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Title: Le origini degli Stati Uniti d'America
Author: Mondaini, Gennaro
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Le origini degli Stati Uniti d'America" ***

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                            GENNARO MONDAINI


                               LE ORIGINI
                                 DEGLI
                         STATI UNITI D'AMERICA



                             ULRICO HOEPLI
                    EDITORE-LIBRAIO DELLA REAL CASA
                                 MILANO
                                  1904



                         _PROPRIETÀ LETTERARIA_

          Tipografia Umberto Allegretti — Milano, via Orti, 2.



                        A TE, MIA BUONA GISELDA,
                  CHE NELL'AMORE TUO E DEL NOSTRO NINO
               MI HAI DATO LE GIOIE PIÙ VERE DELLA VITA,
                         IL FARMACO INFALLIBILE
                      D'OGNI PIÙ AMARA DELUSIONE.



INDICE DEL CONTENUTO


  PREFAZIONE DELL'AUTORE                                   _Pag._  XI

  CAPITOLO PRIMO.

  =La sede della civiltà anglo-americana:
  abitanti Indigeni e pretendenti europei.=

  § 1. Il paese — § 2. I Mound-builders — § 3. I Normanni —
  § 4. Gli Indiani — § 5. Prime esplorazioni
  e ricognizioni europee                                      »     1

  CAPITOLO SECONDO.

  =La democrazia puritana nella Nuova Inghilterra.=

  § 1. I pellegrini e la colonia di Nuova
  Plymouth — § 2. I Puritani e la colonia di
  Massachusetts — § 3. Roger Williams ed origine di Rhode
  Island — § 4. La colonizzazione del Connecticut —
  § 5. L'estremo nord e il New Hampshire — § 6. Svolgimento
  della N. Inghilterra — § 7. La società neoinglese e
  la sua forza d'espansione                                   »    65

  CAPITOLO TERZO.

  =L'aristocrazia fondiaria nelle colonie meridionali.=

  § 1. Virginia — § 2. Maryland — § 3. Caroline — § 4.
  Georgia — § 5. La società meridionale: suoi
  elementi e sua coesione                                     »   133

  CAPITOLO QUARTO.

  =La società commerciale del centro.=

  § 1. La Nuova Olanda e New York — § 2. Puritani e
  quaccheri nel New Jersey — § 3. Pennsylvania e
  Delaware — § 4. Caratteristica delle colonie centrali       »   193

  CAPITOLO QUINTO.

  =Solidarietà coloniale e rapporti con la madrepatria.=

  § 1. Isolamento delle singole colonie e forze destinate
  a fonderle insieme — § 2. Politica economica della
  madrepatria — § 3. Maturità delle colonie per
  l'indipendenza                                              »   231

  CAPITOLO SESTO.

  =La lotta pel continente.=

  § 1. La società franco-canadese e la sua fittizia
  espansione — § 2. La lotta politico-commerciale tra la
  N. Francia e le colonie inglesi — § 3. La lotta
  per la terra                                                »   265

  CAPITOLO SETTIMO.

  =La lotta per la Indipendenza.=

  § 1. Disegni liberticidi della madrepatria e reazione delle
  colonie — § 2. Resistenza passiva ed attiva delle
  colonie agli arbitrii della madrepatria — § 3. Confederazione
  e guerra d'indipendenza                                     »   295

  CAPITOLO OTTAVO.

  =L'organizzazione politica della nuova società.=

  § 1. Impotenza della Confederazione — § 2. La convenzione
  di Filadelfia ed i suoi dibattiti politici, economici
  e sociali — § 3. La costituzione federale e
  l'amministrazione locale                                    »   349

  =Lineamenti e tendenze della società anglo-americana
  all'inizio della vita nazionale=                            »   395

  APPENDICE I.

  =Dichiarazione fatta dai rappresentanti degli Stati Uniti
  d'America, riuniti in Congresso=                            »   407

  =Costituzione degli Stati Uniti=                            »   414

  =Emendamenti alla Costituzione=                             »   432

  APPENDICE II.

  Area degli Stati Uniti=                                     »   443

  =Indice dei nomi e delle cose=                              »   445



PREFAZIONE


Delle società nuove, sorte su vergine suolo dalla vecchia Europa, gli
Stati Uniti non sono soltanto quella che col suo territorio, la sua
popolazione, le sue colonie, i suoi prodotti agricoli ed industriali,
l'accumulazione del suo capitale, la coscienza infine superba della
sua forza ha oggi il maggior peso sulla bilancia politica ed economica
del mondo, ma anche quella che presenta l'assetto più stabile, frutto
d'una vita nazionale ormai secolare, preparato da un periodo ancora
più lungo di laborioso sviluppo. Mentre infatti gli altri paesi nuovi
(Australia, Capo, Canadà, Sud-America) per l'origine affatto recente o
della loro colonizzazione o della loro autonomia, per la poca densità
degli abitanti, per l'immensità dei territori ancora da sfruttare sono
appena usciti dal periodo delle origini, gli Stati Uniti hanno già una
storia, la quale richiama ogni giorno più l'attenzione del pensatore,
dello statista, del sociologo sulla varietà immensa delle forme e
sulla grandiosità dei fenomeni, ch'essa offre. Di questa storia però
male può comprendere lo spirito e lo stesso aspetto esteriore, chi
non si riporta al periodo delle origini, al periodo cioè coloniale: in
esso i germi di tutta la storia passata, presente e futura di questa
«democrazia d'atleti», come nell'ovulo più microscopico l'animale
più gigantesco. Gli stessi avvenimenti decisivi sopravvenuti nella
società anglo-americana dopo l'emancipazione politica, l'acquisto cioè
successivo del continente in tutta la sua larghezza, la navigazione
transatlantica a vapore e lo sviluppo derivatone dell'immigrazione,
che portò seco un movimento non più veduto di colonizzazione interna,
le strade ferrate e le vie trascontinentali, la scoperta delle miniere
d'oro e di argento, l'abolizione della schiavitù, se hanno cangiato
l'aspetto di tale società, ne hanno lasciato intatte, può dirsi, quelle
basi fondamentali, quei lineamenti imperituri, che il periodo delle
origini aveva fissato.

Il territorio anzitutto degli Stati Uniti contemporanei, non eccettuata
quella parte stessa acquistata dopo l'indipendenza, fu, può dirsi,
assicurato ad essi, ipotecato storicamente per essi dall'età coloniale,
durante cui furono eliminati i pretendenti più seri al vasto paese; e
col territorio le enormi risorse agricole e minerali nonchè l'impulso
industriale e le multiformi attività economiche inevitabilmente
determinate dalla madre terra presso un popolo capace di seguirne
l'invito. Le istituzioni politiche in secondo luogo, salvo qualche
leggera modificazione, rimontano esse pure al periodo delle origini,
alla cui opera sapiente gli Stati Uniti devono non solo la stabilità
più che secolare dei loro ordinamenti, stabilità di vantaggio tanto più
inestimabile fra così rapido evolversi di forme sociali in quanto è ben
lungi dal significare cristallizzamento, ma anche la possibilità, cosa
questa pure preziosa per la democrazia americana, di tenere sotto uno
stesso governo senza i mali dell'accentramento europeo una popolazione
di decine di milioni oggi, di centinaia domani, disseminata in mezzo
un continente, fatto nuovo nella storia dell'umanità. La costituzione
stessa infine della società anglo-americana è ancor oggi nella sua
essenza retaggio dell'età coloniale, patrimonio etnico morale ed
intellettuale che le nuove correnti di sangue di vita e di pensiero
hanno pervaso, ma non cancellato. La società americana infatti, quale
il periodo coloniale la consegna al periodo nazionale, si presenta così
solidamente assisa sulla sua base bissecolare, che lungi dal venire
assorbita e travolta dal mare magno dell'immigrazione europea nel
secolo XIX, come avvenne ad esempio della primitiva società pastorale
dell'Australia dopo la scoperta delle miniere d'oro, assorbe essa
i nuovi venuti e, pure appropriandosene gli elementi più utili, li
fonde nell'immane crogiuolo della sua nazionalità, li americanizza
in una parola. E qui in verità, più forse che in alcun altro campo,
appare all'occhio del pensatore l'importanza straordinaria del
periodo delle origini in tutta la storia posteriore: in esso si formò
quell'aristocrazia etnica, per dir così, che rimase il propulsore ed
il freno al tempo stesso di tutta la evoluzione ulteriore, l'elemento
conservatore e dirigente della società.

Territorio, organizzazione politica, composizione sociale, tutti
insomma gli elementi costitutivi della nazione anglo-americana
risalgono al periodo delle origini: alla saldezza mirabile di queste
basi materiali e morali, gettate dal lavoro collettivo di oscure
generazioni, si deve se l'edificio colossale erettovi sopra nel
breve volger d'un secolo lungi dal barcollare va innalzandosi ogni
giorno più maestoso e ricopre già della sua ombra, attraverso gli
oceani, i paesi più potenti del vecchio mondo. Dimostrare ciò sotto
la veste tangibile del fatto storico, far balzar fuori in altre
parole dalla rappresentazione di esso l'importanza nella storia
americana susseguente di questo lavoro collettivo, che non solo creò
ma anche diede la materia prima del futuro lavoro alla democrazia
anglo-americana, è il fine di questo volume sulle origini degli Stati
Uniti d'America.

L'intento spiega largamente ed il perchè di esso ed il metodo
impiegato. Mentre infatti non mancano certo nella letteratura italiana
(citerò fra gli altri il Romussi, _Storia degli Stati Uniti d'America_,
Milano 1877; la traduzione italiana del Wentworth Higginson, _Storia
degli Stati Uniti_, Città di Castello 1888, opera egregia della
Fortini-Santarelli; quella dell'Hopp, _Storia degli Stati Uniti
d'America_, nella _Storia Universale_ dell'Onken, edita ora dalla
Società editrice libraria di Milano) e tanto più nella straniera,
americana ed inglese in prima linea, com'è naturale (citerò fra gli
altri il Carlier, _Histoire du peuple américain_, Paris 1863; il
Winsor, _Narrative and Critical History of America_, Boston 1888:
l'Andrews, _History of the United States_, London 1895: e sopratutto
il Bancroft, _History of the United States from the discovery of the
american continent_, London 1854: senza contare le opere pregevoli del
Mc Master e dello Schouler, che pigliano le mosse della Rivoluzione
la prima, della Costituzione la seconda) storie degli Stati Uniti
d'America o generali o limitate particolarmente alle origini (non parlo
poi delle cento monografie speciali), non ve ne ha una, ch'io sappia,
che rappresenti la genesi della società anglo-americana in tutti i
suoi elementi ed al tempo stesso nello spazio d'un modesto volume: o
sono grandi storie, in cui se non tutti sono sparsi quasi tutti questi
elementi, o sono semplici per quanto magari ottimi manuali (tali ad
esempio quello citato del Giani e l'altro popolare del Judson: _The
growth of the american nation_, New York 1885). Fa forse eccezione il
bel libro di Goldwin Smith: _The United States, An outline of political
history, 1492-1871_, New York 1893, il quale è appunto informato al
concetto, che m'ha guidato in questo lavoro; ma anche questo si limita
sovratutto alla formazione politica della società anglo-americana,
senza contare poi che il periodo delle origini vi è riassunto in
un centinaio di pagine. Non m'è parso quindi fare con questo libro
opera del tutto vana non solo pei cultori di scienze sociali, che
nell'America vedono a buon diritto il maggior laboratorio sociale
dell'epoca nostra, ma anche e più pel gran pubblico delle persone
colte, che mentre non hanno il tempo od il modo di attingere alle fonti
voluminose, non sanno d'altra parte sobbarcarsi alla lettura d'un più
o meno ben fatto manuale, il quale, tramontati in breve dal cervello
e nomi e fatti, lascia solo una vaghissima idea d'un periodo storico,
della vita d'un popolo.

Consono ad un tale perchè, conseguenza inevitabile di esso, è quindi il
metodo tenuto, il quale consiste nel dare il più largo sviluppo allo
svolgimento sociale, limitandomi a rappresentare del fatto puramente
politico, militare, personale, aneddotico solo quel tanto, che spiega
o incarna tale svolgimento: la rappresentazione di questo soltanto
è infatti il fine delle discipline storiche, giacchè questo solo
costituisce il fondo della storia umana, in questo si trova la sostanza
che elaborata collettivamente da un popolo attraverso alle forme più
varie e sotto le parvenze più individuali dei geni e degli eroi, vien
tramandata col nome di civiltà ad altre generazioni, ad altre genti,
ad altri lidi per suscitarvi nuove forze, nuove energie, seme fecondo e
indistruttibile che sopravvive alle forme esteriori ed agli uomini che
lo elaborarono.

Se pertanto dalla semplice lettura di questo libro il lettore si
sarà formato senza tedio e senza sforzo una idea chiara della genesi
sociale degli Stati Uniti d'America ed un'immagine indelebile della
loro società al principio della vita nazionale, se più ancora in
questa società egli ravviserà allo stato latente tutti quasi i
fattori fondamentali del successivo sviluppo anglo-americano, in modo
da comprenderlo in quanto ha di più strano e meraviglioso, il fine
del modesto volume sarà perfettamente raggiunto, ed incoraggiamento
migliore non potrà venire all'autore per un altro volume, che tale
sviluppo successivo rappresenti con lo stesso metodo e con gli stessi
fini.

                                                    GENNARO MONDAINI.

  _Urbino, dicembre 1903._

NB. Fonti del lavoro mi sono state oltre alle opere citate nella
presente Prefazione (prima e più largamente usata di tutte, com'era
naturale, la storia grandiosa del Bancroft) quelle, che verrò indicando
nelle Note a fine di capitolo.



CAPITOLO PRIMO

La sede della civiltà anglo-americana: abitanti indigeni e pretendenti
europei.

 § 1. Il paese — § 2. I Mound-builders — § 3. I Normanni — § 4. Gli
   Indiani — § 5. Prime esplorazioni e ricognizioni europee.


§ 1. IL PAESE. — _Situazione e conformazione._ — Tra il 25º ed il
49º grado di lat. N. ed il 67º ed il 125º di long. O. da Greenwich
si estende quel paese, il quale coll'aggiunta dell'Alaska, posta
fra il 55º ed il 71º di lat. N. ed il 130º ed il 168º di long. O. da
Greenwich, costituisce oggi gli Stati Uniti d'America[1].

Nella loro massa continua confinano essi a settentrione coll'America
inglese lungo una linea, che dalla foce del St. Croix sull'Atlantico va
fino al canale Haro sul Pacifico, fra l'isola Vancouver e l'arcipelago
S. Juan, correndo lungo il 49º parallelo dallo stretto di S. Juan de
Fuca sino ai Grandi Laghi, poi traverso a questi e il San Lorenzo fino
all'Atlantico al 45º parallelo. A mezzogiorno confinano coll'America
latina lungo una linea, che dalla foce del Rio Grande nel Golfo del
Messico va al sud del porto di San Diego sul Pacifico, correndo lungo
il Rio Grande fino al parallelo 31º 47′, quindi dirigendosi al Colorado
ed oltre questo alla costa. L'Oceano Atlantico ad oriente, il canale
della Florida ed il Golfo del Messico a mezzogiorno, il Pacifico ed il
mare di Bering ad occidente, l'Oceano glaciale artico a settentrione
bagnano il vastissimo paese, che si estende per oltre 9 milioni di kmq.
Posto fra l'Asia e l'Europa, dal lato della quale ha rivolti colle
foci de' suoi grandi fiumi navigabili gli sbocchi naturali della sua
produzione, esso si trova tra i paesi più ricchi e più progrediti del
vecchio mondo, fra i centri massimi della civiltà gialla e di quella
bianca, posizione quanto mai favorevole allo scambio degli uomini,
delle merci, delle idee, della civiltà.

La forma massiccia, la mancanza d'alcun mare mediterraneo che penetri
entro terra, le stesse coste per lo più infelici nella loro monotona
uniformità, dove basse ed imbarazzate da banchi isole e cordoni
litorali, dove alte e chiuse come muraglie, sarebbero a dire il vero
ostacoli formidabili allo sviluppo economico e sociale del paese: ma
la provvida natura, prima ancora che l'uomo colle strade i porti e
le ferrovie, ha menomato questi gravi inconvenienti coll'abbondanza
di fiumi, i quali sono navigabili nel versante dell'Atlantico cioè in
quello appunto più vasto più ricco più fertile, interrotti invece da
rapide e cascate ed incassati entro doccie anguste ed irte di scogli
nel versante del Pacifico più ristretto e deserto.

E sull'Atlantico invero indirettamente e sul golfo del Messico
direttamente si apre quel bacino del Mississippi, che, occupando da
solo oltre 3 milioni di kmq., forma il vero cuore del paese denominato
dal Tocqueville con ardita espressione sintetica la «_valle degli Stati
Uniti_».

Ad una valle infatti possono questi paragonarsi, ad una valle immensa,
di cui due grandi elevazioni in senso longitudinale costituiscono
le sponde, ed uno dei più grandi fiumi della terra il fondo: sono
rappresentate le sponde dal sistema compatto degli Allegani ad Oriente
e da una zona più ampia, foggiata ad altipiano fiancheggiato da sponde
montuose, dal nome generico di Cordigliere, ad occidente; il fondo
da una vasta depressione intermedia, entro cui scorre il «padre dei
fiumi», come suona il nome nell'immaginoso linguaggio degl'indiani, il
Mississippi.

Chiude al Nord l'immane vallata, separandola dai Grandi Laghi canadesi
e dalla valle del San Lorenzo, una zona di media altezza, che congiunge
le due grandi elevazioni, mentre una pianura costiera si estende ad
oriente degli Allegani, lungo l'Atlantico, appuntandosi tra questo ed
il golfo del Messico nella penisola della Florida, che può dirsi per
gran parte una maremma circondata da scogli, e confondendosi quindi
colla larga cornice, bassa pur essa, del Golfo del Messico.

_Gli Alleghany._ — Il sistema Appalachiano, di cui gli Allegani a
mezzogiorno costituiscono la sezione principale, corre parallelamente
all'Atlantico dal Maine all'Alabama per una lunghezza di oltre 2000
km., su una larghezza massima di 300 ed una media di 200, con cime che
superano appena, ed anche questo di raro, i 2000 m.

Consiste esso in una serie di catene parallele, a cui s'addossano
degli altipiani lungo il lato d'ovest e di nord-ovest: breve e ripido
è generalmente il declivio orientale, ampio e disteso l'occidentale
pel trasformarsi del sistema da creste in terrazze. Colle loro creste
uguali, senza forti picchi, coi loro fianchi uniti essi risulterebbero
ben monotoni, nella sezione media in ispecie, se non aggiungessero
loro ornamento le folte foreste che li ricoprono, facendo spiccare
il loro verde cupo sul verde chiaro delle pianure basse anteposte.
Maggior varietà presentano essi nella parte più settentrionale, cioè
nei monti della Nuova Inghilterra, dove le valli sono ricoperte da
foreste d'alberi frondosi e aciculari interrotte da campi coltivati,
e scene alpestri bellissime di rupi, torri, laghi, cascate, burroni,
giustificano il nome di Svizzera della Nuova Inghilterra dato ai monti
Bianchi, tratti montuosi che contrastano col rude paese, da cui si
elevano, di suolo granitico, disseminato di morene, massi erratici e
torbiere.

Verso mezzogiorno le selve sono più fitte e quasi interamente di alberi
frondosi, aceri, tigli, quercie e poi di superbe magnolie, finchè
nell'estremo lembo meridionale la bassa vegetazione, costituita in
gran parte da arbusti del genere dei rododendri, si addensa al punto
da non permettere altro passaggio se non sui rami e cespugli infranti e
calpestati dagli orsi.

Il ferro, di cui abbonda l'intero sistema, il carbon fossile, che si
trova in estesissimi giacimenti di preferenza sul declivio occidentale,
il petrolio, le cui sorgenti si trovano su una zona lunga e stretta
che tutto accompagna, da nord-ovest a sud-ovest, dal lago Erie al
Tennessee, l'orlo occidentale del sistema, sono le principali ricchezze
minerarie degli Allegani.

_Le Cordigliere occidentali ed il bacino della California._ — Come un
altipiano chiuso fra pareti montuose, anzichè come una serie di catene
parallele, si presenta invece nel suo complesso l'altra grande sponda
della «valle degli Stati Uniti», quella occidentale, ben più vasta ed
interessante.

Due cordigliere ne costruiscono la pareti, i monti Rocciosi ad oriente,
le Sierre Nevada e della Costa, riunentisi quasi in un'unica catena,
detta delle Cascate, ad occidente.

Sono i Rocciosi un accozzo di catene costituite per lo più di rocce
cristalline, che divergono e s'incrociano, dove spingendo dalle cime
elevatissime, dove abbassandosi in superfici piatte (_mesas_): i
loro vertici possono gareggiare colle Alpi, ma non ne hanno l'aspetto
grandioso per lo zoccolo altissimo da cui sorgono. La regione offre
nondimeno tutti gli spettacoli d'un gran paese montuoso: pendii
selvaggi da cui sporgono cime rocciose, valli erte e profonde, rivi
montani, precipizii in cui scendono buie foreste: nudi e nevosi i
picchi estremi; scarsissimi però i ghiacciai. Caratteristica poi
notevole di essa sono i famosi _Parchi_ o bacini chiusi fra due catene
e due barre trasversali passanti dall'una all'altra, tutti ricchissimi
di vegetazione ed abbondantissimi di selvaggina; ed i _cañons_ forre
pittoresche e spaventose, percorse dai _creeks_ o fiumi conducenti
dalla zona delle praterie all'interno dei Rocciosi, vere e proprie
fenditure del suolo, profonde talora parecchie centinaia di metri.

Le formazioni vulcaniche si mostrano in questi parchi, in quello
_nazionale_ in ispecie, una delle meraviglie del mondo, in tutta la
loro potenza: correnti calde minerali ingemmano di loro incrostazioni
le rupi, costruendovi le più strane forme di vasche, pignatte, marmitte
da giganti; migliaia di _geysers_ slanciano nell'aria ad altezze
vertiginose colonne formidabili d'acqua bollente e turbini di vapore;
vulcani di fango e sorgenti sulfuree od alluminose interrompono vaste
distese di lava; candidi ghiacciai si rispecchiano in acque tranquille,
dove le alghe multicolori contrastano coll'azzurro uniforme del fondo
ed il bianco delle sponde.

Meno interessante, ma non meno pittoresca si presenta la cordigliera
occidentale, costituita nella sua parte meridionale da due catene,
la _Sierra Nevada_ ad est e la _Catena Costiera_ ad ovest, le quali
chiudono l'ampio e fertile bacino di California attraversato dalle
valli del San Gioacchino e del Sacramento, che da opposte direzioni
portano le loro acque alla baia di S. Francisco. È la prima una catena
potentissima, con cime oltre i 4000 metri, con declivi dove le sequoie
gigantee, mastodonti arborei alzanti a cento e più metri lor vette,
formano colossali foreste, con bellezze naturali, che passano fra le
più meravigliose del mondo: calva e rocciosa invece verso sud, meglio
rivestita a settentrione si presenta la seconda, le cui cime non
oltrepassano i 2500 metri.

Il bacino della California, compreso tra le due catene, vera oasi
tra i monti e i deserti, si rassomiglia per clima e prodotti, nella
valle del Sacramento in ispecie più fertile e ridente di quella del
San Gioacchino, alla nostra regione mediterranea: qui colle macchie di
arbusti e coi boschetti di quercie i giardini i vigneti e gli uliveti,
qui col grano e colle frutta più squisite i cedri e gli aranci, mentre
attrattive ancora più forti danno al paese le ricchezze minerali, il
mercurio e più ancora i ciottoli e le sabbie aurifere dei fiumi, che
fanno della California il maggior centro di produzione dell'oro di
tutti gli Stati Uniti, pur così ricchi d'oro in tutta, può dirsi, la
loro parte occidentale.

Al nord del Sacramento le due catene pel minore intervallo frapposto
sembrano come riunirsi in una sola, la quale ricca di vegetazione per
la forte umidità, rivestita di pini d'abeti di cedri, continua verso
nord col nome di _Catena delle Cascate_, interrotta solo dalla valle
della Columbia, fino allo stretto di S. Juan de Fuca, per riunirsi poi
e confondersi oltre il confine degli Stati Uniti nella grande massa
della Cordigliera orientale, quella dei Rocciosi.

La valle del Gran Colorado o Colorado dell'ovest, fiume che non
costituisce alcuna via commerciale nonostante i 2000 km. di corso, per
difetto di navigabilità, la valle del Sacramento navigabile per 250
km. cui s'unisce alla foce il S. Gioacchino in parte navigabile pur
esso, ed infine quella della Columbia od Oregon di difficile e breve
navigazione anch'essa nonostante i suoi 2000 km. per l'impetuosità del
corso i banchi e le cascate, sono gli unici sbocchi, può dirsi, della
Cordigliera sul mare. La costa infatti dal porto di S. Diego allo
stretto di Juan de Fuca si mantiene uuiformemente alta e dirupata:
chiusa per lunghi tratti a guisa di bastione o muraglia, essa è rotta
soltanto dalle foci de' fiumi e da qualche baia per lo più aperta e
poco tagliata per entro il continente, se ne eccettui quella di San
Francisco dalle sponde ricoperti di verdi boscaglie, simile ad un lago
alpino cui fanno corona le vette rocciose e nevose della Sierra Nevada.
Frastagliata oltre ogni dire, vera costa da fiordi, è al contrario
quella che si protende a settentrione, dallo stretto sopranominato
a quello di Bering, se ne eccettui sulla foce del Jucon nella fredda
terra d'Alaska, sulla cui costa s'affollano un'infinità di isole.

Unica può dirsi di tutta l'America del Nord, questa regione costiera
del Pacifico gode un clima oceanico e perciò mite d'inverno, fresco
d'estate.

_Gli altipiani occidentali_. — Fra le due cordigliere si estende una
serie di altipiani, che dalla loro situazione hanno preso il nome di
_altipiani occidentali_.

Un'infinità di giogaie in direzione da sud-est a nord-ovest sorgono qua
e là a rompere la monotonia degli altipiani, dando alla regione con le
catene secondarie correnti in direzione diversa l'aspetto come d'uno
scacchiere smisurato di innumeri bacini: ora sono valli e terrazze,
oasi bene spesso di verdura fra sterili piani, ora depressioni paludose
e salate. Di laghi e di paludi salate è disseminato in ispecie il
Gran bacino interno, dall'aspetto prevalentemente del deserto, la cui
superficie da una media altezza tra i 1300 ed i 1500 metri s'abbassa in
qualche punto, come nella valle della Morte, fin sotto il livello del
mare.

Ancor più spiccata che in esso è poi l'aridità del suolo nella parte
meridionale dei grandi altipiani, tutta a magre steppe od a vero
e proprio deserto, in quello del Colorado in ispecie tutto rosso e
levigato come un mattone, cosparso di piccole conchiglie.

Ragione principalissima di tanta aridità, cui servono di compenso
dal punto di vista economico le ricchezze minerali dei Rocciosi,
l'argento in ispecie, è la straordinaria scarsezza di pioggie,
impedendo le grandi catene che vi giunga l'aria umida tanto dal Golfo
e dall'Atlantico quanto dal Pacifico. La stessa altezza delle catene,
che li ripara dai venti, offre il vantaggio d'una relativa mitezza
del clima, nonostante i salti della temperatura giornaliera, cagionati
dall'enorme assorbimento del calore da parte di un suolo nudo o quasi
e dalla rapidissima irradiazione attraverso ad un'atmosfera quanto mai
asciutta, salti che arrivano in qualche luogo perfino a 50 gradi!

_Gli altipiani mediani_. — Ponte immenso gettato, per così dire,
dalla sponda orientale alla occidentale, dagli _Allegani_ alle
_Cordigliere_, a chiudere verso nord la grande vallata degli Stati
Uniti, è una ampia zona di elevazione, che può comprendersi sotto il
nome generico di _altipiani mediani_: rasenta essa il bacino del S.
Lorenzo ed i cinque grandi laghi canadesi, tocca quindi le sorgenti del
Mississippi e prosegue poi verso ovest, ora scendendo ora risalendo,
fino ai Rocciosi. Corre su questa elevazione lo spartiacque tra i
fiumi, che sboccano nell'Atlantico settentrionale nella baia d'Hudson
e nell'Oceano glaciale, ed i fiumi che sboccano nel golfo del Messico;
cosicchè essa si presenta come un confine naturale oltrecchè politico:
al nord l'America inglese, che declina verso i mari settentrionali,
al sud gli Stati Uniti che s'aprono verso il Golfo del Messico.
L'altitudine di tale zona è di circa 200 metri sulla piattaforma dei
cinque Grandi Laghi canadesi, che comunicando tra loro costituiscono
un vero mediterraneo d'acqua dolce per l'estensione di ben 238.000
kmq.: sono essi il Lago Superiore su cui trovasi la più ricca zona di
rame del mondo, l'Huron dalle rive erte e rocciose, dalle molteplici
baie, penisole ed isole, il Michigan monotono nell'uniformità delle sue
rive basse e piane, l'Erie e l'Ontario che nella loro sagoma allungata
sembrano segnare il passaggio dalla forma lacustre a quella fluviale
del S. Lorenzo, il magnifico fiume dalle acque chiare e dalle rive
selvose: fra l'Erie e l'Ontario la famosa cascata del Niagara, vera
forra tagliata in un gradino, che l'immane valanga d'acqua salta a
precipizio da un livello di 172 metri ad uno di 72.

All'ovest dei Grandi Laghi l'altezza media degli _altipiani mediani_
va aumentando fino ai 300 e 400 metri, ed il paese presenta l'aspetto
più variato per un intrecciarsi continuo di foreste, steppe, praterie,
laghi, rupi, massi erratici, barriere moreniche, di cui abbonda un
terreno costituito nel periodo glaciale con materiali d'erosione e
d'alluvione.

Più ad ovest ancora il dileguarsi degli arbusti e dei cespugli, il
diradare degli alberi, il succedersi dei tappeti erbosi alla massa dei
frutici ingombranti le foreste annunziano il passaggio dalla regione
nord-americana delle foreste a quella delle praterie, oltre le quali
s'arriva ai Rocciosi.

_Il bacino del Mississippi_. — A mezzogiorno di questi altipiani
mediani si distende, come dicemmo, il grande avvallamento del fiume
mastodontico, che nasce da essi ad un'altezza di circa 514 metri,
è lungo 4200 km. e contando il Missouri 6750, largo in media quasi
costantemente da 500 a 1400 metri e profondo dai 40 ai 60: dal piede
degli Allegani come da quello delle Cordigliere il terreno scende con
doppio pendio fino al bassopiano, costituito dalla valle propria del
fiume al sud del suo confluente col Missouri e dalla grande zona che
incornicia il Golfo del Messico.

Il pendío occidentale è costituito per la massima parte dalla regione
dei _Plains_ e _Praterie_, enorme triangolo col vertice tra i Rocciosi
e gli altipiani mediani la base tra la stessa Cordigliera e la valle
del Mississippi: in esso predomina la prateria (_praîrie_) dai grassi
pascoli nella parte più orientale, la steppa (_plain_) rivestita
di cespugli e di sterpi, che soffocano le vere erbe, in quella
più occidentale. Torme innumerevoli di bisonti, detti bufali dagli
Americani, ristrette dalla civiltà in minori confini, tutto popolavano
un giorno quel mare di erbe e di fiori che costituisce la prateria:
è questa infatti nella stagione migliore un vero mare, cui le masse
arboree danno le isole, i venti le tempeste. Il colore suo predominante
è il rosso in primavera, il bleu in estate, il giallo in autunno; ma
quando il vento soffia impetuoso tra le foglie delle leguminose dal
rovescio biancastro e vellutato, allora si vede la massa verdeggiante
moltiplicarsi in onde infinite orlate d'argento.

Nel pendio orientale predomina invece la foresta ed in questa le specie
vanno mutando col procedere dal nord al sud, dalle quercie e dai faggi
ai castagni alle palme alle magnolie fino al trionfo completo della
natura tropicale nella zona adiacente al Golfo del Messico.

Le due forme di vegetazione, che in perfetta corrispondenza con le
condizioni climatiche si dividono il suolo degli Stati Uniti, la forma
di foresta ad oriente e quella di steppa o prateria ad occidente,
vengono così ad incontrarsi nel bacino del Mississippi: in esso,
ad ovest del gran fiume, lungo il 95º meridiano O. di Greenwich,
abbiamo può dirsi il passaggio dalla regione delle foreste, che deve
all'abbondanza delle precipitazioni atmosferiche il suo splendido
manto e la sua grande fertilità, alla regione delle praterie e delle
steppe, la cui esistenza si deve ascrivere principalmente, nonostante
altre ipotesi diverse (grossolanamente ingenua fra le tante quella
indiana del fuoco devastatore) all'asciuttezza del clima, al diverso
grado della quale corrispondono appunto le sottodivisioni in prateria
e steppa, e col variar della quale di epoca in epoca si sposta pure il
limite delle foreste e delle praterie.

Dal confluente del Missouri in giù, tra i due pendii dei Rocciosi
e degli Allegani, si estende per una larghezza, che varia dai 60 ai
120 km., la valle propria del Mississippi, antico golfo ricolmato nei
secoli dalle alluvioni: _bluffs_ sono dette le rive dell'antico letto,
in cui correvano un giorno i rami paralleli del fiume costituenti oggi
il bassopiano alluvionale, porzioni di suolo naturalmente più solido
per la maggiore grossezza dei materiali costitutivi, le quali di tratto
in tratto spingono fino alle rive del fiume attuale degli speroni, su
cui sorgono le città; _bottoms_ (fondi) i tratti di bassissimo livello,
d'ordinario paludosi, inondati dal fiume nelle sue piene.

Allagano queste annualmente enormi territori, dove la mano dell'uomo
non v'abbia opposto nelle dighe un ostacolo sufficiente, inondano un
suolo sabbioso rendendolo fertile col limo ferace depositato, sradicano
e trasportano seco nel ritirarsi un'infinità d'alberi e di piante
dalle allagate foreste di pioppi quercie cipressi tulipiferi noci, che
arrivano sino alla sponda del fiume.

A destra ed a sinistra il padre dei fiumi protende, smisurato Briareo,
le sue enormi braccia, massime fra tutte l'Ohio a sinistra, che coi
suoi affluenti e subaffluenti conduce alla piattaforma dei Grandi
Laghi ed agli Allegani, e a destra il limoso Missouri coi suoi innumeri
tributarii che conducono per le praterie ai Rocciosi, affluenti tutti
navigabili i quali formano coi 3000 km. navigabili del Mississippi e
coi 3000 e più, che vanno dalla foce del San Lorenzo all'estremità
occidentale dei grandi laghi, un'immensa rete fluviale preparata
dalla natura ai bisogni della civiltà e completata dall'uomo mediante
canali che mettono in comunicazione le regioni più produttive del
Nord-America, cioè la zona costiera orientale, il bacino dei Grandi
Laghi e quello del Mississippi.

Al confluente del Red River comincia in senso largo il delta del
Mississippi, iniziandosi da esso la diramazione delle sue acque in
vari rami: in senso stretto però, intendendo per delta la sola regione
costituita dalle alluvioni del fiume, esso si limita ad una lingua
di terra che s'avanza per 80 km. nel mare e si divide in tre punte,
percorse ciascuna da un ramo del fiume, formando la così detta _Zampa
d'oca_. Sono ben 32000 kmq. d'un suolo alto sul mare appena 1 metro,
tutto paludi e pascoli, coll'unico porto di New Orleans sulla sinistra
del gran fiume.

La febbre gialla desola questa regione come quasi tutta del resto la
costa paludosa, con cui termina il largo bassipiano che incornicia
il Golfo del Messico. La baia di Galveston, laguna in cui sbocca
la navigabile Trinity, ad ovest e l'estuario di Mobile, formato
dall'Alabama e dal Tombigbee, fiumi in parte navigabili, ad est, sono
con New Orleans gli unici sbocchi, può dirsi, del largo bassopiano che
per clima culture e prodotti appartiene alla zona tropicale.

_La Florida_. — Dove però la natura tropicale si manifesta in tutta
la sua forza è nella Florida, la quale sia pel livello sia per le
coste può considerarsi come un prolungamento della zona costiera, vero
tratto d'unione tra la fascia orientale e quella meridionale degli
Stati Uniti. È questa penisola tutta una bassura di paludi e di laghi,
terminante all'estremità sua in un intreccio di formazioni coralline
analoghe a quei _key_ od isolotti schierati a sud ovest di essa.

Nelle parti non paludose della penisola sorgono foreste naturali di
pini e cipressi, boscaglie di quercie ed allori, cespugli sempre verdi
di gelsomini e, lungo i rivi, di magnolie, a cui si frammischiano
alberi da gomme, jucche, agavi, cactus, palme arboree; mentre la mano
dell'uomo può trarre dal suolo, come nel rimanente bassopiano costiero,
tabacco cotone maiz frutta meridionali: nella parte meridionale
abbondano i pascoli adatti al bestiame bovino: ne' luoghi sabbiosi sono
i soliti _pine barren_ od oasi di pini: nelle paludi infine, animate da
una quantità stragrande di uccelli acquatici di pesci e di tartarughe,
prospera il riso e nelle isole da esse sommerse lo zucchero.

I fiumi della penisola, che scorrono totalmente in pianura con un corso
lentissimo per la mancanza di pendìo, sono in gran parte innavigabili
perchè ingombri di taxodie di giunchi di canne. Inospitali quanto
mai sono le coste: «gli ancoraggi, inaccessibili a grosse navi,
sono deserti e muti recessi, in cui tutto è immobile, le acque mezzo
stagnanti, la lussureggiante vegetazione tropicale simile più ad una
corona mortuaria che a un serto festivo, sovrano il silenzio e la
quiete rotta solo da un'infinità di uccelli acquatici»: unici porti e
mediocri anch'essi per la vasta penisola Sant'Agostino sull'Atlantico e
Pensacola alla foce dell'Escambia sul Golfo del Messico.

_Il Piedmont e la zona costiera dell'Atlantico_. — A nord della
Florida continua sempre quel bassopiano costiero, che fascia, può
dirsi, gli Stati Uniti ad est come a sud, dalla foce del Rio Grande
del Norte sul Golfo del Messico a quella dell'Hudson sull'Atlantico.
Tra gli Allegani ed il litorale dell'Atlantico si distende la larga
zona pianeggiante del _Piedmont_ dalle culture subtropicali: il suolo
è qui costituito da una triplice serie di terrazze, che dal piede
dei monti vanno successivamente degradando fino a terminare dopo
una sessantina o più di km. al livello quasi dell'Oceano ed anzi
in alcuni tratti al di sotto di esso. Le due prime terrazze alte
rispettivamente una sessantina ed una trentina di metri sul mare e
larghe insieme una sessantina di km. seguitano come i declivi orientali
degli Allegani ad essere vestite di ricca vegetazione arborea, (aceri,
quercie, noci) e sono suscettibili delle più ricche culture; la zona
più bassa, perfettamente orizzontale, è un succedersi di tratti
asciutti e sabbiosi e di tratti paludosi e fangosi, tutti coperti
di macchie di cedri pini cipressi (_pine barren_), ma lungo i fiumi
ha alberi frondosi e tratti coltivati; l'estremo lembo infine, detto
_Sea Island_, è conteso può dirsi dalla terra e dal mare: i fiumi si
allargano in forma di laghi e la costa termina in cordoni litorali e
paludi separate dal mare da lembi ristretti di terra ferma, che vengono
essi pure come i cordoni allagati dalle onde burrascose e superati
dalle forti maree.

Una vegetazione fittissima e impenetrabile di piante spinose e
allaccianti, sulla quale dominano i cipressi, donde il nome di _Cypress
swamps_, ricopre queste paludi, di cui può offrire il tipo la _Dismal
swamp_ (palude letale) sulla costa della Carolina Settent., fra la baia
di Chesapeake ed il Capo Fear. In queste paludi e lagune muoiono in
generale i fiumi del paese, il quali dopo un brevissimo corso montano
corrono per la maggior parte in pianura.

Conseguenza di tutto ciò è la difficoltà estrema della navigazione in
questa parte della costa atlantica: unici porti e cattivi ancor essi
pei banchi di sabbia anteposti sono quelli attuali di Charleston, sul
confluente dell'Ashley e del Cooper, e di Savannah sul fiume omonimo.

Oltre il capo Hatteras, in mezzo alla _Dismal swamp_, il litorale
diretto fin lì verso nord-est piega bruscamente verso nord-ovest, e
col cambiamento di direzione cambia pure la natura di esso, come muta
del resto l'aspetto tutto del paese per la maggiore vicinanza dei monti
al mare e pel passaggio dalla zona subtropicale alla temperata. Colla
profonda baia di Chesapeake, dove mettono foce vari fiumi tra cui il
Potomac, ed abbondano i porti tra cui l'attuale Baltimora, la costa
comincia ad essere frastagliata ed a crescere sempre più di rilievo col
procedere verso nord. Le minime valli diventano lunghi estuarii, le più
piccole ondulazioni del terreno lunghe penisole, donde rade immense e
meravigliosamente protette, capaci di ricettare flotte intere, la cui
navigazione continua in quei fiumi lenti e profondi, che attraversano
regioni favorite da incalcolabili ricchezze naturali, minerali in
ispecie: tali la profonda baia del Delaware colla città attuale di
Filadelfia, che a 150 km. dall'Oceano ne sente nondimeno la marea, e
quella, dove oggi sorge New-York, dell'Hudson, il fiume solenne dal
letto largo e profondo simile ad un braccio di mare, che sente la
marea a ben 230 km. dalla foce ed è messo in comunicazione mediante
canali coi Grandi laghi e col San Lorenzo. E mentre con la navigabilità
del corso medio e inferiore questi fiumi favoriscono prodigiosamente
il commercio, colla forza motrice da essi somministrata nel corso
superiore in ispecie sembrano invitare all'esercizio dell'industria.

_La Nuova Inghilterra._ — Ciò s'avverte tanto più oltre l'Hudson, nel
tratto più settentrionale della zona atlantica degli Stati Uniti:
costituisce questo tratto la Nuova Inghilterra, paese dal suolo
roccioso e poco fertile e dal clima freddo e continentale nonostante la
posizione sul mare per la prevalenza dei venti occidentali.

I monti seguono qui da presso la costa ed i fiumi, scorrendo quasi
totalmente fra essi in letti ampi ma rocciosi con rapide e cateratte
frequenti, se non sono che in piccola parte adatti alla navigazione,
possono in compenso dar vita ai maggiori stabilimenti industriali.
Ai traffici marinari sembra invece invitare gli abitanti la costa
alta varia dai mirabili contrasti di rupi e di cupa vegetazione,
ricca di ottimi porti fra cui maggiore di tutti Boston sulla baia di
Massachussets.

_Regione costiera dell'Atlantico_, _bacino del Mississippi_, _altipiani
occidentali_, _regione costiera del Pacifico_ sono dunque a grandissime
linee i territori, che si aprivano dall'Atlantico al Pacifico alla
colonizzazione europea: alle paludi del litorale succedevano fertili
terre pianeggianti e poi montagne non facili a superarsi pel fitto
manto di boschi; oltre le montagne continuavano le foreste, seguite
più in là da praterie da steppe e finalmente da regioni aride o da
veri deserti; quindi un'altra zona quanto mai impervia di altipiani
salati e monti nevosi, finchè sul Pacifico, l'oceano futuro degli
Americani, s'apriva quale compenso adeguato alle difficoltà del cammino
l'incantevole vallata californiana. Questo passaggio successivo
da un paese ad un altro affatto diverso per flora ed aspetto del
suolo, che corrisponde al succedersi delle varie zone climatiche,
determinerà appunto il processo della colonizzazione interna e della
civiltà americana; la quale, ostacolata nella sua marcia da oriente ad
occidente da catene montuose e sterilissime lande, non troverà invece
alcun intoppo alla sua espansione da nord a sud, dalla N. Inghilterra
alla Florida, dai Grandi Laghi al Golfo del Messico, mentre in un senso
e nell'altro troverà nella varietà straordinaria di sedi, diverse fra
loro per clima aspetto e prodotti, un'abbondanza e moltiplicità di
elementi naturali di progresso non offerta forse mai ad alcun altro
popolo. Nè a garantire le sorti dell'agricoltura, la ricchezza prima
del paese, a mantenere perenne la fertilità della terra di fronte
agli sperperi dell'avidità umana, la natura mancava di assicurare una
riserva enorme di forze produttive nel guano, di cui abbondano alcune
isole, e più ancora nei vasti depositi di _grunsand_ e fosforite,
ottimi concimi minerali, frequenti lungo le coste dell'Atlantico[2].

Ma quali erano gli abitatori del fortunato paese, quando l'alba della
società anglo-americana spuntava appena sul cielo della storia?


§ 2. I MOUND-BUILDERS. — Nella vallata del Mississippi, lungo l'Ohio
il Wisconsin lo Jowa, l'occhio del visitatore è preso da meraviglia
e l'animo suo si lascia andare alle ipotesi più varie alla vista dei
_Mounds_. Consistono questi, come dice il nome, in terrapieni: ora sono
ridotti d'area spesso estesissima, circondati da dighe o bastioni,
e contenenti serbatoi d'acqua artificiali; ora arginature lunghe in
certi casi le 15 e le 16 miglia[3]; ora piattaforme di varia grandezza,
alte 60 e 90 piedi[4] sul suolo, alle quali si sale mediante una scala
scavata nella terra; ora infine una serie di piccole opere disposte a
distanze quasi uguali ed in linea retta per parecchie miglia. Fine ed
ufficio loro, a giudicare dagli avanzi, deve essere stato di difesa in
alcuni casi, di abitazione o di tempio in altri; varia pure ne è la
forma, da quella geometrica di circoli, di quadrati, di poligoni, di
elissi regolarissime, a quelle assai strane d'animali o d'esseri umani.
Famosi tra gli altri il _mound_ del serpente nell'attuale contea di
Adams nell'Ohio, costrutto sopra un rialzo del terreno, che costeggia
il fiume, tutto a spirali come un immenso serpente, lungo un migliaio
di piedi e largo cinque, colla coda attorcigliata in tre giri e con una
specie d'uovo lungo 160 piedi nella bocca; il _mound_ dell'elefante nel
Wisconsin lungo 135 piedi e molto simile a quell'animale; il _mound_
dell'orso nel Kentucky ed altri.

I luoghi dove sorgono sono evidentemente scelti ad arte per ragioni
commerciali o di difesa, in genere lungo i fiumi navigabili od alle
loro confluenze: il materiale adoperato generalmente è la terra, ma non
mancano avanzi di mattoni, pietre lavorate e persino legname: utensili
ed ornamenti in rame argento e pietre preziose, scuri, scalpelli,
braccialetti, coltelli, pezzi di tessuto, stoviglie primitive e vasi di
terra dagli svariati ornamenti, oggetti in creta della forma d'uccelli
quadrupedi uomini, graffiti e bassorilievi rappresentanti essi pure
uomini ed animali, scheletri in polvere, ecco quanto hanno lasciato
i _Mound-builders_, i costruttori cioè dei _mounds_; abbastanza per
tramandare il ricordo di sè, troppo poco per svelarci l'enigma della
loro storia.

Erano essi i progenitori degli Indiani, cosa ben difficile quando si
paragoni la civiltà di questi alla loro? Erano tribù affini a quegli
Indiani Pueblo del Nuovo Messico, che abitano tuttora in enormi edifici
di pietra dalle mura altissime scavalcate in mancanza di porte mediante
scale a piuoli, edifici costrutti in cima ai colli e contenenti
persino 5000 persone, opinione anche questa improbabilissima, quando
si consideri la diversità sostanziale tra queste costruzioni in
pietra ed i misteriosi _mounds_ in terra? O sono questi i monumenti
di quell'impero grande e civile fondato, come suona la tradizione
irochese, dalla tribù indiana dei Lemni Lenapi, scesi dal nord-ovest
nella vallata del Mississippi e scacciati di qui da genti più barbare,
che li avrebbero costretti a cercare rifugio nei più impraticabili
_cañons_, dove pur trovansi vestigie di costruzioni stranissime? O
sono opera infine di genti asiatiche, derivate da naufraghi cinesi o
giapponesi sbattuti dalle tempeste sulle coste del Pacifico; o di genti
venute dal Golfo del Messico, come parrebbero far credere le figure di
foche e d'altri animali marini incisi nei loro strumenti? Nulla fino
ad ora ci illumina sull'origine e sulla storia di questi uomini. Il
Bancroft ne nega addirittura l'esistenza, ritenendo i loro _mounds_
opera della natura, strane forme geologiche e nulla più, opinione
distrutta dall'esattezza matematica della costruzione, che attesta
non solo una mente ma perfino l'uso di strumenti, e dagli avanzi
scopertivi; il Reclus all'opposto, asserendo che _mound-builders_
erano in grado minore gli stessi Seminoli della Florida ed i Cherochesi
della Georgia, ed i Natchez del Mississippi, non vede nei _mounds_ che
l'opera di tribù nord-americane per nulla dissimili salvo pel grado
di civiltà da quelle attuali; il Morton infine, con più ragione forse
d'ogni altro, li attribuisce a quel tipo _tolteco_, rappresentato pure
dagli abitanti primitivi del Messico, tipo distinto fisicamente da
quello nord-americano vero e proprio per essere dolicocefalo anzichè
brachicefalo.

Qualche pestilenza distruttrice o qualche invasione barbarica avrà
probabilmente scacciato dalle lor sedi settentrionali e spinto verso
sud-ovest a confondersi coi loro fratelli questi Toltechi, vissuti
a quanto ritiensi dallo stato degli scheletri un duemila anni or
sono, arrivati ad un grado di civiltà relativamente agli Indiani
avanzatissima e passati poi come un'ombra senza lasciare altra
traccia che quella dei muti ricoveri testimoni dei loro amori, dei
loro sacrifici, delle loro lotte, altro ricordo che quello della loro
esistenza.


§ 3. I NORMANNI. — Se dei costruttori dei _mounds_ rimangono pur in
mezzo alla più fitta oscurità traccie indiscutibili di esistenza,
d'altre genti venute un giorno sul suolo nord-americano parlano solo
vaghe leggende dei popoli nordici. Sarebbero questi i Norsi, i padri
di quegli arditi navigatori scandinavi resisi terribili non per pura
leggenda a tanti paesi d'Europa. Certa pare infatti, nonostante la
veste fantastica di cui si ammanta nella saga islandese, la venuta
degl'Irlandesi a partire dalla metà del VII sec. in un paese da
loro in seguito colonizzato e denominato la _Grande Irlanda_, ch'era
probabilmente l'estremo N-E. del Canadà e il N. Brunswick. Un fitto
velo copre le vicende di questi arditi, che forse soccombettero
alle ostilità degli indigeni ed all'epidemie o furono soppiantati da
quei Normanni, i quali dopo essersi stabiliti nel sec. 8º e 9º nelle
Färöer e nell'Islanda, pur esse precedentemente occupate da Irlandesi,
approdarono e si stabilirono in Groenlandia ed in altre terre più
occidentali lungo i secoli X e XI. Winland (terra del vino) Helluland
(terra rocciosa) Markland (terra selvosa) furono i nomi immaginosi
che Leif Eriksen, figlio di Erik Raudi, l'islandese stabilito in
Groenlandia, ed il compatriotta di lui Thorfinn Karlsewne davano in
sull'alba del 1000 alle terre americane, in cui la critica moderna
ravviserebbe rispettivamente Nuova Scozia, Labrador, Terranuova e
tutt'al più un lembo del Canadà, escludendosi la costa degli Stati
Uniti sino al Capo Cod, com'era opinione comune sino pochi anni
addietro.

Le relazioni fra l'Islanda la Groenlandia e la terra delle viti
selvatiche, il Winland, si protrassero, pare, ad intervalli e riprese
per qualche secolo, ed i Normanni si spinsero forse, se è da credere a
vaghe tradizioni messicane, fino al Messico. Certo è ad ogni modo, che
stabile colonizzazione bianca non vi fu neppure sulla costa dei futuri
Stati Uniti, giacchè non solo manca ogni prova diretta od indiretta di
essa ma non si trova neppure presso le genti del nord dell'Europa la
cognizione di terre, che le relazioni commerciali o la fama avrebbe in
quel caso rivelate.

I soli ed unici abitatori primitivi adunque, a noi noti, del territorio
nord-americano sono quelle tribù di razza rossa ivi trovate all'epoca
della scoperta e conosciute in Europa col nome generico di Pelli-Rosse
o di Indiani, così detti dall'erronea opinione dei primi esploratori
d'esser giunti alle Indie.


§ 4. GLI INDIANI. — Gli Indiani appartengono a quella razza americana,
che per la struttura somatica e pel tipo linguistico polisintetico
presenta qualche lontanissima analogia colla razza mongolica, pure
rimanendo una famiglia a sè, diversa da tutte le altre. Prima della
scoperta europea gli Indiani degli Stati Uniti attuali s'aggiravano,
secondo i calcoli[5] più fondati, intorno al milione, di cui un 180.000
soltanto all'est del Mississippi, ripartiti in una infinità di tribù,
che oggi dopo tre secoli e più di colonizzazione bianca con relativa
distruzione di alcune fra esse, migrazione o spezzamento di altre,
riesce ben difficile localizzare con precisa esattezza.

Le affinità linguistiche nondimeno hanno permesso al Buschmann di
riunire in gruppi queste tribù, ciascuna delle quali aveva propria
parlata, raggruppamento su cui il grande antropologo Waitz basò la sua
classificazione.

Nel sec. XVIII noi troviamo in tutto l'estremo est, dalla Nuova Scozia
alla Carolina settentrionale, gli _Algonkini_, divisi in un'infinità
di tribù; all'ovest di essi, nel New-York centrale e settentrionale,
presso i Grandi Laghi, gli _Irochesi_, tra i quali i _Seneka_ i
_Kayuga_ gli _Onondaghi_ gli _Oneida_ e i _Mohawki_ formavano la
fortissima lega delle Cinque nazioni, cui s'aggiunse più tardi
come sesta la tribù dei _Tuscarora_, lega in guerra perpetua cogli
_Huroni_, tribù pur essi della stessa stirpe; nella parte sud-est
degli Stati Uniti attuali, gli _Appalachiani_, tra cui famosi per
bravura i _Cherochesi_ nella valle delle Tennessee, i _Natchez_ sul
basso Mississippi, i _Seminoli_ nella Florida; di là dal Mississippi,
nelle praterie, i _Dakota_ e i _Sioux_, divisi essi pure in molteplici
tribù, ed ancora più all'ovest negli altipiani occidentali una serie di
tribù, appartenenti a quel gruppo dei _Kenai_ estesisi per successive
migrazioni dall'Alaska al Golfo del Messico.

Per quanto varie di lingua di sede di origine di grado di civiltà,
belligere le une e cacciatrici, pacifiche ed agricole le altre, queste
tribù presentano pur sempre qualche cosa di comune che permette di
parlare di un tipo fisico e sociale indiano. Brachicefalo il capo,
color di rame la pelle, prominenti gli zigomi, piccoli e neri gli
occhi, ispidi i capelli, l'Indiano era generalmente inferiore al
bianco per forza muscolare, infinitamente superiore per forza di
resistenza: agilissimo, svelto poteva percorrere in un giorno solo
settanta od ottanta miglia; figlio della natura, dei cui fenomeni
era osservatore finissimo, percepiva i suoni più lontani e notava
i segni meno appariscenti in quei boschi, ch'egli sapeva per quanto
folti attraversare in linea retta, prendendo a guida l'aspetto della
borraccine e la scorza degli alberi; grave e dignitoso nelle assemblee,
vivace ne era il parlare e nella sua semplicità altamente poetico;
valorosissimo in guerra combatteva con disperato coraggio, mostrandosi
altrettanto crudele e spietato coi nemici quanto era paziente nel
sopportare se vinto la prigionia o i tormenti senza un lamento;
vendicativo per eccellenza quando si teneva offeso, ricordava ed era
grato dei benefici ricevuti; attivo, instancabile, animato da vero
furore in guerra nella caccia nella danza, le occupazioni preferite,
era neghittoso in tutto il resto, lasciando alla donna il lavoro
quotidiano per abbandonarsi bene spesso a fantastiche contemplazioni;
vivo sopra tutto in lui il bisogno dell'aria aperta, radicato
quell'istinto della vita nomade che la necessità economica di sempre
nuove caccie, di sempre nuove boscaglie da ardere aveva istillato e
mantenuto.

Le superstizioni del totemismo erano in fondo la religione
degl'indiani, ma ad esse congiungevano l'idea vaga della divinità
e dell'immortalità, non senza un principio di giustizia retributiva
nell'altra vita, riservante pei buoni ricchissime caccie.

«I nostri bambini non hanno peccato; quando muoiono, dove vanno?»
chiedeva un indigeno a John Eliot, l'apostolo degli Indiani del
Massachussets. Credevano in un Grande Spirito, di cui era simbolo il
sole, ed a questo in mancanza di templi rendevano omaggio all'aria
aperta, accendendo in suo onore dei grandi fuochi, intorno ai quali
cantavano e danzavano con immane frastuono; un culto superstizioso
tributavano pure ad animali, che rappresentavano gli altri spiriti
secondari dispensatori dei beni e dei mali o simbolizzavano quel _clan_
di cui costituivano ad un tempo e l'_otem_[6] od insegna tatuata ed
il nume tutelare: tali ad esempio il lupo, il cervo, la tartaruga, il
castoro, l'orso, l'airone, il falco. Il grande problema dell'origine
del male s'affacciava in modo rudimentale alla loro mente: «perchè
Dio non ha dato un buon cuore a tutti gli uomini?» chiedeva un indiano
all'Eliot; ed un altro: «poichè Dio è onnipotente, perchè non uccide
il diavolo che ha reso sì cattivi gli uomini?». La natura tutta del
resto era oggetto di adorazione per l'Indiano ai cui occhi ed i venti
e le stelle e le acque, come canta il Longfellow nel suo «_Hiawatha_»,
erano animati non meno degli animali e degli uomini. Nello stesso senso
del sopranaturale sviluppatissimo in loro trovavano origine i magi ed i
sacerdoti dotati di miracolosi poteri.

Primitiva era la loro organizzazione politica e sociale, basata
la prima sul legame gentilizio anzichè territoriale, la seconda
sull'uniformità di condizioni e funzioni degli individui. Si dividevano
in tribù e queste alla loro volta in _clans_ o genti legate insieme dal
vincolo della comune discendenza: alla testa dei _clans_ vi era uno o
più capi detti _sachem_, uomini di regola ma talora anche donne: ogni
villaggio costituiva uno stato indipendente, una piccola democrazia,
a cui erano ignote generalmente e schiavitù e caste privilegiate. Come
presso gli antichi Germani, in cui tutti erano uguali, i capi dovevano
la lor elezione alla stima personale, ispirata dal loro valore, e
duravano in carica finchè sapevano mantenersi tale stima: in guerra
essi stimolavano colla voce sonora i commilitoni, in pace trattavano
coi _sachem_ degli altri _clans_ gli affari generali della tribù. Il
grado più alto di sviluppo politico, se così può chiamarsi, di questa
razza era dato dalle confederazioni fra le varie tribù, più famosa
di tutte quella già ricordata delle Cinque nazioni irochesi, retta da
una specie di consiglio federale di 50 capi alla cui testa stavano due
comandanti supremi.

Come l'autorità nell'opinione, così la legge risiedeva nell'uso e
nella tradizione orale: i loro concetti giuridici erano ancora allo
stato embrionale: la vendetta del sangue il modo più comune di punire
le offese. Proprietà collettiva era la maggior parte del suolo, sia
coltivato che lasciato ad uso di caccia; ma dalla proprietà collettiva
s'era svolta e viveva accanto ad essa una proprietà privata, il cui
concetto era altrettanto rigido in seno alla tribù quanto elastico
nei rapporti con le altre tribù. La famiglia era generalmente su base
monogamica, ma anche la poligamia era permessa: frequentissimo perciò
il divorzio per le più futili ragioni, schiava dell'uomo la donna.

Non conoscevano linguaggio scritto ma coi segni tracciati sulle roccie
e sugli alberi comunicavano fra loro benissimo: i loro annali erano
dei segni simbolici semplicissimi incisi sugli alberi, dopo averne
tolta la corteccia più esterna, dei canti guerreschi, delle cinture di
_wampun_ o chicchi forati fatti colle conchiglie; a queste affidavano
pure per anni ed anni la memoria dei trattati, cui mantenevano fede
incrollabile. Non conoscevano moneta, in cui vece servivansi dei
_wampun_, uso imitato dagli stessi coloni bianchi nei primi tempi.

Abitavano ora isolati in capanne dette _wigwams_, costruite di pelli
e di scorza d'albero, ora raccolti in parecchie famiglie in ricoveri
assai ampi costrutti di scorza e di pali; vivevano dei prodotti della
caccia e della pesca, di maiz, di bacche; usavano il tabacco ma non
conoscevano bevande inebrianti; costruivano insieme coi rozzi utensili
d'uso più comune, come stuoie di vimini, mortai di legno, vasi di
terra, ami d'osso e reti di canapa, degli ingegnosi arnesi imitati
poi dagli stessi coloni, come i patini da neve e le canoe. I patini,
con cui scivolando sulla neve riuscivano a raggiungere alla corsa lo
stesso cervo ed il daino, consistevano in un ramo d'acero, curvato nel
mezzo finchè le due estremità si riunivano in punta, e riempito nel
vuoto con una rete fatta di pelle di cervo cui s'attaccava con corregge
il piede coperto soltanto da un leggiero _moccason_ o pianella: ogni
tribù aveva uno stampo diverso di patini. La canoa consisteva in una
corteccia di betulla bianca, che si sbucciava tutta intera dall'albero,
distesa sopra una leggerissima ossatura di cedro bianco, cucita ad essa
con radici di cedro e spalmata al di fuori d'una pece ricavata dalla
gomma degli alberi: erano imbarcazioni dalla forma svelta ed elegante,
che contenevano al massimo 10 o 12 uomini, e pescando pochissimo
scivolavano rapidamente sulle acque meno profonde.

Si dipingevano il corpo, vestivano pelli di animali, si ornavano il
capo di penne, le rozze vesti di conchiglie. I lavori domestici, la
poca agricoltura affatto primitiva era lasciata dall'Indiano alla sua
_squaw_ o donna; sua occupazione pressochè esclusiva era la caccia o la
guerra esercitata più che altro a scopo di rapina. Quale fonte normale
di sussistenza, come suole accadere presso i selvaggi ed i barbari,
aveva pertanto la guerra una parte importantissima nella vita sociale
delle tribù indiane, sempre in lotta fra loro, ora sole ora federate.

Cerimonie singolarissime la precedevano: digiuni e preghiere al
Grande Spirito da parte del _sachem_, che tintosi di nero andava a
nascondersi nei boschi per interrogare la divinità, e ottenuto nel
sogno responso favorevole tornava fra i suoi, invitava nel proprio
_wigwam_ i guerrieri a lauto banchetto, finito il quale cominciavano
le danze guerresche, che si protraevano tutta la notte tra il bagliore
dei fuochi, tra i canti marziali e le grida selvaggie. Al mattino
partivano per la spedizione dopo essersi spogliati di tutti gli
ornamenti che consegnavano alle loro donne: entrati in campagna più che
battagliare in campo aperto ricorrevano alle sorprese, ai tradimenti,
agli stratagemmi d'ogni sorta, alle imboscate; loro armi d'offesa
le freccie ed il _tomahawk_ o scure di pietra, di difesa scudi di
pelle di bisonte o corazze di vimini; sul nemico vinto praticavano
lo _scalp_, atto nazionale per eccellenza di inaudita ferocia, che
consisteva nell'incidere la cotenna alla base del capo e quindi
strapparla afferrando quel ciuffo, che unico portavano gli Indiani in
mezzo alla testa rasa; erano questi i più gloriosi trofei che i padri
tramandassero ai figli.

Un milione dunque all'incirca di questi esseri deboli, miti in pace, in
guerra feroci bensì ma armati di freccie di legno e scuri di pietra,
privi delle più elementari risorse di vita e di resistenza di una
qualsiasi civiltà un po' avanzata, dispersi sovratutto su un immenso
territorio pressochè vergine e divisi in un'infinità di tribù ostili
fra loro e separate bene spesso da enormi spazi vuoti, favorevoli
quanto mai all'incunearvisi della colonizzazione bianca, ecco i padroni
del suolo, dove la razza ariana sarebbe salita alla più alta potenza
nel mondo, ecco l'elemento etnico indigeno, di fronte a cui veniva a
trovarsi la colonizzazione bianca[7].

Chi erano i pionieri di questa? quali fra le genti d'Europa schiudevano
prime questo vasto campo all'umana attività ed ai trionfi del più
avanzato progresso?


§ 5. PRIME ESPLORAZIONI E RICOGNIZIONI EUROPEE. — Se la storia
generale della scoperta americana è iniziata _ex integro_ dalla
triade tutta italiana, Cristoforo Colombo, Paolo Toscanelli del Pozzo
ed Americo Vespucci, sulle cui orme materiali od intellettuali si
spinge baldanzosa dai porti dell'Occidente una pleiade di navigatori
italiani e stranieri a scoprire ed esplorare le nuove terre; la
storia speciale dell'esplorazione nord-americana, pur cominciando
anch'essa a stretto rigore cogli ardimenti del genio latino, trova la
sua preistoria in quelle audacie normanne, consacrate dalla leggenda,
ed in quell'esercizio della pesca continuato per secoli nei mari più
settentrionali d'America da parte degli occidentali: di quelle infatti
si presentano continuatrici non più leggendarie ma storiche, di questi
risolcano la via le navi del veneziano Giovanni Caboto, che sul finire
del secolo XV pone il piede pel primo sul continente nord-americano.

Se l'Italia però dava al mondo i geni maggiori della navigazione,
essa non dava al Nord-America più che al Sud-America i pionieri
della colonizzazione: prima tra le nazioni europee per lo sviluppo
di civiltà, essa non poteva entrare per la sua posizione geografica e
per le sue condizioni politiche in un arringo coloniale, cui quella e
queste spingevano gli altri paesi dell'Occidente.

L'Europa occidentale si presentava allora quanto mai adatta alla
conquista ed alla colonizzazione del nuovo mondo. Le grandi scoperte
geografiche avevano portato con sè una completa rivoluzione,
trasportando il centro della civiltà fuori di quel bacino del
Mediterraneo, che per tanti secoli era stato il teatro degli smerci
internazionali e la sede d'ogni potere politico e commerciale:
tracciata dai porti occidentali la nuova strada alle Indie, scoperta
dai medesimi porti l'America, ad essi faceva capo quel commercio
mondiale, che abbandonate le terre ed i mari chiusi si esercitava
attraverso l'Oceano, e col commercio la ricchezza e la forza politica,
lo sviluppo della civiltà.

Alla difesa di questi nuovi commerci erano necessarie delle flotte
armate, a compiere le nuove conquiste nei mondi lontani occorrevano
potenti organismi politici, e di tali mezzi potevano disporre appunto
quei grandi Stati allora allora costituiti in Occidente sulle rovine
del feudalismo, quelle società in cui l'industria nascente e la stampa
andavano accrescendo la fortuna e l'influenza di robuste classi medie.

Portoghesi, Spagnuoli, Francesi ed Inglesi, sentinelle avanzate del
mondo bianco sulle coste dell'Atlantico, sono infatti i popoli che
compiono le prime esplorazioni, le più antiche ricognizioni, per
dir così, sul suolo nord-americano, prima che gli Olandesi sorti
a gagliarda vita nazionale s'aggiungano ultimi per tempo, non per
fortuna, a contendere loro il primato dei mari.

_I Portoghesi_. — Famosi per le loro scoperte nei mari d'Africa e
d'Asia, i Portoghesi, se lasciarono di sè traccia imperitura in tanta
parte dell'America meridionale, non ne lasciarono affatto in quella
settentrionale. Mentre invero il Cabral navigava a mezzodì e veniva
dalle tempeste gettato sulle coste del Brasile, ignoti navigatori
portoghesi compievano delle scoperte intorno al 1501 lungo le coste
della Florida e forse della Carolina ed il Cortereal tra il 1500 ed
il 1502 navigava per incarico ufficiale della corona portoghese a
settentrione del continente americano: però il suo primo viaggio, in
cui approdava alla spiaggia del Labrador e spaventato dalla crudezza
del clima rivolgeva verso sud la prora delle sue navi, non aveva altro
effetto che la rapina d'alcune decine d'Indiani tratti in schiavitù ed
una relazione della flora rigogliosa dei paesi esplorati; nel secondo
viaggio poi periva lo stesso esploratore, massacrato forse col suo
equipaggio dagli Indiani; nè più dopo di lui il governo portoghese
pensava all'America settentrionale.

_Gli Spagnuoli_. — Più fortunati dei loro confratelli, ma non destinati
a raccogliere nella parte settentrionale del nuovo continente gli
allori grondanti sangue della parte centrale e meridionale, furono
gli Spagnuoli, quantunque abbiano fondato nel Nord-America la prima
stabile colonia e vi si siano mantenuti fino al secolo XIX. Un anno
prima infatti che Vasco Nuñez de Balboa, superato l'istmo di Darien,
rivelasse all'Europa il Grande Oceano, constatando così l'esistenza
indiscutibile d'un nuovo continente, quando già i viaggi di Colombo,
Alonso Hojeda, Vicente Yanez Pinzon, Diego de Lepe, Pietro Alvarez
Cabral, Diego di Nicuesa hanno scoperto ed esplorato buona parte
dell'America centrale e meridionale; gli Spagnuoli sbarcavano nel
1512, il giorno della Pasqua di Rose, a quella penisola che appunto
per ciò fu detta Florida. Venivano essi da Porto-Rico e li guidava
il vecchio Ponce de Leon, già governatore di quell'isola, uno dei più
intraprendenti e feroci avventurieri coloniali, il quale aveva armato a
proprie spese tre bastimenti per conquistarsi un regno e ritrovare ad
un tempo quella fonte di eterna giovinezza, che la leggenda affermava
esistere in quei paraggi.

La superstiziosa speranza rimase naturalmente delusa, nè più
soddisfatta fu quella di grandi tesori auriferi, ch'era stata
tra i moventi primi della conquista: Ponce de Leon ottenne dal Re
di Spagna il governo della Florida col patto di colonizzarla, ma
tale opera incontrò le più vive difficoltà da parte degl'indigeni
maltrattati dai conquistatori; e lo stesso Ponce de Leon, ferito
mortalmente dagl'Indiani nel 1521 in una seconda spedizione, andava
a morire a Cuba, non lasciando d'immortale, egli che aveva aspirato
all'immortalità materiale, che il nome, strettamente legato alla
conquista spagnuola della Florida. Nè maggior fortuna ebbero gli
altri avventurieri spagnuoli, sbarcati colà per appagare insaziabile
sete di guadagno, massimo fra tutti quel Ferdinando de Soto il quale,
geloso dei bottini peruviani di Pizzarro, di cui era stato compagno,
navigava da Cuba alla volta della Florida nel 1539 alla testa d'oltre
600 spagnuoli armati pomposamente e pieni di entusiasmo, caccia
febbrile ai vantati tesori auriferi del paese più che conquista
territoriale, spedizione disastrosa condotta per anni fra stenti
ed ostacoli insormontabili, impresa in cui religione superstizione
avidità orgoglio e tenacia indomabile s'uniscono insieme a darci uno
dei quadri più smaglianti dello spirito di avventura dell'epoca, uno
dei tipi più genuini di avventuriero spagnuolo: guidato dalla febbre
dell'oro attraverso il continente, il De Soto non vi trovava e scopriva
che la sua tomba, il grande fiume Mississippi da lui risalito fino
al Missouri; e la sua salma, in esso gettata dai superstiti nel 1542,
pareva quasi consacrare alla conquista spagnuola l'intera vallata del
gran fiume.

Diversi i moventi ma triste del pari era nel 1549 la fine del
domenicano Cancello, invano recatosi nella Florida per convertirvi gli
indigeni: pareva che la morte medesima stesse a guardia della penisola
infausta contro l'orgoglio castigliano, che vittorioso in ogni parte
altrove non riusciva qui a conquistare un paese imbevuto ormai di tanto
sangue d'_hidalghi_ e tanto calorosamente agognato.

All'orgoglio castigliano non tarda anzi a contrastare il passo quello
della nazione rivale, la Francia. Una colonia ugonotta, guidata da
un ardito navigatore di Dieppe, Giovanni Ribault, intraprende l'opera
ideata dall'ammiraglio Coligny, che sognava di fondare in America un
impero francese protestante quale rifugio dei perseguitati ugonotti,
sbarcando nel 1562 alla Florida: Forte Carlo fu detta la colonia e
Carolina il paese, in onore di Carlo IX.

La fame e gli stenti fecero naufragare l'impresa, che fu ripigliata
con più fervore all'arrivo di una nuova comitiva di emigrati ugonotti
nel 1564 sotto il comando del Laudonniere, e parve dover riuscire
al ritorno del Ribault sbarcato con granaglie strumenti e coloni. La
classe inferiore dei coloni si componeva di spregevoli avventurieri,
i quali fecero della colonia regalata alla madrepatria dalla fede e
dall'entusiasmo un nido di pirati, che gabellavano per patriottismo la
preda delle navi spagnuole.

Ma ecco alla sua volta ridestarsi contro questi eretici francesi
il fanatismo coloniale e religioso spagnuolo nel feroce capitano
Pedro Melendez de Aviles, il quale ottiene da Filippo II la carica
di governatore della Florida con tutti i vantaggi relativi al patto
di conquistarla in tre anni, ridurla al cattolicesimo mediante
l'introduzione di preti e gesuiti, e colonizzarla: abituato alle stragi
ed ai saccheggi, il restauratore del dominio spagnuolo e della chiesa
cattolica nella Florida assale e massacra senza ombra di scrupolo
i coloni francesi e prende possesso in nome del re di Spagna di
tutta l'America settentrionale, procedendo subito alla fondazione di
Sant'Agostino, la più antica città degli Stati Uniti attuali.

Il governo francese non si mosse per vendicare i coloni massacrati e
la Spagna grazie al delitto del Melendez rimase signora incontrastata
di questi territori, non ostante il tentativo fatto nel 1568 dal
coraggioso guascone Domenico de Gourgues di vendicare col massacro di
coloni spagnuoli quello dei suoi compatriotti.

Nonchè però crearvi una civiltà nuova, la Spagna era incapace di
colonizzare in modo duraturo un lembo solo del vastissimo paese, che
nelle carte spagnuole dell'epoca ad essa è assegnato col nome generico
di Florida, dal Golfo del Messico al Canadà. Anche in questo, come in
altri campi della sua attività, il carattere di quella nazione offriva
un singolare miscuglio d'ingorda avidità e di fanatismo religioso:
navigando alla volta dell'Occidente i suoi eroi, pieni ancora dello
spirito cavalleresco e dell'entusiasmo della crociata secolare contro
i Mori, credevano in buona fede di muovere ad una nuova crociata, in
cui la più brillante fortuna sarebbe stato il premio immediato della
loro pietà. Miniere d'oro e di argento inesauribili, fiumi dalle
sabbie preziose, provincie ed imperi da guadagnare in poche settimane
colla punta della spada, città dai templi e dai palazzi d'oro da
saccheggiare, popolazioni deboli ma ricchissime da convertire alla
fede ed asservire alla corona cattolica, ecco quanto sognavano questi
avventurieri nella loro esaltata fantasia, ecco quanto loro mostravano
coll'esempio i più fortunati, i Pizzarro ed i Cortez. Non eccesso
di popolazione in patria, non bisogni commerciali od industriali,
non idealità religiose politiche o morali spingevano verso il nuovo
mondo questi fanatici d'oro di gloria militare e di conquista, i
quali la propria esaltazione ed ambizione non i destini di un popolo
portavano seco: ben potevano essi mantenersi nelle Indie Occidentali,
nel Messico, nell'America meridionale, dove l'oro la fertilità
straordinaria del suolo lo sfruttamento spietato degli indigeni e ben
presto dei Negri appagava immediatamente la loro ingordigia; ma non
già in un paese, dove solo una lotta senza tregua contro la natura e
gli indigeni avrebbe strappato al suolo le ricchezze inesauste, dove
la fortuna sarebbe stata premio del lavoro non già della semplice
conquista.

Ponce de Leon, de Soto, Melendez e simili avventurieri coloniali, per
quanto esuberanti di vita, erano rappresentanti troppo genuini della
loro stirpe per dar vita ad una civiltà nuova, che avrebbe dovuto
basarsi su principi diametralmente opposti a quelli della società
spagnuola dell'epoca.

I Francesi. — Più atti senza confronto degli Spagnuoli a colonizzare
tali paesi sarebbero stati per le loro condizioni sociali e
psicologiche i Francesi, se il loro governo distolto dalle lotte
religiose e politiche, che ardevano in patria, non avesse lasciato
miseramente svanire l'occasione, come vedemmo, di fondare nella
parte meridionale del Nord-America un immenso impero coloniale. Più
fortunati invece riuscirono essi nella parte settentrionale, dove
dall'esplorazione del golfo di San Lorenzo, per opera di Dionigi
d'Honfleur nel 1506, è un succedersi per tutto il secolo XVI di viaggi
e scoperte dovute alla loro intraprendenza, al loro amor proprio
nazionale.

Lo spirito d'avventura l'ambizione la gelosia contro il fortunato
rivale fanno trovare presso Francesco I la migliore accoglienza ai
disegni di Giovanni da Verrazzano, che s'impegna di scoprire la
via al mistico regno del Catai per l'occidente; ed il navigatore
fiorentino nel 1524 sbarca sulla bassa spiaggia della odierna
Carolina settentrionale, esplora senza naturalmente trovare la via
agognata le coste americane dal 34º grado al 50º e colla descrizione
particolareggiata di esse, la prima comunemente nota, mandata al
re da Dieppe al suo ritorno, dà maggior aire ai sogni fantastici di
ricchezze e di conquiste. Il disegno del fiorentino è ripreso poco
dopo da un favorito del monarca, da Filippo di Brion-Chabot, che
al desiderio di raggiungere la meta invano sognata dal Verrazzano
accoppia lo zelo di convertire alla chiesa cattolica gli infedeli del
nuovo mondo per compensarla delle anime sottratte a lei dall'eresia di
Lutero e di Calvino: Giacomo Cartier, audace navigatore di San Malò,
è scelto a tradurre in atto i suoi disegni; ed il Cartier, dopo aver
una prima volta nel 1534 toccato il San Lorenzo, in un secondo viaggio
condotto dal 1535 al 1536 dava il nome al golfo di San Lorenzo e fra
lo stupore e lo sbigottimento degli Indiani della regione si spingeva
coi suoi fino alla loro capitale Hochelaga, un misero villaggio
d'una cinquantina di edifici fatti con tronchi d'alberi, là dove ora
sorge Montreal, nome dato a quel monte dallo stesso Cartier, il quale
chiamava il fiume «fiume di Hochelaga o fiume del Canadà» dal nome
generico che in indiano significava città o villaggio.

Una croce ed una bandiera coi gigli fissata sul suolo, ecco quanto
lasciava il Cartier ad affermare il dominio francese nel futuro Canadà,
portandone via dei miseri selvaggi attirati con inganno sulle navi,
perchè dessero fede colle loro parole al racconto delle meraviglie
vedute e dei tesori ancor più meravigliosi destinati ai Francesi.

Quando pertanto un gentiluomo della Piccardia, Giovanni de la Roque,
signore di Roberval, riprende i disegni del Chabot, ottenendo dalla
corte fra gli altri titoli pomposi quello di vicerè e luogotenente
generale del Canadà, il Cartier si presenta come il più adatto capitano
generale del futuro vicereame e l'organizzatore della spedizione, i cui
proventi dovevano andare per 1/3 agli autori di essa, per 1/3 al re e
per 1/3 a coprire le spese occorse.

Lasciata l'Europa nel maggio 1541 con un equipaggio reclutato per
buona parte nelle prigioni, il Cartier vi faceva ritorno un anno
dopo, abbandonando al proprio destino e vicereame e vicerè: carestia
e scorbuto decimavano le genti del Roberval, che rimpatriato si recava
poi una seconda volta in America nel 1549 per trovarvi una fine a noi
non meno ignota di quella dello stabilimento da lui fondato sul S.
Lorenzo.

Ancora meno di questo poi riusciva il tentativo consimile fatto
più tardi nel 1598 da un gentiluomo della Brettagna, il marchese de
la Roche, nominato egli pure luogotenente generale del territorio
transatlantico; mentre il tentativo calvinista, fatto come vedemmo nel
frattempo nel sud, non aveva lasciato di duraturo che la denominazione
di Carolina data ad un paese molto più vasto dell'attuale Carolina.

Al cadere pertanto del secolo XVI le pretese della Francia su tutta
quella parte del Nord-America, che nelle carte dell'epoca si chiamava
_Francesca_ o _Canadà_ o _Nuova Francia_, al nord della spagnuola
_Florida_, ben più vasta anch'essa dell'attuale, non avevano altro
corrispondente nei fatti che la pesca della balena e del merluzzo da
parte delle barche francesi insieme con quelle delle altre nazioni
occidentali, pesca cui s'era associato oramai il commercio lucroso
delle pelli di orso e di castoro e dei denti di tricheco, su scala
così vasta che intere flottiglie partivano per esso dal porto di
San Malò. La gloria di gettare le basi reali della grande per quanto
effimera potenza francese nel Nord-America era riservata ad un eroico
biscaglino, Samuele di Champlain.

Se infatti il progetto di fondare un grande impero francese nel
nord-America, riaffacciatosi più vivo di prima all'ambizione francese
durante il regno felice di Enrico IV, sembrava naufragato per sempre
dopo il nuovo ed infausto tentativo del marchese de la Roche, una molla
diversa ma non meno potente spingeva la Francia alla colonizzazione,
la prospettiva di lauti guadagni commerciali: un mercante di San
Malò, il Pontgravè, era l'anima di tali imprese, per le quali nel 1603
fondavasi a Rouen una compagnia di mercanti, che sceglieva per dirigere
la spedizione il Champlain, uomo di profonda cultura marinaresca, di
spirito penetrante, di perseveranza infaticabile, di coraggio indomito,
il quale aveva già concepito nei suoi precedenti viaggi nel nuovo mondo
il luminoso per quanto prematuro disegno d'un canale interoceanico
nell'America centrale e se n'era fatto il banditore presso la corte ed
il ceto dedito alle imprese coloniali.

Quando il Champlain ritornava in Francia da questa spedizione, senza
aver trovato più alcuna traccia di Hochelaga e dei compatriotti
ivi rimasti, Enrico IV, revocate tutte le concessioni commerciali e
coloniali precedenti, aveva già dato a un suo ciambellano, Pietro de
Monts, il permesso di colonizzare La Cadie o Acadia, nome con cui fu
designato il territorio americano estendentesi dal 40º al 46º grado di
latitudine nord, cioè dalla attuale Filadelfia fin oltre Montreal.

Il nuovo luogotenente generale d'Acadia, al quale coll'autorità di
vicerè ed il monopolio del commercio delle pelli, cosa ben ostica
ai mercanti francesi dei porti dell'Atlantico, era stato concesso
di reclutare a forza vagabondi malandrini e prigionieri pei suoi
equipaggi, armava una spedizione che doveva conquistare e colonizzare
il paese per fini commerciali, convertendone al cattolicesimo
gl'indigeni; disegno per cui il De Monts, quantunque calvinista,
conduceva seco dei preti cattolici: il Champlain il Pontgravè ed il
barone di Poutrincourt furono a lui compagni nell'impresa iniziatasi
nel 1604.

Dato il nome a Port-Royal, che fu concesso in dono al Poutrincourt,
ed al fiume S. Giovanni, fondato uno stabilimento col nome di Santa
Croce alla foce del fiume omonimo, il De Monts ed il Champlain si
spinsero verso sud in cerca di clima più dolce e terre più fertili,
esplorando in nome della Francia le coste ed i fiumi dell'attuale Nuova
Inghilterra fino al capo Cod; ma, non avendo trovato un luogo adatto
per costruirvi la capitale, ritornarono a Port-Royal, dove fondarono
una nuova colonia. Nel frattempo i nemici del De Monts lavoravano ai
suoi danni, eccitati e comperati per di più da quei commercianti e
pescatori dei porti normanni bretoni e guasconi, che la esclusione dal
lucroso commercio delle pelli aveva danneggiato ed irritato oltremodo.
Il De Monts tornava allora in Francia per sventare tali trame; ma
ciò nonostante il monopolio concessogli veniva revocato ed i capi
dell'impresa fallita, che primi tra gli Europei avevano tentato fondare
nel nuovo mondo una colonia agricola pure servendosi a tal fine di
pessimi elementi sociali accanto ai buoni, approdavano vinti ma non
domi a S. Malò nell'ottobre del 1607.

Il barone di Poutrincourt, non volendo rinunciare ai suoi disegni,
otteneva dal re Enrico IV la conferma del donativo di Port-Royal, ma
i suoi piani venivano ostacolati dalla potenza dei Gesuiti i quali,
fiutata nella Nuova Francia un nuovo e più vasto campo alla loro
attività, volevano servirsi della grande influenza già acquistata alla
corte per ridurre quel territorio sotto il loro dominio.

Il Poutrincourt, buon cattolico ma tutt'altro che amico dei Gesuiti,
non volle saperne di condurli seco nel nuovo mondo, dove si diede
con zelo all'opera di convertire gli Indiani per dimostrare che anche
senza i Gesuiti potevasi cristianizzare la Nuova Francia; ma l'intrigo
e la tenacia della compagnia di Gesù, cui l'assassinio di Enrico IV
rendeva più potente, la vincevano sopra l'energia del barone sfornito
di mezzi e nel gennaio del 1611 i Gesuiti salpavano trionfanti per la
Nuova Francia dopo che il padre Briard ebbe comperato per 3800 lire in
nome della «Provincia di Francia della Compagnia di Gesù» il diritto
di partecipare all'impresa del Poutrincourt cui s'erano associati due
mercanti ugonotti di Dieppe!

Esaurite ben presto le risorse del Poutrincourt, la bella e virtuosa
marchesa di Guercheville, Antonietta de Pons, dama d'onore di Maria de'
Medici e grande fautrice dei Gesuiti, comperava da lui il diritto di
partecipare alla sua impresa, dal De Monts a corto lui pure di denari i
suoi diritti sull'Acadia, mentre si faceva donare dal giovane re Luigi
XIII tutti i paesi dell'America settentrionale, dal fiume San Lorenzo
alla Florida! Così la Compagnia di Gesù, di cui la pia marchesa non
era che il _medium_, divenne padrona di gran parte del suolo dei futuri
Stati Uniti.

La compagnia si accingeva subito all'opera; ma la prima impresa
inspirata da essa falliva completamente, giacchè la colonia fondata
nel 1613 dal Saussaye sulle coste del Maine veniva aggredita
da un avventuriero inglese, Samuele Argall, capitano d'una nave
contrabbandiera, che s'impadroniva coll'astuzia associata alla violenza
delle lettere regie contenenti i pieni poteri dati al Saussaye: i
coloni sopraffatti a tradimento venivano parte uccisi, parte lasciati
su un cannotto in balia delle onde, parte condotti prigionieri. Fornito
in seguito a ciò di una piccola flottiglia dal governatore inglese
della Virginia, l'Argall saccheggiava e incendiava gli stabilimenti
francesi, quantunque non vi fosse guerra tra Francia ed Inghilterra,
assalto brigantesco, ammantato per giustificarlo dei pretesi diritti
inglesi su quelle coste, col quale s'iniziava per quanto inavvertita
la lotta secolare tra Francia ed Inghilterra pel possesso del
Nord-America.

Se l'iniziativa presa dalla marchesa di Guercheville in favore dei
Gesuiti non riusciva a dare alla Francia un vasto dominio nel nuovo
continente, ben vi riusciva la costanza eroica dei predecessori di
essa, del Champlain in prima linea.

Il tenace de Monts infatti, riuscito dopo molta fatica nel 1608 ad
ottenere un nuovo monopolio commerciale per la durata di un anno, aveva
armato due navi affidandole l'una al Pontgravè, perchè commerciasse
cogli Indiani e nella vendita delle pelli trovasse i mezzi finanziari
dell'impresa, l'altra al Champlain perchè fondasse la progettata
colonia ed esplorasse l'immenso paese.

Risalito quindi di nuovo il S. Lorenzo, il Champlain fondava un
fortilizio in legname alla confluenza del fiumicello S. Carlo col S.
Lorenzo, su un promontorio che circondato da due parti dalle acque
formava come una fortezza naturale. Questo punto strategico per
eccellenza, sul quale sorge oggi la città di Quebec, doveva servire
al Champlain di base commerciale da un lato, prestandosi esso in modo
mirabile a chiudere a qualsiasi concorrente il bacino del San Lorenzo
ed a monopolizzare così il traffico delle pelli, di base militare
dall'altro per compiere le scoperte e conquiste ch'egli intendeva di
fare, sempre fermo nel duplice intento di trovare la nuova via per
l'Oriente e di strappare al demonio le tribù selvagge d'America.

Iniziatore della politica francese di attirare nell'orbita della
propria influenza le tribù indiane, il Champlain, invitato dagli Huroni
abitanti sul lago omonimo, s'intrometteva nelle lotte fra questi,
alleati agli Algonchini, e le tribù loro affini degli Irochesi, stretti
nella terribile lega già ricordata delle Cinque Nazioni. Pochi colpi
sparati dal Champlain, che durante la spedizione scopriva il lago
omonimo, e dai pochi suoi compagni, se mettevano in rotta i terribili
Irochesi spaventati da tale novità, acquistando così alla Francia
la gratitudine e la simpatia degli Huroni e d'altre tribù, gettavano
d'altra parte il seme di future lotte sanguinose tra coloni ed indiani.

Ritornato in Francia col Pontgravè nel 1610, il Champlain aveva fatto
ad Enrico IV un rapporto soddisfacentissimo; tanto che il De Monts,
il quale si trovava egli pure alla corte invano adoperandosi per farsi
rinnovare il monopolio, aveva risolto, d'accordo cogli antichi compagni
di lotta, di continuare a ogni costo per proprio conto l'ardita
impresa.

Il Champlain, ottenuta carta bianca, salpava di nuovo pel Canadà,
aiutava di nuovo gli Huroni contro gli Irochesi, fondava un fortilizio
col nome di Place Royale non lungi dall'odierno Montreal e, tornato in
Europa, cercava d'infiammare del suo entusiasmo coloniale il principe
Carlo di Borbone, il quale infatti, creato luogotenente generale della
Nuova Francia, affidava i suoi poteri al Champlain. La vita di questo
non fu più sino al giorno della sua morte che un apostolato costante a
favore della colonizzazione della Nuova Francia, le cui sorti posavano
solo sul suo entusiasmo, sul suo ardimento, sul suo genio. Mentre in
Francia, dov'egli si reca quasi ogni anno, l'opera sua si spiega nel
ricercare calorosamente nuovi proseliti, nel raccogliere sussidi armi
danari coloni, nel mettere insieme compagnie mercantili interessate
al traffico delle pelli; di là dall'Atlantico essa è tutta rivolta
ad esplorare il paese, a crearvi nuovi stabilimenti, a convertirlo al
cattolicesimo, a difenderlo dagli assalti inglesi, a far della potenza
francese il perno ed il centro d'una vasta lega fra tutte le tribù
erranti del Canadà contro i comuni nemici, i terribili Irochesi delle
Cinque Nazioni, contro i quali egli spesso combatte dando prove d'un
coraggio personale non inferiore al suo genio.

La fede del Champlain riusciva a trionfare e la sua opera poteva dirsi
ormai assicurata, quando dopo mille tentativi di colonizzazione si
fondava finalmente nel 1627 sotto gli auspici dello stesso Richelieu,
che se ne metteva alla testa, una società di 100 mercanti detta
«_Compagnia della Nuova Francia_» con un capitale di 300,000 lire e
due navi da guerra regalate dal re. Essa otteneva a perpetuità e con
poteri sovrani l'intero paese dalla spagnuola Florida al circolo polare
col monopolio perpetuo del traffico delle pelli ed un monopolio di
15 anni per ogni altro ramo di commercio: in compenso era obbligata
a trasportare subito da 200 a 300 artigiani e lavoranti nella Nuova
Francia, accrescendo il numero di essi fino a 4000 prima del 1643, ed
a provvedere questi coloni di terreni coltivabili, mantenendoli intanto
pei primi tre anni; i coloni poi dovevano essere francesi e cattolici;
proibita d'allora in poi agli Ugonotti l'entrata nel paese ed espulsi
quelli della setta ivi domiciliati; obbligata la compagnia a tenere tre
preti almeno per ogni stabilimento.

Gli Ugonotti fuggiaschi meditarono allora d'impadronirsi della Nuova
Francia e riuscirono infatti, sotto bandiera inglese, a conquistare
Quebec invano difesa audacemente dal Champlain: la città veniva però
poco dopo restituita alla Francia e ritornava la capitale dei possessi
della Compagnia, rappresentata dal Champlain fino alla sua morte.
Con lui si spegneva la notte di Natale del 1635 una delle figure più
nobili di quella storia coloniale pel solito intessuta di delitti e di
sangue, un soldato audace ed un leale politico, un grande esploratore,
un credente ardentissimo senza esser bigotto, un conquistatore senza
essere massacratore, un cavaliere senza macchia e senza paura.

Per opera sua i fondamenti della potenza francese erano ormai gettati
nel Nord-America, ma l'edificio posava su basi troppo mal fide per
essere duraturo. L'assolutismo della vecchia dinastia capetingia e
la potenza dei Gesuiti, che erano ormai ritornati in America e si
erano dati col solito entusiasmo spinto fino alla sete del martirio a
convertire gl'indiani per fondare in quelle regioni un nuovo Paraguay,
una monarchia feudale ed un sacerdozio sovrano, erano puntelli troppo
tarlati dall'opera dei secoli per resistere all'onda impetuosa delle
nuove idee, agli assalti vigorosi d'una razza incarnante quello spirito
nuovo, che andava ormai aleggiando sulla vecchia Europa ed aveva
trovato un focolare di sviluppo e d'energia nella stessa America, nello
stesso territorio diviso fra le pretese francesi e quelle spagnuole:
sulle rive dell'Atlantico, tra gli Allegani ed il mare, s'erano
stanziati o si stavano stanziando Inglesi Olandesi e Scandinavi.

_Gli Inglesi._ — Era appena terminata, può dirsi, la guerra delle Due
Rose, che l'Inghilterra approfittava della tranquillità assicuratale
dalla mano energica di Enrico VII per sviluppare le sue industrie e
allargare i suoi commerci ristretti fino allora più che altro ai mari
settentrionali: così, mentre da un lato le fiere inglesi attiravano
in gran numero i mercanti lombardi, dall'altro la città trafficante
di Bristol, chiamata dai contemporanei la Lubecca o Venezia inglese,
diventava e per la sua postura occidentale e per le tradizioni sue
commerciali, quale centro della pesca nei mari d'Irlanda, il centro
maggiore di quel vivace spirito d'intrapresa, che ben s'accordava coi
disegni del monarca geloso delle grandi risorse fruttate alla Spagna
dalle scoperte marittime dell'epoca.

Ed un mercante veneziano infatti residente a Bristol, Giovanni Caboto,
induceva senza fatica il re inglese a concedergli nel 1497 una patente
di monopolio coloniale, che desse a lui ai figli ed eredi il diritto
esclusivo di percorrere a proprie spese i mari dell'ovest dell'est
e del nord, prendendo possesso delle nuove terre da scoprire quali
vassalli della corona inglese; salvo l'obbligo pei concessionari di
sbarcare nel porto di Bristol al ritorno da ogni viaggio e di pagare
alla corona il quinto dei profitti di esso.

Il primo viaggio, come del resto i seguenti, non apportò al Caboto
alcun lucro, ma in compenso egli s'acquistava la gloria imperitura
di aver scoperto per il primo il continente nord-americano e dava su
questo all'Inghilterra tutti gli eventuali diritti, che derivavano
secondo lo spirito dell'epoca dalla priorità della scoperta.

Se mancarono quindi i vantaggi immediati, non andò perduto per
l'avvenire di quella nazione l'impulso dato alla marineria britannica
dalle scoperte di Giovanni e più ancora del figlio Sebastiano Caboto,
che nel 1498 toccato una seconda volta il Labrador si spingeva lungo
la costa americana fino all'attuale Maryland, e più tardi, messosi alla
ricerca d'un passaggio al nord-ovest, entrava nella baia denominata un
secolo dopo dall'Hudson.

La posizione geografica, lo sviluppo considerevole della popolazione,
la passione dei viaggi e delle scoperte propria dell'epoca con tutti i
sogni romantici ad essa inerenti, la gelosia per le scoperte spagnuole
e la necessità di difesa marittima contro quel popolo, l'esercizio del
commercio sulle coste dell'Africa, la politica di Enrico VII curante
degli interessi commerciali nonostante il suo tirannico governo, e
più ancora quella di Elisabetta animata dall'intento di assicurare al
paese il primato nei mari, erano tutte cause che dovevano spingere
l'Inghilterra ad assecondare prima e continuare poi anche nei mari
del nuovo mondo, come in quelli settentrionali dell'antico, l'opera
iniziata dal suo «grande pilota» e da lui condotta, con costanza
non inferiore al suo genio, sino alla morte. Marinai e lavoratori,
scienziati ed avventurieri fanno delle terre d'oltre Atlantico
l'oggetto del loro pensiero, la sede dei loro castelli dorati: ed
ecco nel 1576 e negli anni seguenti i viaggi nei mari polari d'America
organizzati, qualcuno a spese della stessa Elisabetta, dalla tenacia
indomita del Frobisher, che considerava la scoperta del passaggio del
N. O. «come la sola cosa al mondo che vi fosse ancora da fare e che
potesse procurare ad un genio distinto la gloria e la fortuna», viaggi
importanti per le scoperte geografiche più che per i risultati pratici,
che si ridussero al trasporto di vascelli carichi di pietre scambiate
per oro dall'ingordigia febbrile degli esploratori; ecco le prodezze,
segno anche queste dei tempi, di Francesco Drake, vero pirata a danno
dei nemici dell'Inghilterra, il quale, inteso a saccheggiare dal 1577
al 1580 i forti spagnuoli dell'Oceano Pacifico, prende piede per il
primo sulla costa occidentale dei moderni Stati Uniti, denominandola
_Nuova Albione_; ecco infine dei progetti non di semplice scoperta
e conquista di terre americane ma di colonizzazione vera e propria
con sir Umfredo Gilbert, che nel suo «_Discorso per dimostrare il
passaggio di Nord-Ovest per il Catai e le Indie Orientali_» scrive:
«Noi potremmo abitare una parte di quei paesi e trasportare colà quella
gente bisognosa, che adesso disturba la nostra società, e per le tristi
condizioni in patria è portata a commettere misfatti e cattive azioni,
talchè ogni giorno la vediamo salire il patibolo».

Ottenuto un brevetto abbastanza largo, per quanto concepito secondo
le teorie commerciali dell'epoca, e riunita una schiera di emigranti
volontari, il Gilbert metteva alla vela per l'America nel 1579 una
prima volta, ed una seconda nel 1583 ma senza alcun risultato; in
quest'ultimo viaggio anzi naufragava egli stesso, mentre seduto a poppa
con un libro tra le mani incoraggiava filosoficamente i suoi colle
parole «per mare come per terra siamo del pari vicini al cielo»!

Ai rischi di tale spedizione aveva partecipato un fratellastro del
naufrago, Gualtiero Raleigh, il quale in quell'elevato patriottismo,
in quella gelosia dell'onore della prosperità del progresso
dell'Inghilterra, che lo facevano l'antagonista inesorabile delle
pretese spagnuole, trovava la forza di volontà per continuare e
compiere ad ogni costo l'opera del Gilbert. Se Elisabetta nella
speranza di un iperboreo Perù nei mari glaciali d'America favoriva le
spedizioni polari, il Raleigh animato dalle idee stesse del Gilbert non
risparmiava sacrifici pur di colonizzare a vantaggio del proprio paese
il nuovo mondo, diffondendone al tempo stesso in Inghilterra in tutti i
modi la conoscenza ed ispirando per esso il più vivo interesse.

La prima spedizione organizzata dal Raleigh ma condotta da altri ebbe
luogo nel 1584 senz'altro risultato che quello di prender nominalmente
possesso d'una parte della costa già detta dai Francesi Carolina,
regione chiamata ora Virginia in onore della vergine regina innamorata
del paese dalla descrizione fattale. L'anno dopo partiva sotto il
comando del Grenville una nuova spedizione di 7 navi con 108 coloni,
i quali ben presto sgomenti dei disagi sopportati abbandonavano la
colonia, non senza però aver gettato il primo germe della lotta tra
indigeni e bianchi col dare alle fiamme un villaggio di Indiani, rei
d'avere rubata una tazza d'argento. A guardia del possesso inglese
rimanevano nell'isola Roanoke una quindicina di uomini, ma di costoro
non ritrovava che le ossa una terza spedizione, condotta dal White nel
1587, la quale abortiva completamente essa pure per mancanza d'aiuti
dalla madre patria, spedizione famosa soltanto per aver dato al suolo
nordamericano il primo oriundo inglese nella nipote del governatore
Dare, denominata appunto Virginia. L'Inghilterra era allora impegnata
in una lotta per la vita contro l'_invincibile armata_, e d'altra parte
il Raleigh aveva esaurito tutto il suo patrimonio in questi tentativi
coloniali costatigli un 40000 sterline, senz'altro risultato diretto
che quello di introdurre in patria le patate ed il tabacco. Animato
però sempre dallo stesso entusiasmo, egli riusciva a costituire una
compagnia coloniale per venire in aiuto della Virginia; ma all'arrivo
della nuova spedizione, intrapresa nel 1590, nei paraggi di Roanoke
la colonia era scomparsa, ed essa come le spedizioni seguenti nonchè
fondare una stabile colonia non riuscì neppure a mettere in luce
la fine dei compatriotti, massacrati probabilmente dagli indigeni
od internati nel paese. I progetti del Raleigh fallivano così
completamente, spezzando la forte fibra del grande patriota, prima che
una ignominiosa condanna di morte venisse a compensarlo in modo indegno
dei servigi resi al suo paese: a lui rimaneva la gloria, come sempre
grondante di lacrime, dei precursori; di lui rimaneva il nome dedicato
per riconoscenza e venerazione circa due secoli dopo alla capitale
della Carolina del Nord. I primi timidissimi successi dell'opera, di
cui il Raleigh era stato l'apostolo infelice, dovevano riportarsi,
ironia del destino, sotto gli auspici dello stesso suo carnefice, del
tirannico Giacomo I.

Lo stato politico dell'Inghilterra si presentava ora quanto mai
favorevole alle imprese coloniali; chè la popolazione vi era
sovrabbondante, ed agli elementi più risoluti ed irrequieti di essa,
occupati dalla politica di Elisabetta in tante imprese di terra e
di mare, non rimaneva più dopo l'avvento al trono del timido Stuart
che l'alternativa di partecipare in qualità di mercenari alle lotte
straniere o di tentare l'alea del Nuovo Mondo. Gli ultimi viaggi, i
tentativi ripetuti di colonizzazione avevano fatto rivolgere sulla
Virginia gli sguardi di un gran numero di gente che eccelleva per grado
sociale, per istruzione, per spirito d'intraprendenza. L'interesse
pei progetti coloniali intepidito ma non spento negli associati del
Raleigh, tra cui anzi il più chiaro, Riccardo Hakluyt, lo storico
delle spedizioni marittime dell'epoca, aveva conservato tutto il
prisco entusiasmo nonostante i continui insuccessi. Nuovo impulso a
questa tendenza coloniale veniva nei primi anni del regno di Giacomo I
dall'energia del bravo esploratore Bartolomeo Gosnold, il quale aveva
iniziato nel 1602 una rotta diretta dall'Inghilterra al Nord-America,
abbandonando quella più lunga per Madera le Azzorre e le Indie
occidentali, e primo fra gli Inglesi aveva calpestato il suolo della
Nuova Inghilterra, esplorato subito dopo dal Pring e dal Weymouth.

Convinto per propria esperienza della fertilità del suolo
nordamericano, il Gosnold si era dato a sollecitare il concorso degli
amici per stabilirvi una nuova colonia ed era finalmente riuscito
a tirare dalla sua Edoardo Maria Wingfield, un piccolo commerciante
dell'ovest dell'Inghilterra, Roberto Hunt, un prete pieno di fermezza
e capacità unita a grande modestia, e John Smith, uno spirito di
avventuriero dotato d'una mente geniale e d'un grande cuore. La piccola
società andava così maturando il progetto della sognata piantagione,
quando i racconti del Weymouth accendevano vieppiù il desiderio già
vivo in un ricco ed influente inglese, sir Ferdinando Gorges, di
possedere un dominio di là dall'Atlantico, e questi guadagnava al
suo disegno il gran giudice d'Inghilterra, sir John Popham. La causa
della colonizzazione acquistava così dei difensori zelanti, i quali
indipendentemente dai partiti religiosi e politici nutrivano la
più ferma fiducia in un prospero stato da fondarsi per opera degli
Inglesi nelle regioni temperate dell'America settentrionale. Il re
d'Inghilterra, che troppo timido per agire era però troppo vanitoso
per rimanere indifferente e d'altra parte aveva già tentato nel
proprio paese una colonizzazione interna per diffondere nella Scozia,
nell'Irlanda e nelle isole Ebridi le industrie e la civiltà, quando
vide una compagnia di gente di affari e d'uomini altolocati, la quale
per l'esperienza d'un Gosnold, l'energia d'uno Smith, i lumi di un
Hakluyt, le ricchezze e l'influenza d'un Gorges e d'un Popham dava le
più serie garanzie, chiedere a lui la autorizzazione «di condurre una
colonia nella Virginia», incoraggiò senz'altro la magnifica opera ed
accordò per essa una patente larghissima. Due compagnie rivali, quella
di Londra e quella di Plymouth, dovevano colonizzare il territorio
americano compreso dal 34º al 45º grado di lat. nord, dal capo Fear
ad Halifax, salvo forse il piccolo cono dell'Acadia posseduto allora
dai Francesi. Alla prima delle due compagnie, composta di nobili di
personaggi influenti e di negozianti di Londra, veniva assegnata la
parte tra il 34º e il 38º vale a dire dal capo Fear alla frontiera
meridionale dell'attuale Maryland; alla seconda, composta di cavalieri
e di mercanti dell'Ovest, la parte tra il 41º ed il 45º: il territorio
intermedio doveva rimanere aperto a tutt'e due, col patto però, ad
evitare contese, che una zona neutrale di 100 miglia intercedesse tra
gli stabilimenti estremi delle due compagnie. Il solo obbligo imposto
ad esse era di prestare omaggio al re e di corrispondergli un canone
pari ad un quinto del prodotto netto dell'oro e dell'argento e ad un
quindicesimo del rame.

La direzione suprema delle colonie era affidata ad un consiglio di
nomina regia e revocabile, sedente in Inghilterra; l'amministrazione
era lasciata ad un consiglio locale sottoposto esso pure al controllo
regio, vera aristocrazia che non aveva da rendere alcun conto agli
amministrati del proprio operato. Il potere legislativo sia per gli
interessi generali che per quelli particolari era riservato al re, al
quale sarebbe spettata pure un'imposta sulle navi entranti nei porti
della colonia, imposta però che per 21 anni doveva essere consacrata al
miglioramento della colonia. Quanto agli emigranti, la carta stabiliva
le condizioni più favorevoli per l'occupazione delle terre e conservava
ad essi ed ai loro figli la cittadinanza inglese con tutti i diritti
ad essa inerenti pel caso di ritorno in patria, ma non offriva loro
alcuna garanzia di fronte agli agenti coloniali, se ne eccettui il
giudizio per giuria nel caso di reati punibili di morte. Quanto alla
religione era prescritto di conformarsi in tutto e per tutto alle
dottrine ed ai riti della chiesa d'Inghilterra. Quanto agli indigeni
infine si raccomandava di trattarli con bontà e di fare il possibile
per convertirli.

La compagnia mercantile non riceveva dunque che un territorio deserto
col diritto di popolarlo e di difenderlo: il monarca si riservava
il potere legislativo assoluto, la facoltà di nominare a tutti gli
impieghi e la prospettiva d'un'immensa rendita: gli emigranti, privi
della più elementare libertà, d'ogni franchigia elettorale, d'ogni
diritto di governarsi da sè, dovevano sottomettersi agli ordini d'una
corporazione commerciale, di cui non potevano far parte, all'autorità
d'un consiglio locale, di cui non potevano eleggere alcun membro, al
controllo d'un consiglio superiore ancora più estraneo ad essi, ed
infine agli abusi del sovrano! Tale la prima carta data nel 1606 al
paese, che doveva divenire il soggiorno prediletto della libertà e del
_self government_!

Coll'anno seguente, 1607, incominciava la colonizzazione inglese
in America. La compagnia di Plymouth falliva nell'intento, giacchè
le piantagioni, tentate in quell'anno alla foce del fiume Kennebec
nell'odierno Maine, venivano pel rigido clima abbandonate dai coloni
l'anno dopo, e questi per di più tornati in patria dissuadevano gli
altri dal ritentare la prova; ma ad ogni modo la bandiera inglese
sventolata sul forte di S. Giorgio, da essi per breve tempo occupato,
dava all'Inghilterra un nuovo titolo al possesso di quel paese.

I foschi colori, con cui i reduci delusi ne dipingevano i rigori
del clima e l'aridità del suolo, non vi impedivano un viaggio
d'esplorazione da parte del benefattore della Virginia, Giovanni Smith,
il quale nel 1614 ne rilevava le coste dalla foce del Penobscot al capo
Cod, dandogli il nome di N. Inghilterra, vi tentava nel 1615 un inizio
abortito di colonizzazione e, per nulla scoraggiato dall'insuccesso, si
dava ad una propaganda entusiastica in favore di essa nell'Inghilterra,
promettendo ai nobili vasti domini, alle municipalità lauti guadagni
commerciali, agli irrequieti ed agli oppressi libertà illimitata,
agli avventurieri soggiorni incantevoli, lucido aere acque tranquille
ai sognatori. L'entusiasmo di questo apostolo della colonizzazione
riusciva finalmente a trasfondersi nei membri della tramontata
compagnia di Plymouth, i quali aprirono trattative per rinnovare le
vecchie patenti con poteri analoghi a quelli della compagnia della
Virginia. Le rimostranze di questa e la gelosia dei Londinesi contro
gli Occidentali ritardavano fino al 1620 la concessione da parte di
Giacomo I della nuova carta, una delle più ampie non solo negli annali
americani ma in tutta la storia coloniale. Per essa quaranta sudditi
inglesi, tra cui i più ricchi ed influenti nella nobiltà e qualche
membro della stessa casa reale, venivano eretti, essi ed i loro
successori, in corporazione sotto il nome di «_Consiglio stabilito
a Plymouth, nella contea di Devon, per colonizzare, amministrare,
organizzare e governare la Nuova Inghilterra in America_». Il
territorio conferito ad essi come proprietà assoluta, con giurisdizione
illimitata, potere esclusivo di legislazione, facoltà di scegliere
tutti gli agenti e tutte le forme di governo, si estendeva in larghezza
del 40º al 48º grado di latitudine settentrionale ed in lunghezza
dell'Oceano Atlantico al Pacifico. Senza l'autorizzazione del consiglio
di Plymouth, dall'isola di Terranova alla latitudine dell'attuale
Filadelfia non un vascello poteva entrare in una rada, non si poteva
comprare una pelle nell'interno delle terre, nè pescarvisi un pesce
sulle coste, nè stabilirvisi alcun emigrante!

Date così le maggiori garanzie alla cupidigia dei proprietari, la
patente non prendeva neppure in considerazione i futuri coloni: essi
venivano lasciati alla più illimitata mercè d'una corporazione, che
tra i suoi poteri illimitati aveva quello di legiferare per essi e di
governarli! Due mesi prima però che questo odioso monopolio economico e
politico fosse nonchè attuato concesso, un manipolo eroico d'emigranti
inglesi erano salpati dal vecchio mondo per fondare nella Nuova
Inghilterra la prima colonia permanente, senza alcuna garanzia del
sovrano, senza alcuna carta della compagnia, senz'altro capitale che
le loro braccia ed il loro cuore. Tredici anni prima sotto auspici ben
diversi, ma con risultati non meno grandiosi la razza inglese aveva
gettato salde radici sul suolo meridionale dei futuri Stati Uniti
per non esserne divelta mai più. I coloni infatti della «compagnia
di Londra», sbarcati, nel 1607 pur essi, alla foce d'un fiume della
Virginia, chiamato James in onore del re, erano rimasti ed avevano
iniziato, nonostante le mille peripezie i disagi le sofferenze dei
primi tempi, la colonizzazione inglese sul continente nordamericano.
Non ispirata nè al preconcetto politico di fondare un vasto impero
feudale e teocratico, come quello francese, nè all'errore economico
di limitarla a spedire nella madrepatria galeoni carichi d'oro e
d'argento, come quella spagnuola, ma alla nuova concezione coloniale di
fondare degli stabilimenti agricoli, essa racchiudeva in sè anche per
questo i germi d'un grande avvenire. «Qui non bisogna sperar nulla, se
non dal proprio lavoro» era la massima che predicava lo Smith, il padre
della Virginia, nella sua convinzione profonda che il vero interesse
dell'Inghilterra non era di cercar oro ed arricchirsi subitamente, ma
di dare nel lavoro vigoroso e regolare una solida base economica alla
nascente colonia.

Umili dunque, come vedremo meglio in seguito, i principii inglesi nel
Nord-America, ma tali per un complesso di cause materiali e morali da
giustificare i voli dell'immaginazione brittannica, che già sognava di
là dall'Atlantico un popolo nuovo avente l'inglese per lingua materna.
«Chi sa, diceva il Daniel, poeta laureato dell'Inghilterra all'epoca
di Elisabetta, chi sa dove col tempo noi potremo portare i tesori
della nostra lingua? In quali rive straniere noi manderemo il nostro
migliore e più glorioso prodotto per arricchire delle nostre risorse
selvagge nazioni? Quali mondi, in questo occidente ancora informe, si
civilizzeranno ai nostri accenti?» E lo Shakespeare, il grande tragico
che incarna in sè con lo spirito tutto dell'umanità quello particolare
del suo popolo, trasfondeva nell'opera sua e tramandava ai posteri
l'entusiasmo del momento, inneggiando a re Giacomo I, protettore delle
colonie, da lui paragonato «al cedro delle montagne che copre dei suoi
rami tutte le circostanti pianure». «Dovunque risplenderà la brillante
luce del sole, profetava l'amico del conte di Southampton, uno dei capi
della compagnia virginiana di Londra, appariranno la grandezza e la
gloria del suo nome, ed egli farà sorgere novelle nazioni».

Ed una nuova nazione per verità stava per sorgere dal vecchio ceppo
anglosassone sul continente nord-americano, una nazione, di cui per
maggior fortuna se il sangue inglese costituirà il cemento altri
elementi etnici, Olandesi e Svedesi in prima linea, presiederanno alle
origini, elementi troppo scarsi per non venire assorbiti da quello
predominante ma però sempre sufficienti a portargli nuovo contributo
di sane energie, di forze materiali e morali. Nè una nuova nazione
soltanto, ma una società nuova sorgerà quivi, una civiltà nuova,
che contrasterà con pieno successo a quella vecchia rappresentata da
Francesi e Spagnuoli il possesso del Nord-America.

Mentre le potenze più retrive della vecchia società europea, il
feudalesimo vinto ma non domo la monarchia trionfatrice e la chiesa
romana galvanizzata dal pericolo protestante, invadono in veste
di conquistatori più che di colonizzatori, da settentrione e da
mezzogiorno il Nord-America, coi loro _hidalghi_ coi loro nobili coi
loro soldati coi loro preti, rappresentanti genuini d'una vecchia
razza corrotta dal dominio mondiale e d'una classe parassita, usa ad
attingere i mezzi di vita dallo sfruttamento dei soggetti più che dal
lavoro, s'incunea nel cuore stesso del loro dominio, fra gli Allegani
predestinati dalla natura all'industria e l'Oceano aperto ormai dagli
uomini al commercio mondiale, nella parte più adatta del continente
allo sviluppo d'una grande civiltà, una forza nuova, che sorta,
lottando col passato in Europa, agguerrita dalla lotta viene a cercare
pel suo trionfo completo un vergine suolo, dove i ruderi del vecchio
mondo non soffochino i germogli della pianta novella, inceppandone
l'espandersi rigoglioso. Incarnano per di più questa potenza uomini
appartenenti a giovani razze, entrate allora allora nell'arringo
della civiltà dopo avere spezzato colla Riforma le ultime pastoie
che le avvincevano ancora al carro delle vecchie razze dominatrici,
uomini appartenenti di regola alle classi laboriose della società,
che sbarcano sul suolo americano per popolarlo e fecondarlo del loro
sudore anzichè per conquistarlo e sfruttarlo soltanto. È una nuova
concezione coloniale, che la razza germanica contrappone all'antica:
non già l'oro il saccheggio la distruzione la riduzione d'intere
popolazioni al servaggio per fornire all'Europa le merci di lusso dei
climi tropicali sono il fine di tale colonizzazione, ma la fondazione
di stati, lo stabilimento di colonie cristiane, la formazione per gli
oppressi e gli intraprendenti di luoghi di rifugio e d'abitazione, con
tutti gli elementi d'una esistenza nazionale indipendente. Così là,
dove la vecchia Europa colla sua monarchia feudale ed il suo sacerdozio
sovrano non cerca altro che un nuovo e più vasto campo alla conquista
e allo sfruttamento, proiettando sul nuovo mondo la sua storia di
ambizioni di guerre fratricide di infamie, quadro dai vivaci colori in
cui spiccano più smaglianti figure sovrane di santi di delinquenti e di
eroi; la giovane Europa cercava una patria, iniziando una storia nuova
di libertà spirituale e di progresso materiale, una società dove i
colpi di spada e la pompa dei titoli e i lampi del genio non creassero
dei piedistalli da cui dominare gli altri ma il lavoro oscuro tenace
e paziente di tutti assicurasse alla comune convivenza i maggiori
vantaggi.


NOTE AL CAPITOLO PRIMO.

[1] Prendo in esame in questo capitolo tutto quanto il territorio
degli Stati Uniti attuali anzichè la regione limitata di essi, in cui
si svolge la storia delle loro origini, per metter in luce in questo
volume, conforme a quanto dissi nella _Prefazione_, tutti i fattori
fisici, etnici, storici che concorsero insieme a creare la società
anglo-americana, fattori tra cui l'elemento territoriale occupa senza
alcun dubbio il primo posto per la sua importanza decisiva nello
svolgimento d'una società essenzialmente economica, quale è oggi
l'anglo-americana.

[2] Per maggiori ragguagli geografici sugli Stati Uniti vedi il I
volume dell'opera magistrale del RATZEL (_Die Vereinigten Staaten
von Nord-Amerika_. München, 1878-80), il libro XVI (_Les États Unis_)
dell'opera del RECLUS (_Nouvelle Géographie Universelle_. Paris, 1892),
ed infine la sezione riguardante gli Stati Uniti del vol. II dell'opera
_La Terra_ del MARINELLI (pag. 3-198), dovuta alla penna del prof.
_Porena_, lavori dai quali ho desunto questo quadro a grandi linee del
paese anglo-americano, pure servendomi di preferenza come dello scritto
sull'argomento più diffuso in Italia di quello del _Porena_, che spesso
ho riassunto con le stesse parole.

[3] Il miglio lineare inglese è di 1609 metri; il miglio quadrato
corrisponde a circa km.^2 2.56.

[4] Il piede inglese equivale a circa m. 0,30.

[5] Sulla valutazione numerica degli Indiani, incerta al massimo grado
come quella di tutti i popoli selvaggi, vedi le acute osservazioni
del RATZEL nella 2ª edizione del 2º volume, dal titolo _Politische
Geographie der Vereinigten Staaten_ (München, 1893), dell'opera citata
(pp. 210-213).

[6] Secondo i risultati filologici del Cuoq (Citato in _Reclus_: op.
cit. XVI 34) _otem_ e non _totem_, come trovasi scritto generalmente,
sarebbero stati tali animali protettori.

[7] Cfr. sugli Indiani oltre al cap. XXII del vol. I del _Bancroft_
(ediz. citata), le pag. 188-234 del vol. II (2ª ediz.) del _Ratzel_
(op. cit.), e le pag. 37-73 del vol. XVI del _Reclus_ (op. cit.).



CAPITOLO II

La democrazia puritana nella Nuova Inghilterra.

 § 1. I pellegrini e la colonia di Nuova Plymouth — § 2. I Puritani
   e la colonia di Massachusetts — § 3. Roger Williams ed origine
   di Rhode Island — § 4. La colonizzazione del Connecticut — §
   5. L'estremo nord e il New Hampshire — § 6. Svolgimento della
   N. Inghilterra — § 7. La società neoinglese e la sua forza
   d'espansione.


§ 1. I PELLEGRINI E LA COLONIA DI NUOVA PLYMOUTH. — Il 16 dicembre del
1620 un centinaio di protestanti inglesi d'umile condizione, sbattuti
di qua c di là dalle procelle della persecuzione religiosa, sbarcavano
in pieno inverno, senza mezzi, può dirsi, di sussistenza, senza la
garanzia d'una carta regia, senza altro orizzonte che di stenti e
sacrifici, sulla spiaggia fredda e deserta della Nuova Inghilterra.
Un edificio comune sostituito in seguito da tanti casolari coperti di
paglia, un baraccone ad uso di deposito, un piccolo spedale per gli
ammalati, una chiesetta sormontata per difesa da quattro cannoncini,
una vita aspra di improbo lavoro sostenuta dal prodotto della caccia e
della pesca, rigori della natura e conseguente mortalità spaventosa,
ecco gli indizii materiali ben poco lusinghieri della prima colonia
della N. Inghilterra: perfetta eguaglianza nel campo sociale, libertà
democratica in quello politico, indipendenza assoluta in quello
spirituale, ecco le sue caratteristiche fondamentali, i suoi massimi
beni. Ne erano fondatori i Pellegrini, un manipolo eroico di puritani,
la cui esistenza e le cui vicende costituiscono uno degli episodi più
gloriosi e più fecondi di risultati nella storia or lieta or triste, or
nobile ora infame della Riforma inglese.

La coscienza dei grandi principi, in nome dei quali era stata
bandita sul continente europeo la rivoluzione religiosa del sec.
XVI, preparata di lunga mano da cause economiche e sociali, fu in
Inghilterra l'effetto più che la causa efficiente della Riforma.
Questa fu introdotta nell'isola dal dispotismo e dal capriccio d'un
monarca, che voleva separarsi da Roma per meglio soddisfare le proprie
passioni, ed ebbe perciò il carattere d'uno scisma più che d'una vera
riforma ecclesiastica: tutte le dottrine della chiesa cattolica, se
ne eccettui la supremazia di Roma, venivano conservate; e Clemente VII
avrebbe potuto continuare come Leone X a lodare Enrico VIII per la sua
ortodossia cattolica, pure scomunicandolo per la sua autoelezione a
papa dell'Inghilterra.

L'atto di supremazia infatti mirava tanto poco ad affrancare la
chiesa d'Inghilterra e tanto meno il popolo e lo spirito inglese
dall'assolutismo del dogma, che non conteneva la minima clausola
favorevole alla libertà religiosa, la quale in seguito fu anzi
compressa da Enrico VIII ancor più violentemente di prima: esso non
aveva altro fine se non quello di rivendicare la franchigia sovrana
del monarca inglese contro il seggio di Roma, facendo dell'autorità
ecclesiastica un ramo della prerogativa regia. Ma con ciò la ribellione
capricciosa del brutale monarca raggiungeva nel campo nazionale
l'effetto stesso di quella maturata del monaco di Wittemberga: per
essa la nazione inglese si affrancava realmente da ogni intervento
straniero, ed Enrico VIII appariva quasi l'ultimo e più fortunato
campione di quella resistenza secolare spiegata dai re inglesi contro
le usurpazioni dell'autorità ecclesiastica tra il plauso della nazione,
d'una nazione per di più che le teorie ed i seguaci di Wickliffe
avevano preparato di lunga mano ad accogliere i principii della
Riforma.

La separazione da Roma non rimase così l'atto egoistico d'un despota,
che perde con la morte di esso ogni effetto, ma il primo passo d'una
rivoluzione religiosa, che precedenti storici, interessi sociali,
spirito dell'epoca, esempio infine di razze sorelle imponevano al
popolo inglese.

Il protestantesimo fu tanto poco imposto alla nazione inglese dal
dispotismo di Enrico VIII, che non solo la chiesa anglicana nel suo
ordinamento dogmatico ed ecclesiastico, posteriore alla sua morte,
s'allontanò dalla cattolica ben più di quello ch'egli non volesse, ma
una parte del popolo inglese procedette per proprio conto su quella
via dell'emancipazione spirituale, di cui la neonata chiesa ufficiale
non rappresentava che un primo, timidissimo passo. Una minoranza,
che incarna lo spirito progressivo dell'epoca, non si accontenta
dello modeste ed innocue riforme, dell'abrogazione del cerimoniale
più assurdo; ma, una volta ammesso il principio del libero esame,
continua a sottoporre alla critica rigorosa di questo l'intero sistema
religioso, arrivando all'austero principio che in materia di fede e
di culto niente possa farsi «se non in virtù della parola di Dio».
Non basterà quindi che la Sacra Scrittura non parli contro una cosa
qualsiasi nel campo della fede per accettarla, ma occorrerà che parli
espressamente in favore di essa. Fu questo il _Puritanesimo_, che nel
suo stesso dogma fondamentale sonava ribellione aperta contro ogni
sorta di compressione spirituale.

Esso infatti non accettava altra garanzia che la Bibbia, altra regola
di condotta che la parola precisa di Dio: nè re, nè parlamento, nè
gerarchia ecclesiastica potevano interpretare a loro modo questa
regola; nessuna regola ufficiale poteva quindi venire riconosciuta dal
puritano, il quale, non volendo sottostare ad una chiesa presieduta
dal sovrano temporale, diventava con ciò un vero ribelle anche nel
campo politico. La semplicità, la purezza evangelica, ecco il fine del
puritanesimo, che s'informa così nel campo religioso ad uno spirito
democratico, il quale non potrà non tradursi nel campo politico e
sociale. In nome di che cosa infatti se non del loro diritto alla
libertà naturale potevano i puritani attaccare i poteri costituiti? In
un'epoca, in cui il pulpito era lo strumento più efficace per penetrare
nello spirito delle masse, la loro pretesa di avere «la libertà di
profetare» equivaleva alla domanda moderna della libertà di stampa;
mentre il libero esercizio di giudicare con franca parola di tutti gli
avvenimenti del giorno non minacciava solo di rompere l'unità della
chiesa nazionale, ma di erigere l'opinione pubblica in un tribunale,
dinanzi a cui poteva un giorno esser chiamato lo stesso principe. Ed
il pericolo era ancora più grave in quanto che il progresso logico
dalla libertà spirituale a quella politica era diventato ancor più
facile dopo che, fallito il tentativo di restaurazione cattolica fatto
da Maria la Sanguinaria, i puritani più intransigenti, riparati sul
continente durante l'imperversare della bufera, erano ritornati in
patria pieni del nuovo vigore d'austerità spirituale attinto alle
dottrine calviniste, della nuova energia democratica attinta alla
severa semplicità della repubblica di Ginevra.

I ministri puritani erano divenuti ormai dei veri tribuni del popolo,
il loro pulpito un libero tribunale di giudici inflessibili ed
incorruttibili, la loro influenza sempre maggiore nelle classi sociali
medie e inferiori, la rappresentanza dei loro seguaci sempre più
numerosa nella Camera bassa.

1 puritani vengono così in pochi decenni a costituire un partito
politico potente, che non reclamava soltanto la riforma degli abusi
ecclesiastici, ma discuteva della forma di governo, s'opponeva ai
monopoli, cercava di limitare la prerogativa regale. Veri precursori
d'una rivoluzione, essi venivano troppo logicamente accusati dai
difensori dell'episcopato anglicano di desiderare uno Stato popolare,
meritandosi l'elogio d'uno storico ad essi non certo favorevole (lo
Strype): «la scintilla preziosa della libertà non è stata accesa e
conservata che dai Puritani». La regina Elisabetta dichiarava nel modo
più esplicito ch'essi erano più pericolosi degli stessi cattolici,
i quali almeno erano partigiani convinti della monarchia per quanto
nemici di chi la rappresentava; Giacomo I nei primi anni del suo
regno scriveva che avrebbe preferito vivere da eremita in una foresta
piuttosto che regnare su un popolo simile «a questa banda di Puritani
che dominano la Camera bassa», e dichiarava che «la setta dei Puritani
non poteva esser tollerata in uno stato ben governato, qualunque esso
fosse!».

Nessuna meraviglia pertanto che l'intolleranza più vergognosa
accompagni passo passo il progresso della Riforma nella Gran
Brettagna; che Enrico VIII faccia bruciare chi nega la dottrina
cattolica dell'eucarestia, che le leggi di Edoardo VI puniscano
invece chi vi crede, che Maria tenti di lavare col sangue dei martiri
protestanti l'onta della Riforma inglese, che infine Elisabetta
stessa, la rappresentante del protestantesimo in Europa, volendo
ad ogni costo nell'interesse proprio e del trono mantenere l'unità
della chiesa nazionale, detesti i non conformisti di ogni specie, li
consideri come ribelli nel proprio campo e perseguiti violentemente
quei puritani cui pure dovevasi la conversione del popolo inglese al
protestantesimo. La persecuzione di quest'ultima però trova una grande
attenuante nell'imperioso bisogno d'unità religiosa, mentre i sovrani
cattolici cospirano contro l'Inghilterra, i cardinali propongono
nelle loro conventicole di deporre Elisabetta, il papa scomunicandola
ecciti i sudditi suoi alla ribellione. Ciò spiega come, se tutti i
puritani, vera falange estrema del protestantesimo sul suolo inglese,
desiderano una riforma e battagliano per essa contro l'episcopato e
la corona, non tutti vogliono uno scisma. Se però come corpo evitano
di separarsi dalla chiesa stabilita domandandone solo imperiosamente
una purificazione, una minoranza fra essi spinge ben più in là
l'opposizione alla chiesa anglicana, denunciandola come una istituzione
pagana contraria ai principi del cristianesimo e della verità e
ricusando perciò di rimanere più oltre in comunione con essa. Questa
setta separatista, che rappresentava lo spirito più democratico del
puritanesimo, era di origine prettamente plebea, cosicchè il sorger di
essa segnava proprio l'ultimo estendersi della riforma in seno ai più
bassi strati sociali.

Iniziata dalla corona, propagatasi in seno alla nobiltà, sviluppatasi
sotto il patronato dell'episcopato, diffusa nelle classi medie e
basse dall'austera propaganda puritana, essa scendeva col separatismo
all'infima plebe; e questo processo d'espansione sociale aveva portato
seco fatalmente un processo di democratizzazione sempre maggiore.
Enrico VIII infatti aveva affrancato la corona, Elisabetta la chiesa
anglicana, i Puritani avevano reclamato l'eguaglianza pel clero plebeo,
i Separatisti affrancavano l'intelligenza umana da ogni principio
d'autorità, proclamando la libertà per ogni individuo di scoprire «la
verità nella parola di Dio». Le persecuzioni di Elisabetta e più ancora
di Giacomo I nulla poterono contro il fatale andare dell'idea: per
una nemesi non rara nella storia il Puritanesimo conculcato si rizzava
sempre più formidabile sino a far rotolare dal palco la testa di Carlo
I; ed il Separatismo, nonostante lo sterminio feroce dei suoi seguaci,
andava ad informare del suo spirito un mondo novello, vena di libertà
che zampillava inesauribile dalle latebre più profonde del suolo
sociale. Ai separatisti infatti appartengono i _Pellegrini_.

Verso la fine del regno di Elisabetta «la parola di Dio, dicono
le fonti separatiste, aveva rischiarato della povera gente» del
nord dell'Inghilterra, che abitava le città ed i villaggi del
Nottinghamshire, del Lincolnshire e le frontiere del Yorkshire: la
vista dei loro ministri costretti a sottomettersi al conformismo in
materia di fede e di culto, la persecuzione contro i non conformisti
aveva loro aperti gli occhi, convincendoli che non solamente «le
miserabili cerimonie del culto erano dei ricordi dell'idolatria» ma che
«era necessario non sottomettersi al potere sovrano dei prelati».

Molti allora di essi «di cui il Signore aveva toccato i cuori d'un
zelo divino per la verità» si erano decisi a scuotere «questa servitù
anticristiana» ed a costituirsi per un _covenant_, «come il popolo
libero del Signore» in una chiesa basata sui principi d'uguaglianza
del Vangelo, rinunciando ad ogni autorità umana, attribuendosi il
diritto illimitato ed indistruttibile di progredire verso la verità,
«di marciare in tutte le vie che il Signore aveva lor fatto conoscere o
rivelerebbe loro in seguito».

Come segugi dietro alla preda gli agenti più fanatici e brutali
dell'episcopato cominciarono a dar la caccia a questa chiesa riformata
ed al suo pastore John Robinson, finchè «l'infelice gregge di Cristo
perseguitato» per eludere la vigilanza dei suoi nemici, disperando
ormai di trovare riposo in Inghilterra, aveva risoluto nel 1607 di
cercare salute nell'esilio, rivolgendo i suoi sguardi a quell'Olanda,
dove trionfava la dottrina calvinista nella chiesa e l'ordinamento
repubblicano nel governo, dove gl'infelici «avevano sentito dire che
a tutti era accordata libertà di religione». Superate le maggiori
difficoltà, delusi o fiaccati col loro eroismo gli sforzi dei loro
nemici, essi riuscivano finalmente ad imbarcarsi, cominciando così
dall'isola loro al continente, da Amsterdam a Leyda, dall'Europa
all'America quella corsa errabonda, quella via crucis pel trionfo della
libertà spirituale, quel doloroso pellegrinaggio, da cui presero il
nome. «Essi sapevano ch'erano dei _Pellegrini_, e non s'affannavano
troppo delle peripezie che loro toccavano, ma rivolgevano gli
occhi al cielo, loro patria diletta, e trovavano così la calma del
loro spirito». L'austerità, l'amore al lavoro, l'elevatezza morale
acquistarono ai Pellegrini la stima l'affetto la venerazione del
nuovo paese; ma questo era pur sempre per essi una terra d'esilio,
dove la lotta per la vita si presentava con colori ben più foschi che
per l'innanzi: abituati al lavoro dei campi, avevano dovuto darsi ai
mestieri ed alle industrie per sottrarsi alla più squallida miseria
dei primi giorni; austeri nel fondo dell'anima, mal potevano adattarsi
alla gaiezza per quanto posata degli Olandesi; fortemente attaccati
alla nazionalità ed alla lingua propria, soffrivano di nostalgia
morale nel paese straniero, tremavano al pensiero di vedere i loro
figli soggiacere all'influenza di questo; decisi finalmente e più
che tutto a mantenersi uniti, stretti insieme nella loro comunità,
vedevano avanzarsi il giorno fatale di dovere e per le esigenze
materiali dell'esistenza e per l'aumento della popolazione disperdersi
o soccombere.

L'amore di patria e lo spirito religioso fa trovar allora ai
Pellegrini una soluzione del problema nelle vicende stesse dell'epoca.
Perseguitati in patria essi potevano bene crearsene un'altra di loro
esclusiva pertinenza, un'altra a somiglianza della prima e dalla
prima dipendente, in quelle vergini terre che i viaggi di Gosnold, di
Smith e d'Hudson, le imprese di Raleigh, di Delaware e di Gorges, le
descrizioni e le compilazioni di Eden, di Willes e d'Hakluyt facevano
correre sulle bocche di tutti. Oscuramente coscienti della loro
attitudine a rappresentare una parte ben più grande che quella di esuli
raminghi nel dramma dell'umanità, essi si sentirono animati «dalla
speranza e dall'intimo ardore di far conoscere il Vangelo del reame di
Cristo nelle regioni lontane del Nuovo Mondo, quand'anche non dovessero
servire che di marciapiede da altri destinato a calpestarsi per
compiere questa grand'opera». Così facendo essi si sarebbero per di più
riconquistata la protezione dell'Inghilterra, cui erano rimasti devoti
nonostante i mille torti subiti.

Tutti pieni ormai del generoso proposito, i Pellegrini col mezzo dei
loro delegati partiti per l'Inghilterra tanto fecero, tanto insisterono
per ottenere dal governo il permesso, dalla società della Virginia
il terreno, da privati i fondi necessari al viaggio, che finalmente
dopo anni di negoziati riuscivano nell'intento per quanto a patti
ben sfavorevoli: Giacomo I, da una parte coll'idea di liberarsi di
loro, dall'altra nella speranza di veder fiorire ancor più la pesca
inglese nei mari d'America, non dava alcuna carta ma lasciava vagamente
sperare che non si sarebbe fatta attenzione ad essi nei deserti
americani; la compagnia della Virginia accordava una patente che per
quanto ampia a nulla serviva, perchè concessa ad una persona che non
faceva parte della spedizione e per un paese diverso da quello dove
contro lor voglia sarebbero sbarcati i coloni; un mercante londinese
infine, commosso dallo zelo di quei profughi, imprestava loro del
denaro a gravissime condizioni. Nel 1620 due navi, lo _Speedwel_ di 60
tonnellate ed il _Mayflower_ di 180, dovevano portare in America sotto
la guida dell'abilissimo predicatore Brewster, l'antico agricoltore
mutato in tipografo, i più giovani ed animosi tra il migliaio di
Pellegrini di Leyda; gli altri rimanevano per il momento in Olanda
affidati al loro pastore, il Robinson, che al momento doloroso del
commiato spiegava nelle parole d'addio una libertà d'opinione, uno
spirito d'indipendenza da ogni principio d'autorità allora pressochè
ignoti nel mondo: «io non intendo, diceva l'illuminato pastore
ai pionieri d'una nuova civiltà, davanti a Dio ed ai suoi angeli
benedetti, che voi non mi seguiate più oltre di quello che non abbiate
veduto me stesso seguire il Signore Gesù Cristo. Il Signore ha ancora
ben altre verità da farvi scoprire nella sua santa parola. Io non
saprei deplorare abbastanza la condizione delle chiese riformate, che
sono giunte ad una certa fase della religione e che attualmente non
vogliono andare più lontano dei promotori della loro riforma. Lutero
e Calvino furono menti grandi e luminose pel tempo in cui vissero; ma
neppure essi nondimeno hanno penetrato l'insieme dei disegni di Dio.
— Io ve ne scongiuro, ricordatevene — è un articolo del _covenant_
della vostra chiesa — voi dovete esser disposti ad accogliere tutte le
verità, quali esse siano, che saranno portate a vostra conoscenza dalla
parola scritta di Dio».

Delle due navi allestite pel viaggio la più piccola si mostrava però
così disadatta alla navigazione, che lasciata appena la costa inglese
doveva tornare indietro; ed il solo «_Fior di maggio_» continuava
nell'inverno del 1620 la lunga e burrascosa traversata di 63 giorni,
portando nei suoi fianchi i destini della N. Inghilterra. Decisi
infatti a sbarcare nel paese dell'Hudson, come la posizione migliore
della costa, i Pellegrini erano gettati invece verso la parte più
sterile ed inospitale del futuro Massachusetts, toccando essi nel
novembre il capo Cod. Dopo avere veleggiato lungo la spiaggia per
parecchie settimane in cerca d'un luogo adatto ad una colonia,
approdavano finalmente il 16 dicembre in un punto che per ricordo del
porto di Plymouth, dove erano stati accolti benevolmente, fu chiamato
Nuova Plymouth.

Prima però di sbarcare i Pellegrini deliberarono sulla forma di
reggimento ad essi più convenevole. Eguali di condizione sociale, non
legati da alcun altro vincolo che quello della religione, privi per
loro fortuna di qualsiasi carta regia, di qualsiasi patente vantaggiosa
di privata corporazione, essi si formavano in corpo politico per mezzo
d'un patto volontario e solenne.

«In nome di Dio, amen (era il patto firmato dagli emigranti maschi
della futura colonia). Noi sottoscritti sudditi leali del nostro
sovrano, il re Giacomo, avendo intrapreso, per la gloria di Dio,
il progresso della fede cristiana e l'onore del nostro re e della
nostra patria, un viaggio col fine di fondare la prima colonia nella
regione settentrionale della Virginia, ci formiamo solennemente e
scambievolmente, pei qui presenti, in presenza di Dio e gli uni degli
altri, un _covenant_ e ci associamo insieme in un corpo politico
e civile, per in migliore nostra organizzazione e conservazione
possibile e pel conseguimento dei fini sotto menzionati; ed in virtù
di quest'atto noi decreteremo e stabiliremo e formeremo, di tempo in
tempo, tali leggi, ordinanze, atti, costituzioni ed impieghi, giusti ed
equi, che si giudicheranno i più convenienti pel bene generale della
colonia. Noi promettiamo la più completa sottomissione ed obbedienza
legittima a queste disposizioni». Così l'umanità ricuperava a bordo del
Mayflower i suoi diritti, fondando un governo basato su «leggi eque» in
vista del «bene generale»; ed i Pellegrini, datosi in Giovanni Carver
un governatore annuale, sbarcavano ad iniziare una «vera democrazia».

Un'epidemia scoppiata qualche anno innanzi nella regione aveva
spopolato quella piaggia, cosicchè i coloni non ebbero nulla a
temere da parte degli Indiani. Gli ostacoli pressochè insormontabili
provenivano dalla natura, dai rigori del clima che decimavano in breve
una popolazione priva di tetto: in cinque mesi ne moriva più della
metà, il governatore compreso.

L'arrivo di una nuova schiera di emigranti sprovvisti di viveri,
nell'autunno seguente, costringeva tutta la colonia a vivere di mezze
razioni per sei mesi; nè col giungere di nuovi pellegrini le cose
mutavano: ancora al terzo anno dal primo sbarco vi furono tempi in cui
non sapevano alla sera che avrebbero mangiato la mattina seguente; il
bestiame bovino non fu introdotto che al quarto anno. La proprietà
collettiva della terra fu il sistema imposto ai coloni sulle prime
dalle condizioni stesse del momento; ma dopo qualche anno il bisogno
d'una maggiore produzione consigliò loro quello della proprietà
individuale del suolo: questo fu in sulle prime diviso fra le famiglie
in quote trasmissibili e proporzionali al numero dei loro membri,
e l'anno dopo in quote individuali ed a titolo di feudo perpetuo.
L'aumento nella produzione alimentò ben presto uno scambio lucroso
cogli Indiani più vicini, che ricorsero ai coloni per le loro provviste
dando in compenso pelli di castoro.

La popolazione cresceva assai lentamente, chè le terre non erano
fertili e nessun incoraggiamento od aiuto veniva allo stabilimento dal
di fuori: quattro anni dopo che era fondata, la colonia non aveva che
184 abitanti, dieci anni dopo 300. Se però l'abbandono da parte della
madrepatria ritardava lo sviluppo materiale di essa, ciò, fortificando
ognor più la tempra dei suoi fondatori, costituiva la miglior garanzia
di successo.

Gli amici d'Inghilterra, raffreddati dall'opposizione che incontravano
e dal poco frutto dei capitali investiti in quell'impresa, cessavano
affatto di sovvenirla più a lungo e l'usura del 30 e del 50 per
cento venne a colpire i coloni, se vollero quei capitali a loro
tanto necessari. Nel 1627 però otto dei più intraprendenti fra essi
assumevano sopra di sè, dietro cessione d'un monopolio del commercio
per 6 anni, tutte le obbligazioni dello stabilimento calcolate in 1800
sterline; e la compagnia di Londra, che aveva fornito i capitali,
rinunziò ad ogni sua pretesa: le terre venivano divise egualmente e
l'agricoltura si assideva sulla solida base d'una proprietà individuale
e libera da ogni peso. Per quanto proprietari incontestabili del suolo,
garantito loro per le forme d'acquisto dalla legge inglese oltrecchè
dal diritto naturale, i coloni non avevano punto diritto, secondo i
principi ammessi in Inghilterra, di praticare quel _selfgovernment_,
che solo una patente regia poteva sancire. Nonostante però la mancanza
di essa al primo sbarco ed il rifiuto reciso di accordarla di fronte
alle ulteriori richieste, i Pellegrini abbandonati a sè stessi
continuarono nel sistema adottato fin dai primi giorni della colonia,
provvedendo da sè alla legislazione ed alla giustizia criminale,
dapprima con una certa timidezza, ma in seguito con la stessa sicurezza
degli stabilimenti provvisti di carte regie.

L'organizzazione politica era naturalmente della massima semplicità.
Messi in condizioni pressochè primitive, essi ritornarono per quel
legame indissolubile tra la terra e l'uomo alle istituzioni primitive
degli antichi padri anglo-sassoni, modificate solo in quanto lo
richiedeva una più avanzata civiltà.

Il governatore era nominato dal suffragio universale; ed il suo potere,
subordinato sempre alla volontà generale, era ristretto per di più,
dopo qualche anno, da un consiglio speciale di 5 e più tardi di 7
assistenti: suo privilegio l'aver doppio voto nel consiglio. Tutti
i maschi adulti entravano a far parte della assemblea generale, che
non s'occupava solo di legislazione, ma anche di questioni esecutive
e giudiziarie: solo nel 1639 col crescere della popolazione ed il
suo disperdersi su un territorio più vasto, il sistema diretto venne
sostituito nella colonia da quello rappresentativo, pel quale ogni
centro abitato mandava il suo deputato all'assemblea generale. Tale
l'origine della libertà costituzionale popolare, il primo esempio delle
istituzioni politiche americane.

A tanta semplicità di vita sociale e politica corrispondeva
un'austerità di costumi non più forse veduta in una comunità civile.
Basti il dire che un colono, considerato pernicioso alla comunità
per aver messo su uno spaccio di vino e di birra, fu rimandato in
Inghilterra a spese comuni «poichè egli corrompeva il popolo!» Se
questa rigidità degenerata ben presto in una intolleranza, che tutto
proibiva se ne eccettui «maritarsi e guadagnar denaro», ci rende meno
simpatici i Pellegrini, certo è d'altra parte che questo disprezzo
sovrano per quanto allieta ed abbellisce la vita portava in sè la
garanzia del successo in quel rude paese, per cui erano necessari
uomini di ferro: lavoro diligente e paziente, tenacia e perseveranza,
entusiasmo religioso, una fede profonda nella fratellanza degli uomini
e nella paternità di Dio, la stessa intolleranza proveniente dal non
avere una idea della illimitata libertà universale, preparavano alla
nuova patria generazioni oneste, libere e forti.

Fu questo il grande merito del Puritanesimo, in questo sta il secreto
dell'influenza straordinaria, che esso ebbe nel plasmare il carattere
della N. Inghilterra e per essa dell'intera società anglo-americana.
Più anglosassoni che frutti dell'incrocio anglosassone-normanno, data
l'umiltà della loro origine sociale, puritani, perseguitati per le
loro idee, ammaestrati alla scuola del dolore, i Pellegrini non furono
solo i pionieri della colonizzazione inglese nella N. Inghilterra, ma
i padri genuini d'una società nuova, i primi creatori della coscienza
civile e religiosa del popolo anglo-americano. Attraverso a scene
di tristezza, di miseria, essi non avevano soltanto aperto una via
maestra agli oppressori per sottrarsi all'intolleranza religiosa e
politica, ma avevano fondato una democrazia pura, di cui fratellanza,
uguaglianza e lavoro costituivano le basi economico-sociali, libertà
e _selfgovernment_ le basi politiche. «Non affliggetevi, scrivevano
d'Inghilterra ai Pellegrini di Nuova Plymouth per consolarli nei giorni
delle maggiori sofferenze, non affliggetevi, se voi avete servito
d'istrumento a rompere il ghiaccio per altri, la gloria sarà vostra
sino alla fine del mondo.»


§ 2. I PURITANI E LA COLONIA DI MASSACHUSETTS. — La colonia dei
Pellegrini era, può dirsi, appena assicurata, che nuove schiere
d'emigranti sbarcavano sul suolo della N. Inghilterra ad assicurarvi
il trionfo del Puritanesimo. Il Gran Consiglio di Plymouth, incapace di
stabilire delle colonie per proprio conto, si era dato a far commercio
di lettere patenti, come unico modo di trarre qualche guadagno
dall'ottenuta concessione. Un'accolta d'uomini zelanti ed entusiasti
comperavano da esso nel 1628 un vasto territorio dall'Atlantico
al Pacifico, dai pressi della baia di Massachusetts a quelli del
Merrimac, per fondarvi coi «migliori» dei loro concittadini una colonia
inaccessibile per sempre alla corruzione ed alla superstizione degli
uomini. Il rigido puritano Giovanni Endicot, uno dei concessionari,
uomo energico e zelante, fu scelto dai compagni ad essere «lo strumento
adatto per cominciare quest'opera del deserto».

Quell'anno stesso un centinaio di emigranti sbarcavano nella baia
di Massachusetts, mentre in Inghilterra cresceva ogni giorno più il
numero degli entusiasti desiderosi di tener loro dietro: erano questi
per lo più puritani insofferenti del giogo dell'episcopato, giacchè
i conformisti non avevano alcun motivo profondo per abbandonare
il loro paese. La libertà puritana era in generale il fine di tale
organizzazione, che veniva favorita da una carta concessa nel 1629 da
Carlo I in seguito alle poderose influenze, di cui disponevano a corte
i soci dell'Endicot. Costoro venivano costituiti in una corporazione
detta «_Governo e Compagnia di Massachusetts nella N. Inghilterra_»,
l'amministrazione dei cui affari era affidata ad un governatore e a 18
assistenti eletti annualmente dai soci: tutti i poteri amministrativi
ed esecutivi erano conferiti non agli emigranti ma alla compagnia,
che aveva il diritto di pubblicare ordinanze, organizzare il governo,
nominare i suoi agenti politici, confezionare un codice criminale;
interdetto solo di stabilire leggi ed ordinanze in opposizione cogli
statuti del regno. I coloni venivano così abbandonati, come il solito,
senza la minima franchigia, alla mercede di una corporazione residente
in Inghilterra: la stessa libertà religiosa, ch'era il movente e
divenne il risultato di questa colonizzazione, non trovava nella carta
la minima clausola, la quale nonchè garantirla, cosa nemmeno sognata
se non basta voluta dal re, accennasse ad essa. La carta, in base alla
quale gli uomini liberi del Massachusetts riuscivano ad innalzare un
sistema di libertà rappresentativa indipendente, non concedeva loro
alcuno dei privilegi del _selfgovernment_.

La forma di governo stabilita pel Massachusetts consistette in un
governatore ed un consiglio rivestito di tutti i poteri legislativo,
giudiziario, ed amministrativo, composto di 13 consiglieri, di cui 11
dovevano essere eletti dalla compagnia, 2 dai coloni quale generoso
favore per allontanare ogni causa di malcontento. Fra le istruzioni
date all'Endicot v'era quella di non fare alcun torto agli indigeni
ma di cercar il possibile per convertirli e civilizzarli, e di non
commettere la minima usurpazione a loro danno, riscattando i titoli,
che eventualmente avessero sulle terre da occupare.

La composizione e la partenza dei nuovi emigranti, circa duecento,
sotto la guida del venerabile predicatore non conformista Francesco
Higginson, caratterizzano tale colonizzazione: tutta la gente di mala
vita era stata respinta, giacchè «nessuna vespa oziosa può vivere in
mezzo a noi» dicevano gli emigranti; e nel perder di vista la terra
inglese essi non la maledivano quale teatro delle loro sofferenze,
ma la salutavano quale terra dei loro padri e dimora dei loro amici:
«Non diremo, esclamava l'Higginson, come dissero i separatisti nel
lasciare la patria «addio Babilonia, addio Roma!»; ma diremo «addio
cara Inghilterra! addio chiesa di Dio in Inghilterra, addio cari
fratelli cristiani che vi rimanete!» Tale lo spirito, tali i propositi
dell'intrepida comunità, destinata a trasformare la sterile Nuova
Inghilterra in un gruppo di floridi stati.

Salem, che in ebraico significa pace, fu la colonia che questi rigidi
calvinisti, entusiasti più che fanatici, fondarono, sottoscrivendo
anch'essi un patto sociale, un _covenant_, che si pronunciava per le
virtù più austere. Meglio che un corpo politico essa fu una chiesa
in mezzo al deserto, chiesa libera e indipendente, di cui i membri
sceglievano i dignitari e questi si consacravano ed ordinavano l'un
l'altro, dove erano bandite le inutili cerimonie, pressochè annientata
la liturgia, ridotta a forme ancora più semplici la semplicità del
calvinesimo, costituzione così rispondente all'idea puritana da servire
poi di regola a tutti i puritani della Nuova Inghilterra.

Anche i nuovi coloni furono sottoposti a dure prove, morendone nel
primo inverno soltanto un'ottantina, ma non per questo diminuiva
l'intima loro soddisfazione, la gioia d'adorar in pace il loro Dio.
Ritenuti dai fratelli rimasti in patria quali predestinati dal Signore
a compiere una grande missione, il loro esempio trovava in Inghilterra
sempre nuovi imitatori, da null'altro animati se non dal desiderio di
stabilire la religione in tutta la sua purità. E per riuscir meglio
nell'intento, girava tra i puritani inglesi la parola d'ordine di
scegliere pel nobile fine solo «i migliori», selezione morale cui
s'accompagnava anche quella sociale, non appena l'assemblea della
compagnia dichiarava nel 1630 che il governo e la patente sarebbero
trasportati di là dall'Atlantico e stabiliti nella N. Inghilterra,
trasferimento il quale senza urtare nei principi della carta mutava
senz'altro una corporazione commerciale, governante da lontano una
colonia, in un governo provinciale indipendente ed esercitato sul
luogo. Sicuri di portare seco nella carta la base delle loro libertà
civili, entrarono nel nuovo contingente d'emigrazione uomini forniti
di fortune e d'educazione, dotti e letterati, ministri del culto tra
i più eloquenti e pietosi. Nel 1630, 17 navi, contenenti ben 1500
emigranti, puritani in gran parte e scelti tra i più onesti del paese,
partivano alla volta della baia di Massachusetts sotto la guida del
coscienzioso Giovanni Winthrop, scelto a governatore, anima in fondo
di democratico sincero per quanto partigiano d'un governo «del più
piccolo numero», composto però «dei più saggi fra i migliori». Nel
lasciare l'Inghilterra essi pure volgevano commoventi parole d'addio
al paese natale: «i nostri cuori, dicevano ai compatriotti, verseranno
torrenti di lagrime per la vostra costante felicità quando abiteremo
le nostre povere capanne nel deserto». Ad essi ed agli emigranti, che
loro seguirono in appresso, si devono le prime umilissime origini di
Boston, la metropoli puritana, nonostante i disagi, le malattie, le
carestie dei primi tempi; i più deboli spaventati da una vita di pene
e di sofferenze inaudite ritornarono in patria, i più forti rimasero
sostenuti dall'ideale religioso, e Roxburg, Dorchester, Charlestown,
Watertown ed altri centri minori attestavano dopo non molto che nessuna
procella poteva più oramai svellere da quella terra la ben radicata
quercia puritana.

«Qui godiamo Dio e Gesù Cristo, scriveva alla moglie il governatore
Winthrop, non basta forse? Ringrazio il Signore di trovarmi così bene
qui e di non avermi mai fatto pentire d'esserci venuto. Anche se avessi
preveduto tutte queste afflizioni, non avrei fatto diversamente. Non
sono mai stato così tranquillo e contento».

Si capisce come di questa libertà i coloni fossero gelosi quanto mai.
Quando infatti per le mene dei loro nemici d'Inghilterra, l'episcopato
e più ancora i proprietari della Nuova Inghilterra spodestati di
fatto delle loro terre dal successo trionfale dei puritani, si
ordinerà loro di produrre in Inghilterra le lettere patenti della
compagnia, essi faranno orecchi da mercanti. E quando si ordinerà una
commissione speciale per le colonie, diretta dallo stesso arcivescovo
di Canterbury, con poteri arbitrari, tra cui quello di «regolare»
le loro condizioni ecclesiastiche e di revocare ogni carta ottenuta
coll'astuzia a danno della prerogativa regia, il Massachusetts in preda
alla più viva emozione risolverà unanimemente d'opporre la resistenza
armata all'istituzione d'un governatore generale od all'introduzione
di mutamenti ecclesiastici. E lo zelo sarà così forte che, nonostante
le misere condizioni dell'incipiente colonia (s'era allora nel 1635
soltanto!), si riuniranno 600 sterline per fortificare Boston! La
commissione inglese si limitò in realtà a porre ostacoli d'ogni sorta
all'ulteriore emigrazione puritana dal paese, e le susseguenti vicende
di Carlo I permisero alla N. Inghilterra di godere in pace le sue
libertà; ma ad ogni modo questa levata di scudi del 1635 era un fatto
sintomatico, arra non dubbia della futura indipendenza.

La purità della religione e la libertà civile, fini ultimi
dell'emigrazione puritana, non tardarono a fondersi insieme, originando
una democrazia confessionale in cui non già la nascita la ricchezza od
il grado d'istruzione conferiva i diritti politici ma la partecipazione
alla chiesa: una disposizione infatti d'un'assemblea generale tenuta
nel 1631 dava il suffragio ai soli membri della chiesa «affinchè il
corpo dei comuni non fosse composto che di persone probe ed onorabili»,
pure senza conceder al clero neppur l'ombra del potere politico. Era
il regno della visibile chiesa, la repubblica del popolo scelto, che
i calvinisti volevano fondare nel Massachusetts: Dio stesso doveva
governare il suo popolo. Nè lo spirito teocratico poteva soffocare
la libertà popolare, giacchè chiesa e popolo erano una cosa sola, e
l'ordinamento della prima era strettamente democratico: già nel 1632
si stabiliva che il governatore ed i suoi assistenti, scelti fin
allora per un tempo illimitato e con poteri pure illimitati, venissero
nominati anno per anno; e si stabiliva inoltre che ogni _town_ o
centro abitato designasse due persone, le quali unite cogli assistenti
concertassero un piano d'organizzazione del tesoro pubblico. La
misura era divenuta necessaria perchè un'imposta, decretata dai soli
assistenti, aveva già sollevato, tanto era vivo nei coloni il concetto
e la tradizione inglese in materia, allarmi ed opposizione!

E questi primi germi di governo rappresentativo si sviluppavano
rapidamente negli anni seguenti, in mezzo alla lotta fra il Winthrop,
che d'accordo con altri maggiorenti riteneva l'autorità suprema
risiedere nel consiglio degli assistenti, e la generalità dei coloni
animati da tendenze più democratiche: trionfavano i più, deliberando
che l'assemblea generale non sarebbe stata più convocata che per
l'elezione dei magistrati, mentre dei deputati designati dai singoli
centri avrebbero condiviso con quelli il potere legislativo ed il
diritto di nomina agl'impieghi. Si gettavano così le basi d'una vera
democrazia rappresentativa, dove il governatore ed i suoi assistenti
nominati dalla colonia costituivano come un senato; i rappresentanti
delle singole città una specie di camera di deputati; e ciascun corpo
dopo molte lotte otteneva il diritto di veto sulle decisioni dell'altro
(1644). Questa tendenza spiccata al _selfgovernment_ prova chiaramente
come i coloni del Massachusetts non fossero degli idealisti metafisici,
ma degli uomini pratici, che erano fuggiti al deserto non per farvi gli
anacoreti ma per crearvi una comunità attiva, informata alle dottrine
religiose ed alle forme di libertà civili care a loro più della vita.

Questo carattere si manifesta sovrano anche nel campo religioso: corpo
di credenti sinceri anelanti alla purezza della religione, non già di
filosofi professanti il principio della tolleranza, questi emigranti
non intendevano punto che si lasciasse spezzare quella conformità
religiosa, ch'era non solo fonte di pace per essi, ma più ancora
pietra angolare dello Stato: la collettività politica altro non era
che la comunità religiosa, ed i legami della fede confondendosi con
quelli della politica convivenza, ne risultava uno Stato assiso su
basi incrollabili. Costituiti in una corporazione, di cui essi stessi
potevano aprire l'entrata sotto le condizioni che loro piacessero,
tenevano nelle proprie mani le chiavi del loro asilo e potevano usare
del loro diritto di chiudere le porte a tutti i nemici della loro
concordia e sicurezza. E di questo diritto si servivano senza il
minimo scrupolo: fin dai primi tempi i fratelli Brown, che volevano
rimaner fedeli alla chiesa episcopale, erano stati scacciati dalla
comunità e rimandati in Inghilterra; più tardi l'irreligioso Samuele
Gorton, che affermava non esservi nè paradiso nè inferno ma ambedue
risiedere nel cuore dell'uomo, sarà incarcerato; e persecuzione ancor
più fiera incontreranno gli Anabattisti ed i Quaccheri, quattro dei
quali verranno perfino impiccati. «I nostri padri, dirà Giorgio E.
Ellis, non pensarono di fare del territorio, da essi conquistato e
comprato per mezzo d'una patente, un asilo per ogni specie di credenze
religiose, anzi lo destinarono, come ogni uomo la propria casa, a luogo
di pace di agio e d'ordine per quanti fossero d'un medesimo sentimento,
di una medesima coscienza e di un medesimo pensiero». E nel 1681 un
pastore puritano, Increase Mather, esprimerà apertamente l'opinione
che le colonie avevano diritto d'allontanare quanti riuscissero ad esse
d'incomodo, applicazione pratica del principio teorico espresso pochi
anni prima dal reverendo Shepard «essere politica satanica quella che
insegue una tolleranza indeterminata e sconfinata».

Il genere però di persecuzione, cui nei primi tempi s'appiglia
il puritanesimo, ha un carattere suo tutto particolare, puramente
negativo. Sorto come arma di difesa non già d'offesa, esso non sogna
neppure di convertire gli animi all'ortodossia col terrore e le
torture, non punisce le opinioni per se stesse, ma scaccia chi combatte
il puritanesimo, perseguita o sopprime chi non vuol andarsene. Nella
lotta per la libertà, la fede era un'arma potente, l'alleato più sicuro
nel momento della battaglia; ed il fanatismo religioso, non essendo in
ultima analisi che un mezzo di prevenire perfino l'ombra d'un attentato
alla libertà, altro non era che fanatismo di libertà.

Se l'esclusivismo religioso del Mass. trovava nel sentimento di
auto-conservazione la sua giustificazione, urtava però sempre in quel
senso umano di tolleranza, che la stessa persecuzione sofferta in
patria non aveva potuto instillare nei coloni: per quanto diversi i
moventi, il non conformismo rimaneva per essi non meno che per i loro
persecutori un delitto capitale. Contro questa concezione politica
d'uno stato direttore spirituale sorgeva però fin d'allora un apostolo
sublime della tolleranza, il quale fondava su questa un organismo
politico, ch'era preludio glorioso ed immagine viva della futura
società anglo-americana: Roger Williams fu questo nume benefico, Rhode
Island lo stato da lui fondato.


§ 3. ROGER WILLIAMS ED ORIGINE DI RHODE ISLAND. — Nel febbraio del
1631 arrivava a Nantasket nel Mass. dopo una burrascosa traversata di
66 giorni «un giovane ministro, dotato di qualità preziose, pieno di
zelo ed animato dallo spirito di Dio», Roger Williams. Superiore per
elevatezza morale agli altri puritani, egli non voleva solo cambiare
il proprio paese con un altro, dove il puritanesimo non fosse delitto,
ma con uno, dove il delitto d'opinione non fosse neppur concepito.
«Santità della coscienza» ecco la formula, in cui il filosofo
pratico compendiava la sua teoria spezzante tutte le pastoie imposte
all'umano intelletto, e di cui accettava senza indietreggiare le
ultime conseguenze: la coscienza dell'uomo è sacrario inviolabile, in
cui nessuna forza nè individuale nè sociale ha diritto di penetrare;
e quindi lo stato deve reprimere i delitti, ma non esercitare il
suo controllo sull'opinione, punire il colpevole ma non violare la
libertà dell'anima. Persecuzioni e roghi, culto ufficiale e decime
obbligatorie, aiuto scambievole di trono e d'altare, quanto insomma
aveva per secoli contristato e dovea ancora contristare l'umanità
sedicente civile, tutto veniva rovesciato dal sublime principio: la
moschea mussulmana come la chiesa cristiana, la pagoda buddistica come
la sinagoga ebraica potevano ricevere diritto di cittadinanza nello
stato dell'umanità, che Roger Williams vagheggiava. Il Mass. basato
sul più egoistico conformismo veniva minato nei suoi fondamenti stessi
da questo ardito puritano, la cui predicazione diventava incompatibile
con lo spirito e le istituzioni del paese. Salem, che l'aveva
preso a suo predicatore e sostenuto contro gli attacchi del governo
coloniale, parve quasi tradire la causa della religione e della patria
e, spogliata di tutte le sue franchigie, doveva finalmente cedere
e confessare il suo torto: l'apostolo della tolleranza, sconfessato
dalla comunità, abbandonato dai seguaci, amareggiato dai rimproveri
della stessa sua sposa, dopo aver sostenuto davanti all'assemblea
generale che «i suoi principi erano fermi come la roccia» e che era
«disposto a subire la prigionia o l'esilio, e la morte stessa nella N.
Inghilterra» piuttosto di rinunciare alla sua dottrina della libertà
intellettuale, nel 1635 veniva esiliato. Timorosi però ch'egli, com'era
sua intenzione, non rimanesse nelle vicinanze della colonia a predicare
un principio, che veniva a «rovesciare le basi dello Stato e del
governo di quel paese», i rappresentanti del Massachusetts decidevano
d'inviarlo su apposito bastimento in Inghilterra. Ribelle allora per
la prima volta agli ordini del suo paese, Roger Williams si sottraeva
con la fuga al rimpatrio e per quattordici settimane andava ramingo tra
le nevi e le intemperie, dovendo mille volte la vita all'ospitalità di
quegli Indiani, di cui la sua filantropia l'aveva fatto già prima ben
noto campione. Ammirato e rispettato dagli avversari per la nobiltà
del carattere, lo stesso governatore Winthrop gli indicava la baia
di Narragansett come luogo non preteso ancora da alcuno, dove poter
fondare quella comunità libera, di cui non aveva smesso per nulla
l'idea. «Io considerai questo saggio consiglio, diceva Williams, come
la voce di Dio»; ed un fragile canotto indiano, su cui egli s'imbarcava
con cinque compagni, portava a quella volta il fondatore del Rhode
Island ed i suoi primi cittadini.

Ad attestare la immutabile confidenza nella bontà di Dio volle chiamare
Providence il nuovo soggiorno, ch'egli intendeva destinato «a servir
d'asilo a tutti quelli che si trovavano nell'avversità per motivi
di coscienza». Gli Indiani cedevano largo tratto di paese al loro
benefattore e questi, nulla volendo per sè, lo legava in retaggio
insieme con le istituzioni più libere, che il mondo civile avesse
ancora veduto, ai sopravvenienti coloni, profughi la più parte, spiriti
fieri della loro libertà di coscienza. Il Rhode Island fu sin dalle
origini una democrazia pura, nella quale la volontà della maggioranza
dovea governare lo Stato, ma «solo nelle materie civili»: in nessun
altro stato, nonchè della futura Unione del mondo intero, ebbero così
poco potere i magistrati e tanto i rappresentanti della comunità. «Gli
annali di Rhode Island, se fossero scritti in uno spirito filosofico,
dice il grande storico Giorgio Bancroft, esporrebbero le forme della
società sotto un aspetto tutto particolare; se il territorio di questo
Stato fosse stato in rapporto coll'importanza e l'originalità dei
principi della sua prima esistenza, la sua storia fenomenale avrebbe
riempiuto il mondo di meraviglia».

Mentre infatti l'intolleranza insanguinava l'Europa, facendo teatro
la Germania di guerre religiose, l'Inghilterra di feroce dispotismo,
la Francia di persecuzioni, l'Olanda stessa di lotte intolleranti
d'opposte fazioni, la Spagna ed i suoi possessi di iniqui _auto-da-fè_,
di là dall'Atlantico uno dei più grandi e più veri benefattori
dell'umanità, Roger Williams, s'acquistava la gloria imperitura di
fondare uno Stato sul principio della tolleranza e di imprimere in
caratteri indelebili la impronta di questo sulle nascenti istituzioni
americane. Se la società nuova d'oltre Atlantico non sapeva neppur essa
liberarsi completamente da quell'intolleranza, per reagire alla quale
era sorta, essa sapeva pur sempre creare per le sue e per le altrui
vittime un rifugio, un castello franco della libertà intellettuale in
tutte le sue forme. «Chi ha perduto la sua religione, correva il detto,
può star sicuro di ritrovarla in qualche villaggio di Rhode Island»;
così svariate erano le opinioni religiose della colonia nella quale
secondo il principio di Roger Williams, confermato dall'Assemblea
generale, «a tutti gli individui, di qualunque paese o nazionalità,
Papisti, Protestanti, Ebrei o Turchi» dovea essere garantito il libero
esercizio del loro culto. Nello stato di Rhode Island troveranno così
rifugio sicuro i perseguitati d'ogni paese; adesso ricorrerà tra altri,
bandita dal Mass., una donna di raro intelletto, Anna Hutchinson, la
cui teoria improntata al principio della tolleranza l'aveva resa a
quello stato pericolosa. Agli amici appunto di questa eroina della
libertà, guidati da John Clarke e da Williams Coddington, si deve
la colonizzazione dell'isola, detta, per una veduta somiglianza con
quella di Rodi, Rhode Island. Anche questa nuova comunità si inspirò
ai principî di quella di Providence: base del governo fu il consenso
universale di tutti gli abitanti, un vero patto sociale fondato
sull'amore reciproco.

Escluso pei suoi principî dalla lega stretta nel 1643 fra le altre
colonie della N. Inghilterra e minacciato di smembramento a loro
vantaggio, il Rhode Island trovava nel suo fondatore il salvatore:
imbarcatosi per l'Inghilterra, Roger Williams per le potenti
intercessioni di Sir Henry Vane, che glorificava il suo zelo coloniale
ed i suoi risultati, otteneva dal Lungo parlamento nel 1644 una carta
che conferiva a lui ed ai suoi amici il diritto di stabilire un governo
di lor gradimento nella nuova colonia, riconosciuta autonoma col nome
di «Piantagioni di Rhode Island e di Providence». L'assemblea generale
nella sua riconoscenza voleva che il Williams ottenesse dal governo
inglese la carica di governatore di tutta la colonia per un anno; ma
l'uomo, che altra volta aveva dato prova d'infinita bontà intercedendo
presso bellicose tribù indiane, pronte alla distruzione, in favore
dei suoi persecutori del Mass., mostrava ora tutto il suo amore per la
libertà: egli non acconsentiva ad una misura, che sarebbe stata un ben
pericoloso precedente, ed il Rhode Island continuò a godere della sua
illimitata libertà non solo religiosa ma anche politica. In esso tutti
erano uguali, tutti potevano riunirsi e prender parte ai dibattiti
nelle pubbliche assemblee, tutti aspirare agli impieghi. E la volontà
popolare, pure in mezzo alle dispute alle rivalità alle lotte, frutti
inevitabili d'una sconfinata democrazia, riusciva sempre a raggiungere
come per istinto l'interesse generale, «Il nostro governo popolare,
dicono gli atti di esso, non degenererà, come alcuni congetturano,
in anarchia nè per conseguenza in una tirannia generale; perchè noi
desideriamo al più alto grado di garantire a ciascuno sicurezza per
la sua persona, la sua riputazione ed i suoi beni». — «Noi, diceva
l'indirizzo rivolto dalla colonia nel 1654 al generoso Henri Vane,
suo benefattore, noi siamo stati da lungo tempo affrancati dal giogo
di ferro di quei lupi di vescovi; noi non siamo stati macchiati dei
torrenti di sangue sparsi per le guerre nel nostro paese natale. Noi
non abbiamo risentito le nuove catene dei tiranni presbiteriani, ed in
questa colonia noi non siamo stati consumati dallo zelo troppo ardente
di magistrati cristiani sedicenti pietosi. Noi non abbiamo appreso che
voglia dire balzello; noi abbiamo quasi dimenticato che sia decima; noi
abbiamo bevuto a larghi sorsi alla coppa della grande libertà quanto
nessun altro popolo che noi conosciamo sotto tutta la volta del cielo».


§ 4. LA COLONIZZAZIONE DEL CONNECTICUT. — Una medesima purezza di
fini, una stessa sublime semplicità possono vantare gli inizi del
Connecticut. Considerata come la via più propizia pel commercio delle
pelliccie e passata ben presto in proverbio per la fertilità del
suolo, la vallata del Connecticut non tardava a diventare oggetto di
rivalità tra gli Olandesi, che primi l'avevano scoperta col Block
fin dal 1614, ed i coloni della N. Inghilterra: senonchè, mentre i
primi vi penetravano, risalendo il fiume, in veste di trafficanti
e vi fondavano stazioni commerciali; i secondi immigrativi in veste
di colonizzatori non tardarono a giungervi anche per via di terra,
aprendosi il passo attraverso le vergini foreste. Una prima carovana
di sessanta Pellegrini, uomini donne e fanciulli, arrivatavi nel
colmo dell'inverno, nel 1635, sembrava dovesse cogli stenti subiti
distogliere altri dal tentare la difficile prova, alla quale molti non
resistendo erano tornati alla costa sfiduciati attraverso alle nevi;
ma l'anno dopo s'internava a quella volta una seconda carovana più
numerosa ed entusiastica, sotto la guida d'un celebre ministro, Thomas
Hooker, «lume delle chiese dell'ovest». La componeva un centinaio di
Puritani, reclutati fra i coloni più notevoli delle più antiche chiese
della baia di Mass.: inesperti la più parte del lusso e degli agi della
società europea, attraversavano a piedi le foreste, senz'altra guida
che la bussola, cacciandosi avanti il bestiame; s'aprivano il passo con
la scure dov'era necessario, facendo a malapena dieci miglia al giorno;
valicavano con stento e pericolo fiumi e tratti paludosi; si nutrivano
di latte e dormivano sulla nuda terra. Arrivati finalmente alle rive
«deliziose» del Connecticut essi ed i loro seguaci si accingevano
salmodiando ad un'opera non meno rude, quella di trasformare col loro
lavoro una natura selvaggiamente feconda in un fertile suolo, esposti
ad un tempo agli assalti feroci degli indigeni, qui più numerosi che
in qualunque altra parte della N. Inghilterra, ed alle ostilità degli
Olandesi. Assicuratasi la tranquillità con la completa distruzione
della tribù degli indiani Pequod, i coloni di quello, che allora
rappresentava il lontano Ovest, potevano darsi una costituzione
politica, basata qui pure sul principio dell'associazione volontaria
ed ispirata quindi alla massima libertà. Tutti coloro, che avessero
prestato il giuramento d'obbedienza alla comunità, erano cittadini
e ad essi spettava eleggere annualmente i magistrati ed i membri
della legislatura, questi ultimi proporzionalmente alla popolazione
dei singoli luoghi: tale il sistema mirabile di governo formato da
umili emigranti, cui nè consuetudini inveterate, nè disuguaglianze
ereditarie, nè interessi stabiliti, nè imposizioni estranee impedivano
l'applicazione più semplice dei principî supremi della giustizia.

Colla stessa indipendenza era sorta l'anno innanzi, nel 1638, un'altra
colonia puritana, fondata sul Connecticut da emigranti inglesi, guidati
dal loro pastore John Davenport e dal rigido calvinista Theofilo Eaton.
La primavera non rallegrava ancora il vergine paese, quando i coloni
tenevano sotto una nuda quercia la loro prima assemblea, ed il pastore
diceva loro che «come il figlio dell'Uomo» erano stati condotti nel
deserto per esservi tentati. Dopo aver digiunato e pregato per un
giorno, essi organizzarono la prima forma di governo sul suolo concesso
loro mediante trattato dagli indigeni, costituendosi semplicemente in
un'associazione di piantatori, i quali si davano reciproca promessa di
sottomettersi «alle prescrizioni che loro traccerebbero le Scritture».
Fine essenziale dell'ordinamento politico era infatti per essi quello
di assicurare l'osservanza della purità e della pace, e con tale
intendimento sette persone competenti, tra cui il Davenport e l'Eaton,
venivano incaricate di organizzare il governo. Furono questi «i sette
pilastri» della nuova «Casa della Saggezza» nel deserto. Essi ammisero
a far parte dell'assemblea generale tutti i membri della chiesa,
stabilirono annuali le elezioni dei magistrati e proclamarono che
unica regola degli affari pubblici sarebbe stata la parola di Dio: la
Bibbia diventava così il libro degli statuti di New-Haven! Ogni nuova
comunità sorta in seguito nel suo territorio fu considerata essa pure
una Casa di saggezza, sostenuta dai suoi sette pilastri ed aspirante ad
essere illuminata dall'eterno lume! I mistici coloni ai preparavano per
tal modo alla seconda venuta del Cristo, in cui fermamente credevano,
mentre il lavoro positivo delle lor braccia dissodava sempre nuove
terre ed estendeva di fronte a Long Island la colonizzazione inglese!


§ 5. L'ESTREMO NORD ED IL NEW HAMPSHIRE. — Origini alquanto diverse
ebbe la colonizzazione inglese nella parte più settentrionale della N.
Inghilterra. Dopo i primi infruttuosi tentativi da parte della società
di Plymouth, la quale come vedemmo nel 1607 vi fondò uno stabilimento
di ben poca durata, e dei Francesi, ivi stanziati per esercitare
la pesca ma ben presto scacciati dai coloni della Virginia, si
susseguirono intrepidi avventurieri, attratti più che altro dai ricchi
proventi della caccia e della pesca, senza che sorgessero vere colonie:
erano gruppi di capanne sperse qua e là a grandi intervalli, senz'alcun
centro comune di attrazione, senza alcuna giurisdizione politica da
cui dipendere. Il consiglio di Plymouth, proprietario come vedemmo
del paese, emanava dal 1629 al 1631 una serie di lettere patenti, che
dividevano fra diversi concessionari tutto il territorio dal Piscataqua
al Penobscot. La poca precisione però di queste patenti era tale da
presagire infinite discordie fra essi; mentre l'indeterminatezza dei
confini colla Nuova Francia doveva produrre inevitabili contese tra i
coloni delle due nazioni. S'aggiunga a ciò la condotta dei proprietari,
i quali intendevano di trarre un provento da quelle terre più che
di colonizzarle, e la natura del paese sfavorevole alla fondazione
di colonie agricole. La caccia, la pesca, la foresta offrivano agli
abitanti mezzi di vita più immediati e sicuri che non l'agricoltura;
dispensandoli per di più dal comperare dai concessionari un palmo di
suolo.

I membri del Gran consiglio di Plymouth, ridotti all'inazione dopo
aver concesse tutte le terre situate tra il Penobscot e Long Island,
si risolvevano alla fine a rassegnare la loro carta, destituita oramai
del minimo valore. Parecchi membri di esso però, volendo diventare
individualmente proprietari d'immensi territori, fecero prima annullare
le concessioni anteriori; quindi, convocata nel 1635 una riunione dei
_lords_, tutta la costa a partire dall'Acadia fino di là dall'Hudson
fu divisa in lotti e sorteggiata fra essi: provincie intere divennero
così proprietà privata in virtù d'una lotteria, benchè la difficoltà
maggiore dovesse consistere nell'entrare in possesso di questi lotti,
occupati qua e là dalle nascenti colonie.

Ferdinando Gorges inviava un nipote a rappresentarlo nella porzione
americana di sua pertinenza; e Saco, villaggio allora di 15 abitanti,
vedeva così nel 1636 un primo tribunale, una prima parvenza di governo
nel paese, che in onore a quanto pare della francese Enrichetta
Maria, regina d'Inghilterra, si chiamò Maine. Riconosciuto poi lord
proprietario del territorio in virtù d'una carta regia del 1639,
il Gorges si diede con più lena ad escogitare fantastici piani di
governo con deputati, consiglieri, marescialli, maestri d'artiglieria
e via di questo passo, benchè tutte le prerogative regie, che il suo
rappresentante potè trovare nel principato, fossero appena sufficienti
ad ammobigliare meschinamente una capanna! Morto lui, e non essendosi
alcuno curato di raccogliere la sua poco proficua eredità americana,
i commissari europei, che ripetevano i loro poteri dal proprietario,
si ritiravano; ed i coloni abbandonati a sè medesimi di loro libero ed
unanime consenso si costituivano nel 1649 in una associazione politica
autonoma, seguendo l'esempio oramai comune nella N. Inghilterra.

Ben presto però il Mass. avanzò delle pretese su quel territorio,
basandole sulla sua carta, e se l'aggregò: i diritti di proprietà
furono scrupolosamente salvaguardati; la libertà di coscienza fu
garantita a tutti gli abitanti, gli episcopali compresi; il diritto
di cittadinanza esteso a tutti i coloni. Il Maine godette così nel
campo politico, nonostante l'unione, quella libertà, che era imposta
del resto dalle stesse condizioni sociali d'una popolazione rara,
disseminata su vasto territorio, e data più alla pesca e alla caccia
che all'agricoltura, e divenne esso pure un luogo di rifugio pei
perseguitati a motivo di religione. Così quando i proprietari residenti
in Inghilterra vollero far valere presso Cromwell i loro diritti, degli
abitanti del Maine protestavano dicendo che separarli dal Mass. sarebbe
stato per essi «il rovesciamento d'ogni ordine civile».

Nè solo sul vecchio possesso del Gorges, che non gli sfuggirà sino
al 1820, ma anche su quello del Mason il Mass. elevava pretese
appoggiandosi alla sua carta. Era esso il New Hampshire, così
denominato dalla contea inglese da cui erano partiti alcuni dei primi
coloni. La sua colonizzazione aveva avuto origini non molto dissimili
da quella del Maine e non molto più rapido ne era stato lo sviluppo;
giacchè i suoi stabilimenti, fra cui Portsmouth e Dover s'erano fondati
già nel 1623, avevano per scopo più che altro la pesca. Narrasi anzi
che ad un predicatore, il quale pretendeva che la religione fosse stata
il fine della loro venuta in quei luoghi, i coloni rispondessero:
«sbagliate, signore; credete forse di discorrere colla gente della
baja di Mass.? il nostro fine principale è stato quello di prendere i
pesci».

Rimasti dopo la morte del Mason in balia di se stessi fra le contese
dei pretendenti, gli abitanti del New Hampshire ad evitare i pericoli
dell'anarchia avevano pensato bene di cercare un rimedio nell'esercizio
dei loro diritti naturali e con un atto da parte loro spontaneo
s'unirono ai potenti vicini del Mass., non come provincia ma sul
piede d'uguaglianza, come parte integrante della colonia. Le rive del
Piscataqua non erano però abitate da puritani, e l'organizzazione del
Mass. mal poteva convenire ai nuovi acquisti. L'assemblea generale di
esso adottava così nel 1642 una risoluzione prescritta dalla giustizia,
non esigendo nè che gli uomini liberi nè i deputati del New Hampshire
fossero membri della chiesa. Nel 1680 il New Hampshire veniva staccato
dal Massachusetts e posto sotto un governatore regio; e più tardi
ancora al cadere del secolo seguente dal seno di esso usciva un nuovo
Stato della Unione Americana, il _Vermont_ (o Monte Verde), esplorato
per la prima volta dal Champlain nel 1609 ma rimasto per lungo tempo
pressochè disabitato.


§ 6. SVOLGIMENTO DELLA N. INGHILTERRA. — Fratellanza etnica, conformità
d'ideali politici e religiosi, identità di origini, affinità di vita
e di costumi, uniformità di clima e di suolo, comunanza di pericoli
prepararono così nella N. Inghilterra una società compatta, facendo
delle sue colonie un tutto pressochè omogeneo, per quanto separato
fosse il governo e la storia interna di ciascuna di esse. Ed a
rinsaldare quasi queste affinità interveniva alle origini della sua
storia una lega fra le varie colonie. Bisognosi d'aiuto contro le
ostilità degli Olandesi i coloni del Connecticut ne avevano slanciata
la prima idea fino dal 1637, e nel 1643 le «colonie unite della Nuova
Inghilterra» non «formavano più che un sol corpo». Protezione contro
le usurpazioni degli Olandesi e dei Francesi, sicurezza di fronte
alle tribù indiane, libertà d'insegnare in perfetta pace il Vangelo
nella sua pienezza, ecco i motivi di questa confederazione, che non
abbracciava però tutte le colonie della N. Inghilterra: non vi si
ammisero infatti gli abitanti situati di là dal Piscataqua perchè
«seguivano una via diversa» dai puritani «così negli affari del
culto come nell'amministrazione civile»; nè tanto meno i piantatori
di Providence quantunque desiderassero d'entrarvi, e neppure quelli
di Rhode Island, perchè non intendevano di aderire alla clausola di
esser incorporati nella giurisdizione di Plymouth. I singoli governi
dell'unione si riservavano intatta la loro rispettiva giurisdizione
locale: le questioni d'interesse comune, prime fra tutte quelle
attinenti alla pace ed alla guerra ed alle relazioni cogli Indiani,
spettavano ad una commissione composta di due delegati per ogni
colonia, quali che ne fossero la importanza e la popolazione, e la sola
condizione richiesta per esercitare tale carica era quella di membro
della chiesa; la commissione non possedeva alcun potere esecutivo,
spettando ai singoli governi di eseguire le sue deliberazioni: le spese
comuni dovevano essere ripartite secondo la popolazione.

Sentimento d'indipendenza, spirito democratico, gelosia di
_selfgovernment_, ascetismo religioso, i fondamenti in una parola delle
singole colonie, diventavano così la base di questo primo governo
federale, che nonostante la sua organizzazione semplicissima fece
della Nuova Inghilterra un'unione, la quale si mantenne per circa
quarant'anni ed anche rovesciata rimase un precedente storico destinato
a risorgere anzichè a tramontare nella coscienza del popolo americano.

È nella lotta coll'elemento indigeno specialmente che questa unione
dimostra la sua utilità. I rapporti dei bianchi cogli indigeni nella
Nuova Inghilterra erano stati in sulle prime cordiali. Massasoit,
_sachem_ dei Wampanoag, tribù un giorno potentissima ma allora
indebolita dalle epidemie, aveva stretto coi Pellegrini un trattato
di alleanza religiosamente rispettato dal capo indiano. Tanto nella
colonia di Plymouth che in quella del Mass. nessuno doveva prender
nulla dagli Indiani senza dar loro un equivalente convenuto; nel 1631
il tribunale del Mass. decretava che «Giosuè Plastone, per aver rubato
quattro panieri di granturco agl'Indiani dovesse renderne loro otto;
poi che dovesse pagare cinque sterline di multa e che d'allora in poi
fosse chiamato semplicemente Giosuè invece di signor Giosuè come lo
chiamavano prima». Tali scrupoli giuridici salvavano però la legalità
più che l'equità; i poveri Indiani andavano spogliandosi delle loro
terre migliori, cedendole dietro regolari trattati o vendendole per un
nonnulla, per una coperta per un coltello per un gingillo qualunque,
senza che lo stretto diritto naturalmente trovasse in tali casi nulla a
ridire.

Ben più sincero invece era lo zelo dei primi ministri puritani,
i quali, desiderando ardentemente di salvare «questi naufraghi
dell'umanità», fecero gli sforzi maggiori per convertirli e ridurli al
lavoro metodico della vita civile, riunendoli in villaggi permanenti:
John Eliot, l'apostolo degli Indiani, si acquistava in quest'opera
una fama ben meritata traducendo in indiano il Vangelo e raccogliendo
nella città di Natick, Mass. i convertiti alla fede ed alla civiltà; e
l'esempio suo seguito da altri portava alla fondazione d'una trentina
di chiese dei così detti «Indiani preganti».

Ma l'elemento indiano nel suo complesso era troppo refrattario alla
nuova vita civile, troppo fiero per lasciarsi spogliare in un modo o
in un altro delle sue terre migliori senza reagire. Ed allora i coloni
stretti dalle necessità della vita ricorrevano di fronte alle tribù più
bellicose a quei mezzi di sterminio, di cui la civiltà li forniva, a
quelle armi da fuoco di fronte cui ben poco potevano le misere freccie
indiane per quanto avvelenate: così al capo dei Narraganset, che
mandava in atto di sfida al governatore Bradford un fascio di freccie
avvolte in una pelle di serpente a sonagli, questi rinviava la pelle
piena di polvere e palle, gettando lo scoramento nella tribù; così i
coloni del Connecticut, come vedemmo, minacciati nella loro esistenza
dai bellicosi Pequod li avevano, aiutati dagli abitanti delle altre
colonie, addirittura distrutti in breve guerra, infliggendo un così
salutare terrore agli indigeni, che per circa quaranta anni la pace
fra le due razze non fu turbata. Fossero così pacifici o belligeri i
rapporti fra le due razze, il risultato di essi era sempre lo stesso:
l'accrescimento costante dei Bianchi toglieva ogni giorno più ai
Pellirosse i mezzi ordinari di sussistenza, limitando il campo delle
loro cacce, le acque delle loro pesche, il suolo della loro grama e
sporadica coltivazione.

Verso il 1675 gli Indiani potevano elevarsi ad un 30.000 in tutta la
N. Inghilterra ad ovest del fiume Santa Croce; il forte di essi era
specialmente nel Connecticut e Rhode Island, dove a differenza del
Mass. non v'erano state negli ultimi tempi epidemie devastatrici: in
essi le forti tribù dei Narragansetts, dei Pokanokets, dei Mohegans ed
altre. Prendendo quindi per linea di divisione il Piscataqua verso il
1675 si sarebbero trovate all'ovest 50.000 bianchi ed appena 25.000
Indiani; all'est circa 4000 bianchi e forse qualche cosa di più di
Pellirosse.

Preoccupato del triste avvenire della sua razza il sachem indiano
Filippo, figlio di quel Massasoit amico fedele dei primi coloni,
risolveva in quell'anno di riunire in uno sforzo disperato tutte
le varie tribù per scacciare i bianchi dal paese e dal Maine al
Connecticut riusciva a stringere insieme le sparse tribù, preparando
il suo piano con tanta sagacia che la guerra scoppiava quasi repentina
su una linea larga un duecento miglia. Fu questa la guerra indiana
detta «_del re Filippo_», terribile per gli incendi, le distruzioni, i
saccheggi, gli improvvisi attacchi notturni, in cui tutta consisteva la
tattica degli Indiani, troppo deboli per misurarsi in campo aperto coi
bene armati coloni.

Ebbe a soffrire specialmente di essa il Mass. occidentale, che vide
l'una dopo l'altra incendiate le sue città; nè d'altra parte stettero
meglio gli Indiani, una delle cui tribù, quella dei Narragansetts,
veniva pressochè sterminata. Filippo, risoluto nonostante i disastri
dei suoi di tener testa fino all'ultimo, si batteva disperatamente per
un paio d'anni, uccidendo perfino, a quanto dicesi, un suo guerriero
che gli consigliava la pace: solo quando gli catturarono la donna ed
il figlio, rimaneva infranta la fibra dell'eroe nazionale, che poteva
essere finalmente schiacciato: «ho il cuore spezzato, esclamava egli,
ora son pronto a morire». Preso cadeva sotto i colpi di coloro, che
gli davano la caccia, ed il figlio suo, ultimo rampollo d'una stirpe
potente, veniva venduto come schiavo alla Bermuda. Il primo sforzo
collettivo degli Indiani contro gli usurpatori bianchi veniva così
infranto miseramente e colla rovina di esso era rimosso nella N.
Inghilterra il maggior ostacolo al diffondersi della colonizzazione
bianca, fino allora ristretta di preferenza alla costa, nell'interno
del paese.

Nè solo la lotta per la conquista cruenta del suolo ma anche quella
per la difesa della libertà trovava nella lega neoinglese un valido
istrumento: su essa la Nuova Inghilterra poteva fidare per tener
testa alle malfidenze del Lungo Parlamento, per strappare il favore
del Protettore, per resistere alla censura degli Stuart dopo la
Restaurazione. Gli avvenimenti interni della madrepatria, i torbidi,
i lutti, le agitazioni di essa si risolvevano così in un vantaggio
inestimabile per le colonie settentrionali, permettendo loro di godere
per lunghi decenni d'una effettiva indipendenza, durante la quale i
germi importati si sviluppavano in una fiorente società democratica.
Già Carlo I, non sordo ai consigli di chi gli sussurrava all'orecchio
che questi emigranti «avevano in vista non solo una nuova disciplina
ecclesiastica ma la potenza sovrana», aveva in animo di ritirare le
patenti concesse; ma il _covenant_ nazionale degli Scozzesi ed il
precipitare degli avvenimenti dietro ad esso gliene toglievano il tempo
e la voglia. Salvate così miracolosamente dalla rivoluzione contro il
monarca, le libertà della Nuova Inghilterra venivano però minacciate
dal Lungo Parlamento, il quale intendeva di limitarle, pretendendo il
diritto di riformare le decisioni delle corti di giustizia coloniali e
di esercitare la sua vigilanza sui governi locali; ma il Massachusetts,
che era il più minacciato, risolveva nel 1646 in mezzo alla generale
agitazione degli animi di non restituire l'antica carta «regia»,
nè di accettare quella nuova, già presa in esame dal Parlamento, e
così grazie al suo atteggiamento risoluto lo _statu quo_, dopo lungo
battagliare da ambo le parti, rimaneva inalterato nella N. Inghilterra.

Il protettorato del Cromwell lasciò pur esso la N. Inghilterra godere
dei benefici del _selfgovernment_ e della libertà del commercio, ancor
più radicando così alla terra quel popolo, che, invitato, rifiutava di
stabilirsi nonchè in Irlanda, sotto il cielo ridente delle Bahama, sul
fertile suolo della Giamaica o della Trinità.

La restaurazione incominciò essa pure sotto buoni auspici: Carlo II,
che una caricatura del tempo rappresentava ballando, con un'amante
per braccio, mentre ghignanti cortigiani gli rubavano di tasca le
provincie, se regalava a parenti ed amici con incosciente generosità le
terre d'America, senza curarsi di chi oramai le aveva fatte sua patria,
inaugurava d'altra parte il suo governo con segni di benevolenza verso
alcune delle colonie americane. Così il governatore Winthrop il giovane
otteneva pel Connecticut una carta, che univa insieme gli stabilimenti
di Hartford e Newhaven in una sola colonia, estendendone i confini
sino al Pacifico, e le concedeva tali franchigie da costituirla anche
di diritto libera e come indipendente quale era stata fino allora di
fatto. Ed una consimile patente riceveva nel 1663 la colonia di Rhode
Island.

Solo faceva il viso dell'armi tra il giubilo pressochè generale
il ferreo Massachusetts, il quale si rifiutava di consegnare tre
degli stessi giudici del decapitato Carlo I rifugiatisi in esso:
un anno dopo la restaurazione soltanto il nuovo governo inglese
veniva riconosciuto in questa colonia, la quale però approfittava
di tale occasione per riaffermare i suoi diritti. Gli Stuart alla
loro volta vi mandavano dei commissari inglesi, coll'incarico di
regolarsi a seconda delle circostanze, nell'intento di limitare le
libertà della colonia, e li portava in Boston la stessa flotta che
doveva conquistare la Nuova Olanda: la popolazione assumeva però un
atteggiamento minaccioso; si mandava al re un indirizzo pel ritiro
dei commissari, e la questione pel momento rimaneva sospesa in seguito
anche a vicende interne dell'Inghilterra. Il disegno di diminuire il
territorio e l'influenza del Mass. e d'annullarne infine la patente
non veniva con ciò abbandonato: dapprima veniva sottratto alla sua
giurisdizione il New Hampshire, che nel 1680 diventava una colonia
regia, la prima della N. Inghilterra; e poi nel 1684 si revocava la
carta della colonia, senza che questa potesse colla forza opporsi al
colpo di lunga mano preparato. L'ostacolo maggiore era così tolto di
mezzo a quel disegno d'unificazione delle colonie settentrionali e
centrali, che il governo sognava e di cui era incaricato l'energico
sir Edmondo Andros, mandato in America come governatore di Nuova York
nel 1674. L'opera sua non assecondata abbastanza dal debole Carlo II
pel momento non trionfava; ma veniva ripresa con maggior fortuna sotto
gli auspici dell'assolutista Giacomo II, che procedette in essa senza
il minimo scrupolo dei diritti acquisiti delle colonie in possesso di
carte regie. L'Andros nel 1686 si recava a Boston quale governatore
regio di tutte le colonie settentrionali, il che era a dire distruttore
delle loro immunità. I puritani del Mass. videro profanato il loro
ritiro dall'introduzione della chiesa episcopale; i cittadini di Rhode
Island si videro spogliati della loro patente; quelli del Connecticut
la conservavano materialmente per l'ardire di Giuseppe Wadsworth, che,
sottrattala di soppiatto dalla sala dell'assemblea, la nascondeva nel
tronco d'un albero rimasto storico per secoli col nome di «quercia
della carta», ma la videro conculcata nel fatto dall'Andros, che di
suo pugno apponeva irritato la parola _finis_ in fondo al libro dei
protocolli delle sessioni.

La rivoluzione inglese del 1688 salvava però ancora una volta il libero
reggimento della Nuova Inghilterra: Boston insorgeva alla notizia
di essa, il governatore regio veniva gettato in carcere; e tutto il
paese, rivendicando le antiche sue carte, ripristinava di fatto le
sue repubbliche democratiche, dipendenti di nome dal re d'Inghilterra,
governate in realtà dalla sola rappresentanza popolare.


§ 7. LA SOCIETÀ DELLA N. INGHILTERRA E LA SUA FORZA D'ESPANSIONE.
— All'epoca della seconda rivoluzione inglese circa 75.000 bianchi,
che rappresentavano in buona parte una vera selezione morale della
razza inglese, abitavano la N. Inghilterra ed avevano iniziato la
trasformazione del deserto con tale successo da destare l'ammirazione
del mondo contemporaneo: più della metà di questa popolazione
apparteneva alla colonia del Massachusetts, il quale comprendendovi il
Maine e la prima colonia dei Pellegrini, la gloriosa per quanto poco
sviluppata Nuova Plymouth che nel 1692 entrerà a far parte di esso,
annoverava un 44.000 anime; il Rhode Island e Providence un 6.000;
altrettante New Hampshire; da 17 a 20.000 il Connecticut.

La libertà aveva portato i suoi frutti, permettendo al paese di
sviluppare senza alcun ostacolo tutte le sue energie: gli atti di
navigazione della metropoli non erano stati rispettati; nessuna
dogana era stata stabilita. Alla penuria dei primi tempi era successa
l'abbondanza: la produzione era ormai superiore al consumo, e
s'esportavano pelli, legname, pesce e grano, quest'ultimo nelle Indie
Occidentali: l'industria navale, la quale già prima del 1643 dava
bastimenti di 400 tonnellate, era quanto mai progredita e con essa la
navigazione, monopolizzata può dirsi dal Massachusetts, che faceva il
trasporto delle mercanzie per tutte quasi le colonie e mandava i suoi
navigli sotto tutti i climi del mondo, mentre la rada di Boston vedeva
già bastimenti di Spagna e d'Italia, di Francia e d'Olanda: la stessa
industria vi aveva già da un pezzo fatto il suo ingresso, fino cioè
dal 1643 in cui erano sorte le prime fabbriche per la lavorazione del
cotone fatto venire dalle Barbados.

Scarsa era invece la moneta, giacchè dall'Inghilterra ben poca ne
veniva, mentre le colonie dovevano mandarne per le loro provvigioni:
nei primi tempi anzi al difetto di essa si era sopperito con lo scambio
dei generi e l'uso dei _wampun_, delle pelli di castoro, del granturco,
delle palle di piombo; ma col 1653 s'era impiantata nel Mass. una prima
zecca.

La vita degli abitanti era ancora semplicissima, per quanto generale
fosse la prosperità, la mendicità ignota e rarissimo il furto. Gli
stabilimenti consistevano essenzialmente in comunità d'agricoltori,
situate presso la riva del mare: al nord del Piscataqua erano villaggi
che dovevano la loro origine al commercio delle pelli di castoro
più ancora che al traffico dei legnami ed alla pesca; più al sud
città isolate in riva all'Oceano ed ai fiumi necessari pei molini;
nell'interno del paese la colonizzazione incominciava appena allora a
penetrare. Le case per lo più erano in legno e mattoni, più rare quelle
in pietra; dimessi gli abiti; gli uomini in calzoni corti, casacca,
bavero, manopole bianche, mantello corto e cappello alto a larga tesa,
nelle solennità una fusciacca a colori smaglianti, bottoni di oro o
d'argento e stivaloni colla rivolta; le donne un modesto abito di panno
tessuto in casa e alla domenica il cappuccio di seta, le maniche e le
cuffie ricamate; frugali i pasti consistenti in granturco bollito nel
latte, carni di maiale, legumi, erbaggi, pane di segala, sidro e birra.

Data la parità di condizione dei primi coloni più o meno mantenuta
grazie alla povertà del suolo ed alla divisione dell'eredità in parti
uguali, che non permettevano un troppo rapido formarsi ed accumularsi
della ricchezza colla sua conseguenza inevitabile, il riflettersi cioè
delle disuguaglianze economiche nella costituzione politica e sociale,
regnava in quella società, cui erano ignote le ingenti fortune, una
grande uguaglianza. Nè questa era una convinzione filosofica, ma la
constatazione d'un fatto evidente e palpabile: _goodman_, _goodwife_
(buon uomo, buona donna) si chiamavano famigliarmente fra loro,
riservando per ben pochi il _mister_ o _mistress_ (signore o signora),
per gli ecclesiastici ed i magistrati più che altro. Lo sviluppo d'una
coltura largamente diffusa per quanto elementare favoriva poi ancor più
questa eguaglianza, togliendo di mezzo quell'abisso intellettuale, che
ordinariamente separa le classi abbienti da quelle non abbienti.

Costume alle origini era diventata ben presto legge nei codici della
Nuova Inghilterra che «nessuno dei fratelli dovesse soffrire nella sua
famiglia una grossolanità spinta al punto di non dare ai figliuoli ed
ai dipendenti l'istruzione necessaria per metterli in stato di leggere
perfettamente la lingua inglese». Così fino dal 1647 i legislatori
del Mass. stabilivano che in ogni luogo, dove abitassero cinquanta
proprietari d'immobili, dovesse esservi un maestro «affinchè la cultura
dei nostri progenitori non rimanga sotterrata nelle loro tombe» ed
ogni ragazzo crescesse sapendo leggere e scrivere la propria lingua;
in ogni centro, dove vivessero cento o più famiglie, una scuola di
grado superiore o di «grammatica» che desse poi l'adito all'università.
Il bisogno d'una elevata cultura era infatti tanto vivo fra i primi
Puritani, molti dei quali erano stati allevati nelle università
inglesi, che fino dai primi tempi avevano pensato alla fondazione d'una
università: Harvard College rimonta infatti al 1636 e si ricollega
al ricco emigrato Giovanni Harvard, che morendo nel 1638 legava al
collegio la sua biblioteca oltre alla metà dei suoi beni; ulteriori
donazioni di privati e perfino regolari contributi dei cittadini
assicuravano in seguito la floridezza dell'istituto. Questo del resto
come gli altri stabilimenti congeneri, più che vere università nel
senso moderno della parola erano scuole medie, paragonabili ed anzi
inferiori, se ne eccettui per certi studi professionali, ai nostri
licei. Se gli alti studi facevano però difetto, l'istruzione media
ed elementare era più diffusa che in alcun altro paese. La favoriva
oltre delle scuole la lettura, che in una società, dove nei primi tempi
in ispecie ballo, teatro, giochi d'azzardo ed altri divertimenti del
genere erano severamente proibiti, costituiva uno dei rari passatempi
concessi agli abitanti in quelle lunghe e monotone veglie d'inverno,
ch'essi passavano bloccati dalla neve nelle lor case; la favoriva
ancor più la stampa locale, che già dal 1639 s'era introdotta nella
N. Inghilterra: dei racconti di viaggi, dei _pamphlet_ politici, i
classici più noti, le opere dei moralisti formavano può dirsi tutta la
cultura del paese.

Più ancora dell'istruzione poi era curata la morale, posta essa pure
sotto l'egida della legge, che s'intrometteva nella vita privata,
proibendo ad esempio come nel 1634 «mode nuove ed immodeste, maniche
così corte da potersi vedere il braccio ignudo, maniche e calzoni
smisuratamente ampi etc.», obbligando ciascuno a vestire a seconda
della sua condizione, e così via. Santa la famiglia, la cui purezza era
gelosamente custodita dalla legge: la donna adultera e il suo complice
erano condannati a morte; mentre il seduttore d'una fanciulla era
obbligato a sposarla: di divorzio mancano esempi nei primi tempi, ma
una clausola di uno degli statuti riconosceva la possibilità di tale
avvenimento, mentre respinta affatto era la separazione di corpo e di
beni, l'anomalia della legislazione moderna per la quale il colpevole è
bene spesso premiato, l'innocente punito. Considerata delitto pubblico
la crudeltà verso gli animali; ritenuta peste del paese gli uomini di
cattivi costumi, ai quali bene spesso era interdetto il soggiorno e
tolti i diritti civili. Si poteva vivere là più anni senza vedere un
ubbriaco, senza udire un giuramento, senza imbattersi in un mendicante.

Mite relativamente all'epoca la legislazione, se ne eccettui nelle cose
di religione: un gran numero di misfatti puniti altrove di morte erano
stati quivi cancellati dalla lista dei delitti capitali; la protezione
della proprietà non arrivò mai al sacrificio della vita umana; le pene
inflitte pel furto e pel brigantaggio erano meno severe di quelle della
stessa legislazione americana del secolo XIX. Feroce invece la legge
nei suoi rapporti col culto, nei primi tempi in ispecie, quando nessuno
poteva sottrarsi senza plausibile motivo alle pratiche religiose, che
obbligavano a rimanere in chiesa per ore ed ore, e chi non vi si faceva
vedere per un mese intero veniva messo al palo od esposto al pubblico
per ludibrio in una gabbia di legno! Ancora nel 1692, in seguito al
triste influsso esercitato sullo spirito pubblico da un libro del
fanatico pastore Cotton Mather sulla stregoneria, scoppierà una vera
follia religiosa contro le supposte streghe: una ventina di persone
verranno in breve regolarmente giustiziate ed oltre una cinquantina
tormentate e martoriate sino alle più strane confessioni, finchè
l'orrore per questi veri assassini metterà un alt all'infame follia,
gettando il discredito sulla feroce bacchettoneria dei pastori.

Austero e spirituale quanto mai il culto puritano; chè i Puritani,
liberandosi di tutte le inutili formalità, non invocavano santi, non
elevavano altari, non adoravano crocefissi, non baciavano libri e pile,
non veneravano reliquie, non chiedevano assoluzioni, non pagavano
decime, non vedevano nel matrimonio un atto religioso nè un essere
sacro nel ministro del culto, il quale veniva confermato dai fratelli
o dagli altri ministri. E mentre nel campo religioso il puritanesimo
spiritualizzava ogni giorno più il calvinismo, da cui era derivato, nel
campo sociale lo umanizzava ogni giorno più.

Cessando infatti sul democratico suolo della Nuova Inghilterra,
dove non c'erano caste ereditarie da rovesciare, di fare la sua idea
dominante di quel principio della predestinazione, con cui il fondatore
plebeo del calvinesimo aveva opposto all'aristocrazia feudale la
nobiltà senza macchia degli eletti predestinati dal principio del
mondo, il puritanesimo s'imprimeva a poco a poco un carattere proprio,
arrivando ad adottare la carità come base del suo insegnamento morale.
Dio sarà per esso l'«essere universale», la natura in tutta la sua
complessità null'altro che «una emanazione della pienezza infinita
di Dio»; cosicchè l'amore del creatore comprenderà l'amore per quanto
esiste, si ridurrà cioè nell'attaccamento per tutti, in una benevolenza
universale, e la gloria di Dio implicherà la salute e la gloria
dell'umanità. Combattere per la salute di essa, lottare cioè per una
giusta causa, sarà il modo migliore di eseguire la volontà del Signore,
sarà farsi strumento addirittura dei suoi decreti ab eterno.

Così la N. Inghilterra per una sublime inconseguenza concilierà il
fatalismo panteistico, incarnato nella sovranità assolata di Dio,
con la libertà umana e, rifuggendo da ogni ozioso ascetismo, riporrà
nell'energia del volere, nell'agire per un nobile fine l'ideale pratico
della sua vita pubblica e privata. Individuo e società venivano così
ad imbeversi di questo spirito religioso, ed il rigore straordinario
d'una credenza austera, la forte disciplina ecclesiastica dei primi
nuclei scolpivano il tipo morale del paese. Il fanciullo venendo al
mondo era allevato al genio del paese; nel suo cervello non entravano
può dirsi nozioni che non fossero marcate d'una impronta cristiana: il
suo primo ed in molti casi ultimo libro, il suo _vademecum_ per la vita
oltrecchè per la scuola elementare, sarà quel _New England primer_,
il quale redatto da un'assemblea di 120 ministri conterrà il Credo,
delle preghiere, dei piccoli inni o delle canzoni religiose in versi
corti, delle massime tolte dai libri santi o da opere teologiche, delle
esortazioni morali, ed alla fine il dialogo fra Cristo, la gioventù
ed il diavolo: se oltrepasserà poi la cultura inferiore, troverà nella
grama letteratura del paese la stessa impronta morale.

In perfetta corrispondenza con lo stato materiale e morale del paese,
la letteratura infatti della N. Inghilterra, iniziata può dirsi dal
governatore Bradstreet con una storia della colonia di Plymouth, sarà
necessariamente ben povera, mentre altre e più urgenti occupazioni
assorbivano gli animi ed impiegavano i corpi, si riduceva più che
altro a qualche traduzione, a qualche libro di morale e di teologia, a
qualche noioso poema epico o religioso: così Riccardo Mather insieme
col Welde e l'Eliot dava una traduzione dei Salmi, elegante nella
sua fedeltà e semplicità; Beniamino Thomson dettava un lungo poema
epico sulla celebre lotta del 1675-76 dal titolo «Crisi della N.
Inghilterra»; Michele Wigglesworth ne componeva uno assai più popolare
intitolato «Il giorno del Giudizio». Era insomma una letteratura
antimondana per eccellenza, la quale, frutto dell'ambiente, contribuiva
alla sua volta a plasmare le nuove generazioni sullo stampo di esso.

La severa concezione della vita individuale si convertiva in una
non meno severa della vita sociale; la missione morale dell'uomo si
integrava in quella politica del cittadino, compenetrando di sè tutta
la vita di quello stato, che era una cosa sola con la religione. Le
istituzioni della N. Inghilterra non sono altro che calvinesimo in
azione: la sua teocrazia è tale solo in apparenza, riducendosi in
sostanza ad una perfetta democrazia; giacchè, se i ministri della
chiesa governavano lo Stato, essi venivano però eletti dai membri
di quella chiesa, cui tutti potevano anzi dovevano partecipare. Il
principio puritano la «voce della maggioranza essere la voce di Dio»
portava infatti per conseguenza necessaria la sovranità del popolo.

Dalla convinzione profonda che fede indipendenza e prosperità
pubblica erano aspetti diversi d'una cosa stessa, che non si poteva
disinteressarsi di una senza metter in pericolo le altre, si generava
quel patriottismo fervente, quella potente unità morale e sociale
della N. Inghilterra che ne faranno l'antesignana della libertà.
Quando infatti lo spirito calvinista avrà perduto per forza di
tempi, di esigenze sociali, di contatti diversi quella sua rigidità
primitiva, quell'intolleranza fanatica che non si limitava a predicare
contro l'uso dei veli e dei capelli lunghi, ad imporre nomi biblici
ai neonati, a togliere la croce dalla bandiera inglese, ma arrivava
pur troppo a stringer capestri al collo di quaccheri e ad abbruciare
povere donne accusate di stregoneria, rimarrà pur sempre l'essenza di
esso: l'intolleranza della legge disarmerà, ma per essere supplita
da quella dell'opinione, fortificata dall'abitudine e divenuta un
istinto; la tolleranza trionferà, ma se potrà menomare la vivacità e
la spontaneità della fede negli spiriti non potrà indebolire il vigore
della disciplina nei costumi; il fanatismo della libertà tramonterà, ma
dopo aver creato una società, cui sarà ignota ogni autorità che non sia
quella razionale della libera convinzione dello spirito pubblico.

Come l'intolleranza fu il sale che conservò pura la moralità del
paese (prova non dubbia quel Rhode Island il quale, fatto rifugio
oltrecchè delle coscienze perseguitate delle eccentricità insofferenti
d'ogni freno e della gente irrequieta o viziosa bandita da altre
sedi, si troverà al cadere del periodo coloniale in uno stato di
vera demoralizzazione pubblica e privata, con scuole miserabili,
indietro di più che cent'anni rispetto a quelle del Massachusetts);
così l'ordinamento amministrativo fu la garanzia più valida di quelle
libertà, che i primi coloni avevano inaugurato. È merito infatti
della democrazia di villaggio inaugurata nei primi tempi e fedelmente
mantenuta in seguito, se potè svilupparsi nella N. Inghilterra quella
rigogliosissima vita politica, ch'era integrazione ultima della sua
prosperità economica e della sua elevatezza intellettuale e morale.

Se all'occhio di un osservatore superficiale la N. Inghilterra
risulta composta dalle quattro colonie di Massachusetts, Rhode Island,
Connecticut e New Hampshire, essa si presenta a chi penetri nella sua
storia come un aggregato di tante piccole democrazie, quanti erano
i suoi stabilimenti, i suoi comuni. Il _township_ infatti era stata
ed era la cellula di quell'uniforme tessuto sociale. Per una specie
di _covenant_ tra gli abitanti, frutto da un lato dell'abitudine di
vivere e governarsi in congregazioni religiose indipendenti, tendenza
dall'altro innata nella razza pel _selfgovernment_, il _township_ della
N. Inghilterra s'era costituito, come vedemmo, in organismo politico
completo: più tardi i _township_ si erano avvicinati, obbedendo alla
necessità d'una cooperazione contro gli Indiani ed anche d'una intesa
comune per difendere e godere dei diritti e privilegi dichiarati
comuni da una carta a tutti gli abitanti di quel dato territorio; e
così era sorta la colonia, la quale però non aveva distrutto il _town_
primitivo. Nel Rhode Island ad esempio a termini della carta del 1647,
primo patto segnato fra i 4 _towns_ indipendenti, l'assemblea non
era chiamata a decider su progetti di legge se non dopo che ciascun
_town_ per conto suo li aveva votati: il governo coloniale non aveva
che un potere di ratifica e di revisione; l'iniziativa continuava ad
appartenere alla località. Il patto stesso perfino non era intangibile,
ma si allentava o si scindeva, come avvenne nello stesso Rhode Island
nel 1651, quando si ritornò a due confederazioni particolari di
due _towns_ ciascuna, e più ancora nel 1686 quando l'assemblea si
disciolse dopo aver reso a ciascun _town_ la cura di governarsi da sè
isolatamente.

Così mentre presso la maggior parte delle nazioni moderne
l'esistenza politica cominciò nelle classi più elevate, allargandosi
successivamente ed incompletamente alle inferiori, mentre lo stato non
fu che lo strumento della dominazione dei vincitori sui vinti; nella
N. Inghilterra invece l'esistenza politica fu dagli inizi della prima
colonizzazione a tutti comune, e la colonia non fu che l'aggregato di
organismi autonomi ed indipendenti. Il comune, ecco la pietra angolare
del grande edificio politico futuro; l'indipendenza comunale, ecco il
principio vitale della libertà americana.

Nel comune regna una vera vita politica, attiva ed essenzialmente
democratica e repubblicana. La colonia riconosce il primato della
metropoli; ma, se la monarchia inglese detta leggi allo stato, nella
vita municipale vive già la repubblica. Il comune nomina i suoi
magistrati, fissa le imposte, le riparte, le riscuote, arma i cittadini
in caso di bisogno, pensa alla loro istruzione, soddisfa ai bisogni
generali della popolazione: suo cardine è la sovranità popolare con
tutte le sue conseguenze, cioè universalità del suffragio, libero voto
dell'imposta, responsabilità ed eleggibilità di tutti i funzionari
pubblici, libertà personale, giudizio per giuria, governo infine
diretto. Al pari delle piccole repubbliche della Grecia, nel comune
neoinglese i cittadini trattano essi stessi gli affari pubblici. Come
tutti gli uomini al di sopra dei 16 anni erano soldati ed una volta al
mese venivano chiamati a raccolta per le necessarie esercitazioni; così
tutti, ricchi o poveri, saggi od ignoranti, erano membri dell'assemblea
di villaggio, di quella minuscola legislatura, dove si fissavano le
imposte e si decretavano i ponti, le strade e le scuole, dove con la
scelta dei magistrati locali e dei ministri del culto si davano pure
le istruzioni opportune ai rappresentanti mandati all'assemblea dello
stato. A questa scuola si formava l'educazione politica del popolo;
in essa si acquistava quella pratica degli affari, che sarà tanto
preziosa per il paese. Di mano in mano che il progresso della società
esigerà degli sforzi su un campo più vasto, lo spirito pubblico si
farà più maturo a sopportarli, saprà portare nella politica generale
dello stato prima, della confederazione in seguito la sagacia e la
saggezza, che s'era svolta nel regolare gli affari del villaggio. Il
_selfgovernment_, esercitato da tutti sino al punto di divenire seconda
natura, presso una società d'agricoltori, cui avanza del tempo per
pensare ed istruirsi, che sono pieni di sollecitudine per l'educazione,
che non hanno fra loro nè nobiltà nè popolaccio, ecco insieme con la
scuola e la milizia locale il segreto, che fece la grandezza della N.
Inghilterra, come fu la linfa vitale della sua rigogliosa democrazia.

Linfa vitale, dicemmo, non già causa essenziale di questa democrazia,
come fecero e fanno molti pensatori, i quali scambiando gli effetti per
le cause attribuiscono nel caso nostro speciale come in quello generale
un dato tipo di società a quelle istituzioni politiche, che sono esse
stesse il frutto di quell'ambiente sociale. La democrazia di villaggio
fu infatti, come vedemmo, il risultato naturale delle condizioni
originarie, nelle quali incominciò la colonizzazione neoinglese. Ed
allora che cosa più naturale che ascrivere, come fecero altri, alle
origini soltanto, al punto di partenza della società neoinglese il suo
sviluppo ulteriore? Delle vecchie istituzioni europee, fu osservato,
nessuna, può dirsi, emigrò nella N. Inghilterra: non la monarchia,
la quale è presente nelle colonie come un'ombra; non l'aristocrazia
feudale, la quale, già fiaccata sul vecchio continente, non poteva
certo assurgere a nuova vita nel deserto in mezzo agli stenti ed alle
privazioni cui tutti erano sottoposti i coloni; non la dominazione
del clero, troppo solidamente attaccata al vecchio edificio dalla
catena dell'interesse; non le ghilde, le maestranze, le consorterie,
le mille corporazioni in una parola sorte in Europa per reazione ai
castelli baronali o per soddisfare bisogni sociali ignoti all'America.
Vi immigrava solo un popolo libero, che, affrancatosi da tutti gli
elementi inceppanti della civiltà lasciata, poteva crearne una nuova
basata su principi più conformi al diritto di natura. Erano uomini
per di più appartenenti a quella razza germanica così gelosa della
sua indipendenza personale da farle attribuire, per quanto a torto,
da alcuni quale caratteristica massima l'individualismo: uomini infine
che uscivano dalle classi inferiori, dove più puro s'era conservato il
sangue sassone, senza mistura con quello normanno, ed univano così alla
purezza della razza l'umiltà dell'origine, eccitamento maggiore a forme
sociali più largamente democratiche. Erano infine cristiani, che dello
spirito più puro e più umano del cristianesimo pascevano l'anima loro,
e per di più protestanti, seguaci cioè di quella Riforma, che aveva
rappresentato il risveglio della libertà intellettuale nella massa del
popolo. Nessuno può certo mettere in dubbio l'influenza straordinaria
di tale genesi sullo sviluppo della democrazia neoinglese: ma non da
essa soltanto essa ripete sua vita.

Le colonie meridionali, nonostante origini non molto dissimili,
nonostante il primo assetto, che vedremo democratico, terminavano
col plasmare una società affatto diversa. Ed allora si cercherà
la spiegazione del fenomeno in qualche cosa di esclusivo alla N.
Inghilterra, al calvinesimo, meglio ancora al puritanesimo. Ora nessuno
può certo negare l'influenza democratica del calvinesimo, visibile
dovunque esso si affermi, a Ginevra, in Olanda, in Francia come in
America; nè tanto meno quella ancor più potente del puritanesimo, che
tutto informò di sè la società della Nuova Inghilterra. Ma non per
questo tale società fu il frutto del puritanesimo e tanto meno del
calvinesimo: il calvinesimo si trova pure in qualche colonia centrale
diversa socialmente dalla N. Inghilterra; il puritanesimo stesso non
sa impedire sul democratico suolo della N. Inghilterra l'introduzione e
peggio ancora la consacrazione del più antidemocratico degli istituti,
d'un istituto, che trionfando avrebbe soffocato sul nascere ogni
democrazia dando un indirizzo totalmente opposto a quella società,
voglio dire la schiavitù dei negri. Nel 1641 il Massachusetts, retto
fin'allora da magistrati elettivi senza alcun codice scritto, adottava
un corpo di leggi fondamentali, il famoso «_Body of Liberties_», ed
appunto questa «_magna charta_» della libertà puritana ha il triste
vanto, ironia della storia, d'esser il primo statuto americano che
sancisca la schiavitù: così il codice dei Pellegrini, fuggiti in
America per difendere tra le foreste la propria libertà, anticipava di
parecchi anni quelli della Virginia e del Maryland nell'istituzione
più disumana e liberticida![8] E per trovare un appoggio di essa,
per mettere in pace la coscienza coll'utile il legislatore puritano
ricorrerà al Vecchio Testamento, al rigore della legge mosaica
strettamente nazionale, anzichè al Nuovo Testamento dallo spirito
più largo ed umano: il diritto della schiavitù si baserà infatti
sulla differenza di religione, sul paganesimo dei negri. Così nel
cristianissimo Massachusetts, infiammato dal più ardente zelo religioso
che mai abbia conosciuto una collettività umana, si vedranno dei
cristiani negare ai proprî schiavi il battesimo, perchè questo avrebbe
reso insostenibile di fronte alla coscienza puritana la condizione
servile.

Gli è che le origini dei popoli, come delle istituzioni, conservano
la loro purezza solo quando trovino un ambiente favorevole al loro
sviluppo, perchè solo allora i fattori iniziali si associano ai
successivi, traendone nuova forza e vigore, anzichè venire elisi da
questi: il cristianesimo si tuffa nel sangue dei Borgia e tramonta
nei baccanali di Leone X; dalle più democratiche origini sorgerà,
come vedremo, nelle colonie meridionali dello stesso Nord-America
una società a ritroso dei tempi, che rinnova superandole le infamie
peggiori del mondo romano a base di conquista e di schiavitù.

Per fortuna della pia ed egalitaria coscienza puritana le condizioni
climatiche e territoriali, più forti della volontà umana individuale
e collettiva, s'incaricavano esse di metterla d'accordo con
l'interesse. Gli schiavi negri costavano quattro o cinque volte più
dei servi bianchi: gli schiavi negri non erano adatti come i servi
bianchi alla costruzione dei navigli, industria che arricchiva il
paese assai più dell'importazione negra; i negri emancipati da molti
zelanti antischiavisti costituivano un pericolo ed un aggravio per la
colonia, mentre i bianchi ritornati liberi dopo il periodo fissato
di loro servitù divenivano cittadini preziosi per essa; gli schiavi
negri infine erano soggetti per ragione del clima rigidissimo ad una
mortalità, ignota alle altre colonie, donde le perdite notevoli dei
loro proprietari. Tutto questo non sarebbe forse bastato a determinare
quella corrente antischiavista, cui la coscienza puritana e la società
democratica ad essa informata preparava il terreno migliore, se,
cagione questa principalissima, non fosse stata affatto contraria alla
schiavitù dei negri l'economia agricola del paese, determinata dalle
sue condizioni climatico-territoriali: era questa la causa fondamentale
per cui, mentre la schiavitù negra nasceva morta può dirsi sul suolo
della N. Inghilterra, vi si salvavano gli ottimi germi importati
dai coloni, sviluppandosi nel più florido organismo democratico. La
democrazia della N. Inghilterra s'assideva per essa sulla base meno
bugiarda e più sicura, che la storia conosca, l'eguaglianza cioè delle
condizioni economiche.

Se ne eccettui lungo la costa del paese, che ricca di porti invitava
alla pesca, alla navigazione ed alle industrie a questa annesse,
le quali costituivano infatti le forme quasi esclusive di vita
economica delle città litoranee, l'agricoltura era col taglio dei
boschi l'industria predominante della N. Inghilterra. Il suolo ed il
clima non permettevano però la cultura su vasta scala di articoli
d'esportazione; sicchè l'agricoltura doveva limitarsi a produrre
quanto bastasse ai bisogni locali, cioè maiz, frumento, avena e orzo,
prodotti per di più che, data la sterilità del suolo e la mancanza
delle risorse meccaniche del giorno d'oggi, rendevano impossibile la
coesistenza, grazie al provento d'uno stesso fondo, di proprietario
e fittavolo, di padrone e schiavi. Nonchè allignarvi il latifondo,
la stessa piccola proprietà dissociata dal lavoro era impossibile in
tali condizioni, di mano in mano specialmente che i bisogni sociali
cresciuti spingevano l'agricoltura su terre di qualità inferiori: il
_farm_, cioè il pezzo di terra coltivato direttamente dal proprietario,
rimaneva pertanto come ai primi giorni la base dell'agricoltura e su
di essa sorgeva una classe di proprietari agricoltori, di sua natura
democratica e repubblicana. Nella lotta quotidiana per strappare di che
vivere al suolo ingrato sotto un cielo inclemente, nella piena libertà
della natura, nella semplicità della vita operosa e devota dei campi
coltivati con le mani proprie e dei figli, si manteneva così intatta
quella democrazia rurale, che abbracciava la grande maggioranza della
popolazione: ancora al 1797 gli agricoltori staranno al resto degli
abitanti come 100 ad 11. A differenza pertanto degli altri paesi,
dove le campagne coltivate ma non possedute da una plebe analfabeta
rappresentano la palla di piombo d'ogni progresso sociale e politico,
il ceto agricolo della Nuova Inghilterra costituirà il vero nerbo della
democrazia neoinglese, rinforzo anzichè pericolo per quella democrazia
mercantile, che le industrie navali ed i traffici marinari vanno
sviluppando in Boston e sugli altri punti della costa.

Così le forme economiche, imposte alla N. Inghilterra nell'ambiente
storico del sec. XVII dalle sue condizioni climatico-territoriali,
assicurando al paese per lungo tempo una certa eguaglianza economica
ed intellettuale, impedivano di tralignare alla democrazia puritana
importata dai primi coloni e svoltasi rigogliosa nel _township_.
La società creata da essa, una volta affermatasi, potrà durare per
coesistenza sua propria anche senza la dottrina confessionale, da
cui era proceduta: quando l'arco troppo teso del puritanesimo si
distenderà, quando le ultime traccie della costituzione teocratica dei
primi tempi saranno sparite dalla N. Inghilterra, vi sopravviverà pur
sempre la razza da quelle forze modellata.

Il rigoroso cristianesimo e l'idea democratica si perpetueranno allo
stato di forte suggestione ereditaria, sottomettendo il primo alla
sua norma tutte le attività superiori dello spirito, informando la
seconda di sè tutta quanta la vita sociale; e dal loro connubio uscirà
quel tipo _yankee_[9], dalla veduta limitata e bassa ma tenace e forte
delle cose, che con la sua energia informerà alla sua volta di sè
l'intero popolo americano. Grazie ai germi straordinariamente vivaci
del sec. XVII, ad un primo movimento di concentrazione seguirà infatti
un moto d'espansione tanto più notevole quanto più densa diventerà
la popolazione della Nuova Inghilterra, la quale al 1754 conterà già
un 436.000 abitanti, di cui soli 11.000 schiavi negri. Così, mentre
l'Est ed il Nord-Ovest dei futuri Stati Uniti saranno figli diretti
della N. Inghilterra, l'elemento neoinglese guadagnerà o materialmente
coll'immigrazione o moralmente col suo influsso le popolazioni del
Centro e dello stesso Sud, condannate le prime dalla poca coesione ed
omogeneità, le seconde dalla mancanza assoluta d'istruzione e di lumi
a subire l'ascendente d'una superiorità intellettuale e sociale. Non
è pertanto esagerazione l'affermare che l'_yankee_ farà l'Americano,
tanto è il peso del solido nucleo democratico della N. Inghilterra sui
destini sociali dell'intera gente anglo-americana.


NOTE AL CAPITOLO SECONDO.

[8] Nel 1645 la corte generale del Massachusetts condannava un
mercante di schiavi, che aveva rapito dei negri sulle coste d'Africa,
a restituirli alla loro contrada nativa; e su questo fatto aggiunto
ad una falsa interpretazione d'una clausola del codice del 1641 alcuni
storici, troppo zelanti difensori degli antichi Puritani, si basarono
per negare la schiavitù nella colonia: ma questo fatto è perfettamente
consono al codice del 1641, nel quale veniva permesso solo l'acquisto
legale dei negri e punito invece di morte il furto di uomini;
contraddizione del resto patente, giacchè i legislatori sapevano bene
che il furto nella più parte dei casi era l'origine prima di quella
proprietà umana, di cui permettevano l'acquisto legale ai coloni
(Cfr. Mondaini, _La questione dei Negri nella storia e nella società
nord-americana_, Torino, Bocca 1898).

[9] Parola d'origine incerta, con cui si designano in genere gli
Anglo-Americani, in ispecie i neoinglesi; pare fosse in origine il
soprannome algonchino dei primi coloni.



CAPITOLO III

L'aristocrazia fondiaria nelle colonie meridionali.

 § 1. Virginia — § 2. Maryland — § 3. Caroline — § 4. Georgia — § 5.
   La società meridionale: suoi elementi e sua coesione.


§ 1. VIRGINIA. — Una chiesa rovinata ed un paesello chiamato Jamestown
indicano oggi il luogo, dove il 13 maggio 1607 sbarcavano dalle tre
navi mandate dalla compagnia di Londra i 105 emigranti iniziatori della
colonizzazione inglese nell'«_Antico Dominio_».

Erano essi avventurieri della peggior specie, la maggior parte
_gentlemen_ andati in rovina, qualche antico recluso, qualche raro
mercante, e più raro operaio, tutta gente attirata nel Nuovo Mondo
chi dall'ingordigia dell'oro, chi dall'illusione puerile di trovarvi
una ricca esistenza senza faticare, chi dalla speranza di arrivare
al Pacifico, creduto molto vicino alla costa atlantica: comandava
quest'accozzaglia irrequieta e turbolenta, animata da desideri
insoddisfatti, non sorretta da alcun ideale, il bravo capitano Newport;
ma chi esercitava su tutti la maggiore influenza per l'ingegno,
l'energia, la sagacia e sovratutto la conoscenza profonda delle cose
e degli uomini, era il capitano Giovanni Smith, la cui vita venturosa
dal giorno in cui a 13 anni vendeva i libri di scuola per far danari
e poter così mettersi in mare, alla sua prigionia in mezzo ai Turchi,
al suo imbarco per l'America, era stata tutta un romanzo, di cui
l'approdo nella Virginia non doveva segnare l'ultima pagina. A rendere
ancora più vivo il contrasto collo sbarco dei Pellegrini, il paese,
dove approdavano questi avventurieri, era tale per clima e per suolo
da sembrare in quel maggio ridente un paradiso, di cui lo Smith poteva
scrivere «che il cielo e la terra non eransi mai trovati così bene
d'accordo nel formare un luogo tanto adatto all'abitazione dell'uomo».

La terra li invitava fertilissima ad un lavoro fecondo, garanzia
d'un lieto avvenire; ma non per questo avevano essi lasciato il paese
nativo: chi si dava alla ricerca dell'oro, chi del Pacifico, supposto
in comunicazione con la baia di Chesapeake; mentre la delusione più
amara, l'apatia, l'anarchia s'impadronivano dello stabilimento, specie
dopo la partenza del Newport, e gli stenti e la malaria riducevano già
nell'autunno alla metà i malaugurati coloni. Li salvava da un'ecatombe
completa la fermezza e l'abilità del capitano Smith, l'unico che in
una sana concezione coloniale trovasse i requisiti indispensabili a
ben superare la prima prova: lungi dal cercare un oro chimerico, egli
s'industriava a procurarsi i mezzi primi di vita per sè e la colonia,
stringendo cogli indigeni ostili tali rapporti d'amicizia da averne
spontaneamente maïs e cacciagione, mentre insegnava egli stesso ai
compagni ad abbattere gli alberi ed a costruirsi delle rudimentali
capanne. Poi nell'inverno iniziava un viaggio di ardita esplorazione
nella baia di Chesapeake, risalendo alcuni dei fiumi sboccanti in
essa: preso dagli Indiani ed ammazzatigli i compagni, egli riusciva
con le sue risorse a meravigliare e divertire quegli uomini primitivi,
sfuggendo così a certa morte non solo ma accaparrando anche amici
preziosi alla nascente colonia, ch'egli al ritorno trovava però ridotta
ad una quarantina d'uomini miseri e scoraggiati.

Ritornava è vero ben presto il Newport con altri 120 emigranti;
ma l'arrivo di costoro, in gran parte sullo stampo dei primi, non
migliorava per nulla lo stato delle cose: il loro aiuto si riduceva
a sterrare, lavare ed epurare una terra brillante dei dintorni,
scambiata per oro dall'accesa fantasia degli orefici venuti a tal
fine in America. Lo stesso Newport, deluso nella speranza di trovare
il Pacifico di là dalle cateratte del fiume James, se ne tornava in
Inghilterra con un vascello carico di terra senza valore; mentre
lo Smith, disgustato di tanta follia, ripigliava i suoi viaggi di
esplorazione, risalendo per lungo tratto il Potomac ed il Susquehannah,
e costruendo una carta di quelle sconosciute regioni. Ritornato nello
stabilimento, veniva nominato nel 1609 presidente del consiglio
coloniale; e la sua energica amministrazione incominciava a far
rifiorire l'ordine ed il lavoro, quando il Newport entrava nel fiume
con un secondo rinforzo di settanta emigranti. Erano anche questi
però della stessa risma degli altri, benchè, buon preludio, vi si
trovassero anche due donne; tanto che lo Smith era obbligato a scrivere
in Inghilterra: «se organizzate una nuova spedizione vi scongiuro di
non inviarci che una trentina di falegnami, agricoltori, giardinieri,
pescatori, fabbri, manuali, e gente capace di sradicar alberi,
piuttosto che delle migliaia d'individui simili a quelli che abbiamo
già».

La compagnia di Londra però era in un ordine di idee ben diverse da
quelle del bravo organizzatore coloniale; essa, stanca di spender senza
guadagnare un quattrino, illusa di poter col colpo di bacchetta magica
dei suoi ordini trasformare la terra in oro, dischiudere il continente,
far risuscitare i morti, esigeva che si mandasse un mucchio d'oro,
o che si scoprisse un passaggio certo al mare del Sud, od almeno si
ritrovasse uno dei compatriotti perduti della spedizione del Raleigh,
pena in caso diverso l'abbandono della colonia al suo destino. Lo
Smith per tutta risposta si dava con più ardore ad organizzare la
demoralizzata colonia, costringendo tutti gli immigranti, i _gentlemen_
della _city_ non meno degli altri, a lavorare sei ore al giorno,
giacchè era sua massima «chi non lavora non mangia». Anche l'opinione
pubblica inglese cominciò a sospettare che la delusione delle speranze
dorate non dovesse forse ascriversi se non ad una politica troppo
impaziente di immediati profitti; cosicchè l'entusiasmo coloniale lungi
dall'affievolirsi s'accrebbe, la compagnia della Virginia s'arricchiva
di nuovi capitali e di nuovi soci, ed otteneva per di più nel 1607 una
seconda patente, che le attribuiva molte prerogative prima riservate
al re. Per essa il consiglio coloniale residente in Inghilterra doveva
d'allora in poi venire eletto dai soci, essere indipendente dal monarca
nell'esercizio del potere legislativo ed amministrativo, e venir
rappresentato nella colonia da un governatore di sua fiducia. Lord De
la Warr o Delaware fu nominato governatore a vita e capitano generale
della Virginia, alla cui volta lo precedevano suoi rappresentati
seguiti da centinaia d'emigranti. Lo Smith, esautorato, incapace di
tener a freno il riottoso elemento, era costretto per salvare la sua
stessa vita a riparare nel 1609 in Inghilterra. Mancato lui, la fame
e le malattie facevano strage nella colonia, che in sei mesi vedeva
ridotti da 490 a 60 i suoi abitanti: maledicendo il lor fato, i
superstiti abbandonavano Jamestown, di cui senza l'energia del Gates
rappresentante del Delaware avrebbero perfino bruciate le costruzioni,
per ritornarsene in Inghilterra, quando alla foce del James
incontravano il governatore, che arrivava con nuovi coloni e ricche
provvigioni. Tornarono indietro e le sorti della Virginia non corsero
d'allora in poi altro pericolo capitale, nonostante le immancabili
difficoltà straordinarie dei primi anni: le cure di lord Delaware,
l'energia del successore sir Tommaso Dale, che ricorreva alla legge
marziale, e l'abilità infine del Gates ne assicuravano l'avvenire.

La introduzione della proprietà privata del suolo, di cui ad ogni
singolo colono venivano assegnati alcuni acri almeno per proprio uso e
consumo, avvantaggiava di molto le condizioni degli emigranti e della
colonia stessa, migliorando il lavoro fatto fino allora di malavoglia;
mentre una terza patente, la quale trasferiva tutti i poteri dal
consiglio coloniale all'intera compagnia, se non migliorava per nulla
lo stato politico dei coloni, veniva per lo meno a trasformare nel
1612 in senso democratico la corporazione, facendo delle sedute di
questa un teatro di ardite discussioni non inutili per l'avvenire degli
stessi coloni. Anche le relazioni colle tribù indigene, a qualcuna
delle quali gli emigranti avevano preso non solo le terre ma le stesse
capanne ed i magri depositi di viveri, si facevano molto più cordiali
e rassicuranti, dopo specialmente il primo matrimonio anglo-indiano
suggerito al giovane Rolfe da misticismo religioso.

La colonia, che nel 1612 contava già 100 abitanti, andava
sviluppandosi, e nuovi stabilimenti si fondavano grazie specialmente
alle leggi territoriali, che l'energico governatore Dale vi andava
introducendo con grande vantaggio della cultura. Per esse l'assetto
della proprietà variava coll'origine dei coloni: quelli inviati e
mantenuti a spese della compagnia ne rimanevano servi e, quantunque
ottenessero in proprietà individuale tre acri di terra, dovevano
lavorare per essa 11 mesi all'anno, riservandone uno per sè, condizione
questa però rappresentata da un numero sempre minore di persone, che
si riducevano nel 1617 a sole 54, donne e fanciulli compresi: quelli
non mantenuti dalla compagnia divenivano livellari, dovendo come tali
pagare al deposito comune un tributo annuo di due staia e mezzo di
grano e consacrare alla compagnia un mese all'anno di lavoro, esclusa
l'epoca della mietitura e della semina: quelli venuti del tutto a
proprie spese ricevevano cento acri di terra, limitati più tardi a 50
subito e 50 dopo la coltivazione dei primi: chi sborsava 12 sterline
e mezza otteneva ugualmente 100 acri di terra subito ed altri 100 in
seguito: proibita infine una proprietà d'oltre 2000 acri nelle mani
d'un solo individuo. E mentre tali leggi permettevano il costituirsi
d'una vigorosa proprietà fondiaria, s'introduceva nella Virginia e vi
attecchiva splendidamente una cultura tanto ricca, da imprimere alla
colonia uno slancio neppure supposto. L'oro era stato una chimera, il
costoso tabacco una realtà: il partito dei cercatori d'oro era ormai
tramontato; ed i campi, i giardini, le piazze pubbliche, le vie stesse
di Jamestown si coprivano di tabacco, mentre i coloni si disperdevano
su un'area sempre più vasta, trascurando nella smania del guadagno la
stessa sicurezza personale.

Il tabacco risvegliava tutte le energie degli abitanti, diventando
ad un tempo il pegno della durata della colonia ed il prodotto
pressochè esclusivo di essa; la popolazione grazie ad esso cresceva,
prosperava, cominciava a sentire per un processo storico inevitabile
i primi desideri di libertà: come sempre, dal miglioramento delle
condizioni economiche si svolgeva, quale superbo riflesso ideale,
la vita politica. Le estorsioni e il dispotismo del violento e
truce governatore Argall sollevavano le proteste dei coloni, e
l'amministrazione dell'ottimo Yeardley, destinato a succedergli,
apriva per essi una nuova era. L'autorità del governatore veniva
limitata da un consiglio locale, ed i coloni erano ammessi alla
formazione delle leggi: nel mese di giugno del 1619 si radunava
in Jamestown la prima assemblea coloniale della Virginia, composta
del governatore, del consiglio coloniale allora nominato e di due
rappresentanti per ciascuno degli undici borghi esistenti. Era il primo
corpo rappresentativo, che si riunisse nell'emisfero occidentale; era
l'aurora luminosa della libertà americana. Coloro, che fino allora
avevano dipeso dal beneplacito d'un governatore, reclamavano i loro
privilegi di cittadini inglesi e domandavano un codice basato sulle
leggi inglesi.

Due anni dopo nel luglio 1621, la compagnia di Londra, la quale
democratizzata dall'ultima carta aveva rivendicato i suoi diritti,
nominando a tesoriere il conte di Southampton contrariamente
ai desideri del re, ed aveva pensato sul serio ad assicurare i
benefici della libertà alla colonia, dava a questa una costituzione
scritta modellata su quella inglese e destinata a diventare con
poche varianti il modello dei sistemi introdotti più tardi nelle
altre provincie regie. Un governatore nominato dalla compagnia, un
consiglio locale permanente pure da essa nominato, un'assemblea
generale da riunirsi tutti gli anni, composta del consiglio e di
due deputati per ogni piantagione scelti dagli abitanti; piena
autorità legislativa all'assemblea, salvo il veto del governatore e
la ratifica della compagnia; ratifica degli ordini della compagnia da
parte dell'assemblea per entrare in vigore; conformità delle corti di
giustizia alle leggi ed alla procedura inglese: tale nelle sue linee
generali questa costituzione, per la quale i coloni, cessando di essere
i servi d'una corporazione mercantile, diventavano liberi cittadini.
Fu questa la base sulla quale la Virginia innalzò l'edificio delle sue
libertà, l'atto, che fece dello stabilimento nascente un semenzaio di
uomini liberi.

Nè l'influenza sua si limitò alla Virginia, ma si estese a tutto il
Sud: quando nuove colonie si formarono, i loro proprietari non poterono
sperare d'attirarvi degli emigranti se non accordando loro franchigie
non meno ampie di quelle concesse alla rivale Virginia.

Nel 1625 la compagnia, lacerata da interne fazioni, odiata da re
Giacomo «quale scuola d'un parlamento sedizioso», com'ebbe a definirne
le sedute un inviato spagnuolo, veniva sciolta, e, revocatane la
patente, la Virginia diventava una colonia regia; ma ciò non portava
alcun mutamento immediato nel governo interno e nelle franchigie
della colonia. Nè il successore Carlo I, pure cercando di ritrarre
dal monopolio del tabacco il maggior vantaggio possibile, attentò
alla libertà della Virginia, la quale abitata da episcopali rimase
altrettanto fedele a lui quanto attaccata alla sua effettiva
indipendenza, che potè conservare anche durante il protettorato di
Cromwell, pure assoggettandosi all'«atto di navigazione».

Nata dalla prosperità, la libertà diveniva di questa alla sua volta la
fonte maggiore: nascevano per essa i motivi d'attaccamento al suolo,
e la Virginia, i cui coloni erano immigrati coll'intenzione di farvi
fortuna non già di stabilirvisi definitivamente, vedeva ormai sbarcare
migliaia d'emigranti, che coll'aratro iniziavano la conquista della
terra e col matrimonio il suo popolamento, accasandosi con donne fatte
venire appositamente dall'Inghilterra dietro un compenso in tabacco
pagato alla compagnia: nei soli tre anni dal 1619 al 1621 ben 3500
persone si dirigevano alla sua volta: nel 1648 gli abitanti salivano a
20.000.

I coloni erano andati disperdendosi lungo il fiume James e verso il
Potomac, dovunque la ricchezza del terreno permettesse di coltivare
il tabacco con successo: gli stessi luoghi più solitari e più esposti
quindi alle ostilità degli indigeni non erano stati dimenticati,
perchè in essi minore era la concorrenza per l'appropriazione della
terra. Gl'indigeni, privati del loro suolo, incapaci per la debolezza
e scarsità loro (un 8000 circa verso il 1620 in un territorio di 8000
miglia^2) di scacciare in guerra aperta gli usurpatori, avevano covato
in segreto il loro odio ed organizzato un complotto, che nel 1622
era scoppiato in un feroce macello, in cui sarebbero periti ben più
dei 347 bianchi massacrati se Jamestown e gli stabilimenti vicini non
fossero stati preavvertiti da un indiano convertito. Da allora in poi
i coloni non ebbero più ritegno e, mentre si intraprendevano tratto
tratto spedizioni di sterminio contro gli indigeni, se ne occupavano
senza il minimo scrupolo i campi ed i villaggi, situati nelle migliori
posizioni, in riva alle acque più limpide e sulle terre più fertili.

Il paese invitava all'agricoltura in tutti i modi con la fertilità
del suolo, coll'abbondanza dei fiumi, che dagli Allegany al mare
costituivano ottime vie naturali pel trasporto delle merci, colla
mitezza del clima; la terra si estendeva libera davanti agli emigranti
e ad essa si chiedeva più che grano, la cui coltivazione da qualche
governatore fu imposta perfino sotto ammende penali, tabacco, vale
a dire un prodotto idoneo quanto mai al grande commercio. Nel 1621
un'altra coltivazione dello stesso genere vi si era introdotta, il
cotone, benchè la grande era cotonifera dovesse iniziarsi quasi
due secoli dopo. La richiesta continua di tabacco importava seco
un allargamento sempre maggiore della coltivazione e con esso
l'ampliamento delle proprietà individuali, il costituirsi cioè
del latifondo, imposto dalla cultura esauriente del tabacco, cui
necessitano sempre nuovi terreni, e reso possibile dalla sconfinata
estensione di terre disponibili. La stessa esistenza però d'una
terra libera e fertilissima minacciava di rendere pressochè inutile
al proprietario l'ampiezza di terre messe a sua disposizione,
sottraendogli le braccia necessarie al lavoro: egli non può
trattenere ai suoi servigi il libero lavoratore, che trova nelle
terre inoccupate un fondo suo proprio e nella feracità di esso la
possibilità di coltivarlo quasi senza capitale, mentre l'abbondanza di
selvaggina lo dispensa da un'anteriore accumulazione di sussistenza.
Si ricorre, è vero, alla servitù del bianco, ma l'offerta di braccia
è pur sempre troppo inferiore al bisogno, mentre non c'è da contare
sulla scarsa e fiera popolazione indigena per coltivare le terre.
Ed allora, determinata dalla necessità sociale di instaurare una
forma di lavoro corrispondente ai bisogni dell'agricoltura ed
all'avidità dei latifondisti, prende piede sul libero suolo della
Virginia un'istituzione nefanda, che giunta ormai al suo tramonto in
Europa era sorta a vita nuova e più tenace nelle colonie americane,
quella schiavitù, che i coloni vedevano applicata con successo da un
secolo nei vicini possedimenti spagnoli ed incoraggiata dalla stessa
madrepatria, dove il governo nel 1618 concedeva a sir Roberto Rick un
privilegio speciale pel trasporto di negri nelle colonie inglesi e nel
1631 autorizzava ad esso una compagnia appositamente istituita.

Nel 1619[10] era approdato a Jamestown per difetto di provvigioni un
vascello negriero olandese, ed i coloni ne avevano comperato di buon
grado il carico umano, lieti di aver trovato una sorgente inesauribile
di braccia schiave, di lavoratori su cui la terra libera non avrebbe
esercitato alcun influsso. Si ebbe così fin d'allora di fatto se non
di diritto la schiavitù negra, benchè solo nel 1662 essa riceva la sua
sanzione giuridica in un atto statutario, che la riconosceva legale
e la rendeva ereditaria, basandola sulla vecchia massima «_partus
sequitur ventrem_». La popolazione negra, il che vale a dire schiava,
si diffonderà però lentamente nella colonia: nel 1622 v'erano solo 22
negri, nel 1634 solo 300; ma coll'estendersi della coltura a nuove
terre, coll'aumento della popolazione bianca e della ricchezza del
paese cresce rapidamente anche il numero dei negri, i quali nel 1671
saranno già 2000, 23.000 nel 1715 di fronte a 72.000 bianchi, nel 1754
non meno di 116.000 di fronte a 168.000 bianchi.

Mentre il latifondo coltivato a tabacco dà origine e mette su solide
basi la schiavitù dei negri, con tutte le sue piaghe e tutti i suoi
pericoli, esso uccide pure la eguaglianza dei bianchi, distrugge
la società democratica dei primi tempi per sostituirvene una
aristocratica. I primi coloni non avevano portato nel nuovo mondo
altra fortuna che il loro spirito d'intrapresa, altra dignità che
quella d'uomo, altri privilegi che quelli di inglesi. N'era uscita così
una società nei primi tempi strettamente egalitaria, una democrazia
pressochè indipendente con un governo organizzato sulla base del
suffragio universale goduto da tutti i liberi indistintamente: nel suo
seno non industrie, non manifatture ma solo la coltura del tabacco,
venendo tutto il resto importato d'Inghilterra; il commercio stesso
era esercitato da mercanti forestieri. L'abbondanza e la fertilità
delle terre facevano della Virginia «il miglior paese del mondo per il
povero», il quale del resto anche senza lavorare trovava di che vivere
nell'abbondanza della cacciagione e della pesca, nelle mandrie erranti
di porci, nei prodotti insomma spontanei del suolo.

Dispersi su vasto territorio, il che permetteva loro di sottrarsi
all'influenza diretta della chiesa ufficiale e del governo, acuendone
l'avversione istintiva per ogni freno politico, i suoi abitanti,
veri figli della foresta, crescevano nella libertà della solitudine:
non città, non stampa, non scuole, non giornali soltanto, ma neppure
strade e ponti; dei sentieri appena segnati attraversavano i boschi; le
visite si facevano in barca od a cavallo; il colono col suo sacco di
tabacco in luogo di moneta attraversava a cavallo le foreste, a nuoto
le acque, quando non era possibile farlo a guado od in barca. Le case
di legno e ad un piano erano sparse sulle due rive della Chesapeake,
dal Potomac alle frontiere della Carolina: era raro di scorgere tre
case raggruppate insieme; Jamestown stessa non era che un miserabile
villaggio, composto dell'edificio del governo, d'una chiesa e di 18
case. Solo i maggiori piantatori vivevano più comodamente nelle loro
vaste tenute, circondati dai loro servi e dai loro schiavi, primo
nucleo d'una casta tra la patriarcale e la feudale, che in breve
avrebbe dominato il paese.

Per quanto infatti mancasse ancora all'epoca della Restaurazione
una classe privilegiata, giacchè universale era il suffragio e di
nomina direttamente o indirettamente popolare tutti i funzionari, la
disuguaglianza fra chi possedeva molto e chi possedeva poco o nulla
andava accentuandosi ogni giorno più con lo svilupparsi del latifondo.

Veniva questo imposto, come vedemmo, dal genere delle colture e
favorito oltrecchè dal diritto fondiario e dalle leggi contrarie ad
uno sminuzzamento soverchio della proprietà, dal fatto che i guadagni
del tabacco, il cui consumo in Europa andò sempre aumentando nei sec.
XVII e XVIII, venivano impiegati nell'ampliamento della cultura stessa,
mentre i terreni depauperati si lasciavano a pascolo. Il piccolo fondo
invece coltivato direttamente dal proprietario comincia a non essere
più rimunerativo col trionfare della cultura estensiva esercitata da
schiavi; e così al di sotto della classe latifondista va sorgendo
una classe di bianchi nullatenenti, cui, se il vergine suolo e la
scarsità dei bisogni assicurano la vita, è chiusa nondimeno in un
paese esclusivamente agricolo ogni fonte di guadagno, che derivi da un
lavoro metodico, sistematico, continuo delle proprie braccia. I servi
liberati allo spirare del loro termine, i nuovi coloni sbarcati senza
mezzi ingrossano questa classe, cui la mancanza assoluta di scuole
pubbliche toglie per di più ogni mezzo d'istruirsi. La cultura diviene
pertanto un privilegio dei ricchi, che possono procurare ai loro figli
un maestro o mandarli all'estero; e così la disuguaglianza economica
va traducendosi in disuguaglianza sociale, tanto più che fra i grandi
proprietari di terre, circostanza questa del maggior rilievo, non sono
rari i figli della superba nobiltà inglese, i cavalieri rifugiatisi
nella monarchica Virginia dopo la sconfitta subita in patria.

Una classe siffatta, che sola possiede ogni capitale e sola ogni
istruzione, che nel suo latifondo impera dispoticamente su una mandra
di schiavi, non può non aspirare al governo del paese: nel suo seno
infatti si recluta il consiglio della colonia, di essa sono membri o
candidati gli eletti alla legislatura e creature i magistrati, essa
ottiene i brevetti d'ufficiale nella milizia. La dispersione degli
abitanti e la conseguente divisione del paese in contee, spesso assai
vaste, cui è ignota col concentramento urbano l'attività politica
del _town_ settentrionale, favorisce ancor più la potenza politica
di questa classe, giacchè i magistrati esercitano qui poteri ben più
ampi che nella N. Inghilterra: i giudici di pace ad esempio fissano
essi l'ammontare delle tasse nella contea, ne hanno la percezione e
ne sorvegliano l'impiego. Ogni potere giudiziario, amministrativo,
militare, la direzione tutta in una parola degli affari pubblici,
si trova così direttamente o indirettamente nelle mani di un numero
ristretto di uomini, i quali possessori della terra, padroni di
un gran numero di servi e signori di schiavi, cominciano già a
presentare i primi indizi d'un'aristocrazia costituita. All'epoca della
Restaurazione le due classi dei latifondisti e dei nullatenenti sono
già chiaramente delineate in quella società sorta sotto auspici tanto
democratici, e la nascente aristocrazia aspira a scolpire nel diritto
un predominio, che ormai esercita nel fatto.

La aiuta nell'intento quel potere regio, il quale dopo un'eclissi, che
aveva lasciato la Virginia nella più completa indipendenza, ricompariva
nella colonia come alleato naturale del latifondo. I Virginiani, devoti
agli Stuart per quanto gelosi della loro autonomia, s'affrettavano a
riconoscere il risorto governo; ed il Berkeley da governatore eletto
popolarmente diventava governatore di nomina regia. La nuova assemblea,
convocata in nome del re nel marzo 1661 e composta di proprietari e di
cavalieri, smascherava fino dai primi atti i suoi sentimenti politici,
destituendo un magistrato popolare «a causa della sua condotta faziosa
e scismatica», e quindi si dava a modificare il carattere della
costituzione in senso aristocratico e favorevole alla supremazia
della corona. Il governatore e gli altri ufficiali regi venivano
sottratti del tutto alla dipendenza della legislatura coloniale,
imponendosi per il loro mantenimento un'imposta fissa sul tabacco
esportato; l'ordinamento giudiziario veniva del pari sottratto al
controllo popolare, affidandosi esso ad un tribunale coloniale supremo,
costituito dal governatore e dai membri del consiglio, e ad otto
giudici di pace per ogni contea, nominati dal governatore ed incaricati
oltrecchè degli affari giudiziari di fissare e riscuotere le tasse
della contea; si emanava un codice, dove le norme fino allora vigenti
erano inasprite a dismisura; si dichiarava chiesa di Stato quella
ufficiale della madre patria, imponendosi a ciascuno di contribuire
alle spese del culto, quantunque la dispersione degli abitanti fosse
tale da impedire a non pochi di approfittare di esso, e conculcandosi
ogni libertà di coscienza colle pene severe comunicate contro i quakeri
ed i non conformisti in genere.

Quasi tutto ciò non bastasse, l'assemblea eletta per due anni non
deponeva allo spirare del termine i suoi poteri, ma ad immagine
di quanto avveniva nella madrepatria rimaneva in carica un sedici
anni, durante i quali non solo decretava pei suoi membri emolumenti
esorbitanti a spalle dei coloni, ma, degno coronamento all'edificio,
colpiva alle radici stesse la democrazia, limitando il suffragio
universale. Sotto il pretesto comune ad ogni classe conservatrice
che «il modo ordinario di scegliere i _borghesi_ (rappresentanti) per
mezzo del voto di tutti gli uomini liberi» produceva «dei disordini e
dei torbidi», che non tutti gli elettori erano in grado «di scegliere
delle persone sufficientemente adatte ad esercitare una missione sì
alta», si decretava nel 1670 che «nessuno, se ne eccettui i liberi
proprietari del suolo ed i capi di famiglia, avrebbe d'ora in avanti il
voto per l'elezione dei borghesi». La maggioranza del popolo si vedeva
così spogliata di quelle franchigie elettorali, di cui era gelosa
come del privilegio più prezioso e più caro. Assemblea senza limite
di tempo, governo regio indipendente perfino nello stipendio dalla
colonia, sistema elettorale ristretto ed indebolito, libertà religiosa
soffocata, magistrati di contea irresponsabili e padroni di levar tasse
a loro beneplacito, ostilità manifesta ad ogni elevamento intellettuale
del popolo, ecco quanto il latifondo alleato al potere regio dava in
pochi decenni ad una colonia, che era sorta su basi diametralmente
opposte.

Gli stessi latifondisti però non avevano troppo da lodarsi di quel
governo regio, cui s'erano alleati solo per consolidare il loro
potere politico: mentre Carlo II, sempre prodigo di quello d'altri,
dispensava a larghe mani le terre della Virginia ai suoi cortigiani,
senza nessun riguardo ai diritti acquisiti, i produttori di tabacco
si vedevano danneggiati oltremodo dalla politica coloniale della
madre patria, che stabiliva un monopolio commerciale altrettanto
rovinoso per la Virginia quanto poco sentito nei primi tempi dalle
colonie settentrionali. Da una parte i prodotti coloniali dovevano
essere trasportati solo in Inghilterra o nei possessi inglesi e per
di più su navi inglesi; dall'altra i coloni non potevano ricevere
da navi estere le mercanzie loro necessarie, arrivandosi nel 1672 ad
ostacolare con dogane interne lo stesso traffico intercoloniale. Mentre
le colonie settentrionali per la facilità del contrabbando esercitato
su vasta scala, per le incipienti industrie locali e sopratutto per il
genere dei loro prodotti agricoli non risentivano gran danno da tali
disposizioni; queste, fatte osservare scrupolosamente nel mezzogiorno,
unico produttore dei generi d'esportazione, colpivano in pieno petto
la società virginiana, la cui vita economica si riduceva tutta alla
cultura del tabacco. Sottratto alla concorrenza mondiale, l'unico
prodotto del paese veniva venduto a prezzi più bassi sul ristretto
mercato inglese; mentre da questo solo ed a prezzi quindi più alti
potevano i Virginiani fornirsi degli oggetti alla vita indispensabili.
Agli atti di navigazione s'era aggiunta poi la guerra anglo-olandese
a danneggiare maggiormente la colonia, le cui poco floride condizioni
venivano inasprite ancor più dal dispotismo e dalla rapacità del
governatore Berkeley.

Il malcontento per tante cause diffuso nella popolazione, nella
bassa in ispecie privata delle sue franchigie, non aspettava più
che un'occasione per divampare in un incendio, che le condizioni
demografiche del paese rendevano ancor più temibile. Una guerra cogli
Indiani, che invano tentavano colle armi nel 1675 la difesa del proprio
paese da ulteriori usurpazioni bianche, guerra condotta come il solito
ferocemente da ambo le parti, dai Pellirosse come dai coloni, che
moschettavano perfino i messaggeri di pace, ne fornì il pretesto: un
giovane e ricco piantatore d'idee liberali, Nathaniel Bacon, nato in
Inghilterra durante le lotte del Parlamento contro il re, si metteva
alla testa dei coloni nella lotta contro gli Indiani massacratori
nonostante le proibizioni del governatore, geloso di lui e timoroso
d'una levata in armi della popolazione. Bacone dietro le istigazioni
della fazione più aristocratica veniva dichiarato dal Berkeley
ribelle, ed i ricchi coloni lo abbandonavano; ma egli continuava la
sua spedizione alla testa dei pochi rimastigli fedeli, mentre una
rivoluzione popolare obbligava il governatore a sciogliere la vecchia
assemblea. La nuova assemblea, di cui era eletto membro anche Bacone
ritornato vittorioso, abrogava tutte le restrizioni imposte dall'altra
alle libertà del paese, ed una completa amnistia veniva concessa. Era
questa però violata dall'orgoglioso governatore, il quale dichiarando
una seconda volta traditore Bacone, ripartito contro gli Indiani,
scatenava sulla colonia con la rivoluzione popolare una guerra civile,
nella quale la Virginia rivelava già quell'ardire e quell'entusiasmo
per la libertà, di cui darà prova un secolo dopo. Contro il popolo
il Berkeley radunava una massa di servi affrancati per l'occasione,
di Indiani reclutati, di mercenari, di soldati inglesi dei vascelli
ancorati in quelle acque; ma i coloni, presa Jamestown, la bruciavano
per non lasciarla al nemico: due delle case migliori appartenevano a
Laurence ed a Drummond, e i due patriotti per primi vi appiccavano il
fuoco. La Virginia offriva così il suo unico villaggio in olocausto
alla libertà! Bacone però moriva di febbri malariche durante la
lotta, ed i suoi partigiani privi del loro energico capo venivano
ben presto domati: vent'uno fra essi, tra cui il Drummond, aprivano
il martirologio della libertà americana. La reazione fu così stolta
e sanguinaria, che lo stesso Carlo II la sconfessava, dicendo: «il
vecchio folle ha sacrificato più vite in quel paese deserto, che non io
stesso per l'assassinio di mio padre».

Non per questo però i principii sostenuti da Bacone venivano
riconosciuti dalla metropoli, troppo gelosa della sua supremazia
assoluta sulla colonia. Il Berkeley ritornava in Inghilterra per
scolparsi e vi moriva appena arrivato; ma l'antico ordine di cose
economico e politico veniva ristabilito, le misure prese dall'assemblea
di Bacone abrogate, e la legislazione, conforme alle istruzioni regie,
le quali raccomandavano «d'aver cura che i membri dell'assemblea
non fossero eletti che dai liberi proprietari», conservava tutti gli
elementi aristocratici introdotti in essa anteriormente.


§ 2. MARYLAND. — Come il Massachusetts nel Nord, così la Virginia
nel Sud fu per ragioni cronologiche e più ancora sociali la madre
d'un gruppo di colonie, affini per clima, per suolo, per ordinamento
politico. Prima tra queste fu il Maryland[11] uscito può dirsi dalle
sue viscere, giacchè il territorio, che sotto tal nome venne ad
aggiungersi quale colonia autonoma all'Antico Dominio, era compreso
nei limiti assegnati alla Virginia nella seconda sua carta (1609). Un
inglese intraprendente e risoluto, mandato in America nel 1621 dalla
compagnia di Londra per costruire la carta del paese e diventato in
seguito membro del consiglio virginiano, Guglielmo Clayborne, aveva
esplorato il paese al nord del Potomac, avviato il primo commercio in
pelli cogli indigeni, creato per esercitarlo una compagnia munita di
regia patente ed infine fondati alcuni stabilimenti sull'isola di Kant,
nel cuore della futura colonia, e presso la foce della Susquehannah;
quando il cattolico sir Giorgio Calvert, lord di Baltimore, che,
partecipe fin da giovine dell'entusiasmo generale per le piantagioni
americane, aveva tentato senza successo di fondarne una in Terra
Nuova, gettava gli occhi sulla Virginia come paese più adatto ai suoi
disegni. Vi si recava infatti personalmente per dar corpo ai suoi
sogni, ma l'intolleranza religiosa gli faceva capire subito che a lui,
convertito nel 1624 al cattolicesimo, mal sarebbe stato possibile
fondare pacificamente una colonia in terra di episcopali. Egli si
rivolgeva allora direttamente al re, di cui nonostante la conversione
aveva conservato il favore per le doti eminenti, i servigi prestati, la
moderazione, il credito ampio presso tutti i partiti; ed una carta gli
concedeva come proprietà privata assoluta e trasmissibile quel paese
di là dal Potomac, su cui già fissavano cupido l'occhio e Francesi
ed Olandesi e Svedesi: così nel 1632 veniva staccata dalla Virginia e
costituita in provincia autonoma col nome di Maryland, in onore della
regina inglese, il paese dal 40º grado di latitudine al Potomac e dalle
sorgenti di questo all'Atlantico.

Accanto ai diritti del proprietario, cui la corona cedeva ogni sua
prerogativa, salvo il giuramento di fedeltà, l'omaggio di due freccie
indiane all'anno, ed il tributo d'un quinto dell'oro e dell'argento da
scavare, questa carta contrariamente alle altre garantiva sufficienti
libertà ai coloni, stabilendo non solo che l'autorità del proprietario
non potesse estendersi sulla vita, sulla libertà, sui beni di alcun
emigrante, ma che i coloni partecipassero essi stessi alla legislazione
della provincia, che nessun statuto fosse valido senza l'approvazione
della maggioranza degli uomini liberi o dei loro deputati. Il governo
rappresentativo andava così indissolubilmente attaccato alla carta
fondamentale del Maryland, la quale per di più, riconoscendo religione
del paese il cristianesimo in generale e non già una data confessione
di esso, assicurava l'eguaglianza religiosa come quella civile e faceva
della nuova colonia un asilo, che lo spirito illuminato del saggio e
buono colonizzatore voleva rifugio sicuro ai dissenzienti religiosi
d'ogni chiesa cristiana, ai perseguitati «papisti» in prima linea.

Giorgio Calvert moriva nello stesso anno 1632 prima di poter realizzare
il bel sogno, ma il figlio Cecilio col patrimonio ed il grado ereditava
pure le idee del padre e s'accingeva a compierne i disegni in America,
fondandovi con spese ingenti una colonia rimasta poi per parecchie
generazioni alla sua famiglia. Nel 1633 suo fratello Leonardo Calvert
conduceva sull'«Arca e Colomba» un duecento emigranti, che fondavano
l'anno dopo un primo stabilimento non lungi dalla confluenza della
St. Mary col Potomac, su un territorio coltivato, che gli indigeni
disposti già prima ad emigrare regalavano dietro compenso di tela,
coltelli, penne ed altro. Tutto sembrava cospirare alla fortuna d'un
paese prediletto dalla natura: dolcezza di clima, fertilità di suolo,
tolleranza religiosa, munificenza del proprietario, attaccamento
devoto al suo liberale governo da parte dei coloni garantivano un
prospero svolgimento a quella colonia, la quale in sei mesi fece più
progressi della Virginia in molti anni, senza conoscerne le ansie ed
i stenti dei primi tempi. Subordinata ad un capo ereditario, la sua
popolazione non dimostrava meno per questo la coscienza profonda della
propria missione, l'attitudine straordinaria al _selfgovernment_:
sin dalle prime sessioni l'assemblea popolare, composta di tutti gli
uomini liberi, rivelava lo spirito del popolo nascente, formulando una
dichiarazione di diritti, che, mentre riconosceva l'obbligo di fedeltà
al re e garantiva le prerogative di lord Baltimore, confermava agli
abitanti tutte le libertà godute in pratica dagli Inglesi: si stabiliva
un sistema di governo rappresentativo, in cui erano attribuite
all'assemblea generale tutti quasi i poteri spettanti in Inghilterra
alla camera dei Comuni. I torbidi sollevati in seguito dalle pretese
del Clayborne sul territorio, pretese sostenute anche ma invano a mano
armata e con effusione di sangue, la lotta fra cattolici e puritani,
i quali combattendo durante il protettorato del Cromwell il diritto
del proprietario volevano togliere agli avversari la stessa libertà di
religione, lungi dal far naufragare le franchigie degli abitanti, le
consolidarono ancor più dando alla libertà salde radici negli animi:
i suoi abitanti amavano la libertà anche se turbolenta, ed in essa
cercavano gli eterni rimedi dei mali passeggeri da essa prodotti.

E l'attaccamento alla libertà si manifesta più vivo che mai nei
rapporti della colonia col suo proprietario. Mentre qui infatti, come
nelle altre colonie di proprietari, la potenza del popolo non correva
nessun rischio da parte della corona, che non si era riservata altro
diritto se non di annullare le leggi che fossero contrarie a quelle
dell'Inghilterra, altra ingerenza che quella di imporre gli ufficiali
delle dogane e delle corti dell'ammiragliato, essa veniva ristretta
dall'autorità del proprietario. Questi invero s'era riservato un
triplice veto sulle decisioni dell'assemblea, veto da esercitarsi dal
suo consiglio, dal suo luogotenente o da lui stesso; istituiva le corti
di giustizia e ne designava i membri; nominava tutti i funzionari della
colonia e delle singole contee; possedeva in proprietà assoluta le
terre ancora vacanti e ricavava un tributo dalle altre, tenendo così la
popolazione intera come sua livellaria non solo ma ottenendo anche ad
ogni concessione nel dominio inculto una cauzione in denaro, e traendo
altri proventi di origine feudale o giudiziaria o commerciale.

Più ostico poi d'ogni altro riusciva ai coloni il potere del
proprietario di imporre esso e riscuotere le imposte nelle contee.
A cancellare tale odiosa prerogativa, negli ultimi anni di vita di
Cecilio Calvert si concludeva tra il proprietario ed i rappresentanti
del popolo una serie di patti costituenti un compromesso, conosciuto
col nome di «_atto di riconoscenza_», in virtù del quale il potere
del primo di levare imposte fu ristretto, applicandosi in compenso un
dazio di esportazione sul tabacco, il cui provento dovea per metà esser
consacrato alle spese della colonia, per metà costituire la rendita
del proprietario. Con ciò però l'assemblea si privava del principale
suo strumento per imporsi al proprietario, al governatore ed agli
altri funzionari, i quali non dovevano più aspettare da essa anno per
anno l'assegnamento delle somme occorrenti. La successione di Carlo
Calvert al padre, morto nel 1675, dava un forte colpo all'autorità del
proprietario, basata sul rispetto e la riconoscenza, ma contraria allo
spirito democratico della colonia, presso cui la rivolta di Bacone
trovava un'eco profonda di simpatia.

Ad evitare allora che il dissidio ormai manifesto scoppiasse in aperta
rivolta, il nuovo lord proprietario limitava arbitrariamente nel 1681
il suffragio, restringendolo agli uomini liberi possessori d'un feudo
di 50 acri od aventi una fortuna personale di 40 sterline. Ma al
principio della sovranità popolare si intrecciava allora il fanatismo
religioso: il protestantesimo si trasformava, come altrove, in setta
politica, e l'opposizione a lord Baltimore come sovrano feudale fece
causa comune col fanatismo degli anglicani, i quali ricevuti nella
colonia sul piede della più completa eguaglianza, coi cattolici
volevano monopolizzare per sè la libertà di coscienza e di culto.

Nel 1689, approfittando del trionfo di Guglielmo e Maria, il
partito protestante si impadroniva del governo, che nel 1691 veniva
sottratto del tutto al proprietario colla revoca della sua carta e
la trasformazione del Maryland in colonia della corona: l'episcopato
diventato religione predominante confiscava la libertà religiosa dei
cattolici in una colonia fondata da cattolici, in un paese dove gli
stessi papisti avevano dato esempio allora sublime di tolleranza! Solo
quando il figlio del proprietario, Benedetto Calvert, si convertiva
alla chiesa anglicana, i Baltimore venivano ristabiliti nel loro
diritto di proprietà sulla colonia, nel 1715.

Le dissensioni intestine e le vicende esterne non avevano impedito
intanto lo sviluppo progressivo del paese: il Maryland divenuto ricco e
fiorente annoverava già nel 1660 un 12.000 persone; al 1688 un 25.000
circa; nel 1754 quasi 150.000 di cui oltre 40.000 schiavi negri. Come
la Virginia anche il Maryland era una colonia di piantatori, di cui il
tabacco costituiva il prodotto principale, la servitù temporanea dei
servi e la schiavitù a vita dei negri la forma di lavoro predominante,
il monopolio economico della madre patria incarnato negli atti di
navigazione il cancro roditore: qui pure gli abitanti erano dispersi
in mezzo ai boschi e lungo i fiumi; rarissime e tali di nome più che di
fatto le città, che invano la legislatura dei primi tempi aveva perfino
cercato di creare con decreti; un piccolo mondo a sè ogni piantagione;
trascurata affatto l'istruzione popolare. Tabacco e schiavitù avevano
plasmato insomma nel Maryland una società non molto dissimile nelle
linee generali da quelle della Virginia.

Ben più della carta fondamentale del Maryland, che aveva concesso al
proprietario il diritto di creare nella colonia tutta una gerarchia
feudale, ben più di questo principio feudale che, dove morto dove
morente nel suo paese di origine, non avrebbe potuto certo ringiovanire
trapiantato sul vergine suolo, la grande proprietà fondiaria,
determinata dal genere delle culture, e la schiavitù dei negri creavano
anche nel Maryland, come già in Virginia, come in tutte le altre
colonie meridionali, una potente aristocrazia, anacronismo imposto
dal clima, dal suolo, dal momento storico all'egalitaria società
anglo-americana.

Accanto al tabacco però andava qui sviluppandosi anche qualche altra
cultura, tra cui principalissima quella del lino e della canapa con le
industrie tessili relative; cosicchè il Maryland coi suoi lavoratori
bianchi più numerosi non offrirà l'uniformità di vita economica e
sociale della Virginia: posto al confine tra le colonie meridionali
e le centrali, esso parteciperà fino ad un certo punto della vita di
queste oltrecchè di quelle. Dove invece clima e suolo cospireranno
insieme a portare alle ultime conseguenze il sistema sociale basato
sul latifondo e sulla schiavitù, sarà nelle colonie poste a mezzogiorno
della Virginia, nella parte bassa cioè delle Caroline, nella Georgia, e
più tardi nell'ulteriore sud.


§ 3. LE CAROLINE. — Se il Maryland uscì dalle viscere, può dirsi,
dell'Antico Dominio, da figli di questo ricevette i primi stabili
colonizzatori il paese chiamato già nel secolo precedente Carolina
dagli ugonotti francesi del Ribault, i quali dal nome in fuori
null'altro vi avevano lasciato di duraturo dopo lo scempio fattone
dagli Spagnuoli. Già dal 1622 degli intraprendenti Virginiani facevano
una prima ricognizione nel paese al sud del fiume Chowan, e dal 1642
in poi si ripetevano con insistenza sempre maggiore incursioni ed
esplorazioni nel territorio compreso tra il capo Hatteras ed il capo
Fear col fine di colonizzarlo, tentativi incoraggiati dalla legislatura
virginiana mediante vaste concessioni di terre.

A questa spontanea immigrazione dovevano loro vita i primi stabilimenti
sul fiume Albemarle; mentre 160 miglia a sud-ovest di questo, sulla
costa del capo Fear, sbarcavano a fondarvi una piccola colonia di
pastori, su un suolo fattosi loro cedere dagli indigeni, degli arditi
emigranti della Nuova Inghilterra: ad essi venivano ad aggiungersi
subito dopo dei piantatori delle Barbados, desiderosi di fondare uno
stabilimento proprio, e la nuova colonia prendeva un certo sviluppo
sino a contare già nel 1666 un ottocento abitanti. Oltre ai Virginiani,
agli emigranti della Nuova Inghilterra ed a quelli delle Barbados
vantavano diritti su questo territorio gli Spagnuoli, che dalla loro
fortezza di Sant'Agostino nella Florida potevano illudersi di possedere
un paese bagnato di sangue castigliano e macchiato vergognosamente
di sangue francese ma non fecondato del loro sudore. Ad una terra
però, che per la sua posizione subtropicale prometteva le derrate più
preziose, avevano già rivolto i cupidi sguardi dei rapaci cortigiani
di Carlo II; e questi munifico come al solito, senza punto curarsi
nonchè degli altri pretendenti della stessa concessione fatta già dal
padre Carlo I nel 1629 a sir Roberto Heath ed eredi, concedeva nel
1663 ad otto nobili inglesi, che l'avevano chiesta di nome «per la
propagazione del Vangelo», di fatto per accrescere la loro fortuna,
la provincia della Carolina, il territorio cioè compreso fra il 36º
grado di lat. ed il fiume S. Matteo: due anni dopo, nel 1665, una
nuova carta ne ampliava ancor più i confini, per includervi dentro
i nuovi stabilimenti d'origine virginiana, dandole per limite il 36º
30′ parallelo al nord, il 29º al sud, l'Atlantico all'est, il Pacifico
all'ovest!

Lo storico Clarendon, avido per quanto sagace ministro, il generale
Monk già compensato dei suoi servigi col titolo di duca d'Albemarle,
lord Craven vecchio soldato, lord Ashley Cooper più tardi conte
di Shaftesbury, sir Giovanni Colleton, lord Giovanni Berkeley, il
fratello sir Guglielmo, governatore della Virginia, e sir Giorgio
Carteret diventavano così proprietari e sovrani immediati d'un paese,
che doveva abbracciare i futuri stati della Carolina settentrionale,
della Carolina meridionale, Georgia, Tennessee, Alabama, Mississippi,
Louisiana, Arkansas, gran parte della Florida e del Missouri, quasi
tutto il Texas e porzione notevole del Messico!

Il loro diritto di proprietà dovea essere illimitato e la loro
autorità sovrana assoluta, non essendosi il re riservato che una
sterile sovranità; ma ai coloni era nella carta garantita, cosa
allora notevole, piena libertà di coscienza e riservata, cosa non
meno importante, una certa partecipazione alla legislazione locale,
cui doveano concorrere le assemblee dei liberi proprietari. Uno
splendido impero feudale ricco di tutti i prodotti dei tropici già
balenava alla mente dei proprietari, i quali incaricavano di redigerne
una costituzione, una costituzione perfetta, degna di attraversare
i secoli, il più capace ed attivo della compagnia, quel Shaftesbury
ch'era il rappresentante più genuino e cosciente dell'aristocrazia
territoriale inglese, il campione più formidabile delle sue libertà,
vale a dire dei suoi privilegi, da lui scambiati con la stessa
grandezza e prosperità della nazione, e si trovava allora all'apogeo
della vita, in tutta la maturità del suo genio speculatore, della
sua eloquenza, della sua ambizione. Spirito penetrante, costui aveva
scoperto i tesori d'intelligenza d'un filosofo ancora sconosciuto,
Giovanni Locke, entusiasta pur esso di quelli che si chiamavano i
«principi inglesi», convinto lui pure esser l'aristocrazia il baluardo
più sicuro contro ogni dispotismo monarchico come oclocratico, l'aveva
fatto suo amico e lo prendeva ora a consigliere e collaboratore nella
grande opera.

Quale legislazione dovessero dare alla Carolina il futuro prototipo
della rivoluzione del 1688, il conservatore geniale in cui sembrava
incarnarsi tutta la classe aristocratica e rivivere tanti secoli di
lotta a difesa del privilegio, ed il filosofo che nella rigidezza
del suo sistema, tutto cervello e niente cuore, definiva con brutale
sincerità il potere politico «il diritto di fare le leggi per regolare
e conservare la proprietà», è facile immaginarlo: ne saltò fuori un
sistema politico nonchè ridicolo inattuabile, date le condizioni reali
del paese cui doveva applicarsi! Il governo doveva risieder nelle
mani d'un'aristocrazia territoriale, alla cui testa stavano gli otto
proprietari presieduti dal più anziano, intitolato Palatino. Il paese
dovea dividersi in contee di 480.000 acri[12], divisa ciascuna in
cinque parti, di cui una proprietà inalienabile dei proprietari, una
patrimonio inalienabile ed indivisibile della nobiltà, costituita d'un
langravio o conte e di due cacicchi o baroni, e tre infine riservate al
popolo o possedute da signori feudali insieme col potere giudiziario:
grado e feudo erano ereditabili ma inalienabili. Al di sotto della
feudalità una classe ristretta di piccoli agricoltori; più sotto ancora
una di servi della gleba, provvisti dietro annuo compenso di 10 acri
di terreno e non solo privati d'ogni diritto politico ma attaccati al
suolo, essi ed i loro figli, di generazione in generazione; all'ultimo
grado infine di abbiezione una classe di schiavi negri, su cui era
riservata al padrone autorità e potere assoluto.

Il potere esecutivo e giudiziario sarebbe spettato ai proprietari,
che l'avrebbero esercitato mediante una gerarchia di funzionari,
Palatino, cancelliere, giudice supremo, connestabile, ammiraglio,
tesoriere, gran maggiordomo, ciambellano, coadiuvati ciascuno dalla
loro corte scelta tra i langravi, i cacicchi, i popolani liberi:
proprietari o loro deputati, funzionari e rispettive corti doveano
costituire il Gran consiglio. Il potere legislativo sarebbe affidato
ad un parlamento composto di quattro stati, dei proprietari o loro
deputati, dei langravi, dei cacicchi, dei comuni o rappresentanza di
liberi possidenti per i quali occorreva un possesso di 50 iugeri per
l'elettorato e di 500 per l'eleggibilità: per maggior garanzia però
le proposte di legge doveano partire dal Gran consiglio, ogni stato
poteva opporvi il suo veto nel caso di incostituzionalità, ed infine
i proprietari si riservavano il diritto di rigettare gli atti del
Parlamento!

Tutte le chiese venivano tollerate in questa costituzione col patto
però che riconoscessero l'esistenza di Dio, l'obbligo del servizio
divino, la necessità del giuramento, e che nelle loro adunanze non si
attaccasse il governo e l'ordine costituito: una sola religione vera ed
ortodossa veniva riconosciuta, l'anglicana, proclamata contrariamente
al desiderio del Locke religione nazionale nella Carolina. Interesse
dei proprietari, desiderio di fondare un governo di pieno aggradimento
della corona, timore d'una potente democrazia erano i moventi di questa
costituzione modello, per la quale tutto doveva cristallizzarsi,
tutto venire minutamente regolato, non solo la stampa sottomessa
alla sorveglianza d'una corte aristocratica ma perfino i gusti delle
donne e dei fanciulli, che cadevano sotto il controllo d'una corte
speciale, cui spettava tra le altre conoscere «delle cerimonie e delle
genealogie, dei divertimenti e delle mode»!

CAROLINA SETTENTRIONALE. — Mentre politica e filosofia stendevano
sulla carta dei piani mirabolanti di legislazione grettamente
aristocratica, farneticando di palatini e langravi, di baroni e
feudatari, di ammiragli e corti araldiche da introdurre fra povere
capanne disperse nel deserto e pei boschi della Carolina; gli abitanti
della parte settentrionale di questa, porgendo ascolto soltanto alla
voce della natura, ispirandosi semplicemente ai loro bisogni ed alle
loro condizioni reali, si davano un ordinamento certo meno smagliante
ma senza confronto più sapiente: un governatore di piena fiducia,
un consiglio di dodici membri, di cui sei eletti dai proprietari
e sei dall'assemblea, un'assemblea composta del governatore, del
consiglio e di dodici delegati dei liberi possidenti, ecco il governo
semplicissimo, ma rispondente al suo fine, di Albemarle, il primo
nucleo della futura Carolina del Nord. Le leggi emanate da questo
governo locale convenivano in tutto e per tutto alla rozza società
agricola del paese, lasciavano ad essa piena libertà di coscienza,
accordavano piena garanzia contro ogni tassa non votata dalla
legislatura coloniale, ne assicuravano lo svolgimento colla legge sui
debiti, per cui nessuno poteva durante cinque anni venir perseguitato
per debiti contratti fuori della colonia, colla parificazione del
matrimonio ad un puro e semplice contratto civile davanti ad un
magistrato e a due testimoni, coll'esenzione da ogni imposta per un
anno ai nuovi coloni, cui dopo due anni di residenza si assegnavano
terre in proprietà.

Queste leggi corrispondenti ai bisogni del paese venivano confermate
nel 1670, ratificate di nuovo nel 1715 e restavano in vigore per più
d'un mezzo secolo nella parte settentrionale della Carolina; mentre la
legislazione del Locke rimaneva lettera morta, nonostante i tentativi
ripetuti di applicazione, che a nulla riuscivano se non a produrre
malcontento ed anarchia nel paese, tratto tratto veniva modificata
tra l'indifferenza generale, e nel 1698 terminava coll'esser abolita
quasi tutta anche formalmente, riducendosi il potere dei proprietari
alla scelta del governatore. La realtà aveva, come sempre, trionfato
sui piani chimerici di assetti sociali: le condizioni territoriali da
una parte, dall'altra l'amore innato pel _selfgovernment_, più ancora
l'olimpico disprezzo per ogni autorità esteriore in uomini quivi
riparati in cerca di fortuna, l'avevano vinta sui sogni dei dottrinari.

Se v'era infatti paese nord-americano, dove tutto favorisse la più
sconfinata indipendenza, questo era appunto la parte settentrionale
della Carolina. Cattivi i porti e pressochè impossibile quindi ogni
sviluppo commerciale, impraticabili le foreste, ghiaioso e sterile il
suolo, occupato inoltre per tratti vastissimi da paludi: la popolazione
era composta di emigranti riottosi ad ogni freno, spesso violenti,
energici sempre, i quali, incoraggiati dalla legislazione della
colonia, capitavano lì da ogni parte, dalla Virginia come dalla Nuova
Inghilterra, dalle Barbados come dall'Europa: erano avventurieri, che
cercavano vita e libertà, erano quackeri o «rinnegati» che sfuggivano
la persecuzione religiosa.

Il taglio dei boschi, la caccia all'orso ed al castoro, la preparazione
della pece e della trementina, le frotte di maiali che inselvatichiti
andavano errando, offrivano loro di che vivere: abitavano dispersi
per la foresta, senza altro guardiano che un cane vegliante intorno
al solitario asilo, senz'altra compagnia che la moglie, i figli,
qualche schiavo negro, senz'altri spettacoli che quelli della natura,
senz'altro godimento che quello dell'eterna primavera e della più
sconfinata libertà. Non città, non villaggi, non ponti, non scuole, non
chiese, non industrie; unica strada fra i boschi le tacche incise sugli
alberi a guidare il cammino: prima del 1703 non vi fu nella colonia
alcun stabile ministro del culto, non alcuna chiesa prima del 1705, non
una stamperia prima del 1754!

In siffatto paese l'azione del governo si trova naturalmente
paralizzata dallo spirito d'indipendenza degli abitanti, che si fa
ogni giorno più selvaggio: il dominio dei _proprietors_ si riduce
ad un'ombra, ed il malaugurato governatore, che si azzarda di far
riconoscere tale potere, od intende di far sentire la propria autorità,
od impone tasse gravose od altro, vede il popolo ribellarsi, come nel
1678, nel 1688, nel 1711, e ristabilire la sua selvaggia libertà:
dal punto di vista politico questa rozza società viveva allo stato
può dirsi di natura ancora un mezzo secolo dopo la fondazione della
colonia, senza curarsi minimamente dei poteri costituiti, senza dar
nulla nè a Dio nè a Cesare:

    «De tributo Cæsaris nemo cogitabat
    Omnes erant Cæsarea nemo censum dabat».

Se un'Arcadia «di bricconi e di ribelli», come pretendevano i realisti,
la Carolina settentrionale era pure il paradiso dei quackeri, e ciò
basta a chiarirci come un soffio d'umanità non cessasse d'alitare
in questa società primitiva, la quale più che un'accozzaglia di
delinquenti era una raccolta di uomini sciolti da ogni legame politico
e religioso: alla rivoluzione essi non erano trascinati da vendetta o
da odio, ma da geloso furore di quella libertà, che volevano intera,
come senza garanzie così senza inquietitudini. Solo la schiavitù dei
negri, che qui del resto non prendeva nei primi tempi molto sviluppo
date le condizioni economiche del paese, faceva un doloroso contrasto
con quella sconfinata libertà, di cui i coloni bianchi volevano fruire.

Nel 1729 anche l'ombra del governo dei _proprietors_ svaniva, ed
il paese diventava una colonia della corona col nome di Carolina
settentrionale, colonia che nel 1754 annoverava già un 90.000 abitanti,
di cui un 20.000 schiavi negri, limitati di preferenza alle parti del
paese più favorevoli alle colture tropicali.

CAROLINA MERIDIONALE. — Diverso affatto sin dagli inizi fu invece lo
svolgimento della parte meridionale della Carolina, del paese di cui
gli emigranti del capo Fear avevano iniziato la colonizzazione, qualche
anno innanzi che questa fosse oggetto dei profondi studi del Locke. 1
primi coloni mandati dai _proprietors_ della Carolina, quando le sorti
dello stabilimento precedente volgevano già a rovina, vi arrivarono su
tre bastimenti nel 1670 ed, esplorati i luoghi dove già gli Ugonotti
un secolo prima avevano inciso i gigli di Francia, prendevano lor
stanza presso il fiume Ashley in un punto che sembrava «favorevole alla
coltivazione ed alla pastura», su una costa che le epidemie e le guerre
di tribù contro tribù avevano pressochè spopolata di indigeni. Prima di
congedarli pel nuovo mondo, i proprietari li avevano muniti d'una copia
imperfetta delle costituzioni fondamentali, non ancora ultimate; ma
fino dal primo sbarco riusciva evidente qui pure, come nella Carolina
settentrionale, l'impossibilità di «dar esecuzione al grande modello».
Si tenne dagli emigranti una convenzione parlamentare, e ne uscì un
governo rappresentativo, di cui costituivano gli elementi semplicissimi
un governatore, un Gran consiglio formato da cinque membri nominati dai
_proprietors_ c da altri cinque eletti dai coloni ed avente diritto di
veto sugli atti del potere esecutivo, una legislatura costituita dal
governatore, dal consiglio e da venti delegati scelti dal popolo.

L'anno dopo veniva inviata nella colonia una copia completa delle
costituzioni-modello, accompagnata da tutto un assortimento di regole
e d'istruzioni; ma, se il consiglio aristocratico riconosceva la loro
validità, i rappresentanti del popolo vi si opposero risolutamente.
Così la nuova colonia racchiudeva già in sul nascere elementi di
divisione politica: in essa si troveranno di fronte due partiti, quello
del popolo e quello dei proprietari, lotta pro e contro la libertà
cui i dissensi religiosi imprimevano maggior accanimento, schierandosi
i partigiani della chiesa anglicana sempre in minoranza dal lato dei
proprietari, facendo i dissidenti di tutte le categorie causa comune
col partito popolare. La gran maggioranza degli abitanti intenderà di
darsi le istituzioni, che ad essa più convengono; i lords proprietari,
troppo deboli per affermare il loro potere, saranno abbastanza forti
per intralciare ed ostacolare mediante il loro partito, costituente una
vera oligarchia, ed i governatori da essi eletti il _selfgovernment_
dei coloni; donde l'anarchia che di tratto in tratto funesta il paese.

È su questa trama, che si intesse infatti per un mezzo secolo
l'agitata vita politica della Carolina meridionale, in cui le
frequenti rivoluzioni contro i proprietari ed i loro rappresentanti,
famosa quella del 1681 contro il Colleton, attestano il fervore
d'indipendenza, il desiderio di _selfgovernment_ degli abitanti.
Ed intanto la colonia va rapidamente sviluppandosi, mentre la
capitale Charleston estende larghe e regolari le sue strade, mentre
nuovi elementi etnici vengono a fondersi nella sua popolazione:
sono emigranti dei Nuovi Paesi Bassi, che sperano di far fortuna
impiegando le loro braccia ed i loro capitali in terre di fertilità
leggendaria; sono europei, che vengono a tentarvi le culture più
ricche del Mediterraneo; sono sovratutto perseguitati per motivi di
coscienza, che trovano in essa un rifugio altrettanto sicuro ma molto
più ridente e grato della Carolina settentrionale, dissidenti inglesi
del Sommersetshire, cattolici irlandesi, presbiteriani scozzesi avanzi
della cospirazione di Monmouth, ugonotti francesi infine sbattuti
dalla raffica della reazione religiosa dopo la revoca dell'editto di
Nantes, uomini onesti, laboriosi, intraprendenti che possedevano tutte
le virtù dei puritani inglesi senza averne il fanatismo. La Carolina
meridionale ci presenta così un aumento di popolazione ben più rapido
della settentrionale: ne è causa fondamentale la ricchezza del suolo,
il proficuo sfruttamento di esso col lavoro di schiavi negri.

Coeva delle prime piantagioni, giacchè gli emigranti delle Barbados
avevano portato seco i loro schiavi, la schiavitù negra aveva trovato
qui il terreno più adatto a svilupparsi. Nel Maryland e nella Virginia,
favorevolissime pel loro clima al lavoratore bianco, prevalse a lungo
la servitù dei bianchi, e la classe dei lavoratori bianchi non venne
mai a sparire; nella Carolina settentrionale il suolo era troppo
ingrato per imporre d'un colpo coi suoi prodotti il lavoro dei negri;
della meridionale invece e clima e suolo fecero sin dall'origine uno
stato piantatore sulla base della schiavitù. I coloni s'accorgevano
subito che il clima non solo conveniva agli Africani assai meglio di
quello delle colonie più settentrionali, ma era pei bianchi ingrato nei
lavori faticosi dei campi. Nè basta. La fertilità del suolo, il caldo
clima avevano fatto vedere nella Carolina meridionale il paese più
adatto alle colture del mezzogiorno d'Europa; ed emigranti olandesi,
e proprietari, e lo stesso Carlo II in un momento di tenerezza, si
affannavano nei primi anni di essa ad introdurvi la coltura dell'olivo,
della vite, degli agrumi, la coltivazione del gelso e l'allevamento
del baco da seta. Altri prodotti più facili e più proficui, più adatti
sopratutto a quel suolo avevano soffocato però quei tentativi e con
la loro completa riuscita preparato un avvenire agricolo e sociale
affatto diverso al paese, il cotone e più ancora il riso, considerato
quest'ultimo il migliore del mondo e coltivato in così vasta scala,
che già nel 1691 la legislatura metteva a premio la scoperta di nuovi
processi per mondarlo.

La coltivazione di essi, possibile solo coi negri sotto quel clima
così caldo, in quelle paludi così micidiali, dava alla schiavitù
uno sviluppo quale non s'era veduto fino allora che nelle Indie
occidentali: «acquistare schiavi negri, senza i quali un piantatore
non può mai fare gran cosa» divenne da allora in poi la grande
preoccupazione degli emigrati; e la tratta dei negri, esercitata in
quel tempo sulla più vasta scala da mercanti europei ed americani,
da commercianti olandesi di New York e da schiavisti puritani di
Boston, ne fornì in tanta copia al paese che nel 1754 essi erano circa
40.000 di fronte ad altrettanti bianchi, proporzione la quale salirà
in seguito a 22 schiavi contro 12 liberi, nonostante la distruzione
dei negri operata dal clima e dal lavoro! E con tutto ciò il prodotto
era pur sempre inferiore alla richiesta d'un mercato ogni giorno più
vasto; cosicchè, non bastando i negri all'avidità dei coloni, che con
febbre crescente allargavano le colture sul vergine suolo, anche gli
indigeni, com'era avvenuto nei possessi spagnoli, furono sottoposti
alla schiavitù.

Da ciò nuove ragioni di ostilità da parte degli Indiani spogliati
del loro suolo e lotte fierissime tra bianchi e Pelli Rosse, i quali
trovavano non di raro un ausiglio potente in quegli Spagnuoli, che
pretendevano essi pure al possesso del paese. Malcontenti dello
sviluppo della Carolina, adirati che in Charleston trovassero rifugio
i pirati dei loro possessi, gli Spagnuoli già nel 1686 armavano da S.
Agostino una spedizione che saccheggiava e distruggeva lo stabilimento
scozzese di Edisto: nei primi anni del secolo seguente i Caroliniani
prendevano la rivincita saccheggiando Sant'Agostino, donde più tardi
un nuovo attacco spagnuolo contro la stessa Charleston, andato però a
vuoto.

In queste lotte la Carolina doveva difendersi da sè, chè i
«_proprietors_» non solo mancavano di forza sufficiente a
salvaguardarla, ma bene spesso le impedivano per fini politici o
personali di condurre con troppo vigore la lotta; donde il dilagare del
malcontento nei coloni, insofferenti della supremazia ed irritati della
politica finanziaria per loro gravosa di quei «_proprietors_», che «non
davano alcun aiuto nel momento del bisogno e si ricordavano d'aver solo
dei diritti, ma però nessun dovere», malcontento della colonia, cui
faceva eco, spalleggiandola, il Parlamento inglese avido di estendere
anche sopra di essa il suo dominio. Nel 1719 una generale per quanto
pacifica insurrezione poneva fine al sistema dei proprietari, ed il
governatore della Virginia prendeva le redini del governo in nome della
corona inglese: dieci anni dopo i «_proprietors_» rinunciavano dietro
compenso di 17.500 sterline ad ogni loro diritto. Il paese costituiva
così una nuova colonia autonoma, col nome di Carolina del Sud, una
colonia che meglio ancora della Virginia era destinata ad offrire il
vero tipo d'una società a schiavi. Mentre infatti nella Virginia i
piantatori sono costretti a far istruire i loro figli all'estero, in
un ambiente cioè diverso e sotto l'impulso quindi di altre idee, quelli
della Carolina trovano in Charleston, dove passano una parte dell'anno,
la vera capitale del loro mondo ristretto, la città dove possono con
tutta sicurezza educare alle idee schiaviste i propri figli. Nella
Carolina meridionale si vedeva così la schiavitù divenire la pietra
angolare del sistema sociale, il fattore capitale della sua storia.


§ 4. GEORGIA. — L'esperimento politico del Locke era svanito come bolla
di sapone prima ancora d'esser iniziato, ma non per questo l'America
cessava d'esser il campo di nuovi esperimenti sociali, destinati essi
pure a naufragare contro gli scogli di quella realtà, che non si svolge
sulla trama segnata dalla mente individuale ma su quella preparata dai
precedenti storici e geografici.

Quando anche l'ultima ombra di dominio spariva pei proprietari della
Carolina, già si pensava nell'Inghilterra di tentare nell'estrema
zona meridionale di essa un «santo esperimento». Lo concepiva un
ardito e tenace generale inglese, Giacomo Oglethorpe, nel quale
il mestiere dell'armi non aveva soffocato i sensi più generosi del
cuore, l'amore sentito per l'umanità sofferente. La ferocia della
legislazione dell'epoca, di quella in ispecie contro i debitori
insolventi, di cui ben 4000 all'anno venivano condannati al lento
martirio di crudo carcere, non pochi per non uscirne mai più, aveva
richiamato l'attenzione del generoso filantropo, il quale cercando i
rimedi di tanto male, ideava un salvataggio per questi infelici nella
creazione d'una colonia, di cui facevasi apostolo caldissimo presso
il parlamento, presso la corte, presso il pubblico. La sua propaganda
aveva luogo in un'epoca in cui l'Inghilterra mirava ad estendere i suoi
possessi, proprio negli anni che lo stabilimento di nuove piantagioni
al sud della Carolina meridionale diventava oggetto di ripetuti
progetti, cui solo il timore degli Spagnuoli pretendenti a quel paese
impediva di dare pratica attuazione; cosicchè non riuscì difficile
all'influente uomo politico di ottenere da Giorgio II nel 1732 una
patente, che gli accordava per 21 anni il paese compreso tra i fiumi
Savannah ed Alatamaha, fra l'Atlantico ed il Pacifico, per tentare il
suo «santo esperimento» di colonizzazione in quel disputato territorio.
La definizione di «deposito fiduciario pei poveri» ed il sigillo
portante un gruppo di bachi da seta col motto «_non sibi sed aliis_»
indicano che doveva essere materialmente e moralmente nell'animo del
suo fondatore la futura colonia, la quale veniva aperta a tutti, anche
agli ebrei, meno che ai papisti, col nome di Georgia Augusta in onore
del re.

Salpato l'anno stesso con 120 emigranti alla volta d'America,
l'Oglethorpe drizzava la sua tenda all'ombra di quattro pini sulla
riva collinosa del fiume Savannah, là dove sorge la città omonima.
La fama l'aveva preceduto in quelle solitudini ed al «bianco grande
e buono» si presentava un capo indiano, offrendogli una pelle di
bufalo, sul cui interno erano dipinte rozzamente la testa e le penne
d'un'aquila: «le penne dell'aquila, diceva l'indiano, sono morbide e
significano amore; la pelle del bufalo è calda ed è il simbolo della
protezione. Quindi ama e proteggi le nostre famiglie». Ed il saggio
accoglieva con amore quei poveri diseredati della natura, pagava loro
il territorio da occupare e rimaneva tutta la vita l'amico fedele
della razza conculcata; mentre gl'infelici ed i perseguitati della
razza conculcatrice venivano essi pure a cercare un rifugio nella sua
colonia. Erano sopratutto fratelli moravi, che perseguitati ferocemente
nell'Austria fondavano nel 1734 in Ebenezer nella Georgia un florido
stabilimento, dato alla frutticultura, alla produzione dell'indaco,
e con successo ancor maggiore all'allevamento dei bachi da seta, che
rimase fiorente in Georgia fino alla Rivoluzione. Nè meno prosperi
furono gli stabilimenti fondati nel paese da Highlanders scozzesi e
dati allo stesso genere di colture.

L'istruzione, trascurata o non voluta addirittura nelle altre
colonie meridionali, era qui in pregio, cospirando con le intenzioni
dell'Oglethorpe, colla coltura intensiva del suolo e coll'origine dei
coloni alla riuscita del «santo esperimento». Minacciavano, è vero, di
farlo abortire gli Spagnuoli della Florida, i quali durante la guerra
anglo-ispana attaccavano la nascente colonia, ma senza alcun risultato;
chè, se l'Oglethorpe doveva rinunciare nel 1740 al tentato assalto
di S. Agostino, gli Spagnuoli invasori dovevano essi pure ritirarsi
dopo avere impinguato di loro cadaveri le zolle della Georgia. Ben
diverso era il nemico, che dovea qui pure annientare in brevi decenni
l'opera dell'Oglethorpe, un nemico impersonale e perciò invincibile:
nel 1736 alcuni cittadini di Savannah avevano fatto una petizione per
l'introduzione di schiavi negri, ma la proposta aveva naufragato contro
la tenacia dell'Oglethorpe, il quale, coerente ai principî della sua
filantropia ignara di ogni distinzione di razza, dichiarava che «se gli
schiavi vi fossero stati introdotti, egli non si sarebbe più occupato
della colonia».

Partito però l'Oglethorpe nel 1743 alla volta dell'Europa per non
ritornare mai più nella sua colonia, la schiavitù dei negri non tardava
ad introdursi nella Georgia insieme coi figli dei piantatori della
Carolina e della Virginia: latifondo e schiavitù soppiantavano in breve
quella coltura intensiva, su cui riposava il trionfo della filantropia
del fondatore, e coi prodotti della vicina Carolina s'iniziava anche
nella Georgia un tipo di società da quella non dissimile, una società
in cui sulla base infame della schiavitù aumentava rapidamente la
popolazione e la ricchezza: da 3000 anime, chè tante ne contava al
1755, la Georgia salirà nel 1783 a ben 80.000! E come nella forma
sociale così in quella politica la Georgia terminava coll'uguagliare la
Carolina, chè i «fiduciari» investiti di essa insieme con l'Oglethorpe,
divenuti impopolari per la loro legislazione vessatoria, terminavano
col rinunciare alla carta; e la Georgia si trasformava così in colonia
regia.


§ 5. LA SOCIETÀ MERIDIONALE: SUOI ELEMENTI E SUA COESIONE. — Dalle
frontiere settentrionali del Maryland a quelle meridionali della
Georgia noi vediamo dunque, nonostante la diversità d'origine,
d'abitanti, di tradizioni, costituirsi sotto l'influsso degli
stessi fattori economici una società, che offre tratti comuni, che
presenta una grande conformità di vita, una perfetta omogeneità
d'interessi e di tendenze. La schiavitù è il cemento che unifica
socialmente queste colonie, lo stampo comune in cui si plasma la
loro vita. Introdotta senza distinzione in tutte quante le colonie,
nel settentrione e nel centro come nel mezzogiorno, qui sola essa
trova quel complesso di condizioni, che ne fanno la forma di lavoro
predominante dapprima, esclusiva in seguito, elaborando una società in
cui i rapporti economici, politici, intellettuali e morali si fondano
su di essa. Nelle altre parti del paese invece, per quanto largamente
rappresentata, la schiavitù rimane sempre una forma di lavoro
sussidiaria, tale cioè da non impedire lo sviluppo del lavoro libero
con tutte le sue conseguenze economiche e sociali.

Laddove infatti nelle colonie settentrionali e centrali i prodotti più
adatti al suolo ed al clima sono i cereali, nelle meridionali sono il
tabacco, il riso, lo zucchero, il cotone, tutti prodotti cioè, la cui
cultura a differenza dei primi richiede come condizione essenziale
associazione ed organizzazione di lavoro su vasta scala, unitamente
a concentrazione di lavoratori su un piccolo spazio di terreno,
ed è possibile solo dove abbonda un suolo fertile e nella pratica
illimitato. Questo secondo requisito non mancava certo nel Sud: al
primo, alla grande richiesta cioè di braccia, si cercava di soddisfare
in sulle prime con la servitù dei bianchi. Malfattori, che commutavano
la galera inglese col lavoro obbligatorio della piantagione americana,
debitori insolventi, emigranti che doveano pagare col proprio lavoro le
spese del viaggio, servi per contratto legale, prigionieri di guerra
scozzesi ed irlandesi, avanzi della ribellione scozzese del 1666,
della cospirazione di Monmouth del 1685, dell'insurrezione giacobina
del 1715, malviventi reclutati nella madrepatria in una specie di
razzie amministrative, costituivano l'elemento servile, a fornire il
quale non pensava solamente il governo inglese ma era sorto un vero
commercio regolare di carne umana, che, per quanto si macchiasse di
furti di ragazzi rubati alle case, alle officine ed ai campi, procurava
pur sempre buoni guadagni ai negozianti di Bristol. Questa stessa
immigrazione servile non offriva però braccia sufficienti ai piantatori
per allargare successivamente le culture in modo adeguato alla
richiesta di prodotti ogni giorno maggiore. Al poco abbondante mercato
bianco si sostituiva così quello negro: l'Africa era un serbatoio
inesauribile di lavoratori, che avevano su quelli europei il vantaggio
di poter essere tenuti a vita, di esser più adatti alle fatiche nelle
calde pianure della Virginia e più ancora fra i miasmi delle paludi
caroliniane coltivate a riso, di costare assai meno pel mantenimento,
di riuscire infine un perfetto automa incapace di ribellione, uno
strumento agricolo e nulla più. Esisteva, è vero, il danno economico
d'un lavoro meno intelligente e meno produttivo per esser dato di mala
voglia, ma la terra era così fertile e così vasta che il danno riusciva
insensibile di fronte ai grandi vantaggi. Il vantaggio individuale
dei coloni collima per di più con quello nazionale della madrepatria,
che, ingaggiatasi nell'infame commercio dei negri sin dai tempi di
Elisabetta, nei sec. 17º e 18º vi si slanciava a capofitto tanto da
riportarne il primato su tutte le nazioni. Nel 1662 si fondava la
«_regia compagnia africana_» alla cui testa stava il duca di York,
ed in cui era impegnato lo stesso re; il libro degli statuti inglesi
del 1695 dichiarava esser la tratta, secondo l'opinione del re e
del Parlamento «altamente benefica e vantaggiosa al reame ed alle
colonie»; nel 1698 e nel 1711 delle commissioni dei Comuni peroravano
la libertà della tratta, dichiarando «doversi provvedere di negri le
piantagioni ad un prezzo ragionevole»; la regina Anna raccomandava
ai governatori americani «di prestar il debito incoraggiamento ai
mercatanti di schiavi ed in particolare alla regia Compagnia Africana»;
nel 1739, abolito ogni monopolio in tale ramo di commercio, la tratta
si lasciava libera a tutti i sudditi inglesi e le colonie americane,
inglesi e spagnole, venivano talmente inondate di schiavi che nel solo
anno 1771 i cento e più negrieri della sola Liverpool scaricavano nel
Nuovo Mondo ben 28.600 schiavi negri!! Mercanti di schiavi, armatori,
capitani marittimi, marinai, agenti speciali sulle coste d'Africa e
d'America, banchieri e così via, tutti trovavano lavoro e lucro in
questo infame commercio, pel quale militavano sì potenti interessi, che
non fa meraviglia se nel secolo 18º si osò affermare, e non una volta,
nel parlamento inglese che la tratta era una faccenda decisamente
«nazionale».

Vantaggio economico immediato da parte del piantatore, eccitamento
da parte della madrepatria spiegano quindi come la schiavitù dovesse
svilupparsi tanto rapidamente, da diventare in breve la forma di lavoro
esclusiva dovunque le condizioni territoriali lo permettessero. Legata
infatti alla madre terra non meno di quello che lo fosse il lavoro
libero nel Nord, essa è propria della pianura costiera e dei terreni
paludosi del Sud, andando le sue sorti di pari passo con quelle del
tabacco, dello zucchero, del riso, del cotone; laddove essa s'arresta
anche nel Sud davanti alle alture della Virginia, della Nuova Carolina,
della stessa Sud Carolina e della Georgia, nelle quali può mantenersi
nell'età coloniale come in seguito la piccola agricoltura esercitata
esclusivamente o quasi da bianchi. È questa però l'eccezione, che
non altera per nulla nelle linee generali la vita del paese, dove il
latifondo coltivato a schiavi costituisce la pietra angolare di tutto
il sistema sociale.

Alla base di questo sta la casta degradata ed oppressa degli schiavi,
cui è patria d'origine l'Africa tenebrosa, dove vanno a comperarli
lungo la costa per un raggio di circa 40 gradi, dal capo Bianco al capo
Negro, nella Senegambia, Sierra Leone, Liberia, Alta e Bassa Guinea,
gli infami mercanti di carne umana. Centinaia e centinaia di tribù,
appartenenti nella grande maggioranza al tipo negro, il meno sviluppato
socialmente ed intellettualmente delle razze africane, ma diverse
fra loro per lingua usi e costumi, costituivano la grande riserva
della schiavitù coloniale: il loro stato sociale passava per tutte le
più insensibili sfumature da una semibarbarie, ad una vita puramente
vegetativa; l'assolutismo più feroce, il feticismo, i sacrifici umani,
la poligamia, spesso il cannibalismo erano e sono tutt'oggi il retaggio
di tali tribù, non uscite ancora per la massima parte da quella fase,
che il Letourneau chiamerebbe della «morale bestiale».

Condotti al mare dopo una marcia spesso penosissima e di lunga durata,
i poveri schiavi venivano stipati nella stiva d'un negriero ed ivi
senz'aria, senza luce privi di cibo e d'acqua sufficiente, esposti
ai tormenti ineffabili del tragitto transoceanico; al minimo cenno di
ribellione si massacravano senza pietà, spesso in caso di burrasca si
gettavano ai pescicani per alleggerire il vascello.

Per quanto aspra fosse la condizione dei negri durante la cattura ed
il tragitto transoceanico, la sorte, che li attendeva nelle colonie
meridionali, era forse peggiore. Quivi il negro diventava oggetto
della legge, anzichè soggetto, cessava di esser persona e diventava
cosa. Come cosa egli non poteva posseder nulla in proprio: il padrone
poteva o no rispettare il peculio dello schiavo, il quale non riceveva
alcuna sanzione nel giure coloniale, dove mancano quelle minute
disposizioni sul _peculium_ che si riscontrano invece nel giure
romano; così lo schiavo non poteva impegnarsi per una somma, sia pure
inferiore al suo peculio, senza il consenso del padrone, nè poteva
col suo peculio emanciparsi. Gli oggetti, atti a facilitare la fuga o
la ribellione degli schiavi, come cavalli, bestiame, barche, veicoli,
armi etc., venivano rigorosamente esclusi per legge dal peculio, il
quale consisteva d'ordinario nel piccolo pezzo di terra assegnato allo
schiavo, perchè vi conducesse a proprio vantaggio la coltivazione che
più gli piaceva. Ciò nelle piccole piantagioni costituiva un vantaggio
pel padrone, giacchè lo schiavo ricavava talora dal suo peculio gran
parte dei mezzi di sussistenza: dove invece i viveri erano a buon
mercato o la piantagione ne provvedeva in abbondanza pel consumo di
tutti gli schiavi, il padrone trovava più conveniente negare allo
schiavo anche questo pezzo di terra, per sfruttare così a proprio
vantaggio esclusivo tutta la sua forza di lavoro. Quanto al trattamento
dello schiavo nelle piantagioni del Sud troviamo orrori e miserie
senza nome: dall'alba al tramonto un lavoro faticoso, che dura le
16 e perfino le 18 ore, sotto la sferza del sole e lo scudiscio del
sorvegliante, un alimento ed un vestito appena sufficienti alla vita,
una lurida capanna di assi mal connesse fra loro, ecco in breve la
vita fisica dello schiavo, vita però che non ha raggiunto ancora quel
_maximum_ d'orrore, che raggiungerà coll'aprirsi dell'era cotonifera.

Nè migliore è la condizione morale dello schiavo: come cosa anzichè
persona egli non ha alcun diritto riconosciuto dalla legge, neppure
quello del matrimonio; i suoi rapporti famigliari sono ridotti ad
una crudele ironia, la sua famiglia minacciata continuamente di
separazione. Condannato dalla nascita all'ultimo grado dell'abbiezione
sociale, il negro non può rialzarsi neppure in seguito al battesimo,
giacchè su questo punto è avvenuto un tacito accordo fra proprietari
e chiesa: molti padroni del resto sia per uno scrupolo di coscienza,
sia pel timore che il cristianesimo diventi nella mente del negro
avvilito un fomite di ribellione, vietano addirittura ai loro schiavi
il battesimo. Lo stesso timore impedisce nella massima parte dei
casi l'insegnamento religioso agli schiavi, come pure ogni forma
d'istruzione, contro la quale non mancano delle leggi positive. Quando
poi si concede l'insegnamento religioso, questo viene dato in una forma
molto grossolana e diretto a rafforzare col suggello ecclesiastico
la schiavitù più degradante per la natura umana: in una raccolta di
prediche stampate nel 1749, per servire di modello a ministri della
religione cristiana, è detto chiaramente che Dio ha fatto gli uomini
alcuni per dominare, come i mercanti ed i piantatori, altri per
lavorare e servire, e che nulla può mutarsi della volontà divina; che
se i servi avessero obbedito ai padroni, avrebbero lavorato per la
propria felicità in cielo, dove ognuno sarebbe diventato un libero ed
agiato fannullone ed avrebbe trovato quelle ricchezze e quei piaceri,
che aveva desiderato in vita; che il dovere infine degli schiavi era
di lavorare durante la settimana, pregare la domenica, perchè solo a
questo modo sarebbero giunti alla beatitudine[13].

Se questa turba senza nome di negri abbrutiti costituisce la base
della piramide sociale, il vertice ne è dato dai proprietari di essa,
dai latifondisti, i quali possedendo le terre più fertili e l'unico
capitale del paese, gli schiavi, formano l'aristocrazia, la classe
dominante anche nel campo politico. Essa sola vive nell'agiatezza
o nella ricchezza, essa sola ha modo di istruirsi. Esonerata dalla
necessità di impiegare l'intelligenza e l'opera nell'impresa privata
pel processo automatico di produzione proprio della schiavitù, la vita
pubblica diventa il fine pressochè unico della sua attività; ed in essa
porta tutti quegli istinti d'orgoglio, d'ambizione, d'arbitrio, di
dispotismo, che va innestandole nell'animo fra le mura domestiche il
potere assoluto sullo schiavo: «ogni proprietario di schiavi, diceva
il Mason, è nato tiranno». Nè solo la direzione politica del paese,
ma quella stessa spirituale è riservata a tale classe, giacchè il
clero della chiesa dominante, la episcopale, si compone generalmente
di piantatori. Non mossi per lo più che dal desiderio d'impinguare le
loro rendite nell'assumere il sacro ufficio, questi ministri del culto
penseranno bene spesso alla caccia, al giuoco ed alla bibita più che
alla cura delle anime, mutando in tante occasioni d'orgia i matrimoni,
i battesimi ed i funerali. Non mancherà fra essi chi al momento della
comunione griderà al sacrestano «ohi Giorgio, questo pane non è buono
nemmeno pei cani»; nè chi si batterà in duello nel cimitero attiguo
alla chiesa; nè chi alla festa si farà portare a casa su un seggiolone,
ubbriaco fradicio.

Fra l'incudine ed il martello, fra la classe degli schiavi negri e
quella dei latifondisti, sta la classe dei bianchi senza possesso, dei
futuri «_mean whites_», la quale per quanto vittima della schiavitù
ha così poca coscienza di ciò da farsi la sostenitrice più zelante
di essa. L'estensione illimitata della terra fertile e l'alto prezzo
dei suoi prodotti, l'inesauribilità delle braccia schiave fanno
dell'agricoltura l'impiego più proficuo e più facile del capitale,
cosicchè questa per la legge psicologica del minimo sforzo bandisce dal
mezzogiorno ogni forma d'attività economica, che non sia l'agricola.
In esso quindi nessuna industria, nessuna manifattura: perfino gli
oggetti di legno verranno importati dal di fuori. Anche il commercio
d'esportazione ed importazione non sarà fatto per il vasto paese che
da tre o quattro centri, da Baltimora per il Maryland e la Virginia, da
Charleston per le Caroline, da Savannah per la Georgia.

L'unica industria del paese rimane dunque l'agricoltura, ma anche da
questa è esclusa la popolazione bianca senza capitali, giacchè per una
legge economica troppo nota il lavoro schiavo soppianta il libero,
tanto più che il lavoro manuale, retaggio dello schiavo, sembra una
vergogna agli occhi del bianco povero. Questi si mette quindi ai
servigi del latifondista, come soprintendente, amministratore, maestro,
cliente in una parola; e quando non trova come occuparsi si dà alla
vita semiselvaggia, pago ai prodotti della caccia e della pesca. La
schiavitù infatti, mentre condanna i bianchi poveri all'inazione,
offre pur loro i mezzi di vivere senza lavorare. Il carattere capitale
dell'agricoltura a schiavi è invero l'esaurimento rapidissimo
della terra, dovuto all'impossibilità delle rotazioni agrarie con
lavoratori così poco versatili quali gli schiavi negri. Col mancare
della fertilità del terreno però il lavoro schiavo, dato l'enorme suo
costo, diventa addirittura passivo, donde la necessità pel piantatore
d'aver alla mano sempre nuove terre feconde da sostituire a quelle già
sfruttate, donde insieme col latifondo la presenza di lande deserte,
caratteristica delle stesse regioni popolate del Sud. Queste lande
appunto divengono il rifugio dei bianchi poveri disoccupati, i quali
possono condurvi la loro vita errabonda: ad essi i dominatori del paese
possono ricorrere per salvare i loro possessi dalle scorrerie degli
Indiani, per ispegnere il minimo tentativo d'insurrezione servile.

Da qualunque lato insomma si consideri, da quello economico come
da quello politico, la piantagione si presenta come la cellula
fondamentale di questa società composta di piantatori e di schiavi.
Con la sua unica abitazione centrale, col suo sbocco sul fiume in riva
a cui per lo più siede, col suo signore attorniato da schiavi e da
clienti, la piantagione circondata bene spesso dal deserto è un mondo
a sè e basta a sè stessa; le piantagioni vicine si aggruppano per gli
interessi comuni nella contea, i cui affari vengono amministrati da
pochi piantatori col titolo di «giudici di pace». La vita collettiva
dei centri abitati, palestra di educazione politica, intellettuale e
morale, è ignota può dirsi a questo paese, dove i piantatori vivono
isolati gli uni dagli altri nei loro immensi dominî senz'altro
commercio quotidiano che coi loro schiavi, dove mancano nonchè le
città le abitazioni in vista ed a portata l'una dell'altra, dove la
popolazione è tanto dispersa che vi sono parrocchiani distanti talora
decine di miglia dalla loro chiesa!

L'ignoranza estrema del popolo sarebbe, insieme con l'assenza completa
di ogni attività politica presso di esso, la conseguenza necessaria
di tale stato di cose, quand'anche i latifondisti non fossero gelosi
di ogni istruzione impartita alle masse. «Io ringrazio Dio, diceva
nel 1671 il dispotico governatore virginiano William Berkeley, che
non esista nella colonia nè stampa, nè scuole libere, e spero che
non ne avremo da qui a cent'anni, perchè la scienza ha generato
l'insubordinazione, l'eresia e le sette che desolano il mondo; la
stampa le ha propagate; è essa che ha divulgato così i libelli contro
il migliore dei governi. Che Dio ci preservi da tutte e due!». La
stampa s'introdurrà più tardi, nonostante questo scongiuro, nella
colonia; ma fino al 1776 la Virginia non avrà che una sola stamperia
interamente sotto la mano del governatore. Lo stesso «Collegio di
Guglielmo e Maria», una specie di università virginiana inaugurata nel
1700, non sembra che esercitasse troppa influenza intellettuale sulla
colonia, a giudicare almeno da quanto scriveva uno studente nel 1730:
«abbiamo qui un collegio senza oratorio e senza statuti, una biblioteca
senza libri ed un preside senza autorità».

Gli stessi figli dei proprietari minori, che non potevano recarsi
all'estero nè frequentare il mediocre istituto superiore della colonia,
venivano educati da precettori presi bene spesso in mancanza di meglio
fra gli ex-galeotti. Nel Maryland buona parte della stessa classe
dirigente era analfabeta! Le due Caroline prese insieme non avevano più
di cinque scuole al cadere del periodo coloniale. In nessuna di queste
colonie esisteva ancora al 1749 una bottega da libraio. Prese tutte
insieme ed aggiuntavi la Georgia, avevano un numero di giornali pari a
quello del solo Connecticut!

In questa specie di vuoto intellettuale, di deserto sociale gli
uomini non intendevano e seguivano più che la voce dei loro istinti.
L'isolamento, la mancanza di lumi, il potere arbitrario sugli
schiavi, la lotta cogli Indiani alle frontiere, sviluppavano in
essi una specie d'individualismo violento e feroce, che produceva
come regola dei semibarbari, allo stato d'eccezione degli uomini
superiori, nati per comandare, penetrati d'una specie di coscienza
ingenita del loro diritto ad esser presi per capi: da questi usciranno
e Washington e Jefferson e Monroe e Madison, tutti uomini che non
dovranno la loro superiorità politica ai pochi o punto studi fatti,
ma a quella fecondissima scuola dell'azione, in cui tutta quanta
può dirsi si riduceva la società del loro paese. Senz'averne le
attrattive cavalleresche, la società meridionale aveva così i tratti
caratteristici di quella feudale del Medio evo: la servitù della gleba,
la facile ospitalità, il lusso ostentato, le lunghe giornate d'ozio
rotte sole da duelli, da risse brutali, da giuochi, da combattimenti di
galli, da caccie alla selvaggina od agl'indiani, ricordavano i costumi
dell'Europa feudale; mentre l'allegria sensuale, la franca mondanità,
la nota satirica, la grazia signorile alternata con la ruvidezza
scherzosa davano alla letteratura spontanea del Maryland e della
Virginia una lontana analogia con l'arte del menestrello non solo ma
anche con quella più raffinata del trovatore occitanico.

Mentre così nella Nuova Inghilterra sulla base della piccola proprietà
lavoratrice e del _township_ si sviluppa una società eminentemente
progressiva, attivamente politica, veracemente democratica ed
egalitaria; nelle colonie meridionali sulla base del latifondo
coltivato a schiavi negri si sviluppa una società stazionaria, in
cui l'agricoltura soltanto viene esercitata, in cui le classi sociali
terminano col ridursi in sostanza a due sole, padroni e schiavi, caste
più che classi per l'abisso che le separa, in cui la dispersione degli
abitanti impedisce ogni istruzione, ogni progresso del viver civile, in
cui il carattere e l'ignoranza della classe lavoratrice impedisce ogni
perfezionamento tecnico, in cui sopratutto l'originaria uguaglianza
politica dei bianchi viene necessariamente distrutta dalla prevalenza
economica, intellettuale, sociale in una parola del latifondista sui
bianchi nullatenenti. Ecco perchè il principio democratico, comune agli
inizii ad ambedue i paesi, intristisce e muore nel secondo cedendo
il campo a quello aristocratico, che si svolge in una aristocrazia
fondiaria.

In questa la forza politica, la grande coesione della società
meridionale: l'organizzazione strettamente gerarchica è per essa quello
che la disciplina ecclesiastica per la società della N. Inghilterra, la
forza che, irregimentandoli, tiene avvinti insieme gli individui in un
paese, dove tutto tenderebbe a dissociarli, l'unica forza centripeta,
che si opponga vittoriosamente alle mille altre centrifughe di questa
società. È questa coesione mirabile, che nella mancanza d'ogni altro
ascendente intellettuale e morale farà pesar tanto nella bilancia
politica della futura nazione l'aristocrazia fondiaria del Sud.


NOTE AL CAPITOLO TERZO.

[10] Fu molto questionato sulla data, che per due secoli e mezzo fu
posta dagli storici della Virginia al 1620, data che appare pure in
gran parte dei libri europei: la vera data è invece il 1619 (Cfr.
Williams, _History of the Negro Race in America from 1619 to 1880_ —
New York, 1882).

[11] Metto il Maryland fra le colonie meridionali pel tipo sociale,
ch'esso offre, benchè a rigore deva esser messo fra le centrali.

[12] Un acro equivale a 40 are (4/10 di ettaro).

[13] Sulla schiavitù negra oltre alla storia generale della schiavitù
dell'_Ingram_, vedi quella speciale del _Kapp_ (Geschichte der
Sclaverei in den Vereinigten, Staaten Leipzig, 1856) e la monografia
del _Goodell_ (The American Slave code — New York, 1853.) — Sulla
costituzione poi del lavoro nelle colonie meridionali vedi, oltre
alla monografia generale del _Waltershausen_ (Die Arbeits-Verfassung
der Englischen Kolonien in Nordamerika — Strassburg, 1894),
quella particolare del _Von Halle_ (Baumwollproduktion und
Pflanzungswisthschaft in der Nord-amerikanischen Südstaaten — _Erster
Teil_, Die Sklavenzeit — Leipzig, 1897).



CAPITOLO IV

La società commerciale del centro.

 § 1. La Nuova Olanda e New York — § 2. Puritani e quaccheri nel New
   Jersey — § 3. Pennsylvania e Delaware — § 4. Caratteristica delle
   colonie centrali.


§ 1. LA NUOVA OLANDA E NEW YORK. — Mentre la Nuova Inghilterra ed il
mezzogiorno sotto l'azione di fattori conformi vengono a costituire
due società omogenee, viventi della stessa vita e pervase dalle
stesse idee, nonostante la divisione politica delle loro singole
colonie, manca al centro dei futuri Stati Uniti quell'uniformità di
origini, quella identità di vita economica, che ne faccia un tutto
omogeneo nel campo sociale per quanto diviso in quello politico.
L'elemento anglosassone termina qui pure col prevalere su quello
olandese e svedese, cui si riconnette la prima colonizzazione della
contrada, ma rimangono le caratteristiche sociali ed intellettuali,
che diversità di origini hanno creato e attività economiche diverse
sviluppato. Come la colonizzazione neoinglese si riattacca alla
storia della Riforma inglese, così quella, per cui i Paesi Bassi si
dividono coll'Inghilterra la gloria d'aver fondato i primi stabilimenti
dei futuri Stati Uniti, si riattacca in ultima analisi alla storia
della Riforma olandese, dalla quale procede in via diretta il grande
movimento d'espansione neerlandese.

Determinata dalle usurpazioni degli Absburgo di Spagna, i quali avevano
tentato di abbattere le antiche libertà degli Stati fiamminghi, le
vecchie franchigie municipali del paese, la rivoluzione olandese
si era mutata ben presto di fronte all'assolutismo ed al fanatismo
di Filippo II da una lotta in difesa di privilegi e consuetudini
feudali in una lotta per la religione e l'indipendenza. Il mare,
fonte prima di vita economica pel paese, era stato il grande alleato
degli Olandesi nella loro crociata nazionale contro la Spagna: sul
mare s'erano dati convegno i patriotti, sul mare avevano combattuto
e vinto i nemici della religione e della libertà. Natura del paese,
tradizioni economiche ed origini politiche portavano così lo stato
nascente ad essere una repubblica commerciale per eccellenza; e nella
prima moneta di essa infatti si scolpiva come emblema un vascello
lottante coi flutti, senza vele nè alberi. L'istinto marinaresco innato
nell'Olandese per le condizioni del paese riceveva nuovo impulso ad
operare da quell'energia nuova infusa in esso dalla lotta per la vita
contro la Spagna; e questa guerra santa in difesa della libertà era
divenuta una fonte insperata di sviluppo economico, una garanzia di
non mai veduta prosperità. Il popolo, che prima dell'insurrezione non
possedeva quasi di che riparare le sue dighe contro l'imperversar
dell'Oceano, si trovava in grado ben presto di armare flotte sopra
flotte, di riunire gli emisferi col suo commercio. La bandiera della
neonata repubblica sventolava ormai su tutti i mari, dalla punta
meridionale dell'Africa al circolo polare artico: i vascelli olandesi
sorpassavano in numero, secondo il Raleigh, quelli dell'Inghilterra
e di dieci altri reami; Amsterdam, deposito dei prodotti d'Europa e
del Levante, soppiantava Lisbona ed Anversa, divenendo il centro del
commercio europeo anzi mondiale; mentre l'industria, quella tessile
specialmente, riceveva pur essa nuovo impulso da tanto rigoglio di vita
economica.

Sicuri ormai all'interno, floridi i commerci, ripiene le casse dello
stato, gli Olandesi passano dalla difesa all'offesa, attaccando la
Spagna nelle sue colonie, ruinandone o minandone i commerci in tutti
i mari del mondo. Doveva l'America soltanto rimanere indisputata alla
corona spagnuola, mentre abbondavano in Olanda i marinai ed i capitali
stagnavano? Non più la semplice spogliazione del commercio spagnuolo,
nè l'India stessa; ma l'America coi suoi tesori minerali e vegetali,
coi suoi enormi territori maldifesi dalle rare cittadelle spagnuole
poteva fornire all'intrapresa batava un campo degno di essa e dare alla
madrepatria ristretta nuove terre, alla vera religione di Cristo nuovi
adepti. Nel 1590 Guglielmo Wesselinx, che aveva vissuto alcuni anni
nella Castiglia, nel Portogallo, nelle Azzorre, proponeva la formazione
d'una compagnia delle Indie Occidentali; ma il progetto parve allora
troppo ardito per la giovane nazione: sette anni dopo, nel 1597,
Bikker d'Amsterdam e Leyen di Enkhuysen organizzavano due compagnie
private per commerciare con le Indie Occidentali, ed i successi di esse
facevano ardere più viva la discussione sull'opportunità o meno d'una
compagnia privilegiata delle Indie Occidentali, per la quale nel 1600
si formulava persino un progetto presentato agli Stati generali per
esaminarlo ed approvarlo.

L'America era però un campo nuovo, in cui era pur sempre possibile
la sorpresa; i mari dell'Africa meridionale e dell'Asia erano invece
in pieno possesso del commercio olandese; e ciò spiega come si agisca
risolutamente in quanto riguarda il commercio con l'Oriente, mentre per
quello coll'Occidente si proceda coi piè di piombo.

Nel 1602 infatti si costituiva la Compagnia delle Indie Orientali, la
cui carta non faceva che attribuire ad una corporazione commerciale i
privilegi signorili accordati in Inghilterra ai Caboto ed ai Raleigh,
favorendo con ciò gli Stati Generali il commercio del paese senza
esporlo ad una guerra in Oriente. Alla nuova compagnia si rivolgeva
qualche anno dopo l'inglese Enrico Hudson, abbandonato nei suoi
disegni dagli armatori di Londra, ai quali nulla fruttavano per quanto
gloriose le scoperte nei mari settentrionali d'America, fatte in quegli
anni dall'ardito esploratore per trovare il passaggio di nord-ovest.
Ascoltato da essa, egli ritentava nel 1609 la ricerca dell'agognato
passaggio sulla «Mezzaluna» con un equipaggio per metà inglese, per
metà olandese: costretto dai ghiacci a tornare indietro toccava la
costa del Maine, quindi il capo Cod cui dava il nome di Nuova Olanda,
credendosene il primo scopritore, ed arrivava sempre costeggiando
verso sud sino alla Virginia, donde rivolta la prua a settentrione
entrava nella baia superba dell'attuale New York, risalendo primo
tra gli Europei lo splendido fiume da lui nominato. Più che per le
bellezze naturali della vallata dell'Hudson, paragonato ancor oggi
col Reno, più che per la rigogliosa vegetazione, la regione scoperta
dall'inglese era importante per la sua posizione, che la predestinava
per secoli a centro del commercio nord-americano. Nei suoi confini le
sorgenti di parecchi fiumi, che versano le loro acque nel golfo del
Messico, nella baia di Delaware ed in quella di Chesapeake; sulla sua
spiaggia dalle rive alte ed in parte scogliose una baia incomparabile,
che veniva continuata, a dir così, nell'interno da un superbo fiume
navigabile, pel quale l'Atlantico era messo in comunicazione coi Grandi
laghi canadesi. Ben prima che l'Hudson gettasse l'ancora in quelle
acque, i selvaggi delle Cinque nazioni s'erano serviti di quei canali
naturali nelle loro escursioni a Quebec, sull'Ohio, sulla Susquehannah:
la civiltà bianca non avrebbe dovuto far altro che imitare con
mezzi centuplicati l'iniziativa insegnata dalla natura ai poveri
indiani. Tornato in Europa nello stesso anno, l'Hudson presentava
una brillante relazione delle sue scoperte ai patroni olandesi, i
quali però rinunziarono lo stesso a ricercare più oltre il passaggio
di nord-ovest. Le Provincie Unite reclamavano tuttavia il possesso
del paese scoperto dall'agente della compagnia olandese; e l'anno,
dopo dei mercanti d'Amsterdam avviavano con esso un primo commercio
regolare, mentre l'Hudson tornato su nave inglese alle sue scoperte
settentrionali periva miseramente, abbandonato su una fragile scialuppa
in balìa delle onde dall'insorto equipaggio.

L'isola di Manhattan divenne il primo rifugio degli Olandesi, i
quali con Adriano Block esploravano qualche anno dopo Long Island,
scoprivano il Connecticut e costruivano nel 1615 col nome di Orange un
fortilizio dove oggi sorge Albany, sentinella avanzata del commercio
olandese cogli Indiani. Il commercio infatti più che la conquista e la
colonizzazione era ancora il fine predominante dei Paesi Bassi in quei
paraggi, chè la colonizzazione della Nuova Olanda dipendeva dall'esito
della lotta civile che dilaniava la madrepatria. L'abbattimento coi
mezzi più violenti del partito ad essa contrario, guidato dal Grotius
e da Olden Barneveldt, ne segnava l'inizio. Nel 1621 infatti si
costituiva finalmente la compagnia olandese delle Indie Occidentali,
cioè una corporazione mercantile investita dalle Provincie Unite
del privilegio esclusivo di trafficare e stabilire colonie oltrecchè
sulla costa africana su quella d'America, dallo stretto di Magellano
all'estremo limite settentrionale. La società, che era aperta per la
formazione dei suoi capitali agli abitanti di qualsiasi nazione ed
annoverava tra i suoi soci gli stessi Stati Generali, era autorizzata
da questi a conquistare paesi ed esercitarvi i poteri sovrani, ma tutto
a suo rischio e pericolo, giacchè il governo non le garantiva affatto
i possessi, considerandosi in caso di guerra come semplice alleato o
protettore. Quanto ai futuri coloni essi venivano lasciati in piena
balìa della Compagnia coll'unica restrizione, che gli atti di questa
dovessero sottostare all'approvazione degli Stati Generali. Lo sviluppo
del commercio olandese in America ben più della colonizzazione era
nondimeno l'obbietto principale della Compagnia; il che non toglie però
che il sorgere di essa non segni l'inizio della colonizzazione per le
rive dell'Hudson.

Nel 1626 infatti si comperava dagli Indiani al prezzo di 60 fiorini
olandesi l'isola di Manhattan, e nel 1628 la colonia di Nuova Amsterdam
contava già 270 abitanti ed esportava per ben 57.000 fiorini di pelli,
che salivano a 130.000 tre anni dopo. Nel 1629 anzi la Compagnia per
favorirne lo sviluppo adottava una carta di privilegi pei patroni, che
volessero fondare colonie nei Nuovi Paesi Bassi. Chiunque nello spazio
di 4 anni fosse pervenuto a fondare uno stabilimento di 50 persone,
ne diventava il _patrono_; il _manor_, di cui il patrono era signore
assoluto, poteva avere una lunghezza di 16 miglia o di 8 miglia per
ciascuna riva se posto su un fiume, ed una larghezza limitata solo
dalle esigenze del luogo, col patto però di comperare dagli Indiani
il terreno; le città che sorgessero in esso doveano dipendere per
l'organizzazione del governo dal patrono, che vi eserciterebbe pure
il potere giudiziario, salvo il diritto d'appello alla Compagnia.
Ai coloni era interdetto di stabilire la più piccola manifattura di
lana, lino o cotone per non danneggiare il monopolio dei fabbricanti
olandesi; raccomandata invece l'agricoltura, per la quale la Compagnia
s'impegnava di fornire ai _manors_ degli schiavi negri, a condizione
però che il traffico ne fosse rimunerativo. La Compagnia si riservava
la sola isola di Manhattan, come stazione commerciale della colonia.

Questa carta di privilegi fu fatale agli interessi non solo del
paese ma anche della corporazione stessa, i cui direttori ed agenti,
i von Rensselaer, i Pauw, i Godyn, i Bloemart non si limitarono ad
appropriarsi i terreni più fertili, ma s'impadronirono pure dei luoghi
più adatti al commercio cogli indigeni. Da ciò una serie di contese
da un lato fra questi latifondisti e la compagnia, che voleva a sè
riservato il commercio coloniale, ed un grave impedimento dall'altro
allo sviluppo agricolo e sociale del paese, ostacolato da quel sistema
feudale di patronato. La dominazione e la colonizzazione olandese
andavano nondimeno guadagnando terreno ed occupavano ben presto anche
l'odierno stato del Delaware.

Un rivale le sorgeva però di contro in quegli anni in un popolo,
sorto pur esso a nuova vita autonoma colla Riforma e come vivificato
allora da uno spirito nuovo. Erano questi gli Svedesi, il cui re
Gustavo Adolfo, intravedendo i vantaggi derivanti al suo popolo
dalla colonizzazione, porgeva facile orecchio ai consigli e progetti
dell'olandese Guglielmo Usselinx passato in Isvezia. Si costituiva
allora, nel 1626, una «_compagnia svedese del mezzogiorno_», rivestita
dagli Stati di Svezia del privilegio esclusivo di trafficare oltre lo
stretto di Gibilterra e di fondare colonie, il cui governo sarebbe
riservato ad un consiglio reale: l'Europa intera poteva contribuire
per via di sottoscrizioni alla formazione del capitale sociale,
cui il re stesso partecipava per circa due milioni, e da ogni parte
d'Europa dovevansi invitare i futuri coloni. Era questa la conseguenza
di quello spirito umanitario, che aleggia in tutto il progetto:
l'accesa fantasia scandinava vedeva già fiorire di là dall'Atlantico
una nuova Svezia, che avrebbe offerto sicurezza «per l'onore delle
donne e delle figlie» dei profughi cacciati di patria dalle guerre
e dal fanatismo, che sarebbe diventata un luogo di benedizione «per
l'intero mondo protestante» o meglio ancora, per usare le parole
stesse del grande eroe svedese, «_totius oppressae Christianitatis_».
Nè la nuova patria si sarebbe macchiata della servitù, instaurata
nelle altre colonie: «gli schiavi, diceva l'«Argonauta Gustaviana»
scritto dell'Usselinx pubblicato nel 1633, costano molto, lavorano
con ripugnanza e soccombono ben presto ai cattivi trattamenti. Gli
Svedesi sono laboriosi ed intelligenti, e noi ne guadagneremo certo
di più coll'impiego d'uomini liberi accompagnati dalle loro mogli
e dai loro figli», parole ispirate oltrecchè dalla coerenza ai
principi fondamentali del progetto, da una larghezza di vedute, da
una intuizione sociale così profonda da sembrare quasi una profezia.
Mentre però si pensava in Isvezia a creare un rifugio per le vittime
della persecuzione religiosa, in Germania si combatteva una lotta la
quale, per quanto determinata da ragioni molto più materiali, mirava
a render impossibile tale persecuzione; cosicchè Gustavo Adolfo,
prima di eseguire i seducenti progetti coloniali, vola col suo popolo
bravo in difesa degli oppressi fratelli a sostegno della libertà di
coscienza pericolante, pur senza dimenticare un momento la progettata
colonizzazione, ch'egli raccomandava al popolo tedesco pochi giorni
prima di morire. Perdeva con lui l'umanità sui campi di Lützen uno dei
suoi più gloriosi benefattori, ma non cadevano con Gustavo Adolfo i
progetti coloniali svedesi affidati alla saggezza del calmo cancelliere
Oxenstiern, che interessava ad essi i governi della Germania, ottenendo
nel 1633 a Francoforte una promessa di partecipazione all'impresa da
parte dei quattro circoli superiori tedeschi.

Ritornato in Isvezia, il grande statista entrava in trattative col
renano Pietro Minnewit, già direttore generale o governatore di
Nuova Amsterdam, che, indicate al sagace cancelliere le rive del
Delaware come le più adatte ad una prospera colonizzazione, partiva
sopra due navi alla volta di quelle sul cadere del 1637, seguito da
una cinquantina di Svedesi e Finlandesi. Arrivati i nuovi coloni sul
principio del 1638 nella baia di Delaware comperavano dagli Indiani il
territorio, che va dal capo meridionale, detto da essi nati sotto il
freddo cielo settentrionale «Punta del Paradiso», fino alle cateratte
del fiume presso l'attuale Trenton, e vi fondavano una colonia. Invano
il governatore di Nuova Amsterdam protestava contro l'usurpazione
d'un territorio spettante alla compagnia olandese; chè da una parte la
fama ed il prestigio delle recenti vittorie proteggevano la bandiera
svedese anche nel Nuovo Mondo, e dall'altra l'energia del governatore
Minnewit ed il fortilizio di Christiana da esso innalzato sventavano
le minacciate ostilità: i limiti olandesi venivano abbattuti e le
tavole, poste in loro luogo, colla scritta: «Cristina regina di
Svezia» dicevano agli Scandinavi che il sogno del loro eroe era
diventato realtà. Il racconto infatti dei successi svedesi, la fama
della bellezza e ricchezza del paese, vi facevano accorrere svedesi
e finlandesi; e la Nuova Svezia, come fu detta, andava ben presto
guadagnando terreno anche nell'attuale Pennsylvania, la quale come il
Delaware deve le sue origini agli Svedesi che fondarono un sobborgo
della futura Filadelfia ben prima che Guglielmo Penn ne divenisse il
proprietario.

La morte del Minnewit avvenuta nel 1641 toglieva però alla Nuova
Svezia il suo appoggio più saldo: ne minacciavano l'esistenza i Nuovi
Paesi Bassi, racchiudenti una popolazione dieci volte superiore alla
sua, mentre non poteva aiutarla la metropoli spossata dalle lunghe
guerre, dilaniata dai partiti, retta da una donna giovane e licenziosa,
avida di celebrità letteraria ma priva affatto di capacità politica.
La potenza svedese dei tempi pur vicini di Gustavo Adolfo non era
più che un ricordo dopo il ritiro dell'Oxenstiern, e la compagnia
olandese poteva senza timore ordinare all'energico governatore di
Nuova Amsterdam, Pietro Stuyvesant, di «scacciare gli Svedesi dai loro
stabilimenti o di costringerli a sottomettersi». Nel 1655 l'ordine
veniva eseguito; la «Nuova Svezia» cessava d'esistere, ritornando a far
parte del dominio neolandese.

Quella tinta cosmopolitica dei Nuovi Paesi Bassi, di cui Nuova
Amsterdam, la città mondiale fin dalle origini, era l'espressione
più genuina, diventava così ancora più intensa. Fondati da gente, che
proveniva da un paese fatto rifugio dei perseguitati d'ogni nazione, si
trovavano sul loro suolo accanto agli Olandesi i figli dei Calvinisti
francesi, degli Ussiti boemi, dei Valdesi italiani, dei Luterani
tedeschi, degli Zuingliani svizzeri, della proscritta razza ebraica
ivi attirata dall'attività commerciale del Nuovo Mondo: l'antico
carattere olandese andava sparendo di fronte a questa immigrazione
cosmopolita, che nel decennio 1650-1660 si accentuava con maggior
forza di prima, trasformando non solo la fisonomia nazionale dei
Nuovi Paesi Bassi ma anche quella economica, col sorgere di fabbriche
e di opifici, coll'entrare in gioco di nuove tendenze ed attività.
«Che tutti i cittadini pacifici, raccomandavano allo Stuyvesant i
direttori della Compagnia, godano della libertà di coscienza; questa
regola ha fatto della nostra città il rifugio degli oppressi di tutti
i paesi; continuate nella stessa via e sarete benedetto». Era questa
la migliore garanzia d'un rapido sviluppo, la politica più confacente
alle domande dei Nuovi Paesi Bassi, che con larga veduta richiedevano
insistentemente «operai ed agricoltori, stranieri e proscritti, uomini
induriti al lavoro ed alla povertà». E la popolazione infatti andava
ogni giorno aumentando, e con essa la prosperità e la ricchezza dovuta
all'agricoltura, alle industrie e sovratutto ai commerci, tra cui non
ultimo per importanza e lucro quello degli schiavi negri, che essa
forniva anche alle colonie meridionali.

Un pericolo capitale però minacciava il dominio olandese, l'espandersi
cioè di quell'elemento anglosassone, che chiudeva a nord ed a sud i
Nuovi Paesi Bassi e dalla vallata del Connecticut s'infiltrava in essi
talmente da riempirne la stessa Manhattan e rendere ivi necessario
nelle ordinanze ufficiali l'impiego delle due lingue, olandese ed
inglese. Città intere non erano popolate più che da emigranti della
Nuova Inghilterra, i quali non si limitavano a soppiantare gli Olandesi
nella fertile vallata del Connecticut, ma strappavano loro una parte
della stessa Long Island. Nella lotta pel suolo tra i _farmers_ della
Nuova Inghilterra, interessati direttamente alla vittoria, ed i servi
dei grandi «_manors_» la vittoria non poteva rimaner dubbia. Che se
poi le tendenze sociali predestinavano alla vittoria questo elemento
invadente, i principi politici di esso rivoluzionavano il paese invaso.

Il concetto puritano della sovranità popolare dava corpo concreto alle
aspirazioni vaghe degli animi, mostrava una meta a quel malcontento,
che l'esclusione da ogni diritto politico, la negazione d'ogni
diritto di riunione, la mancanza della libertà più elementare per lo
sviluppo dell'agricoltura e del commercio, la gravezza dei diritti
di dogana avevano già fatto sorgere nei Nuovi Paesi Bassi, ai quali
s'erano concesse solo delle libertà municipali, analoghe a quelle
della madrepatria, ma non già dei diritti politici individuali, ai
quali s'era assicurata un'aristocrazia commerciale e fondiaria, ma non
già una nazione di liberi ed uguali. Sotto il lievito dell'elemento
neoinglese il malcontento popolare si mutava in aperta agitazione,
che costringeva il duro governatore Stuyvesant a permettere la
riunione di un'assemblea generale, composta di due deputati per ogni
villaggio: primo atto di questa era una petizione, dove i Nuovi Paesi
Bassi chiedevano in sostanza di dipendere direttamente dall'Olanda
anzichè dalla Compagnia delle Indie Occidentali a guisa di «popolo
soggiogato», di avere gli stessi diritti e privilegi degli abitanti
della madrepatria, di non veder introdotta alcuna legge, imposta
alcuna tassa, concesso alcun impiego nel paese senza il consenso
del popolo. Per tutta risposta lo Stuyvesant, convinto in buona fede
dell'incapacità del popolo a governarsi da sè, diceva esser queste
«idee visionarie degli abitanti della Nuova Inghilterra», dichiarando
che il direttore ed il consiglio avrebbero continuato a far leggi come
per l'innanzi e non avrebbero mai reso conto della loro amministrazione
«ai loro soggetti»; ed alla replica dei deputati, che si appellavano
ai diritti inalienabili della natura, rispondeva col disperdere
la convenzione, consolandola col messaggio rude quanto sincero
ch'egli teneva la sua autorità «da Dio e dalla compagnia delle Indie
Occidentali, non già dal beneplacito di qualche suddito ignorante».

La compagnia ne approvava l'operato dichiarando che il rifiuto di
sottomettersi ad imposte arbitrarie era «opposto alle regole d'ogni
governo illuminato» ed incoraggiando lo Stuyvesant a «non far
attenzione all'approvazione del popolo», a «non permettere che esso
si abbandonasse più a lungo a questo sogno da visionario»! Ma questo
sogno era troppo conficcato nelle menti, era un fatto troppo evidente
e di cui era troppo gelosa quella Nuova Inghilterra, donde affluivano
ogni giorno più gli immigranti, per non diventare anche nei N. Paesi
Bassi dolce realtà: a renderla tale s'incomincia ad accarezzare
l'idea di una sottomissione all'Inghilterra. Il vecchio progetto del
Cromwell d'impadronirsi dei Nuovi Paesi Bassi trova quindi ausiliari
nello stesso campo nemico, e la Restaurazione, che lo riprende, mette
alle strette ogni giorno più i possessi olandesi. Dal Nord come dal
Sud, dal Connecticut come dalla Virginia e dal Maryland i coloni
inglesi avanzano pretese su quel territorio, spalleggiati dalla madre
patria, ed ai negoziatori olandesi, che chiedono impotenti per quanto
indignati «dove si trovano dunque i N. Paesi Bassi?», rispondono
con aria provocatrice, mentre li occupano, «noi non lo sappiamo». La
superiorità delle colonie inglesi, dove liberi ordinamenti avevano
fatto sorgere un popolo, su quelle olandesi, dov'erano solo dei
sudditi d'una compagnia commerciale, apparve allora manifesta: mentre
gli abitanti delle prime nell'ora del pericolo sapevano difendersi
da sè medesimi, nelle seconde non solo gli Inglesi, vero «cavallo di
Troia dentro le mura» come li definiva in quei giorni lo Stuyvesant,
ma gli stessi Olandesi rifiutavano di esporre la loro vita per la
Compagnia delle Indie Occidentali. Nè questa d'altra parte poteva
arrischiare una bancarotta per la difesa d'un paese, ch'essa nella
sua grettezza bottegaia considerava come una semplice «proprietà»;
cosicchè i Nuovi Paesi Bassi, non difesi da alcuno, cadevano senza
lottare in mano dell'Inghilterra, la quale, nonostante fosse allora
in piena pace coll'Olanda, mandava nel 1664 una squadra navale a
rivendicare quel paese tra il Connecticut e la Delaware, di cui il
re aveva già investito il duca d'York. Mentre lo Stuyvesant infuriato
metteva in pezzi la lettera dell'ammiraglio inglese, che gl'intimava
la resa di Nuova Amsterdam, i notabili di questa nonchè difenderla
stendevano una protesta contro il governatore; ed al nemico, il quale
dichiarava che avrebbe discusso della resa nella stessa Manhattan, la
deputazione cittadina mandata alla flotta rispondeva che «gli amici
vi erano sempre i benvenuti»! Prevalente dapprima nella lotta etnica
pel possesso del suolo, nella lotta politica in seguito tra le libertà
aristocratiche dell'Olanda e quelle popolari della democrazia puritana,
l'elemento inglese coronava ora la sua vittoria col colpo di mano
della madrepatria: Nuova Amsterdam diventa New York, Orange si muta in
Albany, i Nuovi Paesi Bassi cessano d'esistere, nonostante l'effimera
rioccupazione olandese di New York nel 1673-74, durante la guerra
anglo-olandese.

La sottomissione all'Inghilterra, se unificava i possessi inglesi del
Nord-America dal Maine alla Georgia, smembrava i Nuovi Paesi Bassi,
sulle cui rovine sorgevano col tempo quattro colonie, New York, New
Jersey, Pennsylvania e Delaware. Il duca di York riservava per sè col
nome di New York una parte soltanto dei Nuovi Paesi Bassi, vendendo il
resto ai due proprietari della Carolina, lord Berkeley e sir Giorgio
Carteret. Il nuovo governo di New York si rivelò non meno tirannico
ed arbitrario del precedente, cosicchè continuò anche contro di esso
l'opposizione del paese, deluso nelle sue speranze e deciso non meno
di prima a far trionfare il diritto di governarsi da sè. Nel 1683
finalmente il proprietario inviava un nuovo governatore coll'incarico
di convocare un'assemblea legislativa, e questa si dava una «_carta di
libertà_», che metteva New York nelle stesse condizioni politiche del
Mass. e della Virginia: divenuto sovrano col nome di Giacomo II, egli
violava le concesse franchigie, ma la seconda rivoluzione inglese,
sbalzandolo dal trono, assicurava alla provincia pur sotto forma di
colonia regia le sue libere istituzioni.

L'Inghilterra però non possederà giammai l'affezione di questo paese
ottenuto con la conquista, colonizzato da repubblicani olandesi,
danneggiato dalle leggi commerciali della nuova madrepatria più che
ogni altra colonia, sostenuto nei suoi diritti di fronte all'invadente
prerogativa regia da legisti per la più parte presbiteriani ed allevati
nel Connecticut, eccitato alla lotta da quella stessa classe di grandi
proprietari, i quali si vedevano limitare dalla potenza inglese gli
immensi territori loro concessi senza limiti e senza regola, contestare
il loro titolo ai medesimi, pendere infine sul capo la spada di Damocle
d'una contribuzione fondiaria per atto del Parlamento. Nè, mentre
fa il viso dell'armi ai nuovi dominatori, la prisca aristocrazia
coloniale desiste dalla lotta contro il partito democratico, reclutato
nelle classi popolari, fazioni intestine che non impediscono però
lo svolgimento della florida vita commerciale del paese ed il rapido
incremento della sua popolazione, la quale da 20.000 anime nel 1688
saliva a 96.000 di cui 11.000 negri nel 1754.


§ 2. PURITANI E QUACCHERI NEL NEW JERSEY. — A differenza del
territorio, che il duca di York aveva riserbato per sè, il paese fra le
foci dell'Hudson e la Delaware, denominato New Jersey da uno dei nuovi
proprietari stato già governatore dell'isola di Jersey, era ancora
al 1664 quasi deserto; cosicchè sir Giorgio Carteret, padrone del New
Jersey orientale, e lord Berkeley, padrone del New Jersey occidentale,
dovevano pensare anzitutto a popolare i loro dominii. Consci per
quanto realisti delle seduzioni della libertà, essi cercavano perciò
di attirarvi la maggior copia di immigranti con l'ampiezza delle
concezioni. Sicurezza delle persone e delle proprietà, assemblea
legislativa composta del governatore dei membri del consiglio e d'un
numero almeno uguale di rappresentanti del popolo, affrancamento da
ogni imposta non approvata da essa, libertà di coscienza e di culto
per tutti i cittadini, concessione di terre mediante modesto tributo
richiamarono subito nel paese i Puritani della N. Inghilterra, i quali
stamparono le loro impronte sulla colonia nascente. Favorita dal facile
accesso del paese, dalla produttività del suolo, dalla salubrità
del clima, dalla vicinanza di stabilimenti più vecchi, la corrente
immigratrice non s'arrestò coi Puritani, chè ad essi tennero dietro i
perseguitati del vecchio mondo, i presbiteriani scozzesi ed i Quakeri
in ispecie.

Era quest'ultima una setta eminentemente plebea, basata su uno dei
principi morali più democratici, che mai fossero stati predicati, la
ferma credenza cioè che ad ogni uomo, al contadino analfabeta non meno
che al filosofo, la voce interna della coscienza apra la via della
verità. L'origine di essa si riattacca a quel movimento schiettamente
popolare di emancipazione intellettuale, che dalle teorie di Wickliff
e dalla politica di Wat Tyler giù giù sino alla Riforma aveva avuto
in Inghilterra tutta una storia di sviluppo ininterrotto. L'avevano
predicata uomini semplici, primo fra tutti il fondatore della setta,
Giorgio Fox, figlio di un tessitore del Leicestershire, spirito
melanconico, portato alla meditazione, il quale giovanetto ancora tra
la custodia degli armenti a lui affidati aveva incominciato a meditare
angosciato sul destino dell'uomo e non aveva trovato requie finchè
un giorno del 1646 una gran luce non era discesa ad illuminarlo. Un
uomo, gli aveva suggerito la coscienza, può aver seguito le lezioni
d'Oxford e di Cambridge senza essere per questo capace di risolvere
quel problema dell'esistenza, che può risolvere invece l'analfabeta.
Era stato questo il filo d'Arianna, che lo aveva condotto passo passo
dall'inferno del dubbio alla coscienza tranquilla della verità. Per
giungere a questa bisogna ascoltare la voce di Dio nell'anima nostra;
nessuna setta, nessuna forza del mondo esteriore può dare una regola
fissa di morale; solo la legge che risiede in fondo del cuore, deve
essere accolta senza prevenzioni, adottata senza cangiamenti, obbedita
senza timore.

L'oscuro pastore promoveva così una rivoluzione morale, affermando
la libertà assoluta dell'intelligenza come un diritto innato ed
inalienabile, proprio nell'epoca in cui la Camera dei Comuni ne
compieva una politica abbattendo monarchia e paria. Una mattina che il
prete anglicano, nella chiesa di Nottingham, spiegava coll'esistenza
delle Sacre Scritture le parole di Pietro «noi d'altra parte abbiamo
una parola profetica più certa», Giorgio Fox lo interrompeva gridando:
«No, non sono le Scritture è lo Spirito». L'ultima barriera dogmatica
ed ecclesiastica cadeva così completamente: il Puritano stesso
s'arrestava alla parola delle Scritture, pure rivendicandone la più
ampia libertà individuale di interpretazione; il Quakero cercherà la
verità nel cuore dell'uomo, vero tempio della divinità. Presa la «voce
interiore», oracolo non menzognero, come guida infallibile, il Fox,
che da anglicano era diventato dissidente, termina col rinnegare ogni
organizzazione ecclesiastica; mentre nel campo sociale, convinto della
assoluta eguaglianza tra gli uomini, corollario inoppugnabile della
legge d'amore di Dio, padre comune, rifiuta di levarsi il cappello
davanti a chicchessia, al re non meno che al mendicante, ma ama e
rispetta del pari tutti gli uomini senza distinzione di grado o di
età, di sesso o di razza. Il grande principio veniva così non solo ad
abbattere in piena breccia ogni sorta di compressione, religiosa come
politica, intellettuale come sociale, ma perfino a cancellare ogni
formalità esterna, ogni distinzione di ceto o di grado.

Si capisce perciò l'opposizione, che si scatena da ogni parte
furibonda contro una teoria, la quale sembra sovvertire ogni ordine
sociale, e contro l'apostolo di essa, il quale, credendosi destinato
da Dio a predicarla agli uomini, trae da questa convinzione la forza
per resistere alle persecuzioni, alla prigionia, alla berlina, allo
scherno, alla minaccia ripetuta del capestro, ai travagli d'una vita
errabonda, come la eloquenza altrettanto semplice quanto formidabile
per battere i dottori delle università e convincere le masse, che dalle
campagne in ispecie accorrono a lui e pendono dalle sue labbra. Sorge
così dal seno delle classi inferiori la setta degli Amici o Quakeri
i cui membri, veri crociati della libertà spirituale e sociale, si
spargono per il mondo a predicare il principio sovversivo del «lume
interiore», vale a dire della voce di Dio nell'anima, il nuovo vangelo
dell'affrancamento universale.

Libertà assoluta di coscienza, abolizione d'ogni gerarchia
ecclesiastica sostituita con la semplice comunione dei fedeli,
negazione di caste, di classi, di gradi ed eguaglianza di condizioni
economiche, orrore per la guerra e rifiuto di prender le armi,
resistenza passiva all'oppressione ed al dispotismo, protesta
coraggiosa ed aperta contro ogni forma di ingiustizia, fede cieca
nel progresso morale quale molla del progresso sociale, nella
corrispondenza eterna fra governo e governati, nel trionfo immancabile
della verità e della giustizia sociale confuso con quello della
democrazia, erano i principi religiosi, sociali e politici di questa
specie di filosofia democratica, in cui lo spirito più liberale
dell'epoca s'ammantava dell'entusiasmo della religione. Così, mentre
Pietro il Grande nell'assistere in Inghilterra ad una riunione
di Quakeri esclamava «ch'è felice una società governata dai loro
principi!»; essi vengono dipinti dagli avversari d'ogni chiesa, di
ogni classe, d'ogni colore politico come una «setta abbominevole», i
cui «principi non possono conciliarsi con nessuna specie di governo»
nonchè nella vecchia Europa, nella stessa Nuova Inghilterra. L'odio
generale definisce posa di melanconia la loro aria di preoccupazione,
presunzione sguaiata la loro fierezza, avarizia la loro frugalità,
incredulità la loro indipendenza religiosa; mentre ad estirpare
materialmente la setta si ricorre alle carceri, agli esigli, alla
frusta, alla servitù, alla fame, al patibolo, ai massacri, ai tormenti.
Tutto è inutile però contro questi assetati di giustizia, che vanno
essi stessi ad aizzare gli avversari, rimproverando loro l'ingiustizia,
predicando una legge morale e sociale così stridente con quella
dell'epoca: dal martirio la setta, come sempre avviene, trae nuove
forze e si diffonde non solo in Inghilterra e sul continente, ma anche
e meglio, per le condizioni sociali più favorevoli, nelle colonie
nord-americane, specialmente dopo il pellegrinaggio attraverso di esse,
dal Rhode Island alla Carolina, da parte di Giorgio Fox, che rimaneva
entusiasta della loro libertà.

Nel 1674, qualche mese dopo tale pellegrinaggio, una compagnia di
Quaccheri comperava per mille sterline dal Berkeley la metà occidentale
del New Jersey; ed in esso stabilivasi a Salem, sul Delaware, una
comunità, le cui leggi fondamentali redatte nel 1677 riconoscevano il
principio dell'eguaglianza democratica in un modo altrettanto assoluto
ed universale che quello della setta: per esse nessun potere nè
legislativo, nè esecutivo, nè giudiziario che non derivasse dall'unica
fonte legittima, dalla sovranità popolare esercitata nelle elezioni;
per esse nè servitù, nè schiavitù, nè usurpazione del suolo a danno
degli Indiani, nè altra forma di oppressione politica ed economica;
per esse insomma la nuova società veniva messa su una base altrettanto
semplice quanto ignota al mondo contemporaneo, sui principii cioè
dell'umanità. Era uno stato ideale, una patria conveniente a Fenelon.
Puritani e presbiteriani nella parte orientale, quaccheri in quella
occidentale iniziavano la colonizzazione del New Jersey con un idillio
di operosa tranquillità e purezza di vita, dandogli insieme quel
carattere misto e quel fervore religioso ed intellettuale, che ne forma
una delle caratteristiche più salienti. Unica causa perturbatrice del
paese fu nei primi anni la lotta fra i proprietari della colonia, i
quali avevano ridotto l'opera loro ad una speculazione sui terreni,
lotte che fruttavano al New Jersey orientale per qualche anno, dal 1689
al 1692, l'assenza di qualsiasi governo ufficiale, e terminavano nel
1702 colla cessione d'ogni diritto nelle mani della corona, la quale
riuniva i due New Jersey in una sola colonia regia, che verso il 1754
contava già un 80.000 anime, di cui 6000 negri.


§ 3. PENNSYLVANIA E DELAWARE. — Per quanto importante nella
colonizzazione del New Jersey, il quaccherismo veniva pur sempre
temperato in esso dallo spirito ben diverso del puritanesimo, cui
dovevasi tra le altre la rapida introduzione e diffusione di quel
sistema delle scuole libere, così ricco di risultati nella Nuova
Inghilterra. Dove invece le idee degli Amici possono svolgersi in tutta
la loro pienezza fino al punto che la realtà sociale lo permette,
è nella vicina Pennsylvania, nella colonia cioè fondata da uno dei
campioni della setta, da Guglielmo Penn.

Nato nel 1644 dal grande ammiraglio, che conquistò la Giammaica
agli Inglesi, e tenuto a battesimo dallo stesso duca di York, questo
figlio prediletto della fortuna, che per la nascita, l'ingegno, la
raffinatezza dell'animo, l'eleganza dei modi, sembrava destinato a
brillare alla corte tra la pompa dell'oro e l'ebbrezza del potere,
mostrava invece fino dai primi anni un'indole melanconica, inclinata
all'ascetismo ben più che ai divertimenti della sua età. Giovanetto
ancora si faceva scacciare da Oxford per le idee poco ortodosse ed
il suo entusiasmo per un predicatore quacchero, che l'aveva tocco nel
cuore; e suscitava le collere violente del padre perch'egli, convinto
della vanità del mondo, lungi dal frequentare gli splendidi circoli
della capitale conduceva una vita da anacoreta, a contatto bene spesso
con gente della più umile condizione. Nè le sfuriate paterne però, nè
le seduzioni di Parigi, dove era mandato a convertirsi, nè i viaggi
per l'Europa, che allargavano le sue cognizioni, nè gli studi e la
pratica della giurisprudenza, cui si dava con successo al ritorno in
Inghilterra, guarivano della malinconica austerità il giovane Penn,
il quale veniva confinato dal padre nei suoi possessi d'Irlanda.
Ma qui per l'appunto le parole d'un vecchio «amico» sulla fede, che
vince il mondo, terminavano col convertire alla setta dei quaccheri
l'espulso di Oxford; ed il figlio dell'ammiraglio famigliare del re,
proprio nell'età in cui più gli sorrideva la vita, a ventidue anni,
rinunziava alle lusinghe della fortuna per seguire il sentiero della
virtù: dal carcere, dove era una prima volta gettato per le sue idee,
egli protestava che «la religione, suo delitto e sua innocenza, lo
faceva prigioniero agli occhi dei malvagi, ma lo lasciava padrone
di se stesso». Cacciato di casa dal padre, impotente nonostante
l'angoscia del cuore di cangiare l'inflessibile figlio, canzonato e
rinnegato dagli amici, fuggito come un lebbroso dalla sua società,
comincia pel Penn la vita poco sicura del quacchero infamato, la vita
errabonda di chi senza risorse gira pel mondo a predicare un ideale
incompreso, apostolo entusiasta della nuova fede e teorico fecondo
dei suoi principî. Prigioniero per lunghi mesi nella torre di Londra,
egli non si piega, ma piega anzi con la sua commovente costanza
il vecchio padre, che riconosce nel figlio la propria energia, gli
perdona, lo ammira, lo difende contro nuovi attacchi del prete e del
giudice, lo raccomanda prima di morire al re e al duca di York, che gli
promettono di proteggerlo, e lo incoraggia in sul momento dell'estremo
abbandono col dirgli: «figliuol mio Guglielmo, se tu ed i tuoi amici
persevererete nel vostro semplice modo di predicare e di vivere,
metterete fine al regno dei preti».

Padrone ormai di sè, il Penn impiegava d'allora in poi le sue
ricchezze, i suoi talenti e la sua influenza nel soccorrere i
correligionari perseguitati, guadagnandosi nuova prigionia; insieme
con Giorgio Fox e Robert Barclay andava ad evangelizzare l'Olanda e la
Germania, e di ritorno in patria si dava con più ardore a combattere
in tutti i modi per la libertà di coscienza, in favore dei papisti
non meno che dei quaccheri. Disperando alla fine di veder trionfare
il suo ideale in un paese, dove la tirannide del fanatismo era più
forte che mai, rivolgeva il suo pensiero a quell'America, che fin da
giovanetto era stata il teatro dei suoi sogni di felicità. Ora maturo
d'intelletto, provato e fortificato dalla vita, meditava non solo di
aprire colà un asilo ai correligionari perseguitati, ma addirittura di
fondarvi una comunità in cui potesse incarnarsi l'ideale quacchero.
Spinto dall'entusiasmo pel generoso progetto ed aiutato da potenti
intercessori, già amici del padre, egli riusciva nel 1681 ad ottenere
il possesso del paese ad ovest del Delaware per una estensione di 3
gradi di latitudine e 5 di longitudine.

Era questo per Carlo II un mezzo assai comodo di soddisfare il debito
di 16.000 sterline, che il governo inglese doveva al padre di Penn, e
per l'ardente filantropo il mezzo sospirato di «offrire un esempio ed
un modello alle nazioni», di tentare il «santo esperimento» nel vasto
paese, ch'egli voleva detto Sylvania pel suo aspetto, nome mutato da
Carlo II in Pennsylvania. La riva occidentale della baia di Delaware,
il paese cioè colonizzato già dagli Svedesi, veniva però in sulle prime
conteso al Penn dal duca di York, che voleva riservarselo come una
dipendenza di New York; ma dopo lunghe trattative questi acconsentiva
ad infeudarne il Penn, il quale lo aggregava per pochi anni alla
Pennsylvania nonostante le contestazioni di lord Baltimore, che pure
avanzava delle pretese su quel territorio. La carta, analoga a quella
del Maryland, mentre garantiva al re coll'approvazione delle leggi
dell'assemblea coloniale la sovranità ed al Parlamento coi diritti
di dogana la supremazia commerciale, accordava al proprietario i
soliti privilegi feudali. Che uso il re quacchero, come fu chiamato,
intendesse di fare dei poteri concessigli sul territorio, in cui erano
compresi i principali stabilimenti svedesi e qua e là qualche fattoria
olandese ed inglese, appariva manifesto dal proclama indirizzato nello
stesso 1681 ai suoi sudditi: «Voi sarete governati, era detto, dalle
leggi, che vi darete voi stessi e vivrete come un popolo libero e, se
lo desiderate, come un popolo sobrio ed industrioso. Io non usurperò
i diritti d'alcuno, io non opprimerò alcuno. Dio m'ha ispirato una
risoluzione migliore e m'ha accordato la sua grazia per compierla.
In una parola, tutto quello che degli uomini liberi e temperanti
possono ragionevolmente desiderare, per assicurare e migliorare la
propria prosperità, io lo concederò di tutto cuore. Io supplico Dio di
guidarvi nella via della giustizia e di fare felice voi e dopo voi i
figli vostri. Sono vostro amico sincero, Guglielmo Penn». E poco dopo
egli indirizzava un messaggio agli indigeni della foresta, dichiarando
loro che tutti, essi come lui, erano responsabili della loro condotta
davanti uno stesso e solo Dio, ch'essi avevano tutti la stessa legge
scritta nel fondo del loro cuore e che tutti erano egualmente tenuti
ad amarsi, a soccorrersi, a farsi reciprocamente del bene. Un suo
rappresentante veniva intanto mandato in America coll'incarico di
mantenere lo _statu quo_ sino al suo arrivo, mentr'egli preparava
i mezzi per colonizzare il paese, cominciando con lo spedirvi una
compagnia d'emigranti quaccheri.

Ben più dei piani materiali di colonizzazione, che pur dissestavano il
suo patrimonio aggravandolo di debiti, preoccupava però il suo animo
il pensiero del governo da dare ai suoi sudditi: insensibile agli
allettamenti dell'avarizia e dell'ambizione, come l'aveva tante volte
mostrato, egli rimaneva un momento perplesso di fronte alle seduzioni
del potere assoluto, che sembrava garantirgli l'esercizio illimitato
della sua appassionata filantropia; ma, coerente al suo dogma politico
che «la libertà senza obbedienza non è che confusione e l'obbedienza
senza libertà diventa schiavitù», seppe eroicamente resistere alla
tentazione. «Io mi propongo, decideva, in quanto riguarda le questioni
di libertà, di non lasciare, cosa che non è ordinaria, nè a me nè ai
miei successori, il minimo potere di far del male; io non voglio che la
volontà d'un sol uomo possa divenire un ostacolo alla felicità di tutto
un paese». Con tali idee egli s'imbarcava nel 1682 sul «Welcome» pel
suo possesso americano, dopo aver raccomandato alla moglie di vivere
colla massima frugalità e di fare dei figli suoi degli agricoltori e
delle donne di casa: con sè portava un progetto di governo, ben diverso
da quello di Locke, da sottomettere all'approvazione degli uomini
liberi della Pennsylvania.

Accolto dai coloni con entusiasmo commovente quale padre benefico
anzichè signore, il sovrano quacchero rimontava il Delaware, messaggero
di pace e d'amore ai fratelli bianchi ed a quelli indigeni. Sotto un
grande olmo a Shakamaxon, come lo rappresenta un quadro del West,
Guglielmo Penn circondato da alcuni amici riceveva una numerosa
deputazione delle tribù Lemni Lenape e stringeva con queste un accordo,
ch'era ben più dei soliti acquisti di terreno dagli indiani: era il
riconoscimento della perfetta uguaglianza fra Bianchi e Pelli-Rosse,
la proclamazione degli stessi diritti: «Noi ci incontriamo qui, diceva
il Penn, sul gran cammino della buona fede e della buona volontà; da
alcuna parte non ci riserveremo dei vantaggi; tutto si combinerà con
franchezza e carità.... Io non voglio chiamarvi miei figli, perchè i
genitori reprimono talora troppo severamente i lor figli; nè solamente
miei fratelli, perchè i fratelli sono dissimili. Io non paragonerò
l'amicizia che ci lega ad una catena, perchè le pioggie possono
arrugginirla e gli alberi, cadendo, spezzarla. Noi siamo la stessa cosa
che due parti del corpo d'un uomo, se potessero esser separate; siamo
tutti una stessa carne ed uno stesso sangue». Ed i figli della foresta
commossi: «noi vivremo, dicevano, in buona amicizia con Guglielmo Penn
e coi suoi figli, finchè sussisteranno il sole e la luna». Quanto
progresso da Melendez a Penn, quale abisso tra il contegno degli
Spagnuoli verso gl'Indiani e quello dei Quaccheri!

L'anno stesso dell'arrivo il Penn convocava un'assemblea generale dei
coloni, ma il popolo invece preferiva inviare dei rappresentanti,
i quali in tre giorni compilavano in Chester un primo abbozzo di
legislazione provvisoria improntata ai principi dei quaccheri:
libertà assoluta di coscienza, perfetta eguaglianza giuridica, riposo
settimanale, suffragio universale, approvazione del popolo per le
imposte, abolizione della pena di morte in tutti i casi eccetto
l'assassinio, soppressione del giuramento nei processi, il matrimonio
puro contratto civile, abolizione delle decime, proibizione d'ogni
divertimento sensuale, mascherate, balli, spettacoli, combattimenti
di tori ecc., ne erano le principali disposizioni. Si dava quindi
mano fra lo Schuylkill e la Delaware, su una lingua di terra per
bellezza, salubrità e posizione geografica quanto mai adatta, alla
fondazione di Filadelfia, la città «rustica e verdeggiante» come la
ideava il fondatore, la città «dell'amore fraterno» che nella vita
tranquilla ed operosa delle case nascoste fra i giardini ed i parchi
non doveva smentire il suo nome. L'anno dopo nella capitale nascente,
composta ancora di poche capanne, si riuniva la prima legislatura
provinciale, costituita di 9 rappresentanti per ciascuna delle 6
contee, e fra i tronchi d'alberi abbattuti della foresta redigeva e
datava da Filadelfia, in segno d'augurio, la «carta di libertà» della
Pennsylvania.

Nel presentare ad essa il piano di governo, redatto in Inghilterra,
il proprietario diceva: «voi potete emendarlo, cambiarlo o farvi
delle aggiunte; io sono disposto a fondare tutte le istituzioni
che possono contribuire alla vostra felicità». Dal pieno accordo
tra le due parti uscì una costituzione; che, se ne eccettui la
carica ereditaria del proprietario, faceva della Pennsylvania una
perfetta democrazia rappresentativa: dal diritto di veto riservato al
proprietario in fuori, ogni altro potere era lasciato al popolo, che
non solo eleggeva esso il corpo legislativo ma anche, direttamente
o indirettamente, nominava tutti i funzionari del potere esecutivo e
perfino del giudiziario. Il Penn a differenza di lord Baltimore non
voleva il menomo diritto d'imposta in compenso della sua proprietà e
delle spese sostenute per la colonia, rifiutando anzi la rendita che
la provincia gli offriva con tale intendimento, contento delle vaste
terre riservatesi quale proprietà personale. «Splendida cosa!, diceva
Federico di Prussia un secolo dopo, nel leggere l'organizzazione della
Pennsylvania; tutto ciò sarebbe perfetto se potesse sussistere!»

Le istituzioni democratiche, grazie agli elementi della popolazione
ed alle condizioni del suolo, rimasero salde in Pennsylvania, come
rimasero inalterati verso di essa i sensi del suo fondatore, il
quale, nonostante la rovina del patrimonio speso nella colonia e la
conseguente prigionia per debiti, ancora otto anni prima di morire
scriveva ai coloni: «se nei rapporti che esistono fra noi, il popolo ha
bisogno di qualche cosa da parte mia, che possa renderlo più felice,
io sono dispostissimo ad accordargliela». Così pure si conservarono
buone nei primi tempi le relazioni tra gli Indiani e gli Amici, per
quanto sia pura leggenda che i Quaccheri non abbiano mai avuto molestia
dai Pelli-Rosse. Quello che non rimaneva, nè poteva rimaner saldo era
la sovranità del proprietario ereditario. Quando il re quacchero,
gettate le basi materiali e morali della colonia, s'era imbarcato
nel 1684 per l'Europa, lasciando alla libertà la cura di svilupparsi
da sè, l'addio dei coloni era stato commovente e sincero: egli però
aveva lasciato nel governo della colonia due elementi incompatibili
fra loro, la democrazia da lui fondata e la sovranità feudale cui
non aveva rinunciato. Il Penn infatti non solo si era riservato delle
porzioni considerevoli di territorio come proprietà privata, ma anche
un diritto esclusivo di preempzione del suolo, che egli solo poteva
comperare dagli indigeni per cedere poi mediante canoni ai coloni. La
Pennsylvania attaccò subito il diritto feudale del suo proprietario,
esigendo che la rendita proveniente da tali canoni fosse almeno in
parte destinata a coprire le spese pubbliche. Le agitazioni e le
scissure arrivarono anzi al punto che la Pennsylvania veniva tolta al
Penn dal governo inglese e vi si inviava nel 1693 un governatore; ma
il Penn poco dopo veniva reintegrato nei suoi diritti ed in un secondo
viaggio in America poteva nel 1699 ristabilire la calma nella colonia.
Moriva egli nel 1718 dopo una triste vecchiaia, afflitta da malattie,
da prigionia pei debiti contratti a vantaggio della colonia, da altre
avversità ancora, compenso ben doloroso ad una esistenza tutta spesa,
nonostante l'aspro giudizio del Macaulay, che lo accusa di subdolo
papismo, al culto ed al trionfo della verità e dell'umanità.

La lotta tra democrazia e sovranità feudale, mantenuta dentro certi
limiti durante la vita del Penn dalla gratitudine dei coloni,
avrà libero corso dopo la sua morte, e la storia politica del
paese non sarà altro che una sequela di contestazioni, destinate a
risolversi nella più completa indipendenza popolare. Nel secolo XVIII
infatti la Pennsylvania apparteneva solo di nome ai proprietari ed
all'Inghilterra: in essa il popolo era divenuto più che in ogni altra
colonia padrone di se stesso. La sua legislatura, non composta che di
una sola branca, aveva un'esistenza affatto indipendente; si convocava
e si scioglieva da se stessa senza bisogno d'alcun intervento estraneo:
il diritto di veto negato per lunga consuetudine nonchè al consiglio,
eletto dai proprietari, ai proprietari stessi, e riservato solo al
governatore luogotenente, era reso nella pratica illusorio per la
dipendenza strettissima del governatore dall'assemblea, la quale anno
per anno votava il suo trattamento: la nomina dei giudici, negata ai
proprietari, era riserbata anch'essa al luogotenente, e tali giudici
per di più dipendevano essi pure dall'assemblea pei loro emolumenti: le
imposte erano votate dall'assemblea e da essa percepite col mezzo di
commissari provinciali: ai proprietari era lasciato solo il controllo
sull'ufficio delle terre, ma a bilanciarne l'influenza politica
l'assemblea da parte sua esercitava la più stretta sorveglianza
sull'ufficio dei prestiti e della carta monetata. A tanta libertà
politica corrispondeva l'affrancamento completo del pensiero, garantito
dalla legge. Grazie ad esso la stampa poteva svolgere tutta la sua
efficacia sull'opinione pubblica e nelle mani del Franklin diventare
uno strumento prezioso di libertà per l'intero paese.

Un'altra cosa poi oltre alla sovranità del proprietario doveva
eclissarsi col tempo, il quaccherismo cioè nelle sue applicazioni alla
vita quotidiana. La schiavitù dei Negri anzitutto prese piede anche nel
suolo colonizzato dai quaccheri, nonostante le loro teorie umanitarie
contrarie ad ogni differenza di casta e di razza. Essa s'introduce del
pari nella Pennsylvania, nonostante gli sforzi in contrario del Penn,
il cui primo atto in proposito obbligava ad affrancare i negri dopo
14 anni, e nel Delaware, nonostante i buoni propositi della comunità
svedese dei tempi di Gustavo Adolfo, nonostante che gli Amici colà
venuti di Germania proclamassero ancora una volta che non era permesso
a cristiani comperare o tenere negri schiavi, nonostante il messaggio
di Giorgio Fox ai fratelli del Delaware «che la vostra luce rischiari
gli Indiani, i negri ed i bianchi», nonostante infine l'apostolato
sublime dell'antischiavista John Woolman nel sec. 18º. Se la linea
Mason e Dixon, così detta dal nome dei due commissari che nel 1761
la tracciavano, dopo quasi un secolo di contestazioni fra il Penn
ed il Baltimore ed i rispettivi eredi, separando il Maryland dalla
Pennsylvania, diventerà nel sec. 19º la linea di divisione fra stati
liberi e stati a schiavi, ciò dipenderà anche qui ben più che dalla
filantropia dei quaccheri da ragioni di clima, di suolo, di culture.

Nè solo la schiavitù dei negri, ma il complesso tutto della vita
sociale andrà allontanandosi ogni giorno più dalla rigidità quacchera,
possibile in una setta non già in una società, con lo sviluppo d'una
florida vita economica, dovuta alla fertilità del suolo e più tardi
alle ricchezze minerarie, carbone, ferro, petrolio, del sottosuolo,
con l'aumento rapido della popolazione, che, valutata ad un 12.000
anime tra Pennsylvania e Delaware presi insieme nel 1688, saliva
a 176.000, di cui 11.000 negri, verso il 1754. Di questi coloni, i
quali dall'Inghilterra, dalla Scozia e dalla Germania immigravano
nella Pennsylvania, ben pochi rimanevano fedeli alle costumanze
quacchere, troppo contrarie agli istinti predominanti dell'uomo, alla
sete di piacere, di godimento, di potenza, di ricchezza, ben pochi
comprendevano e pura tramandavano ai figli una religione affatto
filosofica, non confacientesi alle moltitudini per l'assenza completa
di forme e l'altezza sublime dei principî.

L'elemento quacchero infatti rappresenta oggi circa un centesimo della
popolazione della Pennsylvania, ed ancor meno poi del Delaware, di quel
paese cioè che, colonizzato già dagli Svedesi e disputato in seguito
fra il duca di York ed il Penn e poi fra questo e lord Baltimore, aveva
finito dopo alcuni anni di unione con la Pennsylvania per costituire
nel 1702 una colonia regia autonoma. Esulato però grado grado dalla
vita materiale, lo spirito quacchero modificato ma non cancellato
rimase in fondo agli animi, imprimendo l'orma sua quietista nel
carattere d'una colonia, nella cui origine la setta aveva rappresentato
la parte principale: la Pennsylvania conserverà la sua tinta scialba in
tutta la storia americana; non sarà mai, nonostante la sua floridissima
vita industriale, una forza direttiva ed impulsiva della futura
confederazione; in essa non si svolgerà nè lo spirito «yankee» di
cui la Nuova Inghilterra è il laboratorio, nè quello «aristocratico»
del Sud, nè quello «cosmopolita» dell'antica Nuova Amsterdam. Sembra
proprio che le origini cospirassero con la posizione geografica a fare
della Pennsylvania l'anello d'unione tra Nord e Sud, riserbandole
intatta la sua missione storica, quella di stringere insieme le due
parti del paese: il fondatore di essa, Guglielmo Penn, s'adoperava già
nel 1697 per un congresso annuale di tutte le colonie coll'intento
di regolarne il commercio, fatidica per quanto vana divinazione del
futuro; la capitale di essa, Filadelfia, dava i natali meno d'un secolo
dopo all'indipendenza americana e diventava il pegno dell'Unione.


§ 4. CARATTERISTICA DELLE COLONIE CENTRALI. — Non la sola Pennsylvania
del resto ma tutte quante le colonie centrali adempievano alla missione
di avvicinare nel campo sociale e fondere in quello politico, come
congiungevano in quello geografico, le varie parti del paese. Zona
di transizione fra il latifondo coltivato a schiavi ed il _farm_
coltivato dal proprietario, crogiuolo dove la rigidità puritana si
fonde col misticismo quacchero e si tempera di cento altri elementi
cosmopolitici, esse rappresentano un compromesso sociale fra Nord
e Sud, che bene si rispecchia in quel compromesso artistico per cui
nelle colonie centrali la nota letteraria dalla cupa tetraggine della
N. Inghilterra va cangiando rapidamente verso la luce e la gaiezza
del Maryland e della Virginia. Ed in questa zona per l'appunto si
concentra, può dirsi, l'interesse politico della madrepatria all'intero
dominio nord-americano, come suo in ispecie è l'interesse ad una
unione eventuale di tutte le colonie: basti pensare a quella New York,
la quale col suo porto, primo sull'Atlantico, le comode baie ed il
corso dell'Hudson ha in mano le chiavi del Canadà e dei Grandi Laghi,
mentre con la sua frontiera male delimitata all'interno è più esposta
agli assalti degli Indiani ed alle rappresaglie dei vicini Francesi.
Nè, grazie in prima linea a questa cosmopolita New York, il centro è
solo la zona grigia, in cui vengono a fondersi le opposte correnti,
che derivano dalle società compatte e ben caratterizzate del nord e
del sud, ma benanche il laboratorio massimo d'un terzo elemento, che
informerà di sè la vita americana, l'utilitarismo più gretto e feroce.

L'immenso e rapido sviluppo commerciale ed economico dei futuri suoi
Stati, di cui le città sono centri di scambi, officine di produzione
e depositi di mercanzie, favorito dall'origine degli abitanti, divisi
dalla discendenza del sangue ed accomunati solo dall'intento economico,
vi produrrà una classe, di cui l'oro sarà l'unico dio, gli affari
l'unica cosa per cui valga la pena di vivere, una classe dominata dalla
febbre del guadagno e di questo solo curante. La massima inglese che il
tempo è danaro troverà in essa il maggior favore; la legge psicologica
del minimo sforzo la maggiore applicazione. Non perdere un minuto, non
lasciar passare un'occasione, non trascurare la minima cosa capace d'un
effetto utile, diventerà la sua regola d'azione suprema e pressochè
unica: tutto il resto, convenienze sociali non meno di scrupoli morali
o di legami religiosi, passerà in seconda linea.

I moventi più alti dell'uomo, la morale, l'arte, la scienza, la
bellezza, rimarranno in essa annegati per lasciar libero il campo al
solo stimolo economico: il futuro industriale della Pennsylvania per
quanto più illuminato non sarà posseduto dalla febbre del guadagno meno
del negoziante di New York prodigiosamente ignorante. Il senso pratico
diventerà il sesto senso di questi uomini; l'americanata troverà qui
la culla d'origine. Ed invero in questa corsa sfrenata al guadagno,
corsa che non conoscerà nè gli spini della via nè la difficoltà degli
ostacoli, la capacità dello sforzo facendosi ogni giorno maggiore,
lo sforzo stesso diventerà una seconda natura, un vero bisogno,
mentre per contatto si comunicherà dagli individui all'intero corpo
sociale: dissipare una fortuna pur di avere il piacere di rifarla,
ecco un esempio non raro! La riuscita più che i suoi frutti termina
così, ed in ciò la moralità finale di essa, col diventare l'ideale di
questa società, nella quale la vita dell'individuo sarebbe un puro e
semplice gioco di azzardo senza alcun contenuto etico, senza alcun
fine sociale, se la riuscita stessa non fosse da raggiungersi solo
per mezzo dell'individuo e non dovesse risolversi in un vantaggio per
la collettività, come vorrebbe il filosofo dei miliardi, l'americano
Andrea Carnegie, nel suo libro recente «_The empire of business_».



CAPITOLO V

Solidarietà coloniale e rapporti con la madrepatria.

 § 1. Isolamento delle singole colonie e forze destinate a fonderle
   insieme — § 2. Politica economica della madrepatria — § 3.
   Maturità delle colonie per l'indipendenza.


§ 1. ISOLAMENTO DELLE SINGOLE COLONIE E FORZE DESTINATE A FONDERLE
INSIEME. — Le grandi braccia della civiltà attuale, la locomotiva,
il telegrafo, la stampa quotidiana, la navigazione a vapore, che
oggi legano una popolazione di 80 milioni, sparsa sulla metà d'un
continente in una sola nazione, l'anglo-americana, erano sconosciute
o quasi alle tredici colonie disperse nel secolo XVIII lungo la costa
atlantica del Nord-America senz'altro legame che quello della comune
dipendenza dall'Inghilterra. I mezzi di comunicazione e trasporto
fra le colonie erano assai primitivi. Le strade erano rare, spesso
rotte, in molti punti, in vicinanza delle città specialmente, quasi
impraticabili pel fango. Occorrevano sette giorni per andar in
diligenza da Philadelphia a Pittsburgh, quattro da Boston a New York,
tre da New York a Philadelphia: nel 1766 parve cosa miracolosa il
fare in due giorni questo viaggio, tanto che la diligenza ad esso
destinata fa detta «la macchina volante». Dov'era possibile, il viaggio
si faceva per acqua, affidandosi al vento, ragione per cui lo stesso
viaggio ora si faceva in due giorni ora in due settimane. Il servizio
postale era perciò inadeguato e lento quanto mai: talora in inverno una
lettera impiegava settimane per andare da Philadelphia nella Virginia.
Occorrevano decine e decine di giorni perchè le notizie attraversassero
l'Atlantico, un tre settimane circa perchè un'idea attraversasse
tutte le colonie. Pochi i giornali, senza importanza le loro notizie,
limitata per forza ad una piccola area la loro circolazione. Si è
calcolato che il contenuto di tutti i 43 giornali, esistenti all'epoca
della Rivoluzione, non avrebbe riempito dieci pagine dell'attuale _New
York Herald_: le notizie erano tanto scarse, che durante la stessa
guerra d'indipendenza il «_Massachusetts Spy_» per mancanza di novità
pubblicava successivamente l'intera «History of America» del Robertson.
Questo stato materiale di cose sarebbe bastato da sè solo a condannare
le singole colonie a quell'isolamento, che è il fatto caratteristico
della vita americana dell'epoca, quand'anche cento altre ragioni non
avessero a ciò cooperato.

Origini, nazionalità, religione, suolo, clima, forme sociali e
politiche erano diverse, si può dire, da colonia a colonia: nessun
principio di coesione in sulle prime, nessun centro di vita comune
fra queste provincie, che si guardavano con occhio diffidente quando
non geloso, che sembravano riprodurre tutti i dissensi religiosi e
politici della madrepatria, che avevano in una parola una coscienza
così aliena da ogni simpatia intercoloniale, così spiccatamente
individuale, che oggi mal saprebbe concepirla nonchè un europeo un
americano degli stessi Stati Uniti. Nessuna meraviglia pertanto che
il dotto svedese Peter Kalm, viaggiando per le colonie dal 1748 al
1751, rimanesse meravigliato dell'isolamento di ciascuna nelle leggi,
nella moneta, nei piani militari, negli usi sociali; nessun miracolo
se, nonchè nella nota letteraria diversa da regione a regione, nella
stessa lingua, affetta da un arresto di sviluppo in confronto di
quella della madrepatria, si fossero affermate tali differenze che
Beniamino Franklin nel 1752 poteva dire che ogni colonia aveva «alcune
espressioni peculiari, famigliari alla sua popolazione ma straniere ed
inintelligibili alle altre».

Se però l'isolamento è il fatto più appariscente di questa società
coloniale, di cui ogni singola unità sembra tener nelle proprie mani
il destino che essa crede di elaborare a modo proprio e nel proprio
interesse esclusivo, in cui la vita si svolge in tanti teatri separati
quante sono, può dirsi, le provincie; la tendenza alla comunanza, la
solidarietà, è invece la risultante ultima delle forze, le quali la
agitano, colmando lentamente l'abisso che la divide in tanti mondi
nonchè separati discordi, stringendo fra questi i legami indissolubili
della futura nazionalità.

Col succedersi anzitutto delle generazioni i coloni erano andati
perdendo a poco a poco il ricordo della patria individuale, mentre
l'incrocio fra essi aveva creato, nelle sedi più antiche in ispecie, un
tipo nuovo, distinto da quello della metropoli, un tipo che le ragioni
ideali come gli interessi materiali rendevano più attaccato al proprio
paese che a quello degli antenati. Alla formazione di questo tipo, che
non è più inglese od olandese o svedese, ma può dirsi già americano
per le caratteristiche comuni a tutte le colonie da esso presentato,
aveva contribuito l'ambiente fisico. Il cielo abitualmente sereno e
luminoso in gran parte del paese, l'aria secca ed elettrica, i grandi
squilibri di temperatura massima e minima, cause tutte che oggi ancora
trasformano in poche generazioni gli immigranti in un tipo unico,
l'anglo-americano, avvicinandoli non già ai progenitori ma all'elemento
autoctono primitivo, all'indiano, coll'appiattirne i piedi e le mani,
coll'incavarne le orbite, col renderne più scura la pelle, collo
svilupparne le apofisi ossee, coll'esaltarne infine l'attività nervosa
e produrre in essi una capacità di resistenza superiore a quella degli
altri popoli, lavoravano anche allora alla formazione d'un tipo affine
con risultati tanto più rapidi d'oggi quanto minore e più omogenea
dell'attuale era l'immigrazione. Aggiungasi quella fisionomia comune a
tutti i coloni, che viene dall'affinità morale dei loro progenitori:
diversi per razza, per religione, per lingua, i pionieri di quella
società erano tutti fratelli nel vigore della volontà, nello spirito
d'avventura, nella indomata energia; li avesse tratti sulla sponda
americana dell'Atlantico l'amore alla libertà, la passione del nuovo,
il desiderio della ricchezza, erano pur sempre, salvo poche eccezioni,
il fior fiore dell'energia europea.

D'altra parte l'elemento inglese predominante aveva finito
coll'assorbire gli altri, fondendoli nella grande massa anglosassone,
cosicchè tutte le colonie si trovavano avvinte ormai dal grande legame
d'una lingua e d'una civiltà comune. Al nord-est ed al sud infatti del
dominio coloniale s'erano creati due forti nuclei sociali, adatti ad
esercitare il loro influsso su tutto il paese. Nella Virginia la casta
aristocratica dei piantatori, nel Massachusetts la forte organizzazione
delle chiese congregazionaliste, che facevano una cosa sola con lo
stato, avevano inquadrato, a dir così, gli uomini in società compatte,
dotate d'una forza d'espansione capace di assimilare a sè gran parte
dell'intero dominio anglicizzandolo: la Virginia invia coloni in tutto
il Sud, le genti della Nuova Inghilterra non cessano d'affluire nelle
provincie dell'Ovest e dello stesso Sud. Più forte poi di questo
cemento etnico era quello dato da una coscienza comune, basata su
idee radicate in tutte le colonie, più ancora che dalla comune loro
discendenza dall'Inghilterra. L'intervento del popolo negli affari
pubblici, il voto libero dell'imposta, la responsabilità degli agenti
del potere, la libertà individuale, il giudizio per giuria erano
principii, che per avere loro radice nella tradizione inveterata di
libertà civile, compendiata nelle garanzie della _common law_ inglese,
erano sacri per tutte le colonie; come in tutte esisteva, sotto una
forma od un'altra, un governo locale, per cui ognuna in maggiore o
minor grado faceva ed eseguiva da sè le proprie leggi, una autonomia
municipale, per cui ogni comunità amministrava da sè i propri affari.

La libertà ed il _selfgovernment_, ecco il talismano capace di fondere
armoniosamente tutte le differenze etniche, suscitando nel paese una
vita politica più cara agli emigranti della loro lingua materna, dei
loro ricordi, della loro parentela. Olandesi, Francesi, Svedesi e
Tedeschi rinunziavano alle loro rispettive nazionalità per reclamare
i diritti di cittadini inglesi. Unico elemento tradizionale importato
dall'Europa nel nuovo mondo, la _Common Law_ inglese dava alla
libertà americana un passato immemorabile; unico patrimonio storico
comune, essa faceva dell'ideale politico comune una parvenza lontana
di patriottismo. La costituzione civile e politica della madrepatria
era oggetto di venerazione per tutte quante le colonie, le quali non
vedevano nella propria se non una copia migliorata dell'inglese, come
quella che rinchiudeva privilegi addizionali, di cui non godeva la
massa del popolo in Inghilterra. Le franchigie elettorali vi erano
infatti più equamente ripartite, non essendovi l'anomalia di città
prive di rappresentanza e di borghi pressochè scomparsi largamente
rappresentati; l'assemblea si eleggeva in generale annualmente, e
l'epoca di convocazione ne era fissata da una legge fondamentale; la
lista civile in tutte le colonie, salvo una, si votava anno per anno,
e per maggior sicurezza contro le malversazioni e le dilapidazioni
insieme coll'impiego del denaro si notava pure la retribuzione
degli agenti chiamati a dirigere le spese; le libertà municipali
erano più indipendenti e più estese; in nessuna colonia vi era corte
ecclesiastica e nella più parte di esse non vi era chiesa stabilita nè
giuramento religioso per entrare negli uffici pubblici; il villanaggio
e la servitù dei bianchi più non esistevano; permesso a tutti i
cittadini il porto d'armi e dovere civico degli ascritti alla milizia
l'esercitarsi in esse.

Tanta libertà civile, tanto sviluppo di democrazia facevano così
sorelle le colonie in quello spirito di indipendenza, che tutte le
animava nei loro rapporti con la madrepatria; la strenua lotta per la
difesa della carta, su cui riposavano le sue libertà, combattuta ad
intervalli dal Massachusetts dal 1638 al 1685, fino al giorno in cui
gli veniva tolta con la violenza dal governo inglese, non è un caso
isolato ma un semplice episodio di quella gagliardia spiegata sempre
da tutte le colonie regie, a carta o di proprietari, democratiche od
aristocratiche a vantaggio della loro autonomia locale.

Trascurate dal governo inglese, finchè povere ed oscure, le colonie
nord-americane divenute prospere e ricche avevano attirato sopra di sè
l'attenzione della madrepatria; l'ingerenza di questa era aumentata,
gli statuti coloniali erano diventati sempre più uniformi, il tipo
infine della colonia regia aveva terminato col prevalere. In essa la
corona designava con scrittura privata il governatore ed una specie di
gabinetto consultivo o consiglio, il quale formava come la camera alta
della legislatura, mentre il popolo eleggeva la camera bassa: i giudici
di pace e gli ufficiali della milizia erano nominati dal governatore
e dal consiglio, dal governatore o dal re i giudici provinciali, che
conservavano la loro carica secondo il beneplacito del monarca; quanto
alle corti di ammiragliato, i lords dell'ammiragliato vi nominavano
un giudice, un cancelliere ed un maresciallo; i commissari delle
dogane facevano scegliere dei controllori e collettori, di cui ve
n'era uno in ogni porto considerevole. Anche le altre colonie però,
sia quelle corporative a carta, sia quelle stesse di proprietari,
dove originariamente la corona inglese non era rappresentata che dalle
corti di ammiragliato e dai commissari di dogana, dopo la rivoluzione
del 1688, col manifestarsi della tendenza a restringere il potere dei
proprietari, col prevalere della dottrina che si potevano concedere i
territori ma che l'autorità amministrativa doveva esserne riservata
alla corona, erano state sottoposte a forza di modificazioni delle
carte o delle primitive concessioni, o in un modo diretto o indiretto,
al controllo del governo inglese. Ciò avveniva specialmente per
l'amministrazione della giustizia, riguardo alla quale la corona non
solo aveva ottenuto la facoltà di nominare i giudici in quasi tutte
le colonie, ma coll'imporre a tutte il diritto negli abitanti di
appellarsi in Inghilterra, aveva fatto di questa il tribunale d'ultima
istanza di tutte le contestazioni sollevate in America.

Senonchè il metodo adottato di confidare la soprintendenza degli
affari americani ad un «ufficio del commercio e delle piantagioni»
(_Board of Commissioners for Trade and Plantations_), che non aveva
nè voto deliberativo in seno al gabinetto nè accesso presso il re,
lungi dal fissare una volta per sempre quei rapporti politici tra le
colonie americane e l'Inghilterra, sia col re sia col parlamento,
che sin dal principio erano stati vaghi e mal definiti, tendeva ad
aumentare la confusione, a complicare la situazione. L'ufficio infatti
redigeva delle istruzioni senza poterle metter in vigore; prendeva
conoscenza di tutti gli incidenti e poteva far delle inchieste,
dare delle informazioni o degli avvisi, ma non aveva autorità di
formulare una decisione definitiva, perchè il potere esecutivo in
quanto concerneva le colonie era riservato al segretario di Stato
posto alla testa del dipartimento del Sud, cui spettava la direzione
di tutti i rapporti colla penisola spagnuola e la Francia. L'ufficio
del commercio, organizzato in sulle prime col fine di ristorare il
commercio e di incoraggiare le pescherie della metropoli, si vedeva
perciò obbligato d'intendere i lamenti degli ufficiali del potere
esecutivo in America, di loro comunicare le istruzioni, di raccogliere
e di esaminare tutti gli atti delle legislature coloniali, ma non aveva
in definitiva alcuna responsabilità quanto al sistema di politica,
che poteva esser adottato per l'America. In seguito a questa debolezza
congenita i lords del commercio erano sempre disposti ad impazientirsi
alle minime contraddizioni; si sentivano facilmente contrariati ad
ogni disobbedienza ai loro ordini; e non erano che troppo portati a
consigliare i mezzi più rigorosi di coercizione, sapendo troppo bene
che la loro vivacità si sarebbe tradotta nei documenti ufficiali per
poco che essa eccitasse l'orgoglio o svegliasse il sentimento del
ministro responsabile, della corona e del parlamento.

Per quanto però sottoposte tutte col tempo ad uno stesso e quasi
uniforme controllo politico, l'amministrazione delle singole colonie
aveva continuato ad essere affatto separata. Fuvvi, è vero, un momento
che l'Inghilterra meditò l'unificazione di esse in un solo e vero
dominio nord-americano; e ciò, come vedemmo, ai tempi di Giacomo
II, quando l'Andros, venuto nel 1674 come governatore di New York,
si recava nel 1686 in Boston quale governatore di tutte le colonie
nordiche, tentativo che la rivoluzione del 1688 mandava a vuoto:
ma, se ne eccettui questo tentativo di abrogare le carte di alcune
colonie coll'intento di porle sotto una sola amministrazione, non fu
fatto alcun altro sforzo dalla metropoli verso la centralizzazione dei
governi locali. La tendenza fu piuttosto a mantenere delle barriere fra
essi, per quanto il sistema di alienarli l'uno all'altro non sia stato
portato dalla corona inglese al punto, cui ispirò ad esempio la sua
politica la Spagna nel Sud-America.

A dispetto però di qualunque precauzione dell'Inghilterra, le relazioni
degli stabilimenti nord-americani andavano irresistibilmente portandoli
ad una più stretta amicizia. Le colonie specialmente affini per
condizioni di vita, per clima, per suolo, per origine etnica, per
aspirazioni e bisogni di difesa, per costituzione sociale formavano,
nonostante la separazione politica, dei gruppi, di cui l'egemonia
materiale e morale spettava alla colonia più antica o più florida,
a quella che nei suoi caratteri e nel suo sviluppo sintetizzava,
a dir così, l'intero gruppo: le colonie non si dividevano solo
geograficamente, ma anche socialmente in settentrionali, centrali e
meridionali, tre società di cui Massachusetts, Virginia e New York
erano, come vedemmo, i centri storici oltrecchè naturali. Nella
mancanza d'una densità di popolazione sufficiente a sviluppare con la
forza di coesione sociale una comune coscienza, altre cause avevano
sopperito a ciò: nella prima la stretta disciplina religiosa; nella
seconda l'organizzazione sociale fortemente gerarchica; nella terza
la facilità per quanto relativa delle comunicazioni. L'affinità anzi
s'era mutata in certi casi ed in certi momenti in vera e propria lega,
com'era stato delle «colonie unite della Nuova Inghilterra» nel 1643:
tale confederazione, che, nell'assenza di qualsiasi rappresentanza
della metropoli, aveva presentato lo spettacolo d'un potere sovrano
indipendente, aveva mostrato col fatto ai coloni la forza effettiva
dell'unione e lasciato ai posteri un esempio da imitare quando che
fosse. Dove poi l'affinità di vita veniva a mancare, subentrava fra
le colonie un altro legame, che la stessa metropoli andava ciecamente
creando tra esse, un legame più forte d'ogni altro, più pericoloso
per il dominio della madrepatria, la solidarietà cioè degli interessi
economici, violati tutti, nel nord come nel centro come nel sud,
dalla politica economica dell'Inghilterra verso le sue colonie. Le
basi di questa si confondevano, può dirsi, colla stessa concezione
coloniale, prevalente in Europa dal XVI al XVIII secolo, per la quale
le dipendenze erano riguardate solo come sorgenti di provviste, come
mercati privilegiati della madrepatria: nessuna meraviglia quindi che
l'egoismo più brutale presieda a questa politica, che l'Inghilterra,
pur essendo prodiga di libertà civile e religiosa ai coloni americani,
sia loro tanto avara di libertà economica da inceppare sin dagli inizii
a suo esclusivo vantaggio lo svolgimento della loro vita materiale.


§ 2. POLITICA ECONOMICA DELLA MADREPATRIA. — Già all'origine
dell'espansione inglese oltre l'Atlantico Enrico VII, conscio dei
vantaggi che potevano risultare da un monopolio coloniale, pur
accordando i più ampi privilegi agli avventurieri che facevano vela
pel Nuovo Mondo, aveva stipulato che l'Inghilterra sarebbe stato il
deposito esclusivo dei prodotti del commercio di quelle contrade. Gli
sconfortanti risultati dei tentativi coloniali del secolo XVI avevano
fatto abbandonare ai re inglesi tale clausola nelle patenti successive;
ma, non appena nel secolo seguente la colonizzazione si presentò
sotto buoni auspicii, si tornò pure a manifestare lo spirito di
sfruttamento coloniale. La Virginia promette una produzione di tabacco
inesauribile, ed ecco l'articolo ricchissimo diventare oggetto precipuo
della politica inglese a danno dei coloni. Nel 1619 Giacomo I, che già
nel 1604 aveva trovato nella sua antipatia per l'uso del tabacco un
motivo sufficiente per colpirne fortemente il consumo, impone sulla
vendita di esso in Inghilterra una imposta esorbitante e con nuovi
decreti vieta di coltivarlo in Inghilterra, per assicurarsi i lauti
proventi dell'importazione di esso. Carlo I cerca egli pure durante
tutto il suo regno di fare del tabacco una sorgente di lucro per la
corona, dichiarando apertamente che «sua volontà e suo beneplacito
erano di riservarsi per lui solo il diritto di comperare prima d'ogni
altro tutto il tabacco» delle colonie inglesi: solo la fermezza dei
Virginiani e più ancora il disinteresse del popolo inglese per un
monopolio, inteso ad esclusivo vantaggio del re, fecero naufragare tali
disegni, contrari del pari alla prosperità dei coloni ed allo spirito
d'intrapresa dei mercanti inglesi. Ma, quando il re, per riuscire nei
suoi piani, immaginò l'espediente di proibire ai vascelli, carichi di
mercanzie delle colonie, di far vela dalla Virginia per altri porti
che non fossero gli inglesi, tale sistema trionfò come quello che,
proibendo in ultima analisi ogni commercio coloniale per opera di navi
straniere, non otteneva il solo risultato di sacrificare i diritti dei
coloni alla corona inglese ma riusciva ad identificare gli interessi
dei mercanti inglesi con quelli del governo, coalizione destinata
ad opprimere i piantatori americani ancor troppo deboli per reagire
efficacemente.

Il Lungo Parlamento si mostrò più giusto; giacchè, pur cercando nel
1647 di assicurare alla marina inglese il trasporto dei prodotti delle
colonie, richiedeva il libero consenso di queste, riconoscendo così
per compenso il diritto nelle assemblee coloniali di regolare i proprî
interessi economici. Ai porti virginiani soltanto e come semplice arma
di guerra contro una colonia, rimasta fedele alla monarchia, si vietava
nel 1650 ogni commercio con navi straniere; ma coll'adesione della
Virginia alla Repubblica, mentre le si garantivano tutte le libertà
dei cittadini inglesi nati liberi, le veniva concessa pure libertà
di commercio, nonostante l'uscita nel frattempo del famoso «atto di
navigazione».

Nell'ideare infatti questo sistema, il quale, riserbando ai vascelli
inglesi il trasporto delle derrate, preparava in sostanza il monopolio
inglese del commercio coloniale, il Cromwell non era mosso da fini
di lucro a danno delle colonie ma dal fermo proposito di assicurare
al proprio paese la superiorità marittima di fronte a quei successi
olandesi, di cui il Protettore era tanto geloso. La libertà commerciale
aveva fatto la grandezza marinara dell'Olanda. Mentre le grandi nazioni
navigatrici dell'età prima delle scoperte, la Spagna ed il Portogallo,
coi loro torbidi sogni di monopolio del commercio mondiale, con le loro
stolte proibizioni agli stranieri di esercitare il commercio nelle
loro colonie, con le infami confische, le prigionie e le scomuniche
contro i trasgressori di esse, non avevano fatto altro che rivoltare
il senso morale degli altri popoli contro le ingiuste ed esorbitanti
pretese ed alimentare il contrabbando, la pirateria, il saccheggio
dei loro stabilimenti, la cattura o l'affondamento dei loro galeoni
d'oro; l'Olanda, rivendicando ed in teoria per bocca di Ugo Grozio
ed in pratica con la resistenza il principio della libertà dei mari
contro queste mostruose usurpazioni dell'Oceano e dei venti, contrarie
affatto ad ogni senso di giustizia naturale come ad ogni sviluppo
della civiltà, s'era conquistata con la concorrenza commerciale la
superiorità marittima su tutte le nazioni, aveva accaparrato nelle sue
mani il commercio mondiale nonchè quello coloniale. La piccola nazione,
sorta da poco a vita indipendente, non aveva battuto solo i suoi
dominatori, la grande Spagna sui cui domini il sole mai tramontava,
ma tutte le altre nazioni marinare d'Europa: nella stessa Inghilterra
l'arte delle costruzioni navali ormai deperiva, mentre marinai
inglesi s'ingaggiavano sui bastimenti olandesi che s'affollavano nei
porti dell'isola. Geloso di tanta potenza ed infiammato della nobile
ambizione di assicurare al proprio paese il primato sui mari, il
Protettore emanava il suo atto di navigazione, pel quale il commercio
dell'Inghilterra con le sue colonie come col resto del mondo doveva
praticarsi solo da vascelli costrutti nel paese stesso e montati
principalmente da inglesi; mentre gli stranieri non potevano importare
in Inghilterra che i prodotti delle loro rispettive contrade o quelli,
di cui queste erano il deposito riconosciuto.

Tale atto diretto contro il commercio degli Olandesi, dovendo servire
soltanto a proteggere la marina mercantile dell'Inghilterra, non
conteneva perciò alcuna clausola relativa ad un monopolio coloniale
o particolarmente sfavorevole ad alcuna colonia d'America: di per sè
esso non ledeva in nulla la Virginia o la Nuova Inghilterra; Cromwell
non voleva intralciare lo sviluppo economico della Virginia, del
Maryland, della Nuova Inghilterra, ma soltanto fare dell'Inghilterra
il deposito commerciale del mondo, donde la cessione ch'egli si fa
fare di Dunkerque ed altri porti francesi, donde la conquista della
Giammaica ed il tentativo infruttuoso su Hispaniola, donde la lotta
vittoriosa coll'Olanda, donde le trattative con la Svezia nel segreto
intendimento di assicurarsi i porti principali del Baltico. Ormai però
l'abbrivo era dato: l'opera politica di Cromwell, innalzata sull'arena,
crollava collo sparire del suo genio dalla scena politica del mondo; ma
l'opera sua economica, consacrata nell'Atto di navigazione, continuava
ricca dei maggiori risultati. La protezione della marina inglese, una
volta stabilita in modo permanente, diveniva una base essenziale della
politica commerciale dell'Inghilterra: i mercanti inglesi domanderanno
nuovi incoraggiamenti, per quanto meno giustificati, insisteranno
per ottenere il monopolio assoluto del commercio con le colonie, e,
divenuti ormai una potenza, lo otterranno da quel Parlamento, di cui
essi dispongono. Ed ecco infatti che il «Parlamento-convenzione»,
subito dopo la restaurazione degli Stuart, rinnovando l'atto di
navigazione del 1651, lo modificava in modo che da semplice misura,
intesa ad assicurare alla marina inglese il commercio dei porti
inglesi, diventava strumento di monopolio del commercio coloniale,
sacrificando agli interessi della madrepatria i diritti naturali
dei coloni: una clausola infatti diceva «alcuna mercanzia non sarà
importata nelle piantagioni se non da vascelli inglesi, montati da un
equipaggio inglese, sotto pena di confisca».

I bastimenti stranieri si vedevano chiusi così i porti delle colonie,
le quali venivano spogliate ancor più risolutamente dei benefici
della libera concorrenza colla disposizione, che solo i nativi del
paese od i naturalizzati potessero divenire mercanti o fattori nelle
piantagioni inglesi. Nè basta ancora. Si stabiliva che i prodotti
specifici delle colonie americane, come zucchero, tabacco, indaco,
cotone, legno tintorio, ecc., tutta roba che non poteva far concorrenza
ai prodotti inglesi, non potessero esser esportati se non alla volta
dei paesi dipendenti dalla corona inglese, sotto pena di confisca;
mentre le mercanzie, che i mercanti inglesi non trovavano conveniente
comperare, potevano esser imbarcate pei mercati stranieri, quanto più
lontani tanto meglio per evitare maggiormente la concorrenza con le
merci inglesi: una clausola del nuovo atto di navigazione assegnava a
tal fine ai coloni i porti situati al sud del capo Finistère. A misura
poi che nuovi articoli della prima categoria appariranno in America, la
lista ne sarà regolarmente aumentata.

Gli armatori ed i commercianti inglesi non tardano però ad accorgersi
che i guadagni alle spalle dei coloni sono suscettibili di ben maggiori
aumenti; ed ecco nel 1663 una nuova legge proibire l'importazione
nelle piantagioni delle merci europee, che non fossero trasportate
su vascelli inglesi provenienti direttamente dall'Inghilterra. La
madrepatria non s'accontentava così di essere semplicemente il deposito
dei prodotti più ricchi delle sue colonie ma anche delle forniture da
far loro, ed i coloni erano costretti a comperare da essa non solo gli
articoli commerciali inglesi ma anche quelli degli altri paesi. Nelle
colonie stesse però s'annidava un nemico, di cui l'avidità mercantile
della madrepatria cominciava a concepire i più esagerati timori:
lo sviluppo marittimo della N. Inghilterra, la quale esercitava un
proficuo commercio con le colonie meridionali, turbava i sonni degli
armatori di Bristol, di Liverpool, di Londra, ed il Parlamento mosso a
pietà dei loro lagni si decideva nel 1672 ad interdire ai commercianti
della N. Inghilterra di far concorrenza agli Inglesi in quel campo,
ostacolando così con divieti e diritti doganali il libero traffico fra
le stesse colonie.

Tutte queste però non erano che disposizioni isolate, non erano che
l'avviamento ad un vero e proprio sistema di monopolio coloniale:
questo doveva essere l'effetto dell'onnipotenza del Parlamento, creata
dalla rivoluzione inglese del 1688.

Guglielmo e Maria rappresentavano il trionfo del protestantesimo, ed
il loro avvento al trono veniva salutato quindi dalle colonie con un
entusiasmo ignoto fino allora all'America nei suoi rapporti con la
madrepatria. Il fatto però, ben lungi dal segnare un'êra di libertà
irrevocabile per le colonie nord-americane, le dava in piena balìa
d'una aristocrazia commerciale mille volte peggiore per esse del
dispotismo d'un solo, rappresentato dagli Stuart. La rivoluzione del
1688 infatti, pur facendo epoca non solo nella storia inglese ma in
quella delle libertà costituzionali di tutta Europa, quale nuova tappa
nella marcia della democrazia europea, in quanto s'era imposta senza
effusione di sangue con la semplice forza dell'opinione pubblica, in
quanto aveva riconosciuto il diritto di resistenza e misconosciuto il
principio della legittimità per sostituirlo con la teoria del contratto
politico, base della monarchia costituzionale, non aveva mirato per
nulla al trionfo di vasti principî democratici, ma solo dell'antico
ordine di cose. Rivoluzione in nome della storia anzichè del diritto
e quindi essenzialmente conservatrice, essa non aveva rivendicato la
libertà ma le libertà, quelle libertà aristocratiche dell'Inghilterra
che derivavano dall'esperienza del passato, dagli archivi, dalle
carte, dalle prescrizioni, vale a dire i diritti di primogenitura,
le carte delle corporazioni, la paria, le decime, la prelatura, le
franchigie acquistate per prescrizione, le immunità tutte e tutti i
privilegi stabiliti: l'elenco di tali libertà, fatto dalla Rivoluzione,
era diventato la legge fondamentale del paese. Depositario e custode
geloso di esse divenne il Parlamento, che per avere spogliato della
regalità una dinastia in nome della nazione e messane un'altra sul
trono sotto condizioni ben definite, era riconosciuto l'unica sorgente
della sovranità, il padrone assoluto dell'Inghilterra. E di questo
Parlamento non erano parte soltanto i rappresentanti dell'aristocrazia
fondiaria, i _lords_ della camera alta, ma anche e più i commercianti
stretti nelle loro corporazioni, gli armatori, gli industriali, i
banchieri, i rappresentanti in una parola della proprietà mobiliare
la cui straordinaria importanza nella storia sociale dell'Inghilterra
data appunto da questa rivoluzione. L'aristocrazia del capitale, che
dispone della ricchezza e dà al governo i fondi necessari, diverrà
arbitra ben presto dei destini politici e sociali della nazione,
imporrà o romperà pei suoi fini economici le alleanze, susciterà o
troncherà le guerre, regolerà in una parola pel vantaggio proprio,
immedesimato collo sviluppo economico del paese, tutta la politica
interna ed esterna dell'Inghilterra. Le colonie americane, sorte sotto
gli Stuart e favorite indirettamente nel loro sviluppo dalla politica
illiberale di costoro, sfuggivano così al dispotismo politico di essi,
che aveva tentato d'affermarsi in America non meno che in Europa, ma
per cadere sotto la supremazia assoluta del Parlamento, vale a dire
sotto la sovranità di un'aristocrazia commerciale, sorda ad ogni voce
che non fosse quella del proprio interesse: sorta pel trionfo dei
diritti inglesi non già di quelli dell'uomo, la rivoluzione inglese
del 1688 darà maggiore impulso ad una politica coloniale, mirante
solo all'interesse dell'Inghilterra non già alla giustizia naturale,
ad una politica che sacrificherà senza scrupolo i diritti dei coloni
come uomini e come inglesi agli interessi della madrepatria. Il
nuovo sistema politico basandosi ormai sugli interessi permanenti
dei mercanti e degli armatori inglesi acquistò una consistenza ed una
durata, che non avrebbero mai potuto ottenere l'egoismo, i capricci del
momento, il favoritismo degli Stuart.

L'applicazione infatti del sistema mercantile spinto alle ultime
sue conseguenze costituisce uno degli elementi caratteristici della
rivoluzione aristocratica dell'Inghilterra. Nel 1696 gli affari
delle piantagioni venivano confidati definitivamente all'ufficio
già ricordato del commercio e delle colonie, e tutte le questioni
concernenti gli interessi o le libertà dei coloni si decisero dal punto
di vista del commercio inglese. Tutti gli atti anteriori concedenti
qualche monopolio all'Inghilterra sul commercio delle colonie furono
rinnovati e, per realizzarne la stretta esecuzione, si proclamò
rigorosamente l'autorità suprema del Parlamento in materia.

Il commercio coloniale non poteva effettuarsi che da navigli costrutti,
posseduti e comandati da abitanti dell'Inghilterra o delle colonie.
Tutti i governatori, quelli delle colonie a carta non meno di quelli
delle provincie regie, erano obbligati ad impegnarsi sotto giuramento
di far il possibile perchè tutte le clausole di questi atti fossero
puntualmente osservati. Gli impiegati del fisco, in America, erano
investiti di tutti i poteri conferiti per atto del parlamento a
quelli di Inghilterra. Il commercio intercoloniale era stato gravato
d'imposte, il cui pagamento era stato interpretato come un diritto
d'esportare le mercanzie dove che fosse: questa libertà ora veniva
tolta. L'immenso territorio americano fu riservato esclusivamente
ai sudditi inglesi od a coloro che ottenevano dal Consiglio privato
l'autorizzazione di acquistarne una parte. I mercanti inglesi insomma
dovevano ad ogni costo arricchirsi a spese dei coloni, i quali,
obbligati a comperare da essi soli quanto loro occorreva ed a vendere
ad essi soltanto i loro prodotti, venivano danneggiati doppiamente
dalla mancanza di concorrenza, e come consumatori e come produttori,
senza che il popolo inglese fosse messo almeno a parte come consumatore
del disumano banchetto coloniale imbandito al ceto mercantile, il
quale esportava altrove i prodotti coloniali eccedenti la richiesta
inglese. Col crescere poi degli interessi inglesi impegnati nel sistema
coloniale, colla richiesta di lucri a danno delle colonie da parte di
ceti muti fino allora a tale riguardo, della grande proprietà fondiaria
e manifatturiera in ispecie, crescevano pure i pesi iniqui di tale
sistema, non accontentandosi più l'Inghilterra di gravare il solo
commercio esterno delle colonie.

La lana era il principale prodotto mercantile dell'Inghilterra, donde
l'invidia di coltivatori ed industriali per ogni gregge, che belasse,
per ogni fuso, che girasse nelle colonie. Il preambolo d'un atto del
parlamento confessa che il motivo d'una legge restrittiva risiede nella
convinzione che l'industria coloniale «diminuirebbe infallibilmente
il valore delle terre». «A partire dal 1º dicembre 1699, diceva una
clausola, nè lana nè alcun oggetto fabbricato in tutto od in parte
di lana, che sia stato prodotto o manifatturato in una od altra delle
piantagioni inglesi dell'America, potrà esser caricato su un naviglio o
vascello qualunque, sotto alcun pretesto che sia — nè caricato sur un
cavallo, una carrettella od ogni altra vettura — per esser esportato
dalle piantagioni inglesi non importa in quale altra delle dette
piantagioni o in quale altro luogo che si sia». Così i fabbricati
del Connecticut non potevano cercare un mercato nel Massachusetts,
nè esser trasportati ad Albany per scambiarli con gli Indiani. Un
marinaio inglese non poteva comperare della lana a Boston per un valore
superiore ai 40 scellini.

Nella Virginia la povertà obbligava gli abitanti a fabbricarsi da sè
delle stoffe grossolane, se non volevano rimaner nudi: ciò non impediva
ad un governatore regio di esporre con faccia tosta il parere che il
Parlamento avrebbe dovuto proibire ai Virginiani di confezionarsi
i propri vestiti, per rivolgere la loro attività «verso qualche
fabbricazione meno pregiudizievole al commercio della Gran Brettagna»!
Al principio del secolo XVIII i _lords_ dell'ufficio del commercio
rimproveravano alle colonie provviste di carta «d'incoraggiare e
di propagare la fabbricazione della lana e d'altri articoli propri
dell'Inghilterra». La preoccupazione della lana diventava una vera
ossessione per la metropoli, al punto che un agente americano così
ragionava in quel secolo: gli Inglesi non devono temere la conquista
del Canadà, perchè al Canadà «dove il freddo è eccessivo e la neve
copre sì lungamente la terra, i montoni non si moltiplicheranno mai
al punto da permettere lo stabilirsi di manifatture laniere, il che
è la sola cosa che possa rendere una piantagione pregiudizievole alla
corona».

A Boston si costituisce una società per incoraggiare le manifatture
domestiche, ed in seguito ai buoni risultati ottenuti la città
costruisce una fabbrica, incoraggiando con premi i produttori di tela.
Apriti terra! L'Ufficio del commercio s'allarma a tanta iniquità,
biasima il governatore di non averla impedita, spinge la camera
dei Comuni a far un'inchiesta sul fatto inaudito, a proporre quindi
nuove leggi proibitive e tanto fa che alla fin fine la manifattura di
Boston, destinata ad incoraggiare l'industria dell'intera provincia,
va in decadenza, avendo servito soltanto a mostrare la sollecitudine
previdente dell'Inghilterra per le sue colonie.

E come la manifattura della lana così le altre venivano col tempo
vietate. All'America, ad esempio, che era la patria del castoro, veniva
vietato di fabbricarsi i cappelli: chi voleva fare il cappellaio nelle
piantagioni doveva esser stato sette anni apprendista, e nessun maestro
poteva adoperare più di due apprendisti in una volta, coll'esclusione
assoluta dei negri: il commercio poi dei cappelli fra piantagione e
piantagione era assolutamente proibito. Peggio ancora per le industrie
minerarie: impeditole di stabilire alti forni, acciaierie o magone,
l'America doveva rinunciare alle immense ricchezze di ferro, di carbon
fossile, di lignite, che teneva nel seno. Una disposizione della camera
dei Comuni sul principio del secolo XVIII dichiarava che «nessuno nelle
colonie doveva fabbricare mercanzie in ferro di alcuna specie»: ragione
di ciò la gelosia degli industriali inglesi per l'industria americana;
pretesto il fatto «che l'erezione di manifatture nelle colonie tendeva
ad indebolire la loro dipendenza dalla Gran Brettagna». «Dovesse il
nostro potere sovrano di controllo legislativo e commerciale venir
sconfessato, dirà il primo Pitt, io non soffrirei che un solo chiodo di
ferro da cavallo fosse fabbricato in America»!

S'interdiva così agli Americani non solo di fabbricare gli articoli
capaci di far concorrenza a quelli inglesi sui mercati esteri, ma
perfino di fabbricarsi in casa propria e col proprio lavoro gli oggetti
indispensabili alla vita! Si faceva eccezione, è vero, per le industrie
navali: ma ciò non già per dare un qualche compenso a tante enormità,
ma solo per combattere meglio nel campo mercantile le nazioni rivali,
tanto è vero che a siffatto favore s'accompagnava l'estendersi della
giurisdizione del Parlamento su tutti i boschi situati al nord del
Delaware. Ogni pino, non compreso in un lotto individuale, fu ormai
consacrato ai bisogni della marina inglese; e nessun tronco del
territorio vacante, che fosse adatto a fare un albero od un'antenna,
poteva esser abbattuto senza l'autorizzazione della regina! Questa la
carità pelosa del Parlamento inglese, che dai coloni non voleva lana ma
legname per la marina.

Dove però questo sistema mercantilistico si manifesta in tutta la
sua odiosità, è nell'appoggio incondizionato, che dava agli orrori
della tratta africana, fatta parte integrante di esso. Fra le tante
limitazioni al commercio delle colonie, questo ramo era andato
immune, giacchè per quanto dannoso ai negrieri inglesi pure tendeva
ad allargare la schiavitù nelle colonie, cosa d'interesse capitale
per la metropoli. Quando infatti nel secolo XVIII il commercio degli
schiavi fu lasciato libero a tutti gli Inglesi, le città marittime
della Nuova Inghilterra vi parteciparono su vasta scala, accumulando
grandi ricchezze: ancora nel 1789 la città di Boston, che pur sarà la
culla del movimento abolizionista, impiegava nell'infame commercio
una trentina di negrieri! Ma, se vantaggiosa alla classe mercantile
del Nord ed a quella dei piantatori del Sud, la tratta era ancor più
proficua all'Inghilterra: nel Nord come nel Sud i coloni non erano
ignari che la metropoli favoriva il commercio dei negri non solo pel
guadagno economico, che ne ritraeva, ma anche perchè esso, allargando
la schiavitù negra, ribadiva le catene politiche ed economiche che
avvincevano le colonie alla madrepatria. Ad esse la schiavitù avrebbe
permesso solo l'agricoltura, lasciandole così strettamente tributarie
della metropoli nel campo industriale. In un opuscolo politico infatti,
avente per titolo «Il traffico degli schiavi africani colonna e
sostegno delle piantagioni inglesi in America», un mercante inglese
così si esprimeva: «quando fosse possibile sostituire nelle piantagioni
il lavoro dei bianchi a quello dei negri, allora le nostre colonie
recherebbero danno alle fabbriche di questo reame, ed in tal caso
avremmo veramente ragione di paventare la prosperità delle nostre
colonie; ma fino a tanto che noi possiamo provvederle abbondantemente
di negri, non c'è ragione di abbandonarsi a simili apprensioni»; e
più oltre: «il lavoro negro manterrà le nostre colonie nella debita
sommissione agli interessi della madrepatria, perocchè fino a tanto
che le nostre piantagioni dipenderanno meramente dal lavoro dei negri,
non vi sarà pericolo che le nostre colonie rechino alcun danno alle
manifatture inglesi o si rendano indipendenti dal loro impero».

A completare il fosco quadro dei guai arrecati alle colonie
nord-americane dalla politica economica dell'Inghilterra verso di
esse, s'aggiungano le perturbazioni del loro mercato interno dovute
alla viziata circolazione monetaria. Costrette dalla madrepatria a non
intrattenere relazioni commerciali se non con essa ed alle condizioni
sfavorevoli da essa imposte, negata loro ogni altra fonte di credito
che non fosse il mercato inglese, credito tanto necessario a paesi
nuovi bisognosi quanto mai di capitale per sviluppare le ricchezze
naturali del suolo, le colonie si erano trovate ben presto in uno
stato permanente di debito verso la metropoli, a soddisfar il quale
s'era ricorso alle tratte. Coll'uso e l'abuso di queste però le
specie metalliche non avevano tardato a sparire, e l'America era stata
lasciata senza moneta corrente. Allora, data l'impossibilità da tutti
ammessa di conservare una moneta corrente metallica nello stato di
dipendenza delle colonie, queste, comprese del dovere d'ogni governo di
procurare alla popolazione la moneta necessaria agli scambi, avevano
perduto ogni ritegno nel fabbricare carta-moneta; ogni qualvolta
occorreva denaro, il governo coloniale metteva in circolazione carta
monetata pagabile a lunghissima scadenza e garantita sulle terre
pubbliche, vantandosi del doppio risultato di soddisfare ai bisogni più
urgenti del popolo e di creare un cespite di entrate senza ricorrere
a tasse. Vittime così del mercantilismo inglese, nella prima metà del
secolo XVIII tutte le colonie, eccettuata la Virginia che continuava
ancora nel suo sistema di economia naturale, erano ricorse a questo
comodo sistema, il quale coi suoi eccessi aveva fatto sparire a
tal punto la moneta d'oro e d'argento, emigrata in Inghilterra, che
«quando ne capitava, si considerava come mercanzia». I primi frutti
dell'accrescimento fittizio della moneta erano parsi saporiti,
vedendosi l'impulso apparente dato al commercio: ma ben tosto se ne
videro gli effetti disastrosi.

Lungi dal rimediare al male, esso aumentava sempre più la sete di nuove
emissioni, ogni qualvolta in ispecie la classe dei debitori insolventi
otteneva il predominio nelle legislature: il paese era inondato di
carta deprezzata, che ad ogni nuova emissione subiva delle fluttuazioni
nel suo valore con danno enorme di quanti vivevano su salari od altre
rendite fisse, con disordine inaudito del commercio, data l'incertezza
da cui necessariamente erano colpiti i valori in tutti i contratti
della vita giornaliera. Tale incertezza non tardò a guadagnare tutto il
paese. Nel 1738 la moneta corrente della Nuova Inghilterra non valeva
che 100 per 500; quella di New York, di New Jersey, della Pennsylvania
e del Maryland 100 per 160 o 170 o 200; della Carolina del Sud 1 per
8; mentre che la carta della Carolina settentrionale, lo stato per sua
natura meno commerciale di tutti, non era stimata valere a Londra che
1 per 14 e nella stessa colonia che 1 per 10. E con tutto ciò questa
politica non venne mai ripudiata dall'Inghilterra, i cui statisti non
proposero o non manifestarono mai il desiderio di mettere la moneta
corrente interna delle colonie sul piede d'uguaglianza con quella del
gran mondo commerciale: l'America, segregata economicamente dal resto
del mondo se ne eccettui dalla madrepatria, poteva bene anche senza
moneta anzi perchè senza di essa rimanere la tributaria di questa, la
schiava che non sapeva rompere le secolari catene.

Tale politica, che il maggior economista inglese dichiarava «una
violazione manifesta dei diritti dell'umanità», doveva necessariamente
mutare un legame prezioso di pace e d'accordo, quale il commercio, in
una sorgente violenta d'ostilità tra madrepatria e colonie, gettando
in queste ultime il seme indistruttibile della guerra civile: essa
conteneva il pegno dell'indipendenza finale dell'America, giacchè
le relazioni fra essa e la metropoli più non si riducevano ormai che
all'applicazione a suo danno d'una legge fatta esclusivamente dal più
forte ed a proprio esclusivo vantaggio, diritto della forza contrario
ad ogni principio d'equità naturale, che non poteva durare più della
superiorità della forza stessa.

Relazioni siffatte, ponendo la proprietà, l'iniziativa individuale,
l'industria, le libertà dei coloni consacrate da carte, alla mercè e
sotto «il potere assoluto» della legislatura inglese, non potevano
che condurre alla indipendenza del Nuovo Mondo. Gli Inglesi furono
i primi a notare questa tendenza. Già dal 1689 l'insurrezione della
Nuova Inghilterra eccitava l'allarme, come indice del fiero spirito
di libertà dei coloni. Nel 1701 i _lords_ del commercio dichiaravano
in un documento ufficiale «la sete d'indipendenza delle colonie
attualmente evidente». Nel 1703 Quarry scriveva: «Le idee di repubblica
fanno strada tutti i giorni; e se non vi si mette ostacoli in tempo,
i diritti ed i privilegi di sudditi inglesi saranno riguardati
come troppo ristretti». Nel 1705 si leggeva nella stampa: «col
progredire del tempo, i coloni si sbarazzeranno della loro dipendenza
dall'Inghilterra e si daranno un governo di loro scelta»; ed un
pochino alla volta si venne perfino a sentir ripetere «da gente di ogni
condizione e qualità, che il loro numero e le loro ricchezze crescenti
ed inoltre la loro grande distanza dalla Gran Brettagna avrebbero
fornito loro l'occasione, al termine d'un piccolo numero di anni, di
scuotere il giogo della metropoli e di dichiararsi libera nazione,
se non fossero stati domati a tempo e sottomessi alla corona». Molti
personaggi autorevoli convenivano della possibilità di tale avvenire e
della probabilità del suo realizzarsi ad un momento o ad un altro. Un
conservatore moderato americano, il Logan, nel 1728 diceva: «si parla
d'un atto del Parlamento avente per fine di proibirci di confezionare
sbarre di ferro, perfino per nostro uso. Ora io non conosco niente
che possa contribuire più efficacemente ad alienare lo spirito delle
popolazioni di questa contrada ed a scuotere la loro sottomissione alla
Gran Brettagna».

Quando nel 1750 il Parlamento discuteva le misure intese a proibire
l'industria del ferro esercitata dagli Americani, tra l'applauso
dell'Inghilterra e le proteste dell'America, misure di cui l'agente
del Massachusetts sosteneva l'incompatibilità coi diritti naturali
dei coloni, lo stesso realista Kennedy, membro del Consiglio di New
York e partigiano della tassazione per parte del Parlamento, faceva
notare pubblicamente al ministero che «la libertà e l'incoraggiamento
sono la base delle colonie»: «procurarci quanto ci occorre col mezzo
delle nostre manifatture, è cosa facilissima; ed allorchè in tale
circostanza un popolo è numeroso e libero, esso tenterà quanto riterrà
del suo interesse; in tutte le leggi proibitive egli vedrà degli atti
d'oppressione, e specialmente in leggi che, conforme all'idea che ci
facciamo della libertà inglese, non si ha il diritto di discutere o di
proporre: non si possono tenere i coloni in dipendenza impoverendoli»;
e ricordava al ministero il consiglio già da altri suggerito, il quale
diceva che il mezzo di impedire alle colonie di staccarsi era quello di
non farlo loro volere.

Verso quell'epoca il già ricordato viaggiatore svedese, Pietro Kalm,
nella relazione del suo viaggio attraverso le colonie, dopo averne
dipinta l'oppressione economica, scriveva: «Queste oppressioni hanno
fatto sì, che gli abitanti delle colonie inglesi siano meno attaccati
alla propria madrepatria; la qual freddezza è accresciuta per opera
dei molti stranieri, che si sono domiciliati in esse, poichè Olandesi,
Tedeschi e Francesi qui sono misti con Inglesi e non nutrono nessun
affetto particolare per la vecchia Inghilterra. Inoltre v'è assai gente
sempre scontenta, che vede volentieri un mutamento, mentre per di più
crescente prosperità e libertà formano uno spirito pubblico indomabile.
Non solo nativi americani, ma perfino emigranti inglesi mi hanno detto
apertamente che fra 30 o 50 anni le colonie inglesi dell'America
nordica forse formeranno una stato separato, affatto indipendente
dall'Inghilterra».


§ 3. MATURITÀ DELLE COLONIE PER L'INDIPENDENZA. — L'egoismo
mercantile dell'Inghilterra preparava così la via all'indipendenza
politica dell'America, chè la resistenza contro di esso da parte
di un paese destinato dalla natura ad una vita economica e statale
autonoma doveva diventare tanto più forte, quanto più le colonie si
sviluppavano sotto l'aspetto economico e sociale, quanto più stretti
si facevano i loro legami, quanto più energica la loro coscienza di
uomini liberi, quanto più maturo infine diventava il loro processo di
differenziazione dalla madrepatria. In tutto il continente la libertà
nazionale e l'indipendenza guadagnavano ogni giorno più in vigore ed
in maturità. Non era questo un prodotto cosciente della previdenza
e della riflessione, ma il risultato inconsapevole dei rapporti fra
madrepatria e colonie. Il bisogno di libertà economica doveva tradursi
fatalmente in una aspirazione oscura dapprima ma sempre più chiara in
seguito a quell'indipendenza politica, che sola avrebbe assicurato
la prima: l'oppressione economica preparava l'indipendenza delle
colonie in doppio modo, determinando in esse una resistenza sempre
più viva alla madrepatria, sviluppando in esse con la solidarietà
coloniale una coscienza propria diversa non solo, ma in opposizione
con quella della vecchia Inghilterra. Del resto, indipendentemente
anche da ciò, i vincoli nazionali, che avevano unito alla madrepatria
i primi coloni, andavano ogni giorno più rilassandosi: le nuove
generazioni nate e cresciute in America conoscevano la Gran Brettagna
soltanto dai funzionari poco graditi ch'essa loro inviava; imparavano
dalla tradizione essere quella la terra la quale, matrigna più che
madre, aveva bene spesso costretto i loro avi, poveri o perseguitati
dal fanatismo religioso e politico, a cercare in una nuova patria
condizioni migliori di vita; vedevano in essa il governo, dai cui
attacchi dovevano costantemente guardarsi in difesa della propria
libertà: per di più gli emigranti tedeschi, francesi, olandesi, che
dopo una dimora di sette anni nelle colonie ricevevano il diritto
di cittadinanza, non potevano nè nutrire simpatie nè avere riguardi
per l'Inghilterra, freddezza ed ostilità che non poteva essere
controbilanciata in favore della metropoli nè dalla chiesa episcopale
britannica soppiantata nelle colonie dalle chiese rivali, presbiteriani
in maggioranza, puritani, quaccheri, cattolici, nè dal debole elemento
realista di qualche città, come Boston e New York, che per interessi di
solito personali si appoggiava sul governo inglese.

Questo processo di differenziazione dalla madrepatria andava così
maturando le colonie americane, già use a governarsi da sè, per quella
vita statale indipendente, cui sembrava facesse del suo meglio per
spingerle con le gravezze economiche il governo inglese: «le colonie,
diceva giustamente il Turgot a questo proposito, si assomigliano
a frutti, che stanno attaccati all'albero, finchè non sono maturi:
tostochè l'America sia in grado di reggersi da sè, farà ciò che un
tempo fece Cartagine».

Ben prima del 1776, a vero dire, le colonie americane sarebbero
state in grado di governarsi da sè; ma, a parte la coscienza di loro
debolezza di fronte all'Inghilterra, il momento storico e l'interesse
futuro si sarebbe opposto ad ogni idea di indipendenza da essa. Gli
Americani anzitutto non erano semplicemente coloni dell'Inghilterra, ma
erano legati ad un sistema coloniale, che tutti gli stati commerciali
dell'Europa avevano contribuito a formare e che abbracciava tutto il
mondo: un loro tentativo di indipendenza sarebbe stato nel secolo XVII
o nei primi del XVIII non già, come al cadere di questo, il primo
strappo ad un sistema ormai logoro e consunto, una lotta favorita
o almeno veduta di buon occhio dall'Europa, gelosa della potenza
commerciale dell'Inghilterra, ma bensì una insurrezione immatura contro
tutto un sistema ancora vigoroso, rivoluzione commerciale oltrecchè
politica, che la Francia soltanto avrebbe forse tollerato per rivalità
con l'Inghilterra, ma nessun'altra nazione d'Europa avrebbe certo
incoraggiato. I coloni inglesi in secondo luogo liberatisi, quand'anche
l'avessero potuto, dai ceppi economici della madrepatria, si sarebbero
trovati esposti senza difesa alle brame ingorde di quella potenza, che
dal Canada s'era inoltrata nella valle del Mississippi ed aveva spinto
ormai i suoi avamposti sino al golfo del Messico, sbarrando ad essi il
passo per ogni ulteriore progresso. «Tutte le colonie inglesi, scriveva
in una lettera diretta in Francia il futuro difensore del Canadà, il
generale Montcalm, si trovano in floride condizioni, sono popolose e
ricche ed hanno in sè i mezzi per soddisfare a tutti i bisogni della
vita. L'Inghilterra fu tanto folle da lasciar introdurre fra esse arti,
commercio e industria, di permettere loro cioè di spezzare la catena
di bisogni, che le avvinceva alla metropoli e le rendeva dipendenti
da lei. Quindi tutte le colonie inglesi già da un pezzo avrebbero
scosso il giogo, ogni provincia avrebbe formato una piccola repubblica
indipendente a sè, se il timore dei Francesi non le avesse frenate.
Per quanto come signori preferiscano i loro connazionali a stranieri,
si sono fatti una regola di prestare obbedienza alla madrepatria
il meno possibile. Ma aspetti un po' che il Canadà sia conquistato
e i Canadesi e queste colonie formino un popolo, crede lei che gli
Americani seguiteranno, a rimaner soggetti alla metropoli, come prima
l'Inghilterra sembri preoccuparsi soltanto dei suoi interessi? O che
hanno in vero da temere, se si rivoltano?».



CAPITOLO VI

La lotta pel continente.

 § 1. La società franco-canadese e la sua fittizia espansione — §
   2. La lotta politico-commerciale tra la N. Francia e le colonie
   inglesi — § 3. La lotta per la terra.


§ 1. LA SOCIETÀ FRANCO-CANADESE E LA SUA FITTIZIA ESPANSIONE. — Mentre
nella regione costiera, tra gli Allegani e l'Atlantico, s'andava
sviluppando una società anglo-americana, ch'era in gran parte frutto di
immigrazione spontanea, nel paese contermine andava svolgendosi in modo
affatto diverso quella società franco-canadese, la quale era più che
altro una creazione politico-militare del governo, che ne aveva preso
la direzione ed assunto il controllo.

Colonizzazione che mirava a costituirsi una nuova patria, la prima
procedeva in modo normale, non occupando più suolo di quello che
bastasse alla sua attività immediata: commercianti e marinari lungo le
coste, agricoltori nell'interno i coloni inglesi procedevano lentamente
ma vigorosamente con la scure e con l'aratro, mettendo salde radici su
ogni palmo di terreno conquistato fecondato e popolato, creando via via
nuove collettività di uomini liberi attaccati al suolo dalla idealità
della patria non meno che dai bisogni della vita. La colonizzazione
francese invece, come quella che non sorgeva dalle viscere profonde del
popolo, ma obbediva soltanto agli interessi di compagnie mercantili ed
ai fini politici del governo, ha per fine immediato lo sfruttamento
e la conquista del paese. I coloni canadesi non sono sin dagli inizi
che agenti, preti, soldati. Nel 1640, cinque anni dopo la morte
del Champlain, il centro pressochè unico del dominio francese nel
N. America, Quebec, sorpassa appena i 200 abitanti, costituiti in
gran parte da agenti dei «Cento compagni», da servi, da gesuiti e da
monache, senza che la compagnia coloniale possa per mancanza di mezzi
e deficienza di emigranti effettuare il trasporto nel N. America dei
4000 coloni, cui s'era impegnata pel 1643. Poco tempo dopo due mistici
francesi, mossi dal desiderio di convertire gli Indiani, fondano
un'altra società con fini puramente religiosi, ed ottenuta dai «Cento
compagni» un'isola posta alla confluenza del S. Lorenzo coll'Ottawa,
costruiscono ivi nel 1642 Villemarie de Montreal, l'odierna Montreal,
sotto la guida d'un gentiluomo pio e valoroso, il signore di
Maisonneuve.

Cresciuta assai lentamente nei primi decenni, sì da non sorpassare alla
salita al trono di Luigi XIV i 2500 abitanti, la popolazione canadese
riceveva sotto questo monarca un incremento adeguato all'espansione
politica della Francia in quell'epoca. A meglio raggiungere i fini, cui
non sarebbe bastato il capitale e l'iniziativa individuale, sorgevano
allora sotto gli auspicii dell'onnipotente Colbert e l'influsso delle
idee mercantilistiche da lui denominate numerose compagnie coloniali,
fra le quali notevolissima la «Compagnia dell'Occidente» del 1664, cui
oltre a parte dell'Africa, dell'America Meridionale e delle Antille
veniva concessa pure a perpetuità la Nuova Francia. Dal solito omaggio
alla corona in fuori, tali compagnie di nome almeno erano sovrane
assolute del paese, di cui ottenevano il monopolio commerciale,
potendo esse sole fornirlo dei viveri e delle mercanzie necessarie,
esse sole esportarne i prodotti. Prediletto però tra le colonie per
le grandi speranze su di esso riposte e per la potenza dei gesuiti
in esso impegnati, al Canadà rivolgeva speciale attenzione lo stesso
Luigi XIV, desideroso di fondarvi una nuova Francia in tutto simile
all'antica. Venivano a tal fine emanate pel Canadà leggi speciali,
che incoraggiavano con premi in denaro ed altri modi i matrimoni e
la prolificazione; mentre appositi agenti percorrevano le provincie
della vecchia Francia in cerca di emigranti e convogli di donzelle
d'ogni classe, scelte con tutte le cure, venivano mandate ad accasarsi
nel Canadà, e centinaia di soldati del reggimento Carignano vi erano
spediti per mutarsi in coloni essi, in signori feudali di vasti
territori i loro ufficiali. Qualunque personaggio importante poi
avesse voluto passare in America coi suoi servi della gleba otteneva
vaste terre, ch'egli poteva distribuire come gli pareva, colla sola
condizione che il vassallo servisse nella milizia contro gli indigeni
in caso di bisogno: caccia, pesca, molini erano diritti riservati
al signore come nella vecchia Francia. Giovani nobili in cerca di
avventure, baroni spiantati desiderosi di ritornare al primitivo
splendore il blasone avito, ottenevano così con tutta facilità delle
terre nel Nuovo Mondo, tanto che veniva in esso formandosi rapidamente
una nobiltà locale.

Quanto era facile però creare la casta feudale, altrettanto era
laborioso creare quella dei paesani; giacchè, senza contare la natura
del popolo francese in ogni tempo troppo attaccato al suo focolare
per abbandonarlo, lo stesso sistema feudale coi mille gravami imposti
all'agricoltura s'opponeva alla coltivazione d'un paese, che, per
essere vergine, solo dal frazionamento della terra in piccoli lotti,
sufficienti ai bisogni d'una famiglia, avrebbe potuto aspettarsi una
larga immigrazione, mentre pel suo clima e pel genere dei suoi prodotti
non poteva contare sulla schiavitù dei negri. Gli emigranti erano per
conseguenza nella maggior parte delle classi più basse, che non avendo
un tetto in patria erano disposte a tutto pur di migliorare la loro
sorte; ma una volta raggiunte le nuove sedi, l'antica disposizione
al vagabondaggio risorgeva più forte di prima in quell'ambiente così
propizio, traducendosi nella preferenza per la pesca, la caccia, la
vita randagia anzichè per la vita sedentaria e faticosa dei campi. E
quasicchè non bastassero i ceppi imposti al commercio a vantaggio delle
compagnie, i mille privilegi concessi alla chiesa ed al sacerdozio a
danno dei coloni, ed infine, terzo e più gravoso monopolio, il sistema
feudale ad ostacolare lo sviluppo della Nuova Francia, allontanandone
ogni sana immigrazione, anche il più rigido assolutismo accentratore
veniva a toglierle coll'ombra perfino dell'autonomia locale e della
libertà politica, ogni possibilità di movenze.

Il feudalismo infatti, introdotto quale base della società
franco-canadese, non era più quello di vecchio stampo, chè non invano
il cardinale di Richelieu aveva spianato la via a Luigi XIV: anche
nelle colonie come nella madrepatria la volontà regia, sinonimo
di accentramento, conservavasi superiore alla potenza feudale; e
per quanto il Canadà fosse ceduto di nome ad una lega di mercanti,
questi, contenti del monopolio delle pelli, ne lasciavano arbitro
pur sempre il monarca, il quale lo trattava in tutto e per tutto come
una provincia francese che da lui direttamente dipendesse. Conservata
pertanto ai grandi signori feudali una certa giurisdizione entro il
loro territorio, il governo centrale fu affidato ad un governatore,
cui spettava comandare le milizie e dirigere i rapporti colle colonie
straniere e colle tribù indiane; ad un intendente regio, che vigilava
le finanze, i tribunali, i lavori pubblici, le faccende amministrative,
e di tutto, la condotta del governatore compresa, faceva ogni anno
minuzioso rapporto al sovrano; ad un consiglio supremo o corte di
giustizia, che formava il più alto tribunale d'appello, salvo pei
casi concernenti il re o le relazioni tra signori e vassalli, che
competevano al solo intendente: questi i signori assoluti del Canadà,
ai cui abitanti veniva tolto ogni e qualsiasi partecipazione agli
affari pubblici, sia d'interesse locale che generale.

L'assolutismo e l'accentramento della madrepatria dovevano regnare
qui pure; cosicchè quando l'energico conte di Frontenac, nominato
governatore, nel 1671, costituiva alla meglio e convocava in Quebec
i tre ordini tradizionali della nobiltà, del clero e del terzo
stato, il Colbert gli scriveva: «La sua convocazione degli abitanti
per prestare il giuramento di fedeltà e la divisione di essi in tre
ordini può avere avuto, pel momento, buoni effetti, però è meglio per
lei aver di continuo presente che ella nel governo del Canadà deve
sempre attenersi alle forme vigenti presso di noi. E dacchè i nostri
re, da lungo tempo, hanno reputato conveniente di non radunare gli
Stati generali del regno, per sopprimere forse l'antica consuetudine
senza dar nell'occhio, sarebbe suo obbligo di dare solo rarissimamente
o, per esprimermi con maggiore precisione, di non dar mai una forma
corporativa di governo agli abitanti del Canadà».

Struttura intima e costituzione politica coincidevano così col
bisogno economico di quella società per farla quanto mai atta ad
effettuare il poderoso disegno francese d'espansione territoriale,
che ideato in Francia veniva elaborato per ragioni politiche e
personali da governatori ed intendenti sul suolo stesso del Canadà,
sotto l'influenza immediata delle circostanze locali. Ben più che
dell'agricoltura il paese viveva del commercio delle pelli, donde la
necessità di strade libere e d'uno spazio praticamente illimitato,
necessità cui la popolazione obbediva tanto più volentieri, in quanto
era costituita anzichè da uomini liberi ed indipendenti, attaccati
al suolo della nuova patria, da coloni che vivevano in uno stato di
servitù temporale e spirituale, da agenti di compagnie commerciali, da
avventurieri senza patria, da soldati, tutta gente che il desiderio
di lucro, lo spirito di ventura e la disciplina militare facevano
cieco strumento dei capi. Lo spirito di ventura, la grandiosità dei
progetti senza la forza di poterli eseguire, la vastità del fine
senza i mezzi corrispondenti, l'immensità in una parola dei territori
dominati senza una densità di popolazione adeguata nonchè a coltivarli
a difenderli, dovevano essere le caratteristiche necessarie di questa
colonizzazione, così diversa dall'inglese. I coloni francesi infatti,
anzichè diboscare, coltivare, popolare il suolo occupato, come quelli
inglesi, si accontentano di appendere piastre di piombo, in cui è
incisa l'insegna francese, d'intagliare gigli e croci negli alberi più
alti, mirando solo ad occupare militarmente gli sbocchi delle vallate
ed i punti strategici, dove il fortilizio funge ad un tempo da stazione
commerciale, da casa per le missioni, da luogo di rifugio in caso di
bisogno pei rari agricoltori, che costruiscono sempre le loro case
lungo la riva dei fiumi.

La stessa conformazione geografica del paese favoriva l'espansione
della società franco-canadese. Da nord a sud, dai Grandi laghi al
Golfo del Messico nessun ostacolo naturale sorgeva ad arrestarla: i
suoi figli non avevano che da seguire la corrente del Mississippi e
dei suoi affluenti e subaffluenti per disperdersi in tutta la immensa
contrada; mentre la colonizzazione inglese, a prescindere anche dal
suo carattere affatto diverso, solo nell'aumento della popolazione
avrebbe trovato l'impulso a superare quella barriera degli Allegani,
che la obbligavano a concentrarsi nello stretto versante dell'Atlantico
prima di espandersi nel cuore del continente. A differenza così
degli Inglesi, i Francesi gettano i lor germogli in tutte le
direzioni, perdendo in profondità quanto guadagnano in estensione,
s'internano nelle regioni più selvagge, esplorano e conquistano di
nome un continente, senza riuscire a metter salde radici che in una
piccolissima parte di esso, nella vallata cioè del S. Lorenzo e su un
lembo del Golfo. Mentre i coloni inglesi al soffio della libertà si
moltiplicano in modo meraviglioso nella stretta zona loro riservata,
sull'area immensa pretesa quelli francesi, nonostante gli sforzi del
loro governo, anzi a causa di questi, da 3418 nel 1666 non salivano
che ad 82.000 nel 1759. Se il fanatismo religioso non avesse acciecato
i dominatori della Francia, e gli Ugonotti dopo la revoca dell'editto
di Nantes avessero potuto trovarsi un asilo di pace tra le selve
americane, le valli dell'Occidente si sarebbero popolate d'una gente
laboriosa ed onesta, che avrebbe assicurato alla Francia un immenso
dominio; ma ciò non permise il carattere religioso di quella conquista,
di cui erano strumento principalissimo i Gesuiti. Ed invero, mentre
il mercante attirava l'Indiano colla compera delle pelli, il prete
lo soggiogava con la conversione al cattolicesimo. Se l'introduzione
infatti d'una gerarchia ecclesiastica privilegiata nelle nuove terre
fu di grave danno allo sviluppo progressivo di esse, non fu però meno
favorevole alla rapida dominazione di mezzo il continente: la chiesa
cattolica più ancora dello spirito d'intrapresa commerciale, più della
stessa ambizione politica, portò la potenza della Francia nel cuore
del Nord-America. Essa fondò Montreal ed innalzò nel Canadà ospitali
e seminari insieme cogli altari; i suoi monumenti ed i suoi nomi si
trovano sempre accanto a quelli della feudalità; i suoi militi più
valorosi, i Gesuiti, hanno spianato sempre la via alla dominazione
politica, chiudendo bene spesso con la morte eroica del martire una
vita intessuta di sacrifici ignoti al mondo civile nonchè ricompensati.
Obbediente alla voce del dovere ed a quella del cuore ardentissimo,
il gesuita, imparata la lingua dell'Hurone o dell'Algonchino, si
recava impavido fra le erranti tribù; sacerdote le convertiva, maestro
le educava, commerciante le impiegava a vantaggio della compagnia,
assennato politico le amicava alla Francia.

La cura dei Gesuiti per gli Indiani rientrava del resto nel piano
generale della politica francese, dei cui successi il trattamento
fatto agli aborigeni era cagione non ultima. Alla Nuova Francia era
sconosciuta quella rigida barriera, che nelle colonie inglesi separava
il bianco dal rosso: in esse non solo il governo s'adoperava con
ogni cura di cattivarsi le tribù indiane per farle ausiliarie del suo
commercio ed alleate contro i suoi nemici, gli Inglesi, ma gli stessi
coloni trattavano da pari a pari gli indigeni. Lungi dal deriderne
le idee religiose, gli usi ed i costumi, i Francesi mostravano
di apprezzarli anzi cercavano addirittura di imitarli: lo stesso
Frontenac, se dovea recarsi presso un capo, si pitturava come lui e
come lui ballava la danza guerresca; se un capo alla sua volta veniva
a visitare un forte francese, le salve dei cannoni lo salutavano ed
i brillanti ufficiali, cui non erano ignote magari le seduzioni di
Versailles, lo accoglievano come ospite onorato alla loro tavola.

Mentre tale politica cercava d'infrangere idealmente la barriera, che
altrove esisteva tra bianchi e rossi, la rompeva materialmente quella
razza mista, che risultava dall'incrocio tra essi, e più ancora quella
classe di rinnegati della civiltà, i quali dalla lingua e dal colore
in fuori per nulla più si distinguevano dagli indigeni. Era essa
costituita specialmente da quei _coureurs de bois_ o scorritori di
boschi, da quelle centinaia e centinaia di refrattari alla vita civile,
che facevano da intermediari fra i mercanti e gl'Indiani, e guidavano i
canotti dei primi sui laghi, sui fiumi. Dispersi nella solitudine delle
foreste, questi vagabondi rinselvatichivano e nel contatto con gli
indigeni si sprofondavano nella più oscura barbarie. Dimenticato ogni
vincolo di sangue, bandito ogni ricordo della patria e della civiltà,
diventavano affatto simili ai selvaggi nella vita e nei costumi, più
feroci di loro nell'animo: conducevano la vita del _wigwam_, dove
passavano sdraiati le giornate d'ozio, con la pipa in bocca, mentre la
loro donna, per lo più indiana, preparava la selvaggina; si ornavano
i capelli di piume, si tatuavano, gareggiavano col pellirosso nella
caccia, nella danza, nel canto, nello stesso _skalp_. Al di sopra
di questi rifiuti della civiltà stavano quegli avventurieri, nobili
bene spesso, che per un bisogno irresistibile di libertà sconfinata,
per amore di lucro, per desiderio di fama, per spirito di conquista
si davano alla vita errabonda: mescolati colle tribù indiane, ne
diventavano oracoli in pace e condottieri in guerra; seguiti da bande
di _coureurs de bois_ esercitavano di contrabbando il commercio delle
pelli, che monopolizzato dalle compagnie era prescritto ai privati da
regi decreti; accompagnati da pochi entusiasti esploravano il corso dei
fiumi, rivelavano al mondo civile catene di monti, gettavano le prime
fondamenta di future città.

Determinata da moventi politici religiosi e commerciali anzichè da una
vera corrente immigratoria, la colonizzazione della N. Francia aveva
così plasmato una società quanto mai atta a raggiungere i fini, per cui
era sorta, una società feudale e militare, aggressiva ed espansionista
per eccellenza, che sarebbe stata la nemica naturale della società
agricola e mercantile dell'America inglese, quand'anche profonde
rivalità politiche tra Francia e Inghilterra non le avesse spinte alla
lotta per la supremazia e la conquista dell'intero continente.


§ 2. LA LOTTA POLITICO-COMMERCIALE TRA LA N. FRANCIA E LE COLONIE
INGLESI. — Basandosi sulla scoperta del Caboto, gli Inglesi reclamavano
tutto il paese dal Labrador al nord ai possessi spagnuoli al sud,
dall'Atlantico al Pacifico. I Francesi invece, negando ogni valore al
preteso diritto di scoperta, basavano sull'occupazione e più ancora
sulla fortificazione dei punti strategici occupati il loro diritto
sulla vallata del S. Lorenzo, sui Grandi Laghi, sulla vallata del
Mississippi. Non si trattava dunque soltanto d'una lotta tra Francia
e Inghilterra per la baia d'Hudson e l'Acadia, come sembrava in sulle
prime, nè d'una tra Nuova Inghilterra e Canadà per le pescherie
di Terranova; ma il grande duello, concernendo in teoria l'intero
continente, doveva avere per obbietto la conquista di esso, non appena
le pretese territoriali delle due metropoli avessero trovato sul luogo
ragioni ineluttabili di lotta senza quartiere tra coloni francesi ed
inglesi. Nè queste mancavano; senonchè, prima d'assumere la forma d'una
lotta per la terra, la grande contesa assumeva la forma di una lotta
commerciale. Inglesi e Francesi si disputavano infatti il primato nel
commercio delle pelli dell'intero continente, servendosi gli uni e gli
altri a tal fine delle bellicose tribù indiane. Le regioni occidentali
in ispecie attorno ai Grandi laghi erano tutte in mano di tribù, che
direttamente o indirettamente subivano l'influenza francese; cosicchè
la produzione di pelli e pelliccie di buona parte del continente
terminava in mani francesi. Favorevoli invece alle colonie inglesi
erano nei primi tempi gli Irochesi, i quali dipendevano economicamente
dal mercante olandese ed inglese, che somministrava loro in cambio
delle pelli di castoro le armi da fuoco, la polvere, il piombo,
l'acquavite, le stoffe dagli smaglianti colori, gli articoli tutti
di cui l'europeo aveva creato in essi il bisogno. E poichè il loro
territorio non bastava ad appagare la richiesta di pelli, i «Romani del
nuovo mondo», fidenti nel terrore che ispirava la lega delle Cinque
nazioni, si accingevano coll'aiuto inglese ad impadronirsi di tutto
quel traffico ed a trasferirlo nelle mani dei loro alleati, soggiogando
le tribù propense alla Francia, disegno la cui attuazione avrebbe
rovinato il Canadà. Da ciò uno stato pressochè permanente di lotta
lungo i confini, dalla parte della Nuova Inghilterra e di New York in
ispecie, lotta che si mutava in vere e proprie guerre intercoloniali
quando sopraggiungevano altre cause interne od esterne di dissidio, le
guerre tra Francia e Inghilterra in prima linea.

L'indiano, alleato al bianco, conduceva la guerra all'uso nazionale,
portandovi tutta la crudeltà innata; ed il bianco pieno d'odio e
smanioso di vendetta lasciava fare o perfino aizzava alla ferocia il
selvaggio: cosicchè, se il nome solo di Canadà rievocava alla mente
dei coloni inglesi lugubri scene di stragi notturne, d'incendi, di
donne e bambini sorpresi e sgozzati; d'altra parte i loro alleati,
gli Irochesi, in una sol volta, bruciato Montreal, scannavano due
mila persone e ne facevano prigioniere altrettante. In questa lotta
pel commercio, sia che il movente venisse dalle rispettive metropoli
sia che risiedesse in antagonismi etnici e religiosi od in rivalità
economiche, il più forte era il francese. Mentre infatti la Nuova
Francia, senza agricoltura, senza industria, compatta ed obbediente
ciecamente ai suoi capi, era organizzata, può dirsi, per la guerra;
le colonie inglesi date all'agricoltura, al commercio, all'industria,
divise in governi separati, rette a democrazia e perciò in mano ora
d'un partito favorevole alla guerra ora d'uno contrario, agitate bene
spesso da interni dissidî, male sorrette dalla madrepatria, prive di
truppe, di organamento militare, di capi erano assai meno adatte alla
lotta. Aggiungi le condizioni locali dei due paesi; chè non solo la
frontiera esposta agli assalti del nemico era senza confronto meno
estesa dalla parte francese che dall'inglese; ma le abitazioni stesse
per esser costrutte lungo la riva dei fiumi davano agio ai coloni
francesi di rifugiarsi in caso di pericolo nel forte più vicino,
bene armato e difeso, mentre i poderi ed i casali dei coloni inglesi
dispersi tra le foreste, lontani da ogni centro fortificato, non
permettevano agli abitanti di riunirsi in breve tempo e difendersi
al sopraggiungere delle orde indiane o delle bande canadesi, che
piombavano di notte sulla preda, incendiavano e scannavano senza
misericordia, ritirandosi indisturbati col loro bottino.

Le cose doveano procedere però diversamente il giorno, in cui la lotta
pel primato commerciale si fosse mutata in lotta per la terra, ed il
sentimento della propria conservazione avesse trascinato in essa tutte
quante le colonie inglesi: allora i pacifici agricoltori combattendo
_pro aris et focis_ sarebbero diventati soldati invincibili, e la
società democratica dell'est del continente, più ricca, più colta, più
popolosa sopratutto, trascinata dalla necessità economica e dalla nuova
idealità della patria, avrebbe soppiantato quella feudale-militare
dell'ovest. Il giorno venne quando le colonie inglesi, che s'erano
sviluppate per forza propria, senza alcun aiuto estraneo, senza seguire
alcun piano determinato di capi o di principi, superati gli Allegani,
si trovarono sbarrato il passo per un ulteriore sviluppo dai Francesi,
signori oramai dell'intera vallata del Mississippi.

Il disegno del Colbert di estendere la dominazione francese a tutto
l'interno del continente americano, limitando gli Inglesi alla stretta
zona costiera dell'Atlantico, gli Spagnuoli alla Florida, diventato
programma pratico dei governatori ed intendenti canadesi, Frontenac,
Talon e De Courcelles in ispecie, aveva cominciato ad effettuarsi dopo
che un illuminato e geniale avventuriero di Rouen, Roberto Cavalier de
la Salle, aveva dischiuso alla colonizzazione bianca la vallata del
gran fiume. Nato di agiata famiglia borghese nel 1643 ed educato in
un seminario di gesuiti, il La Salle era partito poco più che ventenne
per la Nuova Francia in cerca di fortuna e di gloria. Confinato nelle
solitudini dell'alto Canadà, dove aveva ricevuto in dono dai gesuiti
vasti terreni, il giovane ardente, di cui la descrizione dei viaggi
di Colombo e delle avventure di Soto eccitavano la fantasia, aveva
ripreso il vecchio disegno, condiviso da tanti altri esploratori
prima di lui, di trovare un passaggio per il Pacifico, una via
commerciale per la China ed il Giappone, via che poteva forse esser
data da quel grande fiume, che gli Indiani gli dicevano sboccare nel
mare dopo mesi e mesi di navigazione. Animato da questa fede, egli
aveva già esplorato nelle sue spedizioni il corso dell'Ohio e forse
dell'Illinois, quando il canadese Luigi Joliet lo preveniva il 1673
nella scoperta del Mississippi, di cui discendeva la corrente sino alla
confluenza dell'Arkansas, mettendo in sodo il fatto che il Mississippi,
anzichè nel mare della Virginia o nel Pacifico, sboccava nel Golfo
del Messico. Piantare sulla riva di questo, a dispetto di Spagnuoli
ed Inglesi, la bandiera francese, trapiantare la civiltà francese dal
rigido Canadà nella prodigiosa vallata del «padre dei fiumi» e mandare
direttamente in Europa i tesori di essa, divenne da allora il fine
immediato dell'entusiastico La Salle. Ottenuta in Francia pei suoi
meriti insieme con una patente di nobiltà la concessione del forte
Frontenac, l'odierna Kingston, presso il lago Ontario, ed un monopolio
commerciale, della sua rocca, donde avrebbe potuto senz'altro rischio
sfruttare il traffico d'un continente intero, egli fece la vedetta da
cui gettare ben più lungi lo sguardo aquilino, la base d'operazione per
esplorare e colonizzare l'intera vallata del Mississippi. Dopo anni di
progetti e di tentativi, condotti con energia meravigliosa in mezzo
ad ostacoli insuperabili, a pericoli formidabili, tra la gelosia dei
mercanti canadesi suoi emuli e la sorda ostilità dei gesuiti minacciati
nella loro potenza, il La Salle, aiutato nei suoi disegni e sorretto
nei momenti più terribili da un veterano italiano, Enrico de Tonti,
arrivava finalmente il 6 aprile del 1682 al delta del Mississippi ed
il 9 aprile innalzava presso la foce una colonna con le armi di Francia
prendendo possesso in nome del re dell'immenso paese, cui dette il nome
di Luigiana. Se a lui però tutta la gloria dell'iniziativa, l'opera
grandiosa da altri doveva esser compiuta. Di ritorno infatti dalla
Francia, dove tra l'entusiasmo generale aveva ottenuto uomini e mezzi
per impiantare la prima colonia francese alle foci del Mississippi, il
La Salle oltrepassava con le sue navi senza avvedersene la bocca del
fiume, e nelle steppe deserte del Texas invano cercando fra stenti e
sofferenze indicibili il «padre dei fiumi» veniva assassinato dai suoi
uomini ammutinati nel 1687. Spariva così dal campo della sua gloria
il padre della colonizzazione bianca del Mississippi e la colonia
soggiaceva alla fame ed agli assalti degli Indiani; ma il seme da
lui gettato doveva col tempo germogliare in una messe grandiosa di
ricchezza.

Mentre però a settentrione le cose procedevano felicemente e dal Canadà
i Francesi lungo la via segnata dal La Salle andavano guadagnando il
cuore del continente; a mezzogiorno essi trovavano ostacoli formidabili
nell'illusione e nell'errore ben più che nella natura. Non convinti
ancora che in quel vergine suolo la ricchezza sarebbe stata frutto del
lavoro, i rari coloni dispersi nell'immenso territorio, invece di darsi
all'agricoltura, base indispensabile per una colonia nascente, vivevano
di caccia e di pesca errando affamati in cerca di quell'oro, per cui il
vicino Messico era diventato famoso. Quando poi il traffico del paese
fu affidato alla compagnia del Mississippi diretta da un filibustiere
della finanza, il famigerato Giovanni Law, la Luigiana divenne per
la madrepatria un vero Eldorado e la fama, artificialmente creata,
della sua ricchezza uno strumento di più nelle mani di Law per far
salire in modo vertiginoso le azioni dei «Mississipesi». Avventurieri,
delinquenti, poveri, cortigiane venivano mandati volenti o nolenti
nella Luigiana, dove sorgeva Nuova Orleans in onore del Reggente, sotto
la cui non disinteressata protezione si stava preparando la più grande
catastrofe finanziaria che la storia moderna avesse ancora veduto.
La rovina della compagnia del Mississippi non segnava però la rovina
della Luigiana più di quello che i suoi trionfi ne avessero fatta la
floridezza; l'avvenire di essa, non riposava sugli sforzi del Law ma
su quei 300 schiavi negri, che erano stati introdotti nella colonia:
il lavoro servile permise la coltivazione della canna da zucchero,
e questa divenne la base della vita economica del paese, la cui
popolazione andò da allora in poi costantemente aumentando.

Da nord come da sud, dall'alto Canadà come dalla foce del Mississippi
i coloni francesi nella loro espansione militare e religiosa andavano
così guadagnando tutta la vallata centrale del Nord-America; mentre
battevano oramai alle porte di essa nella loro espansione agricola
dalla parte d'oriente i coloni inglesi: nel mezzo fra le parti
contendenti solo poche tribù indiane, tutto inasprite contro gli
Inglesi, le Cinque nazioni comprese, le quali abbandonate da questi
parteggiavano ormai pei Francesi. Il momento supremo della lotta fra
le due razze, rappresentanti due civiltà diverse, era giunto. Guerre
intercoloniali non erano mancate nemmeno per l'innanzi: già in una
prima guerra, nel 1629, un colpo di mano, come vedemmo, aveva dato
per poco agli Inglesi Quebec; in una seconda, detta la «guerra del
re Guglielmo» (1689-97), terminata senza risultati notevoli con la
pace di Ryswick del 1697, mentre il Frontenac meditava la conquista
di Nuova York, le milizie di questa unite con schiere della Nuova
Inghilterra avevano tentato quantunque invano di invadere il Canadà
e quei di Boston avevano veduto perire miseramente la loro flotta
inviata contro Quebec; in una terza, detta la «guerra della regina
Anna» (1702-1713), mentre i confluì venivano devastati dai Canadesi,
una flotta inglese conquistava l'Acadia (Nuova Scozia), che per la
pace di Utrecht del 1713 passava insieme con Terranova alla Gran
Brettagna, la quale nel 1755, non potendo costringer alla guerra
contro la Francia i semplici paesani brettoni dell'Acadia, infamemente
li caccerà in massa dalle loro terre, pietoso argomento alla futura
«Evangelina» del Longfellow; in una quarta (1744-48) gli abitanti della
Nuova Inghilterra s'erano impadroniti della fortezza di Louisburg, la
chiave del fiume S. Lorenzo, che veniva però restituita ai Francesi
in seguito alla pace d'Aquisgrana del 1748. Ma tutte queste non erano
state che il prologo della vera lotta. Questa più che nella rivalità
tra Francia e Inghilterra, più che negli odii mortali tra coloni
francesi ed inglesi, più che nelle stesse ragioni commerciali di
cui parlammo più sopra, aveva sue radici nell'antagonismo tra le due
società cresciute sul continente nord-americano: più che una guerra di
rivalità mercantile-coloniale fra le due metropoli, questo dovea essere
un duello all'ultimo sangue tra le due colonizzazioni per la conquista
definitiva del continente, una lotta per la terra nel senso più stretto
della parola.


§ 3. LA LOTTA PER LA TERRA. — Diretta da oriente ad occidente, la
colonizzazione inglese della costiera Atlantica era stata salvata da
una dispersione precoce da quella catena degli Alleghani, i quali
se non coll'altezza delle cime colla larga massa delle loro selve
ininterrotte costituivano un'ottima barriera naturale all'espandersi
d'una prima società essenzialmente agricola. Col raddensarsi però della
popolazione fra il mare ed i monti, le pendici orientali di questi
erano state guadagnate, risalendo le vallate dei fiumi; e l'avanzarsi
dei coloni facilitato dalla superficie stessa del sistema, fruttifera
e quindi abitabile, qualche cosa di simile nella costituzione come
nell'aspetto al Giura europeo, non aveva trovato alcun ostacolo di
roccie o di ghiacci da superare per affidarsi agli opposti versanti.
Il movimento d'espansione, com'era naturale date le condizioni
demografiche e geografiche del paese, aveva suo centro in quella
colonia di Virginia, che in virtù d'un trattato concluso nel 1744
s'arrogava il diritto di estendere la sua giurisdizione su tutto il
paese situato all'ovest sino al Mississippi; ed in essa si fondava una
Compagnia dell'Ohio, che nel 1750 mandava l'avventuriero Cristoforo
Gist ad esplorare il paese all'ovest delle «Grandi Montagne». Questi
infatti esplorava la vallata dell'Ohio e del Kentucky; ma i mezzi
della Compagnia erano troppo limitati per assicurare ai coloni inglesi
dei territori, in cui ormai s'inoltravano con successo i Francesi,
laonde nel 1751 si riunivano ad Albany, nella colonia di New York, i
rappresentanti di varie colonie, New York, Connecticut, Massachusetts
e Carolina del Sud, per avvisare al modo di promuovere un'azione
collettiva in proposito. Di fronte poi all'avanzarsi costante dei
Francesi lungo le vallate degli affluenti settentrionali dell'Ohio, il
governatore della Virginia nel 1753 chiedeva in nome dell'Inghilterra
lo sgombero di quei territori. Portava il vano messaggio ai Francesi
un giovane di 21 anni, allora aiutante generale della milizia
virginiana, che doveva in breve riempire il mondo del suo nome,
Giorgio Washington. Nato sulle rive del Potomac sotto il tetto d'un
fittavolo del Westmoreland, la sua sorte fin dall'infanzia era stata
quella, può dirsi, d'un orfano: leggere, scrivere e far di conto erano
state le cognizioni di questo giovane, che a 16 anni aveva cominciato
a guadagnarsi il pane col lavoro faticoso dell'agrimensore in mezzo
alle foreste degli Alleghani, senz'altri compagni che analfabeti o
indiani selvaggi, senz'altro strumento scientifico che la sua bussola,
senz'altri agi che una pelle d'orso per letto ed un pezzo di legno
levigato per piatto! Nella primavera dell'anno dopo una compagnia
di Virginiani, che valicando i monti muoveva alla volta dell'attuale
Pittsburgh, era costretta dai Francesi a retrocedere; ma tornata sul
luogo con gli aiuti condotti dal Washington impegnava una mischia
violenta, che durava una giornata intera.

Così, prima ancora che i governi d'Inghilterra e di Francia si fossero
dichiarati la guerra, questa veniva ingaggiata con moto spontaneo dalle
rispettive colonie, e per decidere di essa si radunavano di nuovo in
Albany nell'estate dello stesso 1754 i delegati delle varie colonie
inglesi. I convenuti dichiaravano all'unanimità che era necessaria
l'unione di tutte le colonie; ed allora veniva presentato al congresso
un completo progetto di federazione, basato su un compromesso tra
la prerogativa regia e la volontà popolare. Philadelphia la città
centrale per eccellenza doveva esser la sede del governo federale,
il quale veniva ripartito tra un governatore generale, rappresentante
della corona, che possedeva il diritto di veto, ed un Gran consiglio
triennale, eletto dalle legislature delle singole colonie: queste
alla loro volta conservavano ciascuna la propria costituzione ed
amministrazione locale, essendo di pertinenza del governo federale solo
gli affari generali, come i rapporti di guerra e di pace cogli Indiani,
le relazioni commerciali, la fondazione e l'ordinamento di nuovi
stabilimenti, le forze militari di terra e di mare e così via.

L'autore di questo progetto, l'uomo che cercava di dar corpo all'idea
di un'Unione americana, lanciandola in seno al paese fra la meraviglia
e lo sbigottimento del _Board of trade_ inglese, presago ormai
dell'avvenire delle colonie, era Beniamino Franklin, il prototipo della
freddezza e dello spirito pratico americano. Nato in Boston nel 1706,
aveva appreso nei primi suoi anni il mestiere del tipografo presso
il fratello Giacomo, che vi pubblicava dal 1721 una gazzetta, _The
Boston Courant_: ma, ammonito in seguito agli attacchi di quel giornale
contro la bacchettoneria religiosa del clero, era passato in Filadelfia
dove la libertà di stampa maggiore che altrove lo aveva favorito in
quell'opera di diffusione e popolarizzazione del giornalismo, pel quale
a buon diritto va considerato come il babbo della stampa americana.
Uomo di pensiero al punto da meritarsi l'elogio del Kant di «Prometeo
del nuovo tempo», s'era rivelato pure uomo d'azione per eccellenza
come nella vita privata, in cui s'era fatto col lavoro e la sobrietà
una discreta fortuna arrivando a possedere una stamperia propria, così
nella vita pubblica, quando s'era trattato di difendere la Pennsylvania
dalle scorrerie dei selvaggi, dalle stragi, dagli incendi delle tribù
indiane di confine. Laddove infatti l'assemblea della colonia, fedele
all'ideale quacchero, s'opponeva ad ogni armamento, rifiutando i
fondi e gli uomini per la guerra contro quei feroci devastatori; il
Franklin non solo avea preso il moschetto in difesa del paese, ma
anche contribuito a costituirvi una forte milizia, ideata ed attuata
una lotteria per armare di batterie la città, mentre nella legislatura
si opponeva in ogni modo alla politica quietista della maggioranza,
ricorrendo ai più astuti stratagemmi, come quello di chiedere dei fondi
per la compera d'una «macchina da fuoco», che dovea essere un forte
cannone, anzichè una tromba da incendio.

Il progetto d'Albany, per quanto popolare apparisse l'idea d'una lega,
per allora naufragava, rigettato ad un tempo e dalla corona inglese,
che paventava l'eccessiva potenza concessa al popolo e più ancora
l'unione, e dalle stesse colonie, le quali attaccate tenacemente alle
loro autonomie locali, non sapevano rassegnarsi ad un accentramento,
che avrebbe rafforzato il potere regio. Se il progetto di lega abortì,
rimase però l'unione delle colonie di fronte al nemico comune nella
guerra ingaggiata tra i coloni e secondata poi col maggiore accanimento
dalle due metropoli. Fu una guerra senza quartiere per la conquista
d'un continente, combattuta per mare tra le flotte francesi e le
inglesi, per terra tra gli eserciti e più ancora tra i coloni delle
due nazioni in mezzo a paludi impraticabili, a vergini foreste, dove
l'ascia del guastatore spianava la via alla baionetta del soldato. Il
piano degli Inglesi era di attaccare contemporaneamente i Francesi da
ogni parte e di occupare così d'un colpo i loro possessi: una divisione
infatti di truppe provinciali doveva mirare ai possessi della baia di
Fundy, un'altra dirigersi sul lago Champlain, una terza contro il forte
di Niagara, ed una quarta infine, composta di Virginiani ed Inglesi e
comandata dallo stesso generale in capo, il Braddock, contro il forte
di Dunquesne nella regione più contrastata.

La guerra però cominciava male per l'Inghilterra, chè dal primo
obbiettivo in fuori gli altri fallivano completamente: lo stesso
Braddock, caduto in un'imboscata, veniva sconfitto terribilmente, ed
i suoi si davano alla fuga nonostante l'eroismo del capo, ferito a
morte, e quello del Washington impavido tra il grandinar delle palle,
che gli foravano il mantello. La sconfitta inglese per di più alienava
all'Inghilterra le tribù indiane pencolanti, scatenando sulle colonie
tutte le crudeltà e gli orrori d'una guerra indiana, che desolò in
ispecie le frontiere della Pennsylvania e della Virginia; mentre
l'inetto successore del Braddock mal poteva competere col valoroso
Montcalm, comandante in capo dei Francesi. Salito però al ministero
negli anni seguenti l'energico Pitt, la guerra era ripresa con maggior
vigore ed il Canadà, esausto di forze ed assalito contemporaneamente da
tre eserciti, ad occidente a mezzogiorno ed a levante, vedeva cadere
l'una dopo l'altra le sue fortezze: nel giugno del 1759 il generale
Wolfe alla testa di 8000 uomini piantava il suo campo sotto Quebec
nell'isola d'Orleans e, fallitogli miseramente il tentativo di dar
la scalata alle posizioni inespugnabili del Montcalm, con abile mossa
strategica lo prendeva alle spalle, lasciando poche forze nel campo e
traghettando le rimanenti oltre il fiume sulle alture, che dominano la
città. Colti così alla sprovvista e costretti ad uscire in disordine
contro il nemico ormai alle porte di Quebec, i Francesi venivano
sconfitti il 13 settembre 1759 nella pianura dell'Abraham perdendo lo
stesso Montcalm, il quale ferito mortalmente si rallegrava di ciò per
non assistere alla resa di Quebec, proprio nell'ora che tra i vincitori
il Wolfe impartiva morente gli ultimi ordini, ringraziando il Signore
della vittoria. Il 18 settembre Quebec s'arrendeva e lo stesso faceva
l'anno dopo Montreal, stretta da tre eserciti vittoriosi: l'8 settembre
del 1760 il marchese di Vaudreuil consegnava alla corona brittannica il
Canadà con tutte le sue dipendenze.

Nella pace di Parigi del 1763 l'Inghilterra otteneva tutto il paese
ad est del Mississippi, la Spagna la città di New Orleans e la
cessione per sè di tutte le pretese francesi sul territorio all'ovest
del Mississippi, come ricompensa delle perdite subite per aiutare
la Francia, prime fra tutte la Florida. La carneficina della guerra
dei sette anni terminava coll'esaurimento della Francia, con lo
spopolamento e la miseria più orribile di certe parti della Germania,
senza che i confini territoriali dell'Europa fossero per nulla mutati;
ma le conseguenze della guerra erano della più alta importanza per
l'avvenire delle razze europee nel grande teatro coloniale: alla
potenza inglese, ottenuta la supremazia nelle Indie Orientali, si
apriva un campo sterminato di ricchezze incalcolabili e di acquisti
territoriali illimitati; mentre alla civiltà anglosassone veniva
assicurato nel Nuovo Mondo un continente intero, in cui svolgere e
migliorare i germi portati dall'antico.

Il Nord-America infatti non era diviso più che tra Inglesi invadenti
e Spagnuoli incapaci nella loro debolezza di tenersi saldi ai loro
possessi, nonchè di minacciare quelli dei primi: nessun forte francese
sbarrava più il passo agli Anglo-Americani nella loro marcia trionfale
alla conquista d'un continente. Rimanevano, è vero, gli Indiani; ma
questi, soli nella lotta, mal potevano arrestare la fiumana bianca
che stava per dilagare nel loro paese. Consci ormai della sorte che li
attendeva, essi tentano invano un ultimo sforzo contro quell'espansione
agricola degli Inglesi che, a differenza di quella francese,
politico-commerciale soltanto e quindi più nominale che effettiva, era
incompatibile con la loro esistenza, perchè li spogliava senza ritegno
delle lor terre. Il momento sembrava quanto mai propizio, giacchè la
Francia dava lusinghe e promesse di aiuto e le colonie estenuate dalla
lunga guerra erano prive di mezzi e di eserciti, mentre rinfocolata
dall'elemento francese covava la più profonda irritazione contro i
coloni inglesi negli animi degli indigeni, di cui l'ultima guerra
aveva rovinato il commercio delle pelli, privandoli di mercanzie ormai
indispensabili.

L'odio compresso scattava dapprima in insurrezioni terribili,
veri flagelli devastatori, che, domate verso sud con una sconfitta
sanguinosa inflitta ai Cherochesi, scoppiavano poco dopo più vive nel
nord e, per la grandezza dell'uomo messosene alla testa, assumevano
il carattere d'una vera guerra nazionale contro gli invasori bianchi.
La concepiva un selvaggio, il Pontiac, che la saggezza politica,
la vastità del fine, l'abilità dei mezzi, l'amore sublime di patria
mettono alla pari dei più famosi tra i bianchi civili. Nato fra gli
Ottawa e venerato da tutte le tribù comprese fra gli Alleghani ed il
Mississippi come capo d'una setta misteriosa e potente, questo «re
delle selve», dotato al sommo grado dei caratteri salienti della sua
razza, intelligente, facondo, astuto, coraggioso, crudele, riprendeva
le idee del re Filippo di stringere insieme le Pellirosse per una lotta
di liberazione contro la potenza inglese. Incoraggiato e lusingato
dalle promesse francesi egli preparava tutto un piano di attacco
generale contro le colonie stanche di guerreggiare, mandando attorno il
suo grande _wampun_ di guerra. La guerra di distruzione s'ingaggiava
pressochè simultaneamente nel maggio del 1763 sopra un vastissimo
territorio, nella regione dei Grandi laghi ed in quella selvaggia
dell'occidente. I punti fortificati cadevano in mano degli Indiani,
i presidii fatti a pezzi, gli sparsi casali incendiati; ma Detroit,
l'obbiettivo precipuo del Pontiac, benchè a lungo assediato, resisteva
vittoriosamente, e le schiere indiane combattute dagli Inglesi, non
aiutate dai Francesi, decimate da pestilenze e carestie, si sbandavano:
la confederazione indiana si dissolveva ed il Pontiac, costretto alla
pace, infranto il cuore per l'insuccesso, veniva assassinato qualche
anno dopo da un mercante inglese. La via alla colonizzazione interna
era spianata per sempre agli Anglo-Americani.

Tra le fitte selve dell'occidente il colono inglese non trovava ancora
altra via che il sentiero tracciato dalle orme dei bufali; il suo
casolare, rozzamente costrutto, non aveva ancora finestre nè pavimenti;
suoi vestiti, in mancanza d'altro, doveano esser ancora le pelli, suoi
stivali i mocassini del selvaggio; di legno i suoi vasi ed i suoi
piatti; giacigli formati di pelli e di coperte i suoi letti; maiz e
selvaggina i suoi unici cibi; dura, terribile la vita ridotta ad una
lotta d'ogni giorno e d'ogni ora contro la verginità della natura e la
barbarie degli Indiani sempre all'agguato: ma ormai un continente era
suo, e stati popolosi, floridi di vita di ricchezza di civiltà, stavano
compendiati nella capanna, ch'egli intrepido spingeva sempre più avanti
dagli Alleghani al Mississippi[14].


NOTE AL CAPITOLO SESTO.

[14] Sulla società franco-canadese e sulla sua lotta
coll'anglo-americana abbiamo l'opera classica di Francis Parkman:
_France and England in North-America_ (Boston, 1897, vol. 13).
L'edizione popolare dei lavori del Parkman sull'argomento, fatta dalla
casa Macmillan C.^le (London and New York) abbraccia i seguenti volumi:

_Pioneers of France in the New World_ (1 vol.) — _The Jesuits in
North-America_ (1 vol.) — _La Salle and the Discovery of the Great
West_ (1 vol.) — _The Oregon Trail_ (1 vol.) — _The Old Regime in
Canada under Louis 14º_ (1 vol.) — _Count Frontenac and New France
under Louis 14º_ (1 vol.) — _Montcalm and Wolfe_ (2 vol.).



CAPITOLO VII

La lotta per la indipendenza.

 § 1. Disegni liberticidi della madrepatria e reazione delle colonie
   — § 2. Resistenza passiva ed attiva delle colonie agli arbitrii
   della madrepatria — § 3. Confederazione e guerra d'indipendenza.


§ 1. DISEGNI LIBERTICIDI DELLA MADREPATRIA E REAZIONE DELLE COLONIE.
— Vi sono periodi nella storia dei popoli, in cui gli anni all'occhio
dell'osservatore superficiale, il quale non intravede il lavorio lento
di cui questi sono la sintesi, sembrano quasi contare per secoli;
tanto è il contrasto fra la brevità loro e l'importanza decisiva
nella vita politica e sociale ulteriore. Uno di questi appunto è
nella storia d'America l'ultima guerra tra Francia e Inghilterra, la
quale per la elaborazione della società anglo-americana è quello che
la scintilla elettrica per certi corpi: come prima dello scoccare di
essa abbiamo dei semplici elementi, e poscia il composto; così prima
di quella guerra noi vediamo agire delle colonie, dopo una nazione.
In essa per la prima volta le colonie avevano tutte partecipato ad
un'impresa comune, ad una impresa nazionale più ancora che inglese: i
loro figli s'erano conosciuti e stimati sui campi di battaglia, i loro
governi avevano imparato ad agire all'unisono per la difesa comune,
il paese tutto aveva conosciuto la propria forza e la debolezza della
madrepatria, incapace per la distanza e le difficoltà economiche di
fare un grande sforzo militare sul continente americano.

Non per nulla un popolo oppresso s'accorge di poter mettere in mare,
com'era avvenuto durante la guerra, ben 400 incrociatori, ed una
colonia, New York, può ricordare all'Inghilterra d'aver fornito essa
sola 60 navi da corsa con 800 cannoni e 7000 marinai; non per nulla
le milizie provinciali, disciplinandosi alla guerra al punto da far
arrossire i veterani del Braddock in quegli scontri, dove s'era formato
il genio strategico di Washington e la valentia di Gates, Montgomery,
Stark, Putnam, avevano rivelato alle colonie come i soldati regolari
della madrepatria nonchè invincibili fossero inferiori agli stessi
agricoltori ed artigiani del nuovo mondo. Di fronte al protervo
disprezzo, con cui tutti senza distinzione gli ufficiali coloniali
erano stati trattati dagli alti papaveri militari della madrepatria,
le gelosie regionali avevano taciuto ed il risentimento comune s'era
convertito in orgoglio nazionale offeso; mentre il denaro e le truppe
che le colonie più meridionali, per quanto sicure del pericolo, avevano
mandato alle sorelle della frontiera, testificavano una solidarietà,
ch'era garanzia della più larga cooperazione a qualsivoglia altro fine
nazionale comune. Un primo spirito di patriottismo si era sprigionato
così da quella coscienza comune, che s'era venuta elaborando nel
crogiuolo dei secoli. Nè questo, per quanto fosse molto nei destini
immediati del popolo anglo-americano, era ancor tutto.

La conquista del Canadà e della Nuova Francia, affrancando le
colonie inglesi da ogni timore sul continente, rendeva ormai inutile
affatto per esse la tutela inglese. Finchè la Francia, ambiziosa
e bellicosa, teneva un piede nel Nuovo Mondo, la protezione della
madrepatria per quanto costosa era pur sempre un parafulmine per le
colonie; ma scongiurato il pericolo, l'Inghilterra cessava di esser
necessaria alla loro salvezza. «Li abbiamo cacciati in trappola»
avrebbe detto il Choiseul al momento dell'abbandono definitivo della
Nuova Francia all'Inghilterra; o il Vergennes, ambasciatore francese
a Costantinopoli, alla notizia delle condizioni della pace diceva:
«Le conseguenze della cessione dell'intero Canadà sono evidenti. Io
sono persuaso che non passerà gran tempo prima che l'Inghilterra
si penta d'aver scartato il solo ostacolo che potesse tenere in
rispetto le colonie. Esse non hanno più bisogno oramai della sua
protezione; l'Inghilterra vorrà obbligarle a contribuire a sopportare
i pesi, che esse hanno contribuito ad attirare sulla metropoli, e
le colonie risponderanno scuotendo ogni dipendenza». Nè da queste
profetiche parole differiva molto la dichiarazione di lord Mansfields,
il quale spesso ebbe a dire che «dopo la pace di Parigi non aveva
giammai cessato di pensare che le colonie del Nord meditavano di
formare uno stato indipendente dalla Gran Brettagna». I coloni
infatti vedevano bene come la conquista inglese, non solo li avesse
liberati da un nemico formidabile, ma avesse per di più procurato
loro amicizie preziose, per quanto interessate. La preponderanza
ottenuta dall'Inghilterra nel campo estra-europeo in seguito alla
guerra dei sette anni aveva distrutto l'equilibrio del sistema
coloniale: strappata una parte del dominio della Spagna in America e
quasi tutto intero quello della Francia nei due emisferi, le grandi
potenze marittime d'Europa lungi dall'avere una comunanza d'interessi
coll'Inghilterra per sostenere tale sistema, avevano invece tutto
l'interesse ad abbatterlo come quello che le escludeva economicamente
da tanta parte del mondo, dagli stessi paesi che esse avevano scoperto
e colonizzato. E questo interesse generale del mondo antico, che
collimava colle aspirazioni alla libertà ed all'indipendenza del nuovo,
era tanto più sentito dalla Francia, nella quale le ragioni commerciali
e politiche si univano all'orgoglio offeso e al desiderio cocente d'una
rivincita per farle desiderare l'affrancamento delle colonie inglesi.
Se la Francia infatti avesse ritenuto i suoi possessi d'America, è ben
dubbio se lo stesso odio contro la rivale l'avrebbe indotta ad aiutare
le colonie inglesi ribelli; una volta invece che il suo sogno d'un
grande impero occidentale era svanito per sempre, essa aveva tutto da
guadagnare e nulla da perdere ad aiutarle.

Sicure così d'ogni pericolo, entrate dopo la pace in un periodo di
rinnovata prosperità ed energia, mentre nuovi stabilimenti si fondavano
dal Maine alla Florida, mentre nel nord mitigatosi il fanatismo
religioso e la ruvidezza dei costumi la vita assumeva carattere più
largo ed umano e nel sud la popolazione e la produzione crescevano
in modo straordinario, mentre una vera febbre d'espansione spingeva
dalle vecchie sedi gli arditi pionieri oltre i conquistati Allegani,
le colonie si trovavano in grado come mai per l'innanzi, se non basta
di resistere alle pretese inglesi, di svolgere addirittura un potere
politico indipendente. L'Inghilterra invece, nonchè rinunziare allo
sfruttamento economico, aveva atteso con ansia la conclusione della
pace per imporre la sua volontà assoluta alle colonie anche nel campo
politico. Creatosi ormai un immenso impero coloniale nel Nord-America,
l'Inghilterra riteneva giunto il momento sospirato di trarre da esso
quei vantaggi, che corrispondessero alla vastità dei territori ed alla
loro prosperità scambiata per ricchezza inaudita dalla metropoli, dove
gli ufficiali reduci dalla guerra dipingevano coi più vivi colori il
lusso dei coloni. Per far ciò non v'era che un mezzo, sottoporre anche
le colonie nord-americane in tutto e per tutto alle decisioni del
Parlamento.

L'idea del resto non era nuova. Già al principio del secolo XVIII,
i _lords_ del commercio e delle piantagioni, proponevano di far
riprendere dalla corona tutte le carte, in virtù d'una misura del
potere legislativo del reame, di quel potere che, per essersi
messo al di sopra dell'autorità che aveva concesso tali carte,
ben poteva ritenersi superiore alle colonie che le possedevano.
Dopo aver legiferato sul commercio e sull'industria, il Parlamento
voleva legiferare anche sul governo delle colonie; e se ebbe cura
di non allarmare queste ultime con la dichiarazione formale ch'esso
poteva legiferare per esse in tutte le circostanze possibili, non
ne riguardò meno per questo il principio come incontestabile, in
materia specialmente di tassazione. Su questo principio appunto si
basava la proposta di sir Guglielmo Keith nel 1726 d'estendere per
mezzo d'un atto del Parlamento anche all'America le imposte sulla
pergamena e sulla carta bollata; disegno che ripreso da commercianti
londinesi, dieci anni dopo, trovava se non effettuazione certo largo
favore presso il ministero inglese. Sarebbe venuta così a distruggersi
implicitamente quella libertà coloniale, di cui il diritto esclusivo
delle corporazioni legislative locali di imporre ed approvare le
tasse, costituiva come il punto saliente così la rocca più salda. Come
l'influenza della Camera dei Comuni in Inghilterra riposava sul suo
diritto esclusivo d'accordare tutti gli anni le risorse necessarie alla
marcia del governo; così la forza del popolo in America consisteva
nel diritto esclusivo delle assemblee di levare le tasse coloniali
e di determinarne l'impiego. In Inghilterra il re otteneva la sua
lista civile a vita; in America la rapacità dei governatori rendeva
necessario di far dipendere i loro emolumenti da un voto annuale:
l'importo ne era regolato d'anno in anno, prendendosi a tal fine
in considerazione i servigi del funzionario come lo stato economico
della provincia. Così i governatori potevano bene ottenere istruzioni
ministeriali esigenti uno stanziamento considerevole, uniforme e
permanente; ma le assemblee ritenendo tali istruzioni valide solo
per i funzionari del potere esecutivo, continuavano ad esercitare una
libertà senza controllo di deliberazione e decisione. Per risolvere la
contraddizione il re avrebbe dovuto pagare i suoi ufficiali col mezzo
di un fondo indipendente, o cambiare le sue istruzioni. Di qui i lagni
di cui sono pieni per tutto il secolo XVIII i rapporti al ministero da
parte dei governatori inglesi, che, mandati in America, bene spesso per
far fortuna, si vedevano costretti a capitolare tutti gli anni per la
loro sussistenza davanti al popolo, il quale rendeva così più illusoria
che reale l'amministrazione degli ufficiali del re, di cui esso era
arbitro!

L'impotenza dei governatori, delle colonie nordiche in ispecie, di
fronte all'arma onnipotente posseduta dall'assemblea aveva terminato
col convincere il governo inglese della necessità che i governatori
fossero pagati direttamente dalla metropoli; il modo poi di sopperire
a queste spese era non meno implicitamente indicato alla metropoli
dai governatori e dai realisti d'America, la tassazione diretta
degli Americani per atto del Parlamento. A questi criteri direttivi
s'ispirava appunto il piano d'una stabile lista civile americana, che
l'Ufficio del commercio andava ponzando e maturando in quegli anni.
A determinarlo ancor più sopraggiungevano le nuove esigenze militari
per la difesa delle colonie. Già nel 1751 ad esempio, essendo in vista
una lotta con la Francia per la vallata dell'Ohio, il governatore di
New York consigliava ai _lords_ del commercio per le spese necessarie
a conservare il possesso del lago Ontario «un'imposta generale per
atto del Parlamento: giacchè sarebbe pura immaginazione calcolare
che tutte le colonie consentirebbero ciascuna a parte a decretar
ciò». E di tale avviso era pure il Kennedy, ricevitore generale
di New York, che caldeggiava «una riunione annua dei commissari di
tutte le colonie a New York od Albany» e la costrizione per tutte
al pagamento delle contribuzioni necessarie per atto del Parlamento,
«altrimenti tutto sarebbe finito in chiacchere e contese». A tale fine
nel 1753 si facevano in Inghilterra proposte di tasse sull'America,
dichiarando l'Ufficio del commercio alla Camera dei Comuni che era
assolutamente necessario procurarsi un'entrata coloniale: a tal fine
l'Halifax progettava nel 1754 un piano dispotico di unione fondato
sulla prerogativa regia, nell'intento di stringere tutte insieme le
colonie contro la Francia, di far loro pagare le spese della guerra,
e di sottoporle in blocco all'autorità del re o del Parlamento, di
regolare cioè ad un tempo e d'un colpo tutte le questioni d'unione, di
tassazione e di governo, che si facevano ogni giorno più scottanti ed
insolubili. All'unione coatta, che doveva organizzarsi in Inghilterra
nel modo da essa voluto e mettersi in vigore con atto del Parlamento
per intenti fiscali e dispotici, i coloni per opera del Franklin
contrapponevano una libera unione con intenti affatto opposti in
quel progetto già veduto di Albany che il Shirley, governatore regio
del Massachusetts, dipingeva un'applicazione del vecchio sistema
delle carte ad una confederazione americana, sistema che avrebbe
annichilito l'autorità regia nelle colonie unite, come l'aveva
pressochè annichilita nelle singole colonie dov'era stato applicato, e
compromesso la dipendenza dell'intero dominio di fronte alla corona.

Rimasto allo stato di progetto tutti questi disegni, il governo
inglese ciò nonostante aveva approfittato delle necessità della
guerra per estendere l'autorità del Parlamento sulle colonie: si
stabiliva infatti un potere militare per tutto il continente, potere
nonchè indipendente dai governi coloniali ad essi superiore, non
avendo questi facoltà di dar ordini nelle rispettive provincie se
non nell'assenza del comandante continentale e dei suoi delegati.
L'America tutta intera veniva posta così sotto il regime militare, i
suoi magistrati erano sottomessi all'autorità del comandante in capo,
le sue assemblee obbligate «a comprendere chiaramente e distintamente»
che il re «esigeva» da esse un fondo comune, di cui il comandante in
capo «disporrebbe e regolerebbe l'impiego», ed «approvvigionamenti di
ogni genere che potrebbero risultare dalla necessità di fornire alloggi
ai soldati». Tali istruzioni, contrarie allo spirito della stessa
costituzione inglese, rimanevano in vigore durante l'intero periodo
della guerra e perfino dopo il termine di essa; non senza però la più
viva resistenza da parte dei coloni ai nuovi arbitri della madrepatria,
ben più temibili delle stesse limitazioni commerciali e industriali,
che il contrabbando poteva dopo tutto almeno in parte frustare. Ai
mali consigli del Loudoun, comandante supremo delle forze inglesi,
il quale, di fronte al rifiuto di sussidii e di armati da parte delle
assemblee quacchere del Jersey e della Pennsylvania, aveva suggerito
al Pitt di imporre un tributo per la guerra alle colonie col mezzo d'un
decreto del Parlamento brittannico, ed alle decisioni di questo che «la
pretesa legale in un'assemblea coloniale di poter levare e adoperare
denaro pubblico soltanto con proprio decreto scemava il potere della
corona e i diritti del popolo della Gran Brettagna», la Pennsylvania
aveva risposto energicamente per bocca del più ardito propugnatore dei
diritti e della libertà legislativa d'America, Beniamino Franklin,
mandato nel 1757 come agente di quella colonia in Inghilterra. Alla
nomina poi del giudice supremo di New York a semplice «beneplacito»
del re, senza osservare alcuna delle norme stabilite a tale riguardo
per garanzia delle colonie, l'assemblea di New York aveva risposto
dichiarando inconciliabile con la libertà americana il nuovo modo
di conferimento del potere giudiziario e proclamando che non avrebbe
pagato più oltre lo stipendio dei giudici, se non si fosse ritirata
quella nomina.

Dati simili precedenti, si capisce quale ansia destasse nelle colonie
la notizia diffusasi nell'inverno stesso, che seguì la presa di Quebec,
che l'Inghilterra meditava di inaugurare la nuova politica verso le
colonie non più a pillole e per eccezione, ma in blocco e come sistema,
procedendo ad un riordinamento generale di queste. Messo infatti
da parte un politico eminente, quale il Pitt, il giovane monarca
Giorgio III prendeva nel 1761 come primo ministro il suo educatore,
Carlo di Bute, un vivace gentiluomo scozzese, altrettanto elegante
ed insinuante quanto gretto di idee, e questi chiamava al posto di
primo lord dell'Ufficio del commercio Carlo Townshend, destinandolo
a strumento della mutazione da farsi nelle colonie americane. Sarebbe
questa consistita nell'abolire le patenti coloniali e nell'assoggettare
completamente le colonie al governo inglese, fine ultimo cui doveva
servire di avviamento l'indipendenza assoluta dei funzionari regi
dalle assemblee coloniali, sia riguardo alla nomina come alla durata
dell'ufficio ed allo stipendio, e la costituzione d'un esercito
stanziale, che tenesse soggetti gli abitanti. Una cosa e l'altra
però richiedeva nuove spese e l'Inghilterra, aggravata d'un grosso
debito pubblico, accasciata sotto i pesi finanziari della guerra
contro la Francia, nonchè pensare più oltre alla sicurezza militare ed
all'amministrazione delle colonie americane, meditava di assoggettarle
col fine precipuo di farle contribuire ai bisogni finanziari
dell'impero britannico, di cui esse formavano indubbiamente parte
integrante. Nè a stretto rigore l'imposizione di tasse alle colonie
era di per sè ingiusta: se l'unione statale dell'America nordica
coll'Inghilterra doveva continuare, era logico che anche l'America
fosse assoggettata ad imposte; altrimenti non solo sarebbe stata di
fatto indipendente dall'Inghilterra, ma questa avrebbe dovuto anche
pagarle l'amministrazione e la sicurezza interna.

Aggiungasi che l'Inghilterra aveva speso per la guerra d'America
contro la Francia somme ingenti, tanto che il suo debito pubblico da
75 milioni di sterline, quale era nel 1756, saliva nel 1763 a ben 133
milioni, cifra per quell'epoca addirittura impressionante. È vero
che l'Inghilterra, come faceva osservare ad essa il Franklin, non
aveva combattuto la Francia nell'interesse esclusivo delle colonie;
è vero che la madrepatria con la sua politica economica ricavava già
abbastanza denaro dalle colonie, e che a queste principalmente dovevano
il loro fiorire le città marittime di Liverpool e di Glasgow e quelle
industriali di Manchester, Leeds, Sheffield, etc.; ma il principio
della tassazione delle colonie non era per questo in teoria meno
giusto. Solo però si doveva badare al modo di applicarlo. Se le colonie
dovevano sopportare gli stessi pesi del territorio metropolitano,
dovevano godere anche gli stessi diritti, dovevano avere anch'esse
rappresentanza e voto nel Parlamento, dovevano poi esser trattate anche
economicamente come politicamente alla stessa stregua dell'Inghilterra
anzichè sacrificate ad essa. Ciò appunto chiedeva il fiduciario della
Pennsylvania. La madrepatria invece non voleva rinunziare al dominio
politico sulle colonie, donde la necessità di assoggettarle con la
forza, quando non avessero obbedito ai suoi voleri in materia di tasse
come in quella legislativa. Senonchè, sembrando cosa ancora immatura
mentre la guerra con la Francia continuava, di imporre tasse alle
colonie con atto legislativo, si ricorreva pel momento ad un mezzo
indiretto di trar denaro da esse.

Il contrabbando, quanto mai fiorente, eludeva in gran parte gli atti di
navigazione contrari alle colonie: i bastimenti della Nuova Inghilterra
non solo fornivano di merci inglesi le colonie spagnuole e francesi,
non solo introducevano in America i prodotti caricati di soppiatto
ad Amburgo e nei porti olandesi ed italiani, ma perfino attendevano
presso le coste occidentali dell'Africa i vascelli olandesi francesi
e danesi, per prendere direttamente da essi carichi interi di tè. Le
cose erano giunte al punto che dal milione e mezzo di libbre di tè,
che l'America nordica consumava annualmente, solo 150.000 provenivano
dall'Inghilterra, e che i dazi d'esportazione dalle colonie per le
Indie Occidentali francesi e spagnuole, nonostante la loro gravezza,
davano solo un 2000 sterline all'anno, cioè il quarto circa della
somma, che l'Inghilterra spendeva annualmente per l'amministrazione
doganale! Il cancelliere dello scacchiere, Giorgio Grenville, faceva
pertanto passare in poche settimane una sua proposta di legge, per
la quale tutti gli ufficiali ed i marinai della flotta inglese
erano autorizzati a far da ufficiali di dogana e denunziatori,
ad assoggettare qualsiasi bastimento americano in alto mare a
perquisizione e porlo sotto sequestro. Questo procedimento sommario con
gli abusi ed arbitrii infiniti, cui apriva la via, con la seduzione
dei grossi guadagni per gli agenti inglesi e la facilità da parte
dell'ammiragliato di condannare i vascelli sequestrati, si riduceva
ad una vera caccia alla proprietà americana; tanto più che i _writs
of assistence_ o pieni poteri concessi ai doganieri di farsi assistere
nell'esazione dei diritti doganali da tutti i funzionari governativi e
di penetrare perfino a loro piacimento nei fondaci e nelle abitazioni
dei cittadini, minacciavano le stesse libertà individuali dei coloni,
attentando ad uno dei principi più sacri per ogni anglo-sassone,
l'inviolabilità del domicilio.

Il fervore di libertà, infiammato per di più dalla voce che il governo
inglese meditava d'introdurre ufficialmente in tutte le colonie la
chiesa episcopale, divampava irresistibile nella Nuova Inghilterra,
dove il valoroso ed ardente avvocato Giacomo Otis davanti alla corte
giudiziaria di Boston negava ogni legalità a quegli ordini di sequestro
in nome dei principi fondamentali del diritto pubblico, li chiamava
strumenti di dispotismo e, facendosi interprete della coscienza
dell'intero paese, «io sono risoluto, esclamava, di sacrificare la
proprietà, il benessere e la salute, anzi addirittura la mia vita, ai
sacrosanti diritti della mia patria nel resistere contro una specie di
prepotenza, la cui pratica è già costata ad un re la testa, ad un altro
il trono!».

L'agitazione vivissima contro le misure dispotiche della madrepatria
era ancora però ben lontana dall'assumere la minima parvenza di
separatismo: i coloni esigevano d'esser trattati come gli altri sudditi
inglesi e nulla più. «Alcuni spiriti tanto di corta vista quanto
maligni, diceva lo stesso Otis in un pubblico comizio di Boston nel
1763, si sono affaticati a suscitare meschine gelosie colle colonie,
ma i veri interessi dell'Inghilterra e delle sue figliuole etniche
sono reciproci, e ciò che Dio nella sua sapienza ha congiunto, nessuno
deve osar di separare». E Beniamino Franklin infatti, interrogato
più tardi in Inghilterra, nel 1766, quale fosse il sentimento degli
Americani verso la madrepatria prima del 1763: «Il migliore del mondo,
rispondeva. Essi si sottomettevano di buona voglia al governo della
corona, e prestavano obbedienza agli atti del Parlamento. Per numerosa
che fosse la popolazione in alcune delle più antiche provincie, essa
non costava nulla per forti, cittadelle, guarnigioni, armi con cui
tenerla soggetta: essa fu governata da questo paese colla sola spesa
d'un po' di penna, inchiostro e carta; essa era guidata da un filo.
Essa aveva non solo rispetto ma affezione per la Gran Brettagna, per
le sue leggi, costumi, usi e perfino un debole per le sue mode, che
aumentò di molto il commercio. I nativi d'Inghilterra furono sempre
trattati con particolare riguardo; appartenere alla _Old England_
era di per se stesso un carattere di rispetto e dava una specie di
distinzione fra noi».


§ 2. RESISTENZA PASSIVA ED ATTIVA DELLE COLONIE AGLI ARBITRII DELLA
MADREPATRIA. — Lo stato degli animi però doveva insensibilmente
mutare e l'idea del distacco farsi strada di mano in mano che il
piano politico dell'Inghilterra andava scoprendosi ed attuandosi fra
l'ostilità aperta e le resistenze dichiarate dei coloni.

Caduto nella primavera del 1763 il ministero Bute, ne raccoglieva
la spinosa eredità Giorgio Grenville, il quale, da buon credente
nel dogma mercantilistico che le colonie erano fatte per l'utilità
della madrepatria, si faceva un dovere personale oltrecchè politico
di sacrificare l'America alla prosperità del commercio inglese, le
libertà degli Americani alla supremazia assoluta della madrepatria.
Così mentre il Townshend presentava in Parlamento la proposta di
imporre alle colonie una tassa sul bollo pel mantenimento d'un esercito
stanziale di 20 reggimenti, il ministero preparava per esse una nuova
legge doganale che veniva votata nell'aprile del 1764: per questa
si stabilivano nuovi dazi d'importazione su derrate e manufatti di
prima necessità fino allora esenti, proventi doganali pagabili in
oro anzichè in carta che dovevano passare alla tesoreria inglese
come fondo speciale con cui coprire le spese coloniali, calcolate ad
oltre 300.000 sterline annue. Per di più si dava pochi giorni dopo
dal Parlamento un altro colpo formidabile al commercio delle colonie,
con decreti che deprezzavano la loro carta monetata, cresciuta troppo
durante l'ultima guerra, screditandola e negandole oltre certi limiti
validità sul mercato inglese. Traffico marittimo e contrattazioni
commerciali con la madrepatria venivano così distrutti per le
colonie, le quali nell'impossibilità di procurarsi a sì caro prezzo i
prodotti inglesi si vedevano impedite da altri atti non meno iniqui di
diventare esse stesse industriali. E quasicchè non bastasse il fiero
colpo ad irritare gli animi, s'aggiungeva la prospettiva ancor più
insopportabile della tassa sul bollo, proposta contro la quale diverse
colonie mandavano memorie e rappresentanti in Inghilterra, mentre in
Boston l'opposizione contro di questa, diretta dall'Otis e da Samuele
Adams, prendeva proporzioni ogni giorno maggiori e già gli abitanti
decidevano di non servirsi più di prodotti inglesi e di esercitare per
conto proprio l'industria della lana. Invano il Franklin, il quale per
aver ricevuto pieni poteri da molte colonie era diventato una specie di
rappresentante del dominio americano, diceva chiaramente agli stessi
Inglesi che gli Americani non si sarebbero mai lasciati tassare senza
loro approvazione e che la nuova misura avrebbe messo a grave cimento
l'unità dell'impero brittannico: il re nel discorso d'apertura del
parlamento, il 10 febbraio 1765, presentava la questione americana
come questione «d'obbedienza alla legge e di rispetto all'assemblea
legislativa del regno»; ed il Grenville vi presentava le sue famose
55 risoluzioni, che contemplavano i particolari d'una legge sul bollo
per le colonie americane e ne deferivano le infrazioni alla corte di
giustizia dell'ammiragliato.

Durante la discussione della legge, avendo il Townshend tenuto in
favore di essa un discorso che terminava colle parole — «Ed ora questi
Americani, che per nostra cura furono colà trapiantati e per nostra
condiscendenza e sollecitudine sostenuti, finchè crebbero in forza e
agiatezza, e che sono stati difesi dalle armi nostre, si rifiuteranno
di conferire il proprio obolo per aiutarne a liberarci dal grave carico
che ci opprime?» — il colonnello Barré, che ben conosceva l'America
ed il suo popolo per aver combattuto allato del Wolfe contro Quebec,
balzava su dal suo stallo improvvisando una difesa sublime degli
Americani: «Per cura vostra, egli tonava, sono stati colà trapiantati,
dite voi? No, le vostre oppressioni li hanno trapiantati in America!
Essi fuggirono, davanti alla vostra tirannia, in paese allora incolto e
deserto, dove s'esposero a tutte le fatiche, a cui è soggetta la natura
umana, e inoltre alla barbarie d'un nemico selvaggio, il più scaltro
e — ve ne dò la mia parola — il più spaventevole fra tutti i popoli
sulla faccia della terra, e nonostante hanno sopportato con gioia,
animati dai principii d'una vera libertà inglese, tutti i travagli solo
per sfuggire a ciò che, nel proprio paese, bisognava soffrissero per
opera di coloro, che avrebbero dovuto esserne gli amici. Per la vostra
condiscendenza e sollecitudine essi sono stati sostenuti? Essi crebbero
e prosperarono in conseguenza della vostra trascuranza. Tostochè
voi cominciaste a darvi pensiero di loro, manifestaste la vostra
sollecitudine mandando a quella volta delle persone per governarli
in questo o quel rapporto, persone, che forse erano gl'inservienti di
inservienti di alcuni membri di questa camera ed erano inviati collo
scopo d'esplorare le libertà degli Americani, di presentarne le azioni
in falsa luce e di sfruttarne l'industria, persone, la cui condotta
in più d'una occasione ricacciò a quei figli della libertà il sangue
verso il cuore, poveri diavoli, che furono promossi ai più alti uffici
giudiziari, mentre, in parte, come so positivamente, eran lieti di
poter andare in un paese forestiero, per non essere essi stessi in
patria condotti innanzi alle sbarre d'un tribunale. Dalle vostre armi
sono essi stati difesi? Generosamente hanno impugnato le armi in nostra
difesa, hanno, in mezzo all'attività loro pertinace e faticosa, dato
prova di virile prodezza nella difesa d'un territorio, i cui confini
erano inzuppati di sangue, mentre l'interno del paese sacrificava tutti
i suoi piccoli risparmi a vostro vantaggio. E credetemi — ricordatevi
che oggi v'ho detto simili parole — che quel medesimo spirito di
libertà, che infiammava quel popolo da principio, l'animerà anche
nell'avvenire. Ma la prudenza mi vieta d'esprimermi con maggiore
chiarezza. Dio sa che io, in questo momento, non parlo per motivi
di spirito di partito; ciò che dico sono i veri sentimenti del mio
cuore. Per quanto gli onorevoli, che seggono in questa camera, possano
superarmi in scienza ed esperienza in generale, pure ho la pretesa di
conoscere l'America meglio dei più di loro, poichè conosco quel paese
per pratica mia propria. Quel popolo là è, a mio parere, sinceramente
leale, quanto tutti gli altri sudditi del re, è però un popolo che
è geloso delle sue libertà, e le difenderà e guarderà contro ogni
assalto».

Il discorso generoso del Barré, giunto dopo qualche mese nella Nuova
Inghilterra e diffuso a migliaia di copie per tutto il paese, vi
sollevava la commozione più intensa, e le più vive speranze: il nome
di «figli della libertà», dato dal Barré agli Americani, diventava
il motto fatidico delle giovani generazioni. Poco dopo di esso però
giungeva anche la notizia che la legge sul bollo, approvata dal
Parlamento, era stata sanzionata, per quanto in un accesso di pazzia,
da Giorgio III e che col 6 novembre 1765 sarebbe entrata in vigore.
Il vaso del malcontento già colmo doveva per forza traboccare a
quell'annunzio.

La servitù economica delle colonie, l'atto di navigazione, la stessa
legge doganale, per quanto danneggiassero l'intera popolazione, non
si facevano sentire direttamente che su pochi ceti di essa, sulla
classe commerciale in ispecie; ma la nuova legge colpiva tutti in modo
diretto, agricoltori e commercianti, operai e professionisti, ricchi
e poveri, ed in tutti suscitava impeti di ribellione: la stampa non
meno del traffico, la vendita come la permuta, il testamento ed il
matrimonio, tutti gli atti insomma della vita, economici e civili,
dovevano esser tassati; e per maggiore offesa ad uomini gelosi della
loro libertà, le contravvenzioni a questa tassazione non riconosciuta
dai coloni doveano esser deferite non già ai tribunali indigeni ma alla
corte di giustizia dell'ammiragliato, dove sedevano dei giudici inglesi
e non erano ammessi giurati! Alla prima notizia della legge infame
il fermento più vivo s'impadroniva delle colonie: la condannavano
dal pulpito i predicatori in nome della religione, la assalivano
con violenza nelle pubbliche riunioni i patriotti più intemerati, la
frantumavano a forza d'argomenti giuridici i giornali, le negavano
ogni valore le assemblee legislative, dove s'elevavano voci, come
quella del bollente patriotta ventinovenne Patrizio Henry della
Virginia, che ricordavano minacciose a Giorgio III la fine di Cesare e
di Carlo I! Alla testa dell'opposizione si trovava il Massachusetts,
trascinato dalla parola eloquente dell'Otis e di quel Samuele Adams,
scrittore politico pieno di forza, che pel suo fanatismo calvinista
e liberale meritava d'esser chiamato «l'ultimo dei puritani». E dal
Massachusetts appunto, dove si era già innanzi stabilito un comitato
di corrispondenza per un'azione concorde fra tutte le colonie, partiva
l'iniziativa d'un «Congresso contro la legge sul bollo», che, tenuto
nell'autunno a New York con la rappresentanza di nove colonie e
l'adesione illimitata di altre tre, riproduceva ma con intenti ben
diversi quello di Albany del 1754! L'unione americana era già in
germe in questo congresso, dove il Gadsden della Carolina meridionale
esortando le colonie tra l'assentimento dei colleghi a porsi sul
terreno del diritto naturale, cosa questa della più alta importanza
per lo svolgimento ulteriore dei fatti, diceva tra l'altro: «Certo la
conferma dei nostri essenziali e comuni diritti come Inglesi può esser
guarentita per mezzo delle patenti; ma il far ancora troppo capitale
su di esse potrebbe di leggeri produrre fatali conseguenze. Noi tutti
dobbiamo stare sull'ampio e comune terreno dei diritti naturali, che
noi tutti come uomini e discendenti di Inglesi conosciamo. Io non
vorrei che le patenti, alla fin fine, c'impastoiassero, inducendo
le diverse colonie a procedere in questa grave faccenda con criteri
disuguali. Posto che il caso dovesse avverarsi, è finita per noi
tutti; questo continente non deve conoscere nè abitanti della Nuova
Inghilterra, nè di New York, ma noi tutti soltanto come Americani!».

Fra le 14 deliberazioni del Congresso, accanto a quelle contrarie
alla competenza delle Corti dell'ammiragliato e più ancora alla
tassazione non deliberata dalle assemblee coloniali, ve n'era una
contraria perfino ad una eventuale rappresentanza delle colonie nel
parlamento britannico, cosa della più alta importanza perchè dimostra
come negli Americani quanto era vivo il desiderio di rimaner nel fatto
indipendenti dalla madrepatria altrettanto era viva la riluttanza a
formare un tutto con essa, a sobbarcarsi ai suoi pesi finanziari e
politici. Nè soggezione dunque nè unione, ma continuazione di quel
sistema che garantiva alle colonie tutti i vantaggi di far parte del
potente impero britannico senza subirne i pesi.

Nel novembre la nuova legge entrava in vigore, ma tanta era l'ostilità
delle popolazioni da renderne impossibile l'esecuzione: i venditori
di marche da bollo venivano insultati ed assaliti, le loro case
svaligiate, le provviste di carta bollata bruciate, i procuratori
preferivano di sospendere gli affari piuttostochè far bollare gli
atti, i tribunali civili dovevano chiudersi; mentre la legislatura
del Massachusetts deliberava che tutti gli atti civili compilati in
carta semplice avessero lo stesso piena validità, ed il Connecticut
dichiarava apertamente che il popolo poteva ritogliere l'autorità
concessa al governo legale ogni qualvolta questo non avesse più il suo
consenso. All'insurrezione, che si esplicava da parte della plebaglia
in incendi e saccheggi, alle dichiarazioni rivoluzionarie delle aule
legislative, s'accompagnava poi una generale resistenza passiva più
formidabile d'ogni altra per gl'interessi inglesi. Il ceto commerciale
di New York s'impegnava dal 1º gennaio 1766 in poi di non far venire
più nessuna merce straniera sottoposta a dazio, di non prenderla in
deposito e di ritirare le commissioni già fatte: altrettanto facevano i
mercanti di Boston e di Filadelfia; i cittadini di questa s'impegnavano
a non soddisfare più i debiti contratti in Inghilterra; l'intera
popolazione americana rinunziava ad ogni agio di origine straniera,
ad ogni prodotto inglese, pure di conservare la propria libertà.
L'industria della madrepatria veniva pertanto paralizzata dalla perdita
repentina di un mercato così importante di fornimento della materia
greggia e di spaccio dei prodotti lavorati: il suo commercio verso il
nuovo mondo s'arrestava; gli affari ristagnavano: si sollevava un coro
generale di lamenti, di proteste, di preghiere, mentre le corporazioni
mercantili di Londra, di Bristol, di Liverpool, di Lancaster, di Hull,
di Glasgow peroravano questa volta presso il Parlamento la causa della
giustizia in nome dell'interesse! Le voci in difesa degli Americani si
facevano così ogni giorno più spesse nella Camera dei Comuni, dove tra
gli altri il vecchio Pitt, sempre vigoroso d'animo per quanto infermo
di corpo, esclamava: «Gli Americani sono sudditi di questo regno,
hanno lo stesso titolo di noi a tutti i diritti naturali dell'uomo ed
agli speciali privilegi dell'Inglese, sono nello stesso modo legati
dalle leggi inglesi e partecipano egualmente alla costituzione di
questo nostro libero paese: chè gli Americani sono figli legittimi
dell'Inghilterra, non bastardi. Se questa camera tollera che la legge
sul bollo rimanga in vigore, la Francia guadagnerà più per mezzo delle
colonie, di quanto non avrebbe guadagnato, ove le sue armi fossero
rimaste vincitrici nell'ultima guerra.». Ed a chi gli si opponeva: «Io
mi rallegro, esclamava fra l'altre cose, che l'America resista. Tre
milioni d'uomini, il cui sentimento di libertà fosse così morto che
si facessero incatenare spontaneamente, sarebbero strumenti acconci
a rendere schiavi tutti gli altri. In una causa giusta voi potrete
stritolare l'America, ma la tassa sul bollo sarebbe un'ingiustizia
troppo grave ed io sono proprio convinto che in tal cosa sarebbe
perfino una vittoria il perdere. Se voi rovinate l'America, essa
sprofonderà come un gigante, stringerà colle braccia le colonne dello
stato e sotterrerà la nostra costituzione fra i suoi rottami. È questa
la pace magnificata, che voi cacciate la vostra spada non nel fodero,
ma nelle viscere dei vostri compatriotti?».

Frattanto il governo era passato dalle mani del Grenville a quelle
del Rockingam, il quale diceva di voler «revocare cento leggi sul
bollo piuttostochè eseguirne una con la forza»; cosicchè più facile
apparve appianare un conflitto, di cui il Franklin mostrava di nuovo
ai ministri inglesi in una conferenza divenuta famosa le pericolose
conseguenze. Il Parlamento infatti nei primi mesi del 1766 abrogava
l'infausta legge, pure riconfermando il diritto di tassare le colonie;
e la decisione veniva accolta tra il giubilo dei due popoli: le navi
inglesi s'imbandieravano sul Tamigi; ed a Giorgio III decretavano
statue New York e la Virginia. La legge sul bollo però non essendo
stata che la causa occasionale di tanta agitazione, la revoca di essa
non fu più efficace quanto agli effetti dell'olio versato sul mare in
procella: le onde cessano per un momento d'accavallarsi a fior d'acqua,
ma la burrasca continua negli strati inferiori e riguadagna ben presto
la superficie. La madrepatria non poteva dimenticare l'umiliazione
subita, tanto più che al ministero Rockingam succedeva nel 1766 un
ministero Grafton-Pitt, in cui la disparità di vedute dei componenti
e la malattia del Pitt lasciavano libera la mano al famoso Townshend,
cancelliere dello scacchiere, nelle faccende americane. Dopo la morte
anzi del Townshend ed il ritiro del Pitt, la direzione stessa del
ministero passava nel 1768 nelle mani di lord North, avversario deciso
dell'autonomia americana. Si escogitavano pertanto nuovi mezzi diretti
e indiretti di tassare l'America, si tentava di privarla delle sue
patenti e di sottoporla ad un regime militare affidato al generale
Gage, comandante supremo dell'esercito regio nelle colonie. Queste
rispondevano dal canto loro alle provocazioni della metropoli con
la resistenza passiva e con quella attiva senza però alcuna idea di
separazione dalla madrepatria, di indipendenza. Lo stesso banditore
della «resistenza con la forza» alle sopraffazioni della metropoli,
Giovanni Dickinson di Pennsylvania, nelle sue famose «_Lettere d'un
agricoltore_», destinate a scuotere come corrente elettrica tutte
quante le colonie, esclamava in quell'epoca: «Se mai noi ci separiamo
dalla madrepatria, quale nuova forma di governo adotteremo? dove
troveremo noi un'altra Inghilterra per riparare la nostra perdita?
Staccati dalla nazione alla quale siamo uniti dalla religione, dalla
libertà, dalle leggi, dall'affetto, dalla parentela, dal linguaggio ed
il commercio, noi dobbiamo perdere del sangue da tutte le nostre vene».

È una lotta pertanto puramente difensiva, nella quale ogni colpo
della metropoli trova nelle colonie una trincea, in cui infrangersi;
ogni protesta delle seconde trova nei provvedimenti della prima la
più amara accoglienza: era da ambo le parti una serie di vittorie e
di scacchi, attraverso cui prendeva consistenza nelle colonie l'idea
dell'unione per la difesa delle comuni libertà. Nella lotta fierissima
del Massachusetts per conservare la sua costituzione sembrava
così compendiarsi in quegli anni la lotta di tutte le colonie. Gli
avvenimenti di Boston, dove comizi si succedevano a comizi nel severo
palazzo di città «Faneuil-Hall», dove i conflitti tra governatore e
popolo, tra cittadini e soldati arrivavano al sangue come nel «macello
bostonese» del 1770, accrescevano il fermento dell'intero paese e lo
eccitavano sempre più alla resistenza attiva oltrecchè passiva. E già
il Massachusetts, sotto la guida di Samuele Adams e Giacomo Warren,
formulava nel novembre 1772 una serie di lagnanze contro le usurpazioni
del parlamento, l'imposizione di gravezze non acconsentite dai
coloni, l'impiego di forze militari in tempo di pace senza il permesso
delle singole legislature, la giurisdizione illegale del tribunale
dell'ammiragliato, l'investitura di vescovi e tribunali ecclesiastici
senza il consenso della colonia, i vincoli infine opposti all'industria
ed al commercio, chiedendosi nelle riunioni se di fronte ad una
ulteriore negazione delle franchigie assicurate dalle patenti non fosse
il caso di formare uno stato indipendente a guisa dei Paesi Bassi. E la
Virginia, aderendo pienamente nel marzo del 1773, alla dichiarazione
bostonese, costituiva un comitato, dove entrava Tommaso Jefferson,
incaricato di attivare la corrispondenza con le altre colonie e di
abboccarsi con eventuali comitati di esse per un'azione comune di
resistenza.

Mentre l'opposizione aperta cresceva ogni giorno più e, peggio
ancora, si organizzava sistematicamente secondo un piano federale,
la resistenza passiva continuava tenace a danno dell'Inghilterra:
l'«Unione per non importare nessuna merce inglese», estesasi da
New-York a tutte le altre colonie, veniva coscienziosamente obbedita,
e l'esportazione inglese per l'America nordica scendeva nel 1769 di
ben 744.000 sterline in confronto dell'anno precedente; mentre le
esportazioni per la madrepatria dalle colonie scendevano da 100.000
sterline nel 1767 a 7000 nell'anno successivo ed a 3000 nel 1769.
Siccome poi lord North, di fronte alle proteste degli esportatori
inglesi contro le nuove tariffe doganali, le faceva dal Parlamento
mitigare, mantenendo però intatto il dazio sul tè come segno del potere
supremo del Parlamento in tale materia, l'opposizione economica venuta
meno per gli altri prodotti si concentrava contro il tè inglese,
la cui importazione dalle 132.000 sterline del 1768 si riduceva ad
11.000 due anni dopo, facendo discendere da 70 a 40 i bastimenti
impiegati per tale commercio dalla compagnia delle Indie Occidentali.
Quando poi questa, per rialzare le sue azioni rovinate e pagate le
400.000 sterline annue dovute al governo, tentò colla complicità
della madrepatria di imporre il suo tè all'America, riuscite vane le
nuove proteste delle colonie, la «società bostonese per il tè», come
fu chiamata scherzosamente una moltitudine di bostonesi camuffati da
Indiani Mohawki, s'impadroniva il 28 dicembre del 1773 d'un bastimento
contenente 340 casse di tè e ne gettava in mare l'intero carico del
valore di 18.000 sterline!

Alla notizia di tale fatto lord North il 14 marzo 1774 presentava
al Parlamento una proposta per l'immediata chiusura del porto di
Boston, che avrebbe durato finchè la città non avesse indennizzato la
compagnia del tè gettato in mare: all'approvazione di tale progetto
teneva dietro poi quella d'un'altra legge «per un migliore assetto
della costituzione del Massachusetts», la quale annullava la patente
della colonia. Governatore civile di questa veniva intanto nominato il
generale Gage, comandante militare supremo dell'intera America nordica.
Il Massachusetts riceveva così un ordinamento militare ed assoluto
analogo a quello che con la «_legge su Quebec_» era dato al Canadà: la
libertà americana veniva colpita a morte nel corpo della colonia, che
ne era da secoli il baluardo più strenuo, il ridotto inespugnabile.
Il guanto di sfida era gettato: la società americana, che ad ogni
attacco dell'Inghilterra aveva risposto con un contrattacco, agli atti
di navigazione col contrabbando, alla legge doganale colla rottura del
traffico, alla tassazione illegale colla resistenza, all'impiego della
forza non poteva ora rispondere se non colla forza, uso della forza cui
era vano ricorrere senza l'unione di tutte le colonie: indipendenza e
federazione, preparate così da cause secolari, nascevano ad un parto a
gettare le basi d'una struttura statale nuova non solo pel continente
ma per la terra tutta, gli Stati Uniti d'America.


§ 3. CONFEDERAZIONE E GUERRA D'INDIPENDENZA. — La chiusura del porto
di Boston ed il conseguente «decreto d'ordinamento», che annullava la
patente del Massachusetts, da oltre 80 anni legge fondamentale della
colonia, furono la scintilla che accese il gran fuoco rivoluzionario.

Però, se l'indipendenza doveva esser il risultato ultimo della
lotta, che stava per impegnarsi, essa non era per questo il fine cui
mirassero generalmente le popolazioni nell'ingaggiarla. Anche qui
doveva avverarsi la grande legge, che regola i destini dell'umanità:
la moltitudine è sempre un protagonista incosciente del dramma, che
rappresenta, obbedisce sempre all'interesse del momento anzichè a
remote finalità; che queste si raggiungano, è conseguenza fatale di
cause antecedenti, non già conseguenza voluta di un piano determinato
d'azione. Il 25 settembre 1774 dietro accordo preso fra i comitati
di corrispondenza delle colonie, si radunava in Filadelfia, la
città centrale già prescelta a tal fine 20 anni prima dal «progetto
d'Albany», il primo di quei congressi continentali, che d'allora
in poi avrebbero dovuto raccogliersi tutti gli anni. Nella modesta
sala dei falegnami di quella città si radunavano in numero di 51
i rappresentanti di 12 colonie, tutte cioè meno una, la neonata
Georgia: ma di essi solo i rappresentanti della Nuova Inghilterra e
della Virginia, le regioni più mature per densità di popolazione e
compattezza sociale, si mostravano già risoluti ad un aperto distacco
dalla metropoli, chè gli altri non volevano neppur sentir parlare
di ciò. Il presidente Peyton Randolph aveva ben potuto nel prender
possesso del suo ufficio farsi portare una corona, spezzarla in dodici
parti eguali e consegnarne i pezzi alle deputazioni delle colonie
rappresentate come simbolo dell'annullamento del potere regio e
dell'uguaglianza fra le colonie; ma quando il bollente Henry Patrick,
enumerate le ingiustizie subite, affermò che per essersi sfasciato
il vecchio regime le colonie erano ritornate allo stato di natura e
dovevano perciò darsi un governo affatto nuovo, il Jay, interpretando
il pensiero della grande maggioranza degli intervenuti, interrompeva:
«Io non posso pensare che il vecchio governo sia finito in tutto e per
tutto e che noi siamo giunti al punto di abbozzare una costituzione
americana, invece di fare il tentativo di correggere i difetti
dell'antica».

Ed il congresso infatti, dopo aver preso varie deliberazioni, fra cui
notevolissima quella che in esso e nei futuri ogni colonia avrebbe
avuto un voto soltanto senza riguardo alla sua grandezza e popolazione,
si limitava a reclamare la revoca di tutti i decreti parlamentari e
delle ordinanze, che violavano i diritti delle colonie, e si chiudeva
rivolgendo un appello alla nazione britannica, d'Europa e d'America,
ed una petizione al re. «Alla vostra equità, era detto nel primo, noi
ci richiamiamo. Vi si è raccontato che noi eravamo stanchi del governo
e sospiravamo l'indipendenza. Queste sono calunnie. Lasciateci liberi,
come siete voi, e noi stimeremo sempre l'unione con voi come la nostra
gloria più grande e la nostra fortuna maggiore. Ma se siete risoluti
a lasciar trescare scelleratamente i vostri ministri co' diritti
umani, se nè la voce della giustizia, nè le prescrizioni della legge,
nè le massime della costituzione, nè le esortazioni dell'umanità non
valgono a impedire alle vostre mani di versar sangue in una cosa così
empia, allora noi vi dobbiamo dire che non ci assoggetteremo mai a
nessun ministero e a nessun popolo del mondo. Noi siamo così lontani,
era detto nella seconda, dall'esigere innovazioni che per questo ci
siamo anzi opposti a voi — noi non esigiamo altro che pace, libertà e
sicurezza, noi non desideriamo nessuna diminuzione della prerogativa
regia, nè la concessione di qualsivoglia nuovo diritto. Sempre
appoggeremo e manterremo la vostra autorità regia su di noi e la nostra
unione coll'Inghilterra».

La difesa dei propri diritti, il ristabilimento del passato e nulla
più, ecco l'idea che moveva ancora quella società in sugli albori
della stessa indipendenza a combattere con le armi la potenza
inglese. Ma intanto il dado era gettato: agli avvenimenti decidere
del risultato. Tutte le buone intenzioni, tutte le proteste sincere
di lealtà pel monarca non potevano invero privare di loro efficacia
i fatti salienti del giorno. I coloni anzitutto si erano creati
stabilmente un unico corpo rappresentativo, fatto capitale pel futuro
come quello che trasformava la solidarietà intercoloniale precedente
in un vero e proprio legame politico: questo corpo rappresentativo
in secondo luogo, negando al parlamento britannico ogni autorità di
legiferare per le colonie americane, affermava l'indipendenza di fatto
di esse: la provincia infine del Massachusetts, non riconoscendo il
nuovo governo piantato sulle canne dei fucili in base al «decreto
di ordinamento» e prestando obbedienza soltanto alla sua assemblea
trasformatasi in «congresso provinciale», dava il primo esempio di
governo rivoluzionario indipendente dall'Inghilterra; mentre Boston,
perduta ogni vita commerciale e industriale con la chiusura del porto e
costretta a vivere delle provvigioni, che tutte le colonie con slancio
fraterno le inviavano, diventava nell'ozio forzato un semenzaio di
soldati della libertà, disposti coi fratelli della provincia, che
oramai s'armavano ed organizzavano, ad attaccare i soldati regi,
unici puntelli del dispotismo. Ed alle armi ricorrevano ormai quasi
tutte le colonie, dopo che gli appelli del Congresso furono respinti
e le concilianti proposte del Franklin, rimasto a parlamentare in
Inghilterra fino al 20 marzo 1775, naufragarono. Alle minaccie non vane
del Congresso americano di abolire del tutto il commercio degli schiavi
oltre il 1º dicembre 1774, di non importare più nulla dall'Inghilterra
ed Irlanda oltre quella data e di non esportare nulla per esse e per
le Indie Occidentali oltre il 10 settembre dell'anno seguente, se
i suoi reclami non fossero stati esauditi, lord North, spinto suo
malgrado alle misure estreme dalla volontà personale di Giorgio III,
rispondeva, nonostante i lamenti e le suppliche dei commercianti e dei
creditori inglesi, col vietare alle colonie già sollevate il commercio
colla madrepatria e la pesca nei mari nordici, col cercar di dividere
le colonie favorendo gl'interessi delle meridionali, con lo spedire
sovratutto navi ed armati contro gli insorti, contro cui il Gage
cercava invano di scatenare la guerra dei Canadesi, la furia degli
Indiani, l'insurrezione degli schiavi negri.

Gli avvenimenti avevano ormai posto chiaro il dilemma che l'Inghilterra
o sarebbe riuscita ad assoggettare colle armi le colonie o ne
avrebbe dovuto riconoscere l'indipendenza completa. Mentre infatti
i primi rinforzi inglesi navigavano alla volta dell'America, in
questa avvenivano già i primi scontri. Sullo scorcio di aprile del
1775, nei dintorni di Boston, a Lexington ed a Concord, il popolo
americano iniziava gloriosamente la guerra d'indipendenza: compagnie
improvvisate di «_minute men_» o milizia civica che doveva tenersi
pronta da un momento all'altro a combattere, frotte di agricoltori
usciti in maniche di camicia dalle loro case al suono delle campane,
che li chiamava a difendere la libertà, armati di fucili da caccia,
senza ordine nè disciplina, obbligavano a ritirarsi in Boston le
truppe regolari, bene agguerrite e meglio addestrate, che il Gage
aveva spedito per imprigionare i capi-popolo Adams ed Hancock! Poco
appresso a Bunker-Hill, in una giornata caldissima, il 17 giugno dello
stesso anno, pure nelle vicinanze di Boston, circa 3000 di questi
soldati improvvisati, senza uniforme, senza pratica di guerra, senza
vettovaglie, senz'acqua, senza quasi munizioni, dietro trincee di terra
costrutte nella notte e non ancor terminate, attendevano impavidi
fino a 10 metri di distanza 4000 veterani protetti da batterie, li
decimavano sotto il loro fuoco micidiale, vedevano gli ufficiali
inglesi spingere a colpi di sciabola i loro uomini riluttanti contro
le trincee, ed erano costretti finalmente a ritirarsi per mancanza
di munizioni soltanto! «La milizia ha sostenuto il fuoco?» chiedeva
Washington all'annunzio del combattimento; ed alla risposta positiva
esclamava: «le libertà del paese sono allora sicure».

Il secondo congresso generale, apertosi in Filadelfia il 10 maggio
1775 e presieduto da quel Giovanni Hancock, ricco mercante bostonese
che il Gage aveva dichiarato ribelle, non poteva nascondersi
le necessità del momento; e per quanto respingesse l'idea d'una
separazione definitiva dalla metropoli, per quanto protestasse
la sua fedeltà verso l'Inghilterra, si diportò realmente come un
potere sovrano, riconosciuto tale da tutte le colonie insorte. Nello
stesso maggio infatti prendeva la deliberazione che le «Colonie
unite» erano costrette a cagione delle ostilità dell'Inghilterra a
porsi senz'indugio in stato di difesa; nel giugno incaricava alcuni
dei suoi membri d'organizzare per la durata d'un anno un «esercito
continentale», di cui nominava ad unanimità Giorgio Washington
comandante in capo e pel cui mantenimento emetteva due milioni di
dollari in banconote, garantite dalle «Colonie unite», istituendo ad
un tempo una forma rudimentale di potere esecutivo in una tesoreria
ed un dipartimento per gli affari indiani; nel colmo dell'estate,
essendo l'esercito inglese chiuso in Boston, mandava contro il Canadà
una spedizione agli ordini dei generali Schuyler e Montgomery; nel
settembre spediva alle colonie perchè l'approvassero una specie di
costituzione, ispirata dal Franklin, intesa a regolare provvisoriamente
le «13 colonie unite dell'America nordica» finchè l'Inghilterra
non avesse revocato le ultime ordinanze, risarcito Boston dei danni
sofferti pel blocco e richiamato dall'America tutte le sue truppe;
nello stesso mese costituiva una giunta secreta sotto la presidenza del
Franklin, coll'incarico di annodare trattative diplomatiche dapertutto
in Europa ed in ispecie in Irlanda, dopo che erano già stati inviati
agenti secreti a Parigi, a Madrid, all'Aja, a Berlino, a Copenhagen,
a Pietroburgo per interessare le potenze continentali alla sorte
degli Americani; nel gennaio 1776 faceva chiudere tutte le dogane
dichiarando liberi d'ogni dazio tutti i porti americani per le navi
europee, libertà di traffico concessa perfino alle navi inglesi con
la garanzia per di più d'un carico completo di ritorno qualora esse
portassero armi e munizioni, mossa questa abilissima giacchè non solo
chiamava l'interesse commerciale dell'Europa in difesa della causa
americana ma sfruttava l'avidità degli stessi mercanti inglesi a danno
dell'Inghilterra. Questa d'altra parte, sanata ormai dell'illusione
di potere con gli spauracchi e qualche migliaio di soldati frenare gli
Americani, s'apprestava ad una guerra regolare: nella mancanza d'uomini
in patria ingaggiava dei mercenari tedeschi, pagandoli un tanto a
testa agli spiantati principotti di Brunswick, di Waldeck, d'Anhalt,
dell'Assia in ispecie, allestiva un esercito campale di 55.000 uomini,
di cui 25.752 destinati all'America, mentre l'ammiragliato chiedeva
per l'anno 1776 un complesso di 28.000 marinai su 76 vascelli da
guerra. A tanto apparato di forze il congresso continentale non poteva
opporre nel 1775 che un esercito per modo di dire composto di 14.000
uomini male armati, senza disciplina militare, senza ingegneri, senza
artiglieria, ed un'armata di 7 navi, 7 fregate e 38 legni minori, forze
marittime però integrate dagli incrociatori delle singole colonie e più
ancora dalle navi corsare da queste patentate, le quali fecero durante
tutta la guerra una vera distruzione di navigli commerciali inglesi.

Fu singolare fortuna per gli Americani, che il Congresso avesse scelto
come comandante in capo Giorgio Washington; giacchè solo la resistenza
fisica e la tenacia incrollabile acquistata nella vita precedente,
l'esperienza militare conseguita nelle guerre contro i Francesi e
gli Indiani, il sano giudizio, il coraggio sublime, l'ammirabile
padronanza di sè sopratutto e la devozione incondizionata alla patria
ed alla libertà di quest'uomo allora sui quarantatre anni, il quale
nella maestosa figura congiungeva la dignità all'affabilità, avrebbero
potuto superare i mille ostacoli, che attendevano il duce d'una guerra
condotta con le mani legate, senza uomini bene spesso e senza denaro,
con poche munizioni, con rari ufficiali provetti ed anche questi non
immuni da gelosie personali o provinciali.

Ai primi di luglio del 1775 il Washington veniva a porsi alla testa
dei 14.000 uomini, che tenevano bloccato in Boston l'esercito inglese;
ma per mancanza di polvere era costretto a rimanere inattivo sino
alla primavera seguente: solo allora, divenuta ormai insostenibile la
piazza sotto i colpi delle batterie innalzate dal Washington sulle
alture di Dorchester, il generale inglese Guglielmo Howe, successo
al Gage nel comando supremo, il 17 marzo 1776 sgombrava Boston coi
suoi 7000 uomini e con circa 1500 cittadini favorevoli al re, i così
detti _lealisti_, imbarcandosi su 150 navi alla volta di Halifax nella
Nuova Scozia. Anche nel sud le cose andavano bene per gli Americani,
giacchè una flotta inglese, che invano aveva attaccato vari punti della
costa, battuta a Charleston, S. C. dalle artiglierie di Fort Moultrie,
abbandonava al cadere del giugno 1776 quelle acque per veleggiare alla
volta di New York, cui miravano ormai le forze inglesi di terra e di
mare.

Falliva invece completamente la spedizione, che il Congresso
nell'estate del 1775 aveva mandato contro il Canadà sotto gli ordini
dello Schuyler e del Montgomery, nella speranza di sollevare con
tutta facilità contro l'Inghilterra e di occupare quel paese da poco
strappato ai Francesi; chè la campagna, cominciata felicemente colla
presa del forte di S. Giovanni seguita da quella della stessa Montreal
nel novembre, finiva male sotto Quebec, cui gli Americani cercavano
invano l'ultima notte dell'anno di dare la scalata nonostante la neve
ed il ghiaccio che coprivano il suolo, rendendo pressochè impossibile
l'avanzarsi: lo stesso Montgomery cadeva da prode nell'assalto
disastroso; e l'esercito americano, dopo esser rimasto qualche altro
mese sotto Quebec, di fronte ai rinforzi inglesi doveva abbandonare
anche le piazze occupate del Canadà, che rimaneva per sempre nelle mani
dell'Inghilterra.

Iniziatasi così la guerra, le proteste di fedeltà alla madrepatria
non sarebbero state oramai che finzioni, e l'idea d'una separazione
completa da essa andava guadagnando ogni giorno più le colonie,
conquistate dalla propaganda in proposito di Tommaso Paine, il quale
nel suo pamphlet dal titolo «_Senso Comune_» ricorreva all'autorità
della Bibbia non meno che ai dettati della ragione: «quando presi la
prima volta il comando dell'esercito, diceva lo stesso Washington
in quei giorni, aborrivo dall'indipendenza, ma ora sono pienamente
convinto che null'altro può salvarci».

Il governo inglese infatti qua abbattuto là esautorato aveva fatto
luogo dove a governi locali dove all'anarchia; cosicchè urgeva prendere
una decisione collettiva, che arrestasse la seconda e legalizzasse i
primi. Il 7 giugno 1776 Riccardo Enrico Lee di Virginia, obbedendo
alla volontà del suo stato, propose al Congresso la risoluzione
«che le Colonie Unite sono e di diritto devono essere Stati liberi e
indipendenti». La mozione caldeggiata da John Adams suscitava un fiero
dibattito, dal quale appariva come New York, New Jersey, Pennsylvania,
Maryland e Sud Carolina non fossero ancora decise a tale passo
estremo. Sospesasi pel momento ogni decisione in proposito, finchè
non si fossero vinte le resistenze delle colonie ancora titubanti
o addirittura contrarie, come New York, si incaricava intanto di
compilare una eventuale dichiarazione d'indipendenza una giunta
composta di Beniamino Franklin per la Pennsylvania, di Roberto L.
Livingston per Nuova York, Ruggero Sherman per il Connecticut, Giovanni
Adams per il Massachusetts e Tommaso Jefferson per la Virginia: in
realtà veniva essa stesa da quest'ultimo, giovane e valente avvocato
allora sui trentatre anni, assai versato negli studi filosofici storici
letterari e già noto per la sua abilità nel comporre note politiche
del genere. Il Franklin e l'Adams la modificavano leggermente e la
difendevano poi con tutte le loro forze dalle critiche e dagli attacchi
spesso violenti in seno al Congresso, il quale la adottava il 2 luglio
1776 senz'altro notevole cambiamento che la soppressione d'una clausola
relativa alla schiavitù, troppo ostica per la Sud Carolina e la
Georgia. Il 4 luglio 1776, il giorno stesso in cui ventidue anni prima
s'era approvato dalle colonie il «progetto di Albany», la Dichiarazione
veniva firmata dal Presidente del Congresso.

«Noi siamo costretti a rompere ogni vincolo politico coll'Inghilterra,
dicevano in sostanza le colonie per mezzo dei loro rappresentanti
in tale Dichiarazione, ma riteniamo necessario dichiarare al mondo
quali ragioni ci spingono a far ciò». Quindi, esposti pochi principî
incontrovertibili, che garantivano diritti positivi ed erano troppo
radicati nella coscienza del popolo per aver bisogno di spiegazione, ne
traevano la conseguenza che il dominio inglese, avendoli tutti violati,
doveva essere abolito per sempre. Alla lunga enumerazione dei delitti
politici del re Giorgio III contro le colonie, fatta anche nell'intento
di metter sott'occhio al paese tutti i mali della servitù, seguiva
infine la dichiarazione formale che le Colonie Unite d'allora in poi
avrebbero costituito degli stati liberi ed indipendenti. Era una pagina
di logica serrata e tagliente come la lama d'un pugnale, densa di
fatti più che di parole, essenzialmente nazionale anzichè universale:
vero specchio del passato, da cui si poteva dedurre l'avvenire, essa
dimostrava come fossero nate e si fossero svolte le colonie, quali
diritti avessero portato dalla madrepatria e come la violazione di essi
imponesse loro di separarsi dall'Inghilterra.

Nulla di mistico, di generale in questa Dichiarazione, in cui il
carattere politico della razza lungi dallo smentirsi riceveva nuova e
più solenne conferma[15]. Si direbbe che l'autore di essa avesse presa
a modello la Dichiarazione presentata nel 1688 a Guglielmo III dalla
nazione inglese, se non ci fosse stato tramandato che il Jefferson
la compose tutta di sua testa senza consultare alcun libro, se il
linguaggio del documento famoso non fosse proprio di dichiarazioni
consimili fatte in quegli anni da città e contee americane. Già nel
gennaio 1773 infatti la città di Sheffield, Mass., primo esempio forse
di ciò, proclamava le lagnanze e i diritti delle colonie, tra cui il
diritto di _self-government_; e nello stesso anno e nella medesima
colonia Mendon votava delle risoluzioni contenenti tre proposizioni
fondamentali della grande Dichiarazione stessa, che cioè tutti gli
uomini hanno un eguale diritto alla vita ed alla libertà, che questo
diritto è inalienabile, che il governo deve trarre sua origine dal
libero consenso del popolo.

Sul popolo infatti ricadde la sovranità dopo che la Dichiarazione
d'indipendenza, adottata successivamente dalle singole colonie meno
New-York che s'astenne dal votare, le ebbe affrancate di diritto
oltrecchè di fatto dalla sovranità inglese. I nuovi governi derivarono
dapertutto la loro autorità solamente e direttamente dal popolo, e
questa autorità per di più non fu delegata per sempre al governo ma
affidata ad esso come ad agente temporaneo del popolo sovrano, che
rimase la sorgente esclusiva del potere politico. Questo del resto era
apparso chiaro già dalla nomina dei delegati al Congresso, fatta dai
corpi locali assai più che dai governi coloniali. Mentre infatti il
New Hampshire e le altre colonie dell'Est avevano proceduto come delle
confederazioni di _towns_, erano state le _contee_ nel New Jersey,
nel Maryland, e nella Virginia ad elegger separatamente dei comitati
per la nomina dei deputati: nel New York, accanto ai delegati proposti
dalla città di New York e ratificati generalmente dalle campagne, la
contea di Suffolk aveva nominato un rappresentante distinto, la contea
d'Orange un po' più tardi eleggeva il suo deputato, che si presentava
al Congresso e produceva il certificato della sua elezione da parte
della contea: la Georgia, molto tepida al principio della guerra, non
si era fatta rappresentare al Congresso fino al 15 luglio 1775, ma ciò
non aveva impedito alla parrocchia di Saint John d'inviare un delegato,
che era stato ammesso al Congresso. Così ora, mentre il Connecticut
ed il Rhode Island per volontà del popolo continuarono ad usare le
loro carte regie, il primo sino al 1818 il secondo sino al 1842, gli
altri Stati si diedero generalmente nelle singole assemblee popolari
delle nuove costituzioni, le quali per quanto imperfette e difettose
li salvarono dall'anarchia sovrastante e permisero loro di superare la
burrasca della rivoluzione.

La nuova nazione, affermatasi in faccia al mondo nella Dichiarazione
d'indipendenza, non tardava ad adottare un simbolo comune, che la
rappresentasse: alle varie bandiere usate in sul principio dagli
insorti, tra cui notevole quella che il Washington aveva derivato
dalla bandiera inglese aggiungendo alla croce bianca e rossa di
questa tredici striscie alternate bianche e rosse, il Congresso
ne sostituiva una sola esclusivamente nazionale, deliberando il 17
giugno 1777 che «la bandiera dei tredici Stati Uniti fosse di tredici
striscie alternate bianche e rosse, e che l'unione fosse rappresentata
da tredici stelle bianche in campo turchino»: le tredici striscie
rimasero poi sempre a ricordo delle antiche colonie, che lottarono per
l'indipendenza, ma le tredici stelle andarono ogni giorno aumentando
coll'entrare di sempre nuovi Stati nella bene auspicata Unione.

Duri cimenti attendevano però gli Americani prima che l'indipendenza da
essi dichiarata fosse riconosciuta da chi voleva con le armi ridurli in
ischiavitù: la loro bandiera doveva sventolare su campi di battaglia
cruentissimi, in accampamenti dove la fame il freddo le malattie
decimavano uomini ed ufficiali, doveva affondarsi in seno all'oceano
sugli alberi di navi sventrate ed incendiate, assistere a carneficine
d'inermi perpetrate da Indiani e da bianchi più fedeli al re che alla
patria ed all'umanità, prima che sicuro all'ombra di essa un popolo
nuovo potesse svolgere nella pace feconda le mille sue attività,
strappare alla terra ed al mare le inesauste ricchezze.

Caduta Boston in potere degli Americani, gl'Inglesi avevano concepito
di impadronirsi degli Stati di mezzo per dividere le forze degli
insorti; ed il Washington, prevedendo un tal piano, aveva spostato il
suo esercito verso New York, che pel suo porto eccellente era presa
specialmente di mira dal nemico. Riunitosi davanti a New York col
fratello ammiraglio e portato l'esercito coi nuovi rinforzi a 30.000
uomini, nell'agosto 1776 il generale Howe attaccava gli Americani
radunati in Long-Island e dopo un combattimento di circa sei ore
li obbligava a ritirarsi colla perdita d'un migliaio di uomini. Il
Washington, non volendo per la vana speranza di conservare New York
perdere l'intero esercito, si ritirava, abbandonando la città al
nemico, ed incalzato invano da questo riusciva a valicare il Delaware;
mentre il suo esercito, scorato e sensibilmente ridotto dalle perdite
subite, pressochè si scioglieva e gli Inglesi, fatto prigioniero
il generale Carlo Lee, che risultò poi traditore, occupato il Rhode
Island il New York ed il New Jersey, minacciavano la stessa capitale
Philadelphia, donde il Congresso, nel timore perfino d'una rivolta in
favore dell'Inghilterra, trasportava nell'interno la sua sede.

A rialzare l'abbattuto coraggio dei suoi il Washington la notte di
Natale del 1776 ripassava sul ghiaccio il Delaware e verso l'alba dopo
una marcia notturna tra la pioggia ed il fango assaliva di sorpresa
un migliaio di Assiani alloggiati in Trenton, facendoli prigionieri:
pochi giorni dopo vinceva pure per sorpresa a Princeton, riconquistando
il New Jersey. L'effetto morale di tali vantaggi fu sorprendente:
gli Americani, aiutati nel frattempo da illustri stranieri venuti a
difendere la causa della libertà, come il marchese di Lafayette, il
De Kalb, i polacchi Pulaski e Kosciusko, i baroni prussiani Wodtke
e Steuben, fatte nuove leve, organizzata alla meglio la difesa del
Delaware, cercarono di opporsi agl'inglesi, che forti d'un 50.000
uomini si avanzavano su Philadelphia. Sulle rive però del fiume
Brandywine, un affluente del Delaware, l'11 settembre del 1777 il
Washington veniva completamente battuto; e qualche settimana dopo,
mentre la città quacchera accoglieva giubilante le truppe di lord
Cornwallis, i magri avanzi dell'esercito americano si ritiravano
dietro lo Schuylkill nelle selve a sopportare nella vallata di Forge
insieme coi loro capitani, primo fra tutti per sublime abnegazione
l'eroe intemerato, gli orrori della fame del freddo e delle malattie,
in quartieri che Lafayette diceva a ragione «assai meno ridenti d'un
carcere», fra le nevi su cui i loro piedi scalzi lasciavano impronte di
sangue.

L'andamento della guerra nel settentrione cambiava però totalmente
le cose per gl'insorti. Quivi al generale inglese Burgoyne, il
quale, direttosi dal Canadà alla volta di Albany per unirsi colle
truppe inglesi rimaste col Clinton in New York ed impedire così
il congiungimento fra gli Stati nordici, aveva riportato ottimi
successi, aprendosi la via all'Hudson, si facevano incontro i generali
Arnold Lincoln e Gates, i quali concentrate le loro forze battevano
completamente l'esercito canadese sull'alto Hudson e lo bloccavano a
Saratoga. Il Burgoyne, non vedendo speranze di aiuto dal Clinton, che
si era indugiato a devastare il paese, e non rimanendogli che soli tre
giorni di viveri per le truppe, convocava un consiglio di guerra, in
cui si decideva di capitolare quando fossero concessi patti onorevoli:
il 17 ottobre 1777 questo corpo d'esercito, forte ancora d'un 6000
uomini, si arrendeva alle condizioni di lasciare il campo cogli onori
militari ed, abbassate quindi le armi, imbarcarsi a Boston per l'Europa
col patto di non servir più in questa guerra.

La capitolazione di Saratoga, mentre rialzava gli spiriti degli
Americani, sbigottiva l'Inghilterra e riempiva di giubilo le potenze
ad essa nemiche, spingendole ad un passo decisivo in favore degli
Stati Uniti. Così, mentre a Parigi Beniamino Franklin, che di nuovo
s'era recato in Europa, non stentava molto nei primi mesi del 1778 a
trascinare in una lega cogli Stati Uniti quella Francia, che anelava
al momento di abbattere la potenza inglese nel Nord-America, a Londra
lord North presentava e faceva approvare dal Parlamento progetti intesi
a riconciliarsi le colonie ribelli, mandando per di più in America
cinque plenipotenziarii per gli opportuni accordi e pel ristabilimento
dell'autorità regia. Ormai però era troppo tardi: l'alleanza colla
Francia era un fatto compiuto, ed i commissari inglesi dovettero
ritornarsene a Londra senza che si fosse loro nemmeno permesso di
aprire le trattative. L'adesione della Spagna e dell'Olanda alla lega
franco-americana obbligava poco dopo l'Inghilterra a difendere in
tutti i mari del mondo il suo commercio ed i suoi possessi; mentre un
nuovo colpo alla sua potenza e prepotenza marittima veniva assestato
nel 1780 da quella lega della neutralità armata fra Russia Danimarca
e Svezia, la quale, garantendo la massima libertà al traffico dei
neutri, toglieva il predominio illimitato esercitato fino allora
dall'Inghilterra sulle flotte di questi.

Con tutto ciò la condizione degli insorti non era ancora delle più
invidiabili. La flotta francese inviata sotto il conte d'Estaing in
aiuto degli Americani nel 1778, se aveva ristorato l'esercito scalzo
seminudo affamato di Walley-Forge e spinto sir Enrico Clinton, successo
al generale Howe nel comando supremo, a sgombrare Filadelfia per
ritornare sopra New York, s'era però ritirata ben presto senza poter
snidare da alcun punto gli Inglesi, i quali non solo avevano conservato
New York, ma avevano portato la guerra anche nelle colonie del Sud,
scatenandovi una lotta feroce di distruzione reciproca fra _lealisti_,
quivi numerosi, e partigiani dell'indipendenza; mentre il Washington,
privo di forze, non aveva potuto, ed anche questo a mala pena, che
mantenere la sua posizione difensiva nelle alte terre di New York e di
New Jersey.

Potevano bene le deliberazioni del Congresso fissare a circa 40.000
uomini il contingente militare, chè lo stesso generale supremo per
la negligenza nel reclutamento da parte dei singoli Stati non poteva
disporne di più di 10.000; poteva bene il barone di Steuben introdurre
opportune riforme militari nell'esercito americano sul modello di
quello prussiano, chè il reclutamento regionale e l'arruolamento di
cortissima durata, rinnovando di continuo i contingenti di truppa,
rendevano impossibile ogni offensiva vittoriosa contro gli eserciti
regolari del nemico. L'impotenza dell'esercito americano, che secondo
una lettera del Washington nel maggio 1781 non possedeva carne neppure
per un giorno, non era che la conseguenza di quella del Congresso,
cui l'assoluta autonomia dei singoli Stati, frutto della storia
secolare delle colonie, non dava i mezzi di garantire la salvezza
comune: lo stato delle finanze era ormai disperato; le confische
dei beni appartenenti ai realisti andavano ad esclusivo vantaggio
dei singoli Stati; la carta monetata, discesa ad un duecentesimo del
suo valore nominale, veniva ormai sconfessata; il commercio esterno
era distrutto, mentre quello interno diventava ogni giorno più
miserevole per la scarsezza estrema di denaro, che mancava pei bisogni
ordinari della vita; la flotta federale non annoverava più che due
fregate, riducendosi la marina da guerra alle pure navi corsare. La
situazione degli Stati Uniti non s'era mai trovata così triste. Nel
Sud gli Inglesi, i quali fin dal 1778 tenevano la Georgia senza che
il generale americano Lincoln sorretto dalla flotta francese avesse
potuto scacciarneli, presa Charleston, avevano occupato nella primavera
del 1780 anche la Carolina meridionale; poi, battuto completamente
nell'estate presso Camden il Gates venuto in soccorso della Carolina
settentrionale, erano rimasti padroni anche di questa nonostante i
nuovi tentativi falliti di riprenderla da parte del Greene successo
al Gates; ed intanto il generale Arnold, tradita vilmente per bassi
interessi personali la causa americana, scorrazzava per la Virginia
alla testa di milizie inglesi e lealiste, mettendo a sacco il paese e
distruggendo i depositi di tabacco, che costituivano l'ultima risorsa
del Congresso ormai privo affatto di denari.

I nuovi rinforzi militari e più ancora pecuniari, che il marchese di
Lafayette recatosi appositamente in Europa aveva potuto ottenere per
gli Americani dalla corte francese, salvarono la situazione: il corpo
di soccorso francese mandato in America agli ordini del Rochambeau
risollevava il coraggio e le speranze degli insorti, infondendo
nuova energia nel Congresso per un tentativo estremo; mentre il nuovo
prestito francese di 6 milioni di lire dava modo al ministro americano
delle finanze, il bravo Roberto Morris, di equipaggiare e ristorare
l'esercito glorioso ma miserabile del Washington, mettendolo in grado
di riprendere l'offensiva.

Riunitosi coi Francesi, che avevano tolto al nemico Rhode Island,
il generale supremo s'apprestava infatti nell'estate del 1781 ad
eseguire un piano di lunga mano meditato ma tenuto secretissimo,
quello cioè di concentrare in New York le forze inglesi coll'apparente
minaccia di attaccarla e di distruggere nel frattempo il corpo di lord
Cornwallis, che gravava come incubo sugli Stati del Sud, per quanto
a rigore non fosse padrone se non del suolo dove successivamente
piantava le tende. Il piano riusciva a meraviglia: il Clinton
richiamava su New York quante più truppe poteva, sfornendone lo
stesso corpo del Cornwallis, il quale molestato dal Greene e dal
Lafayette ed abbandonato dalla flotta inglese, tornata ai primi di
settembre a New York dopo uno scontro infelice con quella francese,
si trincerava coi suoi 7000 uomini in Yorktown, nella penisola posta
tra i fiumi James e York. L'esercito collegato forte d'un 12.000
soldati regolari Benza contare un 4000 uomini di milizie vi arrivava
con la flotta nel mese di settembre ed al cadere di esso investiva la
piazza con oltre 100 pezzi di artiglieria grossa, che in pochi giorni
smantellavano le fortificazioni del Cornwallis, togliendogli ogni
speranza di resistenza. Tentava egli allora di evadere audacemente
coi suoi la notte del 18 ottobre, attraversando il fiume York; ma una
fiera tempesta disperdeva le barche, obbligandolo due giorni dopo ad
arrendersi a discrezione: solo i lealisti americani più compromessi
potevano sottrarsi alle mani del vincitore, riparando su un vascello,
che il Cornwallis otteneva di spedire a New York senza che fosse
visitato dal nemico.

Colla capitolazione di Yorktown terminava, può dirsi, la guerra
d'indipendenza. L'Inghilterra invero teneva ancora sul teatro di essa
ben 42.000 uomini oltre alla flotta e poteva contare per di più su un
30.000 realisti armati; ma gli avvenimenti degli ultimi sei anni le
avevano dimostrato la difficoltà enorme per non dire l'impossibilità di
soggiogare quel vasto paese, di cui nonostante i 112.000 soldati ed i
22.000 marinai impiegati contro l'America ed i 115 milioni di sterline
spese nella lotta contro gl'insorti ed in quella marittima contro
Francia Spagna ed Olanda, non aveva saputo conservare che Savannah,
Charleston e New York; mentre il trionfo dei nuovi principî di diritto
internazionale incarnati nella neutralità armata, cui aderiva nel 1781
anche la Prussia, minacciava con un ulteriore protrarsi della lotta di
annientare il suo primato marittimo, già scosso dall'interruzione del
commercio durante la guerra. Nè meno disposti dell'Inghilterra alla
pace erano i nemici di essa in Europa.

La guerra marittima infatti, se era sembrato per un momento dovesse
terminare col trionfo dei Franco-Ispani, i quali avevano conquistato
l'isola di Minorca da tre quarti di secolo in possesso dell'Inghilterra
e tenevano bloccato nella rocca di Gibilterra fin dal 1779 il bravo
generale Elliot, togliendogli quasi ogni speranza, volgeva ormai
favorevole agli Inglesi in tutti i mari del mondo. L'ammiraglio Rodney
sconfiggeva e distruggeva al capo S. Vincenzo la flotta spagnuola;
attaccava vittoriosamente alle Antille, fra le isole di Dominica e
Saintes, la flotta francese, che meditava di congiungersi con quella
alleata per occupare la Giamaica, e ne faceva prigioniero lo stesso
ammiraglio de Grasse; mentre l'Elliot, arse le batterie galleggianti,
nuova invenzione dell'ingegnere francese d'Arçon, vedeva respinte
definitivamente da Gibilterra le navi nemiche al sopraggiungere nel
settembre 1782 dell'ammiraglio Howe.

Così la Spagna, che poco prima non voleva sentir parlare di pace se
non a condizione della resa di Gibilterra, e la Francia, che aveva
proposto all'Inghilterra l'abbandono di tutte le conquiste indiane
salvo il Bengala, venivano a più miti consigli, delusa la prima nelle
mal concepite speranze, esausta finanziariamente la seconda; ed a
trattative pure scendeva l'Olanda attaccata anch'essa nelle sue colonie
e rovinata nel suo commercio.

Il trattato provvisorio pertanto, cui avevano condotto già nel
novembre 1782 i negoziati susseguiti alla resa di Yorktown e pel quale
gli Angloamericani ottenevano il riconoscimento completo della loro
indipendenza e sovranità da parte della madrepatria, trovava presto
piena conferma nella pace generale.

La pace di Parigi del 3 settembre 1783 registrava ufficialmente la
nascita di quella nuova nazione, cui 70.000 martiri della libertà
avevano dato col sangue il battesimo; ed un contemporaneo, il
Watson, poteva scrivere senza dover essere smentito dal futuro,
che l'esito fortunato della rivoluzione americana avrebbe, secondo
ogni verisimiglianza, esercitato «un'efficacia reale sulla storia
dell'intera specie umana».

Nel 1776, allorchè le colonie ribelli avevano proclamato la loro
indipendenza, gli Stati Uniti si limitavano alla riva dell'Atlantico,
non oltrepassando all'ovest la catena degli Appalachiani che per
toccare le rive dei due grandi laghi Erie ed Ontario e le foreste
rivierasche dell'Ohio, in tutto un milione circa di kmq. Questa
superficie veniva invece più che raddoppiata nella pace del 1783,
stipulandosi in essa che la linea mediana del Mississippi avrebbe
limitato il territorio degli Stati Uniti lungo tutto il confine
occidentale sino al 31º grado di latitudine, col quale cominciava
la Louisiana. Al sud il territorio veniva limitato dalla Florida
appartenente agli Spagnuoli; al nord il confine veniva fissato al corso
della riviera Saint Croix e rimaneva invece mal definito più oltre,
correndo a mezzogiorno dei Grandi Laghi sino al Mississippi lungo un
territorio non bene esplorato[16].

Su questa grandiosa base territoriale, destinata inoltre ad essere più
che quadruplicata dalle compere, annessioni e conquiste successive,
una nuova democrazia plebea, assisasi accanto dei più superbi imperi,
elevava un nuovo edificio, rappresentante il trionfo dell'eguaglianza
naturale sui privilegi, della sovranità popolare sulle autorità
irresponsabili, della libertà più assoluta di pensiero di parola di
stampa d'industria di commercio sul connubio liberticida fra chiesa
e stato, sulle limitazioni e restrizioni di tutte le umane attività.
Esempio ed incoraggiamento migliore di questa prima e fortunata
insurrezione contro il passato non poteva il nuovo mondo, in compenso
del patrimonio ereditato, dare all'antico per l'opera generale di
rinnovamento, cui tendevano le nuove forze sociali dell'epoca.


NOTE AL CAPITOLO SETTIMO.

[15] Vedi tale _Dichiarazione_ in appendice al volume.

[16] Sulla Rivoluzione americana cfr. _Frank Moore_: Diary of the
American Revolution from newspapers and original documents (New
York 1860): sulla parte avuta in essa dal Washington vedi _Vie,
correspondance et écrits de Washington, avec une introduction de_ M.
Guizot. Paris, 1839. 4 vol. in-4.



CAPITOLO VIII

L'organizzazione politica della nuova società.

 § 1. Impotenza della Confederazione — § 2. La convenzione di
   Filadelfia ed i suoi dibattiti politici, economici e sociali — §
   3. La costituzione federale e l'amministrazione locale.


§ 1. IMPOTENZA DELLA CONFEDERAZIONE. — «Le leggi erano lettera morta;
gli Stati, tutti insieme e singolarmente considerati, erano falliti.
Ogni Stato andava contro gli altri, talchè il frutto della nostra lotta
settennale per l'indipendenza allora non sembrava meritevole della
fatica, che era costato il raccozzar le colonie. Eravamo disuniti dal
Maine alla Georgia; parevano perduti gli elementi del governo autonomo
e precipitavamo velocemente in una anarchia e confusione generale»:
tale lo stato della società politica anglo-americana all'indomani
della nascita secondo la pittura non esagerata d'un contemporaneo, il
Breck, nei suoi «Ricordi». La guerra era costata circa 150 milioni di
dollari e per essa il debito era salito nel 1783 a ben 42 milioni, di
cui 8 contratti in Francia ed Olanda, il resto in seno al paese: gli
Stati contribuivano in così piccola misura che non si potevano pagare
nemmeno gli interessi. Un sordo malcontento diffuso nell'esercito,
cui erano dovuti in paghe arretrate ben 5 milioni di dollari,
scoppiava in aperta rivolta: nella primavera del 1783 un minaccioso
_ultimatum_ al Congresso sotto il nome di «_Indirizzo e memoriale
degli officiali_» veniva redatto nel quartier generale di Newburgh
e nel giugno un pugno di truppe della Pennsylvania si presentava a
baionette in canna al Congresso, intimando all'assemblea di appagare le
loro richieste nel termine di venti minuti. Se l'esercito si sciolse
alla fine quietamente con la paga di soli tre mesi e fatta per di
più in certificati deprezzati per nove decimi, ciò si dovette quasi
unicamente all'influenza del Washington. L'Inghilterra si lagnava
dell'insufficiente esecuzione dei patti della pace e minacciava
rappresaglie, danneggiando intanto in tutti i modi il traffico
americano, cui venivano chiuse quelle Indie Occidentali inglesi, il
commercio con le quali era stato sempre la fonte principale della
ricchezza delle colonie, aizzando gl'indiani contro i coloni, e
differendo lo sgombro delle piazze occidentali a tempo indeterminato
senza che il Congresso potesse far altro che protestare. L'entusiasmo
dei primi giorni era andato scemando cogli anni ed il particolarismo
radicato negli animi aveva ripreso il sopravvento sull'effimero
patriottismo nazionale. I governi dei singoli Stati nella loro meschina
gelosia, lungi dall'aiutar il Congresso ad attivare i provvedimenti
più necessari, lo inceppavano in tutti i modi possibili. Dove poi si
facevano sentire più rovinosi gli effetti gli questa impotenza del
Congresso, era nel campo commerciale. La mancanza in esso d'uniformità
danneggiava non solo il paese nel suo complesso, giacchè il Congresso
non poteva negoziare trattati validi di commercio coll'estero, finchè
ogni Stato poteva a suo beneplacito imporre dazi e stabilire tariffe,
ma anche gli Stati presi paratamente, potendo uno di essi far pagare
ad un altro i diritti doganali, ch'esso esigeva: se la Pennsylvania
ed il New York ad esempio avessero imposto dei dazi su manufatti
stranieri, questi sarebbero stati pagati in realtà dalle popolazioni
del New Jersey e del Connecticut una volta che fossero stati quivi
importati; così per la stessa ragione la N. Carolina diventava una
tributaria coatta della S. Carolina e della Virginia, come alcune parti
del Connecticut e del Massachusetts tributarie del Rhode Island. Era un
nuovo fomite di discordia che veniva ad aggiungersi a quello strascico
di odii e di vendette rimasto nei paesi, del mezzogiorno in ispecie,
dove pel grande numero di sudditi schieratisi coi regi la lotta per
l'indipendenza aveva assunto il carattere d'una vera lotta civile.

Più misere ancora delle condizioni politiche e morali erano poi quelle
economiche, spaventosamente depresse. Il paese era inondato di carta
nazionale e di Stato pressochè senza valore, la moneta metallica era
rarissima, gli affari stagnanti, il numero dei debitori insolventi
ogni giorno maggiore, piene di essi le prigioni. Qua e là s'alzavano
voci minacciose a chiedere leggi, che annullassero i debiti pubblici
e privati ed attuassero una nuova distribuzione della proprietà:
nel Massachusetts si metteva alla testa dei malcontenti, quivi più
che altrove numerosi per l'esaurimento generale dello Stato, un
ex-capitano dell'esercito continentale, Daniel Shays, sotto il quale
turbe di facinorosi impedivano colla violenza il funzionamento delle
corti di giustizia e tentavano perfino di impadronirsi del potere
finchè non venivano vinte e disperse con le armi dal governo. Di tante
calamità pubbliche e private approfittava nei singoli stati un branco
di avventurieri senza coscienza, che una volta riusciti a dominare
nelle legislature ne diventavano i tiranni, obbligandole nel proprio
interesse a deliberazioni rovinose per la generalità del popolo.

Di questa deplorevole situazione però la colpa più che negli individui
stava nelle cose stesse: la società anglo-americana passata bruscamente
dal vecchio regime, che nel campo economico regolava con norme ben
fisse commercio e produzione ed in quello politico contrapponeva
alle singole colonie una autorità distinta e ad esse superiore, al
nuovo, che lasciava i singoli Stati arbitri della loro vita economica
e politica, esaurita dalla lunga lotta sostenuta ed afflitta dal
suo immancabile strascico di rovine materiali e morali, di disastri
finanziari e di impulsi criminosi e violenti, non trovava in una
coscienza nazionale, ancora di là da venire, la forza di coesione
necessaria alla sua vita interna ed esterna. La sua compagine s'era
sfasciata, come colpita da paralisi: caduti gli argini, che ne avevano
regolato il corso nel periodo coloniale, quel limpido fiume s'era
disperso in mille rigagnoli limacciosi, incapaci nella loro povertà di
muovere la grande ruota della vita. «L'estero vede e tocca con mano,
scriveva a tale proposito il Washington in quei giorni, che l'Unione
o i singoli Stati sono sovrani, come appunto meglio conviene ai fini
loro; in una parola che oggi siamo una e domani tredici nazioni. Chi
vorrà, in tale stato di cose, trattare con noi?»

La vecchia Confederazione, succeduta al dominio inglese, aveva fatto
bancarotta: era necessario sostituirla con qualche cosa di più saldo,
se non si voleva che la nuova società smunta, discorde, impotente
ritornasse sotto il giogo straniero o trovasse nel dispotismo cesareo
la tomba della sua neonata libertà. Che rappresentava infatti la
vecchia Confederazione, fondata sugli articoli formulati dal Dickinson
di Pennsylvania e adottati dal Congresso continentale nel novembre
1777, se non la dissoluzione ufficiale della compagine politica del
paese? La Confederazione legava insieme gli Stati in una «salda lega
d'amicizia» per la difesa ed il benessere comune, e questa «unione»
doveva esser perpetua: ogni Stato riteneva la sua «sovranità» e
«indipendenza» come pure ogni potere non «espressamente delegato»
al governo centrale; gli abitanti d'ogni Stato avevano diritto a
tutti i privilegi di cittadini nei diversi Stati; i prigionieri
fuggitivi da uno Stato ad un altro dovevano esser restituiti; il
Congresso era composto di delegati scelti annualmente, venendo ogni
Stato rappresentato da non meno di due e non più di sette delegati
ma avendo un sol voto: tassazione e regolamentazione del commercio
erano riservati ai governi di Stato; mentre il Congresso solo poteva
dichiarare guerra o pace, far trattati, batter moneta, stabilire uffici
postali, trattare cogl'indiani fuori dei limiti degli Stati, dirigere
le forze di terra e di mare e nominarne i capi-supremi, erigere corti
pei processi di fellonia o di pirateria in alto mare e nominare giudici
per dirimere le contese fra gli Stati, fare infine il preventivo
delle spese nazionali ed esigere da ogni Stato la sua quota parte: per
emendare tali articoli era richiesto il voto di tutti i 13 Stati; per
misure meno importanti, come quelle attinenti alla pace od alla guerra,
alla moneta, ai prestiti, ecc., era necessario il voto di 9 Stati;
per altre ancora bastava la maggioranza: un comitato, composto di un
delegato per ogni Stato, sedeva durante la chiusura delle legislature
per esercitare il suo controllo sugli affari nazionali. A prescindere
da altri minori, tre in ispecie erano i difetti essenziali di tale
Confederazione: il Congresso non poteva dar forza alla sua volontà, non
poteva raccogliere un'entrata, non poteva regolare il commercio; esso
non poteva toccare gli individui ma doveva agire col mezzo dei governi
di Stato, senza avere alcun potere di coercizione su di essi.

Ora se tale Confederazione, agitando davanti alla mente dei coloni
un'immagine sbiadita di governo nazionale ed abbattendo le barriere
fra Stato e Stato mediante i suoi provvedimenti per l'estradizione
dei criminali e la sua cittadinanza interstatuale, aveva in realtà
spianato la via ad un'unione più perfetta, di questa appariva ed era in
sè la negazione completa. Nè di ciò si sarebbe lagnata quella società,
nonostante l'anarchia e la debolezza generale che ne derivavano, tanto
era forte il sentimento d'indipendenza assoluta dei singoli Stati e
debole per non dire inesistente quello nazionale; se il danno economico
più tangibile d'ogni altro non avesse disposto gli animi a mutamenti
radicali. L'idea di riforma che incontrava maggior favore, la sola
anzi che avesse sin dalle prime qualche probabilità di realizzarsi,
era quella di dare al Congresso il potere addizionale di regolare
il commercio. Eppure anche questa proposta così moderata aveva tanti
nemici, in ispecie nel Sud il quale si temeva sacrificato dal Nord,
qualora trionfasse, che solo dopo esser stata posta sul tappeto da
uno Stato meridionale, la Virginia, nell'ottobre del 1785, cominciò a
dissipare le diffidenze ed infrangere le ostilità accumulantisi da ogni
parte su essa: ne era stato paladino in seno alla legislatura di quello
stato James Madison, il quale incominciava così quell'opera indefessa a
favore d'un più forte governo centrale, che doveva meritargli il titolo
di «_padre della costituzione_». La proposta però veniva così mutilata
dalla legislatura, che lo stesso Madison ed i suoi amici votavano
contro.

In quell'anno stesso nondimeno una commissione di rappresentanti
della Virginia e del Maryland, tra i quali il Madison, radunatasi per
una delimitazione di confini sul Potomac e sulla baia di Chesapeake,
trascendendo le istruzioni ricevute, aveva raccomandato ai due
Stati un'unione monetaria e commerciale, ed il suo rapporto era
stato approvato dalla legislatura del Maryland, la quale vi aveva
aggiunto la proposta che il Delaware e la Pennsylvania fossero pur
essi invitati a partecipare a tale sistema ed a mandare commissari.
Venuto il rapporto della commissione insieme coll'operato del Maryland
davanti alla legislatura della Virginia, il Madison prendeva la sua
gloriosa rivincita, presentando una mozione che invitava tutti gli
Stati a mandare loro commissari a quel fine e la mozione passava a
grande maggioranza. Frutto di essa era la convenzione di Annapolis
del 1786, alla quale aderivano nove Stati per quanto cinque soli,
New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware e Virginia, mandassero
loro rappresentanti: essa dopo matura deliberazione, avvisando cosa
inconsulta procedere all'opera in numero così limitato, si scioglieva,
facendo voti per un'ulteriore convocazione dei commissari di tutti gli
Stati in una convenzione generale che «doveva radunarsi in Filadelfia
il secondo lunedì del futuro mese di maggio per esaminare la situazione
degli Stati Uniti ed escogitare quei provvedimenti che sembrassero ad
essi (commissari) indispensabili per far corrispondere la costituzione
del governo federale ai bisogni dell'Unione». Ne nasceva così quella
convenzione federale di Filadelfia del 1787, dalla quale doveva
dipendere il consolidamento o la rovina dell'Unione.

La coscienza di ciò era così viva, che lo stesso Washington, l'eroe
intemerato della guerra d'indipendenza, il quale deponendo la spada
aveva abdicato alla vita pubblica dopo essersi fatto rimborsare dal
Congresso le sole spese sostenute, rimaneva esitante se doveva o
no accettare per tale convenzione quel mandato, di cui gli uni lo
scongiuravano gli altri lo dissuadevano.


§ 2. LA CONVENZIONE DI FILADELFIA ED I SUOI DIBATTITI POLITICI,
ECONOMICI E SOCIALI. Dal maggio al settembre del 1787 Philadelphia, il
cuore del paese, vide riunito il fior fiore di quella società. Erano
stati eletti alla convenzione 65 delegati ma non vi parteciparono in
realtà che 55: v'erano rappresentati tutti gli Stati, meno il Rhode
Island, e vi si trovavano, se ne eccettui John Adams e Jefferson
ambedue all'estero in quell'epoca, Samuele Adams non favorevole
alla convenzione, John Jay e Patrick Henry, tutte le personalità
più eminenti della politica della guerra della cultura, primi fra
tutti Giorgio Washington di Virginia, presidente dell'assemblea, e
Beniamino Franklin di Pennsylvania allora di 81 anni, il membro più
vecchio di essa, Roberto Morris pure di Pennsylvania, il finanziere
della rivoluzione, Alessandro Hamilton di New York, Giacomo Madison
di Virginia, Giovanni Dickinson del Delaware, Carlo Pinckney della
Carolina Meridionale, Rufus King del Massachusetts: dei suoi membri
8 avevano firmato la grande Dichiarazione, 6 gli articoli della
Confederazione, 7 l'appello di Annapolis del 1786; una mezza dozzina
erano stati generali della Rivoluzione, 5 erano stati od erano
ancora governatori dei loro rispettivi Stati, 40 su 55 avevano
appartenuto al Congresso. La saggezza politica di quest'assemblea
fu la salute dell'Unione: senza di essa sarebbe stato vano sperare
che rappresentanti di collettività gelose ciascuna della propria
indipendenza, diverse ed antagonistiche per forme economiche e sociali,
avessero trovato una formula politica, nella quale conciliare pel bene
comune gli opposti e cozzanti interessi. L'idea soltanto di introdurre
un nuovo ordinamento statale su basi nazionali riusciva così ostica,
che la discussione in proposito, fatta prima d'ogni altra nel seno
di questa costituente, finiva dopo una lotta brevissima coll'uscita
di due su tre delegati del New York, il Lasing ed il Jates, i quali,
interpreti in ciò non della loro regione soltanto, dichiaravano che «il
loro Stato non avrebbe mai inviato delegati, se gli elettori avessero
presentito che si sarebbero orditi disegni simili».

Il compromesso, fondato su concessioni reciproche, diventava in
tale stato di cose l'unica soluzione possibile e ad esso si ricorse
con maggiore o minore abnegazione in tutte le questioni più vitali,
dopo burrasche che minacciarono di far naufragare l'intero progetto:
compromesso fra coloro che volevano un forte potere centrale, i così
detti _federalisti_, e coloro che volevano mantenuta integralmente la
sovranità dei singoli Stati, gli _antifederalisti_; compromesso fra
partigiani del libero scambio, interpreti degli interessi di alcuni
Stati, e partigiani del protezionismo, interpreti degli interessi di
altri; compromesso infine e sopratutto fra difensori ed oppositori
della schiavitù. Fu questo appunto il soggetto delle maggiori
discussioni, giacchè per la molteplicità degli interessi politici
materiali e morali, in essa coinvolti, la questione della schiavitù dei
negri si presentava fin dall'alba dell'Unione come la più urgente delle
questioni nazionali.

Durante il periodo coloniale la schiavitù dei negri era stata
introdotta legalmente in tutte le colonie; ma le diversità di
condizioni climatiche e territoriali, di prodotti e colture agricole,
di indirizzo economico, di origine infine e di carattere fra esse
avevano fatto sì che lo sviluppo di tale istituto insieme con quello
della popolazione negra fosse stato affatto diverso nelle varie parti
del paese: così all'epoca della Rivoluzione, mentre la schiavitù
negra per ragioni più materiali che morali era pressochè agonizzante
nel Nord, dove il New Hampshire ad esempio aveva 330 liberi per ogni
schiavo, essa si manteneva ancora fiorente nel centro, e formava poi
addirittura la base sociale del Sud, dove nella Virginia ad esempio
il rapporto fra liberi e schiavi arrivava quasi al 100 per 100. Fino
allora però la questione della schiavitù era stata una questione
semplicemente locale: se ne eccettui quell'opposizione generale alla
tratta, che mirando a danneggiare il commercio inglese era una forma di
opposizione politica tutt'altro che indifferente contro la madrepatria,
ogni colonia s'era diportata verso la schiavitù nel modo più conforme
ai suoi interessi materiali ed alle sue aspirazioni ideali. Ma quando
l'ostilità contro l'Inghilterra divenne aperta ribellione, la schiavitù
negra e la tratta, dalla prima ancora indissolubile, si presentavano
agli Americani sotto un nuovo aspetto ancor meno desiderabile. La
schiavitù viveva legalmente in tutte le colonie: quale doveva essere
dunque il loro atteggiamento di fronte alla popolazione negra, mentre
imperversava la lotta contro l'Inglese oppressore? Giacchè bisogna
pensare che su una popolazione bianca poco superiore ai 2 milioni
v'erano in quell'epoca più di 500.000 schiavi, i quali in certi
luoghi, come s'è detto, costituivano quasi la metà degli abitanti; se
l'Inghilterra dunque fosse riuscita ad eccitare una rivolta generale
dei negri, schiavi o no, contro i bianchi, la causa della libertà
avrebbe per le colonie inevitabilmente naufragato; mentre gli insorti
Americani avrebbero trovato nei negri un vantaggio non indifferente, se
avessero potuto averli dalla loro od almeno neutrali.

La preoccupazione dei coloni a questo riguardo si rispecchia fedelmente
nella corrente antischiavista, che attraversa le colonie poco prima
della Rivoluzione, come ne fa fede una lettera del Franklin in data
10 aprile 1773, dove è detto che molti in Pennsylvania emancipavano
i propri schiavi. Ma è specialmente nel Sud, dove gli schiavi sono
in numero così considerevole e sono stati trattati così aspramente
fino allora che le apprensioni si traducono per semplice opportunismo
in politica filantropia. Le istruzioni, che la Virginia dava ai suoi
delegati al Congresso continentale nell'agosto 1774, sono informate
al concetto, molto opportuno in quei giorni, dell'uguaglianza naturale
di tutti gli uomini, ed acerbo rimprovero è mosso in esse alla corona
inglese d'aver sempre impedito alle colonie di protegger i «diritti
dell'umana natura», imponendo loro la schiavitù dei negri. Frutto
pratico di questo agitarsi a favore, apparentemente, dei negri fu la
deliberazione, conosciuta col nome di «_Non importation Covenant_»,
emessa dal Congresso continentale di Philadelphia il 26 ottobre 1774,
per la quale si proibiva l'importazione e la compera degli schiavi
venuti dal di fuori dopo il 1º dicembre di quell'anno: tutti i delegati
delle 12 colonie intervenute firmarono e tutte poi le colonie, la
Georgia non rappresentata al Congresso compresa, ratificavano nelle
loro assemblee quest'accorta misura politica, intesa nel tempo stesso
a danneggiare il commercio inglese e ad accaparrare ai coloni le
simpatie della popolazione negra, libera e schiava. E i negri infatti,
che avevano dato nel mulatto Crispus Attucks, massacrato dai soldati
inglesi nell'eccidio di Boston (5 marzo 1770), uno dei primi martiri
dell'indipendenza americana, risposero anch'essi nel Nord al grido
di guerra, che scuoteva il paese, e molti negri liberi corsero ad
arruolarsi sotto le insegne della libertà. E dal principio alla fine
della guerra, dalla battaglia di Bunker Hill, in cui un negro, Peter
Salem, aprì il fuoco contro il maggiore inglese Pitcairn, da lui
ucciso, sino alla resa di lord Cornwallis, i negri si mostrarono non
solo utili sussidiari negli accampamenti e nelle fortificazioni, ma
anche ottimi soldati sul campo di battaglia: nella giornata di Rhode
Island (1778) il reggimento negro del colonnello Greene si copriva di
gloria, respingendo un attacco decisivo degli Assiani, e tre anni dopo
a Point's Bridge si faceva decimare, quantunque invano, per difendere
il suo comandante sorpreso dal nemico. Il soldato negro occupò così
per vari anni la posizione affatto anormale di schiavo e di cittadino
nel suo attributo più alto, senza che l'arrolamento nell'esercito
americano avesse nella pratica, come alcuni ritennero, l'effetto
dell'emancipazione: soldato nell'ora del pericolo divenne di nuovo
proprietà al chiudersi della guerra: molti negri furono ritornati ai
rispettivi proprietari, a pochi soltanto fu concessa la libertà in
premio del loro valore.

Se però il Congresso continentale non aboliva la schiavitù,
nè la rivoluzione dei bianchi contro la tirannide si sposava
all'emancipazione dei negri, certo è che la lotta per la libertà del
paese influì moralmente a detrimento della schiavitù; come la guerra
cooperò materialmente, nelle colonie del Nord e del centro in ispecie,
a indebolirla in modo considerevole, giacchè durante quel periodo
quasi impossibile divenne l'importazione dei negri da parte del mare
ed attenuato di molto si trovò l'impiego economico degli schiavi,
senza contare poi tutti gli schiavi catturati dalle truppe inglesi.
Non fa quindi meraviglia che già nel 1780 la Pennsylvania, la terra
dei Quackeri, avendo solo il 3 o 4% della sua popolazione costituito
dall'elemento negro, passi nonostante l'opposizione d'una minoranza
schiavista una legge intesa ad abolire gradualmente la schiavitù.
Mentre però qui l'emancipazione impiegherà ad effettuarsi ben mezzo
secolo, rapida è la scomparsa della schiavitù nel Nord, quantunque
manchi spesso alcuna legge speciale di abolizione. Così ad esempio
nel Massachusetts il primo articolo della nuova Costituzione del 1780,
il quale proclamava la libertà e l'uguaglianza per tutti gli uomini,
abbracciò teoricamente anche i negri, senza che ne risultasse per
questo nella pratica una immediata abolizione della schiavitù. Solo
nel 1783 un tribunale superiore in un suo verdetto invocava l'articolo
1º della costituzione di Stato a favore della libertà dei negri nel
Massachusetts: nel 1790 infatti non si troverà più uno schiavo in tutto
lo stato, senza che i proprietari abbiano ricevuto alcun indennizzo
per l'avvenuta emancipazione. Analogo fu il processo di emancipazione
nel New Hampshire, dove un principio generale proclamato nella nuova
costituzione di Stato del 1783 segnò la fine della schiavitù, perchè in
base ad esso fu stabilita la massima che ad incominciare da quell'anno
nessuno più nascesse schiavo nel New Hampshire e fosse vietata una
ulteriore importazione di schiavi. Il 1784 segnava pure l'abolizione
della schiavitù mediante leggi speciali negli stati di Rhode Island e
Connecticut. Così negli anni 1780-84 gli stati della Nuova Inghilterra
e la Pennsylvania, nei quali debolissimo è il rapporto numerico
della popolazione schiava alla libera, procedono in modo spontaneo
all'abolizione della schiavitù negra: gli stati invece di New York e
New Jersey, in cui molto più elevato è questo rapporto, raggiungendo
l'1 per 12 o 14, tarderanno altri 20 anni prima di conceder
l'emancipazione, aspetteranno che l'affluenza degli immigranti bianchi
faccia più densa la popolazione, che le industrie sorgenti rendano
sempre meno rimuneratrice la schiavitù. New York nel 1799, quando in
essa vi saranno 29 liberi per ogni schiavo, e New Jersey nel 1804,
quando ve ne saranno 18 per 1, copieranno nelle sue linee principali la
legge sulla emancipazione adottata in Pennsylvania.

Mentre in 7 dei 13 Stati originari la schiavitù correva rapidamente
alla fine, altri e ben più vasti territori stavano per aggregarsi
all'Unione, territori in alcuni dei quali la schiavitù s'era già
introdotta coll'apparirvi dei primi coloni, in altri non aveva potuto
piantarsi per lo condizioni fisiche del paese e quelle morali dei
colonizzatori. Dopo l'adozione degli articoli della Confederazione, il
Congresso continentale dovette decidere dei reclami fatti sul vasto
territorio, situato all'ovest dell'Ohio. La guerra ed il conseguente
pagamento del debito pubblico avevano prostrato pel momento le energie
economiche dei 13 Stati: a rifarsi dei danni patiti Massachusetts,
Connecticut, New York, Virginia, Nord Carolina, e Georgia reclamavano
tratti illimitati di terre oltre i loro confini; mentre New Hampshire,
Rhode Island, New Jersey, Maryland, Delaware, e Sud Carolina,
rinunziando per sè all'aggiunta di nuove terre, proponevano che anche
gli altri Stati lasciassero i territori in questione al governo degli
Stati Uniti, il quale se ne sarebbe servito per liquidare l'intero
debito. La proposta fu in massima accettata, ed una commissione
parlamentare, presieduta dal Jefferson, presentò nel 1784 una Ordinanza
pel governo del territorio ad occidente dei 13 Stati originari fino al
31º di latitudine. Una clausola di tale Ordinanza, la quale nel suo
complesso veniva dal Congresso adottata il 13 aprile 1784, stabiliva
l'abolizione della schiavitù nei nuovi territori a datare dal 1800,
clausola che passava nonostante la viva opposizione dei rappresentanti
delle Caroline.

L'ultimo Congresso continentale, tenuto a New York nel 1787,
riaprì però la questione sul governo del territorio d'occidente.
La commissione all'uopo nominata, presieduta da Nathan Dane del
Massachusetts, presentò una Ordinanza pel territorio a Nord Ovest
dell'Ohio, abbracciante gli odierni stati dell'Ohio, Indiana, Illinois,
Michigan e Wisconsin, la quale incorporava in sè molte disposizioni
del bill Jefferson, provvedendo per esso ad un governatore, un
consiglio e dei giudici da nominarsi dal Congresso e ad una camera di
rappresentanti da eleggersi dal popolo. La sua eccellenza consisteva
in una serie di patti fra gli Stati ed il territorio, che garantivano
libertà religiosa, facevano concessioni di terre ed altri provvedimenti
liberali per scuole e collegi, e, cosa principalissima fra tutte,
proibivano per sempre la schiavitù in tale territorio e negli Stati,
che da esso sarebbero risultati.

Il passaggio dell'Ordinanza in tale forma fu probabilmente dovuta in
larga misura all'influenza della Compagnia dell'Ohio, nuova società
colonizzatrice di questo nome fondatasi in Boston l'anno innanzi,
composta del fior fiore dell'esercito rivoluzionario e provvista di
mezzi, di energia, di intelligenza. Quando il suo agente apparve al
Congresso per trattare la compera di 5 milioni di acri di terra nella
vallata dell'Ohio, era alla vigilia di passare un bill pel governo di
quel territorio, non contenente nè la clausola antischiavista nè gli
immortali principi di quei patti. La compagnia composta in gran parte
di gente del Massachusetts, desiderava ardentemente che la sua futura
dimora fosse su libero suolo e la sua influenza prevalse nel Congresso
bramoso di vendere a buone condizioni quelle terre. A controbilanciare
quasi l'effetto della clausola antischiavista, ne veniva aggiunta una
per la consegna degli schiavi fuggitivi; ed in questa forma l'intera
Ordinanza passava il 13 luglio 1787 e, confermata dal Congresso
due anni dopo, acquistava forza di legge. Benchè più fortunata di
quella del 1784, essa però riusciva solo ad escludere la schiavitù
dal territorio di Nord-Ovest, paese di sua natura poco favorevole
all'attecchire di essa. Il territorio al sud dell'Ohio rimase invece,
nonostante gli sforzi in contrario del settentrione, retaggio di futuri
Stati a schiavi.

Per quanto generali anzichè locali queste però non erano che prime
schermaglie pro e contro la schiavitù: la grande battaglia doveva
impegnarsi in seno alla convenzione di Filadelfia. Quale sarebbe
stata la sua attitudine di fronte ad essa? Che avrebbe deciso in
proposito il nuovo patto statutario della sorgente nazione? Basato sul
concetto dell'assoluta eguaglianza di diritti per ognuno alla vita,
alla libertà, alla proprietà, esso avrebbe dovuto portare di logica
conseguenza la abolizione della schiavitù; ma la logica in questo caso
avrebbe impedito l'Unione, e quindi la schiavitù fu lasciata tra gli
affari di competenza dei singoli Stati, accettandosi per essa quel
concetto della sovranità di Stato, che il Sud in tale occasione aveva
tutto l'interesse di sostenere a spada tratta. La nuova Costituzione,
che non nomina mai la parola «schiavo», ammise di fatto la schiavitù
negli Stati Uniti, pur senza darle una esplicita sanzione, come risulta
troppo chiaramente dal contenuto degli articoli 1º (sezione 2ª e 9ª) e
4º (sezione 2ª), dove la parola «_persons_» del testo si riferisce agli
schiavi negri.

Sul tema della schiavitù avvennero poi dei compromessi fra le colonie,
dove essa era in sull'estremo declinare, e quelle, dove era in completo
fiorire. Il primo di questi compromessi riguardò la rappresentanza dei
singoli Stati al Congresso, punto controverso dal quale balzava fuori
per la prima volta nella storia americana tutta l'importanza politica
della questione della schiavitù. Quanto al Senato si convenne che tutti
gli Stati, grandi e piccoli, vi avrebbero avuto lo stesso numero di
rappresentanti, fatto questo della più alta importanza, giacchè in esso
la vittoria o meno della schiavitù sarebbe dipesa non già dal numero e
dalla potenza economica ed intellettuale della popolazione favorevole
o contraria a tale istituto, ma semplicemente dal numero degli stati
schiavisti od antischiavisti. Quanto alla Camera dei Rappresentanti
si convenne che la rappresentanza vi sarebbe stata proporzionale alla
popolazione: ma quale popolazione, la libera soltanto o la complessiva?
I delegati nel Nord stavano per quella libera esclusivamente; i
delegati del Sud, com'era naturale, per quella complessiva, gli schiavi
quindi compresi. Il problema fu posto dal Wilson di Pennsylvania
sotto una forma assai logica: «se gli schiavi sono ammessi come
cittadini, perchè non godono della uguaglianza cogli altri cittadini?
se sono ammessi come proprietà, perchè non è ammessa nel computo dei
voti anche la proprietà d'altro genere?» Ma anche questa volta pur
troppo la logica dovette cedere di fronte alla tenacia del Sud, le
cui pretese furono in gran parte, se non del tutto, esaudite: venne
stabilito infatti di calcolare i 3/5 degli schiavi nella tassazione,
e di fare della tassazione la base della rappresentanza; fu questa la
famosa «regola dei tre quinti» tanto utile al Sud, per la quale ogni
5 schiavi contavano nel governo generale come 3 liberi, accrescendo
così immensamente la potenza della classe schiavista nel governo
dell'Unione.

Il secondo compromesso fu quello relativo all'importazione degli
schiavi da una parte, alla tassazione ed agli atti di navigazione
dall'altra. I delegati delle Caroline e della Georgia chiedevano,
con minaccia di negare in caso diverso il proprio assenso alla
costituzione, che al Congresso non fosse lasciato il potere di proibire
l'importazione degli schiavi prima del 1808, mentre a ciò erano
contrari non solo alcuni delegati del Nord ma quelli anche dello stesso
Maryland e Virginia, paesi ormai ben provvisti di schiavi e divenuti
anzi fornitori dell'estremo Sud in questo ramo di commercio. Più
compatto invece si mostrò il Sud, paese essenzialmente agricolo, nel
chiedere dei limiti ristretti alle tasse d'esportazione e nel negare al
Congresso il potere d'emanare atti di navigazione, intesi a favorire
la marina mercantile americana a danno della forestiera, sopprimendo
così quella concorrenza internazionale che garantiva ai piantatori
del Sud una esportazione a più buon mercato dei loro prodotti: i
delegati degli Stati dell'Est, dove la navigazione era tanta parte
della vita economica del paese, volevano pel contrario lasciata piena
libertà al Congresso di legiferare su essa. Per metter tutti d'accordo
il Morris, governatore della Pennsylvania, propose che si votassero
insieme la clausola sull'importazione degli schiavi e quelle relative
alla tassazione, dicendo che questo complesso di misure avrebbe
potuto costituire un «patto» fra gli Stati del Nord e quelli del Sud:
nonostante l'opposizione del Maryland e della Virginia, il patto venne
sancito; ai mercanti del Nord fu concesso il potere nel Congresso di
emanar leggi di navigazione, col solo limite dei due terzi dei voti,
ai piantatori di riso delle Caroline e della Georgia fu assicurata
la continuazione legale della tratta africana per un altro ventennio.
Questo secondo compromesso, benchè involgesse pel Nord a differenza del
primo un sacrificio non solo politico ma anche morale, aveva però il
vantaggio sull'altro d'essere temporaneo anzichè permanente.

Le discussioni ardentissime, che condussero la Convenzione a questo
compromesso, ci rivelano già al 1787 alcuni dei risultati economici e
morali della schiavitù, ci mostrano il dualismo ormai vivo fra Nord
e Sud, ci fanno toccare con mano la varietà d'interessi economici e
conseguenti vedute politico-morali, che vengono al cozzo fra loro.
È una grande lotta economica, la quale sta per ingaggiarsi fra le
varie parti della sorgente nazione: agricoltori-proprietari del
Nord, armatori dell'Est, commercianti banchieri e industriali della
Nuova Inghilterra New York e Pennsylvania, allevatori di schiavi del
Maryland e della Virginia, piantatori del Sud, tutti hanno interessi
fra loro del tutto od in parte antagonistici, donde una lotta che è
ancora allo stato embrionale ma andrà ingigantendo nel volger di pochi
decenni: nell'equilibrio di tutti questi interessi starà la forza
della schiavitù, nella preponderanza d'alcuni sugli altri la sua rovina
irreparabile.

Il fatto capitale, che balzava fuori evidentissimo da questa grave
lotta, era la vittoria del Sud: s'era veduto chiaro che la costituzione
degli Stati Uniti od avrebbe accontentato i delegati del Sud, delle
Caroline e della Georgia in ispecie sostenitrici accanite della
schiavitù, o non avrebbe raccolto sotto di sè tutte le antiche
colonie. Il mezzodì del resto più compatto del Nord e del Centro per
la sua stessa costituzione sociale, inteso tutto al trionfo d'un solo
interesse economico, quello dell'agricoltura esercitata da schiavi,
anzichè diviso da mire diverse e bene spesso discordi come le altre
parti del paese, era rimasto trionfante in quasi tutti i compromessi
segnati dalla costituente. La costituzione stessa anzi fu in ultima
analisi formulata da uomini del mezzogiorno, derivando essa per la
massima parte da quell'abbozzo, opera del Madison, presentato dalla
Virginia alla Convenzione, con aggiunte d'un altro progetto presentato
da Carlo Pinkney in nome della South Carolina. Dopo circa tre mesi e
mezzo di fieri dibattiti; dopo che l'opera intera era stata parecchie
volte sul punto di naufragare, dopo titubanze ed esami di coscienza
senza numero, dopo rinvii a commissioni, il progetto finale di
costituzione veniva accolto e firmato dai delegati il 17 settembre
1787.


Con questo però la costituzione era ben lungi dall'essere diventata
legge fondamentale del paese: le occorreva la ratifica di nove Stati
almeno per entrare in vigore negli Stati, che l'avevano approvata, e
tale ratifica non doveva esser data dalle legislature dei singoli Stati
ma da apposite convenzioni. Il dibattito, che in seno alla Convenzione
nazionale aveva potuto risolversi solo a forza di compromessi,
si riaccendeva perciò in condizioni ben meno favorevoli in seno a
singole convenzioni, su cui più diretta si faceva sentire l'influenza
perturbatrice delle discussioni accanite, delle dispute violente, delle
polemiche a sangue da cui era agitato l'intero paese. Il federalismo
abbracciato per ragioni utilitarie più che sgorgante da una qualsiasi
coscienza nazionale, ed il regionalismo, radicato nei cuori e fatto
nell'estrema difesa più ispido ed intrattabile che mai, si contendevano
il campo furiosamente. Mentre i «_Federalisti_» rappresentavano
coi più vivaci colori lo stato lacrimevole delle cose, l'impotenza
all'estero, la miseria e l'anarchia all'interno, deducendone la
necessità della nuova forma di governo non certo ideale ma pur sempre
superiore agli articoli della Confederazione; i particolaristi detti
«_Repubblicani_», sostenitori ora in buona fede ora per fini egoistici
dei diritti particolari, dell'assoluta sovranità degli Stati, aizzavano
le popolazioni contro il nuovo progetto federale in nome della pretesa
«libertà», agitando davanti ai loro occhi lo spettro d'un potere
centrale tirannico, soffocatore d'ogni libertà individuale e d'ogni
autonomia locale, nuova e peggiorata edizione del dispotismo inglese.
Rhode Island si rifiutò addirittura in sul principio di convocare una
convenzione ed ultimo aspettò di ratificarla il 20 maggio 1790, quando
ormai il nono Stato necessario a darle vigore era entrato da quasi
due anni nell'Unione. Nel Massachusetts e nella Virginia, prototipi e
campioni del Nord l'uno del Sud l'altra, la costituzione fu accolta
piuttosto tardi e con una meschina maggioranza soltanto: 187 voti
contro 168 nel primo, 89 contro 79 nella seconda. Nella Carolina del
Nord l'assemblea si separò senz'aver nulla concluso e solo al cadere
del 1789 quello Stato entrava, dodicesimo, nell'Unione. Il New York,
a differenza degli altri Stati centrali, Delaware Pennsylvania e
New Jersey, che davano primi la loro ratifica ancora sullo scorcio
del 1787, consci della loro importanza derivante dalla posizione
geografica, di questa appunto faceva tesoro per lesinare e subordinare
a determinate condizioni il proprio voto, tanto più necessario di
quello di altri Stati centrali inquantochè la mancanza di esso avrebbe
diviso l'Unione in due metà sconnesse. Si dovette solo alla ferrea
energia, all'entusiasmo ardente ed all'acutissimo ingegno politico
d'un giovane poco più che trentenne, già distintosi nella guerra
d'indipendenza, Alessandro Hamilton, oriundo scozzese nato a Nevis
nelle Indie Occidentali da una famiglia di mercanti e naturalizzato
newyorkese, se il debole partito federalista riusciva a spuntarla
contro quello particolarista in uno Stato tutto imbevuto di idee
antifederaliste, dove, per dirla con le parole dello stesso Hamilton,
«due terzi dell'assemblea e quattro settimi del popolo erano contro
di esso». «_The Federalist_», la raccolta di saggi politici in difesa
della Costituzione, opera in sostanza dell'Hamilton coadiuvato dal
Madison e dal Jay, fu allora uno dei più grandi coefficienti della
disputata vittoria come rimase in seguito fra i capolavori della
letteratura politica americana.

Il 26 luglio 1788, un mese dopo della Virginia, Nuova York con 30 voti
contro 27 entrava, undecimo Stato, in quell'unione, che la ratifica di
Nuova Hampshire del 21 giugno 1788 aveva sostituito come fatto compiuto
all'antica Confederazione del 1777: il periodo critico della storia
americana, come lo chiama a ragione il Fiske, era stato felicemente
superato.[17]


§ 3. LA COSTITUZIONE FEDERALE E L'AMMINISTRAZIONE LOCALE. — L'infuriare
vivissimo della lotta pro e contro la costituzione in seno al paese
dopo i dibattiti ben noti nella convenzione di Philadelphia, la stessa
incertezza della vittoria, rivelata dalla quantità di emendamenti
spesso capitali presentati invano nelle convenzioni locali, e più
ancora la tenuità di essa, rispecchiata nelle esigue maggioranze
ottenute nei principali Stati, erano prova documentata del fatto
che la costituzione americana, com'ebbe a dire giustamente Giovanni
Quinzio Adams, fu «strappata ad un popolo ripugnante dall'opprimente
necessità». Eppure se v'è paese al mondo, della cui costituzione il
popolo vada superbo, considerandola non solo come la più adatta al
caso suo ma addirittura come una costituzione ideale, come l'opera
politica più perfetta che mente di statista potesse mai ideare, questo
paese è proprio l'America; fatto che, pur tenendo il debito conto dello
_chauvinismo_ americano, non capirebbe, data l'accoglienza primitiva
di essa, chi non conoscesse il significato speciale assunto da quella
costituzione nella vita politica degli Stati Uniti. Cessata col trionfo
dei federalisti la lotta pro e contro la costituzione, cominciò
quella pro e contro la sua interpretazione: la indeterminatezza di
certe norme, l'ambiguità di dati articoli, la malleabilità sopratutto
di essa, che per fortuna della società americana le impediva di
cristallizzarsi, divenivano armi formidabili in mano a ciascuno dei
partiti in lotta per ammantare la loro merce del drappo costituzionale,
non essendo difficile per via di deduzioni logiche ricondurre a
qualche articolo della costituzione i principii da esso sostenuti.
Per un troppo logico processo di psicologia politica collettiva la
costituzione, riconosciuta superiore a tutto ed a tutti, fatta perciò
piattaforma arma e scudo dei partiti, degli Stati, delle classi, degli
individui nella difesa dei loro interessi, divenne l'arca santa della
nazione, il palladio più sicuro della libertà che le generazioni
potessero trasmettere alle generazioni; si ebbe, come fu detto con
parola felicissima, la canonizzazione della costituzione, ragione
per cui la costituzionalità o meno d'un provvedimento qualsiasi ebbe
ed ha davanti alla mente del popolo americano maggior peso della
stessa opportunità o meno di esso. Così mentre i «padri» stessi della
costituzione avevano dubbi sull'opera loro, ritenendola solo quanto
in quel momento poteva farsi di meno peggio, i figli ed i nipoti
s'abituarono a considerarli come semidei messaggeri della verità
politica infallibile; e la costituzione degli Stati Uniti rimase così
nell'opinione pubblica dell'America e per riflesso di tutto il mondo
civile l'opera più perfetta che l'intelletto umano, innamorato degli
ideali filosofici del secolo XVIII, avesse un giorno compiuto per
la felicità d'una gente, anzichè il risultato affatto impersonale di
precedenti storici secolari e di necessità impellenti del momento. Come
infatti la ribellione delle colonie contro la madrepatria era stata
in sulle prime difesa di libertà secolari anzichè lotta cosciente per
un'indipendenza non sognata; come la dichiarazione del 1776 era stata
rivendicazione di diritti positivi anzichè enunciazione di astratti
diritti teorici; così la costituzione degli Stati Uniti si riattacca
da una parte, come ben dimostra il Bryce, agli statuti ed agli usi
coloniali preesistenti, si spiega dall'altra, come dimostra la storia
imparziale, con la necessità di conciliare gli antagonismi stridenti
fra i più vitali interessi, politici ed economici, di quella società in
formazione.

Lo stato federale non fu anzitutto se non il prodotto naturale delle
forze, che avevano generato gli stati particolari. Identica ne era
la genesi, identico il processo: degli uomini uguali e liberi si
erano raggruppati, come vedemmo, in _townships_ od in contee; dei
_townships_, delle contee, eguali e libere avevano volontariamente
organizzato lo stato coloniale, _Commonwealth_, per loro sicurezza
e comodità; degli stati eguali e liberi organizzano volontariamente
per un interesse non meno positivo lo Stato federale, dotandolo con
mano avarissima dei poteri indispensabili soltanto. Come la società
coloniale era cominciata coll'individuo, con un individuo autonomo
completo cosciente, realizzante quasi l'ipotesi d'un contratto sociale;
così la società federale cominciava con un patto esplicito tra le
singole persone morali strettesi in una unità politica. L'intero
sistema politico non fu infatti che un'espansione del _selfgovernment_
locale: come prima della costituzione, così dopo lo Stato non fu che
un aggregato di corpi locali. Questi invero più ancora delle stesse
colonie avevano fatto la costituzione, giacchè questi avevano raccolto
il potere sovrano al cadere insieme con la sovranità britannica delle
carte da essa concesse alle colonie: in quel momento d'incertezza, in
cui mal si sapeva in chi sarebbe ricaduto e chi avrebbe esercitato il
potere politico, depositari della sovranità erano stati, come vedemmo,
i corpi locali dapprima, il popolo intero delle singole colonie in
appresso.

Lo Stato, che usciva dalla rivoluzione americana, era così un prodotto
della nazione, invece di esser questa il prodotto dello Stato, come era
avvenuto in Europa. Qui però lo Stato storico, mistico, fatale, in cui
si è concentrata ed incarnata una potente coscienza nazionale, sopra
le teste curvate degli individui; in America invece quasi punto patria,
appena una nazione, uno Stato senza passato e senza prestigio, un puro
espediente del momento, l'opera volontaria e riflessiva d'uomini eguali
e liberi. Invece d'uno Stato soldato, giustiziere, creatore laborioso
dell'ordine, tardo artefice e dispensatore circospetto del diritto
comune, lo Stato americano sarà per così dire uno Stato scioperato,
dispensato per la forza od il favore di circostanze da ogni incombenza,
avanzato e supplito nelle sue leggi dai costumi, preceduto nel mondo
dei fatti dalla libertà e dall'eguaglianza. Non esso quindi, ma
l'individuo sarà la sola personalità morale e giuridica completa; non
esso farà le concessioni necessarie all'individuo, ma questo investirà
mano mano lo Stato dei poteri necessari, dandogli funzioni espresse e
ben delimitate. Lungi pertanto dall'esser lo Stato arbitro delle parti,
da cui risulta, le singole parti saranno per comune consenso le arbitre
dello Stato federale. A questo si darà infatti sino dai primi momenti
solo quel minimum, che è necessario perchè possa sussistere; tanto
più che alla diffidenza assoluta contro ogni potere centrale unico e
forte si univa qui la mancanza di quell'interesse vitale della difesa
esterna, che era stato in Europa la causa principale dell'accentramento
politico incarnato per tanti secoli nella monarchia conquistatrice ed
unificatrice del paese.[18]

Un rapido esame della costituzione ci convince largamente di ciò.

Nella costituzione americana il potere legislativo spetta ad un
Congresso, composto del Senato e della Camera dei Rappresentanti. La
Camera è biennale e si compone di cittadini oltre i 25 anni di età
scelti dagli elettori dei singoli Stati in proporzione al numero degli
abitanti, in modo da non eccedere l'uno su 30,000 abitanti, ma sì che
ogni Stato ne abbia uno almeno; essa sceglie il suo presidente e sola
ha il diritto di mettere in istato di accusa i propri membri. Il Senato
è sessennale, ma rinnovabile per un terzo ogni due anni, e si compone
di cittadini oltre i 30 anni d'età, scelti in numero di due per ogni
Stato dalla legislatura dello Stato stesso; il vice presidente degli
Stati Uniti ne è presidente, però senza voto, salvo il caso che i
voti siano pari: esso solo può giudicare dei suoi membri e, presieduto
dal giudice della Corte suprema, giudicare del presidente degli Stati
Uniti. Il tempo, il luogo, la maniera di procedere alle elezioni dei
senatori e dei deputati sono prescritti per ogni Stato dalle singole
legislature. Il potere spetta alla maggioranza, ma la minoranza può
rinviare le adunanze; ogni proposta di legge votata dal Congresso
deve, prima d'entrare in vigore, esser sottoposta al Presidente degli
Stati Uniti: se egli non l'approva, la rimanda alla Camera, donde
è partita; se dopo averla riveduta i due terzi di questa Camera le
sono favorevoli, essa viene inviata con le obbiezioni del Presidente
all'altra Camera, e, nel caso che anche i due terzi di questa
l'approvino, ha vigore di legge. Il potere esecutivo è attribuito ad
un presidente d'oltre 35 anni, quadriennale, e ad un vicepresidente,
eletti nel modo seguente: ogni Stato deve scegliere un numero di
elettori uguale al numero dei rappresentanti che ha nelle due camere
federali, ed essi si riuniscono per l'elezione definitiva; chi riporta
il maggior numero di voti è proclamato Presidente, chi vien subito
dopo Vice-presidente. Il potere giudiziario è conferito ad una Suprema
Corte Federale ed a quei tribunali inferiori, che al Congresso piaccia
di stabilire a seconda del bisogno: il potere giudiziario soltanto
può decidere nei casi relativi alla Costituzione. È la Corte suprema,
che dà al potere giudiziario una forza immensa, superiore a quella
che non abbia negli altri governi rappresentativi; per essa il potere
giudiziario è agli Stati Uniti il conservatore della Costituzione, il
solo che abbia il potere di abrogare una legge, dichiarandola contraria
alla Costituzione. La sua importanza ci appare subito immensa, se
pensiamo ch'essa è arbitra inappellabile nei conflitti, che, con una
Costituzione siffatta, possono nascere tra la Confederazione e gli
Stati, tra i vari Stati, tra i cittadini e lo Stato, tra i cittadini
e la Confederazione e così via. Nessuna meraviglia perciò se, avuto
riguardo agli ottimi risultati pratici, questa è ritenuta la più utile
istituzione americana, se il Bryce non dubita ch'essa abbia salvato la
costituzione. «Gli Stati Uniti garantiscono ad ogni Stato dell'Unione
una forma di governo repubblicana, e la difesa da qualunque invasione;
ed a richiesta della Legislatura anche la tutela dai disordini
interni»: queste sono le parole testuali con cui la costituzione
stabilisce i rapporti che devono correre fra gli Stati ed il governo
federale. Così, mentre nelle questioni di carattere generale gli Stati
Uniti figurano come un solo Stato, spettando al governo federale quanto
riguarda la guerra e la pace, la diplomazia, i trattati, la moneta,
gli accordi commerciali ecc., nelle questioni regionali invece essi
figurano come un insieme di Stati, in cui i rapporti fra cittadino
e cittadino, lo sviluppo della vita economica intellettuale e morale
sono governati da leggi particolari emanate dalle singole legislature
di Stato. Quanto poi alle modificazioni, che potessero occorrere nella
Costituzione, il testo di essa dice: «Il Congresso, ogni qualvolta
i due terzi di ambedue le Camere lo credano necessario proporrà
emendamenti a questa Costituzione, od a richiesta delle Legislature
di due terzi dei vari Stati radunerà una Convenzione per proporre
emendamenti, che in ambedue i casi saranno validi, ad ogni fine ed
effetto, come parte di questa Costituzione, quando sieno ratificati
dalle Legislature di tre quarti dei vari Stati, ovvero da convenzioni
parimenti composte di tre quarti di essi».

Netta come si vede è in questa Costituzione la distinzione dei tre
poteri, legislativo esecutivo e giudiziario, ciascuno dei quali è
provveduto d'un organo a parte; ma unica la sorgente da cui emanano.
Il Presidente, eletto dal popolo, senza intervento del Congresso o dei
legislatori, rappresenta la nazione. Dei due corpi che compongono il
Congresso, uno solo, la Camera dei Rappresentanti, emana direttamente
dal suffragio universale popolare; ma l'altro, il Senato, non ripete
un'origine meno nazionale per quanto diversa. Esso, che riceve il suo
mandato da legislature elette le quali rappresentano gli interessi
generali di ciascun Stato, rappresenta delle alte parti contraenti,
le antiche sovranità distinte associate per la difesa ed i progressi
comuni: diversa quindi nella natura l'autorità sua è non meno grande e
sentita di quella dell'altra Camera. Se avverranno quindi conflitti fra
questi tre poteri, non potendo alcuno di essi per una origine speciale
considerarsi l'arbitro della situazione, dovere morale di ciascuno
sarà di resistere sino in fondo non già semplicemente di fare una
dimostrazione di forza per intimidire, correggere, rimettere sulla via
creduta migliore gli altri, come succederà negli stati costituzionali
d'Europa, dove uno solo generalmente avrà la forza morale ed il
prestigio che deriva dal suffragio popolare. Il dissidio quindi rimarrà
quivi inconciliabile ed insanabile finchè dureranno al potere le parti
contendenti.

Ma non solo nell'origine, bensì anche nei rapporti reciproci fra i
tre poteri, questa costituzione manteneva ad arte la stessa causa di
debolezza. Mentre col governo di gabinetto adottato dall'Inghilterra
e imitato poi da altri paesi d'Europa i poteri dirigenti dello Stato,
il legislativo e l'esecutivo, sono fusi insieme per assicurare e
fortificare l'azione politica di esso, e stabilite le norme per un
pronto ritorno alla sovranità d'un'unica volontà, nel caso di conflitto
fra essi, la Costituzione americana li ha tenuti irrimediabilmente
separati, li ha creati tutti deboli, lasciando loro soltanto la forza
di tenersi a vicenda in iscacco. I ministri infatti non fanno parte
delle Camere, mentre le due Camere praticamente oltrecchè teoricamente
hanno gli stessi poteri. Ne segue che l'esecutivo non ha i mezzi di
procurarsi le leggi e le risorse finanziarie di cui ha bisogno per
la sua missione, rimanendo a lui semplicemente un veto sospensivo
per opporsi ai deliberati delle assemblee; mentre nessuna delle due
branche del potere legislativo, quando siano in lotta fra loro, ha
dovere o motivo di cedere. Come ciò poi non bastasse, esecutivo e
legislativo sono esposti a vedersi annullare virtualmente dal potere
giudiziario le leggi e gli atti di governo, che stimano più necessari.
Con maggior arte non si sarebbe potuto costituire un governo centrale
più debole, più innocuo per le libertà particolari dei singoli Stati.
La stessa prospettiva d'un conflitto prolungato fra i vari poteri,
lungi dal presentarsi come un pericolo sociale, apparirà una garanzia
di queste libertà; e la Costituzione non si cura perciò di assicurare
la pronta risoluzione della controversia. Nè le Camere infatti possono
obbligare i ministri a dimettersi, nè il ministero può dissolvere
la Camera, nè il Presidente può appellarsi alla nazione come giudice
supremo: la macchina del potere s'arresta colpita dalla paralisi voluta
dalle singole sue parti, finchè non sia spirato il termine elettorale
garantito a ciascuna di esse.[19]

La stessa noncuranza artificiale dell'unità d'azione e della forza
del governo si avvertirà del resto nelle Costituzioni degli Stati
particolari[20]: nella sfera degli Stati come nella sfera federale
l'attività legislativa non verrà meno ristretta dell'attività
amministrativa: e la tendenza nella storia successiva sarà per
un'accentuazione sempre maggiore di tale impotenza del potere politico.
Come nella Costituzione federale si è cercato di garantire al massimo
grado l'indipendenza dei singoli Stati, così in quelle particolari si
cercherà di garantire quello dell'individuo. Nella mente d'un popolo,
che tutto portava ad una concezione quanto mai individualista della
vita, il potere politico doveva avere fini negativi più che positivi;
in esso anzichè vedere uno strumento, si temeva un ostacolo del
progresso. Dalla convinzione che il progresso è opera dell'individuo,
il quale non ha bisogno che di libertà per effettuarlo, nasceva
logicamente la preoccupazione di premunirsi contro la legge piuttosto
che di farvi appello. Anche nei singoli Stati infatti non solo il
suffragio popolare sarà la fonte di tutti i poteri, legislativo
esecutivo e giudiziario; ma, cosa ancor più grave, nella generalità
di essi i ministri saranno eletti individualmente dal popolo, anzichè
collettivamente dal governatore, diventando così dei puri e semplici
capi-servizio affatto indipendenti, anzichè dei membri concordi
d'uno stesso organo politico: lungi dall'aversi per tal modo un'unità
vigorosa di governo, il governo stesso verrà a mancare, riducendosi ad
una pura e semplice amministrazione, sprovvista d'ogni coordinamento
fra i singoli suoi servizi affatto indipendenti l'uno dall'altro.

Il governatore infatti, in teoria centro di coordinamento del potere
come presidente ufficiale dello Stato, non avrà che rare ed innocenti
attribuzioni, quali il comando della milizia locale e della polizia,
la convocazione della Camera in sessione straordinaria, il diritto
di grazia e così via: possederà, è vero, un diritto di veto, ma solo
sospensivo, venendo anch'esso annullato da un secondo voto preso a
maggioranza di 2/3 o 3/5 dei membri della legislatura. Con la sua
relazione annuale davanti a questa sulla situazione dello Stato, egli
sarà un vero agente d'informazioni, più che il capo d'una compatta
amministrazione. Anche questa del resto mancherà del tutto, non avendo
lo Stato singolo a sua disposizione neppure quel mezzo fondamentale
d'azione, che è la burocrazia. Nè i suoi agenti politici e giudiziari
infatti nè perfino i suoi agenti tecnici costituiranno una vera
burocrazia; perchè, eletti individualmente dal popolo del distretto
in cui dovranno esercitare le loro funzioni, non dipenderanno nè
direttamente nè indirettamente dal potere centrale, non formeranno
alcuna classe, i cui membri siano subordinati gli uni agli altri dal
legame gerarchico. In sui primi tempi il governatore o la legislatura o
tutti due insieme nomineranno un certo numero di funzionari di Stato,
i giudici in ispecie, al centro o nei distretti, ma col procedere dei
tempi nella grande maggioranza degli Stati tutti i funzionari preposti
ad un servizio, non solamente locale ma generale, saranno elettivi,
scelti dagli abitanti del distretto stesso in cui dovranno operare. Più
che funzionari dello Stato saranno essi quindi mandatari d'una frazione
dello Stato, agenti locali incaricati d'una funzione di pertinenza
dello Stato: lo stesso sceriffo, il rappresentante del governatore e
l'unico depositario dell'autorità centrale esecutiva nella contea,
colui che deve mantenere la pace pubblica e reprimere al caso ogni
rivolta contro lo Stato, sarà eletto dal suffragio universale! Dello
Stato quindi non vi sarà se non il nome perfino là, dove esso mediante
pseudo-rappresentanti esercita le funzioni di sua competenza; i singoli
distretti non solo si amministreranno ma perfino si governeranno da sè,
formando ciascuno un piccolo Stato. Non si potrà da questo lato parlare
neppure di decentramento ma addirittura di disgregazione del potere
centrale, di decomposizione amministrativa. Dal controllo mediato o
immediato sulla ripartizione delle imposte in fuori, non vi sarà nella
maggior parte degli Stati altro esempio effettivo di tutela confidata
al potere esecutivo: e lo stesso estimo dei valori imponibili e la
stessa percezione delle imposte sarà opera dei _townships_ anzichè
dello Stato!

Se in tanto indebolimento del potere centrale, i fini
dell'amministrazione pubblica saranno in generale raggiunti e
soddisfatti i bisogni ed assicurato il progresso dei consociati,
ciò si dovrà in primo luogo al senso pratico di essi, allo stesso
esercizio secolare delle libertà, al vecchio istinto anglo-sassone di
rispetto profondo all'ordine legalmente dato, all'autorità legalmente
costituita; in secondo luogo all'opera in proposito della legislatura,
la quale, conformemente ad una pratica inglese immemorabile, supplirà
essa fino ad un certo punto alla tutela amministrativa, negata al
potere esecutivo, coi suoi statuti generali quanto mai minuziosi e più
ancora coi suoi atti privati speciali o locali, che si moltiplicheranno
all'infinito: il corpo legislativo diventerà così nei singoli Stati
un corpo regolamentare, il vero superiore gerarchico dei funzionari
pubblici; la tutela dell'amministrazione più ancora che la legislazione
il suo compito principale. Lo Stato non sarà così rappresentato
nell'Unione da un governo che disponga d'una burocrazia, ma da una
legislatura organo quanto mai disadatto ad amministrare un paese.
L'esser governati il meno possibile diventerà ogni giorno più l'ideale
dell'Americano; e, lungi dal mostrare qualsiasi assodamento del
potere esecutivo, federale o di Stato, la storia degli Stati Uniti
mostrerà una diminuzione nello stesso potere legislativo, in quello
di Stato specialmente, con la durata sempre più corta delle sessioni
parlamentari dei singoli Stati, con la negazione alle legislature
del diritto di redigere e modificare esse stesse il regolamento di
procedura parlamentare, con una serie insomma ogni giorno maggiore di
limitazioni, nel campo finanziario in ispecie, dove s'arriverà in certi
Stati a rendere impossibile nella pratica la contrattazione d'un debito
pubblico! Anche nello Stato come nell'Unione trionferà il proposito
di ridurre ai minimi termini l'autorità centrale non solo, ma anche di
legarla in modo da renderla una parvenza più che una sostanza.

Tra governo federale poi e governo di Stato sarà teoricamente
impossibile ogni attrito: la Costituzione fa una divisione netta recisa
capitale fra i poteri federali e quelli di Stato, e dà a ciascuno
i mezzi indipendenti per esercitarli: i rapporti fra essi hanno un
carattere pressochè internazionale. Quando sorga quindi un conflitto
tra governo nazionale e governo provinciale, quando uno Stato nei
limiti della propria competenza prenda delle misure contrarie agli
interessi generali dell'Unione, nessuna via per appianarlo è offerta
dalla legge fondamentale: si uscirà in tal caso dal campo del diritto
amministrativo, per entrare in quello del diritto delle genti,
del diritto naturale per eccellenza, ed il conflitto si risolverà
immediatamente in una questione di forza, in una guerra, che sarà
quindi guerra civile.

Questa organizzazione politica, che annichilisce addirittura lo Stato
sia federale che regionale per garantire al massimo grado la libertà
dell'individuo, era possibile agli Stati Uniti, perchè in essi nè
la sicurezza nè l'amministrazione della nazione avevano bisogno
d'un forte potere federale o d'un forte potere di Stato: la prima
era garantita dalla posizione geografica, la seconda da quei corpi
locali, che continuavano ad essere le sorgenti pure ed inesauribili
della vita nazionale. Ristretta infatti ed inceppata nel governo
nazionale, languente e screditata in quello di Stato, la vita pubblica
continuava a manifestarsi in tutta la sua vivacità nei corpi locali,
nei _townships_, nelle contee, nelle città: questi rimanevano il vero
focolare di essa. I _townships_ negli Stati più settentrionali, le
contee o parrocchie nei più meridionali eserciteranno un gran numero
di servizi, che sul continente europeo hanno carattere generale,
addirittura nazionale, come l'assistenza pubblica, la giustizia
criminale e civile inferiore, la polizia, l'istruzione elementare,
la viabilità, le carceri, le imposte, ecc.: essi saranno come delle
piccole repubbliche indipendenti, il vero seggio di quasi ogni attività
amministrativa, d'una attività estesissima, svariata e pressochè
autonoma, in vivo contrasto coll'inerzia ed il languore dell'Unione
e dello Stato. Torpida al cuore, la vita pulserà impetuosamente eppur
semplicemente alla periferia; e gli antichi corpi locali, in cui tutta
s'assommava la vita pubblica nell'età coloniale, rispettati dalla
Costituzione, sopravviveranno con la stessa forza della gioventù alle
condizioni politiche e sociali che li avevano determinati. Nel nord
i cittadini del _townships_ si riuniranno insieme una o più volte
all'anno nel palazzo di città, in una chiesa, all'aria aperta; e questa
assemblea generale nominerà i suoi _selectmen_, sorta di municipalità
collettiva, la commissione scolastica, i capi dei servizi comunali;
procederà all'esame di tutti gli affari portati all'ordine del giorno;
eserciterà i poteri legislativi della sua sfera d'azione, senza che
alcun'altra autorità ne esamini ed approvi o rigetti le deliberazioni;
fisserà il suo bilancio; udirà le relazioni dei magistrati eletti e
ne rivedrà i conti. Nel Sud, dove il latifondo e la dispersione degli
abitanti hanno reso impossibile il costituirsi del _township_, il posto
di questo sarà occupato da una circoscrizione più vasta, la _contea_:
in essa non vi sarà, è vero, data la poca densità della popolazione,
alcuna assemblea generale; ma l'autonomia, di cui godrà nel campo
dei servizi locali, sarà eguale a quella del _township_. Negli Stati
centrali infine dove coesisteranno il _township_ e la contea, la
seconda eserciterà sul primo una specie di tutela rudimentale, che non
andrà più in là della revisione dei conti, del controllo sull'estimo
dei valori imponibili e sulle scuole. Negata invece nel Nord, come
nel Centro, come nel Sud sarà l'autonomia alle grandi corporazioni
urbane, alle _città_, le quali, creazione dello Stato, dipenderanno
dalla legislatura di questo, che se ne riserverà in gran parte
l'amministrazione. La costituzione delle città sarà modellata in
generale sul governo federale: una specie di sindaco, corrispondente
al presidente, due assemblee, corrispondenti al Congresso, con le
loro commissioni, un corpo di funzionari nominati dalle assemblee od
eletti dal popolo: anche in essa lo stesso sminuzzamento del potere
notato nelle Costituzioni federale e di Stato. Le attribuzioni del
resto, spettanti a questi corpi municipali, saranno poche e di poca
importanza, cioè quelle soltanto menzionate espressamente nella carta
particolare o nelle leggi generali d'incorporazione, in virtù delle
quali prenderanno origine le municipalità stesse: nel concedere tali
carte e statuti la legislatura dello Stato avrà cura di riservare
per sè le attribuzioni più importanti, affidando ai corpi municipali
soltanto quelle indispensabili, sistema al quale si dovranno appunto
gli abusi scandalosi, l'immane corruzione amministrativa di molte città
americane nel sec. XIX.

Tale l'organizzazione politica ed amministrativa, che si dava la nuova
nazione, istituzioni non dettate ad essa da alcun principio teorico
ma tolte senz'altro da una pratica secolare, ispirate dai caratteri e
dai bisogni della sua società. Popolazione poco densa e fluttuante in
un territorio immenso, sicurezza da ogni pericolo esterno, bisogno di
libertà assoluta d'azione per produrre la ricchezza più che di ordine
sociale per difenderla e conservarla, attitudine spiccata e capacità
provetta al _selfgovernment_, coscienza nazionale appena incipiente
e coscienza regionale sviluppatissima, tutto portava alla negazione,
può dirsi, dello Stato, sia federale che particolare, alla piena
indipendenza di questo da quello, al rigoglio della vita municipale
in tutte le sue forme. La prosperità non si aspettava dallo Stato, ma
dall'energia dell'individuo; allo Stato non si chiedeva che la garanzia
della più sconfinata libertà individuale, della più completa autonomia
locale.

Con questi auspici politici la società anglo-americana iniziava il
periodo nazionale della sua storia.


NOTE AL CAPITOLO OTTAVO.

[17] _John Fiske_: The critical Period of American History 1783-89
(Macmillan and C.^o London), opera notevole su questo periodo veramente
decisivo della sorgente nazione americana.

[18] Sulla psicologia politica del popolo anglo-americano vedi il bel
lavoro di _Émile Boutmy_ (_Éléments d'une Psychologie politique du
peuple américain_ — Paris 1902), cui ho largamente attinto in questo ed
in qualche altro capitolo.

[19] Sulla _Costituzione federale_, di cui in appendice diamo il
testo, vedi sovratutto il cap. VIII della parte I dell'opera classica
di _Alessio di Tocqueville_ (La Democrazia in America; trad. ital. in
_Biblioteca di scienze politiche_, vol. I, Parte II, Torino, Unione
Tipografico-editrice, 1884); il volume II dell'opera pure classica del
_Bryce_ (The American Commonwealth, London 1888), riassunto nell'ottima
recensione analitica del Villari (La Costituzione degli Stati Uniti
d'America, in Saggi storici e critici — Bologna, 1890); gli scritti
speciali dello _Sterne_ (Storia Costituzionale e sviluppo politico
degli Stati Uniti), del _Davis_ (Sviluppo dei rapporti fra i tre poteri
dello Stato nelle Costituzioni americane), del _Boutmy_ (Le origini
e lo sviluppo della Costituzione degli Stati Uniti d'America), del
_Sumner Maine_ (La Costituzione federale degli Stati Uniti d'America),
del _Cooley_ (Principi generali di Diritto Costituzionale negli Stati
Uniti d'America) raccolti tutti sotto veste italiana nella _Biblioteca
di Scienze politiche_, del Brunialti, vol. VI, parte I; la monografia
del _Palma_ (Costituzioni moderne — Gli Stati Uniti d'America [Nuova
Antologia, set.-nov., 1880).]

[20] La _Costituzione di Stato_ è pel singolo Stato quello che
la _Costituzione federale_ per l'intera Unione, la legge cioè
fondamentale generale decretata direttamente dal popolo d'ogni Stato
e revocabile o modificabile solo per opera del popolo, non già dei
corpi rappresentativi dello Stato, le cui deliberazioni o leggi hanno
valore solo finchè siano compatibili con la Costituzione dello Stato.
Queste Costituzioni di Stato sono così i monumenti politici più antichi
del paese, giacchè non sono che la continuazione cronologica e logica
delle carte, privilegi, patenti, statuti, ecc., su cui si basavano i
governi coloniali anteriormente alla Rivoluzione. Nell'evoluzione dei
governi di Stato, quali emanano da queste Costituzioni, si possono
distinguere tre periodi. Il primo abbraccia circa un trentennio,
dal 1776 al 1802, e contiene le prime Costituzioni dei 13 Stati
originari e quelle degli Stati di Kentucky, Vermont, Tennessee
ed Ohio, costituzioni nelle quali, mentre si manifesta chiara la
maggiore diffidenza verso il potere esecutivo e militare, si lasciano
amplissimi poteri all'Assemblea, fatta, a dir così, procuratore
generale del popolo da essa rappresentato: «l'esperienza prova, diceva
il Madison nella Convenzione di Filadelfia del 1787, che vi ha nei
nostri Governi la tendenza di gettare tutti i poteri nel vortice del
potere legislativo. I poteri esecutivi degli Stati sono più che altro
vane parvenze. L'Assemblea legislativa è onnipotente». Il secondo
periodo, che abbraccia la prima metà circa del sec. XIX fino al
giorno cioè in cui l'intensità della lotta pro e contro la schiavitù
interruppe lo svolgimento progressivo dell'Unione, è contrassegnato
da una generale democratizzazione di tutte le istituzioni, dovuta
oltrecchè allo sviluppo naturale dei primi germi all'influenza delle
idee repubblicane di Francia, influenza che venne meno solo dopo il
1815 e cessò affatto con la metà del secolo: è questo il periodo in
cui comincia a prender fondamento e ad applicarsi il principio che
gli istituti politici e giuridici debbono esser opera diretta anzichè
indiretta del popolo sovrano. Questo concetto trionfa sempre più nel
terzo periodo, che comincia circa al tempo della guerra civile, periodo
però nel quale accanto a questa maggior efficacia della sovranità
popolare esercitantesi direttamente a danno bene spesso dell'Assemblea
legislativa, cui vengono tolti molti poteri per darli al popolo, si fa
viva la tendenza a rafforzare i poteri esecutivo e giudiziario.

I tipi poi, cui possono ridursi questi governi di Stato nel corso
del sec. XIX, sono tre: il vecchio tipo coloniale (Nuova Inghilterra
ed antichi Stati centrali), il tipo degli Stati meridionali o già a
schiavi (nel quale è evidente la influenza della prima Costituzione
virginiana) ed il tipo degli Stati nuovi od occidentali. Dopo la guerra
di Secessione però e l'abolizione della schiavitù con la conseguente
trasformazione radicale del Sud nel campo politico non meno che
in quello economico-sociale, gli Stati meridionali si diedero in
generale nuove Costituzioni non molto diverse da quelle degli Stati
nuovi del Nord-Ovest e Pacifico; cosicchè i tipi si ridussero a due,
quello dei vecchi Stati dal potere esecutivo generalmente più forte,
dalle costituzioni meno particolareggiate e quindi meno bisognose di
mutamenti, e quello degli Stati nuovi o rinnovati dai poteri popolari
più ampli, dalle costituzioni più lunghe, più particolareggiate,
più ricche di materia, più soggette sopratutto e per lo stesso
loro carattere minuzioso e per la mobilità e le trasformazioni
economico-sociali molto più rapide nelle nuove che nelle vecchie sedi a
continui mutamenti.

Su queste Costituzioni di Stato vedi in particolare il II volume del
_Bryce_: The American Commonwealth (London, 1888). Quanto al testo
di esse, la miglior raccolta per il tempo fino cui arriva è quella
pubblicata per incarico del Congresso americano da Ben. Perley Poore,
col titolo _Federal and State Constitutions_ (Washington 1878) in
2 volumi. Anche in Italia furono pubblicate parecchie di queste
Costituzioni di Stato nel vol. II della _Raccolta di Costituzioni_
(Torino, 1848). Un ottimo cenno complessivo su esse seguito dal
testo di alcune trovasi nel vol. VI, parte I, della _Biblioteca di
Scienze politiche_ del Brunialti, col titolo «_Le Costituzioni degli
Stati Uniti d'America — Testi e commenti_» (p. 959-1242, Unione
Tipografico-editrice Torinese).



Lineamenti e tendenze della società anglo-americana all'inizio della
vita nazionale.


Il 29 maggio 1790, giorno in cui Rhode Island entrava, completandola,
nell'Unione, costituisce una data memoranda nella storia americana:
benchè il periodo coloniale cessi colla Dichiarazione d'indipendenza
del 4 luglio 1776 od, a più stretto rigore, con la pace di Parigi del
3 settembre 1783; per chi guardi la sostanza più che la forma, col 1790
soltanto cessa in tutto il paese la vita coloniale ed incomincia quella
nazionale della società anglo-americana. Paragonabile al valico di
alpestre catena, cui mettono capo i mille sentieri che salgono su dalle
valli e da cui si dipartono i mille altri dell'opposto versante, è
questo il punto critico, cui fa capo tutta la storia passata, e da cui
sulla trama distesa dall'epoca precedente comincia a svolgersi quella
futura.

Non abitata da popoli vetusti per civiltà da spogliare, priva in
apparenza di metalli nobili, non coperta di piante preziose, la
parte settentrionale dell'America, a differenza di quella centrale e
meridionale, era stata lasciata quasi in disparte nella prima ricerca
affannosa dei popoli colonizzatori dell'Occidente: se ne eccettui
gli Spagnuoli, che vi avevano posto stabile piede all'estremo Sud,
nella Florida, nessun altro popolo aveva fondato in esso stabilimenti
duraturi nel secolo XVI. La vera colonizzazione del continente
nord-americano incomincia nel secolo XVII: la iniziano con successo
i Francesi nella vallata del S. Lorenzo e sulla costa atlantica gli
Inglesi nella Nuova Inghilterra e nella Virginia, centri originari di
colonizzazione tra cui s'incuneano Olandesi e Svedesi. Troppo pochi per
contrastare l'espansione neerlandese, questi ultimi vengono ben presto
assorbiti dagli Olandesi, i quali alla loro volta inferiori per numero
e per energia, sopratutto per istituzioni, più atte ad ostacolare che
a favorire la colonizzazione, a quel vigoroso elemento inglese, che
li serra come in una morsa da nord a sud, terminano coll'essere vinti
ed assorbiti da questo. La colonizzazione inglese si diffonde così
rigogliosa per quanto lenta su tutta la costa atlantica, costretta dal
suo carattere essenzialmente agricolo a spezzare col ferro e col piombo
la resistenza degli Indiani spogliati delle loro terre. Nel secolo
XVIII, occupato ormai il territorio fra l'Atlantico e gli Allegani, i
coloni inglesi s'apprestano a valicare questa catena per entrare nel
cuore del continente; ma vi trovano un ostacolo insormontabile in quei
Francesi, che nel frattempo, oltrepassati i Grandi Laghi canadesi, si
erano spinti sino al golfo del Messico, ed, in grado per il carattere
esclusivamente commerciale della loro colonizzazione di accarezzare
anzichè distruggere la razza indigena, avevano potuto col favore di
questa estendere il loro controllo militare e politico su tutto il
bacino del Mississippi.

Nella lotta per la terra, che necessariamente ne consegue, la
colonizzazione di razza degli Inglesi, sorretta efficacemente dalla
madrepatria, finisce col prevalere su quella ecclesiastico-feudale
dei Francesi, il cui impero nord-americano cade tutto in mano
dell'Inghilterra, se ne eccettui le foci del Mississippi, passate
alla Spagna. Signora di così vasto dominio, la Gran Bretagna vorrebbe
ridurlo tutto quanto sotto il suo impero assoluto; ma se non trova in
ciò difficoltà alcuna nel Canadà, nato e cresciuto sotto il dispotismo
accentratore della Francia, vede sollevarsi le sue antiche colonie, le
quali, sfruttate sino allora nel campo economico ma rispettate fino
ad un certo punto nelle loro autonomie locali e nelle loro libertà
politiche, approfittano dell'occasione favorevole, offerta loro
ciecamente dalla madrepatria, per rivendicare quell'indipendenza cui
le aveva rese mature lo sviluppo prodigioso della vita economica e
sociale.

Al termine dell'epica lotta l'Inghilterra non conserva più del
Nord-America che la parte posta a settentrione dei Grandi Laghi,
vale a dire il Canadà; mentre il resto del continente, diviso fra
gli Anglo-Americani, che si estendono dal Maine alla Georgia e
dall'Atlantico al Mississippi, e gli Spagnuoli, che occupano con la
Florida la costa del Golfo del Messico ed avanzano le loro pretese
sulle terre d'oltre Mississippi, rimane aperto alla colonizzazione
interna dei primi, troppo superiori materialmente e socialmente agli
Spagnuoli ed ai Francesi, che per qualche anno sostituiranno i primi
nella Luigiana, per non soppiantare gli uni e gli altri entro pochi
decenni in tutto l'immenso territorio, parco di caccia, violabile a
piacimento, d'un pugno d'indiani.

Le tredici colonie inglesi non si sono unite insieme però se non per
resistere con più successo al comune nemico; cosicchè, acquistata
l'indipendenza, il particolarismo frutto necessario d'una storia
secolare torna a prevalere nella forma più cruda, minacciando di
travolgere l'opera della Rivoluzione. La nuova costituzione federale,
la quale mentre assicura ai singoli Stati quella completa autonomia,
ch'era sacro retaggio delle vecchie colonie, permette loro di
costituire una sola nazione, arresta il dissolvimento palese della
nuova società e le garantisce nella forma politica federale, l'unica
capace di tener insieme nonchè le vecchie colonie troppo gelose della
propria indipendenza le decine e decine di Stati che sarebbero sorti
accanto ad esse in mezzo un continente, lo svolgimento di quelle
autonomie locali e di quelle libertà individuali in nome delle quali,
sbocciate e fortificate nella serra calda del periodo coloniale,
l'America era sorta a nazione. Il 1790 raccoglie tutte le sparse
collettività all'ombra d'una comune bandiera, sotto l'egida d'una
legge comune di libertà e d'uguaglianza per esse e pei cittadini loro,
inaugurando colla presidenza dell'uomo, al cui valore ed alla cui
saggezza si doveva in parte non piccola l'esito fortunato della guerra
d'indipendenza, Giorgio Washington, eletto l'anno innanzi, la storia
nazionale degli Stati Uniti d'America.

L'Unione americana contava allora una popolazione di 3.929.414
abitanti. Il 95% di essa abitava ancora quella striscia di terra larga
in media un 255 miglia e lunga dai 14 ai 15 gradi, che si estende fra
l'Oceano e gli Allegani, dal Maine alla Florida, ed in cui vivono oggi
pur senza accalcarsi soverchiamente un 25 milioni d'abitanti. Rara
perciò quanto mai la popolazione nelle stesse sedi più antiche, se ne
eccettui la costa del Massachusetts, la parte meridionale della Nuova
Inghilterra e le vicinanze di New York, i punti più densamente abitati:
gli otto noni a dir poco del suolo della Virginia, che pur era la
più popolata delle colonie meridionali, erano inoccupati; il New York
settentrionale ancora pressochè deserto, faceva parte di quello che
allora si chiamava il _Far West_. Oltre i monti poi, nelle nuove sedi,
solo degli arditi pionieri sparsi qua e là nella Virginia occidentale,
sul lago Ontario e presso le riviere ed i laghi suoi tributari;
degli avamposti, come Detroit, Vincennes, Green River ed altri, nel
territorio di Nord-ovest; dei nuclei più solidi di colonizzazione nel
Kentucky settentrionale lungo l'Ohio e nel Tennessee lungo la vallata
del Cumberland, in tutto meno di 200.000 abitanti, avanguardia più che
altro di quella fiumana che allora soltanto cominciava a riversarsi
sull'occidente per le quattro strade del Mohawk ed Ontario, del Potomac
superiore, della Virginia sud-occidentale e della Georgia occidentale.

La vita era ancora dappertutto essenzialmente rurale: salvo i pochi
porti, dove il commercio era fiorente, salvo pochi centri urbani, fra
cui Boston, New York, Philadelphia, Baltimora e Charleston soltanto
oltrepassavano i 10.000 abitanti, la popolazione nella sua quasi
totalità (il 96% ancora al 1800) viveva dispersa per la campagna,
ed il nerbo di essa era dato nel Nord da una classe di agricoltori,
che coltivava con le proprie mani il piccolo _farm_, nel Sud da una
classe di latifondisti che coltivavano coll'opera degli schiavi le
vaste tenute. La vita industriale del paese era rappresentata in gran
parte dalla manifattura domestica: chè l'industria vera e propria, se
ne togli quella navale in alcuni punti della costa, era ancora in sul
nascere, impedita fino allora dalla poca densità della popolazione
e dalla poca accumulazione di capitale più ancora che dal monopolio
industriale e commerciale dell'antica metropoli. Solo allora il
lavoro incominciava gradualmente a cangiare la sua forma, passando
da un complesso di operazioni manuali isolate ad un sistema di lavoro
organizzato, condotto mediante imprese regolari, con vasti capitali,
col sussidio delle nuove macchine inventate in Europa; tanto che ancora
nel 1810 alla manifattura domestica spettavano oltre i 2/3 delle stesse
vesti e dell'intovagliato consumati agli Stati Uniti, quantunque già
dal 1786 degli artigiani scozzesi abbiano cominciato a costruire a
Bridgewater, Mass. le prime macchine da filare sul modello di quella
d'Arkwright, e dal 1790 l'operaio inglese Samuel Slater detto «il
padre delle manifatture americane» abbia fondato a Pawtuchet, R. I. una
grande officina per fabbricarvi tutte le macchine imparate a fabbricare
in Inghilterra. Anche le comunicazioni erano ancora difficili, chè la
stessa navigazione fluviale a vapore, quest'anticipazione della strada
ferrata in un paese solcato da una rete naturale di fiumi e di laghi,
non esisteva può dirsi nella pratica prima degli ardimenti del Fulton
sull'Hudson nel 1807 e sul Mississippi nel 1811, nonostante i tentativi
ripetuti qua e là dal 1763 in poi da William Herny, da John Fitch, da
Oliver Evans, dal Rumsey ed altri.

Nulla insomma era venuto ancora a modificare profondamente nel campo
materiale la vita americana dell'epoca precedente, come nulla era
venuto a sconvolgerla in quello morale ed intellettuale: gli effetti
perturbatori della Rivoluzione non hanno ancora avuto il tempo di
svolgersi; l'immigrazione europea è tuttora così scarsa (10.000
immigranti nel 1790, 4000 soltanto nel 1804 e 1805), che il vecchio
elemento coloniale lungi dall'esserne modificato radicalmente, la
assorbe senza quasi accorgersene. Usi, costumi, idee sono su per giù
quelli dell'età coloniale. Certo in New York, fino al 1790, e poi
in Filadelfia, capitali provvisorie prima del trasporto del governo
nella neonata Washington, avvenuto nel giugno 1800, si svolge una vita
sociale straordinariamente vivace, che nell'_entourage_ del presidente
e nell'ambiente governativo in ispecie assume per dir così un aspetto
nazionale; ma la società americana continua a svilupparsi separatamente
e con caratteri distinti nelle varie sedi della colonizzazione, nella
democratica Nuova Inghilterra dalla semplice vita e dall'alto livello
intellettuale e morale delle popolazioni, nelle grosse colonie centrali
dedite al commercio e dalla tinta cosmopolita, nel Sud aristocratico e
feudale dai vivi contrasti fra la gaia vita della sua classe dominante
dove più dove meno raffinata e quella dolorante dei suoi schiavi;
mentre l'elemento più ardito di queste vecchie sedi, il pioniere
imbevuto di solito dell'idea _yankee_, va a spianare alla futura
immigrazione europea la via del lontano Occidente, dove presto andranno
sorgendo come per incanto nuove città, si apriranno nuove strade
commerciali, si organizzeranno territori, si getteranno insomma le
basi d'un nuovo raggruppamento di Stati, diverso da ciascuno di quelli
del territorio orientale. Sono tante società distinte, diverse, talora
addirittura antagonistiche, al punto da non escludere perfino eventuali
conflitti terribili fra loro, non v'è ancora la nazione; chè per la
diversità delle origini e l'isolamento dello sviluppo, per la mancanza
cioè di una storia comune, manca pure quel sentimento di solidarietà
ereditaria, che lega fra loro i membri d'una stessa generazione
nella comunanza dei ricordi, dei trionfi, dei dolori dei padri:
mentre da parte della popolazione dispersa su vastissimo territorio,
priva di quei veri e propri laboratori di civismo che sono le grandi
agglomerazioni urbane, dotata sopratutto di quella mobilità estrema
di espansione, cui la invita una terra libera praticamente illimitata,
non è ancora cominciato se non in qualche focolare isolato quel moto di
riflessione e concentrazione in se stessa, di cui un forte sentimento
di nazionalità è il risultato immancabile ed il compendio più fedele.

Questa società, che finora s'è limitata a vivere, lottando oscuramente
e moltiplicandosi nel silenzio sotto l'altrui dominazione, fatta
arbitra del proprio destino e dalla raggiunta maturità ad una vita
statale indipendente e dalla virtù dei suoi figli, tutti uomini
nuovi, anch'essi senza passato come il popolo da cui uscivano,
entra nell'arringo della civiltà e della vita internazionale con
una prospettiva ben diversa da quella delle vecchie genti d'Asia e
d'Europa.

Davanti a sè su tutto un continente nient'altro che alcune popolazioni
selvaggie in ritirata ed in via di scomparire, alcune colonie spagnuole
lasciate in deplorevole abbandono, che estendono su territori ben più
vasti le loro pretese ma non hanno la forza di farle valere, un dominio
inglese infine di recente acquisto che ha tutto l'interesse di vivere
in pace coi potenti vicini: alle sue spalle più d'un migliaio di leghe,
che la separano dalle nazioni potenti e prepotenti del vecchio mondo.
Essa è dispensata pertanto dal tenersi in istato di difesa contro
eventuali o, peggio ancora, probabili aggressioni; mentre l'immensità
delle terre messe dalla natura a sua disposizione la dispensano da
cupide brame di rapina, sorgenti di torbida gloria militare.

In luogo d'una visione di campi devastati, di città incendiate, di
turbolenti dominazioni, in luogo di quel sogno di sangue e di fumo,
ch'è retaggio ed incubo del vecchio mondo, la nuova società vede
disegnarsi l'attività futura dei suoi figli su un fondo sereno di
pace e di progresso, su quell'immenso territorio vacante, il quale
non aspetta se non la mano dell'uomo civile per dare le ricchezze
inesauribili che cela nel seno. Occupare questo territorio, dissodarlo,
utilizzarlo, ecco l'appello che la voce stessa delle cose rivolge alla
nuova sociètà, ecco il compito ch'essa si vede assegnato, compito
semplicissimo e modestissimo nella sua forma esteriore ma grandioso
nella sostanza oltrecchè pei risultati per la colossità dell'impresa:
la colonizzazione interna accelerata dall'emigrazione europea diverrà
così la forma naturale d'espansione della società anglo-americana; lo
sfruttamento di questo enorme capitale fondiario diventerà il fine
nazionale per eccellenza di essa, darà l'impronta al suo carattere,
ne costituirà la forza nel mondo, ne darà i vizi ed i pregi,
l'utilitarismo gretto e feroce come lo slancio industriale e civile;
il presentimento ed il vaticinio dell'avvenire terrà luogo nell'anima
collettiva del popolo di quel sentimento di patria, che non può salir
su dai profondi ipogei della storia, dando a lui la stessa ebbrezza
nazionale che l'antico dominatore del mondo sentiva nel ripetersi
_civis romanus_.

La repubblica americana potrà quindi rimanere ancora per secoli
quello, che era prima dell'indipendenza, una società cioè anzitutto
e sopratutto economica, politica solo in via secondaria ed in quanto
i vincoli statali e giuridici sono necessari al raggiungimento degli
stessi fini economici: questi soltanto forniranno la chiave di volta
delle sue istituzioni, come ne spiegheranno i pregiudizi e le idee, i
pregi e i difetti, donde la lucidità meravigliosa della storia e della
psiche americana, simile a massa d'acqua che nella sua limpidezza lasci
scorgere il fondo roccioso, da cui zampilla.

Una società di tal fatta, per nulla guerresca, appena politica,
essenzialmente economica, senza avanzi di famiglie regie, di
caste sacerdotali militari od aristocratiche, senza alcun elemento
insomma monarchico od aristocratico da svolgere ed elaborare, nonchè
abbandonare svilupperà anzi fino alle ultime sue conseguenze col
carattere elettivo di quasi tutte le cariche, con la brevità dei
termini di esse, colla rotazione negli uffici, quella forma di
democrazia egalitaria, che radicata nel passato sino al punto da
divenire seconda natura trova nella legge generale e locale del
paese la sanzione e l'usbergo. Libertà sarà quindi la base della
nuova convivenza politica, uguaglianza la base della nuova convivenza
sociale.

Frutto però dell'assenza assai più che dell'intervento del potere
politico nella vita dell'individuo e della società, fatto naturale
anzichè rivendicazione di un principio di giustizia, questa uguaglianza
sarà ben lungi dal significare livellamento generale di condizioni:
essa sarà semplicemente uguaglianza legale, assenza completa cioè di
disuguaglianze legali. Lungi pertanto dall'impedire o semplicemente
dall'attenuare le disuguaglianze economiche, che all'origine sono
frutto della vittoria nella lotta per la vita, questa democrazia
egalitaria, la quale obbedisce anzitutto e sovratutto alle esigenze di
quell'attività economica che è la sua prima e massima funzione, lascerà
anzi libero il freno alla caccia della ricchezza, alla formazione delle
fortune più colossali, di nulla curandosi più nelle istituzioni come
nelle opinioni che di offrire ai combattenti una parità legalmente
almeno assoluta di condizioni, agli individui un campo il più possibile
livellato nella lotta per la vita. E gli individui alla lor volta,
sapendo di non dover attendere nulla dalla società ma sicuri d'altra
parte di non trovare nelle sue leggi o nei suoi pregiudizi alcun
ostacolo all'estrinsecarsi di tutte le loro energie, sentiranno come
raddoppiato l'innato vigore, donde quell'individualismo potente,
quell'esaltazione della propria personalità e della propria razza,
quello spirito energico di iniziativa che diventeranno caratteristiche
del popolo americano, del popolo che il più superbo e cosciente dei
suoi bardi, Walte Whitman, chiamerà senz'ombra di iattanza «democrazia
di atleti». Il fine supremo di questi atleti non sarà d'altra parte
diverso da quello della società loro, vale a dire la ricchezza.

In una società profondamente livellatrice, egalitaria sino alla
monotonia, antigerarchica per eccellenza, dove un uomo ne vale un
altro, qualunque ne sia la nascita l'educazione l'ingegno il posto
sociale o politico, dove perciò bandita ogni altra superiorità
personale e tanto più trasmissibile non ne rimane che una, personale e
trasmissibile, la ricchezza, questa diventerà il fine supremo di quanti
mirano ad eccellere. La società americana così, sorta per un fine
essenzialmente economico, elaborerà col seme più scelto delle vecchie
stirpi europee ringiovanite come nuovo Anteo al contatto della vergine
terra, una razza quanto mai atta a produrre la ricchezza, innalzerà
sulla sua base territoriale superiore nel complesso a quella d'ogni
altro popolo l'edificio economico e per riflesso politico e civile più
superbo, che la storia umana abbia ancora veduto.



APPENDICE I



Dichiarazione fatta dai rappresentanti degli Stati Uniti d'America,
riuniti in Congresso.


Quando, nel corso delle vicende umane, diventa per un popolo una
necessità lo spezzare i vincoli politici che l'uniscono con un altro
ed il prendere tra le potenze della terra quel posto separato ed equo
a cui gli danno diritto le leggi di natura ed il Dio della natura, un
conveniente rispetto alle opinioni dell'umanità gl'impone di dichiarare
quali sono le cause che lo costringono alla separazione.

Riputiamo di per sè evidentissime le seguenti verità: che tutti gli
uomini sono stati creati uguali; che il Creatore gli ha investiti di
certi diritti inalienabili; che tra questi sono la vita, la libertà
e la ricerca della felicità; che per garantire tali diritti, furono
istituiti fra gli uomini i governi, i quali ritraggono i loro poteri
dal consenso dei governati; che quando una forma qualsiasi di governo
è dannosa a quei fini giusti, il popolo ha il diritto di abolirla o di
mutarla, istituendo un nuovo governo e dando a questo per fondamento
quei principî e quell'ordinamento di poteri che al popolo stesso
sembrino più adatti a provvedere alla propria sicurezza e felicità.
La prudenza, è vero, consiglia che non si mutino per cause leggere e
transitorie i governi da lungo tempo stabiliti, e perciò la esperienza
ha sempre dimostrato che l'umanità è più disposta a sopportare i mali,
finchè essi sono sopportabili, che a ripararli ed a far giustizia
da sè medesima coll'abolire le forme a cui è abituata. Ma quando
una lunga serie di abusi e di usurpazioni invariabilmente dirette
a conseguire lo stesso fine, mette in piena evidenza il disegno di
ridurre un popolo alla soggezione di un dispotismo assoluto, esso ha
il diritto ed il dovere di abbattere un simile governo e di provvedere
con nuove garanzie alla propria sicurezza futura. E così hanno
lungamente pazientato queste Colonie, e tale è adesso la necessità che
le costringe ad alterare gli antichi sistemi di governo. La storia del
presente Re della Gran Brettagna è una sequela di ripetute offese ed
usurpazioni, dirette tutte al fine di stabilire su questi Stati una
tirannide assoluta. Per dimostrarlo esporremo al mondo imparziale i
fatti seguenti:

Ha rifiutato di acconsentire alle leggi più salutari e più adatte al
pubblico bene.

Ha proibito ai suoi governatori di sancire leggi di utilità grande ed
immediata, che pur non potevano andare in vigore finchè non giungesse
il suo consenso, e mentre erano così in sospeso, ha trascurato affatto
di prenderle in esame.

Ha rifiutato di sancire altre leggi necessarie al buon ordinamento
di vasti e popolosi distretti, perchè gli abitanti non rinunziarono
al diritto di rappresentanza nella legislatura: diritto per essi
preziosissimo e formidabile soltanto pei tiranni.

Ha convocato le assemblee legislative in luoghi inusitati, incomodi, e
distanti dai depositi dei loro registri pubblici, e ciò pel solo fine
di stancarle e renderle più pieghevoli alle sue volontà.

Ha sciolto, ripetutamente, le camere legislative perchè hanno fatto
con virile fermezza opposizione alle sue usurpazioni sui diritti del
popolo. Ha rifiutato per molto tempo, dopo avere sciolto le camere,
di permettere che altre ne fossero elette; e però l'esercizio di
quei poteri legislativi, che non si possono distruggere, è tornato in
mano dell'intero popolo, rimanendo intanto lo Stato esposto a tutti i
pericoli delle invasioni di fuori e dei torbidi dentro.

Ha cercato d'impedire l'incremento della popolazione in questi Stati;
e ciò avversando le leggi per dare la cittadinanza ai forestieri,
rifiutando di approvarne altre per favorire la loro immigrazione e
facendo più duri patti pei nuovi acquisti del suolo.

Ha posto ostacolo all'amministrazione della giustizia, rifiutando la
sua sanzione a leggi intese a stabilire poteri giudiziari.

Ha creato giudici dipendenti soltanto dai suoi voleri per la
conservazione dell'ufficio e godimento dello stipendio.

Ha creato un'infinità di nuovi uffici, inviando ad occuparli sciami di
impiegati per angariare il popolo e spolparlo fino all'osso.

Ha tenuto tra noi, in tempo di pace, eserciti stanziali e ciò senza il
consenso delle nostre legislature.

Ha cercato di rendere il potere militare indipendente dal civile ed
anche ad esso superiore.

Ha fatto lega con altri per sottoporci ad una giurisdizione estranea
alla nostra costituzione e non riconosciuta dalle nostre leggi; ed ha
quindi sancito i suoi atti di pretesa legislazione:

Col mettere tra noi in alloggiamento grossi corpi di soldatesche armate;

Col sottrarli mediante giudizi irrisori al meritato castigo che
potessero incorrere quando uccidessero qualche abitante di questi
Stati;

Col distruggere il nostro commercio in tutte le parti del mondo;

Coll'imporci tasse senza il nostro consenso;

Col privarci in molti casi del benefizio della procedura per giurati;

Col trasportarci di là dai mari, a farci processare per delitti
immaginari;

Coll'abolire il libero sistema delle leggi inglesi in una provincia
prossima e stabilirvi un governo arbitrario; per allargarne quindi
i confini, e farne al tempo stesso un esempio ed un istrumento per
introdurre lo stesso governo assoluto in queste Colonie;

Col toglierci le nostre Carte, annullare le nostre leggi più preziose,
e mutare sostanzialmente le forme dei nostri governi;

Col sospendere l'azione delle nostre legislature e dichiararsi
investito della facoltà di far leggi per noi in qualsivoglia caso.

Ha abdicato alla sua sovranità in questi paesi, quando ha dichiarato
che non eravamo più sotto la sua protezione e ci ha mosso guerra.

Ha saccheggiato le nostre navi, devastato le nostre coste, incendiato
le nostre città, sterminato i nostri cittadini.

Anche adesso sta trasportando grossi eserciti di mercenari forestieri
per compiere l'opera di morte, di desolazione e di tirannide già
incominciata con atti di crudeltà e di perfidia, i quali trovano appena
riscontro nelle più barbare età e sono assolutamente indegni del capo
di una nazione civile.

Ha costretto i nostri concittadini, catturati in alto mare, a portare
le armi contro la patria loro, a diventare i carnefici dei loro
fratelli ed amici, od a cadere essi medesimi per mano dei loro cari.

Ha eccitato tra noi la ribellione interna ed ha cercato di spingere
addosso agli abitanti delle frontiere gli spietati Indiani, i quali,
come ognuno sa, non fanno in guerra nessuna distinzione d'età, di sesso
o di condizione ed uccidono tutti.

Ad ogni successivo stadio di questa oppressione abbiamo chiesto
giustizia in termini umilissimi; alle nostre rinnovate petizioni è
stato sempre risposto con rinnovati insulti. Un principe, il cui
carattere tirannico si manifesta con simili atti, non è degno di
reggere un popolo libero.

Nè mancammo di riguardo ai nostri fratelli britannici; di tempo in
tempo gli abbiamo avvertiti dei tentativi che la loro legislatura
faceva per sottoporci ad una giurisdizione ingiustificabile ed abbiamo
loro rammentato le circostanze della nostra immigrazione e del nostro
stabilimento in questi paesi. Invocando i sentimenti di giustizia e
di magnanimità innati nella nazione Inglese, gli abbiamo scongiurati,
in nome dei legami di sangue che ci uniscono, a sconfessare quelle
usurpazioni, che avrebbero inevitabilmente rotto tra noi ogni
comunicazione e rapporto. Anch'essi sono rimasti sordi alla voce
della giustizia e del sangue. Ci troviamo dunque costretti a cedere
alla necessità, dichiarando il nostro distacco, e considerandoli come
consideriamo il rimanente dell'umanità, nemici in guerra, in pace
amici.

Per conseguenza: Noi rappresentanti degli Stati Uniti d'America,
adunati in Congresso generale, invocando il Supremo Giudice
dell'universo e chiamandolo a testimone della rettitudine delle
nostre intenzioni, pubblichiamo e dichiariamo solennemente a nome e
per autorità del buon popolo di queste Colonie, che queste Colonie
Unite sono e per diritto devono essere _Stati Liberi ed Indipendenti_;
che esse sono svincolate da qualsiasi soggezione verso la corona
brittannica, e che qualsiasi legame politico tra esse e lo Stato di
Gran Brettagna è, e deve essere assolutamente sciolto; e che, nella
loro qualità di _Stati Liberi ed Indipendenti_ hanno piena facoltà di
muovere guerre, concludere pace, contrarre alleanze, stabilire commerci
e compiere tutti gli altri atti e cose che hanno diritto di compiere
tutti gli _Stati Indipendenti_. Ed in sostegno di tale Dichiarazione,
e fidando fermamente nella protezione della Divina Provvidenza,
impegniamo reciprocamente l'uno all'altro le nostre esistenze, i nostri
beni ed il nostro sacro onore.

                                                    GIOVANNI HANCOCK.

Nuovo Hampshire — _Giosuè Bartlett, Guglielmo Whipple, Matteo Thornton_.

Baja di Massachusetts — _Samuele Adams, Giovanni Adams, Roberto Treat
Paine, Elbridge Gerry_.

Rhode Island — _Stefano Hopkins, Guglielmo Ellery_.

Connecticut — _Ruggero Sherman, Samuele Huntington, Guglielmo Williams,
Oliviero Wolcott_.

Nuova York — _Guglielmo Floyd, Filippo Livingston, Francesco Lewis,
Luigi Morris_.

Nuova Jersey — _Riccardo Stockton, Giovanni Witherspoon, Francesco
Hopkinson, Giovanni Hart, Abramo Clark_.

Pensilvania — _Roberto Morris, Benjamino Rush, Benjamino Franklin,
Giovanni Morton, Giorgio Clymer, Giacomo Smith, Giorgio Taylor, Giacomo
Wilson, Giorgio Ross_.

Delaware — _Cesare Rodney, Giorgio Read, Tommaso M'Kean_.

Maryland — _Samuele Chase, Guglielmo Paca, Tommaso Stone, Carlo
Carroll, di Carrollton_.

Virginia — _Giorgio Wythe, Riccardo Enrico Lee, Tommaso Jefferson,
Benjamino Harrison, Tommaso Nelson, Jr. Francesco Lightfoot Lee, Carter
Braxton_.

Carolina Meridionale — _Eduardo Rutledge, Tommaso Hayward, Jr. Tommaso
Lynch, Jr. Arturo Middleton_.

Carolina Settentrionale — _Guglielmo Hooper, Giuseppe Hewes, Giovanni
Penn_.

Georgia — _Button Gwinnett, Lyman Hall, Giorgio Walton_.



Costituzione degli Stati Uniti.


Noi, popolo degli Stati Uniti, col proposito di formare una più
perfetta unione, di stabilire la giustizia, di assicurare la
tranquillità interna, di provvedere alla comune difesa, di promuovere
il benessere generale e di garantire i benefizi della libertà a noi
stessi ed alla nostra posterità, ordiniamo e determiniamo questa
Costituzione per gli Stati Uniti d'America.


_Articolo I._

Sez. 1. Di tutti i poteri legislativi qui entro concessi sarà investito
un Congresso degli Stati Uniti, composto di un Senato e di una Camera
di Rappresentanti.

Sez. 2. La Camera dei Rappresentanti si comporrà di deputati scelti
ogni due anni dal popolo dei vari Stati, e gli elettori di ogni Stato
dovranno avere le qualità che si richiedono per essere elettori del
ramo più numeroso della legislatura dello Stato.

Nessuno potrà essere rappresentante se non avrà raggiunta l'età di
venticinque anni e non sarà da sette anni cittadino degli Stati Uniti;
come pure se nel momento in cui viene eletto non ha stabile dimora
nello Stato che lo ha scelto. I rappresentanti e le tasse dirette
saranno ripartiti nei diversi Stati che potranno esser compresi
in questa Unione, a seconda della rispettiva popolazione: questa
sarà determinata aggiungendo al numero totale delle persone libere,
comprese quelle impegnate in servizio per un periodo d'anni ed esclusi
gl'indiani non tassati, tre quinti di tutte le altre persone. Il
calcolo dovrà esser fatto entro tre anni dopo la prima riunione del
Congresso degli Stati Uniti ed entro ogni successivo termine di dieci
anni nella maniera che indicherà la legge. Il numero dei rappresentanti
non eccederà l'uno sopra trentamila, ma ogni Stato dovrà averne almeno
uno; e finchè non sia fatta questa enumerazione lo Stato di Nuova
Hampshire avrà diritto di scegliere tre deputati, il Massachusetts
otto, il Rhode Island e le Piantagioni Providence uno, il Connecticut
cinque, Nuova York sei, il Nuovo Jersey quattro, la Pensilvania otto,
il Delaware uno, il Maryland sei, la Virginia dieci, la Carolina
Settentrionale cinque, la Carolina Meridionale cinque e la Georgia tre.

Quando in uno Stato si verifichi una vacanza, il potere esecutivo del
medesimo darà gli ordini occorrenti per una nuova elezione.

La Camera dei Rappresentanti sceglierà il proprio presidente e gli
altri suoi ufficiali; essa sola avrà il diritto di mettere in stato
d'accusa i deputati.

Sez. 3. Il Senato degli Stati Uniti si comporrà di due senatori per
ogni Stato, scelti dalla legislatura dello Stato stesso, per il termine
di sei anni; ogni senatore disporrà di un voto.

Appena radunati, dopo la prima elezione, i senatori verranno divisi,
colla maggior possibile uguaglianza in tre classi. I seggi dei senatori
di prima classe rimarranno vacanti al termine del secondo anno, quelli
della seconda classe al termine del quarto, e quelli della terza al
termine del sesto, in modo che ogni due anni un terzo dei senatori sia
rinnovato; e se, nel periodo di chiusura della legislatura di qualche
Stato si verifica, o per dimissione del senatore o altrimenti, una
vacanza, il potere esecutivo di detto Stato, potrà fare una nomina
temporanea fino alla nuova sessione della legislatura, e questa,
riaprendosi, provvederà a riempire il posto.

Non potrà essere nominato senatore chi non avrà raggiunta l'età di
trent'anni, chi non sarà da nove anni cittadino degli Stati Uniti,
come pure chi, nel momento dell'elezione, non avrà stabile dimora nello
Stato che lo ha scelto.

Il Vice Presidente degli Stati Uniti sarà Presidente del Senato, ma non
avrà voto, salvo il caso che i voti siano pari. Il Senato sceglierà
da sè gli altri suoi ufficiali ed anche un presidente _pro tempore_,
quando il Vice Presidente sia assente o quando eserciti l'ufficio suo
di Presidente degli Stati Uniti.

Il Senato solo avrà facoltà di giudicare i membri delle due Camere
posti in stato d'accusa; quando i senatori sederanno a tal fine,
presteranno giuramento o affermazione. Allorchè si tratti di procedere
contro il Presidente degli Stati Uniti, presiederà il Giudice della
Corte Suprema, e nessun individuo potrà esser condannato o assolto se
non sieno presenti due terzi dei senatori.

I giudizi non potranno estendersi oltre la remozione dall'ufficio e
l'incapacità di esercitare uffici di onore di fiducia e di lucro; ma
la parte condannata dovrà ciò nonostante andare soggetta ad accusa, a
giudizio, a condanna ed a pena, secondo le leggi comuni.

Sez. 4. I tempi, i luoghi e la maniera di procedere alle elezioni dei
senatori e dei rappresentanti saranno prescritte per ogni Stato dalla
rispettiva legislatura; ma il Congresso potrà in qualunque tempo,
mediante legge, fare od alterare quei regolamenti, eccettuato quello
relativo ai luoghi scelti per l'elezione dei senatori.

Il Congresso si adunerà almeno una volta all'anno, che sarà il primo
lunedì di Dicembre, salvo che un decreto del Congresso medesimo fissi
un giorno diverso.

Sez. 5. Ogni Camera sarà giudice delle elezioni, poteri e qualifiche
dei propri membri ed in ognuna la maggioranza costituirà un _quorum_
per il disbrigo degli affari; ma la minoranza potrà rinviare le
adunanze e potrà essere autorizzata a costringere i deputati assenti
a venire alle adunanze stesse in quella maniera e sotto quella
comminatoria che ogni Camera sancirà.

Ogni Camera potrà determinare le regole dei suoi procedimenti, punire
i suoi deputati per la cattiva condotta, e, con due terzi dei voti,
espellerli dal suo seno.

Ogni Camera terrà un giornale dei suoi procedimenti, pubblicandolo
periodicamente, ad eccezione di quelle parti che a suo giudizio
richiedano il segreto; ed i _si_ ed i _no_ dei membri della Camera,
su qualunque questione, saranno, ad istanza di un quinto dei presenti,
registrati nel giornale.

Nessuna delle due Camere, durante la sessione del Congresso, potrà
senza il consenso dell'altra differire le sue tornate al di là di tre
giorni, nè cambiare il luogo di riunione.

Sez. 6. I senatori ed i rappresentanti riceveranno pei loro servizi un
compenso, determinato per legge e pagato dal tesoro degli Stati Uniti.
In tutti i casi, eccetto quello di tradimento, fellonia e violazione
della pace, non potranno essere arrestati mentre assistono alle sedute
delle loro rispettive Camere, nè quando vi si recano o escono; e non
potranno neppur esser chiamati a render conto in altri luoghi dei
discorsi tenuti alla Camera o delle discussioni a cui avranno preso
parte nel suo seno.

Nessun senatore o rappresentante potrà durante il termine pel quale è
stato eletto, essere nominato a qualsiasi ufficio governativo creato
in quel tempo o del quale sia stato accresciuto lo stipendio; e finchè
esercita qualsiasi ufficio governativo non potrà essere membro nè
dell'una nè dell'altra Camera.

Sez. 7. Tutte le proposte di legge per imporre tasse ed accrescere le
rendite dello Stato dovranno partirsi dalla Camera dei Rappresentanti;
ma il Senato potrà proporre gli emendamenti o concorrervi come per le
altre proposte.

Ogni proposta di legge votata dalla Camera dei Rappresentanti o dal
Senato, dovrà, prima di diventar legge, esser sottoposta al Presidente
degli Stati Uniti; se egli l'approva, la sottoscriverà e se non
l'approva la rimanderà, accompagnata dalle sue obbiezioni, alla Camera
da cui è portata; la quale registrerà per disteso le obbiezioni nel suo
giornale, e tornerà ad esaminarla. Se dopo averla riveduta, due terzi
della Camera si troveranno sempre d'accordo nel votare la proposta di
legge, questa sarà rinviata, insieme colle obbiezioni del presidente,
all'altra Camera, dalla quale sarà ugualmente riveduta, e se due terzi
dei membri l'approvano, diventerà legge. Ma in tutti questi casi, i
voti di ambedue le Camere saranno per _si_ e per _no_ ed i nomi degli
individui, o favorevoli o contrari, verranno iscritti nel giornale
delle rispettive Camere. Se entro dieci giorni (non contando la
Domenica) il presidente non avrà respinto la proposta di legge che gli
è stata presentata, questa diventerà legge come se fosse stata firmata,
salvo che il Congresso, aggiornandosi, non impedisca il rinvio: in tal
caso la proposta non diventerà legge.

Ogni ordine, risoluzione o deliberazione, per cui sia necessario il
concorso del Senato e della Camera dei Rappresentanti (ad eccezione
della questione di rinvio) dovrà essere presentata al Presidente degli
Stati Uniti; e prima che possa entrare in vigore dovrà essere approvata
da lui; se la disapprova, dovrà secondo le regole e le restrizioni
prescritte nel caso della proposta di legge, esser nuovamente votata
dalle due Camere, entrando in vigore soltanto se raccoglierà i due
terzi dei voti.

Sez. 8. Il Congresso avrà la facoltà d'imporre e cogliere tasse,
diritti, imposte, dazi di consumo, e ciò per pagare i debiti, per
provvedere alla comune difesa ed al pubblico benessere degli Stati
Uniti; ma tutte le tasse, imposte e dazi dovranno essere uguali in
tutto il paese;

Di fare imprestiti sui credito degli Stati Uniti;

Di regolare il commercio colle nazioni straniere, tra i diversi Stati e
colle tribù Indiane;

Di stabilire una regola uniforme di naturalizzazione, e leggi uniformi
in tutti gli Stati Uniti riguardo ai fallimenti;

Di coniare moneta, regolando il valore della medesima e quello della
moneta forestiera, e di fissare la norma dei pesi e misure;

Di provvedere alla punizione dei falsificatori dei titoli pubblici e
della moneta in corso agli Stati Uniti;

Di creare uffici e strade postali;

Di favorire lo svolgimento della scienza e delle arti utili, col
garantire per un periodo di tempo determinato agli autori ed agli
inventori l'esclusivo diritto alle loro opere ed alle loro invenzioni;

Di costituire tribunali inferiori alla Corte Suprema;

Di determinare e punire le piraterie e le fellonie commesse in alto
mare e le offese contro il diritto delle genti;

Di dichiarare la guerra, concedere patenti di corsa o di rappresaglia e
di fare regolamenti relativi alle prede di terra e di mare;

Di levare e mantenere eserciti: ma senza che nessuna concessione di
danaro per tale oggetto possa esser fatta per un termine più lungo di
due anni;

Di provvedere e mantenere un naviglio;

Di fare regolamenti per il governo e per l'amministrazione delle forze
di terra e di mare;

Di provvedere alla chiamata della milizia per mettere in esecuzione le
leggi dell'Unione, reprimere le sedizioni e respingere le invasioni;

Di provvedere all'organamento, l'armamento e la disciplina della
milizia, ed al buon governo di quella parte della medesima destinata al
servizio degli Stati Uniti; rilasciando ad ogni singolo Stato la nomina
dei rispettivi ufficiali e la facoltà di istruire la milizia secondo la
disciplina prescritta dal Congresso;

Di esercitare, in qualunque caso, la legislazione esclusiva su quei
distretti (purchè oltrepassino le dieci miglia quadrate) che potessero,
per cessione di qualche Stato e per accettazione del Congresso,
diventare la sede del governo degli Stati Uniti, e di esercitare
una simile autorità su tutti i luoghi comprati col consenso della
legislatura dello Stato in cui essi si trovino, per costruirvi forti,
magazzini, arsenali, cantieri ed altre opere di pubblica utilità;

E di fare tutte le leggi necessarie e convenienti all'esercizio dei
suddetti poteri e di tutti gli altri dei quali la Costituzione ha
rivestito il governo degli Stati Uniti, od i suoi dipartimenti ed i
suoi ufficiali.

Sez. 9. La immigrazione o importazione di quelle persone[21] che ad
ogni Stato possa sembrare opportuno di accogliere, non sarà proibita
dal Congresso prima dell'anno mille ottocento otto; ma esso potrà
imporre su quella importazione una tassa o dazio non eccedente dieci
dollari a testa.

Il privilegio dell'_habeas corpus_ non sarà sospeso che nei casi di
ribellione o quando possa esigerlo la sicurezza pubblica.

Non si voterà mai alcuna legge di proscrizione nè di _ex post facto_.

Non s'imporranno nè tasse dirette nè testatico se non in proporzione
del censo o delle anagrafi più sopra ordinate.

Non vi saranno tasse nè dazi d'importazione sugli articoli provenienti
da qualsiasi Stato. I regolamenti del commercio o del reddito pubblico
non accorderanno nessuna preferenza ai porti di uno Stato su quelli di
un altro; nessuna nave entrando od uscendo da uno Stato che non sia il
suo, avrà obbligo di fare dichiarazione o pagare dazi di sorta.

Dal tesoro non si potranno prendere denari se non in virtù di assegni
fissi ed ordinati per legge; e di tempo in tempo verrà pubblicata
un'esposizione ed un conto regolare degli introiti e delle spese del
pubblico erario.

Gli Stati Uniti non accorderanno alcun titolo nobiliare e nessun
individuo il quale eserciti un ufficio governativo di fiducia o di
lucro potrà senza il consenso del Congresso, accettare alcun regalo,
emolumento, ufficio o titolo di qualsiasi specie da nessun re, principe
o stato straniero.

Sez. 10. Nessun singolo Stato potrà entrare in trattati, alleanze
o confederazioni; nè accordare patenti di corsa o di rappresaglia;
nè batter moneta, nè emettere biglietti di credito; nè rendere
obbligatoria l'accettazione, in pagamento dei debiti, d'altra cosa che
la moneta d'oro e d'argento; nè votare leggi di proscrizione o di _ex
post facto_ e che alterino l'obbligo dei contratti; nè accorderà alcun
titolo nobiliare.

Nessun Stato potrà, senza il consenso del Congresso mettere nessuna
imposta o dazio sulle importazioni od esportazioni, eccettuato quelli
che sieno assolutamente necessari per supplire alle spese volute dalle
sue leggi d'ispezione e di sorveglianza; ed il prodotto netto di tutte
le imposte ed i dazi messi da uno Stato sulle esportazioni e sulle
importazioni dovrà essere versato nel tesoro degli Stati Uniti; e tutte
queste leggi dovranno esser sottoposte alla revisione ed al sindacato
del Congresso.

Nessun Stato potrà senza il consenso del Congresso imporre alcun
dazio di tonnellaggio, tener soldatesche o navi da guerra in tempo di
pace, contrarre accordi o patti con un altro Stato o con una potenza
straniera, nè entrare in guerra a meno che non sia realmente invaso o
minacciato da un pericolo così imminente da non ammettere indugi.


_Articolo II._

Sez. 1. Il potere esecutivo sarà attribuito ad un presidente degli
Stati Uniti d'America, il quale terrà l'ufficio per un periodo di
quattro anni ed insieme col Vice presidente, scelto per egual termine,
sarà eletto nel modo seguente:

Ogni Stato sceglierà nella maniera che sarà prescritta dalla propria
legislatura, un numero di elettori eguale al numero totale di senatori
e di rappresentanti che lo Stato stesso avrà diritto d'inviare al
Congresso; ma non potrà esser nominato elettore nessun senatore, o
rappresentante, o persona che eserciti agli Stati Uniti un ufficio
governativo di fiducia o di lucro.

Gli elettori radunatisi nei loro rispettivi Stati, nomineranno per
scrutinio due persone, una delle quali almeno, non dovrà dimorare
nel medesimo Stato a cui appartengono gli elettori; questi faranno un
elenco di tutte le persone che hanno avuto voti e del numero dei voti
che ciascuno ha riportato; sottoscriveranno e legalizzeranno questa
nota, e la trasmetteranno poi sigillata alla sede del governo degli
Stati Uniti, indirizzandola al Presidente del Senato. Il Presidente
del Senato in presenza del Senato e della Camera dei Rappresentanti,
aprirà tutti i certificati; quindi si conteranno i voti. La persona che
ne avrà riportato il maggior numero sarà il Presidente, ove quel numero
costituisca la maggioranza del numero totale degli elettori designati;
e se più di una persona abbia ottenuto tale maggioranza ed i voti sieno
pari, allora la Camera dei Rappresentanti sceglierà immediatamente, per
scrutinio una di esse a Presidente; se nessuno ottenga la maggioranza
allora nella stessa maniera si sceglierà il Presidente fra i cinque
primi nell'elenco.

Ma nella scelta del Presidente, i voti si dovranno computare per Stati,
cioè la rappresentanza di ogni Stato avrà un voto; a questo oggetto, il
_quorum_ sarà costituito da uno o più membri di due terzi degli Stati,
e per la scelta occorrerà una maggioranza di tutti gli Stati. In ogni
caso, dopo l'elezione del Presidente, la persona che avrà riportato il
maggior numero di voti degli elettori, sarà scelta a Vice-presidente.
Ma se ve ne fossero con voti eguali più d'una, il Senato sceglierà tra
esse, a scrutinio, il Vice-presidente.

Il Congresso potrà determinare il tempo per la designazione degli
elettori ed il giorno in cui dovranno dare il voto; questo giorno sarà
lo stesso in tutti gli Stati Uniti.

Non saranno eleggibili all'ufficio di Presidente se non i cittadini
nati negli Stati Uniti o quelli diventati cittadini al tempo della
promulgazione di questa Costituzione; e non sarà neppure eleggibile a
quell'ufficio chi non abbia raggiunta l'età di trentacinque anni e non
sia da quattordici anni residente negli Stati Uniti.

In caso di remozione del Presidente dall'Ufficio suo, o di morte,
di rinuncia od incapacità ad adempiere i doveri ed i poteri di detto
ufficio, questo sarà devoluto al Vice-presidente; ed il Congresso in
caso di remozione, morte, rinuncia od incapacità simultanea tanto del
Presidente quanto del Vice-presidente, potrà con una legge provvedere
quale ufficiale debba fare allora da Presidente; e quell'ufficiale
rimarrà in carica, finchè non cessi l'incapacità o non sia eletto un
nuovo Presidente.

Il Presidente riceverà pei suoi servigi ed in tempi determinati un
compenso, il quale non potrà essere nè accresciuto nè diminuito durante
il periodo pel quale è stato eletto; egli non potrà ricevere in quel
termine altri emolumenti nè dagli Stati Uniti, nè dai singoli Stati.

Prima di entrare nell'esercizio del suo ministero il Presidente dovrà
prestare il seguente giuramento o affermazione: «Giuro (o affermo)
solennemente di adempiere fedelmente l'ufficio di Presidente degli
Stati Uniti e di conservare, tutelare e difendere del mio meglio la
Costituzione degli Stati Uniti.»

Sez. 2. Il Presidente sarà comandante in capo dell'esercito e del
naviglio degli Stati Uniti, come pure della milizia dei vari Stati
quando questa venga chiamata in servizio attivo dagli Stati Uniti;
potrà richiedere l'opinione in iscritto dei principali ufficiali
dei dipartimenti esecutivi, sopra ogni argomento relativo ai loro
rispettivi uffici, ed avrà la facoltà di concedere sospensione di
giudizio o perdono per le offese contro gli Stati Uniti, fuorchè nel
caso di delitti di Stato.

Avrà la facoltà, per e con il consiglio ed il consenso del Senato, di
concludere trattati, purchè concorrano due terzi dei senatori presenti;
e nominerà per e con il consiglio ed il consenso del Senato, gli
ambasciatori, gli altri ministri pubblici, i consoli, i giudici della
Corte Suprema, e tutti gli altri ufficiali degli Stati Uniti alle cui
nomine non provvede la Costituzione e che saranno creati per legge; ma
il Congresso potrà per legge affidare la nomina di quegli ufficiali
subalterni che crederà necessari, al Presidente solo, alle Corti di
giustizia ed ai capi di dipartimento.

Il Presidente avrà la facoltà di riempire tutti i posti che potessero
rimanere vuoti durante le vacanze del Senato, e ciò concedendo
commissioni che termineranno alla fine della successiva sessione del
Senato.

Sez. 3. Il Presidente darà di tempo in tempo informazioni al
Congresso sulle condizioni degli Stati Uniti, raccomandando alla
sua considerazione quei provvedimenti che gli parranno opportuni o
necessari; potrà, in occasioni straordinarie, convocare ambedue le
Camere, od una sola, e nel caso di un disaccordo fra loro rispetto
al tempo della proroga potrà egli stesso differirle quando ciò stimi
conveniente; riceverà gli ambasciatori ed altri ministri pubblici;
curerà la fedele applicazione delle leggi; ed assegnerà le loro
commissioni a tutti gli ufficiali degli Stati Uniti.

Sez. 4. Il Presidente, il Vice presidente e tutti gli ufficiali civili
degli Stati Uniti saranno rimossi se accusati o convinti di tradimento,
corruzione, od altri delitti capitali o malversazioni.


_Articolo III._

Sez. 1. Il potere giudiziario degli Stati Uniti sarà conferito ad una
Corte Suprema ed a quei tribunali inferiori che al Congresso piacerà
di creare e stabilire di tempo in tempo; tanto i giudici della Corte
Suprema quanto quelli dei tribunali inferiori rimarranno in ufficio
finchè lo meritano per la loro buona condotta; ed a tempi determinati
riceveranno pei loro servigi un compenso che non potrà esser diminuito
per tutta la durata del loro ufficio.

Sez. 2. Il potere giudiziario si estenderà, in diritto ed equità a
tutti i casi relativi a questa Costituzione, alle leggi degli Stati
Uniti, ai trattati fatti o che si faranno sotto la loro autorità; a
tutti i casi concernenti gli ambasciatori, altri ministri pubblici e
consoli; a tutti i casi d'ammiragliato e di giurisdizione marittima;
alle controversie in cui potranno aver parte gli Stati Uniti; alle
controversie fra due o più Stati, tra uno Stato ed i cittadini di
un altro Stato, tra cittadini dei diversi Stati, tra cittadini del
medesimo Stato i quali reclamassero terre concedute da diversi Stati o
tra uno Stato o suoi cittadini e Stati, cittadini e sudditi stranieri.

In tutti i casi relativi agli ambasciatori, altri ministri pubblici
o consoli ed in quelli in cui uno Stato sia parte litigante, la Corte
Suprema avrà giurisdizione primaria; in tutti gli altri casi mentovati
di sopra la Corte Suprema avrà giurisdizione d'appello tanto in diritto
quanto in fatto, con quelle eccezioni o regolamenti che saranno dal
Congresso ordinati.

Il giudizio per tutti i delitti, eccettuato il caso di delitto di
stato, si farà per mezzo di giuria; ed il processo sarà fatto nello
Stato ove saranno stati commessi quei delitti; ma quando i delitti non
sieno avvenuti in nessuno Stato, il giudizio si farà nel luogo o luoghi
che il Congresso avrà indicato con una legge.

Sez. 3. Il tradimento contro gli Stati Uniti consisterà soltanto nel
muovere loro guerra, o nel far lega coi loro nemici, prestando a questi
aiuti e soccorsi. Nessuna persona potrà esser convinta di tradimento se
non lo attestano due testimoni dell'atto manifesto o se l'accusato non
lo confessa pubblicamente in tribunale.

Il Congresso avrà la facoltà di determinare la punizione del
tradimento, ma nessuna sentenza di tradimento porterà seco infamia o
altro effetto penale salvochè durante la vita del condannato.


_Articolo IV._

Sez. 1. Piena ed intera fede sarà data in ogni Stato agli atti
pubblici, registrazioni, e provvedimenti giudiziari di ogni altro
Stato. Ed il Congresso potrà con leggi generali prescrivere il modo
col quale si debbano provare e possano avere effetto tali atti,
registrazioni e procedimenti.

Sez. 2. I cittadini d'ogni Stato avranno diritto a tutti i privilegi ed
immunità di cittadini nei vari Stati.

Una persona accusata in uno Stato di tradimento fellonia od altro
delitto, la quale sia sfuggita alla giustizia e trovata in un altro
Stato, dovrà a richiesta dell'autorità esecutiva dello Stato da cui è
fuggita, esser consegnata e ricondotta nello Stato a cui appartiene la
giurisdizione sul delitto commesso.

Nessuna persona obbligata a servizio od a lavoro sotto la sanzione
delle leggi d'uno Stato potrà, fuggendo in un altro, profittare delle
leggi e dei regolamenti di quest'ultimo per esentarsi dal servizio o
lavoro suddetti, ma dovrà esser consegnata dietro richiesta della parte
a cui è dovuto tal servizio o lavoro.

Sez. 3. Il Congresso potrà ammettere nell'Unione nuovi Stati; ma
nessuno Stato nuovo potrà esser formato o creato entro la giurisdizione
di nessun altro Stato; nè alcuno Stato potrà formarsi colla fusione di
due o più Stati, o parti di Stati, senza il consenso della legislatura
degli Stati interessati e senza quello del Congresso.

Il Congresso avrà facoltà di disporre del territorio o altre
proprietà appartenenti agli Stati Uniti e di fissarvi tutte le regole
e regolamenti che crederà necessari; e nessuna parte di questa
Costituzione dovrà interpretarsi in modo che possa pregiudicare i
diritti degli Stati Uniti o di alcuno Stato in particolare.

Sez. 4. Gli Stati Uniti garantiranno ad ogni Stato dell'Unione una
forma di governo repubblicana, e la difesa da qualunque invasione;
ed a richiesta della legislatura (o del potere esecutivo quando
la legislatura non possa convocarsi) anche la tutela dai disordini
interni.


_Articolo V._

Il Congresso, ogni qualvolta i due terzi di ambedue le Camere lo
crederanno necessario, proporrà emendamenti a questa Costituzione, od a
richiesta delle legislature di due terzi dei vari Stati, radunerà una
Convenzione per proporre emendamenti, che in ambedue i casi saranno
validi, ad ogni fine ed effetto, come parti di questa Costituzione,
quando sieno ratificati dalle legislature di tre quarti dei vari Stati
ovvero da Convenzioni parimenti composte di tre quarti di essi; il
Congresso proporrà l'uno o l'altro modo di ratifica; purchè nessuno
emendamento fatto anteriormente all'anno mille ottocento otto alteri
in nessuna maniera la prima e la quarta clausola della nona sezione del
primo articolo; e purchè nessuno Stato sia, senza il proprio consenso,
privato del voto che gli spetta in Senato.


_Articolo VI._

Tutti i debiti ed impegni contratti prima dell'approvazione di questa
Costituzione, saranno validi sotto di essa di fronte agli Stati Uniti,
come sotto la Confederazione.

Questa Costituzione e le leggi degli Stati Uniti che ne deriveranno,
e tutti i trattati già stipulati o da stipularsi in avvenire, sotto
l'autorità degli Stati Uniti, saranno la suprema legge del paese; ed
i giudici di ogni Stato saranno costretti ad uniformarvisi nonostante
tutto quello che potessero contenere in contrario la Costituzione o le
leggi di qualsiasi Stato.

I senatori e rappresentanti summentovati, i membri delle legislature
dei vari Stati e tutti gli ufficiali esercenti il potere esecutivo
o giudiziario, tanto degli Stati Uniti quanto dei vari Stati,
dovranno impegnarsi con giuramento od affermazione a mantenere questa
Costituzione, ma nessun giuramento religioso sarà mai richiesto dal
governo degli Stati Uniti come qualifica o condizione ad esercitare
uffici od incarichi pubblici.


_Articolo VII._

La ratifica della convenzione di nove Stati sarà sufficiente per
stabilire questa Costituzione tra gli Stati che l'avranno ratificata.

_Fatta in Convenzione, per unanime consenso degli Stati presenti, il
decimo settimo giorno di settembre nell'anno di Nostro Signore mille,
settecento ottantasette, e duodecimo dell'Indipendenza degli Stati
Uniti d'America._

_In fede di che abbiamo tutti sottoscritto._

                                      GIORGIO WASHINGTON, _Presidente
                                          e Deputato della Virginia._

_Nuovo Hampshire_ — Giovanni Langton, Nicola Gilman.

_Massachusetts_ — Nataniele Gorham, Rufus King.

_Connecticut_ — Guglielmo Samuele Johnson, Ruggero Sherman.

_Nuova York_ — Alessandro Hamilton.

_Nuova Jersey_ — Guglielmo Livingston, David Brearly, Guglielmo
Paterson, Gionata Dayton.

_Pensilvania_ — Benjamino Franklin, Tommaso Miflin, Roberto Morris,
Giorgio Clymer, Tommaso Fitzsimons, Jared Ingersoll, Giacomo Wilson,
Gouverneur Morris.

_Delaware_ — Giorgio Read, Gunning Bedford, Jr. Giovanni Dickinson,
Riccardo Bassett, Giacobbe Broom.

_Maryland_ — Giacomo Mc Henry, Daniele di San Tommaso Jenifer, Daniele
Carroll.

_Virginia_ — Giovanni Blair, Giacomo Madison, Jr.

_Carolina Settentrionale_ — Guglielmo Blount, Riccardo Dobbs Spaight,
Ugo Williamson.

_Carolina Meridionale_ — Giovanni Rutledge, Carlo Cotesworth Pinckney,
Carlo Pinckney, Pierce Butler.

_Georgia_ — Guglielmo Few, Abramo Baldwin.

  Rogato: GUGLIELMO JACKSON, _Segretario._



Emendamenti alla Costituzione[22].


Art. 1.

Il Congresso non potrà fare alcuna legge relativa allo stabilimento di
una religione, o per proibirne alcuna; non potrà similmente restringere
la libertà della parola o della stampa, nè menomare il diritto che ha
il popolo di adunarsi pacificamente e di mandar petizioni al Governo
onde ottenere riparazione dei torti subiti.

Art. 2.

Una milizia ben ordinata, essendo necessaria alla sicurezza di uno
Stato libero, non si potrà restringere il diritto che ha il popolo di
tenere e portar armi.

Art. 3.

Niun soldato, in tempo di pace, potrà essere alloggiato in una casa
senza il consenso del proprietario; e neppure in tempo di guerra, salvo
nel modo che verrà prescritto per legge.

Art. 4.

Il diritto che ai cittadini spetta di godere della sicurezza della
loro persona, del loro domicilio, dello loro carte e robe, al riparo
da indagini e sequestri ingiusti, non potrà esser violato; non si
rilascierà alcun mandato fuorchè su presunzioni fondate, corroborate
dal giuramento o dall'asseverazione; e simili mandati dovranno
contenere la designazione speciale del luogo in cui le perquisizioni
avranno a farsi, non che delle persone od oggetti che si dovranno
colpire.

Art. 5.

Niuno sarà in obbligo di rispondere ad una accusa capitale od
infamante, salvo il caso in cui emani da un gran giurì, ad eccezione
dei delitti commessi da individui appartenenti alle truppe di terra o
di mare, o dalla milizia quand'essa è in servizio attivo, in tempo di
guerra o di pubblico pericolo; il medesimo non potrà soggiacere due
volte per uno stesso delitto ad un procedimento che compromettesse la
sua vita od uno dei suoi membri. In nessuna causa criminale, l'accusato
potrà essere forzato a deporre contro sè medesimo, nè potrà esser
privato della vita, della libertà o dei beni se non in seguito a
procedimento legale. Niuna proprietà privata potrà essere volta ad uso
pubblico senza un giusto compenso.

Art. 6.

In ogni procedimento criminale, l'accusato avrà il diritto di essere
giudicato prontamente e pubblicamente da un giurì imparziale dello
Stato e del distretto in cui il delitto sarà stato commesso, i limiti
del qual distretto saranno stati previamente per legge segnati: egli
verrà informato della natura e del motivo dell'accusa; sarà posto
a confronto coi testimonî che contr'esso depongono; avrà la facoltà
di far comparire testimonî in suo favore e di farsi assistere da un
difensore.

Art. 7.

Nelle cause che dovranno essere giudicate a norma della legge comune,
il giudizio per giurati sarà mantenuto ogniqualvolta il valsente
dell'oggetto litigioso eccederà i venti dollari; niun fatto giudicato
da un giuri potrà essere sottoposto alla disamina d'un'altra Corte
negli Stati Uniti, fuorchè conformemente alla legge comune.

Art. 8.

Non si potranno esigere cauzioni esorbitanti, nè imporre ammende
eccessive, nè irrogare pene crudeli e dissuete.

Art. 9.

L'enumerazione fatta nella presente Costituzione di alcuni diritti non
potrà essere interpretata in modo che ne rimangano esclusi o debilitati
altri diritti conservati dal popolo.

Art. 10.

I poteri non delegati agli Stati Uniti dalla Costituzione, o quelli che
essa non vieta agli Stati di esercitare, sono riservati ai rispettivi
Stati, ovvero al popolo.

Art. 11.

Il potere giudiziario degli Stati Uniti non sarà organizzato in modo
che possa venir esteso per interpretazione ad una procedura qualunque,
iniziata contro ad uno degli Stati dai cittadini di un altro Stato, o
dai cittadini o sudditi di un Governo straniero.

Art. 12.

Gli elettori si riuniranno nei rispettivi loro Stati o procederanno con
voto segreto alla nomina del presidente e del vicepresidente, uno dei
quali almeno non sarà abitante del medesimo Stato a cui gli elettori
appartengono: nella scheda, questi ultimi designeranno la persona
per cui votano come presidente, e in scheda distinta, quella ch'essi
portano alla vicepresidenza. I medesimi formeranno liste distinte di
tutte le persone portate alla presidenza, e di tutte quelle che vennero
designate per la vicepresidenza, e del numero dei voti per ciascuna
di esse; tali liste saranno dagli elettori firmate e certificate
e trasmesse, sigillate, alla sede del Governo degli Stati Uniti,
all'indirizzo del presidente del Senato. Il presidente del Senato,
presenti le due Camere, aprirà tutti i verbali, ed i voti saranno
numerati. Colui che riunirà il maggior numero di suffragi, per la
presidenza, sarà presidente se tal numero forma la maggioranza di tutti
gli elettori riuniti; e dove niuno avesse una simile maggioranza, la
Camera dei rappresentanti sceglierà immediatamente fra i tre candidati
che ottennero per la presidenza maggior numero di voti, il presidente,
per via di scrutinio segreto. Ma, in questa scelta del presidente,
i voti si conteranno per Stato, avendo la rappresentanza di ciascuno
Stato un voto: a questa operazione dovranno essere presenti un membro
o membri di due terzi degli Stati, e la maggioranza di tutti gli Stati
sarà necessaria per la scelta. E se la Camera dei rappresentanti non
sceglie il presidente, allorchè questa scelta sarà a lei devoluta,
prima del quarto giorno del seguente mese di marzo, il vicepresidente
sarà presidente, non altrimenti che nel caso di decesso o d'altra
inabilità costituzionale del presidente.

Colui che riunisce un maggior numero di suffragi per la vicepresidenza,
sarà vicepresidente, se detto numero forma la maggioranza del numero
totale degli elettori riuniti; e se niuno ottenne questa maggioranza,
il Senato sceglierà, in tal caso, il vicepresidente fra i due candidati
che ebbero maggior numero di voti: la presenza dei due terzi dei
senatori e la maggioranza del numero totale sono necessarie per questa
scelta.

Niuno che sia costituzionalmente ineleggibile all'ufficio di
presidente, sarà eleggibile a quello di vicepresidente degli Stati
Uniti.

Art. 13.

_Sezione 1ª._ — Nessuna schiavitù o servitù volontaria, tranne che
per pena di un delitto, per cui l'imputato sia stato condannato,
esisteranno in tutta l'estensione degli Stati Uniti, nè in alcun luogo
soggetto alla loro giurisdizione.

_Sezione 2ª._ — Il Congresso avrà il potere di mettere in vigore questo
articolo per mezzo di leggi acconcie.

Art. 14.

_Sezione 1ª._ — Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti
e soggette alla loro giurisdizione sono cittadini degli Stati Uniti e
dello Stato in cui risiedono.

Nessuno Stato farà o metterà in vigore alcuna legge che restringa i
privilegi e le immunità dei cittadini degli Stati Uniti; così pure
nessuno Stato priverà alcuna persona della sua vita, della sua libertà,
della sua proprietà, senza una procedura legale nella dovuta forma,
nè rifiuterà a chicchessia nei limiti della sua giurisdizione l'eguale
protezione delle leggi.

_Sezione 2ª._ — I rappresentanti saranno ripartiti tra i diversi
Stati in proporzione alla cifra della loro popolazione rispettiva,
comprendendo la totalità delle persone di ciascuno Stato, ad esclusione
degli Indiani non tassati. Ma, allorquando il diritto di voto ad una
elezione qualunque per la scelta degli elettori del presidente e del
vicepresidente degli Stati Uniti, per la scelta dei rappresentanti
al Congresso, dei funzionari esecutivi e giudiziari di uno Stato o
dei membri della sua Legislatura, è rifiutato ad abitanti maschi di
questo Stato dell'età di anni ventuno e cittadini degli Stati Uniti o
quando questo diritto è ristretto in un modo qualsiasi, tranne che per
causa di partecipazione ad una ribellione o per altro delitto, la base
della rappresentanza di questo Stato sarà ridotta proporzionalmente
alla differenza fra i cittadini maschi esclusi e il numero totale dei
cittadini maschi dell'età di anni ventuno nello Stato suddetto.

_Sezione 3ª._ — Non potrà essere senatore o rappresentante al
Congresso, nè elettore del presidente o del vicepresidente, nè coprire
alcun impiego civile o militare dipendente dagli Stati Uniti o da
qualche Stato, chi, avendo antecedentemente prestato giuramento come
membro del Congresso, o funzionario degli Stati Uniti, o membro della
Legislatura di uno Stato, o funzionario esecutivo o giudiziario di
uno Stato — di mantenere la Costituzione degli Stati Uniti, avrà preso
parte a un'insurrezione o ribellione contro la Costituzione, o prestato
aiuto o concorso a' suoi nemici; ma il Congresso potrà, con un voto dei
due terzi dei membri di ciascuna Camera, togliere questa incapacità.

_Sezione 4ª._ — La validità del debito pubblico degli Stati Uniti
autorizzato mediante legge, compresi i debiti contratti pel pagamento
di pensioni e ricompense in ragione dei servigi resi per la repressione
dell'insurrezione o della ribellione, non sarà messa in questione. Ma
nè gli Stati Uniti, nè alcuno Stato potranno prendere a loro carico
o pagare alcun debito o alcuna obbligazione contratta per venire in
aiuto all'insurrezione o ribellione contro gli Stati Uniti, nè alcuna
indennità sarà reclamata per la perdita o l'emancipazione di schiavi;
ma le obbligazioni e i reclami per questi debiti saranno tenuti per
nulli.

_Sezione 5ª._ — Il Congresso avrà il potere di mettere in vigore le
disposizioni di questo articolo con leggi acconcie.

Art. 15.

_Sezione 1ª._ — Il diritto di voto dei cittadini degli Stati Uniti non
potrà essere ricusato nè ristretto dagli Stati Uniti nè da alcuno Stato
per causa di razza, di colore o di condizione anteriore di servitù.

_Sezione 2ª._ — Il Congresso avrà il potere di mettere in vigore questo
articolo con leggi acconcie.


NOTE ALL'APPENDICE I.

[21] Eufemismo per non dire _schiavi_.

[22] Per maggior intelligenza del lettore riteniamo bene dare
insieme colla Costituzione i mutamenti da essa subiti sotto forma
di _Emendamenti_, quantunque essi sconfinino dal periodo storico
illustrato in questo volume. I primi 10 emendamenti del resto furono
prodotti insieme quali articoli addizionali ed integranti della
Costituzione nella stessa ultima sessione del Congresso nel 1789 e
ratificati nel dicembre 1791, in seguito alle lagnanze di vari Stati
che i diritti dei cittadini non fossero abbastanza espressamente e
formalmente garantiti. L'11º venne proposto dal Congresso nel 1794
e ratificato nel 1798. Il 12º proposto nel 1803, per evitare con una
nuova forma di procedura delle elezioni presidenziali l'inconveniente
avveratosi nell'elezione del 4º presidente in cui due personaggi,
Tommaso Jefferson ed Aaron Burr, ottennero lo stesso numero di voti
e la maggioranza assoluta, fu ratificato nel 1804. I tre ultimi
emendamenti (13º, 14º, 15º) adottati successivamente nel 1865, 1868
e 1870, sono relativi alla schiavitù abolita dopo la guerra civile
(1861-65) ed all'eguaglianza dei diritti civili e politici accordata
agli ex-schiavi ed ai negri in genere.



APPENDICE II[23]


Area degli Stati Uniti.

                                      Miglia quadrate ingl.
  Area originaria degli Stati Uniti           820.680
  Louisiana, comprata dalla Francia
    nel 1803, per Dol. 15.000.000             899.579
  Florida, comprata dalla Spagna nel
    1819, per Dol. 5.000.000                   66.900
  Territorio confermato dal Trattato
    dell'Oregon del 1842 e 1846               308.052
  Texas annesso nel 1846 (debito del
    Texas Dol. 7.500.000)                     318.000
  Nuovo Messico e California conquistate
    nel 1847 (spese di guerra
    Dol. 15.000.000)                          522.955
  «Compra Gasden» dal Messico nel
    1853 per Dol. 10.000.000                   45.535
  Alaska, comprato dalla Russia nel
    1867, per Dol. 7.200.000                  577.390
                                           ----------
                                   Totale   3.559.091

[23] Anche questa appendice viene data per maggior intelligenza del
lettore sullo sviluppo graduale degli Stati Uniti, quantunque questo
sconfini dal periodo trattato nel presento volume.



INDICE DEI NOMI E DELLE COSE


A

Absburgo, 194,

Acadia, 42, 44, 56, 100, 275, 283.

Adams Samuele, 310, 314, 320, 327, 357.

Adams John, 331, 332, 357, 373.

Africa, 33, 50, 131, 179, 180, 181, 195, 196, 306.

Africana, Compagnia, 180.

Agostino (Sant'), città, 15, 36, 161, 173, 177.

_Agricoltura_, 128-29, 138-39, 144, 146-50, 177, 228, 400.

Aja, 328.

Alabama, stato, 162.

Alabama, fiume, 3, 14.

Alaska, 1, 8, 25.

Alatamaha, fiume, 175.

Albany, città, 198, 208, 252, 284, 302, 337.

Albany (congresso di), 285-87, 314, 323, 332.

Albemarle, fiume, 160.

Albemarle, colonia, 165.

Albemarle, (duca di), 161.

Albione (Nuova), 51.

Algonkini, 24, 46, 273.

Alleghany, 3, 4, 9, 11, 12, 13, 15, 16, 49, 61, 142, 265, 271, 283, 293.

Alpi, 5.

Altipiani mediani, 9, 10.

Altipiani occidentali, 8.

Amburgo, 306.

America, 32, 38, 49, 51, 52, 56, 59, 73, 109, 110, 124, 125, 126, 134,
153, 174, 175, 180, 195, 196, 198, 199, 247, 306.

America inglese, 1, 9.

America latina, 1.

Amici, o Quaccheri, 213, 215, 223, 225.

Amsterdam, 73, 195, 197.

Amsterdam Nuova, 199, 202, 203, 208, 227.

Anabattisti, 89.

Andrews, _prefazione_.

Andros Edmondo, 110, 111, 240.

Anglicana (chiesa), 67.

Anglo-americani, 131, 290, 291, 344.

Anhalt, 329.

Anna, regina inglese, 180.

Annapolis (convenzione di), 355, 357.

_Antifederalisti_, 358, 371-72.

Antille, 313.

Anversa, 195.

Appalachiano, sistema, 3, 314.

Appalachiani, tribù indiana, 25.

Aquisgrana (pace di), 283.

Arca e Colombo (nave), 155.

Arcadia, 168.

Arçon (d'), 313.

Argall, Samuele, 44, 139.

Arkansas, stato, 162.

Arkansas, fiume, 279.

_Aristocrazia_, 144-49, 159, 184-185, 190-91.

Arkwright, 400.

_Armata invincibile_, 53.

Arnold, 338, 341.

Ashley, fiume, 16, 169.

Ashley, lord... Cooper, 161.

Asia, 2, 33, 196.

Assia, 329.

Assiani, 337, 361.

Atlantico, 1, 2, 3, 9, 15, 18, 19, 32, 49, 51, 55, 59, 60, 82, 85, 93,
94, 154, 161, 175, 197, 201, 228, 232, 265, 347.

Attucks, Crispus, 361.

Austria, 176.

Azzorre, 54, 195.


B

Babilonia, 84.

Bacino, Gran.... interno, 8.

Bacon, Nathaniel (rivolta di), 151-52, 157.

Bahama, 109.

Balboa (Vasco Nuñez de), 34.

Baltico, 245.

Baltimora, città, 17, 186, 399.

Baltimora (lord di), 153-58, 218, 222, 226, 227.

Bancroft, _prefazione_, 21, 64, 93.

_Bandiera_, 335-36.

Barbados, 112, 160, 161, 167, 171.

Barklay, Robert, 217.

Barneveldt, Olden, 198.

Barré, 311-13.

Bengala, 344.

Berkeley Guglielmo, 148, 151, 153, 161, 188.

Berkeley lord Giovanni, 161, 208, 210, 214.

Bering (mare di), 2.

Bering (stretto di), 8.

Berlino, 328.

Bermude, 107.

Bianchi, monti, 4.

Bianco, capo, 181.

Bikker, 195.

Block Adriano, 96, 198.

Bloemart, 200.

_Bluffs_, 12.

_Board of Trade_, V. _Commercio e piantagioni._

_Bollo_ (_Legge sul_), 311-18.

Borbone (Carlo di), 46.

Borgia, 126.

Boston, 18, 85, 87, 110, 111, 112, 129, 172, 231, 252, 253, 255, 263,
286, 307, 308, 310, 316, 319, 321, 322, 325, 326, 328, 330, 336, 365,
399.

Bottoms, 13.

Boutmy Emile, 391.

Braddock, 288, 296.

Bradford, 106.

Bradstreet, 118.

Brandywine, 337.

Breck, 349.

Brettagna, 40.

Brettagna (Gran), 70.

Brewster, 75.

Briard, 44.

Bridgewater, 400.

Brion-Chabot (Filippo di), 34.

Bristol, 49, 179, 247, 316.

Brown, 89.

Brunialti, 391, 393.

Brunswick, 329.

Brunswick Nuovo, 22.

Bryce, 375, 379, 391, 393.

Bunker-Hill, 327, 361.

Burgoyne, 337-38.

Buschmann, 24.

Bute (Carlo di), 311-18.


C

Caboto Giovanni, 31, 49, 50, 196.

Caboto Sebastiano, 50, 196, 275.

Cabral, 33, 34.

California, 5, 6, 7.

Calvert Benedetto, 58.

Calvert Carlo, 157-58.

Calvert Cecilio, 155-57.

Calvert Giorgio, 153-55.

Calvert Leonardo, 155.

Calvino, 39, 75.

Calvinesimo, 119, 125.

Calvinisti, 204.

Cambridge (Università di), 211.

Camden, 341.

Canadà, 22, 23, 37, 39, 46, 47, 228, 253, 264, 265-89, 321, 326, 328,
330-31, 337, 397.

Cancello, 35.

Cañons, 5, 21.

Canoa, 29.

Carlo I d'Inghilterra, 71, 82, 87, 108, 109, 141, 161, 242, 314.

Carlo II d'Inghilterra, 109, 110, 152, 161, 172, 218.

Carlo IX di Francia, 36.

Carlo (Forte), 36.

Carlo (San..., fiume), 45.

Carignano (reggimento), 267.

Carlier, _prefazione_.

Carnegie Andrea, 230.

Carolina, regione, 33, 40, 52, 145, 160-65, 177, 186, 189, 208.

Carolina meridionale, 162, 168-174, 181, 258, 284, 331, 330, 340, 351,
364, 368, 369, 374.

Carolina settentrionale, 16, 22, 39, 54, 162, 165-68, 169, 171, 181,
258, 341, 351, 364-368, 369, 371.

Cartagine, 263.

Carteret (sir Giorgio), 161, 208, 210.

Cartier Giacomo, 39, 40.

Carver Giovanni, 77.

Cascate (Catena delle), 5, 7.

Castiglia, 195.

Catai, 39, 51.

Cesare, imperatore, 168, 314.

Champlain Samuele, 41-42, 45-48, 103, 266.

Champlain, lago, 288.

Charleston, 16, 170, 173, 174, 186, 330, 340, 343, 399.

Charlestown, 86.

Cherochesi, 21, 25, 290.

Chesapeake (baia di), 16, 17, 134, 135, 145, 197, 355.

Chester, 221.

China, 279.

Choiseul, 297.

Chowan, 160.

Christiana, 202.

_Città_ (_Amministrazione delle_), 388.

Clan, 26, 27.

Clarendon, 161.

Clarke John, 94.

Clayborne Guglielmo, 153, 156.

Clemente VII, 66.

Clinton, sir Enrico, 338, 339, 342.

Cod, capo, 23, 42, 58, 76, 196.

Coddington William, 94.

Colbert, 267, 270, 278.

Coligny, 35.

_Collegio di Guglielmo e Maria_, 188.

Colleton, sir Giovanni, 161, 170.

Colombo Cristoforo, 31, 34, 279.

Colorado, 2, 7, 9.

Columbia, fiume, 7.

Commercio, 112, 186, 228-29, 250-51, 255, 270-71.

_Commercio e Piantagioni_ (Ufficio del), 238-39, 250, 252, 253, 259,
286, 299, 301-02, 304.

Concord, 326-27.

_Condizioni politiche_, 235-40, 299-306.

_Condizioni sociali_, 111-30, 178-91, 228-30, 261-64, 268-75, 395-406.

_Confederazione_, 331-32, 349-73.

Connecticut, colonia, 96-99, 103, 106, 107, 109, 110, 111, 121, 189,
207, 209, 252, 284, 316, 335, 351, 362, 364.

Connecticut, fiume, 97, 98, 198, 204, 205, 207.

Cooley, 391.

Cooper, fiume, 16.

Cooper, lord Ashley, 161.

Copenhagen, 328.

Cordigliere, 3, 5, 9, 11.

Cornwallis, lord, 337, 341-42, 361.

Cortereal, 33.

Cortez, 37.

Cosmopolitismo, 203-04, 227.

Costa, (Sierra della), 5, 6.

Costantinopoli, 297.

_Costituzione federale_, 373-381, 391, 414-32.

_Costituzione_ (_Emendamenti alla_), 432-441.

_Costituzione di Stato_, 382-86, 391-93.

_Covenant_, 77, 121.

Craven, lord, 161.

_Creeks_, 5.

Cristina di Svezia, 202-03.

Cristo, 118, 195.

Croix (St.), 1, 42, 106, 345.

Cromwell, 101, 109, 141, 156, 207, 244-46.

Cuba, 34, 35.

Cumberland, 399.

Cuoq, 64.

_Cypress swamps_, 16.


D

Dakota, tribù, 25.

Dale, sir Tommaso, 137, 138.

Dane Nathan, 364.

Daniel, 60.

Danimarca, 339.

Dare, 53.

Darien, 34.

Davenport John, 98.

Davis, 391.

Dazi, 306-07, 309-10.

De Courcelles, 279.

De Kalb, 337.

Delaware (baia di), 17, 197, 202, 210.

Delaware, colonia, 200, 203, 208, 215, 227, 355, 356, 364, 372.

Delaware, fiume, 207, 208, 254, 336, 337.

Delaware, lord, 74, 137.

_Democrazia_, 127-29.

Detroit, 291, 399.

Devon, 59.

_Dichiarazione d'indipendenza_, 332-35, 395, 407-12.

Dickinson Giovanni, 319, 353, 357.

Diego (San), 1, 7.

Dieppe, 35, 39.

_Dismal swamp_, 16, 17.

Dixon, linea di Masone..., 226.

Dominica, 343.

_Dominio, Antico_, 133, 153, 160.

Dorchester, 86, 330.

Dover, 102.

Drake Francesco, 54.

Drummond, 152.

Dunkerque, 245.


E

Eaton Teofilo, 98.

Ebenezer, 176.

Ebrei, 94.

Ebridi, 55.

Eden, 74.

Edisto, 173.

Edoardo VI, 70.

Eliot John, 26, 105, 118.

Elisabetta d'Inghilterra, 50, 51, 52, 54, 60, 70, 71, 72, 180.

Elliot, 343.

Ellis Giorgio C., 89.

Endicot Giovanni, 82, 83.

Enrichetta Maria d'Inghilterra, 100.

Enrico IV di Francia, 41, 42, 43, 46.

Enrico VII d'Inghilterra, 50, 51, 52, 54, 60, 180.

Enrico VIII d'Inghilterra, 66, 67, 70, 71.

Erie, 4, 10, 344.

Erik Raudi, 23.

Estaing (conte d'), 339.

Escambia, 15.

_Esplorazioni_, 31-63.

Europa, 1, 22, 23, 31, 32, 34, 48, 62, 63, 70, 73, 124, 143, 146, 167,
171, 177, 189, 195, 197, 200, 201, 213, 217, 223, 263, 289, 328, 376,
380, 400.

Evans Oliver, 401.


F

_Faneuil-Hall_, 319.

Farm, 128, 228, 400.

Färöer, 23.

_Far-West_, 399.

Fear, Capo, 16, 56, 160, 169.

_Federalisti_, 358, 371-72.

Federico II di Prussia, 223.

Fenelon, 215.

_Feudalismo_, 269.

Filadelfia, v. Philadelphia.

Filippo II di Spagna, 36, 194.

Filippo sachem, 106-7, 291.

Filippo guerra del re, 107.

Finistère, 247.

Finlandesi, 202.

Fiske John, 373, 391.

Fitch John, 401.

Florida, regione, 37, 44, 47, 176, 289, 298, 345, 396, 397.

Florida, stato, 162.

Forge (vallata di), 337, 339.

Fox Giorgio, 211-13, 214, 217, 226.

Francesca, regione, 41.

Francesca, Compagnia, 47-48, 266.

Francesco I di Francia, 38.

Francese, colonizzazione, 38-49, 265-289, 396.

Francesi, 32, 52, 61, 103, 151, 275, 276, 281, 288-89, 341-342, 396,
397.

Francia, 41, 46, 93, 112, 125, 169, 264, 266, 267, 272, 275, 277, 280,
285, 289, 290, 297, 298, 305, 338-39, 343, 344, 349.

Francia (Nuova), 41, 43, 44, 46, 48, 99, 267, 289, 297.

Francisco (baia di S.), 6, 8.

_Franco-canadese_ (_Società_), 265- 275.

Francoforte, 202.

Franklin Benjamino, 225, 233, 286-87, 302, 304, 305, 308-309, 310, 318,
325, 328, 332, 338, 357, 360.

Franklin Giacomo, 286.

Frobisher, 51.

Frontenac (conte di), 270, 273, 279, 282.

Frontenac, forte, 280.

Fuca (S. Juan de), 1, 7.

Fulton, 400.

Fundy (baia di), 288.


G

Gadsden, 314-15.

Gage, 319, 321, 326, 327, 330.

Galveston (baia di), 14.

Gates, generale, 296, 338, 341.

Gates, vicegovernatore, 137.

Georgia, 21, 160, 162, 174-78, 181, 186, 189, 208, 323, 332, 334, 340,
349, 361, 364, 368, 369, 399.

Germani, 27.

Germania, 93, 201, 202, 217, 226, 289.

Gesuiti, 43, 48, 272-73.

_Geysers_, 6.

Giacomo I d'Inghilterra, 54, 58, 61, 70, 71, 74, 77, 141, 242.

Giacomo II d'Inghilterra, 111, 209, 240.

Giamaica, 109, 216, 245, 343.

Giani, _prefazione_.

Gibilterra, 200, 343, 344.

Gilbert Umfredo, 51-52.

Ginevra, 69, 125.

Gioacchino, fiume, 6, 7.

Giorgio (forte di S.), 58.

Giorgio II d'Inghilterra, 175.

Giorgio III d'Inghilterra, 304, 310, 313, 314, 318, 326, 333.

Giovanni (forte S.), 330.

Giovanni (fiume S.), 42.

Gist Cristoforo, 284.

Giura, 284.

Glaciale artico (oceano), 2, 9.

Glasgow, 306, 316.

Godyn, 200.

Golfo del Messico, v. Messico.

Goodell, 192.

Gorges, sir Ferdinando, 55, 74, 100, 101.

Gorton Samuele, 89.

Gosnold Bartolomeo, 54, 55, 74.

Gourgues (Domenico de), 37.

Grafton, 318.

Grasse (de), 343.

Grecia, 122.

Green River, 399.

Greene, 341, 342, 361.

Greenwich, 1, 12.

Grenville, ammiraglio, 52.

Grenville, ministro, 307, 309, 311, 317.

Groenlandia, 23.

Grotius, 198, 244.

Grunsand, 19.

Guercheville (marchesa di), 44, 45.

_Guerra d'indipendenza_, 326-44.

_Guerre intercoloniali_, 48, 282-283, 287-89.

Guglielmo III d'Orange, 218, 333.

Guinea, 181.

Guizot, 347.

Gustavo Adolfo di Svezia, 200-202, 203, 225.


H

Hakluyt Riccardo, 54, 74.

Halifax, città, 56, 330.

Halifax, lord, 302.

Hamilton Alessandro, 357, 372.

Hampshire (New), 99-103, 110, 111, 121, 334, 359, 363, 372.

Hancock Giovanni, 327.

Haro, canale, 1.

Hartford, 109.

Harvard, College, 114.

Harvard, Giovanni, 114.

Hatteras, 17, 160.

Heath, sir Roberto, 161.

Helluland, 23.

Herny William, 401.

Hiawatha, 27.

Higginson Francesco, 83, 84.

_Highlanders_, 176.

Hispaniola, 245.

Hochelaga, 39, 42.

Hojeda Alonso, 34.

Honfleur (Dionigi d'), 38.

Hooker Thomas, 97.

Hopp, _prefazione_.

Howe, ammiraglio, 336, 343.

Howe, generale, 330, 336, 339.

Hudson (baia d'), 9, 275.

Hudson, Enrico, 60, 74, 196-98.

Hudson, fiume, 15, 17, 76, 100, 197, 199, 210, 228, 338.

Hull, 316.

Hunt Roberto, 55.

Huron, 10.

Huroni, 24, 46, 273.

Hutchinson Anna, 94.


I

Illinois, fiume, 279.

Illinois, regione, 364.

Indiana, regione, 364.

Indiani, 2, 24-31, 48, 53, 104, 105, 106, 107, 142, 151, 176, 198, 199,
202, 214, 220-21, 223, 226, 272, 273-74, 276-277, 279, 286-87, 290-91,
326, 398.

Indiani preganti, 105.

Indie occidentali, 38, 54, 112, 172, 195, 307, 326, 350.

Indie occidentali (Compagnia delle), 196, 198-208.

Indie orientali, 32, 51, 195, 289.

Indie orientali (Compagnia delle), 196-198.

_Industria_, 112, 186, 252-54, 400.

Inghilterra, 49, 51, 52, 53, 54, 55, 56, 58, 60, 66, 72, 73, 84, 85,
86, 92, 93, 100, 101, 110, 111, 137, 141, 145, 150, 151, 156, 175, 194,
195, 196, 207, 208, 209, 211, 214, 216, 226, 231, 242, 245, 247, 250,
251, 255, 262, 263, 264, 275, 277, 285, 297, 298, 299, 300, 304, 305,
308, 326, 327, 336, 338, 342, 350, 380, 400.

Inghilterra (Nuova), 4, 17-18, 19, 42, 54, 58, 59, 65-130, 147, 160,
161, 167, 190, 193, 205, 206, 210, 213, 214, 227, 228, 235, 245, 247,
255, 258, 259, 277, 282, 283, 306, 307, 313, 323, 363, 369, 396, 399.

Inghilterra, Colonie unite della N. I., 103-108, 241.

Inglesi, 32, 49-63, 156, 207, 216, 276, 290, 396.

Ingram, 192.

Irlanda, 49, 55, 109, 216, 326, 328.

Irlanda (Grande), 22.

Irlandesi, 22, 23.

Irochesi, 24, 46, 47, 276, 277.

Islanda, 23.

_Istituzioni politiche_, 119, 120-123, 185, 235-40, 269-70, 373-89.

_Istruzione_, 113-15, 118, 188-189.

Italia, 31, 112.


J

James, fiume, 60, 135, 137, 142, 342.

Jamestown, 133, 137, 139, 142, 144, 145, 152.

Jates, 358.

Jay John, 323, 357, 372.

Jefferson Tommaso, 189, 320, 332, 333, 357, 364.

Jersey, 210.

Jersey (New), 208, 209-215, 258, 303, 331, 334, 336, 337, 339, 351,
356, 363, 364, 372.

John (parrocchia di Saint), 335.

Joliet Luigi, 279.

Jowa, fiume, 19.

Jucon, 8.

Judson, _prefazione_.


K

Kalm Peter, 233, 260-61.

Kant, filosofo, 286.

Kapp, 192.

Kayuga, 24.

Keith, sir Guglielmo, 300.

Kenai, 25.

Kennebec, fiume, 57.

Kennebec, stabilimento, 57.

Kennedy, 260, 301.

Kent, isola, 153.

Kentuchy, fiume, 284.

Kentuchy, regione, 20, 399.

King Rufus, 357.

Kingston, 280.

Kosciusko, 337.


L

Labrador, 23, 33, 50, 275.

Lafayette, 337, 341, 342.

Laghi (Grandi), 1, 3, 10, 13, 17, 19, 24, 197, 228, 271, 275, 345, 396,
397.

_Lana_, 251-53.

Lancaster, 316.

La Salle (Roberto Cavalier de), 279-80.

Lasing, 358.

_Latifondo_, 144, 146-50, 177, 228.

Laudonniere, 36.

Laurence, 152.

Law Giovanni, 281.

_Lealisti_, 339, 342.

Lee Carlo, 336.

Lee Riccardo Enrico, 331.

Leeds, 306.

Leicestershire, 211.

Leif Eriksen, 23.

Lemni Lenapi, 21, 220.

Lepe, Diego de, 34.

Leone X, 66, 126.

Letourneau, 182.

_Letteratura coloniale_, 118-19, 189-90.

Levante, 195.

Lexington, (combattimento di), 326-27.

Leyda, 73, 75.

Leyen di Enkhuysen, 196.

Liberia, 181.

Lincoln, 338, 340.

Lincolnshire, 72.

Lisbona, 195.

Liverpool, 180, 247, 306, 316.

Livingston Roberto L., 332.

Loke Giovanni, 162-65, 166, 169, 174, 220.

Logan, 260.

Londinesi, (mercanti), 58.

Londra, 56, 196, 217, 247, 316, 338.

Londra (Compagnia di), 56-57, 60, 61, 79, 133, 136, 140, 141, 153.

Longfellow, 27, 283.

Long Island, 99, 100, 198, 205, 336. Lorenzo, (golfo di San), 38, 39.

Lorenzo (fiume San), 1, 3, 9, 10, 13, 17, 39, 44, 45, 266, 272, 275,
283, 396.

Loudoun, 303.

Lonisburg, 283.

Lubecca, 49.

Luigi XIII, di Francia, 44.

Luigi XIV, 266, 267, 269.

Luigiana o Louisiana, regione, 280-82, 345, 397.

Luigiana o Louisiana, stato, 162.

Luterani, 204.

Lutero, 39, 75.

Lützen, (battaglia di), 202.


M

Macaulay, 224.

Macello bostonese, 319.

Madera, 54.

Madison, James, 189, 355, 356, 357, 370, 372.

Madrid, 328.

Magellano, 198.

Maine, 3, 44, 57, 101, 102, 107, 111, 196, 208, 298, 349.

Maisonneuve, 266.

Malò (San), 41.

Manchester, 306, 361.

Manhattan, 198, 199, 200, 205, 206.

_Manors_, 199, 205.

Mansfields, lord, 297.

Markland, 23.

Maria la Sanguinaria, 69, 70.

Maria Stuart, 158.

Maria sposa di Guglielmo III, 248.

Maria dei Medici, 44.

Marinelli, 64.

Mary, St., 155.

Maryland, 50, 56, 126, 153-60, 171, 178, 186, 188, 190, 192, 207, 218,
226, 228, 245, 258, 331, 334, 355, 356, 364, 368, 369.

Mason, 101, 102.

Mason (linea di), 226.

Massachussets, 26, 76, 81-90, 91, 95, 101, 102, 104, 106, 107, 108,
109, 110, 111, 112, 114, 120, 121, 125, 126, 131, 153, 235, 237, 240,
252, 260, 284, 314, 316, 319-20, 321, 322, 351, 352, 361, 364, 365,
371.

Massachussets (baia di), 18, 82, 85, 97.

Massasoit, 104, 106.

Mather Increase, 89.

Mather Riccardo, 118.

Matteo, (fiume San), 161.

_Mayflower_ (nave), 75, 76, 77.

Mc Master, _prefazione_.

_Mean whites_, 185-86.

Mediterraneo, 32, 170.

Melendez, 36, 38, 221.

Mendon, 333.

_Mercantilismo_, 241, 250-60.

Merrimac, 82.

_Mesas_, 5.

Messico, 22, 23, 38, 281.

Messico (Nuovo), 21.

Messico (Golfo del), 1, 2, 3, 9, 10, 11, 12, 14, 15, 19, 21, 25, 37,
197, 264, 271, 272, 279, 396, 397.

_Mezzaluna_, nave, 196.

_Mezzi di comunicazione e trasporto_, 231-32.

Michigan, lago, 10.

Michigan, stato, 364.

Minnewit Pietro, 202-203.

Minorca, 343.

_Minute men_, 326-27.

Mississippi, fiume, 2, 3, 9, 10, 11, 12, 13, 19, 21, 24, 25, 35, 264,
271, 275, 279-80, 292, 344, 345, 396, 397.

Mississippi, stato, 162.

Mississippi (Compagnia del), 281.

Missouri, fiume, 11, 12, 13, 35.

Missouri, stato, 162.

Mobile, (estuario di), 14.

_Moccason_, 29.

Mohawk, 399.

Mohawki, 24, 321.

Mohegans, 106.

Mondaini, Gennaro, 131.

_Mondo_ (_Nuovo_), 54, 133, 180. 202, 204, 242.

_Moneta_, 256-58, 310.

Monk, 161.

Monmouth, (congiura di), 171.

Monopolio coloniale, 150-51, 159, 242-55, 267.

Monroe, 189.

Montcalm, 264, 286-89.

Montgomery, 296, 328, 330-31.

Montreal, 39, 42, 266, 273, 277, 330

Monts, (Pietro de), 42, 43, 44, 45, 46.

Moore Frank, 347.

Mori, 37.

Morris Roberto, 341, 357, 368.

Morte, (valle della), 8.

Morton, 22.

Moultrie, (Fort), 330.

Mound-builders, 19-22.


N

Nantasket, 91.

Nantes, (editto di), 171, 272.

Narragansett, (baia di), 92.

Narragansett, tribù, 105, 106, 107.

Natchez, 21, 25.

Natick, 105.

_Navigazione_, (_Atto di_), 141, 243-46.

_Nazionalità_, 233-42, 286, 295-97.

_Nazioni_, (_lega delle Cinque_), 24, 27, 46, 47, 197, 282.

Negri, 38, 131, 144, 158, 171. 180-85, 192, 209, 215, 282, 359-63.

Negro, Capo, 181.

Nevada, Sierra, 5, 6, 8.

Nevis, 372.

Newburgh, 350.

New-Haven, 99, 109.

Newport, 133-35.

Niagara, cascata, 10.

Niagara, forte, 288.

Nicuesa, (Diego de), 34.

Nord-America, 13, 31, 33, 41, 48, 54, 60, 61, 62, 126, 208, 290, 321.

_Nord-Ovest_, (passaggio di), 51.

_Nord-Ovest_ (Territorio del), 364-66, 399.

Normanni, 22-24.

Norsi, 22-24.

North, lord, 318, 320-21, 326, 338.

Nottingham, 211.

Nottinghamshire, 72.


O

_Occidente_,(_Compagnia dell'_), 267.

Oceano (Grande), 34.

Oglethorpe Giacomo, 174-77.

Ohio, (fiume), 13, 19, 197, 279, 284, 344, 399.

Ohio, stato, 364.

Ohio (_Compagnia dell'_), 284.

Ohio, altra _Compagnia dell'_, 365.

Olanda, 73, 75, 93, 112, 125. 193, 195, 198, 206, 207, 208. 217,
244-45, 339, 343, 344, 350.

Olanda (Nuova), 110, 170, 193- 209.

Olandesi, 33, 49, 61, 73, 96, 97, 103, 154, 194-209, 244-45, 396.

Oneida, 24.

Onondaghi, 24.

Ontario, 10, 280, 344, 399.

Orange, contea, 334.

Orange, forte, 198, 208.

Oregon, 7.

Orleans, isola, 288.

Orleans, Nuova, 14, 281.

Otem, 26, 64.

Otis Giacomo, 307-308, 310, 314.

Ottawa, fiume, 266.

Ottawa, tribù, 291.

Oxenstiern, 202, 203.

Oxford,(università di), 211, 216.


P

Pacifico, Oceano, 1, 2, 8, 9, 18, 21, 51, 59, 82, 109, 133, 134, 135,
161, 175, 279.

Paesi Bassi, V. Olanda.

Paesi Bassi (Nuovi) V. Nuova Olanda.

Paine Tommaso, 331.

Palma, 391.

Paraguay, 48.

_Parchi_, 5.

_Parco nazionale_, 5.

Parkman Francis, 293.

Parigi, 216, 326, 338.

Parigi, pace di, 289, 297, 344, 395.

_Parlamento_,(_Lungo_), 95, 108, 243.

Patriko, Patrizio Henry, 314, 323, 357.

Pauw, 200.

Pawtuchet, 400.

_Pellegrini_, 66, 72-81, 96, 104, 111, 126, 134.

_Pelli_, (commercio delle), 270, 272, 276.

Pelli-Rosse, V. Indiani.

Penn Guglielmo, 203, 215-24, 225, 226, 227.

Pennsylvania, 203, 208, 215-27, 229, 258, 286-87, 288, 303, 304, 306,
331, 350, 351, 355, 356, 360, 362, 363, 369, 372,

Penobscot, 58, 99, 100.

Pensacola, 15.

Pequod, 97, 106.

Perley Poore, 393.

Perù, 52.

Peyton Randolph, 323.

Philadelphia, 17, 42, 59, 203, 222, 231, 232, 285, 286, 316, 336, 337,
339, 356, 399, 401.

Philadelphia (Congresso di), 323-24, 327.

Philadelphia (Convenziono di), 357-70.

Piedmont, 15, 16.

Pietro, apostolo, 211.

Pietro il Grande, 213.

Pietroburgo, 328.

_Pilastri_, (_i Sette_), 98, 99.

Pinckney Carlo, 357, 370.

_Pine barren_, 15.

Pinzon, (Vicente Janez), 34.

Piscataqua, 99, 102, 103, 106, 112.

Pitcairn, 361.

Pitt, il vecchio, 254, 288, 303, 304, 317, 318.

Pittsburgh, 231, 285.

Pizzarro, 37.

Place Royale, 46.

Plaine, 11.

Plastone Giosuè, 104.

Plymouth, 76.

Plymouth (Compagnia di), 46-57, 58, 59, 81, 99, 100.

Plymouth, Nuova, 76-81, 103. 104, 111, 118.

Point's Bridge, 361.

Pokanokets, 106.

Ponce de Leon, 34, 38.

Pontgravè, 41, 42, 45, 46.

Pontiac, 290-91.

Popham John, 55.

Porena, 64.

Portogallo, 195, 244.

Portoghesi, popolo, 32.

Portoghesi, scoperte, 33.

Portorico, 34.

Port-Royal, 42, 43.

Portsmouth, 102.

Potomac, 17, 135, 142, 145, 153, 154, 155, 285, 355, 399.

Poutrincourt, barone di, 42-44.

Praterie, 11.

Princeton, 337.

Pring, 54.

Prometeo, 286.

_Proprietà fondiaria_, 128, 138-39.

_Proprietors_, delle Caroline, 161- 174.

Providence, 93, 94, 95, 103, 111.

Province Unite, V. Olanda.

Prussia, 343.

Pueblo, 21.

Pulaski, 337.

Puritanesimo, 68-70, 81, 209, 210.


Q

Quaccheri, 89, 209, 210-15, 221, 226-27, 362.

Quarry, 259.

Quebec, 45, 48, 197, 266, 270, 282, 288-89, 304, 311, 321, 331.

_Quercia della carta_, 111.


R

Raleigh Gualtiero, 52-53, 54, 74, 195, 196.

_Rappresentanza, in seno al Congresso_, 366-67.

Ratzel, 64.

Reclus, 21, 64.

Red River, 13.

Reggente, duca d'Orleans, 281.

_Regionalismo_, 231-33,

Reno, 197.

_Repubblicani, partito_, 371.

_Restaurazione, degli Stuarts_, 108, 146, 148, 207, 246.

Rhode Island, 90, 91-96, 108, 106, 109, 110, 111, 120, 121, 335, 336,
341, 351, 357, 363, 364, 371.

Ribault Giovanni, 35, 36, 160.

Richelieu, 47, 269.

Rick Roberto, 144.

_Riforma inglese_, 66-72, 214.

_Riforma protestante_, 62, 124, 193, 200.

Rio Grande, 1, 2, 15.

_Rivoluzione inglese_, 248-50.

Roanocke, 53.

Robertson, 232.

Robinson John, 72, 75.

Rocciosi, monti, 5, 7, 9, 10, 11, 12, 13.

Rochambeau, 341-42.

Rockingam, 317, 318.

Rodney, 343.

Rolfe, 138.

Roma, 66, 67, 84.

Romussi, _prefazione_.

Roque (Giovanni de la), 40.

_Rose_ (_Guerra delle Due_), 49.

Rouen, 41, 279.

Roxburg, 86.

Rumsey, 401.

Russia, 341-42.

Ryswick (pace di), 282.


S

_Sachem_, 27, 105.

Saco, 100.

Sacramento, 6, 7.

Saintes, 343.

_Saggezza_ (_case della_), 98-99.

Salem, colonia, 84, 91.

Salem, sul Delaware, 214.

Salem, Peter, 361.

Saratoga (resa di), 338.

Saussaye, 44.

Savannah, città, 16, 177, 186, 343.

Savannah, fiume, 175, 176.

Scandinavi, 49, 203.

_Schiavitù_, 125-27, 130, 143-44, 159-60, 168, 171-73, 174, 177,
178-91, 192, 199, 201, 209, 225-26, 252-56, 282, 326, 358-69.

Schouler, _prefazione_.

Schuyler, 328, 330-31.

Schuylkill, 222, 337.

Scozia, 55, 226.

Scozia, Nuova, 23, 24, 283, 330.

_Sea Island_, 16.

_Selfgovernment_, 121-23, 333, 375, 386-88.

Seminoli, 21, 25.

Senegambia, 181.

Seneka, 24.

_Separatismo_, 71, 72.

_Servitù_, 143, 159, 179.

Shaftesbury (conte di), 161, 162-165.

Shakamaxon, 220.

Shakespeare, 61.

Shays Daniel, 352.

Sheffield, città inglese, 306.

Sheffield, città del Mass., 333.

Shepard, 90.

Sherman Ruggero, 332.

Shirley, 302.

Sierra Leone, 181.

Sioux, 25.

_Skalp_, 30, 274.

Slater Samuel, 400;

Smith Goldwin, _prefazione_.

Smith John, 55, 58, 60, 74, 134-37.

Sommersetshire, 171.

Soto (Ferdinando di), 35, 38, 279.

Southampton (conte di), 61, 140.

Spagna, 36, 37, 93, 112, 194, 195, 240, 244, 298, 339, 343-344.

Spagnuola (colonizzazione... del Nord-America), 33-38.

Spagnuoli, 32, 61, 160, 161, 173, 176, 177, 194, 220, 290, 345, 395,
397.

Speedwel, 75.

Spirito, Grande, 26, 30.

Stark, 296.

Stati Uniti, 44, 60, 64, 130, 194, 233, 322, 331-36, 338, 340, 344-45.

Sterne, 391.

Steuben, 337, 340.

Strype, 69.

Stuart, dinastia, 55, 108, 109, 148, 248.

Stuyvesant Pietro, 203, 204, 205, 206, 207.

Sud-America, 31.

Suffolk, 334.

Sumner Maine, 391.

Superiore, Lago, 10.

Susquehannah, 135, 153, 197.

Svedesi, 61, 154, 200-203, 218, 227, 396.

Svezia, 200, 201, 202, 203, 245, 339.

Svezia, Nuova, 200, 203.

Svizzera, della N. Inghilterra, 4.


T

_Tabacco_, 139, 143, 146, 159, 242.

Talon, 279.

Tamigi, 318.

_Tassazione_, 300-06, 309-18.

Tennessee, fiume, 4.

Tennessee, stato, 162, 399.

Terranova, 23, 59, 153, 276. 283.

Testamento, Nuovo, 126.

Testamento, Vecchio, 126.

Texas, 162, 260.

Tè, 306-07, 321.

Thomson Benjamino, 119.

Thorfinn Karlsewne, 23.

Tocqueville, Alessio di, 3, 391.

Toltechi, 22.

Tomahawk, 30.

Tombigbee, 14.

Tonti, Enrico de, 280.

Toscanelli del Pozzo, 31.

_Totemismo_, 26.

Townshend Carlo, 304, 309, 311, 317.

Township, 121-23, 386-88.

_Tratta_, 180-81, 255-56, 368-69.

Trenton, 202, 337.

Trinità, isola, 109.

Trinity, fiume, 14.

Troia (cavallo di), 207.

Turchi, 94, 134.

Turgot, 263.

Tuscarora, 24.


U

Ugonotti, 48, 169, 272.

Usselinx, v. _Wsselinx_.

Ussiti, 204.

_Utilitarismo americano_, 228-29.

Utrecht (pace di), 283.


V

Valdesi, 204.

Vancouver, isola, 1.

Vane Henry, 95, 96.

Van Rensselaer, 200.

Vaudreuil (marchese di), 289.

Venezia, 49.

Vergennes, 297.

Vermont, 103.

Verrazzano (Giovanni da), 39.

Versailles, 274.

Vespucci Amerigo, 31.

Villari, 391.

Vincennes, 399.

Vincenzo, capo San, 343.

Virginia, colonia, 44, 52, 55, 58, 60, 77, 99, 126, 133-53, 154, 155,
158, 159, 160, 167, 171, 173, 174, 177, 179, 181, 186, 188, 190, 197,
207, 209, 228, 232, 235, 240, 242, 243, 245, 252, 284, 288, 318, 320,
323, 334, 341, 351, 355, 356, 359, 360, 364, 368, 369, 370, 371, 396,
399.

Virginia (Compagnia della), 74, 75, 136.

Virginia, donna, 53.

Von Halle, 192.


W

Wadsworth Giuseppe, 111.

Waitz, 24.

Waldeck, 329.

Waltershausen, 192.

Wampanoag, 105.

_Wampun_, 28, 112.

Warren Giacomo, 320.

Washington Giorgio, 189, 284-85, 286, 296, 327, 328, 329-30, 331, 335,
336, 337, 339-42, 347, 350, 353, 356, 357, 398.

Washington, città, 401.

Wat Tiler, 211.

Watertown, 86.

Watson, 344.

_Welcome_, nave, 220.

Welde, 118.

Wentworth Higginson _prefaz_.

West, 220.

Westmoreland, 285.

Weymouth, 54, 55.

White, 53.

Whitman, Walte, 406.

Wickliffe, 67, 211.

Wigglesworth Michele, 119.

_Wigwam_, 28, 30, 274.

Willes, 74.

Williams Roger, 90, 91-95.

Williams, storico, 192.

Wilson, 367.

Wingfield, 55.

Winland, 23.

Winsor, _prefaz_.

Wisconsin, fiume, 19.

Wisconsin, stato, 20, 364.

Wittemberga, 67.

Wodtke 337.

Wolfe, 288-89, 311.

Woolman John, 226.

Wsselinx Guglielmo, 195, 200, 201.


Y

_Yankee_, 129, 130, 227.

Yeardley, 139.

York, fiume, 242.

York (duca di), 180, 207, 208, 209, 216, 218, 227.

York, New, città, 17, 110, 172, 196, 208, 228, 229, 231, 263, 314, 316,
320, 330, 336, 338, 339, 341, 342, 343, 364, 399, 401.

York, (New), colonia, 24, 193-209, 218, 240, 258, 277, 284, 296, 301,
304, 318, 331, 332, 334, 336, 339, 351, 356, 363, 364, 369, 372, 399.

_York_, (_New Herald_), giornale, 232.

Yorkshire, 72.

Yorktown, (capitolazione di), 342, 344.


Z

_Zampa d'oca_, 14.

Zuingliani, 204.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Le origini degli Stati Uniti d'America" ***

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