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Title: Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 - la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Author: Amabile, Luigi
Language: Italian
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*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 - la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia" ***

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   [Illustrazione: Tommaso Campanella — Dall'originale che
   possiede in Roma il Sig. Principe di Teano]



                         FRA TOMMASO CAMPANELLA

                    LA SUA CONGIURA, I SUOI PROCESSI
                            E LA SUA PAZZIA

                               NARRAZIONE

          CON MOLTI DOCUMENTI INEDITI POLITICI E GIUDIZIARII,
                    CON L'INTERO PROCESSO DI ERESIA
              E 67 POESIE DI FRA TOMMASO FINOGGI IGNORATE,

                                  PER

                             LUIGI AMABILE

  già prof. ord. di Anatomia patologica nella R. Università di Napoli,
                 già Deputato al Parlamento Nazionale.

                      «La così detta congiura, che il Baldacchini e
                      i più dei biografi Campanelliani qualificano
                      eterno ed insolubile problema degli eruditi». —
                      Berti, T. CAMPANELLA. 1878

                                VOL. I.

                          NARRAZIONE, PARTE I.



                                 NAPOLI
                      CAV. ANTONIO MORANO, EDITORE
                          _371, Via Roma, 372_
                                  1882



L'Editore avverte che avendo adempiute tutte le formalità prescritte
dalla legge sulla proprietà letteraria, intende valersi della
protezione che le leggi stesse accordano.



PREFAZIONE


I.

La congiura di fra Tommaso Campanella, il fatto più cospicuo della
vita del filosofo calabrese ed uno de' più audaci disegni di riscossa
nel Napoletano, continua pur troppo ad essere finoggi un problema.
Affermata da tutti quando essa avvenne, negata poi mano mano in
seguito, e più spesso per pietà verso il povero filosofo rimasto
a marcire in prigione senza condanna, fu ammessa in modo vago od
anche negata affatto da' biografi principali venuti posteriormente,
come il Cyprianus e l'Echard, che ebbero sott'occhio le semplici
enunciazioni dell'accusa e le vive denegazioni del filosofo a propria
difesa. Riaffermata poi con varii particolari ed ingiuriosi commenti
dal Giannone, che ebbe il vantaggio indiscutibile di poter leggere
una copia manoscritta del processo, a' tempi nostri essa si è vista,
variamente, negata di nuovo o al contrario ammessa con la medesima
asseveranza. Si è vista negata di nuovo massime da coloro i quali se
ne sono occupati di proposito, raccogliendo documenti ma dando troppa
importanza a quelli della difesa, e negata perfino sdegnosamente, quasi
che fosse stata un'azione ignominiosa l'aver tentato di condurre la
patria a libertà; al contrario si è vista ammessa come fatto notorio,
fuori controversia, massime da coloro i quali se ne sono occupati di
passaggio, dietro le assertive del Giannone, quasi sempre senza alcuna
ricerca di nuovi documenti, e non di rado con l'aggiunta di particolari
addirittura fantastici.

In siffatta condizione si trova tuttora questo gravissimo argomento,
che domina sull'intera storia del Campanella; il quale, costretto a
scolparsi a ogni modo e per ogni via fino alla morte, l'ingarbugliò al
maggior segno, giungendo non solo a dissimulare le proprie opinioni,
ma anche a sostenerne vivacemente alcune che non può affermarsi
essere state davvero le sue; ond'è che riesce del pari difficilissimo
indagarne seriamente il pensiero e le convinzioni intime, se non si
conosca e quando e dove e come egli scrisse ciò che scrisse. I maggiori
biografi del Campanella meritamente stimati, il Baldacchini, il
D'Ancona, il Berti, hanno spiegato le imputazioni di novità disegnate
nel campo politico e religioso, alle quali il Campanella soggiacque,
co' vaticinii astrologici e mistici d'imminenti mutazioni che egli
predicò nella fine del secolo 16º (Baldacchini e Berti), inoltre con
l'odio e la calunnia de' frati che non tolleravano la nuova filosofia
antiaristotelica della quale egli si era fatto campione (D'Ancòna).
Questo per altro aveva addotto in sua discolpa il Campanella medesimo
oppresso da sì gravi imputazioni, e si conosceva perfettamente da
grandissimo tempo[1]. Sarebbe stato necessario fare un'analisi minuta
ed un riscontro accurato de' documenti della difesa e de' documenti
dell'accusa, i quali ultimi già da un pezzo si sono rinvenuti in
discreto numero, illustrandoli anche con quelli derivanti da persone
indifferenti: ma, bisogna pur dirlo, non si è rinvenuto chi si
sobbarcasse a questo lungo e penoso lavoro, mediante il quale solamente
è possibile avere, se non la verità piena ed intera, difficilissima ad
aversi ne' processi politici in ispecie, almeno ciò che è più vicino
alla verità o non affatto contrario alla verità. Ed è pur singolare
questa svogliatezza per lo studio minuto de' documenti circa la
congiura del Campanella. Si può affermare senza timore di smentite che
il Giannone medesimo, avendo sott'occhio una copia del processo, la
percorse a sbalzi e del tutto superficialmente, senza andare fino in
fondo. Lo attestano le parecchie notizie inesatte che da lui furono
date, come quella de' «25 frati del convento di Pizzoni» che invece
furono 25 voluti capi clerici e laici ivi congregati, e quella della
complicità di 300 frati di diversi ordini, 200 predicatori, 1800
fuorusciti, parecchi Vescovi e Baroni, esagerazioni de' sobillatori per
eccitar la gente, ripetute da' denunzianti, ridotte alle proporzioni
vere nel corso del processo; così pure la notizia di un congiurato
«affogato in mare», mentre invece fu soffocato da' suoi compagni, e la
notizia di Maurizio de Rinaldis preso come «spensierato» e confesso
«prima e dopo la tortura», mentre invece fu preso ben lungi dalla
sua provincia e non confessò nulla malgrado torture inaudite; perfino
le notizie della costituzione del doppio tribunale per la congiura e
per l'eresia, della condanna riportata dal Campanella etc. etc., si
risentono gravemente della poca attenzione messa nello studio degli
Atti processuali. In che maniera poi sieno stati a' giorni nostri
studiati gli Atti pervenuti fino a noi, si vedrà più sotto.

Facciamo dapprima una rassegna di tutti i documenti che si posseggono,
capaci di chiarire l'arruffata quistione della congiura. Ci atterremo
ad una classificazione che ci sembra naturalissima, in tre categorie;
documenti dell'accusa, documenti della difesa, notizie e relazioni
degl'indifferenti.

I documenti della difesa possono dirsi quelli che hanno singolarmente
richiamata l'attenzione, massime perche hanno campeggiato a lungo
quasi soli, oltrechè emanavano direttamente dal Campanella e quindi
apparivano degnissimi di fede. Tali sono in primo luogo le notizie
sparse copiosamente nelle opere, negli opuscoli, nelle lettere del
filosofo ed anche di qualche suo amico ben noto, p. es. Gabriele
Naudeo: il Cyprianus e l'Echard posero uno studio particolare nel
raccoglierle, senza trascurare anche le altre di diversa provenienza
e di diverso genere; sono state quindi facilmente ripetute da
tutti i posteriori, che hanno trovato il lavoro già fatto[2].
Una menzione particolare merita tra questi documenti la _Lettera
proemiale_ dell'opera intitolata _Atheismus triumphatus_, scritta
dal Campanella nella fossa di Castel S. Elmo il 1606-1607, rinvenuta
dallo Struvio col ms. dell'opera in Jena, ed ivi pubblicata il 1705:
essa dà notizie tanto del processo della congiura ed eresia, quanto
degli altri sofferti già prima. Ma a' tempi nostri si sono avuti
diversi altri documenti di tale categoria sempre più importanti.
Gaspare Orelli di Zurigo, il 1634, pubblicando in Lugano le _Poesie
filosofiche_ del Campanella con le annotazioni annesse, rimaste tanto
lungamente conosciute solo pel semplice ricordo del loro titolo e
per la traduzione di alcune di esse tentata dall'Herder, fornì una
quantità di notizie interessantissime. Una completa esposizione poi
di tutta la faccenda della congiura e sue conseguenze, dettata senza
dubbio dal Campanella, venne pubblicata il 1845 in Napoli da Vito
Capialbi di Monteleone: essa è intitolata _Narratione della historia
sopra cui fu appoggiata la favola della ribellione,_ ed è seguita da
un'_Informatione sopra la lettura delli processi fatti l'anno 1599 in
Calabria_ etc., mancanti entrambe di alcune carte in fine. Il Capialbi
affermò di averle tratte da un autografo, ciò che è verosimile, ed
inoltre affermò essere lo scritto medesimo dato dal povero filosofo,
il 1626, all'avvocato Parisi e a Gio. Battista Contestabile nel
momento di dover informare il Consiglio chiamato a decidere sulla
sua sorte, ciò che è verosimile egualmente: ma la lettura di esso
mostra fuori dubbio che fu composto il 1620, forse quando si ebbe
una prima volta bisogno d'informare il Vicerè di quel tempo Card.^l
Borgia, e mostra pure che l'Informazione deve porsi innanzi alla
Narrazione[3]. Quasi contemporaneamente, e mano mano successivamente,
si sono avute le moltissime lettere del Campanella, pubblicate in
ispecie dal Baldacchini, dal Centofanti, dal Berti, da noi medesimi[4]
ma al Berti si deve dippiù un estratto degli _Articuli prophetales_,
che trovò manoscritti nella Casanatense, e che sono propriamente
una ricomposizione posteriore ed ampliata di quelli già scritti dal
filosofo a propria difesa durante il processo; inoltre un estratto
dell'_Apologia ad amicum,_ che si trova in appendice agli Articoli
anzidetti. Meritano poi di essere menzionate ancora una _Difesa pel
Campanella_ scritta dall'avvocato de Leonardis, e due analoghe _Difese
per Giulio Contestabile e Marcantonio Pittella,_ clerici involti nel
processo della congiura, che si vedrà tra poco dove e da chi trovate;
inoltre una _Difesa per Gio. Paolo e Muzio di Cordova_, gentiluomini
di Catanzaro ritenuti egualmente complici, che si conosce appena
per alcuni frammenti riportati dal Capialbi nelle sue note apposte
alla Narrazione del Campanella. Come si vede, questa categoria è ben
fornita, ma, naturalmente, va accolta con le più grandi riserve: non si
giungerebbe mai alla scoperta del vero qualora si udisse soltanto la
voce dell'imputato, ed è strano che un fatto così ovvio non sia stato
mai tenuto presente da' moderni biografi del Campanella.

Passando alla categoria de' documenti dell'accusa, non farà maraviglia
se essi siano abbastanza scarsi, mentre i processi non erano pubblici,
e d'altronde si sa che il processo originale della congiura o «tentata
ribellione» fin dal 1620 era stato già bruciato o disperso. Per lungo
tempo non si è avuta che l'esposizione del Giannone, degna di riguardo
perchè risultante dalla lettura di una copia del processo, ma sempre da
doversi discutere col confronto di altri documenti. A' giorni nostri
poi si è avuta una serie importantissima di scritture autentiche, per
la maggior parte estratte già ufficialmente dal processo e degne della
più grande attenzione. Un napoletano bibliotecario della Palatina
di Firenze, Francesco Palermo, le trovò nell'Archivio di Stato di
quella città insieme con altre scritture di non minore interesse,
e il 1846 ne fece una pubblicazione sommaria nell'Archivio Storico
italiano: il Centofanti lo prevenne coll'annunziare di avere scoperto
tali scritture, che del resto neanche in sèguito mostrò di avere mai
studiate[5]. Il trovarsi annotate nel d.^to Archivio sotto il titolo
di «Processo contro il P.^e Tommaso Campanella e più altri inquisiti»
ha fatto dire al Palermo, e ripetere da coloro i quali hanno avuto
a parlarne, che trattavasi di una copia abbreviata del processo, ma
questo non è del tutto esatto. Trattasi veramente, per la più gran
parte, de' così detti _Riassunti degl'indizii_, che il Mastrodatti
compilava in più copie su ciascuno imputato, estraendo gl'indizii
dalle deposizioni processuali con la maggior fedeltà, per trasmetterli
a ciascun Giudice allorchè era venuto il momento di spedire le cause:
ad essi va unita la _Requisitoria del fiscale_ contro il Campanella,
oltrechè la Difesa pel Campanella e le Difese pel Contestabile e pel
Pittella superiormente già indicate; va unito ancora un _Elenco degli
ecclesiastici incriminati,_ con la relativa sentenza o condizione di
sentenziabilità aggiunta posteriormente in margine (ciò che trovasi
fatto pure quasi sempre in coda di ciascun Riassunto degl'indizii), più
un doppio _Breve Papale_ circa la costituzione del tribunale Apostolico
della congiura, ed anche un _Sommario dell'Informazione di Calabria_,
presa da due frati Domenicani. Evidentemente l'Elenco e il primo Breve
rappresentano le copie di due scritture poste a capo del processo
per gli ecclesiastici fatto in Napoli, e l'Informazione di Calabria
rappresenta la copia di un allegato di questo processo; ma i Riassunti
degl'indizii e la Requisitoria, al pari delle Difese, rappresentano
Atti giudiziarii concomitanti, che solo convenzionalmente possono
chiamarsi Atti processuali, non facendo parte delle scritture del
processo; ond'è che gioverebbe preferire il nome di Atti giudiziarii,
il quale ha un significato più largo e viene a comprendere tutte queste
scritture. Nè è dubbio per noi che esse, con altre ancora delle quali
si parlerà più sotto, abbiano appartenuto a Mons.^r Jacopo Aldobrandini
fiorentino Vescovo di Troia, Nunzio in Napoli e Giudice in entrambi
i processi della congiura e dell'eresia; portate da costui in Firenze
vennero poi, circa il 1670, nelle mani del Senatore Carlo di Tommaso
Strozzi, d'onde più tardi, insieme con tutte le altre carte Strozziane,
nell'Archivio Mediceo. Il Palermo, sia per amore di brevità, sia per
fretta nel vedere tenute d'occhio le sue ricerche, sia pel proposito di
dare più tardi una storia delle cose del Campanella come si può bene
argomentare da più circostanze, non pubblicò i documenti interi, ma
invece una «Esposizione delle cose principali contenute nel processo
informativo», aggiungendovi pochissime parole d'introduzione, con
le quali fece rilevare esser posto fuori dubbio che il Campanella
avesse concepita una rinnovazione politica e l'avesse apparecchiata;
egli preferì che i lettori se ne persuadessero da loro medesimi, la
qual cosa non si vede punto avvenuta, non essendo stati i documenti
ricercati e discussi con la debita premura. Il D'Ancona pubblicò più
tardi il doppio _Breve Papale_ circa la costituzione del tribunale
per la congiura, ed anche l'_Elenco degli ecclesiastici incriminati_.
In questi ultimi tempi poi il Berti ci ha dato dippiù una _Denunzia
di alcuni cittadini di Catanzaro_ avuta dallo stesso d'Ancona e
creduta inedita, ma essa era stata già pubblicata nel Rendiconto
dell'Accademia Pontaniana del 1864 pag. 62, a cura del Baldacchini,
il quale l'aveva ricevuta in dono dall'insigne magistrato Pirro
Giovanni De Luca; costui la rinvenne in copia legalå tra le carte
familiari di una Signora discendente da uno de' denunzianti (Gio.
Battista Sanseverino); oggi trovasi depositata nell'Archivio di Stato
in Napoli, a cura dell'Accademia suddetta. Questa Denunzia fu già
oppugnata dal Campanella nella sua Narrazione, ed è superfluo dire che
tanto essa, quanto la maggior parte de' documenti contemplati nella
presente categoria, esigono del pari una critica condotta con molto
accorgimento: l'atroce severità con la quale si difendevano i dritti
dello Stato, le torture crudelissime, le speranze d'immunità come
quelle di premii, le cure della propria salvezza, hanno potuto e dovuto
far asserire più volte cose ben lontane dal vero.

Infine, circa la categoria delle notizie e relazioni degl'indifferenti,
bisogna riconoscere che questa indifferenza è ammissibile fino ad un
certo punto, giacché a fronte di un fatto così straordinario nessuno si
mostrò interamente spassionato; ma in somma non si tratta di documenti
venuti fuora da persone interessate a negar tutto o ad accoglier tutto;
e del resto la circostanza del non trovarsi una indifferenza completa
importa solo che la critica debba anche qui intervenire accuratamente.
Possiamo annoverare nella presente categoria in primo luogo le notizie
de' cronisti e scrittori contemporanei, le quali per verità si riducono
a semplici affermazioni generiche sprovvedute di un certo corredo
di particolari, eco evidente del gran rigore spiegato dallo Stato e
dalla Chiesa contro il Campanella e i suoi compagni di sventura: il
valore di queste affermazioni sta sopratutto nella concordanza che
vi si nota, e che riesce certamente assai significante, poiché se la
faccenda si fosse prestata a dubbî, qualcheduno si sarebbe spinto a
manifestarlo. Ma gravissimo è l'interesse delle relazioni venute in
luce a' giorni nostri per opera principalmente dello stesso Francesco
Palermo, il più benemerito della storia del Campanella. Da una parte
dobbiamo a lui il _Carteggio del Nunzio Aldobrandini_ con la Corte di
Roma, vale a dire del suddetto Jacopo Aldobrandini Vescovo di Troia, e
non già Cinthio Aldobrandini come il Palermo ritenne: oltre l'ufficio
di Nunzio, il Vescovo di Troia tenne pure quelli di Giudice, e non
solo nel processo della congiura ma anche in quello dell'eresia, ciò
che basta a fare intendere l'importanza capitale delle sue lettere
e delle risposte avute da Roma. D'altra parte dobbiamo egualmente al
Palermo il _Carteggio dell'Agente di Toscana_ in Napoli, che fu Giulio
Battaglino, un napoletano da lungo tempo a' servigi del Gran Duca e
in piena intimità con la Corte Vicereale. Deve poi aggiungersi ancora
agli anzidetti il _Carteggio del Residente Veneto,_ che fu Gio. Carlo
Scaramelli e dopo di lui Gio. Maria Vincenti. Questo Carteggio fa parte
del vol. 2º della Storia arcana ed aneddotica d'Italia pubblicata da
Fabio Mutinelli il 1856, e con sorpresa non si vede messo a profitto
da alcuno di coloro che si sono occupati del Campanella, mentre pure si
conosce quanto gli Agenti Veneti fossero acuti e diligenti osservatori:
nel caso nostro poi l'Agente Veneto si mostra il più spassionato fra
tutti, non sempre esatto per le cose avvenute in Calabria, nemmeno
esattissimo per le cose avvenute in Napoli, ma sempre abbondante ne'
particolari; senza dubbio la sua contribuzione di notizie non è di poco
valore, quantunque abbia bisogno, come tutte le altre, di un accurato
riscontro.

Dietro questa rassegna si converrà che i documenti non sono
punto mancati, in ispecie circa la persona del Campanella e degli
ecclesiastici incriminati di congiura, mentre diversamente è accaduto
pe' laici; la quistione poi dell'eresia connessa con quella della
congiura è rimasta veramente al buio. Di certo per poche o nessun'altra
congiura si possiede un numero di documenti tanto grande, bensì, come
dicevamo, è mancato lo studio minuto de'documenti; e ci rincresce
molto, ma siamo costretti a provarlo, dovendo anche necessariamente
dimostrare come e perché la congiura del Campanella sia rimasta tuttora
un problema. Faremo quindi un breve commento alle cose dette su questo
tema a' giorni nostri da' maggiori biografi del Campanella, e daremo
anche un breve cenno delle cose dette da qualcuno de' più rispettabili
scrittori; che senza essersene occupato di proposito ha avuta occasione
di parlarne.

Il Baldacchini va qui posto fuori causa. Egli scrisse nel 1840, ed
allora nè la Narrazione del Campanella, nè gli Atti giudiziarii
e i Carteggi del Nunzio e dell'Agente di Toscana erano per anco
noti; quando poi venne alla 2ª edizione del suo libro, nel 1847,
avrebbe dovuto rifare ogni cosa e glie ne sarebbe anche mancato il
tempo. Eppure, malgrado avesse accolta l'opinione che la colpa del
Campanella fosse stata l'aver palesato inconsideratamente i vaticinii
astrologici e i sogni cavati da S. Brigida e dall'Apocalisse, ebbe
premura di aggiungere: «nè dico interamente falsa l'accusa di meditata
ribellione, perciocché troppo pubblicamente il governo punì quelli
che ne potè provare colpevoli...; nè tampoco dico che il Campanella
per inconsiderato desiderio di novità non vi accedesse, bene dico ed
affermo ch'ei non ne fu primo autore, com'egli ebbe a replicare più
volte in Francia a' suoi amici, quando poteva confessare il tutto senza
pericolo». Aggiunse inoltre: «di questa congiura, qual ch'ella fosse
stata, io qui non iscrivo la storia particolare; accidente della vita
di un uomo di scienza, ella mi ha solo porto l'opportunità di sceverare
alcune sue idee da'fatti che gli si appongono»[6]. Del Resto si scagliò
contro il Giannone, e sostenne che i processi fatti in que' barbari
tempi non meritavano la menoma fede. Certamente parecchie obbiezioni si
possono e si debbono fare alle cose da lui dette e pocanzi riportate.
La congiura non fu un accidente secondario nella vita del filosofo,
mentre egli ne rimase addirittura schiacciato fino alla morte; né si
potrà mai definire qual parte egli vi abbia presa, finchè non se ne
sveleranno i particolari, nè sarà mai facile trovare chi abbia potuto
avere tanta autorità da farlo accedere a una congiura, mentre per lo
meno si conosce che l'indole sua non comportava di essere secondo a
veruno; nè poi egli avrebbe potuto manifestarsi a un tratto in Francia
vecchio fautore di repubblica e di nuova religione, dopo di averlo
negato per tanti e tanti anni, nè avrebbe veramente potuto farlo
senza pericolo, mentre si conosce che vi era oppresso dalla miseria, e
costretto a mendicare soccorsi dallo Stato e dalla Chiesa. Ma è inutile
insistere, quando il Baldacchini non ha voluto o non ha potuto trattare
l'argomento, che senza dubbio avrebbe saputo trattare meglio di ogni
altro: basta aver rilevato che egli ammise genericamente esservi stata
una congiura, la qual cosa dagli altri biografi è stata nettamente
negata.

Il D'Ancona si occupò della congiura, ma attenendosi puntualmente
alla Narrazione pubblicata dal Capialbi e già dettata dal Campanella,
comunque di tale provenienza non si fosse mostrato persuaso: ed è
facile intendere a quali conclusioni si fosse avviato, con la scorta
della esposizione fatta da un uomo carcerato da oltre un ventennio,
e destinata ad informare i Giudici che doveano ancora sentenziarlo.
Volle seguire strettamente la massima, che «quando gli autori parlano
di sé stessi, sempre alle loro attestazioni prima che alle altrui
devesi ricorrere»; la quale massima per verità non avrebbe escluso
un ricorso serio alle attestazioni altrui, trattandosi di un autore
imputato di fatti gravissimi, in pericolo di pessima morte, e quindi
in necessità di difendersi anche nascondendo e ingarbugliando il vero.
Trasportato da baldanza giovanile e da affetto impetuoso, il D'Ancona
emulò il Baldacchini negli sdegni contro il Giannone, pescò appena,
per deriderla, qualche strana, o maligna, o insulsa testimonianza
inserta negli Atti giudiziarii, abbracciò tutti in un fascio i ricordi
de' processi sofferti dal Campanella in tempi e luoghi diversi, e
conchiuse sommariamente essere «inventata la congiura...; mattissima
accusa che per mezzo de' Turchi volesse piantar la repubblica...;
impossibile ch'egli volesse farsi Re...; impossibile ch'egli volesse
proclamar nuova legge e nuova religione...; ribalderia credere ch'egli
macchinasse col Turco...; sciocchezza presumer un'alleanza fratesca»
etc. etc.[7]. Non credè di dover porre a riscontro della Narrazione
del Campanella una narrazione condotta con elementi cavati dagli Atti
giudiziarii; percorse questi Atti, pubblicò anche due di essi come
abbiamo già riferito più sopra, e per gli altri si limitò a ripetere
l'annunzio che li avrebbe pubblicati il Centofanti; ma degli Atti
medesimi da lui pubblicati, come di quelli percorsi, non mostrò di
avere acquistata una conoscenza chiara. Infatti, dando l'Elenco de'
24 ecclesiastici incriminati, a capo de' quali il Campanella, mostrò
di credere che fosse quella la lista di tutti i congiurati rimasti
in iscena, e non vide che ci erano rimasti ancora più che cento
laici, senza contare che taluni altri erano stati già puniti con
l'estremo supplizio, secondochè il Carteggio dell'Agente di Toscana
facea pure conoscere. Dando il doppio Breve, mercé cui Clemente VIII
nominava i Giudici della congiura per gli ecclesiastici, con facoltà
di amministrare le torture etc., continuò a parlare di Spagna e di
spagnuoli che processarono e torturarono il Campanella, mentre ogni
cosa fu veramente fatta ad istanza del Governo Vicereale, ma da
Delegati Apostolici, dietro ordini formali emanati da Roma: vedesi
per altro questo errore professato da tutti coloro i quali hanno più o
meno trattato del Campanella, come se non vi fosse stata a que' tempi
l'immunità ecclesiastica, e da ciò può bene argomentarsi quanto le
nozioni sulle cose del Campanella si trovino fuori via. Citando poi la
Requisitoria del fiscale, il d'Ancona l'attribuì allo Xarava, mentre
una lettera annessa al Breve, pubblicata da lui egualmente, mostrava
essere stato nominato fiscale D. Giovanni Sances. Parlando delle
atrocissime torture sofferte dal Campanella, ripetè con gli altri che
le avea sofferte senza neppure mandar fuori un lamento (fiore rettorico
assai male a proposito), mentre nell'Elenco da lui pubblicato, a
fianco del nome del Campanella leggevasi «confexus». Volendo riportare
le conclusioni del tribunale intorno al clerico Giulio Contestabile,
divenuto accusatore del Campanella per salvarsi, scambiò le parole
finali del Riassunto degl'indizii con quelle della Difesa, ed affermò
essersi concluso, «ex omnibus constat notoria innocenza ipsius cl.
Julii Contestabilis», mentre invece avrebbe dovuto leggere, «exulatus
per quinquennium». E chiudiamo oramai queste annotazioni, le quali in
verità ci procurano grandissima pena.

Venendo al Berti, dobbiamo dire che egli egualmente non ha creduto
punto alla congiura, essendosi anche meno del d'Ancona occupato de'
documenti raccolti, eccettuati quelli raccolti da lui medesimo.
Già trattando di Giordano Bruno, nel 1868, egli avea manifestata
l'opinione, «che il processo del Campanella, meglio che da' documenti
insino ad ora pubblicati, si ricava da ciò che ne dice in più luoghi
delle sue opere»; di poi, avendo avuta tra mani la Denunzia de' cinque
di Catanzaro, e trovati gli Articoli profetali e l'Apologia che vi
è annessa, su questi documenti appunto si è poggiato, per sostenere
essersi il Campanella soltanto dato «ad annunziare in privati colloquii
e dal pergamo, così a' laici come a' chierici che scossi dalla sua
facondia gli si stringevano intorno» vaticinii astrologico-mistici di
prossimi mutamenti; e però ha stabilito che «in questi vaticinii, e più
ancora nelle aggiunte che a quelli altri frati facevano ripetendoli,
è da cercarsi in gran parte la spiegazione del fatto cui si diè nome
di congiura». Ha ammesso che arbitrariamente Maurizio de Rinaldis
bandito, per mutare la sua fortuna, avesse iniziato pratiche presso
i turchi, e che fra Dionisio Ponzio, esaltato per le profezie del
Campanella, avesse del pari arbitrariamente iniziato pratiche presso
alcuni cittadini di Catanzaro; ha ammesso che il Campanella non avesse
sconsigliato i più animosi dal porsi con le armi in mano sulle montagne
al fine di premunirsi contro i futuri rivolgimenti, ma in somma ha
conchiuso: «le deposizioni processuali nulla palesano che accenni a
congiura; lo stesso Rinaldis ed il frate Dionisio non avevano forse
complici, ma operarono entrambi di loro arbitrio; nissun fatto si recò
nel processo che provasse che Campanella fosse capo di congiurati e che
una congiura propriamente detta fosse stata ordita in Calabria; quindi
i giudici non poterono profferire, per quanto ostili, una sentenza di
condanna contro esso; laonde, trascorsi pochi anni, venne il processo
sospeso, e gli ufficiali regi, non sapendo come trarlo legalmente a
morte, stettero contenti di ritenerlo nella terribile sepoltura del
carcere»[8]. In verità le deposizioni processuali si possono impugnare
e ripudiare, o per lo meno valutare in un senso assai meno grave; ma
sarebbe impossibile provare co' documenti raccolti che i Giudici le
avessero valutate in tal guisa, e che sia stato quello indicato dal
Berti l'andamento del processo, del quale per altro egli non ha fatto
conoscer nulla, essendosi limitato a darne un semplice annunzio in una
quindicina di versi. Il primo Breve Papale, pubblicato dal D'Ancona,
mostra che avrebbero dovuto profferire la sentenza di condanna due
sole persone, il Nunzio Aldobrandini, che non era già il Card.^le
Aldobrandini ma il Vescovo di Troia, e il magistrato clerico D. Pietro
de Vera, entrambi Delegati del Papa; nè dipese punto dal Nunzio, come
si rileva molto bene dal suo Carteggio pubblicato dal Palermo, il non
aver profferito la detta sentenza, e l'essere quindi il Campanella
rimasto nelle carceri dello Stato, dove trovavasi rinchiuso appunto
col consenso del Nunzio. L'Elenco degl'incriminati ecclesiastici,
pubblicato egualmente dal D'Ancona, mostra che il Campanella era
ritenuto da' Giudici «confexus», e il Carteggio anzidetto lo suggella,
spiegando pure in termini non equivoci come «reputandosi l'uno
confesso che è il «Campanella, et l'altro convinto che è il Pontio,
potrà facilmente «essere la fine delle loro cause il degradarli e
darli alla Curia «secolare», vale a dire mandarli al patibolo. Lungi
dunque dal non aver trovato nelle deposizioni processuali fatti che
provassero il Campanella essere stato capo di congiura propriamente
detta in Calabria, i Giudici Apostolici vi aveano trovato questi fatti
pienamente, come ve l'aveano trovato anche dal canto loro i Giudici
Regii per gl'infelici laici, onde parecchi di costoro erano stati
riconosciuti colpevoli di «tentata ribellione» ispirata dal Campanella,
e quindi trascinati, attanagliati, impiccati, squartati. Ed accenniamo
appena che furono riconosciuti numerosi complici ma non tra' frati; che
nelle deposizioni processuali c'è il fatto di un importante colloquio
del Campanella con taluno de' firmatarii di quella Denunzía, su cui il
Berti si è fondato per provare l'opposto; che volendo stare alle sole
assertive consegnate in qualche documento senza il riscontro degli
altri, massime poi alle sole assertive del Campanella, si corre certo
rischio di essere trasportati assai lungi dal vero. Ma basti aver
mostrato che lo studio minuto de' documenti delle diverse categorie non
è stato fatto.

Poco ci tratterremo su coloro i quali non si sono occupati di proposito
della congiura del Campanella. Citeremo in primo luogo il prof.^re
Bertrando Spaventa, che ne' suoi Saggi di Critica filosofica riprodusse
una carica a fondo sul lavoro del D'Ancona, già da lui pubblicata poco
dopo la comparsa di tale lavoro[9]. Ma la natura medesima della critica
dello Spaventa lo condusse a discettare in modo speculativo sul lavoro
del D'Ancona, anzichè a studiare i documenti, mediante i quali avrebbe
confermato non essere stato reso bene il carattere del Campanella,
e avrebbe avuto modo di renderlo egli stesso con maggiore esattezza.
Del resto lo scopo suo principale fu manifestamente quello di aprirsi
la via alla esposizione e alla critica delle dottrine filosofiche del
Campanella, sul quale tema egli si mostrò, come ognuno lo conosce,
profondamente versato.

Citeremo in secondo luogo il prof.^re Francesco Fiorentino, che nel
suo magnifico libro sul Telesio, discorrendo de' casi del Campanella,
si spinse un poco piú addentro nelle cose della congiura, ma dando
molta importanza al Bassà Cicala, che ritenne essere stato un
calabrese cosentino, nominato Pietro Cicala, già compagno di Marco
Berardi divenuto poi popolare col nome di Re dei monti, essendo
entrambi sfuggiti al carcere e al rogo inquisitoriale. Il Campanella
avrebbe volto l'occhio a lui, conoscendolo odiatore degli spagnuoli
per amore della Calabria[10]. Pertanto la storia veramente ci mostra
il detto Bassà essere stato un messinese, oriundo genovese, a nome
Scipione Cicala, preso da' turchi nella sua adolescenza, e non amico
ma devastatore di Reggio e di molti altri paesi della Calabria nel
1594, sotto gli occhi del medesimo Carlo Spinelli che fu poi il
persecutore del Campanella. Del resto il Fiorentino riconobbe appieno
nel Campanella il merito del «sublime ardimento, che non può annidare
in animi volgari, e che perciò o fu discreduto o parve follia»; ma non
entrava nel disegno del suo libro il discutere i particolari di tale
ardimento.

Citeremo inoltre l'insigne patriota e prof.^re Luigi Settembrini, che
in fatto di cospirazioni nel Napoletano non si potè mai dire davvero
poco informato. In un Elogio di Michele Baldacchini egli ebbe occasione
di parlare della congiura del Campanella, e diede un'importanza
incomparabilmente maggiore al Cicala, ritenendolo del pari calabrese
ma qualificandolo diversamente. Secondo lui, tutti coloro i quali
scrissero la vita del Campanella non tennero molto conto di quell'uomo
straordinario che fu il Bassà Cicala: costui «fece nascere e fu
occasione» alla congiura, cui «presero parte alcuni Vescovi, alcuni
baroni, molti ecclesiastici e molti banditi, e per dilargarsi fra tanti
avea dovuto essere meditata da lungo tempo, e se aveva un capo non
fu il Campanella, il quale era tornato da poco a Stilo e non poteva
muovere tutta quella macchina, nè dal processo che si fece apparisce
esserne stato egli l'autore, ma vi entrò tardi e vi operò a suo modo».
In somma, con quella sua vivissima fantasia che lo rendeva tanto
caro a chiunque ebbe la fortuna di avvicinarlo, egli voleva che fosse
attribuita la più gran parte in questa congiura a «Dionisio Cicala»,
secondo lui già povero contadino calabrese di Castelli, paesello non
molto lontano da Stilo, fatto schiavo mentre tagliava erbe in campagna,
e divenuto poi conquistatore di Tunisi cacciandone gli spagnuoli,
parente del Sultano, Vicerè in Tunisi, Tripoli ed Algieri, famoso
capitano a Lepanto, col nome di Ulucci-Alì[11]. Ma certamente egli
confondeva con Scipione Cicala, divenuto Bassà Cicala o Sinan-Bassà
che fu veramente in rapporto co' congiurati mossi dal Campanella, un
altro capitano di mare antecessore del Cicala, che fu propriamente
Ucciali-Alì, detto anche Ucchiali-Alì da' suoi conterranei, Uluge e
Chilige-Alì da' turchi, Uluzzi-Alì da' veneziani, fatto schiavo da
Dragut nel modo suddetto, e divenuto celeberrimo nell'impero ottomano,
come l'attestano le Relazioni di molti Baili Veneti pubblicate
dall'Albèri, oltre alle Memorie del Sagredo[12]; riesce poi superfluo
dire che gli Atti processuali, citati dal Settembrini, mostrano le
cose in modo ben diverso. — Non taceremo nemmeno che il racconto del
Settembrini, insieme con la Denunzia dal Berti creduta inedita, ispirò
al dotto magistrato Francesco Sav.º Arabia le sue Scene sul Campanella,
e in una prefazione, con quella competenza che lo distingue, egli
fece una giustissima critica della Narrazione del Campanella tanto
apprezzata dal Capialbi e dal D'Ancona come fondamento di storia,
senza entrare per altro nella disamina degli Atti processuali, che gli
avrebbero fatto ripudiare anche Ulucci-Alì e la Denunzia[13].

E qui ci fermiamo, aggiungendo solamente essere stato dimandato in
questi ultimi mesi, non ricordiamo più da chi ma non in Napoli, se il
Campanella non dovesse dirsi «una specie di Lazzaretti abortito sul
nascere». Per conto nostro non esitiamo a rispondere, che siffatta
rassomiglianza non è solo irriverente, ma addirittura sciagurata. Il
carrettiere di Arcidosso, che iniziò la sua missione profetica con
le truffe, e la continuò in buono accordo coi clericali di Francia e
gli arrabbiati della Curia Romana contro la patria divenuta libera ed
una, non ha proprio nulla di comune col filosofo di Stilo, che tutto
sacrificò pel grandioso concetto di liberare la sua patria dal doppio
giogo di Spagna e di Roma; l'impresa del carrettiere di Arcidosso
è stata veramente una macchia per la Toscana, mentre l'impresa del
filosofo di Stilo fu una gloria per la Calabria. Ma in somma riesce
evidente che si è pur sempre lontani, molto lontani, dall'avere
studiato i documenti atti a chiarire le cose del Campanella.


II.

Da alcuni anni, ricercando in Italia ed anche nell'estero notizie e
documenti intorno a' vecchi medici e naturalisti napoletani, ci siamo
imbattuti in gravi scritture finoggi ignorate intorno al Campanella;
e quantunque sapessimo che non ce ne sarebbe venuto plauso da un
grosso numero di persone, che nulla ama, nulla venera e nulla sa,
incapace di comprendere altro che l'arte proficua alimento unico degli
spiriti volgari, ci siamo sobbarcati a dure fatiche per trarne le
copie. Basta citare il Processo di eresia, che giustamente il Berti
dice essere «rimasto del tutto ignoto», e che, passato in tre diverse
collezioni private con altre scritture di S. Officio riferibili più o
meno direttamente al Campanella, è stato da noi raccolto e trascritto,
risultandoci una copia di due grossi tomi in folio, complessivamente
di 1412 pagine. Un'altra raccolta, assai meno voluminosa ma non meno
importante, è stata quella del Carteggio ufficiale del Viceré di Napoli
con la Corte di Madrid sulla faccenda del Campanella, rinvenuto nel
vecchio Archivio di Spagna in Simancas, dove ci eravamo recati per le
nostre primitive ricerche. Decisi a partecipare al pubblico le cose che
possedevamo, ci siamo successivamente tenuti in obbligo di occuparci
di proposito anche del Campanella in quanti Archivii e Biblioteche ci è
stato possibile visitare, per arricchire sempre più la nostra raccolta,
rivedendo in pari tempo ciò che era già noto, per acquistarne nozioni
complete ed estenderle maggiormente all'occorrenza. Così in Madrid,
in Dublino (dove sapevamo trovarsi non meno di 66 volumi di carte di
S. Officio tolte nel 1848 all'Archivio dell'Inquisizione Romana), in
Londra, in Parigi, in Montpellier, e poi nelle Biblioteche e negli
Archivii di Stato di Torino, di Venezia, di Modena, di Firenze ed
Urbino, di Roma, di Napoli, abbiamo cercato ciò che poteva esservi
di manoscritti, di lettere, di documenti e notizie di ogni specie
tanto sul Campanella, quanto sulle molte e diverse persone che da'
documenti raccolti risultava aver figurato intorno a lui, come amici,
nemici, fautori, persecutori, giudici etc.; e dobbiamo dire che le
nostre fatiche sono riuscite tutt'altro che vane. Anche nel Grande
Archivio di Napoli, di dove erano venute fuori, l'una dopo l'altra, due
lettere di Soprintendenti che attestavano non trovarvisi nulla intorno
al Campanella, abbiamo trovato varie cose intorno a lui, oltrechè
moltissime intorno a coloro i quali furono più o meno in relazione
con le cose sue[14]. Nè abbiamo poi mancato di procurarci l'ingresso
nell'Archivio della Compagnia dei Bianchi di giustizia, per cavarne
i particolari delle esecuzioni e delle discolpe de' calabresi che si
conosceva essere stati giustiziati in Napoli; nè abbiamo mancato di
rovistare i Libri parrocchiali della Chiesa del Castel nuovo, per
cavarne notizie su varii nomi, che in ispecie i nuovi documenti ci
aveano fatto conoscere.

In tal guisa siamo pervenuti a raccogliere una quantità di documenti
abbastanza notevole, alcuni pochi de' tempi anteriori alla congiura
ed a' relativi processi, altri ben numerosi de' tempi della congiura
e de' processi, altri pochi de' tempi posteriori: e sotto questa
triplice categoria li pubblichiamo in un volume aggiunto alla nostra
narrazione, ma riportandovi le sole scritture riferibili strettamente
a' fatti e persone della congiura ed eresia, mentre le molte altre
scritture riferibili a' tanti fatti e persone che vi hanno un'attinenza
meno stretta o semplicemente relativa, son riportati a piè di pagina
là dove nella narrazione accade di doverne discorrere. Né abbiamo
esitato ad includervi anche parecchi documenti editi, non tacendo mai
siffatta loro qualità, semprechè ci sieno apparsi di molto interesse
per la piena intelligenza dell'argomento, ovvero ci sia occorso di
farvi correzioni ed aggiunte nel rivederne gli originali, la qual cosa
possiamo dire esserci occorsa piuttosto sovente.

Ma in ispecie per la categoria, de' documenti de' tempi della congiura
e de' processi, gioverà qui fare una rassegna che ne dia qualche
notizia determinata, contemplandone i diversi capi o gruppi.

I. _Carteggio Vicereale con la Corte di Madrid._ — Son 40 documenti
rinvenuti ne' fasci di carte che in Simancas si trovano sotto la
rubrica «Secretaria de Estado, Negociacion de Napoles»; fanno parte del
«Legazo 1096, Leg. 1097, Leg. 1099» (anni 1598-99, 1600-01, 1603), e
qualcuno trovasi nel Leg. 1095 (an. 1596-97) per una di quelle lievi
anomalie inevitabili negli Archivii; principalmente per siffatto motivo
estendemmo le ricerche fino al Leg. 1106 (an. 1610-11), ma senza
frutto. Vi figurano oltre venti lettere originali del Vicerè, quasi
sempre dirette a S.M.^tà Cattolica, ed una in minuta della medesima
M.^tà diretta al Vicerè, otto copie di lettere di Carlo Spinelli,
il crudele repressore della congiura, ed una di D. Luise Xarava, il
feroce Avvocato Fiscale, dirette al Vicerè, inoltre diverse relazioni
appartenenti ad un Commissario, ad un Capitano, ad un Agente in Roma,
una copia della prima Informazione presa da fra Marco il Visitatore
e fra Cornelio di Nizza ed un'altra del Breve Papale che istituì il
Tribunale per gli ecclesiastici ribelli (questi ultimi due documenti
analoghi a quelli che già si conosce trovarsi in Firenze; del resto
il primo di essi più importante, perchè mostra in appendice essere
stata comunicata a Giudici laici la copia di un'Informazione di S.^to
Officio). Ma vi brillano massimamente l'importante Denunzia testuale
di Lauro e Biblia, e l'importantissima Dichiarazione scritta dal
Campanella, da lui rilasciata all'Avvocato Fiscale poco dopo la sua
cattura. Tutti questi documenti non rappresentano il Carteggio intero,
poichè vi sono indizi di diverse lacune, e d'altronde vedremo tra'
documenti rinvenuti nell'Archivio di Napoli qualche altra lettera
di S.M.^tà la cui minuta non si trova in Simancas: ma costituiscono
ciò che n'è rimasto in que' fasci di scritture, e riferendosi quasi
per intero all'ultimo quadrimestre del 1599, illuminano abbastanza
lo svolgimento delle cose di Calabria, la qualità e quantità de'
congiurati, le vedute del Governo e de' suoi ufficiali, le vedute
di Roma, la parte attribuita al Turco, i severissimi provvedimenti
adottati. Sono scritti quasi sempre in lingua spagnuola e così saranno
riportati, potendosi lo spagnuolo intendere senza difficoltà dalla
gente latina. Bisogna solo avvertire che la lingua vi è abbastanza
impura, l'ortografia consentanea al tempo, la punteggiatura poi
deficientissima e molto irregolare, non trovandosi nell'originale che
pochissime virgole e sovente gittate a caso: questa punteggiatura
soltanto ci è parso necessario di migliorare, per rendere sempre
più agevole l'intelligenza del testo; nel rimanente si è cercato di
serbare la più scrupolosa fedeltà. Queste stesse avvertenze vanno
fatte pe' pochi documenti in italiano ed in latino che vi si trovano
compresi: essi sono stati copiati da ufficiali spagnuoli del tempo, e
naturalmente questa circostanza vi si fa sentire non poco[15].

II. _Carteggio del Nunzio Pontificio in Napoli con la Corte di Roma._
— Questo Carteggio, contenuto nelle Scritture Strozziane dell'Archivio
di Firenze, va dal 1592 al 1605 ed occupa 31 grossi volumi, i quali
recano le lettere di Roma in originale e quelle di Napoli in minute,
comunque il Catalogo dell'Archivio, sotto il nome di «Aldobrandini
Mons. Jacopo» segni solamente «Lettere da esso scritte a varî...».
Sono le Filze 205 a 236 num.^ne nuova, e propriamente le 205-221
recano le lettere di Roma, e le 222-236 recano le lettere o meglio
le minute di Napoli non autografe come il Palermo ha creduto. Volendo
circoscriversi nel periodo strettamente riferibile al Campanella, si
tratterebbe delle Filze 212 e seg.^ti e 229 e seg.^ti. Il Palermo,
che scoprì questo Carteggio, ne estrasse sole 32 lettere, delle quali
16 integralmente, e le altre, per amore di brevità e forse anche pel
proposito di non trattare lo svolgimento de' processi, mancanti sempre
di qualche brano; tutte poi mancanti d'indirizzo quando partono dal
Nunzio e di firme quando vengono al Nunzio, essendo solamente notato
in massa che sono dirette a' Card.^li Aldobrandini, S. Severina
e Borghese. Noi abbiamo voluto averle nella loro integrità, come
pure nella loro lezione precisa, non che munite degli indirizzi
e provenienze rispettive; e con l'aggiunta di parecchie altre che
erano state omesse, e di poche altre scritte dal Nunzio al Vicerè, al
Castellano di Castel nuovo, a diversi Vescovi etc. sempre in rapporto
all'argomento in esame, abbiamo potuto aumentarne il numero per modo
che ascendono a non meno di 114 lettere. Queste vengono pubblicate
tutte insieme nell'apposito gruppo, comprendendovi anche le edite senza
tralasciar mai di dichiararlo, e con varie correzioni specialmente
nelle date, alcune volte abbastanza importanti. Dobbiamo aggiungere
che nel Carteggio esistono pure diverse lacune, mancando evidentemente
molte lettere di Roma, alcune delle quali sono citate in quelle che
si hanno, e mancando qua e là interi fascicoli o «Registri» delle
lettere di Napoli, come risulta dalla numerazione ad essi apposta e
da' salti sensibili nelle date. Ci è parso necessario notare queste
lacune là dove sono risultate manifeste, perchè ne sieno prevenuti i
futuri ricercatori, e perchè non si credano, per que' periodi, sopite
le trattative del negozio, mentre invece ci mancano le notizie delle
trattative. Riesce poi quasi superfluo avvertire, che percorrendo tutti
i 31 volumi, come noi li abbiamo percorsi, vi si trovano tante altre
notizie e documenti sulle persone e sulle cose di que' tempi, capaci
di chiarire non solo gli umori di Napoli e di Roma, che naturalmente
ebbero la più grande influenza sull'andamento de' guai del Campanella,
ma anche capaci di chiarire i fatti medesimi nella loro essenza: basta
accennare le precedenti guerre fratesche de' Ponzii co' Polistina per
l'assassinio del P.^e Provinciale fra Pietro Ponzio, le gravi quistioni
giurisdizionali nelle Diocesi di Nicastro e di Mileto, le cresciute
ricezioni de' fuorusciti in asilo ne' conventi, perfino le discordie
di famiglia tra' Contestabili e Carnevali, circostanze tutte che il
Campanella continuamente allegò come basi degli odî suscitati contro la
sua persona. Queste altre notizie e documenti troveranno il loro posto
nel corso della narrazione.

III. _Carteggio dell'Agente Toscano in Napoli col suo Governo._ —
Questo Carteggio, diretto a Lorenzo Usimbardi Segretario del Gran
Duca da Giulio Battaglino, e in sèguito, morto costui, dal lettore di
dritto Alessandro Turaminis sienese, trovasi nell'Archivio Mediceo,
e va dal 1592 in poi, occupando le Filze 4084 e seguenti. Il Palermo,
intorno alla congiura ed a' processi, vi raccolse solamente 5 brani di
lettere dell'ultimo quadrimestre del 1599; noi vi abbiamo proseguito
le indagini, e abbiamo portato ad 11 il numero di questi brani, taluno
de' quali, se fosse stato ricercato sin da che fu nota l'esistenza di
questo Carteggio, avrebbe fatto evitare qualche solenne abbaglio circa
le torture del Campanella. Naturalmente nelle Filze suddette si trovano
anche altre notizie illustrative di que' tempi, ma vi abbiamo trovato
inoltre molte lettere di particolari, taluni de' quali figurarono nelle
faccende in questione: basta citare p. es. da un lato lettere autografe
di Mario del Tufo notissimo amico del filosofo, e d'altro lato
lettere autografe nientemeno che di D. Loise Xarava suo implacabile
persecutore, e poi lettere del Principe di Bisignano, di D. Lelio
Orsini, del Duca di Vietri, nominati quali complici della congiura
etc.; e ne abbiamo trovate egualmente in altre Filze intitolate appunto
«Lettere di Napoli di particolari», sicchè ce n'è risultato un mucchio
di notizie che serviranno nella narrazione. Aggiungiamo che, pei tempi
anteriori alla congiura, abbiamo trovato una lettera del Battaglino
illustrativa della vita del Campanella, e pe' tempi della congiura
abbiamo trovato nello stesso Archivio Gazzettini ed Avvisi, dei quali
si parlerà più sotto. — Avvertiamo infine che non abbiamo mancato
di rovistare in Firenze l'Archivio d'Urbino, oggi posto accanto al
Mediceo, ma ci è accaduto trovarvi soltanto notizie di particolari; e
la cosa medesima diciamo qui di passaggio relativamente all'Archivio di
Torino.

IV. _Carteggio del Residente Veneto in Napoli col suo Governo._ —
Questo Carteggio costituito da' dispacci che erano spediti al Ser.^mo
Principe dal Residente Veneto, il quale fu Gio. Carlo Scaramelli
a tempo della congiura e de' processi, e poi Anton Maria Vincenti
per alcuni anni successivi, trovasi nell'Archivio a' Frari tra le
scritture dette «Senato-Secreta» sotto la rubrica «Napoli», e per
l'anno 1599 e seguenti reca i n.^i 15 e seguenti. Il Mutinelli, nella
sua Storia arcana ed aneddotica, pubblicò solamente 10 lettere o
brani di lettere concernenti la congiura e i congiurati, tratte da
questo Carteggio pel periodo compreso tra il 14 settembre 1599 e 7
febbraio 1600: noi abbiamo cominciato lo spoglio del Carteggio da
alcuni anni prima e l'abbiamo continuato per varii anni dopo, badando
pure alle notizie sull'armata turca, che essendo stata ritenuta un
elemento essenziale della congiura meritava tutta l'attenzione; e così
abbiamo più che raddoppiato il numero de' documenti, oltre all'aver
restituito alla loro integrità quelli già noti. È superfluo poi dire
che molte importanti notizie relative a quei tempi si cavano dal
Carteggio, studiato non pe' soli anni 1599-1600, anche circa le cose
che non parrebbe aver dovuto richiamare gli sguardi del Residente,
p. es. circa le lotte giurisdizionali in Calabria: ma nulla sfuggiva
a' Residenti, bensì, pel troppo entrare ne' particolari, essi non di
rado riuscivano inesatti, salvo il caso in cui gl'interessi di Venezia
fossero direttamente impegnati. Notiamo di aver fatto anche ricerche
nel Carteggio de' Residenti co' Capi del Consiglio de' Dieci e con
gl'Inquisitori di Stato, ma senza frutto.

V. _Carteggio dell'Ambasciatore Veneto in Roma col suo Governo._ —
Essendo corse trattative in Roma per la faccenda del Campanella, da
parte del Vicerè mediante l'Ambasciatore di Spagna, abbiamo reputato
conveniente percorrere anche i dispacci dell'Ambasciatore Veneto in
Roma, che pel 1599-1600 fu Giovanni Mocenigo, dispacci conservati
egualmente tra' «Senato-Secreta» sotto la rubrica «Roma» co' n.^i
43-45. Ed abbiamo trovato due brevi notizie, non inutili per la nostra
narrazione.

VI. _Carteggio del Bailo da Costantinopoli ed Avvisi di Levante._
— L'importanza delle notizie sull'armata turca per ciò che si volea
tentare in Calabria, e il fatto della fuga a Costantinopoli di uno de'
capi dell'impresa, fra Dionisio Ponzio con un altro frate ritenuto
complice, ci hanno deciso a rovistare anche i dispacci dei Baili,
che furono a que' tempi il Capello ed il Gradenigo, e poi il Nani e
il Contarini, ma prendendo note su varii anni, anche per acquistare
nozioni precise intorno al Bassà Cicala. Abbiamo scorsi i bellissimi
Rubricarii e poi anche i Dispacci originali conservati nei soliti
«Senato-Secreta»; ma abbiamo veduti inoltre i così detti Codici Brera,
che si conosce esser passati da Milano a Venezia dietro ordine del
Governo austriaco, per gli Avvisi che Venezia comunicava a varii
Governi e tra gli altri a quello Vicereale di Napoli. L'aspettativa
non è stata delusa: abbiamo raccolto un importante dispaccio e varie
notizie tanto pel volume de' documenti quanto per le note su' fatti
della narrazione.

VII. _Gazzettini ed Avvisi di Roma._ — Il valore che altrettali
documenti vanno acquistando, sebbene troppo spesso riescano utili per
la buona intelligenza dello stato della pubblica opinione a tempo di
un fatto notabile più che per la precisa conoscenza del vero, ci ha
spinti alle più attive ricerche di essi. Ne abbiamo trovati dovunque,
ma di quelli dell'anno 1599 e seguenti, con notizie sulla faccenda
del Campanella, solo in tre luoghi e sotto questi titoli: Lettere di
Fr.^co Maria Vialardo dirette al Sig.^r Giovanni Galletti (pseudonimo
ovvero ufficiale del Gran Duca) conservate nell'Archivio Mediceo;
Avvisi di Roma della Cancelleria Estense, mandati in servigio di
casa d'Este, conservati nell'Archivio di Modena; ed ancora Avvisi
di Roma della collezione Urbinate, in servigio de' Duchi di Urbino,
oggi esistenti nella Biblioteca Vaticana. Le lettere del Vialardo,
un cavaliere torinese male andato, che scriveva anche pel Duca di
Savoia, come si rileva da alcuni frammenti de' suoi Avvisi che abbiamo
trovati nell'Archivio di Torino, son veri «Gazzettini» di Avvisi, e con
tal nome si trovano qualificate nello Spoglio dell'Archivio Mediceo;
dànno le notizie più stravaganti, e riescono assai curiose per questo.
Gli Avvisi della Cancelleria Estense sono più pochi e sobrii, mentre
quelli della collezione Urbinate sono più numerosi e pieni; gli uni
e gli altri recano nomi di congiurati da doversi notare, ma del resto
contengono sempre grosse sciocchezze, e basta dire che si chiudono con
la notizia che il Campanella venne finalmente appiccato! Non sarà per
altro inutile conoscere anche questo.

VIII. _Atti Amministrativi e giudiziarii esistenti nel Grande
Archivio di Napoli._ — Abbiamo raccolti in questo gruppo non meno di
32 documenti inediti, costituiti da ordini del Governo venuti fuori
per la congiura e pe' congiurati, sia allo scopo della repressione
e gastigo degl'incriminati, sia per la premiazione de' persecutori.
Alcuni possono dirsi veramente Atti processuali, giacchè senza dubbio
gli originali di essi furono inserti nel processo: tali sono gli
ordini circa la costituzione del tribunale pe' laici, e circa la
forgiudicazione di varii contumaci. Uno poi deve dirsi essenzialmente
Atto processuale, ma fu già edito, la Denunzia de' 5 di Catanzaro, che
ora trovasi nell'Archivio e che riproduciamo, dovendosi correggere
in più punti e massime riguardo ad alcuni nomi. I documenti inediti
sono stati rinvenuti ne' più svariati generi di scritture e Registri,
in quelli così detti _Curiae,_ in quelli _Notamentorum, Sigillorum,
Privilegiorum, Litterarum_ etc. Cinque di essi son costituiti da
Lettere Regie, delle quali si sarebbe dovuto trovare le minute in
Simancas, e non ci è occorso di trovarle, come non ci è occorso di
trovare in Napoli la Lettera della quale in Simancas esiste la minuta.
Adunque non solamente in Napoli si deplorano le lacune continue, ma
bisogna dire che in Napoli le lacune sieno state procurate fin da'
tempi del Vicerè. Questo fatto, che spiega come pe' negozii politici
di maggior rilievo l'Archivio riesca sempre quasi muto, può bene
dimostrarsi con uno de' documenti che pubblichiamo (Doc. 234); esso,
al pari di varii altri dello stesso genere, è in copia evidentemente
mutilata, coll'attestazione del Segretario del Vicerè che la copia
concorda con l'originale. Da ciò si vede esservi stato un altro
luogo, l'Archivio particolare de' Vicerè non pervenuto fino a noi, nel
quale erano sepolti i documenti più importanti, senza trasmetterli, o
trasmettendoli in copie mutilate nell'Archivio di Stato. — Anche qui
poi s'intende che non è mancata una grande quantità di documenti e
notizie, che troveranno luogo nel corso della narrazione, avendocene
fornito i detti generi di scritture e diversi altri, a cominciare
dalle _Numerazioni de' fuochi_ e da' Registri _Partium_, senza contare
i documenti riferibili alle cose del Campanella ne' tempi anteriori
e posteriori a quelli della congiura e de' processi. Veramente anche
da quest'ultimo lato avrebbe dovuto trovarsi qualche cosa di più,
e sebbene dalle scritture viste ci sia noto esservi stati Registri
_Secretorum_ non giunti fino a noi, questo solo motivo non riesce
a soddisfarci. La nostra impressione nello studiare le scritture
dell'Archivio è stata sempre questa, che oltre alle tante rincrescevoli
lacune, originarie per l'esistenza dell'Archivio segreto e fortuite
pe' molti incendii e le varie devastazioni accadute durante i tumulti
popolari, ve ne sieno state anche altre procurate posteriormente,
quando si credè buon sistema di governo sopprimere perfino la storia
di questo paese tanto disgraziato. Difatti, non appena si giunge al
periodo di qualche avvenimento storico un poco importante, si può
esser certi che s'incontrerà una lacuna e non nelle sole scritture
essenziali; tuttavia son rimaste sempre notizie svariatissime sulle
persone e sulle cose di ciascun periodo, da farne acquistare una
nozione spesse volte considerevole. Così nelle faccende del Campanella,
da' più elevati personaggi a' più bassi malfattori e fuorusciti che
vi si trovano nominati, dalle più alte quistioni giurisdizionali alle
più umili pratiche di amministrazione verificatesi nel tempo della
congiura e de' processi, tutto vi riesce, più o meno, convenientemente
illustrato.

IX. _Atti delle esecuzioni registrate nell'Archivio de' Bianchi di
giustizia._ — Due documenti abbiamo rinvenuti in questo bellissimo
Archivio, che non è aperto al pubblico, per le indiscrezioni
rincrescevoli alle quali le ricerche su' giustiziati potrebbero dar
luogo. Esso fu ricercato dall'Abate Cuomo pe' giustiziati de' tempi
di Masaniello, e i relativi documenti si leggono manoscritti nella
Biblioteca che l'Abate generosamente donò al Municipio di Napoli;
ma non sappiamo che alcuno abbia mai pensato a farvi ricerche
pe' giustiziati del tempo del Campanella. I documenti non sono
che due, perchè due soli furono i calabresi giustiziati in Napoli
coll'assistenza della Confraternita de' Bianchi, mentre sei altri
furono giustiziati coll'assistenza de' PP.^i Ministri degl'infermi,
come risulta da notizie autentiche. Nel primo de' detti documenti
si leggeranno con interesse le «escolpazioni», nel secondo i nomi
degli assistenti a ben morire, oltre qualche circostanza speciale
dell'esecuzione. Non abbiamo poi mancato di raccogliere un terzo
documento, relativo al supplizio di un altro individuo, già processato
per la congiura e l'eresia, carcerato col Campanella e in istrette
relazioni con lui, liberato e poi di nuovo processato e condannato per
altra causa; ma tale documento, escluso dal presente gruppo, è stato
incidentalmente registrato a parte nella narrazione.

X. _La difesa di due incriminati laici, Gio. Paolo e Muzio di Cordova._
— È la sola difesa di laici che si possegga, ed appena in frammenti,
che furono posti nelle note alla Narrazione del Campanella aggiunte dal
Capialbi. Essendo state tali note omesse dal Palermo nel riprodurre la
Narrazione, son rimaste poco o nulla conosciute, ed intanto esse recano
più notizie delle deposizioni raccolte nel processo pe' laici. Avremmo
voluto pubblicare il documento tutto intero, giacchè si possiede dagli
eredi Capialbi; ma le continue nostre insistenze, durate più anni, non
sono state esaudite.

XI. _Atti giudiziarii circa gli ecclesiastici incriminati di congiura,
esistenti nelle Scritture Strozziane di Firenze._ — Abbiamo già
avuta occasione di menzionare questi documenti, e di dire che per la
maggior parte di essi il Palermo pubblicò soltanto una «esposizione
delle cose principali», ond'è che si può considerarli veramente quasi
tutti inediti. Furono rinvenuti nel Codice Strozziano n. nuov. 330,
intitolato «Casi strani», dove si trovano alla rinfusa: l'importanza
grandissima di essi ci ha decisi a riordinarli e pubblicarli
integralmente, anche a costo d'incorrere nelle ripetizioni che vi si
trovano con una certa frequenza; come pure a non trascurare nemmeno gli
editi, per alcuno de' quali non manca la necessità delle correzioni.
Nel riordinarli abbiamo posto in primo luogo l'Elenco degl'incriminati
e il primo Breve del Papa, poi il Sommario dell'Informazione di
Calabria (atti veramente processuali), in seguito i Riassunti
degl'indizii per ciascun incriminato giusta la sua importanza e
qualità, con le Requisitorie e le Difese che per alcuni di essi ci
vennero conservate (atti puramente giudiziarii). Aggiungiamo che uno
studio delle citazioni de' folii del processo, registrate sopratutto
in questi documenti ed anche in taluni altri, ci ha fatto ricavare uno
«Schema del processo della congiura» che ne dà un'idea sicuramente non
disprezzabile. Abbiamo così potuto scoprire che l'intero processo, o
meglio l'intera serie de' processi, col titolo di «tentata ribellione»
componevasi di 4 volumi, de' quali i due primi comprendevano i processi
di Calabria, essendo Giudice Commissario Carlo Spinelli e Fiscale
D. Luise Xarava; gli altri due comprendevano i processi di Napoli,
l'uno pe' laici, condotto certamente da Marc'Antonio de Ponte con D.
Giovanni Sances fiscale assistito dallo Xarava, e l'altro per gli
ecclesiastici, condotto dal Nunzio Aldobrandini e da D. Pietro De
Vera, Commissarii Apostolici, col medesimo D. Giovanni Sances fiscale;
le numerose citazioni di folii, poste nel loro ordine progressivo,
rendono discretamente bene la fisonomia di ciascun processo, e
tutto ciò servirà anche a facilitare la ricognizione de' documenti
che potranno venir fuora nell'avvenire. Dippiù uno studio de' nomi,
registrati del pari in questi documenti ed in altri ancora, ci ha fatto
ricavare un «Elenco degl'incriminati laici», che fa riscontro a quello
degl'incriminati ecclesiastici e dà un'idea notevole dell'estensione
della congiura, o forse meglio delle conseguenze della congiura. Questi
due lavori figureranno tra alcune Illustrazioni poste al sèguito dei
Documenti.

XII. _Apologia del Campanella._ — Quest'Apologia, trovata dal Berti
nella Casanatense annessa agli Articoli profetali già scritti dal
filosofo in sua difesa e poi rifatti, non è stata pubblicata che in
sunto, essendo l'esemplare, per colpa dell'amanuense, troppo scorretto.
Avendone noi trovato un esemplare egualmente nella Nazionale di Napoli,
oltrechè in quella di Madrid, ma pure scorretti, diamo nella loro
integrità il testo dell'esemplare Casanatense e di quello napoletano,
perchè si possono correggere abbastanza bene l'uno con l'altro.

XIII. _Processo di eresia con gli allegati e le poesie del Campanella,
ed altre scritture d'inquisizione._ — Questo processo è costituito
egualmente da una serie di processi, a' quali può anche darsi la
denominazione di «processi ecclesiastici», sia perchè ecclesiastici
per eccellenza, sia perchè in tal guisa vedonsi più volte menzionati
dal Campanella. Esso è stato fornito, come abbiamo già detto, da tre
collezioni private, e si compone essenzialmente di quattro volumi,
con la giunta di un quinto di allegati; ma a ciascuno de' volumi si
possono unire altre scritture staccate, che illuminano molto i fatti
del Campanella e socii ne' tempi de' processi e ne' tempi di poco
posteriori. Così ci troviamo di aver redatta la nostra Copia in sei
volumi, che danno materia a due tomi: e poichè tutte queste scritture
son rimaste affatto ignorate, tanto che il Berti si è lasciato
perfino dire sembrargli «dubbio che il tribunale ecclesiastico abbia
potuto trovare eresie nelle predicazioni del Campanella», crediamo
opportuno darne conto con una certa larghezza. La serie de' processi
fu cominciata in Calabria, primitivamente in Monteleone da fra Marco
da Marcianise Visitatore e da fra Cornelio di Nizza suo compagno, poco
dopo in Gerace dal Vescovo di Gerace unitamente con questi stessi
frati, e fu da ultimo menata innanzi e condotta a termine in Napoli
dal Nunzio, dal Vicario Arcivescovile e dal Vescovo di Termoli, il
quale poi, essendo disgraziatamente morto durante il processo, fu
sostituito dal Vescovo di Caserta. Si ebbero quindi, essenzialmente,
due processi di Calabria ed uno di Napoli, ma per un'altra commissione
data da Roma al Vescovo di Squillace, se n'ebbe anche un altro detto
di Squillace, condotto indipendentemente dagli altri: il processo di
Napoli, che fu l'ultimo, venne compiuto in tutte le sue parti, cioè a
dire, secondo il costume del tempo, distinto in offensivo, ripetitivo,
e difensivo. Aggiungiamo che sulla coperta de' volumi, che compongono
tutta la serie de' processi, non si legge alcun titolo relativo
alla qualità dell'imputazione, come per solito si ha ne' processi di
S.^to Officio; ma questa trovasi notata segnatamente ne' Capitoli del
fiscale napoletano con le parole «De haeretica pravitate et atheismo»,
aggiuntovi inoltre «et relapsu». Dobbiamo anche dire che in qualche
vecchia carta di S.^to Officio tutto il complesso di questi Atti
processuali trovasi talvolta indicato con la denominazione generica
di «Acta fratrum», rappresentando, anche per la sola parte svolta in
Napoli, un processo contro frati straordinario, condotto da tre Curie
riunite, quelle del Nunzio, dell'Arcivescovo Diocesano e del Ministro
dell'Inquisizione Romana; ma eccone specificati i diversi volumi, col
loro titolo nell'ortografia originale.

I. «Processus formatus in provintia Calabriae contra fratrem
Thomam Campanellam, et alios fratres predictae provintiae ordinis
predicatorum, super non nullis ad Sanctum Officium pertinentibus».
Questo volume comprende l'inquisizione fatta dal Marcianise e dal Nizza
in Monteleone (dal 1º al 9 7bre 99), e l'altra dal Vescovo di Gerace
in Gerace unitamente con gli anzidetti (dal 13 al 19 8bre), entrambe
condotte e scritte da fra Cornelio di Nizza; inoltre un'informazione
presa da un delegato del Vescovo di Gerace contro il Clerico Cesare
Pisano (13 7bre), la quale trovasi cucita in fine del volume, e la
ricognizione de' carcerati ecclesiastici venuti in Napoli, fatta dal
Rev. Antonio Peri fiorentino, Uditore del Nunzio Jacopo Aldobrandini
Vescovo di Troia, per parte di costui nel Castel nuovo di Napoli (23
9bre). In questa ricognizione per la prima volta figura un breve esame
di fra Tommaso, il solo fornito di firma autografa, perocchè gli esami
successivi coincidono col tempo della sua pazzia. — A questo volume si
possono unire due altre scritture importantissime, di poco posteriori
per tempo, esistenti in un volumetto separato col titolo che segue:

«In hoc volumine sunt Denuntia Cesaris Pisani terrae Montis leonis
(_sic_) qui denuntiavit tam de se, et abiuravit tanquam hereticus
formalis, quam de infrascriptis fratribus videlicet, Fratre Thoma
Campanella, Fr. Dionisio Pontio, Fr. Josepho de bitonto, Fr. Dominico
de Stignano, et Denuntia Mauritii Rinaldi de Stilo (_sic_) qui
denuntiavit contra predictos Campanellam et fr. Dionisium Pontium in
rebus ad S. Officium pertinentibus». — Trattasi di due dichiarazioni
_ad exonerationem conscientiae_, fatte da questi due infelici poco
prima di essere giustiziati (15 gen. e 3 feb. 1600). Sono scritte,
come i volumi seguenti e tutto il complesso delle altre carte, da Gio.
Camillo Prezioso, Notario e Mastrodatti ecclesiastico, che s'incontra
tanto sovente ne' processi di S. Officio di que' tempi.

II. «Secundus Processus offensivus compilatus in civitate Neapolis
contra fr. Thomam Campanellam et alios fratres ordinis predicatorum
et etiam Repetitivus contra eosdem». Questo titolo dispensa da altre
spiegazioni. Gli esami sono condotti segnatamente dal Vescovo di
Termoli fra Alberto Tragagliolo da Firenzuola. L'offensivo va dal
maggio all'agosto 1600: vi si notano, tra gli altri, gli esami del
padre e del fratello del Campanella che vennero egualmente carcerati,
gli esami del Campanella che mostrasi pazzo, con l'atto del 1º tormento
di un'ora di corda permesso dal Papa per conto dell'eresia; inoltre una
nuova denunzia intorno ai rapporti, molto confusamente noti, fra lui ed
un Ebreo astrologo nella sua prima gioventù, e naturalmente rifulgono
molte circostanze della sua vita passata, fra le altre quella di un
processo precedente avuto nel 1591, del tutto ignorato finoggi e tale
da aggravare estremamente la sua condizione giuridica. Il ripetitivo,
dietro i Capitoli di accusa del fiscale, e gl'Interrogatori dati dagli
Avvocati, va dall'agosto all'8bre, e comprende le Ripetizioni de'
testimoni contro il Campanella, contro fra Gio. Battista di Pizzoni e
contro fra Dionisio Ponzio, terminando co' giuramenti de' rispettivi
avvocati difensori. Uno de' più curiosi documenti vi è alligato, la
relazione di due dialoghi passati di notte tra il Campanella, già
dichiaratosi pazzo, e fra Pietro Ponzio suo amicissimo, raccolti
da scrivani mandati a spiarli; questa relazione è inviata in copia
dall'altro tribunale, e fa quindi parte del processo della congiura. Vi
è alligato inoltre uno specchietto di appunti critici fatti dal Vescovo
di Termoli alle diverse deposizioni fin allora raccolte.

III. «In hoc volumine sunt: Tertius: Defensiones fratris Dionisii
Pontii, Defensiones fratris Jo. Baptistae de Pizzone, Comparitio
fratris Petri de Stilo declarantis nolle facere defensiones et
expediri, Informatio capta de furore Campanellae. Copia informationis
captae per Ill.^m et Rev.^m episcopum Squillacensem etc., Summarium
factum in S.^to Officio de Urbe... in causa fratris Thomae Campanellae
et aliorum fratrum ordinis predicatorum pro causa ad S.^m Officium
spectante». Anche qui il titolo dispensa dalle spiegazioni. Il processo
difensivo va dal 7bre al 9bre 1600, e vi si fanno notare gli esami a
difesa di fra Dionisio, accompagnati da parecchie copie di documenti
provenienti dall'altro tribunale; gli esami a difesa di fra Gio.
Battista di Pizzoni, seguìti da altri fatti più tardi per accertarne la
morte avvenuta nel carcere; gli esami di 10 testimoni che affermano la
pazzia del Campanella, onde per lui non si può più procedere agli esami
difensivi. Nel Sommario di tutta la causa redatto in Roma (giacchè
sempre si mandavano a Roma tutte le carte de' processi di S. Officio
che non erano addirittura lievissimi, e di là se ne dirigevano le fila
e s'inviavano le condanne o le assoluzioni deliberate in Congregazione)
si fanno notare diversi appunti sul processo, un cenno di diverse
irregolarità, contradizioni e dubbi, e da per tutto il più grande
interesse per la verità. — A questo volume si può anche riferire un
altro fascio di scritture analoghe ed importantissime, che non fanno
propriamente parte del processo e sono di altra provenienza, essendo
state trovate fra le carte rimaste presso il Vescovo di Caserta,
che sostituì come giudice il Vescovo di Termoli morto durante lo
svolgimento della causa. Eccone il titolo: «Summaria facta in urbe,
et neapoli per Dom. Benedictum Mandina Episcopum Casertanum bonae
memoriae. — Reassumptum inditiorum et aliorum quae videntur constare...
contra subscriptos Fratres carceratos tanquam complices Fratris Thomae
campanellae, et quae in eorum defensione ponderantur». — Sono i Sommarî
completi de' processi non solo offensivi ma anche difensivi; e in
essi gli appunti non si limitano agli andamenti de' processi, ma si
estendono alle persone de' primi processanti Marcianise e Nizza, e vi
si citano inoltre i giudizî del fu Vescovo di Termoli desunti dalle
lettere da lui scritte a Roma. Dippiù sono i Riassunti degli indizî co'
voti dei Giudici, riferendosi il voto di ciascuno, contro fra Pietro
Ponzio, fra Paolo della Grotteria, fra Giuseppe Bitonto, fra Pietro
di Stilo, fra Domenico di Stignano, fra Silvestro di Lauriana e fra
Dionisio Ponzio, i soli frati rimasti giudicabili, mentre il Campanella
con la sua pazzia si sottraeva al giudizio. Evidentemente questi
Riassunti co' voti dei Giudici si mandarono a Roma e servirono di base
alla deliberazione della Sacra Congregazione: e vi è annessa la Lettera
del Card.^l Borghese che partecipa tale deliberazione mandata in copia
al Mandina, la quale presenta qualche leggiera variante a fronte di
quella già conosciuta e ripetuta anche nel volume seguente.

IV. «Quartus processus compilatus in causa fratris Thomae Campanellae
et aliorum fratrum ordinis predicatorum inquisitorum et carceratorum
pro causis ad Sanctum Officium spectantibus, post commissionem
admodum Illustris et Rev.^mi domini episcopi Casertani». — Questo
volume importantissimo, rinvenuto più tardi in un'altra collezione,
rappresenta l'ultimo periodo della causa, che pel Campanella corre dal
marzo 1601 al gennaio 1603. Oltre alcuni nuovi articoli addizionali
contro di lui, esso reca le sue difese scritte, presentate da fra
Pietro di Stilo come già composte prima della pazzia, ricopiate da
altri e fornite di aggiunte e correzioni di mano di fra Tommaso:
queste consistono in una elaborata arringa e negli Articoli profetali,
e riguardano propriamente il fatto della congiura. Reca inoltre
il terribile atto del tormento della veglia, durato 36 ore, che fu
ordinato dal Papa in Congregazione per scovrire la simulazione della
pazzia, e non già dato dall'altro tribunale per la ribellione come
finora si è creduto. Reca i certificati de' medici intorno alla pazzia
scritti dopo il tormento. Reca l'incidente di una rissa accaduta tra
frati e laici nelle carceri, dopo la quale si fece una ricerca e si
rinvennero molte scritture di diverso genere, carte di sortilegio,
corrispondenze, poesie, e tra queste le poesie del Campanella
raccolte da fra Pietro Ponzio. Reca ancora nuovi esami in difesa di
fra Dionisio, che presenta sempre nuovi articoli prima di fuggirsene
dalle carceri; tra questi esami quelli relativi ad una voluta
ritrattazione del Pizzoni prima che morisse. Reca infine l'informazione
sulle scritture trovate, la deliberazione venuta da Roma intorno al
Campanella e agli altri frati, e le sentenze pronunziate. — A questo
volume vanno uniti i conti della spesa delle ultime somme di danaro,
le quali si facevano venire da' conventi di Calabria per sussidio de'
frati, essendo i compagni del Campanella rimasti in carcere fino al
giugno 1604.

V. «Scripture _(sic)_ seu secreta manu scripta prohibita inventa
in archa fratris Dionisii Pontii in Castro novo cum relationibus
Rev.^di Theologi de illorum qualitatibus». — È questo un volume
di allegati al processo, che comprende tutte le scritture trovate
presso i carcerati, e non solamente quelle che stavano nella cassa
di fra Dionisio; ve ne sono perfino alcune trovate già in Castello
dell'ovo presso Felice Gagliardo, uno de' complici nella congiura.
Specialmente a questo giovane di vivacissimo ingegno, ma di animo
guasto, appartengono diverse scritture di sortilegi, corrispondenze con
fuorusciti di Calabria, e certe curiose produzioni letterarie, poesie
in italiano ed in dialetto calabrese. Ma la parte cospicua del volume è
rappresentata da 82 poesie del Campanella, delle quali soltanto 14 o 15
sono conosciute ed anche con varianti. Esse riescono di un'importanza
grandissima specialmente per la storia, avendo d'altra parte quasi
tutte ben poco valore letterario.

— Dànno poi materia per un VI. volume le scritture seguenti, anche di
S.^to Officio, che non fanno parte de' processi del Campanella, ma vi
stanno bene come appendice, illustrando la vita di lui, de' frati e di
alcuni laici implicati nella congiura.

a. — «Contra Horatium Santa Croce de Civ. hieracensi Prov. Calabriae,
Felicem Gagliardum predictae Civ.^is hieracensis carceratum in Castro
novo, qui scripsit, et transcripsit secreta et alia scripta, descripta
et contenta in actis fratrum, et que fuerunt reperta in archa fratris
Dionisii Pontii». — È un processo intorno alla rissa e alle suddette
scritture trovate in Castello; vi sono uditi diversi frati, e finisce
coll'abilitazione del S.^ta Croce, e col tormento, coll'abiura e
coll'abilitazione anche del Gagliardo. Va dal 13 gen.º 1602 al 2 marzo
1604.

b. — «Denuntia magna facta in magna Curia Vicariae de quam pluribus
heresibus de se et aliis, tempore quo erat condennatus ad ultimum
supplicium, per Felicem Gagliardum de Civitate hieracensi». —
Questa scrittura contiene particolari curiosissimi e gravi intorno
al Campanella, pel tempo nel quale trovavasi con lui carcerato il
Gagliardo, essendo costui tornato in potere della giustizia per un
omicidio commesso dopo la sua liberazione. È del 5 luglio 1606.

c. — «Informatio capta per Rev. Vicarium Civ. Neocastri prov. Calabriae
ulterioris contra fratrem Petrum Pontium ordinis predicatorum ejusdem
civitatis». — Riguarda uno scandalo dato da fra Pietro dopo la sua
liberazione, avendo in Chiesa pubblicamente protestato contro un
Cappuccino che predicava l'Immacolata Concezione. Caratterizza fra
Pietro, chiarisce il credito di questi frati dopo il processo, dà
qualche notizia di fra Dionisio fuggito in Turchia. Va dal dic.^e 1604
al gen.º 1605.

d. — «Contra fratrem Petrum Calabrum ordinis predicatorum carceratum
in carceribus Castri novi, et fratrem Andream Casalis Corsani ordinis
S. Augustini carceratum in carceribus Magnae Curiae Vicariae». — È un
processo in sèguito della denunzia di un Lelio Macro di Pietrafitta
già carcerato in Castel nuovo e condannato a morte per altre cause, il
quale dà per fatto, ovvero anche finge, che un fra Pietro Domenicano
(sicuramente fra Pietro di Stilo) avea voluto indurlo a credere molte
eresie. Vi sono notizie del Campanella, anche per parte di altre
persone di Stilo che vennero esaminate. Va dal luglio all'agosto 1605.

Come si vede, dal lato de' Processi dell'eresia la raccolta potrebbe
dirsi perfino esuberante; non di meno vi si fa desiderare ancora
qualche cosa: 1.º l'Informazione commessa da Roma e presa dal Vescovo
di Squillace, poichè quella inserta nel vol. 3.º è supplementare,
commessa dal Vescovo di Termoli per ulteriori chiarimenti; 2.º il
Carteggio con Roma del Vescovo di Termoli, e di poi anche del Vescovo
di Caserta, nel corso del Processo di Napoli. Fortunatamente i Sommarî
ci dànno le cose importanti dell'Informazione e del Carteggio del
Vescovo di Termoli: ma giova sapere che c'è questa lacuna, comunque
fino ad un certo punto, affinchè nelle ulteriori ricerche si tenti
di colmarla. Le carte del Vescovo di Caserta sono andate disperse
in guisa, da potersi attendere di trovarne qualche fascio dove meno
si pensi. È manifesto frattanto che riescirebbe impossibile dare
alle stampe tutto ciò che si è di sopra accennato: non vi sarebbe il
tornaconto, e però dobbiamo limitarci a darne i pezzi più rilevanti.
Così ci siamo prefissi di non tralasciare alcuna delle scritture che
riflettono essenzialmente la persona del Campanella, aggiuntevi quelle
che riflettono almeno fra Dionisio Ponzio; giacchè tutte le scritture
veramente convergono al Campanella, e mostrandosi lui ben presto
pazzo, figurano per lui coloro che lo circondano. D'altra parte ci
siamo prefissi di non tralasciare alcuna delle scritture trasmesse dal
tribunale della congiura a quello dell'eresia, perchè si cominci ad
avere un piccolo nucleo di documenti interi anche del processo della
congiura[16]. Del resto, pel desiderio di riuscire fedeli espositori,
ci siamo sempre ingegnati di riportare nella narrazione brani testuali
di qualunque documento, sicchè non si sentirà in modo assoluto la
mancanza di quelli che si omettono; ed avendo deciso che un giorno
o l'altro la nostra Copia ms. de' processi debba prender posto in
qualcuna delle pubbliche Biblioteche, ci è parso di poterla talvolta
citare, allorché nella narrazione accada di avere ad esporre fatti
contenuti in documenti che rimarranno inediti. Per fare poi acquistare
una piena nozione di tutto il processo e delle altre scritture di S.^to
Officio che vi si connettono, abbiamo stimato conveniente pubblicare
l'indice particolareggiato della nostra Copia ms., costituendone una
delle Illustrazioni poste al sèguito de' Documenti.

XIV. _Due altri Discorsi inediti del Campanella sopra l'aumento
dell'entrate del Regno._ — Queste scritture, come quella che segue,
appartengono già al periodo in cui la conchiusione del processo
della congiura rimaneva sospesa nella sola persona del Campanella, ed
egli tentava tutte le vie per non rimanere dimenticato. In un codice
della Casanatense fu già trovato dal Dragonetti, e poi pubblicato dal
D'Ancona, un «Arbitrio o Discorso primo sopra l'aumento dell'entrate
nel Regno di Napoli», che si sa aver rappresentato originariamente
una delle proposte fatte fare dal Campanella in suo nome al Vicerè;
ma al sèguito di questo Discorso primo ve ne sono ancora nello stesso
codice due altri qualificati _secondo_ e _terzo_, che rappresentarono
altre proposte analoghe, sempre allo scopo di far guadagnare al Re,
con ciascuna di esse, 100 mila ducati. Non sappiamo come mai questi
Discorsi siano stati negletti fino a rimanere ignorati; è possibile
che non siano stati ritenuti di un merito eguale a quello del Discorso
primo; ma per la storia del Campanella il merito non è diverso, e
quindi li pubblichiamo, con alcune correzioni delle mende lasciatevi
dall'amanuense.

XV. _Le promesse fatte dal Campanella per riacquistare la libertà;
lettera al Card.^l S. Giorgio._ — Questo documento, con altri
analoghi, fu già pubblicato dal Centofanti, e le necessità della
nostra narrazione ci spingono a ripubblicarlo. Ci occorre mettere
sotto l'occhio de' lettori così le promesse, come l'elenco de' libri
composti dal Campanella fino al 1606, e la versione da lui adottata
per la faccenda della congiura e dell'eresia. La lettera al Card.^l
S. Giorgio, il quale figura anche molto nella nostra narrazione, ne dà
notizie sufficienti.

Son questi i documenti de' tempi della congiura e de' processi;
seguono poi gli altri pochi relativi a' tempi posteriori, trovati
nell'Archivio di Napoli, nella Biblioteca nazionale di Madrid,
nell'Archivio di Modena e finalmente nell'Archivio particolare di
S.A.R. il Duca d'Aosta, dove è noto che si conserva l'Epistolario
inedito di Cassiano del Pozzo, in cui, oltre alle lettere autografe
del Campanella pubblicate già dal Baldacchini, se ne hanno pure altre
di qualche amico intimo del filosofo con notizie capaci d'illustrarne
la storia. Dobbiamo pertanto dire che avremmo desiderato di pubblicare
inoltre la Narrazione del Campanella ripristinata nella sua lezione,
e almeno in parte i documenti che si contengono nell'Epistolario
inedito di Giovanni Fabre venuto in proprietà dell'Ospizio degli Orfani
di Roma: ma non ci è riuscito di effettuare il nostro desiderio. La
Narrazione del Campanella, che offre con tanti particolari i fatti e
le circostanze della congiura e de' processi secondo la versione della
difesa, avrebbe trovato posto degnamente tutt'intera e riveduta a lato
de' documenti secondo la versione dell'accusa. Essa fu pubblicata
dal Capialbi con molte lacune, nelle quali si legge «qui il ms. è
inintelligibile»: in sèguito, durante il breve respiro di libertà del
1848, venne fuori un foglio volante, col quale si avvertivano i lettori
della Narrazione, che il Regio Revisore aveva di suo arbitrio posto
in tanti luoghi essere il manoscritto inintelligibile sopprimendo
le parole e le frasi del Campanella, e si davano queste parole e
frasi soppresse. Il Palermo, nel ripubblicare la Narrazione, avea
già cercato di riempire le lacune con frasi plausibili, ma esso non
riuscirono sempre felicemente, come di poi si è potuto vedere; d'altra
parte il foglio volante non è punto pervenuto a tutti i lettori della
Narrazione. Queste circostanze, e l'altra del dubbio circa l'essere
o non essere lo scritto autografo, come pure il bisogno di rivederne
interamente la lezione e studiarne tutte le accidentalità che sempre
possono rivelare qualche cosa, ci hanno fatto insistere per più anni
presso gli eredi Capialbi, perchè ci permettessero di darvi un'occhiata
e prenderne una copia per ripeterne la pubblicazione, facendo noi una
corsa in Calabria a tale oggetto: ma abbiamo invano atteso una risposta
concludente, e ci siamo rassegnati a desistere, rimanendo a vedere
quando gli eredi Capialbi sentiranno ciò che debbono alla memoria
del loro benemerito antenato ed al loro cognome. Circa i documenti
dell'Epistolario di Giovanni Fabre riferibili al tempo compreso tra
il 1607 e il 1615, sono oramai non meno di tre anni che il Berti
ne fece l'annunzio all'Accademia de' Lincei; e l'Amministrazione
dell'Ospizio degli Orfani si nega perfino a concederne la lettura,
per deferenza al Berti che dovrà pubblicarli. Noi intendiamo questa
delicatezza: frattanto non ha guari il Berti si è deciso a pubblicarne
solamente cinque, con un racconto fondato sulle notizie che ha rilevate
negli altri[17]. Bisognerà dunque attendere ancora, e sottostare
pur sempre al rischio di qualche facile smentita, trattando di un
periodo pel quale i documenti ci sono, ma non sono accessibili a noi.
Fortunatamente il nostro tema non si estende sino al detto periodo in
un modo essenziale, ed attenendoci alle cose finora esposte dal Berti,
semprechè non ci apparisca evidente il contrario, possiamo riposare
tranquilli. Decisi per altro a ripigliare la penna all'occorrenza,
quando non ci verrà più negato di vedere questi documenti con gli
occhi nostri, pubblichiamo quelli da noi trovati riferibili agli anni
successivi, perchè chiunque voglia possa profittarne.

Non lasceremo poi il tema de' documenti, senza dichiarare che per
quanto ci è stato possibile abbiamo cercato di rispettarne l'integrità,
ed in ogni caso ne abbiamo rispettata scrupolosamente la forma. Perfino
le frasi curialesche, la presenza del tale e non del tal altro Giudice
in un interrogatorio, insomma le menome particolarità che sembrerebbero
superflue, hanno non di rado la loro importanza, e possono offrire al
critico materia di notevoli considerazioni; laonde abbiamo stimato
opportuno piuttosto limitare il numero de' documenti che mutilarli.
D'altro lato conoscendo che coloro i quali sono avvezzi a farne oggetto
di studio vi leggono molte altre cose al di là delle notizie che essi
contengono, abbiamo stimato indispensabile darli nella precisa lezione
nella quale li abbiamo trovati; e sarebbe assai rincrescevole, se
dopo di aver fatto lungamente i maggiori sforzi per riprodurli con
fedeltà, sino ad aver reso un po' vacillante la propria ortografia,
dovessimo incontrarne biasimo anzichè lode. Aggiungiamo pure che dietro
siffatto principio non ci siamo nemmeno trattenuti dall'adoperare nel
corso della narrazione voci e maniere del tempo, che sappiamo bene non
essere ammesse nel linguaggio purgato; serbare la fisonomia del tempo
ci è sembrato desiderabile sopra ogni altra cosa[18]. E pe' documenti
inserti nel corso della narrazione abbiamo preferito di abbondare, come
abbiamo preferito di abbondare nelle citazioni e nelle ricerche intorno
agl'individui che in qualunque modo abbiamo trovato nominati nelle
cose del Campanella. I nomi e i fatti di altrettali individui possono
sempre dare adito a ritrovamenti ulteriori: le carte di famiglia anche
degl'individui meno elevati, come si è visto p. es. nel caso di Gio.
Battista Sanseverino, tanto più gli Archivi privati delle famiglie
nobili, possono riuscire sorgenti di scritture perfino di primaria
importanza. E però non abbiamo esitato ad addentrarci anche nelle
genealogie e parentele di queste famiglie, convinti che se ne sarebbe
avuto ad un tempo la nozione chiara delle persone ed un possibile fonte
di nuovi documenti.


III.

Ci rimane a dire de' criterii a' quali ci siamo ispirati, e
dell'andamento che abbiamo dato alla nostra narrazione.

I criterii principalissimi sono stati segnatamente due: tener sempre
innanzi agli occhi le condizioni de' tempi, badando di non presentare
e giudicare gli uomini e le cose come se fossero de' tempi attuali;
non perdere mai di vista che trattasi di quistioni estremamente ardue,
badando di venire a qualche affermazione solamente dietro analisi o
critiche minute. Non occorrerebbe dire tutto ciò, ma non è colpa nostra
se ci sentiamo obbligati a ricordarlo, mentre a proposito de' fatti del
Campanella lo vediamo posto in dimenticanza, tanto che ci apparisce
necessario fare alcune considerazioni sull'argomento anche da questo
lato.

Cominciando dalle pratiche della congiura, naturalmente si ha che il
Campanella dovè trovarsi in mezzo a frati sbrigliatissimi, in mezzo
a fuorusciti con le mani lorde di sangue e di rapina; e tale fatto ha
potuto e potrebbe ancora dare a taluni motivo di scandalo. Ma oltrechè
in un disegno d'insurrezione erano in grado d'intervenire soltanto
persone manesche e poco timorate, non deve sfuggire che molto tristi
erano allora generalmente i costumi de' frati, molto tristi i costumi
delle persone che aveano un po' di forza nel braccio, tanto più se
appartenenti a classe elevata e nobile. A noi è sembrato di sognare
quando abbiamo letto nel libro della Colet, che «i conventi erano
allora l'asilo de' più grandi spiriti», e parimente nell'opuscolo
dell'Angeloni Barbiani, che «mentre tutto il laicato cadeva o
infiacchiva... una vita nuova s'agitava nei monasteri e la bianca lana
di S. Domenico era segnale di risorgimento e di moto»[19]. Il laicato
non era tutto fiacco, e se in molta parte era fiacco ed anche tristo,
ciò accadeva per l'influenza predominante de' monasteri; nè i monasteri
vanno giudicati per la presenza in essi di qualche rara individualità,
che d'altronde vi stava assolutamente a gran disagio, come si conosce
appunto in persona del Campanella. Tra le migliaia e migliaia di
persone, che indossavano la cocolla, od anche il ferraiolo nero de'
clerici, per menare vita rispettata e senza stenti, immune da' rigori
delle leggi dello Stato e dal pagamento delle tasse, doveano pure
esservi persone colte e persone amiche di libertà; tuttavia nel caso
nostro se ne ebbero in numero insignificante. Ma conviene persuadersi
che il fra Cristofaro del Manzoni, in tempi non molto lontani da quelli
del Campanella, fu veramente un riflesso della bella anima dello
scrittore, non il ritratto del frate del tempo, considerato anche
il caso raro del frate dabbene; e l'Innominato medesimo fu un tipo
eccezionale sotto il rispetto della sua qualità d'innominato, mentre a'
Signori prepotenti e carichi di delitti non dispiaceva punto di essere
chiamati col proprio nome e cognome, ma solo volevano che il loro nome
e cognome fosse pronunziato con gran timore. Basta percorrere pochi
volumi del Carteggio del Nunzio Aldobrandini, per capacitarsi delle
qualità de' frati in ispecie Domenicani, e pochi volumi de' Registri
_Curiae_, dell'Archivio di Napoli, per capacitarsi delle qualità de'
laici prepotenti in ispecie nobili; se ne avranno alcuni tipi nel corso
della narrazione nostra, e si vedrà che il Campanella venne a trovarsi
in mezzo a persone relativamente assai meno triste, ed anche in mezzo a
persone molto dabbene.

Circa l'essenza stessa della congiura, si sarebbe voluto e si potrebbe
ancora volere la dimostrazione di una vasta trama, forse anche con
depositi bene accertati di fucili e di cannoni, in somma con apparecchi
tali da riuscire a combattere efficacemente un colosso come la Spagna.
Ma nessuna congiura, nessun tentativo di ribellione, ha proceduto mai
in tal guisa; nè la gravità di una congiura, e peggio anche l'esistenza
di essa, va misurata co' grandiosi apparecchi, i quali anzi, se
sono grandiosi, menano a farla sventare con la massima facilità.
Analogamente ha potuto e potrebbe ancora sembrare, che le prediche del
Campanella sulle vicine difficoltà nelle quali si sarebbe trovato il
Governo, le sue sollecitazioni a raccogliersi, ordinarsi ed armarsi,
per profittare di quelle difficoltà e venire ad un diverso ordinamento
dello Stato, fossero sfoghi innocui di un visionario, cose da curarsi
con la noncuranza. Ma anche se il paese avesse allora goduto un regime
di libertà, si può metter pegno che gli alti Ufficiali dello Stato,
i Consiglieri napoletani medesimi non che i Magistrati, conoscendo
il nesso che si stabilisce tra il pensiero e l'azione, valutando le
conseguenze del pervertimento de' giudizii nelle moltitudini, non
si sarebbero mai mostrati fino a tal punto (chiamiamo le cose col
loro nome) scioperati o sleali. Noi che tendiamo a smarrire perfino
la nozione etimologica della parola _Stato_, noi che assistiamo
all'applicazione della teorica che sia lecito l'apostolato contro
la forma di Governo esistente, lecito il prepararsi ad un mutamento
radicale di essa facendone solo quistione di tempo e di opportunità,
noi che professiamo ottimo consiglio sempre il lasciar correre, lasciar
fare, lasciar passare, predicando poi con grande disinvoltura che è
difficile, difficilissimo il governare con la libertà, noi non possiamo
pretendere che il Governo, i Consiglieri e i Magistrati d'allora,
avessero dovuto pensare ed agire come noi. Trattandosi poi di una
dominazione straniera, è naturale attendersi che perfino un tentativo
appena adombrato sia stato ritenuto gravissimo, e subito schiacciato
da una repressione del tutto sproporzionata, con mezzi e modi feroci:
eppure si vedrà che la congiura del Campanella non fu un tentativo
appena adombrato.

Così la congiura come la repressione meritano pure di essere valutate
non solo in rapporto al tempo, ma anche in rapporto ai luoghi ed alle
circostanze. Vi furono trattative col Turco più o meno spinte, non
importa se condotte dall'uno più che dall'altro degl'incriminati; vi
furono al tempo medesimo insinuazioni che il Papa avrebbe aiutato
il movimento, che sollecito del benessere del Regno, feudo della
Chiesa, vi avrebbe messe le mani sue, e ciò mentre i Vescovi,
segnatamente in Calabria, si spingevano con ardore incredibile nelle
lotte giurisdizionali. Ecco più di quanto occorreva perchè non solo
gli spagnuoli ma anche i Consiglieri napoletani si mostrassero senza
pietà, e la gente illuminata come tutto il volgo, per diverse vie,
negasse ogni simpatia a' poveri incriminati, nè solamente a' tempi
della congiura, ma anche molti anni dopo e perfino qualche secolo dopo.
Si potè da parecchi, per commiserazione verso un uomo straordinario,
quando lo si vide caduto in un abisso di miserie, negare che egli
avesse concepito e menato innanzi una congiura, ma non mai scusare
questa congiura e giustificare le circostanze che dicevasi averla
accompagnata. Tali circostanze meritano un'attenta ponderazione;
gioverà quindi fermarci un poco sopra di esse.

Si era ancora ben lontani da' tempi ne' quali abbiamo visto
principalmente i fautori della Curia Romana acquistare e consigliare
l'acquisto de' valori turchi, facendosi sostegno della mezzaluna.
Allora i turchi erano i nemici aborriti del nome cristiano e della
santa fede, da doversi sempre maledire e combattere, nè poteva
perdonarsi a chi avesse solamente pensato a stabilire qualunque maniera
di relazioni intime con loro. Vero è che molti e molti calabresi non
la pensavano addirittura così, ed andavano a rifugiarsi in Turchia per
godervi la pace negata loro in patria, sicchè nella sola Costantinopoli
ve n'era una colonia molto numerosa, la quale in gran parte lavorava
nell'arsenale turco, ed abitava «un grossissimo casale» fabbricato
appunto da Ucciali-Alì presso la casa sua e detto la «Calabria nuova»,
come è attestato anche nella Relazione del Bailo Contarini. Ma tutti
costoro dall'universalità dei calabresi rimasti in patria erano
chiamati maledetti da Dio; e non occorre dire che da qualunque ceto del
rimanente del Regno, più o meno, si professava la medesima opinione,
e che gli spagnuoli la rincalzavano potentemente, contribuendovi del
pari il loro fanatismo religioso ed il loro interesse. Vi fu quindi,
allora e poi, un coro di vituperii sugli sventurati calabresi, che
aveano cercato di far coincidere la loro insurrezione con l'ordinaria
venuta autunnale de' turchi verso le coste di Calabria, e di procedere
d'accordo con essi anche consentendo che occupassero qualche punto
delle coste; ciò fece dire avere i congiurati disegnato di dar la
Calabria in mano de' turchi, i quali, non bisogna dimenticarlo, sino al
principio di questo secolo erano tuttora temuti anche come conculcatori
della fede cristiana, comunque già da un pezzo fossero in tramonto.
Gli esempî storici addotti dal Baldacchini e dal D'Ancona, per provare
che diversi Principi cristiani e il Papa medesimo più di una volta non
si erano peritati di stringere la mano a' turchi, e che quindi non era
stata poi gravissima la colpa del Campanella, se pure la commise, nel
trattare accordi col Cicala, potrebbero servire per uso nostro qualora
noi ne sentissimo il bisogno; ma non potranno mai servire ad attenuare
il fatto che Governo e paese, allora e poi, sentirono assai malamente
gli accordi del Campanella e de' patrioti calabresi co' turchi.

D'altro lato ancora peggiore fu l'impressione de' voluti accordi col
Papa, segnatamente nel ceto più colto, oltrechè negli spagnuoli; e
qui bisogna tener presenti anche le condizioni speciali del Regno
di Napoli. Se è vero che un paese, come un individuo, deve avere un
pensiero, un'aspirazione, uno scopo, senza il quale gli è impossibile
il vivere, l'unico pensiero che sottrasse alla morte le Provincie
napoletane può dirsi essere stato la lotta contro le pretensioni e le
cupidige della Curia Romana, la quale ad ogni menoma occasione ripeteva
essere il Regno di Napoli un feudo della Chiesa, temporaneamente dato
a governare al tale o tal altro col permesso dei superiori, potersi
sempre ripigliare dalla Chiesa quando lo credesse; anche il Carteggio
del Nunzio Aldobrandini, ne' tempi di poco anteriori a quelli de' quali
ci occupiamo, mostra che la Curia si fece un dovere di ricordarlo a
proposito della difficoltà mossa dal Vicerè Conte di Miranda intorno
all'esazione delle decime senza il consenso del Re[20]. Questa lotta
tenne accesa la lampada che per tante ragioni avrebbe dovuto spegnersi;
e non si possono leggere senza commozione i documenti che attestano
gli sforzi de' padri nostri, tanto più meritevoli di ammirazione, in
quanto che i Vicerè spagnuoli, per quell'affettato fervore religioso
che parve gran mezzo di ottima educazione e fu lo spegnitoio di ogni
sublime ideale, li lasciavano sovente scoverti di rimpetto alla Curia;
ed essi con le loro hortatorie affrontavano le scomuniche, le quali
avevano a quei tempi un'efficacia notevole, e potevano anche menare
direttamente a un processo di eresia, per la massima allora in corso
che coloro i quali fanno i sordi nella scomunica dànno a sospettare
di essere eretici. Non si trattava soltanto di custodire le ordinarie
prerogative dello Stato nelle ordinarie quistioni giurisdizionali, in
ciò altri Stati ancora, e massimamente Venezia, non tenevano allora
una condotta meno risentita della nostra; si era ognuno persuaso avere
gli ecclesiastici per divisa «tutto ci si deve e niente dobbiamo»,
ringalluzzendo sempre co' fiacchi e ristando solo co' forti, laonde
a nessuno veniva in mente mai d'«ignorare» ciò che essi facevano, di
«non curare» gli sfregi quotidiani alle leggi dello Stato. Ma qui in
Napoli si trattava di qualche cosa di più, si trattava di preservare
l'esistenza medesima dello Stato, minacciato di disfacimento e di
assorbimento da parte della Curia. Ognuno sapeva bene che due dinastie
da potersi dire proprie, già naturalizzate, aveano soccombuto per
guerre mosse dal Papato; ed erano sempre vive le ricordanze di un
Papa, Paolo IV Carafa, che ci aveva mossa direttamente una guerra
di conquista; laonde la vigilanza e l'oculatezza non parevano mai
sufficienti, si sospettava sempre altissimamente degli ecclesiastici,
si riteneva che essi fossero i veri e proprî nemici della patria.
Si potrebbe perfino dire che questa lotta d'indipendenza dalla Curia
avesse tenuti occupati gli animi in guisa, da attraversare per lungo
tempo i desiderî d'indipendenza dallo straniero, desiderî che non
mancavano punto, come l'attestano i parecchi documenti che ancora ne
rimangono malgrado la cura presa dagli spagnuoli per distruggerli, e
che sarebbe una buona azione evocare dall'oblio nel quale giacciono;
si sentiva la fatale necessità di cercare nelle forze di una grande
potenza quella tutela che le risorse sole del Regno non bastavano a
dare. Ad ogni modo questa lotta senza posa, questa repressione delle
esorbitanze ecclesiastiche, meticolosa, accanita, incessante, merita
di essere meglio conosciuta ed apprezzata, e la narrazione ci darà
campo di mostrarne qualche cosa. Non era un rabbioso pettegolezzo di
avvocati, come talvolta è accaduto di udire da persone pregevolissime
ma non bene informate delle cose napoletane, era il sentimento
pungente della patria in pericolo; e lo scopo fu raggiunto, e potrebbe
sorriderne soltanto chi giudicasse le cose con la scorta delle idee
de' tempi nostri, commettendo un solenne anacronismo. Lo Stato divenne
ciò che doveva essere, la personificazione della patria e il simbolo
della civiltà: a questo principio s'informò una schiera di dotti e
valorosi giuristi, e costituì una scuola che è il più gran vanto del
passato di Napoli, co' suoi pregi e co' suoi inconvenienti. A questa
scuola appartenne il Giannone, che non aveva odio personale contro
gli ecclesiastici, sibbene quel fondo di odio sentito da tutti coloro
i quali s'interessavano delle sorti dello Stato e vedevano negli
ecclesiastici i nemici della peggiore specie: così, naturalmente,
era vano attendersi, che il Giannone avesse mostrato simpatia pel
Campanella. Giurista positivo, considerando le pretensioni di lui a
riformare il mondo, dovea reputarlo perfino un ignorante, «col capo
pieno di varie fantasie, portentosi delirî, sorprendenti illusioni».
Difensore acerrimo dello Stato, considerando le giaculatorie Papesche
del filosofo e i vaticini tratti dall'Apocalissi, da varî Santi
e perfino dal Responsorio di S. Vincenzo Ferrer, onde ritenevasi
obbligato co' suoi frati a predicare la santa repubblica, dovea
reputarlo «un grande imbrogliatore», dovea esser condotto a tirare
al peggio ogni cosa, dando il massimo peso alle accuse ed anche alle
accuse più grossolane senza curarsi d'altro; e se avea percorso
gli Articoli profetali e l'Apologia, come è possibile, avendovi
letta quella frase «nos dolis et mendaciis collusimus ad vitam
servandam», qual maraviglia che nella sua mente abbia potuto sorgere
quel concetto così crudamente espresso? Con ogni probabilità, negli
ultimi ed infelicissimi anni della vita sua, egli dovè modificare
moltissimo i suoi giudizî intorno al povero frate da lui tanto
severamente trattato; dovè specialmente rincrescergli l'aver detto
che «a lungo andare pure seppe co' suoi imbrogli uscire dal carcere».
Noi facciamoci un dovere di non irritarci per le convinzioni altrui
quando non le dividiamo; e pel povero Giannone invochiamo piuttosto
che si elevi un segno, una memoria, un monumento, e meglio che altrove
dinanzi a quella cittadella di Torino ove patì quello strazio che
aspetta ancora un qualche lavacro espiatorio; la Monarchia medesima
dovrebb'esserne sollecita, poichè il confessare un errore non offende
ma rafferma l'opinione della nobiltà dell'animo. Intanto l'avversione
così profonda alla persona e all'impresa del Campanella, durata
ne' giuristi fino a' tempi del Giannone ed ancora più oltre, fa ben
comprendere l'avversione destata a' tempi della congiura e quindi
anche la feroce repressione che ne seguì. L'aiuto che il Papa avrebbe
dato all'insurrezione rappresentò una di quelle fandonie, che vanno
sempre sparse a piene mani quando si tratta d'incitare ad un movimento
insurrezionale; eppure il Governo non ne dubitò menomamente, e sebbene
avesse avuto ben presto motivo di disingannarsi, i parecchi incidenti
verificatisi durante il processo ridestarono senza posa i sospetti e
le diffidenze, e così pure li ridestarono in sèguito le professioni di
fede Papesca, che il Campanella non cessò mai di fare quando non vide
altra possibile speranza di aiuto che nel Papa. Lo stesso principio
da lui continuamente svolto, che per un buono assetto delle cose del
mondo fosse necessario l'avere riuniti in una persona sola il potere
spirituale e il temporale, ciò che del resto veniva a riferirsi
egualmente al capo della repubblica da lui concepita, doveva senza
dubbio farlo apparire agli occhi delle persone che s'interessavano
alle sorti dello Stato un nemico mortale del paese; e così possono bene
intendersi certi rigori e certi giudizii, apparsi sempre di difficile
spiegazione.

Ciò che sinora abbiamo detto, circa la feroce repressione della
congiura, comprende naturalmente anche il processo; ma su questo
conviene del pari fermarsi un poco. Sarebbe strana pretensione voler
trovare nel processo l'osservanza delle infinite guarentige che oramai
circondano l'accusato, e che alla sensività morbosa e alla svenevolezza
de' tempi nostri non sembrano ancora bastanti. Si riteneva che
l'efficacia e l'esemplarità della pena esigesse imprescindibilmente
l'applicarla alla minor distanza possibile dal giorno in cui il reato
era stato commesso; non si conoscevano le lungaggini e le procedure
macchinose, bastava un Giudice, un Fiscale ed un Mastrodatti aiutato
da' suoi scrivani, ed il mezzo di prova definitiva, mezzo deplorabile
ma già reso accetto dall'abitudine, era sempre la tortura, più o meno
spinta ne' casi ordinarî, assai spinta nei casi di lesa Maestà. In
tal guisa vedremo condotto innanzi il processo pe' laici, su' quali
il Governo avea la mano libera, bensì abbreviando i termini _ad
modum belli_, impiegando la tortura fin dalle prime informazioni e
servendosi di torture atrocissime, ciò che del resto era ammesso da
tutti i giuristi del tempo: il delitto di lesa Maestà dicevasi allora
«privilegiato», cioè tale da ammettere modi di procedura e mezzi di
rigore eccezionalissimi, mentre oggi è divenuto quasi privilegiato in
un senso diametralmente opposto; deve dirsi dunque che tutto fu fatto
in regola, almeno in quanto alla forma, pe' poveri congiurati laici.
Pel Campanella poi e per gli altri ecclesiastici vi furono dapprima due
frati a' quali venne ben presto associato pure un Vescovo, e più tardi,
in Napoli, vi furono due Giudici invece di uno, nominati entrambi dal
Papa, oltre il Fiscale e il Mastrodatti; ed anche furono impiegate le
torture durante il processo informativo e torture atrocissime, non di
meno sempre ne' limiti del dritto ed anzi col consenso espresso del
Papa; così, egualmente da questo lato, deve dirsi che tutto fu fatto
in regola. Senza dubbio ciò non significa punto che i risultamenti del
processo debbano ritenersi l'espressione della verità, come sarebbe
puerile il ritenerlo senz'altro pe' processi de' tempi nostri, massime
pe' processi politici, e tanto più dopo che vi abbiamo adottato
quella sorprendente maniera di farli giudicare: sempre occorrerà
di analizzarli con un penoso lavoro, senza preoccupazioni, senza
pregiudizii, con la conoscenza de' tempi, de' luoghi, delle persone,
di tutte le circostanze, a fine di rintracciarvi, ne' limiti del
possibile, la verità; ma non potrà mai esser lecito di rifiutarvisi
con una comoda pregiudiziale, poggiata su' troppi vizii dell'andamento
de' processi. Nel caso nostro il Baldacchini ha mostrato di credere
che pure a' tempi del processo del Campanella non si sia prestata
troppa fede alla congiura, poichè nel Carteggio del Nunzio con la
Corte di Roma si parla della «causa di _pretesa_ ribellione»: ma tale
era il linguaggio del tempo; finchè la sentenza non era pronunziata,
dicevasi il tale o tal altro _preteso_ reato, come ora dicesi la tale
o tal'altra _imputazione_ di reato. Ugualmente il D'Ancona trova nel
Giannone «preziosa» la parola di «processo _fabbricato_»: ma tale
era la parola in uso; _processus formatus_ traducevasi appunto in
_processo fabbricato_, e neanche per facezia si potrebbe in ciò vedere
la significazione di processo inventato. L'uno e l'altro poi notano
che le confessioni furono fatte _in tormentis_, e con parole di sdegno
si scagliano contro il modo allora usato di fare i processi: «Alcuni
vili uomini, i quali non avevano ufficio di magistrato, non stipendio,
non grado, nell'ombra del mistero raccoglievano, Dio sa come, le
pruove; quest'inquisitori o scrivani..., il cui nome solo mettea
spavento, facevano un traffico infame del loro mestiero, sempre, anche
nelle cause de' privati; pensate dove il governo accusava, giudicava
e condannava. Non v'era pubblica discussione del fatto, non libera
difesa dell'accusato; tal'era un giudizio criminale». In verità non può
non sorprendere che perfino dopo la conoscenza de' documenti trovati
dal Palermo, a proposito del processo del Campanella siano state
riprodotte le parole qui riferite, con l'asserzione che il Governo
non solo accusava, ma anche giudicava e condannava senza libertà di
difesa, mentre que' documenti mostravano addirittura l'opposto, ed
anche intorno alle atrocissime torture, sulle quali davvero non si
potrà mai passare alla leggiera, mostravano che i principali imputati
le aveano sofferte senza nulla confessare, eccetto il povero Campanella
che non era stato in grado di resistervi. Ma in somma donde mai dovrà
scaturire la verità in un fatto per lo quale vi è stato un processo
criminale, se non dall'esame di questo processo? Che non se ne debbano
accettare senz'altro i risultamenti, sta benissimo: anche i nostri
successori, liberati una volta dal pregiudizio tanto più grave del
cittadino-giudice, come noi siamo finalmente riusciti a liberarci
dal pregiudizio del cittadino-milite, convinti del santo principio
«ognuno al suo mestiere», avranno a fare su' risultamenti de' nostri
giudizii criminali una critica più fondata e non meno acerba di quella
fatta dal Baldacchini e dal D'Ancona su' giudizii antichi. Ci pare
proprio di udirli. «Dodici uomini per lo più inetti, scelti senza
criterii ragionevoli, senza obbligo della menoma nozione dì ciò che
è necessario ad un magistrato, spessissimo anche privi della più
discreta cultura mentre i codici già riboccavano di sottili distinzioni
giuridiche da potersi bene intendere solamente dietro appositi studî,
assistevano allo svolgimento del giudizio e davano i pronunziati, Dio
sa come, sul fatto: questi cittadini-giudici o giurati, il cui nome
riempiva di speranza i colpevoli e i loro avvocati, sottostavano a
tutte le influenze, seduzioni e peggio, non foss'altro, per la loro
incapacità; e se disgraziatamente taluno di essi conosceva o pretendeva
di conoscere la legge, costui trascinava tutti gli altri dove voleva,
perocchè mentre doveano decidere nel silenzio e nel raccoglimento,
non essendo ammessa la discussione fra loro, questa si faceva sempre
e ad onore e gloria del più inframmettente e capace d'imporsi. Il
Governo teneva i così detti giudici del dritto, magistrati con grado
e stipendio, ma erano destinati ad ascoltare e tacere, ad esser
complici di errori grossolani e rendersi indifferenti al giusto
e all'ingiusto, mentre il Presidente, occupatissimo, dovea fra le
altre cose affaticarsi a far comprendere agl'ignoranti giudici del
fatto le sottili distinzioni ammesse dal codice ne' diversi reati,
senza riuscirvi novanta volte su cento per l'intrinseca natura delle
cose; gli avvocati liberissimi nel dire, prolungare ed intralciare,
poichè i riguardi doveano concedersi agli accusati anzichè alla
società che accusava, agli uomini implicati ne' delitti anzichè agli
infelici giudici costretti ad abbandonare il lavoro proprio non per
giorni ma per settimane, trasmodavano in tutti i sensi per far colpo
sugl'ignoranti, su' quali non poco pesava pure l'atteggiamento della
maggior parte del pubblico che prendeva interesse nel giudizio,
intervenendovi come ad una scuola d'istruzione sul miglior modo di
perpetrare i delitti e scansarne la pena. Così i pronunziati intorno al
fatto venivano fuori per lo meno a caso, le sentenze doveano calcarsi
su que' pronunziati e tutto si guastava; i cittadini medesimi cercavano
con ogni mezzo di scansare tale ufficio, poichè non era permesso
il rifiutarvisi, ma grosse multe obbligavano a godere e far godere
i beneficî di quest'aurea libertà; tal era un giudizio criminale».
Bisognerebbe disperare de' miglioramenti serii delle istituzioni umane,
per ritenere che siffatta critica, da potersi allargare e prolungare
per un volume, non abbia ad essere pronunziata da' nostri successori:
così Dio pietoso non voglia che abbiano a pronunziarla con maledizioni
verso di noi imbevuti di dottrinarismo fino a smarrire il senso della
realtà, dominati da pregiudizii assai più che non crediamo, molto
spesso repugnanti a predicare su' tetti ciò che riconosciamo tra le
mura domestiche, ed avviati pur troppo a mostrare, dolorosamente, che
non è tanto difficile conquistare un gran bene quanto è difficile
conservarlo. Ma essi non si rifiuteranno certamente a discutere i
processi de' tempi nostri; bensì li vaglieranno con tutta la cura
possibile, costretti a guardarsi dalle esagerazioni che abbiamo
introdotte in un certo senso, dopo quelle che hanno dominato in un
senso opposto.

Che si tratti di quistioni estremamente ardue, è stato già ammesso
da coloro i quali hanno voluto vedere un po' addentro nel fatto della
congiura del Campanella. E veramente ogni imputazione politica grave,
massime in tempo di servitù, suscita sempre nell'animo dello storico
una perplessità inevitabile, se non sull'esistenza medesima della
colpa ventilata, almeno sulla precisa indole ed estensione di essa.
Ma la perplessità cresce a mille doppi nel fatto del Campanella,
trattandosi di un'imputazione politica complicata da un'imputazione
religiosa, seguita da processi senza dubbio formati in tempi orribili
per oscurantismo, efferatezza e rapacità, presso al sorgere pauroso
di un nuovo secolo, tra lotte giurisdizionali accanite, sospetti
governativi eccitati, malumori popolari profondi, inimicizie cittadine
roventi, odii frateschi implacabili; aggiungendovi lo zelo ferocemente
interessato de' primi Inquisitori, le torture e spoliazioni inaudite,
il terrore universalmente diffuso, la sollecitudine in molti e
nello stesso Campanella di salvarsi ad ogni costo, il guiderdone
apertamente dimandato da alcuni plebei, e non meno apertamente ambito
da alcuni nobili, si ha un cumulo di quistioni non solo oscure, ma
anche complesse ed intralciate al più alto grado. Chi si è lusingato
di avere pienamente risoluto il problema, in un modo o in un altro,
uscirà presto d'illusione, quando da' nuovi documenti saprà che uno
de' Giudici ecclesiastici, antico Inquisitore e peritissimo nella
materia processuale, il Vescovo di Termoli, reputava il processo di
eresia «malissimamente fondato» e riteneva anche il fondamento del
processo di congiura «molto tenue anzi falso»; invece un altro Giudice
successo al primo, originariamente avvocato, non meno avveduto ed anche
esercitato nelle cose del S.^to Officio e ne' più alti negozii, il
Vescovo di Caserta, non aveva il menomo dubbio sulla verità di entrambe
le imputazioni e trovava anzi nell'una un valido appoggio per l'altra,
Difatti, tutto considerato, la congiura del Campanella ci si prosenta
senza mezzi termini, o come una macchinazione da parte sua per un
audacissimo tentativo di rivolgimento politico e religioso ad un tempo,
o come una macchinazione da parte del Governo per estinguere anche
la più lontana velleità di un rivolgimento. D'altronde, giustamente
o ingiustamente, i processi vennero a costituire il Campanella in una
posizione giuridica tale, da non avere innanzi a sè che una di queste
due vie: o sobbarcarsi all'ultimo supplizio, sia montando rassegnato,
come Maurizio de Rinaldis, sulla scala della forca, sia montando
alteramente, come allora appunto faceva in Roma Giordano Bruno, sul
rogo dell'inquisizione; ovvero adoperare tutti gli accorgimenti,
i cavilli, le finzioni ad ogni costo, che poteva suggerirgli il
suo ingegno versatile e sottilissimo. Egli prescelse quest'ultima
via, e disse, disdisse, accusò, scusò, non potè resistere, fece la
sua confessione ne' tormenti; di poi, propriamente nella faccenda
dell'eresia, si mostrò pazzo, ed appunto per questa pazzia, alla quale
non si prestò credito, ebbe quel tormento crudelissimo da lui medesimo
narrato non senza qualche garbuglio, lasciando per lo meno nel buio
perchè e da chi l'avesse avuto; in tal guisa egli giunse a sottrarsi
alla morte dal lato dell'eresia e a pigliar tempo dal lato della
congiura, tanto da essere poi lasciato in una prigionia indefinita,
onde il fatto della sua pazzia ci è apparso importante al punto,
da doverlo notare fin sul titolo di questo libro. Nessuno potrebbe
legittimamente fargli un rimprovero di avere prescelta la seconda via
anzichè la prima, e si vedrà che egli aveva una ragione riposta, un po'
più alta di quella della propria conservazione, per non comportarsi
altrimenti: ma è chiaro che egli più di tutti dovè contribuire ad
addensare le nebbie intorno alle cose sue, non solo quando si trovò
sotto l'enorme pressione de' testimoni e de' Giudici, ma egualmente
durante e dopo la lunga e terribile prigionia; è chiaro che egli dovè
con le notizie date ne' suoi scritti svariatissimi sconvolgere in tutti
i sensi i fatti processuali, fino a rimanerne i suoi più cari amici
crudelmente bistrattati, le sue convinzioni intime ostentatamente
rigettate e con ogni probabilità dissimulate per tutto il rimanente
della sua vita.

Adunque non è possibile sentenziare in fretta e in furia sopra
quistioni di loro natura intralciate, e divenute studiatamente sempre
più intralciate: bisogna procedere oltremodo riguardosi e cauti,
attingere a tutti i fonti, investigare, vagliare, confrontare, e
questo, lo diciamo francamente, ci mantiene alquanto angustiati.
Giacchè ci accade spesso di leggere tirate contro i così detti
infarcimenti di erudizione, contro la facile erudizione, contro
l'analisi minuta, ed inni alla forza d'intuizione, alla potenza della
sintesi e ad altrettali parole rumorose. La facile erudizione! Forse
per questa facilità si trovano sempre quasi deserte o affatto deserte
le sale di studio degli Archivii, tanto che si è mostrati a dito, e
spesso con taccia di stravaganza, allorchè vi si accede piuttosto
frequentemente; forse per questa facilità avviene altrettanto,
allorchè si accede alle pubbliche Biblioteche e vi si dimandano
libri di vecchia data. Pur troppo ogni lavoro che sforzi chi legge ad
occuparsi sul serio è preso in uggia, ed assai sovente lo si dichiara
indigeribile, sol perché le facoltà digerenti sono affievolite. Ma
non c'è rimedio: il Campanella non è di que' soggetti che si possano
capire a prima vista, e in sèguito delle sue traversìe dovè rendersi
tanto più riboccante d'incognite da tutti i lati; basta vedere che con
la medesima chiarezza egli è apparso ad alcuni monarchico e cattolico
per eccellenza, passionato fautore della Monarchia di Spagna e del
Papato, ad altri è apparso uomo senza alcuna religione ed alcuna fede,
canzonatore degli spagnuoli e del Papa. Bisogna dunque ingegnarsi a
rifarne la storia con più numerosi documenti e più retti criterii,
lasciare da parte i voli pegasèi, ed attenersi ad un viaggio pedestre,
abbastanza faticoso, molte volte noioso; con tutto ciò non lasciarsi
nemmeno illudere dalla speranza di aver detta l'ultima parola, ma
contentarsi di avervi con qualche efficacia spianata la via e farsi un
dovere di agevolarne in tutti i modi l'accesso. Ecco quindi, in pochi
cenni, l'andamento dato alla nostra narrazione.

Indispensabili ci sono apparse le seguenti cose. Cominciare a parlare
del Campanella fin dalla sua nascita, per accompagnarlo passo passo
ne' suoi studii, nelle sue amicizie, nelle sue peregrinazioni, ne'
suoi primi incontri col S.^to Officio, che non furono pochi nè di
poca importanza: si avranno così tante notizie che aiuteranno di
molto a conoscere non solo l'uomo, i suoi tempi, le sue relazioni,
ma anche certi fatti in intima connessione con quelli della congiura
e consecutivi processi, giacchè vi sono da questo lato antecedenti
degni di molta considerazione. Tener presenti le opere d'ingegno da
lui successivamente composte, indagandone con ogni diligenza le date
della composizione ed anche della ricomposizione per quelle in buon
numero che furono ricomposte, non senza notarvi in pari tempo taluna
delle varianti introdottevi quando riesca possibile: le vicende del
Campanella non doverono avere poca influenza sulle idee che egli venne
a manifestare, e i lunghi cataloghi delle sue opere, così come li
abbiamo, senza la data rispettiva di ciascuna, non contribuiscono a
far intendere l'atteggiamento suo ne' diversi tempi, ma invece possono
menare come hanno menato a notevoli abbagli. Non lasciare indietro
alcuna nozione delle persone e delle cose del tempo, dovendo cercar
lume da per ogni dove, apprezzare le circostanze in mezzo alle quali si
potè pensare a un disegno d'insurrezione, giudicare ciascuno di coloro
i quali vi presero parte effettiva o supposta, o vi ebbero in qualunque
modo relazione: specialmente per quelle persone che condivisero col
Campanella le esultanze, gli errori, i meriti, le tristi conseguenze,
non si potrebbe in altro modo valutare l'atteggiamento che assunsero,
la credibilità di ciò che dissero; e la cosa medesima vale pe'
persecutori, pe' Giudici e via via fino alle supreme Autorità dello
Stato e della Chiesa. Appellarsi di continuo a' documenti, far
parlare essi medesimi sempre che si può, citare i fonti di qualunque
fatto che si asserisca, anche se pel momento non sembri di una certa
importanza: abbiamo troppe volte avuto motivo d'indignarci, perchè,
nel caso di materie molto quistionabili, gli scrittori non si siano
creduti in dovere di citare i fonti, per documentare le loro assertive
e facilitarne contemporaneamente lo studio agli altri che vi avrebbero
atteso in sèguito; nel caso attuale, certamente quistionabile ancora,
sarebbe grave la mancanza delle citazioni e di tutte le dilucidazioni
opportune, tanto più che infine non occupano un grandissimo spazio, e
coloro i quali non vi prendono interesse possono saltarle.

Da un lato solo forse ci siamo veramente lasciati trasportare un po'
troppo, dal lato delle memorie di Napoli, avendo spesso abbondato
in particolari nel farne menzione. Ma ci ha arriso la speranza che
i napoletani avrebbero gradito leggere questa narrazione, e rilevato
con compiacenza il ricordo delle cose del tetto nativo. Considerando
l'interesse destato sempre da quelle scene, in verità abbastanza
luride, che s'intitolano dal Masaniello, nelle quali, tra mille rovine,
una plebe sfrenata faceva pur sempre udire le rauche grida di Viva
il Re di Spagna, ci è parso impossibile che altrettanto interesse non
sarebbe riuscita a destare la congiura che s'intitola dal Campanella,
la sola che preparava il grido d'indipendenza, recando poi tanto
strazio ad uno di coloro i quali hanno maggiormente onorata la patria.
E se ci fossimo ingannati? Ce ne increscerebbe molto per l'editore,
giacchè per la prima volta abbiamo trovato un vero e proprio editore;
quanto a noi, siamo già abituati ad avere solamente quel premio che dà
a sè stesso il dovere adempiuto.



Nella fine di luglio 1598, fra Tommaso Campanella, dopo parecchi anni
di assenza, se ne ritornava nella sua Calabria, e fermatosi un poco in
Nicastro si riduceva poi direttamente a Stilo suo luogo natale. Quivi,
scorso appena un anno, nell'agosto 1599, si trovò imputato di quella
rinomata congiura che s'intitolò dal suo nome, per la quale la Calabria
fu aspramente percossa, parecchi furono giustiziati, moltissimi
dispersi e spogliati de' loro beni; ed egli, con un gran numero di
compagni laici ed ecclesiastici, tradotto a Napoli soffrì un doppio
processo, di congiura e di eresia, fu costretto a mostrarsi pazzo per
qualche tempo, ne riportò immani sevizie e 26 anni di carcere. Questo
fatto capitale della vita del Campanella noi intendiamo di narrare; ma
gioverà vedere con ogni diligenza tutti i precedenti del filosofo, non
solo per rettificare diverse cose ed aggiungere ulteriori notizie a
quanto si conosce della sua biografia, ma principalmente per rilevare
diverse circostanze rimaste oscure od ignote, e tutto ciò che può
dare un po' di luce appunto nella tenebrosa faccenda della congiura e
dell'eresia.



CAP. I.

PRIMI ANNI DEL CAMPANELLA E SUE PEREGRINAZIONI. (1568-1598).


I. Si conosce oramai per documenti essere il Campanella nato in Stilo,
il 5 7bre 1568, da Geronimo e Caterina Martello, ed essere stato
battezzato col nome di Gio. Domenico, il 12 7bre, nella Chiesa di S.
Biagio al Borgo, che le scritture dell'Archivio di Stato ci rivelano
a que' tempi una delle cinque Chiese parrocchiali della città, oggi
ridotte a tre. Coloro i quali poterono consultare i libri della
detta parrocchia, che furono poi dispersi col sacco dato a Stilo
da' briganti il 29 agosto 1806, assicurano di avervi letto questo
brano: «A 12 settembre 1568. Battezato Giovan Domenico Campanella
figlio di Geronimo, e Catarinella Martello nato il giorno cinque, da
me D. Terentio Romano Parroco di S. Biaggio del Borgo»[21]. La data
della nascita ha avuto pure una conferma, degna di menzione, nelle
notizie trovate in un processo celebre del 1630, che si conserva
nell'Archivio di Stato in Roma e che fu illustrato dal Bertolotti,
quello dell'infelice D. Orazio Morandi Abate di S.ª Prassede, colpito
dallo sdegno di Urbano VIII irritato contro gli Astrologi che aveano
cominciato a presagire e a divulgare imminente la sua morte: quivi,
in un registro delle «natività» di molti personaggi distinti, si
legge anche la natività di fra Tommaso Campanella con la data «An.
1568, Mens. Sept., Die 5, Hora 12, Min. 6. Hor. p. m.»; così rimane
pienamente eliminato il dubbio, che quel Gio. Domenico notato ne'
libri parrocchiali potesse non essere colui il quale prese poi il
nome di fra Tommaso[22]. Ma in quanto alla sua madre, dobbiamo dire
che appunto nel processo di eresia pe' fatti di Calabria si legge un
interrogatorio da lui sottoscritto, nel quale essa è detta «Caterina
Basile»[23]: non potendo negar fede a un documento simile, accorderemmo
tutt'al più che questa Basile sia stata una 2ª moglie di Geronimo,
madrigna di fra Tommaso nel tempo della carcerazione. Si trovavano
con lui carcerati egualmente Geronimo suo padre ed anche Gio. Pietro
suo fratello (circostanza sinoggi ignorata), ed egli forse stimò
bene evitare una dichiarazione, la quale avesse potuto sembrare
difforme dalla dichiarazione che questi suoi parenti avrebbero fatta;
ad ogni modo non sapremmo rinunziare in alcuna guisa alla notizia
che fornisce il documento nostro. Dobbiamo aggiungere che ci siamo
occupati di cercare qualche lume ne' Registri della _Numerazione de'
fuochi_ esistenti nell'Archivio di Stato in Napoli; ma precisamente
all'epoca di fra Tommaso vi si trova una lacuna, che ci ha tolto di
saperne altro. Abbiamo bensì potuto rilevare che gli antenati del
Campanella in origine si cognominavano «Loli» ed ebbero in sèguito
il cognome «Campanella», come pure che taluno di loro si ridusse a
prendere domicilio in Stignano, casale di Stilo lontano da esso un
cinque a sei miglia[24]. Vedremo or ora che il padre di fra Tommaso
fece anch'egli lo stesso più tardi, onde allora e poi si tenne da
alcuni l'erronea credenza che il Campanella fosse nato in Stignano;
ma nell'interrogatorio medesimo anzidetto, e troppe altre volte nelle
sue opere e nelle sue lettere, il Campanella si disse di Stilo, e fino
a non molti anni fa, presso la Chiesa di S. Biagio, vi si mostrava la
casa in cui egli nacque; oggi se n'è perduta qualunque traccia!

La sua famiglia ci risulta in umile stato, priva di beni di fortuna
ed anche della più elementare cultura. Non una volta il filosofo ebbe
a dire di esser nato povero[25]; ma è parso al Berti che la famiglia
dovesse ritenersi educata ed autorevole, specialmente perchè uno zio
di fra Tommaso fu lettore di dritto nell'Università di Napoli, una
sua sorella fu donna istruita, e suo padre e un prossimo congiunto
ebbero l'onore di rappresentare la città di Stilo[26]. Tutto ciò ha
bisogno di essere rettificato: vedremo più in là che lo zio non fu
propriamente lettore dello studio pubblico, e quanto alla sorella o
meglio cugina Emilia, il Campanella medesimo ci lasciò scritto che
era convulsionaria, e si mostrava di tratto in tratto chiaroveggente
e sapientissima in Teologia «senza imparare»[27]; nè il padre fu
veramente uno degli eletti della città di Stilo quando nel 13 7bre
1541 gli Stilesi espulsero il Duca di Nocera, come è stato affermato
dal Capialbi, perocchè a quell'epoca Geronimo padre del Campanella
era appena da pochi anni nato, sibbene molto più tardi fu sindaco
del casale di Stignano, ed allora bastava la qualità di uomo probo
per esser chiamato a tali ufficii. Egli poi in uno de' documenti che
lo riguardano, da noi rinvenuto nell'Archivio di Stato, affermava
di vivere nobilmente delle sue sostanze: ma era questo un ripiego
frequentemente usato per sottrarsi alle tasse, perocchè, col «non
fare arte nisciuna» si pretendeva, ed era riconosciuta, la qualità di
gentiluomo e l'immunità specialmente dal testatico[28]. Certo è che il
processo di eresia dibattuto in Napoli, al quale dobbiamo spessissimo
appellarci perchè ricco di notizie di ogni genere bene accertate,
ci mostra Geronimo padre e Gio. Pietro fratello del Campanella
esercenti entrambi l'umile mestiere del calzolaio, ed oltracciò
entrambi analfabeti[29]; ci mostra ancora, a quell'epoca, la famiglia
di Geronimo in Stignano composta di 9 donne tra figlie e nipoti in
una grande miseria, delle quali sono menzionate soltanto Costanza
che abbracciò la vita monastica, Lucrezia che prese marito ed andò
a risedere alla Motta Gioiosa, Giulia ed anche Emilia cugina, figlia
dello zio; ci mostra infine un fratello del Campanella a nome Giulio,
che andò a risedere egualmente alla Motta Gioiosa, e l'altro a nome
Gio. Pietro dimorante in Stilo. Unicamente il piccolo Gio. Domenico,
pel suo svegliato ingegno, fu mandato a scuola dalla più tenera età,
ma non studiò altro che grammatica, e poi due anni di logica e fisica
di Aristotile, indossando da fanciullo l'abito di chierico, che più
tardi mutò in quello di S. Domenico[30]. Possiamo perfino dare il
nome del suo probabile maestro di grammatica: questi dovè essere
Agazio Solea, poichè uno de' frati i quali gli furono poi compagni
di sventura, fra Pietro Presterà di Stilo suo costante ed efficace
amico, depose di averlo conosciuto «piccolo alla scola», ed in un altro
processo posteriore di S. Officio contro questo fra Pietro, un Vincenzo
Ubaldini di Stilo depose di essere stato con costui alla scola presso
il grammatico Agazio Solea[31]. Oggi in Stilo si mostra ancora una
casa annessa alla Chiesa di S. Biagio, appartenuta al Parroco della
Chiesa maestro del Campanella: ma se Agazio Solea fosse stato Parroco,
difficilmente in un processo ecclesiastico sarebbe stata omessa tale
sua condizione.

Certamente le speciali attitudini del piccolo Gio. Domenico decisero il
padre a favorirlo nelle sue tendenze allo studio, avendo mostrato ben
presto un intelletto acutissimo straordinariamente accoppiato ad una
memoria prodigiosa. Anche per un frenologo egli sarebbe stato soggetto
di studio del più alto interesse; poichè presentava sette prominenze
molto appariscenti nel suo capo, e vedremo in sèguito che egli riteneva
que' «sette monti» qual dono di Dio.

Come abbiamo avuto occasione di dire, il padre emigrò con la famiglia
da Stilo a Stignano. Il Campanella medesimo ci lasciò la notizia
di tale fatto, dicendo che mentre si trovavano emigrati in Stignano
sopravvenne la peste, introdotta mediante panni da Algieri in Messina,
quindi da Messina in Placanica e Stignano per colpa del Barone di
Placanica, e suo padre che presedeva a quella terra estinse la peste
salvando sè e la famiglia[32]. Non sapremmo dire con precisione in
quale anno sia accaduto tale fatto, ma dovè accadere non molto tempo
prima che il Campanella vestisse l'abito di S. Domenico; poichè da
una parte le sue parole lasciano intendere che si trovò egli pure in
Stignano a quell'epoca, ed oltracciò nel processo più volte menzionato
leggiamo che un frate appunto di Stignano, fra Domenico Petrolo
suo compagno di sventure, disse di averlo conosciuto fin da che era
«prevetello» (_int_. piccolo prete); d'altra parte se egli aveva già
studiato la logica in Stilo e tutti gli altri suoi studii furono poi
fatti durante la sua vita monastica, ne consegue che dovè rimanere
in Stignano non molto tempo. Certamente egli vi rimase per tutto
il tempo in cui ebbe a soffrire una quartana ostinata, che sappiamo
averlo afflitto durante sei mesi, mentre pure in età più tenera ne
avea sofferto rimanendogli un male di milza. Il Berti ha fatto notare
che nell'opera _Medicinalium_ il Campanella ci lasciò scritto essersi
risanato tutte e due le volte mediante le cure magiche di una donna;
noi aggiungiamo che da un'altra opera, quella _De Sensu rerum_, si
rileva essere avvenuta una di queste cure, e naturalmente la seconda,
mentre egli già vestiva l'abito di frate, poichè si ebbe per essa «la
licenza del suo priore dottissimo e Teologo»[33]. E però siffatta
credenza nelle arti magiche non può addebitarsi esclusivamente al
Campanella, come il Berti ha pensato, mentre vi partecipavano, comunque
indirettamente, i Priori e i Teologi.

Sarà bene pertanto rammentare ciò che trovasi registrato nel _Syntagma
de libris propriis_, intorno agli studii della sua piccola età,
e alle circostanze che accompagnarono la sua risoluzione di farsi
frate. Noi terremo sempre un conto speciale delle notizie consegnate
in quest'opera, comunque ci risulti abbastanza inesatta: non abbiamo
nulla di meglio da poter tenere per guida, e d'altronde ci proponiamo
di discuterne ogni punto in cui appariscano notizie difformi da quelle
di altre fonti, ovvero anche semplici indizii di poca esattezza. Ecco
quanto vi si legge circa il periodo che stiamo trattando. «Veramente
ancora quinquenne attesi con tanto ardore a' rudimenti letterarii
ed alla pietà, da riporre nell'animo tutto ciò che i genitori e gli
avi e i predicatori dicessero delle cose sacre ed ecclesiastiche.
A tredici anni aveva appreso le regole della grammatica e dell'arte
versificatoria in guisa, da poter dettare in prosa ed in verso quanto
piacesse, e diedi fuora molte poesie, ma non robuste: indi a poco
incogliendomi una quartana durata sei mesi, a circa 14 anni e mezzo
avvenne che mio padre volesse mandarmi in Napoli, chiamatovi da Giulio
Campanella lettore di giurisprudenza: ma contemporaneamente volli far
professione nella religione de' Domenicani, avendo udito di essa un
eloquente predicatore e gustato dal medesimo i principii della logica,
massimamente poi essendo rimasto preso dalla storia di S. Tommaso e
di Alberto Magno»[34]. Adunque fin da che dimorava in Stilo, sotto
l'influenza del P.^e predicatore Domenicano suo maestro di logica,
egli volgeva in mente di vestir l'abito di frate; ma vi si decise in
Stignano, mentre gli si faceva premura dal padre e dallo zio Giulio
lettore in Napoli di recarsi in questa città per attendere allo studio
della legge. Chi era questo zio Giulio, e dove e quando il Campanella
vestì l'abito di frate?

Uno degli eruditi calabresi dimorante in Napoli nel principio di
questo secolo, Michelangelo Macri citato dal Capialbi, trovò un
Giulio Cesare Campanella di Stilo nell'albo de' dottori, laureato
il 6 marzo 1585; noi abbiamo trovato nel _Liber juramentorum_ il suo
giuramento autografo prestato appunto nel marzo 1585[35]. Riflettendo
a questa data, verrebbe in mente che costui non potesse insegnare
nell'epoca indicata dal _Syntagma_, cioè a dire verso il 1582, tre anni
prima di aver presa la laurea: invece bisogna sapere che per antica
consuetudine, in Napoli, coloro i quali volevano aprirsi una carriera,
innanzi di laurearsi e mentre erano soltanto licenziati o «professi»
come allora si diceva, solevano dimandare ed ottenere annualmente un
permesso di fare una determinata lettura, quando non si prendevano
tale permesso da loro; poichè non si faceva allora un mistero che il
privato insegnamento servisse, come fino ai giorni nostri ha servito,
principalmente all'insegnante, per dargli occasione di rifare molto
meglio la propria istituzione e procurargli nel medesimo tempo qualche
sussidio. E c'è motivo di ritenere che Giulio Campanella abbia dovuto
allora leggere le «Instituta juxta textum», non altra materia, e
ben inteso nella qualità di privato insegnante, senza essere, come
allora si diceva in un linguaggio privo di orpelli, «salariato dalla
Regia Corte». Poichè appunto nel 1582, il Cappellano maggiore che
presedeva al pubblico studio, e che era D. Gabriele Sanches successo
in quell'anno a Fabio Polverino Vescovo d'Ischia, si mostrò severissimo
contro i privati insegnanti ed anche contro i lettori pubblici i quali
facevano in casa letture che non fossero delle «Instituta», mettendo
in istretto vigore un vecchio Bando rimasto sempre inascoltato, e
intraprendendo una delle meglio riconoscibili persecuzioni contro
gl'insegnanti privati[36]. Giulio Campanella era dunque un insegnante
privato e del tutto novizio, evidentemente uno di coloro i quali si
sforzavano di uscire dal basso stato della propria famiglia, secondo
il tipo dello studente che veniva dalla provincia in Napoli a farsi
dottore, tipo espostoci da varii scrittori napoletani pe' quali le cose
del tetto natio non hanno perduto le loro attrattive[37]; nè giunse
poi a far carriera, non trovandosi più alcuna memoria di lui ne' tempi
posteriori.

Circa l'epoca in cui il Campanella vestì l'abito religioso, abbiamo
veduto che nel _Syntagma_ si legge essere ciò avvenuto a 14 anni e
mezzo della sua età: ma dobbiamo dire che nella _Philosophia sensibus
demonstrata_, scritta in un tempo più vicino al fatto, si legge a 14
anni, ed ancora il Campanella medesimo nel processo di eresia avuto
in Napoli depose parergli essere entrato nella religione il 1581,
vale a dire a 13 anni[38]. La differenza non è molta; può ritenersi
per termine medio il 1582, e rimane il fatto che vestì l'abito in
giovanissima età, come per altro si costumava allora generalmente,
dimostrandolo la più gran parte de' frati che vedremo figurare in
questa narrazione. Circa il luogo poi, troviamo da' biografi indicato
Stilo e il suo piccolo convento di S. Maria di Gesù; ma le notizie
emergenti dal processo dibattuto in Napoli non lo confermano. Il
Campanella medesimo allora diceva di aver preso l'abito alla Motta
Gioiosa, ma lo diceva mentre mostravasi pazzo, e quindi non può
prestarglisi molto credito. Due frati invece deposero che fu dapprima
novizio in Placanica, ed anzi uno di loro lo disse esplicitamente
«figlio del convento di Placanica», la quale terra trovasi a non più
di un miglio e mezzo da Stignano, dove appunto era già domiciliata la
famiglia del Campanella. Tre altri frati dissero che fu novizio in
S. Giorgio, ed uno di loro aggiunse che vi fu nel 1585 e poi passò
studente a Nicastro, volendo forse dire che fu a S. Giorgio fino
al 1585, e dopo questa non breve permanenza in S. Giorgio passò a
Nicastro, la quale ultima circostanza ci risulta assolutamente ignorata
finora[39]. Di certo in un convento egli prese l'abito col nome di
Tommaso, e questo dovè essere il convento di Placanica, in un altro
fece di poi il suo noviziato, e questo fu indubitatamente il convento
di S. Giorgio: tale passaggio da un convento all'altro vedesi accennato
anche nel _Syntagma_, col racconto di tutto ciò che il Campanella fece
in S. Giorgio, senza per altro alcuna menzione della successiva fermata
in Nicastro, che realmente pare essere stato il luogo in cui ebbe a
compiere i maggiori suoi studii. Dopo il ricordo che avea voluto far
professione nella religione de' Domenicani, ecco come nel _Syntagma_
seguita il racconto delle cose del Campanella. «Mandato dunque di poi
nel convento della terra di S. Giorgio per udire le lezioni di logica
e di filosofia, venendo il Signore della terra per la prima volta nel
suo auspicato dominio, tra un gran concorso di popolo e di gente vicina
recitai un'orazione da me composta in verso eroico con un'ode saffica,
e molti versi da me dettati veggonsi ancora scolpiti così nella nostra
Chiesa come nell'arco trionfale. Inoltre scrissi in forma ristretta e
compendiosa le lezioni intorno alla logica, alla fisica ed all'Anima.
Di poi essendo inquieto, poichè pareami che nel Peripato campeggiasse
non la verità sincera ma piuttosto il falso in luogo del vero, esaminai
tutti i commentatori di Aristotile, Greci, Latini ed Arabi, e cominciai
ad esitare maggiormente ne' loro dogmi, e però volli indagare se le
cose che essi affermavano si leggessero pure nel mondo, il quale dalle
dottrine de' sapienti appresi essere il codice vivente di Dio. E non
potendo i miei maestri soddisfare agli argomenti che io esternava
contro le loro lezioni, stabilii di percorrere io medesimo tutti i
libri di Platone, di Plinio, di Galeno, degli Stoici, de' seguaci di
Democrito, ma principalmente i libri Telesiani, e compararli col codice
primario del mondo, per conoscere, mercè l'originale ed autografo, che
cosa le copie contenessero di vero o di falso». — Circa il ricevimento
fatto al Signore di S. Giorgio, dobbiamo innanzi tutto rilevare
che l'orazione pronunziata dal Campanella consistè in una poesia,
verosimilmente italiana perchè riuscisse più o meno intelligibile, e
non fu un'orazione latina come parve al d'Ancona[40]; dobbiamo inoltre
dire che Signore della terra di S. Giorgio era allora Giacomo Milano,
figliuolo di Baldassarre, il quale ne fu poi creato Marchese da Filippo
II il 18 febbraio 1593, come ci fece conoscere con la sua abituale
diligenza il Baldacchini[41]. Dal canto nostro possiamo aggiungere che
ne' Registri delle _Significatorie de' Relevii_ esistenti nel Grande
Archivio di Napoli, trovasi indicata la data degli 11 marzo 1585 come
quella in cui Giacomo Milano fece l'ultimo pagamento delle tasse qual
successore di Baldassarre suo padre, benchè costui fosse morto fin dal
gennaio 1573; e però l'epoca probabile della sua visita alla terra
di S. Giorgio si riscontra abbastanza esattamente con quella della
dimora di fra Tommaso colà. Ma dobbiamo aggiungere ancora, che moglie
di questo Signore fu Isabella del Tufo, sorella di Gio. Geronimo 4º
Marchese di Lavello, sorella inoltre di Costanza che sposò Geronimo
del Tufo figlio di Fabrizio, e tutte e tre queste persone erano nipoti
di Mario del Tufo. Vedremo che questi Signori del Tufo, e con essi
Marc'Antonio creato Vescovo di Mileto precisamente nel 1585, furono
poi in istretti rapporti col Campanella; è del tutto verosimile che
tali rapporti abbiano avuto principio appunto con l'orazione di S.
Giorgio[42].

Veniamo alla dimora in Nicastro, quanto più passata sotto silenzio
tanto più interessante per la nostra narrazione. Verso la fine del
1585 o il principio del 1586 il Campanella fu assegnato al convento
dell'Annunziata di questa città, sempre nella qualità di studente,
ed ebbe ad assistere alle lezioni di un P.^e di cognome Fiorentino,
verosimilmente il P.^e Antonino de Fiorenza che fu poi Provinciale
di Calabria nel 1587-88, e forse uno degli antenati del chiaro
filosofo odierno prof. Francesco Fiorentino, che ha avuto i suoi
natali appunto ne' pressi di Nicastro; giacchè i documenti dell'epoca
mostrano abbastanza diffusi in quel territorio i «de fiorensa», i
quali mano mano si dissero in seguito «Fiorentino». In Nicastro il
Campanella ebbe a condiscepolo fra Dionisio Ponzio della medesima
città, e con lui anche fra Gio. Battista Cortese di Pizzoni; vi
conobbe egualmente fra Pietro Ponzio germano di fra Dionisio, e con lui
l'altro germano Ferrante Ponzio; fin d'allora egli si strinse in molta
intimità con costoro, che troveremo poi tutti involti ne' processi
pe' fatti di Calabria come principali imputati, e ciò forse spiega
che nel _Syntagma_ la dimora in Nicastro non sia stata menzionata.
Ne parlò intanto nel processo di eresia non solo il frate citato
più sopra ma anche fra Gio. Battista di Pizzoni, il quale ricordò il
Fiorentino lettore e fra Dionisio suo condiscepolo col Campanella,
aggiungendo una particolarità in questi termini, che fra Tommaso
era «contradicente ad ogni cosa et particolarmente alli lettori
sui, et un giorno contradicendo al detto Fiorentino hebbi a dirgli,
Campanella, Campanella, tu non farai buon fine»; queste cose egli
affermò avvenute «da quindici anni incirca». Ugualmente fra Pietro
Ponzio, nel medesimo processo, affermò che l'amicizia di fra Dionisio
col Campanella datava «da più di 14 anni» e si era sempre mantenuta
viva: le quali testimonianze, essendo della fine del 1599, ci menano al
1585 e 1586[43]. Appartenevano i Ponzii a buona famiglia di Nicastro,
ed avevano spiriti non meno bollenti di quello del Campanella; perduto
il padre in età molto giovane, due di essi nell'anno precedente si
erano ascritti all'ordine Domenicano, vestendone l'abito in Catanzaro,
l'altro, Ferrante, disponevasi appunto in quell'epoca a recarsi
in Napoli per attendere agli studii legali[44]. Non è arrischiato
l'ammettere che fin d'allora tra il Campanella e questi giovani si
sieno manifestati desiderii e concetti di un migliore avvenire pel
paese: anche nel processo di congiura un frate amico del Campanella
affermò essergli stata fatta da fra Tommaso la confidenza che «havea
tridici anni ch'havea questi pensieri nelo stomaco, et l'havea
comunicato dal'hora con fra Dionisio»[45]. — Più certo è che in
Nicastro siasi ancora accresciuto nel Campanella quell'atteggiamento
battagliero e riottoso che abbiamo già visto apparire in S. Giorgio,
onde spingevasi a dispute co' suoi maestri, i quali non potevano
soddisfare agli argomenti che egli adduceva contro le cose insegnate
da loro. Indubitatamente questo dovè procurargli molte avversioni,
essendo tutti i frati seguaci esclusivi delle dottrine Aristoteliche;
e a tale fatto, essenzialmente vero, furono di poi attribuite le più
gravi conseguenze dal Campanella medesimo e quindi da' suoi biografi,
essendosi ad esso ascritte tutte le sue sventure. Nè pare dubbio che
veramente in Nicastro il Campanella siasi ingolfato nella lettura
de' maggiori filosofi dell'antichità, e che abbia quivi per la prima
volta, nel calore de' diverbii, udito nominare Bernardino Telesio,
onde s'invogliò di leggerne le opere, che potè avere solamente quando
si recò a Cosenza. Ecco come egli ci narra tali cose con maggiore
larghezza nella prefazione del suo volume scritto poco dopo, vale
a dire la _Philosophia sensibus demonstrata_. «Coloro a' quali
comunicava queste mie opinioni le riferivano ad altri maggiori, e però
soffriva non poche riprensioni, come colui che solo era contrario
alle sentenze de' grandi filosofi (secondochè dicevano), non davano
ascolto alle mie ragioni, ma stretti da esse prorompevano in parole
niente pacifiche verso di me. Queste cose io ebbi a patire circa il
18º anno ed egualmente prima. Dopo ciò la verità si fece più ardente
e poteva meno tenersi ulteriormente dentro, dicendosi che aveva un
intelletto depravato e reprobo come l'aveva un certo Bernardino Telesio
Cosentino, onde avversava tutti i filosofi e precisamente Aristotile:
fui lieto oltremodo di avere un compagno o duce, da potergli apporre i
miei detti e riferirli con una certa scusa, quasi profferiti da altri.
Partito per Cosenza, la preclarissima città de' Brettii nella Calabria
inferiore, denominata un tempo Brettia, chiesi il libro di Telesio ad
un certo illustre ed ottimo uomo suo seguace, il quale volentieri me
lo recò. Cominciai a percorrerlo con sommo studio, e letto il primo
capitolo, compresi ad un tempo interamente ogni cosa che si conteneva
negli altri, prima che li leggessi. Era per fermo disposto verso
que' principii, ed intesi egualmente tutto ciò che da essi procedeva,
dappoichè in lui tutto deriva da' suoi principii, e non già ciò che
segue è contrario a' principii o non dipende da essi, come accade
in Aristotile. E poichè mentre ivi dimorava, il sommo Telesio venne
a morte, e non mi fu dato udire da lui le sue sentenze, nè vederlo
vivo ma morto e portato in Chiesa, il cui volto scovrendo io ebbi ad
ammirare e moltissimi versi affissi per lui al suo tumolo, recandomi ad
Altomonte per ordine de' Superiori, stimai bene esaminare là l'opera
di questo filosofo» etc. Nel _Syntagma_ queste stesse cose si trovano
registrate con la maggiore concisione, leggendosi appena: «Poichè
nel discutere pubblicamente in Cosenza, non che privatamente co' miei
frati, poco giungevano a quietarmi le loro risposte; ma Telesio mi recò
diletto, tanto per la libertà del filosofare, quanto perchè prendeva
a guida la natura delle cose, non i detti degli uomini. E però avendo
affissa un'Elegia a Telesio morto col quale vivente non mi fu dato
parlare, mi recai alla terra di Altomonte».

Adunque, dopo Nicastro, il Campanella andò in Cosenza. L'epoca di
quest'andata non ci è ben nota; ma assai probabilmente dovè accadere
verso l'agosto del 1588, per le ragioni che tra poco diremo. — Uno
de' primi biografi del Campanella, l'Eritreo, ci lasciò scritto
che l'occasione dell'andata a Cosenza fu una disputa filosofica
colà bandita da' Francescani, che il Campanella vi fu mandato e vi
riportò un grande trionfo[46]. La cosa non sarebbe punto strana, ed
una prova se ne avrebbe in quella frase del _Syntagma_, «poichè nel
_discutere pubblicamente in Cosenza_ non che privatamente co' miei
frati». Ma il fatto importante di tale andata fu l'aversi procurato il
libro del Telesio, che cominciò a leggere senza finirne la lettura,
e l'aver voluto vedere il Telesio senza poterlo vedere che morto.
Gravi biografi del Campanella, come il Baldacchini e il D'Ancona,
hanno interpetrato la cosa nel senso che i frati non gli permisero di
vedere il Telesio, e fino ad un certo punto la parola adoperata dal
Campanella (non licuit) autorizzerebbe tale interpetrazione. Ma per
ritenere un divieto, bisognerebbe sconoscere da una parte la disciplina
rilassata od anzi la nessuna disciplina de' frati a quell'epoca,
e d'altra parte l'insofferenza e baldanza del Campanella, il quale
appunto allora era per darne una pruova memorabile. Facciamo inoltre
riflettere che il Campanella cominciò a leggere ma non finì la lettura
dell'opera del Telesio, e dopo la morte di lui (che si conosce essere
avvenuta nell'8bre 1588) partì subito per Altomonte; la qual cosa
viene accertata dal fatto che vedremo affermato da lui medesimo, che
cioè cominciò a scrivere la sua _Philosophia sensibus demonstrata_
in Altomonte dal 1º gennaio 1589 in poi, dopo di avere là compiuta la
lettura de' libri Telesiani, di molti altri libri antichi e del nuovo
libro del Marta contro il Telesio, al quale libro egli si diede a
rispondere. Nè la sua andata ad Altomonte «per ordine de' superiori»
si deve attribuire al fervore dimostrato pel Telesio, ma invece ad un
incidente gravissimo, che fra Tommaso tacque ma che noi potremo dare in
tutta la sua ampiezza avendolo nel processo. Adunque non vediamo alcuno
indizio ben fondato per ammettere che il Campanella non abbia potuto
veder Telesio essendogli ciò vietato da' superiori. Vediamo invece
due motivi molto chiari e più che sufficienti: il primo, l'andata del
Campanella a Cosenza in un tempo assai vicino a quello in cui morì il
Telesio, col naturale desiderio di leggerne le opere prima di fargli
visita e parlare con lui; il secondo, la conosciutissima condizione
di fatuità in cui cadde il Telesio negli ultimi 18 mesi della sua
vita, circostanza della quale ci sorprende il vedere che non si sieno
ricordati i biografi del Campanella. Guardando anche a qualche notizia
che si ha dal processo intorno alla dimora del Campanella in Cosenza,
e mettendola in relazione con tutte le altre, si confermano le cose
suddette. Il Campanella ebbe a compagno di stanza in quella città il
suo carissimo amico fra Pietro Presterà di Stilo, e costui nel processo
affermò di averlo visto in Cosenza «per due mesi»; così, tenendo
presente che il Telesio morì nell'ottobre, siamo indotti a ritenere
l'agosto 1588 come data probabile dell'andata del Campanella a Cosenza.
Altri testimoni che parlano de' fatti di Cosenza (fra Agostino Cavallo,
fra Giuseppe Dattilo, fra Vincenzo d'Amico) si riportano concordemente
a «diece anni fa», e dicendo ciò nel 1600, accennano all'anno 1590 come
quello in cui il Campanella era in Cosenza, ma vi sono tutte le ragioni
per ritenere che que' frati alludevano, ed anche approssimativamente,
alla seconda venuta del Campanella a Cosenza, di ritorno da Altomonte
e sul punto di andarsene a Napoli, mentre d'altra parte non v'è
alcuna ragione per contestare le date così precisamente affermate dal
Campanella su tale proposito.

Ecco ora i particolari della dimora in Altomonte, cioè dal novembre
1588 in poi. Vediamoli dalle stesse parole del Campanella, com'egli
ce li lasciò scritti dapprima molto diffusamente nella prefazione
alla sua _Philosophia sensibus demonstrata_. Si tratta di un momento
molto importante della vita del Campanella, e non deve ritenersi
eccessivo il fermarvisi con qualche larghezza; d'altronde avremo pur
troppo a parlare di persecutori, di carcerieri e perfino di aguzzini
del Campanella, e ci godrà sempre l'animo di poterci trattenere
talvolta a parlare di qualche suo amico e benefattore. — «Recandomi ad
Altomonte per ordine de' Superiori, stimai bene esaminare là l'opera
di questo filosofo (Telesio) prima di pubblicare l'opericciuola sul
modo d'investigare e le cose da me trovate. In tal guisa, avendo potuto
occuparmene, conobbi non essere stato Bernardino Telesio depravato,
bensì depravati affatto tutti gli altri, e giudicai che quest'uomo
dovesse anteporsi a tutti, come colui che desume la verità dalle cose
vedute col senso, non dalle chimere, e che tratta le cose stesse, non
le parole degli uomini, secondochè mi fu manifesto. Accadde finalmente
che venisse a me un certo eccellente dottore di medicina, illustre
filosofo, il quale fuggiva gli errori de' Peripatetici, Gio. Francesco
Branca di Castrovillari, accompagnato coll'altro medico a nome Plinio
Rogliano della città di Rogiano, stimato più di molti altri per la
sottigliezza dell'ingegno, e discorressimo insieme de' principii
della filosofia e della verità delle cose; questi riuscirono nostri
amicissimi ed immensamente utili, e di continuo venivano a discorrere
insieme, e si penetrarono tanto della verità di Bernardino Telesio, da
predicarlo il solo degno di lode tra' filosofi, e mi sollecitarono a
dar fuori ciò che mi era proposto. Costoro mi furono larghi di molti
beneficii, e mi portarono i libri de' Platonici e de' Peripatetici, di
Galeno, d'Ippocrate e d'altri, acciò la difesa di Telesio da noi ideata
fosse confermata da' detti de' più antichi. In quel tempo comandava
colà un certo invidioso, il quale non una volta, ma invano, mi accusò
di falsa dottrina, e di conversare eccessivamente con persone estranee
al chiostro, presso il molto Rev.^do P.^e Pietro Ponzio da Nicastro,
Maestro di Teologia ed allora degnissimo Provinciale, come presso tutti
gli altri Superiori: giudichino pertanto qui la dottrina gli uomini
perspicaci, non già egli che era ignorantissimo. Ma le persone che si
riunivano con me erano buone e nobili, tra le quali il molto illustre
Muzio Campolongo, Barone di Acquaformosa, che mi favoriva di moltissimi
beneficii quasi mio malgrado, e mi difendeva da tutti e dall'ira di
quel maledetto uomo, e mi avrebbe fatto altri favori se avessi voluto;
a costui io debbo moltissimo. Parimenti Paolo Gualtieri non ignobile
giureconsulto, che tornato da Napoli in patria mi fu carissimo, così
per la sua prestanza ed integrità, come per avermi sempre più stretto a
D. Luigi Brescia di Badolato, giureconsulto acutissimo, non secondo ad
alcuno nell'arte della memoria, unito a me di non volgare amicizia fin
dalla tenera età, la cui opera fu non solo utile ma molto necessaria in
cose di grande importanza ed in tempi difficilissimi. Ma pel concorso
di questi distinti uomini l'invidioso imperversava. Nè dico ciò a
caso, ma il Signore lo conduca a salvazione.... Pervenne nelle mani di
costoro un certo libro di un saputo Peripatetico Jacopo Antonio Marta,
che si vantava dottore nell'uno e nell'altro dritto, in Teologia e
Filosofia ed era ignaro di qualunque verità, col titolo di _pugnaculum
Aristotelis_, e meglio avrebbe fatto se l'avesse intitolato _depravatio
Aristotelis_, dove per fermo, come vedremo, proferisce tante
scempiaggini e si mostra qua e là in contraddizione con sè stesso, con
Aristotile e con gli altri principali peripatetici, avverso sempre al
senso ed a' decreti della natura. Adunque attesi a demolire le vane
parole e le calunnie di costui con gli altri contro il Telesio principe
de' filosofi, secondochè mi fu imposto da coloro dei quali feci
menzione.... E mentre il saputo si vanta di avervi lavorato per sette
anni contro Telesio, noi distruggemmo il suo _Pugnaculum_ in sette
mesi, e svolgemmo la nostra dottrina, principiando dal 1.º gennaio
1589 fino al mese di agosto dello stesso anno, al termine dell'anno
ventesimo di nostra età». Assai più concisamente le cose medesime
furono poi ripetute nel _Syntagma_ in questi termini: «Mi recai alla
terra di Altomonte, dove percorsi i libri de' Platonici e de' Medici,
a me somministrati da ottimi uomini, ed a consiglio del medico Gio.
Francesco Branca di Castrovillari cominciai a scrivere contro Giacomo
Antonio Marta napoletano, che avea dato fuori un libro contro Telesio,
intitolato _Pugnaculum Aristotelis_. In esso composi otto dispute...
dandomi libri ed animo i medici Branca e Plinio. Questo libro di
polemica fu stampato in Napoli presso Orazio Salviano nell'anno del
Signore 1590».

Riassumendo dunque i fatti del Campanella in Altomonte si ha: il
termine della sua lettura del libro del Telesio; la lettura di
molti altri libri di filosofi e medici, datigli da alcuni suoi amici
egualmente antiperipatetici che ivi conobbe o rivide: l'eccitamento da
parte di costoro perchè scrivesse in difesa del Telesio contro Giacomo
Antonio Marta; la composizione in sette mesi della sua _Philosophia
sensibus demonstrata_; la presenza di un superiore invidioso che
l'accusò di falsa dottrina e di troppo conversare con secolari; la
difesa assunta da alcuni di costoro in tempi difficilissimi e in
cose d'alta importanza per lui. — Non c'è neanche per un momento
surta l'idea di dover parlare del Telesio a' nostri lettori, massime
dopo l'eccellente libro pubblicato dal prof. Fiorentino[47]. Quanto
a Giacomo Antonio Marta, ci limiteremo a dire che egli non era
quell'ignorantissimo che il Campanella dichiara, e lo dimostrano le
molte sue opere specialmente legali. Napoletano e non veronese come
ha creduto il Berti, poichè filosofo napoletano e giureconsulto egli
s'intitola spesso nel _Pugnaculum Aristotelis_ ed anche altrove, si
conosce che nacque il 20 febbraio 1559 e andò peregrinando come lettore
per diverse parti d'Italia. In Napoli cominciò a scrivere libri di
filosofia nel 1578, e quindi passato a Roma vi scrisse il _Pugnaculum_
nel 1587; ritornato poi in Napoli vi cominciò la carriera di lettore
di dritto, e in tale qualità andò successivamente a Benevento, a Roma,
a Pisa, di nuovo a Roma, a Padova, a Mantova, fino alla sua morte che
accadde dopo il 1628. Ma in Napoli fu lettore privato, non già pubblico
come è stato detto da taluni ed anche dal Fiorentino, poichè i lettori
pubblici di quell'epoca ci son noti benissimo e tra loro non figura
il Marta: non ebbe quindi a scrivere il suo _Pugnaculum_ pel pubblico
studio, dove del resto mancò sempre lo spirito di collettività, e già
c'erano allora in filosofia, al tempo medesimo, qual lettore ordinario
Gio. Berardino Longo, Peripatetico, e qual lettore delle Domeniche
Latino Tancredi, partigiano delle dottrine del Telesio come appunto il
Marta ci fa sapere. — Degli amici poi del Campanella ben poco possiamo
dire. Sul Gualtieri possiamo dire che egli era di Altomonte e che si
fece più tardi conoscere per opere legali abbastanza pregiate, una
delle quali dedicata a D. Lelio Orsini che dovrà figurare egualmente in
questa narrazione[48]. Sul Brescia (non Brettio come il tipografo più
volte fa dire al Berti) possiamo soltanto affermare che tale cognome si
trova con estrema frequenza ne' documenti relativi a quella regione;
un suo epigramma, in lode del Campanella, si legge in fronte alla
_Philosophia sensibus demonstrata_, ed in esso si accenna anche a Mario
del Tufo, presso cui dimorava il Campanella in Napoli quando l'opera
si diede alle stampe. Su Muzio Campolongo abbiamo varii documenti
rinvenuti nell'Archivio di Stato: uno di essi ci fa conoscere che la
sua Baronia riferivasi al possesso della giurisdizione delle cause
criminali e miste del piccolo paesello di Acquaformosa, in cui si
contavano soli 79 fuochi per la maggior parte costituiti da Albanesi;
altri documenti ci fanno conoscere che vi possedeva pure territorii
feudali con bestiami, che si riteneva cittadino di Altomonte ma abitava
Cosenza, e che era molto energico, anzi prepotente nel voler essere
rispettato ed ubbidito a ogni modo, sicchè dovè essere un braccio
forte davvero pel Campanella nelle angustie in cui il frate ebbe a
ritrovarsi[49]. Quanto al medico Gio. Francesco Branca di Castrovillari
il Capialbi ce ne ha già dato particolari notizie biografiche. Avrebbe
avuto a quell'epoca press'a poco 32 anni, e la sua cultura è attestata
dalla sua biblioteca con manoscritti proprii che finì per lasciare
a' frati conventuali del suo paese; d'altronde merita una speciale
menzione, perchè si trovò complicato anch'egli nella famosa congiura,
e dovè salvarsi con grosso riscatto, come fu attestato dal medesimo
Campanella[50]. Quanto poi al medico Plinio Rogliano di Rogiano abbiamo
trovato che il nome di Plinio era veramente il suo, e non già che era
chiamato da' suoi con tal nome per la sottigliezza del suo ingegno,
siccome è parso al Baldacchini interpetrando meno correttamente le
parole del Campanella. Aveva in quel tempo appena 24 anni, e gli fa
grande onore l'affermazione del Campanella, che per la sottigliezza
del suo ingegno era stimato superiore a molti; pare che possedesse
terreni in Altomonte mentre aveva stanza in Rogiano[51]. Nè possiamo
trattenerci dal notare che non ne' chiostri, ma fuori di questi e
presso umili professionisti di piccole città, come anche presso un
Barone rurale, il Campanella trovava libri e consigli; e se volessimo
indagare cosa avrebbe trovato a' tempi nostri, dovremmo certamente
arrossire. Veniamo al P.^e Provinciale Pietro Ponzio, presso cui si
cercava mettere il Campanella in mala voce. Egli era zio de' Ponzii
amici di fra Tommaso, e crediamo bene che con l'opera loro fra Tommaso
ne avesse acquistata la benevolenza: il P.^e Fiore ci lasciò scritto
che fu Provinciale di Calabria negli anni 1587 e 1588[52], ma la durata
del suo ufficio si estese anche a parte del 1589 quando gli successe
P.^e Silvestro d'Altomonte; e vedremo che fu più tardi ucciso da alcuni
frati per mandato di taluno che aspirava al Provincialato e ne temeva
la concorrenza, la qual cosa fece nascere odii mortali tra i Ponzii e
gl'imputati dell'omicidio, nè questi odii rimasero senza conseguenze
pel Campanella che era tanto amico de' Ponzii. Non sappiamo poi chi
sia stato quel superiore, il quale fece in Altomonte così aspra guerra
al Campanella: potè essere appunto quel P.^e Silvestro anzidetto che
riuscì Provinciale, visto il continuo trovare Priori de' conventi i
frati nativi del paese: ma sappiamo solo che compagno in Altomonte gli
fu pure fra Gio. Battista di Pizzoni, il quale nel processo depose che
là il Campanella scriveva quell'opera che poi stampò in Napoli[53].
Ma fu veramente l'invidia la cagione della guerra mossa al Campanella
dal suo superiore? Fu la dottrina antiperipatetica quella che costui
chiamò falsa dottrina? Come mai poterono appunto persone laiche, quali
il Campolongo e i due avvocati, difendere il Campanella dall'accusa di
troppo conversare con laici? Come mai sursero «tempi difficilissimi e
cose d'alta importanza» che il Campanella accenna senza spiegare? Si
verificò pur troppo un incidente importantissimo, che il Campanella
ebbe cura di nascondere costantemente; si verificò fin dalla sua
dimora in Cosenza, e per esso dovè partire da quella città d'ordine de'
superiori, per esso continuò ad essere perseguitato in Altomonte, per
esso, ritornato in Cosenza, si decise ad andarsene a Napoli. Di tale
incidente passiamo a discorrere.

Narrò il Cyprianus, dietro una lettera diretta a Gio. Andrea Schmidt
da Carlo Caffa, il quale affermava di averlo saputo da un Domenicano
ottuagenario stato già condiscepolo del Campanella _nel convento di
Cosenza_, che il Campanella nella sua gioventù era di tanto rozzo
ingegno da movere a disprezzo e riso, ma che avendo conosciuto un
Rabbino Ebreo, ed essendo rimasto con lui per otto giorni continui
in uno studiolo, lontano dalle discipline e da' compagni, con una
Cabala, per pochi e brevissimi principii, potè sorgere uomo sì grande
ed ammirando[54]. Tutti hanno qui scorta una leggenda con una parte
di vero ed una maggior parte di falso, riferibile allo studio delle
scienze occulte iniziato dal Campanella per opera di questo Ebreo,
ma possiamo dire che vi fu qualche cosa di più, o che da allora in
poi si accreditò quella opinione la quale fece grande e poi misero il
Campanella in mezzo a' frati ed a' laici della sua Calabria, che cioè
egli conversasse con gli spiriti e che la sua scienza meravigliosa
provenisse dal diavolo. Il fatto accadde non per otto giorni ma
per alcuni mesi, non nella prima età ma nel periodo più inoltrato
de' suoi studii, in Cosenza ed Altomonte; nè pare dubbio che sia
stato il principio recondito delle sventure del Campanella, il quale
non ne parlò mai, involgendo ogni cosa nel fatto delle avversioni
procuratesi col combattere Aristotile. Ma ecco quanto risulta da
parecchie testimonianze, alcune delle quali ben degne di fede,
perocchè l'incidente venne di poi agitato con molta larghezza nel
processo di eresia avuto in Napoli. — «Diece anni prima» del processo,
(naturalmente in termine approssimativo), peregrinando pel mondo
capitava in Cosenza un Ebreo a nome Abramo, giovane su' 30 anni, alto
della persona, pienotto, di poca barba, viso pallido, occhi azzurri,
in fama di conoscitore di scienze occulte, possessore di spiriti
familiari, indovino del passato, del presente e del futuro, astrologo
e negromante: giusta il costume antico e moderno (come si vede pur
oggi per coloro i quali son creduti capaci di presagire in materia di
lotto), molti in Cosenza si davano premura di stringere con lui intime
relazioni e l'invitavano frequentemente a pranzo, sicchè egli viveva
a spese de' suoi ammiratori de' quali aveva un gran sèguito. Venne
anche nel convento di S. Domenico, vide il Campanella e si pose in
relazione con lui, volendone forse far soggetto delle sue divinazioni:
fra Tommaso se ne compiacque e fece amicizia con l'Ebreo, il quale gli
avrebbe nientemeno profetato che un giorno sarebbe divenuto Monarca
del mondo, e di ciò si parlava già pubblicamente in que' luoghi!
Aggiungeremo subito che tale profezia potrebbe parere un'invenzione
de' tempi del processo, per darsi una spiegazione della congiura; ma
si vedrà in sèguito essere stata senza dubbio ripetuta pure qualche
altra volta dal Campanella medesimo, il quale credeva di avere avuto
non solamente tre ma sette pianeti ascendenti favorevoli. Oggi tutto
ciò farebbe sorridere; ma bisognerebbe ignorare che l'astrologia era
allora la scienza ricercata da' più forti ed audaci intelletti, e
chi l'ignorasse potrebbe trovarne nel D'Ancona eruditissimi cenni,
che vanno tenuti presenti per bene intendere i tempi e le cose delle
quali trattiamo[55]. Il filosofo ad ogni modo si legò un po' troppo
all'Ebreo, trattava con lui nella città e nel convento, insieme con
altri laici ed anche da solo a solo, e tale sua condotta increbbe
molto a' superiori. Fu quindi mandato in Altomonte, ma là fu pure
seguito dall'Ebreo, nè si astenne dal trattare con costui per molti
giorni; naturalmente ne dovè patire acerbe riprensioni e gravi accuse,
e nel ritornare di poi a Cosenza, si sparse certamente la voce che,
esortato dall'Ebreo, volesse deporre l'abito di religioso ed andarsene
con lui a Napoli. Il Priore del convento fra Giuseppe Dattilo,
avvertito di ciò da fra Domenico di Polistina Reggente, chiamò il
Campanella e lo riprese; egli rispose che volea deporre l'abito perchè
non avea fatto professione in età perfetta, ma poi se ne astenne,
sibbene partì da Cosenza per Napoli, e rimase incerto se partisse con
licenza o no; solo è certo che fu ritenuto da tutti essere partito in
compagnia dell'Ebreo, aggiungendosi che costui era stato «la ruina del
Campanella» e che di poi fu giustiziato, taluno diceva in Napoli come
spia del Turco, qualche altro diceva in Roma come eretico[56]. Queste
cose si rilevarono nel processo, e vedremo che non vi mancò nemmeno la
testimonianza di fra Dionisio medesimo, niente sospetta e del tutto
spontanea, atta a far intendere se non i particolari dell'incidente,
per lo meno la sua gravità: poichè avendo un frate già compagno del
Campanella in Cosenza (fra Vincenzo d'Amico) affermato che si era detto
essere il Campanella partito di Calabria con un certo Abramo, e che
egli diceva di partirsi a motivo delle persecuzioni del Provinciale
M.º Pietro Ponzio, fra Dionisio, interrogato senza alcuna prevenzione,
si affrettò a dichiarare, che trovandosi lui a quel tempo in Napoli
nel convento di S. Caterina a Formello, suo zio, il quale era allora
Provinciale di Calabria, gli scrisse che se voleva la sua benedizione
ed essere tenuto per nipote, non avesse pratica col Campanella, il
quale se n'era «fuggito di Calabria con un Ebreo di cattivo nome» e
questa fuga avea recato grave scandalo. Non è dunque nemmeno esatto
quanto il Campanella ci lasciò scritto intorno all'atteggiamento
del P.^e Provinciale verso di lui; e si comprende ora che si trovò
davvero in tempi difficilissimi e in cose di alta importanza, sicchè
dovè riuscirgli non solo utile ma estremamente necessaria la difesa,
di un uomo energico qual'era il Barone di Acquaformosa coadiuvato da
amici attaccatissimi quali i due avvocati, mentre la falsa dottrina
non rifletteva i principii Telesiani, sibbene i principii di fede,
come il conversare con laici non rifletteva laici comuni, sibbene un
Ebreo il quale era per soprappiù ritenuto negromante; nè c'è bisogno di
dire che a questo fatto deve riferirsi ciò che l'ignoto condiscepolo
del Campanella, divenuto ottuagenario, raccontava a Carlo Caffa,
naturalmente secondo le sue deboli reminiscenze e le voci che erano
corse nel volgo de' frati in Cosenza. Al Berti è parso che in un brano
dell'_Atheismus triumphatus_ il Campanella avesse parlato di relazioni
da lui avute con un astrologo, e bruscamente rotte, avanti che entrasse
nel carcere, ma in verità, sebbene la dicitura di quel brano non sia
punto chiara, è impossibile leggervi il fatto accennato dal Berti, nè
poi mancano altri documenti, pe' quali riesce manifesto che il fatto
esposto nell'_Atheismus_ si verificò appunto nel carcere di Napoli,
circa 15 anni dopo l'epoca della quale trattiamo[57]. Si deve pertanto
conchiudere, che pure ammettendo essere state delle più semplici le
relazioni del Campanella coll'Ebreo, i suoi superiori, non esclusi
quelli che si ha ogni ragione di credere i meglio disposti verso di
lui, le appresero malissimo, e il Campanella si trovò per esse spinto
in una falsa posizione, che gli fu di gran pregiudizio pel momento
e per l'avvenire; d'altra parte si deve cominciare ad intendere che
per le speciali condizioni, nelle quali ebbe a trovarsi, egli non fu
in grado di parlare chiaramente e manifestare tutta la verità nelle
cose che riguardavano la persona sua, e però bisogna andar cauti
nell'accoglierne le affermazioni. Ora vediamolo in Napoli.

II. L'epoca della venuta del Campanella a Napoli è stata dal Berti,
il più preciso de' suoi biografi, riportata all'anno 1591; ma a noi
sembra che debba con la maggiore probabilità riportarsi alla fine
del 1589. — Cominciamo, al solito, dal vedere ciò che si legge nel
_Syntagma de libris propriis_ intorno alla sua venuta e a ciò che
egli fece in questa città. Parlando della sua _Filosofia_ vi si dice:
«questo libro di polemica fu stampato in Napoli presso Orazio Salviano
nell'anno del Signore 1590, nel qual tempo pure, in casa del Marchese
di Lavello e col favore del figliuolo Mario del Tufo, scrissi due
commentarii, uno del _Senso_, un altro della _Investigazione delle
cose_, e composi molti discorsi ed orazioni, per amici che andavano
a prendere la laurea. A scrivere questi libri del Senso delle cose mi
spinse principalmente una disputa fatta in un pubblico Congresso, ed
oltracciò Gio. Battista Della Porta, che avea scritto la Fisiognomia in
cui si diceva non potersi dar ragione della simpatia ed antipatia delle
cose, mentre esaminavamo insieme il suo libro già stampato..... Scrissi
in sèguito un certo esordio di _Nuova Metafisica_, nel quale stabiliva
come principii metafisici la necessità, il fato, l'armonia. Parimenti
la _Filosofia Pitagorica_ con un Carme Lucreziano, invogliato molto
della lettura di Ocello Lucano e de' detti de' Platonici. Ma nell'anno
del Signore 1592 me ne andai a Roma fuggendo gli emuli accusatori che
dicevano: come sa di lettere costui mentre non le ha mai imparate?»
Bisogna aggiungere che negli ultimi versi della prefazione alla
_Philosophia sensibus demonstrata_, edita l'anno 1591, licenziandosi
da' lettori dice: «Aspettate presto, Dio permettendo, un nostro
commentario _Dell'investigazione delle cose_ ed un altro _Del senso
delle cose_». Al Berti è parso che il Campanella sia caduto in errore
nel trattato _De libris propriis_, avendo detto che la sua Filosofia
sia stata pubblicata l'anno 1590, e non nel 1591 come ne fa fede il
frontespizio[58]: ma veramente il Campanella affermò essere stata la
sua opera «stampata» nel 1590, la qual cosa non contraddice all'essere
stata pubblicata nel 1591. E considerando che molto tempo s'impiegava
allora per la stampa di un'opera, massime in Napoli, come pure che il
Campanella ebbe a comporre ancora diverse opere nella stessa epoca;
considerando d'altra parte che egli dovè partire piuttosto in fretta da
Cosenza nel suo ritorno da Altomonte, come pure che dovè poi andarsene
da Napoli in un periodo non inoltrato del 1591, secondochè dimostreremo
con documenti; si converrà che la data da noi stabilita della sua
venuta a Napoli, cioè la fine del 1589, sia la più plausibile. Se
guardiamo pertanto alle informazioni che ne dà il processo del 1599,
troviamo da due deposizioni accennato veramente il 1591 come l'anno
in cui egli era in Napoli «in casa di Mario del Tufo»[59]: ma anche
qui le deposizioni riflettono piuttosto l'ultimo periodo della dimora
del Campanella in Napoli. Una deposizione poi di fra Dionisio Ponzio
dice, che «la fuga» del Campanella da Calabria avvenne dopo il Capitolo
celebrato in Roma, nel quale fu eletto il Generale che a quel tempo
(nel 1600) presedeva all'Ordine; ora si sa che Generale a quel tempo
era fra Ippolito M.ª Beccarla di Mondovì e che costui fu eletto il 20
maggio del 1588, come risulta dal libro del Quétif ed Echard e meglio
anche dall'iscrizione funeraria apposta alla sua tomba, ben conosciuta
dagli amatori delle cose napoletane nella Chiesa di S. Domenico di
Napoli[60].

Fu narrato dall'Eritreo che appena giunto il Campanella in Napoli,
nel passare innanzi al monistero di S. Maria la nuova appartenente
a' Francescani, veduta gran turba andare e venire e saputo che vi si
faceva una disputa, essendo libero ad ognuno il prendervi parte volle
provarvisi, e seppe vincere e fu portato in trionfo a casa da' frati
dell'ordine suo[61]. Non abbiamo veramente alcun'altra notizia speciale
intorno a questa avventura del Campanella, ma dobbiamo dire che non
ne rimaniamo punto sorpresi: forse ad essa alluse egli medesimo,
quando nel suo _Dialogo politico contro i Luterani e Calvinisti_ prese
le mosse da una disputa fatta sull'argomento in S. Maria la nuova
di Napoli, alla quale erano intervenuti due degl'interlocutori, nè
sarà sfuggito che nel brano del _Syntagma_ riportato più sopra egli
parla pure di una «disputa fatta in un pubblico Congresso», dalla
quale fu spinto a scrivere sul Senso delle cose. Nel libro poi del
Marta, combattuto dal Campanella, si trovano citate diverse dispute
filosofiche col nome de' disputanti e le rispettive opinioni, le quali
il Fiorentino ha rilevate con molta cura[62]: ma noi, nell'Archivio di
Stato, abbiamo già da un pezzo trovato alcuni documenti, che dimostrano
la frequenza e varietà di tali dispute, presso a poco ne' tempi de'
quali trattiamo, con tutte le circostanze desiderabili. Le dispute si
facevano nelle Chiese, non ne' Chiostri come ha mostrato di credere
il Baldacchini, e per lo più nelle ore pomeridiane della Domenica;
non ancora erasi pervenuto al punto di rendere anche materialmente la
Chiesa estranea alla cultura. Annunziavano le dispute grandi manifesti
o come allora si dicevano _cartoni_, affissi «per li luoghi pubblici et
ordinarii di questa fidelissima città», sia a stampa sia manoscritti, e
ce ne rimangono dell'una e dell'altra maniera, col loro dorso tuttora
impiastricciato delle sostanze adoperate per farli attaccare alle
mura; essi recavano, col nome di chi sosteneva la disputa, una dedica,
un fervorino, l'elenco delle proposizioni o _capi_ da disputarsi, e
l'indicazione del luogo, del giorno e dell'ora. Quelli che abbiamo
veduti talvolta hanno il nome di un preside, che poi certifica essere
state le proposizioni sostenute «con sodisfattione et approbatione»;
talvolta sono accompagnati dal certificato di un mastro d'atti, che
espone le circostanze della disputa, i nomi delle persone che hanno
argomentato e di quelle tra le più notevoli che sono semplicemente
intervenute, inoltre l'esito finale, «che tutti hanno detto esserne
state bene difese et disputate le sudette Conclusioni con darne
infinite lode al detto Dottore» etc. Era un modo onorevole di farsi
conoscere in qualsivoglia ramo dello scibile: difatti abbiamo cartoni
di dispute in filosofia, in medicina, in materia legale, sostenute
da studenti, da Dottori, Accademici Partenii, Accademici Costanti,
Dottorati in Napoli che volevano essere ammessi a leggere e disputare
secondo i Capitoli della Scuola di Salerno, coll'indicazione della
sede della disputa, nella Chiesa del Collegio del Gesù, nella Chiesa
di S. Giovanni maggiore, nella Chiesa di S. Giovanni a Carbonara[63].
E dev'essere notato che in filosofia disputavano non soltanto i frati,
ma principalmente i medici, tra' quali era celebratissimo campione di
dispute a quel tempo il medico Latino Tancredi di Camerota, o Latino
Camerotano, che poi prestò anche i suoi consigli medici al Campanella,
come vedremo a suo luogo: perocchè la facoltà di filosofia era fusa in
quella di medicina, e con le letture di filosofia più basse e poi più
elevate i medici cominciavano e poi chiudevano la loro carriera, così
nell'insegnamento pubblico come nel privato. In verità i frati, almeno
in Napoli, si sforzarono sempre di soppiantare i medici nelle letture
di filosofia nel pubblico studio, ma per lunghissimo tempo non vi
ebbero fortuna, malgrado il favore de' Vicerè bigotti; basta dire che
scorso perfino un altro secolo, il Cappellano maggiore ancora scriveva
al Vicerè doversi le letture di filosofia tenere da' medici e non da'
frati, poichè gli studenti non andavano a udire i frati[64]. Bisogna
quindi guardarsi pure dal credere che le controversie filosofiche si
agitassero solamente tra' frati, e si può pertanto conchiudere non
esser punto difficile che il Campanella, appena venuto in Napoli, si
sia trovato a far parte di una disputa filosofica in una Chiesa. Ciò
che ci pare piuttosto difficile si è che egli sia poi andato ad abitare
il convento di S. Domenico.

Le circostanze che menarono il Campanella a Napoli, la sua così
detta «fuga dal convento di Cosenza» coll'indignazione dei superiori,
parrebbero un grave argomento per escludere che egli fosse andato ad
abitare il convento di S. Domenico; ma per verità l'argomento non
è grave, attesochè il sistema de' tempi era rappresentato da una
singolare alternativa di debolezza e di violenza grandissima, ed i
frati specialmente Domenicani vivevano più che in libertà, in licenza
sconfinata. Invece più grave argomento è quello della difficoltà che
i Domenicani calabresi avventizii incontravano ad avere una stanza
ne' conventi di Napoli. Esistevano nella città non meno di 9 grandi
conventi di detta Religione, quattro ordinarî e cinque riformati, ma i
così detti «fuochi» di Domenicani nella città e nei borghi si elevavano
a non meno di 16, con 682 «anime», la più alta cifra dopo quella de'
Francescani e de' Benedettini[65]: veramente, oltre i frati del Regno
e gli spagnuoli, si trovavano fra loro anche parecchi lombardi come
del resto parecchi del Regno si trovavano ne' conventi di Lombardia,
essendovi relazioni molto frequenti fra le due regioni dominate
dalla stessa potenza spagnuola; pertanto i frati calabresi, venendo
in Napoli, non potevano avere facile accesso in questi conventi, al
punto che dovè più tardi pensarsi a fabbricarne uno espressamente per
loro. È noto infatti che fu perciò fabbricato nel 1606 il convento di
S. Maria della salute, detto poi di S. Domenico de' calabresi o di S.
Domenico Soriano nella piazza fuori porta Regale (oggi piazza Dante)
per opera di fra Tommaso Vesti Domenicano calabrese reduce da Algieri,
co' danari ricevuti da Sara Ruffo di Misuraca sua compagna di schiavitù
nello stesso posto. È verosimile dunque che il Campanella abbia dovuto
fin dal suo arrivo rimanere fuori convento, e forse fin d'allora
divenire ospite de' Signori del Tufo, co' quali abbiamo già notata
la conoscenza probabilmente avvenuta a' tempi della sua dimora in S.
Giorgio. — Non si creda pertanto che con ciò il Campanella cadesse in
grave colpa, allontanandosi dall'austerità della vita religiosa e dagli
obblighi della regola di S. Domenico: in Napoli, tra' Domenicani di
que' tempi, non v'era nè austerità nè regola, e se mai, in conferma di
quanto diciamo, non si volessero accettare i racconti e i giudizî delle
cronache napoletane, si dovranno certamente accettare le relazioni e
i giudizî del Nunzio Aldobrandini, che si rilevano dal suo Carteggio
esistente nell'Archivio di Firenze. Egli fin da' primi mesi della sua
venuta in Napoli, nel 1592, scriveva a Roma contro la vita licenziosa
de' frati in generale e dimandava poteri per rimediarvi[66]; ma pe'
Domenicani in ispecie non cessò mai di fare le più alte lagnanze. Si
sforzò anche troppo d'introdurre la vita più austera de' Riformati in
S. Domenico, ed ottenuti gli ordini del Papa, nel 1595, fece sloggiarne
tutti coloro che l'abitavano ed introdurvi 60 frati Riformati presi
dal convento della Sanità: ma ebbe a vedere, otto giorni dopo, i frati
scacciati venire armati di pistole, coltelli e bastoni, e coll'aiuto di
quelli di S. Pietro Martire prendere d'assalto il convento, scacciarne
i nuovi abitatori, introdurvi munizioni per 6 mesi, fortificarsi,
elevar trincee alle porte, guarnire di sassi le finestre, suonare le
campane a martello, eccitando il popolo e parte della nobiltà in loro
favore, destando forte commozione nel Vicerè; e durarono così tre buoni
mesi in aperta ribellione, da' primi di aprile a' 22 di giugno, quando
aprirono finalmente le porte vincendo la partita in barba al Nunzio
ed allo stesso Papa. Il Papa concedeva che mandassero due de' loro in
Roma per esporre le proprie ragioni, ma esigeva che frattanto facessero
l'ubbidienza ed uscissero dal convento di S. Domenico cedendo il posto
a' frati che stavano ne' conventi di S. Severo, di Gesù e Maria, di
S. Caterina a formello, con l'avvertenza di farvi entrare «quelli che
fossero lombardi» probabilmente credendo di disinteressare così il
popolo napoletano nella quistione: ma i frati di S. Domenico non ne
vollero far nulla, ed il Vicerè ebbe timore di accordare il braccio
secolare per costringerli all'ubbidienza verso il Papa[67]. Abbondano
poi i casi particolari di Domenicani inquisiti e processati durante
tutto il periodo della Nunziatura dell'Aldobrandini, e fino al termine
del suo ufficio egli se ne lagnò spesso: così scrivendo al Card.^l
S. Giorgio diceva, «voglio che sappia che non è Religione in questo
Regno più relassata di questa, et che si sentino maggiori enormità et
d'ogni sorta» (e qui registrava una lunga filza di queste enormità),
come pure scrivendo al Padre Generale de' Domenicani diceva, «si sanno
i molti delitti gravi che seguono nella Religione senza che pur ci
si pensi»[68]. Il Campanella dunque non avrebbe nulla guadagnato se
fosse rimasto tra siffatti frati: eppure ebbe poi perfino a risentire
indirettamente il danno de' dissensi e de' tumulti frateschi, avvenuti
quando egli era da un pezzo già partito da Napoli; poichè, come abbiamo
avuta occasione di accennare più sopra, trovavasi in questa città fra
Dionisio Ponzio, il quale non era uomo da stare in disparte fra quelle
baruffe, e gli odii che n'ebbe a riportare ricaddero anche sull'amico
suo. Venuto a stare nel convento di S. Caterina a formello, egli
passò in seguito appunto a quello di S. Pietro Martire come «studente
formale»: un fra Marco da Marcianise, del quale avremo ad occuparci più
tardi anche troppo, ed un fra Ambrogio di Napoli, che fu poi del piccol
numero di frati lettori pubblici di filosofia (1613-23) e in sèguito
Vescovo di Tropea, fecero sì che gli studenti non napoletani fossero
privati di voce attiva, ed ecco sdegnati questi studenti mandare un
loro procuratore a Roma presso Innocenzo IX, e il procuratore prescelto
fu appunto fra Dionisio, che dovè scrivere memoriali e suppliche
contro fra Marco. A tempo de' tumulti poi egli trovavasi in Roma, per
provocare il processo contro i frati calabresi che avevano ucciso suo
zio il Provinciale Pietro Ponzio: fra Marco di Marcianise, era appunto
Superiore dei frati della Sanità che si è detto sopra avere occupato il
convento di S. Domenico, e fra Dionisio, prendendo le parti de' frati
di S. Domenico, agì e trattò contro i Riformati e contro fra Marco[69].
È superfluo dire quanto odio ne nascesse, e fra Marco fu appunto il
Commissario che istituì poi i processi in Calabria nel 1599.

Ma dunque, da principio o più tardi, il Campanella venuto in Napoli
se ne andò a dimorare nella casa de' Signori del Tufo Marchesi di
Lavello, e poichè essi furono lungamente protettori ed amici di fra
Tommaso, al punto che taluni si trovarono poi nominati nella faccenda
della congiura, ed uno ne fu carcerato contemporaneamente, un altro
consecutivamente, è giusto darne notizia con qualche larghezza.
Figuravano questi Signori tra le famiglie primarie nella nobiltà:
vantavano la loro origine da uno de' primi Normanni venuti con
Guglielmo Ferrabuc, Ercole Monoboij, che poi prese il suo cognome
dalla terra del Tufo nella Provincia di Principato Ultra, avuta con
altri doni in premio del suo valore; vantavano un Roberto del Tufo
Signore di Montefredano presso Avellino, registrato nell'elenco de'
Baroni che seguirono Goffredo di Buglione alla conquista di Terra
Santa. A' tempi de' quali trattiamo, abitavano nella contrada che oggi
si dice di S. M.ª di Costantinopoli, nelle case appartenute già a'
Castriota Scanderbeg, e poi divise fra loro e i Signori Marciani, cui
faceva sèguito il palazzo del Reggente David, divenuto poi più tardi,
nel 1610, la Chiesa ed il Monastero di S. Giovanniello; il palazzo
de' del Tufo era quello oggi segnato col n.º 102, provisto, come gli
altri contigui, di un giardino che avea per parapetto il muro della
città durato fino a' giorni nostri. Quivi il Campanella trovò agio e
conforto, e ben può dirsi questo il solo luogo di cui potè ricordarsi
con piena soddisfazione durante tutta la sua vita. Ecco gl'individui
di casa del Tufo che principalmente c'interessano per la nostra
narrazione.

1.º Gio. Geronimo del Tufo, che era 2º Marchese di Lavello: già
capitano di cavalli nella guerra del Tronto, poi Governatore e
Commissario generale in entrambe le Calabrie, Reggente della Vicaria,
Membro del supremo Consiglio Collaterale; padre di Giovanni, avuto
da Isabella di Guevara sua 1.ª moglie (già morto nel tempo del
quale trattiamo) e di Mario, avuto da Antonia Carafa della Spina
sua 2.ª moglie, che sposò il 1547 e che gli diede pure molti altri
figliuoli[70]. Egli rappresentava la casa al tempo in cui il Campanella
venne a Napoli: ed era molto innanzi negli anni e morì nel 1591.

2.º Mario del Tufo, secondogenito di Gio. Geronimo predetto: coll'aver
tolto in moglie Fulvia Persona era divenuto Barone di Matina in terra
d'Otranto; più tardi comprò anche Minervino e qualche altro feudo, onde
s'intitolò anche Barone di Minervino; ed ebbe dalla sua Fulvia Ascanio
e diversi altri figliuoli. Egli propriamente ospitava il Campanella,
come fu specificato in una deposizione che si ebbe nel processo
di eresia dibattuto in Napoli, mentre nel _Syntagma_ è accennato
confusamente là dove si parla di alcune opere scritte «in casa del
Marchese di Lavello, e col favore del figliuolo Mario del Tufo»[71].
Vedremo che a lui il Campanella dedicò la sua filosofia, con lui rimase
sempre in corrispondenza dirigendogli pure altre opere scritte altrove
più tardi, ed egli propriamente si trovò poi nominato qual complice
nella congiura.

3.º Gio. Geronimo del Tufo, che fu 4º Marchese di Lavello, e Signore
di Montemilone, nipote di Mario predetto, figlio di Giovanni del
Tufo 3º Marchese di Lavello e di Caterina Caracciolo sorella del
Duca d'Airola: costui fu Doganiere della Dogana di Puglia e poi
scrivano di razione, ma molto più tardi; aveva già nel 1588 sposato
Beatrice di Sangro figlia di Fabrizio Duca di Vietri[72]. Di questo
Fabrizio di Sangro avremo ancora a parlare ulteriormente, giacchè
egli pure fu creduto aderente alla congiura, come il Marchese Gio.
Geronimo, che vedremo anche carcerato più tardi, sempre perchè amico e
protettore del Campanella. E si avverta che costui propriamente era il
Marchese di Lavello di cui si faceva parola a' tempi della congiura,
essendo successo all'avo nel 1591, come si scorge da' Registri delle
_Significatorie de' Relevii_, che mostrano quella a lui spedita il 18
9bre di detto anno.

4.º Francesco o Ciccio del Tufo 5º Marchese di Lavello, figlio di Gio.
Geronimo: al tempo nel quale ci troviamo era giovanetto; successe
al padre nel 1607, come si scorge parimenti da' Registri delle
_Significatorie de' Relevii_, che mostrano quella a lui spedita il
28 9bre di tale anno. Avendo sposata Costanza Pappacoda figlia del
Marchese di Capurso, ne ebbe Giovanni 6º Marchese di Lavello; ma la
sua salute si alterò presto, e finì per essere dichiarato inabile ad
amministrare, mentre la sua moglie se ne viveva ritirata nel monastero
di Regina coeli «more nobilium» (14 genn.º 1629). Lo vedremo menzionato
in qualcuna delle lettere e delle opere del Campanella, implicato anche
in una circostanza della vita del filosofo non priva d'interesse, onde
tutte le date suddette, da noi laboriosamente raccolte, non debbono
punto credersi un vano lusso di erudizione.

5.º Geronimo del Tufo. Era figlio di Fabrizio del Tufo e Porzia
Muscettola, e sposò Costanza del Tufo sorella di Gio. Geronimo
sopranotato; non deve quindi confondersi con Gio. Geronimo. Fabrizio
suo padre discendeva da Paolo secondogenito di Giovanni Signore di
Lavello (non ancora era sorto il Marchesato), e tenne l'ufficio di
Governatore della provincia di Bari nel 1587-88, poi della provincia
di Calabria ultra con lettere patenti di Capitano a guerra nel
1595-96[73]. Vedremo Geronimo in carriera di Capitano di città
precisamente nelle Calabrie, e non solo nominato, ma carcerato qual
complice della congiura.

6.º Marcantonio del Tufo Vescovo di Mileto. Era figlio di Alfonso del
ramo de' Baroni di Frignano maggiore, e di Aurelia del Tufo sorella di
Fabrizio predetto, zio quindi di Geronimo del Tufo per parte di madre.
Fu creato Vescovo di S. Marco il 5 aprile 1585, e poi passò a Mileto,
in Calabria, il 21 8bre dello stesso anno: morì nel 1606. Al Campanella
non dovè riuscir difficile far la conoscenza di questo Vescovo, che
nella Narrazione pubblicata dal Capialbi chiamò suo «patrono». Egli
era superlativamente battagliero nelle quistioni giurisdizionali,
e naturalmente anche per tale motivo si trovò nominato nella
congiura[74].

Questi Signori del Tufo, come generalmente tutti i Signori di un
tempo, senza essere persone distinte per cultura aveano tuttavia
in molto pregio i buoni studii. Nella dedica della sua Filosofia a
Mario del Tufo il Campanella ci lasciò scritta questa circostanza
degna di menzione, che Bernardino Telesio fu «devotissimo» di Mario
e dell'inclito padre di lui; attestò inoltre l'ingegno fecondo del
Marchese Gio. Geronimo nella filosofia e nella poesia. Non può quindi
far meraviglia l'ottima accoglienza incontrata presso costoro dal
Campanella, il quale aveva già scritto in difesa del Telesio con un
ardore e una baldanza giovanile notevolissima, imprendeva allora a
compiere o a comporre altre opere filosofiche, e palesava la sua
dottrina già matura nelle dispute pubbliche e private. Per altro
abbiamo motivo di ritenere che in casa Del Tufo egli avesse l'ufficio
di precettore di qualche figliuolo di Mario, oltrechè del giovanetto
Francesco futuro Marchese. Mario era già sposo da un pezzo e più
volte padre in questo tempo: attendeva alla coltivazione delle difese
di Montemilone e di altri territorii; si portava frequentemente
fuori Napoli, anche per vegliare alla sua razza di cavalli, i quali
avremo occasione di vedere che molto spesso si godeva il Gran Duca di
Toscana[75]. Nel corso di questa narrazione c'imbatteremo in un caso
in cui il Campanella erroneamente si dolse di «un Marchese discepolo
ingrato», che fu senza dubbio Francesco del Tufo figlio di Gio.
Geronimo, e tutto induce a far credere che appunto in questo tempo
l'abbia avuto a discepolo.

Frattanto, per l'estesa parentela de' Del Tufo, il Campanella venne
a procurarsi ben presto la conoscenza anche di altri nobili molto
reputati. Abbiamo già avuta occasione di menzionare Fabrizio di
Sangro Duca di Vietri: non pare dubbio che egualmente in questo tempo
egli abbia conosciuto D. Lelio Orsini fratello di Ferdinando Duca di
Gravina, il quale D. Lelio divenne amico e protettore del Campanella
non meno de' Signori Del Tufo suoi parenti. Questa parentela era
abbastanza stretta, poichè lo zio di D. Lelio a nome Flaminio Orsini,
Signore di Solofra e Sorbo e Conte di Muro, avea sposato Lucrezia del
Tufo, e l'altro zio a nome Ostilio Orsini, il quale fu poi Signore
di Pomarico e Montescaglioso, sposò in seconde nozze Diana del Tufo,
entrambe figlie di Paolo del Tufo fratello del vecchio Marchese di
Lavello Gio. Geronimo, e lo stesso D. Lelio sposò Beatrice Orsini
figliuola del detto zio Flaminio e Lucrezia del Tufo. Avremo campo
di discorrere partitamente di ciascun di questi Signori: ma per ora
interessa piuttosto di fermarci sopra un'altra conoscenza non meno
importante fatta in questo tempo dal Campanella, vogliamo dire quella
del celebre Gio. Battista Della Porta, che influì abbastanza sull'animo
del filosofo, ispirandogli anche l'opera _De Sensu rerum et Magia_;
nella quale occasione ci conviene dir qualche cosa egualmente del
fratello di lui Gio. Vincenzo Della Porta, giacchè tutto induce a far
ritenere che il Campanella abbia conosciuto anche costui, e che costui
abbia avuta la sua parte d'influenza sul Campanella. Profitteremo
qui di diverse notizie rilevate da qualche scrittore meno consultato
ed anche da scritti rimasti finoggi inediti, massime intorno a Gio.
Vincenzo, poichè intorno a Gio. Battista abbiamo oramai una monografia
del prof. Fiorentino che ci dispensa dall'occuparcene a lungo[76].

Erano tre i fratelli Della Porta, di antico e distinto lignaggio e
di cultura ed erudizione maravigliose, Gio. Vincenzo, Gio. Battista e
Gio. Ferrante; parrebbe che un altro loro fratello a nome Francesco,
primogenito, fosse morto giovanotto. Figli di Nard'Antonio, dal 1541
Regio Scrivano degli atti delle cause civili della Vicaria, creati
tutt'insieme, unitamente al padre ed agli zii Francesco, Bartolomeo e
Gonnisalvo, familiari e domestici del Re di Spagna nel 1548, abitavano
alla piazza della Carità, in quella casa posta a sinistra della
Chiesa, dove da lungo tempo oramai si vede un albergo[77]. Tutti e
tre i fratelli erano amantissimi di lettere, e forse perchè Pitagorici
pregiavano grandemente la musica, fino ad aver tenuto a lungo in casa
loro Filippo di Monte, a que' tempi celebrato scrittore di musica; ma
gli amici notavano maliziosamente che nessuno di loro avea potuto mai
acquistare una buona intonazione nel canto. La loro casa fu sempre
il luogo di ritrovo dei letterati napoletani e forestieri, e mano
mano che ciascun fratello v'istituì qualche collezione, può dirsi che
dall'intera Italia, come dalla Francia, dalla Spagna, dal Belgio, dalla
Germania, dalla Polonia, non venivano uomini culti che non si dessero
premura di visitare Pozzuoli e di essere ricevuti in casa Della Porta,
non solo per le collezioni che vi si ammiravano, ma principalmente per
l'erudizione che vi si apprendeva; giacchè possedevano una Biblioteca
molto ricca, e non per semplice lusso, non essendovi volume che
non avessero percorso, ritenendone ogni parte con una prontezza che
facea stordire, sicchè erano gli arbitri di ogni quistione erudita.
Gio. Ferrante non visse a lungo: tra le cose curiose, che lasciò,
vi fu una notevole collezione di cristalli antichi, che passò in
altre mani, giacchè in fondo i Della Porta non erano molto ricchi, e
nelle curiosità, ne' libri e nelle ricerche, spendevano moltissimo.
Gio. Vincenzo, primo de' fratelli, additato per la sua magrezza,
era scrivano di mandamento, di una integrità del tutto eccezionale
a que' tempi, aborrendo da' così detti «guanti e paraguanti», parole
che esprimevano in modo civile un basso profitto: infaticabile nello
studio, dottissimo nelle lettere greche e latine, nella filosofia e
matematica, nella botanica, alchimia e medicina, era passionato cultore
in ispecie dell'antiquaria e dell'astrologia. Nell'antiquaria aveva
sceltissime collezioni di marmi e di medaglie, ed a questo titolo
teneva corrispondenza principalmente con Fulvio Orsini di Roma, avea
continue richieste di pareri e consigli, e riceveva frequentissime
visite dagli amatori, segnatamente dal Reggente Marthos di Gorostiola
che se ne dilettava moltissimo. Nell'astrologia era stato discepolo
di Giovanni da Bagnolo, pregiava assai Matteo de Solizio, ed era
amicissimo di Gio. Paolo Vernalione che lo visitava frequentemente: la
sua riputazione in tal genere di cose era colossale, molto superiore a
quella del fratello Gio. Battista, avendo composte infinite natività
di uomini illustri, e fatte predizioni che formavano la meraviglia
universale; il Principe di Stigliano, Vincenzo Luigi Carafa, che lo
stimava e lo ricercava sempre, onorandolo pure con molti donativi,
conservava nella sua Biblioteca un grosso volume delle natività da lui
scritte. Del rimanente era uomo modestissimo quanto religiosissimo,
e motteggiava suo fratello Gio. Battista, perchè era così facile a
comporre libri e a stamparli. Egli scrisse sulle antichità di Pozzuoli
e vicinanze, e si vuole che di questo scritto si sia servito Scipione
Mazzella nella composizione del libro suo: scrisse pure _Commentarii_
sopra l'Almagesto e il Quadripartito di Tolomeo che non si sa qual
sorte abbiano avuta, un libro _De emendatione temporum_ che essendosi
trovato conforme a quanto avea detto lo Scaligero fu da lui disfatto,
un altro libro della _Emendazione del Calendario_ che non fu finito
in tempo per essere inviato a Roma e quindi fu condannato alla stessa
sorte. Morì nel 1606. — È del tutto verosimile che il Campanella abbia
frequentato le conversazioni di Gio. Vincenzo, non meno che quelle di
Gio. Battista, e con Gio. Vincenzo siasi più direttamente inteso circa
l'astrologia pratica, le predizioni, le compilazioni delle genesi e
natività allora tanto ricercate, e tanto dal Campanella amate. Oramai
le lettere sue scoperte dal Berti ci hanno insegnato che perfino
nel carcere di Napoli, e poi in quello del S.^to Officio di Roma, il
Campanella siasi occupato di genesi e natività, e i documenti da noi
scoperti mostreranno che ne era richiesto perfino nel periodo della
sua pazzia; nè sarà mai approfondito abbastanza siffatto suo gusto, che
fu tanta cagione delle sue sventure. Forse anche presso Gio. Vincenzo
egli conobbe il Marthos Gorostiola, dal quale poi affermò essere stato
eccitato a scrivere intorno alla Monarchia spagnuola, come pure Gio.
Paolo Vernalione, col quale vedremo che conferì poco prima del tempo
della congiura.

Quanto a Gio. Battista Della Porta, tutti sanno che egli si spinse
assai più in alto. Studiò presso Gio. Antonio Pisano medico e filosofo
riputatissimo, e gli si mostrò grato dedicando una delle sue opere
al figliuolo di lui: fu ricercatore infaticabile, e all'amore per le
buone lettere e per la drammaturgia unì la cultura della matematica,
della fisica, dell'alchimia, di tutte le scienze naturali; fu
anche vaghissimo della medicina, ed amante oltremodo della magia,
dell'astrologia, delle scienze divinatorie in genere, ma combattendo
la magia demoniaca e fondando la così detta da lui magia naturale[78].
Tutti sanno che per lo meno contribuì potentemente all'invenzione
del cannocchiale e della camera oscura, notando anche varii fenomeni
fisici di alta importanza, che investigò e raccolse da ogni lato,
percorrendo anche tutta l'Italia, la Francia, la Spagna, ma sempre
con una tendenza verso il maraviglioso e lo strano, che veramente fa
gran torto a lui e gran pena a chi si fa a leggere i suoi numerosi
libri. Eppure è indubitato che precisamente per questo richiamò sulla
persona sua l'attenzione e la stima universale de' contemporanei,
rimanendone pregiudicata quella de' posteri. Così il Card.^l Luigi
d'Este lo volle presso di sè per qualche tempo; il Gran Duca di Toscana
gli mandò il suo medico Punta per averne secreti; il Duca di Mantova
Vincenzo Gonzaga si trattenne un pezzo in Napoli e ne frequentò sempre
la casa; infine Rodolfo II Imperatore (nel 1604) gli scrisse e gli
mandò il suo cappellano Cristiano Harmio per sollecitarlo che gli
spedisse qualche suo discepolo pratico dell'arte. Ed egli allora, dopo
di avere pubblicate tante opere ed avendone pure altre fra mano, si
decise ancora a scrivere quel libro della Taumatologia etc. rimasto
incompiuto e inedito, ora esistente in Montpellier, nel quale, in
grazia certamente dell'Imperatore, diè prova di una grande smania
pe' segreti comunque mostruosi, mentre già da molti anni se ne era
abbastanza corretto. Ci asteniamo dal parlare delle sue opere, della
sua Accademia de' Segreti, della sua partecipazione all'Accademia
de' Lincei di Roma. Appena menzioneremo che egli ebbe un processo di
S.^to Ufficio, procuratogli certamente dall'astrologia giudiziaria
ed esercizio de' pronostici: un documento autentico capitato nelle
nostre mani ci rivela essere state fatte per lui le «ripetizioni» de'
testimoni avanti il 1580, reggendo il S.^to Officio in Napoli Mons.^r
Carlo Baldini Arcivescovo di Sorrento, e trovandosi Maestro d'atti
Francesco Joele; il processo quindi è di data diversa dalla proibizione
di stampare, che gli venne inflitta nel 1592, che durò fino al 1598, ma
che pure impedì consecutivamente la pubblicazione della Taumatologia e
della Chiromanzia[79].

Il Campanella, giovane ed infiammato scrittore di una nuova filosofia
che accennava ad essere sperimentale, oltracciò venuto da Calabria con
la mente già eccitata verso la magia e le arti divinatorie, non poteva
non frequentare la casa de' Della Porta e non avervi lieta accoglienza.
Verosimilmente le arti divinatorie e i pronostici furono il soggetto
di molte conversazioni, trovandosi il Campanella sotto l'impressione
dell'altissimo pronostico fattogli dall'Ebreo; ma a noi è pervenuto
solamente il ricordo della conversazione (non disputa pubblica)
avuta con Gio. Battista intorno al non potersi dar ragione della
simpatia ed antipatia delle cose, come Gio. Battista aveva scritto
nella Fisognomia, «mentre esaminavano insieme il libro già stampato»,
la quale conversazione, oltre a una disputa pubblica avuta altrove
precedentemente, diede occasione al Campanella di scrivere l'opera _De
sensu rerum_; in quest'opera c'è talvolta il ricordo di qualche altro
discorso passato tra lui e Gio. Battista, come p. es. a proposito delle
formazioni dendritiche dell'argento[80]. Ebbe inoltre il Campanella
a profittare egli pure de' consigli e de' rimedii, che Gio. Battista
dispensava ed amministrava personalmente a coloro i quali andavano
a consultarlo; ne diremo or ora qualche cosa. Presso i Della Porta
anche dovè conoscere Giulio Cortese, Colantonio Stigliola, Gio. Paolo
Vernalione. Sicuramente conobbe il Cortese in questa sua prima venuta
in Napoli, poichè lo vedremo da lui posto come interlocutore nel suo
_Dialogo contro i Luterani_ che scrisse in Roma nel 1595; ma lo vedremo
del pari citato insieme allo Stigliola e al Vernalione a proposito
di un discorso passato tra loro intorno alla vicina fine del mondo,
allorchè tornò per la prima volta in Napoli poco avanti la congiura;
avremo quindi campo di parlare di tutti costoro a tempo e luogo più
opportuni.

Dicemmo che il Campanella ebbe a profittare de' consigli e rimedii
di Gio. Battista Della Porta. Egli medesimo infatti, nella sua opera
_Medicinalium_, ci lasciò scritto che guarì subito da una infiammazione
di occhio mediante un collirio meraviglioso che il Della Porta usava,
e che gl'instillò con le sue mani in presenza di molte persone.
Veramente potè forse questo accadere nella sua seconda venuta in
Napoli; ma senza dubbio nella sua prima venuta gli accadde di soffrire
una doppia sciatica, che lo tenne per più mesi a letto «essendo
giovane di 23 anni», come ci lasciò scritto nella medesima opera; la
quale notizia della sua età non deve indurre in un errore di data,
riferendo la cosa all'anno 1591 anzichè all'anno 1590, perchè avremo
altre volte occasione di vedere essere stato il Campanella solito
di fare i suoi còmputi calcolando anche la cifra dell'anno da cui il
còmputo cominciava. Egli intraprese la cura de' bagni e delle stufe di
Pozzuoli e di Agnano, naturalmente nell'està del 1590, e se ne trovò
bene; ma la malattia non l'abbandonò del tutto che due anni dopo,
succedendole una terzana. E deve essere notata la cagione che assegnò
alla comparsa della malattia, alla sua durata, al suo miglioramento:
aveva fatta, egli scrisse, una lunga e forte cavalcata, beveva col
ghiaccio e desinava lautamente presso un nobile uomo; cessate tutte
queste comodità, dimagrato nelle successive peregrinazioni, si avviò
a guarire. Da ciò si vede l'ottimo trattamento che godeva presso Mario
del Tufo, e la ben diversa vita che ebbe a menare in sèguito[81]. — Ma
egli pure, quantunque si riconoscesse «poco erudito ne' medicinali»,
curò dal letargo il P.^e M.º Mattia Aquario, e tale cura deve riferirsi
egualmente al tempo della sua prima venuta in Napoli. Abbiamo infatti
rinvenuto nell'Arch. di Stato, che questo Mattia Aquario, Domenicano,
era pubblico lettore di Metafisica, successo a Colanello Pacca il 12
marzo 1588, e morì poi nel 1592, succedendogli il 20 giugno di detto
anno D. Jacobo Marotta[82]. Da ciò già si rileva che il Campanella non
mancava di frequentare il convento di S. Domenico, e ne avremo ancora
altre prove in sèguito. Naturalmente ebbe così occasione di conoscere
il P.^e Fra Serafino da Nocera (Serafino Rinaldi), il quale era
allora, o fu poco dopo, Reggente lo studio de' frati di quel convento
e divenne grande amico del Campanella, suo instancabile fautore negli
anni delle sventure. Entrato in Religione nel 1586, già vi godeva
moltissima stima, e al tempo de' tumulti de' frati di S. Domenico,
benchè si fosse tenuto lontano ritirandosi fra' Certosini nel convento
di S. Martino, fu ritenuto dal Nunzio qual promotore principale della
ribellione; fu quindi per ordine di lui carcerato più tardi, e tenuto
sotto processo per parecchi anni: ma giunto a liberarsi, divenne
presto superiore di S. Domenico, in sèguito anche Provinciale, non
che lettore di S. Tommaso nello studio pubblico, e infine chiuse la
sua carriera coll'Episcopato. Vedremo a tempo e luogo i beneficii
grandissimi e l'assistenza paterna che quest'uomo benemerito prodigò al
Campanella[83].

Dobbiamo ora dir qualche cosa delle opere composte dal Campanella
durante la sua permanenza in Napoli, e gioverà anzi cominciare ad
occuparci del Catalogo delle sue opere: bisogna una volta sforzarsi di
avere questo catalogo nelle migliori condizioni possibili, quantunque
esso riesca malagevole a farsi perchè tra le sventure sofferte
dall'autore diverse sue opere furono composte e ricomposte anche
con diversi titoli successivamente; è indispensabile conoscere con
esattezza tra quali circostanze ciascun'opera fu composta o ricomposta,
mentre le fortunose circostanze della vita dell'autore doverono
certamente influire di molto sopra le idee in esse sviluppate. Senza
curarci delle cose minori, delle versificazioni dell'adolescenza, de'
sunti delle lezioni compilati su' banchi della scuola etc. abbiamo
finquì per ordine di data le opere seguenti. In primo luogo il trattato
_De investigatione rerum_: esso fu composto certamente prima della
Filosofia, come appunto si rileva dalla prefazione di quest'opera,
fonte incomparabilmente preferibile a quello del _Syntagma_, che fu
redatto quarant'anni dopo e in modo tale da dover offrire di necessità
molte inesattezze; si può tutt'al più dire che in Napoli vi fu posta
l'ultima mano. Con ogni probabilità il trattato fu scritto in Nicastro,
dove il Campanella si emancipò totalmente dalle dottrine Aristoteliche,
il 1586-87, prima dell'andata a Cosenza, dove egli rimase ben poco
tempo per avere agio di scriverlo[84]. Esso costava di due libri, come
risulta da varii documenti[85]; risulta poi dal _Syntagma_ che vi si
contemplavano nove generi di cose sensibili, con le quali si poteva
giungere a ragionare e vi si dimostrava la definizione esser fine
non principio di scienza. Vedremo più in là come e dove andò perduto
insieme ad altri trattati, e dove si dovrebbe ancora trovare. Segue la
_Philosophia sensibus demonstrata_, composta in Altomonte in 7 mesi,
dal 1º gennaio all'agosto 1589, stampata in Napoli durante il 1590,
pubblicata il 1591, dedicata a Mario del Tufo, il quale sostenne forse
le spese della stampa, come traspare dalla dedica. I molti errori
tipografici incorsi «propter absentiam auctoris» e in parte corretti
nell'ultima pagina dell'opera, si spiegano con la malattia sofferta e
con l'andata a Pozzuoli ed Agnano. Segue l'opera _De sensitiva rerum
facultate_, o _De sensu rerum_, composta dopo la disputa pubblica e
la conversazione col Porta già dette. Essa era già composta quando
si stampava la prefazione della Filosofia, come si legge appunto in
termine di questa prefazione; può dirsi quindi scritta nell'inverno
del 1590. E fu scritta in latino, come risulta da ciò che se ne dice
nell'opera stessa rifatta più tardi in italiano e successivamente
tradotta, dopochè andò perduta insieme col trattato «De investigatione»
e con altre opere[86]. Verosimilmente ebbe dapprima per titolo «De
sensitiva rerum facultate», e così la troveremo difatti ancora nominata
in un documento del tempo in cui l'autore passò a Firenze; ma ben
presto egli dovè nella sua mente sostituirgli il titolo «De sensu
rerum» che adottò in sèguito, e così difatti si trova già annunziata
nella prefazione della Filosofia. Vedremo come e dove l'autore l'abbia
rifatta, e metteremo in vista parecchie cose appartenenti agli anni
posteriori a quelli de' quali ci stiamo occupando: ma si sa che il
Campanella aveva una memoria tale, da essere in grado di tornare a
scrivere un'opera perduta, anche dopo varii anni, pressochè con le
medesime parole con le quali l'aveva dapprima scritta; c'imbatteremo
poi in qualche esempio notevole del suo sistema di serbare fedelmente
le cose come già stavano quando ebbe a rivedere e compiere qualche
sua opera, e generalmente anche quando ebbe a tradurla dall'italiano
in latino per darla alle stampe. Non dubitiamo quindi di affermare
che questa prima composizione dell'opera _De sensu rerum_ sia stata
essenzialmente quella medesima che oggi possediamo ricomposta. E
dobbiamo notare che l'influenza del Della Porta riesce evidente in
essa anche così ricomposta come ci è pervenuta, vedendovisi abbondare
lo strano e il maraviglioso ad esuberanza; ma pure, in ispecie nel 4º
libro che rappresenta la Magia, dove naturalmente il nome del Della
Porta figura più volte, il Campanella comincia col fargli l'appunto
che ha trattato quella scienza «solo historicamente senza rendere
causa», e soggiunge che «lo studio d'Imperato può esser base in parte
di retrovarla»[87]. D'onde si vede che egli voleva la Magìa fondata
sulle nozioni positive della storia naturale, e dava la più grande
importanza al celebre Museo, che Ferrante Imperato teneva in sua casa,
presso l'attuale palazzo delle Poste già de' Duchi di Gravina, e che
egli avea dovuto visitare come del resto lo visitavano tutte le persone
non ignoranti che venivano a Napoli. Succede all'opera _De sensu
rerum_ il Carme Lucreziano _De Philosophia Pithagoreorum_, ispiratogli
dalla lettura di Ocello Lucano e de' detti di Platone: intorno ad esso
sappiamo che non era di poco rilievo, poichè costava di tre libri;
così difatti trovasi registrato ne' documenti sopra citati, vale a
dire negli elenchi delle opere del Campanella da lui medesimo formati
ed annessi ad alcune sue lettere e ad un memoriale al Papa. Viene
infine l'_Esordio di una Nuova Metafisica_ co' tre principii della
necessità, fato ed armonia, che riteniamo avere avuto propriamente
per titolo _De rerum universitate_; giacchè di un'opera appunto con
questo titolo vedremo fatta menzione nel documento già citato del tempo
in cui il Campanella passò a Firenze[88], e poi ancora in tutti gli
altri elenchi delle sue opere che diè fuori durante la sua prigionia
di Napoli, senza che nel _Syntagma_ apparisca mai. L'opera in Napoli
fu solamente iniziata, e però ci è sembrato doverla porre in ultimo
luogo; vedremo che nel tempo dell'andata a Firenze (1592) trovavasi
tuttora incompiuta, ed era stimata l'opera maggiore che egli avesse
tra mano; negli elenchi sopra mentovati dicesi composta di due libri,
la qual cosa non implicherebbe che fosse stata condotta a termine.
Ben si vede che il Campanella in Napoli spese gran parte del suo tempo
nel comporre opere; e vogliamo tener conto anche della notizia dataci
dal _Syntagma_, che compose «molti discorsi ed orazioni per amici
che andavano a prendere la laurea», solo per dire che realmente dal
«Liber juramentorum» rimastoci nell'Arch. di Stato si rileva essersi
dalla fine del 1589 al principio del 1591 laureati parecchi amici suoi
ed anche un suo parente. Si laurearono Fulvio Vua de Marulla, Paolo
Campanella, Gio. Paolo Carnevale, tutti di Stilo, e Ferrante Ponzio di
Nicastro, leggisti: per alcuni di costoro, fra gli altri, il Campanella
verosimilmente prestò l'opera sua, e pur troppo vedremo tutti
costoro figurare più o meno nel processo della congiura, insieme con
taluni altri come Giulio Contestabile e Tiberio Carnevale, che dalle
«Matricole» si rileva essersi trovati del pari in Napoli studenti[89].

Ci rimane a dire di un ultimo incidente avvenuto al Campanella in
Napoli, del tutto ignorato finora e frattanto importantissimo, vale
a dire un processo non lieve d'Inquisizione, che lo strappò a' suoi
ospiti ed a' suoi amici, e lo fece andare suo malgrado a Roma.

Egli frequentava il convento di S. Domenico, dove trovavasi allora lo
studio pubblico ed inoltre una biblioteca molto accreditata. Nello
studio i frati non avevano alcuna ingerenza: essi davano in fitto o
come allora dicevasi «in alloghiero», ricevendone 50 ducati l'anno, tre
sale a pian terreno su' due lati del cortile che serve di atrio alla
Chiesa, ancor'oggi visibili ma convertite in Oratorii, eccetto l'ultima
nella quale aveva già insegnato S. Tommaso: e sappiamo dal Lasena
(Dell'antico Ginnasio napoletano, Rom. 1641 pag. 3), che delle due
poste di rimpetto alla porta della Chiesa, la prima era addetta alle
letture del dritto canonico, e poi lo fu anche a quelle del greco, la
seconda era addetta alle letture del dritto civile, l'ultima posta in
fondo del cortile era addetta alle letture della filosofia e medicina,
e però dicevasi la sala degli Artisti (artium et medicinae doctorum).
A questo si limitava il «generale studio di Napoli», là trasportato
dall'antico posto delle scuole detto originariamente «lo scogliuso»
divenuto poi il monastero di Donna Romita presso la Chiesa di S.
Andrea: dell'antico posto si mantenea veramente sempre vivo il ricordo
con una processione nella vigilia del Santo, prescritta puntualmente
ogni anno per un editto del Cappellano maggiore, che ordinava e
comandava «alli magnifici lettori et studenti di l'una et l'altra
professione secondo l'antiqua et laudabile consuetudine di congregarsi
in li studii di sandomenico, et dallà partirne con devotione et
silentio processionalmente, con intorcie et candele in mano, et recto
tramite visitare la detta ecclesia de Santo Andrea et pregare Iddio per
la salute et felice stato di sua Santità come di S. M.^tà Cattolica
et extirpatione d'heretici». Alla quale consuetudine, nella stessa
circostanza, più anticamente aggiungevasi l'altra dell'uccisione di
un maiale per darne un pezzo a ciascuno delli magnifici lettori! Il
Campanella, autore di un libro di filosofia, dovè con ogni probabilità
tenersi in relazione con la maggior parte de' lettori segnatamente di
filosofia, che appunto nell'anno 1590-91 erano: 1.º il medico Gio.
Berardino Longo per la lettura della mattina, con d.^ti 300 l'anno
oltre gli straordinarii; 2.º il medico Gio. Geronimo Provenzale, che
fu poi Vescovo ed Archiatro di Clemente VIII (giacchè Napoli ed anche
le Provincie napoletane fornivano allora molto spesso gli Archiatri
Pontificii) per la lettura della sera con d.^ti 80 l'anno; 3.º il
medico Francesco Ant.º Vivolo per le posteriora et topica con d.^ti 60,
successo al Sarnese parimente medico e maestro di Giordano Bruno[90];
4.º il P.^e fra Mattia Aquario per la metafisica con d.^ti 80,
successo da poco tempo al medico Colanello Pacca. Abbiamo veduto che
il Campanella curò questo P.^e Aquario, sicchè almeno con costui ebbe
certamente stretta relazione; d'altronde doveva invogliarlo a mostrarsi
nello studio la presenza in esso de' parecchi amici suoi di Stilo, che
abbiamo avuto più sopra occasione di nominare. Ma indubitatamente,
essendo occupato a comporre le sue diverse opere, egli ebbe a
frequentare la Biblioteca di S. Domenico, e tutto mena a far ritenere
essergli là precisamente toccata quell'avventura che andiamo a narrare.
La Biblioteca trovavasi nel corridoio che guarda il gran chiostro,
presso la cella abitata già da S. Tommaso d'Aquino, dove in questo
momento risiede l'Accademia Pontaniana: vi si accedeva non solo dal
lato del cortile in cui era posto lo studio, ma anche da un ingresso
più diretto aperto verso la via di S. Sebastiano, presso il locale che
ancor'oggi è adibito ad uso di Farmacia. Entrando da questa parte e
percorrendo il lato settentrionale del gran chiostro, si passava sulle
antiche carceri del S.^to Officio, carceri del tempo in cui attendevano
al S.^to Officio i frati di S. Domenico con un Inquisitore speciale del
loro Ordine: se ne veggono ancora a fior di terra le piccole finestre,
ed esse servivano di argomento a' sostenitori di un tribunale speciale
di S.^to Officio diverso da' tribunali Diocesani, quando la città di
Napoli affermava di non averlo mai avuto. In quel gran chiostro, se
deve credersi al Poggio Bracciolini seguìto dal Gravina e dal Paramo,
nel 1447 il celebre Lorenzo Valla, condannato a morte dal S.^to Officio
e poi risparmiato nella vita, dovè fare una pubblica abiura e soffrire
niente meno che la frusta. Giungendo alla Biblioteca, nel piccolo
vestibolo innanzi alla porta di essa vedevasi e vedesi ancor'oggi
sul muro di destra una lapide, che reca tutto un Breve di Pio V, nel
quale è decretata la scomunica maggiore a coloro i quali senza licenza
del Papa o almeno del P.^e M.º Generale tolgano ed estraggano libri
«dalla Libraria seu Biblioteca»[91]. È probabilissimo che appunto
in quel posto, nell'attendere l'ora dell'apertura della Biblioteca,
leggendosi quel Breve e rilevandosi la pena della scomunica, con quel
suo modo burlesco che vedremo ancora da lui usato altre volte, il
Campanella abbia detto, «com'è questa scomunica? si mangia?» Certo è
che queste parole furono da lui profferite «parlando di extrahere libri
dalla libraria di S. Domenico sotto pena di scomunica», e nei giorni
seguenti «in S. Domenico fu preso carcerato e condotto nelle carceri di
Mons.^r Nunzio». Nel processo di eresia che fu più tardi dibattuto in
Napoli, pe' fatti del 1599, tutto ciò venne deposto da un fra Francesco
Merlino, il quale avea conosciuto il Campanella fin dal primo anno che
entrò nel sodalizio di S. Domenico in Placanica, era suo familiare, e
nel tempo al quale siamo pervenuti trovavasi studente in S. Domenico.
Egli, parlando nel 1600, disse che ciò accadde «nove anni prima»,
vale a dire nel 1591, quando il Campanella «era a Napoli in casa di
Mario del Tufo»; la stessa data trovasi poi registrata dal Card.^l di
S.^ta Severina in una sua lettera, nella quale rammenta le risultanze
del processo che ne seguì, cioè la condanna avuta dal Campanella in
Roma. Soggiunse fra Francesco che si disse la carcerazione essere
avvenuta perchè il Campanella «avea spiriti sopra», ma poi si trovò
che era stato carcerato per quelle parole profferite intorno alla
scomunica nelle circostanze suddette; ed interrogato affermò di avere
udito che il Campanella aveva avuto pratica con un certo Abramo, e
che molti volevano che quanto sapeva lo sapeva non per suo studio ma
per arte diabolica, io però, egli disse, «non credo questo, perchè ho
conosciuto che ha bello ingegno ed ha studiato assai». Abbiamo voluto
specificatamente riportare tutte queste circostanze, per mostrare
che il fatto non venne deposto da qualcuno poco bene affetto verso il
Campanella.

Vi fu dunque un processo, primo per tempo, motivato dall'avere emesso
proposizioni ereticali in dispregio della scomunica e dal possedere
spiriti familiari: la prima accusa, molto grave, fu sempre taciuta
dal Campanella; invece la seconda, piuttosto ridevole ma non già a
que' tempi, fu da lui ricordata in parecchie occasioni, e una volta
anche con la circostanza che per essa venne «citatus in judicium»[92].
Questa circostanza della chiamata in giudizio è rimasta poco avvertita
da' suoi biografi, i quali hanno ritenuto che l'accusa, limitata al
possedere spiriti, fosse rimasta vaga, non propriamente articolata
con un processo in piena regola. Del resto il Campanella medesimo
ricinse di nubi questo suo processo e ne fece perdere le tracce: basta
infatti ricordare le parole del _Syntagma_, «Nell'anno 1592 (e qui
o la memoria non l'assiste bene, o più veramente egli ebbe premura
di saltare sull'infausto 1591) me n'andai a Roma fuggendo gli emuli
accusatori che dicevano, come sa di lettere costui mentre non le ha mai
imparate?» Vedremo che pure in sèguito, perfino co' suoi amici intimi,
quando veniva interrogato su' travagli patiti dal S.^to Officio, egli
avea cura di confondere questo processo con un altro fattogli più
tardi e finito con un'assolutoria, negando addirittura di avere avuta
una condanna, mentre si sapeva che era stato condannato una volta
all'abiura. — Un denso velo fu sempre disteso su questo processo. Alla
carcerazione avvenuta entro il convento di S. Domenico deve riferirsi
senza dubbio ciò che scrisse l'Agente di Toscana in Napoli Giulio
Battaglino in quella lettera del 1599 trovata e pubblicata da Francesco
Palermo, là dove lo disse «ricoverato da una furia di birri, eccitatili
contra per conto che avea scritto in difesa del Tilesio»[93]; e vedremo
più in là un'altra lettera dello stesso Battaglino da noi trovata,
più vicina al tempo di cui qui trattiamo, dove lo disse chiaramente
carcerato per causa di religione, menzionando la sola accusa
«facilmente superata» dell'avere spiriti familiari, e mostrandosi male
informato dello svolgimento vero del processo[94]. La qual cosa non
deve far maraviglia. Secondo lo stile de' processi ecclesiastici in
materia di fede, guardavasi il più rigoroso silenzio su tutto, ed anche
a ciascun testimone era ingiunto il silenzio su quanto avea deposto,
sebbene poi il testimone non sempre badasse a mantenerlo: d'altra
parte la semplice carcerazione per causa di fede rendeva il carcerato
_notatus infamia_, e però gli amici suoi aveano premura di attenuare
o di nascondere il vero. Ma nel convento di S. Domenico, se dapprima
si parlò dell'accusa di «avere spiriti sopra», ciò che mostra tale
opinione molto diffusa, più tardi, verosimilmente per le rivelazioni
di qualche testimone chiamato a deporre, si giunse a conoscere un po'
meglio ogni cosa e si ebbe cura di tenerla celata. Forse fra Serafino
da Nocera cominciò dal rendere questo primo servigio al Campanella;
forse anche il Battaglino medesimo, in tale circostanza, volle esser
pietoso verso il povero filosofo.

Nulla possiamo dire de' particolari di questo processo. Anche pel fatto
dell'avere spiriti, si deve ritenere fino a un certo punto ciò che
il Campanella scrisse poi allo Scioppio, che cioè si era discolpato
rispondendo aver lui consumato olio più che gli accusatori vino etc.
etc.; potè questa essere la sostanza, non la forma della sua risposta.
Ma se non conosciamo i particolari del processo, ne conosciamo tuttavia
la specie, la sede ed anche l'esito, le imputazioni fatte, il tribunale
che giudicò, la condanna che ne seguì; e ciò può bastare alla nostra
narrazione. Gioverà intanto dir qualche cosa del tribunale, della
Corte, delle carceri del Nunzio, della maniera di condurvi i processi
e di trattare i carcerati, secondo le notizie raccolte da qualche
processo che abbiamo potuto vedere, e specialmente dal Carteggio del
Nunzio Aldobrandini, che abbiamo avuto cura di percorrere in tutti
i suoi molti volumi esistenti nell'Arch. di Firenze. Queste notizie
serviranno a chiarire le cose del Campanella tanto nel processo attuale
quanto ne' processi posteriori, e non poche circostanze di diversi
travagli da lui patiti; nè si credano un lusso di erudizione, mentre
invece il non averle rilevate ha fatto cadere i biografi del Campanella
in diverse e non lievi inesattezze. Alla giurisdizione propriamente del
Nunzio appartenevano i processi di qualche importanza contro i frati;
ma in materia di fede non mancavano di occuparsene ancora, quando
glie ne capitava l'occasione, da una parte il Vicario Arcivescovile
che menava innanzi il servizio del tribunale Diocesano, e d'altra
parte il Commissario della S.^ta Inquisizione universale, che Roma
non cessò mai di tenere in Napoli malgrado l'opposizione vivissima più
volte manifestata dalla città, e che in quel tempo era Monsignor Carlo
Baldini di Nocera, Arcivescovo di Sorrento ed insieme, dal 1567 in poi,
lettore di jus canonico nel pubblico studio. Appartenevano egualmente
alla giurisdizione del Nunzio e davano moltissimo da fare, oltre
le materie di fede, anche i costumi, e non solo quelli de' frati ma
altresì quelli de' numerosi Cavalieri Gerosolimitani che si chiamavano
parimente frati; poco di poi, per uno speciale ordine del Papa,
furono assegnate al Nunzio anche le cause de' clerici in relazioni
co' fuorusciti, de' clerici, come oggi si direbbe, manutengoli de'
briganti, e che allora si dicevano clerici in «negoziazioni illecite»;
a tutto ciò si aggiungevano le non poche cause relative all'esazione
de' parecchi redditi spettanti alla Camera Apostolica, essendo il
Nunzio anche Collettore degli spogli de' Vescovi, preti e clerici
beneficiati, che venivano a morire. Non mancavano poi, di tempo in
tempo, cause di ogni genere concernenti clerici di ogni maniera,
regolari e secolari, che il Papa per ragioni speciali commetteva al
Nunzio. La sua Corte si componeva di un Auditore, di un Avvocato
fiscale, di un Fiscale, di un Mastro d'atti, con 4 altri Notari o
Scrivani a costui sottoposti oltre parecchi Cursori, e finalmente di
un computista: aveva quindi un tribunale completo secondo l'usanza
di quell'età, e i membri di esso dipendevano tutti dall'autorità del
Card.^l Camerlengo, eccetto l'Auditore, che al pari del Segretario
della Nunziatura era persona di fiducia del Nunzio; la misura del
lavoro di questo tribunale può valutarsi dal fatto, che in quel tempo
la sua Mastrodattia, la quale assegnavasi al maggiore offerente,
rendeva tanto da poter dare, oltre il mantenimento proprio e de' 4
Notari, un'entrata alla Camera Apostolica di duc.^ti 600 l'anno, ben
presto elevati a duc.^ti 700 senza peso di cambio, pur non essendovi
tasse stabilite ma «certe usanze»[95]. Aveva inoltre il Nunzio una
«famiglia armata», vale a dire alcuni birri in abito di clerici, con
ferraiolo nero sulle spalle e armati di un piccolo schioppo, onde
il popolino, come abbiamo rilevato da qualche processo venutoci tra
mano, soleva chiamarli «le scoppettelle del Nunzio», chiamando anche
le scoppettelle del Vicario i birri della Corte Arcivescovile. Le
carceri stavano a pian terreno del palazzo del Nunzio, che a' tempi
de' quali trattiamo era quello medesimo destinato a tale uso fino
a' giorni nostri presso la piazza della Carità, comprato nel 1585
da Mons.^r Rosino Vescovo d'Amalfi sotto il Pontificato di Sisto V,
di poi restaurato ed ampliato col danaro proveniente da quella parte
della gabella del grano a rotolo, che si pagava in duc.^ti 4,000 alla
Curia, come restituzione di ciò che indebitamente si contribuiva da'
clerici, godendo costoro l'esenzione da ogni tassa. Aggiungiamo che
queste carceri non potevano contenere più di 15 persone, ed erano anche
mal sicure; laonde molto spesso il Nunzio era obbligato a chiedere
al Vicerè, che volesse far tenere carcerati «in nome del Nunzio di S.
S.^tà» gl'imputati di maggior polso, ed erano ordinariamente prescelte
in tale circostanza le carceri del Castel nuovo, come si rileva diverse
volte dal Carteggio del Nunzio Aldobrandini[96]. Aggiungiamo che il
carceriere di que' tempi era un laico coniugato a nome Tommaso Manat,
mentre in qualche altro processo, posteriore di diversi anni, abbiamo
trovato per guardiano delle carceri del Nunzio un frate Domenicano.
Nelle dette carceri dunque, una parte delle quali avea piccole finestre
aperte nel vicolo pur oggi denominato del Nunzio, mentre un'altra
parte dicevasi «segreta» e non avea finestre, dovè essere rinchiuso il
Campanella, e il suo carceriere dovè essere appunto Tommaso Manat: il
Nunzio poi, al cospetto del quale dovè comparire, fu Mons.^r Germanico
Malaspina Vescovo di Sansevero, entrato in ufficio appunto il 17
maggio 1591, cui successe Mons.^r Astorgio Sampietro il 22 febbraio
1592, e poco dopo l'Aldobrandini, l'8 aprile 1592, onde nel Carteggio
di costui, che conservasi in Firenze, non c'è notizia di questa prima
sventura del Campanella. — Come da tutti i tribunali ecclesiastici,
così anche dal tribunale del Nunzio dovea mandarsi a Roma una copia
del processo, mano mano che se ne compivano le diverse parti: e in
materia di fede, per poco che la causa avesse qualche importanza,
la Sacra Congregazione Cardinalizia del S.^to Officio in Roma se ne
ingeriva minutamente; faceva compilare dal proprio Fiscale il Sommario
del processo e poi gli Articoli o capi di accusa su' quali si dovea
procedere agli esami ripetitivi de' testimoni, intimava nuove diligenze
e nuovi esami informativi, da ultimo, con o senza un voto spedito
dal tribunale a richiesta di essa, statuiva sotto il nome del Papa
le sentenze da pronunziarsi. Così nella conclusione della causa il
tribunale locale era quasi una comparsa, e nel pronunziare la sentenza
dichiarava di farlo «visti e considerati i meriti della causa ed in
vigore delle lettere venute da Roma» sotto la tale data. Ma spessissimo
pure la Sacra Congregazione richiamava a sè la causa, ed allora,
compiuta la prima parte del processo, il prigioniero era inviato alle
carceri del S.^to Officio di Roma, dopo che n'era stato già inviato
il processo: del resto anche la Nunziatura con lo stesso metodo si
sbrigava volentieri de' suoi prigioni, per evitare l'ingombro delle
carceri insufficienti al bisogno. Una feluca privata soleva fare questo
commercio di trasporto mediante un compenso di sei scudi per capo, ma
quando c'erano prigioni di polso da dover mandare, vi s'impiegava una
così detta fregata armata col compenso di scudi dieci per capo: ed a
quel tempo il padrone della feluca, la quale conoscevasi anche col nome
di barca del S.^to Officio, era un Vincenzo Sguella ossia Sgueglia,
essendo venuto più tardi in campo quel Geronimo della Briola ossia de
Labriola, che Francesco Palermo ci fece conoscere con un documento da
lui pubblicato[97]. Si trovano con molta frequenza per ciascun anno
gli esempî di siffatti invii, sì da parte del Nunzio come da parte
del Vicario Arcivescovile e di Mons.^r Baldini, e può ritenersi per
certo che pel Campanella le cose non andarono diversamente. Formato il
processo e mandatolo a Roma, egli dovè essere consegnato in catene a
Vincenzo Sgueglia sulla feluca del S.^to Officio, ed in tale condizione
ben trista dovè fare il suo viaggio all'alma città. Ad ogni modo non vi
andò di certo spontaneamente, fuggendo gli emuli accusatori, come nel
_Syntagma_ fu scritto.

III. Le vicende del Campanella in questa sua prima andata a Roma non
ci son note ne' loro particolari; ma possiamo dire con certezza che
il suo processo si chiuse con una condanna all'abiura _de vehementi
(int. de vehementi haeresis suspicione)_, che ciò accadde nel 1591, e
che dopo di essere rimasto quasi un altro anno in Roma, verosimilmente
con la relegazione in uno de' conventi del suo Ordine secondo la
giurisprudenza del tempo, egli finì per andarsene in Toscana. Possiamo
aggiungere che dovè essere giudicato trovandosi Commissario generale
del S.^to Officio fra Vincenzo da Montesanto, Piceno, al quale, fatto
poi Vescovo aprutino di Teramo nel 23 ottobre 1592, successe fra
Alberto Tragagliolo da Firenzuola che ci darà molto da dire più tardi.
Non potremmo affermare che in questo primo processo il Campanella
abbia avuto il tormento, come era solito a verificarsi quando si
finiva coll'abiura _de vehementi_: egli non ne fece mai parola, ma
veramente non fece mai parola chiara ed aperta del processo medesimo,
appunto perchè finito così male; una volta sola non potè non ricordare
la sua posizione passata di veementemente sospetto senza dir altro,
e vedremo che l'essere stato «sette volte tormentato», giusta le sue
ripetute affermazioni, deve riferirsi interamente al processo ultimo
fattogli in Napoli. È certissimo intanto che quella condanna gli sia
stata inflitta, e non è arrischiato il ritenere che gli sia stata
inflitta per le proposizioni ereticali in dispregio della scomunica:
lo attestano da un lato due lettere del Nunzio esistenti nel suo
Carteggio, da un altro lato la lettera del Card.^l di S.^ta Severina
sopra menzionata[98]. In una delle due lettere del Nunzio diretta al
Card.^l di S.^ta Severina si legge, «scuopro che altra volta quel fra
Tommaso è stato fatto costà abiurare»; nell'altra diretta al Card.^l S.
Giorgio si legge, «per haver abiurato altra volta com'egli stesso dice,
vorrà forse in questo dar che fare di nuovo»: nella lettera poi del
Card.^l di S.^ta Severina, diretta appunto a fra Alberto Tragagliolo da
Firenzuola, fatto Vescovo di Termoli e deputato giudice del Campanella
in Napoli unitamente con altri, si legge, «essendo V. Sig.^ria molto
ben pratica delle cose del Santo Officio, et anco informato delle altre
cause conosciute in questa Santa Inquisitione contra il Campanella,
ove abiurò come sospetto vehementemente di heresia l'anno 1591, non le
dirò altro»; le quali parole, provenienti da chi teneva a que' tempi
il suggello delle cose dell'Inquisizione, affermano esplicitamente il
fatto e la data di esso. Queste testimonianze ci dispensano dal recarne
altre minori, le quali risulterebbero da deposizioni d'individui
esaminati nel processo di Napoli del 1599 (p. es. una deposizione di
fra Dionisio Ponzio), tanto maggiormente che esse sono appena l'eco
di voci più o meno fondate e non recano una precisa determinazione
di data: menzioneremo solo la testimonianza del Campanella medesimo,
il quale, nella Difesa che ebbe a scrivere in tale occasione, disse
che di eresia «non fu mai confesso o convinto, comunque sia stato
veementemente sospetto»[99]. Tale fu l'esito ben grave del primo
processo fatto al Campanella, processo che, ripetiamo, è rimasto
finora sconosciuto a' suoi biografi. Il Berti è giunto fino a dire,
che essendosi portato in Roma «non fu allora chiamato davanti al S.^to
Uffizio e questo non tenne conto delle accuse che erano state mosse
contro di lui da Napoli»[100]; ma la cosa andò in modo affatto diverso,
e la posizione del Campanella a fronte del S.^to Officio rimase
grandemente pregiudicata.

Nulla sappiamo intorno al luogo in cui il Campanella ebbe a prendere
stanza in Roma, dopo di essere uscito dal carcere. Il Berti afferma che
alloggiò nel convento di S.^ta Sabina, e la cosa è probabile: afferma
inoltre che scrisse e presentò il suo scritto a' Commissarii del S.^to
Officio, esponendo una riforma universale ne' costumi e nelle abitudini
del clero sul migliore andamento della Chiesa; ma temiamo che possa
esservi qui una confusione di due tempi diversi. Bisogna considerare
che egli aveva pur allora abiurato, e in tale condizione il voler
discorrere di riforme necessarie alle persone ecclesiastiche sarebbe
stata un'esorbitanza; d'altronde il S.^to Officio allora appunto, nel
1592, esaminava e poi faceva mettere all'indice, al 1º indice emanato
sotto gli auspicii di Clemente VIII, tre libri del Telesio, e il
Campanella, Telesiano conosciuto, aveva ancora qualche cosa a temere da
questo lato[101]. Ma certamente egli scrisse alcune opere, benchè nel
_Syntagma_ non si trovi alcuna notizia di opere composte in tal tempo,
ed invece si trovi immediatamente registrata la partenza di lui per la
Toscana. Come vedremo tra poco, tutto induce a far ritenere che egli
abbia potuto partire per la Toscana soltanto verso la fine dell'està
del 1592, naturalmente dopo che ottenne di essere sciolto dall'obbligo
della permanenza nel convento assegnatogli: così, avendo dimorato in
questo convento press'a poco un anno, riuscirebbe impossibile ammettere
che non vi abbia scritto nulla, mentre è notissimo che egli non sapeva
rimanere inoperoso. E poichè in un documento riferibile al tempo del
suo arrivo in Firenze (la lettera di Baccio Valori del 15 8bre 1592
pubblicata dal D'Ancona) troviamo fatta menzione di alcune opere le
quali certamente sappiamo non essere state composte in Napoli, bisogna
di necessità ammettere ch'esse siano state composte in Roma. Ecco
dunque il sèguito del Catalogo delle opere del Campanella già iniziato
precedentemente (ved. pag. 39-40). Durante la prima permanenza in Roma,
vale a dire dalla fine del 1591 a buona parte del 1592, si ebbero;
Un Carme _Della filosofia di Empedocle_; un trattato _De insomniis_,
l'unico di questo gruppo che il Campanella abbia registrato negli
elenchi delle opere proprie più volte citati, dicendolo costituito da
un sol libro; un trattato _De sphera Aristarchi_; il sèguito dell'opera
_De rerum universitate_, ma non al di là de' due primi libri; inoltre
un primo libro di _Phisiologia_. Quest'opera col titolo di «Fisiologia»
non si rinviene citata tra quelle delle quali parlò Baccio Valori,
sibbene insieme con quelle delle quali nel _Syntagma_ si vede deplorata
la perdita avvenuta in Bologna, poco dopo l'escursione fatta a Firenze;
è dichiarata «un libro compiuto..... con dispute contro tutte le sètte,
al quale doveano seguire 19 altri libri già meditati», onde non pare
che possa dirsi sicuramente l'opera medesima «De rerum universitate»
con altro titolo, e la composizione di essa deve sempre riferirsi al
tempo della permanenza in Roma[102].

Aggiungiamo che durante questa permanenza in Roma, il Campanella dovè
anche stringersi in intima relazione con D. Lelio Orsini, il quale
ritiratosi allora appunto in Roma ospitava in sua casa il filosofo
Telesiano Abate Antonio Persio. Il Campanella medesimo ci ricordò
questa circostanza, facendoci trovare registrato nel _Syntagma_ che
quando fu a Padova, mandò un libro ad Antonio Persio abitante in
Roma presso Lelio Orsini; e non è dubbio che nel 1592 D. Lelio si
sia già trovato in Roma, bastando citare una lettera a lui diretta
dal Nunzio Aldobrandini, in data del 1º maggio 1592 da Napoli, la
quale fa parte del Carteggio di esso Nunzio esistente in Firenze.
Abbiamo già avuta occasione di nominare questo D. Lelio, parente
de' Signori del Tufo, ed abbiamo detto che egli divenne non meno de'
Signori Del Tufo amico e patrono del Campanella. Infatti da una parte
D. Lelio spinse talora il filosofo a scrivere, fornendogli qualche
argomento, d'altra parte lo protesse ne' suoi travagli patiti in Roma
e vi ebbe continua corrispondenza, come risultò dalle deposizioni di
più testimoni che furono poi esaminati nel processo del 1599, tanto
che vedremo pure D. Lelio largamente nominato tra coloro i quali
avrebbero aiutata l'insurrezione di Calabria disegnata dal Campanella.
Sicuramente egli ebbe cura del Campanella ne' travagli di questo primo
processo: forse per opera di lui fra Tommaso ottenne di poter partire
da Roma ed andare a Firenze, dove già erano state avviate pratiche
per fargli avere una cattedra di filosofia in Pisa; così ci pare
giunto il tempo di dare notizie più minute intorno a questo D. Lelio
spesso citato dal Campanella, e nell'opera _De sensu rerum_ citato
due volte[103]. — Discendeva D. Lelio dalla nobilissima casa Orsini
di Roma, ma apparteneva al ramo de' Duchi di Gravina trapiantato nel
Regno. Era secondogenito di Antonio Orsini, Duca di Gravina, e di
Felicia Sanseverino, sorella del Principe di Bisignano Nicola Berardino
Sanseverino: non ebbe titoli, e neanche feudi per lunghissimo tempo;
nè ebbe figliuoli con la sua Signora Beatrice. Risedeva, naturalmente,
nel Regno, e molti documenti dell'Archivio di Napoli, come anche di
quelli di Firenze e di Urbino, ce lo mostrano talora in Gravina, più
spesso in Barletta, da ultimo in Basilicata, ordinariamente per affari
relativi ad industrie agricole; in Basilicata ebbe interessi, dopochè
la sua sorella Maria, sposa a D. Giovanni D'Avalos, nel 1596 lo fece
erede degli erbaggi di Pomarico e Montescaglioso, terre appartenute
temporaneamente allo zio Ostilio, e così, molto tardi, fu detto Barone
di Pomarico e Montescaglioso. In qualche documento più antico trovasi
dichiarato «clerico e cameriere segreto di S. S.^tà», in qualche
altro «Domicello Romano»; ma non manca nemmeno qualche documento in
cui è dichiarato «cittadino napoletano nato in Napoli»; quivi si
conciliò molta stima qual cavaliere savio e facoltoso, e fu anche
Eletto del Seggio di Nido. Era molto attaccato al suo zio Principe di
Bisignano, che dovrà figurare egualmente in questa nostra narrazione:
vedremo che con ogni probabilità, durante le traversìe del Principe
strettamente carcerato allora nel Castello di Gaeta, dopo un ordine
rigorosissimo che niuno de' parenti potesse avvicinarlo, D. Lelio si
ritirò provvisoriamente a Roma, essendo stato in Napoli sino alla fine
del 1591; ma ne tornò nel 10bre 1594, e scorso un altro anno, dopo la
morte dell'unico figlio del Principe, egli si ritenne successore di
costui _in pheudalibus_, essendo già trapassato fin dal 1583 il Duca
di Gravina suo fratello, onde ebbe a trovarsi in gravissima lite con
altri pretendenti[104]. Così egli dimorava in Roma nel 1592, e stava
in ottima relazione con la Curia e col Papa, il quale, essendo stato
invocato dal Gran Duca di Toscana arbitro nelle quistioni surte tra
lui e suo fratello D. Pietro, nel 1593 delegò D. Lelio a questa non
lieve missione: ed ecco perchè ci è sembrato del tutto naturale che
egli abbia avuta qualche influenza nel far concedere al Campanella
di poter partire da Roma, forse anche raccomandandolo in Toscana per
la cattedra. — Non è arrischiato il ritenere che la dimora di Antonio
Persio presso D. Lelio Orsini in Roma abbia contribuito a recar favore
al Campanella. Il Persio è oramai abbastanza conosciuto segnatamente
per opera del Fiorentino[105]. Abate e dottore, nativo di Matera in
Basilicata, figlio di Altobello o Adoberto buono scultore di que'
tempi rimanendone tuttavia alcuni lavori nella Cattedrale di Matera,
fu discepolo del Telesio e Telesiano accanito, avendone sostenuti i
principii con dispute in più luoghi, raccolti e pubblicati diversi
opuscoli, assunte le difese in ispecie contro Francesco Patrizzi. Fu a
Venezia e prese poi stanza in Roma; l'elenco delle sue opere rimaste
inedite può leggersi in una lettera di Giovanni Bartolini Bolognese
riportata dall'Odescalchi nelle Memorie de' Lincei, essendo stato il
Persio uno de' primi ascritti a quell'insigne Accademia; il Fiorentino
ne ha fatto conoscere qualcuna che se ne trova ancora. Fu costante
amico del Campanella; sappiamo da documenti che si tenne in continua
corrispondenza con lui anche in gravissimi momenti della prigionia
sofferta dal filosofo in Napoli, ed egli medesimo un anno prima della
sua morte, il 1611, gli mandò da Roma l'opera di Ticho-Brahe[106].
Naturalmente il Persio dovè ricordare sovente a D. Lelio Orsini il
povero Campanella e sollecitarne con vigore i buoni ufficii.

Da Roma dunque il Campanella se ne andò a Firenze. Nel _Syntagma_
questa sua gita si trova registrata con pochissime parole: «andai
a Firenze, nè però incontrai miglior sorte, e dedicai il libro _De
sensu rerum_ al Gran Duca Ferdinando primo». Ma già da un pezzo era
stata pubblicata dal Fabroni una lettera del Campanella che spargeva
sufficiente luce su questa gita: in sèguito, mercè le indicazioni
del Baldacchini per notizie avutene dal Trucchi, Francesco Palermo
ne rinvenne e pubblicò un'altra, e il D'Ancona 4 altre di diversa
provenienza, tutte esistenti nell'Archivio Mediceo; ancora il Berti
ne ha pubblicata non ha guari un'altra del Campanella al Galilei,
raccolta nella Bibl. naz. di Firenze e contenente qualche altra notizia
intorno al fatto che dobbiamo narrare; infine noi medesimi, del pari
nell'Archivio Mediceo, ne abbiamo rinvenuta un'altra dell'Agente di
Toscana in Napoli che oggi pubblichiamo, ed oramai si può dire che la
gita del Campanella a Firenze sia chiarita appieno nella sua data,
nel suo scopo, nel suo risultamento, in tutte le sue fasi[107]. Il
Campanella era stato proposto al Gran Duca e si era mostrato con
lui desideroso di dedicarsi al suo servizio; si trattava di dargli
una lettura di filosofia nello studio di Pisa, e il documento da noi
trovato mostra che la proposta era stata fatta già da un pezzo, sin
dal 1591, durante la dimora di lui in Napoli. Forse l'aveva proposto
Mario del Tufo, giacchè le nostre ricerche nell'Archivio Mediceo ci
hanno rivelato una stretta corrispondenza col Gran Duca da parte di
questo Signore, che avendo una buona razza di cavalli in Minervino (o,
come allora si diceva, Mondorvino) ne faceva continui regali al Gran
Duca, il quale mostrava di pregiarli grandemente, e si disobbligava
regalandogli quasi sempre marzolini e due volte anche «due schiavi sani
e belli»[108]. Il Gran Duca avea sin dal 1591 dimandato informazioni
sul Campanella al suo Agente in Napoli, Giulio Battaglino, napoletano
e prete, stato già al suo servizio in Roma quando il Gran Duca era
Cardinale ed egli emigrato, come ci risulta dal suo Carteggio e da
quello del Residente Veneto: noi avremo a parlare ancora in sèguito
del Battaglino e de' suoi dispacci intorno al Campanella, e quindi è
tutt'altro che inutile avere notizie precise delle sue condizioni[109].
Al Battaglino giunse l'incarico d'informarsi del Campanella mentre
costui trovavasi già carcerato in Napoli, e rispose «che per trovarsi
lui prigione per causa di religione, nè haveva potuto trattar seco nè
conveniva intrigarsi in tal genere di imbarazzi». Ma in sèguito, forse
dopo nuove sollecitazioni, in data del 14 7bre 1592 ne diede migliori
informazioni, dicendo che fra Tommaso aveva facilmente superato il
travaglio in cui era stato posto per invidia; che l'indomani sarebbe
partito per Roma a procurare il gastigo del calunniatore; che era uno
de' più rari ingegni, come poteva giudicarsi dagli scritti che egli
aveva visti e dalla voce che ne correva, e di qua gli era nata l'accusa
che avesse alcuno spirito familiare; con lo scudo di alcun principe se
ne poteva sperare gran cose. Ben si vede che egli rispondeva nel modo
più favorevole, ma non si mostrava bene informato del vero andamento
de' travagli del Campanella; nè abbiamo mancato d'indicarne a suo tempo
tutte le possibili ragioni.

Giungeva intanto il Campanella a Firenze, verosimilmente dopo le
novelle commendatizie avute da D. Lelio Orsini. Egli vi si dovè trovare
per lo meno verso la fine di 7bre 1592, rilevandosi da' documenti
illustrativi di questo periodo che il 2 8bre di tale anno era stato
già dall'Usimbardi introdotto presso il Gran Duca, il quale l'accolse
molto bene, gli consigliò di lasciare i frati che perseguitavano i
virtuosi e gli diede anche un po' di danaro: al tempo medesimo ordinò
all'Usimbardi di scrivere a Baccio Valori, che facesse vedere la
Biblioteca Palatina al Campanella e con tale occasione ne conoscerebbe
il merito, come anche al Generale de' Domenicani, che si compiacesse
dar licenza al Campanella di poter assumere il servizio al quale
intendeva chiamarlo e di poter dare alle stampe i suoi lavori; in tal
guisa egli mostrava il suo buon animo e veniva a procurarsi intorno
a lui informazioni novelle. Durante l'udienza il Campanella dovè
offrire al Gran Duca la dedica del suo libro che fu poi intitolato
_De sensu rerum_, e che allora avea per titolo _De sensitiva rerum
facultate_, dedica che vedremo poi come e perchè non ebbe effetto. La
lettera a Baccio Valori fu presentata dal Campanella medesimo il 13
8bre, ed il 15 egli rispose all'Usimbardi aver visto il Campanella,
«giovane di senno maturo, e di varia dottrina e recondita come si
trae da' suoi dotti ragionamenti, non meno che dall'opera per lui
stampata con titolo _de philosophia sensibus demonstrata_, dov'è seme
dell'altra ch'egli dedica a S. A. _de sensitiva rerum facultate_»; ma
notò, che «procurandosi oggi in Roma per alcuni proibire la Filosofia
del Telesio con colore che la pregiudichi alla Teologia scolastica
fondata in Aristotile da lui così riprovato, corre qualche risico
conseguente ancor esso, e per ventura il più terribile per eccellenza
de' suoi concetti, che veramente sono e alti e nuovi». Aggiunse che
avea saputo da lui avere scritto del dogma di Pitagora e così pure
di Empedocle in versi eroici, aver fatto un trattato _De insomniis_ e
un altro _De sphera Aristarchi_, avere per le mani un'opera maggiore
_De rerum universitate_, «un'intera filosofia da sè, al quale studio
potrà rimettersi a primavera, che arà stampato quello a Venezia per
dove parte domattina». Da ultimo fece conoscere che il Campanella
avea veduta la Libreria a sua soddisfazione, ed anche discusso a
lungo con due letterati sopra varie materie ben ardue, riuscendo a
far «maravigliare, se non credere a modo suo» poichè stimava ben poco
Aristotile. — Come si vede, nello splendido elogio non mancavano
macchie di tinta molto oscura, d'onde emergeva che sarebbe stato
meglio per lo meno non aver fretta a legarsi con questo giovane,
il quale sprezzava troppo Aristotile, oltrechè poteva trovarsi
compromesso con Roma essendo Telesiano: e resti chiarito che non solo
da quegl'infelici frati di Calabria, ma anche da questo pezzo grosso
di Toscana, dove pure si era menato tanto scalpore pel Platonismo,
il Campanella venne avversato, e furbescamente avversato, per le sue
dottrine antiaristoteliche. Essendo stato sempre sagacissimo, dai
discorsi tenuti il Campanella dovè capire la posizione e decidersi ad
andar via senza ritardo; tanto più che conosceva pure essersi scritto
al P.^e Generale, e naturalmente aveva da attendersi poco di bene da
quest'altra parte. Non lasceremo di dire che i due letterati, co'
quali il Campanella ebbe a discorrere nella Biblioteca in presenza
del Valori, furono con ogni probabilità Ferrante de' Rossi e il P.^e
Medici, da lui ricordati tanti anni dopo nella lettera che pubblicò
il Fabroni: il P.^e Medici specialmente dovè essere quel Teologo
fiorentino col quale egli disputò intorno alle anime de' bruti ed alla
vita futura di esse, avendo il fiorentino sostenuto che quelle anime
nella fine del mondo sarebbero risuscitate ed avrebbero avuto premio o
pena, secondochè il Campanella medesimo ci lasciò scritto nella nuova
composizione che ebbe a fare della sua opera _De sensu rerum_[110].

Nella stessa data del 15 ottobre il Campanella scriveva una lettera
al Gran Duca ed un'altra all'Usimbardi. Verso il Gran Duca si mostrò
consapevole di non essere stato «accettato per servitore di subito»,
si augurò che lo sarebbe in sèguito, lo ringraziò dei favori ricevuti,
espresse il suo stupore per la magnifica Libreria veduta, annunziò che
se ne andava a Padova, come ne avea manifestato il disegno, e che là
sarebbe rimasto pronto ad ogni menomo cenno di S. A. Verso l'Usimbardi
si mostrò grato ed obbligato, si augurò che lo appoggerebbe ancora in
sèguito presso il Gran Duca, ripetè il suo stupore per la Libreria di
S. A., annunziò che sarebbe partito l'indomani o al più l'altro domani.
Adunque il 16 o 17 8bre il Campanella mosse da Firenze per Padova, ma
si fermò in Bologna, dove ricominciarono i suoi malanni. Aggiungiamo
intanto che venne poi la risposta del P.^e Generale al Gran Duca, in
data del 13 9bre ed in termini punto rassicuranti, ciò che non può
far meraviglia oggi che abbiamo posti in luce i fatti avvenuti al
Campanella in Napoli e in Roma. «Alquanto differente relazione tengo io
del Padre Fra Tomaso Campanella, di quella è stata fatta a V. A. S. per
quanto posso comprendere dalla sua amorevolissima scrittami. Con tutto
ciò volendosi lei servire dell'opera sua, acciò non resti defraudato
del suo buon desiderio, io farò prova del valore e sufficienza sua,
e trovandolo atto per servire un tanto Principe qual è V. A. S., gli
comandarò ubbidisca a' suoi cenni, che mi sarà sempre singolar favore
si degni prevalersi della mia religione, come io indegno capo di essa
desidero tanto servirla. Farò insieme rivedere quell'opere che egli
ha preparato per dare alla stampa, come comanda il sacro Concilio
di Trento e gli ordini della Religione, ed essendo trovate tali che
meritino uscire in luce, molto volontieri gli comandarò che le faccia
stampare e che serva V. A. S. in tutto e per tutto» _etc._ Tale fu
la risposta del P.^e Generale, fra Ippolito M.ª Beccaria, di cui
abbiamo già avuta occasione di dare qualche cenno altrove. Sollecito
della distinzione che ridondava in beneficio dell'Ordine, premuroso
di mostrarsi ossequente al Gran Duca, egli trovavasi in imbarazzo:
non voleva dire che il Campanella fosse stato veementemente sospetto
di eresia, ma non poteva non tenerne conto: con ogni probabilità si
preoccupava anche di qualche altra possibile eresia nelle opere che il
Campanella intendeva di stampare, e quindi vedeva indispensabile farle
esaminare scrupolosamente. Possiamo con ciò spiegarci pure molto bene
quanto accadeva in sèguito.

Come abbiamo detto, andando a Padova il Campanella si fermò in Bologna:
non sappiamo quanto tempo vi sia rimasto, ma verosimilmente vi rimase
ben poco, ed ecco ciò che nel _Syntagma_ si legge essergli avvenuto.
«Mentre stava in Bologna mi furono portati via di soppiatto tutti i
sopradetti libri e certe Poesie latine non dispregevoli, come pure
il primo libro della Fisiologia composto di dispute contro tutte le
sette, al quale doveano far sèguito altri 19 libri già meditati». E
più oltre: «di poi tutti i libri perduti in Bologna li trovai (a Roma)
nel S.^to Offizio, ove interrogato li difesi, nè pertanto li richiesi,
essendo sul punto di rifarli migliori». Ecco una prima perdita completa
delle opere sin allora scritte dal Campanella, all'infuori della
_Philosophia sensibus demonstrata_ già data alle stampe, e rifacendone
l'elenco abbiamo: 1º l'opera _De investigatione rerum_; 2º quella
_De sensitiva rerum facultate_ o _De sensu rerum_; 3º il Carme _De
Philosophia Pithagoreorum_; 4º il Carme _De Philosophia Empedoclis_;
5º il trattato _De insomniis_; 6º il trattato _De Sphera Aristarchi_;
7º i due primi libri _De rerum universitate_ o _De Metaphysica_; 8º
il primo libro della _Physiologia_, come il Campanella si compiacque
denominare la Filosofia naturale. Facciamo avvertire che quando il
Campanella ricompose l'opera _De sensu rerum_, definì un furto la
perdita di questa sua opera con le altre, e l'attribuì a «falsi frati»;
notiamo inoltre che potrebbero un giorno tutte queste opere tornare
alla luce del sole, poichè dovrebbero tuttora trovarsi nell'Archivio
del S.^to Officio, e sarebbe ad ogni modo curioso il vedere se e quali
modificazioni successive di sostanza sieno state dall'autore introdotte
nell'opera che ebbe speciale premura di ricomporre, vogliamo dire
nell'opera _De sensu rerum_. — Non è difficile frattanto interpetrare
come abbiano dovuto veramente passare le cose in Bologna. Mettendo
il fatto in riscontro con la lettera del P.^e Generale al Gran Duca,
sembra ben chiaro questo, che il P.^e Generale si attendeva dal
Campanella l'invio de' manoscritti per la revisione, la quale egli
non poteva ignorare esser necessaria; il Campanella non se ne dovè
curare, e il P.^e Generale, nell'impegno di compiacere il Gran Duca con
la maggior sollecitudine, comandò che i manoscritti fossero presi ed
inviati immediatamente al S.^to Officio. Vedremo pure che il Campanella
trovò poi il P.^e Generale in Padova nel suo arrivo in quella città,
mentre la lettera di lui al Gran Duca fu spedita da Milano: si
potrebbe quindi affermare che il P.^e Generale medesimo sia andato a
Padova per affrettare la presa de' manoscritti, e che il Campanella,
conosciuta questa circostanza in Bologna, vi si sia trattenuto, ma il
P.^e Generale ebbe facilmente modo di colpirlo anche in Bologna, ed
egli, cessato il motivo di trattenervisi e naturalmente disgustato, se
ne partì in fretta, sicchè nello stesso mese di 9bre dovè trovarsi in
Padova. Ad ogni modo i frati di Bologna, che certamente non avevano
alcun motivo di portargli odio, furono _falsi_ verso di lui sol
perchè presero i manoscritti a sua insaputa, ma la loro condotta non
fu spontanea, e lo dimostra l'invio che ne fecero al S.^to Officio.
D'altro lato nulla autorizza veramente a credere che egli abbia in
Bologna trattato di avere una cattedra, secondochè il Berti ha creduto
di vedere.

Ecco ora il Campanella in Padova, verosimilmente nel 9bre 1592, e
certamente nel convento di S. Agostino, come egli medesimo ricordò
poi nella sua lettera al Galilei che è stata pubblicata dal Berti.
Poniamo qui la notizia che si fece assegnare nello studio di Padova
come spagnuolo, e non come calabrese: egli rammentò più tardi tale
circostanza, allorchè si trovò carcerato in Napoli fra le mani degli
spagnuoli, e l'addusse in prova della sua devozione alla Spagna[111].
Questa «assegnazione nello studio» conduce naturalmente a credere che
si tratti della iscrizione nell'Albo della nazione spagnuola come si
usava da coloro i quali accorrevano allo studio pubblico mantenuto con
tanto lustro dal Governo Veneto; essi aveano cura di dare il loro nome
alla _Nazione_ rispettiva. Se non che l'_assegnazione_ è veramente un
termine fratesco sinonimo di destinazione, trovandosi anche non di rado
denominato _Studio_ tra' frati quel convento o parte di convento in
cui si raccoglievano i frati studenti; e i Domenicani, almeno a quei
tempi, si dicevano «studenti formali» persino varii anni dopo di essere
stati ordinati sacerdoti; ne incontreremo qualche esempio tra' frati
calabresi che figureranno più tardi ne' processi della congiura ed
eresia del Campanella. Tuttavia non ci ripugna menomamente ritenere che
il Campanella si sia iscritto nell'Albo degli spagnuoli, conoscendosi
che mediante una piccola moneta da pagarsi nell'atto dell'iscrizione
si venivano ad acquistare alcuni vantaggi, diversi secondo gli statuti
e i diritti consuetudinarii appartenenti alle diverse Nazioni, e che
s'iscrivevano nell'Albo, con la menzione delle rispettive qualità e
della moneta pagata, non solo gli studenti, ma anche i visitatori dello
Studio, che si trattenevano qualche tempo in Padova non propriamente
per seguire i corsi delle lezioni. Come si vede, la cosa è ben diversa
dall'«iscrizione nelle matricole dello Studio di Padova»: e dobbiamo
dire che in una delle nostre escursioni in quella città abbiamo avuto
cura di ricercare nell'Archivio dello Studio se vi fosse rimasta
traccia del Campanella; ma degli Atti delle Nazioni non abbiamo trovato
che sei volumi della Nazione alemanna, due della Nazione polacca, uno
solo della Nazione ultramarina e contenente appena la serie e gli scudi
de' consiglieri, sindaci, esattori ed altri officiali della Nazione.

Pertanto fin da' primi giorni della dimora in Padova, il Campanella
si trovò involto in un brutto processo, che non intendiamo come
sia stato confuso con gli altri venuti in sèguito[112]. «Quasi tre
giorni» dopo il suo arrivo, secondochè egli scrisse in una delle sue
lettere, trovandosi il P.^e Generale nel convento di Padova, accadde
di notte uno di que' fatti scandalosi, proprii di giovani scostumati
ed immorali, come ve n'erano tanto spesso tra' frati di quel tempo:
il P.^e Generale patì una violenza che non occorre specificare; il
Campanella, di recente venuto, ne fu incolpato da certi suoi compagni,
e si noti che egli dormiva con un altro in un letto comune, la qual
cosa era allora ammessa per l'abbondanza degli ospiti nei conventi,
come ne vedremo più oltre esempi diversi. Tanto per la data, quanto pel
genere d'imputazione, il Campanella fu chiamato in giudizio insieme con
altri frati. Questo risulta dalle sue stesse lettere, e risulta del
pari essersi difeso adducendo, che l'altro compagno il quale dormiva
con lui avrebbe dovuto rispondere egualmente della imputazione, e poi
egli non avea la vista buona e non avrebbe potuto facilmente accedere
presso il P.^e Generale. «Ma l'iniquità, egli dice, non cercava
il delitto, bensì cercava di farmi delinquente»; e ciò indurrebbe
a credere che dovè rimanere carcerato e maltrattato per qualche
tempo. Giunse tuttavia a riacquistare la libertà, naturalmente per
insufficienza d'indizii, o per avere «purgato gl'indizii» con qualche
tormento; ma rimase la memoria di questo processo, e forse ad esso
mette capo l'affermazione del Parrino e del Giannone, che il Campanella
era stato già prima carcerato anche «per la sua vita poco esemplare e
pe' suoi difformi costumi».

Venuto in libertà, probabilmente con la clausola di dover essere pronto
a rispondere _novis supervenientibus inditiis_ giusta la procedura del
tempo, egli ricominciò a scrivere ed anche ad insegnare e a disputare.
Le notizie di ciò che egli scrisse in Padova trovansi al solito nel
_Syntagma_, bensì in molto disordine, vedendosi stranamente intralciato
il ricordo di ciò che scrisse in Padova e di ciò che scrisse in Roma
allorchè ebbe a fermarsi per la 2.ª volta in questa città; ecco quanto
se ne può cavare di più sicuro, e preghiamo di tenerlo presente poichè
costituisce il sèguito del Catalogo delle opere del Campanella. «Niente
sconfortato da queste perdite (le perdite fatte in Bologna) cominciai
di poi in Padova ad instaurare la _Filosofia di Empedocle_, e scrissi
una _nuova Fisiologia_ secondo i proprii principii indirizzandola
a Lelio Orsini. Similmente, per ordine dello stesso Orsini, un
_Apologetico dell'origine delle vene de' nervi e delle arterie e
della pulsazione_, per commentario del Telesio sul tema, che l'Animal
universo etc., contro Andrea Chioco medico Veronese che avea scritto
contro Telesio, e mandai questo opuscolo ad Antonio Persio Telesiano,
dimorante in Roma presso Lelio Orsini. Dettai anche una nuova
_Rettorica_ ad alcuni nobili scolari Veneti. Di poi tradotto a Roma
perdei tutti questi libri». Fermandoci a questo punto per ora, notiamo
che il Campanella cominciò dal rifare non l'opera «De sensu rerum»,
ma il suo lavoro sulla _Filosofia d'Empedocle_ che avea già scritto
altra volta in versi latini; inoltre scrisse una _Fisiologia_, che
probabilmente fu un trattato destinato a servire per dettare lezioni;
nè deve sfuggire la dedica fattane a D. Lelio, e la composizione
dell'_Apologetico_ per ordine dello stesso D. Lelio, ciò che mostra una
corrispondenza continua con lui, come non deve sfuggire la scrittura
della _Rettorica_ per uso accertato di un privato insegnamento.
Aggiungeremo poi qualche notizia intorno a quell'Andrea Chiocco medico
Veronese, contro cui ebbe a scrivere l'Apologetico per Telesio. Il
Chiocco, o Chioco, è ben noto a' cultori della letteratura medica,
come medico, filosofo, poeta, naturalista, istorico: l'opera nella
quale parlò de' polsi, e rimbeccò il Telesio, fu quella intitolata
«Quaestionum philosophicarum et medicarum libri tres, Veron. 1593», ed
essa è divenuta estremamente rara come la più gran parte delle opere
sue. Qualche altra notizia più intima intorno a lui ci è accaduto di
trovare nell'Archivio di Urbino oggi trasportato a Firenze, essendovi
stata occasione di parlare del Chiocco quando il Duca di Urbino, nel
1600, commise al suo Agente di Roma di cercargli un medico: il Card.^l
di Verona propose in primo luogo il Chiocco, e lo disse molto giovane
(avrebbe nel 1593 avuto circa 29 anni), non molto agiato, ma molto
dotto, con buon fondamento di lettere greche e di filosofia; era dunque
una persona distinta, ed è superfluo dire che non fu prescelto[113]. —
Continuando la notizia delle opere composte dal Campanella in Padova,
per quanto possiamo decifrarla dal _Syntagma_, ecco un altro brano di
questo libro che ne compie la serie. «Dippiù, richiestone scrissi in
lingua volgare una _Consultazione, se convenga alla Repubblica Veneta
permettere che gli Oratori degli altri Principi parlino nella propria
lingua in Senato_, e la diedi ad Angelo Correo Patrizio Veneto. Avea
pure scritto un _Commentario sulla Monarchia de' Cristiani_, tale
da non avermene a dolere, dove mostrava con quali arti la potenza
Cristiana crebbe e crescerà, con quali suole decrescere, con quali
sia da recuperarsi, politicamente parlando, ed istituiva un parallelo
tra il Regno e i Re degli Ebrei, e il Regno i Re e gl'Imperatori
de' Cristiani. Parimente scrissi al Pontefice _Sul Reggimento della
Chiesa_, con quali modi, non soggetti alla contraddizione dei Principi,
il Pontefice massimo mediante le sole armi ecclesiastiche può di tutto
il mondo fare un solo ovile sotto un solo Pastore, i quali ultimi
libri diedi a Lelio Orsini e Mario Tufo, ma l'autografo lo rubarono
in Calabria amici infedeli». Queste furono le numerose opere composte
in Padova, cioè a dire durante tutto il 1593 e buona parte del 1594,
in mezzo a molte angustie come vedremo tra poco. Indubitatamente
il Campanella in tale periodo diè buona prova di quella grandissima
operosità, che si può dire essere stata sempre la sua gloria maggiore,
e si può dire anche essere stata la salvezza sua: non avrebbe potuto
reggere a tanti colpi avversi, ma l'occupazione continua glie li fece
sentire meno vivamente, e forse impedì che ne rimanesse schiacciato.
Una sola osservazione intanto vogliamo fare sulle opere anzidette,
ed essa è che le due ultime, quelle _Della Monarchia de' Cristiani_
e _Del Regime della Chiesa_, entrambe di ordine politico-religioso,
trovandosi in coda all'elenco debbono rannodarsi all'ultimo periodo
della permanenza del Campanella in Padova, al periodo de' nuovi e gravi
travagli che vi soffrì; e bisogna tener conto di questa circostanza,
per intendere non tanto lo spirito, quanto la misura delle dottrine che
vi si fece a sostenere.

Con ogni probabilità il Campanella, non ostante il suo privato
insegnamento, dovea menare in Padova una vita molto misera, e
sospettiamo che i frequenti invii di opere a D. Lelio Orsini e a Mario
del Tufo, tra gli altri significati, aveano anche quello di un certo
modo di chiedere sussidii usato ed abusato in ogni tempo da' letterati
poveri; oltracciò il processo già sofferto dovea farlo tenere sotto
una sorveglianza speciale ed anche puntigliosa, come si argomenta dal
vederlo continuamente oppresso da imputazioni diverse, talune insulse
e talune serie, piene di grave pericolo sempre. Così ci spieghiamo
in pari tempo una sua nuova e curiosa pratica presso il Gran Duca di
Toscana, per sollecitare la concessione della cattedra, mentre l'opera
_De sensu rerum_ con la dedica già fatta non avea potuto più stamparsi,
e le informazioni ulteriori del P.^e Generale non avrebbero potuto
riuscire altrimenti che pessime: era un tentativo disperato, che solo
uno stringente bisogno poteva suggerire. Ad ogni modo il tentativo fu
fatto con una lettera al Gran Duca in data del 13 agosto 1593, che è
quella pubblicata dal Palermo. Il Campanella vi dice essergli stata
proposta in Padova una lezione di Metafisica da alcuni gentiluomini,
ma egli si riteneva impegnato con S. A., cui rammenta la parola data,
e dichiara non poter mai immaginare che S. A. abbia mutato parere,
«non essendo proprio di Signori». Si mostra per altro informato di ciò
che accadde negli ultimi giorni della sua dimora in Firenze: «mi si
scrive che alcuni, gonfi di quella vana sorte che suole apportar la
ipocrisia, abbian proposto a V. A., per la mutazione che avverrà da
le nuove mie dottrine, che non doveva ricevermi, e questo il medesimo
dì che io mi partii da lei» (allusione evidente a Baccio Valori, che
avea scritto appunto in tal senso e in tale data con molta ipocrisia).
Del resto afferma che saprebbe anche meglio degli altri dettare le
dottrine Aristoteliche (la qual cosa conferma quanto fosse stringente
il suo bisogno), e supplica che faccia scrivere se egli debba avere
quella lezione o aspettare ancora. — Non è dubbio che S. A. gli abbia
scritto o fatto scrivere in suo nome evasivamente; tale risposta
dovè essere portata al Campanella nel convento di S. Agostino dal
Galilei lettore in Padova, come si può argomentare da' ricordi che
poi ne fece il Campanella medesimo al Galilei ed anche a Ferdinando
più tardi, quali si leggono nelle lettere pubblicate dal Berti e dal
Fabroni. Aggiungiamo che per colmo di dolore il Campanella, 4 anni
dopo, potè forse conoscere che ad insegnare in Pisa era chiamato quel
dot.^r Marta, contro cui egli avea fatto le prime armi combattendo
Aristotile[114]; bensì era chiamato ad insegnare jus Cesareo, non già
filosofia[115].

Vennero intanto successivamente istituiti in Padova nuovi processi
contro il Campanella, e per verità non sapremmo affermare che al tempo
in cui mandò la lettera al Gran Duca non ne avesse già avuto ancora
un altro dopo quello relativo all'insulto gravissimo patito dal P.^e
Generale: poichè conosciamo molti capi di accusa a' quali fu chiamato a
rispondere, e certamente ve ne furono anche altri, mentre egli sempre
costumò non propalarli o non specificarli appieno; ma non conosciamo
in che modo que' capi di accusa sieno stati aggruppati per aversi i
«cinque processi», che nella lettera allo Scioppio pubblicata dallo
Struvio chiaramente affermò avere avuti. A quanto pare, due nuovi
processi egli dovè avere in Padova, venendo poi l'ultimo, assai più
grave dell'altro, compiuto in Roma, con la giunta di ulteriori capi
di accusa sorti in sèguito, e dell'esame delle opinioni sospette
consegnate nel libro _De sensu rerum_; ciò nel corso del 1593 e
1594, poichè vedremo da un documento irrecusabile trovarsi nella fine
del 1595 già esaurito in Roma l'ultimo processo sorto in Padova, ed
esaurito anzi da qualche tempo. — Meditando sulla lettera allo Scioppio
pubblicata dallo Struvio, la quale offre in modo più ordinato i capi
di accusa, ed aggiungendovi ciò che si rileva dalla lettera al Papa,
apparirebbe plausibile il dire che in uno di questi nuovi processi
(3º per data) gli siano state fatte due imputazioni, aver composto
il libro _De tribus impostoribus_, ed essere seguace delle dottrine
di Democrito; nell'altro poi (4º per data) dovè rispondere ancora
a due imputazioni, divenute non si sa quante per via, professare
dottrine eretiche, e non aver denunziato un giudaizzante col quale avea
disputato _de Fide_; nè occorre dire che l'ultimo suo processo (il 5º)
fu quello sostenuto in Napoli, con le accuse di tentata ribellione ed
eresia.

Alle imputazioni dell'avere scritto il libro _De tribus impostoribus_,
e dell'essere seguace delle dottrine di Democrito, il Campanella
potè rispondere, che aveva appunto scritto contro Democrito e che il
libro attribuitogli era stato già stampato 30 anni prima che egli
nascesse. Vede ognuno quanto sarebbe importante possedere gli atti
di tale processo, mentre a tutt'oggi nulla è stato posto ancora in
sodo circa il libro in quistione, e si dubita perfino che esso sia
mai esistito[116]. Con la sua immensa erudizione il Campanella potea
fare meglio di chicchessia la storia di questo libro: per lo meno
egli dovè fornire tutte le particolarità dell'edizione, che ci lasciò
appena accennata e ci riesce affatto ignota. Noi siamo convinti che
dandosi agli eruditi l'accesso all'Archivio del S.^to Officio, la
Chiesa medesima vi guadagnerebbe da tutti i lati, e vorremmo avere
tanta autorità da meritarci credito: per lo meno non si vedrebbero
più malamente confuse l'Inquisizione di Spagna e quella di Roma,
che funzionarono con una misura ben diversa, e senza dubbio si
modificherebbe radicalmente l'opinione tanto sparsa de' procedimenti
iniqui usati dall'Inquisizione Romana. Nel caso presente, si vedrebbe
anche come il Campanella abbia avuto tutto l'agio di difendersi e
guadagnarsi l'assoluzione.

Più malagevole dovè riuscire il discolparsi del non aver rivelato il
giudaizzante col quale avea disputato _de Fide_, e di essersi reso
colpevole di eretica pravità come allora si diceva. La denunzia era
di obbligo assoluto, e la mancanza di essa nelle circostanze indicate
bastava a far nascere il sospetto di eresia. Forse il Campanella potè
dapprima addurre essersi l'opponente dichiarato vinto nella disputa,
e quindi a lui rimanere il merito di averlo convertito; ma ciò non
lo disobbligava dal farne parola al S.^to Officio, e d'altronde il
giudaizzante dovè mostrarsi pervicace: nè diciamo ciò a caso, ma dopo
la matura considerazione di quanto il Campanella ne lasciò scritto, e
dopo il fatto di un giudaizzante da noi rinvenuto nelle scritture di
questo periodo, da potersi riferire appunto a' travagli del Campanella.
Cominciamo dal notare che questi travagli avuti pel giudaizzante
son citati dal Campanella non solo nella lettera al Papa, dove son
posti in primo luogo (mentre nella lettera allo Scioppio pubblicata
dallo Struvio mancano affatto), ma son citati anche nella Narrazione
pubblicata dal Capialbi, dove figurano quasi come i soli travagli avuti
dal S.^to Officio, prima de' travagli di Napoli. Le parole testuali
della lettera sono, «primo ex dicto unius Judaizantis molestatus»;
quelle della Narrazione (pag. 52) sono, «fu travagliato.... nel
S. Officio perchè non rivelò un fugitivo hebraizante con cui esso
Campanella disputò _de Fide_ in Padova, e quello fu poi carcerato a
Verona». La parola «fuggitivo» nella terminologia del S.^to Officio
significa uno che è scappato dal carcere od anche si è sottratto
alla forza mandata a catturarlo, ciò che bastava a costituirlo in una
certa convinzione della colpa appostagli; invece nella terminologia
fratesca significa un frate che ha abbandonato l'ordine monastico, e
nella terminologia de' disputanti significa uno che usa un ripiego per
cessare dalla disputa sentendosi vinto; non ci pare dubbio che in uno
di questi due ultimi sensi la parola «fuggitivo» abbia dovuto essere
adoperata dal Campanella. Questo frate dunque, mostratosi ebraizzante
nella disputa avuta col Campanella in Padova, fu poi carcerato in
Verona, e pel detto di lui solo il Campanella venne travagliato.
Ora ricercando le scritture di questo periodo noi abbiamo trovato il
ricordo di un frate Antonio da Verona coll'abito di cappuccino, il
quale per avere sostenuto che Cristo non avea redento il genere umano,
come eretico pervicace finì per essere bruciato vivo in Campo di Fiori
il 26 7bre 1599, dopo di essere stato varii anni nelle carceri del
S.^to Officio. Veggano i discreti se non sia plausibile mettere questo
fatto in rapporto con le cose del Campanella, e metterlo nel modo da
noi tenuto[117].

Merita intanto di essere considerata l'importanza di questo processo
pel povero Campanella, e ciò che andiamo a dire valga anche pel
successivo ed ultimo processo di Napoli. L'essere stato già una
volta condannato ad abiurare come veementemente sospetto di eresia
lo costituiva nella terribile condizione di «relapso», e qualora
fosse stata provata in tutta regola la sua colpa, il destino suo
non poteva esser dubbio: per la nota massima della giurisprudenza
del S.^to Officio «lapso non relapso parcitur», egli avrebbe dovuto
essere degradato e consegnato alla Curia secolare, con la solita
raccomandazione rutinaria di punirlo senza pericolo di morte e
senza effusione di sangue e mutilazione di membra, della quale
raccomandazione era bene inteso che la Curia secolare non tenesse
conto, o ne tenesse conto adoperando un genere di supplizio tale da
non recare nè effusione di sangue nè mutilazione di membra. Così il
condannato era bruciato vivo, quando si mostrava impenitente, od era
invece prima appiccato vicino al fuoco e poi bruciato, quando era
penitente, giusta la massima che tale ultimo supplizio «et humanius
est, et viam desperationis claudit, et ad poenitentiam provocat».
Nè si pensi che trattandosi di un'eresia diversa dalla precedente,
non fosse il caso vero del relapso: l'essere ricaduto nell'identica
eresia costituiva uno de' casi, e propriamente de' casi estremi del
relapso, ne' quali non doveva neanche accordarsi la difesa, e il
colpevole era «sine ulla penitus audientia brachio saeculari tradendus,
ultimo supplicio feriendus». Ma i casi del relapso erano varii,
c'era perfino quello di aver fatto semplicemente qualche favore ad
un eretico dopo di avere già una volta abiurato; e la conseguenza era
sempre la stessa, consegna al braccio secolare per l'amministrazione
dell'ultimo supplizio, previa la degradazione quando trattavasi di
un ecclesiastico. Solo si voleva che il colpevole fosse «legitime
convictus»; e parrebbe che il Campanella abbia avuto ricorso pure a
quest'àncora di salvezza sostenendo l'insufficienza del teste unico,
secondo la massima generalmente valevole in S.^to Officio «vox unius
vox nullius», come si può fino ad un certo punto argomentare da
quelle sue parole che implicano anche una discolpa, «ex dicto _unius_
Judaizantis molestatus»[118].

Dopo tutto ciò risulterà senza dubbio naturalissimo che il Campanella,
nell'ultimo periodo della sua dimora in Padova, e verosimilmente
durante la sua prigionia, non si sia tanto occupato di filosofia quanto
di politica e di religione, procurandosi buoni pezzi di appoggio
per la tempesta che minacciava sommergerlo. Così nacque l'opera
della _Monarchia de' Cristiani_, e subito dopo anche l'altra _Del
Regime della Chiesa_ indirizzata al Pontefice, sfoggio di dottrine
ultra-teocratiche e di fervore religioso; e ci pare che debba tenersi
conto delle circostanze nelle quali furono scritte queste opere,
semprechè si voglia portare sopra di esse un equanime giudizio.
Vedremo pure in sèguito il nostro filosofo, in determinati momenti
molto critici della sua vita, assumere un atteggiamento che per lo
meno deve dirsi di esagerazione, una volta anche verso i Principi,
un'altra volta di nuovo verso il Papa; ed egualmente di questo ci pare
che debba tenersi conto. Nè diremo già che in fondo egli non credesse
alla teocrazia come sistema di governo, che non amasse l'estirpazione
perfino violenta delle sètte religiose per vedere almeno tutta la parte
civile dell'umanità stretta in un fascio solo, che non ritenesse la
religione fortemente disciplinata indispensabile anche come strumento
di civiltà; ma ci periteremmo assaissimo di affermare che nel fondo
dell'animo suo egli volesse davvero la teocrazia rappresentata dal
Papa e da' Cardinali, la religione rappresentata da tutto il complesso
delle dottrine cattoliche etc.; tutti sanno che uomini non volgari,
e di eccellente odorato, dalle medesime sue opere politico-religiose
trassero già il convincimento che esse esprimessero ben altro di quello
che facevano le mostre di esprimere. Ma non possiamo nè dobbiamo
entrare in simili discussioni, e solo vogliamo giustificare il
nostro proposito di crederci nello strettissimo dovere di far sempre
rilevare in quali condizioni le sue diverse opere furono scritte;
segnatamente poi per quella _Del Regime della Chiesa_ notiamo anche
in anticipazione, che mentre chiaramente trovasi registrato nel
_Syntagma_ essere stata scritta in Padova senza che apparisca alcun
motivo per dubitarne, il filosofo medesimo, nella Difesa che presentò
ad occasione del 5º processo di eresia avuto in Napoli, la annunziò
siccome scritta in Stilo ne' tempi immediatamente anteriori a quelli
di tale processo, naturalmente pe' nuovi bisogni di quest'altra sua
gravissima causa[119]. Aggiungiamo inoltre che egli ebbe una cura
speciale della conservazione di entrambe queste opere, _Monarchia_
e _Regime_, facendone l'invio a D. Lelio Orsini e a Mario del Tufo,
sicchè non ebbe a perderle con le altre al momento in cui fu tradotto a
Roma, e ciò naturalmente perchè doveano servirgli allo scopo suddetto.
Nè vogliamo tacere che non ci apparisce realmente derivata da queste
opere, ossia dalle dottrine consegnate in queste opere, la persecuzione
continua sofferta dal Campanella in Padova, come lascerebbe sospettare
una proposizione emessa dal Naudeo tanti anni dopo[120]: il Naudeo,
amicissimo del filosofo, e durante la vita e dopo la morte di lui fu
solito d'ingarbugliare il ricordo delle cause, per le quali egli era
stato perseguitato; d'altra parte il Governo Veneto era solito di
perseguitare esso medesimo e di non lasciare impuniti i fautori della
supremazia Papale.

IV. Eccoci ora al trasferimento del Campanella da Padova a Roma.
Abbiamo già accennato che questo dovè accadere verso la fine del
1594, poichè il processo iniziato in Padova, certamente assai grave
ed aggravatosi sempre più per via, era già esaurito in Roma prima
della fine del 1595; e ci parrebbe superfluo dire che egli dovè essere
tradotto a Roma qual prigioniero, se non ci obbligasse a dichiararlo
il fatto che i biografi hanno tutti ammesso un'andata spontanea da
Padova a Roma. Il Berti è stato il solo ad avvedersi che l'andata
del Campanella a Roma segna il tempo di un suo processo da tutti
sconosciuto; se non che egli lo crede il 1º processo, avvenuto non più
tardi del 1595 o 96, ed ammette sempre un'andata spontanea del filosofo
a Roma, «o fosse irrequietezza sua, o timore di molestia per parte de'
frati od anche de' magistrati per causa delle dottrine teocratiche, e
più probabilmente per dare ragione di sè al S. Uffizio». Ma sebbene il
filosofo non abbia mai parlato molto chiaramente delle sue maniere di
andare a Roma, ed anche ad occasione del suo primo trasferimento da
Napoli ci abbia fatto leggere nel _Syntagma_ «Romam perrexi», questa
volta ci fa leggere il trasferimento da Padova con le parole «Romam
perductus»: il D'Ancona, nel recarle in italiano, ha adoperata la
frase «portandomi a Roma», ma noi vi abbiamo scorto un senso passivo
e non attivo, ed abbiamo perciò adoperata la frase «tradotto a Roma».
D'altronde bisogna tener presenti le circostanze di tale andata a
Roma, la perdita che vi fece di diverse opere scritte in Padova (la
_Filosofia di Empedocle_, la nuova _Fisiologia_, l'_Apologetico del
Telesio_ contro il Chiocco e la _Rettorica_, le sole opere che, o in
originale o in copia, esistevano presso di lui) e il rinvenimento nel
S.^to Officio di tutte le altre opere che avea già precedentemente
perdute in Bologna (ved. qui pag. 62): questo ci pare che indichi
senz'altro essere stato il Campanella strappato bruscamente dal luogo
della sua dimora in Padova, poi tradotto a Roma e consegnato nelle
carceri del S.^to Officio, dove ebbe anche a trovarsi in presenza delle
opere toltegli in Bologna, e a doverne rispondere.

Le principali imputazioni, dalle quali dovè difendersi, furono
certamente sempre il non aver denunziato l'ebraizzante e l'essersi
reso colpevole di eretica pravità. Ma a queste se ne aggiunsero ancora
altre, alcune delle quali vennero senza dubbio messe innanzi nel
tempo in cui il processo si svolgeva in Padova: esse furono, l'aver
composto un empio Sonetto contro Cristo, l'aver manifestato eresie
in Calabria, come risultava dalla deposizione di un suo conterraneo
accusato egualmente di eresia nel tribunale del Vescovo di Squillace,
l'essere stato trovato in possesso di un libro di Geomanzia senza il
debito permesso, l'avere enunciate proposizioni censurabili nell'opera
_De sensu rerum_ toltagli in Bologna. La 1ª e 2ª di tali imputazioni
aggiunte trovansi registrate nella lettera al Papa ed a' Cardinali
pubblicata dal Centofanti, ma vedremo anche nel 5º processo sostenuto
in Napoli la deposizione di un suo intimo amico (fra Dionisio Ponzio),
nella quale è detto che il Campanella medesimo gli aveva parlato di
un Sonetto bruttissimo contro Cristo, e glie lo aveva anche recitato,
per lo quale era stato innocentemente inquisito in Roma[121]. La 3ª
imputazione, quella di essere stato trovato in possesso di un libro
di Geomanzia, ciò che ci sembra aver dovuto accadere in Padova nel
momento della cattura, trovasi registrata nella Informazione pubblicata
dal Capialbi[122]. L'ultima, quella delle opinioni censurabili emesse
nell'opera _De sensu rerum_, trovasi registrata con varie particolarità
nell'opera medesima rifatta dall'autore in italiano più tardi e poi
pubblicata in latino nel 1620, come anche nella Difesa dell'opera
premessa alla 2ª edizione di Parigi 1637: in quest'ultimo documento è
detto che la risposta agli argomenti degl'Inquisitori fu data nel 1598,
e son citati gli Atti del 1598, ma abbiamo ragione di credere che vi
sia incorso un errore di data, dovendosi leggere 1595, tanto più che a
pochi versi di distanza si ha un altro errore di data manifestissimo,
trovandosi detto che la 1ª edizione dell'opera fu fatta nel 1617,
mentre si sa che fu fatta nel 1620. — Non conosciamo la serie degli
argomenti addotti dal Campanella contro ciascuna imputazione, ma non ci
manca per taluna di esse qualche indizio e per le altre qualche notizia
positiva, che il Campanella medesimo ha avuto cura di fornire. Abbiamo
già detto che per la faccenda dell'ebraizzante ci sarebbe qualche
indizio dell'essersi il Campanella difeso adducendo che si trattava
di un teste unico; ma doverono esservi ancora altri argomenti che non
conosciamo. Quanto al Sonetto, egli giunse a dimostrare che apparteneva
all'Aretino; quanto all'eresia che si pretendeva aver manifestata
in Calabria, lo stesso denunziante si ritrattò, confessando avere
inventato il fatto per salvarsi da' pericoli che correva; quanto al
libro di Geomanzia, affermò che gli fu preso mentre intendeva portarlo
all'Inquisitore per la licenza; quanto alle proposizioni censurabili
emesse nell'opera _De sensu rerum_, ecco in quali termini il Campanella
ce ne lasciò il ricordo nell'opera rifatta, e poi anche nella Difesa
di essa allegata all'edizione di Parigi. Nell'opera (ms. napoletano)
al lib. 2.º cap. 32 scrisse: «L'argomento che mi fece l'Inquisitione
contra, et poi restò da me sodisfatto fu questo. Che sequirebbe, che
pure i Vermi, et le bestie di questa beata mente fossero informati,
et capaci di beatitudine humana; io risposi che non sequita, poichè
veggiamo tanti pidocchi et vermi generarsi nella testa dell'huomo, et
tanti altri vermi dentro il ventre, et in varii membri et visceri,
ne per questo tali bestiole hanno la mente rationale dell'huomo, ma
solo il senso breve, et corto dell'altre Belve, cossì dentro al mondo
senza quell'anima beata ma non (_int_. con) sensi partiali, et questa
risposta per contrario e certo essempio provata non hanno potuto
impugnare gli contradittori». Nella Difesa poi del libro, allegata
all'edizione fattane in Parigi nel 1637 (pag. 90) la cosa medesima è
espressa ne' seguenti termini; ne diamo tradotto il brano relativo.
«Esaminando i Padri i 4 libri nostri manoscritti _De sensu rerum_
non apposero nulla contro il senso naturale delle cose, nè che abbia
ammesso l'anima del mondo assistente con Agostino, Basilio, il Niceno,
il Ficino, e Platone, ma solamente questo: se c'è un'anima del mondo,
essa di conseguenza è beatificabile o beata, e però lo sono anche
le anime de' bruti e tutte le parti del mondo. Risposi, come si vede
negli Atti dell'anno 1598 (ciò che narrai pure nel mio libro De Sensu
rerum stampato nell'anno 1617) che se si ammetta un'anima del mondo
assistente e reggente con intelligenza beata, che può essere una delle
Dominazioni, non per questo le anime de' bruti e le cose naturali
senzienti sarebbero del pari beatificabili, poichè non sono della
sostanza e derivazioni di quell'anima partecipanti del comune senso
naturale; come non vi sarebbero nè potenze nè appetito delle cose,
se non per partecipazione innata delle primalità. Poichè così pure i
vermi nati nel ventre e i pidocchi nati nel capo dell'uomo non sono
razionali a causa dell'anima razionale dell'uomo, ma solo sensuali
a causa del loro partecipare del comune senso, nascendo similmente
dalle fecce dell'uomo e da' cadaveri; nè conoscono l'anima dell'uomo,
come neanche noi conosciamo l'anima del mondo pel senso ma dopo lunghi
sillogismi. La risposta medesima dànno S. Gregorio Niceno e S. Agostino
sopra citati, che accordano al mondo una virtù razionale quasi anima,
poichè ammettono in ciascun ente un'anima propria, emanante o da Dio,
come nell'uomo, o dagli elementi, come ne' bruti, nelle piante ecc., o
dalla luce sensuale comune a tutti secondochè si è detto nella serie 3ª
e 4ª; ed avendo così risposto, pregai i Governatori del S.^to Officio
che mi legassero o con ragioni o con precetto, se non dovessi tenere
tale opinione; e non vollero, ma concessero la facoltà di tenerla, e i
Sig.^ri Cardinali Ascolano, Santorio e Sarnano, dottissimi Inquisitori,
dissero che io combatteva bene con questa opinione contro gli Atei e in
difesa de' Padri».

Così il Campanella giunse a liberarsi da questo processo che poteva
riuscirgli fatale, segnatamente per la 1.ª e 2.ª imputazione, per le
quali non conosciamo veramente il suo sistema di difesa, mentre per
esse non c'era altro esito possibile che o la liberazione o l'estremo
supplizio. Vedremo che quando poi se ne andò in Calabria, parlando
col suo amico fra Dionisio del Sonetto malamente attribuitogli, disse
che il denunziante era stato condannato alla galera in vita: ma questo
riesce poco credibile, poichè uno de' lati deboli del S.^to Officio era
il non dar travagli a' testimoni o denunzianti, quando le colpe da essi
poste innanzi si trovassero insussistenti, e ciò per non intiepidire
nel pubblico l'accorrere al suo tribunale; bisognava che vi fosse
indizio d'insigne mala fede per deciderlo a colpire i testimoni falsi,
ed allora li colpiva con vigore secondo il suo costume. Ad un altro
amico (fra Domenico Petrolo) egli disse che era stato rilasciato _ac si
non fuisset captus_: questo ci riesce veramente credibile, ma nemmeno
al punto da non ammettere che sia stato obbligato a rimanere in un
convento determinato, e propriamente in quello di S.^ta Sabina come se
n'ha qualche indizio; il foro ecclesiastico, egualmente che il laico,
non soleva facilmente abbandonare del tutto chi avea dato motivo di
far trattare qualche sua causa, ma lo voleva sotto la mano per qualche
tempo. Da ultimo dobbiamo ricordare che parlandosi delle opere presegli
in Bologna e trovate presso il S.^to Officio, nel _Syntagma_ si legge
che non le richiese, essendo sul punto di rifarle migliori: e dobbiamo
dire che questo non si comprende agevolmente, poichè quelle opere
si trovavano come allegate ad un processo, e in simili condizioni il
riaverle non era consentito.

Certo è che molto dovè costare al Campanella il liberarsi da questo
processo, e vi fu bisogno di potenti raccomandazioni. Anche per
esso, e principalmente per esso, dovè trovare un potente aiuto in D.
Lelio Orsini, il quale, come abbiamo già detto, era in buonissimi
termini con la Curia Romana e con lo stesso Papa. Un altro aiuto
valevolissimo dovè trovare nel Commissario generale del S.^to Officio
fra Alberto Tragagliolo, che secondo l'uso attendeva alla redazione
degli Atti, e poi, sedendo _pro Tribunali_, emetteva la sentenza data
dalla Sacra Congregazione Cardinalizia, alla quale era devoluta la
trattazione della causa e la sua decisione: avremo tra poco a parlare
di una lettera del Campanella al Tragagliolo, nella quale si vede
che il filosofo rimase in corrispondenza col degno frate, e si trova
menzionata «la misericordiosa giustizia» di lui, «il grand'obbligo»
che il filosofo gli ha, «l'ufficio di pietosa madre» che avea fatto,
l'essersi «promesso di conformarsi al senno di lui», il volere «da lui
dipendere meritamente»; le quali espressioni verso il Tragagliolo,
e l'interesse da costui spiegato di poi anche in Napoli verso il
Campanella, mostrano che il Commissario del S.^to Officio dovè sentire
una grande simpatia pel povero prigioniero, così giovane, così dotto
e così disgraziato. Forse egli conobbe le opere della _Monarchia de'
Cristiani_ e _Del Regime della Chiesa_, che certamente non furono
presentate in giudizio e non è difficile intenderne le ragioni:
così anche conobbe forse il _Compendio di Fisiologia_ e i _Discorsi
politici_, in particolare quelli a' Principi d'Italia, che al pari
di talune poesie vedremo essere stati composti nel carcere. Infine
il Campanella potè avere l'aiuto anche di personaggi altissimi,
dell'Arciduca Massimiliano e dell'Imperatore, i quali scrissero in
favore di lui e di Gio. Battista Clario egualmente carcerato, pel cui
mezzo egli fece pervenire all'Imperatore una copia de' suoi _Discorsi
a' Principi d'Italia_: questo fatto venne da lui affermato nelle Difese
che scrisse ad occasione del processo della congiura avuto in Napoli,
nè v'è ragione di dubitarne[123]. Ed ecco dove mette capo una certa
relazione del Campanella con gli Arciduchi e con l'Imperatore, onde
vedremo che egli si rivolse anche a costoro durante il lungo martirio
di Napoli. Nello stesso documento è detto avere inoltre inviato
all'Arciduca Massimiliano il _Dialogo contro i Luterani_; ma tale invio
potè verificarsi dopo l'uscita dal carcere, giacchè il _Dialogo_ non
fu composto prima, e ben si vede che il Campanella ebbe cura di farsi
conoscere dall'Arciduca anche posteriormente.

Questo intanto ci conduce a parlare delle opere composte dal Campanella
in Roma, de' suoi compagni di carcere, delle poesie che quivi dettò.
Nel _Syntagma_, a proposito de' libri perduti in Padova, si legge:
«In Roma dunque dettai di nuovo un piccolo _Compendio di Fisiologia_,
nè di esso mi avea dato mai più alcun pensiero, ma l'anno 1611 Tobia
Adami l'ebbe da non so chi in Padova e lo pubblicò sotto il titolo
di _Prodromo di tutta la filosofia del Campanella_. Inoltre cominciai
un _Compendio di Fisiologia_, sperando di risarcire la perdita di un
grosso volume; ed in esso proponeva le opinioni di tutti gli antichi
e le comparava con le nostre, il quale libro mandai poi a Mario Tufo.
Al medesimo Mario scrissi un trattato _Della prestanza dell'arte
cavalleresca_». Poi, venendosi a parlare non più per incidente delle
opere scritte in Roma, si legge ancora: «In Roma avea parimente scritto
in versi toscani _Sul modo di sapere_ e _su cose fisiologiche_,
e perdei l'uno e l'altro libro in Napoli; scrissi anche in Roma
una _Poetica secondo i proprii principii_, la quale diedi a Cinzio
Albobrandini Card.^l S. Giorgio, e trovasi nelle mani di molti, benchè
uno spagnuolo l'abbia tradotta nella lingua sua e vi abbia apposto il
suo nome: la qual cosa, allorchè ebbi a vederla in Napoli nel Regio
Castello, l'anno 1618, mi mosse ad un riso veramente grandissimo;
ma dovunque i nostri esemplari testificano contro il plagiario, e
lo stesso ladro, allo scopo di covrire un po' meglio il furto, in
fine si scusa perchè, quantunque sia spagnuolo, sovente cita poeti
italiani come l'Ariosto, il Tasso, il Guarini. Scrissi pure in Roma un
_Dialogo_ in lingua volgare, _del modo di convincere gli eretici del
nostro tempo e tutti i settarii insorgenti contro la Chiesa Romana_,
buono per qualunque mediocre ingegno, e alla sola prima disputa;
lo diedi prima a Michele Bonello Card.^le Alessandrino e ad Antonio
Persio, ed anche a te non così per tempo io lo concessi, o amicissimo
Naudeo, comunque non perchè abbi a darlo in luce, mentre da lunga pezza
oramai avea trasfuso questo dialogo nella _Lettera anti-Luterana_
a' filosofi e principi oltramontani per instaurare la religione.
Inoltre egualmente trovandomi in Roma, diedi agli amici Orazioni,
parecchi _Discorsi politici_, molte _Poesie toscane e latine_ anche
da diffondersi col nome loro. Qui pure cominciai a comporre _Versi
toscani con metro latino_, come si veggono nelle nostre Cantiche, e
l'_Arte metrica della lingua volgare in tutto simile alla latina_, con
regole sicure onde poter conoscere ed osservare la quantità di ciascuna
sillaba, e diedi questa a Gio. Battista Clario medico dell'Arciduca
Carlo in Roma e a due giovani Ascolani»[124]. Tale è la serie delle
opere composte in Roma nella fine del 1594, nel 1595, 1596 e quasi
tutto il 1597, nuovo gruppo che viene ad aggiungersi a quelli delle
opere precedenti e ad ingrossare di molto il Catalogo: ma gioverebbe
conoscere quali di esse siano state scritte nel carcere e quali
fuori, come pure con quale ordine di successione; e il _Syntagma_
non ci dà lumi sufficienti per conoscerlo, che anzi ci apparisce
sempre più un'esposizione non solo disordinata ma anche assai oscura
in qualche punto di molta importanza. Trovando registrato in primo
luogo il piccolo _Compendio di Fisiologia_, che venne pubblicato poi
dall'Adami in Frankfort nel 1617 col titolo di _Prodromus Philosophiae
instaurandae_, si sarebbe autorizzati a classificarlo prima di ogni
altra opera di questo gruppo; tuttavia, guardando bene al _Syntagma_,
si rileva che esso trovasi registrato in primo luogo per incidente.
D'altro lato abbiamo nella Bibl. Magliabechiana (XII, 5) un Codice
intitolato _Compendium Ph.iae (sic) Campanellae ad Paulum Attilium,
Romae 1595_, e, come il prof.^r Fiorentino ha fatto notare, esso
corrisponde esattamente al _Prodromus_[125]; possediamo quindi una data
certa, la quale autorizza ad ammettere che la detta opera abbia dovuto
essere composta nel carcere, ma non necessariamente in primo luogo. E
bisogna aggiungere che non manca un fortissimo indizio, da noi trovato
in un'opera appartenente ad un compagno di carcere del Campanella di
cui si discorrerà tra poco, per lo quale si è autorizzati a dire che
questo libro fu «il secondo» tra' libri da lui composti nel carcere;
nè abbiamo bisogno di far notare, che avendo esso la data certa del
1595, e non essendo stato il primo tra' libri composti in Roma, si
può tanto meglio affermare che il trasferimento del Campanella alle
carceri di questa città sia avvenuto nella fine del 1594. Ciò posto,
deve dirsi che in tale periodo egli abbia «cominciato» a scrivere
l'altro _Compendio di Fisiologia_, diverso da quello ora contemplato,
in risarcimento di un grosso volume perduto che comparava le opinioni
degli antichi alle proprie, la quale circostanza autorizzerebbe a dire
che egli avesse avuta l'intenzione di risarcire la perdita del libro di
_Fisiologia_ sottrattogli a Bologna, composto di «dispute contro tutte
le sètte» o veramente del libro _De Rerum universitate_ (confr. pag.
53 in nota). Di certo ne venne fuori l'inizio di ciò che fu poi detto
l'«Epilogo» o «Epilogo magno di Filosofia», essendo state le dispute
contro le sètte riserbate per un'appendice che fu composta più tardi
col titolo di Quistioni; e vedremo che l'opera fu cominciata e poi
proseguita in italiano, la quale novità, imitata in sèguito per lungo
tempo, merita di essere additata. Ma il lavoro fu presto interrotto
per comporre il _Compendium Phisiologiae_ in latino, verosimilmente
anche questa volta per dettarne lezioni, e forse a quel Paolo Attilio,
che potè essere uno de' due giovani Ascolani sopra menzionati. Seguì
poi, con ogni probabilità egualmente nel carcere, la composizione così
del trattato della _Prestanza dell'arte cavalleresca_, come de' _Versi
toscani sul modo di sapere o su cose fisiologiche_, primi tentativi
delle poesie filosofiche alle quali il Campanella attese di poi, alcuni
anni più tardi: ma dobbiamo assolutamente rimandare all'ultimo luogo
la composizione della _Poetica_, al periodo in cui il Campanella già
stava fuori carcere, e si agitava presso il Card.^l S. Giorgio per
poter tornare in Calabria, cioè nel 1596, come egli stesso dice in
un'altra opera analoga[126]; dobbiamo inoltre rimandare egualmente al
periodo in cui già stava fuori carcere, ma a' primi tempi di questo
periodo, la composizione del _Dialogo del modo di convincere gli
eretici_, pel quale vedremo esservi una data e una dimora certa, lo
scorcio del 1595 nel convento di S.^ta Sabina. Invece gl'importanti
_Discorsi politici_, che il _Syntagma_ non specifica e che sappiamo
essere stati inviati all'Arciduca Massimiliano e all'Imperatore, come
anche molte _Poesie italiane e latine_, i _Versi toscani con metro
latino_, e l'_Arte metrica_ corrispondente che fu donata al Clario, si
debbono assegnare al periodo trascorso nel carcere, visto che ne fu
fatto dono al Clario il quale fu compagno di carcere del Campanella,
come diremo tra poco. Tutto considerato, bisogna riconoscere che
il Campanella in Roma, lavorando assai più nel carcere che fuori,
abbia atteso massimamente a procurarsi distrazioni, dapprima con la
filosofia e di poi con la poesia; che abbia posto da parte gli sfoggi
di teocrazia e di fervore religioso, mentre non gli era stato possibile
utilizzare la _Monarchia de' Cristiani_ e _il Regime della Chiesa_,
ripigliando di poi il fervore pel cattolicismo nel suo _Dialogo_,
quando gli fu necessario conciliarsi la benevolenza della Curia, per
essere liberato dall'obbligo di risedere nel convento di S.^ta Sabina e
di non allontanarsi da Roma; che invece abbia posto mano alla politica
e ad una specie notevole di politica ne' suoi _Discorsi_, quando gli
fu necessario conciliarsi la benevolenza de' potenti del Nord ed averne
lettere commendatizie. — Ci corre intanto l'obbligo di fermarci ancora
un poco su questi Discorsi politici composti in Roma. Essi sarebbero
i seguenti, e il titolo li qualifica abbastanza: _Discorsi a' Principi
d'Italia che per bene loro e del cristianesimo non debbono contradire
alla Monarchia di Spagna ma favorirla, e come dal sospetto di quella
si ponno guardare nel Papato e per quella contra infedeli, con modi
veri e mirabili_; ad essi venne forse aggiunto pure l'altro assai
più brutto, che conservasi ms. nella Biblioteca naz. di Parigi e che
7 anni dopo, se non siamo male informati, venne tradotto in latino e
dato alle stampe dal Mylius, _Discorso circa il modo col quale i Paesi
Bassi, volgarmente di Fiandra, si possino ridurre sotto l'obbedienza
del Re Cattolico_[127]. Possiamo dire con certezza che i «Discorsi a'
Principi d'Italia» non doverono essere scritti in quella forma che
ce n'è rimasta: il Campanella ebbe in sèguito a ritoccarli ed anche
ad accrescerli notevolmente, come si rileva dalla maniera che tenne
nel farne menzione in varie circostanze, ed oltracciò dalle opere
che vi si veggono citate e che furono certamente composte più tardi;
così ne avremo ancora a parlare nel corso di questa narrazione, e ci
riserbiamo di dirne qualche cosa di più a miglior tempo. Ma avendo
qui riferite le parole del _Syntagma_ che ad essi alludono, vogliamo
richiamare l'attenzione sul fatto singolare, che mentre nel _Syntagma_
si trova registrato sempre il titolo di ogni più umile lavoro, non si
trovano invece i titoli de' detti Discorsi e specialmente di quelli a'
Principi, che per moltissimi anni, insieme co' Discorsi sulla Monarchia
di Spagna dei quali avremo a parlare più in là, furono tra le più
stimate opere del Campanella, tanto che se ne trovano ancora molto
sparse le copie manoscritte. Siamo nondimeno in grado di spiegarci il
fatto, considerando che al _Syntagma_ fu posto mano dal Campanella e
dal Naudeo il 1631 in Roma, quando il filosofo godeva la protezione di
Papa Urbano VIII, nemicissimo degli spagnuoli ed affettato protettore
del Campanella principalmente per fare una dimostrazione di dispetto
agli spagnuoli, da' quali il Campanella era stato tenuto tanti anni
in carcere e da' quali era in ultima analisi fuggito. La comparsa nel
_Syntagma_ di quel titolo de' _Discorsi a' Principi_, che abbiamo sopra
riportato, sarebbe stata una dissonanza enorme coi tempi, co' luoghi,
con le circostanze, ciò che non avveniva pe' Discorsi sulla Monarchia
di Spagna, dal quale semplice titolo non traspariva se se ne fosse
detto bene o male. Dobbiamo poi anche notare, che nell'Informazione
pubblicata dal Capialbi lo stesso Campanella fa intendere di avere
scritti i Discorsi a' Principi in Padova, «mosso dall'opposizion che li
facean li Venetiani»: ma forse, così dicendo, ebbe allora in animo di
mascherare il ricordo delle peripezie di Roma; e poichè nel _Syntagma_
non si trovano menzionati Discorsi politici composti in Padova, ma se
ne trova invece fatta menzione al tempo della dimora in Roma, mentre
d'altra parte qui veramente si offrì una buona occasione per comporli,
noi ci siamo attenuti alla notizia comunque vaga del _Syntagma_,
accettando quella dell'Informazione nel senso di stabilire, che i
Discorsi a' Principi furono scritti prima di quelli sulla Monarchia di
Spagna e in un periodo che del resto sarebbe circoscitto tra il 1593 e
il 1595[128].

Ci faremo ora a vedere i compagni di carcere del Campanella, e le
Poesie da lui composte nel carcere per quanto sarà possibile rinvenirne
le tracce. Sicuramente fu con lui carcerato Gio. Battista Clario, che
nel _Syntagma_ è detto medico dell'Arciduca Carlo; verosimilmente
lo furono anche i due giovani Ascolani, de' quali si ha notizia
contemporaneamente al Clario, e forse uno di loro ha potuto essere
il Paolo Attilio cui venne indirizzato il Compendio di Fisiologia.
Non diremo essere stato compagno di carcere anche Giordano Bruno,
comunque sia noto che nel tempo medesimo egli penava nel carcere
dell'Inquisizione: tutto induce a credere che la sorte del Bruno
fosse stata già definita, ed essendo destinato all'estremo supplizio,
e dovendo esser tenuto in un carcere più sicuro giusta le regole del
S.^to Officio, egli si trovava forse nelle carceri di Tor di Nona, come
ci è accaduto di rilevare per taluno colpito da gravissime imputazioni,
la cui storia si legge nella Raccolta di scritture di S.^to Officio
esistente nel Trinity-College di Dublino. Ma con ogni probabilità,
negli ultimi mesi della sua dimora nel carcere, il Campanella vide
entrarvi anche un dotto napoletano, Colantonio Stigliola, che senza
dubbio avea già conosciuto presso Gio. Battista Della Porta: ci è
infatti venuto tra mano un processo di S.^to Officio sinora ignoto
contro lo Stigliola, dal quale apparisce che costui trovavasi già
carcerato in Roma nel luglio 1595 e rimase carcerato fin dopo l'aprile
1596. Avremo più in là occasione di parlare dello Stigliola e di
questo suo processo; per ora basti averlo menzionato quale probabile
compagno di carcere del Campanella, importandoci molto di dire invece
qualche cosa del Clario compagno di carcere certo. Le nostre ricerche
intorno a costui ci menano a ritenere che egli sia stato appunto
quel Gio. Battista Clario, di cui si hanno alcuni Dialoghi editi nel
1608, dove trovasi qualificato Protomedico della Stiria, mentre nel
_Syntagma_ è detto medico dell'Arciduca Carlo. Egli parrebbe Forlivese
di origine, giacchè si ha pure un Francesco Clario appunto di Forlì,
che nel 1585 diè alle stampe un Panegirico sull'umanità dell'Arciduca
Carlo, dal quale era tenuto a studiare in Padova[129]: ad ogni modo
gioverà fermarci un poco su' Dialoghi di Gio. Battista Clario[130].
Fin dalla Dedica di questi Dialoghi trovasi ricordato che essi vennero
composti in Roma essendo l'autore molto giovane, ed è notevole che i
tre primi hanno per interlocutori un Panfilo ed un Armenio entrambi
carcerati. Panfilo vi si rileva giovane di forti studii, colmo di
tutti i beni tanto da esserne invidiato, ed allora carcerato da tre
anni per un solo e falso calunniatore, dolente di trovarsi in quelle
«strane prigioni», accorato della mala opinione che da molti si sarebbe
avuta di lui; Armenio vi si rileva già «altre volte trovatosi in
simili conflitti», consolatore di Panfilo invitandolo a tener presente
tra le altre cose, la bontà di quelli che dovranno giudicarlo; senza
essere visionarii, ci pare di poter dire fin d'ora che si tratti qui
delle prigioni di S.^to Officio, le quali appunto compromettevano
assai la riputazione, del Clario scoraggiato, del Campanella avvezzo
a quel trattamento e fiducioso in fra Alberto Tragagliolo. Ancora
Panfilo, molto erudito, disputa in filosofia mostrandosi più sovente
peripatetico, ed Armenio, tanto più erudito, abbondantissimo in
citazioni, parla anche di astrologia e menziona S. Bernardo, S. Gio.
Crisostomo, Lattanzio, e «il secondo libro de' principii delle cose
da lui composto in quella prigione in lingua latina»[131]; non ci par
dubbio che si alluda qui abbastanza chiaramente al secondo _Compendio
di Fisiologia_, a quello composto in lingua latina dopo che n'era stato
già cominciato un altro (scritto invece in italiano), al Compendio che
tanti anni dopo fu pubblicato dall'Adami col titolo di _Prodromus_;
ed ecco perchè abbiamo detto più sopra aversi fortissimo indizio che
prima sia stato cominciato il Compendio in italiano che divenne poi
«l'Epilogo di Filosofia», e sempre nel carcere di Roma. Oltre a tutto
ciò, nel Dialogo 7º del Clario, un altro interlocutore dice di avere
avuto il giorno innanzi una disputa con un Telesiano, e fa sapere che
il Telesio vuole estirpare la filosofia di Aristotile e difendere
quella di Parmenide e Melisso, che la sua dottrina particolarmente
nel Regno di Napoli è stata accettata, accresciuta, ampliata,
«frà gl'altri da Tommaso Campanella, huomo in vero nato a tutte le
scienze, il quale e con la voce e con gli scritti ha procurato di
darle riputatione grandissima»[132]. Dobbiamo poi aggiungere ancora
un'altra circostanza tratta da altro fonte, che crediamo doversi
riferire al Clario. Vedremo che durante l'ultimo processo patito dal
Campanella, uno de' più cari amici suoi è carcerato egualmente (fra
Pietro Presterà di Stilo) ebbe a dire di aver saputo dallo stesso
Campanella che un astronomo «delle parti di Germania», carcerato con
lui nella S.^ta Inquisizione, gli aveva presagito la Monarchia del
mondo, perocchè aveva sette pianeti ascendenti favorevoli[133]: senza
entrare ne' particolari della notizia, che saranno chiariti a miglior
tempo, diciamo qui che l'astrologo in parola dovè essere appunto il
Clario, sapendosi che era medico, e quindi, secondo il gusto del tempo,
facile cultore di astrologia, oltrechè medico di Corte nella Stiria.
Così il germe inoculato al Campanella in Cosenza ed Altomonte veniva
scaldato nel carcere di Roma, e lo si vide poi sbocciare in Calabria,
terminando nel più disastroso fra' processi: certamente il Campanella
e il Clario, verosimilmente anche lo Stigliola, si eccitavano al
pensiero dell'avvicinarsi di tempi nuovi, e questo si vede ogni giorno
nelle persone carcerate; i tempi nuovi pertanto aveano pel filosofo
un'altissima significazione. — Ma avendo il Campanella in questo tempo
scritte anche molte Poesie, cerchiamo di rintracciare se tra quelle che
finora conosciamo ve ne sia qualcuna da potersi riferire al periodo in
esame. Noi crediamo doverci sempre d'ora in poi diligentemente occupare
di tale ricerca ad ogni distinto periodo della vita del filosofo;
poichè senza dubbio le poesie, composte quasi sempre a sfogo dell'animo
in un circolo ristretto di persone intime, possono far conoscere le
condizioni vere del Campanella anche ne' diversi tempi, assai meglio
di ogni altra maniera di documenti, nei quali egli non fu sempre in
grado di esprimere la pretta verità, ma sovente dovè piegarsi alle
necessità del suo miserrimo stato. Pur troppo anche le poesie, prima
di essere pubblicate, furono vagliate diligentemente, e parecchie fra
esse mostrano tracce di mutilazioni evidentemente fatte per togliere di
mezzo ciò che poteva compromettere l'autore, senza contare che alcune,
di data posteriore, appariscono scritte espressamente per metterlo
sott'altra luce: ma vi è rimasto sempre qualche cosa che lo mostra
qual'era, e poi abbiamo oggi la fortuna di poter pubblicare non meno di
67 altre poesie inedite, eliminate nella «Scelta» che se ne fece non
solamente perchè erano di scarso valore letterario, ma anche perchè
contenevano cose le quali importava lasciar sepolte, ond'è che siamo
in grado di trarne molto lume per la nostra narrazione. Naturalmente
noi spigoleremo fin d'ora anche nelle dette poesie, intorno alle
quali basti qui dichiarare che si trovarono in un manoscritto emerso
nel processo di Napoli il 1602, manoscritto appartenente ad un altro
caro amico del Campanella ed egualmente carcerato (fra Pietro Ponzio,
germano di fra Dionisio), che ne fece raccolta fino al 2 agosto 1601,
divulgandole anche sotto mano per Napoli a gloria dell'amico suo. Non
abbiamo ad occuparci di poesie latine, poichè di esse non è pervenuta
alcuna fino a noi, e quanto a poesie italiane con metro latino, le sole
tre che ci rimangono non possono dirsi di questo periodo, siccome è
chiaro anche dalle note che l'autore medesimo vi appose; ma in quelle
con metro comune crediamo che ve ne sia taluna appartenente al periodo
in esame. Così il Sonetto intitolato «Al carcere» ci sembra chiaro
doversi riferire al carcere di Roma, non già a quello di Napoli come
da tutti è stato creduto[134]: si badi infatti alla 2ª strofa di esso e
alla chiusa:

    «Come và al centro ogni cosa pisante
     . . . . . . . . . . . . . .
    Così di gran scienza ogn'un amante
    che audace passa dalla morta gora
    al mar del vero di cui s'innamora
    nel nostro hospitio al fin ferma le piante.
    . . . . . . . . . . . . . .
    che qui non val saper, favor ne pieta
    io ti sò dir; del resto tutto tremo,
    ch'è rocca sacra à tirannia secreta».

Una _gran scienza_, con la quale si passa _dalla morta gora al mar
del vero_, sarebbe rimpicciolita di troppo riferendola alla politica,
e se la tirannia spagnuola aveva una caratteristica, questa può dirsi
il non essere _segreta_, ma chiara e brutalmente professata: trattasi
dunque piuttosto del carcere di S.^to Officio, e la nota apposta al
Sonetto aiuta anche ad intenderlo; poichè dicendo essa semplicemente
«è chiaro», eccita a considerare di quale specie di carcere si tratti,
mentre non era stato creduto conveniente qualificarlo. Aggiungiamo
che con quel Sonetto l'autore si rivolge a qualcuno, commentandogli il
carcere in cui si trova; e chi sa che non glie l'ispirò lo Stigliola,
quando vi giunse egli pure! Ma ecco un altro Sonetto che fa parte
degl'inediti, e che mostra indubbiamente come le Poesie, quando
parlano del carcere, non riflettano soltanto il carcere di Napoli: esso
riguarda «un che morse nel S.^to offitio in Roma»[135]:

    «Anima, ch'hor lasciasti il carcer tetro
    di questo mondo, d'Italia, e di Roma,
    del Santo Offitio, e della mortal soma,
    vattene al ciel, che noi ti verrem dietro».

Qui il dubbio non è più possibile; questo povero carcerato moriva in
Roma e non in Napoli, moriva nel S.^to Officio in presenza del poeta
e d'altri compagni di carcere. Deve dunque il Sonetto riferirsi al
periodo del carcere di Roma, sebbene sia stato raccolto in Napoli;
quivi esso fu raccolto per comunicazioni di reminiscenza, al pari
dell'altro sopra menzionato. Richiamiamo poi anche l'attenzione sulla
chiusa del Sonetto. In essa si parla

    «Dell'aspettata nova redentione»

con tutto quello che segue; e ben si vede che già nel carcere di Roma
fervevano le speranze, le quali poi menarono al carcere di Calabria
e di Napoli; nè il Sonetto ci sembra di un valore letterario troppo
deficiente, in paragone di molti altri i quali furono pubblicati,
sicchè l'essere rimasto fra gl'inediti deve naturalmente attribuirsi
a motivi di convenienza politica e giudiziaria. Vi sarebbe inoltre,
sempre fra gl'inediti, un Sonetto indirizzato «All'Accademia d'Avviati
di Roma»[136]: non riescendo punto verosimile che tra il 1600 e il
1601, nelle carceri di Napoli, l'autore abbia avuto motivo di pensare
ad un'Accademia romana, conviene riportare tale Sonetto al periodo
della dimora in Roma, bensì della dimora fuori carcere. Lo stesso
diciamo, ma con minore asseveranza, circa quell'altro indirizzato «Alli
defensori della Philosophia greca»[137], che al pari del precedente è
improntato ad alti e nobili sensi. Non è dubbio poi che alla dimora in
Roma, e all'ultimo tratto di tale dimora, debba riferirsi il Sonetto
«A Cesare D'Este» etc.[138]: esso ci offre anche una data certa, atta
a far conoscere sino a che tempo il Campanella continuò a dimorare in
Roma: poichè quivi fu scritto, mentre gli spiriti erano eccitati dalla
spedizione pel possesso di Ferrara che Papa Clemente intraprese contro
Cesare D'Este. Ne riparleremo a suo luogo.

Uscito in libertà, il Campanella prese stanza nel convento di S.^ta
Sabina, e tutto induce a far ritenere che sia stata quella una stanza
obbligatoria. Ivi compose il Dialogo o _Discorso politico contra i
Luterani, e Calvinisti, della vera Religione e del Lume Naturale
Deformatori_, come reca la copia ms. esistente nella Bibl. naz.
di Parigi (Ital. n. nuov. 106), copia che si ha tutta la ragione
di credere quella medesima destinata dal filosofo al Card.^le
Alessandrino: un'altra copia se ne ha in Roma nella Casanatense (XX,
V, 28), ma molto scorretta, e di essa si servì il prof. Fiorentino per
darci un sunto ed un profondo esame del Dialogo[139]. La data precisa
della composizione del libro deve dirsi lo scorcio dell'anno 1595;
ciò risulta dalla data della lettera autografa del Campanella a fra
Alberto Tragagliolo, annessa alla copia esistente in Parigi. Questa
lettera fu già pubblicata dal D'Ancona[140], ma con varie inesattezze
introdottevi da colui che la trascrisse, e particolarmente nella data,
che fu detta «21 1Obre 1599» mentre pure si conosceva molto bene che in
tal tempo il povero Campanella si trovava non nella quiete del convento
di S.^ta Sabina, ma nel colmo de' terrori del Castel nuovo di Napoli;
noi la ripubblichiamo tra' nostri Documenti, avendola diligentemente
ricopiata in Parigi[141]. Da essa si vede che il Tragagliolo, con sua
lettera, avea consigliato il Campanella di dedicare il Discorso al
Card.^le Alessandrino, protettore dell'Ordine Domenicano, cui aveva già
presentato e raccomandato il filosofo; e costui supplica il Tragagliolo
di volere lui medesimo presentare quel suo «primo Discorso», e farlo
«raccomandato in quel bisogno che sa». Tale bisogno verosimilmente era
la liberazione dall'obbligo di risedere in S.^ta Sabina e la facoltà
di poter tornare in Calabria, ciò che appunto induce ad ammettere
un'uscita dal carcere già da alcuni mesi, in caso contrario l'istanza
sarebbe riuscita impossibile: pertanto, malgrado il fervore cattolico
spiegato nel Discorso in ammenda del suo passato, il Campanella non
vide soddisfatto il suo desiderio e dovè aspettare ancora non meno di
due altri anni. Nel _Syntagma_ è detto che il Discorso o Dialogo fu
dato pure ad Antonio Persio, e molto più tardi egualmente al Naudeo:
inoltre nella Difesa scritta pel processo di Napoli, poi anche nella
Lettera latina del 1607 al Papa pubblicata dal Centofanti, come
pure nella copia medesima del Dialogo esistente nella Casanatense, è
affermato che ne fu fatto invio del pari all'Arciduca Massimiliano;
nella Difesa suddetta è affermato ancora che ne esisteva una copia
presso Mario del Tufo[142]. Non lasceremo poi di parlare di questo
Dialogo, senza dire che vi figurano da interlocutori Gio. Geronimo del
Tufo Marchese di Lavello, Giulio Cortese e Jacopo di Gaeta. Geronimo
comincia dal dire di avere assistito a una disputa singolare in
S.ª Maria la nova, non di quelle solite tra i «nostri filosofi» e i
peripatetici, ma a dirittura religiosa, sostenuta da M.º Tommaso da
Capua con altri; espone quindi la nuova credenza, e Giacomo si fa a
combatterla con la ragione, Giulio con la Bibbia; come ha notato il
prof. Fiorentino, l'autore si nasconde sotto la persona di Giacomo,
e si attiene sempre alla politica anzichè alla Teologia. Da parte
nostra dobbiamo notare nel Campanella siffatta reminiscenza di Napoli
e degli amici lasciati in questa città; essa mostra che la sua mente
e le sue aspirazioni erano rivolte al dolce nido. Non abbiamo bisogno
di dire chi fosse Gio. Geronimo Marchese di Lavello; quanto a Giulio
Cortese, avremo ancora occasione di parlare di lui più in là, e quanto
a Giacomo di Gaeta, gli scrittori di cose patrie ci dicono che egli
era Cosentino, dimorante in Napoli, giurisperito, filosofo Telesiano ed
oltracciò poeta; anche il Campanella lo fa intendere allorchè lo cita
nel suo Sonetto al Telesio:

    «Il buon Gaieta la gran donna adorna
    con diafane vesti risplendenti,
    onde a bellezza natural ritorna».

Aggiungiamo qui che oltre al _Dialogo_, il Campanella compose forse
in S.^ta Sabina anche l'_Apologia pro Telesio_ e l'_Apologia pro
philosophis magnae Graeciae ad S.^m Officium_: difficilmente si
potrebbe assegnare un tempo migliore a queste due Apologie, che si
trovano menzionate in più documenti di alcuni anni dopo, senza che il
_Syntagma_ ci dia qualche lume intorno ad esse[143]. Ma si tratta di
una semplice supposizione e non vi si può insister troppo. Certamente
poi vi compose la _Poetica_, che abbiamo già avuta occasione di dire
scritta nel 1596 per testimonianza lasciatane dal Campanella medesimo:
con ogni probabilità, quando ebbe provato che era andato a vuoto
il tentativo fatto col _Dialogo_ presso il Card.^le Alessandrino,
il Campanella dovè sentire vivamente la necessità di guadagnarsi la
protezione di altri Cardinali, e massime quella del potente Segretario
di Stato di Clemente VIII, il Card.^l S. Giorgio, che si era già
fatto notare per la protezione accordata all'infelice Torquato Tasso,
e che si poteva sperare singolarmente benevolo dopo la presentazione
di una _Poetica_[144]. Nè può non recare meraviglia tanta operosità
nel carcere e tanto abbandono fuori carcere; laonde bene a ragione il
Campanella medesimo ebbe poi un giorno a dire, che senza le protratte
carcerazioni egli non avrebbe mai composto un sì gran numero di opere.

La più gran parte del lungo tempo trascorso dal Campanella in Roma,
dopo il carcere, si può dire che sia stata essenzialmente impiegata
nel cercare protezioni presso varii Cardinali ed alti personaggi.
Questo dimostrano le notizie inserte nel _Syntagma_ e più ancora
ne' varii documenti emersi coll'ultimo processo avuto più tardi pe'
fatti di Calabria. Dal _Syntagma_ apparisce che diede al Card.^l S.
Giorgio la sua _Poetica_, ma dalla Difesa scritta pel suo processo di
Napoli, di poi egualmente da varie sue lettere del 1606 pubblicate
dal Centofanti, apparisce aver dato allo stesso Card.^l S. Giorgio
anche la sua _Monarchia de' Cristiani_[145]: sappiamo intanto che non
vi guadagnò nulla; in un'attiva corrispondenza, che questo Cardinale
ebbe a tenere col Nunzio intorno al Campanella pe' fatti di Calabria e
pe' processi che ne seguirono, non troveremo il menomo indizio che il
Cardinale siasi mai ricordato di aver conosciuto il filosofo. Ma giunse
ad introdursi anche presso il Card.^l Del Monte e il Card.^l Farnese;
e dalla Difesa scritta pel processo di Napoli apparisce, che presso
quest'ultimo Cardinale egli protesse i frati napoletani di S. Domenico
i quali aveano tumultuato, in opposizione a fra Marco da Marcianise
agente de' Riformati, il quale si trovò poi Commissario della sua causa
in Calabria[146]; dovè quindi certamente in tale occasione rivedersi
in Roma con fra Dionisio Ponzio, il quale sappiamo esservi stato lui
pure in questo tempo ed avere agito nello stesso senso. Infine giunse
a guadagnarsi la grazia dell'Ambasciatore di Spagna in Roma, che era
il Duca di Sessa D. Antonio de Cardona coll'enorme trattamento di 8
mila ducati l'anno posti a carico del Regno di Napoli: dalla Difesa
più volte menzionata apparisce che costui gli avrebbe prodigati molti
favori; conviene per altro avvertire che le asserzioni di questo
genere poterono esser messe innanzi pe' bisogni della causa. — Ma
un fatto degno di essere ricordato fu questo, che già cominciavano
a mostrarsi in Roma, nei colloquii privati, le preoccupazioni per
la vicina fine del mondo, la quale si credeva potersi verificare
col termine del secolo; e il Campanella vi partecipava, nel senso
che dovessero accadere mutazioni prima che il mondo finisse. In una
Dichiarazione importantissima da lui scritta al momento del suo arresto
in Calabria, e da noi trovata nell'Archivio di Spagna in Simancas,
leggesi il seguente brano: «Che habbino d'esser mutatione nel mondo io
mi ricordo haver parlato col Cardinal de Monte, mentre se preparava
la guerra de ferrara, et che la chiesa dovesse gir avante, et con un
filosofo Spagnolo zoppo che sta in Roma ne me recorda il nome, che
fa professione d'arte devinatoria, et con il Theologo del Cardinal
farnese» etc.[147]. Il Campanella dunque, già sotto l'impressione
di un presagio di Monarchia, si occupava delle prossime mutazioni,
per le quali, naturalmente, poteva tanto più accarezzare il concetto
degli alti destini cui si credeva chiamato: e con questi pensieri in
mente, si sforzava di ottenere la facoltà di poter partire per Napoli e
restituirsi in Calabria.

La partenza del Campanella per Napoli non si può ritenere accaduta
verso la fine del 1598, come è sembrato al Berti[148], sapendosi con
certezza dalla Narrazione pubblicata dal Capialbi, che alla fine
di luglio di tale anno egli era già arrivato in Calabria dopo di
aver passato qualche tempo in Napoli. Sicuramente egli rimase nel
convento di S.^ta Sabina durante l'anno 1596, come si rileva dalla
deposizione di un testimone, che fa parte dell'ultimo processo pe'
fatti di Calabria[149]; trovavasi poi tuttora in Roma quando si
preparava la spedizione di Ferrara, vale a dire a' primi di 9bre
1597, come risulta dal brano della Dichiarazione pocanzi riportato.
Tutti sanno che la spedizione di Ferrara, iniziata con la scomunica
di D. Cesare D'Este cugino dell'ultimo Alfonso morto senza prole il
28 8bre 1597, sotto il pretesto che egli non fosse stato legittimato
da Alfonso I suo padre, venne febbrilmente preparata a' primi di 9bre
1597: fu perfino richiamato dall'Ungheria Gio. Francesco Aldobrandini
mandatovi dal Papa a combattere i turchi, ciò che contribuì a far
giudicare tanto più severamente quella spoliazione, per la quale si
ebbe l'assenso della Francia dopo l'assoluzione data a Errico IV. Il
Carteggio dell'Aldobrandini Nunzio in Napoli fornisce esso pure alcune
notizie intorno a' preparativi, tra le altre quella delle vive istanze
Pontificie per avere il cav. Domenico Fontana, che era già «ingegniero
della Regia Corte» in Napoli fin dal 1594, e che in tale condizione si
occupava allora appunto de' disegni del Molo nuovo e della bella via di
S. Lucia, e qualche anno dopo ebbe ad occuparsi dell'edificazione del
nuovo Palazzo Reale[150]: egualmente il Carteggio del Residente Veneto
in Napoli fornisce altre notizie, e fra esse quella della cerimonia
compita nell'Arcivescovado, ove i Canonici in circolo assisterono alla
lettura della scomunica inflitta a D. Cesare con una candela bruna in
mano, che poi gettarono a terra quando la lettura fu finita[151]. Si
consideri l'eccitamento degli animi in Roma. Come suole accadere, molti
eruttarono poesie, e come suole del pari accadere ne' brutti argomenti,
le poesie riuscirono orribili. Anche il Carteggio suddetto del Nunzio
mostra allegato alle Lettere da Roma di quell'anno un cattivo Sonetto
intorno a D. Cesare d'Este e alla resa di Ferrara: il Campanella volle
egli pure far udire il suo canto, e diè fuora il Sonetto «a Cesare
d'Este che ritenea Ferrara contro al Papa», Sonetto che abbiamo già
avuto occasione di menzionare e che comincia col verso

    «Tu, chi t'opponi alla promessa eterna»[152].

Fu senza dubbio uno de' Sonetti peggio riusciti, con una chiusa affatto
banale; ma forse, vellicando le orecchie della Curia, produsse ciò che
altri lavori di polso non aveano prodotto, e agevolò il compimento de'
desiderii del poeta. La data da doverglisi assegnare è quella de' primi
giorni di 9bre 1597, e poco dopo bisogna ritenere che il Campanella
abbia potuto ottenere di partire da Roma; in caso contrario riuscirebbe
impossibile intendere un altro brano della Dichiarazione sua, che
avremo a riportare fra breve.

Il secondo soggiorno del Campanella in Napoli si estese certamente
all'inverno e alla primavera dell'anno 1598, e fin oltre la metà di
luglio di tale anno. La sua salute lasciava qualche cosa a desiderare,
e tutto induce a far ritenere che egli sia tornato nella casa ospitale
del Marchese di Lavello presso Mario del Tufo. Il _Syntagma_ ci dice
solamente questo, «nell'anno 1598 terminai in Napoli un _Epilogo di
Fisiologia_ ed un'_Etica_», la qual cosa basterebbe a mostrare che
il filosofo non potè trovarsi in Napoli assolutamente di passaggio.
Si ricordi che in Roma egli aveva cominciato un nuovo «Compendio di
Fisiologia» sperando di risarcire la perdita di un grosso volume, e
che l'aveva poi mandato a Mario del Tufo (ved. pag. 77): certamente
fu questo compendio appena cominciato che egli terminò, aggiungendovi
l'Etica; ma vedremo che più tardi vi aggiunse pure la Politica,
l'Economica e la Città del Sole, e ne risultò l'opera scritta in
italiano col titolo «Epilogo magno di quello che della Natura delle
cose ha filosofato e disputato fra T. Campanella» quale conservasi
nella Casanatense (XX, V, 28) e nella Magliabechiana (VIII, 6),
divenuta poi in latino _Philosophiae realis epilogisticae partes
quatuor_ etc. Noi seguiremo passo passo la composizione di quest'opera
importante: ci basterà qui dire che essa fu cominciata in Roma assai
probabilmente nella fine del 1594, continuata in Napoli sicuramente
nel 1.º semestre del 1598 fino alla sua 2.ª parte, l'Etica; e che sia
stata cominciata fuori Napoli si rileva dalle prime parole del Proemio,
«Perchè teco menar la vita non posso Signore» etc., il quale Signore
è naturale ammettere che sia stato Mario del Tufo[153]. Verosimilmente
il Campanella ebbe in animo anche di rifare l'opera _De sensu rerum_, e
per questo motivo commise al medico suo conterraneo Tiberio Carnevale
di rilevare dal S.^to Officio quali fossero le proposizioni trovate
censurabili nel Telesio; ma vedremo a suo tempo che da diversi indizii
apparisce avervi in realtà posto mano più tardi, e però al Catalogo
delle opere del filosofo per l'anno 1598 1.º semestre passato in Napoli
si deve aggiungere solamente la continuazione dell'Epilogo magno di
Filosofia in italiano. — Non sembra poi dubbio, che durante questo
periodo di tempo il Campanella abbia atteso ancora all'insegnamento
secondo il suo costume, e più che a Francesco del Tufo, questa volta
egli dovè dare un corso di lezioni a persone importanti in materie di
ordine molto elevato. Nella sua opera _Del senso delle cose_, al libro
1.º cap. 13 si legge: «nelli 4 libri che hò fatto d'Astronomia contra
Aristotile, Telesio, Tolomeo, e Copernico, hò fatto vedere questo al
discepolo cortese» (nell'ediz. latina «... diligenter hoc Cortesio
discipulo indicavi»). Vedremo che i libri di Astronomia furono almeno
in parte composti nel 1603, e che l'opera Del senso delle cose, così
come la possediamo, fu rifatta in italiano nel 1605; volendo quindi
determinare il tempo, ed anche la specie di lezioni date al Cortese, è
naturalissimo ammettere un insegnamento nel periodo di cui ci stiamo
occupando, con ogni probabilità in astronomia, essendo poi stata
alla memoria del Cortese dedicata l'opera che trattava della materia
insegnatagli. Nè ci ripugna il credere che questo Cortese sia stato
veramente Giulio Cortese, del quale vedremo tra poco le opinioni
astrologiche scambiate col Campanella: egli era già vecchissimo, ed in
questo stesso anno morì, ma allora anche i vecchi non si vergognavano
di farsi uditori per apprendere ciò che desideravano di apprendere. Un
altro discepolo poi, riferibile egualmente a questo periodo, è emerso
dalle Lettere del Campanella pubblicate dal Berti; vogliamo dire il
Marchese Spinola, padre dello Spinola che trovavasi Cardinale verso il
1630[154]. Chi era questo Marchese? Due Cardinali Spinola si aveano
verso il 1630: Agostino, figlio del celebre capitano Ambrogio e di
Giovanna Basadonna, e Gio. Domenico, figlio di Gio. Maria e di Pelina
Lercaro, per quanto si può cavare dal Deza, poiché nè il Ciacconio,
nè il Guarnacci, nè il Palazzi, nè il Cardella offrono la genealogia
di quest'ultimo Cardinale[155]. Ma Gio. Maria non era Marchese, nè
facea vita in Napoli: non rimane quindi che Ambrogio del q.^m Filippo,
Marchese di Venafro dopo la morte del padre avvenuta in marzo 1584,
e poi, coll'ammissione di Venafro al R.º Demanio pel decreto del 28
marzo 1586, rimasto Marchese di Sesto e Signore di Roccapipirozzi. Egli
aveva 29 anni nel tempo di cui trattiamo, e intorno a lui e al fratello
Federico, come intorno alle quattro sorelle, Lelia, Placidia, Maria e
Maddalena, non mancano notizie nell'Archivio di Stato: dal Capaccio,
nel Forastiero, fu poi registrato tra le nobili famiglie genovesi
«state abitanti in Napoli», e si conosce che non prima del 1602, per
un invito del fratello, si destarono in lui gli spiriti marziali, onde
assoldati 9,000 uomini a sue spese s'improvvisò generale e riuscì tanto
maravigliosamente nelle Fiandre. Il Campanella, nella sua prima venuta
in Napoli, era troppo poco noto per avere un discepolo di questo rango:
apparisce più probabile che l'abbia avuto nel 1598, e forse per lo
stesso corso di astronomia.

Come pel periodo precedente, così anche per questo, varie altre
notizie ci sono fornite da' documenti emersi coll'ultimo processo
pei fatti di Calabria, segnatamente dalla Dichiarazione scritta al
momento dell'arresto, e dalla Difesa scritta durante il processo.
Nella Dichiarazione si legge il seguente brano, che tratta sempre
delle mutazioni aspettate per la vicina fine del mondo: «ragionando
con diversi Astrologi, in particulare con Giulio Cortese napolitano,
con Col'Antonio Stigliola gran mathematico, et con Gio. Paulo
Vernaleone, che stavano in Napoli hor son tre anni, ho inteso da loro
che ci doveva esser mutatione di Stato». E più oltre: «el Prencipe de
Bisignano, vedendolo io che desiderava questo, quelli giorni avante
haveamo parlato con Giulio Cortese, et però le disse sta allegro che
li Astrologi aspettano mutatione, et la mutatione fa per li huomini
mal contenti»[156]. Come si vede, il Campanella parla qui di cose
avvenute «hor son tre anni», e poichè la sua Dichiarazione fu scritta
nella prima metà del 7bre 1599, strettamente dovremmo riportarci al
cadere del 1596: ma essendo questo impossibile, conviene riportarci
alla fine del 1597, tenendo conto delle cifre rappresentanti gli anni
e non del periodo di tempo effettivamente trascorso, ciò che si trova
da lui usato pure qualche altra volta; e così abbiamo detto doversi
ammettere che gli sia stato concesso di poter partire da Roma poco dopo
il 9bre 1597, in caso contrario sarebbe riuscito impossibile intendere
quanto egli ebbe ad affermare nella sua Dichiarazione. Adunque, non
appena giunto in Napoli, il Campanella ripigliò il tema delle aspettate
mutazioni, consultando persone ritenute molto competenti in siffatta
materia. Abbiamo già avuta occasione di nominare Gio. Paolo Vernalione,
a proposito di Gio. Vincenzo Della Porta suo stretto amico: di lui
sappiamo solamente che era stato maestro di matematiche di molto
grido[157], ed al tempo di cui trattiamo viveva abitualmente fuori
Napoli, coltivando le arti divinatorie nelle quali aveva acquistato
grandissima riputazione. Giulio Cortese, che pure abbiamo trovato
interlocutore nel Dialogo contro gli eretici, era prete e Teologo
napoletano, tra gli Accademici Svegliati detto l'Attonito: di lui si
hanno stampate alcune «Rime» con «varii opuscoli» (1588 e 1591), una
«Oratione alle potenze italiane per lo soccorso della Lega germana
contra il turco» (1593), e un libro «De Deo et Mundo sive de Catholica
philosophia» (1595), essendo rimasto inedito, secondo il Toppi, un
Poema intitolato «il Guiscardo», ed anche un trattatello in cui si
mostrava che i principii della filosofia del Telesio erano molto
conformi a quanto dicono le Sacre Lettere; la sua morte credesi dal
Minieri-Riccio avvenuta nel 1593, ma deve riportarsi a più tardi, come
si rileva pure dalla notizia che il Campanella ne dà, e del resto il
Chioccarello di poco posteriore, nella parte ms. della sua opera «De
viris illustribus» che si conserva nella Bibl. nazionale, vantandolo
anche come astrologo lo dice morto appunto nel 1598 e sepolto in S.
Eligio. Quanto a Colantonio Stigliola (latinamente Stelliola) che pure
abbiamo già incontrato più sopra, egli era di maggior levatura e merita
una più larga menzione. Nacque nel 1546 da Federico e da Giustina...
certamente della città di Nola, sia pure che abbia accidentalmente
vista la luce in Siderno come vuole il Macrì[158]: si laureò medico
in Salerno, ma rinunziò ben presto all'esercizio della medicina, e
l'occasione fu il vedersi da un nobile posposto a un altro medico,
il quale con le sue prescrizioni secondava la vanità del cliente.
Coltivò assai la botanica, e le sue intime relazioni con Ferrante
Imperato diedero motivo alla diceria che stretto dal bisogno, la
quale circostanza era vera pur troppo, avesse venduto per 100 ducati
all'Imperato l'opera della Storia naturale; ma sembra questa una delle
non rare maldicenze a danno dell'Imperato, il quale, nella prefazione
dell'opera che pubblicò il 1590, non mancò di citare lo Stigliola,
qualificandolo «professore di scienze recondite» ed aggiungendo di
aver comunicata con lui la maggior parte delle cose che allora dava in
luce. Si dedicò infatti allo studio non solo della matematica, ma anche
dell'astronomia e della chimica, ed amò, secondo i gusti del tempo, le
cose astrologiche: esercitò l'architettura e fu ingegnere pubblico; ma,
sempre povero, fu obbligato a dar lezioni per le case de' nobili come
pure in casa sua (di matematica e di chimica, o _filosofia vulcanica_,
come allora la chimica avea nome in Napoli), ed inoltre a tenere
una Stamperia, alla quale attese in sèguito il suo figliuolo Felice.
Abitava fuori porta Regale, quasi dirimpetto alla Chiesa di S. M. della
Salute divenuta poi S. Domenico Soriano e là teneva pure la Stamperia,
un poco più in su della Chiesa presente di S. Michele che allora era
tutt'altra cosa, sull'area dell'attuale piazza Dante a quel tempo
più angusta e addetta in gran parte a cavallerizza. Non ci costa che
sia mai stato lettore pubblico, avendo avuto la lettura di matematica
Francesco Chiaramonte fin dall'anno in cui quella lettura fu istituita,
cioè dal 1607, e sappiamo che egli tenne l'ufficio d'ingegnere della
città, non della Corte, poichè solo temporaneamente collaborò con suo
padre Federico e suo fratello Modestino alla descrizione geografica
del Regno e al perfezionamento di quella mappa che fu poi intagliata
dal Cartari; egli si occupò invece dell'acqua stagnante, del porto e
delle mura della città, sebbene inutilmente, come narra in una sua
lettera al Principe Cesi, riportata dall'Odescalchi nelle Memorie
storiche de' Lincei, essendo stato ascritto a quell'insigne Accademia.
Di animo indipendente in filosofia, Pitagorico per elezione, al pari
di tutti i Pitagorici si sforzava di seguire anche le abitudini del
maestro: scrisse, com'è noto, un libro sulla «teriaca» (1577), un
libro sul «Telescopio over Ispecillo celeste» (postumo, 1627), e i
trattati dell'Enciclopedia Pitagorea, de' quali non ci è rimasto che
l'indice (pubb.^to ibidem): basterebbe per altro la sola sua lettera al
Galilei, in data del 1º giugno 1616, per farlo stimare ed amare[159].
Abbiamo già avuta occasione di dire che gli fu fatto un processo dal
S.^to Officio, rimanendo carcerato in Roma nel 1595 e probabilmente in
compagnia del Campanella; morì l'11 aprile 1623[160].

Vi erano dunque come in Roma così in Napoli credenze di vicina fine
del mondo, aspettative di mutazioni, e non vi partecipavano già i soli
spiriti volgari ma le persone più dotte: il Campanella vi partecipava
anche troppo, ed egli medesimo ammise di aver consolato, con l'annunzio
di prossime mutazioni di Stato, il Principe di Bisignano che era mal
contento e mostravasi desideroso di novità. Come mai il Principe
di Bisignano si trovava in tali condizioni? C'interessa molto il
conoscerlo, perocchè vedremo nominato anche lui, con D. Lelio Orsini
e con varii altri Signori, tra coloro i quali avrebbero aiutato il
movimento insurrezionale che il Campanella si fece a promuovere in
Calabria; di tutti costoro converrà rintracciare le condizioni per le
quali poterono essere nominati in una faccenda così grave, e poichè
riesce difficile trovarne notizia negli scrittori in materia nobiliare,
addetti a cantare solamente le glorie, bisogna rivolgersi agli Archivii
di Stato, a' Carteggi ufficiali, a' Carteggi de' particolari, agli
Avvisi del tempo, dovendo pure aver le date precise de' fatti che
c'interessano. Nicola Bernardino Sanseverino, 5º ed ultimo Principe di
Bisignano della 1ª linea Sanseverino, successo a suo padre Pietrantonio
fin dal 1562, era de' più potenti Signori del paese, possessore di un
ingente territorio o «Stato» come allora si diceva. Sposò a 20 anni
Isabella Feltria della Rovere sorella del Duca di Urbino che ne aveva
appena 11: il matrimonio non fu felice, già prima di andarsene in
Calabria gli sposi erano in disgusto tra loro, molti ne incolpavano la
sposa, e per giunta a 20 anni essa cominciò a soffrire un'ulcerazione
al naso e all'intero palato che l'afflisse per tutta la vita, onde
appena ne nacque un figliuolo cui fu padrino il Gran Duca di Toscana;
così nell'Arch. di Urbino e nell'Arch. Mediceo abbiamo rinvenute molte
notizie intorno al Principe ed anche sue lettere in buon numero[161].
Divenuto prodigo e sregolato, egli si ricinse ben presto di una nuova
Corte riformando la sua casa e i suoi ufficiali, due volte se ne andò
in Toscana e in Lombardia anche di nascosto, si diede ad una vita
licenziosa, fece debiti e donazioni senza curarsi di chiedere l'assenso
Regio che era di obbligo pe' feudatarii, onde venne a richiamare
sopra di sè dapprima gli avvertimenti, di poi i rigori de' diversi
Vicerè che si successero nel Regno; l'Archivio di Napoli ce ne offre
già documenti nel 1574[162]. Più volte si riunì con la Principessa,
ma sempre finì per allontanarsene ben presto, ed una di queste volte,
non senza voti clamorosi, pagati anche abbastanza cari ed accompagnati
da preghiere pubbliche, la Principessa divenne gravida. Assicurata la
successione il 21 aprile 1581, egli tornò e separarsi, ed ella ebbe
voglia di tornarsene a Pesaro; ma fu fermata per via, in Bari, mercè
un ordine Vicereale con comminatoria di D.^i 100 mila, non potendosi
permettere che fosse educato fuori Regno un futuro Principe di tanta
forza; ed in Bari ebbe le cure di Giacomo Bonaventura di Lacedonia,
medico riputatissimo, che là esercitava l'arte e che durante questa
narrazione incontreremo ancora in Napoli presso il letto di morte del
Conte di Lemos, donde passò in Roma archiatro di Clemente VIII[163].
Ma riuscite inutili le cure, la Principessa attese in Napoli a provare
le acque della Zolfatara di Pozzuoli, ansiosa di rimedii e segreti che
le forniva anche il Gran Duca di Toscana, il quale ne aveva molti e
ne ritraeva molto credito presso i Nobili napoletani, uccellata da'
Gesuiti che seppero profittare delle discordie coniugali e giunsero
a carpirne la ricchissima eredità, desolata infine per la morte
dell'unico figliuolo appena quattordicenne cui si era dato il titolo
di Duca di S. Marco, invogliata di finire i suoi giorni nel convento
di S. Sebastiano, ma rimasta sempre tra le unghie de' Gesuiti[164].
Fin da' primi anni delle discordie, D. Lelio Orsini, nipote di
questi Signori essendo figlio di Felicia Sanseverino sorella del
Principe, interpose i suoi buoni ufficii tra loro, bensì inutilmente,
come risulta da una sua lunga lettera autografa del 1580 al Duca di
Urbino. Ma nel 1590 il Principe, d'ordine del Vicerè, fu carcerato
«per emendazione di vita», e gli fu assegnato anche un Curatore ed
amministratore de' beni feudali: durante la prigionia avvenne la morte
dell'unico suo figliuolo legittimo il Duca di S. Marco, che soccombè
al vaiuolo il 27 9bre 1595, e si videro allora i parenti istituire una
grossa lite di successione a' beni feudali, quantunque il Principe
e la Principessa fossero ancora vivi. Essendo fin dal 1583 defunto
il Duca di Gravina Ferdinando, D. Lelio, che non aveva nemmeno eredi
ma che andava d'accordo con D.ª Giulia Orsini sorella primogenita,
pretendente all'eredità appunto perchè primogenita, sostenne doversi
a lui l'ufficio di Curatore del Principe, posto che al Principe dovea
rimanere assegnato un Curatore per la sua prodigalità. D'altra parte
il Conte della Saponara Ferrante Sanseverino, agnato collaterale in 9º
grado, presentavasi quale erede legittimo de' Sanseverino, contrastando
che a' beni feudali potessero succedere le femine. D. Lelio ottenne
dal tribunale di dover surrogare Fabrizio di Sangro Duca di Vietri,
il quale era stato assegnato Curatore del Principe ed amministratore
dello Stato di Bisignano; e l'aveva già ottenuto nel principio del
1598, come si rileva da un'altra sua lettera al Duca di Urbino[165].
Questi fatti e queste date hanno un'importanza notevolissima per
bene intendere le voci che furono sparse al tempo della congiura di
Calabria. Ma occorre ancora conoscere i particolari della prigionia
del Principe di Bisignano, che con molto rigore e senza processo fu
protratta per non meno di 8 anni. Nell'Archivio Mediceo si hanno due
documenti scritti da un Gio. Vincenzo Ruffolo, il quale citando tutte
le colpe ascritte al Principe, cerca di scusarlo affermando che sino
al 1585 egli avea donati soli D.^i 25mila, compresi 10mila a donne con
le quali aveva avuti bastardi, e che dopo di essergli stato assegnato
un Curatore i debiti erano divenuti gravissimi: ma nell'Archivio di
Venezia si ha una breve notizia del Residente Scaramelli, che afferma
essere i debiti del Principe ascesi a D.^i 700mila fino al tempo del
Curatore, e da quel tempo in poi, durante la prigionia, essere divenuti
1 milione e 600 mila[166]. Ad ogni modo, nel luglio 1590, tornando
lui dalla Riccia con una sua ganza e sèguito, nel passare per Gaeta
venne ivi fermato e rinchiuso in fortezza d'ordine del Vicerè Conte
di Miranda: D. Lelio continuò anche allora ad interessarsi di lui, e
sappiamo che verso la fine del 1591 pregò caldamente in favor suo la
Principessa che si riteneva causa della prigionia, e verosimilmente
si cooperò a far venire quelle lettere commendatizie che si conosce
essere state scritte dagli Ambasciatori cattolici, da più Cardinali
e poi anche dal Papa: ma essendo stati emanati ordini rigorosi che
niuno potesse trattare col Principe, dovè desistere; e forse per tale
ragione se ne andò a Roma, dove rimase dal 1592 fino al 10bre 1594,
quando per la morte del Duca di S. Marco dovè tornare in Napoli e
ingolfarsi nella lite di successione[167]. Di poi, in febbraio 1596,
essendo state accolte le istanze del Principe dal nuovo Vicerè Conte
Olivares, e avuto anche il consenso della Principessa, il Principe
venne tradotto in Napoli, dove fu rinchiuso nel Castel nuovo, con
ordine che potessero vederlo i soli parenti e il Duca di Termoli, il
quale era ostile all'unione de' coniugi discordi: quivi egli rimase
fino all'agosto 1598, uscendone dopo di aver fatto un simulacro di
pacificazione ed anche una transazione con la Principessa, coll'obbligo
di tenere la sua casa a Chiaia in luogo di carcere, e dietro una
cauzione di D.^i 20mila forniti appunto da D. Lelio Orsini; tutto
ciò del resto non lo trattenne dallo scapparsene da Napoli verso la
fine dello stesso mese, dopo di aver fatto un testamento in favore
del Re. Nel lungo periodo della sua prigionia egli scrisse più volte
al Gran Duca di Toscana, che da altri fonti sappiamo averlo allora
favorito con larghi sussidii: questa corrispondenza, da noi rinvenuta,
riesce molto utile per determinare le date[168]. Così nel 1º semestre
del 1598 egli trovavasi esasperato da circa 8 anni di prigionia, con
disgrazie e vessazioni d'ogni maniera, entro il forte di Castel nuovo:
quivi ebbe a visitarlo il Campanella, verosimilmente in compagnia
di D. Lelio Orsini; ed è naturalissimo che il Principe siesi allora
mostrato desideroso di mutazioni e che il Campanella l'abbia consolato
annunziandole vicine, forse anche con una effusione di parole e di
voti roventi da una parte e dall'altra. Vedremo poi che quando egli
stesso, il Campanella, fu rinchiuso nel Castel nuovo, si consolò a
sua volta e consolò i suoi compagni di sventura, con una poesia nella
quale si ricordava la dimora del Principe nelle medesime carceri. Nè
deve sfuggire che il Campanella, fin da' principii del 1598, era già
in grado di conoscere la non lontana andata di D. Lelio Orsini in
Calabria quale amministratore e governatore dello Stato di Bisignano,
avendo così deciso il tribunale in favore di lui; se non che poi,
tergiversando sempre ed anche processando il Presidente De Franchis
coll'imputazione di aver manifestati i voti della Curia, ciò che recava
la pena di morte, il Governo Vicereale menò in lungo l'ammissione di
D. Lelio nell'ufficio, e l'accordò soltanto dietro un ordine di Spagna
provocato dal medesimo D. Lelio, che dovè recarsi espressamente per
questo a Madrid[169].

Ma finalmente il Campanella si decise a partire per la Calabria. Nella
Difesa, che ebbe a scrivere ad occasione dell'ultimo suo processo, egli
espose i motivi che lo spinsero a tale determinazione: era ammalato
(egli disse) di occhi e di ernia, da più di dieci anni carcerato o
infermo per sciatica, per tisi, per paralisi, come era provato da'
medici, cioè Latino Tancredi, Michele Politi e Tiberio Carnevale, a
consiglio de' quali, per ristabilirsi in salute, era andato a dimorare
in provincia d'onde mancava da dodici anni[170]. È certa qui una
inesattezza di computo o piuttosto un'esagerazione pe' bisogni della
causa, poichè l'assenza dalla provincia era durata un po' meno di nove
anni e non già dodici; parimente i dieci anni di travagli, più volte
così computati dal Campanella anche in altre occasioni, son dati in
cifra rotonda un po' maggiore della vera. Ma le sue infermità, nel
periodo di cui stiamo trattando, in grandissima parte dovevano esser
vere, facendolo argomentare così le notizie che ce ne sono pervenute
da altri fonti, come la speciale condizione di taluno de' medici da
lui citati, che rendeva impossibile ogni finzione. Abbiamo infatti
veduto che egli era stato realmente ammalato di occhi e sofferente di
sciatica fin dalla sua prima venuta in Napoli, e quanto alla paralisi
e alla tisi, non è impossibile che in Padova e in Roma abbia sofferto
qualche cosa di simile durante le diverse prigionie: quanto all'ernia,
sappiamo dalla sua opera _Medicinalium_ che egli stesso se la curò
secondo il consiglio di Arnaldo, ma essendo quinquagenario[171].
Forse egli ne parlò nelle Difese, insieme alla tisi, per cercare di
eludere il solito tormento della corda, poichè era ammesso non doversi
gl'infermi di tali malattie porre alla corda, comunque del resto si
solessero allora sostituirle altre maniere di tortura, in ispecie le
stanghette, secondochè risulta dalle opere di tutti i trattatisti di
quella età. Ma in ultima analisi le sue affermazioni non erano del
tutto senza fondamento, e, come dicevamo, anche la speciale condizione
di taluno de' medici da lui citati contribuisce a rendere credibile che
motivi di salute lo avessero spinto a recarsi in Calabria. Alludiamo
qui propriamente a Latino Tancredi, poichè Tiberio Carnevale e Michele
Politi potevano essere ritenuti d'accordo col filosofo. Abbiamo già
visto Tiberio Carnevale di Stilo, concittadino e speciale amico del
Campanella; egli era d'altronde assai giovane a quel tempo, di appena
24 anni, e però di poca autorità, quantunque il Campanella ne facesse
gran conto come si rileva dalla sua opera _Medicinalium_[172]. Più
autorevole era Michele Politi, e difatti lo si vide nell'anno seguente
chiamato alla lettura di teorica della medicina, lasciata appunto da
Latino Tancredi promosso alla filosofia per morte di Gio. Berardino
Longo; ma era egli pure conterraneo del Campanella, forse di Riaci,
sicuramente della Diocesi di Squillace[173]. Quanto al Tancredi, lo
abbiamo già visto da lungo tempo gran campione di dispute filosofiche
(ved. pag. 25), ed era poi andato anche innanzi nello studio pubblico,
giacchè dalla semplice lettura estraordinaria di medicina delle
Domeniche (1584) era passato da un pezzo alla lettura di medicina
ordinaria in surrogazione di Quinzio Buongiovanni promosso (1589);
godeva inoltre grande stima e popolarità, tanto che nello studio giunse
alla lettura di filosofia vacata per morte di Gio. Berardino Longo
(1599) e più tardi alla dignità di Conte Palatino (1604), in società
poi, divenuto molto ricco, giunse ad essere Barone della Podaria, terra
presso Camerota; ma trovavasi contemporaneamente medico del Nunzio
Aldobrandini, come è attestato dal Nunzio medesimo, e in tale qualità
poteva essere interrogato anche confidenzialmente sulle cose esposte,
sicchè il Campanella dovea guardarsi dal citarlo a caso[174]. Tutto ciò
per altro non escluderebbe che il Campanella si fosse deciso tanto più
volentieri ad andarsene in Calabria, in quanto attendeva con fiducia
vicine mutazioni; ma escluderebbe l'asserzione del Parrino e del
Giannone, che egli fosse stato da Roma per condanna assegnato a Stilo.
Bisogna considerare che quando egli scrisse le Difese, era tuttora vivo
e giudice suo anche in detta causa fra Alberto Tragagliolo; non avrebbe
quindi potuto in alcun modo esprimere un fatto men che vero innanzi ad
un uomo minutamente informato di tutte le sue cose.

Adunque il Campanella liberamente partiva da Napoli, dopo di avervi
questa seconda volta dimorato poco più di 7 mesi, sapendosi con
certezza, come vedremo più sotto, essere la sua partenza avvenuta nella
2ª metà del luglio 1598. Gioverà frattanto non seguirlo ancora nel
suo viaggio, ma considerare un poco i fatti che mano mano si svolsero
in Napoli e che naturalmente ebbero un'eco non lieve nelle Provincie;
poichè avvenne un dissidio clamoroso tra i Nobili e il Vicerè, onde
poterono riuscirne sempre più eccitate le speranze degl'insofferenti
del giogo spagnuolo, mentre parecchie altre gravi ragioni le tenevano
eccitate di molto.

Dal libro del Parrino emergono abbastanza bene le vivacissime discordie
surte in Napoli tra' Nobili e il Vicerè, ad occasione del nuovo Banco
privilegiato che s'intendeva istituire dal Saluzzo di Genova col favore
Vicereale: ma non emergono le violenze e le scellerate maniere di agire
che tenne il Vicerè Conte Olivares, nè le agitazioni e li scoppi di
odii privati che si verificarono tra' Nobili durante quel trambusto; ce
ne dànno pertanto notizia i Carteggi massime del Residente di Venezia
e in piccola parte anche dell'Agente di Toscana, e da essi desumeremo
ciò che ha maggiore attinenza con la nostra narrazione. Fin dal luglio
1598, come risulta dal Carteggio Veneto, cominciarono le preoccupazioni
pel disegno del Banco Saluzzo. «Trattavasi, dice l'Agente di Toscana in
una sua lettera dell'8 7bre, di erigere in questo Regno un depositario,
il quale solo havesse tutti i depositi de' dinari vincolati, et il
negotio era mal sentito quà dall'universale, et giudicato molto dannoso
alla libertà et commercio pubblico»; onorevole maniera di giudicare
il fatto, non resa bene dal Parrino, che l'espose come una quistione
di comodità e di gelosia cittadina verso un forestiero qual'era il
Saluzzo; per un fatto simile a' tempi nostri sarebbero corsi fiumi di
eloquenza e d'inchiostro, ma allora si discusse un poco ne' Seggi e si
decise di mandare con gran segreto a Madrid Gio. Battista Brancaccio
fratello del Vescovo di Taranto, perché presentasse un reclamo a nome
della città. Ed appunto questo segreto mosse a sdegno il Vicerè, e
alla fine di agosto con brutti modi cominciò dal far carcerare Matteo
Acquaviva d'Aragona Principe di Caserta, che fu preso mentre andava
in carrozza, rinchiuso in Castello dell'Ovo e tenuto in una stanza
nuda e senza letto; egualmente fece prendere D. Alfonso di Gennaro
e rinchiuderlo in Vicaria nella stanza de' condannati a morte; poco
dopo anche, a' primi di settembre, colse D. Ottavio Sanfelice e lo
fece rinchiudere del pari in Vicaria, e sempre perchè costoro si
erano mostrati più operosi nel far decidere l'invio del Brancaccio a
Madrid. Molti Nobili allora si nascosero e fuggirono, e tra essi il
Conte della Rocca, il Marchese di Mottagioiosa, il Marchese Bonati:
ma il Marchese di Mottagioiosa, ricoverato in un monastero, essendosi
dopo qualche mese provato ad andare talvolta a casa di notte, pedinato
dalle spie fu preso egualmente e rinchiuso in Castelnuovo. Intanto,
fin dalla stessa 1.ª settimana di settembre, quattro Seggi di Nobili
si erano immediatamente riuniti, e scelti 12 Deputati li aveano fatti
presentare al Vicerè per annunziargli che volevano mandare qualcuno
a Madrid per querelarsi degli aggravii fatti alla Nobiltà, ma il
Vicerè volle prender tempo, disse che lasciassero memoriale, e subito
dopo guadagnò il Seggio di Portanova e tentò guadagnare l'Eletto del
Popolo. Nello stesso mese di settembre i Nobili mandarono a Madrid
D. Ottavio Tuttavilla de' Conti di Sarno, cui si unì Dezio Rocco
quale inviato speciale del Principe di Caserta; ed ecco il Vicerè
nuovamente occupato a cercare ogni mezzo per fare sfregio a' suoi
oppositori. Trovavasi da tre anni rinchiuso in Castel S. Elmo un tale
di cognome Ricca, agiato popolare, perchè sorpreso in casa di una
sorella del Tuttavilla, vedova e molto bella; il Vicerè lo fece subito
liberare. Ma peggio anche, la sera del 26 8bre, fece da più di 60 birri
circondare la casa di Fabrizio di Sangro Duca di Vietri alla piazza
di S. Domenico, e imprigionarlo con la più grande sorpresa di tutti,
dopo di avere concertato con un nemico di lui Gio. Antonio Carbone
già Marchese di Padula, mediante un tal Cesare Russo-Romano, una più
che turpe imputazione «de attentato crimine pessimo passive»! È questo
uno de' fatti che hanno un certo interesse per la nostra narrazione,
dappoichè naturalmente il Duca ne divenne invelenito, e si disse che
avrebbe aiutata l'insurrezione di Calabria: dobbiamo quindi riferirne
qualche cosa, facendo conoscere un po' addentro la persona del Duca
e determinando le date precise de' travagli che soffrì; per fortuna
non ci mancano i documenti, avendo anche trovata nell'Archivio di
Urbino tutta una sua corrispondenza autografa dal 1594 al 1621, senza
contare altre sue lettere esistenti nell'Archivio Mediceo le quali
sono posteriori al periodo di cui stiamo trattando[175]. Abbiamo avuta
già occasione di menzionare Fabrizio di Sangro Duca di Vietri, come
suocero del Marchese di Lavello e poi come Curatore del Principe di
Bisignano: qui dobbiamo dire che egli era già vecchio in questo tempo,
di 64 anni, con uno stato di servizio de' più onorevoli e costituito
in un'alta dignità per l'ufficio che teneva. Secondogenito di Ferrante
di Sangro, avea servito come luogotenente di suo padre nella guerra
di Siena, poi come capo di una compagnia di 300 fanti italiani sulle
galere del Principe Doria, poi come luogotenente di suo zio Geronimo,
colonnello con mille fanti, trovatosi anche all'espugnazione di S.
Quintino, poi come Agente speciale presso l'Ambasciatore Cattolico più
volte in Roma: in sèguito, eletto Papa Paolo IV Carafa suo parente, fu
da costui indotto a prender l'abito di clerico, inviato qual Nunzio
a Venezia, designato anche Cardinale; ma scoppiata la guerra tra
il Papa e il Re di Spagna, posto il Regno di Napoli in pericolo di
cadere sotto le Sante Chiavi, egli partì da Roma e si schierò tra gli
oppositori del Papa. Tale era la condotta del Nobile napoletano, che
aveva una mente ed un braccio da poter mettere in servizio del suo
paese: nessuna meraviglia che questa condotta oggi più che mai sia
poco conosciuta ed abbia pochi imitatori. Non avea pertanto deposto
ancora l'abito di chierico, e morto Paolo IV fu mandato a sorvegliare
il Conclave; servì anche il nuovo Papa Pio IV quale inviato al Re di
Spagna; ma dopo che vide perseguitati da lui i Carafeschi, depose
l'abito di clerico e se ne tornò a casa. Ebbe quindi l'ufficio di
Doganiere di Puglia già tenuto da suo padre (1574); poi fu creato
Duca della terra di Vietri, che si aveva acquistata nel 1587, ed anche
promosso all'ufficio di Scrivano di razione (1596), ufficio che tenne
con abilità ed integrità[176]. La colpa appostagli non fu creduta da
alcuno, ma intanto egli rimase in prigione non meno di 16 mesi, nè fu
liberato se non dopo la venuta del successore del Conte Olivares ed
anche 7 mesi dopo, l'8 febbraio 1600, avendo il suo medesimo difensore,
Ottavio Stinca, destramente prolungata la trattazione della causa, fino
a che non vide del tutto scomparse le influenze che l'avevano generata;
e la decisione della gran Corte della Vicaria non poteva riuscire più
onorevole pel Duca[177].

L'azione del Vicerè aveva intanto provocata una scissura in seno
alla Nobiltà. Durante lo stesso ottobre 1598 egli era riuscito ad
indurre gli Eletti della città a far mandare una lettera a Madrid,
nella quale, mentre si condolevano della morte del Re, chiedevano
che il Vicerè fosse confermato in ufficio per un altro triennio; e
giunsero fino ad apporvi una firma falsa di D. Lelio Orsini, che era
Eletto del Seggio di Nido ma che era poco prima già partito per Madrid
allo scopo di difendere la sua nomina di Curatore ed Amministratore
di Bisignano avversata dal Vicerè. Il Marchese di Padula, Pompeo
Seripando, ed Ottavio di Capua, mandavano essi pure lettere a S. M.^ta
in favore dell'Olivares, ed a questi dissensi di ordine amministrativo
vennero ben presto a mescersi gli odî privati. Tra gli avvenimenti
di quest'ultimo genere vi furono tre archibugiate tirate il 28
dicembre a Scipione Orsini Conte di Pacentro, che ne rimase ucciso, ed
un'archibugiata tirata al Conte di Montemiletto amico del Pacentro,
rimanendone ucciso il cavallo[178]; fu presto ritenuto da tutti che
quelle archibugiate fossero partite dal Marchese di S.^to Lucido e
sua comitiva, ed ecco un altro fatto che c'interessa per la nostra
narrazione, poichè egualmente di questo Marchese di S.^to Lucido,
il quale era già latitante e si teneva in campagna da fuoruscito con
comitiva armata, si disse più tardi che avrebbe aiutata l'insurrezione
di Calabria. — Non ci è riuscito veramente facile specificare con
esattezza chi sia stato il Marchese di S.^to Lucido di cui qui si
tratta, mentre i libri delle famiglie nobili che noi conosciamo non
fanno parola di azioni delittuose, e d'altronde il semplice titolo
non determina l'individuo nella serie di coloro che ne sono stati
fregiati. Ma qualche indizio, rilevato dal Carteggio Veneto e Toscano,
e sufficientemente appoggiato anche da un ms. che si conserva nella
Bibl. nazionale di Napoli, ci ha fatto persuasi che si tratti qui di
Francesco Carafa, da parte del padre, Ottavio, 2.º Marchese di Anzi, e
da parte della moglie, Giovannella Carafa, Marchese di S.^to Lucido. Il
primo suo delitto sarebbe stato nientemeno l'aver «fatto svenare alla
presenza sua la Marchesa d'Anzi sua propria madre» per causa di onore,
l'altro sarebbe stato l'aver fatto ammazzare il Conte di Pacentro,
«perchè havesse ingiuriato la casa del Marchese et col congiungersi
con la madre et col vantarsene», la qual cosa teneva «commossa et
quasi divisa la città»[179]. Infatti, non appena seguito il triste
avvenimento, il primogenito del Conte di Pacentro, D. Ottavio Orsini,
e insieme con lui il Marchese di Brienza, uscirono in campagna con
cavalli, ma non giunsero ad incontrarsi col S.^to Lucido, e il giovane
Conte di Pacentro, nel luglio 1600, finì per far correre cartelli di
sfida. Il S.^to Lucido, che negò sempre la sua colpabilità, fu citato
a comparire, e non essendo comparso venne dichiarato forgiudicato;
spese molto, si avviò alla rovina della sua fortuna, e giunse a
scansare allora gli effetti della forgiudica e a liberarsi più tardi
da ogni travaglio. Ma tenne lungamente la campagna, si rifugiò anche
per qualche tempo a Roma menandovi splendida vita, nè venne in mano
della giustizia che nell'agosto del 1600: uscì poi dal Castel nuovo
con D.^ti 30 mila di cauzione e fu abilitato a risedere in Vico, ma
quivi, nell'ottobre dello stesso anno, fece udire che gli erano state
tirate fucilate nella camera da letto attribuendole al Pacentro;
ricominciarono quindi i dissidii ed egli tornò in prigione, dove fu
stipulata la pace _sub verbo Regio_ col Pacentro nel settembre 1601,
e sebbene dopo la pace gli fosse stato accordato di tenere la casa
_loco carceris_ con la stessa cauzione di d.^ti 30 mila, egli non uscì
veramente di prigione co' detti obblighi che il 30 marzo 1602. D'altra
parte il Conte di Pacentro, perchè avea fatto correre i cartelli di
sfida, e più ancora perchè si voleva obbligarlo a far la pace, fu
perseguitato e dovè ricoverarsi in una Chiesa, ma pure venne preso e
chiuso in Castel nuovo nella data medesima di agosto 1600; poco dopo
fu liberato con cauzione ed abilitato a stare in Pacentro, dove se ne
andò nel settembre in compagnia di Carlo Capeco intrigato egualmente
nell'affare del duello. Seguiti poi i reclami del S.^to Lucido per le
fucilate che diceva tirate nella sua camera, fu il Conte ricercato
dalla giustizia in Pacentro e non vi fu trovato; ed eccolo di nuovo
perseguitato e catturato, di poi liberato 8 giorni dopo fatta la pace,
l'11 settembre 1601.

Per conchiudere intorno a' dissidii tra' Nobili e il Vicerè,
aggiungiamo che la calma cominciò a vedersi sol quando si seppe essere
stato deciso il richiamo del Conte Olivares e l'invio del Conte di
Lemos. Egli medesimo, l'Olivares, in febbraio 1599 annunziò tale
decisione, e non è esatto quanto dice il Parrino, che il Lemos fosse
giunto all'improvviso: contemporaneamente il Consiglio Collaterale
risolve che il Principe di Caserta e gli altri prigioni fossero
abilitati a tenere la casa _loco carceris_, con la cauzione di d.^ti
mille ciascuno[180]. Possiamo ora raggiungere il Campanella, che
imbarcatosi in una feluca è già in vista delle spiagge calabresi.



CAP. II.

RITORNO DEL CAMPANELLA IN CALABRIA E SUA CONGIURA. (1598-1599).


I. Non è dubbio che il Campanella sia arrivato in Calabria verso la
fine di luglio 1598, e che la sua prima tappa sia stata il convento
dell'Annunziata di Nicastro. In ciò si accordano diverse deposizioni
che si ebbero più tardi nel processo consecutivo di eresia, e le
notizie che si leggono nella Narrazione pubblicata dal Capialbi. Questa
Narrazione, indubitatamente scritta dal Campanella medesimo, ci potrà
d'ora innanzi servire di testo, almeno fino a che non giungeremo ad
un periodo pel quale vi siano documenti d'importanza anche maggiore:
ma profittando delle notizie in essa consegnate, non mancheremo mai
di farne rigoroso riscontro con quelle provenienti da altri fonti, e
massime con quelle appunto che il processo consecutivo fornì in numero
ragguardevole. Ecco ciò che vi si legge intorno al presente momento
della vita di fra Tommaso. «Nell'anno 1598 F. Thomaso Campanella tornò
in Calabria, donde era stato assente X anni parte in Padova, parte
in Roma, parte in Napoli, e nel fin di luglio sbarcò in Nicastro dove
era priore nel suo convento F. Dionisio Pontio e la città si trovava
interdetta per causa di giuridittione dal Vescovo, per esser fuggito
in Roma. Et esso F. Thomaso a' preghi de' cittadini, e per lettera di
M. Antonio del Tufo Vescovo di Milito suo antico protettore s'adoprò
a metter pace tra il Vescovo e la città. Il che non succedendo per
la malvagità di alcuni scomunicati, esso pigliò le parti del vicario
del Vescovo, e fece eligger F. Dionisio Pontio per ambasciator al
Vescovo et al S. Papa Clemente 8.º, che si trovavano a Ferrara. Il che
dispiacque assai a D. Luigi Xarava avvocato fiscale scomunicato tre
anni avanti dal Vescovo di Milito; e perseverante, e mantenitor delle
brighe, desioso, che tutti fossero interdetti, e scomunicati come lui
per sua discolpa appresso il Re, et pur ci era scomunicato il Principe
dello Sciglio el governator del Pizzo, et altri baroni, et officiali».

Ci siamo già spiegati precedentemente sulla vera durata dell'assenza
dalla Calabria, che altrove il Campanella affermò di dodici anni e qui
afferma di dieci, ma che in realtà deve dirsi un po' meno di nove anni.
Abbiamo pure detto che diverse deposizioni consegnate nel processo
di eresia pe' fatti di Calabria attestano egualmente l'arrivo essere
accaduto alla fine di luglio dell'anno 1598, e la prima fermata essere
stata quella di Nicastro; ma dobbiamo aggiungere che in esse domina
generalmente la credenza, che il Campanella fosse venuto in Calabria
non appena liberato da' travagli patiti in Roma, e trovasi anche
affermato che nel convento di Nicastro, essendo priore fra Dionisio,
aveva stanza del pari il germano di lui fra Pietro Ponzio, ed inoltre
fra Gio. Battista di Pizzoni in qualità di lettore. Così il Campanella
ebbe a trovarsi immediatamente in compagnia di questi suoi intimi
amici, i quali più o meno si avevano acquistato riputazione nella
provincia; ed ecco la condizione loro secondo le notizie sparse nel
processo, che siamo obbligati a citare quasi sempre per documentare
quanto affermiamo.

Fra Dionisio, che pel suo spirito si era distinto anche in Napoli
al tempo in cui là dimorava in qualità di studente, tanto più si
era poi distinto in Calabria, avendo progredito negli studii, e
principalmente essendo riuscito un oratore valentissimo; lasciava
solo qualche cosa a desiderare circa costumi. Di natura impetuosa,
irrequieta, ciarliera e vendicativa, già era stato una volta condannato
per aver tagliata la faccia ad un frate, e in genere di lascivia
se ne raccontava qualche brutto caso, avendo anche l'abitudine di
parlarne troppo e nel senso il più laido. Ma come oratore, ad un
facile eloquio accoppiava una quantità di risorse, e possedeva l'arte
di commuovere potentemente l'uditorio; sapeva lagrimare a tempo, ed
una volta, predicando a monache, seppe anche cadere in deliquio; nè
mancava di pungere i suoi avversarii perfino dal pergamo più o meno
velatamente. Una posizione sempre più distinta si aveva acquistato
tra' frati, ma in pari tempo si aveva acquistato odii roventi, pe'
processi da lui energicamente provocati e sostenuti contro frati di
fazione avversa, a' quali era imputato l'assassinio di suo zio il
P.^e Pietro Ponzio, che abbiamo già visto Provinciale pel 1587-88 e
parte dell'89. Questo incidente, non senza interesse per la nostra
narrazione, merita di essere conosciuto; e per fortuna, oltre i pochi
cenni consegnati nel processo più volte citato, ne abbiamo parecchie
notizie nel Carteggio del Nunzio Aldobrandini. Già mentre teneva
l'ufficio di Provinciale, per la severità con la quale avea cercato
di correggere i costumi orribili di un gran numero de' suoi frati,
il P.^e Pietro Ponzio era stato minacciato nella vita, e un fra Paolo
Jannizzi della Grotteria sacerdote, che vedremo anche tra gl'imputati
della congiura e dell'eresia del Campanella, era stato in agguato per
ammazzarlo, sicchè ebbe a riportarne condanna di tre anni di galera
che scontò, e mentre egli stava ancora alla catena il P.^e Pietro fu
ammazzato. Poniamo qui che fra Paolo trovavasi carcerato in Napoli
durante la prima dimora del Campanella in questa città (1591), ed egli
stesso narrò che vide una volta passare per la via il Campanella, e
lo chiamò per pregarlo che volesse portare una sua lettera al P.^e
Rev.^mo: tutto ciò pertanto non gli chiuse la via agli ufficii in
sèguito, e stiamo per vedere che al tempo della congiura funzionava
da priore nel convento di S. Giorgio. Ma, come dicevamo, il P.^e
Pietro Ponzio fu ammazzato, bensì per un'altra ragione ancora più
notevole, perchè la fazione avversa ne temeva il ritorno all'ufficio
di Provinciale; e fra Dionisio perseguitò senza posa gli assassini di
suo zio, facendo rimontare la colpa dell'assassinio fino al P.^e Gio.
Battista da Polistina, già Provinciale nel 1591-92 e parte del 93. Era
ritenuto uccisore un fra Pietro di Catanzaro, che riuscì a fuggirsene
a Costantinopoli tra' turchi: un fra Filippo Mandile da Taverna fece
scovrire ogni cosa insieme con un fra Giacinto da Catanzaro, e fra
Filippo venne per opera del Polistina condannato a 10 anni di esilio
dalla provincia, ridotti poi per grazie successive a soli 2 anni; ma
il Polistina medesimo finì per essere catturato coll'opera diretta di
fra Dionisio, e rimase prigione 14 mesi in Roma, 15 in Calabria, 9 in
Napoli. Egli si schermì efficacemente con le sue aderenze, dimandando
di essere giudicato ora in Roma, ora in Calabria, ora in Napoli presso
la Corte del Nunzio, dalla quale finalmente in gennaio 1598 venne
liberato «ex hactenus deductis», dietro una relazione dell'Auditore sul
processo ingarbugliato col passaggio per troppe mani e troppi luoghi,
la quale conchiudeva «deficerent potius probationes quam jus»[181]. Fra
Dionisio, che facendo comparire negli Atti il fratello Ferrante aveva
in realtà agito personalmente per tale processo, e vi avea non solo
assistito in Calabria ma anche in Napoli ed in Roma, si era elevato di
molto insieme con la fazione avversa al Polistina; ma la liberazione
di costui, appunto nel 1598, cominciava a segnare un principio di
decadenza, e il Polistina relegato in un convento «loco carceris»,
coll'aiuto del P.^e Giuseppe Dattilo da Cosenza ex-Provinciale lui
pure, già preparava le sue vendette, mentre fra Dionisio, sdegnato per
questa liberazione, mostravasi irrequieto anche più del solito.

Quanto a fra Pietro Ponzio germano di fra Dionisio, senza smentire
il sangue caldo de' Ponzii, era d'indole più ritirata ed assai meno
inframmettente: avea progredito fino ad un certo punto negli studii
specialmente teologici, mostrando anche un grande trasporto per le
buone lettere, ed avea saputo mantenersi ne' buoni costumi, ciò che
non era comune a que' tempi. Così non si era fatto distinguer troppo,
e poteva dirsi che avesse piuttosto goduta la prospera fortuna di fra
Dionisio, come di poi ne patì l'avversa: intanto pel suo amore alle
lettere venne a stringersi sempre più col Campanella, ammirandone con
ardore il grande ingegno, e vedremo che gli si mostrò sempre tenero
amico.

Finalmente quanto a fra Gio. Battista di Pizzoni, egli si era distinto
molto più de' Ponzii negli studii, avendo coltivato non solamente
la Teologia ma anche la filosofia, oltrechè era assai addentro nello
studio della musica; ma in pari tempo si era distinto fuor di misura
ne' cattivi costumi. Sebbene il suo modo di ragionare e di esprimersi
non fosse punto brillante, e ne fa fede ciò che di lui si legge nel
processo, aveva tuttavia una eccellente riputazione come lettore, non
così come galantuomo. Noi lo lasciammo nel convento di Altomonte,
al tempo in cui vi dimorava il Campanella: poco dopo d'ordine del
P.^e Pietro Ponzio Provinciale ne fu scacciato perchè vizioso, e
dovè cercare un ricovero nel convento di Rosarno per misericordia.
Naturalmente si aggregò alla fazione di fra Gio. Battista di Polistina,
ed elevato costui all'ufficio di Provinciale fu mandato Vicario a
Cutro; ma finì coll'esserne scacciato a furia di popolo per le sue
dissolutezze ed anche per diverse appropriazioni indebite, quindi
condannato «ad poenam gravioris culpae». Fu mandato di poi lettore di
logica a Briatico, ove ebbe tra' suoi scolari fra Pietro Presterà di
Stilo, che un giorno dovè difenderlo dagli altri scolari i quali gli si
ribellarono, e così pure fra Silvestro Melitano di Lauriana, che gli
rimase attaccato sempre e gli fu buon compagno nelle cattive azioni;
ma egualmente da Briatico dovè fuggire, essendo stata per colpa di lui
uccisa una donna da' proprii fratelli, i quali divennero forbanditi e
lo atterrirono con minacce assiduamente. Non avea mancato nemmeno di
continuare nelle appropriazioni indebite, fra le quali ve ne fu una di
certi scritti di prediche e considerazioni sull'Apocalisse appartenenti
a fra Dionisio, che tolse dalle valigie di costui venuto di passaggio
a Briatico, e mandò poi a vendere per mezzo di fra Silvestro di
Lauriana; e fra Dionisio ne menò grande scalpore e lo vituperò per
tutta la provincia, ma essendo stato appunto in quel tempo carcerato
fra Gio. Battista di Polistina, egli seppe destreggiarsi abilmente
passando alla fazione di fra Dionisio ed acquetandolo. Con siffatta
evoluzione fu mandato lettore nello studio generale di Cosenza (1597),
di dove, l'anno seguente, venne chiamato come Teologo del Vescovo di
Nicotera, con cui visitò tutto lo Stato del Duca di Nocera defunto,
per soddisfare a' gravami patiti da' vassalli, essendosene il Duca
fatto scrupolo nel suo testamento. Adempiuta questa commissione, era
stato assegnato al convento di Nicastro, dove era giunto appena da due
mesi e trovavasi afflitto da certi malanni per commerci impuri, che
ne attestavano la cattiva condotta. Il suo fra Silvestro di Lauriana,
rimasto ignorante ed affatto bestiale, l'aveva seguito in Nicastro
e l'assisteva con ogni cura; ma aveva anche relazioni colpevoli con
un nipote del Pizzoni, fra Fabio, laico o «terzino» come allora si
chiamavano questi frati non sacerdoti, e fra Gio. Battista lo tollerava
senza risentirsene; invece dovè risentirsene fra Dionisio per lo
scandalo che n'era sorto, onde poco tempo dopo fra Gio. Battista finì
per abbandonare il convento di Nicastro. Il Campanella, verosimilmente
ignaro di tutte queste lordure e del rimanente avvezzo a considerare
i frati quali erano in realtà, vide in fra Gio. Battista un amico di
vecchia data, divenuto anche abbastanza culto; e non gli negò la sua
stima, ed ebbe pur troppo a pentirsene, essendogli riuscito un amico
infedele. Si noti intanto la mancanza di morale e di carattere in
questo fra Gio. Battista, che dovrà figurare di molto nella nostra
narrazione, e però ci ha costretti ad una non breve esposizione della
sua vita.

Ma non meno degno di essere rilevato è il grave turbamento in cui
il Campanella trovò la città di Nicastro e tutta la Calabria, onde
non potè non averne una profonda impressione. Si era da qualche
tempo in un periodo acutissimo di lotte giurisdizionali, e quella
di Nicastro fu una delle più gravi: l'argomento merita di essere
ben ponderato, giacchè mentre da una parte il Campanella nella sua
Narrazione dichiara mantenitore delle brighe qualche ufficiale Regio
che ebbe a perseguitarlo, d'altra parte agli ufficiali Regii quel
concorde sviluppo di esorbitanze Episcopali parve il principio di una
vera e propria ribellione; e in ciò non solo il Carteggio del Nunzio
Aldobrandini, ma anche l'Archivio di Napoli e perfino il Carteggio del
Residente Veneto, ci offrono molte notizie e documenti. Limitandoci per
ora alla sola quistione di Nicastro, ecco quanto possiamo dirne. Era
Vescovo di Nicastro Pietro Francesco Montorio nobile Romano, altero,
risentito, tutto imbevuto de' principii della supremazia ecclesiastica.
Creato Vescovo nel febbraio 1594, cominciò dall'affacciare pretensioni
pe' frutti del Vescovato già vacante e fece per questo mali officii
presso la Curia Romana contro il Nunzio; poi negò al Duca di Ferolito,
Conte di Nicastro, un dritto che costui possedeva di «_fidare_ nelle
erbe della Chiesa di Nicastro ed anche venderle agreste», e affacciò
la strana pretensione che per tale controversia venisse citato a
comparire innanzi al tribunale del Nunzio; poi avendo il Duca ottenuto
un decreto favorevole del Sacro Regio Consiglio, tribunale competente,
ed essendo stato mandato dalla R.ª Audienza un Commissario per
l'esecuzione del decreto, egli maltrattò il Commissario e lo scomunicò
con tutti gli ufficiali della città, a capo de' quali era un Gio.
Battista Carpenzano, facendo pubblicare dal suo Vicario un interdetto.
E scrisse a Roma e fece da Roma scrivere al Nunzio che pativa travagli
indebiti, ed appunto nell'aprile 1598 si permise di pubblicare una
cedola venuta da Roma senza l'exequatur: allora il Governo, che si
guardava bene dal tollerare un fatto simile, lo dichiarò licenziato
dalla sua diocesi, e perchè contumace pose sotto sequestro le rendite
del Vescovato; ma egli fece dal Vicario scomunicare l'Auditor Gonzaga
andato ad eseguire i detti ordini, e con lui il Vice Conte Gio. Antonio
Falconi. Di rimbalzo gli ufficiali della città carcerarono parecchi
gentiluomini aderenti del Vescovo, e volendo un giorno que' della
Corte del Duca trarre agli arresti un cuoco del Vescovo che portava
armi senza permesso, videro intervenire il Vescovo medesimo, il quale
li caricò di contumelie, al punto che taluni trassero qualche colpo
di archibugio in aria per farlo tacere, ed egli allora si allontanò
dalla Diocesi[182]. Ma al tempo medesimo i reggitori della città si
occuparono di provvedere perchè l'interdetto fosse revocato, e tenuto
pubblico parlamento, si concluse di nominare fra Dionisio Ponzio ed
Innico de Franza procuratori della città, perchè potessero comparire a
nome di essa in Reggio ed anche in Roma bisognando, a fine di ottenere
da' superiori ecclesiastici la rivocazione dell'interdetto. Il pubblico
istrumento di procura in data 28 agosto 1598, firmato dal dot.^r
Ottavio Serra sindaco, e da parecchi eletti di Nicastro, venne poi da
fra Dionisio originalmente presentato al tribunale dell'eresia quale
attestato di onore, e così abbiamo potuto averne piena conoscenza[183].
— Che il Campanella in tale occasione abbia prese le parti del Vicario
del Vescovo, riesce pienamente credibile, poichè in ultima analisi
egli era ecclesiastico; ma che abbia potuto influire sulla elezione di
fra Dionisio egli nuovo in Nicastro, e che l'invio di fra Dionisio e
del Franza abbia potuto dispiacere all'Avvocato fiscale, si comprende
poco. Avremo ad occuparci largamente anche dell'Avvocato fiscale, e lo
vedremo in realtà scomunicato dal Vescovo di Mileto, ma vedremo pure in
quel tempo, per varii fatti, qualche Auditore egualmente scomunicato,
qualche altro avvertito di essere incorso nella scomunica, ed uno di
loro è stato già menzionato più sopra; tutto ciò rincresceva senza
dubbio al Vicerè, non al Re che stava troppo lontano ed occupato in
altre cure, ma in fin de' conti attestava negli ufficiali colpiti una
fedele esecuzione degli ordini ricevuti ed un lodevole adempimento del
proprio dovere. Così l'Avvocato fiscale non poteva dispiacersi che le
cose si avviassero alla quiete, nè poteva ritenere per lui necessaria
una discolpa: d'altronde il Governo aveva trovata una singolare maniera
di rimediare agl'imbarazzi che nell'amministrazione derivavano dalle
scomuniche degli ufficiali; mandava una «hortatoria» al Vescovo, e
con ciò riteneva di aver provveduto per l'assoluzione, dandosi anche
l'aria di considerare sospeso l'effetto delle scomuniche. Mettiamo
qui che fra Dionisio e il Franza, si recarono a Reggio e quindi a
Ferrara, dove si trovava Papa Clemente occupato a consolidarsi nel
nuovo acquisto, nè tornarono a Nicastro che al principio dell'anno
successivo. Durante questo tempo l'affare del Vescovo di Nicastro si
trattava nelle più alte sfere. Il Papa medesimo, nel settembre 1598,
ne scrisse direttamente al Re, il quale rispose con una breve lettera
molto dignitosa; il Residente Veneto per le sue vie coperte potè aver
copia di entrambe le lettere e trasmetterle a Venezia, e così leggonsi
nel suo Carteggio. Il Duca di Sessa Ambasciatore spagnuolo in Roma
ne trattò col Card.^l S. Giorgio, e nel Carteggio del Nunzio vi è la
lista delle domande del Vescovo, tra le quali figura quella che tutti
coloro i quali l'avevano insultato fossero gastigati, e tutti, ma
principalmente il Carpenzano e il Falconi, non potessero più esercitare
ufficii in Nicastro e nelle altre terre della Diocesi. Nell'ottobre
furono concordati 10 capitoli, che conosciamo egualmente per cura del
Residente Veneto, tra' quali primeggia la rivocazione del decreto del
Sacro Regio Consiglio favorevole al Duca di Ferolito; ma il Vicerè fece
difficoltà a rivocare il pronunziato solenne di un tribunale supremo di
appello, onde le cose si protrassero fino al marzo dell'anno seguente.
Ed allora l'interdetto fu tolto, ma non per opera di fra Dionisio, ciò
che trovasi attestato pure dalla Narrazione[184]. Vedremo poi che il
Vicerè non attese nemmeno che l'interdetto fosse tolto, per rivocare,
da parte sua, il divieto del ritorno del Vescovo nel Regno, ma costui
non si mosse da Roma, sicchè, sopravvenuta la congiura di Calabria,
diè motivo a far credere che egli pure vi partecipasse. E ciò basti
pel momento circa i conflitti co' Vescovi; avremo tra poco occasione
di parlare del conflitto col Vescovo di Mileto, per lo quale si trovò
scomunicato l'Avvocato fiscale Xarava, ed anche il Principe di Scilla
(corrottamente Sciglio) e il Governatore del Pizzo.

Proseguiamo ora a dire del Campanella, sempre con la scorta della
Narrazione. «Alli 15 d'agosto poi esso Campanella andò a Stilo sua
padria, dove il Vescovo di Milito era venuto a processar un Arciprete
di Stignano, et Campanella andò con lui fino a Jeraci e dispiacque
assai alli officiali scomunicati che havesse dato consulta di canoni
e ragioni al Vicario di Nicastro et al Vescovo di Milito per aiuto
delle giurdittioni. Di più tutte le città principali oltre le discordie
tra gli Ecclesiastici, e Regii, erano divise in fattioni, e Stilo in
particolare havea la fattione de' Carnelevari et Contestabili, et capo
dell'una in campagna era Mauritio Rinaldis, et dell'altra M. Antonio
Contestabile. Et in Catanzaro erano due fattioni: a l'una favoriva lo
Xarava a l'altra D. Alfonso de Roxas governatore della provincia. Et
tutti li conventi erano pieni di banditi particolarmente della diocesi
di Milito, el Vescovo li dava de mangiare per zelo della giurdittione,
quando erano assediati da sbirri. E Xarava ponea fama ch'il clero
volesse ribellare».

Adunque alla metà di agosto 1598 il Campanella passò da Nicastro a
Stilo, ma forse ciò accadde qualche giorno più tardi, poichè si hanno
nel processo di eresia due deposizioni, che attestano essere andato
a Stilo dopo un mese dal suo arrivo in Nicastro[185]. Il Pizzoni ve
l'accompagnò, rimanendovi anche lui per curarsi, come attestò perfino
il suo confidente Lauriana che lo servì; e vi rimase qualche mese,
poichè sappiamo esser venuto nell'ottobre a far parte del convento
fra Pietro Presterà di Stilo, e costui allora lo medicò con le sue
mani. Frattanto nel settembre, per un'accidentale venuta del Vescovo
di Mileto a Stignano, ebbe il Campanella occasione di ossequiare
questo Vescovo che era Marc'Antonio del Tufo, e di andare con lui «in
visita verso la marina». Tale fatto trovasi nel processo attestato
dal Pizzoni, che depose ancora essere accaduto nel settembre. Il
Campanella naturalmente vi andò in qualità di Teologo, e giova
ricordarsene, poichè vedremo in sèguito il Governo Spagnuolo assai
mal prevenuto specialmente contro il Teologo del Vescovo di Mileto,
mostrando d'imputare a lui le risoluzioni violente che dal Vescovo
spesso si prendevano. Non apparisce e non è plausibile che quella
visita sia durata molto: ad ogni modo il Campanella nel suo ritorno si
fermò alquanto in Stignano presso suo padre, come attestò parimente
il Pizzoni, e poi si ridusse a Stilo nè ebbe mai più altra stanza:
lo vedremo più tardi in varie escursioni, ma di breve durata, e pur
sempre assegnato o meglio dimenticato in Stilo. È certo poi che le
trattative di pace tra' Contestabili e Carnevali, registrate nella
Narrazione subito dopo la visita fatta col Vescovo di Mileto, accaddero
veramente non prima del maggio dell'anno successivo: questo risulta
dal processo ed anche da altri cenni sparsi nella Narrazione medesima,
sicchè non dobbiamo occuparcene per ora, e possiamo invece approfondire
un poco le cose del Vescovo di Mileto, i conflitti giurisdizionali,
le fazioni e inimicizie cittadine, le discordie de' componenti la R.ª
Audienza, i banditi in armi nella provincia. Lo stesso Campanella più
volte affermò che questo grave turbamento sociale, unito alla comparsa
di fenomeni meteorologici straordinarii, lo menò a credere tanto più
fermamente alla vicina fine del mondo e a predicarla, onde poi alcuni
presero animo a concertarsi per una ribellione: trattasi dunque di una
materia in relazioni strettissime col nostro argomento, ed è necessario
occuparcene di proposito; l'Archivio di Stato in Napoli, parzialmente
anche il Carteggio del Nunzio Aldobrandini, ce ne forniscono molti
documenti, e di essi bisogna senz'altro profittare.

Il Vescovo di Mileto (latinamente Melito) si era già fatto distinguere
da un pezzo pel suo modo energico di procedere nelle quistioni
giurisdizionali, un po' più di tutti gli altri suoi colleghi, che
pur essi non mancavano di farle sorgere ogni momento e trattarle con
poca mansuetudine e nessuna misura. Egli non trovavasi in conflitto
per interessi personali come il Vescovo di Nicastro, ma per principii
profondamente sentiti, e quanto è dubbio che il Campanella abbia potuto
richiamare sopra di sè l'attenzione degli ufficiali Regii pel conflitto
del Vescovo di Nicastro, altrettanto è sicuro che abbia dovuto esser
notato pe' conflitti del Vescovo di Mileto; perchè con costui egli
si trovava in relazioni dirette, e da costui era stato scomunicato
quell'Avvocato fiscale Xarava al quale egli attribuì tutte le sue
sventure; solamente bisogna dire che abbia dovuto esser notato non
così presto come apparirebbe dalla sua Narrazione, ma quando già si era
fatto conoscere direttamente per altre cose. È pur troppo vero che il
Vescovo di Mileto avesse procurato che i banditi, i quali si trovavano
in asilo massime ne' conventi, fossero alimentati semprechè i birri
li assediavano per catturarli: questo emerse poi anche dal processo
del Campanella, e in realtà una tenerezza pe' malviventi rifugiati
ed assediati si verificava del pari in altre Diocesi, con diversi
modi singolari che non mancheremo di vedere: il Governo riteneva che
pe' delitti gravi, «imperiosi, e di molto malo exemplo» come allora
si diceva, non dovesse riconoscersi il diritto di asilo ne' conventi
e nelle Chiese; ma i Vescovi rispondevano con le scomuniche a tutti
coloro i quali eseguivano gli ordini del Governo, e con una maggiore
protezione a' più tristi soggetti, onde si può immaginare quanti
scandali ne dovessero nascere. I Cavalieri Gerosolimitani molto sparsi
nel Regno, che col titolo di frati e col beneficio della giurisdizione
ecclesiastica spesso si vedevano commettere prepotenze e delitti,
scorrendo la campagna con comitive armate e chiudendosi in qualche
castello di casale isolato senza che il Governo potesse raggiungerli,
fornivano un altro grosso contingente di conflitti: al tempo del
quale trattiamo, un cav.^re fra Maurizio Telesio di Cosenza trovavasi
nella condizione anzidetta, e il Governo avea mandato contro di lui
l'Auditore Vincenzo di Lega, che era giunto a catturarlo e si occupava
in prendere la relativa informazione; e subito da «un preite a nome
del Rev.^do Vescovo di Melito gli fu notificato in parola che lui et li
detentori di detto fra Mauritio erano incorsi in censure, admonendoli a
liberarlo»[186]. Ma il contingente maggiore era fornito da' così detti
«diaconi selvaggi» o «clerici coniugati», una specialità fiorente nella
Calabria, laici anche con mogli e figli, a' quali i Vescovi concedevano
di poter indossare un ferraiolo nero, ed avendoli in tal guisa fatti
clerici, pretendevano che fossero esenti dalle contribuzioni fiscali
e dal peso degli alloggi, esenti anche dalla giurisdizione laica, o
come allora si diceva «temporale»: i comuni o «Università» reclamavano,
ed egualmente reclamavano i Baroni, nel vedersi sfuggire di mano i
contribuenti e dover gravare di pesi insoffribili gli altri cittadini,
come pure nel vedere invasi i dritti della giurisdizione baronale: il
Governo mandava hortatorie, ma coloro che doveano consegnarle venivano
scomunicati[187]. Nel tempo di cui trattiamo, un Marcantonio Capito,
diacono selvaggio della Diocesi di Mileto, avea bastonato un frate
basiliano: la R.ª Audienza intervenne, e il Capito si rifugiò in una
Chiesa; il Vescovo, sempre per mantenere intatta la giurisdizione,
non volle permettere che fosse estratto dalla Chiesa, nè volle curarsi
che fosse chiuso nelle carceri vescovili pel dovuto gastigo. In tale
occasione l'Avvocato fiscale D. Luise Xarava dovè entrare nella Chiesa,
prendere il Capito e farne consegna nelle carceri del Castello del
Pizzo; ma finì per essere scomunicato lui, il governatore del Pizzo
D. Fabrizio Poerio e il Principe di Scilla signore del luogo. Le
hortatorie non mancarono, ma il timore della scomunica, che allora
menava a conseguenze anche sociali non indifferenti, rendeva perplessi
coloro i quali doveano presentarle: il Vicerè ebbe quindi a risentirsi
con la R.ª Audienza perchè erano state fatte presentare «per banno»,
vale a dire coll'affissione, e la R.ª Audienza ebbe a discolparsi
negando il fatto, che pare essere stato solamente un progetto. Intanto
il Vescovo, non rimasto pago alle scomuniche, nel febbraio 1598 mandò
al castello del Pizzo suo fratello Placido Del Tufo, il quale sulla
sua parola indusse il Castellano a far uscire il Capito dal carcere,
e metterlo in una stanza, ma poi nella notte, coll'aiuto di due
domestici del Vescovo e mediante una corda, lo fece fuggire e andare a
ricoverarsi nel palazzo Vescovile; laonde il Vicerè ebbe ad ordinare
l'arresto di Placido Del Tufo, il quale per lo meno dovè nascondersi
e molto più tardi poi fu graziato. Così tese erano allora le relazioni
tra il Governo e il Vescovo di Mileto. Più tardi non avendo il Vescovo
dato alcun gastigo al Capito, ed avendolo anzi lasciato andar libero a
Seminara, il Vicerè lo fece carcerare di nuovo, ma i preti, armati di
accette ed aiutati anche da alcuni laici, lo liberarono a viva forza;
questo accadde nel tempo in cui fervevano i concerti per la ribellione,
sicchè appunto pel Capito avvenne quel «rumor di clerici di Seminara
che ruppero li carceri gridando viva il Papa», come è registrato in
altro luogo della Narrazione del Campanella (pag. 30), onde sembrò che
il Vescovo di Mileto partecipasse a' concerti e che «il clero volesse
ribellare»[188].

Non molto dissimile era la condotta degli altri Vescovi della Calabria:
ne daremo alcuni cenni riferibili al periodo di cui trattiamo ed
anche a qualche anno successivo, ciò che servirà pure a mostrare che
essi continuarono sempre nella loro via, perfino quando, scoverta la
congiura, gli ufficiali Regii spiegarono una influenza esorbitante.
Il Nunzio medesimo scriveva a Roma che alcuni Vescovi componevano con
danaro ogni delitto de' clerici, sia facendo pagare una somma alla
Curia, sia facendo dare una pingue elemosina a qualche luogo pio, onde
presso gli ufficiali Regii s'incontravano difficoltà ad ottenere la
consegna de' clerici prigioni[189]. Ma specialmente i clerici selvaggi
in tutta la Calabria davano troppi motivi di scandali, mentre erano
ovunque aumentati al punto che il Vescovo di Mileto potè dire di averne
nella sua Diocesi molto meno degli altri, nè poi venivano sempre scelti
tra le persone per bene: così l'Arcivescovo di S.^ta Severina ne aveva
creati in numero infinito, ed aveva anche introdotta un'altra classe
col nome di «familiari», che non vivevano a sue spese e che tuttavia
esigeva fossero esenti dalle tasse e dalla giurisdizione baronale e
Regia, minacciando non solo la scomunica ma anche il carcere a chi
gli presentasse le hortatorie; d'altra parte il Vescovo di Cariati li
sceglieva perfino tra gl'inquisiti e i contumaci della Gran Corte della
Vicaria, e s'intende che i reclami e i conflitti dovevano essere senza
fine[190]. Non bastando i clerici selvaggi e i familiari, altri Vescovi
inventarono anche i «commissarii delle feste», laici deputati a far
osservare la santificazione delle feste, pe' quali non solo esigevano
le solite franchigie dalle tasse, dagli alloggi e dal foro laico, ma
anche il dritto di portare armi proibite, concedendone essi la licenza:
il Vescovo di Squillace ne avea creati 37, e in maggior numero ancora
ne avea creati l'Arcivescovo di Reggio, il quale volle egualmente
estese le franchigie a molte donne che in S.^ta Agata indossavano
abiti frateschi, come pure alle beghine o «bizoche» di Reggio, ed
una volta, avendo i gabelloti trasmesso a queste beghine col consenso
esplicito del Governo l'ordine di pagare le gabelle, fece venire da
Roma ed affiggere alle porte delle Chiese ed a' luoghi pubblici della
città un monitorio con le solite minacce, che citava que' gabelloti a
comparire fra un dato termine in Roma, innanzi all'Auditorato della
Camera Apostolica[191]. Non poche altre pretensioni ed ingerenze
indebite essi spiegavano con modi sempre nuovi in singoli casi.
Il Vescovo di Nicotera costringeva con la scomunica il Castellano
del luogo a ricevere nelle carceri del Castello clerici ed altri
ecclesiastici prigioni in suo nome; quello di catanzaro accoglieva in
un monastero di pentite la moglie di un uomo che con l'aiuto di essa
aveva ammazzata la sua 1ª moglie, ed esigeva dal Giudice, intervenuto
per le debite informazioni, un decreto liberatorio in favore di quella
donna senza neanche esaminarla[192]. Il Vescovo di Squillace, dopo
di avere scomunicato il Capitano di Stilo, non solamente si faceva
consegnare dal Giudice un grosso malfattore a nome Colella Bua, col
solito pretesto che era clerico selvaggio, ma anche un inquisito di
stupro ed omicidio in persona di una parente, col pretesto che esso
era domestico di una monaca. Il Vescovo di Gerace spediva monitorio al
Capitano e al Giudice della città, perchè sotto pena di scomunica, in
forza della Bolla _In coena Domini_, consegnassero tra 18 ore un ladro
di giumente e il rispettivo processo già formato, col pretesto che 12
anni prima era stato tonsurato (sebbene non avesse mai funzionato da
clerico), oltrechè gli era stata trovata sulla persona un'orazione a S.
Patrizio, la quale dovea vedersi se fosse superstiziosa e spettante al
S.^to Officio, ed ebbe il ladro e lo mandò via impunito; dippiù spediva
un altro monitorio perchè si rilasciasse un contumace, e si lacerasse
l'informazione presa contro un inquisito del ratto di una donna, perchè
la carcerazione e l'informazione erano state eseguite nel giovedì _in
albis_, e nulla di simile dovea farsi durante tutta la settimana dopo
Pasqua[193]. — Può bene immaginarsi la condotta del Clero inferiore
dietro siffatti esempi. Lo stesso Nunzio scriveva a Roma: «molti
si fanno clerici per esimersi dalla giuriditione temporale, et per
una banda, circa negotii, fugir le gabelle delle robe et gli altri
carichi che si portono seco, et per altra in essi, come sottoposti
alla giurisditione ecclesiastica, far ciò che vogliono»[194]: tali
erano veramente i motivi precipui del loro moltiplicarsi in modo
esorbitante, quali clerici secolari e regolari, e sotto le forme più
svariate ed anche più strane. Lasciando da parte gli esempi della loro
condotta individuale, appena ricorderemo la protezione che comunemente
accordavano a' malfattori, ricoverandoli nelle loro case ed aiutandoli
anche con le pratiche del loro ministero, le violenze alle quali si
spingevano in massa nelle loro bizze o in quelle de' loro superiori.
Qualche fatto di tal genere riesce abbastanza curioso ed istruttivo.
P. es. in Roggiano, gli assoldati del Governo impegnano una zuffa co'
banditi, li stringono in una casa, sono sul punto di prenderli; ed
ecco i preti parenti de' banditi che vengono in quella casa col SS.^mo
Sacramento, poco dopo ne riescono avendo affidato a' banditi le mazze
del pallio, e così conducono questi in una Chiesa sorridenti sotto gli
occhi degli assoldati del Governo genuflessi ed umiliati. In Policastro
alcuni clerici hanno una vertenza col domestico del Capitano, e il
domestico vien chiuso in prigione; ma ecco i clerici, non contenti,
con l'aiuto di altri laici rompono le carceri, prendono e feriscono
quell'uomo, quindi lo traducono nella Chiesa dove lo schiaffeggiano
e lo bastonano, mentre il Capitano non osa penetrarvi[195]. Cosa si
proponevano segnatamente i Vescovi con una condotta simile? Esercitare
la prepotenza, niente altro che la prepotenza, per lo meno secondo il
gusto del tempo tutto impregnato di prepotenza: e però non sapremmo
menomamente farne ad essi un addebito speciale, bensì non sapremmo non
riconoscere in essi le virtù e i vizii comuni, e non riconoscere negli
uomini del Governo, tra le prepotenze comuni anche a loro, un po' di
maggior cura, e laboriosissima cura, di avviare le cose verso l'equità
e la giustizia; sconoscer questo, o peggio scambiare le parti, ci
sembra una stranezza o una mistificazione. Cosa faceva il Governo, cosa
faceva Roma in questi conflitti? Roma aveva in cima de' suoi pensieri
non altro che «la superiorità ecclesiastica»: nessun provvedimento
troviamo da parte sua nemmeno circa l'istituzione de' clerici selvaggi
o coniugati evidentemente ingiusta: le sue istruzioni al Nunzio circa
i torti de' Vescovi erano «et scusarli et difenderli sempre»[196]. Il
Governo strepitava, mandava hortatorie a' Vescovi ed ordini rigorosi
a' suoi ufficiali; ma la paura delle scomuniche, fino a quando l'abuso
di esse non ne scemò l'efficacia, tratteneva ognuno, e il Governo
medesimo in ultima analisi diveniva arrendevole e finiva poi sempre per
pentirsene, come si verificò p. es. nel fatto di Marcantonio Capito. In
conclusione nè al Governo, nè allo Xarava che dipendeva dagli ordini
del Governo, riusciva conveniente mantener le brighe; e il Campanella
in tutte queste brighe potè scorgere i segni della vicina fine del
mondo, ma dovè anche scorgere che il Governo non era poi così forte
come ne correva la fama.

Passiamo a vedere le controversie ed inimicizie tra' privati, le
controversie tra' componenti la R.ª Audienza, i banditi e forgiudicati.
In ogni tempo i municipii della Calabria e della più gran parte del
Regno, massime i più notevoli, erano stati travagliati dalle fazioni
per diverse cause; in generale pel «possesso del reggimento» come
allora si diceva, ossia per la riuscita nelle elezioni municipali,
talvolta per fatti assolutamente privati, non esclusi quelli relativi
agli amorazzi, assai più sovente pel semplice gusto della prepotenza
ed anche per la necessità del soverchiare a fine di non essere
soverchiati; da ciò l'aggrupparsi, l'offendere, il menar le mani, il
divenire assassini e perfino predoni, anche quando si era già prima
dato prova di nobili istinti e di tutt'altro genere di vita. Egualmente
in questo si notava una recrudescenza, al tempo in cui il Campanella
tornava in Calabria e si riduceva a Stilo; la cosa è provata da molti
documenti che ne rimangono nell'Archivio di Stato. Vedremo più in là
le fazioni di Stilo: per ora vogliamo dire che nella capitale e nella
più considerevole città della Calabria ultra, già capitale fino al
1592, in Catanzaro ed in Reggio, fervevano le lotte in modo atroce, e
romoreggiavano pure in Cosenza, in Rogliano, in Cassano, principalmente
in Rossano, senza contare le terre minori. Anche qui citeremo i fatti
del 1598-99 e di qualche altro anno successivo, per mostrare che
il calore di queste lotte non si estinse nemmeno con le peripezie
sofferte per la congiura. In Catanzaro si contrastavano da un pezzo
l'amministrazione municipale da un lato i Morano e d'altro lato i
Piterà aiutati dagli Spina, e questa lotta ebbe poi le sue conseguenze
nello sviluppo de' fatti della congiura, come non a torto notò il
Residente Veneto, sebbene vagamente, in una delle relazioni inviate al
suo Governo[197]. Gio. Geronimo Morano, che vedremo figurare nel modo
più sinistro quando la congiura fu scoverta, avea goduto lungamente i
beneficii dell'amministrazione municipale, traendone anche profitto col
procedere nella qualità di Sindaco, per parte della città, all'acquisto
di una casa appartenente a suo fratello Gio. Battista, destinata per
residenza del tribunale della R.ª Audienza; il Vicerè non mancò di
chiederne spiegazioni, e furono fatti anche processi contro alcuni
de' Morano ed alcuni de' Piterà, per ridurli più facilmente alla pace
sotto cauzione, ma pur troppo senza successo; del resto non potremmo
in poche parole esporre le violenze dell'uno e dell'altro gruppo di
contendenti. Appunto nel 1598, l'elezione municipale in Catanzaro era
stata impossibile per le difficoltà e nullità poste in campo da una
delle fazioni, e dovè compiersi successivamente «col braccio» ossia
coll'intervento della R.ª Audienza, che incontrò pur essa talune
difficoltà: per qualche tempo ancora le elezioni non poterono farsi
altrimenti, e gli Spina finirono poi col venire a vie di fatto contro
i Morano, e un Maurizio Spina assaltò i figli di Gio. Geronimo e ne
ferì uno nel braccio[198]. In Reggio il caso era anche più violento,
ma per un fatto di onore passato tra due primarie famiglie, i Del
Fosso e i Serio, postisi in armi coll'aiuto rispettivo dei Melissari
e de' Monsolino, pe' quali parteggiarono ancora variamente taluni de'
Filocamo, de' Laboccetta, de' Sagrignano, de' Baroni; da ciò il sorgere
e persistere di una quantità di banditi, l'intimazione di una grossa
sfida, l'uccisione di alcuni caporali incaricati della carcerazione
de' più riottosi, l'assassinio di fra Paolo Monsolino cavaliere di
Malta sugli scalini della Chiesa del Rosario, il rifugio dei Melissari
colpevoli in questa Chiesa, la loro estrazione violenta da essa per
parte degli ufficiali Regii, e i soliti interminabili conflitti di
giurisdizione coll'Arcivescovo, onde l'Archivio di Stato e poi anche
il Carteggio del Nunzio forniscono del pari notizie moltissime. Sin dal
1596 Gaspare del Fosso, figlio di Tommaso Sindaco de' nobili in Reggio,
essendosi vantato di aver goduta una Signora, a quanto sembra, de'
Serii, diè motivo all'inimicizia capitale tra le due famiglie e loro
parentele. Inutilmente fu nel 1597 mandato l'Auditore Riccardo per la
pacificazione; bisognò mandarvi nel 1598 l'Avvocato fiscale Xarava, che
catturò e pose sotto processo Gio. Paolo Melissari, Geronimo Filocamo
e Matteo Monsolino; non di meno, essendo liberi Fabrizio del Fosso e
Gio. Domenico e Geronimo Melissari fratelli di Gio. Paolo, si preparò
nel 1599 la sfida, con una grande agitazione della città, sotto i capi
Francesco Pesello e Domizio Barone, sventata poi con la carcerazione
di costoro; alcuni omicidii seguirono tale carcerazione, e dovè essere
inviato nel 1600 l'Auditore Barbuto per le debite inquisizioni, ma
sempre senza risultamento, sino a che non fu ucciso Paolo Monsolino
ed eseguita la cattura violenta de' Melissari uccisori. La lunga
durata di questa lotta, la partecipazione in essa d'individui fatti
venire dalla Sicilia, l'occupazione di più paesi vicini per parte
delle bande delle due fazioni, gli allarmi continui per le offese che
s'infliggevano, tennero veramente agitato il paese in una zona ben più
larga di quella di Reggio[199]. Ricorderemo ancora, perchè da un certo
lato connessa co' fatti della nostra narrazione, la breve ma atroce
lotta verificatasi in Cosenza tra Maurizio Barracco e Ireneo Parisi,
entrambi cavalieri di Malta «potenti e di molto parentato»; il Barracco
era anche persona culta, come lo attestano le Commedie che di lui ci
sono rimaste[200]. Appunto nel 1598, posero entrambi mano alla spada e
non se ne sa il motivo, ma intervennero subito alcuni cittadini, memori
delle gravi lotte tra' Parisi e i Cavalcanti che aveano già lungamente
travagliata la città, e li divisero; intervenne anche il Governo, e
potè avere nelle mani fra Maurizio Barracco ma non fra Ireneo Parisi,
che giunse a mettersi in campagna, e con un suo fratello egualmente
cavaliere, fra Pietro Antonio, diè principio alle solite imprese.
Non sappiamo in qual modo, ma sappiamo con certezza che nel 1600 fra
Maurizio Barracco era stato già ucciso, e fu fatta grazia agli uccisori
probabilmente sicarii, pe' meriti acquistatisi da uno de' denunzianti
della congiura[201]. Infine menzioneremo appena le lotte violentissime
di Rogliano, che fervevano appunto nel 1598 tra' Ricciulli e Lelio De
Piro da una parte, e Pietro Toscano, Giulio De Piro, Giovanni Stefano
e Pietro Arabia, e Desiderio Gio. Cotta dall'altra; dippiù quelle
di Cassano tra i Durabili, i Siena, i Paterini ed altri, nelle quali
allora si contavano già morti e feriti; da ultimo quelle di Rossano
tra i Toscano e gl'Interzato, divenute atroci per essere stato Giulio
Toscano ferito a morte da Scipione Interzato, e rese in sèguito
anche più gravi per l'uccisione di Fabrizio Toscano da parte di fra
Scipione Strambone, Gio. Vincenzo e Gio. Battista Cito, uniti a fra
Giuseppe, Scipione e Giulio Interzato[202]. Di tutte queste inimicizie
si risentivano gravemente non solo le città, ma anche le campagne,
essendone una conseguenza delle più tristi l'aumento de' banditi
e non dell'infima classe: appunto nel 1598 il Vicerè riconosceva
tale fatto, ed approvava che «saria de molto proposito procurare de
pacificare le inimicitie predette con legarli de bona pleggeria»; ma
questo precisamente non era così facile, e potea far verificare anche
le solite quistioni allorchè si trattava, come spesso si trattava,
di cavalieri di Malta. E però, ad occasione delle inimicizie di
Rossano, nello stesso anno il Vicerè scriveva al Governatore di «non
intromettersi nelle paci»[203].

Quanto alle lotte tra' componenti la R.ª Audienza, ecco ciò che
possiamo dirne, con la scorta de' documenti da noi trovati. Era
Governatore della provincia di Calabria ultra D. Alonso De Roxas de
Anoya, che è stato detto pure De Roscias, De Roggias, De Rosas e De
Rojas, senza dubbio pel desiderio di riprodurre alla meglio il suono
ovvero la forma della _chôla_ con cui scrivevasi il suo cognome in
castigliano; erano membri dell'Audienza, che egli presedeva, gli
Auditori Annibale David e Vincenzo Di Lega, i quali principalmente
figurano nelle cose del Campanella, ma anche Antonio Santamaria, Gio.
Lorenzo Martire, un Consaga, un Miranda, i quali troviamo sparsamente
nominati nelle scritture di quel tempo; teneva l'Ufficio di Avvocato
fiscale D. Luise Xarava, ed aggiungiamo pure che funzionava da
Segretario dell'Audienza Guarino de Bernaudo, sostituto con pubblico
istrumento a Camillo Passalacqua che godeva la Segreteria di entrambe
le provincie di Calabria. D. Alonso de Roxas, sempre citato dal
Campanella sotto l'aspetto più favorevole, apparteneva alla prima
nobiltà (vedremo che la Viceregina Contessa di Lemos gli era parente),
apparteneva quindi al numero de' privilegiati che si facevano presto
una posizione. Nel 1594 lo troviamo provveduto dell'ufficio di Capitano
di Lanciano, con una condizione che basta essa sola a faro intendere
come agisse il Governo spagnuolo, vale a dire «non obstante che non
vaca, per ordine di sua Excellentia»; nel 1595 lo troviamo Capitano
di Cotrone[204]. Ma nel 1598 dovè essere incaricato interinalmente
dell'ufficio di Governatore, Preside o Vicerè della Calabria ultra,
come allora anche si diceva magnificando ogni cosa, in sostituzione
di D. Francesco de Regina Carafa Conte di Macchia; passato appunto in
quell'anno dalla Calabria ultra a governare la Calabria citra. Buona
pasta d'uomo, amico del quieto vivere e poco avveduto, non ismentì
mai siffatte qualità in tutto il tempo in cui rimase al governo della
provincia, amareggiato solamente dalle esorbitanze dell'avvocato
fiscale Xarava, che egli non poteva comportare, come non aveano
egualmente potuto comportarlo i suoi predecessori; del resto egli non
dovea nemmeno occuparsi della persecuzione de' banditi, essendo questa
affidata al Conte di Macchia che avea facoltà di attendervi in entrambe
le provincie di Calabria. D. Luise Xarava del Castillo, citato sempre
dal Campanella come un mostro, aveva qualità precisamente opposte a
quelle del De Roxas; molti documenti abbiamo trovati intorno a lui
nell'Archivio di Napoli, ma anche diverse sue lettere autografe abbiamo
trovate nell'Archivio di Firenze, essendosi lui pure ingegnato di
procurarsi le grazie del Gran Duca, coll'offrirgli e fargli lungamente
aspettare una tavola di diaspro «una mesa de jaspe», trovata senza
dubbio in Calabria ed ora forse esistente tra quelle che si ammirano
nel Palazzo Pitti[205]. Granatese di origine lo disse il Campanella
nelle sue poesie, ma con ogni probabilità per rilevarne «il moresco
core»: ad ogni modo egli era Avvocato fiscale in Calabria ultra
già da alcuni anni, e molti documenti ce lo mostrano soverchiatore
e riottoso, non senza anche una certa dose di avidità, ma al tempo
medesimo operoso ed energico, tanto che i Vicerè di quell'età non
cessavano di dargli commissioni scabrose nella provincia, sebbene
dovessero poi quasi sempre finire per dirigergli qualche rimprovero.
Fin dal 1590, per essere andato sopra una galeotta di D. Pietro De
Leyva, generale delle galere, senza la licenza del Governatore, egli
si pose in discordia con costui, e il Vicerè Conte di Miranda dovè
intervenire a biasimare l'uno e l'altro[206]. Nel 1594 lo stesso Conte
di Miranda gli affidava «la visione delli conti delli sindici et altri
administratori del peculio dela università di Catanzaro» da dieci
anni in poi, e nel 1595 gli prorogò il termine assegnatogli per tale
commissione[207]: naturalmente egli dovè così riuscire bene accetto
ad una e odioso a un'altra delle due fazioni che si laceravano in
Catanzaro. Il Vicerè Conte di Olivares, dal 1596 in poi, gli affidò
egualmente diverse missioni ed ebbe più volte a mostrarsi dispiaciuto
di lui pel suo carattere. I contrasti, i diverbî, i soprusi da parte
sua riescono abbastanza notevoli, qualche volta rasentano perfino
il comico, e gioverà averne notizia, trattandosi di un individuo di
tanto interesse per le cose del Campanella. Nel marzo 1596 il Vicerè è
costretto a scrivere all'Audienza che faccia osservare all'Avvocato e
al Procuratore fiscale gli ordini che tengono: l'Avvocato maltrattava
il Procuratore, al punto che mentre costui se la passava con un po'
d'allegria in casa tra le persone di sua famiglia, essendo l'ultima
notte di carnevale, gli mandò un suo schiavo negro a tirare molte
sassate alla porta e alle finestre. Poco dopo, in aprile, il Vicerè
fa sapere all'Audienza di avere scritto all'Avvocato, «da che il suo
stile è di scomponersi con tutti li officiali del tribunale» che tenga
ogni buona corrispondenza col Governatore e gli Auditori, avvertendo
che essi debbono eseguire il simile: infatti con sua lettera quasi
contemporanea scrive all'Avvocato, «semo stati informati che al spesso
per l'ingiusti termini di procedere che da voi si usano turbate la
quiete di questo tribunale discomponendovi tanto con il magnifico
governatore di quessa provintia quanto con li magnifici auditori, non
tenendo con essi la correspondentia che si ricerca et doveti, volendo
voi solo componer ogni cosa con extraordinaria authorità, il che non
possemo credere, che quando lo sapessimo di certo, non mancariamo di
fare contra di voi le debite provisioni che si ricercano»[208]. Nella
stessa data è costretto a scrivergli che non faccia «tirare a costo del
R.º fisco una piazza de algozino ordinario, e cossi anco una piazza di
5 ducati il mese di soldato di campagna da doi soi criati di casa»;
e più tardi, in maggio, dietro le istanze dell'Avvocato scrive al
Governatore che gli restituisca lo schiavo che si trova in suo potere,
donde apparirebbe che questo schiavo fosse il ministro delle prepotenze
dell'Avvocato[209]. Verso lo stesso tempo vuol sapere dall'Avvocato
perchè è partito dall'Audienza, malgrado l'ordine che nessuno parta
senza licenza scritta, e più tardi vuol sapere perchè va poche volte
al tribunale; in sèguito lo minaccia perchè non ha eseguito gli ordini
di tenere bona corrispondenza col Governatore, e contemporaneamente
inculca al Governatore che tenga bona corrispondenza coll'Avvocato,
altrimenti provvederà, notandogli che una volta si è sdegnato con
lui al punto di fargli minaccia di volerlo carcerare; se non che
è costretto a dimandare all'Avvocato, come mai, dovendosi inviare
un Commissario a Policastro ed essendo stato scelto dal tribunale
questo Commissario, egli ne abbia poi inviato un altro[210]. Intanto,
mentre gli si era ingiunto che non partisse dall'Audienza, accade un
brutto fatto in Cassano, e lo stesso Vicerè ve lo manda «malgrado
li precedenti ordini in contrario»; e negli anni seguenti lo manda
a Reggio pe' gravi trambusti suscitati dalle lotte tra i Melissari
e i Monsolino, ed egli carcera alcuni de' contendenti già menzionati
altrove, ma si trova che ha fatto bandi, abbreviato i termini della
forgiudica, promesso indulti, cose che nemmeno tutto il tribunale
dell'Audienza avea facoltà di fare senza un ordine speciale, e quindi
gli s'ingiunge di partire da Reggio e tornare all'Audienza; non di
meno egli non se ne cura, e si trova dippiù che contro la volontà
dell'Audienza ha fatto aprire le carceri, estrarre un carcerato e
consegnarlo allo Stratico di Messina che lo reclamava, onde gli si
ordina che lasci immediatamente Reggio e torni all'Audienza[211].
Abbiamo poi veduto come egli appunto venisse mandato ad estrarre dalla
Chiesa il diacono selvaggio Marcantonio Capito, affrontando lo sdegno
e la scomunica del terribile Vescovo di Mileto; aggiungeremo che nel
1599 lo si trova mandato per un altro affare scabroso a Tropea dove un
dot.^r Francesco Blanco falso Commissario Regio con 34 soldati armati
a modo di banditi faceva le parti di un vero Commissario, ed egli
giunge ad arrestarne 21 col loro capo; di poi lo si trova colpito da
rimproveri, per essersi intromesso in un processo condotto dal Capitano
di S.^ta Agata, arbitrandosi perfino di citare il Capitano a comparire
davanti a lui[212]. Questa maniera di agire dello Xarava si riscontra
perfino negli anni posteriori, quando già il processo della congiura
era terminato ed egli era divenuto Consigliere; e però deve dirsi che
la prepotenza era nella natura sua, ma che l'energia di cui si mostrava
dotato faceva tollerare dal Governo i suoi gravi difetti. Relativamente
alla capacità, il Campanella, nell'Informazione pubblicata dal
Capialbi, lo dichiara un ignorante in modo assoluto, «talmente che
prese carcerato Gio. Francesco Branca medico di Castrovillari, perchè
scrisse al Campanella c'havea fatto un libro _de adventu portentoso
locustarum in Italiam_, pensandosi che _locustae_ volesse in latino
dir fuste di Turchi». Forse, con la mente invasa dall'idea che ognuno
tramasse per la congiura, vide anche in questo caso un gergo, ma
l'equivoco sembra difficile, mentre non di rado venivano all'Audienza
ordini del Vicerè per «l'extirpatione de' brucholi»; piuttosto
l'aver solamente rilevata un'amicizia col Campanella lo decise per
la carcerazione del Branca, ma del rimanente poteva bene appartenere
a quella classe di spagnuoli che divoravano il Regno con l'aria
di sapientoni, e davano origine a quel titolo di dileggio tuttora
rimastovi de' «dottori della Salamanca». Certamente la qualità sua
più brutta era la prepotenza e la bramosia di valere più degli altri:
questa gli procurò l'avversione non solo di D. Alonso de Roxas ma
anche di tutti gli Auditori. Infatti verso la fine del 1598 si verificò
questo caso singolare, che l'Audienza non permise allo Xarava l'entrata
nel tribunale ad esercitarvi il suo ufficio, adducendo che egli
trovavasi scomunicato dal Vescovo di Mileto, la qual cosa era veramente
accaduta già da qualche tempo: e il Vicerè non approvò la condotta
dell'Audienza, ed ordinò di non fare allo Xarava un simile ostacolo, il
quale si può comprendere solo ammettendo che l'Audienza avesse voluto
tener lontano quell'uomo divenuto odioso per la sua prepotenza[213].
Così la lotta tra' componenti la R.ª Audienza mantenevasi tra lo Xarava
da una parte e tutta l'Audienza dall'altra, e ad essa si appoggiavano
anche le inimicizie delle due fazioni di Catanzaro, dopochè lo Xarava
avea riveduto i conti dell'amministrazione municipale; nè riesce
difficile intendere quanto in pari tempo l'andamento di tutta la
provincia dovesse risentirsi di un simile stato di cose.

Ci rimane a dire de' banditi e forgiudicati. Questa piaga già
antica, non curata mai efficacemente in tutto il Regno e massime
nella Calabria, presentava anch'essa una notevole recrudescenza,
principalmente per gli scoppi de' conflitti derivanti dalle inimicizie
private. Si era visto di molto peggio in passato, e si ricordava p.
es. la desolazione della città di Terranova, che non si rialzò più mai
dopo i conflitti de' banditi ingenerati dalle inimicizie de' Marini co'
Geronimi. Consalvo Marino, forgiudicato, si era unito a Nino Martino
de' Casali di Reggio (nome da doversi tener presente per intendere
un certo punto della Dichiarazione del Campanella), e coll'adesione
anche del nobile giovane Ferrante Ruffo aveva assoldato fino a 300
banditi a piede e a cavallo, aveva combattuto molto bene le milizie
capitanate dal Conte di Nicastro, era una prima volta penetrato nella
città con uno stratagemma, poi una seconda volta per sorpresa, mentre i
cittadini riuniti in Chiesa festeggiavano il SS. Sacramento, e vi avea
fatto uccidere barbaramente i suoi nemici; minacciò di volervi tornare
ancora una terza volta, e il Governatore non seppe far di meglio che
ordinare a tutti i cittadini di uscir fuori dalla città e da' casali
in un giorno che fu la Domenica delle palme, e si sarebbe avuto questo
spettacolo miserando, se nella notte precedente uno de' medesimi
seguaci di Consalvo non l'avesse per carità di patria ucciso[214].
Le inimicizie recavano sempre questa grave conseguenza, l'aumento
de' banditi, ed essendo divenute così numerose nel tempo di cui
trattiamo, i banditi erano numerosi egualmente, non a grosse compagnie
ma disseminati dovunque; del resto e i conflitti giurisdizionali e le
lotte tra' componenti la R.ª Audienza, col rilassamento degli ordini
pubblici che n'era la conseguenza inevitabile, facevano moltiplicare
i delitti e con essi i fuorusciti, che poi divenivano banditi e
fuorgiudicati; certo è che pure il Residente Veneto, con sua lettera
del 9 giugno 1598, ebbe a partecipare al suo Governo questo aumento
di fuorusciti, e da tale testimonianza le affermazioni del Campanella
risultano indubitabilmente comprovate[215]. La severità delle leggi,
spinta troppo facilmente a certi estremi dagli ordini Vicereali,
contribuiva essa pure all'aumento de' banditi. Purchè il delitto fosse
tale da recare la pena di morte, e la categoria di questi delitti era
allora larghissima, dietro una dispensa Vicereale dalla procedura
ordinaria i delinquenti venivano con un bando citati a comparire
sotto pena di forgiudica, essendo alle volte abbreviati i termini
della comparsa a un punto, che questa diveniva perfino materialmente
impossibile; rimasta quindi la citazione senza effetto, i delinquenti
risultavano colpiti dalla forgiudica, cioè costituiti fuori ogni adito
al giudizio, donde il nome di banditi e forgiudicati. Vedremo più
opportunamente qualche altra particolarità di siffatta procedura, con
tutte le sue terribili conseguenze, allorchè tratteremo del processo
per la congiura del Campanella: qui dobbiamo dire che già da un pezzo
erano state date al Governatore Conte di Macchia le solite facoltà
straordinarie per la estirpazione de' fuorusciti, che basta leggere
per capire come le popolazioni dovessero sentirsi malmenate più da'
Commissionati contro i banditi che dai banditi medesimi, e quindi
dovessero divenire favorevoli più che ostili a' banditi; ma si stimò
necessario anche, a' primi del 1599, concedere straordinariamente
alla R.ª Audienza per mesi sei, e prorogare di poi ogni tre mesi
«il rigoroso rimedio de abbreviare il termine dela forgiudicatione»
contro coloro i quali commettessero omicidii proditorii mediante
archibugiate[216]. Intanto specialmente pel ricovero nelle case
de' clerici, nelle Chiese e ne' conventi, i banditi e in gran parte
anche i forgiudicati potevano eludere le persecuzioni con bastante
successo: i clerici, che si rendeano colpevoli di queste «negoziazioni
illecite», trattando o ricoverando i banditi in casa loro, abbiamo
visto che cadevano sotto la giurisdizione del Nunzio, e costui era
troppo lontano e disponeva di pochi mezzi per poter colpire dovunque
e colpir giusto; i preti e i frati, che li ricoveravano nelle Chiese
e ne' conventi, guadagnavano la benemerenza de' Vescovi, e spesso pure
qualche cosa di più. Potremmo riferire molti aneddoti intorno al prezzo
che non di rado costava a' banditi un tale ricovero, e segnatamente
intorno alla demoralizzazione dei frati, che ne' conventi in ispecie
rurali spingevano, aiutavano, ed anche personalmente intervenivano
alle escursioni predatorie de' banditi ricoverati: ci ripugna il fare
questa cronaca, la quale suol chiamarsi scandalosa, unicamente dacchè,
o per malizia o per eccessivo zelo del bene, è piaciuto attribuire alla
massa degli ecclesiastici d'ogni sorta e d'ogni grado una maniera di
sentire e di vivere essenzialmente diversa da quella de' laici, una
singolare ed impossibile immunità da' vizi del proprio tempo. Abbiamo
visto che il Vescovo di Mileto procurava che ne' conventi si fornisse
il vitto a' banditi ricoverati e assediati, e il Governo naturalmente
se ne doleva: del pari si doleva che p. es. in Rossano contumaci e
delinquenti «indifferentemente si serveno di tutte le ecclesie di
detta città, et non solo ci habitano loro, ma ci conducono le moglie
et altre donne, et armati di arme prohibite passeggiano per avanti le
porte di dette ecclesie»; si doleva che p. es. in Reggio, essendosi
alcuni banditi per causa di omicidio «andati a salvare dentro una
ecclesia di detta città, et havendoli posto le guardie attorno, il
Rev.^do in Christo padre Arcivescovo non le ha voluto permettere se
non per quaranta passi attorno detta ecclesia»[217]. Il Carteggio del
Nunzio Aldobrandini, testimone non sospetto delle imprese de' frati
in connivenza co' banditi, ci mostra che fin dal 1595 il Governo avea
dirette calde istanze a Roma perchè si facessero disabitare i conventi
in campagna, dando di essi una lunga lista molto istruttiva[218].
Ma se ne scrisse e riscrisse inutilmente in quell'anno ed anche nel
1596, nè si venne ad una conclusione prima del 7bre 1599, al tempo
in cui la congiura fu scoverta: allora soltanto si mandò da Roma un
ordine a' Prelati di non permettere che i malviventi e i fuorusciti
dimorassero nelle Chiese e ne' conventi, al quale ordine successe di
poi un Breve in regola, che prescriveva potersi concedere a' ministri
laici, non ostante la Bolla di Gregorio XIV, il fare l'estrazione de'
banditi dalle Chiese ed altri luoghi pii, e ciò pel tempo di sei mesi,
da prorogarsi quando ve ne fosse il bisogno. Ed ecco qualche Prelato
muovere il dubbio, se i banditi che stavano già ricoverati da un pezzo
dovessero pure concedersi a' ministri laici, e poi, scorsi i sei mesi
e non venuta la proroga, si videro i frati «accettare ne' conventi più
che mai i banditi e i delinquenti con grave scandolo»; onde il Nunzio,
ricordando continuamente gli scandali, chiedeva con istanza la proroga,
e si noti, non per la nequizia intrinseca della cosa, ma perchè si
stava «in pericolo di qualche stravaganza de' ministri Regii che li
caccino violentemente». Ma si vide venire la proroga soltanto dopo un
altro anno, e una nuova proroga farsi aspettare ancora otto mesi, e
sempre non tutti i Prelati impegnati ad occuparsene con serietà, e in
ispecie il Vescovo di Mileto dichiarato «fiacco a risolversi» da D.ª
Girolama Colonna zia del Duca di Monteleone, che si lagnava dei banditi
cresciuti a dismisura nello Stato suo[219].

Per tutti i fatti sinora esposti, nell'arrivare in Calabria, il
Campanella dovea naturalmente giudicare il Governo assai meno forte di
quanto pareva da lontano: ma bisogna aggiungervi ancora un avvenimento,
che egli non credè di dover menzionare nella sua Narrazione, e che è
ricordato da varii documenti di quel tempo. Vogliamo dire la comparsa
del Bassà Cicala con la flotta turca nel golfo di Squillace il 18 7bre
del 1598, la sua discesa appunto al capo di Stilo per fare acqua, con
la devastazione di molte vigne, fienili e case lungo un buon tratto
della costa, e naturalmente anche con la presa di persone di que'
luoghi; il suo allontanamento con poca molestia avuta dalle milizie
del Principe di Squillace, ciò che strombazzavasi sempre quale disfatta
de' turchi; il suo arrivo al seno, o, come allora dicevasi, «fossa» di
S. Giovanni, solito suo luogo di fermata presso il Capo Spartivento,
col ritirarsi delle poche galere di Napoli e di Sicilia che là si
trovavano; il desiderio da lui mostrato di vedere la madre dimorante
in Messina, e l'adempimento di questo suo desiderio che il Vicerè di
Sicilia si affrettò a soddisfare. Già prima, nel maggio 1595, alcune
galeotte di Biserta aveano fatta imboscata sotto Stilo, vi aveano
preso il capitano di una terra di quelle marine, il capitano anche
del battaglione (milizia provinciale) ed altri individui, guadagnando
8 mila scudi di riscatto: ora il Cicala vi scendeva egualmente e non
v'era chi gli facesse opposizione; poi, mentre avea danneggiati luoghi
soggetti a Spagna, otteneva ciò che voleva da' Proconsoli spagnuoli e
ravvicinavasi alla madre conosciuta qual fervente cristiana[220]. Chi
era questo Cicala? Se ne sono dette di molte intorno a lui, ed è tempo
di parlarne con la scorta de' documenti, che per verità non mancano
così negli Archivii come nelle Biblioteche; egli fu poi nominato, e
largamente nominato, nella congiura di Calabria, laonde merita tutta la
nostra attenzione.

Tra i moltissimi genovesi stabiliti nell'Italia meridionale vi erano
parecchi di cognome Cicala, ed alcuni di loro esercitavano l'industria
del corsaro. Al tempo del quale trattiamo l'esercitava ancora un
Edoardo Cicala, in ottime relazioni col Vicerè di Napoli, come
risulta da più documenti che si leggono nell'Archivio di Stato: nè
sarà inutile conoscere che aveano legni in corso anche taluni nobili,
come la Sig.^ra Girolama Colonna citata più sopra, e il Marchese
del Cirò di casa Spinelli, divenuto più tardi Principe di Tarsia;
straordinariamente poi anche le Corti de' Vicerè, segnatamente le
Viceregine con altri nobili ed impiegati di palazzo, armavano qualche
legno contribuendo «per carata», allorchè v'era speranza di ricco
bottino. Il Carteggio del Residente Veneto ne dà parecchie notizie,
poichè la Serenissima, in pace co' turchi, non vedeva punto bene
questi corsari di tutti gli altri Stati Cristiani, che turbavano
profondamente il commercio, davano motivo ad abusi e recriminazioni
senza fine, aizzavano i turchi alle rappresaglie se mai ve ne fosse
stato bisogno; d'altronde in ultima analisi ne pagavano poi la pena le
infelici popolazioni, abbandonate senza tutela, non essendovi forze
sufficienti a guardarle da' corsari turchi, che erano moltissimi ed
audacissimi[221]. Forse dietro i richiami del Governo Veneto, il Re di
tempo in tempo mandava ordini di proibizione dei legni corsari, e ce ne
rimane tuttora qualcuno, press'a poco di questi tempi, nell'Archivio
di Stato: ma gli ordini non venivano eseguiti, riuscendo tanto comodo
il poter dare una prova di zelo contro i nemici del nome Cristiano
e fare un'eccellente speculazione industriale[222]. Come risulta
dalle Relazioni degli Ambasciatori Veneti, il padre del Bassà Cicala
era appunto un genovese stabilitosi in Messina, che «andava come
corsaro depredando ogni luogo con una galeotta, con la quale fu fatto
prigione finalmente da' turchi col figliuolo, che per esser giovinetto
fu accettato in serraglio e con violenza fatto turco»; e questo
accadde nella terribile ripresa dell'isola di Gerbi presso Tunisi,
il 1560[223]. Nessuna delle Relazioni Venete ne fornisce il nome; ma
documenti da noi rinvenuti nell'Archivio di Stato, riferibili a un
altro figliuolo suo del quale parleremo or ora, ci fanno conoscere che
dovea chiamarsi Visconte Cicala. Tra le tante sue depredazioni vi era
stata quella (se la memoria non ci tradisce) di Castelnuovo alle bocche
di Cattaro, sull'estremo confine della Turchia, dove fece schiava
la figlia di un Bey, avvenente fanciulla, che educò al Cristianesimo
dandole il nome di Lucrezia, e tolse di poi in moglie avendone molti
figli; un primo a nome Filippo, un secondo a nome Scipione che divenne
poi il Bassà Cicala o Sinan Bassà, un terzo a nome Carlo, inoltre varie
figliuole, tuttora, al tempo di cui trattiamo, dimoranti in Messina.
Pe' meriti del padre, Filippo ebbe da Spagna una pensione di D.^i 1100,
pagabili, al solito, dalle casse di Napoli benchè fosse siciliano,
e per tale motivo trovasi più volte nelle scritture dell'Archivio di
Stato con la designazione di «Filippo Cicala del mag.^co Visconte o
«del q.^m Visconte in Messina»[224]; possiamo aggiungere che appunto
nel 1598 egli morì, lasciando un figliuolo chiamato Visconte come
l'avo. Carlo ottenne egualmente da Spagna una pensione di duc.^ti 500,
come pure il titolo di Conte Palatino dall'Imperatore, e il Bassà suo
fratello si era impegnato di fargli avere dal Sultano il Ducato di
Nixia o dell'Arcipelago, già goduto da Giovanni Miques ebreo portoghese
favorito (la signoria di Nixia e di 12 isole, Nasso, Andro, Paro,
Antiparo etc. etc. col pagamento di un tributo), onde l'avea fatto
venire a Costantinopoli sin dal 1594[225]; ma vediamo la carriera
appunto di Scipione, che seppe giungere fra i turchi a' primi gradi
dell'Impero.

Aveva Scipione Cicala 16 anni, allorchè fu preso da' turchi insieme
col padre: costui per danaro potè riscattarsi, ma Scipione, di bella
indole, piacque al Padischah e fu trattenuto nel serraglio[226]. Non
appena uscito dal serraglio andò alla guerra in Persia, e vi compì
fortunatissime imprese, per valore ed ardire della persona, con inganni
e stratagemmi, più che per giudizio e prudenza: dopo la morte di Osman
divise con Fehrad, che ne divenne geloso, il comando dell'esercito
contro i persiani. Sposò dapprima una, e poi, morta questa, ancora
un'altra figlia di Rusten Bassà, la cui moglie era figlia del Sultano
Suliman, molto influente col Serraglio, e ne ebbe due figliuole ed un
figliuolo a nome Corcut. Fu Capudan nel 1581, lungamente governatore
di Babilonia, poi di Diarbech (1590), poi Beglierbey dell'Arcipelago
e Capitano del mare (1594), nel quale ufficio non godeva molta
riputazione, non essendovisi mai esercitato. Si trovava realmente in
questo tempo in Costantinopoli un capitano calabrese, che avea preso
il nome di Giafer ed era «il più intendente» nelle cose del mare,
come ne fa fede il Bailo Zane nella sua relazione; tuttavia il Cicala
era sempre ritenuto pieno di ardire e di risorse; d'altronde gli
fu posto a fianco quasi come guida e luogotenente, facendolo venire
di Barberia, Arnaut Memi corsaro famoso e già vecchio, il cui nome
vedremo figurare anche nella narrazione delle cose del Campanella.
Ed appunto nel d.^to anno 1594, il Cicala, venuto nella fossa di S.
Giovanni con 95 galere, saccheggiò Reggio co' suoi casali, e poi
Vibona, Catona, Condeianni, S. Nicola, Ardore, la Motta Bovalina,
Cirò, Soverato, Montepavone, quattordici terre in tutto, distruggendo
non solo le immagini de' Santi, le campane, le Chiese, le ossa di
Mons.^r Gaspare Ricciulli stimato Santo, le torri di guardia, le
superbe stalle che il Governo teneva in Bovalina per le razze, ma
ancora gli aranceti, gli oliveti, le vigne, le moltissime piantagioni
di gelsi che servivano all'industria della seta tanto diffusa in
quella regione. Era stato mandato contro di lui Carlo Spinelli, che
dovrà pure figurare moltissimo nella nostra narrazione, e costui,
senza forze sufficienti, non seppe far altro che ordinare la ritirata
anche de' terrazzani ne' luoghi alpestri, lasciando al Cicala tutto
l'agio di devastare il paese a suo talento[227]. Ma le necessità della
guerra lo fecero richiamare all'esercito, e nel 1596 fu l'eroe di
quella battaglia di Agria che lo innalzò all'apice della sua gloria.
Come è noto, l'Arciduca Massimiliano con Schvarzenberg e Tauffenbach,
col Principe di Transilvania e Palfy, a capo di un grosso esercito
composto di alemanni, ungheresi ed italiani, sbaragliò i turchi in
modo da penetrare fin nel loro campo, e il Cicala, comandante della
retroguardia, dovè avvertire il sultano Mehemet III che si salvasse,
come difatti si salvò fuggendo co' suoi Spahi fino a Solnoc e Buda:
ma poco dopo, calcolando che i cristiani dovessero trovarsi occupati
a svaligiare le tende, il Cicala li sorprese e ne fece un macello,
impadronendosi anche di tutta l'artiglieria e del bagaglio; morirono
così 40 capi principali e tra essi i due Duchi di Holstein, morirono
quasi tutti gl'italiani co' Conti Pietro di Collalto e Giulio Cesare
Strasoldo, si salvò a stento l'Arciduca Massimiliano a Cassovia e il
Principe di Transilvania a Tokai. All'annunzio inaspettato di sì gran
vittoria, come scrisse il Bailo a Venezia, «il Sig.ºr in premio della
virtù e valor del Cigala in quella fattione si cacciò dal tulpante
un pennacchio e glie lo diede, creandolo gran Visir; la Sultana ne
fu turbatissima» (la Sultana madre protettrice del Visir Hibraim).
Poco dopo fu reintegrato Hibraim, «Cigala fu lasciato in Adrianopoli,
il Sig.ºr era malinconico»; ma il Cigala fece dire da parte sua al
Sig.ºr, che «se voleva esser Re et Imperatore, non doveva ascoltar la
madre», e la Sultana in gran collera lo fece relegare ad Erzerum, e
lo minacciò anche di farlo strangolare. Passò così tutto l'anno 1597,
ma in aprile del 1598 «il Cigala fu dichiarato Capitano del mare, la
Sultana madre del Sig.ºr minacciata di relegazione in Amasia o ritiro
nel serraglio»[228]. Quest'ufficio era molto desiderato dal Cicala,
tanto che lo si vide più tardi rifiutare il Visirato per rimanere nel
Capitanato del mare, sia perchè vi godeva maggior riposo, avendo già
54 anni di età passati in molti travagli, sia perchè gli fruttava un 40
mila zecchini l'anno, ed egli avea bisogno di conciliarsi co' donativi
il favore del Serraglio. I Baili Veneti non lo vedevano bene, poichè
non era punto affezionato a Venezia, «dicendo, benchè nato in Messina,
di discender da Genova, patria naturalmente poco amica a questa Ser.^ma
Republica»; eppure il solo suo amico fidato era il Capi-Agà, veneziano
rinnegato, poichè veneziani, genovesi, corsi, napoletani ed anche
calabresi in buon numero occupavano allora grossi ufficii nell'impero
ottomano. I Baili lo dichiararono sempre sprezzatore di chicchessia,
arrogante perfino col Sultano, bugiardo, ingannatore, avaro; tuttavia
non mancarono mai di riconoscere in lui certe grandi qualità, e non
lasciarono mai nulla intentato per renderselo propizio, come per
ispiarne ogni passo. Già nella condotta de' Veneti in Costantinopoli,
quale risulta dal Carteggio de' Baili, non si saprebbe cosa ammirare
di più, se la pieghevolezza e la pazienza, o l'astuzia e l'impiego
opportuno di tutti i mezzi atti all'acquisto di buone intelligenze
e buone informazioni; oltre i zecchini, erano sempre distribuiti con
giudizio rasi, velluti, cristalli, orologi, e verso il Cicala Capitano
del mare si usava una larghezza anche maggiore. La Repubblica gli
regalava 2 mila zecchini ogni anno, perchè, dicevasi, tenea sgombro
il mare da' pirati, e quando giungeva a Corfù e Zante, gli faceva
dare non solo il presente in moneta ma anche ciò che poteva piacergli
in vettovaglie fresche; un presente gli era del pari dato dalle
navi veneziane, dovunque egli ne incontrasse nelle sue escursioni, e
la Repubblica non ci trovava a ridire. In Costantinopoli poi, alla
sua partenza come al suo arrivo, visite, complimenti e regali. Si
compiaceva di pitture, e il Bailo gli manda miniature; altra volta
gli manda lastre di vetro, carte di cosmografia, libri di storia,
«per raddolcirne l'animo»; altra volta egli stesso chiede un orologio
da tavola, «di quelli che battono forte»; la moglie, guastatosi un
orologio, lo manda a casa del Bailo per farlo accomodare, e il Bailo le
compiace e ne fa sempre relazione a Venezia. Ma «non legge prontamente
franco (_int_. italiano), e si «fa leggere le lettere da persone che
l'intendono», e il Bailo per le sue vie coperte giunge ad avere da
queste persone copia delle lettere a misura che arrivano dall'Italia e
le trasmette a Venezia; in tal guisa si hanno le copie delle lettere
di Carlo suo fratello e diverse piccanti informazioni circa l'affare
del Ducato di Nixia, che al Papa, alla Spagna, a' Vicerè di Napoli e
di Sicilia parve una bella occasione per avere in mezzo a' turchi un
uomo devoto a' cristiani, mentre al Bassà Cicala era parsa una bella
occasione per attirare il fratello e la vecchia madre alla religione
musulmana. Egualmente, dentro l'arsenale di Costantinopoli e a bordo
delle galere che uscivano nelle escursioni annuali, sempre che poteva,
il Bailo teneva qualche uomo di sua fiducia, il quale in determinate
circostanze ed al ritorno dalle escursioni era interrogato in forma
legale con giuramento, e la copia dell'interrogatorio veniva trasmessa
in cifra, al pari di tutta l'enorme corrispondenza, a Venezia.

Come dicevamo, nell'estate del 1598 il Bassà Cicala fece la sua
escursione con la flotta venendo in Calabria al capo di Stilo. Il
Carteggio del Bailo da Costantinopoli c'informa che l'8 agosto era
partito con 47 galere munite di zappe e scale, aumentate poi a 50 e
travagliate durante il viaggio dalla peste; la quale circostanza forse
eccitò tanto maggiormente nel Bassà il desiderio di rivedere dopo tanti
anni la vecchia madre. Il Carteggio del Residente in Napoli c'informa,
che giunto nel golfo di Squillace con 48 galere e 7 galeotte, fece il
19 7bre sbarcare al capo di Stilo gli uomini di tre sole galere, e che
il 20 a tre ore di mattino ripartì lasciando anche le tracce del suo
passaggio nelle coste della Roccella, Gerace, Condeianni e Bianco;
quindi, non senza pericolo pel forte vento, penetrò nella fossa di
S. Giovanni, dove si trovavano 6 galere di Sicilia e 6 di Napoli, le
quali, tirati alcuni colpi di cannone, cedendo al numero si ritirarono
a Messina. Il Duca di Maqueda Vicerè di Sicilia aveva già ordinato
in Messina che niuno uscisse dalla città, pena la forca, temendo
intelligenze co' turchi; in Reggio poi la guarnigione spagnuola,
poco prima rinforzata con 600 uomini, non fece che continui spari di
artiglieria, pretendendo che così il Cicala non sarebbe sbarcato. Ed
ecco come il Residente Veneto riferì al Ser.^mo Principe il sèguito
dell'avvenimento: «dalla fossa di S. Giovanni Cigala il 23 espedì un
christiano a Messina con lettere sue al V. Re e alla sua propria madre,
dimandando di vederla, che si faccia riscatto di schiavi et bazaro,
come V. Ser.^tà intenderà distintamente dalle copie che saranno in
queste: havendosi poi il 24 esseguito il mandar à Messina il figlio
del Cigala con una galea per ostaggio, et la madre à lui con la galea
General di Napoli, ciò è fino a Rigio, et di là con filuche fino
all'armata, dove si fermò poche ore et ritornò piena di lagrime et
di donativi, etiandio di qualche denaro non solo dal figliolo ma da
tutti i capi di galea, et di militia, che honororono nella persona di
lei il Bassà secondo l'usanza turca. Dicevasi che il giorno sequente
partiriano per levante 14 galee con infermi, et che il Bassà col
rimanente passava in Barbaria» etc.; (continua annunziando che Reggio
13 volte arsa ed afflitta da' turchi speravasi questa volta rimarrebbe
illesa; dà quindi le copie delle lettere sud.^te «tradotte dal
turchesco»). Così fin d'allora le lettere scambiate in tale circostanza
furono immediatamente note; e basta dire che le troviamo perfino
negli Avvisi ossia ne' Giornali manoscritti del tempo; le troviamo
pure stampate più tardi nel Glorioso trionfo di Paolo Gualtieri, ma
sfuggite a tutti coloro i quali si sono occupati del Bassà Cicala a
proposito del Campanella[229]. Ecco poi le ulteriori notizie circa il
colloquio tra il Bassà e la madre riferite dallo stesso Residente:
«Il Cigala donò alla madre 2 mila cechini (_sic_) et la richiese di
ricordarsi d'esser nata turca, ed a dargli come madre la benedittione
del Profeta, et ella costantemente negò di farlo dicendo ch'essendo lui
maledetto da Dio non poteva giovargli la benedittion di alcun'altro,
ben promettendogli di pregar la divina M.^tà fino all'ultimo sospiro
della morte che à lui faccia quella gratia che hà fatto ad essa di
conoscer la vera fede di Giesù christo, nella quale anch'essa con più
ragione gli ricordava che lui era nato. Et viene affermato in lettere
di persone di molto conto, ch'egli non lasciò nel spatio che furono
insieme di accompagnar le lagrime della madre con qualche tenerezza».
Il Cicala non tardò a partirsene senza fare altri danni in Calabria:
ne fece bensì a Malta, sbarcando con 2 mila uomini in Gozo, e poi
se ne andò alla Barberia, dove si trattenne costruendo un forte in
Porto-farina; quindi si ritirò a Costantinopoli.

Un avvenimento di questa natura non potè non fare una grande
impressione sul Campanella. Vedremo che tra' diversi presagi, sui
quali egli allora rivolgeva la sua attenzione, vi era quello del
medico ed astrologo M.º Antonio Arquato, che recava doversi l'Impero
ottomano dividere in due parti, una delle quali si sarebbe convertita
al Cristianesimo ed avrebbe combattuto l'altra: forse nella visita del
Cicala alla madre egli intravvide che il presagio dovea verificarsi.
All'opposto, come abbiamo detto, il Cicala agiva nel senso di condurre
il fratello e la madre all'islamismo; nè le sue azioni erano meglio
giudicate presso i musulmani. Sappiamo che il Muftì, divenutogli
nemico, enumerava diverse sue colpe; la principale fra queste era, che
la prima volta uscito fosse andato a prendere il fratello per condurlo
a Costantinopoli, ed andato in sèguito a visitare la madre ed avutala
sulla galera, non si fosse curato di «liberarla di cristianità»,
per la qual cosa aveva offeso Dio e doveva riportarne gastigo[230].
Ad ogni modo poi il Campanella non poteva non vedere in tutto ciò
l'insigne debolezza del Governo, il quale non era in grado di opporsi
alle imprese del Cicala, lasciava che devastasse il paese, e invece di
combatterlo lo compiaceva nei suoi desiderii. — Pertanto verificavasi
ancora un altro avvenimento degno del pari di essere ricordato. Il
30 7bre si conosceva in Napoli che al Re di Spagna era stata aperta
una postema al petto, e se ne attendeva la prossima fine; l'8 8bre si
annunziava che era morto. Al temuto Filippo II succedeva un Principe
debole, e già, mentre ascendeva al trono, poco stimato: il fatto non
era di lieve importanza; gl'insofferenti del giogo spagnuolo aveano
motivo di rallegrarsi e di trarne i migliori augurii.

Ma è tempo di vedere la vita del Campanella in Stilo, ciò che egli vi
diceva e faceva.

Il convento di S.^ta Maria di Gesù, dove egli avea stanza, era un
piccolo convento, annesso ad una Chiesetta, e rappresentava appena
un Vicariato[231]. Poteva contenere soltanto tre o quattro sacerdoti
ed un laico assistente: allorchè vi giunse il Campanella, avea
l'ufficio di Vicario fra Simone della Motta Placanica; i sudditi poi
variavano spesso. Oltre il Pizzoni e il Lauriana avventizii, vi erano
un fra Domenico di Riaci e un fra Domenico Petrolo di Stignano, il
quale ultimo era veramente assegnato a Cosenza ma deputato a Stilo,
e si rimaneva volentieri a casa sua in Stignano; sappiamo per altro
che dopo la venuta del Campanella dimorò nel convento dal Natale
al carnevale, per tutto l'inverno successivo e poi di nuovo più
tardi, ma anche allora temporaneamente. In ottobre venne a starvi
fra Pietro Presterà di Stilo, che vi dimorò sempre, e nel Capitolo
tenuto in maggio dell'anno successivo fu creato Vicario del convento
in luogo di fra Simone; poi vi venne anche un fra Gio. Battista di
Placanica, che vi rimase solo per tre mesi, dal febbraio all'aprile.
Il Campanella si strinse specialmente a fra Pietro di Stilo sua
vecchia conoscenza, e a fra Domenico di Stignano proveniente dal
luogo in cui dimorava la propria famiglia. Fra Domenico era stato
novizio in Lombardia ed avea dimorato in Milano, mentre eravi pure
un Padre Gonsales, che incontreremo nel corso di questa narrazione:
estremamente impressionabile, ed anche manesco, avea bastonato alcuni
frati ed era stato punito per tale mancanza, ma non avea fatto parlare
di sè per altre cose. Quantunque già sacerdote e predicatore da due
anni, era tuttora «studente formale» com'egli medesimo dichiarò, e
seguì un corso di filosofia che il Campanella si fece a dettare in
Stilo: segnatamente per tale circostanza venne a trovarsi in una
certa intimità col Campanella, e quindi lo vedremo compagno di fra
Tommaso ne' suoi travagli, testimone importante ma non sempre fedele,
massimamente per la sua grande impressionabilità, rovina della causa
di fra Tommaso per vigliaccheria, come ebbe a dirlo fra Pietro di
Stilo. Quanto a fra Pietro, l'abbiamo già veduto condiscepolo ed
amico del Campanella fin dagli anni più teneri, e dobbiamo aggiungere
che fu con lui in familiarità sino a che vestì l'abito di religioso;
di poi non ebbe più occasione di vederlo, eccettochè per circa due
mesi in Cosenza nel 1588. Avea poco progredito negli studii, ma erasi
mantenuto ne' buoni costumi e si distingueva tanto per l'ottimo cuore,
quanto per una grande prudenza e un senso pratico squisito, che lo
faceva di rado fallire nella giusta estimazione degli uomini e delle
cose. Riconoscente al Pizzoni già suo lettore, ossequente al Polistina
Provinciale, non aveva mai avuto simpatia per fra Dionisio, massime
perchè lo sapea proclive a' risentimenti, ed abituato a' discorsi più
osceni: era stato anch'egli assegnato a Nicastro mentre fra Dionisio
vi tenea l'ufficio di Priore, ma non volle andarvi e non si diè pace
finchè non s'ebbe procurata un'altra assegnazione. Fu pel Campanella
un amico tenero, disinteressato, costante; può dirsi essere stata
quest'amicizia la cagione sola delle atroci sciagure che patì, e non di
meno la mantenne sempre ed efficacemente; in somma vedremo in lui una
simpatica e cara figura tra molta bordaglia[232].

Le occupazioni del Campanella nel convento di Stilo furono le sue
solite; dar letture, specialmente di filosofia, e scrivere libri; ma
oltracciò egli adempiva assiduamente a' suoi doveri di buon religioso,
come fu poi attestato da frati non sospetti e da altre persone di Stilo
che ne furono interrogate[233]. Cominciando da quest'ultimo punto,
dobbiamo dire assodato che recitava l'officio quotidianamente, talvolta
insieme con fra Pietro di Stilo e con fra Domenico di Stignano;
assisteva al coro, e solo si notava che «stava astratto», celebrava la
Messa e «tutti l'ascoltavano volentieri» quantunque conoscessero che
era stato inquisito dal S.^to Officio; avea ricevuto dal Provinciale
la licenza di predicare (ciò che conferma non trovarsi per penitenza
a Stilo), e dall'altare «stando sopra una seggia... predicava
cattolicamente, che tutto Stilo l'andava a udire, e diceva bellissime
cose predicando l'Evangelio de verbo ad verbum». In somma dimostrava
buona vita e «passava per uomo onesto», siccome del rimanente nessuno
pose mai in dubbio anche pe' tempi anteriori trascorsi in Calabria, ne'
quali, eccetto l'incidente dell'Ebreo, non si citò alcuno scandalo da
lui dato. Fra i tanti atroci accusatori venuti a galla in sèguito, si
trovò appena un solo individuo, il quale pel tempo cui siamo pervenuti
depose dietro una voce incerta che egli, insieme con altri, avesse
«fatto il _crescite_» con una certa Giulia nella propria cella; fra
Pietro di Stilo poi affermò essersi detto che avea per innamorata una
sorella di fra Domenico di Stignano ed avea peccato con lei, e perciò
costui eragli nemico ed avea cercato di farlo ammazzare; ma senza
alcun dubbio fra Pietro pose innanzi questa frottola per tentare di
far nascere un argomento giuridico d'inimicizia, capace d'invalidare
le gravi deposizioni di fra Domenico a carico del Campanella. Bisogna
a tutto ciò aggiungere che il Campanella, col suo predicare, aveva
in mente pure di eccitare il popolo a costruire pel suo convento una
degna Chiesa, e giunse a scavarne le fondamenta. Nelle Difese, che
ebbe a scrivere ad occasione del suo processo, egli addusse questo
fatto in prova della sua pietà, e vedremo che vi alludeva pure quando
nel carcere mostravasi pazzo e sosteneva i tormenti, gridando che avea
fatto disegnare un convento in Stilo, un convento di S.^to Stefano
con tre monaci, la qual cosa possiamo bene intendere, dopochè il
Capialbi ci ha fatto sapere che il convento di S. Maria di Gesù era
stato fabbricato abusivamente nel territorio de' Certosini di S. Maria
della Torre, e i Domenicani, rimasti soccombenti in una lite, furono
abilitati da' Certosini a dimorarvi, ma riconoscendo il dominio loro e
tenendo dipinte sulla porta del convento le immagini de' protettori de'
Certosini S. Stefano e S. Brunone[234].

Quanto alle letture, occupazione da lui sempre amata, diede nella
propria cella letture di filosofia, e ne profittarono, oltre a fra
Domenico di Stignano pel tempo in cui dimorò nel convento, diversi
individui di Stilo, tra gli altri Giulio Contestabile e Fulvio Vua
assiduamente, e di tempo in tempo Gio. Gregorio Presinace, che trovasi
più spesso detto Prestinace, suo stretto amico, dippiù alcuni giovani
venuti da' paesi vicini, come i due fratelli Jacopo e Ferrante Moretti
di Terranova. Tutti costoro si trovarono di poi involti nelle sventure
del Campanella, e bisogna fin d'ora attendere a ricordarne i nomi.

Quanto alle opere, abbiamo per questo periodo un garbuglio molto
difficile ad essere districato. La notizia delle opere scritte in
Stilo nella fine del 1598 e parte del 1599, può rilevarsi da quattro
fonti principali che per ordine di data sarebbero: le due Difese
composte durante il processo (1600-601), la Lettera latina al Papa
e Cardinali pubblicata dal Centofanti (1607), la Narrazione ed
Informazione pubblicate dal Capialbi (1620), infine il _Syntagma_
(redatto nel 1631 e pubblicato nel 1642); inoltre può anche fornire
un po' di luce qualche circostanza inserta in talune delle opere
medesime giunte sino a noi[235]. Ma i fonti suddetti sono discordanti,
e la qualche circostanza inserta nelle opere potrebbe rappresentare
una interpolazione consecutiva; giacchè per lunghissimo tempo il
Campanella ebbe bisogno di dimostrare che in Stilo era occupato a
edificare, non a distruggere, in fatto di Stato e di Chiesa, e forse
taluna delle opere fu da lui assegnata a questo periodo mentre non vi
apparteneva. Diremo di un tratto che per quanto possiamo giudicarne,
in Stilo, nel periodo sopra indicato, certamente egli compose una
_Tragedia_ secondo i principii della sua poetica, intitolata _Maria
Regina di Scozia_, ed ancora un libro _De Auxiliis contra Molinam pro
Thomistis_, aggiuntovi un trattato _De Episcopo_; con ogni probabilità
compose inoltre il libro _Della Monarchia di Spagna_, e dippiù i
_Segnali della morte del mondo_, che poi furono rifatti più volte e
dati sotto il titolo di _Articuli prophetales_. La _Tragedia_ nella
1.ª Difesa si dice conosciuta in Stilo ed anche dal Principe della
Roccella, che vedremo dapprima amico e più tardi persecutore del nostro
filosofo; nell'Informazione poi, e del pari nel _Syntagma_, si dice
esplicitamente composta in Stilo. Il libro _De Auxiliis_, col trattato
_De Episcopo_, non si trova registrato nelle Difese, e questo dà un
poco a pensare, ma lo si trova nella Lettera al Papa e Cardinali,
dove si dichiara che componevasi di 150 articoli; lo si trova inoltre
nell'Informazione, dove si aggiunge che fu scritto ad istanza del
Commissario del S.^to Officio di Roma, cioè del Tragagliolo, ed ancora
nel _Syntagma_, dove è affermato, come negli altri fonti anzidetti,
che fu composto in Stilo; solamente in entrambi questi due ultimi
fonti non si dice nulla del trattato _De Episcopo_. Finquì non c'è
alcuna obbiezione da fare: bisogna pertanto aggiungere che questi libri
andarono poi perduti quando il Campanella fu catturato, ne mai più si
è avuta finoggi notizia di essi. — Relativamente poi alla _Monarchia
di Spagna_, di tanto maggiore importanza pel Nostro argomento, essa si
trova registrata nelle Difese due volte, ma con un'aggiunta autografa,
essendo stata taciuta quando le Difese furono scritte, e si trova
registrata al sèguito del libro _De Regimine ecclesiae_, che è dato
siccome scritto in Stilo, mentre sappiamo da altri fonti essere stato
scritto in Padova, esserne stata mandata copia a Mario del Tufo, ed
esserne stato poi perduto l'originale in Calabria; questo dà motivo
di pensare che la _Monarchia_ abbia potuto essere scritta nel carcere
medesimo, bensì durante il 2.º semestre del 1600 e 1.º del 1601, pe'
gravissimi bisogni della causa. D'altra parte la si trova registrata
anche nell'Informazione siccome scritta in Stilo, con la particolarità
che fu scritta ad istanza del Reggente Marthos Gorostiola, Biscaino,
protettore del filosofo; frattanto nel _Syntagma_ la si trova citata
tra i libri composti nel carcere, ma dopo le tre ultime parti della
Filosofia reale, la qual cosa non può assolutamente stare, giacchè
vedremo in modo irrecusabile che alle dette tre parti della Filosofia
fu posto mano dopo l'agosto 1601, mentre l'aggiunta della _Monarchia_
nelle Difese era stata già fatta nel giugno 1601. Ben si rileva che
alle affermazioni del _Syntagma_ si può prestar fede assai meno che a
quelle di qualunque altro fonte, ed anzi, per le troppe inesattezze
che vi sono incorse, non si può prestar fede in modo alcuno. Ma il
garbuglio riesce pur sempre difficilmente districabile, molto più
perchè nelle Difese dicesi la _Monarchia_ scritta «ad instantiam
praetoris», termine vago, che potrebbe indicare il Preside della
provincia D. Alonso De Roxas ed anche il Capitano di Stilo, mentre dopo
tale espressione il Campanella si dice «praetori hispano amicissimus,
et gubernatoribus provintiae, qui eum ad praedicandum rogavit semper»;
intanto nelle copie manoscritte della _Monarchia_, che tuttora esistono
in buon numero, alle volte si trova citato semplicemente un «Sig.
D. Alonso» a richiesta del quale il libro sarebbe stato scritto ed
al quale l'autore l'avrebbe indirizzato dalla sua «celletta», dove
si trovava uscito dall'infermità e da dieci anni di travagli, altre
volte invece si trova ampiamente citato il «sig.^r Reggente Marthos
Gorostiola» nelle medesime circostanze, citato il «conventino di
Stilo», il «Monasterio di Santa Maria di Giesù», dal quale l'autore
avrebbe mandato il libro al Marthos, con la data iniziale e finale
della composizione «15 di Xbre» e «31 di Xbre 1598». Non volendo
intralciare ancora di più la narrazione nostra con altrettali minute
disquisizioni, ci limitiamo a dire che si può ritenere essere stata
la _Monarchia di Spagna_ scritta veramente in Stilo oltrechè inviata
confidenzialmente a D. Alonso de Roxas, e forse per covrire ciò
che s'intendeva di fare («ad malum tegendum» come nelle Difese il
Campanella mostra di prevedere che si sarebbe pensato circa le cose
da lui scritte e dette in favore di Spagna); esser stata poi rifatta
nel carcere durante il 2.º semestre del 1600 e 1.º del 1601, dopochè
se n'era perduta la prima composizione in Calabria al momento della
cattura, col confuso indirizzo al Sig.^r D. Alonso, dovendo l'autore
guardarsi dal mettere innanzi D. Alonso De Roxas, cui si era attribuita
non la connivenza, ma la tolleranza de' maneggi per la congiura; essere
stato da ultimo, con una interpolaziene posteriore, sempre pe' bisogni
della causa, volendo eliminare affatto la reminiscenza di D. Alonso
De Roxas e chiarire anche meglio le circostanze convenienti, apposto
il nome del Reggente Marthos Gorostiola con tutte le particolarità
suddette, e ciò dopochè il Marthos era trapassato, mentre si conosce
che morì alla fine di gennaio 1601. Ma ciò che più c'importa si è
il notare come per la _Monarchia di Spagna_ non si possa stabilire
altra data che quella o della fine del 1598, o del 2.º semestre del
1600, del tempo cioè nel quale o si meditava la congiura, o si dovea
dimostrare ad ogni costo che non c'era stata congiura; e da ciò
segue che precisamente nella forma in cui essa è giunta fino a noi,
non si possa ritenere l'espressione certa degl'intimi convincimenti
dell'autore, ma piuttosto l'espressione delle necessità supreme che
stringevano l'autore da ogni lato. Sotto questo punto di luce, che ci
sembra tanto più contemplabile dietro la nozione vera della data del
libro, noi vorremmo che fosse considerata la _Monarchia di Spagna_
da coloro i quali attendono a ricercare le dottrine del Campanella,
non potendosi ammettere in alcun modo che essa sia stata scritta
dieci anni dopo la carcerazione, cioè nel 1609, come è stato finoggi
erroneamente ritenuto[236]. Da ultimo, circa il libro de' _Segnali
della morte del mondo_, anch'esso d'importanza grandissima per
l'argomento nostro, lo si trova registrato nella 1.ª Difesa sotto il
titolo di _Articuli prophetales_ (Doc. pag. 480), i quali _Articuli_ si
vedono poi costituire la 2.ª Difesa; e questo mostra che essi abbiano
dovuto essere redatti appunto dopo che era stata già scritta la 1.ª
Difesa, e redatti di seconda mano dopo che se n'era perduta la prima
composizione in Calabria per la solita circostanza della cattura.
Anche nelle copie degli _Articuli prophetales_ giunte fino a noi,
e rimaste manoscritte, il titolo dice «prout auctor prophetavit _ac
scripsit_ in anno 1599»; ma vedremo a suo tempo che fu questa una 3.ª
composizione fatta egualmente nel carcere, sibbene più tardi, il 1607,
dopo che era stata per l'autore perduta la 2.ª composizione, rimasta
allegata nel processo, di dove oggi appena esce alla luce; intanto
non farà meraviglia che nel _Syntagma_ si trovino citati gli _Articuli
prophetales_ insieme con altri libri scritti in un tempo più inoltrato
del carcere, mentre veramente la 3.ª composizione fattane in tal
tempo vedesi incomparabilmente più larga delle anteriori, sulle quali
d'altronde l'autore non potea più fare alcuno assegnamento. Vi è poi
anche un altro argomento atto a dimostrare che il Campanella compose
davvero in Calabria un libro de' _Segnali della morte del mondo_, ed
esso è che il povero padre del filosofo, come emerge dal processo,
nella sua ignoranza manifestò ad una persona essere il figlio occupato
in comporre «un libro che non lo fece nè Luca, nè Giovanni, nè nisiuno
degli apostoli» etc., e questo libro naturalmente non poteva essere
altro che il libro di cui stiamo trattando: del resto dobbiamo pure
fare avvertire, che per quanto si voglia ritenere prodigiosa la potenza
mentale del Campanella, apparisce pur sempre impossibile che nelle più
feroci strette del carcere, tra il 1600 e il 1.º semestre del 1601, con
la sorveglianza assidua nella quale era tenuto, co' duri tormenti a'
quali si trovava sottoposto, egli abbia potuto scrivere, oltre la 1.ª
Difesa, gli _Articuli prophetales_ e la _Monarchia di Spagna_, senza
una precedente composizione di questi libri fatta in Calabria. Con ciò
chiudiamo la lunga discussione, che non parrà eccessiva a chi consideri
l'importanza capitale dell'argomento.

II. Continuando il racconto della vita del Campanella giungiamo al
periodo dell'azione da lui spiegata in Calabria, che menò alle pratiche
definite di poi congiura o tentata ribellione. L'idea della vicina
fine del mondo, accertata dalle profezie, da' calcoli astronomici,
da' fenomeni meteorologici, dal turbamento ed anche dallo scontento
del paese, fu da lui efficacemente divulgata, con la giunta de' grandi
fatti che doveano precederla. Dapprima nelle conversazioni, poi anche
nella predicazione alla quale attendeva nella Chiesa del convento, egli
annunziò che per la vicina fine del mondo dovevano esservi mutazioni e
novità, e con ciò spinse all'estremo limite l'agitazione di aspettativa
in ogni ceto della provincia; in sèguito, trattando con individui
audaci e ben disposti, persuase loro segretamente che era venuto il
tempo della santa repubblica universale da doversi godere prima della
fine del mondo, che bisognava mettersi in armi e raccogliere compagni
per proclamarla; essi con le armi, egli unitamente a' suoi frati con
la lingua, avrebbero contribuito al movimento, e vi sarebbero nuove
leggi, nuove costumanze, assai migliori delle precedenti, naturalmente
da lui meditate. Qui non più la sua Narrazione soltanto, ma anche
la Dichiarazione che scrisse nel momento in cui fu catturato, le
Difese presentate nel processo che ne seguì, le diverse Lettere che
scrisse più tardi in sua discolpa, l'Apologia che annesse all'ultima
composizione degli Articoli profetali, dànno notizie in grande
abbondanza; se non che queste debbono essere sempre rigorosamente
vagliate, riscontrandole con le relative deposizioni de' suoi
compagni di sventura, le quali, d'altra parte, debbono essere vagliate
egualmente con molto rigore, poichè senza dubbio non tutte degne di
fede.

Diremo d'un tratto esservi ogni motivo di ritenere, che l'idea della
vicina fine del mondo, nella maniera da lui concepita, sia stata
l'espressione de' suoi intimi convincimenti, non già un trovato per
raggiungere maliziosamente il suo scopo, in cui si comprendeva un
alto interesse pubblico, e al tempo medesimo un interesse personale,
il compimento degli alti destini a' quali si credeva nato; bensì
egli stimò conveniente trarre da tale idea un sollecito partito,
sembrandogli i tempi molto propizii, per iscuotere il giogo spagnuolo e
fondare il sistema di governo politico-religioso, che aveva immaginato
poter dare all'umanità un assetto felice. Innanzi l'estremo anelito del
mondo doveva godersi il secolo d'oro, ma occorreva far qualche cosa per
conseguirlo; doveva godersi la santa repubblica antevista da' profeti,
da' filosofi, da' savii d'ogni genere, ma occorreva pure arditamente
conquistarla e difenderla. Di certo nell'ultimo periodo della sua
dimora in Roma, e ne' sette mesi che passò in Napoli, egli ebbe a
rivedere i tanti libri di profezia e di astrologia, che troviamo da lui
citati ne' suoi Articoli profetali, e che gli sarebbe stato impossibile
avere in Stilo. Così, oltre i libri de' Profeti e dell'Apocalisse,
avea rovistato i detti di S.^ta Brigida, S.^ta Caterina, Dionisio
Cartusiano, S. Serafino da Fermo, S. Vincenzo Ferrer, Abate Gioacchino,
fra Girolamo Savonarola, tutti in somma quei pensieri di menti esaltate
e però inferme, venerati e sostenuti con uno strano abuso di così
dette _figure_, che darebbero argomento interessante per una storia,
la quale narrasse almeno i principali tra gli enormi danni da essi
recati. Aggiuntevi le considerazioni fatte da Lattanzio Firmiano, S.
Ireneo, S. Giustino, S. Berardino, Clemente Alessandrino, Tertulliano,
Vittorino, S. Sulpizio, Martino, Origene, ed inoltre i detti delle
Sibille, dei Filosofi, de' Poeti, compresi Dante e Petrarca, avea
trovato una colluvie di ragioni in sostegno della sua tesi, ragioni
che sarebbe inutile ripetere ed è poi facile rilevare anche da que'
ristretti Articoli profetali dati in sua difesa e riportati ne' nostri
Documenti. D'altronde nella sua casa medesima seppe che la cugina
Emilia, prima che egli tornasse in Calabria, era stata tenuta per
morta durante tre giorni, e poi ripigliata la vita avea discorso delle
cose e de' fatti di un altro secolo, con grande stupore de' teologi,
diretta nelle sue visioni da un Cappuccino di Stilo che egli trovò già
defunto; e chi sa quali visioni e presagi avea dati fuori questa cugina
convulsionaria e catalettica intorno allo stesso Campanella, che ebbe
a dichiararsene stupefatto[237]! In conclusione egli vide sempre più
chiaro l'avvicinarsi della morte del mondo, e con essa la conversione
delle nazioni, il secolo d'oro e la repubblica cristiana universale che
dovea godersi prima della fine del nostro pianeta; vide inoltre che i
frati di S. Domenico doveano predicare e preparare questa repubblica e
questo secolo d'oro, nè riesce difficile intendere che in ciò doveva
essere a lui riserbata la parte principale. Ma insieme co' libri di
profezia egli avea rovistato anche quelli di astronomia ed astrologia,
segnatamente quelli del Cardano, del Cipriano, dello Scaligero,
dell'Arquato[238], e rifatti anche varii calcoli, si era persuaso
dell'avvicinamento del sole alla terra per 10 mila miglia, della
restrizione della via del Zodiaco, dello spostamento degli apogei,
delle figure e perfino de' poli, in somma di una quantità di volute
_dissorbitanze_, e molta impressione gli avea fatta la comparsa di una
nuova stella avvenuta nel 1572, la coincidenza delle ecclissi prevedute
pel 1601, 1605, 1607, de' _grandi sinodi_ o della _congiunzione
magna_ determinata pel 24 10bre 1603. Cumulando tutte queste cose
con le profezie, egli era venuto sempre più nel concetto che non
solo le mutazioni dovessero dirsi immancabili, ma anche assai vicine,
instanti, e tali le ripetè in sèguito del pari nelle sue Poesie, dove
sono esposti alcuni profetali ed egualmente la congiunzione magna con
la data assegnatale: se non che egli poi non attese il 1603 per le
mutazioni prevedute, ma si diede a volerle pel 1600 ed anche prima, la
qual cosa merita di essere notata.

Diversi fenomeni straordinarii, avvenuti nel tempo di cui stiamo
trattando e in una gran parte del 1599, gli sembrarono anche un
preludio delle mutazioni aspettate; ma con ogni probabilità gli
sembrarono al tempo stesso utili incidenti per mettersi in grado
di compiere la mutazione da lui concepita, profittando della grave
impressione avutane nel paese. Vi fu prima di tutto la terribile
inondazione del Tevere, oltre quella del Po, avvenuta nella penultima
settimana del 1598 e continuata tre giorni interi, dal martedì al
venerdì: questo immenso disastro della capitale del mondo cattolico fu
conosciuto in Calabria a' primi giorni del 1599 e vi fece grandissimo
senso. Come è ricordato nella Narrazione, fra Dionisio, tornando da
Ferrara, si trovò in Roma nel tempo del disastro, e giunto in Calabria
raccontava qual testimone oculare lo spaventoso avvenimento. Il
Campanella predisse allora che vi sarebbero terremoti, come ricordò
nella Lettera scritta alcuni anni dopo al Card.^l Farnese, e realmente
se ne verificarono gravissimi in Calabria e Sicilia più tardi, con
altri fenomeni che spaventarono le moltitudini e che menzioneremo qui
tutt'insieme per non intralciare di troppo il nostro racconto. Vi fu
dapprima una enorme invasione di bruchi, e poi una pioggia torrenziale
che precisamente in Stilo, durante la settimana di Pasqua, recò danni
molto gravi, essendo anche parso a parecchi di vedere in aria una
scala nera con un cipresso in cima; in sèguito, da' 7 a' 10 giugno,
si verificarono i terremoti, disastrosi specialmente per Reggio e
Messina, e poi, nel luglio, si vide «una cometa marziale e mercuriale,
vicina a terra, che scorrea da levante a ponente», e il Campanella
vaticinò «romori nella provincia e incursione armata contro i Reggitori
di essa», vaticinio molto significativo, specialmente tenuto conto
del tempo in cui fu fatto. Ma a tutti questi fenomeni sovrastava la
condizione torbidissima della Calabria per le tante cause già esposte.
Il Campanella non mancò di ricordarla, dichiarando essergli sembrata
egualmente un preludio delle mutazioni: «le menti degli uomini colpite,
le escursioni de' turchi e de' fuorusciti (de' quali i conventi erano
pieni), i conflitti giurisdizionali, le scomuniche de' magistrati,
indicavano ragionevolmente che era per seguire l'universale mutazione
della terra». Le cose stavano veramente così, ed anche circa le
escursioni de' turchi, documenti del tempo ci dicono che i corsari
di Barberia, capitanati dal vecchio Amurat come in sèguito si vedrà,
discesero il Venerdì Santo presso la Roccella e vi catturarono 40
persone[239]. C'era poi ancora un altro fatto molto più significativo
che il Campanella espose nella sua Dichiarazione: «conobbi con ogn'un
che parlavo che tutti erano disposti a mutatione, et per strada ogni
villano sentiva lamentarsi: per questo io più andava credendo questo
havere da essere». Indubitatamente tali circostanze favorevoli decisero
il Campanella ad osare, nè si potrebbe dire che avesse osato con poca
prudenza. Vedremo infatti che dapprima si limitò ad annunziare le
mutazioni immancabili e vicine, senza che le autorità spagnuole se ne
offendessero, la qual cosa merita pure di essere notata; quindi si pose
a promuovere non senza destrezza i maneggi e i concerti per attuare
il movimento, confidando, come è solito ne' cospiratori, che tutti
vi avrebbero preso parte, e che con l'esempio il movimento si sarebbe
propagato.

Innanzi di scendere a' particolari, gioverà chiarire anche meglio i
concetti del Campanella in questo tempo, e l'influenza di essi in
Calabria. Naturalmente noi non li possiamo desumere che da quanto
egli ne scrisse, ma bisogna tener presente che egli ne scrisse in un
tempo in cui dovea salvarsi ad ogni costo; e però le sue affermazioni
vanno accolte fino ad un certo punto. Il lato veramente caratteristico
delle sue affermazioni era rappresentato dal doversi avere un periodo
di felicità prima della fine del mondo. Egli non era uno di quegli
ordinarii Avventisti, de' quali non sono mai mancati gli esempi fino
a' giorni nostri, Avventisti, che predicando essere il mondo vicino
a perire, hanno insegnato doversi oramai pensare solamente all'anima:
egli riteneva che secondo la profezia naturale e divina, prima della
fine del mondo c'era da godere lungamente, e bisognava aspettarsi
mutazioni che avrebbero menato al secolo d'oro, il quale poi era
anche più lungo di quanto la parola stessa potea far supporre, nè
sarebbe avvenuto in modo del tutto facile e piano. Doveano verificarsi
irruzioni di barbari; doveano i Maomettani dividersi sotto due Re,
uno de' quali avrebbe immediatamente abbracciata la fede cristiana
e la repubblica, come poi le avrebbero abbracciate tutti gli altri,
persuadendosi che la glorificazione di Dio era veramente questa
repubblica e non già il loro paradiso; doveano inoltre venire alla
fede anche gli Ebrei, i quali negano il Messia perchè non videro tanta
gloria in Cristo. Doveano venire Gog e Magog ed esser vinti da' Santi;
dovea venire l'Anticristo che si sarebbe sforzato di sovvertire la
repubblica già iniziata, ma del rimanente costui non avrebbe dato da
fare che per soli due anni e mezzo o tre anni e mezzo. E dovea il Re
di Spagna soggiogare tutte le genti e congregare tutti i Regni, facendo
l'ufficio di Ciro, e il Pontefice Romano vi avrebbe regnato costituendo
l'_unum ovile et unus pastor_, la qual cosa sarebbe riuscita utile ad
entrambi, ed anzi al Re più che al Pontefice. Intanto egli co' suoi
calabresi, armati e ritiratisi sulle montagne per difendersi da' nemici
del Re e del Papa, avrebbe dato un piccol saggio della gran repubblica
universale, nè propriamente per acquistarsi uno Stato, ma per fare al
Papa ed al Re un Seminario di uomini illustri nelle lettere e nelle
armi da poter servire nelle missioni di pace e di guerra. Tali sono
le precise parole che leggonsi nelle sue Difese[240]: ma nessuno vorrà
prendere sul serio che egli ritenesse davvero dovervi essere il secolo
d'oro propriamente col Pontefice Romano e con un Ciro della tempra
del Re Filippo III; questo garbuglio di Papa, di Re, e di Seminario
di uomini illustri in loro servigio rasenta la canzonatura. Tutti, non
esclusi coloro i quali si sono rifiutati ad ammettere in lui disegni e
pratiche di congiura, hanno capito che egli avrebbe voluto istituire
ciò che descrisse in sèguito nella sua Città del Sole; e vedremo che
molti cenni intorno alla futura repubblica, emersi nel processo per
bocca de' suoi compagni di sventura, vi corrispondono esattamente.
Senza dubbio egli intendeva il secolo d'oro con un governo sacerdotale,
come l'intendeva anche Platone, vale a dire con un capo politico e
religioso ad un tempo; ma i principii che dovevano campeggiare nel
secolo d'oro, e nella sua repubblica destinata a farlo gustare, erano
ben diversi da quelli del Concilio di Trento e delle Prammatiche
spagnuole. Creda dunque chi vuole alla sua fede nella Monarchia
universale da doversi acquistare da Spagna, e nella Monarchia cristiana
da doversi reggere da Roma; noi ci permetteremo sempre di dubitarne
moltissimo, almeno pel periodo che stiamo svolgendo e che fu appunto
quello in cui egli scrisse la Monarchia di Spagna. Certa solamente
giudichiamo la sua fede nella «profezia naturale e divina» quale egli
l'espose ne' documenti sopra indicati, e però non crediamo che in lui
la maschera del profeta abbia coverto il volto del cospiratore. Ci mena
a ritenerlo la sua devozione costante alla sapienza per istinto divino
e all'astrologia, come pure la qualità medesima della sua impresa;
giacchè, per quanto i più sublimi atti di patriottismo risultino
spesso una sublime follia, riescirebbe incredibile la follia di voler
liberare il suo paese, con mezzi tanto limitati, da una potenza così
sterminata come era a que' tempi la spagnuola, senza la fede in eventi
straordinarii più o meno vicini, e in una grande missione alla quale
per osservazioni proprie e d'altrui si credeva chiamato. Nè riesce
dubbio che egli solo, animato da queste convinzioni, potè con acconci
discorsi ispirare a determinate persone il proponimento audace di
liberarsi dalla signoria spagnuola e costituirsi in repubblica.
La notizia pura e semplice della vicina fine del mondo, come già
altre volte era avvenuto dovunque, avrebbe tutt'al più ispirata a'
calabresi la donazione de' beni alla Chiesa per salvarsi l'anima;
invece in parecchi di loro, stati già in relazione col Campanella e
dediti a raccogliere compagni armati, si trovò non solo la notizia
di vicine mutazioni ma anche la notizia della «prossima apertura de'
sette sigilli», il proponimento della «fondazione di una repubblica»
con norme analoghe a quelle più tardi esposte nella Città del Sole,
e sempre sotto gli auspicii del Campanella, nuovo profeta, nuovo
legislatore, nuovo Messia, dottissimo in tutte le scienze, capacissimo
nella divinazione del futuro, inoltre possessore di spiriti quantunque
egli lo negasse costantemente.

Vediamo ora i particolari della sua azione. Nelle conversazioni
private, uno de' primi cui manifestò dovervi essere una repubblica fu
certamente fra Gio. Battista di Pizzoni. Costui fin dal 7bre 1598,
come affermò il Campanella nella sua confessione _in tormentis_, si
preparava a difendere certe «conclusioni» nel Capitolo da doversi
tenere nel maggio 1599, e tra esse v'era una _de statu optimae
reipublicae_; il Campanella, richiesto di consigli, parlò di questa
repubblica, e disse che si dovea avere prima della fine del mondo
perchè così era profetato[241]. Un altro con cui parlò di mutazioni
e di futura repubblica fu fra Dionisio, dopochè costui venne da Roma
e narrò i particolari dell'inondazione del Tevere, i quali doverono
realmente destare una sensazione profonda; ne parlò quindi certamente
ad altri, e poco dopo, lasciato ogni riserbo, ne fece il tema di una
delle solite prediche nella Chiesa del convento. Il giorno della
Purificazione di Maria, cioè il 2 febbraio (1599), il Campanella
per la prima volta predicò che dovevano esservi presto mutazioni,
naturalmente «nel Regno de Napoli, che fu sempre de revolutione, et
hebbe principio mezo et fine in brieve sotto diverse fameglie... tanto
più che parlando alli popoli li vedea lamentarsi delli Ministri del Re
de molte cose»; era stato sollecitato da molti amici a dire il parer
suo sulle novità che si aspettavano, ed egli si prestò volentieri[242].
Una seconda volta bene accertata predicò sullo stesso tema, nella
Settimana Santa, o meglio subito dopo la Settimana Santa che da altri
documenti sappiamo essersi in detto anno celebrata dal 4 agli 11
aprile, questa volta sicuramente a proposito delle pioggie torrenziali
che contristarono la città[243]. Giusta la deposizione processuale
di un frate suo compagno, «predicando dall'altare sopra la seggia»
egli avrebbe _più volte_ parlato delle profezie e delle mutazioni,
«benvero che nella predica non diceva che quelle profezie parlassero
di sè, ma lo diceva poi»[244]: frattanto bisogna riconoscere che non
vi sono elementi per affermare che queste prediche fatte più volte
siano state fatte veramente spesso; e però il Campanella nella sua
Dichiarazione potè dire che giurava di non aver mai pensato che le
parole _della sua predica_ avrebbero mossa tanta gente. Invece vi sono
parecchi elementi per dire, che diffusa questa voce delle mutazioni
secondo le profezie accertate dal Campanella, molti si dirigevano
a lui per conoscere la cosa più addentro, e in questi colloquii
privati egli parlava con maggior libertà e si estendeva a ragionare
più largamente del secolo d'oro, esprimendo a tempo e luogo qualche
suo pensiero intorno al modo di prepararvisi e di contribuirvi. Tutto
mena a far credere che le prediche siano state poche e poco esplicite,
avendole principalmente destinate a far intendere che il mondo era
sul punto di «andare sottosopra». Ad una di esse, verosimilmente
alla 2ª suddetta, fu presente l'Auditore Annibale David, venuto a
Stilo per trattare la pace tra le famiglie de' Contestabili e de'
Carnevali, e bisognerebbe non conoscere cosa fosse un Auditore, per
ammettere che costui avrebbe potuto lasciar correre la predica laddove
questa gli fosse parsa criminosa. Solamente, giusta una deposizione
che può ritenersi attendibile, durante la predica egli avrebbe una
volta esclamato, «oh s'io potessi dire a modo mio»! con che senza
dubbio riusciva ad eccitare tanto maggiormente la curiosità di coloro
i quali più s'interessavano per le cose nuove[245]. Non fu dunque
un predicatore entusiasta a modo p. es. di fra Girolamo Savonarola;
fu invece un cauto e circospetto agitatore, il quale, senza creare
propriamente un fermento, perocchè questo già esisteva dovunque ed
era più vivo in Calabria, col suo prestigio non solo lo favorì, ma
col minore strepito possibile lo diresse ad uno scopo patriottico
anzi umanitario. Tutti gli dimandavano spiegazioni, massimamente i
cittadini più animosi e avversi alla signoria spagnuola, i fuorusciti
tanto più avversi al Governo per le loro speciali condizioni, i Signori
e gli ufficiali stessi del Governo. Il Capitano Francesco Plutino gli
comunicò certe profezie di un Abate Idruntino divulgate in Napoli, le
quali accennavano a mutazioni da dover accadere in Sicilia, in Toscana,
in Calabria, e gli dimandò l'avviso suo sopra di esse: il Campanella,
secondo ciò che scrisse nella sua Dichiarazione, gli avrebbe
semplicemente risposto che potevano esser vere, perchè altri astrologi
e savii predicevano lo stesso; pertanto un testimone non sospetto
depose che il Capitano diceva con ammirazione, «voi vedrete quello che
è il Campanella»[246]. Infine lo stesso Governatore della Provincia
D. Alonso De Roxas si diresse a lui «per lettera di curiosità»
dimandandogli notizia delle mutazioni che tutti si aspettavano; e il
Campanella lo compiacque, forse anche in tale occasione gli mandò il
suo libro della Monarchia di Spagna già scritto pel Marthos e posto
da banda senza avervi più pensato. Ad ogni modo il Campanella e il
Governatore rimasero in termini amichevoli[247]: nè veramente il
Governatore sospettò mai del filosofo; bensì vedremo che non mancò
di occuparsi della cattura dei frati, quando si giunse a fargliene
comprendere i disegni.

Tutto ciò mostra che il nome del Campanella risuonava in una sfera
larghissima; e la cosa merita di essere notata, poichè da lui medesimo
nelle sue Difese, e poi da molti altri fino a' giorni nostri, è
stato detto impossibile che un povero frate, da poco tempo venuto in
Calabria, avesse concepito un così audace progetto, ed avuto tanto
credito. Ma le sue stesse affermazioni in altri documenti, al pari
degli atti processuali, mostrano che il suo credito era divenuto
straordinario. Egli medesimo affermò, che «tutta la gente» accorreva
a lui per dimandargli della «fine del mondo e della renovation del
secolo» dopo che egli le avea predicate, che inoltre «quando caminava
per le ville e pe' castelli, si vedeva innanzi stupefatto torme di
uomini che chiedevano rimedii per le proprie infermità e per quelle
delle pecore e de' buoi», ed egli li indicava, e «tutti ritornavano
lodando Dio»[248]. Nell'insieme del processo che ne seguì, da qualunque
lato, da' frati e da' laici, da' fautori e da' persecutori, da' più
alti e da' più umili, egli trovasi riconosciuto ed acclamato sempre
«dottissimo in tutte le scienze, grandemente dotto, grand'omo», e il
suo credito si rivela altissimo ed incontrastato. A lui venivano «le
migliara di persone»; e l'accorto e prudente fra Pietro di Stilo,
suo angelo tutelare, lo riprendeva pel tanto conversare con laici:
tutti chiamavano «beato» il povero padre suo, e i nobili e Signori,
particolarmente il Marchese d'Arena e il Principe della Roccella,
che dimoravano più d'appresso a Stilo, lo vedevano volentieri e
talvolta lo chiamavano nei loro castelli[249]. Non ci è noto di che
discorressero; ma senza dubbio l'argomento principale de' discorsi
doveva essere la vicina fine del mondo, con tutti i cataclismi e
l'immancabile secolo d'oro che dovevano precederla: e merita pure di
essere ricordato un fatto da molti deposto nel processo, che cioè egli
aveva una forza di persuasiva straordinaria, «perchè quando parlava
tirava ognuno a lui». Ma vi era anche qualche motivo riposto, atto
a spiegare il prestigio di cui godeva, poichè l'ingegno, gli studii,
i libri composti non sarebbero stati sufficienti in Provincie nelle
quali, bisogna riconoscerlo, neanche oggi queste cose rappresentano
i fondamenti del credito. Vi era l'opinione che egli «avesse spiriti,
comandasse spiriti, disponesse di spiriti»: lo si diceva pubblicamente
in Calabria, e i più timorati pensavano che la sua scienza era o del
demonio o d'Iddio, ma la massa de' frati, de' laici e di ogni ceto,
riteneva con sicurezza che fosse del demonio. Si era giunto perfino a
scovrire dove avesse il suo spirito familiare; l'avea nell'unghia. Così
dicevasi a Stilo, e forse se ne può trovar la ragione in un'abitudine
del Campanella di guardarsi le unghie, come più in là vedremo notato
segnatamente da' terrazzani di S. Caterina, nel convento Domenicano
di S. Nicola ove una volta si recò[250]. Certo è che a cominciare da'
frati suoi più intimi amici, come fra Dionisio Ponzio, ed anche fra
Domenico Petrolo, ebbero, ognuno a sua volta, la curiosità di chiedere
direttamente al Campanella se fosse vero che avea spiriti; tra le
persone poi che trattarono con lui per la congiura, taluno gli dimandò
in generale de' diavoli e dell'arte magica, qualche altro gli chiese
uno spirito familiare per vincere al giuoco, altri chiesero segreti per
avere donne; ancora, a tempo delle carcerazioni, taluno voleva che il
Campanella «havesse fatto tanto con gli diavoli che l'havessero cavato
de prigione»[251]. Fra Tommaso mostravasi quasi sempre infastidito
di siffatte dimande, e ne prendeva talvolta occasione per manifestare
che egli non credeva all'esistenza nè de' diavoli nè dell'inferno, ed
anzi al Petrolo una volta disse che in Roma, dove era conosciuto, si
riteneva che egli non credesse a queste cose; ma specialmente i laici
non ne rimanevano persuasi, e qualcuno anche si scandalezzava che
negasse i diavoli. Aggiungiamo che fra Dionisio medesimo gli domandava
confidenzialmente se in Roma fosse stato mai condannato all'abiura,
ed egli lo negava, ed adduceva quale unico motivo de' suoi travagli
l'essere stato erroneamente creduto autore di un bruttissimo Sonetto
contro Gesù Cristo: così non si divulgò mai il fatto dell'abiura, e il
suo credito rimase anche da questa parte inalterato.

Siamo in maggio 1599. Avvennero allora due fatti interessanti per
la nostra narrazione; il Capitolo de' Domenicani in Catanzaro, la
trattativa di pacificazione delle famiglie de' Contestabili e de'
Carnevali di Stilo.

Il Capitolo de' Domenicani in Catanzaro fu preseduto da fra Giuseppe
Dattilo di Cosenza, essendo Definitore fra Gio. Battista di Polistina,
due nomi che dimostrano assolutamente in auge la fazione avversa a
quella di fra Dionisio Ponzio, e però avversa agli amici di costui,
tra gli altri al Pizzoni che avea disertato il campo del Polistina, ed
anche al Campanella antico amico di fra Dionisio. Comunque i Capitoli
fossero di breve durata (questo di Catanzaro non durò più di quattro
giorni), i più culti tra' frati costumavano darvi un saggio della
loro abilità sostenendo «conclusioni», ossia facendo una disputa
sopra alcune proposizioni che annunziavano in precedenza. Il Pizzoni,
andatovi a sostenere le conclusioni che abbiamo già menzionate più
sopra, si vide per la sua mala vita condannato al carcere, dietro
proposta del Polistina che volle trarne vendetta. Per non esser
preso se ne fuggì immediatamente, senza cappello e senza cappa, con
grande scandalo della città, andando a rifugiarsi in un convento di
Zoccolanti; ma fu subito richiamato, mercè l'opera del Vescovo di
Catanzaro, perchè sostenesse le conclusioni state già pubblicate,
e le sostenne con plauso alla presenza anche del Governatore De
Roxas e degli Auditori invitati ad intervenire alla disputa; di poi,
saldati i suoi conti, se ne andò al piccolo convento di Pizzoni,
dove era stato assegnato e dove più in là lo troveremo. Quanto al
Campanella, egli avrebbe certamente disputato in quel Capitolo, ma
non vi fu neanche chiamato; ed è certo che se ne lagnò in sèguito
con fra Paolo della Grotteria, dicendo che «li litterati non erano
premiati nè exaltati secondo il dovere, et anzi sbassati et tenuti
sotto contra ogne giustitia, et che a tale effecto non era esso stato
chiamato al Capitolo di Catanzaro, perchè essendo litterato cercavano
di tenerlo sepolto». Le cose stavano realmente così, nè c'è da farne
le meraviglie: si è visto sempre tra' frati esaltata anche più del
dovere la dottrina di qualcuno elevatosi un poco sul livello comune,
poichè questo accredita l'Ordine, ma si è vista ben di rado onorata
la dottrina nelle candidature agli ufficii; e del Campanella può
dirsi con certezza che tra' frati non aveva e non ebbe mai sèguito,
quantunque ne avesse tanto tra' laici. Più tardi, nelle Difese, egli
scrisse che non aveva mai ambìto i gradi de' quali era degno nella
Religione: ma il fatto è che nessuno pensò mai di dargli gradi, che
non fu nemmeno chiamato al Capitolo e che ne rimase scontento. Quanto
a fra Dionisio, egli non ebbe la conferma nel Priorato, rimase puro
e semplice lettore ed assegnato al convento di Taverna; ma sdegnato
ed inquieto andò vagando a lungo per la provincia, innanzi di recarsi
al luogo assegnatogli. Scorse due settimane dalla celebrazione del
Capitolo, si recò a Stilo presso il Campanella, con nessun gusto di
fra Pietro di Stilo, che trovandosi in buoni termini col Polistina
era stato creato Vicario di quel convento. Fra Pietro riprendeva
il Campanella per questa sua amicizia con fra Dionisio, parendogli
che quei di Stilo, soliti a visitarlo e a fargli ossequio, se ne
allontanavano stomacati dall'udire fra Dionisio che parlava senza
ritegno delle più laide oscenità, delle quali si vantava per giunta.
Circa dieci giorni si trattenne fra Dionisio presso il Campanella:
non sappiamo di quali argomenti si occupassero i due frati ne' loro
colloquii, ma forse le tirate oscene di fra Dionisio servivano a
mascherare gli argomenti veri. Certo è soltanto che negli ultimi giorni
della sua dimora in Stilo, verso la fine di maggio, essendo venuti,
ad occasione della pace tra' Contestabili e i Carnevali, da un lato
Marcantonio Contestabile accompagnato da un Gio. Tommaso Caccìa di
Squillace e d'altro lato Maurizio de Rinaldis di Guardavalle, tutti
e tre fuorusciti, fra Dionisio si strinse in amicizia specialmente
con Maurizio e col Caccìa che non aveva mai conosciuti. E dopo certi
colloquii intimi, de' quali dovremo occuparci più in là, fra Dionisio
partì in cerca di amici, e con essi se ne andò fino a Messina, senza
che sia stato mai chiarito lo scopo di tale viaggio. Ci basterà
qui, intorno a' detti colloquii, ricordare pel momento ciò che il
Campanella ne disse nella sua Narrazione. «Erano stati in convento di
Stilo Mauritio Rinaldi, e M. Antonio Contestabile per trattar la pace
tra Carnelevari et Contestabili; et Fra Dionisio sendo di passaggio
intervenne a questi trattati e strinse amicitia con Mauritio e trattò
di uscir in campagna e dimandavano il Campanella essi e molti altri di
quella cometa di Calabria et terremoti, et segnali della rinnovatione,
e li dimandavano se venia rovina alla provincia come parea da ponente
secondo il corso della cometa (come proprio venne Carlo Spinello che
la travagliò) che cosa havevano da fare; e lui diceva mettersi sù le
montagne con le armi come fecero li Venetiani nelle lacune quando venne
Attila, et li Spagnoli in Asturia, quando intraro li Mori in Ispagna, e
questo dicea per modo di ragionamento e mischiava li segni del giudizio
universale col particolare della provincia, secondo s'usa, et ognuno
pensava a cose nove, e sparlavano in diverse guise». La cometa fu
vista veramente più tardi, in luglio, e d'altra parte il Campanella e
fra Dionisio aveano già discorso con Maurizio, in casa di un sacerdote
a nome Gio. Jacovo Sabinis, prima che Maurizio venisse nel convento,
come risulta da' particolari della trattativa di pace; ad ogni modo
le preoccupazioni vi erano, e ne fu discusso in guisa, che da queste
discussioni prese origine e data quella serie di concerti e maneggi
che diedero motivi all'accusa di congiura. Più volte in sèguito il
Campanella affermò pure in sua discolpa, che fra Dionisio voleva uscire
in campagna per ammazzare coloro i quali avevano ammazzato suo zio; ma
questo fatto era già vecchio di alcuni anni, ed abbiamo veduto che vi
erano stati per esso lunghi processi in Calabria e in Napoli menati
innanzi da fra Dionisio; certamente costui, venuta la «rinnovazione
del secolo», avrebbe vendicata la morte di suo zio, ma appunto questa
rinnovazione bisognava innanzi tutto procurare fondando la repubblica.

La trattativa di pacificazione delle due nobili e ricche famiglie di
Stilo, quella de' Contestabili e quella de' Carnevali, fu commessa
al Campanella dal medesimo Auditore David che non aveva potuto
riuscirvi: questo risulta dalla Dichiarazione che fu poi scritta da
fra Tommaso, e mostra la considerazione di cui godeva non solo presso
i cittadini di Stilo ma anche presso gli Agenti del Governo. Documenti
da noi rinvenuti, nell'Archivio di Stato e nel Carteggio del Nunzio
Aldobrandini, ci mettono in grado di far conoscere gl'individui delle
due famiglie e taluni particolari che riflettono la loro inimicizia.
La famiglia Contestabile componevasi allora di Paolo padre, Porfida
madre, Giulio, Geronimo, Fabio e Marcantonio figli; Geronimo di
Francesco avea sposato Laudomia sorella di costoro. La famiglia
de' Carnevali era più sparpagliata: in una casa dimorava Prospero
Carnevale col fratello Gio. Francesco vecchio sacerdote, e col figlio
Fabrizio Arciprete; in un'altra casa dimorava Gio. Paolo altro figlio
di Prospero con la sua famigliuola; in una terza casa gli altri figli
di Prospero, Fabio e Tiberio (il medico, trasferitosi poi in Napoli
come abbiamo già visto). Causa dell'inimicizia il solito gusto della
prepotenza, col dominio segnatamente nell'amministrazione della città.
De' Contestabili il più giovane, Marcantonio, era manesco e violento
oltremodo: le scritture dell'Archivio di Stato lo mostrano omicida
già prima del 1595, il Carteggio del Nunzio lo mostra fuoruscito per
tentato omicidio in persona di Gio. Paolo Carnevale, il processo di
eresia del Campanella ce lo mostra feritore dell'altro fuoruscito che
soleva accompagnarlo, il Caccìa, mediante colpo di archibugio; del
resto tutti i Contestabili si comportavano con alterigia e violenza,
come lo mostra un documento che non ammette replica, proveniente dal
governatore o capitano di Stilo. I Carnevali non avevano qualcuno
de' loro da opporre a Marcantonio Contestabile, ed interessarono per
questo un amico, Maurizio De Rinaldis di Guardavalle a que' tempi
casale di Stilo, parimente giovane, nobile e fuoruscito per omicidio;
costui naturalmente veniva favorito in tutti i modi da' Carnevali
e loro parenti, e così D. Gio. Francesco e D. Fabrizio Carnevale si
trovavano da Geronimo Contestabile e Geronimo di Francesco accusati
presso il Nunzio di negoziazione illecita e ricetto di banditi, e il
Nunzio li aveva citati a comparire, e per tale motivo figurano nel suo
Carteggio. Con questi due gagliardi a fronte, Marcantonio e Maurizio,
sostenevasi l'inimicizia, e non occorre dire quanto il paese ne fosse
turbato: nel corso del processo del Campanella, essendo accaduto di
doverne parlare, Giulio Contestabile depose che l'inimicizia esisteva
tra Paolo suo padre e Prospero Carnevale, e tra lui Giulio e Gio.
Paolo Carnevale; ma ognuno intende che egli volle attenuare le cose
e porre nell'ombra il fuoruscito Marcantonio[252]. Secondo ciò che
il Campanella scrisse nella sua Dichiarazione, egli menò innanzi gli
accordi fino a doversi «ratificare la pleggeria della pace», e però
ebbe ad intrattenersi più volte con entrambe le parti e loro aderenti,
e poi anche co' fuorusciti che ne rappresentavano il braccio forte: ma
è lecito dubitare che avesse raggiunto tale risultamento, e che per
raggiungerlo vi fosse bisogno della presenza de' fuorusciti. Ad ogni
modo Marcantonio Contestabile, insieme al Caccìa, dimorò otto giorni
nel convento di S. M.ª di Gesù, dove stava sicuro pel dritto di asilo;
i suoi parenti, e massime Giulio Contestabile e Geronimo di Francesco,
vi accedevano tanto più spesso, e molti discorsi furono in tale
circostanza scambiati col Campanella intorno alle future mutazioni.
Maurizio, secondochè poi disse il Campanella, chiedeva di poter
dimorare anche lui nel convento, ma il Campanella non volle, forse
perchè temè qualche possibile scena violenta tra lui e Marcantonio, e
difatti essi rimasero sempre separati; si trattenne quindi nella casa
di D. Gio. Jacovo Sabinis sacerdote, cognato di Gio. Paolo Carnevale,
dove il Campanella lo vide andandovi di sera insieme con fra Dionisio
e Gio. Gregorio Prestinace grande amico suo e compare di Maurizio; ma
poi Maurizio venne anch'egli di sera nel convento, in sèguito vi venne
pure di giorno, e naturalmente una gran parte de' colloquii cadde sulle
mutazioni e sul miglior modo di profittarne. I discorsi scambiati su
questo tema debbono essere minutamente riferiti e vagliati; ci occorre
intanto dire che la pace non si effettuò, la qual cosa non può far
meraviglia a chi consideri come si effettuavano allora le paci. Per
regola se ne occupava un Auditore a ciò delegato dalla R.ª Audienza,
e le parti, dietro concessioni reciproche, finivano per sottoscrivere
un atto, dando la parola _sub nomine Regio_ al pacificatore e la fede
vicendevolmente e personalmente tra loro, con promessa ed obbligo
sotto determinata «pena pecuniaria et etiam corporale», di non dover
più, dopo la data parola e fede, mostrarsi nemici. Naturalmente a
tutto ciò non prendevano parte i fuorusciti, i quali si trovavano
fuori la legge, ed avevano la missione pura e semplice di fare un
aggravio e difendere da un aggravio, o per lo meno far paura mostrando
la forza e potenza della parte che li sosteneva in campagna. Laonde,
nel caso attuale, si capisce poco che Marcantonio e Maurizio fossero
venuti per «ratificare la pleggeria della pace»; si capisce un po'
meglio che Maurizio fosse venuto «per farsi vedere a Marc'Antonio
Contestabile, acciò li Contestabili sapessero che i Carnelevari ancora
hanno gente armata et non hanno paura», secondochè espose egualmente
il Campanella nella Dichiarazione medesima. Con siffatta disposizione
degli animi, con la presenza di persone armate di tutto punto, come
le descrissero di poi nel processo diversi testimoni oculari, la pace
non poteva effettuarsi; ma potè effettuarsi una tregua, e certamente
vi contribuirono non poco i discorsi ed anche i progetti intorno alle
mutazioni. Consecutivamente, nel processo, Giulio Contestabile disse
aver lui rotta la trattativa, poichè avendone scritto a suo fratello
Geronimo il quale dimorava in Napoli, costui rispose che il Campanella
era stato inquisito di eresia e che perciò non voleva si trattasse con
simile persona, onde poi essendo stata da lui divulgata la cosa, il
Campanella gli divenne inimico capitale: ma si ravvisa qui facilmente
il solito ripiego della inimicizia capitale, che si costumava mettere
innanzi per invalidare le deposizioni contrarie; Giulio, nel tempo di
cui trattiamo, era e rimase uno de' più fervidi seguaci del Campanella.

Si direbbe che il Campanella, in mezzo a quella balda gioventù, a
contatto di que' focosi e audaci fuorusciti, la cui esuberanza di
vita poteva esser diretta a uno scopo tanto migliore, non abbia
veduto più alcuno ostacolo all'attuazione de' suoi disegni: di certo
in pochi giorni egli si spinse incomparabilmente più di quanto avea
fatto sin allora, ma pur sempre con cautela e circospezione. Sin
allora, tra' discorsi generali intorno alle mutazioni e alla santa
repubblica che dovea godersi prima della fine del mondo, egli aveva
appena lasciato intravvedere in privato, alle persone intime, che le
profezie additavano segnatamente lui stesso, che parevagli averlo
Iddio «eletto proprio a insegnare la verità et levare molti abusi
grandi che regnavano nella Chiesa», come disse a fra Domenico Petrolo e
separatamente anche al Pizzoni: ma a fra Pietro di Stilo sappiamo che,
presente l'altro amico Gio. Gregorio Prestinace col quale confabulava
in segreto spessissimo, egli due volte avea fatto conoscere come
godendo l'influsso di sette pianeti ascendenti favorevoli si aspettava
di essere Monarca del mondo; la quale proposizione, tenendo conto del
linguaggio fratesco, potrebbe anche semplicemente significare che si
aspettava di essere capo di uno Stato. Inoltre si era lasciato sfuggire
di bocca certi principii meno ortodossi, che aveano scandalizzato
qualcuno, ma non già tutta quella massa di principii eretici, veri e
supposti, che emerse in sèguito e che si deve riferire ad un periodo
posteriore. Difatti, fra Francesco Merlino, al quale non vi è ragione
di negar fede, trovandosi priore in Placanica ed avendo scambiate varie
visite col Campanella, poteva affermare solamente di avere udito dire
da lui che nel mondo si vive a caso, aggiungendo che molte cose furono
dette dopo la carcerazione senza sapersi come uscissero in campo. Fra
Gio. Battista di Placanica, al quale si può del pari aggiustar fede,
avendo dimorato nel convento di Stilo dal febbraio all'aprile dello
stesso anno, poteva affermare qualche cosa di più, ma non altro che
questo: che il Campanella parlava degli atti venerei in modo da far
credere che non costituissero veramente peccato, dicendo essere ogni
membro destinato a certe funzioni, e certi organi fatti appunto per
gli atti venerei; che paragonava la legge de' Turchi con quella de'
Cristiani e la lodava in certe cerimonie; che giudicava inutili tanti
Ordini religiosi, ritenendoli baie fatte per tener quieti i popoli;
che non credeva poter le Messe giovare alle anime de' defunti quando
il celebrante fosse in istato di peccato mortale; che discorrendo una
volta dell'inferno con alcuni suoi discepoli avea detto «che inferno,
che inferno!» Aggiungeva poi che avendo il Campanella domandato a
Mons.^r di Squillace ed al Provinciale la licenza di predicare in
Monasterace, la licenza non gli fu concessa, ed in tale occasione
si era spinto a dire qualche cosa in dileggio della scomunica. Forse
anche dietro tale circostanza accadde, che avendogli il povero padre
suo raccomandato di accettare una predicazione offertagli dalla città
di Stilo col compenso di 200 ducati (verosimilmente la predicazione
Quaresimale) per venire in aiuto alle sorelle che erano «pezzenti»,
egli disse che «non voleva fare l'officio di Cantanbanco»; per le quali
parole rivelate da taluno di Stignano, insieme col fatto dell'avere
fra Tommaso divinato l'avvenire de' suoi fratelli, e dell'essersi
occupato a scrivere quel tale libro che non l'avea scritto nè Luca nè
Giovanni, il povero Geronimo fu poi menato innanzi al S.^to Officio in
Napoli. Del resto non bisogna nemmeno credere che il Campanella avesse
sempre manifestato con serietà proposizioni incriminabili, mentre,
comunque i suoi biografi ce l'abbiano descritto grave e cogitabondo
perchè filosofo, è certo invece che soleva di continuo burlare e
motteggiare specialmente i frati, e la tendenza sua a motteggiare,
come al contraddire, era spesso il movente di altrettali proposizioni.
Talora il suo motteggio riuscì davvero scandaloso; infatti più volte
nell'incontrare alcuni frati di S. Francesco della Scarpa (altro
convento di Stilo) mentre andavano nella loro Chiesa, alludendo a Gesù
crocifisso egli si pose a dire, «dove andate? andate ad adorare un
appiccato!» «Cose fratesche, cose ociose» le definiva fra Pietro di
Stilo, aggiungendo sul Campanella, «quando burlava con li frati... dico
che era malo», e a fra Pietro si può credere pienamente[253].

Ma ne' colloquii con Maurizio, con Marcantonio e Gio. Tommaso Caccìa,
co' parenti o aderenti di costoro e con gli amici suoi che in questo
tempo frequentavano pure la sua cella, egli si pose ad eccitare
vivamente ciascuno che volesse profittare delle mutazioni, che volesse
concorrere e trovare molti compagni i quali concorressero a fondare
la repubblica, indicando il modo, disegnando il tempo e le alleanze,
prevenendo e combattendo le obbiezioni, manifestando alcune riforme
civili ed anche religiose che bisognava introdurre, atteggiandosi
francamente a riformatore e legislatore; e fra Dionisio si pose a
secondarlo, bensì con certi modi tutti suoi, e i più infiammati si
posero a numerare le forze e gli amici; di poi ciascuno più o meno,
non escluso il Campanella medesimo, si occupò veramente di procurare
amici e di prepararsi al gran giorno. Come fu rivelato ne' processi
consecutivi da Gio. Tommaso Caccìa, e del pari da fra Pietro di Stilo
e dal Petrolo (ciò che mostra la credibilità delle rivelazioni del
Caccìa), frequentavano la cella di fra Tommaso e parlavano segretamente
con lui, oltre Giulio Contestabile e Geronimo di Francesco cognati,
Gio. Gregorio Prestinace «amico e familiare di notte e di giorno»,
Fulvio Vua, Tiberio Marullo; inoltre Scipione Marullo figlio di
Tiberio, D. Gio. Jacovo Sabinis, Giulio Presterà, Francesco Vono,
Fabrizio Campanella e Paolo Campanella, i quali ultimi sappiamo che
dimoravano in Stignano. Erano le dette persone di Stilo, per la massima
parte, delle migliori famiglie della città e ne' migliori anni della
loro gioventù, come ci risulta da' documenti che per alcuni ci è
riuscito di trovare; a ragione quindi il Campanella nelle sue Difese
potè dire, che non si propose di servirsi soltanto di fuorusciti, i
quali del resto considerava meno come nemici del Re che come uomini
armati, menandoli nella retta via, ma «si propose di servirsi ancora
di uomini dabbene non fuorusciti come dal processo è comprovato»[254].
A costoro si deve aggiungere un fra Scipione Politi conventuale di S.
Francesco, che poco prima o poco dopo questo tempo rimanea sovente a
pranzo col Campanella e qualche volta rimase con lui anche di sera,
come fu attestato da fra Pietro di Stilo. Ma se tutti costoro ebbero
colloquii intimi col Campanella, per la più gran parte di essi,
riuscita a sfuggire alle ricerche del Governo, ce ne sono rimasti
ignoti i particolari, mentre il Campanella soleva sempre parlare
a non più di uno o due amici per volta: ed è facile intendere che
segnatamente i particolari de' colloquii in persona di Gio. Gregorio
Prestinace, amico sviscerato del Campanella e compare di Maurizio,
sarebbero riusciti importantissimi, come pure, ad un grado minore
ma sempre cospicuo, quelli in persona di Marcantonio Contestabile;
possediamo intanto quelli nelle persone di Giulio Contestabile e
Geronimo di Francesco, del Caccìa, di Maurizio, ed essi valgono a farci
capire gli altri che ci mancano. Eccoci dunque a darne conto e senza
parsimonia, anche a costo di doverci ripetere quando avremo a narrare
lo svolgimento de' processi; giacchè possiamo desumere le notizie di
tali colloquii, come di tutto l'andamento della congiura, solo da ciò
che ne' processi si raccolse, e quindi siamo costretti a riferire le
deposizioni ed anche a discutere la credibilità di esse ogni volta;
così le ripetizioni riescono inevitabili e non può accadere altrimenti,
semprechè non si voglia un racconto della congiura meramente fantastico
o per lo meno non documentato.

I colloquii con Giulio Contestabile e Geronimo di Francesco furono
esposti dal Campanella medesimo nella sua Dichiarazione, e naturalmente
riescono del tutto a carico di costoro, verso i quali il Campanella era
allora animato da fortissimo risentimento, avendone avuto un orribile
voltafaccia: ma apparirà evidente che per fare e dire come questi
due fecero e dissero, aveano dovuto essere stati già eccitati dal
Campanella, il quale del resto, anche in altri casi analoghi, parrebbe
che procedendo con molta circospezione avesse talvolta eccitato
gl'interlocutori a pronunziarsi, senza che egli medesimo si fosse
pronunziato troppo. Giulio dunque si mostrava molto infiammato contro
Spagna, ed un giorno nella stanza del Campanella, presente il Petrolo,
calpestò ed ingiuriò l'immagine del Re Filippo dicendo «guarda a chi
stamo soggetti, al Re delli uccelli»; e si lagnava degli ufficiali
Regii e degli spagnuoli, che gli aveano posto il padre in prigione,
favorendo, secondo lui, i Carnevali; e diceva che più volte era stato
disposto ad andare in Turchia e che co' turchi si aiuterebbe, e altre
volte vantavasi di avere, nell'anno precedente, concertato con alcuni
soldati spagnuoli di ribellarsi perchè il Re non li pagava. Geronimo
di Francesco poi mostravasi non meno infiammato: si lagnava di aver
dovuto spender molto delle sue sostanze pe' lunghi travagli patiti,
e diceva di avere speranza solo nelle mutazioni che si aspettavano,
avvertendo il Campanella che non si esternasse con Giulio suo cognato
perchè era amico infedele, ma che al tempo del negozio avrebbe fatto
molto, perchè era astuto e sagace. L'uno e l'altro poi, quando il
Campanella diceva che sarebbero avvenute mutazioni, affermavano che
vi avrebbero avuto gran parte, e indicavano Marcantonio come colui
che aveva a sua disposizione molti banditi, ed amici e parenti, la
qual cosa il Campanella giudicava esser bene, poichè succedendo una
guerra si potea stare con chi vincesse. Ed una volta che il Campanella
diceva loro che la terra di Stilo non avea bisogno di presidio, come
era stato notato dal Principe di Squillace, perchè tutti i passi sono
stretti, essi affermavano che vi starebbero per liberarsi dal Governo
spagnuolo, e numeravano i molti amici di Marcantonio, il figlio di
Nino Martino con molti altri della piana (piana di Terranova), i
Grassi con cinquanta compagni, i molti parenti di Mesiano patria della
madre de' Contestabili[255]. A queste rivelazioni potremmo aggiungere
anche un'altra tratta da deposizioni di altri individui, che cioè il
Di Francesco voleva dal Campanella uno spirito familiare per vincere
al giuoco; ma ci preme tener dietro alla faccenda della congiura.
I due cognati dunque avrebbero con Marcantonio, e con tutti que'
fuorusciti e parenti, liberato Stilo da Spagna, e poi? I colloquii
con altre persone, rivelati da chi non aveva un interesse diretto a
nascondere qualche cosa, rispondono a tale dimanda. — Veniamo a Gio.
Tommaso Caccìa. Con questo giovane bandito di Squillace, di soli 25
anni ed abbastanza incolto quantunque clerico, dipendente in tutto da
Marcantonio Contestabile, i colloquii non furono molto larghi, eppure
forniscono qualche utile notizia[256]: il peggio è che essi risultano
dalle deposizioni del Caccìa medesimo, e queste, per abuso, furono
fatte anche nel tribunale laico fra tormenti atroci, e nel tribunale
ecclesiastico fra gravi paure e seduzioni. Egli seppe da Marcantonio
che il Campanella era un grande uomo, e presso di lui vide e conobbe
Dionisio: trovatosi una volta solo col Campanella, ebbe curiosità
di dimandargli qualche cosa intorno alla magia, ma il Campanella lo
chiamò sciocco, perchè credeva a' diavoli e all'inferno. Frattanto,
nel parlare con Marcantonio, il Campanella diceva di voler fare nuove
leggi, migliori di quelle de' Cristiani, e che quando predicherebbe
si sarebbe conosciuta la verità, e volea perfino far mutare il modo
di vestire solito, «et volea che si portasse una giobba longa o
sia veste» (qualche cosa di ciò che fu poi scritto nella Città del
Sole). E diceva che presto doveano esservi mutazioni, sollevazioni e
rivoluzioni, perchè così conosceva per scienza, astrologia e profezia,
e perciò beato chi si trovasse armato, ed ognuno dovea star pronto e
cercare di avere amici, che gli sarebbe stato utile assai. E una volta
Giulio Contestabile, dopo di avere parlato segretamente col Campanella,
dimandò al fratello Marcantonio: ebbene Marcantonio che ne dici?
sarà vero ciò che dice fra Tommaso? E Marcantonio: troppo sarà vero e
presto lo vedrai. Così egli poi, il Caccìa, si diede a cercare qualche
amico, e condusse al convento un altro fuoruscito, Gio. Francesco
d'Alessandria, e fece varii altri giri presso il Pizzoni, presso
Dionisio etc. come vedremo a suo tempo.

Passiamo a' colloquii avuti con Maurizio de Rinaldis, colloquii
d'interesse capitale, poichè, dopo il Campanella, egli fu il soggetto
più importante in questa faccenda, onde a ragione, nelle lettere al
suo Governo, il Residente di Venezia in Napoli lo indicò qual «capo
secolare della congiura». Appunto per tale circostanza è necessario
dare qualche notizia di più intorno alla persona sua: per disgrazia
i documenti ci fanno difetto in modo straordinario; non di meno
abbiamo tanto da poter mettere la sua nobile figura nel posto che le
compete. Giovane a 27 anni, sposo a Giulia Vitale da cui avea avuta
una figliuoletta a nome Costanza, apparteneva ad una delle più nobili
famiglie di Stilo, che dimorava in Guardavalle, a que' tempi, come
abbiamo già detto, casale di Stilo. Tutti gli storici particolari di
Calabria, ripetendosi, parlano de' quattro fratelli de Rinaldis di
Stilo, Patrizio, Nicola, Francesco e Ludovico, cospicui nelle armi, che
furono dichiarati familiari da Carlo V pei meriti loro, ed ottennero di
portare nel loro stemma l'aquila nera imperiale: noi ci siamo ritenuti
in dovere di farne ricerca nell'Archivio di Stato, ed abbiamo rinvenuto
che Nicola e Francesco furono una persona sola, e che vi fu invece un
altro de Rinaldis premiato a nome Antonello, verosimilmente fratello
di costoro, tutti figli di Tommaso de Rinaldis; i lettori potranno
avere ogni cosa sott'occhio, consultando i nostri documenti[257]. Il
Parrino disse Maurizio «persona di non mediocri ricchezze», e vedremo
il Campanella, benchè inesattamente, attribuire la persecuzione e
morte di Maurizio al desiderio ingeneratosi nel fiscale della causa di
avere un feudo che Maurizio possedeva. Secondo le notizie del Residente
di Venezia che ne fece sempre in vita e in morte i più grandi elogi,
egli era stato uomo d'arme, e tale troviamo veramente il costume di
casa sua e de' pochi nobili di provincia non degenerati; avrebbe
allora con ogni probabilità servito nel Battaglione a piedi della
milizia provinciale. Del resto siamo per vederne l'assennatezza, la
preveggenza, l'attività, la forza d'animo anche straordinaria, con la
quale seppe esser superiore ad ogni risentimento e sfidare torture
inaudite, non disgiunta per altro da un attaccamento tenace alla
religione dei padri suoi, attaccamento[258] dichiarato al Campanella
fin da principio, per lo quale s'indusse poi a fare le più larghe
rivelazioni a piè del patibolo «senza alcuna condizione di salvarsi
la vita». Il Campanella dapprima sentì per lui la più viva simpatia,
«per haverlo visto cossì pronto et audace» come si legge nella sua
Dichiarazione; di poi lo proclamò «generoso», lo qualificò un «eroe»,
avendo udito che nelle atrocissime torture non avea rivelato nulla,
come si legge nelle sue Poesie clandestine che oggi abbiamo la fortuna
di poter pubblicare; da ultimo l'infamò con la più grande disinvoltura,
avendo saputo che sotto il patibolo avea fatto rivelazioni, come si
legge nelle stesse Poesie, nella Difesa, e in tutte le altre scritture
analoghe date fuori in sèguito. Vedremo queste cose ampiamente a
tempo e luogo, ma essendo finora conosciuta la sola parte ignominiosa
attribuita a Maurizio dal Campanella, dobbiamo notare che essa non fu
punto vera, premendoci di chiarire le qualità di Maurizio e al tempo
stesso la credibilità delle sue rivelazioni; poichè i colloquii da
lui avuti col Campanella, e tutti i fatti consecutivi, si desumono
essenzialmente dalle sue rivelazioni, le quali sono degne di fede per
loro medesime, più che per vederle appoggiate da quelle degli altri
inquisiti che gli erano stati sempre a fianco. Aggiungiamo che Maurizio
era fuoruscito dal novembre 1598, come fu deposto dal suo cognato e
compagno Gio. Battista Vitale, nobile anche lui ma di un livello morale
abbastanza inferiore[259]: costui disse pure che si erano allontanati
da Guardavalle «per certe pugnalate», e che queste pugnalate avessero
prodotto omicidio lo attestò poi dovunque il Campanella, specificando
nella sua Narrazione essere stati uccisi da Maurizio un suo cugino e
una donna. Gio. Battista Vitale eragli compagno, e solevano insieme
alloggiare in Davoli presso il sacerdote D. Marcantonio Pittella; ma
questa volta, nella venuta a Stilo, Maurizio fu accompagnato solamente
da un suo servitore a nome Tommaso Tirotta, il quale lo attestò nella
sua deposizione, poichè egli pure, egualmente che il Pittella, fu
poi inquisito per la congiura[260]. — Come dicevamo, i colloquii del
Campanella con Maurizio si desumono essenzialmente dalle rivelazioni
di Maurizio, le quali furono di doppio ordine, le une relative alla
congiura fatte nel tribunale laico, le altre relative all'eresia fatte
a Delegati del S.^to Officio; e poichè possediamo le une e le altre, le
prime veramente in brani, ma bastevoli pel caso attuale, le seconde per
intero, invitiamo i lettori a percorrerle, facendo anche il confronto
con ciò che il Campanella espose nella sua Dichiarazione[261]. In
tale confronto si noterà certamente la concordanza da più lati tra
il Campanella e Maurizio, malgrado il molto tempo e i terribili
avvenimenti interceduti; e questo ci sembra anche un argomento non
lieve per giudicare la veridicità di Maurizio egualmente nelle cose le
quali il Campanella, pei bisogni della sua difesa, o tacque o espose
per modo da mostrarne autore Maurizio.

In sostanza, sia pure che Maurizio abbia rivolto al Campanella
le solite dimande sulle mutazioni e su ciò che vi era da fare, il
Campanella, in presenza di fra Dionisio e del Prestinace, lodò che
egli stesse in arme e l'eccitò ad avere molti compagni, poichè in tal
guisa sarebbe divenuto grande, adducendo gli esempi del Caldora, del
Piccinino, del Fortebracci; stigmatizzò con argomenti tratti dalla
Bibbia la nuova numerazione fatta dal Governo (la numerazione de'
fuochi fatta nel 1596, rifatta nel 1598, contro la quale Maurizio non
era in grado di conoscere gli argomenti Biblici); infine gli disse di
voler fondare la repubblica, dandogli animo a concorrervi con amici,
ed egli si offrì. Solamente obbiettò che senza danari non si potea far
nulla, ma il Campanella gli rispose che li avrebbe presi Marcantonio
Contestabile dal Castello di Arena; e gli fece anche intendere che ne
avea parlato ad uomini principali, tra gli altri a D. Lelio Orsini, il
quale dovea venire a governare lo Stato di Bisignano e avrebbe aiutato
l'impresa (supposizione del Campanella, se non artificio). Dichiarò
inoltre Maurizio che non sarebbe intervenuto nè avrebbe condotto
gente, se non avesse vista già cominciata la guerra (la guerra da cui
avrebbero dovuto scaturire le mutazioni di Stato); e il Campanella gli
disse che avrebbe cominciato dal far ribellare Catanzaro, e si convenne
che fra Dionisio, presente al colloquio, sarebbe andato a trovar
gente in Catanzaro per fare la ribellione, onde egli vi acconsentì.
Poi un giorno, essendosi visti alcuni legni turchi, fra Dionisio e il
Campanella dissero voler andare a trattare di quel negozio, facendo
intendere a Maurizio che bisognava cercare l'aiuto e il favore de'
turchi, e fra Dionisio, in compagnia del Petrolo ovvero senza tale
compagnia, mostrò di scendere alla marina per andarvi, sotto pretesto
che dovea riscattare un suo fratello preso da loro; ond'egli più tardi,
all'occasione della comparsa di Amurat Rays in quelle marine, si decise
ad andare lui stesso a trattare, senza esservi stato propriamente
mandato dal Campanella. D'altra parte il Prestinace gli disse che
nella repubblica si sarebbe vissuto in comune, e il Campanella gli
confermò questo, e gli disse pure che la generazione dovea farsi dagli
uomini buoni, cioè valorosi e gagliardi (ciò che fu scritto poi nella
Città del Sole); e il medesimo Campanella disse che voleva aprire i
sette sigilli, che al tempo della guerra avrebbe fatto miracoli, che
intendeva dar libri in volgare e far bruciare i latini, forse alludendo
a' libri della fede, perchè i latini imbrogliavano la gente, ed anche,
parlando de' turchi, ne disse bene, e parlando di Gesù lo disse un
grande uomo dabbene in guisa da far sospettare che non credesse alla
divinità di lui. Maurizio dichiarò che la religione doveva esser messa
da parte, e che non avrebbe mai consentito che se ne fosse trattato;
ma il Campanella gli spiegò che intendeva solamente riformare gli abusi
della religione. Intanto fra Dionisio interloquiva anch'egli, ma sempre
in un senso irreligioso. Un giorno, e forse questa volta d'accordo col
Campanella, notò che il Papa e i Cardinali non rispettavano i precetti
ecclesiastici relativi al digiuno e all'astinenza dal mangiar carne; un
altro giorno parlò di un fatto osceno commesso da un frate coll'ostia
consacrata, e dell'annegamento di un sacerdote avvenuto in Roma
insieme con le ostie che era andato a ritirare da una Chiesa durante
l'inondazione del Tevere, volendo inferirne che l'Eucaristia non
avesse il valore attribuitole, non essendosi verificato alcun miracolo
in tali circostanze; un altro giorno, avendo visto nella Chiesa del
convento Maurizio inginocchiato, gli disse all'orecchio che voleva gli
uomini appunto così, che sapessero fingere. — Dobbiamo aggiungere che
quando Maurizio trovava Giulio Contestabile presso il Campanella, come
accadeva quasi sempre, Giulio non dava a diveder nulla, e Maurizio
seppe dal Campanella la partecipazione di lui nella congiura sol quando
erano stati già da un pezzo carcerati: inoltre che durante i colloquii
fra Pietro di Stilo andava e veniva, ma non vi prendeva alcuna parte.

Commentando un poco questi fatti, che rappresentano la base di tutto
ciò che accadde in sèguito, possiamo farci un concetto abbastanza
chiaro della congiura e de' suoi capi. Il Campanella si rivela
certamente il motore unico della macchina: nessuno sarebbe stato in
grado di esserlo al pari di lui; così tutti in massa, congiurati,
denunzianti, persecutori, giudici, inquisiti, non lo posero mai in
dubbio. Consigliere intimo del Campanella era forse Gio. Gregorio
Prestinace, rimasto assolutamente nell'ombra, perchè riuscito a
nascondersi nel tempo delle persecuzioni: conoscitore degli uomini e
delle cose della provincia, egli dovè fornire al Campanella le notizie
delle quali aveva bisogno, e difatti le rivelazioni processuali
ce lo mostrano presente in tutti i colloquii, consapevole anche
de' particolari della repubblica da doversi fondare; l'aver messo
l'occhio su Maurizio, forse anche l'averlo fatto venire a Stilo col
pretesto che bisognava controbilanciare l'influenza di Marcantonio
Contestabile, dovè essere opera sua. Maurizio poi era il capo di
coloro che avrebbero dovuto agire per l'insurrezione, ma prescelto dal
Campanella, esecutore de' progetti del Campanella, mentre Marcantonio,
pur sempre secondo i progetti del Campanella, avrebbe agito del pari
ma in un'altra direzione: egli già uomo d'armi, assennato ed accorto,
diede maggior consistenza a' progetti indicatigli, ne avviò anche i
preparativi con molta efficacia come vedremo in sèguito, ma in somma
accolse i progetti, non li creò; se si spinse a pratiche co' turchi
non concertate precedentemente, ne avea pure avuto qualche cenno dal
Campanella, e ad ogni modo queste sole sue pratiche non basterebbero
a costituirlo capo di una congiura nella quale il Campanella si
sarebbe trovato involto senza saperlo. Quanto a' frati, fra Dionisio
conosceva già i progetti del Campanella, essendone verosimilmente il
consigliere come vedremo del pari in persona del Pizzoni, ma non faceva
che secondarli ed anche in modo tutto suo, rimescolando profondamente
le coscienze di coloro i quali egli voleva spingere ne' concerti per
la ribellione: non si potrebbe credere che egli ritenesse argomenti
serii contro la fede cristiana quelli che svolse a Maurizio, senza
far torto alla sua cultura che sappiamo essere stata non così scarsa,
ma si deve piuttosto dire che ritenesse indispensabile scuotere in
qualunque maniera la fede per destare gli animi e renderli audaci;
così vedremo poi sempre le dette scempiaggini propalate da lui e da
alcuni altri frati suoi adepti, ripetute con storpiature ed aggiunte
da altri adepti insulsi ed esaltati, infine malamente attribuite al
Campanella, il quale aveva senza dubbio convinzioni poco cattoliche,
ma non partecipava alle dette scempiaggini, e voleva una religione
anche come strumento di regno. Quanto al Petrolo, egli pure conosceva i
progetti del Campanella e vi aveva aderito, come nel processo confessò,
ma vi partecipava debolmente, secondo la sua umile posizione: infine
quanto a fra Pietro di Stilo, egli li conosceva del pari e forse più
addentro degli altri; ma vi partecipava meno di tutti, per la ragione
che poco ci credeva, ed anzi quasi ne rideva, come vedremo a suo tempo.
Nè lasceremo questi apprezzamenti senza fare avvertire che ciascuno di
costoro mostrò in sèguito precisamente la condotta notata da Maurizio
quando ebbe occasione d'incontrarsi con essi; la qual cosa aggiunge
un peso sempre più grande alla credibilità delle rivelazioni di
Maurizio. — Adunque non solo l'idea di un movimento insurrezionale per
fondare la repubblica, ma anche il modo di procedervi, erano suggeriti
dal Campanella, il quale in alcune circostanze apparve meno, perchè
seppe essere un cospiratore abbastanza circospetto. Infatti talvolta
condusse il suo discorso in modo che la proposta d'insorgere venisse
dal suo interlocutore, e talvolta anche fece parlare ma non parlò;
nella faccenda dell'accordo col Turco invogliò soltanto ed anzi fece
invogliare Maurizio ad attendervi, senza esporre francamente il suo
concetto; ebbe perfino cura che qualche affiliato o qualche gruppo
di affiliati non conoscesse l'altro. Bisognava cominciare dal far
l'insurrezione in Catanzaro, poi, alla peggio, si sarebbero ritirati
su' monti segnatamente a Stilo, verso cui i passi stretti rendeano
difficile l'accedere delle milizie[262]; il modo di fornirsi di danaro
era preveduto, ma bisognava far coincidere il movimento con la venuta
de' turchi, i quali avrebbero tenuto a bada gli spagnuoli. Questa
faccenda dell'accordo del Turco fu poi sempre vivamente ripudiata
dal Campanella, che disse l'accordo avvenuto con sua meraviglia e
disapprovazione: ma s'intende che la cosa a que' tempi era tanto
scandalosa da dover obbligare assolutamente a ripudiarla, ed egli, che
avea saputo mantenersi in disparte da questo lato, potea lavarsene le
mani con una certa apparenza di verità; tuttavia dobbiamo ricordare
che professava dovere i turchi dividersi in due fazioni, l'una delle
quali avrebbe combattuta l'altra, che pochi mesi prima avea saputo il
Cicala andato in cerca di sua madre fervente cristiana e separatosi
da essa non senza lagrime, che infine nel libro della Monarchia di
Spagna aveva appunto insegnato come si potesse profittare di qualche
capitano turco stato già cristiano, indicando il Cicala, l'Ochiali, lo
Scanderbergo[263].

Presi i concerti suddetti, ognuno si pose all'opera. Maurizio profittò
dell'occasione per trattare l'accordo co' turchi, e si recò sulle
galere che erano veramente quelle di Amurat, chiedendo di riscattare
quattro persone di Guardavalle come ci dice un frammento della Difesa
di due imputati, mentre il Carteggio del Residente Veneto ci dice che
Amurat appunto a' primi di giugno trovavasi sulle coste di Calabria,
e il giorno 7 fece anche uno sbarco alla Catona presso Reggio[264];
quindi si occupò senza dubbio di trovare amici, e disporli alla
«fattione contro il Re». Marcantonio si pose anch'egli a cercare
amici, e vedremo che tornò poi presso il Campanella col Caccìa ed
un altro fuoruscito affiliato. Fra Dionisio andò a trovare qualche
altro frate, e con lui e con un giovane che convertì per via si spinse
fino a Messina; quindi tornò presso il Campanella, accompagnato anche
dal Petrolo e da un terzo frate, che gli avea procurato l'acquisto
di un'altro giovanotto. In questo mentre avvennero i terribili
terremoti, già previsti e poi più volte ricordati dal Campanella, onde
specialmente in Reggio ed anche in Messina si ebbe grave danno, essendo
durati non meno di tre giorni e fino alla sera del 10 giugno[265]. Il
Campanella fu poco dopo chiamato dal Marchese d'Arena e dovè andare
presso di lui.

Verso il 20 giugno il Campanella ebbe questa chiamata dal Marchese
d'Arena, da non doversi confondere con un'altra chiamata posteriore,
della quale soltanto si ha il ricordo nella sua Dichiarazione. Sappiamo
che era allora Marchese d'Arena D. Scipione Concublet de Bavaria
(corrottamente «De Bavero»), successo a D. Gio. Francesco suo padre e
a D. Carlo suo fratello primogenito, morti l'uno in gennaio l'altro in
settembre dello stesso anno 1582[266]: egli viveva allora con la sua
famiglia nel Castello d'Arena, ma nella 2.ª metà di giugno, trovandosi
in giro per que' paesi, era venuto a Monasterace, non lungi da Stilo,
e quivi era ospite di D.ª Dianora Toraldo Signora della terra, come
la chiamò uno degli inquisiti che depose tale fatto nel processo.
Dagli scrittori in materia di nobiltà, e meglio anche da' Cedolarii,
conosciamo che Signore di Monasterace in quel tempo era Giuseppe
Galeota, figlio di Mario e di Eleonora Toraldo: costei, figliuola di
D. Gasparre Toraldo 5.º Signore di Badolato e sposa a Mario Galeota,
era rimasta vedova fin dal 1590; non a torto quindi veniva considerata
Signora di quella terra[267]. Di là il Marchese fece chiamare il
Campanella volendo parlare con lui; e il Campanella si recò in
Monasterace, e vi si trattenne sei giorni. Quali argomenti trattasse il
Campanella col Marchese non ci è noto, ma non è arrischiato l'ammettere
che le vicine mutazioni da tutti aspettate fossero l'oggetto
precipuo dei colloquii, bene inteso rimanendo nascosti i progetti del
Campanella; poichè, quantunque il Marchese fosse poi stato nominato
qual complice, sappiamo invece che egli doveva essere una delle vittime
del movimento; ma interruppe i colloquii fra Dionisio, venuto con
la sua comitiva a Monasterace in cerca del Campanella, che con quel
sèguito fece ritorno a Stilo.

Ecco pertanto il giro che fra Dionisio finiva di compiere in quel
momento. Licenziatosi in fretta dal Campanella e dagli altri congregati
in Stilo, egli si recò a Condeianni, dove era Vicario del convento de'
Domenicani fra Giuseppe Bitonto di S. Giorgio: abboccatosi con costui
partì l'indomani per Oppido, ove risedeva in qualità di Viceconte il
fratello Ferrante. Fra Giuseppe Bitonto, nello stesso giorno in cui
partiva da lui fra Dionisio, si recava in S. Giorgio e quivi chiamava
un suo cugino Cesare Pisano e con lui raggiungeva immediatamente[268]
fra Dionisio in Oppido: di là tutti e tre l'indomani si recarono
insieme a Bagnara e quindi a Messina. Questo Cesare Pisano, figlio di
Fabio, era un giovane di 24 anni, clerico, ma di costumi assai tristi:
una volta avea servito per testimone al Polistina in Napoli contro
fra Dionisio, quando si trattava la causa dell'omicidio di P.^e Pietro
Ponzio, e però al vederselo davanti, fra Dionisio ne rimase turbato;
ma dietro assicurazioni del Bitonto presto s'acquetò. Trattavasi
di uno di quelli che poteano servire nell'impresa disegnata, e non
appena in viaggio, tra Oppido e Bagnara, fra Dionisio si occupò subito
di catechizzarlo col metodo da lui prescelto, assistendolo pure fra
Giuseppe Bitonto in tale ufficio: cominciò a dire che non c'era Dio,
non c'era altro Dio che la natura, inezia la confessione, inezia il
temere di far peccato, fra Tommaso Campanella avrebbe fatte nuove
leggi essendo quasi un Messia; gli annunciò inoltre una fazione di
grande importanza che si volea fare, per la quale occorrevano uomini
di valore ed alla quale volea che avesse preso parte, giacchè sarebbe
stata l'esaltazione sua, ma per allora non gli spiegò di che si
trattasse. Giungendo a Bagnara e fermandovisi due giorni, fra Dionisio
che era stato invitato a predicare vi fece una delle sue buone prediche
sull'Evangelo, poichè, come diceva al Pisano, «sapeva predicare l'uno
e l'altro». A Messina si trattennero circa sei giorni, dimorando i
due frati nel convento de' Domenicani, e Cesare Pisano all'osteria:
ritornarono quindi per la stessa via di Bagnara, e si ridussero,
fra Dionisio ad Oppido presso il fratello Ferrante, il Pisano a S.
Giorgio, il Bitonto a Condeianni. Ma dopo circa dieci giorni, fra
Dionisio accompagnato da un fra Giuseppe Jatrinoli e da un giovanotto
a nome Giuseppe Grillo figlio naturale di Gio. Alfonso, tornò a
Condeianni; quivi si unì al Bitonto ed anche al Pisano che vi era
venuto da S. Giorgio, e tutt'insieme si diressero a Stilo per vedervi
il Campanella[269]. In questo secondo viaggio si fermarono prima alla
Motta Placanica, ove alloggiarono nel convento, l'indomani si recarono
a Stignano, e là furono a pranzo in casa di Gio. Alfonso Grillo che
era di Oppido ma dimorava a Stignano, coll'intervento di fra Domenico
Petrolo, di un D. Marco Petrolo e di Geronimo Campanella padre di fra
Tommaso, quindi passarono a Stilo menando con loro anche fra Domenico:
non trovarono là fra Tommaso, ed avendo saputo che era in Monasterace
vi si recarono immediatamente, rimanendo a Stilo il solo Giuseppe
Grillo; in Monasterace poi si fermarono appena tre ore, e preso con
loro il Campanella si ridussero tutti insieme a Stilo. Vedremo fra poco
quali furono i discorsi scambiati col Campanella, ma per ora importa
dire che nel pranzo di Stignano fra Dionisio fece uno de' suoi maggiori
sproloquii, evidentemente per catechizzare Cesare Pisano e Giuseppe
Grillo; e disse che non c'era Dio nè Trinità al modo che si crede,
sibbene uno spirito che governa e move il tutto, che Dio era la natura,
che non c'erano diavoli, nè inferno, nè purgatorio, nè paradiso, che
Cristo non era vero figlio di Dio ma un semplice Nazareno, che il
sacrificio della Messa facevasi per bere, che nell'ostia non c'era
Cristo e potea rilevarsi dal fatto che la mangiano i vermi, che fra
Tommaso Campanella volea predicare e fare nuove leggi e nuovi statuti,
ed egli con lui, portando gli uomini alla libertà naturale. Gli altri
frati applaudivano e commentavano, e ne sembravano intesi del pari i
due Petrolo, i quali del resto andavano e venivano (come probabilmente
faceva anche Geronimo Campanella) per rendere servigi agli ospiti, ma
pure non mancavano d'interloquire; p. es. fra Domenico Petrolo diceva
al Pisano, «che ti credi, che ci sia Dio Padre quel barbuto come si
dipinge?», e tutti i frati continuavano separatamente a dire qualche
cosa dello stesso genere. Così si sarebbe parlato contro la verginità
di Maria, contro i miracoli di Gesù ed anche de' Santi, contro le
relazioni tra Gesù e S. Giovanni, contro le prescrizioni della Chiesa,
contro l'istituzione monastica di ambo i sessi, contro l'autorità
e la moralità del Papa, de' Cardinali e de' Vescovi; fra Dionisio
vi avrebbe pure narrato il solito fatto osceno contro il Sacramento
dell'altare, aggiungendovi inoltre il fatto di un Inglese che in Roma
diè un pugno al Sacramento senza alcuna conseguenza miracolosa, ma fu
poi bruciato vivo d'ordine del Papa; e si può dire che queste ultime
proposizioni furono probabilmente enunciate, mentre sulle altre rimane
qualche dubbio[270]. Con ciò si sarebbe parlato ancora di progetti
del Campanella in un modo esageratissimo e scempiato; che egli era il
vero legislatore e il vero Messia, che con la sua predica e dottrina,
e col valore de' tanti che lo seguivano, avrebbe levato la fede di
Cristo e si sarebbe impadronito del mondo; ma infine segnatamente fra
Dionisio e il Bitonto gli comunicarono la risoluzione di ribellare il
Regno e sottrarlo al dominio del Re di Spagna, e che per questo effetto
aveano concerti con molti fuorusciti, ed anche con molti gentiluomini
e Signori, tra' quali il Marchese d'Arena ed altri. Finalmente poi
questi frati, compreso fra Domenico Petrolo, conchiusero che bisognava
far parlare il Pisano col Campanella. — Come dicevamo, non trovarono
il Campanella a Stilo ed andarono a cercarlo a Monasterace. In questa
traversata s'incontrarono con Marcantonio Contestabile, Gio. Tommaso
Caccìa ed un altro fuoruscito abbastanza rinomato per molti delitti,
Gio. Francesco d'Alessandria, i quali si recavano del pari a Stilo
presso il Campanella, e continuarono la loro via, probabilmente dietro
l'assicurazione che fra Dionisio e compagni andavano a prenderlo e tra
poco sarebbero tornati con lui. Essi trovarono infatti il Campanella
a Monasterace, in casa della S.^ra D.ª Eleonora insieme col Marchese
d'Arena, e seppero che vi stava già da sei giorni. Il Campanella prese
subito licenza da questi Signori, e poco dopo, accompagnato da tutta la
comitiva venuta a rilevarlo, tornò a Stilo. Durante il viaggio gli fu
presentato il Pisano come uno degli amici; stando a cavallo gli domandò
se era prete di Messa, e udito che era chierico, tenne qualche discorso
con lui dilucidandogli alcuni dubbi. Secondochè il Pisano potè capire
e riferire col suo limitato intelletto, il Campanella gli avrebbe
confermato che non ci era vita futura, dicendo che i corpi nostri
erano come quelli de' bruti e che le anime nostre si convertivano in
non essere; quanto poi all'essenza di Dio, gli avrebbe detto di star
contento a ciò che i frati gli aveano significato, trattandosi di
cose troppo elevate per la sua intelligenza; così il Pisano rimase
persuaso che quanto gli era stato detto da' frati veniva approvato dal
Campanella[271].

Prima di andar oltre riesce necessario chiarire un poco tutto questo
andirivieni. Vi sarebbero due maniere di spiegarlo; o che fra Dionisio,
con la sua tendenza a vagare e col bisogno di una compagnia, tanto
per soddisfare alla sua indole ciarliera quanto per provvedere alla
sua sicurezza personale, sia andato fino a Messina per fare qualche
acquisto associandosi a qualche compagno di viaggio, e poi abbia fatto
lo stesso nel volersi recare a Stilo; ovvero, con l'impegno di trovare
amici ed alleati per l'impresa da doversi compiere, siasi rivolto al
suo germano Ferrante e ad altri individui di sua conoscenza, e tra
essi a que' frati, che potevano fare al caso suo e raggranellare anche
qualcuno, principalmente poi abbia adempito ad una missione segreta
in Messina, e sia venuto da ultimo presso il Campanella per dar conto
di questa missione e di tutti gli altri maneggi, presentando i frati
amici insieme co' primi saggi della loro raccolta. Quando più tardi si
dovè rendere ragione di questi viaggi ne' tribunali, si disse appunto
che fra Dionisio era andato a Messina per comperar pepe, tostati e la
Biblioteca Santa del Sisto, come il Bitonto per comperar materassi;
del viaggio sussecutivo a Stilo non si rese ragione alcuna, e solo il
Bitonto accennò all'essere andato a Stilo per pregare il Campanella
che gli facesse avere l'incarico di qualche predicazione. Tutto ciò
è possibile, ma è possibile anche l'altra versione, specialmente se
si tengano presenti tutte le circostanze anteriori e posteriori: a
noi pare molto accettevole la seconda maniera di spiegare la cosa,
e giungiamo fino a credere che fra Dionisio abbia potuto andare in
Messina per far arrivare cautamente al Cicala qualche sua lettera,
giacchè un documento da noi trovato nell'Archivio di Spagna in Simancas
ci mostra che appunto in questo tempo da Messina e dalla casa stessa
del Cicala partivano le informazioni che costui desiderava, e poi,
alcuni anni dopo, si vide fra Dionisio scappato dal carcere riparare
appunto in casa del Cicala a Costantinopoli[272]. Il viaggio a Messina
fu più tardi minutamente vagliato intorno all'eresia e non intorno
alla congiura: noi non vorremmo menomamente sembrare più crudeli del
crudelissimo Avvocato fiscale che tanto aggravò la causa di questi
disgraziati, e però ci limitiamo ad enunciare la nostra idea e ad
abbandonarla alla meditazione de' lettori, ma ricordando che nel tempo
in cui fra Dionisio si recava a Messina, Maurizio non aveva ancora
avuta occasione di andar lui presso i turchi. Certamente poi da tutto
l'insieme de' fatti successivi, ed anche soltanto da' fatti che si
verificavano in quei giorni, si ha motivo di ritenere che i suddetti
viaggi si connettevano col lavoro per la congiura.

In Stilo non sappiamo veramente quali discorsi siano stati allora fatti
tra il Campanella e que' frati: sappiamo solo che l'indomani parlarono
a lungo tra loro senza l'intervento del Pisano e del Grillo, e poi,
rimanendosi fra Dionisio, ciascuno degli altri prese la volta della
sua dimora. Ma vi erano già arrivati anche Marcantonio Contestabile
col Caccìa e con Gio. Francesco d'Alessandria, il quale era stato
sollecitato propriamente dal Caccìa. Nemmeno sappiamo i discorsi fatti
col Contestabile; c'è tuttavia ogni ragione di credere che costui abbia
dovuto egualmente render conto de' suoi maneggi e de' compagni che avea
trovati. Sappiamo solamente i discorsi fatti dal Campanella in presenza
del Caccìa e del D'Alessandria, secondochè li rivelò poi il Caccìa nel
processo della congiura, ma, come abbiamo già avuta occasione di dire,
alle rivelazioni del Caccìa non si può troppo aggiustar fede, essendo
state fatte fra tormenti atroci. Secondo il Caccìa, nella sua cella
insieme con fra Dionisio, il Campanella manifestò loro la congiura
e i preparativi che già si faceano: ripetè che in quell'anno 1599 e
1600 dovevano esservi le grandi mutazioni, affermò che ci erano molti
altri congiurati per fare le Provincie di Calabria repubblica, con
l'aiuto anche del Turco e d'altri Signori, manifestò che «Mauritio e un
altro di Reggio di Casaspano (_sic_) haveano fatto una gran quantità
di forusciti», e che lui, il Campanella, «voleva essere Monarca del
mondo et dare nova legge»[273]. In verità non apparisce credibile che
quest'ultima proposizione abbia potuto essere stata detta ad un uomo
come il Caccìa, e però tutta la rivelazione sua rimane infirmata:
può ammettersi solamente che Gio. Francesco d'Alessandria dovè essere
catechizzato nel senso delle prossime mutazioni e rivoluzioni, e tutti
doverono essere infervorati a star pronti e a cercare altri compagni.
Tre giorni durò la permanenza di questi fuorusciti nel convento di
Stilo: il Campanella e fra Dionisio rimasero soli, ma per brevissimo
tempo; giunse in fretta il Bitonto e fu necessario che il Campanella,
insieme con lui e fra Dionisio, si mettesse di nuovo in viaggio.
Passiamo a dire ciò che era accaduto.

Nel partire da Stilo, fra Giuseppe Bitonto e fra Giuseppe di Jatrinoli
furono accompagnati da Cesare Pisano fino alla Motta Placanica; di
là, separandosi dal Pisano, proseguirono fino a Castelvetere e si
fermarono nel convento del loro Ordine; e sia per accidente, sia con
premeditazione, videro un Felice Gagliardo di Gerace che stava nelle
carceri di Castelvetere e tennero con lui un abboccamento. Questo
Felice Gagliardo ci darà molto da dire nel sèguito della nostra
narrazione. Giovane a 22 anni, di molto ingegno e di nessuna coscienza,
temerario e peggio, avea preso moglie in Condeianni ma dimorava in
Gerace con un Pietro Veronese suo patrigno, ed entrambi menavano
pessima vita: nel Grande Archivio abbiamo intorno a loro trovato un
documento che mostra come fin da due anni prima si dilettassero di
grassazioni e di furti[274]. Vedremo più tardi che Felice, stando poi
carcerato in Napoli, continuava a tenere corrispondenza con una banda
di fuorusciti, alla quale non era estraneo il Veronese e della quale
facea parte un suo fratello a nome Lucio, che andò a finire ucciso
come bandito con taglia, e Felice medesimo, liberatosi da' travagli
per la congiura e l'eresia, andò poi a finire sul patibolo per delitti
comuni. Egli avea da due anni conosciuto il Bitonto che era stato in
Condeianni a predicare: in sèguito, essendo sorta inimicizia tra lui e
il proprio cognato a nome Felice Regitano, gli avea tirato un colpo di
fucile, per la qual cosa si trovava in carcere. Secondo il Bitonto, il
Gagliardo lo chiamò per raccomandarsi che avesse pregato i suoi parenti
in suo favore, procurandogli la remissione da parte loro; ma ciò non
toglie che il Bitonto, a quanto pare, avesse fatto assegnamento sopra
di lui per la ribellione; di fatti gli avrebbe detto di voler procurare
l'accomodamento in Condeianni, e frattanto stesse di buon animo, chè
vedrebbe succedere cose le quali gli sarebbero di grandissima utilità.
Giunto a Condeianni, non mancò di trattare co' parenti del Gagliardo,
ma costoro si negarono affatto: pertanto Cesare Pisano veniva
carcerato, e il Bitonto dovè occuparsi di lui. — Di ritorno dal viaggio
fatto, Cesare Pisano si era appropriata una giumenta del Principe
della Roccella, che era pure Marchese di Castelvetere, e però fu preso
dagli ufficiali del Principe e tratto alle carceri di Castelvetere: il
Bitonto gli avrebbe detto che andasse di buon animo, che troverebbe là
Felice Gagliardo amico suo; frattanto cercò subito che il Campanella e
fra Dionisio parlassero al Principe della Roccella in favore di Cesare,
e così ebbero a mettersi di nuovo in viaggio tutt'insieme per tale
scopo.

Era il 1º o il 2º giorno di luglio, quando il Campanella, fra Dionisio
e fra Giuseppe Bitonto, partiti da Stilo giungevano in Castelvetere.
Quivi dapprima visitarono Cesare Pisano nel carcere, di poi così
il Campanella come fra Dionisio si recarono presso il Principe per
supplicarlo che lo liberasse: e pare che il Principe lo facesse
sperare, tanto che circa venti giorni dopo, ritenendo la cosa ben
certa, fra Dionisio ne annunziava la liberazione ad un altro frate che
era zio di Cesare, fra Vincenzo Rodino di S. Giorgio; ma veramente
il Principe non ne fece nulla. Intorno poi alle parole scambiate
tra' frati e il prigioniero, secondo il Bitonto gli si sarebbe detto
solamente di star di buon animo; secondo Felice Gagliardo si tenne un
discorso lungo e segreto, ed oltracciò, finito il discorso, Cesare
che già si era stretto a lui lo presentò al Campanella dicendo,
«questo giovane è di Condeianni e potrà servire et mover genti», e il
Campanella e fra Dionisio gli avrebbero entrambi detto di dar credito
a quanto gli sarebbe stato comunicato da Cesare[275]. Avvertiamo
una volta per sempre che le asserzioni di Felice Gagliardo non si
possono ritenere senza le più grandi riserve: ma è verosimile che
il Bitonto, nell'altro suo abboccamento con lui, gli avesse parlato
della ribellione, non senza condire il discorso con le teoriche
antireligiose giusta il metodo di fra Dionisio, e che Cesare gli avesse
continuato a parlare sempre più efficacemente nello stesso senso; così
il Gagliardo potè essere presentato al Campanella e a fra Dionisio,
venendo scambiata tra loro qualche parola di complimento e forse anche
qualche allusione coverta alle imprese disegnate. Certo è che fu questa
la prima volta in cui Felice Gagliardo venne a contatto col Campanella
e con fra Dionisio, e per pochi istanti. Certo è del pari che Cesare,
infatuato pe' discorsi precedentemente avuti con fra Dionisio e con
gli altri frati, si fece a catechizzare Felice Gagliardo, il quale non
avea veramente molto bisogno di essere catechizzato, e così pure gli
altri che stavano o vennero successivamente nello stesso carcere per
imputazioni diverse, durante i tre mesi e più che là fu rinchiuso. Con
l'eccitamento del neofito e con la storditaggine che gli era propria,
cominciò fin dalla prima sera a trattenersi con Felice Gagliardo su'
noti argomenti, esagerando quanto aveva imparato ed aggiungendovi del
suo. Non esisteva Trinità, l'ostia non conteneva Cristo (dimostrandolo
col solito fatto osceno, che attribuiva a sè medesimo per vanteria ed
anche al Bitonto), Cristo era un povero pezzente sporco «zazzaruso»,
che si scelse per compagni dodici altri pezzenti ed era in relazioni
pessime con Giovanni; de' miracoli di Cristo non si dovea creder nulla
perchè riferiti da' suoi parenti ed amici; Lazzaro era risorto per via
di erbe, e Maria era una schiava nera d'Egitto concubina di Giuseppe,
e però nell'Officio si diceva «nigra sum»; nel morire le anime si
convertivano in ombre fugaci e spiriti aerei e i corpi in pietre, non
c'era inferno nè paradiso nè diavoli, cose inventate «ad terrorem», le
vigilie co' digiuni erano state inventate per far morir presto, e poi
le solite storie della mala vita de' Papi e dei Cardinali, de' conventi
etc. E poi, che il Messia Campanella aveva armi e genti assai e denari,
ed avrebbe conquistato più Stati e Regni che non ne conquistarono gli
Apostoli, perchè «vis unita fortior»; e presto vi sarebbero rivolture e
Campanella farebbe nuove leggi. Pare impossibile che questo sciagurato
ciarlasse tanto co' suoi compagni di carcere; ma egli medesimo ebbe poi
a dire che discorse così largamente di eresia con loro, perchè «credeva
più facilmente indurli o confirmarli alla ribellione temporale»..
«per vedere si loro erano boni per la ribellione»[276]. Avea dunque
adottato pienamente il metodo di fra Dionisio, e con questo metodo
egli infervorava alle cose nuove, oltre Felice Gagliardo, un Orazio
Santa Croce di Gerace, un Geronimo Conia di Castelvetere, un Camillo
Adimari di Altomonte paggio del Principe della Roccella, un Gio. Angelo
Marrapodi di S.^ta Agata mastrodatti: e pare che meno quest'ultimo di
età più inoltrata e repugnante propriamente alle teoriche irreligiose,
gli altri, che aveano da' 19 a' 30 anni di età, consentissero più o
meno ma senza scoprirsi troppo; erano giovani e non de' più pacifici,
stavano in carcere e non vedevano l'ora di uscirne, aveano quindi
ragione di accogliere siffatte cose molto volentieri. L'essere poi
stati, all'infuori del Gagliardo, più o meno discolpati dal medesimo
Pisano negli ultimi momenti di sua vita, come ci mostra un documento da
noi rinvenuto nell'Archivio dei Bianchi di giustizia, deve intendersi
nel senso che essi, all'infuori del Gagliardo, non si manifestarono
esplicitamente con lui; e per verità non avrebbero potuto manifestarsi,
vedendolo facile a ciarlare così leggermente di cose tanto delicate.
Secondo le rivelazioni che più tardi fecero contro di lui gl'individui
suddetti, e segnatamente il Gagliardo ed il Conia, egli avrebbe loro
esposta la congiura per filo e per segno, con molti particolari di
grande importanza: probabilmente costoro vi erano stati già iniziati,
ed anche poterono foggiare molte cose sulle notizie che allora ne
correvano; non di meno deve ritenersi per certo che egli ne abbia
parlato enfaticamente, dietro ciò che glie ne aveano detto in ispecie
fra Dionisio, fra Giuseppe Bitonto e fra Giuseppe Jatrinoli. Pertanto
è facile vedere che lo zelo del Campanella in favore di Cesare non
va spiegato unicamente co' riguardi verso i suoi amici che glie lo
raccomandarono; lo zelo stesso di fra Dionisio per quest'uomo, di cui
non aveva avuto punto a lodarsi in passato, non va spiegato unicamente
co' riguardi verso il Bitonto; senza dubbio le premure pel Pisano
mettevano capo alla sua qualità di affiliato alla congiura.

Vediamo ora le ulteriori mosse del Campanella. È accertato che egli
si trattenne due soli giorni in Castelvetere, e che tornato a Stilo,
insieme con fra Dionisio, continuò d'accordo con costui a sollecitare
amici e far raccolta di fuorusciti. Più volte avea scritto a fra Gio.
Battista di Pizzoni, il quale ricoverava nel suo convento un fuoruscito
molto noto, a nome Claudio figlio di Ferrante Crispo: oltracciò si
trovava ricoverato nel convento di Soriano un altro fuoruscito non meno
noto, Giulio Soldaniero di Borrello in compagnia di un suo servitore
anche più agile di lui nelle armi, a nome Valerio Bruno di Motta
Filocastro, e il Campanella pensò di far parlare egualmente a questo
Soldaniero.

Fra Gio. Battista di Pizzoni risedeva appunto nel convento di Pizzoni,
paesello distante poche miglia da Soriano: il convento era piccolo
ed abbastanza isolato, e non conteneva più di due sacerdoti e due
o tre «terzini o terzi habitelli» come solevano chiamarsi i frati
inservienti; nè occorre dire che in questa specie di conventi non
c'era ombra di regole monastiche. Fra Gio. Battista vi aveva titolo
di Vicario; con lui stava il suo fido fra Silvestro di Lauriana, e
tra' terzini stava fra Fabio Pizzoni nipote di fra Gio. Battista,
le cui relazioni con fra Silvestro aveano già dato da dire anche
troppo. Non erano mai mancati i fuorusciti in quel convento, e il
predecessore di fra Gio. Battista, fra Ferrante da Soriano, avea
passato pericolo di essere precipitato dalle finestre per mano di
quelli che si trovavano là ricoverati: avendovi giurisdizione il
Vescovo di Mileto, ed obbligando costui, come già conosciamo, i
superiori dei conventi a ricoverare i fuorusciti sotto pena delle
censure ecclesiastiche, Claudio Crispo, giovane fuoruscito per
omicidio, vi stava in piena regola, e fra Gio. Battista mantenevasi con
lui in buonissime relazioni, anche perchè, a quanto pare, gli serviva
da braccio forte verso i suoi nemici. Aveva poi fra Gio. Battista
avuta occasione di conoscere pure Giulio Soldaniero, ed ecco in che
modo. Giulio, anche lui di soli 22 anni, possidente, con moglie, si
era fatto capo di banditi, avendo ucciso due suoi cugini Marcello e
Pietro Soldaniero, oltre una donna, Vera la Rocca, per ereditarne, come
dicevasi, le sostanze; ma ne rimanea tuttora vivo un altro, Eusebio
Soldaniero, e costui si era fatto bandito egualmente, per difendersi
e per vendicare i suoi fratelli. Giulio risedeva ordinariamente nel
convento di Soriano, convento magnifico, divenuto una delle maraviglie
della Calabria, possedendo un'immagine portatavi nientemeno che da
S.ª Caterina e da M.ª Maddalena: egli vi stava già da oltre otto
mesi, avea quivi passata la quaresima assistendo a tutte le prediche
fatte in tal tempo da fra Gio. Battista da Polistina (circostanza da
ricordarsi), e per voto alla Madonna dell'Idria, fatto un giorno che
gli toccò una ferita d'archibugio, si asteneva da' cibi di grasso
il martedì; con tutto ciò i Superiori del convento affermavano esser
lui uomo di mala vita, ma il Vescovo di Mileto non volea che venisse
espulso. Eusebio risedeva ordinariamente in Serrata casale di Borrello;
intanto un giorno corse voce che fosse venuto nel convento di Pizzoni
per trovarsi più vicino a Giulio ed insidiarne la vita; Giulio scrisse
allora una lettera minatoria a fra Gio. Battista, il quale si affrettò
a dissipare l'equivoco, si diè premura di vederlo e rimase con lui in
buoni termini. Potea dunque servire per invitare Giulio a far parte
della congiura; e veramente come costui si fece poi a confidare al
Priore di Soriano, più volte lo sollecitò in questo senso; tuttavia
parve bene che gli si facesse udire anche la voce di fra Dionisio, e
così fu convenuto, quando, dietro le insistenze del Campanella, dovendo
anche aggiustare una faccenda d'interessi con un fra Marcello Basile
francescano, fra Gio. Battista si risolvè di andare a Stilo.

Ma appunto in quel tempo, durante la prima settimana di luglio, il
Campanella, chiamato un'altra volta dal Marchese, dovè recarsi ad
Arena. Fra Gio. Battista di Pizzoni ve l'accompagnò, e così pure fra
Dionisio, unitamente a Marcantonio Contestabile, Gio. Tommaso Caccìa
e un altro fuoruscito, con molta probabilità Giovanni Morabito, che
per essere di Filogasi conoscevasi col nome di Giovanni di Filogasi:
vedremo infatti più tardi distintamente nominato questo Giovanni di
Filogasi come uno della compagnia[277]. Fece inoltre egualmente parte
della compagnia questa volta il fratello del Campanella Gio. Pietro,
armato anch'egli, come i fuorusciti predetti, di fucile e pistola
(scoppetta e scoppettuolo, quest'ultimo noverato tra le armi proibite).
Il Campanella fu alloggiato presso il Marchese in castello, nell'altura
di Arena; tutti gli altri si rimasero nella terra, certamente in
compagnia di Gio. Francesco d'Alessandria che soleva stare in Arena.
Ma l'indomani fra Gio. Battista di Pizzoni e fra Dionisio se n'andarono
alla volta di Soriano presso Giulio Soldaniero; ed ecco due uomini, già
inimicissimi, in sèguito ravvicinati, ora stretti al punto da compiere
insieme una missione molto delicata: volle poi fra Dionisio addurre
l'antica inimicizia per mostrare che la cosa non fosse stata possibile,
ma risulta da fonti numerosi e indubitabili che egli andò veramente
presso il Soldaniero insieme con fra Gio. Battista, e la sua negativa
medesima mostra che quest'andata aveva uno scopo compromettente.

La missione presso Giulio Soldaniero, eseguita senza dubbio con
l'intesa del Campanella ne' primi giorni della sua dimora in Arena, per
la grande importanza che ebbe in sèguito merita di essere conosciuta
ne' suoi più minuti particolari. Giunti i due frati a Soriano, Dionisio
dimandò subito del Soldaniero, ed immantinente ebbe luogo uno stretto
colloquio. Fra Gio. Battista, che sembra essersi allora limitato a
promuovere la reciproca conoscenza tra' due interlocutori, lasciando
a fra Dionisio il còmpito di trattare, l'indomani se ne partì per
Pizzoni: fra Dionisio poco dopo lo seguì senza che se ne sia mai
conosciuto bene il motivo, avendo taluno detto che temeva che fra
Gio. Battista conducesse il Campanella a Pizzoni, ed altri invece
detto che voleva appunto condurre il Campanella a Pizzoni; ma più
plausibile apparisce l'aver voluto far premura a fra Gio. Battista che
senza perdita di tempo conducesse Claudio Crispo presso il Campanella.
Certo è che nello stesso giorno poi fra Dionisio tornò e ripigliò
i colloquii col Soldaniero, rimanendo una volta anche a pranzo con
lui, e il giorno seguente tornò pure fra Gio. Battista accompagnato
da Claudio Crispo e diretto ad Arena, allo scopo, come egli diceva,
di procurarsi la protezione del Marchese per riscuotere un legato.
Fra Dionisio si fermò in Soriano tutto quel giorno ed anche il giorno
dopo, nel quale, essendo domenica, ad istanza di alcuni cittadini
e propriamente di un Rutilio di Pucci, fece una predica e poi se
ne andò egli pure ad Arena. Questo si può raccapezzare da' racconti
contradittorii ed anche iniqui intorno a siffatta visita di fra Gio.
Battista e fra Dionisio al Soldaniero. Certo è che i colloquii con
costui, segnatamente per parte di fra Dionisio, continuarono in modo
più o meno interrotto dal giovedì alla domenica, e non è difficile
intendere su quali argomenti versassero. Fra Dionisio seguì il suo
solito metodo di catechizzare, accennando le profezie, magnificando
la persona del Campanella, esponendo i disegni della ribellione, ma
sviluppando al tempo medesimo principii irreligiosi: senza dubbio si
può e si deve usare molta riserva intorno alla misura di siffatti
colloquii, avendo di poi influito le più infami circostanze ad
estenderla oltre ogni limite come a suo tempo vedremo; ma intorno alla
natura loro non può muoversi dubbio veruno, essendo una ripetizione
di discorsi analoghi tenuti già in analoghe occasioni. Fra le varie
rivelazioni discordi e bugiarde, abbiamo quelle del Priore e del
Lettore di Soriano (fra Giuseppe d'Amico e fra Vincenzo di Lungro)
che per verità non possono menomamente ritenersi disinteressate, ma ad
ogni modo sono più serie di quelle del Soldaniero e compagno, ed ecco
ciò che risulta da esse. Fra Dionisio avrebbe parlato della ribellione
contro il Re, dicendo pure che molti Signori erano dalla parte de'
congiurati; avrebbe inoltre esternato principii irreligiosi dando
un pugno ad un crocifisso dipinto nel dormitorio e dicendo che non
bisognava credergli, affermando che i Sacramenti erano stati istituiti
per ragione di Stato, che non si dovea credere ad un poco di farina
mista coll'acqua e poi cotta, che taluno (anzi egli stesso) avea fatto
dell'ostia quell'uso osceno tante volte accennato, che i miracoli
erano baie, ed il Campanella potea farli e li avrebbe fatti al tempo
della ribellione. Queste cose il Soldaniero comunicò al Priore ed al
Lettore di Soriano vari giorni dopo che fra Dionisio era partito dal
convento, ed anzi al Priore comunicò dapprima le sole cose concernenti
la ribellione e molto più tardi, in agosto, comunicò pure le cose di
eresia. Nè attribuì mai a fra Gio. Battista, in quel tempo, l'aver
detta alcuna cosa di eresia, comunque avesse affermato che più volte
egli era stato da lui tentato per la ribellione; del rimanente disse
al Lettore che il Campanella, fra Dionisio, fra Gio. Battista, fra
Silvestro di Lauriana, fra Pietro di Stilo e fra Domenico di Stignano
«erano tutta una cosa insieme»; così per la prima volta troviamo fatta
menzione di questo gruppo, che con fra Giuseppe Bitonto, fra Giuseppe
Jatrinoli e fra Paolo della Gretteria rappresentò tutto il gruppo de'
frati promotori della ribellione[278]. Non ci fermiamo sopra altre
circostanze della ribellione e dell'eresia, che il Soldaniero manifestò
più tardi, quando tradì nel modo più atroce i congiurati, e che per
tale motivo non possono tutte accogliersi alla leggiera; probabilmente
fra Dionisio disse molto più di quanto il Soldaniero comunicò al Priore
ed al Lettore, ma ciò che ci risulta dalle rivelazioni di costoro
basta per fare intendere, che sollecitato dal Pizzoni, persuaso da
fra Dionisio, sotto gli auspicii del Campanella, il Soldaniero col
suo Valerio Bruno per lo meno era in via di entrare a far parte della
congiura. Dobbiamo poi notare un'altra circostanza importantissima,
che fu rivelata dal medesimo Priore fra Giuseppe d'Amico. Un giorno,
nell'agosto, gli fu mostrata dal Soldaniero una lettera scritta e
sottoscritta dal Campanella, il cui carattere egli conosceva molto
bene, e nella fine di essa si leggeva il seguente brano, «di quel
tanto che vi ha ragionato il Padre lettore fra Dionisio, del tutto mi
rimetto al mio locotenente fra Gio. Battista di Pizzone». Pur troppo
il Campanella si spinse fino a dar fuori sue lettere, dirigendone non
solo al Soldaniero ma anche a qualche altro fuoruscito; e vedremo che
questa diretta al Soldaniero fu portata da fra Pietro di Stilo, come
risulta da una spontanea deposizione di fra Pietro medesimo, al quale
è impossibile negar fede. Dopo tutto ciò non farà meraviglia che nella
Dichiarazione, e così pure nella Difesa, il Campanella non abbia mai
parlato di queste sue relazioni col Soldaniero, ed invece abbia appena
citato quest'uomo nella Dichiarazione tra gli amici di Maurizio, ed
abbia poi ingarbugliato le cose di questo periodo nella Narrazione
così come segue: «Sapendo Fra Dionisio ch'il Polistena volea farlo
uccidere com'il zio per mezzo di Giulio Saldaneri, che stava ritirato
in convento di S. Domenico di Suriano per haver ucciso dui proprii
fratelli per la robba, però cercò guastar quella amicizia del Polistena
col Saldaneri per via di Mauritio Rinaldi amico di Saldaneri, e volea
uscir con loro in campagna risolutamente per ammazzar il Polistena.
Però con tutti parlava di mutatione di secolo et del Regno». È facile
rilevare che queste cose furono scritte assolutamente pel bisogno di
scolparsi, ma sono ben lontane dalla verità.

Abbiamo veduto il Pizzoni con Claudio Crispo andare presso il
Campanella ad Arena. Fu questo evidentemente un altro acquisto per la
ribellione, e Claudio, nel processo consecutivo, confessò in tortura
di aver trovato ad Arena il Campanella, che nel castello medesimo
del Marchese, in una camera segreta, gli comunicò la ribellione,
aggiungendo pure nientemeno che erano in aiuto di essa il Principe di
Bisignano e D. Lelio Orsini, ed egli promise di trovar gente, e parlò
con Gio. Tommaso Caccìa e Giovanni Morabito; sicuramente d'allora in
poi il Crispo ed il Caccìa rimasero in molto stretta relazione tra
loro. Ma secondo la Dichiarazione del Campanella, che fu poi confermata
in un senso meno semplice dalla sua confessione in tortura, egli venne
pregato da fra Gio. Battista di visitare Pizzoni e di parlare delle
mutazioni al Crispo; e così andò a Pizzoni e là, coll'occasione di
un discorso sulla fabbrica dell'Astrolabio, si fece a parlare delle
mutazioni e della convenienza di trovarsi pronti e di avere molti
compagni. Aggiunge ancora nella confessione, e poi nella Difesa, che
fra Gio. Battista avea premura che si parlasse al Crispo, perchè costui
volea passare a nozze e conveniva distoglierlo da tale idea, ad oggetto
di mantenerselo disponibile come suo braccio forte. Ma evidentemente
questo fatto potea bene stare insieme con l'altro, eppure deve notarsi
che la faccenda delle nozze non si pose innanzi fin da principio nella
Dichiarazione, sibbene più tardi, allorchè vi fu tempo di poter trovare
qualche pretesto: importa poi ben poco che il colloquio siasi tenuto in
Arena o invece in Pizzoni, rimanendo sempre indubitato che si sollecitò
Claudio Crispo a prender parte nelle mutazioni da dover accadere, ed
egli si offerse, vantandosi anche di avere amici per l'impresa; in ciò
si accordano tanto il Crispo quanto il Campanella. È verosimile che in
Arena sia stato cominciato isolatamente, ed in Pizzoni poi sia stato
proseguito con più largo uditorio, il discorso delle mutazioni con
le relative conseguenze: poichè vedremo il convegno di Pizzoni avere
avuta un'importanza assai più grande, e il Campanella dovè in sèguito
studiarsi di restringerne le proporzioni, limitandolo al solo discorso
per Claudio Crispo.

Dobbiamo ora notare un altro fatto che il Campanella affermò avvenuto
durante la sua permanenza in Arena, l'avere cioè saputo per lettera
di Giulio Contestabile che Maurizio era andato sulle galere d'Amurat
Rais. Nella Dichiarazione egli disse che questa lettera era venuta
a lui medesimo; nella confessione disse invece che era venuta a fra
Gio. Battista di Pizzoni e a Claudio Crispo. La prima versione è
certamente più probabile, come è più probabile che la lettera gli sia
stata diretta da Maurizio in persona[279]. Con questa lettera ci sembra
chiaro che doveva essergli partecipata non già l'andata sulle galere
di Amurat, a lui certamente già nota, ma la risposta di Costantinopoli,
la notizia della sicura venuta del Cicala in settembre e dell'adesione
sua a' loro progetti: una galera distaccata del medesimo Amurat, di
quelle che si dicevano «lingue» perchè prendevano e davano informazioni
sulle coste, potè servire a tale scopo, sicchè Maurizio dovè recarvisi
di nuovo e conoscere l'esito della trattativa. I particolari poi di
ciò che si era convenuto furono da Maurizio spiegati al Campanella
più tardi, quando potè abboccarsi con lui: ne parleremo dunque anche
noi a suo tempo, e qui notiamo, che al punto cui siamo pervenuti il
Campanella potè esser certo che le trattative col Turco erano state
conchiuse. Aggiungiamo poi che la lettera la quale annunziava le
trattative conchiuse fu con ogni probabilità recata da fra Pietro di
Stilo, poichè troviamo fra Pietro venuto allora in Arena, a quanto
pare accompagnato da Fabrizio Campanella parimente armato come Gio.
Pietro Campanella: questa venuta di fra Pietro, il quale «era un poco
parente di Maurizio» come ebbe poi a dire nel processo di eresia,
dà motivo a credere che la lettera di annunzio delle trattative
conchiuse dovè essere stata scritta dallo stesso Maurizio, e che fra
Pietro, compreso della gravità di essa, non volle affidarla ad altre
mani. Così accadde pure che lo stesso fra Pietro, dopo alcuni giorni,
si fece latore di un'altra lettera scritta dal Campanella a Giulio
Soldaniero, e si recò in sèguito a Davoli, appunto in quella terra
in cui soleva risedere Maurizio presso il sacerdote D. Marcantonio
Pittella. Aggiungiamo inoltre che poco dopo, in data del 25 luglio,
Maurizio si fece a scrivere al Crispo che egli era «l'istessa persona
con fra Tomase», per eccitarlo senza dubbio a seguirne i ragionamenti
col mettergli innanzi la propria partecipazione all'impresa. Del pari
in data del 25 luglio, da Davoli, Maurizio scrisse ad un Gio. Francesco
Ferraima «che venesse a trovarlo senza dire nè dove va nè a chi va,
e vada cautelatamente, e quando entra sia con honestà, et che Donno
Marco Antonio Pittella li darà nova dove me ritrovo, et che entrii di
notte, et che haveano da raggionare negotio importantissimo, il quale
non patisce dilatione, e tardando sgarraremo (_intend_. sbaglieremo)
negotio, che spero arrivaremo hoggi, et che desiderando haver contento
dele cose ch'hà desiderate si ne venghi subito». Vedremo che queste
lettere furono disgraziatamente trovate ed inserte nel processo che
ne seguì: esse intanto mostrano che a quella data Maurizio, avuta
l'assicurazione della non lontana venuta dell'armata turca e del poter
procedere d'accordo con essa, si dava grandissima premura di affrettare
i preparativi, e dopo aver cercato d'infondere la premura medesima nel
Campanella e socii, cercava di eccitare personalmente gli amici a lui
noti ed anche di raccoglierne de' nuovi. Le sue sollecitazioni non
riuscirono inutili; ma già il solo annunzio dell'accordo co' turchi
avea destato in tutti un gran movimento. Fra Gio. Battista, nella data
medesima del 25 luglio, scriveva a un fra Pietro Musso da Monteleone
una lettera, nella quale «trattava di congregatione di forasciti et
arme», come già fra Dionisio gli avea pure scritto precedentemente in
data del 10 giugno. E sembra che del pari al 25 luglio debba riferirsi
una lettera di Claudio Crispo a un Geronimo Camarda, nella quale «li
tratta della congiura et de la sicura vittoria _nel mese di settembre_,
nomina fra Gio. Battista, fra Dionisio et il Campanella, saluta Donno
Gio. Battista Cortese et Donno Gio. Andrea Milano, advertendo pur
vengano con V. S. conferme semo stati a Filogasi con fra Gio. Battista
de Pizzoni, et finisce venga in effetto quel che noi speramo». Anche
queste lettere vedremo che caddero in mano degli ufficiali Regii
e furono come le precedenti inserte nel processo, dal quale ebbe a
rilevarle il Mastrodatti facendone il sunto che abbiamo fedelmente
riportato: e bisogna aggiungere inoltre ciò che il Campanella manifestò
nella sua confessione. Fra Gio. Battista e Claudio Crispo mandarono
a chiamare perfino Eusebio Soldaniero; a tale scopo fra Silvestro
di Lauriana si portò a Serrata, ma Eusebio non ci volle andare.
Evidentemente si riteneva che questa impresa dovesse segnare il termine
di tutti gli odii anche più implacabili, dovesse apportare il bacio
della pace generale, come del resto si è preteso sempre in altrettali
momenti; se non che Eusebio forse dubitò di qualche tranello da parte
d'individui i quali erano in istretta relazione col suo nemico Giulio,
e ad ogni modo non ne volle sapere. Intanto fra Dionisio se n'era in
tutta fretta andato a Nicastro, per passare immediatamente a Taverna,
dove era stato assegnato come lettore fin dal maggio senza aver mai
curato di recarvisi, e quindi, messa in regola la sua posizione,
ripigliare le sue escursioni per raccogliere amici, segnatamente in
Catanzaro, dove era convenuto che avesse a spiegare la sua azione.
Il Campanella poi, non appena potè lasciare il Marchese, se ne andò a
Pizzoni, per infervorare gli amici già raccolti ed assicurarsi anche
di Giulio Soldaniero, il quale avrebbe dovuto egualmente là convenire.
Dobbiamo del resto rammentare che, oltre la sollecitazione di Maurizio,
raddoppiò il fervore del Campanella la comparsa di quella tale cometa
marziale e mercuriale, che appunto in luglio fu vista correre presso
la terra da ponente a levante, e che egli interpretò per la venuta di
gente dal di fuori contro i Reggitori della Provincia.

Erano già quindici giorni da che il Campanella si trovava in Arena,
e di là potè finalmente recarsi in Pizzoni. Secondo fra Gio. Battista
ciò accadde il 25 luglio; ma dovrebb'essere accaduto non così tardi,
avendo lo stesso fra Gio. Battista dichiarato che due giorni prima
fra Dionisio, di passaggio per Pizzoni, si era trattenuto un poco con
lui, e sappiamo di certo per un documento inserto nel processo, che
fra Dionisio il giorno 21 era già in Nicastro. O dunque il Campanella
partì prima del 25, o fra Dionisio non si fermò punto in Pizzoni:
questa seconda ipotesi è più probabile, giacchè da una parte fra
Dionisio avea molta fretta, e d'altra parte fra Gio. Battista dichiarò
che in questa sua fermata fra Dionisio gli avea tenuto discorsi di
eresia, la qual cosa, come vedremo in sèguito, non si può accettare
senza riserva. Il Campanella fu accompagnato a Pizzoni dagl'individui
medesimi che l'avevano prima accompagnato in Arena, con queste poche
varianti. Mancava fra Dionisio, già partito; vi era invece fra Pietro
di Stilo, e con lui probabilmente, come abbiamo detto, Fabrizio
Campanella armato. Quest'ultima circostanza risulterebbe dalla
deposizione di fra Gio. Battista, che confusamente parlò di «parenti
armati» i quali accompagnavano il Campanella in Arena; oltracciò dal
fatto, che lo stesso Fabrizio Campanella lo accompagnò più tardi a
Davoli presso Maurizio. E su tale proposito bisogna notare che il
Campanella, nella sua Dichiarazione, cercò quasi di giustificare la
compagnia di gente armata, col dire che un Colella e un Giovannello
di Gioia l'aspettavano per ammazzare suo fratello che era con lui;
la qual cosa in realtà non sarebbe per que' tempi inverosimile[280].
Fra Gio. Battista medesimo, certamente insieme con Claudio Crispo,
volle pur egli accompagnare il Campanella, e difatti si portò
ad Arena, non senza rivedere il Soldaniero nel suo passaggio per
Soriano; giunto quindi presso il Campanella entrò a far parte della
comitiva. Si ebbe così una comitiva piuttosto numerosa, certamente più
numerosa di quanto poteva comportare il piccolo convento destinato
ad accoglierla, e però dovè fare una certa impressione; giacchè
troviamo essersi detto più tardi che v'era stato in Pizzoni un gran
convegno di congiurati e un gran banchetto, in cui si era stretto
il fascio e si erano spinti innanzi gli accordi. Giulio Soldaniero,
il quale avrebbe dovuto andarvi e non vi andò, giunse a dire che
«se ricolsero in Pizzoni più di trenta cinque capi»[281] de' quali
non sapeva il nome, citando però tra coloro che conosceva Eusebio
Soldaniero nemico suo per comprometterlo; forse anche l'aver creduto
che vi si dovesse trovare Eusebio lo decise a non andarvi. E poichè
si riteneva aver proceduto di pari passo la trasgressione nelle cose
dello Stato e quella nelle cose della Chiesa, venne poi facilmente
accolta pure la voce che nel banchetto, tenutosi di venerdì, si era
mangiato carne e segnatamente si era mangiata la porchetta. Fra Paolo
della Grotteria, il quale da Vallelonga convenne pure a Pizzoni ma
vi giunse la sera sul tardi, depose che la riunione accadde realmente
di venerdì, e potè dare soltanto la lista del desinare dell'indomani
concepita in termini più che magri, quali si leggono ne' documenti
annessi a questa narrazione: relativamente poi alle persone riunite,
egli nominò, oltre il Campanella, fra Gio. Battista di Pizzoni, fra
Silvestro di Lauriana che co' «due terzi habitelli faceva la cucina»,
fra Pietro di Stilo, un giovanetto che chiamavano Gio. Pietro (Gio.
Pietro Campanella) «et con questo dui altri, uno basciotto et un altro
alto negro» (Fabrizio Campanella e Marcantonio Contestabile); dippiù
«v'erano dui figlioli di ferrante Chrispo, c'era anco uno di Squillace
chiamato Gio. thomase caccia che diceano ch'era preite, c'era anco
un altro giovane di Filogaso chiamato Gioanne, et non mi recordo il
cognome... tutti questi sopra nominati stavano armati di scopette et
scopettolo, eccetto uno dilli figli di Chrispo»[282]. Troppo furono
ingrandite in sèguito le proporzioni di questo convegno: ma, tolte di
mezzo le esagerazioni, rimane sempre che i principali fuorusciti[283]
di quelle parti facevano corona al Campanella e a fra Gio. Battista,
meno Gio. Francesco d'Alessandria che forse accompagnò fra Dionisio,
e Giulio Soldaniero che mancò all'appello. La riunione durò quattro o
cinque giorni secondo il Pizzoni, sette giorni secondo fra Silvestro
di Lauriana. Stando alle dichiarazioni di fra Paolo della Grotteria,
«il Campanella e fra Gio. Battista di Pizzoni tutto il giorno parlavano
con li banditi in secreto et a longo»; ma certamente non v'erano
altri estranei co' quali potessero parlare. Stando alle dichiarazioni
di fra Gio. Battista, precisamente il 28 luglio, nel passeggiare
con lui in Chiesa, il Campanella gli avrebbe parlato in particolare
delle sue previsioni e profezie, de' futuri rumori, ribellioni e
mutazioni di Stati, dimandandogli se avesse aderenza con fuorusciti,
ed invitandolo a volergli dare costoro a sua devozione e collegarsi
con lui: ma non occorre far avvertire che tali discorsi erano passati
tra loro molto tempo prima. Inoltre avrebbe detto che gli pareva di
essere stato proprio eletto da Dio per insegnare la verità e levare
molti abusi grandi che regnavano nella Chiesa e massime ne' Prelati,
che i Sacramenti erano solo per ragione di Stato, che il canto usato
dalla Chiesa era una cosa frivola e pareva quasi che con esso si
burlasse Iddio: e poi che il Sacramento dell'altare era una semplice
commemorazione e tutti gli altri Sacramenti non erano stati ordinati
da Gesù, la Trinità era una chimera, e molte e molte altre eresie, le
quali del rimanente gli sarebbero state già prima comunicate una per
una da fra Dionisio Ponzio, allorchè, due giorni innanzi, era passato
per Pizzoni. Ma vedremo a suo tempo quali e quante ragioni influissero
a far parlare fra Gio. Battista in tal modo, senza per altro escludere
che il Campanella alle volte esternasse tra gli amici da lui stimati
più fidi (e fra Gio. Battista era del numero) qualcuna delle sue intime
credenze, non che qualcuna delle riforme le quali avrebbe avuto in
animo d'introdurre: intorno a ciò ci riserbiamo di esporre più in là,
una volta per sempre, quanto ci risulterebbe più vero tra le tante cose
che gli vennero attribuite. Vediamo intanto ciò che sarebbe avvenuto
in Pizzoni secondo lo stesso Campanella: ecco come egli ne fece il
racconto nella sua Dichiarazione. «Me venne a visitare (_in Arena_)
fra Giovan Battista Cortese de Piczoni con Claudio Crispo, et pregato
ch'io andase a Piczoni che l'haveriano havuto in favore grande, et
cossì ci andai, mosso da paura che certi nemici della casa mia, Colella
e Giovanello de Gioia, m'aspettavano per amazzare mio fratello che era
con me, et do poi in Piczoni ragionai con loro, et havendo visto che
fra Gio. Battista tenea un libro della fabrica dell'Astrolabia, et che
parlava de cose future, richiesto da loro disse della mutatione che
si aspettava secondo fra Gio. Battista havea detto a loro; et Claudio
vantandosi d'havere amici se fosse bisogno de fare guerra, io le
disse che sarebbe bene haverne assai, per che sempre giova, et che li
Principi et Re tengono conto di coloro i quali han più amici, et sempre
vi servirano, et cossì le disse quel che havea detto a Mauritio, il
qual'ancora era amico di Claudio, et conobbi con ogn'un che parlavo,
che tutti erano disposti a mutatione, et per strada ogni Villano
sentiva lamentarsi; per questo io più andava credendo questo havere da
essere». Quasi non occorre dire che tali cose furono certamente dette
non al solo Claudio Crispo, ma anche a tutti gli altri là presenti, i
quali il Campanella ebbe cura di non nominare; nè a tali cose soltanto
dovè limitarsi il discorso. Se si potesse accogliere pienamente quanto
si fece poi a deporre fra Gio. Battista, il Campanella già si vantava
di avere l'aiuto del Turco, essendosi negoziato col Bassà Cicala, e
diceva che in principio gli bastavano la lingua a persuadere i popoli
e le armi de' banditi, e poi avrebbe quelle di altri più potenti, che
voleva predicare contro la tirannide di Re Filippo e de' suoi Principi,
ed anche contro il Papa, i Cardinali e i Vescovi, che prima si doveva
ammazzare il Vicerè di Catanzaro e poi gli ufficiali, ed allora alzar
voce di ribellione e far repubblica. Non si potrebbe menomamente
affermare che tutto ciò sia stato palesato a' convenuti in Pizzoni,
ma è credibilissimo che qualche cosa di simile sia stata annunziata.
Intanto il Campanella pensò pure ad assicurarsi del Soldaniero, e
non avendolo visto, prese la grave determinazione di scrivergli una
lettera, la quale fu consegnata da fra Pietro di Stilo, che si partì
un giorno prima degli altri da Pizzoni per recarsi a Davoli, e passò
a tale scopo per Soriano. Quando più tardi fu conosciuto l'iniquo
voltafaccia del Soldaniero, fra Pietro, ritenendo senza dubbio che la
cosa fosse stata già palesata, si diè premura di non nasconderla, e
non solo attestò di aver consegnata al Soldaniero questa lettera, ma
ancora di avergli detto per imbasciata che il Campanella «l'era molto
servitore et che desiderava molto di vederlo», lodandogli grandemente
fra Tommaso e pregandolo che volesse andare da lui; parrebbe pure che
il Soldaniero gli avesse detto di essergli stati comunicati da fra
Dionisio i progetti del Campanella con tutto il corredo delle eresie,
e che fra Pietro gli avesse raccomandato di non palesar nulla di tali
cose essendo fra Dionisio uno scapato. Da parte sua il Soldaniero
negò sempre di aver ricevuta una lettera del Campanella, e ciò si
spiega considerando che tale fatto l'avrebbe dato a divedere complice
nell'impresa: ma abbiamo già avuta occasione di dire che il Priore di
Soriano assicurò di aver letto egli medesimo una lettera del Campanella
mostratagli dal Soldaniero, in fine della quale il Campanella diceva di
rimettersi al suo locotenente fra Gio. Battista; v'è quindi ogni motivo
di ritenere non solo che la lettera sia stata realmente inviata, ma
anche che con essa il Campanella, non avendo potuto di persona trattare
col Soldaniero, abbia accreditato fra Gio. Battista presso di lui.

Come si vede, quando le cose stringevano, fra Pietro di Stilo non
rifuggì dall'impegnarsi personalmente nella faccenda della congiura.
Amava moltissimo il Campanella, di cui non cessava di lodare la grande
dottrina; si occupava pure di un matrimonio tra un suo fratello e una
sorella (cugina) di fra Tommaso «pur sua parente», matrimonio che poi
non ebbe effetto pe' dolorosi incidenti sopravvenuti; oltracciò era
«un poco parente di Maurizio». Tali circostanze, emerse nel processo
di eresia, spiegano il suo impegno diretto in questo momento assai
delicato delle trattative: del resto possiamo dire che egli dubitò
sempre della serietà dell'impresa, e sovente si permise di scherzare
intorno ad essa: difatti, mentre ognuno se ne imprometteva onori e
grandezze, egli soleva dire tra i frati che avrebbero preso una moglie
per uno, e da parte sua moriva della voglia di prenderla, delle quali
proposizioni dovè poi render conto al S.^to Officio. Vedremo che il
Campanella nella sua confessione in tortura, rivelando coloro i quali
doveano con lui predicare per la repubblica, nominò il Pizzoni, il
Petrolo, il Lauriana, fra Dionisio, e soggiunse che fra Pietro di Stilo
avea saputo la cosa all'ultima ora, e nemmeno interamente, poichè non
ispirava fiducia, essendo un pazzo! Evidentemente il Campanella volle
nascondere qualche cosa, ma la definizione che diè del suo amico,
messa in raffronto con gli scherzi di lui intorno a' beneficii della
grande impresa, conferma che fra Pietro ci credeva poco, e vi si
trovò impigliato per compiacenza più che per convincimento. Secondo le
sue deposizioni, allorchè s'incontrarono in Arena, il Campanella gli
avrebbe parlato delle profezie, delle mutazioni prossime e dell'esser
bene per chi si trovasse armato, e presolo per la mano gli avrebbe
detto, «fra Pietro, è stato scritto contro di me da quelli di Stilo
al Nuntio et al Papa, ch'io ho amicitia di banniti, per questo io
me spagnio, (_int._ mi spavento) un poco». Ma forse accadde appunto
il contrario, e dovè fra Pietro spaventarsi un poco ed avvertire
ancora una volta il Campanella, che qualcuno di Stilo avrebbe potuto
rivelare la sua amicizia co' banditi: circa poi le profezie e tutto il
resto, fra Pietro dovea aver conosciuto da lungo tempo ogni cosa, e
forse anche per esse egli ebbe tanto meno la forza di contraddire al
Campanella, mentre tutti vi credevano e a tutti una mutazione pareva
inevitabile. Così non poche furono le ragioni che l'indussero ad uscire
dalla sua riserva e farsi latore di lettere, le quali, se fossero
cadute nelle mani degli ufficiali Regii, l'avrebbero compromesso nel
peggior modo. Al momento cui siamo giunti, egli si recava a Davoli,
alla residenza abituale di Maurizio; non sappiamo cosa vi andasse
a fare, ma si può ben ritenere che andasse a consegnare a Maurizio
qualche lettera del Campanella.

III. Oramai il lavoro ferveva da tutti i lati, e non giunse ad
interromperlo nemmeno un avvenimento verificatosi in que' giorni
appunto, avvenimento che contribuì in modo gravissimo alla rovina
de' frati e di tutta l'impresa. Per commissione del P.^e Generale
una Visita si dovea fare ne' conventi delle Calabrie, essendo stato
mandato qual Visitatore il P.^e Marco da Marcianise, di cui abbiamo
già avuta occasione di dire qualche cosa nel parlare de' tumulti di S.
Domenico di Napoli. Fu questo il motivo per lo quale fra Dionisio ebbe
fretta di portarsi a Nicastro e quindi a Taverna, volendo mettersi in
regola e poi continuare la sua propaganda. Egli si sentiva minacciato
di una sostituzione nel lettorato di Taverna e forse anche di qualche
maggiore gastigo, per la protratta noncuranza dell'assegnazione
avuta dal Capitolo. Ciò risulta da una sua lettera in data del 21
luglio da Nicastro, diretta a fra Vincenzo Rodino di S. Giorgio,
nella quale, mentre gli annunzia la liberazione del Pisano per opera
sua e del Campanella, credendola in realtà avvenuta, dice ancora,
«molte altre cose passano che non le può sopportar penna»; partecipa
inoltre l'arrivo del Visitatore nella Provincia, e mostra di credere
che tale visita sia una conseguenza de' suoi memoriali al Papa contro
l'ex-Provinciale fra Giuseppe Dattilo, denominato nel gergo fratesco
il Cepolla; infine soggiunge che si sarebbe portato l'indomani a
Taverna lettore, «per non dar sodisfatione ad alcuni che han cercato
andarci». Evidentemente a quella data fra Dionisio non conosceva
ancora chi fosse il Visitatore, in caso opposto non avrebbe mai potuto
crederlo favorevole alla fazione sua. Ad ogni modo andò al suo posto
in Taverna; se non che quivi, coll'indole sua irrequieta ed impetuosa,
finì per aggravare moltissimo la sua condizione. Facea parte di quel
convento un giovane frate, piccolo, rossetto (così ci viene descritto
da più fonti), nativo di Nizza del Monferrato, a nome fra Cornelio:
il Campanella nelle sue Difese lo disse lombardo, e nell'Informazione
ci fece sapere che non era nemmeno regolarmente professo, sibbene un
intruso; questa circostanza non potrebbe far maraviglia, visto il
procedere scompigliato di que' tempi, ed è superfluo poi ricordare
che la presenza de' napoletani e de' lombardi era allora un fatto
ordinario ne' conventi Domenicani delle due regioni. Fra Dionisio,
trovato questo frate alla mensa in un posto che invece spettava a lui,
lo fece levare di là bruscamente; in questo si accorda ciò che disse
il Campanella nell'Informazione e ciò che fu scritto negli Articoli
difensivi dati da fra Dionisio nel consecutivo processo di eresia; ma
quivi si aggiunse ancora, che innanzi a più e diversi frati lo avea
confuso dicendogli che non intendeva la materia _de censuris_ e la
scomunica. Fra Cornelio vendicativo più dello stesso fra Dionisio, ed
inoltre ambizioso e maligno all'eccesso, fu preso quale compagno dal
Visitatore, dietro consiglio de' Polistina, del Dattilo e di tutta la
fazione avversa a fra Dionisio: vedremo subito con quale spirito egli
entrasse in ufficio, e sarà noto una volta di più come gravissimi fatti
possano nascere dalle più lievi cause. Una rissa accaduta poco tempo
dopo, nella quale fra Dionisio venne a ferire un frate, diè l'occasione
alle prime avvisaglie. Questo è accennato anche dal Campanella
nell'Informazione; ma nel processo di eresia è narrato in tutti i suoi
particolari ed in un modo abbastanza comico dal Barone di Cropani, il
quale fu uno de' carcerati come complice nella congiura, e disse di
aver trattato con fra Dionisio solamente per siffatto motivo. «Havendo
fra Dionisio una cagnola quale mangiò la piatanza ad un frate, quello
frate venne in rissa con fra Dionisio, di maniera che fra Dionisio
bastoniò quel frate, et per questo mi pregò andare dal Provintiale
di Calabria che io lo facesse venire da lui, che con una correggia in
canna se li voleva buttare alli piedi e dimandare l'assolutione de la
scomunica incorsa». Veramente fra Dionisio non era soltanto incorso
nella scomunica, sibbene, come ci fece sapere il Campanella nella
Dichiarazione e poi nell'Informazione, sempre con qualche variante atta
ad aiutare la sua causa, era stato dal Visitatore condannato al confine
in Celico, casale di Cosenza, sotto pena della galera con la privazione
del lettorato e dell'abito per tre anni: ma anche prima di conoscere
tale condanna, egli si pose in giro, con la ragione o col pretesto
di trovare amici che lo facessero assolvere, e al tempo stesso col
proposito sempre più acuto di trovare amici per la ribellione. Vedremo
più in là i particolari di quest'altro periodo della sua propaganda;
per ora c'importa non lasciare troppo indietro il Campanella.

Dopo quattro o cinque giorni o poco più di permanenza in Pizzoni,
il Campanella si ridusse a Stilo, e poi passò anche qualche giorno
in seno alla famiglia in Stignano. Intanto, come risulta da ciò
che scrisse nella sua Dichiarazione, Maurizio venne a Stilo, e non
avendolo trovato, perchè egli era già andato a Stignano, gli lasciò
una lettera con la quale lo pregava di venire a trovarlo a Davoli per
cose d'importanza: dopo qualche esitazione egli vi andò, accompagnato
dal Petrolo e da Fabrizio Campanella, e trovato presso il Pittella
Maurizio, costui gli fece conoscere ciò che avea trattato col Turco
e gli mostrò anche una scrittura turchesca, la quale il Campanella
non seppe leggere. Fermandoci dapprima su questa scrittura turchesca,
dobbiamo dire che essa era senza dubbio un salvacondotto, come risultò
dalla confessione medesima di Maurizio. Dobbiamo aggiungere che
parecchi tra' più vicini a Maurizio la qualificarono egualmente: così
il suo servitore Tommaso Tirotta dichiarò, che quando Maurizio mostrò
al Campanella in presenza d'altri «lo scritto che ebbe da' turchi»,
lo disse un salvacondotto, e che un Pietro Jacovo Garzia diceva, «ora
potremo andare sicuri che abbiamo il salvocondotto». Ma questo si ebbe
dopo che si era «trattato et concluso con Morat Rays» della ribellione,
come risultò dalle parole di Maurizio, e meglio ancora dalle parole
del Campanella nella Dichiarazione, dove egli appunto espose ciò che
Maurizio «havea capitulato con li turchi», riferendolo per dichiarare
che se n'era mostrato dispiaciuto ed allarmato. Maurizio gli avrebbe
detto che «esso havea trattato con Amurat sopra le galere che venisse
l'armata del turco, che esso volea pigliare Catanzaro et la Provintia»:
il Campanella non l'avrebbe approvato affatto, per la semplice ragione
che i turchi erano nemici da non potervisi fidare e sempre giuravano
il falso; Maurizio rispose «ch'havea capitulato con li turchi che non
havessero assai a tener dominio in Calabria, ma solum assistere nel
mare per fare paura a chi lo contrastasse, et che li turchi voleano
solo il trafico in questo Regno et non altro», e gli mostrò la carta
turchesca, ma il Campanella continuando a lamentarsi di lui avrebbe
deciso di lasciare la sua amicizia. Questo espose il Campanella; dal
canto suo Maurizio espose, che avendo comunicato ciò che avea trattato
e concluso, «tutti (meno il Pittella che rimase indifferente) mostrorno
haverne gran contento, et ne giubilorno, laudando et dicendo ch'havea
fatto assai di quello che loro desideravano», bensì confermò aver
fatto ogni cosa «da per se solo et non per conseglio ne per ordine
et consenso di detto fra Thomase»[284]. Passando oltre per ora alla
dispiacenza o al giubilo del Campanella, cominciamo dal rilevare che
vi furono patti abbastanza chiari: l'armata del Turco avrebbe dovuto
venire in Calabria (senza dubbio in un tempo determinato e in un numero
di galere determinato) per far paura nel mare a chi contrastasse da
questa via, facendo anche sbarchi ed occupando temporaneamente terre
di Calabria; Maurizio, lui personalmente, avrebbe dovuto pigliare
Catanzaro ed estendere la sua azione a tutta la Provincia, obbligandosi
ad accordare a' turchi per l'avvenire vantaggi commerciali. Con
ogni probabilità vi furono anche altri patti, e per lo meno i patti
precedenti, p. es. quello dell'occupazione delle terre di Calabria
da parte dei turchi, doverono essere meglio determinati. Dal processo
consecutivo non emerse nulla intorno a ciò, ma bisogna ricordarsi che
noi possediamo solamente i brani del processo concernenti le accuse
contro gli ecclesiastici, e il Campanella, e tanto più il Pittella,
dietro la leale confessione di Maurizio risultarono scagionati
dall'accusa della convenzione col Turco. Questo non vuol dire che
veramente il Campanella non ne avesse dirette le fila con molta
astuzia, per mezzo di Maurizio dalla via di Amurat, e forse anche per
mezzo di fra Dionisio dalla via di Messina, ma quest'ultima via rimase
coperta, e l'altra riuscì tutta a carico di Maurizio, ond'è che non
conosciamo il fatto in tutta la sua estensione. Nondimeno quel poco che
ne conosciamo riesce di molta importanza. Era capitolato che i turchi
«non havessero assai a tener dominio in Calabria», ma doveano dunque
tenervi dominio, benchè temporaneo e di breve durata: così non fu una
invenzione degli ufficiali Regii che si volea far occupare la Calabria
da' turchi, e le rivelazioni di taluni complici (Claudio Crispo, Cesare
Mileri), che dissero essersi convenuto di dare molte fortezze e terre
in mano de' turchi, non furono propriamente effetto d'insinuazioni
e di tormenti. E come potremmo credere che il Campanella fosse stato
davvero interamente estraneo alle trattative e dispiaciuto per esse?
Tutti i fatti precedenti e così pure i sussecutivi ci autorizzano a
credere l'opposto. Concediamo pure che forse egli non avrebbe voluto
l'occupazione turca, comunque limitata e temporanea, e che tale
patto convenuto da Maurizio gli abbia recato sorpresa e dispiacere;
ma è facile comprendere che non si poteva fare in modo diverso, e se
veramente così avvenne per parte del Campanella, Maurizio, il quale
rimane sempre il capo responsabile dell'azione con le armi, dovè a sua
volta provare sorpresa e dispiacere, vedendo che volea farsi una guerra
con idee alquanto fantastiche e punto consentanee alla realtà delle
cose. Ad ogni modo non per questo il Campanella si pose in disparte,
e se si decise a lasciare l'amicizia di Maurizio, tale sua decisione
non ebbe effetto, come si rileva da ciò che avvenne ulteriormente in
Davoli.

Maurizio, preoccupandosi del buono andamento delle cose in Catanzaro,
ove era convenuto doversi fare lo sforzo principale della ribellione,
volle che alcuni di questa città si costituissero centro de'
congiurati, e desiderò che il Campanella li persuadesse con la sua
eloquenza, di cui egli faceva gran conto avendola sperimentata sopra
sè medesimo; e il Campanella non si negò menomamente, e si ebbe in
tal guisa, dopo i convegni di Stilo e di Pizzoni, un terzo convegno
parimente assai notato, quello di Davoli. Sia d'accordo col Campanella,
come Maurizio affermò nella sua confessione, sia senza quest'accordo,
come parrebbe dalla Dichiarazione del Campanella, Maurizio chiamò a
Davoli due gentiluomini di Catanzaro assai maneschi, da lui giudicati
«uomini di valore», Gio. Tommaso di Franza e Gio. Paolo di Cordova, il
quale ultimo eragli anche parente per parte di madre[285]; e li chiamò
scrivendogli di venire «sotto colore che voleano trattare la natività
loro», ciò che implicherebbe avergli accennato di dover trattare col
Campanella, il quale veramente s'intendeva di oroscopi e di natività,
ed essi non mancarono di venire, accompagnati da un Orazio Rania.
Questo accadde nella prima settimana di agosto, conoscendosi con
sicurezza che l'8 o il 9 di agosto il Campanella si trovava tuttora
in Davoli, nel convento degli Agostiniani detto di S.ª M.ª del Trono:
oggi ancora sono visibili i ruderi di questo convento e della sua
Chiesa, sopra un colle a meno di un miglio dall'abitato; ed una statua
di S.ª Anna con la data appunto del 1599, ritirata dagli avanzi della
Chiesa, è il più vivo ricordo del luogo e del tempo in cui avvenne una
delle scene più memorabili della congiura. Al momento dell'arrivo di
que' di Catanzaro fra Tommaso già vi era, e come abbiamo visto sopra,
in compagnia di fra Domenico Petrolo e di Fabrizio Campanella; ma non
risulta che costoro fossero presenti al colloquio, ed anzi lo stesso
Maurizio si tenne in disparte dopochè fu esaurita l'esposizione delle
solite cose generali de' prossimi mutamenti e del dovere star pronti;
ciò si rileva dalla confessione sua, dalle deposizioni di Gio. Paolo
e Gio. Tommaso ed anche dalla Difesa del Campanella, il quale si servì
di questo fatto come di un argomento per sostenere che non vi era stato
convegno. La riunione ebbe luogo presso il convento, in un castagneto,
all'aperto, e come il Campanella scrisse nella sua Dichiarazione, essi
cominciarono dal dimandargli segreti per aver donne che egli pose in
burla (la solita maniera di considerare il Campanella); di poi, pregato
da Maurizio che avesse detto a que' gentiluomini la faccenda delle
mutazioni, egli le confermò, e «tutti gli si offersero che volesse
esser capo et predicare» perchè l'avrebbero seguitato; ma egli non
volle e si partì per disgusto, andandosene a S.^ta Caterina, e dopo
tre giorni a Stilo. Non sarà inutile il dire che di poi, nel processo,
tanto Gio. Paolo di Cordova quanto Gio. Tommaso di Franza confessarono
il convegno avuto col Campanella, e lo confermò pure Tommaso Tirotta
servitore di Maurizio: solamente il Cordova aggravò piuttosto la
condizione di Orazio Rania che era già morto quando egli fece la sua
deposizione (secondo il metodo abituale dei giudicabili), e il Franza
nominò fra Dionisio come colui che gli avea già parlato delle mutazioni
da parte del Campanella; l'uno e l'altro poi dissero che fra Dionisio
veramente, più tardi in Catanzaro, richiese la loro opera per la
ribellione, essendosi nel convegno discorso soltanto di un segreto che
fra Dionisio avrebbe in sèguito manifestato. Ma per quanto apparisca
possibile che fra Dionisio avesse già parlato col Franza, vedremo
altrove che da parte di costui c'erano forti ragioni per le quali egli
dovea sforzarsi di aggravare la mano su fra Dionisio in questo negozio,
ed oltracciò in entrambi ci era tutta la convenienza di mostrare che
le istanze per la ribellione erano state fatte più tardi. Secondo
il Tirotta, nello stesso giorno del convegno, dopo il desinare, essi
ripartirono. Ognuno intanto avrà notato trovarsi dalle parole medesime
del Campanella accertato che tutti gli si offersero, facendogli premura
che volesse esser capo con la predicazione; sicchè rimane soltanto ad
interpetrare se egli veramente rifiutò ed anzi se poteva rifiutare,
mentre tutto si edificava sulla base delle sue profezie e vaticinii, e
la sua eloquenza era già da un pezzo impiegata a persuadere che dovea
fondarsi la repubblica.

Ma durante il soggiorno del Campanella in Davoli accadde pure un fatto
importantissimo, che ebbe le più gravi conseguenze. Appunto l'8 o il
9 agosto, non si sa per quale motivo, capitò al convento suddetto
fra Domenico di Polistina, e seppe da fra Domenico Petrolo che il
Campanella trovavasi nel convento e l'avrebbe veduto con piacere, che
anzi desiderava di vederlo. Egli si presentò al Campanella in Chiesa, e
gli fece i suoi saluti e le sue proteste di amicizia; ma il Campanella
gli rispose che tra loro due non poteva esservi amicizia, trovandosi
l'uno amico di fra Gio. Battista di Polistina e l'altro amico di fra
Dionisio, tra' quali correva inimicizia grandissima. Il Polistina
meravigliato di tale ricevimento si partì. Come mai il Campanella
potè mostrarsi tanto scortese, ed anche tanto imprudente, mentre non
ignorava la potenza e lo spirito d'intrigo de' Polistina? Bisognerebbe
dirlo venuto in una grande boria, per la fiducia ispiratagli da'
preparativi della sua impresa ottimamente avviati: ma è verosimile pure
che fosse infastidito dal vedersi ronzare intorno un uomo di quella
fatta, il quale probabilmente ne spiava i passi ed osava dichiararglisi
amico. Intanto il Polistina montato a cavallo se ne partì in fretta,
dirigendosi pel castagneto che era presso il convento: ma «caminato
10 o 12 passi, il garzone o sia vetturino gli disse, se andate per
questa via voi sete morto, perchè mentre ragionavi con il Campanella
in Chiesa, li foresciti che erano alla porta hanno determinato di
ammazzarvi mentre che passaremo nelle castagne, et così pigliò altra
strada et andò a Suriano, dove trovò il Soldaniero nel convento, al
quale raccontò il caso»[286]. È possibile che i seguaci di Maurizio,
p. es. il Tirotta, Gio. Battista Vitale che sappiamo essere sempre
stato anche lui in Davoli, forse pure qualche altro, consapevoli
delle amicizie del Polistina e penetrati della poca opportunità della
sua presenza in quel luogo, avessero borbottato propositi minacciosi
verso di lui; è possibile pure che al vetturino non fosse tornata
molto comoda la risoluzione di battere la via del castagneto, e avesse
cercato di farla cambiare mettendo paura al Polistina: certo è che
il Polistina si diresse ad un luogo e ad un uomo che facevano appunto
per lui, avendo dovuto forse già conoscere dal Priore di Soriano suo
amico le cose passate tra Dionisio e il Soldaniero, ed avendo dovuto
sembrargli giunto oramai il momento di farla finita, poichè non v'era
più da andare fiutando e si avea del resto già tanto in mano da poter
perdere Dionisio e il Campanella. Egli si presentò al Soldaniero come
uomo agitato ed afflitto per la paura avuta, e il Soldaniero, che avea
conosciuto pure fra Gio. Battista di Polistina nella Quaresima passata,
lo secondò dicendo che era stato già deciso che fra Gio. Battista e
i suoi aderenti dovessero essere ammazzati d'ordine del Campanella
ed altri complici, e quindi «non saria stato gran cosa» che avessero
ammazzato anche lui; oltracciò soggiunse che erano stati fatti registri
di eresie da doversi predicare al tempo della ribellione, che Dionisio
gli avea parlato contro i miracoli di Cristo e de' Santi, che gli avea
detto essere il significato delle lettere I N R I, poste in fronte
al crocifisso, non già quello comunemente conosciuto ma quello di una
pessima ingiuria in lingua ebraica, che infine gli avea raccontato quel
tale fatto osceno commesso con l'ostia consacrata ed egli sospettava
essere stato quel fatto commesso precisamente da fra Dionisio. Così
raccontò poi le cose il Polistina, ed anche fra Cornelio che le seppe
dal Polistina. Forse il Soldaniero non ciarlò tanto, ed è possibile
pure che avesse accennato in confidenza quelle cose al Priore di
Soriano, come altrove si è detto, e non già al Polistina: ad ogni
modo vedremo più tardi che il Polistina e fra Cornelio su questa base
architettarono il processo di eresia, riducendo il Soldaniero, con le
buone o con le triste, non solo feroce accusatore ma anche persecutore
a mano armata di coloro i quali avrebbero dovuto essergli compagni
nella ribellione.

Indubitatamente col convegno di Davoli s'inaugurava un periodo di
sempre maggiore attività ne' preparativi della ribellione. Maurizio
continuò senza posa a sollecitare e a raccogliere aderenti: questo
viene accertato pure da un altro brano della Dichiarazione del
Campanella, il quale si lasciò andare sino a far nomi, onde poi gli
ufficiali Regii non ebbero veramente a sforzare la loro immaginazione
per convincersi che la congiura fosse una cosa molto seria. «Mauritio,
quando fummo in Davoli, disse che volea far un giro, et trovar Gio.
Battista Soldano, Giulio Soldanere et Carlo Bravo, et trovare li
foragiti di Reggio et li Baroni et altri, et ch'esso poteva fare
in dieci giorni ducento huomini, et certi di casa dello Stocco in
Cosenza, et entrar in Catanzaro, et pigliar la città et tenerla, ma
non disse quando stava per farlo». Intorno ad alcuni de' fuorusciti
qui indicati abbiamo qualche notizia. Gio. Battista Soldano era un
bandito di Ricadi, casale di Tropea[287]: e bisogna dire che Maurizio
abbia veramente fatto il giro che si proponeva e siasi recato fino a
Tropea, giacchè vedremo poi parecchi di quella città e casali, nè tutti
fuorusciti, gravemente perseguitati per la congiura, come un Tranfo,
un Furci, un Loiacono, un Politi, un Jannello, un Barbèri. Carlo Bravo
era di Montesanto; insieme col fratello Fabrizio scorreva la campagna,
ed avevano entrambi acquistato fama pe' molti delitti commessi. I
fuorusciti di Reggio erano forse quelli che in numero di 42 comandava
Don Giuseppe di Capoa, tra' quali stava pure il fratello di Felice
Gagliardo, come risulta da lettere che il Capoa da Reggio inviava al
Gagliardo quando costui pervenne carcerato in Napoli, e che, essendogli
poi state ritrovate, furono inserte nel processo di eresia insieme con
altre carte di pertinenza del S.^to Officio. I Baroni erano parecchi:
quelli di Reggio si chiamavano Domizio, Paolo e Gio. Domenico, e si
trovavano implicati nelle prepotenze delle fazioni dei Melissari e de'
Monsolini, ma esercitavano anche violenze per conto proprio. A miglior
luogo avremo campo di far conoscere i documenti che abbiamo rinvenuti
intorno a tutti costoro. Quanto a Giulio Soldaniero, ne sappiamo
abbastanza dalle cose dette avanti; e non può non riceversi qui una
certa impressione dal vedere che il Campanella, il quale avea fatto
tanto per avere quest'uomo a sè, lo mette poi esclusivamente a carico
di Maurizio. E da notarsi frattanto che Maurizio oramai si proponeva
di entrare in Catanzaro e pigliar la città; sicchè non attendeva più,
per moversi, che Catanzaro «si cominciasse a ribellare», come dapprima
si era protestato con fra Tommaso. Egli medesimo nella sua confessione
dichiarò essersi concluso «con fra Tomase et fra Dionisio, che quando
fra Dionisio havesse finito di trattare, et havere quelli di Catanzaro,
havesse avvisato, per che s'haveria pigliato espediente ad effettuare
detta rebellione, et entrare a Catanzaro, et fra Tomase diceva,
che si havea da gridare libertà, scassare le carcere et ammazzare
l'officiali». Vedremo difatti più in là che fra Dionisio in Catanzaro
trattava per far entrare incogniti e di notte tre a quattrocento uomini
armati; e comunque si fosse detto che sarebbero entrati con lui e
sarebbero rimasti sotto gli ordini di alcuni di Catanzaro tra' quali
Gio. Tommaso di Franza, tutto mena a credere che avrebbero dovuto
entrare, certamente in minor numero, sotto gli ordini di Maurizio:
dopochè Maurizio si era obbligato co' turchi di pigliare Catanzaro,
tanto meno poteva confidare ad altri, massime poi a coloro i quali
deposero tale fatto, un'impresa così rilevante e a dirittura capitale.
— Da parte sua il Campanella continuò parimente ad infervorare i suoi
amici, come lo attestano fuori ogni dubbio due lettere scritte di
suo pugno a Claudio Crispo, le quali disgraziatamente vennero poi a
cadere in mano degli ufficiali Regii e furono inserte nel processo.
La prima, a quanto pare, venne affidata a fra Paolo della Grotteria
che non si curò di consegnarla: per negligenza del Mastrodatti non ne
conosciamo la data, ma da parecchie circostanze si può bene desumere
che dovè essere scritta a' primi di agosto, probabilmente da Davoli,
ed inviata a Stilo perchè di là fosse spedita a Pizzoni. Ecco il sunto
che ne diede nel processo il Mastrodatti: «Desiderava raggionare con
l'amici et per questo volea venire in Pizzoni, ma per che non li era
stato scritto, ch'erano venuti, me parse soverchio per buoni rispetti
non venire a trovarla, pur se dimani venerando (_sic_) venerò a stare
con lei tre hore et poi ritornerò, et l'huomo non deve mai mutare
(senza certo disegno) stanza, per che il mondo non pensi a male, però
spero a San Domenico che serà alli 5 esser con V. S. et avanti, frà
tanto anderà il P. Dionigio ad acconciare le cose sue in Catanzaro, et
poi visti ci revederemo, et infine dice, si V. S. parla con li amici
suoi, sia insieme col P. Gio. battista et dicali in quella maniera l'ho
insegnato a lui, mentre eravamo sul ponte di legname qui». Sapendosi
che il giorno di S. Domenico, determinato nel giorno 5, viene a cadere
in agosto, e che fra Dionisio avea guastate le cose sue in Taverna e
doveva accomodarle in Catanzaro appunto a' primi di agosto, riesce
chiaro che la lettera dovè essere scritta precisamente poco avanti
questo tempo. La circostanza poi del «ponte di legname» indicherebbe
che il Campanella scriveva da Stilo, dove forse il Crispo l'aveva
accompagnato insieme con gli altri, al ritorno da Pizzoni, e si era
trattenuto a udire gli ultimi discorsi sul ponte dello Stilaro, fiume
che scorre sotto Stilo: ma non è arrischiato l'ammettere, che per uno
de' soliti artificii de' cospiratori, egli mostrasse di scrivere da
questa città. E come mai, avendo da pochissimo tempo lasciato Pizzoni,
sentiva già nuovamente il bisogno di andarvi? Probabilmente voleva
parlare ad amici non intervenuti nel primo convegno, e però vedeva
utile tenerne un secondo; forse anche volea comunicar loro doversi
oramai disporre ad entrare in Catanzaro, ed ivi trovarsi pe' primi di
settembre (al tempo della venuta de' turchi); ma si preoccupava di ciò
che avrebbe potuto dirne il mondo, e difatti con la seconda lettera
pregò il Crispo di voler lui venire a trovarlo. Intanto anche questa
volta designava quasi suo luogotenente fra Gio. Battista, come già
prima avea fatto verso il Soldaniero. La seconda lettera, che venne
trovata sulla persona del Crispo, reca la data certa dell'8 agosto,
e sappiamo sicuramente che a questa data il Campanella si trovava in
Davoli, essendo allora appunto accaduto il suo incontro col Polistina.
In essa egli scrive al Crispo, «che vogli venire con qualche amico, et
particolarmente con Gio. Francesco d'Alisandria»[288]. Da tutto ciò si
può ben rilevare che il Campanella non pensò mai veramente a tenersi
in disparte, e continuò ad agire in que' modi e limiti che la sua
posizione gli permetteva.

Lasciando Davoli, il Campanella si recava a S.^ta Caterina e là
rimaneva, come egli medesimo assicurò, «tre dì a spasso». Dagli atti
del processo di eresia sappiamo che dimorò nel convento Domenicano
di S. Nicola esistente in quella terra, e che i frati l'onorarono con
banchetti, alcuno de' quali finì in un'orgia immonda, se deve credersi
alla deposizione di una vedovella molto pudica e serva di Dio, ma
altrettanto energumena contro fra Tommaso e con ogni probabilità tratta
in inganno[289]. Del resto un'orgia immonda tra' frati di quel tempo,
dopo un desinare, non era cosa straordinaria, e il processo medesimo
ne ricorda un'altra, comunque in proporzioni assai minori, avvenuta
in Nicastro durante il priorato di fra Dionisio: ma dobbiamo notare
che appunto in S.^ta Caterina «diciano le genti che (il Campanella)
non guardava hom'in faccia ma sempre si guardava la unghia», onde
potè accreditarsi la voce che avesse il suo spirito familiare proprio
nell'unghia[290]. Ciò mostra solamente ch'egli stava in un contegno
assai riservato: non sappiamo pertanto se nell'andare a S.^ta Caterina
abbia avuto qualche scopo recondito, ma è probabile che sia stato
indotto a ripetervi le profezie sulle future mutazioni, ed oltracciò
abbia dovuto abboccarsi con altri affiliati di quella terra, giacchè
vedremo essere stati poi forgiudicati per la ribellione anche Franc.º
Paolo Santaguida ed Antonio Merlino di S.^ta Caterina. Ma finalmente
se ne tornò a Stilo, nè mai più ebbe ad allontanarsene fino al momento
in cui la congiura fu scoperta. — Nell'occasione del suo ritorno a
Stilo ritornò del pari al convento fra Domenico Petrolo, il quale,
senza dubbio per la venuta del Visitatore in Calabria, avea dovuto
finalmente decidersi a lasciare la casa sua in Stignano e ripigliare
la vita claustrale troppo lungamente interrotta: era stato in convento
durante il maggio per alcune settimane, quando si sciolse il Capitolo
di Catanzaro, e vi si restituiva nell'agosto, rimanendo sempre,
d'allora in poi, a fianco del Campanella, sicchè le sue rivelazioni
destano pel periodo attuale il più grande interesse. Una delle prime
visite ricevute dal Campanella in Stilo, come risulta anche dalla
sua Dichiarazione, fu quella di fra Dionisio che andava ad Oppido, ed
era sempre preoccupato del Visitatore; onde il Campanella gli avrebbe
suggerito di «tornare a conciare le cose sue». Siamo in grado di poter
dire che questa visita dovè accadere verso il 12 agosto, poichè fra
Dionisio fu in Oppido la vigilia dell'Ascensione, vale a dire il 14
agosto, e vi rimase anche il 15; l'assicurò nel processo di eresia
fra Pietro Ponzio, il quale fu egualmente in Oppido a quel tempo,
dimorando presso l'altro fratello Ferrante, il Viceconte, che trovavasi
allora colpito da scomunica, certamente per una delle solite baruffe
giurisdizionali. Ben si scorge intanto che fra Dionisio non avea poi
troppa fretta di «tornare a conciare le cose sue» come il Campanella
disse di avergli suggerito, e piuttosto tornava ad andare qua e là,
senza posa, con altri disegni. Siamo così ricondotti a parlare di lui e
delle sue escursioni.

Movendo da Taverna, dopo le bastonate date in rissa e la nomina di
fra Cornelio a Compagno del Visitatore, fra Dionisio era tornato a
Nicastro, e quivi si era associato ad un Cesare Mileri di quella città,
molto giovane, come lo dissero tutti coloro i quali ne parlarono, forse
di 17 anni, sebbene un documento da noi rinvenuto nel Grande Archivio
ce lo mostri di 27[291]. Costui d'allora in poi seguì fra Dionisio
in tutte le sue escursioni, onde vedremo che fu più tardi ritenuto
complice, e resosi confesso fu atrocemente giustiziato. Anche egli avea
bisogno di un indulto, non sappiamo per quale colpa, e fra Dionisio
gli discorreva della tirannia del Re, degli enormi pesi fiscali, del
non avergli il Re voluto mandare l'indulto, decidendolo così a volersi
ribellare prendendo parte nella giornata che si farebbe; poichè nel
1600 il Regno dovea mutar padrone, e già con fra Tommaso e Maurizio
aveano concertato la ribellione mercè l'aiuto del Turco e una massa
di fuorusciti ed altra gente, e «il capo della congiura era D. Lelio
Ursino, il quale si volea impatronire di tutto il Regno». Queste cose
rivelò poi il Mileri, aggiungendovi le solite notizie dell'andata di
Maurizio sulle galere di Amurat, della venuta del Turco promessa per
settembre etc., le quali vennero forse da lui riferite per suggestione.
Certo è che egli sollecitò pure per tale impresa un suo amico,
Francesco Antonio delli Joy, e lo trovò già impegnato da fra Dionisio:
ma sebbene avesse accompagnato fra Dionisio da per tutto, dapprima a
Catanzaro, di poi a Stilo (come assicurò anche fra Pietro di Stilo),
quindi certamente ad Oppido, e poi di nuovo a Catanzaro, a Girifalco,
a Nicastro (come assicurò egli medesimo), sebbene avesse visto diverse
persone parlare segretamente con fra Dionisio in tutti questi paesi,
egli non seppe dare alcun nome; tale circostanza, e così pure l'altra
che D. Lelio Orsini dovesse impadronirsi del Regno, attestano che fra
Dionisio non procedeva senza cautela, sempre per altro annunciando
frottole che potessero valere a dar animo, nel qual campo questa volta
si spinse davvero un po' troppo. Secondo il Campanella, precisamente
allorchè seppe la condanna pronunziata contro di lui dal Visitatore,
nella sua esasperazione egli non conobbe più limiti, ed ogni arma gli
parve buona purchè si raccogliesse presto un gran numero di seguaci:
ecco come trovasi esposto nella Dichiarazione questo momento della
propaganda di fra Dionisio. «Havendosi visto condemnato in galera tre
anni, privato dell'havito et di lettorato, secondo che havea comunicato
con Mauritio cominciò in Catanzaro a _predicare rebellione secondo la
prophetia mia_, et per haver molti della sua parte predicò ch'in quessa
congiura _ci era il Papa et Cardinal San Giorgi_, il Vescovo di Melito
et de Nic.º (_intend._ ed il Vescovo di Nicastro), et don lelio Ursino
et li signori del tufo, et tutti quelli ch'esso s'imaginò essere amici
miei et suoi, et io giuro in verità che mai non ho parlato di queste
cose et me pensai che per mezzo nostro se havessero a muovere». Vedremo
tra poco la parte da doversi attribuire al Campanella in tutto ciò:
qui gioverà soltanto notare che molto tempo dopo, nella Narrazione,
egli disse semplicemente che fra Dionisio «tornò a trattare d'uscir
in campagna per vendicarsi del Polistena, che per mezzo del Nizza pur
lo maltrattava, tanto più che ci erano altri monaci in campagna e lui
sparlava delle mutationi e signali del Campanella abusando le parole
per suo disegno»; questa differenza merita di essere notata, poichè
importa molto conoscere da chi veramente e per quale motivo fosse
nata la voce della partecipazione del Papa, del Card.^l S. Giorgio,
di varii Vescovi e nobili alla congiura, ciò che dal Campanella fu
narrato diversamente in diverse circostanze. Pertanto con le frottole
suddette, la maggior parte delle quali a dirittura di nuovo conio,
fra Dionisio continuava la raccolta di aderenti, e nel tempo medesimo
mostrava un vivo desiderio di assoluzione per l'affare di Taverna.
Così dalle deposizioni del Barone di Cropani, raccolte nel processo
di eresia, sappiamo che egli si portò a Catanzaro, in casa di un prete
suo amico a nome D. Geronimo Garzia, e là si rivolse appunto al Barone
di Cropani, il quale era Antonino Sersale, appartenente a famiglia che
vantava nobiltà di data antichissima ma d'influenza personale piuttosto
ristretta, già prima domiciliato in Nicastro, ove probabilmente avea
conosciuto fra Dionisio, e passato da qualche tempo ad abitare in
Catanzaro[292]. Il Barone andò a parlare per lui al Provinciale de'
Domenicani, che era allora P.^e Vincenzo della Grotteria, ma costui si
scusò dicendo di non potere far nulla, poichè trovavasi nella Provincia
il Visitatore, e gli suggerì d'impegnare il Vescovo; si rivolse al
Vescovo, che era Nicolò de Horatiis da Bologna, e costui scrisse al
Visitatore, il quale si scusò dicendo che la parte era presente e
volea giustizia; si rivolse infine all'Auditore Vincenzo de Lega e
lo pregò che scrivesse lui al Visitatore, e il De Lega scrisse, ma
pur sempre inutilmente. E mentre si facevano tutte queste pratiche,
dalle deposizioni raccolte nel processo della congiura sappiamo che
fra Dionisio più volte parlò segnatamente con Gio. Tommaso di Franza,
e poi anche con costui e Gio. Paolo di Cordova, inoltre con Giuseppe
di Cumesi, Francesco Striveri, Tommaso Striveri, Nardo Rampano, Mario
Fiaccavento, Gio. Battista Sanseverino, dippiù con Fabio di Lauro
e Gio. Battista Biblia; non occorre ricordare che il Franza ed il
Cordova erano appunto i due chiamati al convegno di Davoli; quanto
al Lauro ed al Biblia, meritano essi pure una menzione speciale, per
la tristissima parte che rappresentarono in sèguito. Fabio di Lauro
era giovane a 20 anni, originario di Amantea e già frate Cappuccino,
Gio. Battista Biblia era mercante, secondo il Campanella di origine
Ebrea, ma nato e domiciliato in Catanzaro, dove la sua parentela
era molto estesa, e suo fratello Marcantonio teneva l'ufficio di
Credenziero della gabella della seta[293]. Fabio e Gio. Battista se
ne stavano ricoverati per debiti nel convento de' frati Zoccolanti o
dell'Osservanza. Secondo alcune testimonianze che si leggono ne' brani
del processo della congiura finoggi conosciuti, fra Dionisio non solo
parlò più volte con costoro, ma scrisse anche una lettera segnatamente
al Biblia. Secondo il Campanella (nell'Informazione), costoro medesimi
diedero a fra Dionisio una lista d'individui i quali volevano uscire in
campagna, e lo fecero parlare ora con l'uno ora con l'altro, per poi
farli comparire come testimoni; la qual cosa si può bene ammettere,
non escludendo che fra Dionisio avea modo di conoscere anche altri
senza l'aiuto di Lauro e Biblia, e rimanendo sempre vero che con tutti
costoro egli parlò della ribellione; ma avendone questa volta parlato
in un senso diverso dal solito, importa vederlo più posatamente.

Non pare dubbio essersi questa volta fra Dionisio spinto fino a dire
che il Papa, dolente di tanta miseria e tirannia, volea liberare
il popolo rivendicando il Regno alla Chiesa cui apparteneva, ma
contentandosi che si costituisse in repubblica col riconoscimento
dell'alta Signoria ecclesiastica e pagamento di un mediocre tributo;
che per divine rivelazioni ed ispirazioni sapevasi di certo dover
questo accadere coll'aiuto di Dio; che erano già pronte a moversi
moltissime città e terre, d'accordo anche col Turco, il quale avea
promesso di venire in settembre per impedire qualunque soccorso alle
forze Regie dalla via del mare; che molti predicatori, a capo de' quali
il Campanella, avrebbero fatta conoscere la verità, essendo stata già
da loro preparata e disposta ogni cosa per l'insurrezione; che vi era
l'intesa di diversi Vescovi ed anche di parecchi Nobili desiderosi
di uscire dalla servitù della Corona di Spagna; che era importante ed
utile il prender parte all'impresa, e bisognava far entrare incogniti
e di notte in Catanzaro tre a quattrocento uomini armati, i quali
sarebbero rimasti sotto gli ordini di alcuni Catanzaresi e in un
momento designato avrebbero servito per la rivolta. E nominava città e
terre impegnate nell'impresa, nominava individui aderenti fuorusciti e
non fuorusciti, nominava perfino i Vescovi ed i Nobili che vi avrebbero
partecipato[294]. Così de' Vescovi fu nominato in primo luogo quello
di Mileto, Marcantonio del Tufo, che sapevasi tanto battagliero nelle
cose giurisdizionali, oltrechè in ottime relazioni col Campanella ed
accanito fautore de' fuorusciti; dippiù il Vescovo di Nicastro, Pier
Francesco Montorio, che dopo quella lotta giurisdizionale così ardente,
e dopo l'accomodamento fatto col Governo fin dal marzo, trattenevasi
pur sempre in Roma senza sapersene il motivo, e dicevasi dover venire
incognito in Calabria al momento opportuno; furono infine nominati
ancora i Vescovi di Oppido e di Gerace e parimente quello di Catanzaro,
il quale ultimo, per essersi impegnato presso il Visitatore in favore
di fra Dionisio, si poteva far credere impegnato nell'impresa che
costui promoveva, se non che, mentre era compreso tra' congiurati,
per taluno di costoro era compreso al tempo medesimo tra le autorità
da doversi uccidere in Catanzaro al primo momento della rivolta. Ma
bisognerebbe essere di una ingenuità colossale, per voler trovare
tutte coerenti e sensate le voci che si fanno circolare quando si
prepara un'insurrezione. De' Nobili poi fu nominato un numero ancora
più grande. In primo luogo, naturalmente, D. Lelio Orsini, il quale per
verità era stato nominato da un pezzo, come colui che avendo in passato
grandemente favorito il Campanella ne' travagli sofferti, essendo
pur sempre in corrispondenza epistolare con lui, e dovendo venire a
governare lo Stato di Bisignano, sarebbesi trovato non lontano dal
campo della rivolta e in condizioni da poterla favorire ottimamente:
si è visto che il Campanella medesimo avea già fatta balenare questa
speranza a Maurizio, forse ne parlò pure a fra Gio. Battista di Pizzoni
il quale non mancò di affermarlo nella prima deposizione sua, e stando
così le cose, probabilmente egli dovè parlarne anche a fra Dionisio.
Furono nominati ancora Mario del Tufo e Geronimo del Tufo figlio
di Fabrizio, amici notissimi del Campanella e parenti del Vescovo
di Mileto: in ispecie si diede una grande importanza a Geronimo che
risedeva nel castello di Squillace, come ci mostra uno de' documenti
rinvenuti in Simancas, e dicevasi che avrebbe dato quel castello
a' rivoltosi, come di poi rivelò Gio. Paolo di Cordova. Non ci è
riuscito finora di trovare a qual titolo egli risedesse nel castello di
Squillace; abbiamo tuttavia trovato un documento che mostra essergli da
non molto tempo morto il padre Governatore appunto della provincia di
Calabria ultra, sicchè Geronimo anche per questo solo fatto avea potuto
conoscere ben da vicino gli uomini e le cose di quella regione; ed
abbiamo pure trovati due documenti di più anni dopo, che ce lo mostrano
Capitano di Tropea, sicchè può presumersi aver tenuto egualmente nel
1599 l'ufficio di Capitano in Squillace, ufficio ripigliato più tardi
in Tropea quando per la persona sua rimasero cancellati i ricordi della
tentata ribellione[295]. Fu nominato inoltre il Duca di Vietri Fabrizio
di Sangro, che abbiamo visto congiunto per doppia parentela a' Signori
Del Tufo, conosciuto certamente dal Campanella, carcerato già dal
Conte Olivares ed in isperanza d'imminente liberazione per parte del
successore Conte di Lemos giunto in Napoli fin dal 16 luglio; dippiù il
Marchese di S.^to Lucido Francesco Carafa, che abbiamo visto fuoruscito
in campagna ricercato dalla giustizia, e che perdurava tuttora in
questa condizione; infine il Principe di Bisignano Nicola Bernardino
Sanseverino, che abbiamo visto lungamente carcerato non che privato
dell'amministrazione de' suoi beni, e che allora sapevasi fuggito da
Napoli, ma disposto a tornare e desideroso di andarsene agli Stati
suoi in Calabria. Sommando tutto, si dicevano partecipanti e fautori
della congiura, oltre il Papa e in suo nome il Card.^l S. Giorgio,
cinque Vescovi e sei Nobili di famiglie primarie napoletane, senza
contare i Nobili di provincia, de' quali, al tempo cui siamo pervenuti,
si conosceva solamente il Barone di Cropani, come risulta dalla
confessione di Maurizio, mentre poi ne' processi se ne vide un certo
numero tra gl'inquisiti, a ragione od a torto. Questo fatto, ritenuto
da alcuni un grave argomento che la congiura fosse stata ben grossa,
tanto che il Campanella dovè avervi solamente una piccola parte,
ritenuto invece da altri un grave argomento che la congiura non avesse
mai esistito, sicchè tutto dovè essere un'invenzione degli ufficiali
Regii, può oramai ridursi al suo giusto valore e merita bene di essere
ponderato.

Certamente dall'esposizione minuta ed ordinata de' fatti si rileva
che il nome del Papa, sotto i cui auspicii avrebbe dovuto sorgere
la repubblica, e così pure i nomi de' Vescovi, furono messi innanzi
addirittura tardi, all'ultima ora, mentre per varii mesi non se
n'era parlato in tal guisa, ed anzi se n'era parlato in dispregio.
Si era detto che il Campanella avrebbe fatto nuove leggi e tolti gli
abusi nella Chiesa di Dio, gli abusi introdotti appunto dal Papa,
da' Cardinali e da' Vescovi, e si erano enunciati principii niente
ortodossi e del tutto ereticali che avrebbero dovuto imperare nella
repubblica. Non deposero mai altrimenti coloro i quali figurarono
sin da principio ne' convegni col Campanella anche essendo stati a
contatto di fra Dionisio prima dell'andata sua a Catanzaro (p. es.
il Caccìa, il Pisano, Maurizio); nemmeno parlarono mai del Papa quale
ispiratore del movimento Gio. Tommaso di Franza, Gio. Paolo di Cordova
e lo stesso Cesare Mileri; appena il Franza dichiarò vagamente che si
diceva trattarsi «di un negotio di gran qualità e _servitio di Dio_»,
la qual cosa neanche implicava propriamente gli auspicii del Papa.
Invece quelli di Catanzaro dell'ultima ora, sollecitati esclusivamente
da fra Dionisio, massime Biblia e Lauro, parlarono tanto del Papa e
de' Vescovi, da far credere che la mutazione di Stato fosse voluta e
promossa appunto dal Papa in servigio di Dio e della Santa Chiesa.
Sembrerebbe questo un artificio ideato da costoro al momento in
cui si rendevano denuncianti, per accrescere l'importanza del fatto
che svelavano al Governo Vicereale; ma abbiamo la Dichiarazione del
Campanella scritta in un momento in cui i garbugli non si erano ancora
tanto moltiplicati, ed essa attesta egualmente la partecipazione del
Papa e de' Vescovi essere stata divulgata da fra Dionisio, sicchè
intorno al fatto non può elevarsi alcun dubbio; nè deve sfuggire che
ne risultano smentite le affermazioni tardive del Campanella, espresse
nelle lettere del 1606-07 al Card.^l S. Giorgio, al Papa etc. che
cioè la partecipazione della Curia Romana, come la partecipazione
de' turchi, al pari delle eresie, furono invenzioni sue e de' frati
inquisiti per salvarsi[296]. Relativamente alla partecipazione di que'
parecchi Nobili, per certo anche da questo lato fra Dionisio si fece a
parlare con la più grande disinvoltura, dando per fatto sicuro il loro
aiuto morale e materiale; ma il Campanella medesimo avea dovuto dirne
qualche cosa, e per lo meno avea dovuto comunicare i discorsi fatti col
maggior numero di loro intorno alle prossime mutazioni, forse cercando
d'illudere, forse illudendosi egli pure sulla parte che avrebbero presa
allorchè il movimento si fosse mostrato serio e vigoroso. Ad ogni
modo è pure degno di nota che da principio si parlò solamente di D.
Lelio Orsini, e più tardi, assolutamente all'ultima ora, in Catanzaro
e da fra Dionisio, si parlò di tutti gli altri. — In fondo poi questa
miscela di elementi affatto eterogenei, resi anche più eterogenei dalla
partecipazione del Turco, quest'accordo del Papa e del Turco che allora
erano nemici davvero, e si facevano la guerra sul mare preparandosi a
farsela di nuovo anche in Ungheria, quest'accordo de' Vescovi e de'
Nobili che usurpavano a vicenda le rispettive giurisdizioni, e si
trovavano in lotte continue, questa tolleranza del Papa, de' Vescovi
e de' Nobili non solo pel Turco, ma anche per una repubblica nella
quale dovea viversi con comunanza de' beni e perfino delle donne, tutte
queste baie avrebbero fatto sorridere ognuno se le menti non fossero
state eccitate al maggior segno; ma si sa che quando si aspettano
mutazioni, le dicerie più strane possono correre e trovar credito senza
ombra di difficoltà. Vedremo che il Vicerè, non appena seppe queste
cose, le disse «una grande stravaganza, un'invenzione de' frati», e
non si ingannò; tuttavia, abbondando sempre in tenerezza verso la Curia
Romana, non lasciò mai di tenere gli occhi bene aperti sulle possibili
mire ambiziose di essa. In quanto a' Vescovi, potevano dar da pensare
specialmente quello di Mileto, che avea tollerato ed anche protetto
un principio di ribellione in Seminara con le grida di Viva il Papa,
più ancora quello di Nicastro, che malgrado gli accordi fatti non
si era mosso da Roma forse per qualche disegno occulto, e del resto,
dipendendo tutti dal Papa, bastava aver ritenuto la partecipazione del
Papa per ritenere la partecipazione di tutti loro; difatti veramente
il Vescovo di Nicastro teneva allora mano ad un intrigo nel Regno
e giunse fino a provvedere armi per esso, ma l'intrigo si riferiva
all'isola di Tremiti, non alla Calabria[297]. Quanto a' Nobili, una
nozione più esatta della condizione di ciascuno de' nominati bastava a
fare eliminare per quasi tutti la possibilità della loro partecipazione
alla congiura. Difatti D. Lelio Orsini, benchè avesse con la sua andata
a Madrid ottenuta una risoluzione favorevole intorno all'ufficio di
curatore ed amministratore de' beni di Bisignano assegnatogli dal
R.º Consiglio, aspettava ancora il _placet_ Regio, e l'aspettò poi
un bel pezzo, come si rileva da una sua lettera che abbiamo rinvenuta
nell'Archivio Mediceo: curatore di Bisignano, dopo la carcerazione del
Duca di Vietri, era stato nominato Gio. Serio di Somma, il quale già
trovavasi in Calabria anche con commissione contro i fuorusciti. Il
Principe di Bisignano poteva ritornare in Napoli sicuro di non esservi
ulteriormente carcerato, poichè sin dal gennaio 1599 S. M.^ta aveva
dato quest'ordine, ma tutte le sue pratiche dopo la fuga da Napoli
mostravano in lui ben altra intenzione che quella di ribellarsi;
difatti, dietro accordi col Duca di Sessa Ambasciatore spagnuolo a
Roma, il 13 agosto 1599 tornò nel Regno, ed in ottima intelligenza
col Vicerè andò ad abitare il suo palazzo a Chiaia. Il Duca di Vietri
non poteva esser liberato prima che fosse compiuta la sua causa, la
quale era appena cominciata; inutilmente, ad occasione dell'entrata in
Napoli del Vicerè Conte di Lemos, innanzi al suo palazzo al largo di S.
Domenico per tre giorni si era fatta gran festa con una spettacolosa
illuminazione, e due fontane di vino aveano per tre ore ogni giorno
rallegrato il popolino a sue spese; la durata della causa si protrasse
sino al febbraio del 1600, e non prima di tale data potè uscire di
carcere. Mario del Tufo per lo meno non era così potente da recare
aiuti considerevoli in una faccenda come quella di ribellarsi al Re
di Spagna; invece Geronimo del Tufo, per la sua speciale posizione,
poteva recare un aiuto da non doversi disprezzare, e vedremo infatti
che non appena fu conosciuta dal Governo la voce della partecipazione
di lui alla congiura, fu subito carcerato. Infine anche il Marchese
di S.^to Lucido, egualmente per la sua speciale condizione, confortata
da notevole ricchezza ed influenza, avrebbe potuto recare un aiuto da
doversi tanto meno disprezzare; ma appunto con costui il Campanella non
aveva mai avuta alcuna relazione, e come ci hanno mostrato le nostre
ricerche egli trovavasi allora rifugiato a Roma ed attendeva solo a
grandeggiare, sicchè la voce della sua partecipazione alla congiura
non avea davvero ombra di fondamento[298]. Non di meno, col mettere
innanzi i nomi di quegli alti personaggi, fra Dionisio potè dare un
prestigio grandissimo alla congiura, e col mettere innanzi i nomi de'
Vescovi, del Card.^l S. Giorgio e del Papa, potè ad un tempo farle
acquistare sempre maggiore prestigio ed anche attenuare l'impressione
destata dall'aiuto del Turco e dalla professione di principii
eterodossi, notizia che si era abbastanza diffusa e che non avea
potuto riuscire gradita a moltissimi fra coloro i quali avrebbero forse
preso parte alla ribellione: d'altronde l'ora della venuta del Turco
si avvicinava nè c'era più tempo da perdere, e questa circostanza,
ancor più dell'altra della sua esasperazione per la condanna avuta dal
Visitatore, ci apparisce un motivo plausibile dell'essere ricorso a
mezzi di eccitamento d'ogni genere, anche a mezzi del tutto diversi da
quelli che avea fin allora prescelti. Ed essi fruttarono molto bene,
giacchè fu raggranellato in Catanzaro un numero di congiurati non
indifferente, massime se si considera il breve tempo impiegatovi, come
ne' processi avremo occasione di vedere. In conclusione dunque l'aver
fatto figurare nella congiura alti personaggi fu un tardo e industrioso
ripiego di fra Dionisio: vedremo poi che nella sua confessione _in
tormentis_ il Campanella rivelò di aver detto, che dovendovi essere
_unum ovile et unus pastor_, egli ed altri avrebbero «predicato in
favore di questa repubblica profetizata in favore del Papa, et che
il Papa li avrebbe esaltati perchè si voleano pigliare alcuna parte
della Provintia»; ma evidentemente fu questo anche da parte sua un
tardo ed industrioso ripiego, che pur troppo riuscì ad aggravare la
posizione sua, mentre nè il Papa poteva proteggerlo come egli sperava,
nè il Governo poteva udire il nome del Papa senza un aggravamento de'
suoi sospetti. Ma se non si ebbe una congiura tanto grossa, se n'ebbe
tuttavia una abbastanza seria; nè deve sfuggire, che pur quando si
fecero figurare gli alti personaggi, il Campanella non fu lasciato
nell'ombra, ma invece fu sempre tenuto nel posto principale. Vedremo
che coloro i quali rivelarono la congiura al Governo, non posero a capo
di essa altri che lui, con la grande scienza, con l'assistenza del
diavolo, con l'intesa de' Nobili, de' Vescovi, del Papa e del Turco,
con le armi del gran numero de' congiurati specialmente fuorusciti,
e con la lingua de' molti predicatori di varii ordini monastici;
nè soltanto per queste rivelazioni, ma in verità per tutto ciò che
sappiamo del modo in cui la congiura si svolse, è chiarissimo che il
Campanella non vi prese una parte indiretta con le sue profezie, bensì
una parte direttissima con pratiche e maneggi d'ogni sorta.

Ci rimane ora a narrare cosa abbia fatto e detto il Campanella in
quest'ultimo periodo, durante l'agosto 1599, mentre fra Dionisio
compiva il suo lavoro in Catanzaro, riassumere i concetti che lasciò
intendere circa la futura repubblica ed i principii che avrebbero
dovuto imperarvi, vedere fino a qual punto poteva sperare in un felice
successo dell'insurrezione.

Egli non si mosse mai più da Stilo, avendo a fianco fra Domenico
Petrolo come compagno abituale, e fra Pietro di Stilo come Superiore
del convento. Non pare dubbio che in questo tempo abbia mantenute
corrispondenze epistolari anche in cifra: vedremo che il Petrolo,
al quale, malgrado i suoi terrori e tentennamenti, non si può negar
fede, disse e sostenne sempre di aver avuto sott'occhi, segnatamente
nel tempo della fuga, lettere in cifra venute al Campanella, che
il Campanella medesimo gli affermò essere di fra Gio. Battista di
Pizzoni; ed aggiungiamo che pure i delatori della congiura dissero
aver viste cifre e segni nelle mani di fra Dionisio, la qual cosa
verrebbe indirettamente confermata da quanto rivelava il Petrolo.
Nè sappiamo di altre relazioni personali di una certa intimità,
acquistate dal Campanella in tale periodo, oltre quelle già conosciute.
Nelle passeggiate l'accompagnava quasi sempre il Petrolo, il quale
ebbe poi a ricordare specialmente una contrada presso il convento
denominata Lanzari, dove il Campanella, che la ricorda pure nella
sua Dichiarazione, passeggiando gli avrebbe tenuto qualche discorso
confidenziale segnatamente intorno a principii religiosi[299]. Nella
cella, come ebbe a dire lo stesso Petrolo e in parte pure qualche
altro, continuarono i colloquii massimamente col Prestinace ed anche
col Vua, inoltre co' due Marullo, con Giulio Contestabile e il Di
Francesco, Paolo e Fabrizio Campanella, Giulio Presterà, Francesco
Vono e fra Scipione Politi. Una volta con taluni di costoro si
fece una scampagnata sul monte Consilino, il monte di Stilo lodato
dal Campanella anche nelle sue Poesie, e non vi mancò il discorso
della montagna, come quello del Redentore: ma di esso conosciamo
appena qualche frase, la quale del rimanente basta a mostrare che
vi si svolsero le più rosee speranze in un lieto avvenire; il monte
fu chiamato «monte pingue e di libertà». E senza dubbio a misura
che le speranze crescevano, vedendo le cose della congiura avviate
tanto bene, con gl'individui sopra nominati, e con altri anche, il
Campanella fu all'ultim'ora un po' meno guardingo, e di tratto in
tratto enunciò alcuni principii politici e religiosi, che ci fanno
capire con bastante larghezza quali idee fervessero nella sua mente:
gli stessi aderenti suoi furono allora più espansivi co' loro parenti
ed amici, onde accadde che solo durante la persecuzione venissero a
galla molte notizie del detto genere, le quali sembrarono di nuovo
conio e potrebbero tuttora credersi foggiate da' persecutori; ma
vedremo che non manca il modo di convincerci che tale opinione sarebbe
insostenibile, e che solamente può ammettersi la diffusione di una
parte di dette notizie per non avere gl'inquisitori serbato il silenzio
voluto dalle leggi. Vi furono per altro sempre cenni staccati, ed anche
semplici «motti» come li disse il Petrolo, giacchè que' principii,
in ispecie i religiosi, non riuscivano nemmeno graditi a tutti gli
aderenti: abbiamo infatti veduto che quando il Campanella diede qualche
barlume di riforma religiosa a Maurizio, costui dichiarò che non
vi avrebbe mai consentito; qui dobbiamo aggiungere che p. es. Paolo
Campanella, avendo una volta udite certe proposizioni intorno alla
Trinità ed all'Eucaristia, dichiarò al fratello Fabrizio che avrebbe
pagato 50 ducati per non udire quelle proposizioni; da ciò si vede
che gli uditori doverono di tempo in tempo rimanere scandalizzati, ma
sino a che durò il fascino della parola del Campanella, nessuno ebbe
ardire di fargli opposizione. Del resto, se con gli amici e parenti
spesso citati fu più o meno esplicito secondo il rispettivo grado di
familiarità, con tutti gli altri fece appena intendere qualche cosa
a sbalzi, bensì sempre in modo da destare un notevole entusiasmo,
segnatamente dal lato politico, acquistandosi il titolo di Messia, non
che di futuro Monarca del mondo.

Invano dunque si cercherebbe un quadro autentico, pieno ed intero,
delle istituzioni politiche e religiose che il Campanella si proponeva
di attuare con la futura repubblica; ma adunando le notizie sparse,
ed ordinandole, si potrà avere un quadro notevolissimo. Basterà
dare dapprima uno sguardo a ciò che fecero conoscere fra Pietro di
Stilo e il Petrolo, i quali si trovarono più strettamente uniti al
Campanella appunto all'ultima ora, e poi, per le convenienze della
causa, a suggestione del medesimo Campanella, non tacquero le eresie
da lui enunciate; quindi nel modo più sommario possibile, a fine
di non incorrere in eccessive ripetizioni, dare un cenno di ciò che
vedremo raccolto dal Vescovo di Squillace in un singolare processo, nel
quale tra moltissimi interrogati figurarono anche i parenti liberi di
Giulio e Marcantonio Contestabile, buona parte dei Carnevali, alcuni
parenti del Prestinace, di fra Pietro di Stilo ec., Giulio Presterà
e Francesco Vono con altri amici, conoscenti, estranei, dietro una
citazione larghissima; aggiungendovi anche le notizie più degne di
fede raccolte ne' processi principali, alcune delle quali abbiamo
già avuta occasione di narrare, e mettendo un po' d'ordine in tutta
questa farragine di cose, si avrà ciò che si cerca, non senza un
certo riscontro molto notevole, onde ne rimane accresciuto il grado
di credibilità. Naturalmente questa lunga serie di detti e fatti del
Campanella non appartiene tutta all'ultimo periodo della congiura, ma,
come abbiamo notato, vi appartiene per la più gran parte, essendosi
il Campanella reso mano mano più esplicito; se non che oramai, al
punto cui siamo pervenuti, una precisione cronologica, mentre riesce
impossibile, riesce anche superflua, e senza mettere interamente da
banda la cronologia, conviene sforzarsi di avere innanzi agli occhi
tutto il complesso delle idee manifestate dal Campanella, onde farsene
un concetto ben chiaro e meno fallace.

Guardiamo dapprima separatamente ciò che si seppe dalle rivelazioni
di fra Pietro di Stilo e fra Domenico Petrolo. Secondo fra Pietro
di Stilo, come abbiamo avuta occasione di dire anche altre volte,
in presenza di lui e poi in presenza pure del Prestinace, il
Campanella manifestò che era in aspettativa di divenire Monarca del
mondo, avendoglielo presagito anche un astrologo nelle carceri del
S.^to Officio. Inoltre diceva che il Papa e il Re si accordavano
a' latrocinii, che l'elezione del Papa non potea ritenersi canonica
essendo le voci corrotte e riducendosi più voci ad una sola pel piatto
che il Re donava a' Cardinali, che i Cardinali erano tiranni e propensi
alla lussuria della peggiore specie; dippiù si burlava de' peccati
della carne, de' quali «parlava assai largo» non ammettendo neanche
gran differenza tra essi, e dicendo del peccato contro natura che era
«un dito più sopra o un dito più giù nell'inferno» (evidentemente uno
de' motteggi del Campanella). Si burlava del pari de' miracoli dicendo
che erano «un'elavatione di mente..., un'applicatione de intentione
di quello alla cui persona si faceva il miracolo», e che a questo
modo ognuno potea farne ed egli ancora ne avrebbe fatti in prova
della sua scienza e delle sue opere; infine avea detto al Petrolo
essere il sacrificio dell'altare preferibile a quello della legge
antica, tuttavia non esser vero, non contenendosi nell'ostia il corpo
di Cristo. Secondo il Petrolo, era intenzione del Campanella mutare
la provincia in repubblica, servendosi di due mezzi, della lingua,
e delle armi specialmente de' banditi e del Turco, al quale avea
mandato Maurizio de Rinaldis; e per predicare la libertá facea gran
capitale del Pizzoni, di fra Dionisio, di fra Pietro e di lui ancora
(confessione a proprio danno che rende il Petrolo degno di fede, benchè
nelle cose di eresia, per insinuazione dello stesso Campanella, avesse
detto troppo e lasciato che gl'Inquisitori caricassero le tinte).
Dopo di avere discorso in pubblico delle profezie, il Campanella
privatamente gli diceva che quelle profezie parlavano di lui, e che
voleva predicare la libertá e contro gli abusi della Chiesa; e che
tutte le genti hanno avuto i loro sacrifizii e il nostro era migliore
di quello degli Ebrei, ma pure avea certe superstizioni e precisamente
quella che nell'ostia ci fosse Iddio; che non c'erano miracoli, e
ciò che dicevasi delle resurrezioni dovea attribuirsi ad «asmi et
occupationi di core», compresa la resurrezione di Lazzaro, la quale
era stata una finzione di Marta e Maddalena amiche di Cristo, avendo
esse anche preparate industriosamente le cose in modo da far sentire il
fetore del quatriduano; che la fornicazione non era quel peccato che si
diceva, potendosi ogni membro adoperare all'uso cui era destinato; che
non c'erano diavoli nè inferno nè paradiso, e se ne burlava, dicendo,
allorchè si parlava de' diavoli e dell'inferno, «si pigliano là alla
caldara della pece», ed allorchè si parlava della gloria del cielo, «oh
questo mondo è buono e bello»; infine diceva che Iddio era la natura,
ed all'ultima ora, parlandosi de' fichi pe' quali potè peccare Adamo,
disse che quelle erano baie.

Veniamo alle notizie più cospicue e più credibili, che si ebbero
dalle più diverse provenienze ne' processi principali, oltrechè nel
processo detto di Squillace. Ricordiamo che Maurizio seppe doversi
fondare una repubblica nella quale si vivrebbe in comune, si farebbe
la generazione da' soli valorosi, si brucerebbero i libri latini di
fede, si toglierebbero gli abusi della religione, e il Caccìa seppe che
si farebbe una legge migliore di quella de' Cristiani e si muterebbero
anche le vesti; aggiungiamo che Felice Gagliardo seppe da Cesare Pisano
(quindi per provenienza di fra Dionisio), che si sarebbe usata una
tabanella bianca, da scendere fino alle ginocchia con maniche lunghe,
e un berretto ligato a modo di turbante, si sarebbero bruciati i libri
(_sic_), composto un nuovo statuto, liberate le monache e fatto il
_crescite_. Queste notizie del fare il _crescite_ e dell'indossare
nuova foggia di abiti vennero confermate anche da diversi in Squillace,
segnatamente da Fabrizio Carnevale e da Gio. Jacovo Prestinace, ma
secondo una voce pubblica: e fu confermato egualmente da diversi che
il monte di Stilo dovesse dirsi monte pingue e di libertà. Parecchi
ne' processi principali affermarono che il Campanella avesse detto
non esistere Dio, Dio essere la natura etc., la Trinità essere una
chimera, viversi nel mondo a caso, non essere l'anima immortale, non
esistere nè paradiso, nè purgatorio, nè inferno, nè demonii; ma nel
processo di Squillace nulla venne in luce intorno al negar Dio, bensì
tutto il resto fu confermato; e non sembra dubbio che le proposizioni
del Campanella alludessero ad un concetto di Dio, della Trinità, de'
luoghi di premio e di pena, degli angeli buoni e tristi, diverso da
quello ricevuto, senza aver mai negato tutto ciò, massime poi senza
aver mai negato Dio creatore e l'immortalità dell'anima, e che le
proposizioni anzidette sieno state diffuse da fra Dionisio per progetto
e quindi attribuite al Campanella, ovvero anche ripetute dal volgo,
nel quale già circolavano insieme con diverse altre ed attribuite
sempre al Campanella[300]. Solamente intorno a Gesù, a' suoi miracoli,
all'ecclissi avvenuta nel tempo della sua morte, alla resurrezione,
le notizie raccolte in tutti i processi si accordarono a confermare
che egli non credesse alla divinità di Gesù (secondochè avea già
fatto per la prima volta tralucere a Maurizio), e quindi non credesse
nemmeno a tutto il resto compresa la verginità di Maria. Così avrebbe
detto che Gesù era stato capo di setta, brav'uomo al pari di Mosè e di
Maometto; che la resurrezione di Lazzaro era stata concertata da Marta
e Maddalena e da Lazzaro medesimo, persone amiche di Gesù; che tutti
gli altri miracoli erano stati narrati dagli Apostoli, i quali aveano
scritta la Bibbia per introdurre la fede e poi ogni nazione l'aveva
alterata per conto suo, e pure il miracolo di Mosè nel mar rosso era
dovuto al flusso e riflusso del mare e che ognuno poteva far miracoli
ed egli pure ne avrebbe fatti; che l'ecclissi nel tempo della morte di
Gesù era stata accidentale e particolare, non miracolosa ed universale;
che nella faccenda della resurrezione o poteva essere stato messo in
croce un altro invece sua, o poteva essere stato il corpo suo sottratto
e nascosto secondo il costume di varii legislatori. Del pari intorno a'
Sacramenti, le notizie raccolte in tutti i processi confermarono essere
da lui ritenuti istituzioni umane; segnatamente l'Eucaristia essere
non altro che una commemorazione di Gesù, ed il Battesimo non essere
indispensabile alla salvazione. È superfluo dire come considerasse gli
atti degli Apostoli, tutto l'organismo della Chiesa e i precetti di
essa, l'autorità del Papa, i Cardinali, i Prelati, la scomunica, il
precetto del non mangiare carne in determinati giorni. Nel processo di
Squillace vennero in luce diversi aneddoti su questi particolari, e li
vedremo a suo tempo; così pure diverse cose che aveano recato scandalo,
come il disgusto per le tante fraterie, la tolleranza e talvolta
l'ammirazione per qualche cerimonia turca, la stima delle dottrine dei
filosofi gentili alla pari di quelle de' Santi Padri, il poco rispetto
per le dottrine di S. Tommaso e il nessun credito all'esserne stati
gli scritti lodati da Gesù Cristo, l'avversione alle preghiere con
molti paternostri, l'intolleranza per l'adorazione della croce «che
era un pezzo di legno» e così pure per l'adorazione delle immagini
de' Santi. Sotto quest'ultimo rispetto è assai notevole un fatto, che
mostra fino a qual punto il Campanella fosse divenuto temerario: la
Chiesa del convento accoglieva una Congregazione, la quale intitolavasi
del Rosario e adoperava un libro di preghiere con certe invocazioni
a Maria, a S. Domenico e ad altri Santi; il Campanella non voleva che
si dicessero, e di sua mano le cancellò dal libro. Quale era dunque la
specie di riforma che egli si proponeva?

Manifestamente il Campanella si proponeva fondare uno Stato secondo le
norme che poi descrisse nel suo libro della _Città del Sole_. Il Berti
con altri lo ha intravveduto, e non pertanto ha negato l'esistenza
della congiura: noi lo riteniamo dimostrato, dopochè ci è riuscito
mettere in luce tante particolarità, segnatamente con la scoperta de'
processi di eresia; e crediamo che ne rimanga sempre più raffermata
l'esistenza di una congiura promossa e diretta essenzialmente dal
Campanella, congiura necessaria per sottrarsi al dominio di Spagna, sia
pure in date circostanze di tempo e di opportunità. Un confronto di ciò
che sparsamente disse il Campanella, durante la congiura, con ciò che
scrisse più tardi nella _Città del Sole_ e nelle _Quistioni sull'ottima
repubblica_, toglie ogni dubbio, rimanendo benissimo chiarita la natura
e la direzione dell'impresa, l'impossibilità di una partecipazione
qualunque del Papa, de' Vescovi e de' Nobili in generale, e perfino
la verità e la giusta misura de' concetti del Campanella emersi da'
processi fattigli; poichè ogni qual volta ci sarà il riscontro, chi
vorrà più dubitarne? In tal guisa il così detto eterno ed insolubile
problema della congiura può avere una facile soluzione, più che non sia
forse accaduto mai nella storia delle congiure: può intendersi qualche
concetto che a prima vista apparisce strano, p. es. il dover essere
Monarca e il voler fondare la repubblica, l'ammettere la comunanza
delle donne, il non ritenere peccato la fornicazione etc; ed appunto
può determinarsi con esattezza il lato dei principii religiosi,
su' quali non meno occorrono chiarimenti, avendo troppe circostanze
influito ad ottenebrare la verità. Il confronto suddetto dà modo di
vedere chi realmente esagerò, chi parlò di propria iniziativa, chi
interpetrò male, e quindi comprendere la parte precisa che ognuno
rappresentò, così nella congiura, come ne' processi consecutivi.
Si rileverà senza dubbio che molte falsità furono deposte, ma che
in ultima analisi venne a scovrirsi meno di quanto c'era realmente
di sotto; ed apparirà chiaro che la _Città del Sole_, benchè detta
_poetica_, costituì allora, come costituì di poi, il complesso delle
idee _riposte_ di fra Tommaso, sicchè c'è da riflettere moltissimo
prima di considerare il Campanella, quale risulterebbe da parecchie
altre opere sue, scritte in circostanze che meritano di essere
grandemente valutate[301].

Trattavasi dunque di attuare in politica una repubblica comunista
della forma più spinta, sino ad avere alcuni lati analoghi a quelli
sostenuti da certi seguaci del moderno nihilismo, e di attuare in
religione quel Cristianesimo razionale, che fino a' giorni nostri
ha continuato sempre ad apparire unica soluzione accettabile, presso
coloro i quali hanno voluto risolvere il problema della destinazione e
della coscienza umana in conformità de' progressi del pensiero umano;
ma tutto ciò con particolari vedute nell'ordine spirituale e nel
temporale, analogamente alle idee del tempo e più ancora all'educazione
del Campanella. Lo studio degl'insegnamenti de' grandi filosofi, le
ricerche assidue intorno al Cristianesimo primitivo, le abitudini
della vita monastica, gli avevano fatto concepire la libertà in un
modo ben diverso da quello che oggi si professa, gli aveano fatto
anche accogliere certe pratiche religiose come p. es. l'adorazione
perpetua, ad imitazione delle quarantore dei Cattolici, la confessione
auricolare, spinta fino al punto di rivelare al Capo dello Stato i
falli uditi comunque senza far nomi[302]. Al Capo dello Stato era
assegnata una sovranità reale ed effettiva, un'_autorità assoluta_ nel
temporale e nello spirituale; a' cittadini rimaneva una libertà, che
era un imbrigliamento di qualunque moto e di qualunque sospiro, dietro
un'ingerenza governativa delle più meticolose; perfino lo stomaco e gli
organi sessuali erano regolati dalla legge. Di eguaglianza, come oggi
si vorrebbe, neppure un'ombra; invece dato un grandissimo peso alla
cultura e alla dottrina. Il Capo dello Stato doveva aver fatto studii
colossali, pochi de' più savii partecipavano al potere, gl'incolti
non doveano che servire. Specialmente per quella singolare maniera di
libertà, se «la vita filosofica» ideata dal Campanella avesse potuto
per un momento istituirsi, ognuno senza dubbio avrebbe finito per
ribellarvisi, ed egli si sarebbe ben presto accorto che un consorzio
civile non si rinnovella sopra principii astratti e senza sostrato
nella realtà. Non c'è quindi a meravigliarsi che taluni, come p. es. il
Giannone tra parecchi altri, abbiano profondamente sprezzato le vedute
del Campanella; piuttosto c'è a meravigliarsi che taluni moderni, i
quali s'intitolano democratici, abbiano menato vanto della repubblica
Campanelliana iscrivendo il Campanella nel loro Olimpo[303].

Ebbe intanto con questo suo disegno di repubblica un pensiero altamente
generoso per la provincia nativa ed anzi per l'intera umanità; e
all'opposto di ciò che avviene agli attuali repubblicani, compromise
onore e vita per esso, affrontando un mare immenso di guai con tale
audacia, che a parecchi tra' più gravi scrittori il fatto è sembrato
perfino impossibile, e questo, mentre il paese veramente gemeva
sotto la più efferata tirannide, ma nessuno osava neanche immaginare
una via qualunque di uscita[304]. Ecco ciò che costituisce la sua
vera gloria; e non risultano giustificate nè le attenuazioni, nè le
meno benevole interpetrazioni, che riescono ad impicciolire la sua
grande personalità civile, e a far disconoscere l'essenza vera della
sua vita. È stato detto che la sua vanità l'avesse spinto in questa
via: senza dubbio eravi in lui quell'orgoglio impaziente, naturale
negli uomini i quali hanno saputo da loro soli divenire uomini di
gran vaglia, ma non s'intende perchè non abbia a dirsi essere stato
spinto da una nobile ambizione, mentre d'altra parte bisogna anche
riconoscergli la viva fede in eventi straordinarii e in una missione
altissima alla quale credevasi destinato. Sorretto da una simile fede
ed ambizione, egli seppe ispirare un vivo entusiasmo in uomini come
Maurizio de Rinaldis, Marcantonio Contestabile, Prestinace, Vua, con
una grossa mano di fuorusciti e di cittadini d'ogni classe, oltrechè
in un certo numero di frati, i quali non rapresentarono punto la parte
maggiore come erroneamente si è creduto: molti di costoro, e frati
e laici, non ci risultano persone stimabili; ma nè si può guardare
tanto pel sottile ogni qual volta si tratti di persone impegnate per
una ribellione a mano armata, nè si può ritenere che gli elementi di
stima fossero allora quelli medesimi di oggidì. Piuttosto bisogna dire,
e non farà maraviglia, che i congiurati non abbiano avuta una mente
adeguata alla grandezza dell'impresa, come il Campanella dichiarò
con dolore più tardi, quando disse che «guastarono ogni suo pensier
grande»[305]: non di meno i principali fra loro appariscono sempre
persone distinte e degne di considerazione. Non si potrebbe p. es.
non vedere in Maurizio un tipo di uomo animato dal più puro sentimento
di patriottismo e di libertà: egli nobile, egli ricco di largo censo
e di amata famiglia, avea troppo da perdere nella futura repubblica
comunista, e tuttavia non si curò di sapere qual parte avrebbe
rappresentato in essa; compreso unicamente dal pensiero di sottrarre
a Spagna e restituire a libertà la sua provincia nativa, si limitò a
discutere e trovare i mezzi pel successo dell'insurrezione, accettando
volenteroso la dittatura del Campanella sotto il fascino dell'energia
intelligente di lui, soggiogato dalla potenza di quell'intelletto
audacissimo, come ebbe poi a confessare nel modo più ingenuo. Lo stesso
fra Dionisio Ponzio non si potrebbe non dire un tipo di cospiratore
de' più distinti: è lecito credere che la sua vanità e il suo spirito
vendicativo abbiano influito molto a farlo dedicare febbrilmente al
trionfo della futura repubblica, nella quale d'altronde la sua cultura
gli avrebbe fatto acquistare uno de' maggiori ufficii; ma non rifuggì
dal prendere nella congiura il posto più pericoloso, agendo fin sotto
gli occhi degli ufficiali Regii nella capitale della provincia, e
seppe di poi, ne' giorni tristi, comportarsi indubitatamente meglio di
tutti gli altri suoi compagni promotori della ribellione, meglio del
Campanella medesimo, come vedremo a suo tempo. Nessuno vorrà credere
che fra Dionisio si fosse spinto tanto innanzi, solamente per uscire
in campagna ad oggetto di uccidere il Polistina, e che Maurizio avesse
aderito a fra Dionisio, solamente per secondarne tale proponimento:
per lo meno non era necessario mettere Catanzaro in moto e andare
incontro a così enorme responsabilità per uno scopo così meschino, e
se il Campanella, ne' giorni tristi, potè dir questa con tante altre
cose, bisogna pure penetrarsi della sua posizione, che l'obbligava a
parlare in tal guisa. Trattandosi di dover fondare una repubblica,
ed essendo certo che il disegno di questa repubblica era calcata
sulle norme che furono più tardi descritte nella _Città del Sole_,
evidentemente l'unico autore e promotore della congiura dovè essere
il Campanella. Ed al momento al quale siamo pervenuti egli poteva
esser lieto dell'opera sua. Maurizio, in Davoli, aveva già assicurato
che era in grado di riunire fra dieci giorni duecento fuorusciti, i
quali sarebbero entrati di nascosto in Catanzaro per formare il nucleo
dell'insurrezione, e parecchi erano anche i cittadini di Catanzaro
già ben disposti non solo da fra Dionisio, ma principalmente da Gio.
Tommaso di Franza e Gio. Paolo di Cordova, senza contare il Barone
di Cropani; inoltre Marcantonio Contestabile avea già dovuto mettere
in ordine la sua banda destinata ad assaltare il castello di Arena,
e questa banda era molto notevole, come apparisce da' cenni che il
Campanella ne fornì, ponendoli in bocca a Giulio Contestabile; infine,
sotto l'influenza assidua del Campanella medesimo, un buon numero di
affiliati trovavasi in Stilo e luoghi circonvicini per una larga zona.
I turchi col Cicala doveano venire nella prima metà di settembre, e la
grande aspettativa delle mutazioni che si era in tutti ingenerata, e il
credito straordinario che il Campanella godeva, sia come scienziato,
sia come astrologo, sia come possessore di spiriti, avrebbe anche
fatto avere senza dubbio un contingente non lieve, più di quanto si
suole ordinariamente sperare da' congiurati in altrettali occasioni.
Non erano dunque poche le forze preparate, e bisogna riconoscere che
parecchie ribellioni, in condizioni egualmente ponderose e gravi,
furono iniziate con forze assai minori: si sarebbero poi dovuti
saldare i conti con una potenza come la Spagna, ma appunto allora gli
sconvolgimenti generali che si aspettavano avrebbero dato un soccorso
incommensurabile. Così il Campanella poteva ritenere che non sarebbe
rimasta senza effetto la sua «voglia ardente a far la gran semblea»,
poteva esser fiero di aver saputo «con senno e pazienza tante genti
vincere»[306]: tutti aveano fede viva in tempi migliori, e il banchetto
sul monte di Stilo pose il suggello a questa fede in coloro che vi
presero parte, riuscendo l'espressione della comune esultanza.

Ma si approssimavano invece anni di dolore con le più amare
disillusioni. Mentre il Campanella trovavasi tuttora in S.^ta Caterina
e quindi il banchetto sul monte di Stilo non si era per anco tenuto,
la congiura veniva denunziata al Governo: continuavano con fervore
i preparativi da parte de' congiurati, e il Governo con altrettanto
fervore faceva i suoi preparativi per averli tutti nelle mani.



CAP. III.

SCOPERTA DELLA CONGIURA E PROCESSI DI CALABRIA. (dalla fine di agosto a
tutto 10bre 1599).


I. Il 10 agosto 1599 Fabio di Lauro e Gio. Battista Biblia, che
abbiamo veduto ricoverati per debiti nel convento de' frati Zoccolanti
di Catanzaro e sollecitati da fra Dionisio a prender parte alla
congiura, ne facevano una formale denunzia al Vicerè Conte di Lemos,
innanzi all'Avvocato fiscale dell'Audienza di Calabria ultra D. Luise
Xarava. Per incarico di costui, essi seguitavano a sorvegliare gli
andamenti de' congiurati fingendosi sempre accesi per la rivolta,
ed intanto ponevano in iscritto ciò che fino a quel momento aveano
potuto raccogliere. Crediamo utile dare qui letteralmente tradotto
l'importante documento da noi rinvenuto in Simancas, anche perchè
riscontrandone l'originale, vengano i lettori a familiarizzarsi co'
documenti scritti nell'idioma spagnuolo[307].

«Relazione fedele e veridica a Sua Eccellenza circa la congiura
e ribellione che finora è stata tentata ed al presente si tenta
dagl'infrascritti, per quanto noi Fabio di Lauro e Gio. Battista
Biblia abbiamo potuto tener notizia e procurato sapere con ogni
diligenza, in servizio di Dio e del Re nostro signore. — Fra Tommaso
Campanella di Stilo, dell'ordine di S. Domenico, persona che per tutto
il mondo tiene il primato nelle scienze, che per maraviglia di esse è
stato molti anni carcerato nell'Inquisizione, presupponendosi opera
diabolica siccome al presente ci è stato veramente certificato, con
intelligenza di D. Lelio Orsini e del Principe di Bisignano, del Duca
di Vietri, del Vescovo di Nicastro e di molti altri Vescovi del Regno,
di Signori titolati e Potentati, ed in particolare di Sua Santità e
in nome suo del Card.^l S. Giorgio, del Turco; e fra Dionisio e fra
Pietro Ponzio di Nicastro, predicatori dell'ordine di S. Domenico,
con copioso numero di altri predicatori frati di diverse Religioni
e di persone principali di molte città e terre, con intelligenza di
molte corporazioni dell'una e dell'altra provincia, hanno tentato e
tentano quotidianamente di rivoltare ed ingannare i popoli contro il Re
nostro signore, pubblicandolo tiranno del mondo, e con parole efficaci
dànno ad intendere l'incomportabile malvagità de' suoi Ministri, i
quali vendono come all'asta pubblica il sangue umano e la giustizia e
tutto, usurpando con tirannia il sudore de' poveri con tanti tributi
e pagamenti e assassinii che si veggono nel Regno di Napoli, Regno
della Santa Chiesa occupato tirannicamente, dicendo che tutti i Re di
Spagna sono dannati per avere usurpato gli Stati della Chiesa, sangue
di Gesù Cristo, e che già è venuto il tempo che nostro signore Iddio,
mosso a pietà, si compiace di togliere la sozzura (?) di tanta tirannia
e servitù, e ciò per opera del suo Vicario, il quale, condolendosi
della calamità de' popoli, ha risoluto porli nella pristina libertà
di repubblica, come era per l'innanzi, pur che vogliano riconoscere
per signora la Santa Chiesa, con darle soltanto il libero consenso
e un mediocre tributo, dicendo che non bisognava spargere il sangue
de' loro figli, padri e madri, in rovina de' proprii averi, mentre
sperano che aggiusterà loro ogni cosa solamente col persuadere la
verità e fare che ognuno si riconosca a sè medesimo e al servizio
di Dio nostro signore, il cui aiuto dicono di tenere in ciò per
divine rivelazioni ed ispirazioni, stimolando la gente con promesse
di lauti guiderdoni e con la facilità del negozio, mentre tutte le
città e terre delle dette provincie sono divise e nella maggior parte
disposte a versare il sangue pel servizio di Dio e della Santa Chiesa
e per la propria libertà, aggiungendo il poco governo e poco talento
de' governanti che al presente si trovano nelle dette provincie, e
questo dicono essere permesso divino, che sembra gli abbia accecati,
dando agli animi di tutti fama immortale pe' secoli avvenire, come
pure mettendo innanzi il gran profitto da trarsene. — Nella detta
congiura sta Maurizio de Rinaldis di Guardavalle, persona nobile e
di grande intelligenza, e fuoruscito con comitiva di più di 2,000
persone di Stilo, casali e dintorni, il quale ha sobillato col detto
Campanella e tuttora va sobillando, e particolarmente in Catanzaro
Matteo Famareda, Orazio Rania ed altri suoi concertano intimamente
con lui. E perchè nella detta congiura, la quale si tratta già da un
anno, vi è pure l'intervento del Turco, che ha commesso ogni cosa al
Cicala acciò esegua quanto i congiurati gli saranno per chiedere, nel
mese scorso il detto Maurizio, inviato da' congiurati con una loro
credenziale, s'imbarcò insieme con alcuni compagni nelle galere di
Morat Rais che lo portò a parlare al Cicala, e di poi se ne tornarono
alla marina di Stilo come è fama pubblica. E il detto Cicala sta
già pronto a sua richiesta con 60 vele, che debbono servire ad andar
costeggiando la Calabria ed impedire qualunque soccorso da mare. —
Nella medesima congiura interviene Ferrante Moretto di Terranova della
piana con un suo germano ed infinita gente di suoi aderenti. Vi sono
pure molti della città di Reggio, S.^ta Agata e Casali, e persone
principali e potenti, e particolarmente della città di Seminara. Ci
è ancora la maggior parte della città di Tropea, Mileto, Monteleone,
Amantea, Fiumefreddo e città di Cosenza, Cassano, Castrovillari e
Terranova-citra, Bisignano, Taverna, Cotrone, e la maggior parte
del Principato di Squillace, ma specialmente infiniti della città
di Nicastro, e molti di Rossano e Pietra Paola. Ci ha inoltre della
città di Catanzaro Mario Flaccavento, parente di fra Dionisio e di
Gio. Antonio Fabbrica con altri suoi compagni. Si trovano ora nelle
provincie due compagnie di cavalli di uomini d'arme, che stanno a
requisizione de' nemici. Vi sono ancora tutti i fuorusciti delle
altre provincie, con altro infinito numero de' casali di Cosenza,
e capipopolo di diversi luoghi. — La detta congiura, stata già
trattata da tanto tempo, al presente è affrettata, e solo attendono
la venuta del Principe di Bisignano, il quale verrà incognito, e così
pure del Vescovo di Nicastro e di alcuni altri grandi personaggi. I
congiurati, oltre che sperano felice successo per la moltitudine de'
congiuranti e loro potere con guide del demonio che tratta col padre
Campanella, sperano giovarsi molto della lingua tra' popoli, nel senso
di far loro buone prediche, mentre concorrono molti predicatori di
diverse religioni i quali si hanno diviso i luoghi tra loro, e per
mezzo di essi si è quasi sempre trattato, e vanno promettendo grosse
remunerazioni in nome di Sua Santità. Si scrivono tra loro con cifra
di numeri e segni, i quali abbiamo visti in potere di fra Dionisio,
che credendo tenerci nel suo partito, per la grande familiarità
che da molti anni vi è stata tra lui e noi, ci ha comunicato tutto,
promettendoci grandi cose, e con grande esagerazione ci facea premura
in questo affare, nel quale non gli abbiamo dato rifiuto, per scovrire
da lui quanto c'è e darne avviso a Sua Eccellenza, come abbiamo fatto
in servizio di Sua Maestà. Guadagnate le provincie di Calabria, sperano
di conquistare apertamente il resto del Regno, dicendo che la Calabria
è la chiave, in dove si trovano le fortezze, munizioni e vettovaglie. —
Tutte le dette cose per la maggior parte le abbiamo udite dalla bocca
propria di fra Dionisio Ponzio, che per tale motivo va per diversi
luoghi, e di Matteo Famareda, e vedutele per evidenti segnali e lettere
di fra Dionisio che ci hanno mostrato. Speriamo d'ora innanzi tenere
di ciò notizia più particolareggiata, sebbene quanto facciamo si faccia
tutto con grandissimo pericolo di essere uccisi fin nelle nostre case;
ma per servizio di Dio, di Sua Maestà e di Vostra Eccellenza, noi non
ci curiamo di spargere il sangue e far notoria al mondo la nostra piena
fedeltà e seguire le orme degli avi. — Dat. in Catanzaro il 10 agosto
1599. — Io Fabio di Lauro dò l'infrascritta relazione di mera volontà
mia propria, e depongo come quassù in presenza dell'Avvocato fiscale
di questa provincia in nome di Sua Maestà, sperando la sua grazia e
guiderdone, mano propria. — Io Gio. Battista Biblia dò l'infrascritta
relazione di mia propria volontà, e depongo come quassù in presenza
del Sig. Avvocato fiscale di questa Provincia in nome di Sua Maestà,
sperando la sua grazia e guiderdone, mano propria».

Successivamente, il 13 agosto, essi mandavano direttamente al Vicerè
un'altra relazione[308]. Con questa dicevano che meglio informati,
poichè andavano ogni giorno cercando di sapere, avendo parlato con
alcuni congiurati principali, «credendo essi di tenerli pe' loro
più affezionati come avevano loro mostrato e mostravano», aveano
potuto toccar con mano che già tutta la provincia era in ordine, che
nella Città di Catanzaro vi erano tra' congiurati più di 100 persone
principali, «e tra gli altri la Regia munizione stava in ordine per
costoro»; che i corrieri e messi andavano tra loro quasi sempre di
notte, ed erano per la maggior parte frati e clerici; che essi, i
denunzianti, aveano mandato corriere «per avere qualche loro lettera»
ed inviarla a S. E., come pure d'allora in poi avrebbero procurato
«sapere tutti i nomi de' congiurati». In fondo, come ben si vede,
non avevano ancora fatto altri progressi nelle scoverte alle quali
attendevano; frattanto magnificavano il «pericolo di essere bruciati
fin dentro le loro case» e dicevano che «per ore e momenti stavano
aspettando la morte»; assicuravano che i congiurati aveano tra loro
«persone grandi e molti di Corte», e soggiungevano che se non si
rimediava presto, correva «grandissimo rischio di porsi in rivolta il
mondo». Infine conchiudevano rimettendosi alla grazia di S. M.^tà e di
S. E. da cui speravano «competente rimunerazione di tale e tanto grande
servigio». — Vedremo che in sèguito, attendendo sempre «a scovrire
la congiura per ordine dell'Avvocato fiscale», giunsero realmente ad
avere «tre lettere» le quali trasmisero alle Autorità, come risulta
dal Carteggio Vicereale[309], e fecero pure qualche altra scoverta che
troveremo espressa[310] nelle loro deposizioni.

La prima denunzia giunse in Napoli, per mezzo del fiscale, il 18
agosto, la seconda, direttamente, il 24 agosto, e in tale ultima data
il Vicerè ne trasmetteva copia a Madrid, dando conto de' provvedimenti
fatti e della impressione ricevuta: tutto ciò si rileva dalla sua prima
lettera scritta al Re su tale argomento[311]. Fin dal 18, all'arrivo
della prima denunzia, egli spedì subito un corriere all'Ambasciatore
di Spagna in Roma D. Antonio de Cardona Duca di Sessa, avvertendolo di
ciò che accadeva «e scrivendogli un'altra lettera da potersi mostrare
a S. S.^tà», nella quale diceva che certi frati e clerici in Calabria
facevano trattative col Cicala, e che perciò supplicasse S. S.^tà
di «restar servita» di permettergli che per l'investigazione di tal
negozio potesse prendere i frati e clerici che fossero colpevoli, ciò
che S. S.^tà fece con molto piacere, richiedendo che li traducesse
alla carcere del Nunzio che teneva in Napoli, ma che se gli paresse
altro, lo lasciava nelle sue mani. Dippiù, quantunque ritenesse la cosa
senza fondamento, il Vicerè pensò ad inviare in Calabria una persona
capace d'investigare con ogni segretezza e carcerare i frati nominati
nella relazione, procurando di avere in poter suo tutte le loro carte;
e scelse Carlo Spinelli, di cui avea trovato in Napoli molto buona
relazione, e che oltre all'essere buon soldato era anche molto prudente
ed accorto, e perciò si era servito di lui il Duca di Ossuna a tempo
del tumulto della città (il tumulto contro l'Eletto Starace), e lo
avea fatto Reggente della Vicaria, nella qual carica in pochi giorni
avea presi i più colpevoli tra' delinquenti; lo scelse anche perchè
gli sembrò che sarebbe stato la persona la quale avrebbe potuto andare
con minor rumore, con voce che sarebbe andato a difendere la costa (a
difenderla dal Turco siccome avea fatto altra volta). Del resto, egli
diceva, «mi pare grande stravaganza mischiare il Papa e il Card.^l S.
Giorgio col Turco; che se fosse stato col Re di Francia o con qualche
potentato d'Italia non mi sorprendeva, poichè, secondo mi ha avvertito
il Duca di Sessa, già altra volta si sono tentati questi rumori da
gente inquieta e di poca sostanza; e così mi persuado che solamente da'
frati sono uscite queste invenzioni, chè d'uno di loro tengo relazione
essere apparecchiato, per credere di lui qualunque novità». Parevagli
pure stravaganza ciò che dicevano del Principe di Bisignano, del Duca
di Vietri e di D. Lelio Orsini: con tutto ciò, egli soggiungeva,
«per non errare è mestieri pensar sempre al peggio». Aveva quindi
ordinato al Fiscale di andare a S.^ta Eufemia, ove dovea sbarcare Carlo
Spinelli, per farvi una certa informazione, perchè nell'Audienza non
sospettassero a che fine egli là si recava, e di vedersi quivi con
lo Spinelli, il quale, informato bene del caso, avrebbe nelle mani i
frati e i più colpevoli, e glie ne darebbe avviso. Ripeteva poi ancora
una volta che egli credeva tutto esser cosa senza fondamento, se non
invenzione de' frati.

Il Vicerè D. Ferrante Ruiz de Castro Conte di Lemos era stato da poco
tempo inviato a Napoli, in sostituzione del Conte Olivares, e vi era
entrato appena il 16 luglio 1599, avendo avuta anche la missione di
Ambasciatore straordinario di obbedienza al Papa: nella sua venuta
avrebbe dovuto passare per Roma, ed invece con una certa sorpresa
della Curia Pontificia, che trovasi espressa in una lettera al Nunzio,
era «capitato a Napoli prima che a Roma»[312]. Fu detto che nel suo
passaggio per Genova un frate Francescano lo avesse avvertito di
tener d'occhio la Calabria, e che egli fece subito diligenze e si
venne così a scovrire la congiura[313]: ma tutto ciò non ci risulta
esatto, e potrebbe stare soltanto che quel frate, appartenente ad un
Ordine solito a servire da spia agli spagnuoli massime nelle cose di
Levante, gli avesse parlato del Campanella come di un uomo torbido,
capace di qualunque novità; questo potrebbe ritenersi adombrato nel
periodo sopra riferito della lettera del Vicerè, mentre poi veramente
egli conobbe la congiura solo per opera di Lauro e Biblia, e stentò
molto a ritenerla cosa seria malgrado le rivelazioni di costoro. Fu
detto pure, dal Parrino, che i due cittadini di Catanzaro, complici
della congiura, la rivelarono perchè la Divina Provvidenza toccò loro
il cuore: ma ci risulta solamente certo che il loro cuore fu tocco
dalla speranza di un buon guiderdone, avendo formalmente espresso
questa speranza in entrambe le relazioni da loro scritte. Fu detto
infine dal Campanella, nella sua Narrazione, che Lauro e Biblia si
scovrirono avidi di mutazione con fra Dionisio, il quale secondo i
segni e profezie di lui commendò il disegno loro, e di poi con la
speranza di sollevarsi ed aggrandirsi parlarono allo Xarava, il quale
essendo scomunicato e malcontento, «per scaricarsi appresso il Re la
colpa della scomunica, e per vendicarsi degli ecclesiastici e d'altri
nemici suoi in Catanzaro, disse falsamente a Lauro et a Biblia che
questa era congiura di ribellar il regno e com'esso sempre l'havea
pensato, e che c'intervenia il Vescovo di Milito, da cui era stato lui
con tanti Baroni et Ufficiali scomunicato, e tutta casa del Tufo, el
Vescovo di Nicastro che fece l'interditto, e che per effettuar questo
F. Dionisio era andato a Ferrara, e che il Papa consentia e però non
levava l'interditto, e che potean'esser altri Signori e s'informò con
quanti havea amicitia il Campanella el F. Dionisio, e consertaro di
metterli in processo, qual fece segretamente contra Prelati e Baroni
et amici del Campanella e nemici suoi e delli prefati rivelanti; et
ci posero anche D. Alonso de Roxas Governator della provincia, parte
perch'era suo nemico di Xarava, parte perchè non fossero obbligati
a farlo consapevole di tal processo, perchè non haveria consentito a
tanta falsità». Ma questo si capisce facilmente essere un garbuglio,
per far apparire Biblia e Lauro promotori di un movimento e lo Xarava
autore di tutti i particolari della congiura; mentre invece, come
abbiamo già avuta occasione di vedere, il Campanella medesimo, nella
Dichiarazione che si decise a rilasciare appunto allo Xarava, disse che
fra Dionisio avea predicato in Catanzaro ribellione secondo la profezia
di lui, e per aver molti dalla sua parte avea nominate tutte quelle
persone a cominciare dal Papa. Adunque la denunzia di Lauro e Biblia
rivelò in tutto e per tutto le cose esageratamente ed artificiosamente
propalate da fra Dionisio in Catanzaro: si può soltanto dire che le
rivelò in un modo ancora più esagerato ed artificioso, con una grande
impudenza, per accrescere il valore del servigio reso. Nè vi si vede
poi accusato di complicità D. Alonso de Roxas, che realmente sappiamo
essere stato, come ogni altro Governatore, in dissidio con lo Xarava;
ma lo si vede soltanto genericamente posto in cattiva luce, assieme con
altri ufficiali Regii, là dove è notato il poco governo e poco talento
de' governanti delle Calabrie. Che se egli non fu fatto consapevole del
processo, sappiamo non essere ciò accaduto per astuzia dello Xarava
e de' rivelanti, ma per gli ordini dati dal Vicerè, il quale, a fine
di mantenere il segreto, volle che l'Audienza non potesse nemmeno
sospettare di qualche cosa all'arrivo dello Spinelli. Aggiungasi che
nella denunzia non si vede per anco nominato il Vescovo di Mileto e
la casa Del Tufo, degli individui di Catanzaro si trovano nominati
appena Matteo Famareda, Orazio Rania e Mario Flaccavento, e fino al
13 agosto non erano stati ancora conosciuti altri nomi, mentre pure
si accertava essere più di 100 i congiurati in quella città; onde deve
dirsi non apparirvi alcuna traccia de' voluti nemici dello Xarava e de'
rivelanti, che sarebbero stati nominati con la qualità di complici. In
conclusione rimane solo che potè forse lo Xarava essere l'estensore
della denunzia ma non l'inventore della congiura: potè essere
l'estensore della denunzia, perocchè questa, sebbene scritta in un modo
abbastanza scempiato, risulta sempre in una forma superiore a quella
che avrebbero comportato le forze intellettuali de' rivelanti, come si
desume pure da qualche altro documento scritto da uno di loro, che noi
abbiamo rinvenuto nell'Archivio di Napoli e che a suo tempo daremo. —
Pertanto il Vicerè mostrò un certo accorgimento nel non prestar fede a
quella miscela de' Nobili, del Papa e del Turco, tutti d'accordo in una
congiura, e nel crederla invece una invenzione di frati: ma la grave
responsabilità inerente al suo ufficio l'obbligava a preoccuparsene
senza ritardo, e naturalmente, trattandosi di persone ecclesiastiche,
egli si diresse innanzi tutto a Roma.

Occupava allora la sedia Apostolica Papa Clemente VIII (Ippolito
Aldobrandini), e secondo il costume del tempo, spinto all'eccesso da
questo Papa, brillava intorno a lui tutta la tribù degli Aldobrandini.
Sarebbe inutile e disgustoso darne l'elenco, ma occorre alla nostra
narrazione menzionarne almeno tre: 1.º Cinzio Aldobrandini Cardinale
di S. Giorgio, nipote del Papa essendo figlio della sorella Giulia
maritata ad Aurelio Personei, e per ragioni facili ad intendersi
decorato del cognome materno, creato Cardinale insieme col cugino
Pietro nel 1593, ma divenuto Segretario di Stato fin dal 1592,
in sostituzione del Vescovo di Bertinoro; 2.º Pietro Card.^le
Aldobrandini, altro nipote del Papa essendo figlio del fratello Pietro
sposo a Flaminia Ferracci, creato Cardinale a 21 anni, incaricato di
alti affari e divenuto anche Camerlengo, da non confondersi con un
altro Cardinale Aldobrandini (Silvestro), pronipote del Papa essendo
figlio della nipote Olimpia maritata a Gio. Francesco Aldobrandini,
creato Cardinale impubere, nel 1603; 3.º[314] Jacopo Aldobrandini
del ramo di Brunetto Aldobrandini, ramo rimasto in Firenze, figlio
di Francesco e Clarice Ardinghelli, già Canonico di S. Lorenzo, poi
Referendario della Segnatura sotto Sisto V, poi governatore di Fano
etc., poi mandato Nunzio in Napoli nell'aprile 1593, e in dicembre
dello stesso anno creato Vescovo di Troia in sostituzione di Monsignor
Rebibba, non che assistente al soglio Pontificio[315]. Importa
molto distinguere principalmente Cinzio, Pietro e Jacopo, i quali si
veggono talvolta confusi dagli scrittori delle cose del Campanella:
importa del pari avere qualche notizia delle condizioni degli animi
nelle Corti di Roma e di Napoli, mentre s'inauguravano trattative
le quali ebbero un lungo sèguito, destando armeggi giurisdizionali
tanto più delicati, in quanto riflettevano un delitto di lesa Maestà.
In generale i Vicerè ostentavano sempre le migliori disposizioni
verso Roma, e la Curia Pontificia non soleva tralasciar nulla per
avere i Vicerè ben disposti, profittando molto di quella devozione
che gli spagnuoli non mancavano mai di mettere in gran mostra, pur
quando non la sentivano. Il Conte di Lemos, stato già nove mesi frate
Zoccolante in gioventù, succedendo nel governo a quello tempestoso
dell'Olivares, con la missione anche di Ambasciatore di obbedienza
del nuovo Re presso S. S.^tà e col desiderio riposto di ottenere un
Vescovato ad un suo fratello per soprappiù illegittimo, fece concepire
alla Curia le più belle speranze nella persona sua. Come scriveva il
Cardinal S. Giorgio al Nunzio, anche prima di entrare nel Regno si era
affrettato ad inviare «una lettera piena di obsequio et di humiltà,
con la quale si essibisce di servire alle cose di S. S.^tà et di
tenere ogni buona intelligenza co' suoi Ministri». Dal canto suo, il
Papa avea subito mandato non solo un Breve di risposta al Conte, ma
anche un Breve alla Contessa, alla quale faceva la «spontanea gratia»
dell'indulgenza plenaria il primo giorno che si sarebbe confessata e
comunicata nel territorio del Regno, ed avrebbe pregato per la pace ed
esaltazione della Chiesa: ed aveva ordinato al Nunzio di presentarlo ed
«accompagnarlo con officio opportuno in voce, mostrandole spetialmente
che S. S.^tà si promette ch'ella debba essere instrumento efficace non
pur di mantenere il marito così bene affetto et così riverente verso
S. S.^tà et verso questa S.^ta Sede come si dichiara di voler essere,
ma di accrescere la dispositione et riverenza et di farne apparir gli
effetti all'occasioni»[316]. La grazia dell'indulgenza, naturalmente,
venne impiegata il meglio possibile, ma qualche volta nemmeno se ne
vide il frutto, ed allora si ricorse al Confessore del Vicerè, P.^e
Ferrante Mendozza Gesuita, che ebbe sempre molta influenza sull'animo
de' Lemos padre e figlio. Il Nunzio, da parte sua, adempiva con premura
all'ufficio; non lasciava mai nulla intentato e spiegava un'operosità
instancabile, superiore a quanto comportasse l'età sua che non era
fresca, ed anche il suo carattere che era di uomo svogliato e poco
espansivo[317]. Occupava così molto tempo «ne' negotii», con un certo
scapito dell'amministrazione della giustizia e del buono andamento del
Tribunale cui doveva attendere, come si vide dolorosamente anche nella
causa del Campanella e socii. Non si potrebbe dirlo poco amante della
giustizia, che anzi il suo Carteggio ce lo rivela sovente ammirabile,
sia quando sollecita la Curia Pontificia a trovar modo di far gastigare
la vita scandalosissima de' frati e de' clerici, e far perseguitare
i malviventi ricoverati nelle Chiese e ne' monasteri, sia quando
resiste alle sollecitazioni di essa a graziare delinquenti condannati
dal Tribunale della Nunziatura e ad imporre alle Chiese predicatori
raccomandati: ma erano moltissime le faccende che dovea trattare, e si
sa che la prima cura sua doveva essere la preeminenza ecclesiastica e
la raccolta delle ragguardevoli somme che dal Regno affluivano a Roma,
sicchè tutto il resto veniva in seconda linea; pure tutto il resto
non era poco, e alle faccende ordinarie se ne aggiungevano tante altre
straordinarie, non mancando nemmeno le commendatizie presso il Vicerè
per far avere impieghi! Frattanto nel tempo del quale discorriamo non
v'era ancora bisogno che egli si affannasse molto a trovar favore e
benevolenza nella Corte del Vicerè: si era in un periodo di grandi
tenerezze che durò tre buoni mesi, e parecchie lettere del Card.^l
S. Giorgio attestano la letizia di Sua Beatitudine per la buona
inclinazione, per la pietà, per la modestia del Vicerè, la premura di
mostrargli che a Roma «non si davano manco volentieri le sodisfattioni
di quello che si ricevevano»[318].

In simili condizioni di cose il Vicerè si spinse a chiedere licenza
di far carcerare gli ecclesiastici incolpati per poi procedere
all'informazione, ed il Papa glie l'accordò immediatamente: ma vi
fu qualche circostanza degna di nota da parte dell'uno ed anche
dell'altro. Il Vicerè non disse che que' frati e clerici promovevano
una congiura, sibbene che «trattavano col Cicala», o, come più
chiaramente mostra la comunicazione fattane dal Card.^l S. Giorgio
al Nunzio, che avevano «commesso delitti gravissimi et atroci, et
che per pigliar maggior vendetta dei loro nemici si sono indotti à
chiamar Amorat Rais all'esterminio di certo luogo che possedono alla
riva del mare»! Il Papa concesse la facoltà di farli carcerare, con la
condizione di consegnarli poi nelle mani del Nunzio, o quando vi fosse
timore che potessero fuggire e si volessero custodire nelle carceri
Regie, di custodirli sempre come prigioni del Nunzio; ma aggiunse
pure a costui, che mandasse «con le genti che spedirà contra l'E. S.
coloro... un huomo suo, con l'intervento del quale si veda che per
quello che tocca alle persone ecclesiastiche si tiene il conto che
conviene della nostra giurisditione mentre non sono verificati gli
eccessi che si pretendono contra di loro»[319]. Nè apparisce avere
il Papa veramente aggiunto al Vicerè, come costui scrisse a Madrid,
che «se gli paresse altro, lo lasciava nelle sue mani»: fu questa
probabilmente una di quelle piccole vanterie alle quali bisogna bene
essere preparati, giacchè ne vedremo talvolta negli ufficiali Regii
e nello stesso Nunzio, rientrando nel gonfio e nel vano che tanto
piacevano a que' tempi. — La comunicazione di ciò che a Roma si era
deliberato fu scritta il 20 agosto, e pervenne al Nunzio per mezzo
dello stesso Vicerè; il Nunzio glie ne diede notizia immediatamente,
e disse che era pronto a far la sua parte sempre che occorresse;
il Vicerè se ne mostrò contentissimo, e rispose che quando fosse
tempo glie lo farebbe sapere[320]. Ma certamente non pensava punto
a soddisfare i desiderii del Papa, circa l'invio di una persona che
rappresentasse il Nunzio con le genti che avrebbe spedite in Calabria.
Difatti non se ne curò menomamente, nè apparisce che la Curia se ne
fosse risentita: vedremo che molto più tardi poi il Vicerè evocò tale
provvedimento, ma per cercare di eludere l'obbligo di far esaminare
gl'incolpati in Napoli, ed invece farli esaminare in Calabria da un
Giudice secolare coll'intervento di un Commissario Apostolico. Pel
momento egli volea veder chiaro e senza testimoni importuni, tanto più
che parlavasi di complicità dello stesso Papa: laonde, siccome si è
detto, commise la faccenda solo allo Spinelli e allo Xarava, escludendo
perfino l'Audienza e quindi anche il preside di essa D. Alonso de Roxas
Governatore della provincia.

Abbiamo già avuta occasione di far la conoscenza di D. Alonso de
Roxas e di D. Luise Xarava, ed abbiamo notato l'animo mite e placido
dell'uno, l'animo prepotente ed energico dell'altro, l'antagonismo
esistente fra loro: è quasi superfluo dire che l'antagonismo si
verificò anche pel fatto della congiura. Ma c'importa per ora far
la conoscenza di Carlo Spinelli, al quale venne straordinariamente
affidata la parte principale in questa faccenda. I documenti abbondano
intorno a costui, poichè egli era veramente un personaggio reputato
oltre ogni dire, con uno stato di servizio ragguardevolissimo; e senza
ricercare le carte polverose degli Archivii, ogni napoletano, che
s'interessa un poco almeno allo svolgimento delle arti belle nella
sua città, ha potuto vederne le nobili sembianze in una statua armata
e ritta, messa tra due brutte statue sedenti di Ercole e Pallade,
e leggerne le molte azioni ricordate dall'epigrafe apposta al suo
mausoleo, entro la chiesa di S. Domenico nella Cappella di S. Stefano,
la 2.ª a destra dell'altare maggiore[321]. Appartenente alla linea
degli Spinelli Baroni di S. Giorgio la montagna e Buonalbergo, nella
provincia di Principato ultra, primogenito di Pirro Giovanni Spinelli
e di Lucrezia Caracciolo, non avendo avuto figli con Maria Spinelli
de' Principi di Tarsia, gli fu successore il fratello Gio. Battista,
che dopo la morte di lui fu creato Principe di S. Giorgio. Come tutti
i Nobili napoletani di alta carriera, indossò la toga e cinse la spada:
fu Reggente della Vicaria sotto il Duca d'Ossuna, a' tempi del tumulto
contro l'Eletto Starace (1585), ed in tale occasione si distinse
molto, secondochè rilevasi da' documenti trovati in Simancas, mentre il
Parrino non ne dice nulla: ma già avanti questo tempo si era distinto
presso D. Giovanni D'Austria, dapprima in Granata contro i Mori
ribelli, poi alle isole Echinadi e in Tunisi contro i turchi, quindi
nella Francia e nel Belgio per tre anni, in sèguito da Commissario
in Calabria contro i fuorusciti durante il Vicereato del Marchese di
Mondejar, poi come colonnello a capo di 4000 fanti, insieme con Fra
Vincenzo Carafa Prior d'Ungheria, nella presa del Regno di Portogallo
(1580), poi nel governo della Germania inferiore sotto il Duca di
Parma e Piacenza, trovandosi all'espugnazione di Bonn, di Vachtendonq
etc. etc. Nominato Consigliere del Collaterale nel 22 febbraio 1590,
fu nello stesso anno delegato contro i fuorusciti in tutto il Regno
e massime negli Abruzzi infestati dal famoso Marco Sciarra, poi nel
1594 di nuovo in Calabria contro i turchi condotti dal Cicala: ma in
queste due spedizioni non fu punto felice, e massime nella prima dovè
la sua salvezza allo stesso Sciarra, il quale, riconosciutolo pel
cavallo bianco che montava, ingiunse a' suoi che si astenessero dal
colpirlo, per usargli quella cortesia di cui non di rado i briganti
amano di far mostra. Il Campanella, nel suo libro della Monarchia di
Spagna, scoccò una frecciata a lui e a tutti i capitani spagnuoli,
dicendo che lo Spinelli riceveva donativi dallo Sciarra e non lo volle
morto, secondo il sistema di tirare le cose in lungo a fine di rimanere
lungamente con pingui stipendii e piena autorità: quanto all'aver
tirato le cose in lungo, il fatto ci risulta vero, benchè sia nota
l'intrinseca difficoltà di tali imprese non mai smentita; ma quanto al
non avere lo Spinelli voluto morto Marco Sciarra, gli Storici dicono
precisamente l'opposto[322]. Vero è che mentre egli mostravasi bravo
ed accorto, realmente «circumspetto» come s'intitolavano i Consiglieri
del Collaterale, non mancava di essere feroce ed avido di guadagno per
sè e per i suoi, come si vedeva spesso a quell'età; nè sarà inutile
dire che, al tempo del quale ci occupiamo, i molti debiti fatti dal
padre suo e da lui medesimo lo tenevano nelle strettezze, dalle quali
non uscì neanche dopo la spedizione di Calabria, poichè verso il 1603
dovè soffrire la vendita di Buonalbergo in suo danno, nè questa terra
tornò alla famiglia se non ricomprata dal fratello Gio. Battista nel
1612[323].

Abbiamo vedute le ragioni per le quali lo Spinelli fu prescelto dal
Vicerè. Come risulta da cenni sparsi, egli andò qual Commissario,
Luogotenente generale e Capitano a guerra nelle Calabrie: il testo
della Commissione e delle Istruzioni si dovrebbe trovare nei Registri
_Curiae_, dove, tra gli altri, solevano notarsi tutti i documenti
di questo genere: ma non c'è riuscito di rinvenirlo, e con ogni
probabilità se ne fece l'annotamento ne' Reg.^i _Curiae Secretorum_,
come si soleva nelle Commissioni di alta importanza[324]. Non sappiamo
con precisione quanta milizia lo Spinelli abbia avuta a condurre
con sè. Ma il Campanella, nella sua Narrazione, ci lasciò scritto
che vennero con lui due compagnie di spagnuoli, e veramente nelle
relazioni dello Spinelli si trovano citati due capitani spagnuoli con
le rispettive compagnie, D. Antonio Manrrique e D. Diego de Ayala.
Pertanto un documento da noi rinvenuto nel Grande Archivio ci fa
conoscere il nome di alcuni ufficiali napoletani che andarono con lo
Spinelli, come persone di sua fiducia, e gli stipendii rispettivi
e la sollecitudine con la quale vennero nominati e spediti. Questi
furono, Mario Mirabella, Alfonso Dattolo e Vespasiano Jovene, capitani,
inoltre Vincenzo Severino, che vedremo funzionare da segretario:
lo stipendio dello Spinelli era di D.^i 300, quello de' capitani di
D.^i 40, quello del Segretario di D.^i 30 mensili, e il 23 agosto,
un giorno innanzi che giungesse in Napoli la 2.ª relazione da Lauro
e Biblia, dalla Scrivania di razione era spedita la liberanza per un
mensile anticipato a ciascuno di loro, e il 26 agosto se ne faceva
il pagamento ovvero l'annotamento[325]. Poichè a questa data dovevano
essere già partiti, leggendosi nella lettera Vicereale del 24 agosto
intorno allo Spinelli, che «lo ha inviato, e datogli istruzione di ciò
che ha da fare e il segreto che ha da guardare»; ed oltracciò vedremo
che una lettera Vicereale dello stesso giorno 24 allo Spinelli fu da
lui ricevuta in Calabria, dove egli sbarcò il 27. Aggiungiamo che con
lui dovè pure partire un Mastrodatti: e veramente così costumavasi,
facendosene la nomina nella Lettera di Commissione, ed in una copia di
lettera dello Xarava al Vicerè trovata a Simancas lo si vede affermato,
con l'occasione che questo Mastrodatti morì poi in Calabria e bisognò
prenderne un altro[326].

Ma mentre il Vicerè si studiava tanto di tenere la faccenda segreta,
accadeva in Catanzaro qualche cosa che la svelava: altri Catanzaresi,
il giorno 25, presentavano una nuova denunzia, e la consegnavano
all'Audienza. È questa la denunzia che, trovata accidentalmente a'
giorni nostri dal De Luca, fu depositata dal Baldacchini nell'Archivio
dell'Accademia Pontaniana, e dall'Accademia trasmessa all'Archivio di
Stato: pubblicata dall'Accademia e dal Berti può leggersi riprodotta
ne' Documenti annessi a questa narrazione. In sostanza cinque cittadini
Catanzaresi, vale a dire due fratelli Striveri, un Mario Flaccavento,
un Gio. Battista Sanseverino e Gio. Tommaso di Franza che abbiamo
già veduto al convegno di Davoli, deponevano che fra Dionisio era
venuto a bella posta in Catanzaro per comunicar loro i vaticinii del
Campanella e la prossima ribellione «che principierà innanti la metà di
settembre», la partecipazione di diversi Signori e del Papa che farebbe
entrare le sue genti nel Regno, la partecipazione de' principali
cittadini di diverse terre, di 200 frati e di 200 fuoriusciti i
quali si andavano riunendo e doveano dar principio alla rivolta, la
partecipazione dell'armata turchesca che dovea comparire «alli 6 di
settembre prossimo», infine la richiesta fatta loro da fra Dionisio di
«accettarlo con più di tre o quattrocento huomini armati li quali li
farà entrare incogniti e di notte» per rimanere nella loro obbedienza,
conchiudendo che essi, fedelissimi vassalli, lo aveano «rebuttato» e
se non fosse stato monaco lo avrebbero menato carcerato, e però lo
denunziavano agli ufficiali Regii e pregavano che ne avessero dato
avviso al Vicerè. La denunzia reca la data del 25 agosto, ed apparisce
consegnata dagli Striveri, in nome loro ed in nome anche dei socii,
agli Auditori Annibale David e Vincenzo De Lega: la copia legale che
se ne ha, munita di suggello, è firmata da Guarino Bernaudo Segretario
interino della R.ª Audienza[327]. — Evidentemente tra' congiurati si
era per lo meno destato qualche sospetto che la congiura fosse stata
scoverta: con ogni probabilità le confabulazioni tra Lauro, Biblia e lo
Xarava, non poterono rimanere tanto nascoste da non trapelarne qualche
notizia, onde que' cinque sciagurati pensarono di salvarsi con un atto
di vigliaccheria, che del resto vedremo non aver avuto tanto valore
almeno per qualche tempo, poichè giudicato tardivo ed incompleto.
Naturalmente nella denunzia si parlò in modo principale di fra
Dionisio, e il Campanella fu appena nominato pe' suoi vaticinii: ma ciò
non deve far meraviglia, poichè in essa si palesavano i fatti avvenuti
in Catanzaro, dove il solo fra Dionisio avea trattato, nè poi conveniva
a' denunzianti lo estendersi nelle particolarità, specialmente ad
un periodo tanto inoltrato, per la ragione che sarebbero incorsi
nella taccia di aver molto trattato con fra Dionisio; così il Franza
certamente nascose di essere stato a Davoli presso il Campanella e
Maurizio, col Cordova e col Rania, la qual cosa pure egli medesimo
rivelò in sèguito, come trovasi registrato negli Atti esistenti
in Firenze. E per finirla su questo incidente aggiungiamo che il
Campanella, nell'Informazione e meglio ancora nella Narrazione, scrisse
che Gio. Tommaso di Franza pagò 200 tallaroni allo Xarava in Castel
dell'Ovo perchè lo mettesse nel numero de' rivelanti: ma, come si vede,
il Franza si era fatto rivelante già molto prima, e quindi parrebbe
che se pagò realmente una somma, ciò abbia dovuto accadere piuttosto in
principio, per far accettare la sua rivelazione; a meno che non l'abbia
pagata quando, nel venire alla spedizione della causa, facendosi una
cerna de' rivelanti per prenderli in benigna considerazione, fu quella
denunzia fatta passare per buona, mentre dapprima era stata qualificata
tardiva ed incompleta. Lasciando per altro siffatte interpetrazioni,
sempre molto arrischiate, notiamo esservi anche motivo di dire, che con
ogni probabilità il Campanella non conobbe l'esistenza di quest'altra
denunzia e l'andamento vero delle prime fasi del processo; infatti egli
disse ancora che lo Xarava, nella stessa occasione, diede egualmente
cartelle, in cui erano scritte le rivelazioni da doversi fare, a
Mario Flaccavento e a Tommaso Striveri che non erano stati esaminati
in Calabria»; or bene quest'ultima circostanza, almeno per Tommaso
Striveri, sappiamo certamente essere inesatta, risultando il contrario
del pari dagli Atti esistenti in Firenze, mentre poi e l'uno e l'altro
si trovano già rivelanti con la denunzia in quistione.

È del tutto naturale l'ammettere che la denunzia sia stata subito
inviata al Vicerè, il quale ebbe poi a comunicarla allo Spinelli:
ma essendo la cosa passata per la via dell'Audienza, il segreto fu
svelato, e il motivo della venuta dello Spinelli fu presto capito. Ne
dovè quindi trapelare qualche cosa, e parrebbe che specialmente D.
Alonso il Governatore non si fosse creduto nel dovere di mantenere
il segreto, onde poi lo Spinelli ebbe a dolersi di lui col Vicerè.
Certamente, nello stesso giorno in cui la denunzia fu consegnata, il
Vescovo di Catanzaro seppe ogni cosa; ed essendo amico di fra Dionisio,
e tenero della Religione Domenicana che vedeva compromessa, avvertì
fra Dionisio il quale trovavasi tuttavia in Catanzaro, eccitandolo
a salvarsi. Costui prese allora nel suo convento la prima giumenta
che gli capitò sotto mano e partì. Vedremo tra poco dove egli andò,
pensando a tutt'altro che ad una fuga pura e semplice; per ora vogliamo
accertare che questo accadde appunto il giorno 25, avendo da una
parte, nel processo di eresia, una lettera del Vescovo al Visitatore
in tale data, che copertamente accenna al fatto in quistione, e d'altra
parte, nel Carteggio del Vicerè, una lagnanza dello Spinelli contro il
Vescovo, che «fece fuggire fra Dionisio _due giorni prima_ che egli
arrivasse». E dobbiamo anche rettificare quanto ne disse nella sua
Narrazione il Campanella, che si studiò di porre le cose sotto altra
luce a questo modo: «Bibbia e Lauro consultati dallo Xarava avvisaro
al F. Dionisio che si fuggisse perchè venia Spinello contro lui; e poi
il medesimo Xarava fè intendere questo al Vescovo di Catanzaro amico
di F. Dionisio che lo facesse fuggire, perchè saria stata la ruina
del clero se F. Dionisio era preso; et il Vescovo che suspicò per le
discordie, scomuniche et interdetti, che ci fosse qualche trattato,
pregò F. Dionisio benchè ripugnante che fuggisse, e Bibbia e Lauro
li donaro cavalcatura e commodità, perchè con la fuga di Dionisio si
donasse colore alla congiura arrivando Spinelli, e li dissero che pur
facesse fuggire il Campanella et avvisaro a Mauritio che fuggisse».
Ma invece nel Carteggio del Vicerè troviamo che lo Spinelli si lagnò
di D. Alonso de Roxas perchè avea proceduto «inconsideratamente»; e
se si volesse ritenere che lo Spinelli non sia stato bene informato,
avremmo pur sempre di certo che «la cavalcatura» non venne donata a Fra
Dionisio da' rivelanti, ma venne da lui presa nel convento; infatti nel
processo di eresia che poi si fece, tra le molte cose affermate intorno
a fra Dionisio vi fu anche quella che avea «robbato una giumenta del
convento» per fuggirsene; l'affermò fra Giuseppe d'Amico priore del
convento di Soriano, e non apparisce alcun motivo plausibile per non
prestargli fede. Circa poi all'avere i medesimi rivelanti detto a
fra Dionisio che facesse fuggire il Campanella, e all'avere avvertito
Maurizio che fuggisse, il Campanella medesimo nella sua Dichiarazione
scritta, rilasciata allo Xarava, espose il fatto in un modo ben
diverso.

Fra Dionisio, avvertito dal Vescovo, lasciò Catanzaro e si diresse
al convento di Stilo, per far sapere al Campanella che la congiura
era scoperta e che lo Spinelli veniva contro di loro[328]; ma non gli
propose di fuggire, sibbene, come rilevasi dalla Dichiarazione del
Campanella, lo sollecitò che volesse uscire in campagna, insieme col
Petrolo, con lui e Maurizio, e gli «pose fretta e paura»; gli disse
che il non volerlo fare «sarà la ruina sua», e gli «dimandò lettera
a Claudio Crispo» verosimilmente al medesimo scopo. Il Campanella si
rifiutò all'audace progetto, divisando piuttosto scrivere all'Auditore
David in sua discolpa e presentarsi a tal fine in Catanzaro; ma non
attuò nemmeno questo suo pensiero e si ricoverò a Stignano. Dionisio se
ne partì scontento, senza dubbio in cerca di Maurizio, che forse non
trovò così presto, poichè egli era in giro a raccogliere i fuorusciti
per la prossima insurrezione: quindi andò sino a Belforte a prendere
con sè Gio. Tommaso Caccìa, ed insieme con costui lo vedremo poi andare
a Pizzoni presso fra Gio. Battista, evidentemente per avvertirlo del
pari e concertare anche con lui ciò che rimaneva a farsi. A Stignano
il Campanella non andò già presso suo padre, ma in casa di un D. Marco
Petrolo sacerdote: se non che dovè ben presto trovare qualche altro
ricovero e nascondersi, pur sempre in Stignano, dietro un orribile
voltafaccia da parte di D. Marco e quasi al tempo stesso da parte
di altri vigliacchi già suoi amici di Stilo. Gli avvenimenti oramai
s'incalzano, s'accavallano, s'intralciano, ed è impossibile riferirli
seguitamente: diciamo qui appena, che divulgatasi la scoperta della
congiura e saputasi la venuta dello Spinelli, D. Marco denunziò il
Campanella che era venuto ad alloggiare in casa sua, e il clerico
Giulio Contestabile non solo lo denunziò, ma procurò una Commissione
a Geronimo di Francesco suo cognato per la persecuzione e la cattura
di lui e de' complici! Tutto ciò rilevasi dagli Atti esistenti in
Firenze: ne vedremo i particolari più in là, e per ora notiamo che
la denunzia di D. Marco vi si trova riferita con la data del 28, onde
si desumerebbe che tanto l'andata di fra Dionisio a Stilo, quanto la
ritirata del Campanella a Stignano, doverono effettuarsi appunto in
tale data; ma forse D. Marco, per mostrarsi più sollecito, la segnò con
un poco di anticipazione.

Lo Spinelli giungeva in Calabria prendendo terra il 27 agosto a S.
Eufemia; quivi dovè abboccarsi con lo Xarava, e il 28 era già in
Catanzaro. Da questa città teneva continuamente corrispondenza col
Vicerè, dandogli conto di ogni sua mossa e ricevendone gli ordini;
ma la prima delle sue lettere che ci sono rimaste, trasmessa in copia
a Madrid e così trovata in Simancas, reca la data del 30. Da essa si
rileva che avea già scritte altre lettere e ricevutane una da Napoli
del 24, e può desumersi che avea dovuto giungere in Calabria il 27.
Comincia egli per dolersi sempre più di D. Alonso il Governatore, il
quale «non contento di aver posto mano a procedere in quel negozio
tanto inconsideratamente» avea commessa un'altra sbadataggine ancora
più grossa. Nel mattino del 29 lo Spinelli avea fatto carcerare qual
seduttore e capo-popolo Orazio Rania (che abbiamo visto in compagnia
del Franza e del Cordova al convegno di Davoli), e non essendogli
sembrato opportuno il prenderlo in poter suo, per dissimulare quanto
poteva l'esser venuto per la faccenda della congiura sino a che gli
fosse riuscito di assicurarsi di altri individui d'importanza, avvertì
ed ordinò a D. Alonso, presente l'Avvocato fiscale, che tenesse il
Rania con cautela; ed invece egli (che non dovè capire il motivo
gravissimo dell'arresto) non gli pose guardie, e lo lasciò scappare
tostochè lo Spinelli e il Fiscale si allontanarono; nè si curò di
riferire questa faccenda della fuga sino a poco prima di sera, mentre
egli era fuggito sulle quattordici ore, e lo Spinelli si affrettò a
darne conto al Vicerè. Ma subito, tra due ore, gli vennero a dire di
aver trovato Orazio morto in una vigna, ed avendolo portato entro la
città, si vide che era stato soffocato, non presentando alcuna ferita.
S'iniziò allora un'informazione, e con questa occasione di ricercare
chi avesse ucciso il Rania, si pose mano a prendere e carcerare i
nominati e sospetti nella congiura; e di fatti se ne presero alcuni,
e si scrisse e si provvide per quelli di fuora. Il giorno 30 lo
Spinelli pensò anche assicurare da ogni sospetto che poteva tenersi i
castelli di Gerace, S.^ta Severina, Squillace, Nicastro, Monteleone,
Oppido e Scilla, e provvide per alcuni di essi col mandare coloro
che avea condotti seco come persone di sua fiducia, in qualità di
sopraintendenti delle marine di detti luoghi. Si preoccupava inoltre
de' Vescovi, venendogli nominati quelli di Mileto, di Nicastro, di
Gerace, e quello di Catanzaro che avea fatto fuggire fra Dionisio
due giorni prima che egli arrivasse; ed essendogli stato riferito
che altri due frati con lettere sopra questa faccenda erano venuti
al Vescovo di Catanzaro, e presupponendo che non avrebbero potuto
fare a meno di riportar lettere, comandava che sei uomini stessero di
guardia sulla loro via per prenderli. Infine diceva che la congiura
stava molto innanzi, e il Campanella e il Ponzio la predicavano a
tutti per indubitabile e di successo felice e molto conforme alla loro
intenzione, di tal che i congiurati aveano gli animi assai sicuri e
fiduciosi[329]. — Queste cose lo Spinelli scriveva al Vicerè. Con ogni
probabilità i frati a' quali egli alludeva erano fra Cornelio di Nizza
e qualche suo compagno di viaggio, forse fra Domenico di Polistina
strettamente collegatosi a lui da qualche tempo: infatti il processo
istituito poi dal Visitatore ci mostra che, giuntagli il 28 agosto
la lettera del Vescovo della quale più sopra si è parlato, egli mandò
il 29 fra Cornelio in Catanzaro presso il Vescovo; così lo Spinelli,
invece di frati complici della congiura, ebbe a trovare frati che
erano già pronti a secondarlo, e che sappiamo di sicuro essersi recati
spontaneamente presso di lui, dopo di aver veduto il Vescovo, per
concertarsi sul miglior modo di perseguitare i congiurati. Quanto alla
condotta di D. Alonso de Roxas, è possibile che lo Xarava, il quale
anche teneva corrispondenza assidua col Vicerè, mosso dagli abituali
rancori lo avesse tacciato di connivenza; ma lo Spinelli non giunse
a tanto, e solo può dirsi che, o per naturale benignità, o piuttosto
per ispirito di contradizione allo Xarava, D. Alonso non avesse preso
le cose sul serio, e si fosse mostrato negligente. Nè risulta che
il Vicerè se ne fosse risentito: vedremo tra poco che solamente gli
ordinò di allontanarsi da Catanzaro, e di venirsene a Napoli subito,
mentre per verità non poteva che essere d'inciampo. Il Campanella
affermò di poi in più circostanze, che Spinelli e Xarava avessero
processato anche lui, e nella Narrazione disse, che non lo carcerarono
«perchè era andato con una compagnia di soldati al rumor di clerici di
Seminara, che ruppero li carceri gridando viva il Papa, et intendendo
che volea Spinello con Xarava carcerarlo, fuggìo di là in Napoli».
Sappiamo pertanto con certezza che l'affare di Seminara era accaduto
verso la metà di luglio, e quindi tutt'al più D. Alonso poteva essersi
là recato per prendere i colpevoli, come ne fu poi dato incarico più
tardi allo Spinelli: ma non risulta vero che gli si fosse fatto un
processo, e tanto meno che si fosse voluto carcerarlo, la qual cosa già
non sarebbe venuto in mente ad alcuno, essendo D. Alonso parente della
Viceregina (D.ª Caterina de Roxas de Sandoval) come trovasi notato
dal Residente di Venezia. Vedremo anzi che fra Cornelio si rivolse a
lui per informarlo di quanto accadeva, e fu da lui sollecitato perchè
carcerasse almeno il Pizzoni e il Lauriana. Inoltre aggiungiamo che
non cessò veramente dall'ufficio di Governatore di Calabria ultra, e
documenti rinvenuti negli Archivii di Napoli e di Venezia ci mostrano
che dopo la scoperta della congiura fece atto di autorità verso il
Segretario dell'Audienza Guarino de Bernaudo o Bernardo, intimandogli
di lasciare il posto a Camillo Passalacqua, da cui con regolare
contratto, a que' tempi ammesso, il Bernaudo teneva il posto qual
sostituto; che nell'aprile 1600 ebbe a trattare un negozio relativo
alla nave veneta Lione e Ponte naufragata in Calabria, che lasciò
l'ufficio appunto verso questo tempo, essendo stata data solamente
in maggio 1600 la commissione di sindacato del suo governo giusta
le prescrizioni delle Prammatiche, ed essendo stato nominato dopo il
detto tempo qual suo successore un altro parente della Viceregina, D.
Pietro de Borgia, che avea tenuto lo stesso ufficio nelle provincie
riunite di Capitanata e Molise[330]. Non vogliamo poi lasciare la
narrazione degli avvenimenti che si verificarono al primo arrivo
dello Spinelli in Calabria, senza notare essersi malamente affermato
dal Parrino e dal Giannone che si trovò il cadavere di uno de' rei,
fuggitivo dalle carceri, affogato _nel mare_, e che tale circostanza
rese pubblico il fatto, onde i congiurati pensarono a salvarsi. Non vi
fu affogamento nel mare ma qualche cosa di peggio, e quanto all'avere
i congiurati pensato a salvarsi in sèguito di tale fatto, per verità
anche lo Spinelli scrisse al Vicerè che molti individui sospetti si
erano posti in sicuro dietro la fuga del Rania; ma evidentemente egli
lo fece per aggravare la mano su D. Alonso e sbrigarsi di lui, mentre
la sola carcerazione bastava a dar l'avviso, non potendo essa tenersi
celata davvero in una piccola città. D'altronde si vide poi che la
fuga medesima del Rania, e secondo gravi indizii anche la sua morte,
fu opera di congiurati, e quindi si hanno anche troppe ragioni per
ritenere che essi avevano molto prima pensato a' casi loro, ma pure non
tanto efficacemente da non lasciarsi cogliere con bastante facilità.

Così non appena passato da S. Eufemia a Catanzaro, secondo la
commissione avuta, Carlo Spinelli cominciava a carcerare gl'incolpati,
ed insieme con lo Xarava e col Mastrodatti (poichè non occorreva altro
per costituire il tribunale) metteva mano a fabbricare il processo,
come allora si diceva. Di questo processo i lettori potranno formarsi
un'idea col dare uno sguardo allo schema che ne abbiamo compilato,
desumendone le notizie dalla indicazione de' _folii_, notata ne' brani
che se ne citano negli Atti giudiziarii esistenti in Firenze[331].
La sua intestazione fu, «Contra fratrem Thomam Campanellam, fratrem
Dionisium Pontium et alios inquisitos de crimine tentatae rebellionis»,
poichè così trovasi notata dal Mastrodatti, che estrasse la copia
di una deposizione in esso contenuta e la trasmise a' Giudici
dell'eresia[332]. La data poi, in cui cominciò, parrebbe essere stata
quella del 31 agosto, poichè il Giannone, il quale ebbe sott'occhio
una copia del processo, ci lasciò scritto che le deposizioni di Lauro
e Biblia, le prime fra tutte, furono raccolte a quella data: solamente
si può notare che, all'opposto di quanto egli affermò, le carcerazioni
precederono l'audizione di Lauro e Biblia, essendo cominciate il giorno
29 e continuate attivamente il 30, colta l'occasione dell'assassinio
del Rania. Con ogni probabilità apriva il processo la Commissione
Vicereale data allo Spinelli, con la costituzione del tribunale, e la
denunzia scritta di Lauro e Biblia; poi cominciavano le deposizioni
con quelle fatte da costoro medesimi, e proseguivano con quelle di
Francesco Striveri, Tommaso Striveri e Gio. Tommaso di Franza, tre
soscrittori della 2.ª denunzia, i quali, secondochè si rileva da una
lettera posteriore dello Spinelli, furono dapprima uditi «non come
principali nè come testimoni», e più tardi, dietro ordine del Vicerè,
imprigionati come complici insieme con gli altri loro compagni.

Il Vicerè dovè presto persuadersi che la congiura non era affatto una
cosa senza fondamento, e si diè con tutta fretta a prendere misure di
precauzione in Napoli, e a trasmettere ordini di rigore in Calabria,
rimanendosi tuttavia nell'amena costa di Posilipo, a godervi insieme
con la Viceregina i conviti e banchetti che i Nobili offrivano loro
successivamente in quelle ville, ed affettando una calma che facea
contrasto co' suoi provvedimenti. In Napoli, da principio egli avea
mostrato di preoccuparsi soltanto delle prossime imprese de' turchi
nel Regno, ed essendo venute notizie che i turchi volessero depredare
Lanciano negli Abruzzi, ovvero Salerno più dappresso a Napoli, ad
occasione delle Fiere che vi si dovevano tenere nel settembre, si diè
moto in questo senso chiedendone l'avviso del Consiglio Collaterale;
di poi, essendosi in Consiglio espresso l'avviso che tali notizie non
potessero esser vere, mostrò di preoccuparsi di certe altre notizie di
peste già venute dall'Adriatico, e facendo una singolare confusione,
artificiosamente senza dubbio, tra la città di Fiume in Dalmazia e una
terra denominata Fiume nella Marca d'Ancona (terra che non esisteva),
contemplando anzi propriamente la borgata di Fiumicino, esistente sulla
spiaggia Romana dal lato del Tirreno, diede in quest'altro senso ordini
che fecero maravigliare la città, e che erano evidentemente diretti a
tutelare il Regno da una mossa qualunque per parte di Roma, sia dalla
via della Campania, sia dalla via degli Abruzzi, circostanza degna di
essere rilevata. Emanò un Bando, che colpiva di pena di morte non solo
chi desse pratica a' legni di quella provenienza, ma ancora accogliesse
le persone che venendo da quelle parti cercassero di entrare nel Regno
(28 agosto); mandò Commissarii a' passi di Sangermano, di Fondi, di
Tagliacozzo; sospese le Fiere di Lanciano, di Salerno e di Nocera;
propose perfino di sospendere anche il procaccio di Roma e di nominare
gentiluomini quali deputati e custodi delle porte di Napoli! Ma poco
dopo, convintosi che non avrebbe tardato a divulgarsi lo stato vero
delle cose, rassicuratosi pel buono andamento della repressione,
penetratosi pure delle difficoltà che sarebbero sorte con Roma in
un momento in cui dovea rinnovarsi l'investitura del Regno, revocò
il Bando (6 7bre), e così pure ogni altro ordine fin allora dato
per la peste dello Stato Ecclesiastico[333]. In Calabria poi spedì
immediatamente ordine di far giustizia con celerità e severità su
quelli che si erano avuti e si avrebbero nelle mani; e i documenti ci
mostrano pure che intervenne con uno zelo assiduo ed abbastanza spinto
ne' singoli casi, di tal che non sarebbe esatto l'attribuire soltanto
allo Xarava e allo Spinelli le crudeltà commesse. Non appena gli
capitò la 2.ª denunzia de' cinque Catanzaresi, la ritenne poco seria
ed ordinò che i denunzianti fossero imprigionati, ciò che lo Spinelli
e lo Xarava non aveano ancora fatto. Inoltre, richiamando in Napoli
D. Alonso de Roxas (4 7bre) «perchè Carlo Spinelli potesse far meglio
e più liberamente quello di cui era stato incaricato», ordinò allo
Spinelli che se i Vescovi fossero colpevoli e cercassero di fuggire,
li detenesse col dovuto rispetto ed avvertisse lui per la posta;
egli ne avrebbe dato conto al Papa, potendogli già allora dire che
mettevano in ballo lui e il Card.^l S. Giorgio, e riteneva per certo
che S. S.^tà o gli rimetterebbe i Vescovi (altra piccola vanteria), o
darebbe loro un gastigo esemplare trovandosi colpevoli. Avea del resto
ordinato allo Spinelli di raccogliere tutto ciò che si deponeva contro
i Nobili, i Vescovi ed il Papa, ma di notarlo a parte, senza inserirlo
nel processo. Questo ci sembra copertamente accennato in una lettera
dello Spinelli, il quale rammenta e ripete al Vicerè l'ordine avuto in
cifra, e naturalmente a noi è riuscito impossibile interpetrarlo[334]:
ma se ne ha pure indizio in altre lettere, dove riferendosi qualche
cosa concernente un Nobile od un Vescovo, come vedremo in sèguito,
si avverte di «non averlo posto in iscritto»; e così risulterebbe
verificato ciò che il Campanella affermò nella sua Narrazione, parlando
del processo che lo Xarava «fece _segretamente_ contra Prelati e
Baroni, et amici del Campanella e nemici suoi» etc.

Lo Spinelli dal canto suo, assistito dallo Xarava, non avea molto
bisogno di questi eccitamenti. Già fin da quando si trovò morto il
Rania, egli vide che «restava con ciò confermata la macchina di questo
trattato»; ma glie la confermavano sempre più le nuove rivelazioni che
giorno per giorno si avevano a voce ed anche in iscritto, onde non solo
si rassodava l'esistenza della congiura, ma anche si scopriva una cosa
fin allora ignorata dal Governo, l'esistenza dell'eresia. Certamente
dell'eresia gli cominciò a parlare fra Cornelio, poichè si trovano
ripetute dallo Spinelli al Vicerè le parole stesse che vedremo da fra
Cornelio scritte a Roma, avere cioè il Campanella diffuso eresie in
Stilo, suoi casali e luoghi convicini; ma quasi al tempo medesimo ne
ebbe notizia anche da altre vie. Cade qui opportunamente il parlare
delle denunzie che da Stignano e da Stilo gli giunsero appunto in
questi giorni. La corsa di fra Dionisio a Stilo, la quasi fuga del
Campanella a Stignano, lo sbarco dello Spinelli in Calabria, doverono
svelare lo stato delle cose anche in que' paesi, ed ecco, dopo le
scellerate defezioni di Catanzaro, quelle ancora più scellerate di
Stilo e suoi casali. Il Campanella avea potuto rimanere tutt'al più
un sol giorno in casa di D. Marco Petrolo a Stignano, quando costui si
spinse a scrivere al Vescovo di Squillace una lettera con la quale lo
denunziava, perchè gli avea detto «che era per predicare et promulgare
nova legge in tutti questi populi, et esso l'avisa acciò siano
castigati li tristi et scelerati Heresiarci et malfattori»; con queste
parole ne fece un sunto il Mastrodatti[335]. Ma non contento di ciò, da
prete d'ingegno sottile, scritta la lettera in presenza di un Tiberio
di Lamberti e consegnatala a costui perchè la recasse al suo destino,
D. Marco lo mandò prima a parlare con Carlo Spinelli; certamente egli
dovè pensare che in tal modo, conservando interi i dritti dell'altare,
si sarebbe mostrato tenerissimo anche de' diritti del trono, e difatti
presso lo Spinelli trovavasi lo Xarava, e la lettera non giunse al
Vescovo, sibbene fu ricevuta dallo Xarava ed inserta nel processo.
Di poi il medesimo Lamberti, che dalle scritture del Grande Archivio
sappiamo essere stato un avvocato di Stignano[336], fu più tardi
chiamato a dar conto della cosa, e dovè palesare che il Campanella
era stato in alloggio a Stignano presso D. Marco, e D. Marco fu tratto
in prigione egualmente. Ma in Stilo si fece anche peggio. Il clerico
Giulio Contestabile, non appena ebbe visto che il Campanella si era
«assentato» a Stignano, diede in iscritto capi di accusa contro di lui,
denunziando le sue prediche contro la fede e il Re, e parecchie persone
che gli aveano dato ricetto, ed oltre tutto questo procurò dal Barone
di Bagnara D. Carlo Ruffo, che avea ricevuto Commissione dallo Spinelli
contro gl'incolpati, una Commissione di seconda mano per Geronimo di
Francesco suo cognato a fine di perseguitare il Campanella e complici.
E la Commissione fu subito accordata, ma il Campanella era stato preso
quando essa giunse, onde il Di Francesco dovè limitarsi a carcerarne
i parenti; e vedremo che il Campanella ne ebbe l'animo esulcerato, ne
mosse vive lagnanze e diè sfogo al suo risentimento in tutti i modi,
non esclusi i modi censurabili. Lo Spinelli, avuta la denunzia e saputo
che il Campanella stava in que' luoghi, mandò subito l'Auditore Di Lega
per prenderlo, siccome persona di maggior confidenza e che poteva farlo
con minore scandalo, colorando la sua gita colà con un'altra causa; ma
l'Auditore se ne tornò, non avendo potuto conchiuder nulla, perchè il
Campanella si era allontanato e nascosto. Allora, tanto per guardare
que' luoghi, ne' quali potea scendere il Cicala e fare gran danno pe'
molti congiurati che doveano trovarvisi, quanto per avere nelle mani
il Campanella ed anche Maurizio, «venendogli affermato che non erano
ancora partiti di là e stavano nascosti», lo Spinelli mandò ordine
al capitano D. Antonio Manrrique, che con la sua compagnia andasse di
guarnigione a Stilo e a Guardavalle patria di Maurizio; e fece partire
un'altra compagnia del Battaglione per Stignano che credea patria
del Campanella, provvedendo anche per altri luoghi dove si sospettava
che quelli potessero tener pratiche ed occupando ogni passo per farli
prendere tutti ad un tempo. Il 5 settembre l'Auditore Di Lega era già
tornato e i detti provvedimenti erano stati già presi; di tal che la
data della denunzia del Contestabile deve riportarsi agli ultimi giorni
di agosto od a' primi di settembre, e nel detto tempo que' posti per lo
meno si andavano guarnendo di milizie, ed ogni via di scampo si andava
chiudendo pe' miseri perseguitati.

Intanto il numero de' carcerati cresceva, e poichè non c'era luogo in
Catanzaro ove tenerli, non stimando conveniente tenerli nelle carceri
ordinarie sibbene in luoghi segreti e separati gli uni dagli altri,
lo Spinelli si determinò di stabilirsi nel castello di Squillace. Il 5
settembre vi si era già stabilito, e di là ne diede notizia al Vicerè,
riferendogli la maggior parte delle cose dette sopra; così, all'infuori
di pochi atti iniziali compiti in Catanzaro, il processo si svolse
veramente nel castello di Squillace e molto più tardi in Gerace, col
corredo di que' terribili tormenti, che per lungo tempo si ricordarono
in quelle desolate provincie. Gli ordini del Vicerè aveano dovuto
essere così insistenti, che già lo Spinelli, appena cinque o sei giorni
dopo l'istituzione del processo sentiva il bisogno di giustificare che
i carcerati «non erano stati tormentati fino allora, per essersi atteso
ed attendersi alla cattura di quanti si sapevano dalle rivelazioni de'
denunzianti, perchè col tardare si correva pericolo di non averli più
nelle mani». Nel medesimo castello di Squillace egli fece trarre in
arresto Geronimo del Tufo che là risedeva ed era stato nominato da'
rivelanti, a' quali, secondo le notizie avute, fra Dionisio avea detto
che era de' congiurati ed avea promesso di consegnare il castello,
oltre all'essersi prodotti pure altri indizii di avere intimamente
comunicato e trattato con Maurizio, trovandosi anche stretto parente
del Vescovo di Mileto. Era stato pure preso con gli altri il Barone
di Cropani per aver detto certe parole sospette (non sappiamo quali),
avendo trattato e confabulato con fra Dionisio; il quale avea fatto
sapere che portava al detto Barone una lettera di un capo principale
de' congiurati, e colui che ciò deponeva l'avea veduta. Gli altri
carcerati di basso grado erano piccoli borghesi di Catanzaro, per
quanto si può desumere da' primi scritti in una nota che lo Spinelli
trasmise più tardi, vale a dire un Pietrantonio di Bergamo, un Nardo
Rampano, uno Scipione Nania, un Nardo Curcio, un Marcello Salerno etc.;
ma si stimava soltanto degna di annunzio la recentissima cattura di due
frati (quella del Pizzoni e del Lauriana, che tra non guari vedremo
dove e come e da chi eseguita), e la fuga del Maestro Giurato di
Cropani, che per alcune sue parole era stato già carcerato in Cropani
dallo Xarava, ed anche prima dell'arrivo dello Spinelli era riuscito ad
evadere. Nel riferire al Vicerè tutte queste cose, come anche l'andata
e il ritorno dell'Auditore Di Lega a Stilo, e l'invio del Capitano
Manrrique e della compagnia del Battaglione a que' luoghi, lo Spinelli
continuava sempre a partecipare i risultamenti delle investigazioni.
E scriveva essersi trovato che il Campanella e fra Dionisio con altri
frati andavano seducendo i popoli, «dicendo che tenevano ordine da chi
potea mandarli per questo» e ciò non senza frutto, poichè già aveano
molti seguaci, come di ogni cosa si andava prendendo informazione,
«coll'avvertenza di registrare a parte ciò che S. E. aveva ordinato»;
inoltre che que' due predicavano pubblicamente, in riunioni e
conversazioni, alcune cose contro la fede, seminando e persuadendo
eresie «in Stilo, suoi casali e luoghi convicini». Ma si fermava
ancora sulle notizie concernenti i Nobili ed i Vescovi, e faceva sapere
essersi deposto che il Vescovo di Nicastro e il Principe di Bisignano
doveano venire incogniti in quelle parti, e notava che quel Vescovo
teneva in Calabria tutta la sua casa e i suoi domestici, avendoli da
un pezzo inviati da Roma ed essendo rimasto con un solo domestico;
poteva quindi esser vero ciò che deponevasi, che avesse a venire di
nascosto secondo il convenuto, onde sembravagli doverne avvertire
S. E. perchè potesse comandare di far diligenza in Roma e sapere
se si trovasse là, giacchè, non essendovi, riuscirebbe accertata la
deposizione. Aggiungeva di avere ordinato nelle marine che si tenesse
molta oculatezza ne' luoghi d'imbarco, che nessuno potesse partire e
imbarcarsi fuorchè ne' luoghi a ciò destinati, che si riconoscessero
dagli ufficiali coloro i quali partivano; inoltre di aver posto in
mare una feluca con persona di fiducia ed esperienza, perchè non
potesse passare barca senza essere visitata nè salvarsi alcuno de'
colpevoli, mentre poi si disponeva ad emanare contro gli assenti le
provvidenze necessarie, e a far pronta e severa giustizia contro i
colpevoli, come S. E. ordinava e un così grave delitto richiedeva,
«essendo tanti coloro che se n'erano macchiati». — In tutto ciò è
notevole specialmente la prevenzione dello Spinelli contro i Nobili ed
i Vescovi; eppure contro i Nobili, od almeno contro i Nobili di ordine
più elevato, non si avevano che dicerie vaghe anche troppo, e solamente
contro i Vescovi poteva invocarsi il loro contegno sufficientemente
ostile, ma tuttavia di una data non fresca ed anteriore di molto alla
venuta del Campanella in Calabria. Gli faceva molta impressione il
contegno del Vescovo di Catanzaro che avea consigliato fra Dionisio
a fuggire, comunque potesse pensarsi che l'avesse fatto per riguardo
alla condizione ecclesiastica di lui; così pure il contegno del Vescovo
di Mileto che si era permesso di dire alcune parole rimasteci ignote,
ma probabilmente allusive a soddisfazione pe' non lievi imbarazzi in
cui il Governo si trovava, e certamente era questo il meno che dovesse
aspettarsi da lui tanto uggioso verso il potere civile; infine anche il
contegno del Vescovo di Nicastro, che si teneva tuttora lontano dalla
sua residenza, dopo di avervi già da un pezzo mandati i suoi familiari,
quasi fosse consapevole di prossimi tumulti[337]. E il Vicerè finiva
per accogliere del pari molto facilmente le prevenzioni contro i
Vescovi, e prendeva le sue misure, oltre al suggerire lui medesimo
misure di rigore contro gl'incolpati assenti.

Anche prima di avere maggiori indizii contro i Vescovi, l'8 settembre
il Vicerè scriveva al suo Agente in Roma D. Alonso Manrrique, che
trattava gli affari del Regno stando a lato dell'Ambasciatore,
perchè facesse sapere al Papa che il Campanella, fra Dionisio e fra
Pietro Ponzio (questo povero fra Pietro era stato nominato da' primi
rivelanti e continuava ad essere nominato senza la menoma colpa), si
occupavano di far sollevare la Calabria facendo intendere al popolo
«che tenevano ordine da chi potea mandarli per questo», come lo
Spinelli aveva scritto; che alle persone di maggior levatura dicevano
partecipare alla congiura alcuni Signori principali del Regno, ed
aversi il favore di S. S.^tà offerto per mezzo dell'Ill.^mo Card.^l
S. Giorgio, ed incorniciando pure questa menzogna dicevano essere
tra' congiurati il Papa, il Turco, il Card.^l S. Giorgio, ed il Papa
averli subito ad aiutare ed altre mille stravaganze; che inoltre i
frati andavano seminando alcune eresie nelle conversazioni e sermoni
che facevano, e che alcuni Vescovi, secondo le dichiarazioni prese,
risultavano colpevoli, e se la colpa fosse tale da obbligare a metterli
in prigione, lo si farebbe col rispetto dovuto, dandone subito conto a
S. S.^tà etc. Non sappiamo precisamente qual viso la Curia Pontificia
avesse fatto ad una simile comunicazione, ma probabilmente prese tempo
a deliberare, confidando che le dicerie si sarebbero poi trovate
false[338]. Intanto il Vicerè si preoccupava del non essere stati
catturati i tre frati e Maurizio de Rinaldis, ed inviava ordine allo
Spinelli che facesse Bando, col quale a chi consegnasse Maurizio vivo
si darebbe il perdono per lui e per un altro purchè non fosse uno de'
tre frati, e a chi lo consegnasse morto si darebbe indulto per la sola
persona sua; ed egualmente si darebbe indulto a chiunque consegnasse
fra Tommaso Campanella, fra Pietro Ponzio e fra Dionisio di Nicastro;
egli riteneva questo un buon mezzo per prenderli, «segun la poca
amistad que se guardan acà en general unos à otros» (osservazione
che oggi ancora e sempre dovrebb'essere profondamente meditata da
ogni napoletano). Inoltre preveniva tutta la costa, da Napoli alla
Calabria, trasmettendo i connotati de' frati e del gentiluomo, perchè
si visitassero tutte le feluche in arrivo ne' porti; ed in Napoli
teneva posta guardia nel mare, perchè non vi si passasse senza toccare
la città (onde si vede il suo pensiero, che quando i congiurati fossero
riusciti a mettersi in mare si sarebbero diretti a Roma, la quale
dovea essere per lui il centro del movimento, malgrado lo dissimulasse
con ogni cura). Queste cose egli comunicava a Madrid, significando
che quantunque tale congiura presentasse tanto poco fondamento, «era
stata misericordia di Dio l'averla scoverta a tempo ed averla potuto
prevenire, siccome lo avea fatto». Vedremo che mentre i suoi ordini
così efficaci giungevano in Calabria, il Campanella era stato già
preso, e quanto a Maurizio, lo Spinelli, mostrandosi poco propenso ad
indultar complici, dopo di aver preparati molti mezzi e molti concerti,
finiva per emanare un Bando assai più terribile.

E qui, prima d'inoltrarci nel racconto di queste catture, importa
conoscere chi si prestò a dar la caccia agl'incolpati, e chi venne
in aiuto del Governo nella feroce repressione della congiura non
che nella difesa delle coste dal Turco. Solevasi allora «dare una
Commissione» ad individui, che per guadagno si prestavano ovvero anche
spontaneamente si offrivano a perseguitare i ricercati dalla giustizia,
munendoli di lettere patenti, con licenza di scorrere la campagna
a capo di una comitiva armata e con ordine a tutti di favorirne le
mosse: erano questi i così detti «Commissionati» o «Commissarii di
campagna», i quali talvolta, abusando della loro autorità, finivano
per essere ricercati dalla giustizia essi medesimi. Solevasi inoltre
adoperare i fuorusciti, che assumevano gli stessi incarichi e si
dicevano «Guidati», venendo muniti di un guidatico o salvacondotto,
dietro una promessa ed ordinariamente dietro una convenzione scritta
od «albarano», in cui era ben determinato il servizio che doveano
prestare, per poi ottenere l'indulto o assoluzione dei loro delitti.
Nella repressione della congiura vi furono gli uni e gli altri. De'
Guidati conosciamo appena qualcuno, come Giulio Soldaniero unitamente
con Valerio Bruno, de' quali avremo a parlare lungamente in sèguito;
ma l'Audienza ne trovò parecchi dopo il ritorno dello Spinelli dalla
Calabria, fra gli altri un Carlo Logoteta, come a suo tempo vedremo.
De' Commissionati conosciamo più d'uno e d'ogni risma, da' semplici
così detti gentiluomini, quali un Gio. Battista Carlino e uno Scipione
Silvestro, fino a' Nobili più o meno distinti, quali un Gio. Geronimo
Morano fratello del Barone di Gagliato, ed anche D. Carlo Ruffo Barone
di Bagnara, che era parente dello Spinelli ed ebbe poi per questi
suoi servigi il titolo di Duca, divenendo il capo-stipite de' Duchi
di Bagnara; quest'ultimo facevasi chiamare piuttosto «locotenente di
Carlo Spinelli», ma siffatta parola più pomposa non esprimeva altro che
una commissione avuta, e in qualche documento egli è detto nè più nè
meno che «Commissionato»[339]. Vi furono d'altra parte diversi Nobili
già titolati e di prim'ordine, che si distinsero specialmente per
l'operosità spiegata contro l'attesa incursione dell'armata turca, e
taluno di loro anche contro le persone de' fuggitivi, come il Principe
della Roccella, il Principe di Scilla, il Principe di Scalèa, che erano
pure tutti parenti dello Spinelli. Non sarà inutile qualche cenno
intorno a costoro. — Il Principe di Scalèa era Francesco Spinelli,
nipote di Carlo che avea sposato D.ª Maria Spinelli, figliuolo di
Gio. Battista e di Caterina Pignatelli. Capitano di una compagnia di
gente d'arme, che trovavasi di guarnigione appunto in Calabria, era
perciò stipendiato dalla R.ª Corte come allora si diceva[340]: lo
vedremo assistere di persona nelle mosse che si fecero lungo la costa
a fronte dell'armata turca, con cavalli e fanti dello Stato suo, oltre
quelli della sua compagnia, avendo del resto sempre agito in tal modo,
al pari di tutti gli altri Nobili che possedevano Stati in quelle
provincie, tanto che si conosce averne poi miseramente incontrata la
morte nell'anno successivo. Il Principe di Scilla (spagnolescamente
Sciglio) era Vincenzo Ruffo, parente di Carlo Spinelli poichè figlio
di Marcello e Giovanna Benavides de Alarcon, il quale Marcello era
secondogenito di Paolo Ruffo 6.º Conte di Sinopoli e Caterina Spinelli
figlia di Carlo 1.º Conte di Seminara: egli era divenuto Principe
nel 1591, sposando la sua cugina Maria Ruffo Contessa di Nicotera e
Principessa di Scilla, figlia di Fabrizio, che fu il 1.º Principe di
Scilla[341]. Abbiamo già avuta occasione di dire che in questo momento
trovavasi scomunicato dal Vescovo di Mileto: egli teneva sempre 600 de'
suoi vassalli pronti ad opporsi al Turco ove il bisogno lo richiedesse;
vedremo che naturalmente in questa occasione non mancò di presentarsi
con la maggiore premura e n'ebbe i più caldi elogi. — Il Principe della
Roccella era Fabrizio Carafa, nipote di Carlo Spinelli, perchè figlio
di Girolamo Marchese di Castelvetere e di Livia Spinelli: s'intitolava
4.º Conte della Grotteria, 3.º Marchese di Castelvetere e 1.º Principe
della Roccella, avendo avuto quest'ultimo titolo nel 1594, nel quale
anno co' suoi vassalli si difese strenuamente contro il Cicala nel
forte di Castelvetere. Questa volta il suo zelo non si spiegò contro il
Turco, ma contro il Campanella, verso il quale avea pure già mostrato
benevolenza, ammirandone qualche lavoro e fra gli altri la tragedia
intitolata Maria Regina di Scozia: vedremo infatti, che accompagnò
veramente lo Spinelli nelle mosse contro il Turco ma senza gente
armata, e si distinse invece promovendo la cattura del Campanella,
denunziando i rapporti di lui col Pisano e poi venendosene a Napoli
con lo Spinelli, su quelle medesime galere che portavano il filosofo
e tutti gli altri imputati in catene. L'Aldimari, che scrisse non meno
di tre volumi in folio sulla famiglia Carafa, ce ne diè l'effigie, che
lo rivela gaudente ed utilitario, e ci lasciò scritto come fosse tutto
occupato nell'ingrandimento della sua casa; difatti la pose di poi in
isfoggio e splendore anche in Napoli, dove fabbricò quel palazzo che
tuttora si vede nella strada Trinità maggiore allora detta strada di
Nido, sulle antiche case di D. Andrea Matteo d'Acquaviva Principe di
Caserta, ed in sèguito il figliuolo Carlo, Vescovo di Aversa e Nunzio
in Germania, vi fabbricò pure il palazzo tanto celebrato sulla riva
del mare[342]. — Veniamo al Barone di Bagnara D. Carlo Ruffo, figlio
di Jacovo e di D.ª Ippolita Spinelli, della linea di Esaù e Nicola
Antonio Ruffo, successo a suo padre fin dal 3 marzo 1582. Era anch'egli
parente di Carlo Spinelli per via della madre; apparteneva ad una
famiglia di nobiltà notevole, ma non godeva una posizione finanziaria
molto brillante. Teneva l'ufficio di Vice-Duca nello Stato del Duca
di Monteleone Ettore Pignatelli, e si faceva raccomandare dalla Corte
di Roma per mezzo del Nunzio, come era frequente e tristo vezzo di
quella Corte, perchè il Vicerè gli favorisse qualche impiego; d'altra
parte il Vicerè ebbe una volta ad ordinare un'Informazione contro di
lui specialmente per contrabbandi ed anche per aggravii e delitti;
questo ci risulta da documenti che abbiamo rinvenuti nel Carteggio
del Nunzio e nell'Archivio di Stato[343]. Naturalmente non mancò di
cogliere l'occasione che gli si offriva, per inaugurare il sistema
d'ingrandirsi sulle sciagure del proprio paese; e vedremo che Carlo
Spinelli cercò di favorirlo per ogni verso, anche con la menzogna,
ed egli segnatamente verso i frati si mostrò un aguzzino de' più
petulanti. — Ci rimane a dire di Gio. Geronimo Morano, che già abbiamo
avuta occasione di nominare a proposito delle fazioni di Catanzaro.
Era costui di nobile famiglia residente in Catanzaro ma proveniente
da Stilo, donde emigrò il suo avo dello stesso nome Gio. Geronimo,
come abbiamo rilevato da ricerche fatte nel Grande Archivio[344];
ed appunto nel territorio di Stilo la sua famiglia possedeva un
gran feudo detto Burgli russi o Burgorusso sulla marina tra Stilo e
Guardavalle, ereditato per via di donne da Francesca Connestavolo ossia
Contestabile di Stilo, oltre la Baronia di Gagliato già del Principe
di Squillace, acquistata da Carlo Alfonso Morano e da costui ceduta al
fratello Gio. Geronimo seniore nel 1543[345]. Gio. Geronimo iuniore,
di cui qui trattiamo, era secondogenito di Gio. Antonio, e quindi
fratello di Gio. Battista Barone di Gagliato, il quale era morto nel
1594, lasciando una figliuola a nome Camilla e la vedova Anna Sances
nata di Loise Sances fratello del Marchese di Grottola[346]; nè si
creda questo un vano lusso di erudizione, mentre invece il Campanella
medesimo ha rese indispensabili tali noiose ricerche, coll'aver messo
innanzi, nella sua Narrazione, la parentela del Morano co' Sances, la
figlia unica del Barone di Gagliato, il progetto di matrimonio di essa
con un figlio del Morano ed anche il desiderio di un certo feudo, per
ispiegare la persecuzione ed anzi la morte data a Maurizio de Rinaldis.
Adunque la famiglia Morano era molto ricca, e lo stesso Gio. Geronimo
trovavasi in buone condizioni, poichè oltre la così detta vita-milizia,
cioè l'assegno di secondogenito, egli possedeva beni fideicommissati
rimastigli dall'avo, ma si era già fatto notare per una colpevole
avidità in beneficio della famiglia; se n'ha la prova in un documento
rinvenuto nel Grande Archivio, dal quale si rileva che il Vicerè si
era visto nell'obbligo di domandar conto alla R.ª Audienza di Catanzaro
del prezzo esorbitante pagato per una casa del Barone di Gagliato, che
Gio. Geronimo, essendo Sindaco della città, aveva acquistato in nome
di essa per provvedere di residenza il tribunale[347]. Conoscitore de'
luoghi e delle persone di Stilo e suoi casali, vedremo che egli si pose
a perseguitare i principali incolpati, e cavalcando giorno e notte ebbe
il tristo merito di raggiungerli con molta soddisfazione dello Spinelli
e del Vicerè.

Ma un aiuto ancor più rilevante trovò il Governo nel Visitatore fra
Marco di Marcianise e nel compagno di lui fra Cornelio di Nizza, i
quali istituirono contemporaneamente con lo Spinelli e Xarava una
gravissima Inquisizione, com'era nel loro dritto ed anche nel loro
dovere, se non che la istituirono con una compiacenza estrema verso
gli ufficiali Regii e co' più iniqui maneggi suggeriti dagli odii
frateschi, ciechi ed interessati, segnatamente contro fra Dionisio e
di rimbalzo contro il Campanella. Abbracciando le cose di eresia ed
anche le cose della congiura, essi formarono un processo terribile, e
spinsero la compiacenza al punto da tollerarvi l'ingerenza illecita
degli ufficiali Regii e da comunicar loro ogni cosa; basta dire che
rilasciarono perfino una copia legale de' primi e più gravi atti
di un processo d'Inquisizione, i quali per tal modo giunsero al
Vicerè in Napoli, e da costui furono mandati al Re in Ispagna, dove
ancora oggi possono leggersi tra le carte conservate in Simancas.
Naturalmente riuscirono così favorite fuor di misura le investigazioni
governative, agevolate le catture de' frati ritenuti colpevoli,
ribadite le atroci accuse: laonde bene a ragione lo Spinelli ebbe a
lodarsene grandemente, per quanto ebbe a lamentarsene il Campanella,
che da questo lato può dirsi davvero non essersi lamentato abbastanza.
Difatti, scagliandosi contro fra Cornelio, nell'Informazione egli disse
che il Visitatore era «huomo buono ma ingannato... che stava _tanquam
idolum et pastor_»; ma se è certo che lasciò fare anche troppo a fra
Cornelio, è certo egualmente che non perciò si astenne dalle violenze,
dalle improntitudini e dagl'inganni, servendo «per niente con zelo»
come disse il medesimo Campanella nella Narrazione, ma «_non sine
scientia_». — C'incombe qui il debito di parlare del processo formato
da costoro, mettendo da parte per ora quello formato dallo Spinelli e
Xarava; poichè entrambi i processi furono iniziati appena con un giorno
d'intervallo, e menati innanzi parallelamente, ond'è che bisogna dar
conto di entrambi al tempo medesimo.

II. Nel dover parlare del processo ecclesiastico di Calabria, conviene
cominciare dagli antecedenti di esso che si tennero segreti, per poi
passare ad esporne gli Atti quali furono distesi, commentandoli con
ciò che venne a sapersene in sèguito. Negli antecedenti, come è facile
capire, figurano i due Polistina legati a fra Cornelio, concordi
nell'odio contro fra Dionisio e gli amici suoi: de' due Polistina
figura veramente molto più fra Domenico, ma solo perchè egli era il
Procuratore di fra Gio. Battista, e fra Gio. Battista, avendo avuto
quel lungo processo per l'assassinio del Provinciale P.^e Pietro
Ponzio, non poteva agire che copertamente; del resto troveremo anche
lui abbastanza in mostra qualche volta. I procedimenti di costoro si
rilevano non solo da quanto dissero poi in Napoli gl'infelici carcerati
sottratti a' terrori di Calabria, ma anche da' Sommarii autentici di
tutto il processo di eresia, compilati più tardi in Roma ed egualmente
in Napoli, dove si trovano registrati i sunti delle lettere che fin
dalla metà di agosto fra Cornelio scriveva al Generale dell'Ordine e
poi al Card.^l di S.^ta Severina sommo Inquisitore in Roma, come pure i
sunti delle dichiarazioni da lui fatte in sèguito al Vescovo di Termoli
in Napoli, e delle deposizioni fatte in Roma quando il S.^to Officio
volle interrogarlo sul modo in cui era stato condotto il processo;
ed ecco i particolari di questo importante momento. — Ricordiamo
che fra Domenico di Polistina verso l'8 o il 9 agosto avea avuto un
incontro col Campanella in Davoli, e di là, minacciato da' fuorusciti
che si trovavano nel convento, s'era portato subito a Soriano presso
il Soldaniero, il quale, secondo lui, impietosito per la paura a cui
lo vedeva in preda, gli raccontò i maneggi di fra Dionisio, le eresie
che costui professava e la ribellione che promoveva sotto gli auspicii
del Campanella. Il Polistina si recò allora immediatamente presso fra
Cornelio, che si trovava col Visitatore in Catanzaro, e gli raccontò
ogni cosa. Senza perdita di tempo, il 14 agosto, fra Cornelio scrisse
al Generale, vale a dire al P.^e Ippolito Beccaria, di aver saputo «da
un certo nobile» le eresie del Campanella, il quale si era fatto capo
de' banditi in Stilo e diceva le cose de' Cristiani esser baie, che
nel mese allora scorso, stando in compagnia di certi banditi, aveva
indotto uno di loro a compiere un lurido fatto in dispregio dell'ostia
consacrata, che diceva poter risuscitare morti, pigliar città, far
comparire diavoli, che volea predicare nuova legge e già distribuiva
le città e le signorie a que' suoi banditi, che due mesi prima avea
mandato due di loro presso il Gran Turco per chiedere aiuto, e che
parecchi erano complici in quel trattato, in ispecie fra Dionisio.
Con altre lettere consecutive scrisse di aver udito che il Campanella
predicava la libertà mescolando le cose della fede, e diceva che
la vera fede non era stata ancora intesa, e sarebbe stata in breve
predicata da lui, che infine tutta la città di Stilo era imbevuta
de' suoi dogmi. Ma quando alcuni mesi dopo venne in Roma interrogato
su ciò che avea scritto, confessò che fra Domenico da Polistina fu
il primo a dargli notizia delle eresie del Campanella, narrando le
escursioni fatte da quel frate a Davoli, poi a Soriano, e da ultimo a
Catanzaro «tra il 10 e il 14 agosto»; confessò inoltre che alla data
in cui scrisse la sua prima lettera, non avea veramente visto ancora
quel nobile, il quale era Giulio Soldaniero, ma era stato assicurato
da fra Domenico che di certo gli avrebbe parlato e gli avrebbe detto
maggiori cose. E nel doversi recare a Roma, parlando in Napoli col
Vescovo di Termoli, gli avea pure manifestato che il primo a rivelargli
la faccenda della ribellione era stato un giovane a 20 anni, per nome
Fabio di Lauro[348]: onde apparisce che egli dovè mettersi in relazione
co' denunzianti della congiura, senza dubbio per mezzo del medesimo
Polistina e dietro un colloquio con lo Xarava. Aggiungasi che scrisse
pure al Card.^l di S.^ta Severina diverse lettere, per una delle
quali è conosciuta la data del 2 settembre, ed in esse affermò che
il Campanella sprezzava il crocifisso ed aborriva i sacramenti, che
prometteva nuova legge e nuovo Stato, che Stilo, Stignano, Monasterace,
Pizzoni, Arena etc. etc. erano «infette delle opinioni di questo
scellerato» e che nella sua venuta a Roma egli avrebbe potuto dare a
voce altre informazioni; ma poi in Roma non seppe dir nulla oltre ciò
che il processo recava, e in somma confessò di aver tratto i capi di
accusa che servirono di base al processo da quanto gli dissero in parte
il Polistina, in parte il Soldaniero e poi il Vescovo di Catanzaro, e
perfino i rivelanti e gli ufficiali Regii; laonde non fece rimanere
soddisfatto il S.^to Officio, che anzi lo lasciò persuaso di avere
affermato solo per sua immaginazione che tanti paesi fossero infetti di
eresia, come lasciò persuasi i Giudici di Napoli di avere presupposto
molte cose per «animosità». Adunque è ufficialmente assicurato che
nell'istituire il processo campeggiò l'odio, e che le notizie de' fatti
criminosi provennero da' Polistina, dal Soldaniero, dal Lauro, dallo
Xarava, dal Vescovo di Catanzaro; massime dal Soldaniero, che è detto
«un certo nobile» rimanendone nascosta la vera condizione.

Ma ciò non è tutto. Per istituire il processo occorreva a questi
frati almeno un rivelante, e l'unico rivelante possibile appariva il
Soldaniero, mentre il Polistina e gli altri frati della loro fazione
erano troppo notoriamente nemici di fra Dionisio, e quindi, secondo
la giurisprudenza del S.^to Officio, non potevano testificare contro
di lui, o meglio, testificando, le loro affermazioni non avrebbero
avuta alcuna efficacia[349]. Importava dunque poter disporre del
Soldaniero; ma costui, sebbene rivelante de' frati congiurati
a fra Domenico da Polistina, e poi anche a fra Gio. Battista da
Polistina come egli medesimo affermò in sèguito, non voleva aderire
a rappresentare questa parte pubblicamente, sicchè fu necessario di
obbligarvelo. Come venne poi affermato nel processo da varii carcerati,
a tempo delle loro difese, e come ripetè pure il Campanella nella sua
Narrazione, fra Cornelio e fra Domenico da Polistina con molti soldati
e birri circondarono il convento di Soriano e posero al Soldaniero
l'alternativa, o di rivelare contro fra Dionisio e il Campanella,
o di lasciarsi consegnare alla Corte dalla quale non poteva mancare
di essere appiccato pe' suoi delitti: che anzi egli medesimo avrebbe
confidato a qualcuno tali cose per iscusarsi, allorchè venne nelle
carceri di Napoli ad istanza de' Giudici dell'eresia, aggiungendo che
fra Cornelio fu in quella manovra assistito da Gio. Francesco Alemanno
fiscale della Corte di Monteleone con 40 persone armate (onde comincia
fin d'ora ad apparire l'azione di D. Carlo Ruffo), e i due frati da
Polistina col Priore del convento lo persuasero a farsi rivelante,
e fra Cornelio gli ottenne una promessa d'indulto da Carlo Spinelli
coll'obbligo di perseguitare e consegnare i complici; avrebbe pure
detto altre volte che l'indulto gli era costato tre mila ducati e
la perdita dell'anima, e che i suddetti frati l'avevano ridotto in
mano del diavolo. Forse egli, che veramente per quanto ne sappiamo ci
risulta assai sollecitato ma non del tutto deciso a prender parte alla
congiura, penò ben poco a resistere alle insistenze di fra Cornelio;
forse pure, deciso da Maurizio negli ultimi tempi a partecipare alla
congiura, e poi vedutala scoperta, richiese egli medesimo l'indulto,
sborsando per esso danari e più ancora sciupandone nella persecuzione
de' fuorusciti, ma non tanto quanto esageratamente affermò, siccome
suole accadere allorchè si parla di danaro perduto; sicuramente poi
egli rivelò più di quel che sapeva e si prestò a dire tutto ciò che
fra Cornelio avea raccolto dalle tante diverse vie e perfino dagli
ufficiali Regii, onde in sèguito si mostrò di poco buona memoria
su quanto avea rivelato, e si potè realmente sentire oppresso da'
rimorsi. Ma vera o finta che sia stata quella manovra di fra Cornelio,
certo è che costui richiese ed ottenne un guidatico, che equivaleva
ad una promessa d'indulto non solo per Giulio Soldaniero ma anche
pel servitore e compagno di lui Valerio Bruno: questo si rileva dalla
copia legalizzata dell'indulto, che fu poi presentata da fra Dionisio
nelle sue difese, e che giova conoscere anche per intendere appieno la
procedura in corso relativamente agl'indulti, la qual cosa riuscirà a
chiarire qualche altro punto oscuro nel sèguito di questa narrazione.
Con una maniera di scrivere che non fa onore al Severino Segretario
di Carlo Spinelli, vi si dice: a «dì 3 de 9bre 1599 nel pizzo, per
quanto li mesi passati frà cornelio del monte secretario del padre
visitatore... scrisse a noi alcune lettere dicendone che dovessimo
guidare à Giulio Soldaniero et valerio Bruno che haverebbeno fatto
alcuni servitij nella materia della sedutione de popoli ch'haveano
incominciato à fare fra Thomase Campanella de stilo fra Dionisio ponso
de necastro et mauritio de Rinaldis de guarda valle avisandoci de più
detto fra cornelio che il detto Giulio et valerio come pratthichi del
paese haveriano fatto assai onde ngi parse guidarli per alcuni giorni
nelli quali ngi portorno carcerati... _etc_. et havendono continuato
al servitio non sparagnando cosa che da noi li è stata commessa, per li
quali servitii ngi habbiamo fatta provisione de indultu sincome con la
presente li induldamo et per induldati li dichiaramo et agratiamo de
tutti li lloro delitti per la potestà che tenemo..» etc.[350]. Furono
dunque costoro, per opera di fra Cornelio, dapprima _guidati_ e più
tardi _indultati_ da Carlo Spinelli. Fra Marco e fra Cornelio, nella
qualità d'Inquisitori non avrebbero potuto farlo: avrebbero potuto
soltanto nominare Commissionati dopo di avere richiesto ed ottenuto
l'aiuto del braccio secolare; e difatti il Visitatore ne nominò alcuni;
come un Carlo di Paola amico di Gio. Tommaso Caccìa, e un Ottavio
Gagliardo Castellano di Monteleone, che vedremo or ora nell'esercizio
del loro mestiere. Pertanto, non appena ingaggiato un testimone
opportuno, fra Cornelio pose rapidamente mano al processo, e di questo
andiamo oramai a dar conto, esponendone gli atti così come furono
compilati, ma accompagnandoli co' debiti commenti.

Il processo che diremo ecclesiastico, perchè fatto da ecclesiastici,
e concernente non la sola eresia ma anche la congiura, cominciò con la
data del 1.º settembre 1599[351]. Gli si diede il titolo «Inquisitionis
acta contra Patres Fratres Thomam Campanellam, Dionisium de Neocastro,
Jo. Baptistam de Pizzone et alios Inquisitos, Squillacensis» (_intend._
Squillacensis dioecesis), con la sottoscrizione «Marcianese Visitatore,
Nizza». Percorrendo questo processo, il Visitatore fra Marco di
Marcianise vi si trova sempre come protagonista, ma si rileva dalle
prime carte fino alle ultime, ed anche da ciò che seguì, ogni cosa
essere stata manipolata da fra Cornelio di Nizza, nella qualità
espressa in più modi, di Socio della Visita, Segretario, Scriba e
cancellario, Notario, talvolta anche coll'aureola di «dottore dell'una
e dell'altra legge». Nell'esordio, in nome di Dio e della Beata
Vergine, il Visitatore dice che per voce pubblica, non di malevoli ma
d'individui degni di fede più illustri e religiosi, i suddetti frati
hanno macchinato contro la Maestà Divina ed umana; enumera 36 capi di
eresia e di ribellione che, il Campanella come settario, e gli altri
come capi principali, fautori e complici, affermavano, comunicavano
tra loro ed erano anche preparati a far credere agli altri; enuncia
la deliberazione di procedere tanto per proprio ufficio, quanto per
richiesta di D. Alonso il Governatore, di Carlo Spinelli Cavaliere
e Consigliere di Stato, di tutti gli Ufficiali del Re e del molto
Illustre e Rev.^do Vescovo di Catanzaro. Come si vede, fu adottata
la maniera di procedere per pubblica voce e fama, mentre c'era un
accusatore (il Polistina) o almeno un denunziante (il Soldaniero),
e sarebbe stato più conforme a verità l'adottare altra maniera di
procedere, ricevendo da uno di costoro una scritta o una deposizione
in presenza di testimoni e servendosi di essa come base secondo la
giurisprudenza[352]. Continua il Visitatore dicendo che, per prendere
e tenere in carcere i colpevoli, ha mandato nel medesimo giorno fra
Cornelio a Catanzaro a fine di implorare l'aiuto del braccio Regio,
ottenuto il quale assai volentieri dal Governatore e dallo Spinelli,
ha rilasciato le lettere di cattura procedendo senza ritardo in una
causa così grave, fino a che non sia provveduto meglio dal Papa e dal
S.^to Officio; delle lettere di cattura riporta poi anche la formola.
In sèguito sono allegate solamente due lettere originali, una del
Vescovo di Catanzaro e l'altra di D. Alonso di Roxas[353]. Nella
prima, del 25 agosto, il Vescovo dice che si è trattato un negozio di
molta importanza, il quale laddove seguisse, recherebbe «gran danno
e disriputatione» alla Religione Domenicana, che egli «ha remediato
quanto ha potuto», ma vorrebbe che il Visitatore o qualche suo fidato
venisse a Catanzaro per potergli liberamente parlare; e il Visitatore
aggiunge che, arrivata questa lettera il 28, egli nel giorno seguente
mandò fra Cornelio rivestito di tutta la sua autorità; ma, come ben
si vede, in questa lettera, nella quale pare che copertamente si
accenni all'aver fatto fuggire fra Dionisio, non è punto espressa
la richiesta di procedere contro i frati, che anzi trasparisce un
pensiero del tutto diverso. Nella seconda lettera, di difficilissima
lezione, che è di D. Alonso il Governatore, si ha una risposta a fra
Cornelio del 2 settembre, in cui D. Alonso chiaramente dice di aver
«ricevuta la relazione del negozio» dalla Paternità sua, e spera che
la Paternità sua abbia subito nelle mani qualcuno de' pretesi rei, e
almeno fra Gio. Battista di Pizzone e il suo compagno (vale a dire il
Lauriana): laonde nemmeno si trova qui la richiesta di procedere da
parte di D. Alonso, il quale, per sua disgrazia, era sempre l'ultimo
a sapere ciò che accadeva, ed anche questa volta, invece di dirlo lui
al Visitatore, lo seppe da fra Cornelio. Infine si ha la Commissione
data dal Visitatore il 3 settembre a Carlo di Paola di carcerare i
frati suddetti, comandando a' Superiori di non fare ostacolo sotto pena
della scomunica ed anche della galera per 10 anni; poi la presentazione
fatta al Visitatore il 4 settembre da D. Carlo Ruffo, nel castello di
Monteleone, de' due frati carcerati da Carlo di Paola, con la preghiera
del Visitatore a D. Carlo di tenerli nelle carceri Ducali a nome del
Papa e del Generale; da ultimo la formola del precetto adottato per
gli esami da istituirsi. Dopo questi atti iniziali vengono i processi
verbali delle deposizioni, cominciando da quelle del Pizzoni, del
Soldaniero e del Lauriana.

Ecco pertanto in che modo furono presi il Pizzoni ed il Lauriana[354].
Essi dimoravano nel loro convento di Pizzoni, e nella notte del venerdì
3 settembre, due ore innanzi l'alba, Carlo di Paola ed una mano di
soldati con le micce accese giunsero sotto il convento. Poco prima di
costoro, nella medesima notte, era quivi giunto anche fra Dionisio
accompagnato da Gio. Tommaso Caccìa, sicuramente per abboccarsi col
Pizzoni come già più sopra si è detto[355]. Secondo il Pizzoni, egli e
il Lauriana pensavano che potessero essere ricercati dalla giustizia
per una sella, o una giumenta di un tale, che «tenevano presa» nel
convento; ma poichè avea già parlato con fra Dionisio, avea dovuto
capire perfettamente di che si trattasse, e infatti, secondo il
Lauriana, avendo lui dimandato cosa pensasse della venuta di quella
gente armata, il Pizzoni rispose, «sta a vedere che saremo presi per
le cose del Campanella». Gio. Tommaso Caccìa cominciò a dire «olà, che
gente sete, state largo», e quelli di sotto risposero che erano gente
del Battaglione e che venivano da Squillace o andavano a Squillace;
allora fra Dionisio e il Lauriana si diedero a sonare le campane
all'arme, accorsero i terrazzani di Pizzoni, e seppero dagli armati che
volevano riposarsi un poco e udir la Messa, per poi proseguire il loro
viaggio; fu quindi aperto il convento, e saputosi che Carlo di Paola
comandava quella gente, Gio. Tommaso Caccìa che lo conosceva gli andò
incontro per riceverlo. Fra Dionisio, non appena intese che era gente
di Monteleone, si travestì da secolare e profittando della folla, che
verosimilmente avea fatta raccogliere a bella posta, se ne andò via
senza essere conosciuto; il Pizzoni disse la Messa, può immaginarsi con
quale animo, e Carlo di Paola con la sua gente l'udì; finita la Messa,
fu presentata la Commissione del Visitatore, ed entrambi i frati furono
condotti a Monteleone.

Nello stesso giorno 4 settembre, dopo che D. Carlo Ruffo ebbe
presentato i due carcerati al Visitatore e gli ebbe da lui ricevuti
in consegna, il Visitatore e fra Cornelio cominciarono ad esaminare
il Pizzoni[356]; ed ecco i risultamenti dell'esame, che non possiamo
dispensarci dal riferire con una certa larghezza quantunque assai ci
pesi l'entrare in molte particolarità, giacchè sopra di esso e degli
altri seguenti si fondò quel famoso processo, che durò più anni e diè
materia a 4 volumi di scritture. Interrogato sul modo e sul motivo
presumibile della sua cattura, il Pizzoni ne espose le principali
circostanze, ma tacque la presenza di fra Dionisio nel convento, e
subito dichiarò essersi immaginato che dovesse venire interrogato
«come testimone» sulle cose del Campanella e fra Dionisio, i quali
erano stati in Pizzoni nel luglio scorso; di poi, dietro analoghe
interrogazioni, esposte le relazioni precedenti avute con loro, li
qualificò «uomini tristi», affermando che in Pizzoni il Campanella gli
avea detto di volerlo «far homo», poichè aveva profezie di gran rumori
e ribellioni le quali profezie erano per lui, che bisognava trovarsi
armati, che si collegasse a lui ed avendo aderenze con fuorusciti
glie li mettesse a sua devozione; ma egli rifiutò ogni sua proposta,
e il Campanella sdegnato disse che giustamente fra Gio. Battista
(di Polistina) glie l'aveva dichiarato un traditore. Soggiunse che
il Campanella avea detto pure sembrargli che Iddio l'avesse proprio
eletto ad insegnare la verità e togliere gli abusi della Chiesa, che
i Sacramenti erano per ragione di Stato, che il canto in Chiesa era
cosa frivola. Ma gl'Inquisitori non si contentarono di queste poche
rivelazioni, e sebbene egli accennasse a voler dire qualche altra cosa,
decisero di riporlo in carcere per atterrirlo: ed egli «atterrito»
pregò di voler parlare, ed espose una quantità di eresie dettegli dal
Campanella circa l'Eucaristia, i Sacramenti in generale, il crocifisso,
la verginità di Maria, gli atti carnali, la verità de' detti degli
Apostoli, i miracoli, i demonii, il Papa, la Trinità, eresie che
affermò avere udite dalla bocca del Campanella, in piccola parte in
Stilo e poi in Pizzoni; dietro interrogazioni aggiunse che pure fra
Dionisio gli avea già prima palesate le medesime opinioni dicendo che
le teneva per vere, che gli aveva inoltre raccontato il fatto osceno
di un tale verso l'ostia consacrata, ed egli, il Pizzoni, sospettò che
quel tale fosse stato fra Tommaso! Dietro altre interrogazioni rivelò
che in Stilo il Campanella gli avea detto essere Maurizio stato sulle
galere di Amurat, e fra Dionisio gli avea parlato degli albarani fatti
tra loro; che entrambi volevano far la repubblica con l'aiuto di molti
potentati, e dapprima con la lingua e con le armi de' fuorusciti, come
Maurizio, il D'Alessandria, il Cosentino, i figli di Jacobo grasso
e Giulio Soldaniero, il quale «dovea sapere il tutto di questo fatto
che gli fu pienamente narrato et comunicato dal Pontio»; che avevano
aderenti in Stilo, in Catanzaro e in Davoli, e il favore di D. Lelio
Orsini, del Bassà Cicala e perfino de' Veneziani, pensando lui che in
Padova, dove il Campanella era stato, si avea fatto amici Veneziani
e glie l'avea comunicato! Aggiunse che il Barone di Cropani era pure
fautore come gli avea detto fra Dionisio, che si doveva ammazzare il
Governatore e gli Ufficiali e poi gridar repubblica, che tra' frati
erano complici il Petrolo, il Bitonto, il Jatrinoli e fra Paolo della
Grotteria, e dietro interrogazione dichiarò di aver parlato non per
timore del carcere ma spontaneamente! — Come ben si scorge, il Pizzoni
rivelò tutto ed anche qualche cosa di più, solo pensando a salvare
la sua persona e non avvedendosi che in tal modo la comprometteva
maggiormente. Vedremo che, secondo il carattere suo versipelle, egli
pensò poi di far credere a fra Tommaso aver parlato dell'eresia per
sottrarsi alla furia secolare, e non aver parlato propriamente di
ribellione, o almeno di quella ribellione che si diceva; ma il fatto
è che parlò dell'una e dell'altra cosa ampiamente, senza far figurare
il Papa nella congiura sol perchè non sapeva che fra Dionisio avesse
propagata una simile frottola in Catanzaro, e si può ben credere che
questo non dovè dispiacere agl'Inquisitori[357]. Vedremo pure che egli
in ultima analisi non smentì mai queste sue deposizioni, pur troppo
ostili al Campanella più che a fra Dionisio, ma solo si dolse che fra
Cornelio avea scritto nel processo verbale frati «complici» mentre si
era parlato di frati «familiari» del Campanella, ed oltracciò avea
scritto essersi da lui deposto che il Soldaniero conosceva tutto,
omettendo di leggerlo prima della sottoscrizione per non incontrare
una smentita: giunse veramente a dare per sospetto tanto fra Cornelio
quanto il Visitatore, e disse falso tutto il processo per le male
arti usate nel far deporre dagl'inquisiti e per le estorsioni fatte,
ma ciò a fine d'invalidare le cose emerse in sèguito contro di lui,
senza ritrattare quelle da lui deposte contro gli altri. Certamente
più cose recano maraviglia in quel processo verbale, ma sopratutto il
trovarvi da lui dichiarato di aver deposto non per timore del carcere
bensì spontaneamente, mentre pure, come vi si legge, durante l'esame
fu ordinata la riconduzione dell'inquisito nel carcere «ad terrorem»
ed egli pregò che si continuasse l'esame «terrore ductus», la qual
cosa non era neanche conforme alla procedura ecclesiastica[358]. Ma
ben altro venne a sapersi in sèguito, e non dal solo Pizzoni, sibbene
anche da parecchi altri suoi compagni di sventura, e giova parlarne
una volta per sempre, poichè fu quello un metodo tenuto con tutti
gli altri frati via via che vennero presi ed interrogati. Si esaminò
con una lista di notizie tra mano (evidentemente la lista de' capi di
accusa crescente a misura che si raccoglievano anche le deposizioni)
«rinfrescando la memoria» di colui che era esaminato; s'insinuò doversi
«dare qualche satisfatione a' Giudici secolari, e che poi passata
quella furia sarebbero tutti andati in Roma al S.^to Officio e là si
saria accomodata ogni cosa»; si volle che fosse deposto il più gran
numero di eresie, dicendo che si farebbe cosa grata al Generale, e che
in tal modo ne succederebbe la remissione al S.^to Officio; si promise
una sollecita scarcerazione se le deposizioni corrispondessero a quanto
si pretendeva, e nel caso contrario si fecero minacce di consegna a'
Giudici secolari; si permise a D. Carlo Ruffo, il quale spaventava
ed ingannava i carcerati con false notizie, che assistesse agli esami
d'Inquisizione, mentre la procedura ecclesiastica, fondata tutta sul
più stretto segreto, non consentiva la presenza di estranei, salvo due
testimoni in qualche caso, da doversi notare nel processo verbale. Fin
da principio la deposizione del Pizzoni fu fatta servire di norma agli
altri, leggendola loro in privato, e si annunziò falsamente che il
Pizzoni era stato scarcerato dopo di aver deposto in quella guisa, e
si progredì nelle minacce e maltrattamenti, nello scrivere in un modo
e leggere in un altro, non facendo mai processi verbali delle sedute
cominciate e non proseguite, come talora accadde anche ripetutamente
per un solo interrogato, tacendo sempre i molteplici incidenti
sorti per le resistenze degli esaminati ad attestare quelle cose che
personalmente ad essi non costavano. Ma intorno a ciò occorrerà tenere
un conto speciale de' fatti in ciascun caso.

Dopo il Pizzoni, nel giorno seguente, fu esaminato il Soldaniero[359].
A tale scopo il Visitatore, «essendogli stato rivelato potersi da
un certo Giulio Soldaniero dimorante nel convento di Soriano avere
una fida testimonianza in questa faccenda», commise a fra Cornelio
di recarsi a Soriano per riceverla; e fra Cornelio vi si recò
immediatamente, e dispose che il Priore e il Lettore del convento
fossero presenti all'esame quali testimoni. Il Soldaniero disse
aver lui mandato a Monteleone, non potendovi andare personalmente,
ad avvertire che volea comunicare qualche cosa; essersi in luglio
presentato a lui fra Dionisio da parte del Campanella che stava in
Arena ed egli non conosceva, per dirgli «hora sete homo» (sempre la
medesima storia con le medesime parole); che facendo quanto diceva il
Campanella sarebbe stato poco a divenire lui Principe e fra Dionisio
Cardinale; che il Campanella aveva inviato lettere al Gran Turco con
le galere di Amurat, volendogli «dare questo Regno in mano», perchè
gli mandasse aiuto per mare mentre egli avrebbe fatta la ribellione;
che voleva adoperare due mezzi, cioè la lingua e le armi. Aggiunse che
il Campanella aveva molte opinioni terribili, e venendo a specificarle
disse che volea predicare la libertà e contro la tirannide del Re
Filippo, degli Ufficiali e dei Numeratori, che Cristo non era Dio, che
le lettere I N R I significavano una pessima ingiuria, che fra Dionisio
comunicandogli queste cose diè un pugno ad un crocifisso dipinto sul
muro del dormitorio; che il Campanella e fra Dionisio professavano
i Sacramenti essere per ragione di Stato e il Sacramento dell'altare
essere una bagattella, che fra Dionisio avea commesso un fatto osceno
contro l'ostia consacrata portandola «per sei ad otto giorni» in
certe parti vergognose del corpo, che gli raccontò avere un inglese
in Roma dato un pugno al Sacramento; e poi che il Campanella credeva
non esservi Dio, non esservi nè paradiso nè inferno nè diavoli, non
esservi miracoli, e che fra Dionisio assicurava «veri miracoli poter
fare solo il Campanella e non altri» e ne avrebbe fatti al tempo della
predicazione, oltracciò essere invulnerabile. Del rimanente dichiarò
di non aver mai veduto il Campanella, di essere stato dissuaso da fra
Dionisio intorno all'astinenza dal mangiar carne nei giorni pe' quali
avea fatto voto e ne' giorni proibiti dalla Chiesa, di aver udito
tutte le cose suddette anche da fra Gio. Battista di Pizzoni venuto
egualmente a parlargli da parte del Campanella, di averle udite del
pari da fra Pietro di Stilo venuto a sollecitarlo perchè si recasse
presso il Campanella, ed a pregarlo che almeno non volesse palesar
nulla di questo fatto, di aver saputo da fra Dionisio e fra Gio.
Battista che la setta si faceva in Stilo e che si preparavano prediche
_in scriptis_ e si davano a' complici. Sviluppando la faccenda della
ribellione, dichiarò di aver saputo da' suddetti due frati che si era
deciso di liberare il Regno dalla tirannide del Re Filippo e «darlo
al turco sotto tributo» riducendo la provincia in repubblica, che il
Turco avrebbe fornito aiuto per mare ed a tale scopo aveano mandato
presso il Cicala un gentiluomo e ne aveano ricevuto polizini: dietro
interrogazioni aggiunse che non gli aveano parlato dell'aiuto de'
Veneziani, ma del favore di sette Principi, nominandogli solamente
Lelio Orsini che dovea venire a governare lo Stato di Bisignano e potea
dare più di mille soldati; che di particolari gli aveano nominato Gio.
Tommaso Caccìa, Marcantonio Contestabile, Giovanni di Filogasi, Gio.
Battista Cosentino, Eusebio Soldaniero ed altri, essendo stati più
di 35 capi allorchè si riunirono in Pizzoni, e de' frati che doveano
predicare, oltre il Campanella, fra Dionisio e fra Gio. Battista, gli
aveano nominato fra Pietro di Stilo, fra Paolo della Grotteria e fra
Silvestro di Lauriana. Infine dichiarò che gli aveano detto doversi
cominciare dal far ribellare Catanzaro ammazzando il Governatore, il
Vescovo e gli Ufficiali, di poi si sarebbe ribellato Stilo e i luoghi
vicini: dietro interrogazione disse che non sapeva dove si trovavano
il Campanella e fra Dionisio, ma che gli avevano detto essere stati
carcerati il Pizzoni e il Lauriana, e conchiuse aver rivelato tutto
ciò per solo riguardo alla fede, pel servizio di Sua M.^tà e per
l'estirpazione dell'eresia. — Tale fu la deposizione del Soldaniero,
e riescono senza dubbio sorprendenti le parole con le quali venne
conchiusa, mentre vi erano state promesse di un guidatico e di un
indulto già convenute appena qualche giorno innanzi; del resto si
comprende che essa fu composta in famiglia, mettendo in carta quanto si
era precedentemente deciso che egli dovesse rivelare, massime riguardo
al Campanella e agli altri frati, perchè riguardo a fra Dionisio,
senza dubbio costui dovè dirgli una gran parte delle cose che il
Soldaniero affermò, essendosi sempre comportato in questa guisa nel
far proseliti per la ribellione prima della sua andata a Catanzaro:
intorno alle cose dette da fra Dionisio dovè radunarsi tutto ciò che
si era potuto conoscere da altri fonti, specialmente su' particolari
della ribellione, che non potevano mai essere stati comunicati con
larghezza al Soldaniero, e tanto meno in un primo colloquio, ond'è che
si veggono rivelati così goffamente; ma anche una notevole quantità di
eresie dovè essere aggiunta, e però in sèguito si vide il Soldaniero
molto impacciato innanzi a' Giudici, ricordando abbastanza male ciò
che avea rivelato. Pertanto, oltre il gran disordine di redazione
e la trivialissima dicitura con circostanze scioccamente esagerate,
vi si nota la molta cura di non far apparire il Soldaniero complice
o _socius criminis_: da parte di lui si trova nominato tra' ribelli
Eusebio Soldaniero, che sappiamo suo capitale nemico e rifiutatosi ad
intervenire a' colloquii per la ribellione, e non nominato Maurizio de
Rinaldis, che sappiamo suo conoscente ed amico e adoperatosi perchè
egli aderisse alla ribellione; oltracciò vi si trova taciuta la
circostanza della lettera inviatagli dal Campanella per mezzo di fra
Pietro di Stilo e da lui non rifiutata, ciò che conoscevasi pure dal
Priore del convento il quale assisteva alla deposizione, tanto che egli
stesso lo rivelò in sèguito, allorchè fu chiamato in Napoli per essere
udito in questa causa. In somma tutto fu concertato per guisa da far
risultare il Soldaniero un testimone inoppugnabile, quantunque nei casi
di lesa Maestà, come in quelli di eresia, i socii nel delitto fossero
testimoni pienamente validi.

Il 6 settembre si venne all'esame del Lauriana in Monteleone[360]. Come
già il Pizzoni, egli fu interrogato dal Visitatore e da fra Cornelio
sul modo e sul motivo presumibile della sua cattura; ed espose tutte
le circostanze, non esclusa quella della presenza di fra Dionisio e
del Caccìa giunti in convento poco tempo prima, e del travestimento
e della fuga di fra Dionisio non appena riconosciuta la qualità
della gente armata (con che già la condizione del Pizzoni rimanea
vulnerata); inoltre dichiarò subito che il Pizzoni medesimo gli avea
detto, «sta a vedere che saremo presi per le cose del Campanella».
Dietro interrogazioni, venne ad esporre le sue relazioni antecedenti
col Campanella e fra Dionisio, li dichiarò del pari «homini tristi»
da che vennero a Pizzoni nel luglio scorso (sempre secondo la solita
dicitura), ed espose le relazioni avute col Pizzoni che qualificò uomo
da bene. Dipoi rivelò che stando il Campanella in Pizzoni con fra Gio.
Battista e fra Dionisio, nel dopo pranzo, disse una quantità di eresie:
non esservi Dio ma alla natura aver noi messo nome Dio, non esservi
nè paradiso nè inferno nè diavoli, i Sacramenti essere per ragione di
Stato; e poi contro il Sacramento dell'Eucaristia, contro i miracoli e
che il Campanella «avea fatti e volea fare miracoli», contro la verità
de' detti degli Apostoli, contro la proibizione degli atti carnali, e
che il Campanella volea fare nuova legge. Dietro altre interrogazioni
soggiunse che egli non aderì mai a queste cose, che forse fra Dionisio
aderiva poichè una volta, presente il Campanella, gli avea detto
qualche parola in dispregio dell'ostia, ed anche non essere peccato ciò
che rimane occulto! Ma interrogato se il Pizzoni aderiva, disse di non
saperne niente, e qui cominciarono le minacce degl'Inquisitori: gli
fu intimato di dire la verità sotto la pena della galera accresciuta
di altri sei anni, e frattanto che ritornasse in carcere; ed egli,
ripensandoci alquanto, pregò che continuassero l'esame. Dichiarò
allora che il Pizzoni aderiva, poichè lo aveva esortato a credere in
quelle cose, aggiungendo che non aveva mai udito il Campanella e fra
Dionisio predicarle in pubblico, bensì aveva udito esprimere da loro
il voto che venisse presto quel giorno in cui potessero predicarle
pubblicamente, e che sospettava trovarsi pure fra Pietro di Stilo
tra' settarii «per essere intrinseco del Campanella»! Interrogato
poi sulla congiura disse che stando il Campanella in camera con fra
Dionisio, il Pizzoni, lui, e «mastro Gio. Pietro di Stilo fratello del
Campanella» parlò delle rivoluzioni di Stati e di tre gran terremoti da
dover accadere in un giorno nel 1600, del voler essere apparecchiato
a ribellar la provincia e farla repubblica, dell'aiuto de' fuorusciti
per opera di Maurizio e dell'aiuto del Turco dalla via di mare, onde
«si pigliarebbe Reggio et poi a poco a poco le altre terre»; e dietro
successive interrogazioni aggiunse di sapere che Maurizio avea trattato
col Turco, che non avea notizie di altri potentati salvo il Turco,
nè di altri Principi e particolari «salvo il Maurizio e il fratello
del Campanella, e de' frati fra Domenico di Stignano e fra Pietro di
Stilo, perchè attendeva allhora a far la cucina per loro». Infine,
dietro apposita interrogazione, disse di aver rivelato liberamente, e
di non aver «deviato nè per carcere nè per cosa nessuna». — Anche qui
è sorprendente la conchiusione di non aver avuto paura del carcere,
dopo tutto ciò che è registrato nel processo verbale. Ma non occorre
fermarci troppo su questo esame, in cui si vede chiaro lo stampo degli
altri esami precedenti. Solo accade di notarvi che nella faccenda
della ribellione, parlando de' congiurati non claustrali, il Lauriana
tacque i nomi del Crispo, del Morabito, del Caccìa, del Contestabile,
di quanti altri avea dovuto vedere in Pizzoni nel tempo al quale il suo
esame si riferiva, essendosi limitato a nominare appena il fratello
del Campanella e Maurizio de Rinaldis: ma si può ritenere che que'
nomi non furono da lui pronunziati perchè non gli vennero suggeriti,
riuscendo difficile potergli accordare un certo grado di accorgimento,
quando non mostrò neanche quello di tacere la presenza di fra Dionisio
nel convento allorchè si era proceduto alla cattura sua e del Pizzoni.
Tutto ciò che depose dovè essergli suggerito, poichè realmente egli
era così dappoco, da non potersi ammettere che gli fossero stati
fatti tanti discorsi e tante confidenze; conoscendo egli medesimo il
suo valore, si era facilmente adattato a' più umili servigi presso il
Pizzoni e a «fare la cucina», sicchè potè forse prestare qualche opera
materiale ed anche udire qualche cosa alla sfuggita, ma non più di
questo. E vedremo ad esuberanza più tardi che in fondo non sapea nulla,
e fu prima lusingato e poi intimidito dagl'Inquisitori, non escluso D.
Carlo Ruffo, il quale presenziò del pari l'esame di lui; onde accadde
che in sèguito si mostrò tentennante e vario nel peggior modo, non
ricordando più una parola sola di ciò che gli si era fatto deporre; e
tra l'incubo del rimorso e il terrore del poter essere incriminato qual
falso testimone, finì per accumularne tante, che lo stesso Pizzoni, il
quale avea procurato di servirsene per appoggio nelle cose sue, dovè
dichiararlo testimone falso e contribuire a renderlo il ludibrio di
tutti i compagni di carcere.

Così menavasi innanzi il processo ecclesiastico, e pur troppo il
metodo non fu mai cambiato per tutto il tempo in cui esso si svolse
nella Calabria: invano si cercò di apprestarvi qualche rimedio, e
continuò sempre, anzi in modo anche più grave, l'impiego delle minacce
e maltrattamenti non che delle lusinghe e false promesse, l'uso di non
scrivere ne' processi verbali se non quello che piaceva a' Giudici,
l'intervento degli Ufficiali Regii nelle sedute del tribunale, e
poi la comunicazione scritta, a loro richiesta, delle cose che vi
si raccoglievano, fino a quando la causa non venne tratta a Napoli e
commessa a Giudici molto più degni. Da' precedenti è manifesto che non
si creavano accuse essenzialmente false, e questo c'interessa molto
che rimanga ben fermato: non si creavano accuse essenzialmente false,
poichè è indubitato che le cose le quali si raccoglievano, così dal
lato religioso come dal lato politico, erano state nella loro massima
parte ventilate tra gl'inquisiti; ma è indubitato del pari che si
esageravano nel peggior modo, si accumulavano interamente sul capo di
ciascuno inquisito senza distinzioni, e sopratutto con le arti più
inique si facevano testimoniare anche da coloro i quali ne sapevano
poco o nulla, per ribadirle in guisa da chiudere ogni via di scampo
agl'incolpati. E già con le sole tre deposizioni finora esposte si era
pervenuto a risultamenti della più grande importanza, ed è certo che
più tardi lo Xarava ottenne di vederle e di averne copia. Si trovano
infatti nel processo segni ed appunti marginali sulle cose della
ribellione vergati da una mano differente da quella solita a far lo
stesso sulle cose di eresia, e non è per nulla arrischiato l'ammettere
che que' segni ed appunti sieno stati vergati dallo Xarava: inoltre
si trova ancora in Simancas la copia di queste deposizioni tutte
intere, estratta, collazionata e firmata da fra Cornelio per ordine del
Visitatore in data del 12 settembre, con la speciosa clausola «praevia
protestatione in forma et citra poenam sanguinis et ad evitandum poenas
irregularitatis», mentre le prescrizioni categoriche della procedura
ecclesiastica lo vietavano assolutamente[361]. — Possiamo frattanto
ritornare allo Spinelli e allo Xarava, e vedere i progressi che costoro
fecero nella persecuzione e cattura degl'incolpati, come pure nella
compilazione del processo al quale attendevano.

La più importante cattura di que' giorni fu quella del Campanella in
compagnia di fra Domenico Petrolo, avvenuta nella sera del 6 settembre;
dopo di essa va registrata quella di Claudio Crispo, avvenuta l'8
settembre. La cattura del Campanella merita naturalmente di essere
narrata in tutti i suoi più minuti particolari, e ce li forniscono
assai bene sopratutto le deposizioni che il Petrolo fece in più volte
nel tribunale per l'eresia ed anche nel tribunale per la congiura,
poichè nel processo di eresia si trovano fortunatamente anche le
deposizioni da lui fatte intorno alla congiura, trasmesse in copia da
un tribunale all'altro; del resto il Campanella medesimo ne scrisse
parecchie circostanze nella sua Dichiarazione e poi nelle sue Difese,
nelle sue Poesie e da ultimo nella sua Narrazione, e questa volta le
notizie di entrambi i fonti concordano ne' punti essenziali. Lasciammo
il Campanella, verso il 27 agosto, allontanatosi da Stilo dietro
l'avviso e la sollecitazione di fra Dionisio, ridottosi a Stignano e là
denunziato dall'ospite suo D. Marco Petrolo, denunziato anche dal suo
amico e discepolo Giulio Contestabile, e nascostosi in qualche altra
casa pur sempre a Stignano. Maurizio, con ogni probabilità avvertito
del pari da fra Dionisio, corse pur egli a Stilo per abboccarsi con
lui, e non trovandolo, gli scrisse due volte di tornare a Stilo «chè
esso lo salvava»; ma il Campanella si rifiutò egualmente di unirsi con
lui, mentre il padre suo piangendo diceva volerlo «meglio morto che
uscito in campagna», e si ricoverò sulla collina presso Stignano in
un convento di Francescani detto di S. Maria di Titi[362]. Maurizio
corse ancora su quel convento, e il Campanella, che stava col Petrolo
a pranzo, se ne fuggì, e fu seguito da Maurizio per sette miglia senza
farsi raggiungere, sino a che, presso la Roccella, trovò un contadino
a nome Antonio Mesuraca, il quale, avendo qualche obbligazione verso
il padre di lui, lo accolse insieme col Petrolo con promessa di trovar
loro un imbarco, li tenne seco tre giorni, ma poi li tradì[363]. Questo
ci lasciò scritto il Campanella, ma fra Domenico Petrolo aggiunse
molte altre particolarità. Secondo il Petrolo, essendo in Stilo, ed
avendo udito da fra Dionisio le voci che correvano contro di lui, il
Campanella gli disse, «fra Dominico, si come quando io sono stato
a piacere tu mi sei stato bono amico et hai imparato da me, mi par
ragionevole che ancora m'habbi da seguire in questi travagli et non
abbandonarme, ma esserme fidele amico», e così fuggirono insieme.
Maurizio allora in più lettere invitò il Campanella a tornare a
Stilo, dicendogli che andasse a tre ore di notte ed escludesse ogni
altro dalla sua compagnia eccetto fra Dionisio, ma egli, il Petrolo,
dissuase il Campanella dal farlo, perchè non si accreditasse sempre
più la voce de' suoi disegni di ribellione, e poi una persona venne da
Stilo e disse che fra Pietro l'avvertiva di stare all'erta dubitando
di Maurizio: arrivava intanto a Stignano gente armata, e il Petrolo,
travestitosi da ortolano, e munito di una zappa, racconciando i canali
lungo la via per non essere riconosciuto, si diresse verso S. Maria
di Titi, e il Campanella lo raggiunse, e ricoveratisi nel convento
mandarono un frate ad informarsi dello stato delle cose; il frate
tornò dicendo che in Stignano non c'era gente, ma in Stilo c'era,
e mentre pranzavano, nella sera seguente, venne un corriere spedito
da fra Pietro di Stilo che li avvertiva di fuggire perchè Maurizio
li voleva ammazzare. Giunse infatti Maurizio, e non trovandoli, li
seguitò per più di dodici miglia a fine di ammazzarli ed indultarsi
(!); essi fuggirono verso la Motta Placanica, ma per via il Campanella
mutò parere e disse che era meglio andare verso la Roccella, e così
facendo, nella notte, incontrarono Gio. Antonio Mesuraca amico di fra
Tommaso, il quale li condusse fuori la terra in una casa in campagna,
e là rimasero tutto il sabato, la domenica e il lunedì, e nella sera
di tale giorno furono tratti in arresto. Guardando le date, si ha che
la fuga da Stilo dovè accadere tra il 27 e il 28 agosto, quella da
Stignano il 2 settembre, quella da S. Maria di Titi la sera del 3, la
permanenza presso la Roccella il 4, il 5 e 6 settembre; ma ecco ancora
alcune notizie su' fatti di questi ultimi tre giorni, come le rivelò
il Petrolo. Non appena giunti nella casa di Mesuraca, costui fece
travestire anche il Campanella da secolare[364], ed almeno per qualche
tempo i due fuggiaschi si tennero insieme nascosti nella paglia al di
fuori della casa; quivi il Campanella avrebbe detto al Petrolo che si
era trattato l'aiuto del Turco e c'era un albarano avuto da Maurizio,
che da 13 anni tenea sullo stomaco que' pensieri di ribellione insieme
con fra Dionisio, che costui era stato da lui mandato alla piana (piana
di Terranova) per tenere in ordine le genti e i fuorusciti di quel
posto, ed avendo alcune scritture in cifra, e domandato dal Petrolo
cosa significassero, avrebbe detto che quelle erano lettere del Pizzoni
scritte in un modo inteso solo tra loro; ma è evidente che siffatti
discorsi rappresentavano per lo meno la continuazione di discorsi
anteriori e non trattavano già quegli argomenti per la prima volta,
come si proponeva di far credere il Petrolo quando li rivelò[365].
Inoltre allora appunto, nel mangiare alcuni fichi, il Petrolo avrebbe
dimandato al Campanella se quelle erano le frutta per le quali peccò
Adamo, e il Campanella avrebbe risposto con uno scherzo e detto che
quelle erano baie. Ancora il Campanella avrebbe parlato al Mesuraca
dell'aver mandato Maurizio al Turco, dell'aspettativa in cui si era
delle galere del Turco, dell'aver lui procurato che queste venissero, e
dimandatogli se venivano ed avuto per risposta che ne venivano trenta,
avrebbe detto, «queste vengono per me, per che Mauritio hà parlato
ali turchi, però trovati modo di mettermivi di sopra che vi farò
grand'homo»; la qual cosa non ci pare affatto inverosimile, giacchè,
pur non essendo vero che Maurizio fosse stato mandato proprio da lui,
importava in quel momento il farlo credere per dare animo a tutti e
tenere il Mesuraca in fede. Ma come il tempo passava, gli animi si
abbattevano e il Mesuraca faceva i suoi conti. Il Petrolo pregò il
Mesuraca che volesse porlo in disparte dal Campanella, non avendo il
coraggio di andarsene per la quantità di gente armata che era sparsa
in quella regione e che al vedere la sua corona l'avrebbe preso in
iscambio del Campanella; d'altra parte il Campanella, essendo solo
col Petrolo, lo pregò che volesse radergli la corona, ma il Petrolo
si rifiutò, ed egli fattosi malinconico diceva, «Dio te lo perdoni,
che non me lasciasti pigliare da Turchi questi giorni passati, quando
vennero sotto la torre di Badolato», mostrandosi persuaso che non
l'avrebbero fatto schiavo perchè amico di Maurizio. Infine la sera
del 6 settembre, venne uno stuolo di armati, e i due miseri traditi,
aspramente legati, furono condotti a Castelvetere. Dalle notizie che
fornisce il Carteggio del Vicerè si ha che il Mesuraca avea rivelata la
faccenda al Principe della Roccella, e costui gli avea promesso un buon
guiderdone. Dalle notizie che forniscono gli Atti giudiziarii esistenti
in Firenze si ha che, al momento della cattura, il Campanella disse,
«io vengo volentieri, et dirò quanto si voleva fare et dimostrarò
con che ragione si voleva fare», aggiungendo al Mesuraca che «fussero
raccomandati li parenti suoi, per che esso andava a morire in potere
della Giustitia»; ma il Petrolo a sua volta disse, «ammazzatime, non
me levati vivo». Dolevasi pure molto il Campanella de' Contestabili
di Stilo, dicendo che essi l'aveano fatto carcerare: da parte sua il
Mesuraca si scusava dicendo che avea dovuto agire a quel modo, per
timore del Principe di cui era vassallo, e soggiungeva al Campanella
che subito sarebbe morto «e che venea per questo Xarava el Baron della
Bagnara el Baron di Gagliato con più di 200 persone, li quali venuti
li dissero che dovea morire e che F. G. Battista di Pizzoni havea detto
tante heresie con la ribellione»[366].

Ma come mai il Campanella si era mostrato così restio ai consigli di
fra Dionisio e poi agl'inviti ripetuti di Maurizio, e si era spinto
ad una fuga disordinata innanzi a costui? La cosa più naturale è
certamente il ritenere che ognuno avesse agito secondo gli dettavano
le proprie qualità dell'animo. Fra Dionisio, coraggioso e bollente,
dovè pensare che il meglio possibile fosse il cadere da forti sul
campo, e cominciò in tal guisa a spiegare quella sua condotta, che
vedremo ammirevole nella fortuna avversa. Maurizio, coraggiosissimo ma
prudente, dovè scorgere impossibile anche l'uscita in campagna quando
si era già raccolto un così gran numero di milizie, e d'altra parte
era già cominciata a manifestarsi la demoralizzazione de' congiurati;
non ignorante delle arti di guerra, dovè giudicare non impossibile uno
scampo, malgrado la presenza di tanti nemici, e difatti mostrò bene di
saperlo trovare fino a che si trattò di schermirsi da loro, e vedremo
che ebbe a soccombere solo per gli elementi avversi; dovè quindi
realmente avere in animo di salvare il Campanella, salvarlo malgrado
la renitenza di lui, onde fece quella corsa, prova del suo coraggio,
da Guardavalle a Stilo e poi a Stignano e poi sulla via di Placanica,
mentre quei posti già venivano occupati dalle milizie. Ma non si
può menomamente ammettere che egli avesse avuto in animo di uccidere
il Campanella e il Petrolo per indultarsi; tale concetto è respinto
da quanto sappiamo della vita di Maurizio e delle condizioni stesse
occorrenti per avere un indulto. Abbiamo visto che l'indulto bisognava
pattuirlo coll'autorità mercè una convenzione od almeno una promessa
antecedente, ed era lecito a Maurizio, uno de' capi, compromesso quanto
il Campanella e forse più, sperare un indulto, e sperarlo senza patti
espressi ed al momento al quale si era giunti? E se lo avesse sperato,
gli sarebbe convenuto di esigere che il Campanella si fosse recato
presso di lui egli solo e non già insieme col Petrolo, mentre così
avrebbe potuto presentare due compromessi invece di uno? Nè poi si
capisce perchè avrebbe dovuto ucciderli, mentre si sa che acquistavasi
maggior merito presentando vivi quelli che erano fortemente ricercati
dalla giustizia. Fra Pietro di Stilo, tenerissimo del Campanella e
trepidante per lui, potè per un momento pensare che le calde insistenze
di Maurizio nascondessero un agguato a fine d'indultarsi, tanto più
che avea sotto gli occhi esempi di perfidia incredibile, capaci anche
troppo di far vacillare la sua ordinaria avvedutezza e serenità di
giudizio. D'altra parte il Petrolo, timidissimo ed avvilito fuor di
misura, come lo rivelano le parole che pronunziò quando fu catturato
e poi quelle che gli vedremo pronunziare quando si trovò al cospetto
degl'Inquisitori, potè scorgere un grave pericolo nell'unirsi a
Maurizio e in sèguito un pericolo ancora più grave nel possibile
risentimento di Maurizio per aver consigliato di non unirsi con lui. Ma
non si può facilmente sostenere che tanto da parte del Petrolo, quanto
da parte del Campanella, fosse stato accolto il pensiero di fra Pietro
di Stilo, e che la loro fuga innanzi a Maurizio fosse stata motivata
dalla credenza che costui volesse ucciderli a fine d'indultarsi,
mentre veramente un tale motivo della persecuzione di Maurizio fu
da loro addotto abbastanza tardi e per convenienza della loro causa.
Infatti il Petrolo da principio disse che Maurizio voleva ucciderlo
perchè egli avea dissuaso il Campanella dal recarsi presso di lui, la
qual cosa evidentemente non avea potuto nemmeno giungere all'orecchio
di Maurizio: il Campanella poi da principio, nella Dichiarazione che
scrisse ne' primi giorni della sua prigionia, parlò della persecuzione
di Maurizio nel senso che costui volea salvarlo ed egli si rifiutò di
associarvisi essendone disgustato; più tardi, nella Difesa, scrisse che
Maurizio voleva ucciderlo perchè temeva che egli rivelasse l'accordo
da lui preso col Turco, e perchè era sdegnato dell'aver fatto salvare
Giulio Contestabile da' furori di lui; assai più tardi, scorsi già
parecchi anni, nella Narrazione, scrisse che Maurizio voleva ucciderlo
ed indultarsi[367]. A noi sembra che il Campanella, potentissimo
in cognizioni ed in astuzie, dovè credere più pericoloso per lui il
trovarsi armato di un fucile in campagna, che armato di sottigliezze
nel foro, quantunque non ignorasse che nel foro avrebbe incontrato
manigoldi piuttosto che giudici; dovè quindi sembrargli suo primo
bisogno distaccarsi appunto da fra Dionisio e da Maurizio, che aveano
rappresentato una parte attiva più appariscente, e dopo ciò tentare
ancora uno scampo in mare presso il Turco mediante una persona che avea
motivo di ritenere fidata, quale il Mesuraca, mentre in terra vedeva
perfino taluni de' più accesi nella faccenda della congiura voltargli
brutalmente le spalle ed agire a suo danno.

Proseguiamo intanto la narrazione de' fatti del Campanella dopo la
sua cattura. Abbiamo visto che molti accorsero quando fu preso,
in particolare i più grossi Commissionati, il Morano ed il Ruffo
co' loro armigeri, e può intendersene facilmente il motivo: ognuno
volea farsi bello di questa cattura, la quale in realtà fu eseguita
dagli armigeri del Principe della Roccella, onde a costui venne poi
attribuita, quantunque egli non avesse fatto altro che spedire i suoi
bravi e promettere in nome del Re un buon guiderdone al Mesuraca che
gli diè l'avviso, non risultando che siasi recato egli medesimo sopra
luogo, siccome da taluni Storici fu detto. Così quel gran numero di
armati servì solo ad accompagnare il Campanella e il Petrolo fino
a Castelvetere; ma doverono forse esser pure condotti con costoro
tredici altri individui catturati in quelle vicinanze, che lo Spinelli,
nel riferire in fretta al Vicerè l'importante avvenimento, annunziò
essere stati trovati in compagnia de' due frati vestiti da secolari,
i quali volevano imbarcarsi ed andare in cerca delle galere toscane
o di qualche legno inglese o dirigersi in Turchia, mentre sappiamo da
parecchie testimonianze che veramente i due frati erano stati essi soli
in mano del Mesuraca. Quegli aguzzini contristavano per via l'animo del
Campanella, annunziandogli che dovea morire e manifestandogli che il
Pizzoni avea rivelato grandi cose di eresia e di ribellione (ciò che
realmente era noto a D. Carlo Ruffo stato presente agl'interrogatorii);
inoltre s'ingegnavano di sapere da lui i complici, e raccolsero infatti
diversi nomi, segnatamente quello di Mario del Tufo, che uno di loro
affermò essere stato pronunziato dal Campanella in tale occasione; ma
il Campanella ebbe poi a negarlo assolutamente, spiegando la cosa col
dire, che avea manifestato doversi Mario del Tufo, e tutti coloro che
erano amici suoi, guardare di non esser presi, perchè li sarebbero
andati carcerando. E in questo mentre, riflettendo alla condotta del
Pizzoni, egli «pensò subito che questa fu arte del Pizzoni per fuggir
la furia secolare, et avvisò... a F. Domenico di Stignano ch'era seco
carcerato, che pur dicesse heresie»: così ci fece sapere egli medesimo
nella sua Narrazione, e vedremo infatti che fra Domenico finì per
rivelarlo, senza per altro scagionare il Campanella come eretico;
solo non può accettarsi che egli avesse pur allora artificiosamente
manifestato essersi «più presto negotiato con Turchi e non col Papa,
ma per hereticare, e che però Mauritio era andato sopra le galere di
Amurat Rais» etc. e che «così piacque poi allo Xarava che ci entrassero
i Turchi» e lo fece deporre a' primi rivelanti. Di questi rivelanti
abbiamo la denunzia autentica scritta fin dal 13 agosto, nella quale
aveano già parlato de' turchi e dell'andata di Maurizio; rimane quindi
vero solamente che piacque alle Autorità il raccogliere, bene o male,
che egli non tenesse intelligenze col Papa, essendo stato trovato
in via di fuggirsene in tutt'altra direzione che in quella di Roma;
vedremo infatti che così scrisse lo Spinelli al Vicerè, il quale lo
accettò immediatamente, senza dubbio perchè riusciva soddisfacentissimo
il non aversi ad occupare di un soggetto così scabroso qual'era il
Papa, e il poter mettere sempre più in luce soggetti tanto odiosi quali
erano i turchi. — Venne poi, qualche giorno dopo, nelle prigioni di
Castelvetere anche lo Xarava, non accorso col Morano e col Ruffo al
momento della cattura, come potrebbe credersi leggendo la Narrazione,
ma inviato subito dallo Spinelli «perchè procurasse di aver chiarimenti
dalla bocca di lui sulla congiura della quale era imputato, prima
che egli trattasse con alcuno», ed anche «perchè venisse sicuro»
da Castelvetere a Squillace, come rilevasi dal Carteggio Vicereale.
Probabilmente lo Xarava si comportò col Campanella in un modo affatto
diverso da quello usato dal Morano e dal Ruffo, dandogli buone parole,
condolendosi e lusingandolo, per mantenerlo ben disposto a largheggiare
in una «Dichiarazione che volle fare di sua mano» innanzi a lui. La
scrisse difatti molto larga e con qualche condiscendenza, siccome
si rileva specialmente verso la fine di essa, là dove si trovano due
periodi, in uno de' quali sono registrati certi nomi di fuorusciti, e
in un altro, più chiaramente aggiunto, è registrato il nome del Rania,
di cui egli non si era ricordato prima e da ultimo si ricordò dietro
suggerimento dello Xarava: siffatta circostanza, e poi il suo silenzio
costante su questa Dichiarazione scritta, e il suo odio mortale verso
lo Xarava manifestato sempre con gli epiteti più atroci in prosa ed
anche in versi[368], ci menano a credere non aver lui mai più potuto
rammentare senza vivissimo sdegno che, sebbene maestro in astuzie,
si fosse lasciato trarre in inganno da quest'uomo di «volpino pelo»,
mentre solamente più tardi, dopo ottenuta la Dichiarazione, lo Xarava
dovè scovrirsi nel senso di sostenere che questi frati avessero a
morire _jure belli, inconsulto Pontifice_.

La Dichiarazione del Campanella merita di essere ben ponderata.
Abbiamo già dovuto riportare sparsamente, durante tutta questa
narrazione, le notizie che vi si contengono, ma non possiamo
dispensarci dal darne qui uno schizzo, per vederla nel suo complesso
e farvi qualche commento[369]. In essa, accennati i suoi studii di
profezia, i prossimi mutamenti da lui aspettati «nel Regno de Napoli
che fu sempre de revolutione», i pareri analoghi anche di varii
uomini insigni napoletani e stranieri, le cose prodigiose apparse in
quell'anno, la sua predica intorno a questi fatti, la pace tentata
tra' Contestabili e i Carnevali, il Campanella rivela diffusamente i
desiderii d'indipendenza dal Governo spagnuolo che gli manifestarono
Geronimo di Francesco e Giulio Contestabile, l'odio di Giulio verso
gli Ufficiali spagnuoli, l'oltraggio da lui fatto ad un'immagine del Re
Filippo in presenza anche del Petrolo, la fiducia di lui in Marcantonio
e ne' numerosi amici e parenti e perfino ne' turchi. Poi cita altri
individui di Stilo co' quali ha parlato della prossima mutazione,
e dice che col Pizzoni e fra Dionisio ne parlavano sovente, ed essi
mostravano di gradirla. In sèguito viene a Maurizio e racconta che
costui lo interrogò sulle mutazioni, mostrandosene lieto, e aggiungendo
che se così fosse stato avrebbero avuto molti amici, e che egli, il
Campanella, gli disse che chi tiene molti amici può diventar grande,
adducendo molti esempi di uomini divenuti grandi ed animandolo al bene.
Poi parla dell'andata ad Arena ed a Pizzoni, dove vide il Crispo,
e dice che discorrendosi delle mutazioni, costui si vantò di avere
amici se vi fosse bisogno di far guerra, ed egli approvò che ne avesse
molti. Ma da una lettera di Giulio Contestabile seppe che Maurizio
era andato sulle galere di Amurat, e recatosi quindi a Davoli presso
il Pittella, seppe da Maurizio che realmente vi era stato ed avea
trattato che venisse l'armata turca, giacchè volea pigliare Catanzaro
e la provincia, ed avea «capitolato» che i turchi non avrebbero dovuto
tenere dominio a lungo ma solo assistere nel mare, contentandosi poi
del traffico nel Regno, e gli mostrò una scrittura in lingua turchesca,
ed egli si lamentò di quest'atto, facendogli notare che i turchi non
osservano fede, e volea rompere ogni relazione con lui. Vide allora
il Franza, il Cordova ed un altro, chiamati da Maurizio a Davoli, e
pregato di parlare delle mutazioni non potè non confermarle; fu anche
invitato a volere esser capo e predicare, ma si negò e si partì per
disgusto. Intanto fra Dionisio, perseguitato dal Visitatore, andò a
Catanzaro a predicare ribellione secondo la profezia di lui, e per
avere molti aderenti disse che nella congiura c'era il Papa, il Card.^l
S. Giorgio, il Vescovo di Mileto etc. D. Lelio Orsini, i Signori del
Tufo e tutti coloro che s'immaginò essere amici di lui e suoi; ma
egli giura di non aver mai parlato di tali cose, nè pensato che per
mezzo di loro frati si avessero a muovere. Poi fra Dionisio andò a
sollecitarlo perchè uscisse in campagna, ma egli non volle e riparò
a Stignano; in sèguito Maurizio gli mandò a dire di ritornare perchè
l'avrebbe salvato, ma egli pure si rifiutò andandosene a S. Maria di
Titi, e Maurizio cercò di raggiungerlo ed egli fuggì, dandosi nelle
mani di Mesuraca, il quale promise di salvarlo in mare, lo nutrì per
tre giorni e poi lo consegnò alla giustizia. Infine, ricordando che
del pari in Roma e in Napoli si prevedevano mutazioni, dice voler
rendere conto a S. M.^tà di quello che Dio manda al mondo per il bene
comune, che egli guarda alla salute comune e per essa vuole morire.
Dichiara che a fra Dionisio spetta dire il resto, avendo lui trattato
il negozio con fatti, mentre egli, il Campanella, l'ha trattato solo
con parole. In sèguito aggiunge varii nomi di fuorusciti co' quali
Maurizio diceva voler pigliare Catanzaro, e manifesta che l'altra
persona, la quale venne col Franza e col Cordova in Davoli, era il
Rania, ricordandolo dietro le parole dello Xarava. — Come ben si vede,
in questa Dichiarazione la congiura non è menomamente negata, che anzi
è esposta in tutti i suoi più minuti particolari, e perfino chiarita in
quel suo lato che riusciva ancora oscuro e confuso alle Autorità, vale
a dire la partecipazione del Papa, dei Vescovi e de' Nobili, insieme
co' turchi; soltanto essa è attribuita ad altri, e il Campanella vi
figura appena come colui che vi ha dato innocentemente occasione,
col parlare delle profezie e de' presagi di mutazioni prossime, ed
un poco anche col consigliare a trovarsi armati e in buon numero
coloro i quali vi si mostravano propensi. Era il meno che egli potesse
dichiarare sul conto proprio, e bisogna riconoscere che, quantunque
avesse scritto in un momento di suprema angoscia, seppe dichiararlo
con la solita abilità ed anche con molta unzione, mostrandosi quasi
indifferente alle mutazioni, le quali sarebbero avvenute come Dio
avrebbe voluto; nè fuor di proposito egli giurava di non aver mai
predicato ribellione, e parlato di tali cose, e pensato che per mezzo
di loro frati avessero a muoversi, riferendosi a' maneggi fatti in
Catanzaro, e alla partecipazione del Papa, de' Vescovi e de' Nobili.
Intanto nominava parecchi, anche troppi, i quali avrebbero dovuto
rispondere della congiura. In primo luogo nominava i Contestabili col
Di Francesco, e massime Giulio, citandone detti e fatti assai gravi,
ciò che si spiega col suo vivissimo risentimento verso di loro; inoltre
il Pizzoni ed anche il Crispo, citando appena il nome del primo ed
aggravando la mano sul secondo, ciò che si spiega coll'essergli noto
che il Pizzoni avea già deposto in materia di eresia e di ribellione,
senza per altro sospettare che avesse deposto tanto; sopra tutti poi
nominava fra Dionisio e Maurizio, citandone azioni gravissime e tali da
renderli i soli veramente responsabili di tutto, ciò che può spiegarsi
unicamente coll'ammettere che egli credeva essersi costoro già posti
in salvo, mentre sapeva che Maurizio vi avea pensato da alcuni giorni.
Rimaneva alle Autorità il decifrare come potessero trovarsi insieme i
Contestabili e Maurizio inimici, senza un certo tratto di unione, e se
il Campanella potesse veramente ritenersi estraneo a questi maneggi:
disgraziatamente la cosa riusciva molto facile ad intendersi, ed anzi
era già conosciuta molto bene a quell'ora; nè occorre far notare che
dopo siffatta Dichiarazione ci volle in sèguito molta disinvoltura da
parte del Campanella, per dire che la congiura era stata un'invenzione
dello Xarava, de' denunzianti e del Governo! Certamente egli non potè
trovarsi contento di aver rilasciata quella Dichiarazione. Quando ebbe
a vedere fra Dionisio e Maurizio in carcere, dovè rimanerne confuso,
e si conosce che più tardi, anche per conto suo, cercò d'impugnare
il contenuto della Dichiarazione, ma, naturalmente, invano[370].
All'opposto lo Xarava dovè rimanerne soddisfattissimo; e si può
argomentarlo dal fatto che, invogliato dalla felice riuscita della sua
pratica, corse immediatamente a far lo stesso col Pizzoni.

A questo tempo, verso l'11 settembre, si deve con tutta probabilità
riferire l'andata dello Xarava a Monteleone, per avere anche dal
Pizzoni una Dichiarazione scritta, e dare un'occhiata al processo
che il Visitatore e fra Cornelio aveano iniziato: ciò può desumersi
dalla data della copia degli Atti di tale processo a lui rilasciata,
che è il 12 settembre, e dalla data del trasporto da lui fatto del
Campanella e del Petrolo da Castelvetere a Squillace, che una relazione
dello Spinelli ci mostra essere avvenuto il 14 settembre. Tenendo
presenti queste date, si può calcolare che verso l'11 settembre lo
Xarava, ottenuta la Dichiarazione scritta dal Campanella, ne andò a
chiedere un'altra al Pizzoni; e in tale circostanza vide il processo
ecclesiastico e vi fece al margine que' segni e quegli appunti di cui
si è parlato altrove, e scorgendo che le tre prime deposizioni avevano
un'importanza grandissima, se ne fece subito estrarre la copia. Quanto
alla Dichiarazione scritta dal Pizzoni, ne conosciamo l'esistenza
ed anche il contenuto dagli Atti che si conservano nell'Archivio di
Firenze[371], con quest'altro particolare, che ad essa andava unito un
«Alfabeto in cifra del Pizzoni col Campanella». Nella Dichiarazione,
secondo il sunto fattone dal Mastrodatti, il Pizzoni scrisse che
«fra Tomase Campanella, et fra Dionisio Ponsio havendosi scoverto di
volere introdurre nove leggi, et nuovo modo di vivere, introducendo
la libertà con il favore di alcune profetie, et delli Cieli, per
Astrologia, andavano procurando amicitia di banniti per dar principio à
tal impresa, et havendolo ripreso di queste male prattiche, pensieri,
et false profetie, che non sono cose di riuscire, loro risposero che
era codardo, e da poco, et che loro non sono tanto impotenti quanto
esso fra Gio. Battista si crede, per che adesso li bastano questi
pochi banniti à dar principio à tal impresa, et che dopoi alcuni
mesi scorsa la nova haveriano havuto soccorso da Venetiani, et da
Turchi, et altri Principi, et particolare da D. Lelio Ursino, il quale
diceva esser andato à Sua Maestà in spagna, per ottenere, di venire
protettore, et poi soccedere nel Principato di Bisignano et ottenere
di tenere Compagnia di gente armata, sotto pretesto di guardare il
Stato, ma poi dato principio a tale rivoltare, li darà in suo favore
la gente predetta armata, et il Stato ancora, et che lui tiene nelle
sue terre un fra Gregorio di Nicastro che và explorando le genti sotto
habito di Merciaro, et venditore di figure». In somma il Pizzoni non
scrisse diversamente da quanto avea deposto innanzi al Visitatore e
a fra Cornelio riguardo alla congiura, ed anzi rivelò qualche cosa
di meno, aumentando solo l'importanza della parte che avrebbe dovuto
rappresentare D. Lelio Orsini: se non che scrisse tutto di suo pugno,
in modo da non poter più poi sostenere che talune cose fossero state
falsamente aggiunte, siccome fece per la deposizione redatta da fra
Cornelio; e sappiamo che lo Xarava questa volta ebbe cura di corredarla
di una fede del Mastrodatti e della testimonianza di due persone, che
certificarono la Dichiarazione essere stata scritta dal Pizzoni in
presenza dello Xarava, e da lui consegnata al medesimo. Ma l'Alfabeto
in cifra fu scritto veramente dal Pizzoni e comunicato in parte dallo
Xarava a fra Cornelio, il quale poi l'allegò nel processo suo senza
citarne il fonte, ovvero fu inventato da fra Cornelio e comunicato da
lui allo Xarava, il quale senza citarne del pari il fonte, lo pose
a capo della Dichiarazione del Pizzoni? Questo rimane dubbio; bensì
non vedendo fatta alcuna parola dell'Alfabeto nella Dichiarazione
scritta, e sapendo che il Pizzoni lo negò sempre in sèguito, bisogna
piuttosto dire che fra Cornelio, nella sua nequizia, dovè sbizzarrirsi
ad inventarlo dietro il cenno dato da' primi rivelanti e poi fatto
confermare dal Petrolo innanzi a lui qualche giorno dopo. Si può
intanto vederlo tra' documenti che pubblichiamo, ridotto alle firme del
Campanella e del Pizzoni, così come fra Cornelio l'allegò nel processo
suo[372].

Non prima del 14 settembre il Campanella fu tradotto dalle carceri di
Castelvetere a quelle di Squillace; ma non avea per anco lasciato le
carceri di Castelvetere, che vi accadeva un fatto importante, del quale
dobbiamo ancora dar conto. Ricordiamo che là si trovavano rinchiusi
Felice Gagliardo, Orazio Santacroce, Geronimo Conia, Gio. Angelo
Marrapodi, Camillo Adimari, ed inoltre Cesare Pisano, il quale vi era
stato visitato dal Campanella con fra Dionisio e fra Giuseppe Bitonto
ne' primi giorni di luglio, ed era stato anche da lui raccomandato
al Principe della Roccella; ricordiamo che Cesare Pisano fin d'allora
cercò sempre d'indurre o di raffermare nella ribellione tutti costoro
(giacchè taluni, come il Gagliardo ed il Conia, sembra certo che vi
fossero stati già iniziati dal Bitonto e dal Jatrinoli), magnificando
i disegni del Campanella e predicando eresie in quantità. Non appena
seppero che il Campanella ed il Petrolo venivano rinchiusi in quelle
medesime carceri e che la congiura era stata scoperta, con tutti i
particolari che se ne andavano diffondendo, que' cinque scellerati, per
farsi merito e provvedere alla loro salvezza, pregarono il Castellano
di rappresentare al Principe della Roccella che Cesare Pisano, fin da
quando venne carcerato, si era sempre sforzato d'indurli a prender
parte a questa congiura, ed oltracciò denunziarono lo stesso Pisano
al Vescovo di Gerace per le eresie che andava loro persuadendo; nè
trovarono difficile il giustificarsi per non aver rivelato prima di
allora, adducendo che ritennero lungamente essere il Pisano un matto,
ma poi, udita la carcerazione del Campanella, doverono ritenere
queste cose per vere e quindi subito le rivelarono. Ciò risulta tanto
dagli Atti esistenti in Firenze, quanto dal processo ecclesiastico.
Il Principe della Roccella, ricordatosi che fra Tommaso gli avea
raccomandato il Pisano, scrisse una lettera a Carlo Spinelli,
avvisandolo dell'intercessione del Campanella per Pisano, al quale avea
parlato della congiura e naturalmente dovè partecipare ancora quanto
gli era stato rivelato da' cinque prigionieri[373]; ed accadde che
costoro, al contrario di quanto si aspettavano, finirono dietro questa
lettera per venire, unitamente col Pisano, sotto la giurisdizione dello
Spinelli e Xarava, rimanendo a lungo, in qualità di presunti complici,
carcerati ed anche straziati, come rilevasi dalle loro deposizioni
e confessioni in tortura riferite negli Atti esistenti in Firenze.
D'altro lato il Vescovo di Gerace, secondo lo stile del S.^to Officio,
non tardò un solo momento ad occuparsi della denunzia, inviando qual
suo Delegato l'Abate Curiale de Curiali per prendere Informazione del
fatto nelle carceri di Castelvetere: questa Informazione, composta
degli esami di tutti e cinque i denunzianti, trovasi integralmente
inserta nel 1.º volume del processo ecclesiastico ed è in data del
13 settembre, non mancando nemmeno nel suo esordio la notizia, in
verità molto confusamente e scioccamente espressa, del trovarsi allora
«preso del pari, fermamente carcerato e detenuto in detto castello,
fra Tommaso Campanella». Non staremo a ripetere le eresie, in gran
parte goffe, che si rivelarono in quella circostanza, tanto più che ne
abbiamo dato qualche cenno a suo tempo, nel narrare la carcerazione del
Pisano e i varii discorsi da lui tenuti nel carcere, e dovremo parlarne
ancora a proposito degli ulteriori esami a' quali fu sottoposto
nell'uno e nell'altro tribunale, dove ogni volta le ripetè; d'altronde
un saggio de' principali esami dell'Informazione trovasi anche ne'
Documenti che pubblichiamo[374]. C'importa soltanto notare che in
ispecie Felice Gagliardo depose avere il Pisano affermato che tutte
quelle eresie gli erano state insegnate da fra Tommaso Campanella, dal
Bitonto ed altri monaci, ed il resto de' denunzianti depose, insieme
col Gagliardo, che il Messia Campanella, con armi, danari e gente
molta, doveva assaltare il Regno, pigliare Stati e far nuove leggi.

Per tal modo le condizioni giuridiche del Campanella divenivano
rapidamente assai tristi: gli Atti del processo ecclesiastico, la
Dichiarazione scritta del Pizzoni, e quasi contemporaneamente le
deposizioni unanimi de' compagni di carcere del Pisano, confutavano del
tutto la Dichiarazione sua in quanto all'esser lui rimasto estraneo
a' maneggi di congiura; del resto essa era stata già confutata in
precedenza, e molto più seriamente, da alcune lettere trovate sulla
persona di Claudio Crispo catturato appena qualche giorno dopo di
lui. — Propriamente l'8 settembre il Crispo fu catturato da Gio.
Geronimo Morano; non sappiamo nè dove nè come, ma sappiamo che al
momento della cattura tentò di lacerare due lettere, e che il Morano
se ne impossessò. Questo risulta da una relazione dello Spinelli al
Vicerè trovata in Simancas, come pure dalle notizie riportate negli
Atti esistenti in Firenze[375]. Le lettere erano quelle delle quali
abbiamo già tenuto conto parlando delle trattative di congiura, l'una
di Maurizio, in data del 25 luglio, che diceva al Crispo essere lui,
Maurizio, «l'istessa persona con fra Tomase», e l'altra del Campanella
medesimo, in data degli 8 agosto, che gli diceva di «venire con qualche
amico et particolarmente con Gio. Francesco d'Alisandria». Vedremo
tra poco che un'altra lettera del Campanella al Crispo fu trovata in
potere di fra Paolo della Grotteria quando costui fu preso, ed essa era
ancor più compromettente; onde si scorge che la non partecipazione alla
congiura, dichiarata dal Campanella, veniva giorno per giorno smentita
anche da documenti autentici. Il Crispo fu tratto direttamente alle
carceri di Squillace, e le lettere furono inserte nel processo.

Ma è necessario tornare al Visitatore e a fra Cornelio. Essi avevano
proseguito a far carcerare frati, dando lettere di cattura a D.
Carlo Ruffo ed agli altri Commissionati. Fin dal mese antecedente fra
Cornelio avea fatta una perquisizione delle carte e corrispondenze
epistolari di tutti que' frati che si sapeva essere conoscenti ed amici
di fra Dionisio e del Campanella; in sèguito di tale perquisizione
fu preso fra Vincenzo Rodino di S. Giorgio, Vicario di Tropea e zio
di Cesare Pisano, essendosi trovata presso di lui una lettera di
fra Dionisio del 21 luglio, con la quale gli raccomandava un frate,
annunziandogli pure la presenza del Visitatore nella provincia e
la liberazione di Cesare già avvenuta, come egli credeva, dietro
le raccomandazioni sue e del Campanella; inoltre fu preso anche
fra Alessandro di S. Giorgio lettore di Tropea, senza che risultino
veramente chiari i motivi della sua cattura. Questi due frati vennero
esaminati dopo il Pizzoni e il Lauriana, l'8 settembre; ma le loro
relazioni con fra Dionisio, e più ancora col Campanella, erano tanto
lontane, che appena poterono dar conto della opinione che essi ne
avevano, e fu deliberato di non procedere oltre negli esami, «acciò
non venissero a conoscere il modo d'interrogare in quella causa»;
il giorno dopo furono quindi rilasciati entrambi, non senza però
l'obbligo di presentarsi ad ogni richiesta, dando una idonea cauzione
da prestarsi nelle mani del Vice-Duca di Monteleone, ossia D. Carlo
Ruffo. Il Campanella disse poi, nella sua Difesa, che fra Cornelio
ricevè per la liberazione di questi due frati D.^i cento; è possibile
che questa somma abbia rappresentata la cauzione, la quale forse non
venne mai più restituita. — Ma furono presi ancora altri frati di
molto maggiore importanza, i cui nomi erano stati profferti da' primi
esaminati o da' primi rivelanti, cioè a dire fra Pietro di Stilo, fra
Paolo della Grotteria, fra Pietro Ponzio, fra Giuseppe Bitonto; il
solo fra Giuseppe Jatrinoli non fu preso, forse neanche cercato, e gli
stessi Giudici che vennero dopo ne ignorarono sempre il motivo. Prima
di tutti, fra Pietro di Stilo, come egli medesimo raccontò, fu preso
il 7 settembre nel suo convento; lo stesso Carlo di Paola, che prese
il Pizzoni e il Lauriana, unitamente con un Donato Antonio Mottola
carcerò fra Pietro, come risulta dagli Atti esistenti in Firenze; e
fra Pietro narrò pure di essere stato condotto dapprima alla Motta,
poi alla Roccella e a Castelvetere, quindi a Monteleone, da ultimo
a Squillace. Giunse a Squillace qualche giorno prima del Campanella;
vedremo infatti che fu quivi esaminato dal Visitatore e fra Cornelio
il giorno 13, poco prima che vi giungesse il Campanella col Petrolo,
e venne rinchiuso nelle carceri dette «il Carbone», delle quali si fa
parola anche in qualche documento esistente nel Grande Archivio[376].
Non conosciamo propriamente perchè fu condotto da Monteleone a
Squillace; ma forse dovè esservi un ordine dello Spinelli in questo
senso sia per tenere tutti i frati, ed anzi tutti gli ecclesiastici,
meglio custoditi, sia per tenerli tutti riuniti e pronti ad essere
inviati a Napoli, secondochè il Vicerè avea comandato. Quanto a
fra Paolo della Grotteria, egli fu preso un po' più tardi nel suo
convento di Grotteria da Ottavio Gagliardo, con questa particolarità
importantissima, che sulla sua persona fu trovata una lettera del
Campanella a Claudio Crispo, ed inoltre un libercolo manoscritto di
segreti e «più cose di forfanterie, e tra le altre ci era per andare
invisibile, et un altro capitolo per sciogliere l'huomeni e donne
ligate», come pure per non confessare alla corda[377]. La lettera
del Campanella parrebbe che fosse appunto quella scritta a' primi di
agosto, nella quale egli diceva che avrebbe desiderato parlare con gli
amici e che per questo avrebbe voluto recarsi a Pizzoni, ma perchè non
gli era stato scritto che quelli erano venuti, se ne asteneva, e vi si
sarebbe recato l'indomani laddove avesse saputo che fossero venuti,
non convenendo mutare stanza senza certo disegno perchè il mondo non
pensi a male etc. (se n'è parlato a pag. 203-204): era una lettera che
destava legittimi sospetti, e verosimilmente fra Paolo, cui si era dato
l'incarico di recarla da Stilo a Pizzoni, non si curò o non potè aver
modo di farla capitare al suo destino e non provvide nemmeno a farla
scomparire; essa fu data allo Xarava ed inserta nel processo della
congiura. Il libercolo manoscritto, contenendo cose superstiziose, fu
mandato a D. Carlo Ruffo e da costui passato a fra Cornelio, il quale
l'allegò al processo di eresia; fu molto notato in sèguito da taluni il
trovarvisi un segreto per non confessare alla corda, ma non c'era da
farne molto caso, mentre rappresenta una piccola parte di molte altre
goffaggini, e la corda doveva allora temersi da chiunque, non dai soli
frati nè per la sola causa della congiura. Veniamo a fra Pietro Ponzio.
Egli fu preso in Oppido, insieme col fratello Ferrante che sappiamo in
ufficio di Vice-Conte o governatore di Oppido, per mano di Scipione e
Marcello Silvestro e Pietro Paolo Salerno mandati da D. Carlo Ruffo,
il quale poi gli disse essere stato catturato perchè fratello di fra
Dionisio; e veramente egli non aveva altre colpe che questa parentela
ed un'affettuosa amicizia pel Campanella, ed intanto era stato fin da
principio denunziato come uno de' tre frati che menavano innanzi la
congiura. Inoltre fu preso anche fra Giuseppe Bitonto, e costui in
circostanze degne di nota. Fuggito dal convento di Condeianni dove
avea l'ufficio di Vicario, e portatosi in una vigna di Gio. Tommaso
Campo suo zio, nelle vicinanze di S. Giorgio, egli si era nascosto in
un pagliaio, vestito da secolare, fattasi radere la corona e crescere
la barba, ed armatosi di fucile e di pugnale. Ottavio Gagliardo, con
Muzio Barone e Gio. Domenico Rodino, lo presero in quel pagliaio,
«armato di scoppettuolo di tre palmi et un pugnale, et a tempo lo
volsero pigliare, volse rancare il pugnale», come si legge negli Atti
esistenti in Firenze. Vedremo più in là i particolari anche degli abiti
così del Bitonto, come del Campanella e del Petrolo, che furono i tre
frati fin qui presi in veste secolare; vedremo dippiù essere stati
presi pure alcuni altri frati, nè soltanto Domenicani, ma questi furono
di secondaria importanza, in numero anche più ristretto, e presi più
tardi, sicchè non occorre parlarne in questo momento.

Ecco ora il sèguito delle deposizioni che il Visitatore e fra
Cornelio raccolsero da taluni de' suddetti frati, giacchè non
poterono esaminarli tutti. — Il 14 settembre, recatisi a Squillace,
interrogarono dapprima fra Pietro di Stilo. Fra Pietro disse essere
stato avvertito da molti secolari che avrebbe sofferto grandi travagli
per causa del Campanella, ma non aver voluto fuggire perchè sentivasi
netto in coscienza, e dopo di avere esposte le sue antiche relazioni
col Campanella, quanto all'opinione che ne avea, rispose di tenerlo
«in alcune cose per bono et in alcune cose sceleratissimo» per quello
che avea «sentito dire». Ma qui si mossero a sdegno gli Inquisitori:
volevano che fra Pietro dichiarasse di aver udito dalla bocca del
Campanella le cose che doveva esporre (senza ancora sapere quali
esse fossero), e in fretta e furia ordinarono che venisse rinchiuso
in un carcere criminale «più strettamente e più duramente». Si
seppe in sèguito, quando egli venne in Napoli, che fu tenuto dieci
giorni in una «fossa» o «trapasso» come allora si diceva, e di là
fu fatto poi risalire di sopra «al Carbone»; si seppe pure che fin
da' giorni precedenti, mentre era nella carcere della Motta e poi
di Monteleone, gli erano state fatte minacce e lusinghe da D. Carlo
Ruffo e dal Castellano Ottavio Gagliardo, come pure da fra Cornelio
e dal Visitatore, il quale «pareva che dependesse da fra Cornelio», e
segnatamente a Squillace costui lo facea condurre innanzi a' Giudici
secolari e diceva loro «ve lo consegno per tre ore, fate di lui quel
che vi piace», e poi lo lusingavano con la promessa di una immediata
liberazione se avesse rivelato ciò che volevano, e gli assicuravano
che il Pizzoni era stato già liberato perchè avea parlato, e gli
consigliavano di confessarsi perchè l'indomani avrebbe avuto la
ruota, e il Visitatore lo eccitava a deporre liberamente cose di
S.^to Officio perchè a questo modo si poteva avere la remissione al
foro ecclesiastico. Fu quindi più volte richiamato ed inutilmente
interrogato tra le lusinghe e le minacce, senza che se ne fosse redatto
il processo verbale. Ma come mai fra Pietro potè qualificare così
prontamente il Campanella «in alcune cose sceleratissimo»? Passiamo
sopra alla parola, che potè essere adoperata da fra Cornelio invece
di qualche altra meno grave che fra Pietro ebbe a pronunziare; quanto
alla sostanza, si venne poi a conoscere che nelle carceri di Monteleone
egli ebbe modo di sapere qualche cosa dal Pizzoni, il quale gli
dovè certamente dire di aver rivelato molte cose di eresia, giusta
le sollecitazioni del Visitatore, per poter uscire dalle mani de'
giudici secolari; egli dunque si metteva parimente in siffatta via
(ma vedremo con quanta discrezione), se non che non poteva dichiarare
di aver udito cose di eresia dalla bocca del Campanella, senza
incorrere nella responsabilità di non averle rivelate alle Autorità
competenti, tanto più che trovavasi Vicario del convento in cui il
Campanella avea stanza. Ad ogni modo fra Pietro, il meno acceso, il più
quieto tra tutti, seppe dare egli solo un certo esempio di fortezza,
della quale si può intendere la misura considerando il terrore e la
demoralizzazione generale: fino all'ultimo fra Cornelio ebbe a dirgli,
«tu solo non puoi portare il carro, et si tu solo sarai pertinace, tu
solo morirai», ed egli seppe resistere a tante pressioni.

Nel giorno medesimo gl'Inquisitori interrogarono fra Domenico Petrolo,
e costui, secondo la natura sua, si mostrò in tutt'altro modo. Non
appena giunto al cospetto del Visitatore egli si gittò a terra e
disse, «Padre, non son degno di esser chiamato figlio tuo, ho peccato
verso Dio, chiedo misericordia, poichè ho offeso Dio gravemente»;
pure, dopo di aver dichiarato come era stato preso col Campanella in
abito secolare, essendo fuggito insieme da Stilo perchè fra Tommaso
fidava molto in lui, non volle spiegare il motivo per lo quale il
Campanella era fuggito; disse solo che la Corte era contro di lui e
che fra Dionisio glie l'avea avvertito, ma negò di saperne il motivo.
Ed allora gl'Inquisitori ordinarono, con la solita formola, che fosse
ricondotto in carcere e custodito «più strettamente e più duramente»;
ma egli li pregò che ripigliassero il suo esame, e subito ne venne
fuori una deposizione la quale certamente conteneva un po' più di
quello che egli poteva sapere[378]. Affermò che la Corte era contro
il Campanella, perchè costui «era mal christiano et havea opinioni
terribili et tentava rebellione». E poi enumerò le opinioni terribili:
diceva parergli essere stato eletto da Dio per predicare la verità e
togliere gli abusi della Chiesa di Dio, essere i Sacramenti per ragione
di Stato, non trovarsi il corpo di Cristo nell'ostia consacrata, non
doversi adorare il crocifisso, esser lecito il coito, non esser veri
i miracoli di Cristo, come l'ecclissi al tempo della passione non che
la resurrezione di Lazzaro, saper lui fare miracoli e volerli fare
in conferma della propria dottrina quando predicherebbe; inoltre non
esservi paradiso nè inferno, essere l'autorità del Papa usurpata, non
esservi Dio e la natura aver avuto il nome di Dio, non esservi Trinità,
non doversi osservare il precetto dell'astinenza dal mangiar carne
ne' giorni proibiti. Disse di aver udite tali cose dalla bocca del
Campanella, che ne parlava ancor più liberamente quando si trovava in
compagnia sua, di fra Pietro e di fra Dionisio, e spesso ne parlava
pure in presenza de' secolari, tra' quali i più intrinseci erano
Tiberio e Scipione Marullo, Fulvio Vua, Gio. Gregorio Prestinace,
Giulio Contestabile, Geronimo di Francesco, Giulio Presterà, Francesco
Vono, Fabrizio e Paolo Campanella, inoltre fra Scipione Politi
Conventuale. Affermò ancora di ritenere che fra Dionisio credesse a
quelle opinioni per certe parole dette in dispregio dell'ostia, e di
sospettare ancora di fra Pietro di Stilo, perchè una volta gli avea
detto esser bene che ciascun frate pigliasse moglie, e lui sentirsi
morire se non prendeva moglie. Quanto al Pizzoni, lo conosceva per
amico intrinseco del Campanella, e sapeva che si scrivevano lettere in
cifra le quali egli avea vedute, inoltre una volta que' due andarono
insieme ad Arena, e per tutto ciò lo riteneva aderente alle opinioni
del Campanella. Infine interrogato intorno alla mutazione di Stato che
il Campanella procurava nella provincia, palesò la predica fatta da
fra Tommaso intorno alle mutazioni da dover accadere nel 1600, e le
profezie alle quali si appoggiava, e il disegno di mutare la provincia
in repubblica servendosi della lingua e delle armi de' banditi e
del Turco; aggiunse che non volea predicar solo, ma anche con altri,
facendo gran capitale del Pizzoni, di fra Dionisio, di fra Pietro di
Stilo, ed ancora di lui fra Domenico Petrolo! Aggiunse inoltre che
avea mandato presso Morat Rais Maurizio, il quale avea trattato la
venuta dell'armata ed avuti per questo albarani del Turco, siccome
seppe allorchè stavano con fra Tommaso presso il Mesuraca; che fra
Dionisio trattava di far ribellare Catanzaro e il Campanella Stilo
con altri luoghi, e che non erano a sua conoscenza altri fuorusciti
aderenti eccetto Maurizio, mentre de' frati sapeva che erano pure molto
amici del Campanella fra Paolo della Grotteria, fra Giuseppe Jatrinoli
e fra Giuseppe Bitonto. Al solito, ebbe in ultimo a dichiarare di
non aver deposto per timore del carcere «ma per zelo della fede e di
Dio». — Fu questa la deposizione del Petrolo, la quale abbiamo voluto
riportare con una certa larghezza, perchè associata alle precedenti del
Pizzoni, del Soldaniero e del Lauriana, consolidò la base del processo
ecclesiastico. Certamente è notevole la specchiata concordanza di tutte
queste deposizioni; ma se da ciò si può inferire che la massa delle
cose deposte dovè esser vera, si può anche inferire che vi dovè essere
un solo suggeritore per tutti i deponenti. E qui si vede in modo non
dubbio l'efficacia del suggeritore, poichè il Petrolo, avvilito, si
lasciò condurre fino a nominare sè medesimo tra coloro i quali doveano
predicare la libertà. Senza dubbio, specialmente dal lato dell'eresia,
egli disse più di quanto conosceva: si seppe in sèguito che mentre era
per rientrare in carcere dietro l'ordine dato dagl'Inquisitori, fra
Cornelio lo ritirò da parte e gli lesse l'esame del Pizzoni, come pure
che erano presenti al suo interrogatorio il Provinciale, l'Avvocato
fiscale e il Capitano di campagna, e che non si scrisse precisamente
così come egli rispose alle interrogazioni. Ma pur troppo l'esame da
lui sottoscritto potè poi essere spiegato meglio in qualche punto, non
già disdetto, anche perchè in questo caso s'incorreva nell'imputazione
di falsa testimonianza; e per tal modo rimaneva ognuno illaqueato
senza via d'uscita. Del rimanente il Petrolo si fece sempre a negare
la sua partecipazione all'eresia, dicendo, «in altro son grandissimo
peccatore, ma contro la fede non ho peccato»; e in che dunque egli era
peccatore, e per quale peccato egli chiedeva spontaneamente perdono
agl'Inquisitori fin dal principio del suo esame? Tolta di mezzo la
faccenda dell'eresia, non rimane altro che la faccenda della congiura.

Dopo il 14 settembre gl'Inquisitori sospesero le loro operazioni e non
interrogarono il Campanella. Ignoriamo il motivo di questo fatto: forse
volevano avere in precedenza la deposizione di fra Pietro di Stilo e
sperarono di averla da un giorno all'altro, ma inutilmente; forse lo
Spinelli, malgrado la buona corrispondenza degl'Inquisitori, ottenuta
la Dichiarazione scritta dal Campanella, temè che questa potesse da
un esame verbale riuscire invalidata in qualche punto, e vedremo
che si diè invece ad insistere presso il Vicerè perchè si venisse
con lui a tortura senza perdita di tempo. Intanto il 17 settembre il
Card.^l di S.^ta Severina inviava una lettera importantissima a fra
Cornelio, con la quale, comunicandogli una deliberazione presa dalla
Congregazione del S.^to Officio dietro le lettere di lui intorno alle
cose di Calabria, gli annunziava di avere scritto, per ordine di Sua
Beatitudine, al Governatore della provincia ed a' Vescovi di Catanzaro
e di Squillace, che procurassero con ogni diligenza la cattura del
Campanella, di fra Dionisio ed altri suoi complici (s'ignorava in
Roma a quel tempo trovarsi il Campanella già carcerato), con questa
aggiunta, «et seguendo la carceratione del Campanella, la Santità Sua
hà ordinato, che si faccia condurre in Napoli sicuramente in mano di
Monsignor Nuntio, che poi appresso si deliberarà della persona sua».
Gli significava inoltre che mandasse la copia delle informazioni prese
circa le eresie, e che occorrendo di dover prendere altre informazioni
lo facesse unitamente co' Vescovi de' luoghi ne' quali si aveva ad
esaminare, con ogni «secretezza e diligenza»: Questa lettera insieme
con due altre (sicuramente le lettere pe' due Vescovi) non giunse che
il 2 ottobre a fra Cornelio, la cui residenza non era ben nota in Roma;
con ogni probabilità giunse anche prima quella pel Governatore, e così
lo Spinelli e fra Cornelio doverono conoscere la deliberazione di Roma
avanti il 2 ottobre, restandone naturalmente ben poco contenti. Senza
dubbio in Roma, dove si sapevano appieno gli odii feroci e le azioni
delittuose de' frati Domenicani, massimamente di Calabria, non si era
punto sicuri che tutto procedesse in regola, e si voleva una migliore
guarentigia dell'onesto andamento delle Informazioni. Grande era
difatti la cura che in ciò metteva il S.^to Officio, almeno in Italia,
dove le cose non procedevano come p. es. in Ispagna: possono ritenere
il contrario soltanto coloro i quali non hanno alcuna conoscenza degli
Atti di questo tribunale, che vuol'essere giudicato col confronto de'
procedimenti de' tribunali laici in analoghe condizioni, vale a dire
nel trattare de' delitti di lesa Maestà, mentre il concetto del S.^to
Officio era quello di trattare de' delitti di lesa Maestà Divina. Le
lettere medesime scritte da fra Cornelio al P.^e Generale e al Card.^l
di S.^ta Severina doverono per la loro virulenza contribuire a mettere
in sospetto la Sacra Congregazione; ed anche circa la faccenda della
congiura si vide il Papa, mediante il Card.^l Segretario di Stato
Cinzio Aldobrandini, come già fin da principio (20 agosto), del pari e
sempre più in sèguito (26 settembre), esigere che la causa dei frati e
clerici imputati si facesse «per rispetti gravi più tosto in Napoli»
con l'intervento del Nunzio, ricevendoli il Nunzio «come prigioni
suoi»[379]. Ebbe dunque allora il Campanella un qualche aiuto dal S.^to
Officio e dalla Curia Romana: se non che fra Cornelio, solleticato
pure dalla speranza d'ingrandirsi sulle miserie dei frati, non lasciò
così facilmente la preda, ed attese al miglior modo di servirsi della
licenza rimastagli di procedere ad altre Informazioni unitamente co'
Vescovi. Non potè più interrogare il Campanella, il quale perciò non
ebbe a trovarsi innanzi a Giudici se non quando venne condotto in
Napoli; potè bensi travagliare ancora gli altri frati e perfino taluni
clerici, aggravando sempre più le condizioni del Campanella e di fra
Dionisio; ma dovè passare un po' di tempo, durante il quale vi fu una
tregua nel processo ecclesiastico.

III. Facciamoci intanto a vedere le mosse ulteriori dello
Spinelli[380]. Conosciuta la cattura di fra Tommaso, con una sua lunga
lettera in data 8 settembre egli annunciava al Vicerè di aver avuto
già questo «capo principale della sedizione e un altro compagno suo
della sua fazione e setta», oltre all'essersi assicurato subito della
maggior parte di quelli che fra Dionisio avea nominati e i due primi
rivelanti aveano atteso a scovrire per ordine dell'Avvocato fiscale;
nè era chiusa per anco la sua relazione, che poteva annunziare di
più la consegna allora allora fattagli da Gio. Geronimo Morano di
Claudio Crispo, in cui potere si erano trovate due lettere «che
verificavano le altre tre avute da' primi rivelanti», con la speranza
che gli confesserebbe molte cose essendo amico e compagno di Maurizio.
Diceva essersi avuto fra Tommaso «per mezzo e diligenza» del Principe
della Roccella «suo nipote» e di un vassallo di lui, al quale era
stato promesso, secondochè pure avea promesso il detto Principe, il
guiderdone per un servizio tanto segnalato. Ed essendosi raccolto che
il Campanella non cercava di fuggirsene a Roma, mostravasi persuaso che
nella congiura non c'era la volontà del Papa «come egli e fra Dionisio
andavano pubblicando»; tuttavia affermava che se la congiura non fosse
stata scoverta ed impedita in tempo, era per succederne molto danno.
Mostrava anche di ritenere che S. E. avrebbe comandato di assicurarsi
della persona di Mario del Tufo nominato dal Campanella, sebbene egli,
lo Spinelli, non l'avesse «posto in iscritto», mentre pure gli veniva
nominato da altra parte; e faceva inoltre notare che fra Dionisio
aveva nominato a' rivelanti anche il Marchese di S.^to Lucido, di cui
Maurizio avrebbe avuto tre lettere. Quanto poi a' Vescovi non gli era
riuscito di sapere nulla più di ciò che fra Dionisio aveva comunicato
a' due rivelanti, eccetto alcune parole che il Vescovo di Mileto si
era lasciato dire e che l'Avvocato fiscale avea già riferite a S. E.
«non per anco poste in iscritto», ma da porsi «con molta brevità e in
quella maniera» che S. E. avea ordinato (d'onde si vede che lo Xarava
tenea del pari corrispondenza col Vicerè, e ne' punti più scabrosi
procedevasi con grande riserva, prendendo parte il Vicerè medesimo
alla formazione del processo); riferiva pure il braccio datogli dal
Visitatore, e rivelava il merito di D. Carlo Ruffo suo «parente», che
avea preso due frati della stessa setta (il Pizzoni e il Lauriana),
e che aveva atteso ed attendeva a quel negozio con tanta diligenza
ed accuratezza da sperare di raggiungere per mezzo suo buona parte
dell'effetto di questo servizio, e per dargli più animo supplicava S.
E. che restasse servita di scrivere tanto a lui quanto al Principe suo
nipote, riconoscendo loro i servizii prestati (così questa volta egli
cominciava senza ritardo a giustificare la qualità attribuitagli, _in
suos munificus_). Faceva inoltre conoscere di aver inviato l'Avvocato
fiscale per tradurre il Campanella da Castelvetere, e per assicurarsi,
cammin facendo, de' parenti di lui e degli altri de' quali udirebbe
il nome, avendo cominciato a dirli, «prima che se ne penta» (ciò che
mostra lo Spinelli malizioso per lo meno quanto lo Xarava). Aggiungeva
di aver fatto già trarre in arresto i denunzianti tardivi di Catanzaro
e partecipava le buone speranze di avere nelle mani Maurizio e tutti
gli altri, pe' molti provvedimenti e le molte intelligenze prese,
manifestando che non si farebbe a promettere indulti, se non in caso
di grande necessità e di segnalato servizio, quando non si potesse
fare diversamente; ed offrendosi a dimandarli altri che non fossero
inquisiti di tal delitto, per presentare quelli che lo fossero,
lo concederebbe più facilmente «a fine di non indultare complici»
(veggasi dunque se Maurizio poteva sperare un indulto). E dubitando
che, dietro la cattura del Campanella, procurerebbero di mettersi in
salvo molti che non si sapevano, «e potrebb'essere anche dei Vescovi
stati nominati», avea posto nel mare di ponente due feluche, le quali
scorrendo per quelle marine impedissero la fuga dei colpevoli (d'onde
si vede che egli eccettuava appena il Papa, ma avrebbe voluto nelle
sue mani tanto i Nobili che i Vescovi). Infine mandava a S. E. la
lista di coloro che erano stati carcerati fino a quel momento. La
lista comprendeva 34 persone d'ogni ceto; Nobili distinti, come il
Barone di Cropani e Geronimo del Tufo; altri Nobili e particolari quasi
tutti Catanzaresi, tra' quali due catturati in abito di pellegrini,
quattro su' cinque denunzianti tardivi, compreso il Franza e con lui
pure il Cordova, inoltre i due Moretti di Terranova (già studenti del
Campanella) e Claudio Crispo fuoruscito; finalmente frati, il Pizzoni
e il Lauriana carcerati in Monteleone, il Campanella e il Petrolo
a quella data tuttora in Castelvetere. Evidentemente in circa dieci
giorni si era fatto molto.

In sèguito, il 13 settembre, tradotto il Campanella col Petrolo a
Squillace, ed avuta conoscenza della sua Dichiarazione scritta, egli
cercò subito di sapere qualche altra cosa da lui; ma non vi riuscì,
ed anzi ebbe a sentirsi negare che avesse nominato Mario del Tufo
quale aderente alla congiura. Mandò allora al Vicerè, in data del
14, un'altra sua lettera, unendovi una copia della Dichiarazione del
Campanella, e in pari tempo una 2.ª copia dell'Informazione presa
dal Visitatore e da fra Cornelio, per la quale risultava non solo
comprovata la congiura, ma anche posta in luce la eresia; nè si
rimase dal profittare di quest'ultima circostanza, per tentare di
far accrescere l'ingerenza del Governo contro i frati, che già erano
quasi tutti in suo potere[381]. Difatti, nella sua lettera, dopo di
avere informato il Vicerè dell'arrivo del Campanella a Squillace,
e dell'intento che avea di seminare e introdurre eresie, provato
coll'Informazione presa dal Visitatore, «mercè il cui aiuto e buona
corrispondenza si erano carcerati e si andavano carcerando gli altri
frati compagni ed intrinseci del Campanella» (vale a dire fra Pietro
di Stilo, fra Paolo della Grotteria, fra Pietro Ponzio), egli subito
esprimeva la sua opinione, che contro di loro «sarebbe molto necessario
potersi qui procedere a tortura, perchè senza di essa non si potrà
chiarire nè provare il danno che il detto Campanella ha prodotto nelle
genti di queste parti, persuadendo ed insegnando loro cose ed opinioni
tanto abominevoli, secondo che egli credeva e cercava d'insinuare; e
stando in quel concetto in cui i popoli lo tenevano, con tanto grande
applauso e sèguito, si può per questo credere che abbia fatto qualche
danno con la sua falsa dottrina, avendo in sì poco tempo ridotto
tanti a sua devozione». Sottometteva quindi a S. E., che «si potrebbe
procurare il braccio di Sua Santità o Inquisizione, per procedere
qui come alcuni anni dietro si è fatto in Reggio e S.^ta Agata, dove,
essendo stata scoverta una certa setta di eresia, s'inviò il Dottor
Panza, il quale coll'intervento di un Commissario Apostolico procedè
all'estirpazione e gastigo degli eretici». Poi annunziava le altre
catture fatte e le ulteriori notizie raccolte anche co' tormenti
cominciati a darsi, i provvedimenti adottati in particolare contro
Maurizio fuggiasco e qualche altro provvedimento da potersi adottare,
ed oltracciò la comparsa de' primi legni turchi e poi di tutta l'armata
nemica. — Le cose, come ben si vede, s'intralciano sempre più, in modo
da non poterle narrare che partitamente, e serbando per quanto si può
l'ordine dato ad esse dallo Spinelli nel riferirle.

Abbiamo visto che già agli 8 settembre vi erano 34 carcerati, e, fra
essi, quattro su' cinque denunzianti tardivi; in sèguito fu preso
anche l'altro. Francesco Striveri e Gio. Tommaso di Franza furono
i primi ad essere catturati e vennero tradotti a Squillace con gli
altri; Mario Flaccavento fu preso in Catanzaro, e così pure Gio.
Battista Sanseverino, che stava già confinato in casa con pleggeria
d'ordine dell'Audienza per altra causa; infine fu preso ancora Gio.
Tommaso Striveri che si era nascosto, ma fu preso più tardi, dopo Gio.
Paolo di Cordova, e può ritenersi per certo che tutti costoro furono
tradotti del pari a Squillace. Come si legge nella relazione mandata
dallo Spinelli il 14, fin allora si era assicurato degl'individui
sospetti e nominati «così da fra Dionisio come dal Campanella», e
tra essi aveva avuti quattro fuorusciti di quelli che andavano in
compagnia loro e trattavano coi detti frati di far la massa di gente»,
a uno de' quali, trovato con lettere del Campanella, si era data la
corda nella notte passata ed avea confessato. Questo tale si capisce
facilmente che era Claudio Crispo; gli altri, come è manifesto dalla
qualità indicata di accompagnatori de' frati, ed anche dall'ordine
con cui si trovano nominati ne' folii del processo, dovevano essere:
Cesare Mileri, che non sappiamo da chi fosse stato preso, Cesare
Pisano, che non era veramente fuoruscito ma già colpito da cattura
per reato comune, e che dovè perciò passare dalle carceri del Principe
della Roccella a quelle del Governo, infine Gio. Tommaso Caccìa, che
sappiamo essere stato preso da Giulio Soldaniero, il quale inaugurò
con lui l'adempimento dell'obbligo assunto di presentare i congiurati
per meritarsi l'indulto. Dippiù, come annunziava del pari lo Spinelli,
erano stati carcerati tutti i parenti e gli amici stretti di Maurizio,
perchè, col timore della dimostrazione che si facea, si potesse avere
qualche lume intorno a lui e prenderlo; si era per altro ricorso
anche a' provvedimenti straordinarii di citarlo a comparire col
termine di quattro giorni, entro i quali non presentandosi sarebbe
stato dichiarato forgiudicato, traditore e ribelle a S. M.^tà, e si
sarebbe proceduto alla confisca de' beni, mentre al tempo stesso si era
pubblicato Bando, che niuno gli desse ricetto ed aiuto, e tenendone
notizia si dovesse farne rivelazione, imponendosi pena di morte
naturale e confisca di beni a' contravventori. Per finirla intorno
a' provvedimenti riputati opportuni, bisogna pure aggiungere che lo
Spinelli faceva conoscere al Vicerè, avere D. Carlo Ruffo «scoverto
da un frate carcerato nel Castello di Monteleone» che D. Lelio Orsini
aveva inviato e teneva nella provincia di Basilicata un fra Gregorio
di Nicastro, della stessa Religione e del partito e pratica del
Campanella, che andava facendo l'ufficio medesimo dell'adunar gente in
quella provincia, e per averlo nelle mani proponeva una Commissione
contro fuorusciti al detto D. Carlo. Ma ricordiamo che il fatto si
trova affermato nella Dichiarazione scritta dal Pizzoni, sicchè non fu
scoverto da D. Carlo; è chiaro quindi che lo Spinelli voleva ad ogni
modo, questa volta anche con la menzogna, procurare al suo parente un
ufficio non di lieve importanza; e per quanto sappiamo il Vicerè non ne
fece nulla, anche perchè, come riferì il Residente di Venezia, avrebbe
voluto dare una larga Commissione al proprio figliuolo D. Francesco de
Castro[382].

Intanto il processo contro i laici già presi menavasi innanzi con
la massima alacrità. Dicemmo che si ebbero dapprima, il 31 agosto,
le deposizioni di Lauro e Biblia. Come è facile intendere, essi
confermarono quanto aveano attestato nella denunzia, ma vi aggiunsero
qualche altra notizia raccolta posteriormente[383]. — Fabio di Lauro
espose le cose dettegli da fra Dionisio, la riuscita dell'affare
a motivo delle rivoluzioni e mutazioni previste dal Campanella pel
1600, onde tenevano castelli e fortezze a loro divozione, e i capi
aveano dato al Campanella l'incarico di persuadere i popoli; e che
il Campanella teneva tutte le lettere de' congiurati maggiori, e fra
Dionisio mostrò la cifra con la quale si scriveano, come pure una
lettera firmata da Maurizio e dal Campanella, con la quale gli dicevano
di recarsi subito a Davoli, ove in fatti fra Dionisio si recò insieme
con Cesare Mileri, come seppe dal vetturino che ricondusse i cavalli.
Che inoltre Orazio Rania, fattosi intimo di lui e di Biblia, comunicò
loro essere andato a Davoli col Franza e col Cordova per concertare la
ribellione e poi a Stilo presso il Campanella, e che a' «5 del presente
mese di agosto» Matteo Famareda, amico particolare di Maurizio e che
l'avea tenuto in casa sua molti giorni, gli avea detto che Maurizio
e il Campanella voleano riformare il mondo, e che Maurizio era andato
sulle galere di Amurat Rais. — Gio. Battista Biblia espose egualmente
le cose dette da fra Dionisio, i preparativi degli animi delle genti
alla sollevazione affidati al Campanella e ad altri predicatori;
dippiù le cose raccontategli dal Rania, l'andata di lui col Franza
e col Cordova presso il Campanella per parlare di detto negozio, la
precedente andata di Maurizio al Cicala sopra le galere di Amurat Rais,
il salvacondotto ottenuto dal Cicala per Maurizio e il Campanella, la
promessa di venire da quelle parti con 60 vele; infine ciò che fra
Dionisio gli aveva ultimamente detto, l'andata di Francescantonio
dell'Ioy con altri di Squillace, insieme con Maurizio, presso il
Campanella. — L'uno e l'altro poi indicarono sempre fra Dionisio come
colui che promulgava i pronostici e gli eccitamenti del Campanella,
sollecitava a prendere le armi contro il Re per far la provincia
repubblica, dava per certo il concorso di Signori e genti principali,
e concludeva doversi in un giorno di settembre gridare libertà, perchè
sarebbero entrati in Catanzaro 200 fuorusciti, i quali avrebbero
ammazzato gli Ufficiali del Re, scassinate le carceri, liberati i
prigioni, armatili della munizione della Corte etc. etc. Sicuramente
essi deposero molte altre cose, poichè a noi è pervenuto soltanto ciò
che riusciva a carico del Campanella, di fra Dionisio e delle persone
ecclesiastiche, circostanza che non si deve mai dimenticare, così
per queste come per tutte le altre deposizioni. Sappiamo infatti,
dal Carteggio Vicereale, che essi aveano raccolte e consegnate «tre
lettere», sulle quali senza dubbio diedero spiegazioni; queste lettere
doveano provenire da Maurizio, e il Campanella nella sua Narrazione
non mancò di ricordarle, riducendole a due[384]. Ma in fondo ben si
vede che, all'infuori delle importanti notizie sul convegno di Davoli,
le quali spargevano luce anche sull'uccisione del Rania, questi due
rivelanti non aggiunsero molte cose, e scemarono enormemente le notizie
esageratissime rivelate con la denunzia: basta dire che affermarono
appena 200 uomini dover entrare in Catanzaro, mentre dapprima aveano
rivelato che Maurizio ne comandava 2,000, nè fecero più alcun cenno
del Papa e de' Vescovi. Quest'ultima variante è molto notevole. Essa
può spiegarsi con ciò che disse il Campanella nella Narrazione e
poi nell'Informazione, che cioè «non poteano far verisimile il primo
processo contro il Papa e i Prelati» (o, più propriamente, la prima
dichiarazione contro il Papa e i Prelati), e che a' denunzianti lo
Xarava «faceva mutare ogni giorno l'esamina a suo gusto»; ma può
spiegarsi anche con ciò che trovasi accennato nel Carteggio Vicereale,
che cioè tra le istruzioni date vi era quella di «notare a parte»
o «non porre in scritto» nel processo quanto concerneva il Papa, i
Vescovi e i Nobili napoletani di alto bordo.

Seguirono le deposizioni de' denunzianti tardivi, de' quali parrebbe
essere stati esaminati soltanto Francesco Striveri e Gio. Tommaso
di Franza, e dopo qualche giorno anche Gio. Tommaso Striveri. Tutti
costoro, al pari di Lauro e Biblia, deposero di aver conosciuto per
mezzo di fra Dionisio la sapienza, i pronostici e l'influenza del
Campanella, e i progetti di lui e di Maurizio, come pure di essere
stati sollecitati da fra Dionisio a prendervi parte[385]; ma ciascuno
aggiunse qualche cosa di più. — Francesco Striveri[386] affermò che fra
Dionisio gli avea mostrata una lista di Catanzaresi di valore, formata
da Maurizio e dal Campanella e «ne nominò molti» (ma evidentemente
il Campanella era qui messo innanzi a torto); inoltre affermò di aver
saputo dal Franza l'andata di costui col Cordova e col Rania a Davoli,
per vedere Maurizio e il Campanella; il quale disse loro volergli
confidare un negozio di molta qualità ed importanza, e che avrebbe
poi mandato fra Dionisio a chiarire ogni cosa, si fermò a ragionare
a lungo col Rania, come fece anche Maurizio, e poi disse che Iddio li
avea mandati là, dovendo confidargli un gran negozio come avrebbe loro
manifestato fra Dionisio. Evidentemente costui si era messo d'accordo
col Franza, il quale avea capito di non poter più nascondere l'andata
a Davoli, dopo di averlo assolutamente taciuto nella denunzia; e ben
si vede che raccontando le cose a quel modo, tutto si rovesciava sul
Rania, il quale era morto, e si cercava mostrare che a Davoli non si
era parlato di ribellione, essendo stato questo discorso riservato a
fra Dionisio; ma chi vorrà credere che il Campanella, mentre faceva
perfino intervenire Iddio nell'andata di quelle tre persone a Davoli,
poichè dovea confidar loro un grave negozio, si rimetteva poi a farlo
conoscere per mezzo di fra Dionisio? — Gio. Tommaso di Franza[387]
espose molto minutamente i particolari dell'andata a Davoli, ed importa
anche a noi conoscerli bene, essendo stato questo uno dei principali
argomenti su cui si fondò l'accusa contro il Campanella. Egli disse
avergli fra Dionisio fatto sapere che il Campanella lo supplicava di
dare ascolto a quanto mandava pregando e di rispondere maturamente,
trattandosi di un negozio molto grande che dapprima gli sembrerebbe
un poco agro, ed egli rispose «che si era cosa honorata e da farsi,
l'haveria fatta»: ed allora fra Dionisio cominciò a parlare delle
future guerre e romori del 1600, che il Campanella avea previsto
per astrologia, aggiungendo questa volta le previsioni fatte nello
stesso senso dal Marchese di Vigliena, «homo sapiente in le scientie
sopranaturali»[388]. Egli quindi si recò a Davoli col Cordova e col
Rania, e trovò nel monastero, presso Maurizio, il Campanella; il
quale gli prese la mano e gli dimandò come se la passasse con le
inimicizie di Catanzaro, ed egli rispose che stava travagliatissimo.
«E fra Tomase cominciò ad essagerare, e dire: queste inimicitie
forriano finite, si dal principio si fosse posto mano all'armi, et
non se havesse proceso con la penna; e li domandò ancora che faceva
il Governatore de la Provintia, et s'attendeva come l'altri ministri
del Re à mal trattare li Popoli, et havendoli risposto, che per tutto
era un paese, detto fra Tomase disse, queste cose dureranno molto
poco, per che lo hò conosciuto per via d'Astrologia, e revelatione,
che presto hanno da essere in questo Regno revolutioni infinite, e
guerre, et circa di questo Io vi voglio comunicare un negotio di molta
qualità et molto utile che pare che Iddio vi habbia portato cquà,
perchè per quando vi serà rivelato lo possiate fare, et da cquà à poco
tempo per fra Dionisio vi mandarò a confidare il secreto dal quale
cavarete grand'utile, e Mauritio de Rinaldo diceva ad esso deponente
che volessero attendere alle parole del Padre fra Tomase, per che
era negotio di gran qualità et servitio di Dio; et dopò fra Tomase
si pigliò Oratio Rania et raggionaro più di due hore strettamente, e
tra lo raggionare lo fra Tomase più volte abbracciò lo detto Oratio,
mostrandoli grande amorevolezza, et à tempo si licentiaro, fra Tomase,
et Mauritio l'incaricò molto, che facessero quello, che frà Dionisio
l'havria detto». Fu questa la deposizione del Franza, ed abbiamo già
manifestato il nostro giudizio sopra di essa, giudicando quella di
Francesco Striveri.

Venne in sèguito la deposizione di Gio. Paolo di Cordova, e dopo
di essa quella di Gio. Tommaso Striveri, il quale non si era potuto
carcerare così presto. Il Cordova fu preso col suo fratello Muzio,
e la sua deposizione non riuscì dissimile dalle precedenti[389].
Egli disse che era andato a Davoli presso Maurizio, il quale gli
era parente dal lato di sua madre: quivi il Campanella se lo chiamò
da parte insieme col Franza, e cominciò a dire: «Iddio v'ha portati
cquà perchè intendiati da me un negotio ch'importa molto», ed esposte
le previsioni sue pel 1600, e detto che «molti savii antichi hanno
desiderato veder quest'anno», conchiuse che avrebbe loro mandato in
Catanzaro fra Dionisio, il quale gli avrebbe dichiarato ogni cosa.
Aggiunse inoltre il Cordova che dopo un 15 giorni (vale a dire il
23 agosto, circostanza probabilmente falsata) recatisi presso fra
Dionisio, costui «li raccontò la congiura, dicendoli, che in detta
congiura c'interveneva ancora lo Prencipe di Bisignano, lo Marchese
di S.^to Lucito, Geronimo dello Tufo, che havea promesso dare lo
Castello di Squillace in potere delli congiurati, et che lo Turco,
et altri potentati haveriano aggiutato, et che quando li parlò fra
Tomase Campanella nè esso deposante disse niente à lo Mauritio nè
lo Mauritio ne trattò con esso». Nemmeno qui ripeteremo il nostro
giudizio su tale racconto: solo faremo avvertire che non vi si trova
più citato il Rania, e ne vedremo tra poco la ragione; faremo avvertire
inoltre, che costoro son tutti unanimi nell'affermare la profonda
convinzione del Campanella intorno a' futuri mutamenti, e l'energica
azione sua perchè se ne traesse profitto. Intanto lo Spinelli e lo
Xarava sottoposero il Cordova alla tortura, e così il Cordova fu il
primo ad inaugurare la serie de' tormentati; ciò si desume da' medesimi
Atti che si conservano in Firenze, e sino ad un certo punto anche
dalla lettera dello Spinelli in data dei 14[390]. Nè finirono qui le
miserie del Cordova. Tra le altre cose ebbe a domandarglisi conto anche
dell'uccisione del Rania: ma questo accadde un po' più tardi, quando,
come si legge nella lettera dello Spinelli, si ebbe la testimonianza
di una persona andata da parte di due imputati ad avvertire il Rania
che fuggisse, con la circostanza poi verificatasi che il Rania si
trovò morto non lungi da una possessione di costoro; e senza dubbio, in
Catanzaro, solamente il Cordova ed il Franza potevano avere interesse
di far tacere per sempre il Rania, che già avea parlato anche troppo
col Biblia, ma probabilmente i due imputati furono i fratelli Cordova,
Gio. Paolo e Muzio. Per Gio. Paolo c'è sicuramente in processo la
deposizione di un Agazio Cormasio, il quale attestò di avere udito che
Gio. Paolo, «dubitandosi che Oratio non l'havesse scoverto, procurò
di farlo fuggire et ammazzare»[391]. A lui dunque si deve riferire
ciò che lo Spinelli diceva, cioè che egli, prima della deposizione di
questo testimone, avea avuta la corda pel negozio principale e non era
stato confesso, e col detto del testimone e con altri ammennicoli che
si andavano accumulando gli si tornerebbe a ripeterla. Così il Cordova
nel negozio principale non era stato confesso, vale a dire che col
tormento non avea dichiarato nulla di quanto gli s'imputava, ma avea
persistito nella sua deposizione, secondochè ci risulta dagli Atti che
si conservano in Firenze. Bisogna pure aggiungere che la corda gli fu
data senza parsimonia, poichè da una deposizione del Di Francesco fatta
più tardi in Napoli, nel tribunale per l'eresia, risulterebbe che gli
fu data per non meno di sette ore: ma l'Avvocato che lo difese la disse
di cinque ore, sebbene fosse stato scritto solamente di un'ora e mezzo,
e ci fece pure sapere che il fratello Muzio fu egualmente «tormentato
senza causa con cinque ore di corda et acqua» vale a dire acqua fredda
sul corpo già prima sospeso e da sospendersi di nuovo alla corda[392].

Quanto a Gio. Tommaso Striveri[393], costui depose che il 22 agosto,
essendo andato insieme col suo fratello Francesco e col Franza al
monastero de' Domenicani per udir la Messa, trovarono là un monaco
che gli cominciò a lodare grandemente il Campanella, e poi si pose
a parlare in disparte dapprima col Franza e poco dopo con Francesco
suo fratello; il quale in sèguito gli disse che quel monaco (fra
Dionisio) gli avea parlato delle predizioni e profezie del Campanella,
della prossima ribellione in tutti i suoi particolari; del trattato
col Turco, e di tutti coloro che v'intervenivano, mostrando una
lista di que' di Catanzaro. Evidentemente Gio. Tommaso si era messo
d'accordo col fratello Gio. Francesco, e deponeva in tal guisa,
per dar forza alla deposizione di lui e tirare indietro la persona
propria: come mai, per una semplice notizia avuta dal fratello, egli
si era compiaciuto di sottoscrivere la denunzia, la quale rivelava
una sollecitazione diretta, e poi avea finito per nascondersi e
sottrarsi ad ogni ricerca? — Dobbiamo qui notare che i documenti
finoggi conosciuti ci dànno notizia delle deposizioni de' tre soli
denunzianti tardivi soprannominati, e non mostrano punto che alcuno
di loro sia stato sottoposto a tortura: si potrebbe dire che fossero
stati tutti risparmiati, sapendosi da un lato che lo Spinelli gli
avea perfino da principio lasciati liberi, e d'altro lato che non
erano stati neanche tutti esaminati in Calabria secondochè affermò il
Campanella nella sua Narrazione. Ma il Capialbi, in una nota a questo
punto della Narrazione, asserì, che il Franza, il Flaccavento e Tommaso
Striveri, ebbero la tortura; forse lo rilevò dalla Difesa del Cordova
rimastaci ancora ignota, e se così accadde, bisogna riconoscere che,
giuridicamente parlando, pel Franza e Gio. Tommaso Striveri la tortura
sarebbe stata di piena regola.

È probabile che dopo queste sieno venute le deposizioni di Giulio
Soldaniero, e quindi le altre di testimoni di minore importanza,
secondochè si può argomentare dall'ordine di successione del numero de'
folii processuali. Comunque sia, le deposizioni del Soldaniero si fanno
notare per una grandissima parsimonia, mentre furono così abbondanti
in Soriano alla presenza di fra Cornelio, e vedremo che tornarono ad
essere abbondanti più tardi in Gerace, innanzi allo stesso fra Cornelio
ed altri, di tal che si direbbe aver avuta solamente questo frate la
virtù di svegliarne i ricordi. Egli non depose altro se non l'avere
udito pubblicamente in Soriano, che Gio. Tommaso Caccìa con Francesco
d'Alessandria, Marcantonio Contestabile, Giovanni di Filogasi, Claudio
Crispo, il Campanella, fra Dionisio, fra Pietro di Stilo ed altri che
non ricordava, verso la metà di luglio (i calabresi dicevano e dicono
ancora «giugnetto») in numero di oltre 25 si erano riuniti nel convento
di Pizzoni per concertare tra loro il modo di effettuare la rivolta. Il
Mastrodatti non mancò di ricordare che, al momento di deporre, egli era
«guidato» dal Sig. Carlo Spinelli[394].

Ma più grande importanza si annetteva dallo Spinelli alle confessioni
di uno de' fuorusciti, «in potere del quale si erano trovate alcune
lettere del Campanella concernenti la causa che trattavano», senza
dubbio Claudio Crispo. Costui dovè essere quasi contemporaneamente
esaminato e tormentato, poichè dalla relazione dello Spinelli risulta
esserglisi data la corda nella notte del 13, vale a dire non appena lo
Xarava ritornò a Squillace, traducendo seco il Campanella e il Petrolo.
Fu allora, con gli Atti concernenti questi prigioni più importanti,
cominciato il 2º volume del processo di Calabria, siccome mostrano
le citazioni de' folii processuali: da' numeri d'ordine de' folii si
vede che s'inserirono in questo volume dapprima gli Atti concernenti
il Campanella, la sua cattura, la sua Dichiarazione etc., poi gli Atti
concernenti il Crispo e così in sèguito quelli degli altri incolpati
maggiori, il Mileri, il Gagliardo e compagni, il Pisani, il Caccìa,
fino a fra Dionisio, a Maurizio e Gio. Battista Vitale presi assai più
tardi; e il sèguito del 1º volume fu riserbato agl'incolpati minori,
alle semplici testimonianze, alle rimanenti denunzie ed altri documenti
che si ebbero mano mano. La deposizione e confessione del Crispo si
trovano accennate negli Atti conservati in Firenze e nella lettera
dello Spinelli più volte citata[395]. Egli dovea rispondere innanzi
tutto del significato delle due lettere trovate sulla sua persona al
momento in cui fu preso, l'una di Maurizio, l'altra del Campanella
(ved. pag. 284), alle quali vennero in sèguito ad aggiungersene due
altre, la prima scrittagli egualmente da fra Tommaso e trovata sulla
persona di fra Paolo della Grotteria, e di essa abbiamo pure già
parlato più sopra (ved. pag. 286), la seconda scritta da lui medesimo
a Geronimo Camarda, della quale abbiamo parimente parlato altrove, ma
ci occorre ricordare che vi si diceva della congiura e della sicura
vittoria nel mese di settembre, nominando fra Gio. Battista, fra
Dionisio e il Campanella, salutando D. Gio. Battista Cortese e D.
Gio. Andrea Milano, e conchiudendo «venghi in effetto quel che noi
speramo». Il Crispo non potè non accettare che le due prime lettere
erano state a lui dirette, come non potè negare che l'ultima lettera
era stata scritta da lui e che il fra Gio. Battista in essa nominato
era appunto il Pizzoni; non sappiamo poi ciò che disse intorno alla
lettera scrittagli da fra Tommaso e non pervenuta al suo destino
essendo rimasta presso fra Paolo, come del pari non sappiamo altro
della deposizione da lui fatta, ma parrebbe che avesse affacciato scuse
giudicate inverosimili, onde si venne immediatamente al «remedium
juris et facti» come allora si diceva, cioè alla tortura. Gli Atti
conservati in Firenze[396] ci fanno sapere che nella tortura confessò
di essere andato col Pizzoni a trovare il Campanella in Arena, presso
il Marchese di Arena, e ritiratisi in una camera il Campanella gli
comunicò la ribellione, ed egli promise di trovar gente, come infatti
parlò al Caccìa e a Giovanni Morabito, e che questi erano i compagni
a' quali il Campanella alludeva nella sua lettera; inoltre che per
quanto si ricordava, allorchè il Campanella e il Pizzoni trattarono
di detta ribellione c'era presente anche Marcantonio Contestabile,
il quale partecipava alla congiura e venne poi anche a Pizzoni col
Caccìa allorchè il Campanella vi si recò, e si parlò della congiura
e il Campanella sollecitò «che si fosse presto posta in esecutione»,
e disse che Gio. Francesco d'Alessandria e Gio. Paolo Carnevale vi
prendevano parte e che «in aggiuto di detta ribellione ci era il
Prencipe di Bisignano et D. Lelio Ursino». Inoltre che il Campanella
disse «come havea mandato Mauritio in Torchia à trattare con il Turco
per far venire l'armata nel mese di settembre per che li voleva dare
molte fortellezze in mano», e che Maurizio avea parlato a Cicala e
che costui sarebbe venuto o avrebbe mandato l'armata, e per concludere
questo fatto erano due volte venute le galere di Amurat. Non si ebbe
dunque dal Crispo una deposizione sufficiente, e si ebbe invece una
confessione in tortura molto larga. Lo Spinelli, nella sua lettera,
narrando questa confessione non entrò in molti particolari; si limitò
a riprodurre il modo in cui si era concepita la rivolta (il solito
modo), aggiungendo che l'imputato era «convinto di essere stato sulle
galere di Amurat»[397]; ma ciò non risulta punto dal processo, e
sembra che lo Spinelli abbia voluto fare impressione sull'animo del
Vicerè, e suggellarvi la gravezza della congiura, dando per fatto
oramai inconcusso la richiesta dell'aiuto del Turco. Intanto ci è pur
troppo motivo di ritenere, che una parte delle cose confessate dal
Crispo sia stata suggerita con le notizie degl'interrogatorii avuti
da' frati Inquisitori, e ripetuta da quell'infelice per l'atrocità
de' tormenti. Difatti egli avea potuto veramente conoscere perfino in
Arena, prima che in Pizzoni, l'andata di Maurizio presso il Turco, ma
non è facilmente credibile che avesse conosciuto essere stato Maurizio
propriamente inviato dal Campanella a dirittura in Turchia, con la
deliberazione di dare molte fortezze nelle mani del Turco[398]; tanto
meno poi è credibile che avesse udito propriamente dalla bocca del
Campanella l'aiuto all'impresa da parte del Principe di Bisignano e di
D. Lelio Orsini; e così può spiegarsi che in punto di morte «strillava
al cielo» disdicendo le cose dette, come vedremo a suo tempo. Non
conosciamo con particolarità in che modo gli sia stata amministrata
la tortura, ma il Campanella, nella sua Difesa, a proposito di lui
parlò di «horrenda tormenta non scripta», ciò che riesce pienamente
credibile: ad ogni modo, oltre i documenti autentici da lui non negati,
ci fu anche la confessione in tortura, laonde la sua sorte potea dirsi
decisa. E qui non sarà inutile far notare che un sì pronto ricorso
alla tortura, ed anche alla tortura più atroce, era pienamente ammesso
trattandosi di delitti di lesa Maestà: ne' delitti comuni bisognava
prima esaurire il processo informativo co' mezzi ordinarii, quindi
mettere l'imputato «alla larga» (barbaramente dicevasi «reus debet
poni ad largam») dandogli una copia degl'indizii raccolti contro di
lui, e dopo tutto ciò potevasi venire alla tortura; ma ne' delitti di
lesa Maestà era dovunque riconosciuto che la tortura potesse darsi
durante il processo informativo, co' più lievi indizii e adoperando
tormenti non nuovi ma atroci[399]. Da quest'ultimo lato nel processo
presente noi troviamo quasi sempre menzionata soltanto la corda, perchè
essa era, come dicevasi, la «regina tormentorum» e serviva di base a
moltissime altre sevizie; difatti per alcuni imputati, anche di minor
conto del Crispo, sappiamo che la durata di amministrazione della
corda «non si misurò coll'ampollina», ma si prolungò per più e più
ore, e che alla corda si unirono i ceppi a' piedi con la sospensione
di grossi pesi, il bastone tra' piedi per mantenere gli arti inferiori
allontanati l'uno dall'altro, l'aspersione di acqua fredda sul corpo
nell'intermezzo della corda, ed inoltre la flagellazione durante la
sospensione alla corda; nè mancò qualche maniera di tormento del tutto
eccezionale, come l'essere trascinato alla coda del cavallo per le
strade della città, e poi anche in Napoli il così detto polledro, la
così detta veglia, come vedremo per ciascun caso.

Dopo il Crispo venne la volta di Cesare Mileri; ma lo Spinelli non
potè più attendere al processo, pel fatto importantissimo dell'arrivo
dell'armata turca, preceduta da due legni di quella nazione che a
modo di esploratori erano già da quattro giorni comparsi alla marina
di Stilo. Lo Spinelli diè subito notizia al Vicerè della comparsa di
questi legni e delle loro mosse, ma conosciuto l'arrivo dell'armata fu
costretto a recarsi sul posto. E noi lo seguiremo nella sua escursione.
Aggiungeremo soltanto che ne' giorni de' quali abbiamo trattato,
essendo stati presi tutti i parenti e gl'intrinseci di Maurizio,
dovè esser preso tra gli altri Tommaso Tirotta suo servitore, e dovè
raccogliersene immediatamente la deposizione, che fu inserta nel volume
1º del processo, come quella di un ordinario testimone. Gli Atti
esistenti in Firenze ne danno alcuni particolari[400]. Egli depose
che conosceva il Campanella e fra Dionisio, vedutisi con Maurizio in
Stilo e in Davoli, che in Stilo il Campanella si vedeva con Maurizio
nelle case di D. Gio. Jacovo Sabinis, Gio. Paolo Carnevale, Ottavio
Sabinis, e in Davoli in casa di D. Marcantonio Pittella; narrò inoltre
il convegno di Davoli nel castagneto presso il monastero di S.^ta Maria
del Trono con tutte le persone che v'intervennero, e che parlarono
quattro o cinque ore, notando che in quella circostanza Maurizio mostrò
al Campanella e a que' di Catanzaro una carta avuta da' turchi, la
quale dicevano essere un salvacondotto, e un Pietro Jacovo Garzia disse
che si poteva oramai andar sicuri perchè si aveva il salvacondotto. Ma
bisogna sempre tener presente che a noi è pervenuta soltanto la parte
delle rivelazioni concernente le persone ecclesiastiche, e che quindi
vi poterono essere, intorno a Maurizio ed al resto de' laici, molte
altre rivelazioni le quali ci rimangono tuttora ignote.

Veniamo all'incidente dell'armata turca, che ben si comprende
quanto riuscisse ad aggravare nella mente de' Giudici la colpabilità
degl'imputati. Fin dal «venerdì 10 settembre due legni turchi vennero
alla marina di S.^ta Caterina e Guardavalle, dove le altre due volte
aveano toccato quando Maurizio de Rinaldis salì sulle galere di Amurat
Rais; non fecero essi questa volta altro che parlarsi, venendo l'uno
dalla direzione del capo delle Colonne e l'altro dal capo di Bianco,
e subito che giunsero alla marina di Guardavalle dove si riunirono,
quello del capo delle Colonne tornò per la stessa via, e l'altro prese
la via dell'alto mare ritornando nella seconda notte al luogo medesimo,
dove fece fuoco dando segnale alla terra, poichè sperava di là qualche
avviso». Nel riferire l'avvenimento, il 14 settembre, lo Spinelli
manifestava la sua fondata supposizione che ciò fosse pel concerto che
aveano fatto, «essendogli, allora che stava scrivendo, sopraggiunto dal
Principe della Roccella suo nipote l'avviso dell'arrivo dell'armata
in quelle parti». Oltre questa comunicazione del Principe della
Roccella, ve ne fu un'altra del Marchese di Sorito, che dalle scritture
esistenti nel Grande Archivio sappiamo essere allora D. Andrea Arduino,
creato Marchese nel 1598[401]: lo Spinelli l'annunziò al Vicerè con
molto mistero e non ne sappiamo nulla, ma questo appunto c'induce a
credere che si riferisse a quanto accadeva in terra ferma, e con ogni
probabilità a fatti e detti del Vescovo di Mileto, nella cui diocesi
era compreso, se non andiamo errati, il paesello detto Sorito, oggi
distrutto dalla malaria. Ecco intanto le particolarità dell'arrivo
dell'armata, le ulteriori sue mosse e le mosse dello Spinelli[402]:
le conosciamo da una lettera posteriore di costui (17 settembre) e da
una relazione del Capitano Diego de Ayala che trovavasi di guarnigione
a Reggio con la sua compagnia (16 settembre). L'armata comparve nella
marina di Stilo il 13 settembre a 22 ore, e lo Spinelli, non appena
avutane la nuova, lasciando i carcerati allo Xarava con buona guardia
nel castello di Squillace, alla stessa ora del 14 mosse lungo la
costa ed andò poi a fermarsi in Castelvetere; egli condusse con sè la
Compagnia di cavalleggieri di D. Cesare d'Avalos, ridotta a 60 uomini,
attesochè 28 di essi erano rimasti infermi nel presidio di Rende in
Calabria citra, ed inoltre la Compagnia del Principe di Sulmona, per
accudire a portar soccorso dove gli sembrasse necessario. Il 15, alla
torre di Stilo sulla marina, ebbe a sapere che l'armata era comparsa
il 13 a 20 miglia dalla costa, e che da essa si erano distaccate
quattro galere ed erano venute verso terra, e di poi aveano posta in
mare una barchetta facendo molti segnali, ciò che avea dato a capire
a tutti che erano venute pel fatto della congiura; e non trovando
alcuna corrispondenza, giacchè la più gran parte de' congiurati era
stata presa e gli altri erano fuggiaschi, particolarmente per le
guardie state messe in tutta la costa, si erano ritirate; l'armata
nella notte del 15 avea salpato pel capo di Bianco, di dove si erano
tornate ancora a mandare le dette quattro galere, le quali aveano fatti
i medesimi segnali, confermando che erano venute per la detta causa e
mostrando che facevano le ricerche medesime delle due galeotte apparse
il venerdì 10; ed infine, non avendo potuto ricevere segnali da terra
nè prendere alcuno, le dette quattro galere erano andate ad unirsi alle
altre che stavano aspettando al capo del Bianco, prendendo poi subito
la direzione di Ragusa. Queste cose scriveva lo Spinelli al Vicerè, e
senza dubbio la preoccupazione di un concerto tra l'armata e la costa
avea potuto fargli travedere molte cose, ma anche soltanto l'essersi
l'armata diretta dapprima alla marina di Stilo riusciva pur sempre
assai notevole, benchè non fosse cosa nuova; ed egli non mancò di farne
costare legalmente le mosse e i segnali, procurando dichiarazioni e
deposizioni, che fin d'allora potè annunziare al Vicerè e che tutto
induce a credere essere state quelle di Gio. Antonio Mesuraca, Paris
Manfrè, Gio. Vittorio Nicosia e Vittorio Giacco, inserte poi nel 1.º
volume del processo[403]. Faceva contemporaneamente sapere che si
andava tuttavia prendendo molta gente, e che oltre quelli de' quali
avea mandata la lista ne' giorni passati, teneva presi altri 25
individui (sicchè in data del 17 c'erano già 59 carcerati). Infine
diceva volersi rimanere in Castelvetere, essendo quel luogo sulla
marina ove il più delle volte l'armata solea venire a far acqua, e
lontano da Stilo otto miglia, mentre per la costa di Reggio si era
provveduto in maniera che, oltre a quanto avea ordinato a D. Diego de
Ayala, vi avrebbe atteso anche il Principe di Scilla suo parente, il
quale sarebbe stato un soccorso molto buono.

L'armata pertanto, giusta la sua abitudine, il 14 settembre andava
a dar fondo alla fossa di S. Giovanni; D. Diego de Ayala ne inviava
subito avviso al Vicerè, e il 16 poi gli riferiva l'accaduto[404].
Entrò nella fossa con 26 galere Reali, rimorchiando due navi Ragusee
che avea prese all'uscita del canale e che andavano in levante con
passaporto, e accordò riscatto di quattro mila ducati alla più grande
restituendola come l'avea presa. Il 15, nel mattino, si spiccarono da
essa due galere di fanale, con disegno di fare una ricognizione della
muraglia di Reggio e mandare qualche spia a terra; venendo presso la
muraglia, furono dal Castello tirati quattro colpi con un cannone ed un
altro pezzo di rinforzo che là si aveva, e i colpi giunsero in molta
vicinanza di esse, onde si posero bene al largo e si diressero verso
la Madonna di Piedigrotta di Messina, dove, essendo al sicuro dalle
galere di Spagna, presero una piccola nave carica di grano che stava
in ormeggio, salvandosi a terra tutta la sua ciurma. Con questa preda
tornarono all'armata, e subito, a 22 ore, giunsero altre quattro galere
di più, essendo al numero di trenta; conchiusero poi anche il riscatto
di questa nave, dandola per due mila ducati (così la Spagna proteggeva
i suoi sudditi da' quali pure traeva somme incredibili). Ma due
prigioni cristiani fuggirono dall'armata e palesarono a D. Diego molte
cose. Uno di loro, molto esperto, disse che con l'armata erano venuti
il Cicala, suo figlio ed Arnaut Memi, e che portavano cento pezzi co'
loro carretti per menarli a terra, e molte scale ed altri arnesi, e che
avevano in mente di prender Lipari o un luogo presso Cotrone denominato
l'Isola, sebbene non si fosse tenuto consiglio fin dall'uscita da
Costantinopoli; che si erano staccate da quell'armata nove galere,
giacchè erano 39, con ordine di andare in cerca di quelle di Toscana
per prenderle. L'altro prigione disse che l'armata non aspettava più
il riscatto di quelle navi per uscire dalla fossa di S. Giovanni: ma
non per questo il D'Ayala si teneva sicuro che non vi fosse il disegno
di venire a Reggio, e diceva che sebbene fosse tanto scaduto e male
andato per malattia, avea in questa occasione ricuperato tanto animo
da poter attendere di persona a ciò che occorreva per la difesa di
quella terra, in modo che s'imprometteva felice successo. Aggiungeva
che nella marina si erano presi assai buoni provvedimenti, tanto da
aver riuniti 400 cavalli con quelli della Compagnia del Principe di
Scalèa, i quali scorrevano la terra giorno e notte con molta vigilanza,
e c'erano 200 fanti, buona gente, in imboscata, acciò i turchi non
si addentrassero nella terra fino a' poderi ed a' casali, perchè era
impossibile impedire la loro discesa a terra per fare acqua, avendola
a un palmo dal mare in tutta quella marina, ed usando tenere le prode
rivolte a terra e trarre continuamente cannonate. Aggiungeva ancora che
il più gran numero di turchi spiccati a terra era stato di 500, e che
gli dicevano tutti gl'individui di combattimento poter essere tremila
e seicento, le quali cose egli andava a comunicare a Carlo Spinelli.
— Certamente tutte le notizie date da que' prigioni Cristiani non
potevano esser prese sul serio, tanto più che non una volta i Turchi si
erano serviti di questo mezzo, per dare false indicazioni: il disegno
d'impossessarsi di Lipari, ovvero dell'Isola, due punti opposti, era
una indicazione per lo meno estremamente vaga, e sarebbe riuscito
del tutto strano che lo scopo della spedizione fosse a conoscenza di
chiunque si trovava a bordo; rimaneva quindi meno soggetta ad inganni
soltanto la notizia palpabile e non indifferente del trovarsi sulla
flotta molta artiglieria da campo e un buon numero di uomini destinati
a combattere. Ma un'altra relazione di D. Diego de Ayala, dello stesso
giorno, veniva a dar conto di una scaramuccia che si era avuta a
terra tra 500 turchi e una truppa di soldati spagnuoli, tanto contesa
da esservi stato bisogno di molti colpi di cannone delle galere per
favorire la gente che si era partita da esse, onde si ebbero quattro
turchi morti e molti feriti, un solo degli spagnuoli, e secondo la
resistenza che loro si fece, D. Diego riteneva che si sarebbero tenute
poche scaramucce. Egli faceva pure sapere che il Principe di Scilla era
allora allora giunto in quel luogo con 600 uomini di soccorso tra fanti
e cavalli, essendo tanto servitore di S. M.^tà che in tutti gli anni
in cui veniva l'armata egli dava soccorso alle terre senza recar loro
spese, perchè arrivava in una giornata da Scilla a Reggio, e comunque
si trovasse in Sinopoli allorchè tenne avviso dell'armata, venne con
grande diligenza; si profondeva quindi in elogi verso di lui. Da ultimo
diceva che si era sempre più accertato, per mezzo di un altro cristiano
allora venuto e fuggito dalle galere, esser vera la notizia già
trasmessa a S. E. che l'armata portava cento cannoni co' carretti per
menarli a terra, con scale e macchine, e di tutto andava a dare avviso
a Carlo Spinelli.

Da parte sua lo Spinelli quattro giorni dopo, il 20 settembre,
compiva le notizie dell'armata e ne significava le ulteriori mosse
e la definitiva partenza[405]. Le 30 galere, apparse il 13 al capo
di Stilo, dalla costa di Bianco se n'andarono il 15 alla fossa di
S. Giovanni, e furono allora viste da Reggio: i Sindaci gli diedero
avviso che sull'annottare del 15 due feluche furono viste venire da
Messina o da qualche luogo circonvicino ed unirsi con l'armata, senza
sapersi da chi e per che causa erano state inviate (forse erano le
solite corrispondenze che venivano al Cicala dalla sua casa paterna
in Messina). La detta armata era stata sempre nella fossa, senza
aver preso terra in nessun'altra parte; ed essendo i turchi usciti a
far acqua, gli spagnuoli si pararono loro dinanzi, li maltrattarono
facendoli ritirare, e presero un rinnegato, il quale confessò che
il Cicala trasportava cento pezzi di artiglieria di ruota, tutti
falconetti e con tutta la munizione di guerra, che gli esami e
dichiarazioni di molti congiurati stati già presi confermavano doversi
ripartire in que' castelli i quali essi doveano prendere e tenere.
Secondo gli ordini dati alle torri e guardie della marina, a mezzanotte
del 18 trasmisero avviso e ne fecero segnali per tutta la costa, che
l'armata era partita dalla fossa e veniva verso la parte sua; per
tale motivo egli montò a cavallo co' Principi di Scalèa e di Roccella
suoi nipoti e si recò alla marina, dove avea fatto scendere sessanta
cavalleggieri di D. Cesare d'Avalos e la Compagnia di Sulmona armata
alla leggiera, e mettendoli in imboscata dietro certe siepi, stando al
fiume Alaro dove molte volte l'armata era stata solita di far acqua,
comparve la detta armata che veniva a terra, e come giunse proprio al
fiume, tenendo vento favorevole, fece trinchetto e si spinse verso
l'alto mare. Così egli uscì con tutta la cavalleria alla spiaggia,
seguendola fino al capo di Stilo, e vedendo che tanto più avea presa
la rotta di levante e mostrava di ritirarsi, ordinò a' 60 cavalleggieri
di D. Cesare e alla Compagnia di Sulmona che andassero seguendola fino
alla costa di Squillace, attesochè nella costa di Catanzaro, in Cutri,
stava la Compagnia di Bisignano; ed oltracciò fece munire l'Isola co'
soldati del Battaglione, che se per caso all'annottare chinasse al capo
delle colonne, si trovasse gente da farle opposizione. Ma a suo parere,
essendo stato a guardarla da una rupe fino alle 24 ore, egli considerò
che si era ritirata in tutto e per tutto, giacchè la via da essa presa
era quella di Cefalonia; e quando poi facesse cambiamento di rotta,
egli teneva già i provvedimenti e dati gli ordini necessarii.

Per finirla intorno a quest'incidente dell'armata turca, aggiungiamo
essere in sèguito pervenuto al Viceré avviso da Corfù[406], che il
giorno 21 l'armata trovavasi di ritorno in Turchia a 30 miglia da
quell'isola, e poi ancora un nuovo avviso[407] che il 24 se ne trovava
a 6 miglia, ed avendo là riscosso il donativo solito a darlesi si
era diretta a Costantinopoli, dicendogli pure che il Cicala stava
molto confuso del poco effetto avuto in Calabria e dell'essere stato
trattato tanto male nella fossa di S. Giovanni. — Ma lasciando da
parte questa pretesa confusione per una scaramuccia cui la vanità
spagnuola dava tanta importanza, gioverà piuttosto cercare d'intendere
come mai il Cicala avesse abbandonata così presto la partita in
Calabria. Forse egli potè dapprima sospettare qualche inganno, non
vedendo dalla costa alcuna corrispondenza a' segnali fatti quando
giunse alla marina di Stilo; ma con la venuta delle due feluche alla
fossa di S. Giovanni dovè conoscere il vero stato delle cose, la
congiura scoverta, i congiurati presi o fuggiaschi, tutta la costa
guernita di milizie, come ebbe pure a sperimentare con la scaramuccia
avvenuta; ed allora dovè riflettere che l'opera sua sarebbe stata
oramai non soltanto inutile ma dannosa, non potendo riuscire che ad
una strage massimamente degl'infelici già presi. Il Campanella, nella
sua Narrazione, dichiarando falsissima la venuta de' turchi d'accordo
co' congiurati, mentre nella Dichiarazione avea pur troppo manifestato
il contrario, scrisse che «ogni anno solean venir a far preda con
l'armata e quell'anno non vennero, o non sbarcaro, come doveano s'era
vero; e fu miracolo divino, perchè haveano ordinato in Squillaci di
strangular tutti li carcerati se li Turchi sbarcavano in terra». Non
sappiamo veramente che quest'ordine vi sia stato, ma siamo inclinati
a crederlo; solamente, senza fare intervenire il miracolo divino, ci
pare che si possa bene ammettere la previdenza del Cicala. E vogliamo
anche rettificare qui ciò che fu scritto dal Sagredo, il quale, oltre
all'aver riferito inesattamente le trattative fatte da' congiurati
co' turchi e la feroce repressione della congiura secondo le voci
erronee che ne corsero a quel tempo, lasciandosi benanche trasportare
da una certa antipatia verso il Cicala perchè nemico di Venezia,
asserì che costui «sotto pretesto d'haver trovato ben munite le marine
negò l'appoggio a' ribelli... e fu al suo ritorno a Costantinopoli
di ciò aggravato». Le nostre ricerche nell'Archivio Veneto ci hanno
invece fatto vedere che la Porta non seppe nulla della congiura e
dell'appoggio che il Cicala avrebbe dovuto darle, onde non gli si
ebbe a movere alcun rimprovero per la sua condotta verso i congiurati
calabresi; ma che veramente egli non avea recata «nessuna sodisfattione
con la sua uscita di quest'anno», onde si sparse la voce che gli
sarebbe stato tolto l'ufficio di Capitano del mare, la qual cosa poi
non si verificò[408].

Ma è tempo oramai di vedere l'atteggiamento del Vicerè dietro le
relazioni successivamente avute. Non appena gli fu partecipato che il
Campanella era prigione, con la circostanza che nella sua fuga non avea
presa la via di Roma, egli ne mandò subito la notizia a Madrid, insieme
con la lettera dello Spinelli e la lista degl'individui catturati
fino a quel momento[409]. Compiaciuto che tra costoro vi fosse il
Campanella «principale promotore di quella rivolta», con un compagno
suo e dippiù con due altri frati dello stesso ordine, diceva essere
stata gran fortuna l'aver preso il «capo di quella macchinazione»
il quale l'avrebbe fatta conoscere interamente; e mostravasi egli
pure persuaso, che dalla via nella quale si era messo il Campanella
con la sua compagnia si scorgeva «quanto grande vigliaccheria era
stata il mettere il Papa in quel ballo», poichè se ci avesse avuta
qualche cosa, sarebbe andato a Roma e non già in Turchia, dove gli
dicevano che si era diretto. Ma non ci è noto che avesse adottato il
consiglio dello Spinelli di far carcerare in Napoli Mario del Tufo
e di richiedere a Roma il Marchese di S.^to Lucido; abbiamo invece
ogni motivo di ritenere che non se ne fosse curato, giacchè per lo
meno il Residente Veneto non avrebbe mancato di darne notizia. In
sèguito, avendogli lo Spinelli mandato copia della Dichiarazione di
fra Tommaso, col parere che si venisse subito a tortura ne' frati in
Calabria, siccome altra volta si era fatto in materia di eresia, il
Vicerè ne scrisse subito al Duca di Sessa e a D. Alonso Manrrique e
partecipò tutto, comprese la copia della Dichiarazione del Campanella
e la lettera dello Spinelli, a Madrid[410]. Ordinò di procurare da
S. S.^tà che rimettesse a lui il gastigo de' frati di Calabria, «i
quali non solo erano traditori, sibbene anche i maggiori eretici
che si fossero mai visti»; e bisogna dire che egli si lusingasse
troppo di avere ammaliata la Curia Pontificia con le sue proteste di
devozione e di tenerezza, per poterle dirigere una dimanda simile.
Inviando poi la Dichiarazione del Campanella a Madrid, mostrava di
credere aversi proprio per quella a vedere come, nel modo che teneva,
rivelasse con parole equivoche di essere eretico! E aggiungeva che
«gli dicevano esser cosa orrenda le eresie le quali gli si provavano in
un'Informazione presa _coll'intervento_ del Visitatore del suo ordine»,
e che «grazie a Dio era stato impedito a tempo». Infine esprimeva il
suo parere che il Cicala per questa volta se ne tornerebbe con la gola
al posto suo, senza essere signore di Calabria come si pensava, se pure
non cercasse d'investire qualche terra marittima, ciò che intendeva
poter recare poco danno secondochè Carlo Spinelli gli avea scritto.
Contemporaneamente, mercè un'altra lettera della stessa data, si faceva
a raccomandare Lauro e Biblia, i quali continuavano a reclamare la
ricompensa, e, come ci mostra il Carteggio Veneto, qualche settimana
dopo si ricoverarono in Napoli[411]. Egli avea loro assicurato che S.
M.^tà avrebbe data una ricompensa corrispondente al servizio fatto, ed
essi allora gli scrivevano di supplicare S. M.^tà che deliberasse di
dar loro la ricompensa, giacchè per suo Real servizio aveano rinnegato
i loro parenti ed amici, e si vedevano nella impossibilità di vivere
in quella terra; e così egli supplicava S. M.^tà dicendo che per
certo meritavano una ricompensa, ma aggiungendo che avrebbe cercato
di sapere da loro cosa pretendessero e ne avrebbe dato conto (ottimo
modo per pigliar tempo e mostrarsi zelante così con quegli scellerati
come con S. M.^tà). Ancora, allorchè gli giunsero le lettere del
Capitano De Ayala e dello stesso Spinelli sull'arrivo e sulle mosse
dell'armata turca, le inviava senz'altro a Madrid[412]; e supplicava
S. M.^tà di ordinare che si scrivesse al Principe di Scilla, che aveva
atteso subito a soccorrere co' 600 uomini di fanteria e cavalleria,
e così pure al Principe di Scalèa, riconoscendo il loro ben servito
in quella occasione. E finalmente, con un'altra sua lettera[413],
inviava la relazione dello Spinelli intorno alla partenza dell'armata
turca, con una seconda relazione della quale parleremo tra poco,
notando come al nemico fosse accaduto il rovescio de' disegni che avea
concepiti, mentre si restituiva a casa sua con tanto poca riputazione,
ed aggiungendo di avere pur allora avuto avviso da Corfù che il 21
settembre il Cicala era comparso con la sua armata a 30 miglia da
quell'isola in ritorno alle sue coste. Partecipava inoltre che S.
S.^tà gli avea concesso di «poter dare la corda a' frati e clerici
catturati per quella rivoluzione, con l'intervento del Nunzio», e
però egli avea subito spedito un corriere a Carlo Spinelli, perchè li
mandasse a Napoli con persona prudente e di confidenza. — Ben si vede
come fin d'allora fosse stato dato ordine che i prigioni ecclesiastici
venissero spediti a Napoli; ma per loro disgrazia l'ordine non potè
essere eseguito così presto, poichè, come vedremo, non si credè
opportuno servirsi della via di terra e dovè aspettarsi che le galere
fossero disponibili per servirsi della via di mare: quanto poi alla
licenza avuta dal Papa di dar la corda a quegli ecclesiastici, bisogna
in siffatte parole riconoscere un'altra di quelle piccole vanterie
delle quali gli spagnuoli si dilettavano molto. La lettera del Card.^l
S. Giorgio al Nunzio, la quale tratta dell'incidente[414], mostra
che il Vicerè, adottando precisamente il parere dello Spinelli, avea
dimandato che s'inviasse un Commissario per conto della Chiesa al luogo
in cui gli ecclesiastici prigioni erano custoditi, perchè intervenisse
«agli essamini et à tutti gli atti» che si farebbero, e per rendere
meno ingrata la domanda avea detto che quel Commissario poteva essere
spedito dal Nunzio e rappresentare il Nunzio: ma S. S.^tà avea fatto
sentire all'Agente di S. E. che i prigioni ecclesiastici doveano
condursi a Napoli, essendo parso che per rispetti gravi la causa si
facesse piuttosto in Napoli con la presenza del Nunzio addirittura;
e comandava al Nunzio di ricevere i prigioni, quando verrebbero a
Napoli, come prigioni suoi, e di attendere alla causa con tutta la
diligenza necessaria, mentre d'altro lato i Ministri del S.^to Officio
interverrebbero nella parte dell'esame concernente l'eresia. La stessa
lettera ci mostra pure che il Vicerè, al tempo medesimo, si era doluto
con S. S.^tà del Vescovo di Mileto perchè proteggeva i fuorusciti e
si comportava poco bene con parole e con fatti; inoltre avea dimandata
l'assoluzione dalla scomunica che quel Vescovo avea lanciata contro il
Principe di Scilla ed altri (vale a dire D. Fabrizio Poerio e D. Luise
Xarava), essendo stato restituito alla Chiesa quel Marcantonio Capito
che avea dato occasione alla scomunica, ed il Papa comandava al Nunzio
di far venire il Vescovo in Napoli, prendere informazioni e riferire,
poichè intendeva soddisfare S. E. su questi due punti[415].

Avendo il Vicerè mandate non poche lettere e relazioni a Madrid,
potrebbe credersi che di là fossero venuti a quest'ora ordini e
provvedimenti: nulla di tutto ciò; appena nel mese successivo venne
una lettera di S. M.^tà in risposta a quante ne erano state fin
allora mandate, e però non accade dovercene pel momento occupare.
Frattanto in Napoli si erano già cominciate a divulgare le notizie
di Calabria; il Vicerè medesimo, smesso il segreto, ne avea discorso
con gli Agenti degli altri Stati accreditati presso la sua persona,
come sappiamo da' Carteggi dell'Agente di Toscana e del Residente di
Venezia. Abbiamo già avuta occasione di parlare di Giulio Battaglino
Agente di Toscana, napoletano e prete, attaccatissimo al Gran Duca
per servitù di vecchia data. Egli trovavasi in cordiali relazioni col
Vicerè e con la Viceregina, avendoli accompagnati nella loro venuta
da Spagna, dove si era temporaneamente ma inutilmente portato dietro
ordine del Gran Duca, per cercare di ottenergli dal nuovo Sovrano
Filippo III un miglioramento di titolo per parte de' Ministri Regii,
che gli davano semplicemente l'Eccellenza: specialmente era ben visto
dalla Viceregina, per la quale, già da che stava in Ispagna, avea
fatto venire dal Gran Duca una delle solite cassette degli olii ed
un quadretto, nè cessò mai più dal far venire e vetri e bambocci di
Lucca, e poi cappelli di paglia, e poi un fucile, poichè la Viceregina
si dilettava pure di caccia, e tra le ville, che insieme col Vicerè
onorava, c'era anche quella del Battaglino posta sull'alto di Posilipo.
Basterà dire che potè scrivere al Gran Duca: «queste Ecc.^ze mi amano
et mi tengono in assai buona opinione, confidano loro negotii, et
mi ammette la Sig.^ra Contessa particolarmente _padrona del marito_
(scritto in cifra) a' trattenimenti del giocar seco alla primiera»;
inoltre, «la Sig.^ra Vice Reina mi chiama come creato di casa etiandio
mentre la stà a letto»[416]. Con una simile qualità egli nelle sue
lettere riesce molto esatto, ma è più che sobrio ed aggiunge poco o
nulla alle cose che conosciamo mediante il Carteggio Vicereale; con
la qualità di prete poi egli dà prova perfino di lepidezza, quando
fa intravvedere che il Campanella sarà bruciato vivo come eretico.
Il 21 settembre egli ebbe dal Vicerè «pieno ragguaglio delle cose
di Calabria», e non mancò di far venire dal Gran Duca lettere di
congratulazione per la «scoverta et insieme oppressa congiura».
Quanto al Residente di Venezia, occupava allora tale ufficio Gio.
Carlo Scaramelli, venuto in Napoli nel luglio 1597, già vecchio in
diplomazia avendo funzionato da Segretario pure in Costantinopoli,
e quindi da lungo tempo consapevole de' malanni e delle miserie de'
calabresi, de' quali in Costantinopoli si trovava una colonia[417].
Assai più diffuso del Battaglino, nelle sue lettere egli scriveva
quanto poteva raccogliere da ogni parte, e quindi scriveva anche
parecchie frottole le quali dovevano allora aver corso nella città,
ciò che ha pure il suo lato importante. Così rilevasi che fin dalla
2ª settimana di settembre già era penetrata in Napoli la notizia della
scoperta della congiura, la quale riferivasi a Catanzaro, promossa dal
Campanella, in relazione col Turco che avrebbe dovuto occupare Stilo!
Ma il 21 settembre veramente il Vicerè gli comunicò varii particolari,
in ispecie quelli relativi alle mosse dell'armata turca, ed egli non
mancò mai d'innestare alle notizie autentiche quelle di piazza, come
l'essere stato il Campanella preso in abito militare etc. etc. Noi non
intendiamo qui fermarci sulle lettere del Residente per ismentire le
voci inesatte che vi si trovano raccolte: ci basterà avervi notato il
curioso miscuglio delle notizie di piazza e delle notizie di Corte,
miscuglio che si vedrà continuato anche in sèguito, nello svolgimento
de' processi e nelle rassegne delle esecuzioni. Ma dobbiamo per ora
far avvertire questo fatto, che sebbene, da buon veneziano, dovesse
essere inclinato a ritenere la Spagna maestra di artificii ed inganni
anche ferocissimi, così all'estero come all'interno, egli non pose mai
in dubbio la congiura, nè allora nè in sèguito; solamente più tardi
raccolse anche l'opinione manifestata da molti, che coloro i quali
aveano da principio maneggiato tale negozio, l'avessero aggrandito
in voce per aggrandire loro stessi in effetti, ciò che è avvenuto
realmente sempre in ogni negozio di questo genere e non vale ad
infermarne l'essenza. Aggiungiamo che le date e le notizie medesime,
con poche varianti, si riscontrano anche negli Avvisi del tempo, che
i lettori potranno consultare tra' nostri Documenti; vogliamo soltanto
notarvi, che al pari delle lettere del Residente Veneto, essi diedero
anche i nomi di taluni congiurati perfino di secondo rango. Oltre fra
Dionisio Ponzio e Maurizio de Rinaldis, le lettere del Residente fecero
conoscere Claudio Crispo di Pizzoni e Cesare Mileri di Nicastro; e
gli Avvisi fecero conoscere il Barone di Cropani e Muzio Susanna di
Catanzaro. Ma ci conviene tornare oramai a Carlo Spinelli, allo Xarava
e agl'infelici prigioni calabresi.

Stava ancora lo Spinelli in Castelvetere, quando furono presi in Stilo
e condotti a lui Giulio Contestabile ed un altro (certamente Geronimo
di Francesco); immediatamente, il 28 settembre, egli ne fece relazione
al Vicerè[418]. In questa seconda relazione, scritta da Castelvetere,
rammentava che per altre cause avea inviato in alloggiamento a Stilo
la Compagnia di D. Antonio Manrrique, e faceva sapere di aver data
a costui una nota di alcune persone che con dissimulazione e tempo
avrebbe dovuto catturare, particolarmente un Giulio Contestabile
clerico ne' quattr'ordini sacri, intorno al quale diceva: «mi sarei
recato fino a Costantinopoli per prenderlo, se avessi saputo di certo
che là si fosse trovato» (onde si vede che alle così dette spagnolate
partecipavano già molto bene anche i napoletani), «essendo questo
clerico uno de' più vigliacchi e de' principali nella congiura, così
come fra Tommaso Campanella, per quello che tengo provato contro di
lui, come pure per avere questo vigliacco preso il ritratto del Re
Nostro Signore e postolo sotto i suoi piedi, dicendogli mille ingiurie
come sta provato». Ora D. Antonio avea colto ad un tempo costui ed
anche l'altro parimente congiurato, e trovandosi il Contestabile
clerico e soggetto del Vescovo di Squillace, egli aspettava l'ordine
di S. E., per sapere cosa avesse a fare di lui, e se S. E. comandasse
d'inviarlo insieme co' frati, perchè così avrebbe eseguito; e frattanto
faceva sapere che avrebbe tradotto que' prigioni a Squillace con gli
altri, recandosi là tra giorni. Aggiungeva che in conformità degli
ordini avuti per far prendere i clerici di Seminara, colpevoli di
resistenza alla giustizia e di ripresa di carcerati dalle mani di
essa, avea provveduto in guisa che, essendo presi, li consegnerebbe
in nome di S. E. al Vescovo di Mileto; e a tale proposito diceva,
«questi clerici vanno armati di ogni specie d'armi, e sempre stanno
nelle Chiese con altri fuorusciti favorendosi vicendevolmente, ciò
che questi Vescovi permettono, e temo che la maggior parte delle
vigliaccherie che si fanno sieno imputabili a' clerici, propriamente
perchè non vengono gastigati e sono di esempio agli altri». — Ma
come mai era avvenuto un simile cambiamento verso il Contestabile
e il Di Francesco? Il Campanella non ne parlò nella sua Narrazione,
tuttavia ne abbiamo notizie sufficienti negli Atti giudiziarii che
si conservano in Firenze[419], e non ne manca qualche cenno anche nel
processo di eresia. Sappiamo che dopo la denunzia del Contestabile e
la richiesta di una Commissione al Di Francesco contro il Campanella
e complici, la Commissione fu accordata: entrambi si diedero alla
ricerca degl'incolpati, e come assai più tardi ebbe a dire fra Pietro
di Stilo nel processo di eresia, entrambi cercarono di far pigliare
Gio. Geronimo Prestinace morto o vivo[420]; quanto poi al Campanella,
come ci mostrano gli Atti di Firenze, essendo stato lui già preso,
ne furono dal Di Francesco carcerati i parenti. Abbiamo visto che il
Campanella si mostrò esasperato contro di loro fin dal momento della
sua cattura, e che nello scrivere la sua Dichiarazione calcò la mano
particolarmente sul Contestabile e il Di Francesco, esponendo fra
le altre cose l'oltraggio fatto da Giulio al ritratto del Re; ma in
sèguito, e forse nel sapere che il suo vecchio padre e il suo fratello
Gio. Pietro erano venuti nelle stesse carceri di Squillace per mano di
que' ribaldi, egli diede contro il Contestabile una formale denunzia o
«capi _in scriptis_» come allora si diceva; ed anche il Petrolo diede
una Dichiarazione scritta nello stesso senso, che trovasi integralmente
inserta nella Difesa del Contestabile, e che poi in Napoli disse
di avere scritta ad istigazione del Campanella. Si trattava sempre
dell'oltraggio fatto dal Contestabile al ritratto del Re Filippo nella
camera di fra Tommaso, e non vi fu nemmeno una completa uniformità
nella esposizione delle circostanze occorse da parte di entrambi i
rivelanti, senza dubbio perchè non ebbero agio di ridursele bene a
memoria tra loro. Ad ogni modo ne risultò la cattura di lui e del Di
Francesco, mentre non si era per anco compita l'informazione commessa
all'Auditore Di Lega su i capi che il Contestabile avea dato contro
il Campanella, e condotti dapprima a Castelvetere, tra il 22 e il 23
settembre, vennero anch'essi nelle carceri di Squillace al sèguito di
Carlo Spinelli.

A Squillace intanto lo Xarava non era rimasto inoperoso. Tutto
induce a ritenere aver lui, anche da solo, atteso a continuare
gl'interrogatorii e le torture: poichè dalla numerazione de' folii del
volume 2.º del processo veniamo a conoscere che, dopo Claudio Crispo,
furono successivamente esaminati Cesare Mileri e diversi testimoni,
il Gagliardo, il Conia, il Marrapodi, l'Adimari, e poi il Pisano, e
vedremo che in una relazione dello stesso Xarava, del 28 settembre, è
citata una deposizione del Pisano, la quale, trovandosi integralmente
riportata in copia nel processo d'eresia, mostra essere stata fatta
il 24 settembre alla presenza del solo Xarava; oltracciò anche
nella relazione predetta è annunziata l'esecuzione capitale di due
disgraziati avvenuta il 27, ed è scusato il ritardo nella spedizione
de' rimanenti con l'assenza dello Spinelli e con la malattia e morte
del Mastrodatti, onde si era mandato a chiamare un altro che lo
sostituisse. Calcolando tutte queste circostanze e tenendo presenti le
date, bisogna conchiudere che lo Xarava abbia agito egli solo, mentre
lo Spinelli era occupato a guardare le mosse dell'armata turca, e
che poi, menati a termine gli Atti, lo Spinelli sia intervenuto nella
spedizione, ossia nella pronunzia della condanna di coloro pe' quali
non rimaneva a far altro. Ecco ora i risultamenti degli esami per
ciascuno de' soprannominati, giusta i cenni che se ne hanno negli Atti
conservati in Firenze.

Cesare Mileri[421] depose essergli stato detto da fra Dionisio che
avea concertato con fra Tommaso e Maurizio una congiura per ribellare
il Regno, che per questo aveano l'aiuto del Turco, che intendevano
d'impadronirsi di molte terre, che «il capo di detta congiura era D.
Lelio Ursino il quale si voleva impatronire di tutto il Regno», che
a tale effetto aveano concertato di fare una massa di fuorusciti ed
altre genti, ed in ogni terra tenevano molti congiurati «preparati pel
momento in cui giungesse l'armata del Turco»; che fra Tommaso diceva
dovere questo Regno nel 1600 mutare padrone e dovervi essere gran
rivolture, che egli si offerse di stare in ordine con altri congiurati
e di trovare altri compagni; che dopo andò a vedere Francesco Antonio
Dell'Ioy amico suo e gli comunicò la congiura, e costui gli disse
che stava in ordine poichè fra Dionisio già glie l'avea comunicata,
e parimente Gio. Francesco di Nuzzi gli disse lo stesso. Aggiunse che
tanto fra Dionisio quanto il Dell'Ioy dicevano essere in quel concerto
molti fuorusciti ed altra gente di qualità di quella provincia, ed egli
lo sapeva, perchè da giugno in poi, sino a che fra Dionisio si pose in
fuga, egli l'accompagnò in alcune terre, in Catanzaro, in Girifalco,
in Nicastro ed altre, nelle quali fra Dionisio parlava segretamente
con diverse persone e poi gli diceva che quelle persone dovevano
prender parte alla rivolta. Aggiunse ancora essergli stato detto da
fra Dionisio, che egli medesimo e il Campanella avevano mandato in
Turchia a trattare col Turco acciò fosse venuto in soccorso «volendogli
dare molte fortellezze e terre in potere», e che a tale effetto nel
mese di giugno era venuto Amurat Rais con le galere per conchiudere la
ribellione, e su quelle galere era andato Maurizio de Rinaldis ed avea
conchiuso che l'armata fosse venuta in settembre; che egli, il Mileri,
con quelli da lui nominati «e tutti gli altri che erano concorsi»,
aveano concertato che alla venuta dell'armata turchesca sarebbero
entrati nelle terre, avrebbero ammazzato tutti gli Ufficiali e coloro
i quali ricusavano di aderire, e avrebbero dato aiuto all'armata
turchesca «acciò fusse entrata dentro dette provintie et impatronitasi
delle terre con fortellezze». Infine, interrogato sulla causa della
ribellione, depose che «fra dionisio, quando li cominciò à ragionare di
questa rebellione, li disse, che il Rè era uno tiranno et mandava tanti
alloggiamenti, et li facea pagare pagamenti fiscali et non l'havea
voluto mandare l'indulto, e li tenea cossì oppressati, e perciò li
persuase si fusse rebellato perchè saria vissuto liberamente et senza
tanti travagli, et esso deposante si contentò ribellarsi per vivere
liberamente senza essere soggetto alla Corte, et aspettava la giornata
che si havea da fare». Fu questa la deposizione del Mileri, ed essa
mostra che questo giovane senza esperienza, il quale certamente non era
stato fatto consapevole di molte particolarità sulla congiura, dovè non
solo perdersi di animo, ma anche concepire grandi speranze di potersi
salvare prestandosi alle più estese rivelazioni. Dopo che ebbe deposto,
gli fu amministrata la tortura, durante la quale confermò ogni cosa,
ma rettificò ciò che concerneva Gio. Francesco Nuzzi, dicendo che non
era intervenuto nel trattato. È lecito credere che non dovè sottostare
ad una grossa tortura, poichè evidentemente avea rivelato anche troppe
cose, e in quanto a sè medesimo avea confessato nel più ampio modo:
la tortura dovè essergli amministrata, come allora si diceva, «ad
tollendam omnem maculam et ad afficiendos complices», e riesce senza
dubbio notevolissimo che in essa egli ebbe piuttosto a diminuire le
rivelazioni fatte. Circa poi il merito di queste rivelazioni, non può
non colpire che mentre aveva accompagnato fra Dionisio per diverse
terre e vistolo confabulare con parecchi, non fosse giunto a conoscere
il nome di alcuno, neppure delle persone di Nicastro sua città natale,
oltrechè, impegnatosi a trovar socii, in tanto tempo non avesse saputo
trovare che il solo Dell'Ioy; e frattanto diceva essersi «concertato
con tutti gli altri che erano concorsi» e con costoro dover fare la
rivolta ed aiutare l'armata turca, per darle le terre e le fortezze,
come ripeteva più volte. Si può facilmente qui vedere la sollecitazione
dello Xarava, che con ogni probabilità dovè perfidamente lusingare
l'ingenuo cospiratore, e co' suoi interrogatorii suggerirgli quanto
volle che egli deponesse. Il Mileri avea ben potuto conoscere che c'era
un progetto di rivolta e decidersi a prendervi parte; forse avea potuto
anche udire da fra Dionisio le mutazioni previste dal Campanella,
poniamo anche doversi avere l'aiuto del Turco, e perfino dover essere
D. Lelio Orsini il futuro padrone del Regno, perocchè fra Dionisio si
era già posto in via di dirne d'ogni specie per eccitare gli animi:
ma difficilmente avea potuto sapere più di questo, onde si spiega il
fatto che a suo tempo vedremo, dell'avere cioè anche lui, quando veniva
barbaramente giustiziato, con altissime grida smentite le cose dette.
Intanto rileviamo che egli era «confesso», e quindi spacciato.

Dopo di lui venne la volta del Gagliardo e compagni, i quali
intendevano sempre di rappresentare la parte di rivelanti, esponendo le
cose dette loro da Cesare Pisano, mentre il tribunale pretendeva che
fossero complici. Ma parrebbe che gli esami di costoro fossero stati
fatti in Castelvetere, e poi ripetuti anche con la tortura in Gerace:
quest'ultima circostanza è sicura, come vedremo più oltre; la prima
trovasi attestata dal Gagliardo medesimo, ma in una sua confessione
posteriore di varii anni, avutasi quando, per altri delitti, stava per
essere giustiziato[422].

Felice Gagliardo fece un'amplissima deposizione[423]. Narrò che già
prima della venuta di Cesare nelle carceri, fra Giuseppe Bitonto avea
detto che tratterebbe le cose di lui in Condeianni, e frattanto stesse
di buon animo «che vederà succedere cose che li saranno di grandissima
utilità». Narrò poi la visita fatta al Pisano dal Campanella, da fra
Dionisio e dal Bitonto, nelle carceri di Castelvetere verso il 1º
luglio, con ragionamenti segreti e la presentazione che il Pisano fece
di lui al Campanella, siccome uomo che potea «servire et movere genti»,
e le parole dettegli da fra Tommaso, «dati credito a quello che vi
dirà et raggionerà Cesare, per che quanto ve dirà depende da me» (le
quali proposizioni servirono pur esse in sèguito come gravissimo capo
di accusa contro il Campanella); inoltre narrò le parole dettegli da
fra Dionisio, «attendetivi à disbrigare, perchè fra Gioseppo vicario de
Condeianne vi procurarà la remessione delle parti, et come sareti fore,
raggionaremo di meglio garbo, fra tanto Cesare Pisano vi raggionarà
a luongo, datili credito»! Narrò di avere udito da detto Cesare e
da' frati che erano venuti ad oggetto di trattare col Principe della
Roccella per fare liberar Cesare, il quale di poi comunicò così a lui
come al Marrapodi e al Conia, che il Bitonto in S. Giorgio gli avea
detto essere Campanella il primo uomo del mondo, ed essere andato molto
tempo in giro trattando con molti potenti e particolarmente col Turco
mediante lettere, «per far sollevare questo Regno, et levarlo dalla
suggezione di Rè di Spagna et metterlo in libertà, et che per tale
effetto havea uniti li fuorusciti dell'una et l'altra provintia di
Calabria al numero di 800, et che pensavano un giorno di questo mese di
Settembre fare detta sollevatione, et che volesse esso Cesare entrare
in detta congiura, et che convocasse quanti amici et parenti potesse,
al che esso Cesare s'offerse». Aggiunse di aver udito parimente da
Cesare che alla congiura partecipava il Vice-Conte di Oppido fratello
di fra Dionisio, e che stando in Oppido in compagnia di detti frati e
del Vice-Conte, il Campanella scrisse una lettera e la mandò per lui
a' fratelli Moretti, i quali vennero allora in Oppido e si riunirono
in segreto soli, e presero concerti per la rivolta. Aggiunse pure di
avere udito dallo stesso Cesare che «il Campanella havea stabilito
alli congiurati nova sorte di vestiti, cioè una tabanella bianca fino
alle ginocchie con maniche lunghe, et un coppolicchio (_intend._
berrettino) ligato à modo di turbante di Turcho, et che havea da
mutare linguaggio, et che voleano uccidere tutti li Preiti, et Monaci
che non voleano adherire, et che voleano brusciare tutti li libri et
fare nuovo statuto, et che voleano liberare tutte le Monache dalli
monasterij, et voleano fare il _crescite_ etc. e gridare à tempo del
sollevamento, viva la libertà et mora Rè di Spagna, et che voleano
tagliare à pezzi lo Governatore, et auditori et tutti quelli che non
erano della loro parte, et così fare voleano à Stilo et altre terre, et
uccidere tutti li Signori della Provincia, quali chiamavano tiranni,
et nel Castello di Stilo s'havea da gridare, viva la libertà, et mora
il Rè, et volevano fare Stilo Repubblica et chiamare il detto Castello
Mons pinguis, et che fra Tomase si havea da chiamare il Messia venturo,
come già detto Cesare lo chiamava, et fatta detta sollevatione, haveano
d'andare per ogni terra li predicatori à predicare la libertà, et che
saria venuta l'armata del Turco à darli aggiuto». — Per verità non
si può non riconoscere che avessero dovuto realmente esservi stati
discorsi molto spinti non solo sulla congiura ma anche su' disegni
delle riforme le quali si sarebbero attuate nella futura repubblica,
sia tra il Bitonto e il Pisano, sia, come è pure assai credibile, tra
il Bitonto e lo stesso Gagliardo prima della carcerazione di costui:
lo mostrano le notizie perfino su' nuovi abiti da doversi indossare,
alludendo senza dubbio a' cittadini del nuovo Stato, e su' libri da
doversi bruciare, alludendo senza dubbio a' libri latini in materia di
fede e di pratiche religiose; le quali notizie furono anche accertate
da fonti abbastanza sicuri, ma venendo in processo molto tempo dopo e
senza alcun rapporto con la deposizione del Gagliardo. Si direbbe pure
che sempre nuove notizie avessero dovuto di tempo in tempo giungere a'
detenuti nelle carceri di Castelvetere, poichè essi sapevano perfino
il tempo della venuta dell'armata turca, la quale notizia non poteva
conoscersi ancora allorchè furono rinchiusi nel carcere: ma qui
probabilmente influì la voce che già se n'era diffusa, ovvero anche la
studiata maniera d'interrogare dello Xarava facilmente compresa dal
Gagliardo, il quale per certo non era uomo da farsi scrupolo per le
menzogne. Quanto poi all'essersi i Moretti concertati col Campanella,
con gli altri frati e con Ferrante Ponzio in Oppido, dietro una lettera
scritta loro da fra Tommaso e portata da Cesare Pisano, è possibile che
costui l'abbia detto tra' compagni di carcere, per vantare l'opera sua
ed anche per accrescere l'importanza della congiura con nomi di persone
molto riputate; ma da nessun'altra parte emerse mai alcun cenno di una
escursione del Campanella in Oppido, e del resto vedremo che il Pisano
medesimo sul punto di morte si disdisse esplicitamente intorno a'
Moretti.

Seguì l'esame di Geronimo Conia[424]. Egli fece una deposizione
non dissimile da quella del Gagliardo, dicendo ancora di avere
udito da Cesare Pisano, che gli piacevano i pensieri del Campanella
comunicatigli da fra Dionisio, che più volte avea condotto Eusebio
Soldaniero a Stilo presso il Campanella, che costui e fra Dionisio
aveano trattato co' Vescovi di Mileto e di Oppido i quali gli offersero
aiuto, e il Vescovo di Mileto avea favorito i fuorusciti della sua
diocesi per tenerli ad ogni sua richiesta o devozione, ed aveva anche
scritto al Vescovo di Gerace ed al Principe della Roccella per far
liberare Cesare. Aggiunse che Cesare era andato col Campanella, con
fra Dionisio, col Bitonto e col Jatrinoli, alla Grotteria presso fra
Paolo, e quivi mandato a chiamare Notar Domenico Spasari, il Campanella
e fra Paolo cercarono persuaderlo di consentire alla congiura, come
uomo potente che egli era, perchè confidavano potersi la Grotteria
guardare con cento uomini; ma lo Spasari disse di non poter dare altro
aiuto che di danaro, e fra Paolo disse che se ne sarebbe poi parlato,
e il Campanella disse che non v'era bisogno di danaro ma si contentava
di ciò che avrebbe trattato con fra Paolo. Aggiunse infine, sempre a
detto di Cesare, che di questa congiura si era cominciato a parlare fin
da quaresima scorsa, al tempo in cui il Campanella leggeva filosofia
a' fratelli Moretti, ma nel maggio propriamente si era cominciata
ad ordire. — Tale fu la deposizione del Conia. Essa non ci dà, come
quella del Gagliardo, indizii d'intelligenze anteriori tra il Conia
ed i frati, ma pure vi si può notare la rivelazione delle intelligenze
corse tra il Campanella ed alcuni Vescovi, ciò che mostrerebbe perfino
avere fra Dionisio già messo innanzi i Vescovi prima della sua andata
a Catanzaro; in fondo poi essa riusciva ad aggravare di molto le
condizioni di fra Paolo, ed esprimeva sempre le vanterie di Cesare
Pisano, il quale in realtà parrebbe che avesse voluto mostrare ai suoi
compagni di carcere non esservi alcuno più di lui informato delle cose
della congiura.

Successivamente si ebbero le deposizioni di Gio. Angelo Marrapodi, di
Orazio Santacroce e Camillo Adimari[425]. Costoro, come si espresse il
Mastrodatti nelle scritture che possediamo, deposero nel modo medesimo
del Gagliardo: solamente il Marrapodi aggiunse di non aver voluto
condiscendere, e di aver avuto dal Pisano la raccomandazione che almeno
non dicesse nulla; l'Adimari, dal canto suo, aggiunse che non l'aveano
rivelato prima perchè non gli diedero credito, e quando udirono essere
stato carcerato il Campanella, tennero quelle cose per vere e le
rivelarono al Principe. Tutto per verità induce a credere che costoro,
compreso il Conia, non avessero condisceso in modo formale alle premure
del Pisano, il quale, come vedremo a suo tempo, sul punto di morire
li scusò interamente, nominandoli ad uno ad uno e tralasciando solo il
nome del Gagliardo.

Veniamo all'esame di Cesare Pisano[426]. Intorno a costui sappiamo
che fece la sua deposizione, ebbe il tormento, ratificò la confessione
fatta in tormento e nello stesso giorno fu sottoposto a un nuovo esame
che porta la data di Squillace 24 settembre: abbiamo dunque una data
certa che ristabilisce la cronologia precisa del nostro racconto.
Nella deposizione il Pisano cercò di vendicarsi del Gagliardo. Disse
che non conosceva il Campanella nè fra Dionisio, ma solo il Bitonto,
il quale gli era cugino; che col Bitonto erano venuti alle carceri
di Castelvetere due altri frati, uno de' quali seppe dal Gagliardo
essere il Campanella, e vide que' frati e il Gagliardo parlare un
pezzo segretamente, e quindi Felice gli disse che aveano parlato di
negromanzia lodandogli il Campanella come un grande uomo. Negò il fatto
della congiura, ma attestò che il Gagliardo, dopo di aver conferito
co' frati disse, «questi Monaci parlano di gran cose, non per Dio
posso credere che loro ne possano uscire». Fu allora posto alla corda,
malgrado la sua qualità di clerico; e la corda dovè essere terribile,
o dovè fargli un terribile effetto, poichè in essa rivelò tutta la
congiura. Narrò che nel maggio scorso era andato a Bagnara e Messina
col Bitonto e fra Dionisio, e che il Bitonto, prima d'imbarcarsi gli
disse, «stà di buon animo, che voglio che te trovi ad una fattione che
volimo fare, che sarà l'esaltatione tua», aggiungendo che era cosa
di grande importanza, che vi bisognavano uomini di valore e che al
ritorno glie la dichiarerebbe; come infatti, al ritorno, incontrati
i detti frati con fra Giuseppe Jatrinoli e il bastardo di Alfonso
Grillo di Oppido, gli dissero di andare con loro a Stilo per vedere
il Campanella, ed avendo la sera pranzato in Stignano, quivi fra
Dionisio e il Bitonto gli comunicarono che col Campanella avrebbero
presa risoluzione di ribellare il Regno e sottrarlo al dominio del
Re di Spagna, avendo con loro molti fuorusciti e molti gentiluomini
e Signori, tra' quali nominarono il Marchese di Arena. Giunti a
Monasterace dove trovavasi il Marchese, fra Dionisio e il Bitonto
parlarono un pezzo segretamente col Campanella, ed insieme si recarono
presso il Marchese, quindi i tre frati col resto della compagnia
se n'andarono a Stilo: nel convento di Stilo trovarono parecchi
fuorusciti, e l'indomani i frati negoziarono a lungo col Campanella, e
di poi costui, nel licenziarsi dal Bitonto e dal Jatrinoli, poichè fra
Dionisio rimase con lui, disse che andassero con cautela e segretezza.
Aggiunse che, incontrato un gentiluomo di casa Prestinace, i detti
frati Bitonto e Jatrinoli parlarono strettamente con costui, e poi
gli comunicarono essere anche costui de' congiurati. Aggiunse che il
Bitonto gli disse inoltre avere fra Dionisio predicato in Terranova,
ed avere quivi concertata la ribellione col proprio fratello, e con
altri. — Questo sunto della confessione del Pisano certamente non è
completo: sappiamo infatti dalla sua «esculpatione» in punto di morte,
che disdisse quanto avea detto «alla corda che ebbe in Squillace»
circa Orazio Santacroce e il fratello di lui, come pure circa Geronimo
Conia[427]; ciò serva una volta di più a fare avvertire che ci rimane
sempre a conoscere non poco intorno a' laici involti in questa causa.
Pertanto la confessione fu da lui ratificata, come per regola si dovea
sempre fare scorse 24 ore. E nello stesso giorno si volle interrogarlo
sulla nuova legge che il Campanella intendeva di pubblicare, e qui
il Mastrodatti che fece il Riassunto degl'indizii scrive di omettere
le eresie nefandissime e detestabilissime dette dal Pisano «propter
earum turpitudinem»: ma avendo la copia del processo verbale, che fu
poi in Napoli trasmessa al tribunale per l'eresia, possiamo dare un
piccolo saggio almeno dei tratti principali, massime in rapporto alle
cose del nuovo Stato da fondarsi ed alla partecipazione de' voluti
complici[428]. Disse dunque che a Stignano, in casa del Grillo,
oltre i frati suddetti era venuto anche fra Domenico Petrolo, e si
era parlato del Campanella affermando che «era lo primo homo del
mondo, et il vero legislatore et vero Messia che havea da reducere li
huomini alla libertà naturale con la vera raggione, poi che Christo
con dudici poveri huomini s'haveano impatronito del mondo, et esso
campanella voleva monstrare come era tutto falso, et che con la sua
predica et dottrina, et con il valore de tanti che lo sequitavano
con le arme haveria levato la fede de cristo, et impatronitosi esso
del mondo dicendo che il Papa, et l'Ecclesia non erano vere, ma era
autorità usurpata, et che se l'haveano pigliata per dominar' il mondo,
et che li monasterii di monaci et moneche l'haveano fatti acciò non
se creassero homini, et che il Papa et Cardinali, Arcevescovi, et
altri prelati erano tutti tirandi et sodomiti, et che Cristo era un
pover'homo, et che s'havea pigliato per apostuli dudici peczienti, et
che li miraculi che havea fatto tanto Cristo, quanto li santi non era
vero, ma erano stati scritti dalli detti apostuli soi parenti, et che
li miraculi fatti da san' Francesco de paula non erano miraculi, ma che
l'havea fatti in virtù dell'herbe perche era girugico; et che non era
vera la santiss.ª Trinità, mà che era un solo Idio, et che la madonna
santiss.ª era moglie di san'Gioseppe, et che non nce era inferno, ne
purgatorio, ne diavoli, ne angeli, et che l'anime tanto di turchi,
quanto di Cristiani quando passavano da questa vita tutte andavano
à Dio». E qui una serie di goffe ed immonde scempiaggini contro gli
Apostoli, contro i Sacramenti, in ispecie contro il sacrificio della
Messa, e poi «che il campanella era il vero messia che havea da redurre
il mondo in libertà et levarlo da tirannia della setta che steva, et
che ogniuno potria essere signore che s'haveriano spartuto bonamente
tutte le cose tra loro in comune se goderiano li signore (_forse_
si godevano li Signori) alli quali chiamavano tiranni del mondo, et
che Dio non fece ecceptione di nullo, et tutte le robbe le creò per
servitio de tutti, le quali cose havendo inteso esso deposante, si
bene non le credeva in tutto, concorreva con lloro che li dicevano;
questo è pensiero deli litterati, et predicaturi di farlo conoscere
al mondo, che delli populi non voleano altro eccetto le arme, et cossì
esso deposante nce concorreva de buon'animo à detta rebellione». Dietro
altre interrogazioni disse che ciò era accaduto in giugno, dieci
o dodici giorni prima della sua carcerazione, che nelle carceri di
Castelvetere avea comunicato tutte queste cose a Felice Gagliardo, il
quale «li respose che esso le sapeva più prima, poi che nce l'haveano
detto li predetti fra Gioseppe bitonti et frà Gioseppe Jatrinoli che
ad altri esso deponente non l'hà detto, mà tutti li predetti monaci
erano di detta openione che alla loro persuasione esso deposante nci
concorreva più per la libertà della rebellione che per altro». — È
inutile ora fermarsi sul valore di queste rivelazioni del Pisano: si
dissero poi molte cose almeno per attenuarle, ma vedremo che sul punto
di morte egli le smentì appena in piccola parte e ne aggiunse alcune
altre, affermando di averle omesse «ad instigatione et prighiere
di fra Thomase Campanella» quando erano carcerati «in la città di
Squillaci». Intanto egli era confesso sull'accusa di aver consentito
alla ribellione, e quindi non doveva aspettarsi che una condanna
capitale: ma occorreva ancora fare una confronta tra lui ed altri che
si trovavano in Gerace, e quindi fu riserbato ad ulteriori esami ed
ulteriori strazii in quella città.

Dopo il Pisano potè forse essere esaminato qualche altro testimone
di nessuna importanza, come un Domenico Messina, ed ancora Giuseppe
Grillo, il quale fece del pari una deposizione insignificante[429];
poichè disse solo aver conosciuto fra Dionisio in Oppido, quando
vi andò a vedere suo fratello Ferrante, e poi averlo accompagnato,
due giorni dopo, a Condeianni, di dove, unitamente col Bitonto, col
Jatrinoli e col Pisano, venne ad alloggiare per una sera in una casa di
Gio. Alfonso suo padre, e l'indomani se ne partirono e non li vide più.
Ma per certo le confronte del Pisano con altri, e gl'importanti esami
di Gio. Tommaso Caccìa, che dalla numerazione de' folii del processo
risultano al sèguito di quelli finora narrati, non si fecero in
Squillace: lo attestò più tardi in Napoli, nel tribunale per l'eresia,
fra Domenico Petrolo, il quale disse che il Caccìa «in Squillaci non fù
essaminato... et in hieraci hebbe la corda»[430]; ciò che del resto si
spiega con l'incidente della mancanza del Mastrodatti, e con l'ordine
dello Spinelli che si cominciasse a far giustizia e che il tribunale
si trasferisse a Gerace. Vi fu dunque una temporanea sospensione dello
svolgimento del processo, durante la quale si ebbe l'esecuzione di
Claudio Crispo e Cesare Mileri, che conosciamo mercè una relazione
dello Xarava, ed ancora la tanto aspettata cattura di fra Dionisio,
di Maurizio, di Gio. Battista Vitale ed un altro, che conosciamo
mercè una lettera di Gio. Geronimo Morano; questi due documenti, da
noi rinvenuti in Simancas, ci pongono in grado di esporre i fatti
anzidetti in tutti i loro particolari. — Lo Xarava, ottenuta dal Pisano
quella deposizione infarcita di eresia, ebbe cura d'inviarne copia al
Vicerè per trarre profitto di tale circostanza, come già altra volta
lo Spinelli avea fatto: esagerando ogni cosa fuor di misura, egli
voleva indurre il Vicerè ad ottenere senz'altro da Roma la licenza
di proseguire in Calabria il processo contro gli ecclesiastici, ed
è notevole l'accanimento che in tale occasione mostrava contro il
Campanella[431]. «Tra gli altri, egli scriveva, che hanno confessato
il trattato e congiura di ribellarsi contro il Re nostro Signore, uno
che si chiama Cesare Pisano, gentiluomo della terra di S. Giorgio, ha
deposto le eresie che V. E. potrà comandare di vedere con la copia del
capitolo della sua confessione che va con questa; il quale capitolo
mi è sembrato d'inviare a V. E. perchè possa considerare il danno che
questo maledetto eresiarca del Campanella deve aver fatto in queste
provincie, avendo contaminata la maggior parte della gente di esse con
la sua abominevole e falsa dottrina, che secondo confidava di trarre
ad esecuzione il suo dannato intento, come già avea concertato con
la venuta dell'armata, è segno certo che tenea molti a sua devozione
i quali seguivano la sua falsa setta, perchè essendo uomo di tanto
pellegrina intelligenza, siccome mostra, non può immaginarsi che si
mettesse a tentare un'impresa tanto ardua senza sufficiente fondamento
di aiuto, e tale da potergli assicurare il successo che si prometteva
e dava ad intendere a tutti; e per potere scovrire queste cose e
sradicare e gastigare coloro che sono incorsi in simili errori contro
Dio e S. M.^tà, non potendosi farlo interamente senza il braccio di S.
S.^tà, per esservi in mezzo tanti ecclesiastici che sono gli autori da'
quali si debbono sapere gli altri, potrà V. E. comandare che si prenda
l'espediente che meglio le sembrerà convenire». Ma S. E. avea preso
l'espediente, fin da che lo Spinelli glie ne avea scritto altra volta,
e non avea potuto ottenere da Roma quanto si desiderava.

Il 27 settembre si fecero le prime esecuzioni capitali in persona
di Claudio Crispo e Cesare Mileri, e per dare l'esempio in più largo
teatro, si fecero in Catanzaro. La relazione medesima dello Xarava,
scritta il giorno dopo, ne dà le notizie autentiche, e solamente
tace i nomi de' giustiziati: ma oltrechè non ci sarebbero altri cui
poter riferire quelle esecuzioni, i nomi suddetti emergono anche da
testimonianze raccolte nel processo di eresia; d'altronde li cita
con tutta esattezza una lettera del Residente Veneto[432], la quale
fornisce anche particolari molto precisi comunque incompiuti, mentre
due lettere dell'Agente di Toscana accennano il fatto senza nomi e
senza troppi particolari[433]. «Si è cominciato, scriveva lo Xarava
il 28, a far giustizia di questi carcerati con la dimostrazione che
il delitto richiede, essendosi ieri mandato a eseguire quella di
due in Catanzaro: furono condannati ad essere arrotati, tanagliati
e strozzati in mezzo alla piazza, e ad esser quivi appiccati per un
piede, a dopo 24 ore a essere fatti in quarti e poste le loro teste
in una gabbia sopra la porta principale della città col titolo de'
loro nomi e del delitto, inoltre ad avere diroccate le loro case e
confiscati i loro beni». Tutte queste circostanze ed in ispecie le
ultime sono degne di nota. Il Campanella, nell'Informazione, scrisse
che «nullo fu condannato per ribello veramente, non confiscandosi
beni, nè spianandosi le case loro», ma pur troppo non fu così: scrisse
inoltre, nella Narrazione, che «dui morti in Catanzaro da Xarava
si ritrattaro» e da questo lato, senza parlare della contradizione
coll'altro asserto, dobbiamo dire che vi fu realmente qualche cosa
di simile, difatti più tardi in Napoli, nel processo dì eresia, il
Barone di Cropani e il Di Francesco attestarono che que' disgraziati,
con altissime grida, dicevano aver confessato la ribellione per forza
di tormento e persuasione dello Xarava[434]. Noi abbiamo a suo tempo
fatto osservare che ciascuno di loro avea dovuto confessare più cose
che non gli costavano, l'uno pe' tormenti, l'altro per le persuasioni
dell'interrogante, e però potea bene spiegarsi una loro consecutiva
ritrattazione, bensì parziale: ma del resto l'orribile strazio che
si fece di loro dovè farli gridare pur troppo, e forse dire di non
sentirsi colpevoli di ribellione, non potendo nemmeno capacitarsi che
un disegno delittuoso si dovesse punire come un delitto consumato.
Intanto essi morivano entrambi nel modo più atroce, mentre c'era anche
una sensibile differenza nel grado della loro colpa. Il Crispo lasciava
un fratello giovanetto ed il padre, Ferrante; il Mileri lasciava due
sorelle fanciulle senza alcuno appoggio, e nell'Archivio di Stato
abbiamo rinvenuto un documento che ne attesta la misera fine[435].

IV. Compiute le due prime esecuzioni, il tribunale venne trasferito a
Gerace, dove lo Spinelli avea determinato di far residenza per ragioni
che tra poco ci saranno chiare, ingiungendo allo Xarava che vi si
recasse. Il giorno 29 lo Xarava partì per quella città «con tutti i
carcerati», tra' quali Cesare Pisano che dovea confrontarsi con altri
detenuti appunto in Gerace; ma quivi occorse pure aspettare l'arrivo di
un altro Mastrodatti capace di servire all'ufficio, che lo Xarava avea
mandato a chiamare. Vi fu dunque un trasporto di tutti i carcerati,
durante il quale i frati poterono vedersi ma non mettersi in relazione
tra loro, e si ebbe in sèguito dal Petrolo, nel tribunale per l'eresia,
la notizia di un fatto del Campanella avvenuto in tale occasione.
Solevano i prigioni tradursi a coppie, «ligati a mano a mano con una
corda» formando una catena: una squadra di armati li accompagnava,
e il capo di squadra era allora uno spagnuolo. Costui marciando a
cavallo dovè dirigere al Campanella qualche parola discorrendogli di
morte: il Campanella filosoficamente gli disse che non v'era morte,
ma mutazione di essere; il Petrolo, che veniva dietro di lui, udì
quelle parole e poi le ripetè, confessando di non saper bene «come lui
l'accomodasse»[436].

Scorsi pochi giorni, venne la notizia che fra Dionisio, Maurizio e
Gio. Battista Vitale, erano stati presi: il 30 settembre Gio. Geronimo
Morano, con una sua lettera da Monopoli, l'annunziava al Vicerè in
Napoli e naturalmente anche allo Spinelli in Calabria[437]. Il Morano
scriveva che partitosi di Cosenza in traccia di Maurizio e del cognato
di lui con due altri compagni, caminando giorno e notte e tenendo
sempre nuove fresche, avea preso fra Dionisio in Monopoli[438]; poi,
continuando sempre sulla traccia di Maurizio, avea preso in Nardò
un Gio. Ludovico Todesco, ed avea quivi saputo che Maurizio si era
imbarcato a Brindisi sopra una Marsigliana comandata da Francesco
Maresca per recarsi a Venezia; avendolo seguìto per terra ed avendo
saputo che la Marsigliana dovea caricare olio a Monopoli, erasi quivi
diretto ed avea trovata la nave ancorata a due miglia dalla città, non
permettendo il mare procelloso nè che la nave si potesse avvicinare,
nè che la gente potesse montare a bordo. Il 30, calmatosi il mare, il
Governatore di Nardò Agostino di Guardisciola ed il Giudice Stefano
Garonfalo, con due feluche, si spinsero verso la Marsigliana, presero
Maurizio e il Vitale e li consegnarono al Morano. Costui, il giorno
dopo, traduceva tutti que' prigioni in Calabria a Carlo Spinelli.
Dandone l'annunzio al Vicerè, egli scrivea: «riceva V. E. l'animo con
che l'ho servito, et non haria sparagnato la vita per condurre infine
questo servigio, come farò in ogni altra occasione del servitio di sua
Maestà et di V. E.». — Adunque Maurizio avea saputo sfuggire a' suoi
persecutori, traversando nientemeno che le provincie di Basilicata,
Bari e terra d'Otranto, in compagnia di fra Dionisio, Gio. Battista
Vitale e un Gio. Ludovico Todesco, il quale ultimo vedesi soltanto
qui nominato, e mostra bene esserci rimasto ignoto un certo numero di
congiurati anche d'importanza; se il braccio del Governo, aiutato anche
dalla fortuna di mare, finì per raggiungerlo, ciò non toglie nulla alla
destrezza che egli seppe mostrare. D'altra parte tutto ciò conferma
abbastanza aver lui veramente avuto in animo di salvare il Campanella,
quando si diede a corrergli dietro fin oltre Stignano; poichè se si
fosse proposto di guadagnare l'indulto col sacrificio di un complice,
potea bene sacrificare fra Dionisio, che agli occhi del Governo avea
quasi lo stesso valore del Campanella. Si vede pertanto come erri il
Giannone nell'affermare che «alcuni spensierati furono presi senza
contrasto, fra' quali fu Maurizio di Rinaldo»; non saprebbe dirsi
per quale fatalità la nobile figura di Maurizio abbia dovuto rimanere
falsata da tutti i lati. Conosciamo poi che fra Dionisio era vestito
da secolare, avendo fin dalla notte del 3 settembre, nel fuggire da
Pizzoni, deposta la tonaca fratesca; ma gli Atti conservati in Firenze
fanno sapere di più, che avea preso il nome di D. Pietro Antonio
Grasso e si era munito di una fede di sanità della città di Lecce[439];
quest'ultima circostanza mostrerebbe che i fuggiaschi avessero dovuto
percorrere tutta la terra d'Otranto per trovare un imbarco. Aggiungiamo
che i principali armigeri di Gio. Geronimo Morano, nella persecuzione
e cattura di que' fuggiaschi, doverono essere Aurelio Biase e Giuseppe
Pascalone, giacchè essi vennero poi a deporre col Morano segnatamente
sulla cattura di fra Dionisio. Aggiungiamo ancora un altro fatto
avvenuto a fra Dionisio nel suo arrivo in Calabria, siccome egli
medesimo ebbe poi a narrarlo in Napoli nel tribunale per l'eresia:
mentre veniva tradotto a Gerace, passando per Cosenza, il Governatore,
che era in quel tempo D. Francesco de Regina Conte di Macchia, ebbe
curiosità di vederlo e di dimandargli se era della setta del Campanella
e se credeva che la fornicazione fosse peccato, giacchè il Campanella
riteneva che non lo fosse; ed egli si fece a smentire così l'esistenza
della setta, come la credenza falsamente attribuita al Campanella[440].

Il Vicerè, con sue lettere del 4 e dell'8 ottobre, inviò subito a
Madrid la relazione del Morano e quella dello Xarava[441]. — Nel
partecipare la notizia dell'importante cattura di Maurizio e compagni
«capi della congiura di Calabria», fece anche conoscere come fin dal 28
settembre era stato da lui ordinato allo Spinelli che, dopo giustiziati
quattro de' più colpevoli, inviasse tutti gli altri in Napoli a buon
ricapito, avendo voluto che fossero quivi tradotti a fine d'investigar
bene le loro colpe e quivi gastigarli; e però nel giorno precedente
avea scritto che, vagliata bene la causa di Maurizio de Rinaldis,
facesse giustizia anche di lui, ed inviasse in Napoli gli altri
con tutti i rimanenti incolpati. — Nel partecipare poi l'esecuzione
già avvenuta de' due «trovati colpevoli nella congiura che andavano
fomentando», inviò pure l'ultima dichiarazione di Cesare Pisano, e nel
tempo medesimo la copia dell'Informazione presa dal Visitatore contro
il Campanella (questa era rimasta in Napoli fin allora), per mostrare
a S. M.^tà ciò che essi andavano disseminando pel paese, e ripetè che
aveva ordinato l'invio di tutti i carcerati, per investigare molto
radicalmente tale negozio, e dare il gastigo che conveniva.

Si scrisse allora finalmente una lettera da Madrid, in risposta ad
otto lettere Vicereali, cioè a dire in risposta a tutte le lettere
che erano state mandate intorno alla congiura: ne abbiamo rinvenuta
in Simancas la minuta senza data, ma questa si può facilmente
desumere, leggendovisi che l'ultima lettera ricevuta era quella del
4 ottobre[442]. In essa S. M.^tà si sbaglia sul nome del Campanella
che chiama Matteo, ma con solenne gravità si compiace che la congiura
sia stata scoverta, approva le misure prese, ringrazia la divina
Provvidenza e rinforza gli ordini di rigore verso gli incolpati. «Ho
gradito molto, egli dice, essere stata (la congiura) scoverta così
a tempo, che voi abbiate potuto arrestare, come lo faceste, mercè la
prevenzione e i così buoni rimedii, come li applicaste, i danni che
poteano seguire dal rimanere celata più a lungo; a Dio si debbono
grazie di tutto, e fu molto savio dar conto a S. S.^tà del negozio
e del trovarsi alcuni ecclesiastici colpevoli e indiziati in questi
delitti, perchè con sua autorizzazione e commissione poteste procedere
contro di loro, come lo faceste, e l'avere ordinato che si esegua la
giustizia de' quattro più colpevoli in questo delitto, come lo sarà,
e così ve ne dò incarico e comando, che ordiniate di procedersi contro
gli altri i quali appariranno di esserlo, con un rigore che la gravezza
de' loro delitti merita; ma con un certo intervallo, per dar tempo
che si scovrano i rimanenti complici che in que' delitti si abbiano,
e si sradichi ad un tempo questa mala semente di eresia e ribellione,
procurando di sapere con particolarità se abbiano tenuto qualche
intelligenza con Cicala, e se sieno compresi in essa quegl'individui
che nel principio i carcerati nominavano, de' quali, e nemmeno di
alcuno di loro, non si è visto finora che siasi proceduto all'arresto».
Era dunque un disappunto per S. M.^tà che qualche Vescovo o qualche
Nobile di alto rango non si trovasse già nelle mani del fisco; d'altra
parte non obbliava i denunzianti e conchiudeva: «A Fabio di Lauro e
Gio. Battista Biblia, che avvisaste essere coloro i quali scovrirono
la congiura di questa gente, darò ricompensa come voi glie la offriste
per tale servizio, ed è giusto che si dimandi, e perchè si agisca
più oculatamente, mi avviserete con brevità di ciò che si potrà fare
per loro; e di mano in mano mi riferirete con particolarità ciò che
si andrà facendo in questo negozio, che per essere della qualità che
è, conviene saperlo». Dopo tutto ciò si potrà ancora gridare contro
la crudeltà dello Xarava e dello Spinelli, ma si dovrà convenire che
costoro interpetrarono perfettamente le intenzioni non solo del Vicerè
ma anche del Re.

Aggiungiamo qui le notizie sulle cose di Calabria, che al momento
cui siamo pervenuti l'Agente di Toscana, e il Residente Veneto
trasmettevano a' loro Governi[443]. — L'Agente di Toscana, nel
partecipare che due prigioni erano stati tanagliati e strozzati con
titolo di ribellione, faceva anche sapere essere partite quattro
galere per levare il Card.^l Guevara[444], e quattro altre partire
allora per Lipari e Calabria (10 ottobre), a fine di mutare le
compagnie spagnuole; aggiungeva che forse con esse sarebbero venuti
in Napoli i prigioni della congiura calabrese. Poco dopo annunziava
essersi congratulato col Vicerè, da parte della Serenissima Casa di
Toscana, per la scoverta e la repressione della congiura (12 ottobre),
aggiungendo che il Vicerè gli avea dato conto dell'esecuzione fatta
e del trovarsi carcerati più di cento, tra' quali otto frati col
Campanella; inoltre faceva sapere il richiamo dello Spinelli, a suo
avviso insieme co' prigioni, e la commissione di formare i processi
da affidarsi a' dottori. — Il Residente Veneto, giusta il suo costume,
partecipava le notizie raccolte da ogni maniera di fonte. Erano usciti
in campagna circa 200 calabresi tra colpevoli e intimoriti, essendosi
trovati molti disposti per la libertà di coscienza, con la quale il
Campanella disegnava allettare gli animi. Un Maurizio de Rinaldis,
dapprima uomo d'arme in servizio del Re, poi contumace per omicidii,
favorevole alla ribellione ed anche all'eresia, insieme con un fra
Dionisio Ponzio si era ritirato nelle montagne di Cosenza, mettendosi
a capo de' fuorusciti, e si temeva che avrebbe potuto là mantenersi
a lungo (29 settembre e 5 ottobre). Il Vicerè che avea già in animo
di mandare suo figlio in Calabria, ne era dissuaso dal Consiglio per
la poca età di lui e la gravità del negozio, e andrebbe il Presidente
Montoya per le cose di giustizia e un D. Alonso Rosa per le cose di
campagna (confusione di nomi e di fatti). Alcuni calabresi, mandati
dalla Corte contro i fuorusciti, li avevano combattuti «con spararsi
reciprocamente senza balla» (voci popolari). Intanto era venuta nuova
certa che Maurizio e il Ponzio erano stati «ritenti in una filucca 16
miglia in mare per opera di loro particolari nemici a' quali furono
promessi gran premii», onde gli animi si erano sollevati. S. S.^tà
avea fatto spedire un Breve al Nunzio, perchè i religiosi colpevoli
potessero venire puniti anche nella vita in Napoli, ma formandosi i
processi coll'assistenza de' ministri ecclesiastici. Tutti i prigioni
sarebbero quanto prima tradotti in Napoli, ed intanto erano stati
giustiziati alcuni laici in Catanzaro i quali avevano dichiarato
Signori e cittadini napoletani essere partecipi di quella congiura
«senza haver saputo però nominare alcuno, il che perturbò assai in
generale questa città». Più tardi (12 ottobre), specificava i nomi
de' due giustiziati, Crispo e Mileri, e il genere del loro supplizio,
«perchè con Mauritio Rinaldo, anch'esso retento, mandarono un prete
a Costantinopoli a trattar col Cigala» (voci popolari). Inoltre
indicava il numero de' prigioni, riducendoli a 60, al di sotto del
vero, «la maggior parte huomini di qualche conto, essendo anco fra essi
alcuni baroni», con la voce che nella famosa fiera del 18 ottobre in
Monteleone se ne sarebbero giustiziati alcuni, e gli altri, insieme
con gli ecclesiastici, sarebbero venuti a Napoli. Infine annunziava
che il Lauro e il Biblia, rivelanti della congiura, erano già in
Napoli, «ricercando ricognitione tale che possano vivere sicuri delle
insidie dei parenti numerosissimi degli imputati». — Come si vede,
tra molte stramberie, non mancano qui notizie degne di nota: è facile
scorgerle, ma sopra due di esse dobbiamo richiamare l'attenzione e
fare qualche commento. In primo luogo dobbiamo notare che in Napoli,
a' 5 di ottobre, gli animi erano perturbati a motivo dell'affermata
partecipazione di Signori e cittadini napoletani nella congiura, senza
che se ne sapessero i nomi: ciò mostra che il Vicerè non solo non avea
seguito l'avviso dello Spinelli di carcerare alcuni di costoro, ma non
avea neanche fatto trapelarne i nomi. In secondo luogo dobbiamo notare
che il Vicerè volea mandare suo figlio in Calabria e poi ci mandò il
Montoya siccome è attestato pure dal Residente in un'altra sua lettera
anteriore[445], nella quale dice che il Vicerè volea mandare suo
figlio con due de' Consiglieri primarii del Governo: forse intendeva
mandarlo come Governatore in luogo del De Roxas, ma poi se ne astenne
per riguardo a Carlo Spinelli; e quanto al Montoya, vedremo che egli
andò difatti a Catanzaro per commissioni speciali, ma alquanto più
tardi, segnatamente per l'omicidio di Marco Antonio Biblia fratello
di Gio. Battista, pugnalato in odio di costui che aveva rivelata la
congiura[446].

Intanto lo Xarava, provvedutosi del nuovo Mastrodatti, ripigliava il
corso del processo e delle torture in Gerace. Egli dovè dapprima far
le confronte di Cesare Pisano col Gagliardo, Santacroce, Marrapodi,
Adimari, e un po' più tardi col Conia, siccome trovasi disegnato
nella citata sua relazione, e fino ad un certo punto può desumersi
ancora dalla numerazione de' folii del processo, la quale al sèguito
delle deposizioni sopra riferite mostra una grossa lacuna, appena
occupata da un «nuovo esame» del Santacroce[447]. Questa lacuna si
spiega assai bene col fatto che le confronte, i nuovi esami ed anche
le torture non diedero risultamenti degni di nota. Certo è che Felice
Gagliardo ebbe la tortura e «si vide in pericolo di morte a Jeraci»,
poi ebbe «una seconda corda a Napoli et hebbe a morire», e queste
prime torture furono «crodelissime, con funicelle, acqua freda e
bastonate, et non confessò»; in tal guisa si espresse egli medesimo
innanzi a' Delegati del S.^to Officio, sul punto di essere giustiziato,
varii anni dopo[448]. Certo è pure che Gio. Angelo Marrapodi «hebbe
la corda a hierace»; lo dichiarò nel processo di eresia in Napoli
un suo figliuolo giovanetto, che lo seguì pe' diversi luoghi in cui
stiè carcerato, vivendo col fare qualche servigio a taluni de' frati
egualmente carcerati[449]. Infine è indubitato che Geronimo Conia fu
sottoposto egli pure ad un nuovo esame e alla tortura, ma un po' più
tardi, dopo l'esame e la tortura del Caccìa; e di costui sappiamo con
sicurezza essere stato esaminato e torturato in Gerace, poichè, nel
processo di eresia fatto in Napoli, si ha una deposizione del Petrolo,
il quale esplicitamente attesta che il Caccìa «à Squillace non fù
essaminato... et à hieraci hebbe la corda». Come dicevamo, nè da' nuovi
esami nè dalle torture doverono ottenersi risultamenti degni di nota;
e però di alcuni di questi Atti non si ebbe a fare alcuna menzione
ne' Riassunti degl'indizii, di altri, come quelli del Santacroce e del
Conia, si riportò un piccolo brano che in realtà non ci apprende nulla
di nuovo[450].

Importante invece riuscì, se non l'esame, la confessione in tortura di
Gio. Tommaso Caccìa, il quale comunque clerico ne' 4 ordini, al pari
del Pisano, non fu risparmiato dallo Xarava. Egli era stato catturato
da Giulio Soldaniero e condotto dapprima a Squillace, di poi a Gerace,
e qui fu sottoposto agl'interrogatorii[451]. Nulla troviamo registrato
intorno alla sua deposizione, ciò che autorizza a ritenere aver lui
deposto negativamente; ma in tortura confessò con molta ampiezza,
e narrò tutte le circostanze nelle quali si era impegnato per la
ribellione. Recandosi un giorno con Marcantonio Contestabile e Gio.
Francesco d'Alessandria a Stilo, prima di giungervi incontrarono fra
Dionisio che andava con Cesare Pisano ed uno o due altri monaci, e
fra Dionisio disse a Marcantonio che andava a Monasterace a trovare
il Campanella, e così essi se n'andarono a Stilo, nel monastero, ove
trovarono Giuseppe Grillo che disse di stare aspettando fra Dionisio;
nella sera venne il Campanella con fra Dionisio, il Pisano e gli altri
due monaci e mangiarono, quindi, partiti gli altri e rimasti soli
col Campanella e fra Dionisio, nella sua cella fra Tommaso dichiarò
la congiura e i preparativi di essa, e che «volea essere monarca del
mondo e dare nova legge». E sempre diceva che «in quest'anno 1599 e
1600» dovevano accadere grandi mutazioni, sollevazioni e rivoluzioni,
così conoscendo per scienza, astrologia e profezie, e però beato chi
in questo tempo si trovasse con forza d'armi, ed ognuno dovea stare
preparato e procurare di cercare amici, aggiungendo, così fra Tommaso
come fra Dionisio, che Maurizio De Rinaldi e un altro di Reggio,
di Casaspano, aveano preparata una quantità di fuorusciti tenendoli
pronti per quella giornata. Allora insieme con Marcantonio Contestabile
e Gio. Francesco d'Alessandria, ad istanza del Campanella e di fra
Dionisio, concertarono di ribellarsi, e i detti frati dicevano esservi
molti altri congiurati per fare la Calabria repubblica e ribellarsi
dalla soggezione del Re e degli ufficiali, con l'aiuto del Turco e
di altri Signori che aveano a loro divozione. Inoltre, tornato di
poi a Belforte, fra Dionisio venne a chiamarlo da parte di Claudio
Crispo che avea da parlargli in Pizzoni, ed egli vi si recò insieme
con fra Dionisio: l'indomani, vedutisi col Crispo, con fra Dionisio e
fra Gio. Battista di Pizzoni, si parlò di nuovo della congiura, e il
Crispo diceva di avere apparecchiati molti fuorusciti per la giornata
della ribellione. Aggiunse pure che mentre era nel monastero di Stilo,
vennero più volte a parlare segretamente col Campanella Fulvio Vua,
Gio. Gregorio Prestinace, Tiberio Marullo, Giulio Contestabile e
Geronimo di Francesco, ed egli non udì di che parlassero ma giudicò che
dovessero trovarsi in detta ribellione. Questa sua confessione egli poi
ratificò, e nella ratifica disse pure che a Stilo Giulio Contestabile
un giorno, dopo di avere parlato segretamente al Campanella, dimandò
a Marcantonio cosa gli paresse di quanto il Campanella diceva e se lo
ritenesse per vero, e Marcantonio rispose che troppo era vero e presto
lo vedrebbe. — Adunque il Caccìa rivelò tanto il convegno di Stilo
quanto il convegno di Pizzoni; ma specialmente intorno a quest'ultimo
non rivelò tutto, e disse pure diverse cose che per lo meno non avea
potuto udire in Stilo, come p. es. l'aiuto del Turco e l'aiuto de'
Signori, de' quali aiuti sappiamo che in Stilo non si era parlato
ancora. Queste ed altrettali circostanze gli furono probabilmente
estorte dallo Xarava con l'atrocità de' tormenti, giacchè i tormenti
dati al Caccìa non solo furono atrocissimi, ma ancora furono dati
mentre egli avea la febbre. Molti l'attestarono in sèguito nel processo
di eresia, e basta citare fra Pietro di Stilo e Geronimo di Francesco,
il quale disse che a tale proposito fu consultato il medico, e costui
per timore affermò che il tormento si poteva dare. Così non recherà
sorpresa che egli pure, al momento di essere giustiziato, abbia avuto a
fare ritrattazioni: ma in fondo, sul punto essenziale della quistione,
egli era «confesso», e quindi non poteva aspettarsi altro che una
condanna di morte.

Dopo il Caccìa, come abbiamo già avuta occasione di dire, fu esaminato
e torturato il Conia, il quale, nella confessione in tortura, giusta il
sunto molto arruffato datone dal Mastrodatti, affermò che c'era stato
concerto di ribellione tra il Campanella, fra Dionisio ed altri nel
modo più volte ripetuto, da porsi ad effetto alla venuta dell'armata
turca che essi aspettavano[452]. — Successivamente furono compilati
gli Atti relativi alla cattura di fra Dionisio; ma la sua condizione
di ecclesiastico non permetteva di fare altro intorno a lui, e si
proseguirono gl'interrogatorii de' laici, vale a dire di Maurizio, del
Vitale, e con ogni probabilità anche del Todesco.

Maurizio, chiamato a fare la sua deposizione, non rivelò nulla[453].
Disse che si era allontanato, avendo udito che Carlo Spinelli catturava
coloro i quali aveano parlato col Campanella e fra Dionisio; che
avea parlato col Campanella una volta in casa di D. Gio. Jacopo
Sabinis, ed un'altra volta a Davoli, nel monastero, verso la metà
di luglio, stando allora in casa di D. Marco Antonio Pittella, ma
aveano trattato della loro «natività». Gli furono quindi amministrate
torture atrocissime, ed egli egualmente non rivelò mai nulla, ond'è
che ne' Riassunti degl'indizii non se ne trova fatta menzione. Ma è
indubitato che ebbe torture enormi, alle quali se ne aggiunsero poi
altre non meno atroci, rimanendone una nozione abbastanza confusa.
Nella sua ultima rivelazione fatta in Napoli innanzi a' Delegati del
S.^to Officio, sul punto di essere giustiziato, egli disse puramente
e semplicemente di avere avuto «più volte la corda», senza aver mai
voluto manifestare cosa alcuna contro i frati; il Residente Veneto,
in una sua lettera della quale si parlerà più oltre, scrisse che avea
«sofferto in tre mesi quaranta hore di corda et altri tormenti...
senza haver mai confessato alcuna cosa»; ma Mons.^r Mandina, che fu
giudice per l'eresia e potè saperlo in modo autentico, lo disse «per
septuaginta horas tortus et nihil confessus»[454], e tutto induce a
credere che egli parlasse propriamente delle torture avute in Napoli,
non già di quelle di Calabria, che doverono essere certamente più
atroci. Ed intanto questa prova di maravigliosa fortezza non recava
alcun vantaggio alla sua causa: con la protesta di applicare la tortura
«non pro veritate habenda sed pro praecisa responsione habenda et citra
praejudicium probatorum» il fisco soleva annullare i benefici effetti
di una risposta negativa in tortura; e Maurizio, se non risultava
confesso, pur troppo risultava «convinto» dalle concordi testimonianze
avverse, a capo delle quali la Dichiarazione del Campanella, oltrechè
dalle stesse sue lettere venute nelle mani della giustizia. E però la
sorte sua non poteva esser dubbia.

Quanto a Gio. Battista Vitale, egli avrebbe voluto imitare Maurizio ma
non ci riuscì[455]. Nella deposizione disse, che essendosi scoverto
un trattato fatto da fra Dionisio e dal Campanella di ribellarsi
e far venire i turchi «et si dicea che Mauritio era andato in
torchia per questo effetto», e vedendosi che si carceravano tutti
gli amici che aveano conversato co' predetti, Maurizio risolvè che
se ne fossero andati a Venezia e a S.^ta Maria di Loreto, sino a
che passasse la furia e si scoprisse la verità; e così partirono da
Davoli, dove stavano già da nove mesi in casa di D. Marco Antonio
Pittella. Si venne quindi alla tortura, ed egli non resse allo
strazio: ecco qui raccolti e disposti alla meglio i brani sparsi
della sua lunga confessione. Narrò che da nove mesi erano assenti da
Guardavalle insieme con Maurizio «per certe pugnalate», ricoverati
a Davoli in casa del Pittella, e con costui Maurizio diceva avergli
il Campanella manifestato che «quest'anno» doveano esservi grandi
guerre e rivoluzioni e il Regno dovea mutare padrone, e che insieme
col Campanella aveano concertato di far gente e far ribellare quelle
provincie. Che dopo alcuni giorni Maurizio era andato a trovare il
Campanella, e quindi avea detto che con lui e fra Dionisio si era
concluso di effettuare detta ribellione, e per facilitarla «volevano
invocare l'aggiuto et favore del turco che li mandasse l'armata, con
la quale e con l'aggiuto de' Popoli haveriano levato questo regno
dal dominio del Rè di Spagna e fattolo republica, et che esso fra
Thomase haveria fatto nova legge, et ridotto ogni huomo à libertà
naturale, et mandato molti predicatori predicando la libertà, et che
haveano parlato à questo effetto a molti di Stilo parenti del detto
Mauritio di Casa Carnevale e Sabinis come di casa Condestabile, et
altri loro parenti et amici; alli quali fra Tomase con fra Dionisio
haveano parlato, et procuravano far pacificare li Carnevali con li
Conestabili, per che si haveano da trovare in detta rebellione per
quanto diceva detto Mauritio». E dietro interrogazione, specificando
meglio le persone, aggiunse, «che Mauritio li disse, quando tornò da
Stilo, che li parenti suoi et altri, che s'haveano da trovare a detta
rebellione, erano Gio. Paolo e Fabio Carnevale, Ottavio Sabinis, Gio.
Jacovo Sabinis, Marc'Antonio Conestabile, Giulio Conestabile, Fabio
Conestabile, et Geronimo di Francesco che tutti si erano offerti a
detta rebellione». Aggiunse ancora che dapprima intese dire da tutti
quelli di Davoli che nel monastero di S. Maria del Trono di detta terra
erano venuti Gio. Paolo di Cordova ed Orazio Rania ed aveano parlato
col Campanella «et fra Dionisio»; e poi, passando per la casa del
Pittella, costui gli disse «come Oratio Rania, Gio. Paolo di Cordova,
et Gio. Tomase di Franza erano venuti à trovare Mauritio et fra Tomase
Campanella, et haveano trattato detta rebellione dentro lo monastero di
S.^ta Maria del Truono». Aggiunse che Maurizio «ogni hora dava animo
ad esso deposante et a Donno Marco Antonio Pittella», che dopo essere
sceso dalle galere de' turchi raccontò al Pittella l'appuntamento
preso con Amurat Rais, che in giugno con Geronimo Baldaya fuoruscito
si era partito per raccogliere gente, e Geronimo diceva «lassa fare a
me ch'io busco gente assai che staranno in ordine per la giornata che
vene l'armata del Turco, et allhora daremo dentro»; che il Pittella
diceva esservi in Catanzaro molti gentilhuomini ed altri i quali
partecipavano alla congiura, e che venivano spesso lettere da Catanzaro
a Maurizio e i corrieri dicevano mandarle il Rania; che Maurizio «con
questo pretendea farsi gran homo per che saria stato padrone di molte
terre... et persuadeva lo Donno Marco Antonio et esso deposante se
voleano concorrere con esso et ritrovarsi à questa fattione che li
saria stato gran utile; lo Donno Marco Antonio si offerse a questo,
et esso deposante disse, io vengo dove vai tu, per che a me me tieni
alla maneca» (_intend._ affibiato a te). — La tortura data al Vitale
fu del pari straordinaria: da un brano della Difesa de' Cordova si
ha che fu perfino trascinato alla coda di un cavallo (ad caudam equi
raptatus). Ciò spiega sempre più la rivelazione da lui fatta di tanti
nomi e di tanti particolari, che per lo meno non poteva conoscere,
mentre da molti indizii apparisce che i capi della congiura conducevano
le cose con cautela, e non mettevano ogni cosa a conoscenza di tutti:
basterebbe la sola deposizione del Caccìa a mostrarlo, e d'altronde
vedremo p. es. lo stesso Maurizio, nella sua ultima rivelazione,
smentire la partecipazione del Pittella, che il Vitale nominava con
tanta larghezza. Facciamo queste avvertenze, perchè non rechi poi
meraviglia il vedere questo disgraziato, nel suo estremo supplizio,
dichiarare che tutto gli era stato estorto dallo Xarava per forza di
tormenti. Egli pertanto era «confesso» e quindi votato alla morte.

Come dicevamo, forse anche Gio. Ludovico Todesco fu esaminato dopo
costoro. A lui si poteva per lo meno imputare che avesse aiutato
Maurizio nella fuga, onde a' termini del Bando dello Spinelli era
reo di morte: e il vedere dalla numerazione de' folii del processo
l'inserzione di quel Bando al sèguito degli Atti relativi al Vitale
darebbe motivo di credere che per l'appunto il Todesco dovè essere
inquisito e forse condannato in virtù del suddetto Bando. Ma non ce
n'è notizia ne' Riassunti degl'indizii a noi pervenuti con gli Atti
esistenti in Firenze; e ciò vorrebbe dire non aver lui avuto nulla
a rivelare intorno agli ecclesiastici, che sono contemplati in que'
Riassunti. Dicasi lo stesso di tanti e tanti altri carcerati già
fin da' primordii della repressione della congiura. Per lo meno i
principali tra loro, come Geronimo del Tufo, il Barone di Cropani,
Ferrante Ponzio, i due Moretti etc. etc., difficilmente si può credere
che non sieno stati esaminati in Calabria; e così pure Geronimo di
Francesco che fu preso in compagnia di Giulio Contestabile, con tanta
prevenzione e tanto sdegno dello Spinelli. Il Contestabile, per la sua
qualità di clerico ne' quattro ordini sacri, dovè esser lasciato al
foro ecclesiastico, siccome già lo Spinelli si proponeva (ved. pag.
316); se non si procedè con lui come col Pisano e col Caccìa, questo
verosimilmente accadde perchè egli vestiva tuttora l'abito clericale,
mentre il Pisano e il Caccìa l'aveano deposto da un pezzo; risulta
infatti da una numerosa quantità di documenti conservati nell'Archivio
di Stato che era teorica del Governo, combattuta continuamente da'
Vescovi, non doversi ritener clerici coloro i quali da un pezzo ne
aveano deposto l'abito. Ma pel Di Francesco ci pare impossibile che non
siasi proceduto ad interrogatorii d'ogni maniera; probabilmente egli
dovè essere negativo in tutto.

Aggiungiamo qui che il Pittella, indiziato per tante vie e poi così
fortemente compromesso dal Vitale, fu catturato da un Gio. Andrea
Spina, ma mentre era tradotto in carcere a cavallo, riuscì a fuggire:
lungamente ricercato dalla giustizia vedremo che fu poi catturato
di nuovo, ma molto più tardi, nel 1601, e quindi lo troveremo in
Napoli[456]. Di tutti gli altri nominati dal Vitale abbiamo solamente
notizia che fu catturato Gio. Paolo Carnevale e con lui Tiberio
Carnevale[457], ma non Fabio Carnevale nè Fabio Contestabile,
che troveremo in qualità di testimoni in un'altra Informazione
ecclesiastica presa dal Vescovo di Squillace nel novembre e dicembre
di questo stesso anno 1599. Quanto poi a Marcantonio Contestabile,
egli rimase sempre contumace, e vedremo che dal tribunale di Napoli fu
dichiarato forgiudicato, con Gio. Francesco d'Alessandria, Alessandro
Tranfo, Matteo Famareda, Francesc'Antonio dell'Ioy, e Tulibio dello
Doce (o Dolce), come del pari Gio. Geronimo Prestinace e forse anche
Fulvio Vua, che sappiamo essersi entrambi nascosti[458]; inoltre
Geronimo Baldaya, che fu certamente preso ed interrogato circa
una lettera di Maurizio a Gio. Francesco Ferrayma trovata chiusa
presso di lui[459], dovè essere rilasciato e poi ricercato di nuovo,
probabilmente dietro le confessioni del Vitale, e vedremo anche lui
dichiarato forgiudicato, ma presentatosi e processato in Napoli,
liberato e poi ricercato ulteriormente, come si dirà a suo tempo.
Aggiungiamo ancora che delle altre persone ecclesiastiche nominate
o sospettate come aderenti alla congiura fu successivamente preso un
certo numero, all'infuori del Jatrinoli e di Gio. Jacovo Sabinis, i
quali doverono rimanere fuggiaschi, non essendoci pervenuta alcuna
notizia di Atti giudiziarii concernenti le loro persone. Fin dal
23 settembre era stato già preso fra Scipione Politi Francescano,
conosciuto come amico intimo del Campanella; l'Auditore Gio. Lorenzo
Martire andò a carcerarlo nel convento medesimo di Stilo dove egli
dimorava[460]. Fu poi preso l'8 ottobre fra Pietro Musso di Monteleone
Domenicano, che il barricello di Monteleone carcerò sotto il castello
di quella città: un fra Leonardo suddito di fra Pietro, mentre costui
volea farlo carcerare, lo denunziò come amico del Campanella, e un D.
Domenico Pulerà di Pimeni presentò allo Xarava due lettere dirette
a fra Pietro e rinvenute fin da luglio in un libro di lui durante
una visita che gli fece, una di fra Dionisio del 10 giugno e l'altra
del Pizzoni del 25 luglio, nelle quali si parlava di congregazione
di fuorusciti e di armi; inoltre un nipote di questo fra Pietro
andò caritatevolmente a deporre che il Pizzoni era stato in luglio a
visitare suo zio nel convento di Maierato e gli portò due pistole ed
un fucile, ed egli stesso, fra Pietro, si procurò un'altra pistola
e con queste armi se ne andò, soggiungendo che nell'udire la cattura
del Campanella e di fra Dionisio avea detto che gli dispiaceva[461].
Inoltre fu preso un fra Vittorio d'Aquaro sacerdote Agostiniano, il 9
ottobre, sulla via di Mamola, mentre tornava dalla Sicilia in Calabria:
fu preso un fra Giuseppe da Polistina, terziario Domenicano, in Reggio,
mentre di là s'imbarcava per Messina, ad oggetto di ricuperare certe
robe lasciate in eredità al suo convento. E furono presi alcuni altri,
ma ancora più tardi, e li vedremo a suo tempo.

Intanto fra Cornelio e il Visitatore, decisi a non lasciare la preda,
ripigliarono lo svolgimento del loro processo unitamente col Vescovo
di Gerace, che li secondò nel modo più sciagurato: ciò accadde il 13
ottobre, e si ebbe in tal modo il così detto processo di Gerace, fatto
da costoro assistendo alle sedute e facendo sentire la loro influenza
lo Spinelli, lo Xarava, diversi altri laici, co' metodi soliti ed
anzi peggiorati; sicchè gli ordini di Roma, dettati dall'amore della
verità e della giustizia, riuscirono del tutto infruttuosi. Era allora
Vescovo di Gerace fra Vincenzo Bonardo romano, già Segretario della
Congregazione dell'Indice e poi Maestro del Sacro Palazzo, uomo punto
tiepido nella difesa de' dritti giurisdizionali ed anzi prepotente
siccome abbiamo avuto opportunità di vedere altrove (pag. 121-122): ma
dovè forse allora essere invaso anche lui dal terrore che lo Spinelli
e lo Xarava aveano finito per incutere in quelle sventurate provincie,
onde si annullò interamente innanzi a fra Cornelio e agli ufficiali
Regii; nè sarebbe troppo arrischiato l'ammettere che lo Spinelli,
sollecitamente informato dal Governo della deliberazione presa in Roma
e nota fin dal 17 settembre, circa gli esami de' frati da farsi dal
Visitatore e fra Cornelio insieme coi Vescovi locali, avesse lasciato
Squillace e fatto tradurre tutti i prigioni a Gerace, precisamente
per profittare della debolezza in cui era caduto il Vescovo di quel
luogo. Certamente in Gerace gli ordini di Roma per lo meno non furono
interpetrati a dovere. Lungi dal prendere _altre informazioni con
secretezza e diligenza laddove occorressero_, si volle procedere
all'esame non solo di diversi altri prigioni ma anche di quelli
già esaminati scegliendo opportunamente gl'individui che sarebbero
risultati in danno: così fu esaminato di nuovo Giulio Soldaniero
senza rivelarne la condizione di guidato, fu esaminato il clerico
Pisano che era stato già perfino torturato dallo Xarava e il clerico
Caccìa che fu lasciato poco dopo torturare egualmente senza prenderne
nota e senza farne alcuna rimostranza, ma non furono esaminati il
clerico Contestabile e i frati Politi, Musso, Aquaro, Polistina,
oltre fra Dionisio, verosimilmente perchè si sapeva dover risultare
per lo meno negativi; e furono dal Vescovo e dal Visitatore commessi
gl'interrogatorii a fra Cornelio «come bene informato di tutto il
negozio», con la più grande condiscendenza verso gli ufficiali Regii,
con una estesa pubblicità e col solito corredo delle suggestioni,
delle minacce, de' terrori, senza farne mai parola ne' processi
verbali. Allorchè gl'infelici prigioni vennero in Napoli, questi fatti
si scovrirono mano mano, nè soltanto per opera degl'interessati ma
anche per opera degli altri carcerati, come p. es. del Contestabile
e del Di Francesco, che aveano vista o udita una parte di quegli
scandali: lo Xarava medesimo disse ingenuamente al Vescovo di Termoli
Giudice dell'eresia, che il Pizzoni non voleva confessare ma che alle
insistenze di lui testificò, e il Vescovo non mancò di farlo sapere a
Roma, togliendo così ogni dubbio possibile su' fatti asserti[462]. — I
prigioni si trovavano nelle carceri del castello dette «la Marchesa».
Fra Cornelio andava là a catechizzarli individualmente, manifestando
sempre che «per sutterfugger lo giudicio temporale» bisognava deporre
eresie: questo fece anche col Pizzoni eccitandolo a confermare l'esame
primitivo, come attestò poi il Di Francesco che trovavasi nella
medesima carcere; ma principalmente egli cercò di catechizzare coloro
i quali non si erano esaminati ancora, e massime i due clerici, Cesare
Pisano, che non ne avea bisogno essendosi già prestato, e Gio. Tommaso
Caccìa, che dovea pur trovare qualche modo di scampare la vita, e
poteva sperarlo solo dalla remissione al foro ecclesiastico. Qualche
volta il Visitatore accompagnava fra Cornelio in tale ufficio, e se non
trovavano arrendevolezza, minacciavano i riluttanti, giuravano che non
sarebbero usciti dal castello che in pezzi, sputavano sul viso, come
fecero p. es. col Petrolo, il quale non intendeva di confermare tutto
l'esame di Squillace. Allorchè poi si teneva seduta, ci era il Vescovo,
il Visitatore, fra Cornelio, il Mastrodatti della Curia Vescovile
Biagio Perlongo, e qualche sacerdote come testimone, p. es. Curiale de'
Curiali, Ferrante Guido, Gio. Antonio de Rinaldis, Antonio Lucissa;
fra Cornelio, intitolandosi anche _utriusque juris doctor_, dirigeva
gl'interrogatorii ed avea cura di mettersi sempre in mostra, ciò che
si rivela ottimamente da' processi verbali. Ma ci era anche Carlo
Spinelli, lo Xarava, ed inoltre il Capitano di campagna (il Ruffo)
con un certo numero di birri, e fu notato che mentre fra Cornelio
sedeva sopra uno sgabello con poca dignità, lo Spinelli e lo Xarava
erano adagiati sopra sedie a modo di Giudici; nelle mani di costoro
si lasciavano pure talvolta gl'imputati, ed essi li interrogavano
egualmente circa l'eresie, che anzi sappiamo essere stato presente
anche il Principe di Scalèa in una di queste sedute straordinarie.
Accadde inoltre talvolta, nelle sedute formali, che sorgessero
contestazioni sulle cose scritte, non venendo trovate concordi con le
cose dette, e s'interrompessero le sedute con scene di violenza, le
quali aveano un sèguito entro le carceri, dove si finivano di redigere
e firmare gli esami: intanto nulla di tutto ciò si rileva menomamente
da' processi verbali. Tra le scene di violenza, meritano di essere
ricordate quelle avvenute col Petrolo e con fra Pietro di Stilo. Il
Petrolo dalla sala del tribunale fu bruscamente rimandato in carcere,
e il Capitano di campagna gli tolse mantello e cappello per fargli
sfregio, sicchè i suoi compagni di carcere lo videro rientrare in
quella foggia «che pareva un pescatore»; ma dopo tre giorni venne fra
Cornelio a fargli premura che firmasse il processo verbale, quindi fu
chiamato al luogo della corda in presenza del Visitatore, dello Xarava
e del Mastrodatti, e dicendogli fra Cornelio che il processo verbale
era stato emendato, lo Xarava afferrandolo pel petto lo condusse
alla banca e l'obbligò a firmare. Fra Pietro di Stilo poi, come già
in Squillace così pure in Gerace, fu più volte interrogato senza che
si scrivesse nulla, perchè rifiutava di dire ciò che si voleva; gli
furono allora mostrati da fra Cornelio alcuni ferri, co' quali gli
minacciava di fargli stringere il petto, e il Capitano di campagna,
che era presente, faceva mostra di averne compassione; poi finalmente,
dopo parecchi tentativi, si potè redigere il processo verbale del suo
esame. Ora nella procedura ecclesiastica, e così anche nella procedura
secolare pe' delitti comuni, il solo condurre l'imputato nel luogo de'
tormenti equivaleva a un primo grado di tortura detto _territio_, e la
tortura, in qualsivoglia grado, non poteva amministrarsi che dopo di
avere compiti gli esami informativi e ripetitivi, e data all'imputato
la copia degl'indizii raccolti contro di lui[463]. Gravissime dunque
furono le irregolarità, con le quali si menarono innanzi gli Atti del
processo di Gerace, e le circostanze suddette debbono servire ad essi
di commento; passiamo ora a farne l'esposizione nel miglior modo che ci
sarà possibile.

Primo fra tutti, il 13 ottobre, fu esaminato fra Pietro Ponzio[464].
Rispondendo a diverse interrogazioni, egli disse ingenuamente che
credeva di essere stato carcerato perchè fratello di fra Dionisio,
espose dove e come e perchè lo avea visto negli ultimi tempi, attestò
l'amicizia di lui col Campanella da più di 14 anni avendo sempre
continuato ad essere amici, dichiarò di aver saputo che era stato
preso a Monopoli dicendosi comunemente che procurava una ribellione
col Campanella ed altri frati e secolari, negò che fra Dionisio gli
avesse mai parlato di tal cosa. Ed a fine di non fargli conoscere
il modo di esame che era stato adottato, i Giudici decisero di non
procedere oltre con lui. — Fu quindi esaminato fra Paolo Jannizzi della
Grotteria[465]. Egli disse che credeva di essere stato carcerato per
un fatto occorsogli a Filogasi (avea dato uno schiaffo al Baglivo di
quella terra), ma che intese essere stato carcerato per le cose del
Campanella; narrò che due volte sole avea visto il Campanella, la prima
in Napoli sette o otto anni avanti, allorchè egli, fra Paolo, trovavasi
in carcere e il Campanella passando per la via fu da lui pregato di
far giungere una sua lettera al P.^e Superiore, la seconda in Pizzoni,
dove lo trovò verso la metà di luglio col fratello giovanetto e due
altre persone a lui ignote, oltre i due figliuoli di Ferrante Crispo,
il Caccìa e Giovanni di Filogasi, tutti armati di fucile e pistola,
eccetto uno de' figli di Crispo. Disse di non sapere che costoro, in
Pizzoni, avessero mangiato carne di venerdì, ma che fra Gio. Battista
di Pizzoni, venendo da Monteleone a Gerace, gli avea detto di essere
stato carcerato per questa causa; negò di aver parlato di altro col
Campanella che di cose comuni, avendogli il Campanella, insieme
con fra Gio. Battista, detto solamente che i letterati non erano
premiati nè esaltati secondo il dovere; ma attestò che costoro «tutto
il giorno parlavano con li banniti in secreto et a longo», e dietro
interrogazione aggiunse che per le cose stategli dette e per quelle
da lui viste teneva il Campanella «per homo tristo et per malissimo
christiano, et il simile... di fra Gio. Battista di Pizzone». Si scusò
intorno al libro di negromanzia, affermando non essere di suo carattere
e non averlo nemmeno letto. Dietro altra interrogazione disse di aver
conosciuto fra Dionisio e di averlo, negli ultimi tempi, visto in
Pizzoni solamente per una notte di passaggio, nè avergli parlato per le
antiche inimicizie che avea seco; ed aggiunse che era stato inquisito
di aver voluto ammazzare fra Ponzio Provinciale, onde avea riportata la
condanna di tre anni di galera ed avea scontato questa pena.

In una 2.ª seduta, il 16 ottobre, furono esaminati molti altri, e ne'
processi verbali trovasi notato che l'interrogatorio fu commesso a
fra Cornelio. Comparve dapprima fra Pietro di Stilo[466], del quale
gioverà ricordare che in Squillace era stato interrotto l'esame non
appena cominciato. Egli continuando quell'esame, dietro interrogazioni,
disse avere udito dal Campanella che il Papa e il Re si accordavano a'
latrocinii, che l'elezione del Papa non era canonica contando per una
sola le molte voci de' pensionati del Re, che il vivere della Corte
Romana era biasimevole, che il Papa facea molte cose contro il dovere,
i Cardinali erano tiranni e lussuriosi della peggiore specie; inoltre
che si burlava del peccato della carne, senza ritenerlo veramente
lecito, e soltanto per detto del Petrolo egli sapeva che una volta
avea manifestato non esservi nell'ostia consacrata il corpo di Cristo.
Dietro altre interrogazioni speciali disse che il Campanella si burlava
de' miracoli, affermando che egli pure ne farebbe «in comprobatione
della sua scientia et delle sue opere, et che i miracoli non erano
altro che una applicatione de intentione di quello alla cui persona si
faceva il miracolo, et ch'ognuno potea far miracoli in questo modo»;
che mai gli era occorso di averlo udito chiamarsi Messia nè Profeta,
bensì Monarca, avendo detto anche «in presentia di Gio. Gregorio
Presinacio nella camera sua... che tutti gl'altri homini che di niente
erano venuti a qualche dignità o imperio haveano havuti solamente
tre pianeti ascendenti favorevoli, ma che esso n'havea setti, et che
per questo aspettava la Monarchia del mondo come anco li fu detto
da un valentuomo astrologo delle parti di Germania che si trovava
nell'inquisitione». Circa all'averlo udito discorrere di mutazioni di
Stato, disse che in Arena, nel palazzo del Marchese, gli avea detto che
era stato scritto contro di lui da quelli di Stilo al Nunzio ed al Papa
che avesse amicizia co' banditi, e che per scienza e per profezie di
S.^ta Brigida e del Savonarola egli provava «ch'in quest'anno seranno
gran revolutioni et mutationi di stato... et questi stati muteranno
regni et si faranno republiche et sarà bono in questi tempi per chi
si troverà armato et che haverà arme assai di difender se stesso»,
soggiungendo che non sapeva «si volesse dire di se stesso ma havea
molti amici et adherenti». Specificando poi questi amici disse che
i principali erano Giulio Contestabile, Fulvio Bua e sopra gli altri
Gio. Gregorio Presinacio; tra' monaci poi fra Dionisio e M.º Scipione
Politi Conventuale. Per detto del Petrolo affermò, sempre dietro
interrogazioni, che il Contestabile avea calpestato il ritratto del
Re Filippo, e prescelto quello del Gran Turco. Circa fra Dionisio, tre
volte costui era venuto a Stilo da che egli era Vicario nel convento;
nulla avea detto mai contro la fede, se non che parlava pubblicamente
del peccato di carne della più brutta specie e perfino se ne gloriava.
Circa Giulio Soldaniero, lo conosceva per avergli una volta portata
una lettera del Campanella, e pregatolo da parte di fra Tommaso che
si recasse da lui ma senza discorrere di altro. Tutto ciò non parve ai
Giudici conforme a verità, e fu deciso di rimandarlo nelle carceri per
poi continuare l'esame, e frattanto gli si domandò se avesse mai detto
di volere prender moglie, e subito fra Pietro accettò di averlo detto
spesso e in molti luoghi ma per burla.

Nel medesimo giorno, quantunque dal processo verbale dell'esame di
fra Pietro di Stilo si rilevi che era già tardi, furono esaminati il
Bitonto e tutti i rimanenti frati. — Il Bitonto[467] dovè prima di
tutto dar conto del come e perchè si trovasse senza abito monastico,
senza chierica e con lunga barba; e rispose che fu preso mentre
dormiva e non gli fu dato tempo di vestirsi, che s'avea tolta la
corona per certe infermità e la barba gli era cresciuta! E narrò che
si era rifugiato in una vigna, poichè gli fu detto dovere esser preso
come amico del Campanella. Quindi narrò la sua antica conoscenza
col Campanella, la visita fattagli in giugno con fra Dionisio, fra
Jatrinoli, il Pisano e il Grillo, trattando cose di frati, e la fermata
a Stignano in casa Grillo, dove il Petrolo e il padre del Campanella
gli aveano donato qualche vivanda e fra Dionisio avea detto certi
concetti predicabili; ma i Giudici non ne furono contenti. Dietro
altre interrogazioni, disse di conoscere Cesare Pisano suo parente
e di essere andato con lui a Bagnara e a Messina; negò di aver mai
consacrate più particole fuor di bisogno, negò di aver mai saputo
un abuso osceno dell'ostia consacrata. Circa fra Dionisio, disse di
averlo conosciuto da molto tempo, di essere stato con lui e col Pisano
in Oppido, in Bagnara dove predicò, ed in Messina dove egli comperò
materasse e fra Dionisio libri, zafferano e pepe; aggiunse di averlo
visto poi un'altra volta ed essere andato allora con lui e col Pisano
presso il Campanella per pregarlo che gli procurasse qualche predica,
tornando poi per Castelvetere dove trovò carcerato il Gagliardo;
aggiunse ancora di averlo visto una terza volta quando con lui e col
Campanella andarono a Castelvetere, dove visitò il Pisano carcerato
ed ebbe occasione di incontrarsi ancora col Gagliardo, dicendogli
soltanto che stesse di buon animo. I Giudici non furono contenti, e
l'avvertirono che continuerebbero l'esame «etiam rigorose». — Venne
quindi chiamato il Pizzoni, e rilettogli l'esame primitivo, egli lo
confermò e ratificò in tutto e per tutto. Lo stesso fece il Lauriana
e si giunse finalmente al Petrolo. Il Petrolo[468] confermò del pari
il suo esame primitivo ma volle emendate due cose; la prima, che il
Campanella avesse comunicate le sue opinioni a' gentiluomini da lui
nominati, ciò che era stato detto per errore; la seconda, che egli
avesse lasciato l'abito per timore di esser preso ed ucciso dalla
Corte, mentre dovea dirsi per timore di essere ucciso da Maurizio de
Rinaldis, avendo lui, Petrolo, sconsigliato il Campanella di recarsi
presso Maurizio.

Il 18 ottobre, fu esaminato Giulio Soldaniero[469], il quale egualmente
confermò e ratificò l'esame primitivo. Due cose pertanto si fanno
notare nel processo verbale del suo nuovo esame; la prima, che il
Visitatore neanche questa volta vi fu presente; la seconda, che fra
Cornelio gli suggerì «che avverta aver detto queste cose per zelo della
fede e della religione, come pure della fedeltà che deve al Serenissimo
Re, e non per odio ne passione alcuna», e il Soldaniero rispose, «io
l'ho detto per zelo della fede et per fideltà ch'ho portato et porto a
Re Filippo nostro Signore et non per odio ne passione alcuna»!

Il giorno seguente, 19 ottobre, furono esaminati il Pisano e il Caccìa,
ed anche per costoro fu dato a fra Cornelio l'incarico di esaminare,
quasi che fossero semplici testimoni e non già principali. Il Pisano
fu, al solito, loquace oltre misura[470]. Disse trovarsi carcerato «per
conto della rebellione procurata in questi Stati», e dietro successive
interrogazioni rispose, che andando lui carcerato in Castelvetere, il
Bitonto gli disse di stare allegramente perchè avrebbe nelle carceri
trovato il Gagliardo molto amico suo, ed andatovi, il Gagliardo gli
si presentò come amico del Bitonto, il quale era stato una volta col
Jatrinoli a visitarlo in quelle carceri; e così egli, il Pisano,
cominciò allora a parlare al Gagliardo della ribellione. Ma qui i
Giudici gl'imposero silenzio, volendo che trattasse solo delle cose
della fede. Ed egli disse che cominciò a parlargli del Campanella
nuovo Messia, il quale volea fare nuova legge; e ripetè le solite
proposizioni da lui manifestate contro Cristo, contro la Trinità,
ammettendo «un solo Dio o sia spirito che governa il tutto et move gli
cieli», contro i miracoli di Cristo e la sacra scrittura, che era stata
dettata dagli amici di Cristo: ma negò di avere intorno a Maria detto
altro, se non che fosse moglie di S. Giuseppe e nera, appoggiandosi
al _nigra sum_; confessò di aver parlato delle cattive relazioni
tra Gesù e S. Giovanni, comunque non vi avesse creduto, ed attestò
che giammai fu redarguito intorno a ciò nè dal Gagliardo nè da alcun
altro. Aggiunse aver negato il purgatorio, l'inferno e il paradiso,
negato anche il Sacramento dell'altare, raccontando che nella cena di
Stignano fra Dionisio l'avea predicato con gli esempi di pugnalate
date all'ostia, del pugno datole da un inglese in Roma e di qualche
altro fatto osceno; non accettò che questo fosse stato commesso da lui,
e nemmeno dal Bitonto. Proseguì la storia delle proposizioni da lui
dette al Gagliardo contro il Papa e i Cardinali, contro l'istituzione
monastica, contro Cristo, contro i digiuni, contro l'immortalità
dell'anima; negò qualunque altra cosa appostagli, e specialmente
di aver detto che nè per Cristo nè pe' paternostri si sarebbe mai
fuori di carcere ma solo co' danari. Circa il Campanella disse di
aver manifestato che era nuovo Messia, farebbe miracoli come Cristo,
predicherebbe la libertà, ed avrebbe più seguaci ed acquisterebbe più
Stati, perchè avrebbe la virtù unita con l'armi. Negò poi di professare
i detti errori e disse di averli manifestati a que' compagni di carcere
«per indurli o confirmarli alla rebellione temporale», attribuendo a
fra Dionisio l'averglieli insegnati in que' viaggi ad Oppido, Bagnara
e Messina, e poi a Stignano ed a Stilo, nei quali l'accompagnò insieme
col Bitonto. E qui fece un'altra volta la noiosa ripetizione di
tutte le cose dette, nel modo in cui le aveva espresse fra Dionisio,
dal quale solamente affermò di averle udite, mentre gli altri frati
plaudivano. Circa i suoi compagni di carcere in Castelvetere, manifestò
l'opinione che Felice Gagliardo non solo professasse quegli errori ma
anche ne sapesse più di lui, essendone stato istruito dal Bitonto, e
così pure Orazio Santacroce «al quale aveano confidata ogni cosa» e
dal quale udì che gli piaceva la ribellione progettata da' frati perchè
volea vendicarsi del Vescovo di Gerace ed ammazzarlo con le sue mani!
Finì dunque per accusare anche il Bitonto, mostrandosi, da parte sua,
pentito di aver manifestato quegli errori. Da ultimo interrogato se
avesse conosciuto il Campanella e se gli avesse mai parlato, disse
di averlo veduto soltanto per dodici ore, quando da Monasterace lo
accompagnò a Stilo insieme co' frati, i quali lo presentarono a fra
Tommaso come uno degli amici, e fra Tommaso, perchè erano a cavallo, si
volse a lui e disse «bene, bene», e non iscambiarono altre parole.

Si passò quindi all'esame di Caccìa[471]. Costui disse egualmente
trovarsi carcerato «per causa della rebellione procurata in questi
Stati»; ma i Giudici gli vietarono di proseguire e gli ordinarono di
rispondere alle interrogazioni, ed egli disse di credere che veniva
esaminato «per conto delle cose di fra Thomaso Campanella et di fra
Dionisio Pontio et di fra Gio. Battista di Pizzoni per conto delle
sue heresie et opinioni». Narrò che avea conosciuto il Campanella
una volta in Stilo, quando vi andò col Contestabile verso la fine
del maggio, rimanendovi per otto giorni, un'altra volta parimente
in Stilo rimanendovi tre giorni, ed una terza volta in Arena. Avea
conosciuto pure fra Dionisio le due prime volte che era stato presso
il Campanella, e poi una terza volta quando l'accompagnò a Pizzoni,
di dove fra Dionisio subito fuggì per timore di Carlo di Paola venuto
a carcerare fra Gio. Battista e il Lauriana. Aveva inoltre conosciuto
il Pizzoni nel convento in cui era Vicario, ed era stato quattro volte
presso di lui. Disse di ritenerli tutti e tre «per homini tristissimi
et pessimi et per mali Christiani» per alcune cose scandalose che
aveva udite da loro. E cominciando dal Campanella narrò, che avendogli
dimandato se conoscesse arte magica, il Campanella gli disse «o
chiotto, e tu credi che ci siano diavoli?... pezzo di chiotto, non
cè ne diavoli ne inferno»; ed altra volta disse di volere «far nova
legge, et che quando cominciasse a predicare che allora si sentirebbe
la verità et la legge che esso volea fare, la quale sarà la vera legge
di vivere et meglio di questa delli Christiani», soggiungendo: «non me
communicò il particulare della legge o della verità che pretendia di
predicare, si bene intesi da esso proprio nel sudetto loco che volea
far mutar il modo di vestire da quello che s'usa adesso et volea che si
portasse una giobba longa o sia veste, ma non sò come o di che colore».
Venendo a fra Dionisio disse che una volta, lui presente, volendo
andare a Messa, egli se ne burlò, chiamandola una bagattella; nè altro
udì mai da lui contro la fede. Infine, venendo al Pizzoni, disse che
una volta, avendogli detto di sgridare il nipote Fabio già frate che
da poco tempo avea deposto l'abito monastico e si facea chiamar Lucio,
perchè avea mangiato carne nella sera della vigilia di S. Bartolomeo,
non lo volle fare, burlandolo col dire che vigilia s'intendeva il
dì e non la notte; e un'altra volta, nel leggere lui, il Caccìa, un
tratto di Plinio in cui si parlava della natura, dimandato al Pizzoni
cosa fosse questa natura di cui parlava Plinio, egli rispose che la
natura era ciò che noi chiamiamo Dio, e che non v'era altro Dio che la
natura. Dichiarò di non conoscere altri frati, e di ritenere che que'
tre credessero realmente a quelle opinioni, mentre egli non vi avea mai
creduto e si era sempre allontanato da loro quando le aveva udite. Ma
era venuto a conoscenza de' Giudici che nel convento degli Agostiniani
di Belforte, dove egli soleva dimorare, una volta, avendo lui trovato
su di un tavolo un Gesù crocifisso lo avea gettato a terra, e si volle
sopra di ciò interrogarlo; ed egli rispose che si trattava solo di
una testa di crocifisso, la quale non avea nemmeno riconosciuta, e
facendogli ingombro, l'avea gettata a terra. Notiamo poi che la qualità
di clerico fu ammessa da' Giudici tanto pel Caccìa quanto pel Pisano, e
trovasi debitamente registrata nei processi verbali.

È questo, in succinto, il processo di Gerace, che per la presenza
del Vescovo nella compilazione di esso riuscì tanto più grave, non
avendo il Vescovo in realtà fatto altro che covrire e lasciar passare
la malvagità de' frati Inquisitori e la prepotenza degli ufficiali
Regii. Ma dobbiamo ancora vedere il valore delle deposizioni raccolte.
E cominciando da quella di fra Pietro Ponzio, possiamo dire che essa
non aggiunse nulla, e servì solo a mostrare che veramente fra Pietro
non era stato fatto consapevole di queste faccende. La deposizione
poi di fra Paolo della Grotteria aggravò certamente le condizioni del
Campanella e di fra Gio. Battista, massime dal lato della congiura,
quantunque non avesse fornito che semplici indizii ed apprezzamenti
degni di un ex-galeotto, il quale non si faceva scrupolo di calcare
la mano su' compagni nell'impresa, credendo di propiziarsi i Giudici
in questa guisa. Ma grave riusciva sopra tutte le altre la deposizione
di fra Pietro di Stilo: egli rivelava finalmente parecchie e non lievi
cose tanto circa l'eresia quanto circa la congiura, ed evidentemente
dovea saperne molte di più, giacché, e per l'amicizia che lo legava
al Campanella, e per la sua posizione di Vicario del convento che lo
costituiva responsabile di aver tollerato cose simili, avea tutto
l'interesse di celare quanto più poteva. Senza dubbio, dopo tante
rivelazioni fatte dal Pizzoni e dal Petrolo, dopo tante rivelazioni
fatte anche da' laici, le quali aveano già condotto alla morte il
Crispo e il Mileri, negare ulteriormente era di grandissimo pericolo
per lui, di niun vantaggio alla causa: adunque non trattavasi più
solamente di dir cose di eresia per sottrarsi alla Corte temporale,
ma anche di lasciare la parte dell'ingenuo che oramai non poteva più
persuadere alcuno, badando tuttavia a rivelare il meno possibile. E
rivelò le cose certamente più comuni e più frequenti a trovarsi in
bocca al Campanella, e parlò soltanto delle opinioni di lui sul Re,
sul Papa e sulla elezione Papale, sulla poca importanza de' peccati di
carne e la nessuna importanza de' miracoli, e se non tacque l'opinione
sul Sacramento dell'altare, ciò accadde perchè essa era nota al Petrolo
ed egli era in grado di capire che costui non avea dovuto tacerla.
Così, con la stessa altissima probabilità con la quale si è detto che
il Pizzoni, seguìto poi dal Petrolo, rivelò tutto ed anche qualche
cosa di più, può dirsi che fra Pietro di Stilo rivelò molto meno
di quanto conosceva: e naturalmente deve dirsi, che l'avere taluni
abbondato nelle rivelazioni delle cose di eresia, con la speranza di
sfuggire in tal modo la Corte temporale, va inteso non già nel senso
di _avere inventate le eresie_, ma nel senso di _non averle nascoste_.
Per farsi un giusto concetto della causa, interessa grandemente che
tutto ciò sia ben fermato. Le violenze, usate da fra Cornelio poterono
esser dirette a pretendere che fra Pietro facesse altre e più gravi
rivelazioni, ma quelle che fra Pietro fece non vennero strappate a
forza: difatti vedremo in sèguito dichiarato da lui che «fra Cornelio
scriveva troppo diffusamente», ridotta così l'asprezza ma non negata
la qualità delle sue rivelazioni; e veramente è naturale ammettere
che tanto la parola «sceleratissimo» usata verso il Campanella nel
primo esame, quanto diverse altre parole aggravanti usate nel secondo
esame, non sieno state le precise parole di fra Pietro, ma, attenuate
pure convenientemente queste parole, il fondo delle cose non riusciva
sostanzialmente modificato. Lo stesso deve dirsi delle rivelazioni di
fra Pietro circa la congiura. È superfluo notare quanto sia grave il
fatto deposto che il Campanella riteneva dover essere monarca del mondo
in virtù di sette pianeti favorevoli, ciò che era suggellato anche
coll'autorità di un astrologo germanico; nella premura di scolparlo
dell'essersi lasciata dare la qualità di Messia e di Profeta, fra
Pietro non dovè calcolare l'importanza della sua rivelazione. Del
resto si sforzò di dire che il Campanella, dietro i presagi e le
profezie di future repubbliche, raccomandava di avere molte armi per
_difendere sè stesso_, ma non potè nascondere che avea _molti amici e
aderenti_, la qual cosa doveva essere un fatto più che notorio. E fra
essi nominò Giulio Contestabile, senza dubbio pel risentimento eccitato
dalla sua mala condotta, e più ancora per la necessità di dover dire
la faccenda dell'oltraggio fatto all'immagine del Re, essendo ciò
conosciuto anche dal Petrolo; nominò il Vua e il Presinacio, certamente
perchè li sapeva nascosti ed al sicuro dalle unghie del fisco; ma
non nominò Maurizio e con lui quanti altri egli dovea aver visti e
conosciuti nella sua posizione di Vicario del convento di Stilo. Dei
frati poi nominò appena fra Dionisio per la ragione che era un aderente
manifesto anche troppo, e fra Scipione Politi per una ragione rimasta
ignota ma che ci dovè essere, poichè questo frate, sebbene nominato da
tante e così gravi testimonianze e già carcerato, non fu menomamente
travagliato. Da ultimo non potè nascondere che conosceva il Soldaniero
e gli avea portata una lettera del Campanella, essendosi probabilmente
persuaso che il Soldaniero, nel suo voltafaccia, avea dovuto rivelare
e forse anche presentare questa lettera. Come ben si vede, egualmente
da siffatto lato la deposizione di fra Pietro venne ad aggravare
la condizione del Campanella, sebbene fosse stata condotta con una
discrezione notevolissima. I Giudici non poterono essere soddisfatti,
perchè si aspettavano da lui molto più, e manifestamente non a torto.
Anche per noi, attese le qualità di fra Pietro, questa deposizione non
può non avere una importanza grande, nè solo per quello che dice, ma
anche per quello che non dice e lascia trasparire sufficientemente.
Il Campanella aveva presagi di vicine mutazioni ed anche presagi
grandiosi per la persona sua, insinuava l'utilità di armarsi, aveva
molti aderenti e scriveva a fuorusciti per chiamarli a sè: questi
grandi tratti bastano a chiarire la causa, e nella farragine di
deposizioni d'ogni risma, trovandone taluna come questa, non sospetta,
sopra di essa conviene fondarsi per avere una guida meno fallace nella
intralciata quistione.

Poco ci tratterrà il giudizio sul valore delle rimanenti deposizioni.
Il Bitonto, negativo in tutto, trovò una scusa per ogni interrogazione,
ma una scusa tale da sfidare qualche volta la pazienza de' Giudici,
e per tal modo non recò alcun vantaggio a sè nè agli altri. Il
Pizzoni poi giunse solo a confermare quanto avea deposto, mentre
pure sappiamo che voleva per lo meno emendate alcune cose e non vi
riuscì; questo ci comprova che nella prima deposizione avea rivelato
più del vero. Lo stesso va detto pel Petrolo, le cui emendazioni non
mutarono sostanzialmente le cose, dovendosi tuttavia notare, che quella
introdotta per ispiegare meglio la sua fuga venne troppo tardi per
potere veramente scusar lui denigrando Maurizio. Del Lauriana poi,
come del Soldaniero, è inutile occuparsi: con ogni probabilità essi
non avrebbero nemmeno saputo ripetere tutte lo cose dette nella loro
prima deposizione, laddove a qualche Giudice, e p. es. al Vescovo,
fosse venuto in mente di esigerlo; intanto tutti costoro ribadivano le
accuse, e le cause del Campanella riuscivano sempre peggiorate. Quanto
al Pisano, egli, poco più o poco meno, ripetè sempre le solite cose,
come lo abbiamo visto innanzi al Delegato del Vescovo di Gerace e poi
innanzi allo Xarava, e come lo vedremo sul punto di essere giustiziato;
tuttavia questa volta si mostrò risentito e vendicativo più del solito
verso coloro i quali riteneva essere stati rivelatori delle cose sue,
specialmente verso il Santacroce, oltre il Gagliardo. Tale sua costanza
nelle deposizioni, mentre addimostrava che egli diceva il vero,
riusciva aggravante massime per fra Dionisio e gli altri frati compreso
il Campanella, sebbene anche questa volta egli avesse dichiarato
un po' meno del vero le brevi relazioni avute direttamente con lui.
Infine quanto al Caccìa, costui veramente aggiunse cose di eresia ed
aggravò sempre più le condizioni del Campanella, di fra Dionisio e del
Pizzoni: non ne conosceva molte, e ciò prova da una parte che non glie
ne furono artificiosamente suggerite da alcuno quando trovavasi nelle
carceri, e d'altra parte che in realtà non v'era ne' frati il proposito
di seminare eresie, come fra Cornelio e i Giudici laici pretendevano;
invece quelle poche che dichiarò, e il modo in cui disse di averle
sapute, provano che se fra Dionisio ne parlava, ciò avveniva realmente
perchè voleva, a modo suo, spiriti forti i soldati della futura
ribellione, e se ne parlava il Campanella, ciò avveniva o perchè vi
era condotto dalla necessità dietro certe dimande, o perchè alludeva a'
principii religiosi che avrebbero avuto impero nel futuro Stato.

Pertanto una copia di questo processo, come veniva certamente spedita
a Roma, così veniva anche rilasciata agli ufficiali Regii. Gli Atti
esistenti in Firenze mostrano indubitabilmente tale compiacenza de'
Giudici ecclesiastici, e fanno rilevare che questa copia rimase come
allegato di tutto il processo di tentata ribellione, mentre la copia
dell'Informazione presa da fra Cornelio e dal Visitatore era stata
inserta nel 1.º volume de' processi medesimi[472]. Il Vescovo di Gerace
verosimilmente chiuse gli occhi sopra una simile infrazione delle
norme assolute del S.^to Officio e degli ordini formali di Roma, che
intimavano diligenza e segretezza, come li chiuse certamente sopra
gli esami fatti e le torture inflitte da' Giudici laici al Pisano e al
Caccìa, mentre venivano riconosciuti clerici ne' quattro ordini sacri.
Del resto avea chiusi gli occhi anche sulla mancanza di segretezza
durante gli esami, per l'intervento degli ufficiali Regii e della loro
gente armata, la qual cosa si fece sentire in modo non lieve a carico
de' poveri inquisiti; giacchè non solo divennero sempre più diffuse
le voci di congiura e di eresia, ma ne andarono per le piazze le più
minute particolarità, e così in qualche altra Informazione, che si
ebbe a prendere posteriormente, si trovarono generalizzate assai più
di quanto era legittimamente imputabile agl'inquisiti. Vedremo tra poco
che in una nuova Informazione commessa da Roma al Vescovo di Squillace,
e presa in novembre e dicembre di questo stesso anno, si raccolsero
molte e molte cose specialmente «de fama publica, de auditu incerto
post carcerationem», e non si potrebbe dire con precisione quante ne
avessero disseminate gl'inquisiti e quante i Giudici. Ma a' Giudici
medesimi, segnatamente a quelli ecclesiastici, nocque non poco la loro
sciagurata maniera di procedere: lo zelo eccessivo di fra Cornelio,
secondato per lo meno dalla notevole acquiescenza del Visitatore, al
contrario di ciò che costoro si attendevano, come ingenerò sospetto
in Roma, così ingenerò disgusto e sospetto nel pubblico; il processo
di eresia fatto in Napoli venne poi a rivelare le voci corse sul
proposito, e gioverà qui riferirle. «Comunemente fra Cornelio e il
Visitatore si tenevano Vescovi»; di fra Cornelio «dicevasi che lo
volevano fare sin fino Arcivescovo di Toledo»! Era questa senza dubbio
una caricatura, ma da essa si desume l'impressione che i procedimenti
di fra Cornelio aveano destata: nè vale il dire che tali voci vennero
messe innanzi dagl'inquisiti che aveano interesse di farlo, come fra
Pietro di Stilo, il Petrolo, ed anche il Bitonto, il quale disse
perfino di avere udito l'Avvocato fiscale assicurare fra Cornelio
«che se li saria procurato un Vescovato»[473]; vedremo più tardi fra
Cornelio, deluso e malcontento, recarsi da Napoli in Ispagna, ed il
Nunzio risentirsene con vivacità, la qual cosa non potrebbe spiegarsi
senza ritenere che le voci corse avessero davvero un fondamento.
D'altra parte dicevano «alcuni preti in Hieraci, che fra Cornelio havea
preso de li dinari da Misuracha acciò che andasse contra li monaci
e facesse tutto il possibile contra di essi e questo per havere la
taglia»; molti attestarono ancora avere udito dal padre del Pisano, ed
egualmente dal Caccìa, che entrambi aveano dato danaro ed altre robe a
fra Cornelio dietro promessa di farli rimettere al foro ecclesiastico,
ed egli li avea traditi. Il Campanella medesimo raccolse poi queste
voci e le addusse nelle sue Difese; ma per verità almeno quanto al
Mesuraca, non occorreva l'opera di fra Cornelio e non era stata neanche
bandita una taglia o premio per la cattura del Campanella; quanto
poi al Pisano ed al Caccìa, la cosa potè esser vera, essendo avvenuto
pure qualche altro fatto che pose in evidenza lo spirito di profitto
di quel tristo frate. Il fatto fu questo. Allorchè l'opera sua era
compiuta, e rimaneva soltanto che gl'inquisiti fossero tradotti a
Napoli, egli cercò danaro da' conventi di Calabria sotto pretesto di
sovvenire gl'inquisiti; il danaro fu sborsato, ma non giunse a coloro
pe' quali era stato raccolto, e il Visitatore anche questa volta per
lo meno lasciò fare. Il Vescovo di Termoli, Giudice dell'eresia in
Napoli, volle poi informarsi di tale faccenda e scrisse a Roma intorno
al Visitatore e a fra Cornelio in questi sensi: «la verità è che si
fecero dar molti denari per provedere a questi carcerati, et non gli è
stato provisto, mà frà Cornelio li hà spesi in venir à Roma, et si come
intendo ne diede conto alli superiori in Calabria»[474].

Passiamo ora a narrare le ultime gesta dello Spinelli e dello Xarava in
quelle sventurate provincie. Secondo gli ordini già dati dal Vicerè,
essi dovevano far giustiziare quattro de' più colpevoli, ed inoltre
anche Maurizio dopo di averne vagliata bene la causa, quindi tradurre
tutti i rimanenti carcerati in Napoli. Ma, come il Vicerè medesimo
fece sapere a Madrid con sua lettera del 20 ottobre[475], essendo
i carcerati più di cento, e tra loro venticinque fuorusciti ed otto
o dieci frati, a fine di risparmiare questo peso alle terre per le
quali avrebbero dovuto passare, egli ordinò a D. Garzia di Toledo
che con quattro galere, raccogliendo i soldati inviati a Lipari e ad
altre parti, se ne venisse al Pizzo o a Scalèa e di là avvertisse
lo Spinelli di recarsi con tutti i carcerati ad uno di que' posti,
per imbarcarsi con loro nelle galere e tornarsene in Napoli; quivi
giunti, egli diceva, «se ne vedranno le colpe e si procederà con
loro come meglio convenga, procurando di esaminare radicalmente il
fatto di questo negozio e quelli che vi si troveranno colpevoli».
Sappiamo che le galere erano partite da Napoli il 10 8bre (ved.
pag. 330), ma l'adempimento della loro commissione a Lipari e poi il
mare procelloso furono cagione di tanto ritardo, che gli ordini del
Vicerè si poterono eseguire solamente ai primi di novembre. Da' folii
del processo finora noti non apparisce che in tutto questo tempo si
fossero fatti altri esami di qualche importanza: ma bisogna sempre
ricordarsi che la massa de' sunti a noi pervenuti è solo quella che
direttamente o indirettamente riguarda gl'inquisiti ecclesiastici,
e mentre da una parte si trova ancora in que' sunti qualche cosa di
siffatto genere, d'altra parte sappiamo che vi furono perfino altri
laici «convinti e confessi» e poi giustiziati nel porto di Napoli;
riesce quindi manifesto che fino all'ultimo momento la persecuzione
continuò e il tribunale non cessò mai di funzionare. Noi abbiamo
cercato di raccogliere in un elenco i nomi di tutti coloro i quali si
trovano citati in ogni maniera di documenti, e massime ne' processi,
come carcerati o perseguitati per la causa del Campanella: i lettori
lo troveranno in una delle Illustrazioni annesse a' Documenti e
potranno prender conoscenza di questi nomi[476]. Qui ne menzioneremo
appena taluni, che non abbiamo ancora avuta occasione di citare e che
poi vedremo emergere nel corso degli avvenimenti; p. es. Francesco
Antonio di Oliviero di Nicastro, che il Campanella nelle carceri di
Napoli segretamente ebbe a compiangere perchè del tutto estraneo a
que' maneggi[477]; Marco Antonio Giovino (corrottamente Ingioino) di
Catanzaro, a' cui fratelli venne poi imputata l'uccisione del fratello
del Biblia per vendetta[478]. Ma principalmente dobbiamo menzionare
taluni catturati da Giulio Soldaniero e Valerio Bruno, i quali, dopo
di aver consegnato Gio. Tommaso Caccìa, continuarono in siffatti
servizii e si meritarono poi l'indulto consegnando «in Gerace» Gio.
Battista Bonazza alias Cosentino di Nicastro, Fabio Furci, Scipio
lo Jacono, Cola Politi, Conte Jannello, Marcello Barberi, tutti di
Tropea, ed Orazio Paparotta (o forse meglio Paparatto) di Nicotera. I
nomi di costoro con la qualità di «forasciti et rebelli» si leggono
appunto nell'indulto concesso dallo Spinelli al Soldaniero e al
Bruno, ed i primi tre, il Bonazza, il Furci e il Lo Jacono son detti
«confessati in tortura et condennati a morte», gli altri son detti
«carcerati in questo tribunale per tormentarli»[479]. Sul Bonazza
noi abbiamo rinvenuto nel Grande Archivio documenti i quali mostrano
essere stato già prima del 1599 catturato e condannato a morte e
poi mandato alle galere per omicidio[480]; bisogna perciò dire che
in quest'anno fosse evaso ed ascritto tra' congiurati siccome anche
il Pizzoni attestò; per fermo le parole dell'indulto non lasciano
dubbio circa la nuova imputazione fatta a lui ed a' suoi compagni
e dànno il modo d'interpetrare i nomi e la condizione di almeno tre
su' quattro individui che vennero più tardi impiccati sulle galere
in vista di Napoli come ribelli, senza essersene saputo mai altro. I
processi ecclesiastici fanno anche conoscere per incidente come e dove
il Bonazza e i suoi compagni furono presi: essi erano rifugiati nel
convento di S. Francesco di Paola di Tropea e vennero assediati dal
Soldaniero con la sua comitiva, ed anche da un Camillo di Fiore con
un'altra comitiva; costoro promisero che catturando que' rifugiati li
avrebbero consegnati nelle carceri Vescovili, ed invece, burlando il
Vicario, li tradussero a Monteleone e poi a Gerace nelle mani dello
Spinelli, onde il Vescovo di Tropea ebbe a scomunicarli[481].

Come pe' laici, egualmente per gli ecclesiastici continuarono le
catture e si prese anche qualche Informazione, ma sempre d'ordine
dello Spinelli; e da questo lato abbiamo notizie incomparabilmente
più complete, fornendole gli Atti esistenti in Firenze ed inoltre i
Preliminari del processo di eresia fatto in Napoli. Mentre il tribunale
ecclesiastico funzionava in Gerace, il 13 ottobre fu catturato fra
Francesco di Tiriolo Domenicano, essendogli stata trovata una licenza
per andare in Candia e Venezia, una carta scritta in turco e certe
lettere nelle quali si diceva dover lui andare in Turchia per fare un
riscatto; lo prese il Capitano Manfusio nel convento di Cutro[482].
Verso il 18 ottobre fu catturato D. Gio. Battista Cortese clerico
del Casale di Pimeni in casa di Gio. Vincenzo Camarda, ed inoltre D.
Gio. Andrea Milano sacerdote di Filogasi, mentre si ritirava nella
sua abitazione; si ricorderà che entrambi erano stati nominati nella
lettera scritta dal Crispo a Geronimo Camarda e caduta nelle mani
del fisco[483]. Il 20 ottobre fu catturato anche D. Marco Petrolo
di Stignano, quel buon sacerdote che dopo aver dato ricetto al
Campanella lo denunziò; un Ferrante de Sanctis napoletano lo prese di
notte in casa del cognato[484]. Verso il 23 ottobre fu catturato D.
Colafrancesco Santaguida di S.^ta Caterina sacerdote, mentre assisteva
a certe lezioni; lo prese Gio. Battista Carlino Commissionato dello
Spinelli, perchè quattro testimoni deposero esser lui andato in giugno
sulle galere turche e statovi circa un'ora in compagnia di diversi
altri, fra' quali i due clerici Giovanni Ursetta e Valentino Samà
della stessa terra, e costoro furono egualmente catturati[485]. E fino
all'ultimo momento, quando i prigioni erano sul punto d'imbarcarsi
al Pizzo, fu ricordato D. Domenico Pulerà che abbiamo visto altrove
denunziante di fra Pietro Musso: era sacerdote di Pimeni e stava
a Filogasi presso il Vescovo di Mileto; lo Spinelli credè bene di
chiamarlo al Pizzo e farlo imbarcare egualmente[486]. Aggiungeremo
che fu unito agli altri anche un Giulio di Arena, clerico coniugato di
Maierato, il quale fu preso dal Governatore del Pizzo e condotto sulle
galere, onde si trovò poi nella lista degli ecclesiastici prigioni,
senza che apparisca alcun altro provvedimento per lui[487]: le nostre
ricerche nell'Archivio di Stato ci hanno fatto trovare un documento, il
quale mostra che questo clerico veniva richiesto da Napoli per altri
delitti[488]. Aggiungeremo ancora che il 31 ottobre, se pure non è
uno sbaglio del Mastrodatti nella indicazione del mese, fu presa una
Informazione a Stilo dall'Auditore De Lega intorno alle relazioni tra
Giulio Contestabile, il Campanella ed altri[489]: dodici testimoni,
tra' quali due donne, attestarono più o meno l'amicizia del Campanella
con Giulio e col Di Francesco, con Marcantonio Contestabile, col
Caccìa ed altri fuorusciti, col Vua e col Prestinace che si erano
assentati; taluno affermò pure che il Di Francesco una volta avea
dimandato uno spirito familiare al Campanella e costui rispose che
non ne sapeva niente; altri affermarono di più che il Di Francesco e
il Campanella avevano insieme mangiato carne in giorni proibiti! Ciò
mostra che oramai tra le popolazioni le notizie dell'ordine temporale
e dello spirituale correvano congiunte in guisa, che pure i Giudici
laici avevano a raccogliere da persone indifferenti fatti dell'una e
dell'altra categoria.

I carcerati riuniti per essere tradotti a Napoli furono al numero
di 156, come risultò appunto nel loro arrivo e troveremo accertato
da diversi fonti. Ognuno avrà visto che erano stati messi insieme
tanto quelli ritenuti veramente colpevoli quanto i semplici sospetti,
gl'imputati e parecchi testimoni: basta ricordare che a lato di fra
Tommaso trovavasi carcerato non solo il fratello Gio. Pietro, ma
anche il vecchio padre Geronimo, a lato di fra Dionisio trovavasi fra
Pietro Ponzio suo fratello etc. Ma ognuno avrà visto pure che molti,
e non di lieve importanza, erano riusciti a tenersi nascosti; abbiamo
altrove citati parecchi di costoro e potremmo citarne ancora diversi
altri, come p. es. Ottavio Sabinis, Paolo e Fabrizio Campanella,
Geronimo Ranieri etc. E però, tenuto conto anco dei fuggiaschi e
perseguitati, il numero de' compromessi risulta sempre ragguardevole;
nè si deve passare sotto silenzio che dietro quella mostruosa denunzia
di Lauro e Biblia il numero de' carcerati dovè essere dapprima molto
più grande e dovè poi mano mano assottigliarsi, certamente per una
parte assai insignificante in via di pura e semplice giustizia; la
qual cosa ci conduce a parlare anche, da una parte, dell'accanimento
e ferocia dimostrata dal volgo verso il Campanella e i suoi aderenti
veri o supposti, e, d'altra parte, delle iniquità e ruberie commesse
da' Giudici laici in tale occasione. Il Campanella in più luoghi de'
suoi scritti diè chiare prove del suo profondo disgusto verso que' di
Stilo in particolare, e le popolazioni in generale, per l'accanita
persecuzione che n'ebbe, e il concetto del «popolo», che egli,
repubblicano, ebbe a farsi dietro la persecuzione sofferta, merita di
essere rilevato: si può vederlo nelle sue Poesie, dove segnatamente
egli l'espresse con più calore[490]. In altri suoi scritti poi affermò
esservi stato un numero grandissimo di carcerati, ben superiore a
quello che conosciamo tradotto in Napoli dallo Spinelli, e un numero
ragguardevole di «riscatti» e di «composte», nominando perfino
gl'i