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Title: La vita Italiana nel Cinquecento - Conferenze tenute a Firenze nel 1893
Author: Various
Language: Italian
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*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "La vita Italiana nel Cinquecento - Conferenze tenute a Firenze nel 1893" ***

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                                   LA
                             VITA ITALIANA
                            NEL CINQUECENTO


                 _Conferenze tenute a Firenze nel 1893_

                                   DA

      G. Carducci, E. Panzacchi, E. Nencioni, G. Mazzoni, E. Masi,
    L. Alberto Ferrai, I. Del Lungo, A. Jéhan De Johannis, C. Paoli,
       G. Rondoni, T. Salvini, John Addington Symonds, A. Biaggi.



                                 MILANO
                        FRATELLI TREVES, EDITORI
                                  1897

                          =SECONDA EDIZIONE.=



                          PROPRIETÀ LETTERARIA

                      _Riservati tutti i diritti._

                         Tip. Fratelli Treves.



FRANCESCO I e CARLO V

DI

L. A. FERRAI.


I.

  _Signore e signori._

Non mai spettacolo più imponente vide l'umanità. Dileguavansi appena
dalla Germania, dalla Francia, dall'Inghilterra le ultime nebbie del
Medio-Evo, e gagliardi di lor giovinezza salutavano i popoli il sole
rinascente d'Italia. Le monarchie armate, equilibrantisi sui varii
ordini delle nazioni, sembravano associare gli interessi dinastici
al trionfo di un nuovo principio di diritto maturatosi nelle scuole.
Conformemente alle varietà di stirpe, di linguaggio, di condizioni
storiche si erano venuti aggruppando i popoli, e formavano delle
unità politiche forti e compatte. Sotto la protezione dei re, che
assecondavano i meravigliosi e rapidi progressi della risorta civiltà,
le borghesie, già schiacciate sotto il peso dell'oppressione feudale,
perfezionavano gli ordinamenti politici e la legislazione degli Stati;
spogliavansi dei rozzi costumi di un tempo, vedevano rispecchiato nelle
corti già ricche di gentilezze spirituali, e di agiatezze domestiche,
un ideale di vita migliore.

Una profonda rivoluzione intellettuale e morale poneva l'Italia alla
testa del mondo civile. Per l'umanesimo noi avevamo riacquistata
coscienza del nostro passato, ci eravamo di nuovo fatti signori di
un patrimonio perduto o disperso; e ravvivate per esso le forze
dell'intelletto, avevamo riguadagnato il senso reale della vita,
trasformati i metodi della scienza, restituito il mondo all'uomo. La
varietà dei nostri ordinamenti politici, il possesso già da tempo
rivendicato della sapienza giuridica di Roma ci aveva addestrati,
meglio e prima d'ogni altro popolo, nell'arte della diplomazia e della
politica, il genio artistico nazionale si era ritemprato e perfezionato
nell'imitazione del bello classico. Le ricchezze accumulate nelle
nostre laboriose città rendevano possibili le solenni manifestazioni
dell'arte, ne assicuravano le nuove vittorie nelle corti signorili
italiane, ove con l'ingentilirsi del costume, delle abitudini, della
lingua preannunciavasi la vita moderna.

Eppure quel secolo così fecondo di pensiero e d'azione, in cui lo
spirito d'avventura congiunto alla stimolatrice curiosità della scienza
rivelava di là dall'Oceano un continente inesplorato, in cui la stampa
prestavasi al mutuo e rapido scambio della cultura, e abolivasi il
privilegio nei campi di battaglia come nelle istituzioni politiche
e nella scienza, il fatto politico, che incentra tanto febbrile
moto di vita, e ci offre pur l'orditura di tanta parte della storia
moderna, presenta tutti i caratteri di un dramma medioevale. Ne sono
protagonisti i due principi più potenti del Cinquecento, Francesco I
di Valois, Carlo V d'Absburgo. Rivivono in Francesco I le tradizioni
cavalleresche della Francia cristiana; soldato e poeta alla fede degli
avi, al culto della donna, al sentimento dell'onore sacrificherà troppo
spesso gli interessi della dinastia e della Francia. Ridestasi in Carlo
V, che ha fatta sua la patria del Cattolicismo e dell'Inquisizione con
le melanconie ascetiche del Medio-Evo, l'ideale politico del passato.
Un faro luminoso è la mèta inafferrabile del suo destino. Dagli
espedienti volgari della politica quotidiana quel sogno lo distrae e
lo conforta: restaurare la monarchia universale a difesa della fede
e della Chiesa cattolica. Alle attonite moltitudini il prigioniero
di Pavia, che dalla tetra torre di Pizzighettone invia alla madre
Luisa di Savoia il famoso messaggio, e versi caldi d'amore alla donna
de' suoi pensieri, sembra un cavaliere d'antiche leggende. Il sacco
di Roma rievoca la lontana memoria di Alarico e de' Visigoti; la
guerra di sterminio contro Firenze provoca su Carlo V le imprecazioni
e le ingiurie, che già colpirono il capa del Barbarossa, e quando
l'eco di quegli improperii lentamente si spegne nell'Italia lacera e
sanguinante, la plebe affamata di Napoli acclamerà il principe poc'anzi
maledetto, dopo l'impresa di Tunisi, novello Cesare trionfatore.

Ma in pieno Rinascimento le antiche e sistematiche forme che aveano
per tanta parte sterilizzata la vita politica del Medio-Evo, nel
tempo stesso in cui la Scolastica avvolgeva di metafisica nube il
pensiero, non rifiorirono di fatto che nella fantasia artistica di un
popolo assetato di ideali, geloso delle tradizioni classiche e del suo
passato. Chi vorrà creder sincero Romolo Amaseo inneggiante a Bologna,
innanzi alla maestà di Carlo V, al rinnovamento dell'Impero romano, e
alla restaurazione della lingua latina! Chi vorrà scorgere nel poema
dell'Ariosto, che rielabora nel nostro volgare le leggende del cielo
di Carlo Magno un segreto intendimento politico, o cercarne seriamente
il motivo storico nella rinnovata potenza cesarea di Carlo V! Non
domandiamo ai poeti, e ai retori delle scuole un aiuto soverchio per
apprendere il vero.


II.

Francesco I saliva il trono l'anno stesso (1515) in cui Carlo di Gand,
appena quattordicenne, assunse il governo dei Paesi Bassi. Vigente
la legge salica, inalienabili i feudi della corona, allo spirito di
conquista animavasi la nazione francese, cui Luigi XII lasciava in
retaggio prosperità economica, unità di leggi, e promesse di vittorie
riparatrici. Come allora sottrarsi alla protezione e all'alleanza del
nuovo Re. Incerta la successione per Carlo all'avo materno Ferdinando
il Cattolico, debole e distratto dalle resistenze degli Ungheresi e
dei Boemi Massimiliano imperatore, già alleati di Francia gli Inglesi
e i Veneziani, vassallo della Francia egli stesso. In qual modo
schermirsi dalla politica provocatrice del nuovo Re? Tristi ricordi
per Carlo V le prime prove tentate nelle gare diplomatiche di quegli
anni! Eppure debbonsi cercare in esse le cagioni prime del suo odio
implacabile contro la Francia ed il Re. Claudia, la figlia di Luigi
XII che gli aveano promessa sin dalla culla, era divenuta regina di
Francia, recando in dote a Francesco I due delle più ricche provincie
già appartenute ai beni ereditari di casa d'Absburgo. Per guadagnare
la mano di Renata, la sorella di lei, gli si crearono tali impacci che
il matrimonio non potè più effettuarsi. Erede, come arciduca della
Germania orientale, sovrano dei Paesi Bassi e dell'antico ducato
della Borgogna, presunto successore della Castiglia e dell'Aragona,
di Napoli, e di Sicilia, il possessore di così vasti territorii
sentivasi offeso dall'alterigia del Re; nè i ministri fiamminghi
si stancavano mai di dipingergli i Valois come nemici acerrimi, e
spogliatori della sua casa. Quale tormento per lui i primi e fortunati
successi di Francesco I! Le irrisorie proposte di pace al re cattolico,
all'imperatore Massimiliano, agli Svizzeri aveano preannunziata
prossima la guerra pel ricupero del Milanese. Celebratesi le nozze di
Giuliano de' Medici con Filiberta d'Orleans, Francesco I avea saputo
così abilmente tenere a bada Leone X, il quale in favor di Giuliano
vagheggiava il possesso feudale del regno di Napoli, che tutta Europa
dovè persuadersi di una imminente aggressione francese. E la guerra
scoppiò fulminea, e fu tra le più brillanti che mai si combattessero
nei piani lombardi. La vittoria di Melegnano assicurò ai Francesi il
possesso del ducato Sforzesco; il colloquio di Viterbo e l'incontro
di Leone X col vincitore a Bologna tranquillarono a patti ben gravi
il pontefice: la cessione ai Francesi di Parma e Piacenza. Che se
più tardi la defezione di Enrico VIII, e i nuovi intrighi papali per
formare uno Stato, dopo la morte di Giuliano, a Lorenzo de' Medici, e
per raffermare la supremazia politica del papato in Italia, crearono
seri imbarazzi al dominatore di Lombardia, nè i successi militari
di Massimiliano, nè l'interposizione dell'arciduca Carlo nelle
trattative di pace valsero a porre un freno alle ambizioni francesi.
Nella pace di Noyon del 1516 gli interessi della Francia trionfarono
completamente. Carlo vi ottenne assicurata, per la mediazione del
re d'Inghilterra, la successione al trono di Spagna, ma le clausole
restrittive nell'esercizio della sovranità in Navarra, l'obbligo
impostogli di riconoscere i diritti di Francesco I non solo sul ducato
di Milano, ma sul regno di Napoli, la ingiunzione a Massimiliano
imperatore di restituire Verona alla repubblica veneta, tradirono,
a giudizio di Massimiliano stesso, con gli interessi degli Absburgo
i diritti della Germania e dell'Impero. L'oratore inglese scriveva
di quei giorni al celebre ministro Wolsey: “Se non poniamo riparo
alla baldanza francese noi vedremo risorgere in Francesco I un nuovo
Alessandro.„ Onerosi da vero quei patti se per poco consideriamo che
tutti gli sforzi posteriormente tentati, con le conferenze di Cambray
a fine di ricomporre in via diplomatica il turbato equilibrio fra gli
Stati italiani, fallirono completamente. Di un più grave e generale
disequilibrio era stata inoltre cagione la morte di Ferdinando il
Cattolico, avvenuta fin dal gennaio del 1516, e la successione a lui
di un giovane straniero e inesperto, chiamato al governo di una nazione
non ancor doma dell'assolutismo monarchico, turbava i sonni del vecchio
imperatore. Ci sembrarono tuttavia ingiuste le gravi accuse che egli
scagliava, dopo la stipulazione di quel trattato contro Guglielmo di
Croy signore di Chévres, l'aio di Carlo V, rimproverandolo d'essersi
lasciato aggirare a Noyon da Arturo Gouffier il devoto maestro del re
di Francia. Se bene in difetto di prove noi crediamo che il principe di
Castiglia si dimostrasse verso il suo educatore e ministro assai meno
severo.

Stringevanlo a lui forti legami di affetto e di riconoscenza. Deserta
delle materne carezze l'infanzia, quando Carlo V uscì dalle cure
diligenti di Margherita d'Austria sua zia, e di Margherita di York,
la vedova di Carlo l'Ardito, avea trovato nel signore di Chévres un
protettore e un amico. Sotto la guida di lui, Carlo V, dotato di un
senso naturale singolarissimo, d'una penetrante finezza di spirito,
d'una rara energia intellettuale e morale, si era per la prima volta
affacciato alla vita. Gli era debitore insomma di quella scienza
che non si trova nei libri, e che è perciò più preziosa e più rara.
Riflessivo e prudente nel giudicare, cauto e risoluto nell'operare,
egli dovea in gran parte ai consigli del suo precettore l'acquisto
di quella precoce dignità principesca, che tutti i biografi gli
riconoscono. Ma ben più nell'arte di vivere che nella scienza avea
fatto il giovine principe meravigliosi progressi. Adriano d'Utrecht, il
dotto teologo di Lovanio, che fu poi Adriano VI, non seppe trasfondere
in lui alcun amore alle lettere antiche. La pietà del severo fiammingo
favorì certo le naturali tendenze ascetiche dell'allievo, non lo
rese però gran fatto sensibile alle grandi vittorie dell'arte, che
compironsi all'età sua, nè destò in lui eccessivo entusiasmo per
il classicismo risorto. Più che il greco e il latino amò Carlo V le
lingue viventi; tra le scienze: la matematica, la geografia, e più
che tutto si compiacque di conoscere a fondo la storia. Predilesse
tra gli antichi scrittori Tucidide, che gli fu noto in una traduzione
francese. Gli divennero poi indivisibili compagni de' viaggi, delle
imprese di guerra, e conforto prezioso nelle ore delle incertezze e
degli scoramenti, due libri: la vita di Luigi XI del Commines, il
Principe di Niccolò Machiavelli. Non tra le astratte meditazioni,
o nel sepolcrale silenzio di una biblioteca monastica, erasi dunque
formato lo spirito di Carlo V, in contatto immediato con la realtà
viva del mondo parve quasi ch'egli compisse in Fiandra il noviziato
della sua esperienza politica; ma non dal paese nativo di certo egli
ritrasse le linee marcate della sua fisionomia morale. All'ambiente
storico più vasto, che più tardi lo accolse spettava compiere
l'educazione politica e religiosa di Carlo V, e quell'ambiente fu
la Spagna, meraviglioso teatro ancora di drammi sanguinosi, e di
cavalleresche leggende, la patria di Ximenes, di Torquemada, di
Consalvo di Cordova. Strano contrasto! Mentre tutte le nazioni si erano
ringiovanite, o ringiovanivano, per una serie di profonde rivoluzioni
intellettuali, la Scolastica, la Riforma, il Rinascimento; la Spagna
rimaneva indifferente a questo progressivo moto d'Idee. Intrepida
amazzone teneva ancora in pugno le armi a difesa dell'altare e del
trono, e tra una battaglia e l'altra cantava le proprie vittorie. Le
dispute di Abelardo, le dottrine di Ruggero Bacone, la filosofia di
S. Tommaso non la commuovono; essa si attiene alla fede tradizionale,
s'invanisce e s'inebria di racconti fantastici e storici, burlevoli
e pastorali. Non per la Spagna faticheranno i grammatici e i
commentatori dell'Umanesimo; essa possiede una lingua bella e sonante,
e delle sue romanze si appaga. Prima che lo spirito della Rinascenza
conquisti e soggioghi la sua letteratura, all'ideale irrealizzabile
del passato presterà ancora le armi, le ricchezze, l'energia che le è
propria. Resistente e nemica d'ogni innovazione politica e religiosa,
raddoppierà la guardia della sua Inquisizione, diverrà più servile,
più devota, a misura che le altre nazioni si emanciperanno; resterà
finalmente la nazione superstite del Medio-Evo. Ma tanta forza di
resistenza e di reazione gelosa di fronte ai grandi rivolgimenti
politici e intellettuali dell'Europa civile, non mosse dalla volontà
e dalle profonde convinzioni di un principe. Lo spirito spagnuolo, di
cui Ferdinando il Cattolico era stato un esatto interprete, informò
il carattere, l'intelletto, la volontà di Carlo di Gand; non impose
già egli i proprii ideali a quel popolo. Il conquistatore fortunato
di tante stirpi fu alla sua volta soggiogato e vinto, e prima ancora
che la sua stella brillasse di sanguigna luce sui campi di Pavia e
di Mühlberg, la nazione che lo avea acclamato re, diffidando di lui e
della sua schiatta, gli inspirava i suoi proprii entusiasmi, lo rendeva
schiavo dei suoi pregiudizii, ravvivava in lui l'ideale di Carlo Magno.

Fatidica da vero l'_impresa_, che nel celebre torneo di Valladolid del
febbraio 1517 assumeva appena diciassettenne il giovane Carlo! Sulla
gualdrappa del suo cavallo leggevano i Castigliani, ammirando tanta
ricchezza d'oro e di gemme, un motto significato in una sola parola:
_nondum_. Con essa egli forse intese manifestare la sicura coscienza
della grandezza avvenire; e due anni appresso, quando appena avea
fatta esperienza delle arti dispotiche lasciategli in retaggio dall'avo
materno, venne a morte Massimiliano imperatore (12 gennaio 1519).


III.

Indicibile a quell'annunzio l'agitazione e il fermento di tutta Europa.
La Germania sembrava ad un tempo un mercato aperto agli stranieri
d'ogni nazione, un campo di guerra alla vigilia della battaglia.
Dovunque una gara affannosa di promesse e di offerte da gentiluomini
che si spacciavano per potenti, e di mercenarii millantatori.
Traversavano del continuo il territorio dell'Impero i corrieri di
Spagna e di Francia, recanti dispacci alle corti dei grandi elettori,
s'incrociavano ad ogni ora gli agenti diplomatici dei due monarchi con
le brillanti scorte degli uomini d'arme, dei carriaggi e dei servi.
Ritiratosi dal concorso Enrico VIII il _defensor fidei_, dolorosamente
convinto che Leone X giuocava a doppia partita, e incoraggiava le
pratiche del re di Francia, questi, vivente ancora l'Imperatore, con
larghe profferte di denaro, con promesse di titoli, e laute pensioni
s'era guadagnato il voto di quattro elettori. Un ardito gentiluomo,
Francesco di Sickingen, fattosi in quei tempi di disordine pubblico,
e di sanguinose guerre private, il giustiziere, come dice bene il
De Leva, di gran parte della Germania, prometteva al re straniero
l'appoggio delle sue armi. Dal romito castello di Ebernburg, dove
l'audace venturiero, allievo di Reuchlin, si compiaceva tra una mischia
e l'altra di accendere tra gli amici di Wittenberg dispute teologiche e
letterarie, venivano del continuo i messi di Francia, e vi ritornavano
carichi d'oro. Ma il vecchio Imperatore vigilava quei passi. Nel
convegno d'Absburgo rannodava in segreto le fila de' suoi partigiani
con un sacrificio di mezzo milione di fiorini. Più tardi persuase il
Sickingen a mancar di fede a Francesco I, e a impugnar la spada contro
il duca Ulrico del Würtemberg per assicurare col trionfo della lega
Sveva, l'elezione di suo nipote. Non l'appoggio incondizionato del
papa, che avversava le pretese del re spagnuolo onde avvantaggiare
gli interessi Medicei, e per impedire che un re di Napoli, violando
la bolla di Clemente IV, salisse all'Impero, non la fede mantenutagli
all'ultima ora da Gian Federico duca di Sassonia e dall'arcivescovo
di Treveri, garantivano a sufficienza l'elezione di Francesco I.
Nè gran fatto giovò alla sua causa l'orazione efficace, persuasiva,
solenne, che nella dieta raccoltasi a Francoforte il 18 giugno 1519
pronunziò in suo favore il dotto arcivescovo, sperando dissipare la
forte impressione che le brevi parole pronunziatevi dall'elettore di
Magonza aveano lasciato su gli animi dei convenuti. “Se noi dovessimo
interpretare alla lettera la bolla d'oro, così l'arcivescovo di
Treveri, dovremmo escludere come stranieri e Carlo e Francesco. Voi
affermate che è titolo sufficiente di capacità all'elezione per il
primo il possesso di molte provincie dell'antico Impero, quasichè il re
di Francia non sia signore legittimo del regno di Arles, e del ducato
lombardo. Ma eleggendo Carlo voi lo sforzerete a ritoglier Milano ai
Francesi, e incoraggerete gli Osmani a invadere l'Ungheria. Quando
invece s'imponesse a Francesco I l'impegno di non tentare l'acquisto
del reame di Napoli e di non violare le frontiere della Fiandra, egli
si troverebbe necessariamente obbligato a impugnare le armi contro i
Turchi per la difesa della Germania, divenuta per lui la sentinella
avanzata del proprio regno.„ Nè l'arcivescovo di Treveri si ritenne,
accennando al riconosciuto valore, e alla saggezza politica del re
di Francia, e contrapponendola alla giovinezza inesperta di Carlo, di
eccitare ancora una volta il geloso sentimento nazionale tedesco, col
pauroso sospetto sulla orgogliosa durezza degli Spagnuoli. Se non che
questi argomenti, e la proposta che poteva sembrare più saggia, che
cioè esclusi i due rivali, la scelta cadesse su di un principe tedesco,
non trovarono favore nell'assemblea. Prevalente la lega sveva, compra
dall'oro spagnuolo e fiammingo la maggioranza degli elettori, già
segretamente proclive Leone X a non intralciare i disegni di Carlo, se
eletto, la vittoria così a lungo contrastata, e comprata a così caro
prezzo, finalmente gli arrise. N'ebbe notizia Francesco I a Poissy il
3 luglio 1519, e seppe far buon viso a cattiva fortuna. Dicesi anzi che
si compiacesse dello smacco patito come di un evitato pericolo, di cui
non avesse misurato abbastanza la gravità e la minaccia.

Ma l'elezione di Carlo V all'Impero recava con sè gravissime
conseguenze. Turbata la proporzione di forze tra i due rivali, aprivasi
di nuovo l'Italia a teatro di guerra, e ne sarebbe stata ancora Milano
la preda agognata. Le condizioni imposte a Carlo V dagli elettori, egli
avrebbe potuto impunemente violarle perchè mancavano di ogni efficacia
coattiva. Distratti i due principi da ambiziosi ed esterni disegni,
avrebbero tentato subito d'accrescere il completo assoggettamento
dei loro regni ereditarii, soffocando Carlo gli ultimi aneliti della
indipendenza politica della Spagna, tenendo in freno Francesco I gli
ardori ribelli dell'antica feudalità. Per più di vent'anni la disputata
egemonia dell'Europa, derivante dal possesso d'Italia, terrà lontano
Carlo V dalla Germania, e le nuove dottrine religiose, incoraggiando le
ribellioni dei principati laici feudali, vi troveranno libero il campo
ad una espansione feconda. Francesco I ne diverrà per mire politiche
l'interessato difensore, provocherà gli Osmani contro l'Impero,
arresterà ancora per qualche tempo il trionfo delle armi e delle idee
spagnuole, allontanerà la minaccia della reazione politica e religiosa.

Vano sarebbe fantasticare se la elezione del re di Francia avrebbe
serbato un miglior destino all'Europa. Più tosto domanderemo a noi
stessi se il persistente concetto della monarchia universale cristiana,
sopravvivente in contrasto al diritto pubblico della Germania,
giustifichi a sufficienza il nuovo e strano spettacolo di una corona
così accanitamente disputata fra i due più potenti principi del
Cinquecento. Non orgoglio di monarca, non fervore di fede cattolica
destavano nel successore di Clodoveo e di Carlo Magno così forte
ambizione. Noi dobbiamo scorgerne i fondamenti in quella generale
corrente di simpatia, che era stata ausiliaria efficace delle sue
prime fortune. Il secolo dell'Umanità e della Rinascenza parve quasi
che a lui, interprete degno del suo stesso spirito, volesse affidata
la fase della civiltà nuova. Superiorità morale incontrastata, animo
aperto ad ogni senso di modernità, ad ogni forma di bellezza classica,
i contemporanei ammiravano Francesco I restauratore della dignità
nazionale, e benefattore illuminato di un popolo, che trasformando
i suoi rozzi costumi, riformando le leggi, educandosi all'arte,
perfezionando i metodi della scienza, traeva dalla conquista i vantaggi
più duraturi. Già fin d'allora brillava di vivissima luce la corte di
Francesco I, e vi trovavano protezione efficace i dotti d'ogni paese. I
più coraggiosi preparatori della Riforma, gli umanisti teologizzanti,
che circondavano a Wittenberg Martino Lutero, o ne interpretarono il
pensiero nelle tumultuose diete imperiali, serbavano per la maggior
parte grato ricordo delle scuole francesi, dell'amicizia di quei
dotti, della liberalità di quel Re. Gioachino d'Hohenzollern margravio
del Brandeburgo, nel compromesso da lui firmato il 17 agosto 1517 a
favore di Francesco I, dichiarava che ad impegnare il suo voto per lui
lo inducevano sopra tutto la fama, e l'_umanità_ di quel principe,
omai nota a tutto il mondo. Omaggio doveroso da vero di un tedesco,
già disposto a svincolare la sua coscienza dal dogma cattolico, verso
l'amico e il protettore di Erasmo, verso il principe che più tardi fece
della Francia un asilo sicuro all'arte e alla libertà italiana.


IV.

Nell'antico castello dei conti Angoulême presso Amboise erasi compiuta
l'educazione di Francesco I, e di sua sorella Margherita, che fu
poi regina di Navarra. Luisa di Savoia figlia del conte Filippo
di Bresse, rimasta vedova giovanissima del conte Carlo di Valois
Angoulême, visse lunghi anni coi figli in quel volontario ritiro. Ivi
crebbe, vivo ritratto dell'uomo ch'ella avea appassionatamente amato,
Francesco I, robusto della persona, pronto d'intelletto, e per indole
naturale inclinato ad ogni opera buona e generosa. Qualche anno fa
leggevasi ancora in una delle sale di quel castello il motto: _Libris
et liberis_, fattovi dipingere da Luisa negli anni del suo dolore,
e quel motto compendia il sacrificio spontaneo di una giovinezza
sfiorita senza rimpianto. Dalla libreria d'Amboise sono pervenuti
alla Nazionale di Parigi moltissimi codici fatti copiare da Luisa di
Savoia per l'istruzione dei figli, e contengono le opere minori del
Petrarca e del Boccaccio, l'_Epistole_ di Ovidio tradotte da Ottaviano,
di Saint-Gelais, un esemplare della _Divina Commedia_, e moltissimi
romanzi cavallereschi. Nata in Italia, e cresciuta in una corte, dove
già era penetrato l'alito del Rinascimento, Luisa volle impartita ai
figli un'educazione schiettamente classica. Un dotto abate, Francesco
di Rochefort, erudì ne' primi elementi della lingua latina e greca
i due giovinetti, mentre la madre chiamava Arturo Guffier signore di
Boissy a precettore e a governatore di Francesco. In possesso di una
ricca cultura classica i due giovani acquistarono ben presto il più
fino gusto letterario ed artistico; più tardi i continui rapporti coi
nostri grandi maestri, coi letterati italiani, rifugiatisi alla corte
di Francia, perfezionarono la accurata educazione impartita loro dalla
madre e dai precettori. Così la affettuosa sorella del Re che i poeti
aulici di quell'età chiamarono la _Margherite des Margherites_, fu
in grado di dettare, a imitazione del Boccaccio, l'_Héptaméron_, e i
varii poemetti gentili che le danno fama; e Francesco I anche in mezzo
ai disagi delle guerre, e alle preoccupazioni della politica, trovò
il tempo e la voglia di sottomettere il suo pensiero al giogo della
misura e della rima, emulando le glorie del Jamet e di Clemente Marot.
Noi non potremo qui dare un quadro completo della vita di Francesco I
negli anni ne' quali Luisa di Savoia, trepidando per il suo avvenire,
ma pure intravedendo il destino che gli era serbato, procurò ch'egli
acquistasse esatta coscienza del proprio grado e de' suoi futuri
doveri. Troppo nota è del resto la storia dei suoi trascorsi giovanili,
della sua veemente passione per madama di Chateaubriand, delle sue
debolezze per mademoiselle d'Héilly, più tardi duchessa d'Étampes, per
non riconoscere che non a torto i contemporanei gli rimproverarono
di aver troppo spesso trasgrediti i consigli prudenti della madre,
e più tardi sacrificato ai suoi capricci, alle sue passioni, con gli
interessi della dinastia la dignità della Francia. Ma certo nei tratti
salienti della sua figura morale, ne' suoi entusiasmi per l'arte, nel
suo amore per il lusso e per il fasto, nelle sue virtù e nei suoi
vizi rimangono così al vivo scolpiti i caratteri stessi di quella
società spirituale, che prima che altrove in Italia preannunziò il
rinnovamento della vita sociale, ch'egli acquista maggior diritto di
Carlo V alla simpatia nostra, se anche pe' molteplici errori, per le
funeste titubanze di una politica sleale ed egoistica, per l'abbandono
ingiustificato e colpevole, in cui lasciò una gloriosa repubblica
moribonda, noi cademmo vittime degli Spagnuoli.


V.

La rivalità tra Francesco I e Carlo d'Absburgo è determinata infatti
da un così complicato intreccio di tendenze morali, e di materiali
interessi, che non era dato sempre nemmeno ai due antagonisti misurarne
le conseguenze. Grave errore sarebbe imputare solo alle cupidigie
loro l'asservimento d'Italia, e non riconoscere che noi stessi fummo
artefici sconsigliati della nostra fortuna. Di quanto non si sarebbe,
ad esempio, ritardato l'urto formidabile, di cui noi soli dovevamo
pagare le spese, se i principi e le repubbliche italiane abbandonando
la politica sospettosa e fedifraga seguita fino allora, avessero
secondati gli sforzi generosi di Enrico VIII e del Wolsey per formare
un'alleanza universale tra gli Stati cristiani! Se non che mentre
nei _campi dei drappi d'oro_ il Re inglese induceva a miti consigli
Francesco I, e minacciava di abbandonarlo se avesse presa l'offensiva
della guerra per far rispettare il trattato di Noyon, il Wolsey
stesso si lasciava adescare dall'oro austriaco, e Leone X, che più
avrebbe dovuto incoraggiare la diplomazia inglese, raggirava tutti
con arti tenebrose, e per un fine non sempre evidente ai suoi stessi
negoziatori. La difesa della politica imperialista di papa Leone è
stata tentata di recente con dottrina pari all'ingegno; ma quante volte
non si ammantano di ingannevoli idealità, i documenti ufficiali della
diplomazia! Giulio de' Medici ebbe un bel difendere dopo la morte di
papa Leone innanzi a Francesco Guicciardini quella complicata tela di
raggiri e di frodi, quasichè il pontefice avesse mirato alla salute
della penisola. Se egli trattò segretamente con Carlo V, e provocò di
nuovo la guerra, dopo aver ampliato, con turpitudini d'ogni maniera,
gli Stati della Chiesa, e minacciato il duca di Ferrara, non la
preoccupazione del moto religioso in Germania, o le minaccie osmane
ve lo aveano indotto, ma la insoddisfatta brama di Parma e Piacenza.
La guerra iniziatasi con prosperi successi per la Francia, nei Paesi
Bassi, e ai confini di Spagna riuscì a tutto vantaggio degli eserciti
confederati imperiale e pontificio. Gli Spagnuoli toglievano Milano
al Lautrec il 19 novembre 1521, e pochi giorni appresso ricondotto
dalle armi straniere Francesco II Sforza sul ducato paterno, Carlo V
pagava al pontefice il prezzo dell'alleanza. Leone X non fece a tempo
a misurare la fallacia delle sue previsioni. Sul sepolcro illacrimato
che il primo dicembre gli si dischiuse fioccarono gli epigrammi,
sghignazzò Pasquino durante il conclave, e i clienti arricchiti
dalla Curia romana, durante il lungo tripudio carnevalesco del papato
Mediceo, perdettero gravi somme accettando favolose scommesse sul nome
di Giulio de' Medici, che non raccolse i suffragi. L'eletto fu Adriano
d'Utrecht, il precettore di Carlo V. Alle tanto temute influenze
francesi si sostituivano le più caute e pazienti della cancelleria
spagnuola, e l'Imperatore rallegravasi di quella scelta, come di una
vittoria sua propria. Ma quale eredità non avea lasciata al successore
Leone X! Il severo fiammingo, che la ripudiò con disdegno, apparve
alla Roma rediviva dei Cesari come un fantasma pauroso e grottesco.
Sparve dal Vaticano lo sciame dei parassiti e dei cortigiani,
sospesero le abbozzate pitture gli scolari di Raffaello; e il solitario
pontefice in odio al popolo per la sua avarizia, ingannato e deriso
da cardinali beffeggiatori, logorò la vita infelice, proseguendo un
ideale irrealizzabile di restaurazione morale, politica e religiosa.
La fioca voce di Adriano VI morente, era soffocata dal fragore delle
armi proprio allora che la guerra si riaccendeva più aspra che mai in
Sciampagna e in Piccardia, e la vittoria della Bicocca (dell'aprile del
1522) avea già assicurato il possesso di Milano ad un principe ligio ai
voleri di Carlo V. Con nuovi e insperati successi questi raccoglieva
il frutto delle due leghe conchiuse coi Veneziani, col papa e con
gli Stati minori d'Italia. Respinta nel 1523 l'invasione del general
Bonnivet, sgombrata ancora una volta la Lombardia dai Francesi, perchè
non avrebbe egli dato ascolto alle sollecitazioni del duca Carlo di
Borbone, il ribelle feudatario di Francia, che lo stimolava a penetrare
in Provenza, a congiungere le forze tedesche alle spagnuole, a marciare
direttamente su Lione per strappare dal capo del suo avversario la mal
difesa corona? Se non che la spedizione della Provenza del 1524 non
fu più avventurata delle successive. Il duca faceva affidamento sul
concorso de' suoi partigiani, e l'odio così gli accendeva la fantasia
da non scorgere che ribelli nei popoli devoti e affezionati alla casa
di Valois. Onde gravissimi dissapori tra lui e il marchese di Pescara,
che sotto le mura di Marsiglia, mirabilmente difesa dalla flotta
francese capitanata da Andrea Doria, vedeva dolorosamente svigorirsi
l'esercito dell'Impero. Durava ancora l'assedio quando giunse al campo
notizia che il re di Francia ritentava in persona l'impresa d'Italia.
“Chi vuol cenare all'inferno, esclamò il marchese di Pescara, torni
pure all'assalto, ma chi vuol salvare a Cesare la Lombardia farà
bene a seguirmi.„ Il progetto della rivincita torturava da lungo
tempo l'animo di Francesco I; il tradimento infame del duca Carlo di
Borbone non fece che ritardarne l'esecuzione. Le serie obbiezioni del
La Tremouille non valevano meglio delle preghiere e delle lacrime di
Luisa di Savoia per distogliere il re dall'affrettata deliberazione.
Il 12 agosto del 1524 nel castello di Gien sulla Loira egli affidava
la reggenza del Regno alla madre, e prendeva commiato dalla regina
Claudia, dalla sorella, dalle dame della sua corte. Pochi giorni
appresso muoveva da Avignone per la Liguria, inseguendo gli Imperiali,
che aveano levato a precipizio l'assedio di Marsiglia, e il 20 ottobre
passava il Ticino. Milano, spopolata dalla peste, priva d'armi e di
denaro, per consiglio di Girolamo Morone gli apriva le porte il 24, e
sulla fine del mese il maggior contingente dell'esercito vittorioso,
per improvvido suggerimento del Bonnivet, concentravasi sotto le mura
dell'infausta Pavia. Chi avrebbe mai preveduto, dopo una così rapida
restaurazione delle sorti francesi, la catastrofe del 24 febbraio 1525,
la morte sul campo del Bonnivet, del La Palisse, del La Tremouille,
la rovina di tanta parte della feudalità francese, l'umiliazione e la
prigionia del re? Non ne indagheremo le molteplici cause; ma certo
l'immane disastro colpì come fulmine, e disarmò i principi italiani
delle speranze fin allora nutrite di rialzare la parte francese
per salvar la penisola dalla minacciata soggezione spagnuola. Nel
vecchio e pur inevitabile errore di associare alla fortuna di un re
straniero le sorti d'Italia ricadevano ben presto il pontefice, i
Fiorentini, Venezia. La tela delle simulazioni e degli inganni con
tanto accorgimento tramata da Leone X ai danni della Francia, si
ritesseva ora a rovescio, e con minore risolutezza ed energia dal nuovo
pontefice Clemente VII. Nemici a lui i Colonnesi, fedeli a Cesare,
insofferenti del giogo mediceo i Fiorentini, Clemente VII acquetava
quelli dandosi a credere legato ancora a Carlo V dai vecchi patti,
appagava questi con false promesse di liberali riforme nel reggimento
politico di Firenze, che illudevano i nostri politici, non avvezzi più
a limitare l'acuto sguardo entro la ristretta cerchia degli interessi
cittadini, ma preoccupati della salute d'Italia. Resistere a Carlo V
significava inoltre per il pontefice non impegnare la Chiesa romana in
riforme dogmatiche e disciplinari, che ne offendessero le tradizioni,
ne minacciassero gli antichi diritti, spogliassero il papato del
principato terreno. Gravi preoccupazioni politiche ispirate talvolta
ad una idealità di principî, che lasciavano fredde e indifferenti le
moltitudini, persuadevano la repubblica veneta a secondare il nuovo
indirizzo della politica pontificia. Riconquistato faticosamente il
dominio di terraferma, usurpatole dai collegati di Cambray, Venezia
acquistava ogni giorno più la coscienza della sua italianità. Estranea
per lunghi secoli alle dolorose vicende della penisola, essa offriva
all'ammirazione della scienza politica l'organismo meraviglioso
della sua costituzione interna proprio allora che dai Principati e
dalle sopravvissute repubbliche, impotenti a risolvere il problema
politico, le derivarono i benefizi della progredita cultura, e i doni
preziosi dell'arte rinnovellata. Se non che i generosi sforzi della
Repubblica non impedirono che da funeste titubanze, e da diffidenze
reciproche non rimanesse impacciata l'opera nostra. La congiura del
Morone incautamente condotta, riuscì a tutt'altro fine da quello
che se n'era sperato: accrebbe la impotenza personale di Francesco
Sforza, svelò il putridume di corrotte coscienze, rese più che mai
sospettosa la vigilanza degli Spagnuoli. Dopo il trattato di Madrid,
che immobilizzava le forze francesi, e più che mai turbava il già
spostato equilibrio, l'Italia sentì più grave il peso dell'oppressione,
e accedendo alla lega di Cognac e alla politica inglese, sembrò con un
ultimo sforzo risollevarsi dal letto del suo dolore. L'idea generosa
di una riscossa ispira la prosa ufficiale del Wolsey, infonde nuovo
calore alle lettere diplomatiche del Datario Ghiberti, conforta di
pietose illusioni lo spirito travagliato di Niccolò Machiavelli. Ma la
Niobe delle nazioni non fece che esporre a nuove e mortali ferite il
corpo già flagellato. Piombaronci addosso le coorti indisciplinate del
Borbone, i fanatici lanzi del Frunsberg corsero le terre desolate ed
arse, traversarono le città spopolate le genti fameliche del Lautrech.
Invano il pontefice abbandonato dai Fiorentini, maledetto a Venezia,
mancando agli impegni, sconfessava l'opera propria, e implorava
misericordia dai nemici furenti. Ministri dell'ira celeste i Tedeschi
compivano, col sacco di Roma, il vaticinio di Ulrico di Hutten,
detronizzavano il papa, restituivano i diritti su Roma all'Impero,
spegnevano la podestà temporale del sacerdozio, preannunciavano al
germanesimo sulla risorta civiltà latina una nuova vittoria. Condannò
Erasmo, che pur l'avea preparata con l'_Elogio della Follia_, la
rovina di Roma. Ne consacrarono in noiose elegie il funesto ricordo
i poeti latineggianti cresciuti alla scuola del Sadoleto e del Bembo.
Anticipazione violenta di una legge fatale, il significato storico di
quell'orgia di sangue, rimase per gran parte ignoto ai contemporanei,
a Carlo V stesso, che non avea voluto impedirla. Sorpreso anch'egli
dall'immane disastro, che scompigliava le sue previsioni, ne rendeva
responsabile il suo avversario, violatore del trattato di Madrid, ne
cercava le cause nella subdola politica inglese, nelle sfrenatezze
delle plebi e degli eserciti, nella cupidigia insaziabile del papato.
Ma come dissimularsi che il tremendo castigo non fosse commisurato
alle colpe di papa Clemente! Come non riconoscere che per punirlo
egli si era fatto complice dello spirito ribelle della nazione
germanica, e che a lui solo come capo del mondo cristiano, ed erede
di Carlo Magno, spettava invece reprimerlo e soffocarlo per salvare
l'unità della fede? Gli amari rimproveri che il re di Francia, quasi
assumendo di fronte a lui la tutela del mondo cristiano, gli scagliava
contro, crucciavano il suo animo esacerbato. Più grave si faceva per
Carlo l'imbarazzo di uscir con onore da una situazione pericolosa,
più temeva il rischio di dover scendere a patti coi Luterani, di non
trarre dall'alleanza imposta al Pontefice proporzionati vantaggi, più
sentiva ridestarsi in petto formidabile l'odio contro il rivale che non
appena libero dalla prigione, mancando alla fede data, lo avea di nuovo
trascinato alla guerra. Il linguaggio di Carlo V verso l'avversario,
che forte dell'alleanza di Enrico VIII proponeva condizioni di pace
inaccettabili, passava oramai i limiti della convenienza, colmava ogni
misura. E così proprio allora che la grande lotta sembrava perdere ogni
carattere personale e rappresentare un urto formidabile di principî
politici e di tradizioni opposte, i due rivali pensavano di deciderla
in campo chiuso, e con le armi alla mano. Il sovrano della più
cavalleresca delle nazioni sfidava il re cattolico a singolare tenzone,
ed il duello avrebbe offerto un episodio di più al tragico dramma se
Carlo V avesse saputo moderare le ingiurie, dopo la sfida.


VI.

Del famoso cartello diede lettura Giovanni Robertet nella solenne
adunanza del 18 marzo 1528, in cui il Re, assiso sul trono, e
circondato dai principi del sangue, dai gentiluomini della corte,
dai cardinali, e dai grandi signori del Regno, riceveva in visita
di congedo Nicola Perrenot signore di Granvelle, l'ambasciatore di
Carlo V. In quella veemente scrittura rimproveravasi l'imperatore di
aver rifiutate sdegnosamente le proposte di pace, e giustificavasi il
deliberato proposito di continuare la guerra, ricordando con vivaci
espressioni le rapine d'Italia, il saccheggio di Roma, la invasione
della Germania. “Se ritenere i miei figli ostaggi a Madrid, aggiungeva
Francesco I, esigere, prima ancora che mi sieno restituiti, ch'io
abbandoni i miei alleati, aver fatto prigioniero il Pontefice, vicario
di Dio su la terra, aver offesa la religione, lasciata aperta la
Germania ai Turchi, tollerato il trionfo dell'eresia, se tutto ciò,
dico, non basta, io non so più quali ingiurie e quali ragioni potranno
mai provocarmi, offendermi nel sentimento di padre, richiamarmi ai
doveri di Re Cristianissimo.... E poichè voi mi accusate di aver
commessa azione disdicevole a un gentiluomo, che abbia sacro l'onore,
noi vi rispondiamo che mentite per la gola, e mentirete ogni volta
che oserete ripeterlo. Siamo deliberati a difenderlo sino all'estremo
di nostra vita. Non una parola ingiuriosa di più.... assicurateci il
campo, noi vi porteremo le armi. Quando si viene al cimento doveroso
è il silenzio.„ Ma il silenzio, com'è noto, fu rotto dalle nuove
ingiurie di un cartello di risposta, di cui fu latore alla corte
di Francia l'araldo spagnuolo Bourgogne. Francesco I, che al suo
avversario chiedeva la sicurtà del campo, e non altro, non volle
lasciarsi offendere impunemente una seconda volta, licenziò dalla corte
l'araldo, nè più lo ammise alla sua presenza. Il De Leva non crede
che l'Imperatore abbia mai preso sul serio la sfida, onde è probabile
che ricambiando il cartello, e rincarando la dose delle provocazioni,
intendesse di togliere all'avversario ogni pretesto di nuova querela.
Su la strana vertenza si fecero infiniti commenti; si accusava in
Spagna Francesco I d'aver evitata la prova con sotterfugi disonorevoli,
rimproverava la nobiltà francese l'Imperatore di aver violato
pensatamente le consuetudini cavalleresche per trarsi d'impaccio. Ma
come non vedere che entrambi preferivano che il duello continuasse a
combattersi tra le nazioni, e ne fosse ancora la Lombardia il campo
fatto sicuro dalle cime nevose delle Alpi?


VII.

Se non che la fortuna delle armi non proteggeva la Francia. Armeggiava
ancora intorno a Milano il Saint-Pol, diradavansi ogni giorno più
pel contagio le file dell'esercito del Lautrec, e gli alleati che
avrebbero dovuto coadiuvare quegli sforzi, mancando agli impegni,
correvano dietro ai loro interessi. Andrea Doria abbandonava la parte
francese; i duchi di Ferrara e di Milano, nel timore di perdere lo
Stato, si umiliavano a Carlo V; Venezia, che per i suoi possedimenti
di Puglia sospettava ragionevolmente e Francia e Spagna, schermivasi
dagli obblighi assunti, e per mantenere Cervia e Ravenna ritolte
alla Chiesa, alienavasi il Papa; questi, sacrificando tutta Italia
agli interessi temporali della Chiesa, e alla grandezza di casa sua,
s'accostava segretamente all'Impero. La pace che Francesco I avea
poco innanzi rifiutata con superbo disdegno bisognava ora accettarla
a durissime condizioni. Ne fu principale negoziatrice a Cambray di
fronte alla scaltra zia di Carlo V Luisa di Savoia, madre del Re, e
sul suo capo piovvero improperii d'ogni maniera. Un sonetto audacemente
satirico si diffuse, durante il convegno da Venezia, per tutta Europa,
e nelle nostre corti, facendo eco ad un popolo moribondo, cantarono
in rima i buffoni la vigliaccheria del Re, di sua madre, dei ministri
regi. Eppure l'ultimo e solenne atto diplomatico, cui partecipò Luisa
di Savoia, se bene foriero di nuove calamità alla penisola, trovò
un difensore in un fiorentino e repubblicano per giunta, Baldassare
Carducci. L'oratore della Repubblica, ricostituitasi nel 1527 durante
la prigionia del Pontefice, giustificava innanzi alla Signoria la
debolezza del Re affermando che si era lasciato indurre a firmare
l'umiliante trattato per soddisfare alle lacrime di sua madre. Luisa
di Savoia avea voluto salvi dagli insulti degli Spagnuoli i proprii
nipoti; nè sono mai vili le lacrime di una donna in difesa del proprio
sangue! Quanto più vile di quelle lacrime il sentimento di vendetta che
contro la patria animava in quei giorni Clemente VII! Non la gelosa
difesa del mondo cristiano, non la salute d'Italia, ma l'odio contro
Firenze lo conduceva a Bologna incontro all'Imperatore, dopo aver
stipulato con lui il segreto trattato di Barcellona, nell'ottobre del
1529; e in quei mesi di feste clamorose e di tripudii carnevaleschi,
circondato dalle giovini speranze della sua casa, egli ne vagheggiava
la grandezza futura sulle rovine fumanti della debellata Repubblica. Il
vero significato dell'accordo e dell'incoronazione di Bologna sfuggiva
infatti ai più forti intelletti di quell'età, e ben pochi sospettavano
nella eroica resistenza di Firenze alle armi coalizzate della Chiesa
e dell'Impero il trionfo di un'idea santa. Sino dall'aprile del 1529
Claudio Tolomei avea dato alle stampe la sua ampollosa orazione sulla
pace; poco appresso inneggerà all'Oranges con la nota e turpe canzone;
altri sognerà la restaurazione dell'Impero; Girolamo Casio, il rimatore
cortigiano agli stipendii dei Medici, dei Bentivoglio, dei Gonzaga,
diffonderà sonetti in lode dei potenti, in biasimo dei morituri.
Non mai così profondo e insanabile apparve il dissidio morale della
società italiana come in quel solenne momento. Le gentilezze cortigiane
di quell'età si erano date convegno a Bologna a ricuoprire del loro
splendore le turpitudini della politica. Tutta la fazione oligarchica
fiorentina e la clientela di casa Medici tripudiava nella monumentale
città, proprio alla vigilia della catastrofe di Firenze. Le forze
molteplici, che più efficacemente concorsero alla rovina delle libertà
democratiche del Medio-Evo, si erano venute per gran parte educando
nelle corti signorili e nei principati. Nella stessa Firenze, dove
pure il privilegio politico di una democrazia faziosa e tirannica,
più a lungo prevalse, con la rapida trasformazione del costume e delle
idee politiche del passato, col progresso dell'arte, con l'abbandono
della fede, ogni giorno più grave si era manifestata la disparità degli
ideali e degli interessi tra le alte classi sociali ed il popolo. Qui
più evidente che altrove il contrasto doloroso tra una vita politica,
impacciata tra le vecchie forme di uno Stato ristretto, insofferente
d'ogni eguaglianza civile, ed un moto progressivo di idee feconde.
Qui l'ampliarsi del concetto di libertà e di patria, qui il sorgere
dell'arte di Stato, e di una scienza politica sperimentale, qui la
prima ed eccezionale intelligenza delle leggi che regolano la pubblica
economia.

Lungi da me il pensiero sacrilego di attenuare l'alto valore morale di
quell'audace resistenza, dalle cui gloriose memorie attinsero i padri
nostri gli esempi del sacrificio, e trassero la ispirazione della nuova
fede; ma certo il memorando assedio non ci apparisce soltanto come
una legittima difesa della libertà immolata alle cupidigie di un Papa
vendicativo, e alle voglie tiranniche di un Imperatore protervo, ma ci
si presenta pure come un'inconscia reazione popolare al rinnovamento
civile che pure in mezzo alla spaventosa depravazione delle coscienze,
maturavasi nel pensiero italiano. L'illusione nostra fu di credere,
che divenuto fra noi impopolare Francesco I, se ne facesse interprete
un principe straniero, cattolico, e spagnuolo per giunta. Mentre
si ribadivano in ogni parte d'Italia, dopo la caduta di Firenze, le
catene della servitù, noi cacciavamo dalla mente come importuno il
sospetto che noi potessimo più liberarcene. Si hanno infinite prove
dell'inganno, in cui caddero i migliori intelletti sulla avvenuta
restaurazione degli Sforza a Milano, sul titolo di duca concesso al
marchese Gonzaga, sulla costituzione promessa da Carlo V di uno Stato
nuovo ed indipendente nel centro della penisola, a favore di Alessandro
de' Medici. Tra i fautori di lui non ritroviamo solo i beneficati
clienti della sua casa, o i Palleschi d'antica fede, ma altresì quei
Fiorentini “grandi„, che offesi e ripudiati dal popolo, traevano dalle
prevalenti dottrine politiche la persuasione che la indipendenza dello
Stato non potesse oramai garantirsi che con la costituzione di un
Principato.

Ed ecco innanzi alla maestà di Carlo V, reduce nel dicembre del 1535
dall'impresa di Tunisi, osare in Napoli l'apologia del nuovo governo
mediceo Francesco Guicciardini, illuso ancora di restaurare l'opera
propria guastatagli da cortigiani corrotti e da un principe inesperto
e libertino; ed eccolo nel corteo dell'Imperatore già acclamato
dalle plebi di Napoli e di Roma, il primo maggio del 1535, entrare
anch'egli solennemente nell'asservita città. Nelle vie decorate dai
suntuosi apparati di Giorgio Vasari, di Baccio d'Agnolo, di Rodolfo
Ghirlandaio s'assiepa anche qui il popolo plaudente e oblioso delle
ingiurie recenti. Non Firenze sola, ma l'Italia tutta s'acqueta in
un vano ideale di pace politica e religiosa, che prepara la servile
soggezione alla Spagna, e la schiavitù del pensiero. Quando la lotta
sta per riaccendersi tra Carlo V e Francesco I, in séguito alla morte
dell'ultimo Sforza, noi sembriamo quasi spettatori indifferenti al
nuovo atto del dramma, che sta per svolgersi. Se gli esuli fiorentini,
genovesi, napoletani, per riguadagnare la patria, ridestano nel
re di Francia le sopite ambizioni, come non va assottigliandosi il
numero degli epigoni, e non rimane isolata ed incerta l'opera loro!
— Carlo V non peccava d'orgoglio se alla vigilia di riprender le
armi, nell'estate del 1536, prorompeva in feroci invettive contro
l'avversario, ed esortava Paolo Giovio a temperare l'aurea penna, a
perpetuo ricordo delle sue gesta. Non l'errore infatti di invadere una
seconda volta la Provenza, non la perdita irreparabile di Antonio de
Leva, durante quella disastrosa campagna, non i brillanti successi dei
mercenari di Guido Rangone, e delle schiere dei fuorusciti in Piemonte
bastavano a scuotere la sua potenza in Italia. Fallite ai Francesi le
speranze di sottrarre Genova alla signoria di Andrea Doria, sgominati
e distrutti da Cosimo de' Medici gli esuli fiorentini nella giornata
di Montemurlo, se si eccettua Venezia, gli altri Stati italiani gli
erano generosi di obbedienza e di aiuto. Non per così poco avrebbe
l'Imperatore investito, come pur tante volte promise, un principe
d'Orleans del ducato Lombardo!

Se non che la politica francese tendeva a prendere un indirizzo più
audace e risoluto. Per un calcolo di opportunismo Francesco I ostentava
a riguardo dei Riformati quell'illuminato spirito di tolleranza, di
cui non sempre godettero i benefizi i suoi sudditi, e segretamente
stimolava i Turchi ad offendere il litorale del regno di Napoli.
E perchè non avrebbe egli, nell'impotenza di rannodare le mal fide
alleanze con gli Stati italiani, stimolato lo spirito di conquista
di Solimano II, e incoraggiata di consigli e di soccorsi la lega
Smalcaldica! — La riforma germanica, abilmente sfruttata per tenere in
freno il papato, diveniva oramai uno strumento pericoloso per Carlo
V. Sin dal 1529 nella dieta di Augusta i Protestanti aveano osato
affermare, per bocca del Melanctone, le loro credenze. Necessitato
a valersi delle forze riformate contro i nemici di Cristo, pentivasi
amaramente delle passate tergiversazioni, e faceva sua la sentenza:
che in materia di religione non c'è parola che tenga. La vittoria di
Cappel de' Cattolici su gli Zwingliani finì per persuaderlo che solo
col ferro e col fuoco si sanano le cancrene dell'anima. Giovavagli
tuttavia esperire per qualche tempo ancora le vie pacifiche, e perciò
rimaneva fermo nel pensiero di un concilio universale, che spauriva
il pontefice, e non lo mostrava apertamente avverso alla riforma
germanica. La convocazione infatti di un concilio turbava i sonni
dell'incerto pontefice. Estremamente geloso del prestigio del papato,
e degli interessi temporali della Curia, Clemente VII, mentre si dava
a credere zelantissimo di una riforma disciplinare, impacciava di fatto
le pratiche di Carlo V, e negli ultimi anni della sua vita infelice si
riaccostava alla Francia con le ambiziose nozze di sua nipote col duca
d'Orleans. — A battere la stessa via ma con più vigilante scaltrezza
inducevano Paolo III Farnese, successore di Clemente, più alti ideali.
Divenuta inconcepibile e assurda la ricomposizione dell'unità della
fede, da che la Riforma, come torrente impetuoso, dilagava ovunque,
e minacciava la Francia e l'Italia, come non avrebbe egli preferito
affidare l'opera della restaurazione del cattolicismo a Francesco
I, fedele ancora all'alleanza inglese, più tosto che a Carlo V, che
signore di tanta parte del mondo e oppressore d'Italia, risognava la
monarchia universale di Cristo! Pensava egli in tal modo a tutelar
meglio coi presunti diritti del Papato le ambizioni del figlio, e dei
nipoti, e se queste non lo avessero trascinato a scambiare i mezzi pei
fini di una politica delittuosa, l'idra funesta della reazione avrebbe
forse tardato a intristire il mondo. — Solenne momento per Paolo III
la riconciliazione a Nizza dell'Imperatore col Re; i due instancabili
avversari deponevano simultaneamente le armi, e quella effimera
pace, consacrata dalle benedizioni sacerdotali, sembrò una nuova
tregua di Dio. Per debellare Gand attraversava Carlo V la Francia,
e alla proverbiale lealtà di Francesco I affidava nelle delizie di
Fontainebleau e di Amiens, la sua persona e il suo onore. Chi avrebbe
mai sospettato, dopo quel compromesso, che dovea ridonar per dieci
anni la pace all'Europa, così prossima la ripresa delle ostilità, così
impetuosa ed audace l'ultima aggressione de' Francesi in Piemonte!
Ma nè dalla scienza del duca di Henghien, vincitore a Ceresole, nè
dall'eroismo di Piero Strozzi, nè tanto meno dalla congiunzione dei
gigli d'oro con la mezzaluna nelle acque di Nizza provennero gli unici
vantaggi territoriali che il trattato di Crepy assicurava alla Francia.
Alleatosi ancora una volta all'Impero il re d'Inghilterra Enrico VIII,
in lite col Papato per il negato divorzio, con Francesco I per le
faccende scozzesi, la nazione rispose con nobile slancio all'appello
regio, e con la ostinata difesa della Piccardia e della Sciampagna
invasa dagli Imperiali e dagli Inglesi, salvava la monarchia. — Come in
ogni modo doloroso per il cuore del Re l'epilogo di una lotta, durata
più di venti anni! La forte e bellicosa nazione, che sembrava destinata
a tener lungi dalla classica terra i profanatori superbi, abbandonava
il mondo cristiano alla mercede di un principe oltrepotente, che fatto
più sicuro del papato romano, alle tradizioni dinastiche, allo spirito
d'intolleranza, alle paure della coscienza sacrificherà le conquiste
della civiltà, guadagnate a prezzo di sangue.


VIII.

Prima e più largamente che altrove dall'Italia, che n'era stata la
culla, se ne diffuse la luce alla corte di Francesco I. Che se il
soffio della reazione, negli ultimi anni del regno di lui, preannunciò
il turbine delle guerre civili, quale trionfo non ottenne in Francia
sotto gli auspici del Re, lo spirito della Rinascenza! Giovanni
Battista Strozzi, che passò l'inverno del 1537, a Parigi, e frequentò
le sale del Louvre, quando ancora decoravano esternamente il severo
palazzo, nell'imitazione dell'arte nostra, Giovanni Goujon e Paolo
Ponce, scriveva a Filippo Strozzi: “Io mi trovo presentemente alla
corte, dove non si fa altro che giostre, balli, banchetti e maschere,
e pare il vivere d'Ottaviano.„ Fra le dame che la abbellivano: Caterina
de' Medici, le amanti del re e del Delfino, la figlia del re, vigilava,
pur sempre come angelo tutelare, Margherita di Navarra. Alle sue
rare virtù, al suo virgineo candore, alla sua ricca cultura rendevano
omaggio con eleganti epigrammi il Marot, il Ronsard, l'Alamanni, lo
scettico Rabelais. Margherita, che si piaceva d'intrattenere le dame
con la lettura dell'Amadigi, o del Boccaccio, quante volte non la
interruppe per la _Divina Commedia_ e per la Bibbia! Rivaleggiava con
lei nel commentar Dante Gabriele Cesano, lei vide spesso col séguito
delle sue damigelle nel laboratorio del _Petit-Nêsle_ Benvenuto
Cellini, corrispondevano con lei, animati dal suo stesso fervore
religioso, Erasmo, Marc'Antonio Flaminio, Olimpia Morato. — E quel
re bellissimo dall'occhio vivo e penetrante, che pur tanto amava le
caccie, i balli, la compagnia con le amabili dame, che viaggiava con
un traino di 10,000 cavalli, e vestiva sontuosamente, divideva i gusti
e le inclinazioni della sorella. Il Rosso fiorentino e il Primaticcio
gli decoravano il castello di Fontainebleau, il Cellini lo entusiasmava
colle sue mirabili fusioni in argento, e metteva a cimento coi suoi
capricci sovrani d'artista la sua pazienza, lui circondavano gli esuli
fiorentini, che dalle nostre corti e da Venezia, ricevitrice d'ogni
miseria, teatro meraviglioso del mondo, recavano in Francia le novità
della moda, le raffinatezze della vita, le meraviglie dell'arte. —
Contro le intemperanze dei teologi della Sorbona, che finirono per
forzare la mano al Re contro gli eretici, battagliavano gli umanisti,
amici di Erasmo, di Ulrico di Hutten, di Reuclin, e per opera del più
attivo tra essi sorgeva in Parigi una università nuova: il Collegio
di Francia. Gli studii severi del Budeo, del Dolet, dello Stefano non
escludevano le creazioni geniali e grottesche del Rabelais. Egli che
avea temprato ed educato in Italia, in mezzo ad una società più colta
e più scettica della francese, il sentimento dell'arte, ne tentava
proprio allora la felice caricatura. Raffigurasse o no Francesco I in
Gargantua, la satira rabelesiana non si arresta certo alla canzonatura
del re e della corte. Ricco teatro pe' tempi suoi di figure grottesche,
il più burlevole e pazzo poema d'ogni letteratura, preannuncia sotto il
velo allegorico le grandi riforme dell'avvenire.


IX.

Quanto diversa da quella di Francesco I, cui faceva capo così ricca
fioritura d'arte geniale, la corte di Carlo VI! All'accesa fantasia
d'uno dei più potenti coloritori dell'età nostra, essa riapparve nel
giorno memorando, in cui la popolazione d'Anversa accolse festante
l'Imperatore. Ma in quel quadro magistrale, che è tutta una festa di
colori e di forme, Hans Makart non commemora Carlo V, ma scioglie
un inno di gloria alle grazie femminili, all'eleganza del costume
fiammingo! Per cogliere in qualche modo il carattere della corte
imperiale non saprei immaginarmela che il giorno funesto, in cui il
vincitore di Mühlberg, tristo e affranto dalla podagra, per sottrarsi
alle insidie dell'elettor di Sassonia, lasciò improvvisamente
Innsbruck, e traversata in lettiga, tra i rigori del verno, la Germania
ribelle, raggiunse faticosamente le Fiandre. Nello scompigliato
disordine di quella fuga precipitosa, noi possiamo raffigurarci quasi
compendiate le trepidazioni, le ansie, i sospetti, che tormentarono,
per lunghi anni, i ministri regi, i grandi prelati, i gentiluomini
spagnuoli del séguito di Carlo V, nei disagiati viaggi ch'egli
intraprese senza riposo da un capo all'altro del vasto Impero, per
raffermare spesso una sovranità, che rafforzata oggi s'infiacchiva
domani, e a cui le vittorie non giovavano meglio delle sconfitte.
Tribù zingaresca di soldati feroci, di cortigiani servili, di frati
fanatici, la corte di Carlo V finì per sdegnare le agiatezze della
vita galante, il divino sorriso dell'arte. In essa si rispecchiò
mirabilmente lo spirito d'una nazione, che alla gloria delle armi e al
trionfo della fede sacrificava allora ogni altro ideale. E quale la
corte tale il Principe. Di statura mediocre, pallido in volto, occhi
insignificanti, naso aquilino, la sporgenza della mandibola inferiore
e la prolissità del mento aggiungevano ai tratti della sua fisionomia
una naturale severità. Di complessione robusta e fortificata da
continui esercizi, Carlo V amava le armi, e i cimenti delle battaglie.
Melanconico d'indole, modesto nei modi, e nelle vesti, parlava poco,
e lentamente. Profondamente religioso, più tosto avaro che liberale,
nemico d'ogni voluttà e d'ogni fasto, disamabile, talvolta vendicativo,
egli ci apparisce quasi l'antitesi vivente dell'emulo suo. — Così la
gigantesca lotta, combattutasi tra i due principi, potè sembrare ai
contemporanei e a loro medesimi originata e nutrita in gran parte da
odio personale, da rivalità dinastiche, da insaziata brama di gloria.
Stipulato il trattato di Crepy, Carlo V fors'anche s'illuse d'aver
finalmente in pugno la sospirata vittoria; ma i due campioni scesero,
secondo noi, nel sepolcro nè vincitori nè vinti. La scomparsa dalla
scena politica di Francesco I non impedì alla Francia di proteggere
ancora i Principi protestanti della Germania, di coltivare in segreto
l'alleanza coi Turchi; la soggezione miseranda d'Italia non disarmò
i successori di Paolo III di quei sottili artifizi, coi quali fino
allora aveano moderato la politica dell'Impero. Quante volte Carlo
V, nella solitudine di San Giusto, non dovè ripensare alla fallacia
delle previsioni umane, e se è vero ch'egli raramente ingannavasi nel
pronosticare l'avvenire, come afferma Marino Cavalli, come tristi
e sconsolati gli ultimi giorni della sua vita! Non l'alleanza col
Pontefice, non il concilio di Trento, non l'umiliazione della Francia,
non i roghi fumanti in tanta parte de' suoi dominii, non la rovina
politica dell'Italia varranno a restaurare un passato senza ritorno,
e tanto meno a fermare il corso del pensiero umano. — I vinti di
Mühlberg, minacciosi ad Augusta, trionferanno a Münster in Westfalia,
e prima che da per tutto si udrà dalla Francia, che lo spirito
spagnuolo avea pure abbandonato al demone della tirannide religiosa,
una voce di pace, promettitrice di libertà. Certo a Carlo V, non
fu negato di assicurare per lunghi anni alla casa d'Absburgo e alla
Spagna l'egemonia politica sull'Europa, non gli fu tolto di iniziare
la restaurazione dell'edificio crollante del Cattolicismo; ma non
era questo soltanto, signore e signori, il sogno luminoso della sua
giovinezza.



LA RIFORMA IN ITALIA

DI

ERNESTO MASI.


Nel marzo del 1536 due giovani Francesi, partendo da Basilea, sotto
finto nome e travestiti in modo da non dare nell'occhio e da non
destare sospetti, attraversavano le Alpi al passo fra Coira e Chiavenna
e pei territori della Repubblica di Venezia fra l'Alpi ed il Po
s'avviavano a Ferrara.

I loro nomi veri erano Luigi du Tillet e Giovanni Calvino.

Questi aveva allora allora pubblicato a Basilea il suo libro, divenuto
poi famosissimo, della _Instituzione Cristiana_ e senza indugio s'era
in compagnia del Du Tillet allontanato da quella città.

La ragione di questo viaggio del celebre riformatore c'è data da
Teodoro di Beza, il suo biografo, quegli che Calvino chiamava la perla
dei suoi amici, il compagno indivisibile degli ultimi anni della sua
esistenza, l'uomo fra le cui braccia Calvino morì, e c'è data con poche
parole e per verità poco chiare. Dice in sostanza, che, pubblicato
il suo libro, Calvino desiderò visitare la Duchessa di Ferrara, di
cui tutti vantavano allora la somma pietà, e salutare alla sfuggita
l'Italia. Venne, confermò, per quanto potè in quella fretta, la
Duchessa ne' suoi buoni propositi e se n'andò. Nelle confidenze, che
faceva al Beza, Calvino soleva anzi dire: “_in Italia non ho fatto
altro che entrare ed uscire!_„

Tuttociò può parer strano, sebbene sia in realtà semplicissimo, e
forse nessuno n'avrebbe fatto caso, se non si trattasse d'un gran nome,
come quello di Calvino, perchè tutti possiamo trovare in noi stessi il
ricordo di qualche viaggio sconclusionato, senza che altri si metta a
fantasticare e a crearci sopra un romanzo.

Ma poichè si trattava di Calvino, questo suo viaggio in Italia divenne
a poco a poco il soggetto di mille lucubrazioni le più diverse ed
opposte, in forza delle quali ora si complicò e s'ingigantì fino alle
proporzioni d'un grande avvenimento storico, ora s'impicciolì e si
restrinse a segno da dover all'ultimo domandarsi: “è venuto in realtà
Calvino in Italia? o non se l'è mai neppure sognato?„

Perocchè la critica recò grandi benefici (chi potrebbe dubitarne?),
ma è pur vero che se su certe questioni storiche piglia l'aire,
non si suole fermare a mezzo e ricostruisce o scrolla tutto con una
facilità talmente sbalorditiva, che incrociar le braccia e mettersi
meditabondi a sedere fra le due corna del dilemma d'Amleto: _essere
o non essere_, pare ed è alle volte la conclusione più scientifica e
sempre poi l'atteggiamento più degno di chi niente niente la pretenda a
scienziato.

Su questo viaggio di Calvino in Italia, il quale per lungo tempo non
ebbe altra testimonianza nota che quella del Beza, abbiamo quindi una
prima versione, la versione ricostruttrice, e s'incomincia dal farlo
venire non nel marzo del 1536, bensì nell'autunno del 1535 per aver
più larghezza di tempo disponibile, in cui collocare un maggior numero
d'avvenimenti. In Ferrara era aspettato a gloria dalla Duchessa Renata
di Valois, moglie di Ercole II d'Este, dalle dame e dai cavalieri
Francesi, che l'aveano seguita di Francia fin dal 28 e che tutti più o
meno erano intinti di Luteranesimo, di cui aveano portato i germi dalla
corte di Margherita di Navarra, la protettrice dei primi riformatori
Francesi ed insieme la protettrice, l'amica, l'inspiratrice della
giovinezza di Renata, innanzi che essa venisse sposa in Ferrara del
bello ed elegante figliuolo di Lucrezia Borgia.

E a far capitare Calvino nell'autunno del '35 s'ha ancora un altro
vantaggio, cioè che il Duca Ercole era in quel momento assente per
visitare Paolo III a Roma e Carlo V a Napoli, il che mostrava chiaro
che Calvino avea voluto appunto approfittare dell'assenza del Duca per
non imbattersi a prima giunta in lui, che di Francesi a corte, e per
di più sospetti d'eresia, doveva ormai averne abbastanza, se, per suo
gusto, non n'aveva già di troppo.

Tornato il Duca nei primi del 1536, Calvino gli fu presentato come
un innocuo letterato qualunque, nè egli, che tenea già in corte il
poeta Clemente Marot, scappato anch'esso di Francia, e tutti i dotti e
umanisti, che componevano l'abituale società della cultissima Duchessa,
avea di che meravigliarsi del nuovo venuto. Se non che questi non era
uomo da starsene e da non fare la parte sua ad ogni costo. Catechizzò
quindi non solo la Duchessa, ma molti altri della corte, predicando da
prima in segreto, poi quasi in pubblico nella cappella e nella sala
dell'Aurora, dipinta da Tiziano nel Castello degli Este, e lo stesso
Tiziano era fra gli ascoltanti e fece anzi il ritratto del riformatore.

In un subito, che è, che non è? il Duca si risovviene d'essere buon
cattolico e vassallo del Papa e fa arrestare Calvino. Ciò tronca in
fiore (alcuni dicono) i suoi disegni, che non si limitavano a Ferrara e
alla Duchessa Renata, ma miravano ben più in largo e più in alto.

Comunque, mentre per ordine dell'Inquisizione Calvino era condotto
prigioniero da Ferrara a Bologna, alcuni armati assalgono i suoi
custodi e lo liberano. “Onde fosse venuto il colpo, — scrive
nient'altri che il Muratori, — ognuno facilmente l'immaginò„ cioè da
Renata.

Uscito da quel mal passo, Calvino fugge, traverso Modena, Reggio,
Scandiano, e per Parma e Piacenza giunge in Piemonte. Ritenta la sua
predicazione a Cuneo, a Saluzzo, ma è preso a sassate. Lo accolgono
invece i Valdesi a braccia aperte nelle loro valli. Ma esso ed il suo
Du Tillet, risalendo ad Ivrea il corso della Dora, se ne vanno in Aosta
per rivalicare le Alpi, trovano tutta la valle agitata da questioni
religiose, si gettano in mezzo a quei trambusti per farne loro pro,
un Vescovo Gazzino ed un Maresciallo Conte di Chaland, zelantissimi,
eccitano contro i due eretici il popolo, che li caccia a furia, sicchè
sentendosi quasi alle reni la spada del Conte di Chaland, Calvino e il
suo compagno, per uno stretto passo delle Alpi, a tutti ignoto, fra i
ghiacci e le nevi, riescono a stento a salvarsi.

                                   *

E non crediate, signore, che manchino le prove anche a tutta questa
parte Valdostana della grande leggenda sul viaggio di Calvino, perchè
a sostegno di essa stanno nient'altro che una colonna commemorativa su
una piazza d'Aosta, un monogramma, che credo ancora si vegga impresso
sugli usci di parecchie case della città, l'usanza in Val d'Aosta di
suonar mezzogiorno a undici ore per significare la sollecitudine dei
fedeli Valdostani a liberarsi dall'eresia, i ruderi di una bicocca,
dove si vuole che Calvino abbia abitato, e finalmente uno stretto
passaggio delle Alpi, per dove sarebbe scampato, ed a cui è rimasto il
nome di _finestra di Calvino_.

Or bene, di tutto quanto io v'ho narrato, e che dai più gravi scrittori
era tenuto per pura storia fino a pochi anni fa, non esiste quasi
più niente. La critica ha disfatto nella massima parte la poetica
leggenda; la gran scena di Ferrara, così ricca di contrasti drammatici,
di personaggi importanti e di sorprese romanzesche è ridotta una
vera miseria; la pittoresca catastrofe alpina è scomparsa del tutto;
_la colonna, il monogramma, le campane, che suonano mezzogiorno a
undici ore, la bicocca di Bibiano, la spada del Conte di Chaland, la
finestra di Calvino_, sono come gli attrezzi e gli scenari smessi d'una
commedia finita; non sono più altro, vale a dire, che i materiali della
leggenda, quale s'è formata dopo, sovrapponendo, come suole, un nome
famoso a ruderi di monumenti e di ricordi, dei quali s'era smarrito con
l'andare del tempo il nome vero e la primitiva significazione.

Dopo la versione, che chiamai ricostruttrice, la versione demolitrice
trascorse tant'oltre, che seriamente s! dubitò, ripeto, se il viaggio
di Calvino in Italia era mai avvenuto, o se era invece da mettere
insieme alle tante apparizioni e predicazioni attribuite anche a
Lutero, il quale fu bensì in Roma nel 1511, quand'era ancora un oscuro
frate Agostiniano, ma che, quando s'era già apertamente ribellato,
si pretese pure, senza alcun fondamento, che avesse tentato il suo
apostolato a Como, a Menaggio, nella Valtellina e nei Grigioni.

Negar tutto però in cospetto alla precisa affermazione del Beza era
troppo, e di fatto oggi nessuno contesta più che realmente Calvino sia
venuto in Italia. Dopo tanti anfanamenti e travagli per fare e disfare,
s'è anzi ritornati nè più nè meno alla versione del Beza, e non dirò,
per non tediarvi di troppe minuzie, qual via si tenne per ritornarvi;
dirò soltanto che la sua testimonianza non è più sola, che fra altre
prove ed indizi, una lettera di Giovan Sinapio, medico di corte di
Renata, scritta da Ferrara a Calvino il 1.º settembre 1539, dice
espressamente d'averlo visto in Ferrara e dice di più, quasi in aria di
amichevole rimprovero: “quando, anni sono, foste qui, faceste di tutto
perchè io non indovinassi con qual uomo avevo da fare„; il che dimostra
altresì che contegno tenne Calvino in Ferrara, al tutto contrario
cioè a quello attribuitogli dalla leggenda. Calvino dunque è venuto in
Italia tra il marzo e l'aprile del 1536, è rimasto pochi giorni quasi
nascosto nella Corte di Ferrara, e se n'è andato molto probabilmente
per la stessa strada, da cui era venuto. Tutto il resto è leggenda,
anzi favola. Ma io ho voluto narrarvelo, perchè codesto viaggio di
Calvino in Italia e le fasi diverse delle ricerche critiche intorno ad
esso, rappresentano, secondo me, come in iscorcio, tutto il destino,
sto per dire, della storia della Riforma in Italia nel secolo XVI. Si
ondeggia cioè tra un perpetuo sì e no, fra l'ingrossare a disegno fatti
di poca importanza o toglierla ad altri che, quando pure non siano che
dissensi, tentativi, manifestazioni timide, incompiute, individuali,
ne hanno, in così delicata materia, una grandissima, almeno per chi
non crede che la storia stia tutta in battaglie, conquiste, invasioni e
mutazioni di governi, per chi pensa invece che la più difficile, ma la
più importante ricerca sia quella soprattutto dei fatti della coscienza
umana, dei quali la storia è il grande deposito, che interrogare questa
coscienza con diligenza di analisi sia una delle più utili attività
della critica, che far tacere finalmente più che si può le proprie
passioni e i proprii preconcetti, affinchè quella coscienza umana possa
rispondere in ispirito e verità, sia la meno arbitraria, forse la sola,
ancora possibile, filosofia della storia.

                                   *

Ora fra i fatti della coscienza umana, ve n'ha forse che superino
d'importanza quelli che s'attengono al sentimento religioso? Eppure,
da un lato v'ha chi considera inutile o per lo meno imprudente ogni
trattazione di questo genere, perchè in tali argomenti ogni passo
fuori del solco più comunemente battuto gli par materia da teologi e
non da storici, quasichè l'uomo nel tempo e le vicende della sua vita
interiore ed esteriore non siano anche in tal caso l'oggetto della
ricerca storica, e v'ha d'altro lato chi non se n'occupa, perchè gli
ideali religiosi e le loro manifestazioni nella storia gli sembrano non
avere colla politica, in cui consiste per essi tutta la storia, alcuna
relazione.

Valgano ad esempio i nostri grandi storici del Cinquecento. È grazia,
se accennano a Lutero ed al moto Tedesco, che pure distaccò per sempre
dalla dominazione spirituale di Roma più d'un terzo d'Europa. Per
essi il Papa è sempre e prima di tutto un principe Italiano. Che se
scandagliate più a dentro l'animo, per esempio, del Guicciardini, vi
risponderà: “il grado, che ho avuto con più Pontefici, m'ha necessitato
ad amare per il particolare mio la grandezza loro e, se non fosse
questo rispetto, avrei amato Martino Lutero, quanto me medesimo„. Se
interrogate il Machiavelli vi risponderà: “abbiamo con la Chiesa e
coi preti noi Italiani questo primo obbligo d'essere diventati senza
religione e cattivi„; deplorabile obbligo, ma, poichè la realtà è tale,
bisognerà rassegnarsi a far della storia e della politica senza tener
conto della religione che non entra nel computo.

S'intende quindi che coloro, i quali si fanno bruciar vivi per amore
di dottrine Luterane sono tenuti per lo meno per pazzi, e niente
esprime meglio il sentimento degli statisti Italiani del Cinquecento
di quel che facciano le lettere di Cosimo I intercedente da Pio V la
grazia dell'eretico Carnesecchi. A consegnarlo Cosimo non avea esitato
un istante. Si trattava d'un amico; in quel momento era anzi suo
commensale; ma ragion di Stato va sopra a tutto. “Servii da bargello„
dice schiettamente da sè; ma col Papa c'era di mezzo nient'altro che la
questione di precedenza fra il Duca di Toscana e quello di Ferrara e il
titolo di Granduca. È giusto dire però che Cosimo fece quanto potè per
salvare il Carnesecchi e che la severità del Papa gli parve eccessiva
verso di uno che, a suo giudizio, non peccava che di leggerezza, di
vanità e di pedanteria. Ad ogni modo, e checchè sia della condotta
di Cosimo verso il Carnesecchi, definir l'_eretico un pedante_, come
fa Cosimo, e come già prima di lui avea fatto nel 1542 il cardinal
Guidiccioni nelle sue lettere ai Lucchesi, è così caratteristicamente
Italiano e Cinquecentista, che nulla più. La storia della Riforma non
ebbe miglior fortuna più tardi. Se si tolgano gli storici del Concilio
di Trento, pochi ne scrissero, stranieri i più, sempre nell'interesse
di una polemica ora Cattolica ora Protestante, quasi mai con criteri
puramente storici ed obbiettivi, quasi mai indagando se v'è un nesso
fra quel qualunque contraccolpo, che ebbe in Italia la Riforma Tedesca,
e la storia politica e quella del pensiero e della vita morale del
popolo Italiano. Dei consensi più o meno palesi nessuno parla e
molti si stizziscono anche oggi che se ne parli come d'una curiosità
indiscreta. Le rovine, le fughe, gli esilii, le prigionie, i supplizi,
gli esodi di tanta gente sono pietose novelle, ma delle quali si può
anche tacere o dire come l'Ariosto:

    Lasciate questo canto, che senz'esso
    Può star l'istoria e non sarà men chiara.

Eppure, guardate, signore! Consideriamo la Riforma, o, come più
giustamente l'ha chiamata il Ricotti, la Rivoluzione Protestante del
secolo XVI nelle sue linee più larghe. Essa riempie tutto il secolo! La
rivalità fra la Casa d'Austria e la Francia, l'insurrezione dei Paesi
Bassi, le guerre civili di Francia, l'innalzamento dell'Inghilterra,
la decadenza della Spagna, la servitù dell'Italia, la grandezza nuova
della Germania, lo spirito animatore della cultura moderna, tutti
i fatti capitali della storia del Cinquecento sono in strettissima
relazione con essa. Consideriamola ora in relazione all'Italia
soltanto. L'Italia è la culla del Rinascimento, cioè del maggiore
coefficiente della Riforma; l'Italia è la sede del Papato, cioè della
grande istituzione che dalle nuove dottrine è più minacciata; è in
Italia soprattutto che il Papato trova la forza d'arrestare, se non
di vincere, la rivoluzione Protestante, opponendole il Concilio di
Trento, il dispotismo monarchico, il Sant'Uffizio, la Compagnia di
Gesù, tutto un sistema gigantesco di reazione, che s'impossessa per
secoli della scienza, delle lettere, dei costumi, delle scuole, delle
anime, dei corpi, che domina per secoli tutta quanta la vita pubblica
e privata con una energia, una perseveranza, una intensità, un'unità
d'intenti e di mezzi, anche oggi meravigliosa e pur troppo inimitabile;
l'Italia finalmente partecipa essa pure, poco o molto che sia, al moto
Protestante.

O non intender nulla adunque del Cinquecento Italiano (e capisco bene
che molti ci si rassegnano senza grande sacrificio) o collocare al
posto che le spetta anche in Italia la storia della Riforma.

                                   *

La lotta contro il potere temporale dei Papi era antica in Italia,
come sapete; più antica ancora quella contro il potere spirituale, e
le deviazioni dogmatiche, che appariscono nelle scuole filosofiche del
Medio Evo, sono numerosissime.

Prevale però il concetto, che la Chiesa Cattolica cerchi e trovi in sè
medesima la volontà e la forza del proprio rinnovamento.

Al secolo XVI, il dissidio profondo, che esisteva fra il Cattolicismo
e lo spirito del Rinascimento, quel dissidio, contro le minaccie del
quale aveva inutilmente tuonato l'eloquenza del Savonarola, quel
dissidio, che i Papi avevano creduto di togliere, promovendo essi
per primi, proteggendo essi per primi la nuova cultura da Niccolò V a
Leone X, quel dissidio si palesò tutto ad un tratto e colse il Papato
nel momento peggiore, quando cioè più per forza degli eventi, che per
volontà sua, era senza più divenuto uno dei tanti signorotti Italiani
e mirava a difendersi o ad allargarsi colle arti e le violenze comuni a
tutti gli altri.

È strano sentire ora il Creigthon, uno scrittore Protestante, sostenere
la tesi opposta e dire che se la crisi fosse sopravvenuta, quando
il Papato era politicamente insignificante, esso non avrebbe potuto
resistere e si sarebbe forse ridotto un Vescovato Italiano. Per me
non lo credo. Non credo che possa aver giovato al Papato una serie di
Papi, come quella che, salvo poche eccezioni, va da Innocenzo VIII e
dal Borgia a Clemente VII e a Giulio III. Ciò accrebbe, invelenì il
dissidio sempre più, scrollò sempre più dalle fondamenta la moralità
pubblica e privata, separò sempre più la politica dalla morale e dalla
religione, tanto che, svanito fra le fiamme d'un rogo il tentativo
eroico del Savonarola, corsa e ricorsa l'Italia dagli stranieri, fra
tanto abbassamento e contaminazione di tutto, il patriottismo disperato
del Machiavelli gridava in quell'agonia: “poichè il Dio invocato dal
Savonarola non viene, facciamo senza di lui, ma la patria si salvi!„
Tutto il Machiavelli è qui, ma neppur esso potè per allora salvare
l'Italia.

Allorchè scoppiò in Germania la rivoluzione Protestante, le anime,
che in Italia se ne sentirono subito agitate e commosse, furono quindi
appunto le più atterrite e sgomente di questo abisso, che sempre più
s'allargava fra la vita e la fede, fra la civiltà del Rinascimento
e l'antico sentimento religioso. Le vediamo riunirsi subito in Roma
nell'Oratorio del Divino Amore, più tardi in Venezia a San Giorgio
Maggiore, in Napoli presso Giovanni Valdes, in Treviso presso Gregorio
Cortese, Luigi Priuli, Marco Antonio Flaminio, in Padova presso Pietro
Bembo, il quale s'associa a queste riunioni più forse per evitare i
possibili eccessi d'una reazione seccante e meticolosa, che per vero
spirito religioso; altra notevole varietà d'uno stato d'animo, che è di
carattere puramente Italiano. Poco prima, poco dopo, in questa o quella
città d'Italia tali riunioni raccolgono uomini, donne, ecclesiastici,
letterati, il fiore dell'intelligenza e del patriottismo Italiano,
scampato in parte alle guerre del Milanese e di Napoli, al sacco di
Roma, alla caduta della repubblica di Firenze.

La questione, che le agita tutte, è quella della _giustificazione per
la sola fede_, formola, che è bensì, come sapete, il fondamento della
protesta Luterana, ma di cui allora era perfettamente lecito discutere,
perchè antica nella dottrina ortodossa e non ancora definita, come lo
fu poi nel Concilio di Trento. Tale questione (senza che io entri ora
in sottigliezze teologiche, che non converrebbero nè a voi, nè a me)
è naturale che primeggiasse e accendesse gli animi, perchè col dar
prevalenza ai meriti della sola fede e della redenzione di Cristo,
coll'ammettere cioè che la fede da sè sola basta all'eterna salute,
sentivano d'opporsi a tutta quella corruzione della Chiesa, per cui
la religione pareva ridotta a sole forme esteriori, la fede a zelo di
persecuzione, l'assoluzione delle colpe alla confessione o a comprate
indulgenze, e tutto il destino dell'anima umana pareva abbandonato
all'arbitrio d'un sacerdozio non meno corrotto del laicato ed unico
intermediario fra Dio e l'uomo.

Da questi prodromi scaturiscono tre tendenze diverse, nelle quali
è compresa intiera la storia della Riforma in Italia. La prima, che
segue irresistibilmente l'impulso ricevuto dalla rivoluzione Luterana
Tedesca, e non solo si associa ad essa, ma spesso, com'è dell'indole
Italiana, la oltrepassa; la seconda, che senza separarsi mai del
tutto dal Cattolicismo prosegue fino all'ultimo la generosa utopia
d'una conciliazione e termina in una piena sconfitta; la terza, che dà
mano a rinvigorire, a risanare in parte, a stringere gli ordini della
Chiesa, ne accresce terribilmente la forza militante e trionfa col
Sant'Uffizio, l'Inquisizione, i Gesuiti ed il Concilio di Trento.

La prima di queste tendenze, quella che si associa alla ribellione
Protestante, è, se si considera in sè stessa, la più curiosa e pietosa,
ma se si considera ne' suoi effetti, certamente la meno importante;
ed è naturale che sia così in una società, com'è l'Italiana del
Cinquecento, la quale o è in gran parte indifferente e non presta
fondamento a nessun vero e largo movimento religioso, o ha già percorso
collo sviluppo della sua cultura, pagana d'inspirazione e novatrice di
desiderio, tutti i gradi di questo indifferentismo sino, direbbe il De
Leva, “alla negazione della persona morale consacrata dal Vangelo„, e
neppur la formola Luterana le può più bastare.

La seconda tendenza, quella che anela ad una conciliazione, raccoglie
una delle più schiette tradizioni Italiane, e fra i disinganni,
gli abbandoni, i dolorosi isolamenti, ci rivela le agitazioni e il
segreto d'una parte fra i più elevati e incorrotti spiriti del nostro
Cinquecento, fra i quali basta che io vi ricordi Vittoria Colonna e il
cardinal Gaspare Contarini.

La terza tendenza, quella che organizza la resistenza ad ogni costo,
è troppo vasta nelle cause, nei fatti e nelle conseguenze da poterne
discorrere affrettatamente insieme all'altre due.

                                   *

Alla formola Luterana, adoperata a significare la necessità di
correggere le degenerazioni del dogma e i disordini della Curia
Romana e della gerarchia ecclesiastica, anche prescindendo da quelle
riunioni, alle quali ho accennato, si potrebbero indicare molti
riscontri in Italia subito dopo Lutero ed anche molto prima di lui.
Ma sarebbe inutile per noi e soverchia una tale ricerca. Del resto
queste anticipazioni dottrinali non mancano mai, ma contan poco. Ogni
rivoluzione è di chi la fa e al momento di farla. La ribellione di
Lutero ha date certe e stiamo a queste: l'Ognissanti del 1517, quando
Lutero oppone le 95 tesi alla Bolla delle Indulgenze, che è il prologo
del gran dramma, il 10 dicembre 1520, quando Lutero brucia dinanzi
alle porte della cattedrale di Vittenberga e fra una folla di popolo
entusiasta la Bolla di Leone X, che lo ha condannato.

Nei due anni o poco più, che intercedono fra queste due date, e dopo
poi sempre più, la propaganda coi libri, colle corrispondenze, colle
dispute pubbliche, cogli emissari, colle predicazioni è attivissima e
larghissima in Germania e nella Svizzera, dove Ulrico Zuinglio, forse
qualche mese prima di Lutero, aveva iniziato un movimento analogo al
suo e in certe parti più radicale.

Ben presto se ne ripercossero gli echi in Italia, nel Veneto da prima,
e poi altrove.

Se non che, intendiamoci, non si tratta di nulla di simile a ciò che
accade in Germania o nella Svizzera. Leggendo il libro inglese del
Maccrie sulla storia della Riforma in Italia, che è anche oggi il
solo, il quale abbia trattato ex-professo e in modo compiuto questo
argomento, e vedendo il moto riformista ripercuotersi così rapido e
così determinato quasi in ogni città d'Italia, vien fatto di chiedersi:
o come dunque l'Italia non è divenuta tutta Protestante? Ma quel libro,
ricchissimo di notizie, è nel suo insieme e organicamente sbagliato.

In Italia si sparge subito e largamente una curiosità, un'agitazione,
una febbre, che invade specialmente le classi più alte e più culte,
gli ecclesiastici, i claustrali, i letterati, i filosofi, e, poichè
la questione tocca così da vicino quanto v'ha di più intimo nel
cuore umano, le donne, quelle specialmente di animo più elevato
e che hanno più approfittato dell'alta educazione femminile del
Cinquecento. Ma tutto questo fervore, che diviene anche un poco una
moda, non oltrepassa certi limiti. Tutta questa gente, che disputa
così accanitamente della _giustificazione per la sola fede_, che
si abbandona con tanta delizia interiore e con tanta ingenuità
d'intenzioni al dolce sogno d'una Chiesa e d'una società rinnovata
col ristaurarvi e purificarvi il sentimento religioso e cristiano,
non pensa, non sospetta neppure di rasentare l'eresia, e molto meno di
ribellarsi, o di mettere comunque a repentaglio l'unità della fede. Per
questo, nella prima fase, nel primo riecheggiare in Italia del moto
Protestante Tedesco, i consensi sembrano così rapidi, così larghi,
così numerosi. Ma innanzi tutto questa agitazione si ferma in alto;
non discende che pochissimo dalle classi superiori alle inferiori;
non acquista mai o quasi mai carattere schiettamente popolare; ed in
secondo luogo quando la Chiesa dominante si rende conto essa stessa,
ha essa stessa coscienza del grave pericolo che la minaccia, i più
indietreggiano, pochi si risolvono di varcare il limite estremo,
il moto s'impicciolisce, diviene sempre più isolato, individuale, e
scompare.

Le conseguenze morali (diciamolo) sono disastrose, perchè manca alla
Chiesa dominante, come le è mancata sempre, l'intelligenza delle
cagioni profonde, per le quali più d'un terzo d'Europa s'era distaccato
da lei; perchè tutta impigliata ad armeggiare colle esagerazioni
sofistiche, che Lutero, negli impeti della lotta, deduceva da' suoi
stessi principii, e che Calvino esagerò sempre più, la forza vera
di quei principii, le loro conseguenze vere le sfuggono; perchè non
intende e non sente che l'importanza del moto Protestante non sta
già nella fede senza le opere, nella negazione del libero arbitrio,
nell'ammettere la predestinazione; il solo concetto ragionevole per
gli stessi credenti essendo anzi quello che Dio giudichi gli uomini non
per quanto avranno creduto, ma per quanto avranno operato; perchè, non
intendendo e non sentendo questo, la Chiesa dominante mira quindi, più
che a riguadagnare il terreno perduto, a salvare quello che le rimane,
e lo fa, e le riesce, ma più esagerando alla sua volta il principio
d'autorità contro il principio del libero esame, che rinnovando
intieramente sè stessa.

Ad ogni modo, è verissimo, la sua resistenza è enorme e meravigliosa.
Ma non è quella, che le chiedevano i più veggenti, i più moderati,
i più pii fra i suoi amici contemporanei alla rivoluzione Luterana;
non è quella, a cui accennò essa stessa per un momento, quando sotto
Paolo III l'azione del cardinal Gaspare Contarini, capo dalla parte
conciliatrice, prevaleva nel Sacro Collegio, e quando nel 1536 era
eletto un Consiglio per la correzione della Chiesa, in cui col nome del
Contarini, vediamo quelli del Caraffa, del Fregoso, del Sadoleto, del
Giberti, del Polo, del Cortese, del Badia, dell'Aleandro, non tutti
d'una mente, ma certo i più autorevoli e virtuosi uomini, che avesse
allora la Chiesa; non è quella, che questi uomini le proponevano con
una relazione, che poco dopo, sotto Paolo IV, diveniva essa stessa
un documento addirittura ereticale, e invece di essere adottata dalla
Chiesa si pubblicava con un preambolo e le chiose di Lutero.

Da un giorno all'altro il programma del Contarini è abbandonato, ed
(è giusto dirlo) non per intiera colpa del Papato, ma molto ancora
delle generali condizioni politiche europee e dell'ormai trionfante
preponderanza Spagnuola; gli uomini, che hanno caldeggiato il programma
del Contarini, finiscono nella disgrazia e nell'abbandono, alcuni anzi,
come il Morone, processati e carcerati; la resistenza ad oltranza
e le persecuzioni incominciano e allora va cessando altresì quella
larga e numerosa agitazione, che la protesta Luterana avea da prima
suscitata in Italia; il moto si isola qua e là; diviene frammentario,
disgregato, individuale; ha martiri, non capi e seguaci; si mostra qui
in un convento, là in una corte, altrove in un'accademia, in un gruppo
di famiglie; non ha seguito, non contrasti vigorosi, non consensi
efficaci; tra gli stessi ribelli veri, i più forti oltrepassano subito
le precise dottrine Luterane e Calviniste, in molti altri si rinnova
il caso delle antiche lotte politiche dei nostri rabbiosi Comuni. Come
cioè s'ebbero allora i Ghibellini per forza, così si hanno ora gli
eretici per forza. Molti non domanderebbero di meglio che fermarsi a
mezza via, ma le persecuzioni del Sant'Uffizio, istituito nel 1542, il
fanatismo degli Inquisitori, i sospetti dei Principi, l'intolleranza
spietata, che vede eretici dappertutto, che spia e commenta ogni
atto, ogni gesto, ogni parola, un segno d'allegrezza, una smorfia di
malumore, il terrore, che non dà quartiere e non conosce misericordia,
gli spinge, gli incalza, gli costringe all'aperta ribellione.

Voi vedete, signore, che quantità di ardui problemi e delicatissimi
contiene questa storia della Riforma in Italia. C'è un modo di
spicciarsi di tutti con franca disinvoltura, collocarsi al punto
di vista protestante e propagandista del Maccrie, o a quello del
Sant'Uffizio e degli Inquisitori dell'eretica pravità. La prospettiva
è allora una sola e invariabile; poco monta chi sgarra più e chi meno,
son tutti eretici di tre cotte e o col Maccrie s'incoronano di gloria
o col Sant'Uffizio e gli Inquisitori (e diciamolo pure col Cantù,
nonostante tutte le sue contraddizioni) si decreta a tutti quanti rogo
e anatema. Ma questa non è storia!

                                   *

Ogni volta che ho pensato al moto filosofico e religioso in Italia
nel Cinquecento, m'è sempre ricorso spontaneo alla mente il confronto
con quello dell'emancipazione civile d'Italia nei tempi nostri.
Nell'uno o nell'altro gli stessi velami, le stesse esitanze, le stesse
clandestinità di consensi, gli stessi eccessi, le stesse diversità
e gradazioni di tendenze, di apparecchi, di tentativi, di silenzi
longanimi e di audaci rivolte. Il confronto non si potrebbe continuare
senza dare in falso. Ma io non voglio dir altro se non che l'elemento
morale nella storia è altrettanto necessario quanto il positivo, e
che se lo studio dei fatti si sottomette ad un preconcetto, che vi
tiranneggi il cervello, o si scompagna dallo studio psicologico, si
perde ogni speranza di cogliere a distanza di tempo e riprodurre meno
imperfettamente la realtà piena delle umane vicende. Tanto più nella
storia d'un qualsiasi moto religioso, tanto più in una storia, come
quella della Riforma in Italia.

Quando la ribellione è affermata coll'apostasia, il caso è più facile,
benchè non sempre così semplice, come a prima vista parrebbe. Quando
invece l'affermazione recisa dell'apostasia manca, le tendenze diverse
che notai già scaturire dai primi echi Italiani della Riforma Tedesca
non sempre sono distinte; più spesso ci troviamo a fronte di gente, che
rivela solo una piccola parte dei proprii pensieri, che afferma, che
nega, si disdice, si contraddice, nè sempre è dato cogliere intiero
il segreto di quelle anime e distinguerle, a comodo nostro, nelle
esatte categorie della storia. Dove, per esempio, gli indizi apparvero
più deboli o contradditorii, gli scrittori Cattolici più zelanti se
ne valsero per gridare alla calunnia, e scagionare senz'altro i più
grandi nomi da questa, secondo essi, nota d'infamia, e non pensarono
che quanto più alto era il grado, l'autorità, la fama, tanto più era
naturale che il segreto fosse gelosamente custodito. Niuno potrà mai in
tal caso pretendere di definire esattamente la misura di una ribellione
o di un assentimento, che si svolgevano nella coscienza e poco o
nulla si palesavano al di fuori con aperte professioni o con atti di
proselitismo, i quali costavano libertà, vita, onori, fama, fortuna,
e vi sbalzavano addirittura fuori del consorzio sociale, quando pure
non laceravano vincoli ed affetti più intimi. Eppure la storia della
Riforma in Italia non va considerata soltanto nelle precise e formali
adesioni alle dottrine Luterane e Calviniste, bensì deve cogliersi
ovunque si manifesta in anime religiose uno di quei dissensi o una
di quelle indiscipline, a cui la Riforma era certamente pretesto od
occasione. Tenendo conto di tutto questo si può soltanto presumere di
approssimarsi almeno alla verità.

Accennai al Veneto, come a una delle prime regioni Italiane, che in
qualche modo risentirono il contraccolpo della Rivoluzione Tedesca e
m'interruppi per delineare quelli che, secondo me, sono i caratteri
generali e speciali di tale contraccolpo e del moto che in Italia gli
tenne dietro. Raccontare ora partitamente i casi dei personaggi più
notevoli che quasi in ogni città d'Italia si mostrano seguaci delle
nuove idee e quando giunge l'ora della persecuzione o della repressione
violenta, o si sottomettono o pagano coll'esilio o colla vita il fio
della loro ribellione, non potrei senza eccedere di troppo i limiti
di tempo, che mi sono concessi. Del resto quei casi si susseguono e si
rassomigliano: lo spionaggio, la denunzia, la fuga, oppure il carcere,
un processo, in cui le torture morali di una lotta corpo a corpo colla
capziosa casuistica dei giudici eguagliano quasi il tormento delle
torture fisiche, alle quali l'inquisito è sottoposto, e infine il
supplizio, ora orribilmente misterioso e segreto, ora pomposamente
teatrale e solenne, quello a Venezia, dove l'eretico scompare
nottetempo nelle acque della muta e nera laguna, questo a Roma, dove
fra una processione di monsignori, di soldati in arme e di frati
salmeggianti l'eretico sale il rogo a Ponte Sant'Angelo o in Campo de'
Fiori. A questi lagrimevoli ricordi si collegano i nomi (per non dire
che dei più celebri) di Pier Carnesecchi, di Aonio Paleario, di Fanino
da Faenza, di Bartolomeo Fonzio, di Baldo Lupetino, di Giovanni Mollio,
e di tanti altri, che sarebbe lungo enumerare. Preterendo adunque di
necessità le ribellioni e i sagrifici individuali, accenniamo piuttosto
dove il consenso alle nuove dottrine religiose fa gruppo, raccoglie
aderenze più calde e più numerose, s'intreccia a vicende di storia
politica, e nel dissolversi ci indica personaggi importanti, che poi
seguono diverse tendenze di pensiero e di vita.

Notevolissimo a tale riguardo il gruppo, che verso il 1535 attornia
a Napoli lo Spagnuolo Giovanni Valdes. Nella sua casa a Chiaia e in
vista di Posilippo, o sull'incantevole isola d'Ischia nella villa
della Colonna si radunavano il Vermigli, l'Ochino, il Carnesecchi,
il Flamminio, il Caracciolo ed altri letterati, teologi e cavalieri,
e con essi parecchie gentildonne Italiane e Spagnuole, fra le quali
brillavano come stelle Vittoria Colonna, l'inconsolabile vedova del
Marchese di Pescara, e Giulia Gonzaga Duchessa di Trajetto, vedova di
Vespasiano Colonna, quel prodigio di sempre virginale bellezza (checchè
ne dicono le Pasquinate del tempo) che il corsaro Ariadeno Barbarossa
tentò sorprendere nel suo castello di Fondi e rapirla per farne dono al
Sultano.

È gran segno del tempo il fervore di quelle riunioni e s'intende
bene come tutto quell'ambiente di bellezza, di poesia e di religiosi
entusiasmi, su quel paesaggio unico al mondo, rimanesse un lungo e
soave ricordo per tutti quegli amici del Valdes, e le loro lettere di
molti anni dopo, quando il turbine della reazione gli avea sperperati,
rimpiangessero amaramente la memoria del Valdes, morto nel 1540, e
i bei giorni di quell'intima comunanza di pensieri, di affetti, di
aspirazioni. E due soprattutto sono le circostanze notevoli della
congrega del Valdes, l'una che per la prima volta vi apparisce il libro
famoso del _Beneficio di Cristo_, che fu pei dissidenti e Protestanti
Italiani del secolo XVI quello che l'_Instituzione Cristiana_ di
Calvino fu per i Francesi e per gli Svizzeri; libro tenuto qualche
tempo per innocuo e che poi sarà delitto capitale aver letto, averlo
posseduto o prestato ad un amico; l'altra il vario e sempre tristo
destino, che aspettava tutti i componenti di quella congrega. Di
quelli soltanto, che ho nominati, Vittoria Colonna e Giulia Gonzaga
finiscono volontariamente relegate in un monastero; Pietro Martire
Vermigli in esilio a Zurigo; Bernardino Ochino in Moravia, dopo aver
errato per mezz'Europa e sorpassata di molto col suo pensiero la
Riforma Protestante; Pier Carnesecchi a Roma sul rogo; Marcantonio
Flamminio in sospettata oscurità, ma più indietreggiando che avanzando;
Galeazzo Caracciolo a Ginevra, Calvinista schietto; il che dimostra
come dalla riunione del Valdes escano quanti aspetti diversi prese
il moto protestante in Italia, quello di chi rimane entro il circolo
della dottrina Cattolica, ma non vi trova più nè la tranquilla fede
nè la posizione di prima; quello di chi si spaventa a mezza strada e
indietreggia; quello di chi si associa del tutto al moto Protestante e
per esso dà la vita o si sottopone alla perpetua miseria dell'esilio;
e quello di chi neppur trova posa nella dottrina Protestante e finisce
anatemizzato del pari dalla Roma del Papa e dalla Ginevra di Calvino.

                                   *

Come già dissi, forza di vero e largo consenso popolare la Riforma non
trovò mai in Italia. Per questo appunto ci sentiamo tratti ad osservare
con più sollecita cura i punti, dove una certa espansione, sia pur
momentanea e con fattezze diverse, ci fu, o parve esserci.

Nell'Istria ad esempio, e per opera specialmente d'un uomo, Pier Paolo
Vergerio, Vescovo di Capodistria, che è uno dei tipi più complicati ed
anche oggi più difficilmente giudicabili, che abbia avuto la storia
della Riforma in Italia; grande ingegno, vastissimo sapere, e nel
tempo stesso la più strana mescolanza di bene e di male, di tenebra
e di luce. C'è in lui del santo e dell'avventuriere, dell'apostolo e
dell'imbroglione, del fanatico e dell'astuto; ma se poi si considera
ch'egli non avea che da starsene o, date le prime mosse e visto che gli
attiravano guai, non avea che da fermarsi, per continuare in quell'auge
di fortuna, che lo avea portato subito in cima della scala, e invece
tentò, ritentò più volte e corse di deliberato proposito alla propria
ruina, bisogna dire che un gran fondo di sincerità, di buona fede e di
schietto entusiasmo fosse nell'animo del Vergerio. Certi aspetti del
suo carattere vanno dunque forse attribuiti alla mobilità, alla foga,
alla superlatività del suo spirito, per cui nella polemica religiosa
del suo tempo reca la temerità, l'improntitudine e insieme le male arti
dei peggiori politicanti e giornalisti odierni e pare anzi un loro
predecessore. Dal 1533 sino a dopo la dieta di Worms del 1540 fu in
Germania negoziatore pel Papa e per la Francia di compromessi religiosi
e politici coi Protestanti, si abboccò con Lutero e narrò il colloquio
in una lettera mirabilmente efficace e caratteristica del 1535. In essa
è ancora avverso a Lutero, ma non consentendogli l'acuto ingegno quel
dispregio ignorante, che non fa caso di nulla nella Riforma Tedesca, nè
di uomini nè di idee, perchè giudica tutto farina del diavolo, accadde
al Vergerio, diplomatico Pontificio, di finir persuaso di molta parte
delle nuove dottrine. Tornato alla sua diocesi applicò savie riforme
e, aiutato dal fratello, Vescovo di Pola, le proseguì arditamente;
ed in ciò fare non gli pareva se non di compiere il suo dovere di
Vescovo. Processato due volte, respinto dal Concilio di Trento, la
persecuzione, l'esilio ne fecero un eretico per forza, ma il moto da
lui destato nell'Istria (caso unico in Italia) trovò gran seguito e
favore nel popolo e perdurò quasi trent'anni. Quanto a lui, ad ogni
passo poneva la meta più innanzi e dopo una vita agitata, errabonda,
travagliatissima, finì a Tubinga nel 1565 rimanendo incerto anche oggi,
se puramente aderì alla Riforma, se la sorpassò, o se presunse farsi
centro ed autore d'un nuovo moto, che da lui solo pigliasse forma e
sostanza.

Meno persistente, meno larga, ma pure con un certo carattere di
popolarità, che manca altrove, è l'agitazione religiosa di Modena,
cominciata fra il 1537 e 38. Poco dopo, come apparisce dal compendio
dei processi del Sant'Uffizio di Roma, pubblicato dal Corvisieri,
Modena era già una città diffamata per eretica. Intorno all'anno 1540,
Alessandro Tassoni il vecchio, cronista Modenese, narra che non solo
uomini dotti, indotti e d'ogni condizione aderivano alla Riforma, ma
persino le donne ne disputavano, citando a dritto e a traverso Santi
Padri e Dottori, che non conoscevano neppur di vista. Quest'entusiasmo,
com'è naturale, era cominciato più in alto, in una specie d'accademia,
come il volgo la chiamò, che s'adunava in casa dei Grillenzoni, e
della quale il personaggio più importante era Lodovico Castelvetro.
La casa del Grillenzoni era un interno patriarcale, sette fratelli,
dei quali cinque ammogliati e quarantacinque o cinquanta tra figliuoli
e nipoti e, se le si univano amici e maestri, una vera falange, che
talvolta stava a chiacchiera nella spezieria dei Grillenzoni, e quando
si muoveva per andarsene pareva, dice un altro cronista, un branco di
stornelli che si disperdesse. Si occupavano di studi umanistici, ma
Modena è città arguta, beffarda; i chiacchiericci di spezieria eccitano
i begli spiriti delle piccole città; sicchè i cosidetti accademici
ebbero buon giuoco nel pubblico a burlare e a interrompere anche in
chiesa i predicatori più triviali, esaltando invece il Ricci, l'Ochino,
dotti ed eloquentissimi, ma già sospetti di deviazioni dalla pura
dottrina ortodossa. Roma e l'Inquisizione si destarono; s'interposero
i soliti pacieri, il Morone, Vescovo di Modena, il Contarini, il
Sadoleto; fecero firmare agli Accademici una professione di fede e
tutto per il momento parve quietato. Ma una burla fatta a Pellegrino
degli Erri nella spezieria Grillenzoni risuscitò la tempesta, perchè a
vendicarsene costui denunciò per eretici e per lettori e divulgatori
di libri ereticali i suoi amici, contro i quali escirono tosto bandi
fierissimi. L'Accademia si ecclissò; più degli altri rimase in vista
come sospetto Lodovico Castelvetro, forse perchè il più autorevole per
ingegno, per studi e per le tendenze della sua ipercritica letteraria,
la quale tirò addosso a lui i guai peggiori.

Nel 1553 criticò acerbamente la canzone di Annibal Caro in lode dei
Farnese e dei Reali di Francia, che comincia coi noti versi:

    Venite all'ombra de' gran gigli d'oro,
    Care muse, devote a miei giacinti.

Annibal Caro, cortigiano felice, col vento in poppa, colmo di prebende
e d'onori, se l'ebbe a male. Ne seguì una delle più atroci baruffe
letterarie che si ricordino, finita col denunziare il Castelvetro,
prima come eretico, poi come eretico insieme e come assassino. Qui i
fiori letterari del Caro, delizia dei buongustai, coprono una trama
d'iniquità, di cui il Castelvetro fu vittima, perchè dall'accusa
d'assassinio riescì a purgarsi, non da quella d'eresia. Citato a
Roma, v'andò; durante il processo, fuggì: stette molti anni fra
Chiavenna, Ginevra, Lione e Vienna; nel 1570 tornò a Chiavenna, ove
l'anno dopo morì fra le braccia del suo amico e protettore, Rodolfo
Salis, il quale sulla tomba dell'esule scrisse queste significanti
parole: _morto libero, liberamente riposa in libera terra_. Pure siamo
alle solite di doverci chiedere: fu veramente eretico e quanto lo fu
il Castelvetro? Difficile rispondere fra lo zelo degli accusatori
e quello degli apologisti. Le apparenze, le vicende della sua vita
rafforzano il sospetto, ma manifestazioni precise mancano. Però quasi
tre secoli dopo, nel 1823, in una villa prossima a Modena, stata già
del Castelvetro, fu scoperto un ripostiglio murato, e abbattutolo si
trovò pieno di carte manoscritte e di libri di Lutero, di Calvino e
di altri eretici. Le carte furono consegnate a un dabben prete, che,
saputele del condannato Castelvetro, le abbruciò; i libri passarono
alla Biblioteca Estense e dalle date dei medesimi si rilevò, che
il nascondimento risaliva al tempo delle persecuzioni sofferte dal
Castelvetro.

Questa voce d'oltre tomba, che esce fioca dopo circa tre secoli
dai ruderi della sua vecchia casa, lo accusa dunque, ma, grazie
all'imbecillità del pretino incendiario, neppur essa dice tutto;
ci lascia solamente congiungere il nome di Castelvetro al piccolo
movimento ereticale Modenese, e bisogna contentarsi di questo.

Più aperto, più determinato nelle sue conseguenze è quello invece che
contemporaneamente manifestasi a Lucca. Anche qui v'è un nome, che
accentra e personifica il moto, Pietro Martire Vermigli, Fiorentino,
che già vedemmo a Napoli nella congrega del Valdes. A metà del 1541
fu fatto Priore di San Frediano e avea intorno a sè uomini imbevuti
anch'essi delle stesse dottrine, il Martinengo, Bresciano (che fu
poi primo Pastore della Chiesa Riformata Italiana in Ginevra), il
Tremellio, Ferrarese, lo Zanchi, Bergamasco, il Lazise, Veronese, ai
quali s'aggiunse poco dopo Celio Secondo Curione, il più celebre dei
Protestanti Piemontesi. Mezz'Italia è qui rappresentata e il Vermigli
fonda una scuola, in apparenza pei novizi del suo ordine, in realtà
una Scuola Protestante, che accolse altresì le più cospicue persone
di Lucca. L'Inquisizione era sull'intesa e vigilava, ma tutto andò
quieto, anche quando Paolo III e Carlo V s'abboccarono in Lucca. Un
aneddoto curioso è che l'Imperatore fu svegliato una notte da gridi
di dolore. Chiesta la cagione, gli è risposto che una gentildonna,
dimorante vicino al palazzo, aveva partorito un bambino, che Carlo V
per cortesia volle tener esso al battesimo, celebrando il rito Paolo
III in persona. Questo bambino fu poi il padre di Giovanni Diodati, il
celebre volgarizzatore della Bibbia. Se la paternità spirituale avesse
gli effetti, che la scienza attribuisce alla paternità naturale, si
direbbe che qui la legge dell'atavismo agisce al rovescio. Più sicura
invece si mostra in Michele Burlamacchi, figlio del celebre patriotta
e cospiratore Lucchese, perchè troviamo Michele Burlamacchi fra i
Protestanti più caldi, ed in lui la ribellione religiosa si direbbe la
continuazione e lo svolgimento della ribellione politica paterna. Fatto
sta che quando l'Inquisizione ebbe costretto il Vermigli a fuggire
e nella sua propaganda gli sottentrò Aonio Paleario, bruciato poi
a Roma nel 1565, i rigori aumentarono a segno, che s'ebbe una prima
emigrazione di più di venti cospicue famiglie Lucchesi nel 1555 e una
seconda nel 1567, la quale comprese anche Michele Burlamacchi con la
sua vezzosa donna, Clara Calandrini, il suocero Giuliano Calandrini
con l'altra figlia Laura e il marito di lei, Pompeo Diodati, nonchè il
fratello e gli altri figli di Giuliano. Giunsero in Francia durante la
seconda guerra civile fra Cattolici e Ugonotti, e costretti a seguire
le fortune dell'esercito del Principe di Condè, sarebbero periti fra
gli stenti e i disagi, tanto più che Clara Burlamacchi e Laura Diodati
erano incinte ambedue, se, saputili Italiani e proscritti per causa di
religione, non gli accoglieva nel suo castello di Montargis, Renata
d'Este, quella Duchessa di Ferrara, presso cui vedemmo già Calvino
nel 1536 e che ora dopo la morte del marito, era tornata in Francia
fin dal 1560 e vivea solitaria a Montargis, professando apertamente il
Protestantismo.

                                   *

Renata è una delle più singolari figure della storia della Riforma in
Italia, e i fatti, che le si riferiscono, uno dei più singolari episodi
di questa storia. Per opera di lei, figlia di Luigi XII, re di Francia,
e venuta sposa nel 1528 ad Ercole II d'Este, la Riforma penetra in una
delle più illustri corti Italiane del Cinquecento e la tiene per più
di vent'anni agitata così nelle intimità domestiche, come al difuori
e per indiretto nelle sue relazioni politiche col Papa e cogli altri
Stati Europei. Era il periodo, in cui si dibatteva il problema, se
la preponderanza nel sistema politico Europeo dovesse appartenere
alla Spagna o alla Francia, ed il principal campo di tale contesa,
ormai risoluta in favore della Spagna, era sempre l'Italia. Quindi
la difficoltà pei suoi principati minori di reggersi in bilico alla
meglio fra i due litiganti, nè già coll'illusione proverbiale d'essere
fra i due il terzo che gode, ma appena appena colla speranza di non
farsi divorare per primo. A tal fine i pericoli della politica e della
guerra erano già troppi senza aggiungerne altri di peggior natura,
senza accogliere cioè dottrine nuove di religione, sulle conseguenze
politiche delle quali i pensieri dei potentati maggiori non erano forse
ancora ben fermi. Tanto più apparisce quindi straordinario l'ardimento
di Renata, la quale nel piccolo Ducato di Ferrara, feudo del Papa,
osa vagheggiare e tentare due programmi del pari pericolosissimi, una
politica risolutamente Francese e la riforma religiosa. Nell'atmosfera
morale del Cinquecento, questa donna, che, salvo qualche ora di
debolezza nei più penosi contrasti dei suoi affetti, si mantiene
fedele tutta la vita a quei due ideali, e quando l'ideale politico le
sfugge, perchè la morte del marito la priva del trono, innalza l'ideale
religioso sino al concetto tutto moderno della tolleranza civile, e
tornata in Francia allo scoppiare delle guerre di religione, rimprovera
ai Cattolici le loro crudeltà e agli Ugonotti le loro vendette, questa
donna, dico, è senz'alcun dubbio una delle più grandi e nobili figure
del suo tempo. Ne sparlino pure scrittori rabbiosi e intolleranti
dai contemporanei fino al Cantù. Ci contenteremo che l'abbiano lodata
non col solito gergo cortigianesco, ma quasi con senso di misteriosa
riverenza l'Ariosto ed il Tasso. Mi duole non aver tempo a narrare
i suoi casi, oggetto anche oggi di ricerche e di studi (fra i quali
ricordo ad onore quelli del Fontana) e per affrettarmi al fine torno
agli esuli Lucchesi, da Renata ospitati, durante la seconda guerra
civile di Francia, nel suo castello di Montargis. Vi rimasero fino alla
pace di Longjumeau e in questo tempo Clara Burlamacchi mise alla luce
una figlia, a cui la Duchessa fu matrina e diede il suo nome, e che ci
ha lasciato alcune _Memorie_ delle vicende sue e de' suoi genitori.
Da Montargis ripararono a Sédan, da Sédan a Parigi ove nel 1572 si
trovarono alla strage degli Ugonotti nella notte di San Bartolomeo.
Anche in quella notte li salvò forse la protezione di Renata, che era
in Parigi, perchè trovarono scampo nel palazzo del Duca di Guisa, gran
nemico dei Protestanti, ma genero di Renata. Si rifugiarono di nuovo a
Sédan, quindi nel 1579 a Muret, ove Clara Burlamacchi morì. Finalmente,
ricominciata la guerra, Michele Burlamacchi stabilì di condursi nel
1585 a Ginevra, il già antico rifugio degli Italiani perseguitati per
causa di religione ed il solo luogo oramai, dove, allorchè la reazione
ebbe domata in Italia ogni velleità di novatori ed ogni resistenza, il
solo luogo, dove, si può dire, va a concentrarsi o a terminare (se si
eccettuano le valli Valdesi) la storia della Riforma in Italia.

L'arrivo dei Burlamacchi a Ginevra fu una festa pegli esuli Italiani,
i quali si recarono tutti uniti ad incontrarli fuori della città.
V'erano di Lucchesi i Balbani, i Diodati, i Calandrini, i Turettini.
L'anno appresso Renata Burlamacchi sposò Cesare Balbani. Nel 1621, dopo
aver pianto la morte di dieci figli perdette il marito, col quale avea
vissuto trentacinque anni. Renata Burlamacchi dovea ormai avere un'età
più che sinodale, ma nell'austero costume della Repubblica Calvinista
le vedove non erano tollerate, perchè sta scritto (lo dirò in latino)
_in viduis laboriosa castitas_. Renata dunque obbedì al precetto di
S. Paolo: _io voglio che le vedove si rimaritino_, e sposò in seconde
nozze Teodoro Agrippa d'Aubignè, il poeta, il soldato, il diplomatico
dei tempi eroici della Riforma. V'erano a Ginevra altri cinque fratelli
di Renata e questi e gli altri esuli Lucchesi furono lo stipite di
molte e molte fra le più illustri famiglie Ginevrine; ma sono quelli
che poterono adattare l'antico spirito del Rinascimento Italiano
alle rigidità delle dottrine Calviniste. Altri invece dei più famosi
riformisti Italiani, l'Ochino, i due Socini, l'Alciati, il Vermigli, il
Vergerio, preferirono ramingare pel mondo ad un dispotismo peggiore di
quello che aveano lasciato in Italia e che andava dritto alle stesse
conseguenze, alle quali giungeva Pio V. C'è di più. In Italia v'ha
non solo chi aderisce al Protestantismo e chi lo sorpassa, ma trovano
aderenti e seguaci anche tutte le sette, tutte le _variazioni_, per
adoprare la parola del Bossuet, nelle quali il Protestantismo si divise
in forza del suo più largo e fecondo principio (questo il Bossuet non
lo dice) il _libero esame_, il quale fondava la libertà di coscienza,
come la Rivoluzione Francese fondò l'_uguaglianza civile_.

                                   *

Contuttociò la Riforma in Italia non attecchì. Se considerate le
condizioni politiche e morali dell'Italia d'allora, non vi occorrerà
cercare altre spiegazioni di questo fatto. Sull'indifferentismo dei più
un moto religioso non si propaga; trova per eccezione aderenti, trova
chi lo sorpassa, trova chi vorrebbe conciliare il nuovo col vecchio, ma
non riattaccandosi a nessun avanzo di antiche e tradizionali fazioni
politiche Italiane, contrariando anzi del pari Guelfi e Ghibellini,
nel momento stesso che Papato ed Impero si ridanno la mano, è naturale
che tra questi due colossi si dibatta penosamente con sforzi parziali e
individuali, ma finisca per rimanere schiacciato.

Sopravvissero la colonia italiana di Ginevra, e nelle Valli Alpine del
Chisone, del Pellice, di San Martino e Luserna, fra il Moncenisio e
il Monviso, il piccolo popolo dei Valdesi. La loro storia è assai più
antica della Riforma Protestante, ma nel secolo XVI essi l'accettarono
e a traverso mille vicende resistettero e perdurarono. V'ha un'armonia
tacita e profonda fra certi luoghi e la gente che v'è nata e cresciuta.
Nelle valli Valdesi la natura si mostra in tutti i suoi aspetti dal
più ridente al più melanconico, dalla vegetazione più ricca e più gaia
ai larici, ai licheni, ai muschi; dal mite spettacolo della pianura
e del colle all'orrido e solenne dell'Alpe solitaria e coperta di
nevi eterne. Tale armonia anche quel piccolo popolo la rivela nella
semplicità de' suoi costumi, nel vivere parco e laborioso e in pari
tempo nella sua storia, la quale dimostra con che impeto, con che
tenacità disperata, quando la sua fede fu minacciata, diè di piglio
alle armi, riparò sulle cime de' suoi monti e di là sfidò impavidamente
la potenza e la moltitudine de' suoi nemici.

È proprio l'opposto di quanto accadde tra le ricchezze e i monumenti,
fra gli splendori e la complicata civiltà delle maggiori città
Italiane.

Qui non occorsero eserciti a domare ribellioni, che non vi furono.
Un tribunale di frati, un carcere, un rogo bastarono a far tacere per
sempre ogni voce fuori di chiave.

                                   *

Fu un bene? fu un male? È l'ultimo problema, che nasce spontaneo dalla
storia, di cui ho cercato disegnarvi appena i lineamenti principali, ma
ormai l'ora è passata ed io non posso che proporlo e dirvi: “pensateci,
se vi piace, signore!„ Non curarsi affatto di tali problemi è vecchia
abitudine Italiana, prodotta anch'essa in origine dal doppio e
contradditorio impulso del Rinascimento critico e razionalista e della
grande e opprimente reazione Cattolica del secolo XVI; ma non direi
che tale abitudine sia per l'Italia un titolo e un segno di morale e
filosofica superiorità. A giudicare da certi effetti mi parebbe quasi
il contrario. Ad ogni modo, ripeto, se vi piace e non v'affatica di
troppo, pensateci su!



L'ASSEDIO DI FIRENZE[1]

DI

ISIDORO DEL LUNGO.


I.

  _Signore e Signori,_

La storia della democrazia fiorentina è fin dai primi periodi storia
di fazioni e di gare, alle quali sovrappone le sue virtù benefiche e
conservatrici il sentimento della grandezza del Comune; l'amore, il
culto, per la “nobil patria„ della quale i Fiorentini, appartengano
ad una o ad altra fazione, sono tutti a un modo orgogliosi e fieri.
Guelfi e Ghibellini presto passano: rimane nello Stato la tradizione
Guelfa, perchè la più consentanea al reggimento popolare: ma in quanto
Guelfi ha voluto dir Chiesa, e Ghibellini Impero, Firenze ha conservata
intatta e immota la pietra angolare dello stato suo, Popolo e Libertà.
Bonifazio VIII ci ha spuntate sopra le armi della frode e della
violenza teocratica; Arrigo VII c'intoppa nel suo passaggio italico, e
le armi imperiali cingono d'inutile assedio le mura della città, che
riman chiusa a Cesare e al suo Poeta. Alle ambizioni ecclesiastiche
Firenze tributa cauto ossequio e, occorrendo, fiorini; ma libertà,
no: alle violenze, risponde con la Guerra degli Otto Santi. I Cesari
venturieri possono alleggerirle l'erario; ma nel palagio del Popolo
l'aquila non annida. Fu forse vendetta di questa sconfitta imparziale,
in cui Firenze repubblicana avvolse entrambi la Chiesa e l'Impero, che
per l'alleanza appunto di queste due grandi forze dominatrici invitte
del mondo medievale, la libertà di Firenze rimanesse schiacciata. Ma
che per ischiacciarla non ci volesse meno di quell'alleanza, e che
fosse alleanza funesta universalmente alla libertà umana; e che il
saccheggio di Roma papale, perpetrato dagli scherani dell'Impero,
precedesse, e quasi preludesse, alla caduta della nostra Repubblica,
come apparecchio mostruoso d'una catastrofe scellerata: questa è
gloria, quale solo accompagna la rovina di quelle grandezze il cui
ricordo rimane nella storia della civiltà augusto e venerando; nè su
pagina più luminosa e più tragica potevano scriversi gli ultimi fasti
della libertà fiorentina.

Tali, da quelle origini, per quello svolgimento, a quella caduta,
sono i pensieri che dinanzi a Firenze assediata e designata vittima
nobilissima dei bastardi di casa Medici, si suscitano nell'animo
di noi, che in condizioni di tempo del tutto diverse, toccate come
gli Eneadi dopo tanti casi e vicissitudini le spiagge della terra
santa d'Italia, consideriamo quei fatti e quelli uomini, de' quali
il suono e quasi lo spirito aleggia tutto intorno alla cara nostra
città. Ma fra il 1512 e il 1527, fra la restaurazione de' Medici per
le armi di Chiesa e Spagna insanguinate nel Sacco di Prato, del quale
si fa colpevole Giovanni de' Medici che poi sarà papa Leone; e la
ultima loro cacciata, dopo il Sacco di Roma nel quale è vittima delle
armi spagnuole il secondo papa mediceo Clemente VII, fra il 12 e il
27, che è l'ultimo periodo di signoria non ancor principesca della
famiglia fatale; Firenze non ripensava quelle origini, non avvisava
lo svolgimento, non presentiva la catastrofe. Aveva, in quei quindici
anni, sentito soffocar la Repubblica, sopravvissuta, nel Gonfalonierato
a vita, al rogo generoso di frate Girolamo; aveva sperimentate di
nuovo, con Lorenzo duca d'Urbino, con Giulio cardinale, le arti
eleganti della supremazia civile Medicea: aveva veduto, l'opera del
magnifico Lorenzo, di appoggiar la grandezza della Casa al braccio
della Chiesa, coronarsi il più splendidamente possibile, mediante que'
due triregni; sul capo di Leone, e sul capo, sebbene non legittimo,
di Clemente. E quando questi, fin allora cardinal Giulio, assunto
all'altezza suprema del Pontificato, avea lasciato in Firenze, quasi
sua _longa manus_ e simulacro di Medici alla cittadinanza, due altri
illegittimi, Ippolito e Alessandro, sotto la tutela d'un Cardinal da
Cortona. Firenze, abbagliata da quell'apoteosi papale di Casa Medici,
aveva quasi dissimulato a sè stessa la meschinità e l'indecenza di
questo giovanile duumvirato di spurii, che, sotto i non dissimili
auspicii di Sua Beatitudine, raccoglieva la splendida eredità di Cosimo
_pater patriae_ e del magnifico Lorenzo. Del resto, Giulio de' Medici,
lasciando, nel divenir papa Clemente VII, la supremazia dinastica
cittadina, non l'avrebbe mai, in quello stremarsi del maggior ramo
Mediceo, consegnata ad alcuno dell'altra diramazione (destinata fra
pochi anni al ducato e granducato), la quale aveva con quel ramo vecchi
dissidii, e che sola ormai era, ne' maschi, stirpe di Medici legittima;
non si sarebbe mai, Giulio, rivolto a quei Medici là, sebbene proprio
un d'essi, e appunto in quelli anni, empisse del suo nome l'Italia:
Giovanni, il prode condottiero delle Bande Nere. E così assettata,
com'egli credeva, Firenze, il novello Papa si gettava e presto
si perdeva, nelle ambagi della politica Europea: avverso a Spagna
dapprima; poi, avvenuto il rovescio dei Francesi nella battaglia di
Pavia e l'imprigionamento del Re, si affretta a mercanteggiare (e l'oro
fiorentino pagava) col novello e già potentissimo imperatore Carlo V
la ponderosa sua protezione; l'anno appresso, a fidanza di Francesco
che si è spacciato dal carcere e dai patti, si fa auspicatore d'una
Lega (Santa, al solito) di Francia, Venezia, Chiesa, Firenze, contro
gli Spagnoli; e finalmente, lungo il tramite di queste ingloriose
e insipienti altalene, rimane assediato, poi prigione, in Castel
Sant'Angelo, mentre la povera Roma va a sacco, e le armi del Sacro
Impero che pur da Roma s'intitola; vi rinnovano le gesta selvagge dei
Barbari sotto il cui urto millecinquant'anni prima l'Impero è caduto:
e il successore di Carlo Magno adempie le giustizie di Dio sul Papato
mondano, che coi restaurati Cesari ha menata per sette secoli una
tresca, interrotta da rare e sopraffatte virtù.


II.

E già quando questo a' primi di maggio dell'anno 1527 seguiva, lo Stato
de Medici in Firenze era scosso, e inchinava rapidamente a rovina.
I due eserciti: quel della Lega, guidato da Francesco Maria della
Rovere restituito duca d'Urbino, e quello di Spagna, col duca Carlo
di Borbone alla testa, traditore egli e Filippo di Châlons principe
d'Orange del loro re; dalla devastata Lombardia, quello sulle péste di
questo, tenevano, quel della Lega, il Mugello, e il Borbone il Valdarno
dalla parte d'Arezzo, dispostissimo a rovesciare su Firenze le orde
di que' suoi ladroni. La cittadinanza, così pericolante, balenava:
la gioventù chiedeva armi, che voleva dir libertà: il papa, denari:
non era possibile durare lungamente a quel modo. Un primo tumulto
insorto nella città il 26 d'aprile, toltone occasione dall'essere i
giovinetti Medici usciti fuori per abboccarsi coi capitani della Lega,
scopriva gli umori de' Fiorentini, che subito, per prima cosa, in
Palazzo Vecchio tramutato quasi in arnese da guerra, deliberavano il
bando della famiglia fatale. Impediva a tale deliberazione l'effetto
lo essere quel giorno stesso rientrati in città i giovinetti, portando
seco lo spauracchio di tirarsi dietro, pronto da amico a diventare
nemico, l'esercito della Lega. Ma dopo che, fermato quel bollore,
l'esercito ebbe proseguito verso Roma, senz'alcun pro nè allora nè
poi, la sua strada, perchè il Borbone, dinanzandolo con ispedita
mossa, precipitò le cose; quando l'11 maggio la nuova del sacco atroce
di Roma giunse a Firenze, portata da un parente de' Medici e loro
consorte ed emulo nelle civili ambizioni, Filippo Strozzi; tentatasi
dai Medicei un'ultima resistenza, mediante la proposta di Consigli
più o meno larghi, pe' quali, pur rimanendo i Medici, si rintegrasse
la partecipazione de' cittadini alla vita pubblica quasi ne' termini
del governo popolare savonaroliano; agitandosi tuttavia più torbido
e cupo il risentimento non meno degli ottimati che del popolo; il dì
17, Ippolito e Alessandro col loro Cortona sgombravano dal palagio di
Via Larga e dalla città. Firenze tornava ad essere di sè medesima, e
guardava in faccia gli eventi.

Padrona di sè, ma non degli svariati umori che serpeggiavano nel corpo
della cittadinanza irrequieto e mal disposto a unità di voleri e di
stato: alla quale veramente gli amatori di libertà non si acconciarono
che dinanzi all'estremo pericolo, e quando, perdute le occasioni
e le maniere di appoggiare il proprio buon diritto ad un saldo
patteggiamento con qualche generale interesse od ambizione assicurati
dalla forza, altro non rimase se non morire per quella libertà e con
essa. Del resto, la libertà fiorentina conteneva in sè fatalmente
i germi della propria dissoluzione: nè era possibile che il Comune,
persistito così medievalmente democratico in Firenze anche Medicea,
conservasse forze vitali, dopo l'evoluzione che il Rinascimento
avea maturata, in Italia e fuori, degli ordinamenti civili a formare
lo Stato nel moderno senso politico della parola. Sopravvissero al
Medioevo le repubbliche più o men gagliardamente aristocratiche, per le
affinità maggiori che questo loro carattere aveva col concentramento
delle forze informativo del nuovo ente Stato: e la più longeva, e di
gloriosa vecchiezza, salvo l'aver poi dovuto estinguersi decrepita,
fu quella dove il corpo aristocratico, saldata da secoli col terrore
la propria compagine, era quasi pervenuto alla concentrazione di un
reggimento oligarchico, senza di questo le pericolose emulazioni:
Venezia. Ma Firenze bisognava morisse. Forse, se si fosse trovato
fra lo stato popolare e l'assorbente supremazia civile dei Medici un
giusto mezzo, che assicurasse ad un tempo la libertà e sodisfacesse
e limitasse la loro ambizione, poteva, forse questa città, che era
ormai e per più rispetti tanta cosa nella vita d'Italia, continuarvi le
sue funzioni, rimanendo repubblica: bensì repubblica, per così dire,
in accomandita; quale appunto può dirsi che se la fosse ridotta il
magnifico Lorenzo. Ma l'arte, o meglio il genio, di un tale sistema di
governo non si trasmette per eredità: e bisognava altresì che le Alpi,
al che pure Lorenzo aveva badato, rimanessero chiuse alla cupidigia
straniera. Il governo popolare, adunque, fin da quando sulla rovina de'
Medici l'avea rintegrato il Savonarola, era di per sè una ragione di
debolezza alla città nelle sue relazioni politiche esteriori: massime
ora che si trattava, non pur di vivere, ma difender la vita; e che
il contrasto coi Medici non era più una mena interna cittadinesca, ma
scoperta guerra nella italiana palestra dischiusa alle armi di Francia
e di Spagna; non più un covare, essi i Medici, e ravvolgere per coperte
vie, le ambizioni liberticide; ma alla luce del sole drappellarle sugli
stendardi della Chiesa, che è divenuta cosa loro: portarle innanzi
sulla punta, oggi delle labarde di Spagna, domani, se meglio torna,
delle lance francesi, sempre contro una città dattorno alla quale il
proprio congegno politico, in sè stesso pericoloso e ora poi antiquato
e disadatto, crea solitudine o diffidenza o avversione.

Questo noi oggi teorizziamo e lumeggiamo comodamente a distanza di tre
secoli e mezzo: questo, per l'occhio vigilante de' suoi ambasciatori,
vedeva in atto l'austera Venezia, al cui Serenissimo Principe
scrivevano da Firenze quei clarissimi che — in una repubblica popolare
come la fiorentina signoreggiava la plebe, la quale attendendo alle
arti meccaniche, non può sapere il modo del vero governo; e che, tra
per cosiffatta meccanicità e per le dissensioni intestine, la era una
repubblica che aveva sempre avuto bisogno d'esser retta da altri —: ma
questo stesso, e le difficoltà che ne emergevano a governare, sentiva
altresì, come per istinto, una delle fazioni che si contrastavano il
reggimento della recuperata libertà; quella fazione appunto, che nella
persona di Niccolò Capponi fu assunta al governo. Niccolò era degli
Ottimati, cioè di quella parte, propaggine dell'antico Popolo grasso,
la quale, anche amando la libertà, non procedeva scevra da ambizioni
personali. A quella parte, in cotesta riforma di governo, si erano
accostati i molti ne' quali tale amore di moderata libertà, la libertà
ormai tradizionale a Firenze, si conciliava con l'affezione ai Medici
patroni, e con la disposizione a riaverli cittadini principali senza
tirannide. V'erano poi i Piagnoni, memori seguaci del Frate e in lui
credenti, e avversari ai Medici, ma che la severità del costume e il
vivo sentimento religioso segregava dagli Arrabbiati o Adirati, già
contradittori delle santimonie fratesche e perciò più o meno Medicei,
ma ora finiti in fazione, essi e i Libertini (i quali erano più che
altro giovani e persone meglio di fatti che di parole), feroce contro
il nome Mediceo, e ostile al Capponi e a quella sua maggioranza
cauta e riguardosa dell'avvenire e non aliena dal patteggiare per la
conservazione della libertà.

Il Capponi, fatto e poi confermato gonfaloniere a lungo termine dopo
cacciati i Medici, fu il primo de' tre cittadini, nelle cui mani, l'uno
dopo l'altro, l'insegna della Giustizia, rizzata fra il popolo da Giano
della Bella nel 1293, sventolasse per gli ultimi anni dal 1527 al 1530
sopra libera cittadinanza. E se i due gonfalonierati successivi, di
Francesco Carducci e di Raffaello Girolami, segnano il periodo eroico
della resistenza e lo suggellano col loro sangue, ha la sua triste
grandezza anche la magistratura di quel figliuolo di Pier Capponi. Il
quale non facendosi illusioni sulle condizioni di Firenze e d'Italia,
tenta valersi della fiducia che la cittadinanza ripone nell'integrità
sua, per equilibrare nel governo quelli umori discordi: va bilanciando,
tra Francia e Spagna, i partiti più favorevoli alla salvezza della
città; dalla prudenza sua attirato verso la Spagna (come fu pure, ma
felicemente, il magnanimo Andrea Doria), dalle simpatie popolari e
guelfe del Comune sospinto a cercare la Francia: di Clemente stesso,
che ravversa le sgominate fila della sua bieca politica papale, non
rifugge dall'accogliere e ascoltare, anche con pericolo di morte e
d'infamia, segrete ambasciate, le quali, chi sa?, potrebbero anche
distornare i pericoli del buttarsi Firenze sia a Spagna sia a Francia,
caso mai riuscisse con patti accettevoli, e non lesivi della libertà,
farsi amico il Pontefice; ma sopratutto gl'incombe sull'anima lo
sgomento angoscioso della impotenza della Repubblica, non a combattere
sibbene a vincere, e del non saper egli o evitare il combattimento, o
procacciare alla sua Firenze condizioni di buona guerra. E intanto,
lui gonfaloniere, la gioventù si arma, e i retori fiorentini nelle
chiese de' quattro quartieri arringano per la prima volta gl'inscritti
nella “nuova milizia„ cittadina, esaltando i “civili ordini fortificati
coi militari„; mescolando le sentenze Aristoteliche, dai libri della
Politica, con gli esempi delle romane virtù e con le memorie del libero
Comune da Giano alle violenze del 1512; e nella difesa della libertà
fiorentina rappresentando una difesa della libertà e dell'onore di
tutta Italia, dell'Italia “pigra„ (esclama un d'essi) ed “ingrata„;
e sulle armi cittadine evocando l'augusta imagine della patria, e la
benedizione invocando di Cristo re. Perocchè la Repubblica, solita pur
troppo, ne' grandi cimenti, a dover costringere la morbosa espansione
della sua libertà mediante il correttivo d'un patronato principesco,
ha questa volta cercato il suo patrono fuor de' principi della terra
malfidi e venali; e sulla fronte di Palazzo Vecchio, il re di tremenda
maestà Cristo ha impresso il raggiante suo stemma; e dal popolo che
occupa in armi la piazza dove la curia dei Borgia ha dato ad ardere
il Savonarola, dalla cittadinanza che siede legislatrice nella Sala
del grande Consiglio restituita agl'intendimenti di lui, si leva il
superstite canto di trionfo del Martire e Profeta:

    Viva ne' nostri cor, viva, o Fiorenza,
    Viva Cristo il tuo re.

Ma fuori del cerchio che sempre più dappresso chiude e stringe Firenze
isolata, fra le cui mura già serpeggia, come in altre parti della
povera Italia, la pestilenza che quelle masse d'armi e di luridume
trascorrenti e le stragi campali e lo strazio delle plebi affamate
portavano seco, fuori di cotesto cerchio che presto sarà di ferro, le
cose d'Italia s'avvolgono in nuove complicanze, sempre più minacciose
alla vittima destinata. Clemente VII, sottrattosi fin dal dicembre
del 27, fuggiasco o lasciato fuggire, alla prigionia di Castel
Sant'Angelo, si ravvicina al Cesare saccheggiatore; e il trattato di
Barcellona (giugno 29, il giorno di San Pietro) ferma le basi della
nuova amicizia; e la suggellano, sinistramente per Firenze, le nozze
che si patteggiano fra una bastarda di Carlo V e Alessandro de' Medici
figliuolo, come fosse, del Papa. Da un altro lato la pace, così detta
delle Dame (Margherita d'Austria per Carlo V, e Luisa di Savoia per
Francesco I), ricongiunge a Cambrai (agosto del 29) i due emuli,
segnando, col disonore del re cavaliere, l'abbandono de' suoi amici e
alleati, primi i Fiorentini, che egli séguita, per maggior vergogna,
ad affidare di vane e bugiarde speranze. E intanto le armi Spagnuole
e quelle Francesi o della Lega, dove conserva tuttavia soldatesche
proprie Firenze, hanno in Lombardia e nelle Puglie e intorno a Napoli
continuato con varia vicenda la desolazione d'Italia, terminando
col raffermarsi su di essa la prevalenza, che ormai sarà secolare,
dello sconcio giogo spagnuolo. Spagnuola, ma però indipendente, da
oligarchica pacificandosi in aristocrazia, si è fatta, pel grande
animo del Doria, Genova; mentre l'altra gloriosa marinara d'Italia,
trent'anni dopo la Lega di Cambrai, dopo retto all'urto di tutta Europa
collegata a' suoi danni dalla ferocia di papa Giulio, si ritrae intatta
con l'arme al piede nel vecchio territorio di San Marco, e ammaina
nell'Arsenale le vele che aspettano i superbi venti della giornata di
Lepanto.

Ed ecco, da' due estremi della penisola così bene assettata a non
essere ormai più di sè stessa, Filiberto d'Orange, sesto dei trentotto
Vicerè spagnuoli ai quali è condannata Napoli, sale con Ferrante
Gonzaga verso Toscana; e di Lombardia, le masnade di Antonio de
Leyva si apparecchiano a scendere l'Appennino; mentre l'Imperatore
a piccole e caute giornate, costeggiando Spagna e Francia, approda
a Genova, e prosegue verso Piacenza, e il Papa, già restituitosi da
Viterbo in Roma, muove verso la Romagna per aspettarlo in Bologna.
E colà convengono nel novembre del 29 Imperatore e Pontefice, per
la pacificazione (così annunziano) e l'assetto d'Italia: che vuol
dire, aggiunzione della corona di Napoli alla corona imperiale;
patteggiamento di ambizioni ecclesiastiche con gli Estensi e
con Venezia; transazioni per le signorie di Milano, d'Urbino, di
Mantova; composizione con Genova, Savoia, Lucca, Siena; conseguente
cancellazione di quella che seguitava ad aver nome di Lega, sebbene
già da tempo non fosse più cosa: e sola, abbandonata all'ira cesarea
e all'impazienza conquistatrice di Carlo, segno ormai sicuro all'odio
filiale di papa Clemente, profferta alle brutali cupidigie delle
soldatesche, disconosciuta da tutti, tradita dal Re Cristianissimo,
sola e disperata di salvezza, sul suo capo accogliendo il fato della
libertà italiana che muore, rimane Firenze. I suoi ambasciatori a
Cesare, non ascoltati in Genova, respinti in Piacenza, riportano
indietro le sorti non deprecabili della città; e nel ritorno, un
d'essi, il Capponi già gonfaloniere, si ammala in Garfagnana, e vi
muore; muore esclamando: “Dove abbiamo noi condotto questa misera
patria!„


III.

Ve l'avevan condotta, non tanto forse gli errori dei cittadini suoi,
quanto, come abbiamo visto, necessità di tempi e degli ordinamenti
statuali. Ma errori avevan pure, meno forse di altri l'onesto e
avvisato Capponi!, da rimproverare i Fiorentini a sè stessi: nè tutti
li scusa quella difficoltà di pronti e risoluti partiti, in che li
metteva la loro democrazia, per ciò appunto dispregiata dai togati
Veneziani. Essi avrebber dovuto, subito dopo liberatisi dai Medici,
disimpacciarsi altresì dalle pastoie e dalle ambiguità della Lega;
ritirare da que' suoi pressochè disutili e ingloriosi scorazzamenti
verso Roma e Napoli le gagliarde milizie che Firenze ci aveva, le Bande
Nere, forti del nome e della disciplina del loro fiorentino condottiero
Giovanni de' Medici; preparar subito la difesa del dominio, pur
troppo malfido perchè servile da Pisa ad Arezzo e Cortona; continuare
alacremente l'afforzamento strategico della città, incominciato dallo
stesso Giulio de' Medici per opera del Sangallo; e in tale condizione
ed assetto, fortificato dall'innato amore della libertà, ottenere che
Firenze fosse un valore politico guerresco e morale, guarentito poi
da' bei fiorin d'oro de' suoi mercatanti: un valore, che Venezia, gli
Este, i Della Rovere, il Doria, e quanto di meglio disposto era nella
penisola, potessero debitamente apprezzare, rispetto al loro stesso
interesse: un valore che Spagna e Francia dovessero bilanciare ne' loro
maneggi col Papa, fiorentino e Medici, e perciò nemico. A tutto questo
furono incuranti o insufficienti i Fiorentini: così che di essi non
rimase valor vivo e operante, se non l'amore della libertà, che li fece
eroi, ma solamente per una gloriosa caduta.

Se nella critica storica fosse lecito avventurare divinazioni
di possibili conseguenze da fatti i quali si suppongano accadere
diversamente da quello che in realtà sono accaduti, vorrei farvi
pensare: la morte, fra il 1526 e il 27, rapiva alla gloria d'Italia
una spada valente, Giovanni de' Medici; un poderoso intelletto, il
Machiavelli; ambedue fiorentini: — vorrei che immaginassimo, Niccolò
Machiavelli, nel luogo del probo e dotto messer Donato Giannotti,
essere, in servigio di Firenze pericolante, il segretario dei Dieci di
Libertà, e portare a quell'ufficio il genio dello statista, la fedeltà
passiva dell'instrumento di governo, l'animo donde usciva l'invocazione
al Principe liberatore d'Italia: immaginassimo Giovanni de' Medici,
rampollo dei malveduti da papa Clemente, spendere alla difesa di
Firenze assediata quella sua prodezza guerriera, che fece scolpire sul
marmo “esser egli morto, più che per suo proprio, per fato d'Italia„:
— e una superba visione mi pare sorgerebbe dinanzi ai nostri occhi:
Italia nostra, che vince la seconda grande vittoria repubblicana,
dopo la veneta contro i congiurati di Cambrai, la seconda vittoria
repubblicana contro le forze della tirannide dinastica, che calava
oscura e pesante sulla libertà delle nazioni.

Ahimè, ben diversa è la realtà dei fatti consegnati alla storia!
L'avanzarsi di Filiberto d'Orange, per la Toscana, dopo fermata in Roma
l'impresa col Papa (il 12 agosto 1529,) fu un agevole abbattimento di
non preparate e mal ordinate resistenze. Patteggiata, dopo breve sebben
vigoroso contrasto, Perugia con Malatesta Baglioni (il sinistro nome di
quest'uomo, già fin dall'aprile condotto agli stipendi de' Fiorentini,
ci si fa troppo presto dinanzi), il principe s'impossessa di Cortona,
luogo quasi inespugnabile che i soldati difendono bravamente ma i
terrazzani tradiscono; prende Castiglione Aretino e lo saccheggia;
Arezzo gli è abbandonata, esultante come di liberazione propria, dal
Commissario fiorentino, il quale si ritira perchè si crede che Firenze
voglia raccogliere intorno a sè stessa la sua difesa: e l'Orange,
assicuratosi anche del Casentino, entra nel Valdarno di sopra, e dal
campo di Montevarchi, il 23 settembre, scrive all'Imperatore: “Non mi
rimane più dunque a prendere se non Firenze, di che prego Dio voglia
darmi felice esito.„

Firenze intanto, di Consiglio in Consiglio, di Pratica in Pratica,
bada pure a confidare nel suo buon diritto, e accordatasi finalmente
seco stessa a mandarne, ne' suoi ambasciatori: ne manda con facoltà,
prima limitate, poi più larghe, via via che l'acqua è più o meno
presso alla gola; e anche allora i Consigli discutono di questo più
e del meno: ne manda al Principe, fino al campo sotto Cortona, che
lo seguono, di tenda in tenda, nel suo venire innanzi sino a Figline:
ne manda, dopo fallita l'opera di quelli messi ai fianchi di Carlo V
da Genova a Piacenza, e perchè l'Imperatore ha detto che al Papa si
rivolgano, ne manda al Papa: al Papa in Roma, al Papa in Romagna, dopo
ch'e' si è mosso verso Bologna incontro all'Imperatore. E il Papa,
in Roma, all'oratore concittadino, un Portinari, che gli rammenta
la patria comune, e i sensi d'umanità, e la condizione di Vicario
di Cristo, risponde: — averci colpa Firenze; lui essere tanto buon
cittadino quanto qualunque altro. Perchè non si mossero prima? Si
presenta ora l'ambasciatore di Firenze con piena balìa di trattare;
ma salva la libertà e il governo a popolo. Che ci può egli? Egli,
dopo il trattato di Barcellona, è legato con Cesare. (E Cesare, avete
sentito, li aveva rimandati che s'intendessero col Papa). Egli ora
vuol salvo l'onor suo. Confidino in lui: della libertà e del modo di
governo si potrà discorrere. Farà premure al D'Orange, che soprattenga
le soldatesche. — E questi sensi confermava con lettera amorevole alla
Signoria. Ma in Cesena, ad altra ambasciata fiorentina di quattro,
in sul punto d'essere egli con l'Imperatore a Bologna, — Si tratta
dell'onor mio! — risponde bruscamente — voglio che i Fiorentini si
rimettano in me senza patti nè condizioni. Mostrerò poi io a tutto
il mondo che son fiorentino ancor io, e che amo la patria mia. — La
patria! Come potevano gli ambasciatori raccogliere tal nome da quelle
labbra? Si ritraevano scorati. Ma pur troppo rimaneva un di loro, e
il più valente: Francesco Vettori; ingegno di statista, amicissimo
e confidente del Machiavelli. Francesco Vettori, “da ambasciator
fiorentino, si rimase consigliere del Papa„; così scrive il Varchi:
e quando, nella pagina accanto, egli stesso accenna a Francesco
Guicciardini, che la “grandissima intelligenza ne' governi degli
Stati„, in quelle strette della Repubblica la quale egli aveva pure
servito, distorna, malcontento di non soddisfatte ambizioni, dalle
cose presenti e la rivolge al passato, e ritiratosi in villa scrive
la _Storia_; riserbandosi a' nuovi tempi ch'e' si fa certi della
ristorazione Mediceo, noi, su codesta linea del Varchi, onestissimo
narratore, rimpiangiamo quella maledizione di sorti italiane, che
incatenava a rancori privati, a ignobili gelosie, a cupidigie non
confessabili, le virtù vive del pensiero e del braccio nostri, e ci
lasciava montar sul collo la brutale furibonda forza straniera; quel
furore sopravvissuto di barbarie nordica, che la grande anima latina
di Francesco Petrarca aveva già da due secoli rampognato all'Italia
essere “peccato nostro e cosa contro natura„, “vincesse d'intelletto„ i
figliuoli di Roma.

E che Carlo V, il Cesare de' nostri statisti e de' nostri principi e
de' poeti cortigiani di quella splendida età, fosse, in pieno secolo
XVI, un legittimo discendente degli Unni e de' Vandali, e degnissimo
d'aver collegato il suo nome al sacrilego sacco di Roma, sentite a
prova parole di lui: “Strigliate bene„ scriveva appunto l'anno del
Sacco, al suo Vicerè di Napoli “strigliatemeli bene cotesti Italiani:
chè se non sono bene strigliati e ridotti sulle cigne, non c'è da
ripromettersene nulla di buono. Bisogna, del cuoio d'Italia, farsene
striscio ai fianchi.... E non mi dimenticate i Fiorentini: a quelli
là, ci vuole un castigo che se ne ricordino per un pezzo; e anche se
se la cavano così, sarà sempre a buon mercato.„ Secondo la qual prosa
imperiale, che io vi traduco fedelmente perchè il più trivialmente che
posso, Firenze non avrebbe avuto il suo avere, che a sradicarla dalle
fondamenta e far divenire un fatto le leggendarie rovine di Totila. Sul
capo di questo Cesare consacrava il Pontefice in Bologna le corone del
Regno d'Italia e dell'Impero di Roma.


IV.

La difesa della città, preparata sin dalla primavera di quell'anno 29,
non potrebbe avere cominciamento più glorioso: vi è segnato il nome
di Michelangelo Buonarroti. Il por mano alle operazioni di guerra,
mentre pure pendono que' negoziati d'ambasciatori che continueranno
anche troppo, non potrebbe avere dimostrazione più magnanima: il 29
di settembre, avvicinandosi l'esercito imperiale, per impedire che,
riparato dai borghi e dalle ville suburbane, si avvicini troppo alle
mura, si delibera di distruggere borghi e ville: e la deliberazione
è senza indugio eseguita, guidando spesso i padroni medesimi
l'abbattimento e la desolazione de' propri possessi. Così rispondeva
la città “di mercanti„ ai motteggi di papa Clemente, che la si sarebbe
arresa per non disertare le sue botteghe dentro e vedersi guastare
fuori i suoi belli “orticini„: nè a quella distruzione mancarono
Careggi ed altre superbe ville de' Medici, ed altresì de' Salviati e
di altri Medicei. L'ambasciatore veneziano Carlo Cappello, il quale
stava per la Serenissima in Firenze consigliatore (non altro però che
consigliatore) di resistenza, scriveva a' suoi Signori: “Unitamente fu
deliberato, più presto che devenire alla volontà del Pontefice, non
solamente sostener la ruina del contado e la iattura delle facoltà,
ma eziandio ponervi la propria vita, offerendo ognuno volontariamente
quella quantità di denari che comportano le forze sue.„ E nei Consigli
sonavano parole di tal sorta; parole autentiche, non di romanzieri
e nemmeno di storici, ma dagli atti originali di quelle adunanze:
“Gustata la libertà, è da posporsi a lei ogni cosa umana.„ Alla
proposta “se si ha a rimetterci nella discrezione del Papa, o vero
difenderci„, i Gonfalonieri delle Compagnie sono risoluti “difendersi,
e mettere la roba e figliuoli, e non si dare a discrezione di chi non
ha mai avuto fede alcuna„. E ancora: “confidare in Dio, consigliarsi,
aver fiducia nelle forze proprie e nella causa giusta, ma non cedere,
perchè chi scende un gradino della scala la scende tutta.„ E alla
Maestà di Cesare deliberavano che gli ambasciatori già mandati presso
il Papa “facessero intendere, quanto la città nostra sia bene disposta
verso quella, e quanto noi siamo desiderosi di essere suoi fedeli
servitori e buoni figliuoli di Santa Chiesa: e perciò non dovrebbe,
per satisfare alle ingiuste voglie di chi desidera ridurci sotto la sua
tirannide, perseguitarci con sì crudele guerra, guastando e rovinando
tutto il paese nostro, con la uccisione e vituperio di infiniti uomini
e donne; cosa non solo aliena da sua Maestà Cesarea, ma ancora da ogni
scellerato principe. Mostrarle la ingiustizia della causa, il disonore
che ne risulta alla sua Corona, il danno che ne séguita non solo a noi,
ma a tutta la Cristianità, avendo sulle spalle il nemico universale de'
cristiani, con sì potente esercito, e dovendosi quelle forze voltare
contra lui.„ Cioè contro il Turco, le cui armi, guidate da Solimano,
devastata prima e poi fattasi vassalla l'Ungheria, sovrastavano
minacciose alle mura di Vienna; mentre la Santità di Clemente spingeva
le armi del Sacro Impero contro le mura di Firenze e la libertà
d'Italia.

Ritorno alla lettera dell'orator veneto: “Questa mattina, nel Consiglio
degli Ottanta, hanno deliberato di non tardar più, e che dimani si
rovinino e si abbrucino tutti li borghi di questa città, non avendo
rispetto a molti bellissimi palazzi e luoghi religiosi.„ A proposito
de' quali, è sempre grande e bella ricordanza, che pervenuta quella
magnanima distruzione al monastero di San Salvi, e propriamente al
refettorio, dinanzi al cenacolo mirabile di Andrea del Sarto, a un
tratto tutti quanti erano, cittadini e contadini e soldati, “tutti
quanti„, racconta il Varchi, “quasi fossero cadute loro le braccia
e la lingua, si fermarono e tacquero, nè vollero andare più oltre
con la rovina.„ Episodio di guerra, condegno ad una città che alle
sue fortificazioni avea saputo preporre, senza uscire dal novero de'
suoi cittadini, il divino Michelangiolo; e con parole degne d'essere
risapute ne' secoli: “Li magnifici signori Dieci, desiderando che
la munizione e fortificazione della nostra città..., giudicata non
solo utile ma necessaria a resistere agli imminenti pericoli che si
veggono ogni giorno, non solo a noi ma a tutta Italia, per le frequenti
inondazioni de' Barbari, soprastare; e veduto tale e così importante
impresa non si poter al desiderato fine e alla debita perfezione
conducere senza l'ordine e indirizzo d'alcuno eccellente architettore,
che e' concetti suoi alti secondo la disciplina di quella arte,
come peritissimo uomo sappia, e come amorevole verso questa patria
voglia, mettere in opera;.... giudicarono, dove abondano e' propri e
domestici tesori, esser cosa superflua delli esterni andar cercando.
Pertanto, considerata la virtù e disciplina di Michelagnolo di Lodovico
Buonarroti nostro cittadino, e sapendo quanto egli sia eccellente
nella architettura, oltre alle altre sue singolarissime virtù et arti
liberali, in modo che per universale consenso delli uomini non trova
oggi superiori; et appresso, come per amore e affezione verso la patria
è pari a qualunque altro buono e amorevole cittadino; ricordandosi
della fatica per lui durata e diligenzia usata nella sopradetta opera
sino a questo dì gratis e amorevolmente; e volendo per lo avvenire per
li sopradetti effetti servirsi dell'industria e opera sua;.... detto
Michelagnolo condussono in generale governatore e procuratore costituto
sopra alla detta fabrica e fortificazione delle mura, e qualunque altra
spezie di fortificazione e munizione della città di Firenze.„

Michelangiolo (è cosa ormai nota, e vessata d'accuse e di difese)
non restò sempre fermo al suo posto: nè solamente perchè fu
dalla Repubblica inviato a Pisa e in altri luoghi del dominio per
sopravvedere all'afforzamento, e a Ferrara, dove quel duca, che avevano
sperato di avere Capitano generale delle milizie, gli mostrasse le
fortificazioni della sua città, per le quali era celebratissimo;
ma proprio perchè (noi dobbiamo a tale uomo tutta intera la verità)
proprio perchè Michelangiolo Buonarroti volle lasciare Firenze mentre
era assediata, trafugarsi a Venezia, uscire d'Italia. E la Repubblica,
che in quel decreto nobilissimo avea esaltato il genio e la fede
cittadina di lui, dovè imbrancarlo, col bando di ribelle, fra i Medicei
che disertavan la patria. Ma non questa sola è la verità dei fatti;
sì anche quest'altra. A spingere come avrebbe voluto il lavorìo di
fortificazione di San Miniato al Monte, egli incontra ripugnanze ed
ostacoli durante il tempo che si trascinano, fra le incertezze e le
fallaci speranze tutto il gonfalonierato del Capponi, e ne' tentativi
diplomatici i primi mesi di quello del Carducci. Egli diffida, forse
prima d'ogni altro, di Malatesta Baglioni capitano generale: e vede
l'inconsulto starsene, dinanzi a tale e tanto pericolo, del Carducci
stesso e degli altri, anzi quella diffidenza gli è dal Carducci
rimproverata. Allora Michelangiolo chiede più volte, sgomento, la
sua licenza, e non l'ha; e vuole a ogni modo andar via, andarsene in
Francia: ma l'amore della patria sua lo trattiene, ed è “resoluto„ (sia
lui che vi ripeta ciò che da Venezia scriveva agli amici) “resoluto,
senza paura nessuna, di vedere el fine della guerra. Ma martedì
mattina, a dì ventuno di settembre, venne uno fuora della porta a
San Niccolò dov'io ero a' bastioni, e nell'orecchio mi disse, che e'
non era da star più, a voler campar la vita; e venne meco a casa, e
quivi desinò, e condussimi cavalcature; e non mi lasciò mai che e'
mi cavò di Firenze, mostrandomi che ciò fussi el mio bene. O Dio o 'l
diavolo, quello che sia stato, io non lo so.„ E o Dio o il diavolo che
fosse, e chiunque si fosse (che non si è potuto trovare) quel tale
che lo trascinò in mal punto a commettere ciò che mai non avrebbe
dovuto, non potremmo che condannarlo, s'egli avesse persistito, come
in quella lettera persisteva, nel voler varcare le Alpi, e lasciar
Firenze a consumare, poichè così era destino, la sua lenta e dolorosa
agonia. Ma lo sconsigliato impeto che lo ha travolto, sbollisce d'un
tratto: in quel fiero animo e pronto a' subitanei trasporti e alle
commozioni affettive, rientra il sentimento del dovere e dell'onore;
all'artista sdegnoso prevale il cittadino amorevole verso la patria: e
non è passato un mese dalla sua fuga, che egli già chiede, e lo chiede
(avvertite) proprio mentre le masnade imperiali calano dalle colline a
circondare Firenze, chiede di tornare a' bastioni; e sapendo di avere
errato, domanda ai magistrati della sua patria, egli, Michelangiolo,
“misericordia„, e promette che “giusta el posser suo, non mancherà
alla sua città„. E alla città sua, desiderato, ritorna, ed in essa
rimane, e per essa combatte sino all'ultimo giorno: e quando Firenze
cade, Michelangiolo si sottrae, fra i vinti e i perseguitati, alle
vendette della scellerata vittoria; finchè l'oscurità del suo rifugio
non sarà traversata dalla luce, che dovunque egli stia, lo circonda
e lo irraggia. Ma nell'anima del grande artista rimangono, dopo la
rovina della patria, le tenebre: e ne son figura il _Pensiero_ triste
e la _Notte_, che egli scolpisce sulle tombe Medicee, e li fa nel verso
scabro e potente rimpiangere “il danno e la vergogna„ della servitù.


V.

“Apareja brocados, senõra Florentia, que venemos a mercarlos a medida
de pica„: Prepara broccati, signora Fiorenza, chè noi venghiamo a
comperarli a misura di picca. — Così, brandendo le armi, gridavano
le masnade spagnole il 12 ottobre 1529, quando superata l'altura di
San Donato in Collina si affacciarono dall'Apparita al maraviglioso
spettacolo che offre da quello sbocco la nostra città. Sulla destra
dal lato d'oriente, la catena di monti che discende ripida dalla
Vallombrosa in Val di Sieve, e poi dolcemente continuandosi, lungo la
striscia d'argento dell'Arno, da Rignano e Nipozzano per Settignano
e Maiano, in fiorenti colline, risale verso il giogo di Fiesole
etrusca, a tramontana della città: disopra al quale il boscoso Mugello
si attesta con l'appennino pistoiese nereggiante in massa lontana,
protratta di là da Lucca sino alle cime vaporose dell'alpi apuane. Da
occidente, la distesa del Valdarno inferiore che pianeggia a perdita
d'occhio verso Pisa e il mare, costeggiata verso mezzodì dai colli
fertili e incastellati del Chianti che nascondono Siena. Nel centro
dell'anfiteatro, adagiata sopr'ambedue le sponde del fiume che i suoi
quattro ponti superbamente cavalcano, in mezzo a una festa di verde
per entro al quale spiccano le popolose borgate, i grossi paesi, le
ville superbe, casette sparse, monasteri, casolari, castelli; adornata
dai tesori de' suoi commerci e del suo ingegno; cinta dalle grosse
mura merlate, donde levano la fronte guernita le sue undici porte e si
protendono minacciosi i bastioni; torreggiante d'ognintorno di palagi e
di chiese, e dal cuore suo dritti verso il cielo i miracoli d'Arnolfo
di Giotto e del Brunellesco: si distendeva sotto i bramosi sguardi
delle soldatesche di Cesare, splendida di sole e di libertà, la Firenze
del popolo.

Tutto l'oltrarno (la parte donde s'avanzavano di proprio cammino i
nemici, e nella quale le colline immediatamente sovrastanti davano
ad essi il maggior vantaggio sulla città) era stato apparecchiato a
fronteggiare l'assedio. Dal colle di San Miniato, capo della difesa,
circondato tutto di grossi bastioni, calavano le fortificazioni
esterne, a modo d'argine, verso levante da un lato, dall'altro verso
ponente, facendo con ambedue le diseguali braccia termine all'Arno,
il quale era come la corda sottesa di questo grand'arco da porta San
Niccolò, per le altre di San Miniato, San Giorgio, Romana, a quella
di San Frediano. Il quartiere del Capitan generale era su' Renai nelle
case dei Serristori. E di rimpetto alle difese de' Fiorentini Filiberto
d'Orange, posto il suo quartiere sulle colline d'Arcetri, avea
parimente distese le proprie forze, dalla sua dritta, occupando, sotto
i diversi colonnelli, il poggio del Gallo, Giramonte e Giramontino,
Gamberaia, Santa Margherita a Montici, e discendendo fino a Rusciano
nel pian di Ripoli sull'Arno; e quello era il campo degl'Italiani;
donde le artiglierie fulminavano il campanile di San Miniato, e
Michelangiolo l'avea fasciato di balle di lana: a sinistra, dal poggio
de' Baroncelli o Imperiale per San Gaggio e le Campora fin a Marignolle
e Bellosguardo, e più oltre distaccandosi verso Montoliveto fin a
toccare Scandicci, era l'accampamento degli Spagnuoli e de' Tedeschi.
Rimase non circondata la città di qua d'Arno, dalla porta alla Croce
insino a quella del Prato, tanto che seguitarono i Fiorentini ad uscire
verso Fiesole anche per diporto (anche a caccia, racconta il Varchi),
poco o nulla disturbati da qualche brigata di nemici che si avventurava
a guadare il fiume: finchè rassicurato l'Imperatore de' pericoli che
avean sovrastato dal Turco, scesero per l'appennino bolognese, invocate
e pagate dal Papa, le soldatesche soprattenute sin allora in Lombardia;
e prima che l'anno 29 spirasse, un campo di Tedeschi trincerato, posto
a San Donato in Polverosa, e l'attendamento delli Spagnuoli alla Badia
di Fiesole e lungo le colline adiacenti ebbero finito di accerchiare
Firenze; e poco dipoi un ponte di barche congiunse a ponente dalla
città, i due eserciti, rimanendo però il forte della guerra sulla riva
sinistra del fiume.

Per tal modo le forze degli assediatori salirono, a mano a mano, fino a
trentamila uomini tra gente a piede e a cavallo. Firenze di mercenarii
aveva poco più che diecimila dentro alle mura; un cinquemila nel
dominio. Di milizia cittadina, istituita con scarsa fiducia (la fiducia
si riponeva tutta ne' mercenarii; e non tanto, doloroso a dirsi! negli
italiani, quanto nei lanzi e negli svizzeri), appena quattromila da
principio: ma quando la istituzione fu veduta procedere vigorosamente,
come aveva auspicato Niccolò Machiavelli, e la gioventù raccolta sotto
i sedici gonfaloni, quattro per quartiere, assidua agli esercizi di
guerra, indefessa la notte al servizio de' bastioni, pronta ad ogni
cenno di pericolo; quando alla retorica delle dicerie con che si
arringavano nelle chiese que' cittadini armati, si accompagnarono ne'
Consigli, dove si parlava la lingua de' fatti, provvisioni gagliarde
che dicevano “esser venuto il tempo che la milizia abbia a sanare o dar
la morte alla città„; “esser tempo che ognuno mostri la virtù sua„,
“si séguiti ad armare il popolo, a ciò che i nemici veggano che si
vuole prima morire tutti che abbandonare la città„, allora la milizia
cittadina salì dapprima a cinquemila, e via sempre più allargandosi la
inscrizione ne' ruoli quanto più incalzavano i bisogni della difesa,
giunse a toccare i diecimila, nè diminuì se non quando la decimarono
onoratamente i disagi o le armi degli inimici.

Del dominio fiorentino, tutto quello che pel Valdarno di sopra
l'esercito dell'Orange aveva trascorso, era, come vedemmo, perduto.
Nei possessi di Romagna e in Mugello, commissari e castellani valenti
tenevan alta tuttavia qua e colà la bandiera di Firenze; ma il paese,
attraversato dalle masnade che scendevano di Lombardia, corso e rubato
dai partigiani, era pressochè perduto esso pure, con grave danno
e pericolo alla città anche per le provvigioni da bocca. Pistoia,
l'antica tana delle sanguinose discordie, rinfocolati gli odii fra
parte Cancelliere, fedele a Firenze, e la Panciatica avversa, dalle
mani di commissari inetti veniva, essa e Prato, in poter de' Medicei,
o, come dicevano, si riduceva a devozione del Papa. Rimaneva in fede e
signoria di Firenze il Valdarno inferiore sino a Pisa, e il sottostante
paese fino a Volterra: ma anche da cotesto lato presto si perdeva il
passo importante della Lastra a Signa, e dal campo assediante parecchi
colonnelli erano discesi per la Valdelsa assicurandosi fortilizi e
terre, sino a Poggibonsi e a Colle; mentre emissari a nome del Papa,
ammaestrati da un buon maestro di tradimenti, il cancelliere Morone,
svolgevano, come venisse lor fatto, le popolazioni. E queste mosse del
nemico erano appoggiate con piena fidanza al territorio di Siena, la
quale soccorreva d'artiglieria e di guastatori, e di provvigioni d'ogni
sorta, l'oste imperiale contro l'odiata Firenze. E, pure dal senese, si
avanzava verso il confine, mirando a Volterra, la compagnia di Fabrizio
Maramaldo, ladroneggiando e come uomini di ventura: ma doveva dal
valore di quell'ignobile condottiero essere eccitata e quasi ventilata
a risplendere, la virtù d'un mercatante fiorentino. Il Ferruccio,
che le supreme necessità della patria e il santo amore della libertà
trasformeranno in eroe.


VI.

Le forze della Repubblica erano nelle mani del Capitano generale: chi
questo Capitano si fosse, lo sa pur troppo la storia. Se l'assedio
avesse trovato già radicata e accreditata la milizia cittadina, e i
suoi ordinamenti allargati a tanta parte della gioventù del dominio,
quanto fosse possibile in quell'assetto politico tuttavia medievale,
pel quale lo Stato, anzi la nazione, si rinchiudeva dentro le mura
della città; od anche solamente, se nei concetti del Machiavelli
sull'armamento cittadino, che mediante cotesta milizia si attuavano,
avesse più vigorosamente alitato quel senso di libertà, che vegliò
sempre nell'animo di lui, ma che egli non ebbe la virtù di serbare
intatto alle intuite idealità lontane, anzichè ripiegarlo alle
contingenze, quali che si fossero, de' fatti, e alle qualità degli
uomini, chiunque questi si fossero e checchè operassero, purchè
operassero con mano gagliarda e sagace; se insomma l'esercito d'uno
Stato, e d'uno Stato costituito da una cittadinanza devota da secoli
alla libertà, avesse potuto, l'esercito di cotesto Stato, assumere
negli anni di grazia 1529-30, il concetto non d'una forza solamente, ma
d'una forza morale; la Repubblica fiorentina avrebbe risparmiato alla
storia la vergogna del capitanato di Malatesta Baglioni. E che anche
dalle botteghe de' suoi mercanti potessero uscire capitani, cosicchè il
capitano fosse altresì, e innanzi tutto, un cittadino che per la città
sua combattesse, lo avea mostrato, pur troppo in odiosa guerra come
quella di Pisa, Antonio Giacomini; ed era per darne documento, anche
per la santità della causa nobilissimo, Francesco Ferrucci.

Par certo, che, nello scegliere i conducitori della guerra imminente,
Firenze volgesse l'occhio a tali, che avessero più o men forti ragioni
domestiche e personali e politiche di inimicare o almeno contrastare
nelle sue ambizioni principesche il Pontefice: nè poteva vederne di
meglio disposti che quei signorotti o tirannelli o principi delle città
che la Chiesa era, via via, venuta affermando sue, e n'avea composto il
proprio Stato, ed aveva le relazioni fra l'autorità propria e quelle
tirannidi o supremazie civili regolato con transazioni diverse, ma
sempre in mezzo a fieri e sanguinosi contrasti, massime dopo che la
gesta del dominio temporale, bandita con auspicii degni del Valentino,
si era continuata alle mani guerriere di Giulio II e per le arti
diplomatiche di Leone X.

Con tale intendimento si era da Ferrara chiamato Capitano generale un
Estense; e sotto la sua dipendenza, Governatore generale delle genti
a piede e a cavallo un Baglioni da Perugia. Ma su Malatesta Baglioni
si fece maggiore assegnamento per più rispetti: perchè condottiero
provato, e di famiglia di condottieri (che voleva bensì dire, anche
con tutte le brutture di quella sorta di gente): poi, perchè il padre
suo Giampaolo era stato fatto morire a tradimento da un Papa e Medici,
Leone X; e Orazio, il fratello di Malatesta, aveva per la Repubblica
capitanato bravamente le Bande Nere nell'esercito della Lega; e ora un
altro Baglioni, Sforza, cugino ed emulo di Malatesta, e fuoruscito,
appoggiava al favore del Papa le proprie ambizioni: e soprattutto,
perchè Perugia, posta in sulla via dell'esercito assalitore,
poteva offerire efficace resistenza all'avanzarsi di questo, e
tener discosta da Firenze la guerra; anzi avrebbe anche potuto la
guerra stessa trasportarsi addirittura su quel confine tosco-umbro,
guernito di città nostre forti e munite, come Cortona, Castiglione,
Arezzo, Montepulciano, e colaggiù per l'Umbria in fazioni fortunate
disperdersi.

Può affermarsi che così la pensasse, e lealissimamente perchè secondo
l'interesse suo, il Baglioni; e così nell'aprile del 29, quando, a
Michelangiolo si affidava la fortificazione delle mura, accettasse
il comando: così la pensasse, del resto, solamente rispetto alla
possibilità delle cose; perchè allora le armi, che già si cominciavano
a muovere dal vicereame di Napoli, non si sapeva verso dove si
sarebbero scaricate; nè l'impresa di Firenze era deliberata, e non
ancora stretti i patti di Barcellona. Tantochè esso Baglioni, ricevute
le profferte dei Fiorentini, incominciava, come suddito della Chiesa,
dal chiedere a papa Clemente la licenza di accettarle; mentre ai
Fiorentini chiedeva che la sua elezione fosse altresì ratificata dal
re di Francia. Quando poi il possibile diventò fatto, e la minacciata
dalle armi imperiali fu proprio Firenze, Malatesta pregò e insistette
per essere gagliardamente soccorso a muover contro gli assalitori
in quelle prime lor mosse, e innanzi che ingrossassero, e mentre
l'esercito dell'Orange non arrivava a ottomila uomini. Fu grave errore
della Repubblica rimandare, al solito, di Consiglio in Consiglio, di
Pratica in Pratica, l'esecuzione di questo che pur sembrava a tutti
utile e ragionevol partito: e ne avvenne, che quando in giugno,
sovrastando l'Orange a Perugia, espugnata da lui Spello, Malatesta
aveva avuto a più riprese il soccorso fiorentino di circa tremila
fanti, egli reputò ormai più vantaggioso al proprio interesse accettare
i patti onorevoli che gli si facevano da parte del Papa: consegnasse
la città, promettendoglisi non vi sarebbe rimesso Sforza Baglioni; e
ne uscisse liberamente con le genti sue, portandole seco alla difesa
di Firenze. Per tal modo Firenze, dopo avere alla elezione del suo
condottiero fatto concorrere come motivo la condizione di suddito
indocile e malsicuro al Pontefice, veniva ora ad averlo, patteggiato in
certo modo col Pontefice medesimo, contro il quale egli si accingeva
a difender Firenze: e da questo punto incomincia quel che, prima di
equivoco, poi di anormale, e alla perfine di vituperosamente sleale,
ebbero i portamenti di cotesto uomo, per le cui mani doveva finire
strangolata la libertà fiorentina.

“Diletto figlio, salute e apostolica benedizione. Godiamo della
tua desiderata resipiscenza, ratifichiamo la tua capitolazione col
principe d'Orange e con gli agenti nostri, confermiamo i privilegi
della casa tua de' Baglioni: ti assolviamo e liberiamo da qualsivoglia
pregiudizio, così della presente ribellione, come di delitti quali
si fossero, anche di lesa maestà, omicidii, rapine, per quanto gravi
ed enormi, da te o da altri per tuo mandato commessi. Dato in Roma,
a San Pietro, sotto l'anello del Pescatore, il dì 13 settembre 1529,
del nostro Pontificato anno sesto.„ Con questo benservito papale, da
un lato, e con la elezione di Governator generale delle armi della
Repubblica nostra, dall'altro, veniva Malatesta Baglioni a Firenze.

Trova in Arezzo il commissario fiorentino Antonfrancesco degli Albizzi,
e con lui delibera (errore capitale) di abbandonarla e ritirarsi pel
Valdarno. È in Firenze; e fa la “lista delle genti e provvisioni che
bisognano alla città; e„ (sentite la sua parola) “far venire quei bovi
di che è stato ragionato, e far provvisione di vettovaglie, di carne
e di strami più che possibil sia, e mandar fuori le bocche inutili; e
soprattutto, che si abbiano munizioni per l'artiglieria, cioè polvere
e palle, e tutte queste cose si domandano a Vostre Eccelse Signorie:
le quali facendosi, prometto sicuramente difender la città dal nemico
esercito, e non esser mai per mancare del mio debito e della mia fede,
e spender la propria vita in servigio di essa città e di Vostre Eccelse
Signorie.„

“Difendere la città dal nemico esercito„, voleva anche dire solamente
preservarla dal sacco, che dopo l'esempio di Roma, e con l'appetito
di sè che in quei ladroni metteva la grassa Firenze, e con le recenti
prove che strada facendo avean dato su Spello e Castiglione Aretino,
si credeva da tutti avrebbe accompagnata l'espugnazione. Anche
Michelangiolo, in quel suo iroso e trasognato abbandono della patria,
avea stimato “impossibile che Firenze non andasse a sacco„; e il
crepacuore febbrile, di che, appunto incontrando il grande fuggiasco,
era morto per via Niccolò Capponi, era stato dopo avergli sentito dire
questa atroce parola, “il sacco„. Preservare Firenze dal saccheggio,
per consegnarla intatta all'Imperatore. Il quale, dal canto suo,
stretto dalle altre universali occorrenze politiche, e dalla penuria
di denari, e dalle sollecitazioni incessanti di Clemente, raccomandava
all'Orange, che in un modo o in un altro si venisse a pronto fine
dell'impresa; e meglio (scriveva ad esso Imperatore la zia Margherita
d'Austria, governatrice per lui e fida consigliera) “meglio, per mio
piccolo avviso (_pour mon petit advis_), se si finisse accordandosi
coi Fiorentini, senza usar loro forza, ma cavandone qualche discreta
non però disonesta somma di denari, e non avendo poi troppo riguardo„
(brava e buona duchessa!) “alle passioni vendicative del Papa, che
dovrà _prendre raison en paiement_.„ E lo stesso D'Orange si mostrava
impensierito del come si finirebbe, fra l'accanimento mediceo del
Pontefice che esigeva i patti sanciti a Barcellona, e la fermezza dei
Fiorentini di non arrendersi se non salva la libertà: perchè (scriveva
il principe all'Imperatore), o Firenze non si prende; e vegga egli,
e vegga anche il Papa, che scorno per le armi di Cesare! “o s'io
la prendo, _ella andrà a sacco_; il che sarà male per ambedue loro,
poichè sarà la distruzione di una delle migliori città d'Italia, e
luogo nativo del Papa; e senza pro, perchè il denaro, che farebbe
comodo all'Imperatore, andrà sperperato fra la soldataglia, la quale
non per questo cesserà di tirare le sue paghe.„ In questi conteggi
che si facevano sul capo della misera Firenze, il Baglioni veniva a
portare una nuova coefficienza: ed era la disposizione alla quale i
suoi interessi perugini, testè accomodati così bene col Papa, dovevano
inclinarlo, di non precipitare le cose dei Fiorentini verso quella
guerra a oltranza, così di difesa come d'attacco, che egli stesso,
sulle prime mosse, aveva, ma senza effetto, consigliata e voluta
fare per sè e per loro; e che, dopo non averla potuta attuare per
sè, gli era oggimai espediente non attuare, e procurare non fosse
attuata, nemmeno nella città delle cui armi assumeva il governo. Come
i Fiorentini non videro ciò? Altro che le colonne del porfido, per
le quali il Poeta avea proverbiato “vecchia fama nel mondo li chiama
orbi!„ Bisogna dire che l'ultim'ora di Firenze e della libertà fosse
segnata ne' decreti di Dio, e che allo strazio d'Italia, il quale
era incominciato col secolo, non dovesse mancare, per prima vittima,
la città nella quale, con la lingua divina, con le arti, con gli
ordinamenti della più popolare fra le sue repubbliche, l'Italia aveva,
nel cospetto del mondo rinascente, affermata per la seconda volta sè
stessa!


VII.

Degli undici mesi che durò l'assedio, in que' due memorabili anni 1529
e 1530, l'inverno, sino all'aprile, è occupato da fazioni di varia
importanza e fortuna degli assedianti e degli assediati, senza troppo
mutare le respettive condizioni: dall'aprile all'agosto, la storia
dell'assedio è la epopea guerriera di Francesco Ferrucci, la quale si
conchiude con la morte di lui e morte della Repubblica.

Il mantenersi, durante l'inverno, immutate quelle condizioni, era
necessaria conseguenza dell'equilibrio in che si trovavano le due osti
nemiche: forti di mura e di soldatesche e di cuore gli assediati; forti
gli assedianti, di posizioni (poichè Malatesta ve li avea lasciati
accomodare e distendere a tutto lor agio), e di armi, e del nome di
Cesare e di Chiesa, il quale proiettava pur troppo l'ombra sua anche
dentro alla città; sul Baglioni, nel modo, che abbiamo veduto; e sopra
una parte altresì, fosse pur la minore, della cittadinanza deliberante.
Il cominciamento delle ostilità somiglia a una prova cavalleresca di
duellanti cortesi: nè col Principe personalmente Firenze cessò mai da
dimostrazioni di cortesia, accompagnate spesso da splendidi donativi.
Acquartieratosi l'Orange, e postosi in guardia, Malatesta si presenta
da San Miniato, e fa sonare le trombe, e manda fuori un trombetto,
come invitando a battaglia. Nessuno del campo esce dalle trincee. La
città scarica le artiglierie, e dà nei tamburi. Succedono, ne' giorni
appresso, scaramuccie: in una sortita i Fiorentini bruciano parecchie
case occupate dal nemico. Poi una fazione notturna del Principe,
che tenta di scalare le mura, ed è respinto. Poi la così detta
“incamiciata„, pure notturna, delle milizie cittadine, guidate dal
prode Stefano Colonna, che escono addosso al campo girandogli dietro
nascostamente da Rusciano e da Santa Margherita a Montici, nel punto
stesso che un altro assalto gli si fa incontro dalla città: il campo va
all'aria: accorre l'Orange, rinfrancando gli ordini e la resistenza:
Malatesta, dalla città, dà nelle trombe: gli assalitori si ritirano,
guardando in faccia il nemico, protetti dalle artiglierie.

E di là da Firenze, mentre la città finisce d'essere circondata, si
combatte l'altra guerra, forse la più importante perchè più netta,
per la conservazione di quella parte del dominio non perduta, e la
sicurezza dei valichi; certo la più bella, perchè guerreggiata dal
Ferruccio, commissario prima a Prato ma con le mani legate alla
superior volontà d'un inetto presuntuoso, e Prato si perde; poi a
Empoli: e qui comincerà la gloria di lui.

Termina intanto il gonfalonierato di Francesco Carducci, l'uomo della
resistenza e della guerra, ma non saputosi, come poteva e doveva,
destreggiare in quella sempre, anche nella comunanza del pericolo,
discordevole cittadinanza: e gli succede, con l'entrare del nuovo anno,
Raffaello Girolami, amatore di libertà, più destro, ma per ciò stesso
assai men diritto e gagliardo. Ed è lui che si trova a consegnare a
Malatesta Baglioni, il quale ha chiesto e ottenuto il grado supremo
del comando non accettato da Ercole d'Este, consegnargli il bastone
di Capitan generale, e con esso dargli in pugno le redini della
guerra. Era il 26 gennaio; una scura e malinconica giornata: pioveva.
La milizia cittadina tutta sulla piazza; i soldati a' bastioni: la
Signoria, i Dieci, gli altri magistrati, sulla ringhiera a piè del
Palazzo; Marzocco, il Leon fiorentino, ha in capo la corona d'oro
delle grandi solennità. Il novello capitano della Repubblica, brutto
e contraffatto, nonostante la sua bravura soldatesca, e malconcio
omicciuolo, suntuosamente vestito e sulla berretta di velluto
un'impresa sfolgorante il cui motto è _libertas_, scendeva da cavallo,
e dinanzi al gonfaloniere, riceveva, inginocchione, uno stendardo
quadrato ricamato a gigli, un elmetto d'argento smaltato pure a gigli,
“e questo scettro„ (proseguiva il gonfaloniere, quale è fatto parlare
dal Varchi) “questo scettro d'abeto così rozzo e impulito com'egli
è, in segno, secondo il nostro costume antico, della superiorità e
maggioranza tua sopra tutte le genti, munizioni e fortezze nostre;
ricordandoti che in queste insegne, quali tu vedi, è riposta, insieme
con la salute o rovina nostra, la fama o l'infamia tua sempiterna.„ Ma
il Baglioni aveva già scelto.

L'equilibrio materiale delle forze armate si sarebbe potuto sperare
che avesse effetto sulle condizioni diplomatiche, e le volgesse alla
meglio; invece queste andarono sempre peggiorando pei Fiorentini.
Il re di Francia, nel quale hanno follemente continuato a sperare,
li abbandona affatto a sè stessi. I Veneziani fermano saldamente con
Carlo e con Clemente la pace, e la riparativa politica d'astensione.
In Genova è presso Andrea Doria e di suo proprio moto si adopera,
fedele alla patria, nobile e geniale agente, Luigi Alamanni il poeta:
ma il Doria ha consigliato a tempo i partiti dell'uomo forte e savio;
quelli, co' quali egli ha assicurato la sua Genova; non ascoltato,
la generosa follia di Firenze gli è venuta ora in fastidio. Alfonso
duca di Ferrara, dopo non aver voluto, anche perchè diffidente di
quel Malatesta, che il figlio suo Ercole accetti d'essere il Capitan
generale de' Fiorentini, finisce col mandare agli assediatori quelle
artiglierie che avea mostrate amichevolmente sulle sue fortezze
a Michelangiolo. E il Papa, a un'ultima ambasceria che, prima di
lasciare Bologna, riceve dai Fiorentini, infelice ambasceria, favorita,
come ogni altro temperamento e andamento di mezzo, da Malatesta, e
accolta in corte e in città poco meno che con ischerno, risponde,
il Papa, rovesciandosi contro il popolo che gli ha mandati, dopo
avergli distrutto, a lui e a' suoi, le splendide ville, e minacciato
di spianare il palazzo e farne piazza con nome d'infamia, e messe
le mani sui beni e tesori ecclesiastici, e lui stesso vituperato in
ogni maniera, sino a impiccarlo in effigie. E poco appresso, tornati
l'Imperatore in Germania e il Papa in Roma, il Papa, a un vescovo
francese, che dopo essere stato in Firenze, e ammirata la difesa
magnanima, gli parla alto e severo di questa scellerata guerra contro
figliuoli suoi in Cristo e di patria terrena fratelli, e “Veda Vostra
Santità,„ gli dice “veda, La supplico siccome cristiano e prete e
vescovo, lo sfrenamento da Voi legittimato di quelle feroci soldatesche
al mal fare, e cotesto vostro abuso del ministero sacerdotale a mondane
ambizioni„, risponde il Papa, turbato, “Oh non fosse Firenze stata mai
al mondo!„ Tremenda parola: dice degnamente un moderno istorico. Ed io
aggiungo: Terribile cosa, che sulla bocca del Papa, così imbragatosi
nelle cupidigie di principe, quella sola potesse oggimai essere (ed
era un'imprecazione!) la parola nella quale l'amor della patria gli si
rifacesse vivo dalla rimorsa coscienza!


VIII.

Ma contro i fati che incombono alla moritura Repubblica, legittimo e
degno figliuolo di lei, uscito da quel popolo di lavoratori che l'han
fatta grande nel mondo, soldato della patria e della libertà, si leva
Francesco Ferruccio. Quando nella storia delle umane colpe e sventure,
di mezzo al male fatto o sofferto, fra i dolorosi contrasti di chi
piange e di chi fa piangere, s'innalzano, da questa polvere del mondo
sozza e cruenta, le figure luminose dei pochi che in quel contrasto
hanno eletta la parte migliore, che hanno sposata con amplesso potente
e puro alcuna delle grandi idealità dell'anima immortale, la carità,
la scienza, la fede, la libertà umana, la patria; e a codesta sposa del
cuor generoso si sono devoti e per lei hanno combattuto, e per lei sono
caduti trionfatori; allora sentiamo che quelle sante idealità, librate
nell'alto, sono state qualche volta, quaggiù basso, il reale; allora
racquistiamo la fiducia nel bene, e la virtù di operarlo; allora la
storia non è più solamente la maestra, sì anco la poesia, della vita. È
di questi il Ferruccio.

Cominciato, come mercante ch'egli era, dall'esser pagatore delle Bande
Nere che Firenze aveva nella Lega alla guerra di Napoli, uomo dirotto
all'operare e intinto anche nel men bello di quella tramescolata vita
del Cinquecento, fatto soldato dalle contingenze di quell'ufficio, e da
naturale inclinazione, e dal vagheggiar la guerra nelle antiche storie
che leggeva in volgare, si era trovato in Valdichiana e a Perugia
mentre si avanzava il nemico, e da Perugia era venuto con Malatesta,
che ancor egli aveva in grande concetto; ma sempre, e allora e poi
a Prato, in condizione subordinata e con piccola o nessuna balìa
di agire, sinchè la Repubblica lo ebbe messo a Empoli, nel cuore
del dominio che solo le era rimasto, commissario in quella terra
munitissima e chiave del Valdarno pisano e dirimpetto ai pericoli, da
un lato, di Siena nemica, dall'altro di Pistoia e Prato rivoltate.
Ciò nell'inverno: ed era subito stata opera sua il racquisto di San
Miniato al Tedesco, sanguinoso sugli Spagnuoli che l'avean preso e sui
terrazzani che avevano favoreggiato; e lo avere, in campo aperto, con
strage, spazzati dal paese quelli scorridori e ribellatori delle terre
della Repubblica. Ma quando di queste terre, una, troppo importante,
Volterra, si dette al Papa, rimanendo ai Fiorentini la ròcca, ma nella
città afforzandosi gagliardamente i ribelli, allora il Ferruccio,
chiesto e avuto da Firenze un rinforzo, si spicca rapido e inaspettato
da Empoli, dopo averla lasciata sicurissima; è a Volterra, penetra
con le sue genti nella fortezza, da quella si getta sulla città, la
riguadagna ferocemente alla Repubblica, schiaccia non che domare la
cittadinanza colpevole; poi afforzatosi a sua volta, sostiene gli
assalti, prima del Maramaldo venuto da Siena, poi di lui stesso e
del Marchese del Vasto soprarrivato da Empoli (caduta intanto, pur
troppo, per vilissimo tradimento, in mano ai Cesarei), e ributta
ambedue gli assalitori con furibonda resistenza di armi, sassi, olio
bollente; resistenza, che ferito e con la febbre addosso, egli séguita
a comandare e spingere sino all'ultimo, facendosi portare a braccia,
sopr'una seggiola, finchè il nemico è costretto, non pure a ritirarsi
ma a levare per disperato l'assedio. A Fabrizio Maramaldo inasprivano
la sconfitta i trattamenti usatigli siccome a venturiero fuor delle
leggi di guerra (ed egli affettava dispregio di capitano pel Ferruccio
mercatante); gliela inaspriva lo scherno, solito allora negli assedi,
della gatta esposta sulle mura:

    Su, su, su, chi vòl la gatta
    Venga innanzi dal bastione;

che questa volta diceva

    Chi vòle il gattuccio
    Venga avanti al Ferruccio;

mentre co' _miau_ della bestia era salutato il nome di Maramau. E il
Maramaldo se ne ricordò a Gavinana.

L'esempio del Ferruccio fece contro Malatesta, che di nessuna
occasione mostrava sapersi o volersi valere per aver vantaggio sul
nemico, nascere prima impazienze, poi malumori e sospetti nel popolo.
Cominciavano a scarseggiare le vettovaglie, e cresceva, pe' disagi
e il serpeggiare del morbo, la mortalità: ma anche nel campo Cesareo
la difficoltà delle paghe e la pestilenza stremavano o disordinavan
le file. Con questo di diverso bensì: che fra gli assedianti
s'insinuava in pari tempo la stracchezza e la malavoglia; e le forche
che sorgevano accanto al quartiere del Principe in Pian di Giullari
avevano occasione a influire le loro salutari efficacie: nei cittadini
invece cresceva, col pericolo, la fermezza dei propositi generosa
e feroce. Avea scritto il Ferruccio: “Alla guerra non ne nasce;
nè bisogna per questo sbigottirsi: chè quando i tre quarti di noi
morissimo per non tornare in servitù, il quarto che resterà sarà tanto
glorioso, che il resto sarà bene speso„: nè il linguaggio delle cifre
e della mercatura fu mai nobilitato ad altezza maggiore. E al cuore
di quel magnanimo il cuore della cittadinanza aveva sin da principio
risposto con questi altri sentimenti e parole, che stanno, prezioso
testamento della libertà, negli atti della Repubblica o nelle lettere
dell'Ambasciator Veneto: “Piuttosto tagliar a pezzi anche li padri
propri, che voler consentire a condizione alcuna indegna del viver
libero.... Non dubitiamo di cosa alcuna, e siam parati e disposti a
difendere la nostra libertà; confidando che la Divina Giustizia, la
quale non ha rispetto alle grandezze umane, sia per aiutare ad ogni
modo la causa nostra ragionevole.... Ci porremo le robe e la vita....
Difenderemo questa città, finchè potremo sostenere in piedi li corpi
nostri.... Abbandonati dagli amici, e massime da quelli„ (dicevano
all'Ambasciatore della Serenissima; nè fu quella la sola volta che gli
rammentassero la libertà repubblicana e l'Italia) “da quelli ai quali
più si conviene conservare il viver libero, non saremo però abbandonati
dalla grazia di Nostro Signore Iddio, come quelli che giustissimamente
difendiamo dalla rapina e dalla tirannide le facoltà nostre, l'onore,
la vita, la libertà....: e sempre con maggior costanza ci confermiamo
in volere, ovvero conseguir la libertà, ovvero portarci di sorta, che
se la perdiamo, speso e consumato tutto l'aver nostro, non sopravviva
qui alcuno, e solamente si dica: _Qui fu Firenze_.„ Così fiduciosa nel
proprio diritto e nella giustizia di Dio la repubblica metteva le mani
sui beni ecclesiastici in Firenze ed in Pisa, e su quelli dei ribelli,
sugli ori delle chiese fino a quelli del caro antico nido di San
Giovanni: e con essi, e co' gioielli d'una mitra donata al Capitolo di
Santa Maria del Fiore da papa Leone, e con gli altri di che le donne si
spogliavano volonterose, si batteva moneta, col Giglio di Firenze da un
lato e la Passione di Cristo dall'altro. Era sospeso, in certe ore, il
suono delle campane; e come già di quelle, da chiesa a chiesa, così ora
quelle valenti donne riconoscevano un ben diverso scampanìo: il trarre
delle artiglierie da quel bastione o da questo. Si denunziava, mediante
quella che chiamavano tamburazione, papa Chimenti (nome di dileggio)
e i cardinali fiorentini ch'erano con lui a Bologna, come cittadini
rei di Stato. I frati di San Marco bandivano dal pulpito la difesa
della patria; promovevano pubbliche preci, processioni, ostensioni di
reliquie e d'imagini tradizionalmente venerate; ricordavano le promesse
e le profezie del Savonarola. “Non abbiate paura; perchè Dio è per
noi, e sono qui molte migliaia di angeli.... Dio e la Vergine hanno
deliberato di reggere e governare questa città.... Italia sarà nelle
tribolazioni, e tu, Firenze, comincierai a fiorire: quando le spade
voleranno per l'Italia, e tu fiorirai.„ E il popolo traeva dalla chiesa
ai bastioni, sicuro che con lui era, contro il Papa e l'Imperatore, la
forza di Dio, e scriveva su pe' canti, a grandi lettere, col carbone o
col gesso: “Poveri e liberi!„ Eroica plebe, che affamata, ammorbata,
deserta d'ogni umano soccorso, leva gli occhi in alto, e afferma col
sangue la patria: a Firenze nel 1530; a Venezia nel 1849: e suggella
con due difese popolari la storia delle due Repubbliche, sulle cui
bandiere, per terra e per mare, il nome d'Italia fu gloria della
civiltà.

E in mezzo a tutto questo fervore di guerra; piena la città di
soldatesche; tanta parte di cittadinanza vigilante in armi, e
accorrendo alla difesa delle mura persino i vecchi e i fanciulli; col
terrore di esecuzioni capitali che su cittadini trovati in difetto
scendevano rapide e inesorabili; con l'atroce pericolo, nella penuria
estrema delle vettovaglie, che si dovessero da un giorno all'altro,
metter fuori le bocche inutili, cioè abbandonare al vitupero de' nemici
le donne, i fanciulli, i poveri vecchi; si conservavano tuttavia le
forme e le consuetudini della vita cittadina: continuavano i traffici,
i luoghi pubblici si frequentavano, si ufiziavano le chiese, sedevano
i magistrati; le private differenze e dissensioni si rimandavano
a “dopo che ci saremo levati costoro da dosso„: si contrattavano
compre e vendite, anche di possessioni occupate dai nemici; e la
villa dei Guicciardini in Arcetri, dove alloggiava il Principe, messa
all'incanto, trovava compratore, nè più nè meno che presso i Romani il
terreno dov'era accampato Annibale. Si solennizzava il San Giovanni,
salvochè si convertivano in dimostrazioni d'umiliazione a Dio le
gazzarre e magnificenze annuali. Si faceva sulla piazza di Santa Croce
il giuoco del Calcio, proprio a portata dell'artiglieria nemica, che
non mancava da trarvi sopra, ma senza che però il giuoco cessasse. E a
cosiffatte dimostrazioni di sicurezza e di baldanza appartiene la sfida
di Lodovico Martelli a Giovanni Bandini, uno de' Fiorentini, non pure
ribelli ma rinnegati, che stavano pe' Medici contro la patria nel campo
nemico: nella quale sfida al ribatter l'onore offeso delle milizie
cittadine si mescolavano gelosie di non degno amore; e ne seguiva un
doppio duello del Martelli col Bandini, e di Dante da Castiglione con
Bertino Aldobrandi, che, dato campo franco dal Principe, si combattè
con solennità sfarzosa, in sua presenza, sul piazzale del Poggio,
morendone il Martelli da una parte e l'Aldobrandi dall'altra. Ma
l'altro duello a morte tra Medici e libertà, rimaneva sulle spade de'
due eserciti, sinistramente sospeso dal mal genio d'un uomo che la
Repubblica aveva ormai fatto diventare più forte di sè medesima.


IX.

“Mostrano quei di fuori„ scriveva l'Orator Veneto “di voler venire
all'assalto: il quale non solamente da questi non si teme, ma si
desidera sopra modo, insieme con la battaglia, come certissima salute
di questa città.„ Ma di battaglia non concesse mai il Baglioni (e il
Colonna si rimetteva) altro che le apparenze, in parziali sortite, le
quali se dimostrarono il valore de' cittadini, e de' soldati, e de'
capi altresì, non escluso il Capo supremo che ormai, o si stesse o
facesse, tradiva, lasciarono inalterata cotesta condizione di cose,
senza che la città si levasse d'addosso, con l'assedio, la minacciata
rovina della sua libertà. Allegava Malatesta (il quale intanto menava
pratiche col Papa e con l'Orange), essere lui responsabile della
salvezza della città, e non volere arrisicarla per improntitudini
di giovani: quasi che Firenze gli si fosse costituita in curatela,
e col bastone del comando sulle armi gli avesse altresì delegato
ch'e' sentisse e pensasse e volesse per lei. E il più iniquo di tale
condizione di cose si fu, che quando essa finalmente ingenerò, come
troppo prima avrebbe dovuto, sospetti di tradimento, cotesti sospetti
erano soffocati, il meglio si potesse, dalla Signoria, pel timore
che, risapendoli il Baglione, egli e la gente sua voltassero le armi
contro la città che gli giaceva ormai nelle mani. La più coraggiosa
parola dei magistrati al Capitano traditore, fu di ammonirlo ch'e' non
ricevesse più ambasciate dal Papa, e “voltasse l'animo alla gloria„.
Ma il Petrarca aveva già ammonito che questo non era sentimento da
mercenarii:

                          vederete come
    Tien caro altrui chi tien sè così vile.

Ed invero, nessuna più dolorosa nè più vituperosa dimostrazione dettero
mai di ciò che veramente esse erano, coteste venderecce milizie, le
quali in quella meravigliosa canzone, che rimase come l'elegia perpetua
della libertà nazionale, il Poeta aveva denunziate all'Italia:

    In cor venale, amor cercate e fede:
    Qual più gente possiede
    Colui è più da' suoi nemici avvolto.
    . . . . . . . . . . . . . . . .
    Se dalle proprie mani
    Questo n'avviene, or chi fia che ne scampi?

Scampo unico e supremo tutti sentivano essere il Ferruccio: i cittadini
con angosciosa speranza, con bieco terrore Malatesta, con isgomento i
nemici. E il Ferruccio si mosse.

Sostituitigli Commissari valenti in Volterra, egli, poichè il Valdarno
da Empoli a Signa, e la Valdelsa, erano ormai terra di nemici, fece
capo a Pisa (ci arrivò il 18 luglio), col disegno d'ingrossarsi colà,
e poi volgersi a Pistoia, per riprenderla, se si potesse, a ogni modo,
secondo le contingenze, minacciare il campo Cesareo, ovvero da' monti,
per Val di Bisenzio, riuscir sotto Fiesole, donde, sforzato il passo,
entrare in Firenze; le cui forze intanto avrebber secondato il disegno,
spiando e cogliendo il punto di gettarsi sul nemico, distratto verso il
nuovo assalto esteriore. È da taluni attribuito al Ferruccio un altro
disegno: voltarsi a Roma, con quale animo verso papa Medici è agevole
a pensarsi, e così svolgere dall'assedio l'Orange, ovvero chiudere
al campo assediante i varchi della Valdichiana e dell'Umbria per le
provvigioni; mentre altri moti diversivi si tentassero in Pistoia
e in Romagna, e si colorissero le speranze che da Genova il fedele
Alamanni dava di là e, con più illusione, dalla Francia. Ma il disegno
che fu attuato, rapido e violento, è troppo più verosimile fosse il
solo che arridesse al Ferruccio. Se non che troppa parte di questo
doveva esser coadiuvata dal di dentro della tradita città; e la febbre
che inchiodò in Pisa per una diecina di giorni l'eroe dell'impresa,
dette malauguratamente il tempo a' nemici di prepararsi. I Commissari
di Pisa, dal letto del valoroso che si consumava del suo non potere,
scrivevano ai Dieci della guerra: “Dio, per sua misericordia, non ci
darà tale impedimento.„ E fra l'1 e il 2 di agosto, scrive egli “dal
paese di Pescia„: “Io mi trovo in sul fatto, e guarito, Dio grazia„;
e che procede come per paese nemico, e che il Maramaldo lanciatogli
a' fianchi è sul Pistoiese, e “se li nimici faranno sperienza di noi,
allora faremo vedere chi noi siamo„. Quel giorno stesso batteva, con la
solita ferocia, in San Marcello la parte Panciatica, e s'incamminava a
Gavinana, verso dove per parti diverse erano rivolti i nemici.

Ne' Consigli intanto, e fin da quando egli si era mosso da Volterra,
prevalevano i partiti del furor disperato: si desse a Malatesta
la licenza ch'egli minacciava, infintamente, di volere: e al primo
opportuno avviso dal Ferruccio, serrar le botteghe, armarsi, primo e
alla testa del popolo il Gonfaloniere, “mantenere il giuramento fatto
a Dio quando lo eleggemmo re di Firenze„, combattere e vincere; e se
così non avvenisse, “quelli che resteranno alla custodia delle porte e
dei ripari, abbiano con le mani loro, subito, a uccidere le donne e i
figliuoli, por fuoco alle case, o poi uscire all'istessa fortuna degli
altri, acciocchè distrutta la città non ne resti se non la memoria, ed
un esempio immortale a coloro che nati liberi, liberi voglion morire.„
E il 2 di agosto, mentre il Ferruccio scriveva quella che fu la sua
ultima lettera, il Gonfaloniere riferiva che alle sollecitazioni
rinnovate presso il Baglioni e il Colonna, di dare addosso al campo,
questi avevano nuovamente rifiutato, sebbene si sapesse che la notte
innanzi il principe d'Orange, guadato Arno con buon nerbo di gente
scelta, era uscito a incontrare il Ferruccio, lasciando in sua vece don
Ferrante Gonzaga; il quale veramente si aspettava d'ora in ora essere
assalito. Il Baglione, mutata stanza, si era di su' Renai ridotto
presso Boboli ne' quartieri delle sue soldatesche più strettamente
fidate; mentre, doloroso a dirsi, nelle file della milizia cittadina,
avvezza al maestrato del valente Colonna, s'insinuava col sentimento
della deferenza a lui, la sfiducia verso la condannata causa della
libertà.

Il 3 d'agosto, entravano nel villaggio di Gavinana, a dieci miglia da
Pistoia, quasi ad un tempo, dai lati opposti, il Ferruccio e l'Orange:
il Vitelli soprarrivava ad assalire la retroguardia de' nostri:
il Maramaldo, sforzata di fianco la terra, calava loro addosso nel
centro della battaglia. Cadeva fra la sua cavalleria, che il Ferruccio
avea sbaragliata, l'Orange per due colpi d'archibugio: ma il piccolo
esercito repubblicano, preso di fianco dai Lanzi freschi del Maramaldo,
era ormai disfatto e quasi distrutto. Il Ferruccio, voltosi a Giampaolo
Orsini che con lui sin da Pisa partecipava valorosamente al comando,
stringendosi loro intorno i nemici e confortandoli si arrendessero,
disse, conservateci autentiche da uno de' suoi come se le ascoltassimo
dalla propria bocca di lui, queste parole: “Vogliamci arrendere sì
tristamente? Io voglio morire.„ E di nuovo (prosegue la ricordanza
dell'armigero) “e di nuovo si mise innanzi il primo, com'era stato
sempre„.

Fu trovato fra i cadaveri degl'imperiali con la spada in mano, lacero
di ferite, ma vivo ancora. Fatti prigioni egli e l'Orsini (pure ferito,
ma che sopravvisse e si riscattò), il Maramaldo, che aveva dato bando
gli fosse il Ferruccio consegnato o vivo o morto, avutolo fra le mani,
“Tu sei or qui, che mi volevi appiccare?„ gli disse, e gli ricordò
Volterra, e tornò a rinfacciargli, sciagurato, la condizione sua di
mercante, cioè di cittadino glorioso, egli vilissimo servitore armato
di chi lo pagava, o saccomanno de' paesi infelici che trascorreva.
“Effetti della guerra!„ rispose il Ferruccio; e disarmato da quelli
scherani, “Fabrizio, tu darai a un morto!„ gettò sulla faccia al
Maramaldo; e ricevè nella gola il pugnale. “Era ragione„ scrive un
altro di quei mercanti fiorentini, Filippo Sassetti, “era ragione, che
il maggiore uomo che nella guerra avesse la Repubblica, avesse per
sepoltura il monte Appennino„. Con lui, fra quelle montagne che non
esse sole dividevano la penisola, avea sepoltura la libertà italiana:
e quando dopo tre secoli spirarono le aure della risurrezione, la
bandiera tricolore, innanzi di sventolare sui campi lombardi alla prima
guerra d'indipendenza, si era inchinata in Gavinana su quella polvere
sacra.

La disfatta del Ferruccio consegnava Firenze a' nemici, mani e piedi
legata. La signoria stette sino all'ultimo coi più arditi e i più
fermi; rinnovando altresì i quattro cittadini Commissari della milizia,
e chiamandovi il Carducci e altri simili a lui, in luogo di corrotti o
accecati da Malatesta. Questi allora strinse col Gonzaga e con Baccio
Valori, fiorentino, Commissario del Papa nel campo Cesareo, le pratiche
sempre mantenute; secondo le quali propose alla città si accordasse,
promettendole, anche tornando i Medici, libertà. Rispose la Signoria,
ufficio di lui e debito essere il combattere non il negoziare: uscisse
in campo, o rassegnasse il comando. Allora Malatesta Baglioni, forte
ormai non più solamente di soldati ma di cittadini che fra lui e
la patria (di lui più infami) sceglievano lui, rifiutò di rendere
il bastone del comando, ferì di pugnale uno de' due commissari che
gliene avevan recata l'intimazione, con partito de' Dieci di guerra
(incredibile oggi a dirsi!) onorevolissimo, e voltò le artiglierie
contro la città.

Il 9 agosto si deponevano le armi; il 12 “nel felicissimo campo
Cesareo„ si sottoscrivevano i Capitoli della resa: ne' quali (difesa
estrema, almen dell'onore) la città si rendeva non ai Medici nè
al Papa, ma a Cesare che era fatto arbitro di ordinare e stabilire
entro quattro mesi la forma del governo, “intendendosi sempre che
sia conservata la libertà.„ Non era finito l'anno, e Firenze aveva
suo signore Alessandro de' Medici: i due ultimi gonfalonieri della
Repubblica erano, il Carducci con altri decapitato, il Girolami gettato
in prigione perpetua con pronto sopraggiunger di morte: altre condanne,
di scure e d'esilio, assicuravano la città divenuta ducale. Malatesta
Baglioni, prima di partirsi a bandiere spiegate da Firenze ch'egli
aveva secondo le sue promesse salvata, onorato di privilegi dai novelli
Signori e dal Pontefice, mandava a questo in dono un frate, Benedetto
Tiezzi di Foiano, uno de' predicatori che avevano durante l'assedio
rinfocolati gli spiriti religiosi del Savonarola. E al teologo pio
e dottissimo il profferirsi a Clemente, che, lasciate le cure e le
passioni civili, combatterebbe con l'autorità de' Libri Santi l'eresia
luterana, non impetrò grazia della atroce morte, per la quale in una
segreta di Castel Sant'Angelo finì consunto di fame.


X.

L'assedio di Firenze è nella storia d'Italia come lo sfavillare estremo
d'una fiaccola (la virtù d'intelletto e di braccio de' nostri Comuni),
che soffocata si estingue. La caduta della Repubblica fiorentina segna
l'aggravarsi della tirannide, domestica e straniera, sotto la quale
la nazione italiana prostrata espierà le sue colpe, e ne parrà come
morta. Ma le nazioni non muoiono: e anche ne' trionfi della forza
che le ha schiacciate, Dio matura la rinnovazione de' loro destini.
È una vittoria spagnuola, ventisett'anni appena da quella caduta, una
vittoria d'armi imperiali, che a San Quintino, sotto la spada poderosa
d'Emanuel Filiberto, affranca da quei ladronecci stranieri di Spagna
e di Francia un angolo predestinato di terra italiana, il Piemonte. E
quando, di lì a tre secoli, da quel lembo di patria moverà l'impresa
della liberazione e dell'unità d'Italia, Firenze avrà già consegnati
fiduciosa all'invocato avvenire i tesori delle sue grandi memorie.
L'Assedio di Firenze sarà una delle bandiere prime ad essere agitate
nel nome della libertà italiana. Un patriotta, che nell'anima di
poeta, burrascosa come il suo mar di Livorno, accoglie il fremito delle
nostre antiche democrazie, farà di quell'Assedio un libro, non potendo
combattere una battaglia. Un gentiluomo del vecchio Piemonte, pittore
e romanziere, statista e galantuomo, cavaliere d'Italia e ministro del
Re, ritrarrà su quel fondo di storia italiana, e renderà popolari, le
figurazioni ideali della virtù cittadina. E un poeta eroe (due delle
maggiori grandezze della umana personalità) un poeta eroe, che reca il
tributo del generoso sangue napoletano alla difesa di Venezia; Poerio,
le cui ossa deposte nell'isoletta di San Michele “con affetto di
sorelle„, come le gentildonne veneziane vi scrissero sopra, furono una
delle anticipate consacrazioni della nostra unità,

    dalle vette ghiacciate
    dell'Alpi, al monte onde Sicilia fuma;

Alessandro Poerio canterà la gesta del Ferruccio, auspicando la nuova
Italia:

    Questa ed altre frementi ombre placate
    fian, quando raggi, come sol che sale,
    non più la fiorentina
    l'itala libertate.

Oggi le colline che furono desolate da quella guerra, lussureggiano
di oliveti e di vigne, si ammantano a festa nelle soavi primavere
fiorentine: e dove scalpitarono i cavalli di Lamagna e di Spagna, e
si piantarono le artiglierie anche di città sorelle, la vaporiera
trasvola di vetta in vetta, lungo le bellezze che natura ed arte
hanno accolto nella sottoposta convalle, e porta seco la letizia
delle paesane brigate, l'ammirazione degli ospiti benaccetti. Nel
seno verde della florida pendice, Pitti e Boboli sono la reggia del
Re d'Italia, il giardino della nostra graziosa e diletta Sovrana. Ma,
degnamente vicino a tal reggia, San Miniato, col suo vecchio campanile
mitragliato gloriosamente, torreggia tuttora: ed ivi presso, il genio
di Michelangiolo, nelle forme gigantesche, eternamente splendide di
gioventù e di forza, del biblico liberatore, domina ancora e protegge
la sua Firenze.



Sulle condizioni della Economia Politica nel Cinquecento

E LA SCOPERTA D'AMERICA

DI

ARTURO JÈHAN DE JOHANNIS.


  _Signore e Signori,_

Un moderno scrittore, esprimendo del resto una convinzione che è molto
diffusa, ha detto che la economia politica non è altro che letteratura
noiosa; temo che oggi per mia colpa avrete una nuova conferma di quel
giudizio. Concedetemi però di sperare che non lascierete venir meno la
vostra pazienza.

Il secolo XVI è, specialmente da alcuni economisti, considerato per
l'Italia come un periodo di decadenza; ed in tal giudizio, forse
eccessivamente sintetico, si può concordare, quando lo si restringa
dicendo: _che in esso cominciano i sintomi di una decadenza_. E
veramente non si può ammettere che quello stato di prosperità economica
e di splendore dell'arte, nella letteratura, negli studi, frutto di un
lavoro intenso di quattro secoli, abbia potuto deperire in una diecina
d'anni, nè per il solo fatto delle dominazioni straniere, che nel XVI
secolo si allargarono in Italia, nè per le lente modificazioni che subì
il commercio.

Genova, Ferrara, Urbino, Firenze, Venezia, Mantova, Roma, fra le altre
molte città avevano raggiunto un grado così alto di agiatezza, che
dovevano necessariamente resistere a lungo contro le cause esterne
che si sono rivolte a loro danno. La affermazione pertanto che le
scoperte marittime dei Portoghesi, degli Spagnuoli e degli Olandesi
avessero senz'altro mutata repentinamente la condizione economica della
penisola, va confinata tra le leggende che hanno soltanto l'ombra della
verità; come pure va rigettato l'altro concetto che la dominazione
spagnuola, per la importazione di costumi, di abitudini e di tendenze
molto differenti dalle italiane fosse causa unica del decadimento
economico.

Non nego certamente che le novità geografiche e le mutazioni politiche
non abbiano sensibilmente contribuito alla diminuzione della prosperità
italiana, ma ritengo sia più facile dimostrare e provare che le stesse
condizioni economiche, nelle quali si trovava l'Italia al principio del
Cinquecento, avevano intrinsecamente il germe del decadimento, e che
gli avvenimenti geografici e politici, a cui ho fatto cenno, non furono
in gran parte se non la causa occasionale del decrescere della fortuna
pubblica e privata.

Starei per dire che tutto ciò che è logico è anche fatale; e nei fatti
individuali come nei fatti delle grandi collettività — gli stati
e le nazioni — meno eccezioni rarissime che formano poi l'oggetto
della generale meraviglia — lo svolgimento dei fatti economici
segue un indirizzo che mi pare conseguenza quasi inevitabile di
alcuni caratteri della natura umana. Al faticoso accumularsi delle
ricchezze con una cura parsimoniosa che pare fino avarizia, segue
quasi sempre in generazioni successive prima l'uso intelligente
ma largo delle ricchezze stesse, poi il fasto vano e smodato, lo
sperpero, e finalmente la soggezione economica. E questo quasi generale
procedimento, che riscontriamo tanto spesso nelle famiglie, si incontra
anche nella vita delle nazioni.

Atene e Roma ne sarebbero splendidi esempi.

Qualche cosa di simile ci presenta l'Italia nei secoli che corrono dal
mille al milleseicento. Il primo periodo è tutto di lavoro attivo ed
intelligente il quale è conseguenza di due fatti principali: gli enormi
guadagni che le città marittime della penisola conseguono col trasporto
dei crociati e coi traffici che massimamente si svolgono coll'Oriente;
l'incremento delle industrie favorito da una specie di libertà della
produzione acquistata dai comuni.

Infatti dal mille al milletrecento circa quella parte dei fatti
economici pur troppo ristretta, che gli storici hanno illustrata, ci
mostra l'Italia invasa da una febbre salutare di lavoro, fino al punto
che alla aristocrazia della spada che dagli alti castelli dominava
ancora la campagna, si contrappose a poco a poco un'altra aristocrazia
che a Venezia, a Genova, a Firenze, in Lombardia, in Piemonte,
dapertutto, diventa potente e prepotente, l'aristocrazia sorta dai
commerci e dalle industrie.

E qui per dimostrare questo solo punto della ricchezza commerciale
dell'Italia nell'epoca che precede il 1400, non mancherebbe certo il
soccorso della storia che del resto è a tutti nota. Chi non conosce gli
80 banchi fiorentini sparsi nell'Italia e le succursali aperte in tutto
il mondo? chi non ha letto che i Pazzi, i Capponi, i Buondelmonti, i
Medici, i Corsini, i Peruzzi, i Rucellai sono banchieri, fabbricanti,
importatori ed esportatori di lane, di panno, di sete? Ed è per
estendere questo commercio che Firenze acquista per centomila
fiorini d'oro il porto di Livorno ed a spese dello Stato costruisce
due flotte una che esercita il commercio coll'occidente, l'altra
coll'oriente. E la lana greggia si importa dalla Spagna, dalla Francia,
dall'Inghilterra, dalla Fiandra, si tramuta in tessuti che prendono la
via del levante; dal levante e dalla Sicilia si importa la seta greggia
per farne velluti, broccati ed ogni genere di finissimi lavori che si
vendono poi a tutta Europa; e dalla Francia venivano i tessuti che si
tingevano a Firenze e davano vita all'arte dei Calimala.

E Venezia, prima col modesto mercato del sale poi cogli scambi di
prodotti diversi tra l'Asia e l'Europa che nell'Egitto avevano lo
scalo, più tardi coi grandi guadagni che il trasporto dei crociati
e l'approvvigionamento di tanta gente, la quale non soltanto
dall'ascetico sentimento di liberare il sepolcro di Cristo, ma, come
lamenta un principe contemporaneo, è mossa dall'_amor auri et argenti
et pulcherrimarum fœminarum voluptas_, Venezia accresce la propria
fortuna. Ricordo a tale proposito un solo fatto che vale per tanti
altri analoghi. Col trattato di alleanza stipulato dai Veneziani per
il trasporto della quarta crociata, il doge di Venezia si obbligava di
imbarcare e condurre in Oriente 4500 fanti, altrettanti cavalli, 9000
corazzieri, e 20,000 pedoni, e di mantenerli con razioni stabilite di
pane, legumi, vino ed acqua per tutto il viaggio; il prezzo convenuto
era di 85,000 marchi d'argento di buona lega e peso di Colonia. Ma
quando arrivati a Venezia i capitani non hanno il danaro, il doge si
rifiuta di trasportarli; e quando i crociati spogliandosi di ogni cosa
all'infuori delle armi e dei cavalli e portando alla zecca del Doge
per farne valori begli e ricchi vasellami d'oro e d'argento ne traggono
35,000 degli 85,000 marchi, i Veneziani li accettano, purchè i crociati
li aiutino a prender Zara, sperando però che Iddio per mezzo di comuni
conquiste dia ai crociati il modo di pagare gli altri 50,000 marchi.
Nè valsero le proteste del Papa, e le resistenze degli stessi crociati
che non volevano combattere il Re d'Ungheria esso pure crociato;
l'interesse prevalse ad ogni considerazione, Venezia ebbe Zara prima,
Costantinopoli poi, e soltanto più tardi mosse senza successo coi
crociati a liberare il santo sepolcro.

Calcolano alcuni che cinque o forse sei milioni d'uomini si recassero
in Terra Santa nel tempo delle crociate; è difficile stabilire una
cifra attendibile, ma è certo che il movimento delle persone, dei
cavalli e dei viveri necessari a mantener tanta gente che si imbarcava
a Venezia, a Genova, a Bari, a Marsiglia, deve essere stato enorme.
Ed intorno a questa moltitudine di cui facevano parte imperatori,
re, capitani, guerrieri, famigli, matrone, sacerdoti, avventurieri ed
avventuriere, pellegrini e pellegrine, che a centinaia, a migliaia,
quando a drappelli ordinati in armate, quando in turbe disordinate
intraprendevano il santo viaggio, stava quello sciame di trafficanti
di tutti i generi che vive e guadagna sui più urgenti bisogni altrui.
Oggi si avrebbero appaltatori, impresari, aste, forniture, frodi,
corruzioni, allora i nomi erano diversi, ma non diverse erano le cose.

A questi fattori notevolissimi di lusso per quasi tutte le città
marittime italiane, si aggiunga per Venezia la straordinaria attività
del suo governo, della sua politica e dei suoi cittadini che resero
quella Repubblica il paese commercialmente più ricco del mondo. Essa
tiene sul mare 3000 navi mercantili, 45 galere, 25,000 uomini. E
basterebbe ricordare la relazione del doge Mocenigo al Senato nel 1421
per comprendere quale fosse la importanza del traffico di quel tempo.
Per il Po e per i canali che avevano diramazioni in Lombardia e fino
a Tortona ed a Novara i Veneziani mandavano 20,000 quintali di filo,
50,000 di cotone, 40,000 di lana catalana, ed altrettanti di lana
francese, 250,000 ducati di stoffe di seta ed oro, 3000 carichi di
pepe, 400 pacchi di cannella, 2000 quintali di zenzero, 25,000 ducati
di zucchero, 30,000 di sostanze tintorie, 250,000 di sapone, e 30,000
di schiavi. Venezia comperava dagli stessi luoghi 90,000 pezze di
panno e riceveva a saldo più di un milione e mezzo di zecchini. E senza
riferire maggiori particolari accennerò che quella relazione riassume
in 10 milioni di zecchini il complesso del commercio di Venezia,
corrispondenti a 110 milioni delle nostre lire, quindi, al valor
odierno, a circa mezzo miliardo di traffico; tutta l'Italia oggi non
arriva a due miliardi di commercio internazionale.

L'interesse del danaro era in molti punti d'Europa in quel tempo
anche del 20 per cento; e se questo era il saggio del profitto che la
produzione ed i commerci tanto sviluppati in Italia, ritraevano, si
può spiegare agevolmente come in breve tempo le città della penisola
mirassero alle grandi concezioni dell'arte, della intelligenza, degli
studi. Vi spiegate subito perchè appunto in quell'epoca che chiamiamo
Rinascimento si adornassero le città italiane di quei monumenti che
formano oggidì la maggiore e più ammirata testimonianza della ricchezza
pubblica e privata. Se si raccolgono colle date rispettive in un elenco
i grandi edifizi innalzati nel XII, XIII e XIV secolo, si costituisce
quasi il riassunto di una guida per tutto ciò che di più altamente
artistico oggi ancora in Italia si ammiri. Nè certamente occorre
che qui dinnanzi a voi ricordi la gloriosa serie che da Santa Maria
del Fiore al Duomo di Monreale, dalla sala della Ragione di Padova
al Duomo di Orvieto, dal Palazzo di Belfiore di Ferrara al Duomo di
Milano, alla Certosa di Pavia, a San Petronio di Bologna contiene tante
manifestazioni di raffinata intelligenza; nè debbo ricordare le opere
grandiose quali il ponte sul Ticino, i canali del Veneto, le arginature
e deviazioni dei fiumi, ecc., ecc.

Ed è la conquistata agiatezza che dà modo agli studi di svolgersi
e di accrescere la coltura; sono le corti dei principi ed i governi
degli stati liberi, sono le scuole delle arti e le stesse popolazioni
che incoraggiano il rinascimento intellettuale ed onorano i grandi
scrittori ed artisti e vanno a gara per disputarseli e vogliono
godere della voluttà del pensiero. Egli è che, se mi è permessa una
riflessione aridamente economica, il lusso intellettuale viene dopo
la diffusione della ricchezza; non si troverà l'arte, lo studio, la
poesia, la scienza in quei popoli presso i quali lo scarso profitto
del lavoro permette appena la soddisfazione dei materiali bisogni. Nei
popoli l'apprezzamento delle più alte manifestazioni del pensiero è
quasi sempre incompatibile coll'angustia economica. Nell'epoca a cui
accenno le repubbliche decretavano ad esempio che si costruisse il più
bel tempio del mondo in attestazione della potenza e della ricchezza
della nazione; oggi si farebbe un'asta, con un capitolato d'oneri,
col ribasso del vigesimo, ed il Consiglio comunale discuterebbe sulle
dimensioni delle arcate e si approverebbero a maggioranza le regole
d'arte. E davanti allo splendore antico, in mezzo al quale viviamo, ci
lamentiamo della insufficienza contemporanea, e non notiamo abbastanza
che deriva dalla scarsezza dei mezzi.

Ma se mai alcuna prova occorresse a questa sconfortante riflessione si
ponga mente che il risorgimento economico dell'Italia ed il conseguente
rinascimento artistico e letterario, si verifica in tutta la penisola,
non ostante la grande varietà degli ordinamenti politici e sociali;
tanto a Venezia dove dominava una oligarchia tirannica, quanto a
Firenze dove talvolta la turba, che oggi si direbbe scamiciata, afferrò
il potere. La storia con numerosi esempi, troppo spesso dimenticati,
mostra la impotenza dei governi a creare o a distruggere la ricchezza;
nella maggior parte dei casi sono le stesse condizioni economiche
quelle che generano un inevitabile decadimento, ed i Governi, fiacchi
o corruttori o corrotti, sono essi stessi il prodotto e non la causa di
quelle condizioni. Perciò nel tempo di cui parlo vediamo a poco a poco
manifestarsi i sintomi di due mali che saranno lenta ma determinante
causa del decadimento: da una parte il lusso smodato che si esplica nel
godimento dei risparmi accumulati; dall'altra il timore della attività
altrui il quale si manifesta colle proibizioni economiche.

Anche qui sono obbligato a brevi cenni.

Già alla fine del 1400 cominciano le leggi suntuarie: non è più il
tempo nel quale i Fiorentini vendevano agli stranieri i fini panni
delle loro fabbriche, mentre si vestivano di stoffe grossolane. A poco
a poco Firenze divenne il centro del lusso, delle belle arti e del buon
gusto; la facilità stessa con cui il danaro si guadagnava e da ogni
parte affluiva, eccitava alle spese ed alla prodigalità, ed il lusso
dell'abbigliamento delle donne fiorentine, già lamentato da Dante, non
ebbe più limiti. L'anno scorso un simpatico e dotto conferenziere vi
ricordò molte leggi contro il lusso promulgate a Firenze ed in pari
tempo ve ne dimostrò la inefficacia; non altrimenti avveniva a Venezia.
Trovo un decreto con cui per limitare le spese eccessive “de pasti
a colazion de nozze et compagnie„ la repubblica proibisce i confetti
pieni di liquori “cioè quelli che se chiamano senza corpo„ e proibisce
di illuminare il banchetto con “più di sei torze del peso di lire 6
l'una„; ed alle donne proibisce “de portar al colo più de un filo de
tondini d'oro schietti che non eceda el prezio de 25 ducati od una
cadenela d'oro schietta la qual no ecceda el valor de ducati 100„; e
proibisce pure di portare “maneghe et petorali tessuti d'arzento over
d'oro„; di un valore maggiore di venti ducati in tutto; ed ordina che
“le maneghe a comedo„ sieno fatte in modo da non richiedere più “de un
terzo de brazo de seda„. Ed anche la coda richiama l'attenzione della
Repubblica la quale proibisce che “alcuna dona over putta de questa
città possino portar alcuna veste la qual habbia più de una quarta
de coda, sotto pena de perder la vesta e de pagar 25 ducati per una e
cadauna volta„.

Prescrizioni severe ci paiono oggi ma altrettanto inutili. Era il lusso
una conseguenza inevitabile dell'accumulazione della ricchezza, od era
un prodotto di cause particolari, di ordinamenti civili, di forme di
governo, di rilassatezza di costumi?

Se si riflette che gli stessi inconvenienti si lamentavano e gli stessi
inutili rimedi si tentavano a Venezia, a Milano, a Mantova, a Genova, a
Firenze, a Roma dove pure tanto diverse erano le condizioni politiche
e dove i Governi avevano caratteri tanto differenti, è da credersi
che il lusso smodato, che non si limitava al vestire delle donne, ma
si manifestava nel giuoco, nelle feste pubbliche, nei funerali, nei
viaggi con seguiti numerosi, non fosse che un prodotto, inferiore se
si vuole, ma egualmente intrinseco di quelle stesse cause, che avevano
dati i templi sontuosi, le fabbriche pubbliche ricche di marmi, i
palazzi splendidi di ornamenti. Dall'arte pura si passava grado a grado
a quella esuberanza di decorazione nell'ornamento che troverà più tardi
nel barocchismo la sua sgraziata apoteosi.

Ma ho detto dianzi che assieme al lusso un altro germe roditore della
ricchezza pubblica e privata si manifestava nelle città italiane:
il timore della attività altrui. Finchè a tenere il commercio e
l'industria nel maggiore splendore erano sopratutto e quasi unicamente
le maggiori città italiane Firenze, Genova, Milano, Venezia, la libertà
della produzione era dai comuni quasi generalmente accettata e fatta
rispettare; si può anzi dire che sopratutto sulla libertà del lavoro
sorgessero e si consolidassero queste nuove collettività italiane.
Le diverse costituzioni o statuti, come allora si chiamavano, che ci
rimangono, o che più furono dagli storici studiati, più che mirare ad
un ordinamento politico, tendevano ad assicurare alla cittadinanza,
dopo la giustizia, franchigie economiche, finanziarie, fiscali. Il
giuramento del capitano per mantenere le consuetudini di Genova è
tutto un riassunto di diritto civile sulle servitù reali e personali:
i Pisani avevano principalmente chiesto ed ottenuto il riconoscimento
e l'osservanza delle _costitutiones quas habent de mari_; e Messina e
Lucca e tante altre città fondano il nuovo diritto di libertà sulle
esenzioni doganali, sul diritto di coniar moneta, sulla libertà
di tagliare nelle foreste regie per il naviglio, sulle imposizioni
fiscali, sui livelli, sulle prescrizioni, ecc., ecc.

Ma quando la attività industriale e commerciale si diffonde e si
estende, allora sorgono le invidie, le rivalità, e incomincia il
protezionismo con quelle forme violente che caratterizzano tutti i
rapporti di quell'epoca tra città e città. È infatti poco prima del
1500 che si estendono dovunque le dogane, specie di fondaci dove
dovevansi introdurre tutte le merci che venivano di fuori e che erano
custodite da un Massaio di dogana, nè più nè meno dei nostri magazzini
generali e dei nostri porti franchi; ed è nella stessa epoca che i
decreti che applicano i dazi cominciano a parlare non soltanto di
necessità dell'erario, ma della importanza di proteggere le arti e gli
operai della città.

Nel monito del Sercambi ai Guinigi di Lucca trovo già che lamentando
la decadenza dell'arte della seta “la quale era quella che riempiva
Lucca di denari„, esprime il consiglio che non se ne permetta la
importazione, colla sentenza: “almeno quello che per noi far si può
per altri non si faccia.„ E poi voleva che i vini forestieri non si
ammettessero in Lucca e nel contado “se non con grossa e smisurata
gabella„ giustificando la sua proposta coi soliti sofismi, che i vini
forestieri essendo migliori allettavano di più, mentre quelli del
paese si gettavano, rovinando così l'economia dei poderi. E da questi
particolari suggerimenti passando a più grandioso concetto, il Sercambi
formula una completa teoria protezionista. Trova triste la condizione
delle arti e crede che migliorerebbero se il contado comperasse
soltanto in Lucca quello di cui abbisogna; allora ogni cittadino
Lucchese guadagnerebbe e si aprirebbero fondachi sperando di vendere
al contado; vorrebbe a tale scopo che fosse sequestrata ogni merce che
“si conduce nel contado et non sia tratta di Lucca„; fa eccezione per
alcuni commestibili e per il legname contentandosi che siano tassati
nella entrata e nella uscita. E conclude:

  “Tutte quelle mercanzie che di Lucca si cavassero si possino
  portare per tutto il contado senza pagare cosa alcuna, e di questo
  avrà il comune due gabelle, l'una in nell'entrare, l'altra in
  nell'uscire, et il guadagno rimarrà in Lucca.„

Non altrimenti parlano oggi per il protezionismo rifiorente, tanti
illustri uomini di Stato italiani e stranieri, ed è cosa che fa
disperare del progresso economico.

E le corporazioni d'arti e mestieri, nelle città, dove erano rimaste,
colla potenza che avevano acquistata in quei tempi, non ebbero piccola
parte nel creare e nell'incrudire degli impedimenti verso la produzione
forestiera, dappoichè estesero ai produttori delle altre città, mano
a mano che si svilupparono le industrie, quelle stesse idee grette
e tiranniche colle quali per gelosie interne governavano l'esercizio
della industria. Anche intorno alle corporazioni un illustre scrittore
vi ha intrattenuto nell'anno passato e nulla potrei aggiungere a quello
che egli vi ha dottamente esposto.

Se non che, il lusso da una parte, le proibizioni ai commerci
dall'altra, portarono ben presto come fatale conseguenza un
considerevole aumento delle spese pubbliche e private. Anche qui i
caratteri della natura umana furono in azione più che mai violenta.
Col lusso dei cittadini i governi, fossero essi a libero reggimento
od a monarchia, cominciarono a gareggiare; ed allora il fasto non
ebbe più freno. Ricordate il viaggio del duca Galeazzo Maria Sforza
da Milano a Firenze? I principali feudatari del duca ed i consiglieri
gli facevano corte, accompagnandolo nel viaggio con vestiti carichi
d'oro e d'argento; ciascuno di essi aveva un buon numero di domestici
splendidamente ornati; tutti gli stipendiati ducali erano coperti di
velluto. Quaranta camerieri erano decorati con superbe collane d'oro.
Altri camerieri avevano gli abiti ricamati. Gli staffieri del duca
avevano la livrea di seta ornata d'argento. Cinquanta corazzieri, con
selle di drappo d'oro e staffe dorate: cento uomini d'arme, ciascuno
con tale magnificenza come se fosse un capitano; cinquecento soldati
scelti a piedi: cento mule coperte di ricchissimi drappi d'oro
ricamati: cinquanta paggi pomposamente vestiti; dodici carri coperti
di superbi drappi d'oro e d'argento; duemila altri cavalli e duecento
muli coperti uniformemente di damasco per l'equipaggio dei cortigiani.
Cinquecento paia di cani da caccia, e sparvieri, falconi, trombettieri,
musici, istrioni. Tale è il racconto di un cronista contemporaneo.

Del resto basta pensare allo splendore delle pubbliche feste che si
davano a Mantova, a Venezia, a Roma per ogni circostanza e per ogni
pretesto, come le caccie di Leone X, e si comprenderà facilmente quali
enormi spese pubbliche fossero necessarie, anche senza por mente che
col fasto e col lusso la corruzione pubblica, il peculato e lo sperpero
delle entrate andavano compagni.

Perciò le città italiane, che nei secoli durante i quali avevano
lottato per ottenere la libertà avevano dovuto anche sostener guerre
per reggersi, per rivaleggiare nella potenza, per costituirsi e per
allargare il loro dominio, nei tempi immediatamente precedenti al
cinquecento, che furono se non pacifici certo meno fecondi di contese,
portarono le pubbliche gravezze al di là di ogni equa misura. Siamo
soliti ora di lagnarci per il peso delle molteplici tasse ed imposte
che ci aggravano, ed assistiamo sgomenti e meravigliati ai faticosi
studi dei Governi e dei Parlamenti diretti a trovare nuova materia
imponibile. Ci pare che mai l'arte della finanza abbia potuto essere
tanto raffinata. Sono però costretto a far notare che la fantasia
dei finanzieri del decimoquinto e decimosesto secolo aveva già
mietuto tutto il campo fiscale non lasciando ai moderni, nemmeno la
consolazione della spigolatura. Riassumo più brevemente che mi sia
possibile:

  imposta fondiaria sui terreni, che arrivava anche al 10 per cento
    della rendita depurata;

  imposta sui fabbricati; o un tanto per casa qualunque essa fosse,
    o in proporzione alla lunghezza della facciata o del numero delle
    finestre, o in ragione del 10 per cento della pigione;

  tassa di fuocatico, o di testatico, che colpiva più specialmente
    quelli del contado;

  tassa sul sale obbligatoria; perchè si costringeva ogni cittadino
    a comperare ogni anno una certa quantità di sale dai magazzini
    dello Stato;

  tassa sugli schiavi e sui contadini;

  tassa sul bestiame bovino, ovino, caprino ed equino;

  tassa sulle industrie (oggi si direbbe di licenza), comprese quelle
    turpi;

  tassa sui notai, attuari e magistrati;

  ritenuta sugli stipendi di tutti i pubblici ufficiali;

  dazi su tutto ciò che veniva portato in città e quindi anche sul
    pane, sulla farina, sul vino, sull'olio;

  tasse sui pesi e sulle misure;

  tasse sull'imbottato, sul macinato, sul panificio;

  tasse sulle alienazioni degli immobili, dei mobili; sulle
    contrattazioni, sulle pigioni, sui fitti, sulle successioni,
    sugli atti civili, sulle affrancazioni degli schiavi, sugli atti
    giudiziali, sulle tutele, sulle registrazioni pubbliche, tasse
    sul lusso, e perfine sui morti.

E poi pedaggi sulle strade e sui ponti, diritti di approdo, di
ancoraggio, di scarico, di dogana.

Soltanto da Mantova a Pavia per il Po le mercanzie pagavano quindici
dazi!

Auguriamoci in verità che i nostri Ministri delle finanze non istudino
i documenti di quell'epoca; temo che troverebbero nuovi tormenti.

Ma il tempo ne sospinge e non mi è permesso se non di riassumere il
concetto che avrei desiderato svolgere più a lungo. La prosperità delle
città italiane che nei primi secoli dopo il mille aveva resistito a
tante guerre, cominciò lentamente a declinare quando germogliarono e
troppo rigogliosamente fruttificarono i tre fattori di ogni decadimento
economico:

  i dazi protettori;
  il lusso smodato;
  le soverchie gravezze.

                             . . . . . . .

Appunto negli albori non certo fausti del XVI secolo, che portava in sè
tali germi di decadenza, si maturarono fatti i quali per la loro stessa
natura accelerarono la caduta economica dei più deboli e non lasciarono
ai forti se non la tenacia della conservazione e della resistenza.

Parlare ad un tempo delle conseguenze della politica dell'epoca, dello
spostamento del commercio coll'India, della scoperta dell'America,
della dominazione spagnuola e del suo regime proibitivo, dell'eccesso
del fiscalismo generato dalla altezza dei balzelli, del sistema
coloniale italiano, e delle condizioni economiche delle diverse città,
sarebbe troppo arduo ufficio. Accennerò ad alcuno dei più interessanti
argomenti, e tra i primi a quello che è di maggiore importanza per
l'Italia, cioè la scoperta della via marittima che conduceva all'India
per il Capo di Buona Speranza.

È noto che Vasco di Gama, dopo i tentativi di Enrico il Navigatore e
di Bartolomeo Diaz, girando l'Africa era arrivato presso lo stretto di
Bab-el-Mandeb e poi nell'India, il paese, come allora lo si chiamava,
delle spezierie; ed alla fine del decimoquinto secolo, nel 20 maggio
1498, dopo dieci mesi di traversata, Vasco di Gama con tre navi
portoghesi gettava l'áncora dinanzi a Calicut; l'ardito navigatore che
già conosceva l'Oriente e sopratutto il commercio proprio di quelle
regioni, ritornando dall'India a Lisbona potè facilmente infiammare
l'animo del suo re Emanuele, perchè si intraprendessero regolari
spedizioni, affine di ricevere le spezierie, gli aromi e le pietre
preziose che avrebbero potuto arrivare a Lisbona molto più a buon
mercato che non a Venezia, la quale doveva trarle dall'Egitto di
seconda e terza mano. Il navigatore ed il re maturarono il disegno
politico-economico, ardito rispetto a quel tempo, di fare Lisbona
l'emporio di approvvigionamenti di tutta l'Europa, specie occidentale,
per i ricercati prodotti dell'India. Nè l'impresa era senza pericoli,
poichè il Portogallo non aveva nè forza marittima nè ricchezza, e
si trattava di disputare il mercato commerciale alla più potente
repubblica del mondo di allora, a Venezia. Ma Vasco di Gama nel re
Emanuele trovò un uomo capace di concepire, di sostenere e di attuare
l'audace disegno, non fosse altro per la prospettiva dei vantaggi
pecuniari che prometteva. La prima spedizione ufficiale, composta di
tredici navi, protetta dagli auspici e dagli aiuti dello Stato, partì
da Lisbona il 9 marzo 1500.

Questo avvenimento formò per lungo tempo il tema politico-economico
di discussione si direbbe ora dei circoli Europei, i quali si
appassionarono alla lotta che ben presto, più o meno apertamente, sorse
tra Venezia ed il Portogallo, l'una per parare le conseguenze della
nuova scoperta, l'altra per trarne il maggiore profitto.

Le cronache ed i documenti dell'epoca sono abbondanti di notizie in
proposito, e ci mostrano che le distanze allora enormi, la differente
civiltà, il più lento procedere degli avvenimenti non impedivano che
simili fatti suscitassero parlari, partiti, previsioni, ipotesi,
diffidenze, illusioni non dissimili da quelli che sorgono oggi in
analoghe questioni.

Venezia aveva di fatto il monopolio del commercio dei prodotti
orientali; stretta con trattati e con tributi al Sultano d'Egitto,
al quale essa pagava, oltre le gabelle, un canone annuo, e col
quale aveva stipulato di comperare ogni anno un minimo di mercanzie,
Venezia mandava nella stagione propizia (la _Muda_) la sua flotta
commerciale, che si divideva in tre frazioni: la maggiore approdava ad
Alessandria, un'altra a Bayrut, la terza composta di due o tre galere,
costeggiava la Barbaria arrivando sino a Tunisi. Nelle città principali
dell'Egitto, della Siria e della Tripolitania i Veneziani tenevano
magazzini sempre provvisti di merci europee e di merci asiatiche, ed
un grande vascello magazzino rimaneva quasi sempre in uno od altro dei
porti egiziani; negozianti veneziani stavano tutto l'anno in Egitto,
nella Siria, nella Barbaria a rappresentare le case commerciali, ed
apparecchiare le contrattazioni prossime, a sorvegliare l'esecuzione
di quelle convenute. Rame, olio e stoffe, specchi, vetrerie, cristalli
onde Venezia andava famosa, erano i principali prodotti che si
vendevano all'Egitto; pepe, indaco, incenso, gomma lacca, cannella,
rabarbaro, zucchero, zafferano, pietre preziose, si comperavano
dagli Egiziani che erano in diretta corrispondenza coll'India.
Alcuni scrittori calcolano che il traffico dei Veneziani coll'Egitto
oltrepassasse il milione di ducati per ogni anno; altri lo limitarono a
seicentomila ducati, dei quali la metà erano mercanzie europee vendute
agli Egiziani, e l'altra metà oro ed argento che si consegnava in
cambio di mercanzie orientali.

Saputosi a Venezia della scoperta dei Portoghesi e dei primi viaggi
intrapresi da quegli audaci navigatori, cominciò il lavorio per
impedire il decadimento del commercio coll'Egitto e la perdita di così
importante monopolio. Mentre però gli agenti diplomatici e consolari
che la Repubblica teneva in Portogallo od in Ispagna informavano il
Governo dei successi ottenuti da Vasco di Gama e dal re Emanuele,
e mentre alcuni cittadini, tra cui un esperto negoziante, Girolamo
Priuli, comprendevano tutta la importanza di tali fatti, la massa
dei Veneziani aveva così profonda nell'anima la tradizione della
incontrastata supremazia marittima della Repubblica, che si rideva
dei tentativi che si facevano a Lisbona e si compiaceva di predirne
l'insuccesso; — o si diceva che il viaggio intorno all'Africa era così
lungo che il trasporto delle spezierie sarebbe riuscito più costoso per
quella via che per l'Egitto; — o si dipingeva la impotenza finanziaria
del Portogallo di fronte alle difficoltà di un'impresa che sarebbe
stata temeraria perfino per la regina dell'Adriatico; — o ancora
si credeva che il sultano d'Egitto avrebbe impedito ai Portoghesi
di trafficar coll'India, affine di conservare a sè il commercio
asiatico-europeo. Non mancarono infine coloro che, più ridicoli,
negavano la possibilità di giungere all'India girando l'Africa e
giudicavano fanatici, sognatori, pessimisti coloro che prestavano fede
alle notizie venute dal Portogallo.

Ma i fatti ben presto diventarono troppo evidenti; i sultani
dell'India, dapprima diffidenti verso i Portoghesi, cominciarono a
trattare con essi, ed il primo effetto ne fu una sensibile diminuzione
del traffico tra l'India e l'Egitto e quindi tra l'Egitto e Venezia.
Conseguentemente rincararono le spezierie delle quali l'Europa aveva
bisogno; il pepe nel 1502 aumentò di prezzo circa del 40 per cento,
e questo stesso aumento guastò maggiormente i primi esperimenti
commerciali dei Portoghesi.

Datano da allora una serie di atti, ora arditi ora prudenti, della
Repubblica Veneta per parare i danni. Prima sono ambascierie spedite in
Egitto per dipingere a quel sultano Kausouh el Ghouri tutto il danno
che avrebbe potuto risentire il suo regno se il commercio colle Indie
prendesse la via del Capo: e Benedetto Sanudo, Peldi Francesco, Alvise
Sequendino nel 1505 e 1506 sono inviati ad Alessandria ed al Cairo
ed istigano il sultano d'Egitto ad allestire flotte per combattere
nell'India le navi portoghesi, e per costringere i sultani indiani a
non vendere che a negozianti dell'Egitto le loro merci preziose. Dal
canto suo il sultano Kausouh manda in Europa un suo legato, un monaco
francescano chiamato Maurus che si reca dal Pontefice per significargli
necessaria la sua intromissione contro i Portoghesi, affinchè il
sultano d'Egitto, irritato pel danno che gli veniva dalle spedizioni in
India, non si vendicasse distruggendo i luoghi santi di Palestina. Ma
il re Emanuele seppe colla energia della sua politica sventare tutti i
piani e le mene immaginati contro il Portogallo, e nello stesso tempo
colla vigorosa azione seppe accrescere il traffico così felicemente
iniziato.

Ma i Veneziani non ristettero dai tentativi: prima mandarono a trattare
collo stesso re di Portogallo per stabilire un accordo commerciale. Per
conservare la continuazione dell'approvvigionamento di tutta l'Europa
dei prodotti orientali i Veneziani offrirono di comperare a Lisbona
anzichè in Egitto le spezierie, domandarono in cambio l'esclusivo
diritto del traffico; e non essendo riusciti, per mezzo del console
veneziano a Damasco, Pietro Zeno, tentarono di accordarsi colla Persia
per il trasporto delle merci indiane. Sventuratamente la guerra contro
la lega di Cambrai paralizzò la attività della Repubblica e ne pose
in forse per un momento la esistenza: ma appena Venezia fu informata
che l'Ambasciatore del re di Francia, Andrea le Roy, era arrivato al
Cairo colla missione di cercare di sostituire in Egitto la influenza
francese a quella veneziana, la quale era dipinta al sultano come ormai
finita, la Repubblica compiè uno di quegli atti di sommo accorgimento
politico che hanno resi così celebri i suoi uomini di Stato. Una
flotta mercantile numerosa quanto altra mai, venne radunata nei porti
delle isole del Mediterraneo occidentale, e ad un tratto approdò ai
diversi porti dell'Egitto riprendendo su larga scala il traffico fino
allora quasi sospeso per le gravi vicende della guerra. Il risveglio
improvviso e le prove di quella meravigliosa potenza produssero
l'effetto desiderato; il sultano d'Egitto, che per le pratiche iniziate
dai Veneziani colla Persia, era diventato ostile, si riconciliò
repentinamente e consentì di riprendere la discussione dei trattati
commerciali.

Domenico Previsoni venne allora destinato a condurre a termine i
negoziati per far comprendere al sultano la necessità di riportare il
commercio per l'antica via ribassando le gabelle affine di vincere
la concorrenza dei Portoghesi; la stessa Repubblica col decreto del
3 maggio 1514 esonerò dalle imposte i mercanti che portavano il pepe
dall'Egitto e dalla Siria. Ma tutto fu inutile, la logica economica
ebbe il suo corso; il pepe — giacchè i documenti di quel tempo quasi
esclusivamente di questa piccante droga si occupano — costava a Lisbona
il 20 per cento meno che a Venezia. E Lisbona divenne allora l'emporio
del traffico indiano-europeo.

Ho ricordato lungamente — forse troppo — questi avvenimenti, perchè
parmi opportuno sottoporre alla vostra riflessione una questione
economica.

Fu veramente la scoperta del Capo di Buona Speranza una rovina per
Venezia? — Parmi che l'economista, fondandosi anche un poco sulla
statistica, debba dare un giudizio meno assoluto di quello che hanno
dato gli storici.

Che la scoperta del Capo di Buona Speranza abbia danneggiato Venezia
in quanto rese commercialmente forti il Portogallo prima, l'Olanda
e l'Inghilterra poi, nessun dubbio; — che danno sia venuto alla
Repubblica dal fatto che le regioni orientali, dove Venezia aveva
colonie, possessi, stabilimenti, traffici, sieno diminuite di
importanza col diminuire del commercio indo-egiziano; questo pure è
certo. Ma che la scoperta possa avere portato un effetto immediato
sulla ricchezza veneziana, e che essa possa, come fa uno scrittore
moderno, dirsi una catastrofe, non lo credo veramente. Già basterebbe
il fatto che la Repubblica Veneta seppe sopravvivere a tale catastrofe
per altri tre secoli per comprendere la inesattezza della espressione;
ma se poi si riflette che proprio quando la scoperta del Capo di
Buona Speranza cominciava a dare i suoi risultati, la Repubblica
intraprendeva la guerra contro la lega di Cambrai, dalla quale
sembrava dover rimanere schiacciata e sulla quale invece in breve
volger d'anni prendeva quella meravigliosa riscossa, che fu sancita
dagli stati Europei nella pace di Cambresis, non si può in verità
concludere che Venezia rimanesse ad un tratto fiaccata dalla scoperta
del Capo africano. Il sultano d'Egitto fin dal 1502 si lagnava che i
Veneziani avessero diminuito il loro traffico, ed ho notato che, nei
tempi più prosperi, si faceva salire ad un milione di ducati il costo
delle spezierie che Venezia comperava in Egitto; è egli presumibile
che la perdita di un commercio anche di un milione di ducati potesse
sconvolgere e rovinare la ricchezza dei Veneziani, quando il loro
commercio totale si valutava a 10 milioni di zecchini, cioè 80 milioni
di ducati circa?

Egli è che molte volte nella storia le leggende prendono il posto della
verità e vi si assidono inamovibili. Esempi di simili giudizi erronei
ne abbiamo anche al tempo nostro. Chi non ricorda che fu predetta la
immediata catastrofe del commercio inglese per il taglio dell'Istmo
di Suez? E Venezia non sognò nel 1869 il ritorno immediato dell'antico
splendore per la riapertura della via dell'Oriente, per mezzo di quel
canale di cui sino dal 1502 i Veneziani avevano pensato la escavazione?

Ma i popoli si muovono lenti; ed è solo la nostra fantasia che correndo
sbrigliata, legge negli eventi quello che essi non dicono, e prevede
quello che è soltanto desiderio.

                             . . . . . . .

Se non che lo stato delle cose che ho cercato di tratteggiare — il
lusso, la gravezza delle imposte, la protezione della produzione di
una contro l'altra città, e per giunta la perturbazione commerciale —
erano condizioni così opposte a quelle di un'epoca precedente in cui i
cittadini, sebbene intesi al commercio, non cessavano di addestrarsi
nell'armi per acquistare la libertà, che non può fare meraviglia se
nel XVI secolo l'Italia non fosse pronta a combattere per difendere la
libertà così faticosamente ottenuta.

Mentre i Veneziani lottavano senza successo per conservare il loro
traffico coll'Oriente, in altre parti d'Italia la dominazione spagnuola
e la rivalità tra Carlo V e Francesco I portavano nuovi elementi
di decadenza economica. Nè parlo soltanto di danni e perturbazioni
derivanti dalle devastazioni degli eserciti indisciplinati e talvolta
feroci; nè delle esigenze degli Spagnuoli che dappertutto aumentavano
le gravezze; nè dei crescenti bisogni dell'uno e dell'altro sovrano
per condurre imprese guerresche; mi riporto invece ad un vero e proprio
mutamento di indirizzo economico.

Le città italiane avevano nei secoli precedenti conquistati i mercati
di quasi tutto il mondo, sia colle industrie manifatturiere, sia col
meraviglioso ordinamento bancario. Ma avevano anche trovati imitatori
nell'una e nell'altra attività; specie la Francia settentrionale,
le Fiandre e le città anseatiche, o per spontaneo impulso o per
fortunata imitazione, avevano avuto esse pure molte industrie, delle
quali prima soltanto l'Italia aveva il privilegio, ed a poco a poco
arrivarono, migliorando e perfezionando, ad esercitare una vera e
propria concorrenza ai prodotti italiani. Gli stessi congegni bancari,
in Olanda, nella Germania, nel Portogallo e nella Spagna avevano avuto
arditi e sagaci imitatori.

La dominazione spagnuola con a capo un imperatore di nascita fiammingo,
non poteva che tornare dannosa all'Italia anche sotto l'aspetto
economico. Non mi arrischierò certamente di affermare che il regno di
Carlo V segni un ritorno al feudalismo e rappresenti per l'Italia un
regresso di molti secoli; è questione molto complessa che gli storici a
suo tempo vi esporranno; ma dal lato economico il giudizio è già stato
manifestato. Uno scrittore della storia dell'Economia politica dice:
“Il regno di Carlo V è stato contrario sopratutto al progresso della
economia politica nel senso che ha distolto violentemente l'Europa
dalle vie normali della produzione per precipitarla nei rischi della
guerra e nel vecchio sistema di sfruttamento proprio della feudalità.
Tutte le false dottrine e tutti i funesti pregiudizi economici che oggi
dobbiamo combattere derivano dal suo sistema di governo continuato e
peggiorato dal suo esecrabile successore.„ — Per quanto tale giudizio
del Blanqui possa sembrare eccessivo nella sua concisa severità, e
quindi per ciò stesso sospetto di esagerazione, pur troppo i fatti
stanno, almeno in parte, a confermarlo. I produttori italiani in
breve tempo videro la potenza dello Stato che si costituiva più o
meno saldamente in tanta parte della penisola e dell'Europa, rivolta
a danno della produzione nazionale ed a profitto di quella straniera.
Già il concetto della bilancia del commercio, nel senso che lo Stato
dovesse regolare il movimento delle merci, fu applicato in tutta la sua
violenza a danno dell'Italia; — tassata la materia prima all'entrata,
i prodotti manufatti all'uscita, proibito il commercio dei grani,
i monopoli imperiali per uno od altro ramo di produzione sorretti
da privilegi larghissimi, schiacciavano ogni iniziativa privata; la
aristocrazia dell'industria e del commercio si sentì presto sopraffatta
da quella della spada che rendeva nuovi servigi al trono; la plebe, che
nei secoli precedenti aveva operato in Italia tanti miracoli gloriosi
di attività, di forza, di splendide manifestazioni, fu considerata
dai Francesi e dagli Spagnuoli che si disputarono il predominio della
penisola, come fatalmente destinata alla soggezione, ed incapace
di aspirare al governo di sè stessa. — E partendo da tali erronei
principî che, se non formulati nella teoria, erano però violentemente
esercitati nella pratica, il regno di Carlo V trovò in alcuni punti
d'Italia terreno adatto abbastanza perchè quegli errori germogliassero
rigogliosamente. Un principe che aveva a propria disposizione le
ricchezze, dalla fama centuplicate, dell'America la quale appena
allora si cominciava a sfruttare, che, tutto infiammato dal pensiero
del diritto divino o di una missione provvidenziale, aggiungeva alla
smodata violenza degli atti un contegno tra il mistico ed il fatalista,
un principe infine che conduceva seco o mandava innanzi uno stuolo di
personaggi spagnuoli tutti ripieni di personale alterigia, resa più
grave dalle pompe esterne del portamento, dalle complicazioni delle
cerimonie, dal fasto sconfinato, doveva trovare nelle città italiane,
dove già abbiamo visto che molti cittadini tendevano a godere nel
lusso le ricchezze accumulate dagli avi, non solamente imitatori, ma
esageratori. E così fu. _Sunt bona mixta malis_ certamente nella figura
e negli atti di Carlo V, ma per l'Italia e per la sua economia pubblica
i mali molto e molto superarono il bene. In Italia dove la potestà
civile aveva per lo più saputo frenare la prevalenza delle autorità
ecclesiastiche, doveva essere funesto il predominio di un monarca che
intendeva di farsi campione della Chiesa contro la Riforma religiosa
al fine di ottenere dalla Chiesa stessa il maggior vantaggio, specie
se si pensa che la dominazione spagnuola non estese soltanto il potere
dell'inquisizione, ma lasciò moltiplicare i monasteri ed accrescere
le loro proprietà immobiliari, con gran danno della agricoltura e
dell'ordinamento della proprietà stessa.

Voi sapete infatti che cessata sino dal trecento e quattrocento la
servitù della gleba ed affievolitosi il feudalismo politico, la libera
proprietà fondiaria andava sempre più determinandosi e costituendosi,
e l'_allodio_, cioè la terra libera da vincoli feudali, che in tempi
precedenti sembrava una eccezione, cominciava a divenire la regola.

L'agricoltura infatti sotto i comuni, o per miglioramenti giuridici
ottenuti, o per maggiore facilità di smerciare i prodotti, era salita
in onore così che occupava cospicuo posto nella pubblica economia.
Ricorderò il catasto che già avevano i Veneziani, che se non era
esclusivamente un registro di terreni, e se rappresentava piuttosto
il censo degli ebrei e dei Romani, cioè “il libro nel quale erano
descritti i beni immobili e mobili e qualsivoglia ricchezza e provento
dei cittadini colla stima del loro valore e coi nomi dei possessori
per metterli a gravezza„, — conteneva già la misurazione delle singole
proprietà, la loro descrizione ed il loro estimo; ricorderò l'estimo
dei Fiorentini riformato nel 1427 su proposta di Rinaldo degli Albizi
che dall'esempio di Venezia aveva tratto le regole e l'esperienza;
— ricorderò infine che dopo queste due maggiori città alcune altre o
costituirono o perfezionarono il loro catasto, non solo nei riguardi
fiscali, ma, ciò che più importa notare, per rendere più facili le
negoziazioni della proprietà immobiliare, segnatamente quella rustica.
E qui vorrei che il tempo mi permettesse di annoverare soltanto le
forme che la imposta fondiaria assunse in quell'epoca; mentre Venezia
aveva senz'altro la _decima_, Firenze cominciò a stabilire prima il
_valsente_, che era la aliquota sul censo mobiliare ed immobiliare,
ma poi lo contornò di cinquine, di novine, di ventine, di settine, di
aggravi, di piacente, di dispiacente, di arbitri, di accatti, di scale
oneste, nomi questi molto singolari a sentirsi, ma che corrispondono a
quei famosi decimi di guerra che aggravano tante nostre imposte e tasse
anche in tempo di pace.

All'ordinamento, almeno tecnico se non fiscale, che si dava in Italia
alla proprietà fondiaria col catasto e coll'estimo nocque senza dubbio
la dominazione spagnuola che fece rivivere tanti privilegi di principi,
che allargò le concessioni agli ozi non sempre onesti dei conventi, che
contribuì così in una parola a diminuire la potenzialità della terra.

                             . . . . . . .

Ma di un altro grave fatto è accusato il regno di Carlo V, quello
della falsificazione delle monete, non perchè a quel tempo si debba
attribuire la malefica invenzione, ma perchè Carlo V ha largamente
usato di tale espediente, stretto dai bisogni del suo erario troppo
spesso esausto per le guerre.

Si suol dire che nel medio evo i principi falsificassero le monete,
ed è questa una credenza abbastanza generale; ma mi par opera di
giustizia scagionare, almeno per molti casi, quel tempo da una accusa
che va circondata da opportune spiegazioni. I principi solevano in
molti luoghi percepire una tassa che si chiamava di signoraggio sulla
coniazione delle monete, e più spesso anzichè riscuoterla — come si fa
oggidì — dal cittadino a cui si consegnavano le monete, si riscuoteva
dirò così sulle monete stesse trattenendo nella zecca una porzione più
o meno grande del metallo prezioso, di cui così le monete rimanevamo
depauperate. Fino a che la tassa di signoraggio si limitò all'uno od
all'uno e mezzo per cento, il mercato se ne risentiva assai poco, ma
quando, crescendo i bisogni dei principi per le continue guerre e per
il lusso delle corti, la tassa fu portata a grande altezza, allora
le monete messe in circolazione divennero sensibilmente depauperate
di metallo prezioso. Da ciò l'idea nei sovrani di allora di ritirare
dalla circolazione quelle che non erano state assoggettate a tale
tassa per diminuire la quantità di metallo che contenevano. Era dare
ad un provvedimento fiscale un effetto retroattivo, come si fa oggidì
con certe leggi di catenaccio, colle quali si colpisce anche merci già
importate e già entrate nei magazzini. Il disordine che veniva recato
nel commercio e nelle contrattazioni per la esistenza di queste monete
più o meno depauperate di metallo fino, è facile ad immaginarsi. Molti
però non sanno spiegarsi come in quel periodo non si comprendesse
che diminuendo la quantità del metallo, cioè accrescendo la tassa, si
diminuiva il valore della moneta. Forse la spiegazione della illusione
di quei tempi potrebbero darla coloro che sostennero e sostengono ai
nostri giorni che il dazio sul grano nella misura del venti per cento
del valore non ne aumenta il prezzo. Egli è che pur troppo il fisco ha
voluto sempre rimaner celibe per quanto tutti gli offrano due spose: la
scienza e la esperienza.

Del resto nei primi tempi i principi erano in tanta buona fede nel
commettere queste alterazioni delle monete, che le zecche mettevano un
segno a quelle che erano state adulterate; più tardi si trova qualche
ordinanza che raccomanda agli ufficiali delle zecche di mettere il
segno alle monete calanti in modo meno facile a vedersi; e poi si
vieta assolutamente di mettere qualunque segno, ed è noto il decreto,
francese che ordina al direttore della zecca: “abbiate caro come il
vostro onore, che i cambisti non conoscano la lega sotto pena di essere
chiamato traditore„.

Anche su questo delicatissimo argomento che forniva all'Imperatore
un mezzo così facile per riparare le angustie del suo erario,
Venezia e Firenze opposero al disordine monetario il solo ostacolo
che la economia politica suggerisce: la lealtà; — lo zecchino ed il
fiorino d'oro ebbero corso in tutto il mondo e diventarono la moneta
universale, perchè se ne seppe conservare la sincerità.

E tanto più grave era nel XVI secolo la questione delle monete in
quanto verso la prima metà si cominciò a sentire la influenza che
la scoperta d'America portava sui prezzi. Consentitemi una breve
considerazione su tale argomenti dei prezzi. Avrete tante volte udito
ripetere che i traffici cresciuti molto più della quantità dei metalli
preziosi durante i secoli XI al XVI avevano resa proporzionalmente
scarsa e quindi cara la moneta; bastava quindi una piccola quantità di
moneta per comperare molte cose, si aveva cioè uno straordinario buon
mercato. E si aggiunge che nel secolo XVI avendo la scoperta d'America
reso abbondanti l'oro e l'argento, essi diminuirono di valore, e
quindi i prezzi di tutte le cose aumentarono, perchè occorreva maggior
quantità di monete per comperare i prodotti.

Esaminiamone rapidamente i fatti.

È ben vero che l'America venne scoperta nel 1492, ma passò più di mezzo
secolo prima che fosse abbastanza estesamente conosciuta. È noto che
sino al 1521 il Messico — che diede tanto argento — non fu conquistato;
che solo nel 1521 fu scoperto lo stretto detto di Magellano; che solo
nel 1535 si conobbe la California; che appena nel 1540 Giacomo Cartier
fondò una colonia dove è ora Montréal, mentre il De Soto scopriva le
foci del Mississipì, e che molte parti infine del nuovo continente
non furono scoperte se non nel secolo XVII. Se pertanto giustamente si
segna la data gloriosa del primo sbarco di Cristoforo Colombo, bisogna
riportarsi ad un'età molto più tarda per trovarne gli effetti economici
i quali furono naturalmente molteplici, nè mi è possibile nemmeno
annoverarli. Ho detto dianzi che i prezzi per la grande scarsezza
della moneta erano molto bassi e davano la illusione di un grande buon
mercato; a Firenze il grano valeva 5 soldi lo staio e 10 quello di
Valdichiana e di Cortona; i capponi e le oche grasse una lira l'uno;
i pollastri 10 soldi il paio; il barile di vino L. 1,20, il Chianti L.
1,80 il barile; un prete — dice una cronaca — viveva decentemente con
25 lire l'anno; — con 20 lire l'anno si pagava un operaio; si intende
lire di 86 centesimi dei nostri!

La scoperta d'America portò una perturbazione a questi prezzi
facendoli crescere dapertutto, perchè l'oro e l'argento diventarono
più abbondanti; ma l'aumento dei prezzi non fu improvviso, si svolse
lentamente tanto nel tempo quanto nello spazio. Dapprima se ne
risentirono il Portogallo e la Spagna, poi l'Inghilterra, perchè l'oro
e l'argento portato in Europa durante la prima metà del XVI secolo non
fu che quello che gli Spagnuoli portarono via agli indigeni dai loro
templi, dalle loro case, e — sapete già quanta crudeltà in quel tempo
gli Europei esercitassero verso gli Americani — dagli stessi ornamenti
femminili. Humboldt calcola che dalla scoperta dell'America al 1545
non si importasse in Europa che un valore tra oro e argento di 15 a 16
milioni delle nostre lire. Somma certamente importante per quei tempi,
ma per i nostri insignificante, se si pensa che l'America dà oggidì
circa 250 milioni d'oro, e circa 565 d'argento; in totale oltre 800
milioni l'anno.

È per questo che i prezzi delle cose nella prima metà del 1500 ebbero
un aumento relativamente limitato; ma quando nel 1545 per mezzo del
peruviano Diego Hualca vennero scoperte le famose miniere del Potosi,
la ripercussione sui prezzi fu notevole. La scoperta di quelle miniere
che divennero subito le più ricche del mondo e la invenzione di nuovi
e meno costosi sistemi per estrarre l'argento, riversarono all'Europa
una enorme quantità di metallo bianco; la produzione annua, che pagava
la Gabella al re di Spagna, era di 200000 chilogrammi e si calcola che
altrettanto metallo uscisse di contrabbando. Non posso trattenermi sui
particolari di tale argomento molto interessante, ma ricordo soltanto
il movimento dei prezzi del grano che si possono ritenere equivalenti a
quelli del pane.

Un ettolitro di grano costava nel 1500 cinque lire d'argento; nel 1520
aumentava a 10 lire, il doppio; nel 1550 era arrivato circa a 35 lire,
cioè sei volte di più. Ma ecco subito la influenza del Potosi; nel 1560
un ettolitro di grano vai già 60 lire, nel 1570 ne vale 75 e nel 1590
80 lire. In poco più di ottant'anni il pane costava quindi sedici volte
di più. Immaginiamo se i vecchi parlando ai nepoti avevano argomento di
ripetere a sazietà: _a' nostri tempi_, e se dovevano scrollare il capo
di fronte a così colossali perturbazioni!

Considerate, ve ne prego, quale enorme sconvolgimento doveva
produrre un simile aumento dei prezzi; coloro che potevano facilmente
rivalersene sugli altri, evitavano bene o male le conseguenze di un
disordine così grave; ma coloro che, o avevano una somma fissa di
denaro, o riscuotevano una rendita od uno stipendio, quale scossa non
debbono aver subita se in trenta, quaranta o cinquant'anni, il denaro
che riscuotevano non serviva che ad acquistare il terzo, il quarto, il
quinto, il decimo delle cose che prima si acquistavano!

Ai giorni nostri non possiamo figurarci uno spostamento così grande ed
intenso di valori; e già oggi che speculiamo sulle minime differenze
e che abbiamo costituite le industrie più importanti non sui grandi
guadagni, ma sui piccoli e molteplici, oggi, di fronte ai ribassi di
prezzo che notiamo per molte merci, stiamo discutendo, senza esser
riusciti ancora a risolvere definitivamente la questione, se sia
il prezzo della moneta che aumenta o quello dei prodotti che scema.
Nessuna meraviglia quindi se i più strani propositi uscissero dalle
discussioni di quel tempo, e se dalla cattedra e dal pulpito il rialzo
dei prezzi desse argomento di discorsi in favore delle depauperate
fortune. Se non che questa grande perturbazione che più violentemente
si fece sentire dopo la metà del secolo XVI era già stata preceduta
da quella specie di adulterazione legale delle monete a cui prima ho
accennato e che, creando prezzi diversi delle cose secondo che erano
pagate in moneta buona, mediocre o cattiva, lasciava meno discernere
il fenomeno generale dell'aumento dei prezzi. E questa doppia causa di
disordine nelle ordinarie contrattazioni: la molteplicità delle monete
con diverso valore intrinseco, ed il continuo deprezzamento del metallo
di cui le monete erano più o meno riccamente composte, dà argomento
alle più importanti discussioni scientifiche che ci abbia lasciato il
1500.

                             . . . . . . .

Il tempo corre veloce e certamente la vostra benevola pazienza
ormai è esaurita e non posso soffermarmi sui cultori dei vari rami
della scienza economica. Ricordo solo alcuni nomi: Gaspero Scaruffi,
Bernardo Davanzati, Tomaso Beninsegni, G. B. Lupo Geminiano, Lodovico
Carbone, il Padre Serafino Razzi, il teologo bresciano Lelio Zecchi,
Filippo Sassetti fiorentino, Giovanni Dall'Olmo veneziano, e Giovanni
Botero e Paolo Paruta. E in capo a tutti per tempo, per acutezza
di osservazioni, per larghezza di idee vorrei mi fosse permesso di
tratteggiare Machiavelli economista che, nel principio del XVI secolo,
aveva nelle varie sue opere, come bene osserva il Knies, sparsi
concetti importantissimi sopra le principali questioni economiche, che
anche oggidì tengono perplessi gli studiosi.

Ma se il tempo non mi permette di intrattenermi su tali soggetti, che
pur darebbero modo di mostrare come in Italia allora si studiassero
problemi che le altre nazioni soltanto alcuni secoli più tardi osarono
affrontare, mi sia concesso di chiudere questa conferenza portando
un esempio dell'ordinamento civile ed amministrativo a cui erano
arrivate alcune città italiane. Trattasi a dir vero di un argomento
di statistica, ma questo studio era sino agli ultimi tempi così legato
alla economia, che presumo di non uscir dal tema.

Riteniamo come una grande conquista dell'età moderna la istituzione dei
registri di Stato civile che tengono conto ordinatamente delle nascite,
dei matrimoni e delle morti; e pare ai più che questo moderno istituto
sia un perfezionamento della analoga istituzione ecclesiastica ordinata
sulla metà del XVI secolo dal Concilio di Trento ed applicata più o
meno lentamente dal clero sulla fine del secolo stesso e nella prima
metà di quello seguente.

Ora mi piace ricordare che a Mantova esisteva già un registro di Stato
civile, almeno per i morti, sino dal XV secolo. Ho trovato io stesso
un decreto del 1504 che nomina il _Superiore delle bollette_, come si
chiamava il Capo di quell'ufficio e si dice nel decreto stesso “che
sino dall'antico ad ora fu ed è sempre pubblica istituzione di curare
di descrivere e di fare descrivere per mezzo di notaio in un apposito
libro il nome, il cognome ed il giorno di ciascun morto in detta
nostra città, e senza della sua licenza nessun cadavere possa essere
seppellito, e se alcuna questione possa sorgere intorno alla morte di
alcuno, è consuetudine che detto libro prodotto in giudizio faccia fede
sino a prova contraria per qualunque giudice„.

Il più antico registro che è conservato nell'Archivio Gonzaga di
Mantova risale al 1498 e non è il primo; quindi più di mezzo secolo
avanti che il Concilio di Trento ordinasse i registri parrocchiali e
molti secoli prima che si istituissero i registri di Stato civile, essi
esistevano a Mantova; erano bollati in ciascuna pagina, le annotazioni
e correzioni si facevano per ministero di notaro, nell'ultima pagina si
stendeva il verbale di chiusura del registro.

Ho fatto lo spoglio di quaranta circa di quei registri, che comprendono
i morti di tutto un secolo. Che preziosa miniera di osservazioni
statistiche ed economiche!

La distribuzione dei morti per sesso, per età, le malattie, la
distribuzione delle professioni, offrirebbero argomento di studio per
i costumi e le abitudini di quella città allora fiorente. E siccome
gli impiegati di quel tempo abbondavano nelle notizie, quei registri
rappresentano anche una parte ora triste, ora scandalosa, ora curiosa
della cronaca della città. Leggendola e studiandola si trova però una
strana uniformità colla vita odierna; le stesse passioni che portano
alle stesse conseguenze, gli stessi accidenti ed incidenti della
vita, l'omicidio, il suicidio, la morte casuale, la abnegazione di chi
perisce per salvare altri, l'incuria dei genitori, la storditezza dei
domestici, gli infortuni del lavoro, il cane che morde nell'estate, lo
scaldino che brucia nell'inverno; i cavalli che calpestano, i veicoli
che investono, il ghiaccio che si rompe sotto i piedi degli imprudenti,
i mariti che si vendicano, le ragazze che muoiono per amore, insomma
si troverebbero in quei libri funebri i fatterelli che leggiamo nei
giornali moderni.

Le cronache di Mantova di quel tempo non raccontano peraltro che
quelle signore avessero l'abnegazione di assistere ad una conferenza
di economia politica; tanto maggiore quindi è per le presenti la mia
ammirazione e la mia riconoscenza.



SIENA NEL SECOLO XVI

DI

GIUSEPPE RONDONI.


I.

Carneade, chi era costui? Ecco la domanda, gentili signore, egregi
signori, che vi sarete fatta di certo, vedendo annunziato il mio
nome nuovo ed oscuro fra tanti nomi chiari ed ammirati. Eppure, solo
per un'ora, povero Carneade solitario, vorrei l'arte di _resuscitare
le cose morte_, eppoi ripiombare nell'umile, faticosa operosità
della scuola, dalla quale forse avrei fatto meglio a non uscir mai!
Vorrei almeno quella che il Bourget chiama _fantasia della storia_,
per evocare vivi e parlanti i grandi quadri della guerra, irradiati
dalla luce dell'eroismo e del sacrificio, e i quadri del Beccafumi
e del Sodoma sfolgoranti di quella del genio (due luci che non hanno
tramonto); far rivivere qui, dinanzi a Voi, la eroica fanciulla, la
quale col corsaletto e l'alabarda va a montar la guardia pel fratello
impedito; farvi sentire il fremito dell'assalto; il rombo delle
artiglierie; i rintocchi della Campana del Mangia, voce di quella
Siena, di quella madre che adunava i figli a difenderla nel supremo
cimento, e che fino all'ultimo gettava un arcano terrore nell'animo
dei nemici; ma, ahimè! temo mi avvenga come all'insolente animale, che
per imitare e compiere gli affreschi di un insigne pittore, salito
burbanzoso sul palco, ed afferrati colori e pennelli, guastava e
disfaceva tutto spietatamente. Oh se il volere fosse sempre potere! Non
mi resta dunque che affidarmi alla vostra cortesia, mentre vi trasporto
senz'altro nella vecchia Siena, colle sue torri agili e brune, l'una
presso l'altra, come guerrieri chiusi nelle armi, e pronti a battaglia.

Ecco Fontebranda colla porta in fondo ad una valle chiusa e pittoresca,
e l'erto poggio sul quale torreggia San Domenico, non sai bene se
convento o fortezza, coi ricordi della Santa, della quale “la mirabil
vita, meglio in gloria del ciel si canterebbe„, e de' sudici bisogni
spagnuoli, pieni di cupidigia e di peccati, che al cenno di un triste
figuro recano lassù le armi rapite ai cittadini traditi ed oppressi.
In quei memori luoghi un'alba estiva del 1487 (per carità non vi
spaventate se prendo le mosse un po' troppo dall'alto) scalava le
mura Pandolfo Petrucci, introducendo segretamente i suoi partigiani,
mentre la città era ancora immersa nel sonno. Indi correvano alla
piazza del Campo, che ha viste tante stragi, tante feste e tanti pali,
e Siena, destandosi ad un'altra delle tante sue rivoluzioni, acclamava
Pandolfo a signore. Apparteneva a nobile, ma povera e numerosa famiglia
della fazione de' _Nove_; aveva sofferti i dolori dell'esilio; ma ora
diveniva ricchissimo, e gustava la vendetta, il piacere degli Dei.

La sua effigie è quella dei tiranni del risorgimento; ampia la fronte;
oscure, ma non arcigne la ciglia; sguardo fisso e calmo che mentre
non esprime nulla, par tutto discernere, labbra voluttuose, eppure
compresse con risolutezza più che virile. Quanto all'intelletto
il Machiavelli lo stimò prudentissimo, ponendolo in quella classe
di cervelli che intendono ciò che altri dimostra. Ora volpe ed ora
leone, stimava le cose obbedire alla forza, e Antonio da Venafro, dal
segretario fiorentino proclamato “il caffo degli uomini„, era “il cuor
suo„, o piuttosto il suo Mefistofele. Ebbe infatti del mefistofelico,
ed un giorno al papa che gli chiedeva come facesse a tenere a segno
i cervelli bizzarri de' Senesi, rispose franco: “colle bugie, Padre
Santo.„ Il Petrucci, arbitro di una Balìa e capo degli stipendiari,
soleva convenire in una bottega di piazza insieme con quelli della
sua fazione, che poi lo accompagnavano, camminando dietro a lui, a
rispettosa distanza. Formavano una specie di società segreta, giurando
di esporre l'un per l'altro la vita e la roba, ed il suo governo
fu il frutto delle improntitudini democratiche, e della politica
de' Nove, dei quali Pandolfo fu il più ambizioso, il più astuto ed
il più fortunato. Era in fondo un piccolo Borgia, colle attenuanti
dell'ambiente e dell'indole toscana e senese; e se il Pecci lo ammirò
per aver saputo (cosa invero mirabile) tener quieti i concittadini, il
Tizio contemporaneo scrisse “ch'ei turbava le cose umane e divine, e
lo chiamò tiranno colle mani tinte di sangue fraterno„. È vero ch'egli
amò e protesse gli studi e le arti belle, e ne fa fede il suo palazzo
colle campanelle ed i bracciali del Cozzarelli, un de' sorrisi più
cari dell'arte senese, ma nessuno vorrà assolverlo della uccisione
di Nicolò Borghesi suo suocero, e perdonargli le immani crudeltà di
persone precipitate ne' trabocchetti o sepolte vive nelle _razzaie_ od
ossari, e fra gli altri il caso di un infelice spinto a tradimento nel
carnaio dell'ospedale, dove se ne udirono per alcuni giorni i lamenti
sempre più fiochi, che poi si spensero. Godè il favore della Francia
che lo preservò dall'estrema ruina, quando il Valentino, che ambiva
Siena, obbligò i Senesi ad allontanarlo; avaro, prestò ad usura al
Comune, e ne ottenne terre e castella; invecchiando si tuffò nei più
grossolani piaceri, e la figlia di un fabbro, la bella Caterina di
Salicotto, tenne ambo le chiavi del suo gelido cuore. Il popolo soleva
chiamarla “spada a due mani„, e di lei si cantava: “questa spada, o
giovani, cautamente stringete; per questa vivono gli uomini, per questa
periscono.„

Pandolfo non riuscì a fondare la dinastia; i suoi figli ed i parenti
con molti de' suoi difetti non ebbero alcuno de' suoi pregi. Si
succedono, s'incalzano l'un l'altro a breve intervallo, come percossi
da un'arcana maledizione.

    “La man degli avi seminò l'ingiustizia,
      I figli l'hanno coltivata col sangue,
      E omai la terra altra messe non dà.„

Il cardinale Alfonso fu strangolato in Castel Sant'Angelo da un moro,
per ordine di Leone X; Borghese era un giovinastro dissoluto, e fu
cacciato dal cugino Raffaello, cui il sentimento popolare inflisse una
terribile condanna. Quando il suo cadavere era portato a seppellire in
San Domenico facea “uno stranissimo tempo„, talchè parea che “fusse
aperta la bocca dell'Inferno„; ma più terribile era la furia de'
ragazzi che urlavano che si buttasse alla _Vetrice_, e cioè al luogo
delle carogne. “I frati tutti si fuggiro„ (scrisse un cronista), e
dovè accorrere il bargello, rimanendo sola la bara in mezzo ai birri.
Mentre il giovinetto Fabio sognava il dolce sogno di amore colla bionda
e delicata Massaini, si ordiva una congiura, alla quale aderiva il di
lei fratello, ed al grido di libertà era per sempre cacciata la rea
e sventurata famiglia, mentre alcuno proponeva per ispengerne affatto
la memoria d'incrudelire perfino contro i sepolcri. “Prima morir che
libertà vi manchi„, scriveva allora un oscuro poeta, mentre Mario
Bandini, che ha tratti che ricordano il Mirabeau e gli eroi della
Gironda, facea giurare duecento compagni di essere in perpetuo nemici
di chiunque avesse tentato di rinnuovare la tirannide. I Petrucci
più non risorsero, ma i Nove scamparono al naufragio, e riuscirono ad
imporre un de' loro, Alessandro Bichi, e forse il migliore di tutti
loro. Effimero trionfo! Il Bichi cadde crivellato dai pugnali degli
emuli che insistentemente, quasi voluttuosamente, lacerarono le aperte
sue piaghe, spirando infine, sia detto a sua gloria, col perdono sulle
labbra, come aveva incominciato. Un rimpasto de' Monti a vantaggio de'
Popolari coronava il nuovo, fragile edificio.


II.

Ho pronunziata la gran parola, ch'è il filo di Arianna nel fosco
labirinto delle senesi discordie. I Monti sono i vari ceti, ordini
e gruppi della cittadinanza, che, prevalendo una data forma di
governo, avevano ottenuti o perduti via via i supremi magistrati o vi
aspiravano, dai nobili ai più poveri popolari della costa di Porta
Ovile. Ogni ceto formò setta, ed anzi più sette, che si dividono e
suddividono all'indefinito, tentando le più svariate combinazioni, e
scomponendosi e ricomponendosi senza tregua fra disaccordi sempre più
gravi e molteplici. La serie delle contese, dei tumulti, delle riforme
dei Monti dei Gentiluomini, dei Nove o borghesia grassa, dei Dodici,
dei Riformatori e del Popolo sono come un mare sempre in burrasca, un
turbine che dà il capogiro, l'insegna di Dante “che girando correva
tanto ratta, che d'ogni posa mi pareva indegna„; con buona pace della
gravità istorica, sono come un immenso arcolaio che gira e rigira
sempre con una matassa viepiù arruffata tanto da provocare il sorriso,
se non lasciasse dietro a sè una traccia sempre più larga e più lunga
di sangue. Alcune volte fu proposto di formare un Monte solo; ma parve
un attentato alla vita della repubblica, della quale i Monti erano
le membra, gli organi più vitali. Ciascuno di essi formava anzi una
piccola repubblica, ma sempre ostinata, indomabile, o democratica, o
aristocratica, o moderata, o radicale, talchè Siena era un aggregato,
o, come scrisse il Varchi, un _guazzabuglio di repubbliche_. Immaginate
quale dovea essere l'affetto e l'orgoglio che nutriva pel suo Monte il
senese del buon tempo antico, vedendo come anche oggi la tradizione
delle contrade resti viva e indistruttibile in quel popolo, e come
si manifesti in occasione del palio, ne' baci al cavallo vincitore
che n'è il simbolo e la gloria; l'immagini chi ha veduto, come me,
un buon prete in mezzo alla piazza saltare di giubilo, e gittare in
aria il tricorno, quando l'anima popolare di Siena si effonde in un
immenso fremito misto d'imprecazioni e di evviva che sale assai più
in alto dell'agile torre, e disturba le rondini dai rapidi voli.
Si effonde su dalla piazza ove curvi sui ronzini trasformati ad un
tratto, e per quell'unica circostanza, in ardenti corsieri, volano
i fantini nerbandosi di santa ragione, nerbandosi e cadendo, prima
uno eppoi due, tre; mentre gli altri, come se nulla fosse, continuano
la corsa sfrenata, e il pubblico li segue, intento alle bestie, con
un palpito sempre più accelerato, dimentico dei caduti, finchè un
urlo, un applauso, un colpo di mortaletto, e tutto è finito; cioè,
no, poichè anzi incomincia la scena più originale; i deliri della
contrada vincitrice, i commenti fragorosi, i pugni entusiasti; ne
buscano i vinti, ed anche un po' i vincitori, sopratutti l'eroe della
giornata, il fantino trionfatore, malmenato da baci e carezze peggiori
de' pugni, pel troppo bene. Talora un Monte ne figliava un altro; la
sola democrazia senese, una delle più audaci, offre una serie, una
moltitudine di gradazioni e di associazioni, dai comodi bottegai ai
discendenti dei facchini della compagnia del Bruco, che vollero dipinto
come stemma il leone sulle nere casipole; dai Bigi ai Biribatti ed ai
Bardotti. Non vi fu accozzaglia di persone che non si trasformasse
subito in congrega, in fazione, o almeno in accademia. Di accademie
nel secolo XVI su quarantadue che fiorivano in Toscana, ventitrè
appartennero a Siena, i Rossi, gl'Intronati, la Corte de' Ferraioli,
gli Sborrati, e chi più ne ha più ne metta. E con tante congreghe mai
un po' di vera concordia: il che starebbe a dimostrare ch'essa è in
ragione inversa del numero delle associazioni, dei comitati, dei fasci
più o meno sfasciati; ma per tali dimostrazioni, c'è proprio bisogno
di ricorrere alla vecchia Siena? Comunque, quivi bastava un ammasso di
terra preparata per un torneo, il cader delle vetrate abbattute dal
vento per far saltar fuori gli armati a combattere, e i ragazzi alla
pari degli adulti, e con loro le donne, giovani, vecchie e bambine;
e non erano pugni e legnate; ma colpi di punta e di taglio, e un
lampeggiare terribile di stocchi, di alabarde, di partigiane, di scuri
e di pugnali; urli come di fiere, e rantoli di agonizzanti.

Eppure nessun altro Comune ha dipinti nel suo palagio tanti esempi
ed allegorie veramente grandiose del buon governo! Nella sala de la
Pace (v'era una sala di questo nome, come di tanto in tanto fra una
rivoluzione e l'altra si celebrava la messa della pace), avete un poema
didascalico sul reggimento politico creato dal Lorenzetti, a tratti
di pennello; un bel vecchio maestoso, ch'è appunto il buon governo;
le virtù; una gran bilancia, e i cittadini a due a due che reggono un
lungo cordone, ch'è quello della concordia, tutti umili e quieti “come
i frati minor vanno per via„. In altra sala splendono le immagini dei
Savi antichi, Camillo, Curio Dentato, Scipione, Aristotele, Cicerone.
Ironiche pitture! Affidati alle mute pareti quei bei propositi,
il contrario i Senesi scolpivano nei cuori. Esaltavano la pace, e
praticavano la guerra!

Nel secolo XVI, scossa da convulsioni sempre più frequenti ed
implacabili, andava Siena incontro alla morte, eppure allora forse più
che in altro tempo gl'ingegni e le arti belle vi sorridevano, come i
fiori in un bel giardino di primavera. Il Pinturicchio, quell'infelice
mingherlino, dall'ingegno sovrano, che solea chiamare la pittura “arte
peregrina e da concorrere colla poetica„, faceva esultare di vita
immortale le pareti della libreria Piccolomini nel Duomo, co' dipinti
ne' quali palpita tutta la giovinezza del rinascimento, e che sono
l'apoteosi dell'eleganza e del colorito. Un'onda perenne di armonia
virgiliana, un'onda di sole rende perpetuamente giovani quelle figure,
quell'oro, quell'azzurro, quel verde, le arie di quelle teste, gli
alberi, gli orizzonti fuggevoli, paesi e città, i corteggi sfolgoranti,
l'imperatore che muove incontro alla giovine sposa. Domenico Beccafumi,
coi lavori di commesso, rendeva il pavimento della cattedrale degno
degli angioli, tanto che il nostro piede si perita quasi di sfiorarlo.
Antonio Bazzi, il Sodoma, fermava sulla tela, nello svenimento di
Santa Caterina, una visione di Paradiso, che, veduta una volta, rimane
in fondo al cuore, quasi melodia che “intendere non può chi non la
prova„, un'eco di quei concenti che i Santi della leggenda udivano
nell'eremo selvaggio, sulle cime de' monti, fra i silenzi dell'alta
notte scintillante di stelle; trasformava il solitario convento di
Montoliveto in una reggia dell'arte. Il Peruzzi, che nell'arguta
geniale fisionomia offre, come nelle opere, l'armonia stupenda del
galantuomo col valentuomo, co' suoi edifici “non murati ma veramente
nati„, colle sue prospettive leggiadre, e i fregi delle facciate, e
le figure che paiono luce di sorriso su di un volto onesto e gentile,
cooperava a trasformare la sua città in un solo monumento, ove il
bello rifulge nell'altero palagio e nella casa dell'artigiano, negli
stalli di un coro e negli angoli oscuri di un trivio; in una finestra
solinga occulta sotto un'umida grondaia, in un fondo oscuro di bottega,
sulle bare delle confraternite, sui registri e tra le cifre de' buoni
trisavoli della burocrazia e della finanza, e infine nella grazia
colla quale le contadine si acconciano il cappellone di paglia. Come la
città, tal'è la campagna ove quelle pittoresche figure s'incontrano, e
che ricorda i paesaggi della scuola umbra, e del Sodoma; le descrizioni
del Poliziano e dello Ariosto; quella poesia della natura che il
Risorgimento ne trasmise così fresca e salubre, e che i moderni
colorirono di così intima e soave mestizia. Agostino Chigi, il gran
mercante, era intanto un gran mecenate, degno di Roma e di Raffaello,
che ornava per lui la Farnesina delle immortali bellezze di Galatea,
dinanzi alla quale ogni fervido cuore, come Pigmalione alla statua,
grida spontaneo: vivi, palpita ed ama.


III.

Tornando dal cielo in terra, l'amministrazione della repubblica era
allora confusa ed imbrogliata tanto quanto erano armoniose e pure le
creazioni dell'arte. Ristretta ai _Reggenti_, alla fazione vincitrice,
veniva esercitata da un Senato o Consiglio della General Campana, da
un Consiglio del Popolo e da un Concistoro, formato da nove Priori e
dal Capitano del Popolo. Le urgenti necessità ed i pericoli avevane
poi dato origine ad una Balia, dapprima temporanea ed in seguito
ordinaria e permanente; varia per numero e per durata, e nella quale si
riflettono via via le vicende dell'instabile governo, come le nuvole di
un cielo burrascoso in un limpido specchio d'acqua.

Indi mutamenti continui nella direzione degli affari, insieme col
danno di gente che amministrava senza esperienza sufficiente della
cosa pubblica. Indi Siena veniva governata (è il Commines che parla)
“plus follement que ville d'Italie„; mentre il Malavolti, un senese,
bruscamente dichiara che “le novità vi si facevano, non ad altro fine
che per robbare il pubblico ed il privato„ e su questo _robbare il
pubblico_ insistono altri storici e cronisti cittadini; tanto è vero
che nulla è nuovo sotto il sole! _Bandi di Siena per chi sì e per chi
nò_, ripetè fino ai dì nostri il proverbio; il contado era sfruttato
o negletto; la reputazione della repubblica scossa, compromessa
tanto all'estero quanto all'interno. Giovanni di Giorgio, pittore e
architetto sulle fortificazioni (e si era alla vigilia della guerra)
scriveva ai signori: “Ho servito a ingegnere, a solecitatore, a
guastatore tale che so' invecchiato, e mi risolvo a dire che tanto
vale dire ingegniere quanto furfante.... questo fumo senza arosto non
fa per me, perchè quando mi sento dire signore ingegniere, e mi guardo
in borsa e non v'è uno quatrino....„ e basti la citazione quanto al
trattamento degl'ingegneri militari della repubblica.

La prima conseguenza di una simile condizione di cose fu di eccitare
l'allarme, la vigilanza e la cupidigia de' potenti vicini e lontani,
ed anche degli impotenti. La vaga Siena ebbe proci innumerevoli;
il Valentino, il papa, l'impero, il re di Francia, e più assiduo
ed accorto di tutti il duca Cosimo. Chi l'ambiva, come il duca, per
estendere ed assicurare il principato; chi per afforzarsi nel centro
della penisola, dominando la strada fra Roma e Firenze, e occupando
la Maremma co' suoi lidi fortificati; chi per meglio tener quieta
e soggetta l'Italia. A colorire tali ambizioni i fuorusciti erano
il mezzo più naturale e diretto, e Clemente VII lo tentava aiutando
coi suoi fiorentini i Nove; ma qual disinganno! Come ai giorni di
Montaperti, il popolo senese, quasi fiume ingrossato che rompe gli
argini e dilaga, dalle porte e dalle mura precipita a innondare il
campo nemico; ne inchioda i cannoni, ne rovescia le tende, lo rompe,
lo fuga, lo insegue. Scrisse il Vettori che la battaglia di Camollia
del 1526 gli parve un fatto straordinario, se non portentoso, tanto
da ricordare gli esempi della Bibbia; ora ne resta un vivo ricordo in
un dipinto nella chiesa di San Martino, coi particolari del costume
cercati indarno nelle istorie e nei documenti ufficiali; la porta
coi suoi fortilizi, gli accampamenti; gruppi, squadre di soldati, di
popolani, cannoni dalle forme svariate, bizzarre, baracche, bandiere,
e perfino le baldracche che accompagnavano l'esercito, seminude,
impaurite. Del resto l'imprudenza dei Fiorentini e degli alleati non
meritava loro di meglio, nè ebbero tutti i torti i Senesi cantando de'
generali sconfitti:

    Quel conton di Pitigliano,
    Mangiafichi, bufalaio;
    Si armò prima col tribbiano,
    E poi fece un grand'abbaio.
    Quel ventron dell'Anguillara
    Si fuggì come un poltrone.

In una città ghibellina ed imperiale per antica tradizione, Carlo V
acquistava naturalmente un predominio, ch'era in sostanza una poca
larvata signoria. Dava consigli ed inviava oratori a riformare, a
condividere co' magistrati il governo, a comandare presidii spagnuoli.
Siena era altera del suo Cesare, come del suo più forte e leale
paladino: si disse che i Senesi fin nel ventre della madre avevano
il nome di Cesare in bocca. Quando l'impassibile Carlo la visitava,
ed entrato in quei confini ebbe detto, nel discingere le armi: “siamo
in casa nostra (vedete che non faceva complimenti!) vada ognuno come
più gli aggrada„, i Senesi lo accolsero con vero fanatismo. Si videro
giovinetti della più cospicua nobiltà abbracciare e baciare le gambe
del suo cavallo: ed egli intanto visitava premuroso le fortificazioni e
le mura. Gli agenti imperiali tiravano a far gl'interessi propri e del
padrone; e le fazioni pur troppo ne aiutavano l'opera distruggitrice; i
Nove sopratutto, esasperati dai contrasti e dalle sventure. Quel Monte
aveva dato a Siena un governo prospero e glorioso; ma degenerato poi
in un'oligarchia stretta e gelosa, ed avendo fatto capo ad una famiglia
di tiranni, eccitava oramai contro di sè tutti gli altri, Riformatori,
Gentiluomini e popolo. Ebbero i Nove le qualità e i difetti degli
antichi ceti privilegiati, che per le antiche proprie benemerenze, e
coll'insistere nel potere orgogliosamente, non soffrono gli altrui
meriti nuovi, nè si adattano a cedere, anche quando è prudenza,
sapienza, dovere, carità. Volevano ad ogni costo il predominio,
magari sacrificando la patria agli Spagnuoli. Nè i popolari andavano
senza deplorevoli eccessi. Fra loro era sorta una turba licenziosa,
i _Bardotti_, una specie di _sanculotti_ (le rivoluzioni come gli
uomini che le fanno si somigliano un po' tutte) che avevano formata
congiura contro ai nobili ed ai cittadini. Levavano per insegna una
scudo tramezzato di bianco e di verde, andavano a squadre la notte, e
commettevano ogni sorta d'insolenze, pretendendo i maestrati. Erano
macellai, sarti, falegnami, nè tutti d'infima condizione, ed in una
città d'ingegni vivissimi, dove la cultura era diffusa nel popolo
tanto che l'altra congrega popolare dei Rozzi si adunava a commentare
Dante e il Petrarca, e a scriver commedie in prosa ed in versi, non
è a stupire che i Bardotti si adunassero a leggere Livio, Vegezio
e il Machiavelli, addestrandosi alle armi con finti abbattimenti.
Faziosi, irrequieti, protervi forse dai governanti vennero esagerati
i loro torti. A buon conto si obbligavano alle pratiche religiose,
a soccorrere i compagni poveri ed infermi, a pregare pei loro morti
ed accompagnarli al sepolcro. Furono violentemente soppressi, non
osando essi resistere, poichè Mario Bandini, il grande agitatore, li
sconfessava, gridando loro in collera di tornare a bottega. Chiesero
perdono ai Signori, consegnarono la bandiera e vi tornarono. È fra
di loro uno dei più bisbetici cervelli nella schiera bizzarra degli
artisti, Girolamo Del Pacchia o Pacchiarotti, soprannominato fra i
Rozzi il _Dondolone_. Durante la persecuzione dei compagni egli corse a
nascondersi nientemeno che in una sepoltura, dove rimase celato alcuni
giorni, uscendone poi tutto pallido, contraffatto e coperto di vermi;
uno spaurito insomma che faceva paura (tutto dire!) più di quella che
non sentisse.


IV.

Di tutti i ministri cesarei i più savi furono il cardinal Granvela e lo
Sfrondato, ed i peggiori Don Giovanni De Luna e Don Diego di Mendoza,
i quali, credendo venuto il momento di fare coi Senesi a fidanza,
li trattarono coi modi più imprudenti e burbanzosi, e, l'ultimo
sopratutto, come se comandasse non ad una cittadinanza che aveva saputo
innalzarsi un così bel Duomo e un sì fiero ed elegante Palagio; ma
ad una turba di servi della gleba o di lanzichenecchi. Feriti nel più
vivo dell'animo, nell'amore e nel decoro della città natale, dinanzi
alla giustizia villana, immeritata, brutale, quei discordi offrono lo
spettacolo commovente di una concordia sublime; hanno un palpito ed un
fremito solo, e dopo la prima cacciata o meglio licenziamento di Don
Giovanni co' suoi e coi Nove, quasi energico avviso a non ridurli agli
estremi, proruppero nell'altra di Don Diego:

                             Arcimarrano
    Nemico a tutta Italia, al cielo e al mondo;
    Pensando farsi in Siena a Dio secondo,
    Fu privo de' favor che aveva in mano.

Che Don Diego Urtado di Mendoza avesse proprio il “viso arcegno
di un moro bianco coll'occhio porcino; cera proprio di furbo e di
assassino„ (come scrisse il Mangia al Riccio pittore), io non so;
ma che fosse un furbo di quelli che talora si mostrano goffamente
malaccorti, e dei quali il Manzoni ci porge il ritratto nel notaio che
vuol portare in carcere il povero Renzo, vel dice la storia. In Siena
aveva incominciati, ma non compiuti gli studi legali; aveva fatto il
frate; pizzicava di poesia; aveva scritto storie e romanzi, ottenute
protezioni e favori, e la carica di oratore di Sua Maestà Cesarea
in Roma. Accolto a gloria dai Senesi, comincia dal raffazzonare il
governo a modo suo, imponendosi a tutto ed a tutti. Vuoi perfino che
si mandi un oratore a Cesare con _carta bianca_, e i Senesi lascian
fare ed obbediscono. Chiama in Siena _bisogni_, i quali portano via i
ferraioli dalle spalle ai viandanti, scassano le botteghe, rubano per
le case, impongono taglie, percuotendo coloro che si fossero provati
a resistere; ed affinchè quei marrani meglio attendessero al comodo
proprio, il degno governatore ordinava il disarmo dei cittadini, che
pazientavano ancora, e obbedivano a ritroso. Appena osava lamentarsi la
musa popolare dei Rozzi:

    La ricolta del vino è trista stata,
    E l'uva sì non m'ha mezze le tina:
    Che gli Spagnuoli me l'han tutta scarpata.
    Essi: “avean fatto tanto„
    Che Siena era ridotta all'olio santo.

Molti si ritraevano per le ville; alcuni pel dolore si ammalavano;
Tommaso Politi era decapitato; quand'ecco, come fulmine, la nuova che
l'imperatore ha deciso di edificare sul colle di Siena, _nel cuore
del giardino delicato_, una fortezza. Doveva sorgere sul poggio di
San Prospero, dove ora è il passeggio della Lizza; ma si vociferava
perfino che sarebbesi costruita sulle ruine della cattedrale. La città
abitualmente sì gaia, par colpita da un pubblico flagello; si chiudono
i traffici e le botteghe; ma i Senesi pazientano ancora, fidando
nelle suppliche, nelle ambascerie e nella Madonna loro protettrice. Si
eleggono commissioni, s'inviano oratori; ma Cesare rispondeva: “Così
voglio, così comando, contro ogni ragione sta il voler mio; e se non
bastano le torri (già Don Diego ne faceva abbattere alcune) si rovinino
i palazzi, purchè il castello si faccia.„ Gli premeva assicurarsi
di Siena, posizione importantissima nelle guerre colla Francia;
farne un valido presidio spagnuolo; quel che fu più tardi lo _Stato
dei Presidi_; ed era irremovibile. Orlando Malavolti, lo storico,
gli presentava un memoriale firmato da 1032 cittadini di tutti gli
ordini. Speravano, vi si legge, che Cesare vorrà considerare che nei
“fondamenti del castello ha da star sepolta in eterno la reputazione,
l'onore e la gloria del nostro nome, e colla libertà ogni altro
nostro bene„; lo scongiuravano, chiamandolo “idolo nostro„, e l'idolo
replicava che il castello aveva appunto per fine la libertà e la
giustizia. Dipoi agli ultimi oratori che gli s'inginocchiarono dinanzi
con abito lugubre e con lacrime, egli in collera rispose: non volere
che i tristi, turbando quella città, gli mettessero gli stati suoi
d'Italia in pericolo, e additò senz'altro la porta. Anche il papa avea
detto che se non bastava un castello, se ne fabbricassero due, e Don
Diego spergiurava ch'era per farlo a dispetto degli uomini e di Dio.

Pareva non restasse altra speranza che il cielo, ed infatti si
offrirono solennemente le chiavi della città sull'altare della Vergine,
e i battuti andavano attorno, dandosi la disciplina; ma anche il cielo
era sordo, e “bisogna ingoiare (è un senese che parla) questo treppiede
rovente„. Qui rimanendo il pubblico Consiglio “come insensati e fuor
di sè„ sorge una voce inspirata, eloquente, l'abate Lelio Tolomei,
ad esortare, confortare, ammonire: il suo discorso è una gran fiamma
che vien dal cuore e riscalda ed accende gli altri cuori: “le rovine
(egli grida) son nate dall'intender la città a monti ed a fazioni;
abbiamo empiuto de' nostri cittadini tutte le città d'Italia; abbiamo
imbrattate di sangue tutte le strade della città; non più tanti monti e
monticelli; uno è il monte dei cittadini; non più Siene; è una Siena;
una è la città della Vergine.... La cittadella ci porrà a discrezione
della roba, della vita, dell'onore di ogni minimo soldato.... vada
tutta la città intiera ai piedi dell'imperatore per tor questa ruina,
o morire in qualunque altro modo onoratamente ad arbitrio suo; ma
non consenta mai a queste forche così vituperose; si vestano a bruno
la signoria, i maestrati, non suonino più le trombe e le campane del
palazzo; non si facciano più banchetti, feste, nozze finchè non si
tolga tanta ruina.„

Così messer Lelio, ingegno alto e coltissimo di cospicua famiglia,
mentre un povero e rozzo contadino, il _pazzo di Cristo_, Brandano da
Petroio, che il popolino toscano non ha ancora dimenticato, a modo
suo esprimeva identici sensi. Egli fu l'ultimo lamento del popolano
del medio evo, co' suoi terrori e le sue celesti speranze; e la prima
protesta del povero moderno, che sdegna mendicare, tratta i ricchi ed i
potenti, come eguali, e spesso minaccia. Avea grandeggiato popolarmente
poetico e terribile come una profezia del Savonarola, nella Roma
del Risorgimento, offrendo al papa ed ai cardinali stinchi di morto;
eppoi, gittato nel Tevere, n'era riapparso come vindice spettro della
coscienza, tutto fango e presagi. Era stato peccatore e bestemmiatore,
come il Santo Davide di Montelabro, ma quanto diverso per sincerità e
fervore di sentimenti dal barrocciaio maligno e corrotto che a' nostri
giorni sfruttò i poveri contadini con mascherate ridicole terminate
in modo sì tragico! Era andato di luogo in luogo, intimando: “fate
penitenza che la morte viene„, e, pieno di amore sviscerato per la sua
cara città, fu visto un giorno sui baluardi della nascente fortezza
gridare a un capitano che sollecitava col bastone i lavoranti: “fate
quanto volete, che non vedrete questa cittadella finita„. Il capitano
vuol farlo tacere a furia di bastonate, ed egli sempre più forte:
“levati di qui, scellerato, e non tribolare questi poveri uomini....
non vedrai finita questa cittadella per cui tanto ti affatichi„.
Straziato con ogni sorta di torture, insisteva nel rispondere: “di aver
parlato per ordine di Dio„. Chiuso nella fortezza di Piombino, fugge
e torna a Siena, riappare sui lavori della fortezza, e intuona a Don
Diego: “Don Diego, se tu ci tradisci, ti rinnego; Don Diego, questa
tua tela l'hai ordita male; ti mancherà il ripieno, e non la finirai„.
Una volta il romito si pose in seno due buone pietre vive, deliberato
di darle in testa allo Spagnuolo, lassù in mezzo alla sua fortezza,
ed ai suoi guerrieri. Fallì il colpo, scambiando pel duce supremo
un ufficiale col saio rosso; catturato ed interrogato rispose: che
voleva dare a Don Diego, “perchè non voglio facci la fortezza ai miei
cittadini, che non la meritano„. Il Mendoza, colpito da superstizioso
terrore, osservava ch'egli era un pazzo o un profeta; se pazzo,
alle sue parole non si può prestar fede, e se profeta, di necessità
seguirebbe tutto quello che avesse detto, ancora che si ammazzasse. Si
contentava pertanto di farlo bandire dalla città. Il _pazzo di Cristo_
è una protesta gagliarda e spontanea del popolo calpestato e tradito
dalle fazioni, dai principi e dagli stranieri; è una figura che ricorda
i pazzi che grandeggiano talora più sapienti dei savi fra il cozzo
delle passioni di un dramma dello Shakespeare, di uno di quei drammi
simili ad aurore boreali vaste, terribili, che illuminano ad un tratto
i più foschi e misteriosi orizzonti del passato, e gli abissi più
imperscrutabili e le tenebre anche più nere del nostro povero e fragile
cuore.


V.

In Roma un senese, pur di umile stirpe, il Benedetti, soprannominato
Giramondo, eccitava i Francesi a soccorrere la sua infelice città;
due congiure si ordivano, e le fila se ne propagavano in Siena e pel
suo territorio. Enea Piccolomini ed altri animosi colle bande della
montagna eran pronti. Gli Spagnuoli insospettiti ordinano ai cittadini
di rimaner chiusi in casa per lunghe ore; cercano di munire il
castello; pongono dappertutto vedette. Ed ecco una di queste a gridare
dalla torre del Mangia: “Molta gente è arrivata a Porta Nuova!„ Erano
i liberatori; dai tetti e dalle torri i poveri Senesi tendevano loro
le braccia. Vi fu un momento di ansietà, d'incertezza inesprimibile.
In quel lungo e fervido tramonto d'estate tutti i cuori battevano
impetuosamente. Ad un tratto è abbruciata una porta; i liberatori sono
entrati; un grido si propaga: Francia, Francia; vittoria, vittoria,
libertà! Tutte le finestre, calando le grandi ombre notturne, come
d'incanto appaiono illuminate “a tal che per tutta la città si andava
come se fosse levato il sole„. Gli Spagnuoli in silenzio si schierano
nel Campo, presso la fonte; ma già sono assaliti da ogni parte con
quell'impeto del quale solo un popolo oppresso ha il terribile segreto;
ricacciati via via per le strade tortuose ed anguste, molti balenano
e cadono, mentre dai rossi palagi, che a' riflessi delle fiaccole
paiono anch'essi ardere di sdegno, dai gotici balconi, dagli alti
tetti sporgenti vien giù ogni sorta di proiettili; è una tempesta più
formidabile di quelle dell'Oceano; un'ira di Dio; l'aria è piena di
grida, di lamenti; il selciato, le case rosseggiano di larghe chiazze
di sangue. È sempre deplorevole una zuffa, orrida sempre la strage;
ma le battaglie contro lo straniero insolente ed oppressore hanno una
poesia, un'armonia che scuote e rapisce come i versi più belli di Omero
e di Dante; come gli _Ugonotti_ del Meyerbeer ed il _Guglielmo Tell_
del Rossini.

Pur troppo i frutti principali di tanto valore andarono alla Francia,
misera condizione dei deboli che non escono dalle mani di un prepotente
se non per cadere in quelle di un altro, che li protegge o li abbandona
secondo il proprio tornaconto. Comunque, ebbero quei cittadini la
soddisfazione suprema di buttar giù la fortezza; magistrati, preti,
nobili e plebei, e, come là dicono, _citti_ e _citte_ con picconi,
martelli e pali di ferro, come se ciascuno andasse a nozze, con
quell'unanime entusiasmo del quale essi soli son capaci, la spianarono
sì bene che nello spazio d'un'ora ne fu guasta tanta “che non ne saria
murata in quattro mesi„.


VI.

La splendida epopea che allora i Senesi scrissero col sangue non deve
farmi dimenticare la vostra gentile sopportazione, e che al fianco
del prolisso narratore si pianta la più insoffribile compagna del
mondo, la noia, musa dispettosa, implacabile. Sprono adunque il mio
_ronzinante_, e divoro la via. Carlo V manda il Toledo e Don Garzia ad
invadere il territorio della repubblica; ma la piccola Montalcino che,
perduta fra le balze ed i poggi, ricorda sempre, col profilo severo,
quasi terribile, della sua torre oscura quelle storie d'indomito
valore, vide l'oste imperiale ritirarsi schernita dai suoi spaldi. Il
duca Cosimo, cervello coperto ed uno de' più saggi mondani (scrisse
il Montluc) che sia stato ai nostri tempi, rimaneva in disparte ad
osservare il giuoco, per cogliere il momento, nel quale il più destro
de' litiganti, gode dei travagli degli altri due. Prima ebbe ricorso
alle insidie tentando le congiure col Salvi, capitano del popolo e coi
Vignali, che furono mandati al patibolo; poi, gittata la maschera a
proprie spese, rischio e pericolo, otteneva dall'impero l'accollo della
guerra, incominciandola per sorpresa e quasi a tradimento, mentre i
Senesi festeggiavano il carnevale, e Brandano ritornato gridava per le
vie: “Cardinale, Cardinale (alludeva al Cardinale d'Este, governatore
inetto ed incurante); tu ci rechi poco sale; Siena, Siena, verrà il
medico, e ti guarirà dal farnetico.„ Il medico era appunto Gian Giacomo
de' Medici, marchese di Marignano, dal Brantôme salutato “il più
gran capitano di tutti quelli del suo tempo„, e n'era invece il più
feroce. Cominciò la carriera con un omicidio proditorio, e padrone del
castello di Mus sul lago di Como, aveva fatto il masnadiero, tanto che
i Lombardi lo chiamavano _assassino di strada_. L'imperatore sospettò
ch'ei prolungasse apposta l'assedio di Siena per continuare più a lungo
nella sua carica; soffriva di gotta, ed allora si faceva portare in
barella pel campo.

Piero Strozzi, comandante supremo delle forze del re di Francia, eppoi
maresciallo dopo la presa di Foiano, fuoruscito e nemico di Cosimo,
che cercò fino all'ultimo di farlo uccidere magàri a tradimento, era un
bell'uomo, colto e studioso tanto che avea, dicono, tradotti in greco
i Commentari di Cesare; ma troppo si compiaceva di praticare ciò che
andava leggendo nelle istorie. Aveva libreria ed armeria cospicue, e
perfino una sala cogli attrezzi per difendere ed espugnare le fortezze.
“Più furioso che dolce„ (così il Brantôme) è tutto nell'epigramma che
scrisse sulla parete della prigione di Cosimo:

    Qui Piero Strozzi a mattana suonò
    Perchè volevan che dicesse sì,
    Ed egli sempre rispondeva no.

Amava ridere, dire il bel motto sopratutto col Brusquet “ch'era (segue
il Brantôme) il primo uomo per la buffoneria in corte di Francia„.
Riferisce poi non poche di queste burle, a dir vero, molto appannate ed
insolenti, e chiama, scherzi a parte, lo Strozzi più abile ad assalire
e difender castelli che a combattere in aperta campagna; più abile ad
obbedire sotto un gran generale che ad esser generale lui stesso. Forse
mirò più agli interessi della Francia ed ai propri che a quelli dei
Senesi, ch'erano per lui un mezzo come un altro per offendere il duca
abborrito, sebbene scrivesse al Brissac, in uno slancio di entusiasmo,
che accorresse in suo aiuto, quando anche, per rendergli la pariglia,
“dovesse andare a servirlo qualche mese da semplice soldato con la
picca e l'archibugio in ispalla„. Dopo la caduta di Siena, abbandonando
la Toscana per mare, stette lungo tempo muto, fissandone le coste; indi
ai suoi ricordò le sue imprese, Pompeo a Farsaglia, Bruto a Filippi,
accusò l'altrui poca virtù, la viltà altrui; guardò il cielo. Eran
rimorsi? Erano legittimi sdegni?

I veri eroi dell'assedio, tacendo de' veterani delle bande nere, di
Sampiero da Bastelica, tragica figura riserbata sempre ai più tragici
eventi, e de' valorosi mercenari tedeschi, che non aveano altro difetto
se non un appetito formidabile, talchè bisognò cavarli dalla città
perchè consumavano più loro di tutti gli altri; i veri eroi furono il
popolo e Messer Biagio di Montluc, già pieno di collera e di bizzarria
(ce lo confessa lui stesso), talchè in Siena non si volea mandare
perchè sarebbe stato fuoco contro fuoco; ma che invece si dimostrò
tanto prode quanto prudente. Scrisse di aver lasciata la sua collera in
Guascogna, e ch'era di quelli che non hanno in corpo retrobottega. Il
fuoco contro fuoco si unì quindi in una fiamma d'insuperabile eroismo.
Bravo tanto, che il Murat e il Ney lo avrebbero abbracciato come un
babbo glorioso; eloquente, vivace, amava la gloria, le belle donne e
il vin greco, ma sopratutto e prima di tutto il proprio dovere. Buono
di cuore, del prediletto vin greco che, mentre era ammalato e quasi in
fin di vita gli fu regalato da un cardinale, faceva larga parte alle
Senesi incinte, contento di beversene ogni mattina un bicchierino,
religiosamente, _come si prende l'ipocrasso_. Caricando di maledizioni
quelli che mettono nell'impegno le genti dabbene, eppoi le piantano
là, uscì di Siena coi patti ch'ei volle, e dopo avere assicurata la
vita a' ribelli di Cosimo. Preferì che i Senesi capitolassero per lui,
anzichè lui pe' Senesi. I Capitani spagnuoli correvano ad abbracciargli
le gambe; in Roma la gente correva ad ammirarlo sulle porte ed alle
finestre, ed egli sentivasi allora vieppiù confortato ad acquistare
onore, e, senza un quattrino, com'egli si esprime, sentiva di essere il
più ricco signore della Francia.


VII.

In questa guerra, che fu la più atroce e l'ultima che desolasse la
Toscana, e della quale la Maremma serba ancora le squallide vestigia
ed i paurosi ricordi, si erano ravvivati ed accumulati il furore e
gli odii fra i due comuni rivali, Siena e Firenze, che dalle nebbie
del più folto medio evo erano durati e cresciuti via via, funestando
di ruine e di sangue le campagne irrigate dall'Arno, dall'Elsa e
dall'Arbia fatale. Con questa guerra il nuovo principato accentratore
dava la battaglia suprema al Comune mediovale, che lanciava l'ultima
protesta, l'ultimo grido delle sue più fiere passioni, e de' suoi più
ardenti entusiasmi; da un lembo glorioso della Toscana si alzavano
una speranza, un lungo anelito d'indipendenza contro l'incombente
predominio spagnuolo, il peggiore di tutti nella povera Italia! Questa
guerra fu l'ultimo tempestoso tramonto dello splendido giorno de'
Comuni toscani che formano, nonostante i loro terribili contrasti,
una delle più belle armonie della storia. Anzi la nostra storia, la
nostra civiltà è così ricca e varia perchè risulta da più civiltà,
perchè ogni nostro principale comune ebbe una sua propria fisonomia,
un suo proprio e completo organismo, un suo peculiare e completo
incivilimento, lettere, arti, politica, costumi, legislazione e
perfino superstizioni e pregiudizi propri, quasi alla pari di uno
de' più grandi stati e delle più importanti nazioni. Siena fu tra i
Comuni ch'ebbero fisonomia più spiccata, singolare, risentita; vita
più completa, originale, tenace. Solamente le repubbliche di Lucca,
di Genova, di Venezia e di San Marino durarono più a lungo. Fu tra i
Comuni che formarono un elemento essenziale, un'aspirazione, un palpito
vigoroso dell'animo e della vita d'Italia. Ebbero i Comuni, ebbe Siena
gravissime colpe; peccato supremo la discordia; ma qual fu nel medio
evo il feudo, il regno, l'impero, il duca, margravio o barone che non
odiò, non uccise, non funestò terre e vassalli col diritto del pugno,
colle gare e le ribellioni implacabili? Ma qual è il regno, il ducato
ch'ebbe operosità e commerci più floridi, sorriso così divino di arti
e di studi, provvedimenti legislativi ed economici molto più liberali
e più saggi? La partigianeria, o Signori, non è sempre vizio peculiare
delle nostre repubbliche; mentre la cultura e la potenza economica
e commerciale fu loro gloria peculiarissima. Non compresero la vera
libertà? ma i principi forse la intesero? e chi la intese allora
degnamente? Per quanto cieca e partigiana, quella libertà segnava ad
ogni modo un progresso; mentre il principato co' suoi livelli e colla
sua disciplina, preparando indirettamente la unione, pure non di rado
illanguidì, sfibrò i caratteri, e ne tarpò sì bene le ali che dalla
Toscana del Ferrucci e dei Senesi dell'assedio si degenera a quella
di Cosimo III, di Gian Gastone, dei Ruspandi e di Stenterello! Non è
preferibile il Mediterraneo volubile, capriccioso, colle sue brezze
riparatrici, colle sue libecciate furibonde, che lo solcano di striscie
candide e frementi di spuma, ad un lago, al padule di Bientina e di
Massaciuccoli, calmo, uniforme, colla sua quiete sonnolenta ed i suoi
pesanti vapori? Torno alla tetra e grande poesia dell'assedio che
sembra velare anche oggi di fosca malinconia le antiche mura di Siena,
le sue vie, la sua torre comunale che sfida impavida il tempo e i
terremoti, come già sfidava le ingiurie nemiche.


VIII.

Fin da principio fu guerra spietata. Il duca ordinava che le _reda_
de' Senesi a balia nel ducato fossero tenuti prigionieri ad _istanzia
sua_; verso il fine dell'impresa per dieci miglia intorno a Siena non
si trovava più erba, nè paglia, nè grano, nè abitanti; al campo, che
pure orribilmente soffriva, i viveri doveano esser portati da Firenze;
da questa città fino a Siena, ed a Montalcino non vi era niente sulla
terra per dar da mangiare ai cavalli. Fin da principio i soldati, meno
feroci dei capitani, protestavano di voler far tra loro a buona guerra,
eppoi non vollero consegnare i fuorusciti fiorentini fatti prigionieri,
per non aiutare il bargello, talchè la crudeltà si sfogò tutta sui
villani. Fu eretto un infame e scellerato tribunale dove si teneva un
registro de' villani colti la prima volta con qualche vettovaglia; se
incappavano la seconda erano subito appiccati, pagandoli due scudi
l'uno a chi li acciuffasse. Ne furono appesi oltre a 1500 ad alberi
infecondi appositamente risparmiati, orrendi trofei, quasi maledizione
degli uomini, su quella campagna benedetta da Dio. Il Marignano poi
condannava alle forche i terrazzani che aspettassero per arrendersi il
primo colpo di cannone.

In più volte furono cacciate dalla città le _bocche inutili_; erano
donne del popolo con un bambino al petto ed uno per mano, col fagotto
de' poveri cenci sul capo; erano trovatelli dell'ospedale dai 6 ai 10
anni entro a barelle, a cestarelle, o giovinetti dai 10 ai 15 anni,
piangenti, a piedi, con una canna in mano. Ahimè! Appena usciti sono
rincalciati indietro, colle mani e gli orecchi tagliati, e i più
piccini rimanevano “semivivi a diacere per terra con strida e lamenti
che avrebbero fatto piangere un Nerone; ed io (esclama il Sozzini)
avrei pagati 25 scudi a non li aver visti; per tre giorni non poteva
mangiare nè bere che pro mi facesse„. Il rettore dell'ospedale, un
Venturi, andò a trovare lo Strozzi, e con lacrime generose di pietà
e di sdegno, disse “a buona ciera„ che non volea cavarne più, piantò
l'ufficio, e si tappò in casa senza più ricevere alcuno. Di quelle
povere bocche inutili, beate quelle ch'esalavano subito l'ultimo fiato!
Non poche ne rimasero a pascer l'erba a guisa di selvaggi animali, fra
le mura e i bastioni, _quasi fra taglienti forbici_ (così il Bargagli,
novelliere, ch'ebbe il coraggio mostruosamente rettorico di far
novellare le sue gentildonne fra quegli spettacoli) finchè spiravano ed
erano lasciate insepolte, talchè si videro cani tornare a Siena cogli
stinchi e i teschi scarniti, ed una madre estinta col bambino ancor
vivo all'esausta, fredda, lacerata mammella. Ho taciute le vergogne:
basti che un ragazzo, afferrato il pugnale di uno spagnuolo, lo
cacciava nel seno alla sorella bellissima. Eppure quali esempi di fede
e di abnegazione in quei poveri, in quei contadini!

A Torrita una vecchia di 75 anni cadeva in mano dei Tedeschi; più per
burla che per altro volevano che gridasse: duca, duca; ed essa negava,
e gridava: lupa, lupa. I Tedeschi cominciano a montare in collera,
ella sempre: lupa. Spogliata nuda, condotta ad una porta del castello
è minacciata di crocifissione; ma non fu possibile indurla ad altro che
a dire: lupa, lupa. “Con quattro buoni e grossi aguti (son parole d'un
contemporaneo) conficcarono a braccia ed a gambe aperte la vecchia su
quella porta, e mai non volle dir altra parola che lupa. Con una sbarra
di legno le sbarrarono la bocca; ma ben si vedea dalle dimostrazioni
del viso e degli occhi, che tuttavia dicea: lupa, lupa.„ Siena, come i
grandi ideali, ebbe adunque i suoi martiri!

I gentiluomini davano e ricevevano esempi che i Greci ed i Romani
stessi non dettero. È nota l'apostrofe del Montluc alle Senesi, che
posseggono così squisito quel supremo ornamento della bellezza,
il segreto dell'eterno femminile, la grazia, la eleganza soave,
carezzevole delle forme, dello sguardo e del sorriso. Eppure quanta
forza in quei petti delicati! “Alcuni gentiluomini (così il bravo
generale) mi additarono un gran numero di gentildonne con delle ceste
piene di terra sul capo. Non sarà mai, dame senesi, che io non renda
immortale il vostro nome fino a che il libro del Montluc vivrà, perchè
in verità siete degne di lode immortale quanto mai donne al mondo. Al
principio della bella risoluzione che questo popolo fece di difendere
la sua libertà, tutte le donne della città si divisero in tre schiere:
la prima era condotta dalla signora Forteguerra, vestita di violetto,
e tutte quelle che la seguivano adottarono lo stesso colore, con un
guarnello corto a guisa di ninfe; la seconda da una Piccolomini, e
vestiva d'incarnato; la terza da Livia Fausti, con abiti bianchi e
concordi insegne.„ Erano tremila, nobili e borghesi, con vaghi motti
ed imprese, ed andavano attorno collo instancabile vigore del quale la
donna è capace, così tra i vortici inebrianti della danza, come fra i
dolori di un ospedale e di un assedio, portando corbe, picche, terra
e fascine, e lavorando ai bastioni, mentre cantavano un inno in onore
della Francia. Il Termes assicurava “di non aver mai vista in vita
sua cosa più bella„. “Vorrei aver dato (così il Montluc) il miglior
cavallo per aver quell'inno, e poterlo qui riferire.„ E soggiunge: “non
conobbi pur un solo di quei cittadini temere„; gentiluomini, contadini,
preti, frati, donne e fanciulli, al suono di un campanello, o al grido:
_forza, forza_, correvano a lavorare ai terrapieni, di giorno e di
notte, e una volta fin quaranta ragazzi fecero una sortita con frombole
e partigianelle. Presto cominciarono gli stenti. Non vuo' tediarvi
colla enumerazione de' prezzi delle cose più necessarie alla vita: due
grappoli d'uva in un fazzoletto erano un gran dono; i topi e i gatti
divennero un cibo di lusso; un'insalata squisita l'erbacce che crescono
a piè delle mura. Ognuno avea in casa il suo bravo mulino con certe
macinelle piccole a mano; eppure, fra tanta penuria, non mancarono
a Siena i dolci e il pan pepato: “bericuocoli e pan pepati (narra il
Sozzini) appena cotti si portavano in piazza, ed erano subito spacciati
caldi, caldi„. Un soldato ne mangiò una cesta piena, e si lagnava di
non essere satollo.


IX.

Come Gavinana decise delle sorti di Firenze, i tristi poggi di
Scanagallo furono la tomba della Repubblica Senese. Piero Strozzi,
uscendo dalla città, si proponeva di unirsi coi rinforzi che attendeva,
di porgere una mano al fratello Leone, che dovea giunger per mare,
di allargare l'assedio, di far la raccolta in quelle campagne e di
ribellare gli Stati al duca. Nessuno di quest'intenti gli riusciva
efficacemente. Rimasto ucciso Leone presso Scarlino, dopo una grande
aggirata pel Volterrano, il Pisano, il Lucchese, dopo aver passato e
ripassato l'Arno, scendeva Piero in Val di Chiana, occupava Marciano
e Foiano, provocava il nemico a battaglia. Infine i due eserciti si
trovarono a fronte sulle alture fra le quali scorre il capo torrente
di Scannagallo; già pativano di tutto, e i capitani esortavano lo
Strozzi a sloggiare di notte; ma egli coll'ostinazione propria de'
caratteri più avventati, accecato da una _fatale pazzia_, volle battere
in ritirata alla luce del giorno, sfoggiando bravura, come in una
giostra. All'ultimo momento il Bentivoglio offriva di sacrificarsi per
assicurargli la marcia, e lo Strozzi, per tutta risposta: “chi ha paura
fugga, io voglio combattere„. “Signore, fuggirò„, rispose in collera
quel prode, e corse nelle prime file.

Erano circa le 11 del mattino del 2 agosto, e il sole sfolgorava
implacabile. Gli squadroni della cavalleria imperiale si avanzano,
alzando le visiere, e con faccie allegre mostrando alle fanterie il
desiderio della vittoria. “Parevano (scrive il Montalvo, un testimone
oculare) una montagna di ferro con piume al cielo, vista non meno brava
che bella.„ La cavalleria francese, con armi e sopravvesti dorate,
e molti paggi, sembrava “un bellissimo torneo„. Intorno allo Strozzi
stringevansi i fuorusciti suoi concittadini, levando bandiera verde col
verso dantesco: “libertà vo cercando ch'è si cara„. Tre sagri imperiali
tuonavano; due falconetti davano loro poca o nessuna risposta. Già
l'onda dei cavalli cesarei irrompe al di là del fosso, quando l'alfiere
dei Francesi gitta il grido infame del tradimento e della paura!
scampa, scampa! Era stato comprato dal nemico con alcuni fiaschi di
monete d'oro, che si erano fatti credere di tribbiano. Lo splendido
squadrone si divide, si rompe, fugge a spron battuto; fuga maledetta
anche dalle cantilene dei contadini che destano pur oggi l'eco triste
della solitaria campagna:

    “O Piero Strozzi, in du' son i tuoi soldati
      Al Poggio delle Donne in que' fossati:
      Meglio de' vili cavalli di Franza,
      Le nostre donne fecero provanza.„

Tutto non era ancora perduto. Il signor Piero, sulla cima del Poggio
delle Donne, armato alla leggera di armi nere dorate, su di un cavallo
turco, e collo stocco in pugno, facendo gli uffici di generale e di
soldato, conforta le fanterie, esclamando che quella fuga è un suo
artifizio; fa dare nei pifferi e nei tamburi; sventolano le bandiere;
gli Svizzeri scendono giù a precipizio, urlando: _Francia, Francia_;
mentre dall'altro lato rispondono: _Spagna, Imperio_. I bruni
Spagnuoli, che si erano inginocchiati a pregare prima di menar le
mani, Francesi, Italiani, Svizzeri e Tedeschi si urtano, si mescolano,
si uccidono. Si videro ferite stravagantissime; monti di uccisi, e
il fosso ripieno di morti talmente che la retroguardia lo passava
con facilità. Lo Strozzi avea proibito ai suoi di tragittarlo; ma
chi poteva trattenerli? Giunti al di là, ecco di nuovo i cavalieri
vittoriosi che l'investono di fianco; oramai agli imperiali e ai
cosimeschi non resta che uccidere e far prigionieri; de' Francesi
e dei Senesi non se ne trovavano insieme neppur cinquanta per segno
di qualche residuo di ordinanza. La strage fu di qualche migliaio;
i superstiti gittavano le bandiere in terra, e domandavano la vita,
levandosi le bande bianche. Furono inseguiti per oltre due miglia, fin
sotto Lucignano che si arrese. La furia della preda fu tale che i morti
vennero “ignudati totalmente„. Lo Strozzi, ferito in un fianco ed in
una mano, è travolto negli amari passi della fuga: solamente sei ore
sono trascorse; ma quante speranze e quante vite distrutte; quanti anni
di vedovanza e di lutto; quante lacrime, quanti orfani, qual mutazione
solenne di destini, mentre il sole fa trafelare i guerrieri nelle armi
rilucenti (scrive il Montalto che vi scoppiavano dentro) e continua
implacabile a flagellare gli aridi campi allagati di sangue! Frattanto
il duca gittava i danari a manciate dalle finestre di Palazzo Vecchio
“talchè in quella piazza vi si rassembrava un altro fatto d'arme,
stante la gran quantità di pugna che vi correvano„; faceva appendervi
le lacere bandiere conquistate; adunarvi musici e cantanti; far salve
di gioia; suonar campane, cantare il _Te Deum_, e scrivea a Cesare:
“che Dio è restato servito, dare a Vostra Maestà ed a me, suo devoto
servitore, la vittoria contro i nostri nemici„. Quella vittoria si
festeggiò perfino in Inghilterra.


X.

Alcuni giorni dopo la battaglia di Gavinana Firenze si arrendeva; dopo
quella di Marciano e di Scannagallo, Siena resiste ancora per oltre
otto mesi; scrive allora l'ultimo canto, forse il più bello della sua
epopea. Ritiratosi lo Strozzi in Montalcino, fu Dittatore il Montluc.
Tutte le bande del duca erano intorno alla città; le trincee giungevano
fino alle porte. Nella notte di Natale i nemici preparano un orrido
festino: la scalata, che non riusciva, perchè il Montluc, saltato
fuori delle mura coi soldati e colle schiere cittadine, fa chiuder la
porta colla ingiunzione di non aprirla, anche se morisse con tutti
i suoi, eppoi perchè il Marignano colle sue fiaccole rese micidiali
i tiri degli avversari. Di lì a poco si annunzia la batteria, cioè
il bombardamento; alcuni vociferano di resa; ma il Montluc ne pensa
un'altra delle sue. Era stato malato tanto che quando non vedeva i
nemici non avea forza (dice lui) di ammazzare un pollo; ma in quel
frangente, per incuorare i Senesi, che l'avean visto andare attorno
tutto imbacuccato, e lo facevano spacciato, infila le sue belle calze
di velluto cremisi, che avea portate quando faceva all'amore, ed avea
tempo (com'ei si esprime) da consacrare alle belle, e maschera il
cereo pallore del volto impiastricciandosi col suo vin greco, finchè
non ebbe preso un po' di colore. Vi giuro, egli esclama, che io non
riconosceva me stesso, mi pareva “essere innamorato, come una volta!„
I suoi capitani ridevano come matti; ma intanto lo accompagnano al
Palagio, dov'ei tiene un bel discorso e li fa giurare: “inanzi Iddio
che noi moriremo tutti l'arme in mano con essi loro per adjutar li (il
buon generale si compiace di saper bene e di scrivere anche l'italiano)
a deffendere lor sicuressa et libertà; et ogni uno di noi s'obbligi per
li soi soldati: et alsate tutte le vostre mani„. Le destre valorose si
alzarono, e si udirono più voci: “Io, io, huerlic; ouy, ouy, nous le
promettons„. I Senesi, anche una volta promettevano da parte loro di
mangiare sino ai propri figli, prima di arrendersi. La batteria non
fece effetto; un buon senese con un suo mezzo cannone smontò e fe'
tacere i pezzi nemici; il Montluc gli gridava: “Fradel mio, da li da
seno, per Dio, facio ti presente d'altri dieci scoudi et d'un bichier
de vino greco„. I cittadini gridavano dalle mura: “Marrani, venete qua,
vi meteremo per terra vinti brassi di muri„. Il Marignano dovea oramai
fondare nella fame ogni sua speranza.

Un pittore, Pietro Aldi, così presto rapito alle visioni dell'arte e
della gloria, volle in un bel quadro esprimere le atroci sofferenze
de' Senesi; povero Aldi, qual pittore al mondo saprebbe uguagliare
i quadri terribili della realtà? Ora sono i vinti di Marciano che
rientrano svaligiati, malconci, feriti e che si buttano piangendo
per le strade, che già lo spedale era pieno a quattro per letto, e
di più erano piene le banche, le tavole, le chiese; ora sono alcuni
poveri gentiluomini, che, sulla sera, vergognosi, battono agli usci
implorando un pane per amor di Dio; qua sono le visite domiciliari fin
nelle cantine, conquassando ogni cosa per trovare il grano nascosto; là
bare e battenti, o infelici, i quali ad un tratto, camminando, cadono
morti sulla piazza. Qualche volta lo scoraggiamento s'impadroniva del
pubblico Consiglio, che non poteva deliberare anche pe' contrasti ed
il mormorio; era sempre la vecchia discordia; ma fuori dell'aula, e
sulle mura tornavano tutti unanimi nel valore e nei patimenti; unanimi
perfino in qualche improvvisa, eroica allegrezza. Mentre tetro e lento
scorreva il carnevale del fatale 1555, più magro e digiuno della
più scarna quaresima, i Senesi (indovinate!) fecero un ballo tondo
in piazza e un bellissimo giuoco di pallone, nel quale un hidalgo
spagnuolo fatto prigioniero da un prosaico pizzicagnolo, riportò
i primi onori, “perchè era benissimo in gambe; nè c'era alcuno che
facesse li corsi che faceva lui„. Dopo vi fu un bellissimo affronto
di pugna; si udì una voce: “alla guardia, alla guardia!„, ed ognuno
tornava ai luoghi deputati. Sul volto abbronzato del Montluc si videro
lacrime di tenerezza.


XI.

Quel tripudio fu lampo fugace. L'assedio diveniva sempre più duro;
le _citole_ vestite di bianco, scapigliate e scalze, andavano a
processione, gridando: _oh Christe audi nos!_ o intuonando laudi
dal verso immensamente _piatoso_; già ognuno andava a capo basso,
senza parlare; appena tre o quattro donne erano rimaste nella loro
prima effige; i vivi portavano invidia ai morti; parenti ed amici,
incontrandosi, esclamavano: mi è venuto a noia il vivere. Si cuoceva la
malva in luogo di pane, perchè facesse ripieno. Il Montluc avea tirato
il collo all'unica gallina regalatagli dal Marignano affinchè godesse
di qualche uovo fresco, e si era ridotto a mangiare una sola volta
al giorno col Bentivoglio ed il Cajazzo, il suo panino di una libbra
con un po' di pesce e di lardo; “ma era un pranzo, egli esclama, se
tornavamo affaticati e vittoriosi da una scaramuccia„. Dovè consentire
alla Signoria di trattare, vedendo che “non c'era rimedio che mangiarci
fra noi„. I Francesi e lo Strozzi avevano abbandonata la misera città,
promettendole di continuo il soccorso che non arrivava mai. “Almeno,
dicevano i popolani, se ci vogliono dare di queste carote facciano che
si mangino col pane!„ Il duca stipulò l'accordo, come luogotenente di
Cesare; l'antica libertà fu da Cesare, secondo l'uso, promessa e non
mantenuta, e Siena, trattata come un feudo di Spagna, finì decaduta
e avvilita nelle mani di Cosimo, che, italiano e toscano, era stato
il più subdolo e crudele fra i suoi nemici, ed infine il più lieto,
facendo dipingere in Palazzo Vecchio il leone e la lupa avvinti dalla
stessa catena d'oro; ma su quell'oro quanto sangue!

I padri narrarono ai figli le atrocità di quell'assedio insieme coi
ricordi di Montaperti e delle secolari discordie, e nel cuore de'
Senesi durò per lungo tempo ancora un risentimento invincibile contro
Firenze; fin nel secolo XVII v'erano Senesi ch'esaltavano il loro
vernacolo a scapito del fiorentino; che si ostinavano a disconoscere il
genio di Dante perchè fiorentino, che facevano le meraviglie se udivano
che Firenze era più bella di Siena. La repubblica avea mandati i suoi
cannoni contro Firenze, ed ora soccombeva allo stesso destino; era
tradita ugualmente; nell'ultima sventura diveniva sorella dell'antica
rivale, ma sorella gelosa, irrequieta ed altera.

“Come un turbine spazza via dalle immondezze una piazza, così i poveri
Senesi (dice il Sozzini) spazzarono a un tratto la piazza del Campo„
dalle vettovaglie che vi si erano da ogni parte accumulate. Sfido io!
Si erano arresi più che al nemico alla fame: _per forza, Siena_, ripetè
il proverbio, o neppure arresi veramente perchè molti uscivano coi
Francesi, a bandiere spiegate, ed a tamburo battente, lunga e stupenda
processione giù per i poggi brulli e rossastri. Dove sono i cittadini,
là è la patria. I profughi aveano avuta dagli Spagnuoli la cortesia
di pochi muli per le vecchie e pe' fanciulli, ch'esse presero sulle
ginocchia; gli altri procedevano a piedi, uomini e donne; queste ultime
portando sul capo le culle dove i lattanti vagivano. Più di cento
giovinette seguivano i padri e le madri; molti uomini tenevano per una
mano la figliuola e coll'altra la moglie. “Non ho mai visto in vita mia
(così il Montluc) partenza sì desolata„. All'Arbiarotta gli Spagnuoli
stessi erano accorsi a porger loro il pane della carità, che salvò la
vita a più di duecento di quegl'indomiti repubblicani affamati. Mario
Bandini era con loro. Siena, divenuta spagnuola e granducale, ridotta
da 40 a 7 o 8 mila anime, non era più la patria de' loro cuori e de'
loro sogni. La repubblica continuò, risorse in Montalcino coi suoi
magistrati, la balzana, la moneta, le sue vecchie passioni. Certo
era un simulacro; ma i più umili simulacri, un cencio di bandiera,
una logora medaglia non sono anche grandi ricordi, conforto, auguri,
speranze? La vita stessa non è un lungo ricordo ed una continua,
inquieta speranza?

La repubblica di Montalcino era sotto il regime militare del comandante
francese; gli esuli sussidiati dalla Francia; il loro numero si andava
sempre più assottigliando, ma pure resistettero, per quattro anni
resistettero alle armi, alle lusinghe, ai tradimenti, fra i quali
uno proposto da Pietro Fortini turpe nella vita come nelle novelle
turpissime. Infine nel trattato di Cateau-Cambrésis insieme colle sorti
di regni e di sovrani si definirono pur quelle della minuscola città di
Montalcino, e tutta l'Italia si addormentava nel sonno della servitù.


XII.

Queste vicende insieme colla pietà ed il terrore destano nell'animo un
senso di raccapriccio, dacchè, ne' due campi avversi, sulle labbra de'
combattenti suonava la dolce loquela di Dante, di Santa Caterina e del
Petrarca. Eppure quei vinti han sempre, di generazione in generazione,
destata una simpatia istintiva, irresistibile; offerte inspirazioni
ed ammaestramento. Se non altro vediamo in loro meglio delineata e
colorita la fisonomia di questo nostro Comune singolarissimo. L'indole
sua fu da Dante e dai cronisti paragonata con quella di Francia, nè
il raffronto è una semplice figura rettorica. I Francesi, la _grande
nation_, han sempre dato lo spettacolo di virtù straordinarie, eroiche,
e de' più incredibili eccessi. Sono effervescenti, calorosi come il
vino della loro Sciampagna. Il _ne quid nimis_, la giusta misura,
l'aurea mediocrità non han mai fatto per loro. Ripensate alla grande
rivoluzione, a Giovanna d'Arco e alla Saint-Barthélemy, al Marat, alle
Crociate, a San Luigi, agli epigrammi del Voltaire, al Rousseau, a San
Vincenzo de' Paoli e al Terrore, alle poesie ed ai romanzi di Vittor
Hugo, alla rocca di Solferino, al Boulanger. Lo stesso può ripetersi,
serbate le debite proporzioni, di quella cittadinanza vivace, mobile,
irrequieta che bevve l'acqua di Fontebranda. Non vi è eccesso, e dite
pure pazzia che non abbia commessa, nè bellezza peregrina ed eroismo,
del quale non sia stata capace.

“Solinga dalle altre e in sè romita„ (come il Prati cantava) Siena, la
rossa città, altiera e gentile, come una delle sue contadine leggiadre,
dritta a guardare dai suoi poetici poggi, certa di esser bella ed
ammirata, formò un mondo a parte, che spesso per l'antico Senese
era tutto il mondo. Nelle sue fazioni, nell'arte, nei costumi, nelle
leggende, nelle sacre rappresentazioni, nel suo teatro, negli scrittori
ha quasi un impeto lirico, romanzesco e fantastico; dalla satira più
acuta corre alla malinconia più solenne; dalla commedia più gaia e
scollacciata alla tragedia più cupa con rapidi, improvvisi, impensati
trapassi. Siena eccede sempre, o, come i Senesi dicono, _sforma_;
ma è bella e simpatica sempre, anche nelle sue ritrosie e ne' suoi
sdegni. Guardate gli artisti. Eccedono nella conservazione de' tipi
antichi, negli ornamenti, nella eleganza; ma nè il sapiente disegno
della scuola fiorentina, nè lo sfolgorante colorito dei Veneti hanno la
grazia carezzevole e tutta casalinga delle immagini senesi. Il Bazzi
nol dirò senese di genio, come lo fu per adozione, perchè visse fra
bertuccie, gatti, asini e barberi tanto che la sua casa parea l'arca
di Noè, o per una supplica e una denunzia de' suoi beni ai magistrati
della repubblica, “un orto che io ho lo lavoro, e gli altri ricogliono;
un corvo che favella, che lo tengo, che insegni a parlare a un asino
teologo in gabbia; un gufo; tre bestiacce cattive che sono tre donne„;
nol dirò senese perchè i frati di Montoliveto l'avevano soprannominato
il _mattaccio_ (quanto a matti tutto il mondo è paese); ma per lo
sfarzo, la dolcezza, le inspirazioni, la bizzarria de' suoi quadri,
nonostante che la sua tecnica risenta dell'arte lombarda, egli che
alla senese dischiuse nuovi e più larghi orizzonti. La pittura storica,
allegorica, morale e filosofica in nessun'altra scuola, ebbe più ampia
e più ricca espansione; i solitari della Tebaide nel Camposanto urbano
di Pisa, l'assedio di Montemassi, la disfatta della Compagnia del
Cappello nella sala del Mappamondo, la sala della Pace vel dimostrano;
ma nelle scene più solenni ecco ad un tratto qualche stravaganza, la
vecchia che fila nell'Annunziazione del Berna, il cane che lecca un
piatto e il gatto che lo punta, nell'ultima cena del Lorenzetti. Ora
idealità paradisiache, ed ora particolari realistici, come un Giuda
appiccato, putrefatto, e cogl'intestini fuori.

I novellieri senesi sono i più licenziosi ed i più delicati; dipingono
la fanciulla che muore d'amore; e si ravviluppano nel brago della
pornografia tanto da fare arrossire i pornografi moderni, se questi
signori possedessero una prerogativa sì bella. Un umanista senese
spinse l'entusiasmo pel latino fino a proporre che fosse insegnato
alle balie affinchè i bambini si abituassero a balbettare sentenze
di Tito Livio ed emistichi di Virgilio; Bernardino Ochino prima è il
padre Agostino dei suoi tempi, eppoi uno degli eretici più audaci e
sventurati, ed era nato, avvertite, nella stessa contrada di Santa
Caterina; pei Sozzini Lutero e Calvino erano moderati e conservatori;
le fazioni senesi sono le più intricate ed infuriate, l'assedio è,
se non il più lungo, certo il più ostinato d'Italia; le miserie di
Siena sono le più lacrimevoli, le sue feste le più popolarmente liete,
fragorose e bizzarre. Narrano che Pietro Leopoldo, pregato dai Senesi a
favore del Manicomio, rispondesse: chiudete le porte, e il manicomio è
bell'e fatto. Ma oh che bel manicomio da fare invidia ai savi!


XIII.

La Repubblica si era condannata a morte da sè stessa; ma il governo
mediceo non riuscì proprio di gran lunga migliore. Anche il Monte dei
Paschi, più che ai Medici fu dovuto alla operosità ed alla accortezza
de' Senesi, mentre tutte medicee furono le persecuzioni fin contro
gli studenti protestanti dell'antichissima università. Gli eccessi
de' _libertini_ non debbono far dimenticare che imperatore e duca
avrebbero potuto essere meno impazienti, cupidi, orgogliosi, violenti,
un po' meno sovrani ed un po' più umani. Co' bisogni de' tempi
nuovi, coll'ambiente, con quel comodo servo muto del fato storico voi
proverete che le Repubbliche di Firenze e di Siena, così dissimili
in vita, doveano perire di ugual morte; ma intanto un istinto, un
sentimento che la critica spigolistra non è degna d'intendere, ci
avvisa che non ebbero po' poi tutti i torti coloro che considerarono
quei vinti, quei morti come i precursori ciechi, inconsapevoli, ma
degni de' morituri, i quali, meditandone le gesta, volarono ad altre
battaglie, non pel campanile, sia pure splendido e caro, e per le
mura natali, ma per la gran patria comune, incoronata da' suoi monti,
baciata dal suo duplice mare, e per le sue cento città dalle mille
gloriose torri, sulle quali doveva sventolare finalmente la stessa
bandiera. Chi pugnò per salvare, se non la vita, l'onore dell'antico
Comune, diè il sangue, o Signori, per un'istituzione eminentemente
nazionale; per la più intima, antica e schietta manifestazione della
nostra travagliata nazione e della sua civiltà; per una delle patrie,
senza le quali la gran patria era impossibile. Dante che fu il poeta
più universale, fu altresì il poeta nazionale per eccellenza; ma ei fu
il più splendido fiore della civiltà dei Comuni, coi quali la coscienza
nostra d'italiani pronuncia la sua prima ed incerta, eppure la sua più
italianamente robusta ed efficace parola. Nessun'altra se ne udì più
potente, nonostante le invocazioni del Machiavelli, un altro figlio
del Comune, fino ai dì nostri, fino alla generazione che, incoronata
dall'aureola del martirio e della gloria, ne precede e si dilegua per
l'oscuro sentiero della tomba.

Sappiano le _animule blandule_, beffarde, leggiere che si aggirano
così amabilmente indifferenti nel circolo vizioso de' sensi e
del sentimentalismo, sghignazzando, sospirando e sbadigliando con
tanta grazia, senza infilar mai la via maestra dello affetto e del
sentimento, e delle quali il numero cresce ad occhio veggente come
le mosche e le zanzare in un'afosa giornata d'estate, ritemprarsi a
quella antica fortezza di propositi, a quell'ardore di entusiasmi,
deplorarne i traviamenti, dirigerli a ben altra, a più nobile meta. I
tesori di abnegazione che i padri nostri prodigarono nelle discordie,
prodighiamoli, una buona volta, nella concordia e nell'amore. Ma
ricordiamo, a ben comprenderli ed a ben giudicarli, che la storia ha
da essere, più che tema di erudizioni e di critiche inesauribili, più
che fredda dimostrazione matematica di ciò che doveva o non doveva
accadere, più che un'alterna vicenda sistematica di demolizioni, di
riabilitazioni e di ricostruzioni, la lampada della vita che i giovani
si trasmettono l'un l'altro inestinguibile, nella corsa infaticata per
la conquista dell'avvenire.



Gli scrittori politici del Cinquecento

DI

CESARE PAOLI.


I.

  _Signore e Signori,_

Nella storia della civiltà italiana il secolo decimosesto è uno
splendore e un tramonto. Generato dal seme vigoroso del Rinascimento
umanistico, ebbe nell'arte, nella letteratura e nei costumi, i
godimenti di un'età raffinata; e la luce della sua coltura ci empie
anche oggi di ammirazione. Ma nell'andamento politico fu un precipizio;
ogni fiaccola di libertà e d'indipendenza si spenge; ai liberi comuni
succedono i tiranni o le oligarchie; gli stranieri corrono da padroni
la penisola, se la contrastano, se la dividono, e la riducono tutta,
o quasi, in servitù. La lega di Cambray del 1508 dà un primo colpo
a Venezia; la pace pure di Cambray del 1529 uccide Firenze; l'una e
l'altra, aiutata dalle reciproche gelosie degli Stati italiani e dalle
cupidigie e dai tentennamenti dei papi; il trattato di Cateau-Cambresis
distende sull'Italia il lenzuolo funebre e l'abbandona oppressa,
avvilita, spremuta in balìa della Spagna, che finisce col toglierle,
anche nel pensiero e nei costumi, ogni alito di nazionalità.

E pure sull'orlo di questo precipizio, nel passaggio della gaia
e tumultuosa libertà al silenzio del servilismo; in mezzo alla
perturbazione continua cagionata dall'agonia delle repubbliche, dalle
effimere e violente signorie dei tiranni, dalle lotte, dalle congiure,
dalle invasioni straniere; il pensiero politico, per opera di alcuni
grandi scrittori, si eleva ad alte concezioni, destinate a sopravvivere
alla universale rovina. È in queste il germe d'una scienza nuova,
che spoglia di pregiudizi locali e di tradizioni scolastiche, fondata
sull'esperienza dei fatti, ma tendente a nuove idealità, si studia di
disegnare, tra lo sfacelo del mondo medioevale, le basi dello Stato
moderno. Di questi scrittori politici del Cinquecento è mio ufficio
oggi di parlarvi. Non senza trepidazione mi presento oggi, la prima
volta, dinanzi a voi, ben conoscendo la gravità dell'argomento e
la mia insufficienza; ma la vostra squisita cortesia, o Signori, mi
conforterà nell'arduo cammino; e, poichè altro non pretendo di essere
che un semplice espositore, avrò da voi venia, se al buon volere non
corrisponderà la poca virtù dell'ingegno.


II.

Cacciati i Medici nel 1495, la Repubblica Fiorentina, sotto
l'ispirazione di frate Girolamo Savonarola, si riordinò in istato
popolare, con un Consiglio grande, un Consiglio o Senato degli Ottanta,
un magistrato dei Dieci di libertà e balìa, che soprintendeva in
special modo alle cose della guerra; e più tardi, con la instituzione
di un gonfaloniere a vita, che fu Piero Soderini. Questo reggimento,
nato onestamente, pur avendo di continuo a lottare con gravi difficoltà
interne e con gravissime minaccie esteriori, governò con onestà e con
decoro la Repubblica sino al 1512, e alla storia di esso è legato il
nome del più grande dei nostri politici del Cinquecento, di Niccolò
Machiavelli.

Il Machiavelli era nato nel 1469, e a ventinove anni entrava negli
uffici della Repubblica, come coadiutore della seconda cancelleria, ed
era più particolarmente deputato all'ufficio di segretario dei Dieci.
Mantenuto sempre, quanto a ufficio, in un grado secondario, fu bensì
adoperato in gravi e delicate missioni, che egli adempì con grande
fedeltà e zelo; quivi si formò la sua educazione politica, quivi si
presentarono alla sua mente i gravi problemi politici e sociali della
sua età, e ne fu indotto a cercarne la soluzione e a comporne gli
elementi di una dottrina o arte di Stato.

Il professore Pasquale Villari, nel suo libro magistrale intorno a
_Niccolò Machiavelli e ai suoi tempi_[2], osservò giustamente che
uno dei documenti più importanti a conoscere la vita del segretario
fiorentino sono le sue Legazioni e Commissarie; trovandosi in esse non
solo la storia fedele della sua attività diplomatica, ma anche i primi
germi delle sue dottrine politiche[3]. Poichè debbo oggi esporvi ciò
che più volentieri sarei stato ad ascoltare dalla sua voce autorevole,
permettetemi, Signori, di toccare brevemente di queste Legazioni.

Nell'ufficio di mandatario della Repubblica Niccolò Machiavelli
visitò vari paesi e varie Corti in Italia e fuori; conobbe uomini
di Stato ragguardevoli; assistè e partecipò a fatti politici di non
piccola importanza. Io non m'indugerò, o Signori, a riferirvi le cose
trattate in queste Legazioni, e basterà, per il fine nostro, che ne
rileviamo certi lineamenti più caratteristici, dai quali si desume il
metodo d'osservazione e la preparazione sperimentale e dottrinale del
Machiavelli.

Fu quattro volte in Francia dal 1500 al 1511 e una volta, nel 1507-8
in Germania (passando per la Svizzera e per il Tirolo); e le sue
osservazioni su quelli Stati, oltrechè nei dispacci quotidiani, si
trovano raccolte in particolari relazioni che egli chiama “Ritratti„.
Osserva in Francia la gagliardia di quella Corona, e ne pone come
cagione principale l'avere essa sottomessi tutti i baroni. Non benevolo
ai Francesi nei ragguagli che dà della natura loro, nota sopratutto il
disprezzo che hanno verso gl'Italiani, perchè questi sono senz'armi
e senza denari; e con occhio attento segue la fortuna dei Francesi
in Italia, essendo con quella congiunta la fortuna di Firenze, per
cagione di un'amicizia che egli malinconicamente dice: “essersi
mendicata e nutrita con tanto spendìo, e con tanta speranza mantenuta„.
In Isvizzera rimane ammirato di quella “libertà libertà„ (com'egli
la chiama), e della piena ugualità d'ogni ordine di cittadini. Delle
comunità di Germania loda i costumi patriarcali, e studia minutamente
le relazioni tra imperatore, principi e comunità. In tutti quei paesi
stranieri studia inoltre, con profonda attenzione, gli ordini delle
milizie, esaminandoli con particolare riguardo all'Italia; e ne nota
la forza e la debolezza; o indaga con che metodi possano esse vincere,
e con quali opportuni rimedi potrebbero essere vinte dagli Italiani,
se questi avessero armi proprie. Delle armi mercenarie aveva il
Machiavelli già fatto trista esperienza nella guerra di Pisa, delle
faccende della quale aveva dovuto occuparsi giorno per giorno come
segretario dei Dieci. Quando poi, nel 1500, fu dato per compagno a
Luca di Antonio degli Albizi, commissario al campo dei Francesi che
assediavano, per conto di Firenze, quella città; potè sempre meglio
conoscere la mala fede, la violenza, le ruberie infinite di quelle
soldatesche. Del resto, dalla discesa di Carlo VIII in poi, e anche
prima, erasi fatto palese come l'Italia, per mancanza d'armi nazionali,
fosse corsa e sopraffatta dalle milizie straniere senza difesa, o
dovesse commettere la difesa sua in milizie mercenarie anche più ladre.
E io voglio qui citare il buon speziale Luca Landucci, che, nel suo
_Diario fiorentino_, all'anno 1478, con grande semplicità e dirittura,
così giudica dei soldati a servizio delle repubbliche italiane:
“L'ordine dei nostri soldati d'Italia si è questo: tu atendi a rubare
di costà, e noi faremo di qua.... Bisogna venga un dì di questi
tramontani, che v'insegnino fare le guerre.„[4].

Una delle legazioni più notevoli del Machiavelli è quella al duca
Valentino in Romagna dall'ottobre del 1502 al gennaio 1503. Aveva già
egli conosciuto di persona Cesare Borgia, fino dal giugno precedente,
avendo allora accompagnato in Urbino il vescovo Soderini, che la
Repubblica Fiorentina inviava al Duca, per congratularsi del violento
acquisto di quel ducato, e per invocare intanto la restituzione di
certe terre aretine ribellate da Vitellozzo Vitelli. E fin d'allora
il Machiavelli delineò del Valentino un ritratto che mostra com'egli
ne ricevesse una vivissima impressione. “Questo signore è molto
splendido e magnifico; e nelle armi è tanto animoso, che non è sì
gran cosa che non li paia piccola; e per gloria, e per acquistare
stato, mai si riposa, nè conosce fatica e pericolo. Giugne prima in
un luogo che se ne possa intendere la partita donde si lieva. Fassi
ben volere a' suoi soldati, ha cappati i migliori uomini d'Italia:
le quali cose lo fanno vittorioso e formidabile, aggiunto, con una
perpetua fortuna.„ Il Machiavelli era in Sinigaglia quando Cesare
Borgia, il 31 dicembre del 1502, fece prendere con fine astuzia, e poi
tranquillamente strangolare, Vitellozzo Vitelli, gli Orsini ed altri
signorotti della Romagna, già suoi emuli, e ora suoi troppo creduli
alleati; del quale eccidio il Machiavelli stesso fece poi una distesa
e vivace _Descrizione_. Ch'egli ne fosse consigliatore, come qualche
storico mediocre ha vociferato, è una stupida accusa, che non ha ombra
di fondamento; ma certo è che, per quel fatto, la immaginazione sua
fu profondamente colpita dall'energia, dall'audacia, dalla rapidità di
quel giovane tiranno che non conosceva ostacoli, e li superava tutti,
con qualsiasi mezzo, buono o cattivo, ma sempre opportuno, capacissimo
di ogni malvagità, ma (come bene osserva il Tommasini[5]), “non di
fare male vano„; e notevole anche in questo, che di quelle opere
sue, che a noi paiono malvagie, cercava avidamente la lode. In fatti
raccontò al Machiavelli la cosa “con la migliore cera del mondo„ e si
rallegrò tanto di questo successo che (dice il Machiavelli) “mi fece
restare ammirato„. Diedegli poi ordine che se ne rallegrasse colla sua
Repubblica, alla quale diceva d'aver fatto un gran bene, collo spegnere
quei nemici di lei capitalissimi, e avere “tolto via ogni seme di
scandolo, e quella zizzania che era per guastare Italia„. E i Dieci di
balìa, non meno stupefatti del loro segretario, prima gli scrissero che
si rallegrasse col Duca di “questa sua felicità„, bensì “con modestia„
per salvare almeno l'apparenza del pudore morale; ma, quando seppero
che tra gli strangolati v'era anche il rubatore delle terre d'Arezzo,
allora misero da parte ogni scrupolo, e di gran cuore confermarono
al Machiavelli la commissione dei rallegramenti; “tanto più vivamente
(dicono), da poi s'è inteso la morte di Vitellozzo, della quale questa
città ha cagione di contentarsi assai.„


III.

L'esperienza acquistata in quattordici anni di attività politica nella
mente riflessiva di Niccolò Machiavelli erasi ordinata in osservazioni
ragionate; quando la reazione del 1512, riportando in Firenze i Medici,
distrusse il governo del Soderini, e lui, Machiavelli, privò d'ogni
ufficio. Ritiratosi allora in una sua villa presso San Casciano,
datosi agli studî storici e letterari, a quegli studi, i quali,
come scrisse Cicerone, “_secundas res ornant, adversis perfugium
et solatium praebent_„, mise a profitto le osservazioni fatte,
l'esperienza acquistata nelle cose di Stato, e, corroborandola collo
studio comparativo dell'antiche istorie, ne compose quelle opere somme,
che l'hanno fatto segno ora di ammirazione, ora di odio, e anche di
vituperio, ma che hanno fatto il suo nome universale e immortale, e
hanno meritato che sul sepolcro di lui in Santa Croce si scolpisse
“_Tanto nomini nullum par elogium!_„

Le opere politiche del Machiavelli, sono principalmente due: i
_Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio_ e il _Principe_.
Nei _Discorsi_ si ragiona in tre libri, della formazione,
dell'accrescimento e dell'ordinamento delle repubbliche; nel
_Principe_, in ventisei capitoli, dei modi che ha da tenere un principe
nuovo, o piuttosto un tiranno, a fondare uno Stato e a conservarselo.
Le due opere (chi le consideri superficialmente) mostrano di avere un
carattere diverso; perchè la prima tratta di repubbliche, e l'altra
di principato; quella nella più gran parte riguarda una condizione
di ordinata libertà; questa invece uno stato violento e transitorio,
qual'è la fondazione di un principato nuovo in una società corrotta, e
per opera di un tiranno; infine i _Discorsi_ sono come un commentario
di storia antica, mentre il libro del _Principe_, proponendosi un
fine non solo dottrinale, ma pratico ed immediato, trae quasi tutti
gli esempî dalla storia contemporanea. Ma, se si studino un po'
attentamente, si vedrà che le due opere nei principî generali e nel
metodo si accordano; e di parecchie massime che sono nel _Principe_ si
trovano i germi, e più che i germi, nei _Discorsi_.

Permettetemi, Signori, di darvene un breve ragguaglio complessivo.

Nei _Discorsi_ cinque capitoli sono dedicati alla religione, che
il Machiavelli, pur considerandola come un fatto puramente umano,
pone come fondamento principale e necessario della salute degli
Stati “perchè (dice) dove è religione si presuppone ogni bene,
dove ella manca, si presuppone il contrario„. E ha una fiera ed
eloquente invettiva contro la Chiesa Romana, che muove dal principio
che, “appunto per gli esempî rei di quella corte„ l'Italia avesse
perduto ogni “divozione ed ogni religione, il che si tira dietro
infiniti inconvenienti e infiniti disordini„. Prosegue poi più
fieramente l'invettiva, accusando il potere temporale della Chiesa
d'essere d'ostacolo alla unità d'Italia, e d'averla ridotta a tanta
debolezza “da essere stata preda, non solamente di barbari potenti,
ma di qualunque l'assalta„. Di questa materia della religione è nel
_Principe_ appena qualche cenno fugace, laddove l'autore confessa la
missione divina di Mosè, e dove dice che il Principe debba, se non
essere, almeno parere religioso.

Degli ordini militari discorre con largo ed intimo studio nell'una e
nell'altra opera. Ha parole roventi contro le milizie mercenarie ed
ausiliarie, e raccomanda vivamente ai principi e alle repubbliche di
avere armi proprie.

Per quanto attiene ai metodi di governo, nei _Discorsi_ è, forse più
che nel _Principe_, conservato il rispetto a certi principî generali
di moralità, che sono superiori a ogni contingenza politica: ma però
sono sempre enunciazioni astratte, che non hanno alcuna influenza sulla
determinazione dei modi più opportuni e più efficaci che occorrono per
fondare e mantenere uno Stato.

Il Machiavelli più volte, nell'una e nell'altra opera, si chiarisce
fautore convinto dello Stato popolare, e avverso ad ogni oligarchia
di nobili ed ottimati; ma, anzi tutto, reputa necessario, per bene
instaurare una repubblica o un principato _ab imis fundamentis_, la
volontà e la mano ferrea d'un solo ordinatore, che abbia autorità
pienissima; e scusa e difende Romolo d'aver ucciso il fratello Remo,
e d'aver consentito alla morte del collega Tazio Sabino, perchè il
fine che lo indusse a tali omicidî fu la salute dello Stato. Inoltre
un principe nuovo ha da fare ogni cosa di nuovo, e perchè gli uomini
si hanno “a vezzeggiare o a spegnere„ bisogna che si faccia amico
il popolo, e tolga di mezzo gli emuli e i grandi senza pietà. Non si
fonda uno Stato libero, se non si ammazzino i figliuoli di Bruto; non
vive sicuro un principe nuovo, se si lascino vivere coloro che del
principato furono spogliati. E, in sul principio, se occorre, bisogna
anche usare crudeltà, ma usarle bene, in modo che si convertano in
utilità dei sudditi; e farle subito, e tutte ad un tratto, “per non
avere a ritornarci sopra ogni dì, e a star sempre col coltello in
mano.„ Come medicina, veda poi il principe di guadagnarsi gli uomini
col beneficarli, e i benefizî farli a poco a poco “acciocchè si
assaporino meglio„. Degnissimo di lode è il principe buono; ma la
bontà deve usare con prudenza e secondo necessità. Buono sì; ma non
tanto da essere rovinato “infra tanti che non sono buoni„; nè da avere
ritegno a fare, necessitato, cose malvagie, quando giovino a salvare lo
Stato. Peraltro, le buone qualità, anche se non si hanno è bene parere
di averle, perchè l'universale giudica secondo le apparenze, e nelle
azioni guarda al fine. Resta, per ultimo, che diciamo dell'osservare
la fede data. La quale cosa è buona e lodevole; mentre la frode (salvo
nel maneggiar la guerra) è in ogni altra azione detestabile. “Nondimeno
(dice il Machiavelli) si vede per esperienza ne' nostri tempi, quelli
principi aver fatto gran cose, che della fede han tenuto poco conto,
e che hanno saputo aggirare con astuzia i cervelli degli uomini ed
alla fine hanno superati quelli che si sono fondati in sulla lealtà.„
E cita come maestro d'inganni papa Alessandro VI, che “non fece mai
altro che ingannar uomini„; e pure gli inganni gli andarono sempre
bene, “perchè conosceva bene questa parte del mondo.„ Certo se gli
uomini fossero tutti buoni, la lealtà sarebbe un bene; ma, perchè son
tristi, e di rado osservano la fede, un “signore prudente„ non può nè
debbe osservarla agli altri “quando gli torni conto, e che sieno spente
le cagioni che la fecero promettere„. Tutto sta che s'abbiano cagioni
legittime a giustificare tale inosservanza, e che la cosa sia colorita
bene, in modo da conservarsi la reputazione dell'universale.


IV.

Queste sono, per sommi capi, le dottrine che si contengono nei libri
politici di Niccolò Machiavelli; esaminiamole ora con calma, _sine
ira et studio_. Nè a caso ho detto “con calma,„ perchè pare a me che
esse esercitino sugli animi nostri, in pari tempo, un grande fascino
e una grande repugnanza: e mentre il senso morale ne rimane offeso,
la tragica verità di certe massime si palesa nel fatto pur troppo
evidente. Della meravigliosa penetrazione del Machiavelli e della
sincerità spietata con cui egli espone le cose osservate e le dottrine
che ne derivano siamo ad un tempo sopraffatti e scandalizzati; e
ci domandiamo, con un certo sgomento, che giudizio debba farsi del
carattere morale dell'opera, che giudizio del carattere morale dello
scrittore.

Diciamo per prima cosa dell'opera. Bisogna, anzi tutto, porre in sodo
che le dottrine del Machiavelli riguardano esclusivamente lo Stato
come ente politico, e i reggitori degli Stati esclusivamente nella loro
attività politica; e non pretendono di dare precetti di morale e regole
di virtù. Ora, o Signori, se noi consideriamo la società, in mezzo alla
quale il Machiavelli viveva, non mai più profondo d'allora ci apparisce
il dissidio tra la ragione pubblica e la morale privata; non mai più
profonda la corruzione; non mai più sicura e trionfante la violenza.
Il Machiavelli ha veduto la profondità del male; e, senza riguardo nè
pietà, ha posto nella piaga il coltello del notomista, l'ha dilacerata,
l'ha messa a nudo, l'ha trattata col ferro rovente, e alla violenza
eccessiva dei mali ha opposto la violenza eccessiva dei rimedî.

Forse c'è un errore grave nelle speculazioni del Machiavelli, e questo
dipende dal metodo suo troppo rigido e sistematico, per cui dai proprî
studî solitarî e dall'osservazione di un numero limitato di fatti
trae spesso troppo generali conseguenze, di che lo rimproverò la mente
pratica di Francesco Guicciardini. Forse anche contribuì al pessimismo
delle sue dottrine lo stato dell'animo suo crucciato e invilito per
le condizioni di vita in cui si trovava, e che sono meravigliosamente
descritte in una lettera di lui del 10 dicembre 1513 al magnifico
Francesco Vettori, oratore mediceo in Roma, della quale avrò occasione
di riparlare tra poco. Ma che egli avesse “malvagio il pensiero„, come
affermò nella _Storia di Firenze_ il marchese Gino Capponi, mi pare
(con ogni riverenza) una troppo recisa ed esorbitante accusa. Malvagia
piuttosto era la materia che aveva da trattare; e perchè la trattò col
metodo storico, tenendo conto come egli dice, “della verità effettiva„
e non foggiandosi “repubbliche e principati che non si sono mai visti
nè conosciuti„, non poteva fare che quella triste materia diventasse
rosea, per contentare la voluttà sentimentale degli umanitarî e degli
ottimisti.

Siamo giusti; il tanto odiato machiavellismo non è già il Machiavelli
che l'abbia inventato. La parola dicono sia nata in Francia al tempo
di Caterina de' Medici, per sospetto e per antipatia dell'influenza
italiana[6]; e ha fatto fortuna, tirata sempre al peggior senso,
in disdoro del Machiavelli e dell'Italia; ma la cosa ha radici
antichissime; ha germinazioni sempre rinascenti; e la storia di tutti i
tempi e di tutti i paesi ci dimostra, che tra la ragione di stato e la
morale privata la conciliazione, per quanto desiderabile, non è sempre
possibile; anzi il dissidio, per quanto doloroso, è in parecchi casi
inevitabile; e talvolta, diciamolo schietto, per la salute dello Stato,
doveroso.

Niccolò Machiavelli, questo grande colpevole, è messo in croce, perchè
ha detto crudamente delle crudeli verità; ma almeno di tante accuse,
che gli sono state fatte, non avrà meritata quella di ipocrisia; e di
molte altre potrà essere giustificato, per le alte idealità, a cui è
inspirata l'opera sua, che sono: la costituzione organica dello Stato
al di sopra e all'infuori di ogni interesse individuale e partigiano;
la visione dell'Italia unita e libera da ogni oppressione straniera;
un sentimento profondo di giustizia sociale; un amore vivissimo alla
patria e alla libertà. Io vi ricorderò, o Signori, il capitolo nono del
_Principe_, dove esorta il principe a satisfare con onestà piuttosto
al popolo che ai grandi, “volendo questi opprimere, quello non
essere oppresso„, e il capitolo decimosesto, che pone tra i vizi più
perniciosi del Principe quello di “rubare i sudditi„ e di “gravare i
popoli straordinariamente„. Ricorderò quel vigoroso capitolo del libro
III dei _Discorsi_, nel quale è detto che “dove si delibera al tutto
della salute della patria, non vi debba cadere alcuna considerazione
nè di giusto, nè di ingiusto, nè di pietoso, nè di crudele, nè di
laudabile, nè d'ignominioso; anzi, posposto ogni altro rispetto,
seguire al tutto quel partito, che li salvi la vita, e mantenghile la
libertà„. Vi ricorderò infine la maravigliosa esortazione a liberare
l'Italia dai barbari, che è in fondo del _Principe_; nella quale è
tanta esuberanza di sentimento e di idealità, che l'animo del lettore
si riconforta, e ne riceve un'onda calda di fede e d'entusiasmo,
dopo avere percorso insieme coll'autore lo sconsolante cammino delle
tristizie umane.

E ora diciamo dell'uomo; e lasciando stare l'uomo privato (che, a
dir vero, non fu uno stinco di santo, almeno in quanto si riferisce
a castità di costumi e a sentimenti religiosi), vediamo il cittadino,
il pensatore. Cittadino servì lo Stato con fedeltà e con zelo, senza
vantaggio alcuno, per sè; e lasciò il servizio col rammarico di non
potere adoprare l'attività sua in pro della patria. Pensatore, serbò
fede, in ogni condizione di vita, ai proprî ideali. E qui torna in
campo la celebre lettera al Vettori, dianzi citata, la pressante
raccomandazione che egli fa all'ambasciatore di impiegarlo coi Medici;
la famosa frase: “_se anche dovessero cominciare a farmi voltolare un
sasso_„; la proposta, per conciliarsi il favore mediceo, di dedicare
al magnifico Giuliano il libro del Principe; e ne vien fuori la vecchia
accusa (rimessa a nuovo con molto compiacimento dal signor Perrens)[7]
che il Machiavelli voltasse faccia per suo interesse personale; e pur
di guadagnare e di farsi innanzi, s'adattasse a servire la tirannide,
dopo d'aver servita la libertà. Ho riferito senza attenuare; nè
contro alla grave accusa arrecherò per difesa il profondo disdegno
che egli doveva sentire di quella vita inutile o vile nella villa di
San Casciano, tra uomini volgari, che gli empieva, come egli dice, “di
muffa il cervello„, e gli convertiva spesso il riso in un “angoscioso
pianto„. Ma vogliate invece considerare che, se egli adattavasi al
nuovo governo mediceo, reso necessario dalle mutate condizioni esterne
ed interne, voleva bensì che si fondasse sulla libertà e sul popolo; e
quando, circa il 1515, per commissione di papa Leone X e del cardinale
Giulio de' Medici (che fu poi Clemente VII) scrisse un _Discorso
sopra il riformare il governo di Firenze_, si sforzò di conciliare la
preponderanza dei Medici colle forme repubblicane, ed esortò i padroni
viventi a restituire, alla morte loro, l'intera libertà al popolo.
Utopie di pensatore idealista, ma che mostrano com'egli nel mutato
ambiente politico non mutasse i suoi convincimenti.

Eppure in quella fugace restituzione di governo popolare, che avvenne
nel 1527, il Machiavelli fu sospettato, e tenuto lontano dagli ufficî;
e forse il crepacuore dell'ingrato abbandono affrettò la sua morte,
che avvenne il 22 giugno di quell'anno. Giovambattista Busini, in
una delle sue celebri lettere a Benedetto Varchi, fa del Machiavelli
un ritratto assai malevolo; ma termina con dire che “egli amava la
libertà e straordinarissimamente„. Queste parole del caldo e incorrotto
repubblicano sono la più nobile testimonianza del carattere integro di
Niccolò Machiavelli.


V.

In questo stesso anno 1527, nell'ufficio di Segretario dei Dieci,
che già era stato onorato dal nome del Machiavelli, entrava Donato
Giannotti, assai inferiore a lui, come dice lo stesso Busini.
Anche il nuovo segretario volle scrivere di politica, e quelle
sue esercitazioni continuò, caduta la repubblica, nell'esilio. Il
Giannotti, per altro, era un animo retto ma un intelletto mediocre; e
le sue elucubrazioni politiche mancano d'ogni originalità. Da Polibio
trae il concetto di governo misto di principato, di aristocrazia e
di popolo; e vuole che in questa combinazione abbia prevalenza il
popolo mediocre, cioè la democrazia borghese, mentre, rispecchiando
le antiche tradizioni fiorentine, ha in avversione i nobili e in
grande dispregio il popolo minuto. Tra gli stati moderni prende
ad esempio la Repubblica di Venezia, intorno alla quale scrisse un
trattato in forma di dialoghi, pregevolissimo; e vuole perfezionata
la costituzione data dal Savonarola alla Repubblica Fiorentina. Ma
al concetto dello Stato, della patria, che in sè riassume tutti gli
interessi, tutti gli affetti, secondo il bellissimo detto di Cicerone:
_omnes omnium caritates patria una complexa est_; a questo concetto,
che fu la grande idealità di Niccolò Machiavelli, il Giannotti non
s'innalza mai, e non è capace di intenderlo. Egli, invece, dell'affetto
e dell'avversione dei cittadini alla cosa pubblica, non trova altre
ragioni, se non l'appetito della roba e dell'onore, o la difesa contro
il danno o l'ignominia; e a questi interessi, a queste ambizioni,
che sono interessi di partiti e di persone, si studia di provvedere
con un sistema di equilibrio e di accomodamento, che si rassomiglia,
a distanza di tempi e di condizioni, al parlamentarismo moderno; di
che gli dia lode chi se ne diletta! E anche riguardo al concetto
dell'Italia il Giannotti rimane indietro; nè altro esempio voglio
addurne se non il suo _Discorso a papa Paolo III sulle cose d'Italia_;
nel quale, dopo aver ragionato, con una serie d'argomentazioni fredde
e infinitamente noiose, dei contrasti possibili tra l'Impero e la
Francia, e dell'interesse che possono avervi i potentati italiani; e
dopo avere espresso la sua avversione all'Impero, non sa trovare altro
rimedio ai mali d'Italia che invocare le armi del Re di Francia; la
quale illusione, se fu comune a quasi tutti i fuorusciti repubblicani,
mostra che il Giannotti non aveva lo sguardo più acuto degli altri;
mostra che, pur mantenendosi un intemerato repubblicano fiorentino,
non s'elevò mai al concetto d'un'Italia indipendente da ogni ingerenza
straniera. Ma la memoria di lui è, ad ogni modo, degna di venerazione,
perchè, in mezzo alla folla irrequieta e procacciante dei fuorusciti,
onorò, coi nobili studî, sè e la patria lontana; e si studiò di
apparecchiarle quello che a lui pareva il miglior governo possibile, se
la patria fiorentina fosse risorta.


VI.

Se non che, i tempi definitivamente chiusi non erano per ritornare; la
civiltà, bene o male, pigliava altre vie; e alle repubbliche sfinite
succedeva inevitabilmente il principato. All'instaurazione del quale,
in Firenze, diede opera un altro sommo storico e politico, Francesco
Guicciardini.

Anche a lui la diplomazia fu principio di educazione politica, ed
ebbe più vasta, ed in più vasto ambiente del Machiavelli, esperienza
di governi. Non ancora trentenne fu spedito ambasciatore a Ferdinando
il Cattolico, in Spagna; e presso quel principe, altrettanto perfido
quanto fortunato, apprese tutti i raggiramenti della politica europea.
Governò poi per la Chiesa, l'Emilia e la Romagna in tempi difficili,
da' tempi di papa Leone X a Clemente VII; e tenne quei governi
con fermezza e con abilità, e partecipò a negoziazioni gravissime,
corrispondendo pienamente alla fiducia de' suoi padroni; ma nell'animo
suo se ne ingenerò un grande disgusto, che egli espresse più volte
in mordaci invettive contro il governo dei preti, dolendosi della
necessità, che l'aveva costretto a servirli. Caduta la repubblica di
Firenze (la cui fine egli aveva, con diritto acume, preveduta già
da gran tempo), si adoperò ad instaurarvi, con forme temperate, il
principato mediceo, cercando di conservare qualche forma di libertà
e la preminenza degli ottimati. Primeggiò col duca Alessandro, i cui
diritti difese fieramente contro i fuorusciti; e, dopo l'uccisione
di questo, cooperò all'elezione di Cosimo, lusingandosi di tener in
propria balìa l'inesperto giovine. Ma il figliuolo di Maria Salviati
e di Giovanni delle Bande Nere (nel quale forse il Machiavelli
avrebbe riconosciuta un'incarnazione del suo _Principe_), si liberò
presto dai suoi tutori, e con senno e con fermezza, non disgiunta da
crudeltà, pose solidamente le basi della monarchia medicea. Allora
il Guicciardini si ritirò in campagna, dove attese alla grande e
monumentale opera della _Storia d'Italia_.

Il Guicciardini, come scrittore politico, è meglio conosciuto,
dacchè sono venute in luce le sue _Opere inedite_. Le _Considerazioni
sui Discorsi di Niccolò Machiavelli_ ci rivelano alcune differenze
di giudizio tra lui e il Segretario fiorentino in cose politiche;
differenze però più di metodo che di principio. I _Discorsi politici_
analizzano e spiegano, con grande conoscenza degli uomini e dei luoghi,
alcuni tra i principali avvenimenti svoltisi sotto i suoi occhi, o ai
quali egli partecipò. Nei _Dialoghi del Reggimento di Firenze_, e in
altri opuscoli, svolge le sue idee intorno a quel governo misto, che
parve a lui e ad altri il rimedio di tutti i mali. Infine i _Ricordi
politici e civili_, che egli raccolse o riordinò nel suo ritiro dagli
affari, sono una miniera preziosissima di osservazioni acute, su fatti
speciali, di regole pratiche, di ricordi vivaci.

Della mente di Francesco Guicciardini, de' suoi metodi e del suo valore
politico, del paragone che è da farsi tra lui e il Machiavelli, hanno
discorso critici valentissimi, e tra i più recenti, il Benoist, il
De-Sanctis, il Capponi, il Villari. Nè io, in verità, saprei dire più
o meglio di loro; perciò vi contenterete, Signori, di pochi lineamenti
generali.

Se si abbia rispetto alla potenza speculativa e al concetto sistematico
di una scienza di Stato, non può disconoscersi che il Machiavelli
tiene di gran lunga il primo luogo: se non che il Guicciardini è dei
fatti pratici più preciso e più diritto osservatore. Aborre dalle
teorie generali, ma nei casi particolari trova spesso la soluzione
giusta. Anch'egli fa distinzione fra la ragione di Stato e la morale
privata; alla religione non è certo più riverente di quello che sia
il Machiavelli; anche egli ammette in politica la violenza, la frode,
la simulazione; ma, spirito moderato, aborre da ogni eccesso, e si
sente che in cuor suo desidera il bene. Ciò che manca al Guicciardini è
l'idealità, l'entusiasmo, la fede in un principio superiore. Non ha un
convincimento proprio, e non può infonderlo negli altri. Infine, uomo
d'onestà indubitabile, è per altro scettico e profondamente sfiduciato;
e in tutti i suoi scritti (come stupendamente osservò Adolfo Thiers[8])
si sente “un tono di tristezza e di cruccio, come di un uomo stanco
delle innumerevoli miserie che ha visto„.


VII.

E ora, o Signori, possiamo lasciare Firenze, dove, spentasi la libertà,
spengesi pure nel popolo ogni operosità o speculazione politica.
E dobbiamo anche dire che, con la caduta di Firenze, susseguita a
venticinque anni di distanza da quella di Siena, si chiude il periodo
storico delle repubbliche comunali.

Sopravvivono Lucca e Genova, ma di vita repubblicana serbano ormai poco
più che il nome e l'apparenza; venute alle mani di aristocrazie grette
ed esclusive, nelle quali ogni giorno più si abbassava il livello
intellettuale e la dignità del sentimento politico.

In Lucca ci si offre il caso di Francesco Burlamacchi. Questi,
infervorato dalla lettura delle antiche istorie, e in specie delle
Vite di Plutarco, non che dai ricordi e dagli ammaestramenti dello
zio fra Pacifico, fervente savonaroliano, concepì il fantastico
disegno di richiamare in libertà le città toscane, e stringerle in
Federazione; del quale suo proposito, appena avviato negli atti,
e non agevolmente attuabile, ebbe a pagare il fio colla vita. Non
porremo certo il Burlamacchi nel numero dei pensatori politici, ma dei
sognatori piuttosto; un sognatore bensì onesto e generoso, e almeno
non codardo: come codardo si dimostrò il governo della sua patria,
che, spontaneamente, con un zelo fatto di paura e di ferocia, lo
denunziò all'Imperatore e a Cosimo primo, lo processò, lo torturò, e
lasciò poi consumare la strage del suo cittadino, perchè non s'avesse a
sospettare, nè anche lontanamente, che quel pio e nobile senato potesse
avere connivenza alcuna in un peccato di libertà.

Dei vizi della costituzione aristocratica genovese ragiona Uberto
Foglietta nel dialogo _Della Repubblica di Genova_, stampato la prima
volta in Roma nel 1559, che egli scrisse col leale intendimento di
predicare l'unione della cittadinanza in un sol corpo, e la razionale
e patriottica ugualità dei diritti e degli uffici; e ne fu pagato
coll'esilio. Questa opericciuola bensì, come libro di politica,
ha un valore mediocre, e non è da porsi a riscontro per altezza di
concetto nè per larghezza di vedute colle opere somme dei politici
fiorentini. Noi vediamo allegati in essa, secondo il metodo consueto
degli umanisti, i fatti della repubblica romana, per dare autorità
al ragionamento; vi vediamo delineati, con diligenza annalistica,
parecchi fatti della storia medievale di Genova; aggiuntovi qualche
accenno fugace di storia esteriore; ma tutto si riduce a uno studio non
profondo, nè completo, delle condizioni interne genovesi; nè lo sguardo
dell'autore si protende al di fuori, nè sa che vi sia un'Italia, nè la
nomina mai.


VIII.

Con più decoro, e pel nome suo e pel nome italiano, sopravvisse la
Repubblica di Venezia; poichè quella forte e veneranda compagine di
Stato, pur avviandosi fatalmente anch'essa a una lenta decadenza, trae
vitalità dall'intenso amore de' sudditi e dalle antiche virtù, non
ancora del tutto affievolite, della sua gloriosa aristocrazia. Quivi
troviamo, nella seconda metà del secolo XVI, l'anima onesta di Paulo
Paruta, la cui legazione a Roma, negli anni 1591-95, è un monumento
di sapienza e di patriottismo. Scrisse il Paruta opere dottrinali di
politica, con alto intendimento morale e civile, e con eleganza di
dettato; cioè i Dialoghi _Della perfezione della vita politica_ in tre
libri, pubblicati la prima volta nel 1579, e i _Discorsi politici_ in
due libri, che videro la luce in Venezia nel '99, un anno dopo la morte
dell'autore. Del Paruta scrisse ampiamente e bene Cirillo Monzani[9];
di recente Giuseppe De Leva[10] ha giudicato che egli sia “lo statista
il più vicino, di spirito e di senno, al Machiavelli, in ciò solo da
lui discosto, che, pio e religioso, non sogna tra le miserie d'Italia
uno Stato pagano„. Nel quale giudizio in massima conveniamo; se non
che, pare a me siano da rilevarsi nel Paruta altre differenze, anche
rispetto al metodo. Il Paruta tratta della politica principalmente da
filosofo, e si compiace non di rado (più spesso nei _Dialoghi_ che nei
_Discorsi_) delle astrazioni teoriche. Il tema che egli si propone è la
ricerca della ottima forma di governo; e, tenendo sempre volta la mente
ad un'idealità di perfezione morale e civile, intende al conseguimento
di tale fine, con nobilissima fede, e con acume d'investigazione e di
considerazioni. Ma l'osservazione vivace, l'analisi intima, penetrante,
degli uomini e delle cose, quella specie (dirò col Villari) di
“vivisezione„, per cui hanno tanta efficacia e tanta evidenza le opere
dei politici fiorentini, pare non si addica alla dignità filosofica e
allo stile togato del dotto Procuratore di San Marco.


IX.

Con Paolo Paruta si chiude la serie dei grandi scrittori politici
del Cinquecento: dopo non si sentono più che voci isolate, gridanti
nel deserto, le quali però additano una nuova via, preconizzano un
avvenire. Questa nuova via, nei primi del Secento, parve attirare lo
sguardo ambizioso e il grande e irrequieto animo di Carlo Emanuele di
Savoia; e a lui si volsero le speranze di alcuni coraggiosi scrittori
politici. Traiano Boccolini, nella _Pietra del paragone politico_,
che è una vivace e implacabile requisitoria contro la preponderanza
spagnuola, saluta Carlo Emanuele “primo guerriero d'Italia„; e poco più
tardi Alessandro Tassoni, nelle sue celebri _Filippiche_, vede nello
stesso Duca di Savoia il salvatore possibile d'Italia, ed esorta, pur
troppo invano, principi e stati italiani ad aggrupparsi intorno a lui.
Ma l'età volgeva allora a precipizio, non a risorgimento; e dovevano
passare altri secoli di servitù e di sofferenze, doveva una grande
rivoluzione rinnovare dalle fondamenta la società politica prima che il
popolo italiano trovasse la sua via. È bensì provvidenziale, e quasi
diremmo fatidico, in tanta rovina di cose, questo volgersi, sia pur
momentaneo, degli sguardi in quel piccolo e fievole raggio di luce, da
cui doveva dopo quasi tre secoli venire la salute d'Italia. Le voci di
quei profeti solitari (lo ha già detto assai bene una giovane e valente
scrittrice)[11] si perdono inascoltate nel silenzio del Secento: ma
giungono vive ed incorrotte fino a noi, perchè, antivenendo i tempi,
portarono il concetto italico di Dante e del Machiavelli “dal campo
dell'idea e dell'azione possibile in quello dell'azione reale„.

  _Signori!_

Niccolò Machiavelli, in quel sublime e angoscioso grido, con cui chiuse
il libro del _Principe_, invocava “redentore„ un tiranno qualsiasi,
purchè valesse a liberarci dalla “puzza del barbaro dominio„. Il voto
del grande pensatore, del grande patriotta è ora esaudito; e non per
violenza di tiranno, ma per virtù concorde di principe e di popolo.
Auguriamoci, o Signori, che questa virtù non s'affievolisca e non
degeneri; e come ha fatto l'Italia libera ed una, così sappia farla
moralmente grande!



L'ORLANDO FURIOSO

DI

GIOSUÈ CARDUCCI.


I.

Quando l'Ariosto mise mano all'Orlando? Non si sa preciso, ma su la
fine del 1506 la orditura doveva essere molto innanzi. Isabella d'Este
marchesana di Mantova, a cui il cardinale Ippolito aveva mandato
il poeta per rallegramenti in occasione di un parto, rispondeva il
14 febbraio 1507 al fratello, ringraziando, che l'ambasciatore _le
aveva anche per conto suo addotto gran soddisfazione, avendole con
la narrazione dell'opera che compone fatto passare due giorni non
solo senza fastidio ma con piacer grandissimo_. Ludovico s'era messo
risolutamente attorno l'opera tosto che credè aver ritrovato presso il
cardinale stanza quieta, e provvigione da sopperirgli alle strettezze
di famiglia, nelle quali aveva penosamente affaticata la sua gioventù.
Nato gli 8 settembre del 1474, egli era allora su la trentina: molto
aveva composto di versi in latino, poco e male in italiano, che le sue
rime belle sono tutte per l'Alessandro Benucci, scritte cioè nel 1513
e dopo: benchè fin dai primi anni, oltre la prova fanciullesca della
_Tisbe_, andasse attorno co'l duca Ercole a _fare_ cioè a recitare
commedie, non ne aveva ancora scritte: ma al poema pensava da un pezzo.
Egli era nato e cresciuto in un'aria tutta impregnata dalla rifioritura
classica dei romanzi. La prima edizione del _Morgante_ in ventitrè
canti fu del 1481, la seconda compiuta in ventotto dell'82. La prima
edizione dell'_Orlando innamorato_ in due libri venne del 1486; la
seconda, in tre libri, del 95. Nel 95 era anche finito il _Mambriano_,
e nel 1509 fu stampato con dedicatoria al cardinale Ippolito. Nel
1506, quando l'Ariosto gettava le fondamenta al _Furioso_, usciva dalle
stampe di Venezia il primo libro della continuazione all'_Innamorato_
composta dall'Agostini, e il secondo doveva uscire nel 13, tre anni
prima che l'Ariosto finisse la sua. Non lasciavano poi tregua alle
stampe i poemi minori.


II.

Quando un'età è ancora poetica, cioè quando la poesia già arte
d'individui è per altro in contatto ancora co'l sentimento
dell'universale e in iscambio di cooperazione con la fantasia e la
leggenda popolare, allora la epopea non è nè può esser mai individuale
affatto. La materia epica resta in comune per un pezzo fra tutta una
razza, ma disposta a prendere nel continuo rimaneggiamento dal genio
delle nazioni vario, nelle vicende opposte dei tempi, sotto le forze
dei singoli artisti, spiriti, atteggiamenti e forme diverse. Al secolo
decimoquinto materia epica erano tuttavia le leggende cavalleresche in
specie carolingie nelle quali la immaginazione del popolo e l'arte dei
poeti pur rinnovandosi si dilettavano per antico abito, come già, per
altro, con meno d'efficacia, la poesia alessandrina rilavorava nelle
intelaiature omeriche e su' miti argonautici. La poesia carolingia
francese, trasportata in Italia dai trovieri e giullari feudali de'
secoli decimosecondo e decimoterzo, ci divenne ben presto popolare,
e, quando in Francia l'antica pianta spogliavasi, i nuovi rampolli
avevano messo qui foglie e fiori. Il popolo italiano, come aveva
tredici e più secoli prima tolto in prestito dalla Grecia non pure il
mito iliaco ad innestarci i miti suoi ma l'epos omerico sol di poco e
nel men vivo rimaneggiandolo, così allora pigliava dalla Francia la
leggenda carolingia, in attenenza anche maggiore con la sua storia
recente, con le più fresche idealità, apprestandosi per altro ad
animarla e atteggiarla di spiriti e di forme singolarmente nuove. A
quelle francesi scaturigini d'epopea si abbeveravano volentieri sì
la plebe, sì i grandi e letterati: questi per amore al ristorato nome
dell'impero raffigurato in Carlomagno, quella pe'l sentimento religioso
che l'accendeva a venerare in Orlando un glorioso martire della fede.
E come ispiratrice e arbitra e giudice dell'epopea, quando spontanea
e quasi fatale, è la plebe o vero la moltitudine, e come nella plebe
prevalgono con l'istinto del soprannaturale e co'l sentimento religioso
il culto della forza e l'entusiasmo per il valore, così il carattere
epico che signoreggiò tutti gli altri e intorno o sotto al quale si
coordinarono gli altri fu Orlando.

La immagine di Ruodlando, prefetto della marca di Britannia ucciso con
altri officiali del palazzo imperiale in una imboscata di Guasconi tra
le gole de' Pirenei l'anno 777, rozzamente scolpita con tradizione
e arte monastica su la facciata della cattedrale di Verona, fu da
prima venerata come d'un santo dal popolo italiano. Il quale poi,
imparando a più genialmente conoscerlo nella marziale ardenza delle
canzoni di gesta recitate e cantate su i teatri mobili e in piazza,
se ne innamorò, se lo prese, lo fece nascere poveramente in Imola,
pargoleggiare eroico mendicante in Sutri, abbattere miracoloso
giovinetto un esercito infedele co'l suo re in Aspromonte, lo creò
senatore romano, lo vide assistere alla sacra delle vecchie chiese in
Firenze, scoprì nell'etrusche rovine di Fiesole l'antro delle fate onde
egli uscì tutto incantato, lo ritrovò a Spello gigante e peccatore,
ammirò su i campi delle battaglie nazionali i macigni che il paladino
aveva lanciati, intitolò dal nome di lui il bel promontorio presso
Castellamare e molte torri fin nell'isola di Lampedusa.

La leggenda carolingia s'allargò dunque assai presto in tutta Italia,
ma la prima confermazione letteraria l'ebbe nelle contrade del
settentrione; ella s'acclimò e si svolse in quel movimento che dal
secolo decimoterzo al cominciare del decimoquarto, avanti la egemonia
toscana, tendeva a constituire nella Lombardia, nella Venezia, nelle
regioni circumpadane una lingua e letteratura che dal francese
attingeva e derivava assai degli argomenti e non poco di forme e
colori alla elocuzione. Le poesie carolingie che corsero i castelli
e le piazze dell'alta Italia furono di più maniere. Pe'l contenuto:
canzoni di gesta francesi, con alterazioni poche e di sole parole:
poemi di argomenti simili a canzoni di gesta, ma discostantisi dalla
configurazione epica francese e con introduzione di racconti, favole
e personaggi nuovi: poemi la cui contenenza è affatto nuova, o tra
le canzoni di gesta fin qui conosciute non se ne trova che ad essi
corrispondano. Per la forma: canzoni di gesta in lingua e verseggiatura
francese: poemi di lingua e verseggiatura ibrida, nei quali il fondo
francese è tutto invaso e guasto da forme del dialetto veneto o meglio
di quella lingua letteraria che mal provò d'impiantarsi nel Veneto
e nel Lombardo, e il modello della verseggiatura francese è alterato
negli accenti, nelle sillabe, nelle rime: cantàri in dialetto veneto
con verseggiatura del modello epico francese e serie monoritme.

Della prima famiglia è la _Chanson de Roland_, che fu anche in Italia
il nòcciolo eroico di tutto il ciclo; della seconda sono sei poemi
(Beuve d'Hanstone, Berte, Karleto, Berte et Milon, Ogier le Danois,
Macaire) di mani diverse, ma raccolti insieme con evidente intenzione
ciclica, come quelli che contengono le storie della famiglia carolingia
e de' suoi principali eroi. Importantissima la storia degli amori di
Berta e Milone e della fanciullezza d'Orlando nato di loro, sì perchè
la invenzione non pure non ha riscontro in veruna canzone francese ma
è anzi alla leggenda francese del tutto contraria, sì perchè l'azione
è posta in Italia e Orlando fatto italiano, e più ancora perchè negli
amori occulti e perseguitati di Milone e di Berta, nelle avventure
della fuga e dell'esilio, sin che l'imperatore riconosce nel fanciullo
mendicante di Sutri e nella madre nascosta in una grotta il nipote e
la sorella, vediamo annunziarsi l'elemento romanzesco che è per essere
l'anima della poesia con la quale gli Italiani ricomporranno la materia
epica carolingia.

Questi poemi si conservano nella biblioteca marciana di Venezia insieme
con altri due, della terza famiglia, ma scritti ancora in francese
ibrido, _Entrée en Espagne_ e _Prise de Pampelune_ che vorrebbero più
lungo discorso. Autore del primo è un Nicolò, che annunzia, con esempio
nuovo nell'epica, la sua persona e la patria, ricordando gloriosamente
il mito iliaco tra le leggende carolingie. Son padovano, egli dice,
_della città che il troiano Antenore fece nella gioiosa marca del
Trevigian cortese_. Si è messo a _trovare_, egli afferma, _del miglior
cristiano che fosse mai cantato da giullare perchè vuole castigare i
codardi e vani, far ritornare i villani a cortesia e crescere i rettori
di terre in sano consiglio_. La sua istoria l'ha composta _acciò sia
intesa e cantata_; e _tutto questo vi so dire_, aggiunge, _perchè io
ne sono stato l'autore_. Nulla qui dunque manca del poema propriamente
letterario, nè l'affermazione della personalità, nè la rivendicazione
dell'invenzion propria, nè il fine civile, nè l'intenzione popolare.
Aggiungasi che il padovano non condusse su modelli francesi il suo
racconto di ben ventimila versi; che ricorre a fonti nuove, certo anche
alla sua fantasia, forse a tradizioni indigene; che tratta con abilità
molta il dialogo e sfoggia vera eloquenza nei discorsi dei personaggi;
che è il primo a narrare e forse a imaginare le avventure di Orlando
peregrino per isdegno in Oriente; che è il primo a citare testimone e
mallevadore di avventure anche da sè inventate Turpino.

All'_Entrata in Ispagna_ seguita nella materia la _Presa di Pamplona_
anch'essa d'un italiano di Lombardia. Egli non solo fa partecipare alla
guerra di Spagna Desiderio re dei Lombardi, in nessuna delle canzoni
francesi degnato mai di tanto, ma anche narra come, avendo i Tedeschi
dell'esercito di Carlo voluto rubare ai Lombardi il pregio e il premio
d'una loro vittoria, questi ne fecero strage; di che adiratosi Carlo
riprese e condannò i Lombardi, ma Orlando gli giustificò e difese
presso l'imperatore; il quale per ammenda concesse a Desiderio tre
privilegi: che quelli di Lombardia fossero sempre e tutti franchi, che
tutti senza distinzione di natali potessero divenir cavalieri, che
tutti potessero portare la spada a fianco anche in cospetto dei re.
La democrazia dei comuni entrò così trionfante nell'epopea feudale.
Che se a ciò che già notammo intorno l'_Entrata in Ispagna_ aggiungasi
ora come e in questa e nella _Presa di Pamplona_ le favole di più
poemi e canzoni sono raggruppate e svolte in un racconto molteplice
e continuato a cui è come guida e lume il fatto dell'antagonismo
dei prodi e dei traditori, della casa di Chiaramonte e della casa di
Maganza (che era la nota caratteristica e il nesso logico della futura
epopea romanzesca italiana), dovremo confessare che di essa epopea
l'idea tipica, la forma organica e il procedimento tecnico sono già più
che in germe ne' due poemi franco-italiani della Venezia. Anello tra
questi e la futura epopea romanzesca in ottava rima furono i cantàri in
dialetto veneto e in verseggiatura di modello francese: dei quali ci
avanza un Buovo d'Antona in 2525 versi, che deriva dall'omonimo poema
della Marciana, ed annunzia il poema toscano su lo stesso argomento. E
con essi si chiude il primo periodo della poesia romanzesca italiana,
il periodo lombardo-veneto, nel quale Orlando e Oliviero erano recitati
su teatri mobili in Milano e i cantastorie delle cose di Francia
disturbavano gli anziani di Bologna nel loro palazzo che li bandivano
dalla piazza del Comune (1278).


III.

Di su tali cantàri e di su gli anteriori poemi, dopo che Firenze
ebbe ottenuto il primato della lingua e della poesia e l'ottava rima
da lirica diventò narrativa, i cantastorie toscani e specialmente
fiorentini ripresero la materia epica. La nuova letteratura era
riuscita, proprio come Dante voleva, aristocratica (egli diceva
_aulica_): per una gran parte di popolo la Commedia anche coi commenti
rimaneva maestosamente oscura, e il Decameron era troppo artistico:
del Canzoniere non è a dire. I dantisti, gli ammiratori del Petrarca
e gli amici del Boccaccio disprezzavano coteste storie di paladini
udite lombardamente o venezievolmente strillare da rauche voci pei
trivii. I Ciompi invece, che bruciavano i palazzi dei cittadini grassi
per poi far cavalieri i padroni su le macerie, ammiravano i colpi
d'Orlando, forse piangevano su la gran rotta di Roncisvalle, certo
applaudivano ferocemente al supplizio di Gano; mentre i mercantucci
dagli ozi delle oscure botteghe proseguivano l'ideale delle avventure
per le plaghe d'Oriente, gli amori delle fanciulle reali per lo
stalliere, e il trionfo e le vendette dello stalliere tornato re. Ma
l'abbandono alla plebe di così nobil materia cristiana e cavalleresca
dovè dispiacere ai popolani serii, che pur compiacendosi dell'arte
nuova erano rimasti fedeli alle tradizioni romane ecclesiastiohe
del medioevo. In servizio dei quali e per lettura nelle camere e
nelle sale, Andrea da Barberino, notaro ed uomo di studi, ricompilò
da molti testi molte prose di romanzi, tra le quali più conosciuti
e diffusi i _Reali di Francia_, e il _Guerrin Meschino_: ricompilò
con intenzioni critiche il riordinamento cronologico e genealogico,
con intendimenti storici e religiosi, con pretensioni di stilista:
ricongiunse i Franchi ai Romani, Carlomagno a Costantino, Orlando a
Scipione, e al racconto disceso a saltelloni dalla lassa monoritmica
francese sostituì la flessuosa dicitura della novella italiana colorata
morbidamente qua e là di qualche lume ovidiano. Le compilazioni del
Barberino certamente furono lette anche allora, rimasero poi lettura
prediletta al popolo specialmente di campagna, che nei grossi libri in
ottave non ci raccapezzava di molto, mentre in quelle prose credeva
seriamente leggere la storia della Chiesa e dell'Impero; ma nulla di
nuovo e d'importante conferirono al lavorìo plebeo toscano su l'epopea
carolingia, alle cui prime e caratteristiche produzioni pare che
seguissero anzichè precedessero.

Lo spazio a cotesto lavoro, che tanto più crebbe quanto l'uso della
letteratura volgare veniva scemando negli alti ordini tutti invasati
di greco e latino, può essere posto dal 1350 al 1480. Da prima erano
cantàri staccati, poi storie in due o in quattro cantàri, poemi in
fine di quaranta o più canti, recitati questi un per giorno o a due
sessioni per giorno, con un cenno in fin di ciascuno alla contenenza
del seguente. Più famosi e stampati, e ristampati in edizioni di carta
straccia fin quasi al nostro secolo, il _Buovo d'Antona_ in ventidue
canti, la _Spagna_ in quaranta, la _Regina Ancroia_ in trenta, tutti
tre di autori fiorentini, tutti tre del secolo decimoquarto finiente, o
al più del decimoquinto cominciante. Nel primo l'argomento è anteriore
all'impero di Carlo, e si raccontano le avventure di un lontano avo
d'Orlando: il secondo contiene la parte eroica e religiosa della
leggenda carolingia, la più gran guerra contro i Saracini e la rotta di
Roncisvalle con la morte di Orlando: il terzo i fatti di Rinaldo, che
tien fronte a una regina infedele venuta ad assalire il regno di Carlo.
In tutti tre il legame ciclico e cercato e proseguito nell'antagonismo
tra maganzesi e chiaramontesi. Nel secondo e nel terzo, Orlando, che
per isdegno con Carlo va peregrino venturoso per l'Oriente, comincia a
divenir romanzesco. Nel _Buovo_ cominciano i segni della mistura comica
non senza intenzione satirica nella caricatura di gente di chiesa.
L'_Ancroia_ è il tipo già esagerato della donna guerriera. Nella
_Spagna_ c'è qualche cosa di più singolare. Carlomagno, che incognito
ritornando in Parigi si presenta alla moglie ed è riconosciuto non da
lei ma da un cane di lei, assomiglia all'eroe dell'Odissea in modo che
non par caso. Tutto ciò in Firenze su la fine del secolo decimoquarto
annunzia la fusione degli elementi e degli spiriti che in questa forma
dell'epica andrà a compiersi nel decimoquinto e meglio nel decimosesto.
Del resto nella _Spagna_ le forme esteriori del genere sono già tutte
fissate dalle necessità quotidiane della recitazione: nei principii
de' canti le preghiere o invocazioni cristiane che il Pucci imiterà e
l'Ariosto cambierà in esordii eleganti: nel fine, le licenze o congedi
agli uditori: di più, la interruzione e la ripresa delle diverse fila
della favola. L'autore del _Buovo_ comincia ogni canto con ricordare
ciò che fu detto o a che fu lasciato il racconto nell'anteriore;
come poi fece il Boiardo. Ma il fiorentino chiude una volta il
canto avvertendo gli uditori ch'egli ha sete e va a bere, intanto si
riposino. L'autore della _Spagna_ su 'l fine del quinto li ammonisce
che si ricordino di por mano alla tasca e far dono.

Luigi Pulci, raccogliendo e trasformando spiritosamente la costoro
eredità, chiude il secondo periodo, fiorentino e plebeo, della epopea
romanzesca, e introduce al terzo e ultimo, lombardo, nel quale ella
diventa classica. Anche nella seconda età dell'arte italiana, dal
1480 in poi, il movimento ricomincia da Firenze intorno la materia
popolare e con spiriti popolari. Dopo tanto greco e latino, dopo tanto
ricercare le isole fortunate della gloriosa antichità, si sentì il
bisogno di ritornare un po' in famiglia, se non altro per assettare
a onesta pompa tra le dovizie paterne le ritrovate preziosità degli
avi, per lavorare con l'arte nuovamente imparata le materie gregge
domestiche. Come Lorenzo de' Medici e Angelo Poliziano avevan preso a
rinnovare e rincivilire la ballata, lo strambotto, la lauda, il canto
carnescialesco, così il Pulci volse l'orecchio e l'animo alle storie
che si cantavano in piazza. Fu l'ultimo dei cantastorie; ma salì le
belle scale del palazzo Medici, e lesse, non cantò, alla tavola di
Lorenzo e di sua madre Lucrezia, avendo ascoltatori e consiglieri il
Poliziano, il Ficini, il Landino, genio o demonio suggeritore quel
suo bizzarrissimo ingegno non mai stanco di far capriole e rilevarsi
giovenilmente ridendo. Però, con tutto il rispetto ch'egli serba a
tutte le monotone forme organiche dell'epica popolare, manca al suo
poema la proporzione massimamente tra la prima e la seconda parte;
nè ciò fa male, come non stanno male le finestre fuor di squadra nei
palazzi di quel tempo. Egli séguita fedele nel grosso della favola i
canti dei suoi antecessori, senza darsi briga più volte di pur mutare
i versi; e con tutto ciò il Morgante è fra tutti i poemi italiani
quello nel quale la individualità del poeta si affaccia più ostinata,
più curiosa, più impertinente. Non fece nè potè fare scuola: accennò
al periodo classico, mostrando coll'esempio che anche di storie
cavalleresche si poteva fare un poema lungo, leggibile ai signori ed
ai letterati, e sprigionando tra quella fuga di fantasmi giganteschi e
grotteschi un gruppo elettrico di scintille di buon umore.

Passando dai colli toscani alle pianure del Po, dalla piazza della
Signoria di Firenze al castello di Niccolò terzo e di Borso, dalla
famiglia dei Pisistrati banchieri alla dinastia dei discendenti di
Adalberto e Matelda e dei guelfi vincitori di Ezzelino, dalla camera
d'un gentiluomo fiorentino scaduto di nome e d'averi alle stanze
merlate d'un governatore e ambasciatore ducale, dal Pulci, dico, al
Boiardo, l'epopea romanzesca ritrovava il luogo e l'uom suo. Nella
biblioteca del duca Borso c'erano molti romanzi d'avventura del
ciclo bretone e della Tavola rotonda. Matteo Maria Boiardo scriveva
egloghe latine, aveva tradotto Erodoto ed Apuleio. Intanto l'elemento
romanzesco erasi già compenetrato all'epopea carolingia non sì tosto
ella fu migrata in Italia; ma nessuno ancora aveva avuto il coraggio
di far innamorare Orlando. Anche il Pulci non scherza con l'eroe di
Roncisvalle: lo fa combattere e morire con un vero sentimento epico
che ricorda la canzone di gesta, lo fa miracoleggiare con una fede
infantile e grossa che ricorda la cronaca di Turpino. Ma il Boiardo
al ciclo guerriero carolingio che piaceva alla plebe intrecciò il
ciclo galante d'Artù che piaceva alle corti; e nell'opera sua il
terribile guercio che tagliava con Durandal i graniti dei Pirenei,
lo sposo di Alda, della quale solo il nome occorre due volte nella
_Canzone di Rolando_, s'innamora d'una principessa della China. Ciò
non per tanto, le avventure più strane, le fantasie più bizzarre, le
forme più grottesche pigliano nell'opera del Boiardo proporzione e
decenza classica. Circe e Medea non erano state fate e maghe? I dragoni
non custodivano gli orti delle Esperidi e il vello d'oro? Vulcano
fabbricò armi incantate ad Achille e ad Enea, e Achille è il primo
degl'invulnerabili. Più, il Boiardo aveva tradotto l'_Asino d'oro_,
ove la novella sensuale e la divina storia di Psiche s'incontrano fra
gl'incanti e le stregonerie più sconce e paurose. Così la nuova forma
dell'epopea romanzesca usciva gloriosamente composita dalle mani dello
scandianese ammirato lui stesso del suo lavoro.

La calata di Carlo VIII distrasse e ruppe il cerchio degli uditori:
la morte ghiacciò la mano del poeta sul principio della terza parte,
che gli rimaneva a cantare la disfatta e la morte del re Agramante
invasore del regno di Francia, con la fine degli amori di Orlando,
di Rinaldo, di Ruggero: morendo, egli lasciava i Saracini vittoriosi
intorno Parigi. Per la curiosità volgare potea bastare la continuazione
affrettata dell'Agostini. Ma la miglior generazione del miglior
tempo del Rinascimento, la generazione a cui il Bembo e il Sannazzaro
insegnavano la lingua e la poesia, e dava precetti di cavalleria il
Castiglione, di politica il Machiavelli, di filosofia il Pomponazzo, la
generazione per cui il Bramante costruiva palazzi che il Primaticcio
ornava e Giulio Romano affrescava, la generazione per cui Leonardo e
Raffaello dipingevano, Michelangelo scolpiva, il Cellini cesellava,
quella generazione voleva qualche cosa di meglio.

Ecco perchè Ludovico Ariosto continuò l'_Innamorato_ del Boiardo
componendo il _Furioso_.


IV.

L'Ariosto compose il _Furioso_ negli anni che passò al servizio del
cardinale Ippolito d'Este, come gentiluomo di fiducia adoperato negli
offici solenni o nei casi ed affari di maggior momento e più rischiosi.
Il cardinale credeva, o almeno affermava, avergli dato d'entrata presso
a trecento scudi; ma il poeta, interponendo un suo cugino a raggiustare
le partite co'l padrone, lagnavasi di non avere più che 150 lire, e
queste pagategli a sbalzi ed a sgoccioli. La provvisione ordinaria da
una lettera del cardinale (21 gennaio 1511) parrebbe determinata in
240 lire marchesane (1200 fr. circa) su proventi della cancelleria
arcivescovile di Milano: c'erano di più i frutti di certi benefizi
ecclesiastici che l'Ariosto godè per qualche tempo e avrebbe forse
anche potuto accrescere e conservare se avesse portato la chierica: il
pagamento gli era fatto ogni tre mesi, ritenendosi il costo dei panni e
vestiarii che venivano, pare, forniti dalla guardaroba del cardinale.
Il poeta aveva anche, da due o tre anni all'infuora, anni di guerra,
le spese del vivere, nel 1516 vino e frumento per due bocche, paglia
e fieno per due cavalli. In tali condizioni di vita fu scritto il
_Furioso_, che del resto fu tutt'altro che l'unico pensiero e lavoro
dell'Ariosto in quei tredici anni. Per feste del cardinale compose
nel marzo del 1508 la _Cassaria_, nel febbraio dell'anno seguente _I
Suppositi_, e tradusse e riadattò per le scene qualche commedia di
Terenzio.

Veniva intanto la lega di Cambray ad avvolgere gli Estensi nella
guerra contro Venezia e nelle furie di Giulio II. Due volte nel 1509
l'Ariosto fu spedito a Roma; la seconda, di decembre, in gran fretta
e fra pericoli grandi, a sollecitare soccorsi contro l'armata che i
Veneziani spingevano su per Po. Ebbe notizie in Roma, al 25, della
battaglia vinta da Ippolito su l'armata veneta alla Policella tre
giorni a dietro, nella quale avean combattuto tre Ariosti; e scriveva
súbito al cardinale rallegrandosi “di avere istoria da dipingere nel
padiglione del mio Ruggero a laude di Vostra Signoria„. Su la fine
dunque del nove era di certo tutta ordita e già bene avviata la favola
del poema, poichè sol nell'ultimo canto figura il padiglione nuziale di
Bradamante e Ruggero: non però che il poeta fosse allora, come talun
suppose, a scrivere l'ultimo canto: anche nel terzo, quindicesimo e
vigesimoquarto è menzione della vittoria di Policella. Nel 1510 il
papa, voltatosi coi Veneziani contro i Francesi, bandiva scomunicato
e scaduto d'ogni diritto il duca di Ferrara tenutosi fedele alla lega
di Francia e intimava al cardinale fratello di ridursi tosto a Roma.
Ippolito non la intendeva, e si metteva di mala gamba; e l'Ariosto nel
maggio e dal giugno all'agosto fu in Roma a _placargli la grand'ira di
Secondo_, che una volta in Castel Sant'Angelo minacciò di farlo buttare
in fiume se non gli si toglieva davanti. Stretto poi il duca e Ferrara
dai Veneziani e dai papali, il poeta partecipò i pericoli della patria.
Egli stesso, come ne lo lodò il fratel Gabriele nell'epicedio latino,
“tutto armato fu in campo, non per istudio di veder la battaglia e
cantar della battaglia gli eventi, ma preparato a morire di onesta
morte per la patria e aggiungere onore agli onori del nome suo„. Ciò
fu sotto i comandi di Enea Pio da Carpi in una seconda battaglia della
Policella, che il duca anche vinse su' Veneziani il 24 settembre del
dieci, e nella quale è fama che il poeta assalisse e conquistasse
egli una nave dei nemici. Subito dopo la battaglia di Ravenna (11
aprile 1512), ove il duca Alfonso fece miracoli con la sua artiglieria
distruggendo la fanteria spagnuola senza molti riguardi agli alleati
francesi ( — Tirate, tirate, — gridava a' suoi, — son tutti barbari a
un modo e nostri nemici — ), egli vide il campo.

    Io venni dove le campagne rosse
      Eran del sangue barbaro e latino,
      Che fiera stella dianzi a furor mosse;
    E vidi un morto all'altro sì vicino,
      Che, senza premer lor, quasi il terreno
      A molte miglia non dava il cammino.

Ma la vittoria di Ravenna fiaccò e disciolse l'esercito francese;
e il duca dovè nel luglio andare a Roma, con salvacondotto, alla
sottomissione. Se non che Giulio troppo incalzava con le pretese, e
poco cedeva Alfonso; che finalmente, non ostante il salvacondotto,
ebbe di catti di scampar dalla _grand'ira di Secondo_ tra le armi dei
Colonna, che lo tenner celato tre mesi nel loro castello di Marino,
onde sotto più travestimenti, di cacciatore, di famiglio, di frate,
si salvò per la Toscana a Ferrara nell'ottobre. L'Ariosto accompagnò
tra quei pericoli e in quelle fughe e travestimenti il signore; e il
primo d'ottobre in riparo a Firenze scriveva a un Gonzaga: “Sono uscito
delle latebre e dei lustri delle fiere e passato alle conversazioni
degli uomini. Dei nostri pericoli non posso ancora parlare: _animus
meminisse horret luctuque refugit_. Da parte mia non è quieta ancora
la paura, trovandomi ancora in caccia, ormato da levrieri, da' quali
Domine ne scampi. Ho passato la notte in una casetta da soccorso, vicin
di Firenze, col nobile mascherato, l'orecchio all'erta ed il cuore in
soprassalto„. Nel marzo del 13 con la elezione di Leone X rinacquero
o crebbero le speranze di meglio nel duca e più forse in Ludovico, che
era stato dei famigliari del cardinal de' Medici, e che súbito mandato
a Roma per _faccende ducali_ vedeva intorno al nuovo papa i suoi
vecchi amici, il Divizio, il Sadoleto, il Bembo. Se non che ben presto
(7 aprile) scriveva con la sua ironia bonaria a Ferrara: “È vero che
ho baciato il piè al papa, e m'ha mostrato di odir volentera: veduto
non credo che m'abbia, chè dopo che è papa non porta più l'occhiale.
Offerta alcuna nè da Sua Santità nè da li amici miei divenuti grandi
novamente mi è stata fatta: li quali mi pare che tutti imitino il papa
in veder poco.„ Di Bernardo Divizi aggiungeva: “È troppo gran maestro,
ed è gran fatica a potersegli accostare; sì perchè ha sempre intorno
un sì grosso cerchio di gente che mal si può penetrare, sì perchè si
convien combattere a dieci usci prima che si arrivi dove sia: la qual
cosa è a me tanto odiosa, che non so quando lo vedessi: nè anco tento
di vederlo, nè lui nè uomo che sia in quel palazzo.„ E conchiudeva:
“Io intendo che a Ferrara si estima che io sia un gran maestro qui: io
vi prego che voi li caviate di questo errore.„ Meglio che la fortuna
gli arrise l'amore: di ritorno da Roma in Firenze, per le feste di San
Giovanni, s'innamorò fermamente della fiorentina Alessandra Benucci,
per la quale scrisse rime bellissime, e la cui leggiadra imagine egli
vagheggiava tra le favoleggiate battaglie e dinanzi alle ferite del più
gentile de' suoi cavalieri (nel c. XXIV):

    Così talora un bel purpureo nastro
    Ho veduto partir tela d'argento
    Da quella bianca man più ch'alabastro
    Da cui partire il cor spesso mi sento.

Sul finire del 13 si raccolse in Ferrara, dove il suo cardinale,
esperimentato Leone di volontà non migliore che Giulio, s'era ridotto,
e dove anche Alessandra venne, vedova com'era d'un Tito Strozzi
gentiluomo ferrarese.

Per un anno e mezzo attese a fornire e limare il poema, del quale nel
luglio del dodici alle dimande del marchese di Mantova aveva risposto
non essere _limato nè fornito ancora come quello che è grande ed ha
bisogno di grande opera_. Amore la agevolò. Dicono che la Benucci
esigesse, per aprire al poeta, compiuto un canto ogni mese. Ai 26
ottobre del quindici l'Ariosto supplicava al doge di Venezia, che,
avendo egli “con lunghe vigilie e fatiche, per spasso e ricreazione de'
signori e persone di animo gentile e madonne, composta un'opera in la
quale si tratta di cose piacevoli e dilettabili d'armi e di amori, e
desiderando ponerla in luce per sollazzo e piacere di qualunque vorrà
e che si diletterà di leggerla,„ volesse il doge dar privilegio nel suo
dominio alla stampa che l'autore preparava. Più di un mese innanzi (17
settembre) il Cardinal d'Este aveva scritto al suo cognato marchese di
Mantova, come, _essendo per far stampare un libro di messer Ludovico
Ariosto suo servitore ed a questo bisognandogli estrarre da Salò mille
risme di carta_, lo pregava per esenzione del dazio al porgitore della
lettera. Il _Furioso_ era dunque finito nella seconda metà del quindici
che l'Ariosto aveva quarantun anno, età giusta, pensa un francese
del giusto mezzo, per l'epica: troppo presto il Tasso, troppo tardi
il Milton. E a' 22 aprile del sedici era finito anche di stampare da
Giovanni Mazzocchi dal Bondeno in Ferrara.

Nella seconda carta di codesta prima edizione si può leggere una bolla
di Leon X del 26 marzo contrassegnata dal Sadoleto, con la quale il
pontefice, lodando la singolare e antica osservanza dell'Ariosto
a sè e alla sua casa, la egregia dottrina in lui delle lettere e
arti buone, l'elegante e chiarissimo ingegno ne' più miti studi e
specialmente nella poesia, risolve che tutti questi e meriti e pregi
paiono quasi per diritto esigere che il pontefice conceda liberalmente
e graziosamente al poeta ogni cosa che possa tornargli in vantaggio,
specialmente dimandando egli cose giuste ed oneste; séguita anche
lodando i libri dell'_Orlando Furioso_ scritti in volgar lingua ed
in verso, scherzevolmente (_ludicro more_), pur con lungo studio e
meditazione e con molte veglie: dopo che viene alle solite comminazioni
di multe e pene, compresa la scomunica, a chi riprodurrà o venderà,
senza il permesso dell'autore, il _Furioso_. Per un poema dove
l'apostolo San Giovanni figura per dimostratore di certe cose nel mondo
della luna non c'è male da parte di un papa; ma fu la sola larghezza
che il patrono di Baraballo facesse al maggior poeta del secolo; se pur
larghezza s'ha a dire, dando retta al poeta nella satira quarta:

    Di mezza quella bolla anco cortese
    Mi fu, de la quale ora il mio Bibbiena
    Espedito m'ha il resto e le mie spese.


V.

E ora che dire del _Furioso_? Anzi tutto, non cose nuove.

Che Angelica e Bradamante non raggiunte mai da' cavalieri i quali si
ostinano a seguitarle rendano imagine del genio d'Italia; che anche
Orlando dia come una somiglianza del popolo italiano inebriato dal
filtro del medio evo; che l'Ariosto abbandoni, abbattuto dal trono,
alle risate del volgo il vecchio Cesare, il quale aveva di tante
illusioni pasciuto lo spirito di Dante, che colpisca l'impero di Carlo
V e il regno di Francesco I, rimandando essi oltr'alpe con in dosso
a pena gli stracci degli orpelli onde la tradizion cavalleresca aveva
ammantato le loro povere persone; sono volate di fantasia storica che
nella poetica prosa del Quinet posson piacere, anche perchè movono
da un principio di vero; ed è, che il _Furioso_ è tutto informato
al sentimento e alla vita del tempo in che fu composto. Non so se
la fantasia storica del Quinet fosse almen di lontano ispirata da
un'idea estetica del Gioberti, il quale, cercando invano con dottrinali
preoccupazioni nel _Furioso_ una finalità epica, scoprì in vece in
quella continuata ironia la satira della cavalleria e del medio evo.

Ma la finalità del poema romanzesco è in sè stesso, è, come scriveva
l'Ariosto al doge di Venezia, nel raccontar piacevole a ricreazione
delle persone d'animo gentile. L'Ariosto in questi propositi continuava
il Boiardo; il quale scherzò anch'egli su gli eroi e su le donne,
e mescolò l'umore all'entusiasmo e la novella all'epos, e pure è
giustamente annoverato tra i più seri e sentimentali poeti della
cavalleria. L'epopea romanzesca, nel lavorio di rifacimento col quale
gl'italiani la vennero di continuo trasmutando, non pur non rimase
nè potea rimanere in fedel soggezione d'uno spirito tradizionale o
quasi originale che la movesse e atteggiasse sempre ad un modo, ma
nè fu nè si tenne obbligata mai a riprodurre caratteri stabilmente
fermati in un tipo consuetudinario, anzi nello svolgersi a fasi nuove
rinnovava tuttavia spiriti e colori secondo gli ambienti diversi.
E come gli autori de' poemi franco-italiani e dei cantàri veneti
del secolo decimoterzo e decimoquarto avevano con un primo natural
processo italianizzati i paladini francesi delle canzoni di gesta, e
come i cantastorie di Firenze gli avevano poi ridotti alle proporzioni
e alle fattezze intellettuali de' Ciompi; così l'Ariosto vide e
ritrasse gli eroi del Boiardo e degli altri suoi prossimi antecessori
tra il prisma del molteplice Rinascimento. E male fu scambiato per
intenzionale ironia quel fine spirito del tempo nuovo che scherza
luminoso e tranquillo fra i pennoni dei paladini e i veli delle dame
del buon tempo antico. E male si giudica prosaicamente ironico e
volgarmente scettico quel tempo, nel quale anzi lo spirito italiano
(e fu questa la sua gloria e la sua grazia immortale) giunto al
sommo dell'ascensione parve abbracciare, se mi si conceda l'imagine,
l'antichità e il medio evo, l'occidente e l'oriente, con tale una
potente gioia di amore espansivo che anche parve per un momento volerli
e poterli in quel suo divino abbracciamento fondere e confondere a sè.
La generazione poi della quale era l'Ariosto serbava ancora, malgrado
gli Sforza ed i Borgia, qualche sentimento di cavalleria: lo attestano
i soldati francesi in quella memorabile liberazione e resistenza di
Pisa giuratisi campioni e difensori alle dame, lo attesta la disfida
di Barletta e la figura di Baiardo cavalcante severo e gentile tra
i lanzichenecchi. La luce del _Furioso_ spuntò tra la battaglia di
Ravenna e la battaglia di Marignano, vinta quella da un giovin capitano
che per amore della dama vi combattè con un braccio tutto ignudo, vinta
questa da un giovine re che prima di dar dentro volle esser armato
cavaliere da Baiardo. Che se la vittoria di Ravenna fu guadagnata
dalla fanteria villana di Dumolard e dalla artiglieria sapiente
del duca Alfonso (le due arme della rivoluzione e della monarchia
moderna), la cavalleria italiana fece nella resistenza dalla parte
dei confederati prove gloriose; e Fabrizio Colonna, dopo romanamente
respinti dalle mura delle città sette assalti, si precipitò nella
battaglia caricando a capo dei suoi cavalieri i cannonieri e i cannoni
d'Alfonso e di Francia sin che fu fatto prigione in mezzo ai pezzi. E
la battaglia di Marignano che durò tre giorni, e nella quale eserciti
di tre lingue si mescolarono al lume di luna per iscannarsi, e il re
di Francia credendo aver raggiunto un corpo di suoi si trovò in mezzo
a ottomila Svizzeri, che per farsi riconoscere gli puntarono (come
egli scrisse) seicento picche al naso, “bevve dell'acqua d'un ruscello
tutta sanguinosa, mentre un trombetta italiano al suo fianco soffiava
tutta notte nel corno, come Orlando a Roncisvalle, contro i corni di
Unterwald ed Uri; la battaglia di Marignano non è veramente ariostesca?
Tanto poi l'Ariosto fu di per sè lontano dall'intenzione d'una finale
ironia contro l'ideale cavalleresco, che a gloria della spada e della
lancia fe' maledire a Orlando l'arma da fuoco e l'artiglieria, forza
e vanto del suo duca. Ma come si può parlare d'ironia intenzionale
dell'Ariosto? dell'Ariosto, che al personaggio di Carlomagno,
mortificato dalla famigliarità birichina dei piazzaiuoli di Firenze,
restituì la maestà d'imperatore e il contegno d'eroe? dell'Ariosto
che l'Astolfo fatto buffone dal Boiardo rifece cavaliere d'avventure
e miracoli, pronto a tutto affrontare, le porte così dell'inferno come
del paradiso, con quella sua seria audacia inglese che lo costituisce
degno istromento della provvidenza alla salute d'Orlando? dell'Ariosto
che in Orlando il peccato dell'amore, peccato per l'eroe e pe'l
cristiano, punisce con la terribil pazzia? E come si può parlare
d'ironia continua e finale dinanzi alla terribilità tragica di quella
pazzia in quella più che descrizione e narrazione epica, la quale dalla
minuta e fedele osservazione dei succedentisi momenti psicologici va
a passo a passo crescendo vorticosa e vertiginosa e finisce in uno
scoppio titanico? dinanzi all'eroica grandezza dell'ultimo abbattimento
fra i tre re saracini e i tre paladini, e alla mossa, tutta di cuore,
del poeta, su'l cadere di Brandimarte,

    Padre del ciel dà fra gli eletti tuoi
    Al martir tuo fedele omai ricetto?

La cavalleria feudale era morta da un pezzo, ma l'idealità della
cavalleria civile colorava ancora d'un'ultima luce crepuscolare
l'Europa trasformantesi nelle monarchie accentratrici e amministrative.
Francesco I invecchierà, e diverrà traditore, spergiuro, brutale. Verrà
la triste figura di Carlo V. Egli, nella incoronazione, a Bologna,
toccava colla spada la testa di chi voleva essere cavaliere dicendogli
_Esto miles_; e tanti si affollarono chieditori intorno a lui,
gridando — _Sire, sire, ad me, ad me_, — che egli stanco e sudato e
dicendo ai cortigiani — _No puedo mas_ — inchinò sopra tutti la spada,
soggiungendo — _Estote milites, todos, todos;_ — e così replicando, gli
astanti partirono cavalieri tutti e contenti. Allora Teofilo Folengo
frate e Pietro Aretino vivente su le tristi lusingherie della rea
penna poteron bene con grossolana caricatura fare strazio d'Orlando, di
Rinaldo e d'ogni cavalleria. L'Ariosto no: egli era troppo gentiluomo e
poeta.

Che l'Ariosto, passando ad altro, attingesse a molte fonti, pigliando,
come dicea La Fontaine, il suo bene dove lo trovava, lo disse fin dal
tempo del poeta il Pigna, e raccontò com'egli avesse fin tradotto per
suo uso romanzi francesi e spagnuoli; lo provarono fin dal cinquecento
il Dolce, il Lavezzuola, il Ruscelli, mettendo in vista favole,
descrizioni, comparazioni ch'egli ebbe derivate da greci, da latini,
da italiani. Ultimamente compiè le ricerche con un libro, ove nulla,
credo, si desidera, Pio Rajna, il critico che più originalmente ha
studiato le fonti e i procedimenti della epopea cavalleresca tra
noi. Ma dopo tante ricognizioni e rivendicazioni la parte che rimane
all'invenzione dell'Ariosto è pur sempre grande, e ciò che egli prese
da altre o conservò della leggenda comune od opere d'arte individuali
egli lo ha così trasformato sotto il fuoco del suo ingegno e nel
crogiuolo dell'arte sua, che a distinguerlo ci vuole il più delle volte
un vero lavoro di critica chimica. Questione del resto che importa
assai più alla storia della letteratura che a quella dell'arte. Era
negl'istituti, per così dire, dell'epopea romanzesca, che ogni nuovo
autore prendesse liberamente da' suoi antecessori e vicini tutto che
gli giovasse e piacesse; era nel costume del Rinascimento rivestirsi
delle spoglie greche e latine. Il Foscolo paragonò benissimo il
_Furioso_ alla chiesa di San Marco, che i Veneziani fabbricarono a
colonne di tutti gli ordini, con marmi di tutti i colori, con frammenti
dei tempii greci e di palazzi bizantini. Gli antiquari fan bene a
riconoscere e distinguere il frammento del tale arco romano, i marmi
di quel tempio greco, le colonne della tale altra chiesa bizantina, e
anche la rozza pietra d'un torrazzo feudale. Noi chiediamo alla solenne
opera dell'architettura: c'è dentro il Dio? Sì? Adoriamolo.

Il dio per noi è l'artista. E artista l'Ariosto è senza paragoni
grande. Non quale se lo favoleggia certo volgo di lettori e critici
dozzinali, fantasia sbrigliata e smemorata che si prodiga negli
episodi sorridendo ella stessa del suo smarrirsi in via dietro le
mille sue favole: egli invece ha, come tutti i poeti della famiglia
greco-latina, un senso dell'ordine e della proporzione, un senso della
finalità artistica, mirabilmente serio e ragionativo. Si propose di
continuare l'_Innamorato_ del Boiardo, “per non introdurre, osservava
benissimo il Pigna, nuovi nomi di persone e nuovi cominciamenti di
materie nell'orecchie degli italiani, essendo che i soggetti del conte
erano già nella loro mente impressi ed instabiliti in tal guisa, che
egli, non continovandogli ma diversa istoria cominciando, cosa poco
dilettevole composto avrebbe„: intitolò da Orlando il poema, perchè
Orlando era l'eroe più popolarmente conosciuto ed accetto della gesta
carolingia; la guerra poi tra cristiani e infedeli, oltre che l'aveva
ereditata dal Boiardo, era d'obbligo, come quella che forniva, per
così dire, il centro d'unità e lo spazio e il termine idealmente
storico a ogni epopea romanzesca. Ma la parte di continuatore abbandonò
egli subito e uscì francamente dalla serie o dalla classe de' suoi
predecessori avendo in prima luce i caratteri già secondari di Ruggero
e di Bradamante e facendo del loro matrimonio il soggetto principale
del poema, soggetto che ha in sè il concetto politico, la illustrazione
della casa d'Este, come l'Eneide ebbe l'apoteosi della casa Giulia.
Così l'Ariosto, lungi dagli intendimenti e dagli spiriti o democratici
o feudali de' suoi predecessori, rientra e rimane tutto nel tempo suo,
nel primo ventennio del secolo decimosesto, quando, non rialzatosi
ancora con Carlo V l'impero nella nuova forma e forza di gran potenza
militare straniera a soggettare l'Italia, era possibile, era opportuno,
era utile sollevare e glorificare una antica dinastia italiana contro
le insidie e le minacce della mostruosa signoria papale che al fine
ingoiò Ferrara. E rientra nel tempo suo anche come artista. Egli è un
classico, ma classico composito del Rinascimento; e il _Furioso_ è,
ben disse il Voltaire, l'Iliade e l'Odissea insieme, il poema politico
e religioso, l'epopea eroica, con Carlo-Magno ed Orlando, il poema
privato e famigliare, il romanzo moderno, con Ruggero e Bradamante.
Favola generale o meglio fondamento del complesso poema è la guerra fra
tutta la cristianità e tutto l'islam: centro Parigi, con i due re, i
due eserciti l'uno a fronte dell'altro, dai quali e ai quali vengono,
vanno, ritornano, intrecciandosi nelle direzioni di tutti i venti _le
donne, i cavalier, l'armi, gli amori_. Sommo tra i cavalieri Orlando
pe'l cui amore e per la pazzia la catastrofe rimane sospesa come per
l'ira d'Achille la presa di Troia: principalissimi tra i personaggi
Ruggero e Bradamante, di nazione e fede diversi, nella disgiunzione
de' cui amori si ricongiunge il vario movimento de' due campi, nella
congiunzione la favola si chiude. Orlando rinsavito trasporta la
guerra cristiana in Africa espugnando Biserta capitale del nemico di
Carlo, e la finisce col gran duello nell'isola di Lampedusa. Ruggero,
nello stesso giorno delle nozze con Bradamante, uccide l'ultimo
e più terribil nemico avanzato al nome cristiano, Rodomonte. Così
la cristianità è non pur salva ma secura, e la famiglia d'Este ha
principio.


VI.

L'Ariosto, per attendere con più riposato animo agli studi, fatta nel
1527 divisione dai fratelli, che egli aveva allevati e messi in istato,
si tirò su una casetta in contrada Mirasole, e vi condusse attorno
un orto o giardino, la cui costruzione e coltivazione e la revisione
del poema gli furono ultime occupazioni della vita. “Nelle cose dei
giardini — scrive suo figlio Virginio — teneva il modo medesimo che
nel far de' versi; perchè mai non lasciava cosa alcuna che piantasse
più di tre mesi in un loco, e, se piantava anime di persiche o semente
di alcuna sorte, andava tante volte a vedere se germogliavano, che
finalmente rompeva il germoglio. E perchè aveva poca cognizione d'erbe,
il più delle volte presumea che qualunque erba che nascesse vicina
alla cosa seminata da esso fosse quella; la custodiva con diligenza
grande fin tanto che la cosa fosse ridotta a' termini che non accascava
averne dubbio. Io mi ricordo, ch'avendo seminato de' capperi ogni
giorno andava a vederli, e stava con una allegrezza grande di così
bella nascione; finalmente trovò ch'erano sambuchi, e che de' capperi
non n'eran nati alcuni.„ Quanto alla casa: “perchè — séguita Virginio —
male corrispondevan le cose fatte all'animo suo, solea dolersi spesso
che non gli fosse così facile il mutar le fabbriche come li suoi
versi, e agli uomini che gli dicevano che si maravigliavano ch'esso
non facesse una bella casa essendo persona che così ben dipingeva
i palazzi, rispondeva, che faceva quelli belli senza denari.„ Della
correzione dei versi: “avvedutosi — riferisce il Pigna — che alle volte
il cercar troppo di cambiare ogni minima cosa più tosto di danno gli
era che di giovamento, usò di dire che de' versi quello avveniva che
degli alberi: per ciò che una pianta che piantata da sè vaga risurga,
se vi s'aggiunge la mano del coltivatore che alquanto la rimondi, più
felicemente ancora può crescere; ma se, dopo troppo vi sta attorno,
ella perde la sua natia vaghezza. Parimente una stanza che quasi ne
sia dalla mente in un sùbito uscita e che sia bella, se quel poco di
rozzo vi si lieva che vi si scorge essere avvenuto nel primo parto,
potrà agevolmente parer migliore; ma, se pur tuttavia il poeta vuole
affinarla, rimarrane senza quella prima beltà che portò seco nel
nascere.„

Certo che un sommo buon gusto guidò l'Ariosto alla perfezione nel
correggere, che non avvenne al Tasso. Ma anch'egli, come il Tasso,
sarebbesi abbandonato a troppi critici e consiglieri, se fosse vero
che avesse dato a esaminare ed emendare il poema al Bembo, al Molza,
al Navagero, al Sadoleto, a Marc'Antognio Magno e a non so quanti
altri; se fosse vero, ciò che racconta il Giraldi, che, aumentatolo,
due anni innanzi di darlo alla stampa, lo ponesse nella sala della
sua casa, lasciandolo in balia del giudizio di ciascuno. Benissimo
pensava il La Bruyère, non essere opera per quanto perfetta che non
s'andasse dissolvendo per la critica, se l'autore consentisse a tutti
i censori che volessero tolto via il luogo che a loro piaccia meno.
Ma l'Ariosto pare a me chiedesse e accettasse consigli ed emendamenti
soltanto su l'elocuzione, nè c'è prova che ad altri per ciò si
rivolgesse che al Bembo; al quale a' 23 febbraio del 1531 scriveva:
“Io son per finir di rivedere il mio _Furioso_; poi verrò a Padova
per conferire con V. S. e imparare da Lei quello che per me non sono
atto a conoscere.„ E a Padova fu di fatto nell'ottobre, ma v'andò dai
bagni d'Abano con la febbre e vi restò pochi giorni pure ammalato, per
poi seguitare il duca a Venezia. Con la terzana a dosso e in pochi
giorni le conferenze non poterono essere sì lunghe che l'Ariosto
imparasse dal Bembo a correggere un poema di quarantasei canti. Ci
sarebbero anche stati, secondo la tradizione, correttori più umili:
un monaco Severo camaldolese di Volterra o di Firenzuola; un Annibale
Bichi, uomo d'armi da Siena, che scrisse certe stanze e una lettera
all'Aretino; l'Alessandra Benucci di Firenze. Che il frate volterrano
e il soldato senese potessero suggerire o migliorare al poeta qualche
frase o qualche forma, non si vuol negare; ma che potessero insegnargli
e correggergli tutta la lingua con la quale è scritto il _Furioso_
par difficile. Che l'amore su la fiorentina bocca dell'Alessandra
potesse dirozzare certe grossolanità del ferrarese, amerei crederlo; ma
l'Alessandra nelle lettere che di lei ci rimangono lombardeggia ella
a tutto spiano. E pure è fama che l'Ariosto negli ultimi anni fosse
venuto a tali scrupoli di fiorentinismo da dar dei punti al Manzoni;
non voleva, per esempio, scrivere _palazzo_, perchè i Fiorentini
allora dicevano _palagio_. Tutto si accomoderebbe se fosse vero ciò che
asseriva il Salviati, facendosi della toscanità di messer Ludovico arma
e scudo contro il Tasso, cioè che egli dimorò in Firenze, per imparare
i vocaboli e le proprietà del linguaggio, parecchi anni. Ma l'Ariosto
fu, è vero, in Firenze, ben sei volte, ma sempre o di passaggio o per
breve soggiorno: al più si può concedere al Fornari che un qualche anno
(forse il 1520) ei ci restasse per ispazio di sei mesi in casa d'un
Vespucci parente dell'Alessandra. Ma sei mesi sono eglino sufficienti a
tesoreggiare tanta ricchezza di gentil parlare quanta è nei quarantasei
canti? E pure il Foscolo notava giustamente: “Se si confrontino le due
edizioni (del 16 e del 32), e il confronto sarebbe lezione a' giovani
poeti utilissima, apparirà incomprensibile come uno scrittore che
incominciò dal peccare sì grossamente contro le regole del buon gusto e
della dizione poetica potesse in séguito espungere tali colpe e mettere
in loro luogo così gran numero di trascendenti bellezze.„ In somma, se
fosse poi vero che all'Ariosto anche di proprietà e d'eleganza fosse
trovatore e affinatore l'ingegno aiutato da una facoltà di percezione
prontissima e squisitissima?


VII.

Parve singolare al Gibbon che de' cinque maggiori poeti epici venuti
nello spazio di quasi tremila anni sul teatro del mondo due sieno
reclamati a sì breve intervallo da sì piccol territorio quale il
ducato di Ferrara. Ma lasciando da una parte Omero e dall'altra
Virgilio e Milton, i quali solo l'antica poetica poteva ammettere
nella stessa famiglia con l'Ariosto, e aggiungendo il Boiardo che nel
genere romanzesco è de' poeti maggiori, pare anzi naturalissimo, chi
ricordi e accetti le cose in principio discorse su lo svolgimento
dell'epopea romanzesca, che Ferrara producesse nello spazio di un
secolo i tre maggiori poemi cavallereschi a distanza quasi precisa
d'un cinquant'anni fra loro, cominciando il movimento coll'_Innamorato_
nel 1486, toccando la perfezione col _Furioso_ nel 1532, determinando
la reazione con la _Gerusalemme_ nel 1581. Contro altre osservazioni
e meraviglie che nell'aer crasso della bassura ferrarese potesse
accendersi quel gran sole della fantasia ariostesca, io volli
diffondermi a raccogliere i particolari delle condizioni economiche
e delle difficoltà politiche, delle incertezze e inquietezze quasi
continue tra le quali fu concepito e composto il _Furioso_, io
volli distendermi a raccontare le strettezze, le taccagnerie, le
ingratitudini e iniquità delle quali l'Ariosto fu tribolato tutta quasi
la vita; perchè, raffrontate tali condizioni alle condizioni di pace,
di agiatezza, di pompa, tra le quali scrissero Virgilio ed il Goethe,
raffrontata alla villa di Posilipo e al casino di Weimar la casa
paterna dell'Ariosto onde la veduta del piano è scarsa e sconsolata
e la casetta di Mirasole ove la vita è imprigionata fra pochi metri
di orti e di mura, e ripensando quanto spirital mondo fosse intuito
e creato, quanta e quale serenità di poesia si spandesse da tali
confini, l'uomo si rialzi e si rallegri e conforti, che in fine in
fine l'ingegno umano trovi tutto in sè stesso. Nell'animo di Ludovico
Ariosto non tramontava mai il sole interno più veramente che non
tramontasse su i regni di Carlo quinto il sole della natura.

Più degna di esser notata mi pare la somiglianza delle circostanze,
di preparazione, d'inspirazione, di svolgimento e di effetti, che
è tra il lavoro letterario dell'Ariosto e quello, da una parte, di
Dante, dall'altra di Alessandro Manzoni. Nati e cresciuti tutti tre
nei principii d'un movimento e d'un mutamento politico e letterario
che determinò le più differenti e in diverso aspetto più importanti
età della vita italiana, tutti tre, modificate essenzialmente
ma non spogliate al tutto le idee e le affezioni della gioventù,
accompagnarono il mutamento e il movimento, fin che, non dico lo
fermarono, ma lo illustrarono al punto più alto dell'ascensione con
un'opera che, raccogliendo tutte le idealità del loro passato ed
agendo con grande efficacia su gli spiriti le opinioni e le concezioni
estetiche del presente, eccitò pure una reazione. Dante, cresciuto nel
primo scadimento del papato e dell'impero, del medio evo in somma,
e quando il reggimento delle città italiane passava nelle forme o
del comune o della signoria dalle oligarchie gentilizie all'autorità
democratica, mutatosi da guelfo a ghibellino e da dicitor d'amore
a neoclassico, scrisse, dopo la rivoluzione di Giano della Bella
che gli tolse la nobiltà, dopo il colpo di stato del Valois che gli
tolse la patria, la _Commedia_, opera guelfa insieme e ghibellina,
scolastica e popolare sì nel concepimento sì nell'esecuzione; e pur
raggiando gli albori dell'età nuova chiuse il medio evo, levandone
alle maggiori altezze l'idealità e universalità artistica: alle quali
seguirono per reazione l'opera individuale del Petrarca e l'opera
realistica del Boccaccio. Nato e cresciuto quando l'umanesimo finiva
d'abbattere i resti di quelle comunità d'arte e pensiero indigene e
plebee che s'erano mantenute nell'intermezzo tra il medio evo e la
riforma, quando le signorie nazionali erano per disparire attratte
nella violenza dell'impero risorto come monarchia conquistatrice,
l'Ariosto, da poeta latino trasmutatosi a poeta di romanzi, dopo la
invasione francese, durante la guerra della lega santa contro Venezia e
del papa contro il suo duca, scrisse, e dopo la caduta della repubblica
di Firenze compiè, il suo poema, chiudendo i periodi della poesia
romanzesca, l'ideale delle plebi, dei signori e dei capitani di ventura
de' secoli decimoquarto e decimoquinto; il poema che canta le glorie
d'una dinastia contro l'impero e la chiesa; il poema che trasforma
con un lavoro perfettamente classico la materia medioevale e rende
finalmente italiana la lingua toscana; il poema che, pure operando con
grandissima efficacia su'l movimento letterario non pure italiano ma
europeo, provoca sì negli spiriti sì nelle forme la riazione cristiana
aristotelica individuale del Tasso. Nato il Manzoni tra i fulgori ed
i fulmini della rivoluzione francese, crescendo quando il filosofismo
dell'Enciclopedia della Costituente della Convenzione impersonatosi nel
Bonaparte provocava la reazione tra medioevale e liberale dell'Europa,
quando la invasione francese con le forme di repubblica o di regno
conturbando e sommovendo la vecchia società italiana cagionava un
risvegliamento quasi nazionale degli spiriti guelfi e ghibellini,
egli, di giacobino e classico, tramutatosi in cattolico e romantico,
chiudeva quel periodo di sconvolgimento e di turbazione con un libro di
raccoglimento individuale, di realismo ideale, in cui il soggettivismo
autoritario giacobino persistendo riforma a imagine sua le idee
cattoliche e le teorie romantiche; un libro, che pure efficacemente
operando su l'educazione estetica provocò una reazione subitanea sì
nei pensieri e sentimenti sì nelle forme. A compiere i paralleli,
anche gli anni della pubblicazione delle tre opere si corrispondono.
La _Commedia_, pensata e lavorata per tutti i primi anni del secolo
decimoquarto fu finita nel 1321: fu finito nel 1516, corretto nel
21, riformato nel 32 il _Furioso_: i _Promessi Sposi_ finiti nel 1826
furono corretti nel 40.

E qui basta. Le generazioni e l'ordine sociale fiorenti e dominanti
in Italia in questo scorcio di secolo hanno il diritto e anche il
dovere di riconoscere nel Manzoni il loro più affine rappresentante
artistico. Ma, se alcun voglia comparare o anteporre l'efficacia e
l'importanza storica dell'opera in prosa di lui alla poesia di Dante
e dell'Ariosto, quegli obbedirà a una preoccupazione del presente
che si può bene intendere ma non può esser levata alle regioni della
storia, quegli sottometterà il vero oggettivo alle sue parziali
impressioni estetiche, quegli correrà pericolo di scambiare una riforma
di sentimento e stile in Italia per una rivoluzione della letteratura
europea. Lasciamo di Dante. Ma dirimpetto alla esuberanza di vita e
alla calda rappresentazione di tutto il sentimento, di tutta un'epoca
che tutta l'Europa ammirò nel _Furioso_, la novella provinciale del
Manzoni è domesticamente e democraticamente modesta. Che se lo spirito
giacobino d'accordo questa volta con l'umiltà cristiana parvero audacia
rivoluzionaria persuadendo al Manzoni di scegliere a eroi due contadini
brianzoli, gli vietarono però di fare poema; e al meraviglioso
inventore e analizzatore prosastico venne a mancare un addentellato
nella tradizione non pur nazionale ma europea, la quale si perpetua
in un retaggio di grandi leggende e di grandi fatti di razza e di
nazione congiunti ai grandi problemi psicologici che si rinnovano nei
secoli. I poemi del secolo decimonono sono il _Faust_ e il _Prometeo
liberato_. Il problema psicologico dei _Promessi Sposi_ fu un fenomeno
passeggero in alcune anime di sola una generazione, e la preoccupazione
di cotesto breve momento, la restaurazione romantica del cattolicismo,
forse che rattrista, se non raffredda, lo spirito artistico del vero
e nobil volume. Il quale forse per ciò non s'ebbe fuori d'Italia, in
Europa, che un successo inferiore al valor suo reale, inferiore di
molto alla fortuna di altri romanzi francesi e inglesi che gl'Italiani
reputano di gran lunga inferiori al romanzo lombardo. Il _Furioso_,
oltre le versioni e le edizioni moltissime in Francia, in Spagna, in
Germania, in Inghilterra, in Olanda fin dal secolo in cui fu composto,
ispirò a tempi diversi quattro dei più varii e favoriti ingegni della
letteratura europea, lo Spencer nella _Regina delle fate_ al secolo
decimosesto, il Byron nel _Don Giovanni_ al nostro, e al settecento
i due tra loro più simpatici ingegni delle due più avverse nazioni,
il Voltaire nella _Pulcella_, il Wieland nell'_Oberon_. Il _Furioso_
dunque tiene un luogo ben alto nella letteratura europea.


VIII.

Opera così varia e superba d'uomo così semplice e buono!

“Mai non si satisfaceva de' versi suoi — lasciò nei ricordi Virginio
suo figlio — e li mutava e rimutava; e per questo non si teneva in
mente niun suo verso. Ma di cosa che perdesse niuna gli dolse mai
tanto, come di un epigramma che fece per una colonna di marmo la
quale si ruppe nel portarla a Ferrara.„ A questo punto la memoria
di Virginio è interrotta. Finirò io. Erano due colonne che dovevano
sorreggere una statua equestre di Ercole I: nel trasporto rotta e
caduta in Po l'una per cui l'Ariosto scrisse l'epigramma, l'altra fu
lasciata e giacque inutile ove ora è in Ferrara la piazza ariostea, per
molti anni, fino al 1659, che la drizzarono e vi posero su la statua
di Alessandro settimo papa. Nel 1796 i repubblicani della Cispadana
atterrarono dalla colonna il pontefice, e vi piantarono, presente
il generale Napoleone Bonaparte, una statua della Libertà in gesso.
Nel 1799 gli Austriaci calarono giù la libertà di gesso, e per conto
loro non inalzarono nulla. Ma nel 1810 gli antichi repubblicani della
Cispadana elevarono sopra la colonna la statua di Napoleone imperatore,
che, fondator di repubbliche, aveva già assistito alla elevazione della
libertà di gesso: anch'egli vi durò ben poco, fu abbassato nel 1814.
Dal 1833 in poi su quella colonna che l'Ariosto vide portata a Ferrara
per sorreggere la statua del duca sotto il quale egli nacque, e che
invece sopportò un papa, una repubblica, un imperatore; dal 1833 su
quella colonna sta la imagine di Ludovico Ariosto scolpita da Francesco
Vidoni. Non è una bella statua. Ma nè papi nè imperatori nè la libertà
medesima cacceran te di lassù o poeta divino, che scrivesti l'_Orlando_
e tanto ti dolevi d'aver perduto un epigramma latino, e tanto ti
consolavi del crescere dei sambuchi credendo fossero capperi.



TORQUATO TASSO

(1544-1595).

DI

ENRICO NENCIONI.


I.

Vi sono due Torquati Tasso: che potrebbero dirsi i due lati _sofistici_
di questo vecchio, e sempre nuovo, e sempre magnetico soggetto. Vi è il
Tasso della leggenda romantica, quello delle _Veglie_ e della Eleonora,
anzi delle _Eleonore_, dei duelli e dei travestimenti; una specie di
gran _mandolinista_ della poesia, quale è ormai impresso nel cuore
del popolo, e quale su per giù è cantato egualmente da librettisti e
novellieri d'infimo ordine, e da insigni poeti come Byron, Lamartine,
Espronceda, Giovanni Prati. Non parlo del _Tasso_ del Goldoni, che
è una specie di farsa, nè di quello di Goethe, che non è che un
prestanome, un interprete dei sentimenti dell'olimpico Goethe (Goethe
Antonio), all'epoca in cui si atteggiava a impassibilità marmorea, e
aveva per la sua sacra persona un vero _culto di latria_, e portava la
propria testa come si porta il Santissimo Sacramento.

Vi è poi un altro Tasso, più di moda, scovato modernamente ed
egualmente _sofistico_, — un Tasso affetto di monomania religiosa,
di delicato ma non grande ingegno, egoista e pigolone, che ha sempre
gridato per mali tollerabilissimi, che ha messo a lunga e dura prova la
pazienza di quel bravo duca Alfonso, così prudente, così previdente, un
vero precursor di Lombroso, un frenologo da dar dei punti al professor
Tamburini.

Oggi però, grazie alle pazienti indagini e agli accurati studi del
Solerti e del Mazzoni, si comincia a veder più chiaro nella vita e nel
carattere del Tasso, — e i loro lavori, uniti a quelli precedenti del
Guasti, del D'Ovidio, del Masi, del Falorsi, dello Cherbuliez, e del
Symonds, hanno messo non foss'altro un po' d'ordine in quel labirinto
di enimmi e d'ipotesi che si chiamava la _Vita di Torquato Tasso_.

Io vorrei solo, o signori, studiar oggi con voi il carattere dell'uomo
nell'opera del poeta, — cercare sopratutto nella _Gerusalemme_ il
segreto dei dolori, e la chiave della vita di questo grande e infelice
italiano. Nella natura dei grandi ingegni, — quando l'ingegno non
consiste esclusivamente nel meccanismo artistico, ma nella espressione
sincera di certi stati dell'anima, — è tutta la storia della loro vita.
La _Gerusalemme_, il _Paradiso perduto_, il _Childe-Harold_ ci dicono
sul carattere e la vita del Tasso, di Milton, di Byron, più di cento
documenti d'archivio. I fatti sono così poca cosa, se non possiamo
intuire la loro origine ascosa, e afferrare il misterioso segreto
dell'azione palese! Quanti documenti abbiamo su questo grande poeta
di _Aminta_ e di _Armida_; e quanto poco sappiamo ancora di certo e di
positivo!

È supremamente difficile analizzare e definire il carattere e l'ingegno
di Torquato Tasso; ingegno poetico tutto sfumature e fremiti e
gemiti, lirico-elegiaco, essenzialmente musicale: eppure, a momenti,
grandemente, largamente, sovranamente epico. Il suo ingegno è un
mistero — come i suoi amori e la sua follia! Non ci si presenta in
una schietta, sana e plastica nudità, come quella dell'Ariosto, ma
rassomiglia a quella bella nuotatrice che alletta i due cavalieri nel
Canto XV della _Gerusalemme_:

    Il crin che in cima al capo avea raccolto
    In un sol nodo, immantinente sciolse,
    Che lunghissimo in giù cadendo e folto
    D'un aureo manto i molli avori involse.

Meglio che vedere, s'intravede, si desidera, s'indovina, — è un genio
_suggestivo_, che respira e ci fa respirare in un'atmosfera di voluttà
e di passione, di pietà religiosa e di eroismo cavalleresco. È il poeta
del sentimento, — sentimento nel senso moderno, quel misto di _rêverie_
elegiaca musicale, di cui è traccia in Virgilio, che abbondò poi nel
Petrarca, e che ritroveremo trionfante in Jean-Jacques o nella numerosa
sua scuola.

Basta leggere l'_Aminta_ e la _Gerusalemme_, per accorgersi e sentire
che il loro autore, nell'epoca in cui visse, era come un istrumento
fatto apposta per il dolore.

Nato alla gioia, all'amore, alla poesia, a tutti i nobili e grandi
ideali, sensibile, immaginoso, suscettibile, delicato e nervoso, fa
pena vederlo in quell'ambiente di egoismo, di dispotismo, d'ipocrisia,
— di cortigiani, di pedanti e di bigotti.... Quando vediamo piovere
una grandine di sventure sopra un Dante, un Milton, un Shakespeare,
un Cervantes, non ci badiamo tanto. Sappiamo che quei giganti hanno
spalle da resistere, e armi da vendicarsi.... ma il povero Tasso! Ci
fa l'effetto di veder picchiare un bambino.... Si direbbe una muta di
mastini e di bull-dog alla caccia di un rosignolo. O amici eruditi, voi
vi affannate molto a cercare le vere cause, i documenti della follia
del Tasso, — e non vi accorgete che sono _legione_, — e che la cosa
veramente maravigliosa è che non sia impazzato prima, e che poi sia
guarito.

Era così ingenuo, e primitivo, e ostinato nei suoi poetici sogni, che
le lunghe e ripetute esperienze non gl'insegnarono mai _nulla_. Solo
a Sant'Onofrio, nella terribile imminenza della morte, vide, come nel
bagliore di un lampo, la tragica realtà della vita. Avrebbe avuto, per
difendersi dal mondo e da sè stesso, un bisogno supremo di _volontà_,
e non seppe mai fortemente volere: fu come una piuma di cigno in balia
d'un infernale _Simoun_! Restò sempre un illuso, un debole, un poetico
_adolescente_. Pensate, per contrapposto, alla _scienza della vita_ di
Lodovico Ariosto! che abisso di differenza!...


II.

L'anima tenera e dolorosa del Tasso contempla la natura, o meglio
si abbandona subbiettivamente alle impressioni della natura: non ha
la immaginazione attiva e dominatrice dell'Ariosto; ma sente anche
nelle voci della natura la voce malinconica dell'umanità. È il poeta
inspirato, e come inconscio, di un mondo lirico e sentimentale, che
succede al mondo ariostesco del _Rinascimento_. Quindi, paragonato
all'Ariosto, ci può parere monotono. Si sono dipinti nei loro versi.
L'Ariosto: “Signor, far mi convien come fa il buono — Suonator sovra il
suo strumento arguto — Che spesso muta corda e varia suono — Ricercando
ora il grave ora l'acuto„. E il Tasso: “In queste voci languide
risuona — Un non so che di flebile e soave — Che gli occhi e lacrimare
invoglia„....

L'Ariosto è _grafico_ e preciso, — il Tasso è _suggestivo_: il
primo descrive pittorescamente, il secondo musicalmente, come più
tardi lo Shelley e il Lamartine. Il Tasso, come i grandi musicisti,
riesce incomparabilmente superiore a tutti i poeti del suo secolo
nell'esprimere il vago, l'indefinito, e l'infinito, dei grandi
spettacoli della natura. I cieli, le aurore, i pleniluni, le
trasparenze primaverili, le malinconie delle foreste in autunno, i
grandi silenzii meridiani, sono il suo incontestato dominio.

È largo, luminoso, malinconico e solenne, come una _Campagna_ romana di
Claudio Lorenese. La sua Musa chiude un mondo, il mondo plastico del
_Rinascimento_, e ne apre un altro, — il mondo moderno del sentimento
lirico personale, e della musica. Certe ottave di Erminia sembran
preludere a certe note del _Freyschütz_ e della _Sonnambula_. È il vero
fratello di Palestrina e di Pergolese.

E che dire delle sue adorabili donne? Paragonate ad esse, la maggior
parte delle donne dell'Ariosto sono dei bellissimi e sanissimi animali.
Dico la maggior parte, — chè sarebbe ingiusto dimenticare la soavissima
Fiordiligi. Ma Erminia e Sofronia e Clorinda Gildippe e Armida! Come
si riconoscono tutte al sorriso triste e fatale della passione, — allo
sguardo umido e voluttuoso, alla smania del sacrifizio e della morte!
Non sono bel marmo pario, ma carne e sangue vivente, — anime e cuori di
vere donne.

La loro forza sta nella loro debolezza — (e non accade solamente alle
donne del Tasso) — alcune sono idilliche ed elegiache, come Erminia;
alcune poetiche e ideali, — fiere e tenere a un tempo, — come Clorinda;
altre passionate e ardenti come Armida. Armida è creazione di gran
poeta. Nella maga c'è la donna, — la donna perdutamente innamorata
(già tutte le _innamorate_ sono un po' _maghe_). Essa talvolta ha il
grido di Saffo, di Didone, e di Fedra. “In Armida — dice il De Sanctis
— si sviluppa tutto il romanzo di un amore femminile, con le sue
voluttà, coi suoi ardori sensuali, con le sue furie, i suoi odii, le
sue gelosie. Nessuno aveva ancora colta la donna con un'analisi così
fina nell'ardenza e nella fragilità dei suoi propositi, e nelle sue
contradizioni. La lingua dice: odio; e il cuore risponde: amo. La mano
saetta, e il cuore maledice la mano.„ — Belle e giuste parole.

L'amore sensuale la fa delirare come _Fedra_: è una bella e terribile
malata. È giunta a quel grado di passione che fa dimenticare ogni
rispetto, ogni riguardo umano; la dignità, la coscienza, il dovere, e
la vita. Sembra dire anch'essa col poeta francese:

    Oh laissez-moi sans trève écouter ma blessure,
    Aimer mon mal, et ne vouloir que lui.

Fa pena a vederla, così supplicante, quasi con l'entusiasmo
dell'avvilimento, trascinarsi a' piè di Rinaldo, e piangere e pregare:

      O sempre, o quando parti e quando torni,
    Egualmente crudele. . . . . . .
    _Ecco l'ancella tua!_ — d'essa a tuo senno
    Dispon, gli disse; e le fia legge il cenno.

La passione, questo veleno, questo filtro di Medea che consuma
visibilmente, è espressa in Armida con carattere nuovo e moderno. È di
una verità tale, che noi riscontriamo i suoi sentimenti, talvolta le
sue stesse espressioni, nelle lettere di donne _reali_ che hanno patito
e son morte del suo stesso male — nelle lettere di Eloisa, in quelle
della Religiosa Portoghese, in quelle di Mademoiselle Lespinasse. Vi
troviamo gli stessi accenti, stavo per dire gli stessi singhiozzi. Per
esempio, in questo biglietto della povera Lespinasse, datato “de tous
les instants de ma vie. Mon ami; ne m'aimez pas, mais souffrez que je
vous aime toujours. Je souffre, je vous aime, je vous attends. Je vous
aime comme il faut aimer — avec excès, avec folie, avec désespoir. Les
battements de mon cœur, les pulsations de mon pouls, ma respiration,
tout cela n'est plus en moi que l'effet de la passion„. È il grido di
Fedra:

    C'est Vénus tout entière a sa proie attachée!

È il grido d'Armida:

    Solo ch'io segua te mi si conceda!


III.

Questo carattere di nuovità, stavo per dire di modernismo, che
distingue la _Gerusalemme_ da tutti i poemi del secolo XVI, apparisce
distintamente anche in certe situazioni, in certe pitture, in certe
_trovate_ poetiche, talora anche in singoli versi. Vi citerò qualche
esempio. Sofronia, a incoraggiare e confortare nell'imminente supplizio
l'amante, gli dice:

    Mira il Ciel com'è bello — e mira il Sole
      Che a sè par che ne inviti e ci console!

E questi versi su l'infanzia e l'adolescenza di Rinaldo:

    Lui nella riva d'Adige produsse
      A Bertoldo Sofia — Sofia la bella
      A Bertoldo il possente; e pria che fusse
      Tolto quasi il bambin dalla mammella,
      Matelda il volse e nutricollo e instrusse
      Nell'arti regie, e sempre ei fu con ella;
      Finchè _invaghì la giovinetta mente_
      _La tromba che s'udia dall'Oriente._

La improvvisa apparizione di Clorinda! Un colpo di lancia le ha fatto
balzar via di testa l'elmo,

    E le chiome dorate al vento sparse
      Giovine donna in mezzo al campo apparse.

Gli occhi della voluttuosa Armida, nella ebbrezza delle carezze; due
versi maravigliosamente moderni:

    Qual raggio in onda, le scintilla un riso
    Negli umidi occhi tremulo e lascivo.

La innamorata Erminia, in una splendida notte, al lume della luna,
contempla dall'alto il campo cristiano, ed esclama:

    O belle agli occhi miei tende latine,
      Aura spira da voi che mi ricrea!

E la stanza ineffabilmente tenera e molle, dolce come note di
flauto, in cui è descritto il destarsi di Erminia, di prima mattina,
nell'albergo pastorale:

    Non si destò finchè garrir gli augelli
    Non sentì lieti e salutar gli albori,
    E mormorare il fiume e gli arboscelli,
    E con l'onde scherzar l'aura e co' fiori.
    Apre i languidi lumi, e guarda quelli
    Alberghi solitarii de' pastori,
    E parle voce udir fra l'acqua e i rami
    Che ai sospiri ed al pianto la richiami.

Rinaldo prima di affrontar la impresa del bosco incantato, confessatosi
a Pier l'Eremita, va solo, di prima mattina, sul monte Oliveto, pensoso
in un pio raccoglimento. Qui abbiamo accenti, sentimenti, descrizioni
che sono di un'assoluta _novità_ nella poesia italiana del secolo XVI.
Sentite.

    Era nella stagion ch'anco non cede
    Libero ogni confin la notte al giorno;
    Ma l'Orïente rosseggiar si vede,
    Ed anco è il ciel di qualche stella adorno:
    Quando ei drizzò ver l'Oliveto il piede,
    Con li occhi alzati contemplando intorno
    Quinci notturne e quindi mattutine
    Bellezze incorruttibili e divine.
    . . . . . . . . . . . . . . .
    . . . . . . . Alle più eccelse cime
    Ascese — e quivi, inchino e riverente,
    Alzò il pensier sopra ogni ciel sublime,
    E le luci fissò nell'Oriente.

Quattro mirabili versi, di sentimento così essenzialmente _cristiano_,
che potrebbero leggersi in Dante, ma che sarebbero impossibili
nell'Ariosto e altri poeti del _Rinascimento_.

    . . . . Pregava — e gli sorgeva a fronte
    Fatta già d'oro, la vermiglia Aurora,
    Che l'elmo e l'armi, e intorno a lui del monte
    Le verdi cime illuminando indora;
    E ventilar nel petto e nella fronte
    Sentia gli spirti di piacevol ôra.
    . . . . . . . . . . . . . . . .
    . . . . . . . . . . . . . . . .
    La rugiada del Ciel su le sue spoglie
    Cade, che parean cenere al colore;
    E sì le asperge chè il pallor ne toglie
    E induce in esse un lucido candore:
    Tal rabbellisce le smarrite foglie
    Ai mattutini geli arido fiore.
    . . . . . . . . . . . . . . . .
    . . . . . . . . . . . . . . . .
    Il bel candor della mutata vesta
    Egli medesmo riguardando ammira:
    Poscia, verso l'antica alta foresta
    Con secura baldanza i passi gira.

Il sentimento religioso e intimamente umano che compenetra tutta la
_Gerusalemme_, ha il suo punto culminante nella morte di Clorinda. Il
_pathos_ di quella situazione è irresistibile. L'amante che inconscio
uccide la donna amata, e in quel supremo momento di conoscenza, di
conversione, di perdono, di amore e di morte, la battezza con quella
stessa mano che l'ha uccisa — è una delle scene più drammatiche che sia
venuta in mente a un poeta. Il plastico vi è fuso col sentimentale; il
realistico col soprannaturale cristiano. Alla fine siamo rapiti in un
mondo che trascende l'immaginazione, e ci pare naturalissimo che

    . . . . . . . . in lei converso
    Sembri per la pietade il Cielo e il Sole.

E che versi meravigliosi! Ai contemporanei dovettero parere note di un
altro mondo....

    Poco quindi lontan, nel sen del monte,
    Scaturia mormorando un picciol rio.
    Egli v'accorse, e l'elmo empiè nel fonte.
    E tornò mesto al grande ufficio e pio.
    Tremar sentì la man, mentre la fronte
    Non conosciuta ancor, sciolse e scoprìo.
    La vide, e la conobbe; e restò senza
    E voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza!
    . . . . . . . . . . . . . . . .
    Mentr'egli il suon dei sacri detti sciolse,
    Colei di gioia trasmutossi, e rise:
    E in atto di morir lieto e vivace,
    Dir parea: S'apre il Cielo — io vado in pace.
    D'un bel pallore ha il bianco volto asperso
    Come a gigli sarian miste vïole:
    E gli occhi al Cielo affisa; e in lei converso
    Sembra per la pietade il Cielo e il Sole:
    E la man nuda e fredda alzando verso
    Il cavaliero, in vece di parole,
    Gli dà pegno di pace. In questa forma,
    Passa la bella donna — e par che dorma.

E com'è compreso e affascinato il poeta dal suo soggetto! Come si sente
che vive della vita dei suoi personaggi! All'opposto di Sakespeare,
Ariosto e Goethe, che stanno al di fuori della loro opera, e foggiano
le loro creazioni con mani ardenti ma con fronte tranquilla — il Tasso,
come Dante e Schiller, si appassiona coi suoi cavalieri, con le sue
donne. Rinaldo, Tancredi, Sveno, e anche Solimano ed Argante — Erminia,
Gildippe, Clorinda ed Armida — son sangue del suo sangue, e anima della
sua anima. Il De Sanctis, e altri che gli han fatto eco, osservano che
il Tasso, ingegno essenzialmente lirico e melodrammatico, riesce debole
nella parte epica, nei caratteri epici. A me pare che il giudizio
dell'insigne critico sia per lo meno un po' troppo assoluto. E nella
_Gerusalemme_, e nelle Liriche e nelle stesse prose, e perfino in certe
lettere, il Tasso conserva un carattere di _epica_ gravità. Talvolta è
anche troppo serio e solenne. Rileggete il terribile Canto IX, e poi
ditemi se Solimano non vi pare creazione epica e grande carattere!
E Argante? Sarà a momenti un po' troppo selvaggio e millantatore, ma
nell'ultima ora è epicamente sublime. Ricordate le malinconiche solenni
parole a Tancredi, prima del duello mortale?

S'incamminano soli al luogo del combattimento. Argante è taciturno e
pensoso. Tancredi gli dice:

      Or qual pensier t'ha preso?
    Pensi ch'è giunta l'ora a te prescritta?

E Argante:

    Penso, rispose, alla città del regno
    Di Giudea antichissima regina
    Che vinta or cade; e indarno esser sostegno
    Io procurai della fatal ruina!

Com'è grande, nobile, ed epico!


IV.

Il _Rinascimento_ ci stupisce per la varietà dei suoi impulsi, per la
moltiplicità dei suoi intenti, per la diversità dei suoi eroi. Epoca
di gioventù, di azione e di audacia. Pensate ai grandi nomi che la
illustrano — e che cosa vuol dire ciascuno di questi nomi! Brunellesco
e Copernico, il Magnifico e il Savonarola, Paracelso e Pico della
Mirandola, Colombo e Michelangelo, Rabelais e l'Ariosto, Raffaello
e il Machiavelli, Guttemberg e Leonardo da Vinci. Nel suo sforzo
titanico abbracciò l'infinito nello spazio e nel tempo — completò la
Terra, scuoprì il Cielo, creò le Scienze naturali, perfezionò le Arti,
e morendo ci lasciò un divino dono — la _Musica_. Il Palestrina e
il Tasso sono i due ultimi uomini del _Risorgimento_ — e i due primi
dell'Età moderna. Cantarono quando l'Italia agonizzava — e però la loro
musica e la loro poesia sono così spesso bagnate di pianto. Come dal
Tasso deriva tutta la letteratura lirica e personale, da Palestrina
emana tutta la musica emozionante. Lo ha detto divinamente bene il più
gran poeta di Francia:

    Puissant Palestrina! vieux maître, vieux génie,
    Je vous salue ici, père de l'harmonie:
    Car ainsi qu'un grand fleuve où boivent les humains,
    Toute cette musique a coulé de vos mains!
    Car Gluck et Beethoven, rameaux sous qui l'on rêve.
    Sont nés de votre souche et faits de votre sève!
    Car Mozart, votre fils, a pris sur vos autels
    Cette novelle lyre inconnue aux mortels,
    Plus tremblante que l'herbe aux souffle des aurores
    Née au seizième siècle entre vos doigts sonores!
    Car, maître, c'est à vous que tous nos soupirs vont
    Sitôt qu'une voix chante, et qu'une âme répond!

Che la nuova arte inaugurata dal Tasso tardasse tanto a dare degni
frutti in Europa — che al Tasso tenesser dietro e trionfassero
pei primi, gli imitatori ed esageratori dei suoi difetti, e alla
_Gerusalemme_ succedesse l'_Adone_, non è da farne carico a lui, vero
e grande poeta — nè è certo colpa del Tasso se si esagerarono anche
le sue qualità e al _Sentimento_ subentrò il _Sentimentalismo_, che
ne è la parodia e la negazione. Se si esagerò, specialmente dalle
varie scuole romantiche, nella emozione, nell'entusiasmo lirico, non
cessa per questo di essere _inumana_ e anche _antiestetica_ la barbara
teoria dell'_Arte per l'arte_. La decantata _calma olimpica_ di alcuni
poeti moderni ha dato frutti artificiali ed insipidi; nessuna opera
di prim'ordine. Nella stessa opera poetica di Goethe, la parte viva
e immortale è quella anteriore all'epoca in cui s'atteggiò a marmoreo
Giove dell'arte. Dal _Wallenstein_ a _Atalanta_, dal primo _Faust_ al
_Don Giovanni_, dal _Prometeo_ alle _Contemplations_, da _Atta Troll_
agli _Idilli del Re_, da _Aurora Leigh_ all'_Anello e il Libro_,
dalla _Basvilliana_ ai _Sepolcri_, dai _Canti_ di Burns ai _Canti_
del Leopardi — tutte le opere che hanno segnato un avvenimento nella
storia dell'arte moderna, sono calde di sentimento e di vita — la vita
trasfusa loro dall'anima dell'autore!

E poi che cos'è in sostanza questa calma olimpica? Prima di tutto,
come argutamente rispose un giorno Vittor Hugo, l'Olimpo è tempestoso
e non calmo. — Gli olimpici infatti son passionati, battaglieri, hanno
l'arco, la lancia, la clava, il fulmine.... tagliano teste, scuoiano
gli audaci competitori con le loro mani immortali, si fanno trascinare
dai Leopardi. L'_Iliade_ è un'immensa tempesta, un divino tumulto in
venti canti.

Nè vi è, in realtà, artista e poeta vero che nel momento della
creazione, nel momento della _divina visione interiore_, per usare la
bella espressione di Wordsworth, resti calmo ed indifferente. Accade
allora nell'uomo come una trasformazione psichica; la mente acquista
una lucidità, una rapidità di concezione fenomenale; si direbbe che il
poeta sta a dettatura di un altro _io_ che lo ispira. Ogni _creazione_
porta un disequilibrio, nel suo misterioso e sacro momento. L'artista
gelido farà sempre cose fredde e smorte: la vita nasce dalla vita; la
fiamma deriva dal calore. Se non sentite nulla, potrete fare dei versi
ben torniti e pittoreschi, della _chincaglieria_ poetica, che sarà di
moda per qualche mese, fors'anche per qualche anno, ma che è destinata
inevitabilmente e irreparabilmente a perire. Un poeta senza cuore e
tutto cervello, è un animale mostruoso — mi ricorda le oche ingrassate
artificialmente.... e almeno quelle ci danno i famosi _pasticci_.


Il predominio del sentimento sui sensi nella poesia di Torquato Tasso,
la sua spiritualità, la sua malinconia, le sue mistiche aspirazioni,
non si saprebbero spiegare, e ci parrebbero troppo fenomenali, nella
terra e nel secolo dell'Ariosto e del Machiavelli, se un gran fatto
storico contemporaneo non ce ne desse, almeno in parte, la chiave: dico
il Rinascimento Cristiano, e la Riforma Cattolica, confermati poi dal
Concilio di Trento. All'occhio spassionato degli stessi Protestanti,
come il Macaulay — e degli stessi Razionalisti, come il Proudhon —
quel gran movimento religioso ebbe immediate e durevoli conseguenze.
Dalle sale del Vaticano all'ultima povera parrocchia dell'Appennino,
la Riforma Cattolica fu sentita dovunque. Nella lotta terribile fra
Cattolici e Protestanti, che durò tre generazioni, e nella quale fu
adoprato ogni genere di armi, materiali e spirituali, ambe le parti
posson ricordare grandi ingegni e grandi eroismi, grandi virtù e grandi
delitti.

Il Macaulay osserva, nel suo bel saggio sul Ranke, che in cinquanta
anni, a datare dal giorno in cui Martino Lutero rinunziò alla
Comunione Cattolica, e bruciò la bolla di Leone innanzi alle porte di
Vittemberg, il Protestantismo raggiunse il suo più alto ascendente —
ma lo perdè presto, e non lo riacquistò mai. Gli è stato recentemente
risposto che il Protestantismo, essendo storicamente e sostanzialmente
_critico_ e _libero esaminatore_, è in realtà in continuo progresso
_evoluzionario_, e porta inevitabilmente al razionalismo, cioè alla
negazione di ogni soprannaturale. Confessione abbastanza significante!
Risposta più ingegnosa e sofistica, che convincente! Quando si oppone
il Protestantismo al Cattolicismo, s'intende sempre, e così intese lord
Macaulay, parlare di due Comunioni Cristiane, credenti ambedue nella
stessa _Rivelazione_. Altrimenti, si potrebbe dire che certi nostri
vecchi italiani erano _Luterani_ cent'anni prima che nascesse Martino
Lutero....

L'Italiano, per sua natura, quando non è Cattolico, è indifferente,
o razionalista: e perciò la Riforma in Italia non attecchì mai, nè
poteva attecchire. Chi nel _Rinascimento_ aveva conservato la sua fede
religiosa, desiderava, come il Savonarola, la riforma della morale e
della disciplina; ma non già del domma e della dottrina Cattolica —
mentre gli irreligiosi, come il Machiavelli, non credevano alla Chiesa,
ma senza odiarla. Guardavano alla religione cattolica con occhio di
_artisti_ o di _politici_.

A ogni modo, la Riforma Cattolica, nella seconda metà del secolo XVI,
fu di una indiscutibile efficacia — e non vale evocare i _Gesuiti_ e
l'_Inquisizione_ per scemarne la portata e i benefizi reali. Paragonate
Filippo Neri, e Carlo Borromeo, e Francesco Saverio, ai prelati e
cardinali del tempo del Borgia e di Leone X, e vedrete che abisso di
differenza! — Il _Paganesimo_, nelle idee e nella vita, ebbe allora
un colpo di grazia — e fu quindi possibile la ispirazione religiosa,
il raccoglimento spirituale, e l'entusiasmo lirico del Palestrina e di
Torquato Tasso.


V.

Il risveglio Cattolico mentre commoveva il cuore del Tasso, e vi
confermava il sentimento religioso, già alimentato in lui dalla
naturale disposizione alla malinconia, alla ipocondria, alla
solitudine, colpiva in modo straordinario la sua immaginazione. La
_Direzione_ spirituale cattolica, che ha variato sistema secondo i
diversi paesi e le differenti epoche, nella seconda metà del secolo XVI
fece appello sopratutto alla _immaginazione_: la direzione metodica e
meccanica della immaginazione, fu il gran segreto dei Gesuiti. L'idea
della morte e del giudizio — l'idea dei quattro _nuovissimi_, fu
impressa come con un ferro rovente, nell'intelletto e nel cuore dei
vecchi e nuovi credenti.... e, non temete — passi pure sopra un'anima
umana tutto il torrente delle passioni, e tutte le lusinghe della vita
mondana — nei grandi momenti, in un grande dolore, all'appressar della
morte, la impressione prima ed incancellabile riapparirà. Quei gesuiti
non dicevano sulle sorti umane, sull'effimero soffio della vita, sulla
terribile e inevitabile imminenza della morte, nulla più e nulla meglio
di quello che avevano detto san Paolo e sant'Agostino e l'_Imitazione_:
— di quel che, dopo loro, diranno Pascal e Bossuet, _Poliuto_ ed
_Amleto_ — ma santo Ignazio ed i suoi fecero diretto e quasi esclusivo
appello alla immaginazione — e un poeta nervoso, delicato, malato
come Torquato Tasso, se provò in vita le intime consolazioni, e in
morte le sublimi speranze della religione — patì anche degli scrupoli,
delle ansie, dei terrori religiosi — e si mise nelle mani della stessa
_Inquisizione_, che ebbe più giudizio di lui, e lo rimandò benedetto e
assoluto.

Il Tasso però non fu mai nè fanatico nè intollerante. Esalta i
Cristiani — ma non gli ripugna attribuire e sentimenti gentili e
virtù eroiche ai Musulmani stessi: testimoni Clorinda, Solimano ed
Argante. Egli era, come tutti i grandi poeti, uno spirito dialettico
— un conciliatore. Egli conciliava ogni antitesi, nel suo istinto
divino dell'armonia. Non ha odî nè intolleranze, perchè tutto capisce
e tutto comprende nel musicale suo istinto. Ripeto, è il più lirico
personale e musicale ingegno del secolo XVI: e qui consiste il suo
magnetismo, il suo modernismo. _Ceci tuera cela_. La musica uccise
la plastica. La musica è nata nei due paesi dove istintivamente si
canta, dov'è naturale ed ingenito il senso del ritmo — in Italia e in
Germania. Religiosa, e un po' molle e voluttuosa col Palestrina al
sud, è tradotta in poesia da Torquato Tasso; — religiosa, ma severa
e trascendentale al nord con Sebastiano Bach, è espressa nel verso da
Milton. Ma nel vecchio sud e nel giovine nord, la musica interpreta il
_sentimento_: in Italia, più spontanea e melodica — in Germania, più
profonda ed armonica. Fra le due, l'Austria le concilia ed esprime,
con Gluck e Mozart; e da allora la musica diventa cosmopolita ed
universale. Come la scultura e la pittura esprimevano la forza,
la euritmia, la visione netta e precisa delle forme e dei colori,
nell'uomo del _Rinascimento_; — così la musica esprime i sogni, le
aspirazioni, le inquietudini, gli entusiasmi divini, e i terrori e gli
abbattimenti mortali dell'uomo moderno: da Palestrina a Wagner, dal
Tasso ad Enrico Heine.


VI.

La infelicità della vita del Tasso non consiste tanto negli sciagurati
avvenimenti — e l'amore deluso, e gli scrupoli, e le malattie, e le
ansie, e la povertà, e il carcere, e il manicomio, e le agitazioni, e
le fughe, e le guerre dei cortigiani e dei pedanti.... ma è l'_insieme_
di tanti mali, di tanti dolori, moltiplicati, centuplicati da una
squisita sensibilità, e da una irrefrenabile immaginazione. È stato
scritto che i mali del Tasso furono in parte prosaici, in parte
immaginari, in parte tollerabilissimi.... Prosaico o poetico, il
male à egualmente sentito da chi lo soffre. Immaginari, il carcere,
il manicomio, la miseria, le malattie? E poi della tollerabilità del
male il solo giudice competente è colui che lo soffre — è sempre una
tollerabilità _relativa_.

Ho conosciuto una giovinetta che iniquamente abbandonata dall'amante,
disperata si gettò in Arno — ne ho conosciute di quelle che in simil
caso, dopo due lacrimette, pensavan subito a trovare un successore....
Marzio l'assassino del Cenci, resistè per tre giorni alle più atroci
e raffinate torture, alle prove del _fuoco_, della _vigilia_, dello
_stivaletto_ — senza mandare un grido e senza dire una parola di
confessione. Il povero Savonarola ai primi tratti di fune cadde in
deliquio, e disse.... quel che gli fecero dire. Anche si è fatto colpa
al povero Tasso di avere pianto sempre con vacui lamenti sulle _proprie
miserie_, di esprimere un dolore _affatto privato_.

Eh! il poveruomo, ne aveva, mi pare, abbastanza dei suoi, perchè si
possa pretendere che si occupasse anche dei dolori degli altri; e
cantasse i _mali dell'umanità_, come uno Schiller o come uno Shelley!

Ma prima che egli varcasse la soglia della dolorosa vecchiezza, di
mezzo alle bugiarde speranze, ai miraggi delle corone d'alloro nel
trionfale Campidoglio, alle torture delle memorie, agli strazi delle
malattie, la pallida messaggera gli fece cenno — il cenno terribile,
al quale bisogna obbedire, e subito, o che si sia autori della
_Gerusalemme_, o guardiani di pecore. Ma per te, povero grande uomo, il
cenno non fu terribile: la morte fu per te la grande _Consolatrice_.

Era l'aprile del 1595. Torrenti di pioggia piovevan su Roma da un cielo
sinistro ed apocalittico. Una carrozza saliva l'erta di Sant'Onofrio.
Arrivata al convento, ne discesero il cardinale Cinzio e Torquato
Tasso. I monaci si affollavano alla porta, ossequenti al Cardinale,
compassionanti al poeta. Il poeta, pallido e calmo, disse loro queste
poche e significanti parole: “Son venuto a morire fra voi!„

Dalla finestra delle sua camera, dalla terrazza dell'orto, stanco e
morituro, ma calmo, potè contemplare la grande malinconia di Roma e
del suo solenne paesaggio. Un mondo era ai suoi piedi, fragile come la
nostra creta. Le rovine di tre imperi le vedeva accumulate tra i fiori
e l'erbe della immortale natura — e potè acquetare i suoi dolori di
un giorno, nella infinita pace del sepolcro di Roma, — Roma immensa,
dalla piazza del popolo alla piramide di Capo Cestio; e il Gianicolo, e
l'Esquilino, e il Palatino, e le cupole di cento chiese, e i palazzi,
e gli archi e le colonne, e i giardini e le ville, e le Terme, e il
Colosseo, e il Foro, e il Campidoglio, e San Pietro, e la via Flaminia,
e la via Appia, e la Campagna già verde, e i monti Albani e il Soratte
— e il mare vicino.

Roma è il più grande e sicuro asilo alle stanchezze dell'anima.
Nelle sue divine solitudini si sono acquietati i gridi ed i gemiti
dei disastri dei popoli, e delle tragedie dei re. Stuardi e Borboni,
Sobiesky e Bonaparte, tutti ha accolti e pacificati la gran madre
Roma. Un sentimento profondo, invincibile, della vanità delle cose
umane, s'impossessa qui degli spiriti anche i più vigorosi. Infatti i
delusi, i malati, le anime devastate dalla passione, adorano Roma. Essa
è stata, ed è ancora (non-ostante i dadi di gesso dei suoi _quartieri
nuovi_, e gli echi stridenti di _Montecitorio_) l'asilo e il conforto
supremo di ogni decaduta grandezza e di ogni speranza delusa — la
_consolatrix afflictorum_, in tutti i tempi.

Roma, e la morte vicina, elevarono l'anima angosciata e sempre agitata
del Tasso, in più spirabile aere. In quei pochi giorni, conobbe, forse
per la prima volta, sè stesso e il mondo! E scrisse all'amico Antonio
Costantini quella lettera calma, solenne, sublime, che non si può
leggere senza viva emozione: sono le ultime parole di Torquato Tasso su
questa terra.

“Che dirà il mio signor Antonio quando udirà la morte del suo Tasso? E
per mio avviso non tarderà molto la novella, perchè _io mi sento alla
fine della mia vita_, non essendosi potuto trovar rimedio a questa
mia fastidiosa indisposizione, sopravvenuta alle altre mie solite;
quasi rapido torrente dal quale vedo chiaramente esser rapito. Non è
più tempo ch'io parli della mia ostinata fortuna, per non dire della
_ingratitudine del mondo_, la quale ha pur voluto aver la vittoria
di _condurmi alla sepoltura mendico_; quando io pensava che quella
_gloria, che malgrado di chi non vuole, avrà questo secolo dai miei
scritti_, non fosse per lasciarmi in alcun modo senza guiderdone.

“Mi son fatto condurre in questo monastero di Sant'Onofrio, non solo
perchè l'aria è lodata dai medici, più che alcuna altra parte di
Roma, ma quasi _per cominciare da questo luogo eminente_, e con la
conversazione di questi divoti padri, _la mia conversazione in cielo_.
Pregate Iddio per me: e siate sicuro che come vi ho amato e onorato
sempre nella presente vita, così farò per voi nell'altra più vera, ciò
che alla non finta ma verace carità si appartiene. E alla Divina Grazia
raccomando Voi e me stesso.„

Questa lettera del Tasso al Costantini e quella scritta dal
Machiavelli, dalla sua villa di San Casciano, a Francesco Vettori,
sono, diceva bene il Gioberti, le due lettere più significanti del
_Cinquecento_: sono come due rivelazioni dei due uomini e del loro
tempo. Il Machiavelli dice nella sua lettera che “passa molte ore del
giorno all'osteria, con l'oste, un beccaio, un mugnaio e due fornaciai„
— che con questi “s'ingaglioffa tutto il giorno, giocando a cricca
e a tric-trac, e il più delle volte si combatte per un quattrino, e
siamo sentiti gridare da San Casciano.... Così rinvoltato tra questi
pidocchi, traggo il cervello di muffa, e sfogo la malignità di questa
mia sorte, sendo contento che mi calpesti per questa via, per vedere se
la se ne vergognasse.

“Venuta la sera, ritorno in casa, et entro nel mio scrittoio; et in
su l'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di
loto, e mi metto panni reali e curiali: e rivestito condecentemente
entro nelle antiche corti degli antichi uomini, dove, da loro ricevuto
amorevolmente, mi pasco di quel cibo che _solum_ è mio, e che io nacqui
per lui — dove io non mi vergogno parlare con loro, e domandoli della
ragione delle loro azioni, e quelli per loro umanità mi rispondono:
e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia, dimentico ogni
affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: _tutto mi
transferisco in loro_.„

Non sentite riviver qui e l'indignazione amara del Machiavelli, e
l'orgoglio e la gioia dell'uomo del _Rinascimento_, per il quale
l'antichità è culto insieme e conforto? — E non avete sentito nella
lettera del Tasso l'uomo del risveglio cristiano, per il quale Dio e
la vita futura son due realtà, e non più vote parole — anzi, le sole e
vere realtà?...

E la notte del 25 aprile 1595 il poeta spirava a 41 anni pronunziando
le sacre parole: “In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum.„ — Sì:
nelle mani di Lui, di Lui solo, potè trovare riposo e pace quell'anima
travagliata.... Il mondo, coi suoi delitti, le sue ingiustizie, i suoi
duchi Alfonso, le sue ipocrisie, le sue compassioni spietate è per lui
già sparito, svanito, come un incubo tormentoso nella luce dell'aurora.

Avete veduto la maschera in cera del Tasso nella stanza dov'egli
è morto? — Quella maschera, certe stanze della _Gerusalemme_, e
certi frammenti delle sue lettere, ci dicon più di cento _documenti_
sull'infelice poeta.

In quella maschera è espresso il genio, la sensibilità, il dolore, e
pur troppo, anche il sinistro riflesso della follia. Povera testa sotto
l'appassita corona d'alloro, povere labbra così fini, già sì eloquenti,
sigillate per sempre dal dito della morte! Gli occhi socchiusi non
vedran più “lo dolce lume„; ma finalmente non verseranno più lacrime.
La morte fu per lui una divina liberatrice.

Ma egli vive immortale nella memoria dell'umanità beneficata e
consolata dal suo melodico canto: e i tiranni e i pedanti che gli
amareggiaron la vita, fino a fargli perdere la ragione, se rivivono
nella memoria degli uomini, è solo perchè ebbero l'onore di conoscerlo,
e l'infamia di torturarlo.


VII.

Torquato Tasso inizia la serie dolorosa dei grandi ingegni torturati
dal mondo e in parte da loro stessi. Il gemito lirico, il vago delle
aspirazioni, il sentimento dell'infinito, il grido della passione,
il ghigno del dubbio, e gli ardori dell'entusiasmo son le loro
caratteristiche. Me li figuro come una sacra ecatombe intorno al povero
Tasso. Il concerto dei loro lamenti riempie due secoli. Ecco Rousseau,
e Senancour, e Chateaubriand e Cowper, e Burns, e Byron, e Schiller, e
Platen, e Musset, e Heine, e Leopardi....

Rousseau e Byron son quelli che più mi ricordano il Tasso: in due cose
specialmente: nella continua agitazione e irrequietezza della vita;
e nella devozione alla donna. Di Rousseau fu detto: “Sa vie a étè
toujours entro le mains des femmes„ — e di Byron fu cantato:

    “E spesso i lauri delle sue ghirlande
    Andâr bagnati di femmineo pianto.„

e fu anche detto argutamente: “Dipingetemi Byron, con in mano una spada
e un velo di donna.„

La _Nouvelle Heloïse_ riaprì la sorgente dell'amore nel secolo XVIII,
come la _Gerusalemme_ quella della religione nella seconda metà del
secolo XVI — e però furono i due libri più popolari del loro tempo.

La _Nuova Eloisa_ fu insieme una rivelazione e una rivoluzione.
Fu la risurrezione del cuore atrofizzato dai piaceri egoisti della
galanteria. Che accenti ineffabili e nuovi! Unici nel 1760! Nulla di
simile in Diderot, nulla in Voltaire. Fu come un flutto di tiepide
acque termali dopo anni di neve: son gli accenti di un nuovo mondo, la
cui eco dura con variazioni magnifiche in tutta Europa, dal Goethe al
Foscolo, dal Byron a Giorgio Sand. Una scintilla elettrica percorse
tutta la Francia; — fin le galanti duchesse, dal cuore inaridito e
dalla immaginazione pervertita — le eroine dei più scettici _salons_
— ne restaron commosse, mutate. La duchessa di Luxembourg fu vista
piangere.

Dalla gomorra delle infami alcove, dai faticosi piaceri dei _petits
soupers_, Rousseau richiamò la donna alla natura, alla libertà, ed
all'affetto. Egli primo rese i bambini al latte e al bacio delle madri;
e ricostituì così la famiglia. Al capriccio, la fede; alla _femmina_,
successe la _donna_ — e una _madama Roland_ fu possibile nella terra
delle _Liaisons dangereuses_.

Destinato a errare nella procella e a crear nel dolore come il povero
Tasso, ne ebbe, come lui, la mente sconvolta.... Egli portava nel suo
fatidico seno tutte le tempeste della imminente Rivoluzione, insieme
alle tempeste del suo proprio cuore. Dotato di una parola di fuoco —
parola unica, che agita, sorprende e comanda, fece un gran bene e un
gran male; e quando cadde e tacque, parve che la Francia non avesse più
nè cuore nè voce.

L'altro, Byron, è un uragano di passioni che si slancia attraverso gli
ostacoli con la fulminea rapidità di un proiettile. Come nella vita
dolorosa del Tasso predomina il gemito, in Byron vi è gemito e fremito
— singulto e ruggito. È forse il più subbiettivo di tutti i poeti. Non
intese e non rese che sè: Byron-Aroldo, Byron-Lara, Byron-Manfredo,
Byron-Caino, Byron-Don Giovanni. Originale sempre, anche nelle monotone
pitture delle sue tempeste interiori; misantropo e violento; poi
tenero, soave, patetico, la sua poesia è una vera epopea individuale —
è il dramma di un'anima. L'eloquenza di Byron, come poeta del Dolore, è
la più magnifica e irresistibile che si sia mai udita.

Dipinse sè solo. E sia. Ma con che tragica grandezza, con che intensità
di pittura! — la favola, gli accessorii, i personaggi secondari
del _Manfredo_, per citare un esempio, non sono certo gran cosa....
tutt'altro! Ma egli è un _uomo_, nella più bella e forte e nobile
espressione della parola. Ha vissuto, lottato, odiato, amato, peccato,
sofferto e fatto soffrire. Ha domato gli altri; e sa domare sè stesso.
Si dà alla magìa, per una sublime e disperata speranza di amore, per
riveder _lei_, per una terribile audacia satanica di ribelle — non
per una curiosità d'alchimista, e per sete d'oro e di voluttà, come
il vecchio dottore tedesco. Adora la natura, la solitudine e una
diletta morta, amata di colpevole amore. Come uomo, come individuo è
più simpatico di Fausto. Se invece di riguardar Fausto come un simbolo
dello spirito umano nello spazio e nel tempo — lo consideriamo come un
individuo, quale ci appare in realtà nella prima parte; se spogliamo
il gran poema di tutti gli splendori del fondo, degli stupendi episodi
drammatici, degli accessori lirici; se dimentichiamo per un momento
la grande creazione di Mefistofele — e il gran concetto cosmico che
informa tutto il poema, e le sue meraviglie di ritmo, di plastica,
e di colore — e ne stacchiamo col pensiero la figura di lui, Fausto,
come semplice uomo, egli non c'inspira davvero nè simpatia, nè pietà,
nè ammirazione. Il suo ideale è troppo egoistico: vuole due cose sole:
sapere e godere. La sua più importante azione è di sedurre una povera
giovinetta, e abbandonarla, dopo averle ucciso il fratello. Ha troppe
velleità di estetico e di dilettante.... e finalmente si salva, non
si capisce bene il perchè, e sale gloriosamente al cielo come un San
Francesco d'Assisi. Credo che due sole persone lo abbiano amato davvero
— Margherita e Volfango Goethe.

Il più grande fra i poeti desolati che abbia avuto l'Italia, Giacomo
Leopardi, ci torna in mente parlando di Torquato Tasso: e non per
analogie di carattere o di sventura, che non ve n'è alcuna, ma per
la riverenza e la vivissima simpatia che il Leopardi ebbe sempre pel
Tasso. Nel suo triste soggiorno in Roma, il Leopardi era in uno stato
di apatia, di glacialità assoluta: guardava alle meraviglie pagane e
cristiane di Roma come insensato ed attonito. Nulla lo colpiva; era
diventato di pietra. Le sue lettere da Roma potrebbero essere datate da
Biella o da Avellino, sarebber le stesse. Nelle poesie, non un cenno su
Roma. È strano: soprattutto se si paragona questo silenzio del Leopardi
alle calde ispirazioni, agli accenti eloquenti che die' Roma a Goethe,
a Byron, allo Shelley, a Chateaubriand, al Platen, al Browning, allo
Story, al Carducci. Eppure una cosa — una cosa sola — colpì in Roma il
Leopardi, e ne rimane sacra e toccante memoria nel suo Epistolario — la
stanza e la tomba del Tasso a Sant'Onofrio. Là il suo cuore irrigidito
si commosse — e il poeta di Nerina e d'Aspasia _s'inginocchiò_ e
_pianse_ su le ceneri del poeta di Erminia e di Armida.

Povero Leopardi! il più completamente e continuamente infelice di tutti
i grandi infelici! Tutti gli altri ebbero qualche raro conforto. Il
Tasso ebbe la religione, Rousseau, la natura, — Byron, la gloria. Ma
lui! nè fede, nè amore, nè gloria, nè patria, nè gioie di famiglia, nè
consolazioni di natura, nè salute, nè bellezza, nè ricchezza, nè pace.
La sua filosofia è una assoluta e spaventosa condanna della Natura e
della Esistenza, più, assai più di quella di Schopenhauer. Egli è il
più radicalmente _nichilista_ di tutti i poeti d'Europa. Eppure che
anima! che squisito sentire! che divina poesia! È l'Inferno cantato da
un Angelo.

Spettacolo penoso, o Signori, questo sguardo retrospettivo su i dolori
immeritati, o anche meritati, dei grandi scrittori infelici: penoso
soprattutto nel caso del Tasso, per la debolezza e la sensibilità del
paziente, e per la lunghezza e la crudeltà del martirio. Solo ci può
confortare il rivolger gli occhi sui rari esempi di volontà eroica, di
lotta perseverante, di rassegnazione sublime che ci presenta la storia
della letteratura: — Come Cervantes, Camoens, Milton.

Il Milton fu come _ancorato_ nella vita: e neppur le tempeste che si
scatenarono sulla testa di re Lear l'avrebber smosso d'un palmo dalla
via della Fede e del Dovere. La forza del suo spirito fu più forte di
ogni calamità. Nè la ruina del suo partito politico e religioso, nè le
beffe e le persecuzioni dei trionfanti nemici, nè l'abbandono, nè la
solitudine, nè la penuria, nè le malattie, nè le sventure domestiche,
nè l'ingratitudine delle figliuole, nè la suprema delle sventure — la
cecità — alteraron mai il suo grande intelletto e la sua grande anima.
Cieco, povero e solitario — cantò quella grande epopea sacra, che sola
è degna di stare fra la _Commedia_ di Dante e la _Gerusalemme_ del
Tasso.

Ma egli, il povero Tasso, non seppe, non potè mai, fortemente _volere_:
quindi fu continuamente travolto in un eterno Scilla e Cariddi. E
avrebbe potuto dire, anche con più ragione del Foscolo:

    “Morte sol, mi darà fama e _riposo_.„



LA LIRICA DEL CINQUECENTO

DI

GUIDO MAZZONI.


  _Signore e Signori,_

Se volessi richiamare con mezzi che direi illeciti la vostra attenzione
a un argomento, come questo è, che non merita molta curiosità, nè può
sperare di destarla, comincerei audacemente, con un paradosso, così:
la miglior maniera per rappresentare fedelmente una persona è farle
la caricatura. E forse con due o tre sofismi me la caverei abbastanza
bene, quanto alla dimostrazione della sentenza affermata. Ma nè io
mi compiaccio di tali gherminelle, nè voi siete un pubblico che vi
resti preso, e per ciò restringo il paradosso in questa verità: nessun
ritratto dà così vive le caratteristiche d'una persona, come la sua
caricatura. Perfino la fotografia ha malizie di chiaroscuri e di
ritocchi, e dissimula; la matita del caricaturista mette in luce senza
pietà.

Non vi sembrerà strano, per ciò, ch'io vi presenti qui subito un
caricaturista insigne, messer Mariano Buonincontro da Palermo. Costui,
mentre era studente a Ferrara, ne' primi decennii del Cinquecento, se
la godeva a verseggiare i più bei sonetti del mondo, chi li giudicasse
dall'elocuzione e dal suono; ma elocuzione e suono non erano che una
maschera vuota; sotto neppure un briciolo di senso! Dato a questi
suoi versi un titolo ben sonante, li spacciava fuori come opera di
pellegrini ingegni: inescato l'amo, stava a vedere se i pesciolini
abboccavano.

    I più lievi che tigre pensier miei
      Scorgendo il cor che tra duoi petti intiero
      Tiene un pensier, poi che gl'ingombra il nero
      E folle error, fuggono i casi rei.
    E benchè da gli antichi semidei
      Biasmato fosse ovunque ogni altro e fiero
      Monte d'orgogli, ahi lasso, io già non spero
      Gioir in quel disir che aver vorrei.

Son le quartine di un sonetto in morte dell'illustrissima signora
duchessa d'Urbino. Le terzine andremo a pigliarle, tanto fa!, da un
altro sonetto:

    Ahi giustizia divina, come puoi
      Non far quel che far dèi? qual fiero spirto
      Fu quel che indusse questa peste al mondo?
    Deh fuss'io stato allor posto nel fondo
      Dell'Acheronte, che fui giunto al mirto
      Ch'ombra mortal mi fa co' rami suoi!

Ma quel bizzarro palermitano non si contentava di vedere ammirate
le rime sue dai tanti che le leggevano, come si fa, senza curarsi
d'intenderle: fingendo aver dubbii sul senso, provocava il parere
di cappati maestri; e vi fu un dotto senese che s'infiammò così da
scrivere sul sonetto per la duchessa un commento diviso in quattro
libri. Nè valse che l'autore dicesse poi la verità: il senese e gli
altri non si dettero per vinti, e messer Buonincontro fu agli occhi
loro uno sfacciato plagiario.

La caricatura ci dà a questo modo, con una linea comicamente sforzata,
la immagine viva della lirica del Cinquecento in uno dei suoi aspetti
più notevoli: la povertà della materia poetica, e la necessità che
ne seguiva di celare quella povertà col paludamento delle rime e coi
fronzoli della rettorica. Rammentatevi il parlare ambiguo, il tacere
significativo, il restare a mezzo, lo stringer d'occhio, il soffiare
del conte zio ne' Promessi Sposi: “come quelle scatole, dice il
Manzoni, che si vedono ancora in qualche bottega di speziale, con su
certe parole arabe, e dentro non c'è nulla.„ Tale gran parte di quella
lirica. Ma, salvo messer Buonincontro, gli autori non si confessavano;
anzi, come il conte zio, s'industriavano a far sì che la verità stessa
prendesse una certa apparenza di mistero, con accrescimento della loro
autorità; e per ciò, quando non si commentavano da sè, procuravano che
altri li commentasse; e attorno a quattordici versi crescevano così
quei commenti ponderosi di che ci ha dato or ora un esempio il dotto
senese. Degli esempii eccone un altro, che scelgo a bella posta tra i
più famosi; è di Torquato Tasso sopra un sonetto del Della Casa: “Sarà
questa mia Lezione in due parti divisa; e nella prima si cercherà, in
che sorte di stile sia questo sonetto composto; e trovatala, alcune
cose communi a quella maniera di stile si considereranno, movendo, ove
l'occasione il ricerchi, qualche dubitazione. Nella seconda parte poi,
solo a quello che è proprio di questa particolar composizione s'avrà
riguardo, e nella esposizione d'esso alquanto mi spazierò.„ Parole
che, col debito rispetto alla memoria del Tasso, vorrei vi riuscissero
d'un qualche conforto; perchè tali erano, Dio ne scampi, le pubbliche
letture del secolo decimosesto!

    Chiome d'argento fine, irte e attorte
      Senz'arte intorno a un bel viso d'oro;
      Fronte crespa, u' mirando io mi scoloro,
      Dove spunta i suoi strali Amore e Morte;
    Occhi di perle vaghi, luci torte
      Da ogni obbietto diseguale a loro,

e via dicendo, con le ciglia di neve, le mani grosse, le labbra di
latte, i denti d'ebano rari e pellegrini, erano le bellezze della donna
immaginata da Francesco Berni per deridere il formulario poetico col
quale i divini servi d'Amore, cioè i poeti petrarcheggianti, usavano
celebrare il fantasma femminile che, da Laura in poi, ondeggiava
vaporoso a mezza costa del Parnaso italiano. Per i conti zii la gravità
enigmatica; pei don Rodrighi e gli Attilii, epiteti già scelti, rime
già suggerite, frasi bell'e fatte, ai ritratti, alle preghiere, ai
lamenti, ai vanti d'amore. Come oggi per le signorine saper toccare il
pianoforte, era allora, non solo pei gentiluomini e i valentuomini, ma
anche per le gentildonne e, chiamiamole così, per le donne valenti,
una parte necessaria della coltura il rimare. Ma del pianoforte non
soffrono che i vicini; dei versi soffrivano tutti, perchè tosse, amore
e versi non si celano. Onde il Berni medesimo usciva in questo sospiro
di desiderio: “S'io son mai signore, dove gli altri sogliono per quiete
e mantenimento del buon vivere mandar bandi e proibizioni che non si
porti arme per la terra, io voglio mandarli, non si mostrino versi, e
sopra ciò costituire un bargello particulare, che non attenda ad altro,
dì e notte, che andar per la terra cercando le maniche e il seno a'
poeti per li versi, come si fa dell'arme; e tutti quanti ne truova in
fallo, tanti ne meni in prigione, dia la corda, e li impicchi ancora.„
Chè se intanto non si potesse, proponeva almeno che i convinti di
poesia portassero in testa una berretta verde, per segno d'infamia, sì
che la gente avesse modo di guardarsene a tempo.


I.

Le forme dell'una e dell'altra maniera, della lirica amorosa e
della lirica d'argomento civile e filosofico, che la caricatura ci
ha mostrate con l'ingrossamento satirico dei difetti eran venute al
secolo decimosesto per antica eredità di famiglia: belle masserizie,
onde si erano adornati riccamente un tempo i palazzi degli avi,
ma stinte ormai nelle stoffe, annerite negli ori, scrostate nelle
impiallacciature, e anche qua e là tarlate nel legno; non più adatte,
per giunta, senza un po' di disagio, ai mutati usi del vivere. Nè
per la storia dell'arte accadde in diverso modo che per quella della
natura: il frutto che giunse a perfetta maturità deve necessariamente
guastarsi; può aver grazia un po' acerbo, fa nausea putrefatto. La
lirica amorosa, civile, religiosa, della scuola che mosse da Guittone
d'Arezzo, e fu de' Bolognesi e de' Toscani, e fu di Dante, aveva
toccato l'estremo della sua virtù nel Canzoniere del Petrarca; nel
Canzoniere che potrebbe per ciò dirsi a ragione il capolavoro del
_dolce stil nuovo_. Ma il capolavoro d'un genere d'arte non si ha senza
scelta, rimondamento, politura; e ciò che in esso è perfezione diviene
negli imitatori estenuazione e progressivo esaurimento. Onde a mano a
mano, nella lirica nostra della fine del secolo decimoquarto e di tutto
il decimoquinto, fu un batter monete d'argento e di rame su quella
forma stessa dove il Petrarca avea battuto le sue d'oro con l'effigie
di Laura; e l'effige riusciva sempre più sbavata ne' contorni, da
non potersi in fine riconoscere più. Tanto che il pubblico cominciò a
brontolare contro la zecca; e Pietro Bembo dovè, sempre con l'effigie
di Laura, rifare i punzoni, e ingannar l'occhio con argento dorato.

Non vorrei stancarvi con le metafore, e dico alla buona la cosa. Il
Petrarca, cantando Laura viva, cantando Laura morta, aveva accomodato
al gusto comune quell'idealismo filosofico, onde era assurta alla
vita sempiterna dell'arte la Beatrice dantesca: il Canzoniere, non
è infatti, a ben considerarlo, che un volgarizzamento della Divina
Commedia. Beatrice, troppo sublime negli splendori de' cieli teologici,
fu subito vinta nell'ammirazione popolare da Laura: la quale pur essa
scorge il suo poeta a Dio, e nel cospetto di Lui lo precede, quasi a
insegnargli la via; ma resta anche lassù donna vera, sì che il primo
pensiero ch'ella ha, giunta in Paradiso, è di dare un'occhiata agli
angeli più belli, per vedere se siano più belli di lei. Non altrimenti
per la lirica civile e filosofica il Petrarca faceva gradite a tutti
le intonazioni più elette dei suoi predecessori, schivando sempre la
pedanteria de' sillogismi e l'astruseria delle dottrine scolastiche.
Stile e lingua egli, nato in Toscana, ma educato e cresciuto e
vissuto fuori, si compose con quanto il toscano avesse di più colto
e letterario, senza crudi latinismi sintattici, da un lato, senza
bassi idiotismi fiorentini, dall'altro: il che vuol dire che pur qui
mise in pratica, e fe' accettare ai rimatori d'ogni parte d'Italia,
l'intendimento di Dante, il volgare illustre che fosse a tutti i nostri
comune. Determinò pertanto alla lirica gli argomenti, i metri, lo
stile, la lingua; e fece testo.

Fu un bene o un male? È la solita domanda; e, mentre io la muovo, le
date voi stessi una risposta assennata. Fu un bene in sè, nell'opera
del Petrarca; fu un male per gli effetti, nell'opera dei tanti che
trovarono aperta e spianata la via ai loro esercizii in rima: ma
del bene la lode è di messer Francesco; del male non va a lui il
biasimo. Que' tanti che imitarono lui non si sarebbero mica astenuti
dal far versi, perchè fosse loro mancato il modello del Canzoniere!
Sia pure che non avremmo avuti i petrarchisti; ma senza quel modello
puro, avremmo avuto chi sa quale altra ciurmaglia di rimatori; nè
migliori nè peggiori, forse, pe' concetti poetici; certo, più rozzi
nell'esecuzione. Tanto è vero che quando il petrarchismo, per una
parte del secolo decimoquinto, venne quasi a mancare, o per lo meno
degenerò, poi che non sorgeva un intelletto possente a rinnovare,
minor male fu che il Bembo richiamasse all'origine sua il petrarchismo
medesimo e lo ritemprasse. Insieme coi goffi verseggiatori che
faticavano a guadagnarsi il tozzo di pane per gli accampamenti de'
capitani di ventura, dando loro a tutto spiano dell'Alessandro, del
Cesare, dell'Augusto; insieme con gl'ingegnosi rimatori di concettuzzi
amorosi per le corti de' principi; il Bembo tolse via, quasi di
contraccolpo, anche i facili cantori che sugli esempii del Giustinian
e del Poliziano traevano dal popolo e al popolo restituivano le rime
delle ballate e degli strambotti. Ma, siamo giusti, il danno non fu
grave: dopo i veneti e i toscani, anche i napoletani si erano ormai
provati e riprovati su que' pochi motivi popolari delle benedizioni,
delle maledizioni, delle disperazioni amorose; e non perdemmo proprio
nulla nel cambio, se uno strambotto si mutò in un sonetto, una ballata
si mutò in una canzone. Poesia schietta, di vena, non zampillava
più, nè per questi nè per quelli: tra le rozze rime de' petrarchisti
antiquati, le raffinatezze di concetto de' petrarchisti più recenti, le
sguaiataggini de' poeti popolareggianti, pareva che all'anima italiana
non dicessero più nulla le mille voci della natura e dell'affetto.

Eppure le primavere nostre fiorivano, come già agli occhi del Petrarca
quelle di Provenza; stormivano le selve nostre, come la pineta che
Dante fe' degna di raffigurare il Paradiso Terrestre; tremolavano
le marine lungo le coste d'Italia; le Alpi si ergevano candide
nell'azzurro del cielo o si coprivano di tempeste. Nè gli odii e
gli amori erano men caldi d'un tempo; chè il desiderio, la gelosia,
l'invidia, il furore, la carità, movevano ancora nel bene e nel male
gli uomini tutti, e grandi imprese si compievano intanto di guerre e
di paci; e grande, più grande che mai, era il dissidio delle coscienze.
Perchè dunque non avemmo un'alta poesia lirica? Guardiamoci dall'errore
in cui caddero quelli che troppo filosofeggiando confusero le ragioni
dell'arte con quelle della vita: non mancò mai nella vita, nè mai potrà
mancare, la materia poetica, ma soltanto a distanza di secoli sorgono
i grandi che a una qualche parte della vita san dare l'espressione
del bello. E quando un dato modo di esprimere la vita, che è come
dire una data forma letteraria, fu adoperato da l'un di loro, è vano
l'industriarvisi su, e conviene aspettare; verrà poi un altro eroe
dell'arte, e con altri modi rappresentando un altro aspetto della vita,
che si trasmuta senza posa nelle sue sembianze, lo donerà eterno alla
gioia del genere umano.


II.

La lirica medievale, addestrata dai trovadori di Provenza, aveva
rappresentato mirabilmente nella Vita nuova e nel Canzoniere, l'ideale
neolatino dell'amore e della fede; e l'officio suo era compiuto. Altri
aspetti della vita del Medio Evo e del Rinascimento dovevano esser
colti ora e perpetuati dall'arte; e nel romanzo preparato dai troveri
di Francia, ecco il Boiardo, l'Ariosto, Torquato Tasso, esprimere
l'ideale cavalleresco. Ma già la sottile analisi delle passioni
incominciava anch'essa a chiedere chi l'addestrasse ai capilavori
di Shakespeare e di Molière; e i comici e i tragici nostri, e più i
novellieri, vi si affaccendavano intorno: cominciava già a chiedere
un'espressione piena e viva nella lirica il sentimento della natura e
quello della storia; e, non sapendo far di meglio, alcuni studiavano
come si potessero almeno rimutare per ciò le corde del liuto, ed altri,
più arditi, mutare a dirittura l'istrumento. Vedremo, tra breve, a che
riuscissero. Mi giova intanto sperare di aver mostrato che, se pur il
vecchio liuto medievale del Petrarca non era tutto scordato, ben poco
vi potevano ormai cantar su con novità ed efficacia i lirici del secolo
decimosesto.

Camuffatisi più o men bene da messer Francesco, costoro atteggiavano la
donna amata a somiglianza di madonna Laura; e sè e le belle ricantavano
con quei modi che duecento anni prima erano piaciuti principalmente
per virtù del sentimento, e piacevano ora principalmente negli effetti
dell'elocuzione. È stato detto che quando l'uomo si contenta di
chiedere a Dio un po' di periodi, Dio non glieli nega mai: credo che
nella sua infinita larghezza non gli si mostri meno prodigo pe' versi;
e i versi è anche più facile comporli, se lo scioperato non si studia
di esprimervi schietto e aperto l'animo suo, ed ha in mente soltanto un
modello da imitare, e innanzi sul tavolino ha i vocabolarii e i rimarii
che gli agevolino i riscontri. Il Canzoniere era in tutte le menti;
i vocabolarii e i rimarii dedotti dal Canzoniere, su tutti i tavolini
dei poeti. Da quel cerchio magico i più non sapevano uscire: lascivi,
scettici, partigiani, nei palazzi, nelle corti, ne' campi; platonici,
cristiani ferventi o contriti, invocatori di pace, nei sonetti e nelle
canzoni; mentivano agli altri e a sè stessi. In ciò la colpa di quella
lirica, ed il castigo. Perchè, se pure una troppo breve esperienza
sembri qua e là accennare il contrario, non è dubbio che, alla fine,
tanto nella vita politica quanto nella intellettuale, la vittoria
spetta agli uomini e alle imprese di buona fede. Quella lirica non
fu in buona fede, e per ciò morì quasi intiera nella coscienza della
nazione.

Dell'imitazione scrupolosa e meticolosa del Petrarca fu, come già ebbi
ad accennare, iniziatore Pietro Bembo. Nè qui vorrei ritogliergli la
lode, se lode fu, che dianzi gli ho data, di aver rifatti a nuovo
i punzoni per l'effigie di Laura, e di aver battuto le monete di
argento dorato: un minor male è pur esso un bene. Ma confermando con
l'autorità sua di filosofo platonico, di legislatore grammaticale,
di verseggiatore elegante, l'imitazione del Canzoniere, non è dubbio
che egli ritardò lo svolgimento verso forme nuove e più rispondenti
ai tempi mutati; non è dubbio che egli diè, con un insigne esempio di
correttezza nello stile e nella lingua, un esempio non meno insigne
di ciò che ho potuto dire mala fede, perchè parlavo del fenomeno
letterario in generale, e dirò ora invece scetticismo estetico, perchè
parlo di un uomo che nella storia delle lettere nostre non merita
oltraggio. Fatto sta che, a quarantatrè anni, egli s'innamora di una
fanciulla di sedici, la fa sua (non con la mano destra), vive con lei,
ne ha tre figli. Al futuro cardinale di Santa Chiesa, preconizzato
pontefice, non faremo rimprovero acerbo di ciò che pareva a' suoi tempi
scusabile; ma al poeta possiamo ben chiedere perchè i sorrisi della
sua Morosina, perchè i sorrisi de' figli suoi, non trovarono in tante
rime un accento solo che li legittimasse, se non nella vita, nell'arte.
Perchè? perchè Laura De Sade aveva sempre respinti gli omaggi di messer
Francesco Petrarca, ed aveva dati i figli, non a lui, al marito. Ma il
Bembo avrebbe dovuto considerare che messer Francesco cantò soltanto
quelle repulse vere, e i pentimenti suoi veri; nè mai invece recò nei
versi platonici, mentendo, la donna che l'amò e che lo fe' padre.

La Morosina morì, giovane ancora, a trentotto anni; e l'amico suo, che
ne aveva ormai sessantacinque, pianse in rima, con più sonetti, tanta
sciagura. Que' sonetti posson muovere a riso chi li scorra cercandovi
una qualche testimonianza di affetto sentito, e vi s'imbatta invece in
sospiri di questa fatta:

    O per me chiaro e lieto e dolce solo
      Quel dì (nè può tardar s'ella m'ascolta)
      Che squarcerà questa povera gonna!

O trovi lodi di quest'altro genere:

    Spenta colei ch'un sol fu tra le belle
      E tra le sagge, or è mio nembo interno,
      Forme d'orror mi sembra quant'io scerno;
      Esser cieco vorrei per non vedelle.
    Ch'i' non so volger gli occhi a parte, ov'io
      Non scorga lei fra molte meste, o lasso!,
      Chiuder morendo le sue luci sante.

O legga riflessioni come queste:

    Come a sì mesto e lacrimoso punto
      Non ti divelli e schianti, afflitto cuore,
      Se ti rimembra che alle tredici ore
      Del sesto dì d'agosto il sole è giunto?
    In questa uscìo de la sua bella spoglia
      Nel mille cinquecento trenta cinque
      L'anima saggia; ed io, cangiando il pelo,
    Non so però cangiar pensieri e voglia
      Ch'omai si affretti l'altra e s'appropinque,
      Ch'io parta quinci e la rivegga in cielo.

Ma stringono invece il cuore, se torna la mente ai sospiri, alle lodi,
alle riflessioni consimili che al Petrarca aveva ispirato l'amore non
corrisposto per la moglie di Ugo De Sade; se torna la mente al realismo
(proprio così, perchè il Petrarca fu anch'egli un grande realista) di
que' versi famosi:

    Tornami a mente, anzi v'è dentro, quella
      Ch'indi per Lete esser non può sbandita,
      Qual io la vidi in su l'età fiorita
      Tutta accesa de' raggi di sua stella.
    Sì nel mio primo occorso onesta e bella
      Veggiola, in sè raccolta, e sì romita,
      Ch'io grido: Ell'è ben dessa! ancor è in vita!
      E in don le chieggio sua dolce favella.
    Talor risponde, e talor non fa motto.
      Io, com'uom ch'erra e poi più dritto estima,
      Dico a la mente mia: Tu se' ingannata:
    Sai che 'n mille trecento quarant'otto,
      Il dì sesto d'april, ne l'ora prima,
      Del corpo uscìo quell'anima beata.

Son versi che voi sapete a mente, e potevo risparmiarmi di ripeterli;
ma a far palese che la copia d'un quadro è cattiva, non c'è miglior
modo del porla lì accanto al quadro stesso. E delle cose belle è
sempre vero quel che il Petrarca diceva di Laura, non averla veduta
ancora tante volte che non le trovasse bellezza nuova; e non volevo io,
petrarchista fervente, lasciarmi sfuggire l'occasione di rammentare,
innanzi a voi, uditorio intelligentissimo, il torto, il gran torto,
che fa alla memoria d'un alto poeta chi lo confonde, nel biasimo e nel
disprezzo insiem con la turba de' suoi ricantatori.


III.

Dopo il Bembo, i ricantatori del Petrarca imperversarono, nel Veneto
prima, di lì nel resto d'Italia, su tutti i toni; meglio e peggio,
s'intende, secondo l'ingegno e l'arte di ciascuno. Imperversarono
perchè è più facile copiare da una copia che da un originale. E a
gente che non voleva tanto esprimere l'animo suo quanto far opera di
stile e di suono leggiadro, non è meraviglia piacessero, del Petrarca
e del Bembo, piuttosto i difetti che i pregi; onde gli strani concetti
e le antitesi a freddo; tutti i giochetti insomma del pensiero e
della parola. Madonna ha un pappagallo? ecco il poeta pregare il vago
augelletto dalle verdi piume a riferirgli quel che Madonna dirà; nè fin
qui, salvo l'indiscrezione, è gran male; il male sta nel resto:

    E parte dal soave e caldo lume
      De' suoi begli occhi l'ali tue difendi,
      Chè il fuoco lor (se, com'io fei, t'accendi)
      Non ombra o pioggia e non fontana o fiume
    Nè verno allentar può d'alpestri monti.

Il diluvio universale ci vorrebbe dunque per le ali d'un pappagallo!
E Madonna “ghiaccio avendo i pensier suoi„ se la gode tranquilla
dell'incendio degli altri. Non m'incolpate d'essere andato a scegliere
l'esempio da un poeta dozzinale; l'autore, quasi mi vergogno a
confessarlo, è uno de' migliori di quel secolo, è Giovanni Della Casa.
Un altro autore, non illustre oggi, ma illustre allora, Luigi Groto,
ci darà l'esempio tipico per le antitesi; rampolli tralignanti, anche
questi, della Musa petrarchesca.

    Se il cor non ho, com'esser può ch'io viva?
      E se non vivo, come l'ardor sento?
      Se l'amor m'ange, come ardo contento?
      Se contento ardo, il pianto onde deriva?
    S'ardo, ond'esce l'umor ch'a gli occhi arriva?
      Se piango, come il foco non è spento?
      Se non moro, a che ognor me ne lamento?
      E se moro, chi sempre mi ravviva?
    S'agghiaccio, come porto il foco in seno?

Mi fermo qui, ed è anche troppo per ciò che mi proponevo: mostrare
in che modo cercassero sovente la poesia non nel pensiero, sì nel
contrapposto delle parole. L'uno esempio e l'altro, quel del pappagallo
e questo delle domande, ridevoli tutt'e due, scoprono il vizio esterno
di grandissima parte della lirica petrarchesca rimessa a nuovo
dal Bembo: l'esagerazione. Vizio esterno rispondente all'interno,
che già v'indicai, della falsità. Se a chi sente non è facile,
nell'esprimere il sentimento proprio, guardarsi dall'ingrandirlo,
è impossibile, a chi dice diversamente da ciò che sente, guardarsi
dalle spiritose invenzioni, come le chiamava Arlecchino, con frase di
cui egli critico letterario non avrebbe saputo trovare una migliore
per le bugie in rima di tutti i secoli. Perciò l'esagerazione, nei
petrarchisti del Cinquecento, guasta anche quello che avrebbe potuto
riuscire garbatamente. Un di loro vede la donna sua (Filli; notate il
nome; l'Arcadia ha le radici, nelle rime idilliche e pastorali, fin
lassù) Filli che innaffia il giardino. Oh finalmente! vien voglia di
esclamare; ecco un po' d'aria aperta, ecco un atto colto dal vero, ecco
un oggetto umile, l'innaffiatoio, che ottiene anch'esso, non a torto,
un po' di luogo nella poesia, sia pure mascherato da _cavo rame_, e con
un'elsa invece del semplice manico. Coraggio, o Celio Magno, o poeta
gentiluomo; se sai vincere la difficoltà, noi vanteremo poi il tuo
sonetto come un gaio annunzio dei Lieder di Volfango Goethe. Ah, dove
mi va a cascare! I fiori non vogliono essere innaffiati; e dicono alla
bella:

    . . . . . tua man candida e tersa
    Cessi l'onda spruzzar, chè noi ricrea
    Sol la virtù che 'l tuo bel ciglio versa.

E così il Magno, che d'ingegno non mancava, corruppe miseramente altre
poesie sue, di mossa ardita e promettente.

    Sembrin le piume tue pungenti spine
      A chi 'l corpo ti crede e pace spera,
      Ingrato letto!

L'intonazione non potrebbe esser migliore: avrà fiato il poeta per
arrivar fino in fondo? Non gli regge neppure a compiere la prima
quartina:

    . . . . e in te sanguigna schiera
    Di sozzi, avidi vermi il ciel destine.

Il dir troppo è gran nemico del dir bene. Talvolta non si fermavano a
tempo, tale altra s'indugiavano ne' preparativi. Un confratello del
Magno, Orsatto Giustinian, chiude un sonetto di domande alle varie
parti del corpo, con le risposte loro, a questo modo eccellente: ha
un ritrovo con la donna sua, tra breve la rivedrà, la udirà parlare; e
domanda al cuore:

    Ma tu, cor, perchè vai così tremante
      A tanta gioia? — Perch'io temo, lasso!
      Di perir per dolcezza a lei davante. —

Prima di questa, buona, altre tre domande ci sono, agli occhi, agli
orecchi, ai piedi:

    Piedi, ond'è ch'or sì pronto avete il passo?
       — Perchè n'andremo a quelle luci sante,
      Ch'avrian virtù di far movere un sasso. —

Tutt'e tre veneti, il Groto, il Magno, il Giustinian; e da loro ho
scelto, perchè il petrarchismo bembiano, chiamiamolo così, furoreggiò
specialmente nel Veneto, auspici Girolamo Molin e Domenico Venier,
che Bernardo Tasso, da loro beneficato, metteva poi insieme nel suo
_Amadigi_:

    Il Veniero e 'l Molin cui l'Indo e 'l Mauro
    Ammira, e qual più fama e grido tiene.

E sembra lode comica; ma più comica quella del Venier per la morte del
Bembo, in un sonetto apposito:

    Per la morte del Bembo un sì gran pianto
      Piovea da gli occhi de l'umana gente.
      Ch'era per affogar veracemente,
      Come diluvio, il mondo in ogni canto.

A questo modo, l'un l'altro, in vita e in morte, si celebravano tutti,
anche se non si fossero veduti mai; anche se non conoscevano, del
lodato, che un qualche povero sonetto di proposta; anche se nulla
sapevano ch'egli avesse detto o fatto. I cimiteri, si sa, sono la
reggia della Bugia; ma le fandonie scolpite sulle lapidi dall'amore o
dalla riconoscenza han pure una ragione ed una scusa: ragione e scusa
non hanno, nè verso la verità nè verso l'arte, gli encomii rimati
dei più tra i cinquecentisti. Volevano, dovevano comporre versi; ogni
occasione, ogni pretesto era buono. Posso qui fare a meno dell'esempio,
perchè voi rammentate il sonetto di messer Buonincontro per la morte
della duchessa d'Urbino, e la caricatura disse meglio che la verità non
direbbe su que' trionfi di vane parole.

Quando erano stanchi di descrivere madonna, di supplicare madonna,
di piangere madonna; quando non sapevano cui rispondere in rima, o
chi celebrare; quando avevano finito, per quella volta, di lagnarsi
seco stessi del tempo gittato via nelle vanità del mondo; due altri
argomenti restavano loro: l'Italia e la fede; l'Italia decaduta ancella
da donna di provincie; la fede di Cristo minacciata da Lutero e dai
Turchi. Non che fosse tutta retorica: anzi, devo qui espressamente
richiamarmi alla distinzione che stimai prudente di fare tra l'uomo e
l'artista; l'uomo amava ed odiava veramente quando anche, nell'arte, si
ostinava a mentire vestendo di colori falsi gli odii e gli amori suoi.
E il sentimento della grandezza della patria, quale un tempo era stata,
doveva spesso scuotere gli animi, col balzare dai libri de' Latini,
su cui si venivano fin da' primi anni educando; e il sentimento della
fede doveva spesso muovere i cuori, allora che la Riforma sottraeva a
Roma tanta parte d'Europa e il vessillo mussulmano correva le nostre
marine, con tanto danno di rapimenti e di prede, con tanta minaccia
di peggiori conquiste. Onde da un lato il fantasma dell'Impero che
s'imponeva ancora alla coscienza italiana; dall'altro, le scomuniche,
i tormenti, e l'ultimo sforzo vittorioso di Lepanto. Non solo v'era
dunque, pure in ciò, materia altamente poetica; ma nella vita politica
e nella religiosa durava e si manifestava non di rado poeticamente
un sentimento verace. Ne facciano testimonianza i nomi di Francesco
Burlamacchi e di Pietro Carnesecchi, morti ne' supplizi, l'uno per
l'Italia, l'altro per la fede, con fermezza romana e cristiana. Se non
che la patria, come accadeva dell'amore, soltanto di rado era cantata
con rispondenza vera al sentimento del poeta, il quale parteggiava
per Carlo, per Francesco, per Venezia, pel pontefice, soltanto nella
vita; nell'arte non sapeva che volgersi quasi per esercizio di scuola,
a quelle “antiche mura che ancor teme ed ama e trema il mondo„, che il
Petrarca aveva salutate con lagrime nel grido della sua ammirazione. A
guardar la cosa secondo politica, ben dicevano i tanti Lamenti sullo
stato miserando d'Italia, e ben diceva il Venier. Così cominciava un
Lamento, famoso a metà del secolo:

    Io son l'afflitta Italia, anzi pur fui,
      Che piango la mia gloria in terra scesa,
      E doler mi vorrei, nè so di cui.
    Deh, poi ch'io non son forte a far difesa,
      Perchè non posso almen morire, e a un'ora
      Finir mia doglia e l'altrui rabbia accesa?

E quasi con le stesse parole il Venier:

    Mentre, misera Italia, in te divisa
      Da strane genti ogni soccorso attendi,
      Contra te stessa in man la spada prendi,
      E vinca o perda, hai te medesma uccisa.

Ma nè questi erano versi buoni, nè poteva la considerazione politica
(fosse pure, come qui è, piena di rammarico e di mestizia) procacciare
di per sè sola un'alta poesia patriottica. Quanto alla fede, le toccò
meno ancora che alla patria; e ripensando alle condizioni nostre
nel secolo decimosesto, nessuno ne stupirà. Del papato ci curavamo,
istituzione mondana; della Riforma germanica avemmo terrore o
sogghignammo; nè il concilio di Trento durò fatica tra noi a piegare
nella disciplina apparente le forze della fede vivace. Perchè la
poesia politica potesse rinnovarsi, convenne che l'Italia si destasse,
sotto la voce aspra di Vittorio Alfieri, e nelle scosse de' nuovi
invasori; perchè potesse innovarsi la poesia religiosa, convenne che il
filantropismo del Voltaire rinfrescasse i precetti di Cristo negli Inni
sacri di Alessandro Manzoni.


IV.

Non vorrei sembrarvi Minosse, che esamina le colpe in sull'entrata,
e giudica e manda secondo che avvinghia; così io, nel condannare alla
spiccia que' poveri lirici, tutti quanti. Se in cambio d'un'occhiata
generale avessi agio di dare insieme con voi a ciascuno di loro
particolarmente l'attenzione debita, saremmo indotti, non è dubbio, a
distinzioni ed eccezioni: perchè il Tansillo, Galeazzo di Tarsia, il
Rota, Angelo di Costanzo, per l'Italia meridionale, il Guidiccioni e
il Della Casa per la centrale, il Molza per la settentrionale, e la
schiera gentile delle poetesse, la Colonna, la Stampa, la Gambara,
per tacere di troppi altri e di alcune altre, hanno ciascuno fattezze
proprie, e meriterebbero censure e lodi appropriate. Ma ben può dirsi
che nessuno, neppure il Tansillo, ch'è forse di tutti il migliore,
seppe infondere durevolmente spiriti nuovi alla decrepita poesia
petrarchesca, vanamente rimbellettata dal Bembo. Oggi, per l'arte,
non si può attribuire importanza vera se non a ciò che rientra nello
svolgimento de' generi letterari fino al capolavoro; sia esso stato
prodotto in quella o in questa parte del mondo civile. Con uno scambio
continuo d'imitazione le genti europee alle quali si aggiunsero di
recente le sorelle d'America, collaborano tutte ad una grande arte
comune; e il poeta dell'una è gioia e gloria di tutte, non solo perchè
tutte lo ammirano, ma perchè possono secondo i casi vantarsi tutte di
averlo più o meno efficacemente preparato e vaticinato. Shakespeare è
un frutto del Rinascimento che mosse da noi; Molière non sarebbe stato
senza la commedia letteraria nostra e senza quella, pur nostra, che fu
detta dell'arte; i Promessi Sposi non potevano sorgere se la Scozia non
avesse dato Gualtiero Scott al romanzo storico. Ora in questo nobile
avvicendamento, la lirica petrarchesca del Cinquecento ha troppo lieve
importanza: imitata fu anch'essa, perchè l'arte nostra, levigata dal
Rinascimento, precedeva e ammaestrava le altre più recenti; imitata fu,
ma non recò sangue nuovo nella poesia europea; e chi la guardi, con
occhio medico, quale si presenta nell'insieme de' sintomi, riconosce
subito che sangue nuovo non poteva darne, perchè ella stessa si moriva
d'anemia.

Quel che è peggio, moriva tra gl'improperii e gli sghignazzamenti
d'una turba sguaiata, che le aizzavano contro Pietro Aretino e Nicolò
Franco; incapaci d'un'alta parodia estetica, quale fu poi pe' romanzi
il romanzo del Cervantes, ma capacissimi di satire mordaci. Garbo non
ebbe forse che un poeta vero, il Berni; dico in tali battaglie contro
il petrarchismo; il Berni, di cui rammentai il sonetto sulle bellezze
della donna sua, e che chiudeva così in pochi versi la sentenza giusta
e ragionata, contrapponendo ai pedissequi del Petrarca Michelangelo
Buonarroti, poeta vero anche lui:

    Ho visto qualche sua composizione:
      Sono ignorante, e pur direi d'avelle
      Lette tutte nel mezzo di Platone;
    Sì, ch'egli è nuovo Apollo e nuovo Apelle:
      Tacete unquanco, pallide viole,
      E liquidi cristalli e fere snelle;
      Ei dice cose, e voi dite parole.

Questo unico poteva essere il rimedio; in ciò soltanto la guarigione.
Ma a dir cose non basta, nell'arte, la buona volontà; bisogna averle
nel pensiero, sentirle entro sè, saperle esprimere in modo che
appariscano cose anche agli altri. Per ciò, fu tentativo inefficace,
sebbene lodevole, quello del Della Casa e del Guidiccioni che, sperando
migliorare la musica, si contentarono di riaccordare l'istrumento. Il
Petrarca, come nel resto dell'arte sua, era stato anche nei metri non
tanto inventore quanto purificatore; che è, del resto, legge costante
nei grandissimi e perfetti per tutti i generi e per tutte le forme
estetiche: non si era valso che della canzone e del sonetto semplice,
con qualche sestina, qualche ballata, qualche madrigale; e la scelta
severa fu dalla riforma del Bembo consacrata agli imitatori. Di più,
in quei metri stessi, l'orecchio squisito del maestro aveva fissate le
pause, con rispondenza continua tra il ritmo e la sintassi, il suono
ed il pensiero: da ciò, come accade, la monotonia de' seguaci. Onde
dovè apparire al Della Casa un gran fatto quando osò, contro le pause
determinate dagli esemplari e dall'uso, svolgere i suoi periodi, nel
sonetto, dall'una all'altra quartina, dalle quartine nelle terzine, e
rompere il verso con quello che i romantici francesi chiamarono, in una
riforma consimile, gli _enjambements_.

    O dolce selva solitaria, amica
      De' miei pensieri sbigottiti e stanchi,
      Mentre Borea ne' dì torbidi e manchi
      D'orrido giel l'aere e la terra implica;
    E la tua verde chioma ombrosa, antica,
      Come la mia par d'ogn'intorno imbianchi;
      Or che 'n vece di fior vermigli e bianchi,
      Ha neve e ghiaccio ogni tua piaggia aprica;
    A questa breve e nubilosa luce
      Vo ripensando, che m'avanza; e ghiaccio
      Gli spirti anch'io sento e le membra farsi:
    Ma più di te dentro e dintorno agghiaccio;
      Chè più crudo Euro a me mio verno adduce,
      Più lunga notte, o di più freddi e scarsi.

Bel sonetto; ma più bello nel suono che nel concetto, e non senza
peccato di ridondanza nello stile. E poi, fossero pur perfetti questo e
l'altro al Sonno

    O Sonno, o de la queta umida ombrosa
      Notte, placido, figlio.

pochi sonetti e poche canzoni armonicamente temprate, non basterebber
a far poeta il Della Casa, che fu soltanto un artista, non di rado,
felice. E valga, ciò che dico di lui, anche pel Guidiccioni, e per
gli altri della scuola loro: alla quale il massimo onore fu fatto
da Torquato Tasso, che nella lirica vi militò da per suo. Ma neppure
Torquato (sul quale meglio ch'io non saprei vi parlò il Nencioni, e ciò
mi scusi se accenno a lui così di passaggio) neppure Torquato fu lirico
rinnovatore. Infuse, è vero, talvolta la gentile anima sua nel sonetto
e nella canzone, con effetti mirabili; cesellò madrigali finissimi; ma
quelle sue rime buone mischiò fra troppe altre lambiccate in servigio
de' signori e delle signore, o a loro sollazzo, con sì poca serietà
artistica che non di rado, contro il precetto del Vangelo, fece servire
a due padroni un componimento medesimo. Nondimeno, dove fu schietto,
anche in quella ultima maniera della lirica petrarchesca riuscì grande;
perchè grande era l'anima sua di poeta: e se la lode allo Stigliani è
pur essa un tristo esempio della mala fede con la quale si celebravano
l'un l'altro a vicenda.

    Stiglian, quel canto onde ad Orfeo simile
      Puoi placar l'ombre dello stigio regno,
      Suona tal che ascoltando ebro ne vegno,
      Ed aggio ogni altro e più 'l mio stesso a vile,

come dolcemente suonano invece in sospiro gli ultimi versi dello stesso
sonetto, dopo l'incoraggiamento al giovane che salga l'aspro Elicona!

    Ivi pende mia cetra ad un cipresso:
      Salutala in mio nome, e dàlle avviso
      Ch'io son da gli anni e da Fortuna oppresso.

E così sempre quando parlò di sè e de' casi suoi, o quando in argomento
degno si volse da gentiluomo, con un cotal suo garbo di libera
devozione, ai principi onde era beneficato, alle dame che ammirava e
che amava. Meglio ancora nei cori dell'Aminta; dove la sua naturale
mestizia, che direi volentieri di epicureo, se non fosse voce abusata
in senso non buono, si compiacque di tutta la dolcezza ch'è nel
rimpianto; nel rimpianto ai tempi favolosi dell'età dell'oro, quando
l'Amore non aveva da contrastare con l'Onore, e tra le erbe fiorite,
senza sospetti nè rimorsi,

    Sedean pastori e ninfe
    Meschiando a le parole
    Vezzi e sussurri, ed ai sussurri i baci
    Strettamente tenaci.

Amiamo, concludeva catullianamente il voluttuoso poeta della corte
estense, che a mano a mano doveva macerarsi e distruggersi, combattendo
sè stesso con gli scrupoli religiosi, combattendo l'arte sua con gli
scrupoli critici:

    Amiam, chè non ha tregua
    Con gli anni umana vita, e si dilegua.
    Amiam, chè 'l Sol si muore, e poi rinasce:
    A noi sua breve luce
    S'asconde, e 'l sonno eterna morte adduce.

L'arte del Tasso, per la sterminata ammirazione che suscitò, ebbe molta
parte a determinare la poesia del Seicento: ma, come nella Gerusalemme
così nella lirica, egli, anzi che indurre a forme nuove, chiuse e
consacrò forme antiche. Con lui morì il poema epico-romanzesco, con
lui morì la lirica petrarchesca. Quel molto di vitale che egli trasse
dall'anima sua, anima di uomo e di poeta moderno, e depose in quelle
nobili forme, non germogliò se non quando ne fu tratto fuori, e in
altre forme ridestato: a quel modo che si narra dei chicchi di grano
rimasti inerti ne' secoli entro il chiuso delle Piramidi; che, ridonati
alla terra ed al sole, germogliarono vivi.


V.

Cerchiamo altrove i principii delle forme nuove, della lirica nuova.
E perchè il tempo stringe, mettiamo subito da parte ciò che il
Cinquecento, fuor della lirica petrarchesca, ebbe di eccellente in sè,
ma senza accenni all'avvenire: l'elegia in terza rima dell'Ariosto,
il poemetto in ottava rima del Molza. Destinato a farvi da guida
per una Galleria men buona ma più lunga di quella degli Uffizi, con
l'obbligo di farvela correre tutta in un termine prestabilito, voi
non potreste senza ingiustizia rimproverarmi, o signori, ch'io non vi
lasci il tempo d'ammirare, il tempo di respirare: ne soffro più di voi
pensando che sono costretto, in qualsiasi modo, a spiacervi. Si passi
dunque da una sala all'altra, dalla Scuola petrarchesca, alla scuola
classicheggiante. Non vi aspettate miracoli: in quella trovammo le
prove estreme d'una maniera invecchiata, abbiamo in questa le prime
prove d'una maniera troppo giovane ancora.

    O come virtute ben posasi in alta Colonna!
      O come chiaro nome, salda Colonna, m'hai!
    Or qual sostegno come questo poteva trovare
      Virtù? qual'ombra, qual riposato nido?
    Or qual caro dono più che virtude potea
      A te dintorno porsi, Colonna sacra?
    Degna è la virtù di te, alta onorata Colonna;
      Tu de la virtude degna Colonna sei....

Non vi spaventate: mi fermo qui. Nel 1441 l'Amicizia, per opera
di Leonardo Dati, era scesa dal cielo nella nostra Santa Maria del
Fiore, a mostrare, nel così detto Certame coronario, l'eccellenza del
volgare nostro, capace di emulare il latino con le armi sue stesse,
cioè con gli esametri, i pentametri, i saffici, e via dicendo. Ma per
allora i nuovi metri, sebbene li sperimentasse anche Leon Battista
Alberti, non ebbero nè molti nè ostinati cultori; e soltanto nel
1539, col libro _Versi et regole de la nuova poesia toscana_, Claudio
Tolomei e i suoi amici e seguaci li presentarono al pubblico di tutta
Italia arditamente. Già vi dissi: il liuto del Petrarca, a forza di
sonarvi su, era tutto scordato; mentre alcuni cercavano riaccordarlo,
questi altri tentavano rimettere invece in onore l'antica lira.
L'intendimento, a parer mio, era buono; l'esecuzione fu pessima:
il libro del 1539 è tutto pieno di versi sul genere di quelli che
avete ora saggiati in lode di monsignor Francesco Colonna, che in
sua casa ospitava l'Accademia della Virtù fondata dal Tolomei. Perchè
imitavano i latini, credevano costoro di poter dai latini dedurre non
soltanto il ritmo apparente dei versi antichi, quale resulta a noi
barbari dagli accenti delle parole, ma quello altresì sostanziale
della quantità relativa delle sillabe. Non basta; stimavano lecito
nei versi all'antica sforzare all'antica la sintassi nostra, troppo
più che non avrebbero fatto nei versi di tradizione italiana. Onde un
viluppo spinoso di suoni dal quale soltanto una poesia alta e altamente
espressa avrebbe potuto balzare a ogni costo incolume, se pure non
senza sgraffiature. Ma poesia alta non avevano essi in sè, più de'
confratelli petrarchisti, nè altamente esprimevano, più di loro, quel
che avevano dentro l'animo. Uno de' più politi cinquecentisti, Dionigi
Atanigi, ebbe il coraggio di volgersi al Tolomei in questo bel modo:

    Pastor famoso e degno di gloria
      Che d'alti sensi e d'unico stil raro
      Vinci o pareggi quanti Atene
      Viddene con Roma più lodati:
    Per te si pregia l'inclita patria,
      Per te s'adorna d'ogni valor vero:
      Tu primo scorgi in quella l'alme
      Muse da' colli latini tolte;
    Onde gli etruschi carmi divengono
      Più gravi ed alti, e fuor di viottoli
      Imparano anch'essi vagando
      Girsene per la diritta strada.

Credeva di fare, a questo bel modo, un'alcaica! quel metro, cioè, che,
ripreso dall'arte di Giosuè Carducci, suona a' giorni nostri così:

    Salve, dea Roma! Chinato a i ruderi
      Del Foro, io segno con dolci lacrime
      E adoro i tuoi sparsi vestigi,
      Patria diva, santa genitrice.
    Son cittadino per te d'Italia,
      Per te poeta, madre di popoli,
      Che desti il tuo spirito al mondo,
      Che Italia improntasti di tua gloria.

Dopo i quali versi io non oserei davvero recarne altri a documento
della scuola del Tolomei. Meglio dell'alcaica trattarono, di rado, la
saffica, quasi sempre il distico elegiaco; ma tutta la raccolta dei
versi barbari (chiamiamoli pur così, chè se lo meritano!) non offerse
alla lirica nostra un'ode sola di che possa vantarsi. Gli esempii
buoni cominciarono soltanto con Gabriello Chiabrera, che non fu grande
anima di poeta, bensì fu artista di arditi intendimenti e di eleganze
squisite. Se non che il Chiabrera, sebbene nato nel 1554, appartiene
nei modi e nell'efficacia dell'opera sua piuttosto al decimosettimo
che al secolo decimosesto; come Ottavio Rinuccini che, insieme con
lui, mirando da un lato ai Greci, dall'altro ai Francesi, iniziò il
melodramma a imitazione di quelli, e la canzonetta leggiera, melodica,
variata di rime in parole tronche, a imitazione di questi. Dei metri
barbari uno solo riuscì nel Cinquecento a tale bontà da vincere la
forza della tradizione e ottenere la cittadinanza italiana: il metro
dell'Eneide del Caro, del Giorno del Parini, dei Sepolcri del Foscolo,
delle Ricordanze del Leopardi: l'endecasillabo sciolto.

La canzonetta alla francese non durò fatica a vincere, con le altre
forme, il pindarismo arcaico, preparato da quel critico egregio e
poeta miserrimo che fu il Trissino, e proseguito da Luigi Alamanni;
anche perchè fe' sua l'imitazione d'Anacreonte. Le odicine che vanno a
torto sotto il nome del vecchio di Teo, furono edite per la prima volta
nel 1554; e subito imitate in Francia dalla scuola di Pietro Ronsard.
Che piacere dovè essere per quegli avi nostri, tediati a morte dalla
gravità concettosa della lirica medievale ne' suoi ultimi sforzi,
leggere le invenzioncelle minuscole, in versi brevi, tutti rose,
pampani, colombe ed Amori! Le credevano opera di pura classicità; e ciò
faceva legittima e rinfocolava l'ammirazione. Anche gli antichi dunque
non si erano sempre dilettati della poesia noiosa, e si poteva dunque
imitarli in un genere che fosse di sollievo alla mente e all'orecchio!
Ma i nostri, nel secolo decimosesto, non osarono andare oltre, la
parafrasi nelle forme medievali del sonetto e della canzone, o al più
nella forma nuova dell'ode oraziana.

Quello che accadeva ad Anacreonte, era accaduto ad Orazio, tradotto
in sonetti e canzoni. Innanzi di vestirlo di panni a lui convenienti,
gli avevano cacciato addosso, per forza, la tonaca e il cappuccio del
canonico messer Francesco Petrarca: strane vesti, di cui da buon pagano
si vergognava, senza aver troppa consolazione del vedersi accanto
camuffati a quel modo Tibullo e Properzio. Qualche anima buona pensò
poi a trarlo di lì, e gli procacciò un abito tagliato alla peggio,
come si potè allora, sull'uso antico: non che Orazio ci si sentisse a
suo agio e si lodasse del sarto, ma insomma e' non faceva più ridere
le brigate. Codeste anime buone furono, nell'intenzione, il Trissino;
nell'esecuzione, Bernardo Tasso, padre di Torquato, e Benedetto Del
Bene, con più altri, traduttori e imitatori. Onde le strofe brevi
di endecasillabi e settenarii rimati, disgiunte l'una dall'altra, le
strofe che saranno poi care a Giuseppe Parini, e perfette per virtù
di lui; e con le strofe nuove, rinnovati di sull'antico i motivi della
lirica encomiastica, convivale, amorosa, mordace. Anche in ciò non vi
debbo nascondere che non poco giovò l'esempio del Ronsard; dal quale
il Del Bene si lagnava non essere ricambiato delle lodi che gli aveva
profuse.

Ecco un esempio, singolare, di questa lirica neo-oraziana; e ce l'offre
il Del Bene medesimo in un'ode _Ad un signore vecchio innamorato_, che
non riusciva a fare innamorare la bella: l'ode, dopo altri ammonimenti,
chiude così, invitando costui a dimenticare tutto nel vino:

    Invan con lieti panni
      Et oscurato pelo
      Ti sforzi ogn'or de gli anni
      Velar le nevi e quell'arido gelo
      Che non si scioglie al varïar del cielo.
    Lascia di mirto omai
      Ad altri la corona,
      E de' tuoi giorni gai
      Sendo omai giunto a vespro, non che a nona,
      D'edera le tue chiome orna e corona,
    E di grato liquore
      Cingi la mensa e ingombra,
      Ivi obliando Amore.

Ma queste voci vivaci son troppo rare nella lirica sì di Benedetto Del
Bene, sì degli altri oraziani. Anch'essi nè sentivano dentro di sè le
sacre fiamme della poesia, nè seppero destare e alimentare con arte
sottile quel po' di brace accesa che avevano. Iniziarono: nulla più.

Ci è lecito ormai voltarci addietro e chiudere in uno sguardo solo la
via faticosa per la quale salimmo. Nel secolo decimosesto l'Italia
non ebbe una lirica tale di che possa vantarsi nel cospetto delle
sorelle europee. Due scuole vi si provarono: ma l'una, di derivazione
medievale, che venerava nume protettore il Petrarca, e onorava
sommo sacerdote di lui in terra Pietro Bembo, non diè frutto perchè
senilmente fiacca; l'altra, nata dal Rinascimento, si divise in due, e
non diè frutto perchè, nella prima gioventù, troppo gracile ancora. La
vecchia pianta, sorretta con artificii dal Della Casa, potè nondimeno
sbocciar fiori un'ultima volta nelle liriche di Torquato Tasso: la
pianta giovine mise sotterra le radici, per merito del Tolomei, di
Bernardo Tasso, del Chiabrera, del Rinuccini; e ne sorsero poi con
rigoglio stupendo la canzonetta melica del secolo scorso, le odi del
Parini, le odi barbare del Carducci.


VI.

Nella decadenza del vecchio, nella preparazione del nuovo, s'intende
come ben poco avemmo che abbia importanza oltre la storia. Ma la poesia
non era morta nella vita: quante volte l'arte ebbe il coraggio di
rappresentarla schiettamente, tante riapparve, così nelle forme vecchie
come nelle nuove, e ci commuove pur oggi. Cose non parole diceva
Michelangelo; e ne' suoi versi duri palpita ancora il suo gran cuore
per gli alti ideali dell'amore, della patria, dell'arte: egli a Dante
risaliva, su dal petrarchismo, e Dante riabbracciava con ardore di
concittadino e di confratello:

    Di Dante mal fur l'opre conosciute
      E 'l bel desio, da quel popolo ingrato
      Che solo ai giusti manca di salute.
    Pur foss'io tal! Ch'a simil sorte nato,
      Per l'aspro esilio suo con la virtute,
      Darei del mondo il più felice stato.

Un sentimento vero moveva l'Alamanni esule a riaffacciarsi dalle Alpi
sulle terre d'Italia; e per ciò diceva anch'egli cose e non parole:

    Io pur, la Dio mercè, rivolgo il passo
      Dopo il sest'anno a rivederti almeno,
      Superba Italia, poi che starti in seno
      Dal barbarico stuol m'è tolto, ahi lasso!
    E con gli occhi dolenti e 'l viso basso
      Sospiro e inchino il mio natio terreno,
      Di dolor, di timor, di rabbia pieno,
      Di speranza, di gioia, ignudo e casso.
    Poi ritorno a calcar l'Alpi nevose.

Non mentiva il Guidiccioni, quando al tempo del sacco di Roma,
rammentava le glorie del passato dinanzi alla enorme miseria del
presente; e per ciò il rimpianto gli usciva facondo dal labbro:

    Tal, così ancella, maestà riserbi,
      E sì dentro al mio cor suona il tuo nome,
      Ch'i' tuoi sparsi vestigi inchino e adoro.
    Che fu a vederti in tanti onor superbi
      Seder reina, e 'ncoronata d'oro
      Le glorïose e venerabil chiome?

Non mentiva Vittoria Colonna, quando nel piangere il marito lo
ricordava ne' suoi trionfi e ne' ritorni felici; ricordava di averlo
pregato a narrarle le venture sofferte e i rischi e le ferite:

    Vinto da' prieghi miei, poi mi mostrava
      Le belle cicatrici, e 'l tempo e 'l modo
      De le vittorie sue tante e sì chiare.
    Quanta pena or mi dà, gioia mi dava;
      E in questo e in quel pensier piangendo godo
      Tra poche dolci e assai lagrime amare.

Nè Gaspara Stampa mentiva quando osava confessare nel verso di
aver ceduto all'amore che, vilipeso, la uccise; e si volgeva al suo
Collatino, e lo confortava a lasciare le guerre. A che guerreggiare, se
si può vivere amando?

    Perchè tante fatiche e tanti stenti
      Fan la vita più dura, e tanti onori
      Restan per morte subito spenti.
    Qui coglieremo a tempo e rose e fiori
      Ed erbe e frutti, e con dolci concenti
      Canterem con gli uccelli i nostri amori.

Ma anche più schietta di loro, nella percossa immediata e recente,
riuscì Barbara Torelli; e il suo sonetto è per ciò la miglior poesia
ch'io mi sappia di donna italiana. Era vedova; amava un gentil
cavaliere e poeta, Ercole Strozzi; ma lei desiderava e voleva Alfonso
duca di Ferrara, il marito di Lucrezia Borgia. Per sottrarla alla
insistenza del duca, lo Strozzi la sposò; e tredici giorni dopo,
una mattina, fu trovato per terra, con aperte le canne della gola,
e ventidue ferite su la persona. Non fu fatto processo di sorta. La
Torelli, mentre tutti tacevano si alzò vendicatrice del suo diletto, e
additò, chè non poteva nominarlo, l'assassino:

    Spenta è d'Amor la face, il dardo è rotto
      E l'arco e la faretra e ogni sua possa,
      Poi c'ha morte crudel la pianta scossa
      A la cui ombra cheta io dormia sotto.
    Deh, perchè non poss'io la breve fossa
      Seco entrar dove hallo il destin condotto,
      Colui che a pena cinque giorni et otto
      Amor legò pria de la gran percossa?
    Vorrei col foco mio quel freddo ghiaccio
      Intepidire, e rimpastar col pianto
      La polve, e ravvivarla a nuova vita.
    E vorrei poscia baldanzosa e ardita
      Mostrarlo a lui che ruppe il caro laccio,
      E dirgli: Amor, mostro crudel, può tanto!

Nulla di più alto di questo immaginato miracolo d'amore: in faccia
all'odio che distrusse, amore restituisce la vita e gliela ostenta con
un grido di felicità, ch'è vendetta e castigo. Così talvolta la poesia
della vita faceva anch'ella un miracolo d'amore, risuscitando le voci
dell'arte.

E poesia, come l'amore, è l'indignazione; dalla quale il Berni traeva
versi come quelli contro il Malatesta e quelli, migliori, contro i
preti corrotti:

    Godete, preti, poi che 'l vostro Cristo
      V'ama cotanto che, se più v'offende,
      Più da Turchi e Concilii vi difende
      E più felice fa quel ch'è più tristo.
    Ben verrà tempo ch'ogni vostro acquisto,
      Che così bruttamente oggi si spende,
      Vi leverà: chè Dio punirvi intende,
      Col folgor che non sia sentito o visto.

Ma il Berni aveva anche lui il torto di nuocere ai costumi con
l'equivoco osceno delle sue rime giocose o, quando a ciò non scendesse,
di sperdere in risate l'ingegno e l'arte che aveva mirabili. Meglio ad
ogni modo il comico de' suoi lazzi, che il vaniloquio degli strambotti
popolareggianti, come quelli di Olimpo da Sassoferrato, che giunse fino
agli _Strambotti di nomi senza conclusione_ e agli _Strambotti tutti di
verbi_:

    Pianti, singulti, gemiti, dolori,
    Suspiri, isdegni, pena, angoscia, stenti, ecc., ecc.

Quando un sentimento le inspirò, anche in queste forme popolareggianti
la morta poesia risurse. Rozzi versi sono quelli dei Padovani contro
gl'imperiali, fuggiti di sotto al bastione donde Citolo da Perugia li
aveva sbeffeggiati, come allora si usava, agitando sur una picca la
gatta:

    Su su su, chi vuol la gata
      Venghi innanti al bastïone,
      Dove in cima d'un lanzone
      La vedete star legata....
    Su, Todeschi onti e bisonti,
    Su su su, fòr de la paglia;
    Voi mai più passati i monti
    Se verete a dar battaglia:
    Vostre arme poco taglia,
    Se la faza v'è mostrata.

Rozzi versi; ma nella bilancia della Musa non pesano più di certi
sonetti del Bembo? Venezia, sui primi del Cinquecento, incarnava, di
contro alla Lega, l'indipendenza d'Italia; e i canti che nacquero
da quella gloriosa difesa son voce fatidica dei canti nei quali i
volontarii nostri pugneranno dal 1848 al 66 contro lo stesso nemico,
e lassù fra le strette delle Alpi venete, nel 48-49, con la stessa
bandiera. Lassù fra le strette, tre secoli prima dell'inno garibaldino,
medesimi sensi avevano echeggiato con quasi il ritornello nostro: Va'
fuori, o straniero.

    Ritornati, o discortese,
      Imbriaghi e vil canaglia;
      Vostre arme sì non taglia
      A voler con nui contese.

Ma delle canzoni del Bembo, io non so quante ne darei per la _Canzone
in laude dei Venzonesi_. Nel luglio del 1509 Enrico di Brunswick
entrò per la Pontebba in Italia con mille fanti e duecentocinquanta
balestrieri tedeschi. I nobili veneziani che comandavano la piccola
fortezza di Chiusa, stimando non poterla difendere, l'abbandonarono;
ma il popolo li costrinse a tornare a' posti che la patria voleva
difesi; e un dottore di Venzone, con quaranta de' suoi concittadini,
sorresse per tre giorni, ne' ripetuti assalti del nemico, le scorate
milizie marchesche: venendo meno le munizioni, una gentildonna fuse in
proiettili le scodelle di stagno, e con rischio della vita le recava
ella medesima a' combattenti.

    Su su su, Venzon, Venzone,
      Su fideli e bon Furlani,
      Su legittimi Italiani,
      Fate che 'l mondo risuone
        Di gridar Venzon Venzone!
    Su su, Chiusa, Chiusa, Chiusa,
      Ognun gridi ad alta voce.
      Chè la gente cruda e atroce
      Fuor d'Italia ha spinta e exclusa
      Tanto piccol bastïone.
        Su su su, Venzon, Venzone!...
    Non si teman più Tedeschi
      Poi ch'è fatta esperïenzia
      Che la barbara violenzia
      Con fideli e ver Marcheschi
      Non può stare a paragone.
        Su su su, Venzon, Venzone.
    Eran gionti al stretto passo
      Nove millia e più Germani:
      Avean preso il monte i cani!;
      Ma cacciati fôro al basso
      Da quaranta di Venzone.
        Su su su, Venzon Venzone....

Un popolo che opera così, e che canta le sue glorie così, meritava
lirici d'arte migliori di quelli del secolo decimosesto; e perchè li
meritava, mutati i criterii dell'arte, li ebbe.



RAFFAELLO SANZIO DA URBINO

(1483-1520)

DI

ENRICO PANZACCHI

_(tratta dal resoconto stenografico)_.


I.

Quando entrai la prima volta nel Panteon a visitare la tomba di
Raffaello, io stetti lungamente almanaccando come mai uno scrittore
così misurato (e anche un poco pedantesco) quale era il cardinale
Pietro Bembo, avesse potuto scrivere per la tomba del pittore d'Urbino
un epitaffio concepito d'una iperbole così sterminata.

Permettete ch'io ve lo riferisca nel testo:

    “Ille hic est Raphael timuit quo sospite vinci
    Rerum magna parens et moriente mori.„

La versione suona così: “Qui giace Raffaello. Lui vivo, la grande madre
delle cose temette di esser vinta; Lui morente o morto, temette di
essere annientata.„

Insomma, pare troppo! Se fossimo in pieno Seicento, quando era
smarrito ogni senso di moderazione nello scrivere e nel discorrere,
quando per la morte d'un mediocre geografo lo si paragonava subito ad
Atlante; quando per la morte d'un poeta qualunque, si tirava subito in
ballo Orfeo, o Zeusi per la morte d'un qualunque pittore, l'epigrafe
passerebbe. Ma nel classico Cinquecento essa, o signore, è un curioso
enigma. Ed io mi adoprai a spiegarmelo; e anzi dopo mi convinsi che,
solamente spiegando quest'enigma dell'epigrafe bembiana, ci possiamo
render conto dell'immenso concetto in cui fu tenuto Raffaello da Urbino
dai suoi contemporanei e del vuoto grande e doloroso che egli lasciò,
andandosene da questa terra.

Raffaello da Urbino pittore, architetto e archeologo di Papa Leone X,
all'apice della sua gloria, affaticato dall'ingente lavoro, fu preso
a un tratto dai primi brividi di una febbre, che in pochi giorni lo
condusse al sepolcro.

Notate. Egli era nato il 28 marzo 1483 nel Venerdì Santo, e morì il 6
aprile del 1520 nel Venerdì Santo. Il giorno della morte di Cristo.

Quella piccola differenza di giorni scompariva nella fantasia
del popolo. Di più, aveva 37 anni, ma la opinione generale gliene
attribuiva 33; gli anni in punto di Gesù Cristo. Aggiungete che poco
dopo la morte di Raffaello avvenne una scossa di terremoto fortissimo
in Roma, e tutta la città ne fu agitata, e il Vaticano si sentì come
crollare sulle proprie basi, tanto che il Papa spaventato fuggì dal
proprio appartamento e andò a rifugiarsi in un padiglione degli orti
vaticani. Le Stanze e le Logge furono malconce dal terremoto, come
se quelle pareti non volessero più stare in piedi dopo che era morto
il grande pittore, che le aveva convertite in monumenti così insigni
nell'arte e nella storia.

Tutte queste coincidenze di segni diedero naturalmente alla fantasia
del popolo, e non del popolo soltanto ma anche della gente colta;
tanto che un discendente di Pico della Mirandola, in una sua lettera
in cui rende conto della morte del pittore d'Urbino, osa affrontare
francamente il terribile paragone, e dice: — sì, il mondo si è scosso
e le pietre si sono spezzate per la morte del pittore d'Urbino come si
spezzarono per la morte del Nostro Signore. _Lapides scissi sunt_. — Da
tutte le parti si levò un lamento. Il popolo di Roma e i grandi della
Corte traevano in folla alla stanza di Raffaello; e veggendo la sua
ultima opera collocata su quel giovane capo morto, molti scoppiavano in
pianto. Lettere di ambasciatori e di privati, partite da Roma in quei
giorni, non tralasciano di lamentare la scomparsa del gentile pittore.
Baldassare Castiglione, scrivendo a sua madre, dice: — Roma non mi par
Roma; vi manca il mio poveretto Raffaello! —

Di lì a pochi giorni tutti i poeti d'Italia, da Lodovico Ariosto
al Molza, intuonavano elegie di dolore per la scomparsa del grande
artista.

Di quest'uomo meraviglioso, io debbo parlarvi, o signore; e ve ne
parlerò come lo consentono i brevi termini d'una conferenza, cioè molto
sommariamente; e Dio voglia non troppo indegnamente!


Il Vasari, che molto ammirava Raffaello, ma che molto non lo amava, ha
messo una trascuratezza speciale nel narrare dei primi anni del pittore
d'Urbino. Dice che studiò sotto il padre, Giovanni Santi, e che poi
fanciulletto fu mandato alla scuola del Perugino in Perugia. La verità
è che egli nella scuola del Perugino non entrò se non giovanetto già
adulto. Le prime ispirazioni, i primi rudimenti dell'arte egli li ebbe
invece in patria e dal padre, il quale era un pittore ondeggiante fra
il buono e il mediocre.

Questo Giovanni Santi possedeva una singolare cultura in ordine
all'arte del proprio tempo. Amando moltissimo gli artisti, egli si
informava con grande premura delle cose loro e sovr'esse esprimeva
giudizî non sempre trascurabili. Come documento di questa speciale
cultura artistica del buon Giovanni, è rimasta una cronaca rozzamente
da lui composta in terza rima ove sono celebrati quasi tutti i pittori
contemporanei venuti in qualche fama. Per cui il giovine Raffaello
cominciò molto di buona ora ad avere un concetto assai largo e vario
dell'arte; e a gittare gli sguardi oltre i confini della piccola
Urbino. Egli fino da giovinetto sentiva nominare in famiglia, fra
gli altri, Paolo Uccello, Pier della Francesca, il Perugino, Melozzo
da Forlì, Baldassarre Peruzzi, Leonardo da Vinci, Andrea Mantegna.
Sopratutto del Mantegna, il padre di Raffaello mostravasi caldo
ammiratore. Negli ultimi anni della sua vita questo mediocre pittore
ebbe un insperato trionfo, essendo stato per intromissione dei duchi
suoi padroni, invitato a Mantova a fare il ritratto di un cardinale
Gonzaga. Là conobbe il Mantegna ed ebbe campo di ammirarlo in tutta
la sua potenza, per cui non rifiniva di magnificarlo; ed è probabile
che agli orecchi del figlio, ancora fanciullo, pervenissero, distinti
su quelli degli altri pittori, gli elogi del grande discepolo dello
Squarcione. Così il latte dell'arte veniva per tempo succhiato da
Raffaello; e il senso della pittura derivatogli “per li rami„ dal
padre, era prontamente accresciuto e nobilitato da quei primi ricordi
domestici.

Ma scarso, interrotto e quindi di piccola efficacia, dovè essere
l'insegnamento del padre, in quell'epoca troppo occupato in faccende
e viaggi. Il vanto d'essere stato primo e vero maestro di Raffaello
spetta invece (come ha dimostrato con validi argomenti il Morelli)
all'urbinate Timoteo della Vite, allievo caro e insigne (lo dico con
paesana compiacenza) di Francesco Francia bolognese. La maniera di
Timoteo si manifesta innegabilmente ne' primi disegni e nelle prime
teste del figliuolo di Giovanni. Solo più tardi, nel _Sogno del
Cavaliere_ e nella _Incoronazione della Vergine_ comincia veramente ad
esprimersi il magistero del suo secondo maestro, Pietro Perugino.

Ma per vedere un quadro che indubbiamente affermi la potenza personale
di Raffaello bisogna che noi veniamo fino al 1503. Egli lo dipinse
per la chiesa di San Francesco in Città di Castello e rappresenta lo
_Sposalizio della Vergine_. Non è chi non conosca, almeno per delle
stampe, questo quadro famoso, che è uno dei migliori ornamenti della
Pinacoteca di Brera a Milano, ove oggi sorride nella sua grazia ingenua
e nella vivezza de' suoi colori, come se fosse uscito da poco dalla
mano del giovane artista.

Questo quadro è grandemente significativo per intendere Raffaello.
In caso si afferma una singolarità tutta propria del suo ingegno e
contiene, come in potenza, tutto lo svolgimento e le fasi dell'arte
sua. Esaminando il quadro di Raffaello in una stampa e confrontandolo
ad una stampa del quadro consimile che il maestro avea dipinto, a
prima giunta, credete d'avere dinanzi agli occhi lo stesso quadro del
Perugino, tanto la imitazione della composizione è accurata, quasi
servile. Ebbene, qui l'ingegno di Raffaello manifesta quella che
potremmo chiamare la sua _fatalità geniale_. Egli è destinato, durante
tutta la sua carriera artistica, a pervenire all'eccellenza movendo
sempre sulle orme di qualcheduno; salvochè egli poi trova sempre modo
di svelare le qualità individuali del suo ingegno per modo, che noi
siamo costretti a dire: — Questo è Raffaello! Solamente Raffaello
potrebbe fare così! — Dove altri annegherebbe nel plagio, egli si
salva, si innalza e trionfa.

Raffaello era anzitutto uno spirito agilissimo, un'anima ascoltante,
aperta a tutte le voci che sonavano nel campo dell'arte da presso
e da lontano. Questo mi dà argomento anche a ricordare due sentenze
di Michelangelo intorno a Raffaello. Una volta, da vecchio e sempre
memore di certi dissidii fomentati da tristi, egli affermò che tutto
quello che Raffaello da Urbino sapeva dell'arte, lo doveva a lui,
Michelangelo; e questa affermazione, o signore, è falsa. Un'altra
volta, discorrendo con Giorgio Vasari, disse che Raffaello l'eccellenza
dell'arte sua non la doveva alla natura, bensì allo studio; e questo io
credo che contenga una sembianza di verità, la quale va subito chiarita
e precisata, per non aprire l'adito ad un grossolano errore.

Che Raffaello non avesse sortito da natura una eminente indole di
artista, mi pare impossibile il pensare. Non si dipinge la _Disputa del
Sacramento_ nè la _Madonna di San Sisto_; non si ritrae dal vivo Leone
X e Baldassare Castiglione, come li ha ritratti Raffaello, se la natura
non vi ha arricchito di doti pittoriche straordinarie. Ma nel detto di
Michelangelo, ripeto, vi ha una parte di vero, inquantochè lo spirito
artistico del pittore di Urbino ebbe sempre a giovarsi di eccitamenti
esteriori per suscitare, e rendere operose le facoltà geniali
dell'artista, che stavano come aspettando nella parte più eletta
dell'anima sua. Questo si avvera in tutte le fasi, e si riscontra in
tutti gli aspetti della vita artistica di Raffaello.

Che cosa abbisognava a lui per prendere il campo nel regno dell'arte,
per diventare quello che egli riuscì infatti, vale a dire un
trionfatore e un dominatore? L'angusta cerchia della vita artistica di
Perugia; il magistero del Vannucchi e del Pinturicchio, non sarebbero
bastati. Rimasto in questa cerchia, Raffaello sarebbe indubbiamente
riuscito il più squisito, il più delicato, il più immaginoso dei
pittori umbri. Egli avrebbe, in altri termini, portato al suo grande
apogeo, quella forma di bellezza così casta insieme e così viva, che
partendo da Nicolò Alunno e da Gentile da Fabriano aveva già toccato
invidiabili altezze. Parecchi professori d'estetica oggi non dubitano
di esclamare: così pur fosse accaduto! Ma che giova fantasticare
davanti alla storia?... Bisognava a Raffaello di slargare il suo
spirito nella vita e nella cultura italiana; bisognava che egli
sentisse tutto quello che vi era di vivo, di eletto, di irrequieto
e di cercatore nella sua epoca; e che si stabilisse una specie di
suggestivo contatto fra l'anima sua e l'anima del suo secolo. E in ciò
gli sovvenne favorevolissima la fortuna; perchè nel 1503, volgendo la
stagione di autunno, ebbe occasione di restituirsi nella sua Urbino,
dove regnava, benedetto e circondato di tutta l'affezione del popolo,
Guidobaldo da Montefeltro, il quale, seguendo l'esempio del suo
predecessero, il duca Federico, insieme alla sua graziosa e coltissima
donna, Elisabetta Gonzaga di Mantova, aveva costituito una piccola
corte, dove erano in fiore tutte le delicate e leggiadre discipline
di quell'epoca. Raffaello, giovinetto modesto, avvenente, simpatico,
fu accolto con ogni maniera di carezze, come un fanciullo portentoso,
in mezzo a quegli spiriti eleganti, a quelle gentildonne piene di
grazia e soavità. In questo ambiente così colto e così tutto pieno di
modernità per i tempi suoi, Raffaello da Urbino sentì come slargarsi
e moltiplicarsi le facoltà del suo spirito. In mezzo alla corte
d'Urbino egli pervenne ad una estatica comunicazione coll'umanesimo dei
suoi tempi, ascoltando i discorsi di Ottaviano Fregoso, di Bernardo
da Bibbiena, non ancora cardinale, di Pietro Bembo e sopratutto di
Baldassare Castiglione, un uomo che aveva tutti gli abiti intellettuali
e tutte le eleganze e tutte anche le maschie virtù del suo tempo;
che seppe cogliere e illustrare in una nobilissima idealità il
tipo del gentiluomo del Cinquecento, con un libro che è uno dei più
rappresentativi che si possono leggere, quando, ben inteso, leggendolo,
si abbia occhio allo spirito dell'epoca.

In quell'ambiente eletto e fortunato, il giovine Raffaello potè
agevolmente arricchire e affinare la propria cultura d'artista. Egli
non era il pittore isolato sopra un ponte a condurre qualche rigido
affresco ascetico, ma l'artista mondano, l'artista del suo tempo, la
cui anima poteva liberamente estendersi e rispecchiare le più elevate
e complesse idealità della propria epoca. Mentre egli sarà rimasto
incantato dalle eleganze di Emilia Pia e di donna Elisabetta, le quali
dimostrarono in diverse circostanze d'avere per lui una signorile
e schietta affezione, avrà certamente aperta tutta l'anima sua ai
discorsi di Baldassare, che insisteva sempre (il libro del _Cortegiano_
ne fa fede) in quella sua gran massima che la _Grazia_ deve dominare il
mondo.

E qui notate che per “Grazia„ il Castiglione non intendeva già quella
piccola virtù, facilmente futile e smorfiosa, che ha poi dominato negli
usi delle corti e del così detto mondo elegante. Con quella parola
egli voleva invece esprimere una specie di signorile disinvoltura,
destinata ad accompagnare e ornare tutte le azioni di un uomo dabbene,
dalle più indifferenti alle più gravi. Non è uomo valente, non è uomo
gentile, non è uomo di corte, chi non possegga la “Grazia„ in tutte
le manifestazioni dell'esser suo; negli uffici pubblici e nella vita
privata, nelle imprese guerresche, e nella disciplina della pace.

Ora se noi pensiamo, o signore, al carattere dominante nell'arte di
Raffaello, che fu appunto una specie di grazia dignitosa, atteggiata
nelle forme più magnifiche e nelle espressioni più ideali, ci
persuaderemo volentieri che bisogna unire i precetti di Baldassare
Castiglione a quelli di Timoteo della Vite, di Perugino e di
Pinturicchio per renderci pieno conto della educazione del giovane
artista.


II.

Chi di voi ebbe la bontà di ascoltarmi quando, in questa stessa sala,
narrai la vita di Leonardo da Vinci, ricorderà anche che io notava
tristamente come tutti i periodi della vita artistica del grande
toscano si chiusero con un dolore e con una sconfitta. La vita invece
del nostro pittore ci presenta tutto l'opposto. Raffaello procedè di
successo in successo, di trionfo in trionfo. Tutti i sorrisi della
fortuna furono per lui.

Lo vedo bene, o signore, questo potrebbe destare in voi un senso di
scarsa benevolenza, forse di antipatia. Ma pensate che Raffaello non
fece mai nulla per demeritare il benefizio della fortuna; anzi, per
quanto fu da lui, cercò sempre di mostrarsene degno.

Così allargato il suo intelletto, così ingentilito l'animo nella
convivenza di tutti quegli eletti spiriti della corte d'Urbino,
Raffaello si trova davanti al secondo periodo della sua vita. Il
giovane pittore lascia la piccola città d'Urbino e viene a Firenze.
Un orizzonte ben più vasto si schiude innanzi a lui. Nel 1504 egli
arriva, o signore, nella vostra città, avendo appena 22 anni; e trova
questo gran focolare dell'arte in uno dei suoi momenti più fortunati.
Michelangelo ha 30 anni; Leonardo ne ha 50; Fra Bartolomeo della
Porta ne ha 35; Andrea del Sarto, giovinetto, comincia a fare le sue
prime prove; Sandro Botticelli, ricordo glorioso del Quattrocento,
volge al termine della sua vita. Raffaello d'Urbino, guidato dalla sua
favorevole stella, trova in Firenze le accoglienze più gentili. Nella
bottega di Baccio d'Agnolo ove si raccoglievano a veglia e a dispute
feconde, e spesso anche concitate e irose, tutti i più grandi artisti
della Firenze d'allora, egli è carezzato, ricercato, portato in palma
di mano.

La sua giovinezza non dà ombra ad alcuno; tutti vogliono bene a
questo giovane umbro che, venuto giù dalle sue montagne, si mostra
tutto studio e tutta curiosità per arricchire il patrimonio delle sue
cognizioni artistiche. Si offre a tutti graziosamente per discepolo e
tutti volentieri gli fanno da maestro. E qui trova veramente modo di
esplicarsi nel più largo senso quella peculiare qualità che ho notato
più sopra nello spirito artistico di Raffaello. Egli è aperto a tutte
le impressioni, egli ascolta tutte le voci. Lo si direbbe nato per
imitare sempre, deliberato a imitare tutti; invece egli si accinge ad
assimilare, a fondere, a trasformare tutto nella propria individualità
in modo così portentoso, che ben presto si pone sopra i mediocri e sta
alla pari con i grandissimi. Infatti eccolo che subito si interessa
delle vecchie pitture fiorentine e va a copiare al Carmine il Masaccio,
il Filippo Lippi, il Masolino da Panicale; poi gira avidamente l'occhio
intorno a sè; e dovunque trova una buona fisonomia d'artista, gli si
mette ai panni e, senza farsi scorgere, trova modo di rapire a lui
il suo segreto. Vede la _Gioconda_ di Leonardo da Vinci e dipinge
la _Maddalena Doni_; vede le _Sante Famiglie_ di Fra Bartolomeo
della Porta e dipinge la _Madonna del Granduca_ e la _Madonna del
Baldacchino_. Richiamato per breve tempo nell'Umbria, va al chiostro
di San Severo e là nella parete di un grande affresco dimostra quanto
vivi fossero in lui i ricordi dei maestri fiorentini e specialmente del
Frate di San Marco; ricordi che non cesseranno mai più d'accompagnarlo
e di manifestarsi nelle sue opere.

Molti lavori raffaelleschi di questa epoca potrei citarvi, ma quello
che rivela di più il singolarissimo istinto eclettico di Raffaello
è la _Deposizione della croce_, che per tanto tempo ha ornato la
galleria Borghese in Roma. Lo studio di questo quadro e sopratutto
un esame attento dei disegni e schizzi, con cui laboriosamente
il pittore lo preparò (si trovano nelle collezioni di Oxford, del
Louvre, della Galleria Pitti), dimostrano quante impressioni d'arte
occupavano in quell'epoca l'animo di Raffaello e se ne contendevano,
in qualche guisa, il dominio. Sulle prime egli mette giù dei segni
coi quali par che voglia rifare il processo dello _Sposalizio_,
riproducendo e assimilando il componimento della _Deposizione_ del
suo maestro il Perugino, che ora si conserva agli Uffizi. Ma poi si
pente, non parendogli forse prudente questo _bis in idem_. Cominciano
in vario senso le ricerche e le prove. Il Mantegna, il Ghirlandaio,
Fra Bartolomeo, lo stesso Michelangelo della _Madonna della Tribuna_
concorrono a formare questa _Deposizione_ raffaellesca, che nelle
arie dei volti, negli atteggiamenti delle figure, persino nel girar
delle pieghe si richiama a questo e a quello. Eppure chi, appena visto
nel suo insieme il quadro, non vede, non sente l'anima di Raffaello?
Le sparse modulazioni si fondono nella dolce e grandiosa sinfonia;
e non si pensa più che a lui. Però l'opera di Raffaello in Firenze,
comechè coronata di successi continui, non ha nulla di clamoroso,
nulla di trionfale. Quando Pietro Soderini, gonfaloniere a vita della
repubblica, vuole far eseguire certi affreschi, si parla un po' di
Raffaello. Questi mette anche in mezzo la protezione della Corte
d'Urbino; ma è inutile; il buon momento passa e di Raffaello non si
parla più. Forse gli nocque la sua giovinezza inesperta e l'essere egli
nè fiorentino nè toscano.

Il gran teatro della gloria di Raffaello non poteva essere Firenze;
sarà Roma. Ma di quanto non è egli debitore a Firenze! Qui egli ha
tesoreggiato nei più fioriti campi dell'arte; qui ha fatto le ali
al grandissimo volo; qui il suo spirito fu visitato da visioni di
paradiso. A Roma potrà averne di più grandiose, non di più fresche, di
più pure, di più soavi....

Giorgio Vasari, nella vita di Sebastiano del Piombo, dice che al tempo
di Leone X Roma era diventata la “patria comune„ di tutti i pittori
d'Italia. È una frase superba ma inesatta, anzi ingiusta. Il movimento
di attrazione di Roma verso tutte le parti d'Italia, nel senso
dell'arte, era cominciato da un pezzo; si era molto accresciuto sotto
Alessandro VI e aveva raggiunto il suo apice luminoso, regnando quella
fiera e forte tempra di papa, che fu Giulio II, il quale non contento
degli allori della guerra volle circondare il proprio pontificato con
tutti gli splendori dell'arte, sottomettendo al suo spirito grandioso
e violento i più alti e liberi spiriti del suo tempo. Egli fu il
vero mecenate di Michelangelo; egli il vero iniziatore in Roma della
grandezza di Raffaello d'Urbino. Infatti quando Raffaello d'Urbino va
a Roma, Giulio II ha già commesso a Michelangelo il proprio sepolcro;
specie di delirio faraonico, alla esecuzione del quale la basilica di
San Pietro non offre ampiezza sufficiente! Già le pareti della Sistina
si aprivano dinanzi all'ingegno dantesco del grande fiorentino, il
quale indarno si schermiva che la pittura “non era arte sua„. Papa
Giulio volle che Michelangelo fosse pittore e a Michelangelo toccò
di sottomettersi. Buono per noi, buono per la civiltà, chè da quella
sottomissione uscì la pagina forse più meravigliosa dell'arte moderna!

Raffaello venne chiamato a Roma dal Papa, forse per suggerimento di
un suo grande e potentissimo concittadino, il Bramante, che godeva
tutto il favore di Giulio come architetto di San Pietro, che non amava
Michelangelo e che forse nell'agile e moltiforme abilità di questo
giovinetto vedeva un utile strumento per la sua lotta col temuto
artista di Firenze.

Fatto è che un bel giorno papa Giulio II dice a questo giovine
venticinquenne: “Dipingimi la vôlta di questa stanza„; e Raffaello vi
dipinge in quattro tondi la Teologia, la Poesia, la Giurisprudenza
e l'Astronomia. Appena il Papa vede queste quattro figure che, non
ostante le pareti fossero già in parte coperte da pittura insigni (e
basterà ricordare i nomi del Suardi, del Perugino, del Peruzzi, del
Sodoma), egli dice a Raffaello: “Leva via tutto e coprimi tu col tuo
pennello questi muri!„ E Raffaello ossequente e sollecito si mette a
dipingere e completa la Stanza della Segnatura!... Questa Stanza ha
un'importanza davvero straordinaria. Non è solo la pagina più insigne
nella vita del grande artista; è il cominciamento di tutta un'epoca
nella storia dell'arte, è l'inizio di un movimento che dovrà riempire
grande spazio della nostra storia artistica in questi ultimi tre
secoli.

Vero fondatore della scuola romana, voi dunque capite che io pongo
Raffaello; e lo direi anzi unico fondatore. Si suol citare Michelangelo
ma a torto, io credo. Michelangelo era troppo colossalmente individuale
per formare scuola nel senso che si usa e si deve dare a questo
vocabolo. Michelangelo è un genio incomunicabile, oltre che per la
sua stessa elevatezza trascendente, per quel che di scontroso e di
geloso che è nel suo genio. Ma voi direte: come va dunque che abbiamo
il _michelangiolismo_? Ebbene, io vi dico che il michelangiolesimo non
è che una invasione che viene sì da Michelangelo, ma per l'intervento
di Raffaello. Non potevano dei pittori mediocri avere la forza di
appropriarsi in modo diretto, e quindi volgarizzare la maniera del
terribile fiorentino. Questa sua maniera era come la clava d'Ercole,
che nessuno poteva stringere e maneggiare. Bisognò che un altro genio,
degno di stargli a fronte, si cimentasse con lui e si piegasse al suo
metodo: bisognò che Raffaello dopo essere stato peruginesco, dopo
essere stato vinciano, dopo essere stato imitatore di tanti altri,
si atteggiasse per un momento anche ad imitatore di Michelangelo.
Solamente egli, con quel suo privilegio singolarissimo di selezione,
seppe prendere ciò che in Michelangelo vi era di comunicabile.
Infatti, soltanto dopo l'_Isaia_, dopo le _Sibille_ della Cappella
Chigi, dopo le figure dell'_Incendio di Borgo_, allora soltanto il
michelangiolesimo divenne cosa possibile; e fu anzi troppo facile a
tutti il mettersi dietro a quella insegna perigliosa!

Io credo adunque di avere affermato cosa prettamente conforme alla
verità storica, dicendovi che il vero, l'unico fondatore della scuola
romana fu Raffaello d'Urbino.


III.

A costituire questa scuola abbisognava un genio vasto insieme e
accomodante; e questa era appunto, o signore, la duplice qualità che
distingueva, fra gli altri grandi suoi contemporanei, Raffaello. Egli
potè imporsi ai pittori che venivano a Roma da ogni parte d'Italia, ai
Veneziani, ai Padovani, ai Mantovani, ai Ferraresi, ai Bolognesi, ai
Fiorentini, agli Umbri, potè imporsi a tutti perchè con tutti egli se
la intendeva, con la sperimentata famigliarità nella pratica dell'arte.
Ed essi, gli artisti, senza contrasto, abdicavano il particolarismo
della loro arte e lo deponevano ai piedi di Raffaello, perchè trovavano
qualche cosa di loro stessi nella pittura di Raffaello. C'era,
insomma, una specie di _do ut des_, una specie di scambio geniale,
attraentissimo, che seduceva i pittori di tutte le parti d'Italia,
rappresentanti istinti, maniere, ideali d'arte spesso notevolmente
dissimili. E Raffaello graziosamente li tirava tutti dentro la sua
orbita e li disciplinava, perchè a tutti aveva conceduto qualche cosa,
da tutti qualche cosa avea mutuato. Ognuno, a qualunque regione o
tradizione italica appartenesse, si sentiva meno umiliato nel cedere
alla supremazia romana, perchè il Raffaellismo si presentava come una
federazione degna, come una apoteosi armonica concordata di tutte le
scuole che si erano venute svolgendo in Italia.

E quale fu il carattere di questa scuola romana? L'argomento,
o signori, meriterebbe di per sè solo una lunga conferenza. Il
cattolicismo, giunto all'apice della potenza mondana, si crea e inspira
un'arte conforme al suo genio moderno e ai nuovi bisogni suoi. Fino a
quel tempo i pittori delle varie parti d'Italia avevano rappresentato
il sentimento religioso con libera scelta, secondo l'indole e le
tradizioni dei vari paesi; devoto, raccolto, e quasi monastico
nell'Umbria; più vivace a Firenze; smagliante di bellezza felice e di
pompa signorile a Venezia. Tutto ciò in Roma bisognava che si fondesse,
generando finalmente un'arte cattolica, ossia universale. E mentre la
Chiesa voleva un'arte in corrispondenza alla propria universalità, il
pittore romano, guidato da questo grande impulso, dimenticava a poco
a poco ogni intento particolare e sentiva che d'ora innanzi dalle sue
pareti, dalle sue cupole, dalle sue tele, doveva parlare a tutta quanta
la cattolicità. La Chiesa, dal canto suo, sentiva ingrossare i tempi e
s'affrettava a circondare di tutti i prestigi dell'arte il dogma, onde
meglio preservarlo dai prossimi assalti. Aveva dominato il mondo nel
medio evo con la pietà e con la scolastica; ma ora sentiva che la nuova
società, tutta impregnata di umanesimo, meglio si sarebbe dominata con
l'arte e con la bellezza.... Questa pittura romana, destinata a così
grande ufficio, doveva avere, caratteristica speciale, una spiccata
magniloquenza; e questo vi spieghi, signore, quel che di ampolloso,
e di violento e di sforzato che troviamo talvolta nelle composizioni
anche dei migliori. Quegli artisti vi danno l'idea di un oratore, il
quale parli ad un grandissimo uditorio in una piazza smisurata. Egli
istintivamente è tratto a forzare la voce e il gesto, perchè vuole
che il senso della voce e del gesto arrivi ai lontani termini del suo
uditorio....


IV.

Fedele sempre all'indole sua, anche a Roma, Raffaello cercò un impulso
esteriore da cui muovere, un esemplare grande in cui ispirarsi; e
questa volta lo trovò nella classica antichità. Prima di recarsi a
Roma, Raffaello si era trovato poco a contatto dell'antico. Checchè ne
sia del suo disegno delle tre Grazie a Siena, e per quanto a Firenze
abbia visti e studiati i marmi che i Medici avevano raccolto, certo è
che poco o punto il suo stile se ne risente. In Roma si trova davanti a
tutti i tesori dell'arte greca e romana. Parecchi dei più meravigliosi
marmi, che formano ora la invidiata ricchezza del Vaticano, erano
già stati scoperti. Era stato scoperto l'Apollo di Belvedere, era
stato scoperto il Laocoonte, il Torso, l'Arianna. Quasi non trascorre
giornata senza che il sacro suolo non restituisca qualche frammento
della antica bellezza. E gli artisti e gli umanisti e la Corte e il
popolo li illustrano a gara e li accolgono in festa. Tutta questa
suppellettile classica nell'anima di Raffaello ebbe un'efficacia
grandissima. Egli vede quale grande partito potrà cavare da essa per le
vaste composizioni che i Papi gli danno a eseguire e che egli rivolge
di continuo nella mente. Da allora in poi l'antico diventa la suprema
guida di Raffaello d'Urbino. Egli fonde e coordina nel suo spirito
questo nuovo e grandissimo coefficiente a tutte le altre educazioni
artistiche già da lui maturate a Perugia, a Urbino, a Firenze; e con la
guida dell'antico va in cerca di un ideale che degnamente risponda alle
nuove richieste dell'arte cattolica.

E mostrò subito d'averlo trovato con gli affreschi nella _Stanza della
Segnatura_. Questa camera, veduta oggi, produce un senso di tristezza.
Quanto guasto ha fatto il tempo a quelle pitture! Dapprima subì il
sacco di Roma; poi per rimediare ai guasti orribili della soldataglia,
fu incaricato Sebastiano del Piombo. Cattiva scelta! Sebastiano del
Piombo, l'invidioso, il nemico di Raffaello, l'eccitatore maligno
degli ingiusti sdegni di Michelangelo! Che coscienza mai avrà egli
potuto mettere in impresa così ardua e delicata? Fatto è che nel 1536,
essendo Tiziano in Roma, passeggiava un giorno a braccetto col suo
compaesano per le Stanze e per le Loggie. Voltosi a lui d'improvviso
gli chiese: “Chi è stato quell'asino che ha restaurate queste pitture?„
E Sebastiano dovette confessare che era stato lui!

Ma il male non si è fermato qui. Nel secolo XVII Carlo Maratta fu
incaricato di restaurare le pitture di Raffaello per comando di
Innocenzo XI. Questo buon Maratta procedeva a certe sue lavature “con
vino greco e panni bianchi„ così maledettamente disinvolte, che lo
spirito pubblico se ne commosse e vi fu gran sussurro per tutta Roma,
onde impedire tanto vandalismo. Ma intervenne il Papa e dette ragione
a Maratta perchè egli, il Papa, aveva dato la commissione! Questo
vi spieghi abbastanza perchè adesso quelle pitture sono poco più che
l'ombra di loro stesse.

Quanto più fortunate, per esempio, le pitture del Pinturicchio
nell'appartamento di papa Borgia! Paiono uscite ieri dal pennello del
suo autore, perchè nessuno ha mai pensato a restaurarle. Per cui,
voi lo vedete, o signore, tante volte c'è da augurarsi al mondo di
non esser troppo celebrati!... Fatto sta che le pitture neglette del
Pinturicchio ora sorridono di tutto il loro bel colorito, mentre, al
piano superiore, quelle di Raffaello scontarono la loro celebrità,
venendo esposte a tutte le ingiurie della insipienza e della
presunzione restauratrice.

Ma ad onta di questo, chi guardi in quelle stanze con occhio attento e
sopratutto chi si adopri a coordinare il concetto informatore di quei
dipinti, non può, direi quasi, non genuflettere il proprio spirito
davanti alla grandezza del pittore d'Urbino. Il quale a Roma manifestò
in grado eminente una dote di cui prima non si aveva per anche la
misura piena; voglio dire di essere un geniale concettista libero e
originale.

La Stanza della Segnatura non è un insieme di dipinti collegati fra
loro da un qualche simbolo come vediamo in tanti palazzi e in tante
chiese; no, qui siamo in presenza della apoteosi del cattolicismo
alleato con l'umanesimo; qui è celebrata, in un poema di segni e di
figure, tutta la gloria del secondo Rinascimento italiano!

Nella vôlta abbiam detto che Raffaello dipinse la Poesia, la
Teologia, la Filosofia e la Giurisprudenza, messe là come i sommi
principii direttivi della vita civile e religiosa. Accanto ad ognuna
di esse, pure nella vôlta, sta un primo quadro, che è come una più
viva illustrazione del concetto astratto, già personificato nelle
belle figure delle Virtù. Così, vicino alla Giurisprudenza si vede
rappresentato il _Giudizio di Salomone_, una specie di giustizia
primitiva, elementare, mitica. — Accanto alla Poesia egli mette
_Apollo e Marsia_, appropriatissimi a simboleggiare l'assidua lotta,
la eterna lotta che in tutti i tempi servì di stimolo e di incremento
a tutte le arti. Di fronte alla Filosofia si vede una Musa pensosa
(forse Urania) ascoltante l'armonia delle sfere, fissa sopra un
globo armillare, tutta compresa dal concetto dei mondi fatti da Dio
in _numero, pondere et mensura_. Di fianco alla Teologia, Raffaello
dipinge _La colpa di Adamo_, ossia tutta la storia della umanità,
quando alla maniera di Sant'Agostino e di Bossuet, la si voglia
considerare come un gran dramma sacro, un poema religioso. — Alla
figura della Giurisprudenza corrispondono due episodi storici e
giuridici: _L'imperatore Costantino che dà le Pandette a Triboniano_,
e _Il papa Gregorio che bandisce i Decretali_. Ecco il diritto romano
e il diritto canonico, le due forze meravigliose dalle quali uscirà il
Medio Evo colle sue lotte e affermazioni potenti. — Corrisponde alla
Poesia _Il Parnaso_, dipinto in una delle pareti, con Apollo in cima,
il bellissimo Dio che suona e canta; circondato dal coro delle Muse e
dal sacro stuolo dei poeti, accompagnati dalle care donne che in vita
li amarono, li fecero soffrire, li ispirarono. Il concetto artistico
della Filosofia è meravigliosamente svolto e completato con la _Scuola
d'Atene_, un modello di composizione euritmica. — E finalmente alla
Teologia corrisponde _La Disputa del Sacramento_, forse, anzi senza
forse, la più elevata, ideale, bella, fra le composizioni di Raffaello
Sanzio. Se l'idea venne da Giulio II, bisogna dire che il Papa ebbe
un presentimento del suo grande significato. Notate una coincidenza
strana! Mentre Raffaello dipingeva la _Disputa_ capitava a Roma un
frate tedesco, un giovine tutto chiuso in sè stesso, dallo aspetto
nordico, dall'occhio meditabondo. Era Martino Lutero, il quale, nel
fervore della sua prima fede, era venuto, come tanti Tedeschi, in
pellegrinaggio a Roma. S'aspettava di trovare la mistica Gerusalemme,
invece (a detta sua) aveva trovato qualche cosa che gli ricordava
Sodoma e Babilonia. Forse in quell'epoca il frate ribelle cominciò a
pensare il motto: “Io farò un buco in questo tamburo„ che fu poi il
grido di battaglia, che eccitò tante sollevazioni di anime e doveva
rompere la unità spirituale nel mondo cristiano. L'unità del mondo
cristiano stava per rompersi, e precisamente il dogma che doveva
servire di principio a tutte le altre negazioni, era appunto quello
dell'Eucaristia. E allora un giovane pittore d'Urbino segnava in
una pagina immortale la glorificazione di questo dogma!... Poi verrà
il Bellarmino e i Gesuiti col loro apostolato di riconquista; e il
Concilio di Trento con l'Antiriforma; ma a difesa del dogma, per certe
anime, varrà forse meglio di tutti questo argomento di sovrana bellezza
espresso dal pittore in una parete del Vaticano....


Qui si apre l'epoca in cui Raffaello, forse perchè ha raggiunto una
specie di apice, incomincia a somministrare delle forti prese alla
critica. Già egli si eleva troppo; tutti sono intorno a lui ammirati e
quasi genuflessi. Il Papa, non contento di averlo pittore di palazzo,
lo fa architetto di San Pietro. Poi gli dà un incarico che sarebbe
stato da solo bastante a riempire la vita di un uomo centenario e
a domare i muscoli di un Ercole. Gli dà niente meno che la missione
di risuscitare tutta la Roma classica, di notare e illustrare tutti
i monumenti dell'antichità pagana. Leone X, preso da una specie di
furore di restaurazione classica, vuole che tutto quello che è rimasto
di pregevole e di salvabile della antichità, si salvi e si illustri;
e ne incarica Raffaello. Ed ecco Raffaello a capo anche di questa
grandissima impresa! Egli allora, con la meravigliosa agilità del suo
ingegno, si converte in un grande archeologo; e non solo di Roma si
occupa; ma in Sicilia, in Grecia, in Provenza, manda uomini di sua
fiducia, che lo ragguaglino di memorie, di disegni, di schizzi, per
poter con opportuni confronti misurare le rovine di Roma. Intanto egli
conduce e termina una relazione al Papa che avrebbe fatto onore al più
consumato archeologo del suo tempo.... dirò meglio, o signore; nessuno
degli archeologi contemporanei avrebbe saputo fare altrettanto. E in
vero Raffaello, in mezzo ai pregiudizî del tempo inevitabili sempre, ci
manifesta, oltre l'intuito sicuro del bello, tanto rispetto alla verità
e un tale _senso storico_ dell'arte delle varie epoche, che, leggendo
oggi la sua relazione, siamo costretti a stupirne come di un felice
anacronismo.


V.

In mezzo a tanto lavoro era possibile che tutto ciò che usciva dalle
mani di Raffaello fosse una espressione meditata e serena delle sue
forze, una fioritura eletta della sua coscienza d'artista? No. E fu
allora che da Raffaello uscì fuori il Raffaellismo; fu allora che
cominciò l'opera davvero soverchiante dei suoi allievi. Allievi ne ebbe
molti, come sapete, ed alunni artisti di primo ordine; basti ricordarvi
il Penni, il Pippi, Giovanni da Udine, Polidoro da Carreggio, Perino
del Vago.... Disgraziatamente in tutte queste produzioni farraginose e
frettolose che dovevano uscire di giorno in giorno da quella specie di
associazione pittorica, tutto non poteva essere eccellente. Talvolta
di Raffaello non abbiamo che il nome: talvolta vediamo la mano, ma
si capisce (come fu detto con frase felice) che _il suo pensiero era
assente_. Ecco perchè quando pensiamo a Raffaello ci sentiamo compresi
di ammirazione, quando pensiamo al “raffaellismo„ l'animo nostro si
sente come allontanato da lui.

Però ogni tanto, anche in questo periodo, Raffaello si ricorda chi
egli è e sente il bisogno di riaffermare con qualche opera la sua
meravigliosa potenza. E allora egli nella villa di Agostino Chigi
dipinge la _Galatea_, con cui pare fissato in perpetuo il tipo
elegantissimo della pittura mitologica; allora egli dipinge _Santa
Cecilia_, la bella santa che si lascia cadere di mano le canne
dell'organo terreno, avendo l'anima tutta assorta nelle melodie degli
angeli. Allora egli dipinge la _Madonna di San Sisto_, la più bella, la
più trionfale di tutte le madonne del mondo.

E a proposito di tutte quelle sue madonne lasciate che io vi
accenni anche qualche cosa della religiosità della sua pittura.
Una delle critiche, che si fanno a questo grande pittore, uno dei
moventi anzi che hanno determinato quel moto di reazione che fu
detto _preraffaellista_ e che più schiettamente dovrebbe dirsi
_antiraffaellista_, nacque appunto dall'aver negato il senso schietto
e puro della religiosità ai suoi dipinti. In altri termini si è detto
che la religiosità dell'arte, per colpa di Raffaello, subì in qualche
modo una degenerazione. È vero questo? Prima di tutto quando si parla
di questa benedetta religiosità dell'arte vorrei che si spiegassero
un poco i termini di un soggetto così sottile, così delicato e
controverso. Dove comincia la religiosità dell'arte? Dove finisce?
E poi quelli che seggono in cattedra a dissertare e sentenziare su
questo argomento sono sempre giudici competenti?... Per esempio,
Giovanni Ruskin nella sua fredda anima di presbiteriano anglosassone,
nel suo aborrimento per il Papa e per il cattolicismo, è egli proprio
un buon giudice intorno alla religiosità delle madonne in genere e
specialmente delle madonne di Raffaello? E il signor Ippolito Thaine,
questo rigidissimo positivista, è proprio in grado di giudicare la
religiosità, non solo di Raffaello, ma di tutte le pitture sacre del
Cinquecento?... Eppure noi italiani accogliamo in ginocchio le sentenze
di questi signori come se fossero dei responsi infallibili! Io invece
vi confesso che, trattandosi di pittura religiosa, preferirei molto
volontieri alle sentenze dei Ruskin, dei Thaine e di tanti altri,
un semplice plebiscito di spiriti sinceramente religiosi; perchè
mi pare che sia qui più che mai il caso in cui ciascuno dovrebbe
giudicare nella propria materia. Quanto alle madonne di Raffaello,
se guardo quella di San Sisto, io rimango commosso come davanti alla
glorificazione della casta bellezza femminile; quanto alle altre,
non avranno tutte (concedo volontieri) lo ascetismo semi-bizantino
delle madonne di Cimabue e di Duccio da Siena, non il raccoglimento
monacale di quelle del Francia e del Perugino. Sono, se volete, delle
gentildonne del Cinquecento belle, soavi, eleganti; ma volentieri
l'animo mio si porta verso di loro con senso di adorazione, perchè
veggo la loro umana bellezza spiritualizzarsi e idealizzarsi nella
santa effusione della maternità!... E questo mi basta, o signore, per
non sottoscrivere a sentenze date in senso contrario, con autorità e
competenza molto dubbie.

Quanto poi a certi altri aspetti di quest'arte del Cinquecento,
che realmente non legano più col nostro gusto, io vi esprimerò solo
un'osservazione. Noi abbiamo spezzato nella nostra coscienza quella
grande unità morale e storica, che creò l'arte del nostro secondo
Rinascimento. Noi, o signori, diciamolo, se ci piace, a nostra gloria,
siamo anzitutto dei critici, che più delle cose fatte amiamo le cose
in formazione, quindi siamo attratti da uno spirito invincibile di
predilezione e di curiosità per tutto quello che si fa, per tutto
quello che si volve, per tutto quello che non è ancora arrivato.
Quando un ciclo è chiuso, un fatto è compiuto, ridiventa qualche cosa
di freddamente oggettivo per noi, qualche cosa che non è più in pieno
accordo con la nostra coscienza, inquieta e cercatrice; e principiamo
ad amarlo meno.

Per questo alla nostra coscienza di critici e cercatori fanno un
effetto di grande genialità, per esempio, i Primitivi, che noi
volentieri ammiriamo anche quando tradiscono la loro inesperienza,
perchè ci sembra di assistere, come in un dramma spirituale,
all'evolversi della loro facoltà estetica e al graduale maturarsi
della loro potenza tecnica e operativa. E ogni volta che uno di quei
pittori dell'epoca relativamente incompleta mette ne' suoi quadri una
intenzione e vince una difficoltà (intenzione e difficoltà che vedute
in un quadro del Cinquecento ci lascierebbero freddissimi), esso assume
ai nostri occhi l'aspetto e il valore di una gioconda meraviglia,
precisamente come riesce a noi letterati di meravigliarci quando nei
_Fioretti_ o nelle _Vite_ del Cavalca ci imbattiamo in un traslato
vivo, che ci dà un senso improvviso di arditezza e un profumo quasi di
modernità.


VI.

Del resto (e mi approssimo a finire) io vorrei, o signore, che, nello
studiare Raffaello, teneste conto di una sentenza di Wolfango Goethe,
il quale in materia d'arte aveva una profonda competenza, non solo
perchè era un ingegno sovrano ma perchè era uno spirito eminentemente
sereno. Volfango Goethe aveva l'abitudine di tenere sempre sotto
gli occhi delle stampe di composizioni di Raffaello, e le esaminava
quotidiamente. Un giorno si compiaceva dell'una, un giorno dell'altra;
poi tornava da capo a guardare, a studiare, ad ammirare. Interrogato
dall'Eckermann perchè questo facesse, egli diceva: “Per mantenere
familiare col mio spirito l'idea della perfezione della forma.„ E
questo è tanto vero che trova anche un riscontro nel nostro sentire
e parlare quotidiano. Allorchè ci troviamo di fronte a una vera e
completa bellezza, quando quel senso di dolce turbamento che essa ha
suscitato in noi vogliamo esprimere con un solo vocabolo, diciamo:
bellezza _raffaellesca_.

Dopo questa grande caratteristica notata giustamente dal Goethe nelle
opere di Raffaello, cioè di avere egli saputo cogliere con semplicità
e chiarezza la formosità armonica e piena delle cose, lasciate che
ne ricordi un'altra, e che fa nobilissima testimonianza del merito di
Raffaello nella storia dell'arte, giustificando l'altissima ammirazione
di cui fu oggetto vivo e l'immenso compianto da cui fu accompagnata la
sua morte. Ma qui io non posso far altro che rendermi debole interprete
di una pagina eloquente del mio illustre e compianto cittadino Marco
Minghetti, il quale nella fine del suo bel libro sul pittore sovrano,
consacra parole eloquenti ad encomiare la “elevatezza morale„ che
rappresentano insieme la vita e le opere del pittore d'Urbino. Il
quale, dice il Minghetti, non segnò una linea nè diede un colpo di
pennello che non tenda ad ingentilire il nostro spirito, mentre nulla
troviamo nelle opere sue che al nostro spirito porti degradazione o
turbamento. A questa altezza morale delle opere di Raffaello s'unisce
la buona testimonianza nella vita. Egli fu sempre giusto e cortese con
tutti. Per non citare che un fatto, mentre Michelangelo qualche volta
si lasciava andare a dei moti immeritati d'ira verso di lui, egli non
ebbe mai che parole di rispetto verso il grande fiorentino; anzi (ce
lo narra il Condivi) fu spesso udito esclamare: Ringrazio Dio che mi
ha fatto nascere a questo mondo insieme a Michelangelo!... Lo so bene;
questa bontà morale e ideale delle opere di Raffaello, che trova così
degno riscontro nella sua vita, farà sorridere coloro, che ormai si
sono abituati a non disgiungere l'immagine del genio da quello della
delinquenza. Ma che cosa volete! io non mi sono ancora acconciato a
certe novissime teorie. Per quanto si voglia agitare e tormentare in
tutti i sensi questo benedetto argomento della moralità dell'arte, per
il quale si sono versati tanti fiumi di inchiostro, un fatto rimane
sempre vero; ed è che è brutto e vile l'artista quando si colloca
mediatore e sollecitatore compiacente fra la nostra coscienza e gli
istinti meno nobili della nostra natura. Tutto il resto è sofisma e
paralogismo.

Rallegriamoci dunque senza alcun riguardo, rallegriamoci di tutto cuore
che il nostro grande pittore abbia alla eccellenza dell'arte sempre
accompagnato un nobile rispetto alla dignità di essa. Compiacciamoci di
trovare questo punto luminoso nel nostro Cinquecento tanto bistrattato
e calunniato; anzi proclamiamo alto che questo punto luminoso è
tutt'altro che isolato. Ne abbiamo bisogno, o signore! La storia
di questa nostra grande epoca, noi, pur troppo, l'abbiamo troppo
facilmente abbandonata alla discrezione di giudici forestieri, che
dicono di amarci, e sarà anche vero; ma il loro amore somiglia spesso
all'amore dei medici per i cadaveri, che stanno squarciando sulle
tavole anatomiche.

E ricordiamolo; noi a forza d'aver paura di passare per dei _chauvins_,
finiamo per mettere alla mercè di tutti i grandi documenti del nostro
passato. Intanto che noi lasciamo dire e fare, a poco a poco, tutto
si oscura, tutto si impiccolisce e va in controversia nei periodi
più belli della nostra civiltà. Credetemi, o signore; un po' di
_chauvinismo_, anche per noi, ogni tanto, farebbe così bene!... Esso
ha fatto la forza dei francesi, degli spagnuoli, degli inglesi, e di
tutti i popoli; mentre questo compiangerci continuo, questo renderci
sempre umili e arrendevoli dinanzi alle negazioni di tutti, ci ha
condotto a termini molto infelici. Ma come, poche settimane fa, aveste
la fortuna di sentire dalla bocca di Giosuè Carducci che l'ideale
cavalleresco del tempo dell'Ariosto non era niente affatto spento fra
di noi nel Cinquecento, come certi critici nostri, sempre facendosi eco
compiacente degli altri, avevano sentenziato; e come sentirete dirvi
fra poco da Ernesto Masi che nella Italia di quel tempo, in mezzo alla
corruttela, all'indifferenza e al cinismo di molti, vigoreggiarono
anche delle pure e nobili coscienze con aspirazioni eroiche verso il
rinnovamento dell'ideale religioso, così consentite che io pure vi dica
che mi compiaccio altamente ogni volta che, come italiano e come uomo,
io mi rivolgo a quella nostra grande epoca; e sono lieto di ricordarvi
anche una volta che il Cinquecento italico non è tutto nell'Aretino,
nel Franco, nel Sodoma, nel Sebastiano del Piombo; esso vanta dei nomi
che splendono nella storia umana come dei fari di luce sfolgorante
insieme e purissima. Uno di questi è senza dubbio Raffaello da Urbino.



MICHELANGELO BUONARROTI[12] (1474-1564)

DI

JOHN ADDINGTON SYMONDS.


  _Signore, e Signori!_

Non posso cominciare la mia lettura, senza prima esprimervi il profondo
sentimento ch'io provo per l'onore che il vostro invito mi conferisce.
Io, Inglese, sono invitato a parlare nella città di Firenze, davanti
ad un uditorio di Fiorentini sopra uno dei Fiorentini più illustri.
Nessuna cortesia potrebbe giungere più gradita all'animo di uno
studioso e di uno scrittore.


È stato spesso osservato che il Rinascimento fu un periodo di uomini
dalle multiformi attitudini e di universali genialità. Vi noveriamo
uomini come Leon Battista Alberti, il quale insieme alla letteratura,
alla scienza e alle matematiche, esercitò la pittura e l'architettura,
e si segnalò per forza ed agilità fisica; uomini come Leonardo da
Vinci, dei quali è dubbio, se le stesse facoltà artistiche non fossero
inferiori alla originalità delle loro invenzioni scientifiche; principi
come Lorenzo de' Medici, che furono uomini di stato, poeti, filosofi,
critici della più squisita sensibilità, raccoglitori di antichità,
inspiratori della gaia vita e della moda; e finalmente, vi vantiamo
Michelangelo Buonarroti.

Mi propongo di parlare di Michelangelo sotto il suo quadruplice
aspetto di scultore, di pittore, di architetto e di poeta. In vita,
fu ritenuto eccellente in ognuno di questi rami dell'Arte. Benedetto
Varchi in un'Orazione letta all'Accademia Fiorentina, gli decretò una
quadruplice corona, e ve ne aggiunse una quinta proclamandolo “amatore
divinissimo„.

Michelangelo si professò sempre essenzialmente scultore. Diceva a
Giorgio Vasari che “a Settignano aveva succhiato lo spirito dello
scalpello col latte della sua nutrice„, la quale era figlia e moglie
di scalpellini. Chiamato a dipingere la Cappella Sistina, protestò che
la pittura non era mestier suo; e più tardi, allorchè Leone X insistè
perchè egli completasse la facciata del San Lorenzo e edificasse la
Nuova Sagrestia e la Libreria, amaramente si dolse di non aver mai
studiato architettura.

Tuttavia Michelangelo riteneva l'arte del disegno eguale in ogni suo
ramo e indispensabile strumento di tutte le scienze, e tale teoria è
da lui chiaramente esposta nelle famose Conversazioni di San Silvestro
in Roma, che ci sono state conservate dal pittore spagnuolo, Francesco
d'Olanda.

Il primo passo per un artista consisteva, secondo lui, nel rendersi
padrone del disegno lineare con penna, inchiostro, gesso o punte
di metallo. E il solo soggetto che Michelangelo considerava degno
d'imitazione, era il corpo umano nudo; perciò sosteneva che la
profonda conocenza delle proporzioni fisiche e anatomiche dell'uomo,
era essenziale all'architettura scientifica. È evidente che una
viva genialità lo traeva alla scultura, di cui la forma umana è
l'assoluta ed esclusiva preoccupazione. I paesaggi, gli edificî, i
fiori, le ricche stoffe, i gioielli, i mobili, che hanno una parte
così importante nell'arte del quattrocento — nel Ghirlandajo, in
Benozzo Gozzoli, in Piero di Cosimo, in Sandro Botticelli e persino
in Leonardo da Vinci — Michelangelo li escludeva rigorosamente dalla
sua sublime ed astratta sfera dell'arte. L'unico elemento decorativo
che egli introducesse nella vôlta e nella parete occidentale della
Cappella Sistina, fu la forma umana maschile e femminile; maschile
principalmente, in ogni possibile attitudine. Egli sdegnò quei
problemi di prospettiva aerea, quelle squisite gradazioni di luce
e d'ombra, quelle così dette sfumature, che formavano la principale
delizia del magico Leonardo. Linee austere del corpo, che cominciavano
dagli studî anatomici del cadavere, e s'inalzavano agli elaborati
e maravigliosi studî del nudo vivente; — questa fu la severa scuola
nella quale Michelangelo esercitò il suo genio giovanile. È vero che
egli passò il primo anno di tirocinio nella bottega del Ghirlandajo,
dove imparò l'arte della pittura a fresco, e seguì il misto stile del
quattrocento; ma quando entrò nei Giardini di Lorenzo de' Medici a San
Marco, l'ambiente a lui più conforme dette nuovo impulso al suo genio.
Il maestro Bertoldo, deputato da Lorenzo de' Medici all'insegnamento
dei giovani artisti, era stato seguace di Donatello, e l'influenza
di Donatello improntò di sè l'adolescenza del Buonarroti, e potè su
lui durante tutto il viver suo. Noi lo sentiamo nel tipo delle faccie
adottate pel David, per Giuliano de' Medici, per il così detto Adone e
Vittoria del Museo Nazionale: lo riscontriamo di preferenza nelle mani
grandi e nelle lunghe dita muscolose, che danno un'impronta particolare
alle sue statue, come al Captivo del Louvre.

Avendo toccato della prima educazione di Michelangelo, voglio ricordare
due maestri che, pare, abbiano avuto una diretta influenza sul suo
stile. L'uno fu Jacopo della Quercia, lo scultore senese, i cui
bassorilievi sulla facciata di San Petronio a Bologna suggerirono
a Michelangelo il trattamento del soggetto della creazione di Adamo
ed Eva nella Cappella Sistina; l'altro fu Luca Signorelli. Il grande
pittore di Cortona fu di temperamento conforme assai al Buonarroti.
Ambedue si compiacevano del nudo, dell'anatomia, della inesauribile
varietà di attitudini che può essere studiata nel corpo umano.
L'immaginazione di ambedue era veemente, sublime, contrassegnata da
terribilità piuttosto che da grazia o da dolcezza. Il Signorelli, non
meno di Michelangelo, sdegnò la vaghezza degli accessorî meramente
ornamentali. I contemporanei notarono l'intima connessione fra i
due artisti. Il Vasari, come di un fatto conosciuto, scrive: “esso
Michelangelo imitò l'andar di Luca, come può vedere ognuno„.

Non deve ritenersi per questo che il Buonarroti fosse seguace
di qualsivoglia maestro a lui precedente. Il vero sta nel parere
contrario. Niun grande artista ebbe mai un'individualità più imperiosa,
una più libera originalità di genio. Non v'è della sua mano uno studio
dal nudo, non un frammento di scultura in marmo, non una figura dipinta
a fresco, non un architrave o nicchia, non un sonetto, non la sentenza
di una lettera, che non faccia immediatamente distinguere la sua
dall'opera altrui. In ciò egli offre un gran contrasto con Raffaello,
il cui maturo stile era formato da successivi atti di assimilazione
o imitazione, che dal Perugino possono chiaramente seguirsi, per
Leonardo, e per Fra Bortolommeo, sino alle antichità romane ed a
Michelangelo.

Il giovane Buonarroti doveva tutto allo studio della natura. Dotato
di un peculiar dono del sentimento di essa, cominciò dal copiarla
con quanta maggior cautela potè, senza chiederle in qual maniera gli
altri uomini avessero risguardato o tratteggiato i suoi capolavori.
Egli gettava una solida base per il termine della sua virilità, coi
realistici disegni dal vero. Ciò si manifesta in tutte le opere della
sua carriera giovanile. Restiamo meravigliati dinanzi al realismo del
_Bacco_, ch'egli eseguì per Jacopo Gallo a Roma. L'ideale bellezza
della _Pietà_ a San Pietro, si combina colla profonda anatomica
accuratezza nella modellatura del _Cristo morto_. Ma la statua che
mostrò il realismo di Michelangelo nella sua luce più forte, è il
_David_, che stette tanto tempo sulla gradinata del palazzo della
Signoria. La scala di questa stupenda figura è colossale. Ma il tipo
scelto è quello di un giovane appena formato. Michelangelo aveva
letto che, quando si avventurò contro il gigante Filisteo, David era
soltanto: “giovinetto, sano e di bello aspetto„; ecco perchè gli dette
quel gran capo, quelle mani colossali, che sono fuori di proporzione
per il torace della figura ancora imperfettamente sviluppato. Noi
sentiamo che il suo David ha ancora due o tre anni per crescere,
per consolidarsi, per espandersi, prima di raggiungere il suo pieno
sviluppo. Non si può negare che questa devozione alla realtà, trasse
seco nel David, qualche sacrificio di grazia e di bellezza. V'è un po'
di goffaggine nella testa disquilibrata, nelle mani sproporzionate di
cui ci rendiamo conto soltanto quando ci ricordiamo quanto sinceramente
lo scultore amasse la verità. Lo stesso si può dire circa l'espressione
repulsiva e l'atteggiamento del _Bacco_. Nel desiderio di afferrare
il momento di ebrietà incipiente, Michelangelo neglesse le armonie
dell'arte idealizzante. Insisto su questo punto, poichè si crede
comunemente che Michelangelo fosse un'idealista, o uno schiavo delle
tradizioni classiche; mentre la verità è nel contrario più assoluto.
Vedremo poi in quali condizioni fu obbligato a sviluppare un tipo fisso
di fisica bellezza.

Le statue di cui ho parlato, posero Michelangelo nella prima classe
dei maestri di disegno; e gli procurarono una nuova chiamata a
Roma dal Papa, che, fino a un certo segno, è stato il suo cattivo
genio. Era inevitabile che Giulio II e Michelangelo dovessero
contrarre intimità. Essi erano uomini di egual calibro e dello stesso
temperamento — grandiosi nei loro disegni, fieri nella esecuzione dei
loro piani, terribili nella violenza e nel vigore del loro genio;
— uomini costrutti moralmente e materialmente con linee di forza e
di grandezza, piuttosto che di grazia e di sottigliezza; uomini in
cui niente era di volgare o di mediocre, i cui stessi difetti erano
improntati di passione e di grandezza. Essi s'incontrarono come
nubi cariche d'elettricità, pregne di tempeste e di lampi. Di primo
tratto s'intesero l'un l'altro. Il resultato dei loro primi colloqui
a Roma fu uno schema, che traeva seco la distruzione della vecchia
Basilica di San Pietro. Papa Giulio decise di erigersi un gigantesco
monumento mentre era ancora in vita. Doveva essere una montagna
di marmo ricoperta di più di quaranta figure colossali: Profeti e
sibille; Allegorie delle arti e delle scienze; Statue di vittorie e
di provincie prostrate, ascendenti verso una sommità sulla quale gli
angeli elevavano nell'aria il sarcofago del Pontefice, mentre la terra
piangeva per la sua perdita e il Cielo si rallegrava per l'assunzione
della sua anima all'eterno godimento. Lo schema di Michelangelo era
così stupendo che l'abside della Basilica non poteva contenerlo;
laonde Giulio II decise l'immediata distruzione della venerabile
Madre chiesa occidentale. Questo atto aveva un gran significato. Non
indicava solamente l'imperiosa natura del Papa, il quale spazzava via
qualunque cosa contrastasse ai suoi ambiziosi disegni; ma simbolizzava
anche quel mondano spirito del Rinascimento, entusiasta per la gloria,
indifferente per la santità delle tradizioni religiose. Segnava
un'epoca nuova nella storia della Chiesa, presagiva lo scisma Luterano
e annunziava la reazione cattolica. La presente Basilica di San Pietro
rimane un colossale simbolo in pietra di tutti quei cambiamenti che
separarono il medio evo dall'età moderna.

Questo disegno fu disastroso per Michelangelo, poichè lo condusse a
quello che il Condivi chiamò — la Tragedia della Tomba di Giulio, —
una tragedia prolungata per cinque atti dolorosi, su un periodo di più
di quaranta anni pieni di perplessità e d'angoscia. Per prima cosa,
Michelangelo fu mandato a scavare il marmo a Carrara; tornato a Roma
trovò che il Papa aveva perso ogni interesse nel monumento, e furioso
per il modo con cui fu trattato in Vaticano da alcune guardie e da
alcuni prelati, egli se ne partì con aspre parole; tornò in Firenze,
rifiutò di ascoltare i messi di Giulio e disubbidì ai brevi papali che
lo richiamavano.

Ma la tomba gli pesava come una macina attorno al collo. Papa Giulio
non intendeva abbandonare intieramente l'idea del monumento. Dopo
la sua morte, i suoi eredi entrarono in una serie di contratti collo
scultore, in ciascuno dei quali era involto qualche cambiamento nel
disegno, e così le statue che erano state sbozzate per il primo
disegno, divennero inutili via via che lo schema andò facendosi
graduatamente più angusto. Le rovine del disegno originale sono sparse
in Francia e in Italia, nei due sublimi Captivi del Louvre, nella
Vittoria e nell'Adone del Museo Nazionale, nelle grottesche figure
nude del Giardino di Boboli. Michelangelo fu accusato di mala fede e
di appropriazione indebita. Finchè visse sospirò e supplicò che gli
fosse concesso di condurre a termine la grande impresa, che era stata
il sogno della sua vigorosa maturità e che fu lo struggimento della
sua vecchiaia. La vita sua si prolungò perchè egli rinnovellasse il
San Pietro, e lo incoronasse con quella meraviglia del mondo che è la
cupola. Ma la disgraziata tomba non vi trovò alcun posto. Il deformato
e defraudato sepolcro — un rattoppo di schemi discordanti — fu
finalmente eretto in San Pietro in Vincoli. Là noi andiamo ancora per
ammirare il gigantesco Mosè, la Madonna piena di grazia, le bellissime
statue di Lia e Rachele (Vita contemplativa e attiva) che sono fra
le opere più belle dei capolavori in marmo. Ma si sente che esse sono
soltanto frammenti di un'incompleta concezione; poco convenienti alla
situazione loro, mancanti di equilibrio, malamente associate alle
opere di scultori meno valenti — un miserabile ritratto del Papa, una
sgraziata Sibilla e uno spregevole Profeta.

Volendo porre bene in vista questa tragedia della Tomba di Papa
Giulio, ho dovuto anticipare gli avvenimenti; torno ora al momento in
cui Michelangelo, in collera, lasciò Roma e tornò a Firenze. Questo
accadeva nella primavera dal 1506. Vi rimase circa sette mesi, e fu
immediatamente impegnato in un'impresa che esercitò in appresso non
poca influenza sulla sua carriera. Il Gonfaloniere Soderini risolse
di decorare i muri della Sala del Gran Consiglio con due grandi
affreschi rappresentanti fatti della storia di Firenze. L'uno di essi
fu commesso a Leonardo da Vinci, che scelse per soggetto un episodio
della Battaglia di Anghiari. Michelangelo ricevè l'altro, ed elesse un
episodio della guerra di Pisa: una banda di soldati fiorentini sorpresi
da una truppa della cavalleria di Sir John Hawkwood mentre presso Pisa
si bagnavano nell'Arno.

I cartoni preparati da questi illustri rivali sono periti. Ci sono
pervenuti solo per fama e per mezzo di deboli copie; ma è evidente da
quello che i contemporanei dicono del disegno di Michelangelo, ch'esso
era un capolavoro del tempo. Il Cellini, che con altri studiosi lo
copiò nella sua adolescenza, lo considerava superiore agli affreschi
della Cappella Sistina. L'argomento permetteva a Michelangelo di
spiegare tutta la sua profonda scienza della forma umana, e di
dar vita ad un gruppo di uomini nudi in movimenti passionati ed
energici. Le attitudini più variate che possono esser prese da soldati
repentinamente sorpresi e chiamati alle armi mentre si bagnano, erano
trattate con una conoscenza del vero vivente, con una padronanza della
forma, con una esperienza dell'anatomia muscolare, non immaginate
mai fino allora. I frammenti che sopravvivono — studî in penna ed in
gesso; una trascrizione di un'atletica figura incisa da Marco Antonio
Raimondi, una miserabile copia _en grisaille_ della composizione
generale — sono sufficienti per giustificare le lodi del Cellini, e per
farci sentire che nella Guerra di Pisa abbiamo probabilmente perduto
la più fresca produzione della maturità di Michelangelo. Sembra che
anche in questo cartone egli si sia attenuto all'intimo e severo studio
della natura. Il suo ideale della forma non era ancora divenuto così
artificioso e schematico come apparve dipoi. Il Vasari racconta due
storie contradditorie circa la sparizione di questo cartone. Secondo
l'una, il disegno andò disperso per la gelosia del Bandinelli; secondo
l'altra, una masnada di artisti lo avrebbe messo in pezzi durante la
malattia di Giuliano de' Medici nel 1516.

Mentre Michelangelo era occupato a questo Cartone, durante l'estate
del 1506 fra il Papa e il Gonfaloniere procedettero alcuni negoziati
concernenti l'estradizione dello scultore al suo imperioso signore. Il
Soderini temeva realmente che Papa Giulio movesse guerra a Firenze,
se Michelangelo non gli era rimandato, perciò Michelangelo nel
novembre se ne partì per Bologna con una lettera di raccomandazione
e di protezione sotto il sigillo della Repubblica. A Bologna trovò il
Papa che godeva il trionfo su questa città, dalla quale aveva appunto
espulso i Bentivoglio. L'incontro fu burrascoso. Ma papa Giulio avea
bisogno di Michelangelo, e, dopo avergli mostrato un po' di collera,
condiscese a perdonarlo. Il lavoro, che ora il Papa gli commise, fu una
colossale statua di bronzo di sè stesso, seduto, con una mano alzata
per minacciare i ribelli Bolognesi. Michelangelo vi occupò due anni, e
la finì dopo un indugio tedioso. La statua fu debitamente posta sulla
porta centrale di San Petronio. Nel 1511 i Bentivoglio tornarono; i
Bolognesi si sollevarono. La statua di papa Giulio fu gettata giù dal
suo trono e data al Duca Alfonso d'Este di Ferrara, il quale ne fece
un cannone, che chiamò “la Giulia„. Nulla è restato che possa darci la
benchè minima idea di questa statua.

Era davvero necessario che Michelangelo avesse una lunga vita, perchè
alcun che sopravvivesse a provare la sua maestria ed il suo genio.
Nel 1511 aveva 36 anni, e già tre delle sue opere più belle erano
state distrutte o condannate ad una sollecita dispersione; la tomba
di papa Giulio com'era stata prima ideata, la statua del Papa, e il
Cartone per la guerra di Pisa. È strano che la privata corrispondenza
di Michelangelo non contenga sillaba di commento o di compianto sullo
sfacciato oltraggio fatto ai capolavori, che davano la misura delle
esuberanti energie dei migliori anni della sua virilità.

Il Cartone era essenzialmente l'opera d'uno scultore. Vi era applicata
l'arte del disegno in grande ad un argomento che, intrinsecamente,
non aveva altro valore che di spiegare il nudo in azione. Tuttavia
Michelangelo si era impegnato ad eseguire questa composizione a
fresco e in gara con Leonardo da Vinci, che era il primo pittore di
quel tempo. Dopo questo non poteva rifiutare un ordine od un invito
insistente, a far prova della sua maestria su una grande scala, come
pittore a fresco.

Un tale ordine gli venne da papa Giulio appena compiuta la statua a
Bologna. Egli invitò Michelangelo a Roma, e gli palesò l'intenzione
di assegnargli gli affreschi per la vôlta della Cappella Sistina in
Vaticano. S'insinuò che Bramante, architetto della Corte papale, e zio
di Raffaello da Urbino, avesse indotto papa Giulio a questo passo,
persuadendolo che sarebbe stato un cattivo augurio il completare il
suo proprio mausoleo. Bramante sperava che Michelangelo paleserebbe
la sua incompetenza nella difficile arte della pittura a fresco sulla
superficie di una vôlta. Fino allora Michelangelo non aveva dato altro
segno di facoltà pittorica che in una tavola dipinta per la famiglia
Doni di Firenze. Egli stesso, diffidando delle proprie forze, protestò
ch'egli era scultore di professione, e si sforzò di rifiutare quella
commissione.

Papa Giulio tenne fermo, e Michelangelo fu costretto a cedere. Nel
maggio del 1508 cominciò a lavorare per la vôlta sui cartoni. L'attuale
pittura fu continuata l'anno seguente, mentre i compartimenti centrali
del soffitto furono scoperti nel novembre 1509. Non sappiamo con
certezza come fosse fatto il lavoro: Michelangelo aveva impegnato abili
assistenti di Firenze; ma trovandoli incapaci di collaborare con lui,
li rimandò. Ond'è che la maggior parte dell'opera dev'essere stata da
lui compiuta nella solitudine. La Cappella fu gelosamente preservata
da ogni intrusione: il Papa solo per mezzo di una galleria privata,
visitava il maestro sulla impalcatura. Quando il giorno d'Ognissanti
del 1509 gli affreschi della Creazione, della Caduta, del Diluvio,
furono scoperti, l'intiera Roma si affollò per vederli. L'effetto fu
sorprendente. Michelangelo, famoso già come maestro di disegno e di
scultura, era ora salutato come principe dei pittori.

La pittura colpisce il sentimento estetico della maggior parte degli
uomini più direttamente e più acutamente di quello che non faccia la
scultura. Per questa ragione apparisce che Michelangelo subitamente
arrivò coi suoi affreschi della Cappella Sistina, ad un grado di fama
a cui non lo avevano innalzato il David e la Madonna della Febbre. Se
Bramante aveva cercato di annichilire il rivale, facendolo dipingere
a fresco, aveva commesso uno sbaglio portentoso. Michelangelo spiegò
la più consumata arte del disegno in quelle centrali composizioni
della vôlta; la più gran dignità di trattamento nel difficile soggetto
della Creazione; la più elevata bellezza della forma nelle figure
di Adamo e di Eva — il primo uomo e la prima donna; — la più forte e
drammatica passione nel Diluvio. E quello che non poteva immaginarsi
fu, che egli si mostrò, se non un brillante, un sapiente colorista.
Il colorito di quelle vaste pitture simili a nubi, era così luminoso e
così graziosamente intonato, le tinte delle carni dei nudi così chiare;
così ben calcolata l'architettura dei contorni, che anche il suo gran
nemico non potè negargli il merito di essere un grande e originale
artista decorativo. Ciò che emergeva dall'intiera opera era la
titanica personalità dell'uomo, che riusciva a fondere forma, colore,
architettura nella sublime realizzazione di una singola e peculiare
visione.

Poi le porte della Cappella Sistina si richiusero, e Michelangelo
tornò al suo solitario lavoro. Non sappiamo nulla di quello che passò
durante i mesi seguenti; ma nell'ottobre del 1512 la Cappella fu
nuovamente aperta, e i Profeti e le Sibille e i nudi Geni sulle loro
mensole apparvero nel loro incomparabile splendore. Le lunette e gli
angoli delle vôlte furono scoperte coi gruppi di figure istoriate.
L'intiero schema si mostrò finalmente nella sua stupenda gloria e
forza. Gli artisti confessarono ad una voce che niente v'era nell'arte
che si potesse paragonare a quell'opera — artisti che disperavano di
un ulteriore progresso dell'arte sotto il rispetto dell'esecuzione.
Michelangelo aveva mostrato quello che Michelangelo solo poteva fare.
Un mondo di potenti forme umane era stato distribuito e schierato nei
cieli sul capo dell'uomo. Niente stonava nello stupendo schema: non
v'era una linea, non un'attitudine ripetuta. La bellezza e il ritmo
governavano l'intiero complesso. Una musica visibile era stata creata
per l'eternità.

Subito dopo l'esecuzione degli affreschi della Cappella Sistina,
Giuliano Della Rovere morì, e Giovanni de' Medici fu fatto papa col
titolo di Leone X. Il nuovo Pontefice figlio di Lorenzo il Magnifico,
non solo come Papa, ma come patrono ereditario, aveva il diritto di
pretendere i servigî del Buonarroti. Nell'autunno del 1515, Leone
formò il disegno di completare la chiesa Medicea di San Lorenzo con
la costruzione di una grande facciata, di una Libreria e di una nuova
Sagrestia. Il cardinale Giulio de' Medici suo nipote (che fu poi
Clemente VII), prese ancora più grande interesse allo schema, la cui
esecuzione fu commessa a Michelangelo. Invano Michelangelo protestò
che egli era già più che occupato colla Tomba di papa Giulio. Invano
egli gridò che l'architettura non era mestier suo. Fu obbligato a
sottomettersi, e per diciotto anni, dal 1516 al 1534, la sua vita fu
principalmente occupata nell'opera di San Lorenzo. Fece i disegni per
la Facciata, per la Sagrestia, e per la Libreria. Passò anni interi
nelle cave di Carrara e di Serravezza, estraendo blocchi di marmo per
quei principeschi edifici. Si dedicò allo studio dell'architettura,
tracciò strade, fece contratti con muratori e con capi muratori: fece
davvero ogni cosa meno quello a cui il suo genio lo aveva destinato. Lo
scalpello, durante tutto questo tempo, rimase relativamente inoperoso
nella sua bottega.

Vediamo che cosa ci resta dei tre disegni dei Papi a San Lorenzo.
La facciata non fu mai eseguita. Quello che ne sappiamo è che doveva
essere ornata di statue in nicchie e di bassorilievi. La scala della
Libreria era pressochè finita quando Michelangelo abbandonò l'opera.
Dall'architettura incompleta, è evidente che i numerosi spartimenti
e le nicchie erano anch'essi destinati alla scultura. In questo tempo
Michelangelo, che era stato costretto a farsi architetto, considerava
i muri soltanto come superfici adatte per esporvi delle statue. La
gran sala della Libreria e le sue decorazioni in legno, furono eseguite
sotto la sua sorveglianza da abili artefici. Fra questi edificî, quello
in cui è meggiormente impressa l'orma del genio di Michelangelo, è la
Nuova Sagrestia. Noi la vediamo ora quale Michelangelo intendeva che
dovesse essere. La cupola e i muri nudi al disopra delle partiture
marmoree, erano destinate per le decorazioni a fresco. Le nicchie di
queste partiture marmoree dovevano essere riempite di statue. Anche il
muro fronteggiante l'altare avrebbe dovuto esser dipinto, e la superba
Madonna avrebbe dovuto troneggiare sopra una mensola sporgente fra i
santi Cosimo e Damiano.

Ci resta abbastanza del piano originale per fare di questa Sagrestia
una delle opere d'architettura e di scultura più stupende d'Italia. Lo
stile architettonico è tanto originale quanto lo statuario. Ambedue
riflettono l'opera di un singolare genio, che non ha nè confronti,
nè uguali; e ambedue colpirono i contemporanei come rivelazione di
nuove possibilità nell'arte. Durante l'erezione della Cappella, i due
ultimi eredi maschi legittimati di Lorenzo il Magnifico — Lorenzo duca
d'Urbino, e Giuliano duca di Nemours — morirono. Fu finalmente deciso
di consacrare la Cappella alla loro memoria, e di erigere le tombe coi
ritratti in marmo di questi Principi.

Michelangelo concepì i sepolcri Medicei in un austero spirito di
allegoria; non curandosi di riprodurre i lineamenti dei Duchi. Lorenzo,
chiamato “_Il pensieroso_„, è un simbolo del lato più oscuro dell'umana
natura. Immerso in una profonda melanconia e sprofondato in una
perpetua e cupa tristezza, siede meditando sulla morte e il destino,
sulla caduta degli imperi e sul fato dei re. Giuliano, avvolto in una
luce più viva, colla fronte più serena, in un'attitudine più vivace,
rappresenta le energie della vita umana, le nostre attività e le nostre
speranze, i nostri desiderî e le nostre ambizioni. Sotto i loro troni,
contorte in strane attitudini sulle curve dei sarcofagi, sono quelle
quattro tremende allegorie enigmatiche, simili a Sfingi, alle quali i
nomi della Notte e del Giorno, del Crepuscolo e della Sera sono stati
dati appropriatamente. Ma esse significano assai più di quello che quei
titoli importano. Come le statue dei Duchi allegorizzano due differenti
aspetti dell'esistenza umana; così i quattro genî stanno quali simboli
del sonno e della veglia, dell'azione e del pensiero, delle tenebre
della morte e dello splendore della vita, dello stato intermediario
fra la tristezza e la speranza, che formano i confini dell'una e
dell'altra. La vita è un sogno fra un sonno e l'altro; il sonno è il
gemello della morte; la morte è la porta della vita: questi sono i
velati e misteriosi pensieri suggeriti da questi miti titanici.

Ricordatevi che non solo la linea maschile di Lorenzo il Magnifico
si era estinta fra il principiare e il finire di questa opera a San
Lorenzo; ma la stessa Repubblica di Firenze era morta. Michelangelo
era stato testimone del sacco di Roma, dell'assedio di Firenze, della
completa estinzione delle libertà italiane compiuta da Carlo V a
Bologna. Egli aveva avuto una parte direttiva nella difesa della sua
nativa città contro gl'Imperiali; e quando riprese lo scalpello aveva
il cuore pieno di mestizia, d'indignazione, di dolore.

Ecco perchè l'Aurora si slancia dal suo giaciglio con uno spasimo di
tragico dolore. Il suo destarsi è simile al tornare della conoscenza in
colui che è restato annegato e riapre gli occhi stanchi sopra un mondo
ruinato. Ecco perchè la Notte giace intieramente assorta nell'oscurità
e nell'ombra della morte, così che pare impossibile scuoterla da
quell'eterno letargo. No, non si desterebbe anche se potesse.

    Caro m'è il sonno e più l'esser di sasso.
      Mentre che il danno e la vergogna dura
      Non veder, non sentir, m'è gran ventura.
    Però non mi destar; deh, parla basso!

Questi furono gli angosciosi pensieri che Michelangelo espresse nella
sostanza e nella forma delle sue grandi statue. Esse vibrano con
melanconia, come la musica di una sinfonia funebre, come il canto di
morte e la marcia funebre d'una nazione. Quando papa Clemente morì,
lo scultore posò il suo scalpello, abbandonò la Sagrestia incompiuta,
e non tornò più a Firenze. Passò il resto della sua lunga vita a Roma
lavorando ancora sotto una serie di cinque Papi.

Paolo III lo rimandò alla Cappella Sistina. Doveva ricoprire con un
affresco, rappresentante l'Ultimo Giudizio, la parte occidentale,
al disopra dell'altare. Quest'opera nella quale occupò cinque anni,
anche rovinata, resta il lavoro più straordinario dell'arte pittorica.
Michelangelo aveva sessant'anni quando cominciò questo affresco.
La freschezza e il vigore del suo genio giovanile eran passati; ma
la profonda scienza sopravviveva nella sua piena attività. Senza
ricorrere alla natura, poteva, colla sua conoscenza della forma umana,
inventare attitudini, atteggiar corpi nell'aria, tracciare movenze
estremamente audaci. Sdegnò introdurre un solo motivo che non fosse
figura, e tutte le sue figure, i gruppi di forme umane che si alzano
e cascano e s'intrecciano, sono nude. Arrivati a questo tempo, il suo
tipo della forma così realista nel David, così intimamente studiato dal
vero nel Cartone, così sublimemente bello nella vôlta della Sistina,
era irrigidito nel manierismo. Nell'esecuzione di ampie composizioni
pittoriche, è impossibile seguire da vicino il modello. L'artista deve
preservare una certa unità di tipo e stabilire proporzioni d'analogia
fra tutte le sue figure. Infatti egli deve creare una razza di uomini
e donne a sua somiglianza; — secondo la somiglianza di un'immagine
archetipa della sua mente. Ciò cominciò a fare Michelangelo nel Cartone
e lo continuò nella vôlta; ma divenne rigido e inalterabile nell'Ultimo
Giudizio, s'inscheletrì e si paralizzò negli affreschi della Cappella
Paolina.

Domandiamo quali fossero i larghi contorni di questo tipo che dettero
corpo al sentimento di Michelangelo per la dignità e bellezza della
forma umana. Lo discopriamo all'altezza della perfezione nel suo Adamo.
La testa piccola, il collo corto ma proporzionalmente muscoloso, le
spalle immensamente larghe, il torace gagliardo; le braccia lunghe
terminanti in grandi mani robuste; corto l'addome, le cosce prolungate
al di là della loro consueta lunghezza, piedi corrispondenti in
larghezza alla grandezza delle mani. Col progredire del tempo, le
spalle e il torace si svilupparono in grossezza, finchè divennero
pesanti. Queste proporzioni determinavano il suo tipo femminile. Si può
dire infatti con verità che le sue donne sono soltanto una specie un
po' differente di uomini. Egli non sentì mai la reale grazia e bellezza
della verginità. Tutte le sue figure femminili — la Notte, l'Alba,
Leda, le donne del Diluvio — sono donne adulte con gli attributi della
maternità. Primitivi, titanici sono gli epiteti per descrivere la razza
umana fatta dal Buonarroti secondo l'immagine sua propria. Egli creò
maschi e femmine; ma essi non sono simili in niente agli esseri del
nostro globo; sembrano appartenere a quelli di qualche lontano pianeta,
dove le linee del paesaggio sono più semplici e le forze della natura
son più efficaci.

La vecchiaia di Michelangelo fu quasi tutta consacrata alla costruzione
del San Pietro. Abbiamo veduto che il disegno della tomba di papa
Giulio condusse alla distruzione della Basilica di Costantino.
Bramante nel 1505 era occupato nell'erezione di una nuova chiesa.
Preparava piani, schiariva gli spazii e gettava le fondamenta; ma non
visse tanto da compiere l'opera sua. Raffaello da Urbino, Baldassare
Peruzzi, e Antonio di San Gallo, furono successivamente impiegati in
quell'edificio. Ogni architetto alterò il disegno del predecessore.
L'opera fu frequentemente interrotta da qualche disastro in Italia —
specialmente dalla tragedia del sacco di Roma nel 1527. Il Sangallo si
decise finalmente per un disegno che contraddiceva lo spirito della
concezione Bramantesca. A questo punto, nel 1546 il Sangallo morì.
Michelangelo era allora indicato come architetto in capo. Egli ripudiò
il modello del Sangallo e ne preparò uno nuovo che corrispondeva più
intimamente al disegno originale della chiesa. Questo fu accettato
e per diciassette anni egli diresse le costruzioni con meravigliosa
energia in uomo di età sì avanzata. Già un mezzo secolo era trascorso
da che egli era entrato al servizio di papa Giulio.

Facciamo una pausa per ritrovar fino a che punto la presente Basilica
di San Pietro è la genuina produzione dell'intelletto del Buonarroti.
La sublime caratteristica che salva questa chiesa da una gigantesca
mediocrità — la Cupola, che sorge come una lirica da una massa di prosa
pretenziosa — appartiene a Michelangelo. Insuperabile per originalità,
impareggiata per audacia, la Cupola di San Pietro è sufficiente
a proclamare la grandezza del Buonarroti come architetto. Noi,
fortunatamente, possediamo il modello in legno per la cupola che fu
costruito sotto i suoi propri occhi. Nonostante che certi particolari,
i quali avrebbero aggiunto grazia e forza alla struttura, siano stati
omessi dai successivi architetti, tuttavia le parti essenziali del
disegno — la squisita curva esterna, la vasta ed eccelsa concavità
della vôlta interna — sono state conservate. Questo rimane quindi
indiscutibile proprietà del genio di Michelangelo.

Ma gli architetti che successero a Michelangelo nell'opera di San
Pietro, il Della Porta, il Maderno ed altri, alterarono talmente il suo
disegno, che le linee principali ne furono sfigurate. Egli intendeva
di conservare la forma di una croce greca, che avrebbe permesso alla
Cupola di dominare l'intero edificio: essi vi aggiunsero una nave e la
pesante facciata, che riduce insignificante la Cupola. La grandezza del
primo concetto, noi la sentiamo soltanto quando vediamo il San Pietro
da lontano; o dal Pincio, o meglio ancora da Tivoli o da Ronciglione.

L'ultimo periodo della vita di Michelangelo fu illuminato da
un'amicizia, che è forse il più celebre episodio della sua esistenza,
voglio dire della stretta intimità che lo unì a Vittoria Colonna,
marchesa di Pescara. Non sappiamo quando prima si conobbero: era
probabilmente verso l'anno 1540; ma è certo che quando la loro amicizia
si strinse, Michelangelo aveva 60 anni e Vittoria era sui 50. È perciò
ridicolo parlare di amore appassionato fra l'illustre principessa
e il potente scultore. La falsificazione del testo delle poesie di
Michelangelo ha portato una gran confusione in quest'affare; ma ora
sappiamo che soltanto alcune di esse furono scritte per la Marchesa e
che la maggior parte erano dedicate a persone delle quali, ad eccezione
di Tommaso Cavalieri, giovane gentiluomo romano, poco sappiamo.

Nè sentimentale, nè romantica, quest'amicizia fu per altro ben reale.
Michelangelo e Vittoria simpatizzavano nel loro sentimento religioso:
ambedue per gusto ed inclinazione appartenevano a quelle persone
veramente pie del Rinascimento, che desideravano una riforma della
Chiesa fatta da sè stessa, e che avrebbero salutato con gioia una
maggior larghezza nel suo _credo_ dogmatico nella direzione della fede
evangelica; ma ambedue erano, nel vero significato, devoti figliuoli
della Chiesa Cattolica. Considerarli appartenenti alla sètta di Lutero,
o parteggianti per la riforma germanica, sarebbe affatto ingiustificato
dall'evidenza.

Durante tutta la sua vita, Michelangelo fu profondamente religioso. È
probabile che nella sua prima gioventù egli sentisse l'influenza del
Savonarola; è certo che continuò ad essere uno studioso della Bibbia.
Poche delle sue grandi opere furono d'argomento profano. Abbiamo
soltanto il Bacco, l'Amore, il Bruto e alcuni pezzi meno importanti
di statuaria, da contrapporre alla Pietà del San Pietro, alla Madonna
di Bruges, alla Sagrestia Medicea, alla Pietà del Duomo, al Cristo
risorto, al David, agli affreschi della Cappella Sistina, e a tutte le
figure che furono disegnate per le tombe di papa Giulio e dei duchi
Medici. La sua immaginazione fu dunque sempre occupata da soggetti
sacri. Perciò, in vecchiaia, sembra ch'egli sentisse che le attrattive
della bellezza, l'interesse dell'arte pura, gli affari del mondo,
avevano occupato troppo la sua attenzione. In varî dei suoi ultimi
sonetti avvertiamo una nota di rimorso e di rimpianto. In questo tempo
appunto, quando i suoi pensieri si volgevano con profonda austerità
verso Cristo, quando la morte si approssimava, e le cure di questo
mondo andavano perdendo presa sulle sue affezioni, i consigli e la
simpatia di Vittoria furono il conforto più grande per la sua anima.

Tale era la vera natura di un legame che altri s'è ostinato a
presentare in una luce falsa. Sotto l'influenza di Vittoria,
Michelangelo compose un gran numero di disegni a matita bianca e rossa
per illustrare la Passione e la Crocifissione di Nostro Signore,
i quali formano un interessantissimo capitolo della sua produzione
artistica. Senza dubbio, egli disegnò qualche monumentale opera in
marmo o a fresco; ma niente d'importante sopravvive, eccetto la Pietà,
che è nel Duomo di Firenze.

Principalmente pei sonetti e madrigali di Michelangelo composti dopo
il suo ritorno a Roma nel 1534, lo consideriamo Poeta. Come ho già
detto, alcuni di questi sonetti sono puramente religiosi e notevoli
pel candore evangelico della loro fede nel merito redentore della
Croce di Cristo; ma per la maggior parte sono effusioni altamente
astratte e filosofiche, inspirate da un senso appassionato della
bellezza, e ombreggiate di platonismo. In qualche periodo della sua
vita — probabilmente quando faceva parte delle riunioni di Lorenzo il
Magnifico a Firenze — egli bevve a larghi sorsi alla sorgente delle
speculazioni platoniche. Niun poeta moderno ha espresso la dottrina del
Fedro e del Simposio con più ardore di commozione personale. Niuno si
è così intieramente assimilato il misticismo di quell'alta filosofia.
Per Michelangelo, come già per Platone, la Bellezza è la manifestazione
della divina idea ai nostri sensi mortali, incarnata nella più alta
opera di Dio: la forma umana. L'amore della bellezza in una persona
adorata, non è amore sensuale, non è appetito, non è neanche semplice
desiderio: è la ricognizione di uno dei divini attributi nella sua
espressione fisica più perfetta. Un tale amore inalza l'anima; a
traverso la sua commozione per l'amata, conduce l'amante più presso
a Dio e lo fa ardentemente aspirare a quell'eterno reame al disopra
del nostro mondo, nel quale la Bellezza stessa sarà rivelata senza
l'interposto velame della carne.

Troppo rara e intellettuale per la moltitudine, è la sfera di pensieri
nella quale ci introducono le poesie di Michelangelo. Queste, come le
sue concezioni della forma plastica, hanno qualche cosa di repulsivo
nella loro austerità. Gli stessi pensieri si afferrano difficilmente, e
lo stile è tutt'altro che perfetto. Michelangelo stesso si professava
“dilettante di poesia„. L'espressione è difettosa a causa della
grammatica storpiata: le metafore sono studiate, i ritmi aspri.
Tuttavia il Varchi mostrò una giusta percezione critica, quando lodò
quegli ammirabili sonetti per la loro forza ed elevazione dantesca. Nel
Cinquecento, l'età dello scritto fluente e del pensiero poco profondo,
egli si presenta come uno degli antichi, dei primitivi, tornato alla
vita. E nella sua purezza ed astrattezza, la commozione di Michelangelo
offre un singolare contrasto colle inzuccherate affettazioni e
sensualità allora in voga. Uno studioso di psicologia trova nelle rime
del Buonarroti, la miglior chiave del suo ingegno, come scultore, come
affreschista, e come architetto.

L'uomo, infatti, era tutto d'un pezzo. Sia che si consideri come
artista plastico, o come architetto, o come poeta; ne emerge la stessa
singolare ed unica personalità. L'anima sua non ha nè contradizioni, nè
stonature.

    “Natura il fece, e poi ruppe la stampa.„

Se questa è l'espressione vera per l'arte sua, non è meno vera
per la sua vita. I novant'anni ch'egli passò sulla nostra terra,
comprendono il più glorioso e insieme il più tragico periodo della
storia italiana. Michelangelo fu testimone dello splendore d'Italia
sotto la pacifica presidenza di Lorenzo il Magnifico. Vide l'Italia
dismembrata dalle guerre di Francia e di Spagna nelle sue più belle
provincie; vide la rovina delle sue città più superbe, e l'estinzione
delle libertà antiche. Osservò accumularsi nel Nord la tempesta
della riforma germanica. Visse durante la reazione cattolica, e morì
quando il Concilio di Trento aveva fondato una nuova Chiesa per la
cristianità occidentale. A traverso questi cambiamenti, Michelangelo
seguì una sola linea di condotta. Egli non deviò mai dalla traccia che
si era prescritta. I contemporanei s'accordano nel dire che la sua
vita privata, fra le tante opportunità di errare per passione o per
debolezza, fu irreprensibile. Noncurante del suo proprio benessere, si
dedicò a formare la fortuna della sua famiglia. Fu figliuolo ubbidiente
e fratello affettuosissimo. La sola debolezza che si rivela dalla
sua corrispondenza privata, è una certa irritabilità di carattere e
una certa diffidenza, dovute in parte alla eccessiva tensione nervosa
dell'artista, e in parte all'ingratitudine che incontrò tanto spesso.
L'unità del suo carattere, che fa di lui una monumentale personalità,
proviene dall'esser conseguentemente e persistentemente vissuto per
alti pensieri, per nobili emozioni, per l'arte sublime. Possiamo
riassumere tutto in una frase e proclamare Michelangelo Buonarroti
essere stato l'Eroe come Artista. A traverso i secoli a venire, le
sue opere, le sue lettere, e la sua vita, faranno più e più manifesto
che almeno per una volta, l'età moderna ha prodotto con quella di
Michelangelo un'anima eroica, che consacrò sè stessa con tutte le
sue forze a servizio del buono, del bello, dell'eterno nell'Arte. Gli
uomini differiranno nelle facoltà di apprezzare o di assimilarsi la sua
arte. Molti troveranno la regione del suo genio troppo remota, troppo
astratta, troppo terribile. Sospireranno alla grazia di Raffaello,
al sorriso del Correggio, alla luce dorata del Tiziano, alla mistica
grazia di Leonardo.

Michelangelo appartiene alla specie delle nature profonde, violente,
gigantesche, appassionatamente lottanti; non a quella dolce,
serena, aperta, squisitamente armoniosa e perfettamente composta. La
inflessibilità con cui si attenne sempre fedele al proprio ideale
— la salda unità del suo genio in tutte le sue forme — quasi gemma
trasparente, agisce come pietra di paragone sulle nostre personali
inclinazioni e sensibilità. Tuttavia, nessuno può contestare la sua
sovraeccellenza di grandezza. Sia lode a Dio, che concede all'umanità
artisti differenti per tipo e per qualità personali, ognuno dei
quali incarna qualche speciale porzione dello spirito universale
(_world spirit_), legando alle età successive rivelazioni segnalate e
inimitabili di quel mondo ideale che è al di là della nostra terrena
visione.



IL TEATRO DEL CINQUECENTO

DI

TOMMASO SALVINI.


  _Signore e Signori!_

Avrei creduto più facile che le acque di un fiume volgessero alla
loro sorgente, e che il Vulcano eruttasse blocchi di ghiaccio, anzi
che io mi trovassi quest'oggi davanti a sì eletta e colta riunione
a fine d'intrattenerla con una mia lettura sull'Arte Drammatica del
XVI secolo. Taluni si chiederanno da che nasce questa meraviglia: e
facilmente supporranno che un Artista Drammatico, abituato da molti
anni a comparire dinanzi al pubblico, non possa trovarsi nè timido nè
turbato. Ebbene, no, signore e signori garbatissimi. Essi s'ingannano.
Esercitando l'arte che professo, è mio ufficio interpretare ed
illustrare, meglio che mi sia possibile, concetti e parole altrui,
quindi la mia responsabilità è limitata a ritenere a mente le parole,
a penetrare e sviscerare i concetti, ad immedesimarmi nel carattere da
sostenere, e stabilire gli effetti delle diverse passioni, esponendole
con misura e verità.

In possesso di ciò, sentomi padrone di me stesso e con fiducia mi
cimento; ma quante volte mi trovo obbligato, il che non m'avviene
spontaneamente, di esporre in pubblico concetti miei proprî, mi assale
un panico che mi rende nervoso, per modo che, pronunziate le prime
parole, desidererei di tutto cuore fossero le ultime. Nelle diverse
contrade del Mondo ch'io percorsi, e specialmente nell'America del
Nord, dove in ogni banchetto, in ogni riunione, per ogni solennità è
obbligatorio lo _speech_, molte volte bandivo l'apprensione, con la
speranza, lo confesso, di non essere ben compreso; ma qui, davanti a
Voi a cui non sfugge verbo del mio discorso, e che finamente ponderate
i miei concetti, dovento come quel povero coscritto, che trovandosi
per la prima volta davanti al fuoco, vince, per punto d'onore, la sua
timidezza, e mostra un coraggio che non sente, davanti ad un nemico
temibile. So però che i forti sono pur anco generosi, e mi attendo
perciò da voi molta indulgenza; tanto più, quando saprete che il mio
arrolamento mi venne imposto dalla cortese insistenza del comitato di
queste letture.

Prima d'entrare nel tema che mi propongo trattare domando venia a'
miei uditori se in brevissime parole esporrò alcune idee intorno alla
condizione nella quale si trovavano nella società antica, gli attori —
chiedendo altresì mi sieno perdonate qualche digressione e le frequenti
citazioni, figlie naturali di un neofito della letteratura.

Cicerone e Tito Livio affermano che agl'Istrioni antichi, nome
erroneamente dato a tutti quelli che praticavano le scene, non fu
reso onore; che anzi furono più volte scacciati da Roma e ripulsi
dagli onori dei cittadini e dei soldati: nondimeno a qualche attore
particolare famoso, e celebre nell'azione, fu data quella gloria
che si merita la virtù e il valore dimostrati in questa professione
pubblicamente. Ad esempio, si racconta che l'istrione Polo,
contemporaneo di Pericle, recitando un giorno la parte di Elettra nella
Tragedia di Sofocle, prese nelle sue mani l'urna del figlio suo, che
aveva perduto da poco e le diresse le parole che Elettra indirizza
all'urna di Oreste. Egli espresse tanto potentemente l'immagine della
cosa, che fece lacrimare tutti gli spettatori, ed ottenne un singolare
trionfo! Marco Tullio riprese il popolo Romano, per avere tumultuato
mentre il commediante Roscio recitava, la qual cosa incoraggiò tanto
l'attore che osò pubblicare un libro, nel quale fece comparazione della
sua arte con l'eloquenza, e sopratutto fu sì caro a Lucio Silla, che
essendo lui Dittatore, ottenne da quello in dono un bellissimo anello
d'oro: oltre che dal pubblico ricevette ogni giorno mille danari per
sua mercede, più, molti regali che gli offrivano in omaggio al suo
talento. Esopo, rivale di Roscio, ma a questo inferiore, divenne sì
ricco esercitando la sua professione, che lasciò duecento mila sesterzi
al suo figliuolo, il quale fu prodigo talmente da liquefare le perle
nell'aceto, offrendo splendide cene a' suoi commensali. Dione Cassio
racconta, che l'istrione Pilade fu grato sopra modo a Nerva Coccejo,
e fu favorito dall'assistenza d'Augusto; e a Publio Siro, dopo una
Commedia, gli fu data la palma da Cesare, un anello pregevole e 500
sesterzi per l'eccellenza sua.

Ho portato questi esempi, per provare, come anche nell'arte di
Melpomene e di Talia, faceva d'uopo allora, com'oggi, giungere ad
un certo grado di perfezione per ottenere l'estimazione pubblica!
Il titolo d'Istrioni, che tanto nei tempi scorsi, come nei presenti,
si adotta comunemente come qualità dispregiativa per ogni arte della
scena, era ben distinto anticamente. Due generi di rappresentazioni
ebbero gli antichi in Teatro; con uno si parlava all'udito, con l'altro
a gli occhi. Per l'udito si recitavano le Commedie, le Tragedie e
l'Atellane che erano una giunta scherzevole, quasi Farse o intermezzi;
per la vista, in tutto o in parte, si esprimevano le cose con gesti,
positure, e movimento del corpo, e con balli imitativi, accompagnati
da suono, e canzoni, al che si diede nome di Mimi, e di Pantomimi e
d'Istrioni.

Ora, il disdoro ed il rimprovero caddero sul secondo genere, e non
sul primo. Prova di ciò, primieramente, si è che da molti passi di
Cicerone, di Apulejo e d'Ausonio e da altri, impariamo come l'Arte
Comica era differente dalla Mimica; e ricaviamo dagli antichi monumenti
e scrittori, come le Mimiche rappresentazioni erano piene di oscenità e
di laidezze, ed all'opposto le Tragedie erano tanto morigerate e caste,
che a molti dei componimenti moderni fanno in ciò vergogna. Quanto
alle leggi, basta osservare, che di tutte quelle, ove dell'infamia
si fa menzione agli operanti ne' Teatri, tanto ne' Digesti, come nel
codice di Teodosio, o in quei di Giustiniano, nè pur una si trova in
cui si veggan nominati nè Tragici nè Comici nè Attori d'Atellane. Ma
più indisputabile decisione ci dà in questo punto Valerio Massimo nel
secondo libro, dove parla così degli Attori dell'Atellane: “Questi,
esenti sono da nota d'infamia, nè si privano di suffragio nè si
rifiutano nella milizia.„ Ora, se così era dell'infima classe, che
solamente al giocoso si restringeva, tanto più sarà stato dell'altre
due, le quali recitavano componimenti che possono essere maestri della
vita.

Cicerone, uomo pieno d'onestà e di decoro, non avrebbe professato
palesemente famigliarità ed amicizia con Roscio e con Esopo, se l'arte
che esercitavano fosse stata vergognosa e proscritta. Ne si sarebbe
giovato egli stesso degl'insegnamenti del primo nell'Arte del bel
porgere per le sue orazioni. L'equivoco avvenuto nel leggere i profani
e le leggi, avvenne altresì, leggendo i cristiani scrittori ed i
sacri Canoni. Ciò che si disse dei Mimi e delle arti annesse, è stato
ricevuto come se venisse detto anche per i Tragici e i Comici, e quei
vocaboli che per l'uno e per l'altro genere, sono stati usati talvolta,
si sono interpretati secondo il significato peggiore. Se si dovesse
appropriare il titolo d'Istrioni a tutti coloro che dovrebbero pur
studiare l'arte del porgere, converreste meco che del nome d'Istrioni
non andrebbero esenti le più alte dignità della Chiesa e dello Stato:
i Magistrati, i Deputati, gli Avvocati, i Professori, i più illustri
Conferenzieri, nè i predicatori più valenti. Con questo si viene a
conoscere chiaramente che l'inveire dei Padri va contro i Mimi, i
Saltatori, e i Cantori, e non contro ai Comici e Tragici, a' quali mai
si vietarono le oneste recite, e massimamente di Tragedie, componimento
secondo Orazio _che vince ogni altro di gravità_, e tanto nobile che
meritò l'applicazione de' due grandi primi Imperatori, avendo composto
Cesare l'Edipo, e cominciato Augusto l'Ajace.

Dopo i Greci e i Romani, la poesia Teatrale se ne andò a terra e per
parecchi secoli si tacque, causa le invasioni, escursioni e dominazioni
straniere di cui fu vittima questa povera Italia. Non vo' dire per
questo, che recite in dialogo, e certe rappresentazioni incòndite non
si facessero in ogni tempo; rappresentazioni informi, sconnesse e di
nessun valore, che venivano praticate pur anco in chiesa: e vi furono
sacerdoti e monache che ne composero, ben s'intende, di argomenti
religiosi: e le fecero per diverso tempo rappresentare, fino a che
Innocenzo III non le proibì.... forse per soverchia austerità. Ma
siffatte produzioni, che sacre furono d'ordinario, e che si chiamavano
Ludi Teatrali, erano cosa imperfetta. Il Mussato Padovano in latino,
nel secolo decimoquarto: il Trissino Vicentino in volgare, nel secolo
XVI, si considerano come primi che tornassero a nuova gloria il Teatro
e a nuova vita le scene, con regolate e perfette Tragedie.

Albertino Mussato, al principio del 300, ed anche più, compose
l'_Assedio di Padova_ in verso eroico, e le Tragedie l'_Ezzelino_
e l'_Achille_, però ben poca giustizia fu resa, lui vivente, alle
opere sue, perchè tardi venute alla luce, e perchè al cantore di
Laura fu accordata la gloria dell'aver risuscitata l'eleganza delle
latine lettere, singolarmente nella poesia. Nel secolo decimoquinto
lo studio della lingua Greca, che tanto in Italia si coltivò, avendo
risvegliato il gusto d'ogni genere di lettere, anche le Commedie e
Tragedie cominciarono a prender forma. In latino elegantissimo, fu
la _Progne_, tragedia di Gregorio Corraro, il quale morì Patriarca di
Venezia il 1464. Angelo Decembrio fa menzione d'Ugolin da Parma, che
in quel tempo fu compositore e recitatore di Commedie: ma questi ed
altri non furono che preludî e prove poco fortunate. Abbandonarono
le Sacre rappresentazioni in buona volgar poesia: e sullo stampo
di quelle, Angelo Poliziano foggiò il suo _Orfèo_. Nel Cinquecento,
splendido per ogni manifestazione dell'ingegno italiano, la Tragedia
sullo stampo greco, la Commedia d'impronta romana, nòverano insigni
scrittori: il Bongianni, Gratardo da Salò, Maurizio Manfredi da Cesena,
il Torelli, Antonio Cavallerino, G. B. Livrea che diedero alla luce
Commedie e Tragedie non prive di complicati intrecci, e le cui figure
sono interessanti, ma dove i personaggi hanno un colorito uniforme e
convenzionale. La _Sofonisba_ del Trissino occupa il primo posto fra
tutti quei componimenti tragici, che apparirono in lingua moderna, nel
rinascimento delle bell'Arti. Il Varchi scrive di lui: “Il primo che
scrivesse Tragedie in questa lingua, degne del nome loro, fu per quanto
so io, messer Giorgio Trissino di Vicenza„ e così Cintio Geraldi nel
commiato dell'_Orbecche_ scrive:

    E 'l Trissino gentil che col suo canto
    Prima d'ognun dal Tebro e da l'Iliso
    Già trasse la Tragedia a l'onde d'Arno!

Palla Rucellai, fratello di Giovanni, letterato esimio e scrittore
di Tragedie encomiate, scrisse al Trissino una lettera, con la quale
dedicandogli l'opera del fratello _Le Api_ si esprime così: “Voi
foste il primo che questo modo di scrivere in versi materni, liberi
dalle rime, poneste in luce: il qual modo, fu poi da mio fratello,
nella _Rosmunda_ primieramente, e poi nell'_Api_ e nell'_Oreste_
abbracciato ed usato; adunque meritamente, sì come primi frutti
della vostra invenzione, vi si mandano.„ Vedete, che anche allora
non si disconosceva il vero merito; e ciò che più meraviglia, veniva
apprezzato dai colleghi letterati. Or io vi leggerò della tragedia
_Sofonisba_ una scena, che sembrami ricca di forma e di logiche
persuasioni. La scena si passa in Cirta, città di Numidia, fra Scipione
e Massinissa, quando questi, vincitore delle armi di Siface, sposo di
Sofonisba, promette alla Regina di non consegnarla come prigioniera ai
Romani, purchè acconsenta a divenirle moglie subitamente. Sofonisba,
dimentica del suo consorte, già prigioniero dei Romani, e spinta dalla
regale vanità di non umiliarsi dinanzi ai vincitori, acconsente, e
l'unione vien celebrata (sembra che a quei tempi il divorzio fosse
ammesso, e si regolasse facilmente, bastando il consenso d'una sola
delle due parti).

Scipione, capo delle forze alleate, e rappresentante il Senato Romano,
vuole, com'era per legge, che i vinti sieno mandati, niuno escluso,
prigionieri in Roma. Qui comincia il dialogo che meglio vi spiegherà
l'argomento e la posizione.

    SCIP. Signore, io penso, che null'altra cosa
          Che 'l conoscere in me qualche virtute,
          V'inducesse da prima a pormi amore;
          Il quale amor, da poi vi ricondusse,
          Che riponeste in Africa voi stesso
          E le vostre speranze, in la mia fede.
          Ma sappiate però, che nessun'altra
          Di quelle alme virtù, per cui vi piacqui,
          Tanto m'allegro aver nè tanto onoro,
          Quanto la temperanza, e 'l contenermi
          D'ogni libidinoso mio pensiero.
          Questa vorrei, che parimenti voi
          Giungeste a l'altre gran virtù che avete.
          Crediate a me, ch'a l'età nostra, sono
          Le sparse voluttà che abbiam d'intorno,
          Di più periglio che i nemici armati;
          E chi con temperanza le raffrena
          E dôma, si può dir che acquista gloria
          Molto maggior, che non s'acquista d'arme.
          Quello, che senza me, per voi s'è fatto
          Con valore, e con senno, volontieri
          L'ho detto, e volontier me lo ricordo;
          Il resto, voglio poi, che fra voi stesso
          Più tosto il ripensiate, che a narrarlo
          Vi faccia divenir vermiglio il fronte.
          Questo vi dico sol, che Sofonisba
          È preda de' Romani, e non potete
          Aver di lei disposto alcuna cosa.
          Però v'esorto subito mandarla:
          Perchè convien, che la mandiamo a Roma.
          E voi, s'avete a lei volta la mente,
          Vincete il vostro cùpido desìo:
          E abbiate rispetto a non guastare
          Molte virtù, con questo vizio solo:
          E non vogliate intenebrar la grazia
          Di tanti vostri meriti, con fallo
          Più grave, che la causa del fallire.

    MASS. Io dirò, Scipion, qualche parola
          Acciò che voi, così senza sentirne
          Alcuna mia ragion, non mi danniate.
          Non fu pensier lascivo che m'indusse
          A far quel, che fec'io con Sofonisba;
          Ma pietà, forse, e 'l non pensar d'errare.
          So che sapete ben, che primamente
          Il padre di costei me la promesse;
          Ma Siface da poi, perchè l'amava,
          Tant'operò, che da i Cartaginesi
          A me ne fu levata, e a lui concessa.
          Ond'io salì per questo in tal disdegno,
          Che sempre mai da poi gli ho fatto guerra;
          E con voi mi congiunsi ultimamente;
          Con cui sapete ben, quel ch'io son stato,
          E come presi Annone, e romper feci
          I cavai di Cartagine a la torre
          Che fe' Agatocle, Re di Siracusa.
          E poscia, quando Asdrubale rompeste,
          Sapete, ch'io vi dissi i lor consigli;
          E sol m'opposi al campo di Siface.
          Ma che bisogna dir che 'n mille luoghi
          V'ho dato utilità con la mia gente.
          D'onde presa m'avea tanta baldanza,
          Che senz'altra dimanda mi ritolsi
          La moglie mia, ch'altri m'avea rubata.
          A questo ancor m'indusse, che più volte
          M'avevate promesso di ridarmi
          Tutto quel, che Siface m'occupava;
          Ma se la moglie non mi fia renduta
          Che più debbo sperar che mi si renda?
          L'Europa già tutta si volse a l'arme
          E passò il mar con più di mille navi
          Contra dell'Asia e stette ben diece anni
          Intorno a Troja, e poi la prese, ed arse,
          Per far aver la moglie a Menelao
          Che già se ne fuggio con Alessandro,
          E stata era con lui vent'anni interi;
          E voi non mi volete render questa,
          Che ancor non è il terz'anno che Siface
          Me la tolse per forza e per inganni,
          Nè con tanta fatica s'è ritolta?
          Deh, non negate a me sì caro dono,
          E non vogliate poi, che la vostr'ira
          Contra i Cartaginesi si distenda
          Con tal furore, infin contra le donne.
          Ma i beneficj miei possano tanto,
          Che l'error di costei si le perdoni
          Se mai fatto v'avesse alcuna offesa:
          Che ben conviensi per amor d'un buono
          Perdonare ad un reo; ma non si deve
          Punire un buon, per il peccare altrui.

    SCIP. Chi non sapesse ove si fosse il torto,
          E udisse il parlar che avete fatto,
          Non si porìa pensar ch'io non l'avessi.
          Ma non è giusto quel che parla bene
          In ogni cosa, ove la mente volge,
          Ma quel che mai dal ver non si diparte.
          Se Sofonisba fosse vostra moglie,
          Senza alcun dubbio vi la renderei:
          Che voi sapete ben, che già vi diedi
          Annon Cartaginese; onde per cambio
          Di lui, color vi resero la Madre.
          E come prima il regno de' Massulj
          (Ch'io sapeva esser vostro) si fu preso,
          Senza punto tardar vi lo rendei.
          Ma se vi fu promessa Sofonisba
          (Come voi dite) avanti che a Siface
          Questo non fa però, che vi sia moglie;
          Perchè una sola, e semplice promessa
          Non face il matrimonio; voi già mai
          Non giaceste con lei, nè aveste prole,
          Come d'Elena avea già Menelao.
          Oltre di ciò s'ell'era moglie vostra,
          Che vi accadeva risposarla ancora?
          E sì subitamente far le nozze
          Nella nimica terra e 'n mezzo l'arme?
          Che vuol dir poi, che nel principio, quando
          Tutte le cose vostre mi chiedeste
          Non diceste di lei parola alcuna?
          Quinci si può veder, ch'era d'altrui,
          Com'era veramente di Siface:
          Il quale è stato con gli auspicî nostri
          E vinto e preso; onde la sua persona,
          La moglie, le Cittati, le Castella,
          E finalmente, ciò ch'ei possedeva,
          È preda sol del popolo Romano;
          E esso e la Regina (ancora ch'ella
          Non fosse da Cartagine, nè avesse
          Il Padre Capitanio dei nemici)
          È di necessità mandare a Roma,
          Ov'ella arà da stare a la sentenzia
          Del popolo Romano e del Senato....
          Imperò che si dice avergli tolto
          E alienato un Re, che gli era amico,
          E poscia averlo indotto a prender l'arme
          Contra di lor precipitosamente:
          Sì ch'io non posso di costei disporre.
          Dunque, senza tardar ne la mandate;
          Ne più cercate a così fatto modo
          Aver per forza le Romane spoglie.
          Ma se di lor vorrete alcuna cosa
          Dimandatela pur, che scriveremo
          A Roma, e pregheremo, che 'l Senato
          Per le vostre virtù vi la conceda.

    MASS. Poscia ch'io vedo esser la voglia vostra
          D'aver costei, più non farò contrasto;
          Ma vo', che ancor di questa mia persona
          Possiate sempre far quel che v'aggrada.
          Ben io vi priego assai, che non vi spiaccia
          S'io cerco aver rispetto a la mia fede:
          La qual troppo obligai senza pensarvi;
          E promessi a costei, di mai non darla
          In potestà d'altrui, mentre che viva.

    SCIP. Questa risposta è veramente degna
          Di Massinissa; or fate dunque come
          Vi pare il meglio, purchè abbiam la donna.

    MASS. Anderò dentro, e penserò d'un modo,
          Che servi il voler vostro, e la mia fede!

Massinissa avendo promesso a Sofonisba che non andrebbe viva nelle mani
dei Romani, le mandò un veleno, dicendole, che altro modo non aveva di
mantenerle fede; e Sofonisba lo prese. A me sembra che questa scena sia
molto dignitosa, profondamente eloquente e filosofica.... sebbene odori
un poco di un fare rettorico. Se dovessi rilevare tutti i pregi che si
raccolgono nei molteplici componimenti del Trissino, bisognerebbe a lui
solo dedicare più tempo che non mi è concesso, e trascurare di troppo
altri, che pur voglionsi almeno ricordare. Del satirico, mordace, e
venale Pietro Aretino, il cui ingegnoso spirito s'impose al mondo in
modo, che si temeva più assai la punta della sua penna, che un'aguzza
spada, abbiamo una Tragedia, intitolata _Orazia_ che venne giudicata
una delle migliori che a' quei tempi fosse stata scritta. Rispetto
il parere dei dotti critici, in quanto riguarda il valore poetico e
letterario, ma credo di non errare, asserendo, essere questa Tragedia
priva affatto di effetto scenico, e per la massa del pubblico, d'un
linguaggio astruso. Le sue commedie poi sono un'evidente riproduzione
della corrotta società in cui viveva e mostra delle figure, acutamente
sì, ma rozzamente disegnate, ma che servirono di norma ad altri autori
ne' secoli posteriori. Uomo, in superlativo grado immaginoso, si servì
del suo naturale ingegno, non sempre lodevolmente, e visse, in vero,
com'ei dice: _del sudore degli inchiostri_, e tanto ne adoprò, cred'io,
da macchiarne anco l'anima.

L'autorevole scrittore Adolfo Gaspary, acconcia spietatamente il
fiorentino Giovanni Rucellai (che fu secondo a scrivere Tragedie
regolari in idioma volgare) criticando la sua Tragedia _Oreste_ che
giudica composta di cattivi versi e di fare sentenzioso e rettorico,
dove la falsa sentimentalità, e il falso eroismo, prendono il posto
dalla vera passione. Io non oso pronunciarmi su tal giudizio, bensì
mi sembra, che almeno il merito di una potente efficacia descrittiva
poteva esser notata dal severo critico. Il racconto che vi leggerò sarà
sufficiente a farvi persuasi che non fu vana la mia osservazione. Il
coro rappresentato da una donna, racconta ad Ifigenia sorella d'Oreste,
come furon scoperti, da un Pastore, due stranieri, che furtivamente
venivano per mare, ad impadronirsi dell'effige di Diana, come
dall'oracolo di Delfo fu ordinato per placare le infernali furie che
invadevano Oreste, dopo l'uccisione dell'adultera madre.

    CORO. Io vi dirò per ordin da principio
          A ciò che vo' ntendiate il caso a punto,
          Se già la lingua, mentre io narro a voi,
          La lubrica memoria non inganna.

    IFIGE. Ditela: che gran cosa esser può questa?

    CORO. Questa mattina, all'apparir dell'alba,
          Andand'io per far mondi, alquanto innanzi,
          Gli erbosi sassi del liquido fonte,
          Che scendesser laggiù le mie compagne
          A 'mbiancar de la Diva i sacri veli,
          Veder mi parve, e non mi parve, andare
          Due giovan di nascoso dietro il tempio.
          Poscia, un pastor, che capre ivi guardava,
          E stava sopra 'l vertice del monte,
          Li discoperse a me primieramente;
          E 'n un tratto le labbra al corno pose,
          E suonò tanto forte che d'intorno
          Ognun concorse con gran furia al suono.
          Com'e' s'avvider ch'eran discoperti,
          Si ritrasson guardando verso noi
          Come Leon c'han visto i cacciatori;
          E quando parve lor non esser visti,
          Si misero a fuggir come due cervi
          Là oltre per la via de la marina.
          I Pastor pel cammin di sopra al lito
          Li seguitaron tuttavia gridando.
          Allor salii sovr'un piscoso scoglio,
          Com'altri sempr'è vago di vedere.
          Era la barca lor quivi nascosa,
          Non so ben dove, ma la nuova forma
          Sembrava a gli occhi miei ch'esterna fosse.
          Questa, un da poppa, e l'altro dalla prora,
          Come s'una cassetta d'Api fosse,
          Con mirabil destrezza in mar gettaro;
          E quel che di persona era più grande,
          Vi saltò sopra, e nel saltar la mano
          Porgea sempre, quell'altro confortando,
          Ma quei che del Pastor corsero al suono
          Eran già scesi in su l'asciutta arena
          Con bastoni, con grida, dardi e sassi
          Or di sotto, or di sopra, ed or dai fianchi,
          Facendo a quelli una spietata guerra.
          Già erano ambedue entr'a la barca,
          Ed amendue a gran forza di remi
          Tentavan dall'arena di spiccarla,
          Nè si potea per la vadosa piaggia
          Muover la barca fra l'arena e l'acque
          Che, decrescendo il flusso venian meno;
          Il che sentendo il giovin, quel maggiore
          Ch'ancor fu 'l primo a saltar nel battello,
          Saltò ne l'arenose onde marine,
          Armato con la spada e con lo scudo;
          Poi poggiò il petto e tutta la persona,
          E spinse il legno: e fu sì grande l'urto,
          Ch'andar lo fece un lungo tratto in mare.
          Ei non trovando resistenza alcuna
          A la sua possa, per che l'acqua cede,
          Cadde implicato in su le negre arene;
          Nè pria fu 'n terra, che gli furo addosso.
          Chi gli prese le gambe e chi le braccia,
          Chi lo tenea per le bagnate chiome.
          Quando l'amico suo, ch'era portato
          Dal legno a forza in la contraria parte,
          Si gettò tutt'armato in mezzo al mare
          Come tigre che 'nanzi a gli occhi suoi
          Visti i figliuoli al predator in grembo,
          Con gran furor si getta a questi addosso:
          E quando fu là 'v'era il suo compagno,
          Alzò la spada, e già feriva i nostri,
          Se non ch'a mezza via, ritenne il colpo,
          Per non ferir quel che salvar volea.
          Insomma, tanta fu la sua possanza,
          Che lo trasse per forza a quei di mano.
          Allor più che mai, fu la forza grande
          Di tronchi, dardi, sassi, e d'ogn'altr'arme
          Ch'a chi cerca, il furor ministra e l'ira —
          Dir no 'l saprei: sembrava un popol d'Api
          O una negra schiera di formiche
          D'un antic'elce e di sotterra uscite,
          Contr'a due Calabroni aspri e pungenti.
          La gente tutt'addosso era a quel solo,
          Ch'avea salvo colui che cadde in terra.
          Costui sostenne l'aspra furia tanto,
          Che vide lo suo amico ritto in piede;
          Poi, per un colpo ch'egli ebbe nel braccio,
          Fu costretto lo scudo abbandonare,
          Ov'era fitta una selva di strali;
          Onde 'l gran petto e largo, scuopre e nuda;
          Visto questo, il compagno prestamente
          Il soccorre, e fra quello e fra la turba
          Si pone, e fagli col suo proprio petto,
          Per esser grato, sì pietoso scudo,
          E disse: “Or ecco, Pilade, ch'io sono
          “Venuto qui, o Pilade, o mia vita,
          “Pilade, vita mia, per darti ajuto.„
          E poi rivolto a noi gridava forte:
          “Non date a lui, o gente empia e crudele,
          “Non date a lui; in me voltate il ferro,
          “In me, che cagion son di tutti i mali,
          “In me, per cui 'l misero combatte.
          “Eccovi 'l corpo aperto, ecco la fronte,
          “Eccovi 'l collo ignudo, eccovi il petto!„
          Così diss'egli; e la risposta loro
          Fur mille punte, e più, di lance e spade
          Che gli voltaro al volto, al corpo, al petto:
          Ed ei, nulla prezzando la sua vita,
          Attendèa solo a ricoprir l'amico —
          Ma che può, Un contra 'l furor di tanti?
          Molto potè l'amor, lo sdegno e l'ira,
          E la virtù che sè stessa conosce,
          Il dolor, la vergogna de l'amico,
          Che gli parea veders'innanzi morto.
          Ma che val forza contr'a maggior forza?
          Già il fiato che 'n quei corpi non capèa,
          Con gran singulti gli anelanti fianchi
          Scotèa, fumando un vapor negro e grosso,
          Bagnando tutte l'affannate membra;
          Onde pure alla fine, stanchi e vinti,
          Ma di difender non già sazî ancora,
          Da' Pastor nostri sono stati presi,
          Che gli conducon qui d'innanzi a voi.
          Non credo mai che 'n giovin, tal bellezza
          Splendesse sì nè tanta grazia in volto;
          E non credo, ch'a pena il primo fiore
          De la bionda lanugine ancor vesta
          Le belle guance, quasi fresche rive
          Fiorite, di giacinti e di viole!

Che ve ne sembra? La parte descrittiva non è toccante, efficace e ben
colorita? Quello in cui appariscono, a mio avviso, difettosi questi
scrittori è la poca curanza nel complesso dell'effetto scenico.
Abusavano di frasi altosonanti, di rettoriche riflessioni, di concetti
filosofici, e chi più ne aveva più ne metteva; poco o nulla curandosi
della misura scenica, della complicanza dell'intreccio, della dipintura
dei caratteri, e di quell'inaspettato nell'argomento, tanto necessario
per produrre maggiore impressione nella catastrofe. — Ed ora lasciamo
il coturno, per trattare del socco. L'Ariosto fu il primo a comporre
delle commedie regolari italiane, ma non offrono molta originalità.
Egli stesso confessa d'aver imitato gli antichi e d'essersi ispirato
nelle commedie di Plauto e Terenzio. Le più commendevoli commedie del
XVI secolo, sono al certo, pe' nostri tempi, di poco onesti costumi,
e di parole arrischiate e sconvenienti; se ne togli certe allusioni
satiriche alle condizioni pubbliche, il piccante si cercava di
preferenza in equivoci indecenti.

Lo permetteva la libertà del frasario di quell'epoca, e forse a torto
in oggi biasimiamo ciò che allora si accettava senza porvi importanza,
nè trovarvi offesa al buon costume. Tutte quelle produzioni che
oggi chiamiamo indecenti, e che lo sono di fatto, furono in massima
parte dedicate ai Papi, ai Principi, che le accettarono e fecero
sontuosamente rappresentare, prendendovi tanto diletto, da farne delle
matte risate. Qual meraviglia se le donne non se ne scandalizzavano.
Quelle donne stesse che senza ritrosìa facevansi ritrattare col bel
seno scoperto, e lo esponevano all'ammirazione dei visitatori ed amici,
nelle loro sale. Chi potrebbe asserire che nella sostanza, la società
di allora fosse più corrotta, con le sue frasi lascive, che non sia la
nostra, sotto la forma vereconda e pudica?

L'osceno era considerato quale ingrediente necessario all'arte comica,
e si trova sparso in quasi tutta la letteratura drammatica del secolo
XVI. La commedia _Calandra_ del Cardinal di Bibiena è impudica da capo
a fondo, e le particolarità destinate a promuovere il riso, ributtano;
eppure Leone X lo creò Cardinale, molto per gli importanti servigi resi
allo Stato, e un poco per le scandalose brighe che operava alla Curia.
Una delle commedie che affascina per la profondità e la verità del
quadro di costumi e dei caratteri di quell'epoca, è la _Mandragola_ del
Machiavelli. Essa è di certo la più importante ed originale commedia
di quel secolo. Della sua immoralità non si aveva coscienza: tutti
vi partecipavano.... anche l'autore stesso. Soffocare la passione per
riguardo alla morale, era un precetto da leggersi, ma non da seguirsi;
obbedire a gl'impulsi dell'amore, che senza esitare, per diritto di
natura, va al suo scopo sensuale, era un concetto esaltato e difeso
dalle massime dell'Aretino, ed accettate dalla società di allora.
Di rado la passione sfrenata fu descritta con maggiore vivacità
che in questa commedia del Machiavelli. Forse l'azione comparisce
artificialmente ordinata, ma i personaggi sono interamente moderni, e
vi è nel dialogo tale freschezza, tali sprazzi di luce sulle condizioni
famigliari, da farla supporre una commedia scritta da ieri. Non mi
permetto citarne alcun passo per non fare arrossire il bel volto
delle mie amabili ascoltatrici, ma leggerò soltanto il prologo di
questa commedia, ed una scena assai famigliare della _Clizia_, altro
componimento comico del Machiavelli, perchè possiate riconoscere il
simpatico scrittore, non scamiciato, ma vestito decentemente e con i
guanti bianchi.... non però candidi del tutto!

    Il Ciel vi salvi, benigni Uditori;
    Quando e' par che dependa
    Questa Benignità dall'esser grato.
    Se voi seguite di non far rumori,
    Noi vogliam che s'intenda
    Un novo caso in questa terra nato.
    Vedete l'apparato,
    Quale or vi si dimostra.
    Questa è Firenze vostra.
    Un'altra volta sarà Roma o Pisa
    Cosa da smascellarsi dalle risa.
    Quell'uscio che mi è qui in su la man ritta,
    La casa è di un dottore,
    Che 'mparò in sul Buezio leggi assai:
    Quella via che è là in quel canto fitta,
    È la via dell'Amore,
    Dove chi casca non si rizza mai.
    Conoscer poi potrai
    All'abito d'un Frate
    Qual priore, o abbate
    Abiti in tempio, che all'incontro è posto,
    Se di qui non ti parti troppo tosto —
    — Un giovane, Callimaco Guadagni,
    Venuto or da Parigi
    Abita là in quella sinistra porta.
    Una giovane accorta
    Fu da lui molto amata:
    E per questo, ingannata
    Fu, come intenderete; et io vorrei,
    Che voi fussi ingannato come lei.
    — La favola, Mandragola si chiama:
    La cagion voi vedrete
    Nel recitarla, com'io m'indovino.
    Non è 'l compositor di molta fama:
    Pur se voi non ridete,
    Egli è contento di pagarvi el vino.
    Un amante meschino,
    Un dottor poco astuto,
    Un frate mal vissuto,
    Un parasito di malizia el cucco
    Fien questo giorno il vostro badalucco.
    — E se questa materia non è degna,
    Per esser pur leggeri,
    D'un uom che voglia parer saggio e grave,
    Scusatelo con questo, che s'ingegna
    Con questi van pensieri
    Fare el suo tristo tempo più suave:
    Perchè altrove non ave
    Dove voltare el viso;
    Chè gli è stato interciso
    Monstrar con altre imprese altra virtue,
    Non sendo premio alle fatiche sue.
    El premio che si spera, è che ciascuno
    Si sta dacanto, e ghigna,
    Dicendo mal di ciò che vede o sente.
    Di qui depende, senza dubbio alcuno,
    Che per tutto traligna
    Dall'antica virtù el secol presente:
    Imperocchè la gente
    Vedendo che ognun biasma,
    Non s'affatica e spasma
    Per far con mille suoi disagi un'opra,
    Che 'l vento guasti o la nebbia ricuopra.
    — Pur se credesse alcun dicendo male,
    Tenerlo pe' capegli,
    E sbigottirlo, o ritirarlo in parte,
    Io l'ammonisco, e dico a questo tale
    Che sa dir male anch'egli,
    E come questa fu la sua prim'arte;
    E come in ogni parte
    Del mondo, ove il sì suona,
    Non istima persona;
    Ancor che faccia el sergieri a colui,
    Che può portar miglior mantel di lui.
    — Ma pur lasciam dir male a chiunque vuole;
    Torniamo al caso nostro
    Acciocchè non trapassi troppo l'ora.
    Far conto non si de' delle parole,
    Ne stimar qualche mostro,
    Che non sa forse se si è vivo ancora.
    Callimaco esce fuora,
    E Siro con seco ha
    Suo famiglio, e dirà
    L'ordin di tutto. Stia ciascuno attento;
    Nè per ora aspettate altro argomento.

Ora il nostro autore vi si è annunziato convenientemente con la sua
carta. La scena che segue sarà la sua prima visita.

La posizione dei personaggi è questa.

Un vecchio libertino e il suo figliuolo, sono tutti e due innamorati di
Clizia, giovane che da piccola venne allevata nella lor casa. Il padre
vorrebbe dare la ragazza in moglie ad un Pirro, devoto ed esoso suo
servo, per poi approfittarne. La moglie del vecchio che conosce le mire
poco oneste del marito, vorrebbe invece far sposare la giovane con un
Eustachio loro fattore, uomo rozzo, sì, ma onesto e denaroso.

 SOFRONIA (_moglie del vecchio libertino entra in scena_). Io ho
   rinchiuso Clizia e Doria in camera. E' mi bisogna guardare questa
   fanciulla dal figliuolo, dal marito e da' famigli; ognuno le ha
   posto il campo intorno!

 NICOMANO (_il vecchio marito_). Sofronia, ove si va?

 SOFR. Alla messa.

 NICOM. Et è pur carnasciale; pensa quel che tu farai di quaresima.

 SOFR. Io credo che s'abbia a far bene d'ogni tempo; e tanto più
   accetto sia farlo in quelli tempi, che gli altri fanno male. E'
   mi pare che a far bene, noi ci facciamo da cattivo lato.

 NICOM. Come? Che vorresti tu che si facesse?

 SOFR. Che non si pensasse a chiacchiere; e poi che noi abbiamo
   in casa una fanciulla bella, buona e d'assai, e abbiamo durato
   fatica ad allevarla, che si pensasse di non la gittare or via,
   che dove prima ogn'uomo ci lodava, ogn'uomo ora ci biasimerà,
   veggendo che noi la diamo a un ghiotto senza cervello, che non sa
   far altro che un poco radere, che non ne vivrebbe una mosca.

 NICOM. Sofronia mia, tu erri. Costui è giovane di buon aspetto, e
   se non sa, è atto ad imparare, e vuol bene a costei; che sono tre
   gran parti in un marito, oltre gioventù e amore. A me non pare
   che si possa ir più là, nè di questi partiti se ne trovi a ogni
   uscio. Se non ha roba, tu sai che la roba viene e va, e costui è
   uno di quelli ch'è atto a farne venire; e io non lo abbandonerò,
   perchè io fo pensiero (a dirti il vero) di comperargli quella
   casa che per ora ho tolta a pigion da Damone nostro vicino, e
   empierolla di masserizie: e di più, quando mi costasse quattro
   cento fiorini per mettergliene....

 SOFR. Ah, ah, ah.

 NICOM. Tu ridi?

 SOFR. Chi non riderebbe?

 NICOM. Sì; che vuoi tu dire? per mettergliene su una bottega: non
   sono per guardarvi....

 SOFR. È egli possibile però che tu voglia con questo partito
   strano, tôrre al tuo figliuolo più che non si conviene, e dare a
   costui più che non merita? Io non so che mi dire; io dubito che
   non ci sia altro sotto....

 NICOM. Che vuoi tu che ci sia?....

 SOFR. Se ci fusse che tu non lo sapessi, io te 'l direi; ma perchè
   tu lo sai, io non te lo dirò.

 NICOM. Che so io?

 SOFR. Lasciamo ire. Che ti muove a darla a costui? Non si potrebbe
   con questa dota o minore, maritarla meglio?

 NICOM. Sì, credo; nondimeno e' mi muove l'amore che io porto
   all'una e all'altro, che avendoceli allevati tuttadua, mi pare di
   beneficarli tuttadua.

 SOFR. Se cotesto ti muove, non ti hai tu ancora allevato Eustachio
   tuo Fattore?

 NICOM. Sì, ho; ma che vuoi tu che la faccia di cotestui, che non ha
   gentilezza veruna e è uso a stare in villa tra buoi e le pecore?
   Oh, se noi gliene dessimo, la si morrebbe di dolore.

 SOFR. E con Pirro si morrà di fame. Io ti ricordo che le gentilezze
   degli uomini consistono nell'avere qualche virtù, saper fare
   qualche cosa, come sa Eustachio, che è uso alle faccende, in su i
   mercati, a far masserizia e aver cura delle cose d'altri e delle
   sue: e è un uomo che vivrebbe in su l'acqua, tanto più che tu sai
   ch'egli ha un buon capitale. Pirro, dall'altra parte, non è mai
   se non in su le taverne, su per li giuochi, un Cacapensieri che
   morrà di fame nell'altopascio.

 NICOM. Non ti ho detto quello ch'io li voglio dare?

 SOFR. Non ti ho risposto che tu lo getti via? Io ti concludo
   questo, Nicòmaco: che tu hai speso in nutrire costei, et io ho
   durata fatica in allevarla; e per questo, avendoci io parte, io
   voglio ancora io intendere come queste cose hanno andare: o io
   dirò tanto male e commetterò tanti scandali che ti parrà essere
   in mal termine; chè non so come tu alzi il viso. Va: ragiona di
   queste cose con la maschera.

 NICOM. Che mi di' tu? Se' tu impazzata? Or mi fai tu venir voglia
   di dargliene in ogni modo; e per cotesto amore, voglio io che la
   meni stasera e meneralla s'e' ti schizzassi gli occhi!

 SOFR. O la mérrà, o e' non la mérrà.

 NICOM. Tu mi minacci di chiacchiere; fa che io non dica.... Tu
   credi forse ch'io sia cieco, e che io non conosca e' giuochi di
   queste tue bagattelle? Io sapevo bene che le madri volevano bene
   ai figliuoli; ma non credevo che le volessero tenere le mani alle
   loro disonestà.

 SOFR. Che di' tu? Che cosa è disonestà?

 NICOM. Deh! non mi far dire. Tu intendi, et io intendo: ognuno di
   noi sa a quanti dì è San Biagio. Facciamo per tua fe' le cose
   d'accordo; chè se noi entriamo in cètere noi saremo la favola del
   popolo.

 SOFR. Entra in che entrare tu vuoi. Questa fanciulla non si ha
   gittar via; o io manderò sottosopra, non che la casa, Firenze.

 NICOM. Sofronia, Sofronia, chi ti pose questo nome non sognava; se
   tu sei una soffiona, e se' piena dì vento.

 SOFR. Al nome di Dio. Io voglio ire alla messa; noi ci rivedremo.

 NICOM. Odi un poco. Sarebbeci modo a raccapezzar questa cosa, e che
   noi non ci facessimo tenere pazzi?

 SOFR. Pazzi no, ma tristi sì.

 NICOM. E' ci sono in questa terra tanti uomini da bene, noi abbiamo
   tanti parenti, e ci sono tanti buoni religiosi: di quello che noi
   non siamo d'accordo, domandiamne loro, e per questa via, o tu o
   io ci sganneremo.

 SOFR. Che vogliamo noi cominciare a bandire queste nostre pazzie?

 NICOM. Se noi non vogliamo tôrre o amici o parenti, togliamo un
   religioso, e non si bandiranno, e rimettiamo in lui questa cosa
   in confessione.

 SOFR. A chi andremo?

 NICOM. E non si può andare a altri che a fra Timoteo, ch'è nostro
   confessore di casa, et è un santarello, et ha già fatto qualche
   miracolo.

 SOFR. Quale?

 NICOM. Come quale? Non sai tu, che per le sue orazioni, monna
   Lucrezia di messer Nicia Calfucci, che era sterile....

Non finisco il dialogo perchè lo giudico non confacente all'ambiente
in cui mi trovo; nè istigo il nostro autore a ripetervi la sua visita,
per tema che vi si presenti co' guanti sucidi. Molti altri scrittori
seguirono le tracce del Machiavelli, del Bibiena e dell'Aretino, ma
nessuno raggiunse l'eleganza di questi. De' Fiorentini, che per la
lingua portano il vanto, si vogliono specialmente ricordare il Gelli,
il Varchi, il Firenzuola, Lorenzino de' Medici, il Giannotti, il
Nardi, ma superiori a tutti, il Lasca e il Cocchi, de' quali vorrei pur
citarvi qualche brano, se il tempo concessomi me lo permettesse, ma con
mio rammarico debbo rinunciarvi.

La Commedia regolare letteraria aveva sempre di preferenza la sua sede
nelle Corti, nelle case dei ricchi, e nelle Accademie. Fra il popolo
si usava genere più modesto, e forse più morale, ma più rozzo. Le
Farse, volgarmente dette _Cavajole_, genere antico, ma plebeo, erano
graditissime al popolo, perchè fondate principalmente sulla vivacità
dei lazzi, sul frizzo delle espressioni, sull'opportunità degli
argomenti; e come le canzoni e rappresentazioni maggesi di variato
genere e di più avariato pregio, erano il diletto del contado, così le
rappresentazioni sacre e le Farse, erano la gioia del popolo. Solo alla
metà del XVI secolo comparvero le donne sul palco scenico, e quando
nacque la così detta _Commedia dell'Arte_, che consisteva nell'ideare
il soggetto, stabilire la distribuzione delle scene, prefiggere
i personaggi, lasciando all'improvvisazione, assoluta libertà dei
concetti e delle parole. Quando s'incominciò a praticare questo, per
me, riprovevole sistema, la buona commedia regolare, ed in special modo
la tragedia, sparirono dalla scena a danno e disdoro dell'arte. Non per
tanto ci resta la gloria d'essere stati i primi a comporre produzioni
sceniche regolate; e già più centinaia se ne contava prima che Stefano
Jodelle, sessant'anni dopo, ne ponesse una, sulle scene di Francia,
sotto Enrico III. Due altri motivi concorsero a far dimettere in Italia
le tragedie nei teatri. Il primo fu l'uso introdotto di recitare in
musica, e il compiacersi che fece il mondo de' Drammi musicali, ed il
secondo fu l'introduzione de' varî dialetti e delle maschere. Fino al
secolo XVI, nelle società, le maschere non si usavano che nelle feste,
e per coprirsi il volto onde prender parte ai giuochi d'azzardo; di
poi, le donne portarono, per preservare la pelle, una maschera di
velluto, che si chiamava _Lupo_. Venuto in moda il rossetto ed i nei,
le donne non portarono più i lupi (sul viso, s'intende!), così le
maschere non furono più adoperate che nel travestimenti carnevaleschi e
sulle scene.

Dopo aver parlato degli autori, desidero trattenervi su gli attori,
come parte necessaria, e direi quasi indivisibile dei primi. Una
rigogliosa e ben vestita pianta si potrà ammirare, ma quella, adorna
di frutta, si ammira e si gusta; la pianta è l'autore, il frutto,
l'attore. Fra quelli più famosi del secolo cui tratto, vi presento
un Sebastiano Clarignano, che il Giraldi chiamò il Roscio e l'Esopo
del tempo. Eccovi un Angelo Beolco, detto _Ruzzante_, che sebbene
provenisse da bassissima estrazione (che il nome di Ruzzante gli
fu appropriato da ragazzo perchè ruzzava sempre con un cane che gli
guardava il bestiame), pur nullameno fu attore ed autore pregiatissimo.
Altro stimato artista fu Niccolò Campani, detto _lo Strascino_, che
compose diverse farse. Un altro distintissimo lo abbiamo in Andrea
Calmo, anch'egli attore ed autore comico. Insigne artista fu il
Valerini Adriano autore di rime e di tragedie; ma di lui ricorderò
in appresso. Nè si devono dimenticare G. B. Verati, che dopo morto,
fu commemorato con un epitaffio, composto da Torquato Tasso: nè il
Ponzoni, nè il Flaminio; e per chiudere va ricordato il Ganossa, che
tanto in Francia che in Germania e specialmente in Spagna, non solo fu
acclamato e desiderato da quei regnanti, ma raccolse pur anco ricchezza
con l'arte sua!

Ed ora al sesso gentile! Si fa menzione di una Flaminia, romana, che,
formosissima donna, nella tragedia era valente. Si esalta la Andreini
Isabella che fu decoro delle scene: spettacolo superbo non meno di
virtù che di bellezza; e si onora altamente una Virginia Rotari, detta
Lidia, già amante del Valerini Adriano, gentile e piena di grazie, che
ispirò, nel momento della sua partenza, ad un poeta che l'amava, questi
versi:

    Lidia mia, il dì che d'Adrian per sorte
    Ti strinse amor con mille nodi l'alma,
    Io vidi il mar che fu per lui sì in calma,
    A me turbato minacciar la morte!

Si encomia molto la Vittoria Piissimi, bella maga d'amore, dai moti
armonici e concordi, dagli atti maestosi e grati, dalle parole affabili
e dolci, dai sospiri ladri e accorti, dai risi saporiti e soavi, dal
portamento altiero e generoso (come disse il Garzoni), che fu rivale
d'altra ancor più famosa attrice, la Vincenza Armani, in confronto
della quale la fama di Sarah Bernhart impallidisce. Lascio la parola al
panegirista!... “Ne avendo i tre lustri dell'età sua toccati appena,
possedeva benissimo la lingua latina, e felicemente vi spiegava ogni
concetto. Scriveva correttamente il latino e l'italiano idioma, ed
il carattere che usciva dalla sua penna era bellissimo. Imparò la
logica e la rettorica; nella musica fece tale profitto, che non solo
cantava sicuramente la parte sua con i primi cantori d'Europa, ma
componeva in questa professione meravigliosamente, ponendo in canto
quei medesimi sonetti e madrigali, e le parole di cui ella anco faceva,
in modo che veniva ad essere cantatrice e poetessa. Suonava varie
sorte d'istrumenti musicali, e da sè stessa accompagnava il suo canto;
e ciò faceva con tanta dolcezza, che rapiva chiunque avea la sorte
d'udirla. Posesi di più ad imparare la scultura, e con sì efficace
desiderio vi attese, che scolpiva ogni effigie in cera al naturale. Ben
provveduta di meriti e d'eloquenza, diedesi a recitare commedie sulla
scena, comparendovi la prima volta nella città di Modena; esprimendo
sì prontamente e con tanta grazia i suoi concetti, che sorprese
quell'uditorio, la maggior parte composto di letterati di grido.
Recitava essa in tre stili differenti, cioè, nel comico, nel pastorale,
nel tragico, conservando il decoro di ciascuno tanto drittamente, che
l'Accademia degl'Intronati di Siena disse più volte: che questa donna
riusciva meglio parlando all'improvviso che i più consumati autori,
scrivendo pensatamente. Fece vedersi su i teatri di Roma (che in quel
tempo le donne vi comparivano), in Fiorenza e in altre città della
Toscana; come pure in Venezia e per tutta la Lombardia; e in ogni luogo
rimaneva il nome delle sue virtù impresso nelle menti degli uomini. Nel
giungere ch'ella faceva in qualche città, si sparava l'artiglieria (e
ciò non è favola) per l'allegrezza del suo arrivo o del suo ritorno,
e i principali della terra le andavano incontro, e i dotti portavansi
a lei per lo schiarimento di molti dubbi che avevano intorno a
questioni filosofiche. I musici, i poeti e i pittori cercavano, con
ogni sforzo ed industria, di renderla coll'arti loro immortale: ed i
più nobili ed illustri cavalieri, per onor suo, mostravano in giostre,
in barriere ed in altri tornei il lor valore; ed ella stessa poneva
il premio al vincitore, e dava a molti bellissime imprese con i suoi
motti appropriati, che erano da tutti avuti più a caro di qualsivoglia
ricco dono. I principali signori d'Italia concorrevano in mandarla
a ricercare dovunque ella si fosse, acciò andasse a ricreare le loro
città, e a spargere in esse il fecondo seme della sua virtù. Di corpo
era bellissima, d'una statura piuttosto grande che no; e con esatta
proporzione, e conveniente misura erano situate le belle membra. Aveva
i capelli lunghi e finissimi del colore dell'oro; e le ciglia nere
arcate e sottili, da giusto intervallo divise. La fronte pareva di
lucido e terso alabastro: e le nasceva profilato il naso da i confini
delle ciglia, scendendo per mezzo il volto con debita convenienza.
Fiammeggiavano gli occhi suoi, e tra il bianco e il nero avevano molta
vaghezza, ora ridenti, or lusinghevoli, ed ora altieri. Le sue candide
guancie rosseggiavano in mezzo senza artifizio alcuno. La bocca, del
color di rubino avea le labbra, e mostrava in aprendosi i suoi denti
bianchissimi in egual ordine graziosamente disposti. Avea bellissime
mani, ed era in tutto graziosa, modesta e gentile. Nel maggior grido
della sua fama, portatasi in Cremona a recitare, dopo d'avere esposti
per più d'un mese i parti del suo dotto intelletto, infermossi; e
nel fiore degli anni, travagliata da breve malattia, munita degli
ordini sacri, e piena di rassegnazione, cristianamente, con dispiacere
universale, rese l'anima al Creatore il dì 11 settembre l'anno 1569.
Adriano Valerini, comico famoso, il quale onestamente amavala, ed
era da lei corrisposto, l'assistè sino all'ultimo respiro; unito al
quale, da essa udì queste parole: “Adriano, restiti in pace, io me ne
vado. Addio!„ Questo comico scrisse e recitò la sua Orazione funebre,
che insieme con le rime di diversi autori, in lode di questa celebre
comica, fu stampata in Verona l'anno 1570.„

Bisogna convenire che a quel tempo non v'era penuria di calda
ammirazione per i degni rappresentanti dell'arte drammatica. Viceversa,
per i non eletti, trovo quest'atroce invettiva: “Ma quei profani comici
che pervertono l'arte antica introducendo nelle commedie disonestà
solamente e cose scandalose, non possono passare senza aperto vitupero,
infamando sè stessi e l'arte insieme con le sporcizie che ad ogni
parola scappano loro di bocca; e quanto maggiore ornamento acquista
l'arte comica dai precedenti, tanto maggiore infamia trae da costoro,
ch'anno con l'Aretino o col Franco cambiato la lingua per ragionare
solo da sporchi e vituperosi come sono!„ Scusate s'è poco!!! Dopo aver
udito le due campane della lode e del biasimo, dobbiamo persuaderci
che il mondo fu sempre eguale; che in allora, come oggi, v'era
un'eccedente esagerazione nella lode, come troppa acrimonia nel biasimo
avventato, licenzioso ed offensivo. Negli omaggi entusiastici prodigati
a quelle celebrità, mai si accenna ad una delle migliori prerogative
dell'artista drammatico, quale è quella del porgere naturalmente e
della dizione nitida e vera, e mi vien fatto perciò domandarmi da quali
massime gli attori d'allora erano guidati? Con quali mezzi, e per quali
meriti fisici e intellettuali diventarono grandi? Con qual forma, con
quale concezione, con quale ispirazione interpretavano e riproducevano
i vari caratteri e le diverse passioni? Ignoto! Mistero!... Cominciando
da Roscio e da tutta la falange degli illustri artisti più sopra
citati, che ne sappiamo noi? Che furono eccelsi attori, e nulla più!
Non vi sembra che l'arte rappresentativa, diseredata dal suo nascere
d'esemplari ricordi, non abbia diritto, per legge di compensazione, a
dimostrazioni più entusiastiche, più esaltate dell'altre sue sorelle,
alle quali è dato il vantaggio enorme d'un'analisi costante e d'una
ammirazione imperitura? Non dobbiamo quindi meravigliarci se si
prodigano ai seguaci di Roscio esuberanti manifestazioni di simpatia,
le quali sono destinate ad essere sepolte con chi le promosse.

Permettetemi ora un breve cenno sui precetti dell'arte drammatica
di quel tempo, per poi conchiudere. Il dotto israelita, De Sommi,
mantovano, poeta e autore drammatico, nella sua opera in materia _di
rappresentazione scenica_, nel terzo dialogo, sui recitanti, s'esprime
così: “Nell'attore è a ricercare buona pronunzia, e questo più che
altro importa: e poi cerco che sieno d'aspetto, rappresentante quello
stato che hanno da imitare più perfettamente che sia possibile, come
sarebbe, che un innamorato sia bello, un soldato membruto. Pongo poi
gran cura alle voci di quelli, perchè io la trovo una delle grandi e
principali importanze.... E se io, poniam caso, avessi a far recitare
un'ombra in tragedia, cercherei una voce squillante per natura, o
almeno atta con un _falsetto tremante_ a far quell'effetto che si
richiede in tal rappresentazione.„ A me sembrerebbe cosa quasi ridicola
udire un'ombra parlare in _falsetto tremante_. E neppure in tutto sono
d'accordo con lo scrittore Ingegneri il quale vuole “che l'ombra abbia
una voce alta e rimbombante, ma ruvida ed aspra ed in conclusione
orribile e non naturale e dello stesso tuono.„ (Dello stesso tuono e
non naturale, ne convengo, ma a mio credere la voce dovrebbe essere non
alta ma sonora, non ruvida ed aspra, ma cavernosa e monotona). Torno al
De Sommi: “Delle fattezze dei visi non mi curerei poi tanto, potendosi
agevolmente con l'arte, supplire ove manca natura„ (l'arte non darà mai
l'espressione e la vivacità naturale alla fisonomia!) “ma non mai però
in caso alcuno mi servirei di maschere, nè di barbe posticce, perchè
impediscono troppo il recitare„ (e dovendo rappresentare Barbarossa,
lo vorrebbe sbarbato?) “e se la necessità mi costringesse far fare ad
uno sbarbato la parte di un vecchio, io gli dipingerei il mento, sì
ch'egli paresse raso; con una capigliatura canuta sotto la berretta,
e gli darei alcuni tocchi di pennello sulle guancie e sulla fronte,
tal che non solo lo farei parere attempato, ma decrepito, e grinzo
bisognando.„ (I tocchi sulle guancie e sulla fronte, sta bene, ma
perchè la capigliatura canuta sotto la berretta? Non era più naturale
e semplice il dire, _con una parrucca bianca_? Seguiamo!).“L'attore
dovrà dir forte quanto basti da farsi intendere comodamente a tutti
gli spettatori, acciò non cagionino di quei tumulti che fanno sovente
coloro, li quali per essere più lontani, non ponno udire, onde ha
poi disturbo tutto lo spettacolo.„ (A quanto pare, anche allora il
pubblico era talvolta riottoso!) “Bisogna che l'attore s'ingegni di
variar gli atti, secondo la varietà delle occasioni; dico, che non
basterà ad uno che faccia la parte, poniam caso, d'un avaro, il tener
sempre le mani sulla scarsella, il tentar spesso se gli è caduta
la chiave dello scrigno, ma bisogna anche che sappia, occorrendo,
imitare la smania ch'egli avrà, _exempli gratia_, intendendo che il
figliuolo gli abbia involato il grano.„ (Ora viene il buono!) “E se
farà la parte d'un servo, in occasione d'una subita allegrezza, saper
spiccare a tempo un salto garbato: in occasione di dolore stracciare
un fazzoletto co' denti: in caso di disperazione trar via il cappello,
e simili altri _efficaci_ effetti, che danno spirito al recitare.„ (E
che ai tempi nostri farebbero fischiare!) “E se farà la parte d'uno
sciocco, oltre il risponder male a proposito, il che gl'insegnerà il
poeta con le parole, bisogna che a certi tempi, sappia far anche di
più lo scimunito: pigliar delle mosche, cercar delle pulci, e altre
siffatte sciocchezze. E se farà la parte d'una serva, saper scuotersi
la gonnella lascivamente, se l'occasione lo comporta, ovvero, mordersi
un dito per isdegno, e simili cose, che il poeta nella testura della
favola, non può esplicatamente insegnare.„ (Per fortuna sua!) In
quanto al modo che il De Sommi voleva vestiti gli attori, non è meno
curiosa una breve descrizione. Egli scrive: “Io m'ingegno poi quanto
più posso, di vestire i recitanti fra loro differentissimi: e questo
ajuta assai, sì allo accrescere vaghezza con la varietà loro, e sì
anco a facilitare l'intelligenza della favola. Ora, se io avrò (per
gratia di esempio), da vestire tre o quattro servi, uno ne vestirò di
bianco con un cappello; uno di rosso con un berrettino in capo; l'altro
a livrea di diversi colori; e l'altro adornerò per avventura con una
berretta di velluta e un paio di maniche di maglia, se lo stato di lui
può tollerarlo, parlando però di commedia che l'abito italiano ricerca;
e così, avendo da vestire due amanti, mi sforzo, sì nei colori, così
nelle fogge degli abiti, farli tra loro differentissimi: uno con la
cappa, l'altro col _ruboncello_: uno co' pennacchi alla berretta,
e l'altro con oro senza penne: a fine che tosto che l'uomo vegga,
non pure il viso, ma il lembo della veste dell'uno o dell'altro, lo
riconosca, senza aver da aspettare, ch'egli con le parole si manifesti:
avvertendo generalmente, che la portatura del capo è quella che più
distingue, ch'ogni altro abito, così negli uomini come nelle donne;
però sieno diversi tutti fra loro quanto più si possa, e di foggia
e di colori. Nè mi resterei di vestire un servo di velluto o di raso
colorato, purchè l'abito del suo padrone fosse con ricami e con ori
cotanto sontuoso, che avessero tra loro la _debita proporzione_.„
(Così, se una signora caduta al basso e priva di mezzi, fosse costretta
a vestire di mussolina, per star ligi _alla proporzione_, qual'altra
stoffa dovrebbe usare la sua cameriera? Io non vi vedrei che quella
adottata da Eva; e prima del peccato).

Concretando su quanto vi descrissi dei componimenti tragici e comici:
degli attori e critici loro, come dei precetti che guidavano gli
artisti sul modo d'interpretare ed esporre i caratteri; ed infine,
sul gusto d'abbigliarsi sulla scena, mi abbisogna vagare su induzioni
che potrebbero essere fallaci; pure non mi pèrito ad emettere la
mia opinione, dicendo che le aspirazioni artistiche di quel secolo
tendevano più alla ricerca del bello nell'_arte_, anzichè al bello
nella _natura_; più all'estetica della parola, che a quella dei
caratteri e dell'azione: più a soddisfare i sensi, che a convincere
l'intelletto.... escludendo però del tutto l'idea in me di menomare
con questo, il sovrano ingegno di coloro, che nelle composizioni, come
nelle interpretazioni, furono giustamente proclamati sommi. Se esiste
l'arte _bella_, vi è pure l'arte _vera_. L'arte bella si discute e si
giudica col sentimento convalidato dall'istruzione, dall'educazione e
dai costumi filtrati, ed assorbiti nel secolo in cui uno vive. L'arte
_vera_ è intangibile in tutte le epoche. Non si giudica; v'incanta,
vi affascina, e s'idolatra. La prima è frutto dell'ingegno, la seconda
del genio. L'arte vera non è stata, non è, e non sarà che _una_, ed è
figlia della natura; e come dice Dante: è quasi nipote a Dio! Lasciando
da parte il grado di nobiltà ch'essa occupa, la drammatica, sebbene
infelice dal suo nascersi, come dissi più sopra, a parer mio, è l'arte
più perfetta e più utile di quant'altre mai. La scultura e la pittura
riproducono anch'esse la natura, ma le loro figure, sebbene esprimenti
un pensiero, restano immobili: non parlano, non gesticolano, non
respirano. Vedute cento volte non vi rivelano che la stessa idea....
immobilmente tacita; nè presto alcuna fede alla favola di Pigmalione,
se lo scalpello d'un Michelangelo non ebbe il potere di far parlare il
suo Mosè! Ammirando quelle figure, l'effetto morale siete obbligato
raccoglierlo nella vostra immaginazione. Così, anche il componimento
drammatico, è sterile, inanimato, se non riceve l'alito fecondatore
della rappresentazione.

L'arte della scena ha il potere d'insinuare nell'anima degli spettatori
quei sentimenti, quelle passioni, quegli entusiasmi, che già intuiti
dall'artista, trasfonde all'uditorio, non con mezzi estranei e
fittizî, indispensabili alle altre arti, ma con quelli della movenza
facciale, della voce, del sentimento e della feconda parola, che sono
le legittime, vere, naturali espressioni dell'uman genere. È tanto
convincente, persuasiva, insinuante quest'arte, che, in ogni tempo,
ma più nel XVI secolo, dal previdente ed astuto clero, fu temuta,
quindi osteggiata, non come esempio di pervertimento ai costumi, ma
come potente diffonditrice di quella istruzione, di quei liberali
sentimenti, di quelle patriotiche aspirazioni e di quelle nobili ed
oneste tendenze, per le quali e con le quali soltanto, si formano le
grandi Nazioni.

Ma mi avveggo che l'ora assegnatami è di soverchio trascorsa, e
non voglio abusare maggiormente della benevolenza de' miei cortesi
ascoltatori. A coloro, che per caso avessero qualche piccolo
peccatuccio veniale da scontare, dico, che dopo la penitenza da me, ad
essi, imposta quest'oggi, vengono del tutto purificati. Gli altri, che
per le devote pratiche pasquali la partita del _dare_ e _avere_ hanno
liquidata, saranno rimunerati dal sommo Fattore di tutte cose. Ma tanto
a gli uni che a gli altri, debbo i sensi della mia riconoscenza che per
non tediarvi di più, compendio in una sola parola. Grazie.



LA MUSICA NEL SECOLO XVI[13]

DI

G. A. BIAGGI


“Di tutte le opere dell'uomo (scrisse ne' suoi _Ricordi_ Massimo
D'Azeglio), la più meravigliosa ed insieme la sola per me
inesplicabile, è la musica.

“Capisco la poesia, capisco la pittura, la scultura, le arti
d'imitazione insomma. Il loro nome ne svela la origine. V'era un
modello, la umanità v'impiegò secoli per imitarlo, e finalmente lo
imitò.

“Capisco le scienze. Dato il raziocinio, non trovo difficoltà a
comprendere che, profittando ogni età delle riflessioni dell'età
antecedente e, per così dire, salendo sulle sue spalle, la umanità si
sia inalzata al punto al quale oggi si trova.

“Ma dove diamine siamo andati a cercare la musica? Questo è quello che
non capisco.

“La musica è un: _Mistero_.„

Il D'Azeglio disse benissimo. Così nella sua essenza come ne' suoi
effetti, la musica è un mistero.

Le arti del disegno hanno elementi determinati, costanti e invariabili
nel mondo fisico. La musica, al contrario, col mondo fisico non ha nè
legami nè attinenze di sorta. Pur col _ritmo_ o col _suono_, che sono i
primi suoi elementi, ella è già nel campo della idealità.

Il suono, considerato in sè stesso, ha proprietà e leggi ben note al
cultore dell'acustica. Ma quelle proprietà e quelle leggi, almeno sino
ad ora, con la musica non han nulla a vedere.

Quando dai calcoli e dalle dimostrazioni dell'acustica, passiamo a ciò
che costituisce il linguaggio musicale, alle attrazioni de' suoni, alle
loro repulsioni, alle loro energie, alla potenza che hanno di destare
in noi diversi ordini di sentimenti e commozioni vive così da mutare in
un attimo lo stato dell'animo nostro, tutto è mistero.

A' giorni nostri, col Tyndall e coll'Helmholtz, la scienza acustica ha
fatto un gran cammino, è giunta ad un meraviglioso grado di sviluppo;
e si dice da non pochi, che nell'opera di quegli illustri uomini è a
vedersi: _un ponte gettato fra la scienza e l'arte_.

Ebbene, o Signore e Signori, io avrò torto, è facile, pur troppo; sarò
cieco (può darsi anche questo), ma quel _ponte_ non mi venne mai fatto
di vederlo — e non lo vedo.

Per me, gli ultimi progressi dell'acustica lasciarono le cose in quel
medesimo stato ch'eran prima.

La scienza è da una parte ricca di verità dimostrate e provate, di
scoperte fortunatissime, di postulati irrecusabili. L'arte è dall'altra
parte, bella, attraente, luminosa, — se si vuole; ma in tutto, come
prima, legata all'_empirismo_. E fra l'una e l'altra, nel luogo dove
dovrebbe essere il famoso _ponte_, impedimenti e barriere senza numero,
lacune, pozzanghere, scogli ben alti e ben irti, e una rete fitta e
imbrogliatissima di viottole, quali senza uscita, quali ripiegantisi
oziosamente sopra sè stesse.

E come coll'acustica, la musica non ha nulla a vedere colla matematica.

Tollerate, o Signori, ch'io insista a dire delle teoriche, — perchè il
saper bene di dove vengono e ciò che sono, è imperiosamente voluto dal
concetto che informa il discorso ch'io sto infliggendovi.

Se stiamo a quanto raccontano Porfirio e i filosofi della scuola
d'Alessandria, Pitagora sarebbe stato il primo ad affermare: “essere la
musica una scienza figlia della matematica.„ Com'egli voleva spiegare
la perfezione della causa prima, l'essenza dell'anima umana e le leggi
tutte della natura a forza di numeri, così a forza di numeri voleva pur
spiegare l'essenza e gli effetti della musica.

Quel concetto, con Tolomeo, con Macrobio, col Boezio, col Galilei,
padre e figlio, coll'Eulero, col Rameau, coi Tartini e con altri di
minor nome, attraversò i secoli e venne, vivacissimo sempre, sino a
noi, quantunque validamente combattuto da Aristosseno, da Aristide
Quintiliano, dall'Eximeno, dal Requeno, dal D'Alembert, dal Fétis; —
quantunque dimostrato erroneo dalla costante e intera sua sterilità e
dalla sua inettezza a piegarsi e ad acconsentire come che sia, ai modi
e ai bisogni della pratica.

Che quel concetto di Pitagora fosse vivo e ben vivo nel secolo XVI,
lo sappiamo dal Fogliani, e, più esplicitamente, da Giuseppe Zarlino:
teorico famosissimo di quel secolo.

Zarlino, nelle sue _Istituzioni armoniche_, racconta sul serio
che Tolomeo, accettata la dottrina pitagorica, vi portò di suo una
_inversione_. E cioè: mentre Pitagora voleva spiegare la musica con
la matematica, Tolomeo voleva spiegare la matematica con la musica. E
applicando quella sua idea alla astronomia, insegnò: che dalla Terra
alla Luna, corre l'_intervallo di un tono_, e un _semitono_ da Mercurio
a Venere, e da Venere al Sole _un tono e un semitono_, da cui venne a
stabilire: che dalla Terra al Sole corre preciso preciso l'_intervallo
di quinta_.

Zarlino, che fu pure un forte ingegno e un uomo cultissimo, ammise
senz'ombra di difficoltà quella teorica, e riconobbe: che le distanze
correnti fra i pianeti e quelle correnti fra gli intervalli musicali
si corrispondono con meravigliosa esattezza, che si combaciano
addirittura. Tanto da poter concludere: che, veramente, le leggi della
musica si dovrebbero desumere da quelle che governano i movimenti
degli astri. Ma non ammise però l'intervallo corrente fra la Luna e
la Terra. E combattendo Tolomeo, ecco come argomenta: l'intervallo
suppone necessariamente due suoni. Ora, nel caso, di cui trattasi, uno
di que' due suoni move dalla Luna; e si capisce, sta bene. Ma l'altro
suono dovrebbe muovere dalla Terra: _e questa_ (son sue parole) _è cosa
fuori d'ogni ragione, conciossiachè_ (s'avverta che l'_Eppur si muove_
di Galileo uscì quaranta o cinquanta anni dopo) _conciossiachè non può
essere che quelle cose le quali per loro natura sono_ IMMOBILI, COM'È
QUESTO ELEMENTO CHE DICESI TERRA, _siano atte a generare l'armonia_.

Nè la astronomia cessò di essere associata alle teoriche musicali con
lo Zarlino. Un buon secolo dopo, e precisamente nel 1657, il padre
Girolamo d'Avella uscì a distinguere e a classificare i Toni, secondo
la influenza che subiscono, o del Sole, o della Luna, o di Giove, o di
Venere, o dei segni dello Zodiaco; non senza fare una classe a parte
per quelli che van soggetti alle eclissi.

E di teoriche battute a questo conio, senza ferme basi, non altro che
speculative, arbitrarie e non di rado assurde, più e più altre. E chi
dicesse che dal più al meno sono tutte così, per me non andrebbe molto
lontano dal vero.

Da questo: la teorica che contraddice e s'oppone alla pratica; la
musica plumbea e assiderata delle scuole; e la musica viva, vivificante
ed alata che viene per diretto da Dio e dalla natura.

I musicisti pratici, i valenti davvero e, più specialmente que'
fortunati intelletti che si dicono _genii_, non attesero mai a dettar
regole nè a compilare trattati, e scrissero sempre come loro dettavan
dentro la fantasia e il cuore. E i trattatisti abbandonati a sè stessi,
ostinati nelle loro speculazioni, incatenati alle loro formule e
ai loro pronunziati come se fossero dogmi (quantunque perpetuamente
inapplicati), riusciron sempre e pressochè tutti alla saccenteria e
alla pedanteria, presi i vocaboli nel peggiore loro significato. Il
che vien dimostrato a luce meridiana dal fatto, che nell'arte musicale
nessun savio tentativo, nessuna innovazione, nessun miglioramento,
per quanto voluto dalla ragione, potè farsi strada e stabilirsi,
senza destare le ire, non sempre incruente, e le imprecazioni dei
precettori e delle loro scuole. E fu così in ogni tempo. Timoteo venne
condannato all'esilio dagli Efori di Sparta, reo d'aver aggiunta una
corda alla lira. Guido d'Arezzo che ideò il _Rigo_ (senza il quale la
musica non sarebbe stata mai un'arte), e che trovò il modo d'insegnare
in pochi giorni ciò che prima richiedeva dieci e più anni di studi,
Guido ebbe a combattere con tutti i precettori de' suoi giorni; e se
non fu condannato all'esilio, fu costretto (e a quel che pare, per
disperazione) ad abbandonare il tranquillo ritiro della Pomposa e ad
esiliarsi da sè stesso. Zarlino ebbe a vedere assalita di nottetempo
la tipografia dove si stampavano le sue opere e trafugati e dispersi
i suoi manoscritti. Contro il Monteverdi, perchè non obbediente
ciecamente ai trattati, non fu insolenza e ingiuria che non venisse
scagliata. E a quali censure e a quali fatti si lasciassero andare
i trattatisti e i direttori de' Conservatorii contro il Mozart, il
Beethoven, il Rossini e il Bellini, non istarò a dirlo, perchè storia
notissima a tutti.

Tenuto fermo che nella sua essenza e ne' suoi principii attivi la
musica è un _mistero_, che le sue teoriche sono precisamente in quello
stato che ho detto, è facile capire che, quanto alla sua didattica,
tutto deve ridursi ad una serie più o meno logica di postulati e di
precetti empirici.

Tant'è. Ma v'ha empirismo e empirismo. V'ha quello che l'Humboldt
ammetteva persino ne' severi procedimenti delle scienze; quello cioè,
che raccoglie i fatti, che li analizza, che li aggruppa secondo le
analogie, e che opera sempre col soccorso di ipotesi stabilite su
cognizioni accertate. E v'ha l'empirismo inculto, cieco, che tende
sempre al basso, e che ha parentele vive e pericolosissime con la
_ciarlataneria_. E quest'ultimo, mi duole di doverlo dire, nelle scuole
musicali è il dominante.

S'aggiunga, a dimostrar meglio quanta ragione s'abbiano coloro che
dicono la musica: una _scienza_, che quel secondo empirismo, così
inculto e cieco com'è, dalla teoria passa intatto nella storia, da cui
viene, comunissimo a non pochi scrittori e ad un nuvolo di compilatori,
un “maiuscolo paralogismo„ quello di ritenere come inerenti alla
natura e all'essenza dell'arte, i risultati delle speculazioni dirette
ad intenderla ed a dichiararla; senza fermarsi ad osservare che le
speculazioni possono essere mal fondate, mal condotte e riuscenti per
necessità logica al falso.

Ond'è che, pur a' giorni nostri, si dice e si stampa, ad esempio:
che ne' secoli decimoquarto, decimoquinto o decimosesto, alla musica
mancavano gli intervalli e gli accordi più essenziali.

Ma mancavano alla musica proprio, o sfuggirono alle analisi de'
teorici? o è, come è da credere, che i teorici, piena la mente di
preconcetti, non li seppero trovare o non li vollero vedere?

Agli scrittori e ai compilatori de' quali parlo, que' dubbi non caddero
in mente; e, stretti al fatto che la teorica non fa parola di alcuni
_intervalli_ e di alcuni _accordi_ che assai tardi, han creduto ed
insegnato (e seguitano a credere e ad insegnare) che sino allora quegli
_intervalli_ e quegli _accordi_ non c'erano, o, come pur dicono, _non
esistevano_!! Quanto credere e insegnare che prima del Cesalpino il
sangue umano non circolava, e che al tempo di Tolomeo il cielo non era
che una gran vôlta di cristallo bucherellata qua e là dalle stelle!


In ciò che ho detto sin qui, stanno le cagioni principalissime che in
ogni tempo resero incerto, faticoso e incredibilmente lento il cammino
dell'arte de' suoni. Lento per modo, che a quel grande e mirabile
movimento intellettuale che iniziato da Dante giunse a Raffaello, al
Buonarroti, all'Ariosto e al Machiavelli (al _Risorgimento_, in una
parola), ella rimase in tutto e per tutto estranea.

Sul principio del secolo XVI, mentre la poesia, la pittura, la
scultura, l'architettura correvano trionfanti per vie tutte luce
e splendori, la musica anfanava nelle tenebre, smarrito affatto il
sentimento del _bello_, avversa ad ogni sano intendimento estetico,
avversa, e pertinacemente, a tutto ciò che poteva redimerla.

Che se n'era egli fatto di quel _canto_ che Dante _sentiva nell'anima_,
che _quetava tutte le sue voglie_, e pel quale rese immortale il
Casella? Sparito, interamente sparito.

Può supporsi che di quel canto rimanessero traccie nelle _Laudi
spirituali_, nelle canzoni popolari e in quelle de' _Cantarini
o Cantori da panca_ stipendiati da' Comuni, o in quelle, più
probabilmente, de' _Cantori a liuto_; ma nella musica che tenevasi in
dignità di arte, nè traccie, nè indizii.

Sul principio del cinquecento, imperava la scuola Fiamminga; una
scuola sorta nelle Fiandre sullo scorcio del trecento; che si distese,
dominatrice assoluta, per tutt'Europa; che idoleggiava l'artifizio; e
che, in conseguenza, non solo non faceva il menomo conto, ma teneva
in intero dispregio, così il canto come la melodia: elementi troppo
semplici, troppo bassi e volgari per poter entrare a far parte del
legittimo patrimonio dell'arte.

Sin dove trascorressero i compositori di quella scuola cogli artifizii
del contrappunto non è a dire. Chi avesse la pazienza di descrivere lo
strazio ch'essi fecero della povera musica, fornirebbe alla storia dei
delirii umani uno dei più curiosi e strani capitoli.

In ordine ai contrappunti, con gli _ostinati_, coi _perfidiati_,
coi _cancherizzati_, con quelli _alla zoppa_ e in _salterello_, essi
giunsero ai _retrogradi contrari_ i quali si dovevano eseguire, prima
tenendo il foglio pel suo diritto, poi capovolgendolo pel rovescio.
Da cui seguiva (difficoltà pel compositore da far strabiliare!)
l'invertimento delle parti; quelle che per un verso eran del soprano,
del contralto, del tenore e del basso, per l'altro verso eran quelle
del basso, del tenore, del contralto, del soprano. E coi _canoni_
giunsero agli _enigmatici_, per sciogliere i quali davasi con
un _motto_, una specie di traccia. Ad esempio: _Sol post vespera
declinat_, con che avevasi a intendere che ad ogni ripresa, il canone
doveva abbassarsi di un tono. Scempiaggini, stranezze, deliri, — lo
accordo.

Ma non accordo si possa dire però coi seguitatori dell'Helmholtz,
che le opere de' Fiamminghi non sono altro che _tours de force_ senza
valore musicale.

Senza valore estetico, sì. Ma senza valore musicale, no. Perchè quella
parte dell'arte che dicesi estetica potesse esplicarsi liberamente
e alzarsi alla bellezza espressiva, era necessario che la parte
tecnica si componesse prima in un certo ordine e acquistasse una certa
fermezza. E questo fecero i Fiamminghi indubbiamente. Posta negli
strettoi dei loro artifizi, la materia dell'arte si rese pieghevole
ed atta ad una infinita varietà di atteggiamenti e di forme. In que'
giri tortuosi, in que' continui avvolgimenti e contorcimenti cui erano
forzatamente condotti, i suoni si mostrarono sotto tutti gli aspetti e
rivelarono intera l'indole loro.

Non è poco. Ma in ogni caso, c'è da aggiungere che ai Fiamminghi
andiamo debitori del contrappunto, e che il contrappunto, per quanto
inestetico, ne' suoi principii e ne' suoi intenti, per quanto empirico
nelle sue applicazioni scolastiche, o volere o volare, è ancora
il fondamento de' buoni studi di composizione. Che che si dica, il
compositore non contrappuntista, sarà sempre un compositorello; un
canzonettaio.

Per ciò che fecero in favore della didattica, i Fiamminghi potrebbero
andar assolti d'ogni peccato risguardante l'estetica.

Ma di peccati ne commisero altri, e non posso tacerli.

Non uno di que' compositori che avesse cura di mettere in una certa
armonia, almeno, il carattere e la espressione delle note, col testo
e col significato delle parole. A questo non badavano per nulla.
Fra le Messe e stampate e manoscritte, appartenenti a quel tempo,
ne ho trovate parecchie, nelle quali sotto le prime note de' pezzi,
leggevasi o _Kyrie_ o _Gloria_ o _Sanctus_, ma dopo queste, non più
parole. Nè si pensi che così facessero o gli stampatori o i copisti a
risparmio di tempo e di fatica. Come attestano gli autografi, facevano
così gli stessi compositori. E la prova provata che alle parole non
avevan badato, esce da questo, che ad adattare sotto le note gli
interi versetti, non si riesce che a stento, e non senza ripetizioni e
storpiature.

E non è tutto. Alle parole prescritte dalla liturgia, ne aggiungevano
altre a capriccio. In una Messa avente a tema l'_Ave Maria_ del
canto fermo, si canta contemporaneamente dai soprani il _Kyrie_, dai
contralti il _Gloria_, dai tenori il _Credo_ e dai bassi l'_Ave Maria_
per disteso.

E non è tutto ancora. Si fece mille volte peggio. Non contenti
dell'accoppiamento di parole diverse, ma sacre, vennero
all'accoppiamento di parole sacre e profane, — e di che tinta profane!
In una Messa dell'Obrecht, al primo _Kyrie_, il tenore canta, in
volgare: _Io non vidi mai la più bella!_ Al _Christe_: _Oh! buon
tempo!_ Al secondo _Kyrie_: _Dove potrò mai trovarla!_ All'_Osanna_:
_Il segreto del mio cuore!_ E al _Benedictus_: _Signora, fatemi sapere
se_....

E Messe così fatte, incredibile a dirsi! erano cantate alla presenza
del Papa e dei Cardinali da quella Cappella Sistina che salì dopo in
tanta e così bella rinomanza.

A quella maniera di Messe, che era, insieme, un pervertimento artistico
e morale, si venne accomodando di punto in punto la esecuzione. Di
questo ne fa certi la risposta del cardinale Domenico Capranica, reduce
dalla Nunziatura di Lisbona, data al papa Niccolò V, quando lo richiese
del suo parere intorno al merito de' famosi suoi cappellani cantori:
_Santità_, disse schietto il Cardinale, _mi par di udire una mandra
di porcelli che grugniscono a tutta forza, senza proferire un suono
articolato, non che una parola._

Giunte le cose a tale estremo, si sentì il bisogno di porvi rimedio; e
vi si pose.

Ma, come corse per secoli in tante e tante opere pretese storiche,
e come di quando in quando ritorna a correre negli scritti degli
storici compilatori e dilettanti, chi fu il primo a trovare e a
proporre il rimedio non fu il Palestrina. Bensì egli lo attuò e da par
suo. Secondo quegli scrittori: il Papa Marcello II, scandolezzato e
indignato de' tanti sacrileghi abusi, avrebbe formalmente licenziati
i cappellani-cantori e posta la musica al bando della Chiesa; e
il Palestrina, poco dopo, con una castigatissima sua Messa avrebbe
ottenuta la revoca di quel decreto. In questo nulla di vero.

La musica, intanto, non fu mai proscritta dalla Chiesa da nessun Papa.
Quanto a Marcello II, può aversi per certissimo che della musica non
s'occupò menomamente, perchè non ebbe il modo e nemmeno il tempo.

Marcello II, come abbiamo dal Polidori suo biografo, fu eletto la sera
del 9 aprile (martedì santo del 1555) e volle essere consacrato vescovo
e incoronato il giorno dopo: _affine di potersi tutto impiegare in que'
giorni cotanto santi_, nei divini uffizi. E infatti non mancò a nessuna
delle tante funzioni che si celebrano nella Cappella Sistina dal
mercoledì santo al dì di Pasqua.

Il sabato in _albis_, Marcello II era a letto infermo, e dieci giorni
dopo (il 30 dello stesso aprile) rese l'anima a Dio. In tutto, un
pontificato di ventidue giorni, undici dei quali, di malattia. Ora,
come e quando avrebbe egli avuto tempo e modo di pensare alla musica,
e, cosa al certo di non piccolo momento, di decretarne la proscrizione?
E dove, pel Palestrina, il tempo di comporre una Messa e d'apprestarne
la esecuzione?

Sul conto di quella celebratissima messa (che venne poi dedicata alla
_memoria_ di papa Marcello) ecco la verità quale esce dai diari che si
conservano nella Biblioteca della Cappella Sistina, e come l'abbiamo
nella biografia del Palestrina scritta dall'abate Baini.

I cardinali Vitellozzi e Borromeo, deputati dal papa (Paolo IV)
al riordinamento della musica religiosa ne' termini decretati
nella sessione XXII del Concilio di Trento, posero per principio e
stabilirono: I. che i Mottetti e le Messe con accoppiamenti di diverse
parole, non dovevansi più eseguire; — II. che del pari non dovevansi
più eseguire le Messe lavorate sopra temi di canzoni profane e laide;
nè i Mottetti scritti da persone private. — Si discusse quindi per
definire se le parole sacre cantate dal coro si sarebbero udite più
scolpitamente e sempre. I due cardinali desideravano che fosse; ma
i cappellani-cantori risposero recisamente: _che non era possibile_.
Instavano i cardinali: “_Se le si possono udire e le si odono alcune
volte, perchè non sempre?_„ Replicavano i cappellani cantori: “_esserne
in colpa l'obbligo delle fughe e delle imitazioni che costituiscono
il carattere della musica armonica; e che non era possibile privare la
musica di quegli artifizi, senza snaturarla_.„

In questa discussione vennero citati dai cardinali un _Te Deum_ di
Costanzo Festa, gli _Improperi_ e alcuni pezzi della Messa: ut, re,
mi fa, sol, la del Palestrina, come esempi (quanto alle parole) senza
eccezione. Ma i cantori rispondevano: “_che quelle erano composizioni
brevi, e che nelle fughe, massime del_ Gloria _e del_ Credo, _non si
sarebbe potuto ottenere in egual maniera la chiarezza delle parole,
offuscate dagli imprescindibili giri e ritorni delle Imitazioni e delle
Fughe_.„

Venuti i dissenzienti a partito, fu infine risolto: si desse
commissione al Palestrina di scrivere una Messa, che stesse in tutto
alle prescrizioni de' due cardinali e nella quale le _Imitazioni_ e le
_Fughe_ non impedissero in nessun modo le parole.

In luogo di una Messa sola, il Palestrina ne scrisse tre: delle quali,
eseguite per prova in casa del cardinale Vitellozzi il 21 aprile 1565,
venne scelta per acclamazione la terza.

In quella Messa, il Palestrina vince tutte le difficoltà, supera tutte
le barriere e, ispirato, procede con la indefettibile sicurezza del
_genio_. Nè artifizi di contrappunti, nè complicazioni di sorta, nè
arruffii di parole; piena e maestosa la sonorità, severi i giri degli
accordi, severe, ma nettamente disegnate e sto per dire melodiche, le
cadenze; solenne, tuttochè semplice, lo stile. Non una nota in quella
Messa che non sia la rivelazione o la sanzione d'una sana regola
dell'arte, mentre da ogni nota esala purissimo il sentimento religioso.
Avuto riguardo alle condizioni in cui allora trovavasi la musica: un
miracolo di bellezza.

Quando venne pubblicamente eseguita per la prima volta (il 19 del
giugno 1565), Pio IV esclamò: “_Sono queste le armonie del nuovo
cantico che San Giovanni apostolo udì nella celeste Gerusalemme, e
che un altro Giovanni_ (Palestrina) _ci fa udire nella Gerusalemme
terrestre_.„

La Messa di papa Marcello nella cui musica è una così viva aspirazione
alla melodia e al canto, scosse dalle basi il grottesco edifizio
dell'arte fiamminga, ed è, incontrastabilmente, la pietra angolare
dell'arte italiana; di quell'arte italiana che fu poi, sino a' giorni
nostri, l'arte di tutto il mondo.

Del Palestrina, qui non saranno affatto fuor di luogo alcuni cenni
biografici.

Il vero suo casato è Pierluigi, e il nome, Giovanni. Fu detto
Palestrina dalla piccola città delle Romagne, dove nacque, per quanto
si sa, nel 1524.

Chiamato alla musica da molte ed elette disposizioni naturali, si recò,
giovinetto, a Roma, dove fu ammesso alla scuola, aperta poco innanzi da
Claudio Goudimel, compositore di grande e meritata fama.

Da quella scuola, il Palestrina uscì maestro, tanto che nel 1551 venne
nominato Direttore della Cappella Giulia in San Pietro Vaticano. Dalla
Cappella Giulia passò alla Sistina (dalla quale fu poco dopo espulso,
perchè ammogliato) e quindi alla Cappella di San Giovanni in Laterano,
a quella di Santa Maria Maggiore, e di nuovo alla Giulia, in San
Pietro, rimasta vacante per la morte di Giovanni Animuccia.

Il Palestrina fu uomo di specchiata onestà, di severi costumi e, come
artista, indefesso al lavoro, operosissimo; — il che non tolse ch'egli
non avesse sempre a combattere con le strette della povertà, mal
bastando gli stipendi delle cappelle alle prime necessità della vita.
Egli morì, assistito e confortato da San Filippo Neri, il 2 febbraio
1594.

Alla scuola del Goudimel, il Palestrina non è a farne meraviglia,
s'era educato e fatto ai principii e al gusto de' Fiamminghi. Le
prime sue Messe (pubblicate nel 1554) son tutte fatica e stento;
tutte a imitazioni, a fughe, a canoni, a rodelli, a misure e andamenti
_binarii_, posti a forza sopra misure e andamenti _ternarii_. Nè seppe
guardarsi dagli strani accoppiamenti di parole. In una sua Messa, così
nel _Kyrie_, come nel _Gloria_ e nel _Credo_, v'ha sempre una parte che
canta l'antifona: _Ecce sacerdos magnus_, ecc.

Nel Palestrina adunque sono a vedersi due compositori ben distinti fra
loro: il fiammingo sino alla Messa di Papa Marcello, e da quella Messa
in poi, l'italiano.

E se qui mi si domandasse: Dove le cause così determinanti dei decreti
del Concilio di Trento e del programma de' cardinali Vitellozzi e
Borromeo non fossero state, il Palestrina avrebbe abbandonata la prima
sua maniera? E avrebbe trovata la seconda, passando in un subito da un
gretto e pretenziosissimo meccanismo, ad una semplicità ispirata e che
ha del divino?

Pur ammirando in quel compositore un maestro solenne e un altissimo
ingegno a quelle domande io sarei tentato di rispondere negativamente.

I musicisti amano il suono; — ed è giusto. Ma del suono (chi non lo sa
e non ne ha patito?) i musicisti non si contentano mai. Più ne hanno,
più ne vorrebbero e, beatissimi, vanno al frastuono ed allo strepito.
È questa, a mio avviso, una tendenza naturale e irresistibile.
Esperienza che oramai può farsi ogni giorno: le bambinette pei serii
loro studi delle cinque note, vogliono il cembalo tutto aperto; e, se
v'arrivano, andate franchi che il piedino sul pedale del _forte_, ce lo
mettono e ce lo tengono. Dell'abuso della sonorità, i musicisti si son
rimproverati sempre, a cominciare dal libro di Giobbe.

Quanto a spiegare la tendenza che è ne' musicisti, specie ne'
compositori, al complicato e all'artifiziato, è presto fatto. Gli
artifizi e le complicazioni, non richiedono nè altezza di mente,
nè squisitezza di sentimento, nè vivacità di fantasia, nè estro, nè
ispirazione. Basta ad essi ogni mezzano ingegno; bastano la pazienza e
lo sgobbo. Convinto di questo, vo' pur convinto che dalla scossa, per
quanto forte, avuta dalla Messa di Papa Marcello, la scuola fiamminga
si sarebbe facilmente ripresa e avrebbe prolungato chi sa per quanto
tempo ancora l'infesto suo dominio, se, provvidenziale, non veniva
da Firenze la Camerata del conte Bardi del Vernio, colla _riforma del
melodramma_.

Ottavio Rinuccini, Jacopo Corsi, Vincenzo Galilei, Girolamo Mei, Jacopo
Peri, Giulio Caccini, e gli altri dotti e musicisti componenti la
Camerata di Giovanni Bardi, che cosa han fatto?

“_Hanno inventato il melodramma_;„ — così si disse universalmente sino
a pochi anni sono; e così dicono ancora parecchi storici e scrittori,
tuttochè eruditissimi e di polso.

Ma l'hanno veramente inventato? — Io non credo e penso non lo
credessero nemmen loro, per questa semplicissima ragione: che il
melodramma, notissimo a tutto il mondo, esisteva da secoli.

Il concetto di sposare la musica all'azione rappresentata, al dramma,
ebbe applicazioni pratiche che rimontano ad una antichità remotissima.
— Per trovarne i primi tentativi converrebbe forse risalire con Origene
e con Renan, al _Cantico dei Cantici_ della Bibbia.

Ma, a non entrare nel campo delle congetture, questo è ora storicamente
certo (grazie alle ricerche e agli studi del Westphall, del Bellerman
e del Gevaert) che le tragedie e le commedie dell'antico teatro greco,
eran veri e propri melodrammi seri e melodrammi buffi; ed è certo che
Eschilo, Sofocle, Euripide, Aristofane, ecc., eran poeti e insieme
compositori di musica.

Nei drammi liturgici dei primi secoli della Chiesa, nella tragedia:
_Cristo paziente_ di Apollinare d'Alessandria, un tempo attribuita
a san Gregorio Nazianzeno, ne' drammi della Hrotswita, negli _Atti
sacramentali_ degli Spagnuoli, nelle _Vergini saggie_ e nelle _Vergini
spensierate_ de' Tedeschi, nelle _Moralità_ degli Inglesi e, insomma,
in tutte quelle rappresentazioni che si comprendono sotto il nome di
_Misteri_, la musica vi aveva una non piccola parte. V'erano canzoni,
preghiere e cori. I personaggi principali, il Redentore, la Vergine, i
Santi, gli Angeli, i Demoni, non parlavano mai altrimenti che cantando;
e al canto s'accompagnava il suono di vari strumenti, arpe specialmente
e piccoli organi portatili.

Nel 1285 Adamo de la Hale fece rappresentare a Napoli: _Robin et
Marion_, un idillio, osserva il Renan, che ha molte analogie col
_Cantico dei Cantici_. E nel _Robin et Marion_ il concetto del
melodramma è nettamente esplicato. Vi si trovano, in germe, e arie, e
duetti, e ritornelli strumentali.

Dopo il _Robin_ d'Adamo de la Hale, la storia registra come
rappresentazioni accompagnate da musica vocale e strumentale: la
_Conversione di San Paolo_ del Baverini, _San Giovanni e San Paolo_,
poesia di Lorenzo il Magnifico e musica di quel valente compositore
Isaac che il Lasca ricorda col nome d'Arrigo tedesco; il _Sagrifizio_
del Beccari, posto in musica da Alfonso della Viola; l'_Egle_ e
l'_Orbeck_ del Giraldi; gli _Oratorii_ di San Filippo Neri musicati
dall'Animuccia; il _Satiro_ e la _Disperazione di Fileno_ di Emilio de'
Cavalieri e, infine, l'_Amfiparnaso_ di Orazio Vecchi.

Come vedesi, il melodramma è assai più antico di quanto credono ancora
non pochi; ed è chiaro perciò che quello uscito a Firenze negli ultimi
anni del cinquecento, non era e non poteva essere una _invenzione_; ma
sì, un perfezionamento o, piuttosto, come veramente fu e deve dirsi:
una _Riforma_.

Per darsi conto ora di ciò che volle e operò la Camerata del Bardi con
la sua _Riforma_, bisogna rifarsi ai Fiamminghi, e ricordare: che per
loro la melodia e il canto non esistevano; ricordare che mettevano
il sublime e il sommo dell'arte nello stile _madrigalesco_, nel
contrappunto; e ricordare che non dubitarono (se ne tenevano, anzi!) di
condurre con quello stile ogni maniera di composizioni: le religiose,
le profane da _camera_, le _Canzoni a ballo_ e le _Canzoni a bere_, le
_Ballate_ e le _Ballatelle_, le _Villanelle_, le _Frottole_, e persino
quelle che dovevansi eseguire per le vie e sulle piazze a sollazzo del
popolo, quali: le _Maggiolate_, le _Mascherate_, le _Carrate_, i _Canti
carnascialeschi_, ed altre più.

Ora, come si potesse concepire l'idea d'applicare quello stile alla
rappresentazione scenica, non si riesce ad intendere in nessun modo; ma
sta in fatto che i Fiamminghi vollero ed ebbero il melodramma in stile
_madrigalesco_.

Spregiato, dimenticato o voluto dimenticare, perchè essenzialmente
melodico, il _Robin et Marion_ d'Adamo de la Hale, che sta da sè, che
nella storia è un fiore nel deserto, tutti gli altri melodrammi che
ho citati dianzi sono condotti con quello stile; quanto dire che sono
scritti per un _coro_ di quattro, cinque e più voci; e che quel _coro_,
da un capo all'altro del dramma o della commedia, canta costantemente
la parte di tutti i personaggi, uomini e donne, e così i soliloqui come
i dialoghi, così le domande come le risposte.

Per quanto so io, l'ultima uscita di quelle opere fu l'_Amfiparnaso_
d'Orazio Vecchi, rappresentata a Modena nel 1594.

Quell'opera s'apre, dopo un Prologo, con un dialogo fra Pantalone e il
suo servitore Pedrolin, che comincia così:

 PANT. O Pedrolin, dove sei? Dove sei, Pedrolin?

 PEDR. Messere, sono in cucina.... e non mi posso muovere....

 PANT. Ah, ladro! Ah, cane! e che cosa fai in cucina?

 PEDR. M'empio la pancia con certi tali che, prima, cantavano tutto
   il giorno: piripipì, curucucù!

 PANT. Ladro! tu vuoi dire galletti, galline, piccioni....

E con la citazione mi fermo qui.

Se avessi ora a domandarvi, o Signori, quante voci, quanti cantanti
possono occorrere per eseguire sulla scena quel dialogo; tutti al
certo rispondereste: due! uno a rappresentare Pantalone, e l'altro a
rappresentare Pedrolin.

Ebbene, no! Alla vostra risposta i compositori Fiamminghi si sarebbero
messi a ridere di compassione.

Come esigeva imprescrittibilmente lo stile madrigalesco, per eseguire
quel dialogo occorre un coro composto di soprani, di contralti, di
tenori, di bassi; e quel coro canta tanto la parte di Pantalone, quanto
quella di Pedrolin; e così in tutto il rimanente della commedia.

Date, relativamente alla musica, queste condizioni, vorrebbesi pur
sapere, in qual modo si venisse alla rappresentazione. Ma su questo
punto corrono opinioni diverse. Chi crede che sulla scena uscivano
soli i cantanti rappresentanti i personaggi e che il resto del coro
cantava, a così dire, dietro le quinte. Chi crede invece, che dietro le
quinte cantava tutto il coro, e che sulla scena i personaggi venivano
rappresentati da mimi; e chi crede e mantiene infine, che le opere in
stile madrigalesco non venivano rappresentate, ma solamente cantate,
come usò e usa anch'oggi degli Oratorii.

Sia come si vuole, questa è questione affatto secondaria. Ciò che preme
e importa di mettere in sodo è che, prima della Riforma fiorentina, le
opere teatrali, i melodrammi, si scrivevano a quel modo.

Sul conto dell'_Amfiparnaso_ e del suo valore artistico, stimo inutile
il far parole. Per me, e come commedia e come musica, è una poverissima
cosa.

Ed eccoci alla _Riforma fiorentina_, il cui concetto venne nettamente
dichiarato da quell'insigne scrittore che fu Giovanni Battista Doni.

“Questi virtuosissimi personaggi (egli parla d'Ottavio Rinuccini e di
Jacopo Corsi) si possono dire i primi restauratori della musica scenica
e autori dello _Stile recitativo_; imperocchè, riconoscendo che la
maniera d'oggi non era troppo idonea alla espressione degli affetti e
al cantare in iscena, e dall'altra banda avendo letto i miracoli che
faceva anticamente la musica, fecero tanto coi più perfetti musici che
si trovavano allora, che s'indussero a tentare una nuova strada, e a
provare che riuscita farebbe una melodia che s'avvicinasse al parlare
famigliare e movesse gli animi degli ascoltanti; — il che non potendo
succedere senza far loro ben sentire le parole; e non potendo queste
accoppiarsi con tanti artifici di contrappunto, vollero che, rimossi
questi, s'attendesse solo ad un bello e leggiadro procedere, ed al fare
il canto più naturale e vicino alla favella più che fosse possibile;
onde conoscendosi che la cosa sarebbe ricevuta, fu composta dal
signor Ottavio Rinuccini la _Dafne_, che fu rappresentata con plauso
grandissimo, essendo stata armonizzata dai signori Jacopo Corsi e
Jacopo Peri.„

Nessuna ambiguità nelle parole del Doni.

I componenti la Camerata del Conte Bardi posero la mira alla
espressione de' sentimenti e degli affetti, persuasi che, senza quella
espressione, la musica non può essere mai altro che un rumore, più o
men grato all'orecchio, ma vanissimo; un balocco per l'uditore e, pel
compositore, un giuoco di pazienza.

Persuasi di ciò, que' valentuomini videro: che a muovere e a
determinare la espressione de' sentimenti e degli affetti, doveva esser
_prima_, la _parola_; videro che la _parola_ non poteva esser _prima_
se, comecchessia, _impedita_; videro che con le inflessibili sue
esigenze, il contrappunto non poteva _non impedirla_ e, sicuri e con
mente divinatrice, tagliaron netto e corto.

Come aveva fatto il Palestrina (e come _doveva_, in vista della musica
religiosa), i componenti la Camerata Bardi, non si tennero ad una mezza
misura.

Ma con una innovazione che mai nel campo delle arti belle la più ardita
e più radicale, condannarono il contrappunto tutt'intero qual era,
capitalmente. Si misero innanzi, come bandiera, la nota sentenza di
Platone: _nel canto_, il primo posto spetta alla _parola_, il secondo
al _ritmo_, il terzo al _suono_; la adattarono alle possibilità
del momento e ai mezzi de' quali potevano disporre; e argomentando
dagli effetti ottenuti dalla melopèa greca e dall'arte di Archiloco,
di Terpandro, di Talete, di Saffo, tolsero di mezzo la polifonia,
s'attennero alla voce sola accompagnata da uno o più strumenti, e
idearono il _recitativo_; o piuttosto lo _inventarono_, che qui,
quel verbo torna a capello; perchè della _melopèa greca_ mancavan
loro interamente gli esempi _pratici_; e perchè insufficienti troppo
all'uopo, i rari tratti _recitativi_ che s'incontrano nel _Passio_ del
canto fermo.

Fortemente scossa dalla Messa di Papa Marcello, la scuola fiamminga
ebbe dalla _riforma melodrammatica_ fiorentina il colpo di grazia. E il
mondo riebbe la musica!

La bontà e la saviezza de' principî estetici e de' criteri fondamentali
che diressero le ricerche e gli studi de' riformatori fiorentini,
non han bisogno d'essere dimostrate. Sono evidenti per sè stesse; e
riescono evidentissime, se seguiamo il melodramma ne' suoi svolgimenti
ulteriori.

Dal 1600 in poi, noi lo troviamo sviato e mal vivo ad ogni poco;
quando per l'abuso delle rifioriture e de' passaggi di difficoltà
cui si lasciano andare tanto volentieri i cantanti, a scapito della
espressione poetica e drammatica; — quando per le complicazioni cui
tendono incessantemente i compositori; — quando pel predominio della
musica spinto tanto innanzi da nascondere e le parole e il dramma.

In seguito a quegli sviamenti, escono i _riordinatori_ o, come si
chiamano, i _riformatori_. Per non citare che i più famosi: il Glück
nel secolo scorso, e il Wagner nel nostro.

Secondo la generalità degli scrittori, il Wagner, come _riformatore_,
non fece altro che riportarsi al Glück. Il quale (sempre secondo quegli
scrittori) è a reputarsi il primo, il vero, l'unico, il riformatore
insomma per eccellenza.

Ma per me, non è tale davvero.

La riputazione di riformatore in che è tenuto quel valentissimo
compositore, mosse tutta dalle _Prefazioni_ poste innanzi alle sue
opere: _Alceste_ ed _Ifigenia in Aulide_. Ma in quelle _Prefazioni_,
non una idea, non un concetto, nè una osservazione, che non si trovi
negli scritti risguardanti la _Riforma fiorentina_, di Giovanni Bardi
e di suo figlio Pietro, del Rinuccini, del Doni, del Della Valle,
del Bonini, e nelle _Prefazioni_ che i compositori: Peri, Caccini,
Emilio de' Cavalieri, Marco da Gagliano e Monteverdi, posero anch'essi
innanzi alle stampe delle loro opere; e dalle quali il Glück tolse
molto probabilmente l'esempio.... e il resto. Dato (badiamo, non è che
un sospetto) dato che tutto non sia opera invece del suo librettista
italiano, Ranieri Calsabigi; il quale, poeta, uomo cultissimo e toscano
com'era, è ben difficile supporre che di tutti quegli scritti non
avesse notizia.

Escludiam pure, se si vuole, ogni idea di plagio, ammettiamo come
possibile l'incontro fortuito, non che di idee e di concetti, di
espressioni e di parole. Ma sta in fatto ed è: che la pretesa riforma
del Glück e quella della Camerata Bardi non differiscono in nulla; e
sta ed è, che l'una è l'altra e che, in ogni caso, alla seconda non può
assegnarsi altro merito che quello solo di aver confermato il valore
della prima.

Si crede e si afferma da molti che la prima opera scritta secondo
gli intendimenti della Camerata Bardi, sia stata la _Euridice_
del Rinuccini e del Caccini. Ma è indubitato che fu la _Dafne_ del
Rinuccini istesso e del Peri, rappresentata in casa del Corsi nel 1594.
(Ed ecco per la terza volta la data 1594: la morte del Palestrina;
l'ultima opera in istile _madrigalesco_; la prima opera della
_riforma_, in istile, come dicesi, _recitativo_ o _rappresentativo_).

La priorità della _Dafne_ è attestata dal Clasio in una nota
illustrativa posta in fine alla ristampa del _libretto_ del Rinuccini,
dove leggesi: “che, compiuta nel 1594, la _Dafne_ fu per tre anni
consecutivi recitata in casa Corsi, con gran piacere ed applausi degli
spettatori.„ E del resto è pure attestata dal Rinuccini nella lettera
con cui dedica la sua _Euridice_ alla Regina Maria de' Medici, e nella
quale v'hanno considerazioni e notizie che giova conoscere:

“È stata opinione di molti (scrive il Rinuccini) che gli antichi
Greci e Romani cantassero sulle scene le tragedie intere; ma sì nobile
maniera di recitare, non che rinnovata, ma neppur ch'io sappia sin qui
è stata tentata da alcuno; e ciò, credo io, per difetto della musica
moderna, di gran lunga all'antica inferiore. Ma pensiero sì fatto
mi tolse interamente dall'animo messer Jacopo Peri, quando, udita
l'intenzione del signor Jacopo Corsi e mia, mise con tanta grazia
sotto le note la favola di _Dafne_, composta da me, che incredibilmente
piacque a que' pochi che la udirono. Onde, preso animo, e data miglior
forma alla stessa favola, e di nuovo rappresentata in casa Corsi, fu
ella non solo dalla nobiltà di tutta questa patria favorita, ma dalla
serenissima Granduchessa e dagli illustrissimi Cardinali Del Monte e
Montalto.„

A dimostrarvi praticamente, o Signori, la innovazione operata dalla
Camerata Bardi, avrei dovuto scegliere un pezzo della _Dafne_; ma,
disgraziatamente, della musica di quell'opera non trovasi più una nota.
Andò smarrita tutta. Ebbi quindi ricorso al prologo della _Euridice_,
opera degli stessi autori, Rinuccini e Peri, e posteriore alla _Dafne_
di soli sei anni.

In quel prologo sono poche e semplici note; ma note che prendono la
ragione di essere dalle _parole_; che vi si immedesimano; e che,
con inflessioni e con accenti naturali ed espressivi, ne rendono
efficacemente il sentimento, l'affetto, la passione. Sono note ben
semplici, ripeto, ma in alcuni de' loro movimenti piegano già alle
leggi del _ritmo_: elemento (il _ritmo_) che, come la melodia, i
Fiamminghi avevano interamente abbandonato. Quel prologo, in fondo,
è ben poco più di un _recitativo_; ma quel _recitativo_ è una vera
e propria _trovata_; è, come ho detto, una vera _invenzione_ ed è
_tipico_; ma quel _recitativo_ fu all'arte musicale quel medesimo
che fu alla scienza e alle applicazioni della elettricità, la pila
d'Alessandro Volta. In breve, da quel _recitativo_ uscirono le frasi,
le cadenze, i cantabili; uscì la _melodia_!

E con la melodia, che i Greci definivano _una poesia sopra la poesia,
una delizia dell'anima, un incanto_, la luce fu ad un tratto su tutta
la distesa dell'arte; ne penetrò le viscere, e vi portò il calore della
vita e la fecondità.

Infatti, ne' primi dieci anni del secolo seguente, noi vediamo che
la musica, con tutte le sue diramazioni e le sue forme, si volge,
come per elaterio, ad alti e nuovi intenti, e muove sicura per nuove
vie: la vocale, col melodramma, per la via che doveva portarla al
_Don Giovanni_, al _Barbiere di Siviglia_ e al _Guglielmo Tell_; e
la strumentale, per quella che mise capo al Boccherini, all'Haydn, al
Mozart e al Beethoven.

Tenuto conto di tutto questo, chi crede di poter dire che la Camerata
del Bardi inventò il melodramma, a più forte ragione, mi pare, dovrebbe
dire che ha inventato la _musica_!

Metto da parte l'inventare, e riassumo: la Camerata del Conte Bardi,
animata da un sano intendimento artistico, e guidata da un elettissimo
buon gusto, tolse la musica dagli inestetici e goffi artifizi de'
Fiamminghi; la fece libera richiamandola al naturale suo principio,
alla _melodia_, e rendendo possibile la rappresentazione scenica, dette
al mondo il melodramma, che è la più attraente di quante sono le forme
dell'arte: che è una festa dei sensi e dell'intelligenza.

E il melodramma, com'essa lo intese e lo volle, offrendo un vasto e
convenientissimo campo d'azione alle preziose doti di sentimento, di
voce e di fantasia, delle quali la natura è così prodiga agli Italiani,
fu all'Italia, e per più di due secoli, un titolo invidiatissimo di
gloria e, insieme, una non piccola sorgente della pubblica ricchezza.


  FINE.



INDICE.


                                                             Pag.
  Luigi Alberto FERRAI    Francesco I e Carlo V                 1
  Ernesto MASI            La Riforma in Italia                 34
  Isidoro DEL LUNGO       L'assedio di Firenze                 65
  A. JÉHAN DE JOHANNIS    Sulle condizioni dell'economia
                            politica nel cinquecento e la
                            scoperta d'America                113
  Giuseppe RONDONI        Siena nel secolo XVI                146
  Cesare PAOLI            Gli scrittori politici del
                            cinquecento                       186
  Giosuè CARDUCCI         L'Orlando Furioso                   209
  Enrico NENCIONI         Torquato Tasso                      242
  Guido MAZZONI           La lirica del cinquecento           268
  Enrico PANZACCHI        Raffaello Sanzio da Urbino          302
  ADDINGTON SYMONDS       Michelangelo Buonarroti             329
  Tommaso SALVINI         Il teatro del cinquecento           353
  Alessandro BIAGGI       La musica nel secolo XVI            387



NOTE:


[1] Nella lettura, anzi nelle letture, una delle quali onorata dalla
presenza di Sua Maestà la Regina d'Italia, il testo, quale qui si dà
distesamente, fu adattato a limiti di tempo e di discrezione.

[2] Firenze, Successori Le Monnier, 1877-1882: volumi tre.

[3] Op. cit., Prefaz., pag. XIII.

[4] Firenze, Sansoni. 1883, pag. 24-25.

[5] _La vita e gli scritti di Niccolò Machiavelli_, I, 113.

[6] _Histoire de Florence_, Parte II, tomo III.

[7] TOMMASINI, op. cit., I, 11.

[8] _Histoire du Consulat et de l'Empire_. Avvertimento.

[9] Prefazione alle _Opere_ di Paolo Paruta. Firenze, Le Monnier.

[10] _Legazione di Roma_ di _Paolo Paruta_ (Prefazione).

[11] EMILIA ERRERA, _Sulle Filippiche di Alessandro Tassoni_. Firenze,
1890.

[12] L'autore di questa conferenza, fu un inglese amicissimo e
studiosissimo dell'Italia. In Italia aveva da lungo preso dimora, e
qui morì, precisamente a Roma, il 19 aprile dell'anno scorso (1893).
Era nato a Bristol nel 1840 e fu professore all'Università di Oxford.
L'opera sua principale è una _Storia del Rinascimento in Italia_ in 7
volumi. Pubblicò pure un'introduzione alla vita di Dante, il grande
articolo sull'istoria d'Italia nell'Enciclopedia britannica, molti
saggi sull'Italia e la Grecia, una vita di Michelangelo in 2 volumi.
Tradusse pure in inglese parecchie opere italiane. Questa conferenza fu
da lui consegnata in inglese poco prima di morire; e fu tradotta dalla
signora Ida Falorsi.

[13] A dimostrare _praticamente_ il cammino corso dalla musica nel
secolo XVI, questa Conferenza venne accompagnata dalla esecuzione
di tre pezzi: del _Sanctus_ della Messa detta di papa Marcello del
Palestrina; di una scena della commedia l'_Amfiparnaso_ di Orazio
Vecchi, e del prologo dell'opera _Euridice_ di Jacopo Peri.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "La vita Italiana nel Cinquecento - Conferenze tenute a Firenze nel 1893" ***

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