò da
Milano un poderoso esercito, ma condotto da un capitano inesperto,
cioè da _Sforza Visconte_ bastardo, a cui fu dato per consigliere _Pier
Francesco Visconte_. Valicato l'Apennino, calò quest'armata alla volta
di Genova. Il San Severino, oltre all'aver fatte molte fortificazioni
fuori di Genova, finse una lettera scritta da Milano al vescovo di
Como, ed intercetta, da cui appariva promesso il sacco di Genova ai
soldati, e che si leverebbe ogni privilegio ai cittadini. Letta questa
in pubblico, fece diventar come tanti lioni i per altro bellicosi e
bravi Genovesi. Però con questo ardore usciti contra dell'esercito
duchesco nel dì 7 d'agosto, lo misero in rotta, e fecero una sterminata
copia di prigioni. Al vedere come disperato il caso di Genova, fu
presa in Milano un'altra risoluzione, cioè di spedire colà _Batistino
Fregoso_, e, cedendo a lui le fortezze, di aiutarlo a divenire doge
della sua patria. Così fu fatto. Entrato in Genova il Fregoso, vi
trovò la dissensione fra i capi: il che facilitò a lui la maniera di
cacciar fuori della città Prospero Adorno e Roberto da San Severino,
e di farsi proclamar doge. Ma quasi tutta la Riviera di Levante restò
all'ubbidienza dell'Adorno e del San Severino, il quale ultimo, dopo
aver fallito questo colpo, si diede a fabbricar altre macchine contro
al governo di Milano. Oltre a ciò il papa e il re Ferdinando mossero
un'altra tempesta addosso ai Milanesi, con fare che gli Svizzeri,
gente bellicosa e fiera, assoluti dal papa dai giuramento che aveano di
non offendere lo Stato di Milano, cominciassero contra di esso Stato
la guerra[142]. Costoro, dopo essersi impadroniti di varie castella,
posero l'assedio a Lugano nel mese di novembre. Poco vi si fermarono,
perchè spedito colà _Federigo_ novello marchese di Mantova con buon
nerbo di gente, meglio stimarono di ritirarsi. E gli affari avrebbono
in quelle parti presa miglior piega, se il grosso presidio di Belinzona
non avesse temerariamente voluto incalzare gli Svizzeri nella lor
ritirata per aspre montagne. Imperocchè i Milanesi tra per li sassi
rotolati giù dai nemici, e per la fuga di un mulo impaurito, furono
sì fattamente presi da timor panico, che più di ottocento persone o
annegate od uccise vi restarono, e gli altri perderono armi e bagaglio.

Erano già, siccome dissi, entrate in Toscana nel mese di luglio l'armi
del papa e del re Ferdinando, comandate da _Alfonso duca_ di Calabria e
da _Federigo duca_ d'Urbino. Fu loro facile l'impossessarsi di alcune
castella, perchè i Fiorentini andavano raunando gente, facendone
venir di Lombardia, ma non ne aveano tante da poter contrastare in
campagna col nemico esercito. Si applicò Alfonso duca all'assedio della
Castellina, e nel dì 14 d'agosto l'ebbe a patti, con seguitar poscia
a prendere altre terre. Volendo intanto i Fiorentini e la duchessa di
Milano provvedersi d'un capitan generale, parve loro più a proposito
d'ogni altro _Ercole duca_ di Ferrara; e il condussero, ancorchè fosse
genero del re Ferdinando[143]. Giunse questo principe a Firenze nel
dì 8 di settembre, ed, uscito in campagna, raffrenò i nemici, e portò
gran danno ai Sanesi collegati con loro. Così passò l'anno presente;
restando nondimeno i Fiorentini in male stato, perchè v'era discordia
nel campo loro, e pochi erano i sussidii mandati dal re di Francia,
dalla duchessa di Milano e da' Veneziani. Presero eglino inoltre
al loro soldo _Roberto Malatesta_ signor di Pesaro. Anche _Giovanni
Bentivoglio_, arbitro allora del governo di Bologna, fu in loro aiuto.
In Venezia nell'anno presente a dì 6 di maggio[144] terminò sua vita
_Andrea Vendramino_ doge di quella repubblica, a cui succedette in
essa dignità _Giovanni Mocenigo_ nel dì 18 d'esso mese; e poco stette
ad entrare in quella città la peste, che portò al sepolcro alcune
migliaia di persone e molti nobili, con essere durata sino al novembre.
Parimente in quest'anno nel mese di giugno[145] passò all'altra vita
_Lodovico Gonzaga_ marchese di Mantova: con che pervenne il dominio di
quello Stato a _Federigo_ suo primogenito, il quale fu condotto al suo
soldo dalla duchessa di Milano. Nel Mantovano giunsero in questi tempi
nuvoli di locuste, che occuparono circa trenta miglia di lunghezza
verso il Bresciano, e quattro miglia di larghezza. Distrussero tutte
l'erbe e foglie di quella contrada; e fattane, per ordine del marchese,
con poco garbo strage senza seppellirle, infettarono poi l'aria,
cagionando una micidiale epidemia ne' corpi umani. In quest'anno
parimente la peste infierì non solamente nelle armate nemiche
guerreggianti in Toscana, ma anche in Roma, Bologna, Mantova, Modena,
Brescia, Bergamo e nella Romagna.


NOTE:

[129] Diar. Parmens., tom. 22 Rer. Ital.

[130] Cronica MS. di Bologna.

[131] Ammirat., Istor. di Firenze, lib. 24. Angelus Politianus, et alii.

[132] Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[133] Raphael. Volaterran. Geogr., lib. 5. Diar. Parmig., tom. 22 Rer.
Ital.

[134] Giustiniani, Istoria di Genova, lib. 5.

[135] Anton. Gall., Comment., tom. 23 Rer. Italic.

[136] Raynaldus, Annal. Eccles.

[137] Diar. Parmens., tom. 22 Rer. Ital.

[138] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[139] Anton. Gallus, Comment., tom. 23 Rer. Ital.

[140] Corio, Istor. di Milano.

[141] Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.

[142] Diar. Parm., tom. 22 Rer. Ital.

[143] Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 24.

[144] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[145] Diar. Parmens., tom eod.



    Anno di CRISTO MCCCCLXXIX. Indiz. XII.

    SISTO IV papa 9.
    FEDERIGO III imperadore 28.


Per quanto si adoperassero i Fiorentini e gli ambasciatori spediti
dal re di Francia e da altri potentati, per indurre il _pontefice
Sisto_ a dare la pace ai Fiorentini in tempo che la cristianità veniva
conculcata dal comune nemico; nulla si potè ottenere[146]. Persisteva
egli in pretendere che i Fiorentini non solamente scacciassero
_Lorenzo de Medici_, ma che gliel dessero nelle mani: cosa che non mai
si volle accordare, perchè egli era stato l'offeso, nè per colpa od
ordine suo l'arcivescovo di Pisa avea perduta la vita. Più strana cosa
sembrava che intanto il pontefice andava inviando legati in Germania,
Ungheria, Boemia e Polonia, per sollecitare i principi a far guerra
al Turco, quand'egli poi si perdeva in farla contra de' cristiani,
e vibrava scomuniche a furia contra di _Ercole duca_ di Ferrara, e
contra di Rimini, Pesaro e Faenza, perchè non lasciavano divorar vivi
da lui i Fiorentini. Seguitò dunque la guerra in Toscana, e vi si
frammischiarono tanti altri imbrogli per li maneggi di _Roberto da
San Severino_, che fu in grave pericolo quella repubblica. Dirò io
in breve ciò che altri diffusamente lasciò scritto[147]. Essendo in
Toscana _Ercole duca_ di Ferrara, e _Federigo_ marchese di Mantova,
non male s'incamminavano le militari azioni contra dell'esercito
pontificio e napoletano. Riuscì ancora a _Roberto Malatesta_ lor
condottiero di dare una rotta a _Matteo da Capoa_, allorchè conduceva
un grosso corpo di gente al campo del duca di Calabria. Ma ecco che
Roberto San Severino[148], accordatosi con _Lodovico il Moro_ e con
_Sforza duca_ di Bari, zii paterni del picciolo duca di Milano, e
formato un esercito, dalla Lunigiana passò anch'egli alla volta di Pisa
unito con _Obietto_ e _Gian-Luigi_ del Fiesco: sicchè da due parti si
videro assaliti i Fiorentini. Contra del San Severino marciò il duca
di Ferrara, e il fece ritirare fin di là dalla Magra; ma il fuoco da
quella parte estinto, andò da lì a qualche tempo a sboccare sopra una
più lontana e pericolosa parte. Cioè si venne a sapere ch'esso San
Severino con Lodovico Sforza soprannominato il Moro (giacchè in questi
dì sul Genovesato morì _Sforza duca_ di Bari suo fratello, siccome
fu creduto, di veleno) per aspre montagne era nel dì 10 d'agosto[149]
calato sul Tortonese, e che l'infedele governator di Tortona gli avea
data quella città. Diffusamente narrati si leggono questi avvenimenti
nei Diario di Parma[150]. Avea Lodovico intelligenza col castellano
del castello di Milano; e però, lasciato l'esercito alla cura del
San Severino, ito con poca gente a Milano, entrò in esso castello.
Consigliato il duca _Gian-Galeazzo Maria_ e la _duchessa Bona_ dalla
fazione de' Ghibellini a rinconciliarsi con lui, ammisero Lodovico
alla loro udienza, e il trattarono con grande umanità: il che cagionò
un giubilo universale nel basso popolo di Milano, figurandosi ognuno
ristabilita la concordia e la quiete. Ma Lodovico Sforza, che altro
pensier non avea in testa se non quello di comandar le feste, e di
andar fin dove si potesse per soddisfare a questa sua potente passione,
la prima cosa che fece, quella fu di levarsi dagli occhi il troppo
potente ed odiato ministro della duchessa, cioè _Cecco Simonetta_.
Ordinata dunque una sedizione coi capi de' Ghibellini, fu preso Cecco,
e mandato alle carceri di Pavia, dove poi aspramente tormentato e
processato, ebbe la testa tagliata nel dì 30 d'ottobre dell'anno
seguente.

Allorchè si udì caduta Tortona in mano di _Lodovico il Moro_,
scrisse tosto la duchessa ad _Ercole duca_ di Ferrara, che si trovava
all'armata in Toscana, di venire in suo aiuto. Venne egli, ma non
giunse a tempo d'impedire le novità succedute in Milano; e la sua
partenza dalla Toscana riuscì di notabil pregiudizio ai Fiorentini.
Imperocchè, lasciato al comando delle sue genti _Sigismondo d'Este_
suo fratello, al cui parere prevalse quello di _Costanzo Sforza_
signore di Pesaro, ostinato in non voler muovere il campo da Poggio
Imperiale, nel dì 7 di settembre[151] venne l'esercito del duca di
Calabria ad assalirli, e senza gran fatica in poco di tempo li mise
in fuga: disavventura che portò la costernazione in Firenze. Da ciò
seguirono non pochi progressi delle armi pontificie e napoletane,
perchè presero Poggibonzi, Colle ed altre terre, con ridurre sempre
più Firenze alle strette. Quivi oramai mormorava non poco il popolo,
perchè si provassero tanti guai, e si mettesse la repubblica in
pericolo di rovina per cagione d'un sol cittadino. Nè si potea più
far capitale de' soccorsi del duca di Milano, dappoichè Lodovico il
Moro, divenuto governatore di quello Stato, se l'intendeva col re
Ferdinando, da cui poscia ottenne anche il ducato di Bari. Fu allora
che _Lorenzo de Medici_, essendosi ridotte a quartieri d'inverno
le armate, considerando la stanchezza della sua città per questa
arrabbiata guerra, e i pericoli maggiori se non vi si ritrovava
rimedio, prese, nel dì 5 di dicembre, una risoluzione, che, quantunque
venisse da un uomo di gran senno, pure fu da moltissimi tenuta per
troppo ardita: cioè determinò di portarsi in persona a Napoli, per
tentar di placare l'animo del re Ferdinando. Non v'era chi non si
ricordasse di quanto dicemmo avvenuto al conte Jacopo Piccinino, e ad
altri in quella corte. Tuttavia è da credere che non si sarebbe così
facilmente azzardato Lorenzo ad un tentativo, se non avesse avuto
fondamenti bastevoli di sperarne buona riuscita. Fors'egli, come fu
creduto, avea preventivamente con danari guadagnata la grazia dei più
possenti presso di Ferdinando. Fors'anche lo stesso _Lodovico il Moro_,
che non si vedea sicuro in sella, perchè a' Veneziani era dispiaciuta
la sua entrata per le finestre nel governo di Milano, e che perciò
desiderava la pace, s'interpose col re Ferdinando. Finalmente sappiamo
dalla Cronica di Ferrara[152], essere stato consigliato Lorenzo dal
_duca Ercole_ genero del re di andare a Napoli; nè è da credere che
il consiglio fosse venuto da chi prima non sapesse che l'andare era
senza pericolo. Appena fu partito il Medici, che i Fregosi occuparono
Sarzana, posseduta allora da' Fiorentini, contuttochè durasse una
tregua stabilita fra quelle potenze guerreggianti: il qual tradimento
incredibil rammarico cagionò in Firenze.


NOTE:

[146] Raynaldus, Annal. Eccles.

[147] Ammirati, Istor. Fiorent. lib. 24.

[148] Diar. Parmens., tom. 22 Rer. Ital.

[149] Corio, Istor. di Milano.

[150] Diar. Parmens., tom. 22 Rer. Ital.

[151] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 24.



    Anno di CRISTO MCCCCLXXX. Indiz. XIII.

    SISTO IV papa 10.
    FEDERIGO III imperadore 29.


La risoluzion presa da _Lorenzo de Medici_ di andarsene a Napoli a
trovare il nemico _re Ferdinando_, parve, siccome accennai, anche
agli uomini savii pericolosa ed ardita, contuttochè, secondo la
testimonianza dell'autore del Diario di Parma[153], egli andasse armato
almeno d'un salvocondotto; pure essa ebbe poi un felice successo[154].
così ben seppe egli lavorare coll'eloquenza sua negli orecchi de'
ministri e del re medesimo; così ben ricevuta fu l'umiliazione sua dal
re, anzi gradita la fidanza ch'egli mostrò della clemenza regale, che
la nemicizia si convertì in piena amicizia. Contribuì ancora non poco
a far che Ferdinando cambiasse massima, l'essere arrivato in Toscana
il _duca di Lorena_, cioè il pretendente del regno di Napoli. Fu
pertanto spedito ordine alle milizie napoletane di non più molestare
i Fiorentini; e pace, anzi lega seguì fra il re ed essi, sottoscritta
nel dì 6 di marzo. Si alterò forte il _pontefice Sisto_ all'udire
questa concordia, intavolata ed anche conchiusa senza partecipazione
sua, o almeno senza suo consentimento. Tuttavia, conoscendo egli di non
poter solo continuare la guerra, e tanto più, perchè immenso esercito
di Turchi assediava e combatteva alla disperata la città di Rodi,
posseduta allora dai cavalieri oggidì appellati di Malta, per necessità
tacque, e si diede ad ordir altre tele. Intanto il turbolento animo
del conte _Girolamo Riario_ suo nipote, signore d'Imola, dalla Toscana,
cui non potea più offendere per cagion di quella pace, portò dipoi la
guerra in Romagna, dove somma ansietà avea di fabbricarsi un buon nido,
finchè vivea il papa, che secondava tutte le voglie di lui. Cominciò
adunque ad infestare _Costanzo Sforza_ signor di Pesaro, stato finora
colle sue genti al servigio de' Fiorentini. Si sostenne lo Sforza
coll'appoggio del re Ferdinando. Avvenne in questi tempi che morì _Pino
degli Ordelaffi_ signore di Forlì, e benemerito di quella città[155],
senza lasciar dopo di sè prole legittima. Dichiarò egli successore
in quel dominio _Sinibaldo_ suo figliuolo spurio di poca età sotto
la tutela della moglie. Ma _Anton-Maria_ e _Francesco Maria_ degli
Ordelaffi figliuoli legittimi di un fratello di esso Pino, aiutati da
_Galeotto de' Manfredi_ signor di Faenza loro zio, e protetti dal re
Ferdinando, mossero guerra a Sinibaldo e alla tutrice. Trasse a questo
rumore il conte Girolamo colle armi pontificie; e tra perchè i guai,
dei quali parlerò fra poco, obbligarono il re suddetto a cercar aiuti
dal papa, e a dimettere la protezion degli Ordelaffi[156]; o perchè il
conte Girolamo assistito da _Federigo duca_ d'Urbino ebbe l'entrata
in Forlì, e con gran danaro ottenne anche la rocca dalla vedova di
Pino; di quella città esso conte divenne padrone, e ne riportò senza
molta fatica l'investitura dal pontefice zio. Così venne a perderne il
dominio la nobil casa degli Ordelaffi, che avea in addietro per circa
cento cinquanta anni signoreggiato in quella città. Antonio Maria passò
poi a Venezia, ed ebbe provvisione da quella repubblica.

Se è vero ciò che scrive il Corio[157], non tardò il papa ad entrar
nella lega contratta da _Ferdinando re_ di Napoli coi _Fiorentini_
e con _Gian-Galeazzo_ duca di Milano. Narra egli che questa lega,
nella quale il primo era lo stesso pontefice, fu pubblicata, nel dì
25 di marzo, in Milano, e che ne restarono esclusi i Veneziani. Ma
o non sussiste tale lega, oppure convien dire (e lo dice infatti
l'Ammirati[158]) che il papa se ne pentisse ben presto; giacchè,
secondo il Sanuto[159], nel dì 16 oppure 26 d'aprile, egli stabilì
un'altra lega coi Veneziani, nella quale furono nominati molti principi
e signori, ma non già il _re Ferdinando_, nè il _duca di Milano_, nè i
_Fiorentini_. Capitano di questa lega fu dichiarato il _conte Girolamo_
nipote del papa, e fu creato gonfalonier della Chiesa _Federigo
duca_ d'Urbino. Permise Dio che nel medesimo presente anno questo
papa, sì poco curante di far testa ai Turchi, e solamente portato
ad imbrogliar l'Italia per le suggestioni del predominante nipote,
provasse gli effetti del suo poco zelo in favore della cristianità.
Aveano gloriosamente i cavalieri di Rodi difesa la lor città, ed
obbligato il grande esercito di _Maometto II_ signor de' Turchi a
levarne l'assedio. Cooperarono a questo buon successo due navi piene
di gente valorosa, che spedì in loro aiuto il re Ferdinando. Ma ecco
nel mese di luglio giugnere in Puglia la potentissima flotta degli
stessi Turchi, ed imprendere l'assedio di Otranto. Sospettarono i
Napoletani che Maometto, oppure il suo bassà Acmet, fosse stato mosso
a questa impresa dai Veneziani, per l'odio grande che portavano al re
Ferdinando. Crebbero poi tali sospetti per certi altri avvenimenti
che io tralascio. Comunque sia, resistè Otranto alle forze e agli
assalti turcheschi sino al dì 21 d'agosto, in cui fu preso a forza
d'armi[160]. Le crudeltà commesse in tal congiuntura da que' cani fanno
orrore. L'arcivescovo _Stefano Pendinello_, i canonici, i preti e i
frati, vittime del loro furore, furono decapitati, le sacre vergini
abbandonate alla lor libidine; spogliati e profanati i sacri templi,
ed uccisi circa dieci mila di quegli infelici cittadini e difensori.
Dopo di che si fortificarono in quella città i barbari vincitori. Portò
la disgrazia d'Otranto un incredibile spavento per tutta l'Italia, e
specialmente fece breccia il timore nel cuor del pontefice, talmente
che fu creduto da alcuni che egli già meditasse di fuggirsene in
Francia. Oh allora sì ch'egli cominciò daddovero a pensare al riparo
contro l'oramai sterminata potenza dei Turchi, e diedesi a scrivere
lettere lagrimevoli a tutte le potenze d'Italia e oltramontane,
raccomandandosi vivamente alla lor pietà per soccorsi, valevoli a
reprimere l'orgoglioso persecutor de' cristiani. V'ha degli storici che
mettono la liberazione d'Otranto sotto quest'anno. Certamente si sono
ingannati. All'infausto avviso di questo barbarico attentato, _Alfonso
duca_ di Calabria, che tuttavia era in Toscana, marciò speditamente
colla sua armata verso il regno paterno per opporsi almeno ai maggiori
progressi di sì potente nemico. Prima nondimeno di partirsi egli avea
fatto un colpo, convenevole alla di lui eccessiva ambizione: cioè la
ricompensa ch'egli diede a' Sanesi, da' quali nella guerra suddetta
avea ricevuto ogni assistenza e favore contra dei Fiorentini, quella
fu di spogliarli della lor libertà. Imperciocchè procurò ch'essi
liberassero dal bando i fuorusciti, e col favore poscia di questi si
fece proclamar signore di Siena. La paura de' Turchi, e il bisogno
dell'aiuto di tutti, innanzi che l'anno terminasse, indussero il papa
a rimettere in sua grazia i Fiorentini, i quali con ispedire a Roma
dodici loro ambasciatori ad umiliarsi, e a chiedere perdono, nel dì
3 di dicembre conseguirono l'assoluzione de' loro misfatti. Segno è
ben questo che non era dianzi seguita lega alcuna fra esso papa e i
suddetti Fiorentini. In questi tempi[161] _Lodovico Sforza_ il Moro,
che non amava d'aver compagni nel governo di Milano, seppe ben presto
trovar le vie d'ottenere il suo intento. Era tornato a Milano _Ascanio
Sforza_ suo fratello e vescovo di Pavia. Vero o falso che fosse ch'egli
favorisse la fazion ghibellina, si servì di questa ragione l'ambizioso
Lodovico per farlo ritenere in castello sul fine di febbraio, dopo di
che il mandò ai confini a Ferrara. Inoltre tolse da' fianchi della
_duchessa Bona_ di Savoia _Antonio Tassini_ Ferrarese, uomo che,
tenendo un gran predominio nell'animo di essa, avea accumulato di
grandi ricchezze. Finalmente fece che il duca _Gian-Galeazzo Maria_,
benchè di età di anni dodici, nel dì 7 d'ottobre assumesse il governo,
e facesse intendere alla duchessa sua madre di attendere da lì innanzi
alle sue divozioni. Per tali trattamenti troppo disgustata la duchessa,
nel dì 2 di novembre, uscita di Milano, si trasferì a Vercelli, e venne
poscia a mettere la sua stanza ad Abbiate. Guerra civile fu nell'ultimo
mese di quest'anno in Genova fra _Batistino da Campofregoso_ doge
ed _Obietto del Fiesco_, essendo quel volubil popolo diviso in due
fazioni. Nel dì del santo Natale vennero alle mani, ed essendo toccata
la peggio colla morte di molti ad Obietto, urli e pianti non mancarono
in quella città.


NOTE:

[152] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.

[153] Diar. Parm., tom. 22 Rer. Ital.

[154] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 24.

[155] Jacobus Philippus Bergom., in Hist.

[156] Diar. Parmens., tom. 22 Rer. Ital.

[157] Corio, Istor. di Milano.

[158] Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 24.

[159] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[160] Summonte, Istoria di Napoli.

[161] Corio, Istor. di Milano. Diar. Parmens., tom. 22 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCCCLXXXI. Ind. XIV.

    SISTO IV papa 11.
    FEDERIGO III imperadore 30.


Tanto il _pontefice Sisto_ che il _re Ferdinando_ attesero a far
grandi preparamenti per togliere dalle mani de' Turchi l'occupata città
d'Otranto[162]. Ad altre città ancora di que' contorni s'era stesa la
potenza di costoro. Formossi dunque una gran lega per questa importante
impresa, e vi entrarono il papa col re Ferdinando, _Mattia Corvino_ re
d'Ungheria, il _duca di Milano_, il _duca di Ferrara_, i _marchesi di
Mantova_ e di _Monferrato_, i _Fiorentini, Genovesi, Sanesi, Lucchesi,
Bolognesi_. Chi promise danaro, chi gente, chi galee armate. Anche i
re d'Aragona e Portogallo s'impegnarono di mandare gagliardi soccorsi.
Nulla si potè ottenere da' Veneziani. Ma forse tutto questo grandioso
apparato avrebbe servito a poco, se la misericordia di Dio non avesse
per altro verso provveduto al bisogno della cristianità. Venne a morte,
nel dì 31 di maggio, _Maometto II_ imperador de' Turchi, cioè colui
che tante provincie avea tolte in sua vita ai Cristiani, chi disse
per veleno e chi per un tumore. Insorse allora una fierissima guerra
fra due suoi figliuoli, cioè fra Baiazette e Zizim, pretendendo cadaun
di loro l'imperio, e a cagion d'essa il bassà Acmet fu richiamato in
Levante. Questo fu la salute del re Ferdinando. Avea _Alfonso duca_
di Calabria cinta di forte assedio la suddetta città di Otranto per
terra, tormentandola colle artiglierie, colle mine e con frequenti
assalti, ma con poco profitto per la gagliarda resistenza de' nemici.
Dacchè giunsero colà le flotte del re suo padre, del papa e de'
Genovesi, anche per mare fu stretta e combattuta la città. Si fece
ancora battaglia coi legni turcheschi, e ne riportarono vittoria i
Cristiani. La nuova della morte di Maometto, e della discordia nata
fra i due figliuoli di lui, e la speranza perduta che venissero dalla
Vallona venti mila Turchi quivi preparati per far vela in soccorso
degli assediati, furono le cagioni che Otranto infine si rendè per
trattato nel dì 10 di settembre al duca di Calabria; la qual nuova
sparsa per Italia riempiè di consolazion tutti i popoli[163]. In vigor
della capitolazione fu permesso ai Turchi d'andarsene; ma il duca,
servendosi del pretesto o della ragione ch'essi menassero con loro
alcune giovani cristiane, gli svaligiò, e fattine prigioni circa a
mille e cinquecento, li prese poi al suo servigio, con valersene nelle
guerre che fra poco insorsero in Italia. Dopo tal vittoria trovavasi
il re Ferdinando in grandi forze e in somma voglia di continuar la
guerra coi Turchi. Bellissima era la congiuntura di far riguardevoli
progressi, mentre i figliuoli del defunto Maometto gareggiavano
allora l'un contra l'altro, e i soldati gridavano la maggior parte:
A _Costantinopoli_[164]. Ma non men la flotta del pontefice, quanto
quella de' Genovesi se ne tornarono tosto indietro, lamentandosi che
il duca di Calabria si fosse impadronito di tutte le artiglierie ed
armi, senza farne loro parte alcuna, e senza regalarli, ed avea anche
lasciato mancar loro la vettovaglia. Per quanto si affaticasse in
Cività Vecchia, dove era il papa, l'ambasciatore del re _Ferdinando_,
con rappresentare essere questo il tempo di fiaccare le corna al
tiranno d'Oriente, giacchè erano giunte anche le flotte ausiliarie
di _Ferdinando il Cattolico_ re d'Aragona, e di _Alfonso re_ di
Portogallo, nulla di più potè ottenere. Il conte _Girolamo Riario_
nipote del papa avea degli altri disegni, che si scoprirono poi
nell'anno seguente. Di grossi conti avrà avuto questo pontefice nel
tribunale di Dio.

Generale dell'armi del duca di Milano, ed uno de' suoi consiglieri in
questi tempi era _Roberto San-Severino_[165]. Se per propria colpa, o
di _Lodovico il Moro_, egli si disgustasse, non bene apparisce. Quel
che è certo, egli dicea di non si fidare del Moro. Insorse ancora una
fiera rissa fra i suoi servitori e quei del Moro nel mese di febbraio.
Cominciò egli dunque a pretendere maggior soldo per la sua condotta; il
che ricusandosi dal duca, ossia da esso Lodovico, dispettosamente si
partì da Milano, e ritirossi a Castelnuovo di Tortona. Potrebb'essere
ch'egli se l'intendesse già co' Veneziani, i quali aveano gran prurito
di far guerra; almeno dovette Roberto cominciar le sue mene con
loro, siccome uomo avvezzo a pescare nel torbido. Dal re Ferdinando
e da' Fiorentini furono spedite persone per ritenerlo al servigio
dello Stato di Milano, ma niun frutto riportò la loro ambasciata.
Il perchè Lodovico il Moro fece istanza a Firenze di avere _Costanzo
Sforza_ signore di Pesaro per generale dell'armi milanesi; e questi
a lui conceduto, arrivò a Milano nel giorno 18 d'ottobre. Che già
la repubblica veneta avesse voglia di romperla con _Ercole duca_
di Ferrara, ce ne assicura Jacopo Volaterrano, con dire[166] che
i Veneziani piantarono in quest'anno una bastia nel distretto di
Ferrara, pretendendo essere di lor ragione quel sito. Il duca, dopo
avere indarno reclamato, ricorse al re Ferdinando, al duca di Milano
e a' Fiorentini; e questi, per mezzo dei loro ambasciatori, ne fecero
doglianza al papa sul principio di dicembre. Il papa, quantunque si
trattasse di un principe suo vassallo, niuna cura si prese di rimediare
al fatto, siccome venduto a' Veneziani per le suggestioni del conte
_Girolamo Riario_, a cui troppo poco parea l'essere divenuto signore
d'Imola e di Forlì, e sperava di stendere maggiormente le fimbrie
colla sponda de' Veneziani. Si portò egli appunto a Venezia nell'agosto
dell'anno presente, per ordire la trama, anche prima che fosse liberato
Otranto dal giogo turchesco, e trattato fu da que' signori con onori
tali, che poco meno si sarebbe fatto ad un re. Morì in quest'anno
_Francesco Filelfo_, uno de' più insigni letterati che si avesse
allora l'Italia, dotto non meno nelle latine che nelle greche lettere,
ma penna satirica. Secondo Jacopo Filippo da Bergamo[167], ebbe il
Filelfo Ancona per patria, ma era oriondo da Tolentino. Non men celebre
di lui fu _Bartolomeo Platina_, che tale era il suo nome, e non già
quello di Batista, nativo della terra di Piadena del Cremonese. Ebbe
varii impieghi in Roma, e custode della biblioteca vaticana morì quivi
nell'anno presente, preso dalla peste, che fece ivi allora strage di
molta gente.


NOTE:

[162] Raynaldus, Annal. Eccles.

[163] Jacobus Volaterranus, Diar., tom. 23 Rer. Ital. Summonte, Istoria
di Napoli. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[164] Raynaldus, Annal. Eccl. Jacobus Volaterranus, ubi supra.

[165] Corio, Istor. di Milano.

[166] Jacobus Volaterran., Diar., tom. 23 Rer. It.



    Anno di CRISTO MCCCCLXXXII. Indiz. XV.

    SISTO IV papa 12.
    FEDERIGO III imperadore 31.


Diedero principio in quest'anno i Veneziani ad una fiera guerra contra
di _Ercole I duca_ di Ferrara: guerra che sconvolse l'Italia tutta.
Incolpavano essi il duca di non aver mantenuto i capitoli delle paci
stabilite fra essi e la casa di Este; e il duca all'incontro sosteneva
che la cagione di tal rottura veniva da pretesti suscitati dal continuo
loro desio di accrescere la già grande loro potenza collo spoglio de'
vicini, e dall'odio che professavano al _re Ferdinando_, giacchè, dopo
avere il duca di Ferrara presa in moglie una figliuola di esso re,
questa alleanza fu sempre mirata di mal occhio in Venezia. Io non mi
fermerò qui ad allegar le ragioni de' Veneziani, nè quelle del duca,
avendone io assai favellato altrove[168], e potendosi leggere intorno
a ciò quanto lasciò scritto Pietro Cirneo scrittore corso in un suo
opuscolo da me dato alla luce[169]. Egli è fuor di dubbio, aver Ercole
duca tentata ogni via per impedir questa guerra, avendo spedito più
volte ambasciatori a Venezia con tutte le giustificazioni ed esibizioni
più umili. Tutto in vano: era fisso il chiodo, guerra si voleva,
perchè parea certo il guadagno. Era collegato de' Veneziani _papa
Sisto_. Egli, invece d'interporsi, come padre comune, per frastornare
questo movimento d'armi, e massimamente trattandosi d'un principe suo
vassallo, vi saltò dentro a piè pari, sedotto, come si può credere,
dal _conte Girolamo_ suo nipote, che, siccome accennammo di sopra,
nell'anno precedente era stato a preparar le pive in Venezia per questa
danza. Non è mai probabile che Sisto IV volesse permettere la caduta
di Ferrara in mani sì potenti, come era la repubblica veneta. La festa
dovea essere fatta pel nipote. In questi tempi _Obietto del Fiesco_
infestava lo Stato di Milano, ed ebbe poi una rotta da _Costanzo
Sforza_ signor di Pesaro. Parimente _Lodovico il Moro_ duca di Bari e
governator di Milano, dichiarandosi favorevole alla fazion pallavicina
di Parma, perseguitava la fazion de' Bossi, cioè _Pier-Maria_ conte
di San Secondo, e signore d'altre castella. Anche il conte _Pietro
del Verme_ era incorso nella disgrazia di esso Lodovico. Pertanto con
questi nemici dello Stato di Milano si unì _Roberto San-Severino_, e,
trattando nello stesso tempo co' Veneziani, fu preso da essi per loro
capitan generale di terra ferma. _Roberto Malatesta_ signor di Rimini
andò anch'egli al loro servigio. Con essi parimenti si collegarono i
Genovesi. In aiuto del duca di Ferrara si mossero il _re Ferdinando,
Lodovico il Moro, Federigo marchese_ di Mantova, i _Fiorentini_
e _Giovanni Bentivoglio_. Capitan generale d'essa lega fu scelto
_Federigo duca_ d'Urbino, principe di gran credito e valore.

Nel maggio adunque dell'anno presente[170] si diede fiato alle trombe,
e cominciossi dai Veneziani con poderoso esercito per terra, e con
gagliardo stuolo di vele per Po, a far guerra al duca di Ferrara,
inferiore troppo di forze per resistere a questo torrente, benchè non
mancassero i collegati di provvederlo di aiuti. Imperocchè in quello
stesso tempo essendosi mosso _Alfonso duca_ di Calabria per venire
in soccorso del duca suo cognato, perchè scopri il papa nemico, fu
obbligato a fermarsi nello Stato della Chiesa, dove prese Terracina,
Trevi ed altri luoghi, e si diede ad angustiare Roma stessa[171]. I
_Colonnesi_ erano con lui, gli _Orsini_ col papa. Gravi danni furono
recati a que' contorni, e varie scaramuccie accaddero fra le genti
nemiche. Guerra eziandio fu nel Parmigiano, per avere Lodovico il
Moro mandato il campo addosso ai Rossi. Anche i Fiorentini mossero
guerra al papa in Toscana, e colle lor armi aiutarono _Niccolò
Vitello_ ad impadronirsi di Città di Castello. Distratti in questa
maniera i collegati, cominciarono a prendere cattiva piega gli affari
di Ercole duca di Ferrara, da più parti incalzato dall'armi venete.
Presero i Veneziani Rovigo con tutto il suo Polesine; s'impadronirono
di Comacchio, di Lendenara, della Badia, d'Adria e d'altri luoghi.
Lungamente assediato e difeso Figheruolo, infine fu forzato alla
resa[172]. Loro si arrenderono altre terre e castella del Ferrarese,
di modo che le soldatesche venete coi saccheggi arrivarono fin presso
Ferrara, città allora mancante ancora di vettovaglia. Male stava il
duca, e alle sue disavventure s'aggiunse eziandio in tanto bisogno
una pericolosa malattia, che il tenne per molte settimane oppresso. Ma
neppure il papa si sentiva allegro, per li progressi, che ogni dì più
andava facendo il duca di Calabria nelle sue parti. La paura di peggio
l'indusse a richiedere dai Veneziani _Roberto Malatesta_ lor capitano,
il quale con molte squadre s'inviò alla volta di Roma. Giunto colà,
ed unitosi col _conte Girolamo_ capitano del papa, andò a mettersi
a fronte di _Alfonso duca_ di Calabria. Nel dì 21 d'agosto[173] a
Campomorto su quel di Velletri vennero alle mani quelle due armate. Per
sei ore con estremo valore fu disputata la vittoria, e questa infine si
dichiarò in favore dell'armi pontificie, e colla prigionia di trecento
uomini d'armi, e disperazione di tutto l'esercito nemico. Si salvò con
soli cento cavalli il duca di Calabria in Terracina, oppure a Nettuno.
Non pochi furono i luoghi che per così felice successo tornarono alla
ubbidienza del pontefice; ma poco godè di tanta gloria il prode Roberto
de' Malatesti, perchè, venuto a Roma a visitare il papa, nel dì 10
oppure 11 di settembre di disenteria se ne morì in età di soli quaranta
anni[174]. Fu sparsa voce dai maligni ch'egli fosse morto di veleno
datogli dal conte Girolamo, o per invidia, o per isperanza di acquistar
Rimini, giacchè non restarono figliuoli legittimi di lui. Confessa
Jacopo da Volterra[175] che in Roma si ebbe piacere di sua morte[176].
Lasciò egli erede del suo Stato _Pandolfo_ suo figliuolo naturale,
che, imitando non il generoso e virtuoso padre, ma l'avolo _Sigismondo_
pieno di vizii, essendo divenuto, per concessione del papa, signor di
Rimini, sfregiò di poi sommamente la sì accreditata casa dei Malatesti.

Con questa felicità camminavano gli affari de' Veneziani e del
pontefice, al che si aggiunse allora la morte sopravvenuta al valoroso
duca d'Urbino _Federigo_, generale della lega, nel dì 10 di settembre,
a cui succedette in quel ducato _Guidubaldo_ suo figliuolo[177]:
quando non meno i saggi cardinali, i quali non sapeano sofferire
che Ferrara venisse in potere de' Veneziani, quanto gli ambasciatori
della lega, che si trovavano in Roma, mossero tutta la lor facondia
per far ravvedere l'ingannato papa della sua sconsigliata guerra.
Nulla nondimeno si sarebbe fatto, se la maggior batteria non si fosse
adoperata col _conte Girolamo_, in cui mano era il cuore del papa.
Tanto fecero sperare, tanto promisero a lui[178], forse mostrandogli
di condurlo al possesso di Rimini e Faenza, e fors'anche di Ravenna
e di Cervia, che il trassero ad assaporar la pace: e questa, nel dì
12 di dicembre dell'anno presente, fu conchiusa fra il _papa_, il _re
Ferdinando_ e gli altri collegati, con istupore ed allegrezza d'ognuno,
fuorchè de' Veneziani, al veder tanta mutazione in un subito. Spedito
a Ferrara il _cardinal Gonzaga_ legato di Bologna, recò un'immensa
consolazione a quel popolo nel dì 24 di dicembre. Arrivò nel dì 26
d'esso mese[179] a Roma _Alfonso duca_ di Calabria per baciare i piedi
al pontefice; e, ricevutene molte finezze, seco concertò i mezzi per
far guerra unitamente ai Veneziani, ai quali furono bene scritte da
Sisto lettere efficaci per rimuoverli dalla guerra contra del duca
di Ferrara, ma senza che essi ne facessero conto alcuno. A vele
gonfie andavano, non si sentivano voglia di dare indietro. L'anno fu
questo[180] in cui _Filiberto duca_ di Savoia passò all'altro mondo
nel dì 22 d'aprile. _Carlo_ suo fratello gli succedette nel dominio.
Morì ancora nell'anno presente[181] _Pier-Maria_ de' Rossi conte di
San Secondo nel Parmigiano, per li molti affanni sofferti in vedersi
spogliato di quasi tutte le sue terre dall'esercito del duca di Milano.
_Guido_ suo primogenito per qualche tempo sostenutosi, venne finalmente
ad un accordo, e fu rimesso in grazia del duca; ma nell'anno seguente
ripigliate le armi per le suggestioni de' Veneziani finì di giocare
il resto delle sue terre. All'incontro _Ascanio Maria Sforza_, che era
stato mandato ai confini da _Lodovico il Moro_ suo fratello, dopo aver
trattato co' Veneziani di far muovere sedizioni nello Stato di Milano,
sen venne sul Bresciano. Avvedutosi Lodovico dei di lui disegni, mandò
segretamente a trattar seco di pace, ed accortamente trattolo a Milano,
il rimise in possesso de' primi onori.


NOTE:

[167] Jacobus Philipp. Bergom., Hist.

[168] Antichità Estensi, P. II.

[169] Petrus Cyrneus, Comment., tom. 21 Rer. It.

[170] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital. Diar. di Ferrara, tom.
24 Rer. Ital.

[171] Infessura, Diar. P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[172] Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.

[173] Jacobus Volaterranus, Diar., tom. 22 Rer. Ital. Infessura, Diar.
Rom., P. II, tom. 3 Rer. Ital. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer.
Ital.

[174] Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital. Diar. Parmens., tom.
22 Rer. Ital. Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 23.

[175] Jacobus Volaterranus, tom. 23 Rer. Ital.

[176] Jacobus Philippus Bergom., Hist.

[177] Diar. Ferrar., tom. 24 Rer. Ital.

[178] Navagero, Istor. di Venezia, tom. 23 Rer. Italic.

[179] Jacobus Volaterranus, tom. eod.

[180] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.

[181] Corio, Istor. di Milano. Diar. Parmense, tom. 22 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCCCLXXXIII. Indiz. I.

    SISTO IV papa 13.
    FEDERIGO III imperadore 32.


Unironsi in quest'anno quasi tutti i potentati d'Italia contra de'
Veneziani, per obbligarli a desistere dalle offese di _Ercole Estense_
duca di Ferrara. Ma, per quanto vedremo, ad altro non servirono i
loro sforzi che a far maggiormente conoscere qual fosse allora la
potenza della repubblica veneta, la qual sola a tanti nemici fece
fronte con giugnere infine a formare una pace di suo gran decoro
e vantaggio. Erano i collegati il _papa_, il _re Ferdinando_, il
_duca di Milano_, i _Fiorentini_, il _duca di Ferrara_, il _duca di
Urbino_, il _marchese di Mantova_, i signori di _Faenza_, _Forlì_,
_Pesaro_, _Carpi_, ec. Ci lasciò il Corio[182] la lista della lor
quota di combattenti. Nello stesso mese di gennaio, a dì 15, arrivò
a Ferrara _Alfonso duca_ di Calabria, menando seco alcune squadre
d'uomini d'armi, e circa cinquecento di quei Turchi che egli avea
preso, e poi tolto al suo servigio dopo la liberazione d'Otranto. Ma
non andò molto che cento cinquanta di costoro desertarono al campo
de Veneziani. Colà similmente giunsero le milizie del papa: laonde
Ferrara, alle cui porte continuavano tuttavia ad arrivar le scorrerie
dei nemici, cominciò a respirare. Ad Argenta e a Massa di Fiscaglia
ebbero due sconfitte essi Veneziani colla prigionia di moltissimi,
a' quali, secondo la consuetudine degl'Italiani, fu data la libertà.
Altre non poche scaramuccie succederono; e perciocchè niun frutto
aveano prodotto le lettere ed esortazioni pontifizie per mettere
fine alle ostilità dei Veneziani contro Ferrara, il papa nel dì 25
di maggio[183] nel concistoro fulminò le scomuniche contra di loro, e
sottopose all'interdetto tutte le lor città e terre, reclamando indarno
il _cardinal Barbo_ patriarca d'Aquileia, perchè si facesse ora un gran
peccato e sacrilegio ciò che dianzi non solo per pubblico consentimento
del papa, ma anche per suo ordine, era tenuto per giustissimo e ben
fatto. Da tale sentenza appellarono i Veneziani al futuro concilio,
nè lasciarono per questo di seguitar la guerra; anzi maggiormente si
accesero ad essa, e condussero al loro soldo _Renato duca_ di Lorena,
pretendente al regno di Napoli, con mille e cinquecento cavalli e mille
fanti. Marino Sanuto ci lasciò la serie di tutti i lor condottieri
d'armi, e de' combattenti non men dell'armata della lega, che di quella
de' Veneziani. Intanto riuscì a _Lodovico il Moro_ di dar fine alla
guerra da lui fatta ai Rossi nel Parmigiano.

Ma perciocchè il Ferrarese disfatto non potea più sostenere la guerra,
e secondo la politica militare si ha da far la guerra, se mai si può,
in casa de' nemici, e non nella propria[184]; fu risoluto che lo Stato
di Milano la rompesse dal canto suo co' Veneziani, e tanto più per
non trovarsi altra via migliore da salvar Ferrara, che quella d'una
potente diversione. Perciò il duca di Milano e il marchese di Mantova
dichiararono la guerra a' Veneziani nel mese di maggio. _Costanzo
Sforza_ signor di Pesaro, lasciato in questi tempi il generalato de'
Fiorentini, passò al soldo dei Veneziani; ma per poco tempo[185],
perchè nel mese di luglio fu rapito dalla morte, con lasciar dopo di
sè nome di valoroso capitano e di splendidissimo signore, siccome
ancora un figliuolo bastardo legittimato di poca età, nominato
_Giovanni_, che, per concessione del pontefice, gli succedette in
quel dominio. Dacchè lo Stato di Milano ebbe sfidati i Veneziani,
_Roberto San Severino_ lor generale determinò di passar l'Adda, ed
entrar nel Milanese, dove gli era fatta sperare una sollevazion de'
popoli. Passò nel dì 15 di luglio; ma, chiarito che niun movimento si
facea, tornossene, senza far altro, indietro. Allora _Alfonso duca_
di Calabria, creato capitan generale della lega, spinse l'esercito
suo, nel mese d'agosto, sul Bergamasco e Bresciano, e dipoi venne
sul Veronese con _Federigo marchese_ di Mantova. Moltissime terre
e castella di que' territorii furono prese. Asola assediata nel
settembre, e bersagliata con molte artiglierie, in fine capitolò la
resa, e fu consegnata ad esso marchese. Il duca di Ferrara ne ripigliò
anch'egli molte delle sue, e in varii siti ebbero delle percosse i
Veneziani, fuggendo sempre l'accorto lor generale Roberto le occasioni
d'una giornata campale. Ma con tutto questo si cominciò a vedere una
gran languidezza nell'operare del duca di Calabria, che niuna impresa
conduceva a fine; nè, per quante istanze facesse il duca di Ferrara
d'essere aiutato a ripigliare Rovigo e le altre terre di quel Polesine
e le confinanti, nulla mai potè ottenere; di maniera che terminò
con tante belle apparenze l'anno presente in aver saccheggiato un
ampio paese, ma senza alcun sodo vantaggio di quella lega appellata
santissima, perchè era compreso in essa il pontefice. Nell'ultimo dì
di febbraio di quest'anno[186] diede fine al suo vivere _Guglielmo_
marchese di Monferrato; e perchè non restò di lui prole maschile, ebbe
per successore nella signoria _Bonifazio_ suo fratello minore. Furono
novità in Genova nel dì 25 di novembre[187]. _Paolo Fregoso_ cardinale
ed ambizioso arcivescovo di quella città, congiurato con altri della
sua famiglia, aspettò che _Batistino Fregoso_ doge di quella repubblica
venisse a visitarlo. Venne, e il ritenne prigione nelle stanze
dell'arcivescovato; ed avendolo colle minaccie della vita costretto a
dargli le fortezze, si fece poi egli in quel giorno proclamar doge, e
rinnovò la lega coi Veneziani.


NOTE:

[182] Corio, Istor. di Milano.

[183] Sanuto, Istor. di Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[184] Corio, Istor. di Milano.

[185] Jacobus Philipp. Bergom., Histor.



    Anno di CRISTO MCCCCLXXXIV. Indiz. II.

    INNOCENZO VIII papa 1.
    FEDERIGO III imperadore 33.


Più d'un consiglio tenuto fu in questo anno dai principi collegati per
istabilire i mezzi di continuar la guerra contra de' Veneziani[188].
Una congiura si scoprì in Milano contra di _Lodovico Sforza_, tramata
da chi volea rimettere il governo in mano della vedova _duchessa
Bona_. Gli autori provarono i rigori della giustizia. Tardi uscì
in campagna l'esercito di essi collegati, senza che operasse cosa
alcuna degna di memoria. In questo mentre a dì 15 di luglio terminò
di morte naturale i suoi giorni _Federigo_ valente marchese di
Mantova, e generale del duca di Milano, in mezzo alle concepute
speranze d'ingrandimento. Al primogenito suo per nome _Gian-Francesco
II_ pervenne quella signoria, quantunque per l'età non fosse assai
abile al governo. Cominciarono poi ad insorgere semi di discordia
fra _Lodovico il Moro_ ed _Alfonso duca_ di Calabria. Lamentavasi il
primo che danaro ed altri aiuti non venissero da Napoli. Si doleva
l'altro che Lodovico si fosse usurpata in Milano più autorità di quel
che conveniva sovra il giovinetto duca _Gian-Galeazzo Maria_ suo
nipote, giacchè ad esso era stata promessa in moglie una figliuola
del medesimo duca di Calabria. Penetrati all'orecchio de' Veneziani
questi dissapori, seppero ben essi prevalersene con far segretamente
proporre a Lodovico il Moro la loro amicizia, da cui sarebbe sostenuto
contro gli attentati del re di Napoli, anzi aiutato a divenir duca di
Milano. Ed ecco raffreddarsi Lodovico nella guerra, e far conoscere
che non gli dispiacerebbe la pace; dall'altro canto, nel maggio di
quest'anno[189] avendo i Veneziani spedita una flotta di galee contra
del regno di Napoli, s'impadronirono di Gallipoli, Nardò, Monopoli e
d'altri luoghi, e misero anche l'assedio alla città di Taranto. Concepì
il _re Ferdinando_ non poca gelosia di questo insulto, per timore che
un tal incendio non venisse a maggiormente crescere in quelle parti;
laonde anch'egli cominciò a sospirar la pace. Siccome dirò fra poco,
neppur mancarono in Roma dei torbidi, per li quali il papa approvava il
mettere fine alla guerra di Lombardia. Concorsero adunque i deputati
delle potenze guerreggianti a Bagnolo, e quivi, nel dì 7 d'agosto,
restò sottoscritta la pace, come vollero i Veneziani, benchè si
trovassero inferiori di forze, ed avessero anche avute delle percosse
in quest'anno. Accadde allora ciò che tante volte è accaduto e accadrà:
cioè toccò ai men potenti il pagare del suo le spese della guerra.
Furono da' Veneziani abbandonati i Rossi di Parma; e _Lodovico il
Moro_ per gl'interessi suoi particolari, e _Alfonso duca_ di Calabria,
per sua malignità, abbandonarono non solo il marchese di Mantova, a
cui nulla restò dell'acquistato, ma ancora _Ercole duca_ di Ferrara,
avendo essi permesso che in mano de' Veneziani, oltre alla restituzion
di tutte le terre loro tolte, restasse la città di Rovigo con tutte
le terre e castella di quel Polesine, ricchissimo paese, ed uno degli
antichissimi retaggi della casa d'Este, la quale tanti altri gravissimi
danni avea sofferto in questa guerra. È da stupire che l'Ammirato,
scrittore accurato, nel narrare le fiere doglianze del duca di Ferrara
per questo tradimento de' collegati contro i patti della lega, secondo
la quale non si dovea far pace senza consentimento suo coi Veneziani,
abbia lasciato scritto che il Polesine di Rovigo gli fu restituito.
Leggonsi nella Storia di Marino Sanuto[190] e nel Corpo Diplomatico del
signor Du Monte[191] i capitoli della pace suddetta.

Sotto il pontificato di _Sisto IV_ gli _Orsini_, perchè sempre
aderenti al conte _Girolamo Riario_, sembravano fra quelle illustri
famiglie i Beniamini del papa[192]. All'incontro i _Colonnesi_ erano
tenuti di occhio, come di fede sospetta verso il pontefice, siccome
emuli antichi degli Orsini. Nel dì 29 di maggio[193] gran commozione
fu fatta da essi Orsini in Roma uniti col conte Girolamo contra di
_Lodovico Colonna_ protonotaio. Parea lite privata fra essi; ma si
venne a scorgere che vi avea mano anche il papa. Fu assediato in
casa sua il protonotaio; presa dipoi la casa, fu data alle fiamme con
altre appresso, ed alcune di quei della Valle, e quella del cardinal
Colonna. Restò dopo una battaglia preso lo stesso protonotaio, e fu
condotto a palazzo, dove, più volte aspramente tormentato, ebbe in
fine mozzo il capo. Fu di questo un gran dire per Roma. Intanto mandò
il pontefice a prendere la Cava ed altre terre de' Colonnesi; e fu
messo l'assedio a Marino, che non potè tener forte, con altre militari
imprese che si veggono descritte nei Diarii Romani da me dati alla
luce. Durava questa guerra, e Roma tutta era sossopra, quando venne ad
infermarsi _papa Sisto_ con sì grave malattia, che nel dì 12 d'agosto
troncò la morte il filo al suo pontificato e alla sua vita[194]. Era
egli malconcio di febbre, e maltrattato dalle gotte: tuttavia comune
credenza fu che gli accelerasse la morte lo arrivo dei capitoli della
pace, poco fa stabilita in Bagnolo, non già che dispiacesse a lui la
pace, ma perchè la trovò fatta con vergognose condizioni per la lega,
che superiore di forze ai Veneziani, pur quasi vinta si dimostrò,
e contro il decoro della santa Sede; giacchè prima si erano esibiti
i Veneziani di farla con lui, ed eziandio con condizioni migliori;
nel che restò poi burlato, con farla senza di lui. Delle azioni di
questo pontefice molto svantaggiosamente parla l'Infessura. Tuttavia
lasciò egli delle belle memorie in Roma[195], che gli è obbligata
per molti suoi ornamenti; e si sarebbe anche per le altre sue doti
e virtù guadagnato il titolo di buon pontefice, se lo esorbitante
amore de' suoi, e massimamente del conte _Girolamo Riario_ suo nipote
o figliuolo, e il bisogno di danaro per far guerra, non l'avessero
condotto ad azioni che oscurarono non poco la memoria di lui, e fecero
che i buoni sospirassero di non avere mai più di somiglianti pontefici,
benchè poi ne vennero anche de' peggiori. Spirato ch'egli fu, insorsero
i Romani contra del conte Girolamo. Poscia al debito tempo congregati
nel conclave i cardinali[196], elessero papa di concorde volere, nel dì
29 d'agosto, Giam-Battista Cibò, cardinale di Santa Cecilia, di patria
Genovese, che assunse il nome d'_Innocenzo VIII_, personaggio creduto
alieno dall'umor guerriero del predecessore, ed inclinato alla pace e
di costumi soavi[197]. Suo padre era stato senatore di Roma a' tempi di
papa _Callisto III_. Lo stesso papa Innocenzo, prima di mettersi nella
via ecclesiastica, avea avuto alcuni figliuoli, che erano tuttavia
viventi. Nel dì 12 di settembre fu egli con lieta solennità coronato.
Intanto per la morte di papa Sisto risorsero gli abbattuti Colonnesi
e Savelli. Capranica, Marino ed altre terre perdute ritornarono alla
loro ubbidienza. Si aggiunse poi alla guerra suddetta, che afflisse di
molto la Lombardia, in questo anno anche il flagello della carestia e
della peste in Venezia ed in altre città[198], di modo tale che giorni
cattivi furono nominati i presenti in Italia.


NOTE:

[186] Benvenuto da San Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer.
Ital.

[187] Giustiniani, Istoria di Genova, lib. 5. Corio, Istoria di Milano.

[188] Ammirati, Istoria di Firenze, lib. 24. Corio, Istoria di Milano.

[189] Annales Placentin., tom. 20 Rer. Ital. Sanuto, Nauger., et alii.

[190] Sanuto, Istor. Venet. tom. 22 Rer. Ital.

[191] Du-Mont, Corp. Diplomat.

[192] Raynaldus, Annal. Eccles.

[193] Infessura, Diar, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Diar. Roman., tom. eod.

[194] Raphael Volaterranus, et Jacobus Volaterranus, tom. 23 Rer. Ital.
Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[195] Platina, Raphael Volaterranus, Jacobus Volaterranus.

[196] Raynaldus, Annal. Eccl.



    Anno di CRISTO MCCCCLXXXV. Indiz. III.

    INNOCENZO VIII papa 2.
    FEDERIGO III imperadore 34.


Le cura del novello sommo pontefice _Innocenzo VIII_ furono tosto[199]
per rintuzzare l'orgoglio di _Baiazette_ imperador de' Turchi, dalle
cui poderose forze veniva minacciata la Sicilia e l'Italia tutta.
Premurose esortazioni spedì egli a tutti i principi e comuni non
solo dell'Italia, ma anche di oltramonte, per formare una lega sacra
contra di quegli infedeli. Tassò ancora quella rata di danaro che
dovea cadaun d'essi contribuire. Andarono tutte queste diligenze fra
poco in un fascio, perchè insorsero delle turbolenze nel regno di
Napoli; e il pontefice, tenuto dianzi per sì desideroso della pace, si
lasciò intricar nella guerra. Racconta l'Infessura[200] che nel giugno
di quest'anno si rinnovellò la guerra fra i Colonnesi e gli Orsini
nelle vicinanze di Roma, colla presa di alcune castella, e con varii
combattimenti fra quelle due nobili e potenti case[201]. S'interpose
il papa per acconciar quelle differenze, e volle in sua mano Frascati
e Genazzano, ed altre terre occupate dai Colonnesi. Ubbidirono infatti
i Colonnesi, ma non già gli Orsini, perchè poco si fidavano del papa
inclinato in favore dei lor nemici; e però, al rovescio del precedente
pontificato, Innocenzo si dichiarò per li Colonnesi, e caddero gli
Orsini dalla grazia di lui. Picciole nondimeno furono queste brighe
in paragon dell'altra suscitata da _Ferdinando re_ di Napoli. Tornato
dalla guerra di Ferrara _Alfonso duca_ di Calabria suo primogenito,
siccome uomo che per la sua crudeltà e lussuria si facea universalmente
odiare, volle col padre, per voglia d'accumular tesori, imporre nuove
gravezze ai baroni del regno[202]. S'era anche più volte lasciato
scappar di bocca delle minaccie contra d'essi. Cominciarono questi a
ricalcitrare e a formar dei trattati per loro difesa. Il principio
della loro rottura fu il seguente. Portatosi il duca di Calabria a
Cività di Chieti, quivi fece prigione il _conte di Montorio_ nella
vigilia di San Pietro di giugno, e mandollo co' figliuoli prigione a
Napoli. Scrivono altri che questi, chiamato a Napoli, fu cacciato in
quelle carceri. Altrettanto avvenne ai figliuoli del _duca d'Ascoli_
conte di Nola. Allora si ribellarono i principi d'_Altamura_ e di
_Bisignano_, i conti di _Tursi_, _Ugento_, _Lauria_, _Melito_, e
quasi tutti gli altri baroni del regno, e portarono le loro doglianze
a _papa Innocenzo_ contra del re. Il pontefice, che già si sentiva
alterato contra di Ferdinando, perchè il censo del regno di Napoli
sotto il suo antecessore fosse stato ridotto ad una semplice chinea
(indulgenza ch'egli non volea sofferire), abbracciò tosto questa
occasione per procedere contra di Ferdinando e per citarlo a Roma. Il
re mandò colà il _cardinal Giovanni_ suo figliuolo per dedurre le sue
ragioni; ma questi nel dì 17 l'ottobre finì di vivere in Roma, e fu
creduto, secondo l'Infessura[203], per veleno datogli un mese prima
in Salerno da _Antonello San Severino_, principe di quella città.
Secondo altri migliori storici[204], non fu il cardinal Giovanni,
ma bensì _don Federigo_ suo fratello che andò a Salerno, e vi fu per
qualche tempo ritenuto. Credendo ad una falsa voce, scrisse il medesimo
Infessura che il re fece tagliare il capo al conte di Montorio già
imprigionato; ma egli stesso dipoi cel dà vivente; ed abbiamo anche
dalla Storia Napoletana ch'egli fu liberato: lo che vien confermato dal
Rinaldi[205]. Fuor di dubbio è intanto, che tutti i baroni, a riserva
del conte di Fondi, del duca di Melfi e del principe di Taranto,
scopertamente presero l'armi contra del _re Ferdinando_[206]. Egli per
pacificarli si portò in persona nel dì 10 di settembre ad un luogo,
dove la maggior parte d'essi era raunata, nè vi fu cosa chiesta da
loro che non accordasse. Ma non ebbe effetto alcuno l'abboccamento,
perchè que' signori non sapeano fidarsi di un principe, il quale in
addietro avea assai dato a conoscere quanto gli fosse famigliare la
bugia e la frode, e che nulla gli costava il tradire sotto la parola.
Ribellossi anche a Ferdinando nel mese d'ottobre il popolo della
ricca città dell'Aquila, e ricorse alla protezion del pontefice,
offerendogli il dominio della lor città, nè ebbe _papa Innocenzo_
difficoltà d'accettarlo. Si veggono ancora monete dell'Aquila stessa
colla testa d'esso pontefice. Di qui venne aperta guerra fra Innocenzo
e Ferdinando.

A questo ballo immantenente trassero, mossi da Ferdinando, i
_Fiorentini_ e _Gian-Galeazzo_ duca di Milano, ossia piuttosto
_Lodovico il Moro_, come suoi collegati. Passarono anche nel suo
partito gli _Orsini_[207]. I _Veneziani_ e i _Genovesi _ si accostarono
al papa, e i primi permisero che _Roberto da San Severino_ passasse ai
di lui servigi con titolo di gonfaloniere, ossia di generale dell'armi
della Chiesa. Menò egli seco secento uomini d'armi[208]. E siccome i
Veneziani spedirono cinquecento cavalli e due mila fanti in aiuto del
papa, così i Fiorentini e Lodovico Sforza inviarono, ma ben lentamente,
la lor quota di gente in rinforzo a Ferdinando. Venne il duca di
Calabria con un picciolo esercito in Campagna di Roma, e cominciò ad
infestar le vicinanze di Roma stessa. Era guerra fra il re e i baroni
di Napoli. Guerra parimente si facea fin sotto le porte di Roma, città
che in questi tempi si trovò piena di spaventi e d'interni tumulti,
abbondando chi disapprovava l'impegno preso dal papa. Arrivato poi che
fu Roberto San Severino colle sue genti, respirarono i Romani. Narra
il Summonte[209] che su quel di Velletri seguì una fiera battaglia di
quattro ore fra _Alfonso duca_ di Calabria e il _San Severino_, colla
rotta totale del primo, ed essere poi morto pochi dì dopo Roberto San
Severino, e fatti tre versi in onor suo, cioè:

    _Roberto io son, che venni, vidi e vinsi_, ec.

Ma il Summonte, scrittore spesse volte poco accurato, non ci ha data
una storia degna della nobilissima città di Napoli. Qui ancora prese
abbaglio, confondendo _Roberto Malatesta_ e la sua vittoria, di cui
parlammo all'anno 1483, con _Roberto San Severino_. Niuna impresa
che meriti particolar memoria fece, ch'io sappia, il San Severino,
fuorchè l'avere ricuperato il ponte a Lamentana, dove _Fracasso_ suo
figliuolo fu colto in bocca da una palla di spingardello, che gli portò
via molti denti, e il fece stare in pericolo della vita. Io taccio
il resto, perchè l'istituto mio non porta di pascere il lettore col
racconto di sole scorrerie, saccheggi e battagliole. In questi tempi
_Lodovico Sforza_ il Moro[210], che credea sè stesso la più gran testa
dell'universo, e tutto dì pensava ad aprirsi la strada a divenir duca
di Milano, col veleno si liberò dal conte _Pietro del Verme_, e gli
tolse tutte le sue terre e castella; mancò di fede ai cittadini che
aveano prestati danari per la guerra; suscitò discordia fra i fratelli
_Vitaliano_ e _Giovanni_ conti Borromei. Nella notte del dì 4 venendo
il dì 5 di novembre dell'anno presente[211] mancò di vita _Giovanni
Mocenigo_ doge di Venezia, a cui fu sostituito _Marco Barbarigo_. La
peste, che facea grande strage in Venezia, quella fu che rapì dal mondo
il medesimo doge Mocenigo.


NOTE:

[197] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital. Infessura, Diar., P.
II, tom. 3 Rer. Ital.

[198] Annal. Placentin., ubi supra.

[199] Raynaldus, Annal. Ecclesiast.

[200] Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[201] Anonymus, Diar. Roman., tom. 3 Rer. Ital.

[202] Summonte, Ist. di Napol.

[203] Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[204] Anonymus, Diar. Roman., tom. eod.

[205] Raynaldus, Annal. Eccl.

[206] Summonte, Istoria di Napoli.

[207] Ammirati, Istor. di Firenze.

[208] Corio, Istor. di Milano.

[209] Summonte, Istoria di Napoli.



    Anno di CRISTO MCCCCLXXXVI. Indiz. IV.

    INNOCENZO VIII papa 3.
    FEDERIGO III imperadore 35.


Erasi fin qui affaticato non poco _Federigo III_ imperadore austriaco,
ma senza frutto, per far dichiarare re de' Romani _Massimiliano_
suo figliuolo[212]. Nel dì 16 di febbraio dell'anno presente
ottenne finalmente il suo intento, con averlo la maggior parte degli
elettori promosso a quella dignità, continuata poi fino a' dì nostri
nell'augustissima casa d'Austria. Andò ancora ne' primi sei mesi di
questo anno[213] continuando la guerra ne' contorni di Roma con gravi
danni del paese, ma senza azione alcuna memorabile. In questo mentre
si andò trattando di pace[214]. _Ferdinando il Cattolico_ re d'Aragona
e di Sicilia, per mezzo d'alcuni suoi deputati, e l'accorto _Lorenzo
de Medici_ per altra via la fecero proporre al papa, con indorargli sì
ben la pillola, che gliela fecero infine inghiottire. Vi si adoperò non
poco il cardinale _Ascanio Sforza_, fratello di _Lodovico il Moro_.
Trovavasi papa _Innocenzo VIII_ colla guerra in casa, freddamente
assistito dai suoi collegati, ingannato da tutti, e con Roma piena di
tradimenti, di sconcerti e di timori, in guisa tale che nel dì 21 di
gennaio, per voce sparsa che gli Orsini erano entrati in quella città,
mirabil fu lo scompiglio di tutti i cittadini. Molto più bramava il re
Ferdinando che si mettesse fine a tal briga, al sapere che il papa avea
commosso _Carlo VIII_ re di Francia a spedire in Italia _Renato duca_
di Lorena con assai forze, per farlo entrare nel regno di Napoli, dove
egli si potea promettere molto dal partito angioino. Inoltre andava
piuttosto crescendo che scemando la ribellion de' baroni. Se riusciva
a Ferdinando di placare il papa, e d'indurlo a staccarsi da' suoi
ribelli, non sarebbono poi mancate maniere a lui di far vendetta, e
di tagliare i papaveri del regno suo. Così appunto avvenne. Lasciossi
il pontefice menare all'accordo; niuna difficoltà ebbe Ferdinando di
accordar qualunque condizione gli fu richiesta dal papa. Promise una
piena remission delle offese ai baroni, disobbligandoli anche dal
venire a Napoli, e diede per sicurtà di questo suo perdono il suddetto
Ferdinando re d'Aragona, il duca di Milano e Lorenzo de Medici. Promise
di pagare l'annuo censo del regno di Napoli, come si facea ne' passati
tempi, con altre belle promesse, ch'egli in suo cuore non intendeva
di voler poi eseguire. Pertanto nel dì 11 di agosto fu sottoscritta la
pace: pace non comunicata ai cardinali, e dalla maggior parte di loro
disapprovata[215], e soprattutto dal _cardinale Batua_ Franzese, il
quale, un dì trattandosene in concistoro, vi si oppose forte; e perchè
_Rodrigo Borgia_ cardinale, che fu poi papa Alessandro VI, il trattò
da ubbriacone, egli trapazzò il Borgia con assai ignominiose ingiurie,
di modo che furono vicini a mettersi le mani addosso: tanto era allora
disordinato quel sì venerabil collegio.

Fatta che fu la pace, licenziò il pontefice le sue genti d'arme;
e mandarono i baroni del regno, per mezzo de' lor procuratori, a
giurar fedeltà al re Ferdinando. Ma egli non tardò a sfogar la sua
collera contro di chi gli potè venir nelle mani. Imperocchè nel dì
13 d'agosto[216] fece proditoriamente prendere _Francesco Coppola_
conte di Sarno, _Antonello di Aversa_ con due suoi figliuoli conti di
Carinola e Policastro, _Anello d'Arcamone_ conte di Borello, ed altri
suoi cortigiani; e, fattili processare, imputando loro che avessero
avute intelligenze co' nemici, ad alcuni fece mozzare il capo, a tutti
gli altri tolse roba e feudi di sommo valore. Furono anche imprigionati
il _conte di Morcone_ e _Fabrizio Spinello_. Dovea, secondo i patti,
restare in libertà la città dell'Aquila[217]. Nel dì 12 d'ottobre
v'entrò il conte di Montorio colle milizie del duca di Calabria, ed
ucciso l'arcidiacono che ivi era pel papa con promessa d'essere creato
cardinale, fece tornare quella città all'ubbidienza del re: con che
restò maggiormente deluso il pontefice. Anche _Roberto San Severino_
si trovò mal pagato[218]; perchè venendo colle sue genti d'armi verso
il Veneziano, ed inseguito dal duca di Calabria, allorchè fu sul
Bolognese, fu forzato a fuggirsene con soli cento cavalli, e il resto
di sua gente andò disperso. Avea il pontefice conchiusa pace ancora
fra i Genovesi e i Fiorentini[219], con obbligare i primi a cedere
Pietra Santa ai Fiorentini, che l'aveano presa, e i Fiorentini a cedere
Sarzana e Sarzanello ai Genovesi. Ma i Fiorentini, a' quali era stata
tolta Sarzana, seppero ben trovar dei pretesti per non effettuar questo
accordo, perchè parea loro non difficile il ripigliar Sarzana, siccome
vedremo fatto nell'anno seguente. Talmente in questi tempi crebbe il
furor della peste in Milano[220], che, per attestato del Corio, più
di cinquanta mila persone ne rimasero estinte in quella città sino al
fine di luglio. Inoltre gli Svizzeri, ostilmente entrati nel Milanese,
una gran preda vi fecero. Poco durò il governo di _Marco Barbarigo_
doge di Venezia, imperciocchè Dio il chiamò all'altra vita nel dì 14
d'agosto[221]. In luogo suo fu poscia eletto _Agostino Barbarigo_
suo fratello. Similmente _Boccolino_ cittadino privato d'Osimo
ribellò nell'anno presente quella città al papa[222], e si diede a
fortificarla. Fu spedito colle milizie pontifizie colà il _cardinal
Giuliano dalla Rovere_, che poi fu papa Giulio II. Questi vi mise il
campo, e la tenne assediata per più mesi.



    Anno di CRISTO MCCCCLXXXVII. Indiz. V.

    INNOCENZO VIII papa 4.
    FEDERIGO III imperadore 36.


Persisteva _Boccolino_ usurpatore di Osimo nella sua ribellione,
e durava l'assedio posto a quella città dal cardinal _Giuliano
dalla Rovere_. Per quanto facesse il papa affin di ridurre
costui all'ubbidienza con intenzione di perdonargli, non potè mai
smoverlo[223]. Anzi questo mal uomo, piuttostochè restituire al
pontefice la città, fu detto che avea spedito a _Baiazette_ imperador
de' Turchi, ed essere stato in accordo con lui di consegnargli Osimo.
Ora fu interposto dal papa _Lorenzo de Medici_, il quale sì destramente
maneggiò questo affare, che l'indusse a cedere quella città collo
sborso d'alcune migliaia di ducati d'oro[224]. E, chiamatolo a Firenze,
gli usò di molte finezze, con inviarlo poi per sua maggior sicurezza
a Milano. La sicurezza fu, che _Lodovico il Moro_ il fece impiccar per
la gola. Mosse in quest'anno[225] guerra ai Veneziani _Sigismondo duca_
d'Austria. L'esercito suo venuto addosso a Rovereto, terra allora de'
Veneziani, se ne impadronì. Costrinse anche la rocca a rendersi, e vi
restò prigione _Niccolò de' Priuli_, ivi podestà per la repubblica.
Furono inviati _Roberto San Severino_ e _Giulio Varano_ signor di
Camerino colle lor genti per opporsi ai Tedeschi. Trovò il San Severino
abbandonato Rovereto[226]; e, venuto alle mani coi nemici nel dì tre di
luglio, ebbe la peggio, con restarvi prigioniere _Antonio Maria_ suo
figliuolo. Poscia, dacchè egli si vide rinforzato da molte migliaia
di combattenti venuti da Venezia, fabbricò un ponte sull'Adige, con
disegno d'andar a mettere l'assedio a Trento. Ma, passate che furono
nel dì 9 d'agosto disordinatamente le sue genti, ecco i Tedeschi
arrivar loro addosso con gran furia, ed attaccar la battaglia.
Atrocissimo fu il combattimento ed era in forse la vittoria, quando
sopraggiunsero mille Tedeschi, già posti in aguato, che urtarono sì
fieramente le schiere dei Veneziani, che le misero in rotta. Parte fu
uccisa, parte si annegò fuggendo nell'Adige, essendosi, per la troppa
folla, rotto e sommerso il ponte. Roberto San Severino, combattendo
valorosamente e trafitto da più colpi, lasciò ivi la vita. Trovato il
suo corpo, pomposamente gli fu data sepoltura in Trento, e per cura poi
de' suoi figliuoli fu condotto a Milano. Questa disavventura servì di
stimolo ai saggi Veneziani di procurar la pace col duca d'Austria. I
capitoli d'essa, sottoscritti nel dì 13 di novembre, son riferiti da
Marino Sanuto[227].

Tolta fu negli anni addietro la città di Sarzana ai Fiorentini,
a' quali riuscì di tener forte Sarzanello, rocca fabbricata da
Castruccio, e che servì ne' tempi addietro a tenere in freno la città
medesima[228]. Non aveano essi Fiorentini mai dimesso il pensiero di
ricuperar quella città; e giacchè faceano preparamenti per questo, i
Genovesi li prevennero coll'inviar le loro soldatesche all'assedio di
Sarzanello sotto il comando di _Gian-Luigi del Fiesco_. Ebbe ordine
_Niccolò Orsino_ conte di Pitigliano, e generale dei Fiorentini, di
soccorrere quella rocca. Fu così ben condotta l'impresa nel dì 15
d'aprile, che non solamente furono obbligati i Genovesi a sciogliere
quell'assedio, ma fu anche sconfitto l'esercito loro dal conte, con
restarvi prigioniere lo stesso Fiesco, ed _Orlandino_ suo nipote
figliuolo d'_Obietto_. Ciò fatto, l'armata fiorentina si strinse
intorno a Sarzana, e, ricevuti nuovi riforzi di gente, già si preparava
a dare un generale assalto, quando gli assediati, per prevenire
l'imminente pericolo, nel dì 22 di giugno esposero bandiera bianca,
e capitolarono la resa. Per ricuperazione di quella città somma fu
la consolazione de' Fiorentini, e non minore la gloria di _Lorenzo de
Medici_, perchè in persona assistè a quella impresa. Per lo contrario,
in Genova una tal disavventura, e il timore che i Fiorentini pensassero
a maggiori progressi, furono cagione[229] che _Paolo Fregoso_ cardinale
e doge di quella città prese la risoluzione di rimettere Genova sotto
l'alto dominio del duca di Milano, con ritenerne egli il governo.
Ottenutone il consenso da' primarii cittadini, e mandato a trattarne
a Milano con _Lodovico Sforza_, restò ben tosto il Fregoso consolato.
Pertanto, alzate in Genova le bandiere del duca _Gian-Galeazzo_, i
Fiorentini non pensarono da lì innanzi a molestare il Genovesato.
Maggiormente in quest'anno si diede a conoscere la mala fede di
_Ferdinando re_ di Napoli[230]: cioè, contro ai patti chiarissimi
della pace stabilita col papa, più che mai si rivolse a perseguitare
i baroni del suo regno, e a negare il censo pattuito ad esso papa pel
regno di Napoli. Nel dì 10 di giugno fece egli imprigionare _Pietro
del Balzo_, principe d'Altamura, _Girolamo San Severino_ principe di
Bisignano, _Giovanni Caracciolo_ duca di Melfi, il _duca di Nardò_,
i conti di _Lauria_, d'_Ugento_, di _Melito_, ed altri signori[231].
Mandò papa _Innocenzo VIII_ il vescovo di Cesena a Napoli a dolersi
di tanta perfidia. Il re sbrigò il nunzio con poche parole, e meno
rispetto di chi l'inviava. Il buon pontefice, che amava la pace, nè
voleva imbrogliare l'Italia in una nuova guerra, non passò oltre a
più gravi risentimenti: e intanto, per attestato del Summonte[232],
il crudelissimo re con diversità di morti levò di vita tutti
quegl'infelici baroni, a' quali aggiunse ancora _Marino Marzano_
duca di Sessa. Si credette poscia di poter giustificare negli occhi
del mondo tanta inumanità, con dare alle stampe i loro processi, e
mandarli a tutte le corti, quasichè si dovesse prestar fede ai processi
di un re che non avea fede, e non fosse manifesta cosa l'aver egli
contravvenuto agli articoli della pace fatta col papa. Dio non paga
sempre in questo mondo, e sono occulti i giudizii suoi. Ma se è mai
permesso d'interpretarli, è allora che si tratta del gastigo della
crudeltà. Infatti vedremo che Dio non differì molto di privar lui
di vita, e tutta la sua prosapia del regno. Certo non sarà giammai
degno di reggere popoli chi non sa mai perdonare. Essendo in questi
medesimi tempi insorte liti fra _Carlo duca_ di Savoia e _Lodovico
marchese_ di Saluzzo[233], quest'ultimo restò spogliato di tutti i suoi
Stati. S'interpose _Carlo VIII re_ di Francia, e procurò che quegli
Stati fossero depositati in terza mano, finchè si conoscesse quel che
esigesse la giustizia. Non era men degli altri pontefici di que' tempi
desideroso Innocenzo d'ingrandire _Franceschetto Cibò_ suo figliuolo; e
però gli procurò in quest'anno l'accasamento con _Maddalena_ figliuola
di _Lorenzo de Medici_, e nipote di _Virginio Orsino_, pel qual
parentado gli Orsini non solo rientrarono in grazia del pontefice, ma
diventarono de' suoi principali confidenti.


NOTE:

[210] Corio, Istor. di Milano.

[211] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[212] Trithemius, Nauclerus, Langius, et alii.

[213] Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital. Anonym., Diar. Roman.,
tom. eod.

[214] Raynaldus, Annal. Eccl.

[215] Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[216] Istoria Napolet., tom. 23 Rer. Ital.

[217] Diar. Roman., P. II, tom. 3 Rer. Ital. Infessura, Diar., tom. eod.

[218] Corio, Istor. di Milano.

[219] Ammirati, Ist. di Firen. Giustiniani, Ist. di Genova.

[220] Corio, Istor. di Milano.

[221] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[222] Infessur., Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[223] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[224] Raynaldus, Annal. Eccles.

[225] Nauclerus, Langius, Sabellicus, et alii.

[226] Corio, Istoria di Milano. Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer.
Ital.

[227] Sanuto, Istor. Vent., tom. 22 Rer. Ital.

[228] Ammirati, Ist. di Firenze.

[229] Corio, Istor. di Milano.

[230] Istor. Napol., tom. 23 Rer. Ital.

[231] Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Italic.

[232] Summonte, Istoria di Napoli.

[233] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.



    Anno di CRISTO MCCCCLXXXVIII. Indiz. VI.

    INNOCENZO VIII papa 5.
    FEDERIGO III imperadore 37.


Le novità della Romagna quelle sono che somministrano argomento
alla storia di quest'anno. Signore di Forlì e di Imola era il conte
_Girolamo Riario_, già da noi veduto nipote di papa _Sisto IV_,
ed arbitro della corte romana sotto quel pontificato. Aveva egli
nobilitate le suddette due città con molte fabbriche ed ornamenti[234].
Contuttociò co' malvagi suoi costumi s'era tirato addosso l'odio della
maggior parte de' cittadini di Forlì. Però, formata contra di lui una
congiura, nel dì 15 d'aprile (l'Infessura[235] ci dice nel dì 7, e la
Cronica di Siena[236] nel dì 14, e così par che fosse, asserendolo
anche una Cronica di Bologna[237]) fu da molti, e specialmente da
alcuni maggiormente beneficati da lui, ucciso, ignominiosamente
strascinato il suo cadavero, e presa _Caterina Sforza_, sorella del
duca di Milano e moglie sua, co' suoi figliuoli. S'impadronirono i
congiurati della città, ma non della rocca. Era Caterina donna d'animo
grande e sagace. Minacciata di morte, se non facea rendere la fortezza,
ottenne di potervi entrare per indurre quel castellano alla resa. Ma
entrata, virilmente cominciò, alzate le bandiere del duca di Milano, a
far guerra alla città, minacciando agli uccisori del marito l'ultimo
eccidio, se offesi avessero i suoi figliuoli, stante il soccorso che
s'aspettava da Milano. Secondo la suddetta Cronica Bolognese, composta
da autore contemporaneo, allora fu, che presentatisi i malfattori alle
mura della rocca, e preparate le forche, mostrarono di voler impiccare
i di lei figliuoli, s'ella non si arrendeva. Ma rispose loro quella
forte femmina, che se avessero fatti perir que' figliuoli, restavano
a lei le forme per farne degli altri, e v'ha chi dice (questa giunta
forse fu immaginata, e non vera) aver anche ella alzata la gonna per
chiarirli che dicea la verità. Non eseguirono il crudel disegno que'
micidiali, ed intanto arrivò sotto Forlì _Giovanni Bentivoglio_ con più
di tre mila tra cavalli e fanti; e da lì a non molto giunse ancora un
altro rinforzo di soldatesche spedite con somma fretta da Milano sotto
il comando di _Gian-Galeazzo San Severino_. Stretti così da ogni lato
i cittadini, nè vedendo comparire i soccorsi che speravano dal papa,
dimandarono di capitolare: laonde nel dì 29 d'aprile fu riconosciuto e
proclamato signore di Forlì _Ottaviano Riario_ primogenito dell'ucciso
conte Girolamo[238]. Fu creduto da alcuni che si facesse questa
tragedia per dar quelle terre a _Franceschetto Cibò_ figliuolo del
papa; ma quando ciò fosse stato, altre misure avrebbe preso il papa,
affinchè l'impresa riuscisse a tenore de' suoi desiderii.

Poco stette ad udirsi un'altra scena in Romagna. Nel dì 31 di maggio
essendo andato _Galeotto de' Manfredi_ signor di Faenza a visitare in
sua camera _Francesca_ sua moglie, figliuola di _Giovanni Bentivoglio_,
ch'era, o fingeva d'essere inferma, restò quivi ucciso, con persuasione
universale che ciò seguisse per ordine della stessa moglie, da cui era
fieramente, a cagione di alcuni di lui amorazzi, odiato. Fu in armi
la città, e prestamente corse colà il Bentivoglio con alcune genti
d'armi per procurar di quietare il rumore, e di assicurare il dominio
ad _Astorre_ figliuolo dell'ucciso, e nipote suo. Ma i Fiorentini,
siccome coloro che sospettavano fatto quel colpo dal Bentivoglio con
disegno di usurpar quella città (lo che non è credibile per riguardo
che la figliuola avea successione), oppure per timore che il duca di
Milano vi mettesse i piedi, attizzarono i villani di Val di Lamone e il
popolo, con rappresentar loro mal intenzionato e complice del delitto
il Bentivoglio. Fecesi pertanto una general sollevazione contra di
lui, in guisa tale che poco mancò che non rimanesse vittima del loro
furore. Restò non di meno preso e condotto a Modigliana nelle forze de'
Fiorentini. Ma perchè il _re Ferdinando_ e il _duca di Milano_, parte
con preghiere e parte con minaccie di guerra, fecero calde istanze per
la di lui liberazione[239], nel dì 13 di giugno fu rilasciato, e nel
dì seguente sano e salvo arrivò a Bologna; dove dianzi appena fu udita
la di lui prigionia, che più di quindici mila Bolognesi armati corsero
a Castel Bolognese con disegno di far guerra a Faenza; e l'avrebbono
fatta, se non era in altra maniera provveduto alla di lui salvezza.
Succedette dunque nella signoria di Faenza _Astorre de' Manfredi_,
in età di soli tre anni. Francesca sua madre ebbe il comiato, e se ne
ritornò a Bologna.

Parve poco a _Lodovico Sforza_ la dedizione fatta nel precedente anno
dai Genovesi della loro città al duca _Gian-Galeazzo_ suo nipote[240].
Ossia ch'egli, col volere di più, accendesse nuovo fuoco in quella
città, oppure che questo naturalmente nascesse in un popolo sempre
inclinato alle mutazioni e alle novità: certo è che nel mese d'agosto
_Obietto del Fiesco_ entrò con gente armata in Genova, e dipoi corse a
quel rumore anche _Batista Fregoso_, cadaun d'essi contra del cardinal
_Paolo Fregoso_, governatore allora della città. Si ritirò il cardinale
nel castelletto; a questo fu messo l'assedio. Era grande la discordia
fra i cittadini; chi inclinava a darsi al re di Francia (e fu anche
spedito per questo a lui), chi al duca di Milano, e chi a ripigliare
l'antica libertà. Dopo molti dibattimenti, essendosi accordati insieme
gli Adorni e i Fieschi, e giunto colà _Gian-Francesco San Severino_ con
molte brigate d'armati, fu determinato di cedere di nuovo coi patti
e privilegii consueti il dominio di Genova a _Gian-Galeazzo_ duca di
Milano. Spedirono perciò sul fine di ottobre sedici ambasciatori a
Milano, ai quali fu data l'udienza nel giorno creduto propizio, secondo
l'ora astrologica: che di queste pazze fantasie era attentissimo
osservatore anche _Lodovico il Moro_, ed altri non pochi infatuati
di quel secolo e de' precedenti. Al cardinal Fregoso fu promessa una
pensione annua di seimila ducati, e cedette il castelletto. _Agostino
Adorno_ per dieci anni ebbe il governo della città a nome del duca.
Ottenne in questo anno papa _Innocenzo VIII_ da _Pietro d'Aubusson_
gran mastro de' cavalieri oggidì chiamati di Malta, _Zem_ ossia
_Zizim_, fratello di _Baiazette_ imperador de' Turchi[241], il quale
era negli anni addietro, caduto prigione nelle mani dei cavalieri
suddetti. Scoprissi in Bologna sul fine di novembre[242] una gran
congiura contro la vita di _Giovanni de' Bentivogli_ e dei suoi
figliuoli. Scoperta che fu, costò la vita a molti, che non poterono
fuggire.


NOTE:

[234] Jacobus Philipp. Bergom., Hist.

[235] Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[236] Allegretti, Diar. Sanese, tom. 23 Rer. Ital.

[237] Cronica di Bologna MS. nella Libreria Estense.

[238] Sanuto, Ist. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[239] Cronica MS. di Bologna.

[240] Corio, Istoria di Milano. Giustiniani, Istor. di Genova.



    Anno di CRISTO MCCCCLXXXIX. Indiz. VII.

    INNOCENZO VIII papa 6.
    FEDERIGO III imperadore 38.


Nel dì 13 di marzo dell'anno presente fece la sua entrata in Roma
_Zem_ ossia _Zizim_, fratello del sultano _Baiazette_, ed uomo di gran
credito fra i Turchi[243]. Gran gelosia di costui avea esso Baiazette
per timore ch'egli tornasse un dì a disputargli l'imperio, ben sapendo
che non gli mancava numeroso partito fra i Maomettani. Volle papa
_Innocenzo VIII_ che costui fosse ricevuto con distinto onore, e gli
mandò incontro _Franceschetto Cibò_ suo figliuolo con assai cortigiani.
Nel dì seguente fu condotto al sacro concistoro; e, per quanto egli
fosse stato ben ammaestrato delle genuflessioni che dovea fare al papa,
e di andare a baciargli il piede, costui senza voler neppure piegare
il capo, se ne andò ritto ritto al trono pontificio, ed unicamente
baciò in una spalla il pontefice. Gli fu poi assegnato un quarto
del palazzo apostolico, ma sotto buona guardia. Trovavasi allora in
Roma l'ambasciatore del sultano d'Egitto, minacciato di guerra dal
turco Baiazette. Fece costui grandi istanze, ed incredibili offerte e
promesse al papa, se voleva dargli Zizim, per metterlo alla testa di
un'armata contra di esso Baiazette; ma per motivi politici nulla potè
ottenere. Fece poco appresso il pontefice una promozion di cardinali,
con alzare a tal dignità il gran mastro di Rodi in ricompensa del
principe turco a lui rilasciato. Con raro esempio ancora fu allora
creato cardinale _Giovanni de Medici_, figliuolo di _Lorenzo_, ancorchè
fosse in età di soli quattordici anni. Questi col tempo fu poi papa
_Leone X_. Ma perchè il _re Ferdinando_ tuttavia si burlava del papa,
senza voler pagare il censo pattuito pel regno di Napoli, e per altre
cagioni, Innocenzo, nella festa di san Pietro di giugno, lo scomunicò,
e, niun effetto facendo le censure, arrivò a privarlo del regno nel
dì 11 di settembre. Ferdinando appellò al futuro concilio. Fecesi poi
preparamento di guerra dall'una parte e dall'altra; ma il pontefice,
amator della pace, non bramò, oppur non osò di proceder oltre; e
perciò durò il sereno, benchè framezzato da molte nebbie, non meno in
Roma che nel regno di Napoli. Gran tempo era corso, dacchè seguirono
gli sponsali fra il giovinetto _Gian-Galeazzo Sforza_ duca di Milano
ed _Isabella_ figliuola di Alfonso duca di Calabria, primogenito del
re Ferdinando[244]; solamente nell'anno presente si effettuò quel
matrimonio. Venne per mare a Genova questa principessa, e colà sbarcò
nel dì 17 di febbraio. Giunse poscia a Milano, ma senza pompa si
celebrarono quelle nozze, perchè tre mesi prima era mancata di vita
la madre della sposa. Con questo maritaggio universalmente si sarà
creduto assicurato lo Stato al duca _Gian-Galeazzo_, e _Lodovico il
Moro_ premuroso per li di lui vantaggi. Non passò molto che ben diverso
dovette essere il giudizio del pubblico. Intanto sotto varii pretesti,
e con ingannare lo stesso duchino, s'impadronì Lodovico del castello di
Milano e di Trezzo, e di ogni altra fortezza di quel dominio, levandone
gli uffiziali vecchi e fedeli al duca, mettendovene degli altri di
sua confidenza, e mutando i presidii a suo piacimento. Tutto fingea
di fare per miglior bene e sicurezza del nipote. Nel dì 13 di marzo
dell'anno presente[245] in età di soli ventun anni diede fine al suo
vivere _Carlo duca di Savoia_, principe, per varie sue imprese fatte
in sì corto tempo di sua vita, già divenuto glorioso. Restò di lui un
solo figliuolo maschio, ch'era ancor nelle fasce, nato nel precedente
anno, e nominato anche esso _Carlo_. Questi fu suo successore; ma
gran disputa nacque per la reggenza. Finalmente questa fu accordata
a _Bianca_ figliuola di _Guglielmo marchese_ di Monferrato, madre
sua, principessa di raro senno e di somma virtù, il cui elogio si
può leggere nella Storia di Jacopo Filippo da Bergamo[246], scrittore
vivente in questi tempi.


NOTE:

[241] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[242] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital. Cronica MS. di Bologna.

[243] Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital. Diar. Rom., tom. eod.



    Anno di CRISTO MCCCCXC. Indiz. VIII.

    INNOCENZO VIII papa 7.
    FEDERIGO III imperadore 39.


Godendo in questi tempi l'Italia una invidiabil pace, niun riguardevole
avvenimento somministrò alla storia. Tutta ancora la cristianità
si trovava esente dalla persecuzione turchesca, perchè il fiero
_Baiazette_ mirava sempre con apprensione il fratello _Zizim_, detenuto
in Roma, come un mantice di sollevazioni e rivoluzioni ne' suoi Stati,
qualora gli fosse permesso di comparire alla testa di un'armata contra
di lui[247]. Nè mancò a papa _Innocenzo VIII_ il pensiero di prevalersi
di tal congiuntura. Cercò egli infatti di muovere tutti i principi
cristiani alla guerra contra de' Turchi, rappresentando ad ognuno qual
gran vantaggio si potesse trarre dall'ottimo mezzo e strumento ch'egli
aveva in sua mano. Ma neppur uno si trovò che volesse impacciarsene,
premendo a tutti più i lor privati interessi che il pubblico bene.
Di quest'animo del papa forse fu informato, oppure se l'immaginò
Baiazette. Capitò a Costantinopoli nell'anno precedente _Cristoforo_,
ossia _Marino Castagna_, nobile della marca d'Ancona, inviperito per
essergli stato tolto un suo castello dagli uffiziali del papa[248].
Si esibì costui a Baiazette di levar di vita Zizim suo fratello col
veleno: offerta sommamente gradita dal tiranno, che perciò di alcune
migliaia di ducati d'oro il regalò in più volte: gli donò anche delle
ricche vesti, e un diamante di valore di mille ducati d'oro. Dicono
inoltre, avergli promesso la città di Negroponte a negozio finito.
Venuto costui a Roma, fu carcerato, probabilmente perchè si penetrò
esser egli stato a Costantinopoli, e ne' tormenti confessò tutto il
suo reo trattato. Il perchè nel dì 7 di maggio ricevette dalla romana
giustizia un premio differente da quello che gli avea fatto sperare
il Turco. Arrivò poscia a Roma nel dì 30 di settembre un ambasciatore
spedito da Baiazette, che fu con grande onore ricevuto. Le commessioni
sue erano di pregare il papa di ritener sotto buona custodia Zizim,
promettendo per tal cura di pagare annualmente al pontefice quaranta
mila ducati d'oro, e di dar pace e libero commercio a' cristiani.
Fu detto che l'ambasciatore del sultano d'Egitto avea allo incontro
esibito al pontefice, se gli volea dare in mano Zizim, per potere far
guerra con esso a Baiazette, un regalo di quattrocento mila ducati,
e la cessione della città di Gerusalemme; e che inoltre tutto ciò che
s'acquistasse de' paesi del Turco, quand'anche fosse Costantinopoli, si
restituirebbe alla Chiesa romana ed ai cristiani. Troppo vaste e non
molto credibili sono tali slargate di promesse; nè Zizim vi avrebbe
mai consentito. Quel che è certo nulla si conchiuse coll'Egiziano, e
pare che fosse solamente accettata l'annua esibizione fatta dal Gran
Signore. Dimandò poscia l'ambasciator turco udienza da Zizim, che
gliela diede con maestosa formalità, e gli presentò lettere e regali
da parte del fratello Baiazette. Morì nell'aprile di quest'anno _Mattia
Corvino_ celebre re d'Ungheria, e si suscitarono dei gravissimi torbidi
in quel regno, giacchè egli non lasciò figliuolo alcuno legittimo.
Però tanto meno si pensò a pigliar l'armi contra dei Turchi. _Lodovico
Sforza_, reggente dello Stato di Milano, conchiuse in quest'anno il
suo maritaggio con _Beatrice_ figliuola d'_Ercole Estense_ duca di
Ferrara[249]. Si partì questa principessa da Ferrara nel dì 29 di
dicembre, accompagnata dalla duchessa sua madre _Leonora d'Aragona_, e
suntuose furono poi le nozze celebrate in Milano. Un'altra figliuola
d'esso duca di Ferrara, per nome _Isabella_, nel febbraio di questo
medesimo anno era passata a Mantova ad unirsi in matrimonio con
_Gian-Francesco Gonzaga_ marchese di quella città, il qual tenne corte
bandita per più giorni, e sfoggiò forte in solazzi e spettacoli per
tali nozze[250]. Vi intervennero quasi tutti gli oratori dei potentati
d'Italia. In questi tempi ancora, perchè _Carlo VIII re_ di Francia era
sdegnato forte col duca di Milano a cagion di Genova, Lodovico il Moro
si studiò di placarlo. Ne seguì poi la concordia, con avere il duca
riconosciuta dal re in feudo quella città. Altrettanto avea fatto negli
anni addietro il duca _Francesco Sforza_ padre d'esso Lodovico.


NOTE:

[244] Corio, Istor. di Milano.

[245] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.

[246] Jacobus Philippus Bergom., Hist.

[247] Raynaldus, Annal. Eccles.

[248] Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[249] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.

[250] Corio, Istor. di Milano.



    Anno di CRISTO MCCCCXCI. Indiz. IX.

    INNOCENZO VIII papa 8.
    FEDERIGO III imperadore 40.


Passò parimente l'anno presente senza azioni degne di memoria in
Italia, perchè durò in essa la pace universale[251]. Ma guerra
in Ungheria fu fra i principi pretendenti di quel regno. Non potè
contenersi _Baiazette_ dal profittar di così propizia congiuntura.
Fece delle scorrerie in Ungheria, prese alcune città, e diede il
sacco ad una grande estension di dominio. Non lasciò il pontefice di
spronar di nuovo i principi cristiani, acciocchè unissero le lor armi
contro il comune nemico. Mandò ancora le tasse di quanto avea ognuno
da contribuire, e le mandò indarno. Scusossi ognuno, e terminò tutto
questo trattato a far la guerra non al Turco, ma bensì alle borse
degli ecclesiastici, con essersi ricavate, per via delle decime, somme
grandi di danaro, che a tutt'altro furono impiegate, fuorchè alla
guerra co' Turchi. Per attestato dell'Infessura[252], in quest'anno si
vide in Roma un uomo (non si seppe di qual paese) vestito da pezzente
e tenuto per matto, che, portando in mano una croce di legno, andò
facendo per le piazze delle prediche al popolo, prediche contenenti
molta eloquenza e dottrina, nelle quali diceva essere imminente alla
Italia delle tribolazioni gravissime, e nominatamente a Firenze, Milano
e Venezia. Ma perchè egli disse dover ciò avvenire nel presente anno e
ne' due susseguenti, con aggiugnere inoltre che dovea venire un pastore
angelico, il quale unicamente avrebbe a cuore la vita spiritual delle
anime; al che non corrisposero gli effetti: maggiormente si confermò
la credenza ch'egli fosse un pazzo. Prepotente era in questi tempi
la fazion de' Baglioni in Perugia, nè voleva ammettere in città la
contraria degli _Oddi_, da molto tempo bandita. Avendo fatto gli ultimi
ricorso al papa, n'ebbero sempre di belle parole, ma non mai fatti.
La disperazione li consigliò a tentare di rientrarvi per forza; ed,
ottenuto un rinforzo d'armati dal duca d'Urbino, nella notte del dì
6 di giugno, scalate le mura, s'impadronirono de' luoghi forti della
città, senza che in favor loro si movesse, come speravano, alcuno
dei cittadini amici. Alzossi bensì contra d'essi tutto il partito
contrario, e per forza li cacciò fuori della città. Quanti caddero
nelle lor mani, tutti rimasero barbaramente uccisi o impiccati; e
furono più di centocinquanta, fra i quali _Fabrizio_ e _Ridolfo_,
amendue prelati della corte romana, condottieri dell'infelice brigata.
Spedì tosto il papa colà il _conte di Pitigliano_ generale della
Chiesa, acciocchè non succedesse di peggio. Intanto in Milano[253]
la matta ambizione fece nascer delle gare fra _Isabella d'Aragona_
duchessa di Milano e _Beatrice d'Este_ moglie di _Lodovico Sforza_ il
Moro. Volea cadauna di esse soprastare all'altra negli ornamenti e ne'
pubblici luoghi. Da questa feminil discordia quanti malanni prendessero
origine per la rovina d'Italia, non tarderemo molto a vederlo. Nel
dì 12 di febbraio giunse a Ferrara[254] _Anna Sforza_, sorella di
_Gian-Galeazzo_ duca allora di Milano, presa in moglie da _Alfonso
d'Este_, primogenito d'_Ercole I duca_ di Ferrara, nella qual occasione
abbondarono in quella città feste e suntuosi solazzi.


NOTE:

[251] Raynaldus, Annal. Eccles.

[252] Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[253] Corio, Istor. di Milano.

[254] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.



    Anno di CRISTO MCCCCXCII. Indiz. X.

    ALESSANDRO VI papa 1.
    FEDERIGO III imperadore 41.


Di mirabil allegrezza si riempiè in quest'anno l'Italia, anzi tutta la
Cristianità, per la conquista di Granata[255], fatta da _Ferdinando
il Cattolico_ e da _Isabella_, re di Castiglia e d'Aragona, restando
con ciò snidati una volta i Mori maomettani da ogni signoril dominio
nella Spagna, dopo aver ivi tenuto il piede per ottocento anni. Fin
qui _Lorenzo de Medici_ avea, non già con titolo alcuno di signore, ma
bensì coll'autorità sua tenuto in pugno il governo della repubblica
fiorentina[256], in cui facea e disfacea, ma con tal senno ed amore
alla patria, con tal magnificenza e liberalità, che non men Firenze si
trovò felice sotto di lui, che egli stesso celebrato e stimato in tutte
le corti de' principi cristiani, ed anche presso il Gran Turco e presso
il soldano d'Egitto. Era egli pervenuto all'età di quaranta quattro
anni, quando il chiamò Dio all'altra vita nel dì 7 d'aprile dell'anno
presente[257]. Restarono di lui tre figliuoli, _Pietro_, che fu
confermato negli onori del padre dalla repubblica, _Giovanni cardinal_
giovinetto, che fu poi papa Leone X, e _Giuliano_. Fra le altre
lodi che a gara diedero gli scrittori suoi contemporanei a Lorenzo,
singolar fu quella del suo amore non men verso le lettere, che verso i
letterati. Seguì verso il fine di gennaio, se crediamo al Rinaldi[258],
o piuttosto di maggio, come vuol l'Infessura[259], accordo fra _papa
Innocenzo_ e il _re Ferdinando_. Probabilmente la paura ottenne ciò che
la ragione non aveva fin qui potuto conseguire. Sapeva il re quanto la
sua crudeltà avesse alienato da lui l'animo della sua baronia, e star
essa colle mani giunte aspettando chi venisse alla conquista di quel
regno. Non era ignoto che vi pretendea _Carlo VIII re_ di Francia per
le ragioni (non cerco se fondate o no) a lui cedute da _Renato duca_
di Lorena. Andava inoltre crescendo del rancore tra _Ferdinando_ e
_Lodovico il Moro_. Però venne il tempo di pacificare il papa, per
averlo alle occasioni non nemico, ma favorevole. Si conchiuse dunque
l'accordo, avendo il re promesso di pagar l'annuo censo, come avea
pattuito il _re Alfonso_ suo padre. _Ferdinando il Cattolico_ quegli
fu che trattò l'affare. In segno della rinnovata buona amistà entrò in
Roma nel dì 27 di maggio _Ferdinando principe_ di Capoa, primogenito
d'_Alfonso duca_ di Calabria, e nipote del predetto re Ferdinando, il
quale diede l'ultima mano a quella pace. Sfoggio di magnificenza tale
fece il cardinale _Ascanio Sforza_, accogliendo nel suo palagio questo
principe, che l'Infessura non si attentò a darne la relazione per
timore che fosse creduta un'esagerazione o fola. E i buoni Napoletani,
non contenti di sì nobil trattamento, nell'andarsene, portarono seco
per memoria anche gli apparati delle stanze, i panni lini, e tutto
quanto poterono dal palazzo d'esso cardinale.

Sul principio di luglio cadde gravemente infermo papa _Innocenzo
VIII_; e dacchè fece temer di sua vita, i cardinali misero in castello
Sant'Angelo _Zizim_ fratello del gran-signore[260]. Nella notte poi del
dì 25 d'esso mese, venendo il dì 26, terminò il pontefice le grandezze
umane con gran compunzione di cuore, per comparire al tribunale di Dio.
L'essere egli stato uomo mansueto ed amator della pace, e l'aver fatto
di belle fabbriche in Roma, cagion fu ch'egli lasciasse piuttosto dopo
di sè un buono che un cattivo nome. Pel desiderio violento, comune ad
altri papi di que' tempi, d'arricchire il figlio suo _Franceschetto
Cibò_, diede occasione di mormorare a non pochi. Tuttavia non imitò
egli alcuno de' predecessori, nè simile fu ad altri dei successori,
che si immersero in guerre, e logorarono i tesori della Chiesa, col
segreto principal motivo d'ingrandire le lor case, e di procurare Stati
principeschi ai loro nipoti. Rimase veramente ricco Franceschetto, ma
non di magnifici Stati; e que' pochi ancora ch'avea, cioè la contea
d'Anguillara, Cerveteri ed altre picciole castella, le vendè egli nel
febbraio dell'anno seguente quasi tutte a _Virginio Orsino_, restando
solamente conte di Ferentillo. Giunse dipoi la nobil casa Cibò,
ma molto dopo la morte del pontefice Innocenzo, e coll'aiuto della
casa de' Medici, ad acquistare il marchesato, oggidì ducato di Massa
e Carrara, mediante il matrimonio di Franceschetto con _Ricciarda
Malaspina_ erede di quegli Stati. Nel dì 11 d'agosto[261] fu eletto
papa _Roderigo_, ossia _Rodrigo Borgia_, cardinale, vescovo di Porto,
e vicecancelliere della Chiesa romana, nativo di Valenza in Ispagna:
i genitori suoi furono Goffredo Lenzoli ed Isabella Borgia, sorella
di _Callisto III papa_. Prese egli il nome di _Alessandro VI_, e
nel dì 26 d'agosto fu con gran solennità coronato, e concorsero le
ambascerie di tutti i principi cristiani a prestargli ubbidienza. Non
v'ha scrittore (e non ne eccettuo gli stessi Annalisti sacri) che non
detesti, o non deplori l'assunzione al trono pontificale di un uomo
tale, pubblicamente screditato per la sua licenziosa ed impudica vita,
e che comunemente fu creduto aver impiegate le adunate sue ricchezze
e le promesse di Stati e di dignità, per comperare le chiavi di
San Pietro. Certo è che i porporati d'allora, invece d'eleggere il
migliore, come portava il loro dovere, elessero il peggiore, a seconda
della umana cupidità; colpa de' malvagi esempli e della corruzione
allora dominante, per cui giunsero alcuni papi, fino a gloriarsi
d'aver de' figliuoli. E quattro appunto questi ne avea, notissimi a
tutta Roma, e più ancora noti da lì innanzi, cioè _Giovanni_, a cui
il padre ottenne in Ispagna il ducato di Gandia, _Cesare_, di cui
avremo troppo da parlare, _Giuffrè e Lucrezia_ a lui nati da Vannozia
cortigiana famosa. Il benignissimo Iddio ha conservato e conserverà
sempre, secondo le divine sue promesse, illibata dagli errori la Chiesa
sua santa, nè lasceran per questo di nascere in essa di tanto in tanto
degli scandali; ma guai a chi reo fu o sarà di questi sconcerti nella
casa del Signore. Creato che fu il nuovo papa, _Giuliano della Rovere_,
cardinale di San Pietro in Vincola, che fu poi papa _Giulio II_, non
fidandosi di questo, com'egli solea dire, marano, perchè avea avuto
delle gare con lui, sino a strapazzarsi villanamente l'un l'altro, sul
fine di quest'anno si ritirò ad Ostia, e quivi si fortificò. Credendo
poi di essere rimesso in grazia di Alessandro, se ne tornò a Roma; ma,
accortosi di essere in pericolo, finalmente andò in Francia, nè più
si lasciò attrappolar dalle promesse, nè da belle parole[262]. Molti
ancora de' cardinali che aveano venduti i lor voti e le loro coscienze
per far questo papa, col tempo trovarono d'avere eletto il proprio
loro carnefice. L'Italia nel presente anno somministrò alla Spagna,
cioè al cattolico _re Ferdinando_ e alla _regina Isabella_ consorti,
un mirabil uomo, cioè un sempre memorando strumento, per arricchire i
loro regni[263]. Questi fu _Cristoforo Colombo_, nato in Genova, o, per
meglio dire, in un villaggio vicino a Genova (altri il fece Savonese),
di genitori plebei, ma d'ingegno nobile, di cui tanta fu la perspicacia
e la fortuna, che arrivò a scoprir varie isole nell'Oceano occidentale,
ed aprì l'adito ad altri di scoprire la terra ferma dell'America, cioè
un nuovo mondo, creduto sconosciuto finora, ma che sembra essere stato
in qualche guisa accennato o predetto da alcuni antichi scrittori.
Rapporta il Leibnizio[264] una lettera di _Ferdinando re_ di Napoli
scritta nel 1474 a _Lodovico XI_ re di Francia, dove si duole che
sieno state prese due sue galee incamminate in Fiandra da un _Colombo_
suddito di esso re Luigi. Pensò quel valentuomo che questi fosse il
celebre _Cristoforo Colombo_: cosa, a mio credere, lontana dal vero per
varie ragioni.


NOTE:

[255] Raynaldus, Annal. Ecclesiast.

[256] Ammirati, Istor. Fiorent.

[257] Diar. Roman., P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[258] Raynaldus, Annal. Eccles.

[259] Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[260] Diar. Roman., P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[261] Infessura, Diar., tom. 3 Rer. Ital. Panvin., Mariana, et alii.

[262] Guicciardini, Istoria d'Italia.

[263] Jacob. Philippus Bergomens., Hist. Giustiniani, Istoria di
Genova. Marian., Fazell, et alii.



    Anno di CRISTO MCCCCXCIII. Indiz. XI.

    ALESSANDRO VI papa 2.
    MASSIMILIANO I re de' Rom. 1.


Dopo aver l'imperador _Federigo III_ per più di quarant'anni posseduta
l'imperial corona, senza ch'egli giovasse o nocesse all'Italia[265],
avendo unicamente atteso a guerreggiare in Ungheria, Boemia ed in altri
luoghi oltramontani, disse l'ultimo addio alla vita presente nel dì 19
venendo il dì 20 d'agosto, in età di ottant'anni: cosa in que' tempi
rara fra i principi. Suo figlio _Massimiliano I_, già re de' Romani,
succedette a lui nell'amministrazion dell'imperio. Fu egli il primo
ad intitolarsi _imperadore eletto de' Romani_, con essere poi andato
anche in disuso l'aggiunto di _eletto_ ne' tempi susseguenti. Cominciò
in quest'anno ad intorbidarsi il sereno dell'Italia. Gli ambiziosi
disegni di _Lodovico Sforza_, detto il Moro, quei furono che diedero
moto alle discordie, e poscia ad atrocissime guerre, che per anni
moltissimi lacerarono il seno di queste provincie. Era già pervenuto
ad età capace di governare i suoi popoli _Gian-Galeazzo Sforza_ duca
di Milano; pure continuava esso Lodovico suo zio paterno a fare il
reggente, e con apparente disposizione di non voler più deporre questa
autorità[266], dappoichè avea occupato i tesori della casa Sforza,
e in mano sua, cioè d'uffiziali suoi confidenti, stavano tutte le
fortezze del ducato di Milano. Non potè contenersi _Isabella_ moglie
di esso duca di portar delle querele di un tal trattamento ad _Alfonso
duca_ di Calabria suo padre[267], che se ne sdegnò forte, ed operò in
maniera che il re _Ferdinando_ suo padre spedì nell'anno precedente
una ambasciata a Lodovico per consigliarlo dolcemente a rilasciare il
governo al duca nipote. Lodovico, che non se ne sentiva voglia, ed era
per altro un finissimo dissimulatore, rimandò con risposte cortesi
l'ambasciatore; quindi, pieno di livore e di vendetta, si diede a
ruminar le maniere di abbattere il re Ferdinando, considerandolo per
signore possente ad ottener colla forza ciò che non si volea concedere
per amore. Il bel ripiego ch'egli prese fu quello d'invitar all'impresa
del regno di Napoli il giovine _Carlo VIII_ re di Francia, offerendosi
pronto a sovvenirlo con gente e danaro. La lettera scrittagli a questo
effetto da esso Lodovico vien rapportata dal Corio; e il conte _Carlo
di Belgioioso_, oratore di Lodovico in Francia, fu incaricato di
promuovere questa incumbenza. Opera eziandio fu del medesimo Sforza
che _papa Alessandro_ cominciasse di buon'ora ad attaccar liti col re
Ferdinando, con fargli credere che il re fomentasse _Virginio Orsino_,
contra del quale era in collera Alessandro, per aver egli senza
licenza pontificia comperato, siccome di sopra accennai, le castella di
_Franceschetto Cibò_.

In Roma il cardinale _Ascanio Sforza_, fratello di esso Lodovico,
siccome quegli che più degli altri avea procurato l'innalzamento del
papa, e n'avea avuto in ricompensa il grado di vicecancelliere, potea
molto in quella corte; e quegli era che attizzava il fuoco contra del
re Ferdinando. Condusse anche il papa a fare una lega particolare
col duca di Milano e co' Veneziani nel dì 21 d'aprile, la qual fu
poi solennemente pubblicata nella festa di san Marco[268], senza
che se ne facesse parola col suddetto Ferdinando e co' Fiorentini,
i quali si allarmarono non poco per questa diffidenza, quando essi
erano in lega collo stesso duca di Milano. Ma il solito di _Lodovico
Sforza_ era sempre di camminar con doppiezze. Cominciò egli inoltre
in questo medesimo anno a maneggiarsi con _Massimiliano Augusto_[269]
per ottenere il titolo e l'autorità di duca di Milano ad esclusion
del nipote. Eppure insieme trattò, anzi conchiuse il matrimonio di
_Bianca Maria Sforza_, sorella del vivente allora _Gian-Galeazzo
Maria_ duca di Milano, collo stesso _Massimiliano_; e lo sposalizio
fu poi solennemente celebrato in Milano nel dì primo di dicembre.
Ma intanto _papa Alessandro_ andava allestendo e ingrossando le sue
soldatesche con gelosia non poca del _re Ferdinando_. E perciocchè
una delle primarie applicazioni di esso pontefice sempre fu quella
dell'ingrandimento de' suoi figliuoli, in quest'anno gli riuscì di
maritar _Lucrezia_ sua figliuola con _Giovanni Sforza_ (e non già con
Alessandro, come ha l'Infessura) signore di Pesaro. Le nozze con gran
solennità, ma con poca onestà, furono celebrate nel pontificio palazzo
nel dì 12 di giugno del presente anno. Intanto il re Ferdinando,
vedendo quai nuvoli si alzassero contra del regno suo, a tutto potere
si studiò di placare, anzi di guadagnare papa Alessandro e Lodovico
il Moro. Fu adoperato _Ercole duca_ di Ferrara per rimuovere Lodovico
dalla pazza sua risoluzione di tirar l'armi franzesi in Italia, nè
egli ommise uffizio alcuno per ottener l'intento. Ma Lodovico, pien
di presunzione, mostrò ben nelle apparenze di cedere, ma diffatti si
ostinò nel proposito suo, e tanto più perchè nel dì 11 di ottobre,
col passare all'altra vita _Leonora duchessa_ di Ferrara, figliuola
del re Ferdinando, venne a mancare una principessa che avea non poca
autorità nel cuore di Lodovico, siccome suocera sua. Per conto del
papa, la maniera di fargli deporre l'avversion sua al re Ferdinando,
quella fu di promuovere gli avanzamenti di _Giuffrè_ figliuolo d'esso
pontefice. L'ambizioso papa, che desiderava di veder la sua prole
imparentata colla real casa d'Aragona, dimandò ed ottenne che una
figliuola bastarda di _Alfonso duca_ di Calabria, primogenito di
Ferdinando, fosse data in moglie ad esso Giuffrè[270]. Può essere che
questo trattato si conchiudesse solamente nell'anno seguente[271].
Oltre a ciò papa Alessandro, in una promozione che egli fece di
cardinali nel dì 20 di settembre, ornò della sacra porpora _Cesare_
suo figliuolo, che fu poi conosciuto sotto nome di _duca Valentino_,
il qual era o poi divenne un mostro d'iniquità: pure Alessandro gli
volle dar luogo nell'insigne ordine de' cardinali, quantunque molti di
loro il dissuadessero dal farlo, ed altri apertamente ripugnassero.
Furono in essa promozione compresi _Ippolito Estense_, figliuolo
del duca di Ferrara, ed _Alessandro Farnese_, che fu poi papa _Paolo
III_, a requisizione di Giulia la Bella, sorella oppur parente di esso
Alessandro, che in questi tempi era molto considerata in Roma.


NOTE:

[264] Leibnit., Prodrom. ad Cod. Jur. Gent.

[265] Trithem., Cuspinian., et alii.

[266] Corio, Istor. di Milano.

[267] Ammirati, Istor. Fiorentina.

[268] Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[269] Corio, Istor. di Milano.



    Anno di CRISTO MCCCCXCIV. Indiz. XII.

    ALESSANDRO VI papa 3.
    MASSIMILIANO I re de' Rom. 2.


Cominciarono in quest'anno i guai dell'Italia, guai di lunga durata,
benchè tramezzati da qualche tregua, e guai superiori a quei degli
anni addietro; perchè laddove tra di loro, ne' tempi passati, aveano
guerreggiato i principi italiani, ora si scatenarono tutte, per così
dire, le armi oltramontane, per venire a far qui una funestissima
danza. Primieramente essendo giunto _Ferdinando re_ di Napoli all'età
di settant'anni[272], se gli caricarono addosso dei gravissimi
affanni per la tempesta che contra di lui si preparava in Francia,
e non minori fatiche per mettersi in difesa; laonde, infermatosi,
finì in pochi giorni di vivere, lodato per varie sue belle doti dal
Summonte[273], ma certamente poco amato, anzi odiato da ognuno per
le sue crudeltà. Il Sanuto[274], storico veneziano, s'empie la bocca
delle iniquità non meno del padre che del figliuolo. Cadde la morte
sua nel dì 25 di gennaio dell'anno presente, e a lui succedette nel
regno _Alfonso duca_ di Calabria, primogenito suo, la cui prima cura fu
quella di dar l'ultima mano ai trattati di pace col papa, per ottener
l'investitura ed insieme aiuti da lui ne' bisogni. Infatti nel seguente
aprile tutto ammansato il _pontefice Alessandro_ spedì il cardinale
di Monreale, cioè _Giovanni Borgia_ suo nipote, a Napoli colle bolle
dell'investitura, e colla facoltà di coronare _Alfonso_ re di Napoli.
Nel dì 7 di maggio, essendo già pervenuto colà esso cardinale legato,
si celebrarono le nozze di _Sancia_ figliuola naturale del re Alfonso
con _Giuffrè_ figliuolo del papa, di età di tredici anni, e furono
fatte giostre, tornei ed altre feste. Se fosse caro al pontefice
questo parentado, si può raccogliere dall'aver egli esentato Alfonso
dall'annuo censo del regno, sua vita natural durante[275]. Il regalo
fatto alla alla sposa da Giuffrè in gioie, drapperie ed altre robe,
fu creduto che ascendesse al valore di ducento mila ducati d'oro.
All'incontro, il re assegnò per dote alla figliuola il principato di
Squillace. Nel Diario di Burcardo, citato dal Rinaldi, è scritto,
avere il _re Alfonso II_ creato Giuffrè principe di Tricarico, e
conte di Chiaramonte, Lauria e Carniola. Ciò fatto, papa Alessandro,
che dianzi, entrato nelle sconsigliate massime di _Lodovico il
Moro_, avea invitato in Italia _Carlo VIII_, cangiò sentimenti e
linguaggio. Scrisse pertanto a quel re, dissuadendolo dal venire,
con rappresentargli la carestia e peste onde Roma era afflitta[276],
ed esserci pericolo che il _re Alfonso_, mosso dalla disperazione,
chiamasse in sua difesa i Turchi: il che sarebbe la rovina dell'Italia.
Ma il giovane re di Francia, che dopo essere mancato il _re Ferdinando_
(principe, il qual solo pel suo gran senno avrebbe potuto difficoltare
i suoi disegni) s'era maggiormente animato all'impresa del regno di
Napoli, nulla badò a queste ciancie, e seguitò a fare il fatto suo.
Per mezzo di _Guglielmo Brissonetto_ primo ministro procurò il papa
di ritardare i movimenti del re Carlo; ma in Francia il cardinal
_Giuliano della Rovere_, sdegnato forte contra papa Alessandro, seppe
così ben perorare presso il re, al quale ancora continui impulsi
dava Lodovico il Moro, che si affrettò più che mai al preparamento
dell'armi. Spedì il re in Italia alcuni suoi uffiziali, fra' quali
_Filippo di Comines_ signore di Argentone (quel medesimo che ci lasciò
una veramente savia e bella storia di questi tempi) per iscandagliare
gli animi dei principi d'Italia. Con breve, ma saggia risposta, che
nulla concludeva, si sbrigarono da tale ambasciata i _Veneziani_ e i
_Sanesi_. I _Fiorentini_ e il _papa_ si mostrarono contrarii. _Ercole
duca_ di Ferrara e _Giovanni Bentivoglio_ esibirono buon trattamento
alle milizie del re, ma nulla di più. Il solo _Lodovico il Moro_ quegli
parea che con calore assistesse ai Franzesi.

Ora il _re Alfonso_, non tanto per vendicarsi di questo principe, la
cui malignità chiaramente tendeva alla di lui rovina, quanto ancora
per tener lungi da sè la guerra con farla nel paese altrui, inviò per
terra nella Romagna _don Ferdinando_ suo primogenito duca di Calabria,
acciocchè la rompesse con _Lodovico_. Parimente nel mese di giugno
mandò una flotta di trentacinque galee, dieciotto navi ed altri legni
minori, comandata da _don Federigo_ suo fratello, per far qualche
tentativo contra di Genova[277], secondato da _Obietto del Fiesco_,
che si ribellò al duca di Milano. Ma, essendo già calato _Lodovico
duca_ d'Orleans e signore di Asti in Italia, ed imbarcatosi nella
flotta regale spedita dal _re Carlo_, nel dì 8 di settembre sbarcò a
Rapallo, castello preso dai Napoletani, e, con loro venuto alle mani,
li sconfisse in maniera, che la flotta nemica fu obbligata a tornarsene
vergognosamente a Napoli. Maggior felicità non incontrò dipoi l'armata
terrestre del re Alfonso in Romagna. Nel dì 9 oppure 11 di settembre
giunto ad Asti _Carlo VIII_ re di Francia colla sua armata[278], fu
quivi sorpreso dal vaiuolo. Risanato, arrivò a Pavia, dove godè delle
magnifiche accoglienze fattegli da _Lodovico il Moro_, ma con volere
per ostaggio della di lui fede in suo potere quel castello, ed ottenere
da lui in prestito ducento mila ducati d'oro. Era nel castello medesimo
gravemente infermo, e di malattia creduto incurabile, il giovane
_Gian-Galeazzo Maria Sforza_ duca di Milano, con opinione universale
che un veleno datogli da Lodovico suo zio appoco appoco il menasse
a morte. Fu a visitarlo e consolarlo il re Carlo, ed _Isabella_ sua
moglie gli raccomandò i suoi piccioli figliuoli. Ma appena fu passato
il re a Piacenza, ovvero a Parma, che ricevette l'avviso della morte
dell'infelice duca, accaduta nel dì 22 d'ottobre, in età dì 25 anni.
Fu egli compianto da tutti, non meno per l'innocenza sua, che per
essere stato vittima dell'ambizion di suo zio. Nè qui finì la tragedia.
Dovea succedere nel ducato il di lui primogenito _Francesco Sforza_.
Lodovico il Moro già avea cominciato, o procurato da _Massimiliano
re_ de' Romani, ossia imperadore eletto, d'esser egli creato duca di
Milano per quella strana ragione di dover egli essere anteposto al duca
_Galeazzo Maria_, già suo fratello defunto, e a' di lui figliuoli,
perchè Galeazzo Maria era nato da _Francesco Sforza_, non peranche
duca di Milano, laddove esso Lodovico nacque dal padre già creato
duca. Non mancarono mai, nè mancheranno pretesti all'ambizione umana e
all'interesse per usurpare l'altrui, se con loro il poter si congiugne.
Leggesi il diploma spedito da Massimiliano in Aversa nel dì 5 di
settembre di questo anno presso il Corio[279]. Il sig. Du-Mont ci dà
questo diploma al dì 20 di novembre dell'anno seguente. Comunque sia,
certo è che, senza aspettare il beneplacito cesareo[280], _Lodovico
il Moro_, venuto a Milano non ancora terminato il funeral del nipote,
convocò i primati della città per la creazione d'un nuovo duca; ed,
avendo ben istruiti i suoi partigiani, costoro mostrarono richiedere il
pubblico bene che in tempi sì pericolosi non un fanciullo, ma un uomo
assennato prendesse le redini del governo e fosse duca. Però, senza
che alcuno osasse di contraddire, Lodovico proclamato duca prese lo
scettro, e fra le grida allegre dello sconsigliato popolo cavalcò per
Milano. La vedova _duchessa Isabella_ co' suoi figliuolini, lagrimevol
esempio dell'incostanza delle cose umane, fu rinserrata nel castello di
Pavia.

Intanto al _re Carlo_ nacquero sospetti contra dello stesso Lodovico,
al sapere che il papa e i Veneziani faceano dei maneggi per istaccarlo
da lui, e poco mancò che non desistesse dall'impegno preso contra del
regno di Napoli. Ma Lodovico, a cui non mancavano mai in bocca le belle
parole, ed alcuni avvisi segreti pervenuti ad esso re da Firenze, dove
il chiamavano i nemici ed emoli di _Pietro de Medici_, l'accesero
a continuare il viaggio. Parte dell'esercito suo sotto il comando
del _Mompensieri_ andò in Romagna[281], e fece che l'armata di _don
Ferdinando duca_ di Calabria si ritirasse a Cesena. Da questa gente
fu preso a forza d'armi il castello di Mordano con altre del distretto
d'Imola, commettendo ivi crudeltà infinite, sino ad uccidere i bambini:
lo che fece correre l'orrore e il terrore per tutta l'Italia, e indusse
Faenza e Forlì ad accordarsi coi Franzesi. Nell'ultimo ricusando don
Ferdinando di azzardarsi ad una battaglia, e sentendo la mala piega
che prendeano le cose della Toscana, si avviò alla volta di Napoli,
e cessarono i rumori in Romagna. Passato il re Carlo per la strada di
Pontremoli verso la Toscana, pose lo assedio alla rocca di Sarzanello
presso a Sarzana, commettendo le sue genti crudeltà dappertutto
ancora con gli amici. In grande agitazione e spavento si trovò per
questo avvicinamento la città di Firenze[282], siccome quella che, a
suggestion di _Pietro de Medici_, s'era fin qui mostrata contraria ai
disegni de' Franzesi; e però esso Pietro, giacchè si conobbe decaduto
dal favore del popolo fiorentino, affin di placare il re, si portò a
visitarlo vicino a Sarzana, e quivi, di sua testa e senza commissione
alcuna della repubblica, stabilì un accordo col re, dandogli per
ostaggio della fede dei Fiorentini le fortezze di Sarzana, Sarzanello
e Pietrasanta. Non molto dipoi volle il re Pisa e Livorno, e Pietro
gliele diede, promettendo il re con un pezzo di carta di restituire
tutto, dappoichè avesse conquistato il regno di Napoli. Andato esso
re a Lucca, oltre all'aver voluto in sua mano alcune fortezze, volle
ancora gran somma di danaro da quel popolo, che nulla osò di negargli.
Era in questo mentre, cioè nel dì 8 di novembre, ritornato a Firenze
_Pietro de Medici_, per rendere conto dell'imprudente suo negoziato;
ma nel dì seguente si trovò chiuso l'adito al palazzo del pubblico,
essendo sommamente irritati contra di lui i magistrati per l'accordo
suddetto[283]. Poco stette a sollevarsi il popolo stesso: laonde
Pietro, montato a cavallo col _cardinal Giovanni_ e _Giuliano_ suoi
fratelli, si fuggì con gran fretta fuori della città, nè si fermò,
finchè giunse a Bologna. Nel medesimo giorno fu egli dichiarato co'
fratelli ribello, posta taglia contro le loro persone, e poscia messo
a sacco il ricchissimo loro palagio. Intanto fece il re di Francia
l'entrata sua in Pisa, dove, nel dì 9 di novembre attruppatasi quella
nobiltà e popolo, ad alte voci dimandarono al re la libertà; e parendo
loro che le buone parole del re fossero un chiaro consentimento alle
loro dimande, subitamente corsero la terra, scacciando i commissarii
e disfacendo le insegne della repubblica fiorentina; avvenimento che
trafisse il cuore de' Fiorentini. Contuttociò, spediti ambasciatori a
Pisa, cercarono d'intavolare col re qualche accordo. Convien credere
che fosse in buono stato il maneggio[284], perchè il _re Carlo_, nel
dì 17 di novembre venuto alla volta di Firenze, fu ricevuto in quella
città non solo pacificamente coll'esercito suo, ma ancora con tutta
magnificenza. Allora si scoprì meglio dove possa giugnere la non mai
sazia ambizion de' potenti. Dure ed indiscrete condizioni cominciò
imperiosamente a pretendere il re da' Fiorentini, cioè somme immense
di danaro, la restituzione di Pietro de Medici, e infine il dominio
della città: cose tutte che moveano a rabbia chi trattava di tali
affari per parte de' Fiorentini. S'era per venire a qualche brutto
spettacolo, se non fosse stato _Pietro Capponi_, uno de' deputati, il
quale, montato in collera al vedere che da' ministri del re si dava
carta di accordo, come loro piaceva, senza volere far conto alcuno
delle ragioni de' Fiorentini, arditamente in faccia dello stesso re
stracciò quella carta[285], e ai regi ministri, che aveano accompagnato
con alte minaccie lo scritto, animosamente rispose: _Voi darete nelle
vostre trombe, e noi soneremo le nostre campane_: il che detto, uscì
tosto della camera. Questo parlare, che potea facilmente partorir
gravissimi sconcerti, Dio volle che terminasse in bene. Si ridussero
i regi ministri a condizioni più discrete, e nel dì 26 di novembre
seguì l'accordo, in cui i Fiorentini promisero al re centoventi mila
scudi, cioè cinquanta mila in termine di quindici dì, e in altre rate
il resto. Per lo contrario, il re promise la restituzion delle terre in
tempi determinati. _Pietro de Medici_ restò in bando. Partitosi poi di
Firenze il re nel dì 28 del mese suddetto, s'incamminò verso Roma[286],
e nel dì 2 di dicembre entrò in Siena, dove ancora, seguendo il re,
arrivò nel dì seguente il cardinale di San Pietro in Vincola, cioè
_Giuliano della Rovere_. V'ha più d'uno scrittore affermante che _papa
Alessandro_ e il _re Alfonso_, dacchè si avvidero di non aver forze
bastanti ad impedire il progresso dell'armata franzese, la quale, unita
coll'altra di Romagna, alcuni faceano ascendere sino a sessanta mila
persone, ma verisimilmente sarà stata molto meno, ricorsero per aiuto
al Turco, acciocchè spedisse un possente corpo di sua gente alla difesa
del regno di Napoli; ed aver infatti _Baiazette_ preparate alla Vallona
alcune migliaia di combattenti; ma intesi dipoi i prosperosi successi
dei Franzesi nel regno, meglio credette di non inimicarsi un re sì
potente, affinchè la voce ch'esso re Carlo avea fatta correre presso
i buoni cristianelli d'essere venuto in Italia per andar contro ai
Turchi, non gli venisse voglia un dì di renderla vera. Dicerie di belli
o maligni ingegni verisimilmente furono queste. Nel giorno stesso,
in cui _Carlo VIII_ entrò in Firenze, mancò di vita in quella stessa
città _Giovanni Pico_ signore della Mirandola in età di soli trentatrè
anni[287]; eppur giunto in sì poco tempo di vita a meritarsi il titolo
di Fenice degl'ingegni: sì grande era il suo sapere, sì maravigliosa
la sua perizia nelle lingue orientali, accompagnata eziandio da una
rara pietà ed illibatezza di costumi. Parimente nel settembre di
quest'anno[288] finì i suoi giorni in Firenze _Angelo Poliziano_ in età
di quarant'anni, anch'esso uno de' più felici ingegni che si avesse
allora l'Italia. Nè è men degno di memoria _Ermolao_ (chiamato nel
dialetto veneziano _Almorò_) _Barbaro_ nobile veneto, che pochi pari
in sapere ebbe in questi tempi, come attestano i suoi libri. Anch'egli
nell'anno presente in Roma terminò di vivere in età di quarantuno anni,
e in tempo che era preparata la sacra porpora al merito di lui.


NOTE:

[270] Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[271] Allegretti, Istor. di Siena, tom. 23 Rer. Italic.

[272] Infessura, Diar., Par. II, tom. 3 Rer. Ital. Ammirati, Istor. di
Firenze. Raynal., Annal. Ecclesiast.

[273] Summonte, Istoria di Napoli.

[274] Sanuto, Istoria di Venezia, tom. 22 Rer. Italic.

[275] Summonte, Istor. di Napoli.

[276] Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Italic. Corio, Istor. di
Milano.

[277] Senarega, de Reb. Genuens., tom. 24 Rer. Ital. Sanuto, Istor. di
Venez., tom. 22 Rer. Ital. Ammirati, Istor. di Firen. Corio, Istor. di
Milano.

[278] Mémoir. de Comines, lib. 7.

[279] Corio, Istor. di Milano.

[280] Guicciardini, Istor., lib. 1.

[281] Cronica MS. di Bologna.

[282] Ammirati, Istor. di Firenze.

[283] Guicciardini, Ist. d'Italia. Ammirat., Istor. di Fir. Nardi, Ist.
di Firenze, ed altri.

[284] Allegretti, Ist. di Siena, tom. 23 Rer. Ital.

[285] Ammirati, Istoria di Firenze. Guicciardini, Ist. d'Italia.

[286] Philipp, de Comines., Burchardus, in Diar.

[287] Johann. Franciscus Pico, in Vit. Johannis Pici.

[288] Jovius in Elog.



    Anno di CRISTO MCCCCXCV. Indiz. XIII.

    ALESSANDRO VI papa 4.
    MASSIMILIANO I re de' Rom. 3.


Uno de' primi a far muover di Francia il re _Carlo VIII_ era stato
_papa Alessandro VI_, senza ben pensarne, da quel gran politico ed
astuto uomo ch'era, le perverse conseguenze di un tal consiglio.
Ma allorchè vide che, entrato con tante forze questo re in Italia,
e pervenuto fino in Toscana, non v'era città o fortezza che non
gli portasse le chiavi, cominciò a provar degli affanni e tormini
gravissimi, perchè considerato come aperto nemico di un re a cui nulla
resisteva[289]. Nel dì 9 di dicembre avea egli fatto mettere in onesta
prigione i cardinali _Ascanio Sforza_ e _San Severino_, come parziali
de' Franzesi, e mandati in castello Sant'Angelo _Prospero Colonna_ e
_Girolamo Tuttavilla_. Cominciò poi in lontananza a trattare d'accordo
col re. Questi fece istanza ne' preliminari che si liberassero i due
cardinali; ed aggiunse che avendo il pontefice lasciato entrare in Roma
_Ferdinando duca_ di Calabria colle genti sue nemiche (questi poi si
ritirò prima che arrivassero i Franzesi), anch'egli voleva entrarvi:
che per altro egli era pronto alla concordia. Nel dì 19 del suddetto
dicembre fu spedito dal papa al re il _cardinal San Severino_, e questi
almeno ottenne che pacificamente, e salvo l'onore della maestà ed
autorità pontifizia, il re facesse la sua entrata in Roma. Nella notte
dell'ultimo dì di dicembre, venendo il dì primo dell'anno presente,
arrivò il re di Francia a Roma, e v'entrò tenendo tutte le sue genti
d'armi la lancia sulla coscia. Dal popolo romano gli furono presentate
le chiavi della città, ed egli poscia andò ad alloggiare nel palazzo
ben ammobigliato di San Marco. Il pontefice Alessandro, che non sapea
quanto si potesse promettere de' baldanzosi e sdegnati Franzesi, avea
preso lo spediente di ritirarsi in castello Sant'Angelo, per trattar
con più sicurezza della concordia e del suo decoro[290]. E ne trattò
per mezzo de' ministri del re, conchiudendo finalmente quell'accordo
che potè. Non mancarono allora cardinali, e massimamente _Giuliano
della Rovere_, ed altri seminatori di discordia, che insinuarono al
re, questo essere il tempo d'intentare un processo contra di _papa
Alessandro_, per provare ch'egli simoniacamente avea acquistata la
sedia di San Pietro, e menava una vita troppo scandalosa con evidente
danno della religion cattolica. Ma il re, badando ai consigli del
_Brissonetto_, a cui il papa avea promesso il cappello cardinalizio,
si astenne dall'indurre questo sconcerto nella Chiesa, lasciando a Dio
il castigo di chi avesse prevaricato, ed attese a ciò che riguardava
i proprii interessi. Fu dunque stabilito che il papa per sei mesi
concederebbe al re la persona di _Zizim_ fratello di Baiazette, con
promessa di restituirlo; darebbe ad esso re l'investitura del regno di
Napoli, rimetterebbe in sua grazia i cardinali aderenti alla Francia,
lascerebbe nelle mani del re Terracina, Cività Vecchia, Viterbo e
Spoleti, finchè egli ritornasse da Napoli; e darebbe per ostaggio di
sua fede _Cesare cardinal_ Valentino suo nipote.

In vigore di tal concordia uscito di castello Sant'Angelo nel dì 16 di
gennaio _papa Alessandro VI_, passò nel giardino del palazzo vaticano,
e quivi fu ad inchinarlo il _re Carlo,_ ma senza baciargli la mano,
non che il piede. Si abbracciarono, fecero i lor complimenti, e il
re, senza perdere tempo, fece istanza del cappello cardinalizio pel
suo primo ministro _Guglielmo Brissonetto_; cosa che fu con subita
puntualità eseguita. Tenutosi poi pubblico concistoro in San Pietro
nel dì 19 del mese suddetto, vi comparve il re, e, secondo il Rituale,
soddisfece a tutti gli atti di riverenza verso il vicario di Cristo.
Partì poscia il re Carlo di Roma nel dì 28 di gennaio alla volta del
regno di Napoli. Parve che il cielo secondasse tutti i suoi passi,
perchè quel verno fu così dolce, quieto e sereno, che sembrava una
primavera, in guisa che all'esercito franzese non riusciva d'incomodo
o danno il far viaggio in quella stagione. In questo mentre il re
di Napoli _Alfonso II_, ossia che ora conoscesse l'amaro, ma giusto
frutto della passata sua crudeltà ed avarizia[291], per cui s'era
tirato addosso l'odio di tutti i baroni e del popolo stesso, nè potea
far capitale della lor fede in sì pericolosa contingenza, oppure,
come vuole il Summonte[292], che il papa e il _cardinale Ascanio_
suo cognato a ciò l'esortassero, determinò di rinunziar la corona
a _Ferdinando_ suo primogenito per la speranza[293] ch'essendo egli
universalmente amato dai nobili e dalla plebe per le sue lodevoli doti,
ben diverse dalle paterne, alla difesa di lui e del regno tutti si
unirebbono. Nel dì 23 di gennaio seguì la rinunzia. _Ferdinando II_ fu
riconosciuto per re, e il padre suo _Alfonso II_, imbarcate in cinque
galee le cose più preziose con danari, ascendenti a trecento cinquanta
mila scudi, nel dì 3 di febbraio uscì di Napoli, e fece vela verso la
città di Mazara in Sicilia, e quivi andò a mettere la sua stanza in
un monistero di monaci olivetani, con darsi tutto ad opere di pietà e
di penitenza: col qual tenore di vita giunse al fine de' suoi giorni
in età di quarantasette anni nel dì 19 di novembre di questo medesimo
anno, e fu poi seppellito con reali esequie nella maggior chiesa di
Messina.

Marciava, siccome dissi, il prode _re Carlo VIII_ verso il regno di
Napoli, quando il turbarono non poco due avventure. Per istrada il
consegnato a lui _Gem_, o _Zim_ ossia _Zizim_, fratello di Baiazette
II, sorpreso da un fiero sconosciuto malore, in poco tempo finì di
vivere. I più attribuirono la di lui morte a veleno, e veleno datogli
per ordine del papa. Col mezzo di costui pensavano i Franzesi di
poter fare grandi imprese contra de' Turchi, e fin si figuravano
d'impadronirsi di Costantinopoli. Giunto poi che fu il re a Velletri,
_Cesare cardinal_ Valentino figliuolo d'esso pontefice, a lui dato
per ostaggio, improvvisamente se ne fuggì, e tornossene a Roma: dal
che tanto più rimase accertato il re dell'astuzia e poca fede del
papa. Non mi fermerò io qui a descrivere i fortunati successi del re
Carlo nell'impresa di Napoli, e gl'infelici del buon re _Ferdinando_,
ossia _Ferrante II_. Basterà dire, che per quanto avesse fatto
questo novello re per cattivarsi i popoli, con aver data la libertà
ai baroni imprigionati dal padre, restituiti gli Stati a chiunque
n'era stato ingiustamente spogliato, e dispensate molte grazie alla
città di Napoli; pure niuno tenne forte per lui, ed egli si trovò
tradito dai principali suoi uffiziali. San Germano niuna resistenza
fece. Capoa, l'Aquila, Gaeta ed altre terre, senza sfoderare spada,
si arrenderono al vincitore re Carlo. Napoli si sollevò, e mandò
incontro a' Franzesi, con offerire pacificamente l'ubbidienza. Per
quanto facesse il re Ferdinando, non potè fermare una sì gran piena
di rivoluzioni e disgrazie; e però nel dì 21 di febbraio, dopo aver
lasciato buon presidio in Castello Nuovo e in quello dell'Uovo, con
quattordici galee si ritirò al castello d'Ischia. Il castellano _Giusto
della Candina_ Catalano, che già teneva intelligenza col re franzese,
nol volea lasciar entrare. Tanto disse e pregò lo sfortunato, re che
fu introdotto solo; ma appena v'ebbe messo il piè dentro che, cavato
lo stocco, stese morto a terra l'infedel castellano: dal qual colpo
rimase sì sbalordita la guarnigione, che non fece alcun movimento,
e lasciò impossessarsi di quel castello il resto dei cortigiani e
delle guardie del re Ferdinando. Entrò nel seguente dì 22 oppure 24
di febbraio[294] il re Carlo trionfalmente in Napoli. Seco marciavano
trentotto mila soldati, avendone egli lasciati molti di presidio in
Toscana, nelle terre della Chiesa e nelle città già conquistate del
regno. Perchè le artiglierie del Castello Nuovo, alla cui difesa era
stato lasciato _Alfonso d'Avalos_, marchese del Vasto e di Pescara,
faceano gran danno alla città e al palazzo di Capuana, il re Carlo ne
formò l'assedio. Poco durò, perchè avendo gli Svizzeri, che v'erano di
guarnigione, tumultuato, si arrendè quella fortezza nel dì 6 oppure 7
di marzo. Intanto il re volle abboccarsi con _don Federigo zio_ del
_re Ferdinando II_, con inviargli salvocondotto; e gli propose che
se il nipote suo volesse rinunziare il regno, gli darebbe il possesso
d'una provincia in Francia. Ma sapendo don Federigo quanto da ciò fosse
alieno il nipote, siccome quegli ch'era risoluto di voler morire re,
se ne tornò, senza abbracciare il partito, ad Ischia. Sperava non poco
l'abbattuto _re Ferdinando_ nell'aiuto di _Ferdinando_ il _Cattolico_
re d'Aragona e Sicilia, il quale infatti non solo avea mandati
ambasciatori al _re Carlo_ con proteste di guerra, ogni qualvolta egli
volesse molestare il re di Napoli, ma ancora spedì appresso in Sicilia
_Consalvo Fernandez_ di Cordova, chiamato il gran capitano, con sei
mila fanti e secento cavalli, con ordine di vegliare agli andamenti dei
Franzesi, e di opporsi: che non potea già piacere al re d'Aragona di
avere un sì potente nemico confinante al suo regno di Sicilia.

Intanto con felicità mirabile e in poco di tempo il re Carlo conquistò
il castello dell'Uovo, la rocca di Gaeta, e quasi interamente tutto il
regno, portandogli a gara ogni città e fortezza le chiavi: prosperità
che sbalordì i principi italiani, e generò in lor cuore non lievi
sospetti che questo principe, venuto in Italia sotto pretesto di
portar le armi contra de' Turchi, fosse dietro unicamente a mettere il
giogo a tutti gl'Italiani. Perciò papa _Alessandro VI_, i _Veneziani_,
_Massimiliano I_ imperadore, _Ferdinando_ ed _Isabella_ re di Spagna
e _Lodovico il Moro_ duca di Milano (che della sua balordaggine
s'era infin ravveduto) trattarono una lega contra del re di Francia
Carlo VIII. Fu creduto che Lodovico si dipartisse dalla lega ed
amicizia de' Franzesi, perchè, lusingandosi di poter ottenere dal re
Sarzana, Sarzanello, Pietrasanta e Pisa ch'erano state de' precedenti
signori di Milano, si trovò poi beffato, e restò colle mani piene di
mosche[295]. Sparsesi anche voce[296] che _Lodovico duca_ d'Orleans,
e padrone d'Asti in Italia, si lasciasse scappar di bocca, essere
venuto oramai il tempo di far valere sopra lo Stato di Milano le
ragioni di _Valentina Visconte_ avola sua. Per questo assai pentito
Lodovico dell'imprudente condotta sua, concorse alla lega, trattata e
conchiusa in Venezia fra i suddetti principi nel dì 31 di marzo, col
pretesto anche essa di far guerra al Turco, e pubblicata alcuni giorni
dappoi dappertutto. Diedesi ognun de' collegati ad accrescere le sue
genti d'armi, e _Francesco Gonzaga_ signore di Mantova fu dichiarato
lor capitan generale dai Veneziani. In feste, in balli e in giostre
si tratteneva il re Carlo in Napoli, quando gli giunse questa nuova,
per cui smoderatamente cominciò ad inquietarsi, e a parergli un'ora
mille anni per desiderio di tornare in Francia. In effetto, fattosi
frettolosamente, nel dì 20 di maggio, riconoscere con solennità re di
Napoli, e lasciati in quel regno cinque mila cavalli e molta fanteria,
da lì a poco col resto della sua armata prese il cammino alla volta
di Roma, seco portando non men egli che i suoi cortigiani e soldati
immense spoglie de' poveri regnicoli. Giunto a Roma nel dì primo di
giugno, trovò che il papa se n'era fuggito colle sue genti d'armi,
e ritirato a Perugia. Continuato il viaggio, i Franzesi diedero
barbaramente il sacco a Toscanella, e corse voce che vi avessero ucciso
secento persone. Arrivò il re con gran parte dell'esercito nel dì 13 di
giugno a Siena[297]; e quindi mosso, senza entrare in Firenze, ch'era
ben armata, prese la strada di Pontremoli per passare in Lombardia,
nella qual terra enormi crudeltà commisero i suoi Franzesi. Tale era
la fretta del re, che parea sempre avere i nemici alle spalle; ma il
vero motivo fu, perchè egli sperava di prevenir la lega, e di trovar
aperto il passo per condursi ad Asti. Mentre ciò succedea, _Lodovico
duca d'Orleans_ ebbe un trattato con alcuni nobili di Novara[298], i
quali essendo, per varii aggravii sofferti, disgustati di _Lodovico il
Moro_, introdussero in quella città cinquecento uomini d'armi ed otto
mila fanti d'esso duca d'Orleans. Da lì a non molto anche la rocca
di Novara capitolò la resa. Per questa perdita rimase sì costernato
quel politicone di Lodovico il Moro, che già credea che il cielo gli
avesse a cascare addosso. Gli fecero animo gli ambasciatori veneti.
Eransi raunate le milizie venete, sforzesche e del papa al fiume Taro
presso alla collina, aspettando che il re calasse nella pianura del
Parmigiano per la Valle di Fornovo. _Francesco marchese_ di Mantova
comandava, siccome dissi, le armi venete, che erano il maggior nerbo
dell'esercito collegato, nel quale, oltre a molti valenti condottieri,
ben animati erano alla battaglia anche tutti i soldati per la speranza
di far un grosso bottino, perchè di molte ricchezze infatti venivano
col campo franzese. Era di lunga mano superiore all'esercito nemico
quello degl'Italiani, e a manifesto pericolo si esponeva il re, venendo
a battaglia. Tuttavia se esso re Carlo non volea lasciar perire di fame
i suoi, dacchè si trovava in mezzo alle montagne, gli convenne eleggere
la via dell'armi per uscire di quelle angustie.

Pertanto nel dì 6 di luglio, ordinate le sue schiere, l'animoso
re Carlo scese al piano, e colle artiglierie di varie sorte ben
disposte venne ad un fatto d'armi, fatto crudelissimo e famoso, che
durò solamente due ore. Diversa ne fu la descrizione secondo l'usata
parzialità degli storici, avendo l'una e l'altra parte cantata la
vittoria. Quel che è certo, combatterono da lioni i Franzesi, perchè
la presenza del re e la disperazione al loro nativo coraggio ne
aggiunse del nuovo[299]. Non mostrarono men valore gl'Italiani, parte
nondimeno de' quali per mala intelligenza non entrò nella mischia, ed
altri perdutisi a bottinare facilitarono agli avversari l'insanguinar
le loro spade. La verità dunque è, che sul campo vi restarono più
Italiani che Francesi, e vi perirono di molti bravi capitani; siccome
ancora certo è che il _re Carlo_ colla spada alla mano, vestito da
soldato, e valorosamente combattendo da tale, corse ben pericolo di
essere preso; pure felicemente passò, e seguitò speditamente col
più de' suoi il viaggio verso Piacenza ed Asti. Gran quantità di
carriaggi, di artiglierie, di tende e di robe preziose rimasero in mano
degl'italiani, ai quali perciò parve di potersi attribuir la vittoria,
ma non quale la speravano prima. Passò dipoi l'esercito sforzesco e
veneziano all'assedio di Novara, e s'ingrossò talmente il loro campo,
che fu creduto dal Corio ascendere a quarantacinque mila persone.
Si ridusse quella città a strane miserie per la carestia e per le
malattie dei soldati, ed entro v'era _Lodovico duca_ di Orleans: lo che
maggiormente affliggeva il re di Francia, per timore che cadesse in man
de' nemici. Pertanto, giacchè ito il re Carlo a Torino, non avea voglia
o forze tali da poter soccorrere Novara, cominciò a fare proposizioni
d'accordo, e questo appunto seguì in Vercelli nel dì 10 di ottobre, per
cui quella città fu restituita a _Lodovico il Moro_, e consegnato ad
_Ercole duca_ di Ferrara il castelletto di Genova per l'esecuzion de'
patti, i quali si veggono riferiti dall'Argentone e dal Corio. Dopo di
che il re se ne tornò in Francia, lasciando voce di voler ritornare
nell'anno seguente con più potere in Italia. Se _Lodovico il Moro_
avesse potuto preveder l'avvenire, non avrebbe sì facilmente lasciato
uscir di Novara Lodovico duca d'Orleans. Vedremo che se n'ebbe ben a
pentire; e intanto s'intrecciavano gli affari in maniera che avesse poi
a cadere il gastigo sopra questo principe sì ambizioso e crudele verso
il suo sangue. Gran biasimo ancora ebbe egli per quell'accordo fatto
senza il consentimento dei suoi collegati.

Nè qui finirono le percosse date ai Franzesi nell'anno presente[300].
Allorchè il _re Carlo_, tornando da Napoli, fu a Pisa, i Fregosi
ed altri fuorusciti di Genova gli fecero credere assai facile lo
insignorirsi della loro patria, trovandosi troppo impegnato in
Lombardia _Lodovico duca_ di Milano. Diede perciò il re ad essi un
corpo delle sue genti coi cardinali _della Rovere_ e _Fregoso_,
_Filippo principe_ di Savoia ed _Obietto del Fiesco_, i quali,
essendosi uniti co' fuorusciti, e formato un esercito di otto mila
persone tra cavalli e fanti, andarono ad accamparsi sotto Genova.
Oltre a ciò, ebbero i Franzesi in Rapallo dieci galee e due grossissimi
galeoni, pronti, occorrendo, a far guerra per mare a quella città. Non
si sgomentarono punto i valorosi Genovesi, fedeli tuttavia al duca di
Milano; e, prontamente allestite otto galee con altri legni, passarono
a Rapallo. Dopo aver felicemente espugnato quel borgo, diedero
addosso ai legni franzesi, e tutti li sottomisero, con farvi un ricco
bottino. Grandi spogli dei Napoletani sopra quelle galee passavano
in Francia. Per questo sinistro colpo si ritirò con somma fretta di
sotto a Genova l'armata de' Franzesi e fuorusciti. Vegniamo al regno di
Napoli. Appena fu partito di là il _re Carlo_, che rinvigorito il re
_Ferdinando II_ si accinse a ricuperare il regno. Alla ubbidienza sua
erano tuttavia Brindisi, Gallipoli ed altri pochi luoghi. Ora il gran
capitano _Consalvo_, passato da Messina a Reggio di Calabria, prese
quella città, dipoi la rocca, e cominciò a stendere le sue conquiste
per la Calabria. Unironsi allora le truppe franzesi sotto il _signore
d'Obignì_, che si trovavano in quelle contrade per frenare il corso
dei Catalani. Non volea già l'accorto Consalvo tentar la fortuna con
una battaglia; ma, non potendo resistere all'ansietà del giovane re
Ferdinando, gli convenne venire alle mani con essi a Monte Leone, ossia
presso al nume di Seminara. Restarono vincitori i Franzesi, e poco
mancò che lo stesso re non rimanesse prigioniere. Tuttavia cominciò a
combattere in favore del re Ferdinando l'odio conceputo dai regnicoli
contra dei Franzesi. Si credeano essi, allorchè comparve nel regno il
re di Francia, di godere sotto di lui l'età dell'oro: vana immaginazion
d'altri popoli inclinati alla mutazion dei governi. E veramente il re
li sollevò da alcune gravezze. Ma per lo contrario i Franzesi d'allora,
mancanti di quella disciplina e moderazione che si osserva in loro
oggidì, altro non faceano tuttodì vedere che eccessi di crudeltà, di
lussuria e di avidità di roba. Poco ci volea perchè essi maltrattassero
ed uccidessero gli amici, non che i nemici. Di nulla più ansiosi erano
che dei saccheggi; dati ai ladronecci, neppure perdonavano alle chiese;
e, ciò che era più sensibile, rapivano donzelle e maritate, senza che
se ne facesse giustizia. Il re medesimo, oltremodo abbandonato alla
sensualità, serviva di pessimo esempio agli altri. In una parola, poco
stettero i Napoletani a sospirar gli Aragonesi, che pure con mano sì
aspra gli aveano governati finora.

Fu dunque da essi Napoletani segretamente chiamato il _re Ferdinando_,
il quale imbarcatosi con quanti legni potè, ma senza danari, e appena
con due mila soldati, arrivò nelle vicinanze di Napoli[301]. Bastò
questo perchè il popolo di quella gran città prese le armi, e gridando
_Aragona, Aragona_, aprisse le prigioni, e si scagliasse contra di
qualunque Franzese che si trovasse per quella città. Ritiraronsi i
Franzesi nelle fortezze, e nel dì 7 di luglio rientrò il re Ferdinando
II in Napoli fra le incessanti acclamazioni di quegli abitanti.
Fu posto l'assedio a Castello Nuovo e a quello dell'Uovo, dove
specialmente s'erano ritirati i Franzesi col _signore di Mompensieri_
vicerè di Napoli, il qual fece gagliarda difesa, finchè per industria
sua, ovvero per patti segreti fatti col re, gli riuscì di poterne
uscire e ritirarsi a Salerno. Il _marchese di Pescara_ proditoriamente
sotto una di quelle fortezze fu ucciso. Oltre a _Prospero_ e _Fabrizio
Colonnesi_, che andarono al soldo di esso re, il papa gli mandò
altra gente in aiuto. Capoa, Aversa, Nola e altri luoghi vicini il
riconobbero per loro signore. Ma il Mompensieri, fatto il maggiore
sforzo che potè di sua gente, andò fin sotto a Napoli; e spediti
contra di lui dal re Ferdinando il _conte di Matalona_ e il _signore
di Camerino_, in un fatto d'armi gli sconfisse: del che rimase sì
sbigottito il re suddetto, che fu in procinto di abbandonar di nuovo
Napoli. E l'avrebbe forse fatto, se il generoso Prospero Colonna non
l'avesse, con fargli animo, ritenuto. Seguirono poi altre baruffe, ora
favorevoli, ora contrarie al re Ferdinando, il quale nondimeno ricuperò
le fortezze di Napoli parte in questo e parte nel seguente anno. La
primaria applicazione dei Fiorentini nell'anno presente[302] quella fu
di procacciarsi dal _re Carlo_ la tenuta di Pisa, Pietrasanta, Sarzana
e Sarzanello; e su questa speranza non osarono mai di muovere un dito
contra di lui, anzi fecero sempre quanto a lui parve, sino ed entrar
seco in lega. Ma il re gli andava di un dì in un altro menando a spasso
colle più belle parole del mondo, e sempre senza fatti. Preso anche per
loro generale il _duca d'Urbino_, andarono a mettere il campo a Pisa,
confortati da alcuni uffiziali del re, che v'entrerebbono; ma infine,
trovandosi delusi, se ne tornarono ai lor quartieri. Nè si dee tacere
che fra gli altri malanni portati in Italia da' Franzesi in occasion di
queste guerre, si contò ancora il morbo, creduto portato dalle Indie
Occidentali, che tuttavia ritien presso di noi il nome della nazion
franzese, gastigo velenoso della sozza libidine. Non manca chi pretende
dianzi non ignoto all'Europa questo malore, e certo non ne mancano
esempli ne' precedenti secoli, ma erano cose rare. Comunque sia, fuor
di dubbio è che il medesimo cominciò in questi tempi a dilatarsi con
furore nelle contrade italiane, e a rovinar la sanità ed anche la vita
degl'incontinenti, perchè non se ne sapeva il rimedio. Oggidì sembra
alquanto snervata la forza sua, di cui tuttavia chi ha timor di Dio e
senno non ne vuol fare giammai la pruova.


NOTE:

[289] Burchardus, Diar., apud Raynald.

[290] Guicciardini, Istor. Comines., Raynaldus, Annal Eccles.

[291] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[292] Summonte, Istoria di Napoli.

[293] Guicciardini, Istor. d'Ital. Ammirati, Istor. di Firenze.

[294] Burchardus., in Diar., apud Raynal.

[295] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[296] Navagero, Ist. di Ven., tom. 23 Rer. Ital. Raynaldus, Annal.
Eccles.

[297] Allegretti, Diar. Sanese, tom. 23 Rer. Ital.

[298] Corio, Istor. di Milano.

[299] Mémoir. de Comines. Sanuto, Istoria di Ven., tom. 22 Rer. Ital.
Guicciard., Istoria d'Italia. Corio, Ist. di Milano.

[300] Giustiniani, Istoria di Genova. Sanuto, Istoria di Venezia, tom.
22 Rer. Ital. Senarega, de Reb. Genuens., tom. 24 Rer. Ital.

[301] Summonte, Istoria di Napoli. Guicciardini, Istoria d'Italia.
Corio, Istor. di Milano. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[302] Ammirati, Istoria di Firenze.



    Anno di CRISTO MCCCCXCVI. Indiz. XIV.

    ALESSANDRO VI papa 5.
    MASSIMILIANO I re de' Rom. 4.


La guerra nel regno di Napoli continuò ancora nell'anno presente.
Trovavasi scarso di gente e più di pecunia il _re Ferdinando_. Non gli
tornava il conto in circostanze tali di aggravare i popoli. Ricorse
all'aiuto de' Veneziani[303]. Da essi, oltre ad una buona flotta di
legni, ebbe anche un grosso corpo di combattenti per le imprese di
terra. Alla testa d'essi fu poi mandato _Francesco Gonzaga_ marchese
di Mantova. Riportò ancora il re dai Veneti un soccorso di danaro
contante con promessa di pagar tutto; ed eglino intanto vollero in
pegno, ed ottennero, Brindisi, Trani, Gallipoli, Otranto ed altre terre
marittime della Puglia. Mettendo così il piede in quelle contrade, si
lusingavano essi, e non invano, che non verrebbe più quel dì in cui se
ne ritirassero. Erano nondimeno forti i Franzesi, perchè con esso loro
andavano uniti moltissimi del partito angioino. Seguirono varie vicende
di guerra fra essi e gli Aragonesi. Quella che è più degna di memoria,
fu l'essersi ritirato il signore, ossia _duca di Mompensieri_ nella
città di Atella, assai forte luogo, col meglio delle sue brigate[304].
Essendosi ingrossato il re Ferdinando colle soldatesche inviategli
dai Veneziani, là entro il colse, e mise l'assedio alla città. I fanti
svizzeri e tedeschi in questo tempo, perchè mal pagati, levatisi dal
campo franzese, passarono a rinforzar quello di Ferdinando. Altro
scampo non ebbe allora il Mompensieri che di ricorrere all'_Obignì_
militante in Calabria, acciocchè accorresse in aiuto suo. Ma si
trovò malato quel signore, e la sua malattia diede campo a _Consalvo
Fernandez_ d'insignorirsi di Cosenza e d'altri luoghi. Contuttociò
ordinò l'Obignì che il _conte di Moreto_ ed _Alberto da San Severino_
con un buon corpo di gente portassero soccorso al Mompensieri.
Informato di tal movimento l'astuto Consalvo, alla sordina fu loro
addosso, prese buona parte d'essi, ed anche i lor condottieri. Il
che fatto, andò ad unirsi col _re Ferdinando_ sotto Atella. Ancorchè
tuttavia circa sette mila armati avesse il Mompensieri in quella città,
pure, per difetto di viveri, fu costretto a trattar di capitolazione.
E si conchiuse una tregua di trenta giorni, nel qual tempo, se non
fosse giunta armata capace di far cessare l'assedio, non solamente
quella città si renderebbe, ma anche tutte le altre dipendenti dal
Mompensieri nel regno di Napoli, a riserva di Taranto, Gaeta e Venosa,
con altre condizioni che io tralascio. Passarono i trenta giorni senza
che comparisse per mare o per terra alcun soccorso franzese; laonde fu
pienamente eseguito l'accordo suddetto dopo la metà d'agosto. Trovò il
re Ferdinando dei pretesti per non lasciar uscire dal regno i Franzesi,
e messili in luoghi d'aria malsana, ciò fu cagione che la maggior
parte d'essi perisse. Lo stesso _signore di Mompensieri_, partecipando
di que' pericolosi influssi, lasciò la vita in Pozzuolo nel dì 5
d'ottobre. Infermossi del pari _Francesco marchese_ di Mantova, laonde
poi venne a cercar miglior aria in Lombardia. Nel dì 19 d'ottobre[305]
giunse a Ferrara. Essendo intanto ritornato il gran capitano _Consalvo_
dopo la presa d'Atella in Calabria, trovò che vi avea fatto di molti
progressi l'_Obignì_ così vigorosamente si diede egli ad incalzare
i Franzesi, che infine li costrinse a prendere la legge dalle mani
sue vittoriose, di modo che esso Obignì uscì del regno di Napoli, e
ritirossi in Francia.

Con questa felicità passavano gli affari del re _Ferdinando II_, nel
qual mentre gli venne il pensiero di accasarsi. La moglie ch'egli
prese, e con dispensa del papa, ma non senza ammirazione, anzi con
mormorazione de' saggi, fu una sua zia, cioè _Giovanna_ figliuola
del re _Ferdinando I_ avolo suo paterno, e sorella del _re Alfonso_
suo padre. Corse voce non mal fondata, che, trovandosi egli alquanto
infermo, l'eccessivo uso del matrimonio gli cagionasse una tal
violenza di male, che per esso terminasse il corso di sua vita nel dì
5 di ottobre, come ha Burcardo[306]: di settembre lasciarono scritto
il Nardi[307] e il Summonte[308]. Fu la perdita di questo principe
compianta da tutti per le sue amabili qualità. Perchè egli non
lasciò figliuoli, _don Federigo_ conte di Altamura, suo zio paterno
dimorante all'assedio di Gaeta, corse a Napoli, e fu proclamato re.
Tornò egli dopo questa funzione sotto Gaeta, e gli riuscì d'indurre
quella guarnigion franzese a capitolare la resa. Imbarcossi questa
in due navi per tornarsene in Francia; ma per fortuna di mare quasi
tutta perì in faccia di Terracina. Quindi il novello _re Federigo_
con rara prudenza ed amorevolezza diede principio al suo governo,
studiandosi di guadagnar gli Angioini, e di pacificar tutti i
malcontenti. All'incontro, per la decadenza dei Franzesi nel regno di
Napoli, il _pontefice Alessandro_ diede fuoco al suo sdegno contra di
_Virginio_ e di _Paolo Orsini_, che aveano fin qui militato in favor
della Francia senza curarsi de' divieti del papa. Indotto il vivente
allora re _Ferdinando II_ a violare i patti della capitolazione, li
fece imprigionare; ed egli poi spedì l'esercito contra delle loro
castella nell'ottobre dell'anno presente, e molte ne occupò, meditando
già di arricchir colle loro spoglie i proprii figliuoli. Valorosamente
nondimeno resisterono gli aderenti e sudditi degli Orsini, nè finì poi
quella guerra a tenore dei desiderii del papa. Gran bollore d'azioni
militari fu eziandio per quest'anno nella Toscana. I Fiorentini, il
maggior negozio de' quali era quello di ricuperar Pisa e le altre
terre loro tolte, tempestavano con frequenti ambascerie e lettere
_Carlo VIII_ re di Francia, perchè ordinasse al _signore d'Entraghes_,
governatore della cittadella di Pisa, di rimetterla in loro mano.
Ordini pressanti spediva il re di farne la consegna, e con credenza
comune che egli sinceramente li desse; ma con provarsi dipoi che i suoi
uffiziali non doveano capire il tenore di quelle lettere. Anzi tutto il
contrario avvenne. Il governatore di Sarzana per venticinque mila scudi
d'oro vendè ai Genovesi la città di Sarzana. Sborsato immantenente
il danaro, ne presero i Genovesi con gran festa il possesso; e nella
stessa maniera tornarono ad impadronirsi di Sarzanello. Aveano essi
trattato anche col governatore di Pietrasanta; ma i Lucchesi più
diligenti l'ottennero essi, non senza aspre doglianze de' Genovesi.
Per conto di Pisa, il _signor d'Entraghes_, invece di cedere quella
cittadella ai Fiorentini, la vendè anch'egli al popolo di Pisa, il
quale non tardò a demolirla. Tante trafitture erano queste al cuor de'
Fiorentini. Perlochè cominciarono a far guerra ai Pisani, e ad espugnar
alcune loro castella. Fioccavano intanto le lettere de' Pisani al
papa, al duca di Milano, a' Veneziani, e ad altri potentati e signori,
per ottener forze da difendersi: essendo chiaro che non poteano
sostenersi contro la potenza de' Fiorentini. Entrarono in questa
contesa specialmente i Veneziani, siccome quelli ch'erano malcontenti
della repubblica fiorentina, collegata co' nemici franzesi, e molto
più perchè, mischiandosi in quella briga, non mancava loro desiderio
e fondamenti di assoggettar Pisa al loro dominio, anzi ne veniva lor
fatta l'esibizione. Adunque mandarono a Pisa de' possenti soccorsi, e
ne inviò anche _Lodovico duca_ di Milano, giacchè anche a lui davano
speranza i Pisani di sottomettersi a lui. Con questi aiuti quel popolo
andò poscia difendendo sè stesso.

Non d'altro intanto per tutta Italia si pasceva la curiosità degli
oziosi, che dei mirabili apparecchi d'armi che si diceano fatti da
_Carlo VIII re_ di Francia per tornare di qua da' monti, tenendosi
per fermo ch'egli comincerebbe il ballo contro a _Lodovico il Moro_
duca di Milano, pretendendo che questi avesse in più forme mancato ai
patti, e delusa la corte di Francia. Tre eserciti doveano calare in
Italia, uno condotto da _Gian Jacopo Trivulzio_ nobile milanese, che
nel regno di Napoli entrato al servigio d'esso re, s'era già acquistato
il credito d'uno dei più savii e valorosi capitani italiani. Il secondo
sotto il comando di _Lodovico duca_ d'Orleans, padron d'Asti; e il
terzo, maggiore degli altri, guidato dal medesimo re Carlo. In sì
fatti racconti gran parte avea la bugia. Il solo Trivulzio venne ad
Asti per sicurezza di quella città. Contuttociò Lodovico Sforza, a cui
tremava il cuore, determinò di muovere _Massimiliano re_ de' Romani,
già suo collegato, a calare in Italia[309]. E gli riuscì il maneggio.
Venuto l'ottobre, arrivò Massimiliano per la Valtellina, scese nel
territorio di Milano, accolto con gran festa e magnificenza da esso
Lodovico; e, senza toccar Milano, continuò il viaggio alla volta di
Genova, con disegno di passare a Pisa, dove ancora quel popolo con
grande istanza l'avea chiamato. Non menava seco più di cinquecento
cavalli e di otto bandiere di fanti. Nel dì 25 d'ottobre arrivò a
Genova, e da lì a due giorni imbarcatosi se n'andò a Pisa, dove,
pensando d'immortalare il suo nome, dopo aver preso alcuni castelletti,
s'accinse all'assedio di Livorno, detenuto allora da' Fiorentini. Ma
quando si fu per dare l'ultimo assalto, insorse dissensione fra lui e
i commissarii dei Veneziani, perchè questi pretesero di voler essi quel
luogo. Oltre a ciò, una fiera burrasca dissipò tutti i legni che erano
a quell'assedio. Altro perciò non si fece. Propose dipoi Massimiliano
di dare il guasto al distretto di Firenze; ma non vollero i Veneziani
uscir di Pisa, per paura di restarne poi esclusi. Insomma andò a finire
la mossa di questo gran principe in sole dicerie svantaggiose al di
lui nome. Se ne tornò egli sul finire dell'anno in Germania, portando
seco dell'amarezza contra de' Veneziani, perchè questi, oltre all'avere
sturbati i suoi disegni, aveano anche scoperta la di lui intenzione di
occupar Pisa come città dell'imperio. Erano allora in gran voga essi
Veneti, e il loro Lione stendeva le ali facilmente dovunque scorgeva
apertura di dilatar la signoria. In quest'anno ancora i Franzesi che
erano in Taranto mandarono ad offerir per danari quella città al senato
veneto. Benchè fosse contro i patti, e il re di Napoli protestasse
contro, non lasciarono per questo i Veneziani d'impossessarsi di
quell'importante luogo. Il picciolo duca di Savoia _Carlo Giovanni
Amedeo_ in quest'anno mancò di vita[310] a dì 16 d'aprile in età di
circa otto anni; e però a lui succedette _Filippo di Savoia_ suo gran
zio, figliuolo di _Lodovico duca_ di Savoia, in età avanzata, perchè
nato nell'anno 1438. Ma poco sopravvisse, siccome vedremo. Il Senarega,
scrittore di questi tempi[311], riferisce la morte di esso duca Carlo
nell'anno seguente. Altrettanto s'ha da Jacopo Filippo da Bergamo[312]
scrittor contemporaneo anche esso, laonde può restare suggetta a
qualche dubbio l'asserzion del Guichenone.


NOTE:

[303] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[304] Guicciardini, Ist. d'Italia. Sanuto, ed altri.

[305] Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.

[306] Burchardus, Diar., apud Raynaldum.

[307] Nardi, Istoria di Firenze.

[308] Summonte, Istoria di Napoli.

[309] Sanuto, Istor. di Venezia, tom. 22 Rer. Ital. Senarega, de Reb.
Genuens., tom. 24 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano. Guicciardini,
Istoria d'Italia. Ammirati, Istor. di Firenze, ed altri.

[310] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.

[311] Senarega, de Reb. Genuens., tom. 24 Rer. Ital.

[312] Jacobus Philipp. Bergom., Histor.



    Anno di CRISTO MCCCCXCVII. Indiz. XV.

    ALESSANDRO VI papa 6.
    MASSIMILIANO I re de' Rom. 5.


In quest'anno mandò Iddio de' buoni ricordi a _papa Alessandro_,
de' quali nondimeno egli punto non seppe profittare[313]. Era egli
vicino ad ingoiare il resto delle terre degli Orsini, per farne poi
il sospirato regalo a' proprii figliuoli; avea ancora l'esercito
suo, sotto il comando di _Guidobaldo duca_ d'Urbino e del _duca
di Gandia_ suo figlio, posto l'assedio a Bracciano. Non solamente
convenne loro ritirarsi di là, ma si venne anche a battaglia nel dì
24 di gennaio colla picciola armata di _Carlo Orsino_, che unito a
_Bartolomeo d'Alviano_, giovane di grande espettazione pel suo valore,
e con _Vitellozzo Vitelli_ da Città di Castello, capitano accorto,
s'affacciò all'esercito pontificio fra Bassano e Soriano. Per più
ore ferocemente si combattè, e restò infine sbaragliata l'oste del
papa, prigione lo stesso duca d'Urbino, ferito leggermente il duca
di Gandia. Questa percossa fece calar lo spirito guerriero al papa,
e l'indusse ad ascoltar volentieri chi parlò di pace. Seguì essa fra
poco, e gli Orsini ricuperarono le lor terre, andando a terra tutti i
castelli in aria che il pontefice avea dianzi formato. Venne dipoi per
la quaresima a Roma _Consalvo Fernandez_, ricevuto con distinti onori,
per avere ricuperato Ostia alla Chiesa, ed anche pel grado suo. Ma
perchè Alessandro gli fece alcune doglianze del _re Cattolico_[314],
Consalvo gli lavò ben bene il capo senza sapone, ricordandogli le
obbligazioni ch'avea la sua casa alla real d'Aragona, e toccando la
scandalosa vita di lui medesimo, troppo bisognava di riforma: al che
il papa non seppe che rispondere. Ma perchè gli era andato fallito il
colpo di accomodare il figliuolo suo primogenito _Giovanni duca_ di
Gandia colle terre degli Orsini, si rivolse ad un altro partito, cioè
a quello di arricchirlo col patrimonio della Chiesa[315]. Pertanto nel
dì 7 di giugno eresse la città di Benevento in ducato, e di quella e
insieme delle contee di Terracina e di Pontecorvo investì il suddetto
suo figliuolo. A riserva del _cardinal Piccolomini_, ch'ebbe il
coraggio nel concistoro di opporsi a questo scialacquamento degli Stati
pontificii, tutti gli altri cardinali consentirono ed applaudirono,
per aver poi favorevole il papa al conseguimento di nuovi benefizii,
commende e vescovati. Ma che? nel dì 14 di giugno, dopo una lauta
cena fatta da esso duca e da _Cesare cardinal_ suo fratello alla
_Vannozza_ lor madre, il _duca di Gandia_, giovine dissoluto e perduto
in amorazzi, nella notte a cavallo con un solo staffiere andò per
solazzarsi non si sa in qual casa. Fu egli in quella notte ucciso; il
corpo suo gittato nel Tevere; e ritrovato fra pochi dì, accertò ognuno
di quella tragedia. Non si seppero già gli autori dell'omicidio; ma
comunemente fu creduto che _Cesare cardinale_ per gelosia, o per altri
motivi della smoderata sua ambizione, sperando, come infatti avvenne,
di divenir egli solo arbitro del papa e del papato, arrivasse a questo
eccesso di crudeltà. Era egli infatti capace di tutto. Si afflisse
indicibilmente, farneticò ed ebbe ad impazzire il pontefice per questo
funestissimo colpo; e riconoscendola infine dalla mano di Dio, proruppe
nelle più belle promesse di emendar sè stesso, e di riformar la Chiesa
di Dio: promesse nondimeno che il vento in breve si portò via. Avvenne
finalmente, che nati in questi tempi alcuni disgusti fra _Lugrezia
Borgia_ sua figliuola e _Giovanni Sforza_ signore di Pesaro suo
consorte, essa da lui si ritirò: il papa dipoi per cagioni note a sè
solo disciolse quel matrimonio. Corse pericolo lo Sforza di perdere in
tal congiuntura Pesaro; ma, dichiaratisi per lui i Veneziani, cessò il
pericolo.

Prima della morte del fratello s'era già preparato il _cardinal
Valentino_ alla sua legazione, siccome destinato dal pontefice suo
padre, per portarsi a coronare il nuovo re di Napoli _don Federigo_.
Dappoichè fu assicurato che non più vivea suo fratello, cavalcò con
ismisurata magnificenza a Capoa, ed ivi diede la corona ad esso re
Federigo, il quale nel presente anno attese a ristorare il desolato
suo regno; a schiantare gli assassini e malandrini che dappertutto
commetteano incredibili danni ed omicidii; e a dare non meno buon
ordine agli affari pubblici, che pace ai popoli, con riceverne il
premio di mille benedizioni. Tuttavia restavano in quel regno alcuni
baroni pregni d'odio contro la casa d'Aragona, e convenne al re di
far loro la guerra, con restare specialmente abbattuto il _principe di
Salerno_. Ma intanto non cessava la discordia in Toscana per cagion di
Pisa[316]. Anche _Pietro de Medici_, saputo ch'ebbe trovarsi Firenze
involta in calamità per un'atroce carestia, ed essere entrati in
reggimento alcuni antichi amici della sua casa, tentò di ritornar nella
patria. Venne con gran copia d'armati sino alle porte di Firenze, ma
non udendo alcun movimento favorevole a lui nella città, più che di
fretta se ne ritornò indietro. In Milano[317] nel dì 2 di gennaio morì
di parto _Beatrice Estense_ moglie del _duca Lodovico_ Sforza; del
che si mostrò egli inconsolabile, e con grande sfoggio di funerali
e limosine onorò la di lei memoria. Furono novità nel Genovesato,
perchè _Giuliano dalla Rovere_ cardinale, tutto allora dei Franzesi,
e _Battistino da Campofregoso_ con molti armati andarono verso di
Savona, patria d'esso cardinale, sperando d'insignorirsene[318]. Nulla
venne lor fatto per le buone precauzioni prese dai Genovesi e dal duca
di Milano. Anche _Gian-Giacomo Trivulzio _co' Franzesi usciti d'Asti
infestò lo Stato di Milano; ma sovvenuto il duca da' Veneziani, rendè
inutili i di lui sforzi. Poco potè godere di sua fortuna _Filippo duca
_di Savoia; imperciocchè nel dì 7 di novembre terminò la carriera
del suo vivere. A lui succedette _Filiberto II_ suo primogenito in
età di diecisette anni. Così scrivo io, fidato nell'autorità del
Guichenone[319]. Ma Jacopo Filippo da Bergamo, storico che in questi
tempi fioriva, mette nel marzo dell'anno presente il principio del
governo ducale d'esso Filippo, soggiugnendo dipoi ch'egli _necdum
plene duobus annis regnavit_: lo che meriterebbe riflessione, se il
Guicciardino non sostenesse il racconto del Guichenone. Avea finquì
_Ercole duca_ di Ferrara tenuto in deposito il castelletto di Genova:
lo restituì nell'anno presente a dì 11 di novembre a _Lodovico Sforza_
duca di Milano con somma di lui consolazione. Non potè egli far di
meno: tante furono le istanze ed anche minacce de' Veneziani e di
Lodovico per disbrogliare Genova; e le ragioni del duca Ercole alla
corte di Francia furono credute legittime.



    Anno di CRISTO MCCCCXCVIII. Indiz. I.

    ALESSANDRO VI papa 7.
    MASSIMILIANO I re de' Rom. 6.


Allorchè l'Italia si trovava agitata dall'apprensione che _Carlo
VIII_ re di Francia tornasse a lacerar queste contrade con forze
superiori alle passate[320], eccoli giugnere nuova ch'egli nel castello
d'Ambosia era mancato di vita per accidente di apoplessia nel dì 7
d'aprile dell'anno presente in età di ventisette anni e nove mesi. La
taccia che a lui fu data, consistè nello smoderato amor dei piaceri
e nella sfrenata sua libidine, per gli stimoli della quale andava
frequentemente mutando pastura. Del resto egli fu uno de' più mansueti,
amorevoli e benigni principi del mondo, nè sapea far male ad alcuno,
in guisa che tanta sua bontà ridondava talvolta in suo danno, perchè
i ministri ed uffiziali faceano tutti a lor modo per la fidanza di
non esser mai gastigati. Negli ultimi mesi di sua vita, scorgendo
che appoco appoco veniva meno la sua sanità e forza, diede un calcio
ai solazzi e piaceri, e massimamente ai vietati dalla legge santa
di Dio, e con opere di pietà e carità si dispose a comparire davanti
al giudice dei vivi e de' morti. L'esser egli mancato di vita senza
lasciar successione maschile (giacchè un Delfino, nato qualche mese
prima, poco tempo visse sopra la terra) diede luogo a succedergli
a _Lodovico duca_ di Orleans suo cugino in quarto grado, e il primo
fra' principi del real sangue d'allora, che sotto i due precedenti
re avea patito di molti affanni e contraddizioni con pericolo della
vita. Fu egli coronato re di Francia a Rems nel dì 27 di maggio, e
portò il nome di _Lodovico XII_, principe di gran mente, abilità e
coraggio. Si scoprirono ben tosto le sue idee, perchè prese anche
il titolo di duca di Milano e di re delle Due Sicilie. La maggior
prima sua cura fu di far sciogliere il matrimonio da lui contratto
molti anni prima con _Giovanna_ figliuola del _re Lodovico XI_, sì
perchè da essa, assai brutta e mal sana, non avea mai potuto ricavar
successione, e sì perchè gli premeva di sposare _Anna_ vedova del
poco fa defunto re, siccome quella che portava in dote l'importante
ducato della Bretagna, e di cui dicono ch'egli anche prima era stato
innamorato. Ricorse perciò a papa _Alessandro VI_, e si trovarono in
quegli sconcertati tempi delle ragioni per dichiarar nullo il primo
matrimonio, e far valere il secondo. Di questo affare volle nondimeno
far mercato il papa, e coglierne profitto per _Cesare_ suo figliuolo.
Costui, non avendo gran genio all'abito ecclesiastico, perchè meditava
già di comandare a popoli, ottenne in quest'anno di poter deporre
la sacra porpora, e di ritornare al secolo, allegando che contro sua
volontà e per timore del padre avea dianzi preso il diaconato; nè vi
fu chi ad uomo sì dabbene negasse fede. Fu scelto Cesare per portare
in Francia le bolle dello scioglimento del matrimonio del re[321], ed
insieme il cappello cardinalizio a _Giorgio d'Ambosia_ arcivescovo di
Roano. Il fasto con cui egli andò, parea che superasse la grandezza
delle stesse corti regali. Il _re Lodovico_, che per li suoi disegni
sopra l'Italia bramava già di guadagnar in suo favore l'animo del
papa, slargò la mano verso del di lui figliuolo, dichiarandolo duca di
Valenza nel Delfinato, dandogli una compagnia di cento uomini d'armi,
ed assegnandogli l'annua pensione di venti mila lire di Francia, con
promessa ancora di qualche bel feudo nel Milanese, dacchè l'avesse
conquistato. Prese poscia il re Lodovico in moglie _Anna di Bretagna_
nel gennaio dell'anno seguente, e, siccome voglioso al maggior segno di
conquistare il ducato di Milano per le ragioni di _Valentina Visconte
_avola sua (voglia a lui accresciuta dall'essere dimorato per tanto
tempo in Asti, e dall'aver conosciuta la bellezza della Lombardia),
così cominciò di buona ora a disporsi per ottener questo fine.

Il fuoco acceso in Toscana per cagion di Pisa tuttavia durava[322].
Quanto più quella città veniva angustiata dai Fiorentini, tanto più
i Pisani si raccomandavano alla potenza de' Veneziani, e questi
maggiormente s'insperanzivano di ridurre quella città sotto il
loro dominio. Perciò, avendo il senato veneto condotti al suo soldo
_Guidubaldo duca_ d'Urbino, _Astorre Baglioni_ Perugino, _Bartolomeo
d'Alviano_, _Paolo Orsino_ ed altri condottieri d'armi, misero in
viaggio alla volta della Toscana delle grosse brigate in aiuto de'
Pisani con aver mosso anche i Medici ed altri fuorusciti ad unirsi
alle lor genti. Lo stesso marchese di Mantova _Francesco_ fu poi
spedito anche egli con titolo di generale colà. Per lo contrario, non
cessarono i Fiorentini d'accrescere le lor genti d'armi, prendendo al
soldo loro i signori d'Imola e Forlì ed altre milizie. Quel ch'è più,
trassero nel lor partito _Lodovico Sforza_ duca di Milano. Non poteva
questi senza invidia mirare, e senza grave sdegno sofferire che i
Veneziani fossero dietro ad accrescere la lor già formidabile grandezza
coll'acquisto di Pisa; e però, accordatosi co' Fiorentini, pensò sulle
prime d'aiutarli segretamente a ricuperar quella città, ma infine
apertamente inviò loro de' soccorsi. Capitan generale dell'esercito
fiorentino fu scelto _Paolo Vitello_, uomo di credito nel mestier
della guerra, a cui fu dato con gran solennità il bastone in un giorno
determinato dagli astrologi. Quanto costoro dessero nel segno, in breve
si scorgerà. Prese il Vitelli Buti, Vico-Pisano e Librafatta. Corse
la guerra pel Casentino, e per altre contrade del dominio fiorentino;
succederono varii piccioli fatti d'armi ora all'uno ora all'altra parte
favorevoli. L'anno poi fu questo, in cui Firenze mirò la tragedia di
frate _Girolamo Savonarola_ Ferrarese dell'ordine di san Domenico, uomo
per l'austerità della vita, pel suo raro sapere, e per la sua forza
e zelo nel predicare la parola di Dio, ammirato da tutti, e degno di
miglior fortuna. Reggevasi la maggior parte del popolo col consiglio
di lui anche ne' politici affari; ed egli fu che il tenne lungamente
saldo nella dipendenza dal re di Francia. Ma non mancavano a lui
nemici, e molti e potenti nella stessa città di Firenze; e specialmente
i Medici fuorusciti l'odiavano a morte, perchè direttamente opposto
alle loro intenzioni di signoreggiar nella repubblica[323]. Chi gli
volea male l'accusò alla corte di Roma, come seduttore e seminator di
falsa dottrina. Però gli fu proibito dal papa di predicare, e tanto più
perchè egli non avea saputo astenersi dal toccar nelle sue prediche
i vizii dello stesso regnante pontefice, troppo per altro palesi, e
i depravati costumi della corte romana. Disprezzò frate Girolamo i
comandamenti del pontefice, tornò sul pulpito, maggiormente inveendo
da lì innanzi contro la corruttela d'allora. Fu scomunicato dal
papa, intimate le censure a chi l'ascoltasse, il favorisse, e mandate
finalmente replicate lettere ai magistrati di Firenze, con ordine di
mettere le mani addosso al frate, minacciando scomuniche ed interdetti
se non si ubbidiva. Temeva forte _papa Alessandro_ uno scisma; e guai
a lui se persona d'autorità avesse allora alzato un dito contra di
lui. Non vi era chi non detestasse un pastore di vita sì contraria
al sublime suo grado. Ora avvenne che un frate Francesco di Puglia
dell'osservanza di san Francesco predicò pubblicamente contra del
Savonarola, impugnando specialmente queste di lui proposizioni: _La
Chiesa di Dio ha bisogno d'essere riformata e purgata. La Chiesa di Dio
sarà flagellata, e dopo i flagelli sarà riformata e rinovata, e tornerà
in prosperità. Gl'infedeli si convertiranno a Cristo. Firenze sarà
flagellata, e dopo i flagelli si rinoverà, e tornerà in prosperità_; ed
altre che tralascio.

Chi teneva e chi tien tuttavia il Savonarola per uomo di santa vita,
e che egli ispirato da Dio predicesse le cose avvenire, fra non molti
anni trovò il tutto avverato. Altre simili predizioni fatte da lui, e
nominatamente a _Carlo VIII re_ di Francia, ebbero il loro effetto.
Si esibì ancora frate Francesco di confermare alla pruova del fuoco
la falsità delle proposizioni suddette; E all'incontro fra Domenico
da Pescia domenicano accettò di sostener giuste e verificabili le
medesime, con esibirsi di entrar anch'egli nel fuoco. Perchè il frate
minore trovò maniera di sottrarsi all'impegno preso, per lui sottentrò
un frate Andrea Rondinelli. Adunque, nel dì 17 d'aprile per ordine de'
magistrati acceso un gran fuoco, vennero alla presenza d'innumerabil
popolo i due contradditori, per provare, se in quella avvampata catasta
si sentisse fresco o caldo. Ma non volendo comportare i frati minori
che fra Domenico vi entrasse vestito con gli abiti sacerdotali, nè
che egli portasse in mano il Sacramento dell'altare, in sole contese
terminò tutto quell'apparato, e nulla si fece. Scapitò molto per questo
del suo buon concetto il Savonarola, e crescendo l'ardire della fazione
a lui contraria, e massimamente degli scapestrati, nella seguente
domenica dell'Olivo si alzò contra di lui gran rumore, in guisa che
i magistrati, timorosi ancora delle tante minaccie del papa, fecero
prendere e menar nelle carceri il Savonarola. Allora fu che infierì
contra di lui chi gli volea male. Corse tosto a Firenze un commessario
del papa per accendere maggiormente il fuoco, ed accelerar la morte
dell'infelice. Si adoperarono i tormenti per fargli confessare ciò che
vero non era; e si pubblicò poi un processo contenente la confessione
di molti reati, che agevolmente ognun riconobbe per inventati e
calunniosi. Venuto dunque il dì 23 di maggio, vigilia dell'Ascensione,
alzato un palco nella piazza, quivi il Savonarola degradato insieme
con due frati suoi compagni, cioè Silvestro e Domenico, fu impiccato,
i loro corpi dipoi bruciati, e le ceneri gittate in Arno, per timore
che tanti divoti di questo religioso le tenessero per sante reliquie.
Restò appresso involta in molte dispute la di lui fama, riguardandolo
gran copia di gente, cioè tutti i buoni, qual santo e qual martire
del Signore; ed all'incontro tutti i cattivi per uomo ambizioso e
seduttore. Dio ne sarà stato buon giudice. Certo è ch'egli mancò al
suo dovere, dispregiando gli ordini del papa, i cui perversi costumi
non estinguevano già in lui l'autorità delle chiavi. Parimente lodevole
non fu nel Savonarola il cotanto mischiarsi nel governo secolare della
repubblica fiorentina: cosa poco conveniente al sacro suo abito e
ministero. Per altro, ch'egli fosse d'illibati costumi, di singolar
pietà e zelo, tutto volto al bene spirituale del popolo, con altre
rarissime doti, indicanti un vero servo di Dio, le cui opere stampate
contengono una mirabil unzione e odore di santità, non si può già
negare. Ma di questo avendo pienamente trattato _Gian-Francesco Pico_
conte della Mirandola, dottissimo scrittore suo contemporaneo, nella
Vita ed Apologia del medesimo Savonarola, e Jacopo Nardi Fiorentino,
anch'esso allora vivente, nella sua Storia di Firenze, senza che io
osi di far qui da giudice, rimetto ai loro scritti il lettore che più
copiosamente desideri d'essere informato di quella lagrimevol tragedia.


NOTE:

[313] Guicciardini, Istoria d'Italia, lib. 1.

[314] Raynaldus, Annal. Eccles.

[315] Burchardus, in Diar.

[316] Guicciardini, Istoria d'Italia. Ammirati, Istoria di Firenze.
Nardi, Ist. di Firenze.

[317] Corio, Ist. di Milano. Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.

[318] Navagero, Istor. Veneta, tom. 24 Rer. Italic.

[319] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.

[320] Mèmoir. de Comines lib. 7, cap. 18.

[321] Nardi, Istor. di Firenze, lib. 4.

[322] Ammirati, Istoria di Firenze. Guicciardini, Istoria d'Italia.
Nardi, Ist. di Firenze, lib. 4.

[323] Raynaldus, Annal. Eccl. Nardi, Istor. di Firenze.



    Anno di CRISTO MCCCCXCIX. Indiz. II.

    ALESSANDRO VI papa 8.
    MASSIMILIANO I re de' Rom. 7.


Bolliva tuttavia la discordia e guerra di Pisa, quando non meno
i _Veneziani _che _Lodovico duca_ di Milano, cangiati sentimenti,
mostrarono genio che si trattasse d'accordo[324]. I Veneziani, siccome
accennerò fra poco, ad una preda di maggior loro soddisfazione aveano
già rivolto il pensiero. Il duca di Milano, oramai presentendo un fiero
temporale che contra di lui si preparava in Francia, volea pensare a
difendere sè stesso, e non già l'altrui con tante inutili spese. Quanto
poi ai Fiorentini, nulla più desideravano che la pace, perchè troppo
stanchi e smunti per così lunga e dispendiosa guerra. Fu dunque da
tutti gl'interessati fatto compromesso di questa pendenza in _Ercole I
Estense_ duca di Ferrara. Profferì egli il suo laudo nel dì 6 d'aprile;
decretando che i Fiorentini tornassero padroni di Pisa, con restare
i Pisani in possesso delle rendite pubbliche e delle fortezze; e che
dovessero i Fiorentini pagare ai Veneziani in dodici anni cento e
ottanta mila scudi. L'insaziabilità delle persone cagion fu che tulle e
tre le parti rimanessero mal contente, anzi disgustate di questo laudo.
Con tutto ciò i Veneziani, sebben ricusarono di ratificarlo, pure
l'effettuarono con ritirar da Pisa le loro milizie. V'acconsentirono
anche i Fiorentini. Ma i Pisani, protestando di non volerlo accettare,
si accinsero a sostener soli la guerra: tanta era la loro avversione
a tornar sotto il giogo de' Fiorentini. Perciò eccoli ricominciar la
guerra. _Paolo Vitelli_, generale d'essi Fiorentini, ebbe ordine di
uscire in campagna: lo che eseguì nel mese di giugno; e, dopo la presa
d'alcuni luoghi, andò nel dì primo d'agosto a mettere il campo intorno
a Pisa. Impadronitosi da lì a dieci giorni della fortezza di Stampace,
tal terrore diede a' cittadini, che fu creduta inevitabile la presa
anche della città; ma il Vitelli non si seppe servir della fortuna,
e questa, spirato quel dì, non tornò più. Fecero i Pisani dei ripari,
ma quel che più gli aiutò fu l'aria della state, madre di sì copiose
malattie nell'esercito de' Fiorentini, che quando il Vitelli determinò
di dare un assalto generale alla città, gli convenne desistere
per mancanza di gente. Vennero per questa e per altre apparenti
ragioni in sospetto della di lui fede i Fiorentini, e chiamatolo a
Firenze, ancorchè ne' fieri tormenti a lui dati nulla confessasse di
pregiudiziale al suo onore, pure nel dì primo di ottobre fu decapitato,
con lasciare esempio ai posteri dell'evidente pericolo a cui si espone
chi pretende il generalato dell'armi delle repubbliche, perchè dove son
tante teste, quivi più facilmente che altrove la poca fortuna diventa
delitto. _Vitellozzo_ suo fratello con più giudizio si salvò a tempo,
ed, entrato in Pisa, vi fu ben veduto. Così per ora vergognosamente
ebbe fine la guerra dei Pisani, e si mormorò forte d'essi dappertutto
per la morte data al Vitelli. Nello stesso giorno, che tolta dicemmo
la vita al Vitelli, pagò il suo debito alla natura _Marsilio Ficino_
Fiorentino, ristoratore in Italia della filosofia platonica, ed uno de'
più insigni letterati che s'abbia avuto l'Italia.

Niun interesse stava in questi tempi più a cuore al novello re di
Francia _Lodovico XII_ che la meditata conquista del ducato di Milano
e del regno di Napoli, de' quali si pretendeva egli erede: dell'uno,
per le ragioni di _Valentina Visconte _avola sua; dell'altro, per la
cessione fattane già dalla casa d'Angiò alla corona di Francia[325].
Prese egli le necessarie misure per tali imprese, facendo pace
coi _re_ di _Spagna_ e d'_Inghilterra_, e con _Massimiliano re_
de' Romani, e nello stesso tempo procacciando di aver le potenze
d'Italia a sè favorevoli, o almeno non opposte a' disegni suoi. Colle
grazie compartite a _Cesare duca_ Valentino s'era egli affezionato
_papa Alessandro VI_; e più ancora se ne prometteva, dacchè esso
pontefice, in cuore di cui il primo mobile era l'ingrandimento de'
proprii figliuoli, non avea potuto indurre _Federigo re_ di Napoli a
concedere una sua figliuola in moglie del suddetto duca Valentino, e
il principato di Taranto in dote; e però tutte le mire della grandezza
del figliuolo avea rivolte alla corte di Francia. Infatti l'accorto
re Lodovico non ebbe difficoltà di promuovere le nozze d'esso duca
Valentino con una figliuola di _Giovanni d'Albret_ re di Navarra
del real sangue di Francia, con condizione nondimeno che il papa la
dotasse di ducento mila scudi, e promovesse al cardinalato _monsignor
d'Albret_ fratello di quella principessa. In questa maniera tanto il
papa, quanto il duca suo figliuolo diventarono affatto franzesi, e
alli dieci di maggio seguì il matrimonio suddetto: del che sommamente
si rallegrò il papa. Ma niuno potea maggiormente ostare in Italia
alle idee del re Lodovico, che la potenza veneta. Trovò egli la via di
guadagnare ancor questa. Oltre all'essere i Veneziani mal soddisfatti
di _Lodovico il Moro_, considerato da essi per uomo pieno sempre di
doppiezze, e per traditore, massimamente pel fresco affare di Pisa,
il re gli invitò ad entrar seco in lega contro del medesimo Lodovico,
con esibir loro Cremona, città comodissima agli Stati di quella
repubblica. Per sì vantaggiosa esibizione prestò volentieri l'orecchio
quel senato alle proposizioni del re, e solamente fece istanza che
a Cremona s'aggiugnesse anche la Ghiaradadda; e il re liberalmente
accordò quanto vollero, pensando forse fin d'allora di ripigliarsela,
e con buona derrata, a suo tempo[326]. Fu pubblicata questa lega nel dì
25 di marzo, ed in essa entrò dipoi anche il papa, con patto che il re
prestasse aiuto al duca Valentino, per conquistare Imola, Faenza, Forlì
e Pesaro.

Intanto il re di Francia, essendosi collegato ancora con _Filiberto
duca_ di Savoia, cominciò a spedir soldatesche ad Asti sotto il comando
di _Gian-Giacomo Trivulzio_, sperimentato capitano, e nemico del duca
di Milano, che l'avea spogliato di tutti i suoi beni. Mandò ancora il
_conte di Lignì_ e il _signor d'Obignì_ con altre genti d'armi; ed
egli, per dar più calore alla guerra già determinata contra d'esso
duca di Milano, e per essere maggiormente a portata per li bisogni
occorrenti, si portò in persona a Lione. Fra il Trivulzio e i Guelfi
del ducato di Milano passavano intelligenze ed intrinsichezze di
molta conseguenza. Lodovico poi per li suoi vecchi peccati e per le
nuove sue estorsioni era odiato dai più, nè gli sconveniva il nome
di tiranno. Fece egli un potente armamento di gente, e general d'essa
_Gian-Galeazzo San Severino _genero suo; ma contra di lui era lo sdegno
di Dio[327]. Nell'agosto diedero i Franzesi principio alla guerra. Dopo
aver preso i due forti castelli d'Arazzo ed Anone, s'impadronirono
di Valenza. Tortona spontaneamente mandò loro le chiavi, e, senza
voler aspettare la forza, s'arrenderono Voghera, Castelnuovo e Ponte
Corone. Nel medesimo tempo i Veneziani coll'esercito loro entrarono
nella Ghiaradadda, e s'impossessarono di Caravaggio. Passò l'esercito
franzese sotto Alessandria. V'era dentro il general dello Sforza, cioè
il San Severino, con una poderosa guarnigione; ma vi era eziandio
il _conte di Gaiazzo_ suo fratello, capitano altresì dello Sforza,
segretamente già accordato co' Franzesi. Lo stesso Gian-Galeazzo
due dì dopo l'assedio all'improvviso se ne fuggì di Alessandria, con
dir poi d'essere stato ingannato da una lettera finta sotto nome di
_Lodovico Sforza_ duca di Milano: il che gli fece dubitar della sua
testa. Comunque sia, certo è che la sua partenza sbigottì sì forte il
presidio di quella città, che molti si diedero alla fuga, e i Franzesi
entrati spogliarono il resto di quei soldati, e misero poi a sacco
l'infelice città. Mortara e Pavia neppur esse fecero resistenza. Tutte
queste disavventure, e in poco tempo succedute, fecero conoscere a
Lodovico il Moro che era venuto il tempo di provar la mano di Dio
sopra di sè e sopra la sua famiglia. E però, deliberato di ritirarsi in
Germania, mandò innanzi i figliuoli, e con loro il tesoro, consistente
in ducento quaranta mila scudi d'oro oltre alle gioie e perle. Dopo
aver deputato alla custodia del castello di Milano, benchè contro
il parere dei suoi, _Bernardino da Corte_ con tre mila fanti, e
munizioni senza fine, perchè conservandosi questo, sperava coll'aiuto
dell'imperador _Massimiliano_ e degli Svizzeri di ritornare in casa;
nel dì 2 di settembre ito a Como, passò dipoi nel Tirolo. Allora il
popolo di Milano spedì ambasciatori al campo franzese, invitandolo a
venire, e restò in breve consolato. Tutte le altre città del ducato di
Milano prestarono anch'esse ubbidienza ai Franzesi, fuorchè Cremona
che, secondo i patti, venne in potere de' Veneziani. Successi tali e
mutazioni sì subitanee, accadute senza spargere una stilla di sangue,
fecero inarcar le ciglia a tutti gl'Italiani, ed empierono di terrore
_Federigo re_ di Napoli, il quale nelle disgrazie di _Lodovico ii
Moro_ cominciava già a leggere le proprie. Non passarono dodici giorni
dopo la fuga del duca che il creduto sì fedele Bernardino da Corte,
senza aspettare un colpo d'artiglieria, per gran somma di danaro vendè
l'allora creduto inespugnabil castello di Milano ai Franzesi, con tanta
infamia del suo nome, che venne dipoi riguardato come un mostro, e
fuggito e maledetto da ognuno, e fin dagli stessi Franzesi, in guisa
tale che, non potendo reggere al dolore e all'obbrobrio, da lì a pochi
giorni finì di vivere, seppur non fu aiutato a terminare la vita.

Di così prosperosi avvenimenti informato il _re Lodovico_, da Lione
calò in Italia, e fece la sua solenne entrata in Milano nel dì 6
d'ottobre[328], accolto con istrepitosi viva da quel popolo, che,
liberato dall'aspro giogo di Lodovico il Moro, sperava giorni più
lieti sotto il governo franzese. Essendo stato lasciato in Milano
_Francesco Sforza_ picciolo figliuolo del morto duca _Gian-Galeazzo_
colla _duchessa Isabella_ sua madre, fu poi condotto dal re in Francia,
e dedicato alla vita monastica. Isabella nell'anno seguente se ne
ritornò a Napoli ad essere spettatrice della final rovina della real
sua casa _Gian-Giacomo Trivulzio_, da cui principalmente riconobbe il
re un sì presto e felice acquisto del ducato di Milano, ebbe in dono
la nobil terra di Vigevano. Nè fu pigra la città di Genova a spedire
ambasciatori, e a darsi con onorevoli condizioni al trionfante re
di Francia. Giunsero a fargli riverenza anche gli ambasciatori de'
Fiorentini, i quali, non ostante molta contrarietà, conchiusero lega
con lui. Intanto asprissima guerra ai Veneziani facea _Baiazetto_
imperador de' Turchi non solo in Levante, ma sino nel Friuli, dove
penetrarono que' Barbari, commettendo innumerabili crudeltà. Persona
non vi fu che non credesse avere _Lodovico il Moro_ sollecitati
quegl'infedeli contra de' Veneziani per vendicarsi di loro, siccome
principal cagione della rovina di lui e della felicità de' Franzesi,
della quale non di meno cominciarono essi Veneziani a pentirsi ben
tosto, e maggiormente poi ebbero a pentirsene ne' primi anni del secolo
susseguente. Ed ecco darsi principio negli ultimi mesi di quest'anno
ad un'altra guerra in Romagna. Era tutto lieto _papa Alessandro_ per
li progressi delle armi franzesi in Lombardia, perchè, secondo i patti,
doveano queste aiutare il _duca Valentino_ suo figliuolo a conquistare
le città d'essa Romagna, destinata più di ogni altra contrada ad essere
il magnifico principato della casa Borgia. Trovò egli in questi tempi
delle ragioni di torre alla casa de' Gaetani Sermoneta con altre terre,
delle quali immediatamente investì _Lucrezia Borgia_ sua figliuola,
moglie in questi tempi di _don Alfonso_ d'Aragona duca di Biseglia, e
dichiarata governatrice perpetua di Spoleti e del suo ducato. Poscia
si diede il pontefice a spronare il _re Lodovico_, acciocchè prestasse
la promessa gagliarda assistenza al duca Valentino per la guerra
disegnata contra dei signori di Romagna e della Marca, cioè contra
degli _Sforza_ di Pesaro, de' _Malatesti_ di Rimini, de' _Manfredi_
di Faenza, dei _Riarii_ d'Imola e Forlì, de' _Varani_ di Camerino e
de' conti di Montefeltro _duchi d'Urbino_: Teneano questi signori con
bolle pontificie le loro città: non importa; doveano queste cedere al
bisogno di stabilire la grandezza della casa Borgia; e pretesti di
spogliarne i padroni non mancavano a chi voleva alzare un maestoso
edilizio sopra la loro rovina: che questa fu di ordinario l'origine
e la mira delle guerre fatte dai pontefici di que' tempi, non mai
contenti, finchè non alzavano i suoi figliuoli o nipoti al grado e
dominio principesco, con tradire manifestamente l'intenzione di Dio e
della Chiesa nel sublimarli a quella sacrosanta dignità. Venuto dunque
il _duca Valentino_, accompagnando sempre il _re Lodovico_ da Lione a
Milano, e spalleggiato dai pressanti uffizii del pontefice, ottenne dal
re un grosso corpo di gente; che, unito colle soldatesche pontificie,
si trovò capace di eseguir poscia felicemente i di lui disegni. Dopo
un mese di dimora in Milano se ne tornò il re in Francia, lasciando il
governo dello stato di Milano nelle mani del valoroso maresciallo suo
_Gian-Giacomo Trivulzio_[329]; ed allora, cioè nella metà di novembre,
anche il duca Valentino con due mila cavalli e sei mila fanti venne
a piantar l'assedio ad Imola. Poca resistenza fece quella città: la
rocca si tenne lo spazio di venti giorni, e poi capitolò. Passò di là
all'assedio di Forlì. Dentro v'era _Caterina Sforza_, donna d'animo
virile, vedova del già conte _Girolamo Riario_, che vigorosamente si
mise alla difesa. Con tali strepitosi avvenimenti ebbe fine l'anno
presente.


NOTE:

[324] Guicciardini, Istoria d'Italia. Sanuto, Istoria di Venezia, tom.
22 Rer. Ital. Ammirati, Istoria di Firenze. Nardi, Istoria di Firenze.

[325] Belcaire. Hist. Guicciardini, Istoria d'Italia. Corio, Istor. di
Milano. Giovio, ed altri.

[326] Navagero, Istoria di Venezia, loro. 24 Rer. Ital. Corio, Istoria
di Milano.

[327] Guicciardini, Istoria d'Italia. Corio, Istor. di Milano.
Navagero, Istoria di Venezia. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[328] Diar. di Ferrari, tom. 24 Rer. Ital. Sanuto, Istoria di Venezia,
tom. 22 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano. Guicciardini, Istor.
d'Italia. Belcaire, Histoire, ed altri.



    Anno di CRISTO MD. Indizione III.

    ALESSANDRO VI papa 9.
    MASSIMILIANO I re de' Rom. 8.


Continuò il _duca Valentino_ sul principio di quest'anno, l'assedio di
Forlì[330]. Perduta la città, _Caterina Sforza_ si ridusse alla difesa
della cittadella e della rocca, mostrando in ciò non men vigilanza e
bravura che i più esperti e veterani uffiziali. Ma, per li frequenti
colpi delle artiglierie, caduta parte del muro, ed aperta ampia
breccia, per quella entrarono le genti del Valentino con tal prestezza,
che raggiunsero i soldati di Caterina nel ritirarsi che faceano nella
rocca; ad entrati in essa, della medesima s'insignorirono, ammazzando
chi venne loro alle mani. Caterina rifugiatasi in una torre, con
alcuni pochi fu fatta prigione, e mandata dipoi a Roma, e custodita
in castello Sant'Angelo. Ma _Ivo d'Allegre_, capitano delle milizie
franzesi ausiliare del duca Valentino, preso da ammirazione del
coraggio di questa insigne dama e principessa, e da compassione al suo
sesso, ne impetrò, da lì a non molto, la liberazione. Divenne poi,
o, per dir meglio, era divenuta essa Caterina moglie di _Giovanni
de Medici_, padre di quel _Giovanni_ che nel secolo susseguente si
acquistò la gloria di prode capitano, e generò _Cosimo_, che fu primo
granduca di Toscana. Le iniquità commesse da' Franzesi in Forlì furono
indicibili. Non potè per allora il duca Valentino proseguir il corso
di sua fortuna, perchè, insorte nel ducato di Milano le novità, delle
quali parlerò fra poco, dovette accorrere colà il signor di Allegre
colle milizie regie, dopo aver lasciata in Romagna memoria per un pezzo
delle immense ruberie, disonestà ed altre ribalderie da loro commesse.
Impadronitosi dunque d'Imola, Cesena e Forlì, se ne tornò a Roma il
_duca Valentino_, dove volle far la sua entrata come trionfante con
incredibil pompa e corteggio nel dì 26 di febbraio. Era questo l'anno
del giubileo, in cui se i cristiani guadagnarono le indulgenze dei loro
peccati, anche _papa Alessandro_ seppe guadagnare dei gran tesori[331],
perchè concedea per tutta la cristianità quelle indulgenze medesime
a chi non potea venire a Roma, purchè pagassero il terzo di ciò che
avrebbono speso nel viaggio: alla raccolta del qual danaro furono
deputati dappertutto i questori; e questo danaro, colle decime imposte
al clero, e la vigesima agli Ebrei, dovea poi servire, secondo i soliti
pretesti, per far la guerra contro al Turco; ma servì infine ad altri
usi. Nonostante l'anno santo un lieto carnovale si fece in Roma, e
il duca Valentino lasciò, in tal occasione, la briglia al suo fasto
con giuochi e feste di indicibil magnificenza e spesa, per le quali
nobilissime azioni meritò d'essere dichiarato gonfaloniere della santa
Romana Chiesa.

Pochi mesi erano soggiornati in Milano e nelle altre città di quel
ducato i Franzesi, che la poca disciplina da loro osservata in
quei tempi, e la sfrenata lor disonestà, di cui molto parlano le
storie[332], cominciò ad essere di troppo peso a que' popoli, e a farli
sospirar di nuovo il governo degli abbattuti loro principi. Quel che è
più, mal sofferendo i Ghibellini, potente fazione in quelle contrade,
che _Gian-Giacomo Trivulzio_, capo de' Guelfi, comandasse le feste,
cominciarono ad animare al ritorno _Lodovico il Moro_ e il _cardinale
Ascanio_ suo fratello. Questi per tanto, giacchè andarono loro ben
presto fallite le speranze poste in _Massimiliano_ re de' Romani,
principe negligentissimo ne' propri affari, privo sempre e sempre
sitibondo di danaro, si rivolsero agli Svizzeri con assoldarne otto
mila, e misero insieme ancora cinquecento uomini d'arme borgognoni. Sul
fine di gennaio, senza perdere tempo, calarono essi pel lago di Como
a quella città, che aprì loro le porte. Bastò questo perchè il popolo
di Milano si levasse a rumore, gridando: _Moro, Moro_. Mossesi ancora,
perchè Lodovico avea lor fatto credere di venire con un esercito
infinito: il che non fu vero. Si rifugiarono i Franzesi nel castello,
e il Trivulzio si ritirò a Mortara. Sul principio di febbraio giunse
prima il cardinale Ascanio, poscia Lodovico a Milano con festa di quel
popolo. Ed amendue si affrettarono ad assoldar quante genti d'armi
poterono. Anche le città di Pavia e di Parma alzarono le bandiere del
Moro: altrettanto erano per fare Piacenza e Lodi, se, chiamati in aiuto
i Veneziani dai Franzesi, non vi fossero entrati colle loro milizie.
Tornò bensì all'ubbidienza di esso Moro Tortona; ma, sopraggiunto
colà _Ivo di Allegre_ colle soldatesche richiamate dalla Romagna, ed
assistito dai Guelfi, ricuperò quella città, mettendo dipoi a sacco non
meno i Ghibellini nemici, che i Guelfi amici. Passò _Lodovico il Moro_
all'assedio di Novara, ed, obbligati i Franzesi a rendere la città,
si diede a bersagliar la fortezza tuttavia resistente. Fu mirabile
intanto la sollecitudine del _re Lodovico_ per ispedire in Lombardia
nuove genti sotto il comando del signore _della Tremoglia_, di maniera
che sul principio d'aprile questo capitano, unito col _Trivulzio_ e
col _conte di Lignì_, ebbe in pronto un'armata di mille e cinquecento
lancie, dieci mila fanti svizzeri e sei mila franzesi, co' quali si
appressò a Novara. Pure più ne' tradimenti che nelle forza delle lor
armi riposero i comandanti franzesi la speranza di vincere.

Già s'erano intesi gli uffiziali svizzeri militanti per la Francia
con quei che erano al servigio di _Lodovico il Moro_, promettendo
loro una gran somma di oro; e menarono così accortamente la loro
trama, che venne lor fatto di tradire il duca con eterna infamia del
loro nome. Col pretesto dunque di non voler combattere coi proprii
fratelli, gli Svizzeri tedeschi abbandonarono Lodovico il Moro, e con
licenza dei Franzesi uscirono di Novara per tornarsene al loro paese.
Per misericordia ottenne Lodovico di poter fuggire con loro, e tanto
egli come i tre San Severini travestiti da Svizzeri marciarono colla
truppa, per ridursi in salvo. Scoperti dai traditori, furono tutti e
quattro fermati e fatti prigionieri nel dì 10 d'aprile: spettacolo
sì miserabile, che trasse le lagrime insino a molti dei nemici. Si
sbandò per questa calamità il resto delle truppe sforzesche; e, portata
la dolorosa nuova a! _cardinal Ascanio_, che attendeva in Milano
all'assedio del castello, tosto si partì anch'egli da quella città,
ed inviossi frettolosamente alla volta del Piacentino per non essere
colto[333]. Ma giunto la notte a Rivolta, castello del conte _Corrado
Lando_ suo amico, e quivi avendo preso riposo, trovò quella sfortuna
ch'egli andava fuggendo. Imperocchè, avvisati di ciò _Carlo Orsino_
e _Soncino Benzone_, capitani delle genti veneziane che stavano in
Piacenza, cavalcarono speditamente colà, e colla forza obbligarono
il conte Lando (ingiustamente accusato da alcuni di tradimento) a
consegnar loro l'infelice porporato, con _Ermes Sforza_, fratello del
morto duca _Gian-Galeazzo_, e con altri gentiluomini di sua famiglia.
Fu mandato a Venezia il cardinale; ma il re Lodovico prima colle
preghiere, e poi colle minaccie di guerra, tanto battè, che l'ebbe
nelle mani. Furono condotti in Francia questi sventurati principi.
_Lodovico il Moro_ confinato nel castello di Loches nel Berrì in una
oscura camera senza libri, senza carta ed inchiostro, ebbe quanto
tempo volle per potere riflettere alla caducità delle umane grandezze,
e ai frutti della smoderata sua ambizione e vanità, cioè alla cagione
delle sue e delle altrui rovine, per aver chiamato in Italia le armi
straniere, ed assassinato il proprio nipote, essendo esso Lodovico
dopo dieci anni di prigionia mancato poi di vita. Al _cardinale
Ascanio_, che con intrepidezza accolse le sue disavventure, fu data
per carcere la torre di Borges, quella stessa dove il medesimo _re
Lodovico_, allorchè era duca d'Orleans, tenuto fu prigione: tanto è
varia e suggetta a peripezie la sorte de' mortali. Poca cura si prese
del cardinal suddetto _papa Alessandro_, siccome venduto al volere
dei Franzesi, e però solamente sotto il pontefice _Giulio II_ riebbe
Ascanio la sua libertà.

In gran pericolo di un sacco si trovò il popolo di Milano dopo la
caduta del Moro; ma, avendo essi inviata un'ambasceria ai _cardinal
di Roano_, che veniva spedito dal re in Italia per governatore,
impetrarono che il gastigo si riducesse al pagamento di trecento mila
ducati d'oro: pena che loro fu anche per la maggior parte rimessa
dalla clemenza del saggio _re Lodovico_. Non potè poi resistere esso
re alle premure di _papa Alessandro_, che di nuovo gli fece istanza
di gente[334], affinchè il _duca Valentino_ terminasse il sospirato
conquisto della Romagna. Questi erano allora i gran pensieri del
pontefice, il quale poco avea profittato di un indizio dello sdegno di
Dio contro la di lui persona, che sì malamente corrispondeva ai doveri
del sacrosanto suo ministero. Imperciocchè nella festa di san Pietro
svegliatosi un terribil vento, con gragnuola e fulmini, rovesciò il
più alto camino del Vaticano con tal empito, che il suo peso ruppe
il tetto, e due travi della stanza superiore alla pontificia. Penetrò
questa rovina nella stanza medesima, dove dimorava il papa, con essersi
rotto un trave. Vi perirono _Lorenzo Chigi_ gentiluomo sanese, e due
altre persone. Lo stesso papa si trovò bensì vivo sotto le pietre,
ma stordito e leso ancora in più parti del corpo. Per buona ventura,
quel trave ch'era caduto servì a lui di riparo. Questo colpo, invece
di servire di paterno avviso ad Alessandro per farlo ravvedere, il
confermò piuttosto nella persuasione della protezion del cielo; e
però, dopo un pubblico ringraziamento a Dio che lo avesse preservato
dalla morte, seguitò lo scandaloso cammino di prima. Fu in questi
tempi assassinato da alcuni sgherri _don Alfonso_ d'Aragona marito
di _Lucrezia Borgia_; e perchè le ferite non furono sufficienti, a
levarlo di vita, il veleno diede compimento all'opera. Ne fu creduto
autore il _duca Valentino_, il quale, divenuto tutto franzese, e
volendo andar unito con quella corona alla distruzion degli Aragonesi,
giudicò meglio di levar di mezzo un parentado sì fatto, siccome quello
che più non si adattava alle mire presenti. Impetrato dunque ch'ebbe
esso duca Valentino un possente soccorso di Franzesi, condotto da
_Ivo d'Allegre_, nel mese di ottobre ricominciò la guerra in Romagna.
Non durò fatica ad impossessarsi di Pesaro, perchè _Giovanni Sforza_,
già di lui cognato, si ritirò per tempo, non volendo che per cagion
sua ricevessero danno immenso que' cittadini[335]. Anche _Pandolfo
Malatesta_ gli cedè il campo, e fecegli aprir le porte di Rimini. La
sola Faenza, dove egli si trasferì dipoi, fece gagliarda resistenza,
perchè il giovinetto _Astorre de' Manfredi_ signor della terra si trovò
così ben sostenuto dall'amore e dalla fedeltà de' suoi sudditi, che
rendè per questo anno inutili i di lui sforzi, benchè poi nel seguente
gli convenisse cedere alla forza, e restar poi vittima della lussuria e
della crudeltà del duca Valentino. Guerra ancora fu nell'anno presente
in Toscana, più che mai ardendo di voglia i Fiorentini di ricuperare
la città di Pisa. Ebbero soccorsi dal re di Francia; condussero ancora
al loro soldo qualche migliaio di Svizzeri, gente ch'avea cominciato
ad essere alla moda di questi tempi. Fu posto il campo a quella città,
si venne all'assalto; ma essendosi valorosamente difeso quel popolo,
segretamente aiutato da' Genovesi, Sanesi e Lucchesi, ed insorte
appresso molte discordie dalla parte dei Francesi e degli Svizzeri,
appoco appoco si sciolse quell'esercito, altro non riportandone i
Fiorentini se non vergogna e un incredibil danno al proprio erario.
Con tali imprese terminò l'anno; ebbe fine il secolo presente, e fine
ancora farò io a questi racconti.



CONCLUSIONE DELL'OPERA

Meco è venuto il lettore osservando i principali avvenimenti dell'Italia per tanti passati anni. S'egli da per sè finor non ha fatta una riflessione assai facile, naturale ed importante, gliela ricorderò io prima di congedarmi da lui. Ed è quella, che chiunque ora vive, per quel che riguarda il pubblico stato delle cose, e non già il privato d'ogni particolare persona, avrebbe da alzare le mani al cielo, e ringraziare Iddio d'essere nato piuttosto in questo che ne' secoli da me fin ora descritti. Non mancarono certamente anche ne' lontani tempi alcuni principi buoni, vi furono talvolta continuati giorni di pace, magnifici spettacoli e delizie. Nè si può negare che negli ultimi predetti secoli, cioè dopo il mille e cento, di gran lunga abbondasse più l'Italia di ricchezze che oggidì. Tuttavia, considerando all'ingrosso que' tempi, nulla vede chi non vede il gran divario che passa fra questi e quelli. Miravansi allora tanti piuttosto tiranni che principi, crudeli fin col proprio sangue, non che verso i lor sudditi. Oggidì sì moderati, sì benigni, sì clementi troviamo i regnanti. Per lo più tutto era allora guerra, e guerra senza legge, andando ordinariamente in groppa con essa i saccheggi, gl'incendii ed ogni sorta di ribalderie. In questo infelice stato abbiam lasciata poc'anzi l'Italia, e per moltissimi anni vi continuò essa dipoi. Per lo contrario, se oggidì guerra si fa (e pur troppo si fa con aggravio di molti paesi), pochi son quei monarchi e generali che si dimentichino di esser cristiani e di guerreggiar con cristiani. Del resto, una invidiabil tranquillità s'è lungamente goduta, e ne sono stati partecipi anche i giorni nostri: bene temporale che non si può abbastanza apprezzare. Che terribili, anzi indicibili sconcerti e disastri poi producesse una volta la frenesia delle fazioni _guelfa_ e _ghibellina_, nol può concepire, se non chi legge le storie particolari delle città italiane, e truova come fossero frequenti nel pubblico e ne' privati le nemicizie, gli omicidii, le prepotenze, gli esilii e i capestri. Per misericordia di Dio restò in fine libera da tante perniciose pazzie l'Italia, nè più v'ha città, da cui sia per questo bandita la quiete e la pubblica concordia. A cagion delle guerre suddette, e della poca cura degl'Italiani, francamente una volta si introduceva in queste contrade la pestilenza, e, portando la desolazione da per tutto, col penetrare d'uno in un altro paese, era divenuta oramai un malore non men familiare e stabile fra noi, che sia fra' Turchi. Le diligenze che si usano oggidì han provveduto a questo flagello; e se queste non si rallenteranno, non ne faran pruova neppure i posteri nostri. Che se a talun poco pratico sembrasse talora che i tempi correnti si scoprissero meno nemici della lussuria di quel che fossero i già passati, sappia ch'egli travede. Talmente sfrenato era talvolta questo vizio, che, in paragon d'allora, quasi beata si può chiamare l'età nostra. E molto più merita essa questo nome, dacchè la pulizia de' costumi e le lettere, cioè le scienze ed arti tutte sono ora in tanto auge e splendore; laddove rozzi erano negli antichi secoli i costumi, l'ignoranza occupava non solamente i bassi, ma anche i più sublimi scanni. Aggiungasi a questo, esser data allora negli occhi d'ognuno la scorretta vita dell'uno e dell'altro clero; infezione giunta sino agli stessi pastori, ed anche ai primi della Chiesa di Dio, e disavventura che non si può nascondere nè abbastanza deplorare per gli scandali infiniti che ne derivarono. Corrono già ducento anni ch'è tolta questa pessima ruggine dalla Chiesa di Dio, nè più van pettoruti i vizii in trionfo, essendo migliorati i costumi, accresciuta la pietà, e levati molti abusi dei barbarici secoli: motivi tutti a noi di chiamar felice il secolo nostro in confronto di tanti altri da noi fin qui osservati. Nè venga innanzi alcuno con dire di trovar egli de' pregi e del buono ne' secoli andati, e forse qualche bene di cui ora siam privi; aggiunga ancora osservarsi tuttavia de' difetti ne' governi tanto ecclesiastici che secolari, il lusso di troppo cresciuto, l'effeminatezza negli uomini, la libertà nelle donne ed altri sì fatti malanni; che gli si dimanderà se sappia qual cosa sia l'uomo e qual sia il mondo presente. Ha da uscire fuor di questo globo chi non vuol vedere vizii, peccati, difetti e guai. Intanto a chi bramasse la continuazione della storia d'Italia, facile sarà il trovarla maneggiata dalle penne di molti storici italiani. Ne ho ancor io recato un buon saggio nella parte II delle Antichità Estensi, già data alla luce; e però tanto più mi credo disobbligato dal farne una nuova dipintura. ANNALI D'ITALIA DALL'ANNO 1501 FINO AL 1750.

PREFAZIONE

DI LODOVICO ANTONIO MURATORI Dappoichè ebbi condotto gli Annali d'Italia fino all'anno di Cristo 1500, aveva io deposta la penna con intenzione di non proseguir più oltre, e ne avea anche avvertiti i lettori. Dopo quel tempo abbondando in Italia le storie, e facili anche essendo a trovarsi, sembrava a me superfluo il volere ristrignere in brevi Annali ciò che potea la gente con tanta facilità raccogliere dagli storici moderni, essendo per lo più da anteporre i fonti ai ruscelli. Ma d'altro parere sono stati non pochi degli amici miei, ed altre persone che han creduta non inutile questa mia qualsisia fatica. Si riduce a pochissimi il numero di coloro che posseggono tutte le storie italiane. Chi ne ha alcuna; i più neppur una ne hanno. Il presentar dunque raccolta da tante e sì varie storie la sostanza de' principali passati avvenimenti delle italiche contrade, può chiamarsi un benefizio che si presta a tanta gente, la quale, per mancanza di libri, è condannata ad ignorare i fatti de' secoli addietro, oppur dovrebbe mendicarli con fatica dalla lettura di non poche differenti Storie. Non può se non essere grato il vedersi poste davanti sotto un punto di vista quelle principali vicende che di mano in mano son succedute in ciascun anno nelle diverse parti dell'Italia. Il perchè, secondo l'avviso di tali persone, mi determinai di continuare l'edifizio, e di condurre questi Annali sino al compimento della pace universale, che nel presente anno 1749 ha rimessa la concordia fra i potentati d'Europa. So che, in trattando di avventure lontane da' nostri tempi, e di persone che, passate all'altra vita, si ridono delle dicerie de' posteri, maggior libertà gode, o dovrebbe godere lo storico per proferire i suoi giudizii. So altresì che non va esente da pericoli e doglianze altrui, chi esercita questo mestiere in parlando di cose de' nostri tempi e di persone viventi, stante la delicatezza che in esso noi ingenera l'amor proprio. Noi accogliam volentieri la verità in casa altrui: non così nella nostra. Contuttociò spero io di non aver oltrepassato i limiti della libertà che conviene ad ogni onorato scrittore: perchè non l'amore, nè l'odio, ma un puro desiderio di porgere il vero a' miei lettori, ha, per quanto ho potuto, regolata la mia penna. Se anche questo vero io talora non l'avessi raggiunto, ciò sarà avvenuto per mancanza di migliori notizie, e non già per mala volontà. ANNALI D'ITALIA DALL'ANNO 1501 FINO AL 1750 Anno di CRISTO MDI. Indizione IV. ALESSANDRO VI papa 10. MASSIMILIANO I re de' Rom. 9. I maggiori pensieri di _papa Alessandro _in questi tempi aveano per mira l'ingrandimento di _Cesare Borgia_, appellato il _duca Valentino_, suo figliuolo. Gran copia di danaro, raccolta con profusioni di grazie nel giubileo dell'anno precedente, era venuta a tempo per promuovere e sostenere i bellicosi impegni di questo suo idolo. Nella Romagna restava tuttavia Faenza che ricusava di sottoporsi al di lui giogo: però esso duca aveva tentato indarno sul principio dell'anno di prendere quella città con una scalata; andò poi a strignerla nella primavera con poderoso esercito d'Italiani, Franzesi e Spagnuoli. Due assalti, furiosamente dati a quelle mura, costarono la vita a molti de' suoi. Vigorosa fu la difesa de' cittadini, per l'amore che portavano ad _Astorre_, ossia _Astorgio de' Manfredi_, loro signore, giovinetto di rara avvenenza, e di età di circa diciassette anni. Ma da lì a non molto, veggendo essi crescere il pericolo, e tolta ogni speranza di soccorso capitolarono la resa della città nel dì 26 di aprile, salvo l'onore, la vita e l'avere delle persone, e con patto che Astorgio restasse in libertà e possesso de' suoi allodiali[336]. Il Valentino, che misurava tutte le cose colle sole regole del proprio interesse, conservò il popolo che dovea restar suo suddito; ma contro la fede condusse poi a Roma l'innocente garzone Astorgio, e tanto a lui che ad un suo fratello bastardo levò dipoi barbaricamente la vita. Dopo sì fatto acquisto non fu difficile al Valentino di ottenere dal papa suo padre, a cui nulla sapea negare il sacro concistoro, l'investitura e il titolo di duca della Romagna. Quindi si rivolsero le di lui mire e brame alla città di Bologna, con entrar minaccioso in quel territorio, e richiedere l'ingresso in castello San Pietro. _Giovanni de' Bentivogli_, che in questi tempi veniva considerato come signore di Bologna, e seco il reggimento d'essa città s'erano dianzi posti sotto la protezione di _Lodovico XII_ re di Francia; nè alcun impegno aveano preso in soccorso di Faenza, tuttochè il giovine Astorgio fosse nipote d'esso Bentivoglio. A questo improvviso assalto prese l'armi tutto il popolo di Bologna, ed assoldò quella gente che potè. E perciocchè fu creduto che il Borgia tenesse intelligenza con Agamennone, Giasone, Lodovico e Lancilotto de' Marescotti, famiglia potente (vero o falso che fosse), da alcuni giovani nobili partigiani de' Bentivogli furono essi dopo qualche tempo uccisi. Fu anche scritto che il Valentino stesso rivelasse al Bentivoglio l'intelligenza sua con que' gentiluomini, e che da ciò procedesse la loro morte. Ossia che esso duca avesse riguardo alla protezione accordata dal re di Francia a' Bolognesi, oppure che conoscesse, tali essere le forze loro da non potere eseguire i suoi disegni, e massimamente venuta meno la speranza, come fu divulgato, di qualche tradimento nella città, spedì Paolo Orsino a Bologna, per trattare d'accordo. Si convenne di cedergli Castel Bolognese, di dargli passo e vettovaglia pel territorio, e una compagnia di cento uomini d'armi pagati per tre anni al di lui servigio, con mille o due mila fanti. Scrive il Guicciardini che s'obbligò il Bentivoglio di pagare al Borgia nove mila ducati ogni anno. Ma gli Annali di Bologna, che esistono manoscritti nella biblioteca estense, e sono di autore contemporaneo, siccome ancora il Buonaccorsi[337], nulla dicono di questo pagamento. Alessandro Sardi nella Storia Estense manoscritta scrive che al Valentino furono promessi da' Bolognesi trenta mila scudi in tre anni, e cento uomini d'armi, pagati per tre mesi. Ciò fatto, il duca, benchè abbandonato dalle milizie franzesi che erano destinate pel regno di Napoli, pure s'inviò col resto della sua armata verso Firenze. Mandò a chiedere il passo, e di aver di che vivere per quel dominio; e intanto, senza aspettarne risposta, e tenendo a bada gli ambasciatori de' Fiorentini, valicò l'Apennino, e andò a postarsi a Barberino. Trovavasi allora Firenze in poco buono stato, sprovveduta d'armati, con interna disunione, e con popolo dominante, pieno di gelosia, per sospetto che i nobili fossero autori di questa mossa, affin di mutare lo stato, e far ripatriare Pietro de Medici. Il peggio era, che il re di Francia si dichiarava malcontento d'essi per crediti di danari che pretendea da loro: cose tutte che animavano il Valentino a pescare in quel torbido. Però, inoltratosi cinque miglia lungi da Firenze, mandò a chiedere che si facesse altro governo in quella città, e che vi fosse rimesso infatti Pier de Medici: benchè i più credono ciò da lui proposto con secondi fini, e non con intenzione di aiutarlo davvero. Fu dunque concordato che fosse lega tra i Fiorentini e lui; e che niun soccorso venisse da essi a Piombino, dov'egli intendeva di andare a mettere il campo; e che per tre anni fosse condotto da quella repubblica con salario di trentasei mila ducati d'oro l'anno, obbligandosi di mantenere trecento uomini d'armi al servigio d'essa, ma senza dover egli servire colla persona. Fu questo tutto il suo guadagno, giacchè non vide disposizione alcuna di alterar quello Stato, nè avea gente da far paura ad una sì riguardevol città, benchè guarnita allora quasi non d'altro che di contadini fatti venire dal Casentino e dal Mugello. Intanto non pochi saccheggi commetteano le sue genti nel contado, ed egli chiedea una prestanza di danaro e di artiglierie, non trovando via per uscire di que' contorni: finchè, venutigli ordini efficaci dal re di Francia di desistere da quella molesta danza, passò in quel di Piombino, e, preso ivi qualche luogo, se ne andò poscia a Roma, per ivi pigliar quelle risoluzioni che occorressero nell'impresa di Napoli, già determinata da Lodovico re di Francia. Non mancano mai ragioni o pretesti a chi ha sete di nuovi acquisti, e forze per effettuare i suoi disegni. Nel re Lodovico si faceano trasferiti tutti gli antichi diritti della casa d'Angiò; e i recenti di _Carlo VIII_ suo predecessore, già padrone di Napoli; il perchè siccome principe magnanimo, e già grande in Italia per l'acquisto del ducato di Milano e della signoria di Genova, si accinse in questo anno alla conquista ancora di Napoli. A tale effetto avea prese le sue misure, cioè guadagnato papa Alessandro coll'assistenza data al duca Valentino, e con altri mezzi. Addormentò parimente _Massimiliano I_ re de' Romani, con fargli sperare _Claudia_, unica sua figliuola per isposa di _Carlo duca_ di Lucemburgo di lui nipote, che fu poi Carlo V; amendue di tenera età, e collo sborso di non so quale quantità di danaro: con che ottenne una tregua di molti mesi. Era _Federigo re_ di Napoli ben consapevole della voglia dei Franzesi d'invadere il regno suo, e però avea fatto ricorso per protezione al medesimo re de' Romani, con pagargli quaranta mila ducati, e prometterne quindici mila il mese, acciocchè, occorrendo, movesse guerra allo Stato di Milano, e ne riportò anche la promessa di non venir mai ad accordo alcuno, senza inchiudervi ancor lui. Ma il buon Massimiliano, lasciatosi abbagliare da' Franzesi, tutto dimenticò, senza neppur avvertire che crollo potesse avvenire alle ragioni dell'impero dal lasciare cotanto ingrandire in Italia un re di Francia. Le maggiori speranze adunque d'esso re Ferdinando erano intanto riposte nell'aiuto di _Ferdinando il Cattolico re_ d'Aragona, il quale, per esser padrone della Sicilia, facilmente potea, e come stretto parente si credea che volesse prestargli soccorso in così brutto frangente. Ma le parentele fra i principi son tele di ragno, e cedono troppo facilmente al proprio interesse, che è il primo e potente lor consigliere. Di belle parole dunque e di promesse ne ebbe quante ne volle il re Federigo: diversi poi furono i fatti. Imperocchè il re di Francia, conoscendo quale ostacolo potesse venire dall'Aragonese alle sue idee, segretamente entrò seco in un trattato, e fu conchiuso che amendue facessero l'impresa di Napoli; e al re di Francia toccasse Napoli con Terra di Lavoro e coll'Abbruzzo; e al re cattolico le provincie di Puglia e di Calabria. Il Summonte ed altri prendono qui a giustificar l'azione del re Ferdinando, allegando come giusta la di lui pretensione sul regno di Napoli, acquistato colle forze dell'Aragona dal re Alfonso, quasichè non fosse stato lecito ad esso Alfonso di lasciarlo a Ferdinando suo figliuolo, benchè bastardo. Altri, all'incontro, il condannarono d'insaziabilità, di tradimento e d'ingiustizia, perchè i discendenti dal re Alfonso godeano quel regno coll'investitura della santa Sede, e il re cattolico dava ad intendere di fare armamento in Sicilia, tutto in difesa del re Federigo; quando unicamente tendeva alla di lui rovina, e ad appagare la propria cupidità. Pertanto si mossero i Franzesi dalla Lombardia, condotti parte dal duca di Nemours e dal signore d'Aubigny per terra alla volta della Toscana, mentre un'altra armata per mare si mosse da Genova. Fece allora Federigo re di Napoli istanza a Consalvo, generale del re cattolico in Sicilia, di unir seco le sue forze, e di venir a Gaeta, con andar egli stesso intanto a San Germano per contrastare il passo ai Franzesi. Mostrossi Consalvo simulatamente pronto; e richiesto ed ottenuto il possesso di alcune terre in Calabria col pretesto di difenderle, cominciò in essa ad esercitare la signoria di parte della division fatta co' Franzesi. Giunti in questo mentre a Roma i Franzesi, si svelò il loro trattato col re cattolico, e ne fu chiesta l'approvazione al papa, palliando la loro lega e dimanda per essere più vicine queste due potenze a soccorrere la cristianità contro al Turco, anzi vantando di voler portare nella Asia la guerra. Impetrarono quanto vollero; anzi lo stesso papa con loro si collegò. A tali avvisi il re Federigo, tuttavia deluso da Consalvo, che mostrava di non credere l'accordo del suo sovrano coi Franzesi, mandò il nerbo maggiore delle sue genti alla difesa di Capoa, a cui da lì a non molto i Franzesi misero l'assedio, e diedero anche un fiero assalto, ma con loro danno. Dentro v'era Fabrizio Colonna, Ugo di Cardona con altri capitani, i quali, conoscendo di poter poco lungamente resistere, massimamente perchè il popolo s'era mosso a sedizione, cominciarono a trattar d'accordo. Ma, ossia che intanto si rallentasse la guardia della città, o che qualche traditore, giudicando di farsi benevoli gli assedianti, gl'invitasse a salir per le mura[338], certo è che nel dì 24 di luglio entrarono i Franzesi furibondi per un bastione nella misera città, e le diedero il sacco, colla strage, chi dice fin di otto mila persone, e chi di sole tre mila. Il Buonaccorsi, forse più veritiero degli altri, parla solo di due mila. Non si può leggere senza orrore la crudeltà usata dai vincitori, che non contenti, in tal congiuntura, dell'avere de' cittadini e de' sacri arredi delle chiese, sfogarono la lor libidine sopra le donne d'ogni condizione, senza neppur risparmiare le consecrate a Dio, con essersi trovate alcune che, per non soggiacere alla lor violenza, si precipitarono nel fiume e ne' pozzi. Non poche d'esse furono condotte prigioni, e vendute poscia in Roma. Il duca Valentino, che coi Franzesi si trovava a quella impresa, fattane una scelta di quaranta delle più belle, le ritenne per sè, per non essere da meno de' Turchi. La disavventura di Capoa tal terrore mise nelle altre città del regno, che quasi niuna si attentò di far da lì innanzi resistenza, ed ognuna mandò le chiavi incontro all'esercito vittorioso. Il re Federigo, scorgendo già il popolo di Napoli tumultuante e disposto a ricevere un nuovo principe, si ritirò in Castel Nuovo. Laonde la città inviò subito a trattare la resa, che fu accettata a mani baciate, con obbligar nondimeno i Napoletani allo sborso di sessanta mila ducati d'oro. Non mantenne dipoi l'Aubigny questi patti, perchè da lì a qualche tempo impose una taglia di altri cento mila ducati in pena della ribellion fatta a Carlo VIII, che questa bagattella gli dovette scappar di mente quando fece la convenzion suddetta. Non passarono molti giorni che l'infelice re Federigo capitolò coll'Aubigny di consegnargli tutte le fortezze che si teneano per lui, con riserbarsi solamente per sei mesi l'isola e rocca d'Ischia, e di poter non solo portar seco ogni suo avere, a riserva delle artiglierie, ma anche andarsene liberamente ovunque a lui fosse in grado. Tanto era l'odio ch'egli avea conceputo contra del re Cattolico pel tradimento e per l'oppressione a lui fatta, che elesse piuttosto di passare in Francia e di rimettersi alla conosciuta generosità di quel re, che di fidarsi mai più di chi egli avea sperimentato troppo infedele. Impetrato dunque un salvocondotto, e lasciati andare al servigio di Consalvo, Prospero e Fabrizio Colonnesi, che egli avea riscattati, con cinque galee sottili fu condotto in Francia, dove sulle prime freddamente accollo dal re Lodovico, poscia fu provveduto della ducea d'Angiò con rendita di trenta mila ducati, dove poi nel dì 9 di settembre 1504 diede fine al suo vivere. Non istette in questo mentre punto in ozio _Consalvo Fernandez_, chiamato il _gran capitano_, perciocchè si impadronì di tutte quante le terre destinate al re Cattolico suo signore in Puglia e Calabria. La sola città di Taranto fece una gagliardia difesa. Colà, sul primo avvicinamento delle armi nemiche, avea il re Federigo inviato, come in un luogo di ricovero, _don Ferrante_ suo primogenito, duca di Calabria, appellato da alcuni con errore don Alfonso, fidandolo a don Giovanni di Ghevara conte di Potenza; e fattogli poi sapere che, in caso di disgrazie, andasse a trovarlo in Francia. Perduta infine la speranza di soccorso, convennero i rettori di Taranto di dar quella forte città a Consalvo, facendolo prima giurare sull'ostia consacrata di lasciare in libertà il giovinetto duca di Calabria. Ma Consalvo, in cui prevaleva più l'interesse del re Ferdinando che il timor di Dio, ritenne il duca, non senza grande infamia del nome suo, e col tempo lo inviò in Ispagna, dove, come in una libera ed onorata prigione, dopo aver avuto due mogli (che, perchè sterili gli furono date, niuna prole lasciarono di sè), diede fine al suo vivere nel 1550. _Alfonso_ secondogenito del re Federigo, passato col padre in Francia, terminò i suoi giorni in Grenoble nel 1545 con sospetto di veleno. E _Cesare_ terzogenito, ritiratosi a Ferrara, quivi anche egli in età d'anni diciotto cessò di vivere. Di tempo sì favorevole si servì ancora il _pontefice Alessandro_ per abbattere le nobili case de' Colonnesi e Savelli, che s'erano dichiarati in favore di Federigo re di Napoli. Fulminate prima contra di essi tutte le pene spirituali e temporali, mosse guerra alle lor terre, e, portatosi in persona all'assedio di Sermoneta, commise, come ha Giovanni Burcardo nel suo Diario[339], _tutta la camera sua e tutto il palagio e i negozi occorrenti a donna Lucrezia Borgia sua figliuola, la quale, nel tempo di tale assenza abitò le camere del papa. E diedele autorità d'aprire le lettere sue; e se occorresse alcuna cosa ardua, avesse il consiglio dei cardinali di Lisbona e d'altri, ch'ella potesse perciò chiamare a sè._ Questa maniera di governo se facesse onore al papa, poco ci vuole per conoscerlo. Vennero all'ubbidienza sua tutte le terre di que' baroni; per le quali vane vittorie insuperbito, e insieme dimentico dell'ufficio apostolico, e delle minaccie di morte a lui fatte dal cielo nell'anno precedente, lasciò la briglia ad ogni sfrenata licenza. Continuò parimente il duca Valentino la guerra contro di Piombino, ed avendo spedito colà Vitellozzo e Gian-Paolo Baglione con nuove genti, questo bastò ad intimidire sì fattamente _Jacopo d'Appiano_, signore di quella terra, che, lasciato ivi buon presidio, se ne ritirò, per andare in Francia ad implorare gli effetti della protezione di quel re, già a lui accordata. Ma andò indarno, perchè al re maggiormente premeva di soddisfare alle premure del papa, da cui molto potea sperare, e molto ancora temere. In questo mezzo, per opera di Pandolfo Petrucci da Siena, si arrendè quella terra, e poscia la fortezza al suddetto duca. Diede fine al corso di sua vita nell'anno presente _Agostino Barbarigo _doge di Venezia, e a lui succedette, a dì 5 d'ottobre, _Leonardo Loredano_. Trovavasi allora la veneta repubblica in non pochi affanni per la guerra col Turco, il quale ogni dì più insolentiva, e non meno in Grecia che in Ungheria sempre più s'ingrandiva alle spese de' cristiani. Erasi ben fatta lega fra essa repubblica, il papa, i re di Francia, Aragona ed Inghilterra, e con altri sovrani contro quel comune nemico; ma, attendendo ognun d'essi a' proprii comodi e vantaggi, e nulla avendo operato una bella flotta di Portoghesi che venne apposta nei mari di Levante, convenne a' Veneziani di sostener soli tutto il peso della difesa delle lor terre e dell'Italia. Nè si dee tacere, che trovandosi in Pavia la nobile biblioteca dei duchi di Milano, ricca di antichi e preziosi manoscritti, circa questi tempi, per ordine del re Lodovico, fu trasportata a Bles in Francia. Di questo spoglio, e d'altri di antiche scritture, indarno si lagnò la povera Lombardia. NOTE: [329] Cronica di Bologna MS. nella Libreria Estense. Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital. [330] Guicciardini, Istoria d'Italia. Cronica MS. di Bologna. Raynaldus, Annal. Eccles. Cronica Veneta, tom. 24 Rer. Ital. [331] Raynaldus, Annal. Eccles. [332] Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital. Senarega, de Reb. Genuens. Guicciardini, Istoria d'Italia. Nardi, Istoria di Firenze. Bembo, ed altri. [333] Cronica di Venezia, tom. 21 Rer. Ital. [334] Raynaldus, Annal. Eccles. [335] Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital. Cronica MS. di Bologna. Guicciardini, Istor. d'Italia, ed altri. [336] Alessandro Sardi, Storia MS. Annali MSS. di Bologna. Guicciardini, Storia. [337] Buonaccorsi, Dario. [338] Buonaccorsi, Giovio, Guicciardini, Sardi. [339] Raynaldus, Annal. Eccl. Anno di CRISTO MDII. Indizione V. ALESSANDRO VI papa 11. MASSIMILIANO I re de' Romani 10. Quanto più andava crescendo in potenza il _duca Valentino_, tanto più s'aumentava in lui la brama di nuovi acquisti, secondato in ciò dal papa suo padre, che nulla più meditava e sospirava che di formare in lui un gran principe in Italia. Non avea esso pontefice meno amore e premura per l'ingrandimento di _Lucrezia_ sua figlia; e però con forti maneggi fatti alla corte del re Cristianissimo fin l'anno precedente, e col mezzo specialmente del _cardinal di Roano_, che era, per concessione d'esso Alessandro, come un secondo papa in Francia, avea indotto quel re a proporre e a far seguire l'accasamento della stessa Lucrezia con don _Alfonso d'Este_, primogenito di _Ercole I_ duca di Ferrara. Tante batterie furono adoperate per questo affare, con far soprattutto i mediatori conoscere che questo parentado portava seco l'assicurarsi dall'ambizione e dalle armi del duca Valentino (seppure, come dice il Guicciardino, contro tanta perfidia era bastante sicurtà alcuna), che gli Estensi condiscesero a tali nozze. Portò ella in dote cento mila ducati d'oro contanti, immense gioie e suppellettili, colla giunta ancora delle terre di Cento e della Pieve, cedute al duca di Ferrara, oltre ad altri vantaggi della casa d'Este. Gran solennità si fecero per questo in Roma e Ferrara, nella qual città entrò essa principessa nel dì 2 di febbraio. Quanto al duca Valentino, amoreggiava egli forte il ducato d'Urbino; ma essendo il _duca Guidubaldo_ ubbidientissimo in tutto al papa, e per le sue belle doti quasi adorato da' suoi popoli, nè pretesto si trovava, nè facilità appariva di poterlo spogliare di quegli Stati. Si rivolse dunque l'iniquo Borgia ai tradimenti[340]. Portatosi a Nocera con poderoso esercito, e fingendo di voler assalire lo Stato di Camerino, fece richiesta di artiglierie e di genti d'armi al duca d'Urbino. Tutto gli fu dato, perchè troppo pericoloso si considerò il negarlo. Ciò fatto, con tutta celerità s'impadronì di Cagli, e continuò la marcia alla volta di Urbino, dove il disarmato duca Guidubaldo, con _Francesco Maria della Rovere_, suo nipote, ad altro non pensò che a salvare la vita, abbandonato tutto. Se ne fuggì egli travestito; e, benchè inseguito, ebbe la fortuna di potersi infine ritirare a Mantova, dove poco prima era giunta la _duchessa Isabella_ sua moglie, sorella di _Francesco II marchese_ d'essa Mantova, la quale, dopo avere accompagnato a Ferrara _Lucrezia Borgia_, colà s'era portata per visitare il fratello. Con queste arti fece acquisto il duca Valentino di quattro città e di trecento castella componenti quel ducato. Gran rumore per tutta Italia fece un'azione sì proditoria, niuno tenendosi più sicuro dalle insidie di costui, il quale, ito poscia contra di Camerino, mentre andava trattando d'accordo con _Giulio da Varano_ signore di quella città, ebbe con inganni maniera d'entrare in essa città. Imprigionato Giulio con due suoi figliuoli, da lì a non molto lo spietato Valentino, con farli strozzare, se ne sbrigò. Fu ancora da' Fiorentini creduto che lo stesso Borgia e il papa avessero mano nelle rivoluzioni che accaddero nel presente anno in Toscana; dappoichè il re di Francia non avea acconsentito che lo stesso Borgia divenisse signor di Pisa. Vogliosi sempre essi Fiorentini di ricuperar quella città, altro mezzo più non conosceano che di vincerla colla fame. Però, venuta la primavera, andarono a dare il guasto alle biade del territorio di quella città, e quindi posero il campo a Vico Pisano, tolto loro poco innanzi per tradimento di alcuni soldati. Ma eccoti muoversi a ribellione il popolo di Arezzo, che tenea segreta corrispondenza con _Vitellozzo Vitelli_, signore di Città di Castello, il quale non tardò ad accorrere colà, e ad imprendere l'assedio della cittadella. Ed ancor questa, perchè non venne mai sufficiente aiuto da' Fiorentini, costretta fu ad arrendersi, dopo di che fu smantellata. Con Vitellozzo erano congiunti _Gian-Paolo Baglione_, principal direttore della città di Perugia, _Fabio Orsino_, il _cardinale_ e _Pietro de Medici _fuorusciti di Firenze, e _Pandolfo Petrucci_, che era come signor di Siena. Impadronironsi costoro dopo Arezzo anche di Castiglione Aretino, della città di Cortona, d'Anghiari, di Borgo San Sepolcro e di altri luoghi. Sarebbe andata più innanzi questa tempesta, se i Fiorentini non avessero fatto ricorso al re di Francia, rappresentandogli come procedenti dall'avidità del papa e di suo figlio sì fatte novità, e facendogli costare il pericolo che soprastava anche agli Stati del medesimo re in Italia, se si lasciava andar troppo innanzi l'ingrandimento del Borgia. Per questo, e insieme pel danaro, la cui virtù suole aver tanta efficacia, il re Lodovico XII non solamente fece comandare al Valentino e agli altri suoi aderenti che desistessero dalle offese dei Fiorentini, ma anche spedì alcune compagnie di genti d'armi in Toscana, lo aspetto delle quali fece ritornar in breve Arezzo e le altre terre perdute all'ubbidienza di Firenze. Furono cagione questi movimenti, e gl'imbrogli del regno di Napoli, de' quali parleremo fra poco, che il re Lodovico tornasse in Italia, portando seco non lieve sdegno contra del papa e del duca Valentino. Concorsero ad Asti e a Milano varii principi e signori d'Italia; e siccome tutti erano in sospetto di ulteriori disegni di esso Borgia, così aggiunsero legna al fuoco. Già s'aspettava ognuno di mirar l'armi del re volte alla depression del Valentino. Ma così ben seppe maneggiarsi il papa, che, mitigato l'animo del re, questi ad altro non attese dipoi che a far guerra in regno di Napoli, restando deluse le speranze di tutti i potentati. Era questa guerra insorta fin l'anno precedente; perchè, appena furono entrati in possesso Franzesi e Spagnuoli della porzione lor destinata, che si venne a contesa fra loro per li confini. _Consalvo_ tacque, finchè si fu impadronito di Taranto; ma poi, sfoderate le pretensioni del re Cattolico, cacciò improvvisamente dalla Tripalda e da altri luoghi i presidii franzesi, e si appropriò la Basilicata. Perchè s'era per le malattie estenuata di molto l'armata franzese, il _duca di Nemours_ vicerè giudicò meglio di trattar colle buone, e di stabilire una tregua col gran capitano sino all'agosto dell'anno presente, contentandosi che pro interim si dividesse fra loro la dogana di Foggia e il Capitanato, e si ritirassero i Franzesi dal principato. Ma, cresciute dipoi le forze del vicerè per le genti inviategli dal re Lodovico, nel mese di giugno diede l'Aubigny principio alle ostilità manifeste contro gli Spagnuoli. E, dopo avere occupato tutto il Capitanato, si accampò a Canosa, e l'ebbe infine a patti. Inferiore in possanza trovandosi allora Consalvo, si ritirò a Barletta, restando ivi sprovveduto di vettovaglie e danari. Se avessero saputo i Franzesi profittar di questa sua debolezza, forse sbrigavano le lor faccende in quel regno. Attesero essi a insignorirsi della Puglia e Calabria; presero Cosenza, e le diedero il sacco; venuto colà soccorso dalla Sicilia, lo misero in rotta. Tale prosperità dell'armi rendè poi negligente il re di Francia a sostener con vigore la sua fortuna nel regno di Napoli, e ad altro non pensò se non a tornarsene di là dai monti. Era ito travestito e con pochi cavalli per la posta il duca Valentino ad inchinare esso re a Milano; e siccome gli stava bene la lingua in bocca, tanto seppe dir per dar buon colore alle malvagie sue azioni passate, e tanto commendò la svisceratezza del papa verso la corona di Francia, che riguadagnò l'affetto e la protezione del re: il che recò non poco spavento a Vitellozzo, al Baglione, a Giovanni Bentivoglio, a Pandolfo Petrucci, ad _Oliverotto da Fermo_, che s'era, con uccidere Giovanni suo zio, fatto signore di quella città, e a Paolo Orsino. Nè tardò molto il Valentino a richiedere colle minaccie la signoria di Bologna. Il perchè, scorgendo ognun d'essi di trovarsi giornalmente esposti alle insidie e all'ambizione del duca Valentino, fecero lega insieme contra di lui. Richiamarono da Venezia _Guidubaldo duca_ di Urbino, e dall'Aquila _Giovanni da Varano_, figlio dell'esimio signor di Camerino, con ricuperar dipoi quasi tutte quelle contrade: il che frastornò le idee del Borgia sopra Bologna. Ma inteso avere avuto ordine lo Sciomonte, generale del re Lodovico, di assistere ad esso duca Valentino, e che aveano da calare tre mila Svizzeri assoldati da esso Borgia; cadaun di que' collegati scorato cominciò a pensare alle cose proprie, e a trattar separatamente di concordia con chi pur sapeano nulla aver più a cuore che la loro rovina. Non si può esprimere quante dolci parole, quante belle promesse usasse verso ognun di essi il perfido duca. A questo amo si lasciarono prendere tutti, e seguì accordo con lui, approvato dal papa. Perchè Bologna era osso duro, contentossi il Valentino di far lega con Giovanni Bentivoglio, e col reggimento di quella città, la quale con nuovo accordo (se pur due furono quegli accordi) si obbligò di pagargli per otto anni dodici mila ducati d'oro l'anno, a titolo di condotta di cento uomini d'armi, e di fornirlo per un anno di cento altri uomini d'armi e di ducento balestrieri a cavallo. Paolo Orsino, il duca di Gravina, Vitellozzo ed Oliverotto, incantati dalle lusinghe e carezze del Borgia, tornarono agli stipendii di lui. Dopo di che colle lor forze costrinsero il duca Guidubaldo e il Varano impauriti ad abbandonar di nuovo i loro Stati d'Urbino e Camerino, che tornarono in potere del Borgia[341]. Per ordine di lui andarono poscia questi condottieri a mettere il campo a Sinigaglia, città di _Francesco Maria della Rovere _prefetto di Roma, e la forzarono alla resa. Per li quali servigi si aspettavano forse qualche gran ricompensa dal Valentino, ma l'ottennero ben diversa dalla loro immaginazione. Imperocchè, venuto costui a quella città, da cui prima avea ordinato che uscissero le loro genti, e chiamati a parlamento i suddetti _Paolo Orsino, il duca di Gravina, Vitellozzo, Oliverotto, Lodovico da Todi_ ed altri, fece lor mettere le mani addosso; e nel giorno seguente, ultimo dell'anno presente (il Sardi scrive che fu nel primo dell'anno appresso), furono strangolati in una camera esso Vitellozzo e Oliverotto. Uscito in questo mentre il Valentino per la rocca colle sue milizie, piombò all'improvviso addosso a quelle degl'imprigionati signori, e tolse loro armi e cavalli. Ne restarono assai morti, e più feriti, e il resto si sbandò. _Pandolfo Petrucci_, che non era entrato in gabbia, ebbe la fortuna di salvarsi. Alla misera Sinigaglia fu dato il sacco. Con queste scelleraggini compiè il detestabil Valentino l'anno presente, non senza orrore e terrore dell'Italia tutta. Or vatti a fidar di tiranni. NOTE: [340] Raphael Volaterranus. Guicciardini. Buonaccorsi. Bembo, ed altri. [341] Guicciardini. Sardi. Paulus de Clericis. Carmelita, in Annal. MSS. Raphael Volaterranus, et alii. Anno di CRISTO MDIII. Indizione VI. PIO III papa 1. GIULIO II papa 1. MASSIMILIANO I re de' Romani 11. Ricco di novità gravissime fu l'anno presente, e non meno di tradimenti, che erano alla moda in questi tempi. Non sì tosto ebbe il _duca Valentino_ oppressi in Sinigaglia i due Orsini cogli altri condottieri, che ne spedì l'avviso a papa Alessandro. Aveva questi fatta dianzi una solenne, ma canina, pace con tutti gli Orsini; ed inteso poi come felicemente fossero riuscite le insidie tese a que' condottieri d'armi, tenendo in petto cotal notizia, sotto colore d'alcune faccende, chiamò a palazzo il _cardinale Giambatista Orsino_, ed, appena giunto, il fece far prigione e metterlo nella torre Borgia[342]. Nello stesso tempo, per ordine suo, furono presi _Rinaldo Orsino_ arcivescovo di Firenze, il _protonotario Orsino_ ed altri di quella nobil casa. Avuti poi i segnali delle fortezze e terre de' medesimi, mandò a prenderne il possesso. Durò la prigionia dell'infelice tradito cardinale sino al febbraio, in cui la morte il liberò non solo da essa, ma da tutti i guai del mondo; e voce comune fu che il veleno gli avesse abbreviata la vita, benchè il papa facesse portarlo scoperto alla sepoltura, per farlo credere morto di naturale infermità. Così il duca Valentino, andando ben d'accordo con lui, dacchè intese la cattura di esso cardinale, trovandosi a Castel della Pieve, si sbrigò col laccio di _Paolo Orsino_ e di _Francesco duca_ di Gravina della medesima famiglia, il qual ultimo nondimeno altri fanno morto prima. Erasi il Valentino, senza perdere tempo, portato a Città di Castello, e trovato che ne erano fuggiti tutti quei della casa Vitelli, se ne impadronì. Altrettanto fece di Perugia, dacchè _Gian-Paolo dei Baglioni_, il quale, più accorto degli altri, s'era guardato dalla trappola di Sinigaglia, nol volle aspettare nella patria sua. Quindi sempre più avido il Borgia si avvisò di tentare la città di Siena, facendo sapere a quel popolo che cacciassero _Pandolfo Petrucci_, come nemico suo; e senza aspettare risposta, s'inoltrò a Sartiano e a Buonconvento, occupando que' luoghi con altre castella. Il bello era che nel medesimo tempo tanto egli che il papa scrivevano al Petrucci delle lettere le più dolci e piene d'affezione che mai si leggessero. Gran bisbiglio e timore insorse per questo in Siena; ma Pandolfo, per bene del pubblico suo ritiratosi a Pisa, tentò di levare al Valentino i pretesti di passare a maggiori insulti. Nè questi veramente osò di più, tra perchè Siena, città forte di gran popolazione, si faceva assai rispettare, e perchè essendo accorso _Gian-Giordano Orsino_ duca di Bracciano con gli altri di sua casa, sottratti alla perfidia Borgia, e coi Savelli a difendere il resto delle lor terre, il pontefice richiamò il figlio colle sue truppe a Roma. Andò il Valentino, mosse guerra a quei baroni, senza riguardo sulle prime ad esso duca di Bracciano, che era sotto la protezione del re di Francia, e senza rispetto al _conte di Pitigliano_, che era ai servigi della repubblica di Venezia. A riserva di Bracciano e di Vicovaro, prese tutto. Ma fattosi udire per tanti acquisti e tradimenti il risentimento del re Cristianissimo, si mise in trattato quella pendenza fra il papa e i ministri del re, i quali per altre cagioni erano insospettiti, anzi disgustati forte del medesimo pontefice, siccome consapevoli del proverbio che allora correva: cioè, _che il papa non faceva mai quello che diceva; e il Valentino non diceva mai quello che faceva_. Ancorchè il papa per suoi fini politici licenziasse allora gran parte delle sue genti, pure il duca Valentino secretamente molte ne raccoglieva, gravido sempre di più grandiose idee. Dava di grandi sospetti a' Sanesi e Fiorentini, aspirava al dominio di Pisa. Cercava anche il papa di tirare i cardinali a consentire che si desse al figlio il titolo di re della Romagna, Marca ed Umbria. E giacchè era a lui riuscito di abbattere Colonnesi, Orsini e Savelli, principali baroni di Roma, stavano gli altri minori in continuo sospetto e timore dell'infedeltà ed ambizione della regnante casa Borgia, in guisa che molti ancora per loro meglio si assentarono; quando la morte, che sovente sconcerta o concerta le cose de' mortali, venne a fare impensatamente scena nuova. Cadde malato papa Alessandro, e nel dì 18 di agosto fu chiamato da Dio a rendere conto della vita tanto scandalosa da lui menata non men prima che durante il pontificato suo. Talmente divulgata e radicata si è la voce che egli morisse avvelenato, che non sì facilmente si potrà svellere dalla mente di chi specialmente inclina in tutti gli avvenimenti alla malizia. Così parlano il Guicciardini, il Volaterrano, il Giovio, il Bembo, per tacere di tant'altri. Dicono che in una cena preparata, per cagione de' caldi eccessivi, in una vigna, essendo approntati alcuni fiaschi di vino con veleno, per iscacciar dal mondo _Adriano cardinale di Corneto_ (esecranda iniquità, esercitata già verso altri porporati ricchissimi, per ingoiar le loro facoltà e molto più sopra i nemici per vendicarsi), cambiati inavvertentemente essi fiaschi, toccasse il malefico beveraggio al papa stesso. Diede maggior fomento a questa fama l'essere sopraggiunta nel tempo stesso a due altri di que' commensali, cioè al _duca Valentino_ e al sopraddetto cardinal di Corneto, una mortale infermità, che essi poi superarono con potenti rimedii e col vigore dell'età lor giovanile; ma non già il papa, a cui nel medesimo tempo fecero guerra settantadue anni di sua età, avvegnachè egli per la sua robustezza senile si promettesse molto più lunga carriera di vita. Ma, quel che finì di persuadere alla gente che il veleno avesse liberata la Chiesa di Dio da questo mal arnese, fu che il corpo suo, esposto alla vista di ognuno, comparve gonfio, troppo sfigurato e puzzolente: lo che fu attribuito all'attività del micidiale ingrediente. Ora qui convien distinguere due punti, malamente confusi dal giudizio del volgo. Il primo è che veramente dovette succedere quella scena, e che in essa, per malizia del Valentino, restò avvelenato il cardinal di Corneto, e per balordaggine dello scalco anche il duca Valentino. Non si può mettere in dubbio l'infermità dell'uno e dell'altro, nè si dee dare una mentita al Giovio, il quale nella Vita di Consalvo scrive d'aver saputo dalla bocca del medesimo cardinal di Corneto, come egli restò allora avvelenato, con aver poi perduta tutta la pelle. Ma per conto del papa, o egli non intervenne a quella cena, o, seppur vi fu, a lui non toccò di quella mortifera bevanda. Secondo il Volaterrano[343], la diceria del veleno dato anche al pontefice si sparse _incerto auctore_. Odorico Rinaldi[344] produce un Diario romano manuscritto, da cui papa Alessandro nel dì 12 di agosto fu preso da febbre; che _nel dì 15 di agosto gli furono cavate tredici once di sangue, o circa, e sopravvenne la febbre terzana._ Nel dì 17 prese medicina. Nel dì 18 passò all'altra vita, probabilmente per una di quelle terzane perniciose che anche a' dì nostri o nella quinta o nella settima portano via gl'infermi, se ad esse non si taglia il corso colla china, l'uso della quale in quel secolo era ignoto all'Europa. Aggiungasi quanto lasciò scritto Alessandro Sardi, contemporaneo del Guicciardini e del Giovio, nella Storia che si conserva manuscritta nella libreria estense. Dopo aver egli accennata la fama del veleno, seguita a dire[345]: _Ma Beltrando Costabile, che allora era ambasciatore del duca Ercole di Ferrara in Roma, e Niccolò Boncane Fiorentino, amico intrinseco del gonfaloniere Soderino, con dieci lettere in cinque diversi giorni da loro scritte al duca e al cardinale da Este, e lette da noi, mostrano la morte del papa, succeduta in otto giorni per febbre terzana, in quel tempo estivo regnante in Roma, dalla quale egli il decimo giorno di agosto assalito, nè mitigata per apertura di vena, nè rinfrescata per manna presa, spirò la sera che dicemmo. Poi per la subbullizione del sangue putrefatto in que' giorni restando il cadavero annerito e gonfio, sorse la fama del veleno da chi non conobbe la causa di quegli effetti_. Basta questo per abbattere l'insussistente voce, sparsa allora intorno alla morte di questo pontefice. La corte di Ferrara, dove era una di lui figlia, si può credere che fosse molto ben informata di questi affari. Non lascia Raffaello Volaterrano di rappresentare ciò che di lodevole si osservò in _Alessandro VI_, il suo ingegno, la sua memoria, l'eloquenza in persuadere, la destrezza in governare, con altre doti spettanti ad un principe, ma che sovente non si ricordava d'essere principe cristiano, e, quel ch'è più, pontefice vicario di Cristo. Certo è, tanti essere stati i suoi vizii, tante le sue azioni malvage d'impudicizia, d'infedeltà, di crudeltà, d'ambizione, delle quali parlano tante storie, e che lo stesso Volaterrano non dissimulò, che il pontificato suo resterà in una deplorabil memoria per tutti i secoli avvenire. Roma perciò era divenuta una sentina di iniquità; niuno vi si trovava sicuro, perchè piena di soldati e di sgherri, a' quali tutto veniva permesso. Guai se alcuno sparlava: dappertutto erano spie, e una menoma parola costava la vita. Quanto poi patisse la religione (non già ne' dommi, che Dio questi ha preservato sempre e preserverà, ma nella disciplina) per tanti scandali, per le indulgenze allora più che mai messe all'incanto, e per li benefizii che, secondo il Bembo, si vendevano, e per altre biasimevoli invenzioni di cavar danaro, affine di far guerra ed ingrandire l'iniquissimo suo figlio Cesare Borgia: tutti i buoni lo conobbero allora, con dolersene indarno. E maggiormente si conobbe da lì a qualche anno, pel pretesto che di là presero le nuove eresie. Nulla io dico qui che non dicano tante altre storie manuscritte e stampate: e nulla appunto da me si dice in paragone del tanto che altri ne scrissero. Fortuna che in questa mutazione di cose si trovasse gravemente infermo il duca Valentino, perchè non gli mancavano forze, volontà e coraggio per tentar cose grandi, ed accrescere od assodare la sua potenza. Non s'era mai aspettato costui un sì strano contrattempo. Contuttociò anche in quello stato ebbe tanta libertà di mente, che si assicurò di tutte le ricchezze del padre, e chiamò a Roma tutte le sue soldatesche, sperando per tal via di costringere il sacro collegio a creare un papa ben affetto a lui, contando egli specialmente sopra i tanti cardinali spagnuoli creati dal padre suo. E perciocchè non sì tosto s'udì la morte del papa, che tutti i baroni romani fuggiti o disgustati ripigliarono l'armi, tanto per ricuperar le lor terre, quanto per vendicarsi del barbaro e disleale duca Valentino, egli si pacificò coi Colonnesi, restituendo loro le terre occupate; e cominciò a trattare coi ministri di Francia e Spagna, cadaun de' quali si studiava di tirarlo dalla sua, sì per essere assistito da lui nella guerra di Napoli, che per averlo favorevole nell'elezione del nuovo papa. Conchiuse egli dipoi co' soli Franzesi, perchè l'esercito loro s'era avvicinato a Roma, ed avea promessa la protezione del re a lui e agli Stati da lui posseduti. Promise anch'egli, all'incontro, di militar colle sue squadre in favore del re per l'impresa di Napoli. Intanto erano in armi gli Orsini ed altri baroni romani. I _Vitelli_ se ne ritornarono a Città di Castello. A _Gian-Paolo Baglione_ riuscì colla forza e coll'aiuto de' Fiorentini di rientrare in Perugia. Quei di Piombino richiamarono l'antico lor signore _Jacopo di Appiano_. Si mossero eziandio il_ duca d'Urbino, i signori di Camerino, Pesaro_ e _Sinigaglia_, per ricuperare i loro Stati. Ora trovandosi Roma in gran discordia per la commozion de' baroni, per le milizie del duca Valentino che aveano fatto degl'insulti ai cardinali ed occupavano il Vaticano, ma vieppiù per le armate franzesi e spagnuole che erano accorse a quelle vicinanze, tutte in apparenza per sostenere la libertà nell'elezion del novello pontefice: ai maneggi de' cardinali, che andavano tenendo le lor sessioni nella Minerva, riuscì di far uscire di Roma il Valentino colle sue truppe, e d'indurre gli eserciti stranieri a fermarsi otto miglia lungi da quella nobilissima città. Era con somma fretta accorso da Francia _Giorgio di Ambosia_ cardinale di Roano, tutto voglioso della tiara pontifizia, e seco avea condotto il _cardinal di Aragona_ e il _cardinale Ascanio Sforza_, cavato due anni prima dalla prigione, con obbligo di trattenersi in quella corte. Entrati i cardinali in numero di trentasette in conclave, si videro presto abortite le speranze ambiziose del cardinal di Roano, e nel dì 22 di settembre concorsero i voti nella persona di _Francesco Piccolomini_ Sanese, diacono cardinale, ed arcivescovo eletto della patria sua, il qual prese il nome di _Pio III_. Era egli della famiglia Todeschina; ma papa Pio II l'avea innestato nella sua, perchè figlio di Laodamia sua sorella. Nel dì primo di ottobre fu egli coronato; ma poco godè egli dell'onore, poco di lui la Chiesa di Dio; perciocchè nel dì 18 dello stesso ottobre, a cagion di una piaga che avea nella gamba, dopo soli ventisei giorni di pontificato, passò a miglior vita, in età poco più di sessantaquattro anni; nè mancò sospetto di veleno: ciarla familiare nella morte de' principi in que' secoli di tanta ambizione ed iniquità. Gran perdita che fu questa per la religione. L'integrità della sua vita in tutti gli anni addietro, la sua prudenza e il suo zelo faceano sperar dei considerabili vantaggi alla Chiesa di Dio. In fatti, appena salito sul trono pontificio, attese a convocar tosto un concilio generale per la riforma della disciplina ecclesiastica, ancorchè, in vigore de' capitoli saggiamente stabiliti nel conclave, a ciò non fosse tenuto, se non dopo due anni: il che fa conoscere che neppure allora mancavano in Roma personaggi zelanti dell'onore di Dio e del ben della Chiesa. Se questo succedeva, oh quanti mali, che poi sopravvennero alla religione, si sarebbono forse impediti! Abborriva ancora la guerra, e non meditava se non consigli di pace. Però mancò di vita con dispiacere di tutti i buoni. Ne' pochi giorni del suo pontificato passò a Roma da Nepi, ove s'era ritirato, il duca Valentino, per congratularsi col papa, e per acconciar seco i suoi interessi, impetrato prima un salvocondotto. Ma Gian-Paolo Baglione, che anch'egli quivi si trovava, e gli Orsini, tutti ardendo di voglia di vendicarsi di questo odiatissimo tiranno, fatta raunata di gente, andarono ad assalirlo. Ne seguirono morti e ferite; e, prevalendo le forze degli Orsini, altro scampo e ripiego non ebbe il Valentino che di rifugiarsi nel palazzo del Vaticano. Poscia o spontaneamente, o per consiglio del papa, cercando maggior sicurezza, si ritirò in castello Sant'Angelo; il che tenuto fu per un colpo della divina provvidenza, affin di mettere fine alle ribalderie di questo pestifero mostro; perchè si dissiparono, a tale avviso, le genti sue, e si squarciò tutta la sua potenza. Dopo la morte di Pio III si seppe così ben maneggiare il _cardinal Giuliano della Rovere_, vescovo d'Ostia e penitenzier maggiore, nato assai bassamente in Savona, ma d'animo sommamente signorile, e nipote di _papa Sisto IV_, che guadagnò i voti di tutti i porporati, per le ragioni che ne adduce il Guicciardini: laonde, con maraviglia universale, restò, nel dì primo di novembre, proclamato papa, primachè si chiudesse il conclave, ed assunse il nome di _Giulio II_. Concorrevano in lui le doti d'uomo magnifico, di gran mente ed accortezza, di non minor coraggio e di lunga sperienza nelle cose del mondo, col concetto ancora di persona leale e veritiera. Conoscevano i migliori abbondare in lui l'alterigia, e il genio inquieto, bellicoso e vendicativo anche delle offese immaginate; ma convenne loro seguitar la corrente. Aveva anche egli giurato di rimettere nel suo primiero lustro la disciplina ecclesiastica, di raunare il concilio generale, e di non far guerra senza il consenso di due terzi del sacro collegio. Come egli mantenesse la parola, in breve ce ne accorgeremo. Non potea certo crearsi pontefice, da cui fosse più alieno l'animo del duca Valentino; perciocchè fra _Roderigo_, che fu poi _Alessandro VI_ papa, suo padre, quando era cardinale, ed esso Giuliano della Rovere erano state nemicizie pubbliche e private, talmente che un dì si strapazzarono con tante villanie, che di peggio non avrebbe operato qualsivoglia più insolente plebeo. Per questa cagione esso cardinal Giuliano, creato che fu papa il Borgia, di cui aveva assai scandagliato il doppio e perverso animo, destramente si ritirò ad Avignone e in Francia, dove si guadagnò l'affetto e la stima de' re _Carlo IX_ e _Luigi XII_. Nè, per quante esibizioni e carezze gli facesse papa Alessandro, mai volle ritornare in Roma, solendo dire fra sè: _Giuliano, Giuliano, non ti fidar del marrano_. Contuttociò il novello pontefice, perchè s'erano imbrogliati gli affari della Romagna, e già egli meditava di ricuperar gli Stati della Chiesa, giudicò bene di far servire a' suoi disegni il medesimo Valentino. Cavatolo perciò fuori di castello Sant'Angelo, con varie promesse, e col confermargli tutti i suoi titoli ed onori, il trasse dalla sua. S'era, dissi, già sconvolta la Romagna, perchè i Veneziani, persuasi che starebbe meglio in mano loro, o de' signori esclusi, quella provincia, che in potere del Borgia, s'ingrossarono di gente in Ravenna, da loro signoreggiata, e tanto fecero, che si misero in possesso di Faenza e della sua rocca. Entrò in Forlì _Antonio Maria degli Ordelaffi_. Rimisero in Rimini _Pandolfo Malatesta_; poscia, fatto accordo con lui, ne acquistarono il dominio. Tentarono Fano, ma questa città tenne per la Chiesa. Si impadronirono parimente di Porto Cesenatico, di Sant'Arcangelo, e di altre assai terre in quel d'Imola e Cesena, ed erano dietro a mettere il piede anche in Forlì. Solamente restarono in potere degli uffiziali del Valentino le rocche o fortezze di Cesena, di Forlì, di Bertinoro, d'Imola e di Forlimpopoli. Sommamente increbbe al papa il movimento de' Veneziani, conoscendo quanto poi sarebbe malagevole il trarre di mano alla lor possanza la Romagna. E giacchè dall'un canto la spedizione de' suoi oratori a Venezia, per lamentarsi di quella occupazione, a nulla giovò; e dall'altro ne' principii del suo governo genti e danari gli mancavano per farsi giustizia colle armi; giudicò bene di spedir colà il duca Valentino, colla speranza che la presenza di lui potesse far mutare l'aspetto delle cose in quelle contrade, seppur questo fu il suo vero disegno. Andò il Valentino ad imbarcarsi per passare alla Specia. Ma eccoti sopraggiugnere il _cardinal Soderino_ e Francesco Remolino a chiedergli i segnali delle suddette fortezze, mostrando essi mutata la risoluzion del papa per sospetto che i Veneziani con esibizioni larghe di danaro gli cavassero di mano quelle fortezze. Ricusò il Borgia di consegnarli, e però, d'ordine del papa, fu ritenuto come prigione in una delle galee pontificie. Cagion fu questo trattamento ch'egli poi s'indusse a darli: cosa nondimeno che a nulla servì, perchè ito con essi l'_arcivescovo di Ragusi_, come commessario apostolico, i castellani di quelle fortezze negarono di consegnarle, se non aveano altro ordine dal Valentino, posto in luogo di libertà. Per questo fu condotto esso Valentino a Roma, alloggiato in palazzo, ed accarezzato dal papa, acciocchè tal dimostrazione il facesse comparir libero. Ma spedito dal Valentino Pietro d'Oviedo suo familiare a que' castellani con ordine di lasciar le fortezze ai ministri del papa, altro non potè impetrare da don Diego Ramiro castellano di Cesena, che se l'intendeva cogli altri, se non che gli fu posto un laccio alla gola, e tolta la vita, come a traditore del suo signore. Ciò udito in Roma, fu ristretto il Valentino in quella stessa torre Borgia che era stata in addietro il ricettacolo di tanti miseri caduti in mano della sua barbarie. Produsse anche la sua depressione che le genti spedite da lui innanzi alla volta della Toscana furono tra Cortona e Castiglione Aretino svaligiate e disperse dai Fiorentini. Bollì più che mai in quest'anno la guerra fra gli Spagnuoli e Franzesi nel regno di Napoli. A me non permette lo istituto mio di darne se non un breve ragguaglio. Erasi interposto _Filippo arciduca_, marito di _Giovanna_, figliuola del _re Cattolico Ferdinando_, per acconciar le differenze insorte in quel regno; e gli riuscì di stabilire una convenzione di tregua o pace con _Luigi re di Francia_, per la quale esso re addormentato non attese più col vigore che occorreva a sostenere i proprii interessi in quelle contrade. Restò egli poscia deluso, perciocchè il re Cattolico fece intanto varii preparamenti per continuare la guerra, con poi disapprovare l'accordo fatto dal genero. Però il gran capitano _Consalvo_, senza ubbidire all'ordine venutogli dall'arciduca di desistere dalle offese, seguitò ad impiegare il suo senno, e i rinforzi di gente che di mano in mano gli andavano arrivando, contra dei Franzesi, benchè sovente si trovasse inferiore ad essi di forze. Varia era la fortuna della guerra in quelle parti, grande la costanza di Consalvo in sostenere Barletta. Memorabile fu, fra le altre azioni, un duello nel febbraio di quest'anno. Ossia che ito un trombetta franzese a Barletta per riscuotere alcun prigione, qualche soldato italiano sparlasse de' Franzesi, come scrive il Guicciardini; oppure (come è più probabile, e fu scritto dal Sabellico e dal Giovio) che scappasse detto ad alcun Franzese di nulla stimare i soldati italiani (ingiusta sentenza, in cui anche oggidì prorompe chi non sa ben pesare la situazion delle cose): certo è, che volendo l'una e l'altra nazione sostenere il suo decoro, per non dire la maggioranza, ne seguì pubblica sfida fra tredici uomini d'arme italiani scelti dalle brigate di _Prospero_ e _Fabrizio Colonna_, militanti cogli Spagnuoli, ed altrettanti dalla parte dei Franzesi, eletti dal duca di Nemours. Il Giovio registra il nome de' primi, tace per rispetto quel de' secondi. La scommessa fu, che cadaun dei vinti pagasse cento ducati d'oro, e perdesse armi e cavalli. Alla vista degli eserciti seguì il fiero combattimento a Traili fra Andria e Quarata. Dichiarassi la vittoria in favor degl'Italiani. Dal canto dei Franzesi uno restò morto, e detto fu che sel meritava, perchè, essendo da Asti, avea prese le armi contro la propria nazione. Gli altri quasi tutti feriti, perchè seco non aveano portato il danaro pattuito (tanta era la lor baldanza e vana fiducia di vincere), furono menati prigioni a Barletta, dove ben accolti e consolati da Consalvo, dappoichè ebbero pagato, fu loro concesso licenza di tornarsene al campo franzese per predicare ai lor nazionali la moderazion della lingua, e il rispettar gli uomini onorati e valorosi di qualsivoglia nazione. Monsignore di Belcaire vescovo di Metz si credette di poter qui sminuire la riputazion degl'Italiani[346], adducendo alcune particolarità toccate dal Sabellico intorno a quel duello, quasichè la frode, e non la virtù, avesse guadagnata la pugna. Ma quel prelato non s'intendeva del mestiere dell'armi; e per la gloria degl'Italiani non occorre rispondergli, se non che i giudici deputati a quel conflitto dichiararono legittima la vittoria; nè mai i vinti o i lor compagni pretesero di darle taccia alcuna. Venuti poscia per mare nuovi rinforzi di gente a Consalvo tanto di Spagna quanto di Germania, uscì vigoroso in campagna. Prese Ruvo, lungi sette miglia da Trani, con farvi prigione il _signor della Palizza_. Nel qual tempo anche ad _Ugo di Cardona_ riuscì di dare una rotta in Calabria all'Aubigny, che vi restò ferito. Più strepitoso poi fu un fatto d'armi, accaduto alla Cirignuola in Puglia nel dì 28 di aprile dell'anno presente, in cui lasciarono la vita circa tre mila Franzesi, e da lì a non molto finì anche di vivere il _duca di Nemours_ generale de' medesimi. Il caldo e il rumore di questa vittoria non solamente fece venire in poter di Consalvo più di sessanta terre nella Puglia; ma indusse ancora Capoa ed Aversa, e fin la stessa città di Napoli, a chiamar gli Spagnuoli, giacchè per mare venivano impedite le vettovaglie, e si mosse a tumulto per la carestia il popolo di quella gran città. Entrò in Napoli il gran capitano nel dì 14 di maggio con buona disciplina, e senza nuocere ad alcuno, e tosto prese a battere colle artiglierie Castel Nuovo e l'altro dell'Uovo. Fu preso il primo nel dì 22 di giugno per assalto: il che fu giudicato cosa meravigliosa. Eransi ritirati i Franzesi a Gaeta e al Garigliano. Consalvo, a cui non mancò mai diligenza nel suo mestiere, uscito in campagna, li fece ritirar tutti a Gaeta, della qual città non tardò a cominciar il blocco. Al primo avviso ch'ebbe il _re Luigi_, deluso dalla pace o tregua fatta dall'arciduca, come i suoi affari prendeano brutta piega nel regno di Napoli, mise insieme un forte armamento per mare e per terra, dichiarando suo generale _monsignor della Tremoglia_, e poscia _Francesco marchese di Mantova_. Per varie cagioni venne lentamente questo esercito, composto di Franzesi, Svizzeri, Grigioni ed Italiani; e solamente alla fine di luglio passò per Pontremoli in Toscana, e di là a Roma, intorno alla qual città, per la morte sopraggiunta a papa Alessandro VI, si fermò non pochi giorni. E intanto il castello dell'Uovo in Napoli per una mina (cosa allor nuova), che fece saltar colla polvere da fuoco Pietro Navarro, venne in poter di Consalvo. Finalmente s'inviò alla volta del regno l'armata franzese, e giunse ad unirsi co' suoi a Gaeta. S'era postato Consalvo a San Germano. Vennero anche i Franzesi al Garigliano, e riuscì loro di far un ponte su quel fiume, e senza alcun progresso in que' contorni si accamparono. Era quel sito assai disagiato, perchè i soldati stavano come impantanati nel fango; nè potendo reggere a quei patimenti, essendo anche mal pagati, parte s'infermavano, parte disertavano, di maniera che molto s'infievolì l'esercito loro. Anche Francesco marchese di Mantova, che fin qui avea esercitato fra loro la carica di generale, essendo caduto malato, oppur fingendosi tale, per non poter più reggere o alla superbia o alla discordia o alla disubbidienza de' Franzesi, impetrata licenza dal re, se ne tornò a casa. Si rinforzò intanto il gran capitano coll'arrivo di _Bartolomeo d'Alviano_, famoso condottiere, innestato nella casa Orsina, che con altri di quel cognome al servigio del re Cattolico menò varie compagnie d'armati. Voce comune fu, aver lo stesso Alviano con tante ragioni incitato Consalvo ad un fatto d'armi, che, ad onta de' suoi capitani di contrario parere, egli vi si lasciò indurre. Gittato dunque allo improvviso un ponte nella notte del dì 27 di dicembre (ma dovrebbe essere il dì 28) sul Garigliano a Suio, quattro miglia al di sopra di quel dei Franzesi, senza che questi se ne avvedessero, passò buona parte dell'armata spagnuola di qua. La mattina seguente, giorno di venerdì felice alla lor gente, fatto assalire col resto di sue truppe il ponte de' Franzesi, nello stesso tempo Consalvo co' suoi spronò verso il loro campo. Più a ritirarsi che a combattere pensarono i Franzesi, e, lasciata addietro la maggior parte delle munizioni (il Guicciardini dice anche nove pezzi grossi di artiglieria), ordinatamente s'inviarono verso Gaeta, ma inseguiti sempre e battuti dagli Spagnuoli sino alle mura di quella città. Grande fu la lor perdita per li morti, feriti e prigioni, ma più per lo sbandamento di assaissimi che andarono qua e là dispersi. Vi perì fra gli altri _Pietro de Medici_, fuggendo pel fiume sopra una barca, che carica di quattro pezzi di cannoni si affondò. Stette poco il gran capitano ad impadronirsi del monte di Gaeta; dopo di che si accampò intorno a quella città. E tali furono i prosperosi avvenimenti dell'armi spagnuole nel regno di Napoli, correndo quest'anno: in cui ancora verso la metà di giugno tornarono i Fiorentini a dare la mala pasqua alle campagne di Pisa, e venne lor fatto di acquistar la Verucola, e di ricuperar Vico Pisano. Perchè nè il papa nè gli altri monarchi cristiani, perduto ciascuno dietro ai proprii interessi, porgevano aiuto alcuno alla repubblica veneta, la prudenza di quel senato giudicò spediente il far pace, come potè, co' Turchi. Gli convenne restituir Santa Maura, e accomodarsi ad altre dure condizioni, tollerabili nondimeno, perchè troppo pericoloso era l'ostinarsi nella guerra contro di sì possente nemico. Fece il papa in quest'anno nel dì 29 di novembre una creazione di quattro cardinali, fra i quali due suoi nipoti. NOTE: [342] Sabellicus. Raphael Volaterranus. Bembus. Guicciardini, ed altri. [343] Volaterranus. [344] Raynaldus, Annal. Eccl. [345] Sardi, Istoria MS. [346] Belcaire, Comment. Rer. Gallic., lib. 9. Anno di CRISTO MDIV. Indizione VII. GIULIO II papa 2. MASSIMILIANO I re de' Romani 12. Uno de' maggiori pensieri di _papa Giulio II_ cominciò e continuò ad essere quello di ricuperar tutti gli Stati della Chiesa romana. Per conto de' Veneziani, che occupavano Ravenna, Faenza e Rimini, con parole forti intimò ad Antonio Giustiniano orator veneto la restituzione di quelle città[347]. Spedì ancora lettere risentite, che furono presentate a quel senato dal vescovo di Tivoli; e pulsò il _re di Francia_ e _Massimiliano Cesare_ a prestargli aiuto per questo fine. Ma indarno tutto, perchè i Veneziani adducevano varie ragioni in lor difesa. Voltossi il pontefice al _duca Valentino_, per carpire almeno da lui le fortezze che già dicemmo tuttavia conservate da' suoi fedeli uffiziali. E perciocchè questi si erano già espressi di non volerle consegnare, se non venivano gli ordini di esso duca, posto in libertà, ed egli era tuttavia ritenuto prigione dal papa, trovossi il ripiego che esso Valentino fosse posto in mano di _Bernardino Carvajal_ cardinale di Santa Croce, ed inviato ad Ostia, per essere poi rilasciato e condotto in Francia, subito che si avesse certezza che le rocche suddette fossero in potere de' ministri pontifizii. Segretamente, da Ostia procurò il Borgia da Consalvo un salvocondotto; ed appena fu giunto l'avviso che i castellani di Cesena, Imola e Bertinoro aveano fatta la consegna di quelle fortezze, che il cardinale il lasciò in libertà, dandogli campo di ritirarsi occultamente a Napoli, dove fu molto ben accolto dal gran capitano nel dì 28 di aprile. Il pontefice, perchè senza saputa sua seguì la liberazion di questo scellerato, nè la rocca di Forlì era stata consegnata, se l'ebbe forte a male. Ne scrisse con vigore ai re Cattolici, cioè a _Ferdinando_ ed _Isabella_ (principessa gloriosa, che appunto nell'anno presente a' dì 26 di novembre passò a miglior vita), acciocchè rimediassero al tradimento fattogli. Quali ordini venissero di Spagna, si scoprì dopo qualche tempo. Facea credere il Valentino a Consalvo di poter imbrogliare le cose di Toscana in favor di Pisa e degli Spagnuoli; e a questo effetto per lui, e per alcune milizie da lui assoldate, s'erano preparate le galee per trasportarlo a Pisa. Prese egli congedo da Consalvo la notte con abbracciamenti vicendevoli; ma la mattina seguente, giorno 27 di maggio, allorchè usciva di camera per andare ad imbarcarsi, fu fatto prigione, toltogli il salvocondotto, e da lì a non molto inviato in Ispagna sopra una galea sottile, servito da un solo paggio[348]. Per quasi tre anni stette ritenuto nella rocca di Medina, altri dicono nel castello di Ciattiva, daddove finalmente essendo fuggito, e passato a militare in Navarra, quivi, ucciso in un aguato, terminò miseramente la vita, e vilmente fu seppellito. Ed ecco dove andò a terminare la grandezza di Cesare Borgia, cioè di un mostro, aspirante al dominio dell'Italia: grandezza procurata a lui dal disordinato amore del papa suo padre, e da lui ottenuta col mezzo di tanta iniquità. Non si può neppure oggidì rammentar senza orrore e indignazione il suo nome; e Niccolò Macchiavello, che prese a lodare non che a difendere un tiranno sì detestabile, di troppo anch'egli oscurò la sua riputazione, ed aggiunse questo a tanti altri reati della sua penna. Riuscì poi a papa Giulio col potente segreto del danaro di cavar dalle mani del castellano la rocca di Forlì, giacchè la città dianzi a lui si era data. Mentre il papa mostrava tanto zelo per ricuperar gli Stati pontifizii, ed annullava perciò le concessioni fatte dai suoi predecessori, non pensò già che dovesse essere sottoposta a questo rigore la propria casa. Imperocchè non solamente confermò il ducato d'Urbino al _duca Guidubaldo_ della casa di Montefeltro; ma, perchè egli si trovava senza prole, l'indusse ad adottare in figliuolo _Francesco Maria della Rovere_, suo nipote, prefetto di Roma e signore di Sinigaglia; al quale, col consentimento di tutto il sacro collegio, fu confermata la successione in quel ducato. Ciò fece parere ai Veneziani ingiusta l'ira del papa contra di loro, dacchè si esibivano anch'essi di pagar censo, e di riconoscere dalla Chiesa quanto essi aveano tolto al Valentino, cioè ad un tiranno, in Romagna. Trovavansi i Franzesi ristretti in Gaeta, e poco sperando soccorsi, e molto desiderando di salvar le vite e gli arnesi; però, vinti ancora dal tedio, non tardarono a capitolar la resa di quella città. Stabilissi l'accordo nel primo giorno di quest'anno, e ne uscì quel presidio con tutto onore, menando via le sue robe, e con libertà di passare in Francia per mare e per terra. Gl'imbarcati per mare perirono quasi tutti o in cammino o in Francia. Gli altri inviati per terra, parte per freddo, parte per fame e per malattie, miseramente lasciarono le lor vite nelle strade. In tal guisa, a riserva di qualche luogo, restò possessore del regno di Napoli _Ferdinando il Cattolico_; e la Francia, all'incontro, si trovò piena di mestizia e rabbia per tanto oro inutilmente speso, per la riputazion sminuita, e per tanta nobiltà e milizie sacrificate all'ambizione del re, che, non contento di un sì fiorito regno, qual è la Francia, si era voluto perdere dietro alla conquista de' regni altrui e lontani. Per cagione di questi sì fastidiosi contrattempi si diede il re Luigi a maneggiare col re Cattolico una tregua, di cui cadauno avea una segreta voglia e bisogno; e questa infatti si conchiuse, restando le parti in possesso di quel che tenevano. Trattossi poi di ridurre questa tregua in pace, con proporsi ivi che si restituisse il regno di Napoli al _re Federigo_. Ma perchè i ministri del re Ferdinando aveano ben in bocca parole di pace, quando nell'interno del loro sovrano si covavano altre intenzioni, il negoziato andò in fascio. Si conchiuse bensì il trattato di pace fra esso _re Luigi, Massimiliano Cesare_ e _Filippo arciduca_ suo figlio, il quale, per la morte della _regina Isabella_, cominciò in quest'anno a suscitar delle liti contro il re Cattolico pel regno di Castiglia, decaduto a _Giovanna_ sua moglie. Ma le condizioni di quel trattato poco effetto ebbero col tempo; se non che fin da allora fu creduto che l'una e l'altra potenza si accordassero per muover guerra a' Veneziani: il che dopo qualche anno vedremo eseguito. In questo anno ancora i Fiorentini verso la metà di maggio spinsero l'esercito loro addosso a' Pisani, per dare il guasto a quel territorio, sperando sempre che alla perdita delle biade terrebbe dietro la fame, e a questa la resa della città. Più che ne' precedenti si stese tal flagello per quelle campagne. Assediata Librafatta, l'ebbero a discrezione. Lusingaronsi parimente i Fiorentini di poter levare Arno a Pisa: tante belle promesse ne riportarono dagli architetti ed ingegneri. Se ciò avveniva, di più non occorreva per ridurre in agonia quella città. Di vasti fossi, di somme spese si fecero a questo fine. Ma il fiume si rise di chi gli volea dar legge, e seguitò a correre nel suo grand'alveo come prima: disinganno non poche altre volte accaduto, e che accadrà a chi prende simili grandiose imprese, per mutare il sistema de' grossi fiumi. Venne a morte in quest'anno _Federigo_ già _re di Napoli_, nella città di Tours in Francia, dacchè erano svanite le lusinghevoli speranze sue di ricuperare il regno, troppo vanamente credendo egli che non burlasse il re Cattolico, qualor mostrava sì graziose intenzioni di spogliarsi dell'acquistato: al che ogni principe si sente in cuore un troppo gran ribrezzo[349]. Finì ancora di vivere nel dì 10 di settembre _Filiberto duca_ di Savoia e principe del Piemonte in età solamente di venticinque anni, lasciando vedova _Margherita d'Austria_ sua moglie, figlia di Massimiliano re de' Romani, che, divenuta poi governatrice dei Paesi Bassi, si acquistò gran nome nelle storie. Al duca Filiberto succedette Carlo III suo fratello. NOTE: [347] Bembo. Guicciardini. Raynaldus, Annal. Eccles. [348] Giovio. Buonaccorsi. Guicciardini. Panvinio. Alessandro Sardi. Anno di CRISTO MDV. Indizione VIII. GIULIO II papa 3. MASSIMILIANO I re de' Rom. 13. Non avea fin qui _papa Giulio_ voluto accettar gli ambasciatori che la repubblica di Venezia avea proposto d'inviare a rendergli ubbidienza, persistendo sempre in pretendere prima la restituzion delle terre occupate da essi Veneziani in Romagna. Ma dacchè vide non valer le minaccie per muovere quel senato, e che forze mancavano a lui per sostener le parole: intronato ancora dalle doglianze de' popoli di Forlì, Imola e Cesena, che, a cagion delle castella del territorio loro detenute da essi Veneti, pativano grande incomodo e danno; condiscese infine ad un accordo. Cioè permise a' Veneziani il possesso di Rimini e Faenza, ed eglino, circa il dì 12 di marzo, restituirono alla Chiesa romana Porto Cesenatico, Savignano, Tossignano, Santo Arcangelo, e sei altre terre col loro distretto. Parve contento di questa cessione il papa, mentre nello stesso tempo divisava dei mezzi per riavere il resto. Nel dì 3 di febbraio fece egli la promozione di nove cardinali, e fra essi si contò un altro suo nipote. Sarebbe passato quest'anno con somma pace in Italia, se i Fiorentini, sempre più accaniti contra di Pisa, non ne avessero turbata la quiete[350]. Erano i lor disegni di tornare anche nell'anno presente a dare il guasto alle campagne pisane; anzi meditavano di andar a mettere il campo a Pisa stessa, per ultimar quella impresa, o, come essi diceano, per levarsi d'addosso quella febbre continua. Ma Gian-Paolo Baglione, che era stato condotto da essi colle sue genti d'arme, allegò scuse di non poter venire; e proteggendo il gran capitano _Consalvo_ Pisa, si venne a sapere che anche inviava colà alcune poche fanterie. Ma, quel che maggiormente dava da pensare ai Fiorentini, era che _Bartolomeo d'Alviano_, persona di molto ardire, in quel di Roma facea massa di gente, con vantarsi pubblicamente di voler passare in aiuto de' Pisani, e di condursi anche sotto Firenze. Per queste cagioni non osarono i Fiorentini di fare nell'anno presente il solito brutto gioco ai Pisani. Ma eccoti sul principio di maggio passare l'Alviano colle sue soldatesche pel Sanese, entrare nel Fiorentino, andarsene dipoi a Piombino: il che diede tempo ai Fiorentini di accrescere, come poterono, le loro forze. Scopertosi dipoi che l'Alviano era per condurre le sue squadre a Pisa verso la metà d'agosto, _Ercole Bentivoglio_ generale delle armi fiorentine, tenuto consiglio con Marcantonio Colonna, Jacopo Savello ed altri condottieri, determinò di contrastargli il passaggio. Si venne perciò a battaglia, in cui restò disfatto l'Alviano, e costretto di fuggirsene a Siena, con aver perduto più di mille cavalli e molti carriaggi. Credette allora il popolo di Firenze giunto il beato giorno di ricuperar Pisa; e, quantunque molti dei saggi ne dissuadessero l'impresa, pure fu presa la risoluzion di andar sotto quella città. Nel dì 8 di settembre le artiglierie cominciarono la lor terribile sinfonia contro di Pisa. Atterrata buona parte delle mura, si venne all'assalto; ma con tal coraggio si difesero i Pisani, che lo perderono gli assalitori. Da un'altra parte si fece breccia, e male e peggio riuscì il secondo tentativo. Perlochè passò loro la voglia di far altre pruove del proprio valore, e pieni di vergogna se ne tornarono indietro. E tanto più per aver inteso che dal Consalvo di notte erano stati introdotti in Pisa trecento fanti. Dopo questo fatto ve ne inviò egli altri mille e cinquecento: con che tramontarono per ora le speranze del popolo di Firenze. Nel dì 25 di gennaio dell'anno presente mancò di vita _Ercole I duca_ di Ferrara, principe che, dopo avere imparato a sue spese che pericoloso mestiere sia quel della guerra, avea atteso a conservar la pace, e ad ingrandire ed abbellir Ferrara con varie fabbriche e delizie, e a rendere più felici i suoi popoli. Lasciò dopo di sè tre figli legittimi, _Alfonso_ primogenito, _Ferdinando_ e _Ippolito cardinale_. Nell'anno precedente aveva egli inviato Alfonso alle corti di Francia, Spagna ed Inghilterra, acciocchè la conoscenza di que' gran principi, e de' costumi e governi delle varie nazioni, servisse a lui di scuola per ben reggere sè stesso e gli altri. Trovavasi Alfonso in Inghilterra disposto a passare in Ispagna, allorchè, giuntogli l'avviso della grave malattia del padre, gli convenne affrettare il suo ritorno a Ferrara, dove fu riconosciuto per duca e signore da tutti i suoi popoli. Pace bensì godè in quest'anno l'Italia, ma non andò già esente da altre calamità. Fiero tremuoto si fece sentire con varie scosse in più giorni in Venezia, Ferrara, Bologna ed altri luoghi, per cui caddero a terra non poche case, campanili e chiese, e a moltissime altre si slogarono le ossa; di modo che i popoli si ridussero a dormir nelle piazze e ne' campi. Non minor flagello fu quello della carestia, e carestia universale per tutta l'Italia, essendo stato pessimo il raccolto, di modo che la povera gente fu ridotta a mangiar erbe, e non pochi morirono per questo. Infermatosi gravemente nel marzo dell'anno presente _Lodovico XII_ re di Francia, andò a battere alle porte della morte, ma poi si riebbe. Se moriva, voce comune fu che i _Veneziani_, uniti col gran capitano e col _cardinale Ascanio Sforza_, avessero disegnato di cacciare i Franzesi dallo Stato di Milano. Ma questo cardinale fu cacciato egli fuori del mondo in Roma nel dì 28 del seguente maggio dalla peste, altra calamità che si aggiunse alle sopraddette. Nè si dee tacere, come cosa in cui ebbe interesse anche l'Italia, che nel mese di ottobre restò conchiusa pace fra il _re di Francia_ e _Ferdinando il Cattolico_, il quale dopo la morte della _regina Isabella_ non usava più che il titolo di re d'Aragona. Erano insorte liti fra esso re Cattolico e _Filippo arciduca_ suo genero, pretendendo questi che il suocero non avesse più da ingerirsi nel governo della Castiglia. Preparavasi infatti esso arciduca per venire di Fiandra in Ispagna. Ferdinando giudicò bene in tal congiuntura di amicarsi colla Francia. Ne' capitoli di quella pace si stabilì il di lui accasamento con _Germana di Foix_, figliuola di una sorella del re di Francia che portò in dote ciò che restava in man de' Franzesi nel regno di Napoli. Rinunziò il re Lodovico alle altre sue pretensioni sopra quel regno, obbligandosi Ferdinando di pagargli in dieci anni settecento mila ducati d'oro. Restarono con ciò liberi dalla prigionia i baroni del regno che aveano militato in favore del re Cattolico, e levato il confisco fatto contro chi avea seguitato il partito franzese. NOTE: [349] Pingon. Guichenon. [350] Buonaccorsi. Guicciardini. Anno di CRISTO MDVI. Indizione IX. GIULIO II papa 4. MASSIMILIANO I re de' Rom. 14. Meravigliavasi la gente al vedere come _papa Giulio_, personaggio che in addietro s'era fatto conoscere di pensieri sì vasti e d'animo torbido, fosse fin qui vivuto con tanta quiete. Cessò questa lor meraviglia nell'anno presente, perchè esso papa, dopo aver più volte detto in concistoro di voler nettare la Chiesa dai tiranni, specialmente mirando a Perugia e Bologna, deliberò di eseguire il suo disegno[351]. Non volle commettere ad altri questa impresa; ma siccome papa guerriero si mosse da Roma nel dì 27 di agosto con ventiquattro cardinali e quattrocento uomini d'armi, avendo già fatti maneggi per aver soccorsi dal re di Francia, da Ferrara, da Mantova e da Firenze. In Perugia i _Baglioni_, in Bologna i _Bentivogli_, fattisi capi del popolo, appoco appoco n'erano divenuti come signori con deprimere chiunque si mostrava contrario ai loro voleri. Indirizzò Giulio i suoi passi alla volta di Perugia, dove _Gian-Paolo Baglione_ trovossi in grande imbroglio, perchè troppo disgustoso era il cedere, troppo pericoloso il resistere. Nel di lui animo prevalsero i consigli del duca d'Urbino, sotto la cui fede, arrivato che fu il papa ad Orvieto, andò colà ad inchinarlo e ad offerirsi umilmente alla di lui volontà. Fu ricevuto in grazia, con rimetter egli le fortezze e porte di Perugia in mano del papa, e con promettere di andar seco in Romagna con cento cinquanta uomini d'arme. Entrò pacificamente il pontefice in Perugia nel dì 12 di settembre, e ne prese il dominio. Quindi maggiormente rinforzato dal Baglione, s'inviò alla volta d'Imola; nè parendogli decoroso il passar per Faenza occupata dai Veneziani, girò per le montagne del Fiorentino, e andò a posare in Imola, da dove intimò a _Giovanni Bentivoglio_ di rilasciar Bologna colla minaccia di tutte le pene spirituali e temporali. Sulla speranza di molte promesse della protezione del re di Francia s'era il Bentivoglio messo in istato di difesa. Ma il re, a cui maggiormente premeva per li suoi interessi di tenersi amico il papa, che di giovare a' suoi raccomandati, mandò ordine al _signor di Sciomonte_ governator di Milano di assistere con tutte le sue forze il papa. E in effetto con secento lance ed otto mila fanti si vide arrivare lo Sciomonte a Castelfranco. Anche il pontefice avea ricevuto gente dai _Fiorentini_, da _Alfonso duca_ di Ferrara e da _Francesco marchese_ di Mantova, il quale fu dichiarato capitan generale dell'esercito pontificio. A sì gagliardo apparato di forze nemiche s'avvide il Bentivoglio che vano era il ricalcitrare. E però piuttosto che ricorrere alla clemenza del papa, dalla cui generosità forse avrebbe potuto ottener maggiori vantaggi, passò nel dì 2 di novembre al campo franzese ed impetrato di mettere in salvo la sua famiglia e i suoi mobili per ritirarsi poi sul Milanese, lasciò in libertà i Bolognesi di trattare col papa. Entrò questi in Bologna con gran pompa nel dì 11 di novembre, tutto giubilo per sì nobile acquisto. Morivano di voglia anche i Franzesi d'entrare, non certo per divozione, in quella grassa città, ed usarono anche della forza; ma il popolo in armi fece sì buona guardia, che convenne loro restarsene di fuori, eccettuato lo Sciomonte col suo corteggio, che fu a baciare i piedi al papa, e riportò, oltre ad un regalo in pecunia per lui, e ad un altro assai tenue per le sue genti, la promessa di un cappello per _Lodovico d'Ambosia_ vescovo d'Albi, suo fratello. Erano entrati in cuor di _Ferdinando il Cattolico_ non piccioli sospetti contra di _Consalvo gran capitano_, e vicerè per lui nel regno di Napoli. Nè mancavano invidiosi e malevoli che li fomentavano ed accrescevano, facendogli credere che Consalvo, colla liberalità che usava per affezionarsi i regnicoli con discapito del regio erario, meditasse di usurpare per sè quel regno; ovvero (il che è più probabile) inclinasse a tenerlo per l'_arciduca Filippo_ suo genero, il quale aveva assunto il titolo di re di Castiglia. Nel gennaio dell'anno presente s'era esso arciduca con cinquanta vele e grande accompagnamento di nobiltà fiamminga inviato per mare alla volta di Spagna. Battuto da fiera tempesta, fu spinto in Inghilterra, ma, ripigliato il cammino, sbarcò finalmente in Ispagna. Fu ad incontrarlo il re Ferdinando, e si trovò maniera di calmare i lor dissapori, e di conchiudere un accordo fra essi. Ora i suddetti sospetti di Ferdinando, avvalorati sempre più da qualche disubbidienza di Consalvo, e massimamente perchè, richiamato colle più affettuose parole, alla corte di Aragona, egli con varie scuse e pretesti mai non s'era voluto movere; indussero il re a venir egli in persona a Napoli. Mostravasi questa sua risoluzione in apparenza nata dal forte desiderio e dalle vive istanze de' Napoletani di vedere di nuovo il lor sovrano. Ma l'interno motivo era di assicurarsi che Consalvo, caso che macchinasse delle novità, non le potesse eseguire, con levargli destramente il governo. Avvisato Consalvo del disegno del re, spedì persona apposta in Ispagna per mostrarne il suo contento; e fu allora, seppur non avvenne più tardi, che Ferdinando colla sua dote primaria, cioè colla dissimulazione, gli confermò tutti i feudi e le rendite ascendenti a venti mila ducati d'oro, ch'egli dianzi godeva in regno di Napoli, e il grado di gran contestabile. Imbarcatosi dipoi, dopo avere ricevuto nel suo passaggio per mare regali e segni di grande stima dai Genovesi e Fiorentini, arrivò alle spiagge di Napoli sul fine di ottobre. Consalvo, ancorchè molti vogliano (ed è ben probabile) che fosse assai informato e persuaso del mal animo del re verso di lui, pure con tutto coraggio ed ilarità di volto, affidato forse nella sua innocenza, andò a presentarsi a lui. Son qui discordi il Guicciardini e il Giovio. Quegli scrive che andò sino a Genova; e l'altro, secondo le apparenze, più degno di fede, per avere scritta la Vita di lui, dice che si portò ad inchinarlo al Capo Miseno presso Napoli. Non potea Consalvo desiderare accoglimento più dolce e benigno; e finchè il re si fermò in Napoli, la confidenza in lui fu grande, e nulla chiese che non ottenesse. Nella sua venuta, per cagion dei venti contrarii obbligato esso Ferdinando a fermarsi alquanti giorni a Porto Fino, quivi avea ricevuta la nuova, come _Filippo_ suo genero re di Castiglia (verisimilmente perchè troppo amico de' lauti conviti) era caduto infermo in Burgos, e che nel dì 25 di settembre nel fiore della sua età era passato all'altra vita. Fece questo impensato accidente credere a molti che Ferdinando fosse per voltare le prore, e tornarsene in Ispagna a riassumere le sospirate redini della Castiglia. Ma standogli più a cuore il provvedere ai bisogni di Napoli, colà passò: e poscia un bel funerale, ma senza lagrime, fece ivi alla memoria dell'estinto genero. A chiunque ha letto i precedenti Annali, uopo non è che io ricordi che la discordia avea sempre in addietro tenuto il principal suo seggio nella città di Genova. Ora le principali case fra esse, ora i popolari coi nobili erano in rotta: effetti della superbia, dell'opulenza, dell'ambizione e di altri malanni in quel popolo, a cui in vivacità d'ingegno pochi altri d'Italia si possono paragonare. Tutte nondimeno le lor gare parea che dovessero cessare sotto il dominio e governo d'un re di Francia, padrone ancora di Milano. Non fu così. Mossosi a sedizione il popolo contro la nobiltà, andò tanto innanzi il bollore degli animi, che furono forzati i nobili, cedendo al matto furore del popolo, di uscire dalla città, con restar perciò saccheggiate le lor case. Ridotto il governo in mano della plebe più vile, costoro andarono ad occupar le terre de' Fieschi, e passarono infino ad assediar Monaco, che era di Luciano Grimaldi. _Filippo di Ravensten_ regio governatore, dopo aver fatto il possibile per ismorzar questo incendio, veduto che non vi era più il suo onore in mezzo a tanta disubbidienza, si ritirò, lasciando buon presidio nel castelletto. Al re _Lodovico XII_ diedero degli affanni e non poco da pensare sì fatte insolenze, temendo egli che questa piaga avesse più profonde radici. Infatti, mentre egli era, secondo lo stile francese, portato a favorir la parte de' nobili, scoprì che il papa, siccome Savonese di nascita, si era dichiarato favorevole al partito de' popolari. Diedesi perciò il re a fare armamento per terra e per mare, affin di rimediare al disordine colla forza, giacchè a nulla aveano servito le amorevoli insinuazioni e le minaccie. Nel luglio del presente anno si scoprì anche in Ferrara una congiura contro la vita del _duca Alfonso_[352]. Era questa tramata da _don Ferdinando_ suo fratello minore per voglia di regnare, e da Giulio suo fratello bastardo per ispirito di vendetta, non avendo esso duca fatto risentimento in occasion d'avere il cardinal d'Este tentato di fargli cavar gli occhi con barbarie detestata da ognuno. Convinti e confessi amendue, furono condannati a morte; ma mentre aveano il capo sotto la mannaia, Alfonso, facendo prevaler la clemenza alla giustizia, li rimise ad una prigione perpetua. Campò dipoi don Ferdinando sino al 1540; Giulio sino al 1559, in cui riebbe la libertà. NOTE: [351] Buonaccorsi. Guicciardini. Panvinius. Raynaldus, Annal. Ecclesiast. Anno di CRISTO MDVII. Indizione X. GIULIO II papa 5. MASSIMILIANO I re de' Romani 15. Trattenevasi _papa Giulio_ in Bologna, ma non assai contento al vedere non ben per anche assodato il dominio suo in quella città, perchè i Bentivogli si fermavano nello Stato di Milano. Ne fece doglianze col _re Lodovico_, il quale si alterò non solo per questo, ma ancora perchè esso papa non avea restituiti i suoi benefizii al protonotario, figlio di Giovanni Bentivoglio, ancorchè la facoltà di dimorar nel Milanese ai Bentivogli, e la restituzione suddetta fossero state dianzi accordate dal medesimo papa. Crebbe lo sdegno di Giulio dacchè intese risoluto il re di procedere coll'armi contra di Genova; laonde, senza più attendere il concerto fatto col re di abboccarsi seco, allorchè egli fosse venuto in Italia, nel dì 22 di febbraio si partì da Bologna, e s'inviò alla volta di Roma. Pria nondimeno di abbandonar quella città, ordinò che si rifacesse alla porta di Galiera una fortezza, col pretesto consueto della sicurezza della città, ma infatti per tenere in briglia quel popolo: due azioni che rincrebbero non poco, la prima agli amici de' Bentivogli, e l'altra ad ognun di que' cittadini. Arrivò il papa a Roma nel dì 27 di marzo, dove tutto si applicò ai maneggi d'una forte lega contro i Veneziani, per ricuperar le città da loro occupate in Romagna. E perciocchè i Bentivogli nell'aprile seguente fecero un tentativo per rientrare in Bologna; e veniva lor fatto, se _Ippolito cardinal di Este_ non si opponeva: nel dì primo di maggio fu diroccato il palazzo di essi Bentivogli in Stra' San Donato, che era de' più belli d'Italia di que' tempi. Crebbe nell'anno presente il tumulto di Genova[353]. Perchè fu forzato quel sedizioso popolo dai Franzesi a ritirarsi dall'assedio di Monaco, senza più rispettare la maestà e padronanza del re Lodovico, creò doge Paolo da Novi, tintore di seta, uomo della feccia della plebe, e venne ad un'aperta e total ribellione: tutto pazzamente fatto, perchè niun v'era che lor facesse sperar soccorso per sostenere un sì ardito disegno. Per quanto il _cardinal del Finale_, cioè Carlo del Carretto, gli esortasse ad implorare il perdono, di cui si faceva egli mallevadore, crebbe la loro ostinazion sempre più. Il re Lodovico, che a sue spese avea imparato qual differenza vi sia tra il fare in persona la guerra e il commetterla ai capitani, passato in Italia, si fermò ad Asti; e, dacchè ebbe fatto venir per mare molti legni armati, si mosse verso il fine d'aprile coll'esercito di terra per passare il Giogo. Poca resistenza potè fare alla di lui possanza lo sforzo dei popolari di Genova, di modo che inviarono ad offerirgli l'ingresso nella città; ed egli, nel dì 28 di esso mese, colla spada nuda in mano, senza volere che si parlasse di patti, vi entrò. Contuttociò non pensò il buon re ad imitare i tiranni, ma sì bene a seguir l'esempio de' saggi ed amorevoli principi, che mai non si dimenticano d'esser padri, ancorchè i sudditi si scordino d'essere figli. Mise buona guardia alle porte della città, affinchè gli Svizzeri e venturieri non vi entrassero e mettessero tutto a sacco. Trovati gli anziani inginocchiati e dimandanti misericordia, rimise la spada nel fodero, contentandosi poi di mettere al popolo una taglia di trecento mila scudi, da pagarsi in 14 mesi, con rimetterne da lì a poco cento mila. Ordinò la fabbrica di una fortezza al Capo del Faro, e, dopo aver fatta giustizia di alcuni, e data nuova forma a quel governo, nel dì 14 di maggio se ne tornò in Lombardia, dove licenziò l'esercito per quetare i sospetti insorti in varii potentati. Bramava egli di ripassare in Francia, ma perchè udì vicina la partenza di _Ferdinando il Cattolico_ da Napoli, che desiderava di seco abboccarsi in Savona, si fermò ad aspettarlo. Dalle lettere de' suoi ministri d'Aragona e dalle istanze di _Giovanna_ sua figlia regina di Castiglia, veniva esso re Cattolico sollecitato a tornarsene in Ispagna, per ripigliare il governo anche della stessa Castiglia; perciocchè Giovanna dopo la morte del marito arciduca, tanto dolore provò di tal perdita che s'infermò in lei non meno il corpo che la mente. E intanto i due suoi figliuoli, _Carlo_ che fu poi imperadore, e _Ferdinando_, per la loro età non erano peranche atti al comando. Dopo aver dunque il re Ferdinando lasciate molte buone provvisioni in Napoli e pel regno, e mutati tutti gli uffiziali messi nelle fortezze da Consalvo, nel dì 4 di giugno sciolse le vele verso ponente colla regina sua consorte, e senza volersi abboccare col papa, che si era portato ad Ostia per questo, continuò il suo viaggio. Obbligato da venti contrarii prese porto in Genova, e poscia nel dì 28 di giugno arrivò a Savona, accolto con gran pompa e finezze dal re Cristianissimo, ma con aver prima esatte buone sicurezze per la sua persona. Furono per quattro giorni in istretti e segreti ragionamenti, dimenticate le precedenti nemicizie, siccome conveniva a principi d'animo grande[354]. Avea Ferdinando, colle maggiori dimostrazioni di benevolenza e promesse di vantaggi, menato seco da Napoli anche il gran capitano _Consalvo_. Non si saziò il re Lodovico di mirare ed onorare un personaggio che con tante pruove d'accortezza e valore avea tolto a lui un regno; impetrò ancora da Ferdinando che questo grand'uomo cenasse alla medesima tavola, dove erano assisi essi due re e la regina. Sì graziosa finezza del re franzese verso di Consalvo ad altro non servì che ad accrescere le gelosie nella testa spagnuola del re Cattolico. In fatti, siccome avvertirono il Giovio e il Guicciardino, quello fu l'ultimo giorno della gloria di Consalvo; imperocchè, giunto in Ispagna, non potè mai ottenere il grado di gran mastro de' cavalieri di San Iago, per cui gli aveva il re impegnata la parola. Insorsero anche altri dissapori e contrattempi, per cagion dei quali mai più di lui si servì il re nè in affari politici, nè in militari. Mancò di vita Consalvo nel dì 2 di dicembre nel 1515; nè lasciò il re a lui morto di far quegli onori che in vita gli avea negato, con ordinare che dappertutto gli fossero celebrati sontuosi funerali: ricompensa ben meschina ad uomo di tanto merito. Stette poi poco a tenergli dietro lo stesso Ferdinando, siccome dirassi al suo luogo e tempo. NOTE: [352] Antichità Estensi, Par. II. [353] Agostino Giustiniani. Senarega. Guicciardini. Anno di CRISTO MDVIII. Indizione XI. GIULIO II papa 6. MASSIMILIANO I re de' Rom. 16. L'anno fu questo in cui i principali potentati dell'Europa meridionale si unirono per atterrar la potenza della _repubblica veneta_, sfoderando cadauno sì le recenti che le rancide pretensioni loro sopra la Terra ferma posseduta da essi Veneti. Ma prima di questo fatto avvenne che _Massimiliano re de' Romani_ si era messo in pensiero di calare in Italia, non tanto per prendere, secondo il rito dei suoi predecessori, la corona e il titolo imperiale in Roma, quanto per ristabilire i diritti dell'imperio germanico in queste provincie, e recare a Pisa, continuamente infestata da' Fiorentini, quel soccorso che tante volte promesso e non mai eseguito, fece poi nascere il proverbio del _Soccorso di Pisa_[355]. Chiesto a' Veneziani il passo e l'alloggio per quattro mila cavalli, ebbe per risposta da quel senato, che s'egli volea venir pacificamente e senza tanto apparato d'armi, l'avrebbono con tutto onore ben ricevuto; ma che apparendo con tanto armamento diversi i di lui disegni, non poteano acconsentire al suo passaggio. A questa risoluzione de' Veneziani diede maggior fomento _Lodovico XII_, re di Francia, che con esso loro era in lega, perchè troppo si era divolgato, non mirare ad altro i movimenti di Massimiliano, che a spogliar lui dello Stato di Milano in favore dell'abbattuta casa Sforzesca. Per questo rifiuto e per altri motivi sdegnato Massimiliano, circa il fine di gennaio col marchese di Brandeburgo mosse lor guerra dalla parte di Trento, dove i Veneziani possedevano Rovereto, tentando di aprirsi per le montagne un passaggio verso Vicenza. Poscia con altre forze entrò nel Friuli, e s'impadronì di Cadore con altri luoghi. Abbondava allora l'Italia di valenti capitani, e il senato veneto non fu lento a sceglierne i migliori, e ad ingrossarsi di gente. _Niccolò Orsino_ conte di Pitigliano, generale, fu spedito con _Andrea Gritti_ provveditore a Rovereto, _Bartolomeo di Alviano_, altro generale, con _Giorgio Cornaro_ alla difesa del Friuli. Mosso a questo rumore il re di Francia, per sospetto che la festa fosse fatta per lo Stato di Milano, ordinò anch'egli a _Carlo d'Ambosia_ signor di Sciomonte, governatore di Milano, di accorrere in aiuto de' Veneziani insieme col famoso maresciallo di Francia _Gian-Giacomo Trivulzio_. Seguirono molte baruffe e saccheggi sul Trentino, e in que' contorni, ma non di conseguenza, perchè i Franzesi teneano ordini segreti di attendere alla difesa, e non alla offesa, per non irritar maggiormente Massimiliano. Così non fu dalla parte del Friuli. L'animoso Alviano, entrato nella valle di Cadore, e messi in rotta i Tedeschi, nel dì 23 di febbraio, cioè nell'ultimo giovedì di carnevale, ebbe a patti quel castello. Nel dì seguente pose il campo a Cormons, castello assai ricco e forte di sito, che ricusò di rendersi. Si venne all'assalto e alla scalata, che costò molto sangue agli aggressori, e fra gli altri vi perì Carlo Malatesta, giovane amatissimo nell'esercito, e di grande espettazione. Il Guicciardino e il Bembo mettono la di lui morte sotto Cadore; la Cronica veneta manoscritta, che presso di me si conserva, scritta da chi si trovò presente a tutta la seguente guerra, il fa morto sotto Cormons. Ebbe poi l'Alviano a patti quel castello, e per rallegrare i suoi soldati, loro lasciollo in preda. Quindi si spinse addosso a Gorizia, e in quattro giorni che le batterie giocarono, ridusse nel dì 28 di marzo quel presidio a renderla. Di là si inviò per istrade disastrose a Trieste, città molto mercantile e popolata, il cui distretto fu in breve messo tutto a saccomano. Posto l'assedio per terra, secondato da una squadra di navi venete per mare, fu anch'essa obbligata a capitolare la resa, salvo l'avere e le persone. Lo stesso avvenne a Porto Naone e a Fiume. Allora fu che Massimiliano, al vedere andar ogni cosa a rovescio delle sue speranze, crescere il pericolo suo, cominciò dalla parte di Trento a trattar di tregua, la quale nel dì 30 d'aprile fu conchiusa per tre anni fra esso re dei Romani e i Veneziani, senza voler aspettar le risposte del re di Francia. Si rodeva di rabbia Massimiliano contra de' Veneziani, per essere uscito con tanta vergogna e danno dal preso impegno, essendo restati in man d'essi i luoghi occupati. Al che si aggiunse ancora il suono di alcune canzoni satiriche pubblicate in Venezia contra di lui. Mostravasi parimente mal soddisfatto dei Veneti il re Lodovico per l'accordo seguito senza consentimento suo con Massimiliano. Ciò servì poscia a riunir segretamente gli animi di questi due potentati contro la repubblica veneta; e tanto più, perchè nelle lor massime concorreva il pontefice, acceso di somma voglia di ricuperar le città della Romagna, e che perciò maggiormente accendeva il fuoco altrui. Sotto dunque lo specioso titolo di acconciar le differenze vertenti fra Massimiliano e il duca di Gueldria patrocinato da' Franzesi, _Giorgio d'Ambosia cardinale_ di Roano, personaggio di grande accortezza, primo mobile della corte di Francia e legato del papa, passò a Cambrai, per trattar ivi di lega con _Margherita vedova duchessa di Savoia_, munita d'ampio mandato da Massimiliano suo padre. Al qual congresso intervenne ancora, col pretesto di accelerar la pace, l'ambasciatore di _Ferdinando il Cattolico_, principe che forse fu il primo a promuovere questa alleanza. Nel dì 10 di dicembre fu segnata la suddetta lega offensiva contro la repubblica di Venezia, in Cambrai fra _Massimiliano Cesare_, _Lodovico re_ di Francia, e _Ferdinando re_ d'Aragona, e per parte ancor di _papa Giulio II_, ancorchè il cardinal di Roano non avesse mandato valevole a tal atto. Fu insieme lasciato luogo di entrarvi a _Carlo duca di Savoia_, ad _Alfonso duca di Ferrara_ e a _Francesco marchese di Mantova_, i quali a suo tempo vi si aggiunsero anch'essi; e fu questa non meno ratificata dai principali contraenti, che dal papa nel marzo dell'anno seguente. Per ingannare il pubblico, altro non si pubblicò allora, se non la concordia ivi stabilita fra Massimiliano e Carlo suo nipote dall'un canto, e il duca di Gueldria dall'altro, e si tenne ben segreta la macchina preparata contra de' Veneziani. Le pretensioni di queste potenze erano, per conto del _pontefice_, di ricuperar le città di Ravenna, Cervia, Rimini e Faenza, occupate le prime un pezzo fa, ed ultimamente le altre. L'autore della bella storia franzese della Lega di Cambrai, creduto da molti il cardinale di Polignac, vi aggiugne ancora Imola e Cesena, quasi che ancor queste fossero in mano de' Veneziani, il che non sussiste. La verità nondimeno è, che negli atti di essa lega, dati alla luce da più d'uno, e in questi ultimi anni dal signor Du-Mont nel suo Corpo Diplomatico, si leggono anche le suddette due città per negligenza del cardinal di Roano. Pretendeva _Massimiliano_, chiamato ivi _imperadore eletto_, le città di Verona, Padova, Vicenza, Trivigi e Rovereto, il Friuli, il patriarcato di Aquileia, coi luoghi occupati nell'ultima guerra. Così _Lodovico re_ di Francia intendeva di riacquistare Brescia, Crema, Bergamo, Cremona e Ghiaradadda, ch'erano una volta pertinenze del ducato di Milano, quasi che la repubblica veneta non le possedesse da gran tempo in vigore di legittimi trattati. Finalmente il _re Cattolico_ volea riavere i porti del regno di Napoli, già impegnati ai Veneziani dal re Ferdinando, figlio d'Alfonso I, cioè Trani, Brindisi, Otranto e Monopoli nel golfo Adriatico. Delle altre condizioni di questo trattato non occorre ch'io parli, se non che per disobbligar Cesare dal fresco giuramento della tregua di tre anni, fu creduto sufficiente che il papa fulminasse a suo tempo un interdetto ed altre censure orribili contro i Veneziani, se in termine di quaranta giorni non restituivano le terre della Chiesa: dopo il qual tempo richiedesse di assistenza lo eletto imperadore, come avvocato della Chiesa Romana. Diede fine in quest'anno al suo vivere e a' suoi affanni _Lodovico Sforza_, soprannominato il Moro, già duca di Milano, dopo aver avuto tempo di far buona penitenza in carcere de' suoi trascorsi peccati. E siccome in que' tempi troppo era familiare il sospetto de' veleni, corse anche voce ch'egli per questa via fosse giunto al termine de' suoi giorni, ma senza apparire alcun giusto motivo di abbreviargli la vita. Nel giugno eziandio dell'anno presente tornarono i Fiorentini a dare il guasto alle biade dei Pisani, con giugnere sino alle mura della città. Questo tante volte replicato flagello estenuò talmente le forze del popolo pisano, che sarebbe oramai stato facile ad essi Fiorentini di ridurlo a rendersi, se non si fossero ritenuti per li riguardi che aveano al re di Francia e al re Cattolico, cadaun de' quali volea far mercatanzia di quella città: cioè esigea di grosse somme, se ne doveano permettere l'acquisto. Diedero inoltre essi Fiorentini un altro guasto a buona parte del Lucchese, perchè non cessava quel popolo di mandar soccorsi a Pisa. NOTE: [354] Giovio. Guicciardino. Mariana, De Reb. Hispan. [355] Continuator Sabellici. Guicciardino. Istoria Veneta MS. Anno di CRISTO MDIX. Indizione XII. GIULIO II papa 7. MASSIMILIANO I re de' Rom. 17. Di grandi avventure o, per dir meglio, disavventure fu ben gravido l'anno presente in Italia. Non si potè tener così occulto il trattato conchiuso in Cambrai, che non traspirasse al senato veneto; e tanto più all'osservare i grandi armamenti che si faceano in più parti. Si cominciarono perciò molti consigli in Venezia per provvedere a turbine sì minaccioso. Trovavasi certamente allora la repubblica veneta nel più bell'auge della sua fortuna. Per l'Istria, per la Dalmazia, in Candia, in Cipri, e in altre parti del Levante si stendea la sua potenza. Uno de' più fertili e ricchi pezzi dell'Italia era sotto il suo dominio. La sola meravigliosa e sì popolata città di Venezia potea dirsi un emporio di ricchezze tanto del pubblico che de' privati, a cagione del gran commercio che da più secoli faceano i Veneti per mare, della gran copia delle lor navi, del dovizioso loro arsenale che non avea pari in Europa. Colà si portavano le merci dell'Oriente, e particolarmente le specierie, che si distribuivano poi per la maggior parte delle città dell'Italia, Germania e Francia. Immenso era questo guadagno, se non che solamente circa questi tempi cominciò a calare, per avere i Portoghesi trovato il passaggio per mare alle Indie Orientali, e sempre più s'andò sminuendo da lì innanzi per l'industria d'altre potenze marittime che passano oggidì a dirittura nelle stesse Indie. Chi vuol avere un saggio delle ricchezze che nel secolo decimoquinto colavano in quella potente città, non ha che da leggere una parlata fatta nell'anno 1421, dal doge _Tommaso Mocenigo_, e registrata nella Cronica Veneta di Marino Sanuto da me data alla luce[356]. Perciò al bisogno grandi erano le forze di quella repubblica non meno in mare che per terra; grande ancora il coraggio, la fedeltà, l'unione. Soprattutto la saviezza, dote inveterata in quel senato, presedeva ai lor consigli; e per le buone e puntuali paghe che dava essa repubblica, facilmente correvano a lei le genti d'armi e i bravi condottieri de' quali allora abbondava l'Italia. Tentarono bensì i Veneziani coll'offerta di Faenza, e fors'anche di Rimini, di placare il pontefice. Fecero altri tentativi presso Cesare e presso il re Cattolico: tutto indarno, perchè niun d'essi credette compatibile col suo onore il recedere dal pattuito nella lega. Si accinsero dunque animosamente i Veneti ad accrescere le lor forze, risoluti alla difesa, e misero insieme un esercito di due mila e cento lancie, ossia d'uomini d'arme, di mille cinquecento cavalli leggieri italiani, di mille e ottocento stradioti greci, e di dieciotto mila fanti da guerra, a' quali aggiunsero ancora dodici mila altri fanti delle cernide de' contadini. La Cronica scritta a penna di autore Anonimo Padovano, ma contemporaneo, la qual si conserva presso di me, riferisce il nome di tutti i capitani[357]; e poi confessa che almeno secento di questi uomini d'arme erano vili famigli, perchè scelti in fretta, ed essere stati que' contadini più atti al badile e all'aratro, che a' fatti di guerra. Poteano questi nondimeno servire per guastatori, e per fianco ai presidiarii, secondo le occorrenze. Oltre a ciò, gran preparamento si fece di legni armati per mare, e ne' fiumi, e nel lago di Garda. Condussero ancora alcuni della casa Orsina e Savella, e _Fracasso da San Severino_, condottieri di molta gente d'armi. Ma il papa impedì loro il venire. Fu anche impedito il passo a Giovanni conte di Comania, a Michele Frangipane e a Bothandreas capitano della Liburnia, che doveano condurre mille e cinquecento cavalli. Chiamati in consiglio _Bartolomeo d'Alviano_ e il _conte di Pitigliano_, generali delle lor armi, per intendere i lor sentimenti, l'ultimo d'essi, come più vecchio, fu di parere che si fortificassero le città di Terra ferma, e provvedute che fossero di buon presidio, si stesse alla difesa, menando la cosa in lungo, per li vantaggi che poteano venire dal guadagnar tempo contra una lega facile a disciogliersi per varii avvenimenti[358]. Giudicò all'incontro l'Alviano, che si avesse ad uscire in campagna, prima che fosse calato in Italia col preparato nuovo esercito il re Lodovico, meglio essendo il far la guerra in casa altrui, che l'aspettarla nella propria; e potendo anche avvenire che si prendesse qualche città dello Stato di Milano, la cui conquista frastornasse i primi disegni de nemici. Prese il senato un partito di mezzo, cioè ordinò che l'esercito non passasse l'Adda, ma si tenesse in que' contorni. Nel mese d'aprile attaccatosi il fuoco nell'arsenale di Venezia, ne bruciò gran parte colla perdita di dodici corpi di galee sottili, e di molte monizioni. Da lì a pochi giorni a cagion d'un fulmine si bruciò la rocca del castello di Brescia con tutta la polve da fuoco e tutte le munizioni. Cadde ancora l'archivio della repubblica: avvenimenti che dalla gente superfiziale furono presi per preliminari e presagi di maggiori sciagure. Arrivarono di Francia in Italia nella primavera di quest'anno mille e ducento lancie, due mila cavalli leggeri, sei mila fanti Svizzeri, e sei altri mila Guasconi e Piccardi, che si unirono con cinquecento lancie, mille arcieri ed otto mila fanti, che erano nello Stato di Milano. Giunse molto più tardi anche lo stesso re Lodovico col duca di Lorena e copiosa nobiltà franzese. Nel dì 5 d'aprile ebbe ordine _Carlo d'Ambosia_ signor di Sciomonte, di dar principio alla danza con una scorreria. Passato l'Adda a Cassano, prese Treviglio, Rivolta, ed altre castella, mettendo a sacco il territorio. Nello stesso tempo _Francesco Gonzaga_ marchese di Mantova, entrato nella lega, assalì il Veronese, ma fu respinto da Bartolomeo d'Alviano. Prese eziandio Casal Maggiore, ma gli convenne abbandonarlo. In questo mentre fulminò il papa interdetti ed orribili censure contro i Veneziani, e diede principio anch'egli alle offese. _Francesco Maria della Rovere_, nipote d'esso papa, già divenuto duca d'Urbino per la morte del _duca Guidubaldo_, e generale dell'esercito pontificio, corse sul Faentino, ed assediò Brisighella, dove perirono fra soldati e abitanti più di due mila persone: e fu dato il sacco alla misera terra, con trattar chiese e donne come avrebbono fatto i Turchi. Ebbe esso duca anche il castello di Russi, e di là andò a mettere il campo a Ravenna, città creduta allora inespugnabile per le tante fortificazioni fattevi da' Veneziani. Dacchè si furono i Franzesi impadroniti di Treviglio, il _conte di Pitigliano_ generale primario dell'armata veneta, che s'era postato a Pontevico, si affrettò a raunar le sue genti, e mossosi contro i nemici, gli obbligò a ritirarsi di là dall'Adda. Ricuperati alcuni dei luoghi perduti, perchè un buon presidio franzese tenea saldo Treviglio, convenne adoperar le artiglierie, e venire all'assalto. Lo sostennero i Franzesi, ma provata la risolutezza degli aggressori, e perduta la speranza di soccorso, appresso si renderono prigioni. Dionisio de' Naldi capitano della compagnia de' Brisighelli, che innanzi agli altri era stato all'assalto, inviperito ancora per le disgrazie della sua patria, ottenne il sacco dell'infelice terra. Neppur ivi tralasciato fu alcuno sfogo dell'empietà, della crudeltà e della libidine, con rivolgersi nondimeno in grave danno dell'armata veneta siffatta barbarie, perciocchè non poterono i capitani ritener gran copia d'altri soldati, che non corresse a cercar ivi bottino, di maniera che per farli uscire di là, si ricorse al brutto ripiego di attaccare il fuoco alla terra, la quale, dianzi ricca ed amena, si ridusse all'ultima miseria. Di questo scompiglio profittando il re Lodovico, potè a man salva far transitare tutto il suo esercito per li ponti che avea sull'Adda a Cassano. Furono a vista le due potenti armate, e il re non sospirava che di venir ad un fatto d'armi: lo che non meno era desiderato e proposto dall'_Alviano_ governatore del campo veneto, ed uomo assai caldo. Ma il saggio conte di Pitigliano stette costante in sostenere che il meglio era di temporeggiare, e vincere colla spada nel fodero, oppure di aspettar buona congiuntura per assalirli. Vedutosi dal re, che neppur colla sfida inviata potea tirare i Veneziani ad un conflitto, s'inviò in ordine di battaglia dietro l'Adda per la via che conduce a Pandino. La vanguardia era guidata da _Gian-Giacomo Trivulzio_, celebre capitano di questi tempi. Il re con lo Sciomonte era nel mezzo. Il _signor della Palissa_ conducea la retroguardia. Similmente si mosse l'armata veneta, e per altro cammino andò fiancheggiando la nemica. L'Alviano guidava la vanguardia, il conte di Pitigliano il corpo di battaglia, e Antonio de' Pii coi legati veneti la retroguardia. O per accidente delle strade, o per industria dei Franzesi, tanto s'avvicinarono i due eserciti, che l'Alviano, quando men sel pensava, si trovò necessitato a menar le mani, e si venne ad un terribil fatto di armi nel dì 14 di maggio, due miglia lungi da Pandino, in luogo appellato l'Agnadello. Con sommo valore si combattè da ambe le parti. Ma non passarono tre ore, che toccò la vittoria ai Franzesi. Circa dieci mila restarono morti sul campo, i più nondimeno italiani. V'ha chi dice otto, e chi solamente sei mila, secondo il costume dell'altre battaglie. Slargò ben la bocca il Buonaccorsi con dire uccisi quindici mila e più de' Veneziani. L'Alviano, ferito in volto, restò prigione, e solamente dopo tre anni fu rimesso in libertà. La strage fu nella fanteria veneta, perchè la cavalleria non tenne saldo. Rimasero padroni i Franzesi del campo, di molta artiglieria, insegne e munizioni. Più strano è il trovar qui discordia fra gli scrittori in un punto di somma importanza: cioè, se crediamo al Guicciardino[359], il conte di Pitigliano _colla maggior parte si astenne dal fatto di arme_, o perchè già vide disperato il caso per la rotta dell'Alviano, o per isdegno contra di lui per avere, contro l'autorità sua, preso a combattere. Fra Paolo dei Cherici carmelitano veronese, che fiorì in questi tempi, e condusse la sua Storia manoscritta sino al 1537, scrive[360], che esso conte e i provveditori veneti, sbaragliato che fu l'Alviano, vergognosamente se ne fuggirono. L'autore Anonimo Padovano della Storia Veneta sopraccitata asserisce[361] che il Pitigliano entrò colle sue schiere nel fatto d'armi, e gli convenne voltar le spalle. Lo che vien confermato da un'altra Storia veneta manoscritta, il cui autore veneziano pretende[362] che alcuni capitani italiani usassero tradimento, conchiudendo infine che il Pitigliano con pochi si salvò a Caravaggio. Il Bembo[363] e Pietro Giustiniano[364] passano sotto silenzio questo punto. Ben pare che se il Pitigliano fosse stato colle mani alla cintola in sì gran bisogno, si sarebbe tirato addosso un rigoroso processo. Certo è che tutto l'esercito franzese unito combattè, laddove il Pitigliano arrivò a combattere solamente dappoichè l'Alviano era in rotta. Se unita tutta l'armata veneta fosse stata a fronte de' nemici, poteva essere diverso il fine di quella giornata. Dappoichè il re Luigi ebbe solennizzata in più forme questa vittoria, appellata dipoi di Ghiaradadda, e ordinato che ivi si fabbricasse una Chiesa col titolo di santa Maria della Vittoria, non perdè tempo a profittare di sì buon vento. Impadronissi di Caravaggio e di tutta la Ghiaradadda; e giacchè era corso il terrore per tutte le città venete, poco stette a rendersegli Cremona, per opera di Soncino Benzone, di cui troppo s'erano fidati i Veneziani. Appresso vennero i Cremonesi alla divozion de' Franzesi, e da lì a qualche tempo anche la fortezza. Altrettanto fece Bergamo. La nobiltà parimente e il popolo di Brescia, veggendo imminente l'assedio, e prevedendo la propria rovina, al primo comparir delle armi franzesi, mandarono al re le chiavi della loro città, giacchè aveano dianzi ricusato di ricevere dentro il presidio veneto. Cavalcò dipoi il re al forte castello di Peschiera, dove il Mincio esce dal lago, e, fatta colle artiglierie buona breccia, si venne all'assalto. Stanchi finalmente i cinquecento fanti che erano ivi di presidio, più volte fecero segno di volersi rendere, ma non esauditi, furono infine tagliati tutti a pezzi dai Franzesi, entrati colà a forza d'armi. Pietro Giustiniano, il Guicciardino e il Buonaccorsi scrivono che Andrea Riva provveditor veneto vi fu impiccato ai merli col figliuolo. Con questa barbarie turchesca si facea la guerra in que' tempi da' principi cristiani. Avrebbe anche potuto il re Luigi passare il Mincio, e insignorirsi di Verona, perchè quel popolo, sull'esempio de' Bresciani, non avea voluto ammettere la guarnigion destinata dai Veneziani. Ma perchè il paese di là dal Mincio era riserbato a Massimiliano Cesare, non se ne volle ingerire. Per tante calamità, e perchè riparo non v'era alla diserzion continua delle poche milizie che s'erano salvate somma era la costernazione in Venezia. Il creduto migliore ripiego, a cui s'appigliò quel saggio Senato, fu di tentare ogni via per placare il _papa_, _Cesare_ e il _re Cattolico_, giacchè si scorgea inesorabile il re Cristianissimo. Diedero dunque ordine ai cittadini di Verona e Vicenza di rendersi a Massimiliano, subitochè si presentassero l'armi, senza fargli resistenza. Altrettanto fecero sapere a' loro uffiziali esistenti in Faenza, Rimini, Cervia e Ravenna, che rendessero quelle città; e ciò prima che spirassero i giorni prescritti nel monitorio. Questi ordini furono eseguiti, eccettochè per la rocca di Ravenna, che tenne forte, e infine o per comandamento del Senato, o per mancanza di vettovaglie, venne in potere del papa. Un brutto esempio di fede violata si vide allora, perchè i governatori veneti di quella città, contro le capitolazioni, furono ritenuti prigioni. Il duca d'Urbino entrò in possesso di quelle città, e le guarnigioni si ritirarono a Venezia. Ai ministri del re Cattolico nel regno di Napoli s'arrenderono poi le città che i Veneziani possedeano ivi sulle spiaggia dell'Adriatico: del che contento il re più non s'impacciò in guerra contro di loro. Quanto a _Massimiliano Cesare_, mirabil era la negligenza sua in questo frangente, raunando egli assai lentamente il suo esercito in Trento. Venne finalmente quel dì, in cui il vescovo di quella città ebbe ordine di calare in Lombardia con un corpo di gente. Se gli diedero tosto Verona e Vicenza. Mandato un araldo anche a Padova, che non avea voluto ricevere le genti d'arme de' Veneziani, quel popolo a' dì 4 di giugno consegnò la città a Leonardo Trissino, che vi andò per parte dell'imperadore con soli trecento fanti tedeschi. Anche la nobiltà di Trivigi mandò ambasciatori a Padova ad offerir la città al re dei Romani; ma quegli uffiziali affaccendati in rubare, e in bere il buon vino, tanto tardarono, che sollevatosi in Trivigi un certo Marco Calegaro, gridando: _Viva San Marco_, mosse la plebe contra de' nobili, diede il sacco agli Ebrei, e tempo a' Veneziani di spedir colà ottocento fanti che quetarono il tumulto, e tennero salda la città, molti de' cui nobili furono mandati a provar cosa fossero i camerotti di Venezia. Nella lega di Cambrai era entrato anche _Alfonso_ duca di Ferrara, e per maggiormente animarlo il papa l'avea nel dì 19 d'aprile creato gonfaloniere della Chiesa romana[365]. Mandò egli, nel dì 10 di maggio, trentadue pezzi di artiglieria al campo della Chiesa, ch'era sotto Ravenna. Poscia uscito colle sue genti in campagna, nel dì 30 di quel mese s'impadronì di Rovigo e di tutto il suo Polesine, e poscia d'Este, Montagnana e Monselice, antichi retaggi della Casa d'Este. Così Cristoforo Frangipane prese nell'Istria alcune castella de' Veneziani; ed il duca di Brunswich s'impadronì di Feltre e di Belluno con varie terre del Friuli. Tutto insomma era in conquasso il dominio veneto in terraferma. Per tanta confusione e tracollo delle cose sue volle il senato veneto tentar, se potea, di raddolcir l'animo di Massimiliano Cesare: al qual fine gl'inviarono _Antonio Giustiniano_ con ordine di fare ed esibir tutto, purchè potesse rimuoverlo dal continuar le offese. Leggesi nella Storia del Guicciardino la parlata d'esso oratore, piena di tanta umiltà, che sembrando piuttosto viltà a chi visse parecchi anni dopo quello storico, la giudicarono una mera invenzione di lui, come son tante altre concioni, fatture del solo suo ingegno, ancorchè egli scriva di aver tradotta questa dal latino, nel qual linguaggio fu recitata dal Giustiniano. Io non entrerò in questa disputa, per cui si son molto scaldati vari autori, come diffusamente si può vedere nella Storia franzese della Lega di Cambrai. Solamente dirò, che lo stesso Bembo attesta, dato ordine al Giustiniano di procurare la pace con qualsivoglia dura condizione, e di riconoscere da Cesare qualunque terra dell'impero che la repubblica possedesse in Friuli e Lombardia. Questa ambasciata, ossia che seguisse dopo tante perdite, come vuole il Guicciardino, oppure prima, secondochè s'ha dal Bembo, credendo altri, che due volte il Giustiniano fosse inviato a Massimiliano, a nulla servì. Perciò il senato veneto, non obbliando l'antica sua generosità, diedesi a fare ogni possibile sforzo per accrescere il quasi annichilato esercito suo. Vennero a Venezia i presidii, che abbandonarono la Romagna e il regno di Napoli; giunsero dall'Istria, Albania e Dalmazia non poche schiere di gente bellicosa; e il conte di Pitigliano generale, coll'esibir grosso ingaggiamento, trasse alle sue bandiere assaissimi soldati italiani, di maniera che si mise insieme un esercito capace di campeggiare. Intanto i _cardinali Grimani _e _Contarino_ aveano fatti buoni uffizii in Roma presso il papa, facendo conoscere che la repubblica coll'avere restituite le città della Romagna entro il termine dei ventiquattro giorni prescritti dal monitorio, non era incorsa nelle censure; e parve loro di scoprire qualche buon raggio di animo mitigato del pontefice: del che avvisato il senato, mandò tosto a Roma ambasciatori con isperanza di guadagnar molto più con questa sommessione. Non furono pubblicamente ricevuti. Pretese il papa non adempiuto quanto era intimato dalla bolla, e però incorse le censure. Mosse ancora varie altre dure pretensioni contra della repubblica. Venuti siffatti disgustosi avvisi al senato veneto, si scatenarono le lingue de' più contra del papa, con giugnere (siccome abbiamo dal Bembo) Lorenzo Loredano figlio del doge a dire ad alta voce, che giacchè il Turco, informato delle lor disgrazie, si era esibito di mandar loro soccorsi, conveniva prevalersene contra di questo non pontefice, ma carnefice, d'ogni crudeltà maestro. Il doge ed altri più saggi presero poi la risoluzion di scrivere al papa lettere piene d'umiltà e d'ubbidienza, confessandosi rei, e rimettendosi alla clemenza di sua santità: lettere che produssero poi buon frutto, siccome diremo. Aveano già cominciato i Padovani ad assaggiar più d'un poco qual fosse il disordinato governo dei loro ospiti novelli. Frequenti si provavano i rubamenti; non era salvo l'onore delle donne; le risse, che spesso succedeano coi soldati, costavano la vita ai cittadini e il sacco alle lor case. Però non istette molto quel popolo infermo a desiderare di mutar fianco. Di questa lor disposizione, e del poco presidio, e della mala guardia che si faceva in Padova, essendo informati i Veneziani, fu proposto in senato di ricuperar Padova. Vi fu chi arringò in contrario; ma sì efficacemente perorò Lodovico Molino[366], che fu decretato di tentarne l'impresa. Trovavasi in questi tempi sotto Asolo, terra nobile del Trivigiano, lo smilzo esercito imperiale, di cui era stato creato generale da Massimiliano Cesare _Costantino despota_ della Morea, spogliato dal Turco de' suoi Stati. L'armata veneta, che era a Trivigi, gli diede un giorno una buona spelazzata: lo che accrebbe il coraggio per cose maggiori. Si fece poi correre voce fra i villani del Padovano che si avea da prendere Padova, e permetterne il sacco: sinfonia che mirabilmente infiammò il cuore di quella gente, dimentica di ogni dovere verso la propria città, per sì fatta maniera, che otto mila d'essi, prese l'armi, volarono all'armata, invasati dalla speranza di sì ricco bottino. Anche da Venezia gran copia di nobili e plebei accorse alla desiderata conquista e preda, venendo in barche per la Brenta e pel Bachiglione. Staccatosi dunque da Trevigi l'esercito veneto sotto il comando del _conte di Pitigliano_, e passato a Noale, fu spedito innanzi _Andrea Gritti_ legato con cinquecento cavalli leggeri; il quale, unitosi con altri fanti che erano a Mirano, e colle brigate dei contadini, sul far del giorno tacitamente s'avvicinò a Padova, e, mandate innanzi alcune carra di fieno, che fecero buon giuoco, ebbe la fortuna di prendere la porta di Codalunga, col cui capitano per altro passava intelligenza. Arrivando poi di mano in mano genti fresche a sostenerlo, s'inoltrò più avanti. Gli uffiziali cesarei sì per questo, come per udire il popolo gridar _Marco, Marco_, spaventati si rifugiarono nel castello; e contuttochè seguisse qualche battaglia, pure poco stettero i Veneti ad impadronirsi di tutta la città. Gli arrabbiati villani non furono pigri a menar le griffe. Rimasero saccheggiati tutti i banchi, le case e botteghe de' Giudei, e circa ottanta case di nobili padovani aderenti agl'imperiali, con perdita di grandi ricchezze. Tutto era in confusione, urli e grida. Volle Dio che tardasse molto a giugnere il grosso della armata, e che le infinite barche vegnenti per li canali trovassero del contrasto: altrimenti, se giugneva tanta gente, che difficilmente si sarebbe frenata, tutta restava desolata l'infelice città. Ma in questo mentre si proclamò un bando, che sotto pena della forca niun più osasse di saccheggiare; laonde, arrivato nello stesso giorno il Pitigliano col maggior nerbo dell'armata, e chiunque veniva per acqua, trovarono per lor conto sparecchiata la tavola. Se ascoltiamo l'autor franzese della Lega di Cambrai, fu ricuperata Padova dall'armi venete nel dì 18 di giugno. La verità si è, che sì bel colpo riuscì loro nel dì 17 di luglio di quest'anno, correndo la festa di santa Marina, poi da lì innanzi, ed anche oggidì, molto solennizzata in Venezia per memoria di questo avvenimento, che fu il principio del risorgimento della repubblica. Così ha il Bembo[367], il Guicciardini[368], Pietro Giustiniano[369], la Storia Veneta manoscritta[370]. Nell'altra Storia Veneta, scritta a penna che è di un autor padovano, il quale si trovò presente a questi fatti, è scritto[371]: _Questo fu a dì 17 del mese di luglio, l'anno di nostra salute 1509, giorno di santa Marina, in martedì_: che tale appunto, secondo la lettera dominicale G, fu il dì 17 di quel mese; e non già del 1510, come per errore si legge negli almanacchi di Venezia. Nè si dee tacere, avere quest'ultimo storico con gran franchezza attribuito a un tradimento di _Costantino despoto_ della Morea, che comandava allora le soldatesche italiane di Massimiliano, il riacquisto di Padova fatto dai Veneziani. Pretende egli che _papa Giulio_ avesse già riconosciuto essere il meglio della Chiesa e della Italia che si conservasse la repubblica di Venezia, per opporla non meno ai Turchi, che alle potenze cristiane, le quali venivano a conculcare e mettere in ceppi le provincie italiane: laonde, dati ordini segreti ad esso Costantino di favorir sotto mano i Veneti, il mandò a Trento a _Massimiliano Cesare_ con cinquanta mila ducati per sollecitarlo a calare in Italia, per paura che i Franzesi non prendessero il rimanente dello Stato veneto. Fu inviato costui a Padova colle genti imperiali. Per quanto que' Padovani che amavano il nome imperiale lo scongiurassero di non ispogliar la città dell'opportuno presidio, volle egli andare a campo ad Asolo. Crebbero le apparenze che Padova fosse in pericolo; ma per quanto anche i suoi capitani, cioè Pandolfo Malatesta, Lodovico e Federigo da Bozzolo, il marchese d'Ancisa ed altri, il consigliassero di cacciarsi in Padova troppo sprovvista di gente, nulla mai volle consentirvi. Potrebbe essere che costui non peccasse d'infedeltà, ma bensì di superbia e d'imperizia nel maneggio della guerra. E quando mai fosse stato reo d'infedeltà, sembra più verisimile che da' saggi Veneziani fosse egli segretamente guadagnato, e non già imbeccato dal pontefice, il quale non per anche avea sposati gl'interessi della repubblica veneta. Ebbe Padova motivo di ringraziar Dio per essersi salvata da un sacco universale; ma non potè per altro verso schivare la propria rovina. Imperocchè, bisogna confessarlo, quasi tutta quella nobiltà s'era mostrata vogliosa di mutar governo, e dichiarata in favore degli imperiali. Non ne mancò loro il castigo. Preso che fu da' Veneziani il castello di Padova a discrezione, sì quei nobili che colà s'erano ritirati, che molti altri presi nella città, furono inviati nelle carceri di Venezia, dove Leonardo de' Trissini finì presto la vita, altri sul fine di novembre furono pubblicamente giustiziati (rigore nondimeno fin dallo stesso Bembo disapprovato), e que' pochi che poterono durar ivi per molti anni, si videro poi confinati in varii luoghi delle coste marittime. Oltre a ciò, la maggior parte degli altri nobili padovani fu chiamata a Venezia, con ordine di presentarsi ogni dì a un certo ufficio. Molti di essi e delle principali famiglie, per paura e per altre cagioni, se ne fuggirono dipoi, con venire perciò dichiarati ribelli, ed applicati al fisco tutti i lor beni. L'autor padovano registra il nome di chiunque soggiacque a tal flagello, per cui perì il fiore di quella nobiltà. Qui nondimeno non finirono le sciagure di quel povero popolo. L'avere in questa maniera, cioè quasi dissi tanto vilmente, _Massimiliano Cesare_ lasciata perdere la nobil città di Padova, mosse allora le voci di ognuno, e poi le penne, degli storici a proverbiare la di lui somma disattenzione e indolenza nel non mai unire il suo esercito e calare in Italia. Già titubavano anche le città di Verona e Vicenza, nella qual ultima si ritirò in fretta il despota Costantino; e d'uopo fu che, per sostenerla, accorresse il signor della Palissa con settecento lancie franzesi. Intanto i Veneziani ricuperarono tutto il contado di Padova, e venne lor fatto di acquistar anche Lignago, terra ossia castello forte sull'Adige, che mirabilmente servì loro in questa guerra. Riuscì eziandio ai medesimi un colpo che fece grande strepito per Italia. Se ne stava _Francesco marchese_ di Mantova nell'isola della Scala con poche truppe, dimentico della vigilanza e delle precauzioni che ogni accorto capitano dee prendere in tempo di guerra. Di ciò avvisato dai villani Carlo Marino provveditor di Lignago, segretamente disposte le cose, spedì colà Lucio Malvezzi con ducento cavalli leggeri, e Citolo da Perugia con ottocento fanti e molte brigate di contadini, che, giunti la notte, svaligiarono d'armi, cavalli e arnesi tutti i soldati del marchese. Fuggì egli in camicia, e nascoso in un campo di miglio o saggina, promise molto ad un villano, se il salvava; ma, da costui tradito, cadde in mano di chi gli faceva la caccia. Fu condotto a Lignago, e quindi a Venezia, dove fu carcerato nella prigion delle Torreselle, e quivi per lungo tempo si riposò. L'Equicola[372] e fra Paolo carmelitano[373] riferiscono al dì 9 d'agosto la prigionia di questo principe. Il Buonaccorsi scrive[374] che nel dì 7 dì agosto s'intese questa nuova in Firenze. Ma falla, perchè il Bembo[375] va d'accordo coll'Equicola. Intanto il _re Lodovico_ era tornato in Francia. Per ordine di _Massimiliano_, il _principe di Analto_, il _duca di Brunsvich_ e _Cristoforo Frangipane_ fecero guerra ai Veneziani, e misero sossopra il Friuli e l'Istria, dove seguirono saccheggi, incendii e baruffe non poche. Udine capitale del Friuli fece buona difesa; più ancora ne fece Cividale contro le artiglierie e gli assalti d'esso duca. E perciocchè ben conoscevano i Veneziani che il pigro Massimiliano Cesare, dopo aver tante volte detto di voler calare in Italia, una volta infine calerebbe e che il suo turbine s'andrebbe a scaricar sopra di Padova, si diedero colla maggior sollecitudine a fortificar la città, e a provvederla di meravigliosa quantità di viveri e munizioni da guerra. Colà ancora spinsero il nerbo maggiore della lor fanteria e cavalleria, colla giunta di ducento giovani veneti volontarii, cadauno de' quali menò seco a sue spese dieci o quindici o venti uomini armati. Il doge Loredano servì d'esempio agli altri col mandarvi due suoi figliuoli. Lo stesso conte di Pitigliano generale dell'esercito, quando fu il tempo, s'andò quivi a rinchiudere. Circa gli ultimi dì d'agosto venne alla perfine alla volta di Padova l'esercito di Massimiliano re de' Romani; esercito formidabile pel numero de' combattenti, ma senza ordine, senza unione, perchè composto di varie nazioni e di molti volontarii. Lo stesso re v'era in persona, ma seco non era venuto quell'oro che occorreva al bisogno delle grandi imprese, avendo questo principe sempre avuto non minor cura di raunarne, che di lasciarselo fuggire di mano, avaro insieme e prodigo. Cento cinquanta cinque mila scudi d'oro, a lui pagati del re Luigi per l'investitura di Milano, ottenuta nel dì 14 di giugno dell'anno presente[376], c circa cento sessanta mila ducati d'oro che per più capi esso Augusto avea ricavato dal papa, fecero presto le ali. Però la principal paga, che si dava a questa gente, era di permetter che saccheggiassero tutto il Padovano. Terribile fu infatti la desolazione di quel fertilissimo paese; ma costò anche non poco a quei nobili assassini, perchè i contadini, oltre all'essere sempre stati ben affetti e fedeli alla repubblica, irritati dal crudel trattamento d'essi imperiali, quanti ne poterono cogliere, tanti sacrificarono alla loro vendetta. Venne a rinforzare l'armata cesarea _Ippolito cardinale d'Este_, personaggio intendente delle cose di guerra, spedito da _Alfonso duca_ di Ferrara suo fratello con cento lancie, ducento cavalli leggeri, due mila fanti, pagati a sue spese, e gran copia di artiglierie. Giunse ancora _Lodovico Pico conte_ della Mirandola, mandato da _papa Giulio_, con ducento lancie della Chiesa e ducento cavalli leggeri. Mandovvi parimente il governator franzese di Milano molti uomini d'armi e munizioni da guerra in abbondanza. Quando ognun si credeva che Massimiliano con sì potente esercito avesse da assorbire Padova, cominciò egli a perdere il tempo in impadronirsi di Limene, Monselice, Este, Montagnana ed altri luoghi. Lo storico padovano attribuisce ancor questo ai consigli del despota della Morea e del conte della Mirandola per le segrete commissioni date loro dal papa. Si venne pure una volta a stringere d'assedio Padova nel mese di settembre: assedio strepitoso, descritto dal Guicciardini, dagli storici veneti e dall'Anonimo Padovano. Altro a me non permette di dire l'istituto mio, se non che per quindici giorni vi si fecero di grandi prodezze dall'una parte e dall'altra, e vi perirono migliaia di persone; finchè, nel dì 27 di settembre, fu sì valorosamente difeso un bastione dall'assalto degl'imperiali, che loro calò la voglia di tentarne di più. Avendo dunque assai conosciuto Massimiliano l'insuperabil difficoltà dell'impresa, scemata di molto l'armata sua, vicine le pioggie, che poteano fargli più guerra che gli stessi avversarii, nel principio di ottobre si ritirò con tutte le sue genti in Vicenza. E quindi, licenziata buona parte di esse, con poco onore se ne tornò in Germania. Dopo sì felice successo, maggiormente cresciuto l'animo ai Veneziani, ricuperarono con facilità Vicenza, aiutati da quel popolo, che sospirava di tornare alla loro ubbidienza. Quindi s'inoltrarono sotto Verona, città che sarebbe caduta anch'essa, se il _signor di Sciomonte_ non l'avesse rinforzata con trecento lancie franzesi, con somministrare anche le paghe a quel presidio, a cui non poteva o sapeva provvedere Massimiliano. Per questo l'armata veneta prese quartiere nel verno a Soave, San Bonifazio e Cologna, continuamente scorrendo poi sino alle porte di Verona, e tenendola molto angustiata. Ricuperarono eziandio i Veneti Feltre, Cividal di Belluno, ed altri luoghi nel Friuli. Ma il loro sdegno maggiore era contra di _Alfonso duca_ di Ferrara, non solamente per aver egli tolto loro il Polesine di Rovigo, ma per essersi anche fatto investire da Massimiliano Cesare di Este e Montagnana, antichi dominii della sua casa. Pertanto a' suoi danni spedirono per Po un'armata di diciotto galee, di alcuni galeoni e di assaissime altre barche tutte piene di combattenti, sotto il comando di _Angelo Trevisano_. I saccheggi ed incendii di qua e là dai gran fiume, furono per più giorni il continuo loro esercizio; il che riempiè di spavento la stessa città di Ferrara. A questo improvviso temporale non punto sbigottito il duca Alfonso, unite che ebbe le sue genti, ed ottenuto anche un rinforzo di Franzesi, uscì contro i Veneti, premendo a lui specialmente di sloggiar li da una bastia che essi aveano piantata di qua dal Po in faccia alla Polesella Sanguinoso ed inutile riuscì l'assalto dato a quel sito nel dì 30 di novembre. Perì in quelle battaglie _Lodovico Pico conte_ della Mirandola, stando a' fianchi del cardinal d'Este. Fu anche nel dì 4 di dicembre presa dai Veneziani la città di Comacchio, e saccheggiata con tutte le barbare appendici della licenza militare. Maniera non appariva di levarsi di dosso così malefici spiriti, se non che lo ingegno del cardinal d'Este seppe trovare un valevol esorcismo. Non pochi cannoni e colubrine fece egli postare di notte dietro gli argini del Po di sopra e di sotto della flotta veneta; e col taglio di essi argini formate le occorrenti troniere, sul fare dell'alba nel dì 21 di dicembre cominciò a salutar con que' bronzi le galee e barche nemiche. Due di quelle galee calarono a fondo, una restò consunta dal fuoco. Ognuno cercò di fuggire. Lo stesso Trivisano ebbe pena a salvarsi. Giunte ancora addosso a loro molte barche piene di soldati ferraresi, fecero del resto, in maniera che vi restarono circa tre mila Veneti o uccisi, o annegati, o presi. Vennero in potere di Alfonso tredici galee con assaissimi legni, molte bandiere, infinite munizioni da bocca e da guerra; e il tutto trionfalmente fu condotto a Ferrara, dopo aver presa a forza d'armi la bastia de' Veneziani, con tagliar a pezzi secento Schiavoni che ivi erano di presidio. Con questi sì strepitosi successi terminò la campagna dell'anno presente in Lombardia. Altri se ne contarono in Toscana. Imperciocchè i Fiorentini, il maggior pensiero de' quali era la ricuperazion di Pisa, mentre le altre potenze erano impegnate altrove, si accinsero a dar l'ultima mano a quell'impresa. Sapeano che quell'ostinato popolo per la fame si trovava ridotto ad un miserabile stato, cibandosi la plebe de' più schifosi alimenti. S'erano preparati in Genova molti legni, per condurre a quella città una buona quantità di grano. Se n'ebbe notizia in Firenze, e però furono inviati uomini di arme e artiglierie alle foci dell'Arno e in Val di Serchio, per impedire il passo. Furono astretti, nel dì 18 di febbraio, i Genovesi a tornarsene indietro. Fabbricate poi due bastie con un ponte sopra Arno, strinsero i Fiorentini maggiormente quella città, i cui rettori finalmente, vedendo disperato il caso, mossi ancora da qualche interna sollevazione, inviarono ambasciatori a trattar della resa. Benchè avessero i Fiorentini potuto aver quella città da lì a poco tempo a discrezione, e vendicarsi di quel popolo da cui aveano ricevute non poche ingiurie, pure non lasciarono da saggi di accettar la resa con delle condizioni molto amorevoli e vantaggiose ai Pisani: capitolazione che fu anche religiosamente osservata, dal che ne venne loro gran lode. Vi entrarono dunque pacificamente nel dì 8 di giugno, e vi fecero tosto rifiorir l'abbondanza e la pace. NOTE: [356] Marino Sanuto, Vita de' Dogi di Venezia, tom. 22 Rer. Ital. pag. 949. [357] Storia Veneta MS. [358] Guicciardino, Storia Veneta MS. [359] Guicciardino. [360] Paoli de Clerici, Hist. MS. [361] Storia Veneta MS. [362] Altra Storia Veneta MS. [363] Bembo. [364] Petrus Justinian. Rer. Venet. [365] Muratori, Antichità Estensi, tom. 2. [366] Petrus Justinian., Rer. Ven., lib. 10. [367] Bembo. [368] Guicciardini. [369] Giustiniani, Rer. Venet. [370] Storia Veneta MS. [371] Anonimo Padovano, Storia Veneta. [372] Equicola, Cronica di Mantova. [373] Paul. de Cler., Hist. MS. [374] Buonaccorsi, Diario. [375] Bembo. [376] Du-Mont, Corp. Diplomat. Anno di CRISTO MDX. Indizione XIII. GIULIO II papa 8. MASSIMILIANO I re de' Romani 18. Non fu men del precedente fecondo il presente anno di guerre, di spargimento di sangue e di rivoluzioni in Lombardia. Per conto de' Veneziani, dolorosa bensì loro riuscì la perdita che fecero di _Niccolò Orsino conte_ di Pitigliano, che, per le tante vigilie e fatiche nella difesa di Padova, infermatosi in Lunigo, sul fine di febbraio cessò di vivere in età d'anni sessantotto. Fu portato il suo cadavero a Venezia, e datagli sepoltura ne' Santi Giovanni e Paolo, con aver poi la gratitudine del senato posta a sì fedele sperimentato generale una statua dorata, e una molto onorevole memoria. Ma raggi di speranze maggiori cominciarono a trasparire per la _repubblica veneta_ dal canto di _papa Giulio_. Dacchè questi ebbe riacquistato quanto apparteneva di Stati alla Chiesa romana, fecero gran breccia nel cuore di lui l'umiliazione de' Veneziani, le insinuazioni de' cardinali veneti in Roma, e più d'ogni altra cosa il considerare che non era bene il totale abbassamento della potenza veneta, che specialmente veniva riguardata come sostegno a dell'Italia contra del Turco; e per lo contrario potea solamente nuocere l'ingrandimento de' potentati oltramontani in Italia. Però fin d'allora concepì compassione verso la repubblica, e abborrimento alla lega di Cambrai. Vi volle del tempo a smaltir tutte le rigorose condizioni che il papa esigeva da' Veneziani, se bramavano daddovero di rimettersi in sua grazia; ma questi infine, prendendo legge dal presente bisogno e dall'inflessibilità del pontefice, gli accordarono quanto ei volle. E però, nel dì 24 di febbraio, furono ammessi gli ambasciatori veneti, e data l'assoluzione alla repubblica: del qual passo sopra gli altri si mostrò malcontento il _re di Francia_, che da ciò ben comprendea dove già piegasse l'inclinazion del pontefice. Più chiaramente se n'avvide egli dipoi, perchè Giulio si diede a maneggiar pace fra Massimiliano Cesare e i Veneziani, e a muovere l'Inghilterra contro la Francia, e a tirar dalla sua gli Svizzeri. De' suoi negoziati altro a lui non riuscì se non quest'ultimo, avendo egli stabilita lega con quei Cantoni: il che fatto, alzò maggiormente il capo, e cominciò a muovere liti contra di _Alfonso duca_ di Ferrara, mal digerendo ch'egli fosse sì attaccato alla Francia. Imperiosamente dunque gli comandò di non far da lì innanzi sale a Comacchio in pregiudizio delle saline di Cervia, siccome dianzi non ne facea, quando Cervia era in mano de' Veneziani. Al che rispondeva il duca di non essere tenuto per alcuna capitolazione col papa per questo, nè dovergli essere ciò impedito, dacchè egli riconosceva per le sue investiture solamente dall'imperio la città di Comacchio. Suscitò ancora altre querele col re Lodovico, una delle quali fu, ch'egli non avesse a ritener sotto la sua protezione esso duca di Ferrara. Intanto il re di Francia, che per tempo con un trattato s'era assicurato del re d'Inghilterra, assai chiarito della disattenzion del _re de' Romani_, informato ancora dei disordini ch'erano in Verona, con pericolo che quella città ricadesse in potere de' Veneziani, stante la continuata vicinanza del loro esercito a quella città; ebbe cura di assodar meglio quell'antemurale allo Stato di Milano. Dati perciò sessanta mila ducati d'oro a Massimiliano, ne ricevette in pegno la cittadella di Verona (dove mise buon presidio) e il castello di Lignago, se poteva ritorlo ai Veneziani. Quindi amendue si diedero a far gran preparamenti d'armi, per continuare più che mai la guerra contro la repubblica, la quale dal canto suo non tralasciava d'armarsi affin di resistere a tanti nemici. Presero i Veneziani per governatore dell'esercito loro _Lucio Malvezzo_, e per capitano della fanteria _Lorenzo_ appellato _Renzo da Ceri_; nel qual tempo, con intelligenze che aveano in Verona, tentarono una notte di sorprendere quella città colle scale. Andò il colpo fallito: il che costò la vita a molti che furono creduti o trovati veramente rei della congiura. Venuto il mese d'aprile, eccoti comparire a Verona mille cavalli ed otto mila fanti inviati da _Massimiliano Cesare_ sotto il comando del _principe di Analt_. Di là a non molto _Carlo d'Ambosia_ governator di Milano con _Gian-Giacomo Trivulzio_, seco conducendo mille e cinquecento lancie, dieci mila fanti, tre mila cavalli leggeri e grosso treno d'artiglieria, vennero a passar l'Adigetto alla Canda, e cominciarono ad entrare sul Padovano. _Alfonso duca_ di Ferrara mosse anch'egli le armi sue nel dì 12 di maggio, e tornò a farsi rendere ubbidienza dal Polesine di Rovigo, da Este, e dagli altri luoghi che anticamente furono signoreggiati da' suoi maggiori, che nel precedente autunno gli erano stati ritolti da' Veneziani. All'approssimarsi di sì poderosi nemici, s'era già l'esercito veneto ritirato dal Veronese a Vicenza; ma perchè neppur quivi si tenne sicuro, passò oltre sul Padovano alle Brentelle. Abbandonati i poveri Vicentini, gente ben consapevole del mal animo che nudriva il principe di Analt contra di loro, pretendendoli ribelli, gli spedirono ambasciatori. Solamente poterono ottenere che la città restasse esente dal fuoco, purchè pagassero trenta mila ducati d'oro. Ebbe tempo quel popolo di salvare in Padova ed in altri luoghi il meglio delle robe sue e mogli e figli; ed essendo restati pochi abitatori in quella città, arrivati che furono i Tedeschi, rubarono ciò che poterono, ma non ciò che speravano. Un atto di somma crudeltà commisero dipoi i Tedeschi. A Costoza villa del Vicentino sotto la montagna cavate si truovano grotte o caverne di mirabil estensione (dicono di tre miglia) a guisa di labirinto, formate unicamente, per opinione d'alcuni, dai cavatori di pietre atte al fabbricare. Son chiamate il Covolo, ossia la grotta di Masano. Qualunque sia stata l'origine d'esse, che è tuttavia in forse, colà entro s'era rifugiato uno sterminato numero di Vicentini infelici, ed anche di nobili colle loro famiglie e masserizie, credendosi ivi in sicuro, come altre volte, e specialmente nella guerra dell'anno precedente erano stati. Informata l'avida gente tedesca che ivi si nascondeva un ricco bottino, corse per impadronirsene. Ma perchè l'entrata era stretta e ben difesa da quei di dentro, raunata gran copia di fascine e paglie, e spintala nell'imboccatura delle caverne, tanto fumo, con attaccarvi il fuoco, entrò colà, che ne rimasero soffocate da secento persone tra grandi e piccoli, e forse più: barbarie che anche oggidì fa orrore. Restò l'esercito tedesco sul Vicentino, perchè impedito di passar oltre. Intanto i Franzesi, a' quali premeva di acquistar Lignago, ne formarono l'assedio, in cui se meravigliosa fu la lor bravura, non minor fu quella dei difensori. Pure, in sette soli giorni formate le breccie, nel dì 12 di giugno per forza entrarono i Franzesi in quel castello, creduto allora inespugnabile, ed un orrido sacco vi diedero colla morte di ducento fanti veneziani e di moltissimi degli abitanti. Scrive fra Paolo Cherici carmelitano, della cui Storia MS. mi servo io ora, che, essendo ivi fanciullo di nove anni, vide quel fiero scempio, e quasi miracolosamente si salvò dalle spade franzesi. Carlo Marino provveditore coi capitani, ritiratosi nella rocca, non tardò a rendersi a discrezione, con restar prigioniere. Tale fu il principio di questa campagna, per cui i Veneziani, vedendo andare di male in peggio le cose loro, condussero al loro stipendio cinquecento Turchi sotto il comando di Giovanni Epirota. Ricorsero ancora in Costantinopoli al Gran Signore, rappresentandogli il pericolo suo, se lasciava tanto ingrandire i principi cristiani. Ne riportarono di grandi promesse, che poi tutte finirono in fumo. Ma le maggiori loro speranze erano riposte in _papa Giulio_, che, dimentico affatto degli obblighi contratti nella lega di Cambrai, tutto avea rivolto l'animo alla loro difesa. Si studiò egli di separar _Massimiliano Cesare_ da' Franzesi, con offerirgli il danaro occorrente per riscuotere da essi la cittadella di Verona; e perciocchè avea già fatto nascere liti col re Lodovico, cominciò un trattato in Genova, per fargli ribellare quella città. Cercò ancora di muovere _Arrigo re_ di Inghilterra contra di lui. Quello che più importa, prese al suo soldo quindici mila Svizzeri, acciocchè scendessero ai danni del re nello Stato di Milano. Calata poi la visiera, cacciò da sè gli oratori d'esso re e del duca di Ferrara; e mentre questo ultimo si trovava colle sue genti ed artiglierie all'assedio di Lignago, gli fece comandare che desistesse dall'aderenza de' Franzesi. Per quanto s'interponesse Massimiliano in favore di lui, il pontefice nel dì 9 d'agosto, benchè appoggiato a sole ragioni frivole, per non dir calunniose, fulminò contra d'esso Alfonso tutte le maggiori censure e maledizioni, dichiarandolo decaduto e privato del dominio di Ferrara, e di quanto egli riconosceva dalla Chiesa. Quindi mosse tutte le sue forze, comandate da _Francesco Maria_ suo nipote e duca d'Urbino, contra dei di lui Stati. Per queste novità gli affari della repubblica, che pareano in total decadenza, cominciarono a mutare aspetto. Riuscì bensì all'armata franzese, che s'era unita colla imperiale, di tagliare a pezzi per la maggior parte la cavalleria turchesca che militava per li Veneziani. Dopo di che si presentarono le due armate sotto Monselice, e cominciarono con grand'empito l'assedio. Ma dai movimenti e trattati del papa, che vennero a scoppiare, rimasero sturbati tutti i loro disegni. Cioè si intese che _Marco Antonio Colonna_ con grossa compagnia di cavalli e fanti avea passata la Magra, ed occupata la Spezie; e giunte colà tredici galee, si disponevano a rimettere in Genova _Giovanni_ ed _Ottaviano Fregosi_. Gli Svizzeri già raunati minacciavano d'entrare nello Stato di Milano. Il duca d'Urbino col _cardinal di Pavia_ e con grosso esercito, nel dì 3 di luglio, diede principio anch'egli alle ostilità contra del duca di Ferrara, con prendere Massa de' Lombardi, Bagnacavallo, Lugo ed altre terre. Ed ecco dove s'impiegavano allora i tesori della Chiesa romana. Ai primi avvisi di tali movimenti, _Carlo d'Ambosia_ signore di Sciomonte accorse col principal nerbo delle sue milizie alla guardia dello Stato di Milano, e il duca Alfonso a Ferrara. Venne poi fatto agl'imperiali dopo molte fatiche di prendere per assalto la rocca di Monselice colla strage di tutto quel presidio. Ma da lì innanzi convenne ai collegati pensar più alla difesa propria che all'offesa altrui. Mentre il duca di Ferrara attendeva a premunirsi contra dell'armata pontificia in Romagna, un maggiore inaspettato incendio divampò in altra parte; perciocchè, avendo gli uffiziali del papa intelligenza in Modena coi conti Francesco Maria e Gherardo de' Rangoni, appena comparvero a Castelfranco, che questa città mandò loro le chiavi, di maniera che v'entrarono pacificamente al dì 19 di agosto, e la cittadella tardò poco a capitolare anch'essa. Impadronironsi poscia di Carpi, di San Felice e del Finale, e portarono la guerra fin presso a Ferrara colla sola separazione del ramo del Po, che allora scorrea presso di quella città. Ad animar maggiormente l'armi pontificie ci mancava la persona dello stesso guerriero _papa Giulio_; ed egli non lasciò di comparire a Bologna nel dì 22 di settembre. Nel qual mentre i Veneziani per terra e per Po fecero aspra guerra nel Polesine e Ferrarese al duca Alfonso, il quale, intrepidamente or qua or là scorrendo, studiò di sostenersi in mezzo a tante tempeste. Tali doglianze poi fece _Massimiliano Cesare_ col papa, per l'occupazione di Modena città dell'imperio, che Giulio s'indusse a depositarla in mano di lui nel dì 31 di gennaio del seguente anno, con patto di non restituirla al duca Alfonso, e che intanto si esaminasse a chi essa dovesse appartenere. Era fin qui stato prigione in Venezia _Francesco Gonzaga_ marchese di Mantova. V'ha chi scrive, che per le minaccie del sultano de' Turchi, guadagnato dai Mantovani o dal re di Francia, fu messo in libertà. Tuttavia par più probabile che ciò avvenisse per l'interposizione di papa Giulio e per li saggi riflessi del senato veneto; avendo essi conosciuto quanto potesse lor giovare il tirar questo principe nel lor partito in circostanza di tanto rilievo. La verità si è, ch'egli nel dì 30 di luglio non solamente uscì di prigione, ma fu anche rimesso in grazia de' Veneziani; e il papa, che avea privato il duca Alfonso del grado di gonfalonier della Chiesa, conferì questa dignità allo stesso marchese nel dì 3 di ottobre, come consta dalla sua bolla presso il Du-Mont[377]. Così quel principe sposò anch'egli (almeno in apparenza) gl'interessi del papa e de' Veneziani: nel che nondimeno si comportò dipoi con molta saviezza. Dappoichè colla partenza dello Sciomonte e del duca di Ferrara l'esercito di Massimiliano si trovò troppo snervato in paragone del veneto, prese la risoluzione di ritirarsi a Verona, e di abbandonar Vicenza, che tornò alla divozione della repubblica. Nel ritirarsi ebbero le sue genti sempre alla coda i Veneziani, i quali, tuttochè fosse lor presentata la battaglia, mai non vollero accudire a sì azzardoso giuoco. Di questo buon vento si prevalsero ancora gli altri provveditori veneti, per riacquistare Asolo del Trivisano, Marostica, Cividal di Belluno, il Polesine di Rovigo ed altri luoghi. Passò dipoi il grosso loro esercito sotto Verona, e, messa mano alle artiglierie, cominciarono a bombardare quella città. V'era dentro il _duca di Termine_, uffiziale del re Ferdinando, a cui, per esser morto in quel tempo di flusso il _principe di Analto_, era toccato il comando delle truppe collegate. Fece egli buona difesa sì per ripulsare gli aggressori, come per tenere in freno i Veronesi, molti de' quali manteneano corrispondenze co' Veneziani; finchè un capitano spagnuolo, chiamato Calandres, ottenuta licenza dal duca, uscì una notte con quattrocento fanti, e con tal valore assalì la guardia delle nemiche batterie, che ne fece strage grande, con inchiodar anche quattro dei lor cannoni, e gittarli nella fossa. Vi perì fra gli altri Citolo da Perugia, uno dei più valorosi capitani dell'armata veneta. Questo colpo, e l'avviso che gli Svizzeri, siccome dirò fra poco, erano tornati a casa loro, cagion fu che i Veneziani, dopo tre dì, cioè nel dì 12 di settembre, levarono il campo, e si ritirarono a Soave e San Bonifazio. Mentre di questo tenore procedevano nella bassa Lombardia le cose della guerra, per opera di papa Giulio tentato fu di far ribellare al re di Francia la città di Genova[378]. In quelle vicinanze era già giunto il _Colonna_ colle milizie del papa per terra; e le galee venete anch'esse, dopo aver preso Sestri e Chiavaro, si presentarono a Genova, sperando ivi delle già manipolate sollevazioni. Ma niun si mosse; ed essendo accorsi in quella città varii aiuti, convenne ritirarsi; e a chi dovette tornar per terra costò caro. Non per questo si quetò il pertinace animo di papa Giulio. Sul principio di settembre di nuovo spedì verso Genova più numerosa flotta, sperando che gli Svizzeri per terra venissero nello stesso tempo a darle mano per assalire quella città. Svizzeri non si videro; ed, usciti con buona copia di legni i Genovesi, diedero la caccia ai pontifizii, facendoli tornare con gran fretta a Cività Vecchia. Quanto ad essi Svizzeri mossi dal papa contro lo Stato di Milano, calarono ben essi verso Varese, ma sprovveduti d'artiglierie, di ponti e d'altri arnesi da guerra. S'inoltrarono verso Appiano; e l'Ambosia o vogliam dire lo Sciomonte, quantunque assai debole di forze, gli andava costeggiando, e tenendoli ristretti con varie scaramuccie. Piegarono dipoi verso Como, e infine, scorgendo le difficoltà di passar oltre, oppure per mancanza di vettovaglie, se ne tornarono bravamente alle lor case, avendo mangiato a tradimento il pane del papa. Pretendono gli storici genovesi contemporanei, che costoro, dopo avere ricevuti dal papa settanta mila ducati d'oro per venire, ricevessero poi da' Franzesi altra buona somma per tornare indietro, non senza infamia del loro nome. Tornata che fu la quiete in Genova e nello Stato di Milano, l'Ambosia si mosse per venire in soccorso del duca di Ferrara, che era battuto da tante parti. Si pensava egli di potere ricuperar Modena; ma, essendo entrato in essa città un buon presidio, e ridottosi a questa parte tutto l'esercito pontifizio, nulla potè per un pezzo operare. Servì nondimeno questo suo movimento a far respirare il duca Alfonso, che potè allora pigliar il Finale e Cento. Ma mentre egli si preparava ad unirsi con lo Sciomonte, gli fu d'uopo attendere a casa, perchè i Veneziani con due armate, parte per terra e parte pel Po, vennero ad infestare il Ferrarese. Riuscì al prode duca nel dì 28 di settembre colle sue genti comandate da Giulio Tassoni di dar loro due sconfitte in Adria e alla Polesella, con condurre a Ferrara settanta dei loro legni, molta artiglieria ed altre prede. Deliberò in questi tempi lo Sciomonte, dopo aver preso Carpi, di portar la guerra sino a Bologna, commosso specialmente dalle premure di _Annibale_ e di _Ermes Bentivogli_, che gli rappresentavano facile quell'acquisto. Però nel dì 17 d'ottobre, occupato colle artiglierie il castello di Spilamberto, e poi Castelfranco, nel dì 19 fece scorrere alcune squadre di cavalleria fino alle porte di Bologna. Gran paura n'ebbero i cardinali e cortigiani del papa, che ivi si trovava convalescente, ma non già il papa stesso; e vi vollero gli argani ad indurlo a trattar di pace, perch'egli aspettava a momenti un gagliardo soccorso da' Veneziani e dal re Cattolico. Pure, lasciatosi vincere, inviò _Gian-Francesco Pico_ conte della Mirandola e celebre letterato allo Sciomonte, più per voglia di guadagnar tempo, che di accettar pace alcuna. Alte furono le condizioni proposte dal generale franzese, che si veggono registrate dal Guicciardino; e si andò giocando di scherma alcuni dì, finchè, sopraggiunti a Bologna dei grossi rinforzi di gente, questi fecero ritornare il papa alla consueta alterezza e sprezzo dei nemici. Lo Sciomonte, a cui mancavano le vettovaglie, se ne tornò indietro sonoramente deluso, pentendosi, ma inutilmente, di non essere marciato a dirittura a Bologna che, sguarnita allora, potea facilmente cadere in sua mano. Fumava di rabbia _papa Giulio_, uomo, per consenso di tutti gli storici, impastato di bile, e tacciato ancora di disordinato amore del vino, per l'insulto fatto dai Franzesi ad una città pontificia, e città, dove soggiornava egli stesso in persona. Si rodeva tutto ancora d'odio contra di _Alfonso duca_ di Ferrara, per vederlo sostenuto sì poderosamente dai Franzesi. E giacchè questi s'erano per la maggior parte ritirati nello stato di Milano, pieno di ardore e di speranza di conquistar Ferrara, dopo avere unito ad un gagliardo esercito le schiere a lui inviate dal re Cattolico, mosse le sue armi a quella volta. Ma il verno era venuto, le strade si trovavano quasi impraticabili; e però da lui fu presa la risoluzione di assediar intanto la Mirandola, piazza forte e fornita di presidio franzese. All'armata sua riuscì, nel dì 19 di dicembre, di aver per forza la terra della Concordia: il che fatto, passò all'assedio della Mirandola, col cui acquisto si veniva maggiormente a stringere e bloccare Ferrara. Circa questi tempi _Lodovico XII re_ di Francia, oltremodo alterato pel procedere del pontefice, il quale avea infine fatto mettere in castello Santo Angelo il _cardinale d'Auch_, ministro deputato agli affari del re in Roma, si diede a studiar le maniere di opporsi ai maggiori disegni e tentativi di lui. Nel dì 17 di novembre assodò con un nuovo trattato la lega con _Massimiliano Cesare_. Avendo anche fatto raunare nel dì tre di settembre un copioso concilio[379] (conciliabolo appellato da altri) de' vescovi di Francia, volle udire il lor parere, se era lecito a lui il difendere contro il papa un _principe dell'imperio_, a cui esso papa avea mossa guerra con pretensioni sopra uno Stato che quel principe teneva dall'imperio con prescrizione più che centenaria. Gli fu risposto di sì. Fu d'avviso l'autore franzese della Lega di Cambrai[380], che questa dimanda riguardasse i Bentivogli, _i quali Giulio II avea cacciati da Bologna dopo un possesso centenario_. Ma chiara cosa è che si parlava della città di _Comacchio_, posseduta dalla casa d'Este con sole investiture imperiali per più di cento cinquanta anni. Se quello scrittore avesse consultato il Mezeray[381] e il Serres[382], storici franzesi, avrebbe conosciuto che la lite era per un feudo dell'imperio, e nominatamente per Comacchio. I Bentivogli interpolatamente signoreggiarono in Bologna, nè mai pretesero che quella fosse città dell'imperio, anzi ne riconobbero sempre per sovrani i papi. E fin qui si poteano comportare le precauzioni del re Lodovico. Ma egli si lasciò trasportare più oltre, essendo convenuto con Massimiliano di far convocare a Lione un concilio generale per trattarvi della riforma della Chiesa, e con animo, per quanto fu creduto, di deporre papa Giulio, il quale invece di adempiere il giuramento da lui fatto di raunar esso concilio, s'era dato alle armi con iscandalo della cristianità. E già cinque cardinali, disgustati di lui, e fuggiti dalla sua corte, minacciavano questo scisma. Non manca chi ha scritto, aver pensato Massimiliano di farsi eleggere papa, o di farsi dichiarar capo della Chiesa come imperadore. Sembra ben giusto il creder questa una delle vane, anzi ridicolose dicerie di que' tempi. La pietà è stata sempre dote ereditaria dell'augustissima casa d'Austria, e di questa niuno osò dir mancante Massimiliano imperadore eletto. Con ciò si diede il re Luigi a far nuovi preparamenti di guerra, siccome all'incontro papa Giulio dal suo canto a maggiormente tirare nel suo partito _Ferdinando il Cattolico_, principe che, al pari di lui, abborriva l'ingrandimento de' Franzesi, e sommamente sospirava di cacciarli di Italia. NOTE: [377] Du-Mont, Corp. Diplomat. [378] Agostino Giustiniani, Annali di Genova. Guicciardino. Senarega, de Reb. Genuens. [379] Lab. Concil., tom. 13. Belcaire, Comment. Gall. [380] Histoire de la Ligue de Cambray. [381] Mezeray, Histoire de France, tom. 2. [382] Serres, Histoire de France, tom. 2. Anno di CRISTO MDXI. Indizione XIV. GIULIO II papa 9. MASSIMILIANO I re de' Rom. 19. Videsi nel verno di quest'anno uno spettacolo che fu e sarà sempre deplorabile nella Chiesa di Dio: cioè un vecchio papa fare da general d'armata, e comandar artiglierie ed assalti, senza curare l'alta sua dignità, e i doveri di chi è vicario del mansueto e pacifico nostro Salvatore. Si continuava l'assedio della Mirandola dall'esercito pontificio, accresciuto da molte milizie venete; ma non con quella celerità che avrebbe voluto l'impaziente _papa Giulio II_, passato a San Felice, per accalorar l'impresa in quelle vicinanze[383]. Natigli in cuore sospetti e diffidenze contra de' capitani, e fin contro lo stesso suo nipote _duca d'Urbino_, si fece egli portare in lettiga al campo. Fu quel verno uno de' più rigorosi che mai provasse l'Italia. Per più giorni nevicò; tutto era neve e ghiaccio, e frequente un asprissimo vento. Pure nulla potè trattenere il marziale ardore del papa dall'assistere ai lavori, a far piantare le artiglierie e a regolar gli attacchi, con essere più volte stata in pericolo della vita la sacra sua persona; mentre i cardinali colla testa bassa e coll'animo afflitto detestavano somigliante eccesso. La breccia formata, e il grosso ghiaccio sopravvenuto alle larghe e profonde fosse della Mirandola, indussero _Francesca_ figlia di _Gian-Jacopo Trivulzio_, e vedova del fu _conte Lodovico Pico_, a capitolar la resa di quella piazza. Tanta era la voglia del papa di entrarvi, che senza voler aspettare che si disimbarazzasse ed aprisse la porta, per la breccia con una scala v'entrò nel dì 21 di gennaio, e ne diede poscia il possesso a _Gian-Francesco Pico_, che la pretendeva di sua ragione. Si fermò il pontefice dieci giorni ivi, per prendere riposo dopo tante fatiche, e poi se ne andò tutto glorioso a Ravenna, con tenersi oramai in pugno l'acquisto anche di Ferrara. Trovavasi _Carlo d'Ambosia_ signor di Sciomonte e governator di Milano, svergognato non poco per essersi lasciato burlare sotto Bologna, e per non aver dato soccorso alla Mirandola: per lo che era caduto in disgrazia anche presso i suoi soldati. Rondava egli intorno a Modena, e inteso che v'era dentro poco presidio, ma senza sapere, o fingendo di non sapere che questa città la avesse ricevuta _Massimiliano Cesare_ in deposito, e mandato a governarla un suo uffiziale, gli cadde in pensiero di ricuperarla nel dì 18 di febbraio, e di cancellar con questa prodezza il disonor passato. Ma non gli venne fatto, perchè niun de' cittadini, come era il concerto, si mosse. Ritiratosi poi egli a Correggio, ed infermatosi, diede fine al suo vivere nel dì 10 di marzo con che restò pro interim il comando delle armi franzesi a _Gian Jacopo Trivulzio_ maresciallo di Francia, generale di gran nome nel mestier della guerra. Stando _papa Giulio_ in Ravenna, avea spedito un corpo di cinque mila fanti, sostenuti da alcune squadre di cavalli leggeri e d'uomini d'armi, con ordine di prendere la bastia della Fossa Zaniola, antemurale di Ferrara verso il Po di Argenta. Per secondar l'impresa, passarono a quella volta tredici galee sottili e molti legni minori de' Veneziani. Il duca di Ferrara, a cui premeva forte di sostenere quel sito, messe insieme le sue genti, alle quali si unì lo Sciattiglione con alcune schiere franzesi, con tal segretezza marciò a quella parte, che si scagliò loro addosso nell'ultimo giorno di febbraio, quando a tutt'altro pensavano. Fu in poco tempo sbaragliato quel picciolo esercito con istrage e prigionia di molti, e coll'acquisto di molte bandiere, artiglierie e bagaglio. Riuscì dipoi al medesimo duca nel dì 25 di marzo di battere e far fuggire la flotta veneta, che s'era inoltrata fino a Sant'Alberto, ed applicata a combattere un bastione, con prendere due fuste, tre barbotte, e più di quaranta legni minori e molti cannoni. Fu per questi tempi trattato assai caldamente di pace, essendosi a questo fine portato a Bologna il papa, dove ancora comparvero il vescovo Gurgense per Massimiliano, e gli ambasciatori di Francia, Spagna, Venezia, e d'altri potentati. Ma nulla si potè conchiudere. Però il Trivulzio, dacchè vide svanita questa speranza, trovandosi alla testa d'un poderoso esercito franzese, e ansioso di far qualche impresa, sul principio di maggio arrivò alla Concordia sul fiume Secchia, e, secondo il Guicciardino, la prese. Lo Anonimo Padovano mette più tardi questo fatto, siccome diremo. Seco era _Gastone di Foix duca di Nemours_, figlio di una sorella del re di Francia, giovane pieno di spiriti, poco fa venuto di Francia, che diede uno de' primi saggi del suo valore contra di Gian-Paolo Manfrone, capitano di trecento cavalli leggeri veneti, con far prigione lui a Massa del Finale, e dissipar la sua gente. Dissi uno de' primi saggi, perchè a lui parimente s'attribuisce l'aver dianzi parte uccisi e parte presi ducento e più cavalli veneti comandati da Leonardo da Praia cavalier gerosolimitano, che vi lasciò la vita. S'inoltrò poscia il Trivulzio collo esercito suo fino a Bomporto sul Panaro: nel qual tempo _papa Giulio_, sentito che si avvicinava questo brutto temporale, preso consiglio dalla prudenza, e più dalla paura, determinò di abbandonar Bologna. Ma, prima di mettersi in viaggio, fece un'efficace parlata al Senato e nobiltà, esortando ognuno alla difesa della città: al che mostrarono essi una mirabil prontezza che fu poi derisa dal Guicciardino, ma difesa da una penna Bolognese. Nel dì 14 di maggio il papa se ne partì colla sua corte, e andò a mettere di nuovo la residenza in Ravenna. Restò governatore di Bologna _Francesco Alidosio_, detto il _cardinal di Pavia_, il quale, vedendo così bene animati i cittadini, fece dipoi prendere loro le armi per opporsi ai disegni de' nemici. Intanto il Trivulzio, costeggiato sempre dal duca d'Urbino, coll'esercito pontificio e veneto giunse fino al ponte del Lavino. Allora fu che si cominciò qualche tumulto in Bologna, parte per le segrete insinuazioni dei fautori di _Annibale_ ed _Ermes Bentivogli_, che erano nel campo franzese e soffiavano nella città; e parte per paura nata nel popolo di perdere i loro raccolti, e di aver da sofferire un assedio. Volle il cardinale farli uscire; ed unirli al duca d'Urbino: non se ne sentirono voglia. Tentò di far entrare in città Ramazzotto con mille fanti: nol vollero ricever dentro. Perciò il cardinale, accortosi della loro ribellione, giudicò bene di mettersi in salvo, e segretamente si inviò alla volta d'Imola. Dopo di che i Bolognesi, nella notte nel dì 21 di maggio venendo il 22, ammisero in città i Bentivogli con gran festa ed universal tripudio. A questo avviso poco stette l'esercito pontificio a sfilare precipitosamente verso la Romagna; ma in passando dietro le mura di Bologna, parte di quel popolo, e i villani, e i montanari accorsi alla preda, con altissime grida e villanie inseguendoli, tolsero loro le artiglierie e munizioni, e buona parte de' carriaggi. Sopravvenne poi la cavalleria franzese che levò a costoro parte di quel bottino, e fece del resto addosso ai fuggitivi, i quali chi qua chi là attesero a salvar la vita. La Storia manuscritta dell'Anonimo Padovano mette circa tre mila morti, e gran quantità di prigioni. Il Guicciardino pochi ne conta. Nel giorno seguente il Trivulzio coll'esercito marciò fuor di Bologna, e la sera giunse a castello San Pietro. Avrebbe potuto con sì buon vento far de' grandi progressi in Romagna, ma quivi si fermò per ricevere nuovi ordini dal _re Lodovico_ E questi poi furono che se ne tornasse indietro, persuadendosi il buon re di poter ammollire con tanto rispetto il cuor duro del papa, e di trarlo alla pace, oltre al non voler accrescere la gelosia delle altre potenze, se avesse continuato il corso della vittoria. Portata intanto a papa Giulio in Ravenna la dolorosa nuova di questi avvenimenti, facile è l'immaginare con che trasporti di collera e di dolore la ricevesse, mirando in un tratto svanite tanto sue glorie, dissipato l'esercito suo e il veneto, ed avere, invece di prendere Ferrara, perduta Bologna, la più bella e ricca delle sue città dopo Roma. Maggiormente si alterò egli dipoi all'avviso che il popolo di Bologna avea abbattuta, e con ischerno strascinata e rotta la bellissima statua sua, opera di Michel Agnolo Buonarotti ch'era costata cinque mila ducati d'oro; e che la cittadella di Bologna, benchè ampia e forte, mal provveduta di vettovaglie e di munizioni, s'era, dopo cinque giorni, renduta, ed essere poi stata furiosamente smantellata tutta dai Bolognesi. A tali disastri un altro si aggiunse che più di tutto gli trafisse il cuore. Era corso a Ravenna il _cardinale Alidosio_, ed avea rovesciata sul _duca d'Urbino_ tutta la colpa di sì gran precipizio di cose, quando v'era gagliardo sospetto che fra esso porporato e i Franzesi passassero segrete intelligenze, e da lui fosse proceduto il male. Capitato colà anche il duca, nè potendo ottenere udienza dallo sdegnato zio papa, e intesone il perchè, talmente s'inviperì contra d'esso cardinale, uomo per altro dipinto da alcuni come pieno di malvagità, che, trovatolo per accidente fuor di casa, colle sue mani e coll'aiuto de' suoi seguaci spietatamente l'uccise sulla strada, e poi si ritirò ad Urbino. Avrebbero tanti accidenti umiliato, anzi abbattuto il cuor d'ognuno, ma non già quello di papa Giulio, il quale, lasciata Ravenna, passò a Rimini, dove suo malgrado cominciò a prestare orecchio alle proposizioni di pace, ma con allontanarsene ogni dì più a misura di quegli avvenimenti che andavano calmando la sua paura, e facendo risorgere le sue speranze. Parlava egli ordinariamente più da vincitore che da vinto. E quantunque fosse in questi tempi intimato un concilio o conciliabolo, da tenersi in Pisa contra di lui, col pretesto di riformare la Chiesa nelle membra e nel capo stesso, proclamato dai cardinali ribelli per incorreggibile; pure sembrava ch'egli non se ne mettesse gran pensiero. Si ridusse poi a Roma, dove processò e dichiarò decaduto da ogni grado il nipote _duca d'Urbino_: gastigo nondimeno che non durò se non cinque mesi, dopo i quali (tanto perorarono in favor d'esso duca i parziali, a forza di screditare l'ucciso cardinal di Pavia) se ne tornò il duca a Roma, rimesso come prima nella grazia ed amore del papa. Tali mutazioni di cose servirono ad _Alfonso duca_ di Ferrara per ricuperar Lugo e tutte le altre sue terre di Romagna, e poscia Carpi, con farne fuggire _Alberto Pio_, che ebbe poco tempo di goderne il possesso. Ricuperò ancora il Polesine di Rovigo, ed avrebbe anche potuto riaver Modena; ma di più non osò per riverenza a _Massimiliano Cesare_ che comandava in questa città, e al _re Cristianissimo_, a cui non piaceva di dar maggiore molestia al pontefice. Quanto al _Trivulzio_, dacchè egli ebbe intesa la mente del re, lasciato qualche rinforzo di gente ai Bentivogli, s'inviò coll'esercito franzese alla Concordia; e, se vogliam credere all'Anonimo Padovano, più che al Guicciardino, fu in questo tempo, e non già prima, che l'espugnò. Fu presa a forza d'armi quella terra, e data a sacco, colla morte di quasi tutto il presidio di trecento fanti, che ivi si trovarono sotto il comando del suddetto Alberto Pio. Locchè fatto, si spinse sotto la Mirandola. _Gian-Francesco Pico_, non vedendo speranza di soccorso, e sapendo anche d'essere odiato da quel popolo, giudicò meglio di capitolarne la resa, e di ritirarsi dolente colla sua famiglia ed avere in Toscana; con che rientrò nella Mirandola la _contessa Francesca_, figlia d'esso maresciallo Trivulzio, con Galeotto suo figlio. Attesero da lì innanzi i Franzesi alla guerra contro la signoria di Venezia, uniti con gl'imperiali in Verona. Nel mese di giugno dall'armata veneta che era a Soave e a San Bonifazio, e continuamente infestava il Veronese, fu spedito un grosso corpo di gente per dare il guasto alle biade già mature. Trecento lance franzesi, uscite di Verona, ne lasciarono tornar pochi al loro campo. Un altro giorno imperiali, Franzesi ed Italiani, in numero di sedici mila persone sotto il comando del _signor della Palissa_ e del signor di Rossa Borgognone, marciarono verso Soave. _Lucio Malvezzo_ e _Andrea Gritti_, messo in armi l'esercito veneto, animosamente s'affrontarono con loro a Villanova. La peggio toccò ai Veneti, i quali poi si ritirarono a Lunigo, e di là a Padova, lasciando aperta la strada a' nemici di venire a postarsi a Vicenza. Passò dipoi l'armata de' collegati sotto Trivigi, ma lo trovò ben guardato. Nel tempo stesso calò un esercito tedesco, comandato dal _duca di Brunsvich_, nel Friuli, stato finora campo di battaglia e di miserie. Si impadronì di Castel Nuovo, Conegliano, Sacile, Udine; in una parola di tutto il Friuli. Quindi passò sotto Gradisca, una delle migliori fortezze d'Italia; e, piantate le batterie, per viltà de' soldati che erano alla difesa, furono obbligati gli uffiziali veneti a capitolar la resa con oneste condizioni. Ma che? non andò molto che si vide cangiar faccia la fortuna. Era mancato di vita _Lucio Malvezzo_ governator dell'armata veneta, e in suo luogo eletto _Gian-Paolo Buglione_ Perugino, persona di gran credito nella milizia. Questi, sapendo essere Verona restata assai smilza di presidio, e con soli fanti, spedì cinquecento stradiotti a cavallo, che si diedero ad infestar tutti i contorni di Verona; cosicchè quella città pareva assediata, nè potea ricevere vettovaglie. Venendo ancora il conte di Prosnich Tedesco da Marostica, per andare a Trivigi con trecento cavalli, il Baglione spedì contra d'essi _Giano Fregoso _e il _conte Guido Rangone_ con secento cavalli. La battaglia ne' contorni di Bassano fu svantaggiosa ai Veneti sul principio, con restarvi prigioniere il Rangone, che, senza volere o potere aspettar il compagno, avea attaccata la zuffa. Sopraggiunto poscia il Fregoso, non solo ricuperò i prigioni, ma ruppe affatto i Tedeschi, che parte dai vincitori, parte dai villani furono uccisi. Quel che è più, venute le pioggie, rotte le strade, non potendo gli eserciti ricevere vettovaglie, si ritirarono i collegati di sotto Trivigi, e andarono a Verona. Anche il duca di Brunsvich se ne tornò in Germania. La loro ritirata servì di facilità a' Veneziani per ricuperar l'infelice Vicenza e tutto il Friuli, a riserva di Gradisca, non so se con più loro onore o più vergogna di Massimiliano Cesare. Gravemente s'infermò in Roma _papa Giulio_ verso la metà d'agosto, e fece sperare a molti e temere ad altri il fine di sua vita. Neppur questo ricordo dell'umana bastò ad introdurre in quel feroce animo veri desiderii di pace, benchè tanto v'inclinasse il re di Francia con altri potentati. Appena si riebbe egli, che tornò ai soliti maneggi di leghe e ai preparamenti di guerra. S'era dato principio in Pisa all'immaginato conciliabolo contra di lui. Per opporsegli, intimò anch'egli un concilio generale da tenersi nell'anno prossimo nel Laterano. Tanto poi seppe fare l'indefesso pontefice, che trasse affatto ai suoi voleri in quest'anno _Ferdinando il Cattolico_ re d'Aragona e delle due Sicilie, ed _Arrigo VIII_ re d'Inghilterra. Veramente il primo avea mirato sempre di mal occhio le nuove conquiste dei Franzesi in Italia, e dacchè ebbe ricuperato ciò che a lui apparteneva nel regno di Napoli, sospirava ogni dì una ragione o pretesto per levarsi dalla Lega di Cambrai, e romperla col re di Francia. Siccome principe di mirabil accortezza, sapeva per lo più coprir la sua fina politica col mantello della religione. Così fu nella presente occasione. Col motivo di far guerra ai Mori in Africa, ottenne dal papa le decime del clero, e con far predicare questa santa impresa, ricavò lauto danaro dalla pietà de' suoi popoli, che mise insieme una buona annata, la quale avea poi da servire contro i Cristiani, come ne' tre secoli precedenti si era tante altre volte praticato non senza disonore della religion cristiana. Ossia ch'egli fosse prima d'accordo col papa per questo armamento, o che il papa il tirasse nel suo partito in quest'anno, certo è che fecero lega insieme, comprendendo in essa i Veneziani; e questa fu solennemente pubblicata in Roma nel dì quinto d'ottobre. Indotto a ciò si mostrava il re Cattolico dal suo particolare zelo di religione per difendere il papa, oppresso dall'armi franzesi coll'occupazion di Bologna, e con lo scismatico concilio di Pisa. Trasse il papa, siccome poco fa dissi, in questa lega anche il re d'Inghilterra; e si legge presso in Rymer[384] e presso il Du-Mont[385] lo strumento d'unione fra esso re e il Cattolico, stipulato a dì 20 di dicembre dell'anno presente _pro suscipienda sanctae romanae Ecclesiae Matris nostrae defensione pernecessaria_. Pertanto avendo Ferdinando inviato nel regno di Napoli mille e ducento lance, o vogliano dire uomini d'armi, mille cavalli leggeri e dieci mila fanti, tutta gente di singolar bravura e fedeltà, pel cui mantenimento s'erano obbligati il pontefice e il senato veneto di pagare ogni mese quaranta mila ducati d'oro, la metà per cadauno: ordinò che questo esercito, sotto il comando di _don Raimondo di Cardona_ vicerè di Napoli, venisse ad unirsi in Romagna col pontificio e veneto, il che fu eseguito. Ma qui non finì la tela. Furono di nuovo mossi dal danaro del papa gli Svizzeri contro lo Stato di Milano; e in fatti molte migliaia d'essi sul principio di novembre calarono a Varese, col concerto che le armi venete e del papa avrebbono fatta una gagliarda diversione. Portavano lo stendardo, sotto il quale nel precedente secolo aveano date le memorabili rotte al duca di Borgogna. A questo formidabil segno dovea tremar chicchessia. Lo Storico Padovano scrive, che nel loro generale stendardo a lettere d'oro era scritto: DOMATORES PRINCIPVM. AMATORES JUSTITIAE. DEFENSORES SANCTAE ROMANAE ECCLESIAE. Era intanto dichiarato per governator di Milano e suo luogotenente generale dal re Cristianissimo, _Gastone di Fois_ suo nipote, giovane che nell'età di soli ventidue anni uguagliava, se non superava, in senno e valore i più vecchi e sperimentati capitani. Poca gente d'armi, poca fanteria avea egli; e in Milano era non lieve il terrore e la costernazione. Andò Gastone per consiglio del _Trivulzio_ a postarsi a Saronno con quelle forze che potè raunare. Ed essendosi inoltrati gli Svizzeri a Galerate, con saccheggiare e bruciare ogni cosa, seguitarono il viaggio verso Milano, dove si andò ritirando Gastone, oppure Trivulzio, come s'ha dall'Anonimo Padovano. Il quale aggiugne che seguirono varii combattimenti colla peggio ora degli uni, ora degli altri. Ma non osando gli Svizzeri di fare alcun tentativo contra di quella gran città, piegarono verso Cassano, con apparenza di voler passare l'Adda. Quand'eccoti a tutto un tempo, spedito un loro uffiziale a Gastone, si offerirono di tornarsene alle loro montagne, se si volea dar loro un mese di paga. Essendo intanto arrivati quattro mila fanti italiani a Milano, Gastone allora parlò alto, e poco esibì. Da lì a poco andarono a finir le minaccie di que' barbari in ritirarsi al loro paese, lasciando per la seconda volta delusi i commissarii del papa e de' Veneziani, che erano con loro, ed allegando per iscusa che non correvano le paghe, ed aver mancato i generali del papa e de' Veneziani al concerto della lor venuta. Così è raccontato questo fatto dal Guicciardino e dall'autore franzese della Lega di Cambrai. Ma l'Anonimo Padovano, forse meglio informato di questi affari, scrive che Gastone col danaro corruppe il capitano Altosasso, ed alcuni altri condottieri svizzeri, i quali, mosso tumulto nell'armata, fecero svanire ogni altro disegno. Usciti di questo pericoloso imbroglio i Franzesi, vennero dipoi a prendere il quartiere a Carpi, alla Mirandola, a San Felice e al Finale; e questo perchè gli Spagnuoli erano già pervenuti a Forlì, ed uniti coll'esercito pontificio minacciavano l'assedio di Bologna. Riuscì in quest'anno a di tre di settembre ai Fiorentini dopo lungo tratto e molte minaccie, di cavar di mano de' Senesi la terra di Montepulciano. Di grandi istanze fece loro il _re Lodovico_, perchè uscissero di neutralità, ed entrassero in lega con lui; e le dimande sue erano avvalorate dal Soderini perpetuo gonfaloniere di quella repubblica. Tuttavia prevalse il parere dei più di non mischiarsi in sì arrabbiata guerra. Nè si dee tralasciare che fu dato principio in Pisa al conciliabolo dei Franzesi; ma principio ridicolo, sì poco era il numero de' concorrenti, nè si vedea comparire alcuno dalla parte di _Massimiliano Cesare_. Avea _papa Giulio_ colle buone tentato più volte, ma sempre inutilmente, di far ravvedere quei pochi sconsigliati cardinali; ma allorchè si vide forte in sella per le leghe, delle quali, s'è parlato disopra, nel dì 24 d'ottobre fulminò le censure contra di loro, privandoli del cappello e d'ogni altro benefizio. Non sapea digerire il popolo di Pisa di tenere in sua casa un sì fatto scandalo, e brontolava forte, e facea temer qualche sollevazione. Perciò que' prelati impetrarono da Firenze di poter tenere una guardia di Franzesi, ma mediocre, per lor sicurezza. I Franzesi di quel tempo, per confession d'ognuno, erano senza disciplina; e gravosi anche agli amici per la loro arroganza ed insolenza, massimamente verso le donne; locchè produsse delle risse fra loro e i Pisani, ed una specialmente, in cui restarono feriti i _signori di Lautres_ e di _Sciattiglione_, che comandavano quella guardia. Il perchè quei cardinali, paventando di peggio, giudicarono meglio di ritirarsi a Milano, anche ivi mal veduti da quel popolo, ma sostenuti da chi potea farsi rispettare. Un grande tremuoto nel mese di marzo del presente anno recò non lieve danno a Venezia, a Padova, al Friuli e a molti di que' contorni. NOTE: [383] Bembo. Guicciardino. Storia Ven. MS. [384] Rymer, Act. Public. [385] Du-Mont, Corp. Diplomat. Anno di CRISTO MDXII. Indizione XV. GIULIO II papa 10. MASSIMILIANO I re de' Romani 20. Si meravigliano talvolta alcuni al vedere al di nostri le armate campeggiare in tempo di verno, e fare assedii e battaglie, quasi prodezze ignote agli antichi. Ma noi abbiam veduto ciò che avvenne nel precedente verno; ora vedremo ciò che nel presente. Dappoichè si fu congiunto l'esercito spagnuolo sotto il comando del vicerè _Raimondo di Cardona_ col pontificio, in cui era legato _Giovanni cardinale dei Medici_, e sotto di lui _Marcantonio Colonna_, messo in consulta l'andare addosso a Ferrara, oppure a Bologna, si trovò troppo difficile il primo disegno per le strade rotte e pel rigore della stagione, e però fu presa la risoluzione di mettere il campo a Bologna, dove si potea meglio campeggiare; e che intanto si procurasse l'acquisto della bastia, ossia fortezza che il duca di Ferrara teneva alla Fossa Zaniola, siccome posto di grande importanza per andar a Ferrara. Colà fu inviato verso il fine di dicembre dell'anno precedente _Pietro Navarro_, mastro di campo, generale della fanteria spagnuola, uomo di gran credito nelle armi. V'andò egli con due mila fanti (il Bembo scrive nove mila) e con un buon treno di artiglieria. l'Anonimo Padovano: mette per capitano di questa impresa il signor _Franzotto Orsino_. Aggiugne ancora che in poche ore, tolte le difese agli assediati, se ne impadronirono gli Spagnuoli a forza d'armi. Del medesimo tenore parla anche lo scrittore della Lega di Cambrai. Ma il Guicciardino e il Bembo dicono, che dopo tre dì di resistenza, Gasparo Sardi ferrarese dopo cinque giorni, e fra Paolo carmelitano dopo dieci dì, ebbero quella piazza. Non può certamente sussistere tanta brevità di tempo, perchè convenne battere con artiglierie le mura, e secondo il Bembo, vi fu formata e fatta giuocar una mina gravida di polve da fuoco: cose che richieggono tempo. La verità si è, che dopo fatta la breccia o colle palle da cannone o colla mina, fu dato l'assalto che costò non poco sangue agli aggressori, ed obbligò il valoroso Vestidello Pagano, comandante di quella fortezza, con que' pochi de' suoi ch'erano restati in vita, a rendersi, salve le persone, nel dì ultimo di dicembre del precedente anno. Scrivono alcuni, ch'egli fu ucciso nell'ostinata difesa; ma Gasparo Sardi e l'Ariosto che meglio sapeano i fatti di casa loro, ci assicurano, avere quei mancatori di fede tolta a lui la vita dopo la resa, in vendetta di un loro bravo uffiziale perito con tant'altra gente in quell'assedio. Ecco le parole dell'Ariosto: _Che poichè in lor man vinto si fu messo_ _Il miser Vestidel, lasso e ferito,_ _Senz'arme fu fra cento spade ucciso_ _Dal popol la più parte circonciso._ _Alfonso duca_ di Ferrara, a cui stava forte sul cuore la perdita di quel rilevante posto, nel dì 15 di gennaio di quest'anno colà si portò anch'egli colla gente e colle artiglierie occorrenti, e seppe così destramente e valorosamente condurre l'impresa, che diroccato il muro frescamente rifatto, in poche ore a forza d'armi ripigliò quella fortezza, con esservi mandati a filo di spada tutti i difensori. Fu colpito nell'assalto lo stesso duca nella fronte da una pietra mossa dalle artiglierie con tal empito, che rimase tramortito più giorni. La celata gli salvò la vita. Papa Giulio, uomo facilmente rotto ed iracondo, scrisse per questo fatto lettere di fuoco a' suoi capitani. Dopo vari consigli finalmente nel dì 20 di gennaio colla neve in terra l'esercito pontificio e spagnuolo imprese l'assedio di Bologna, postandosi verso quella città dalla parte della Romagna per la comodità delle vettovaglie. Piantate le batterie, si diede principio alla loro terribile sinfonia, si formarono gli approcci, e già erano diroccate cento braccia delle mura, e vacillante la torre della porta di santo Stefano. Dentro non mancavano ad una valorosa difesa i _Bentivogli_ con chi era del loro partito, e _Odetto di Fois_, ed _Ivo d'Allegre_ capitani franzesi che con due mila Tedeschi e dugento lance rinforzavano quel presidio. Erasi per dare l'assalto alla breccia, ma si volle aspettar l'esito di una mina, tirata sotto la cappella della beata Vergine del Baracane nella strada Castiglione da Pietro Novarro. Scoppiò questa, e mirabil cosa fu, che la cappella fu balzata in aria, e tornò a ricadere nel medesimo sito di prima, con restar delusa l'aspettazion degli Spagnuoli, quivi pronti per l'assalto. Intanto Gastone di Fois, ridottosi al Finale di Modena, andava ammassando le sue genti, e seco si unì il duca di Ferrara colle sue. Udito il bisogno de' Bolognesi, spedì loro mille fanti, e poi centocinquanta lance che felicemente entrarono nella città: cosa che fece credere ai nemici ch'egli non pensasse a passare colà in persona; e tanto più perchè l'armata veneta avea spedito di là dal Mincio un grosso distaccamento, e si temeva di Brescia. Ma il prode Gastone mosso una notte l'esercito dal Finale, ad onta della neve e dei ghiacci, con esso arrivò a Bologna nel dì quinto di febbraio e v'entrò per la porta di san Felice, senzachè se ne avvedessero i nemici: il che certo parrà inverisimile a più d'uno, e pure lo veggiamo scritto come cosa fuor di dubbio. Pensava egli di uscir tosto addosso agli assedianti; ma deferendo ai consigli di chi conoscea la necessità di ristorar la gente troppo stanca, intanto preso dagli Spagnuoli uno stradiotto rivelò ad essi lo stato presente della città. Di più non vi volle, perchè l'armata dei collegati levasse frettolosamente il campo, e si ritirasse alla volta d'Imola. Solamente alcuni cavalli franzesi ne pizzicarono la coda con prendere qualche bagaglio. Nella Storia del Guicciardino è messa la ritirata loro nel dì 15 di febbraio, ma ciò avvenne nella notte del dì sesto antecedente al giorno settimo. Per questo avvenimento si diffuse l'allegrezza per tutta Bologna; quando eccoli arrivar corrieri con delle disgustose nuove che turbarono tutta la festa. Aveva il _conte Luigi Avogadro_ nobile bresciano con altri suoi compatrioti bene affetti alla repubblica veneta, e stanchi del governo franzese, invitati segretamente i Veneziani all'acquisto di Brescia, promettendo d'introdurli dentro per la porta delle Pile, giacchè poco presidio era rimasto in quella città. A questo trattato avendo accudito il senato veneto, _Andrea Gritti_ legato della loro armata, e personaggio di gran coraggio, con trecento uomini d'armi, mille e trecento cavalli leggieri e mille fanti, partito da Soave, andò a valicare il Mincio, ed unito coll'Avogadro si presentò davanti a Brescia. Ma, essendosi scoperto il trattato, e presi alcuni de' congiurati, niun movimento si fece nella città. Il Gritti non iscoraggito per questo, giacchè giunsero a rinforzarlo alcune migliaia di villani, volle tentar colla forza ciò che non s'era potuto ottener colla frode. Fu dato nel dì 5 di febbraio da più parti l'assalto e la scalata a Brescia; e perciocchè finalmente sollevossi il popolo gridando ad alte voci _Marco, Marco,_ il signor di Luda comandante franzese co' suoi e co' nobili del suo seguito si ritirò nel castello. Dato fu il sacco alle case de' nobili fuggiti, e a quanto v'era de' Franzesi; e stentò assaissimo il Gritti a trattenere gl'ingordi soldati e villani dal far peggio. Stesasi questa nuova a Bergamo, anche quella città, a riserva del castello, alzò le bandiere di San Marco: segno che i Franzesi non sapeano acquistarsi l'amore de' popoli. Corse bene il Trivulzio a Bergamo, ma ritrovò serrate ivi le porte per lui; però si ridusse a Crema, e quella città preservò dalla ribellione. In Venezia per tali acquisti si fecero per tre dì immense allegrezze. Intanto a Gastone di Fois giunsero l'uno dietro l'altro corrieri coll'avviso della perdita di Brescia e di Bergamo. Per sì dolorosa nuova non punto sbigottito il generoso principe, dopo aver lasciato in Bologna il signor della Foglietta con quattrocento lancie e secento arcieri, e _Federigo da Bozzolo_ con quattro mila fanti, nel lunedì 8 di febbraio col resto della sua gente s'avviò a Cento. Fu nel dì seguente al Bondeno e alla Stellata. Nel mercordì passò il Po, e si fermò ad Ostia. L'altro dì passò il Tartaro a Nogara; dove saputo che _Gian-Paolo Baglione_ governatore dell'armata veneta era pervenuto all'isola della Scala con trecento lancie e mille fanti, scortando dodici cannoni da batteria e gran copia di munizioni per l'espugnazione del castello di Brescia, subito spinse circa mille e ducento cavalli a quella volta. Il Baglione, avvertito da' contadini, spronò coi suoi il più che potè. Giunsero i Franzesi alla torre del Magnano addosso al _conte Guido Rangone_, che marciava con altre fanterie e con trecento cavalli. Fatta egli testa, cominciò valorosamente a difendersi; ma sopraffatto dalla gente che di mano in mano arrivava, e cadutogli sotto il cavallo, rimase egli con altri non pochi prigione. Si contarono più di trecento fanti sul campo estinti, oltre ai prigionieri. Il resto si salvò col Baglione. Questa pugna seguì circa le quattro ore della notte al chiaro della neve, e al lume delle stelle. Vennero poi i vincitori ad alloggiare in varie ville, _dove si trovò aver eglino fatto quel giorno, senza mai trarre la briglia ai cavalli, miglia cinquanta: cosa che so non sarà creduta; ma io, che fui presente sul fatto, ne faccio vera testimonianza_. Queste son parole dell'Anonimo Padovano, la cui Storia manuscritta è in mio potere. Somma in questo mentre fu la sollecitudine e lo sforzo di _Andrea Gritti_, per veder pure se poteva espugnare il castello di Brescia; unì schiere assaissime di villani armati; dappertutto accrebbe le fortificazioni e le guardie, animando specialmente con bella orazione il popolo alla difesa, e con ricavarne per risposta, che tutti erano pronti a mettere la vita loro e de' proprii figliuoli, e quanto aveano, piuttosto che tornare sotto il crudel dominio oltramontano. Nel martedì della seguente settimana giunse Gastone in vicinanza di Brescia, e la notte introdusse nel castello quattrocento lancie (con rimandare indietro i lor cavalli) e tre mila fanti. Fece nel dì seguente intimare al popolo, che se non si rendevano in quel dì, darebbe la città a sacco; e che, rendendosi, otterrebbe il perdono dal re. Altra risposta non riportò, se non che si voleano difendere sino alla morte. Attese quella notte chi avea giudizio a mettere in monistero le lor mogli e figliuole, e a seppellir ori, argenti e gioie, dove più pensavano che fossero sicuri. La mattina seguente, all'apparir del giorno, che fu il dì 19 di febbraio, cioè il giovedì grasso dell'anno presente, giorno sempre memorando, scesero dal castello i Franzesi. Si leggeva nei lor volti l'impazienza e il furore per la voglia e speranza del vagheggiato bottino. Battaglia fiera seguì ai primi ripari de' Veneziani. Superati questi colla morte di circa due mila Veneti, entrarono i Franzesi con grande schiamazzo nella città, e ferocemente assalita la gente d'armi che era alla difesa della piazza, dopo un sanguinoso combattimento, la mise in rotta. Intanto il resto dell'armata franzese che era fuori della città, aspettando che si aprisse qualche porta, vide spalancarsi quella di San Nazaro, per cui fuggiva con ducento cavalli il conte Luigi Avogadro, promotore di quella congiura. Restò egli prigione, ed entrate quelle milizie, finirono d'uccidere, dissipare e far prigioni i Veneti e Bresciani armati, con tante grida e rumore, che parea che rovinasse il mondo. Mirabili cose vi foce Gastone di Fois, non solo come capitano, ma come ottimo soldato. Si fece conto che vi morissero più di sei mila fra cittadini e Veneziani, o fra gli altri _Federigo Contarino_ capitano di tutti i cavalli leggeri della repubblica. Rimasero prigioni _Andrea Gritti legato, Antonio Giustiniano_ podestà, _Gian-Paolo Manfrone_, ed altri assaissimi uffiziali. Dei Franzesi vi morirono più di mille persone. Terminata la battaglia, si scatenarono gli arrabbiati vincitori per dare il sacco a quell'opulenta ed infelice città. Durò questo quasi per due giorni, ne' quali non si può dire quanta fosse la crudeltà di que' cani, giacchè in sì fatte occasioni gli armati non san più d'essere, non dirò cristiani, ma neppur uomini, e peggiori si scuoprono delle fiere stesse. Non contenti de' mobili di qualche prezzo, fecero prigioni tutti i benestanti cittadini, obbligandoli con tormenti inuditi a rivelar le robe e danari ascosi, o a pagare delle esorbitanti taglie; e molti, per non poterle pagare, furono trucidati. Entrarono anche in ogni monistero di religiosi, e tutto il bene ivi ricoverato restò in loro preda. Sul principio ancora del sacco non pochi scellerati soldati, senza far conto del divieto fatto dal generale Gastone, forzarono le porte di alcuni conventi di sacre vergini, commettendovi cose da non dire. Ma avendone esso generale fatti impiccare non so quanti, provvide alla sicurezza di que' sacri luoghi, dove s'erano rifugiate quasi tutte le donne bresciane. La sera finalmente del venerdì uscì bando, sotto pena della vita, che cessasse il saccheggio, e che nel dì seguente tutti i soldati uscissero di città. Appena udirono sì grande scempio i Bergamaschi, che nella seguente domenica tornarono all'ubbidienza de' Franzesi, e collo sborso di venti mila scudi impetrarono il perdono. L'Avogadro ed altri autori di tanto male alla loro patria, nel dì appresso furono decapitati e squartati; e due figli del primo da lì ad un anno anch'essi ebbero reciso il capo in Milano. Tal fine ebbe questa lagrimevol tragedia, che fece incredibile strepito per tutta l'Europa. Intanto _papa Giulio_ più che mai inviperito contra del re di Francia, e risoluto, come egli sempre andava dicendo, di voler cacciare i Barbari d'Italia, senza pensare se questo fosse un mestiere da sommo pastor della Chiesa e vicario di Cristo, movea cielo e terra per levare gli amici ad esso re Cristianissimo, e per tirargli addosso dei nemici. Gli riuscì di condurre _Massimiliano Cesare_ ad una tregua di dieci mesi co' _Veneziani_, mediante lo sborso di cinquanta mila fiorini renani, e in fine di staccarlo affatto dai Franzesi. Seppe far tanto, che _Arrigo re_ d'Inghilterra si diede a fare un potente preparamento d'armi per muovere guerra alla Francia. _Ferdinando il Cattolico_, oltre a quella che faceva in Italia, fu incitato ancora a cominciarne un'altra ne' Pirenei. Nuovi e gagliardi maneggi fece parimente il pontefice col denaro e con altri regali, per tirar di nuovo gli Svizzeri contra dello Stato di Milano. Vedeva il _re Lodovico_ tutti questi nuvoli in aria, ed intanto avea sulle spalle gli eserciti pontificio, veneto e spagnuolo, che maggior apprensione gli recavano per gli Stati d'Italia. Perciò inviò ordine a _Gastone di Fois_ di tentar la fortuna con una battaglia. Gastone, sentendosi invitato al suo giuoco, e sapendo da altra parte che Bologna si trovava continuamente infestata e come bloccata dalle armi del papa e del vicerè Cardona, passò a Ferrara per concertare col _duca Alfonso_ quanto era da fare. E dacchè ebbe ricevuto un rinforzo di trecento lancie e di quattro mila fanti guasconi e piccardi, e cinque mila fanti tedeschi, condotti da Jacob e Filippo capitani di gran nome in Germania; fece la rassegna dell'armata sua, che si trovò ascendere a lancie ossia uomini d'arme mille e ottocento, a quattro mila arcieri e a sedici mila fanti. Nel dì 26 di marzo mosse dal Finale di Modena l'armata sua verso la Romagna, e al luogo del Bentivoglio seco si unì Alfonso duca di Ferrara colle sue truppe, e con gran copia d'artiglierie e munizioni. A questo avviso, il _cardinal de' Medici_ legato e il _Cardona_ si ritirarono verso la montagna di Faenza col loro esercito, consistente in mille e cinquecento lancie, in tre mila cavalli leggieri e in diciotto mila fanti. Non aveano voglia di venire alle mani, perchè speravano che, tirando in lungo la faccenda, calerebbono gli Svizzeri nello Stato di Milano, ed unicamente pensavano a difficultar le vettovaglie al campo franzese. Giunto Gastone a Cotignola, arrivarono oratori di _Massimiliano Cesare_ ad intimar gravi pene ai Tedeschi militanti al soldo del re Cristianissimo; ma senza frutto, avendo que' capitani risposto di non voler mancare alla lor fede. Fu dunque presa la risoluzione nel campo franzese di marciare alla volta di Ravenna. Per non lasciarsi alle spalle il forte e ricco castello di Russi, giacchè arrogantemente fu risposto dagli abitanti all'intimazione di rendersi, convenne adoperar le artiglierie, e con un fiero e sanguinoso assalto impadronirsene. Vi furono tagliate a pezzi (se vogliam prestar fede all'Anonimo Padovano, che sembra essere intervenuto a quel macello) circa mille persone tra soldati e terrazzani, e dato un orrido sacco all'infelice luogo. Il Guicciardino molto men dice de' morti. Indi passò l'esercito sotto Ravenna, alla cui difesa dianzi era stato inviato _Marcantonio Colonna_ con cento lancie, ducento cavalli leggeri e mille fanti. Disposte le sue artiglierie, cominciò tosto il duca di Ferrara a bersagliar quelle vecchie mura con un continuo tremuoto. Formata la breccia, si venne all'assalto nel venerdì santo, giorno ben santificato da quella gente; e durò la battaglia per quattro ore, sostenuta con tal vigore dal Colonna, che vi perirono fra l'una e l'altra parte da mille e cinquecento fanti, la maggior parte italiani, e vi restò malamente ferito _Federigo da Bozzolo_, valente capitano de' Franzesi. A questi avvisi, il vicerè Cardona, non volendo lasciar perdere Ravenna, fu necessitato a muoversi coll'armata collegata, e venne a postarsi in un forte alloggiamento, tre miglia lungi da quella città, dove si afforzò con alzar terra e cavar fosse fatte a mano colla maggior celerità possibile. Trovavasi il general franzese in sommo imbroglio, perchè vedea i nemici ostinati a schivar la zuffa; e intanto l'armata sua si trovava in gran disagio, perchè erano cinque giorni che gli uomini campavano di solo frumento cotto e d'acqua, e i cavalli non istavano meglio, perchè cibati anch'essi di solo frumento e di poche foglie di salici; sicchè era necessario o ritirarsi o avventurare giornata campale. Fu preso l'ultimo partito, e tutto il sabbato santo fu impiegato a prepararsi per sì orrida danza. La mattina dunque del dì 11 di aprile, correndo la maggior festa dell'anno, cioè la Risurrezion del Signore, giorno celebrato con tanta divozione da tutto il Cristianesimo, ma funestato da coloro con tanti sdegni e spargimenti di sangue, l'esercito franzese in ordinanza marciò contra del collegato. Con essi Franzesi era il _cardinale San Severino_, legato del conciliabolo di Pisa, che pareva un san Giorgio, perchè armato da capo a' piedi. Prevalse fra gli Spagnuoli il parere di _Pietro Navarro_, che non si avesse ad uscir dai trinceramenti, credendo egli maggior vantaggio l'aspettar di piè fermo il nemico dietro ai ripari. Ma il senno del duca di Ferrara trovò la maniera di cacciarli fuor della tana; perciocchè, postate le batterie de' suoi grossi cannoni in un buon sito, cominciò con tal furia a percuotere entro le lor trincee i collegati, che, per attestato dell'Anonimo Padovano, il quale diligentemente descrive questo gran fatto d armi, vi restarono uccise circa due mila persone, e più di cinquecento cavalli sventrati. Allora i capitani, veggendo così malmenata la lor gente senza poter fare resistenza, chiesero licenza al vicerè di uscire a battaglia. Scrive il Guicciardini che fu il valoroso _Fabrizio Colonna_ che annoiato di sì brutto giuoco, senza dimandarne permissione, sboccò fuor dei ripari, e diede principio alla mischia, seguitato poi dal resto dell'armata. Gareggiavano in bravura questi due eserciti. L'odio delle nazioni, l'amor della gloria, la necessità infiammavano il cuor di ognuno. Però terribile fu il combattimento, e una giornata simile non s'era da gran tempo veduta in Italia. All'istituto mio non lice il descriverne le circostanze. Però basterà di dire che andarono in rotta i pontificii e Spagnuoli, specialmente per la strage che ne fecero le bombarde del duca Alfonso, postate ai loro fianchi; confessando il Bembo che egli con questi bronzi e col suo stuolo fu cagione della vittoria in gran parte. Perderono i vinti tutte le loro artiglierie, e buona parte delle insegne e dello equipaggio, con lasciar morti sul campo ottocento uomini d'armi, mille trecento cavalli leggeri e sette mila fanti, e con restar prigionieri il cardinale legato, cioè _Giovanni de Medici_, il _marchese di Bitonto_, _Ferdinando d'Avalos_ marchese di Pescara, allora giovinetto, che poi riuscì capitano di gran nome, il _principe di Bisignano_, il _Carvajal_ e _Pietro Navarro_ Spagnuoli con altri non pochi uffiziali. Il prode _Fabrizio Colonna_, per sua buona ventura, restò prigione di Alfonso duca di Ferrara, cioè d'un principe che gli usò tutte le maggiori finezze, nè volle poi riscatto, siccome vedremo. Restarono fra i morti il _duca d'Alba_, il _conte di Montebasso_, il _Valmontone_ ed altri capitani. Si salvò a Cesena il _Cardona_, dove attese a raccogliere le reliquie del tanto sminuito e sbandato esercito. Ma se piansero per la loro mala sorte i collegati, non ebbero già occasion di ridere i Franzesi per la loro vittoria. Imperocchè, secondo l'Anonimo Padovano, che mostra d'aver avuta buona contezza di questa sì sanguinosa giornata, vi perirono settecento uomini di armi, ottocento ottanta arcieri e nove mila fanti, e, tra' principali uffiziali loro, _Ivo d'Allegre_ con due figli, amendue capitani d'arcieri, _la Grotta_, _Villadura_, i due capitani de' Tedeschi _Filippo_ e _Jacob_ ed altri ch'io tralascio. Il _signore di Lautrec_, carico di ferite, ritrovato fra i morti, e poi curato in Ferrara, salvò la vita. Certamente è uno sbaglio di stampa il dirsi nella Storia del Guicciardino che _tra l'uno e l'altro esercito perirono almeno dieci mila persone_. Tanto il Giovio che il Mocenigo, il Bembo, il Buonaccorsi, il Nardi ed altri storici mettono almeno sedici migliaia di morti. Ma ciò che contrappesò la perdita de' collegati, fu la morte dello stesso generale _Gastone di Fois_. A questo valoroso principe, giovane di ventiquattr'anni, dopo aver fatto delle stupende azioni di valore e di saggia condotta in quello spaventoso combattimento, parea di aver fatto nulla, se non inseguiva con circa mille cavalli un corpo di tre mila fanti spagnuoli, che ben serrato si ritirava dal campo. Un colpo di archibuso il colpì in questa azione, per cui diede fine alle sue vittorie, lasciando una perenne memoria del suo senno e coraggio, e una ferma opinione che, s'egli fosse soppravvivuto, avrebbe fatto conquiste e meraviglie maggiori. Fu poi portato a Milano il suo corpo, ed ivi con esequie magnifiche e in sepolcro nobilissimo seppellito. Terminata la sanguinosa battaglia, _Marcantonio Colonna_, dopo aver consigliato i Ravennati di andar la mattina per tempo ad offerire la città ai vincitori, per ottener le migliori condizioni che potessero, si ritirò nella cittadella. Poi, nella mezza notte, lasciato ivi un capitano con cento fanti, perchè mancavano le provvisioni, col resto de' suoi se ne andò a Rimini. Comparvero, sul far del dì, i deputati di Ravenna al campo franzese; ma mentre ivi si trattava della capitolazione, i fanti Guasconi, non sazii del bottino fatto il dì innanzi, ed avidi di far vendetta dei tanti de' suoi uccisi nella battaglia, si arrampicarono per la breccia delle mura di Ravenna, e facilmente cacciati quei pochi cittadini che vi erano in guardia, penetrarono nella città. Dietro loro di mano in mano entrò il resto della fanteria, e tutti poi si diedero non solamente a saccheggiar le case, ma anche ad uccidere chiunque scontravano per le strade, senza riguardo a sesso od età. Niun rispetto si ebbe alle cose sacre, e il barbarico furore d'alcuni giunse ad introdursi in un monistero di sacre vergini, con ivi commettere ogni maggiore eccesso. Tutto era urli e pianti. Avvisato di tanto disordine il _signor della Palissa_, capo pro interim dell'armata, corse col legato e con altri capitani all'infelice città, e i primi suoi passi furono a quel monistero, e quanti vi si trovarono dentro (erano trentaquattro) li fece immediatamente impiccar per la gola alle finestre. Questo spettacolo e un bando generale servì per mettere fine al saccheggio, e tutti i soldati uscirono della città. Il terrore intanto sparso per tutta la Romagna cagione fu che le città di Faenza, Cervia, Imola, Cesena, Rimini e Forlì, a riserva delle rocche, mandassero le chiavi al campo franzese, per esentarsi da mali maggiori, e la cittadella di Ravenna per pochi giorni si sostenne. Fu esibito al duca di Ferrara il comando dell'armata gallica; ma egli, conoscendo che gente indisciplinata, orgogliosa e bestiale fosse quella, se ne scusò con buona maniera. E tanto più se ne astenne, perchè, come principe savio già prevedeva che il re Cristianissimo con tanti minacciosi venti che erano oltramonti per aria, non potrebbe più attendere agli affari d'Italia, nè a rinforzar quella troppo infievolita armata. Però ritiratosi a Ferrara, cominciò a pensare come potesse salvar sè stesso nell'imminente naufragio. Infatti la famosa vittoria di Ravenna fu l'ultima delle glorie franzesi nella presente guerra, e la fortuna voltò loro da lì innanzi le spalle. Arrivata che fu a Roma, dove era tornato il pontefice, la gran nuova del suddetto fatto d'armi, non si può dire che paura e scompiglio ivi nascesse. Cominciarono allora più che mai i saggi porporati a tempestar _papa Giulio_, perchè venisse ad una pace; ed egli colla paura in corpo una volta tenne delle strette pratiche per essa, e massimamente per essersi traspirato che _Prospero Colonna_, _Roberto Orsino_, _Pietro Margano_ ed altri baroni romani meditavano delle novità. Ma da che si seppe il netto della battaglia, e che sì caro era costato ai Franzesi il loro trionfo, rinculò ben tosto, e più di prima si confermò nella brama e speranza di cacciarli d'Italia. A questa risoluzione maggiormente li accesero sicuri avvisi che i re di Spagna e d'Inghilterra moveano guerra alla Francia, e che venti mila Svizzeri, condotti dal _cardinal Sedunense_ ossia di Sion, coi danari d'esso papa e de' Veneziani, erano pronti a calare in Italia. Venne intanto ordine dal re Lodovico al _signor della Palissa_, creato governator di Milano, di ritirarsi alla difesa di quello Stato. Tanto fece egli con lasciar leggieri presidii in Ravenna e Bologna. Ma dacchè s'intese mosso l'esercito pontificio alla volta della Romagna, _Federigo da Bozzolo_, lasciato in Ravenna, abbandonata quella città, sen venne colla poca sua gente a rinforzar Bologna. Diede papa Giulio principio al concilio lateranense nel dì 3 di maggio, con iscarso concorso nondimeno di prelati; ed ivi furono dichiarati nulli tutti gli atti del ridicolo conciliabolo pisano. Sul principio ancora di giugno pervennero per la via di Trento sul Veronese gli Svizzeri e Tedeschi, e alla mostra furono trovati circa diciotto mila fanti scelti. Con loro si congiunse l'esercito de' Veneziani, consistente in mille uomini d'arme, due mila cavalli leggieri, sei mila fanti e gran quantità di artiglierie. Erasi postato il signor della Palissa a Valeggio presso il Mincio, per contrastar loro il passo. Ma, sentendosi troppo debole di forze, nel dì 9 di giugno si ritirò andando verso Ponte Vico. Sopravvenuto poi ordine da _Massimiliano Cesare_, già dichiarato nemico de' Franzesi, che richiamava tutti i fanti tedeschi che erano al loro soldo, quattro mila d'essi nel medesimo dì se ne tornarono alle lor case: il che fu cagione che il Palissa precipitosamente si ricoverasse a Pizzighettone, e passasse l'Adda, sempre infestato dai corridori dell'esercito collegato, che era passato di là dal Mincio. Gran bisbiglio e movimento era in questi tempi per tutte le città dello Stato di Milano, a cagion della voce sparsa che _Massimiliano Sforza_, figlio del fu Lodovico il Moro, avesse a riacquistarne il dominio: cosa sommamente sospirata da que' popoli, non tanto per l'antica divozione verso quella casa, e per desiderio d'aver un proprio principe, quanto ancora perchè i Franzesi d'allora mettevano in opera, dovunque comandavano, l'arte di farsi odiare. Questo infatti era il concordato da Massimiliano re dei Romani col papa. Furono i primi ad arrendersi senza contrasto alcuno i Cremonesi, ancorchè la cittadella restasse in man de' Franzesi; e nacque lite, chi avesse a prenderne il possesso pretendendo non meno i Veneziani che il commissario dello Sforza, assistito da Cesare, quella città. L'ultimo la vinse col favore degli Svizzeri, guadagnati da un regalo di quaranta o cinquanta mila ducati che loro sborsò il popolo di Cremona. Servì ad accelerare il precipizio del dominio franzese in Italia la guerra nel medesimo tempo mossa dai _re d'Aragona_ e _d'Inghilterra_ alla Francia; per cui il re Luigi, trovandosi molto imbrogliato, fu costretto a richiamare il Palissa di là dai monti, con ordine di lasciar ben guernite le cittadelle più forti. Si ritirò dunque il Palissa a Pavia, lasciate guarnigioni in Crema e Trezzo. Anche il _Trivulzio_, scorgendo di non poter tenere la città di Milano, che tumultuava, parendo a que' cittadini un'ora mille anni di veder lo Sforza rientrare nella signoria de' suoi maggiori, dopo aver ben provveduto il castello di quella città, si ridusse a Pavia; perlochè i Milanesi alzarono tosto le bandiere sforzesche. Altrettanto fece Lodi, allorchè vi si appressò l'esercito della lega. E Bergamo si diede ai Veneziani. Marciarono i collegati con gran fretta a Pavia, per non lasciar pigliar fiato ai Franzesi che s'erano fortificati in quella città. Ma il Palissa, che già scorgea commosso anche quel popolo a sedizione, e disperato il caso di sostenersi lungamente, dappoichè i nemici aveano piantate le bombarde, e passato anche il Ticino, all'improvviso colle artiglierie e bagaglio uscì di quella città, per incamminarsi alla volta d'Asti. Rottosi il ponte di legno ch'era sul Gravelone, al primo pezzo d'artiglieria grossa che volle passare, ne restarono di qua tagliati fuora tredici altri con due mila fanti tedeschi; i quali, assaliti dagli Svizzeri, fecero una memorabil difesa, finchè, vedendo morta la metà di loro, e perduta ogni speranza d'aiuto, pieni di ferite si gettarono disperatamente nel Ticino per passare all'altra riva, dove i Franzesi erano spettatori della crudel battaglia senza loro poter recare aiuto. Se ne affogarono circa ducento. Aveano i Franzesi molto prima inviato con buona scorta il legato pontificio prigione, cioè _Giovanni cardinale de Medici_. Allorchè fu egli al passo del Po alla Stella, oppure a Bassignana, tolto fu di mano a Franzesi, e ridotto in luogo di salvamento. Il Guicciardino di questo fatto dà l'onore ai villani del Cairo, guadagnati la notte antecedente dai familiari del cardinale. L'Anonimo Padovano ne fa autore il marchese Bernabò Malaspina; e il Giovio scrive che fu molto prima concertata la sua fuga coll'abbate Bongallo e con altri suoi amici. Gravissimi disagi patì poscia il resto dell'armata franzese; pure continuò il viaggio, e passò l'Alpi, portando seco un buon documento ai principi di non maltrattare i popoli, massimamente quei di nuova conquista. Certamente l'alterigia loro, l'aspro governo e il licenzioso procedere colle donne aveano talmente esacerbati i popoli della Lombardia, che tutti a gara, subito che se la videro bella, si sottrassero al loro dominio, anzi infierirono contro di loro. Appena partito da Milano il Trivulzio, quel popolo furiosamente si diede a svenar quanti soldati e mercatanti franzesi erano rimasti in quella città, con saccheggiarne le case e botteghe. V'ha chi scrive, averne uccisi circa mille e cinquecento. Parimente in Como ne furono scannati non pochi, e nella lor fuga verso l'Alpi, contra di essi si scatenarono tutti i villani del paese, uccidendo chiunque alquanto si scostava dal corpo di battaglia. Intanto Pavia, Alessandria, Como, Tortona ed altre città inalberarono le bandiere sforzesche. Il marchese di Monferrato colle sue genti entrò in Asti e in Novara; ma non ebbe la fortezza di quest'ultima città. In tanta rivoluzion di cose trovarono maniera i ministri pontificii d'indurre i Piacentini e Parmigiani a darsi alla Chiesa: il che aprì allora un campo di doglianze e dispute del duca di Milano e dell'imperio contro il papa: dispute ravvivate poi a' giorni nostri, siccome diremo a suo tempo. Pretese inoltre il papa che Asti dovesse toccare a lui; ma non gli riuscì di aver quel boccone. Fu ancora spedito dall'esercito della lega _Giano Fregoso_ con mille cavalli e tre mila fanti a Genova; alla comparsa de' quali, si ribellò tutto quel popolo, e i Franzesi si chiusero nel castelletto e nella fortezza della Lanterna. Fu esso Fregoso proclamato poco appresso doge di quella repubblica. Mentre sì gran tracollo davano in Lombardia gli affari dei Franzesi, restando solamente in lor potere Brescia, Crema e qualche fortezza[386], il pontefice, raunate le reliquie dell'esercito disfatto sotto Ravenna, colla giunta di quattro altri mila fanti, spedì sul fine di maggio questa armata in Romagna, per cui tornarono quetamente alla sua ubbidienza tutte quelle città. Ne era generale _Francesco Maria duca_ d'Urbino suo nipote, il quale intimò poi la resa a Bologna. Vedendo i Bentivogli disperato il caso, se n'andarono chi a Mantova, chi a Ferrara; e la città di Bologna, nel dì 10 di giugno, capitolò col duca e col _cardinal Sigismondo Gonzaga_ legato, i quali poi vi fecero solenne entrata nella domenica seguente 13 di giugno. Aveva intanto _Alfonso duca_ di Ferrara, per mezzo del _marchese di Mantova_ suo cognato e di _Fabrizio Colonna_ suo prigione (trattato non di meno non come tale, ma come suo amico), fatti varii maneggi per rientrare in grazia del pontefice, ed era anche venuto il salvocondotto per lui e per li suoi Stati. In vigore di questo, dopo aver egli mandato innanzi il Colonna ben regalato e senza taglia alcuna, s'inviò nel dì 23 di giugno a Roma, dove giunto, fu assoluto dalle censure, ed ammesso al bacio del piede di sua santità. Ma che? I principi di animo grande si fan gloria di perdonare ai supplicanti nemici. Papa Giulio, al contrario, parve che si facesse gloria fino di mancar di fede. Nel mentre che Alfonso era in Roma, il duca d'Urbino non solamente occupò Cento, la Pieve e le terre della Romagna spettanti al duca, ma eziandio inoltratosi a Reggio, non ostante il richiamo del Vitfurst governatore cesareo di Modena, che gli intimò quella essere città dell'imperio, costrinse i Reggiani alla resa. Dopo di che spogliò il duca anche di Carpi, Brescello, San Felice e Finale. Inoltre lo stesso papa cominciò a pontare, volendo, che esso duca gli cedesse il ducato di Ferrara. Perciò Alfonso, che non si sentiva voglia di far questo sacrifizio, chiese licenza, in vigore del salvocondotto, di tornarsene a casa; nè la potè ottenere. I Colonnesi coll'oratore spagnuolo che aveva anch'egli persuaso ad un principe di tanto credito il portarsi colà, iti a pregare il papa di questo, non ne riportarono che ingiurie e minaccie. Poscia si penetrò il disegno di papa Giulio di ritenerlo prigione. Allora gli onorati signori Colonnesi, cioè _Fabrizio_ e _Marcantonio_, che aveano obbligata la loro fede al duca, con una brigata di lor gente, sforzata la porta di San Giovanni, il cavarono di Roma, e salvo il condussero a Marino, da dove poi dopo tre mesi travestito, con deludere tutte le spie messe fuori dal pontefice, felicemente passò a Ferrara. Se queste azioni facessero onore a papa Giulio, sel può ciascuno immaginare. Restava al papa, inflessibile nelle sue passioni, di gastigare i Fiorentini, e specialmente il gonfaloniere _Pietro Soderino_, perchè avessero permesso in Pisa il conciliabolo de' Franzesi, e dato aiuto di gente in questa guerra al re di Francia, tuttochè l'avessero fatto forzati dall'obbligo delle lor precedenti convenzioni, con essersi per altro mantenuti neutrali: della qual neutralità si ebbero poi molto a pentire. Operò dunque colla lega, che il _Cardona_ vicerè di Napoli colle armi spagnuole entrasse nel dominio fiorentino, e rimettesse in casa i Medici, già da gran tempo banditi da quella città. Mentre i Fiorentini trattavano d'accordo, gli Spagnuoli accampati sotto la bella e ricca terra di Prato, non sapendo dove trovar vettovaglie, nel dì 30 d'agosto diedero un assalto a quella terra; e senza che quattro mila fanti, ch'erano ivi di presidio, ma troppo vili, facessero menoma resistenza, vi entrarono. Commisero costoro inudite crudeltà, maggiori delle commesse dai Franzesi in Brescia, come attesta il Giovio; il quale aggiugne ancora, che cinquemila uomini disarmati, parte soldati e parte terrazzani, furono ivi uccisi dalla inesplicabil brutalità dei vincitori. L'Anonimo Padovano ne scrive ammazzati più di tre mila. Il Guicciardini dice che vi morirono più di due mila persone, e che il _cardinal de Medici_ legato pontificio, messe guardie alla chiesa maggiore, salvò l'onestà delle donne, quasi tutte colà rifuggite. Ma il Nardi e il Buonaccorsi, che registravano allora sì fieri avvenimenti, asseriscono che non fu perdonato nè a vergini sacre, nè a luoghi sacri, nè a' bambini in fasce. E quei che rimasero in vita, furono tutti eccessivamente taglieggiati, e con varii tormenti straziati, perchè pagassero ciò che non poteano. Ed ecco dove andavano a terminar le strane premure di un papa per cacciare i Barbari d'Italia, cioè con una medicina peggiore affatto del male: il che nello stesso tempo, oltre alla Toscana, provò la Lombardia, inondata allora dagli Svizzeri, divenuti formidabili da per tutto, e che da ogni lato esigevano contribuzioni, e nulla potea saziarli. Nel tornare al lor paese, occuparono la Valtellina, Chiavenna e Locarno, nè più vollero dimetterle. Nel dì 31 d'agosto il gonfaloniere Soderino, uscito di Firenze, si ritirò a Ragusi. I Medici furono rimessi con infinite dimostrazioni d'allegrezza in città, e riformarono quel reggimento a modo loro, con dover pagare i Fiorentini al re dei Romani e al Cardona più di centoquaranta mila ducati d'oro. Restarono poi sommamente burlati anche i Veneziani dalla lor lega, chiamata allora la lega santa. Imperciocchè riuscì ben loro di ricuperar Crema per trattato segreto che fecero con Benedetto Crivello, posto dai Franzesi alla guardia di quella terra, il quale corrotto con danari, per questo tradimento fu ben ricompensato da essi Veneti. Ma non andò così per conto di Brescia, città, alle cui passate e presenti miserie si aggiunse in questi tempi anche la peste, morendo fin centocinquanta di que' cittadini per giorno. Ne formò l'esercito veneziano l'assedio, e cominciò a battere colle artiglierie le mura. Quando ecco giugnere il Cardona co' suoi Spagnuoli, ben carichi del bottino della Toscana, il quale imbrogliò tutte le loro speranze. Cominciò esso vicerè a pretendere che non solamente quella città si avesse a rendere a lui, ma anche Bergamo e Crema, già ritornate all'ubbidienza della repubblica. Erano queste pretensioni chiaramente contrarie ai patti della lega. Ma di che non è capace la smoderata avidità ed ambizione d'alcuni principi? Niun freno hanno per essi nè la pubblica fede, nè i patti, nè i giuramenti; e volesse Dio che non ne avessimo veduto ancor noi più d'un esempio a' dì nostri. Aveano già gli Svizzeri e gli Spagnuoli molto prima cominciato ad usar delle insolenze contro de' Veneziani. Le accrebbero sotto Brescia, la qual città, nel dì 13 di novembre, con molto onorevoli condizioni fu consegnata dal _signor d'Aubigny_ al _vicerè Cardona_. Costrinsero ancora essi Spagnuoli a rendersi Peschiera, Lignago, e i castelli di Trezzo e di Novara; siccome da un'altra parte riuscì ai Genovesi di trar con danari il castelletto della lor città di mano del castellano franzese, che poi fu squartato vivo in Lione. Tornato che fu a' quartieri il deluso esercito veneto, si applicò quel saggio senato a trattar di pace col _vescovo Gurgense_, che era il plenipotenziario di _Massimiliano Cesare_ in Italia. Volle il papa che questo negoziato si facesse in Roma; e, dettata imperiosamente la capitolazione, comandò ai Veneziani di accettarla. Conteneva essa, che Verona e Vicenza restassero a Massimiliano; che per Padova e Trivigi pagassero ad esso Cesare trecento libbre d'oro ogni anno a titolo di censo, e due mila e cinquecento libbre d'oro pel privilegio; e per le terre del Friuli ne fosse poi giudice lo stesso papa. Conobbero allora i Veneziani d'essere maltrattati e traditi anche da questa banda; ed, ancorchè si trovassero in poco buono stato per li monti d'oro spesi in guerra, pure, non ostante lo sdegno e le grida di esso papa, generosamente ricusarono di consentire a sì gravosa ed inaspettata pace, con darsi piuttosto ad intavolar accordo e lega col re di Francia, siccome diremo, giacchè il papa, in una nuova lega fatta con Massimiliano e col re di Aragona, ne avea esclusi con poco buon garbo gli stessi Veneti. Nel dì 15 di dicembre arrivò a Milano _Massimiliano Sforza_, dichiarato duca da Cesare e dalla lega; nè si può esprimere con quanto giubilo, con quante feste egli fosse ricevuto dai Milanesi, e quanto magnifica fosse l'entrata sua in quella nobil città, perchè accompagnato dal _cardinal di Sion_, dal _vescovo Gurgense_, da _Raimondo di Cardona_ vicerè, e da infinito numero di capitani e nobili italiani, tedeschi, spagnuoli e svizzeri. Anche il castello di Milano, tenuto da' Franzesi, intanto andava facendo co' grossi cannoni delle salve, d'allegrezza non già, ma di danno ai Milanesi. Rimase nondimeno il povero duca come schiavo degli Svizzeri. Nè si dee tacere che, assaltato nell'anno presente il re Cristianissimo dai re d'Aragona e d'Inghilterra, lasciò per sua negligenza che il primo, cioè _Ferdinando il Cattolico_, occupasse la Navarra, togliendola a quel re. E perchè mancava all'Aragonese un legittimo titolo di appropriarsi quel picciolo regno, si servì d'una bolla di _papa Giulio II_, che avea dichiarato decaduto da ogni suo diritto chiunque fosse aderito al conciliabolo di Pisa, concedendo a ciascuno facoltà di occupar i loro Stati. Questa bolla procurata dall'accorto re, per attestato del Mariana, tenuta fu per molto tempo segreta, e poi sfoderata al bisogno. Ma non so io, se quel re avesse creduta autorità ne' papi da donare i regni altrui quando mai contra di lui fosse stata pronunziata una simil sentenza. Maraviglia fu che il _re Luigi_, per lo sdegno che nudriva contro del papa, sì pertinace promotore della di lui rovina, non si lasciasse allora trasportare all'eccesso di far creare un antipapa nel suo regno. Senza dubbio ne fu assai trattato. Probabilmente non il timore di Dio, ma quel degli uomini il trattenne. Con tali e tante turbolenze terminò l'anno presente. NOTE: [386] Paris de Grassis. Guicciardino. Buonaccorsi. Anonimo Padovano. Nardi, ed altri. Anno di CRISTO MDXIII. Indizione I. LEONE X papa 1. MASSIMILIANO I re de' Romani 21. Fra tante sue sventure non avea per anche _Luigi XII_ re di Francia dato congedo in suo cuore al desiderio e alla speranza di ricuperar lo Stato di Milano, perchè tuttavia si conservavano alla divozione di lui i castelli di Milano e di Cremona, e la Lanterna ossia il Finale di Genova. Vari negoziati perciò fece durante questo verno coi potentati nemici, o per pacificarli, o per rompere la loro unione. Nulla potè ottenere dall'Inghilterra, meno dal papa e da Massimiliano. Per quanti progetti facesse agli Svizzeri, costoro insuperbiti, mirando d'alto in basso gli stessi monarchi, non volendo abbandonare la vigna che loro molto bene fruttava, e credendo oramai di poter dar legge ad ognuno, saldi stettero in sostenere lo Sforza. Unicamente riuscì ad esso re di stabilire la tregua di un anno col re Cattolico, ma solamente per li confini dell'Alpi coll'Aragona. Per consiglio ancora di _Gian-Jacopo Trivulzio_, si rivolse ai Veneziani, non essendogli ignoto quanto amareggiato giustamente fosse quel senato pel tradimento usatogli dalla lega e dal papa, e perchè Massimiliano nell'investitura data allo Sforza avea compreso anche Brescia, Bergamo e Crema. Infatti dopo molti dibattimenti nel dì 13 (altri dicono nel dì 24) di marzo dell'anno presente fu conclusa una lega difensiva ed offensiva fra esso re Lodovico e la repubblica veneta, con obbligarsi questa a mantenere mille e ducento lancie, ed otto mila fanti in aiuto del re; e che Bergamo, Brescia, Cremona e la Ghiaradadda dovessero tornare sotto la signoria di Venezia. _Andrea Gritti_ prigione in Francia, riavuta la libertà, fu destinato a sottoscrivere questo accordo, per cui s'avea a vedere una scena nuova in Italia. Intanto le prosperità dell'anno precedente accendevano l'animo di _papa Giulio_ a disegni maggiori, coll'essersi messo in capo di regolare a talento suo l'Italia tutta, per non dire tutti i principi della cristianità. Già avea stesa una bolla terribile contra del _re di Francia_, privandolo del titolo di re, e concedendo quel regno a chiunque lo occupasse, con attizzar più che mai il _re d'Inghilterra Arrigo_ contra dell'altro. Avea segretamente comperata da _Massimiliano Cesare_ per trenta mila ducati d'oro la città di Siena, affin di darla al nipote _duca d'Urbino_. Sdegnato col _cardinal de Medici_, pensava ad alterar di nuovo lo Stato di Firenze; minacciava i Lucchesi, e volea mettere in Genova per doge _Ottaviano Fregoso_, con cacciarne _Giano_. E perciocchè egli frequentemente avea in bocca di voler liberare l'Italia dai Barbari, anzi gradiva il titolo di liberatore, come se già avesse terminata sì grande opera, per attestato del Giovio nella Vita di Alfonso duca di Ferrara, il _cardinal Grimani_ gli disse un dì che restava pur tuttavia sotto il giogo il regno di Napoli. Allora Giulio, crollando il bastone su cui s'appoggiava, e fremendo, con ira disse che in breve, se il cielo altro non disponeva, i Napoletani avrebbono un altro padrone. Ma il principale sfogo dello sdegno pontificio avea da essere nella primavera contra del _duca di Ferrara_, il quale, abbandonato da tutti, pensò in questo frattempo di prepararsi a morire glorioso, col fare ogni possibil difesa. Stabilì una tregua coi Veneziani, fortificò Ferrara, prese al suo soldo _Federigo Gonzaga_ signor di Bozzolo con due mila fanti italiani, il capitan Calappini con altri due mila fanti tedeschi, i quali, quantunque il papa facesse comandar loro dall'imperadore, come a vassalli suoi, di ritornarsene, pur vollero osservar la fede data al duca. Era immerso in questi gran pensieri di mondo papa _Giulio II_, pensieri confacevoli tutti al feroce suo animo e genio guerriero, quando venne Dio a chiamarlo ai conti in tempo ch'egli forse non si aspettava. Dopo alcuni giorni di malattia, nei quali conservò sempre il giudizio consueto, e quella severità, a cui niuno del sacro collegio osò in addietro di contraddire, dopo aver divotamente ricevuti i sacramenti della Chiesa, nella notte del dì 20 di febbraio, venendo il giorno 21, spirò l'anima sua. Ho io chi scrive ch'egli sull'ultimo cadde in delirio, e andava gridando: _Fuori d'Italia Franzesi: Fuori Alfonso d'Este_. Ma ha maggior fondamento chi scrisse, esser egli stato esente dalla frenesia. Scrivono gli storici veneti che alla di lui morte cooperò la rabbia, per avere inteso il trattato di lega che si manipolava fra il re di Francia e la loro repubblica, e per conoscere d'essere in odio a tutti i cardinali per li suoi marziali disegni. Ma queste verisimilmente non furono che immaginazioni. Quel che è certo, questo pontefice comparve agli occhi del mondo principe d'animo invitto, impetuoso, e pieno non men di smisurati disegni che di spirito di vendetta, e benemerito assai della Chiesa romana pel temporale. Qual poscia egli comparisse agli occhi di Dio, coll'aver suscitate tante guerre per la cristianità, invece di promuovere qual padre comune la pace, avendola tante volte avuta in sua mano, e coll'avere impiegate le sostanze della Chiesa, ed abusato anche della religione in tanti secolareschi impegni: a noi non tocca di deciderlo. Tuttavia l'autor franzese della Lega di Cambrai non lascia di riflettere che tanti disordini, cagionati da questo pur troppo bellicoso pontefice, troppo influirono a scemar la venerazione dovuta al sommo grado dei successori di san Pietro, e a far nascere il deplorabile scisma de' popoli settentrionali, siccome fra pochi anni avvenne. Che s'egli acquistò fama di grand'uomo, ciò fu, secondo il Guicciardino, _presso coloro, i quali, essendo perduti i veri vocaboli delle cose, e confusa la distinzion del pesarle rettamente, giudicano che sia più uffizio de' pontefici l'aggiugnere coll'armi e col sangue de' cristiani imperio alla sedia apostolica, che l'affaticarsi coll'esempio buono della vita, e col correggere e medicare i costumi trascorsi per la salute di quelle anime, per le quali si magnificano che Cristo gli abbia costituiti in terra suoi vicarii_. Per altro fu uno de' suoi pregi l'essersi astenuto dagli eccessi nell'amor del suo sangue, da cui non si guardarono altri papi di questi tempi, avendo egli solamente ottenuto dai cardinali sul fin della vita che Pesaro fosse dato in vicariato al _duca d'Urbino_ suo nipote. Alle forti istanze ancora di _madonna Felice_ sua figlia, moglie di _Giovan-Giordano_ Orsino, la quale desiderava il cappello cardinalizio per Guido da Montefalco suo fratello uterino, rispose apertamente che non era persona degna di quel grado. A questo pontefice ancora si dee il principio della nuova basilica vaticana, una delle maraviglie del mondo, con altre belle fabbriche entro e fuori di Roma. Secondo il Ciaconio, fu egli il primo dei papi che cominciò a portar barba lunga, per opinione che da questo selvatico e vano ornamento avesse a venir più riverenza a chi per tanti massicci titoli ne è sì degno. Ma che anche gli ecclesiastici e i papi portassero barba negli antichi tempi, è fuor di dubbio. La morte di questo pontefice non alterò punto la quiete di Roma. Solamente in Lombardia accadde qualche mutazione, perchè il _Cardona_ vicerè di Napoli, tuttavia esistente in Milano, corse a Piacenza e Parma, costringendo que' popoli a rimettersi sotto il dominio del duca di Milano, come spettanti a quel ducato; e il _duca di Ferrara_ ricuperò Cento, Lugo, Bagnacavallo e le altre sue terre di Romagna; ma non già la città di Reggio, perchè, ito colle sue genti colà, niun movimento si fece da que' cittadini in suo favore. Apertosi poi in Roma il conclave, in poco tempo, per opera specialmente de' cardinali giovani, fu eletto papa _Giovanni cardinale_, figliuolo del fu rinomato Lorenzo della celebre casa _de Medici_, non senza maraviglia del popolo, che vide posto nella cattedra di san Pietro chi non avea se non trentasette anni: del che per tanti anni addietro non vi era esempio. Prese egli il nome di _Leone X_. Universalmente venne applaudita sì inaspettata elezione, perchè questo personaggio non avea macchie ne' precedenti suoi costumi; era di genio dolce, liberale e magnifico, letterato ed amante della letteratura. Infatti, non uscito per anche dal conclave, prese per segretarii delle sue lettere _Pietro Bembo_ e _Jacopo Sadoleto_, scrittori di raro merito, e col tempo cardinali insigni. Perciò si figurò la gente in lui il rovescio del poc'anzi defunto papa Giulio II, cioè un pontefice che metterebbe le sue delizie nel godimento della pace, e farebbe godere ad ognuno un soave governo. Se in tutto l'indovinassero ce ne accorgeremo. Diede egli principio al suo reggimento colla mansuetudine e con rara magnificenza nel dì della sua coronazione, che fu il giorno 11 d'aprile, perchè fu essa eseguita con incredibil pompa, talmente che non v'era memoria di solennità simile a questa. Acconsentì che v'intervenisse _Alfonso duca_ di Ferrara, il quale in abito ducale portò il gonfalon della Chiesa. Vi furono eziandio i _duchi d'Urbino_ e _di Camerino_, ed un concorso innumerabile di nobiltà. Cento mila ducati d'oro (se n'erano trovati trecento mila in castello Sant'Angelo) costò quella funzione, che non riportò applauso dai saggi, i quali avrebbono desiderato che un romano pontefice, invece di profondere i tesori in pompe secolaresche, si fosse applicato alla correzion de' costumi della sacra sua corte: difetto che pur troppo produsse dei lagrimevoli sconcerti sotto questo medesimo papa. Nulla si fece di questo; anzi Roma divenne l'emporio dell'allegria, del lusso, de' solazzi e banchetti, più di quel che fosse mai stata; laonde sempre più crebbe la dissolutezza e licenza con grave danno della disciplina ecclesiastica. Si mostrò sui principii papa Leone neutrale ed irresoluto nei torbidi d'Italia, giacchè si udivano i preparamenti de' Franzesi per tornare in Italia, ed altrettanto farsi da' Veneziani collegati con essi, per ricuperare le città perdute: al qual fine crearono lor capitan generale _Bartolomeo d'Alviano_, capitano di singolare valore e sperienza, già per onorifica adozione decorato del cognome della casa Orsina. Era questi stato condotto prigione in Francia; e rilasciato ora in virtù della lega, seppe così ben giustificare o col vero o col falso la condotta sua nella battaglia di Ghiaradadda, rifondendone tutta la colpa sul Pitigliano, che tornò in grazia del senato veneto. Si prevalse il papa di questi romori per far paura a _Massimiliano duca_ di Milano, tanto che ottenne di ricavar dalle sue mani Parma e Piacenza. Il che fatto, non piacendo ad esso pontefice la venuta de' Franzesi, cominciò segretamente (per non disgustare il re di Francia) a muovere con danari gli Svizzeri al soccorso del duca di Milano. Già erano insorte varie commozioni per le città di quel ducato, perchè i popoli, dianzi cotanto infastiditi del dominio e pesante governo de' Franzesi, sperando miglior trattamento sotto lo Sforza, s'erano poi trovati non poco ingannati, stante l'eccesso delle taglie imposte per pagare e regalare gl'insaziabili Svizzeri, e per raunare un esercito in difesa dello Stato. Perciò prevaleva il desiderio di tornar sotto i non più odiati Franzesi, divenendo il minor male in confronto del maggiore una spezie di bene nelle bilance del mondo. Tanto più ancora se ne invogliarono i popoli, perchè sembrava loro lo Sforza principe di poca mente, e anche di minore spirito. Avvenne eziandio che _Sagramoro Visconte_, deputato all'assedio del castello di Milano, tuttavia occupato da essi Franzesi e languente, v'introdusse una notte gran quantità di farina, vino e grascia: dopo il qual tradimento se ne fuggì all'armata nemica, oppure in Francia, dove ricevette non poche finezze dal re Lodovico. Calarono finalmente i Franzesi da Susa in Lombardia con forte esercito, sotto il comando del _signor della Tremoglia_ assistito dal prode maresciallo _Gian-Jacopo Trivulzio_, e s'impadronirono senza opposizione di Asti e d'Alessandria. Le speranze di Massimiliano Sforza erano riposte negli Svizzeri, giacchè il _Cardona_ vicerè di Napoli co' suoi Spagnuoli se ne stava sul Piacentino con ordini segreti del _re Cattolico_ di non mettere a rischio la sua picciola armata, e di ritirarsi, occorrendo, ad assicurare il regno di Napoli. Grandi rumori e quasi guerra fu fra gli stessi Svizzeri, perchè parte di essi era stata guadagnata dalla pecunia franzese. Pure prevalendo il partito di chi ardentemente bramava la difesa dello Sforza nel ducato di Milano, cinque mila d'essi vennero ad unirsi con lui, e maggior numero anche se ne aspettava. Con questo rinforzo uscì il duca in campagna, e andò a postarsi su quel di Tortona, per opporsi a' Franzesi. Ma intanto il popolo di Milano, veggendo sguernita la città di milizie, e minacciante il castello, acclamò il nome de' Franzesi. Fu subito ristorato di nuove genti e di vettovaglie quell'importante castello. Dalla altra parte non perde tempo l'Alviano, generale de' Veneziani, e, prevalendosi del terrore già sparso per li popoli, uscì in campagna con mille e ducento lancie due mila e cinquecento cavalli leggeri ed otto mila fanti, gente tutta ben agguerrita e coraggiosa. Impadronitosi di Valeggio e di Peschiera, ancorchè intendesse fatti gagliardi movimenti in Brescia, e fosse chiamato colà; pure s'indrizzò a Cremona, dove bravamente entrò, con isvaligiar _Cesare Feramosca_, che con trecento cavalli e cinquecento fanti del duca di Milano era ivi in guardia. Mentre rinforzava di vettovaglie il castello, che tuttavia restava in potere de' Franzesi, ma vicino a rendersi, spedì _Renzo da Ceri_ con parte di sue genti a Bergamo, dove era invitato da quel popolo. Furono ivi inalberate le bandiere di San Marco. Altrettanto fece, al comparire di Renzo, la città di Brescia, con ritirarsi gli Spagnuoli nel castello. L'esempio di Cremona servì a far rivoltare anche Lodi e Soncino. Quasi nel medesimo tempo spedite dal re di Francia nove galee sottili con altri legni alla volta di Genova, si trovarono secondate da molta gente delle riviere, e molto più da _Antoniotto_ e _Girolamo_ fratelli Adorni, i quali mossero tumulto in quella città con tal vigore, che _Giano Fregoso_ durò fatica a salvar la vita colla fuga. Tornò Genova in tal guisa, ma senza il castelletto, alla divozion de' Franzesi, e fu ivi costituito governatore pel re Cristianissimo il suddetto Antoniotto. Non potea con più prospero vento camminar la fortuna de' Franzesi, perchè nulla più restava che facesse lor contrasto, se non Novara e Como, tuttavia ubbidienti a _Massimiliano Sforza_. S'era appunto ridotto questo principe a Novara, dove già erano giunti cinque o sei mila Svizzeri, quando il Tremoglia e il Trivulzio giunsero sotto quella città, e si diedero tosto a bersagliarla con sedici pezzi d'artiglieria. l'Anonimo Padovano fa ascendere l'armata de' Franzesi a mille quattrocento lancie, a mille cavalli leggeri e a quattordici mila fanti. Gli scrittori franzesi, all'incontro, le danno solamente cinquecento uomini d'armi, o, vogliam dire, lancie, sei mila lanzicheneschi tedeschi e quattro mila fanti franzesi, non avendo voluto il Tremoglia aspettare altri rinforzi che erano in viaggio. Parea che gli Svizzeri sprezzassero l'arrivo del campo franzese, talmente che vollero che stesse aperta la porta di Novara: nel qual tempo tremava di paura Massimiliano Sforza, veggendosi ristretto in quella stessa città, dove suo padre era stato venduto da altri Svizzeri al medesimo Trivulzio, che era ivi all'assedio, temendo un simile brutto giuoco da quella nazion venale. E certo fu creduto che non mancassero secreti maneggi per questo; anzi il Tremoglia superbamente avea scritto al re che gli darebbe prigione ancor questo duca. Ma sentendo il Tremoglia che veniva il capitano ossia general _Mottino_ con altri sette mila Svizzeri verso Novara, si ritirò due miglia lungi da quella città a un luogo appellato la Riotta, e quivi malamente si accampò. Il Belcaire, copiato poi dallo scrittor franzese della Lega di Cambrai, forse persuaso che i suoi nazionali fossero invincibili, ed incapaci di commettere mai spropositi, rovescia il difetto di questo accampamento sul _Trivulzio_, quasi che non avesse avuti la Francia tanti attestati della fedeltà e del sapere di questo insigne capitano italiano, e quasi che mancassero ingegneri ed uomini intendenti tra i Franzesi stessi che potessero scorgere il difetto di quell'accampamento, e non potesse farsi ubbidire il Tremoglia. Arrivò poi in Novara il Mottino colle sue genti; e, fatto consiglio, fu risoluto di andare ad assalire il campo franzese, senza aspettare il capitano _Altosasso_, che dovea venire con altre schiere di Svizzeri ad unirsi con loro. Pertanto sul far del giorno sesto di giugno, usciti in numero di dieci mila, furono addosso ai Franzesi, che non si aspettavano siffatta visita, e si attaccò la terribil giornata. Fecero sulle prime le artiglierie franzesi de' notabili squarci nelle file nemiche; ma essendo riuscito agli Svizzeri di occupar que' medesimi bronzi, e di rivolgerli contra gli stessi Franzesi dopo un feroce combattimento di più ore, e dopo una grande vicendevole strage, toccò ai Franzesi di voltar le spalle. Secondo il solito de' fatti d'armi, che diversamente sono raccontati a misura delle diverse passioni, ancor questo si truova descritto con gran varietà. Scrive l'Anonimo Padovano che, a comun giudizio, vi perirono circa dieci mila persone fra tutte e due le parti, ma molto più de' Franzesi, e quasi tutti fanti. Lo storico Gradenigo mette morti cinque mila Svizzeri ed otto mila Franzesi, la cavalleria de' quali, o perchè non potè, o perchè non volle combattere, quasi tutta si salvò. Lasciarono i Franzesi in preda ai vincitori tutte le artiglierie e munizioni. Il peggio fu che senza poter essere ritenuti, non solamente si ritirarono in Piemonte, ma passarono anche di là da' monti: scena accaduta anche a' dì nostri. Qui avrei voluto l'eloquenza del Belcaire e dell'autore della Lega di Cambrai a scusare e giustificare sì grande scappata dei lor nazionali, quando aveano Alessandria, Asti, ed altre città da potervisi ricoverare. Ma i mentovati due scrittori han dimenticato di stendere questa apologia. S'era dianzi inoltrato sino a Lodi lo _Alviano_ coll'armata veneta, bramoso di unirsi co' Franzesi; ma perchè il _Cardona_ cogli Spagnuoli si mosse a quella volta affin di vietargli il passo, quivi si fermò. Udita poi la rotta de' Franzesi, disfatto il ponte sull'Adda, abbandonata anche Cremona, si ritirò a Ghedi. Videsi poscia una strana peripezia, perchè, per così dire, in un momento si rivoltò tutto lo Stato di Milano contra de' Franzesi. In Milano quanti di loro si trovarono che non ebbero tempo di salvarsi nel castello, tutti furono messi a fil di spada. A trecento Guasconi, che erano in Pavia, toccò la medesima mala sorte. Tutte le altre città si rivoltarono, mandando a chiedere perdono a _Massimiliano duca_, con essere poi condannata ognuna a pagare quantità grande di danaro, cioè Milano ducento mila ducati d'oro, e le altre a proporzione: danaro che colò tutto per premio della vittoria in mano agli Svizzeri, i quali, inseguendo da lungi i fuggitivi Franzesi, maggiormente s'ingrassarono alle spese de' Monferrini e Piemontesi. Intanto il vicerè di Napoli, che era fin qui stato alla veletta, osservando qual esito avesse da avere la fortuna dei Franzesi, si avviò a Cremona, e fu ammesso in quella città. Diede ancora ad _Ottaviano Fregoso_ tre mila fanti e quattrocento cavalli, sotto il comando del _marchese di Pescara_, per poter entrare in Genova, con patto che, entratovi, gli pagasse ottanta mila ducati d'oro. Se ne impadronì egli con esserne fuggito _Antoniotto Adorno_, ed ivi fu creato doge, con aver poi quella repubblica sborsato sì grave regalo all'ingordo Cardona. Fu anche abbandonata Brescia da _Renzo di Ceri_, non avendo egli assai forze da difenderla; ma, nel volere ridursi a Crema, s'incontrò in parte dell'armata spagnuola che marciava alla volta di Brescia, e fu forzato in Soresina a lasciare in lor mano le artiglierie, per potersi speditamente salvare in essa Crema. Entrarono dunque di nuovo gli Spagnuoli in possesso della città di Brescia, di cui già tenevano il castello. Da lì a qualche tempo anche Bergamo tornò alla lor divozione, con pagare venti mila ducati di taglia. Era ridotto alla Tomba _Bartolomeo d'Alviano_ colle milizie venete, dove concorsero molti Veronesi, malcontenti del dominio tedesco, e l'animarono all'acquisto della lor patria, perchè non vi erano di presidio se non due mila fanti e cinquecento cavalli. Dopo aver egli inteso che _Gian-Paolo Baglione_, spedito a Lignago, se n'era impadronito, passò sotto Verona. Con incredibil prestezza piantò le batterie, e fece alquanto di breccia; venne anche all'assalto. Tal difesa nondimeno fecero, e tali precauzioni presero i pochi Tedeschi lasciati ivi di guarnigione, che l'Alviano, giacchè non si sentiva commozione alcuna di dentro, si ritirò nel Padovano, aspettando ciò che meditassero gli Spagnuoli, i quali, impadronitisi per forza di Peschiera, e giunti all'Adige, aveano ivi gittato un ponte. In questi tempi ancora pervenne a Verona il _vescovo Gurgense_, primo mobile della corte di Massimiliano Cesare, con quattro mila fanti e secento cavalli borgognoni, tutta bella gente. Al quale avviso i Veneziani rinforzarono di molte soldatesche Trivigi sotto il comando del Baglione. L'Alviano restò in Padova, dove fece delle mirabili fortificazioni, coll'atterramento di molte case, con una vastissima spianata intorno alla città, e con ogni maggior provvisione per sostenere un assedio. Attesero in questo mentre gli Spagnuoli a ricuperar Lignago; indi passarono a Montagnana, e quivi tennero molti consigli. Era di parere il Cardona vicerè che s'imprendesse l'assedio di Trivigi, come più facile a riuscire; ma gli convenne cedere all'ostinata volontà del vescovo Gurgense, che pontò in preferir quello di Padova. Arrivarono in questi giorni al loro campo ducento uomini di armi, che, alle forti istanze di Cesare, mandò _papa Leone_. Mal volontieri, dice il Guicciardino. Fu questo nondimeno un segno che il pontefice, ancorchè andasse tergiversando, inclinava alla aderenza dell'_imperatore_ e del _re di Spagna_. l'Anonimo Padovano scrive che furono ducento lancie e due mila fanti spediti dal papa; e a lui, più che al Guicciardino, sembra in molte circostanze dovuta fede, perchè scrive d'essersi trovato presente in queste guerre d'Italia. Era composto l'esercito spagnuolo di mille lancie, cinquecento cavalli leggieri e sette mila fanti, co' quali si congiunsero quattro mila fanti tedeschi e cinquecento cavalli borgognoni condotti dal suddetto vescovo Gurgense: esercito poco sufficiente ad espugnar Padova, città di gran circuito, ben munita e difesa dall'Alviano, uomo senza paura. Riuscì infatti ridicolo il tentativo fatto contra di quella città, e dopo diciotto giorni fu obbligato il Cardona a ritirarsi a Vicenza, città in questi tempi come deserta, perchè continuamente esposta agl'insulti e al possesso di chiunque giugnea colà più forte. Nè già era più felice lo stato de' Bergamaschi. Dacchè gli Spagnuoli si furono impadroniti di quella città, i loro commissarii aveano riscossi quindici mila ducati d'oro da quegli afflitti cittadini. _Renzo da Ceri_, che, stando in Crema per li Veneziani, tenea spie in Bergamo, segretamente di notte con trecento cavalli e mille fanti marciò a quella volta; ed, entrato nel far del giorno in essa città, non solamente risparmiò a quei commissarii la fatica di portar via quel danaro, ma anche, uccisi e presi molti di quei Spagnuoli, s'impossessò della città; e, lasciato ivi il capitan Cagnolino Bergamasco, se ne tornò subito a Crema. Pochi giorni passarono che giunse in Brescia il _conte Antonio da Lodrone_ con due mila Tedeschi; e già si disponeva per passare a Bergamo. Cagion fu questo avviso che il Cagnolino si ritirasse in fretta colle sue genti a Crema, e Bergamo tornasse in potere degli Spagnuoli. Risoluto poscia il conte di Lodrone d'acquistar Pontevico, posto di grande importanza sull'Oglio, colle artiglierie, e con un buon corpo di combattenti ito colà, dopo una gran rottura di muro, diede l'assalto alla terra. Fu questa mirabilmente difesa dal capitan Fattinnanzi, che v'era di guarnigione con quattrocento fanti, di modo che dopo gran sangue il conte fu astretto a convertire l'assedio in blocco. Passato un mese, per mancanza di vettovaglie, quel capitano rendè la terra, salvo l'avere e le persone. Avea Renzo da Ceri preso gusto alla preda. Dacchè seppe che gli Spagnuoli aveano riscosso dai miseri Bergamaschi altra gran somma di danaro per compensare i danni dianzi patiti, ma senza colpa dei cittadini, se ne tornò col solito suo corteggio a quella città; e, presi quanti Spagnuoli ivi trovò, dopo avervi lasciato di presidio ottocento fanti e ducento cavalli sotto il governo di Bartolomeo da Mosto, si ridusse di nuovo a Crema. Ciò inteso, il vicerè _Cardona_ con lettere raccomandò la ricuperazion di Bergamo al duca di Milano, il quale si trovava allora cogli Svizzeri in Piemonte, saccheggiando tutto il paese, sotto pretesto d'impedire ai Franzesi il ritorno in Italia. Spedì il duca a quell'impresa con assai schiere ed artiglierie _Silvio Savello_ e _Cesare Feramosca_, che cominciarono a battere la città. Ma ecco sul far del giorno giugnere quattrocento cavalli ed altrettanti fanti, inviati da Crema da Renzo da Ceri, che animosamente assalirono il campo milanese, nel qual tempo uscirono alla medesima danza gli altri ch'erano nella città. Fu sanguinosa la pugna; ma infine rimasero sconfitti i Veneziani colla perdita di quasi tutti i fanti. S'arrendè l'infelice città di Bergamo, e all'innocente popolo fu imposta dal Savello una taglia di dieci mila ducati d'oro. Dappoichè fu sciolto l'assedio di Padova, fece _papa Leone_ quante pratiche potè per istaccare i Veneziani dalla lega coi Franzesi; ma senza frutto: tanto era irritato quel senato contro la mala fede degli Spagnuoli. Però, essendosi il vicerè _Cardona_ ridotto con tutti i capitani in Verona, tenuto fu ivi consiglio, e risoluto d'infestare i Veneziani, per trarli colla forza ad acconciarsi con loro. Nel dì 17 di settembre s'avviò l'esercito collegato verso il Padovano, con bando che fosse lecito ad ognuno il mettere a ferro e fuoco tutto il paese da Monselice sino alle Acque salse. Fu eseguito il barbarico editto, e in tempo che i poveri popoli, non aspettando la seconda visita di questi cani, erano ritornati colle famiglie e bestiami alle lor case. Non contenti costoro, cristiani di nome, e Turchi ne' fatti, di far grandissimo bottino, imprigionavano, uccideano e bruciavano case e ville, dovunque arrivava il loro furore. Meno degli altri non operavano i soldati del papa. Fra le altre terre l'amena e fertile di Pieve di Sacco, dove si contavano tante belle case di nobili veneti, tutta fu consegnata alle fiamme. Lungo le Brente nuova e vecchia fecero lo stesso scempio, scorrendo sino a Lizzafusina, Mergara, Mestre ed altri luoghi marittimi, dai quali spararono anche di molte cannonate verso Venezia, con arrivar le palle fin quasi a quella nobilissima città: il che riempiè di terrore il popolo. L'_Alviano_, che in Padova rodeva il freno al mirar tante iniquità dei nemici, seppe con tal efficacia persuadere al senato veneto che si potea reprimere la baldanza di quegli assassini, e di tagliar loro il ritorno a casa, che data gli fu licenza di uscire in campagna coll'armata sua, benchè inferiore all'altra di forze. I movimenti di questo generale, e i passi stretti occupati da lui con far rompere le strade, cagion furono che i collegati risolvessero di retrocedere per non restar privi dei viveri. Ma alla Brenta e al Bachiglione ebbero a fronte l'Alviano, il quale in tal maniera li strinse, che non sapeano trovar alcun varco per ridursi in salvo. In tale stato di cose, se l'Alviano fosse stato un saggio e prudente capitano, avrebbe di troppo angustiato il nemico, e, senza azzardar battaglia, gli avrebbe dissipati o vinti colla fame. Ma egli non parlava d'altro che di venire alle mani; e quantunque _Andrea Gritti_ e _Andrea Loredano_ legati della repubblica colla maggior parte de' capitani si opponessero, mostrando che non era da combattere con gente disperata; pure si ostinò nella sua risoluzione, e furibondo non rispose se non con villanie a chi gli contraddiceva. Non restava ai collegati altro scampo che la via di Valsugana per ritirarsi a Trento, ma questa si trovava piena di mille difficoltà. Sicchè il miglior partito era quello d'aprirsi il passo colla spada alla mano, se non che temeano che i Veneziani abborrissero questo giuoco. Ma il saggio _Prospero Colonna_, ben conoscente del genio fervido e superbo dell'_Alviano_, promise di tirare il campo veneto ad un fatto d'armi. La mattina dunque del dì 7 d'ottobre, _Ferdinando d'Avalos_ marchese di Pescara, giovane valorosissimo, s'avviò contro de' Veneziani verso l'Olmo, ed unitosi col Colonnese nelle coerenze di Creazzo, circa tre miglia lungi da Vicenza, diede principio alla terribile zuffa. Si combattè con incredibile ardore da ambe le parti, ma infine restò sconfitto l'Alviano. Le particolarità di questo conflitto sono descritte in differente guisa dal Guicciardino, dal Giovio, dal Gradenigo e da altri. Fra morti e presi de' Veneti si contarono circa quattrocento uomini di arme e quattro mila fanti. L'Anonimo Padovano vi aggiugne più di ottocento cavalli leggeri, e fa maggiore la strage de' fanti. Restarono prigioni _Gian-Paolo Baglione_ governatore della veneta armata, _Giulio Manfrone_, _Andrea Loredano_ legato del campo, che fu poi barbaramente ucciso per gara nata fra i pretendenti di averlo prigione. Tutta l'artiglieria coi carriaggi venne in potere dei vincitori, i quali la stessa sera cenarono in Vicenza. Al vedere che il senato veneto non prese risoluzione alcuna contro dell'Alviano, può far credere fondato il sentimento di alcuni che scrivono esser egli stato spinto dal Loredano suddetto ad uscire alla battaglia. Il Loredano morto non potè più dir le sue ragioni. Perchè si avvicinava il verno, niun'altra impresa tentarono i collegati, se non che il Cardona seguitò da Vicenza ad infestar il Padovano, con lasciar tempo alla repubblica veneta, intrepida sempre in mezzo alle sue sventure, di far nuove provvisioni di guerra. Andato poscia a Roma il _vescovo Gurgense Matteo Langio_, creato già cardinale, si ripigliarono i trattati di pace, e ne fu fatto compromesso in _papa Leone X_; ma ancor questa volta andò in fascio l'affare per le differenti pretensioni di tante teste. Prima che terminasse l'anno presente, con tuttochè, a cagion d'esso trattato, fosse seguita sospension d'armi, fu preso dai Tedeschi Marano, castello quasi inespugnabile nel Friuli. Per ricuperarlo fu spedito colà dai Veneziani un picciolo esercito, ma che restò rotto con istrage di molti, e colla perdita delle artiglierie. In Lombardia _Prospero Colonna_, divenuto generale dell'esercito del duca di Milano, andò a mettere l'assedio a Crema al dispetto del verno ben rigoroso. Dentro v'era _Renzo da Ceri_, che fece delle maraviglie di valore, con rompere più volte i nemici, e far prigioni e prede; e condusse così ben l'impresa, che fu necessitato il Colonna a lasciar in pace quella terra nell'anno seguente. Durante esso verno occuparono i Tedeschi anche Sacile e Feltre e misero di nuovo a ferro e fuoco la misera patria del Friuli. Delle guerre fatte in questi tempi dal re d'Inghilterra e dagli Svizzeri contra al re di Francia, per le quali il re Lodovico non potè accudire all'Italia, e della guerra mossa dal re di Scozia contro gl'Inglesi, siccome avventure non pertinenti all'assunto mio, niuna menzione farò io, dovendo i lettori curiosi prenderne informazione da altre storie. Anno di CRISTO MDXIV. Indizione II. LEONE X papa 2. MASSIMILIANO I re de' Romani 22. Ancorchè durasse la discordia fra tanti principi cristiani, e continuasse anche la guerra in Italia, pure nell'anno presente non si contarono avvenimenti sì strepitosi, come ne' precedenti. Ai tanti infortunii patiti fin qui dalla veneta repubblica, se ne aggiunse uno gravissimo nel dì 13 di gennaio. Circa un'ora di notte attaccatosi, o per inavvertenza o per malizia degli uomini il fuoco in Rialto a una bottega di telerie, questo, a cagione d'un gagliardo vento che soffiava, sì fieramente si dilatò, che in poco tempo bruciò la parte più ricca e frequentata di Venezia, perchè piena di drapperie, argenterie e d'ogni altra sorta di merci preziose; calcolandosi che circa due mila tra botteghe e case col fondaco de' Tedeschi restassero preda del furioso incendio. Seguitava intanto la guerra nel Friuli, dove _Cristoforo Frangipane_ e il _capitan Rizzano_ con mille cavalli e cinque mila fanti tedeschi assediarono e bombardarono Osopo, castello fortissimo. In tre assalti che gli diedero, vi perderono circa mille e cinquecento persone. _Girolamo Savorgnano_, che difendea quella rocca, s'era infine ridotto con soli ventiquattro uomini, essendo perito il resto di sua gente; e però fece sapere a Venezia la necessità di rendersi, qualora non gli venisse soccorso. Allora il senato ordinò all'_Alviano_ di portarsi colà il più segretamente che potesse, quantunque il vicerè Cardona fosse tuttavia ad Este e a Monselice, e le di lui soldatesche facessero di tanto in tanto delle scorrerie sino alle porte di Padova. Andò l'Alviano alla sordina (era il mese di marzo) con un buon corpo di gente, e giunto a Sacile, spinse _Malatesta Baglione_ contro il capitan Rizzano, che restò prigione. Sconfitti i Tedeschi del suo seguito, si salvarono a Pordenone; ma poco stette a comparir colà l'Alviano e a piantar le artiglierie. Terminò la faccenda colla presa e col sacco dell'infelice castello, e colla strage di tutti i difensori. Questo colpo fece ritirare in fretta il Frangipane dall'assedio d'Osopo; laonde l'Alviano se ne tornò trionfante a Padova. Perchè premeva non poco ai Veneziani di ricuperar Marano, castello di molta importanza, fu spedito colà il Savorgnano con gente assai, che cominciò a bersagliarlo colle batterie: nella quale occasione a Giovanni Vetturi riuscì in un aguato di far prigione lo stesso Frangipane, gran nemico della repubblica, e d'inviarlo nelle carceri di Venezia. Ma, sciolto che fu questo assedio, anche il Vetturi, colto in un'imboscata dai Tedeschi, restò prigione con cento de' suoi. Andò poscia il vicerè con tutto il campo spagnuolo addosso a Cittadella, e, formata la breccia, fece dare, nel dì 27 di giugno, un fiero assalto, per cui restò preso e saccheggiato quel castello, e i soldati e cittadini tutti fatti prigioni. In questi tempi, venuta meno la vettovaglia al castello di Milano, fu forzato a capitolare la resa, e il presidio franzese libero venne condotto sino ai monti. Da lì a pochi giorni altrettanto fece il castello di Cremona: il che quanta letizia recò al duca di Milano, altrettanto scemò la riputazion de' Francesi in Italia. Restava in lor potere la sola creduta inespugnabil fortezza della Lanterna, presso a Genova; ma, per mancanza di viveri, fu anche essa astretta nel dì 26 d'agosto a rendersi ai Genovesi, che per più mesi l'aveano tenuta assediata; nè tardarono a spianarla sino a' fondamenti: con che parve tolta affatto ogni apparenza che i Franzesi avessero più a comparir in Italia: il che diede non poco affanno alla repubblica veneta, restata sola contro a tanti nemici, ma che nondimeno giammai non invilì, nè volle consentire a proposizione alcuna di pace, per cui avesse da cedere alcuna delle città a lei tolte in terra ferma. Pure con tutte queste peripezie il _re Luigi XII_ più che mai si sentiva acceso della costante brama di ricuperare lo Stato di Milano. E però, dappoichè con paci, tregue e parentadi ebbe acconci i suoi interessi coi re d'Inghilterra e d'Aragona, che gli aveano date delle disgustose lezioni in varii fatti di arme, si diede tutto a nuovi preparamenti di gente d'arme, d'artiglierie e munizioni, risoluto di calar di nuovo in Italia nello anno seguente. Fu in quest'anno fatta una specie di blocco dall'armi del duca di Milano comandate da _Silvio Savello_ all'insigne terra di Crema. Dentro v'era la peste, la guarnigione senza paghe e gran carestia di viveri, per modo che _Renzo da Ceri_, ivi comandante, omai diffidava di potersi sostenere. Pure, siccome persona di mirabil senno ed attività, nel dì 25 d'agosto uscito all'improvviso addosso ai nemici, li mise in rotta; e fama fu che il Savello vi perdesse trecento fanti e quattrocento cinquanta cavalli uccisi, oltre ad altrettanti rimasti prigioni. Fu poi rifornita Crema di vettovaglia da' Veneziani, e il _conte Niccolò Scotto_ v'introdusse mille e cinquecento fanti. Animato da questo rinforzo il valoroso Renzo da Ceri, uscì una notte di Crema, e all'improvviso comparve a Bergamo, e v'entrò senza contrasto, essendo fuggiti que' pochi Spagnuoli che v'erano di presidio, nella Cappella, fortezza sopra il monte. Diedesi egli immantenente a far bastioni ed altri ripari, con risoluzion di difendere di nuovo quella città. Avvisati di ciò il _duca di Milano_ e il _vicerè Cardona_, che stava nel Polesine di Rovigo, affinchè Renzo maggiormente ivi non si afforzasse, si affrettarono per isloggiarlo di là. Andò lo stesso vicerè con un corpo di gente e molta artiglieria colà, ed, unitosi con _Prospero Colonna_ generale dell'armi duchesche, cominciò aspramente a percuotere le mura di quella città. Ma quanto danno si faceva il giorno, la notte veniva con tagliate e nuove fortificazioni riparato dall'indefesso Renzo, il quale non lasciava di far anche delle sortite con grave incomodo degli assedianti. Per segreti messi gli faceva intanto sapere lo _Alviano_ che si difendesse, perchè farebbe tal diversione, che il vicerè sarebbe astretto a ritirarsi. Tentò infatti Verona, ma senza frutto. Quindi sollecitamente, passato verso la nobil terra di Rovigo, spinse innanzi Baldassare di Scipione con secento cavalli, che nel dì 19 di novembre trovati gli Spagnuoli senza guardia, quasi tutti li fece prigioni od uccise; e furono cento uomini d'arme, ducento cavalli leggeri e cinquecento fanti. Sopraggiunto poi esso Alviano, la misera terra andò tutta a sacco. Questo colpo fece scappare in fretta da Lendenara e dalla Badia quanti Spagnuoli si trovavano in quelle terre. In questo mentre Renzo da Ceri, lusingato sempre dalla speranza che l'Alviano il soccorresse, avea consumata buona parte di sue genti nella difesa di Bergamo. Conosciuto poi disperato il caso, capitolò la resa, se in termine d'otto giorni non veniva soccorso, con patto che la città fosse salva dal sacco, e che uscissero i suoi soldati con armi e bagaglio, ma senza poter entrare in Crema per lo spazio di sei mesi. Spirati gli otto giorni senza che comparisse soccorso alcuno, fu presa dal vicerè e dal Colonna la tenuta della città, ma città bersagliata da infinite sciagure, perchè condannata anche in questa occasione allo sborso di ottanta mila ducati d'oro. Tornato poscia il vicerè a Verona, ed uscito in campagna contro l'armata dell'Alviano, tal terrore ad essa recò, che come in rotta si ritirarono i Veneziani a Padova, con perdita di molti cavalli. La dirotta pioggia e le strade piene di fango impedirono agli Spagnuoli di più ottenere nell'anno presente. Quali fossero in tempi di tante discordie i maneggi e raggiri di _papa Leone_, chiunque bramasse d'esserne pienamente informato, dee ricorrere al Guicciardino, storico provveduto di un buon microscopio, per discernere le simulazioni e dissimulazioni della politica mondana de' principi, nella quale certamente eccellenti furono in questi tempi esso _pontefice_ e _Ferdinando il Cattolico_ re d'Aragona e delle Due Sicilie. Ebbe esso pontefice, mentre continuava ancora il concilio lateranense, la consolazion di vedere affatto estinto lo scisma de' Franzesi, cominciato col conciliabolo pisano. Nel dì 12 di marzo ricevette ancora con gran pompa gli ambasciatori di _Emmanuello re_ di Portogallo[387]. Condussero essi, oltre ad altri preziosi regali, in dono al papa un superbo elefante, che riempiè di maraviglia il popolo romano, concorso a folla per mirare un animale strano agli occhi loro, ma sì familiare agli antichi Romani. Giunta questa bestia davanti alla finestra, dove era assiso il papa, tre volte s'inginocchiò, ubbidendo a chi lo avea così ammaestrato. Poi da un tino d'acqua preparata ne tirò colla sua tromba o proboscide una buona quantità, con cui asperse chi si trovava anche nelle finestre più alte, e molto più ne spruzzò sopra la circostante plebe. Perchè ancora a quel re era noto come il pontefice, senza gran cura della sua dignità, si dilettasse della caccia, gl'inviò in dono una pantera, avvezzata a quell'esercizio; e fattane la pruova, quante bestie le si affacciarono, tutte in breve tempo le strozzò. Attendeva intanto papa Leone, come si ha dal suddetto Guicciardino e dall'autore della Lega di Cambrai, a coprir le segrete sue intenzioni, con deludere or questo, or quello de' principi, essendo la general mira di seminar fra loro la mala intelligenza, e di persuadere a cadauno la sua predilezione, per desiderio di rendersi arbitro degli affari. Ma l'aver egli inviato a Venezia il celebre _Pietro Bembo_ per istaccare quella repubblica dall'alleanza coi Franzesi, senza però poterla smuovere, fece infine capire al _re Lodovico_ che capitale avesse egli a fare delle belle proteste di questo pontefice. Peggio intervenne ad _Alfonso duca_ di Ferrara. Dopo aver questi assistito alla coronazion di questo papa, se ne tornò a casa sua carico di carezze e di promesse quante ne volle. Insisteva il duca perchè gli fosse restituita la città di Reggio, indebitamente occupata a lui da _papa Giulio II_ contro la fede obbligata nel salvocondotto. Era disposto Leone a restituirla; ma questo benedetto giorno non arrivava giammai[388]. Dopo grandi maneggi si lasciò indurre il duca nel dì 15 di giugno a spogliarsi del diritto di far sale nella città di Comacchio, della quale la casa d'Este per tanti anni era stata, ed è tuttavia, investita dai soli imperadori; ma _senza pregiudizio della cesarea maestà, e non altrimenti, nè in altro modo_, come canta quella convenzione. Oltre allo essere stati annullati tutti i processi di papa Giulio, promise il papa di restituire ad esso duca in termine di cinque mesi Reggio. Ma questi cinque mesi nel cuor di papa Leone doveano essere cinquecento mesi, perciocchè non solamente mai non volle rendere quella città al duca, ma due giorni appena dopo la convenzione suddetta stipulò coi ministri di _Massimiliano Cesare_ la compera (salvo il gius della ricupera) della imperial città di Modena pel prezzo di quaranta mila ducati d'oro, contati a quel monarca, sempre ansioso e sempre bisognoso di pecunia, e che nulla badò a commettere una sì patente ingiustizia in pregiudizio di un vassallo che nulla avea operato contra del sacro romano imperio. Fruttava questa città di sole rendite annue altrettanta somma. Troppo stava sul cuore al pontefice l'acquisto di Modena, per aver libero il passaggio e la comunicazione colle città di Reggio, Parma e Piacenza, che erano già in suo potere. Gli occulti fini nondimeno d'esso papa non terminavano qui, come osserva il Guicciardino. Imperciocchè, se non il primo, certo uno de' principali pensieri di Leone era quello d'ingrandire la propria casa de Medici, e non già con allodiali o feudi minori, ma con di que' principati e Stati, che partecipano della sovranità, spogliandone i legittimi possessori. Questa malattia l'abbiam trovata in altri precedenti papi, ma specialmente comparve dipoi in esso Leone X e in Clemente VII, amendue della stessa casa, che, per ottenere quest'intento, impiegarono senza misura i tesori della Chiesa, e fecero o fomentarono più guerre fra i popoli battezzati. Tale certo non era la intenzione di Dio, allorchè li pose sulla cattedra di san Pietro, e li costituì pastori del gregge suo. Avea papa Leone _Giuliano_ suo fratello, avea _Lorenzo_ figlio di _Pietro Medici_ che era suo nipote, e continuamente pensava ad innalzarli. Poichè quanto a _Giulio_ suo cugino, figlio di _Giuliano_ ucciso nella congiura de' Pazzi, che fu poi _papa Clemente VII_, benchè dal Nardi, dal Guicciardino, dal Varchi, dal Panvinio e da altri si sappia essere egli nato fuori di matrimonio, Leone l'avea creato cardinale nell'anno precedente. Le idee di esso papa Leone erano di formare per _Giuliano_ un principato di Modena, Reggio, Parma e Piacenza, e, se gli veniva fatto, d'aggiugnervi anche Ferrara. Fu eziandio creduto che trattasse col re di Francia di acquistare il regno di Napoli o per la Chiesa, oppure pel suddetto suo fratello, già creato prefetto di Roma, e generale e gonfaloniere della santa romana Chiesa. Qual esito avessero i suoi grandiosi disegni l'andremo a poco a poco vedendo. NOTE: [387] Orosius, de Rebus Emanuelis regis. [388] Antichità Estensi, tom. 2. Piena Esposizione dei diritti imperiali ed estensi sopra Comacchio. Anno di CRISTO MDXV. Indizione III. LEONE X papa 3. MASSIMILIANO I re de' Romani 23. Funesto principio ebbe l'anno presente, perchè nello stesso primo giorno di gennaio mancò di vita _Lodovico XII re_ di Francia per infermità, comunemente creduta cagionata dal recente matrimonio colla sorella del re d'Inghilterra di età d'anni diciotto, quando egli era giunto ai cinquanta quattro anni, e prometteva ben più lunga vita. Fu assai compianta la di lui perdita, perchè s'era acquistato il titolo di padre de' suoi popoli, elogio il più glorioso d'ogni altro, ma che per disavventura miriamo assai raro in tutti i tempi. Ora favorito dalla prospera, ed ora battuto dall'avversa fortuna, era non di meno in tal maniera risorto, che di gran cose tuttavia promettea, se la morte non avesse troncato il filo di sua vita e delle sue speranze. Ma si consolarono in breve i Franzesi, perchè a lui succedette _Francesco I_ conte di Angolemme, il più prossimo del regal sangue maschile secondo le leggi o le consuetudini di quel regno; giacchè Lodovico non lasciò dopo di sè se non due femmine, cioè _Claudia_, sposata ad esso Francesco nel dì 18 maggio dell'anno precedente, e _Renea_, ch'era stata bensì in un trattato del dì 24 di marzo dello stesso anno promessa a _Carlo_, nipote di _Massimiliano re de' Romani_, che fu poi il glorioso Carlo V Augusto, ma divenne col tempo moglie di _Ercole II d'Este_ principe e susseguentemente duca di Ferrara. Si trovava il nuovo re Francesco in età di soli ventidue anni, principe di gran mente, pieno di spiriti guerrieri, e sommamente avido di gloria. Con gli altri suoi titoli unì egli tosto ancor quello di duca di Milano, con tutto che sui principii occultasse la voglia di ricuperar quel ducato, affine di assodar prima gli interessi suoi co' potentati vicini. Confermò la lega col _re d'Inghilterra_, e poscia colla _repubblica veneta_; ma nulla di pace potè ottenere nè da _Massimiliano Cesare_, nè da _Ferdinando il Cattolico_ re d'Aragona, nè dagli _Svizzeri_, e meno da _papa Leone_, il quale andava barcheggiando in questi tempi, sempre nondimeno con animo contrario a' Franzesi, qualora volessero tentar di nuovo la conquista dello Stato di Milano. In effetto essi re de' Romani e di Aragona, il duca di Milano, gli Svizzeri e Fiorentini contrassero lega fra loro in questi tempi colla mira di opporsi ai Franzesi, lasciato luogo d'entrarvi al papa, il quale volea giocare a carte sicure. Avea nondimeno esso pontefice nel dì 9 di dicembre del precedente anno fatta una particular lega coi medesimi Svizzeri[389], confidando più in essi che in altra potenza per la difesa del ducato di Milano. Inoltre fu da lui procurato nell'anno antecedente un accasamento nobilissimo a _Giuliano_ suo fratello, con avergli ottenuta per moglie[390] _Filiberta_ figlia di _Filippo duca di Savoia_, e prossima parente, dice lo scrittor della Lega di Cambrai, ma dovea dire sorella di _Luisa_ madre del sopraddetto re di Francia _Francesco I_. Tale era ne' tempi presenti la potenza de' sommi pontefici, che niuno de' gran principi si sdegnava di far parentado con loro. Nel mese di febbraio si effettuò questo matrimonio, e sì suntuoso e magnifico fu il ricevimento di questa principessa in Roma, che il papa vi spese più di cento cinquanta mila ducati d'oro, come si ricava dalle lettere del Bembo. Altre grandi feste s'erano fatte in Torino, dove lo sposo si fermò per un mese; e similmente in Firenze, dove ognuno o per amore o per timore gareggiava ad onorare ed esaltare la casa de Medici. Ardeva intanto di voglia il re Francesco di calare in Italia, e cominciò a non essere più un segreto questo suo disegno: tanto grande era la massa di gente armata ch'egli facea. L'autore della Lega di Cambrai scrive, aver egli accresciuto il numero delle lancie, ossia degli uomini d'arme, sino a quattromila; il che, secondo esso storico, facea quasi venti mila combattenti a cavallo. Merita esame questa asserzione, perchè non era molto in uso che un uomo d'arme conducesse seco cinque cavalli e quattro armati di suo seguito. Scrive l'Anonimo Padovano ch'esso re inviò il _signor di Lautrec_ con cinquecento lancie e cinque mila fanti a' confini della Guascogna, per opporsi ai tentativi del re Cattolico; e il _Tremoglia_ in Borgogna con un altro corpo di gente, e _Gian-Jacopo Trivulzio_ con quattrocento lancie in Provenza, per vegliare ai movimenti degli Svizzeri, a' quali premeva troppo la conservazion dello Stato di Milano, dacchè aveano imparato a succiar tutto il sangue de' popoli di quella contrada. Oltre ad otto mila fanti e tre mila guastatori suoi sudditi, avea parimente il re Francesco presi al suo soldo diciotto oppur ventidue mila fanti tedeschi sotto varii capitani; e _Pietro Navarro_ celebre capitano, che s'era ritirato dal servigio del re Cattolico, avea arrolati altri dieci mila fanti, che l'autor della Lega fa tutti Biscaini, ma, l'Anonimo Padovano scrive, essere stati sei mila Guasconi e quattro mila Italiani. Per la impresa d'Italia scelse due mila e cinquecento uomini d'arme e tre mila cavalli leggeri da unirsi alla copiosissima fanteria. Il primo buon colpo che fece sulle prime il re Francesco, fu di tirar dalla sua _ Ottaviano Fregoso_ doge di Genova, il quale, avendo fin qui finto un grande attacamento ai collegati, e trovando vacillante il suo Stato per la nemicizia degli Adorni e dei Fieschi, s'accordò segretamente con esso re Cristianissimo. Ma troppo frettolosamente fu fatto da lui questo passo; imperocchè trapelato il suo maneggio, e già scesi in Lombardia sei mila Svizzeri che si unirono alle milizie del duca di Milano, _Prospero Colonna_ generale del duca marciò alla volta di Genova, avendo seco gli Adorni e i Fieschi. Avea bene il Fregoso ammassati cinque mila fanti per sua difesa; ma, diffidando di potersi sostenere con sì lievi forze, ricorse al papa suo gran protettore, il quale, prestando fede alle di lui proteste, non tardò a spedire un suo oratore al Colonna con ordine d'intimargli di non proceder oltre contra del Fregoso, minacciando, in caso di contravvenzione (oh questa è bella!), le pene spirituali e temporali. Fu cagione una tal sinfonia che il Colonna, per non irritare il papa, venisse ad una convenzione col Fregoso, per cui questi si obbligò di non favorire i Franzesi; e sborsata gran quantità di danaro, che sempre era l'unico mezzo per quetare gli Svizzeri, fu lasciato in pace. Ciò fatto, volò il Colonna in Piemonte, per contrastare il passo ai Franzesi, quali già erano con grandi forze giunti in Delfinato e in Provenza, ed aveano anche preparata in Marsilia un'armata navale. In questi tempi non istava in ozio la _repubblica veneta_, incoraggita dall'imminente venuta de' Franzesi suoi collegati. Rinforzata il più che potè la sua armata, giacchè era non lieve gara e mal animo fra l'_Alviano_ e _Renzo da Ceri_, perchè l'ultimo facea continue querele, quasi che l'altro l'avesse tradito con abbandonarlo, allorchè avvenne l'assedio di Bergamo, prese la risoluzion di separarli. Dichiarato dunque Renzo generale della fanteria, l'inviò segretamente con molte schiere alla volta di Crema, dove in tre giorni felicemente arrivò. Intanto il _vicerè Cardona_, formato un esercito di mille lancie, di ottocento cavalli leggieri e di otto mila ottimi fanti, con un buon treno d'artiglieria s'incamminò a Vicenza, dove soggiornava l'Alviano, il quale, non volendo aspettare questa visita, si ritirò tosto alle Brentelle: laonde entrarono gli Spagnuoli in quella misera città, correndo il mese di giugno, e vi commisero dei gran rubamenti. Quanto frumento quivi si trovò, fu inviato a Verona; quanto ancora poterono estrarne dal Polesine di Rovigo, lo condussero a quella città. Terribile era l'apparato delle armi in questi tempi. Trovavasi alle porte d'Italia una potente armata di Franzesi, più potente di gran lunga per la presenza di un re guerriero ed armato. All'incontro, sino al numero di trenta mila era cresciuto l'esercito degli Svizzeri, che con _Prospero Colonna_ e colle truppe duchesche unito andò a postarsi a Susa, a Pinerolo e ad altri siti. per dove poteano tentar di sboccare i Franzesi. Fu d'uopo al _duca Massimiliano_ di mandare un corpo di milizie a Cremona, per tenere in freno _Renzo da Ceri_, il quale da Crema facea frequenti scorrerie sino alle porte d'essa città. In questo mentre giunse a Piacenza _Lorenzo de Medici_, nipote del papa, e generale de' Fiorentini, con cinquecento lancie, altrettanti cavalli leggieri e sei mila fanti spediti da Firenze. Pervenuto parimente a Bologna _Giuliano de Medici_ fratello del pontefice con tre mila cavalli ed altrettanti fanti, gente papalina, inviò tosto alla guardia di Verona ducento uomini d'arme. Anche il _vicerè Cardona_ coll'esercito suo andò ad unirsi co' Fiorentini a Piacenza. Era sul principio d'agosto, e allora fu che si pubblicò in Roma, Napoli ed altre città la lega conchiusa fra il _papa_ (stato fin qui fluttuante ed ascoso), _Massimiliano re dei Romani_, _Ferdinando re_ d'Aragona, _Firenze_, _Milano_ e _Svizzeri_. Nulla di questo potè ritenere i passi dell'ardente re Cristianissimo, e molto meno un'ambasciata del _re inglese_, che cercò di dissuaderlo da questa impresa. Spedì egli per mare il signor della Clieta, ossia Aymar di Prie, con ducento cavalli e cinque mila fanti, che, giunto a Savona, subito ebbe ubbidienza da quella città. A questa nuova, l'astuto _Ottaviano Fregoso_ spedì tosto chiedendo soccorso al duca di Milano e alla lega. E perchè questo non venne, fingendo di non potersi difendere, ammise nel porto e nella città i Franzesi, inalberando le loro insegne, con prendere da lì a poco guarnigione del re di Francia. Rinforzato poi questo picciolo esercito dalle genti del Fregoso, passò ad Alessandria e a Tortona, e senza difficoltà se ne impadronì, tuttochè il vicerè avesse mandato un buon numero di fanti e cavalli al Castellazzo. Anche Asti venne dipoi alle loro mani. Erasi già partito da Este _Bartolomeo d'Alviano_ coll'esercito veneto, ed entrato nel serraglio di Mantova. Appena gli arrivò la nuova dello sbarco fatto dai Franzesi a Genova, che passò sul Cremonese, dove diede il sacco a più terre, e massimamente alla ricca terra di Castello Lione. Quindi, accostatosi a Cremona, senza spargimento di sangue l'occupò, e ne prese il possesso a nome del re di di Francia. Secondo l'Anonimo Padovano, corse allora voce che il duca di Misano, chiuso nel castello di quella città, lenza lasciarsi vedere, costernato da sì brutti principii, e dal timore di peggio, uscisse di sè. Ma in simili contrattempi facile è che nascano nel volgo siffatte immaginazioni. Immense difficoltà provava intanto l'armata franzese a trovar la via per penetrare in Italia, essendo presi i più importanti passi dalla Svizzera che vantava di voler fare prodezze incredibili per frastornare i disegni dei Franzesi. Un gran pezzo è che quelle barriere d'alti monti e di scoscesi valloni si credono posti dalla natura per impedir con facilità l'ingresso in Italia, purchè vi stia un'armata alla guardia. Pure tante volte s'è veduto, ed anche ai dì nostri, che non basta un sì orrido baluardo a trattener gli oltramontani, purchè superiori di forze, che non vengano a visitarci. Ciò anche allora avvenne. Il maresciallo Trivulzio, pratico di quelle aspre montagne, tanto andò girando, che, adocchiato il sito dove è il castello, dell'Argentiera, e dove nasce la Stura che va a Cuneo, siccome ancora il Colle dell'Agnello: quivi fissò che potesse trovarsi il varco nel Piemonte. Il Giovio egregiamente descrive le immense fatiche durate da' Franzesi per passare, ed anche con artiglierie, per quella parte, per cui giunsero alle pianure di Saluzzo; mentre gli Svizzeri, accampati tanto lungi verso Susa, li stavano aspettando per farne un sognato macello. Era andato _Prospero Colonna_ generale del duca di Milano con molte squadre a Villafranca, sette miglia lungi da Saluzzo, e con varii uffiziali se ne stava nel dì 15 d'agosto saporitamente desinando, quando all'improvviso ecco con una marcia sforzata giugnere colà il _Palissa_ coll'_Aubigny_ e circa mille cavalli, che fece prigione lui, _Cesare Feramosca, Pietro Margano_ ed altri capitani illustri, e svaligiò la gente loro. Non piccolo sfregio recò alla riputazion del Colonna l'essersi lasciato cogliere in quella positura, per non aver tenute spie e guardie avanzate, con altre precauzioni usate da' saggi condottieri d'armate. Fama fu che il bottino fatto da essi Franzesi ascendesse a cento cinquanta mila scudi. Calò intanto per varie strade l'esercito franzese, e andò a riunirsi a Torino, dove il _re Francesco_ fu magnificamente accolto da _Carlo III duca_ di Savoia. Già gli Svizzeri aveano veduto andar a monte tutte le loro speranze e braverie; e, riflettendo poscia allo scacco patito dalla cavalleria di Prospero Colonna, in cui confidavano, per essere eglino senza cavalli; e sentendo che l'Alviano, passato l'Adda, s'era impossessato di Lodi; e che veniva il corpo de' Franzesi e Genovesi da un'altra parte: dopo aver dato il sacco a Chivasso (e fu detto anche a Vercelli), si ritirarono verso il Milanese. Tuttavia si fermava a Piacenza l'esercito spagnuolo col pontificio e fiorentino; ma con poca armonia, perchè _papa Leone_, che navigava sempre con due bussole, avea spedito un suo familiare al re Cristianissimo, per iscusare il movimento delle sue armi, e le lettere sue intercette dal vicerè Cardona aveano fatto nascere molta diffidenza fra loro. Nulla di meno mostrava esso Cardona di voler pure uscir in campagna, per unirsi cogli Svizzeri; se non che l'Alviano dalla parte di Lodi coi Veneziani, e il signor della Clieta colle brigate sue e dei Genovesi da un'altra parte pareano disposti ad impedir la meditata unione. Impazientati gli Svizzeri per questa dilazione, spedirono il cardinale di Sion, che non dimenticò doglianze e minaccie per muovere quelle armi. Di belle parole e promesse non gli fu avaro il vicerè; e poi, fattigli contare settanta mila ducati d'oro, e datigli cinquecento cavalli sotto il comando di _Lodovico Orsino_ conte di Pitigliano, il rimandò contento al campo svizzero. Erasi interposto _Carlo duca di Savoia_, per trattare accordo fra essi Svizzeri e il Cristianissimo, e buona piega avea già preso l'affare; ma, giunto il cardinale col danaro suddetto, ruppero gli Svizzeri il trattato, risoluti di volere rimettere al filo delle spade il destino dello Stato di Milano. Raggruppò di nuovo il duca di Savoia il negoziato, e già era concluso l'accordo, quando giunsero all'armata svizzera altre venti bandiere di lor nazione, che lo sturbarono affatto. Però il _re Francesco_, che tutto regolava secondo i consigli del _Trivulzio_, venne da Vercelli a Novara, e, d'essa impadronito, dopo aver lasciata gente all'assedio del castello, passò il Tesino, e s'impossessò anche di Pavia. In questo mentre il vicerè Cardona e Lorenzo de Medici mostrarono gran voglia di passare il Po, per congiugnersi agli Svizzeri. Ma, appena fatto un passo innanzi, ne fecero quattro addietro; e meno poi vi pensarono, dacchè il re di Francia venne a Marignano, cioè fra loro e gli Svizzeri, che s'erano ridotti a Milano. Di là passò il re a San Donato verso Milano, e quivi fermò il suo campo. Bolliva la discordia fra essi Svizzeri, inclinando gli uni alla concordia ed altri alla guerra; e parea che la vincesse il partito de' primi, quando il suddetto cardinale di Sion (cioè _Matteo Schiner_) da Como corse a Milano, e raunatili, incitò, come infuriato ognuno ad un fatto d'arme: azione che non so se alcuno crederà convenevole ad un vescovo e cardinale. Gli storici nostri, cioè il Guicciardino e il Giovio, gareggiando in eloquenza con gli antichi, gli mettono in bocca un'ornata orazione, cioè parole, ragioni e figure, che quel porporato mai non s'avvisò di aver detto. La verità nondimeno si è, avere l'impetuoso suo ragionamento fatta tal commozione in quella feroce gente, che cominciarono tutti a gridare: _Alle armi_; e in quello stesso giorno (era il dì 13 di settembre) formati tre squadroni, si avviarono impetuosamente alla volta di Marignano, ossia di San Donato, e con tanta allegrezza e grida, come se avessero già in pugno la vittoria. Fu creduto che fossero trentacinque mila combattenti. Alle ore venti arrivati colà con alquanti piccioli cannoni da campagna, attaccarono il fatto d'armi co' Franzesi, i quali, preventivamente avvisati di questa visita, erano anch'essi in ordine di battaglia. Altri dicono che furono colti quasi alla sprovvista. Atroce fu il combattimento, molta la strage di qua e di là, più nondimeno de' Franzesi, che aveano anche perduti alcuni pezzi d'artiglieria, ma poi li ricuperarono. Ma perchè fu cominciata la mischia assai tardi, sopraggiunse la notte, che costrinse colla oscurità cadauna delle parti a desistere dal menar le mani, stando poi tutti fermi ne' loro posti, e in vicinanza tale, che per tutta la notte si andarono regalando di obbrobriose parole; specialmente i Tedeschi con gli Svizzeri per odio particolar delle nazioni: scena curiosa, e di cui si penerà a trovar somigliante esempio. Non prese sonno il re co' suoi generali in tutta quella notte, ma sempre a cavallo attese a far ripari, a mettere in buon sito i cannoni, e a ordinar le schiere. Data fu la vanguardia al _signor della Palissa_ con settecento lancie e dieci mila fanti tedeschi. Il corpo di battaglia colle reali bandiere era guidato dal re con ottocento uomini d'arme, dieci mila fanti tedeschi, e cinque altri mila guasconi, e molta artiglieria, comandata dal _duca di Borbone. Gian-Jacopo Trivulzio_ ebbe in cura la retroguardia con cinquecento lancie, e cinque mila fanti italiani. I cavalli leggieri guidati dai _signor della Clieta_ e dal _Bastardo di Savoia_ aveano ordine di accorrere dove bisognasse soccorso. All'apparir del dì 14 di settembre, trombe, tamburi e artiglierie diedero il segno della orribil battaglia, col diventar quella campagna la casa del diavolo. Combatteano come feroci leoni gli Svizzeri; ma perchè la vanguardia franzese cominciò a rinculare, il re si spinse avanti con tutti i suoi, e fece maraviglie di sua persona. Allora fu più che mai sanguinoso il combattimento; nè già stava in ozio la retroguardia assalita dal capitano Aisper. Quand'ecco arrivare l'Alviano con cinquantasei gentiluomini e ducento dei suoi più bravi cavalieri, ed entrar nel conflitto con gran furore. Lieve certo era questo soccorso, perchè l'Alviano avea lasciato il resto dell'armata opporsi al vicerè, caso che egli si movesse per unirsi con gli Svizzeri. Ma perciocchè con alte grida questi pochi intonarono: _Marco, Marco_, quanto ciò accrebbe animo ai Franzesi, altrettanto ne scemò agli Svizzeri, credendo ognuno che tutta l'armata veneta fosse venuta a quella terribil danza. Il perchè gli Svizzeri, cinque mila de' quali non aveano voluto combattere, per essere di coloro che s'erano dianzi accordati col re, veggendo di non poter rompere l'armata franzese, e tanti dalla lor parte morti e feriti, cominciarono a dar indietro, come disordinati, e a sonare a raccolta. Poi stretti insieme s'inviarono alla volta di Milano, e il cardinale lor gran condottiero, avendo perduta la voce, fu più veloce degli altri a fuggire. Il re, per consiglio de' suoi generali, non volle che fossero inseguiti, per timore che sopraggiugnessero gli Spagnuoli, e trovassero in tanto scompiglio e stanchezza i suoi. Non si speri mai un esatto numero dei morti nelle battaglie, perchè ognuno a misura delle sue passioni l'ingrandisce o sminuisce. Fu, secondo l'Anonimo Padovano, creduto che vi restassero dieci mila Svizzeri e cinque mila dell'armata franzese con assai riguardevoli uffiziali. Poi a Milano gli Svizzeri, per avere un pretesto di tornare con onore a casa, fecero istanza di una gran somma di danaro al duca di Milano, e, non potendola ottenere, s'avviarono verso Como. Fu spedito dietro ad essi Mercurio Bua con mille stradiotti ed altrettanti cavalli franzesi, che ne fece moltissimi freddi. Il resto, passati i monti, si ridusse alle lor case con volto ben diverso da quello con cui s'erano partiti. Nel dì 14 del suddetto settembre Milano mandò al re ambasciatori colle chiavi di quella città, e fu convenuto che quel popolo pagasse trecento mila scudi in tre paghe. Non volle il _re Francesco_ entrare in Milano, ma passò a Pavia, perchè il castello, in cui s'era chiuso con buon presidio e gran copia di munizioni da guerra e provvisione di viveri, _Massimiliano Sforza duca_, ricusò di rendersi. Tutte le altre città vennero alla divozione del re, a riserva del suddetto fortissimo castello, e di quel di Cremona. _Pietro Navarro_ fu destinato con cinque mila fanti all'assedio del primo; e il _Bastardo di Savoia_ con altrettanta gente all'espugnazione dell'altro. All'avviso di questi avvenimenti, _papa Leone_, che già avea decretato di voler essere amico solamente de' fortunati, non perdè tempo a far muovere trattato di concordia col re Cristianissimo per mezzo di _Carlo duca_ di Savoia. Probabilmente avea egli ancora prevenuto esso duca di quel che fosse da fare, caso che andassero in decadenza gli affari della lega. Trovò il duca tutta la buona disposizione nel re per la riverenza ch'egli professava alla santa Sede; e fu non solo conchiuso accordo, ma anche lega fra loro, in cui il papa non dimenticò i vantaggi della protezione de' Fiorentini. Una delle condizioni fu che esso papa restituisse al re Parma e Piacenza, e che il re in ricompensa desse uno Stato in Francia a _Giuliano_ fratello del pontefice, e pensione al medesimo, e un'altra pensione a _Lorenzo_ di lui nipote. Ora il _vicerè Cardona_, che, insospettito da gran tempo del papa, si era ritirato colle sue genti nel Modenese, dacchè ebbe inteso ratificata da lui nel dì 15 d'ottobre la lega col re, se ne tornò pacificamente a Napoli; e passando per Roma, di grandi doglianze fece col papa, il quale in suo cuor se ne rise. Passarono appena ventidue giorni, dappoichè fu dato principio all'assedio del castello di Milano, che Massimiliano Sforza diede orecchio alle proposizioni di un accomodamento col re, fattegli dal _duca di Borbone_ governatore di Milano. Fu convenuto ch'egli cedesse al re non solamente quell'importante castello e quel di Cremona, ma eziandio tutte le sue ragioni sul ducato, e andasse a vivere in Francia con pensione annua di trenta mila ducati d'oro. Tralascio altri punti di quella capitolazione. Nel dì 5 d'ottobre uscì del suddetto castello di Milano il codardo duca, dimentico affatto del valor dell'avolo suo, e s'inviò alla volta della Francia, con restare in Italia un perpetuo disonore al suo nome, e non minore a _Girolamo Morone_ suo onnipotente consigliere, che seppe indurlo a sì vergognoso sacrifizio. Nel dì 13 del medesimo mese anche il castello di Cremona venne in poter de' Franzesi. Ci restavano i Veneziani che doveano partecipare di così prospera fortuna della lor lega. Mentre il re, intento ai preparamenti, per fare una superba entrata, in Milano, differiva il dar loro un rinforzo di gente, _Bartolomeo di Alviano_ lor generale accampato a Ghedi sul Bresciano, facendo continue scorrerie, ebbe la sorte di ricuperar Bergamo, il cui popolo, tolti dentro ducento cavalli veneti, inalberò le bandiere di San Marco. Ma mentre egli facea tutte le disposizioni per passare all'assedio di Brescia, città guernita di tre mila fanti spagnuoli, mille tedeschi e cinquecento cavalli, caduto infermo, passò egli prima, cioè nel dì 7 di ottobre, all'altra vita con sommo dispiacere del senato veneto rimasto privo in tanto bisogno di un sì valoroso, ma non sempre saggio, capitano. Aveano anche in diversa forma i Veneziani perduto un altro egregio condottier d'armi, cioè _Renzo da Ceri_, il quale, non si potendo accomodare allo star dipendente dall'Alviano, avea più fiate loro chiesta, e non mai impetrata, licenza: laonde sul principio di settembre all'improvviso con cento de' suoi si ritirò da Crema, e andò a prendere servigio nell'esercito del papa, da cui avea ricevuto un mondo di promesse. Intanto _Gabriello Emo_ e _Domenico Contarino_, legati dell'armata veneta, si impadronirono a forza d'armi dell'insigne fortezza di Peschiera, posta allo sboccare del Mincio dal lago di Garda. Anche la terra d'Asola del Bresciano, posseduta allora da _Francesco marchese di Mantova_, venne alle lor mani per sollevazione fatta da quel popolo contro i soldati di presidio. Finalmente il _Bastardo di Savoia_ e _Teodoro Trivulzio_ furono spediti in aiuto de' Veneziani con cinquecento lancie e sei mila fanti tedeschi. Uniti questi all'esercito veneto, impresero l'assedio di Brescia, e, piantati ventidue pezzi di artiglieria, ne cominciarono a battere furiosamente le mura. Ma che? una mattina fecero i capitani spagnuoli sì vigorosa sortita, che, oltre all'uccisione di cinque cento uomini di quei che erano alla custodia delle batterie, condussero in città undici cannoni. Ne menavano anche il resto, se non accorreva gran gente contra di loro. Due nondimeno ne gittarono nella fossa, ed altri lasciarono inchiodati. Per questa sventura si ritirò il campo veneto a Santa Eufemia, dove più giorni stette, finchè cessassero le pioggie, e si provvedesse al bisogno. Il re di Francia, che onoratamente procedeva ne' suoi impegni, non ebbe difficoltà di accordare a' Veneziani per condottiero di quella impresa il famoso _Gian-Jacopo Trivulzio_, ordinandogli che avesse a cuore il loro servigio, come se si trattasse di affare della sua corona. Lo scrittor moderno della Lega di Cambrai scrive dato quest'ordine a _Teodoro Trivulzio_; ma è certo che fu al maresciallo. Seco ancora andò _Pietro Navarro_ con quattro mila fanti guasconi, e con ordine di cassare i fanti tedeschi, perchè s'erano protestati di non voler combattere contro quei della lor nazione, fu dato principio di nuovo all'assedio di Brescia. Fecero bensì le bombarde uno squarcio nelle mura; ma il terrapieno era tale, che non fu fatta breccia capace di assalto. Prese il Navarro l'assunto di lavorar colle mine, ma trovò de' contramminatori. Ciò non ostante, si volle venire ad un tentativo. Costò molto sangue agli aggressori: e perchè si trovarono fosse ed altri ripari nel di dentro, bisognò anche per questa seconda volta ritirarsi. Queste traversie, e il verno che sopravveniva, costrinsero il campo gallo-veneto a convertire l'assedio in blocco. Male ancora procederono gli affari verso Verona. Dentro v'era _Marcantonio Colonna_, che, uscito di là, diede una rotta a _Gianpaolo Manfrone_ capitano de' Veneziani. Prese anche Lignago, con farvi prigioni alquanti nobili veneti. Così camminavano le cose della guerra in Lombardia, quando _papa Leone_, che avea parecchi interessi spettanti alla santa Sede e alla sua propria casa da smaltire col re; e, quel che è più, non amava che esso re venisse armato a Roma a fargli un atto d'ossequio, per timore ch'egli turbasse la quiete dei Fiorentini, o volesse poi entrare nel regno di Napoli; maneggiò un parlamento da farsi fra amendue in Bologna. Adunque concertate le cose, comparve il pontefice in quella città nel dì otto di dicembre, e nell'undecimo giorno seguente vi arrivò anche il _re Francesco_, accompagnato da quattro mila cavalli, al quale fu compartito ogni possibil onore. Nei privati ragionamenti fra loro furono dibattute molte controversie, abolita la prammatica sanzione, e stabilita una bella lega d'offesa e difesa. Non dimenticò il re in questa occasione _Alfonso d'Este_ duca di Ferrara, principe che era già stato ad inchinare la maestà sua, e seco s'era trattenuto più d'un mese. Cioè fece di forti istanze al papa per la restituzione di Modena e Reggio, città ingiustamente a lui tolte ed occupate finora, benchè tante promesse avesse fatto il papa di renderle, e acciò spezialmente fosse tenuto per Reggio in vigore de' patti, dei quali parlammo all'anno precedente. Finalmente si convenne che il pontefice le renderebbe fra due mesi, purchè il duca gli rifacesse i quaranta mila ducati da lui sborsati a Massimiliano Cesare per Modena. Non mancò Alfonso di offerire nel debito tempo il pagamento al papa, passato dipoi a Firenze; e, siccome ho diffusamente narrato altrove[391], ne seguì anche autentico strumento. Ma papa Leone non volea que' danari; volea burlare il re e il duca, e così fu. Non solamente non restituì quelle città, ma cominciò anche a pensare, come potesse torgli Ferrara per la strabocchevol brama di ingrandire colle spoglie altrui _Lorenzo_ suo nipote. Tornossene il re di Francia a Milano, e figurandosi oramai sicure le sue conquiste per la lega fedelmente mantenuta da' Veneziani, e per l'altra che avea ultimamente stabilita col pontefice, lasciato governatore di Milano _Carlo duca di Borbone_, sul fine di gennaio dell'anno prossimo se ne ritornò in Francia. Il papa anch'egli, lasciata Bologna, andò a passare il verno in Firenze sua patria, dove con segni inestimabili d'onore e di divozione fu accolto da que' cittadini. NOTE: [389] Du-Mont, Corp. Diplomat. [390] Guichenon, Hist. de Maison de Savoye. Anno di CRISTO MDXVI. Indizione IV. LEONE X papa 4. MASSIMILIANO I re de' Rom. 24. Rimasero nell'anno precedente sconcertati non poco i magnifici disegni del _pontefice Leone_, per provveder la sua casa di un nicchio principesco, perchè fu forzato a restituire Parma e Piacenza al re Cristianissimo. Avea anche tentato di ottenere da _Massimiliano Cesare_ l'investitura di Modena e Reggio pel fratello, oppure pel nipote; ma da varii motivi ne restò impedita Ingrazia. Peggio accadde nell'anno presente. _Giuliano de Medici_ suo fratello, soprammodo cortese, e di religione, d'onoratezza e d'altre belle doti fornito, erasi gravemente infermato nel precedente dicembre, e continuò il suo male fino al dì 17 di marzo, in cui terminò il suo vivere e le speranze di maggior grandezza, essendo prima tornato a Roma il pontefice. Sicchè non avendo egli lasciata dopo di sè prole alcuna, rivolse papa Leone i pensieri suoi al solo _Lorenzo_ suo nipote, capace di propagar la casa de Medici[392]. Gran tempo era che andava studiando ragioni, e cercando colori per togliere il ducato d'Urbino a _Francesco Maria della Rovere_; e prima d'ora avrebbe avuto esecuzione l'intento suo, se il predetto Giuliano, a cui pensava egli di conferir quegli Stati, non vi avesse ripugnato per la gratitudine da lui professata a quel principe a cagion di molti benefizii da lui ricevuti. Passato che fu all'altra vita Giuliano, non avendo più il papa alcun rispetto o ritegno, e per nulla valutando il tanto bene che la sua casa avea riportato da quel medesimo duca, perchè stimolato dal nipote Lorenzo, e da _Alfonsina Orsina _sua madre, donna sommamente ambiziosa, accumulò in un processo alcuni veri o apparenti reati del suddetto duca, il principal de' quali consisteva nell'avere ricusato di andar colle genti ad unirsi nell'anno precedente all'armata pontifizia contro i Franzesi. Nè lasciò indietro il grave eccesso dell'uccisione del _cardinal Alidosio_, ancorchè il duca da _papa Giulio II_ ne avesse riportata assoluzione o grazia. Mosse dipoi l'armi sue e quelle de' Fiorentini, per cacciar colla forza da quegli Stati esso duca, il quale, assai conoscendo di non poter solo far argine a questa piena, si appigliò al partito di cedere al tempo e di ritirarsi a Pesaro; e, neppur quivi tenendosi sicuro, passò a Mantova col figliuolo e colla moglie, figlia di quel marchese. Avea ben lasciati presidii nelle fortezze di Pesaro, Sinigaglia, San Leo e Rocca di Maiuolo; ma queste l'una dietro all'altra si andarono rendendo a _Renzo da Ceri_ e agli altri uffiziali del papa, con infinito dispiacere di tutti que' popoli, che non si può dire quanto amassero quel principe per l'incorrotta sua giustizia ed ottimo governo. Allora fu che scappò fuori la fiera sentenza che dichiarava decaduto da quegli Stati esso duca; e quando la gente si credea guadagnato per la Chiesa quei ducato, venne ognuno a sapere che la festa era stata fatta per _Lorenzo de Medici_, il quale dal pontefice zio fu creato duca d'Urbino, e signore di Pesaro e Sinigaglia. Al re di Francia, che in Bologna avea molto perorato in favore del suddetto Francesco Maria duca di Urbino, riuscì molesta non poco l'occupazione del di lui ducato; nel qual tempo ancora andò esso re scoprendo che occulti maneggi si facessero negli Svizzeri, presso il re d'Inghilterra, ed altri potentati dal medesimo papa. Non men de' suoi due predecessori, nudriva il re Francesco un focoso desiderio di conquistar anche il regno di Napoli, per li secreti stimoli dell'ambizione che in alcuni monarchi non sa mai conoscere nè dire: basta. Si astenne da quella impresa, benchè ideata appena dopo lo acquisto di Milano, per le insinuazioni di papa Leone, che il pregò di sospendere fino alla morte di _Ferdinando il Cattolico_ re d'Aragona, la qual si credeva per una lunga malattia imminente. Infatti compiè la carriera del suo vivere quel regnante nel dì 15 di gennaio del presente anno, con lasciare una fama perenne di principe che nella finezza della politica mondana non ebbe pari, c che, assistito dalla fortuna, e da _Isabella regina_ savissimi di Castiglia, seppe conquistare i regni di Granata e di Napoli, e finalmente quello di Navarra, e cooperò al sempre memorabile scoprimento delle Indie Occidentali. A lui succedette ne' regni suddetti o in quei delle Due Sicilie l'_arciducae Carlo_, già dichiarato re di Castiglia, e nipote di _Massimiliano Cesare_. Non sì tosto giunse questo avviso al re Francesco, che tutto si ringalluzzì, quasi contando per sua preda il regno di Napoli, e immaginando che al giovane re Carlo, non peranche ben assodato nel nuovo dominio, mancherebbe voglia o possanza di contrastargli quell'acquisto. Ma questa determinazione l'avea egli fatta senza domandarne licenza al re de' Romani, il quale, conchiusa dianzi lega col re d'Inghilterra, col re Cattolico e con alquanti Cantoni degli Svizzeri, mettea insieme un esercito per venire al soccorso di Brescia e Verona. Era già ridotta a tale estremità Brescia, che, per mancanza di viveri e di paghe, potea star poco a rendersi. Spedì Massimiliano per la via di Lodrone circa sei mila fanti tedeschi, con ogni sorta di munizioni da bocca e da guerra, che, giunti al castello d'Anfo, se ne impadronirono tosto per la viltà di Orsatto Giustiniano, a cui fu poi tagliato il capo in Venezia. Mandò il _Trivulzio_ mille cavalli e cinque mila fanti sotto il comando di _Giano da Campofregoso_ per frastornare la calata de' Tedeschi. Ma dopo un breve combattimento quel corpo di gente vergognosamente voltò le spalle. Fu cagion questo colpo che il Trivulzio si ritirò nel dì 22 di gennaio a Ghedi, e mandò poi la gente a' quartieri d'inverno, e che Brescia restò ben provveduta di vettovaglie. Per le preghiere de' Veneziani il re, invece di Gian-Giacomo Trivulzio spedì poscia loro il _signor di Lautrec e Teodoro Trivulzio_, con cinquecento lancie e quattro mila fanti, i quali, venuta la primavera, tornarono a strignere Brescia, e diedero anche una rotta a un corpo di Tedeschi che veniva portando buona somma di contanti per pagare il presidio di quella città. Sul principio di marzo arrivò a Trento _Massimiliano Cesare_, seco guidando il _marchese di Brandeburgo_, il _duca di Baviera_ ed altri gran signori, con dieci mila fanti svizzeri ed altrettanti alemanni, e con tre mila cavalli, tutti ben in ordine. Calato poscia al piano, e passato l'Adige, giunto che fu a Lacise, andò ad unirsi con lui _Marcantonio Colonna_ colle sue genti: laonde fu creduto che quell'esercito ascendesse a sei mila cavalli e a venticinque migliaia di fanti. Tante forze impressero un giusto terrore ne' Franzesi e Veneziani, i quali presero il partito di menar le cose al più che potessero in lungo, con isperanza che, mancando la moneta al re de' Romani (e questa gli mancava spesso), si discioglierebbe quella sua armata. Rinforzarono i Veneziani gagliardamente Padova, Trivigi ed altre fortezze. Ma Massimiliano mirava a ponente; sennonchè, applicate le artiglierie al forte castello di Peschiera, lo costrinse alla resa. Ritiratisi i Franzesi e Veneti a Cremona, colà comparve il _duca di Borbone_ col resto di sue forze; e contuttochè si credesse che la loro armata ascendesse a due mila e cinquecento lancie e a due mila cavalli leggieri e a diciotto mila fanti, colui paura s'era cacciata in corpo ai Franzesi, che già meditavano di tornarsene di là dai monti. Probabilmente non era sì grande il nerbo della lor gente. Comunque fosse, volle la lor fortuna che Massimiliano si perdesse intorno al castello d'Asola, dove _Andrea Gritti_ legato veneto avea spinto cento uomini d'armi e cinquecento fanti, e v'era per governatore _Francesco Contarino_. Dieci giorni durò l'assedio, e senza frutto. Se avesse Massimiliano, seguitando il parer di Marcantonio Colonna, sollecitamente tenuto dietro ai Franzesi che si andavano ritirando, opinion fu che, trovandoli sì impauriti, gli avrebbe veduti inviarsi verso casa. Ma diede lor tempo, con fermarsi intorno ad Asola, che ripigliassero coraggio, e che potesse arrivar loro un rinforzo d'alcune migliaia di Svizzeri, assoldate dal re Cristianissimo. Pertanto passò ben Massimiliano l'Adda, e andò anche in vicinanza di Milano; nel qual tempo il Colonna s'impadronì di Lodi, dove non potè impedire che non fosse usata gran crudeltà contro i Franzesi e Guelfi. Ma essendosi posto con tutti i suoi e coi Veneti il duca di Borbone entro essa città di Milano, risoluto di difenderla (al qual fine barbaramente diede fuoco a tutti i borghi), ed essendo sopravvenuti gli Svizzeri suddetti in aiuto suo, rimasero arenati i disegni e le Speranze di Massimiliano. E massimamente perchè i suoi Svizzeri chiedevano paghe, e la cassa cesarea era fallita, di modo che seguì qualche loro ammutinamento. Crebbe poi maggiormente la paura in Cesare, e il sospetto di qualche tradimento dalla parte d'essi Svizzeri (gente che già s'era guadagnato questo discredito), perchè fu intercetta lettera finta da _Gian-Jacopo Trivulzio_ ai capitani di quelli Svizzeri, in cui scriveva che fra due giorni eseguissero quanto era con loro convenuto: stratagemma usato in tante altre occasioni di guerra. Per questi accidenti Massimiliano, dappoichè, accostatosi a Milano, vide che niun movimento si facea da quel popolo, siccome gli era stato fatto credere, con poco suo onore si ritirò a Lodi, e spartì in varii siti l'armata, aspettando pure che venissero di Germania e Borgogna sessanta mila ducati a lui promessi. Ne cavò dai poveri Bergamaschi quindici mila, picciolo refrigerio a tanta sete. Anche gli Svizzeri che erano al soldo di Francia fecero in questo mentre inghiottir degli amari bocconi al duca di Borbone; perciocchè, avendo egli determinato di uscir di Milano per andare a dar battaglia ai nemici, quella brava gente protestò di non voler combattere contra de' proprii nazionali suoi parenti ed amici. Essendo poi cresciuta la domestichezza d'essi Svizzeri con quei dell'armata cesarea, entrò anche il duca in gravi sospetti della lor fede, e giudicò meglio di licenziarli; e però carichi di doni li rimandò alle lor case. Ecco qual fosse allora il concetto di quella gente venale. Erasi anche Massimiliano Cesare staccato dal suo esercito, con ridursi in fine a Trento; e quantunque inviasse promesse di tornar presto, ed anche di mandar nuova somma di danaro, tuttavia, non bastando questa a pagare gli stipendii decorsi, non fu maniera che si potessero ritenere i suoi Svizzeri dal tornare per la Valtellina alle lor montagne, dappoichè ebbero dato il sacco a quante castella trovarono per istrada. Altrettanto fece dipoi il _marchese di Brandeburgo_ con passare in Lamagna. _Marcantonio Colonna_, che co' suoi s'era condotto sul Bergamasco, veggendo il disfacimento di tanta armata, s'affrettò per tornarsene a Verona; ma ebbe sempre alla coda _Mercurio Bua_ con gli stradiotti veneziani, e _Baldassare Signorello_ con ducento cavalli, di maniera che allo arrivo colà si trovò spelato più d'un poco. E questo fine ebbe in poco tempo la impresa d'un re de' Romani e un sì poderoso esercito: se con gloria di quel sovrano, lo deciderà chi legge. Fu in questi tempi che _Carlo duca di Borbone_ passò in Francia, dimettendo il governo di Milano, o perchè dimandò il congedo, o perchè fu forzato a domandarlo per sospetti nati contra di lui. Succedette in quel governo _Odetto di Fois signore di Lautrec_. Appena poi fu fuori di Lombardia la nemica gente tedesca, che esso signor di Lautrec con cinquecento lancie e cinque mila fanti franzesi, e _Andrea Gritti_ coll'armata veneta si presentarono di nuovo, nel dì 16 di maggio, davanti Brescia, dove non si contava più di secento fanti spagnuoli e quattrocento cavalli di presidio; e con quarantotto pezzi d'artiglieria cominciarono a diroccare le mura. Diedero un feroce assalto di due ore alla Garzetta, ma non ne riportarono se non morti e ferite. Continuato poscia il fracasso delle batterie, quel comandante sprovvisto di gente e di viveri, nè sperante soccorso, capitolò la resa, qualora in termine di otto giorni non venisse soccorso, con dare a questo fine gli ostaggi. Tentò veramente Massimiliano di spingere a quella volta molte brigate di fanti, raccolte il meglio che si potè in quella strettezza di tempo; ma queste, trovati i passi ben guerniti di gagliardi presidii, speditivi dal Lautrec e dal Gritti, se ne ritornarono placidamente indietro. Pertanto nel dì 26 di maggio (altri dicono nel dì 24) uscì di Brescia la guarnigione spagnuola, ossia tedesca, con bandiere spiegate, con tre pezzi di artiglieria e tutto il bagaglio, e con loro molti Bresciani del partito cesareo, fra i quali spezialmente la famiglia Gambara. Entrò il vittorioso esercito in quello stesso dì nella città, dove si fecero infinite allegrezze da quel popolo divoto al nome veneto; nè minori furono le fatte dipoi a Venezia per sì importante acquisto. Il Belcaire, che animosamente nega essersi adoperata la forza sotto Brescia, e dà qui una mentita al Giovio, e dovea parimente darla al Guicciardini, s'ingannò forte. Più di lui ne sapeva anche l'Anonimo Padovano, che si trovò presente a queste guerre. Sul principio di giugno il _signor di Lautrec_, per le forti istanze dei Veneziani, passò sul Veronese, per formare l'assedio di quella città. Le genti sue unite colle venete formavano un'armata di mille e ducento uomini d'arme, di due mila cavalli leggieri e dodici mila fanti. Ma alla difesa di Verona stava _Marcantonio Colonna_, divenuto generale di Cesare, con grandi forze, perchè provveduto, secondo l'Anonimo Padovano, di tre mila cavalli leggieri, sei mila fanti tedeschi e mille e cinquecento spagnuoli. Venuto ordine dal senato veneto che si mettesse a sacco quel paese per levare la sussistenza alla città, orrendo spettacolo fu il vedere non solamente i soldati, ma ancora gran gente del Trivisano, Padovano, Vicentino e Bresciano, concorsa a questo inumano e pur delizioso mestiere, che tutti si diedero a tagliar le biade e a saccheggiare e bruciar anche le case dei poveri contadini. Erano per questo in somma disperazione i miseri Veronesi, dentro oppressi da contribuzioni, gravezze e insolenze innumerabili de' soldati, e fuori privati delle loro sostanze colla desolazion di tutto il territorio. Infinita roba e gran copia di bestiame aveano gl'infelici lor villani salvata in Val Polesella; ma eccoti passar l'Adige Franzesi e Veneti, che, penetrati colà, fecero un netto d'ogni cosa. Rallentò poscia questo flagello, perchè giunsero alla Chiusa, e se ne impossessarono sei mila fanti tedeschi (altri dicono otto, ed altri nove mila) spediti in soccorso a Verona. Corse anche voce che quindici mila Svizzeri pagati dal re d'Inghilterra avessero fra poco a calar nello Stato di Milano. Non vi volle di più perchè il Lautrec, preso da spavento, contro il volere de' Veneziani, si ritirasse a Peschiera ricuperata sul Mincio, da dove poi le sue genti faceano continue scorrerie fino alle porte di Verona. Passarono intanto le fanterie tedesche, poco danaro non di meno e poca vettovaglia portando all'afflitta città di Verona; il che fatto, per la maggior parte se ne tornarono al loro paese. Aspettò il Colonna tre mila Svizzeri, inviati anch'essi in aiuto suo, e giunti che furono, con tre mila cavalli e dieci mila fanti passò a Soave, dove si fermò otto giorni, con dar tempo e sicurezza a que' popoli di fare i raccolti di quel poco che loro era restato, e tutto poi fece condurre in Verona. Pensava di far lo stesso verso il Mantovano; ma, tumultuando gli Svizzeri e Tedeschi per mancanza di paghe, fu costretto a licenziar tutti gli ultimamente venuti, parte de' quali passò poi al servigio de' Veneziani. Andarono in questi tempi i Franzesi sul Mirandolese, con disegno di cacciar da quella forte terra _Gian-Francesco Pico_, il quale già v'era rientrato con farne uscire il nipote _Galeotto_. Finì tutto il lor movimento in saccheggi, non solo di quel paese, ma di tutto quel tratto del Mantovano, per dove passarono andando e venendo. Nè già vantavano miglior legge i loro nemici. Marcantonio Colonna, sul principio di luglio, partito segretamente di notte da Verona con sette mila fanti tedeschi e cinquecento cavalli, all'improvviso giunse a Vicenza, e per forza entratovi, tutta la mise a sacco, asportandone spezialmente la seta, che era il maggior capitale di quel tante volte spogliato popolo. Queste erano le sacrileghe maniere d'allora per soddisfare in qualche guisa i non pagati soldati. Crescevano intanto le angherie, le taglie e la carestia nell'infelice popolo di Verona, indarno servendo i conforti del Colonna, perchè fatti bisognavano, e non parole. Informati dunque i Veneziani del miserabile stato di quella città, cotante istanze fecero, che il _signor di Lautrec_ s'indusse di nuovo a rinnovarne l'assedio. Volle egli prima d'ogni altra cosa impadronirsi della Chiusa, per impedir ai soccorsi che potessero venir di Lamagna; poscia nel dì 20 d'agosto si avvicinò col campo a quell'afflitta città, e da più parti cominciò a batterla colle artiglierie. Maravigliosa fu la difesa del Colonnese per li ripari che continuamente formava di dentro, e per le sortite che con danno degli assedianti facea al di fuori. Mancò la polve da fuoco ai Gallo-Veneti, e già n'era giunta da Venezia a Lignago una gran condotta sopra carri. Non si sa se per malizia, o per altro accidente, le si attaccò il fuoco, e vi perirono non solamente cento e ottanta vasi d'essa polve, ma anche tutte le carra, molti uomini, buoi, ed altre cose condotte per bisogno di quell'impresa. Fu, ciò non ostante, provveduto e proseguito con vigore l'assedio, ed anche più la difesa, con immortal gloria di _Marcantonio Colonna_, che a tutte le breccie, a tutti gli assalti accorrendo, sempre mirabilmente provvide, e, benchè ne riportasse un dì un'archibugiata, seppe con sì bel modo e segretezza farsi curare, che nella guarnigione niun disordine insorse. Durò questa danza fino a mezzo ottobre, finattantochè giunse nuova che da Trento veniva un grosso soccorso a Verona: il che tanto terrore mise nel campo gallo-veneto, che tutti chi qua e chi là ordinatamente si misero in salvo. Però, passati per la montagna di Perona circa ottocento cavalli tedeschi, carichi di vettovaglie e munizioni, felicemente arrivarono a Verona. Oltre a ciò ben circa cinque mila Tedeschi espugnarono la Chiusa, con tagliare a pezzi il presidio veneto; ed aperto quel passo, spinsero poi gran quantità d'altri viveri sopra zatte per l'Adige alla medesima città, che recarono gran sollievo non meno ai soldati che agl'infelici cittadini. Non si potea dar pace il senato veneto al vedere saltar fuori ogni dì nuove remore alla ricuperazion di Verona; e tanto più s'impazientavano, perchè gagliardamente si trattava in Brusselles pace fra _Massimiliano Cesare_, _Francesco re di Francia_ e _Carlo re di Spagna_, non sapendo qual destino potesse toccare alla tuttavia pertinace città. Non cessavano di spronare il Lautrec a ripigliar l'impresa; e perchè egli allegava la mancanza delle paghe all'esercito suo, astretti furono i Veneziani anche a questa esorbitante spesa, per cui si ridusse la lor costanza a mettere all'incanto le dignità, gli uffizii e magistrati non men di Venezia che di terra ferma, e a vendere od impegnare gli stabili della repubblica. E continuarono bensì la guerra, con impedir la venuta d'altri soccorsi a Verona, ma senza per questo poterla costrignere alla resa. Gravissimo danno patì in tale occasione la città e il territorio di Brescia, perchè gli convenne alimentar nobilmente l'esercito franzese con ispesa di più di cinquecento ducati d'oro per giorno. Con tante vicende e guai terminò ancora l'anno presente, in cui non si dee tacere un gravissimo pericolo incorso da _papa Leone_, e narrato dal contemporaneo Anonimo Padovano nella sua Storia manuscritta. Era ito esso pontefice nel mese d'aprile per diporto a Civita (mi immagino che sia Cività Lavinia), quando poco discosto di là diciotto fuste di Mori, smontati in terra ferma, fecero una larga scorreria, con ridurre in ischiavitù gran quantità di gente. Intenzion loro, per quanto apparve, era di cogliere lo stesso papa, probabilmente da qualche scellerato informati che egli praticava in quelle parti. Spaventato il pontefice, ebbe tempo di scappare piucchè in fretta a Roma. Che orrore! che terribili conseguenze, se riusciva a quei Barbari un sì gran colpo! Dolenti essi, per non aver colto quanto speravano, voltarono le prore all'isola della Elba, ch'era del signor di Piombino, e spogliatala di ogni bene, se ne tornarono in Africa. Delle leghe fatte in quest'anno parleremo all'anno seguente. NOTE: [391] Antichità Estensi, P. II, pag. 320. [392] Guicciardino. Ammirat. Nardi. Raynaldus, Annal. Eccl. Anonimo Padovano. Anno di CRISTO MDXVII. Indizione V. LEONE X papa 5. MASSIMILIANO I re de' Rom. 25. Ebbe fine in quest'anno il concilio lateranense, dove furono fatti molti bei regolamenti di ecclesiastica disciplina, ma non quali occorrevano e si desideravano da' migliori per la correzion dei tanti abusi che allora deformavano la Chiesa di Dio, benchè salda stesse la vera dottrina di Cristo per tutte le chiese d'Occidente. Non abbiam vergogna di confessarlo, dappoichè tanti piissimi cattolici l'han confessato. Pur troppo quegli abusi misero le armi in mano a Martino Lutero, frate agostiniano in Sassonia, per cominciare nel presente anno a imperversare contro la Chiesa cattolica, aprendo la porta non solo ad un massimo deplorabile scisma, ma ad infinite eresie, che come la finta idra andarono poi pullulando, e divise fra loro infestano tuttavia tanti popoli del settentrione. Il gran mercato che si faceva allora delle indulgenze, per raunar danaro in tutta la cristianità d'occidente, in apparenza per la fabbrica della basilica vaticana, ma in sostanza anche per altri mondani fini, quel fu che accese un fuoco in Germania, che, di giorno in giorno sempre più crescendo, arrivò a formar quella gran piaga nella Chiesa del Signore che tuttavia deploriamo, e che Dio solo saprà saldare, quando gli alti suoi giudizii saranno adempiuti. Ma perchè questo è argomento spettante alla storia ecclesiastica, passiamo oltre. Le turbolenze degli anni addietro, e i pubblici e i privati interessi de' potentati cristiani aveano nel precedente anno tenuta molto in esercizio la politica de' gabinetti. L'accrescimento della potenza franzese in Italia con occhio bieco veniva riguardata da _papa Leone_, da _Massimiliano Cesare_, da _Arrigo re d'Inghilterra_ e da _Carlo re di Spagna_, ma principalmente dagli _Svizzeri_, che, dopo aver cavato tanto sangue dallo Stato di Milano, ora che questo era caduto in mano di un re sì potente, miravano come seccato il fonte della loro ricchezza. Però il _cardinale di Sion_ s'era sbracciato con più viaggi e maneggi per formare una lega, e gli venne fatto di conchiuderla nel dì 19 d'ottobre del 1516[393] fra il suddetto _Massimiliano_, il _re d'Inghilterra_ e il _re di Spagna_, con lasciar luogo d'entrarvi al _papa_, il quale l'avea procurata, per valersene come portasse l'occasione. Dall'altro canto anche _Francesco re di Francia_ non istette in ozio per contraminare questi trattati, ben conoscendoli formati contra di lui. Tanto operò con gli Svizzeri, che, nel dì 29 di novembre di esso anno, a forza d'oro, trasse quella nazione ad una pace perpetua col regno di Francia. Anzi molto prima ancora aveva intavolato un altro negoziato di pace con _Massimiliano_ e col re _Carlo_ suo nipote, che fu bene in certa maniera conchiuso nei dì 15 di agosto, ma che solamente acquistò perfezione nel dì 4 di dicembre 1516, in cui fu ratificato da esso Cesare, sempre voglioso, sempre bisognoso di danaro. Fra l'altre convenzioni v'era, che Riva di Trento, Rovereto e Gradisca restassero in dominio di Massimiliano, e che, cedendo egli al re Cristianissimo Verona, questi gli avesse a pagare cento mila scudi d'oro, ed altrettanti i Veneziani. Però nei primi giorni di quest'anno comparve a Verona _Bernardo vescovo di Trento_, colla facoltà di fare la restituzion di quella città. Insorsero ben discordie intorno al giorno in cui si avea da far la consegna, e la guarnigione tumultuò, perchè dimandava le paghe: pure nel dì 16 (altri dicono nel dì 15) di gennaio data fu la tenuta di Verona al _signor di Lautrec_, uscendone il vescovo e _Marcantonio Colonna_ con tutta sua gente. Passati poi tre giorni, il Lautrec consegnò essa città ad _Andrea Gritti_, che la accettò a nome del senato veneto, e ben regalato si ridusse nello Stato di Milano. Infinite allegrezze fecero i Veronesi, liberati dall'insoffribil giogo dell'armi straniere. E tal fine ebbe la lega di Cambrai, e la lunga e crudel guerra originata da essa, per cui non si può dire quanti tesori, quanto sangue spendessero tanti principi della cristianità, e quanti disastri e desolazioni patisse tutta la Lombardia. Maraviglia fu che in mezzo a sì potente e lungo turbine potesse sostenersi la repubblica veneta; ma quanto più terribile fu il suo pericolo, tanto maggior divenne la sua gloria; perchè, quantunque perdesse qualche porzione dell'antico suo dominio, pur seppe e potè conservare la maggior parte e il meglio delle sue signorie in terra ferma. Dopo una sì solenne ed universal pace pareva oramai che l'Italia avesse a respirare, ma fallirono questi conti; perciocchè _Francesco Maria_, già _duca d'Urbino_, dimorante in Mantova, esule da' suoi Stati, sentendo il mal governo che facea _Lorenzo de Medici_, e invitato da chiunque gli era affezionato e fedele, si accinse a ricuperar quel ducato. Fu a ciò anche istigato da _Federigo Gonzaga signor di Bozzolo_ e condottier d'armi assai rinomato, per vendicarsi di un affronto che pretendeva a sè fatto dal suddetto Lorenzo. Giacchè la pace dovea far cassare non poche brigate di soldati, e questi avvezzi all'onorato mestier della guerra, delle prede e rapine, avrebbono cercato chi desse loro soldo, nello stesso tempo che si trattava della restituzion di Verona, se l'intese esso Francesco Maria co' caporali spagnuoli e tedeschi, e prese al suo servigio cinque mila fanti dei primi, e tre mila altri italiani con mille e cinquecento cavalli. Il _marchese di Mantova_ gli somministrò buona copia di danaro. Però con questa armata, picciola di numero, ma considerabile pel suo valore, poco dopo la resa di Verona s'avviò alla volta de' suoi Stati con tal celerità, che non ebbero tempo per opporsegli le genti del papa e di Lorenzo de Medici che erano in Ravenna e Rimini. Passato per la via del Furlo, in poco tempo ebbe alla sua divozion Urbino con tutto il ducato, eccettuata la fortezza di San Leo. Ma non già Pesaro, Sinigaglia, Gradara e Mondavio, terre separate da quel ducato, perchè _Renzo da Ceri_, che v'inviò gran gente di presidio, le sostenne. Intanto Lorenzo de Medici alle milizie italiane, tanto sue che de' Fiorentini, unì due mila e cinquecento fanti tedeschi, e più di quattro mila fanti guasconi, che aveano servito nell'armata di Lautrec. L'Anonimo Padovano dice ducento lancie e due mila Guasconi, comandati dal _signore di Scudo_. I capitani di questo esercito erano _Renzo da Ceri_, _Vitello da Città di Castello_ e il _conte Guido Rangone_; ed ascese questa armata fino a mille uomini d'armi, mille cavalli leggieri e quindici mila fanti, che pareano atti ad inghiottire il duca d'Urbino. Era insospettito forte il papa che il re di Francia tenesse mano segretamente in questa guerra; ma il re, per disingannarlo, mandò i suoi ministri a Roma, affinchè trattassero lega col pontefice, che infatti fu stabilita. Fu in tal congiuntura fatta gagliarda istanza a papa Leone, perchè restituisse Modena, Reggio e Rubiera ad _Alfonso duca_ di Ferrara, secondochè ne avea date in Bologna tante promesse, non mai eseguite. Promise il papa con un breve di restituirle nello spazio di sette mesi, ma con intenzione di nulla farne, se cessavano i presenti pericoli, siccome infatti avvenne, perchè l'osservar la parola non fu mai contato fra le virtù di questo pontefice. Continuò dipoi con varie vicende la guerra, diffusamente descritta dal Guicciardini. Altro non ne rapporterò io, se non che trovandosi Lorenzo de Medici nel mese di giugno all'assedio di Mondolfo, fu colpito nella sommità del capo da una palla di archibuso; pel qual colpo gli convenne star molti giorni in letto: il che fu cagione che i suoi soldati più pensassero a saccheggiare il paese che a cercar vittoria. Spedito dal papa il _cardinal Giulio de Medici_ suo cugino al comando di quell'armata, appena giunto egli colà, insorse una quistione tra i fanti italiani e tedeschi, per cui seguirono ammazzamenti e saccheggi non pochi, e fu forza dividere quelle nazioni tra Rimini e Pesaro. Accadde ancora che il duca Francesco Maria, tenendo segrete intelligenze col corpo degli Spagnuoli, militanti per la Chiesa, arrivò una mattina improvvisamente ai loro alloggiamenti. Parte di essi scappò a Pesaro, e l'altra parte andò ad unirsi con lui. Dopo di che assaltò il campo de' Tedeschi, dove secento d'essi restarono morti o feriti. Non andò molto che anche un'altra buona frotta di Guasconi passò nell'armata d'esso duca. Trovavasi assai forte di gente _Francesco Maria_, ma esausto affatto di pecunia, requisito troppo importante agl'impegni della guerra. Ne penuriava anche _papa Leone_, ma seppe trovar maniera di ricavarne, con fare nel dì primo di luglio la promozione di trentuno cardinali, fra i quali molti di gran merito pel loro sapere o nobiltà. Dagli altri creati per altri motivi ricavò la somma di ducento mila ducati d'oro, che mirabilmente servirono a terminar la guerra d'Urbino. Imperciocchè, ossia che l'accorto cardinal Giulio de Medici sapesse sotto mano guadagnar gli Spagnuoli che erano al servigio di Francesco Maria, o che s'interponesse _don Ugo di Moncada_ vicerè di Sicilia, per istaccarli da lui: certo è che esso duca entrato in diffidenza de' medesimi, e conosciuto di non potersi sostenere contro le forze del papa, aiutato dai re di Francia e di Spagna, diede orecchio ad un miserabile accomodamento; per cui il pontefice si obbligò di pagare ai fanti spagnuoli quarantacinque mila ducati d'oro, e sessanta mila ai fanti guasconi; e che esso Francesco Maria potesse passar liberamente a Mantova con tutte le sue robe, colle artiglierie e colla famosa libreria, messa insieme da _Federigo I duca_ di Urbino, avolo suo materno: il che fu eseguito. Così terminò la presente guerra, durata quasi otto mesi, per cui spese il pontefice circa ottocento mila ducati di oro, la maggior parte nondimeno, come vuole il Guicciardini, pagata dai Fiorentini, i quali fecero in tale occasione una trista figura, siccome divenuti schiavi della casa de Medici. Furono poi confiscati i beni di moltissimi nobili del ducato d'Urbino, che s'erano mostrati favorevoli a Francesco Maria, e vennero atterrate nel seguente anno le mura d'Urbino, Fossombrone e Mondolfo, acciocchè non avessero quegli abitanti coraggio di ribellarsi in avvenire. Lorenzo de Medici colà tornò duca. Appartiene a quest'anno un esecrando avvenimento, cioè la congiura di _Alfonso Petrucci cardinale_ di Siena contro la persona del pontefice Leone. Era inviperito questo porporato, perchè il papa avesse fatto cacciar di Siena _Borghese_ suo fratello, quasi signore di quella città, e privato lui stesso delle rendite paterne. Crebbe tanto questo sacrilego odio, che più volte pensò d'uccidere lo stesso papa nel concistoro, oppure alla caccia; ma infine s'appigliò al partito di farlo avvelenare per mezzo di Batista da Vercelli chirurgo, se potea giugnere a medicar una fistola antica, che il papa avea ne' confini delle natiche. Fu scoperta questa infame trama, preso il cardinale con varii complici, provato il delitto, per cui in castello Sant'Angelo gli venne tagliato il capo. _Bendinello de' Sauli_ cardinal genovese, siccome convinto che il Petrucci gli avesse rivelata la scellerata sua intenzione, fu privato della dignità del cardinalato, e condannato a una perpetua prigione. Questi poi col danaro ricuperò la libertà e il cappello, ma perchè poco tempo dappoi mancò di vita, attribuirono i maligni la morte sua a veleno. A _Raffaello Riario cardinale_ di San Giorgio e camerlengo per la stessa ragione tolto fu il cappello, ma restituito da lì a non molto tempo per grossissima quantità di danaro. Adriano cardinale di Corneto, benchè gli fosse perdonato, diffidando di sua vita, se ne fuggì, nè si seppe dove incognito andasse a terminare i suoi giorni. Gran dire cagionò dappertutto questo nero attentato. Nel presente anno a' dì 8 di ottobre _Francesco re di Francia_ rinnovò la lega offensiva e difensiva colla _republica di Venezia_. NOTE: [393] Du-Mont, Corps Diplomat., tom. 4, P. I. Anno di CRISTO MDXVIII. Indizione VI. LEONE X papa 6. MASSIMILIANO I re de' Romani 26. Fu questo dopo tante guerre un anno di pace tanto in Italia, quanto negli altri regni cristiani, se non che gran timore era in Roma e ne' popoli italiani che il gran Sultano de' Turchi Selim volgesse le armi contro le provincie cristiane. _Papa Leone_, affinchè questo tiranno non trovasse sprovvedute le contrade cristiane, più che mai si diede ad incitare i monarchi battezzati ad una lega, non solamente per fargli fronte occorrendo, ma anche per invadere preventivamente da più parti i di lui Stati. A questo fine spedì a _Massimiliano Cesare_ il _cardinale di San Sisto_, ed altri cardinali di grande autorità ai _re di Francia_, _Spagna_ ed _Inghilterra_, avendo prima intimata una tregua di cinque anni ad essi e a tutti gli altri principi cristiani. Andarono questi legati, ma nulla operarono di sostanziale per sì rilevante affare, se non che furono intimate le decime al clero, ed anche ben pagate, ma senza che queste s'impiegassero poi contro il nemico comune. Pensava ognun di que' monarchi a' proprii interessi più che a quelli della cristianità. Eppure, se mai giusto fu il timore della potenza turchesca, certamente fu in questo tempo. Imperocchè regnava Selim, uno de' più feroci e crudeli sultani di quella nazione. Invasato costui dallo spirito de' conquistatori e dall'amor della gloria, avea già sì dilatato il suo imperio, che oramai ognun diffidava di resistergli. Principi di gran potenza per più secoli erano stati fin qui i sultani, ossia soldani d'Egitto, siccome possessori non solo di quel vasto e fertilissimo paese, ma anche della Palestina, Soria e di una parte dell'Arabia, e guerniti sempre d'un possente esercito di Mammalucchi, non dissimili dai giannizzeri turcheschi. S'invogliò Selim di stendere la sua signoria sopra quelle ricchissime contrade, e però, ammassato un formidabile esercito, fingendo di volerla contro il sofì di Persia, già da lui sconfitto, all'improvviso piombò addosso a Damasco e alle altre città di Soria, delle quali, non men che di Gerusalemme, s'impadronì. Spinse poi l'armi vittoriose contro il sultano di Egitto, che restò sconfitto e ucciso in una gran battaglia. Succeduto a lui un altro sultano, fu anch'egli preso e fatto ignominiosamente morire. In una parola, con infinito spargimento di sangue e di crudeltà e saccheggi innumerabili rimase distrutta affatto la monarchia di que' soldani, e tutto il loro impero sottoposto al giogo de' Turchi. Tanti progressi del tiranno d'Oriente, e per li quali venne egli a raddoppiar le entrate della sua camera, e che spezialmente accaddero ne' due prossimi passati anni, bastavano bene ad atterrir l'Italia, e chiunque era confinante alla smisurata potenza di Selimo. Ma si aggiunse ch'egli si diede ad armare una bella flotta di navi: segno ch'egli meditava qualche grande impresa contro i Cristiani. Però avea ben ragion di temere papa Leone. Fece egli fare in Roma solenni processioni di penitenza, alle quali anche intervenne con pie' nudi, e non tralasciò diligenza veruna per muovere i potentati della Cristianità ad una lega e crociata contra di un sì forte non mai sazio conquistatore. Ma in mezzo a questi timori non dimenticava esso pontefice l'ingrandimento della propria casa. Aveva egli già concertato l'accasamento di _Lorenzo duca di Urbino_ suo nipote con _madama Maddalena_ della casa de' duchi o conti di Bologna in Piccardia. I Sammartani la chiamano[394] Maddalena della Torre contessa d'Auvergne, e il Belcaire[395] la dice figlia d'una sorella di _Francesco Borbone duca di Vandomo_, di sangue reale. Venuta la primavera di quest'anno, Lorenzo, passato a Firenze, ivi fece un suntuoso preparamento per la sua andata in Francia. Secondo l'Anonimo Padovano, seco condusse cinquecento cavalli ed infiniti carriaggi. Era in questo tempo nato a _Francesco I re_ di Francia un figlio maschio, che fu poi _Francesco II_; e perchè egli attendeva a guadagnarsi sempre più la benevolenza del papa sulla speranza d'averlo propizio per la difesa dello Stato di Milano, desiderò che esso pontefice fosse padrino al battesimo del figliuolo. Per questa cagione, siccome scrive il Guicciardini, Lorenzo affrettato a compiere quel viaggio, avendo prese le poste arrivò a Parigi, dove, nel dì 25 d'aprile, con _Antonio duca di Lorena_ e _Margherita d'Alenzon_ sorella del re tenne al sacro fonte il nato Delfino. Furono in tal congiuntura per dieci giorni fatte immense allegrezze, banchetti, giostre e tornei, ne' quali anche Lorenzo si fece conoscere valoroso cavaliere. Furono poi celebrate con regal pompa le di lui nozze; nè il re Cristianissimo lasciò indietro onore alcuno che non compartisse a lui, massimamente all'udire le grandi proteste ch'egli fece d'un perpetuo attaccamento suo e del pontefice alla di lui corona. Portò in questa occasione Lorenzo un breve del papa che concedeva al re di potere ad arbitrio suo valersi delle decime raccolte per la meditata crociata, con obbligo poi di restituir quel danaro quando si avesse a proceder contra del Turco. Ed ecco dove andavano a finire tanti sussidii del clero: il che faceva poi gridare i partigiani della nascente eresia di Lutero, i quali arrabbiatamente declamavano contra il progetto d'essa crociata. Venne poi Lorenzo colla consorte per mare a Livorno, ed indi a Firenze, dove per otto giorni continui si fecero incredibili suntuose allegrezze. Cresceva intanto a furia l'incendio commosso in Germania dal suddetto Lutero, perchè sostenuto da _Federigo duca di Sassonia_. Perciò papa Leone giudicò bene d'inviare in Germania _Tommaso da Vio cardinale_, insigne teologo scolastico di questi tempi, appellato il cardinal Gaetano. Andò egli: seco s'abboccò Lutero: si venne alle dispute sopra le indulgenze; ma infine il porporato si trovò deluso. Lutero, uomo pien di alterigia, avea cominciata la guerra alla Chiesa sua madre, era risoluto di continuarla, perchè si sentiva sicure le spalle; nè un cervello sì bollente e superbo si sarebbe mai ridotto a disdirsi. Stette _Alfonso duca_ di Ferrara aspettando con impazienza che passassero i sette mesi che papa Leone s'era preso di tempo col re di Francia per restituirgli Modena, Reggio e Rubiera. Ma passò altro che sette mesi, senza che se ne vedesse esecuzione alcuna. Ne fece egli istanze a Roma, e si trovò che le promesse di questo pontefice, anche autenticate da strumenti e brevi, solamente significavano di voler fare quello che tornasse il conto a lui, e non altrimenti. Determinò per questo il duca, nel dì 14 di novembre, di portarsi in persona a Parigi per implorar di nuovo la protezione del re, e tornò di colà nel seguente febbraio con buona provvision di parole, perchè in que' tempi si guardava ognuno dal disgustare un papa, e molto più premeva a quel re di tenerselo amico, dacchè era divenuto signor di Milano. NOTE: [394] Sammarthan., Histoire de la Maison de France. [395] Belcaire, Commentar. Rerum Gallicar., lib. 16. Anno di CRISTO MDXIX. Indizione VII. LEONE X papa 7. CARLO V imperadore 1. Nel dì 12 del presente anno terminò il corso di sua vita _Massimiliano re dei Romani_: principe che in pietà, clemenza ed altre virtù, non si lasciò vincere da alcuno, e che vide ben favorita la sua casa dalla fortuna, ma senza ch'egli sapesse profittar d'altre favorevoli occasioni che esigevano più costanza, maggiore attività e miglior uso del danaro ch'egli prodigamente spendeva, senza poi trovarlo al bisogno. S'egli fosse più lungamente vissuto, era da sperare che il suo zelo e potere avesse estinto in fasce lo scisma incominciato da Lutero, il quale appunto, nell'interregno, prese maggior vigore. Grandi maneggi furono fatti dai due principi che sopra gli altri aspiravano a quella gran dignità, cioè da _Carlo V re di Spagna_, delle due Sicilie, delle Indie Occidentali, e signore della Borgogna, de' Paesi-Bassi e d'altri molti Stati, nel quale era caduto eziandio tutto il retaggio della nobilissima casa d'Austria per la morte del suddetto avolo suo; e _Francesco I_, re del floridissimo regno di Francia, duca di Milano, e signore di Genova. Studioso cadaun di essi di guadagnare i voti degli elettori, e spezialmente il re Francesco con grosse offerte di danari (che questa sola buona ragione aveva egli dal suo canto) cercò di ottenere il pallio. Ma perchè l'essere Carlo di nazion germanica, portava nelle bilance di ognuno troppa superiorità alle pretensioni dell'altro; e perchè ai principi della Germania recava più timore la potenza unita di un re di Francia, che la disunita di Carlo Austriaco; perciò nel dì 28 di giugno con bastanti voti restò proclamato re di Germania e re de' Romani, ossia imperadore eletto, esso _Carlo V_. Nei secoli addietro non prendevano i re di Germania il titolo d'_imperadore_, se non dappoichè aveano ricevuta la corona romana, siccome si è potuto vedere in tanti esempli de' secoli antecedenti. Cominciò Massimiliano ad intitolarsi _imperadore eletto_, trovandosi in vari suoi documenti questo titolo, benchè in altri si vegga quel solo di _re de' Romani_. Ma Carlo V da lì innanzi altro titolo non usò che quello di _eletto imperador de' Romani_. Nel che è stato imitato dai suoi augusti successori, con lasciar anche nella penna la parola _eletto_. Perciò a me ancora sarà lecito di chiamarli tali in avvenire, ancorchè niun d'essi, fuorchè lo stesso Carlo V, ricevesse o ricercasse mai l'imperiale corona di Roma. Non fu difficile agl'intendenti delle cose del mondo il presagire, che poco sarebbe per durar la pace fra il novello Augusto e Francesco re di Francia, per gara di gloria, o per interesse di Stato. Si trovavano amendue giovani e potenti: l'esaltazione dell'uno era troppo rincresciuta all'altro. Il Belcaire[396] fa un ritratto di questi due principi. Egregie doti concorrevano in _Francesco_, ma insieme due considerabili vizii, cioè un eccessivo desio di gloria, congiunto con una somma stima di sè medesimo, e una smoderata libidine. Della sua grazia spezialmente godeano gli adulatori. Il gravar di nuove imposte i sudditi, per far sempre nuove guerre, a lui pareva un nulla; nel che cominciò a non voler punto ascoltare il consiglio de' pari e de' parlamenti, con gloriarsi ancora di aver egli cavato dalla minorità, ed esentato dai tutori il regno di Francia. In _Carlo V_ all'incontro si univa la gravità con un perspicace ingegno, con molta moderazion delle passioni, e con altre virtù atte a formare un insigne rettor di popoli, se non che anche in lui l'amor della gloria il portò sempre alle guerre, e talvolta ad anteporre l'utile all'onesto. L'emulazione di questi due monarchi, che poi passò in odio, non produsse nell'anno presente alcun litigio tra loro, ma si andò disponendo per partorirne. Qual fosse l'ansietà di _papa Leone_ per esaltare la propria casa, l'abbiam di sopra accennato. Ma ad altri tempi, e non ai suoi, era riserbato il compimento de' suoi desiderii. Cadde infermo in Firenze _Lorenzo de Medici duca_ d'Urbino, suo nipote. L'Ammirati dice[397] di mal franzese, e che la sua lunga ed acerba infermità il trasse finalmente a morte nel dì 28 d'aprile. Io non so mai come nella Storia del Nardi[398] sia scritto che egli passò all'altra vita a' dì 4 di maggio del 1518. Sarà errore di stampa. Pochi giorni prima era pure morta di parto _madama Maddalena_ sua consorte, con lasciare dopo di sè una figliuola che, appellata _Catterina_, vedremo, a suo tempo, regina di Francia. Dai più de' Fiorentini fu con interno segreto giubilo solennizzata la sua morte, perchè credenza vi era, che questo nipote pontifizio, il quale non solo primeggiava in quella città, ma n'era il principal direttore, pensasse a farsene signore. Sicchè terminata in lui la legittima discendenza di _Cosimo de Medici_ il Magnifico, parve che venisse meno al papa ogni speranza di propagare ed ingrandir la sua linea; perciocchè è ben vero, che di Lorenzo restò un figlio bastardo, per nome _Alessandro_, il quale noi vedremo, a suo tempo, duca di Firenze; ma Leone X non ne facea in questi tempi molta stima, siccome neppure pensava a promuovere i discendenti da _Lorenzo_ fratello del suddetto Cosimo, nella qual linea vivea allora _Giovanni de Medici_, personaggio di raro valore, a cui appunto nel dì 11 di giugno del presente anno nacque _Cosimo_ che siccome vedremo, arrivò ad essere gran duca di Toscana. Perciò il papa riunì alla Chiesa il ducato d'Urbino, Pesaro e Sinigaglia, e solamente mandò a Firenze il _cardinal Giulio de Medici_, acciocchè ivi comandasse le feste, e conservasse il lustro e la potenza della casa de' Medici in quella nobil città. In ricompensa ancora delle tante spese fatte dalla repubblica fiorentina, per occupare e ricuperare in favore del defunto Lorenzo il ducato di Urbino, le concedette la fortezza di San Leo e tutto il Montefeltro. Ma quantunque nella morte del nipote rimanessero troncate le idee del pontefice d'ingrandire la propria famiglia, non cessavano già, anzi presero dipoi maggior vigore le altre ch'egli nudriva di accrescere la potenza temporale della Chiesa romana, per emulazione alla gloria di _papa Giulio II_; giacchè, come nota il Guicciardini, l'ambizione de' sacerdoti non era in questi tempi, ed anche prima, da meno di quella dei secolari. Già vedemmo papa Leone più volte obbligato a restituire Modena e Reggio ad _Alfonso duca_ di Ferrara. Invece di far questo, andava egli sempre meditando di spogliarlo ancora di Ferrara, e non già con armi manifeste, ma con insidie. E gli si presentò occasione di eseguir sì ingiusto disegno; imperciocchè fu preso il duca nel novembre di quest'anno da una lunga e pericolosa malattia, per cui si sparse voce che fosse disperata sua vita. Avvertitone il papa, e sapendo che il _cardinal Ippolito_ fratello del duca, atto a sostener la città, si trovava al suo arcivescovato di Strigonia in Ungheria, diede commissione ad _Alessandro Fregoso vescovo_ di Ventimiglia, abitante allora in Bologna, che, fingendo di voler entrare per forza in Genova, ammassasse genti d'armi, e se la intendesse con _Alberto Pio_, signor di Carpi, nemico giurato della casa d'Este. Con circa sei mila tra cavalli e fanti passò questo buon ecclesiastico, per effettuare l'ordito tradimento, verso la Concordia, facendo vista di volerla contro quella terra. Avea noleggiato eziandio molte barche, per passare il Po alla bocca del fiume Secchia. Ma _Federigo marchese_ di Mantova, che stava attento agli andamenti di quelle soldatesche, venne scoprendo la mena, e per uomo apposta ne spedì tosto l'avviso al duca Alfonso suo zio. Stava allora senza sospetto il convalescente duca, nè tardò a raddoppiar le guardie e le precauzioni alla città, dove si trovò che circa quaranta braccia di muro di essa erano cadute. Si fecero anche ritirare all'altra riva tutte le barche destinate a quel tentativo: provvisione che indusse il vescovo Fregoso a ritornarsene indietro colle pive nel sacco. Poco fa si è nominato Federigo marchese di Mantova, e qui conviene avvertire, che, a' dì 20 di febbraio del presente anno, dopo lunga malattia, mancò di vita il _marchese Francesco_ suo padre: principe che in tante azioni avea dati segni di gran valore, e col suo moderato governo s'era comperato l'affetto de' suoi popoli. Lasciò dopo di sè _Federigo_ primogenito, che a lui succedette nel dominio; _Ercole_ che fu poi cardinale; e _don Ferrante_ che fu duca di Molfetta, Guastalla, ec., e gran nome acquistò fra i capitani del secolo presente. Anno di CRISTO MDXX. Indiz. VIII. LEONE X papa 8. CARLO V imperadore 2. Trovavasi ne' suoi regni di Spagna _Carlo V_, allorchè seguì l'elezione di lui in re de' Romani, ossia imperadore. Essendosi egli preparato per venire a prendere la corona germanica, passò in questo anno per mare con flotta magnifica alla volta di Fiandra, e prima diede una scorsa in Inghilterra per abboccarsi col _re Arrigo VIII_, con cui acconciò i suoi interessi, e di là poi sbarcò ne' Paesi Passi, dove incredibil fu il concorso de' principi, degli ambasciatori e della nobiltà, per complimentarlo. Venuto l'ottobre, si trasferì ad Aquisgrana, dove con somma magnificenza ricevè la prima corona dell'imperio nel dì 24 d'esso mese. Di non lieve negligenza accusar si può Pietro Messia, che nella vita di questo gloriosissimo augusto il vuol coronato nel dì 24 di febbraio, giorno di san Mattia, siccome ancora chi ciò mette al dì 15 di giugno. Intanto sempre più insolentiva Martino Lutero in Germania. Dal far guerra agli abusi della corte di Roma, era egli passato a farla ancora contro la Chiesa cattolica, riprovando ora uno, ora altro degli antichissimi suoi dogmi. Perciò _papa Leone X_ non potè più ritenersi dal procedere contro un sì fiero laceratore della vigna del Signore. Pubblicò egli nel dì 16 di giugno una bolla, in cui condennati molti degli errori d'esso Lutero, fulminò le censure contra di lui e di tutti i suoi aderenti, il numero de' quali era già divenuto formidabile in Germania con iscoprirsi tale anche _Federigo duca di Sassonia_. Ma questo incendio, a smorzar il quale non furono sul principio adoperati valevoli mezzi, tal piede avea preso, che non solo non cessò con tutti i fulmini del Vaticano, e con tutte le prediche degli zelanti cattolici, ma si andò sempre più rinforzando, trovandolo utile i principi, per occupar gl'immensi beni degli ecclesiastici; gustoso gli stessi ecclesiastici, perchè dispensati dalla continenza; e soave i secolari, perchè sgravati da varii digiuni e da altri salutevoli istituti della Chiesa cattolica. Ma intorno a questa lagrimevol tragedia può il lettore consigliarsi colla storia ecclesiastica. Allorchè maggiormente paventava la Cristianità per li terribili apparati di guerra che faceva Selimo tiranno dell'Oriente, e mentre già si provavano ne' confini della Croazia e Dalmazia furiose scorrerie di Turchi, con credersi anche imminente l'assedio di Rodi, posseduto dai cavalieri, detti oggidì di Malta: allo improvviso vennero ordini da Costantinopoli, che si sciogliesse quel grande armamento per mare, e che le milizie tornassero alle lor case. La cagion di ciò fu che a quel feroce sultano una pericolosa ulcera nelle reni cominciò a far guerra, per cui calò a lui la voglia di muoverla contro i cristiani. Venuto poi l'autunno, cotanto crebbe il suo malore, che restò colla morte di lui libero il mondo dal timore di sì sanguinario regnante, glorioso bensì fra i suoi per tante vittorie e conquiste, ma infame per la crudeltà usata contro gli stessi suoi parenti e fratelli, e fin contra del proprio padre. Succedette nell'imperio turchesco Solimano suo figlio, gran flagello anch'esso, siccome vedremo, dei popoli cristiani. Per questa mutazion di cose in Levante respirò Roma e l'Italia tutta. Altro avvenimento degno di qualche memoria, accaduto in Italia nel presente pacifico anno, non ci somministra l'istoria, fuorchè quanto avvenne a _Gian-Paolo Baglione_ che avea fatta in addietro sì gran figura fra gl'Italiani come condottier d'armi, e come signore o tiranno di Perugia sua patria. Dall'Anonimo Padovano scrittore contemporaneo, ci vien dipinto come tiranno non solo di quella città, ma di tutti i luoghi circonvicini, uomo empio, senza fede, e, per dir tutto in una parola, mostro di natura orrendissimo. Se di tutto egli fosse reo, nol saprei dire. Cessata la guerra, era egli ritornato alla patria. Pazientò un pezzo _papa Leone_ questo mal arnese, ma, stimolato da tanti ricorsi di que' popoli, determinò finalmente di mettervi rimedio. Scrive il Guicciardini, che per avere Gian-Paolo cacciato da Perugia Gentile della medesima famiglia, fu citato a Roma; che in sua vece mandò Malatesta suo figlio; ma che persistendo il papa, ed assicurandolo gli amici da ogni pericolo, perchè parlatone ad esso pontefice, con parole di astuzia aveva egli fatto lor credere che niun danno gli avverrebbe: se ne andò il Baglione a Roma, dove, dopo essere stato imprigionato, e processato gli fu mozzato il capo. L'anonimo Padovano pretende che Leone non confidando di poter avere in mano questo tiranno, e parendogli che si potesse in tal caso rompere la fede, con un breve tutto dolcezza il chiamò alla corte, fingendo di voler trattare con lui d'importante affare. Mandò Gian-Paolo a Roma il figlio per iscusarsi, stante una malattia che gli era sopraggiunta. Il papa, dopo di aver fatto di grandi carezze al giovane, il rimandò dicendo: essere necessaria la persona del padre a cagion della materia da trattarsi, che non si potea confidare a lettere o persone. Aggiugne esso Anonimo che il pontefice gli mandò anche un salvo condotto, affidato dal quale, e dalle esortazioni del figlio, comparve Gian-Paolo a Roma, dove baciò il piede al papa, e si trovò molto accarezzato. Ma che ito nel seguente giorno a palazzo, fu ritenuto prigione dal _conte Annibale Rangone_, capitano della guardia pontificia. Dopo di che processato e tormentato, confessò un'infinità di enormi delitti, per li quali non una, ma mille morti meritava; laonde fu una notte decapitato in Castello Sant'Angelo. Fuggirono la moglie e i figli col loro meglio a Padova, perchè Gian-Paolo era condottier d'armi al servigio della repubblica veneta, e con quella sponda si credea di poter commettere quante iniquità volea. Con ciò Perugia fu pienamente rimessa all'ubbidienza del papa. Racconta eziandio esso Anonimo Padovano, avere in quest'anno papa Leone all'improvviso inviato _Giovanni de Medici_, giovane ferocissimo e vago di guerra, con mille cavalli e quattro mila fanti a Fermo contra di _Lodovico Freducci_ tiranno di quella città, ed uomo di gran valore. Ne uscì costui con ducento cavalli, pensando di fuggire; ma raggiunto dal Medici, fece bensì una maravigliosa difesa, ma finalmente lasciò nel combattimento la vita con più di cento de' suoi seguaci. Fermo immantinente ritornò alle mani del pontefice. La caduta del Freducci, da cui dipendeano altri tirannetti che occupavano città o castelli in quelle vicinanze, cagion fu ch'essi parte fuggissero, parte corressero a Roma ad implorar la clemenza pontifizia, dove la maggior parte furono carcerati: con che tutta la Marca restò purgata da que' mali umori. Nè già lasciava papa Leone il pensiero di spogliar, se potea, di Ferrara il _duca Alfonso_, giacchè gli parea poco il detener tuttavia le imperiali città di Modena e Reggio contro le autentiche promesse di restituirle ad esso duca. Vincere Ferrara coll'armi non era cosa facile. Determinò dunque di adoperare un mezzo non degno de' principi secolari, e molto meno di chi più dovrebbe ricordarsi d'essere Vicario di Cristo, che di essere principe. Intavolò dunque un trattato di far assassinare il duca, del che parlano non i soli storici ferraresi, ma il Guicciardini stesso, insigne storico, che era allora governatore dì Modena e Reggio pel medesimo papa, ed innocentemente si trovò mischiato in questo nero tradimento. Chi maneggiò il trattato, fu _Uberto Gambara_, protonotario apostolico, persona che arrivò poi a guadagnare il cappel rosso. Se l'intese egli con Rodolfo Hello Tedesco, capitano della guardia d'esso duca, a cui fu promesso molto, e mandata per caparra la somma di due mila ducati d'oro. Già era concertato il tempo e luogo di uccidere il duca; dato ordine al Guicciardini, e agli uffiziali di Bologna di presentarsi in un determinato giorno ad una porta di Ferrara. Ma il Tedesco, uomo d'onore, rivelò sul principio, e continuamente di poi, al duca Alfonso tutta l'orditura del tradimento. Si sentì più d'una volta tentato esso duca di lasciarlo proseguir sino al fine; ma se ne astenne per non aver poi nemico dichiarato il papa, e però gli bastò di far troncare la pratica, e di fermar poscia autentico processo di questo infame attentato, colla deposizione di alcuni complici, e colle lettere originali del Gambara per valersene, quando occorresse il bisogno. NOTE: [396] Belcaire, Rerum Gallic., lib. 16. [397] Ammirati. Guicciardini. [398] Nardi. Anno di CRISTO MDXXI. Indiz. IX. LEONE X papa 9. CARLO V imperadore 3. Tenuta fu in quest'anno una magnifica dieta in Vormazia da _Carlo V imperadore_, dove intervennero in gran copia i principi dell'impero. Lo strepito e commozione che faceva la più che mai crescente eresia di Lutero, e le istanze dei ministri pontifizii, indussero esso Augusto a chiamar colà l'autore di tanti sconcerti. Senza salvocondotto non si volle egli muovere. Giunto colà nel dì 16 di aprile con gran baldanza, e presentato davanti a Cesare e alla maestosa adunanza, sostenne quanto aveva insegnato, nè maniera si trovò di farlo muovere un dito. Perciò restò licenziato, e poscia nel dì otto di maggio l'imperadore pubblicò un terribil bando contro la di lui persona e suoi errori: passi tutti che nulla servirono per fermare il torrente impetuoso delle sue eresie. Alla guerra contro la religion cattolica tenne dietro in quest'anno quella ancora de' principali potentati della Cristianità. Dacchè fu partito di Spagna Carlo V si scoprirono in quelle parti dei malcontenti e sediziosi; perciocchè il primo regalo ch'egli avea fatto a que' popoli, nuovi sudditi, era stato l'accrescimento de' pubblici aggravi, e l'aver loro tolti alcuni antichi privilegii. Si lamentavano altri di avere un re straniero e lontano, dietro al quale correva l'oro del regno. Nè mancavano altri che non sapeano digerire, che i ministri fiamminghi comandassero alle teste spagnuole, e potessero tutto in corte dell'augusto monarca. Però insorsero ribellioni e guerre. Anche nella Navarra, già occupata da _Ferdinando il Cattolico_, si fecero più commozioni, non amando quei popoli il nome spagnuolo, perchè uniti in addietro ai Franzesi. Ora _Francesco I re_ di Francia che si sentiva pieno di rabbia, dacchè vide congiunta in Carlo V la monarchia di Spagna colla dignità imperiale, e con tanti altri Stati della casa d'Austria, e troppo con ciò cresciuta la di lui potenza, non volle più contenersi, e mosse guerra, nella primavera di quest'anno, contro la Navarra, per renderla, diceva egli, ad _Arrigo re_ fanciullo, il cui padre _Giovanni_ era stato spogliato di quel regno, ma, come mostrarono i fatti, per incorporarla nel suo dominio. Confessa il Guicciardini, che a dar moto alle guerre che maggiori delle passate sconvolsero poi non solo l'Italia, ma quasi tutta la Cristianità d'occidente, fu il primo chi più degli altri sarebbe stato tenuto a conservar la pace, e invece di accendere il fuoco della guerra, avrebbe dovuto, se occorreva, procurare di spegnerlo col proprio sangue. Parla di _papa Leone X_ che ruminando alti pensieri di gloria mondana, più che agli affari della religione, agonizzante in Germania, pensando all'ingrandimento temporale della Chiesa, non solamente moriva di voglia di ricuperar Parma e Piacenza, e di torre Ferrara al _duca Alfonso_, ma eziandio meditava conquiste nel regno di Napoli. Trattò col re di Francia, incitandolo all'impresa di quel regno, con che ne restasse una porzione in dominio della Chiesa. Confortò ancora esso re a dar principio alla rottura, con portar le armi nella Navarra. Fu preso quel regno dai Franzesi, ma in breve ancora ricuperato dagli Spagnuoli. Altra guerra di lunga mano più terribile fu in Fiandra fra que' due emuli monarchi, la quale, siccome non pertinente all'assunto mio, tralascio. Ossia che il pontefice camminasse con simulazione ne' trattati col re Cristianissimo, e fosse dietro a burlarlo (che in quest'arte si sa essere egli stato eccellente), oppure che il re, entrato in sospetto della fede di lui, tardasse troppo a ratificar la capitolazion già formata, ossia finalmente che il papa ricevesse in questo mentre dei disgusti dall'insolenza del Lautrec governator di Milano, che non ammetteva, e con superbe parole dispregiava le provvisioni ecclesiastiche inviate da Roma nello Stato di Milano: certo è che il papa strinse e sottoscrisse nel giorno 8 di maggio una lega con _Carlo V imperadore_ a difesa della casa de' Medici e de' Fiorentini, con istabilire che togliendosi ai Franzesi il ducato di Milano, questo si desse a _Francesco Maria Sforza_, figliuolo del fu _Lodovico il Moro_, il quale se ne stava tutto dimesso in Trento, aspettando qualche buon vento alla povera sua fortuna; e che Parma e Piacenza tornassero alla Chiesa, per possederle con quelle ragioni colle quali le avea tenute innanzi; e che l'imperadore desse aiuto al papa, per togliere Ferrara all'Estense, e uno Stato in regno di Napoli ad _Alessandro_, figlio bastardo di _Lorenzo de Medici_, già duca d'Urbino. Fu con gran segretezza maneggiata questa lega, in cui entrarono anche i Fiorentini, e prima che uscisse alla luce, papa Leone con ispesa di cinquanta mila ducati d'oro assoldò sei, altri dicono otto mila Svizzeri, e colle sue doppiezze ottenne loro il passaggio per lo Stato di Milano, facendo credere ai Franzesi di averli presi per opporli agli Spagnuoli a' confini del regno di Napoli. Vennero costoro a Modena, e poi s'inviarono verso il Po, per quivi imbarcarsi. _Alfonso duca_ di Ferrara gran sospetto prese di questa gente, perchè, come scrive l'Anonimo Padovano, troppo addottrinato alle insidie private e pubbliche, colle quali era dal pontefice perseguitato; e però fece quanti preparamenti potè in Ferrara per difendersi. Ma il papa assicuratolo che ciò non era per nuocergli, dimandò il passo e vettovaglia, e tutto ottenuto, gli Svizzeri si imbarcarono a Revere, e a seconda del fiume andarono poi per mare a Ravenna, e di là nella Marca. Dopo qualche tempo costoro o perchè attediati dal far nulla, per cui poco guadagnavano, chiesero congedo, o perchè il papa scoprì il lor capitano partigiano dei Franzesi, per la maggior parte se ne tornarono a' lor paesi. Questo avvenne nel mese di marzo. Intanto si andava unendo gente dal papa in Reggio, e colà ancora si ridussero quasi tutti i fuorusciti dello Stato di Milano, ed arrivò dipoi anche _Girolamo Morone_, gran manipolatore di tutti questi imbrogli. Perchè era in Francia il _Lautrec_, il _signor dello Scudo_ suo fratello, vicegovernatore, avvisato di quella tresca, si portò colà con quattrocento cavalli a dimandar conto di quella adunanza, e nel dì 24 di giugno si presentò alla porta di Reggio. Il Guicciardini governatore avea la notte innanzi fatto entrare in quella città un grosso corpo di gente. Mentre parlava il governatore collo Scudo, volle cacciarsi in città alcuno de' suoi uomini d'arme, e nacque un tumulto, per cui quei che erano stesi per le mura, spararono contro la comitiva del Franzese. Vi restò morto _Alessandro Trivulzio_, e gli altri se ne fuggirono. Lo Scudo dopo varie inutili doglianze se n'andò anche egli. Si servì poi papa Leone di questo pretesto per giustificare nel concistoro l'accordo ch'egli avea già fatto coll'imperadore. Avvenne ancora in Milano nella festa di San Pietro un formidabil caso, che fu preso dal volgo per augurio e preludio della caduta de' Franzesi in Italia. Per fulmine, o peraltro fuoco dell'aria, benchè fosse tempo sereno, la torre di quel castello, dove si teneano i barili di polve da fuoco, andò in aria con tal forza, che squarciò anche parte del muro, uccise e magagnò oltre a ducento fanti, vari nobili milanesi che per sospetto erano stati chiusi in quel castello, e portò lontano 25 piedi (e non già cinquecento, come ha il Guicciardini) pietre, che dieci paia di buoi avrebbono stentato a muovere. Trovavasi allora il Lautrec ritornato di Francia in Cremona; corse a Milano, e diede gli ordini opportuni per riparare il castello che era in altri siti ancora conquassato, e il fornì di tutto il bisognevole. Finalmente scoppiò, e si fece palese il bel servigio prestato all'Italia da papa Leone, con tirarle addosso una nuova guerra mercè della lega contratta con gli Svizzeri e coll'imperadore. Ne provarono non lieve affanno i Veneziani, soli in Italia collegati colla Francia, i quali assoldarono tosto otto mila fanti, con inviarne dipoi sul bresciano cinque mila, e lancie quattro cento, e cavalli leggieri cinque cento, sotto il comando di _Teodoro Trivulzio_ e di _Andrea Gritti_ legato. Perchè sempre più s'ingrossava in Reggio l'armata pontifizia il _Lautrec_ mandò a Parma ducento uomini d'armi, e quattro mila fanti Guasconi comandati dal signor dello Scudo suo fratello, e da _Federigo signor di Bozzolo_. Occupò dipoi Busseto, e tutto lo Stato di _Cristoforo Pallavicino_, a cui tolse anche la vita, perchè accusato d'intelligenza col papa. Fu fatto in quest'anno un tentativo dagli Adorni e Fieschi, per cacciare di Genova _Ottavino Fregoso_ e i Franzesi, tutto a sommossa del papa, che loro somministrò sette galee di Napoli, e due delle sue; ma rimase sconcertato il loro disegno. Ordito ancora un tradimento per occupar la città di Como, a nulla giovò. Chiamò _papa Leone_ a Roma _Prospero Colonna_, il quale era stato dall'imperadore molto prima creato suo generale, per concertar seco la meditata impresa del ducato di Milano. Condusse eziandio _Federigo marchese_ di Mantova con titolo di capitan generale della Chiesa. Si fece a Bologna la massa delle genti pontificie e spagnuole; e il Colonna che dovea, come capo, comandar quell'armata, dopo molti dibattimenti s'inoltrò verso Parma, e incomincionne l'assedio nel mese d'agosto, principalmente dalla parte verso Ponente. Giunsero ad unirsi seco otto mila fanti tedeschi, venuti di Germania, e il marchese di Mantova con trecento lancie e cinquecento cavalli ungheri. Talmente giocarono le batterie, che i Franzesi giudicarono meglio di ritirarsi dal Codiponte, cioè da quella parte della città, che è di là dal fiume Parma. Grande allegrezza fecero quegli abitanti al vedersi ritornati sotto il dominio ecclesiastico. Ma cessò ben presto la loro festa, perchè entrati i soldati diedero anch'essi con festa grande il sacco a tutte le lor case. L'Anonimo Padovano scrive che vi commisero le maggiori scelleratezze del mondo, e che il Colonna fece impiccar quanti fanti erano penetrati in un monistero di monache. Si diedero poscia i collegati a maggiormente stringere e bombardare l'altra maggior parte della città, posta al levante, e l'aveano ridotta a tale per iscarsezza di vettovaglie, che n'era vicina la caduta. Tempestava _lo Scudo_ il _signor di Lautrec_ suo fratello, per ottenere soccorso. Ma questi assai lentamente procedeva, e con tutto che avesse una buona armata, composta di cinquecento lancie, sette mila Svizzeri, quattro mila fanti venuti poco fa di Francia, a' quali s'aggiunsero quattrocento uomini d'arme, e quattro o cinque mila fanti de' Veneziani; pure non si attentava a procedere innanzi, allegando che l'armata nemica era superiore di forze, e che conveniva aspettar sei mila Svizzeri che erano in viaggio per suo aiuto. Nulla di meno s'inoltrò finalmente sino al Taro, sette miglia da Parma: movimento, di cui niuna apprensione si misero gli assedianti. Ma eccoli un accidente che disturbò tutte le loro misure. Era stato fin qui paziente _Alfonso duca_ di Ferrara, mostrando di non conoscere l'odio che avea contra di lui _papa Leone X_, e dissimulando le passate insidie. Venuto poi in chiaro d'essere stato abbandonato alle voglie d'esso pontefice, nella lega fatta coll'imperadore, e mirando il mal incamminamento degli affari de' Franzesi unico uno sostegno, giudicò meglio di non tenersi più neutrale. Però colle milizie che potè raunare, uscito di Ferrara, entrò nel Modenese, prese il Finale, San Felice, e colle scorrerie arrivava sino alle porte di Modena. Recato questo avviso al campo de' collegati, bastò a far ch'essi, trovandosi fra due fuochi, spedissero in soccorso di Modena il _conte Guido Rangone_, e poi sciogliessero l'assedio di Parma, con ritirarsi a San Lazzaro: il che diede comodità al Lautrec di ben fornire quella città di viveri e d'ogni altra munizione. Aveva intanto il papa fatto assoldare dal _cardinale di Sion_, chi dice dodici, chi dieci mila Svizzeri, ed altri dicono anche meno, e questi calavano in Italia, quantunque protestassero di non voler combattere co' Franzesi, per essere con loro in lega. _Prospero Colonna_ adunque determinò di tentare ogni via per unirsi con loro, siccome all'incontro andò il Lautrec a frapporsi, per impedir questa unione. Allora che, passato il Po, fu egli giunto a Casal Maggiore, colà comparve il _cardinal Giulio de Medici_, spedito dal papa con titolo di legato, acciocchè, come uomo di testa, acquetasse colla sua destrezza le discordie insorte fra i generali, e spezialmente fra il _Colonnese_ e il _marchese di Pescara_, e desse calore alla impresa. Tentò più volte il Lautrec di tirare a battaglia l'esercito de' collegati, ma il saggio Prospero andò temporeggiando, che in fine a Gambara si congiunse con parte degli Svizzeri, procedendo come scrive il Guicciardini, in mezzo loro i due legati, cioè _il cardinale di Sion e il cardinale de Medici, colle croci d'argento, circondate (tanto oggi si abusa la riverenza della religione) tra tante armi ed artiglierie da bestemmiatori, omicidiarii e rubatori_. Restò allora ben confuso il Lautrec, e maggiormente crebbe il suo affanno, perchè da lì a poco gli Svizzeri della sua armata improvvisamente se n'andarono con Dio, o perchè venne un comandamento dai lor superiori, oppure perchè mancava il danaro per pagarli. Imperciocchè il _re Francesco_ dopo avere sì superbamente mossa guerra in Navarra e Fiandra a _Carlo imperadore_, si trovava in questi tempi in gravi angustie, nè potea somministrar genti e pecunia all'Italia; e tutto che avesse pur disposti trecento mila ducati d'oro da inviare al Lautrec: pure la regina sua madre gli avea fatti impiegare in altri usi. Perciò diffidando esso Lautrec di poter resistere alle forze nemiche, si ritirò di qua dall'Adda affine di contrastare il passo all'armata della lega. Ma Riuscì al Colonna di valicar quel fiume a Vauri, dove in combattimento con lo Scudo restarono superiori le sue genti. Ritiratosi il Lautrec a Milano, maravigliosa cosa fu il vedere, che appena giunto nel giorno seguente l'esercito collegato in vicinanza di Milano, essendo stato spedito avanti il valoroso _Ferdinando di Avalos marchese di Pescara_ con ducento cavalli e tre mila fanti spagnuoli, questi, dopo avere sbaragliato un grosso corpo di cavalleria franzese uscito per ispiar gli andamenti de' nemici, andò intrepidamente ad assalire verso porta Romana i bastioni di quel borgo, dove erano alla guardia i Veneziani con _Teodoro Trivulzio_ e _Andrea Gritti_. Si combattè, ma venne meno il coraggio alla gente veneta, e il marchese, aiutato da quei di dentro di fazion ghibellina, occupò la porta suddetta. Quivi restò prigioniero il Trivulzio, il qual poi con venti mila ducati d'oro da lì a molti giorni si riscattò. Ebbe fortuna il Gritti di salvarsi. Veramente in questa guerra la potenza veneta non fece sforzo di gran rilievo, come era solita, o perchè fosse rimasta smunta per le antecedenti guerre, o perchè quel saggio senato avesse de' segreti motivi di così operare. Entrò dunque il marchese nel recinto di quel borgo; nè occorse di più, perchè il _Lautrec_ la notte, lasciato ben guernito il castello, si ritirasse col resto di sua gente a Como; giacchè mirava in gran commozione tutto lo Stato, troppo irritato per le esorbitanti gravezze, dianzi da lui imposte, e voglioso di mutar padrone per la speranza, spesso fallace, di starne meglio. Fu in gran pericolo di andarne a sacco quella nobilissima città; ma, alzati i ponti, calate le saracinesche e serrate le porte della cinta che divide essa città da' borghi, si fermò il primo empito dei vincitori. Sopraggiunta la notte maggiormente assicurò la cittadinanza, essendosi perduti i più de' soldati a svaligiar i borghi, i quartieri de' Veneziani e Franzesi. Questo gran fatto accadde nel dì 19 di novembre, con perpetua gloria di _Prospero Colonna_, e non con minore del _marchese di Pescara_, che in quella occasione fece mirabili prove di sua persona. A persuasione poi di _Girolamo Morone_, andò un bando, che sotto pena della vita niun Milanese fosse offeso. Venuto il giorno, comparvero davanti al Colonna, ai legati e al marchese di Mantova dodici nobili ambasciatori a dar la città, e a pregare che fosse preservata da ingiurie pubbliche e private. V'entrò il Morone, prendendone il possesso a nome di _Francesco Maria Sforza_, già riguardato qual duca, e restò egli quivi al governo con titolo di luogotenente. Si fece conto che più di tre mila fanti veneti lasciassero in quel conflitto la vita; e gli altri Veneti, consistenti in altri tre mila fanti, trecento lancie e circa ottocento cavalli leggieri, parte furono presi, parte si dissiparono colla fuga la notte; di maniera che totalmente si perdè l'esercito loro. Seguitarono l'esempio di Milano le città di Pavia e Lodi. Parma e Piacenza si diedero ai ministri del papa. Fu spedito il marchese di Pescara con dieci mila fanti e cinquecento cavalli dietro a' Franzesi, ritirati a Como; ma il Lautrec, lasciato ivi un presidio sufficiente, s'incamminò col resto de' suoi verso Cremona, intese bensì per istrada che anche quella città aveva alzate le bandiere sforzesche; tuttavia, perchè si tenea forte la cittadella, v'entrò, e ricuperò la città, con fare il miracolo di non inferire alcun male a que' cittadini. Piantate intanto il marchese di Pescara le batterie contro la città di Como, poco stette quel popolo a capitolar la resa con patto che fossero salve le persone e robe tanto degli abitanti che de' Franzesi. Ma, entrati gli Spagnuoli, misero a sacco l'infelice città, con grande infamia del marchese, il quale poi col tempo fu chiamato a duello come colpevole di questo sfregio fatto alla pubblica fede. In una parola, a riserva di Cremona, d Alessandria, del castello di Milano e di qualche altra fortezza, il resto dello Stato di Milano venne in potere di Francesco Sforza, non senza grave affanno de' Veneziani, che, oltre allo aver perduto il loro esercito, restavano, per ragion della lor lega col re Cristianissimo, esposti ad evidenti pericoli. Ma non era da paragonar la cattiva lor positura con quella di _Alfonso duca di Ferrara_, giacchè egli, dopo la caduta dei Franzesi, non vedea più maniera di salvarsi in mezzo a queste vicende. Alla sempre vigorosa brama di _papa Leone_ di torgli Ferrara, s'era aggiunto uno straordinario sdegno, per aver egli frastornato dianzi l'acquisto di Parma. Si era il duca ritirato a casa, dappoichè fu venuta sul Reggiano l'armata collegata, e poco stette a provar gli effetti della collera pontificia. Vennero l'armi di esso papa al Finale, a San Felice, e riacquistarono quelle terre. Presero anche il Bondeno, con tagliare a pezzi il presidio, e dare il sacco a quel luogo. Dall'altra parte, verso la Romagna occuparono altri ministri del pontefice Lugo, Bagnacavallo, con altre terre del duca, e poscia Cento e la Pieve. Furono anche mossi i Fiorentini ad impadronirsi della provincia della Garfagnana di là dall'Apennino, composta di circa novanta comunità, che s'era fin qui mantenuta fedele al duca; e riuscì ancora al Guicciardini di ridurre all'ubbidienza di Modena la picciola provincia del Frignano, finora costante nella fede verso il duca. Ma neppur questa bastò a papa Leone. Pubblicò egli allora un fierissimo monitorio contra d'Alfonso, dichiarandolo ribello, colle frangie d'altri titoli obbrobriosi, e mettendo l'interdetto alla città di Ferrara, per aver egli occupato le terre del Finale e San Felice spettanti alla Chiesa romana; quasi che avessero i pontefici acquistata indulgenza plenaria in ispogliar quel duca delle imperiali città di Modena e Reggio; e fosse poi enorme delitto, s'egli tentava di ripigliare il suo, cioè terre a lui indebitamente tolte, e delle quali era investito dagl'imperadori. Tuttochè sentisse il duca il soverchio abbassamento de' suoi affari; pure, irritato al maggior segno dal veder adoperate contra di sè anche l'armi spirituali, non potè contenersi dal mettere fuori colla stampa un manifesto, in cui palesò al mondo gli oltraggi, le insidie e le mancanze di fede di papa Leone X per conto suo, e privo affatto di giustizia il procedere della corte di Roma contra di lui. E perciocchè sapea essere stabilito nella lega del papa coll'imperadore, che, cacciati i Franzesi da Milano, si avessero a volgere l'armi sopra Ferrara, senza neppure aspettare di aver prese tutte le fortezze di quello Stato: da uomo forte si accinse a ben munire e provveder di vettovaglie quella città. Prese anche al suo soldo quattro mila Tedeschi, ed accrebbe le milizie italiane, risoluto di vendere caro la propria rovina, giacchè aspettava a momenti l'armi imperiali e pontificie alle mura di Ferrara. Certamente non fu mai la nobilissima casa d'Este in tanto pericolo di naufragio, come in questo frangente. Ma chi con segrete ruote regola il mondo tutto, eccoti che, con far nascere un'inaspettata scena, fece non poco cangiare aspetto alle cose d'Italia. Per quanto s'ha dai Giornali di Paris de' Grassi, cerimoniere del papa, riferiti dal Rinaldi[399], e per quello che attestano altri scrittori[400], non si può esprimere qual allegrezza provasse papa Leone all'avviso della presa di Milano, e di mano in mano alle nuove de' susseguenti acquisti. Non capiva in sè per la gioia d'aver depressi i Franzesi, e mirava con gaudio inesplicabil la già fatta ricuperazione di Parma e Piacenza, parendogli oramai di non essere da meno di papa Giulio II. Ordinò pertanto che si facessero gran feste in Roma, e venne apposta dalla Malliana in quella città per deliziarsi nei viva del popolo. Ma che? Nel dì 25 di novembre cominciò a declinar la sua allegria per qualche incomodo di salute, nel dì primo di dicembre improvvisamente, senza neppure poter ricevere i sacramenti della Chiesa, diede fine al suo vivere in età di soli quarantasei anni. Lunga disputa fu fra i medici s'egli fosse morto di veleno, per varii segnali osservati nel suo cadavero, e per altri motivi addotti dal Grassi e dal Guicciardini. Già abbiam detto che una fistola nelle parti inferiori gli facea guerra. Bastò ben questa ad abbreviargli la vita. Ma perchè chi è morto nulla più cura le cose mondane, neppure altri si curò di procedere oltre in questa ricerca. E così terminarono i disegni e le glorie di papa Leone X, il quale, per attestato del medesimo Guicciardini, ingannò assai l'espettazione che s'ebbe di lui, quando fu assunto al pontificato. Perciocchè se alcuno avesse potuto giovare alla Chiesa di Dio, certo si dovea sperare da lui: principe di mirabile ingegno, desideroso di cose grandi, dotato di non volgare eloquenza, e, prima del pontificato, amante della giustizia. Non gli mancava buon fondo di religione e pietà. Ma, trascurando egli ciò che avea da essere il principal suo mestiere, tutto si diede a farla da principe secolare, con corte oltremodo magnifica, con attendere continuamente ai passatempi, alle caccie, ai conviti, alle musiche, e ad accrescere il lusso dei Romani in forma eccessiva. Il Giovio, tenendo davanti agli occhi il detto di Tacito, lib. III, cap. 65 degli Annali: _Praecipuum munus Annalium reor, ne virtutes sileantur, neque pravis dictis factisque ex posteritate et infamia metus sit_: ben dipinse non men le sue lodevoli che biasimevoli qualità. Certamente fu egli con ragion celebrato per aver promosso il risorgimento delle lettere. Certo è ancora che non godè mai si bel tempo Roma cristiana, che sotto questo pontefice, ma con peggiorarne i costumi, essendosi anche inventate o praticate maniere poco lodevoli di cavar danaro, per soddisfare alla prodigalità di esso papa, per far fabbriche suntuose, e specialmente per suscitare e sostener guerre, quasichè possa essere glorioso ne' principi ecclesiastici quello che sovente è detestabile anche nei principi secolari. Nè solamente immenso danaro della Chiesa fu impiegato in quelle scomunicate guerre, onde restò esausto l'erario pontificio; si trovarono eziandio impegnate da papa Leone le gioie ed altre cose preziose del trono della Chiesa romana, oltre ad altri grossi debiti ch'egli lasciò, a pagare i frutti, dei quali ogni anno la camera pontificia spendeva quaranta mila ducati d'oro. E tutto questo per accrescere alla Chiesa suddetta un dubbioso patrimonio, che ai dì nostri si è veduto a lei tolto; quando nel tempo stesso sguazzava e si dilatava l'eresia di Lutero; e il fier Solimano imperador de' Turchi, scorgendo immersi in tante guerre i monarchi cristiani, formò l'assedio di Belgrado, baluardo della Cristianità in Ungheria, e se ne impadronì: dal che poi venne la rovina di quel vasto regno, e un'altra gran piaga al Cristianesimo. Scrisse bensì il giovinetto _re di Ungheria Lodovico_ calde lettere all'imperatore, al papa e agli altri principi cristiani, implorando aiuto in sì gran bisogno; ma non trovò altro che compatimento alle sue disgrazie. Mi sia lecito il rapportare all'anno susseguente alcuni fatti accaduti sul fine del presente. Qui solamente ricorderò che nel dì 22 di giugno venne a morte _Leonardo Loredano_ doge di Venezia, la cui prudenza in tempi tanto disastrosi a quella repubblica, venne sommamente commendata. Fu a lui successore in quella dignità _Antonio Grimani_. NOTE: [399] Raynaldus, Annal. Eccl. [400] Guicciardini. Panvinio. Anonimo Padovano. Giovio. Anno di CRISTO MDXXII. Indizione X. ADRIANO VI papa 1. CARLO V imperadore 4. Appena restò vacante, per la morte di _papa Leone X_, la sedia di san Pietro, che _Alfonso duca_ di Ferrara, liberato da chi cotanto il perseguitava, non si potè contenere dal far battere monete d'argento nel cui rovescio si mostrava un uomo che traeva dalle branche d'un leone un agnello, col motto preso dal primo libro, capitolo diciassettesimo, versicolo trentasette dei Re: DE MANV LEONIS. Poscia, uscito in campagna colle sue genti, riacquistò il Bondeno, il Finale, San Felice, le montagne del Modenese e la Garfagnana. Similmente ricuperò Lugo, Bagnacavallo ed altre sue terre della Romagnola. Ma non potè aver Cento, difeso da' Bolognesi, sotto cui s'era portato colle artiglierie, perchè, all'avviso di un gagliardo soccorso che veniva da Modena, giudicò meglio di ritirarsi. Anche il _signor di Lautrec_, rinserrato prima co' suoi Franzesi in Cremona, preso animo dalla morte del papa, la quale aveva fatto sbandare l'esercito collegato, fece un tentativo contro di Parma. Ebbe in suo potere il Codiponte; diede anche più d'un assalto alla città, ma ne fu ripulsato; e però abbandonò l'impresa. Si gloria il Guicciardini d'essere colla sua intrepidezza stato cagione che si sostenesse quella città. Quel nondimeno che fece più strepito, dappoichè il papa cessò di vivere, fu la risoluzion presa da _Francesco Maria della Rovere_, già duca d'Urbino, di ricuperare i suoi Stati. Stava egli in Mantova, aspettando tutto dì che spirasse qualche buon vento; e questo, quando men si credeva, arrivò. Unitosi dunque con _Malatesta_ ed _Orazio Baglione_, già cacciati da Perugia, e messi insieme quattro mila fanti e due mila cavalli (il Guicciardini scrive meno), ed ottenuti dal duca di Ferrara sette pezzi d'artiglieria, senza ostacolo arrivò nel ducato d'Urbino. Il desideravano e l'attendeano a man giunte que' popoli, perchè l'amavano a dismisura pel suo grazioso governo. In quattro giorni si vide tornare alla sua ubbidienza ogni terra di quel ducato. Passò dipoi a Pesaro, e s'impadronì di quella città, e da lì a pochi giorni anche della rocca. In quel calore di fortuna gli riuscì parimente di cacciar fuori di Camerino _Giovan Matteo da Varano_, signore ossia duca di quella città, con introdurvi _Sigismondo_ della stessa famiglia, che pretendea d'avervi miglior ragione, ma che non potè aver la rocca. Sul principio poi del presente anno coll'esercito suo, accresciuto da molti voluntarii, andò il duca d'Urbino a mettere il campo a Perugia, ed, impadronitosi d'un borgo, cominciò tosto a dar da più parti l'assalto alle mura. Dentro v'era alla difesa _Vitello Vitelli_, inviato dai Fiorentini con due mila fanti ed alcune squadre di cavalli alla difesa di quella città, unito con _Gentile Baglione_, messo ivi da papa Leone dopo la morte di Gian-Paolo. Si avvilirono questi difensori per timore del popolo, e la notte si ritirarono, lasciando che colà facessero l'entrata Malatesta ed Orazio Baglioni. Mentre succedeano tali scene, sorse la discordia nel conclave fra i cardinali ivi racchiusi per l'elezione del nuovo pontefice. Comunemente si credea che _Giulio cardinal de Medici_, dopo avere, nell'anno addietro, esercitato il suo spirito in affari di guerra nel felice esercito de' collegati, avesse ancora a riportar vittoria in questo cimento, atteso il credito suo, la sua opulenza e l'aderenza di moltissimi porporati, creature di papa Leone suo cugino. Ma i vecchi, che credeano dovuto alla loro età il pontificato, più che a Giulio, il quale non contava se non quarantacinque anni d'età, e il partito franzese, di cui si fece capo il _cardinal Soderino_, fecero abortir que' disegni. Però, giacchè neppure a lui piaceva che andassero innanzi i suoi competitori, gli cadde in mente, o gli fu suggerito, di proporre pel pontificato il _cardinale Adriano_ vescovo di Tortosa, nato di bassi parenti nella città di Utrect in Fiandra, ma che per le sue rare virtù e pel molto suo sapere era giunto ad essere maestro dell'Augusto _Carlo V_, ed avea conseguita la porpora cardinalizia nell'anno 1517. Dio benedisse la proposizione suddetta; e quantunque Adriano non avesse mai veduta Italia, nè fosse personalmente conosciuto dal sacro collegio, pure, alla fama del raro suo merito si accordarono tutti ad eleggerlo nel dì 9 di gennaio del presente anno. Trovavasi egli allora in Biscaia ad esercitare l'impiego a lui appoggiato da esso Augusto di governatore e visitatore dei regni di Spagna. Portatagli questa nuova, per essere affatto inaspettata, riuscì a lui maravigliosa: pure accettò la gran dignità, e, ritenuto il proprio nome, si fece chiamare _Adriano VI_. Siccome uomo prudente, non mostrò segno alcuno d'allegrezza, ma solamente, rivolto a Dio, il pregò, che giacchè gli avea voluto imporre questo peso, gli contribuisse anche forze per sostenerlo in utilità della Chiesa e della repubblica cristiana. Quanto a' Romani, scaricarono la lor bile in loquacità e villanie contra de' cardinali, perchè avessero eletto uno straniero, con pericolo che si tornasse a veder la brutta scena della sedia di san Pietro trasportata dì là dai monti. Peggio sparlarono da lì innanzi, perchè, mancata la splendida corte di papa Leone X, e i cardinali usciti l'un dietro l'altro fuori di Roma, erano cessati con ciò i grossi guadagni de' mercatanti e del popolo, e cresciute le prepotenze e le ingiustizie in essa città. Per questo non si sentiva altro che benedizioni alla memoria di Leone, e maledizioni allo stato presente, stante l'aver tardato più mesi il novello papa a comparire in Roma. Era in questi tempi passato il _duca d'Urbino_ alla volta di Siena, desideroso di far mutare il governo in quella città. Mandarono a tempo i Fiorentini colà un rinforzo di gente, che tenne in dovere il popolo: e perchè essi fecero anche venire in Lombardia _Giovanni de Medici_ con un corpo di Svizzeri preso al loro soldo, il duca giudicò meglio di ritirarsi, e passò poi nel Montefeltro, che tornò tutto alla sua divozione, fuorchè la fortezza di San Leo e la rocca di Maiuolo. In Lombardia _Prospero Colonna_, generale dell'armi cesaree in Milano, niuna diligenza e precauzione ommetteva per premunirsi contro i tentativi de' Franzesi, i quali si sapea che, oltre ad altra gente, aveano adunato un grosso corpo di Svizzeri. Il Guicciardini scrive essere stati da dieci mila; l'Anonimo Padovano li fa ascender a quattordici mila, e il Giovio sino a diciotto mila. Gran riputazione s'acquistò egli coll'aver fatto un mirabil trincieramento, guernito d'artiglierie, fuori della città di Milano intorno al castello, aciocchè, venendo i Franzesi, non potessero accostarsi a quella fortezza. Al pari di lui _Girolamo Morone_ luogotenente del duca fece il maggior preparamento che potè per la difesa; nè solamente egli con lettere finte, con ambasciate false e colla sua eloquenza infiammò l'odio di quella nobiltà contro i Franzesi; ma eccitò anche il popolo all'abborrimento di quella nazione per mezzo di frate Andrea da Ferrara dell'ordine di santo Agostino, il quale, predicando con gran concorso di gente, disse quanto mai seppe in discredito dei Franzesi, e in commendazione del principe proprio, cioè del _duca Francesco Sforza_, sollecitando ognuno a difendere colle facoltà e col sangue la salute della patria. Con queste arti il Morone trasse dai Milanesi tanto danaro, che potè assoldar quattro mila fanti Tedeschi, i quali da Trento vennero a Milano. Nel qual tempo anche l'_imperadore_ era dietro ad arrolare altri sei mila fanti della medesima nazione, per inviarli colà. Nè questo bastò al Colonna e al Morone. Dacchè videro sì ben accesi gli animi di quel popolo, ne spedirono otto mila armati ad Alessandria, che, per opera de' cittadini guelfi, s'era data ai Franzesi. Tanto il presidio di quella città, quanto gli stessi abitanti, al sentire che nè Spagnuoli nè Tedeschi erano con quella gente, baldanzosamente usciti fuor di una porta, attaccarono battaglia. Toccò ad essi di voltar le spalle, e sì disordinatamente cercarono di salvarsi nella città, che mischiati con loro anche i Milanesi v'entrarono. Fu ivi gran mortalità, finchè i fautori dei Franzesi se ne fuggirono fuori per un'altra porta, lasciando la città in poter dei vincitori, i quali non dimenticarono di darle il sacco. Da lì a pochi giorni anche Asti venne alle lor mani: perdite che sconcertarono di molto gl'interessi dei Franzesi, perchè restò loro tagliata la comunicazione con Genova, e tutto il di qua da Po tornò all'ubbidienza di Milano. Per calare in Lombardia altro non mancava a _Renato bastardo di Savoia_, gran maestro di Francia, e a _Galeazzo da San Severino_ grande scudiere di Francia, inviati dal _re Francesco I_ alla condotta degli Svizzeri, già raunati in suo favore, sennonchè dessero loro licenza di passare le alte nevi delle montagne di San Bernardo e di San Gottardo. Più volte fecero le spianate, ma indiscreta neve di nuovo cadendo, tornava a chiudere i passi. Finalmente vennero in Lombardia, e andarono ad unirsi col _signor di Lautrec_, il quale, sulla speranza di questo rinforzo, già era uscito vigoroso in campagna sul principio di marzo. Con esso lui si congiunsero ancora l'armi de' Veneziani, consistenti in quattrocento lancie, mille cavalli leggieri e cinque mila fanti sotto il comando di _Teodoro Trivulzio_ e di _Andrea Gritti_. La fantasia delle genti, che amplifica sempre gli eserciti, stimò che questa armata ascendesse a sessanta mila combattenti, ma era molto meno. Ora il valoroso e saggio _Prospero Colonna_ generale della lega, per non sapere qual disegno avessero formato i nemici, inviò _Filippo Torniello_ a Novara, _monsignor Visconte_ ad Alessandria, _Antonio da Leva_ a Pavia, e _Federigo marchese_ di Mantova a Piacenza, con sufficienti guarnigioni alla guardia di quelle città, restando egli in Milano con settecento uomini d'arme, settecento cavalli leggieri e dodici mila fanti. Passò l'esercito franzese in vicinanza di Milano verso ponente, mostrando voglia di assalire i meravigliosi trincieramenti, cioè argini e fosse fatte dal Colonna intorno il castello: nella quale occasione inoltratosi troppo ad ispiar que' forti ripari _Marcantonio Colonna_, già prigione in Francia, ed ora militante nell'esercito franzese, un colpo di colubrina della città gli portò via le natiche, per cui da lì a poche ore morì. Scrive il Giovio essere stato lo stesso Prospero Colonna che indrizzò quella colubrina, e saputo dipoi di avere ucciso il proprio nipote, ne provò un sommo affanno. Con esso Marcantonio restò ancora colpito ed ucciso _Camillo Trivulzio_, giovane di gran cuore ed espettazione. All'accostarsi de' Franzesi a quei trincieramenti, si diede tosto campana a martello per tutto Milano, e chiunque era atto all'armi animosamente accorse ai luoghi che dianzi gli erano stati assegnati. Dicono che circa sessanta mila persone fossero questi difensori, computate le milizie pagate. Ciò rapportato dai disertori al Lautrec, il quale s'era vanamente lusingato che il popolo di Milano, per timore del sacco, si solleverebbe o manderebbe a capitolare; siccome ancora la relazion degl'ingegneri che aveano trovati insuperabili que' ripari: cagion furono ch'egli col consiglio de' maggiori uffiziali deponesse il pensiero di sacrificar quivi parte delle sue genti. Ritirossi per questo ad un luogo, cinque miglia distante da Milano verso Pavia, da dove fece poi continue scorrerie verso la città, e stava attento per impedire il passaggio del _duca Francesco_ a Milano. Imperocchè una delle maggiori premure del Colonna e del Morone era stata che esso Francesco Sforza duca, dimorante in Trento, sen venisse a Milano per accrescere il coraggio a quel popolo; e tanto più perchè egli avea seco sei mila fanti tedeschi, i quali avrebbero data la vita all'esercito loro. Per mancanza di danaro non si potè egli mettere sì presto in viaggio. Ma sovvenuto con nove mila ducati d'oro dal _cardinal de Medici_, allora si mosse, e, passato il Po a Casal Maggiore, giunse a Piacenza, da dove poi _Federigo marchese_ di Mantova con trecento uomini d'arme lo scortò sino a Pavia circa la metà di marzo. Intanto il _signor dello Scudo_, fratello del Lautrec, giunto a Genova con tre mila fanti guasconi, calò in Lombardia; ed avvisatone il Lautrec, spedì ad unirsi seco _Federigo Gonzaga_ signor di Bozzolo con cinquecento cavalli e sei mila fanti. Questo corpo di gente marciò a Vigevano, e senza fatica se ne impadronì. Andossene dipoi lo Scudo a Novara, dove tuttavia il castello si tenea per i Franzesi; e tratti di là alquanti pezzi d'artiglieria, cominciò a bersagliare la città. Dentro v'era _Filippo Torniello_ con due mila fanti, che fece buona difesa; ma al terzo assalto, essendo uscita alla difesa anche la guarnigion del castello, v'entrarono i Franzesi, che misero a fil di spada la maggior parte di que' fanti, fecero prigione il Torniello con altri uffiziali e cittadini, e poi diedero il sacco all'infelice città, non senza biasimo del Colonna e del marchese di Mantova, per non averle dato soccorso. Mentre ciò si facea, il _duca Francesco Sforza_, accompagnato da _Antonio da Leva_, segretamente uscito di Pavia, per una via fuor di mano s'inviò alla volta di Milano, ed accolto a Sesto da _Prospero Colonna_, entrò in quella città, dove con incredibil giubilo e segni d'amore fu ricevuto dal popolo. Ora dacchè il Lautrec vide fallito il suo disegno, sapendo che in Pavia non era restato che lo scarso presidio di trecento cavalli e due mila fanti col marchese di Mantova, andò tosto a mettere il campo ad essa città, e tardò poco a batterla colle artiglierie. Fece sapere il marchese al Colonna il bisogno d'aiuto, laonde questi uscì di Milano con tutto l'esercito, e andò fino a Rinasco, mostrando di voler venire ad un fatto d'armi. Nulla più che questo sospirava il Lautrec; ma il saggio Colonna aveva altro in cuore, e, stando in un forte alloggiamento, si contentava di solamente inquietare il campo nemico. Poscia una notte spedì _Francesco Ferdinando d'Avalos_ marchese di Pescara con due grossi squadroni di cavalleria ad assaltare i Franzesi. Urtò il prode cavaliere in due siti con tal empito nel loro campo, che, credendo essi Franzesi venir loro addosso tutte le forze dei cesarei, poco mancò che non si mettessero in fuga. Montato a cavallo il Lautrec con gli altri capitani, li trattenne ed incoraggì: nel qual tempo avendo il Colonna drizzati due mila fanti spagnuoli e mille corsi verso Pavia, questi per un'altra porta entrarono in essa città, raccolti con gran giubilo dal Gonzaga. Così racconta questo fatto l'Anonimo Padovano; laddove il Guicciardini scrive che sul principio dell'assedio il Colonna inviò colà mille fanti corsi e alcuni spagnuoli, che menando le mani, e passando per gli alloggiamenti de' Franzesi, penetrarono in Pavia. Il Giovio parla solamente di due compagnie di Spagnuoli e due d'italiani, che parlando franzese co' Veneziani, e veneziano co' Franzesi, solamente sul fine ebbero da menare le mani, ed entrarono in Pavia. Ma altro che di sì poca gente abbisognava allora quella città. Fu inseguito il marchese di Pescara dai Franzesi, e gli sarebbe forse avvenuto del male, se non fossero stati spediti in suo soccorso dal Colonna cinquecento cavalli, coi quali arrivò salvo a Binasco. Soccorsa in tal guisa Pavia, si ritirò poi quell'esercito a Milano. Dolente restò per questo il Lautrec; ma, ciò non ostante, ancorchè in essa città si trovasse allora un sì gagliardo presidio, pure, contro il parere del provveditor veneto e di quasi tutti i capitani franzesi ed italiani, non d'altro parlava che di venire all'assalto. Forse l'avrebbe fatto, se nel più bello una pioggia, che durò sei giorni, con impedire il trasporto delle vettovaglie, e l'essere tornato il Colonna a Binasco, con avanzarsi dipoi sino all'insigne Certosa di Pavia, per frastornare il tentativo dei Franzesi, non gli avessero infine fatto prendere la risoluzione di ritirarsi a Landriano, dove seguì una terribile zuffa colla peggio de' suoi. E tanto più si vide egli necessitato a battere la ritirata, perchè non avendo con che pagare gli Svizzeri, mentre era ben giunto ad Arona danaro di Francia, ma non potea passare, coloro tumultuavano per tornare a casa. Ridottosi dunque il Lautrec a Monza, e inteso che Prospero Colonna era giunto col suo esercito a Sesto, cinque miglia lungi da lui, non s'attentò a continuare la marcia sino a Cremona, secondochè avea disegnato. Ossia che egli, non trovando altro ripiego per fermare gli Svizzeri ch'erano sulle mosse, prendesse la risoluzione di far giornata campale, ed animasse tutto il suo campo a questo marziale azzardo; oppure, come comunemente fu creduto, che gli Svizzeri si esibissero di venire a battaglia, tenendosi sicuri della vittoria, con gridar più volte: _O paga, o battaglia_; altrimenti minacciavano d'andarsene: la verità si è, che il Lautrec si preparò per andare ad assalir l'armata nemica. Avea il Colonnese ritirata da Pavia buona parte di quel presidio, e, certificato dalle spie del disegno dei Franzesi, attese a prepararsi per ben riceverli. Adocchiato in questo mentre un luogo, appellato la Bicocca, tre miglia lungi da Milano, circondato da fosse profonde, da argini e canali di acqua, colà come in sito fortissimo andò a postarsi. Fece venir da Milano tre mila fanti italiani e gran copia di guastatori, che accrebbero quelle fortificazioni. Lo stesso _duca Francesco_ con mille e cinquecento cavalli in persona accorse colà, accompagnato da alcune migliaia di Milanesi volontarii, armati tutti di archibusi, ed anche di coraggio. Venuto il giorno 22 d'aprile, si mosse il Lautrec verso la Bicocca, e scontrato _Stefano Colonna_ che veniva con cinquecento cavalli a spiare i suoi andamenti, il mise in rotta, prendendo questo buon principio per augurio di vittoria. Assaltarono da più parti gli Svizzeri e Franzesi il campo imperiale, con ritrovar dappertutto insuperabili fosse, colpi di cannone e di moschetteria. Più volte tentarono i feroci Svizzeri di superar quegli argini e fosse, andando colla testa bassa contro le cannonate; ma altro non guadagnarono se non morti e ferite. Perciò il Lautrec, chiarito di non poter vincere la pugna, pien di mala voglia e di vergogna ritiratosi, levò il campo, e ritirossi a Monza, seguitato dagli Svizzeri, restati in vita, i quali, flagellati dalla memoria di questo sinistro fatto, per più tempo non osarono di far delle smargiassate. Si fece conto che circa tre mila d'essi con ventidue lor capitani restassero freddi nel campo della battaglia. V'ha chi scrive, esservi morti quasi altrettanti Franzesi. Passato che fu il Lautrec di là dall'Adda, lasciò andare pel Bergamasco gli Svizzeri alle lor montagne; ed egli, dopo aver inviato alla guardia di Lodi _Federigo da Bozzolo_, e il _Buonavalle_ Franzese con sufficiente guarnigione, e raccomandata allo _Scudo_ suo fratello la custodia di Cremona, passò dipoi in Francia a ragguagliare il re di tante sue disavventure. Avrebbono il _duca di Milano_ e _Prospero Colonna_ saputo profittar del disordine de' nemici, se non fossero stati ritenuti più giorni da una sollevazion di Tedeschi, i quali, pretendendo un mese di paga a titolo di regalo per la riportata vittoria, aveano prese le artiglierie, e minacciavano di voltarle contra de' capitani. Bisognò infine, dopo molte dispute, capitolare, con prometter loro sessanta mila ducati di oro in termine di un mese, e dar loro ostaggi per questo. Grandi difficoltà si trovarono poi a raunar tanta pecunia: pure fu soddisfatto al bisogno. Quetato quel pericoloso rumore fu spedito il _marchese di Pescara_ colla fanteria spagnuola a Lodi, dove non era per anche entrato tutto il corpo di gente inviatovi dal Lautrec. Impadronitosi egli con gran celerità di un borgo, tal terrore diede ai Franzesi, che, abbandonata la città, corsero a ripassar l'Adda pel ponte. V'entrarono poi gli Spagnuoli, e senza misericordia diedero il sacco non solo a quanti cavalli, armi e bagaglio vi aveano lasciato i Franzesi, ma anche alla misera cittadinanza. Passato di là il marchese a Pizzighittone, e, piantate le artiglierie, forzò quel presidio alla resa. Andò poscia Prospero Colonna con tutta la sua armata a stringere d'assedio la detta città di Cremona. Lo Scudo e Federigo da Bozzolo, tuttochè si trovassero assai forti di gente, pure, al mirarsi senza speranza di soccorso, intavolarono tosto un trattato, che fu sottoscritto nel dì 26 di maggio, in cui si obbligarono i Franzesi di render quella città, ed ogni altra fortezza nello Stato di Milano, a riserva dei castelli di Milano, Cremona e Novara, se in termine di quaranta giorni non veniva un esercito di Francia capace di passare il Po, o di espugnare una città di quel ducato: e che fosse loro lecito di passare in Francia a bandiere spiegate con tutti i loro carriaggi ed artiglierie. Furono dati gli ostaggi per l'esecuzione del trattato. L'indefesso _Colonna_, giacchè il ferro era caldo, non perdè tempo a batterlo. Imperciocchè mise tosto in marcia l'esercito alla volta di Genova, con pensiero di snidare anche di là i Franzesi. Seco si unì il _duca di Milano_ con _Girolamo_ ed _Antoniotto_ fratelli Adorni, fuorusciti di Genova. Arrivati che furono sotto quella nobil città, s'accamparono intorno ad essa in varii siti, con disporre ben tosto le artiglierie contro le mura. Il doge, ossia governatore _Ottaviano Fregoso_, uomo di gran vaglia ed universalmente amato per l'ottimo suo governo, avea già presi circa quattro mila fanti italiani al suo servigio. Ben prevedendo che anche sopra di lui e della città si dovea scaricar la tempesta, dianzi con più lettere avea chiesto soccorso al _re Cristianissimo_, il quale, giacchè non avrebbono potuto giugnere a tempo quattordici mila fanti e cinquecento lancie inviate verso l'Italia per terra, spedì a Genova per mare _Pietro Navarro_, celebre capitano da noi altrove veduto, con quattro galee e due mila fanti imbarcati in altri legni. Giunse il Navarro colà due dì prima dell'arrivo dell'armata imperiale. Ora il duca e il Colonna appena arrivati[401], per un araldo fecero intendere ai Genovesi, che se congedassero il presidio franzese, e ricevessero un altro doge, si conserverebbe loro la libertà; se no, si aspettassero tutti i malori di una città presa per forza. Non mancavano partigiani ai suddetti Adorni; ma per paura del presidio niuno ardiva di muoversi, e il Fregoso facea sperar vicino un più gagliardo soccorso di Franzesi. Pertanto, veggendo il Colonna persistere quel popolo nell'union co' Franzesi, comandò che le artiglierie parlassero più efficacemente dell'araldo. Riuscì al _marchese di Pescara_ in poche ore di diroccar le mura d'una torre: il che veduto dal Fregoso, si avvisò di trattare d'accordo, sperando di menar la cosa tanto in lungo, che sopravvenisse il non molto lontano soccorso de' Franzesi. Ma mentre si facea questo negoziato nel dì 30 di maggio, ed era come accordato tutto, il marchese di Pescara, che avea promesso il sacco della città a' suoi fanti spagnuoli ed italiani, diede l'assalto alla breccia fatta, e v'entrò verso la notte colla sua gente, la qual subito s'applicò al saccheggio. Ciò inteso dal resto dell'armata, non si potè ritenere che anch'essa non corresse alla preda. Entrarono quella notte il duca e il Colonna nella misera città; ma nè essi nè i fratelli Adorni poterono punto trattenere la sfrenata soldatesca dal continuare il sacco per tutta quella notte e nel seguente giorno. E siccome essa città era delle più ricche d'Italia, così immenso fu il bottino. Dicono che fu salvo l'onor delle donne, e che s'ebbe un mediocre rispetto alle chiese. Certo è che fu salvata la sagristia di San Lorenzo, dove si conserva il catino di smeraldo d'impareggiabil prezzo, con aver guadagnato un capitano tedesco, il quale già ne sfondava le porte, mediante lo sborzo di mille ducati d'oro. Restò in così fiera disavventura prigione _Pietro Navarro_ con altri capitani franzesi; ed _Ottaviano Fregoso_, perchè non potè o non volle fuggire, si rendè al marchese di Pescara, presso il quale, dice il Guicciardini che egli morì non molti mesi dappoi. Ma l'Anonimo Padovano scrive, essersi il Fregoso da lì a qualche tempo riscattato collo sborso di quindici mila ducati d'oro. Fu poi creato doge di Genova _Antoniotto Adorno_. Questi, avendo fatto venire artiglierie da Pisa, in pochi dì si rendè padrone anche della cittadella, e di San Francesco e del castelletto, con lasciar ripassare in Francia quelle guarnigioni. Marciò dipoi il Colonna colla vittoriosa armata in Piemonte, per opporsi a _Roberto Scotto_, che già avea passate l'Alpi, conducendo seco il suddetto corpo di milizie franzesi; ma egli dopo essersi intesi tanti progressi dell'esercito imperiale, ebbe ordine di tornarsene indietro. Trovò esso Colonna che i _marchesi di Monferrato_ e _Saluzzo_ aveano in addietro somministrati viveri ed altri aiuti ai Franzesi. Non poteano essi far di meno; pure questo fu un gran reato, per cui non solamente si diede un buon rinfresco in quelle parti all'esercito imperiale, ma si riscossero ancora grosse contribuzioni di danaro. Venuto poscia il dì 4 di luglio, in cui spirava il termine prefisso per la resa di Cremona, il _signor dello Scudo_ fedelmente consegnò quella città ai ministri cesarei, e con tutto onore condusse anch'egli le sue genti in Francia. Restavano tuttavia in poter de' Franzesi i castelli di Milano, Cremona e Novara, e le rocche di Trezzo e Lecco. Venne poi fatto al duca di ricuperar le due ultime e il castello di Novara, con rimanere resistenti solamente i due primi. Ciò fatto, furono cassate le fanterie tedesche ed italiane, e il resto distribuito in vari luoghi dello Stato di Milano. Non mancarono in quest'anno anche in Toscana movimenti di guerra. _Renzo da Ceri_, già incitato da' Franzesi, si mosse con cinquecento cavalli e sette mila fanti verso Siena, per introdurre mutazion di governo in quella città. Diedero all'armi per questo i _Fiorentini_; e fatto accordo col _duca d'Urbino_, a cui restituirono allora, secondo alcuni, la fortezza di San Leo nel Montefeltro (quando il Nardi, più informato d'essi, la riferisce all'anno 1527), presero per lor generale il _conte Guido Rangone_, il quale con tal prudenza andò guastando tutti i disegni di Renzo, che il forzò a trattare un accordo, e così cessò quella briga. Parimente in Romagna furono ammazzamenti e non pochi disordini, e spezialmente venne fatto a _Sigismondo_ figlio di _Pandolfo Malatesta_ d'introdursi segretamente in Rimini, e coll'aiuto de' suoi partigiani d'impadronirsi di quella città, retaggio antico dei suoi ascendenti. Procedeano tali sconcerti dalla discordia del collegio de' cardinali e dalla lontananza del papa. Però essi cardinali non cessavano di replicare le istanze, perchè il santo padre venisse oramai in Italia: cosa ch'egli non potè eseguire, per voler prima abboccarsi coll'_imperador Carlo V_, di giorno in giorno aspettato in Ispagna. Ma perciocchè esso Augusto troppo tardava a venire, il pontefice prese la risoluzion di partirsi: e quantunque arrivasse poi ai lidi di Spagna esso Carlo, pure Adriano si scusò, e andò ad imbarcarsi senza vederlo, non sussistendo ciò che dice l'Anonimo Padovano, che per otto giorni si trattennero amendue in Barcellona in continui ragionamenti. Il corteggio del pontefice riuscì magnifico, perchè composto di diciotto galee e d'altri legni, di tre o quattro mila soldati, e di gran copia di prelati e nobiltà. Si mosse nel dì 6 di agosto, e sbarcò a Genova, dove trovò quel popolo tuttavia sbalordito e dolente per la gravissima sofferta burrasca. Colà si portarono il _duca di Milano, Prospero Colonna_, il _marchese di Pescara_ ed altri a baciargli il piede. Nel dì 22 d'agosto, se ne parti, e dopo essersi fermato due giorni in Livorno, dove fu onorevolmente accolto dal _cardinal Giulio de Medici_, come capo, per non dir padrone, de' Fiorentini, si trasferì a Cività Vecchia. Colà smontato, trovò trentasette porporati che gli prestarono i dovuti ossequii. Era dianzi entrata la peste in Roma, e vi avea fatta strage di otto mila persone: spettacolo, per cui, oltre ai cardinali e primati, gran parte ancora del popolo era fuggita. Perciò, tolta l'esca al malore, pochi più oramai ne morivano. Con tutte le ragioni addotte al papa, che conveniva differir l'ingresso suo in Roma, egli volle farlo senza dimora, ed essere coronato. Intorno al giorno della sua entrata e coronazione in Roma, si truova discrepanza fra gli scrittori. Ma una lettera di Girolamo Negro[402] ci assicura che ciò avvenne nel dì 29 d'agosto. Avendo poi quel miscuglio di gente riaccesa più che mai la pestilenza, per cui mancarono di vita circa altre dieci mila persone, il pontefice non per questo si sbigottì, e ritiratosi in Belvedere, quivi attese a dar sesto agli affari di Roma. Spedì le sue genti d'armi in Romagna, che poi ricuperarono Rimini dalle mani di _Pandolfo Malatesta_ e di _Sigismondo_ suo figlio. Liberò eziandio Imola, Ravenna ed altre città dei sediziosi. Appena fu intesa l'elezion di questo papa, che _Alfonso duca_ di Ferrara inviò in Ispagna Lodovico Cato a rendergli ubbidienza, e ad informarlo delle violenze contra di lui usate dai due precedenti pontefici. Venuto poi il papa a Roma, annullò il monitorio di _papa Leone X_, e le censure pubblicate contra d'esso duca; gli confermò Ferrara, il Finale e San Felice, e gli promise la restituzione di Modena e Reggio. Con tal congiuntura Alfonso ricuperò Cento e la Pieve. Si provarono in quest'anno le deplorabili conseguenze della guerra suscitata da esso papa Leone, perchè, oltre alla desolazion della Lombardia e di Genova, il sultano de' Turchi Solimano, veggendo impegnati i principi cristiani nelle loro detestabili discordie, ito con un formidabile esercito per mare e per terra all'assedio dell'isola di Rodi, posseduta per tanto tempo dai cavalieri gerosolimitani, quantunque una stupenda difesa trovasse, per cui dicono che tra malattie e ferite perdesse circa cento mila persone; pure infine, per colpa d'alcuni traditori empii cristiani, se ne impadronì nel dì 20 di dicembre, con danno ed infamia incredibile della cristianità. Implorarono quei cavalieri soccorso da Roma, da Venezia, dall'imperadore e da altri principi cristiani. Neppur uno alzò un dito per aiutarli, intenti tutti a scannarsi fra loro. Similmente con sì favorevole congiuntura si andò dilatando sempre più l'eresia di fra Martino Lutero per la Germania, e quella di Zuinglio per gli Svizzeri. Ebbe anche principio la crudelissima degli Anabatisti. Povera cristianità in questi tempi! NOTE: [401] Agostino Giustiniani, Guicciardini, Anonimo Padovano, Pietro Messia, ed altri. [402] Lettere de' Principi, tom. 1. Anno di CRISTO MDXXIII. Indizione XI. CLEMENTE VII papa 1. CARLO V imperadore 5. Riuscì in quest'anno a _Francesco Maria Sforza_ duca di Milano di ridurre in suo potere il fortissimo castello di quella città, avendo capitolato quel castellano, che se in termine d'un mese non veniva soccorso, lo renderebbe, perchè oramai penuriava troppo di vettovaglie e di gente. L'Anonimo Padovano scrive che la resa seguì nel dì 17 di maggio: il Guicciardini, che nel dì 14 di aprile. Si trovò che quella guarnigione era ridotta a soli quarantacinque uomini. Sicchè restò il solo castello di Cremona in man de' Franzesi, ed era ben provveduto. Pare che sia più verisimile l'asserzione del Guicciardini intorno alla resa del castello di Milano; perciocchè, quantunque non avesse il duca per anche ottenuto dall'_Augusto Carlo_ l'investitura di quel ducato, pure nel dì 24 di aprile con gran solennità e pari allegrezza del popolo ne prese il possesso in Milano. E qui non si vuol tacere un grave pericolo in cui incorse quel duca nel mese d'agosto. Era egli stato più dì a Monza per fuggire il caldo. Nel tornare ch'egli faceva a dì 25 d'esso mese a Milano, i ducento cavalli di sua guardia parte camminavano avanti, e parte gli teneano dietro molto lontani, a cagion del gran polverio, ed egli con pochi marciava nel mezzo. Fra questi pochi era Bonifazio Visconte suo cameriere, che, conceputo un odio grande per la morte dianzi data a monsignorino Visconte, e perchè gli era tolta una prefettura in Val di Sesia, ne meditava vendetta; e fingendo di voler parlare al duca in segreto, con un pugnale gli tirò un colpo alla testa; ma, per cavalcare esso duca una muletta, e Bonifazio un alto e velocissimo cavallo turco, andò il colpo solamente a fare una leggier ferita nella spalla. Inseguito costui, mercè dell'ottimo cavallo, ebbe la fortuna di salvarsi in Piemonte, e poi in Francia. Questo accidente fece sospettar qualche congiura, e molti furono imprigionati in Milano, ed alcuni ancora impiccati. Guarì facilmente il duca. Non di meno fra Paolo carmelitano, scrittore di questi tempi nella sua Storia manuscritta racconta che il pugnale era avvelenato, perlochè ne fu difficile la guarigione, ed essergli restata da lì innanzi una debolezza di nervi. Sparsa e ingrandita la voce di questo fatto, le città di Valenza e d'Asti furono prese dai fuorusciti milanesi; spedito colà _Antonio da Leva_, ricuperò que' luoghi. Avea intanto l'_imperador Carlo_, dappoichè vide cacciati quasi affatto fuori di Lombardia i Franzesi, applicati i suoi pensieri a provvedere che non vi tornassero. Bramoso dunque di staccar da essi il valoroso _duca di Ferrara Alfonso_, e massimamente il senato veneto, da Vagliadolid spedì in Italia _Girolamo Adorno_ suo consigliere, persona di rara abilità e destrezza, acciocchè ne trattasse. Venuto questo ministro cesareo a Ferrara, nel dì 29 di novembre dell'anno precedente, s'accordò col duca, obbligandosi l'imperadore di tenere quel principe sotto la sua protezione, di confermargli l'investitura imperiale de' suoi Stati, e di fargli restituire Modena e Reggio, con che egli pagasse alla maestà sua centocinquanta mila scudi d'oro. Non volle il duca prendere impegno alcuno contra de' Franzesi, perchè restavano tuttavia allora in man d'essi i castelli di Milano e di Cremona, e forse non s'erano loro tolte per anche le fortezze di Trezzo e di Lecco, e poi si udivano dei gran preparamenti del _re Francesco_ per tornar in Italia. Andò poscia l'Adorno anche a Venezia, dove propose a quel senato una lega coll'imperadore. Grandi e lunghi furono i dibattimenti fra que' saggi senatori, perchè dall'un canto sembrava preponderare la potenza di chi era imperadore ed insieme re di Spagna, corroborata dal duca di Milano, che uguale interesse avea con esso Augusto. Ma dall'altra parte l'abbandonare il re di Francia già collegato parea cosa di poco onore; oltre di che, i sicuri avvisi dello armamento, che egli facea, teneano divisi e sospesi gli animi di ciascuno. Intanto, perchè venne a morte l'Adorno, restò intepidito quel negoziato. Ma da lì a un mese essendo stato spedito da Cesare a Venezia _Marino Caracciolo_ protonotario apostolico, si ripigliò con più vigore. Venne poi a morte nel dì 7 di luglio, per attestato del Sansovino, il doge _Antonio Grimani_, e in suo luogo restò eletto _Andrea Gritti_, personaggio che abbiam veduto dar tante prove di valore e prudenza nelle sì fiere contingenze di quella repubblica. È ben da stupire come una Cronica manuscritta di Venezia metta la di lui elezione nel dì 20 d'aprile, e fra Paolo carmelitano nel dì 20 di maggio. Nè lo stesso Sansovino sembra assai concorde a sè stesso, e discorda ancora da Pietro Giustiniani nell'assegnare il tempo del ducato del Grimani. Ora il Gritti, siccome persona di gran saviezza, mai non volle palesare il sentimento suo intorno alla lega proposta dal ministro cesareo, lasciandone tutta la risoluzione al senato. E questa finalmente fu conchiusa sul fine di luglio fra essi _Veneziani_, _l'imperadore, Ferdinando arciduca_ e _Francesco duca_ di Milano. Crebbe poi questa lega, perchè _papa Adriano VI_, amantissimo per altro della pace d'Italia, dopo aver con lettere efficaci esortati tutti i principi a conservarla, per potere accudire all'impresa contra del Turco, veggendo pure ostinato il re di Francia a volerla di nuovo turbare, nel dì 3 di agosto entrò anch'egli in essa lega, siccome i _re d'Inghilterra_ d'_Ungheria_, i _Fiorentini, Sanesi_ e _Genovesi_. E perchè si scopri che _Francesco Soderino_ cardinale di Volterra, mostrandosi appassionato per la pace, e maneggiator d'essa, segretamente intanto tramava in Sicilia una congiura contra l'imperadore, e sollecitava il re Cristianissimo che colà inviasse la sua flotta, fu, per ordine del pontefice, inviato prigione in castello Sant'Angelo. Ma che? il buon _papa Adriano_ sul più bello fu da questi terreni imbrogli chiamato da Dio a miglior vita nel dì 14 di settembre, con poco dispiacere, se non anche con gaudio della corte di Roma, riguardante poco di buon occhio un pontefice non italiano, e trovandolo anzi uomo inesperto ne' grandi affari politici, ossia nelle finezze della mondana sapienza, la quale infine davanti a Dio ha un altro nome. Per altro, egli fu pontefice pieno d'ottima volontà, di sapere e probità non ordinaria; e s'egli fosse sopravvivuto, siccome aderiva a convocare un concilio generale della Chiesa per riformar gli abusi, così grande speranza c'era di poter rimediare al sempre più crescente scisma del Settentrione. La morte del papa, quanto dall'una parte scompigliò i disegni della lega suddetta, tanto dall'altra animò _Francesco re_ di Francia a proseguir con più calore i suoi preparamenti e disegni per calare in Italia. Era stato fin qui _Alfonso duca_ di Ferrara aspettando con pazienza la restituzion delle sue città di Modena e Reggio, promessa tante volte da _papa Leone X_, e dallo stesso _Adriano VI_. Ma il possesso e dominio degli Stati terreni, quand'anche sia ingiusto, porta seco un tale incanto, che niun quasi mai sa indursi a spogliarsene, se non si adopera l'esorcismo della forza. Il perchè, veggendosi il duca cotanto deluso, non potè più stare alle mosse. Aveva dianzi l'imperadore tolta la terra di Carpi ad _Alberto Pio_, gran cabalista di questi tempi, che, dopo aver tradito esso Augusto, era dietro a far lo stesso giuoco al papa, che gli avea affidata la custodia di Reggio e di Rubiera, come s'ha dal Guicciardini. Ora, innanzi che accadesse la morte del papa, _Renzo da Ceri_ avea tolta essa terra di Carpi agl'imperiali, con inalberar ivi le bandiere di Francia. Dappoichè fu mancato di vita papa Adriano, si diede Renzo a far delle scorrerie fra Modena e Reggio. Tentò anche Rubiera, ma indarno. In questo tempo il _duca Alfonso_, sperando d'essere sostenuto da esso Renzo, uscì colle sue genti in campagna. Nel dì 27 di settembre si presentò davanti a Modena, e ne fece la chiamata. Perchè dentro v'era _Francesco Guicciardini_ governatore pel papa, e il _conte Guido Rangone_ con forza valevole da poter sostenere la città, fu mandato in pace. Voltossi il duca a Reggio, dove nel dì 29 del mese suddetto, senza dover usare violenza, da quel popolo fu allegramente ricevuto; e poco stette a impadronirsi anche della cittadella e di tutto il contado. Venuto poi al forte castello di Rubiera sulla via Emilia ossia Claudia, colla artiglierie forzò la terra, ed appresso anche la rocca a rendersi. Avrebbe inoltre potuto ridurre alla sua ubbidienza Parma, ch'era senza presidio, e minacciata colle scorrerie da Renzo da Ceri; ma avendo i Parmigiani mandato a Rubiera per saper l'intenzione del duca Alfonso, e udito ch'egli altro non voleva se non ricuperare il suo, e non occupar quello che era della Chiesa, allora si animarono a difendere la lor città, e finì la loro paura. Erano in questi tempi nate controversie fra il _re Francesco_ e _Carlo duca di Borbone_ della real casa di Francia, per le quali questo principe disgustato avea segretamente preso il partito di _Carlo imperadore_. E perciocchè il re, avendo già raunata una possente armata, meditava di portarsi in persona a riacquistare lo Stato di Milano, giacchè per pruova avea conosciuto che la presenza del principe influiva troppo al buon esito delle imprese, il Borbone con Cesare avea progettato di assalire nella lontananza del re la Borgogna maggiore; al qual fine s'andavano ammassando dodici mila Tedeschi. Traspirò questa mena, allorchè il re Cristianissimo fu giunto a Lione; e però il duca di Borbone, che quasi fu colto nella rete, ebbe la fortuna di salvarsi travestito in Germania, daddove poi il vedremo venire in Italia. Cagion fu la cospirazione suddetta che il re Francesco si astenne per ora dal passare i monti per timore d'altre segrete insidie; ma non per questo lasciò d'inviare in Lombardia per generale_ Guglielmo Grosseri_o, per soprannome il _Bonivet_, ammiraglio allora di Francia, che per favore specialmente di _Lodovica_ madre del re era salito ai primi onori e alla confidenza del re medesimo, ma che accoppiava coll'ignoranza del mestier della guerra una somma arroganza e superbia. Poderosa era l'armata ch'egli conduceva, perchè composta di otto mila Svizzeri, sei mila Tedeschi, tre mila Italiani, tre mila Guasconi, lancie mille e ottocento, arcieri due mila. Il Guicciardini parla di sei mila Svizzeri, sei mila fanti tedeschi, dodici mila franzesi, e tre mila italiani, oltre alle suddette lancie. Sul principio di settembre arrivò questo esercito a Susa. Aveano i Veneziani collegati con Cesare eletto per lor generale _Francesco Maria duca_ d'Urbino, nè tardarono a spedirlo nel Bergamasco con cinquecento lancie, cinque mila fanti e cinquecento cavalli leggieri, acciocchè ad ogni cenno di _Prospero Colonna_ passassero l'Adda. Parimente l'_arciduca Ferdinando_ inviò sei mila fanti a Milano. Trovavasi allora il Colonnese malconcio di sanità; contuttociò, dopo aver presidiata Pavia, e mandato _Federigo marchese_ di Mantova alla guardia di Cremona, allorchè sentì avvicinarsi i Francesi, fattosi portare in lettiga, s'andò a postare al Ticino con pensiero di contrastarne loro il passaggio. Calati i Franzesi, poco stettero a impadronirsi di Asti, Alessandria e Novara. Trovato anche il fiume Ticino molto magro, cominciarono in più luoghi a passarlo: il che obbligò il Colonna a ritirarsi in fretta a Milano, nel cui popolo era entrata sì fatta costernazione, che, per sentimento dei saggi, se il Bonivet marciava a dirittura colà, senza fatica v'entrava. Ma per voler egli aspettare il resto di sue genti, si fermò tre giorni senza alcuna azione, dando tempo ai Cesariani e Milanesi di ben fornire di vettovaglie la città, di rifare i bastioni dei borghi, e di ricevere un soccorso di quattro mila fanti italiani: con che tornò il cuore in corpo a quel popolo, e, per l'avversione che ognuno nudriva contro i Francesi, si dispose ad una gagliarda difesa. Intanto l'armata franzese s'inoltrò a Binasco, e, facendo continue scorrerie fino alle porte di Milano, s'impossessò di Monza, dove fu posta molta cavalleria, affinchè per quella parte non passassero vettovaglie a Milano. Venne in questo tempo avviso all'ammiraglio Bonivet, avere il comandante franzese del castello di Cremona, siccome ridotto agli estremi per penuria di viveri, capitolato di renderlo, se in termine di quindici giorni non gli veniva soccorso; e che il marchese di Mantova si era portato a Lodi con due mila fanti e cinquecento cavalli, per vietare il passo ai Franzesi. Premendogli di conservar quella fortezza, spedì il _signor di Baiardo_ e _Federigo da Bozzolo_ con otto mila fanti, due mila cavalli e dieci pezzi d'artiglieria a Lodi. A questo avviso, fu ben diligente il marchese di Mantova a ritornarsene a Cremona. Entrarono i Franzesi in Lodi, ed ivi restato il Baiardo con mille fanti, Federigo, seco menando gran quantità di vini, farine e grascia, senza far paura alcuna, seguitò il viaggio a Cremona, e nel dì 20 di settembre introdusse in quel castello i viveri, e, invece de' soldati la maggior parte malati, ve ne mise di sani. L'altro giorno se ne ritornò con tutto onore a Lodi. Questa azione del Bozzolo fece nascere speranza al Bonivet di acquistare la stessa città di Cremona; e però colà rimandò il suddetto Federigo con sei mila fanti e mille cavalli, a cui poscia si aggiunse Renzo da Ceri con tre mila fanti. Speravano questi capitani di penetrar nella città per via della fortezza, ma si disingannarono in più assalti, con loro gran danno dati ai trincieramenti e ripari fatti fra la città e il castello, e sostenuti con bravura da Niccolò Varolo. Sicchè si rivolsero a bombardar le mura della città alla porta di San Luca. Fatta larga breccia, mentre si accingevano a dar la battaglia, eccoti un'impetuosa pioggia che durò quattro giorni, con impedire il trasporto delle vettovaglie, e fu forza di prenderne dallo stesso castello. E perciocchè s'erano ingrossati i fiumi, Federigo da Bozzolo prese la risoluzione di ritirarsi, affinchè non gl'incontrasse di peggio; e tutto spelato, anzi rovinato, si ridusse a Lodi circa la metà di ottobre. Giacchè questo colpo era andato fallito, l'ammiraglio si accostò coll'esercito a Milano, confidando di poter ridurre a' suoi voleri quell'augusta città piena di popolo con impedire, o difficoltare il passo alle vettovaglie. Andava sempre più crescendo l'infermità di _Prospero Colonna_, e però egli diede l'incombenza della difesa della città al _signor di Alarcone_. Facea questi ogni dì uscire i suoi cavalli per servire di scorta a chi portava dei viveri, e ne venivano non pochi dalla Ghiaradadda e dai monti di Brianza. Ma ito sul fin d'ottobre il _signor di San Paolo_ Franzese a Caravaggio, diede un orribil sacco a quella terra e per que' contorni, e per li suddetti monti saccheggiò o bruciò molte altre ville e castella: il che riempiè di terrore tutti quegli abitanti. All'incontro, spedito il _marchese di Mantova_ con ottocento cavalli e tre mila fanti venuti da Genova di qua da Po, riprese Alessandria e molte castella: con che proibì a tutta quella contrada e al Piemonte che niuna vettovaglia portassero al campo franzese. Il perchè l'esercito franzese cominciò a far quaresima prima del tempo, e si trovava di mala voglia. Ma neppure avea occasion di cantare l'esercito cesareo di Milano, perchè scarseggiava di vitto, e più di paghe. Perciò il Colonna co' primarii, consapevoli della promessa fatta dall'imperadore di restituir Modena ad _Alfonso duca_ di Ferrara collo sborso di gran somma di danaro; ed anche informati che questo principe, con tutte le istanze fatte dai Franzesi, non avea voluto assisterli nell'assedio di Cremona, inviarono oratori a lui per dargli Modena, purchè di presente sborsasse trenta mila ducati d'oro, e venti altri nel termine di due mesi. Era già fatto l'accordo; ma Francesco Guicciardini, governator di Modena per la Chiesa, tanto seppe fare, che distrusse tutti i disegni del Colonna e le speranze del duca. Intanto, non potendo più il Bonivet per le pioggie e per altre incomodità fermarsi sotto Milano, e massimamente perchè circa la metà di novembre gli era andato fallito un tradimento concertato con Morgante da Parma; ed essendo anche sopravvenute le nevi, intavolò un trattato di tregua cogli imperiali. Ma perchè questo non si conchiuse, levò finalmente, nel dì 27 di novembre, il campo, e, senza che Prospero Colonna volesse permettere l'inseguirli, si ridusse a Biagrasso e Rosate. Mentre per queste diaboliche guerre si trovava involto lo Stato di Milano in indicibili calamità, si rallegrò la Chiesa di Dio dopo due mesi di conclave, e dopo assaissime gare e discordie de' cardinali, per l'elezione di _Giulio cardinale de Medici_, effettuata nel dì 19 di novembre, il quale assunse il nome di_ Clemente VII_; personaggio di gran senno, e di non minore perizia nel governo degli Stati, e tale, che mirabili cose dalla di lui testa gravida di politica si promise il popolo romano. Quai mezzi adoperasse egli per salire a sì eminente dignità, può il lettore apprenderlo dal Guicciardini. L'Anonimo Padovano ci assicura che, terminate le solenni funzioni della coronazione, questo pontefice dichiarò di voler essere amator della pace, e pastore senza parzialità del Signore, e che accorderebbe insieme i principi cristiani, per formar poscia una crociata contro gl'infedeli. Certo è che un atto di gloriosa generosità diede principio al suo governo, avendo perdonato al cardinal Soderino, suo gran nemico negli anni addietro, e molto più nel conclave, a cui, liberato dalla prigione, intervenne. Parimente si osservò in lui abborrimento a far leghe, e ad entrare in impegni di guerra. Intanto l'assunzione sua fece quetar tutti i rumori insorti nello Stato ecclesiastico; e il _duca di Ferrara_, dopo aver lasciati buoni presidii in Reggio e Rubiera, cessò d'inquietare la città di Modena. Inviò poscia esso duca i suoi oratori a Roma per rendere ubbidienza al novello pontefice, e per chiedere la restituzion d'essa Modena, tante volte promessa dai due precedenti papi. Clemente, per lo contrario, facea istanze che il duca restituisse Reggio e Rubiera. Varie sessioni furono perciò tenute, e andando l'affare in lungo, altro non si conchiuse infine, se non che vi fosse tregua fra loro per un anno da cominciarsi nel dì 15 di marzo dello anno seguente 1524; e che ognun possedesse quel che aveva, senza innovar cosa alcuna: il che fu poi puntualmente eseguito dal duca Alfonso, ma non così da papa Clemente. Andava in questo mentre sempre più peggiorando di salute _Prospero Colonna_; laonde Carlo imperadore pensò alla provvisione di un nuovo condottiere dell'armi sue in Lombardia, e insieme a rinforzare l'esercito suo per iscacciare i Franzesi. Ebbe ordine _don Carlo de Nois_ ossia _della Noia_, vicerè di Napoli, di venire a Milano, ed egli infatti arrivò a Bologna verso la metà di dicembre, menando seco non più di trecento cavalli e di mille fanti. Passato dipoi a Parma, giunse colà ancora _Carlo duca di Borbone_, tutto voglioso di far del male al re di Francia, che gli avea occupato gli Stati e mobili suoi di sommo valore. Stettero ivi fermi per otto giorni, conferendo insieme di quel che s'avesse a fare. Avea il Borbone portato seco un brevetto di luogotenente generale di Cesare. Venne ad unirsi con loro anche il _marchese di Pescara_, che condusse altri mille fanti dal regno di Napoli. Andati di là a Pavia, e ricevuta una potente scorta, si ridussero poi tutti a Milano sul fine dell'anno; e trovato tuttavia vivente il Colonna, andarono a visitarlo. Ma egli nel dì penultimo di dicembre, per attestato del Guicciardini, oppure nell'ultimo, come ha l'Anonimo Padovano, diede fine al suo vivere, con sospetto, secondo il solito, di veleno, restando gran fama di lui, cioè d'un capitano di rara saviezza e valore, a cui simile un pezzo fa non avea veduto l'Italia, ma insieme la taccia di molta libidine, da cui probabilmente provenne il veleno che il trasse a morte. Solennissime esequie furono a lui fatte, e il corpo suo con quello di Marcantonio fu poi trasportato a Napoli. Anno di CRISTO MDXXIV. Indizione XII. CLEMENTE VII papa 2. CARLO V imperadore 6. Grandi consulti si fecero in Milano dai generali cesarei intorno alle operazioni della futura campagna, e fu risoluto di aspettar sei mila fanti che l'_arciduca Ferdinando_ mandava di Germania. E perciocchè mancava il denaro, principal mobile negli affari di guerra, i Milanesi si indussero, per amore o per forza, a prestar novanta mila ducati d'oro al loro duca. _Papa Clemente_ anch'egli, tuttochè mostrasse ai ministri del re Cristianissimo di non volere impacciarsi nelle guerre de' potentati cristiani, pure segretissimamente inviò venti mila ducati d'oro ad essi imperiali, e trenta mila ancora ne fece lor pagare dai Fiorentini. Venne poi l'aspettato corpo di Tedeschi a rinforzare l'armata cesarea, e seco si congiunse ancora colle sue genti _Francesco Maria della Rovere_ duca d'Urbino, generale de' Veneziani, di modo che ascese quell'esercito a mille ed ottocento lancie, a venti mila fanti fra tedeschi, spagnuoli ed italiani, e a due mila cavalli leggieri. Uscì il _vicerè Lanoia_ in campagna, e andò a postarsi a Binasco: al quale avviso, l'_ammiraglio Bonivet_ raccolse l'esercito suo a Biagrasso, per quivi fermarsi, finchè gli venissero i tante volte promessi rinforzi di Francia; ma non senza timore, d'assediatore stato fin qui, di divenire assediato. Chiariti i cesarei che troppo caro riuscirebbe il tentar di sloggiare da quel fortissimo accampamento i nemici, passarono il Ticino, e iti a Gambalò, di là cominciarono a scorrere tutta la Lomellina, impedendo il trasporto dei viveri al campo franzese. Nel qual tempo, cioè verso il fin di febbraio, il comandante franzese del castello di Cremona, essendo ridotto agli estremi, ne pattuì la resa, se in termine di otto giorni non gli veniva soccorso, e l'ammiraglio vergognosamente lasciò cader quella fortezza. All'incontro, sul principio di marzo _Federigo da Bozzolo_, comandante de' Franzesi in Lodi, fece una scorreria per tutto il piano di Bergamo e Crema, asportandone un immenso bottino. Ma non potendo più il Bonivet sussistere in Biagrasso per mancanza di viveri, passò a Vigevano; e il duca di Urbino colle genti venete applicò le artiglierie al castello di Garlasco, e con un sanguinoso assedio se ne impadronì, e tutto poi lo diede a sacco. La stessa orribil disavventura toccò al castello di Sartirana, dove tagliato fu a pezzi il presidio franzese. Avea l'ammiraglio Bonivet tentato di venire a battaglia campale con gl'imperiali; ma questo giuoco azzardoso non piacendo al vicerè e a' suoi capitani, si contentarono di andarlo inquietando con delle scaramuccie. Era egli ancora uscito per soccorrere Sartirana, e non fu a tempo. E perciocchè i cesarei ebbero in lor potere la città di Vercelli, egli, trovandosi sempre più impaniato, si ridusse a Novara, per aspettar ivi otto mila Svizzeri, già assoldati dal re Cristianissimo, che non trovavano mai la via per muoversi. Calarono bensì cinquecento Grisoni nella pianura di Bergamo; ma il _duca di Milano_ spedì contra di loro _Giovanni de Medici_, uomo sopra modo ardito, con quattro mila fanti e due mila cavalli, che, dopo averli fatti ritornare alle lor montagne, prese a forza d'armi la terra di Caravaggio in Ghiaradadda, dove andò a fil di spada quasi tutto il grosso presidio franzese; e poi rallegrò le sue truppe, con saccheggiarne tutti gl'infelici abitanti. Di là, per ordine del duca, passò il Medici a Biagrasso, dove tuttavia restavano mille Franzesi di guarnigione; ed, avendo prima tolto il ponte che teneano essi Franzesi sul Ticino, nello stesso giorno colle artiglierie fece gran rottura nelle mura di quella terra, ed immediatamente venuto all'assalto, in meno di mezz'ora v'entrò, con uccidere nel primo empito da ottocento tra soldati ed abitanti. Restarono gli altri prigionieri, e quivi pure fu dato un orrido sacco con tutte le sue conseguenze. Non avevano peranche imparato gl'Italiani d'allora a far opere esteriori ai luoghi di difesa, come usarono dipoi; e però sì facile era l'accesso, e il fiero effetto delle artiglierie. Costò ben caro alla misera città di Milano l'acquisto di Biagrasso; perocchè nella lunga stanza in quel luogo essendo entrata la vera peste, oppure una micidiale epidemia ne' Franzesi, portata poi gran parte di quel bottino a Milano, cominciò ivi a spargere un occulto crudel veleno, di cui avremo a parlare andando innanzi. Scesero in questi tempi cinque oppure otto mila Svizzeri al soldo di Francia, e giunsero fino ad Ivrea (l'Anonimo Padovano dice a Varese) con disegno d'unirsi all'esercito franzese in Novara. Ma perciocchè marciavano senza gran fretta, veggendo il _Bonivet_ andar di male in peggio i suoi affari, venir meno le vettovaglie, e sminuirsi tutto di la sua armata per li soldati che fuggivano alla volta di Francia, determinò anch'egli sul principio di maggio d'avviarsi colà. Il perchè con grande ordinanza passò a Romagnano, e gittò un ponte sulla Sesia, dove da lì a poco arrivarono anche gli Svizzeri. Di grandi istanze fece allora il _duca di Borbone_, tutto pregno d'odio contra della sua nazione, perchè si assalisse un'armata impaurita e quasi fuggitiva. Ma gli altri capitani l'intendeano diversamente, allegando l'antico proverbio: _A nemico che fugge fagli i ponti d'oro_. Secondo il Giovio, anche il _marchese di Pescara_ aringò contra di questo proverbio. Intanto l'ammiraglio si applicò a far passare le sue genti di là dalla Sesia; quand'ecco arrivargli addosso mille cavalli ed altretanti fanti nemici, che senza commissione del lor generale venivano a cercar fortuna. Questo assalto, e la fama o credenza d'aver sulle spalle tutto il cesareo esercito, mise come in rotta i Franzesi, che disordinatamente cominciarono a valicare il fiume. Ivi fu una calda scaramuccia, in cui restarono morti moltissimi soldati ed uffiziali de' fuggitivi, e lo stesso Bonivet ne riportò una ferita per colpo d'archibugio in un braccio, con restar anche in poter de' cesarei sette pezzi d'artiglieria, alcune bandiere ed assai carriaggi. Passati i Franzesi, tal fu la lor fretta e voglia di mettersi in salvo, che lasciarono indietro a Santa Agata quindici altri cannoni, forse credendoli in sacrato, per essere nello Stato di Savoia; ma gl'imperiali, cioè la lor cavalleria leggiera, che andò per gran tratto di paese inseguendoli, senza cerimonie li prese e condusseli al suo campo. Il Giovio dà tutto l'onore di quest'ultima impresa al _marchese di Pescara_. E questo fu il fine che ebbe la spedizione dell'_ammiraglio Bonivet_ in Lombardia, non riportando egli in Francia se non vergogna, e la brutta gloria delle tante miserie cagionate in queste contrade. Restava tuttavia in man de' Franzesi Alessandria, alla cui guardia era il _signor di Bussì_ o _Boisì_, difendendola da tre mila fanti genovesi, venuti contro quella città. Ebbe ordine l'indefesso marchese suddetto di portarsi colà con mille cavalli e quattro mila fanti spagnuoli. Licenziato ancora il _duca d'Urbino_ colle milizie venete, fu pregato di liberar Lodi dalle mani di _Federigo da Bozzolo_, che quivi era restato con cinquecento cavalli e tre mila fanti italiani; e così egli fece. Non voleva Federigo ascoltar parola di resa; ma certificato della ritirata de' Franzesi, e che speranza non rimaneva di soccorso, giudicò meglio di salvar quella gente per servigio del re, e capitolò di poter andarsene con tutti gli onori militari in Francia; laonde quella città fu consegnata al duca di Milano. Nel passare che fece Federigo per l'Alessandrino, trovò che due giorni innanzi il _marchese di Pescara_ avea costretto il Bussì a rendere quella città colle medesime onorevoli condizioni; ed accozzatisi insieme, condussero in Francia cavalli cinquecento e fanti cinque mila, che prestarono poi buon servigio a quel re. Ciò fatto, il _vicerè Lanoia_ condusse anch'egli l'esercito nel Monferrato e in quel di Saluzzo, acciocchè la sua gente si ristorasse, anzi si deliziasse alle spese di que' popoli, col pretesto che fossero stati fautori de' Franzesi. A chi studia il libro della forza armata, troppo diverso da quel del Vangelo, non mancano mai ragioni da assassinar gl'innocenti. Si crederà oramai taluno terminata qui la tragedia dell'anno presente, eppur vi restano altre scene, fors'anche più strepitose, da vedere. Cotanto fu importunato l'_imperadore_ da _Carlo duca di Borbone_, ribello e nemico del _re Francesco_, che si lasciò indurre a permettere che fosse portata la guerra in Francia, dove il Borbone facea sperar cose grandi pel credito e per le attinenze ed amicizie sue. Pensava esso Augusto di muover guerra nello stesso tempo anch'egli a' Franzesi dalla parte di Guascogna, e sperava che altrettanto farebbe in Piccardia _Arrigo re d'Inghilterra_, con cui era unito di sentimenti. Passò dunque il Borbone nel mese di luglio con sedici mila fanti e mille lancie le Alpi, conducendo seco un bel treno di artiglieria grossa e minuta. Ducento mila scudi rimessi a Genova dall'Augusto Carlo e dal re inglese, e pagati ad esse truppe, le fecero camminar di buon cuore, aggiunta la speranza di ben bottinare in paese nemico. Contro il parere d'esso Borbone, vollero i capitani cesarei che si andasse a mettere l'assedio alla città di Marsilia in Provenza, sperandone buon mercato, perchè sarebbono fiancheggiati per mare da una forte squadra di legni genovesi, accorsi a quell'impresa. Avea il re Francesco guernita quella città di sei mila fanti italiani e di trecento lancie franzesi sotto il comando di _Renzo da Ceri_ e di _Federigo da Bozzolo_; i quali tosto s'applicarono a far de' bastioni ed altre difese dalla parte non men di terra che del mare. Per molti giorni continuamente fu combattuta quella città dalle batterie; ma quanto di giorno era atterrato di muro, la notte dai prodi capuani veniva riparato con più forti argini di terreno. Si fecero varie sortite per terra e varii combattimenti in mare fra le squadre nemiche; e infine niuna apparenza restava di vincere una città sì valorosamente difesa tanto da' soldati che dal popolo nemico del nome spagnuolo. Ebbe Renzo anche la fortuna di scoprire un tradimento ordito quella città, e di rimediarvi. Intanto il re Francesco stava in Lione (il Guicciardini scrive in Avignone) ammassando una potente armata, con aver già presi al suo soldo sedici mila Svizzeri e sei mila Tedeschi. Avvenne che il re d'Inghilterra niun movimento fece contra dei Franzesi. Di poco momento ancora fu quello dell'imperadore dalla banda della Navarra; operò, avendo il re Cristianissimo richiamata buona parte delle milizie che dianzi aveva opposto ai lor tentativi, l'esercito imperiale, informato di tanto apparato di guerra, determinò di levare il campo da Marsilia. Ma, nel levarsi, nacque voce che il re con ismisurate forze veniva contra di loro; uscì ancora coi suoi Renzo da Ceri, per dar loro la ben andata: onde non lieve timore e disordine sorse fra essi, talmente che sei pezzi d'artiglieria lor furono presi, e molti lasciarono ivi la vita. Ritiratisi poi il meglio che poterono quindici miglia da Marsilia in forte alloggiamento, stavano aspettando qual risoluzione fosse per prendere il re Francesco. La risoluzione fu, che il re, sempre voglioso di conquistar lo Stato di Milano, veggendolo ora sguernito di difensori, e che più agevole sarebbe a lui di arrivar prima colà che alla nemica armata del Borbone, a cui conveniva passar per le disastrose strade della riviera del mare; s'avviò verso il Monsenisio con tutte le sue forze, credendo che la persona e presenza sua rimoverebbe qualunque ostacolo che finora a' suoi capitani avea impedito l'acquisto, oppure la conservazione dello Stato di Milano. Attesta il Belcaire che esso re inclinava alquanto alle guasconate, nè egli volle abboccarsi colla regina sua madre, che era venuta per dissuaderlo da questa impresa. Giunto il re a Susa (ed era sul principio di ottobre), ivi si fermò due giorni, aspettando il resto dell'esercito suo, che tutto consisteva in due mila lancie, tre mila cavalli leggieri e venticinque mila fanti. Il Guicciardini parla di venti mila fanti, e nulla dice della cavalleria leggiera, di cui non di meno niuna armata soleva andar senza. All'avviso di questa mossa, il duca di Borbone s'affrettò per tornare in Italia. Se crediamo al Giovio, fece fondere le artiglierie; se al Guicciardini, le fece rompere e portare sui muli: l'Anonimo Padovano ha, che, caricatele sulla flotta dei Genovesi, le spedì a Genova. Giorno e notte marciando i suoi soldati per quelle asprissime strade dietro al mare, giunsero finalmente mezzo morti al Finale. Trovossi il _vicerè Lanoia_ in questo inaspettato temporale stranamente confuso, perchè, per aver mandato il fiore del suo esercito in Francia, non vedea maniera di resistere a sì gran torrente. Era impossibile il difendere Milano; perciocchè, portata colà, siccome dicemmo, la peste da Biagrasso, nè facendosi provvisione alcuna, prese tanta forza il male, che tal giorno fu che morirono ivi mille persone e più. E si pretende che in termine di quattro mesi, ne' quali fu la strage maggiore, vi perissero più di cinquanta mila abitanti. Sicchè, tra questo flagello e la fuga di tanti altri cittadini, restò la infelice città quasi disabitata. A cagion d'esso malore il _duca Francesco_ s'era ritirato a Pizzighittone. Andò il vicerè ad Alessandria, per dar mano all'armata sua che tornava in Italia; e nel medesimo dì che il _marchese di Pescara_ giunse ad Alba, anche il _re Cristianissimo_ arrivò a Vercelli. Venne dipoi il vicerè a Pavia, e di là si portò col Pescara e sua gente a Milano, dove del pari chiamò il duca Francesco, che non si arrischiò a passare. Conoscendo poi disperato il caso per quella città, e che i Franzesi con marcie sforzate tendevano a quella volta, si ritirò di là per andare a Lodi. Nel medesimo tempo ch'egli usciva di Milano per porta Romana, la vanguardia franzese v'entrò per porta Ticinese e Vercellina. Seguì ancora una fiera scaramuccia fra essi e il marchese di Pescara, che conduceva la retroguardia; e fu sentimento de' saggi, che se i Franzesi non si fossero fermati in Milano, ed avessero seguitato l'esercito cesareo, in quel dì si potea finire la guerra. Francesco Sforza, ch'era venuto a Pavia, ciò inteso, a seconda del Ticino in barca si condusse a Cremona, oppure a Soncino. Colà ancora si ridusse il vicerè Lanoia coi più del suo esercito e col Borbone, dopo aver guernita la città di Pavia con cinque mila Tedeschi, mille Spagnuoli e quattrocento cavalli sotto il comando di _Antonio da Leva_, capitano di gran valore e sapienza nell'arte militare. Lasciò ancora in Lodi il _marchese di Pescara_ con due mila fanti; ma, secondo l'Anonimo Padovano, quivi restò _Alfonso marchese del Vasto_, giovane di gran valore. V'andò poi più tardi il Pescara. Anche Alessandria, Como e Trezzo furono ben presidiate. Non volle il _re Francesco_ entrare in Milano, ma solamente spedì colà un corpo di gente capace di far l'assedio del castello, entro di cui erano settecento fanti spagnuoli, e diede ordine che non fosse inferita molestia all'afflitto e troppo diminuito popolo di quella città. Quindi s'inviò ad assediar Pavia, per non lasciarsi alle spalle una città poderosa per sè stessa, e vieppiù forte per la gagliarda guarnigione che la custodiva. E venne ben biasimato da non pochi per questo, credendosi che s'egli avesse tenuto dietro all'esercito imperiale, l'avrebbe o disfatto o costretto a ritirarsi in Germania. Nel dì 28 d'ottobre andò l'esercito franzese ad accamparsi intorno a Pavia, e furono distribuiti i quartieri per _Giovanni duca d'Albania_ della casa Stuarda di nazione Scozzese, per _Arrigo d'Albret re di Navarra_, pel _maresciallo della Palissa_, per l'_ammiraglio Bonivet_ e per altri nobili uffiziali. Il re si fermò all'insigne Certosa di Pavia, cinque miglia lungi dalla città. Diedesi principio all'incessante sinfonia delle artiglierie; furono fatte breccie; si venne anche a qualche assalto; tutto nondimeno invano, perchè _Antonio da Leva_ suppliva ad ogni bisogno con nuovi ripari, trincee e cavalieri, ossia alzate di terra, dalle quali colle sue artiglierie inferiva notabil danno al campo franzese. Ora, parendo inespugnabile da quella parte la città, fu proposto al re di assalirla dalla banda del Ticino, dove il Leva non avea creduta necessaria fortificazione alcuna. Fu dunque da incredibil numero di guastatori serrato il ramo del Ticino, che bagna le mura di Pavia, e voltata quell'acqua per l'altro ramo appellato il Gravellone: il che osservato da Antonio da Leva, con tutta la cittadinanza e colle milizie si affrettò a formare anche verso il fiume, quanti mai potè, bastioni di terra. Ma appena fu voltato il fiume, che cominciò una dirotta pioggia, per cui, ingrossate le acque ruppero tutto il lavoro, e tornarono a camminare nell'alveo consueto, con recare eziandio non lieve danno agli stessi assedianti. Calate le pioggie, il re ordinò che si desse nel dì 4 di dicembre una fiera battaglia da due bande a Pavia, e vi volle egli assistere continuamente in persona. Altro guadagno non fece in tre ore di orribil combattimento, che di perdere ottocento fanti, e di ritirar molto maggior numero di feriti. Trovossi _papa Clemente_ in questi tempi in grande imbroglio, perchè, dopo aver ricusato di confermar la lega di _papa Adriano VI_ coll'_imperadore_, neppure acconsentiva a farla col _re Cristianissimo_. Con tutto ciò, mirando le forze superiori d'esso re in Italia, e forse essendogli discaro che Carlo V, insieme imperadore e re di Spagna, Napoli e Sicilia, si assodasse ancora nello Stato di Milano, per mezzo di _Alberto Pio_ da Carpi e di _Gian-Matteo Giberti_ suo datario, segretamente segnò un accordo col re Francesco, mettendo gli Stati della Chiesa e Firenze con quella balìa e governo quasi dispotico ch'egli tuttavia manteneva in quella repubblica, sotto la protezione di lui, col solo obbligo di non prestar aiuto alcuno contro del medesimo re. Almeno così fu creduto, perchè non si seppe mai bene il netto di quel trattato segreto: tanto andava cauto il politico papa. Per quanto so, trovandosi il re Cristianissimo scarso di moneta (disgrazia che spesso accadeva ai guerreggianti d'allora), ed essendogli mancate molte provvisioni da guerra, lo stesso papa cooperò che _Alfonso duca_ di Ferrara, col guadagnar la protezione dello stesso re, gl'inviasse cento mila libbre di polve da artiglieria, gran copia di palle e dodici cannoni di bronzo. Inviò il duca queste munizioni per Po fin sul Parmigiano in cinque navi, non già nel dì 5 di settembre, come io già scrissi nelle Antichità Estensi, ma bensì nel dì 10 di dicembre, come ha Antonio Isnardi nella sua Cronica manuscritta di Ferrara. Di là poi per terra su carra, ordinate in Parma e Piacenza dal papa, continuarono il viaggio. Verisimilmente ancora (e lo scrive l'Anonimo Padovano), per occulto maneggio del papa, il valoroso _Giovanni de Medici_ si ritirò dal servigio dell'imperadore a quello del re Francesco, e fu egli stesso inviato con mille e cinquecento fanti a scortar le suddette munizioni. Strana risoluzione intanto parve ai saggi quella d'esso _re Cristianissimo_, che, quantunque non si fosse impadronito di Pavia, nè del castello di Milano, e tuttochè restassero molte forze al _vicerè Lanoia_, e si sapesse che il _duca di Borbone_ era passato in Lamagna a procacciar nuovi rinforzi di gente, pure determinò di far l'impresa di Napoli nel tempo stesso. Contava egli per facilissima cosa l'acquisto di quel regno, perchè sprovveduto allora di gente d'armi, e giacchè gli convenne ridurre in blocco l'assedio di Pavia, con formare una forte e mirabil circonvallazione intorno a quella città, giudicò che intanto, durante il verno, gran ricompensa di quella inazione sarebbe il guadagnare il regno suddetto. Fu infin creduto che il papa stesso l'incitasse a questa spedizione per suoi fini politici, e lo scrivono Jacopo Nardi e Galeazzo Cappella storici contemporanei, con altri. Ma il Guicciardini, il Rinaldi ed altri son di parere diverso. Inviò dunque il re Francesco _Giovanni Stuardo duca_ d'Albania con dieci mila fanti e settecento uomini di arme alla volta della Toscana, che, passati per la Garfagnana, s'unirono a Lucca con _Renzo da Ceri_, il quale conduceva seco tre altri mila fanti. Furono astretti i Lucchesi a pagargli dodici mila ducati d'oro, e a prestargli delle artiglierie. A requisizion del papa si fermò ancora lo Stuardo intorno a Siena per mutar quel governo. Tutte le fin qui narrate azioni del pontefice, e l'aver egli finalmente confessato d'aver fatta una specie di concordia col re Cristianissimo, amareggiarono non poco l'animo di _Carlo imperadore_ e di tutti i suoi ministri; e tanto più perchè parea loro d'intendere che una segreta lega, e non già una semplice concordia, fosse contra d'essi la decantata da _Clemente VII_. Ne fecero perciò di gravi doglianze. Voleva a tutte le maniere il _vicerè Lanoia_ correre alla difesa del regno di Napoli; ma cotanto seppe dire il _marchese di Pescara_, che il fermò in Lombardia. Del quel consiglio, perchè riuscì poi utilissimo, i nostri storici concordemente diedero gran gloria ad esso marchese, ancorchè gli altri capitani concorressero nel medesimo parere. In questi tempi, con tutte le istanze fatte dal vicerè suddetto per aver soccorso di gente o di danari dal senato veneto, nulla mai potè ottenere, barcheggiando sempre quei saggi signori per vedere qual esito avessero l'armi franzesi in Lombardia. Anno di CRISTO MDXXV. Indiz. XIII. CLEMENTE VII papa 3. CARLO V imperadore 7. Per l'ostinato assedio di Pavia si trovarono in mala positura non men gli assediati che gli assedianti. Avea bensì _Antonio da Leva_ prese le argenterie delle chiese d'essa città, ed anche dei particolari, con far battere moneta, dove si leggevano queste parole: CAESARIANI PAPIAE OBSESSI. MDXXIV. Ma non tardò a tornare il bisogno, a cui riuscì di piccolo refrigerio la somma di tre mila ducati d'oro che il _marchese di Pescara_, in tempo che fu fatta una concertata sortita, seppe far passare nella città per mezzo di due vivandieri. Con tutto ciò il savio Leva tante promesse e conforti adoperò, che tenne in dover la sua gente, ancorchè più volte minacciassero di rendere la città ai Franzesi, e crescessero poi le loro angustie pel difetto dei viveri, con ridursi a cibarsi di carne di cavalli, cani, gatti ed altri abbominevoli cibi. Non si sentiva meglio di polso il _re Francesco_, perchè era molto scemata la sua armata per le diserzioni e malattie, e specialmente per la sconsigliata spedizione del _duca d'Albania_ verso il regno di Napoli. Quanto all'esercito imperiale, più ivi che altrove si penuriava di danaro, nè altro s'udiva in quelle milizie che querele e proteste d'andarsene, e senza voler più fare la guardie. L'eloquenza e buona maniera del marchese di Pescara li ritenne, con promettere specialmente di venir fra poco ad un fatto d'armi, in cui senza fallo riporterebbero vittoria, e nuoterebbero poi nell'oro e nell'esplicabil bottino del vinto esercito franzese. Verso la metà di gennaio arrivarono al campo cesareo secento cavalli borgognoni ed altrettanti tedeschi, tutti ben in ordine. Poi da lì a non molto giunsero ancora sei mila fanti tedeschi, inviati dall'_arciduca Ferdinando_. Scrive l'Anonimo Padovano che sul principio di quest'anno vennero di Germania sei mila fanti tedeschi, condotti da _Carlo duca di Borbone_, i quali andarono a Lodi, ricevuti con somma allegrezza dal marchese di Pescara. Poi parla di altri cinque mila di là parimente venuti sul principio di febbraio. Comunque sia, certo è che un grosso rinforzo pervenne al campo cesareo. Allora fu che il _vicerè Lanoia_, d'accordo con tutti i capitani, prese la risoluzione di provar le sue forze con quelle del re Cristianissimo, e di tentare con ciò la liberazione di Pavia, la quale ben sapevano essere ridotta all'agonia. Fecesi conto che l'armata sua fosse composta di mille e ducento cavalli fra borgognoni e tedeschi, di ottocento cavalli leggieri, di undici mila fanti tedeschi, e di fanti sette mila fra italiani e spagnuoli, senza la numerosa guarnigione di Pavia. Stette esso vicerè quattro giorni in Lodi, aspettando che il _duca d'Urbino_ colle milizie venete venisse ad unirsi seco; ma indarno l'aspettò. Indi passò a Marignano, e poscia a Sant'Angelo, castello posto fra Lodi e Pavia, dove era stato inviato dal re Francesco _Pirro Gonzaga_ con mille fanti e ducento cavalli. Il misero castello fu preso a forza d'armi con istrage di quel presidio dal prode _marchese di Pescara_, che poi lo diede in preda a' suoi soldati. Varie disavventure intanto occorsero al re Cristianissimo. Due mila fanti italiani, che venivano al suo campo, furono disfatti sull'Alessandrino da _Gasparo del Maino_ governatore di Alessandria. Parimente _Gian-Lodovico Pallavicino_, che s'era fortificato in Casal Maggiore con due mila fanti e quattrocento cavalli (l'Anonimo Padovano gli dà tre mila fanti e cinquecento cavalli), da _Ridolfo da Camerino_ colle genti del duca di Milano fu sconfitto e fatto prigione. Ma peggio accadde. Riuscì a _Gian-Giacomo de Medici_, che poi fu marchese di Marignano, di occupar la terra di Chiavenna, posseduta allora dai Grisoni. Fu cagione questa novità che sei mila Grisoni, che erano nel campo franzese, chiedessero congedo, nè maniera vi fu di ritenerli: il che mise non poca costernazione nel resto dell'armata franzese, per altro verso assai debole e smilza. Imperciocchè il _re Francesco_ nella Certosa di Pavia, attendendo solamente a' vani piaceri e divertimenti, senza curarsi di assistere alle rassegne de' soldati, si credea di avere un gran numero di combattenti, e veramente li pagava, come se gli avesse; ma, per negligenza de' suoi ministri e frode de' suoi capitani, mancanti di molto erano tutte le compagnie. In questi medesimi tempi non godeano miglior vento gli affari del _duca d'Albania_, giunto nelle vicinanze di Roma col corpo di gente franzese. Gran tumulto fu in quelle parti, essendosi specialmente scoperto che gli Orsini andavano d'intelligenza con esso duca. Aveano anche unito circa quattro mila uomini del lor partito, e marciavano per congiugnersi con lui; ma i Colonnesi, fautori della parte imperiale, con molta cavalleria, e forse con sei mila fanti (il Guicciardini li fa molto meno), andarono ad assalirli a San Paolo fuori di Roma, e diedero loro una solenne rotta, inseguendoli fino a ponte Sant'Angelo: il che avendo cagionato gran terrore in Roma, poco mancò che il papa non si ritirasse in castello. Finalmente nel dì 14 di febbraio l'esercito cesareo in Lombardia si accostò sì da vicino a quello de' Franzesi, dove già s'era ritirato il re, che gli assediati in Pavia, già ridotti agli estremi, si avvidero con loro gran gioia di poter sperare il soccorso. Le azioni gloriose fatte in questa occasione da _Francesco Ferdinando Davalos marchese di Pescara_, che si potè chiamar l'Achille e l'anima dell'armata cesarea, non è a me permesso di riferirle distesamente. Dirò solamente, che avendo egli inviato _Alfonso Davalos marchese del Vasto_ suo cugino, e giovane valorosissimo, ad assaltare un bastion de' nemici, nello stesso tempo egli, spianata la fossa in altro sito, con valore e industria mirabile spinse entro Pavia centocinquanta cavalli, cadaun d'essi con un valigino pieno di polvere da fuoco: il che fu d'incredibil aiuto ad _Antonio da Leva_, che n'era già rimasto senza. Così nel dì 20 di febbraio gli riuscì con felice tentativo di spignere nell'afflitta città gran copia di vettovaglia; e nel dì seguente espugnò un altro bastione, con portarne via sei pezzi d'artiglieria. Stavano in questa maniera a fronte le due armate nemiche; la franzese stretta ne' suoi forti trincieramenti, ma col cuor palpitante, di modo che il suddetto marchese di Pescara ebbe a dire al _vicerè Lanoia_, essergli fin qui sembrato di combattere non con uomini, ma con femmine. Gran parte de' capitani, ed anche il papa per mezzo di _Girolamo Leandro vescovo di Brindisi_ suo nunzio, e con più lettere andavano consigliando il _re Francesco_, che, schivata ogni battaglia con gente disperata, si ritirasse di là dal Ticino, assicurandolo in tal guisa della vittoria; perchè, mancando le paghe agl'imperiali, in breve si sarebbe ridotta in nulla la loro armata. Il re di testa cocciuta impuntò, parendo cosa vergognosa ad un par suo il levarsi da quell'assedio e il mostrar paura. E perciocchè sapeva le deliberazioni de' nemici di voler venire ad un fatto d'armi, mandati di là dal Ticino tutti i carriaggi, mercatanti, vivandieri ed altra gente inutile, si preparò a riceverli. Ora nella notte precedente al dì 24 di febbraio, festa di San Mattia, e giorno che altre volte si provò poi propizio all'_imperador Carlo V_, si mise in ordinanza di battaglia l'esercito cesareo, e qualche ora avanti giorno, dopo aver gittate a terra circa sessanta braccia del muro del Barco, vi entrarono, ed, avviandosi verso Mirabello, ebbero all'incontro le schiere del re Cristianissimo. Anche _Antonio da Leva_ spinse fuor di Pavia a quella danza quattro mila fanti e quattrocento cavalli. Fu ben terribile ed ostinato il combattimento, ma quasi tutto in rovina de' Franzesi. Gli Svizzeri, che non menarono le mani collo ardore degli anni addietro, furono rovesciati; il resto non attese che a cercar la salute colla fuga. Il _re Francesco_, valorosamente combattendo, e cercando indarno di fermare i fuggitivi, dopo aver ricevuto due leggieri ferite nel volto e in una mano, ammazzatogli il cavallo, vi restò sotto, nè mai si volle rendere a cinque soldati, che, riconosciutolo agli ornamenti delle armi per signore di alto affare, il voleano vivo e non morto, per isperanza di grossa taglia. Se crediamo al Giovio, fu confortato ad arrendersi al Borbone; ma egli, fremendo all'udire il nome di quel traditore, disse che chiamassero il _vicerè Lanoia_, a cui si diede a conoscere e si arrendè. Il ricevette egli prigione dell'imperadore, e dopo avergli baciata la mano, e aiutatolo a rizzarsi, il condusse sopra un ronzino nel castello di Pavia, dove fu nobilmente alloggiato e curato. Intanto continuarono i cesarei ad uccidere o a far prigioni; e perchè i Franzesi altro scampo non aveano che pel Ticino, moltissimi d'essi incalzati dai nemici lasciarono la vita in quel fiume. Secondo lo scandaglio di chi scrisse gli avvenimenti d'allora, rimasero estinti in quella memorabil giornata otto in dieci mila del campo franzese, fra quali l'ammiraglio _Bonivet_, il _Palissa_, il _Tremoglia_, l'_Aubignì_ ed altri uffiziali del primo ordine; e prigioni, oltre al re Francesco, il _re di Navarra_, il _Bastardo di Savoia_, _Federigo da Bozzolo_ ed assaissimi altri capitani e gentiluomini. Laddove degl'imperiali vogliono alcuni che non perisse più di settecento persone. L'Anonimo Padovano scrive due mila persone, e fra queste un solo capitano di conto, cioè _Ferrante Castriota marchese di Santo Angelo_. Presso il Rinaldi, negli Annali Ecclesiastici, le lettere del Giberti datario davano trucidati dodici in tredici mila Franzesi, e sette mila annegati nel Ticino. Aprì ben la bocca questo monsignore. Salvossi prima anche della rotta totale, e non senza grave suo biasimo, con sole quattrocento lancie il signor di _Alanson_ verso Piemonte; ma, appena giunto in Francia, vi terminò i suoi dì. _Teodoro Trivulzio_, ch'era alla guardia di Milano, nel dì medesimo della rotta se ne partì in fretta, seguitandolo alla sfilata i suoi soldati. Tutto il carriaggio del re e le sue artiglierie vennero in potere de' vincitori; e sì grande fu il bottino, che ogni menomo soldato ne arricchì. Pensò poi il _vicerè Lanoia_ di mettere il re prigioniere nel castello di Milano; ma non piacendo al _duca di Milano_ un sì pericoloso ospite, fu egli poi condotto nella rocca di Pizzighittone, con accordargli per sua compagnia venti de' suoi più cari, scelti da lui fra quei che erano rimasti prigionieri. Il _marchese di Pescara_ con due ferite, l'una nel viso, l'altra in una gamba, fu portato a Milano, dove stette gran tempo in mano dei medici e chirurghi. Tanta prosperità dell'armi cesaree in Italia quanto rallegrò i sudditi dello _imperadore_ in Ispagna e Germania, altrettanto riuscì disgustosa ai principi italiani, temendo essi, che la crescente potenza di Cesare minacciasse ormai gli Stati di cadauno. Perciò _papa Clemente_ e i _Veneziani_ più degli altri cominciarono a trattare di unirsi, per non restar preda alla sospetta ambizione altrui. Maggiormente poi crebbe la loro gelosia dacchè videro condotto in Ispagna il prigioniere _re Cristianissimo_. Imperocchè mandò ben ordine l'imperadore, ch'esso re fosse condotto a Napoli; ma il re Francesco, sperando di poter meglio maneggiar la sua liberazione se potesse abboccarsi coll'imperadore dimorante in Ispagna, si raccomandò per essere trasportato colà, e procurò da Parigi tutte le precauzioni per la libertà e sicurezza del trasporto. Pertanto sul fine di maggio, scortato esso re da trecento lancie e da quattro mila fanti spagnuoli, fu menato a Genova, dove imbarcatosi, con dieci galee genovesi ed altrettante franzesi, ma armate dagli Imperiali, in compagnia del vicerè Lanoia arrivò poscia a Madrid. Restò il _marchese di Pescara_, durante la lontananza del Lanoia, vice-capitan-generale dell'esercito cesareo. Prima ancora della partenza d'esso re, il papa, dopo aver conosciuto che il far leghe allora contro del vittorioso imperadore, era non men difficile che pericoloso, cominciò a trattar con esso d'accordo. Lo conchiuse infatti per mezzo di _Gian-Bartolomeo da Gattinara_ nel dì primo di aprile, e pubblicollo solamente nel dì 10 di maggio. Innanzi la detta conclusione il _duca di Albania_, che stava accampato nelle vicinanze di Roma, udita che ebbe la disavventura del re cristianissimo, cercò la via di levarsi d'Italia, per timore d'esserne cacciato dai ministri cesarei del regno di Napoli e dai Colonnesi. Licenziata dunque parte delle sue genti, ed imbarcatosi col resto sulle galee della Francia e del pontefice, fece vela alla volta della Provenza. Ora fra i capitoli della lega poco fa accennata del papa coll'imperadore, uno de' principali, e che forse diede ad essa il primario impulso, perchè Clemente la procurasse, fu che il vicerè avesse da adoperar le forze cesaree per obbligare _Alfonso duca_ di Ferrara a rilasciare alla Chiesa la città di Reggio e la terra di Rubiera, da lui ricuperate dopo la morte di _papa Adriano VI_, come cose sue e dell'impero, da cui ne era egli investito. Questa avidità di spogliare il duca non solo di que' due luoghi, oltre a Modena, tuttavia occupata dall'armi pontificie, ma eziandio della stessa città di Ferrara, nata a' tempi di Giulio II, e continuata in Leone X, era passata anche in papa Clemente VII, non si sa se per la mondana gloria di dilatar le fimbrie della temporal potenza dei papi, oppure per segrete mire d'ingrandir la propria casa: giacchè egli intendeva ad innalzare _Alessandro_ ed _Ippolito_, ambedue bastardi, l'uno di _Giuliano Juniore de Medici_, e l'altro di _Lorenzo de Medici_ già duca d'Urbino. Ma restò delusa questa sua indebita cupidigia; perciocchè il _vicerè Lanoia_, trovandosi in gravi angustie per mancanza di denaro da pagar le truppe, avea, molto prima per mezzo del medesimo Gattinara, trattato col duca Alfonso, e ricevutane in prestito la somma di cinquanta mila scudi d'oro, con promessa d'assisterlo a ricuperar gli Stati dipendenti dal romano imperio. Il perchè nè lo stesso Lanoia, nè l'imperadore vollero ratificare questo capitolo, siccome pregiudiziale alle ragioni di esso imperio. Si mosse ancora il duca di Ferrara nel mese di settembre, con intenzion di passare personalmente in Ispagna, per esporre ivi a Cesare l'ingiustizia di chi non solo gli riteneva il suo, ma anche cercava con trattati di torgli il resto. Giunto egli a San Giovanni di Morienna, mai non potè impetrare il passaporto da _Lodovica regina_ madre reggente di Francia, e gli convenne tornarsene indietro. Grandi maneggi intanto si faceano in Parigi e in Madrid per la liberazione del re _Francesco_, tutti nondimeno indarno, perchè esorbitanti pareano non meno a lui che alla regina sua madre le condizioni, colle quali aveano da comperarla. Perciò esso re, mal sofferendo questa gran dilazione, e forse per non averlo mai l'imperadore degnato d'una visita, cadde gravemente infermo, sino a dubitarsi di sua vita. Allora fu che l'_augusto Carlo_, non per generosità, ma per proprio interesse, andò a visitarlo, e di sì dolci parole e belle promesse il regalò, che a questa sua visita fu poi attribuita la di lui guarigione. Nei medesimi tempi non mancarono novità in Italia. Vedeva _Francesco Sforza duca_ di Milano d'essere oramai ridotta tutta la sua autorità ad un solo nome, perchè gli Spagnuoli erano veramente i padroni dello Stato di Milano, nè giammai avea potuto ottenerne l'investitura da Cesare; e sebben questa era stata spedita, pure gli veniva esibita a condizion di pagare in varie rate, per quanto dicono, un milione e ducento mila ducati d'oro, per qualche compenso alle tanto maggiori spese fatte dall'imperadore per iscacciarne i Franzesi: pagamento impossibile dopo tanta desolazione di quello Stato. Faceano compassione anche i popoli, perchè non poteano più reggere agli aggravi e all'insolenza degli Spagnuoli. Ora _Girolamo Morone_, primario consigliere del duca, cominciò segretamente a trattare di liberar il suo padrone da questi ceppi. Non vi volle molto a sapere, che il _marchese di Pescara_ si trovava disgustatissimo dell'_imperadore_ e del _vicerè Lanoia_: epperò si azzardò il Morone a proporgli di cacciar gli Spagnuoli da Milano, e di far lui poscia re di Napoli. Al che si mostrò disposto il marchese, quando vi concorressero i Veneziani e il pontefice. Si fece il tentativo col Senato veneto, che si mostrò propenso ad entrare nel proposto progetto, nè il papa ne fu alieno, e andò molto innanzi questo trattato. Non si potè poi decidere se il marchese sulle prime acconsentisse daddovero, con pentirsene dipoi, oppure se anche allora fingesse. La verità si è, che egli infine avvisò di queste mene l'imperador Carlo, e ricevè ordine di provvedere. Fece il Pescara circa la metà d'ottobre venire a Novara il Morone, ed, avendo fatto ascondere _Antonio da Leva_ dietro ad un arazzo, acciocchè tutto udisse, parlò molto con esso Morone di quella pratica, e poi fattolo imprigionare, il mandò nel castello di Pavia. Quindi, come se il _duca Francesco_ ne fosse consapevole, e perciò decaduto da ogni suo diritto, l'obbligò a consegnargli Cremona, e le fortezze di Trezzo, Lecco e Pizzighittone; ed, entrato in Milano, costrinse quel popolo a giurar fedeltà a Cesare, mettendo dappertutto uffiziali in nome dell'imperadore, con restar solamente al duca il castello di Cremona e quel di Milano, dove egli abitava, che fu ben tosto serrato intorno con trincieramenti da esso marchese. Non si può esprimere l'incredibil dolore che questa novità e violenza recò a tutti i popoli dello stato di Milano, e in quanta confusione restassero i principi d'Italia, veggendo scoperti i lor segreti disegni, e massimamente perchè oramai si toccava con mano, non aver l'imperadore acquistato quello Stato per amore di Francesco Sforza, ma per proprio vantaggio, contro i chiari capitoli della lega precedente. Però si cominciarono nuovi maneggi fra le potenze italiane, e colla regina di Francia reggente, da cui era stata già stabilita in quest'anno una nuova lega con _Arrigo re d'Inghilterra_. Sul fine poi di novembre ebbe fine la vita di _Francesco Ferdinando d'Avalos_, marchese di Pescara, in età di soli trentasei anni, che tanto credito di valore e di senno avea conseguito nelle guerre passate, onde veniva tenuto pel più sperto generale d'armi che s'avesse allora l'Italia; ma dipinto dal Guicciardini per altiero, insidioso, maligno e odiato dagl'Italiani per le sue doppiezze in pregiudizio dell'infelice duca di Milano. Restò vedova di lui _Vittoria Colonna_, donna per la beltà del corpo, e vieppiù per quella dell'animo, celebratissima da tutti i poeti e scrittori di allora. In luogo suo fu dato il comando dell'armi ad _Alfonso marchese del Vasto_, suo cugino (appellato da altri nipote), giovane di grande animo, prudenza e fede. Anno di CRISTO MDXXVI. Indizione XIV. CLEMENTE VII papa 4. CARLO V imperadore 8. Tale impressione fece nell'animo di _Carlo Augusto_ la lega della Francia coll'Inghilterra, e la notizia che tutti i principi d'Italia potessero unirsi contra di lui, che finalmente s'indusse alla liberazione del _re Francesco_, ma con ingordissime condizioni di suo vantaggio. Neppure il re fu restio ad accettar qualsivoglia proposizione a lui fatta, purchè potesse uscir di prigione, fin d'allora pensando che costava poco il promettere tutto, ed anche il giurare, posciachè l'effettuar le promesse resterebbe poi in sua mano, dacchè fosse in libertà. Però nel dì 17 di gennaio dell'anno presente, e non già di febbraio, come ha il Guicciardini, e il Belcaire suo gran copiatore, seguì in Madrid la pace fra quei due monarchi, con aver ceduto[403] il re a Cesare tutti i suoi diritti sopra il regno di Napoli, Milano, Genova, Fiandra ed altri luoghi, e con obbligo di cedergli il ducato della Borgogna con altri Stati, per tacere tante altre condizioni, tutte gravosissime al re Cristianissimo. Il gran cancelliere _Mercurio Gattinara_, siccome quegli, che detestava sì fatto accordo, ben prevedendo quel che poscia ne avvenne, con tutto il comando e l'indegnazion di Cesare, non volle mai sottoscriverlo, allegando non convenire all'uffizio suo l'approvar risoluzioni perniciose alla corona. Il tempo comprovò poi vero il suo giudizio. Fu poi nel principio di marzo condotto il re ai confini del suo regno, e rimesso in libertà, e consegnati per ostaggio a Carlo V il _Delfino_ e il secondogenito del Cristianissimo, finchè fosse entro un tempo discreto data piena esecuzione al concordato, con obbligarsi il re di tornare personalmente in prigione, quando non si eseguisse. Questa pace, per cui si lasciava alla discrezion di Cesare non solamente lo Stato di Milano, ma il resto ancora d'Italia, sommamente conturbò le potenze italiane, e, sopra gli altri, _papa Clemente_ e la _repubblica veneta_. E tanto più, perchè continuava l'assedio del castello di Milano con apparenza di non potersi ivi sostenere il duca gran tempo per la mancanza de' viveri; nel qual tempo il popolo di Milano era straziato da insopportabili aggravii ed avanie degli Spagnuoli, e giunse anche a far sollevazione, ma senza trovare chi lo dirigesse ed animasse a proseguir nell'impresa. Perciò il papa, per varii motivi disgustato dei cesarei, e spezialmente per aver eglino mandata gente sul Piacentino e Parmigiano, e i Veneziani furono solleciti a spedir persone in Francia, per intendere qual fosse la mente del re intorno al mantenere o no lo stipulato accordo, con ordine di stringere seco lega, qualora egli recedesse dalla concordia. Infatti il re, dacchè fu libero, si guardò di ratificarla, e cominciò a proporre di dar danaro in grosse somme all'imperadore, piuttosto che cedergli la Borgogna: al che l'Augusto Carlo non volle acconsentire. Pertanto nel 22 di maggio (e non già nel dì 17) in Cugnach si conchiuse una lega fra il _papa_, il _re di Francia_, la _repubblica veneta_, quella di _Firenze_ e _Francesco Sforza_, per muovere concordemente l'armi contra dell'imperadore, sostenere esso Sforza nel ducato di Milano, invadere il regno di Napoli, e mutare il governo di Genova, con altri punti che si leggono nello strumento di essa lega presso il Du-Mont. In essa niun luogo fu lasciato al _duca di Ferrara_; anzi il papa vi fece mettere parole generali d'essere aiutato a ricuperar gli Stati della Chiesa. Con abuso non lieve della religione si chiamò questa _la lega santa_; e fu in vigor di essa assoluto il _re Francesco_ dai giuramenti e dalle promesse fatte all'imperadore. Quindi il pontefice spedì a Piacenza il conte _Guido Rangone_, governator generale dell'esercito della Chiesa, con cinque mila fanti, e le sue genti d'armi, e poscia _Vitellio Vitelli_ con _Giovanni de Medici_, e colle soldatesche de' Fiorentini. I Veneziani anch'essi ordinarono a _Francesco Maria duca_ d'Urbino, lor generale, di passare a Chiari sul Bresciano. Era comune la loro intenzione di soccorrere l'assediato castello di Milano. Con forti ragioni avea il Sadoleto, come costa dalla sua Vita, dissuaso il pontefice da questa guerra, per attendere a pacificar le discordie de' principi cristiani, e per opporsi ai progressi de' Turchi. Ma il papa, troppo politico, tanto pensava a farla da principe temporale, che dimenticava i doveri dell'uffizio pastorale. In questo tempo _Carlo Augusto_, non consapevole peranche della lega suddetta, inviò a Roma _don Ugo di Moncada_ con proposizioni molto vantaggiose per la pace. Nulla volle il papa accettare, per non mancare alla fede data nella lega. Ma nè l'armi del papa si moveano da Piacenza, nè le venete osavano di passar l'Adda, perchè il duca di Urbino faceva istanza, che seco si unisse un corpo di Svizzeri, che la lega avea bensì mandato ad assoldare, ma che mai non calava in Lombardia. Il che diede tempo agl'imperiali di sorprendere il popolo di Milano, che, forzato a pagare cinquanta mila ducati d'oro, più d'una volta avea disordinatamente prese l'armi, e di costrignere molti nobili e i lor capitani ad uscire di città, e a calmare il tumulto: il che accadde circa il dì 20 di giugno. Furono altresì tolte le armi ai cittadini, e poi tanta barbarie usata con essi, rubandoli, bastonandoli, ferendoli, che alcuni di loro per disperazione si uccisero, e parecchi, abbandonato quanto aveano, se ne fuggirono: con che si ridusse quella nobil città all'estrema miseria. Intanto _Lodovico Vistarino_, gentiluomo di Lodi, per liberar la sua patria dalla crudeltà di mille e cinquecento Napoletani, dimoranti ivi di presidio, se la intese col duca d'Urbino, da cui nella notte del dì 24 di giugno fu spedito colà _Malatesta Baglione_ con tre o quattro mila fanti veneti; e questi s'impadronì della città di Lodi, e da lì a pochi giorni anche del castello, essendo stato ripulsato il _marchese del Vasto_, venuto per ricuperarla. Perciò allora si unirono colle genti venete anche le pontifizie, e fu creduto che insieme ascendessero quasi a sedici mila fanti e quattro mila cavalli. Ma perchè buona parte di essi era gente nuova, e tumultuariamente raccolta, non si arrischiava il duca d'Urbino a tentar cose grandi; e massimamente perchè si credea che _Antonio da Leva_ e il marchese del Vasto, generali dell'imperadore, avessero circa quindici mila fanti, ottocento lancie e cinquecento cavalli leggieri, gente divisa parte in Milano, e gli altri in Cremona e Pavia. Con tutto ciò l'esercito collegato, che era giunto a Marignano, nel dì 5 di luglio andò a postarsi in vicinanza di Milano, con disegno di assalire i borghi, e con isperanza di entrarvi. Entrò bensì in quella città il _duca di Borbone_, che, venuto per mare con ottocento fanti spagnuoli, e affrettato dalle lettere di Antonio da Leva, con quella gente arrivò colà. Adunque nel dì 7 del mese suddetto si accostò l'armata de' collegati per dare l'assalto; ma, trovato alla difesa chi non avea paura, si convertì l'assalto in lievi scaramuccie, e nel dì seguente vergognosamente se ne tornò quell'esercito a Marignano. Non si seppe intendere se in sì fatta ritirata, comunemente creduta di molta ignominia, si nascondesse qualche mistero di politica e di mala fede, oppure se il duca d'Urbino vi si fosse condotto con ragioni ben fondate dell'arte militare. Certo è che i Veneziani ne furono, o almen se ne mostrarono, molto malcontenti, e più il pontefice, che in questi tempi cominciò ad essere travagliato dagli Spagnuoli, dalla parte di Napoli, ed era anche minacciato dai Colonnesi. Eppure esso papa, unito ai Fiorentini, si applicò a far mutare colla forza il governo di Siena. Colà fu spedito il loro disordinato esercito, che fece infine mostra del suo valore, non già col menar le mani, ma col menare i piedi; perciocchè, essendo usciti nel dì 25 di luglio i Sanesi, e impadronitisi delle artiglierie nemiche, tosto diedero a gambe gli assedianti, con lasciare a' nemici vettovaglie, carriaggi e diecisette pezzi d'artiglierie. Crescevano intanto sempre più i guai della infelice e desolata città di Milano, con patetici colori descritti dal Guicciardini, il quale osserva introdotto circa questi tempi dagli Spagnuoli il barbarico costume di mal trattare e divorare non meno i nemici che gli amici: esempio seguito anche dagl'Italiani. Eppure l'esercito collegato se ne stava ozioso a Marignano, senza pensare a liberar quel disperato popolo, nè a soccorrere il povero duca, chiuso nel castello, e ridotto agli estremi per mancanza di vettovaglie. Nè comparivano mai le migliaia di Svizzeri che il _re di Francia_ avea fatto assoldare, per inviarli in Lombardia. Tuttavia, essendo venute a Marignano circa trecento bocche inutili uscite del castello di Milano, alle quali non era stata fatta opposizione, che accertarono il duca d'Urbino della estremità grande in cui si trovavano gli assediati; ed essendo anche giunti ad essa armata cinque mila Svizzeri degli assoldati dal papa, esso _duca_ col _conte Guido Rangone_ generale del papa giudicò necessario alla sua riputazione di tentare il soccorso del suddetto castello. Però nel dì 22 di luglio mosse l'esercito; e, dopo avere spedito il _conte Claudio Rangone_ e il _conte Lorenzo Cibò_ ad occupare la nobil terra di Monza, s'avvicinò a Milano, ma senza mai tentare di far guerra ai borghi, o di soccorrere l'agonizzante castello. In questo mentre, cioè nel dì 24 di esso mese, il _duca Francesco_, non potendo più reggere, conchiuse un accordo col _duca di Borbone_, con varii capitoli, de' quali niuno gli fu mantenuto, fuorchè la libertà di ritirarsi con tutti i suoi, e se ne andò a Lodi, città che liberamente fu dai collegati rimessa in sua mano; nella quale occasione egli confermò i capitoli della lega col papa e co' Veneziani. Stava tuttavia alla divozion di esso duca il castello di Cremona: nata la speranza che si potesse ottener colla forza anche la città, fu spedito colà nel dì 6 d'agosto _Malatesta Baglione_ con sufficienti forze di gente e d'artiglierie. Fece egli giocar le batterie, diede varii assalti, e tutto indarno; di maniera che il duca d'Urbino, giacchè erano giunti al campo della santa lega i tredici mila Svizzeri, tanto tempo aspettati, passò colà in persona con altre milizie. Strinse egli e tormentò sì fattamente quella città, che il comandante imperiale nel dì 25 di agosto capitolò di rendersi, se per tutto il mese suddetto non gli veniva soccorso. Poco felicemente camminavano gli affari del _pontefice_ in Lombardia, e peggio poi in Roma. Imperocchè si trattò di pace fra esso papa da una parte, e don _Ugo di Moncada_, reggente allora di Napoli per la lontananza del vicerè, e i _Colonnesi_ dall'altra. _Vespasiano Colonna_, di cui molto si fidava Clemente VII, fu il mezzano che conchiuse l'accordo nel dì 22 d'agosto, per cui doveano i Colonnesi restituire Anagni, e ritirare le lor genti nel regno di Napoli. Riposando su questa capitolazione l'incauto pontefice, licenziò quasi tutte le sue milizie. Ma nella notte precedente del dì 20 di settembre eccoti segretamente arrivare lo stesso Moncada, allievo ben degno del fu iniquo duca Valentino, ed _Ascanio Colonna_ e il suddetto Vespasiano con ottocento cavalli e tre mila fanti, che presero tre porte di Roma. Era con esso loro _Pompeo Colonna cardinale_, uomo di poca religione e di smisurata ambizione, sì vago del pontificato, che fu creduto che avesse cospirato alla morte violenta del pontefice, per occupar egli dipoi la sedia di san Pietro. Il papa nel palazzo Vaticano, implorando l'aiuto di Dio e degli uomini, non si volea muovere. Tanto dissero i cardinali, che si rifugiò in castello Sant'Angelo nel medesimo tempo che que' masnadieri diedero il sacco non solamente al palazzo pontifizio, ma anche alla basilica vaticana, alla terza parte del borgo nuovo, e a quanti cardinali e prelati trovarono in borgo, e agli ambasciatori della lega, con perpetua infamia del nome cristiano. In una lettera di Girolamo Negro[404] è descritta questa tragica scena. Ed ecco il primo amaro frutto delle leghe e guerre di papa _Clemente VII_; eppure Dio l'aveva riserbato a più dura lezione e disciplina. Perchè il castello era sprovveduto di vettovaglie, avendo don Ugo proposto una tregua, non durò fatica il papa a condiscendere, obbligandosi fra le altre condizioni di richiamar le milizie sue dalla Lombardia. Questo avvenimento disturbò tutti i disegni dell'esercito collegato in Lombardia, che già si era fortemente rinforzato per l'arrivo del _marchese di Saluzzo_ con cinquecento lancie e quattro mila fanti franzesi, ed aspettava a momenti anche due mila Grigioni, con disegno di strignere da due parti Milano. Ed ancorchè il papa, che non sapea digerire la tregua fatta, nel ritirar le sue truppe, lasciasse in quell'esercito quattro mila fanti sotto il comando di _Giovanni de Medici_, col pretesto che fossero gente pagata dal re di Francia; pure niun'altra considerabile azione fu fatta da essi collegati. Si rendè intanto la città di Cremona, e ne fu dato possesso al _duca Francesco_; ed anche Pizzighittone venne alle sue mani. Ciò fatto, ritornarono i collegati a bloccare Milano: il che moltiplicò i guai di quella infelice città. Non potè lungamente astenersi papa Clemente dal rompere la tregua: tanto era il suo sdegno contra de' Colonnesi, e il desiderio della vendetta. Privò del cappello il _cardinale Colonna_, fece spianare in Roma le case de' Colonnesi; e giacchè di Lombardia era giunto a Roma parte delle sue soldatesche, ordinò a _Vitello_ ossia _Paolo Vitelli_ di passare ai danni de' Colonnesi, di bruciare e spianar le loro terre. Ma poca contentezza, anzi non poco biasimo riportò da quella spedizione e dalle sue vendette l'ira pontificia. Calò circa il principio di novembre a Trento Giorgio Fransperg, che colla industria e danaro suo e più colle promesse di gran preda, avea raunati tredici in quattordici mila fanti Tedeschi. Venne poi questo sì grosso corpo di gente a Salò e circa il fine di novembre verso Borgo forte, per passare ivi il Po. Il _duca di Urbino_ gli andava inseguendo, per cogliere il tempo d'assalirli. Il trovarsi coloro senza cavalli e artiglierie, facea credere sicura la vittoria. Scrive nondimeno l'Anonimo Padovano che con essi Tedeschi erano cinquecento cavalli sotto il governo del capitano Zucchero. Ma allorchè in vicinanza di Borgoforte _Giovanni de Medici_ co' cavalli leggieri andò a pizzicar la loro coda, eccoti, contra la espettazion d'ognuno, un colpo di falconetto che gli fracassò un ginocchio; per la qual ferita portato a Mantova, fra pochi giorni, cioè nel dì 30 di esso mese, cessò di vivere: giovane di circa ventotto anni, di mirabil senno, e insieme di non minor ardire, mancando in lui chi si sperava che avesse a divenire l'onor d'Italia nell'arte della guerra. Fu egli padre di _Cosimo I_, che vedremo a suo tempo duca e poi gran duca di Toscana. L'essersi avveduti i collegati che non mancava artiglieria a quella gente, li fece dopo breve battaglia desistere da altri tentativi; laonde coloro passarono il Po, e marciarono dipoi alla volta di Piacenza. Seppesi poscia che _Alfonso duca_ di Ferrara, il quale maneggiava da gran tempo i suoi affari con _Carlo Augusto_, pregato da que' Tedeschi, e intento a far conoscere il suo buon animo ad esso imperadore, avea loro inviato dodici tra falconetti e mezze colubrine, con assai munizioni da guerra. Nè si dee tralasciare che papa Clemente, il quale non possedea la virtù di saper perdonare, nè di reprimere i suoi odii, niun orecchio avea fin qui voluto dare alle istanze di esso duca Alfonso per riavere la sua città di Modena, anzi avea con insidie cercato di spogliarlo anche di Ferrara: finalmente, pel tanto picchiare de' suoi consiglieri, s'indusse a proporre un accordo con lui, non già per grandezza d'animo, ma quasi per necessità in sì scabrosi tempi. Si proponeva di dichiararlo capitan generale della lega, di dar per moglie a _donno Ercole_ suo primogenito _Caterina de Medici_, che fu poi regina di Francia, e di restituirgli Modena, pagando egli ducento mila scudi d'oro. Appoggiata questa proposizione a _Francesco Guicciardini_, non fu a tempo. Il duca onoratamente fece sapere, essere già acconciati gli affari suoi coll'imperadore, nè poter esso prendere con onor suo contrarie risoluzioni. Infatti, Carlo augusto sul fin di settembre gli avea confermata l'investitura de' suoi Stati, fra' quali Modena e Reggio, e dichiarato lui capitan generale delle sue armi in Italia, e stabiliti gli sponsali del suddetto donno Ercole con _Margherita_, sua figlia naturale, che vedremo poi duchessa di Firenze, e di Parma e Piacenza. Si pentì ben Clemente delle passate sue durezze con questo principe, e ne ebbe dei vivi rimproveri da' suoi collegati. Nel novembre di quest'anno spedì _Carlo V_ in Italia il _vicerè Lanoia_ con una flotta, su cui venivano quattro mila fanti spagnuoli, e non già quattordici mila, come con troppa apertura di bocca ha il Giustiniano Genovese. Arrivata questa a Codimonte, il prode _Andrea Doria_, che era allora a' servigi del papa, _Pietro Navarro_, che guidava le galee di Francia e le galee de' Veneziani (avea questa armata dianzi tenuta Genova per molto tempo come bloccata), andarono ad assalirla. In quella battaglia perdè il vicerè una nave, e col resto assai maltrattato si ridusse poi in regno di Napoli, dove, unito coi Colonnesi, cominciò a dar grande apprensione al papa. In somma fu ben l'anno presente fecondo di guai e disastri per tutta l'Italia, dove, secondo il minuto conto che ne fece l'Anonimo Padovano, si contarono circa cento mila soldati in varie parti, con infinite estorsioni ed inesplicabile aggravio de' popoli, e specialmente della misera città di Milano e di quello Stato, le cui miserie, descritte da varii autori, quasi non si possono leggere senza lagrime. Pel gran bisogno di danaro finse il Borbone di voler far decapitare il già imprigionato _Girolamo Morone_. Questi si riscattò con venti mila ducati d'oro, e poco stette col suo ingegno a divenire il confidente del medesimo Borbone. Negli stessi tempi cominciò la città di Napoli ad essere flagellata da un'orrida peste, che continuò poscia ne' tre seguenti anni, con gravissima strage di quella sì popolata metropoli. Si aggiunse anche la carestia a questi malori. Ma ciò che fu più degno di pianto, è da dir l'irruzione fatta in quest'anno nell'Ungheria da Solimano sultano de' Turchi; la gran rotta da lui data a que' popoli cristiani colla morte del re loro _Lodovico_, e la presa della real città di Buda e di tanti altri paesi. Grandi furono le dicerie per questo contra di _papa Clemente_, imputando i più, ed anche lo stesso Carlo Augusto in iscrivendo ai cardinali, queste calamità ad esso pontefice; giacchè egli, invece di accudire a resistere ai Turchi in difesa del Cristianesimo, avea voluto far guerra ai Cristiani, spendendo immensi tesori in mantenere un'armata in Lombardia, un'altra ne' suoi Stati per guerreggiar co' Sanesi e Colonnesi, e una flotta in mare per mutare il governo di Genova. Ma qual rovina maggiore procedesse da questi politici impegni del pontefice, pur troppo lo vedremo all'anno seguente. NOTE: [403] Du-Mont, Corp. Diplomat. [404] Lettere dei principi. Anno di CRISTO MDXXVII. Indizione XV. CLEMENTE VII papa 5. CARLO V imperadore 9. Siam giunti ad un anno de' più funesti e lagrimevoli che s'abbia mai avuto l'Italia. Sul fine dell'anno precedente e sul principio di questo seguitò a farsi una guerra arrabbiata e come turchesca fra le milizie del papa e quelle de' Colonnesi, sostenute dalle cesaree del regno di Napoli, perchè tutto si metteva a ferro e fuoco. Fu in questi tempi preso e messo in castello Sant'Angelo l'_abbate di Farfa_, cioè _Napoleone_ de' primi di casa Orsina, giovane provveduto più di temerità che di prudenza; e fu divulgato ch'egli si fosse inteso col _vicerè Lanoia_ di dargli una porta di Roma, e si giunse fino a dire ch'egli avesse tramato contro la sacra persona dello stesso pontefice. Andò il vicerè all'assedio di Frosinone, e vi stette sotto alquanti giorni; ma, inoltratosi _Renzo da Ceri_ col _Vitelli_ e coll'esercito pontificio, gli toccò una spelazzata, per cui fu obbligato a ritirarsi. Fra i grandiosi disegni del papa, uno de' primarii era di portar la guerra in regno di Napoli, e a questo fine aveva egli chiamato a Roma _Renato conte di Vaudemont_, erede degli oramai rancidi diritti degli Angioini. Montato questi sulla flotta pontificia e veneta, con cui s'aveano ad unire anche le navi franzesi, sul principio di marzo fece vela verso il litorale di Napoli. S'impadronì di Castellamare, di Stabbia, della Torre del Greco, e di Sorrento; e, dopo aver saccheggiato altri luoghi, si spinse addosso a Salerno, e l'ebbe con poca fatica. L'Anonimo Padovano riferisce con altri questa occupazione ai primi giorni d'aprile; il Guicciardini molto prima. Era quella città ricchissima; tutta fu messa a sacco; e chi del popolo non ebbe tempo a salvarsi colla fuga, fu prigione, ed obbligato poi a riscattarsi con esorbitanti taglie. Oltre a ciò in Abbruzzo riuscì ai maneggi de' pontifizii di far ribellare la città dell'Aquila; e Renzo da Ceri, dopo aver preso Tagliacozzo, si inviava alla volta di Sora. Pareano in questa maniera ben incamminati gli affari del papa, ma nella sostanza prendevano ogni dì più cattiva piega. Mancava danaro per pagar le milizie; sommamente si scarseggiava in Roma stessa di vettovaglie; e però una gran diserzione entrò nell'armata papale, di modo che Renzo disperato se ne tornò a Roma, nè altro maggior progresso fecero l'armi del pontefice. E intanto dalla parte della Lombardia s'era alzato un gran temporale, che di buon'ora cominciò a far tremare papa Clemente, e del pari tutti i suoi aderenti e sudditi. Certamente in questi tempi andava continuamente fra tanti venti ondeggiando il politico capo e l'animo pauroso d'esso pontefice, inclinando ora alla speranza, ora al timore, e scrivendo ora lettere di fuoco, ed ora altre tutte sommesse a Cesare e ad altri principi. Più volte egli mosse od ascoltò parole di accordo col vicerè Lanoia; ma opponendosi sempre a tutto potere gli oratori del re Cristianissimo e de' Veneziani, e insistendo egli sempre in volere lo sterminio de' Colonnesi, andava in fumo ogni trattato. Tuttavia s'era il papa indotto una volta ad un aggiustamento anche poco decoroso, ed altro non vi mancava che la di lui sottoscrizione, allorchè sopravvenne la nuova d'essere stati cacciati da Frosinone gl'Imperiali: per la qual vittoria insperanzito di più felici successi, troncò quel negoziato. Con tutto ciò, dacchè s'intese la mossa del _duca di Borbone_ verso gli Stati della Chiesa e di Firenze, allora, accomodandosi alle correnti vicende, acconsentì finalmente ad una tregua di otto mesi coll'imperadore, e a restituire ai Colonnesi le loro terre: risoluzione che parve saggia per conto suo, ma che a' suoi collegati riuscì sommamente dispiacevole e molesta, e a lui poscia e a Roma infinitamente dannosa. Imperciocchè, credendosi egli, in vigore di questa concordia, assicurato da ogni pericolo, disarmò, licenziata la maggior parte delle sue soldatesche, e spezialmente le bande nere del fu _Giovanni de Medici_, gente tutta veterana e valorosa. Scrive il Rinaldi[405] che non si parlò in esso accordo dei Colonnesi: il che non par verisimile. Secondo l'Anonimo Padovano, circa il dì 25 di marzo fu stipulata la tregua suddetta, e infatti entrò in quel dì in Roma il _vicerè Lanoia_. Ma in essa città comparve ancora un uomo vestito di sacco, soprannominato _Brandano_, che alle apparenze sembrava un pazzo, ed era Sanese di patria[406]. Andava egli pubblicamente, a guisa di Giona, predicando per tutta Roma che soprastava ai Romani un gran flagello, e che perciò facessero penitenza ed emendassero i loro troppi vizii e peccati, per placar Dio gravemente sdegnato contra di loro, senza risparmiare lo stesso papa e i cardinali. Era perciò appellato il pazzo di Cristo. Non piacendo la musica di costui al governo, fu mandato il buon uomo a predicare in una prigione; ma dacchè furono succedute le disgrazie di Roma, ed egli ebbe ricuperata la libertà, tenuto fu per profeta, senza che le sue voci avessero prodotto alcun profitto quand'era tempo. La verità nondimeno si è, che Brandano fu un fanatico pieno d'alterigia. Odiava certo i mali costumi di allora, e gli staffilava con zelo, ma zelo spropositato. A fare un santo altro ci vuole che un sacco, un Crocifisso e un declamar contro i vizii. Tornando ora in Lombardia, dove lasciammo accampato verso Piacenza Giorgio Fransperg co' suoi Tedeschi, andò _Carlo duca di Borbone_ circa la metà di gennaio, ad unirsi con quella gente a Fiorenzuola, menando seco cinquecento uomini d'arme, molti cavalli leggieri, quattro o cinque mila Spagnuoli di gente eletta, e circa due mila fanti italiani. L'Anonimo Padovano scrive, aver egli condotto seco quattro mila Tedeschi e due mila cavalli, che congiunti col Fransperg formarono un possente esercito. Quivi tennero dei gran consigli; e, per quanto si potè scorgere, fin d'allora presero la risoluzione di passare a Firenze e a Roma, con disegno di saccheggiar quelle città e qualunque altro luogo nel loro passaggio, non solo per soddisfare al presente lor bisogno, ma ancora per arricchire in questa maniera; giacchè gran tempo era che non sapeano cosa fossero paghe, nè restava loro speranza d'averne in avvenire. Conviene aggiugnere che Giorgio Fransperg era un luterano, e la maggior parte dei suoi aderenti a quella setta; laonde è da credere che recassero fin di Germania il desio di far qualche brutto tiro all'odiato da essi pontefice romano. Anzi fu comun parere che il medesimo Fransperg seco portasse sempre un capestro di seta e d'oro, vantandosi di voler con quello strangolare il papa. Pertanto eccoti muoversi arditamente questo bestiale esercito nel dì 22 di febbraio, e venire a Borgo San Donnino, senza far caso di trovarsi privo di danaro, di vettovaglie, di munizioni ed attrezzi da guerra, e del dover passare fra tante terre nimiche, e coll'avere ai fianchi o innanzi un'armata, più anche poderosa che non era la loro. Infatti le genti ecclesiastiche col _marchese di Saluzzo_ e con _Federigo da Bozzolo_ lasciato il _conte Guido Rangone_ in Parma, con ordine di accorrere alla difesa di Modena, andarono con celerità ad assicurar la città di Bologna. Dopo avere i Borboneschi dato il sacco a varii luoghi del Parmigiano e Reggiano, ancorchè il duca di Ferrara, padrone di Reggio[407], nei sei giorni che coloro stettero sul Reggiano, non mancasse di mandar loro regali e viveri, nel dì 5 di marzo vennero a riposarsi a Buomporto del Modenese. Andò il Borbone ad abboccarsi al Finale col duca di Ferrara, ed ebbero insieme degli stretti ragionamenti. Il Guicciardini, che certo non vi si trovò presente, immaginò che il _duca Alfonso_ confortasse il Borbone o continuare il viaggio alla volta di Firenze e di Roma. La verità è, che Alfonso, a cui l'imperadore avea promessa la tenuta di Carpi, dianzi suo per la metà, giacchè per l'altra metà n'era decaduto _Alberto Pio_ a cagione de' suoi tradimenti, trattò col Borbone d'esserne messo in possesso, siccome infatti impetrò collo sborso di molto danaro, ed obbligazione di maggior somma in altre rate. Pertanto, consegnata quella nobil terra ad esso Alfonso, gli Spagnuoli, ch'ivi erano di presidio, e non pochi, andarono ad accrescere l'armata borbonesca. Passò questa dipoi a San Giovanni sul Bolognese, fermandosi quivi per quattro giorni, con far delle scorrerie fino alle porte di Bologna, e rodendo tutto quel di vettovaglia che trovavano. Anche il duca di Ferrara continuamente andò loro inviando munizioni da bocca e da guerra: del che gli fu poi fatto un delitto da _papa Clemente_, quasichè ad un generale e vassallo di Cesare, come egli era, disconvenisse l'aiutar nei bisogni l'esercito del suo sovrano; e tanto più perchè gli dovea essere, secondo l'accordo, bonificato tutto nel debito contratto per Carpi; ed insieme per tal via veniva a restar salvo da' saccheggi il distretto di Ferrara. Fu colpito in questi tempi il capitano Fransperg da un accidente apopletico, per cui fu condotto a Ferrara ad implorare il soccorso de' medici. Cotanto si andò poi fermando sul Bolognese il Borbone, che arrivò la nuova della tregua stabilita fra il papa e il vicerè di Napoli. Questa fu cagione che i _Veneziani_, per sospetto che il Borbone si potesse volgere ai lor danni, richiamassero di là da Po il _duca d'Urbino_ colle sue genti: il che riempiè di terrore i lor sudditi. Ma il Borbone, essendogli stato intimato da uomini spediti dal papa e dal vicerè che si ritirasse dagli Stati della Chiesa, non sì tosto ebbe comunicato quest'ordine ai capitani dell'esercito, che si fece una sollevazione, e fu in pericolo la vita sua. Spedito a Ferrara il _marchese del Vasto_, s'ingegnò di ricavare da quel duca il resto del danaro promesso per la signoria di Carpi, con cui si quetò il tumulto. Rispose intanto il Borbone al vicerè di non essere obbligato a quel vergognoso accordo, e che l'armata priva di paghe non potea tornare indietro. Sopraggiunto poscia un altro messo, spedito da esso vicerè, che mostrò copia dell'autorità a lui data dall'imperadore di far pace e tregua, come a lui piacesse, e comandò a tutti gli uffiziali sotto gravissime pene di non procedere innanzi: altro effetto non produsse, se non che _Alfonso marchese del Vasto_, con alcuni altri signori napoletani si partì da quell'arrabbiato esercito con gran dolore del Borbone e degli Spagnuoli. Sul principio d'aprile si mosse il Borbone verso la Romagna, avendo prima i collegati inviate buone guarnigioni ad Imola, Forlì e Ravenna; e presa la terra di Brisighella, ivi trovò di grandi ricchezze, perchè quel popolo bellicoso nelle antecedenti guerre era intervenuto al sacco di varie terre e città. Tutto andò in mano di que' masnadieri, e la terra data fu alle fiamme. Lo stesso crudel trattamento patì la bella terra di Meldola e Russi, con altre di quelle contrade. In questo mentre il _vicerè Lanoia_, ossia che veramente gli premesse di mantener la fede data al papa, o che fingesse tal premura, venne a Firenze; e, dopo avere stabilito accordo con quella repubblica, disegnava ancora di passare al campo del Borbone, per fermarlo. Ma, avvisato che, se compariva colà, non era sicura la sua vita, se ne tornò dopo molti giorni, senza far altro, indietro. Scrive nulla di meno il Giovio, ed anche il Nardi, che si abboccarono insieme, con essere poi stato costretto il vicerè dalle furiose grida de' soldati a salvarsi. Allora i Fiorentini chiamarono in Toscana i collegati, che, per varie vie andati colà, assicurarono ben Firenze da maggiori insulti, ma nulla operarono per impedire al Borbone di valicar l'Apennino tra Faenza e Forlì per la Galiata, e di giugnere nel Fiorentino su quel di Bibiena, con fermarsi ai confini di Siena, saccheggiando e bruciando il contado di Firenze, mentre i Sanesi gli davano favore e vettovaglie a tutto potere. Al _duca d'Urbino_ riuscì in questa congiuntura, e non prima, di cavare dalle mani dei Fiorentini le fortezze di San Leo e di Maiuolo nel Montefeltro. Nè mancò chi l'accusasse di pensieri segreti contrarii al bisogno del papa, per gli aggravii a lui inferiti negli anni addietro dalla casa de Medici. Ora trovandosi i Fiorentini in mezzo a sì fiero incendio, assassinati nel distretto dai nemici crudeli borbonisti, e non men gravati dagli amici, a' quali doveano somministrar danaro e vitto, quando la lor città pativa una grave carestia: sparlavano forte del papa, attribuendo a lui non men essi, che poscia i Romani, per attestato dell'Anonimo Padovano, la cagione di tanti mali d'Italia per la cupidigia di spogliare gli Estensi di Ferrara, e di continuar la sua tirannia in Firenze. Perciò un giorno mossero la città a sedizione, per iscacciarne i Medici e ricuperare la libertà. Chiamati accorsero a tempo il _duca d'Urbino_ e _Michele marchese di Saluzzo_. Pertanto veggendo il duca di Borbone che possibil non era di mettere il piede in Firenze, difesa da tante genti della lega, nel dì 26 d'aprile si mise in marcia con tutto l'esercito alla volta di Roma. Quanti armati egli conducesse, neppure allora, secondo il solito, ben si seppe. I più portarono opinione che fossero venti mila Tedeschi, otto mila Spagnuoli e tre mila Italiani utili, con poca cavalleria, cioè con secento cavalli, e senza artiglieria e senza carriaggi. Altri sminuiscono quell'armata; ma certo è che gran copia di malviventi italiani seco si congiunse per la speranza di grosso bottino. A questo avviso fu spedito il _conte Guido Rangone_, generale delle armi papaline, per una diversa strada verso Roma con cinque mila fanti e tutti i suoi cavalieri. Ma, oltre all'essergli poi scritto da Roma, abbisognar quella città solamente di sei in ottocento archibugieri, le genti sue non aveano tanti interni stimoli alle marcie sforzate, come l'esercito del Borbone, spinto dalla fame, avido della preda e disperato. Erano rotte e fangose al maggior segno le strade: pure sembrava che coloro volassero. Saccheggiarono Acquapendente, San Lorenzo alle Grotte, Ronciglione ed altri luoghi. Mandato innanzi il capitano Zucchero co' suoi pochi cavalli, aiutato da' fuorusciti, entrò in Viterbo, e vi preparò tanta vettovaglia, che giunta l'armata, colà prese un buon ristoro. Veggendosi in questo mentre il pontefice a mal partito, lasciata andare la tregua già stabilita col Lanoia, tregua che fu la sua rovina, di nuovo conchiuse lega co' _Veneziani_ e _duca di Milano_, ma lega che nulla il preservò dall'imminente calamità. Della difesa di Roma era incaricato _Renzo da Ceri_, che tumultuariamente avendo raccolta quanta gente potè, lor diede l'armi: gente nondimeno la maggior parte inesperta a quel mestiere, perchè presa dalle stalle de' cardinali e dalle botteghe degli artigiani; e il popolo di Roma d'allora non era quello degli antichi tempi. L'Anonimo Padovano scrive che Renzo, fatte le mostre, si trovò avere, computato il popolo romano, dieci mila ottimi fanti e cinquecento cavalli, e li mandava ogni giorno ad assalire l'esercito borbonesco. Verisimilmente non gli fecero gran paura, nè male. Arrivò il Borbone nel dì 5 di maggio sui prati di Roma; e perciocchè, dall'un canto, sapea che l'esercito della lega, venendo alle spalle, cominciava ad appressarsi, e, dall'altro, non vedea maniera di far sussistere l'armata, priva affatto di vettovaglia e in paese prima spazzato, spinto dalla necessità e dalla disperazione, nel dì seguente 6 di maggio determinò di vincere o di morire. Però sull'apparir del giorno andò ad assalire il borgo di San Pietro, dove Renzo da Ceri, Camillo Orsini, Orazio Baglione e molti nobili romani fecero gran difesa. Ma eccoti sopraggiugnere una folta nebbia, per cagione di cui le artiglierie di castello Sant'Angelo, che prima faceano gran danno ai Borboneschi, cessarono di tirare. Con tale occasione accostossi il Borbone verso la porta di Santo Spirito, ed essendo la muraglia bassa, appoggiatevi molte scale, fu de' primi a salir per esse, ma non già ad arrivar sulle mura, perchè, colto nell'anguinaglia da una palla d'archibugio o de' suoi o de' nemici soldati, andando colle gambe all'aria, poco stette a spirar la scellerata sua anima, senza godere alcun frutto dell'infame suo attentato. Entrarono bensì i suoi soldati: il che riferito a _papa Clemente_, che tuttavia stava nel palazzo Vaticano, tosto si ritirò in castello Sant'Angelo coi cardinali e prelati del suo seguito; nè poi si arrischiò a fuggire, come avrebbe potuto, secondo alcuni; quando altri scrivono che i Colonnesi con dieci mila armati erano nei contorni, acciocchè egli non potesse mettersi in salvo. Perciò, ivi rinserrato, fu costretto ad essere spettatore di quella tanto lagrimevol tragedia. Presero nello stesso tempo gli arrabbiati masnadieri non solamente Trastevere, ma anche la città, entrando per ponte Sisto: tanto era il disordine de' suoi soldati e dei Romani, e sì poca era stata la precauzione de' capitani. Esigerebbe ora più carte la descrizione dell'orrida disavventura di Roma. A me basterà di dire in compendio che all'ingresso di quella furibonda canaglia rimasero uccisi ben quattro mila fra soldati e cittadini romani. Il Giovio dice fin sette mila. In quella notte poi e per più dì susseguenti ad altro non attesero quei cani che al saccheggio della infelice città. E siccome essa era piena di ricchezze per le corti di tanti cardinali, principi ed ambasciatori, così immenso fu il bottino, con ascendere a più milioni d'oro. Nè minor crudeltà usarono in tal congiuntura gli spietati Spagnuoli cattolici, che i Tedeschi luterani. Non contenti di spogliar palagi, case, e tutti ancora i sacri luoghi, con bruciar anche dove trovavano resistenza, fecero prigioni quanti cardinali, vescovi, prelati, cortigiani e nobili romani caddero nelle lor mani, e ad essi imposero indicibili taglie di danaro, tormentandone eziandio moltissimi, affinchè rivelassero gli ascosi e non ascosi tesori: crudel trattamento, da cui non andò esente neppure uno degli abbati, priori e capi de' monisteri. E chi s'era riscattato dagli Spagnuoli, se sopraggiugnevano i Tedeschi, era di nuovo taglieggiato e sottoposto a tormenti. Si aggiunse a tanta barbarie lo sfogo ancora della libidine, restando esposte ad ogni ludibrio non men le matrone romane e le lor figlie, che le stesse vergini sacre; giacchè niun freno avendo quella bestial ciurmaglia per la morte dell'empio lor generale, non lasciò intatto alcun monistero o tempio alcuno dalle violenze. Oltre a tutti i vasi ed arredi sacri delle chiese, che andarono in preda, si videro da que' miscredenti conculcate le sacre reliquie, e gittate per le strade le sacratissime ostie, e per maggior dileggio della religione, passeggiavano per Roma soldati abbigliati non solamente con vesti sfarzose e collane d'oro, ma anche con abiti sacri; e giunsero alcuni a vestirsi da cardinali, e insino a contraffare il papa con ischerni senza numero. E tal fu l'inesplicabil miseria di Roma, che con ragion venne creduto aver fatto peggio in quella metropoli l'esercito dello iniquo Borbone, che i Goti e Vandali nel secolo quinto dell'era cristiana. Giusti ed adorabili sempre sono i giudizii di Dio; e certamente i saggi d'allora, fra i quali _Tommaso da Vio cardinal Gaetano, e Giovanni Fischero vescovo Roffense_, poscia cardinale e martire, non lasciarono di riguardar sì strepitose calamità per flagello inviato da Dio alla non poco allora corrotta corte romana. Chiuso intanto in castello l'afflitto pontefice, facendo delle meditazioni dolorose sopra gli amari frutti de' suoi bellicosi impegni, rade volte convenevoli a chi è ascritto all'ecclesiastica milizia, stava pure egli sperando che giugnesse l'esercito della lega per liberarlo. Infatti, appena erano entrati in Roma i nemici, che arrivò a quelle mura il _conte Guido Rangone_; ma non si attentò colle sue forze tanto inferiori ad assalire quel furioso e potente esercito, benchè allora sbandato e perduto dietro alle prede: il che fu poi disapprovato da alcuni, cioè da coloro che facilmente giudicano delle cose altrui in lontananza, senza saper tutte le circostanze presenti dei fatti. Dall'altra parte, marciava assai lentamente il _duca d'Urbino_ colle genti della lega, e solamente nel dì 16 di maggio arrivò ad Orvieto, dove tornato anche il Rangone, si tenne consiglio di guerra. Gagliardamente insisterono il _marchese di Saluzzo, Federigo da Bozzolo e Luigi Pisani_ legato veneto, perchè si tentasse di cavare il papa di prigione, con venir anche a giornata, se occorreva; e il conte Guido Rangone fece conoscere con molte ragioni facile e riuscibile l'impresa. Mostrava parimente il duca di voler lo stesso, ma poi sfoderava non poche difficoltà; e commissario de' Fiorentini ripugnava, rappresentando, che se si slontanava l'esercito, Firenze si rivolterebbe contra de' Medici. In queste dispute si consumò gran tempo, e intanto gl'imperiali in Roma elessero per loro generale _Filiberto principe d'Oranges_, parente dell'imperadore, il quale non tardò a far de' terribili trincieramenti intorno al castello Sant'Angelo, obbligando al lavoro tanto i plebei che molti nobili romani. Spogliarono ancora la città di quasi tutte le vettovaglie, per ridurle in borgo: il che a tal disperazione condusse quel popolo, che alcuni si precipitarono in Tevere, ed altri col ferro, o col laccio si abbreviarono la vita. Nel dì 10 di maggio arrivarono a Roma _don Ugo di Moncada_ e il _cardinal Pompeo Colonna_ coi principali di sua casa, che colla loro autorità misero fine se non a tutte, almeno a molte delle enormità di quei cristiani peggiori de' Turchi. Varie mutazioni e novità poi si trasse dietro la prigionia del pontefice. Imperciocchè nel dì 16 di maggio si mosse a rumore la città di Firenze, e facilmente quel popolo, senza che v'intervenisse morte d'alcuno, congedò _Alessandro_ ed _Ippolito_ de Medici co' _cardinali di Cortona, Cibò e Salviati_, che dianzi governavano dispoticamente quella città a nome del papa: con che rimessa l'antica libertà, fu riassunto il popolar governo. Ma non si guardarono di far molte insolenze alle armi e alle immagini de' Medici: il che maggiormente dipoi irritò contra di loro _papa Clemente VII_. Parimente i Veneziani, tuttochè collegati col pontefice, si impossessarono della città di Ravenna, di cui gran tempo erano stati padroni prima della lega di Cambrai; ed appresso, ammazzato il castellano di quella fortezza, anche d'essa si fecero padroni. Poco stettero dipoi ad occupar Cervia con tutti que' sali, che erano del papa, col motivo di difenderla a nome della Chiesa. Al qual tempo parimente _Sigismondo Malatesta_ entrò in Rimini, città lungamente già dominata da' suoi maggiori. In mezzo a tanti rumori stette un pezzo _Alfonso duca_ di Ferrara perplesso; ma finalmente determinò di profittare anch'egli di tal congiuntura, per ricuperare la sua città di Modena, ingiustamente a lui tolta e detenuta dai papi. Però, come ha l'Anonimo Padovano, mossosi sul principio di giugno con ducento lancie, sei mila fanti e gran copia d'artiglierie, venne a mettere il campo a questa città. Dentro alla difesa era stato lasciato dal _conte Guido Rangoni_ il _conte Lodovico_ suo fratello, ma con soli cinquecento fanti, il qual tosto pensò d'inondare i contorni della città; e l'avrebbe fatto, se i cittadini non si fossero opposti. Il perchè, conoscendo egli il popolo affezionato al nome estense, e in pericolo sè stesso, capitolò nel dì 5 del mese suddetto di potersene andare a Bologna colla sua gente, famiglia e mobili. Entrò il duca nel dì seguente nella città, accolto con segni di somma allegrezza da' cittadini, a' quali, da magnanimo come era, perdonò tutto il passato, senza far vendetta di alcuno, avendo solamente confiscati i beni del conte Guido Rangone, e toltogli il castello di Spilamberto, che poi dopo qualche tempo, per intercession del re di Francia, gli fu restituito. Gran feste per tre giorni furono fatte a cagion di tale acquisto in essa Modena, Ferrara e Reggio, e per tutto il suo Stato. Nello stesso dì 6 di giugno seguì cambiamento di cose in Roma; perciocchè, avendo i collegati conosciuto troppo pericolosa impresa il voler assalire gli imperiali, dall'Isola, dove si erano già inoltrati, si ritirarono verso Viterbo. Servì loro anche di scusa la gran diserzione accaduta nell'esercito per mancanza delle vettovaglie, essendo allora generale la fame per tutta Italia, e i lor cavalli smunti e deboli per carestia di fieni: laddove gl'imperiali, oltre all'aver preso in Roma chinee, ronzini e somieri senza numero, aveano anche messi insieme tre mila cavalli da guerra, ed armi senza numero, di modo che l'esercito loro non parea più quello che poc'anzi era venuto in Lombardia. Perciò il papa, a cui mancava oramai tutto il vivere, non tardò più ad accettar le dure condizioni che gli erano esibite dagl'insaziabili capitani imperiali. Fu fatto questo accordo nello stesso dì che Modena tornò in potere del suo legittimo principe, per mezzo dell'_arcivescovo di Capoa_, con obbligarsi il papa di pagare presentemente cento mila ducati d'oro, cinquanta altri mila fra venti giorni, e ducento cinquanta mila in termine di due mesi; di consegnare castello Sant'Angelo a Cesare, come in deposito; e così ancora le rocche d'Ostia, di Cività Vecchia e di Città Castellana; e inoltre di cedere ad esso imperadore Piacenza, Parma e Modena, la qual ultima avea già mutato padrone: che il papa coi tredici cardinali restasse prigione, finchè fossero pagati i primi cento cinquanta mila ducati d'oro, dopo di che fosse condotto a Napoli o a Gaeta, per aspettar le risoluzioni di _Carlo V_, con altre condizioni, fra le quali era la liberazion dei Colonnesi dalle censure. Entrò dunque il presidio cesareo in castello San'Angelo, e da lì innanzi il papa e i cardinali ebbero miglior tavola, ma non già la libertà. Cività Castellana era in poter dei collegati. _Andrea Doria_ ricusò di poi, consegnar Cività Vecchia. Nè Parma e Piacenza, preventivamente avvisate dal papa, si vollero rendere agli Spagnuoli. Intanto, ossia che il fetore di tanti uomini e cavalli uccisi in Roma facesse nascere una terribil epidemia, oppure che la vera peste nel gran bollor di tante armi penetrasse colà: certo è che nella barbarica armata comandata dal principe d'Oranges entrò la moria, che cominciò a far molta strage: laonde, tra per questo malore e per altri accidenti, si fece il conto che in meno di due anni non restò in vita neppur uno de' tanti assassini dell'infelice città di Roma, e passarono in altre mani le immense loro ricchezze. Penetrò anche la peste suddetta in castello Sant'Angelo con pericolo della vita del pontefice, perchè d'essa morirono alcuni de' suoi cortigiani. Non si potè ben sapere se _Carlo Augusto_, dimorante allora in Ispagna, avesse o serrati gli occhi, o acconsentito al viaggio e alle funeste imprese del duca di Borbone; e su questo fu disputato non poco dai politici; pretendendo anzi alcuni, che se il Borbone sopravviveva, siccome disgustato dell'imperadore, meditasse di torgli il regno di Napoli. Sappiamo solamente che alla nuova del sacco di Roma, e della prigionia del papa, egli si vestì da scorruccio, ne mostrò gran doglia, e fece cessar le feste ed allegrezze già cominciate per la nascita d'un figlio, che fu poi _Filippo II_; così asserendo il Mariana e il Messia contro a quel che ne scrive il Guicciardini. E potrebbe essere che egli allora non fingesse, e che poi, mutato parere, pensasse a far mercatanzia e guadagno delle disgrazie del papa, perchè certamente non mostrò da lì innanzi qual calore che conveniva ad un monarca cattolico per farlo rimettere in libertà. Anzi fu creduto ch'egli desiderasse che il papa fosse condotto in Ispagna. Facili troppo sono le dicerie in tempo massimamente di grandi sconcerti. All'incontro, i _re di Francia_ e _di Inghilterra_, mostrando in apparenza un piissimo zelo pel soccorso del pontefice, ma infatti mirando di mal occhio la troppo cresciuta potenza e prepotenza di Cesare in Italia, e premendo al re Francesco di riavere i suoi figliuoli dalle mani di esso imperadore, formarono lega fra loro, per rinforzar la guerra in Italia contra di lui. In questa lega entrarono anche i _Veneziani_, e dipoi il _duca di Milano_ e i _cardinali_ che erano in libertà, a nome del sacro collegio, e i _Fiorentini_, con patto che il ducato di Milano dovesse lasciarsi libero a _Francesco Sforza duca_. Mentre si faceano oltramonti questi maneggi e preparamenti di guerra, in Lombardia non cessavano, anzi crescevano i guai. Era restato governator di Milano _Antonio da Leva_ con tre mila fanti tedeschi, quattro mila spagnuoli e settecento lancie. Un soldo non v'era da pagar questa gente; però sbardellatamente viveano alle spese de' miseri Milanesi, già talmente rovinati, che neppur aveano da mangiare per loro stessi. Richiamò il senato veneto da Roma le sue genti col _duca d'Urbino_, per unirsi col _duca di Milano_, e andar poscia a dare il guasto alle biade mature de' Milanesi. A questo fine passarono a Lodi verso il principio di luglio. Preveduto il loro disegno, il Leva andò a postarsi a Marignano: il che sconcertò le loro idee. In questi tempi _Gian-Giacomo de Medici_, castellano di Musso, che nulla avea che fare coi Medici di Firenze, ed era comunemente appellato il Mcdeghino, condotto dalla lega, prese il castello di Monguzzo tra Como e Lecco. Spedito colà il _conte Lodovico da Barbiano_, ossia da Belgioioso, non solo nol ricuperò, ma vi perdè quattro cannoni e molti fanti. Venne poi esso castellano con quattro mila fanti e cinquecento cavalli nel Milanese, dove recò infiniti danni. Antonio da Leva, segretamente uscito una notte da Milano, sul far del giorno con tal empito assalì il Medeghino, che in poco tempo lo ruppe, e la maggior parte di quella gente restò morta o presa. Poscia, andato un dì l'esercito collegato a devastare il Milanese, cadde in un'imboscata fatta da esso Leva, e dopo lunga battaglia diede alle gambe con morte di più di mille e cinquecento soldati. Dopo avere il _re Cristianissimo_ assoldati dieci mila Svizzeri, ed unito nel suo regno un potente esercito, lo spinse in Italia sotto il comando di _Odetto di Fois, signor di Lautrec_, a noi noto per le precedenti guerre. Condusse ancora al suo soldo il valoroso _Andrea Doria_ con otto galee. Il primo che calò in Italia per via di Saluzzo, fu il _conte Pietro Navarro_, celebre capitano, il quale con tre mila fanti ito a Savona, tosto se ne impadronì, e si mise a fortificarla. Similmente con grossa armata comparve di qua dai monti il Lautrec, e giunto ad Asti, per avere inteso che _Lodovico conte di Lodrone_, posto alla guardia d'Alessandria con tremila Tedeschi, avea mandata buona parte di sua gente al Bosco, per riscuotere le taglie, gli fu addosso; e, piantate le artiglierie, cominciò a bersagliar quel castello. Per otto giorni fece il Lodrone una gagliarda difesa; ma infine si arrendè quel castello, e fu messo a sacco, con restare il Lodrone e gli abitanti anche essi prigionieri. Il Guicciardini scrive diversamente; cioè che il Lodrone era in Alessandria, e la moglie co' figli nel Bosco, che generosamente furono a lui mandati dal Lautrec. Nei medesimi tempi fu stretta la città di Genova per terra da Pietro Navarro e da _Cesare Fregoso_, e per mare da Andrea Doria almirante di Francia. Perchè la carestia, universale allora in Italia, affliggeva forte quella nobile e popolata città, le speranze del popolo erano poste in sette galee ed alquante navi cariche di grano, che colla ricchissima caracca Giustiniana erano per viaggio. Ma colte queste dal Doria in Portofino, ed assediate, vennero in sua mano. Altre perdite fecero i Genovesi; laonde presero la risoluzione di darsi ai Franzesi. Si ritirò il doge _Antoniotto Adorno_ nel castelletto; e la città senza uccision di gente, e col solo saccheggio del palazzo Adorno, ottenute vantaggiose condizioni, tornò sotto il dominio di Francia. Mandò il Lautrec per governatore colà Teodoro Trivulzio; e ciò fu sul fine di agosto. Andò egli poscia a mettere il campo ad Alessandria, alla cui guardia era il conte _Giam-Batista di Lodrone_ con mille e cinquecento Tedeschi, a cui poco prima s'era unito con altri mille fanti il conte _Alberico da Belgioioso_. Grande strepito e guasto faceano le artiglierie in quelle mura, ma non minor difesa e ripari per molti giorni fecero gli assediati, finchè, temendo questi le mine di Pietro Navarro, e perduta la speranza del soccorso, arrenderono la città, salvo l'avere e le persone, con obbligo di uscir dallo Stato di Milano, e di non militare per sei mesi in favor dell'imperatore. Voleva il Lautrec mettere presidio in Alessandria, ma gli oratori del duca di Milano e de' Veneziani tanto dissero, che lasciò mettervelo al duca, con restar perciò indispettito contra di lui. Questi progressi dell'armata franzese fecero conoscere ad _Antonio da Leva_ il pericolo, in cui si trovava, non restandogli più che cinque mila fanti e due mila cavalli. Pensò di ritirarsi a Pavia; ma, saputo che non vi era da vivere, mandò colà il conte Lodovico da Barbiano con due mila fanti e cinquecento cavalli, ed egli, restando in Milano, seguitò a scorticar più di prima quegl'infelici cittadini. Passò dipoi il Lautrec a Basignana il Po, e venne alla sua ubbidienza Novara con tutte le castella di quel distretto. Passato anche il Ticino, si trasferì otto miglia vicino a Milano, dove si unì colle genti venete e sforzesche. Poscia andò ad accamparsi sotto Pavia, cominciando con gran flagello di artiglierie a diroccar le mura di quella città, che dal suddetto conte di Belgioioso valorosamente veniva difesa. Vasta breccia era fatta, e i miseri Pavesi si raccomandavano al conte che non li lasciasse esposti alla crudeltà de' Franzesi. Il conte, che voleva tirare il più in lungo che potesse la resa, gli andava confortando; e quando poi s'accorse che i nemici s'allestivano per venire all'assalto, spedì nel dì 4 d'ottobre uffiziali al Lautrec per capitolare la resa. Mentre se ne stendevano le condizioni, ecco che gl'inferociti soldati, mal sofferendo di vedersi torre di bocca la preda, tanto i Guasconi dall'una parte, che gli Svizzeri dall'altra, seguitati appresso dai Tedeschi ed italiani, furiosamente per le rovine della breccia entrarono nella sfortunata città con tal rabbia, che in meno d'un'ora uccisero più di due mila persone tra soldati e terrazzani: spettacolo orrido e miserando. Poi tutta la città fu saccomanata, fatti prigioni tutti i benestanti, e costretti con esorbitanti taglie a riscattarsi. Niun rispetto s'ebbe a' luoghi sacri, e le donne rimasero vittima della libidine di que' diavoli, a riserva di quelle che prima si erano rifuggite ne' monisteri delle sacre vergini, ai quali, per cura di alcuni capitani, non fu inferita molestia. Ecco le terribili conseguenze delle guerre d'allora. Bruciarono ancora i Guasconi un'intera contrada, e peggio avrebbero fatto, se il Lautrec, mosso a compassione, non avesse costretto l'esercito tutto ad uscire della desolata città di Pavia. Non restava più se non Milano e Como da sottomettere, e il duca di Milano e il legato veneto, quasi colle ginocchia in terra, si raccomandarono al Lautrec, perchè seguitasse l'impresa, mostrando la facilità di vederne presto il fine. Ma perchè era venuto al campo il _cardinal Cibò_ per sollecitare il Lautrec alla liberazione del papa, tuttavia tenuto sotto buona guardia dagli Spagnuoli, a tali istanze si arrendè esso Lautrec. Licenziati gli Svizzeri, che ricusarono di andare a Roma, s'avviò a Piacenza, dove si fermò, per trattar lega con _Alfonso duca_ di Ferrara, e con _Federigo marchese di Mantova_. Si ridusse dunque a Ferrara il cardinale suddetto con tutti i plenipotenziarii della lega, per muovere il duca, il quale, tratto dall'ossequio che professava all'imperadore, e dall'antecedente suo impegno, ripugnava ad unirsi coi di lui nemici. Tuttavia, per le minaccie a lui fatte che gli si scaricherebbe addosso tutto l'esercito franzese, entrò anch'egli nella stessa lega con condizioni molto onorevoli, una delle quali fu che il _re Cristianissimo_ darebbe in moglie a _donno Ercole_ di lui primogenito _Renea di Francia_, figlia del _re Lodovico XII_, e cognata del medesimo re Francesco. Furono anche promesse molte cose a nome del papa, ma niuna d'esse gli fu poi mantenuta. Lo strumento di essa lega, stipulato nel dì 15 di novembre fu da me dato alla luce[408]. Nel dì 7 di dicembre anche Federigo Gonzaga marchese di Mantova sottoscrisse la medesima lega come apparisce dall'atto pubblico, rapportato dal Du-Mont[409]. Allontanato che fu da Milano il _Lautrec, Antonio da Leva_, che poco stimava l'esercito veneto e sforzesco, uscito di Milano, costrinse nel dì 28 d'ottobre Biagrasso alla resa, dove erano cinquecento fanti; e sopraggiunto _Giano da Campofregoso_ col soccorso, gli diede una rotta, con acquistar le di lui artiglierie. Queste poi, nell'essere condotte a Milano, gli furono tolte dal _conte di Gaiazzo_, giovane ferocissimo, passato nel dì innanzi al servigio de' Veneziani. Biagrasso fu poscia ricuperato dai Franzesi. Riuscì ancora a _Filippo Torniello_, per ordine d'esso Leva, d'entrar nel castello di Novara, che tuttavia si tenea per l'imperadore, e con cinquecento fanti italiani sotto il suo comando di cacciar dalla città lo smilzo presidio ivi lasciato dal duca di Milano. Torniamo ora agli affari di Roma. Per compimento delle miserie e della rovina di quella afflittissima città, già dicemmo esservi sopraggiunta la peste, che ogni dì facea strage grande di soldati e di Romani. Essendo entrata anche in castello Sant'Angelo nel mese d'agosto, il papa e i cardinali, quivi racchiusi e posti in sì gran pericolo, cominciarono con grande istanza a pregar i capitani cesarei di aver loro misericordia. Perciò, se dice il vero l'Anonimo Padovano, ottennero nel dì 15 del suddetto mese d'essere condotti in Belvedere, dove furono posti di guardia mille Spagnuoli. Il resto di quell'inumano esercito, per salvarsi dal contagio, si slargò ad Otricoli, Terni, Narni, Spoleti ed altri luoghi, a molti de' quali, dopo averne esatte grandissime taglie, diedero anche il sacco. Perchè la rocca di Spoleti fece resistenza, la presero per forza, e misero a fil di spada quel presidio. Seguirono poi varii piccioli fatti, e spezialmente su quel di Terni, fra essi e l'esercito collegato, che s'era ridotto di qua da Perugia città, a cui in questi tempi toccò una burrasca. Perciocchè entratovi una notte con aiuto d'essi collegati _Orazio Baglione_, vi uccise _Gentile Baglione_, già messovi dal papa, con altri di quella stessa famiglia e de' suoi aderenti. A molte case fu dato il sacco, e il popolo arse e spianò da' fondamenti il palazzo del suddetto Gentile, restando poi signore di Perugia il medesimo Orazio. Anche in Siena fu gran sollevazione del popolo contra dei nobili, circa trenta de' quali rimasero uccisi. Vi accorse da Spoleti il _principe d'Oranges_, quetò il tumulto, e lasciò ivi di guardia mille fanti. Mentre queste cose succedeano, _papa Clemente_ coi tredici cardinali continuava a star come prigione, e a cercar le vie di riacquistare la libertà, senza poterle trovare. Il danaro pattuito non compariva, e sempre s'incontravano nuovi ostacoli ne' negoziati, perchè l'Augusto _Carlo V _mostrava ben voglia e zelo per la sua liberazione, ma con esigere cauzioni che il papa non fosse da lì innanzi contra di lui. Intanto il Lautrec, dopo tante belle parole d'essere inviato in aiuto di lui, facea un passo innanzi e due indietro, perchè avvisato che si trattava alla gagliarda di pace fra l'imperadore e il suo re. Finalmente essendo morto il _vicerè Lanoia_, e subentrato nel governo di Napoli _Ugo di Moncada_, questi fu chiamato a Roma, per trattare della liberazion del pontefice. Con esso Moncada si unirono _Girolamo Morone_ e il _cardinal Pompeo Colonna_, segretamente guadagnati dal papa; e tanto si operò, che fu stabilito l'accordo nel dì ultimo d'ottobre, con obbligarsi il papa di non essere contrario a Cesare per le cose di Milano e di Napoli, e di pagare allora e poi in varie rate un'immensa quantità di danaro. Per supplire al presente bisogno si ridusse _Clemente VII_ a crear per danari alcuni cardinali (al che in addietro non s'era mai voluto indurre), persone, dice il Guicciardini, la maggior parte indegne di tanto onore. Inoltre, concedè nel regno di Napoli decime e facoltà di alienar beni di chiesa, e diede per ostaggi due cardinali. Era stabilito il dì 9 di dicembre per uscir di castello, dove il Guicciardini dice ch'egli era, e non già in Belvedere. Ma Clemente, diffidando sempre degli Spagnuoli, la notte precedente, travestito da mercatante o da ortolano, se ne uscì, e raccolto in Prati da _Luigi Gonzaga_, fu condotto sino a Montefiascone, e poscia ad Orvieto, senza che neppur uno de' cardinali l'accompagnasse, e con tal meschinità, che non era da meno de' pontefici de' primi tempi, che viveano senza pompa, esposti ogni dì alle scuri degli Augusti pagani. E così passò l'anno presente: anno degno d'indelebil memoria per l'infame sacco di Roma, per la prigionia del papa, per tante desolazioni di guerra e saccheggi, e per altri innumerabili malanni che unitamente si scaricarono sopra quasi tutta l'Italia, in maniera tale che veramente fu creduto non essersi mai veduto un cumulo di tanti mali in Italia, dacchè nacque il mondo. Perciochè, oltre ai suddetti mali la peste infierì in Napoli, Roma, Firenze ed altri luoghi. I fiumi, usciti per le copiose pioggie dai lor letti, inondarono le campagne; e queste, anche senza essere oppresse dai fiumi, per le suddette soverchie pioggie, o per altre naturali cagioni, diedero un miserabile raccolto universalmente per l'Italia. Il perchè, secondo l'attestato dell'Anonimo Padovano, mancavano di vita i poveri, per non aver di che vivere e per non trovar chi loro ne desse. Per tutte le città, dic'egli, castella e ville si vedeano infiniti poveri con tutte le lor famiglie andar mendicando, e gridando misericordia e sovvenimento. Più non si potea andare per le chiese, piazze e strade: tanto era il numero de' poveri con volti macilenti, squallidi, e tali, che avrebbono mosse a pietà le pietre. E la notte per le strade s'udivano sì orrende voci ed urli, che spaventavano ogni persona. E intanto nulla mancava a tante ciurme di soldati desolatori delle contrade italiane; e l'immenso danaro di Roma andava ad ingrassare soldati eretici, o gente piena di ogni vizio e priva di religione. NOTE: [405] Raynaldus, Annal. Eccles. [406] Sansovino, Storia. Johannes Coclaeus contra Lutherum. Storie Sanesi. Guicciardino ed altri. [407] Panciroli, Histor. Regiens. MS. [408] Antichità Estensi. Par. 2. [409] Du-Mont, Corps Diplomat. Anno di CRISTO MDXXVIII. Indizione I. CLEMENTE VII papa 6. CARLO V imperadore 10. Dacchè fu giunto in luogo di libertà, cioè in Orvieto il _pontefice Clemente_, non tardò il _duca d'Urbino_ cogli altri uffiziali dell'esercito della lega a portarsi colà, per seco rallegrarsi e per tirarlo nella lega stabilita con tante potenze dai suoi cardinali. Il trovarono irresoluto, e per quanto dicessero, nol poterono muovere a prendere partito alcuno. Così avesse egli fatto ne' tempi precedenti. Verso la metà poi di gennaio inviò il _vescovo sipontino_ a Venezia a fare istanza a quel Senato che restituissero Ravenna e Cervia, e pagassero cento mila ducati d'oro per sale occupato in Cervia, con altre domande che il fecero conoscere mal soddisfatto di quella repubblica. Non mancarono scuse a' Veneziani per non effettuar prontamente ciò che il pontefice desiderava, mettendo anch'essi in campo le tante somme di danaro da loro impiegate per procurargli la libertà; e poi mandarono _Gasparo Contarino_, uomo di singolar prudenza, a significar meglio le loro intenzioni al papa stesso. S'era fermato non poco tempo il _Lautrec_ in Parma e Piacenza, dalle quali città ricavò circa quaranta mila ducati d'oro. Venne a Reggio, dove intese la liberazion seguita di papa Clemente. Passò anche a Bologna, e prese ivi un lungo riposo, sull'espettazione sempre che si potesse conchiuder pace fra il _re Francesco I_ e l'_imperador Carlo V_. Ma, scioltosi in nulla ogni trattato, gli oratori di Francia e d'Inghilterra nel dì 25 di gennaio nella città di Burgos in Ispagna intimarono la guerra ad esso Augusto; e tanto essi che quei de' _Veneziani, Fiorentini_ e _duca di Milano_ presero congedo da quella corte, senza poter non di meno ottenerlo, perchè ritenuti contro il diritto delle genti. Ora il Lautrec certificato di questo, si mosse coll'esercito suo alla volta del regno di Napoli, e non volendo passar l'Apennino, s'inviò per la via della Marca colà. Fu creduto che in tutto l'esercito de' collegati fossero sessanta mila soldati. Si può detrarne un terzo. Ed è poi spropositata cosa il dirsi da Odorico Rinaldi che vi si contassero ottanta mila fanti e venti mila cavalli. Nel dì 10 di febbraio giunto al fiume Tronto, che divide il regno di Napoli dagli Stati della Chiesa, senza impedimento alcuno lo passò, ed espugnata per forza Civitella, terra assai ricca e popolata, ne permise il sacco a' suoi soldati: iniquo costume, tante volte da noi veduto praticato dalla milizia di que' tempi, per rallegrare e maggiormente animare alle imprese quella gente che si picca di esercitare il più onorato mestier del mondo, quando a pruova di fatti erano tanti ladri ed assassini. Teramo e Giulia Nuova si arrenderono a _Pietro Navarro_, e coll'aiuto della parte angioina anche la grossa e potente città dell'Aquila venne in poter de' Franzesi, e parimente Celano, Montefiore, e, in una parola tutto l'Abbruzzo ultra. Il che non so se sia vero, mentre s'ha da altri che essa città si ribellò sul fine di quest'anno agl'imperiali. Forse si sarebbe volto il Lautrec verso la capitale del regno, se non avesse inteso che s'era finalmente, cioè nel dì 17 di febbrio, mossa da Roma l'armata imperiale sotto il _principe d'Oranges_, la quale il Guicciardini e l'Anonimo Padovano fanno ascendere a dodici in tredici mila Tedeschi, Spagnuoli ed Italiani. Ma costoro non s'erano voluti partire di là, se non tiravano tutte le lor paghe; e convenne che il papa sborsasse, oltre al già pattuito contante, anche venti mila ducati d'oro. Uscita che fu quella mala gente fuori della desolata città di Roma, v'entrò _Napoleone Orsino_ abbate di Farfa con altri suoi consorti, che un'impresa veramente gloriosa vi fecero, con ammazzar quanti Spagnuoli e Tedeschi erano restati ivi malati. In questo mentre il Lautrec s'impadronì della città di Chieti, capitale dell'Abbruzzo citra, e poi di Sermona e d'altre terre; e mandò anche gente a mettersi in possesso della importante dogana di Foggia e di Nocera. Essendo venuto verso Troia l'esercito imperiale, anche il Lautrec s'inviò all'incontro d'esso nel dì 12 di marzo, aspettando continuamente che seco s'andassero ad unire le genti del _marchese di Saluzzo_, de' _Veneziani_ e de' _Fiorentini_. Parevano disposte amendue le armate a far giornata; ma nulla di questo avvenne. Spedito dal Lautrec Pietro Navarro a Melfi, città presidiata da secento soldati e copiosa quantità di villani, la prese per forza, la saccheggiò, con uccisione di circa tre mila persone. Questo acquisto si tirò dietro l'altro di Barletta, di Trani, e delle terre circostanti, e parimente della rocca di Venosa e di Ascoli. Secondo l'Anonimo Padovano, fu anche presa in questi tempi dai Franzesi Manfredonia, città opulenta e di molto popolo, e messa a sacco, con ricavarne un grosso bottino. La stessa crudeltà, per attestato del medesimo storico, fu esercitata nella presa di Troia. Così venne in lor potere la maggior parte della Puglia e alquanto della Calabria, a riserva di Otranto, Brindisi ed altri luoghi forti. Sì fatti progressi cagion furono che il vicerè don _Ugo di Moncada_ si ritirasse colle sue genti sotto le mura di Napoli, dopo aver presidiata Gaeta con due mila fanti. Nè qui si fermò la fortuna de' Franzesi. Anche Capoa, Nola, la Cerra, Aversa e il circonvicino paese si sottomisero alla lor potenza. Nel qual tempo parimente la flotta de' Veneziani s'impossessò di Trani e di Monopoli, con disegno di conquistar anche Otranto, Brindisi e Putignano, terre tutte che, secondo i patti, aveano da toccare alla repubblica veneta. Sul fine di aprile andò poi il Lautrec ad accamparsi sotto Napoli. Non erano intanto minori i guai della Lombardia. Perciocchè, non bastando la fame, la peste e la guerra a desolare ed affliggere gl'infelici popoli, insorse una febbre pestilenziale, differente dalla peste, e chiamata _mal mazzucco_, pel cui empito ed ardore, molti divenendo furiosi, si andavano a gittar giù dalle finestre, oppure ne' pozzi e ne' fiumi, senza che i medici vi trovassero rimedio alcuno. Durò questo flagello, a cui tenne poi dietro la peste, più di un anno, e morirono per l'Italia infinite persone. Nella sola città di Padova quattro mila tra nobili ed ignobili furono portati alla sepoltura. Corse lo stesso malore per le città di Vicenza, Verona, Ferrara, Mantova ed altre. Ma niuna delle città fu da paragonare per conto delle miserie alla nobilissima città di Milano. Tante insopportabili angherie avea posto in addietro _Antonio da Leva_, governatore imperiale, a quel popolo, per poterne spremere danari da dar le paghe ai soldati (giacchè un soldo non colava da Spagna), con obbligar anche gli abitanti, privi di vitto per loro, ad alimentar le milizie, che moltissimi d'essi per disperazione se n'erano fuggiti, abbandonando tutto. Perciò quella doviziosa e sì popolata città, che da tanti secoli fu l'onore dell'Insubria, sembrava oramai uno scheletro di città, essendo nata l'erba per quasi tutte le strade e piazze; stando aperto notte e dì il più delle botteghe senza le usate merci; vuote senza numero le case e i palagi; i templi stessi privi d'ogni ornamento, e i monisteri ridotti a pochi miserabili religiosi, che non poteano reggere alle continue insolenze delle affamate truppe. La maggior parte poi del territorio fra Adda e Ticino, e tante grosse terre e ville, parte abbruciate, parte abbandonate dagli abitatori, senza trovarsi in alcuni luoghi nè uomini, nè bestie, e senza più coltivarsi que' fertili terreni, divenuti perciò un continuato bosco. E tanto più era disperata quella parte di popolo che restava in Milano, perchè i collegati, stando in Lodi ed altri siti, impedivano il passaggio dei viveri all'afflitta città. Queste son le glorie de' principi, che senza aver danaro si mettono a far guerre; e, per soddisfare alla mal nata ambizione, nulla curano la total rovina degli infelici popoli e paesi suoi, non che degli altrui. Dove si andassero i tanti tesori che venivano allora dalle Indie Occidentali alla corte di Spagna, io non vel so dire. In questi tempi _Gian-Giacomo de Medici_ castellano di Musso andò verso il fine d'aprile a mettere il campo al castello di Lecco, secondato dai Veneziani. Arrivò colà spedito da Milano _Filippo Torniello_, che il fece ritirar con poco garbo. Ma l'astuto castellano trattò da lì innanzi per via di lettere con Girolamo Morone, divenuto gran consigliere anche del _principe di Oranges_; e questi indusse non meno esso principe che Antonio da Leva ad investirlo di Lecco, acciocchè da lì innanzi, abbandonato il servigio della lega, servisse colle sue forze all'imperadore. Ciò fu eseguito; ed egli tosto inviò a Milano una gran copia di grano, che fu di mirabil soccorso alle necessità di que' soldati ed abitanti. Era noto all'_imperator Carlo_ il bisogno e pericolo dello Stato di Milano, e più quello del regno di Napoli. Perciò, fatto raunare in Germania un corpo di quattordici mila Tedeschi sotto il comando di _Arrigo duca di Brunsvich_, principe di molta sperienza ed autorità nella disciplina militare, lo spedì per via di Trento verso Italia. Corse per questo in Verona, e Vicenza e Padova tanto terrore, che i popoli coi lor bestiami e col loro meglio fuggirono ai luoghi forti, come se avessero alle spalle i nemici. Non potendo quell'armata passare per la Chiusa, voltatasi per la valle di Caurino, circa il dì 8 di maggio pervenne alla riviera di Garda, dove cominciò a imporre taglie, e a bruciar ville. Dopo aver presa Peschiera, si diede a saccheggiar il Bresciano e Bergamasco, con immensi danni e bruciamenti di quelle contrade. Verso il fine d'esso mese avendo _Antonio da Leva_ intelligenza con alcuni capi di squadre de' Veneziani che erano in Pavia, uria mattina, secondo il concerto, spinse la cavalleria spagnuola entro quella città per una porta ch'era senza guardia. Ai cavalli tenne dietro la fanteria, e presero la piazza. Fecero ben testa e gran battaglia i cavalli leggieri veneti, ma con restar infine svaligiati, e i loro condottieri prigioni. Con questa facilità il Leva ricuperò una città che tanto tempo, fatiche e sangue era costata alla lega per acquistarla. E giacchè fra il Ticino e l'Adda altro non restava che Lodi, occupato dagli Sforzeschi, persuase esso Leva al duca di Brunsvich di espugnar quella città, prima di passare al soccorso di Napoli. Colà dunque si dirizzarono con tutte le lor forze, e dacchè le batterie ebbero rovinata gran quantità di muro, passarono all'assalto. Ma furono così ben ricevuti da _Giam-Paolo Sforza_ governatore della città, che non vi tornarono la seconda volta. Si applicarono perciò a vincer colla fame la città, mal provveduta di viveri, e a tale estremità la ridussero, che, se durava alquanto più l'assedio, conveniva a que' di dentro di cedere. Ma eccoti entrare nell'esercito cesareo il mal mazzucco, ossia febbre pestilenziale, che in men di otto giorni si trovarono morti più di due mila soldati, ed altrettanti ammalati. Bastò questo spettacolo, perchè la lor gente cominciasse, senza poterla ritenere, a fuggir verso Lamagna: laonde fu costretto il resto di quella sì diminuita armata a ritirarsi a Marignano, da dove poi anche il duca suddetto si partì, prendendo la via di Como e di Germania, massimamente perchè vi concorse il consiglio di Antonio da Leva, a cui non piaceva di aver compagni nel governo. Dopo questi fatti essendosi ingrossati in Lombardia i Franzesi per l'arrivo di dodici mila Svizzeri e mille lancie, il _signor di San Polo_ comandante d'essi, e il _duca d'Urbino_ generale de' Veneziani deliberarono di tentar l'acquisto di Pavia, dove stavano in guardia due mila fanti sotto _Pietro da Birago_ e _Pietro Bottigella_. Nel dì 9 di settembre si accamparono, e si diedero a bersagliarne le mura. Fatta ivi colle bombarde sufficiente breccia, nel dì 19 d'esso mese per forza d'armi e con grande uccisione sboccarono nella città, e misero a sacco quel poco che vi era restato negli antecedenti saccheggi. Il castello si arrendè fra poco con oneste condizioni per quel presidio. Crebbero perciò i guai di Milano. Spedì bensì quel popolo disavventurato alcuni de' nobili primarii in Ispagna, per rappresentare all'_imperador Carlo V_ le tante loro miserie; ma altro non ne riportarono che buone parole o promesse di pace. E perciocchè Antonio da Leva, loro perpetuo sanguisuga, dopo aver torchiato cotanto le lor borse, non trovava più verso a pagar le truppe, gli fu suggerita una diabolica invenzione: cioè di proibir, sotto pena della confiscazion de' beni, che niun potesse tener farina e far pane in casa. Poscia, affittata la rigorosa gabella del pane, ne ricavò tanto danaro, che diede le paghe alla sua gente. Fra l'armata del Lautrec, accampato sotto Napoli, e gl'imperiali chiusi in essa città, seguivano intanto continue scaramuccie. Accadde che verso il fine d'aprile quattro grosse navi cariche di frumenti e d'altre provvissioni da bocca venivano a Napoli per soccorso di quella gran città. _Andrea Doria_ capitano delle galee di Francia diede ad esse la caccia; ma non potendole sottomettere per mancanza di soldati, mandò _Filippino Doria_ a chiedere aiuto al Lautrec, il quale gli spedì immantinente mille de' suoi migliori fanti. Anche il _vicerè Moncada_, conoscendo l'importanza di quelle navi, e il loro pericolo, in cinque galee entrò egli stesso con mille e cinquecento fanti, e col fiore dei suoi uffiziali, senza saper cosa alcuna del soccorso inviato dal Lautrec. Si attaccò nel dì 28 del mese suddetto in mare una fiera battaglia che per gran tempo fu dubbiosa; ma infine restò la vittoria ai due valorosi Doria. Vi perderono la vita lo stesso _vicerè, Cesare Feramosca_ ossia _Fiera Mosca, Jaches di Altamura_, con altri assaissimi; e rimasero prigioni _il marchese del Vasto, Ascanio e Camillo Colonnesi, il principe di Salerno_, ed altri molti capitani e gentiluomini. Una sola galea degl'imperiali si salvò; le navi cariche vennero poi tutte in potere d'Andrea Doria, colpo che quanto fu di dolore ai difensori di Napoli, altrettanto rallegrò l'esercito della lega. Comuni allora furono i pronostici che Napoli non si potrebbe sostenere. Non mi fermerò io a narrar gli altri avvenimenti dell'assedio di quella gran città, e della guerra che nel medesimo tempo si fece per tutto il regno, con essere applicati anche i Veneziani a ridurre in lor potere Otranto, Brindisi ed altre terre marittime. A me basterà di dire che la peste era in Napoli; e questa si comunicò al campo de' Franzesi, ossia della lega, per cui terminarono il corso di loro vita il _nunzio del papa_ e _Luigi Pisano_ legato veneto con altri signori. Cadde per la sua ostinazione in quell'assedio dipoi malato anche il _Lautrec_, e finì di vivere nel dì 15 di agosto, con restare il comando al _marchese di Saluzzo_. Era perciò in gran confusione quell'armata, con declinare ogni di più per la mortalità della gente. Al che s'aggiunse un altro non lieve disastro, perchè Andrea Doria destinato a guardar il mare, affinchè non entrassero viveri in Napoli, essendo terminata la sua ferma col re Cristianissimo, passò al servigio dell'imperadore: avvenimento che sconcertò forte i disegni e le speranze de' capitani franzesi. Il perchè dal marchese di Saluzzo verso il fine d'agosto fu presa la risoluzione di levar il campo per ritirarsi ad Aversa. Ma gl'imperiali che stavano all'erta, usciti di Napoli, con tanto furore piombarono addosso alla retroguardia, che la misero in rotta, e fecero prigione _Pietro Navarro_ con altri. Il che inteso dal popolo d'Aversa, diede all'armi, e, chiuse le porte, tagliò a pezzi quanti Franzesi v'erano prima entrati. Così l'Anonimo Padovano, il qual soggiunse che, sopraggiunto il grosso degl'imperiali, seguì un combattimento colla rotta de' collegati, i capitani de' quali per la maggior parte rimasero prigioni, e fra gli altri lo stesso _marchese di Saluzzo_, che poi morì; ed avere i villani fatto gran macello di quella gente sbandata in vendetta delle molte offese e ruberie lor fatte in addietro. Ma il Guicciardini scrive che, chiusa quella parte de' collegati in Aversa, per non veder maniera di difendersi, andò il _conte Guido Rangone_ a parlare _col principe di Oranges_; e mentre capitolava, con avere accordato che tutti i capitani restassero prigioni, e i soldati se ne andassero senza armi, bandiere e cavalli, entrarono improvvisamente i cesarei in Aversa, e diedero un terribil sacco all'infelice città. Per questo il Rangone pretese di non essere prigione, e fu poi rilasciato dal marchese del Vasto, dappoichè questi fu ritornato in libertà. Ecco dove andò a terminare lo sforzo dell'armata della lega contra di Napoli dopo tanti progressi, dopo tante apparenze di conquistare tutto quel regno, nel quale non per questo cessarono le turbolenze e i guai. Perocchè _Renzo da Ceri_ con alcuni degli Orsini si fortificarono in Barletta, e i Veneziani sotto la condotta di _Cacciadiavoli Contarino_ occupavano varii luoghi in Puglia e Calabria, con essere tornati quasi tutti gli altri alla divozione di Cesare. Ma il _principe d'Oranges_, sì per mostrare severità, come per cavar danari da pagar le sue milizie, non tardò a far processi e confischi contra di que' baroni che in tal congiuntura si erano mostrati aderenti a' Franzesi. Fece inoltre decapitare nella pubblica piazza di Napoli alquanti di que' nobili. Gli altri fuggirono, o si riscattarono con grossi pagamenti di danaro, trattando di ciò con quel gran faccendiere di _Girolamo Morone_, a cui in ricompensa delle sue fatiche donato fu il ducato di Boviano. Mutazioni parimente nel presente anno seguirono in Genova. Già dicemmo che il valoroso _Andrea Doria_ era passato al servigio dell'imperadore, avendo abbandonato quel di Francia, ossia perchè non corressero le paghe promesse, o perchè il re Cristianissimo non mostrasse di lui quella stima che meritava; o piuttosto perchè esso re volesse in sua mano il _marchese del Vasto, Ascanio Colonna_, ed altri da lui fatti prigioni, a' quali s'era esso Doria obbligato di restituire la libertà, pagata che a lui fosse la taglia. Fu inoltre creduto che l'amor della patria, signoreggiata allora dai Franzesi, e il desiderio di stabilir ivi in più convenevol grado la sua famiglia, il movesse ad abbracciare il partito di Carlo V, il quale per maneggio del Vasto non mancò di accordargli delle vantaggiose condizioni. Ora Andrea Doria, avendo ottenuta da esso Cesare la facoltà di rimettere Genova in libertà, e sapendo che in essa città, per ragion della peste, erano pochi soldati, nè si facea l'occorrente guardia; nel dì 12 di settembre presentatosi al porto, giacchè se n'erano ritirate le galee di Francia, animosamente v'entrò con soli cinquecento fanti: il che bastò perchè il popolo si sollevasse gridando: _Libertà_, e _Teodoro Trivulzio_ regio governatore si ritirasse nel castelletto, che fu immediatamente assediato. Mandarono appresso i Genovesi gran gente ad assediar Savona, che i Franzesi aveano staccata dalla suggezion di Genova: il che appunto più d'ogni altro motivo gli avea renduti odiosi ai Genovesi. A nulla servì l'avere il Trivulzio fatte istanze per soccorso al _signor di San Paolo_ e al _duca di Urbino_. Vi fu bene spedito un corpo di gente, ma non sufficiente al bisogno, ed anche troppo tardi; laonde sul fine di settembre non men Savona che il castelletto si arrenderono ad essi Genovesi, i quali non perderono tempo a rendere inutile il porto di Savona con empierlo di sassi, e spianavano da' fondamenti il castelletto. Per avere il Doria restituita la libertà alla sua patria, gran gloria a lui ne venne, confessando gli scrittori genovesi ch'egli avrebbe potuto, se avesse voluto, farsene signore. Col tempo poi parve che quel popolo dimenticasse sì fatto benefizio. Fu ivi stabilito un saggio governo; e per togliere le divisioni e fazioni tra' nobili e popolari, che tanto aveano afflitta quella nobilissima città, a ventotto delle più chiare ed illustri famiglie (escluse l'Adorna e la Fregosa) si aggregarono le altre, che erano ammesse agli onori e magistrati: dal che è poi venuto che ivi sieno tanti Doria, Spinola, Grimaldi, Fieschi, ec. Mandarono bensì dopo qualche tempo i Franzesi segretamente alcune schiere d'armati per sorprendere Andrea Doria, abitante nel suo bel palazzo fuori di Genova; ma egli per la porta di dietro in una barchetta si salvò. Scaricossi la vendetta solamente sopra quel palazzo, che fu posto a sacco. Per confessione ancora del Guicciardini, _papa Clemente VII_, poco avendo profittato de' flagelli a lui mandati da Dio, dacchè fu in libertà, avea ripigliate le sue astuzie e cupidità. Ricuperò egli Imola e Rimini. Partito poscia da Orvieto, fermossi qualche giorno in Viterbo, ed indi se ne andò a Roma, dove pubblicò rigorosi bandi, chiamando chiunque era fuggito, affinchè tornassero ad abitarvi. E perciocchè l'odio suo contra di _Alfonso_ duca di Ferrara, invece di rallentarsi, era cresciuto, in quest'anno ancora ricorse alle insidie per torgli le sue terre, e per fare anche di peggio, se gli fosse potuto riuscire. In Reggio si scoprì un maneggio di _Girolamo Pio_, governatore di quella città pel duca, col _vescovo di Casale_ commissario dell'armi del papa in Parma e Piacenza, coll'accordo già fatto d'introdurre in quella città presidio pontificio[410]. Dal conte Albertino Boschetti fu scoperta la trama, e convinto il reo, perdè la testa. Venne appresso un altro tentativo, fatto da _Uberto Gambara_, gran manipolatore di sì belle azioni, per sorprendere con ducento cavalli ed altrettanti archibugieri il duca nel dover egli passare da Modena a Ferrara. Per accidente non si partì egli nel dì destinato: il che servì a scoprire le tese reti, che restarono senza la preda. Scoperta fu anche un'altra congiura ordita dal medesimo Gambara per far uccidere il duca di Ferrara, che si trovava allora malmenata dalla peste. Di questo procedere disonorato e contro il precedente accordo fece far molte doglianze Alfonso al pontefice, il quale si scusò col dire che nulla sapea di quelle mene; ma nol persuase al pubblico, e tanto meno dappoichè niun risentimento ne fece coi suoi ministri. Era ito nel precedente anno _don Ercole_, primogenito d'esso duca, con copioso accompagnamento a Parigi, per isposare _Renea_, figlia di _Lodovico XII_ re di Francia, e sorella della già defunta _Claudia regina_, moglie del _re Francesco I_. Con somma magnificenza furono celebrate quelle nozze; e la regal principessa col consorte, dichiarato duca di Sciartres e Montargis, e visconte di Caen, Follese e Baiusa, giunse a Reggio, poscia a Modena nel dì 12 di novembre, e di là passata a Ferrara, vi fece la sua solenne entrata nell'ultimo d'esso mese. Delle suntuosissime feste fatte in tale occasione in Modena, e più in Ferrara, è da vedere il Faustini[411], e ne ho parlato anch'io altrove[412]. Secondo l'Anonimo Padovano, _furono fatte tante allegrezze, ch'è meglio tacere, che dirne poco_. Ma che è questo in comparazione di tante calamità e sciagure di fame, di peste e di guerra, che inondarono tutte le altre provincie d'Italia nell'anno presente? NOTE: [410] Anonimo Padov. Panciroli, Histor. Regiens. MS. Vita di Alfonso MSSta. Guicciard., Istor. MS. di Ferrara. Varchi, Istor. Anno di CRISTO MDXXIX. Indizione II. CLEMENTE VII papa 7. CARLO V imperadore 11. Sul principio di quest'anno fu preso da una breve, ma pericolosa, malattia _papa Clemente_, nel qual tempo, cioè a dì 10 di gennaio, creò cardinale _Ippolito_ figlio naturale di _Giuliano de Medici_; e, come è l'uso in simili casi, corse anche la voce di sua morte a Firenze, voce accolta con giubilo interno ed esterno di quasi tutti que' cittadini, consapevoli del di lui sdegno contra di loro, e della sua voglia di vendicarsi. Ma riuscì al pontefice di superar quel brutto golfo, con ritornar presto ai suoi soliti giri politici, trattando nel medesimo tempo coll'imperadore e col re di Francia, intento a cavar donde potesse maggiori vantaggi. A non lievi agitazioni era tuttavia sottoposto il regno di Napoli, perchè la città dell'Aquila s'era ribellata a Cesare; Barletta la teneva _Renzo da Ceri_ per li Franzesi; Trani, Putignano e Monopoli erano in man de' Veneziani; e il monte di Sant'Angelo, Nardò e Castro tuttavia ubbidivano ad essi Franzesi. Accostandosi la primavera, spedì il _principe d'Oranges_ contro l'Aquila _Alfonso marchese del Vasto_, già rimesso in libertà, che durò poca fatica a ricuperarla, e a far pagare ben caro a tutto quel popolo i delitti di pochi, avendogli messa una taglia di cento mila ducati d'oro. Andò poscia il marchese nel mese di marzo a mettere il campo a Monopoli. Così valorosamente difesero i Veneziani quella terra, ch'egli con grave danno de' suoi fu obbligato sul fine di maggio a ritirarsi. Altre azioni di guerra furono poi fatte in quelle contrade colla desolazion della Puglia. Fra le altre terre di que' contorni Molfetta, presa da Cacciadiavoli Contarino, restò messa a sacco, e sì barbaramente maltrattata ed arsa, che di peggio non avrebbe fatto un crudelissimo nemico della fede di Cristo. Certamente se il re di Francia avesse voluto o potuto applicarvi, avrebbe tenuto in grandi imbrogli quel regno. Ma egli, oltre all'aver in piedi un trattato di pace coll'imperatore, si trovava affaccendato in affari più importanti di caccie e d'amori. Per conto della Lombardia, ivi con più caldo seguitava la guerra. Sul fine del precedente anno erano giunti presso Genova (perchè nella città non furono ammessi) due mila Spagnuoli, tutti mal in ordine, senza scarpe in piedi, senza calzoni, gente bruttissima ed orridissima a vederla, ma che per altro portava seco la bravura: pregio che tuttavia ritien quella nazione. Tentò il _signor di San Polo_ general dei Franzesi d'impedir l'unione di costoro con _Antonio da Leva_; ma il _conte Lodovico di Barbiano_, spedito a riceverli, seppe sì destramente condurli, che felicemente arrivarono a Milano. Per disgrazia di quel popolo, battuto da tante tribolazioni, aveano costoro nome di soldati, ma si trovarono eccellenti ladri; perchè di notte e di dì per le porte, per le finestre, per li tetti entravano nelle case, ne asportavano quel poco ch'era rimasto ai poveri Milanesi; e ciò perchè modo di pagarli non appariva, ed essi erano spogliati di ogni bene: con somma vergogna di un imperadore re di Spagna, che nulla pensava a pagar le sue genti, e sapea le incredibili miserie de' Milanesi, nè provvedeva. Impadronironsi i Franzesi circa questi tempi di Novara, ma non del castello, siccome ancora di Vigevano, Sant'Angelo, Mortara ed altri luoghi. Tenuto fu nel mese di maggio un gran consiglio dal suddetto San Polo coi capitani veneti e sforzeschi, per far l'assedio di Milano. Trovossi alle rassegne che non v'erano sufficienti forze, e però fu risoluto di prendere, se si potea, colla fame quella gran città. Postossi il San Polo a Biagrasso, il _duca d'Urbino_ generale dei Veneziani coi suoi e con parte delle genti sforzesche a Cassano: daddove colle scorrerie infestavano tutto il paese, acciocchè vettovaglia non entrasse in Milano. Intanto il San Polo, ossia che gli venisse di Francia l'ordine, o ch'egli concepisse quel disegno, determinò di passar colle sue milizie a Genova, con isperanza di poter ricuperare quella città, giacchè _Andrea Doria_ colle sue galee era stato chiamato dall'imperadore in Ispagna. A questo fine passò egli a Landriano, e, mandata innanzi la vanguardia, nel dì 21 di giugno prese riposo in quel luogo. Avvisato della divisione dei Franzesi _Antonio da Leva_, dopo aver animati i suoi colla sicurezza della vittoria, sull'imbrunir della notte li mosse incamiciati a quella volta, facendosi egli portare in una sedia da quattro uomini, per essere storpio e rovinato dalla podagra. Con silenzio e senza suono alcuno di trombe o tamburi arrivò quella seguente mattina addosso ai Franzesi, che fecero ben per qualche tempo resistenza, e massimamente due mila Italiani comandati da _Gian-Girolamo da Castiglione_ e dal _conte Claudio Rangone_. Ma infine diedero tutti a gambe. Restò prigione lo stesso signor di San Polo, ferito in due luoghi, coi suddetti Rangone e Castiglione ed altri capi d'importanza, e furono presi molti cavalli, carriaggi ed artiglierie. Il _conte Guido Rangone_, che tanto prima s'era messo al servigio del re di Francia, nè si trovò al conflitto, perchè mandato innanzi colla vanguardia, si salvò, riducendosi a Parma ed indi a Lodi. Così scrive il Guicciardini. Abbiamo, all'incontro, dal Varchi ch'esso conte Guido, giovane di grandissima espettazione, dopo aver guadagnato più ferite nel viso, animosamente menando le mani, restò prigione. Invece di Guido verisimilmente il Varchi volle dir Claudio. Tornossene il vittorioso esercito imperiale tutto carico di bottino e di gloria a Milano. Fu poi mandato _Filippo Torniello_ con trecento fanti a ricuperar Novara: il che egli felicemente eseguì, entrato che fu nel castello, con iscacciarne il presidio franzese. Gli occorse nondimeno un accidente curioso, che mentre egli cacciava fuori della città i nemici, un capo di squadra ch'era nel castello, sciolti i prigioni, con essi ribellò il medesimo castello. Fu nondimeno fatta loro tanta paura colle artiglierie, che lo renderono, e fu loro permesso di andarsene, siccome gli avea promesso il Torniello. Studiossi ancora in varie maniere Antonio da Leva di fare sloggiare dal suo accampamento il duca d'Urbino; ma non gli venne mai fatto; siccome neppure d'impedire che i Veneziani e i Sforzeschi di tanto in tanto facessero delle scorrerie fino alle porte dell'infelice e desolata città di Milano. La declinazione intanto in Italia dei Franzesi quella fu che fece determinare il papa ad unirsi coll'Augusto, preponderando nel di lui cuore alla memoria dei patiti affronti la sete specialmente di vendicarsi de' Fiorentini: al che si conosceva più a proposito la potenza crescente di Cesare, che la troppo sminuita del re Cristianissimo. Perciò nel dì 29 di giugno dell'anno presente[413] fu conchiusa in Barcellona una lega fra esso _pontefice_ e _l'imperadore_, con cui questi si obbligò di rimettere in Firenze nella primiera sua grandezza la casa de Medici; di dare _Margherita d'Austria_ sua figlia naturale ad _Alessandro_, creduto figliuolo naturale di _Lorenzo de Medici_ e di una schiava per nome Anna, benchè il Segni scriva che altri avessero avuto commercio con quella vil donna: siccome ancora di rimettere il papa in possesso di Modena, Reggio e Rubiera, senza pregiudizio delle ragioni del romano imperio, e di Cervia e Ravenna occupate da' Veneziani. Nè questo bastò. Promise ancora Carlo V di assistere Clemente VII a spogliar la casa d'Este del ducato di Ferrara, sotto l'iniquo pretesto di fellonia e ribellione del duca Alfonso. Le altre particolarità d'essa lega le tralascio, bastando solamente aggiugnere che gli affari del ducato di Milano e di _Francesco Sforza_ restarono come prima dubbiosi e pendenti più dalla volontà dell'imperadore che dalle decisioni della giustizia. Bolliva più che mai in cuore del _re Francesco I_ il desiderio di liberare i suoi figli, lasciati per ostaggio in mano del suddetto Augusto. Una spinta ancora gli diede la già detta confederazione di esso pontefice. Però anch'egli nel dì 5 di agosto di quest'anno s'indusse a stabilire in Cambrai un accordo assai svantaggioso con esso imperadore: cioè per riavere i figli, si obbligò di pagare allo stesso Augusto due milioni di scudi d'oro del sole. Fece anche una cessione di quanto egli possedeva nello Stato di Milano e nel regno di Napoli, e dei diritti della corona di Francia sopra la Fiandra ed Artesia, con altre condizioni che all'assunto mio non sta l'esprimerle. Di queste paci crederà taluno che l'Italia allora avesse da esultare, come se dopo tante tempeste fosse giunto il sospirato tempo sereno. Ma non fu così. Perciocchè durata tuttavia la discordia fra Cesare e i Veneziani uniti col duca di Milano; e il papa non tardò molto a far muovere, secondo gli ordini dell'imperadore, il _principe d'Oranges_ contra dei Fiorentini. Arrivò questo signore a dì 19 d'agosto a Terni, e s'inoltrò poi a Spello, menando seco, per quanto scrive l'Anonimo Padovano, otto mila fanti fra tedeschi e spagnuoli, co' quali s'unirono dieci mila fanti assoldati dal pontefice sotto valorosi capitani. S'era ne' mesi innanzi ritirato dal servigio del papa _Malatesta Baglione_, con passare a quel de' Fiorentini, e impossessarsi della città di Perugia sua patria. Mise anche presidio in Macerata, Montefalco ed Assisi. Prima di passar oltre, il principe d'Oranges avea preso que' luoghi, e dato il sacco a Spello. Indi si applicò a trattare col Baglione per isnidarlo da Perugia. Capitolò egli infatti nel dì 9 di settembre che fossero salvi i suoi beni, e che potesse ritirarsi sul Fiorentino colle genti sue, e colle altre a lui date da' Fiorentini stessi. Andò poscia il principe a Cortona, che gli si rendè a patti. Passò a Castiglione Aretino; e mentre que' cittadini trattavano la resa, i suoi soldati entrati nella terra la misero tutta a sacco. Ritiratisi poi vergognosamente i Fiorentini da Arezzo, quella città fece buon accordo con gl'imperiali. Circa il fine di ottobre giunse l'Oranges ad accamparsi in vicinanza di Firenze. Benchè si possa perdonar molto all'amore della libertà, che in popoli avvezzi ad essa suol essere un mirabil incentivo ad arrischiar tutto e a sofferir tutto per difenderla: pure sembra che non convenisse alla prudenza de' Fiorentini, tanto inferiori di forze, quello ostinarsi cotanto contro le pretensioni del papa, spalleggiato dall'armi cesaree. Quali fossero gl'interni disegni di lui, niuno nè può rendere conto. Certo è ch'esso pontefice nell'esterno, cioè nelle sue parole, altra intenzione non mostrava[414], se non che tornassero i Medici nel medesimo stato di onore e di balìa che godevano prima d'essere licenziati o cacciati nel tempo della sua prigionia, salva restando la libertà al popolo; se pur sembrava libertà in addietro quel dipendere il principal governo dal volere dei Medici. Per attestato del Segni, erano assai ragionevoli le condizioni proposte da _papa Clemente_. Ma prevalendo nel loro consiglio il mal animo di molti contro la casa de Medici, e la sconsigliata temerità d'altri lor pari, benchè si trovassero abbandonati dal re di Francia, e si vedessero venir contro tante forze del pontefice e dell'imperadore, non vollero dar orecchio a trattato alcuno di concordia, sperando nel benefizio del tempo che potea produrre favorevoli accidenti. Imbarcatosi intanto l'_Augusto Carlo_ in Barcellona sulla capitana di _Andrea Doria_, con ventotto galee, sessanta barche e molti altri navigli, su' quali conduceva sei mila fanti e mille cavalli, sbarcò felicemente a Genova nel dì 12 d'agosto, dove ricevette immensi onori da quel popolo. Presentatisi davanti a lui gli ambasciatori de' Fiorentini, altro non ne riportarono che un amorevol consiglio di ricorrere al papa e di seco acconciarsi. Spedirono dunque a Roma, ma senza sufficiente mandato, lusingandosi che nel papa l'amor della patria non fosse spento dal troppo amore de' suoi, e ch'egli non volesse infine la lor perdizione. Sicchè tutto si dispose per la difesa della città e libertà, avendo eglino presi al loro soldo tredici mila fanti e secento cavalli, che poi ai fatti erano molto meno. Trattava fra questo tempo il papa la pace fra _Cesare_ e i _Veneziani_ e il _duca di Milano_, che, conoscente de' suoi pericoli, anch'egli facea maneggi coll'imperadore. Volea _Carlo V _in sue mani Alessandria e Pavia, e fu proposto di metterle in deposito in quelle del papa. Ossia che all'imperadore non piacesse il ripiego, o che lo stesso duca ricalcitrasse, furono spedite le milizie ultimamente arrivate di Spagna ad Alessandria, città che non fece resistenza alle lor forze. Partitosi dipoi l'imperadore nel dì 30 d'agosto da Genova, arrivò a Piacenza, dove comparve _Antonio da Leva_ ad informarlo dei correnti affari, e fu risoluto di far l'assedio di Pavia. Gran danni intanto e progressi facea il sultano dei Turchi Solimano in Ungheria, con essere giunto fino a mettere l'assedio a Vienna, città che fu mirabilmente difesa. Pure quasichè meritassero le cose d'Italia più stima che i tentativi del nemico comune, si andò facendo in Trento una massa di dodici mila fanti tedeschi, e di mille e cinquecento cavalli borgognoni (il Guicciardini li fa assai meno) per calare in Lombardia: il che diede non poca apprensione a' Veneziani, e li costrinse ad assicurar le loro città con gagliardi presidii. Calarono infatti costoro verso il fine di agosto, e giunti a Peschiera, cominciarono a recar gravissimi danni al territorio veneto. Il _duca d'Urbino_ con grossa banda di genti di arme li andava tenendo stretti il più che potea. Intanto costò poca fatica ad Antonio da Leva il ricuperar Pavia, perchè Annibale Piccinardo, senza aspettar colpo di batteria od assalto, premendogli più di salvar la sua roba che la città, s'accomodò presto a renderla. Uno de' principali motivi dell'_Augusto Carlo_ di venire in Italia era, per quanto egli poi dimostrò, quello di rimettere la pace dappertutto. Minore nondimeno non fu quello di ricevere dalle mani del romano pontefice le corone ferrea ed imperiale: il che, come dirò, seguì poi non già in Milano o in Monza, nè in Roma, come sempre si usò ne' secoli addietro, ma bensì in Bologna. A questa illustre città, specialmente per cooperare alla pace suddetta, ma non universale, perchè bramoso di soggiogar Firenze, passò _papa Clemente_ sul fine d'ottobre, accolto con gran magnificenza del popolo; e prese alloggio nel pubblico palazzo del legato e degli anziani. Si mosse anche da Piacenza l'_imperadore_ per venire colà. Conosceva ben egli quanto indebita fosse la passion del pontefice contra di _Alfonso duca_ di Ferrara. Tuttavia, per gl'impegni seco presi, si credette in obbligo di mostrar l'animo alieno da questo principe. Se vero è ciò che ha il Guicciardini, avendogli il duca spediti ambasciatori, allorchè la maestà sua arrivò in Italia, non li volle ricevere; ma per pratiche fatte, gli accolse dipoi. Pensava ancora di prendere la strada di Mantova, affine di non passare per Reggio e Modena, città del duca; ma cotanto si adoperò Alfonso, che esso Augusto mutò parere. Ai confini di Reggio se gli presentò davanti con tutta umiltà il duca, ed ebbe poi l'onore di cavalcare al suo fianco per tutto il viaggio, con informarlo di quanto occorreva pel sistema d'Italia e per li suoi interessi: con che non solo confermò, ma accrebbe nell'animo dell'Augusto sovrano la stima e il concetto di principe egualmente valoroso che saggio. Nel dì primo di novembre entrò lo imperadore in Modena, e nel dì 5 di esso mese in Bologna, dove con grandioso apparato e pompa fu introdotto da quel popolo; e nel medesimo palazzo dove era il pontefice, anch'egli fu alloggiato, affinchè con facilità potessero trattar insieme de' pubblici e de' privati affari. Questo sontuoso ingresso di Cesare in Bologna si truova esattamente descritto dall'Anonimo Padovano; ma all'istituto mio non convien dirne di più. Cominciaronsi dunque fra questi due primi luminari della cristianità stretti e quotidiani colloquii, per dar sesto alle turbolenze che da tanto tempo desolavano l'Italia. Per _Francesco Maria Sforza_ duca di Milano, sì malconcio di salute, che appena si reggeva in piedi, fece il papa quanti buoni uffizii potè, e, fattolo venire a Bologna nel dì 22 di novembre, con tal fortuna maneggiò i di lui affari, che l'accordò col magnanimo imperadore nel dì 23 di dicembre. Fu dunque convenuto che coll'investitura imperiale resterebbe il duca signore dello Stato di Milano, con obbligarsi, in isconto delle spese fatte, di pagare a Cesare in un anno quattrocento mila ducati d'oro, ed altri cinquecento mila in dieci anni avvenire, restando in mano di esso Augusto il castello di Milano e Como, da restituirsi al duca come fossero fatti i pagamenti del primo anno. Nondimeno Pavia fu assegnata ad _Antonio da Leva_, da godere sua vita natural durante. Grande allegrezza avrebbono fatto i popoli dello smunto ducato di Milano per tal concordia, che pareva il fine de' loro immensi guai, se il duca, per mettere insieme tanto oro, non fosse stato costretto a maggiormente affliggerli con gravissimi taglioni ed imposte. Avvenne in questi tempi che l'esercito cesareo, già ridottosi in Ghiaradadda, e intento a divorar quelle terre, per non saper come vivere, appena intese o trattarsi o conchiuso l'accomodamento delle differenze del duca coll'imperadore, che, alzate le bandiere, volò alla volta di Milano, con intimare a quel popolo, che se in termine di quindici dì non soddisfaceva per le paghe loro da tanto tempo dovute, saccheggierebbero la città, e farebbono prigion ciascheduno, e che intanto si somministrassero loro gli alimenti. Rimasero di sasso gl'infelici Milanesi a queste minaccie, arrivate in tempo che speravano di respirare. Contuttociò, mostrando di fare ogni sforzo per raunar danaro, spedirono nel medesimo tempo i loro oratori all'imperadore, esponendogli le lor miserie, e il pericolo che lor soprastava. Provvide egli immantenente al disordine, coll'inviar gli Spagnuoli e i Tedeschi ad unirsi coll'esercito di Toscana, e facendo cassare il resto di quelle truppe, cosicchè nello Stato di Milano non rimasero se non i soldati di presidio nelle fortezze. Similmente si concordarono, per non poter di meno, anche i _Veneziani_ coll'imperadore, con obbligo di restituire a lui tutte le terre da loro occupate nel regno di Napoli, e al pontefice Ravenna e Cervia; siccome ancora di pagare ad esso augusto per vecchie e nuove ragioni trecento mila ducati d'oro in varie rate, con altri patti che non importa di riferire. Nè si dee tacere che sul fine di novembre giunto a Bologna anche _Federigo marchese di Mantova_ con nobile accompagnamento, fu molto ben veduto ed accarezzato dall'Augusto Carlo. Nel presente anno terminò l'Anonimo Padovano la sua Cronica, che manuscritta si conserva presso di me, nel cui fine sono le seguenti parole: _Qui finiscono i ragionamenti domestici delle guerre d'Italia, cominciando dall'anno 1508 fino al 1529, esposti e narrati da chi s'è trovato presente al più delle sopradette faccende_. Fu ad inchinare eziandio il pontefice e l'imperadore, _Francesco Maria duca_ d'Urbino; e in considerazione de' Veneziani, dei quali era generale, ricevè buona accoglienza. Era allora la città, per altro assai grande, di Bologna sì piena di gran signori e di nobiltà forestiera, che sembrava una fiera continua, e si faceva alle pugna per ritrovare albergo. Gran solennità ivi fu fatta nel giorno del Natale del Signore, avendo i Bolognesi fabbricato un mirabil ponte di legno, per cui dal palazzo discese tutta quella gran corte alla basilica di San Petronio. Stabilissi poi nel dì 25 di dicembre una lega perpetua[415] per la sicurezza della tranquillità d'Italia fra _papa Clemente VII, l'imperador Carlo V, Ferdinando re d Ungheria, la repubblica di Venezia_ e il _duca di Milano_, in cui furono ancora compresi il _duca di Savoia_, i _marchesi di Monferrato_ e di _Mantova_, e lasciato luogo al _duca di Ferrara_ di entrarvi, quando seguisse accordo fra il papa, l'imperadore e lui. Ma di questa tranquillità non godeva Firenze assediata, o piuttosto bloccata, dall'esercito imperiale e pontifizio, che, secondo l'uso delle guerre, infiniti danni inferiva a quel distretto. Maggiormente poi crebbero i guai in quelle contrade, dacchè il pontefice, fattosi principalmente promotor della pace in Lombardia, acciocchè l'Augusto Carlo potesse con più vigore continuar la guerra contra di Firenze patria sua, ottenne che dallo stato di Milano passassero in Toscana circa otto mila cesarei, con venticinque pezzi d'artiglieria. Colà dunque si ridusse tutto il furor delle armi con quell'esito che diremo all'anno seguente. NOTE: [411] Faustino, Storia di Ferrara. [412] Antichità Estensi, Par. II. [413] Du-Mont, Corp. Diplomat. [414] Nardi. Guicciardini. Varchi. Segni. [415] Du-Mont, Corp. Diplomat. Anno di CRISTO MDXXX. Indizione III. CLEMENTE VII papa 8. CARLO V imperadore 12. Anche nel gennaio e febbraio dell'anno presente continuò _papa Clemente_ coll'_imperadore_ il suo soggiorno in Bologna, perchè la vicinanza sua e dell'Augusto monarca desse maggior calore all'impresa dell'assediata città di Firenze. Trovavansi i Fiorentini molto angustiati dalle armi nemiche, e ciò non ostante risoluti di difendere la lor libertà sino agli ultimi estremi. Inviati a Bologna i loro ambasciatori per tentare se potesse riuscir qualche accordo, non ottennero udienza dall'imperadore; e stando saldo il pontefice in volere ristabilita la maggioranza ed autorità precedente della casa de Medici in quella repubblica, al che abborriva troppo il presente governo di Firenze, se ne tornarono come erano venuti[416]. E perciocchè donno _Ercole d'Este_ principe di Ferrara, da lor preso per generale, non potè, a cagion delle minaccie del papa, andare in persona ad esercitar quella carica, non lasciò per questo d'inviarvi in sua vece il _conte Ercole Rangone_ colle sue milizie, da cui furono poi fatte molte azioni di valore. Nel dì 19 di gennaio diedero i Fiorentini il bastone del generalato a _Malatesta Baglione_, che avea fatto non pochi brogli per ottenerlo. Era già formato il concerto che la coronazione desiderata da Carlo V si avesse a fare, secondo il rito, in Roma, e già era stabilita l'andata colà tanto di lui che del papa. Anzi si erano incamminati a questo fine colà, per disporre le cose, alcuni cardinali e prelati. Ma essendo supravvenuti dalla Germania gagliardi impulsi da _Ferdinando re d'Ungheria_, fratello dell'imperadore, che aspirava ad essere re de' Romani, e per altri urgenti bisogni di quelle parti, l'Augusto Carlo fece istanza di ricevere in Bologna le due corone: al che condiscese il papa. Nel giorno dunque 22 di febbraio nella cappella del palazzo pontifizio ricevette esso imperadore dalle mani del pontefice la corona ferrea, in segno d'essere re del regno longobardico ossia italico. Vien descritta essa corona, portata colà da Monza, non men dal Giovio che dal maestro delle cerimonie del papa presso il Rinaldi[417], per un cerchio d'oro, largo più di cinque dita, con una lamina di ferro nel di dentro, per tenerla, a mio credere, forte, senza che alcuno sognasse allora quel ferro essere un chiodo della Passion del Signore, convertito e spianato in quella lamina. Nè alcun d'essi scrive, che si mostrasse alcun segno di venerazione a quella corona, come cento anni dopo immaginò il Ripamonti nella sua Storia di Milano. Poscia nella festa di San Mattia, a dì 24 d'esso mese, giorno in cui Carlo V era nato, e in cui fu fatto prigione sotto Pavia _Francesco I_ re di Francia, si celebrò la solenne funzione nel vasto tempio di san Petronio della coronazion dell'imperadore, e v'intervennero fra gli altri _Bonifazio marchese di Monferrato, Francesco Maria della Rovere duca_ d'Urbino, ed uno de' principi di Baviera. Ma sopra gli altri fu distinto ed onorato _Carlo III duca di Savoia_, venuto apposta con grandioso corteggio, per attestare all'augusto monarca suo cognato l'ossequio ed amor suo. Dal prelodato maestro di cerimonie e da altri si vede descritta la coronazione suddetta, e massimamente da fra Paolo carmelitano, che vi era presente, e che ne' suoi Annali MSti la dipigne come cosa veramente magnifica. Eppure, secondo il Guicciardini, fatta fu con concorso grande, ma con picciola pompa e spesa: dopo la quale niun'altra più ne ha veduto l'Italia, giacchè gl'imperadori si sono messi in possesso di usar senza di essa il titolo e l'autorità degli Augusti. Solamente accadde in quella gran funzione che due braccia del ponte sopraccennato, per cui si andava dal palazzo a San Petronio, appena passato l'imperadore si ruppero colla morte di molti della plebe. Nel dì 2 di marzo[418] arrivò a Ferrara _Beatrice duchessa_ di Savoia, che passava a Bologna per visitar l'imperadore suo cognato, dal quale ricevè dipoi molte finezze ed onori. Avea desiderato _Alfonso duca_ di Ferrara d'intervenire anch'egli alla solennità della coronazione; ma non si potè piegare la testa cocciuta di _papa Clemente_ a permetterlo. Tuttavia, perchè premea forte all'augusto Carlo di non lasciar viva la discordia del pontefice con quel principe suo vassallo, affinchè questa non turbasse la quiete d'Italia, ricusò di partir da Bologna senza avervi provveduto. Vi fu bisogno di tutta la sua pazienza per ismuovere il duro papa. Tanto nondimeno fece, che nel dì 2 di marzo ottenne salvocondotto, acciocchè il duca potesse venire a Bologna. Disputossi un pezzo intorno alle indebite pretensioni del pontefice sopra Modena Reggio, Rubiera e Cotignola. Finalmente nel dì 21 marzo fu conchiuso che si rimettesse all'imperadore il conoscere per compromesso le lor differenze, e che intanto le stesse città e terre si mettessero in deposito in mano di lui, ossia de' suoi ministri. A questo difficilmente condiscese il duca, e massimamente perchè si volle compresa in esso compromesso anche Ferrara. All'incontro, facilmente il papa vi si accordò, dacchè nel trattato di Barcellona s'era Cesare obbligato di aiutare il papa a ricuperar que' luoghi; ed inoltre segretamente convenne con lui che, in caso di conoscere più forti le ragioni estensi, non pronunziasse laudo alcuno, ma che lasciasse, come prima, imbrogliate le carte: il che se facesse conoscere il papa amatore del giusto, non io, ma altri lo deciderà. Furono eseguite le condizioni di quello accordo; dopo di che l'Augusto Carlo si avviò per Modena alla volta di Mantova, dove fu accolto con gran magnificenza dal _marchese Federigo Gonzaga_ signore di quella città, il quale, in tal congiuntura, a dì 25 di marzo ottenne per la prima volta il titolo di duca da quel benignissimo sovrano. Ed allora fu che esso imperadore diede al duca Alfonso l'investitura di Carpi, con ricavarne cento mila ducati d'oro, de' quali ne toccò subito sessanta mila. Ventilata poi con ismisurati processi la controversia fra il papa e il duca di Ferrara, e fatta ben esaminar dall'imperadore, egli nel dì 21 di dicembre dell'anno presente, mentre era in Colonia, proferì il suo laudo favorevole al duca Alfonso, ma con pubblicarlo solamente nell'anno seguente 1531. Giunse a Ferrara nel dì ultimo di settembre con due bucentori e trenta barche _Francesco Sforza duca_ di Milano, accompagnato dagli ambasciatori del papa, della Francia e di Venezia; e solamente nel dì 19 di ottobre passò a Venezia, dove si portò anche il duca di Ferrara per trattare dei comuni interessi. Seguitava intanto con più fervore che mai la guerra in Toscana contro Firenze. Non mancava gente che scusava e compativa _papa Clemente_, autore di essa, per le troppe ingiurie, villanie e danni fatti da' Fiorentini a lui e alla casa de Medici. Ma senza paragone più erano, e soprattutto in Firenze, coloro che il maledicevano, per vederlo sì accanito contro la propria patria, e cagione della desolazion di tante terre e ville del distretto fiorentino, imputandogli a peccato ed infamia l'impiegar tanti tesori della Chiesa romana per mantener eserciti e manigoldi in rovina di tanti innocenti. E tanto maggiormente ancora, perchè tenevano per ingiustissime le sue pretensioni, non negando i Fiorentini di ricevere i Medici come cittadini: laddove questi vi voleano comandar da signori; e l'averlo fatto in addietro, siccome usurpazione, punto non serviva a giustificar la pretensione dell'avvenire. Però il chiamavano un nuovo Giulio Cesare, e tiranno, tanto più detestabile, perchè si serviva della religione, cioè delle rendite della Chiesa, per soddisfare ai suoi privati mondani appetiti. Ma siffatte mormorazioni nulla di più producevano che l'abbaiar de' cani alla luna. Continuava il furor della guerra, lo spargimento del sangue, la distruzion del paese; perciocchè se di grandi prodezze vi fece l'armata pontificia ed imperiale, non con minore bravura per dieci mesi si difesero e sostennero i Fiorentini, sempre sperando che succedessero de' miracoli o de' casi impensati, o che, per mancanza di paghe, si avessero a disciogliere le forze nemiche. A me converrebbe empiere molte carte, se volessi riferir tutte le scaramuccie e fatti d'armi succeduti in così lungo ed ostinato assedio. Ma basterà solamente accennare che nel dì 2 d'agosto a Cavinana seguì una fiera battaglia fra le genti de' Fiorentini comandate da _Francesco Ferruccio_, valente condottier d'armi, e buona parte dell'esercito cesareo, a cui intervenne il generale, cioè lo stesso _principe d'Oranges_. La vittoria si dichiarò per gl'imperiali, e vi rimasero estinti o sul campo, o di poi per le ferite, circa due mila e cinquecento Fiorentini, fra' quali lo stesso Ferruccio, barbaramente ucciso da _Fabrizio Maramaldo_ dopo la resa. Molto nondimeno costò ai vincitori quel fatto, perchè anche lo stesso _Filiberto principe d'Oranges_ lasciò ivi la vita per un colpo di archibusata, facendo quel fine che toccò a tanti altri masnadieri intervenuti al lagrimevol sacco di Roma. Ora questo svantaggioso fatto, la mancanza oramai divenuta estrema delle vettovaglie, e il timore che la città restasse esposta al sacco, misero il cervello a partito de' Fiorentini, concorrendovi ancora le focose esortazioni di _Malatesta Baglione_ lor generale, che si mostrò preso da compassione verso la pericolante città, ma più verisimilmente spinto da segrete intelligenze con papa Clemente. Videsi poscia che con licenza d'esso pontefice se ne tornò il Baglione liberamente a Perugia sua patria a goder de' suoi beni patrimoniali, per tacer d'altre ragioni rapportate dal Varchi. Spedirono dunque i Fiorentini i loro ambasciatori a _don Ferrante Gonzaga_ fratello del duca di Mantova, in cui dopo la morte dell'Oranges era caduto il comando dell'esercito imperiale, e nel dì 12 d'agosto si conchiuse l'accordo, rapportato da Jacopo Nardi, dal Varchi e da altri scrittori; del quale altro non accennerò io, se non che fu rimesso allo imperadore di regolar fra quattro mesi la forma del governo di Firenze, benchè vi si dica ancora che tal regolamento avea da dipendere dal papa. Obbligaronsi i Fiorentini di pagare all'armata cesarea ottanta mila ducati d'oro, dopo avere spesi più milioni in questa guerra, e patite incredibili desolazioni ne' loro Stati. Appresso fu formato in Firenze un nuovo magistrato, tutto di parziali della casa de Medici, che poco tardarono a far uscire di vita sei de' principali difensori della libertà, e a confinare altri non pochi, e fecero disarmare il popolo. Se ne andò anche Malatesta Baglione, ma con lasciar in Firenze il nome di traditore; sopra che è da vedere il Varchi. Pagato che fu il danaro pattuito, restò libero dal divoratore esercito quel sì maltrattato paese, a riserva del presidio mandato a Firenze. Uscì poscia nel dì 28 d'ottobre di questo anno un solenne decreto dell'imperadore[419], in cui dichiarò capo della repubblica fiorentina _Alessandro de Medici_ (a cui il papa avea comperato il titolo di duca della città di Penna), e i di lui figli e discendenti, e, in mancanza di essi, uno della casa de Medici. Stranamente si dolsero dipoi, ma in segreto, i Fiorentini di siffatta decisione o investitura, come quella che chiaramente stabiliva l'autorità cesarea sopra Firenze e sopra il suo Stato, che per tanti anni addietro non era stata ivi esercitata nè riconosciuta. Ed ha ben saputo prevalersene a' dì nostri la corte imperiale, per disporre a sua voglia dell'ameno paese della Toscana. Questo bel servigio fece papa Clemente VII alla patria sua; laonde sempre più si lagnò quel popolo dell'avversa fortuna, costretto a fare il latino con tanti svantaggi e danni, i quali per la maggior parte avrebbe risparmiato, se si fosse indotto a farlo prima della guerra. Quanto a _papa Clemente_, dappoichè fu partito da Bologna l'Augusto Carlo, anch'egli nell'ultimo giorno di marzo si inviò alla volta di Roma, dove pervenne nel dì 9 d'aprile. Per tutto il tempo che durò l'assedio di Firenze, gran battaglia fecero nel di lui cuore l'ansietà di vincere quella pugna, il timore che la lunghezza o altro sconcerto guastasse l'impresa; oltre alle tante cure per somministrar somme immense di danaro, e un batticuore continuo che Firenze presa andasse a sacco. Gli sopravvenne poi un'incredibil gioia, allorchè intese terminata con pacifico accordo la tragedia, e nella forma ch'egli appunto sospirava. Poco nondimeno tardò a cangiar le sue allegrie in una somma afflizione pel nuovo flagello che nel presente anno si scaricò addosso alla tanto battuta città di Roma, che appena cominciando a respirare dai gravissimi guai del sacco, si trovò immersa in un'altra non minore sciagura. Era ito il pontefice a diporto ad Ostia nell'autunno di quest'anno, quando eccoti aprirsi, per così dire, le cateratte del cielo, e cadere per più giorni una sì dirotta e continua pioggia, che i fiumi tutti in quelle parti, e specialmente il Tevere, sopra modo gonfiati, traboccarono fuori dal letto loro. A riserva di pochi luoghi, ne restò inondata tutta Roma, e con tale altezza d'acqua, che assaissime persone ivi perderono la vita, vi rovinarono molti pubblici e privati edifizii, s'empirono di acqua tutti i sotterranei, tutti i fondachi e le botteghe, con perdita d'innumerabili merci, vettovaglie e bestiami. Memoria non v'era che tanti danni avesse mai recato l'escrescenza del Tevere, sicchè fu creduta la gran perdita, che allora avvenne, non inferiore alla precedente del sacco di Roma. Trovandosi allora, come dicemmo, il papa in sito, dove non potea ricevere, per cagion di questo diluvio, gli alimenti, prese il partito di ritirarsi a Roma; e con gran pericolo suo e di tutta la sua corte cavalcando, sempre coll'acqua alla pancia de' cavalli, pervenne alla città. Ma volendo passare al palazzo pontifizio, trovò tutti i ponti o fracassati (fra i quali quel di Sisto) oppure coperti d'acqua; nè parimenti restandogli maniera di entrare in castello Sant'Angelo, fu necessitato a ricoverarsi a monte Cavallo a Sant'Agata, finchè tornassero le acque al consueto lor letto. Vi tornarono ben esse, ma il lezzo e puzzo lasciato in tanti siti sotterranei, si tirò poi dietro una gran pestilenza, cioè mali sopra mali. Poco nondimeno profittò di siffatti avvisi il pontefice, e lasciando piagnere chi volea, continuò i suoi disegni politici pel sempre maggiore ingrandimento e lustro di sua casa. Io non so come questa fiera inondazione venga rapportata nel novembre dell'anno seguente nella Storia del Segni. Sarà un errore di stampa. Il Surio, fra Paolo carmelitano ed altri ne parlano all'anno presente. Il Varchi la mette nei primi giorni d'ottobre, e con lui vanno d'accordo gli Annali manuscritti di Ferrara. E tal notizia vien poi messa fuor di dubbio dalle memorie in marmo esistenti in Roma, e riferite da Andrea Vettorelli. Nè si dee omettere che nel marzo di quest'anno l'_Augusto Carlo_ investì delle isole di Malta e del Gozo l'inclita religione de' cavalieri gerosolimitani dello Spedale, dinanzi chiamati i cavalieri di Rodi, e i quali ne presero il possesso, con formar ivi uno inespugnabil baluardo in difesa del nome cristiano contra de' Turchi e Mori. Lo strumento imperiale si vede dato in Castelfranco nel dì 24 di marzo. Come ciò sia, lascerò che altri lo insegni, potendosi di qui argomentare che Cesare in quel giorno, e non già nel dì 22, si movesse da Bologna. Ma il dì 22 è assai specificato nel Diario riferito dal Rinaldi, e nel dì 25 l'imperadore si trovava in Mantova. Anche gli Annali manuscritti di Ferrara ci assicurano ch'egli si partì da Bologna nel dì 22 di marzo. NOTE: [416] Guicciardini. Nardi. Varchi. Segni. Ammirati. Giovio. Paulus de Clericis, in Annal. MSS. [417] Raynaldus, Annal. Eccl. [418] Annali MSti di Ferrara. [419] Du-Mont, Corps Diplomat. Anno di CRISTO MDXXXI. Indizione IV. CLEMENTE VII papa 9. CARLO V imperadore 13. Malveduta era dai sovrani dell'Europa l'unione in _Carlo V_ della dignità imperiale colla potente monarchia di Spagna. Oltracciò, i Tedeschi, allorchè esso Augusto dimorava in Ispagna, mormoravano per tanta di lui lontananza; e un'egual sinfonia s'udiva fra gli Spagnuoli, quand'egli si tratteneva in Germania. Il perchè egli prese la risoluzion di quetare in qualche maniera le gelosie e doglianze altrui, col far conoscere non durevole l'unione di quelle due monarchie. Adunque nel dì 5 di gennaio del presente anno in Colonia col consenso degli elettori dichiarò re de' Romani _Ferdinando_ suo fratello, re d'Ungheria e Boemia, il quale poscia nel dì 11 d'esso mese fu solennemente coronato in Francoforte. Benchè avesse l'Augusto Carlo proferito nell'anno precedente il suo laudo intorno alle differenze del papa col duca di Ferrara, pure per varii riguardi, cioè per le segrete mine dei ministri pontifizii, ne andò differendo la pubblicazione. Seguì finalmente questa nel dì 21 d'aprile dell'anno presente, in cui furono dichiarate nulle le pretensioni romane sopra Modena, Reggio e Rubiera, terre chiaramente appartenenti al sacro romano imperio, e non già porzioni dell'esarcato di Ravenna, come contro la chiara verità allora si pretendeva; e ne fu confermato il dominio al duca Alfonso suddetto. Venne anche obbligato il papa a dargli l'investitura del ducato di Ferrara, come Stato spettante alla Chiesa romana. In esso laudo essendo stato condannato il duca a pagare cento mila ducati d'oro alla camera apostolica, non tardò egli a spedire a Roma i suoi ministri coll'esibizion di danaro. Ma Clemente, a cui non dovea parer giusto se non quello ch'era conforme a' suoi desiderii, non solamente rifiutò quell'oro, ma neppure volle accettare il laudo. Troppo a lui scottava il restar separate dallo Stato ecclesiastico le città di Parma e Piacenza; e tanto più se fosse vero ch'egli meditasse di fare un dono di tutte quelle città alla sua famiglia. Confessa il Giovio che per tal cagione il papa, per altro gran simulatore, non sapea nascondere il suo sdegno contro di Cesare, e che si andava lisciando la barba ora coll'una, ora coll'altra mano, allorchè tornava in campo questo laudo, assai mostrando la voglia di vendicarsene, quando avesse potuto. E certamente da lì innanzi parve assai rivolto il suo cuore ai Franzesi, con fare nondimeno tutto il possibile, perchè l'imperadore non restituisse Modena al duca. Ma, informato esso Augusto come per parte d'esso principe era stato soddisfatto al dovere coll'esibito pagamento, nel dì 12 di ottobre fece rilasciare al duca Alfonso il possesso d'essa città e di Reggio, con restar vive le amarezze dell'ostinato papa contra di questo principe, il quale fu sempre da lì innanzi costretto a star con somma vigilanza, e a tener buoni presidii, per guardarsi dalle già sperimentate insidie de' ministri pontifizii. Per attestato di Gasparo Hedione[420], avea nell'anno precedente _Carlo III_ duca di Savoia, principe di gran senno e valore, assediata la città di Ginevra, divenuta fin d'allora, e molto più poi, nido di eresiarchi. Seco era copiosa nobiltà, e il vescovo di essa città, che n'era stato cacciato. Sotto vi stette quasi un anno; ma essendo venuti in soccorso dei Ginevrini i cantoni svizzeri di Berna, Friburgo e Zurigo, fu necessitato esso duca a far pace. Per quanto si ricava dal Rinaldi[421] all'anno presente, avea il papa conceduto al prelodato duca Carlo per questo bisogno non solamente le decime degli ecclesiastici, ma anche di potersi valere delle argenterie delle chiese. Ed essendochè in quest'anno lo stesso principe era minacciato di guerra dai cantoni eretici, s'interessò il papa alla difesa, promettendogli soccorso di danaro, e scrivendo ai potentati cattolici, per trarli in aiuto di lui. Il Guichenone, storico il più accreditato della real casa di Savoia, lasciò nella penna sì fatti avvenimenti. Già dicemmo che fra tanti pensieri di papa Clemente teneva il primato quello dell'innalzamento e della sicurezza della sua famiglia. Al nuovo ascendente di essa perchè potea pregiudicare la nimicizia dei Senesi, operò egli colle forze degli Spagnuoli, che colà si introducesse un governo favorevole alle sue voglie. Con ordini segreti ancora comandò ai Fiorentini di mandare un'ambasceria in Fiandra, per supplicare l'imperadore d'inviare al governo del loro Stato il _duca Alessandro de Medici_, tuttavia dimorante in quella corte, e destinato genero d'esso Augusto colla promessa di _Margherita_ sua figlia naturale, di età non per anche nubile. Se di buona voglia il popolo fiorentino ubbidisse, nol saprei dire. Furono benignamente bensì esauditi da quel monarca. Venne dunque Alessandro, e nel dì 5 di luglio entrò in Firenze, accolto coi festosi suoni delle bombarde, e andò a riposare nel palazzo de' Medici. Seco era _Giovanni Antonio Mussetola_ ambasciatore cesareo, il quale nel dì seguente nella gran sala sfoderò il decreto imperiale in favor del duca Alessandro, con intonare all'assemblea de' magistrati, che quanto di male non avea fatto nè facea l'invittissimo Carlo a Firenze, e quanti privilegii lasciava al loro popolo, tutto doveano riconoscere dal medesimo Alessandro, il quale aveva trovata tanta grazia negli occhi dell'Augusto sovrano. Letta fu la dichiarazione o diploma, ed accettata con giuramento da tutti, e successivamente si fecero fuochi ed altri segni di giubilo per tutta la città. Ma perciocchè tanto in esso diploma, quanto nella concione del Mussetola, non s'udì mai il nome di libertà, per concerto fatto col papa, perciò si guardavano l'un l'altro in volto i Fiorentini. Molti v'erano, a' quali cadeano lagrime d'allegrezza, perchè scorgeano trovato un ripiego, per quetare e frenar le discordie di quel popolo, stato sempre involto in gare e sedizioni in addietro. Ma i più spargevano lagrime di rabbia, al mirare in quel dì spenta la loro antica libertà. Convenne poi nel seguente ottobre inviare oratori all'imperadore per ringraziarlo dell'incomparabil dono loro fatto nel dare per capo alla repubblica un sì singolar personaggio, come era il duca Alessandro. Dove terminasse poi questo titolo di capo, lo vedremo all'anno seguente. Era in questi tempi marchese di Monferrato _Bonifazio_ figlio di _Guglielmo_, giovane di grande aspettazione, specialmente addestrato in tutti le arti cavalleresche. Andando egli un giorno a caccia sopra un generoso cavallo, a tutta carriera seguitava non so qual fiera. Cadde il cavallo, e con tal empito balzò di sella l'infelice principe, che si ruppe il collo, e restò morto sulla terra. Gran pianto fu per questo fra i sudditi suoi, che lo amavano a dismisura. Dovette scartabellar poco il conte Loschi, allorchè scrisse che questo principe era morto nel 1518, correndo colla lancia all'incontro di un altro di pari età sopra un feroce corsiero. Vivea allora _Gian-Giorgio_ suo zio paterno, che portava l'abito ecclesiastico, godendo una pingue abbazia, non so se di Bremide o di Lucedio. Rinunziò quel benefizio, ed assunse il governo di Monferrato. Restavano tuttavia in quella nobilissima famiglia due principesse figlie del _marchese Guglielmo_, e sorelle del defunto Bonifazio, cioè _Margherita_ ed _Anna_. Tanti maneggi fece _Federigo duca_ di Mantova, che gli riuscì in quest'anno di ottenere in moglie la prima. Con gran solennità si celebrarono quelle nozze in Casale di Sant'Evasio; maggiori poi furono le feste in Mantova, allorchè vi comparve questa principessa, da cui quanto bene riportasse la casa Gonzaga, non istaremo molto a vederlo. NOTE: [420] Hedione, nelle Giunte alla Storia del Sabellico. [421] Raynaldus, Annal. Eccles. Anno di CRISTO MDXXXII. Indizione V. CLEMENTE VII papa 10. CARLO V imperadore 14. Terribili movimenti di guerra furono nell'anno presente fuori d'Italia, nè io mi fermerò a descriverli, siccome avventure non appartenenti all'assunto mio. Solamente dunque accennerò che Solimano, gran sultano de' Turchi, avea allestito un potentissimo esercito, per invadere il resto dell'Ungheria, e vendicarsi dell'affronto sofferto, allorchè fu obbligato a sciogliere l'assedio di Vienna. Fama correa ch'egli conducesse in campo cinquecento mila combattenti. Di grandi iperboli forma la fama, ed anche la storia, allorchè si tratta d'eserciti barbarici. Carlo Augusto e Ferdinando suo fratello, re de' Romani, d'Ungheria e di Boemia, raunarono anch'essi delle grandi forze per opporsi ai Barbari di lui disegni. Per conto anche dell'Italia furono colà spediti soccorsi. Fu chiamato per assumere il comando di quel possente esercito _Antonio da Leva_, quel condottiere che, quantunque sì mal concio per la podagra, tanti segni di prudenza militare avea dato in Italia nelle precedenti guerre. Seco andò ancora il _conte Guido Rangone_, già passato al servigio di Cesare, ed amendue si applicarono a ben provveder di difesa la città di Vienna, minacciata di nuovo dal tiranno d'Oriente. Dopo due giorni pervennero colà _Gabriello Martinengo_ generale dell'artiglieria, _Alfonso marchese del Vasto_ generale della fanteria, _Pietro Maria de' Rossi_ conte di San Secondo, _Fabrizio Maramaldo, Filippo Torniello, Giam-Batista Castaldo, Marzio e Pietro Colonnesi_, e finalmente _don Ferrante Gonzaga_ generale della cavalleria leggera, con altri capitani, conducendo tutti delle truppe spagnuole od italiane. Anche il _duca di Ferrara_ vi mandò due compagnie di cavalli leggieri. Colà similmente fu inviato dal papa _Ippolito cardinale de Medici_, giovane bizzarro, più voglioso di comandare ad eserciti, che di portar la porpora, con trecento archibusieri e molta nobiltà italiana. All'avviso di sì florido apparato d'armi cristiane, Solimano, che s'era già inoltrato perfino nelle attinenze dell'Austria, credette più sano consiglio non solo il non procedere innanzi, ma il ritirarsi; e benchè seguissero alcuni incontri, niun di essi fu di molto rilievo. Spettacolo non di meno degno di gran compassione, fu lo avere il Barbaro condotti seco a Belgrado circa trenta mila contadini ungheri in ischiavitù. Fu inviato il prode _Andrea Doria_, ammiraglio imperiale, colla sua flotta in Levante a danneggiare i Turchi, e gli riuscì di prendere a forza d'armi le città di Corone e di Patrasso, e di spargere un gran terrore per tutte quelle contrade. Cessata dunque la apprensione tanto in Germania che in Italia delle minaccie turchesche, l'Augusto Carlo, ritenuti solamente i necessarii presidii, licenziò le restanti milizie, e si preparò per calar di nuovo in Italia. Le mire di esso imperadore erano di tornare ad imbarcarsi a Genova, per indi passare in Ispagna. Ma, non essendogli ignoto il mal animo dei re di Francia e d'Inghilterra contra di lui, con aver eglino infin trattato di muovergli guerra, allorchè speravano di vederlo impegnato col Turco, propose per tempo un abboccamento con _papa Clemente_, affin di stabilire una lega in Italia, capace di assicurare lo Stato di Milano da ogni tentativo de' Franzesi. Allorchè giunse l'Augusto monarca a Conegliano nel Friuli, fu a ricordargli l'ossequio suo _Alfonso duca_ di Ferrara, accompagnato da ducento cavalli. Arrivò poi la maestà sua nel dì 7 di novembre a Mantova, dove per molti giorni si fermò, onorata con tornei, danze, caccie ed altri divertimenti dal _duca Federigo_. Ivi creò poeta _Lodovico Ariosto_. Avea egli forse bisogno di quella carta per esser tale? Circa questi tempi venne fatto al pontefice d'insignorirsi con inganno della città d'Ancona. S'era quel popolo da gran tempo sottratto all'ubbidienza da' papi, e si reggeva a repubblica. Finse Clemente VII dei disegni di Solimano contra di essa città, e indusse quella cittadinanza a fabbricare un forte bastione alla porta di Sinigaglia. Ciò fatto, spedì loro avviso che infallibilmente era per iscaricarsi addosso a loro un grosso nembo di Turchi, e mandò ad essi in aiuto _Luigi Gonzaga_, detto Rodomonte, con trecento fanti. Buonamente riceverono gli Anconitani questo soccorso. Ma una notte il Gonzaga, impadronitosi della porta e del bastione, introdusse altri capitani ed altra gente, di modo che fatti prigioni i pubblici rettori, e tagliata la testa a sei di essi, tornò quella città sotto il dominio della Chiesa romana. Furono poi spogliati dell'armi que' cittadini, e il papa ordinò che si fabbricasse una fortezza nel monte di San Ciriaco. Essendo giù calato in Italia l'imperadore, secondo il concerto _papa Clemente_ nel dì 18 di novembre si mise in viaggio alla volta di Bologna, dove arrivò nel dì 8 di dicembre. A quella città giunse dipoi _Carlo V_, dopo essere stato a Modena, dove dal duca di Ferrara avea ricevuto uno splendido trattamento. Seco era _Alessandro de Medici_, ito già ad inchinarlo in Mantova. Il Panvinio, che scrisse andato parimente il papa a visitar l'imperadore in Mantova, non ben esaminò questa partita. Grande onore fu fatto a Cesare da' Bolognesi e dalla corte del papa. Nel dì 19 del mese suddetto pervenne per Po a Ferrara _Francesco Sforza_ duca di Milano insieme col duca d'Albania, e dopo qualche giorno passò anch'egli a Bologna, per intervenire ai negoziati che ivi si aveano a tenere, e si pubblicarono solamente nell'anno seguente. Quanto alle cose di Firenze, tuttochè quel popolo conoscesse come estinto lo antico suo libero governo, pure fin qui se n'era conservata qualche apparenza colla creazione de' magistrati. Ma il pontefice, che volea fissare il chiodo alla grandezza e sicurezza della sua casa, attese in quest'anno a stabilir sodamente il principato assoluto del _duca Alessandro_ in quella città. Nè gli mancavano adulatori e parziali, e di coloro eziandio che giudicavano con buona intenzione essere ciò il meglio per un popolo sempre sedizioso e quasi diviso ne' tempi addietro ed amante di novità. Fu dunque creato un magistrato, in cui spezialmente ebbero autorità _Francesco Guicciardini_ lo storico e _Braccio Valori_, bene informati de' voleri del papa; e questi decretarono che da lì innanzi cessasse il nome della signoria, e che Alessandro de Medici fosse fatto duca della repubblica, con autorità piena, quanto si può dare ad un principe, per succedere in questo grado anche i suoi figli e discendenti legittimi. E, mancando questi, passasse il governo nella stirpe di Lorenzo di Pier Francesco de Medici. Perciò nel dì primo di maggio ad Alessandro fu dato il grado di signore, di duca e di assoluto principe, con pubblica solennità, fra i viva del popolo e col rimbombo delle artiglierie, le quali senza palle ferivano il cuore di chiunque deplorava la perdita dell'antica libertà. Così fecero gli antichi Romani, allorchè la lor signoria passò in mano di Cesare e d'Augusto; e, ad imitazion loro, anche i Fiorentini si andarono accomodando al giogo imposto ad essi dall'altrui violenza. Formò il duca Alessandro da lì innanzi una guardia di mille soldati per sua sicurezza. Fu anche disegnata una fortezza per tenere in freno quel popolo, a cui già erano state tolte le armi. Per attestato del Giovio, immaginò più d'uno che se i _Veneziani_ avessero voluto congiungere la loro armata navale, consistente in sessanta galee, con quella di _Andrea Doria_, composta di quarantotto galee e di trentacinque navi da trasporto, sarebbe stato agevole non solo il rompere la flotta turchesca, in cui si contavano settanta galee mal provvedute di milizie e di attrezzi, ma anche il conquistare la città di Costantinopoli. E ciò perchè il Doria, oltre alle sopraddette conquiste, s'era anche impadronito delle fortezze dei Dardanelli, e Solimano avea lasciata Costantinopoli spogliata di ogni presidio. Ma costa pur poco il far dei castelli in aria. I Veneziani, molto ben persuasi che i giuramenti e la fede si debbono mantenere anche agl'infedeli e barbari stessi, stettero saldi in voler osservare i capitoli della pace tanti anni prima stabilita col Turco. Dacchè saltò fuori l'eresia di Lutero, che aprì il varco a tante altre eresie nel Settentrione, con uno scisma il più deplorabile che mai abbia patito la Chiesa di Dio, tutti i buoni cominciarono a desiderare un concilio generale che riformasse i gravi abusi introdotti nella stessa Chiesa. Specialmente se ne faceva istanza in Germania, con rappresentare i molti aggravii, de' quali si doleva forte la loro nazione. Ne faceano istanza anche i protestanti, ma con condizioni disconvenevoli all'autorità della Chiesa cattolica. Egli è ben lecito il credere, che se di buona ora si fosse convocato, secondo il costume inveterato della religion cristiana, un sì fatto concilio, e si fosse provveduto a' tanti disordini che allora correano, e a' quali rimediò poscia il troppo tardi, ma pure una volta raunato, concilio di Trento, non sarebbe stato sì grande lo squarcio della religione che tuttavia sussiste. _Papa Leone X_ applicato alle guerre, nulla ne fece. Se avesse goduto più lunga vita il buon _papa Adriano VI_, l'avrebbe fatto. Succeduto a lui _Clemente VII_, fu distratto anch'egli dalle sue politiche e guerriere applicazioni; e quantunque l'_Augusto Carlo V_ ne facesse più istanze, e massimamente in quest'anno col medesimo papa in Bologna, pure nulla mai si conchiuse. Pensano il Guicciardini ed altri che Clemente vi abborrisse per timore che ne scapitasse la corte romana, e che troppo si venisse a tagliare; e quando anche consentiva, proponeva di tenere esso concilio in Roma, o Bologna, o Piacenza, città del suo dominio, acciocchè sempre restasse a lui la briglia in mano. Ma ch'egli non nutrisse questa avversione, e che s'interponessero varie altre difficoltà alla convenzion d'esso concilio, si può vedere nella celebre Storia del concilio di Trento, composta dal cardinale Pallavicino. Comunque fosse, certo è che, vivente esso pontefice, il concilio generale restò confinato ne' soli desiderii di chi compiagnea le piaghe della religione e della Chiesa, e che a man salva seguitarono, anzi crebbero, i precedenti sconcerti in danno della religione cristiana. In questo medesimo anno sul fine di agosto seguì un grave scandalo in Parma. Gran tempo era che gli ecclesiastici per quasi tutte le provincie erano caricati di decime: gravezze giuste, allorchè si trattava di adoperare il danaro in difesa della cristianità contra de' Turchi o degli eretici; ma non già tali, qualora avea da servire l'aggravio del clero alle guerre private de' papi e de' monarchi cristiani. Davasi poi in appalto la riscossione di queste decime a varie persone, le quali, volendo anch'esse profittare, usavano rigori eccessivi, con esigere ancora i frutti delle decime non pagate. Informato dunque Vincenzo Cavina, canonico imolese, e commissario del papa, che a' suoi coadiutori in Parma era stato impedito l'attaccare i cedoloni al duomo per l'esazion delle decime di due anni, e di tutti i frutti, se n'andò tutto in collera a quella città. Ma, in voler esporre essi cedoloni, saltarono fuori i preti, e con esso loro si unì il popolo. Essendo egli fuggito nel palazzo, fu gittata a terra la porta, e il misero a furia di popolo restò da tante ferite trucidato, che non appariva in lui forma d'uomo. Egli è da credere che per tale eccesso fosse posto a Parma l'interdetto, siccome nel dì 17 d'ottobre del 1530 il papa l'avea posto in Ferrara, perchè renitente era il clero a pagar le decime, gastigando in questa maniera gli innocenti secolari per li mancamenti dei cherici. In Modena poi nello stesso anno nel dì 3 di marzo predicando fra Francesco da Castelcaro de' Minori osservanti nel duomo, pubblicò un breve, scritto dal Signor nostro Gesù Cristo a tutti i Cristiani: _Datum in paradiso terrestri, a creationis mundi die sexto, pontificatus nostri anno aeterno, confirmatum et sigillatum die Parasceves in montes Calvariae_, ec. In questo breve il Signore approva e conferma con autorità divina la regola di essi frati minori osservanti, conchiudendo infine colla seguente clausola: _Nulli ergo omnino hominum liceat hanc paginam nostrae confirmationis_, ec. Tommasino Lancilotto ebbe la fortuna d'impetrar copia di questo mirabil breve da quel buon religioso, e come una gemma l'inserì nel suo Diario manuscritto della città di Modena. _O tempora! o mores!_ Anno di CRISTO MDXXXIII. Indizione VI. CLEMENTE VII papa 11. CARLO V imperadore 15. Mentre si trattenevano nel verno di quest'anno in Bologna _papa Clemente_ e l'_Augusto Carlo_, continui ragionamenti e congressi seguirono fra loro. Tre principalmente furono i punti che si dibatterono: cioè quello del concilio, intorno al quale altro io non intendo di parlare. Il secondo era che, sapendo l'imperadore come il pontefice avea de' segreti maneggi per collocare _Caterina de Medici_, figlia legittima di _Lorenzo de Medici_ il giovane, già duca d'Urbino, nè piacendogli questo attaccamento del pontefice alla corona di Francia, per sospetto che, in occasione del progettato matrimonio, si manipolasse qualche trama in favor de' Franzesi e in danno de' suoi Stati in Italia; gran premura fece perchè Caterina si desse per moglie a _Francesco Sforza duca_ di Milano. Ma s'andò sempre schermendo il papa, in guisa che rimasero vane le batterie di Cesare sopra questo punto. Il terzo e più importante era di formare una lega in Italia, per assicurarsi che niuna potenza straniera ne turbasse la quiete, e che specialmente non fosse molestata Genova, nè il duca di Milano. Furono invitati a questa lega i Veneziani; ma concorsero in loro delle ragioni di non far nuove leghe, esibendosi di mantener le vecchie. Anche al duca di Ferrara furono fatte somiglianti istanze; ed egli opponeva, che avendo il pontefice rigettata ogni concordia con lui, era obbligato a tener buoni presidii per difendere il proprio, senza poter pensare a spendere per la difesa altrui. Fece quanto potè l'imperadore per troncare la discordia suddetta; ma avea che fare con un _pontefice_ che solamente s'induceva a perdonare a chi era più potente di lui. Però altro non potè carpire da papa Clemente se non la promessa di non offendere il duca per diciotto mesi avvenire. Pertanto si conchiuse la lega suddetta fra il pontefice, l'_imperador Carlo, Ferdinando re_ de' Romani, il _duca di Milano_, il _duca di Ferrara, Genovesi, Sanesi_ e _Lucchesi_; e a tutti proporzionatamente venne assegnata la quota della contribuzione, per mantenere un esercito, di cui fosse capitan generale _Antonio da Leva_. Compresi furono in essa anche il _duca di Savoia_ e quel di _Mantova_, e tacitamente ancora i _Fiorentini_. Fu poi essa solennemente pubblicata nella festa di San Mattia di febbraio. Ebbe Clemente VII la consolazione in questi tempi di veder comparire in Bologna un'ambasciata di _Giovanni re di Portogallo_, che gli portò anche una lettera del re di Etiopia, appellato _Davide_, il quale mostrava desiderio di unire quella vasta cristianità meridionale alla Chiesa romana. A nome d'esso re venne anche _Francesco Alvarez_ prete portoghese, quel medesimo di cui abbiamo una gustosa Relazione de' paesi e costumi di que' popoli cristiani, che oggidì niuna comunicazione hanno cogli Europei, perchè stretti dai Turchi, dai Gallani e da altri infedeli. Era creduto allora che il prete Janni, mentovato da Marco Polo, altro non fosse che il suddetto re dell'Etiopia. Le lettere d'esso re David, della regina moglie e del principe figlio, siccome ancora l'ubbidienza da essi prestata al romano pontefice, si leggono negli Annali Ecclesiastici del Rinaldi. Ma così bell'apparato andò poi a finire in nulla; e a' nostri tempi non solo unione alcuna non passa fra la Chiesa romana e quei cristiani, macchiati di qualche eresia, ma v'ha pubblica nemicizia. Terminati i sopraddetti affari l'Augusto Carlo V, nell'ultimo giorno di febbraio, prese congedo dal papa, e s'inviò a Pavia, dove giunto, si fermò alcuni giorni con _Antonio da Leva_. Di là passato a Genova, ed imbarcatosi sulle galee di Andrea Doria, fece poi vela alla volta di Spagna, portando seco de' non lievi sospetti dell'animo del papa verso di sè. Nel dì 10 di marzo anche il pontefice mosso da Bologna, per la Romagna e Marca si trasferì a Roma. Già si è detto che l'amore del nepotismo era il mobile principale nel cuor di questo politico pontefice. L'ingrandimento procurato al _duca Alessandro_ suo nipote, colla depression della repubblica fiorentina, non pareva a lui durevole. Per ben assicurarlo avea già ricavata parola da Cesare che sarebbe data in moglie ad Alessandro _Margherita_ figlia naturale di esso Augusto, la quale appunto in quest'anno, essendo in età di dodici anni, fu mandata da Carlo suo padre a Napoli, per essere educata dalla moglie di _don Francesco di Toledo_ vicerè, e passando per Firenze, vi si fermò per otto giorni, onorata con assaissime feste e tripudii. Glorioso era per la casa de Medici questo parentado; ma un più cospicuo ne maneggiava intanto l'indefesso pontefice, con istudiarsi di dare in moglie ad _Arrigo_ secondogenito del _re Francesco I_ e duca d'Orleans, _Caterina_ figlia legittima, siccome dissi, di _Lorenzo de Medici_, già duca d'Urbino. Oltre al grande cuore che si accresceva con questi due sì riguardevoli matrimonii alla famiglia sua, considerava il papa di fortificare talmente, coll'appoggio di così possenti monarchi, lo Stato del duca Alessandro, che non potesse mai traballare. Affin dunque d'effettuare questo insigne negozio, determinò, senza verun riguardo all'alta sua dignità, di passar fino a Nizza, e, secondo il concerto fatto, di abboccarsi ivi col _re Cristianissimo_, palliando questo viaggio, secondo l'attestato del Guicciardini, con dire di voler trattare del bene della cristianità, e di mettere nella buona via il _re d'Inghilterra_. Pertanto, mandata innanzi la nipote Caterina a Nizza, si mosse da Roma nel dì 9 di settembre, e andò ad imbarcarsi a Porto Pisano sulle galee di Francia e di Andrea Doria. È perciocchè al _duca di Savoia_ per timore di Cesare non piacque il congresso disegnato in Nizza fra papa Clemente e il re Francesco, passò esso pontefice a Marsilia, dove approdò nel dì 11 di ottobre. È da stupire come il Varchi, allora vivente, scrivesse seguito il loro abboccamento in Nizza. Splendidissimo fu il suo ingresso in Marsilia, e crebbe la magnificenza allorchè colà pervennero il re Cristianissimo, la _regina Leonora_ e i tre principi loro figli e le figlie, con incredibil concorso di prelati e baroni di tutto il regno. Vien descritta quella memorabil funzione dal carmelitano fra Paolo ne' suoi Annali manoscritti, e in parte dall'annalista pontifizio Rinaldi e dal Giovio. La conclusione fu che ivi si celebrarono con somma pompa le nozze di Caterina de Medici, per la cui dote si obbligò il pontefice di pagare cento mila scudi d'oro in contanti, oltre alla cessione degli Stati posseduti in Francia dalla madre di Caterina, i quali rendeano circa dieci mila ducati d'oro l'anno. Si legge presso il Du-Mont lo strumento di esso matrimonio, stipulato nel dì 27 d'ottobre dell'anno presente. Grandiosi spettacoli, sontuosi conviti ed altri splendidi divertimenti per trenta giorni tennero ivi in gran festa quella corte e città; e quattro cardinali furono creati ad istanza del re Cristianissimo. Finalmente, partitosi il papa da Marsilia nel dì 12 di novembre, solamente nel dì 10 di dicembre entrò in Roma, tutto contento di sè medesimo, per aver condotta la famiglia sua tanto inferiore ad imparentarsi coi monarchi primarii della cristianità. Comune voce fu, siccome abbiamo dal Guicciardini, dal Belcaire e dal Varchi, che trattasse il re di Francia dell'acquisto del ducato di Milano: al che inclinasse anche il pontefice, per darlo al _duca d'Orleans_, divenuto marito della nipote. Ma queste verisimilmente furono dicerie di que' che fanno con gran facilità gl'interpreti dei gabinetti de' principi; perchè il solo papa trattò sempre secretamente col re degli affari, e questi rimasero sigillati nel cuor loro e de' soli loro fidati ministri. E quando pur fosse vero, più tempo non restò al pontefice per eseguir siffatti disegni. Si è fatta menzione altrove dell'abbate di Farfa, cioè di _Napoleone Orsino_, uomo facinoroso, condottier d'armati, e famoso più per le sue iniquità che pel suo valore. Costui nell'anno presente, volendo ricuperare le castella di sua giurisdizione, fece una massa de' suoi amici e soldati in Narni e Spoleti, e con essi andò a impossessarsi degli Stati paterni. Ebbero fortuna di salvarsi a Roma _Girolamo_ e _Francesco_ suoi fratelli, lasciando in preda tutti i lor preziosi mobili all'invasore, il quale, non contento di questo, si diede a scorrere tutto il circonvicino paese con ruberie, e con far prigione chiunque potea pagar le taglie. A lui ancora riuscì di aver nelle mani Girolamo suo fratello, e di carcerarlo in Vicovaro. Per queste violenze fece ricorso a _papa Clemente_ sua matrigna, cioè _Felice_ figlia di _Giulio II_, e già moglie di _Gian-Giordano Orsino_, ed impetrò ch'egli spedisse l'esercito pontificio contro d'esso abbate di Farfa. V'ha chi scrive che _Luigi Gonzaga_, soprannominato Rodomonte, nello assedio di Viscovaro, colpito da una archibusata, ivi lasciò la vita, e in suo luogo al comando succedette _Giulio Acquaviva duca_ d'Atri, il quale stabilì tra i fratelli un accordo. Ma, se non falla Alessandro Sardi nella sua Storia manoscritta, si trova vivente questo medesimo Gonzaga nelle guerre di Piemonte dell'anno 1537. Ritirossi l'abbate di Farfa a Venezia, e di là passò in Francia, ed allorchè papa Clemente fu in Marsilia, coll'interposizione del re Cristianissimo ottenne il perdono dalla santità sua. Tornato poscia a Roma, perchè contro il suo volere data fu in moglie una sua sorella ad un principe napoletano, mentre essa era condotta a Napoli, con alquanti suoi sgherri andò per rapirla. Se ne avvide Girolamo suo fratello, che accompagnava la sposa con trenta uomini a cavallo; e andatogli incontro, con molte ferite gli tolse la vita, continuando poscia il suo viaggio a Napoli. Gran tempo era che in Ferrara veniva magnificamente trattata dal duca Alfonso _Isabella_ già regina di Napoli con _Giulia_ sua figlia. Tanto si adoperò esso duca, che conchiuse il matrimonio di questa sventurata principessa infante con _Gian-Giorgio _novello marchese di Monferrato: e lo sposalizio fu fatto nella città suddetta a dì 29 di marzo. S'inviò essa a dì 3 di aprile alla volta di Casale; ma nel dì 30 d'esso mese Gian-Giorgio, sorpreso da un parossismo, terminò le allegrezze nuziali e la vita; e, secondo gli Annali manoscritti di Ferrara, che ciò raccontano, _si scoprì che era morto di veleno_. Altri nondimeno scrissero che da gran tempo languiva la sua sanità, e però è facile che mancasse di morte naturale: al che forse contribuì anche il suo matrimonio. Mancò in questo principe quel ramo della nobilissima imperial casa Paleologa, che già vedemmo portato da Costantinopoli al possesso del Monferrato; e non avendo egli lasciata successione maschile, i ministri cesarei presero il possesso di quel florido paese, finchè l'imperador giudicasse a chi ne appartenesse il dominio. Per la mancanza de' maschi, pretendeva _Carlo duca di Savoia_ quegli Stati. Ma perchè quell'insigne feudo dovea forse passar nelle femmine, fu poi, siccome dirò a suo tempo, decretato che ne fosse erede _Margherita_ di lui nipote, moglie di _Federigo duca_ di Mantova: con che venne la casa Gonzaga ad acquistare un dominio di maggior estensione che il proprio ducato. Ammalossi poi la suddetta _regina Isabella_ di passione per le disavventure della figlia, e nel dì 18 di maggio terminò i suoi giorni in Ferrara. Un orrido fatto ancora avvenuto nel presente anno merita luogo in questi Annali. Era tornato in possesso della Mirandola il _conte Gian-Francesco Pico_ figlio di un fratello del fu _Giovanni Pico_, cioè di chi fu appellato la Fenice degl'ingegni, ed avea acquistata anch'egli fama di letterato e filosofo distintissimo ai suoi tempi, siccome ne fan fede le Opere sue stampate. Sopra quella nobil terra avea delle non ingiuste pretensioni _Galeotto conte_ della Concordia, figlio di un fratello di esso Gian-Francesco, cioè di quel _conte Lodovico Pico_ che in guerra fu ucciso nell'anno 1509. Nella notte del dì 15 di ottobre si mosse Galeotto dalla Concordia con quaranta uomini suoi, che seco portarono molte scale, Ossia che nelle fosse della Mirandola trovasse preparata una barchetta, o che ancor questa seco la portassero, certo è che superate le fosse, ed applicate le scale, senza rumore salirono le mura, e, dopo, aver uccise tre o quattro guardie che dormivano, passarono fino alla camera di Gian-Francesco. Rottane la porta, il trovarono che, udito lo strepito, si era andato ad inginocchiare davanti una immagine di Cristo crocefisso. Ivi crudelmente il trucidarono: fine miserabile, non degno veramente d'uomo sì eccellente, il quale siccome ad un raro sapere avea accoppiata una non minor pietà, così avea imparato a tener ben contento del governo suo quel popolo. La stessa barbarie fu esercitata contra di _Alberto_ di lui figlio, giovane di grande espettazione. Fu salvata la vita per misericordia a _Paolo_, altro di lui figlio; ma contro altri di quella famiglia, e fin contro le donne inferocì l'iniquo Galeotto. Con questa facilità s'impadronì egli di quella quasi inespugnabile terra o città, e il popolo nel giorno seguente, non potendo di meno, il riconobbe pel loro signore. Anno di CRISTO MDXXXIV. Indiz. VII. PAOLO III papa 1. CARLO V imperadore 16. Fu in quest'anno che _papa Clemente_ proferì la sentenza sua contra di _Arrigo VIII_ re d'Inghilterra, a cagione del suo divorzio da _Caterina d'Austria_ sua legittima consorte: il che fece maggiormente peggiorare gli affari della religione cattolica in quel regno sotto un re perduto dietro alle femmine e crudele. Da molti fu lodata la costanza del pontefice in questa controversia; ma abbondarono ancora altri che biasimarono cotal risoluzione, perchè riuscì troppo funesta alla Chiesa di Dio. Gran terrore nel presente anno si sparse per l'Italia, e massimamente in Roma, per cagione di Ariadeno Barbarossa, gran corsaro, e generale dell'armata navale del sultano dei Turchi Solimano. Venendo costui di Levante con formidabil quantità di navi armate, passò per lo stretto di Messina, e, dopo aver saccheggiati varii luoghi in quelle coste, arrivò a Capri, vicino a Napoli. Fu ben creduto che s'egli avesse assalita essa città di Napoli, oppure Roma, l'avrebbe sottomessa: tanta era la costernazione di que' popoli. Diede costui il sacco a Procida, Fondi, Terracina ed altri luoghi, menando poi seco in ischiavitù gran copia di poveri cristiani. Dimorava in Fondi Giulia Gonzaga, moglie di Vespasiano Colonna duca di Traietto e conte di essa città di Fondi. Voce correa che in bellezza ella superasse tutte le altre donne d'Italia. Ne giunse la fama sino al Barbarossa, il quale perciò si mise in pensiero di far quella caccia per voglia di presentare al gran signore una sì vaga preda. Gli andò fallito il colpo. Mentre egli con due mila Turchi sbarcati era dietro una notte a scalare le mura di Fondi, svegliata la giovane duchessa, e conosciuto il pericolo, coi piè nudi ebbe tempo di fuggire, e di salvarsi il meglio che potè fuori della terra, lasciando scornato il barbaro cacciatore, il quale infierì poscia contro i poveri abitanti. Che Giulia cadesse fuggendo in mano de' banditi, fu una frangia fatta dagli scioperati maligni a questo avvenimento. Poco appresso il crudel corsaro indirizzò le prore verso Tunisi, di cui e del suo regno seppe poi a forza d'inganni insignorirsi. Gran rumore avea fatto in addietro, e maggior lo fece in quest'anno, quanto avvenne a _Luigi Gritti_. Era egli figlio di _Andrea Gritti doge_ in questi tempi della repubblica veneta. Essendo egli tornato a Costantinopoli, dove era nato, allorchè il padre vi stette come bailo, talmente s'insinuò nella grazia di Solimano, che divenne suo confidente e generale nella spedizion da lui fatta contra di _Ferdinando re_ de' Romani in favor di _Giovanni re_ d'Ungheria: il che fu di non lieve scandalo fra i Cristiani. Ma trovandosi egli nell'autunno dell'anno presente nella Transilvania, per aver crudelmente ordinata la morte di _Americo vescovo_ di Varadino, quei popoli, amanti dell'infelice ucciso prelato, sì Ungheri che Transilvani, raunato un potente esercito, volarono ad assediarlo in Cibach nel mese d'ottobre. Andò a finir quella festa nella morte di esso Gritti, che restò vittima del lor furore insieme con tutti i giannizzeri ed altri Turchi del suo seguito. Non si sa ch'egli avesse mai abiurata la religione cristiana. Solamente si sospettò ch'egli fosse per fare un dì questo salto; ma il Giovio lasciò difesa, per quanto si potè, la di lui memoria. Desiderava il papa, e con esso lui tutti i principi d'Italia, che _Francesco Sforza duca_ di Milano, accasandosi con qualche principessa, tentasse di lasciar successione nella sua casa, affinchè quel ducato, per mancanza di figli, non ricadesse in mano dell'imperadore, secondo i patti. Per quetare tanta gelosia, lo stesso _Augusto Carlo_ gli procurò una ragguardevole alleanza, con dargli in moglie _Cristierna_ figlia del _re di Danimarca_ e nipote sua. Fu condotta questa real principessa nel mese d'aprile a Milano, città che, quasi dimentica di tante passate sciagure, fece mirabili feste di apparati, d'archi trionfali e d'altri spettacoli in sì gioiosa occasione. Vi entrò essa con incredibile accompagnamento di nobiltà e di popolo sotto ricco baldacchino, avendo ai lati suoi _Ercole Gonzaga cardinale_ e _Antonio da Leva_ generale di Cesare. Dopo essere stata al duomo, passò al castello, dove le venne incontro il duca, appena reggendosi col bastone in piedi, che in quel palazzo da lì a poco colle sacre funzioni della Chiesa solennemente la sposò. Riuscì di consolazione a tutta l'Italia questo matrimonio, per la speranza di vederne frutti a suo tempo; ma questi mai non si videro, ridendosi i saggi di questo tentativo, come di un matrimonio da commedia, perchè troppo era mal ridotta la sanità di quello sfortunato principe. Neppur molto contento della sua cominciò ad essere _papa Clemente_, perchè lo stomaco infiacchito non soddisfaceva al consueto suo uffizio. Questi sentori della nostra mortalità diedero a lui motivo di sollecitare in Firenze la fabbrica di una fortezza, per cui si venisse sempre più ad assicurare lo Stato del _duca Alessandro_ suo nipote. Indusse ancora il _duca di Ferrara_, benchè odiato da lui, a fare sloggiar dai suoi Stati tutti i Fiorentini fuorusciti che colà si erano rifugiati. Dianzi ancora gli avea fatti cacciar da Roma, Venezia, Genova ed Ancona. Nel giugno sopraggiunse ad esso papa una lenta e leggiera febbre con qualche dolor colico, di cui andò talvolta migliorando, ma poi ricadendo. Comparve nel seguente luglio una cometa, ed ecco subito gli speculativi invasati dalla ridicola opinione che tali fenomeni predicano morti ed altre disavventure ai principi della terra, correre a credere disegnata in cielo la mancanza del pontefice. Il Varchi ancora lasciò scritto che da un santo monaco della riviera di Genova era stato predetto a papa Clemente VII non solamente il pontificato, ma anche il tempo della morte, cioè nell'anno stesso in cui fosse mancato di vita quel monaco; e che il pontefice, nel tornare da Marsilia, cercatone conto, il trovò poco fa defunto: laonde immaginò non lontano il suo fine. Può essere che ancor questa fosse una diceria o inventata da qualche cervello visionario dopo la morte di lui, o nata nel volgo ignorante e facile a sognare; perchè per altro la sconcertata sanità di Clemente bastò senza rivelazione a fargli comprendere che si appressava il passaggio alla altra vita. Crebbero pertanto i suoi malori, di modo che nel settembre egli terminò la carriera del suo vivere. Grande imbroglio ch'è nella storia l'accertare i punti minuti della cronologia. Il Segni il fa mancato di vita nel dì 24 di settembre. Fra Paolo carmelita, che in questi tempi scriveva i suoi Annali, mette la sua morte nel dì 26 d'esso mese. Con lui va d'accordo il Giovio, anch'esso contemporaneo, mentre la dice avvenuta _sexto kalendas octobris_, cioè nel dì 26 di settembre. Ma altri il fanno passato a rendere conto a Dio nel dì 25 del mese suddetto, come il Guicciardini e Paolo Gualtieri nei suoi Diarii manuscritti, citati dal Rinaldi, dove dice, che _nel dì 25 di settembre alle ore diciotto e mezza, egli spirò, e fu seppellito nel seguente dì 26_. A questo giorno riferiscono la morte sua eziandio il Panvinio, il Ciacconio, l'Ammirati ed altri, i quali non di meno si può credere che seguissero il Guicciardini. Io non mi sento di faticare per decidere questo punto, quantunque a me paia più certo il dì 25, giacchè a noi basta di sapere che cessò di vivere papa Clemente in questi tempi: pontefice, a cui certamente non mancò il concetto d'ingegno politico, di molla accortezza e gravità, e che sapea ben maneggiar affari, simulare e dissimulare secondo i bisogni, e che dai politici d'allora tenuto sempre fu per uomo di doppia fede. Per fare da principe, secondo il rito de' mondani, la natura e la sperienza l'aveano fornito di molti aiuti. Ma se cercate in lui le virtù di pontefice vicario di Cristo, e qual bene egli facesse alla Chiesa in que' gran torbidi della religione, e quali abusi e disordini egli levasse, benchè da essi prendesse origine e pretesto il terribile scisma che tuttavia divide tanti popoli della vera Chiesa di Dio; non sarà sì facile il trovarlo. Troverete bensì, che egli si servì del pontificato, delle sue forze e de' suoi proventi per suscitare o mantener guerre; che fra gli altri disordini costarono un orrido sacco a Roma stessa, e un gran vilipendio alla sacratissima sua dignità. Molto più se ne servì egli per ispogliare della libertà Firenze sua patria, e per ingrandire, non dirò in forme oneste e discrete (che queste non è vietato), ma con insigni principati e parentadi sublimi la propria casa. Se questo si accordi coll'intenzion di Dio, allorchè uno è intronizzato nella sedia di san Pietro, chiunque sa misurar le cose divine ed umane, non ha bisogno ch'io gliel dica. Certo è ch'egli morì odiato dalla corte per la sua stitichezza ed avarizia, quando poi scialacquava tanto nei volontarii suoi impegni di guerre; e più odiato dal popolo romano, perchè alla sua politica venivano attribuiti tutti i guai di quella città. A noi non è permesso l'entrare ne' giudizii occulti di Dio; ma i viventi d'allora non lasciarono d'osservare quasi un gastigo venuto dall'alto il miserabil fine di due suoi nipoti bastardi, cioè d'_Ippolito cardinale_ e di _Alessandro duca_ di Firenze, per la grandezza dei quali cotanto egli avea mosso e cielo e terra. Imperciocchè esso cardinale e vicecancelliere arricchito da Clemente suo zio con tanti vescovati e benefizii, per invidia continua che portava ad Alessandro, tentò fino i tradimenti per occupargli la signoria, e terminò poi miseramente i suoi giorni nel seguente anno. Alessandro, perduto nelle disonestà e in altri vizii, qual fine facesse, lo diremo a suo luogo: di modo che in pochi anni dopo la morte di Clemente si vide schiantata la di lui linea maschile, e diroccati amendue quegl'idoli dell'ambizione sua. Prima di morire avea papa Clemente consigliato il cardinal suo nipote di promuovere al pontificato il _cardinale Alessandro Farnese_ decano del sacro collegio; e però egli unitosi con _Giovanni cardinal di Lorena_, capo della fazione franzese, durò poca fatica ad assicurar la elezione di lui. Concorrevano nel Farnese molte degne qualità, perchè nato di antica e nobil casa, che ne' secoli addietro s'era acquistata gran riputazione nell'armi, e possedeva molte nobili castella. Era esso Alessandro, per li meriti di Giulia sua sorella, o parente, stato creato cardinale da Alessandro VI nel 1493. Oltracciò, si distingueva il Farnese per la sua letteratura, per la lunga sperienza delle cose del mondo, e per la sua prudenza, mansuetudine ed affabilità. Aggiugnevasi l'età di sessantasette anni, e l'aver egli industriosamente fatto credere, per quanto potea, debole la sua complessione e sanità: il che trasse più facilmente a lui i voti degli altri porporati, inclinati sempre a desiderar scene nuove per la speranza di fare anch'eglino un dì la propria. Nè all'assunzione sua servì punto di remora l'avere egli un frutto dell'umana fragilità, cioè _Pier Luigi_ suo figlio, perchè in quel corrotto secolo non si guardava sì per minuto a tali deformità, come, la Dio mercè, si fa da gran tempo nella Chiesa di Dio. Fu dunque eletto papa il Farnese con universal consentimento del sacro collegio, e prese il nome di _Paolo III_. È da stupire come neppur vadano d'accordo gli scrittori nell'assegnare il dì dell'elezion sua. Il Ciacconio scrive che ciò avvenne _VI idus octobris_, cioè nel di 10 di ottobre. Altrettanto hanno gli Annali manoscritti di Ferrara e Andrea Morosino. Il vescovo Spondano negli Annali Ecclesiastici la mette _tertio idus octobris_, cioè nel di 13, e di questo stesso giorno parla anche il Segni. L'Oldoino la riferisce _die XI, seu verius ex MSto tabularii capitolini, die XIII octobris_. Secondo il Varchi, _nella notte susseguente ai quattordici giorni d'ottobre_ fu eletto papa il Farnese. Ma che questa elezione seguisse verso un'ora o due della notte susseguente al _dì 12 d'ottobre_, si dee credere, asserendolo il Panvinio e fra Paolo carmelitano, che in questi tempi scriveva i suoi Annali, e soprattutto il Rinaldi annalista pontificio, che cita i Diarii vaticani e gli Atti concistoriali. Gran festa fecero i Romani per l'assunzion di Paolo III, perchè lor nobile cittadino, giacchè per tanto tempo erano seduti nella cattedra di san Pietro solamente papi d'altre nazioni. Nè già mancarono turbolenze nello Stato ecclesiastico dopo la morte di papa Clemente VII. Imperciocchè nel dì ultimo di settembre _Ridolfo_, figlio del fu _Malatesta Baglione_ Perugino, essendo bandito dalla patria, ammassate alquante schiere di fanti e cavalli, andò ad impossessarsi di un borgo di Perugia; ma uscito il presidio papalino, dopo un lungo conflitto, restò obbligato il Baglione a ritirarsi. Nella notte poi del dì seguente, entrato che fu egli di nuovo nel borgo di San Pietro, ecco aprirgli quella porta i suoi parziali, co' quali avea intelligenza, e impadronirsi della città suddetta. Qui non si fermò il suo furore. Diede il Baglione alle fiamme il palazzo del vice-legato, cioè del _vescovo di Terracina_; e scoperto dove egli era fuggito, il fece prendere coi due suoi auditori, col cancelliere e con alcuni de' priori. Furono essi posti alla tortura, affinchè rivelassero i lor danari, e nel dì seguente condotti nudi nella pubblica piazza, ad ognuno di essi fu reciso il capo. Con tali iniquità si fece egli signore di Perugia. Anche _Mattia_, figliuolo del vivente _Ercole Varano_, s'era mosso di Lombardia nel dì primo d'ottobre con una gran frotta d'armati in varie barche, inviandosi per mare con disegno di ricuperar Camerino, il cui ducato pretendeva appartenere a sè stesso. Ebbe egli a combattere colla furia del mare, e dopo aver perduto i più del suo seguito, altro non guadagnò, che di salvar la vita tornando all'imboccatura del Po. Dacchè si partì da questa vita papa Clemente, _Alfonso I_ duca di Ferrara si figurava oramai di godere il resto dei suoi giorni in pace, perchè libero da un pontefice che con tante insidie e con odio sì continuato l'avea tenuto fin qui sempre in allarme. E tanto più sperò tornata la calma, per essere stato assunto al pontificato il _cardinal Farnese_, personaggio fornito di miglior cuore e di massime più rette che il suo predecessore. Disegnava egli d'inviare a Roma _don Ercole_ suo primogenito per congratularsi col novello pontefice, e trattare con lui quell'accordo che non avea potuto ottenere da papa Clemente. Ma nel dì 28 di settembre cadde malato, e tanto andò crescendo l'infermità sua, che nel dì 31 d'ottobre il condusse al fine de' suoi giorni: principe glorioso nel mondo, che in senno e valore ebbe pochi pari al suo tempo. E di queste sue doti abbisognò ben egli per potersi sostenere contra di tre potentissimi papi, che pieni di mondane passioni ardevano di voglia di spogliar la nobilissima casa d'Este degli antichi suoi dominii. Ma perchè di questo egregio principe, la cui vita fu scritta dal vescovo Giovio, ne ho parlalo io abbastanza nelle Antichità Estensi, nulla di più ne dirò qui. A lui succedette nel ducato _Ercole II_ suo primogenito, signore di gran saviezza e d'ottimo cuore, che un buon governo fece anch'egli goder da lì innanzi ai sudditi suoi. Era in questi tempi governata la città di Camerino da _Caterina Cibò_, vedova del fu _Giovanni Maria Varano_, duca d'essa città, a nome di _Giulia_ sua figliuola, creduta legittima erede di quello stato. Perchè il sopraccennato _Mattia Varano_, oppure _Ercole_ suo padre, pretendeva a sè dovuto quel ducato, e coll'aiuto di non pochi fuorusciti teneva in continui timori e pericoli essa Caterina, questa trattò con _Francesco Maria duca d'Urbino_ di dar per moglie a _Guidubaldo_ di lui figliuolo primogenito la suddetta Giulia sua figlia. Colà dunque si portò esso Guidubaldo, e, dopo avere sposata quella principessa, si applicò in tutte le guise a fortificare e rendere come inespugnabile Camerino. Non doveano poi mancar delle buone ragioni alla menzionata Giulia su quel ducato, giacchè Clemente VII l'avea confermato al di lei padre e ai successori, ed era papa di tal animo e polso, che non avrebbe permesso alla figlia di continuare in quel dominio, senza che l'assistesse qualche legittimo titolo. Non l'intese così il novello _pontefice Paolo III_. Per l'influsso che correva in que' tempi, bramando anch'egli di fabbricare in _Pier Luigi_ Farnese suo figlio un gran principe, trovò che quel ducato era decaduto alla Chiesa romana. Però, pubblicati i monitorii contro di Caterina e di Giulia, venne alla sentenza e alle scomuniche. Fece quanto potè Francesco Maria duca d'Urbino per placare il papa, esibendosi di stare a ragione per questo. Passi, parole e suppliche furono impiegate indarno. Fin d'allora si pensò che quel paese sarebbe stato meglio in mano di Pier Luigi. Pertanto fu spedito da esso pontefice _Gian-Batista Savello_ coll'esercito pontificio ad assediar Camerino. Scarseggiava quella città di viveri. Di mano in mano il duca d'Urbino ne andò inviando al figlio con potente scorta, di maniera che tra per questo, e per le sortite che di tanto in tanto faceva il duca Guidubaldo, quell'assedio dopo qualche mese dell'anno vegnente svanì. Di più non fece il papa per allora, perchè v'interposero i loro uffizii i Veneziani, e molto più l'imperadore. Oltracciò, Francesco Maria di lui padre fu dichiarato generale della lega contra il Turco; laonde convenne aspettar tempo più opportuno per iscacciarne Guidubaldo; e questo venne poscia, siccome vedremo. Terminò in quest'anno _Francesco Guicciardini_ la rinomata sua Storia d'Italia, che se non è molto dilettevole al volgo, gode almeno il privilegio di piacere a tutti gli uomini sensati, per la finezza dei suoi giudizii, e per la professione sua di non adular chicchessia, e neppure i papi, de' quali fu per tanti anni ministro. Truovasi in questi tempi assai lodato papa Paolo, perchè, invitato dai ministri dell'imperadore di confermar la lega precedente, rispose di voler essere padre comune di tutti, e di nutrir solamente pensieri di pace, non già di guerra. Che ai pontefici per difesa de' proprii Stati, e contro i nemici del nome cristiano, o del cattolicismo convenga lo sfoderar la spada, niun ci sarà che lo nieghi. Per altri motivi o fini, se ne potrà disputare. Intanto non volle perdere tempo esso pontefice a creare nel dì 18 di dicembre cardinale _Alessandro Farnese_ suo nipote, cioè figlio di Pier Luigi, giunto all'età di quattordici o quindici anni, che riuscì poscia un insigne porporato. Anno di CRISTO MDXXXV. Indizione VIII. PAOLO III papa 2. CARLO V imperadore 17. Più lungamente non potè sofferire il _pontefice Paolo_ l'usurpazion di Perugia fatta da _Ridolfo Baglione_, meritevole ancora di gravissimo gastigo per le crudeltà usate contra il vescovo di Terracina ed altri suoi concittadini. Però nel presente anno mandò il campo a Perugia. Non avea forze il Baglione per resistere; dubitava molto ancora de' cittadini, l'odio de' quali si era egli comperato colla sua barbarie: però cedendo uscì della città, e se n'andò con Dio. Fece poscia il pontefice diroccar sino a' fondamenti le mura di Spello anticamente città, di Bettona, della Bastia e d'altre terre ch'erano già di Ridolfo; e tornò la pace in quelle contrade. Svegliossi in quest'anno una fiera tempesta contra di _Alessandro de Medici_ duca di Firenze. Moltissimi erano i nobili fiorentini fuorusciti o confinati, ed altri ancora che volontariamente, a cagione di vari disgusti, s'erano ritirati da quella città, fra i quali specialmente _Filippo Strozzi_ co' suoi figli, che era il più ricco e potente cittadino di essa. Tutti portando odio al suddetto Alessandro, si ridussero a Roma, ed unironsi co' cardinali lor nazionali, cioè _Salviati, Ridolfi e Gaddi_, per rimettere, se poteano, la libertà nella lor patria. Entrò nel loro partito anche lo stesso _Ippolito cardinale de Medici_: tanta era l'invidia e il suo mal animo contro del duca Alessandro. Tenuti fra loro varii consigli, determinarono d'inviare in Ispagna all'_imperador Carlo_ le loro doglianze per l'aspro governo che facea il duca, per la sua sfrenata libidine, e per aver egli contravvenuto a quanto lo stesso Cesare aveva ordinato nel 1530 intorno a Firenze, accordando la conservazion della libertà e i privilegii di repubblica: laddove Alessandro ne avea affatto usurpata la signoria. Trovarono questi deputati l'imperadore in Barcellona nel mese di maggio; ebbero udienza; ma fu rimesso l'esame delle lor querele, allorchè l'Augusto Carlo, tutto in quel tempo applicato all'impresa di Tunisi, sarebbe poi venuto a Napoli, come già egli meditava. Non erano ignoti al duca Alessandro questi maneggi, e anch'egli si studiava di sventar le mine degli emuli e nemici suoi. Fu poi risoluto che il suddetto Ippolito cardinal de Medici andasse in persona a trovar l'imperadore in Africa; ma questo porporato, amatore grandissimo d'ogni maniera di virtù, ma superbo a maraviglia, trovandosi ad Itri vicino a Fondi, preso da lenta febbre, nel dì 10 d'agosto miseramente morì, e con voce comune di veleno. Dai più fu creduto il duca Alessandro autore di sua morte. Il Varchi aggiugne che ne fu incolpato lo stesso papa Paolo, con addurre i fondamenti di tal conghiettura. Ma chi così dubitò, fece gran torto a questo pontefice, i cui costumi tali sempre furono, che non lasciarono fondamento alcuno a sospetti di sì nere iniquità. Inclinava troppo il Varchi alla maldicenza. Dissi poco fa rivolti i pensieri del magnanimo Carlo V in questi tempi all'impresa di Tunisi, e quantunque sì strepitosa spedizione propriamente non appartenga al mio suggetto, pure non posso dispensarmi dal darne un po' d'idea; e tanto più perchè a quella gloriosa azione ebbero gran parte i capitani e combattenti italiani. Dopo la morte di _Oruccio re_ di Algeri, avea _Ariadeno Barbarossa_ suo fratello, e gran corsaro, occupato quel regno. Crebbero poi le forze di costui, perchè creato ammiraglio dal gran signore Solimano, e accresciuta a dismisura la sua armata navale colla giunta de' legni turcheschi, era divenuto il terrore del Mediterraneo. Già vedemmo all'anno precedente quai terribili insulti e paure egli facesse all'Italia. Essendo guerra fra due fratelli pretendenti al regno di Tunisi, tanto seppe fare l'accorto Barbarossa, che finì le lor controversie, con impadronirsi egli di Tunisi, città di gran popolazione, e capitale di tutto il suo regno, con discacciarne Muleasse, che quivi allora signoreggiava. Ciò fatto, colla formidabil sua potenza si disponeva all'acquisto di tutta l'Africa, minacciando non solamente Orano, città degli Spagnuoli in quelle coste, ma anche i circonvicini paesi, con paventar gravi mali da costui anche i lidi dell'Italia, Francia e Spagna. Ora, essendo ricorso Muleasse con varie vantaggiose condizioni all'invittissimo imperadore Carlo, questi, sì per desiderio di dar nella testa al troppo crescente Ariadeno, come anche per vaghezza di gloria (e gloria veramente pura e legittima, che tale è allorchè i monarchi cristiani prendono l'armi per difendere i popoli fedeli dagli infedeli e dai corsari, e non già per perseguitarsi e scannarsi fra loro), determinò di portar la guerra addosso a Tunisi. Gran preparamenti di navi e galee fece egli non meno in Ispagna che in Italia e Fiandra. Molti legni ebbe dal re di Portogallo e dai Genovesi, e dieci galee dal pontefice, che erano comandate da _Virginio Orsino_. Ammiraglio di sì gran flotta, piena di valorosi combattenti spagnuoli, tedeschi, italiani, fu creato il valoroso _Andrea Doria_, principe di Melfi; e sopra la medesima imbarcatosi il generoso imperadore col _marchese del Vasto_, col _principe di Salerno_, col _duca d'Alva_ e gran copia d'altri insigni baroni, arrivò circa il principio di luglio alla Goletta, isola e fortezza sommamente forte in faccia al porto di Tunisi. Con immenso valore fu espugnato quel sito dai cristiani, e sbaragliata la grossa armata navale del Barbarossa, restando presi più di cento de' suoi legni. Arrivò a tempo al soccorso dell'armata cristiana _don Ferrante Gonzaga_ con assai navi cariche di vettovaglie, provenienti dalla Sicilia; perchè già il biscotto era muffito. Prese poi posto l'esercito cesareo intorno alla città di Tunisi, e seguirono varie scaramucce, ma col peggio sempre de' Mori, Turchi ed Arabi, che sopra ottanta mila erano accorsi alla difesa. Crebbe perciò lo spavento fra essi, talmente che un dì il Barbarossa, tutto infuocato di rabbia, determinò di far perire qualunque schiavo cristiano che si trovasse in Tunisi, o per vendetta, o per sospetto di qualche lor commozione o tradimento. Li fece a questo fine rinchiudere tutti in un sito della rocca. Il Giovio ed il Segni li fanno sei mila; altri quindici mila; e Pietro Messia li fa giugnere fino a ventidue mila. Trattenuto fu il Barbaro da sì enorme crudeltà da Sinam Ebreo che era il suo braccio dritto. Ma in questo mentre due rinegati cristiani, che sapeano la sentenza data dal tiranno, mossi a compassione di alcuni schiavi loro amici, sciolsero le lor catene; e questi poi con somma fretta aiutarono a scatenar tutta la folla degli altri miseri cristiani. Ruppero essi le porte dell'armeria, e prese l'armi, ed uccisi quanti Mori si vollero loro opporre, s'impadronirono della rocca, da cui cominciarono a far segni ai cristiani di fuori, ma senza essere intesi. Cagion fu questo inaspettato colpo che il Barbarossa disperato se ne fuggisse a Bona, e poscia ad Algeri. Entrò il vittorioso imperadore nel dì 21 di luglio coll'esercito in Tunisi; e non seppe negare, o non potè impedire a' suoi il sacco della città per un giorno. Molti di que' Mori e Turchi vi rimasero tagliati a pezzi colle altre iniquità consuete in simili casi; ma per conto del bottino, questo riuscì troppo inferiore alle speranze. Perì in questa congiuntura un'insigne biblioteca d'antichi libri arabi, che meritavano d'essere conservati. Conoscendo poi l'imperadore l'impossibilità di conservare in suo dominio quella gran città e il suo regno, la rilasciò a Muleasse (fuorchè la Goletta) con obbligo di riconoscerla in feudo dai re di Spagna, e di pagare un annuo censo, con altre condizioni favorevoli alla religion cristiana, che il Maomettano senza fatica accettò e giurò, ben sapendo che nulla poi durerebbe col tempo, siccome avvenne. _Andrea Doria_ spedito a Bona, la prese e smantellò, a riserva della rocca, dove lasciò buon presidio. Dopo sì gloriosa impresa il trionfante Augusto, licenziate le navi spagnuole e portoghesi, dirizzò le vele alla volta della Sicilia, e sbarcò a Trapani. Indi passò a Palermo, e poscia a Messina; e lasciato don Ferrante Gonzaga vicerè di Sicilia, pervenne a Napoli, dove fece la sua magnifica entrata nel dì 30 di novembre. Maravigliose furono le feste, gli archi trionfali ed altri spettacoli, co' quali solennizzarono tutte quelle città l'arrivo dell'invittissimo monarca. Nel dì 4 di dicembre comparve a Napoli _Ercole II duca _di Ferrara ad inchinare la maestà sua, che l'accolse con singolar degnazione. Parimente portatisi colà i fuorusciti fiorentini, ed ottenuta udienza, esposero tutte le loro querele contra del _duca Alessandro de Medici_. Il Varchi con una studiata aringa, in cui immaginò quanto di male intorno al duca dovea o potea dire il capo d'essi all'imperadore, non lasciò indietro alcuna delle iniquità vere o pretese di lui. Sospese l'Augusto Carlo ogni risoluzione, finchè fosse venuto alla corte anche il duca Alessandro, il quale nel dì 21 di dicembre si mosse da Firenze per passare colà. In questo mentre avvenne la morte di _Francesco Sforza duca _di Milano, che diede incentivo a nuovi incendii di guerra. Dopo avere lo sfortunato principe sofferta una lunga e molesta infermità, finalmente gli convenne soccombere alla legge universale dell'umanità nel dì 24 di ottobre, senza lasciar dopo di sè prole alcuna, e con dichiarar erede l'imperadore. In esso Francesco finì la linea legittima della celebre casa Sforza. _Antonio da Leva_ prese tosto colla _duchessa Cristierna_ il governo di quel ducato, finchè si sapessero le intenzioni dell'Augusto Carlo V. Pretendeva di succedere in quegli Stati _Gian-Paolo Sforza_, marchese di Caravaggio, figlio naturale di _Lodovico il Moro_, siccome chiamato nelle investiture dopo i legittimi. Ma partitosi egli da Milano per passare a Roma ad implorare i buoni uffizii del papa presso l'imperadore, allorchè giunse a Firenze, nel pranzare fu sorpreso da un maligno accidente, per cui finì i suoi giorni. Fu poi dichiarato Antonio da Leva governatore cesareo del ducato di Milano. Intanto l'odio implacabile che si era allignato in cuore di _Francesco I re_ di Francia contra dell'imperadore, non gli lasciava aver posa, nè riguardo alcuno alla religione. Fra le sue glorie certo non si conterà l'aver egli, che pur si gloriava del titolo di Cristianissimo, commossi e sostenuti i principi protestanti contra di Cesare, con giugnere, siccome vedremo, a far lega fino coi Turchi. Durava tuttavia in lui la brama di ricuperare il ducato di Milano, ancorchè ne' precedenti trattati avesse rinunziato a cotal pretensione. Vi ha chi scrive, che per la morte del duca di Milano si svegliasse il suo prurito di portar di nuovo la guerra in Italia, e che cominciasse sul fine di quest'anno a muoverla a _Carlo duca di Savoia_, per aver poi libero il passo in Lombardia. Le ragioni o pretesti, che egli adoperò per giustificare la sua rottura con quel principe, sono diversamente riferiti da varii storici. Cioè, che Nizza e Monaco erano state impegnate alla casa di Savoia (sarebbe da vedere se Monaco fosse allora in potere del duca), nè questi le volea restituire al re, tuttochè gli fosse esibito il rimborso. Che il duca avesse ottenuta la città d'Asti, che da tanto tempo apparteneva alla Francia, con altre ragioni ch'io tralascio. Ora il Guichenon, storico della real casa di Savoia, il quale si può credere meglio informato di questi affari, sostiene[422], avere il re di Francia richiesta la restituzion di Nizza, e di alcuni luoghi del marchesato di Saluzzo, con altre doglianze contra del duca, alle quali egli contrappose, ma indarno, delle forti ragioni. La verità si è, che il re non sapea digerire l'attaccamento del duca all'imperadore, l'aver negato il congresso di _papa Clemente VII_ col re a Nizza, ed inviato il suo primogenito ad allevarsi nella corte di Spagna, che in questo medesimo anno fu rapito dalla morte. Se crediamo al menzionato scrittore, fin dal mese di febbraio dell'anno presente il re dichiarò la guerra ad esso duca; e siccome teneva in pronto una potente armata, con disegno d'invadere lo Stato di Milano, così gli riuscì facile di spogliarlo della Savoia, e d'altri paesi di là dall'Alpi, prima che terminasse quest'anno. Spedì il duca Carlo ambasciatori a Napoli ad informar l'imperadore di queste novità funeste, e ne riportò solamente buone parole e promesse, giacchè per ora egli non poteva di più. NOTE: [422] Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye. Anno di CRISTO MDXXXVI. Indiz. IX. PAOLO III papa 3. CARLO V imperadore 18. Dacchè _Alessandro de Medici_ duca di Firenze, coll'accompagnamento di trecento cavalieri, tutti ben all'ordine, fu giunto a Napoli, ed ebbe soddisfatto agli atti del suo ossequio verso l'imperadore, gli furono comunicate le accuse de' fuorusciti fiorentini, alle quali diede quella risposta che a lui parve più propria. Ma ossia che l'efficacia del danaro applicato ai ministri cesarei producesse que' buoni effetti che suol produrre dappertutto, oppure che l'imperadore, trovandosi in procinto d'una nuova guerra in Italia, conoscesse più profittevole a' suoi interessi l'avere in Firenze un solo dominante, dipendente da' suoi cenni, che una unione di molte teste, quasi sempre disunite fra loro, e inclinate piuttosto in favor de' Franzesi, come veramente erano i Fiorentini: certo è ch'egli sentenziò in favore del duca, e il riconobbe per signor di Firenze. Inoltre gli diede per moglie le tante volte promessa _Margherita_ sua figlia naturale, con certi patti, co' quali trasse da lui buona somma di danari, da impiegare nell'imminente guerra. Decretò ancora, che fosse lecito ai Fiorentini fuorusciti di ritornare alla lor patria, e di goder dei lor beni e degli uffizii soliti a dispensarsi agli altri cittadini. Ma i più d'essi o per timore o per rabbia non si sentirono voglia di prevalersi di tal grazia. Nel dì ultimo di febbraio furono celebrate quelle nozze con gran pompa, e dopo alcuni giorni di solazzo se ne tornò il duca trionfante a Firenze. I movimenti de' Franzesi contro il duca di Savoia non permisero all'Augusto Carlo di trattenersi più lungamente a Napoli; e però si mosse alla volta di Roma, colla guardia di settecento uomini d'arme e di sei mila fanti spagnuoli veterani, con far la sua entrata in quella gran città nel dì 5 d'aprile, accolto con sommo onore e magnificenza dalla corte del papa e dal popolo romano. Se stiamo al giudicio del Varchi, _papa Paolo_ mostrò veramente d'aver animo romano, perchè ebbe ardire d'accogliere senza forze forestiere un imperadore armato e vittorioso; quasichè l'alto grado di pontefice, e pontefice amante della pace, e l'animo grande e cattolico di quell'Augusto non fossero una più poderosa e sicura guardia del papa, che qualche migliaio di soldati venali. Il Segni nondimeno scrive che tutto il popolo romano era armato, ed avere il pontefice assoldati tre mila fanti per sua guardia. Furono a stretti e lunghi colloquii il papa e l'imperadore; e tenuto poi il concistoro, in cui furono ammessi anche gli oratori del re Cristianissimo, l'imperadore risentitamente si dolse dell'iniquità del re di Francia, il quale si mettea sotto i piedi tutti i trattati ed accordi precedenti, ed avea mossa un'indebita guerra al _duca di Savoia_ suo zio, e volea turbar la cristianità colla rovina di tanti popoli innocenti. Studiossi il buon papa di calmar lo sdegno di Cesare, con esibirsi mediatore di pace. E siccome egli bramava di buon cuore essa pace, perchè lontano dalle massime turbolenti di alcuni suoi predecessori, ne trattò poscia coi ministri franzesi. Avea l'imperadore esibito, o esibì dipoi, d'investire il _duca d'Angolemme_, terzogenito del re di Francia, del ducato di Milano. Aggiunse che meglio sarebbe un personal duello per risparmiare il sangue di tanti cristiani. Ma il _re Francesco_ ostinato ne' suoi voleri, richiedendo Milano pel _duca d'Orleans_ suo secondogenito, marito di _Caterina de Medici_, mandò poi a monte le buone disposizioni di Cesare (se pur questi parlava di cuore), e certamente frastornò lo zelo e l'amorevole interposizione di papa Paolo. Appena fu salito nella cattedra di san Pietro esso pontefice, che diede a conoscere al sacro collegio la sincera sua brama e risoluzione di convocare un concilio generale[423], e nel concistoro tenuto a dì 17 di ottobre (il cardinal Pallavicino scrive[424] nel dì 13 di novembre) del 1534 ne insinuò la necessità con sua lode, giacchè _Leon X_ non vi pensò, _Adriano VI_ non potè, e _Clemente VII_ non ne trattò mai daddovero. Non avendo questo pontefice fin qui potuto eseguire così santa intenzione, colla venuta a Roma dell'imperadore, trovato ancora lui uniforme di desiderio e di parere, tenne concistoro nel dì 18 d'aprile (il Pallavicino ha il dì 8 d'esso mese), ed ivi pubblicò il decreto della convocazion del concilio. Fu poi per un tempo disturbato questo importante affare dalla mortal guerra che si svegliò fra i suddetti due emuli monarchi. Ma non per questo lasciò papa Paolo di far quanto era in sua mano, acciocchè si recasse questo gran bene alla Chiesa; anzi nel dì 29 di maggio dell'anno presente nel concistoro ne intimò il principio in Mantova pel maggio dell'anno susseguente. Tanto inoltre era il suo buon genio, che fin dai primi momenti del suo pontificato, e molto più di poi, ordinò che si cominciasse a riformar la corte e curia di Roma, e a notare gli abusi e disordini che esigevano correzione. Lasciarono scritto molti storici che l'_Augusto Carlo_ non si fermò che quattro giorni in Roma, e, secondo essi, dovette partirne nel dì 9 di aprile. Ma siamo assicurati dal Panvinio, dal cardinal Pallavicino e dell'annalista pontificio Rinaldi, ch'egli vi dimorò sino al dì 18 d'esso mese, nel quale si mise in viaggio alla volta della Toscana. Prima nondimeno che partisse, attento il pontefice ai vantaggi del figlio _Pier-Luigi_ e de' nipoti, procacciò loro da esso imperadore stabili e pensioni d'annua rendita di trentasei mila scudi d'oro. Magnifico accoglimento con archi trionfali e grandi feste all'Augusto Carlo fu fatto in Siena, arrivato colà nel dì 23 di aprile. Maggiormente poi in Firenze, dove egli entrò nel dì 29 d'esso mese, e si trattenne fino il dì 4 di maggio, godendo di que' solazzi e della bellezza della città. Di là passò poi a Lucca, trovandola ben governata da' proprii cittadini; ed ivi stette sino il dì 10 di maggio. Dovunque passò, riscosse danari, abbisognandone per le meditate imprese. Finalmente per la via di Pontremoli calò in Lombardia. Fu poi condotta da Napoli _Margherita_ sua figlia di età di tredici anni, a Firenze; e con sommo tripudio ed allegrezza entrò essa in quella città nel dì ultimo di maggio. Seguitò appresso il dì delle nozze; ma perchè in quel giorno accadde una non lieve eclisse del sole, trasse da ciò la gente augurio d'infelicità a quel matrimonio. Dacchè fu venuta la primavera, l'esercito franzese, senza trovare ostacolo veruno, passate l'Alpi, calò alle pianure del Piemonte sotto il comando di _Filippo Sciabot_ ammiraglio di Francia, con cui si unì _Francesco marchese di Saluzzo_. Non avendo forze _Carlo duca di Savoia_ per trattener questo torrente, mandò la moglie e il figlio co' più preziosi mobili a Milano, ed egli si fermò a Vercelli. Vennero in poter de' Franzesi Torino, Pinerolo, Fossano, Chieri ed altri luoghi. Poche forze allora si trovavano nello Stato di Milano; contuttociò _Antonio da Leva_ governatore, raunate quelle milizie che potè, ed unito col duca di Savoia, si spinse avanti per impedire i maggiori progressi de' nemici, e mise un buon presidio in Vercelli. S'erano anche mossi i Veneziani, co' quali avea l'imperadore nel precedente anno contratta lega, ma solamente per la difesa dello Stato di Milano. Questa nondimeno non fu la cagione che frenasse il corso dell'armata franzese; ma bensì la premura del pontefice di trattar di pace, per cui avea scritte efficaci lettere al re di Francia, con fargliela anche credere assai facile, perchè l'imperadore ne dava colle parole buona intenzione: il che fu creduto dai politici una simulazione per guadagnar tempo, e per potersi mettere in istato di far guerra; che di questa più che della pace era riputato sitibondo per isperanza d'ingoiare la Francia. Su queste apparenze di poter conseguir co' maneggi quello che coi troppo dispendiosi e pericolosi impegni di guerra si andava cercando, il _re Francesco_ addormentato, non solamente spedì in Italia il _cardinal di Lorena_ per trattare d'accordo con esso Augusto, ma eziandio ordinò all'ammiraglio di non procedere innanzi, e richiamollo in Francia con parte dello esercito. Lasciò egli buona guarnigione in Torino, città che fu mirabilmente fortificata e provveduta di munizioni da bocca e da guerra; _Gian-Paolo Orsino_ nella città d'Alba, ed altri capitani in altre fortezze; e poi se ne andò a trovare il re. Allorchè l'imperadore arrivò a Siena, vi giunse ancora il cardinal di Lorena, e con lui trattò più volte di concordia, accompagnandolo pel viaggio; ma infine altro non raccolse che parole. Pervenuto l'imperadore ad Asti, ed indi a Savigliano, dove il _duca di Savoia_ ed _Antonio da Leva_ furono ad inchinarlo, tenne varii consigli, ne' quali, contro il parere de' più, prevalse il sentimento suo di portar la guerra nel cuor della Francia, per vendicarsi del re Cristianissimo. Intanto Antonio da Leva assediò Fossano e lo costrinse alla resa, e il _marchese di Saluzzo_ abbandonò il partito franzese. Aspettò l'Augusto Carlo che fossero giunte le grosse leve fatte da lui in Germania, ed unito che fu l'esercito tutto, si trovò, secondo i conti del Belcaire, ascendere a venticinque mila fanti tedeschi, otto mila spagnuoli, maggior numero d'italiani, con mille e ducento uomini d'armi. Altri gli diedero ventiquattro mila Tedeschi, quattordici mila Spagnuoli, dodici mila Italiani, con tre mila cavalli tra uomini d'armi e cavalli leggieri: voci ordinariamente insussistenti. Quel ch'è certo, una potente e fioritissima armata ebbe Cesare, in cui si contarono i _duchi di Savoia, Baviera_ e _Brunsvich_, ed altri principi e baroni. Suoi generali erano _Antonio da Leva, Alfonso marchese del Vasto, don Ferrante Gonzaga_, il _duca d'Alva_, con gran copia d'altri condottieri. Adunque per tre parti dell'Alpi si inviò sul principio di luglio sì poderoso esercito verso la Provenza, secondato per mare dalla flotta di _Andrea Doria_. Restò in Piemonte con un corpo di otto o dieci mila persone _Gian-Giacomo signore _di Musso, e poi marchese di Marignano, soprannominato o cognominato il Medeghino, acciocchè, congiunto col marchese di Saluzzo, assediasse Torino. Nello stesso tempo fu mossa guerra in Fiandra dall'armi cesaree al re di Francia. All'assunto mio basterà di accennare che con tante forze l'Augusto Carlo, entrato in Provenza, nulla operò di memorabile. Circa un mese si perdè nella valle d'Aix, tentò in vano di formar lo assedio di Marsilia, nè alcun fatto d'armi considerabile avvenne in quella spedizione. Intanto il gran caldo fece guerra alle sue truppe, alle quali mancavano bene spesso le vettovaglie. Sopravvenne poi l'autunno colle pioggie e col fango, e coll'avviso che il _re di Francia_ si accostava con un esercito di quaranta mila combattenti, giacchè venti mila Svizzeri erano giunti al suo campo: laonde l'imperadore non volle maggiormente differire il ritornarsene in Italia. Ci ritornò, ma col rimprovero d'aver cantato il trionfo prima della vittoria, e coll'armata sua disfatta, perchè almen la metà delle sue truppe vi perì per gli stenti, per le malattie e per gli altri disordini. Seco ancora portò il rammarico di aver perduto sotto Marsilia il valoroso suo generale spagnuolo _Antonio da Leva_, morto d'infermità di corpo e di passion di animo per l'infelice successo dell'armi cesaree in Francia, essendo stato creduto ch'egli fosse il promotore di quella, quasi dissi, vergognosa impresa. Al re di Francia costò la guerra suddetta infinite spese e gravissimo danno a' suoi popoli di Provenza. Quel nondimeno che gli trapassò il cuore fu l'inaspettata morte del _delfino_, cioè di _Francesco_ suo primogenito, giovinetto di mirabil espettazione, che, venuto all'armata, in quattro dì di malattia si sbrigò da questa vita. Nel bollore di quella doglia corse l'usuale sospetto di veleno, e ne fu imputato il _conte Sebastiano Montecuccoli_ suo coppiere, onorato gentiluomo di Modena, a cui di complessione delicatissima, come attesta Alessandro Sardi, scrittore contemporaneo,[425] colla forza d'incredibili tormenti fu estorta la falsa confessione della morte procurata a quel principe ad istigazione di Antonio da Leva e dell'imperadore stesso: perlochè venne poi condannato l'innocente cavaliere ad un'orribil morte. Non vi fu saggio che non conoscesse la falsità e indegnità di quella imputazione, di cui non era mai degno l'animo generoso di un Carlo V. Mentre si facea questa danza in Provenza, il _conte Guido Rangone_ Modenese, decretato dal re di Francia generale delle armi sue in Italia, nel mese di luglio ridottosi alla Mirandola, quivi raunò un corpo di dieci mila fanti italiani e di settecento cavalli, sotto il comando di varii prodi capitani. Teneva ordine esso Rangone di tentar Genova in tempo che _Andrea Doria_ col suo stuolo di galee era passato in Francia. Mossosi egli nel dì 16 d'agosto, arrivato che fu a Tortona, l'ebbe in suo potere. Marciò poscia a Genova, e fatta la chiamata a nome del re di Francia, trovò quel popolo ben disposto a difendersi. Nella notte seguente con una scalata diede l'assalto alle mura, sperando pure qualche favorevol movimento nella città; ma niun si mosse; e però, conoscendo egli che con sì poche forze era impossibile il vincere una tanto popolata città, se ne andò in Piemonte. Prese Carignano, Chieri, Carmagnola e Cherasco; ed indi passato Pinerolo, spedì _Cesare Fregoso_ a Raconigi, che se ne impadronì a forza d'armi. Vi fu messo a fil di spada il presidio imperiale, e rimasero prigionieri _Annibale Brancaccio_ e il _conte Alessandro Crivello_. Era da molto tempo la città di Torino assediata da _Francesco marchese_ di Saluzzo, e da _Gian-Giacomo de Medici_. Lo arrivo del conte Guido fece sciogliere quell'assedio; e perchè egli avea trovata gran copia di artiglierie e di viveri in Carignano, tutto fece condurre a Torino. Gran disattenzione fu quella del Varchi, allorchè arrivò a scrivere che i soldati del Rangone dopo il tentativo di Genova _se ne tornarono senz'ordine alcuno verso la Mirandola, dove si dissolverono e sbandarono del tutto_. In questo ne seppe ben più di lui il Segni, per tacer d'altri storici. Mal soddisfatto di sè medesimo venne l'_imperador Carlo V_ per mare a Genova, e colà si portarono ad inchinarlo varii principi d'Italia, e primo fra essi _Federigo duca_ di Mantova, per promuovere le ragioni di _Margherita_ sua moglie sopra il Monferrato. Dopo aver fatto ventilar quella causa, nel dì 3 di novembre proferì, quanto al possesso, la sentenza in favore del duca di Mantova. Su quello Stato avea delle pretensioni il marchese di Saluzzo. Molte più ne avea _Carlo duca_ di Savoia a cagion d'una donazione fatta al _duca Amedeo_ da_ Gian-Giacomo marchese_ di Monferrato. Verisimilmente per guadagnarsi il favore dell'Augusto sovrano avea il primo abbandonati i Franzesi, e il secondo tanto prima avea coltivata in varie forme la di lui buona grazia. Dopo la perdita della maggior parte de' suoi Stati s'era ritirato esso duca a Nizza, dove si fortificò. Si dolse egli non poco del suddetto decreto cesareo; perchè, quantunque restassero vive le sue ragioni, da conoscersi poi in giudizio: pure intendeva che vantaggio fosse quello di chi possiede le cose controverse. Tanto più s'afflisse egli, dacchè seppe che l'imperadore imbarcatosi avea nel dì 15 di novembre spiegate le vele verso la Spagna, senza prendersi cura di ricuperar quegli Stati ch'egli pel suo attaccamento allo stesso Augusto, avea perduto. Venne poscia il duca di Mantova con un commissario cesareo per prendere il possesso di Casale di Sant'Evasio. Ma mentre egli si stava preparando per farvi una magnifica entrata, introdussero alcuni suoi malevoli di notte in quella città mille fanti e trecento cavalli franzesi, che diedero il sacco a tutti i fautori della duchessa di Mantova. Ciò riferito al _Marchese del Vasto_, che in luogo di Antonio da Leva era stato creato capitan generale dello Stato di Milano, e dimorava allora in Asti, vi accorse nel dì 24 di novembre con molte sue brigate, ed entrato nella rocca, che tuttavia si teneva, assalì i Franzesi verso la città, e dopo un sanguinoso conflitto li sconfisse, con saccheggiar poscia chiunque loro avea prestato favore. Fu solennemente nel dì 29 del suddetto mese dato al duca Federigo il possesso col titolo di marchese di Monferrato. Fin qui _Massimiliano Stampa_, alla cui fede il defunto duca _Francesco Sforza_ avea raccomandato l'inespugnabil castello di Milano, non s'era potuto indurre a consegnarlo all'imperadore. Nel sopraddetto novembre si lasciò egli vincere, e n'ebbe per ricompensa cinquanta mila scudi d'oro, e fu dichiarato marchese di Soncino. Merita ancora _Lorenzo_, ossia _Renzo signore di Ceri_, dell'insigne casa Orsina, da noi veduto sì valoroso condottier di armi in tante passate guerre, che si faccia menzion della sua morte accaduta nel dì 20 di gennaio dell'anno presente, per essergli caduto addosso il cavallo, mentre era alla caccia. Secondo l'annalista Spondano, nell'anno precedente venuto a Ferrara l'eresiarca Giovanni Calvino, sotto abito finto, talmente infettò Renea figlia del _re Lodovico XII_, e duchessa di Ferrara, degli errori suoi, che non si potè mai trarle di cuore il bevuto veleno. Ma nel presente anno, veggendosi scoperto questo lupo, se ne fuggì a Ginevra. Vengo assicurato da chi ha veduto gli atti della inquisizion di Ferrara, che sì pestifero mobile fu fatto prigione; ma nel mentre che era condotto da Ferrara a Bologna, da gente armata fu messo in libertà. Onde fosse venuto il colpo, ognun facilmente l'immaginò. NOTE: [423] Raynaldus, Annal. Eccl. [424] Pallavicino, Storia del Concil. di Trento. [425] Sardi, Ist. ms. Anno di CRISTO MDXXXVII. Indizione X. PAOLO III papa 4. CARLO V imperadore 19. Non altro che pensieri e consigli di pace meditava il _pontefice Paolo_, e a questo fine nel precedente anno avea mandati due legati, cioè il _cardinale Caracciolo_ all'_imperadore_, e il _cardinale Trivulzio_ al _re di Francia_. Indarno impiegarono essi parole e passi: cotanto erano alterati gli animi di que' due emuli monarchi. Un altro motivo della spedizione d'essi porporati era la dichiarata risoluzion del pontefice per convocare il concilio generale. Ancor qui si trovarono delle discrepanze; e perchè s'era posta la mira sopra Mantova, come città a proposito per quella sacra adunanza, tali difficoltà eccitò quel duca, che convenne pensare ad altro sito. Grande su questo punto fu sempre la premura del papa, sincera la sua intenzione. Anzi a lui stava così a cuore la riforma della Chiesa, che, siccome dicemmo, senza aspettare il concilio, seriamente s'applicò egli a curarne le piaghe, e soprattutto a levare gli abusi della sua corte. A questo fine con immensa sua lode chiamò nell'anno precedente a Roma dei personaggi più illustri nelle scienze e nella pietà, e specialmente _Reginaldo Polo_ Inglese, parente del re di Inghilterra, _Gian-Pietro Caraffa_ Napoletano, vescovo teatino, cioè di Chieti, _Gregorio Cortese_ Modenese, abbate di San Benedetto di Mantova, e _Girolamo Aleandro_ da Istria, arcivescovo di Brindisi. E siccome egli ebbe sempre gran cura di promuovere alla sacra porpora gli uomini di merito distinto, e massimamente gli eccellenti letterati, ed avea già promosso al cardinalato nel 1535 fra altri egregi personaggi _Gasparo Contarino_ Veneziano, ingegno mirabile; così sul fine del 1536 creò cardinali i suddetti _Caraffa_, che fu poi papa Paolo IV, e il Polo e _Jacopo Sadoleto_ Modenese, insigne per la sua letteratura. A questi ingegni eccellenti avendo unito _Tommaso Badia_, parimente Modenese, dottissimo maestro del sacro palazzo, avea poi dato papa Paolo l'incumbenza di mettere segretamente in iscritto quegli abusi e disordini della Chiesa di Dio e della corte romana, che esigessero emendazione. Il che eseguirono essi con sommo giudizio ed onoratezza; benchè la loro scrittura contro la mente del pontefice e d'essi, capitasse poi in mano degli eretici, che ne fecero gran galloria: quasichè i difetti introdotti nella disciplina potessero servire a giustificare il loro scisma e le loro false dottrine. Non certo que' saggi uomini trovarono nella Chiesa romana dogmi meritevoli di correzione; e stando questi immobili, ancorchè avvengano slogature nella disciplina, immobile sta e starà sempre la vera Chiesa di Dio. Con queste sì lodevoli azioni egregiamente adempieva Paolo III il sacro suo ministero; e se gli può ben perdonare, se nel medesimo tempo ancora ascoltava i consigli dell'amor paterno verso la casa propria, cioè verso di _Pier-Luigi Farnese_ suo figlio, che già si era addestrato alla profession della milizia, forse con poca gloria, perchè, secondo il Varchi, fu casso con ignominia dal marchese del Vasto. L'avea già il pontefice creato gonfaloniere e generale dell'armi della Chiesa. Nel presente anno gli diede Nepi, e il creò ancora duca di Castro di Maremma di Toscana, permutato con Frascati da _Girolamo Estontevilla_, che dianzi era investito d'esso Castro. Essendo questo luogo come un deserto, Pier-Luigi cominciò ad abbellirlo con porte, piazze, palagi, strade e case, facendovi concorrere abitatori ed artefici. Col tempo ancora v'aggiunse le fortificazioni, tantochè lo ridusse in forma di città, ampliandone il distretto colla compera di varie circonvicine castella. Accadde in quest'anno la violenta morte di _Alessandro de Medici_ duca di Firenze. Chi desidera una esatta e diffusa notizia di questa tragedia, ha da ricorrere alle storie che ne trattano _ex professo_[426]. Basterà a me di dire che Alessandro, il quale fu figliuol naturale di _Lorenzo de Medici_ il giovine, duca d'Urbino, e chi dice d'una schiava, e chi d'una vil contadinella di Collevecchio, benchè, (al mirare il tanto amore per lui di papa Clemente VII, la malignità di taluno immaginasse ch'egli dovesse i suoi natali a Giulio de Medici, che poi creato papa assunse il suddetto nome di Clemente), non mancò di vivacità d'ingegno e di attitudine per ben governare Firenze, dacchè era stato portato dalla forza del pontefice zio e dell'Augusto Carlo ad esser capo di quella repubblica, e poi principe assoluto. Ma ogni sua buona dote era guasta dalla smoderata libidine, confessando ognuno che per isfogarla non perdonava a grado alcuno di donne, e neppur alle sacre vergini; ed uscendo bene spesso la notte per disonesti fini, più d'una volta fu in pericolo della vita. Nè da questa vituperosa maniera di vivere potè mai ritirarlo papa Clemente, per quante lettere ed ammonizioni gl'inviasse. Peggiorò molto più dopo la morte d'esso pontefice, nè giovò punto a rimetterlo sulla buona via l'aver egli ottenuta in moglie una figlia dell'imperadore, per cui non mostrò mai grande amore nè stima, perchè troppo perduto in cercar sempre novità d'oggetti alla sfrenata sua disonestà. Malcontenta di lui era la maggior parte de' Fiorentini, siccome coloro che miravano in lui un tiranno ed un oppressore della lor libertà, e che per sostenere con sicurezza il suo imperio, avea spinto in esilio tante onorate famiglie. Che se alcuno sparlava, ne pagava ben tosto il fio. Pure da questo universal odio non venne la sua rovina, avendovi posto riparo colla forte guardia di milizie, ch'egli teneva in città e al corpo suo, sotto il comando di _Alessandro Vitelli_; venne da quel medesimo vizio, di cui parlammo, che toglie talvolta di senno anche i più accorti. S'era il duca affratellato non poco con _Lorenzo de Medici_, discendente da _Lorenzo_, fratello di _Cosimo il Magnifico_, e però suo parente alla lontana: quel medesimo Lorenzo, contra di cui Francesco Maria Molza, celebre ingegno modenese, scrisse una invettiva latina, per aver costui deformati in Roma alcuni bei frammenti delle antichità romane. Vedesi il suo vivo ritratto, formato dalla tagliente penna del Varchi, dal Segni e dal Giovio. Non era costui che iniquità; e queste da gran tempo meditava di coronare con una, che facesse grande strepito nel mondo. Adulatore divenuto d'Alessandro, e stretto suo famigliare principalmente s'era introdotto nella di lui grazia, con servirlo non solo di spia, ma ancora come sperto ruffiano presso qualunque donna che gli cadesse in pensiero. Andò tanto avanti questa sordida dimestichezza fra loro, che Alessandro il richiese di ridurre alle sue voglie una sorella della di lui madre, giovane non men pudica, che bella. Finse Lorenzino d'aver vinta la di lei costanza, e di farla venire una notte nella propria casa, dove si esibì di trovarsi anche il duca. Infatti colà si portò l'incauto Alessandro soletto, e nella camera di Lorenzo si coricò in letto, aspettando il dolce momento di cui era intenzionato. Ma trovò quel che non si aspettava. Entrato Lorenzino, e seco un suo sgherro, gli furono addosso; e quantunque Alessandro, giovane robusto, facesse gran difesa, pure a forza di coltellate, e con segargli infine la gola, lo stesero morto sul letto, tutto immerso nel proprio sangue. Il tempo, in cui seguì sì strepitoso omicidio, se lo chiediamo al Varchi, egli risponde: _Tra le cinque e le sei del sabbato che precedette la Befania, il sesto giorno di gennaio (secondo il costume dei Fiorentini, i quali pigliano il giorno, tostochè il giorno è ito sotto) dell'anno MDXXXVI_. Parla alla forma de' Fiorentini, che mutavano l'anno solamente nel dì 25 di marzo, e presso loro perciò durava il 1536. Venne l'Epifania in quest'anno in sabato, e le parole del Varchi, che sembrano alquanto intricate, se io le so ben intendere, significano ucciso Alessandro, secondo noi, nella notte precedente al dì sesto di gennaio. All'incontro il Giovio scrive: _Ea nocte, quae januaries nonas antecessit_; cioè nella notte innanzi il dì quinto d'esso mese. Nella sua Storia volgarizzata, non so come, è scritto: _Quella notte che fu innanzi a' 6 di gennaio_: il che non corrisponde al latino. Ma il Segni chiaramente riferisce, aver il duca _consumato il giorno intero sei di gennaio, festa della Befania, in maschera, ed essere poi stato ucciso la seguente notte_. Eppure il medesimo scrive dipoi, che scoperta dai rettori la morte del duca, ordinarono che quel giorno, che era il dì della _Epifania_, si fingesse letizia. Come mai tanta discordia? Quanto all'Adriani, egli fa accaduta la morte di Alessandro _la notte appresso il dì sesto di gennaio, celebrato per la festa dell'Epifania_. Più strano è il linguaggio dell'Ammirati, che così scrive: _Era entrato l'anno 1537 di sei giorni, giorno celebre per la solennità della presentazion del Signore al tempio, quando Lorenzo fece intendere al duca, che nella notte seguente condurrebbe_, ec. Ecco cosa fosse l'Epifania in mente di questo storico. Mi si perdoni questa diceria, da cui non ho saputo dispensarmi, acciocchè s'intenda sempre più che nelle minutaglie della cronologia anche i più accreditati storici prendono degli sbagli. Ebbe tanta industria e fortuna l'omicida Lorenzino, che col suo sicario potè la stessa notte uscir di città, e salvarsi a Venezia, da dove poi _Filippo Strozzi_ il fece ritirare alla Mirandola. Aveva egli chiuso in sua camera l'ucciso duca; nè trovandosi la seguente mattina nel suo palazzo il misero principe, e cercato indarno per varii siti dai ministri suoi e dal _cardinal Cibò_, che si trovava allora in Firenze, s'andò subodorando, e infine scoprendo la sua disavventura, la quale fu ben tenuta segreta, finchè arrivasse a Firenze _Alessandro Vitelli_ capitano delle milizie ducali, e s'introducessero nella città molte brigate di fanti del Muggello. Questa precauzione tenne in dovere il popolo, che non seguisse sollevazione alcuna, come aveano sperato tanto Lorenzino che i fuorusciti fiorentini, sempre vogliosi di rimettere in libertà la patria. Oltre di che, al popolo erano già state tolte l'armi. Si tennero poi varie pratiche e consigli dal suddetto cardinal Cibò, dal Vitelli e dal magistrato maggiore, dove si trovò gran discrepanza di sentimenti. Ma ossia che _Cosimo_ figlio del fu sì valoroso _Giovanni de Medici_, discendente anch'egli al pari del micidiario Lorenzino da _Lorenzo_ fratello di _Cosimo il Magnifico_, trovandosi allora in villa, tratto dal rumore della morte del duca, spontaneamente tornasse in città; oppure ch'egli vi fosse chiamato dal cardinale e dai parziali della casa de' Medici: fuor di dubbio è ch'egli venne, e si presentò ad esso cardinale Cibò, il quale o prima o dipoi prese la protezione di lui, per farlo succedere all'estinto Alessandro. Giovinetto avvenente di diciotto anni era allora Cosimo; superiore all'età sua era il senno e il coraggio suo. I pregi della pietà e della modestia, e del farsi amare ne accrescevano il merito. Militava ancora in favore di Cosimo il decreto ossia l'investitura _Carlo V_; e quello che soprattutto accelerò le risoluzioni fu il timore che l'armi di Cesare venissero a insignorirsi della città. Laonde cotanto si maneggiò il menzionato cardinale coi bene affetti e co' senatori più saggi, che senza far caso di un bastardo per nome _Giulio_, lasciato dal _duca Alessandro_, perchè di soli tre anni, elessero il suddetto giovane Cosimo, con titolo non già di duca, ma di capo e governatore della repubblica fiorentina, con assegno di dodici mila fiorini d'oro l'anno e con limitazioni al precedente governo. Accettò Cosimo ogni condizione a mani baciate, ben prevedendo che col tempo avrebbe da prendere legge chi ora a lui la dava. Per l'allegrezza fu poi svaligiato dai soldati il suo palazzo, e per vendetta saccheggiato quello di Lorenzino. Per non tornare più a costui, il quale, come apparisce da una lettera a M. Paolo del Tosso[427], e dal Varchi, venne fregiato dai fuorusciti fiorentini col titolo di _Bruto novello Toscano_, dirò che in Firenze fu poi smantellato il suo palazzo, facendovi passare per mezzo una strada appellata _del traditore_; fu promessa gran taglia a chi il desse vivo o l'uccidesse; e dipinta la sua effigie pendente dalla forca. Andò poi egli in Turchia; tornò a Venezia, e di là passò in Francia; finalmente ritornato a Venezia senza rumore fu privato di vita nel 1547. Succederono poscia varie altre scene in Firenze e per la Toscana, che lungo sarebbe il voler riferire. Solamente aggiungerò che _Alessandro Vitello_ s'impadronì con inganno della fortezza di Firenze, e se ne fece bello coll'imperadore, scrivendogli di tenerla a nome e volere della maestà sua. Si meritò egli per questo il nome di traditore. In gran moto si misero dipoi i cardinali e fuorusciti fiorentini per guastare la risoluzione presa in favore di _Cosimo de Medici_. Ma andarono a vuoto i loro per altro deboli tentativi e disegni, e molti d'essi, fra' quali _Filippo Strozzi_ lor capo, furono condotti prigioni a Firenze, e col tempo anche decapitati, fuorchè il suddetto Filippo, che poi nell'anno seguente si trovò morto in prigione, con far correr voce che si fosse ucciso da sè stesso. Seguitò nel presente anno la guerra in Piemonte fra gl'Imperiali e Franzesi. In uno stato compassionevole si trovava ben allora _Carlo III duca_ di Savoia, dacchè avea nemici i Franzesi, e gl'imperiali amici bensì, ma senza gagliarde forze, e intanto si desolava tutto il suo paese, ora in mano degli uni, ed ora degli altri cadendo le sue terre e castella. Andò il _marchese del Vasto_ all'assedio di Carmagnola con _Francesco marchese di Saluzzo_, che, colpito d'una archibusata, ivi lasciò la vita. Essendo sul principio di giugno arrivato di Francia a Pinerolo il _signor d'Umieres_ con alcune migliaia di Tedeschi, il Vasto si ritirò ad Asti, città poscia indarno assediata dai Franzesi[428]. Venne bensì Alba con altri luoghi in lor potere; ma non tardarono gli Imperiali a ricuperarli, e a prendere Chieri e Chierasco. Rinforzato poi l'esercito cesareo da molte truppe venute di Germania, forse avrebbe tentato cose maggiori; ma, d'ordine del re di Francia, nel principio d'ottobre si mosse di Lione _Arrigo delfino_ di Francia con _Anna di Memoransì_ gran contestabile, e con una buona armata, e giunto a Susa, se ne impadronì, siccome ancora d'altri luoghi ch'io tralascio. Venne lo stesso _re Francesco_ in Piemonte; e perciocchè fu in questi tempi fatta una tregua di tre mesi, conchiusa nel dì 16 di novembre dell'anno presente, e rapportata dal Du-Mont[429], per tentare, se possibil era, d'intavolar la pace, si posarono l'armi; e portossi il marchese del Vasto a baciar le mani al re di Francia, dimorante in Carmagnola. E qui non si dee tacere un fatto di esso re, confessato dallo stesso Belcaire, e sommamente detestato dallo Spondano storico anch'esso franzese, per cui resterà sempre denigrata la fama di chi nei titoli Cristianissimo, tutt'altro ne' fatti si diede a conoscere. Cioè cotanto era infiammato d'odio esso _re Francesco I_ contra dello _Augusto Carlo V_, che in quest'anno spedì suoi oratori a Solimano gran signore dei Turchi, per incitarlo a muovere guerra in Italia. E volesse Dio che questo solo esempio avesse dato la corte di Francia del suo attaccamento al Turco in danno della cristianità. Presero i Turchi Castro in Puglia, distante otto miglia da Otranto, e cominciarono colle scorrerie ad infestar tutto quel paese. Cagion poi fu la tregua suddetta che i Turchi si ritirassero di là, dopo avere riempiuta di terrore tutta l'Italia, menando nondimeno seco una gran copia d'infelici cristiani in ischiavitù. Intanto si cominciò a maneggiar una lega fra il _papa_, l'_imperadore_ e i _Veneziani_, per resistere al comune nemico, giacchè egli potentissimo per terra e per mare avea già cominciata guerra contro la repubblica veneta, con un lagrimevol sacco all'isola di Corfù, ed in Ungheria avea inferiti gravissimi danni a quella cristianità. NOTE: [426] Varchi. Segni. Adriani. Jovius. [427] Lettere de' Principi, tom. 3. [428] Belcaire. Giovio. Segni. Spondano. [429] Du-Mont, Corps Diplomat. Anno di CRISTO MDXXXVIII. Indiz. XI. PAOLO III papa 5. CARLO V imperadore 20. Lo straordinario apparato del sultano dei Turchi Solimano contro dei confinanti regni cristiani[430], quel fu che indusse finalmente _papa Paolo, Carlo imperadore, Ferdinando_ suo fratello re dei Romani e d'Ungheria, e i _Veneziani_ a stabilire una lega in lor difesa. Si obbligarono queste potenze a fare un armamento di ducento galee, di cento navi, di quaranta mila fanti, e di quattro mila e cinquecento cavalli tedeschi. Furono compartite a rata le spese fra i contraenti; _Andrea Doria_ creato capitan generale di sì potente flotta. Non contento di ciò il pontefice, vedendo che tante lettere ed ambasciate sue nulla aveano servito per condurre alla pace gli animi troppo esacerbati dell'_imperadore_ e del _re di Francia_, si lusingò che la presenza ed eloquenza sua potesse ottenere di gran bene alla cristianità, cotanto allor conculcata dagli eretici, e minacciata dai Turchi. Maneggiò pertanto un abboccamento suo con que' due monarchi nella città di Nizza in Provenza, dove convennero di ritrovarsi tutti e tre. Insorsero poscia delle gravi discrepanze, perchè il pontefice richiedeva in sua balia il castello d'essa città, ed altrettanto pretendeano Cesare e il re Cristianissimo; e il _duca di Savoia_, padrone d'essa città, non fidandosi nè dell'uno nè dell'altro, si trovò in molto imbroglio. Si mosse da Roma nel dì 23 di marzo papa Paolo III, e, giunto a Parma, fu con gran solennità accolto; ma insorta lite fra chi pretendeva la mula pontificia, si venne ad una baruffa tale, che il suo mastro di stalla vi restò morto; e il papa con tutti i cardinali spaventati scappò a nascondersi in duomo. Arrivato a Savona, e, quivi imbarcatosi, nel dì 17 di maggio approdò a Nizza. Curiosa non poco riuscì quella scena. Non solamente non potè entrare il papa nel castello, ma neppure nella stessa città. Inoltre, per quanto egli studiasse, non potè indurre al desiderato abboccamento _Carlo V_ e _Francesco I_. Trattò dunque separatamente esso pontefice con amendue. Il primo, venuto di Spagna a Villafranca, si portò a visitar il papa, alloggiato fuori di Nizza, dove sotto un padiglione per un'ora intera parlarono dei loro affari. Nel dì 21 di maggio si abboccarono di nuovo. Poscia nel dì 2 di giugno, un miglio di là da Nizza, si presentò al pontefice il re di Francia coi figli, e seguì fra lor due un lungo ragionamento. Tornò esso re ad un altro congresso nel dì 13 dello stesso mese. Al lodevolissimo zelo del papa non venne fatto di condurre ad accordo alcuno que' due monarchi, creduti dalla gente savia per irreconciliabili; pure tanto si affaticò, che gl'indusse amendue a conchiudere nel dì 18 di giugno[431] una tregua di dieci anni fra loro, con che restasse ognuno in possesso di quel che aveano preso: il che se dispiacesse al _duca di Savoia_, divenuto bersaglio di questi due potentati contendenti, ognun sel può immaginare. E tanto peggior divenne la sua condizione, perchè l'imperadore, sdegnato per non aver esso duca contro la promessa voluto concedere al papa il castello di Nizza, volle dipoi tener guarnigione spagnuola in Asti, Vercelli e Fossano. Parlò ancora premurosamente il pontefice della tenuta dell'intimato concilio in Vicenza; ma ritrovò varie difficoltà in que' monarchi; laonde convenne differirlo. Promosse eziandio vivamente presso il suddetto Augusto la guerra da farsi contro il Turco, e ne riportò molte promesse. Questi al certo furono i veri motivi per li quali papa Paolo, benchè con tanti anni addosso, e mal provveduto anche di sanità, prese a fare un viaggio sì lungo da Roma a Nizza. Ma la gente maliziosa d'allora, ed altri ancora dipoi si figurarono che lo sprone principale del vecchio papa fosse l'ardente suo desio di maggiormente ingrandire il figlio _Pier-Luigi_ e i nipoti. Nè si può negare che in cuor suo non avesse alte radici questo affetto, familiare a quasi tutti i papi di que' tempi corrotti. Pretende Bernardo Segni[432] che _non fosse tenuta in quel secolo cosa degna d'infamia che un papa avesse figliuoli bastardi, nè che cercasse per ogni via di farli ricchi e signori; anzi erano avuti per prudenti e per astuti e di buon giudizio pontefici tali_. Ma è ben lecito a noi di credere che in ogni secolo e tempo nel tribunale dei buoni e dei veri amatori della religione, queste fossero considerate per gravi macchie in chi è prescelto per sì alto e santo grado nella Chiesa di Dio. E benchè il primo neo non abbia impedito a taluno d'essere egregio pontefice, e sia almeno tollerabile il secondo, quando si tenga fra i limiti della moderazione; pure l'eccedere in questa passione sempre fu e sempre sarà un abusarsi di quella dignità che Dio per tutt'altro conferisce ai ministri suoi. Ne abbiam veduto in addietro de' perniciosi esempi. Quanto a _papa Paolo III_, convien confessare che più al pubblico bene della Chiesa e della repubblica cristiana, che al nepotismo, in imprendere quel viaggio furono rivolte le sue mire; il che chiaramente apparisce da una relazione stampata di Nicolò Tiepolo ambasciatore di Venezia. Che egli poi pensasse seriamente ancora a prevalersi di tal congiuntura per promuovere i vantaggi della sua famiglia, il fatto lo dimostra. Allorchè accadde la morte del _duca Alessandro de Medici, Margherita d'Austria_ sua moglie, dopo aver fatto uno spoglio di tutte le gioie e del meglio della casa de Medici, ritirossi nella fortezza di Firenze, occupata da _Alessandro Vitelli_. Da lì a qualche tempo passò a Prato, indi a Pisa, per aspettar gli ordini dell'_Augusto Carlo_ suo padre. Cominciò di buon'ora _Cosimo de Medici_ le sue pratiche alla corte d'esso imperadore per ottenerla in moglie; ma a questo mercato concorreva anche papa Paolo, e in Nizza ottenne quanto volle. Premeva più a Cesare di mantenersi amico il pontefice che Cosimo, e già avea disegnato qual moglie avesse a darsi al nuovo signor di Firenze. Fu dunque dall'imperadore promessa la figlia sua naturale ad _Ottavio_ figlio di _Pier-Luigi Farnese_; nè questo bastò al pontefice, perchè impetrò ancora che l'imperadore lo investisse della città di Novara con titolo di marchese. Aggiungono che l'accorto vecchio si fosse anche lusingato di poter indurre in que' congressi l'imperadore e il re di Francia a concedere a persona neutrale il ducato di Milano, per finir tutte le loro liti: il che se gli riusciva, sperava appresso di far succedere il figlio in quel riguardevole Stato. Dicono che anche ne fece la proposizione, ma che que' monarchi non si sentirono ispirazione alcuna di far questo sacrifizio. Di ciò tornerà occasion di parlare. Nel dì 19 di giugno il _re di Francia_ si partì da' contorni di Nizza, e nel dì seguente imbarcatosi il papa, ed accompagnato dall'imperatore sino a Genova, continuò poi il viaggio, con arrivare a Roma nel dì 24 di luglio. Appresso dirizzò le prore verso la Spagna l'Augusto Carlo; ma, sorpreso da venti contrarii, fu forzato a ritirarsi alle isole di Ieres. Non volle entrare in Marsilia. Cresciuto poi il furore del vento, che disperse la sua flotta, e lui stesso condusse in pericolo, andò ad approdare ad Acquamorta. Ivi era con _Leonora regina_ sua moglie, e sorella dello stesso imperadore, il _re Francesco_, il quale non ebbe difficoltà di passare in un battello alla galea d'esso Augusto, con dirgli: _Mio fratello, eccomi per la seconda volta vostro prigione_. Lo abbracciò Carlo, e mostrando anch'egli egual finezza, scese dipoi a terra, e fu in ragionamenti stretti con esso re, facendo comparire, siccome accortissimo signore il più bel cuore del mondo, e buona intenzione d'accomodarsi: il che diede speranza ad ognuno di pace, fuorchè a papa Paolo, il quale avea abbastanza scandagliato l'interno dello stesso imperadore. Passò dipoi esso Augusto in Ispagna, e attese alla guerra contro il Turco. Intorno a questa io non dirò altro, se non che non fu fatto quel magnifico armamento che per li capitoli della lega si dovea: pure _Andrea Doria_ con una fiorita armata navale si congiunse colle forze de' Veneziani, del papa e dei cavalieri di Malta, e formò uno stuolo di cento e trentaquattro galee, sessanta navi grosse ed altri navigli minori. Da più secoli non s'era veduto un sì forte armamento in mare, ed ognuno ne prediceva meraviglie. Ma il Doria, quando venne il tempo della battaglia, con perpetuo suo scorno si ritirò, lasciando esposti i Veneziani al furore del Barbarossa, con perder essi due galee, ed aver come miracolosamente salvato a Corfù il lor galeone che facea acqua da tutte le bande. Ricuperò poi il Barbarossa nell'anno seguente Castelnuovo, con mettere a fil di spada quattro mila fanti spagnuoli veterani, lasciati ivi di presidio: il che più sonoramente accrebbe le mormorazioni contra del Doria. Scuse o giustificazioni si recarono della sua condotta, che qui non importa riferire. Fu in pericolo di perdere nell'anno presente anche la Goletta in Africa, restata in potere dell'imperadore, e ciò perchè sei mila fanti spagnuoli quivi di guarnigione, per mancanza di paghe, si ammutinarono, e convenne condurne la maggior parte in Sicilia, dove, durando la lor sedizione, commisero de' gravi danni e spogli di que' cristiani nazionali. _Don Ferrante Gonzaga_, vicerè d'essa Sicilia, non ebbe altra via per metterli in dovere, che di ricorrere all'inganno. Cioè colle più forti promesse, autenticate da solenni giuramenti, prestati davanti al sacro altare, impegnò il perdono per cadaun d'essi. Ma dacchè gli ebbe separati e sbandati, a poco a poco fatti pigliare i loro capi, e moltissimi degli stessi soldati, barbaramente contro la fede data, e conculcata la religione d'essi giuramenti, fece impiccare: cosa di eterna infamia per lui, e che gli tirò addosso l'odio di tutta la nazione spagnuola. Mancò di vita nel dì 28 di dicembre dell'anno presente _Andrea Gritti_ doge di Venezia, celebre per la sua prudenza e per le sue militari imprese, ed ebbe per successore _Pietro Lando_, eletto nel dì 20 di gennaio dell'anno seguente. Parimente terminò i suoi giorni nel dì primo di ottobre _Francesco Maria della Rovere_ duca d'Urbino, mentre si trovava in Pesaro, con lasciar dopo di sè una gloriosa memoria per le sue azioni. Secondo il Sardi[433], morì egli di veleno, datogli _ad istanza di Luigi Gonzaga_, soprannominato Rodomonte. Il Giovio parla dello stesso veleno, ma senza attentarsi di palesarne l'autore, benchè dica che risultasse dal processo e dalla confessione chi fosse il reo, lasciando sospetto contro di chi aspirava al dominio di Camerino. Già dicemmo che contro il volere e le pretensioni della curia romana s'era messo in possesso del ducato di Camerino _Guidubaldo_ figlio del suddetto duca d'Urbino, il quale fin qui vi si seppe mantener contro l'armi del papa colla riputazione del valoroso suo padre, e molto più per la protezione de' Veneziani, de' quali esso duca Francesco Maria era generale. Ma mancato di vita suo padre, e cessata l'assistenza della repubblica veneta, il pontefice, che nell'anno addietro avea con contraccambio d'altri beni indotto _Ercole Varano_ a cedere le sue ragioni sopra Camerino ad _Ottaviano Farnese_ suo nipote, non tardò a farle valere, inviando _Stefano Colonna_, oppure _Alessandro Vitelli_, come altri vogliono, coll'esercito pontificio contro quella città. Tuttochè essa fosse ben forte, pure il nuovo duca Guidubaldo, conoscendo di non potersi quivi mantenere, e temendo inoltre di perdere anche il ducato d'Urbino, venne poi nell'anno seguente a concordia col papa, e gli rilasciò quella città e il suo ducato, di cui egli non tardò ad investire il suddetto suo nipote Ottavio. Nel dì 3 di novembre entrò in Roma _Margherita di Austria_, destinata in moglie ad esso Ottavio, il quale era allora in età solamente di quindici anni, dichiarato prefetto di Roma. Si celebrarono quelle nozze con gran sontuosità, feste ed allegrezze. Confessò il papa d'aver avuto in dote trecento mila scudi d'oro, ma non si sa qual banchiere glieli coniasse. Racconta il Segni che questa principessa si trovò sui principii malcontenta di un tal maritaggio, e che, essendo ita a Castro e Nepi, disse che la più vile terricciuola del duca Alessandro suo primo marito valeva più di Castro, e di quanto avea casa Farnese. Ai motivi dunque del pontefice di sempre più ingrandir la sua casa si dovette aggiugnere ancor questo. Cosa mirabil avvenne nel dì 29 di settembre di quest'anno[434]. Fra il porto di Baia e di Pozzuolo apertosi il terreno, cominciò a vomitare fuoco, sassi, fumo e cenere, che portata per aria si stese più di cento cinquanta miglia verso la Calabria, e ne fu coperta tutta la città di Napoli. Cagionò questo nuovo vulcano tremuoti per otto giorni. Restarono inceneriti tutti gli alberi, spianati gli edifizii, e desolato un gran tratto di paese, pieno dianzi di amene selve di agrumi e d'altri frutti. Della vomitata materia fetente di zolfo si formò all'intorno di quella bocca un monte, alto più d'un miglio, di circuito al piano di quattro miglia, occupante i bagni delle Trepergole, e gran parte del lago Averno e del Lucrino. Non avrei ardito di scrivere tanta altezza di quel monte, sembrando a me un'iperbole, se non ne facesse fede anche Alessandro Sardi[435] storico contemporaneo. Furono in questo anno da papa Paolo con sua gran lode creati cardinali due insigni letterati italiani, cioè _Girolamo Aleandro_ e _Pietro Bembo._ NOTE: [430] Raynaldus, Annal. Eccl. Spondanus, Annal. Eccl. [431] Du-Mont, Corps Diplomat. [432] Segni, lib. 8. [433] Alessandro Sardi, Storie MSte. Anno di CRISTO MDXXXIX. Indiz. XII. PAOLO III papa 6. CARLO V imperadore 21. A cagion della tregua stabilita fra _Carlo imperadore_ e _Francesco re di Francia_ si godè in quest'anno una felice quiete per l'Italia. Intanto i Veneziani, dopo la pruova fatta del poco capitale che poteva farsi degli aiuti dell'imperadore contro il Turco, scorgendo sè soli rimasti in ballo, ed esposti alla straordinaria potenza di Solimano, cominciarono a trattar seco di pace. A questo fine nel mezzo dell'anno presente ottennero da lui una tregua di tre mesi, la qual fu anche dipoi prorogata. Non furono ascosi all'imperadore e al re di Francia questi negoziati del senato veneto col tiranno d'Oriente; e però amendue (verisimilmente non per vera voglia di guerreggiar contra degl'infedeli, e molto meno il re Francesco I amico d'essi, ma per comparire presso la gente credula zelanti del bene della cristianità) nel dicembre di questo anno spedirono a Venezia i loro ambasciatori, cioè Cesare il _marchese del Vasto_, e il re il _maresciallo di Annebò_, per esortar quel senato a desistere dalla pace con esso Turco, con far loro sperare dei possenti soccorsi. Ma gli avveduti e saggi Veneziani, che sapevano qual divario passi fra parole e fatti, grandi onori bensì fecero a que' regi ministri, e tennero più conferenze con essi, ma infine trovando troppo allignata la discordia fra que' due monarchi, li rimandarono ben corrisposti d'altrettante belle parole, e senza conclusione alcuna. Determinarono poscia di cercar pace col sultano a qualunque condizione. Mancò di vita in quest'anno nel dì primo di maggio l'_imperadrice Isabella_; perdita, per cui fu inconsolabile l'imperador _Carlo V_ suo marito, che molto la amava. Già dicemmo negata da Cesare a _Cosimo de Medici_ la figlia _Margherita_, per darla ad _Ottavio Farnese_. Premendogli nondimeno di tenerselo amico, l'avea, nell'anno addietro, confermato signore e duca di Firenze: con che Cosimo cominciò ad esercitare un pieno dominio in quelle contrade. E perciocchè, siccome signore di molta avvedutezza, si voleva in tutto mostrar dipendente da esso imperadore per più ragioni, e massimamente per essere tuttavia in man degli Spagnuoli le cittadelle di Firenze e di Livorno, lasciò ancora all'elezione di lui il destinargli una moglie. Dall'Augusto fu dunque prescelta _donna Leonora_ figlia di _don Pietro di Toledo_ vicerè di Napoli. Mandò il duca Cosimo a prenderla, e giunta nel dì 22 di marzo a Livorno, la condusse con gran pompa a Firenze, dove sontuosamente furono celebrate le sue nozze. Nell'autunno di quest'anno scoppiò in Fiandra la ribellione della città di Gante, originata dai troppi aggravii nuovamente imposti dai ministri cesarei. Mi sia lecito lo scorrere colla penna colà, perchè gli affari d'Italia andavano congiunti con quei di chi n'era imperadore, e ci possedeva tanti Stati. Nulla curando il popolo di Gante il pregio d'essere lo stesso Augusto Carlo uscito alla luce nella loro città, prese l'armi, uccise, o cacciò quanti ministri v'erano dell'imperadore. Nè solamente fece ricorso per aiuto al re di Francia, ma si diede anche ad attizz