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Title: Novelle Napolitane
Author: Di Giacomo, Salvatore
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Novelle Napolitane" ***

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                           Novelle Napolitane


                                   DI

                          SALVATORE DI GIACOMO


                    _Prefazione di BENEDETTO CROCE._



                                 MILANO
                        FRATELLI TREVES, EDITORI
                            Quarto migliaio.



                         PROPRIETÀ LETTERARIA.

       _I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati
    per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._

                      Milano, Tip. Treves — 1919.



PREFAZIONE.


Queste novelle giovanili del Di Giacomo, scritte venticinque e più
anni fa, sono state finora pregiate da pochi perchè note a pochi. Vero
è che, per compenso, il pregio in cui le hanno tenute quei pochi, è
così alto da valere l'ammirazione dei molti. E io confesso che nel
confortare l'amico autore (il quale, come sogliono talora i veri
artisti, si è straniato da esse perchè rappresentano per lui un periodo
oltrepassato e ormai lontano della sua vita e della sua opera, e le
guarda con iscarso affetto, e quasi si scusa di averle composte!),
nel confortarlo, dico, e nel fargli premure, perchè ne permettesse
la ristampa, ero diviso tra due opposti sentimenti. Da una parte, il
desiderio di vedere generalmente gustato e lodato ciò che da un pezzo
formava oggetto della mia stima fervente; dall'altra, una sorta di
rimpianto e di gelosia nel pensare che, tra breve, sarebbe facile a
tutti quel godimento che era riserbato finora solo a chi, come me,
aveva la fortuna di possedere i leggiadri e rarissimi volumetti del
_Minuetto settecento_ (1883), di _Nennella_ (1884), delle _Mattinate
napoletane_ (1886) e di _Rosa Bellavita_ (1888).

È accaduto, per le ragioni ora dette, che laddove la fama del Di
Giacomo poeta si è rapidamente ampliata negli ultimi anni da fama
municipale a nazionale, e persino a internazionale (perchè le sue
liriche sono studiate da critici stranieri, e parecchi si sono provati
a tradurle in francese e in ispagnuolo, in tedesco e in inglese), il Di
Giacomo novelliere è rimasto nell'ombra. «Ma ha scritto anche novelle
il Di Giacomo?», ho udito più volte domandarmi. «E, dite, che cosa
valgono?».

Tali domande non si rinnoveranno, dopo che sarà stato messo in
circolazione questo volume: il quale raccoglie non tutte le novelle del
Di Giacomo,[1] ma certamente molte delle più antiche, e insieme delle
più belle e importanti. E nessuno dubiterà più, o ignorerà, che, oltre
un Di Giacomo poeta, c'è un Di Giacomo novelliere.

  [1] Ne restano fuori quelle fantastiche di _Pipa e boccale_ e le
  altre _Nella vita_ edite nel 1903, per non parlare dei bozzetti
  contenuti nelle due serie di _Napoli, figure e paesi_.

Senonchè, si può fare poi questa distinzione tra il poeta e il
novelliere? Nel Di Giacomo meno ancora che in altri: tanta è la
medesimezza del sentimento nelle sue liriche e nei suoi racconti; e
tanto i periodi della sua prosa suonano come strofe di ben elaborata
poesia. Ammonimento a quegli alchimisti letterarii che vanno
escogitando la poesia in prosa o il verso libero; e non hanno occhi per
vedere che la poesia in prosa e il verso libero non aspettano le loro
invocazioni e le loro artificiose combinazioni per venire ad esistenza,
ma già esistono nel miglior modo in quei novellieri, in quei prosatori,
che sono intimamente poeti.

Come nell'opera del Di Giacomo non è da fare distinzione tra poesia
e prosa, così si potrebbe dire che vi appare abolita l'altra tra
poesia e pittura. Si vedano i suoi paesaggi, le sue rappresentazioni
di ambienti, le sue figurazioni di fisonomie ed atteggiamenti. E
veramente il Di Giacomo non esce poeta e novellatore da un gruppo di
letterati che verseggiano e narrano; ma vien fuori di tra i pittori
napoletani, coi quali, e non con gli uomini di lettere, gli piacque di
convivere fin da giovane, per affinità di temperamenti, per attrazione
di simpatia e di reciproca intelligenza, per modi d'ispirazione e abiti
di lavoro. Chi penetra oltre la superficie, avverte subito nelle sue
pagine i procedimenti del pittore che costruisce il quadro ponendo i
colori e distribuendo luci ed ombre.

Pittore non pittoresco, cioè non sfoggiante; e poeta e novellatore che
sa fare cose grandi con niente, cioè senz'averne l'aria, distruggendo
a forza di lavoro tutto ciò che in altri, col troppo e col vano, con
gli sforzi e con gli «effetti», accusa l'immaturità della visione. Il
Di Giacomo non preme sui suoi motivi artistici, sottintende tutto ciò
che si può sottintendere, condensa e concentra quello che per pigrizia
altri lascia errare diffuso; ha in grado eminente la castità della
forma, che si suole chiamare «classicità».

La quale classicità, che parecchi ai giorni nostri credono di ritrovare
nelle opere povere di vita etica degli artisti decoratori e sensuali,
è invece il più forte veicolo della ricca vita etica e passionale: è
l'arco robusto che manda sicuro al segno lo strale. La nota dominante
nell'animo del Di Giacomo, nei suoi versi e nelle sue prose, è data
dalla pietà: una pietà amara, che non filosofeggia, non si consola con
considerazioni sull'universo nè si atteggia a pessimismo sistematico,
ma resta semplicemente questo: pietà: «_E ched è sta vita nosta!
Quant'è amara e quant'è triste!_», esclamano due versi di un suo
compianto per una ragazza tradita e morta: esclamazione, che è tutta
la sua filosofia. E per mia parte non posso leggere queste pagine
senza sentire di tanto in tanto un nodo alla gola e ritrovarmi gli
occhi umidi — di un intenerimento che non discerno fino a qual punto
venga dalla pietà delle cose narrate e fino a qual altro dalla stessa
ammirazione per la perfezione artistica della forma. Le due forze,
etica e artistica, qui confluiscono veramente in una.

In questa ristampa, editore e autore sono stati concordi
nell'intitolare il volume: _Novelle napolitane_: titolo al quale
io mossi sulle prime qualche obiezione, parendomi che in certo modo
restringesse il significato umano di queste novelle, e ne sminuisse
altresì il valore artistico, perchè suggeriva l'idea che fossero
«quadri di costumi» e appartenessero a quelle opere, determinate da
ragioni non puramente estetiche, che sono dirette a far conoscere
ai curiosi le condizioni di un popolo o di una classe sociale. Ma,
poi, il titolo non mi parve del tutto improprio, considerando quanta
parte della vita di Napoli, — di quelle sue stradicciuole «dove ogni
casa nasconde e cova un dolore», — trovi il suo documento nell'arte
del Di Giacomo: — e di una Napoli che ora per molti rispetti si è
già dileguata, la Napoli che ricordo di aver visto anch'io nella mia
adolescenza, la Napoli di trent'anni fa.

  _Giugno 1914._

                                                     BENEDETTO CROCE.



Il menuetto


Giugno mite, dolcissimo, avea sorriso alle cose con l'ultima sua tepida
giornata. Il piccolo vecchio sedeva in una pur vecchia poltrona ancora
pienotta, nell'angolo della finestra. Le mani carezzavano i pomi dei
bracciuoli; leggermente china la testa sul petto, gli occhi socchiusi,
egli era vinto da un languore, nella rosea poesia del tramonto.

Si spandeva per la silenziosa stanzuccia quel lume vago, dorato, che
dà alla pelle un colore d'incarnato, come lo dà una candela alla mano
che ripara la fiammella. Entrava da per tutto, bagnando mollemente i
mobili d'antica sagoma, i ritratti ingialliti dei quali veniva fuori
nettamente la cornice dal parato, tutto sparso di mazzolini di fiori
che invecchiavano anch'essi sopra un fondo d'azzurro.

Tutto là dentro era antico, di quel barocco, non molto esagerato, al
quale s'afferra ancora la vecchiezza dei tempi nostri che sorride alle
abitudini de' tempi suoi e del caro ambiente si circonda ad evocarne,
triste, i ricordi. Quella vecchiezza che tiene a coprirsi il capo
d'una papalina di velluto marrone, ricamata d'oro e foderata di seta;
dalla voluminosa cravatta nera di cui cinge tre volte il collo e che
annoda poi sotto il mento; dalle camicie di tela fine che sentono di
buon odore di spiganardo e che l'amido gonfia sul petto; dai polsini
attaccati alla camicia, co' margini rotondi, chiusi da un semplice
bottoncino di pastiglia liscia, attaccato col filo. Una vecchiezza che
si compiace di lunghi soprabiti verde bottiglia, dal bavero alto, di
calzoni di panno molle che non fanno pieghe a star impiedi e appena
sfiorano l'orlo della scarpa a nastrini, lasciando apparire la calza
ruvida e bianca. Una vecchiezza che ama il tabacco da naso, ma che
all'occasione sa divenire gioventù e corteggiare belle signore, e darsi
la baia a tempo, prima che altri glie la dia, e canzonarsi mentre
si china a baciare una mano grassottella o s'impettisce offrendo il
braccio saldo a far passeggiare, per la casa, le conoscenze femminili.
Per celia egli disse una volta che voleva morir canticchiando, innanzi
alla spinetta, co' lumi accesi nella sala, mentre un ballettino si
preparava e suonavano risatine di perle tra un fruscio di strascichi
serici.

Ahimè, povere illusioni! Ora, da tempo, nel suo cuore che inaridiva
morivano, come alle orecchie moriva ogni suono, tutte quelle gioconde
spensieratezze. Una grave sordità lo aveva colto, improvvisamente. Era
stato dapprima un ronzìo, come allo svegliarsi da un sonno faticoso,
poi fu un silenzio eterno. Non udì più nemmanco lo sbattere fragoroso
delle porte che si tirava dietro la serva Clementina. Ai primi giorni,
quando costei, stupefatta, dovette fargli capire con atti della mano
quanto volesse dirgli, lui ne prese, per la gran pena, un febbrone,
e rimase cinque giorni a letto. Clementina si sfogava in cucina,
singhiozzando, come se qualcuno le fosse morto, innanzi al pollaio, ove
molti pulcini schiamazzavano.

A poco a poco il piccolo vecchio si rassegnò.

Ma ne' gravi silenzii, in cui si sentiva perduto, una invincibile
sonnolenza lo appesantiva. Gli veniva voglia di morire addormentandosi.
Da tre anni, così, non avea più nulla scritto. Tutta la santa giornata
la passava solo solo, nella poltrona favorita, seguendo liberi voli
di rondini che migravano pei tetti, fantasticando, leggiucchiando il
_Poliorama pittoresco_, del quale conservava tutta la collezione.

Con lui, che ne' modi e negli abiti mai si era mutato, la cameretta
armonizzava. Abitudini di mezzo secolo vi aveano lasciata la loro
orma, un profumo di vecchiezza nella mobilia dorata, della quale,
come i gomiti al soprabito del padrone, lucevano gli angoli logorati,
una voluta aggiustatezza sulle mensole di marmo bianco, nei cantucci
in penombra, pieni di mistero. Un sorriso malinconico aleggiava tra
le pareti, come un rimpianto; dormiva da tempo la stanzuccia. Uno
specchio ovale, dalla bianca cornice filettata d'oro, si copriva di
polvere sul vetro, riflettendo confusamente, come in una nebbia, le
cose della mensola su cui poggiava: due vasi da fiori artificiali, un
grande orologio di bronzo dorato del quale, da cinque anni, le lancette
segnavano il tocco, un vassoio di porcellana con le sue tazze a
medaglioni pompeiani, e una piccola Venere nuda, di bronzo. L'Amorino,
che la bella dea si recava tra le braccia, le metteva le manine sugli
occhi.

Dalla parete di faccia un Rossini, a pastello, con la dedica, vigilava
nella camera, la punta delle dita nello sparato del soprabito, l'occhio
piccolo e vivo, pien di malizia.

Da per tutto, qua e là, messe in ordine accosto a' mobili, sedie dalla
impagliatura ingiallita, dalla spalliera piatta e larga, verniciata
di bianco, istoriata nel mezzo da figurine di cavalieri in parrucca e
codino, i quali, premendo al petto il cappello a lucerna, s'inchinavano
a damine rubiconde, che sorridevano, spiegazzato il ventaglio di piume.
Presso all'uscio maggiore, del quale una cortina nascondeva il vano,
sopra una di quelle seggiole riposava un cappello di feltro, alto,
dalle tese rigide. Un bastone dal pomo d'avorio s'appoggiava alla
seggiola.

Pareva che il padrone, a momenti, dovesse uscire di casa. Due pantofole
ricamate si nascondevano in un angolo.

In fondo, nella luce dolce ed eguale, la sagoma scura della spinetta
richiamava l'occhio, con la sua immobile tranquillità. Teneri riflessi
scendevano pel legno pulito, spegnendosi sul tappeto, macchiando di
bianche lucentezze quel mobile.

Dalla sua poltrona il piccolo vecchio faceva correr lo sguardo
compiaciuto sul leggìo, sulle carte da musica ammucchiatevi accanto.
L'occhio carezzava la pallida fila della tastiera, le mani desiderose
fremevano sui bracciuoli della poltrona.

Finalmente la spinetta trionfò. Il piccolo vecchio si levava pian
pianino; fece due passi nella camera, si fermò, respirò rumorosamente,
come a togliersi un gran peso di su lo stomaco. Si fregava leggermente
le mani, preparandosi, tutto compreso della sua piccola commozione.
Da un vassoietto tolse una bottiglia di rosolio di cannella, empì un
bicchierino smerigliato, centellinò, facendo schioccar la lingua,
tossendo, battendosi in petto piccoli colpettini. Infine affrontò
coraggiosamente la spinetta; le si sedette innanzi, passò un gran
moccichino di filo scuro sulla tastiera, che di sotto si mise a
strepitare, discordemente. Le mani del vecchio tremavano così forte
ch'egli dovette sostare un pezzetto, per quietarsi. Poi corsero
subitamente per una scala semitonata. La spinetta si svegliò in un
chiasso di note saltellanti. Dio, che foga! addio vecchiezza! Il cuore
faceva: tic-tac, tic-tac, sul ritmo della musica, il sangue correva
ai pomelli delle guance, brillavano gli occhi, le labbra mormoravano.
Egli s'abbandonava indietro sulla seggiola a tamburello con le braccia
stese, le palpebre socchiuse. Una furia d'allegri, d'andantini, di
ariette, di fughe vorticose, gli turbinava dentro nell'anima.

Provò a rappaciarsi. Dolcemente, sfiorando appena con le dita la
tastiera, egli mormorò, dondolando il capo:

    Cara, non dubitar....

Cimarosa.... Ah! Cimarosa! Perchè lo ricordava sempre, sempre?...
Il piede batteva il tempo sul tappetino, la voce continuava come un
soffio:

      Pria che spunti in ciel l'aurora
    Cheti cheti, a lento passo,
    Scenderemo fino abbasso
    Che nessun ci sentirà....

Il vecchietto si lasciava trascinare:

    Fuggiremo pian pianino,
    Per la porta del giardino....

E la melodia empiva la cameretta. Vi rimetteva il tempo d'una volta,
il bel tempo d'allora. Tremava per l'aria, sfiorava le pareti, passava
sui mobili come una carezza, saliva al soffitto come un profumo del
tempo. Un susurro si partiva dalle pareti, da' mobili, da' ritratti,
dagli angoli pieni d'ombra e di ricordi; tutta la stanzuccia vibrava,
applaudendo. Morirono l'ultime note languide in quel susurro; la
spinetta tacque.

Or il vecchietto si chinava a rovistare, le mani impazienti, tra le
carte musicali, cercando certo suo menuetto, scritto a' giorni della
gaia giovinezza. Finalmente lo trovò, finalmente lo spiegò sul leggìo
dal quale era tanto tempo, tanto tempo lontano. Inforcò gli occhiali,
accostò gli occhi alla carta, lesse, con l'anima sospesa, col cuore in
gran palpiti. Le mani scivolarono sulla tastiera....

Ma subitamente, il volto di lui si mutò; non più ridevano gli occhi
dietro i vetri lucenti, non più l'anima rideva. Implacabile e violenta
lo riafferrava la disgrazia della sordità, moriva la musica, moriva
l'armonia in un profondo silenzio. Il vecchietto si lasciò cadere
le mani sulle ginocchia, sconsolato. Che povera fortuna aveva quel
menuetto! Eppur quante pene di cuore vi aveva dolcemente accumulate!
Il titolo gli venne dalla sentimentale civetteria d'una damina — che
sorrideva sempre, ancora, in una cornicetta dorata, sulla mensola. Una
piccola bionda dagli occhi azzurri, dalla pelle liscia e rosea, dalla
bocca amabile, vestita d'un corpettino da contadinella, scarlatto,
a sbuffi di merletto antico, un neo sotto l'occhio, la cipria nei
capelli. Disse lei, allora: — Il menuetto è assai gentile; chiamiamolo
_Confessione_.... Lui disse: — Di cosa? Ella rideva, mostrando due
piccole fila di perle, un tesoretto.

— Fate voi, mettete pur voi qualche altra parola. Egli balbettò: —
d'amore? e diventò del colore di quel corpetto. Lei rideva e infine si
lasciò prendere la mano affusolata....

Il vecchietto, sorridendo al ricordo, rimise le mani sulla tastiera,
tentò qualche nota dell'adagino, un delizioso _fa minore_ pel quale
ella chiudeva gli occhi e abbandonava mollemente il capo sui cuscini
del divano. Gli tornò il primo impeto di collera, come nessun'armonia
gli arrivava all'orecchio. Si chinò, accostò il capo alla tastiera;
i polpastrelli percotevano, due, tre volte.... Nulla, nulla;
qualcosa d'indistinto, di vago, un soffio. Davvero tutto era finito,
proprio tutto. Un'immensa amarezza gli strinse il cuore, le mani si
raffreddarono, madide. Il vecchietto, poggiato il braccio all'angolo
della spinetta, abbandonata la testa sul braccio, rimase immobile.
Pareva dormisse.

Annottava; l'ombre si raffittivano nella camera, vi mettevano larghe
macchie d'oscurità intorno alle quali ogni cosa nuotava in una dolce
confusione di linee. Perdeva la stradicciuola la sua gente e il romore;
un impreciso mormorio ne saliva, e penetrava nella stanzetta come un
soffio. E la stanzetta taceva, in una gran pace. Pure, il malinconico
silenzio, di tanto in tanto era rotto. Si sarebbe detto che lì, dietro
la spinetta, nell'ombra, qualcuno singhiozzasse.



Gabriele


Il reverendo rettore levò, finalmente, il naso da una scodelletta, in
fondo alla quale il suo grosso indice aveva, diligentemente, ripescate,
tra il caffè al latte, le ultime miche di pane. Nel silenzio della
sagrestia si manifestava la soddisfazione di lui con quel romore
del naso particolare dei tabaccosi che fanno il chilo, con un sordo
gorgoglio della strozza, ronfante di compiacenza e di respiro che non
trova libera la via.

— Sentiamo. Mai arrestato?

Era davanti a lui un piccolo uomo, orribilmente magro, pallidissimo,
brutto, dall'aria così malata, così triste che il rettore, una persona
grassa e piena di salute, aveva terminata in fretta e furia la sua
colazione, temendo di doverla interrompere per mancanza di appetito.
In verità nulla di più languente di quel piccolo uomo, che aspettava,
impiedi, col cappello tra le mani esangui, tossendo, di tanto in tanto,
a colpetti brevi e secchi, la faccia volta alla grande scansia dello
stanzone. Rispose:

— No, signor rettore.

— Sai leggere?

— Sì, bene.

— E scrivere?

Lui accennò ancora di sì, con gli occhi.

— Sta bene, — disse il rettore, levandosi, — vieni un po' a vedere la
chiesa....

Lui, mentre il prete s'avviava, fece per rimettersi il cappello, con un
moto involontario.

— Be', — disse il prete, — cosa fai? Siamo in chiesa.

Balbettò qualche scusa, arrossendo. Il rettore si soffiava il
naso e svegliava l'eco della grande navata. Lentamente, si fermava
qua e là, davanti agli altari, alle pilette dell'acqua benedetta,
agl'inginocchiatoi su' quali stratificava la polvere.

— Qui bisogna passar lo straccetto ogni giorno. Qui lavar con l'acqua
di tanto in tanto. E i candelieri! Mi raccomando assai pei candelieri.
E quando sono accesi badare che non mi brucino i quadri. Guarda,
quest'è opera delle fiamme de' candelieri....

Con l'unghia dell'indice raschiò appiè d'una _Purificazione della
Vergine_. Era una pittura su rame. Il colore si staccava, carbonizzato.

— È un peccato, — mormorava il prete, — e ogni tanto ho da sentirmi i
pistolotti della commissione pe' monumenti.

Nella desolazione delle sue rovine, deserta e fredda, la chiesa
invecchiava in un silenzio di morte. Era una chiesa gotica, sulla
quale tutte le epoche avevano infierito, e più di tutte il seicento.
I finestroni archiacuti erano ridotti a sagome inestetiche, gravati di
fregi, inquadrati da cornici di stucco, da fronzoli e rosoni. Il medio
evo, sotto la sgraziata sovrapposizione, fremeva; la pietra grigia
pareva che, negli spasimi dell'insofferenza sua, volesse liberarsi dal
calcinaccio odioso. Lo aveva fesso; serpeggiavano qua e là spaccature
profonde e nere. L'invasione non aveva nulla risparmiato; sotto
all'intonaco sparivano le fini dorature d'un capitello, si affollavano
d'angioli ricciuti e ben pasciuti le vôlte a crociera delle cappelle
e, scambio delle severe lastre di marmo, sul pavimento correvano file
disordinate di mattoncelli. Della tomba del fondatore della chiesa i
francesi del novantanove avevano fatto abbeveratoio di cavalli: quegli
stessi francesi che ad una cappelluccia della Madonna strapparono pur
un trofeo d'azze e di barbute, memoria di Lepanto. Il sarcofago, di cui
penetrava nel muro una parte, attorno al coverchio aveva una iscrizione
in lettere gotiche, e, a tratti, le lettere sparivano, poichè la
polvere secolare ne aveva colmati i solchi.

Dietro il maggiore altare la morte era spaventosa. Si sfasciava il
coro, si coprivano di polvere gli stalli deserti, e il legno si torceva
nell'umidità, convulsionato come in riso doloroso, mostrando per lo
spaccato chiodi ritorti e brani di vecchio legno.

Lungamente, come il rettore lo aveva lasciato libero, il novello
scaccino rimase in contemplazione del coro, conquistato dalla
varietà strana di tante minute pitture, che sopra ogni stallo,
nell'inquadratura a rabeschi, ricordavano santi, o patriarchi, o
assunzioni e martirii di vergini. Su quel del priore un barbuto
Simeone circoncideva un piccolo Gesù, reggendolo in una grossissima
mano, con, a lato, la Vergine e il falegname Giuseppe, dalla bianca
barba spiovente. Il cinquecento avea profusa tutta la sua erudizione
architettonica in queste fredde pitture, di cui i tratti avevano
durezza d'incisione e austero segno ingenuo. Colonnine ed arcate a
sfondo interminabile, peristilii eleganti, fregi a serpi e ghirigori;
non uno sfumo, nessun'ombra. Eran monaci ossuti dalla deforme testa
rasa sulla quale, a uno a uno, si potevano contare i capelli aggiustati
in aureola; monaci dal collo taurino, dagli occhi astratti, le dita
curiosamente sbucanti dall'intreccio delle mani in preghiera, le unghie
accuratamente segnate dal paziente artista. Erano martiri beatificati,
dalle lunghe facce piagnucolose, dalle vestimenta orlate di stelle;
erano pargoli nudi che avevano piedi d'uomini fatti.

Le pitture diventavano rosse, si staccavano dal legno, e delle lunghe
righe di puntini neri segnavano il passaggio dei tarli. Cominciava il
banchetto de' tarli a sera e, nel grave silenzio, pareva che un'unghia
umana lievemente grattasse sul legno.

Lo scaccino si dimenticava, assorto. Di tratto in tratto, all'altro
capo della chiesa, cadeva un pezzetto di travicello roso, un frantumo,
dall'organo sconnesso, e una lieve nube di polvere si diffondeva
intorno. Pei finestroni sconquassati piovevano ombre fitte, che più
s'addensavano. Era l'ora in cui la chiesa si concedeva all'oscurità.

Lo scaccino rientrò in sagrestia. Il rettore si spazzolava,
chiacchierando con un altro prete del quale un'ombrella enorme
gocciolava sul pavimento.

— Manco male — diceva il rettore — che siete arrivato voi, don Enrico.
È il Signore che vi manda.

— È stata un'ispirazione, rettore. Pareva che una voce mi dicesse per
la via: Va, chè il rettore non ha ombrella.

Rise, mostrando una sconcia fila di denti giallastri. E levò gli occhi
al finestrone:

— Piove a rovesci.

Il rettore mormorò:

— Ah! Signore! Sia fatta la tua volontà!

Poi, come lo scaccino aspettava, impiedi:

— Siamo intesi, tu, non è vero?

— Sì, signor rettore.

— Ora vattene, ora non c'è da far nulla. T'insegno a chiuder la porta.
Domani bisogna trovarsi in chiesa alle sei....

Uscirono. Lo scaccino, accomiatandosi, baciò la mano al rettore, e
rimase ad aspettare che la pioggia finisse, addossato a una bottega
chiusa, mentre il prete si cacciava sotto l'immensa ombrella del suo
amico e s'allontanava, galoppando nelle pozzanghere.


II.

Questo piccolo uomo si chiamava Gabriele. Ma intorno al bel
nome angelico era tutta una oscurità. Vagamente il ricordo della
fanciullezza s'affacciava, ne' lunghi intermezzi di silenzio dell'anima
che, di tanto in tanto, conquistava la inutile creatura, prima di
metterla nella malinconica imprecisione del passato. Nel passato era un
freddo di persone e di cose, un mistero, un muto dolore continuo. La
scuola infantile senza sole, senza amicizie infantili, senza premii;
nel verno, una stanza paurosa in un palazzo buio, un cattivo odore
insistente, da per tutto e le scarpe fradice nelle quali i poveri
piedini gelavano. Poi la miseria, la triste miseria senza risorse e una
peregrinazione per case che lui non sapeva ed ove la madre scompariva,
lasciandolo, aspettante, nel cortile. Ella si chiamava Cristina. Or,
invecchiata rapidamente, pallida, debole, aveva soltanto conservato
nella orribile caduta il fosco lampo di due occhi pieni d'anima e
due labbra sottili e brevi che ancora sapevano maledire. Aveva fatta
una gran passione ed era stata abbandonata col figliuolo. Rubata
a due poveri vecchi, de' quali codesta infamia aveva affrettato la
morte, ella avventava lo sguardo in tanto orrore di cose, meditando,
col gomito sulla tavola zoppa, col mento nella mano, sulla fatalità
di questa uccisione lenta e sicura, la quale sterminava tutta una
famiglia. Un sol uomo aveva ferito, ed era scomparso. Mentre i colpiti
scendevano un dopo l'altro nella tomba, ella, che pur ne faceva la
strada, lo malediva, profondamente.

A Gabriele serpeva nelle vene il sangue malato e fremente della madre.
Nelle collere prorompenti contro le nervose volontà di quella donna
egli si mordeva le braccia e urlava, gli occhi pieni di lacrime, le
gote accese da tutto quel po' di sangue che gli restava. E Cristina,
cupa, lo contemplava, dal letto ove il suo male l'aveva inchiodata, il
male orribile della famiglia, implacabile.

Il rettore lo avea preso per fargli custodire la chiesa; e da scaccino
Gabriele era diventato custode, a poco a poco, perchè il prete era
avaro e le entrate impoverite non bastavano a mantenere due persone per
due ufficii diversi. Gabriele non si rifiutò. Soltanto chiese un po' di
denaro avanti, pei bisogni della famiglia. Il rettore rispose che non
poteva.

Il sagrifizio del poveretto cominciò in una piovosa mattina di
gennaio. Da prima la chiesa, piena di calma e di silenzio, gli mise una
strana pace nell'anima. Da un capo all'altro la visitò curiosamente,
perdendosi in laberinti di corridoi scuri e freddi ove non era mai
penetrato il lume del sole. All'imbrunire, quand'essa rimaneva deserta
dei pochi devoti che ogni giorno venivano a pigliarvi un'infreddatura,
egli passava in sagrestia e vi metteva in assetto le vesti sacre,
strofinando lo straccetto sulle scansie macchiate d'umido e di polvere,
e spazzolava i berretti, e passava in rivista le rotonde scatoline
delle ostie, tentato da alcuni superstiti pezzettini di esse. Di
tanto in tanto riposava, addossato allo stipo, le labbra chiuse, la
faccia anemica tutta compresa di quell'aria scema che hanno i bevitori
d'assenzio, in meditazione di nulla. Poi si metteva a sedere, stanco,
nella vecchia seggiola del rettore, dal cuoio nero tutto consumato che
di sotto agli strappi mostrava la imbottitura di stoppa. E vi rimaneva
assorto, mentre dalla vicina stradicciuola, sulla quale davano i
finestroni, il cadenzato tintinnio del ferro, che un magnano batteva
sull'incudine, lo cullava con un tremolio di vibrazioni morenti. Non
uno strepito, a volte, non un soffio turbavano l'indefinibile silenzio
del luogo. Egli si raggomitolava nella seggiola a bracciuoli, figgeva
lo sguardo sulla porticella schiusa che metteva in chiesa e che,
per la fessura, dava passaggio a un po' di luce. Una bianca striscia
s'allungava sul pavimento della sagrestia, già perduto nell'ombra,
mentre annerivano nella notte, sulle pallide pareti, i grandi armadii
in giro. L'ultima luce penetrava dal finestrone di faccia a lui e
debolmente arrivava fino a quella opposta alle vetrate. Una corda, che
pendeva dal soffitto, si dondolava, lievemente.

Tre mesi gli parvero tre secoli. Soffriva ora orribilmente: l'umido
lo avea tutto fradicio dentro; gli passava le ossa, gli dava brividi
e febbre. Cadde, una volta, a piangere sull'inginocchiatoio, la testa
arsa, invocando Cristo a gran voce.


III.

L'ultimo giorno di marzo Cristina morì, guardandolo ostinatamente,
ancor dopo morta, co' grandi occhi sbarrati, la bocca schiusa, come
se volesse chiamarlo. Egli la baciò sulla gelida faccia e svenne sul
letto. Rientrato in se stesso trovò i vicini che chiacchieravano
e aprivano le finestre e bruciavano zucchero. Cristina l'avevano
acconciata alla meglio sul lettuccio, cacciandole sotto il capo due
origlieri, spianandole le ginocchia, incrociandole sul seno le mani. La
morte rendeva ubbidiente quel corpo.

— Sentite, figlio mio, — disse a Gabriele una vicina, — meglio è che
andiate a pigliare un po' d'aria fuori di casa. Qui state male. Dio se
l'ha voluta chiamare.

Lo spinse dolcemente fino alla porta. Lui si lasciò fare, le braccia
penzoloni. Si trovò nella via senza saper come, si trovò incamminato
alla chiesa, inconsciamente.

Piovigginava fitto e nel tempo uggioso la gente tirava innanzi
silenziosa, scantonando. Schioccava, di tanto in tanto, una frusta e un
cocchiere sferzava, bestemmiando, la sua rozza, sferzato lui stesso in
faccia dalla pioggia. Sulla porta della chiesa un mendicante stendeva
la mano a' passanti.

Gabriele aveva in saccoccia la chiave della porta piccola. Fece il giro
della chiesa, entrandovi da un vicoletto. Essa era sepolta in una quasi
oscurità che la immergeva in un ignoto misterioso e profondo; il grande
altare si fondeva vagamente con l'ombra, e in quella sparivano i suoi
larghi gradini. Ancora si diffondeva nell'aria un profumo leggerissimo
d'incenso.

Lo scaccino entrò nella sagrestia. Lo assaliva il desiderio di trovarsi
solo in questa santa pace, di sfogarsi liberamente tra questi bianchi
muri pietosi. S'inginocchiò. Tornavano, co' ricordi imprecisi della
fanciullezza, le prime preghiere e gli morivano sulla bocca, rotte
dall'impetuoso delirio dell'anima e dal dolore del corpo. Era, tra
rantoli soffocati, una frenesia di pianto e di parole sconnesse e
supplichevoli.

Di colpo egli si levò, volse intorno gli occhi sbarrati. Lo avvolgeva
l'oscurità, un buio così fitto ch'egli non ebbe il coraggio di moversi,
temendo di precipitare in abissi che le tenebre gli nascondevano.
Soffocava; s'era levato per cercare acqua e non ricordava più ove fosse
la vaschetta di marmo.

Stese le mani brancicando....

Poi riescì a gridare:

— Aiuto! Aiuto!...

La stessa sua voce aumentò il suo terrore. Barcollando, mentre il
sangue gli saliva a fiotti alla bocca, trovò la porta della sagrestia,
uscì nella chiesa, afferrò la fune della campanella.

Nel silenzio vibrarono due o tre rintocchi. Egli aveva battuto con la
faccia a terra. Aveva annaspato qua e là con le dita raggranchite, poi
non s'era mosso più. La campanella vibrava ancora. Finalmente pur quel
debole suono si spense....



Scirocco


La mattinata umida e malinconosa, senza raggio di sole, moriva
tristemente nelle ultime luci fredde e annebbiate dell'imbrunire. A'
romori che nel giorno l'aria spessa e pesante aveva ammortiti, alla
vita della mattina piena di movimento, di voci, di strepiti, che il
tempo uggioso avea resi come sordi e sfiniti, succedeva adesso, dopo
un paio d'ore d'ozio snervante, l'impaziente rivoluzione della sera,
che pareva volesse reagire a quel torpore durato così a lungo tra
l'aspettare invano i soliti piccoli avvenimenti e il raggomitolarsi con
lo spirito e il corpo in un malessere d'insofferenza che la giornata
metteva ne' muscoli e nel sangue.

Alle quattro era venuta giù un po' d'acquerugiola fina e diaccia,
che filtrava i brividi nell'ossa, e a guardarla si sarebbe detto che
fosse bigia come il cielo e piagnucolosa come un'ostinazione di bimbo
malaticcio. Laggiù, in piazza San Ferdinando, i cocchieri del posto
bestemmiavano sottovoce, la testa insaccata fra le spalle, il tappetino
della vettura sulle ginocchia strette.

— Che divertimento, eh? — La gente s'era scordata d'andare in
carrozza. Ognuno casa sua la teneva a quattro passi, e poi col sole
che c'era veniva la voglia di farsela una passeggiata co' piedi nelle
pozzanghere! — E così la giornata se ne scivolava!... — Ohè?... Vengo?
Vengo?...

Ora tutte le fruste schioccavano; qualche signore dal marciapiedi di
faccia voltava gli occhi a destra e a manca, aspettando che spuntasse
una carrozzella di passaggio per risparmiare un paio di soldi, che,
tanto si sa, quelle del posto non si muovono se non le trattate a
dovere e vogliono la corsa intera per quattro passi come le hanno
avvezzate i signori ricchi che portano il collo stretto nel solino,
lo staio sulle orecchie e vanno a Chiaia senza sporcare i cuscini,
con le palme delle mani sulle cosce. Ma intanto con quel tempo e con
quella scarsezza il posto s'arrendeva, lasciandosi fare. — Otto soldi
al Museo! — diceva il signore. — Datemi mezza lira. — E l'altro, duro:
— Otto soldi! — Il cocchiere ci pensava un pezzo prima di decidersi a
pigliarlo per quella miseria, ma intanto come il signore s'impazientiva
e faceva per voltargli le spalle, e allora con una santa pazienza lo
chiamava:

— Sentite.... andiamo.... salite

Dal posto i compagni stavano a guardare, seguendo con gli occhi
il battibecco, indovinandone le offerte e le transazioni. Lui pel
sacrificio che aveva fatto si sfogava con la povera bestia, la quale
scotendosi tutta con un balzo alla prima frustata incollerita che le
toglieva il pelo, rabbrividiva di sorpresa e di dolore. E mentre nel
pigliar l'aire dava una strappannata al panciere, lui ritto in serpa,
mangiandosi la lingua, scoteva la mano all'aria due volte, e spiegava
le dita a mostrare ai compagni quanti soldi pigliasse.

Le ombre scendevano rapidamente: dalle basi rotonde de' fanali, di cui
la fiamma a gasse si dondolava leggermente fra i vetri appannati, la
striscia nera della colonnina si proiettava ad angolo su i marciapiedi
umidi, e in cima la lanterna ingrandiva smisuratamente, spandendosi.
C'era poi, sopra l'insegna di un magazzino, il grande orologio di
Riccio, che luceva da tutte e due le facce, pallido come la luna, e
faceva venir la malinconia, malgrado vi fossero sopra due grandi ali
dorate come quelle degli angioli a lato dell'altar maggiore.

Allungandosi lo sguardo arrivava sino al principio della scesa del
Gigante; laggiù il verde cupo degli alberi si fondeva col cielo tutto
d'un pezzo, nero come il carbone.

Ma nello spiazzato innanzi alla gran massa del palazzo reale, tutti i
lumi s'eran data la posta come ogni sera, e assieme ai fanali grandi a
cinque rami, di sotto alle colonne del peristilio, le lampade a bomba
rischiaravano la piazza deserta e silenziosa, ove pareva che andasse a
morire nell'immensità del vuoto tutto il romorio di Toledo.

In questa brutta serata di marzo, come sonarono le sette all'orologio
di piazza Dante, tanto debolmente che appena lui potette seguirne i
rintocchi, Manlio si decise ad uscire. Dopo aver leggiucchiate le prime
pagine di un romanzo nuovo, di cui si era annoiato a morte, fra le
cinque e le sei di sera s'era buttato sul letto, volendo gustare, per
la prima volta dopo un mese, la voluttà del sonno a quell'ora. Così tra
l'appisolarsi e il rimaner cogli occhi aperti per un pezzetto a guardar
nel soffitto le ragnatele lasciate in pace, stette un'ora buona,
in forse se dovesse uscire o rimanersene a casa, ora che il tempo
minacciava.

Manlio: un bel nome, di cui doveva la romanità severa alla madre buona
e intelligente che s'era ridotta in provincia a seguire il marito
e c'era rimasta perchè lui contava di raggranellare il suo po' di
sostanza, vendendo dei fondi che da assai tempo lacerava a furia di
liti l'ostinato accanimento di tre eredi, fra i quali egli era primo.
Con le buone parole, co' sacrificii e la pazienza lui si era fitto
in capo di spuntar la faccenda, e le cose andavano bene. La signora
Maria scriveva al figliuolo, ogni settimana, lettere piene di cuore e
di rimpianti, promettendo, a rassicurarlo, che sarebbe tornata subito,
arrischiando timidamente, con una dolcezza di parole che nascondevano
la severità, dei piccoli ammonimenti nei quali tremava, inconsapevole,
il suo grande amore di madre lontana. Manlio, leggendole, si commoveva.
Ora la solitudine, che fra tutte le sue vaghe aspirazioni di fanciullo
nervoso, era stato sempre il desiderio più intenso, lo spaventava,
rimettendogli innanzi agli occhi il ricordo di certe sere calme
d'inverno, quando la pioggia batteva a' vetri ed essi chiacchieravano
sottovoce nel tepore della stanza, mentre il padre leggeva la gazzetta
e fumava. Nei brevi momenti di silenzio, quando la signora Maria s'era
lasciata scappare una maglia della calza che lavorava, s'udiva dal
lettuccio il respiro uguale della bimba che dormiva con una manina sul
petto. Che sere! Lui raccontava i suoi progetti, si animava facendo
mille castelli in aria, lasciandosi trasportare, gesticolando sottovoce
e la brava donna sorrideva, contemplandolo tutta pensosa, e le maglie
della calza scappavano. Ma eran sogni d'oro quelli che lo cullavano
allora; dormiva sino a giorno tutto d'un fiato sotto la coltre spessa
che, a volte, quando non aveva ancor chiusi gli occhi, si sentiva
rimboccare sotto al mento dalle mani leggere della madre....

Questo pensava Manlio in quella sera di marzo, smaniando sul letto, che
scricchiolava, voltandosi da tutte le parti come se fosse sulle spine.
All'ultimo, mentre l'oscurità empiva la stanzuccia e lui non vedeva
altro se non, di faccia, il vano della porta anche più nero dell'ombra,
una strana inquietudine lo prese. Quasi gli venne paura che da un
momento all'altro, così, solo com'era, in quel silenzio, in quella
oscurità avesse a mancargli la vita. Quando si levò, cercando tentoni i
fiammiferi, le mani gli tremavano e durava fatica a tirar su il fiato.

— Impossibile, — mormorò, com'ebbe acceso il lume e gli tornò l'animo,
— impossibile!... Questa è vita che non può durare....

Si vestì e scese. Mettendo il piede nella strada si ricordò di non
aver preso il paracqua. Stette un momento in forse se dovesse risalire
o tirar via facendone a meno, tanto era un'acquerugiola minuta che
non faceva male, e poi rifar daccapo settanta gradini era una cosa
che lo seccava abbastanza. Si mise in cammino, scendendo per Toledo,
con le mani in tasca e la testa china, tutto pensoso. Che si sentisse
dentro lui stesso non lo sapeva: era un malessere, un'oppressione,
un'insofferenza, che lo rendevano odioso a se stesso; fra tutto lo
impensieriva ora come un intuito delle disillusioni che gli toccherebbe
di sopportare; indovinava le aspettative insoddisfatte, a cui da
un momento all'altro si troverebbe di contro nella sua piccola vita
serale, della quale si faceva il conto che il tempo cattivo dovesse
stornare le abitudini. Difatti, entrando nel caffè ove gli amici erano
soliti a raccogliersi accanto alla gran tavola di marmo, trovò ch'essa
era deserta, e andò a sedervi aspettandoli. Chiese il caffè e gli parve
addirittura acqua calda; lo sorbì tutto d'un sorso dopo averlo fatto
raffreddare, non volendo avere la pazienza di centellinarlo col gusto
che ci pigliava ogni sera. Nel caffè c'era una piccola orchestra che
di colpo si mise a suonare un walzer fritto e rifritto, un'antipatia
di musica frettolosa e saltellante, che mise una gaiezza stupida fra
i consumatori. Lui, di faccia a un borghese che batteva il tempo col
cucchiaino nel vassoietto, si sentiva un formicolio nelle mani; gli
avrebbe voluto buttar la chicchera in faccia.

Cominciava a dolergli la testa; gli occhi, in quella nebbia che il
fumo dei sigari spandeva nel locale chiassoso, gli s'intorbidivano e
gli diventavan piccoli. A un momento, mentre uno spilungone di maestro
di musica batteva sconciamente sui tasti del pianoforte, egli sentì
il colpo secco e la vibrazione, per un secondo, d'una corda che si
spezzava facendo «zin!», cosa che gli raggricciò la pelle. S'alzò, e
guardò all'orologio sul banco del padrone; erano le nove, gli amici non
sarebbero più venuti.

E, lentamente, con le labbra strette, infilò la porta che metteva sulla
piazzetta innanzi al Municipio. Pioveva sempre allo stesso modo. Lui
si mise a camminar dritto avanti a sè, non sapendo che via pigliare
per tornare a casa più presto, ora a piccoli passi, ora affrettandoli
per trovarsi subito fra le sue quattro mura. E camminando si rodeva
dentro con gli amici che non erano venuti, con la umana leggerezza
che dimentica tutto, con se stesso che era tanto ingenuo da contare
su tutti. Avrebbe voluto che i compagni avessero indovinata la sua
solitudine in quella sera, avrebbe voluto che fra essi uno solo almeno
avesse pensato a farsi trovare per tenergli compagnia — che diamine!...

I suoi nervi in quel momento avevano acquistata una tensione
straordinaria. Gli scoppii romorosi delle fruste, quando gli passavano
accosto le vetture, lo irritavano; bestemmiava sotto voce, sbuffando,
come inciampava nell'oscurità col piede in una rotaia di tranvai che
lo sbalzava da un lato, sorprendendolo dolorosamente. La luce dei
magazzini gli abbagliava gli occhi; a volte sentiva fra le spalle come
delle punture di aghi, che gli davano per un momento l'irritazione
d'una bestia inquieta.

Ora si trovava di faccia al teatro San Carlo. Entrò lentamente sotto il
porticato. Si fermò a leggere un cartellone mezzo lacerato che pendeva
a uno de' muri. S'accorse che sotto a quel muro una persona, che lui
conosceva molto da vicino, stava tranquillamente accendendo un sigaro.
Si adocchiarono nello stesso momento; Manlio s'accostò, con la mano
stesa.

— Buonasera, signor Roberto.

— Buonasera, Manlio; come va?

— Eh! — disse lui, facendo spallucce. — Son seccato....

L'altro, passando il sigaro nell'angolo delle labbra, fece per
incamminarsi. Manlio gli tenne dietro, stringendoglisi accosto. Gli
pareva, che quegli non gli avesse detto addio per stare un po' assieme,
e intanto già s'annoiava della compagnia.

Costui era un uomo sui quaranta, scriveva per i giornali, era tenuto
in molta stima nel suo paese e godeva d'una certa fama di serietà e
di onestà. Quella sera aveva l'aria d'uno a cui è capitato un guaio e,
piccolo piccolo com'era, col gran cappello su gli occhi, il bavero del
soprabito alzato, faceva quasi compassione.

Dopo un momento di silenzio, camminando sempre, disse:

— Dove andate?

— A casa.

— Che brutto tempo!... — fece l'altro, senza guardarlo in faccia.

— Tempo canaglia.... — rispose Manlio, coi denti stretti.

Vi fu un altro momento di silenzio, poi, lentamente, quello del sigaro
mormorò, con un risolino forzato:

— Come mi vedete ho perduto poco fa duecento franchi.

— Ah? — disse Manlio, senza commuoversi, come se non avesse capito bene.

Poi non vi fu più una parola. Il signor Roberto camminava tutto
astratto, a capo basso, studiandosi di mettere il piede sempre nel
mezzo delle lastre del selciato, provando una piccola contrarietà
quando per inavvertenza gli capitasse tra le commessure. Manlio
non vedeva l'ora di toglierselo d'accanto. Ora una collera sorda
lo disponeva contro quest'uomo che perdeva duecento lire come se
niente fosse e se ne andava passeggiando in una serata come quella. E
l'altro, mentre badava stupidamente a regolare il piede in modo che si
trovasse sempre nel mezzo del lastrone, pregava tutti i santi perchè
mandassero via questo giovinotto pittimoso, del quale la muta e pesante
compagnia gli cadeva addosso come un incubo. Così per venti minuti di
cammino, tornando a poco a poco ciascuno alle sue idee nere, quasi
non accorgendosi più della loro vicinanza, non aprirono bocca. A un
punto, sul marciapiedi, poco lontano dalla casa di Manlio, una donna,
una signora bellissima, sola, stretta in un lungo scialle nero, alta,
pallida, fiera, passò loro accosto. Fu come una visione.

— Che bella donna! — mormorò Manlio, come parlando a se stesso.

— Bellissima.... — sospirò l'altro, senza alzar gli occhi.

Di colpo si guardarono, si tesero le mani contemporaneamente,
stringendosele. Si erano fermati per un secondo.

— Addio, — disse il signor Roberto.

— Addio, — rispose Manlio.

Lentamente entrò nel palazzo ove abitava e si mise a salir le
scale. Quando fu in casa, senza togliersi il soprabito umido, buttò
sulla tavola il cappello a cencio, provando uno strano batticuore,
un'emozione nuova e misteriosa. Tentò di mettersi a scrivere, pensando
che questo dovesse distrarlo, compilando in mente, rannicchiato
sulla seggiola innanzi al tavolino, una lettera alla mamma, piena di
tenerezze e di sfoghi.

Ma quando cercò invano i fiammiferi si ricordò d'averli dimenticati
al caffè. E innanzi a questa piccola contrarietà ebbe un momento di
immensa disperazione. Si gettò bocconi sul lettuccio, mordendo nella
furia il cuscino, torcendo le lenzuola nel pugno, singhiozzando.

Pioveva sempre, ma la pioggia non batteva ai vetri con lo stesso ritmo
dolce delle lunghe serate in famiglia, nè alcun lume nella stanzuccia
poteva mostrargli la faccia pallida e sorridente della madre e in
fondo, nella penombra, il lettuccio della piccola sorella dormente....

Così, in quella triste serata umida e tetra, in quello scompiglio
nervoso che infuriava sul suo morale tormentandogli il fisico a scosse
dolorose, egli solo, solo nella sua amarezza incosciente, in quella
oscurità fitta della cameretta si mise a urlare come un pazzo.



Gli ubriachi


Quanto se n'avessero cacciato in corpo, dalle dieci di sera ch'erano
arrivati sino alla mezzanotte vicina, lo sapeva soltanto il garzone del
vinaio che all'ultimo, appena adocchiò don Michele che metteva la mano
in saccoccia, s'accostò alla tavola come a volerci passare sopra lo
strofinaccio.

— Quanto si paga? — disse don Michele, cominciando a contare i soldi.

Il garzone strofinando lo straccio sulle chiazze di vino si faceva il
conto a memoria. E dopo un momento, senza levar gli occhi, rispose:

— Tanto; quarantotto soldi e la vostra buona grazia.

Vi fu un silenzio. L'altro rimaneva stupefatto. Aveva messo sulla
tavola il mucchietto dei soldi e contemplava il garzone con gli occhi
lagrimosi.

— Quarantotto soldi.... — mormorò, — quarantotto soldi!... Cioè....
fanno due lire....

— E otto soldi, — disse il garzone, — ci ho messo anche i sedani che
avete mangiato.

— È troppo giusto, — sospirò don Michele.

Si mise a contar daccapo. Ora si frugava per trovar due soldi che
mancavano. Rovistava nelle saccocce del panciotto, rovesciandone
infuori la fodera, col petto stretto al taglio della tavola. Miche
di pane secco, pezzettini di tabacco, delle medagline di rame, un
mozziconcello di matita gli cadevano innanzi senza che i soldi ne
venissero fuori. Lui, cercando ancora, s'impazientiva, con le mani
tremanti che non avevano forza nelle dita.

— Dove li ho messi? — borbottava fra sè e sè, guardando, con le labbra
strette, ne' travicelli del soffitto come a volerli interrogare.

Dal banco, accarezzandosi il mento con la mano rossa ed enfiata, il
vinaio ci pigliava gusto, ammiccando al garzone che ronzava con lo
straccio fra mani e tirava, per ridere, a far scomparire di su la
tavola il mucchietto de' soldi.

— Guardate, — diceva don Michele, volgendosi attorno, — questa è nuova.
Uno da un momento all'altro non si trova più il denaro addosso!...

Così dovette ridursi a svegliare il compagno che dormiva come se niente
fosse, con le mani aperte sulle cosce e il naso fra lo sparato del
soprabito.

— Eh? — fece quello, provando ad acconciarsi sulla panchetta. — Che è
successo? Sognavo ch'era successo il tremuoto...

Vi fu una risata fra tutti. Lui guardava in giro, un po' incollerito,
un po' mortificato. Lentamente, reggendosi allo spigolo della tavola,
si chinò a raccattare il cappello che gli era caduto per terra e ci
aveva messo un piede sopra come se fosse un cencio. Senza pensare a
ripulirlo lo guardò a lungo con una attenzione stupida, girandolo da
ogni verso. Poi se lo mise sul capo e disse:

— Ce ne andiamo?

— Un momento, — rispose don Michele, — qui mancano due soldi.

L'altro non capiva; s'era levato a stento, afferrandosi alla tavola con
una mano, armeggiando con l'altra a casaccio come se cercasse qualcosa,
a rischio di cavar un occhio alla bimba del vinaio che gli era venuta
a ridere accosto. Poi ricadde a sedere e dette in un gran sospirone,
allungandosi traverso.

— Sentite, compare, — ribatteva don Michele con la voce smozzicata, —
ci vogliono due soldi.... Li avete due soldi.... eh?

— Che cosa? — borbottava l'altro senza muoversi.

— Due soldi.... per aggiustare il conto del vino.... E poi ce ne
andiamo....

Il poveraccio gli fece cenno che gli frugasse addosso. Smaniava pel
vino che gli saliva alla gola e non aveva forza di movere un dito. Alla
fine, come Dio volle, don Michele riuscì a pigliargli quattro soldi
dalla saccoccia dei calzoni, sudando come un cavallo. In quell'afa,
nel romorìo di voci di cui lo stordiva l'unità chiassona e continua, il
vino gli montava al capo co' suoi fumi caldi e tremolanti. La cantina
gli pareva soffocante, senz'aria, troppo illuminata e troppo irritante.
Gli occhi gli s'imbambolavano, a ogni momento se li asciugava con la
pezzuola, che su le gote accese gli metteva un dolce senso di frescura.
L'altro, un cocchiere da nolo, che a prima sera avea messo dentro
cavallo e carrozza, non trovava pace, ora che il sonno gli era stato
spezzato così d'un subito.

— Sentite a me, — consigliava don Michele, — andiamocene a casa.

— Ora? — balbettò il cocchiere, — ma è presto.

— Scherzate? È mezzanotte.... Sì, è presto!... È mezzanotte, — diceva
don Michele, facendo per reggersi in piedi. — E se non volete venire —
minacciò, perdendo la pazienza — me ne vado solo e buonanotte.

Ma fuori, sotto alla porta aspettò che uscisse, appoggiandosi con le
spalle allo stipite. L'altro, dopo un momento, venne fuori anche lui,
aiutato dal garzone che se lo menava innanzi a spintoni puntandogli una
mano fra le spalle.

— Don.... Michele!... — chiamò il cocchiere.

— Son qua, — disse lui, mentre nell'aria fresca gli battevano i denti e
dei brividi gli salivano pel corpo, — mettetevi a braccetto.

Traballando gli prese il braccio e se lo ficcò a forza sotto al suo,
serrandolo come meglio poteva fare. Il cocchiere, col cappello che gli
era cascato su gli occhi, barcollava ch'era un piacere.

— Per dove.... andiamo? — mormorò.

— Di qua, sempre diritto...

Pigliarono per Foria, sfregandosi ai muri come gli asini. A ogni
passo falso andavano a battere nelle porte chiuse delle botteghe.
Innanzi a loro la via larga s'apriva, allungandosi a perdita di vista,
biancheggiando sotto alla luce giallastra de' fanali.

Era stato lunedì del carnevale e la gente in tutta quella giornata
s'era sbizzarrita a buttarsi in faccia il gesso, come se non avesse
fatto altro in tutta la vita. Gran bella porcheria! Ora in quella
polveraccia bianca, che appena la si smoveva faceva venir la tosse
a stianti, s'affondava sino alla caviglia come sulla via nuova. Alle
botteghe le insegne erano screziate di bianco e pareva che di sopra ci
fosse cascata su a goccioli la calce d'una imbiancatura alla facciata
del palazzo. Qua e là, quando meno ci pensavano, a' due compari si
parava innanzi un mucchio di polvere e di spazzatura che li sviava,
spingendoli l'uno addosso all'altro, nello stringersi che facevano.

Il cocchiere, cotto come un pulcino, s'era messo a parlar da solo
e diceva un mondo di scioccherie, guardando per terra. Di colpo,
trascinandosi dietro don Michele, si chinò e prese una manata di gesso.

— I coriandoli!... — borbottò con voce rauca. — Oggi è carnovale....
Ah! caspita!

— Nossignore, — protestava don Michele, che s'accorse della mala
parata. — È finito carnovale.... È finito.

— Oggi.... è carnovale, — rideva il cocchiere, barcollando.

E d'un subito gli sgusciò di sotto al braccio, levando il pugno. Don
Michele fu colpito in faccia, alla mascella. Il gesso gli scese giù pel
colletto nella camicia, lasciandogli sopra la spalla una gran macchia
bianca.

Il cocchiere rideva a rantoli. S'era accoccolato in mezzo al
marciapiedi con le mani sui ginocchi, e si godeva la bravata.

— Questa non si fa, — disse don Michele passando sulla faccia la manica
del soprabito, — lasciate stare il gesso che fa male agli occhi....

L'altro, raddrizzandosi, pigliava nell'ubbriachezza un'aria spavalda.
Gli s'accostò barcollando e, col fiato puzzolente, le braccia
penzoloni, gli si venne a metter sotto al muso:

— Ebbene, — borbottava, — vi siete offeso?... Vi siete offeso?...

— Andiamo, — fece don Michele, tornando a stringerselo sotto al braccio.

Quello si lasciò fare, mormorando. Tirarono innanzi fermandosi a ogni
quattro passi, ragionando ognuno per suo conto. Nella via deserta don
Michele, senza saper come, si mise a raccontare le prodezze della sua
gioventù, affastellando bugie come più gli capitavano. Il cocchiere
ascoltava, interrompendolo a monosillabi.

— Una volta, — diceva don Michele, — io quando facevo il soldato.... Se
sapeste che fatti potrei dire.... Vi ricordate la guerra di Crimea? Mio
padre ci stette.... Sentite il fatto del re di Russia coll'ambasciatore
della Francia.... Sentite, voi?...

E come l'altro mugolava senza rispondere, seguitò:

— Il re di Russia aveva detto non so che parole d'offesa.... Venne
l'ambasciatore e disse: Maestà vi voglio far vedere una cosa.... Va
bene, disse il re di Russia, andiamo a vedere.... Voi sentite?

— Sissignore, — balbettò il cocchiere.

— L'ambasciatore se lo portò a braccetto al porto di mare e gli mostrò
tanti bastimenti tutti pieni di soldati.... e tenevano i cannoni pronti
e le miccie accese.... Compare, voi sentite?

— Sicuro, — rispose il cocchiere, — e poi?

— Perchè se non mi sentite è inutile parlare, — disse don Michele.
— Disse l'ambasciatore: Maestà se vi movete spariamo tutti i cannoni
contro la città.

— Sangue di Bacco! — urlò il cocchiere, interessandosi. — Bene.... e
poi?

— Disse il re di Prussia: Ora venite con me, all'ambasciatore. E se lo
portò a palazzo reale. Là c'erano più di centomila cannoni pronti a far
fuoco e.... state a sentire.... lui disse all'ambasciatore: Vedi questi
cannoni?... Sì, Maestà.... Sai che sei solo?... Sì, Maestà.... Ebbene,
disse il re di Prussia, ora spara....

Seguì una parolaccia a cui fece eco un'esclamazione del cocchiere.

— Evviva! Bravo! — gridava costui, entusiasmandosi. — Così gli disse?
Evviva! Evviva!...

— Che vi pare? — disse don Michele.

— Evviva il re di Prussia! — urlò il cocchiere con le braccia levate.

— Zitto.... per carità!... Mi volete far arrestare? — mormorava don
Michele.

— Bella parola! bella parola! — gridava il cocchiere, trascinandoselo
dietro. — Evviva!...

Fece due passi e cadde.

— Ah! compare! — esclamò don Michele, tirandolo per un braccio. — Non
vi buttate per terra....

— Aiutatemi, — borbottava il cocchiere, brancicando.

Passavano delle signore; due che stavano a braccetto chiacchierando, si
trassero indietro spaventate, e misero dei piccoli strilli di terrore.
Poi scapparono, guardandosi indietro, come se li avessero alle spalle.

— Ah! mio Dio! mio Dio! — piagnucolava una, tenendosi stretta per mano
una bimba incappucciata che le cacciava il capo fra le sottane.

Dei signori che le accompagnavano correvano dietro, rassicurandole. —
Ah, davvero, era una cosa abbastanza sconvenevole veder degli uomini
che si gettano per terra, in mezzo a una via pubblica, per dove la
gente passa all'uscire del teatro! — E come il più giovanotto si dava
assai da fare, e strepitava per la paura che s'eran pigliata le donne,
e a forza voleva chiamare una guardia, un vecchietto che andava con
loro disse che lasciasse stare, perchè era l'ultimo giorno di carnevale
e per un anno si sarebbe rimasti in pace.

Laggiù, sotto una bottega, i due continuavano a questionare come se
stessero a casa loro. Da lontano le signore si voltavano ancora a
guardarli, affrettando il passo. Era una macchia nera che a volte si
moveva comicamente sul gran bianco del marciapiedi, e a volte, nel
silenzio, un'esclamazione rauca che metteva loro i brividi addosso.

Il cocchiere s'era steso addirittura a terra e non voleva saperne
di tornare a casa. Tutto il corpo gli si era intorpidito, balbettava
parole confuse e rotte, con la lingua grossa che gli pesava, girando
il capo da ogni verso. Don Michele, poveretto, perdeva il fiato a
volerlo persuadere. Gli si chinava all'orecchio, lo tirava pel braccio,
impietosendosi.

— Ah! compare, — lamentava, — che m'avete fatto, compare mio!...

Provò a sollevarlo e gli cadde sulla pancia. Il cocchiere mise un urlo
di dolore, bestemmiò sottovoce e non si mosse più.

Don Michele, annaspando con le mani nella polvere, s'afferrò alla
colonnina del fanale per rimettersi in piedi.

— L'ho ammazzato.... — mormorò. E fu preso da un terrore improvviso.

Gli tornò accosto e lo scosse, dolcemente.

— Compare.... compare.... v'ho fatto male?

L'altro sospirava; ora il vino gli diventava nero, tanto che, di colpo,
si mise a piangere come un vitello.

— Gli ho fatto male, — balbettò don Michele, udendolo singhiozzare a
quel modo che faceva proprio compassione.

Poi, all'improvviso, fu preso da un impeto d'egoismo.

— Ora me ne vado e lo lascio solo, — pensò, guardandolo mentre si
lamentava ancora e balbettava nel pianto.

Così, pian pianino, s'allontanò, voltandosi indietro a ogni passo.
Ora nella strada si faceva un silenzio profondo; lui s'aspettava da un
momento all'altro di vedersi capitare addosso i carabinieri. Per questo
rasentava i muri, cercando l'oscurità e l'appoggio. A volte uscendo dal
buio la sua ombra si disegnava a terra, dondolandosi come la campana
del Carmine quando suona a morto. Allo svolto, nel chiarore d'un fanale
che gli faceva veder doppio, inciampò, sbattendo le mani all'aria.

Poi daccapo rientrò nel buio che per buon tratto si fondeva su i muri,
nel vicoletto. Parlava solo, pensando ancora al compare abbandonato
laggiù in mezzo alla via.

— Io? — mormorava, figurandosi di dover rispondere del cocchiere a
qualcuno. — Ma io non lo conosco!... Com'è vero Dio non lo conosco....
Lui è caduto e s'è fatto male.... Come si chiama?... E se io non lo
conosco?... Che vi posso dire?... È stata una disgrazia.... è caduto
e s'è fatto male.... È ubriaco.... È un porco.... Ha bevuto quattro
litri.... Così ha detto lui.... Chi ne sa niente? Signor brigadiere....
Se mi credete.... Sull'onore della mia famiglia....

Si fermò, parlando a un muro, nell'ombra. Ora il silenzio era grande,
nessuno passava. Si tolse il cappello, salutando; poi fece spallucce e
si rimise in cammino. E continuò a negare:

— Non lo conosco! Ma a forza mi dev'esser compare?... Ma se io non lo
conosco!...



Sfregio

                         _Fronn 'e vurraccia,_
                         _Se nun te piglie a me te taglio 'a faccia!_


Con Peppinella si volevano tanto bene che avrebbero fatto a morsi; così
di quello scandalo Nunziata n'empì tutto il quartiere per due giorni di
fila e ne parlava sempre, tanto che al sabato, quando Peppinella seppe
chi avesse data la voce e andò a trovare la spiona proprio innanzi alla
casa, vennero alle brutte e si strapparono i capelli a manate. Quando
le divisero, e ci volle molto, ansimavano che pareva avessero fatto una
corsa e si guardavano ancora con tali occhiate velenose che si credette
volessero ricominciar daccapo. La lotta era stata muta, senza un grido,
nè un'insolenza; ora pigliavano fiato per lanciarsi ingiurie da trivio
e giuravano sull'onore offeso ch'era un divertimento a sentirle.

— Parla mo', — disse Peppinella, mentre la tiravano via, — t'ho sciolta
la lingua, bruttona!

— Schifosa! schifosa! — urlava l'altra, con le braccia levate, —
sappiamo tutto, sappiamo! Sei stata vista, t'ho vista io e non è il
primo, va, ne hai di moscerini attorno, e ci mangi....

— Va, va! — disse Peppinella che stava a sentire e sorrideva di rabbia,
stringendosi alla vita la veste strappata. — E tu no? Fai l'onesta?...
Fa l'onesta, fa, vedete, e la sera Carmeniello le sciupa la faccia.

— Chi? — fece Nunziata, con un slancio terribile per gettarsele
addosso. — Io? La sentite? Io? Qui s'odora di rose e ci tengono in
palma di mano, ci tengono! Guardate chi parla: tu sei marcia.

A Peppina un tremito nervoso agitava tutto il corpo; diveniva pallida
per l'ira e quando sentì l'insulto, che provocava delle occhiate
ironiche nella folla, si voltò come se cercasse qualcosa. Sulla
panchetta del calzolaio c'era la gran pietra di marmo ove si battevano
le suola; l'afferrò a due mani, coi denti stretti, levandola alta per
lanciarla. Dei gridi di orrore la trattennero, spaventandola; d'attorno
a Nunziata le donne si scostavano, abbassando la testa, rasentando il
muro; ella stessa che non s'aspettava una cosa simile stendeva innanzi
le braccia e chiudeva gli occhi per non vedere.

Ma il calzolaio, un giovanotto che sino allora era stato soltanto a
sentire ridendo di piacere, s'era già levato.

— No! no! — disse, facendosi serio, — questo non si fa: lasciate stare
la roba mia.

Lei si lasciò togliere di mano la pietra, guardando Nunzia che
ripigliava fiato, e poi si riaccostava per ricominciare. Allora le
donnicciuole, che avevano paura che dovesse finir male, si misero a
strillare.

— Volete finirla o no? Nemmeno quelle di mala vita parlano così!... E
siete zitelle! Chi volete far ridere?

E nella folla, mentre i curiosi arrivavano da tutte le parti, una
di loro, Rosa Monaco, s'affaccendò a metter pace, scalmanandosi per
abitudine. Era già strano che non fosse capitata sino adesso in quel
chiasso femminile; ora la gente del quartiere, che di lei sapeva vita e
miracoli, se la disputava, cogliendo l'occasione per metterle le mani
addosso, mentre lei si dava da fare, zoppicando sulla gamba offesa.
E in mezzo a quella ressa, Rosa ancora vegeta e robusta coi suoi
quarant'anni addosso, s'agitava strepitando, con delle grandi risate
che mettevano in mostra i denti bianchi come l'avorio. Il ricordo
piacevole della sua gioventù le tornava adesso alla mente, risvegliato
da quella rissa di ragazze.

— Che c'è? Niente, — diceva, — sono le ragazze che si spennacchiano. E
ci avete colpa voialtri uomini, che Dio ne possa sperdere la semenza!

E come i giovanotti riescivano persino a darle dei pizzicotti, ella si
schermiva, affannandosi, con piccoli strilli di donna solleticata.

— Neh? Ebbene? Le mani a posto!... Guardate, fatemi passare, chè
s'accapigliano un'altra volta. Faranno correre le guardie!

In tutto questo diavoleto che metteva in moto la Concordia, lassù
ai vicoli di Toledo, ci aveva colpa quella benedetta leva che s'era
pigliati i poveri figli di mamma e anche Tetillo, l'innamorato della
Peppina; e lo scandalo era nato perchè solo cinque giorni dopo che
Tetillo era andato a Perugia, che qui non si sapeva se stesse in
Egitto, Peppinella fu veduta passeggiare a sera, con un giovanotto, sul
Corso Vittorio Emanuele.

A sentir Nunziata, la sfacciata camminava a testa alta, lungo il
parapetto, facendo gli occhi dolci al giovanotto che la teneva per mano
e le dondolava il braccio. Sotto al fanale, quando proprio s'erano
incontrate faccia a faccia, la brunetta aveva salutato Nunziata
sorridendo, senza scomporsi, come se non avesse fatto altro per tutta
la vita.

Così la notizia si seppe la sera stessa, perchè a Nunziata bruciavano
i piedi d'arrivar subito alla Concordia e gridarla anche ai muri; fatto
sta che gliene venne male, perchè, nella rissa, Peppinella, ch'era più
forte, se la mise sotto e Nunzia le prese e le prese davvero, tanto che
n'ebbe un orecchino strappato e lo scialle in brandelli.

Quando le divisero daccapo, Nunziata sedette innanzi alla porta di
casa e rannodò dietro la testa i capelli che le si erano sciolti e
le cadevano pel volto. Di tanto in tanto un sussulto nervoso, come un
singhiozzo, le saliva alla gola e negli occhi le passavano lagrime di
rabbia. E in silenzio, raccogliendo a una a una le peripezie di quella
lotta, si rodeva della sconfitta che ora le dava delle strane idee di
vendetta, e pensava al male che avrebbe potuto fare a Peppinella con un
desiderio di rivincita rumorosa.

— Hai fatto peggio a darle retta, — le disse un'amica, appressando la
sedia a quella di lei, — ci si perde sempre con questa gente....

— Va bene, — disse Nunzia, mordendosi le labbra bianche, — s'è fatto
qualche cosa.... poi è stata lei che è venuta qui. Non ne parliamo più.

Intanto guardava sempre di sottecchi Peppina che, pochi passi distante,
aveva l'aria di non badarle e girava con aria distratta attorno alla
panchetta del calzolaio. E guardava sempre finchè l'altra s'allontanò a
piccoli passi, le mani dietro le spalle, impettita e sorridente, mentre
un mormorio la seguiva. E quando così giunse allo sbocco del vicolo
ove c'era ancora qualcuno, come se niente fosse stato, mentre aveva la
morte nel cuore, dondolandosi leggermente, si mise a cantarellare:

    _Me faie na pena, ah!..._

Ma quando si trovò sola nella strada solitaria, il canto le morì sulle
labbra, portò il grembiale sciupato alla bocca, lo strappò con un
impeto convulso e si volse indietro fermandosi, guardando innanzi a
sè con gli occhi rossi nel vicolo oscuro ove indovinava dei commenti
arrischiati e una opinione già dubbia sulla sua onestà.

— Hai ragione! — mormorò torcendosi le mani. — Ma t'ho da far piangere
sangue, va!

Pure si tennero il broncio soltanto due giorni, perchè, al martedì,
quando Carmeluccia _la capera_ venne da Nunzia a pettinarla e le
fece intendere, mettendole le forcinelle nei capelli, che Peppinella
voleva far pace e le mandava a dire che quella brutta sera l'aveva
dimenticata, Nunzia si trovò a dire di sì senza che l'avesse
nemmeno pensato. E lo stesso giorno, innanzi a tutto il vicinato,
s'abbracciarono e si baciarono; Peppinella, che in fondo era una
ragazzona e aveva il cuore tenero, si mise a piangere; l'altra non ebbe
un sussulto, le restava ancora nell'anima il pensiero della rivincita
che nessun conforto poteva addolcire. Così del fatto non se ne parlò
più. Intanto Peppinella cambiava innamorati a settimana, tornava a casa
tardi e a volte tutta rossa come se fosse stata a cenare in compagnia,
e non ci badava nemmeno agli sguardi di curiosità maligna di cui,
mentre passava, la investivano le comari del quartiere. Tanto lei non
se ne dava per intesa. Era venuta su tutta in una volta, passando in un
momento dalle forme indecise di fanciulla a quelle forti e voluttuose
di giovane fatta, e correva ora su questa via poco sicura con una
sbadataggine da bambina, punta solo dai desiderii ardenti della sua
gioventù. Per questo, lassù alla Concordia, lo scandalo cresceva giorno
per giorno, e quando, dopo due anni, Tetillo ritornò da Perugia, sul
conto di Peppinella se ne dicevano di nere come il carbone.

Due anni fanno presto a passare; Peppinella se lo vide addosso appunto
quando meno se l'aspettava; egli capitò alla Concordia la mattina di
santa Teresa, quando c'era la festa alla strada vicina.

Nunzia lo fece appena arrivare, e la stessa sera mentre lui tornava da
salutare la siè Rosa, che lo conosceva da bambino, gli disse le cose
come stavano.

— Per la Madonna del Carmine! — balbettò Tetillo, diventando bianco
come un cencio. — Ma è vero quello che mi dite, Nunzia?

— Per chi m'avete pigliata? Credete che voglia attizzar fuoco per
ridere? Tant'è, adesso anche le pietre della via lo sanno.

— Ah! sangue di Cristo! — mormorò lui. — Per questo, quando sono
venuto, lei non m'ha detto nemmeno ben tornato, e la gente mi guardava
in faccia come se rivenissi dall'altro mondo! Ah, va bene! E chi è
questo signore?

— Sì! — disse Nunzia, che s'era trovata ad aprir la bocca e voleva
snocciolarle tutte. — Uno? Dimandate quanti sono stati; è il resto di
quelli che sappiamo noi.

— Ah? — esclamò lui con un sorriso forzato, mentre le mani gli
tremavano. — Me l'ha fatta bella, Peppinella! E va bene!... Privo di
mamma mia se stasera non le dico una parola all'orecchio!

— Dove andate? — fece Nunzia, mentr'egli s'avviava senza nemmeno
salutarla. — Volete pigliare un guaio per lei? Lasciatela stare; a un
giovanotto come voi d'innamorate non ne mancheranno....

Lo aveva afferrato pel braccio e lo tratteneva, pentita di quello che
s'era lasciato scappare di bocca. Egli si svincolò dolcemente, senza
parlare, ma a guardarlo in faccia era più bianco della camicia che
aveva addosso. Nunziata lo seguì; egli andava innanzi a piccoli passi,
barcollando come se avesse alzato il gomito.

— Sentite! — arrischiò ancora. — Che volete fare?

Tetillo si volse; era tutto stralunato, ma sorrideva come se niente
fosse.

— Non abbiate paura, vedete, non ci penso più; torno a casa, una buona
dormita e passa.

Si fermò sotto il fanale e riaccese il sigaro, che si era spento: poi
s'allontanò zufolando, con le mani in tasca.

Quella sera Peppinella, come giunse in mezzo alla piazzetta, ancora
illuminata, se lo vide sbucare innanzi dalla bottega del pizzicagnolo,
ove era stato ad aspettarla. A guardarlo con quella cera che aveva,
lei indovinò subito che le belle cose gliele avevano già soffiate
all'orecchio. Ebbe un fremito di paura; prima che si rimettesse egli
le stava accanto, col cappello di sghembo e le mani nelle tasche della
giacchetta.

— Buona sera, — disse lei.

— Buona sera.

Rimasero un pezzo in silenzio, camminando di pari passo; a un tratto,
dove la strada si faceva buia, egli si fermò e, toccandole il braccio,
come se del fatto ne stessero parlando da un'ora:

— Dunque? — disse.

— Dunque che?

— Sapete che m'hanno detto? — disse lui, dandole ironicamente del voi,
— lo sapete?

— Che v'hanno detto, se è lecito?

— M'hanno detto che vi siete messa a far l'amore con un altro....

— Le male lingue sono come le forbici, — disse lei; — e voi ci credete?

— Ah! mannaggia! se fosse vero!...

Peppinella ci pensò un poco a testa bassa, poi la risoluzione la pigliò
subito e gli volle dir tutto in una volta, per liberarsi presto.

— Mettiamo che fosse, — mormorò, — e poi?...

Ma non potè finire; egli aveva già messo fuori il rasoio e le fu
addosso con un urlo di rabbia.

— E poi? E poi tèh!...

Peppinella non ebbe tempo neppure di gettarsi addietro che già lui, con
un movimento rapido, le aveva tagliata la guancia e il rasoio le era
passato nella carne come una staffilata. Fu un momento: ella non aveva
sentito neppur dolore, ma quando portò le mani alla faccia e se le vide
piene di sangue, mise un grido terribile:

— Ah! mamma mia! Ah, che m'ha fatto!...

E cadde di peso come uno straccio.

Tetillo rimase sbalordito, guardandola stesa lunga nel rigagnolo,
ove non si moveva più. Si chinò a toccarla, ma lo spaventarono le
grida delle femminucce. S'accorreva da tutte le parti e due guardie
gli furono sopra prima che se n'avvedesse. L'afferrarono pel collo,
spingendolo contro il muro; lui non si mosse nemmeno e si lasciò
prendere senza aprir bocca. Ma aveva fatta una faccia così strana
che nessuno volle dirgli niente. Solo una guardia, mentre lo tenevano
stretto, gli gridò in viso:

— Carognaccia!

Tetillo la guardò negli occhi e si morse le labbra tanto forte che ne
spicciò il sangue vivo, poi tese le mani con un lieve tremito nelle
braccia. Quando gli misero le manette, e ci volle fatica, che aveva
i polsi grossi come le sbarre, mentre stringevano la catenella, egli
guardò nella folla con un sorriso di feroce compiacenza e con un'aria
cretina si mise a canterellare fra i denti:

    _Fronn 'e vurraccia...._

Cosa che dette i brividi a quanti gli stavano attorno e che per la
bravata ringalluzzì gli sbarazzini di tutto il quartiere.

E così fu che Tetillo andò a scontare tre anni di carcere a San
Francesco, e Peppinella, quando lo sfregio ricucito le dette un'aria
di bellezza guastata, si dette alla mala vita e cinque mesi dopo gettò
alla ruota dei trovatelli un suo bambino, pel quale non aveva nè latte,
nè amore.



Per Rinaldo

                                   Era Rinaldo un cavalier possente
                                   Che di prodezze fece tante e tante
                                   . . . . . . . . . . . . . . . . .


A quell'ora, era l'una dopo mezzogiorno, Tore il cantastorie si faceva
ancora aspettare. Intanto il monello che gli portava le quattro
panchette era arrivato da tempo, e al solito le aveva ordinate in
quadrato, sotto la gran tettoia dei magazzini della dogana. Mentre,
aspettando, guardava lontano se lo vedesse spuntare allo sbocco del
Molo, qualcuno si metteva già a sedere, invitando qualche amico a
far lo stesso, per tirar fuori quattro chiacchiere. A poco a poco
gli scanni si riempirono, non vi fu più un posto vuoto. E i discorsi
cominciarono.

— Tore perchè non viene? — chiese un marinaio a un facchino che
caricava la pipa.

— Lo so io? — rispose costui, senza alzare il capo. — Avrà dimenticato
il libro a casa.

— Don Peppe! — gridò un giovanotto camorrista, con un ciuffo di capelli
che gli uscivan di sotto al berretto messo di sghembo, — sono botte
oggi?

La dimanda era diretta a un vecchietto arzillo e asciutto, che sedeva
all'estremità della panca. Don Peppe, che un tempo era stato lupo di
mare e ora vendeva le tende incatramate pei bastimenti, laggiù a Porto,
era conosciuto tra i frequentatori di Rinaldo al Molo pel più caldo
ammiratore del guerriero, e lo chiamavano, per quel suo entusiasmo
spinto sino all'adorazione, il patito.

Di patiti nell'uditorio abituale ce n'erano meglio d'una diecina e
sapevano la storia di Rinaldo come il paternoster. Ogni giorno, alle
due letture che faceva Tore, con una mezz'ora d'intervallo, si venivano
a pigliare le loro emozioni.

Don Peppe, colla mazza fra le gambe, la pipetta corta nell'angolo della
bocca, fumava tranquillamente.

— Pare, — rispose al giovanotto, mentre lo si stava a sentire
curiosamente; — non mi ricordo troppo bene; non voglio dir bugia.
L'anno passato, di questa giornata, ebbi il colèra, che Dio vi scampi,
e non potetti sentire.

E come la pipa cominciava a borbottare, fece per vuotarla nel cavo
della mano.

Il giovanotto stese il braccio.

— Mi fate fare due sputi?

Don Peppe gli passò la pipa. L'altro accese un fiammifero sul panno dei
calzoni, calcò coll'indice il tabacco nel fornellino e tirò due o tre
boccate soddisfatte.

— Qual è il numero stavolta? — chiese il marinaio al facchino.

— Trentaquattro, — rispose questi, che passava per cabalista. — E
giurateci sopra.

— Figura di sette, — uscì a dire un altro. — Sabato passato è venuto
rovescio.

— Già, quarantatrè, — disse un altro.

— Sentite che sogno faccio l'altra notte.... — cominciava il facchino.

— Signori miei! — fece una voce nel silenzio.

Si volsero; Tore stava lì nello spiazzato fra le quattro panche, serio,
colla bacchetta nella destra, il corpo in avanti sulla gamba sinistra.
Non si parlò più, la lettura era per cominciare.

Tore mise fuori il fazzoletto scuro, lo avvolse alla mano sinistra,
aprì il libro ad un segno di carta, tossì, sputò con un getto rapido,
sprizzando la saliva fra le commessure dei denti, facendo un passo
innanzi, alzò lentamente la bacchetta e, con sua cantilena immutabile,
cominciò:

    La fortuna è una Dea senza cervello,
    E però tutto il giorno fa pazzie,
    Or questo abbassa ed ora innalza quello,
    Delle genti ama sempre le più rie....

Attorno non si sentiva più un ette. L'uditorio attento e interessato
pigliava l'aria d'una scuola di bimbi: degli uomini, bianchi di
capelli, non movevano ciglio, colle braccia conserte, gli occhi fissi
su Tore che si scalmanava. Nel silenzio, delle tossi brevi, dei rumori
di nasi soffiati con tutta forza, distraevano a mala pena. Di tanto in
tanto, nei brevi momenti di sosta, l'acquafrescaio faceva il giro delle
panche, monetine da due centesimi cadevano con leggero tintinnio nei
bicchieri. Poi si ricominciava a stare attenti, confortati da quella
specie di ristoro.

Tore aveva già coperto il selciato attorno a lui d'un semicerchio
di sputi, torceva il fazzoletto alla mano, gettava indietro sul
cocuzzolo il cappello di paglia, con un moto rapido della bacchetta.
Dei nuovi venuti che non trovavano posto rimanevano impiedi, dietro
di lui, allungando il capo sulle spalle degli altri innanzi a loro,
coll'orecchio attento. Dei carabinieri si fermavano, guardando
nella folla con una occhiata rapida; qualche coppia d'innamorati
s'allontanava, seccata, non provando nessun gusto. La donna tirava
l'uomo pel braccio, all'inferriata che guarda il porto. Rimanevano
lì estatici, innanzi alle grandi navi ancorate, poi si rimettevano a
passeggiare, seguendo la lista d'ombra, chiacchierando, sorridendo,
urtandosi coi gomiti.

A intervalli, da lontano, lo strido acuto del Pulcinella d'un
burattinaio arrivava sino alla folla, tra un mormorio vago di risate.
Dal cielo azzurro il sole si spandeva sulla gran via larga con un
chiarore abbagliante; il selciato arso, scottava. Rinaldo si trovava
allora in male acque. Una banda di Saraceni gli tendeva agguato nel
bosco. La situazione, pericolosa davvero, metteva nell'uditorio una
straordinaria ansietà; si spaventavano, cogli occhi sbarrati, la bocca
aperta.

Un carretto che passava, con uno stridore aspro di ruote, coprì a
un punto la voce del narratore e provocò nella folla un mormorio
d'imprecazioni.

— Guarda! — disse uno voltandosi, — proprio adesso!...

— Zitto, — ammonì don Peppe, con uno sguardo terribile.

Rinaldo, che avea giurato di liberare Angelica, càpita, triste e
pensoso, nel più fitto del bosco. È una notte senza luna e senza
stelle. I Saraceni escono in venti da una macchia, gli corrono
addosso....

    — Cani di Saraceni, o traditori:
    Rinaldo esclama e a un sasso dà di piglio....

Ma non ne uccide che uno, gli altri lo afferrano alle spalle, lo
stringono in mezzo, lo stramazzano, lo pestano, gli tolgono la
spada....

    .... Lo incatenano forte, e detto fatto,
    Meschin Rinaldo! prigioniero è tratto!...

Un gran silenzio succedette: Tore abbassò la bacchetta e chiuse il
libro, passandovi il segno di carta. La prima lettura era finita. Ma
nell'uditorio, colpito dalla sconfitta, rimaneva un profondo rammarico.
Come! Rinaldo vinto! Rinaldo prigione! Rinaldo! Era una sciagura a cui
quasi non si voleva credere ancora.

— Questo non me l'aspettava, — mormorò un vecchio a don Peppe, che
guardava a terra.

E come l'altro taceva:

— A tradimento, però, l'hanno pigliato, — soggiunse, alzandosi.

Don Peppe rimase seduto, immobile, colle mani spiegate sulle ginocchia,
la bocca semiaperta, in silenzio. Aspettava, gli pareva che ci fosse
ancora qualche cosa da sentire, non poteva esser finita proprio a
quel modo. In quel dubbio le panche che si vuotavano lo sorpresero;
alzò il capo, gli ultimi rimasti si movevano lentamente e sulle loro
facce passava un'impressione di scontento che anche i loro movimenti
tradivano. La tristezza per la sconfitta era comune. Quando fece per
uscire mancò poco non scivolasse sopra una buccia di cocomero; allungò
il braccio e il bastone, urtò la panca col ginocchio. La panca rovesciò
a terra con un rumore lugubre. Allora don Peppe s'alzò anche lui,
non sapendo più restare così. Nella impressione, che ancora durava,
quella caduta mise una nuova nota di dispiacere; i suoi nervi scossi
ne risentirono come d'un altro avvenimento malaugurato. Scese dal
marciapiede e cercò con gli occhi il cantastorie.

Tore era lì a due passi, innanzi ai venditore di mele, che glie ne
pesava per un soldo. Si bisticciavano per una mela che il venditore
s'ostinava a non voler mettere nella bilancia.

Don Peppe s'accostò e toccò Tore al braccio.

— C'è ancora una seconda lettura? — gli chiese, sottovoce.

— Già, di qui a mezz'ora.... Lasciala stare, mannaggia!... — gridò poi
al fruttivendolo che voleva levar via a forza la mela. — Ora non le
piglio più e buona notte.

— E.... uscirà di prigione? — arrischiò don Peppe, timidamente.

Tore non gli badò: si chinava a pigliar le mele, e d'una più piccola
avea già fatto una boccata.

— Eh? — fece.

— Uscirà Rinaldo?

— Che ne so, io? — disse Tore stropicciando una mela sulla giacchetta,
— può essere.

Gli volse le spalle e chiamò il monello delle panchette. Don Peppe,
confuso, mortificato, lo guardò che s'allontanava. Non gli tenne dietro
per suggezione, intanto stava sulle spine. Dimandò a un signore che ore
fossero; mancava poco alle tre.

— Torniamoci, — pensò, — tanto dimani dimanderò com'è andata a finire.

S'incamminò a piccoli passi. S'era levato un vento forte; la polvere
del carbone che scaricavano dalle barcacce, vi turbinava, spinta qua e
là, battendogli sulla faccia. Don Peppe dovette fermarsi, ne avea piene
le narici e negli occhi sentiva delle punture irritanti. Mentre provava
a strofinarseli il vento gli portò via il berretto.

— Cristo! — mormorò lui, che adesso perdeva la pazienza.

Con le labbra strette guardò il berretto che rotolava per terra e
che infine si fermò, impigliato sotto la ruota d'un carro. Allora gli
si accostò senza fretta, brontolando. Quando gli fu vicino gli tirò
una pedata violenta, accompagnando l'atto con una bestemmia. Tante
piccole contraddizioni lo mettevano in un orgasmo insopportabile. Ora,
per un'altra volta, la disgrazia di Rinaldo gli tornava nell'animo,
persistente, seria. Un ragionamento che glielo presentava sotto
un aspetto orroroso gli rimetteva nella memoria il combattimento.
Vincitore, nella fantasia, nel cuore degli uditori sarebbe
rimasto sempre il tipo di personaggio soprannaturale, invincibile,
sorprendente. Vinto, diveniva uomo, diveniva comune, la superiorità
spariva. Ah! corpo di Dio!

— E come farà a liberare Angelica? — si domandava don Peppe,
camminando, con le mani dietro alle spalle, guardando a terra, tutto
astratto. — Almeno scappasse! Sta a vedere che non uscirà più! Lo
volessero ammazzare? Eh! e lui se ne starebbe così con le mani in mano?
L'hanno attaccato con le corde. Attaccato? e che vuol dire? Le spezza.
Gli sta bene, l'ha voluta lui! Quando s'ha il prurito d'arrischiarsi
solo, in un bosco, di notte.... Ah! mannaggia! Questi Saraceni che
fanno i rodomonti! Ora vonno essere allegri, vonno. Già, l'abbiamo
preso Rinaldo, l'abbiamo carcerato! Sì, a tradimento l'avete preso,
avrebbe fatto un boccone di tutti!... E lui che non se li ha mangiati
vivi! Puh!...

Sputò, violentemente.

— Che animale! — mormorò, perdendo il rispetto.

E in una straordinaria commozione giunse a casa che suonavano le tre.
La moglie e la figlia lo aspettavano. Sul ballatoio il più piccolo dei
marmocchi riempiva la scala dei suoi strilli infantili:

— Il nonno! il nonno! È arrivato! È arrivato!

— Finalmente! — disse la siè Nunzia, colle mani in cintola, — fossi
venuto stanotte, fossi! La gallina a quest'ora si sarà spappata.

Dall'uscio, dirimpetto, appariva la camera da pranzo, piena di sole,
colla gran tavola tutta bianca del mensale di bucato, col luccichio
dei bicchieri, con le posate in simmetria, co' mucchi di piatti
nell'angolo, sulla credenza. Attraverso alla porta un gran mazzo
di fiori si vedeva a metà sopra un ricamo di carta, accanto alla
grande zuppiera delle occasioni solenni. Dalla cesta bislunga, ove
s'ammonticchiavano le ostriche del Fusaro, i nicchi e i datteri ancora
vivi, si partiva un odore forte di mare.

Quando furono nella camera da letto, e don Peppe si tolse la
giacchetta, la siè Nunzia, mentre gli preparava la camicia fresca, gli
si mise innanzi tutta amorosa.

— Che è stato? Pe'? Ti sentissi male?

Lui si fece aiutare dalla supposizione.

— Non ho appetito, — mormorò, — ho lo stomaco che non desidera.

E prima ch'ella ne cominciasse una delle sue:

— Facciamo così, — soggiunse, — aspettiamo un'altra mezz'oretta, tanto
avete fatto il collo lungo sin'ora. Voglio dormire un poco, forse il
sonno mi farà venir voglia di mangiare.

Ella rimaneva lì, rimpetto a lui, guardandolo curiosamente da capo a
piedi, con occhiate sorprese. Lui, non sapendo dir altro, con gli occhi
a terra e aspettando che se ne andasse.

— Hai capito? — fece dopo un momento di silenzio durante il quale subì
un esame lungo e noioso, — non è niente. Di' a Nannina che abbia un
altro po' di pazienza.

Nunzia fece spallucce ed uscì borbottando. Era jettatura, via; l'altro
giorno tre piatti rotti e il gatto scappato; oggi, l'onomastico di
Nannina, quest'altro guaio! Va bene; aspetterebbero.

Lui rimase solo, in una mezza oscurità che metteva nella stanza la
persiana calata innanzi al balcone. Si acconciò sul letto e provò a
chiuder gli occhi. Stette così due o tre minuti, colle braccia stese,
la bocca aperta, soffiando pel caldo che l'opprimeva. Nella penombra,
la camera taceva; un moscone con un ronzio importuno sbatteva sui
vetri.

Dalla strada con un'eco sorda arrivava il rumore delle carrozze e sotto
la volta del balcone, che il sole imbiancava, passavano le loro grandi
ombre rapide. Si mise a guardarle, sbadigliando. Intanto gli tornava il
pungolo di quella gran mala sorte di Rinaldo, caduto così barbaramente
fra le mani di que' rinnegati.

— Scapperà? — pensava, mettendosi a sedere in mezzo al letto, con le
mani sui ginocchi, mentre alcune grosse goccie di sudore gli scorrevano
per la faccia.

Una voce gli mormorava: è scappato; e un'altra: non ancora. Tutte e
due lo tormentavano; stette un pezzo dubbioso, provando gli stimoli
e le reticenze di chi si vuol decidere e non sa. A un tratto, senza
poter trattenersi, si buttò giù dal letto, si mise le scarpe, infilò
la giacchetta, cacciò in tasca il cappello molle e, in punta di piedi,
uscì. Si fermò nell'anticamera, origliando.

Dalla stanza vicina veniva fuori la voce della siè Nunzia che
raccontava un fatterello ai bambini, per intrattenerli. Delle domande
di curiosità puerile la interrompevano.

Don Peppe colpì il momento. Aprì la porta di strada con tutte le
precauzioni di un ladro, se la tirò dietro senza chiuderla, avendo cura
di far combaciare le commessure. Si fermò un poco a sentir se dentro
succedesse qualcosa, poi infilò il vicoletto, correndo, senza più
voltarsi indietro.

La strada tutta soleggiata, senza un angolo d'ombra, in una immensa
luce calda, era quasi deserta; nessuno ai balconi socchiusi, riparati
dalle lunghe persianelle verdi; nessuno fuori le botteghe. Qualche
vettura da nolo s'era arrestata a uno sbocco di via; il cocchiere,
accovacciato dentro, sotto al soffietto alzato, sonnecchiava; il
ronzino sfiaccolato, che le punture acute delle mosche irritavano,
scalpitava sul selciato.

Tore il cantastorie abitava in un palazzetto vecchio di centinaia
d'anni, di faccia al mercato delle frutta. La finestra, dalle imposte
tarlate di cui il sole avea mangiato tutta la pittura, era chiusa; in
un vaso rotto, sul davanzale, una pianticella di margherite inaridiva.
Don Peppe si fermò ansante innanzi al portoncino, levò il capo, gridò
due o tre volte:

— Tore! Tore!

Nessuno rispose. Allora raccattò una pietra e si mise a battere al
portoncino facendo un fracasso del diavolo.

La finestra si spalancò, sbatacchiando. Mise fuori il capo Tore, che
stava facendo la siesta, e guardò giù nella via.

— Chi è? — chiese, con la voce rauca e indispettita.

— Io, — rispose don Peppe, col naso per aria. — E vengo per
quell'affare che sapete....

— Quale affare?

— Volevo domandarvi.... Scusate.... Rinaldo è scampato?

Tore battè palma a palma, con una grossa parolaccia.

— Sangue di Giuda! — esclamò. — Ammazzato voi e lui! È scampato, sì, è
scampato, ha ucciso i Saraceni!

Don Peppe rimase a bocca aperta, mentre l'altro faceva per chiudere la
vetrata.

— Sentite....

— Domani! — urlò Tore, sbattendogliela sul muso.

Lui, dalla strada deserta, guardò ancora la finestra, intontito. La
mala grazia non lo irritava: un fremito di compiacenza gli saliva pel
corpo.

— Bravo Rinaldo! — balbettò.

Lentamente rifece la via. Ora parlava solo, sorrideva, si fermava a
meditare, con le mani in saccoccia. Passando innanzi a una botteguccia
di tabaccaio comprò un sigaro e lo accese, fumando a boccate grosse,
continuando a mormorare fra sè e sè.

Infine, quando sedettero a tavola e Nunzia gli mise innanzi il piatto
con la minestra fumante, lui sorrideva ancora, mentre molte occhiate
curiose lo interrogavano.

— Oh! sapete, — fece a un tratto, non potendone più, — questa è la
verità, sono stato a sentir Rinaldo....

Vi fu un silenzio. Lui ingollò un boccone, passò la salvietta sulle
labbra e soggiunse col cucchiaio levato:

— E ha fatto cose belle, sangue di Dio, cose belle, belle assai!...



In guardina

                              . . . . . . . . . . . . . .
                              _Aggio fatto n'ato penziero_
                              _arrubanno nun vogl 'i cchiù,_
                              _Vaco sempe carcerato_
                              _'A casa 'e mamma n'a veco cchiù!..._

                                                 Canzone di carcerati.


Ciro lo arrestarono l'ultima sera di dicembre. Fu un siciliano magro
e caparbio dell'ambulanza notturna; gli aveva messo l'occhio addosso
da quando successe l'omicidio di Carmine il rosso che nessuno mai ne
seppe niente e il delegato del Pendino si mordeva la polpa delle mani,
sfogandosi con gli appuntati che andavano acchiappando chi meno ci
aveva che fare. Ora il siciliano s'era pigliato la rivincita e bisogna
dire che l'aiutasse il diavolo del paese suo con quel Ciro che gli
sgusciava sempre dalle mani come un'anguilla. Lui quella sera se ne
andava assaporando un sigaro, col cappelluccio di sghembo e il bastone
animato sotto al braccio. Di colpo sentì un correre precipitoso,
un grido: arresta! arresta!, e Ciro gli venne proprio di faccia che
divorava la via. Era stato un bel colpo, altro! Aveva strappata la
catenella d'oro a un grosso borghese, che giunse poco dopo affannando e
non potette raccontar nemmeno come fosse andata la cosa, tanto la voce
gli s'era affiocata pel gridare che aveva fatto.

Il siciliano si prese Ciro sotto al braccio e non disse mezza parola
per tutta la via. Ma come arrivarono in Questura e gli aprì il cancello
della guardina, lo spinse denaro, sferrandogli un calcio nella schiena.

— Va muori, schefiuso! — esclamò, e gli sbattè in faccia il cancello.

Ciro lo guardò attraverso l'inferriata; una vampa di collera gli
salì alla faccia e fu a un pelo di rispondergli. Ma, come l'altro
se n'andava tranquillamente, strascicando la punta del bastone sul
selciato, quello che gli voleva dire gli morì sulle labbra. Gli tenne
dietro con l'occhio invelenito sino a quando si perdette nell'ombra,
rasentando la scala grande di cui biancheggiavano i primi gradini di
marmo sporco. Poi, lentamente attraversando il corridoio scuro, Ciro
fece due passi e si trovò in guardina.

— Buona sera a tutti, — brontolò, con le mani in tasca.

Una voce rauca rispose: buona sera; e per un pezzo cessò il rumore di
una moneta che un ragazzetto, seduto per terra, faceva rotolare fra
le gambe allargate. Non ci volle molto perchè Ciro facesse l'occhio a
quella semi-oscurità della stanzuccia; la guardina la sapeva come casa
sua e questa era la quinta volta che vi avrebbe dormito. Soltanto gli
entrava la malinconia nell'anima a vederla così deserta e silenziosa.
Una vera miseria; due compagni che non gli badavano nemmanco. Il
ragazzo ricominciava a giocare col soldo, mentre dei piccoli brividi
di freddo gli salivano pel corpo. L'altro, seduto sulla panchetta
con le spalle al muro, aveva chinata leggermente sul petto la testa:
forse pensava a' guai suoi o s'era messo a sonnecchiare. Da un angolo,
ove il muro faceva gomito, la lucernetta appesa nella stanzuccia
spandeva intorno una luce rossastra di cui la povertà lottava a sprazzi
subitanei e brevi con la tenebra degli angoli, con le oscurità fitte
dei vuoti ove, fondendosi, la parete spariva. A volte, d'un subito
l'aria si appesantiva; nell'afa tormentosa passava con una folata
irrespirabile il puzzo forte ed acre della latrina, che pungeva le
nari.

— Cristo! — fece quello della panchetta, che s'era levato e passeggiava
con le mani dietro la schiena, — ci hanno pigliati per cani, ci hanno
pigliati! Chi vuol morire di subito ha da star qui una nottata.

— A chi lo dite? — sospirò Ciro che si era messo a sedere sul
tavolaccio e masticava un mozzicone, sputacchiando al muro. — poveri i
figli di mamma che ci capitano!

L'altro seguitò a misurar la camera brontolando, poi disse:

— Manco male che poco ancora ha da durare l'incomodo....

— Uscite a libertà?

— Già, domani.

— Io pure! — esclamò il ragazzo che s'era avvicinato al tavolaccio.

— Che figlio di mala femmina! — soggiunse quello della panchetta,
ammiccando al monello che s'era ficcato in mezzo al discorso. —
L'hanno acchiappato che giocava a zecchinetto e aveva tre fazzoletti
addosso....

— Non è vero! — protestò il ragazzo, passando sotto al naso la manica
della giacchetta, — i fazzoletti se l'hanno inventati loro; m'hanno
preso perchè sono vagabondo e non ho mestiere....

Mentiva, con la sua spudoratezza di fanciullo viziato, senza levar gli
occhi che aveva neri e profondi, acconciandosi addosso gli stracci unti
che ad ogni strappatura lasciavano veder la carne di sotto. Succedette
un silenzio. Ora nell'ombra si esaminavano a occhiate rapide, si
riconoscevano nell'impronta di malizia e di sospetto che dava la mala
vita alle loro fisonomie.

— A me, — disse quello della panchetta, — m'hanno preso per sbaglio.
Qualcuna n'ho fatta anch'io e per questo.... Ebbene, che volete?
Nella gioventù non s'ha mai la testa allo stesso posto, e poi quando
ho bevuto un bicchiere soverchio.... Ma stavolta, com'è vero Dio, non
ho fatto niente, m'hanno preso perchè m'hanno voluto prendere. C'è il
delegato che s'è messo in capo di volermi tribolare....

— Uh! — strillò il ragazzo. — la lucerna si smorza!

Difatti il lucignolo crepitava, lanciando nel muro di faccia le
sue ultime fiammate rosse, agonizzando nella spira di fumo denso
e puzzolente che serpeva pesantemente nell'aria. Essi guardavano,
seguendo quella vana lotta con le tenebre che trionfavano a vista,
avanzando nella camera. Di colpo il lucignolo si spense, l'oscurità
divenne profonda.

— Buona notte ai suonatori. — disse Ciro, con un riso ironico.

Stese la mano tastando; gli venne sotto la faccia magra e fredda
del ragazzo che si era stretto al muro tutto pauroso. Il ragazzo,
rabbrividendo, mise un piccolo grido di terrore.

— Chi è? — disse Ciro. — Sta zitto.... Per lo meno crederanno che
t'ammazziamo.... Dove sei?

— Qua, — piagnucolò il ragazzo senza muoversi. — Non ci vedo più.

— Si capisce, — fece Ciro con la voce ridente, a rassicurarlo. — O che
vorresti aver gli occhi del gatto, tu? Non aver paura, dammi la mano
che ti metto sul tavolaccio.... Come ti chiami?

— Peppino, — balbettò il monello nell'oscurità.

— Va bene.... Hai sentito?... Peppino? Dammi la mano....

Quello gliela stese; tremava tutto. Ciro lo tirò dolcemente sul
tavolaccio e lo allungò nell'angolo, mettendogli la giacchetta sotto
alla testa.

— Va bene? T'ho fatto anche il cuscino. Ora hai paura?

— No, — disse il ragazzo, guardando innanzi a sè nel buio, con gli
occhi spalancati.

Poi a poco a poco, nel silenzio, il sonno li vinse. Quello della
panchetta non s'era più mosso, russava con la testa abbandonata,
le braccia in croce, le gambe stese, nel suo cantuccio, sotto alla
finestra. E non vi fu più un rumore; solo dal cortile saliva di tanto
in tanto il suono cadenzato e secco del passo della sentinella sul
selciato.

Ciro per un pezzo era rimasto a occhi aperti, allungato sul tavolaccio
accanto al fanciullo dormente di cui gli passava sul viso l'alito
tepido in un respiro debole ed eguale. All'ultimo pigliò sonno anche
lui. Ora tutti e tre dormivano. Dal finestrone di faccia, sgusciando
per una larga strappatura alle stecche della gelosia sgangherata, un
vivo chiarore di luna entrava nella camera, risalendo dolcemente per la
parete. E, in quella tenera incertezza di luce che li lambiva appena,
ondulando, le faccie impallidivano lucenti di sudore, con le bocche
schiuse, le sopracciglia stese, le narici all'aria, nere e profonde.
Immoto, una mano aperta sul petto, il fanciullo sorrideva, sognando
di sguazzar nelle pozzanghere ove i compagni cadevano a spintoni,
impoltigliandosi come porcelli. Nella notte triste della stanzuccia
immagini di bimbo aleggiavano rapidamente in una luce indefinibile.
Tornavano col sonno al piccolo dormiente le care ingenuità d'infanzia,
pure e serene in quel torpore di malizia sopita.

All'alba, come il sole era già entrato nella stanza, allo svegliarsi
n'ebbero gli occhi così feriti che non si potevano guardar in faccia
e se li stropicciavano coi pugni chiusi, sbadigliando, stirando le
braccia che l'inerzia della nottata aveva addormite.

— Che tempo fa? — chiese Ciro a quello della panchetta che sbirciava
attraverso all'inferriata.

— Bella giornata, — rispose l'altro, senza voltarsi.

Il ragazzo s'arrampicò sul parapetto e dopo un momento ch'era stato a
guardare:

— Ecco Gennarino! — esclamò. — Ci vengono a chiamare....

Saltò a terra, sgambettando per l'allegrezza. L'altro, preparandosi,
s'acconciava i capelli sotto il berretto, riannodando la cravatta di
cui il fiocco gli era girato sulla nuca.

— Ve n'andate? — disse Ciro alzandosi.

— Ora ci chiamano, — rispose l'altro, — vi saluto. Se volete che porti
qualche imbasciata a casa vostra....

— Sentite, — disse Ciro pigliandogli la mano, — fatemi una finezza.
Conoscete l'acquafrescaia all'angolo di Porta Nolana?

— Sicuro! — disse l'altro.

— Raffaele! — chiamò dal basso la voce rauca del guardiano. — Chi è
Raffaele?...

— Ora vengo! — strillò quello della panchetta.

— Abbiate pazienza, — supplicava Ciro, stringendogli la mano mentre
quegli cominciava a moversi. — Laggiù, dimandate di Teresa, è una
vecchia che tutti la sanno.... Ha un fazzoletto nero al collo....
Ditele che non abbia paura....

— Nient'altro?...

— Abbiate pazienza, — continuò Ciro accompagnandolo, — ditele che se
vuol venire a San Francesco domenica che è giorno d'entrata.... No,
no, non le dite così.... Ditele che è stata una rissa e m'hanno preso
ubriaco...

— Va bene.... va bene, — promise l'altro, scendendo la scaletta.

— Sentite.... le baciate la mano per me.... Vi ricordate?... Vi
ricordate?...

Nessuno rispose. Raffaele era sparito. Ciro risalì i due scalini
tremando sulle gambe. Si guardò attorno: ora lo lasciavano solo come un
cane, sbattendogli il cancello alle spalle, senza nemmeno guardargli in
faccia.

Andò a sedere sul tavolaccio e nascose la testa nelle mani puntando i
gomiti sulle ginocchia, le gambe penzoloni.

— Pazienza! — mormorò dopo un momento.

E si mise a passeggiar nella stanza, con gli occhi a terra, tutto
pensoso. Ora si stancava, non sapendo che fare per distrarsi. Si andava
fermando innanzi alle pareti sporche, contemplando curiosamente tutti
gli sgorbii che le macchiavano. Una era addirittura illustrata da
cima a fondo; una filza di numeri grossolani scendeva fino a terra,
qua e là sotto ai terni e alle quintine c'era una giocata a lettere
indecise, miscuglio ingenuo di maiuscole e di minuscole. Egli cercò in
un angolo la traccia del suo ultimo passaggio. Era ancora lì, segnata
con la carbonella in un quadratino fantastico: un cuore fiammante che
una lama di pugnale trapassava a mezzo. Lì tutto il suo amore ardente e
minaccioso, pieno di gelosie e di tenerezze, lì il ricordo degli occhi
grandi e della bocca rossa di Vincenzella, il preludio di un tradimento
e d'una rasoiata. Vi rimase innanzi, guardando, a lungo, con le labbra
strette e le mani convulse. Poi sputò nel muro con un moto di collera.
Ricominciò a passeggiare; la solitudine lo irritava; sbatteva i piedi
a terra, fremendo, sferrando il tacco sul tavolone che vibrava con un
rumore sordo e cupo. Andò al finestrone e sedette sul parapetto. Faceva
freddo; laggiù nel cortile la moglie del guardiano attizzava il fuoco
nel braciere, con una mano sul petto, nella piega dello scialle.

Di sotto alla gelosia, tagliato sino alla metà d'un cartellone da
teatro, il muro di faccia appariva nella strada, bianca e pulita in una
fredda giornata di capodanno.

Nessuno si vedeva; solo di tanto in tanto passava un mattiniero
frettoloso, con le mani nelle tasche del soprabito e il naso nel
bavero. A volte nell'aria fresca impazzivano sul vento migliaia di
scintille rosse, venute da fiammate vicine che l'angolo di un palazzo
nascondeva.

Più tardi, in quella malinconia, il sarto di faccia mise fuori ad
asciugare, innanzi alla bottega, un panciotto scuro fumante, su cui
aveva passato il ferro caldo.

Ciro guardava, rannicchiato nello spigolo del finestrone, le mani in
saccoccia sino ai polsi. Lo consolava una strana compiacenza di quello
che ora, a lui solo e chiuso, gli toccava soffrire; s'atteggiava con sè
stesso a vittima temuta, sorridendo all'abitudine sua di bassezza, alle
persecuzioni di cui era fatto segno.

E con la fronte appoggiata all'inferriata, la posa molle e abbandonata,
canticchiò fra i denti:

    _Vaco sempe carcerato,_
    _A' casa 'e mamma...._

Ma, alla distesa, la voce gli venne meno. Era stato uno sforzo. Ora una
tristezza atroce lo pigliava all'anima, spezzandogli le parole sulle
labbra.

— Che brutt'anno ho cominciato!... — sospirò.

E rimase a guardar nella strada deserta, con gli occhi arsi, mentre
il ferro della cancellata gli segava la fronte e il freddo malinconico
della giornata gli gelava il cuore.



Ah, non credea mirarti...


Solitaria e silenziosa, con la facciata dipinta di grigiastro, co'
balconcelli _alla romana_, dalla balaustra breve e senza pancia, la
piccola casa, posta ove più la stradicciuola si rinserrava, pareva di
quelle che lasciano immaginare a' lenti e pensosi peripatetici certe
nascoste miserie, la cui voce davvero risponde, umile e sommessa,
alle mute interrogazioni di questi osservatori meditativi. Camere
scure e sprovviste, taciturni loro abitatori nel silenzio della casa
e della via, strettezze patite senza lamenti, una quiete malinconica
— ecco quel che lasciava intendere. Ne' giorni del verno, quando
pioveva, era una tristezza pesante. Le grondaie mormoravano, con un
rauco e incessante borbottio: sullo sconnesso selciato del cortiletto
l'acqua che vi si raccoglieva gorgogliava alla bocca d'una feritoia: i
balconcelli restavano chiusi tutta la giornata e, dietro le vetrate che
si constellavano di goccioline, tutto si sprofondava in una misteriosa
oscurità. Talvolta un lume vi trascorreva, lento: e la fiammella
giallognola tremolava in quelle ombre. Talvolta, quando la pioggia
s'interrompeva, una giovane testa femminile si veniva a posare con
la fronte a' vetri, a un balcone del terzo piano. La donna rimaneva
qualche po' a contemplare, come assorta, i rigagnoli serpeggianti: poi
levava gli occhi, guardava attorno, guardava i muri umidi e giallognoli
del cortile — e quel delicato e pallido profilo si disegnava nettamente
sulla vetrata.

Abbasso, al secondo piano, una volta la cortina velata d'una finestra
si mosse: una mano piccola, gialla, rugosa, la sollevò. Poi la finestra
si schiuse, la mano lasciò cadere nel cortile i minuti brani d'un
giornale lacerato e quelli si sparsero sul selciato e vi rimasero due
o tre giorni, fino a quando non tornò la pioggia e se li portò con sè
e li travolse in quel vortice breve che roteava sulla feritoia. Ma per
que' due o tre giorni quelle farfalline bianche raccolsero tutta la
muta e insistente contemplazione della giovane del terzo piano. Ella
non riapparve più quando disparvero e il cortiletto tornò asciutto.

La stradicciuola, lontana da quelle popolate e attive della città,
prossima alla campagna, erta e anfrattuosa, era poco amata da' soliti
venditori, ambulanti. Vi si arrivava per una larga scala di pietra, da'
gradini traballanti e lubrici e sparsi di tutti i rifiuti. Un cagnuolo
randagio e affamato veniva lì a frugare col muso e con le zampe tra
quelle lordure e s'era fatto amico del ragazzetto d'un merciaio che,
una volta o due al mese, saliva fin lassù, lasciando abbasso, appiè
della scala, il ragazzo e il carrettino. La vecchia del secondo piano
gli comprava delle matasse di lana bianca e di filo: in un mese comprò
per otto soldi tra spilli, aghi e bottoncini per la biancheria. Il
merciaio s'annunziava dalla strada, con la sua distesa lenta e nasale,
a cui faceva eco l'argentina voce del ragazzetto. La vecchia signora
lo chiamava dal balcone, con un piccolo gesto della mano tremante, e
usciva poi sul ballatoio e si traeva addietro fin sotto l'uscio, appena
compariva il merciaio; e lì, sottovoce, contrattava, interrompendosi,
di volta in volta, quando le pareva di udir qualcuno che salisse
le scale. Accostava agli occhi le matasse di lana, le palpava, le
soppesava nel cavo della mano, trovava che gli aghi erano irrugginiti
e che il filo era poco ritorto. Il merciaio, buon uomo, l'ascoltava
pazientemente, sorridendo. Una volta la vecchietta gli domandò:

— Conoscete qualcuno.... qualche signora.... Si vorrebbe collocare otto
paia di calze di lana, ben fatte, a poco prezzo. È una signora, amica
mia....

— Le avete qui?

— Venite con me, — disse la vecchietta.

Lo fece entrare nel salottino vuoto, freddo, ov'erano due divani
logori, un tavolinetto sopra un tappeto assai consumato, e qualche
stampa ingiallita, attaccata alla parete. Lì il merciaio si sentì
stringere il cuore. La vecchietta aveva preparato le calze, avvolte in
un giornale, sul tavolino. E, come il merciaio faceva per aprire quel
pacchetto:

— No, no, — disse, — è inutile, sono otto paia: non mi credete?

Poi, quando furono sotto l'uscio:

— Sentite, — raccomandò, — quella che se le vende non vuol farlo
sapere.... È una signora scaduta....

Nella via, l'uomo aperse il pacchetto e riconobbe la sua lana. Ma la
vecchietta dava quelle calze così a buon mercato ch'egli trovò subito
chi le comprasse, e, due giorni dopo, le portò il denaro, tornando
apposta, senza il carrettino e senza il ragazzo. Tutta una notte aveva
pensato a quella necessità che si voleva nascondere, a quell'amor
proprio che così ingenuamente si credeva salvato. La vecchietta si fece
trovare sul pianerottolo, e con la mano gli accennò ch'entrasse, cauto.

— Non vi fate vedere, — mormorò.

Contò il denaro e gli mise cinque soldi nella mano, serrandogliela a
forza con una insistenza amichevole e battendogli un colpettino sulle
dita.

— Accettate! — disse. — Compratevi i sigari.

Poi, quando tornò, al venerdì, il merciaio fu chiamato dalla giovane
del terzo piano. Allo scendere, trovò la vecchietta dietro l'uscio
socchiuso. Ella gli chiese che cosa avesse venduto, lassù. Aveva
venduto dei merlettini e un'oncia di bambagia, forse — supponeva lui —
per qualche bimbo di là da venire: la signora pareva incinta.

— Bellina, è vero?

— Bellina, sì, e poi tanto buona!

— Il marito è impiegato. Un bravo giovanotto. Ma....

E la vecchietta strinse un po' le labbra.

— La vita è dura, — disse il merciaio.

Lei voleva dire ancora qualche cosa e infine si decise.

— Non le avrete parlato delle calze, è vero? Oh! va bene, — aggiunse
subito, riprendendosi, — è una domanda stupida, perdonatemi. Ma,
sapete, vi sono certe persone che sono così suscettibili.... così....

E come parlando a sè stessa, a mezza voce: — Quest'amica mia, ad
esempio, — continuò, — tutto, tutto la punge, quest'amica che s'è
vendute le calze. E voi quando tornate? Venerdì? Per me tornate pure di
qui a una quindicina di giorni; della lana ho ancora quattro matasse e
poi gli occhi non m'aiutano più come una volta.... Vi dispiace?

— Che cosa?

— Tornare di qui a quindici giorni?

— Pensate alla salute, — disse il merciaio.

Così, per due settimane, non si fece vedere, poi tornò una volta allo
scorcio dell'ottobre piovoso, poi non tornò più.

Ora l'inverno cominciava a scuotere le vetrate con soffi furiosi
che fischiavano nella via; cominciavano le piogge eterne e l'eterno
gorgoglìo in mezzo al cortile. Un tramonto, a' primi giorni del
novembre, lasciò a quei solitarii pigionali meravigliati il suo
fantastico ricordo. Tutto il cielo s'era a un momento arrossato,
il riverbero di quel lume aveva empito le camere sulla strada d'un
chiarore dolcissimo e in quella tenerezza rosea i mobili, le tendine, i
bianchi letti, annegavano. La vecchietta schiuse il balcone e sorrise
alla via in una dolce espressione di pace. La giovane donna del terzo
piano rimase lungamente con gli occhi fissi in cielo, con le labbra
mormoranti, come in una stupefazione. In quella fusione di colore la
sua faccia pallida si irradiava della luminosità e dell'estasi delle
immagini di chiesa, davanti alle quali ardono i ceri.

Seguirono delle giornate angosciose a questo tramonto. La desolazione
della via era opprimente, ne' silenzii delle fredde mattinate,
ne' silenzii del pomeriggio, ne' silenzii delle serate lunghe,
insopportabili. Oh, romore! Ella era venuta di laggiù, da San Marco ai
Ferrari, una via tutta romore, una via chiassona, che si svegliava col
sole e rideva tutto il giorno. Nell'orecchio le era rimasta la gaia
voce d'un vecchio, uno di que' ramai che martellava le pentole e ci
cantava su le canzoni del quarantotto. Le rimaneva nell'orecchio la
distesa svenevole che saliva fino alla stanza sua:

    _Comme chiagneno 'e ffigliole_
    _ch'hanno perze 'e nnammurate!..._

e il tintinnio del rame sotto a' colpi, che pareva canzonasse, come
l'antica allegria di quel vecchio. Qualche circostanza, a cui non
aveva prestato che un'attenzione momentanea, ora pigliava rilievo,
l'afferrava senza più lasciarla, tornandole continuamente alla memoria.
Erano proprio bambinate, ma ecco, mai più avrebbe dimenticato il gran
vitello squartato che il beccaio di faccia aveva appeso a' ganci sotto
l'insegna, in una gioconda domenica di agosto: un enorme pezzo di
carne che sbarrava la bottega e sul quale, di tanto in tanto, si posava
la mano grassoccia della moglie del beccaio, la mano tutta anelli di
Grazia Jacono. Una vespa roteava attorno a quella carne, ronzando. Poi
un grido: il grido lungo di un garzone di caffettiere che la mattina
andava attorno con lo scaldino e le chicchere: _'O cafettière!_ E la
nenia di Malia, seduta all'angolo della via dietro la caldaia delle
ballotte: e quel lamento così languido, così penetrante del luciano che
vendeva i polipi....

Ah, sì, tutto ricordava, tutto ella rivedeva e quasi riudiva. Rivedeva
suo padre, don Michele, co' gomiti sulla balaustra del balconcello,
sotto i festoni delle sorbe a mazzi e dei poponi, con la pipa lunga
in bocca, con le babbucce ai piedi.... Quanto sole laggiù! Le sorbe
maturavano a momenti, l'odore de' poponi saporiti entrava nella
cameretta, e don Michele, dopo pranzo, si metteva al vecchio cembalo e
cantava l'aria della _Sonnambula_ con la sua stanca voce di baritono:
_Ah! non credea mirarti, sì presto estinto, o fiore!..._

Or ella si fermava sulle parole che pareva fossero fatte per lei.
Via, era morto tutto! _Sì presto estinto, o fiore!..._ Certe emozioni
invernali, certe paure del buio, certi strani sgomenti cominciava a
provarli ora. A volta le gambe le si piegavano e sentiva al cuore,
col respiro che le veniva meno, come la trafittura d'uno spillo.
Che silenzii, che silenzii! Addio! Tutto era morto, tutto! E moriva
pur lentamente l'anima sua in questo ritiro ove non aveva eco la
vita esteriore, ove il suo amore troppo casto di sposa borghese,
di fanciulla destinata alla famiglia, languiva senza sfoghi, senza
ribellioni, senza impetuosità. Quella casa era acconcia piuttosto a un
folle amore, a una solitudine breve di amanti nevrotici, forse a uno
scioglimento drammatico d'amore! Era fatta per altri. Questo suo era
semplicemente un tedio in cui s'avvicendavano ore di sconforti nuovi,
di terrori inesplicabili, che ricordava d'aver provati la prima volta
che fu chiusa in collegio, a Sant'Eligio.

Triste sorte, era una triste sorte. Eppure, accanto all'uomo che da un
anno era suo marito, ella non osava chiamarsi infelice. Ella si salvava
nella immensa bontà di questo afflitto che pareva le aprisse le braccia
a raccorvela piangente. Fino allora nessuna insofferenza scambievole,
mai. Si volevano bene. Ma in questa casa, ove un rovescio di fortuna
li aveva ridotti, ove pagavano una pigione modestissima e soffrivano
scarsezze che nessuno sapeva, si sentivano troppo soli, troppo soli —
da un anno.

Una sera, lei che era venuta a sedergli di rimpetto mentr'egli
ricopiava, sotto alla campana verde del lume, un processo di fallita,
levò la testa dal ricamo e, lentamente, col dubbio nel sorriso
timidissimo, mormorò:

— Avrà fatto un anno, da quando siamo qui?

— Eh? — fece lui, levando gli occhi da una cifra.

La guardò tutto raccolto, addizionando mentalmente, stringendo gli
occhi, stringendosi ii labbro inferiore tra' denti. Poi scrisse la
cifra, ripose la penna e ripetette:

— Eh?

Vi fu un silenzio. Egli rimase un momento a contemplarla, mentre lei
taceva, sotto la tenera calma dello sguardo di lui. Poi allungò il
braccio di sopra alla tavola, le pigliò la mano, si trasse accanto la
piccola moglie, dolcemente, sorridendo.

— Siedi qui, vicino a me: chiacchieriamo.

Allora, quando ella si sentì così vicina a lui, così vicina all'anima
di lui, all'amore di lui, lì nelle sue braccia, sotto il suo alito
lieve che le passava sulla nuca, quando si sentì il suo bacio sulla
gota, presso alla bocca, volle dir tutto, come se avesse aspettato
quell'abbandono per confidarsi. No, no, non potevano rimanere in
quella brutta casa, in quella casa fredda, senza vedere nessuno,
senza sentir la voce di nessuno! Anche lui v'invecchiava, non se n'era
accorto? Aveva fatto de' capelli bianchi sotto alle tempia, accosto
all'orecchio.

— Non è stata la casa, — disse lui, sorridendo.

No, era stata la casa. Ella non avrebbe saputo lavorare con la mente
calma qui, come lui lavorava. Non sentiva niente lui? Non provava
nessuna oppressione di spirito, nessuna stretta al cuore? Oh! due
camerette, niente altro: due camerette col sole, coi venditori sotto le
finestre, col sole sul letto!

La voce le si empiva di lacrime. Egli era rimasto a udirla, in un
tenero sbigottimento, meravigliandosi della violenza dello sfogo.

— Via, — promise, — si rimedia, si rimedia. La mattina di buon'ora,
prima dell'ufficio, mi metterò in giro. Troveremo un'altra casa....

— Guarda. — ella interruppe, — se vuoi, uscirò io; vuoi ch'esca io?

— Tu?

E la guardò, con una maliziosa dolcezza.

Ella arrossì tutta; volse la faccia dall'altra parte, mortificata, in
un pudico sentimento di maternità.

E venne finalmente questo aspettato, venne in una mattina rigida di
gennaio, all'alba opalina di una giornata minacciosa. La vecchietta
del secondo piano rimase di stucco quando, all'aprire l'uscio, si vide
davanti il marito della signora Carolina, l'impiegatuccio, pallido e
tremante.

— Oh! mio Dio! — esclamò. — Forse la sua signora....?

— Sì!... — disse lui, rapidamente. — Fatemi la carità, non abbiamo
nessuno in casa.... non posso chiamare nessuno.... non avevo
preveduto.... Venite su!...

— Oh! mio Dio! — balbettava la vecchietta, con le mani giunte.

E si affaccendava, smarrita, cercando attorno una cuffia nuova,
cercando un altro grembiule, sciogliendo le fettucce a quello che aveva
davanti. Lui fremeva d'impazienza, porgeva orecchio, s'avviava, tornava
ad avviarsi verso l'uscio, credendo ch'ella si movesse una buona volta.
Ma lei s'indugiava ancora, piegava e ripiegava un fazzolettino e si
passava la mano su' capelli, ammaccandoli leggermente alle tempia....

— Non importa, se vengo così, come mi trovo?

— Ma venite! — proruppe, afferrandola pel braccio, trascinandola quasi
a forza per le scale, mentre ancor ella si scusava della veste sciupata
e delle babbucce vecchie.

Nella cameretta di Carolina rimase a lungo e ne uscì con la cuffia di
traverso, con le ciocche grigie dei suoi capelli scomposte, tutta seria
di fronte a quell'avvenimento in cui erano scomparse le sue riserve, al
cospetto di costei che le ricordava le figlie.

— Un maschio.... — annunziò sottovoce, minacciando con la mano
l'impiegatuccio, come se ammonisse un colpevole.

Egli, in piedi, accosto alla tavola, sorrideva nervosamente, e passava
la pezzuola sulla fronte sudata. Non poteva parlare. All'improvviso la
trasse bruscamente da parte, rovesciò una seggiola e si precipitò nella
piccola stanza da letto.

La vecchia, rimasta sola, girò gli occhi intorno, esaminò la camera,
esaminò i mobili da presso, rialzò e rimise a posto la seggiola caduta.
Le tornavano le sue curiosità di vicina, alimentate sino allora,
giorno per giorno, dal mistero di quei pigionali, di cui le rimanevano
ancora sconosciute le abitudini. Un'occhiata all'altra camera l'aveva
pur data nel primo momento di calma; era una camera piccola, pulita,
col letto d'ottone a colonnine, con una grande immagine della Vergine
a capo al letto. Non aveva potuto capir bene se fosse l'Assunta o
l'Immacolata. Due tappetini a' due lati, un armadio di faccia, un
cassettone accosto al balcone. Senza un mobile per la toeletta; questo
la meravigliava. Ma dietro la porta, uscendo, aveva visto appesi uno
specchio e un tovagliuolo. Quest'altra camera, ove si trovava ora, era
più sprovvista; appena un divano rosso sotto una gran carta geografica,
un tavolinetto davanti al divano, con su il canestrino del lavoro, tra
due pastorelle di gesso dipinto, e alla parete principale la fotografia
di un quadro che rappresentava _Gounod che scrive il Faust_.

La vecchia si mise gli occhiali per leggere quello ch'era scritto a
mano, sotto il titolo stampato. Lo scritto diceva: _All'egregio maestro
Michele Fioretti, l'autore._ Dopo un esame accurato, ella argomentò che
uno dei tre ritratti messi in fila sotto la fotografia dovesse essere
quello del padre della signora: le rassomigliava assai nella linea
fine della bocca, e negli occhi scuri ed espressivi. L'altro ritratto
di chi era? Forse della madre. Sì, sì, la madre, si capiva. Del terzo
non seppe pensar nulla. Qualche amico di casa o un fratello. Poi lo
saprebbe.

Allo scendere, dopo i caldi ringraziamenti dell'impiegatuccio, parlò di
tutto questo al marito, un gottoso confinato nella sua poltrona, con
sulle ginocchia un eterno scialle di lana. E per mezz'ora gli rifece
l'inventario, girando attorno per la camera, osservando che quella casa
al terzo piano avrebbe fatto per loro e che vi si pagavano sei lire
di meno al mese. Glie lo aveva detto la signora. E sarebbe stato bene
se si fosse fatto amicizia con _quelli_ di sopra; ottime persone, si
vedeva. La signora era una bambina, proprio una bambina; aveva avuto
vergogna di lei, poveretta, non aveva detto nemmen quattro parole, da
principio. Poi a poco a poco.... Bisognava frequentarsi. Un po' loro da
quelli del terzo piano, un po' quelli da loro. Aveva visto un ricamo
a uncinetto attorno a una pezzuola, sul letto. Lo voleva imparare....
Ora cominciavano le serate lunghe d'inverno; si sarebbe rimasti in
compagnia fino alle dieci.... Quanto credeva lui che potesse guadagnare
al mese l'impiegatuccio?...

— Mah!... — fece il vecchio, seccato.

Leggeva il _Templario_ di Walter Scott, con una mano spiegata sul gran
fazzoletto scuro che aveva appeso a un bracciuolo della poltrona.

— Un centinaio di lire, — borbottò la vecchia. — Forse anche meno....

— Quando lo rivedrai — disse il vecchio, interrompendosi con una
piccola tosse stizzosa, — dimandagli se gioca al _mercante_. La sera
potremmo giocare al _mercante_....

Allora lei il giorno dopo mandò sopra Candida, una trentenne pinzochera
che le veniva a spazzar la casa tre volte alla settimana e le portava i
numeri pel lotto.

— Dirai — raccomandò — che, per tutto quello che può occorrer loro, io
son pronta a servirli. Mi chiamino pure....

Poi, sul pianerottolo, soggiunse:

— Tu offriti per la cucina, per la spesa.... Ti compenseranno. Senti,
guarda in cucina se hanno rame. Se non ne hanno, lo presto io: faglielo
capire.

Candida tornò portando i ringraziamenti dell'impiegato. Era venuto lui
ad aprirle la porta e sotto la porta avevano parlato. La signora non
aveva potuto vederla. Non desideravano niente, la ringraziavano, le
avrebbero restituita la visita appena la signora fosse guarita.

— È malata?

— Lui crede che abbia un po' di febbre. Ho data un'occhiata alla cucina
mentre lui è andato a dire alla signora che c'ero io di fuori. Hanno
tutto, e il rame luccica. Hanno pure la macchinetta pel caffè...

— Sai? — disse la vecchietta al marito, quando Candida se n'andò, —
hanno tutti gli utensili in cucina, e il rame luccica.

— Vuol dire che non lo usano, — sentenziò il lettore di Walter Scott.

Passarono tre settimane. La vecchia, in tutto questo tempo, non aveva
saputo più nulla. Non aveva più visto alcuno. Al sabato aspettò che
tornasse Candida, pensando al mezzo con cui mandarla sopra a chieder
notizie. Lei non aveva coraggio di presentarsi, le pareva che quelli
di lassù non la desiderassero, che non volessero essere sorpresi,
che non volessero essere nemmeno compatiti, via. Ognuno a casa sua.
Una sola volta, in fine di settimana, mentre chiudeva la porta,
sentì sbatacchiare quella di sopra. Era lui che scendeva, forse.
Rimase a origliare dietro l'uscio. Infatti era lui. Passò davanti
alla porticella del secondo piano senza fermarsi, senza guardarvi:
pareva preoccupato. Lei lo vide pel finestrino a graticciata. Certo
non era quella la prima volta che egli usciva dopo il parto della
signora; lo aveva visto tornare una mattina di buonissima ora, con un
fagottino sotto al braccio. Usciva all'alba, dunque. Che gente strana!
La vecchietta non ci capì nulla. Ricominciavano le giornate piovose,
ricominciava il brontolio delle grondaie, ch'era la musica di tutti
i giorni. Erano passati quattro mesi. E pioveva, ora, pioveva sempre
e s'era nel gennaio. In un mercoledì, dopo l'Epifania, l'aria si fece
così nera ch'ella dovette accendere il lume tre ore dopo il tocco. E
invano tormentò le cortine della finestra che affacciava sul cortile.
Guardò lungamente in su alle finestre del terzo piano: ma nessuno vi
apparve.

Improvvisamente, mentre rattoppava una manica a un soprabito del
marito, la vecchietta sobbalzò sulla seggiola. Ah, finalmente! Qualcuno
saliva le scale. In punta di piedi andò a guardare pel finestrino
dell'uscio. Era un giovane dalla barba bruna e portava gli occhiali:
alto, vestito per bene, dall'aria grave, dall'incesso grave delle
persone serie. Faceva colare, camminando, l'ombrello immollato, che
rigò d'acqua il pianerottolo. Andava sopra. E vi rimase tre quarti
d'ora: ma ora lei, decisa, lo avrebbe aspettato sino a sera. Gli fece
la posta dietro l'uscio, provando da sola i sorrisi e le gentilezze
con cui doveva accostarlo. Quando lo sentì scendere tossì leggermente,
fece cigolar l'uscio, e gli si trovò di faccia sul ballatoio, con una
piccola riverenza.

— Ella scusi, — fece rapidamente, — ella scusi, se mi permetto.... Ma
lei, certamente, è un amico di casa dei signori di sopra.... Io sono
stata malata, non ho potuto visitarli com'era mio dovere.... e poi....
lei capisce, non voglio tediar nessuno. Potrebbe favorire di dirmi come
va la signora?

Lui, molto riguardoso, s'era scappellato, e l'ascoltava.

— La signora sta bene, — rispose. — Ma l'emozione ancora le dura.

E come lei, un po' sorpresa, lo interrogava con lo sguardo:

— Io non so — aggiunse — se lei.... Lei non sa?... Il bambino le è nato
sordo....

— Oh, figlio mio! — esclamò la vecchietta.

— .... e forse anche muto, — finì lui, scuotendo dolorosamente la testa.

Alla vecchietta corse un brivido per tutta la persona. La sua mano
tremante s'afferrò alla balaustra.

— Io.... non sapevo.... — ella balbettò, — io.... Oh, mio Dio!... Oh,
poverini!... Povera signora!...

Entrò in fretta e furia nella camera del marito. Egli, al solito,
leggeva. Cominciava ad annottare.

— Il bambino della signora è nato sordomuto, — balbettò la vecchietta,
con uno sforzo, fermandosi in mezzo alla stanzuccia.

Il vecchio si volse, bruscamente. La guardò.

Ella guardava a terra, con le braccia penzoloni, addossata alla tavola.

Il vecchio chiuse il libro sulle ginocchia e vi fissò gli occhi
astratti, rimanendo immobile, agitando lievemente le labbra. Poi, a un
tratto, menò un gran pugno sul bracciuolo della poltrona.

In quel punto un lampo illuminò la camera.

— Santa Barbara! — fece la vecchietta.

Si segnò. Cominciò a mormorare un'avemaria, sottovoce. E, avendola
cominciata per Santa Barbara, la terminò per _quelli_ di sopra....



Riconciliazione


A farlo apposta certo non si sarebbero trovati lì, tutti e due, uno
seduto dietro all'altro sulle vecchie poltrone unte del teatrino, a
sentire Buovo d'Antona e il tradimento dei Maganzesi. Il diavolo ci
metteva le corna, li ravvicinava ancora una volta, dopo la sfuriata del
giorno avanti, dopo che se l'avevano contate nere e alle mani non erano
venuti ch'era stato un miracolo. E, ravvicinandoli, li tentava daccapo,
mentre che ora del chiasso che avevan fatto laggiù, al mercato, non
rimaneva in loro che una vaga apprensione di lunga inimicizia, un
dispiacere di non doversi trattar più, essi che erano compari dal
quarantotto e dentro avevano il cuore come la pasta. I guai sono le
femmine che li vogliono, e se non fosse stato per Nannina, che avevano
visto parlare con una guardia di pubblica sicurezza, e a cui poi
Tetillo avea dato uno schiaffo all'uscire che faceva dalla messa con
le compagne, adesso nessuno si sarebbe fatto del sangue acido per la
collera e le male parole.

L'amore è come l'acqua chiara che ogni piccola cosa la turba, e agli
uomini tante volte la passione pizzica le mani. Questo non vuol dire
che d'ogni padre i figli non siano gli occhi della fronte, e se Tore
lasciava passare le bravate del figliuolo, Vito se lo pigliava il
diavolo quando la Nannina gli tornava a casa a sfogarsi, colla faccia
rossa e gli occhi lagrimosi. I figli, i figli! E poi li vanno cercando
e alla vecchiaia ingoiano i bocconi amari! E dire che a Sant'Anna si
dovevano sposare, che facevano all'amore da più d'un anno e Tetillo
non fumava più quattro sigari al giorno, perchè con parecchi risparmii
voleva mettere da parte la prima pigione di casa.

A vederli così, con tanta buona intenzione, le famiglie stavano come
pane e cacio e mai s'era detto un ette. Ora per un motivo di gelosia
c'era stato l'inferno, tanto che alla siè Rosa pel gran gridare che
aveva fatto che Nannina se la voleva tenere in casa scambio di darla a
quello sforcato, s'era affiochita la voce e aveano dovuto chiamare il
salassatore per alleggerirla del sangue.

Come sarebbe finita nessuno lo sapeva; certo è che i due compari, da
vecchi amici che prima erano, adesso non si guardavano più in faccia,
e per via, se uno pigliava a destra l'altro scantonava a sinistra,
contando le pietre del selciato.

E bisognava dire proprio che ci avesse posto mano il diavolo, che
li faceva incontrare nel teatrino e a quel modo come se si fossero
intesi prima. S'erano adocchiati e non si movevano più; l'inquietudine
di quella vicinanza inaspettata li tormentava. Si guardavano di
sottocchi procurando di rimanere impassibili nella loro stentata aria
d'indiffenza. E, aspettando, si rassegnavano, mentre il pensiero della
rappresentazione che li avrebbe distratti li confortava.

Il teatrino si riempiva, a poco a poco. L'uditorio abituale della
seconda rappresentazione entrava, lentamente, scegliendo i posti
migliori nelle prime file di sedie. Le conoscenze si salutavano,
gravemente, e aspettando che si desse principio si mettevano a
discorrere dell'epoca triste, delle regole al lotto, del pane che
rincariva. Si vedevano lì col desiderio di trovarsi assieme dopo il
lavoro d'una giornata. Le assenze si notavano una dopo l'altra.

Poi, mentre i discorsi ricominciavano sopra un altro tono, il fracasso
dei monelli, che pigliavano d'assalto la piccionaia, provocava laggiù
un malumore d'insofferenza. Prima che avessero preso posto, quei
figli di male femmine, non si sarebbe potuto dir due parole! Era un
chiasso d'inferno. Ora s'arrampicavano per la scaletta a chiocciola,
spingendosi, cadendo sui gradini con un tonfo sordo, tra grandi risate
argentine di birichini liberi. Facevano a chi prima arrivasse; qualcuno
che non trovava più ove ficcarsi s'aggirava attorno, spinto qua e
là, mentre spiava un cantuccio, cacciato via a fischi, urtato dai
nuovi arrivati che non gli davano modo di sedere. Una fila di teste
curiose rasentava il soffitto, ove degli angioli rosei sorridevano
cullati da nuvolette bianche, sfioccate. Un'afa di caldo, che la prima
rappresentazione lasciava ancora nell'aria, vi saliva, sfiorando il
parapetto. Delle piccole facce brune si sporgevano, già rosse, con gli
occhi lucenti, pieni di malizia.

S'aspettava ancora per cominciare; il teatro, riempiendosi, si
preparava, pazientemente.

In un cantuccio sotto la ribalta, di cui i quattro lumi a petrolio
affumicavano il sipario che mostrava delle tristi nudità di tela,
l'orchestra, in gruppo, sottovoce, si raccontava i fatti di casa.
A volte delle chiamate insistenti dalla piccionaia disturbavano le
confidenze; il trombone, vecchio del mestiere, le intratteneva,
soffiando nello strumento che metteva una nota rauca, come una
promessa; dopo, per un momento, il silenzio si ristabiliva e,
nell'angolo, i piccoli gesti, le asserzioni, le curiosità del racconto
ricominciavano. Ma a poco a poco, di sopra, le apostrofi ingiuriose dei
monelli impazienti protestavano contro la mala voglia. Che si narravano
laggiù quelle tre vecchiaie? che non s'aveva più il diritto di sentir
un po' di musica, prima? Non per niente pagavano due soldi a star
pigiati come le aringhe! E si pestava il tavolato, fischiando, urlando,
ricordando all'orchestra un motivo preferito. Qualche buccia d'arancio
veniva giù a colpire in testa qualcuno della musica; allora essa si
decideva, bestemmiando fra' denti, nelle lunghe risate soddisfatte
che esilaravano la piccionaia. Così tutti a una volta, imboccati
gli strumenti, spolmonandosi, avanzando il tempo per farla presto
finita, s'incoraggiavano, con una fretta rabbiosa. Dalla piccionaia
gli applausi frenetici accompagnavano le prime note; si ripetevano,
zufolando, variazioni che solleticavano l'orecchio.

A un punto la tela che s'alzava, arrotolandosi, decise un silenzio
profondo.

La reggia di Buovo d'Antona colle grandi colonne dorate, le tendine
a nappe di seta cremisi, gli specchi dipinti di verde sulle pareti,
sorprese il lubbione. Sotto la porta di entrata due guerrieri di
guardia si dondolavano ancora, leggermente, appesi pel loro filo di
ferro a un gancio che si perdeva dietro il panneggiamento. Dimenticati,
rimanevano lì, ripigliando la loro inanimata immobilità, lo sguardo
fisso, le braccia pendenti, le gambe allargate, di cui i piedi
strisciando sul pavimento si rialzavano sui talloni, con le punte in
su. Venne fuori Buovo, già vecchio. Si fece innanzi con grandi gambate
epilettiche, con la spada attaccata alla mano, l'elmo coperto di piume
d'ogni colore. Girò lentamente la testa, che si fermò di scatto. Salutò
i due guerrieri con un moto spezzato del suo braccio di legno. Parlò;
la voce rauca dell'uomo che moveva la marionetta sembrava venisse da
lei; nel silenzio, delle apostrofi brevi, delle gravi raccomandazioni
accompagnate da leggeri movimenti del capo, ingannavano.

Così vecchio, povero Buovo, si raccomandava pel suo figliuolo alla
cui tenera età sarebbe stato grave il peso dell'armi. Si raccomandava
sapendo della venuta di Rolando e Adalberto suoi nemici, che menavano
con loro tremila Maganzesi all'assedio della sua città. Fece chiamare
i suoi guerrieri, ripetette i consigli. Parlando, alzava il braccio con
la spada, volgendone la punta verso chi ascoltava, lasciandola ricadere
lungo il cosciale che mandava un tintinnio di latta percossa.

Fidava poco nella moglie che, giovane e spensierata, niente si curava
delle cose di Stato, attendendo a farsi bella. S'armassero: il pericolo
era grandissimo; sapeva i due fratelli Maganzesi furibondi e desiderosi
di vendicar la morte del loro padre ch'egli, in leale combattimento,
aveva ucciso. La chiave della città aveva affidata alla regina e alle
cure di lei il figliuolo, quand'egli, uscendo, soccombesse.

I guerrieri a gran passi s'allontanavano, il corpo in direzione delle
quinte, la testa immobile, volta verso gli spettatori — e la scena
mutava.

Nelle sue camere la regina, pazza di gioia per l'arrivo dei Maganzesi,
affidava a un suo confidente un messaggio per Adalberto.

Il ragazzo che di sopra la moveva dandole una voce stridula di donna
giovane, l'agitava nella serica veste gialla che pigliava a volte delle
pieghe strane sulla rigidità delle gambe. Nell'uditorio, affezionato al
vecchio Buovo, quel tradimento faceva correre un disgusto enorme.

Qualche apostrofe insultante interrompeva la regina nelle
manifestazioni del suo amore colpevole. Nondimeno ella raggiungeva
l'intento, il fedel servo recava al Maganzese la lettera e glie
l'accostava al viso, tenendola alta perchè la leggesse. Era scritta
in versi zoppicanti, le cui rime pompose incantavano il pubblico
analfabeta. Figurarsi la gioia d'Adalberto! Finalmente avrebbe nelle
mani quel vecchio imbecille che avea trucidato il padre di lui! Tardi
giungeva ma in tempo la vendetta! Si preparassero i suoi: la regina
avrebbe consegnata la chiave della città!

Un rullo assordante di tamburo copriva le nobili parole, la tela,
svolgendosi, calava, battendo sul capo a un guerriero che non s'era
fatto a tempo indietro. Il vocìo dell'uditorio diveniva formidabile;
delle conoscenze distanti di posto si facevano notare con un fischio,
qualche nuovo venuto, se la discorreva con quelli del lubbione,
levando la voce per farsi sentire. Un bambino, che il rumore
spaventava, cacciava dei piccoli gridi di pianto che trovavano un'eco
derisoria nella turba dei monelli. — Gli desse latte la mamma: o non
lo sentiva che voleva poppare?! — Dalla piccionaia un piagnisteo
di creaturina poppante imitato comicamente faceva ridere tutta la
platea. L'acquafrescaio, in maniche di camicia, un berretto tondo di
lana colorata sul capo, profittava dell'intermezzo per fare il giro,
portando nel vassoietto i bicchieri già pieni ove una sfumatura d'anice
sbiaccava l'acqua.

Attorno ai bicchieri delle ciambelle da cinque un soldo attraevano
l'attenzione dei bambini, che la varietà multicolore dello zucchero
dipinto riempiva di desiderii. La piccionaia, più modesta, si
contentava dei semi di cocomero secchi, che spilluzzicava colle braccia
fuori del parapetto, interessandosi a guardare in giù la pioggia di
bucce che si disseminavano in platea.

Qui i commenti del primo atto mettevano in discussione intere file di
spettatori. Un giovanotto sbarazzino, che aveva un fazzoletto di seta
rossa attorno al collo e al mignolo della destra una fascetta d'oro,
s'ostinava contro Tore.

— Me lo chiamate tradimento?

— E che è? — disse Tore. — E a voi pare una bella cosa Adalberto che
entra nella città senza scendere a combattimento?

— Vuol dire che gli conviene.

— A chi? E dove s'è inteso mai che un cavaliere dei tempi antichi si
sia macchiato l'onore a questo modo?

Il giovanotto fece spallucce, con un movimento sprezzante delle labbra.

— Che c'entra l'onore? Lui gli ha ucciso il padre....

— In leale combattimento, — ribattè Tore.

— Che ne so io? Gliel'ha ucciso, sì o no?

— In leale combattimento!

— Eppoi, se volete sentire la verità, questi guerrieri di Buovo io non
li ho visti mai far niente.

Tore ebbe un sorriso di compassione. Ora la discussione s'animava,
quelli della fila avanti s'erano voltati a sentire, e Vito, che i Reali
di Francia li sapeva a mente, spalancava tanto d'occhi.

— Volete parlare soltanto voi, — disse Tore.

Il giovanotto s'inchinò.

— Alle altre opere ci siete stato? — chiese Tore.

L'altro parve offeso della dimanda.

— Come? Ogni sera, e le tengo stampate in corpo!

— Sia lodato Dio! Allora il combattimento di Orlando coi Maganzesi....

— Macchè! — interruppe il giovane. — Che m'andate contando!...

Allora Vito non si potette tener più e uscì in mezzo anche lui.

— Chi? Ma voi scherzate o dite sul serio? Orlando se l'ha vista con
sei Maganzesi, ed erano quelli buoni. È vero o dico bugia? — dimandò,
volgendosi, senza volerlo, al compare, che quell'inaspettato intervento
aveva stupefatto.

Tore approvò come gli altri, estatico. Il giovanotto, confuso, non
sapeva più a che appigliarsi.

— E la regina? — aggiunse dopo un momento con un riso stupido, volendo
cavarsela con una barzelletta, — quella sì che pensa bene ai casi suoi!

— Be' — disse Vito, — questo è altro affare. Le donne tutte così
son fatte. Eppoi che ne vuol fare di Buovo, poveretta? Buovo ha
ottant'anni....

E arrischiò una facezia troppo libera, eccitando grossolane risate
negli ascoltanti.

Tore rise anche lui, in modo che l'altro lo vedesse; di sfuggita fra
loro due passò uno sguardo di buone intenzioni, pieno di cordialità.

L'acquafrescaio passava. Vito, soddisfatto, si volle regalare un
bicchier d'acqua, lo chiamò, e bevve d'un fiato, con un gran sospirone.

Ma quando fece per mettere il soldo nel vassoietto sentì la mano di
Tore che lo tratteneva e che gli s'era posata sul braccio. Si volse:
l'altro, gravemente, con due dita nel taschino del panciotto, disse:

— È pagato.

— Come? — fece Vito e si volle divincolare. — No, no, non voglio, che
vuol dire?...

Tore gli respinse la mano dolcemente, ammiccando cogli occhi che lo
lasciasse fare, e, mentre lui protestava ancora confondendosi, gettò il
soldo nel vassoio.

— Prego, — ripetette, — è pagato.

Vito non parlò più, meravigliato dell'atto che gli cadeva addosso come
una tegola. Lì per lì non pensò nemmeno a ringraziare, non sapendo se
dovesse offendersene o tenerselo come una finezza.

Così rimase immobile sulla sedia, senza conciarsi bene, chè a voltar
le spalle a Tore in quel momento gli pareva una mala grazia. Alle
gambe gli salivano delle stirature dolorose che la posizione incomoda
provocava, ma tenne duro. Intanto la gentilezza del compare, meditata
in un momento di calma, lo confondeva; a pensarci su si sentiva
nell'anima qualche cosa che si ribellava come ad un'umiliazione, ora
che di mezzo ci correva la sfuriata del giorno avanti. Che era mo' quel
pagar lui all'improvviso? O che il rispondere suo in quella discussione
se l'avesse tenuto come un'attenzione, credendo che l'avesse fatto
per rappaciarsi? E senza moversi, con le spalle leggermente chinate,
guardava in una grande confusione il soldo che gli era rimasto fra
le dita e che per suggezione non rimetteva in saccoccia. Lo girava,
stupidamente, strofinandoselo sulla coscia, facendolo passare nella
cucitura dei calzoni....

A un tratto un'idea luminosa lo colpì; si ricordava di certi sigari che
avea serbato dalla mattina, nella saccoccia del soprabito.

Vi ficcò la mano: c'erano, due, proprio due che pareva ci avesse
pensato. Li cavò in punta di dita, con un tremito nella mano, e si
volse.

L'altro che s'era accorto del maneggio, tossiva guardando in su con
un'aria distratta.

— Senz'offesa, — disse Vito, stendendo la mano coi sigari.

Tore volle fare il meravigliato.

— Ebbene? — disse. — E perchè?... Volete disobbligarvi....

— Oh! oh! — protestò Vito col braccio teso.

— Quand'è così, vi ringrazio, — s'inchinò Tore.

Prese un sigaro e alzandosi andò ad accenderlo a un lume della ribalta.

Vi fu un momento di silenzio; tutti e due che tiravan fuori delle
boccate di contentezza si interessavano alla musica che stroppiava il
_Rigoletto_. Tore, accompagnandola, si dondolava come un appassionato
e batteva il tempo coll'indice sulla spalliera della sedia di Vito.
L'altro se la pigliava col sigaro che non tirava. Una soddisfazione
di fanciulli acchetati li metteva in allegria, incitandoli a delle
piccole libertà di giovani. E come la musica moriva in un silenzio
d'indifferenza, Tore, di colpo, si mise a gridare:

— Beatrice! Beatrice!

Una immensa approvazione rumorosa agitò la piccionaia. — Sì! si!
Beatrice! La serenata cogli ombrelli! Beatrice! Beatrice!

Il tavolato del loggione a furia di pedate tremava tutto; nel fracasso
che cresceva delle chiamate furiose, degli urli comici di monelli messi
in brio arrivavano alla musica, irritandola. Giù in platea il desiderio
si mostrava meno violento: solo, dei gruppetti di giovani, all'ultima
fila, si passavano la voce, divenendo insistenti. Due femminucce
strillavano, tenendosi i fianchi, rovesciandosi l'una sull'altra tra
grandi risate. E dalle tavole mal connesse del pavimento percosso, un
nugolo di polvere si levava e provocava starnuti rumorosi.

— Senti che li piglia! — disse il trombone, rovesciando in giù la
boccuccia dello strumento, per farne scorrere la saliva.

I compagni guardavano in su con occhiate terribili. Ma quando si
preparavano, nel rumore che cresceva, la tela, alzandosi lentamente, li
dispensò da Beatrice.

L'ultimo atto durò pochissimo; il tradimento della regina si
compiva, Buovo era trucidato da Adalberto, la città cadeva nelle
mani dei Maganzesi. L'innamorata regina accoglieva nelle sue braccia
il guerriero amato. Le calde proteste della sua passione eccitata
irritavano il pubblico; insulti da trivio le cadevano addosso mentre
lei sclamava, le braccia per aria, il corpo che si contorceva. I
sospiri si perdevano negli urli d'insofferenza, nelle apostrofi rauche
e minacciose della piccionaia aizzata, sorta in piedi. La tela scese
in una ostile manifestazione di fischi e d'improperii, che assordò
l'uditorio con un lungo schiamazzo. Ora s'usciva; ad ognuno, impiedi
nel corridoio, pareva mille anni di trovarsi fuori. Si spingevano, coi
petti che urtavano le spalle, compatti, soffocati, impazienti.

Alla porta, troppo angusta, la folla si fermava, incalzata dalle
proteste di quelli che si trovavano all'ultimo e che non sapevano
dell'intoppo.

— Ohè! che s'aspetta laggiù?

— S'esce o non s'esce?

— È mortorio.

— S'è arrenata la barca.

I due compari si trovavano vicini, un urtone arrivò dall'ultima fila e
li spinse l'uno sull'altro.

— Mannaggia! — fece Tore, voltandosi.

— Vi siete fatto male? — chiese Vito.

— È niente, — rispose lui. E sorridendo soggiunse: — Voi poi m'avete
voluto confondere....

— Ih! — disse Vito, sorridendo anche lui.

— Una cosa mi dispiace, che ci siamo trovati così ieri e abbiamo fatto
ridere la gente....

— Quello che è stato è stato, — fece per dire Vito, quando un altro
urtone più violento lo spinse fuori.

Nella strada, all'aria frizzante che dava loro dei piccoli brividi di
freddo, s'aspettarono, guardando in su che tempo facesse. Nel cielo
sereno, d'un azzurro cupo tutto uguale, delle stelle grosse come il
pugno s'accendevano di bagliori di luce elettrica.

I lumi a gasse che imbiancavano, messi in giro sotto la tettoia, la
facciata povera del teatrino, innanzi, nella strada sporca, mettevano
una larga macchia d'ombra. Delle donne vi ronzavano, lentamente,
dondolandosi, trascinando le ciabatte con un romore secco di tacchi.
Rasentavano la fila chiassosa delle carrozzelle, evitando la luce
chiara dei fanali che segnava a terra una fascia luminosa ove le loro
ombre arrivavano, allungandosi grottescamente.

La mezza oscurità della piazza le compiaceva: s'accostavano daccapo
alle carrozze, vi si fermavano dietro, immobili, aspettando. Qualcuna,
le mani nelle saccocce del grembiale corto, sbadigliava, guardandosi
attorno con occhiate lente, piene di stanchezza. E dopo aver
fatta dieci volte la stessa strada si fermava di colpo, istupidita
dall'abitudine, mentre passandole accosto, le compagne si lagnavano, a
voce alta, con frasi sconce d'aspettativa insoddisfatta.

Una che abbandonava un crocchio di soldati allegri, canticchiando, le
mani strette dietro sul dosso, s'accostò a Tore. E come lui faceva
le viste di non accorgersi, essa, lievemente, lo urtò col gomito,
guardandolo.

— Sentite.... — mormorò.

Allora tutti e due si volsero; l'invito li metteva in un'allegria
di giovinotti. Ma senza darle retta, lasciandola lì disillusa,
s'allontanarono, ridendo, urtandosi, inciampando nei mucchi di
spazzatura.

— Che voleva, che voleva? — fece Vito.

L'altro, si guardava addietro: gli pareva d'averla ancora alle spalle.

— E che so io?

Nella piazza si fermarono, ridendo sempre senza sapere perchè. Tore che
aveva infilato il suo sotto al braccio del compare, volle ritrarlo, ma
l'altro lo trattenne.

— E dove andate ora?

Tore fece spallucce.

— E voi?

— Io? — disse Vito.

E si guardò innanzi, cercando. La vita rumorosa della strada, il
chiasso comico dei venditori, le luminarie delle bottegucce ambulanti
solleticavano in loro un timido desiderio di muoversi, d'entrare nel
grande strepito, di parteciparvi.

Infine Vito si decise.

— Senz'offesa, se bevessimo un bicchiere di quello che pizzica la
lingua, da Totonno? Stanotte voglio fare tutta una dormita....

— Privo di Dio, voi me l'avete tolto di bocca! — approvò Tore.

E gli rimase attaccato al braccio, mentre s'avviavano, trascinandosi.
Ora la contentezza li esaltava; non si sarebbero divisi mai più! Che
ragazzata l'affare dell'altro giorno! Ah! Ma si sapeva che sarebbe
finita così, si sapeva. Al _Sebeto_ c'erano andati apposta, per far
la pace, che a quel modo non avrebbero potuto tirarla a lungo, col
muso lungo. Ai ragazzi, poi, a casa avrebbero fatta la predica, e se
fiatassero botte a occhi chiusi. O che volevano metter fuoco all'erba
verde, volevano?

Allo sbocco d'un vicolo, Tore che nei panni non c'entrava più, coi
settant'anni che aveva addosso si mise a cantare:

    _Quanto so' belle_
    _'e femmene 'e vascio Puorto!..._

L'altro si sbellicava dal gran ridere, buttandosegli addosso a ogni
passo.

A un tratto si fermò e gli strinse il braccio.

Nel vicolo, lontano trenta passi, c'era la Nannina che chiacchierava
con Tetillo, sotto un fanale. La ragazza interrogava, coi pugni nei
fianchi; l'uomo la persuadeva a poco a poco, spingendola, dolcemente,
facendo atto colle mani che non se ne parlasse più. Poi, assieme, come
se si fossero rappattumati, risalirono il vicolo.

I due, immobili, senza fiatare, rimanevano lì, sotto un muro.

Si guardarono, in silenzio, stupefatti.

— Salute! — mormorò Tore.

Dirimpetto la cantina spalancata li chiamava. Ah, che chiasso di
bevitori allegri, e che odore fresco di vino riempiva il vicolo
deserto! Dentro si suonava; degli accordi di mandolino accompagnati da
una voce acuta di giovinetta rompevano il vocìo confuso.

— Favorite! — disse Vito al compare, sotto la porta.

— Oh! signori miei! — esclamò il bettoliere come li vide entrare. —
Bravo! Bravo! Così vi voglio!



Sant'Anna


Ella avea scritto con la sua calligrafia timida, con l'ingenuità delle
sgrammaticature e delle sconcordanze, sopra un piccolo foglietto roseo,
con l'inchiostro annacquato del quale si serviva suo padre per firmare
le ricevute agl'inquilini. La lettera era molto sentita; de' rimpianti
confusi a tenerezze malinconiche, delle vaghe apprensioni, delle
speranze arrischiate timidamente. A un punto diceva: «Io prego ogni
sera prima di mettermi a letto, prego tutti i santi del Paradiso perchè
si muovano una buona volta a pietà di me sventurata. Non so a chi
confidarmi. Se mia madre, buon'anima, fosse viva me le sarei gettata
al collo, le avrei detto tutto. Ah! Carlo mio! Vi sono certi momenti
in cui maledico quel giorno che ti conobbi! Ma non impensierirti. Io
t'amo sempre, più di me, più di mio padre, più della mia povera mamma
morta. E di questo ho un rimorso, una spina nel cuore; mi considero
come una grande peccatrice. Carlo mio, tu solo mi sei rimasto!...» Più
in là erano confidenze intime, tra le quali, lo si vedeva dalla forma
impacciata e sconnessa, correva un rossore di fanciulla pudica a cui,
nello scrivere, la penna avea dovuto tremare fra mano. Una parola era
addirittura cancellata da una lagrima, un'altra non finiva, spezzata
forse da un singhiozzo improvviso che la dimenticava lì, in fondo alla
letterina. «Vediamoci, — era scritto sulla seconda paginetta, — io ti
voglio vedere. A voce debbo dirli tante cose che non posso affidare
alla carta. Io uscirò sola, oggi alle tre; ho detto che andavo dalla
sarta. Mio padre guarda il letto con un reuma alla spalla. Non c'è
nessuna paura. Questo è l'appuntamento: Io alle tre entrerò nella
chiesa di San Giovanni a Mare, e vi rimarrò dieci minuti. Fatti
trovare quando esco, sul marciapiedi, accosto alla fontana. Spero che
verrai. Mi sento una malinconia nell'anima, una stretta allo stomaco.
Piglieremo un po' d'aria. Vieni, vieni, per carità! Mandami la risposta
per la bambina».

Egli ebbe la lettera a mezzogiorno. La lesse sotto alla porta aperta,
innanzi alla servetta che aspettava china sulla balaustra della
scaletta, tirando delle bucce d'arance a un cane nel cortile. La lesse
sorvolando, distrattamente, senza quasi preoccuparsene. La rimise nella
busta, cacciò tutto in saccoccia e dette due soldi alla bambina.

— Che debbo dire? — chiese costei.

— Va bene, — rispose, — dille che restiamo intesi.

Chiuse la porta e s'avviò nella sua camera, lentamente. Si mise a
sedere in una grande poltrona nell'angolo d'un balconcello. Puntò i
piedi al muro di faccia, stendendosi; mise fuori un'altra volta la
lettera e la rilesse con maggiore attenzione.

Il sole entrava nella stanzetta gaia e pulita; una striscia gialla
si stendeva sul letto passando sulla coverta rossa di lana lieve,
risalendo a una delle colonnine bronzate, appiedi. I mobili in
giro lucevano di nettezze scrupolose; certo a toglierne via così
accuratamente la polvere, a ripassare lo spazzolino nelle intarsiature,
c'era voluta la mano amorosa e paziente del padrone. L'acqua era
fresca in un vasetto di fiori posto in mezzo a due figure di terra
cotta, sul canterano di legno di noce a balaustra. Fra il canterano
ed una scrivania, ove tutto era in ordine, dalla carta sugante sino
allo scatolino delle penne, si stendeva un divanetto a spalliera.
Per terra, innanzi al divanetto, un tappetino rosso e nero a dadi.
Le pareti, rallegrate da un parato a fiori azzurri e giallognoli, si
coprivano qua e là di incisioni e di fotografie. Dietro alla porta,
nella inquadratura di legno, una caricatura a colori. Una piccola
libreria accosto al letto: in uno scaffale a tre ordini, i libri, tutti
nuovi, tutti rilegati a un modo. De' fascicoli illustrati occupavano lo
spazio sotto alle tavolette per le divisioni. Innanzi al balconcello,
che guardava l'inferriata lunga e la grande lanterna del molo più in
là, una piccola toletta. Egli aveva appeso lo specchio a uno scuro del
balcone, per farsi la barba. Nella lastra tersa si riflettevano dal
porto, intricati e neri, gli alberi de' bastimenti, immobili. I rumori
della via salivano morendo sino a quel terzo piano; nel pulviscolo
luminoso, ch'entrava a fasci per la vetrata, le molecole pazze,
correvano, roteando.

Egli era rimasto sopra pensiero, con gli occhi sul fogliettino spiegato
ove il suo sguardo si posava senza attenzione. A volte inarcava le
sopracciglia in atto di chi è preso da sbalordimenti subitanei, a
volte si mordeva le labbra, scotendo la testa leggermente, dall'alto in
basso. Piegò le braccia a croce, chinò il capo sul petto, socchiudendo
gli occhi. Pareva si volesse tutto chiudere in sè, preoccupato della
gravità dell'avvenimento che esigeva delle considerazioni lunghe e
profonde.... Che aveva fatto? Ah! Dio santo! Se ci pensava troppo
ne ammattiva. Com'era passato il tempo, come si eran succedute le
disgrazie! Lui si domandava: Come mai da un sorriso, da un'occhiata,
così di sfuggita, siamo venuti a questo? E che rimedio c'era adesso?...
Alla mente gli si affacciava uno scampo. Fuggire. Metter la roba nei
bauli, vendere quello che non ci capiva, sloggiare di notte e non
farsi veder più, nè vivo nè morto. Stupido! E la casa? E gli affari?
E quello che si sarebbe detto sul conto suo? E lei, lei, quella
poveretta!? No, no; mai! E intanto che fare? Ora che cosa doveva dirgli
Bianchina? Perchè gli dava quell'appuntamento, di giorno, esponendosi,
esponendolo? Era diventata pazza?... Cominciò a pentirsi d'aver
acconsentito. Ma intanto, a pensarci, era megìio. Le avrebbe detto una
buona volta che adesso bisognava finirla a ogni costo.... le avrebbe
detto.... Poi le idee, i propositi s'ingarbugliavano. Tutta colpa di
lui, tutta colpa di lui! Gli stava bene per Dio, gli stava bene! E
intanto come rimediare?

Battè i piedi a terra, incollerito, levando minacciosamente gli occhi
al soffitto, mormorando imprecazioni violente, con uno sconforto,
con una irritazione che gli facevano venir le lagrime. Si mise a
misurar la stanzuccia a gran passi, concitato. Si fermò innanzi alla
scrivania, prese un libro di conti, lo aperse, vi guardò. Le cose non
andavano male. Le tre partite di zucchero erano arrivate a New-York,
il telegramma avea fatto effetto. Che peccato non pigliar via tutto!
Avrebbe venduto un terzo di più. Aspettava gli stracci da Gallipoli.
La commissione gli era stata data cinque giorni innanzi, quando già il
mercato era pieno. Ora mancavano. Buon affare anche questo.

Si fece il conto a memoria. Il vapore avrebbe dovuto arrivare tra le
cinque o le sei del giorno. Tornò al balcone, salì in piedi sopra una
seggiola, guardò lungamente il mare. Quieto come l'olio. Meno male. Ci
guadagnava anche il denaro dell'assicurazione.

Si fregò le mani. Corse un'altra volta alla scrivania, sedette,
eseguì in fretta e furia una regola di sconto, stette un pezzetto a
meditarvi, co' gomiti sul panno scuro, la testa fra mani. Poi sopra un
gran foglio azzurro di carta commerciale scrisse una lettera cifrata,
dalla calligrafia bizzarramente convenzionale, piena di ghirigori. La
firma pigliava da sola un terzo del foglio. Chiuse la lettera in una
busta gialla bislunga, cercò un francobollo nel tiretto e lo incollò
all'angolo della busta.

— E una, — mormorò, con un sospiro di soddisfazione.

Avea preparato un altro foglio. L'orologio accapo alla scrivania suonò
le due e tre quarti. Egli fece un salto sulla seggiola.

— Perdio! Ho appena il tempo di vestirmi!

Lì, nella preoccupazione degli affari, dimenticava l'appuntamento. Si
pettinò con molta cura, passò il piumino della cipria sulla barba rasa
che gli bruciava un poco, fece e disfece tre o quattro volte il nodo
alla cravatta di seta rossa a piccole righe gialline. Mise in testa
il cappelluccio a tese molli, gli dette un leggero garbo sull'orecchio
sinistro perchè si vedesse un po' a destra, sulla fronte, il ricciolo
naturale. Si guardò le unghie lunghe, mise la mano aperta sul petto,
compiacendosene. Era molto bianca sul nero del soprabito chiuso.
All'ultimo inaffiò un moccichino con acqua verdognola che aveva un
profumo stufoso di muschio. Chiuse gli scuri del balcone, accese un
sigaro sotto l'uscio, e scese la scaletta, canterellando a mezza voce
come se andasse a spasso.

Bianchina uscì dalla chiesa dieci minuti dopo le tre, come aveva detto.
Era vestita di scuro, al solito, e aveva la veletta sui cappellino.
Lui passeggiava in su e in giù sul marciapiedi, fumando, guardando
distrattamente le barcacce immobili, coverte di botti enormi. Se la
vide accosto d'un tratto, lei gli aveva dato una leggiera gomitata,
senza guardarlo. Allora si misero a camminare, in silenzio, vicini.

— Che volevi dirmi? — chiese lui, guardandola, quando furono nelle via
larga della marina.

Lei parve che non avesse udito: non rispose. Poi, di colpo, quando lui
pensava ad altro:

— Che volevo dirti? — esclamò. — Non lo sai? Non te l'ho scritto? Non
hai capito? Ora te lo ripeto a voce. Non ne posso più. Ti pare che a
questo modo si possa andar innanzi? Per chi m'hai pigliata? Di', per
chi m'hai pigliata?

— Ma che è successo?... — fece lui, accigliandosi.

E le ruppe lo sfogo sulle labbra; ella per un pezzo non seppe che
rispondere, sopraffatta.

— Va bene, — disse dopo un momento, — va bene, ho torto io, ho levato
troppo la voce, ma una volta, tempo fa, non m'avresti risposto così.
Hai visto a che cosa son ridotta? Che vogliamo fare? Dimmelo. Almeno
ch'io possa regolarmi. Debbo buttarmi giù dalla finestra? Te lo giuro
sull'anima di mia madre, se vuoi far entrare la disgrazia e il disonore
nella casa mia, io lo farò....

— Fossi pazza? — disse lui, pigliandole il braccio, attirandola,
dolcemente.

— Andiamo via di qui, — mormorò Bianchina.

Entrarono nella Villa del Popolo, sedettero a una panca, di rimpetto
al mare. Il mare aveva una tinta fortissima di azzurro, delle barche
lontane biancheggiavano, con le vele tese. Passava un vaporetto, nero,
correndo, con l'elica che faceva spumeggiare l'acqua. La giornata era
calda; nel sole di giugno li pigliava come un torpore, sulla panca
solitaria.

— Qui mi vien sonno, — disse lui, levandosi, — passeggiamo fuori.

Ella si alzò e gli tenne dietro.

— Dove andiamo ora?

— Dove vuoi, — disse lui. — Vogliamo tornare?

— Torniamo.

Ripresero la via di casa. Nessuna parola. Egli si batteva sulla coscia,
col bastoncello, tenendo gli occhi a terra. Bianchina guardava qua e
là, senza nessuna irrequietezza, con gli sguardi lunghi delle persone
indifferenti. A volte lui si metteva a osservarla di sottecchi,
meravigliato di quel silenzio. Ella aveva le labbra socchiuse;
le agitava, come s'ella mormorasse qualcosa, un tremito leggero.
Passando innanzi alla chiesa di San Giovanni a Mare ella vi guardò
profondamente, con un sospiro. La chiesetta era chiusa; s'era seduta
sugli scalini una mendicante e i suoi bimbi le gironzavano attorno.

— Signora, signora! — piagnucolò quando le passarono accosto, — la
carità! La Madonna accompagni voi e il vostro sposo, signora....

Bianchina le gettò un soldo, impallidendo. Lì dentro, nella chiesuola
scura e malinconica, tra le pareti coperte di voti e di quadretti,
ella avea pianto, poco prima; la sua preghiera interrotta dalle lacrime
forse v'aleggiava ancora.

— Che vogliamo fare ora? — disse lui, quando furono a dieci passi dal
palazzetto.

— Vieni, — disse Bianchina, — accompagnami fin laggiù; debbo dirti una
cosa.... vieni....

Lo avea afferrato pel braccio, se lo traeva dietro, pareva convulsa.

— Aspetta, — disse lui. — Ma che è? Dimmelo qui.... ci vedono....
perchè non hai parlato per via?

— No, no, vieni! — insisteva lei.

Quando furono nel palazzetto, presso a' primi gradini della scala,
nella penombra, lo afferrò pel soprabito, gli accostò la bocca
all'orecchio, mormorando parole rotte, balbettando nella commozione.
Lui si sentì sulla faccia l'alito di febbre, il respiro affannoso di
lei, il sibilo de' denti stretti fra i quali passavano le parole....

— Hai capito? — proruppe, ritta sulla scala, tremante, rossa d'emozione
e di vergogna. — Hai capito? hai capito? Ora hai capito, va; questo è,
questo volevo dirti!...

Egli era rimasto stupefatto, non sapeva che rispondere.

— Senti.... — mormorò.

Ma su per la scaletta ella ora fuggiva, senza voltarsi, lasciandogli la
sua confessione.

— Corpo di Dio! — fece lui quando fu solo. — Ah, corpo di Dio!...

E rimase lì impalato, guardandosi le punte delle scarpe, col pugno
chiuso sul bastoncello che si piegava ad arco.

Il sole arroventava quell'ora di canicola. Lontanamente uno strepito
sordo di ruote, uno schioccare di fruste, un tintinnio aspro di
campanelle rompevano il silenzio della via che il giorno festivo
lasciava quasi deserta. L'acqua nel porto luceva come l'oro sotto ai
bastimenti ancorati. E sino a Capri, perduta vagamente in un vapore
luminoso, una larga striscia gialla si stendeva sul mare seminandolo di
pagliuzze irrequiete.

Bianchina quando fu nella sua camera aperse la finestretta. Le mancava
il respiro, aveva una stretta alla gola, l'aria le veniva meno.
Sedette alla sponda del lettuccio poggiando un braccio alla spalliera,
lasciando cader la testa sul braccio. Lungamente i suoi pensieri
tennero dietro alla scena di poco prima. Ella, facendo uno sforzo per
rimaner calma, si chiedeva che sarebbe successo, poi. Che farebbe lui?
Ora glielo aveva detto, lui aveva capito; era una disgrazia immensa,
irreparabile. E lei che farebbe? Lei che farebbe? Degli urli di collera
e di paura le si spegnevano nella strozza: serrava le mani fortemente,
torcendosele.

— Dio mio! Dio mio! — mormorò.

Ora dalla stradicciuola salivano un accordo di violino, il suono rauco
d un trombone. Ella andò a guardare alla finestra. Erano quei due
cantastorie, con la gobbetta che suonava la chitarra. S'erano seduti
con le spalle al muro; la gobbetta aveva sotto al braccio un fascio di
fogliettini sui quali era stampata la storia che stavano per narrare.
Quello del trombone guardava per aria e soffiava nello strumento.

— Signori miei, — disse la gobbetta, — questa è la storia di Sant'Anna
potente e del miracolo che fece.

— Fatto vero, — disse il violino cieco. — Fatto che è successo e sta
scritto sui giornali. Sant'Anna miracolosa v'aiuterà....

Vi fu un preludio brevissimo, dopo il quale la gobbetta si mise a
cantare con la testa indietro e la chitarra sulla pancia:

    _A la strada di Forcella_
    _abitava una donzella,_
    _con un giovin dirimpetto_
    _si mise a amoreggiar._
      _Sant'Anna potente,_
      _Nun l'avite da guardà!..._

L'aria era flebile, a piccole stese lamentevoli.

Il ritornello vernacolo cambiava ad ogni quartina e, secondo gli
avvenimenti della narrazione, consigliava alla santa quel che dovesse
fare.

— La madre, — spiegava quello del trombone, — la madre non voleva
che ci amoreggiasse, ma la figlia fu ostinata e quello che doveva
succedere, successe.

La gobbetta ripigliò:

    _E in capo a nove mesi...._

E qui il ritornello supplicava:

    _Sant'Anna potente,_
    _Vuie l'avite perdunà!_

— Allora, — soggiunse il trombone, mentre gli strumenti tacevano e la
folla s'inteneriva, — una notte sant'Anna che fa? Apparisce in sogno
alla donzella e le dice....

La gobbetta riprese a cantare:

    _Io mi chiamo Sant'Anna,_
    _abito a le Padule,_
    _portami là le cere_
    _e vienimi a trovar...._

Ora in coro, tutti e tre, intonavano l'ultimo ritornello:

    _Sant'Anna potente,_
    _Sti miracoli sape fa!_

Poi la gobbetta andò in giro vendendo per un soldo la storia de' due
amanti, diventati marito e moglie per virtù della santa. Sotto alla
bottega il barbiere si mise a leggerla in piedi, con la moglie e le
figlie attorno. Un coscritto la comprò per mandarla forse alla sua
amorosa, come una promessa.

Bianchina, quando se ne andarono, richiuse la finestra e appoggiò la
fronte a' vetri, guardando ancora nella strada che si vuotava.

Una profonda amarezza le scendeva al cuore. Barcollò; si dovette
afferrare a un battente della finestra per non cadere. La pigliava un
capogiro, le tempie le battevano; chiuse gli occhi, li riaprì dopo un
momento, lasciando il battente, affidandosi alle braccia che stendeva
innanzi, facendo un passo nella camera. Arrivò sino al canterano di
legno nero, sul quale una immagine della santa guardava innanzi a sè
con l'occhio severo, con le labbra chiuse, impassibile.

Con le mani tremanti le accese il lumino innanzi. La santa si
rischiarò. Ma la faccia rimase com'era, con la stessa piega di
meditazione alle labbra fini e lunghe, con lo stesso sguardo
implacabile, con le mani stecchite sul tono scuro della veste.

Ella provò a pregarla. Aveva la bocca amara, si sentiva un dolore fitto
nella testa, come se le avessero stretta al cranio una cordella. Un
singhiozzo convulso l'afferrava alla gola.

— Sant'Anna mia! — balbettò, — Sant'Anna mia, perdonatemi!
perdonatemi!...

Aspettava; aspettava che la santa si movesse a pietà, aspettava
che sorridesse, che le mormorasse qualcosa, in quel silenzio della
stanzuccia, innanzi a quel raccoglimento di peccatrice compunta. Levò
lo sguardo. La santa rimaneva indifferente, chiudeva l'orecchio alle
sue preghiere, non aveva compassione....

— Oh! Sant'Anna mia!... — susurrò Bianchina.

E cadde lunga sul pavimento, co' denti che le battevano, con la febbre
che la bruciava sino all'ossa.



La Taglia


Mariangela Santella non ne poteva più. S'era buttata sul pagliericcio e
mordeva lo scialle stracciato, per non farsi udire. I dolori del parto
l'avevano colta d'un subito, mentre raccoglieva di su al davanzale
della finestra i peperoncelli rossi che avea posto a seccare al sole.

Per terra il più piccolo de' marmocchi, nudo e steso con la pancia
all'aria, brancicava attorno con le manine e rideva ai pulcini della
chioccia che lo vellicavano, saltellandogli sul petto con le zampine
sporche di terriccio.

L'altro, il rosso dagli occhi grandi e stupidi, sbucciava i fagioli nel
tegame con una lentezza di ragazzo fannullone, rimanendo lungamente a
guardar la madre che si torceva.

Bernardino Santella entrò, con la pipetta in bocca e le mani sul
dosso. Di fuori qualche urlo di spasimo lo avea udito, sapeva di che si
trattasse; già, un giorno o l'altro, era cosa che doveva accadere.

— Mbè, Mariangela? — fece, accostandosi alla moglie. — La chiammamo sta
vammana?

E sogghignò, masticando un po' la cannuccia della pipetta, battendo il
piede a terra leggermente, con le labbra strette.

Ora che a Durazzano non si poteva più fare un passo fuori l'uscio e
la gente si chiudeva in casa come se ci fosse il colèra, si poteva
pure morire di parto, e poi la vammana se n'era fuggita a Bisaccia,
con le figlie e il farmacista Stoppella. Nel paesello sconsolato era
un silenzio dì morte; terrori improvvisi facevano raggricciare le
carni, e un niente lo metteva sossopra. Mariangela non s'era messa
a gridare, pensando alla paura che avrebbe fatto al vicinato, ove
accosto alla stamberga sua c'erano le figlie del notaio che a momenti
s'immaginavano di vedersi i briganti in casa ed erano quasi ammattite,
pensando al loro onore in pericolo. Il notaio co' due nipoti preti si
fabbricava la polvere in casa e non usciva più da un mese nemmeno a
sentir messa. Da Atina, da Esperia le male notizie le portava il vento.
Oggi il saccheggio alla casa del sindaco, ieri Fita Vocanello che avea
mandata alla mamma di Benedetto Caruso un'orecchia del figliuolo in una
lettera, dicendo che pel riscatto voleva mille ducati, e poi Angelo, il
mandriano del signor marchese, arrostito sulla legna come un montone,
e le due belle mule di Fortunato Sacco sparite col basto e la cavezza
dalla stalla: un orrore, un orrore! La gente si raccomandava l'anima
per le brutte morti che sentiva, guardandosi in faccia, spaurita. Uno
dietro all'altro arrivavano i telegrammi; diceva il prefetto che subito
avrebbe mandati i soldati e questi non si vedevano mai. A mala pena
ne vennero cinquanta nel giorno del Corpus Domini. Si abbandonarono
qua e là pe' campi arsi, per la boscaglia fitta che non conoscevano e
tornarono sfiniti, dopo sette ore di fucilate, con tre compagni morti
sopra le barelle.

Ma pure, fruga e rifruga, aveano presi due della banda e se li
cacciavano innanzi legati, sputacchiando loro in faccia come fecero a
Cristo sulla croce.

Allora Mariangela, ch'era stata a vederli passare fra la gente accorsa,
per poco non si sconciò dal ribrezzo, e sempre diceva che avrebbe fatto
un figlio col labbro rotto, come l'aveva uno di quelli, che le avea
piantato gli occhi negli occhi mentre lei sclamava: — Dio sia lodato!

La faccenda fu subito accomodata, senza romore di giudizio,
senz'avvocati e tribunali. Laggiù, dietro la chiesuola, li fucilarono
sullo sterrato, e ancora si veggono i buchi neri delle palle nel muro.
Quello del muso rotto si voleva a forza confessare, lagnandosi che gli
perdevano l'anima col mandarlo all'altro mondo senza quel sacramento.
Così il sergente Mazzarella, intenerito, gli fece la proposta che
s'acconciasse con lui ch'era stato chierico tant'anni addietro. Ma come
gli accostò l'orecchio alla bocca l'altro glie l'afferrò tra i denti e
se lo mangiò come niente. Un orrore!

Bernardino s'era messo a sedere sulla tavola zoppa, con le gambe
penzoloni, le palme strette fra i ginocchi.

Il sole di luglio irrompeva lì dentro con una vampa che ardeva la
carne e toglieva il respiro; bruciacchiava sotto l'uscio le fette di
melanciane che si torcevano, raggrinzendosi, sul solaio. La chioccia
beccava fra i chicchi sparsi, chiamando i pulcini che si rincorrevano
pigolando. Un cagnolo puntava le zampe sull'orlo dell'orciuolo e vi
allungava il muso sporco, lambendo l'acqua che al sole era diventata
tepida.

Fuori un silenzio pesante per tutta la spianata fin dove arrivavano
l'ultime case, ove il terreno s'incurvava leggermente e apparivano le
cime spogliate dei primi alberelli.

— A Battista de Limátula l'hènne missa ncuollo 'a taglia, — disse
Bernardino, di colpo, levando gli occhi sulla moglie.

Lei s'era allungata sopra un fianco, sbadigliando, sorreggendo la testa
nella mano, mentre attorno le ronzavano le mosche, nell'afa.

— Mille duchète.... — soggiunse lui. — E nc'è pure l'avviso sotto a lu
Municipio.

— E quante fanno? — disse Mariangela, che nel voltarsi a udire il
marito mise un piccolo grido di dolore.

— Eh! — disse lui. — Fanno mille duchète, fanno, e tutto Durazzano nu
li vale.

Vi fu un silenzio. Il marmocchio era arrivato sotto l'uscio, carponi,
e s'afferrava al manico della vanga, tirandosela addosso. L'altro,
il rosso, lo guardava fare sorridendo; poi s'alzò, gli venne ad
accoccolarsi accosto, lo afferrò alle spalle e se lo rovesciò sul
petto. Il bimbo nudo strillava, impazientendo, con le manine che
volevano difendersi. Poi, steso bocconi sul fratello, gli rise con
la bocca su la bocca, mettendogli le dita negli occhi. L'altro si
schermiva, armeggiando con le mani, vellicato dalle carni fresche e
sode dei fratellino.

— Sempre mille? — sospirò Mariangela, sputacchiando come se avesse
bevuto fiele. — Vivo o muorto?

— Ecchè? — fece lui, sghignazzando. — Isso nun se fa pijà vivo!...
Sapessero addò sta, sapessero! Siente, neh, io saccio addò sta.... Sta
là nfunno, sott'a la pagliara e' Dunat'Auricchio, va!... E siente....

Ma lei, nel sopore che succedeva agli spasimi, taceva, con la bocca
schiusa, già quasi addormentata: il sudore le luceva sotto gli occhi
affossati.

Bernardino scese dalla tavola e s'accostò a guardarla.

— Mbè?

Aspettò un momento che rispondesse, poi le volse le spalle, andò
su e giù per la stanzuccia, con le mani che frugavano sbadatamente
nelle tasche della giacchetta. Si fermò innanzi alla botte sfasciata
ove alloggiava la chioccia e si chinò a prendere qualche cosa ch'era
nascosta là dentro, fra la paglia.

I bambini ridevano. Il rosso mordeva leggermente un braccio all'altro e
sbarrava gli occhi, e ringhiava come il cagnuolo.

Bernardino si chinò sul marmocchio e gli dette un gran bacione sul
capo, tra i capelli sottili e dorati. Uscendo camminava a piccoli
passi, poi tirò innanzi affrettandoli, e pel sentieruolo storto che
s'inerpicava di faccia al casolare si fece il segno di croce.

In quell'ora il sole dardeggiava in un immenso bagliore accecante, nel
cielo turchino ove a un punto s'allargava un'irradiazione abbagliante.
Dalla finestretta si poteva vedere la via larga e deserta allungantesi
di fianco al sentieruolo sino ai castagni che la sbarravano. Il terreno
bruciava sotto quel bacio infocato, nell'afa insopportabile, nell'alito
ardente che lo lambiva come fiato di belva. Da lontano il monotono
piagnucolio d'un cuculo arrivava debolmente, mettendo in quella
spianata gialla e disperata la tristezza d'una landa.

Prima dell'Avemaria, Mariangela si svegliò di soprassalto, tra le fitte
orribili delle ultime doglie.

— Ah! Santa Catarina, aiuteme!

Allora il rosso le si accostò, spaventato, non sapendo che dire.

— Tata se nn'è juto, — mormorò. — S'è levète li scarpe.... se nn'è
juto....

— Ah! Santa Catarina! — sclamava lei. — E cussì me lasse!

Il rosso si mise a correre su pel sentieruolo. Ma quando fu in cima
il fiato gli venne meno: era tutto sudato e i piedi gli dolevano.
Lassù la boscaglia cominciava. Un gran pino stendeva a terra un'ombra
gigantesca; una pina caduta s'apriva al sole, già secca. Il bambino si
fermò, la raccolse e la mise in saccoccia. Poi s'incamminò lentamente,
voltandosi qua e là, con l'istinto curioso dei fanciulli che cercano.
Allo svolto, ove la spianata ricominciava avvallandosi, adocchiò una
lucertola che s'era stesa pigramente al sole, con la pancia all'aria.
Strisciando, con gli occhi spalancati, le mani pronte, il rosso
l'acchiappò sotto il berretto. Sedette a terra, allargando le gambe;
avvolse la bestiolina in una pezzuola lacera e la cacciò in saccoccia.
E rimase a baloccarsi col pezzetto di coda che s'era staccata alla
lucertola e balzava torcendosi sull'erba come un serpentello. Poi
s'alzò e si mise a correre daccapo.

Dopo cinquanta passi il muricciuolo che riparava la pagliaia di
Donato Auricchio gli si parò innanzi. Era tutto diroccato, tra l'erbe
selvagge, tra un roveto arso che lo assaliva alle spalle.

Il ragazzo s'arrampicò sino in cima, sporse fuori il capo a guardare,
afferrandosi con le mani alle pietre, calde ancora. Le ultime canne
della pagliaia bruciavano nella cenere nera, a terra, e se ne levava
una spira di fumo sottile, e saliva nell'aria greve. Più in là, a due
passi da un gigantesco faggio, un corpo si disegnava bocconi, tutto
nero, sull'erba che rosseggiava co' suoi fili nani sotto a quella testa
con una gran macchia scura.

Il rosso chiamò:

— Tata! Tata!

Nessuno rispose. Ma egli aveva riconosciuto il padre, dalla giacchetta
verdognola di velluto stinto, dalle scarpe, enormi, irte le suola di
bullette, le punte in sotto. L'ammazzato si vedeva poco in faccia,
si vedeva appena il profilo adunco del naso e una ciocca di capelli
scompigliati. Le mosche gli ronzavano attorno a frotte, correndogli a
una mano che spuntava di fra l'erbe, tutta pesta e sanguinosa, aperta.

Il ragazzo sedette sul muricciuolo ch'era troppo alto perchè egli
avesse coraggio di saltarlo. Guardò lungamente, senza comprendere. Poi
tornò a chiamare:

— Tata! Tata!

In quel momento il sole tramontava. Nel cielo azzurro salivano due
nuvole macchiate nel bianco argenteo di strie brunastre, come se per
entro vi fossero passati i denti d'un pettine. Nel lontano, ove lo
sguardo si perdeva nella stesa immensa dei campi, dalla parte del
sole una nuvola aranciata s'orlava di spruzzi sanguigni. E da' campi,
dalla boscaglia respirante a ondate il zeffiro della sera, arrivavano
susurri indefinibili e incessanti, ronzii d'insetti in amore, pispigli
brevi e sommessi; arrivavano gli odori acri del bosco, ancora fumigante
d'arsura.

— Tata! — chiamava il piccino, — Tata, mamma chiange e ti vo'!... Oi,
tata!...

S'impazientì. Si stese boccone sul muricciuolo, mise fuori la lucertola
dallo straccio, le attaccò uno spago al mozzicone di coda sanguinante
e la fece camminare, rattenendola con improvvise strappate, gridandole
dietro:

— Ah! Ah!... Isce!...



Bambini


I.

Dai tortuosi vicoletti del Mercato arrivavano pian piano. Sbucarono
a piazza Dante, si fermarono un pezzetto sotto l'arco istoriato della
Porta Alba, guardarono qua e là, incantati. La piazza larga era piena
di gente che andava e veniva, i giardinetti vi segnavano, più in là,
a destra, un quadrato tutto verde, screziato di bianche achillee in
fiore, di dracene eleganti, di peonie ritte, sveltissime. A sinistra,
dietro il muro d'un palazzo che faceva angolo, Toledo romorosa
cominciava; ne veniva un immenso mormorio, in cui di tanto in tanto le
fruste schioccavano, gli organini si lamentavano sotto alle finestre e
un carro pesante rotolava sul selciato.

Erano tre — due bambine e un maschietto.

Il maschietto poteva aver cinque anni; gli avevano messo in testa un
berretto che non era suo, troppo largo; gli scendeva sulle orecchie.
Portava in mano una cannuccia e per la via se ne serviva come di
bastone, appoggiandosi. La cannuccia gli dava una grande gravità. Aveva
le scarpe sdrucite, senza tacchi, tutte arse. Il colletto della camicia
gli si rivoltava sul panciottino, al quale tre bottoni mancavano;
degli altri tre due erano bianchi, uno nero, attaccato col filo bianco.
Attorno alla vita una cordicella gli assicurava i calzoni rattoppati
alle ginocchia. Cacciava a ogni momento una mano in saccoccia, metteva
fuori uno scatolino da fiammiferi vuoto, ne osservava sbadatamente le
figurine, lo apriva, lo rinchiudeva, rimettendolo in tasca, con sopra
la mano. Era biondiccio come la più piccola delle sorelle: come lei
aveva gli occhi azzurri, il nasino all'insù, il mento rotondo.

A quella, più grande d'un anno, mancavano due denti superiori, tra
la filza bianca e allineata. Vestiva di panno scuro, con un piccolo
grembiale bianco, senza tasche. Sulla fronte le si dividevano i capelli
fini, cascandole sulle tempie, arricciandosi naturalmente dietro
la testa, alla nuca, ov'erano mozzati. Uno scialletto da pupa le
copriva le spalle: la vesticciuola troppo corta le giungeva appena al
ginocchio, lasciando vedere i due nastrini azzurri che sostituivano le
giarrettiere alle calze bianche e rosse a fasce.

Parlava sola, sottovoce, con una manina in quella della sorella grande,
che stava in mezzo; passando agitava il braccio ciondoloni, indicava
qualcuno con l'indice teso, toccava leggermente, in punta di dita, le
vesti delle signore, ragionando da sola, pigliando pose di donna fatta,
interrogandosi, rispondendosi. A un momento, mentre si fermavano, dette
una strappatina alla frangia d'uno scialle, tentata dalle palline di
vetro che vi lucevano.

— Bestia! — fece la sorella, arrossendo, tirandosela dietro pel
braccio, mentre la signora dallo scialle si voltava, sorpresa.

E la trascinò via, mormorando, menandole uno scappellotto. La piccina
fece il muso e non disse nulla. Ma dopo quattro passi si volse,
cautamente. La signora, appoggiata al braccio del marito, ancora la
guardava con gli occhi che volevano parer severi. Allora lei le tirò
fuori tanto di lingua, con una smorfia, socchiudendo le palpebre,
mettendosi in fianco il pugno, piegandosi in una riverenza comica.

In piazza Dante, sotto la statua, si fermarono.

— Vogliamo restare qui? — disse la grande.

Sì, sì! Non chiedevano altro, volevano restare lì un poco. La piazza,
piena di sole, piena di monellucci liberi che facevano baccano sulla
terra battuta, li entusiasmava. Subito il piccino abbandonò la mano
della sorella.

— Dove vai? — disse lei.

— Qui.... qui....

Aveva adocchiata una comitiva di ragazzetti seduta per terra in giro.
Giocavano con certe pietruzze in un quadrato con tante caselline,
disegnato col gesso sullo sterrato. Lui s'avvicinò lentamente,
trascinando la cannuccia. Rimase lì in piedi a guardare, con le mani
dietro sul dosso, immobile. Poi si stancò, sedette per terra anche lui.
Allora, dopo un momento, uno de' monellucci che non giocava lo urtò col
gomito. Il piccino si volse.

— Tu che fai qui? — disse quello.

— Niente.

— A chi sei figlio?

— A papà, — disse il piccino.

Disse l'altro ridendo:

— Grazie!

— A Giovanni il lustrascarpe, — si corresse il piccino.

Si guardarono. Il piccino cominciava a impensierirsi. L'altro lo
esaminava con gli occhi vivi, pieni di malizia. Poi chiese:

— Mi vuoi dare questa cannuccia? Cosa ne fai?

— Mi serve, — balbettò il piccino, tirandosi un poco indietro.

— Vattene! — disse quello.

Il piccino s'alzò impaurito, puntando a terra le palme, senza lasciare
la cannuccia. Se ne andò senza voltarsi, passo passo, co' calzoni
sporchi di terriccio. Le sorelle sedevano sotto alla statua, sul
gradino più largo. La più piccola piegava in quattro un moccichino,
stirandolo sulle ginocchia con le palme delle mani; l'altra guardava
innanzi a sè distratta, con le mani in tasca.

— Malia, — piagnucolò il bambino accostandosele, — quello lì voleva la
cannuccia!...

— Siedi, — fece lei.

Egli sedette accanto alla piccola, con la quale si mise a parlare
sottovoce, raccontando il fatto. Malia guardava ancora; le era parso di
riconoscere nel piccolo servitorello inguantato, che se ne stava ritto
allo sportello d'una carrozza, il figlio del macchinista il quale,
un tempo, abitava di faccia a loro, al mercato. Ah! sì! era proprio
Peppino!

Ora la carrozza, lasciando le signore che entrarono in un palazzo,
girò e venne a mettersi nella piazza. Il servitorello scese, gironzò un
poco attorno, guardò in aria, s'accomodò sulla testa la tuba lucida, e
rimase lì impalato, sbadigliando.

— Sentite, — disse Malia a' bimbi, — aspettatemi qui, ora vengo, non vi
movete....

Passò dietro alla statua, sedette su uno de' poggiuoli di marmo,
e sciolse i capelli, mettendosi in grembo le forcinelle. Rifece la
treccia, passò due o tre volte la palma della mano sulla frangetta
ribelle che il vento le avea scompigliata in fronte e strinse dietro
la vita il nodo dello scialletto. Tornò a' bimbi. Il maschietto già
sonnecchiava, la testa sprofondata nel berretto, sino agli occhi.

— Levati, su! — disse Malia. — Andiamo....

Gli aggiustò in capo il berretto, gli nettò dal terriccio i calzoni e
se lo prese per mano.

Il servitorello non si moveva, guardando ai balconi di rimpetto. A un
momento se la vide passare innanzi lentamente, in mezzo ai bimbi.

— Buongiorno, — sorrise Malia.

— Oh! — fece lui. — E che fate qui?

— Niente; camminiamo; la mamma è uscita.

Carina, con quella sua veste a fiori! Il ragazzo se la mangiava cogli
occhi. Era alta quanto lui, avevano la stessa età, dodici anni. Lui
veniva su atticciatello, co' capelli neri crespi e gli occhi castagni.

— Fatevi in qua, — disse. — Da quanto non vi si vede! E la mamma vostra
come sta?

— A servirvi, — disse Malia.

— Favorirmi, — disse il servitorello.

Vi fu un silenzio. I bambini lo guardavano: il maschietto esaminava
curiosamente i grandi bottoni dorati, che lucevano, sul soprabito
attillato, in due file.

— Voi vi siete fatta grande. Che fate? — disse il servitorello. — Fate
la sarta?

— Eh! no, — rispose lei, — ci vuol tempo. Mi son messa con una
stiratrice. Sto imparando.

— Ah! davvero? — e s'incamminavano co' bambini dietro. — Allora le
camice mie le voglio fare stirare a voi. Quanto mi fate spendere?

Ella sorrise e lo guardò, arrossendo un poco.

— Se foss'io la padrona, — mormorò, — non vi farei.... Ve le stirerei
per niente....

— Davvero? — disse lui.

E con uno sguardo di ragazzetto impertinente la fece arrossire anche
più.

— Venite con me, — disse ai bambini.

Li condusse innanzi alla panchetta d'uno che vendeva i ceci arrosto, ne
comprò per due soldi, n'empì loro le mani. Il maschietto se li cacciava
in tasca e ne mise perfino nella scatola de' fiammiferi.

— Oh! — diceva Malia, confusa. — E perchè fate questo?

— Lasciate andare, — rispose lui, gettando i due soldi sulla
panchettina, come un signore.

Tornarono indietro passo passo. I piccini si erano messi a rosicchiare
i ceci, in silenzio. Malia accosto al piccolo galante si dava un'aria
di languore, socchiudendo gli occhi al sole, guardandosi le mani, con
la testa china.

— Voglio venire a trovarvi; — ripigliò il servitorello, — voglio
salutare mamma vostra che non vedo da tanto tempo. Abitate ancora
laggiù, di faccia alla bettola?

— Sì, — fece Malia, rialzando il capo, — non vi potrete sbagliare. Ma
lo dite per dire, voi non ci verrete....

— Oh! parola d'onore! — giurò, stendendo la mano.

E afferrò e strinse quella della bambina, che lo guardava sorridendo.

— Ahi! Mi fate male! — disse Malia.

Di colpo, a un fischio acuto, il servitorello si volse, lasciò andar la
mano.

— Diamine! — esclamò. — Le signore scendono.... addio.... statevi
bene.... arrivederci!...

Prese la corsa a capo basso.

— Ricordatevi la promessa! — gli gridò dietro Malia.

Egli accennò di sì col capo, galoppando per trovarsi in tempo allo
sportello, con le ali del soprabito che svolazzavano. Malia si fece
innanzi sul marciapiedi, per vederlo passare. Il servitorello, seduto
in serpa accosto al grosso cocchiere tutto serio, la salutò con un
lungo sorriso. Ella tenne dietro con lo sguardo alla carrozza che
s'allontanava, sino a quando, nel lontano, sparve.

Per via il piccino chiese alla sorella:

— Chi è quel signore?

Malia gli strinse il braccio con un'aria circospetta e maliziosa, e gli
ammiccò, coll'indice sulle labbra.

Il marmocchio non capì, ma fu contento della risposta silenziosa. Si
rimise a rosicchiare i ceci, trascinando la cannuccia.

Malia andava innanzi di due passi, la testa alta, tutta compresa
dell'idillio. Gli occhi grandi, attraverso alla frangetta, ridevano.


II.

La via larga era piena di sole, quasi deserta, quantunque dalla
piazzetta di Porto si potesse, attraversandola, arrivar presto alla
marina. Era come un silenzio fra que' due continui romori della
piazzetta e del Molo. A Porto, sotto gl'immensi ombrelli incatramati,
sotto le tende larghe, sotto le tettoie di zinco luccicanti, i
venditori urlavano dall'alba, le spighe bollivano nelle caldaie enormi,
le frittelle s'ammonticchiavano a piramidi, tra un fumo di tizzi
scoppiettanti, in un odore di strutto bollente ch'entrava in gola come
un'arsura e faceva venir la tosse stizzosa.

I marciapiedi sparivano sotto le ceste dai fianchi gravidi, una voce
gridava ai passanti il sapore e il colore bello de' pomodori, de'
peperoni gialli, delle prugna more ammucchiate su per le panchette,
in piattelli. Gli odori si confondevano: a volte dal gran magazzino di
coloniali usciva un profumo dolce di alcool travasato.

In giù il mercato del pesce era tutto un formicolio, lo favoriva la
giornata di magro. Dai tronchi immani dei tonni il sangue scorreva
gocciolando nelle pozze, metteva qua e là sul selciato sdrucciolevole
delle larghe macchie rossastre. La povera gente, la borghesia meschina
si decideva pei tonni, tentata dalle fette doppie e rotonde che ne
tagliavano, tutta carne. Pei signori i cuochi venivano a pigliare i
merluzzi e le orate rare e le triglie lucenti, macchiate di carmino sul
dosso, stese sul letto verde di musco, le bocche spalancate.

Al Molo era un commercio più largo, un movimento più romoroso.
Passavano i carri a tre, a quattro, in fila, carichi di balle, di botti
enormi, con un fracasso di frustate, di cigolii aspri di ruote, di
scricchiolamenti di balestre, di «arri», urlati alle bestie affaticate
arrampicantisi sulle rotaie del tramway che davano sbalzi improvvisi
alle carrozzelle frettolose, agli omnibus lenti e pesanti. A destra,
sul mare, l'inferriata a lance s'allungava perdendosi nel lontano,
come fusa in una parete di ferro luccicante, dietro cui s'intricava la
ragnatela de' pennoni, de' lunghi alberi delle navi ancorate. In cima
agli alberi le banderuole colorate pendevano nell'afa, immobili.

Questa via larga e deserta sbucava a Porto per un capo e per l'altro
metteva al Molo. Era una scorciatoia, ma i vicoli attorno, pieni
d'ombra e di frescura, la lasciavano abbandonata. Si passava per questi
vicoli girando quel tratto di strada lungo e soleggiato, ove scottavano
i lastroni, ove tutto era giallo di sole.

Le tre bambine, dopo aver guardato qua e là, si fermarono in questa
strada, andarono a cacciarsi sotto un androne, sedettero a terra e
cominciarono a chiacchierare, gesticolando.

Parlavano a bassa voce, dando a volle occhiate rapide nella via, quando
qualcuno passava discutendo. La più grande mise fuori delle strisce
di pannolino vecchio, infilò un ago, fece a pezzetti uno straccio. Le
altre guardavano attentamente, aspettando.

— Rosinella, — disse lei.

Rosinella stese il braccio e tirò in su la manica della camiciuola.

— Non mi pungere.... — mormorò.

— Via! — disse l'altra.

Le aggiustò attorno ai polso dei pezzetti di quello straccio, risalendo
sino a metà del braccino scarno.

Avvolse tutto in una delle bende e si tirò il braccino sulle ginocchia,
tenendovelo fermo, cercando l'ago. Poi cominciò a cucir la benda perchè
non si svolgesse. A Rosinella salivano de' brividi per tutto il corpo:
spalancava gli occhi e seguiva l'ago paurosamente. A un tratto, come
le parve che questo entrasse troppo, ritrasse il braccio con un piccolo
grido.

— Che è stato? — disse Peppina.

— Tu mi pungi!... — mentì Rosinella, per trovar la scusa.

— Non è vero! — disse Carmela, la più piccola. — Non l'hai punta, vuol
far la preziosa.

— Non fare la preziosa! — disse Peppina.

Quand'ebbe finito, strofinò sulla fasciatura due ciliege, spremendone
il sugo, sporcandola di una macchia rossa che pareva sangue.

— E una, — disse.

Carmela stendeva il braccio, sorridendo. Era una piccola grassottella
scapata, con i capelli biondicci, con la bocca rossa fatta per ridere e
per mangiare.

— Oh! aspetta! — disse a un momento, — qui no, qui ci ho l'anello.

Infatti, si ricordava, al dito mignolo della manina aveva un cerchietto
di stagno, una galanteria che voleva mostrare. Stese l'altro braccio
e si lasciò fare tranquillamente. All'ultimo le due piccole fasciarono
Peppina.

Così le tre minuscole mendicanti si facevano storpie. S'avviarono.
Per le vie popolose e affaccendate di Porto allungarono il passo senza
chiedere; i piccoli affari, l'occupazione della vendita e delle compere
non potevano distrarre i passanti. Le urtavano, se le toglievano di
fra le gambe con una spinta, non le guardavano nemmanco. Solo Peppina
nella piazza si mise dietro a un marinaro russo, che arrotolava una
sigaretta, camminando con le gambe allargate. Lui da prima le sorrise
bonariamente, guardò il braccio ch'ella stendeva tutta piagnucolosa, le
borbottò qualcosa in una lingua che lei non capì.

— _Carasciò!_ — fece Peppina, chiamandolo con la sola parola russa che
i monellucci conoscono, — guardate, carasciò, mi son fatta male alla
mano, non posso lavorare....

Il marinaro le accarezzò i capelli, tornò a sorriderle, le offrì la
sigaretta....

— Grazie, — disse Peppina, — non so fumare, dammi un soldo.

Gli s'afferrava alla giacchetta, le dava delle strappatine,
invogliandolo, con gli occhi supplichevoli.

— Via, via, carasciò, un soldo!

Lui non le credeva, voleva scherzare, voleva acchiapparle il lobo
dell'orecchio in punta di dita. Allora lei, seccata, lo piantò.

Salì lentamente per via San Marco, andò alla fontanella accosto a cui,
per un momento, la tennero intenta delle parolaccie che si scambiavano
due femmine del popolo, scalmanandosi, con le braccia all'aria.
S'allontanò, sbadigliando, quando si rappaciarono. Camminava a caso.
Passando innanzi a una di quelle sorbetterie che hanno fuori nella
strada il gran banco, chiese al garzone un po' di sorbetto ch'era
rimasto in fondo a un bicchierino. Lo ingoiò in fretta, avidamente, con
gli occhi socchiusi. Più in là trovò per terra un mozzicone di sigaro,
quasi mezzo sigaro, ancora acceso. A qualcuno era caduto in quel
momento; un signore che passava in vettura si voltò indietro, era suo,
gli era scappato di mano. Lei se ne accorse, ma lo spense strofinandolo
contro il selciato e se lo mise in tasca lo stesso.

S'avvicinava a Toledo. Le sue curiosità ricominciavano innanzi
alle vetrine, alla varietà delle bacheche. Sovra tutto i giocattoli
l'attiravano. Contemplò lungamente, nella vetrina di un mercante di
giocattoli, un cosacco barbuto che ingollava soldati, afforchettandoli.
Se ne andava piena di desiderii. Vi fu a un tratto un affollarsi di
carrozze e di pedoni; si traevano da parte per far luogo a un mortorio.
Appariva in alto, a dieci passi, lo stendardo, barcollante, d'una
confraternita. La piccina si perdette in quella confusione.

Suonavano le tre. Il caldo diventava insopportabile, si camminava in
fila rasente i muri, sotto l'ombra delle tende che scendevano davanti
ai negozii.

Ora le piccine s'incontravano al luogo dell'appuntamento, lassù in via
del Museo. Peppina da lontano vide Carmela e Rosinella che discutevano
sotto il grande portone dell'Istituto di Belle Arti. Sedevano sugli
scalini, sotto uno de' grandi leoni di bronzo, in una striscia d'ombra.

— Rosinella ha i soldi! — annunziò Carmela, correndole incontro. — Ma
uno l'ha speso, ha voluto comprare una galletta.

— Non è vero! — gridò l'altra.

Tornavano a sedere sui gradini. Rosinella mise fuori tre soldi. Carmela
non possedeva nulla. Per un po' rimase mortificata, poi fece spallucce.
Era così piccola, era! Nessuno le aveva badato. E poi lei chiedeva, lei
faceva la faccia rossa e Rosinella intascava.

— Gesù! — fece costei. — Non le credere! È una bugiarda. E perchè non
te ne vai sola?

— Mi sperdo, — disse Carmela, gravemente.

— Io ho avuto un sorbetto, — disse Peppina.

E raccontò la sua fortuna, esagerando, con una cornice di piccole
bugie. Era stato un sorbetto bianco con la fragola in mezzo. Se
lo aveva sorbito col cucchiaino, in un bicchiere grande, sotto
il pergolato. Le bambine stavano a sentire sgranando gli occhi. A
Carmela, golosa, saliva l'acquolina alla bocca. Mai aveva assaporato un
sorbetto. Era dolce?

— Un po' dolce, un po' diaccio, — disse Peppina.

— Signore! signore! — gridò all'improvviso, levandosi. — Un soldo! Non
posso lavorare!...

Scendevano ridendo per le scale dell'Istituto due sposi, a braccetto.
L'uomo voleva tirar innanzi, continuava a ridere, parlava d'un quadro
che gli aveva fatto una impressione grottesca. Ma la donnina ebbe un
tremito, gettando gli occhi su quel braccio fasciato, su quelle macchie
vive di sangue.

— Oh! mio Dio! — mormorò.

— Signora bella! — pregava Peppina. — Un soldo, signorina bella....

— Ma come è successo?

— Sono caduta, m'è passata una ruota sul braccio....

— Oh! — fece l'altra, rabbrividendo.

Il marito avea cacciata in tasca la mano. La cavò con due soldi. Allora
Carmela e Rosinella s'accostarono, gli gironzarono attorno, mettendo in
mostra la fasciatura.

— Come! — disse il signore. — Anche voi?

— Sono caduta.... — balbettò Rosinella.

— Sono caduta.... — disse Carmela.

Il signore si mise a ridere. Carmela rideva anche lei, divertendosi,
senza paura; le pareva naturale.

— Ebbene-? — disse Peppina, dopo un silenzio e con tutta serietà. —
Dobbiamo metterci a far qualche altra cosa? È meglio questo!

Egli la guardò, meravigliato. Era una bimba a dieci anni, non più.
Pronunziava quelle parole gravemente, senz'arrossire, con l'incoscienza
infantile della colpa vera, ma con l'aria maligna delle figlie del
popolo, delle bimbe sperdute e libere che già sanno qualche cosa.



Vulite 'o vasillo?...


                                                  Napoli, marzo 1885.

  _Carissimo Paolo,_

Io non ho, qui a Napoli, con chi sfogare certe mie piccole pene, che mi
pare abbiano tutta la buona intenzione di rimanersene meco alloggiate,
in questa cameretta mia solitaria. Non ho stretto amicizia con nessuno,
apposta per non dare a nessuno il modo di subitamente allontanarsi
da me per qualche improvvisa scappatella che mi facesse il morboso
carattere mio. Vivo solo e tranquillo in questa mia stanza, dalla
quale esco a prima ora di mattina per trovarmi all'Istituto, e un po'
la sera, col tempo buono, per avvelenarmi con una chicchera di caffè e
con un sigaro _napoletano_. Il caffè, per acquaccia nera che sia, mi
permette di studiare e di leggere fino a notte avanzata, e ciò mi fa
bene, lasciandomi dimenticare, sviando il pensiero, e interessandomi
a qualche cosa _fuori di me stesso_. Da qualche giorno, tuttavia, il
mio umore è ridiventato nero, pel tempo perverso che mette ovunque un
silenzio di malinconia e nelle povere anime sofferenti uno sgomento
indefinibile, una lunga e nervosa tristezza che a momenti si vorrebbe
mutare in tante calde lacrime piante tacitamente, la faccia nelle mani,
mentre, come ora che ti scrivo, seguita la pioggia a borbottar nelle
grondaie e lontano lontano muore un tintinnio di campanelle vaganti.

Or io mi sono, solo solo, rincantucciato presso alla mia finestra e
guardo, per le vetrate, nella via deserta ove son tutte chiuse le
botteghe e taciti e frettolosi i rari passanti. Il cielo è grigio
come la veste d'una monacella di questua; si leva da una terrazza di
faccia a me e vi si disegna a carbonella il palo del telegrafo, irto
di capovolti interrogativi che irraggiano a destra e a manca fili
neri, i quali si vanno lontanamente a perdere. Sta in fondo Sant'Elmo,
vestito appiè delle mura di un cupo verde alimentato dalle piogge e
dall'umidità, sforacchiato da tanti buchi neri in fila. E una fila
d'uomini ritti, immobili, pare la cresta merlettata del castello,
dietro il quale impallidisce freddamente il cielo, come negli antichi
acquarelli de' trittici olandesi.

Ebbene, Paolo mio, dopo questo io non ho che o troppo poco ancora,
o tante, tante cose da dirti! Ancora parlarti di me, delle mie
incoerenze, dei contrasti che s'agitano e s'accapigliano in quest'anima
inquieta, delle aspirazioni, de' sogni a' quali tengo dietro col cuore
tremante? Non voglio; quest'altra stanzetta ove tu seguiti, in un paese
lontano dal mio, a innamorarti delle farfalle e degli scarabei verdi
scintillanti, a raccogliere pazientemente e ad ordinare famiglie di
crittogame o di fanerogame tra fascicoli di carta, mio buon Linneo
calmo e tranquillo, quest'altra stanzetta è ancora troppo piena _di
me_. Or le tue piante e i tuoi scarabei non mi sentono più; non più
la vecchia spinetta canta loro le semplici arie della nostra montagna
nelle beate dolcissime sere lunari. Paolo mio caro, vuoi raccontare una
storiella a questa tua silenziosa famiglia? Te la mando da Napoli, da
questo strano cuore d'Italia che patisce, se lo si considera bene, di
tutti i mali cardiaci, dell'aritmia, dell'iperestasia, dei ribollimenti
subitanei e delle lunghe paci silenziose, da' battiti lenti, quasi
malati.

Dunque, ascolta. La storiella potrebbe pur esser vera.

                                   *

Tre giorni dopo arrivato, col mio bravo cassettino ad armacollo e
col mazzo di pennelli tra mani, infilavo, entrandovi da Borgo Loreto,
il lungo vicolo Giganti, pel quale si spunta alla Marinella. Tu non
sei stato mai a Napoli e non puoi sapere che sieno questi vicoli di
Borgo Loreto, topaie di marinari miserabili, vestiti di lana doppia,
puzzolenti, neri come il carbone. Tutta la vita grama di questi
lavoratori del mare s'agita, ripullulando, in case buie, profonde,
umide. Un triste e schifoso spettacolo, poco lontano dall'azzurro,
divino spettacolo del mare, innanzi al quale la mia mano freme sulla
tavolozza.

Io, dunque, per andare a dipingere alla riva, passavo pel vicolo
Giganti, guardando qua e là curiosamente e persino fermandomi a
contemplare, con meraviglia di forestiero e curiosità d'artista,
qualche _interno_ pittorico, pieno d'ombre e di mistero. Fu in una di
queste soste che una donna sui trent'anni, piccola, bionda come tutte
le figlie del mare, mi chiamò sulla soglia di casa sua, nella via, e mi
chiese, sorridendo, se volessi _disegnarla_. Rimasi sorpreso; avevano
dunque capito, questi del vicolo Giganti, che mestieraccio facevo?

— Io vi _disegnerò_, bella bionda, — le risposi, — ma com'è che sapete
ch'io _disegno_?

Ella mi disse che passavano sempre per quella via de' giovanotti, i
quali andavano a _disegnare_ le barchette e il mare e i pescatori;
ognuno di loro portava sotto il braccio un cassettino come il mio,
nelle mani i pennelli e in testa un cappelluccio a cencio, come il mio.
Ora i _disegnatori_ li conoscevano subito.

— Sta bene; vuol dire che un bel giorno ripasso e vi _disegno_....

— Quando?

— Al più presto possibile, bella bionda.

— Io non mi chiamo bella bionda. Mi chiamo Fortunata. Volete passare
lunedì?

— Passerò lunedì.

Al lunedì, di buon'ora, mi trovai al vicolo Giganti. Fortunata, ritta
sulla soglia di casa sua, lavorava all'uncinetto, sorridendo. Mi aveva
visto da lontano.

— Dunque? Siamo pronti?

— Entrate.

La seguii in una piccola stanza, dal pavimento tutto sconnesso e
sporco. Attorno appesi ai muri, immagini di santi, olivo benedetto,
nasse di pescatori, corbelli di paglia, piccole bombole pe' polipi. Una
tavola, un lettuccio, due o tre seggiole zoppicanti.

— Sentite, — disse lei, appoggiandosi col dosso alla tavola e giuocando
col gomitolo, — io vi volevo chiedere un favore....

E come io la interrogavo con gli occhi, non sapendo che cosa mi stesse
per capitare addosso, ella soggiunse prestamente:

— Ebbene, ecco, non sono io che volevo _esser disegnata_; non sono
proprio io, perdonatemi....

— E chi?

Ella volse lo sguardo al lettuccio, confusa. Allora m'accorsi che nel
lettuccio c'era qualche cosa. Un piccino. Due grandi occhi azzurri mi
guardavano spaventati, una testina bionda come quella di Fortunata si
levava dal capezzale, intenta.

— Ndriuccio, — mormorò lei.

Ma come m'accostavo al lettuccio il piccino fu preso da gran terrore.
Ricacciò il capo sotto le coltri e si mise a urlare.

— È malato, — disse Fortunata, — ha una gran febbre da cinque giorni. È
mio figlio Andreuccio. _Ndriù? Bell' 'e mamma, te vuo' fa disignà?_ Il
signore, lo zio, ti farà il ritratto, e mamma te lo metterà qui appeso,
in faccia a te, e quando _tata_ verrà e vedrà il ritratto di Ndreuccio,
dirà: Questo è Ndreuccio bello, tale e quale....

Il piccino ascoltava, con gli occhi lucenti di febbre, senza mostrare
di decidersi.

— Guarda.... — gli dissi mostrandogli un soldo in punta di dita. — Se
sarai buono io ti darò questo soldo.

Sorrise, guardò la madre che sorrideva anche lei, incitandolo.
Finalmente accettò, nascondendo il soldo e la manina, nella quale
lo avevo lasciato cadere, sotto la coltre. Fortunata gli pose due
cuscini dietro la testa, si mise a sedere, appiedi, sul letto, e
ricominciò il suo lavoro di uncinetto, seguendo curiosamente i miei
preparativi. Valeva la pena d'interessarmi a questo fanciullo. Nella
luce fredda era una testa d'un sol tono di colore, senza rossi, senza
rilievo accentuato, pallida, caratteristica. I grandi occhi azzurro
scuro lucevano tra i riccioli; della piccola bocca, puerilmente, il
labbro inferiore saliva sull'altro in una smorfietta sdegnosa. Hai
tu mai visto qualche pallido bambino malaticcio, dipinto da Rubens?
Così lui. Pareva che si fosse messo a pensare a cose molto serie;
nessuna curiosità; lo sguardo di lui scendeva lentamente da lunghe
contemplazioni del soffitto al volto della madre, e vi si posava. Era
Fortunata che pativa di curiosità. A ogni cinque minuti si levava per
venire a guardare di sopra alle mie spalle e per esclamare: Quando
si vedrà qualche cosa? Ci vuole ancora molto tempo? Lo _ritrattate_
ridendo? Verrà bene?

Dopo la prima _seduta_, il piccino volle vedere un po' anche lui, e si
contemplò abbozzato appena, senza meraviglia di non riconoscersi, come
consciente dello sviluppo che poi avrebbe avuto il dipinto.

— Lo lascio qui, — dissi a Fortunata, — mettetelo in un cantuccio, con
la faccia al muro, e badate a non toccarlo.

— Quando tornate?

— Domani.

— Certamente?

— Certamente. Addio, piccolo!

E mi chinai su di lui per fargli un bacio. Egli mi mise la mano sulla
faccia, respingendola.

— Che hai? — gli disse Fortunata. — Su, fagli un bacetto.

E soggiunse, sottovoce:

— Dategli un altro soldo.

— To', eccoti un soldo.

Le sue piccole labbra febbricitanti toccarono lievemente le mie. Il
secondo soldo scomparve, con la manina in cui era stretto, sotto le
coltri.

— Ah, signorino, — mi disse Fortunata presso la porta, — il piccino
è molto malato! Dice il medico che l'ha visto, ch'egli ha male ai
polmoni. Il primo figlio, signorino mio! — e le lagrime le lucevano
agli occhi. — È una sventura grande! Avete visto com'è serio?

— Via, fatevi cuore, è bambino e guarirà. Ha il suo babbo, è vero?

— È andato via. È marinaro. È partito per pescare il corallo, con tutta
la _paranza_. E torna di qui a un mese, signorino mio. Per quel figlio
è pazzo, se sapeste!...

La lasciai così, che piangeva silenziosamente sul limitare della
casuccia, con le braccia penzoloni, gli occhi a terra.

Tornato alla dimane, con una bella giornata di sole, ricominciai il
mio lavoro. Il _modello_ mi si dimostrava più amico, arrivava perfino
a sorridermi. Quando rimisi la tela appoggiata al muro e stavo per
licenziarmi, egli mi fece con la sottile vocina:

— _Vulite 'o vasillo?_

Io gli detti un altro soldino. Questa volta ebbi due piccoli baci su
tutte e due le guance. Mi volsi, uscendo. Egli mi salutava con la mano,
levando il braccio nudo, sorridendomi.

Dopo una settimana avevo finito. Ero contento; il ritratto m'era venuto
somigliante non pure, quanto assai giusto di colore e d'intonazione.
Il bianco dei cuscini col sole.... Ma via, io non mi voglio fare delle
lodi. Ero contento, ecco, ero contento della mia settimana. In tutti
quei giorni il mio piccolo amico s'era più stretto a me con tutte le
ingenue espansioni infantili con le quali la fanciullezza trattiene una
mano carezzante e un dolce amore pietoso. Ogni giorno, all'uscire dalla
stanzetta piena di sole, fingevo di scordarmi della sua offerta, per
sentire subitamente la vocina di lui, balbettante:

— _Vulite 'o vasillo? Vulite 'o vasillo?_

                                   *

Gli avevo promesso di recarmi a vederlo due o tre volte nella
settimana; lo avevo promesso anche a Fortunata. Cominciato novembre,
dovetti abbandonare i miei studi di mare e il vicolo Giganti. Questa
Napoli ha un clima variabilissimo; una bella giornata calda, soleggiata
e poi, al giorno appresso, acqua, vento e tempesta. A novembre pigliai
una mezza bronchite che mi inchiodò nel letto per dodici giorni.
Pioveva, pioveva sempre. Una grande malinconia, caro Paolo, dei tristi
giorni e il padrone di casa che mi spediva messaggi, e tutte le mie
pratiche andate a male e tutte le mie speranze fallite....

Nei primi di dicembre, in un sabato, il tempo era bello. Uscii, tornai
al vicolo Giganti che in quel punto era pieno di centinaia di femmine
che aspettavano l'estrazione dei numeri del lotto e ne discutevano a
gran voce. Cercai Fortunata. Era lì in casa, a lavorare all'uncinetto,
accosto alla tavola, sulla quale si raffreddava la minestra in un
piatto. Quando mi vide si levò, pallidissima; levò le braccia in atto
disperato e balbettò, tra' singhiozzi:

— _Signo'! È muorto! È muorto!_

Ti giuro, cominciai a piangere anche io, come un fanciullo. Ella,
ricaduta a sedere, aveva poggiato le braccia sulla tavola e sulle
braccia nascondeva il volto, singhiozzando. Io era rimasto in piedi,
dinanzi a lei, muto; non sapevo che dirle. Fortunata levò la testa e mi
guardò con occhi così spauriti, che parve fossi io che le portassi la
mala notizia.

Il mio ritratto del piccino era accapo al letto, tra un ramo di olivo
e la palma benedetta. Accompagnandomi fino alla porta, Fortunata mi
diceva:

— Voleva vedervi.... Dimandava sempre del _pittore_....

I singhiozzi la soffocavano.

Me ne andai. Per via camminavo come intontito. Il piccino, benedetto
piccino, il piccolo amico mi seguiva. Mi seguiva la sua vocetta
tenera, come ora mi parla mentr'io scrivo di lui a te. Perchè in
questa malinconica mattina di marzo, _egli_ è qui, accosto a me. E nel
silenzio della mia cameretta, _egli_ mi ripete ancora, dolcemente, con
un balbettio:

— _Vulite 'o vasillo? Vulite 'o vasillo?..._



Serafina


                                                 Martedì — Maggio 86.

Il portinaio dello spedale dei Pellegrini è un burbero rossiccio, il
quale, quando in certi giorni ha infilato un soprabito che gli batte
alle calcagna, tutto stinto e sparso di macchie d'olio, quando s'ha
posta in capo una tuba gigantesca, crede d'essere il guardaporta
di Palazzo Reale. Ha conservato un accento calabrese e la insolenza
dei soldati borbonici; certo ha dovuto servire nell'esercito di _Re
Mbomma_. Tra l'altro poco ci vede, per una congiuntivite che gli
arrossa tutto intorno le palpebre. Sarà stato per aver continuamente
avuto sott'occhi gente insanguinata.

Ieri questo cerbero digeriva il pranzo, trattenendosi a chiacchierare
con un vecchietto il quale gli faceva delle confidenze presso
al casotto. Poco prima la campanella di avviso aveva suonato due
volte — un tocco solo vuol dire: _ferito semplice_, — due vogliono
dire: _ferito in grave stato_, — tre: _ferito moribondo_. Era stata
trasportata su, alla sala delle medicature, una donna, una giovane.
Cinque coltellate, nè più, nè meno. La donna si lamentava, si guardava
intorno smarrita, mormorando:

— _Sant'Anna mia! Ve faccio nu voto!... Scanzateme!... Uh, Madonna
mia!... Chiano chiano!..._

Veniva da Piazza Francese, da una delle due suburre napolitane. Aveva
denti e capelli splendidi, una mano piccolissima. Gli occhi grandi,
azzurri, pieni di lacrime, lucevano. Si chiamava Serafina.

                                   *

Laggiù, presso al casotto, il portinaio fumava la pipetta. Il gran
cortile dei Pellegrini era tutto occupato dal sole, così che il cuoco,
un uomo grasso, ne profittava per sciorinare il suo gran moccichino, a
quadroni scuri, sulla spalliera d'una seggiola. Due guardie di Pubblica
Sicurezza leggevano insieme un libretto di _Nuove canzoni napolitane_,
comentandole. Il brigadiere era salito in sala di medicatura per
raccogliere la deposizione di Serafina.

Diceva il vecchietto al portinaio:

— La vedete così, ora, perchè lei è nata con la mala sorte, come me.
Due anni fa avreste dovuto vederla! Era un fiore. Tutti si voltavano
per la via. Allora, come v'ho detto, io lavoravo da quel sarto alla
Giudecca. Io dormivo nella bottega, sopra un divano sconquassato, e
pensavo sempre a lei che se n'era fuggita. Tre mesi senza vederla!
Consideratelo voi che siete padre!... Avete figlie?...

— Caspita! Figlie? Ne tengo tre.... _Peppenella! Peppenè!_... — e
chiamava una ragazzetta ch'era uscita nella via a giocare. — _Trase,
viene ccà!... Siente!_... Quella è una.

— Il Signore ve la guardi. E badatele, ve lo dico come a un fratello....

Il portiere sorrise. Fece scivolar la mano tra lo stipite del casotto e
il muro e tirò fuori un bastone.

— Vedete questo?... Questo ci pensa.... Senza eccezione pure per
_mògliema_. Dicevate?...

— Dunque una sera.... che sera!... Io non ho vergogna di dirvelo....
La verità, m'era messo in giro per chiedere l'elemosina. All'angolo
del vico Sergente Maggiore vedo una signora che comprava fiori.
M'accostai.... _Signò_, qualche cosa a un povero galantuomo!... — Non
c'è niente. — Io avevo fame e la fame, capite, non conosce educazione.
Insistetti.... Allora lei si voltò per dirmi, seccata, che me ne
andassi.... Non mi guardò neppure....

— Era lei.

— _Sarrafina._

Il vecchietto sospirava, si guardava le mani scarne, dondolava il capo.

A un tratto guardò in su al balconcello della sala di medicatura. Un
inserviente preparava filacce, presso alla balaustra, e parlava col
cuoco, che disotto gesticolava e rideva.

— _Che lle starranno facenno?_ — mormorò il vecchietto.

Due lagrime gli vennero giù lentamente per le gote. Il portinaio vuotò
la pipetta nella mano e, dopo un silenzio, chiese:

— _Mbè?_

— Quanto durò quella vita? _N'anno._ Poi fu come una caduta. Come uno
che cade da una terrazza, all'ultimo piano, e si trova a terra....
Povera figlia! Stette malata due mesi e perdette tutto. Diventò
un'altra. Cappello tolto, anella pegnorate, vesti vendute.... Che
mestiere, _frate mio_, che mestiere! Gesù!...

Ora piangeva pianamente, con lo sguardo a terra, con le mani strette
sul petto.

— E all'ultimo è arrivata a Piazza Francese. _E l'hanno fatto
chesto!... Me pare nu suonno!_

— Ma chi glie l'ha fatto?

— _Doie cumpagne, pe gelusia._

Arrivò in quel momento una vettura; dentro vi si abbandonava un
giovanotto, che aveva buttato un braccio al collo della guardia la
quale lo sorreggeva, guardandolo. Un sottil filo di sangue gli scendeva
sulla camicia bianca, dal collo.

La vettura entrò nel cortile, rincorsa da una folla di gente curiosa.
Il vecchietto, anche lui, si accostò, e cacciò la testa sotto il
soffietto della vettura.

Il guardaporta afferrò la fune della campanella. Tre tocchi. La guardia
di Pubblica Sicurezza gli avea fatto certo segno disperato....

Poi la gente fu cacciata via e il portone chiuso.

— _E chisto è n'ato!_ — disse il guardaporta, tornando al vecchietto.

Quello mormorò:

— _Puveriello!_...

Dopo un momento chiese:

— Serafina resta qua?

— Non si può. Dopo medicata andrà agl'Incurabili. Donne qui non se ne
ammettono, — rispose il cerbero, tornando feroce e voltando al vecchio
le spalle.

                                   *

Serafina fu scesa a braccia e collocata in vettura con le guardie. Fu
levato il soffietto e nessuno più vide niente. Ma ella aveva visto il
vecchietto. Una mano venne fuori tra serpa e soffietto, e chiamò. Il
vecchio accorreva. Dalla vettura uscì una voce femminile, commossa:

— _A Nnincurabile!... Venite llà.... Nun è niente.... Nun avite
paura!..._

Il vecchietto si mise a galoppare dietro alla vettura, con gli occhi
pieni di lacrime, ansimando, chiamando:

— _Sarrafì!... Sarrafì!..._



L'abbandonato


— Che si dice? — chiese Gaetanella Rocco a Carmela la serva, la quale
passava sul marciapiedi e parlava sola, come al solito.

Carmela si volse e tornò indietro. Il vento le penetrava di sotto lo
scialle, di cui svolazzava un lembo; l'altro ella stringeva in mano,
accostandolo di tanto in tanto alla faccia.

— È morta or ora, — annunziò. — Signore Iddio! Io sono così fatta che
ci penserò tutta la giornata. E voi non l'andate a vedere?

Gaetanella, impassibile, guardava la serva, mettendo fuori il capo
di su il paravento di legno tra la casa e la strada. Carmela, sul
marciapiedi, rabbrividiva pel vento secco che le veniva di faccia e le
appiccicava le sottane alla carne.

— Ci vado più tardi, — disse Gaetanella, — ancora ho la casa
sossopra. Iersera è arrivato il fratello di mio marito, il caporale di
cavalleria. Ha avuto il permesso sino a mezzanotte, e sono stati qui
tutti, con gli amici, a cantare e a bere. Immaginate voi!

— Lasciate fare, sono giovanotti. Che ne vediamo della vita? Si muore,
così, da un momento all'altro!

— Difatti, — sospirò Gaetanella, buttando sul marciapiedi bucce di
castagne e di mele.

— Me ne vado, — disse la serva. — Buongiorno.

— Se ripassate e voi chiamatemi. L'andremo a vedere insieme....

Era morta donna Nena la romana, una vecchia che non faceva male
a nessuno e che leggeva le lettere alle vicine della via, senza
occhiali. Era venuta da Roma, al sessantacinque; la si poteva tenere
per napolitana. Le vicine conoscevano un po' la sua storia, ma nessuna
aveva potuto entrar troppo addentro in certi particolari che la vecchia
sapeva a tempo scansare.

Lassù, a San Pasquale al Corso, donna Nena abitava da tre anni, nel
cortile del monastero, in una stanzuccia rimpetto al pozzo. Pareva,
in quella immensa quiete, una badessa sopravissuta alle sue monache,
bandite per sempre, a far posto ai carabinieri della caserma.

Il cortile, deserto, era triste. Sotto l'arcata, tutta dipinta di
bianco, girava intorno il sedile di peperino, qua e là fiorente d'una
selvaggia vegetazione la quale pigliava radici tra le screpolature e
le commessure della pietra. In maggio il sole che lo allagava tutto
invogliava donna Nena a uscire dalla sua celletta. La piccola vecchia
andava a sedere sotto le colonne, sulla pietra grigia del parapetto
e poggiava i piedi sui piuoli d'una seggiola sconquassata, ch'era
deposito di straccetti d'ogni colore. Agucchiava. I romori della
via erano confusi e arrivavano, morendo, al cortile del chiostro
silenzioso. A volte, d'un subito, risonava in fondo, su per la scala
grande, il passo pesante del brigadiere e costui spuntava nel cortile,
attraversandolo, con le mani nelle saccocce dei pantaloni e la lunga
pipa in bocca. Qualche passero ch'era venuto, saltellando sui ferri
della balaustra, ad affacciarsi nel pozzo, scappava, spaventato, con
un piccolo grido. Donna Nena levava il capo dai suoi ritagli e teneva
dietro, con gli occhi socchiusi, al volo dell'uccellino, le mani
abbandonate sulle ginocchia. Certamente pensava ad altro. Una tossicina
stizzosa la coglieva di tanto in tanto, e i colpi della tosse tre,
quattro volte, rompevano senza eco il silenzio intorno.

Spesso, di sopra, un carabiniere si metteva a cantare presso una
finestra, dando la brunitura al fucile. Era una voce di tenorino, che
vibrava limpidamente nell'aria:

    _M'incatinasti, biddicchia, stu cori,_
      _ca l'apparienza...._

Donna Nena, laggiù nel cortile, infilava l'ago, sceglieva tra i
ritagli, rimaneva un pezzetto con lo sguardo perduto nella fuga degli
archi. Le labbra mormoravano: dal pugno chiuso le dita si spiegavano,
una dopo l'altra. Contava. A un tratto, di sopra, la nenia del
siciliano interrompendosi faceva tornare la vecchia, distratta, al suo
lavoro. Il cortile si rifaceva silenzioso.

Al secondo anno da quando donna Nena era venuta a stare lassù, in una
mattina di febbraio ella uscì — come disse a Gaetanella Rocco — per
andare a pregare l'amministratore di quel locale perchè le facesse
rimettere a un finestrino della celletta un vetro frantumato. Da un
orto vicino i monelli glie lo avevano rotto; il vento le entrava
in camera, proprio accapo al letto. Quando il vetro fu rimesso la
vecchietta ebbe compagnia in casa. Ci venne un piccino malaticcio,
debole, pallido.

Da quel tempo ella si fece vedere più di frequente; il piccino aveva
bisogno del latte alla mattina, di pane fresco, di frutta mature. Tutto
questo faceva andare e venire dal cortile alle botteghe della via la
vecchietta frettolosa, che per mostrarsi così tenera del bimbo almeno
gli doveva molto voler bene.

Carmela la serva, pochi giorni dopo la comparsa del bambino, avendo
appurato come e di dove venisse, si contentò di perdere tempo e di
far aspettare la padrona per andare a confidarsi con Caterina la
rivendugliola, vicina di Gaetanella. Tutte e tre sedettero attorno
al braciere; Carmela a mezza seggiola, col paniere della spesa sulle
ginocchia.

— Donna Nena questo me l'aveva già detto un anno fa. Ha una figliuola
che si chiama Clelia. Due figlie le sono morte di mal sottile e
quest'altra....

S'interruppe, strinse le labbra e battè col palmo della mano sul manico
del paniere, con un'aria desolata.

— Capite?...

— Eh! — sospirò la rivendugliola.

— Che fa? — chiese Gaetanella.

— Come tant'altre, via.... La vita, — disse la serva.

Sospirò anche Gaetanella, chinandosi a riattizzare il fuoco.

— Infine il piccino è rimasto a donna Nena, alla nonna. Clelia le avrà
dato un po' di danaro per mantenerlo, ma non si vede mai, lei; non
comparisce mai. Glie l'ha messo nelle mani e felice notte. Donna Nena,
lo chiama _er pupo_.

— _'O piccerillo_, — tradusse Gaetanella.

— Ieri la vecchia m'ha fatto una confidenza. Non è vero che il vetro
al finestrino glie lo han rotto dall'orto. Lo ruppe lei, tempo fa,
sbattendo la vetrata. Non avrebbe detto nulla all'amministratore se
non fosse capitato il piccino, ch'è malaticcio e debole. E col vento in
casa....

— Sentite, — interruppe la rivendugliola, — io vi do questo paio di
calze pel piccino e voi glie le portate a donna Nena, poveretta. Direte
che le avete avute dalla vostra padrona.

— Date qua, — fece la serva, levandosi, — chè tutto è buono quand'è
carità. Oggi glie le porto.

Un'altra volta la serva chiamò fuori nella via Gaetanella, la quale era
occupata a risciacquare i piatti.

— Clelia, la.... capite?... dev'esser morta. Ora ho chiesto alla
vecchia se Clelia abbia più rivisto il piccino. S'è messa a piangere,
la vecchia. Ho capito tutto.

Passarono sette mesi; morì pure donna Nena, spegnendosi a poco a poco
nella sua celletta, col _pupo_ che la guardava dal suo seggiolino,
appiè del letto. Per un momento l'avevano lasciata sola, mentre dava
gli ultimi tratti. Rientrate le vicine col ramoscello dell'olivo e
l'acqua benedetta, trovarono la vecchia basita. Il piccino la guardava
ridendo, balbettando. Un braccio di donna Nena fuori della coperta
era steso rigidamente verso di lui, la mano grinzosa pareva che lo
indicasse.

Fatto sta che, occupate a rovistare per la celletta, curiosando
dappertutto, nei foderi di un canterano che gemevano come se
nascondessero l'anima della vecchia, in un baule, nello stipetto
al muro, le vicine dimenticarono il bambino. Soltanto com'entrò lì
dentro anche Graziella la sarta, con dietro la ragazzina curva sotto
lo scatolo delle vesti, per vedere, mentre lei dinanzi al lettuccio
contemplava la morta coi grandi occhi pietosi, il piccino le prese fra
mano la frangia di conterie che luceva attorno alla veste. Graziella si
volse.

— Questo è il piccino di donna Nena, — spiegò Gaetanella Rocco, — il
figlio della figlia.

— E la madre dov'è? — disse Graziella.

L'altra benedì l'aria con la mano; l'indice e il medio spiegati.

La sarta carezzò la testa bionda del piccino, il quale levò gli occhi e
si mise a guardarla.

Subitamente irruppe la folla di tutti i monellucci del vicinato.
Arrivava il carrozzone. Allora Gaetanella Rocco portò fuori il
piccino, mettendogli in mano una ciambella. Gli trasse il seggiolino a
bracciuoli fin presso alla porta del cortile che metteva per le scale,
rôse dal tempo, sul Corso.

Poco dopo il carrozzone si portò via la vecchia per tutto il Corso.
Il cocchiere zufolava con le redini sulle ginocchia, col vento secco
di faccia. Dietro, sulla predella, i due becchini si bisticciavano, le
gambe penzoloni.

— Donna Nena se ne torna a Roma! — esclamò, ridendo, un calzolaio
ch'era uscito a vedere il carrozzone anche lui, con uno stivale fra
mani.

La facezia ebbe successo fra quanti guardavano. Donna Nena se ne
tornava a Roma! Buon viaggio! Le vicine ridevano. Rideva più forte
Nannina Fiocca, la innamorata del calzolaio. Quando gli passò accosto
gli dette uno spintone.

— Bel cuore che hai!

— Senti, — le fece il calzolaio, — presto lo farai anche tu il
viaggetto....

Nannina si volse, grattandosi la coscia per allontanare il malaugurio,
e gli gridò con la voce argentina:

— Prima tu!

— Prima tu! — ribatteva il calzolaio, e rideva, minacciandola con lo
stivale.

Il tempo s'era fatto grigio. Di faccia al Corso, dal mare, saliva una
nebbia densa come fumo di officina, lambiva le falde del Vesuvio, lo
nascondeva fin quasi alla cima. Vagamente s'indovinava nel porto una
gran nave; era una striscia tutta nera, indecisa. Intorno, la città
spariva in quel fumo che pareva covasse un incendio. Ma nel cielo
affollato di nuvoloni, qua e là, dei chiarori scialbi si facevano nel
lontano, ove il sole, all'estremo lembo della collina di Posillipo,
rompeva a fatica le nuvole. Vi fu un momento in cui la luce si allargò;
lucevano, disotto, le vetrate alle finestre, luceva lo zinco delle
serre alle terrazze delle palazzine al Rione Amedeo. Finalmente tutta
una stesa di cielo diventò azzurra.

Il piccino lo avevano dimenticato sotto la porta del cortile. Egli
sedeva, al sommo della scala diruta, nel suo seggiolino, con le manine
sui bracciuoli. Sulle ginocchia aveva la ciambelletta di Gaetanella,
mangiucchiata a metà: aveva un piccolo grembiale bianco, le scarpette
molto vecchie, una vesticciuola scura, stinta, troppo grande per lui.
In una scarpa il piede non era entrato tutto, ne scappava fuori il
tallone ove faceva sacco la calza. Lui dondolava quel piede. A poco
a poco la scarpetta ne cadde. Allora il piccino sorrise, tutto solo,
molto contento. Contemplò per un pezzetto, il piede libero, poi non
avendo altro a fare, si rimise a mangiar la ciambella. Una volta levò
la manina, s'atteggiò, pronunziò quei brevi vocaboli incomprensibili
che sono della incoscienza infantile e delle bocche che non sanno
parlare.

La ciambella fu mangiata tutta. Il piccino aveva fame. Raccolse perfino
le miche cadutegli nel grembialetto. Pareva soddisfatto. Poi si mise
a guardare innanzi a sè i fili del telegrafo, che dal parapetto della
via, di faccia, declinavano, e scomparivano fra le case. Un aquilone
s'era impigliato tra i fili, la carta lacerata svolazzava. Un brandello
fu strappato ai fili e portato via dal vento. Lungamente il piccino ne
seguì la sorte con gli occhi, sbadigliando, poi chinò a poco a poco la
testa da un lato e s'addormentò.



Gli amici


Nel maggio, mentre al più piccolo alito di vento le rose tenerissime
concedono le foglie loro, disseminandole appiè d'un amoroso mandorlo
ancora in fiore; mentre da per tutto ov'è collina, o giardino, o
praticello passeggiano gravemente al sole gli scarabei, e sbadigliano,
alta la testa viperina, le lucertole verdi; mentre il bosco è tutto
in chiacchiere di uccelli gelosi e si spande per la fresca campagna
l'indefinibile susurro degli insetti e una scia d'argento solca, sul
cammino lentissimo della lumaca, un muretto nell'orto, mentre tutto
questo, ch'è poesia dolcissima nell'aria buona e dolce, succede lontano
dalla città romorosa, qui la prosa cittadina va trascinando per le vie
cenci e vecchie suppellettili borghesi, sciorinati al sole di maggio
tra il polverio, le bestemmie dei facchini e il loro copioso sudore di
bestie affaticate. Si compie di questi giorni la frettolosa bisogna
dello sgombero, ed è un transito incessante di cose che parlano, un
viaggio di segreti, trabalzanti su pel rotto selciato napoletano. Il
lettuccio, la spinetta antica, la poltrona favorita, il boccaletto a
fiori ove così spesso l'amata ha _bevuto i pensieri_ dell'amante, il
misero lume a petrolio onde furono rischiarate, presso agli esami,
le veglie laboriose d'uno studente di medicina, la gran seggiola a
ruote d'un paralitico, il canterano da' foderi cigolanti in fondo ai
quali ammucchiò tutto un tranquillo epistolario amoroso la fiamma d'un
impiegato alla Ferrovia, lo spiumaccino invernale, ricordo della povera
mamma morta, che usava di tenerlo sui piedi — tutto ciò trascorre
innanzi agli occhi, nel sole, e cammina, e muta posto e va altrove, e
passa da una luce d'un quinto piano all'oscurità di un pianterreno,
o dal buio al sole, chi sa dove, chi sa dopo che amari rimpianti, e
scompare.

Or, sopra uno di questi carretti scricchianti, tra molte scatole da
cappelli e un mucchio di cuscini, viaggiava una gabbietta. Dentro alla
gabbietta era un canarino giallo. Le suppellettili mutavano posto; alla
casa nuova la gabbiuzza fu appesa nel tinello che dava in un giardino.
Di rimpetto, dietro certe grate fitte, si vedevano confusamente
soggoli biancheggianti; c'era un antico monastero. Il figlio della
signora, un ragazzo che odorava di poesia, appena fu alla nuova
casa e, per la finestra del tinello, vide le monache, fu preso da un
impeto sentimentale e stampò una sessantina di versi claustrali in un
giornaletto letterario.

Il povero canarino, poeta pur lui, era stato tolto piccoletto al nido,
e più non ricordava dove e come. Ricordava senza precisione certo
aggrovigliamento di rami e di fronde, una fiorita stesa di piano, un
gran pezzo di cielo azzurro — niente più. L'adozione era stata larga
di cure e, dapprima, dolce fu la prigione. E lì, come se fosse stato a
San Pietro a Maiella, il canarino diventò un cantore elegantissimo, una
specie di tenorino di grazia.

— Bene, bene! — esclamò il marito della signora. — Ecco il canarino che
comincia a dirci qualcosa.

E ogni volta che si trovava nel tinello a lavarsi la faccia, gli faceva
lo zufolo col tovagliolo fra mani.

La casa dalla quale era sloggiato era scura e silenziosa. Le finestre
non davano sulla strada, riuscivano in un cortile abbandonato, dominio
di terribili pipistrelli, qualcuno de' quali perfino veniva a sbatter
l'ali intorno alla gabbiuzza, dove il povero canarino tremava di
terrore. La bestiola, di sotto l'arco della finestra, non vedeva che
i muri grigi del cortile dagli angoli ch'erano dominio di polverose
ragnatele, da' buchi neri che a notte diventavano case di nottole. Le
carrucole nei pozzi stridevano, le secchie si urtavano; le serve, a
prima ora, trovandosi tutte ad attingere, dicevano male della gente,
appiccicando a ognuno un aggettivo che metteva in tutto il pozzo il
suono di goffe risate. Questa la vita del cortile. Una volta solamente
il canarino uscì dalla sua malinconia. Una delle fantesche ripuliva la
gabbia d'un altro canarino, lasciando cader giù nel cortile le boccate
sfuggite del miglio, i rifiuti del prigioniero, e canticchiando. E come
quell'uccelletto, per la soddisfazione del miglio fresco e dell'acqua
pulita, metteva, di tanto, piccoli gridi acuti, quest'altro credette di
aver trovato finalmente qualcuno col quale potesse chiacchierare nelle
ore di noia.

Lo chiamò allora due volte.

— Zizì! zì! zì! zì!...

Quello rispose allegramente:

— Zì! zì!

Poi vi fu un silenzio. La serva aveva portato via la gabbia; il povero
canarino, disilluso, ricadde in malinconia e non avendo da far altro si
rimise a contemplare i muri del cortile.

In una giornata di novembre fu tale lo scrosciar della pioggia furiosa
e così spaventevoli furono i lampi e i tuoni che il canarino, solo
solo nella gabbia, credette che l'ultimo giorno della sua vita fosse
arrivato. Dal lampeggiare continuo era tutto illuminato il cortile,
i ferri della gabbia pareva si arroventassero. Poco dopo accorse la
serva, che avea lasciate aperte le vetrate della finestra.

— Meno male! — esclamò. — I vetri non si sono rotti! E chi l'avrebbe
sentito il padrone!...

Mio Dio, nemmeno una parola per quella povera bestia tremante di freddo
e di paura! Bella carità cristiana! E così il canarino, a poco a poco,
s'abituò ad ogni sorta d'ingenerosità. Nessuno si pigliava pena di lui,
ma nessuno, tuttavia, lo veniva a seccare. Meglio così. E il suo amico
divenne un pezzo del muro di faccia, ove un ragno intesseva comodamente
la sua tela. Nell'estate, quando un po' di sole fece la spia nel
cortile, la tela ne fu tutta illuminata e il ragno vi passeggiò in
lungo e in largo, con una grande boria di padron di casa. In tutto
il giorno si riudivano le voci delle fantesche, lo strepito delle
cazzeruole, risate lunghe e sguaiate, scoppiettii di carboni dalle
fornacette. La musica metteva in allegria il canarino che, a volte, vi
mescolava certe note acute e un trillo per cui le serve, meravigliate,
tacevano.

Una di loro, mentre lui si sfogava, esclamò:

— Bravo, e che bella vocetta!

La lode, Dio buono, se la pigliano tutti, la desiderano anche i
modesti. Il canarino si guardò i pieducci, ripulì il becco a un ferro
della gabbia, si piantò saldo sulle gambette e si mise a cantare:

    Se il mio nome saper voi bramate....

                                   *

A maggio, come v'ho detto, i signori della casa sloggiarono.

La primavera sospirava più forte con gli spasimi dei fiori, col susurro
delle piante in amore, e nell'aria salivano odori soavissimi e freschi
soffii di zeffiri. In una bella giornata profumata si svegliò il
canarino a un pispiglio sommesso. Una passera aveva fatto il nido di
rimpetto. Poi furono piccoli gridi di compagni liberi che passavano;
furono a volte cicalecci impertinenti di rondoni in chiacchiere sui
tetti. I rondoni, al solito, dicevano male del vicinato. Quello era
bello, quell'altro era brutto, la tal signorina non sapeva cantare,
il violinista del quinto piano pigliava acuti stonati, il portinaio
non badava troppo alla figliuola. E il giardino si svegliava all'alba
con questi discorsi di uccelli, con le loro querele peripatetiche, con
ronzii d'insetti invisibili e voli di bianche farfalle.

Il canarino ebbe da tutta questa vita, che gli ricordava
indefinitamente il bosco e l'odore acre delle piante, quella malinconia
dei ricordi che, si dice, tornano nel _tempo della disgrazia_. N'ebbe
singhiozzi di rimpianti e di desideri che gli rompevano il canto nella
gola. E gli cominciarono a cadere le penne. Una si posò sul davanzale
della finestra e un colombo se la venne a pigliare.

— Scusate, amico, — gli chiese il canarino dalla sua gabbia, — siete di
questi paraggi voi?

— Eccóme! — rispose il colombo. — Gli è qui che son nato. Guardate
laggiù accosto alla grondaia. Vedete voi quel buco nero nero? Lì ho
fatto il nido. E questa penna che vi è caduta, se permettete, la metto
al lettuccio dei miei piccini. Vi dispiace?

— Anzi, — disse il canarino, — fortunato se divento materasso. Ma,
sentite, verrete voi a tenermi compagnia qualche volta?

— Perchè no? — disse il colombo. — Di questi giorni non posso; ho i
piccini, udite voi come chiamano?

Il canarino non udiva nulla.

— Eh! — fece il colombo. — Li odo io, li odo! Quando avrete figli anche
voi! Arrivederci.

— Arrivederci.

E quasi ogni giorno lo stesso colombo veniva a pigliarsi una penna
caduta.

— Fatemi la finezza, — gli chiese una volta il canarino, — sapreste voi
perchè così spesso mi cadono le penne? Io ne sono assai preoccupato.

Il colombo lo guardò malinconicamente.

— Che volete vi dica?

E non gli volle dire che gli anni e i dispiaceri sogliono fare di
questi scherzi.

Passò un mese. I piccini del colombo s'erano fatti grandi e
strillavano, sporgendo dalla buca le testine ancora spelate. Attorno
a quel nido altri nidi si destavano all'alba e un pigolìo continuo
succedeva sino a quando l'appetito dei piccoli colombi non era
soddisfatto. I colombi grandi tubavano all'ombra, empiendo il cortile
della dolcezza dei loro amori.

In luglio il colombo grigio si ricordò della conoscenza. Ma in quella
mattina avea avuto tanto da fare e s'era così impensierito di certi
muratori che erano venuti a mettere scale sui muri, presso i nidi, che
la visita dovette farla a sera quando i muratori se n'erano andati.

C'era una luna bianca che faceva capolino di su il belvedere delle
monache.

— Buona sera, — disse il colombo. — Come state? Sentite che bell'aria
fresca?

— Ahimè! — disse il canarino. — Se sapeste, amico mio! Da tempo in
qua sono colto da tale tristezza che a momenti mi pare di morire. Mi
spoglio ogni giorno più e mi pigliano brividi di freddo, ed anche provo
una grande debolezza. Come mai questo, caro amico?

— Cosa volete che vi dica? — rispose il colombo, con gli occhi bassi. —
Io son qui di rimpetto, se mai.

E se ne andò, ammalinconito pure lui.

Poi tornò dopo una settimana. La gabbiuzza era vuota. Ma c'era ancora,
sulla finestra, una ultima piuma gialla. Il colombo non ebbe coraggio
di portarsela via.

E c'era un chiaro di luna quella sera, un chiaro di luna così grande,
così grande!...



Fortunata la fiorista


                                                    5 Settembre 1885.

Giorni fa le vicine di Fortunata Cappiello, con molta meraviglia,
videro chiusa la bottega di lei. Bisogna premettere che Fortunata
Cappiello ha bottega di fiorista in via del Duomo, e oltre a questo ha
un padre e una mamma i quali non sono mai stati in tenerezze, anzi, per
dirla con le vicine di Fortunata, i due coniugi _facevano cane e gatta_
in tutta la settimana, specie al venerdì, quando Giuseppe Cappiello
chiedeva quattrini alla moglie per giocarseli al lotto e lei glie li
negava.

Vista la bottega chiusa sino a mezzogiorno e argomentando che più non
si fosse aperta in tutta la giornata, le vicine, sempre maliziose e
maldicenti, ne trassero molte congetture, tra le quali questa, che,
nella notte, i Cappiello avessero subitamente sloggiato e portato via
quel po' della lor mobilia, per non pagare il padrone di casa.

— Sentite, — disse Giovannina Zoccola, merciaia di rimpetto, — questo
non è potuto succedere. Vero è che la fame se li mangiava i Cappiello,
la fame e i debiti; che a me, se veramente non tornano più, mi dovranno
dare sempre quindici soldi da Pasqua passata. Ma un po' di danaro lo
mettevano da parte, via. E c'è stato sempre don Procolo, il _signore_,
che ha riparato spesso e volentieri.

Don Procolo, un attempato arzillo, negoziante e proprietario, veniva a
sera a trattenersi nella bottega, e quando c'era don Procolo accosto a
Fortunata, seduto in mezzo ai fiori di _organsino_, in mezzo ai fasci
d'erba artificiale, la mamma di Fortunata, dalla parte loro, chiudeva
metà dell'uscio. Le vicine dicevano che chiudeva anche un occhio.

Fortunata, poverina, era magruccia, pallida, con molto nero sotto gli
occhi. La _frangetta_, i grossi cerchi dorati alle orecchie, un neo
presso al mento: piaceva. Stropicciava lo spazzolino sui denti che
aveva bianchi e piccoli, e si nettava le unghie con molta pazienza,
alla mattina, sotto l'uscio, prima di mettersi a lavorare.

I fiori artificiali, quelli pei borghesi di Foria e pei negozianti di
quartiere Pendino sono strillanti e il colore vivo s'attacca alle mani.
Fortunata pareva la _maîtresse aux mains rouges_. Don Procolo non ci
badava gran che, ma la ragazza serbava, per così dire, le manine nette
pel suo innamorato vero, che nessuno conosceva. Quando don Procolo
badava alle balle di tela giù in dogana, nelle ore di pomeriggio,
l'innamorato della fiorista passava per via del Duomo, la sigaretta
tra le labbra e un bastoncino di bambù in mano. Era un impiegatuccio a
mille e duecento, da' lineamenti di un'antipatica regolarità, biondino,
magro, malaticcio, molto pulito. Fortunata lo adorava.

                                   *

Nella sera del 3, due giorni fa, i coniugi Cappiello tornarono alla
bottega che potevano essere le sette e mezza. Donna Maria, senza
nessuno salutare della via, ficcò la gran chiave nella toppa, aperse
la porta e sgusciò dentro. Nella semioscurità i mucchi dei ritagli pei
fiori, le palle bianche dei lumi a petrolio, le ceste piene di fiori
azzurri e rossi mettevano una gran confusione nella bottega. Donna
Maria accese un fiammifero. Cercava qualche cosa. Di fuori il marito
s'era addossato allo stipite e, con le mani nelle saccocce de' calzoni,
le labbra strette, non levava gli occhi da un monticello di spazzatura
che gli s'ammucchiava a' piedi, sotto al marciapiedi. A un tratto girò
sui tacchi, spinse l'uscio che donna Maria aveva socchiuso ed entrò.
L'uscio si richiuse. Il calzolaio di faccia che passava lo spago per
una suola si lasciò cascare le mani e lo spago sulle ginocchia e si
mise a guardare.

Subitamente nella bottega della fiorista scoppiò un alterco. La voce
stridula della vecchia si levava alta e le rispondevano le bestemmie di
don Peppe Cappiello. Distintamente una frase di donna Maria arrivò alla
strada.

— _Nun è overo! Nun è overo!_

Poi quella di don Peppe, come un urlo:

— _Me l'ha ditto a me!_

Succedette un gran romore, come di seggiole rovesciate. Il calzolaio
s'alzò, impensierito. Le vicine erano diventate pallide.

A un tratto risuonò un grido femminile, terribile. L'uscio si spalancò.
Venne fuori donna Maria che voleva parlare e non poteva. Agitava le
braccia, barcollando. Un fiotto di sangue le spicciava dalla gola
ferita; tutto lo scialle se ne inzuppava. Cadde sul lastrico, come uno
straccio, e non si mosse più.

Il calzolaio mormorò:

— L'ha ammazzata.

Apparve sulla soglia della bottega don Peppe. Aveva gli occhi pieni
di sangue, il labbro inferiore pendeva. Immobile, guardò la vecchia
stesa lì presso, si guardò intorno, come smarrito. Nessuno parlava. Il
ragazzo di Stella Farina era corso a chiamare la guardia di pubblica
sicurezza di piantone all'angolo del vicolo.

La guardia arrivò correndo, con una mano sull'elsa della daga. Per la
via gridava:

— Ferma, ferma!

Don Peppe ebbe allora un istintivo impeto di salvazione. Fece un passo,
guardando innanzi a sè nella via lunga e libera.

Ma pur i vicini, intorno, gridavano:

— Ferma! Ferma!

La guardia gli fu addosso e lo afferrò per il bavero della giacchetta.

— Io non mi movo.... — balbettò Cappiello.

— Canaglia! — gli urlò la guardia, cercando le manette in saccoccia.

Il calzolaio s'era chinato sul corpo inerte della vecchia, che quasi
sbarrava la strada, sicchè una vettura da nolo, poco lontano, s'era
dovuta fermare. Il cocchiere, le redini in mano, s'era levato in piedi
sulla serpa e guardava, ancora senza capir nulla. La gente accorreva da
ogni parte. Arrivarono pur due allievi carabinieri, uno dei quali, per
via, s'andava sfilando i guanti di cotone bianco.

— È proprio morta, — annunziò il calzolaio, rizzandosi. — Il sangue
l'ha affogata.

— Gesù! — fece Graziella, la stiratrice, coprendosi gli occhi con le
mani.

— Avanti! — gridò a don Peppe la guardia.

Egli contemplava ancora la morta, movendo le labbra, come se parlasse
a sè stesso. Allora un marmista ch'era arrivato l'ultimo, un grosso
uomo barbuto, con tra le mani il martello e uno scalpello, chiese a don
Peppe che s'incamminava:

— Ma perchè l'avete ammazzata, don Pe'?

Rispose:

— Dimandatelo a lei.

E se ne andò tra la guardia di pubblica sicurezza e uno degli allievi
carabinieri. L'altro carabiniere si fece aiutare dai più coraggiosi e
adagiò il cadavere in quella vettura che si trovava nel vicolo.

                                   *

La bottega della fiorista rimase chiusa per un mese. Un bel giorno
arrivò don Procolo, fumando. Fece aprire, rimase un pezzetto a
rovistare e a parlare con due uomini sconosciuti a tutto il vicinato,
cacciò in una cesta alcune masserizie e le coprì con un mucchio di
fiori d'_organsino_. Al giorno dopo arrivarono gli stessi sconosciuti
e vuotarono la bottega tutta quanta. I monelli del vicinato
s'impadronirono dei ritagli delle carte colorate e li sparsero per
tutta la via. Dopo un altro mese un pittore di stanze prese il posto
della fiorista.

Finalmente, dopo due anni, Graziella, la stiratrice, in una mattina di
maggio, vide passare l'impiegatuccio a mille e duecento, e per volerlo
guardare e sorvegliare troppo abbronzò una camicia.

L'impiegatuccio guardò nella bottega della fiorista e vi scorse il
pittore di stanze. Parve meravigliato. Allora Graziella, che un tempo
gli aveva stirate pur le camice, lo salutò con un sorriso.

— Come state? Non vi siete fatto più vivo?

— Sono stato ad Arona, fin'ora, — disse, — traslocato....

— Avete saputo? — disse la stiratrice, dopo un silenzio.

— Ah! — fece lui. — Sì, so tutto. Doveva finire così.... Con quella
madre! E don Peppe?

— Chi l'ha visto più?

— E.... Fortunata?

— Chi ne sa più nulla?

L'impiegatuccio, dopo aver accesa la sigaretta con un fiammifero della
scatola di Graziella, se ne andò, lentamente, tutto pensoso. Ma la
stiratrice gli aveva mentito per compassione. Pochi giorni prima,
a Santa Lucia, ella aveva adocchiata Fortunata, con un bambinello.
La fiorista vestiva di nero. Comperò al bambinello un soldo di
ciambellette e gli fece bere un po' d'acqua sulfurea. Poi se ne
andarono su pel marciapiedi, passo passo....



L'amico Richter


Ecco, amici miei, in che modo conobbi il professore Otto Richter.

                                   *

Il Rione Principe Amedeo, voi sapete, così vicino per limiti al Corso
Vittorio Emanuele, si trova ad esserne, per aspetto, assai lontano.
Il Corso è ancora campagnuolo sotto la collina verde; il Rione è
elegante; il Corso è tutto polveroso per la via larga e assolata;
il Rione è severamente pulito. Qui un palazzo Grifeo, che ha un'aria
d'antico e una salda costruzione di pietra grigia e nuda. Qui finestre
archiacute che riflettono, a sera, nelle terse vetrate il gran
chiarore della luna, la quale, di rimpetto, s'affaccia sul mare e vi
bagna la sua pallida immagine. In uno studio d'incisione, sotto il
palazzo grigio, si fonde e si cesella in silenzio. Un interno pieno
di penombre; l'artista che passa e guarda, risale con la fantasia al
vecchio tempo fiorentino. Se qui l'ambiente non fosse in gran parte
lieto dell'orizzonte glauco e d'un profumo d'erbe selvatiche, e se non
parlassero dell'amore della campagna i sanguigni rosolacci erti, e se
non chiacchierassero, migrando a non lontane nidiate, gli uccellini
freddolosi, la bottega dell'incisore parrebbe antica, quando intorno le
capitassero muri grigi e stemmi onorati da vanti di toghe o di corazze.

In questo tempo nostro, il rione è semplicemente felice della sua
nettezza e del posto. A un certo punto il parapetto della via è rotto
dai primi gradini d'una scaletta malconcia. Per questa si scende
in un solitario vicolo, e si esce così, passando sotto un potente
arco, a Chiaia, nel quartiere elegante. Dalla pace al romore, dalla
tranquillità delle cose e delle persone a un movimento che vi rimette
dal sogno nella realtà.

In certe ore, in certi momenti, il vicoletto vi parla di tante strane e
misteriose cose. Fu in questo vicoletto che conobbi il professore Otto
Richter.

                                   *

Era una lieta mattina primaverile. Vi giuro, amici miei, così non dico
pel convenzionalismo che infiora quasi tutti i racconti con tenerezze
meteorologiche. È la verità, la conoscenza accadde in aprile. A ogni
modo, Otto Richter lo conobbi così.

Io scendevo lentamente per quella tale scaletta; egli se ne stava
laggiù nel vicolo, all'ombra, piantata la punta di un'ombrella nel
terriccio, le mani sul manico di madreperla a gruccia. Con le spalle
al muro, gli occhi a terra, il vecchietto m'aveva l'aria di star
meditando. Ora siccome in questa vita i pensosi sono, per lo più, i
disgraziati, io che lo aveva visto dall'alto della scala piantato lì a
quel modo, e me lo ritrovavo nella stessa posizione appena dall'ultimo
gradino mettevo piede nel vicoletto, dissi tra me e me:

— Ecco uno che certamente, medita ai guai suoi.

Il vicolo era pieno di buon sole e di silenzio. Improvvisamente fu
pieno di musica. — Come mai? — pensavo, tornando indietro, colpito
deliziosamente da una melodia che si spandeva. Il vecchio s'era mosso;
passava al sole dall'ombra, avvicinandosi a una delle tre finestre
basse che si aprivano sul vicolo dal muro di faccia a noi. Alle
finestre ci si arrivava quasi con la testa. Le vetrate erano spalancate
e la musica passava. Ma la facevano misteriosa certe bianche tendine,
occupanti di dentro tutto il vano e pur di dentro fermate sulle assi
d'un telaio.

Accostandomi alle finestre, m'avvicinavo pur al vecchietto, e
procuravo di non far romore; era così assorto poverino! L'ombrella era
passata sotto l'ascella, le mani strette premevano l'ultimo bottone
del panciotto ch'era, in alto, carezzato dalla barba rossiccia del
solitario uditore. A volte, mentre la melodia saliva con più sonoro
ritmo, le mani si staccavano dal panciotto, e una, l'indice teso,
batteva il tempo. Si afferrava l'altra, nervosamente, al margine del
soprabito, come se ne volesse tirar giù il panno.

Finita la musica, il vecchietto levò il capo; seguitava a sorridere,
seguitava ad armeggiar con la mano, mormorando l'ultima frase musicale,
solenne.

Mi feci animo e gli chiesi:

— Scusi, chi c'è qui dentro?

Lui fece un passo avanti, rimise in movimento l'ombrella e venne a me
con una chiara felicità negli occhietti azzurri.

Rispose:

— Beethoven.

Col braccio levato misurò ancora quattro o cinque battute e canticchiò
un'altra volta le note.

— Molto grande! — soggiunse con le labbra allungate in una smorfia
d'ammirazione. — Giganteo! Questa sinfonia, monumento! Oh!... Piace a
voi, signor?

Dio mio! Una così deliziosa cosa! A chi non piace la musica di
Beethoven, amici miei? Egli era che non sapevo persuadermi come lì
dentro ci fosse proprio lui. Avevo ben riconosciuta la _Pastorale_.
Ricordate, voi, amici?

Ah! perchè la musica non si può scrivere e leggere come la parola!...

— Lei dice che la musica è di Beethoven, — feci, ridendo; — e sta bene.
Ma com'è che Beethoven si trova lì dentro? È risuscitato?

Egli rispose lentamente, molto serio:

— Beethoven morto assai tempo. Qui Società Quartetto. Concerto.

— Forestiere lei?

— Allemand, di Cermania. Tetesco.

— E vive qui, a Napoli?

Disse con gli occhi di sì. E poi accennò pure che tacessi, e si
riavvicinò alle finestre. Ricominciava la musica.

— Psst, — fece lui. — Bocherino.

Mise l'indice sulle labbra e socchiuse gli occhi, rapito.

Che finezza, che graziette, amici miei! La conoscete voi questa
_Siciliana_?

                                   *

Tornai laggiù. Ancora il professore Otto Richter non mi aveva parlato
definitivamente di lui. La sua piccola figura da racconto d'Hoffmann o
d'Erckmann-Chatrian, la sua placida figura tedesca serbava qualcosa di
misterioso ch'io cercavo invano di scrutare e su cui arzigogolavo senza
raccapezzarmici.

Seppi soltanto questo da lui, alle prime confidenze, ch'egli era venuto
di Germania in Italia a piedi. Capite? A piedi. Ne rimasi inorridito;
io che adoro le vetture, la ferrovia, le tramvie, tutto quello che è
mezzo di trasporto!

Il mio sguardo scese subito alle scarpe del buon uomo, due scarpe
punto eleganti, dal tomaio piatto, basso, enorme, dalla punta quadrata,
dalle suola doppie tre dita. Vere scarpe nordiche. Egli posava su quel
piedistallo e sorrideva, contentissimo. Aveva, parlando, un certo
ammiccar d'occhi malizioso, pel quale gli si arricciavano le gote.
Tutta la faccia diventava una ruga sola. Parlava a bassa voce.

E poi seppi, pure da lui, ch'egli viveva a Napoli da parecchio tempo,
che abitava nel torrione di San Martino, che durante tutta la santa
giornata girava per la città dando lezioni di lingua tedesca.

— Voi non conoscete? — fece lui.

— No, — risposi, mortificato. — Ma amerei imparare.

— Desiderate lezione? — disse lui, sorridendo. — Parleremo di questo.

Poi non ne parlammo più. Era un vecchietto pieno di delicatezze.

Continuavano le prove della Società del Quartetto. Una mattina il
professore Otto Richter se ne venne nel vicoletto con tra mani un
libriccino di elegante edizione tedesca.

— E questo?

— Questo? Trattato veleni.

Veleni? Ma il vecchietto si affrettò a soggiungere, battendosi in petto
la mano spiegata:

— Io anche un poco medico.

Un po' medico, un poco poeta, un poco pittore — egli era un po' di
tutto. Sopratutto un musicomane. La mia ammirazione cresceva di
domenica in domenica, come i concerti del Quartetto si seguivano
e ci teneva insieme la comodità del vicoletto. Bisognava vedere il
mio amico Otto Richter mentre romoreggiava, di dentro, la _Cavalcata
delle Walchirie_! Quel buon Richter! Coi pugni stretti, gli occhi
lampeggianti, le gambe allargate, l'ombrella brandita come la frusta
d'una delle amazzoni wagneriane, e facendo: Pa pa ta pa! Pa pa ta pa!
Papatapà! Zin!

                                   *

Passò un mese, un felice mese di pruove e di concerti. Non mancammo
mai. Sui muricciuoli del vicoletto spuntavano fiorellini gialli e
tutte le lor creste n'erano sparse. Una striscia d'ombra sotto quei
muricciuoli, e in mezzo al vicolo un accampamento di sole. Saliva
la musica fino al Rione, chiamando i passanti, invitandoli alla
platea solitaria di questo teatro improvvisato. E pei gradini diruti
scendevano subitamente figurine femminili, allegri cavalierini in
galanterie. Era un romore di stivalini saltellanti che faceva voltare
il mio amico Richter. Egli pareva un vecchio passero solitario turbato
da una folla accorrente di uccellini chiassoni. Si ricantucciava e
non si moveva più. Qualche piccola signorina lo indicava alle altre,
sorridendo.

Certo il mio amico Richter interessava. Era una figura originale,
di quelle che i giornali illustrati tedeschi mettono in una novella
semplice e buona, vivificata dalla matita di un artista di spirito.
Parecchie volte lo incontravo in quei paraggi, con una valigetta a una
mano, l'eterna ombrella nell'altra. La valigetta s'empiva di frutta,
di erbaggi, di latticinii, d'un po' di tutto. Il mio amico Richter
entrava frettolosamente nella bottega d'un pastaio, faceva di cappello
con quella cortesia ch'è tutta tedesca e chiedeva due chilogrammi di
spaghetti. E in un'ora egli si era provvisto di tutto il mangiabile o
il cucinabile. Così tornava a San Martino e di lì scendeva per andare a
udir la musica in Villa Nazionale o in qualche altro posto dove musica
si facesse. Era la sua grande passione.

Una mattina lo vidi che seguiva le esequie di un capitano suicida. Era
accanto alla banda musicale, tutto pensoso, l'eterna ombrella sotto
il braccio. Lo rividi poi qua e là per le vie, per le stradicciuole
di Napoli, frettoloso, parlante a sè stesso. Forse si recava alle sue
lezioni di tedesco. Poi non lo vidi più.

Scompaiono tante persone ogni giorno in questa Napoli, e tante ne
compaiono di nuove!

                                   *

Una sera, era qui la regina, si dava in onore di lei un concerto al
Quartetto. Il vicoletto era pieno. Eravamo in parecchi amici, nella
più grande aspettazione per un programma che prometteva Schumann,
Wagner, Boccherini, Beethoven. La sala era certamente affollata,
ma qui, nel vicoletto, al fresco, come si stava meglio — e senza
pagare il biglietto! Per le aperte finestre uscivano il susurro degli
intervenuti, lo strepito delle seggiole smosse, un fruscio d'abiti
serici. Di tanto in tanto un accordo di violino, un suono rauco di
tromba, una voce che chiamava.

Il vicoletto fu, a un momento, tutto illuminato dalla luna che si
liberava dall'impiccio di certe nuvole impromettenti, e campeggiava
serenamente in cielo. Noi altri si chiacchierava, aspettando. Accosto a
me era seduto un uomo occhialuto, dalla piccola e incolta barba nera.
Un forestiero. Non so come io gli abbia rivolto la parola, nè so più
perchè. Certo è che il mio vicino, tra una domanda e una risposta,
brevi sempre, mi disse che egli era tedesco, ch'era professore di
lingua tedesca, e che avrebbe desiderato di esser conosciuto. Me
lo disse, poverino, con una cert'aria! Pareva mortificato. Tedesco?
Professore? Certo conosceva il mio amico Otto Richter.

— Otto Richter?... — borbottò, cercando nella memoria.

Poi fece:

— Ah! Richter!

— Dunque?

— Morto. Otto Richter? Professore? Morto.

Una cosa molto semplice per questo signore meditabondo. Ma.... Povero
Richter! E come?

Il mio vicino pensò ancora. Ecco, era morto così, — e si batteva la
fronte, — male di cervello. Tre giorni, non più. Poi morto.

Dopo un momento cavò da un enorme portafogli la sua carta e me la
porse. V'era scritto a mano: Corrado Weber, professore di lingua
tedesca.

— Chieggo scusa, — balbettava il pover'uomo, — io solo a Napoli,
solo, solo. Così si vive, signor; lavorando. Richter mio buon amico.
Poveretto.

Improvvisamente un fragore di battimani giunse a noi dalla sala; subito
dopo l'orchestra intuonò la marcia reale. La regina entrava. Passarono
quattro minuti; nessuno fiatava nel vicolo. Io pensavo al mio vecchio
amico Richter, al mio povero vecchietto così strano....

— E quando è morto?

— Psst! — fece Weber. — Chieggo scusa, signor. Dopo.

Cominciava la musica. Weber si levò in piedi, si scappellò e si mise ad
ascoltare con religiosa attenzione.



Senza vederlo


Siccome in questo mondo chi pensa a casi suoi e mette le cose a posto
è chiamato accorto, così, quando dopo la morte di Selletta, spazzino,
il quale prima aveva fatto il fiaccheraio e prima ancora avea governato
un negoziuccio di commestibili, la vedova Carmela ricoverò un suo
maschietto all'Albergo dei Poveri, la bambinella mandò a imparare a
cucire da una sartina, e si tenne in casa soltanto il marmocchio che
le succhiava la vita appeso tutta la santa giornata al petto vizzo,
parecchie delle vicine, e furono le più attempate, dissero che avea
fatto bene a provvedere a quel modo alle cose sue, sconsolata e
impoverita come Selletta l'avea lasciata. Dissero le altre, poche, e
furono le mammine fresche del vicinato, le quali cominciavano con la
prima maternità a raccogliere tutto l'amor loro sui figliuoli, che
questi erano il riso della casa e che proprio ci voleva un cuore assai
duro per allontanarli e un coraggio, via, un coraggio!

— Come fate a rimanere sola sola? — diceva alla vedova Nunziata Fusco,
una bionda grassotta, con in collo un bambino biondo e grassotto come
lei.

— Dite voi, — piagnucolava Carmela, — come avrei potuto fare con
tre angioletti attorno? Sono tre bocche, sono. E poi Nanninella, voi
sapete, torna a sera dalla sarta e la notte mi fa compagnia. Impara
l'arte, oramai è grandicella. Per Peppino.... voi dite che.... lì,
all'Albergo.... è brutto, non è vero?

L'altra diceva:

— Sentite, me ne sarebbe mancato il coraggio. Voi non lo vedete più,
Peppino, e lui non vede più voi. E chi chiama se s'ammala?

— Come! Allora non sapete niente. Lì si trova come a casa sua e niente
gli manca.... Ah! è vero, — soggiungeva con le lagrime agli occhi, —
io non avevo pensato a questo, ma già, avranno medici e medicine, e se
accade che lui s'ammali, lontano sia, me l'hanno da far sapere.

— Vi dico che non lo fanno sapere, — sentenziava la Fusco, carezzando
il suo marmocchio, come per dire a Carmela: «Questo qui, vedete, me lo
tengo io, che sono la mamma, e non uscirà mai di casa sua».

La vedova rientrò in casa e corse a baciare così forte il suo piccino,
che dormiva nella culla, da farlo svegliare in un sovrassalto. Il
piccino si mise a piangere.

— Bello mio! — fece lei. — Zitto, via, zitto! Oggi andiamo a trovare
Peppino.

Era venuto l'inverno a un tratto, con giornate buie e rigide. La casa
di Selletta stringeva il cuore, tutta occupata dall'oscurità. Appena,
di sotto l'uscio, ci si vedeva il lettuccio di contro la parete ove
gli strappi al parato scoprivano la grigia nudità del muro. L'umido
penetrava nelle ossa; Selletta lì dentro ci aveva perso la salute.

La vedova imbacuccò alla meglio il piccino e lei si buttò addosso lo
scialle nero che a quello era servito di coltre, nella culla. Cercava
ora la chiave della porta. La trovò nella cenere fredda del braciere
che, con quella, aveva scavata il giorno prima, per riattizzare il
fuoco.

— Andiamo da Peppino, — ripeteva al marmocchio, chiudendo l'uscio.

La viuzza, trafficata dai piccoli venditori e dal vicinato in
movimento, pareva allegra. Nel lontano, per un vicoletto che vi
sbucava, una larga striscia di sole attirava i passanti, i quali si
fermavano apposta in quel po' di caldo a chiacchierare.

— Dove andate? — chiese alla vedova una vicina. — Avete vista la buona
giornata e andate a spasso?

— Andiamo da Peppino, — disse Carmela, mettendo in tasca la chiave.

— Peppino chi?

— Peppino mio figlio, che ho messo a scuola all'Albergo dei Poveri
quando Selletta è morto, buon'anima sua. È stato lui che me l'ha
raccomandato. Diceva: Mettilo lì perchè impara l'arte e porterà pane
alla casa.

— E voi l'andate a trovare?

— Sono tre settimane che non lo vedo, e questo gli farà piacere.
Lasciatemi andare, bella mia, buongiorno.

E tirò via col bambino in collo, trascinando per la mota della viuzza
un lembo della gonna lacera.

In quel pezzo della via soleggiata, lì dove il gruppetto di femmine
s'era raccolto a ciarlare, trovò Nanninella che guardava curiosamente,
con le manine sotto il grembiale, il panchetto d'un venditore di
caramelle il quale si godeva il sole fumando la pipa, con gli occhi
socchiusi.

— Nannina! — fece la vedova. — Come ti trovi qui? Che fai?

La bambina le corse incontro, allegramente.

— Non si lavora oggi, la maestra ci dà vacanza; ce ne ha mandate via
tutte, perchè lo sposo la conduce in campagna.

— Andiamo da Peppino, — disse la vedova pigliandosela per mano.

Faceva un gran freddo, ma il tempo era sereno e la via asciutta. La
bambina batteva ogni tanto i piedi a terra, per riscaldarsi, afferrata
con una mano alla sottana della madre che le covriva il pugno. L'altra
mano aveva ficcata nella piega dello scialletto, alla cintola. A volte,
chinando la testa, passava il gomito sulla fronte per trarne indietro
un ricciolo di capelli che le veniva sugli occhi. Non voleva metter
fuori la mano dallo scialletto.

— È molto lontano? — chiese, a un tratto, quando furono nella via di
Foria.

— Lì, in fondo, — disse la vedova. — Vedi quegli alberi? Lì, guarda,
dirimpetto a noi.

— Com'è lontano! — mormorò la bambina.

Allo sbocco di via del Duomo, sul marciapiedi, incontrarono la
rivendugliola che teneva bottega accosto alla loro. La vedova non la
vide; in quel momento rincappucciava il piccolo. La vide Nanninella. E
come la rivendugliola le sorrideva, le gridò, passando:

— Noi andiamo da Peppino. Torniamo più tardi!

— Chi è? — fece la vedova, voltandosi.

— Marianna, — disse la bambina.

— Cammina! — disse la vedova.

Arrivarono stanche; la bambina non ne poteva più. Cercarono il sole,
presso alla grande scala dell'Albergo, ove quello batteva tutto sulla
facciata. Sui gradini erano seduti tre ricoverati, tre vecchietti
dell'Albergo, in chiacchiere con una venditrice di mele.

La vedova s'accostò, guardando nella cesta.

— Me ne comprate, bella figlia? — le fece la venditrice. — Guardate, ve
ne do tre, di quelle grosse, per due soldi, guardate.

— Dite, — fece la vedova, — le posso portare su a mio figlio? Lo
permettono, sapete niente?

— Come no? Vi pare? Son mele, non sono cannoni. Pigliatele. Dove le
volete mettere?

— Qui, — disse la bambina, aprendo il grembiale. — Mettetele qui, le
porto io.

La vedova pagò i due soldi e si mise a salire la scala dell'Albergo,
con dietro la bambina, tutta felice delle mele. Sul largo pianerottolo
non sapeva dove più andare, le porte erano molte, la scala continuava.

— È qui? — chiese la bambina.

— Ancora più su. Non so. Aspettiamo qualcuno che ce lo dica.

Sentivano zufolare su per la scala. Una voce d'uomo s'avvicinava
canticchiando:

    M'hanno detto che Beppe va soldato,
    e che vi han vista pianger di nascosto....

Spuntò subitamente un giovanotto, con le mani in saccoccia e uno
scartafaccio sotto l'ascella. Quando fu sul pianerottolo dette una
occhiata alla donna e alla bambina e tirò innanzi, continuando:

    Far pianger sì begli occhi è gran peccato....

— Signore, signore! — fece la vedova.

— Che c'è? — disse lui, mettendo il piede sul primo gradino dell'altra
tesa, e voltandosi.

— Dove si va per vedere.... per parlare con un bambino? Io ho qui mio
figlio....

— Vi levate presto voi la mattina? Questa non è ora di parlatorio. Ma,
via, può accadere che vi facciano vedere il bambino. Andate su, dal
segretario.

— Dov'è? — chiese timidamente la vedova.

— Su, al secondo piano, prima porta a destra, ultima camera.

Parlando saliva; a un tratto la vedova non lo vide più. Ma udì la sua
voce, dall'alto, mentre saliva anche lei:

— Ultima camera, avete capito?

— Sissignore! — gridò la vedova. — Grazie, signore, Dio ve lo renda!

Il segretario era un uomo assai maturo, molto per bene, con occhiali
d'oro, con un bell'anello al dito indice. Sedeva presso la sua
scrivania, firmando certe carte che un impiegato gli metteva innanzi
una dopo l'altra, asciugando le firme sopra un gran foglio di carta
rossa.

Nella camera c'era la stufa, che vi spandeva un lieve tepore.

— Chi siete? Che volete? — fece il vecchio, levando gli occhi dalle sue
carte ed esaminando la vedova e la bambinella.

La vedova non sapeva che dire.

— Sono Carmela Selletta, eccellenza, volevo vedere, se è possibile....
io ho qui mio figlio.... ha sette anni.... Giuseppe Selletta....

— Ma, Dio mio! Non dovete venire qui! — fece il vecchio, con la penna
levata. — Questo non è parlatorio, Dio mio! Ah! santa pazienza!

— Così m'hanno detto, eccellenza, — mormorò la vedova, mortificata. —
Ho incontrato per le scale un giovane e m'ha insegnata la porta.

— Ma non è qui, non è qui! — insisteva il vecchietto. — E poi, bella
mia, non è ora questa di parlatorio.

La vedova rimase muta.

— Come avete detto che si chiama vostro figlio? — soggiunse, dopo un
momento, il vecchietto.

— Peppino.... Giuseppe Selletta.

— Mazzia, fatemi il piacere, guardate un po' dentro, in archivio, se
c'è Larissa, e parlatene a lui di questo ragazzo. Anzi fatelo venire
qui, che sarà meglio.

— Come si chiama? — chiese l'impiegato alla vedova.

— Giuseppe Selletta.

Mazzia sparì dietro una portiera. Il vecchietto raggiustò sul naso gli
occhiali, soffiò nelle mani e mise sulla scrivania una tabacchiera
di argento. Nannina aveva riguadagnato coraggio e s'accostava alla
scrivania, guardandovi curiosamente il gran calamaio dorato, sul
quale due pupazzetti reggevano a fatica un vasetto per le penne. Lo
sguardo della piccina incantata passava dal calamaio a un fermacarte
di cristallo, sotto il quale si vedeva la chiesa di San Pietro, col
cupolone, la piazza e la gente in cammino, tutto colorato.

— Sedete.... — disse a un tratto il vecchietto,. dopo una rumorosa
soffiata di naso. — Pigliatevi lì, una sedia, quella dell'angolo....
brava, sedete pure.

Aprì la tabacchiera, tirò su una gran presa di _rapè_ e allungò le
braccia sulla scrivania.

— Ah, buon Dio di pace e d'amore! — sospirò.

Poi, voltandosi:

— Che cosa avete in braccio? — dimandò, aguzzando lo sguardo di sotto
agli occhiali.

La vedova alzò un lembo dello scialle e scoverse il piccino che dormiva
tranquillamente con una mano sul petto.

— Figlio vostro?

— Sissignore.

Nanninella s'era avvicinata a guardare il fratellino, togliendosi alle
contemplazioni del calamaio. Stese la mano per carezzarlo.

— Pssst! — fece il vecchio, sottovoce. — Lascialo stare, tu. Si
sveglierà. Ricopritelo....

Appariva Mazzia sotto la portiera, impassibile.

— Dunque? — fece il vecchietto.

— Se il signor segretario — disse Mazzia — vuol favorire un momento....

— Che c'è?

Si levò poggiando le mani sui bracciuoli della sua seggiola, cercando
in saccoccia il moccichino di seta rossa.

Ripeteva, camminando:

— Che c'è, Mazzia?

Quando il segretario gli fu vicino Mazzia lasciò ricadere la portiera e
questa li nascose.

— Ora viene Peppino, — disse la vedova a Nanninella.

— Ora viene? — ripetette la piccina, sottovoce.

La vedova col capo fece cenno di sì. I due parlottavano ancora dietro
la portiera, ma non si capiva nulla di quel che dicessero.

A un tratto riapparve il vecchietto. Pareva molto turbato e veniva
innanzi lentamente, con lo sguardo sulla vedova Si fermò presso alla
scrivania, aggiustò un quaderno sotto un libro e tossì due o tre volte.

— Sentite, bella mia...

La vedova s'era levata, traendo indietro la seggiola.

— Sentite, non si può parlare a quest'ora coi ragazzi.... Io ve lo
avevo detto, siete venuta troppo presto! Gli è che a quest'ora il
ragazzo....

S'interruppe. La vedova lo guardava.

— Mazzia.... — e il vecchietto si volse bruscamente all'impiegato. —
Aiutami a dire....

— Il ragazzo è alla lezione, — disse Mazzia secco secco.

E si rimise a guardare di fuori, per la vetrata.

— Ecco, — disse il vecchietto risollevato, — è alla lezione. Qui si è
molto severi....

La vedova ebbe un moto di dispiacere. Strinse meglio sul petto il
bambino, e rimase lì impiedi, aspettando ancora, sperando ancora.

— È proprio impossibile? — mormorò timidamente.

— Eh? — fece il vecchio. — Sicuro, impossibile! Voi siete sua madre,
non è vero?

— Sissignore, sua madre.

— Impossibile, bella mia.... — borbottò. — Come si fa? Dovreste
tornare. Tornate.... tornate lunedì, che c'è udienza, non è vero,
Mazzia?

Mazzia guardava difuori. Non udì e non rispose.

La vedova arrossiva. Cacciò lentamente la mano nel grembiale di Nannina.

— Perdonatemi. — balbettò, — io gli avevo portato.... gli volevo
lasciare.... queste mele...

— Date qua. — disse il vecchio.

La bambina già ne avea posto due sulla scrivania, accanto al bel
calamaio. Lui prese la terza e la mise presso alle altre.

— Torno lunedì? — disse Carmela

— Sì, sì, lunedì.... più tardi. Non venite da me, chiedete del
direttore, egli saprà dirvi....

La vedova gli prese la mano ch'egli stendeva per carezzar la bambina, e
fece per baciargliela.

— Oh! — esclamò lui, come spaventato. — Macchè! Macchè!.... Addio,
addio.... buona giornata....

Erano uscite. Il vecchietto rimase impiedi presso la porta. Ascoltava
il romore delle ciabatte della vedova su per la scala, la vocetta della
bambina che interrogava.

Mazzia si ricollocò di faccia a lui e gli mise innanzi le carte.

— Piano, — disse il vecchietto, — non c'è fretta....

Vi fu un silenzio.

Il segretario scoteva malinconicamente la testa.

— Glie lo dirà il direttore, lunedì, — mormorò, — io no, di certo. Non
voglio ricominciare la giornata a questo modo.

Asciugati gli occhiali se li piantò sul naso, tossì, soffiò nelle mani
e riprese la penna.

— Ah! Signore Iddio! — sospirò. — Buon Dio di pace e d'amore!... Date
qua, Mazzia....



La regina di Mezzocannone


                                                         Aprile 1886.

Finora _Mezzocannone_ ha avuto solo un re, quel buffo re di creta
bronzata, mangiato dal tempo e dalle intemperie nel naso e nelle mani
e negli occhi, nero, storto e contraffatto come un Esopo, bersaglio
continuo alle invettive delle serve le quali vanno ad attingere
l'acqua, e dei molti torsoli che gli lanciano i monelli impertinenti
e democratici. Ma questo budello di _Mezzocannone_, questo lurido
intestino napoletano, ha pur una regina. Il re è orribile: la regina
è incantevole. Il re si chiamava, al tempo suo, Alfonso II d'Aragona.
Ma la regina? Ella vive e regna ove finisce la stradicciuola. Come si
chiama la regina?

                                   *

Le prime visite che feci alla via, mosse da ragioni affatto lontane
dall'interesse artistico, me la resero sempre più antipatica. Sino
a pochi anni fa, al quarto piano d'uno di quegli sporchi palazzetti
vecchi, c'è stata una _Ricevitoria_ brutta e scura, nella quale,
ogni due mesi, io mi recavo a pagare la tassa della fondiaria,
immaginate con quanta soddisfazione dell'anima! Poi, un bel giorno,
la _Ricevitoria_ sloggiò; sloggiarono, rimossi in fretta e furia,
i cancelletti di legno dai bastoni unti dalle mani dei poveri
contribuenti, sloggiarono i pesanti registri che chiudono tanti segreti
di ristrettezze e di privazioni, sloggiò un cassiere malinconico
insieme ad un piccolo gatto grigiastro, il quale annusava specie le
gambe dei salumai che venivano a pagare. La _Ricevitoria_ se n'andò
e la casa rimase vuota, muta, spalancato l'uscio, sparse le camere
di trucioli e di pezzetti di carta lacerata. I miei passi svegliavano
un'eco breve e vibrante. Ancora sull'usciolino d'una delle stanzucce
si vedeva un'addizione; i numeri erano segnati con la matita. Non
avendo da fare altro collaudai l'addizione, con le mani in saccoccia
e l'anima tutta dietro i miei tisici ricordi aritmetici. Il cassiere
avea ragione, la somma era giusta: 14,780. Vi dirò pure, non senza
una certa mortificazione, che, avendo, per una radicata superstizione
napoletana, ripassati i numeri nel mio taccuino, quando scesi dalla
casa abbandonata me li andai a giocare al lotto. Naturalmente non vinsi
nulla, la sfortuna mia essendo grande come la provvidenza del buon
Gesù.

In verità, quando mi trovo per cose mie o per gusto mio particolare
a passare per una cosiffatta stradicciuola, mi si stringe l'animo.
Dov'è l'azzurro, dove il sole, dove il buon sangue e la buona salute
nelle persone, dove l'aria e la luce nelle case e nelle botteghe.?
Dappertutto penombre, ed oscurità fitta e facce smunte e scolorite,
in cui solamente palpitano i neri e vivi occhi napoletani, pieni
di desiderii e di curiosità, tutti luminosi d'anima. Una pietà
grande queste povere donne pallide, questi lavoratori di metalli,
dallo sguardo lento, dalla pelle sudata, traspirante il veleno
delle ebollizioni di piombo o di rame, questi tintori che si movono
nell'oscurità, sotto un lumicino che pende dal soffitto, un lumicino
rosso, quasi infernale. E i bambini che trascinano i piedi nudi, per
la mota, i piccoli piedi indolenziti, e un vecchio che cerca invano un
pezzetto di sole per la sua panchetta di _franfellicche_, e la buia,
misteriosa cantina che raccoglie tutta la gente affamata e puzzolente
del quartiere, la cantina della miseria, in cui, al venerdì, il fetore
del baccalà fritto nell'olio soffoca il respiro e provoca le piccole
tossi dei piccini che una famiglia di straccioni porta a mangiare
nell'orrida caverna.

                                   *

Dirimpetto, l'antica fontanella mormora sempre. E par che il borbottio
si parta dalla sconquassata bocca del re sovrastante, di questo
ammantellato padrone della strada, e lamenti la miseria del tempo.
Tutto roso dall'umido e dallo stesso tempo irrispettoso che a poco
a poco ha fatto di lui un personaggio da burla, vuote le occhiaie
come colui della bibbia che in castigo ebbe mangiate le pupille dai
vermi, l'infelice coronato pur vive ancora e concede la limpida vena
dell'acqua a un popolo chiassone. L'acqua cade e si spande e allaga per
buon tratto la via, commista a' nuovi rivoletti di un'altra fontanella
che più in su è posta sul pendio, accanto alla bottega d'un torniere —
una fontanella municipale, delle solite. E però, di state e di verno
la via è sempre lubrica; i pochi fanali, che vengono fuori, uscendo
come dalle finestre, lasciano piovere una scialba luce sul selciato
sconnesso, che somiglia una disgregata sutura di un cranio in cui
s'infiltrino fantastiche lacrime. E qua e là, per terra, si fanno
bianche lucentezze sulle gobbe dei più gibbosi lastroni. Nel lontano,
ove la strada è per finire, pende da un balconcello un fanaletto verde
sul quale è scritto qualcosa in bianche lettere: _Albergo del Pavone_.
Un letto vi costa quattro soldi. Dal balconcello certo non si può aver
sott'occhio un felice orizzonte; non c'è dirimpetto che una scala, e in
capo alla scala un immane Cristo in croce, rifatto dagli ultimi furori
religiosi, dopo il colera. Nella notte, con innanzi ed ai lati alcune
lampade accese, il gigantesco Cristo è vivo e spaventevole....

La via è sempre affollata. Vi sale e scende il commercio di _Porto_,
della _Marina_, della vicina strada dei _Mercanti_, di tutte le
stradicciuole circostanti. Gli operai, intenti alla loro bisogna nelle
botteghe, non levano mai lo sguardo ai passanti e continuano a lavorare
fino a notte.

C'è, a un posto di _Mezzocannone_, presso un caffettuccio, ove si
giuoca a carte, una bottega di ricamatrici. Intorno al telaio, come
attorno ad una tavola, seggono quattro o cinque povere ragazze, curve
sui ghirigori d'argento o d'oro, sui cuori di seta cremisina, sui
fiori dai pistilli di conterie luccicanti. Tra costoro è una rossa
pallidissima, un po' lentigginata sulla faccia di madonnina bizantina.
L'oro del ricamo non ha più luce di quello dei capelli di lei, che,
a volte, rischiarati da un filo di sole, si accendono. Questa è la
reginella di _Mezzocannone_.

                                   *

La piccola rossa, le labbra strette, gli occhi intenti, le bianchissime
mani ravvicinate, trapassa con l'ago la trama e non ne leva gli occhi
per ore ed ore. È la prima dalla parte dell'uscio. Ma chi passa, in
quei momenti di raccoglimento, non vede di lei altro se non la banda
dei capelli fulvi, un impreciso profilo, un po' della guancia d'avorio
vecchio. La reginella ricama.

In un tramonto estivo, nel quale si spegnevano le ultime luci perfino
nella bottega delle ricamatrici, la rossa — è chiarissimo il ricordo
nella mia memoria — aveva poggiato il gomito sull'asse del telaio, e
nella bianca mano raccolto il mento, leggermente china da un lato la
testa angelica, gli occhi nel vuoto, sognava. Le altre sommessamente
chiacchieravano: la padrona preparava i lumi. Un grande silenzio
s'era fatto per la via. La dolcezza del tramonto penetrava l'anima.
E la piccola rossa, socchiuse le labbra esangui, lo sguardo perduto,
continuava a sognare, come una santarella in un'aureola di pulviscolo
d'oro....



L'impazzito per l'acqua


                                                      26 Maggio 1884.

Ieri un acquafrescaio del vico Marconiglio è stato spedito all'ospedale
dei matti. Era un giovane pallido, un po' grasso, muto e pensoso. Altri
dà di volta per mancanza di denaro, per fede politica, per ambizione;
costui è impazzito per l'acqua di Serino. Così dicono quelli della sua
famiglia, in cui la professione di venditori d'acqua è atavica. Ma il
vicinato dice di no: dice che Peppino Battimelli è ammattito perchè non
s'è sposato.

Peppino Battimelli aveva la sua _banca_ in un cantuccio in penombra,
nel vico Marconiglio, sotto un balconcello dalla balaustra di colonnine
di legno, una balaustra a petto di colombo, come se ne vedono spesso
nei quartieri bassi di Napoli. Tra le colonnine barocche, in maggio,
le rose d'una _capèra_ fanno capolino qua e là e l'edera selvaggia
s'attorciglia al legno antico. Un merlo impertinente ripete, senza
mai stancarsi, il suo ritornello, chiaro e vivace, da una gabbia che
rimane, anche la notte, attaccata a un chiodo, fuori al balconcello.
Disotto c'era la _banca_ Battimelli. Niente di più primitivo della
pittorica decorazione di questa _banca_. Sulla faccia di mezzo una
larga via, una signora ed un signore a braccetto, con alle calcagne
un cagnolino. Alberelli in fila a destra e a manca. Cielo di verderame
carico. Sulla faccia a sinistra una fontana publica tra cespi di fiori
strani, un ragazzetto che si manda innanzi il cerchio e, in fondo, un
palazzo rosso con le finestre verdi. Sulla faccia a destra il mare:
un pescatore accoccolato sopra uno scoglio ha preso all'amo un pesce
più grande di lui e lo tira su con la lenza. In fondo il Vesuvio in
eruzione. È giorno, ma il pittore se n'è scordato e ha fatto scendere
per le falde del monte la lava rossa. Alcune bianche vele s'allontanano
pel mare.

Tutto ciò pei monellucci del vico Marconiglio era stupendo. Nella
_controra_ afosa tre o quattro di loro, non avendo da fare altro, si
mettevano, in contemplazione dei dipinti della _banca_, inginocchiati
come innanzi ad una immagine di Santa Lucia benedetta. Peppino
Battimelli, in camicia azzurra, rimboccate le maniche fino ai gomiti,
sognava, da un gran seggiolone che lo faceva troneggiare sulla _banca_,
sui limoni in fila, sulla fila riverberante delle _giarre_ di vetro
sottile, capacissime. Un alito di fuoco passava nel vicoletto, al
tramonto: le pietre sconnesse del selciato ardevano. Ma la luce, in
questo vico Marconiglio stretto e scuro, anche nell'estate, è mite;
sul cadere del sole, mentre la gente si sveglia dal torpore della
giornata, il vico si rianima di moto e di voci; la _capèra_ s'affaccia,
sbadigliando, al suo balconcello e incorona per poco la balaustra con
le bianche sue braccia nude, tornite e lisce. Rimane un poco a guardare
nella viuzza, chiacchiera con una sua comare, e torna in camera per
riuscirne dopo un pezzetto, con un secchio in mano. Inaffia le rose
e si china ad aspirarne il profumo. Quando c'era di sotto Peppino
Battimelli la _capèra_ lo salutava, picchiando col secchio di latta
sulla balaustra.

— _Peppì, bonasera!_

Egli rispondeva, con gli occhi levati:

— _Bonasera._

— _Sentite che caldo?_

— _Sì._

— _Peppì, io sto adacquanno 'e teste: si cade l'acqua dicitemmello, ca
me dispiace._

— _Nonzignore, l'acqua nun cade._

— _Pecchè me dispiaciarria, Peppì...._

— _Nonzignore._

La _capèra_ sospirava e rientrava, lentamente. Impossibile commovere
quest'_acquaiuolo_ malinconico. Nella stanzetta, che già andava
accogliendo dolci penombre, lo specchio luceva in un cantuccio. La
_capèra_ ha dovuto spesso mirarvisi. Ancora i capelli neri erano
copiosi e belli, ancora, tra la lor frangia diffusa, gli occhi neri
splendevano, ancora la bella bocca era rosea. Che importava la sua
vedovanza? A volte meglio una vedova che una zitella. Ma Peppino non ne
voleva sapere. Che peccato!

Verso le cinque o le sei della sera le comari del vico spazzavano le
case. Qualcuna si pigliava briga di rinfrescare il selciato arso,
buttando acqua qua e là. Il selciato si macchiava di tante chiazze
nere, da cui saliva un tanfo di polvere cacciata via dall'acqua. La
viuzza faceva toletta. Ma, dopo, aspettando che vi arrivassero da tutte
le altre vie del quartiere gli operai dal lavoro, le femmine dalla
fabbrica dei tabacchi, le _rivettatrici_ dalle botteghe dei calzolai,
i cenciaiuoli ambulanti con la gerla piena di stracci e di cappelli
vecchi, la viuzza taceva, presa da quella malinconica pace delle
stradicciuole napoletane ove ogni casa nasconde e cova un dolore.

Peppino Battimelli continuava a meditare.

                                   *

Tempo fa capitò nel vico la mamma, una vecchia. Chiese conto a tutto
il vicinato di quello che il figlio di lei, Peppino, usasse di fare,
stando a vendere acqua. Risposero tutti: Che volete che faccia? Vende
l'acqua.

— _Diciteme 'a verità!_ — insisteva la vecchia.

— _Ma ch'è stato?_

Allora quella raccontò che il figlio aveva dato di volta. Non si sapeva
perchè. Non aveva voluto mangiare, non bere; s'era spogliato nudo e
voleva precipitarsi dal balcone. Un balcone al quinto piano, al vico
Fico. Nemmeno l'ossa si sarebbero trovate!

— _Ma avite appurato pecche è mpazzuto?_

— _Gioia mia, pe l'acqua d'o Serino. L'acqua nosta nun se veve cchiù. A
che simmo arrivate! Come fosse veleno!_

— A casa — seguitò la vecchia — Peppino parlava sempre dell'acqua
di Serino. Un'ingiunzione municipale che ordina agli acquafrescai
di non vendere acqua che non sia di Serino aveva colpito pur lui,
giorni addietro. Il giovanotto _se c'era fissato_. Domenica scorsa,
bestemmiando, — Gesù, lui che non ha mai bestemmiato! — in un impeto
frenetico ha afferrato un coltello e si voleva ammazzare. Poi ha
strappato la chiave all'uscio di casa e se l'ha data in capo e s'è
ferito. Il medico ha detto che è pazzo....

La vecchia piangeva. Tutte le comari si sono intenerite e anche la
_capèra_, dal suo balconcello pieno di rose. Intorno alla vecchia
s'era radunata gran gente. Quando la madre di Peppino se n'è andata i
commenti duravano ancora.

— _Vuie vedite 'a fantasia 'e ll'ommo addò va a sbattere!_ — ha
esclamato una rossa, in camicetta bianca.

E ho visto la _capèra_ che rispondeva dal balconcello, col secchietto
in mano:

— _Quanno uno sta sulo sbarea. Quann'è nzurato penza 'a mugliera. Chi
tene belli denare sempe conta, e chi tene bella mugliera sempe canta!_

— _È overo_, — ha detto la rossa. — _Ma Peppino 'o teneva o nun 'o
teneva 'o core mpietto?_

— _Io che saccio?_ — ha esclamato la _capèra_, ridendo.

La rossa, che ha intorno una nidiata di marmocchi, ha levato le
braccia, gridando a tutti i maschi del vico:

— _Uommene! Uommene! Nzurateve!_

Il mistico matto era dimenticato. Le femmine gridavano con la rossa, le
braccia levate:

— _Nzurateve! Nzurateve!_

E sulle soglie dei _bassi_, nelle botteghe, nella via, gli uomini
ridevano, contentissimi, e ridevano pur le femmine che li incitavano
ad ammogliarsi, e negli sguardi accesi degli uni e delle altre il
desiderio luceva. Era, in quest'ora, ancor tutto caldo di sole il
vicoletto. E il diavolo del terzo peccato alitava su tutte quelle
facce sudate, passando improvvisamente tra quello scoppio d'urlante
sensualità plebea....



Notte della Befana


Il letto di Chiarinella l'avevano collocato in un angolo ove arrivava
tutto il sole. Nel verno, quando il sole era dolce, la poverina
s'addormentava in un'onda luminosa, che le scaldava le manine esangui
sulla coverta. Tutta la giornata rimaneva sola; la chiudevano in casa
e portavano via la chiave, abbandonandola a tutti quei pensieri, a
tutte quelle paure che hanno i bambini quando non si vedono accosto
nessuno. Lei dapprima avea pianto, con la testa sotto alle lenzuola,
tutta raggranchita, non osando gridare per non spaventarsi peggio.
Provava timori strani, le pareva che non dovesse stendere le gambe
perchè qualcuno, un mago, un essere spaventoso, le avrebbe afferrato
i piedini, tirandola: non metteva fuori la testa, per la paura di non
trovarsi di faccia un volto mostruoso con gli occhi spalancati che la
guardavano di sopra alla spalliera del lettuccio. A momenti credeva
di sentir battere alla porta quello scemo orribile, a cui venivan
le convulsioni nella strada e che una volta le era corso appresso,
urlando. Poi, quando la malattia la ridusse che non poteva più
muoversi, rimase lì nel suo cantuccio, istupidita e indifferente, come
se niente più la colpisse.

Lassù, in quella stanzuccia al quarto piano, ci dormivano la Malia,
ch'era ballerina a una baracca, donna Bettina e Chiarinella. La Malia
andava al concerto per tempo e toccava alla madre accompagnarla; la
ragazza tornava di notte, tutta freddolosa nello scialletto rosso,
con le mani nel manicotto spelacchiato, che lei stessa avea cavato
dalla pelle di un gatto bianco e nero. Donna Bettina le portava
nell'involtuccio la vestina di veli, il corpetto rosso a frangia dorata
e le scarpine piccole piccole come quelle di Cenerentola. Malia, quando
qualcuno dei giovanotti che frequentavano la baracca le avea regalato
dei pasticcetti nell'intermezzo, entrando in casa si buttava sul letto
assai stanca, senza nemmanco spogliarsi. Quando no, andava rovistando
per la casa se trovasse qualche cosa da rosicchiare e strepitava,
dicendo che se ne sarebbe andata via un bel giorno col primo venuto,
perchè quella era una vita infame e non poteva durare. Donna Bettina
diceva: Vattene, vattene, che è meglio; una bocca di meno! Nella notte,
mentre la lampada ardeva innanzi a una Madonna sul canterano, donna
Bettina chiamava sotto voce:

— Chiarinella!

La bambina non avea chiuso occhio. Rispondeva sommessamente:

— Eh?

— Dimani mamma ti compra un soldo di latte. Ti farò compagnia. Non ci
vado al teatro....

— Sì, sì! — pregava lei. — Non ci andare, fammi compagnia!... Senti,
mamma....

Quella balbettava, lasciandosi vincere dal sonno:

— Zitta ora, dormi.... domani.... domani....

La camera taceva. Chiarinella era sempre l'ultima ad addormentarsi;
udiva per un pezzo ancora il respiro forte e uguale della sorella, che
alla baracca avea ripetuta una piroetta e s'era affaticata. A volte
la coglieva la sete; scendeva, a tentoni, cercando il bicchiere sulla
scansia a cui le sue piccole braccia magre appena arrivavano. Certe
mattine la veniva a vedere la Nunziata, una vicina che le avea dato
latte quando Bettina non ne aveva.

— Povera piccina! — mormorava. — Povera Chiarinella mia!

Le portava un'arancia fresca, sedeva accosto al letto e si metteva
a toglierne la buccia e la pellicola, dividendola a spicchi che la
bambina succhiava avidamente, in silenzio.

— Par nata muta, — diceva Bettina, quando ne parlavano.

— No, no, è la malattia. Badatele, sapete, non si scherza, s'è fatta
magra come uno spillo. Che v'ha detto il medico?

— Quale medico? E chi ha potuto chiamare il medico? Ah! Nunziata mia,
voi non sapete i guai miei!

E si metteva a raccontarglieli sotto alla porta, mentre la Nunziata
a ogni momento correva dentro a vigilare il _ragù_, di cui l'odore
piccante entrava nella camera di Bettina. Guai grossi. Il marito se
n'era andato a Palermo, sopra un legno di Florio, e chissà quando
tornava. Denari niente. A Natale soltanto avea mandato trenta
lire, sparite via come il fumo. Malia se ne avea prese otto per una
cinturella dorata che le serviva nell'_Orfeo all'inferno_, al terzo
quadro. La casa si sfasciava, abbandonata alla miseria, senza sistema,
senz'amore. Non c'era più niente; Malia avea saccheggiato tutto: il
Monte di Pietà era pieno dei panni loro.

— Oh! Gesù! — diceva Nunziata, rabbrividendo. — E come potete vivere
così? Mettetevi a fare la serva, i posti ci sono.

— E Malia? La lascio sola? E Chiarinella?

— Per la bambina, se la Provvidenza ve la fa guarire, me la tengo
dentro da me con le figlie mie, — disse Nunziata. — Intanto Malia
potete lasciarla fare. Lei non è stupida, baderà.

— Oh! no, mai sola! — protestava Bettina. — Voi sapete il mondo com'è
cattivo!

Ma in fondo era per questo, che alle cenette dopo il teatro ci andava
anche lei, e a volte avea messo in saccoccia qualche mezzo pollo,
mentre la figlia teneva a bada i giovanotti che le facevano la corte
per gli occhi belli che aveva.

Tira, tira, la corda si spezza. Negli ultimi giorni dell'anno
Chiarinella non la si riconosceva più. Si lamentava tutta la notte,
piangendo sola, con la testa abbandonata che aveva fatto il fosso
nel cuscino. Nel giorno della Epifania, Nunziata entrò a vederla e
le spuntarono le lacrime agli occhi. Lei, poverina, le sorrise e le
mostrò, senza parlare, un'altra arancia che le aveva portato la vicina
e che aveva nascosta sotto alla coperta, sul petto.

— Senti, — disse Nunziata, — ti vengo a far compagnia. Io ti voglio
bene. Sai oggi che festa è? Oggi è l'Epifania. Stanotte arriva la
Befana che va da tutti i buoni piccini. Bisogna attaccare una calza
a capo del letto. Se la bambina è buona la Befana viene a mettervi un
regalo bello; se è cattiva vi mette i carboni.... Senti, — soggiunse, —
ora me ne vado, ti mando Cristinella.

Dopo un po' la figlia di Nunziata, una bambina di cinque anni, entrò
allegramente. Si recava in braccio una bambola di legno, alla quale
avea messo il suo grembiale ed una cuffietta ricamata.

— Guarda com'è bella! — esclamò, sedendo sul lettuccio. — Dalle un
bacio.

Glie l'accostò alla bocca. Chiarinella la baciò in punta di labbra.

— Si chiama Angelica, — disse Cristinella. — È figlia a me.

La strinse nelle braccia e si mise a cullarla, cantandole la ninna
nanna.

— Oooh! oooh!

Poi subitamente l'adagiò sulla coltre del letto.

— Tu che hai? Sei malata?

— Sì.

— È cosa da niente, cosa da niente! — sentenziò, come aveva udito dire
qualche volta alla mamma. — Una buona sudata e passa.

Come l'altra non diceva nulla, Cristinella si seccò. Spalancò la bocca
rosea in uno sbadiglio e si allungò sul lettuccio, nel sole.

— Sai guardare il sole?

— No.

— Io sì, guarda.

E si mise a fissarlo. Ma gli occhi le si empirono di lagrime. Allora,
dopo averseli rasciugati, riprese la bambola e scese dal lettuccio.

— Io me ne vado, — disse, — debbo preparare il letto a questa piccola!
Uh! — esclamava, baciando la pupattola. — Quanto sei bella! Vieni con
mamma tua!

Chiarinella rimase sola. Dopo un momento scese, rovistò in un angolo,
trovò quello che cercava. E trascinandosi sino al letto con uno sforzo
che dopo la fece piangere, attaccò al bastone della spalliera una
piccola calza bucherellata.

La Bettina in tutta la giornata tornò a casa due volte e poi riescì per
accompagnare Malia che faceva Venere, in _Orfeo_.

A notte la piccina, che sonnecchiava, udì una voce maschile su per le
scale e la voce di Malia.

Diceva Malia:

Addio.... ciao.... Grazie!...

                                   *

La notte della Befana era fredda, ma chiara e stellata. Un grande
silenzio s'era fatto nella viuzza solitaria, un grande silenzio si
fece nella stanzuccia quando Bettina e Malia chiusero al sonno gli
occhi stanchi. Una delle rosee calze della ballerina pendeva accapo al
suo letto. Ella stessa vi aveva lasciato cader dentro, sorridendo, un
piccolo anello d'oro, un paio di profumate giarrettiere di seta. Era
stata Befana a sè stessa, prevedendo che la Befana avrebbe lasciata
vuota la calza. Nelle case de' poveri quella non entra.

Chiarinella dormiva, sognando la pupattola della sua piccola amica.

Alla dimane Malia si svegliò un poco più per tempo del solito. In tutta
la notte l'anellino e le giarrettiere le aveano parlato all'orecchio.
S'accostò alla finestra e si mise ad ammirare i regalucci,
stropicciando una cocca del grembiale sull'anello lucente.

— Bello, bello! — faceva donna Bettina, di su le nude spalle della
figliuola.

Chiarinella stese la mano, staccò la piccola calza dalla spalliera del
letto e vi guardò entro. Il suo cuoricino batteva forte.

Ma nella calza non c'era niente.

Malia si lavava, canticchiando, le belle spalle bianche, nude, assalite
dai brividi. Il bacile di latta si empiva di spuma candida, fiocchi
di neve ne cadevano intorno. Ancora il sole non era arrivato alla
stanzuccia, ma per le vetrate appariva il cielo azzurro, limpidissimo,
sul quale la Befana aveva, nella notte, ripassata la sua scopa di penne
di pavone.

La piccola calza bucherellata era caduta sulla coverta del lettuccio,
e da presso due piccole mani vi si abbandonavano, esangui. Tra tanta
infantile minutezza le cose più grandi eran due lacrime, che scendevano
per le gote di Chiarinella.



Suor Carmelina


                                                         Giugno 1886.

Tra le suore dello spedale X.... ho conosciuto, tempo fa, suor
Carmelina, una giovane donna sottile e bianca, bianca come una Vergine
di cera, pallida come un'ostia nell'ombra. I malati la chiamavano
_la santarella_; ella sorrideva sempre, parlava sempre sottovoce,
pronunciava s la z e tratto tratto diceva a'malati: _Benedeto! Benedeto
da Dio!_ Era veneziana, tutta piena di quella dolcezza de' modi e
dell'anima onde quei del veneto son pieni.

Come era divenuta monaca? Nessuno me lo seppe dire. E da quanto
tempo ella aveva abbandonato il mondo e Venezia bella? Tutte queste
monacelle, _benedete_, hanno il loro piccolo dramma chiuso in cuore,
e un mistero nascosto nell'anima. Alcune volte gli occhi luccicano,
si velano d'una lacrima, le mani bianche fremono, la bocca freme, il
respiro ansioso gonfia il petto coverto dalla tonacella. Ma andate a
chiedere loro perchè fanno così, o tentate di impadronirvi di quella
bianca mano fremente o cercate di interrogare quella lacrima! Fuggono,
si chiudono nelle piccole stanzucce a vetri, evitano di ricomparirvi
innanti, vergognose. Soltanto la piccola stanzuccia a vetri sa il
mistero della piccola suora. Nessuno ha mai potuto udire i singhiozzi
di una piccola suora.

                                   *

Io chiedevo sempre a un mio povero amico, ricoverato in quello spedale,
che ne pensasse di suor Carmelina. Si capisce; ogni giovanotto, in
presenza d'una di queste figlie della carità, prima vede la giovane
donna, poi vede la monaca. Imagina sempre un sacrifizio, si appassiona
e s'intenerisce.

L'amico, un commesso viaggiatore, al quale una caduta avea quasi
spezzata la gamba sinistra, stando in bolletta s'era salvato allo
spedale. Veneto pur lui aveva ben presto stretto amicizia con suor
Carmelina. La trovava semplicemente una buona _putela_, una _fia de la
Madona_.

Io lo andavo a vedere tre volte alla settimana, poi finii per recarmi
a trovarlo quasi tutti i giorni. Si cominciava a parlare della
gamba anchilosata e si cascava, subito dopo, a chiacchierare di suor
Carmelina.

— Non le hai mai domandato perchè s'è fatta suora?

— Mai. E perchè? Non me lo avrebbe detto. Parla poco.

— Ma con te, che sei compaesano suo, potrebbe far eccezione alla regola.

— La regola — rispose il mio amico, sorridendo — impone il silenzio
alle suore, specie coi giovanotti malati, specie alle suore giovani.

— Senti, caro mio, francamente io vorrei trovarmi qui, in questo tuo
letto.

— Con gli stessi dolori?

— Con gli stessi dolori.

— Con la stessa gamba impacchettata? Con la stessa smania di volere e
di non poter uscire a vedere il sole, a veder camminare la gente per
via, a vedere le carrozze, a camminare? Va là, tu scherzi. Siamo troppo
amici. Nemmeno ai cani lo auguro.

— E io vorrei essere qui, nel tuo letto.

— Per vedere suor Carmelina? Per parlare con suor Carmelina? Per
sentire la voce di suor Carmelina?

— Forse.

Lui rise fortemente. Ella in quel momento passava e si volse. Le
donne hanno questo di particolare che anche da lontano, con la coda
dell'occhio, appurano quello che dite e se parlate di loro. Per un
momento la sua veste scivolò lungo la fila dei letti, senza romore,
senza toccarli, lambendo i larghi quadroni di marmo del pavimento. Un
malato, il numero 34, un vecchio colono di Melito, si levò a sedere sul
letto e si sberrettò, inchinandosi, mormorando qualcosa. La suora gli
rispose con un piccolo moto del capo. Forse gli sorrise, ma le tese
larghe della cornetta m'impedirono di vedere. A un posto della sala
si chinò, raccolse la buccia d'un'arancia e per l'aperto finestrone la
buttò giù nel cortile. Poi sparve.

— Sei contento? — mi disse l'amico. — Ora l'hai vista. Sei contento?

— E tu non ti commovi?

— Io! _Ciò! vecio!_ Ne ho viste tante in mia vita! Io mi secco assai
di dovermene stare qui inchiodato in questo letto, tra lamenti,
spasimi, morti subitanee e morti lentissime, che non arrivano mai! Sono
impregnato di acido fenico!

                                   *

— Senti, _vecio mio_, — mi disse un altro giorno, — fra qualche
giorno me ne vado. Ieri il dottore mi ha detto che ne ho per un'altra
settimana. M'ha rifatta la gamba a nuovo. Che uomo, _benedeto_, che
grande instituzione la chirurgia!

— E dici addio alla suora?

— Accidenti! Sei un bel seccatore tu, con la tua suor Carmelina!
Guarda, ieri ella m'ha.... mi ha.... come si dice?

— Intenerito?

— Intenerito? M'ha fatto stomacare. È come tutte l'altre; sempre le
stesse! Senti, io le ho annunziato che me ne andavo presto, fra una
settimana, ch'ero bell'e guarito....

— E lei?

— Lei, al solito, s'è fatta rossa. Mi ha detto: Davvero? È proprio
guarito? — Dico io: Sicuro. Cosa c'è? Le dispiace? — Ha fatto un muso!
dice: Ecco, noialtre ci affezioniamo ai nostri malati così da volerceli
tenere quanto più si può con noi. Ogni malato guarito si porta un po'
del nostro dispiacere.... — Immagina! Le volevo tirare un cuscino.

— Sei un grande cretino, va! Come tutti i commessi viaggiatori.

— Aspetta che guarisca, _vecio mio_!

                                   *

Dopo una settimana egli era impiedi. Ma ancora zoppicava un poco. Per
tre o quattro altri giorni era necessario che rimanesse allo spedale.

— Piglio aria, — mi disse. — E riprendo l'abito del camminare. Vien
qua; ho qualcosa da narrarti su _quella tale persona_.

Ci mettemmo a sedere sotto un finestrone dal quale una gran luce
pioveva nella sala. Erano le nove della mattina e lo spedale faceva
la sua toeletta, pieno d'un gran chiacchierio che s'intrecciava fra i
letti, arrivava con gl'inservienti, usciva dalla stanza delle suore,
per l'uscio socchiuso. Una vecchia suora, inforcati gli occhiali,
scriveva in un gran libro che s'era squadernato innanzi, sulla tavola.

— Ieri — cominciò il mio amico — al dopopranzo, suor Carmelina m'ha
fatto presente d'una manata di confetti. Abbiamo chiacchierato a
lungo; lo spedale s'era messo a dormire. — Dove se ne va, ora che è
guarito? — Me ne vado a Venezia, — le ho risposto, — vado a rivedere
mio papà e la mamma. — Beato lei, che ci ha tutti e due! — E lei? —
Ha chiusi gli occhi, ha scosso tristemente il capo: — Non ho nessuno.
— E come nessuno? Fratelli, sorelle? — Nessuno..... — Ti dico, caro
mio, — soggiunse il mio amico, — sono stato preso da una grande pietà.
Non ho saputo nulla rispondere, nulla dire a confortarla. Tutto ieri
ella è rimasta in sala. A sera, per le finestre, entra un gran profumo
di zagare, dal giardino. Ier sera se ne moriva; una cosa deliziosa,
inebriante. Suor Carmelina passeggiava in lungo e in largo. Spuntava
la luna, laggiù, dietro il comignolo della fabrica di steariche,
guarda.... lì. Io mi son messo a canticchiare:

      _De Venezia lontan do mila mia_
    _no passa dì che no me vegna a mente_
    _el dolce nome de la patria mia,_
    _el linguagio e i costumi de la zente...._

E continuavo:

      _Soto el ponte de Rialto_
    _fermaremo la barcheta,_
    _O Venezia benedeta,_
    _no te vogio più lassar...._

Avessi veduto com'ella rallentava il passo, per sentire! A un tratto
eccotela che mi s'accosta al letto, con le lacrime agli occhi, con la
faccia bianca bianca, stravolta, la bocca tremante: — Lei non canti!
— m'ha detto con malo modo, — qui non si canta! La prego di smettere!
Questo è uno spedale! — _Ciò_, brava la ragazza! E cantavo roba del suo
paese, cantavo!

— Eccola....

Ma appena la suora apparve in fondo alla sala un grido infantile
risuonò, un grido che ci fece trasalire. Saliva un gran vocio dal
cortile e gl'inservienti s'urtavano, accorrendo. Suor Carmelina
scomparve.

— Che sarà?

— Qualche resezione di ginocchio, qualche incisione alla spalla, una
disarticolazione, un bottone di fuoco che arrostisce la carne, ecco,
questo sarà! Oramai trenta giorni di spedale mi hanno abituato a tutto
questio.... Ne ho udito d'urli!... Un inferno, caro mio. _Ciò!_ Che
succede ora?

Qualche cosa di strano succedeva, infatti. Lo spedale era sossopra, la
segreteria, attigua allo stanzone in cui noi ci trovavamo, s'empiva di
gente. I malati si rizzavano a sedere sui letti.

— Andiamo a vedere! — disse il commesso viaggiatore, incamminandosi,
zoppicante.

Era successo questo: il figliuolo del giardiniere, un bel ragazzetto
biondo, era stato morso dal cane del guardiano. Il cane era idrofobo,
palesava tutti i segni del male e lì per lì fu ammazzato. Ma il
ragazzetto? Era perduto. Tutto questo lo sapemmo e lo _vedemmo_ in un
momento; un brivido ci corse per l'ossa e il coraggio di avvicinarci
all'infelice ci mancò. Ma la gente si stringeva più intorno a suor
Carmelina che da presso il ragazzetto. L'_interno_ di guardia, un rosso
dai piccoli occhi neri scintillanti, ci venne incontro, stropicciandosi
le mani, gridandoci:

— Avete visto? Avete visto? — e soggiunse, entusiasmato: — Bellissimo!
Stupendo! Magnifico!... Suor Carmelina ha succiato il veleno!...

La piccola suora era accorsa al grido del piccino, lo aveva trovato
piangente, gli aveva chiesto che cosa fosse successo, e il piccino le
aveva risposto:

— Mi ha morso il cane...

Subito dopo si sentì gridare:

— Badate! Badate! Il cane è idrofobo!

Il giardiniere gli aveva spaccato il cranio con un colpo di bastone.
Ma il povero ragazzo mostrava il braccio nudo, sanguinante, e
nessuno sapeva trovar modo di soccorrerlo. Allora suor Carmelina
s'era avanzata, pallidissima, ma senza il più piccolo tremito. Aveva
appressato alla ferita le labbra, e succhiato, lungamente, rigettando
il sangue e il veleno, forbendosi le labbra bianche col suo gran
moccichino scuro a quadroni. E allora tutta la sala numero quattro
s'era posta a batter le mani, freneticamente. Il colono di Melito
agitava il berrettino....



Documenti umani


                                                      Settembre 1886.

Tre giorni fa, in una scura e fetida vanella d'un palazzo in via
Tribunali, d'un subito, qualcosa cadde con un tonfo sordo, e spaventò
i sorci che frugavano tra i cocci sparsi e le immondizie e i rifiuti di
quelle famiglie borghesi dalle quali escono continuamente, a turbare i
pranzi delle immonde bestie, le improperie delle serve e i pianti dei
piccini permalosi.

Cadde dunque qualcosa. I sorci fuggirono con gran terrore e si
rintanarono. Era caduto il corpo d'una giovinetta: una bionda.

Esso rimase lì, prono, la faccia nel fango, un braccio teso, le gambe
stese. Una fine caviglia spuntava di sotto alla gonnella, un piccolo
piede arcuato, una calza bianca....

Quella ragazza s'era buttata da un terrazzo al quarto piano, ove era
salita per sciorinare i panni.

Si chiamava Antonietta Canserano, aveva diciotto anni, era molto
bellina. Quel corpo inerte rimase lì tre ore. A poco a poco le bestie
immonde riapparivano. De' piccoli musetti, dei piccoli occhietti
spauriti spuntarono pei buchi. La ragazza rimaneva immobile.

Finalmente si seppe il fatto. La vanella si empì di gridi femminili.
L'orrore era grande, e il sangue!... Quanto sangue laggiù, tra i cocci
e i rifiuti, nel fango, su per la nera poltiglia luccicante....

Arrivò un medico, arrivarono le guardie, il pretore, un delegato,
curiosi da ogni parte. Il corpo dell'Antonietta fu tolto di lì,
adagiato in una vettura, e trasportato allo spedale degl'Incurabili. La
poverina era ancora viva. Respirava, lentamente, a fatica, e aveva gli
occhi, socchiusi, pieni di lacrime....

                                   *

La storia di questa fanciulla è breve ed è la solita storia.

Antonietta Canserano, orfana di madre, ha il padre in America. Era
stata affidata a una zia che le voleva un bene del cuore e con la zia
se ne stava, al quarto piano del palazzo numero 105 in via Tribunali.

A diciassett'anni aveva conosciuto un piccolo marinaio, bruno e
atticciato. Si chiamava Vincenzino. Un cuor d'oro. Il marinaio a
momenti avrebbe terminata la sua ferma, sarebbe tornato a Napoli,
l'avrebbe sposata. Glielo aveva promesso da un anno; quando giurava
si metteva la mano nera sul petto e gli occhi lucevano. Ella era così
felice, così felice di quel piccolo uomo arso dal sole, delle parole
sue tanto calde, tanto sincere! E aspettava.

Quattro mesi fa Antonietta chiese in grazia alla zia che le facesse
pigliare un po' d'aria. L'usignuolo s'annoiava in gabbia. E come la
zia non poteva accompagnarla ella uscì sola a passeggiare. Se ne andò
alla _Villa_. Lì, non si sa come, le si accostò un furiere di linea.
Si mise a chiacchierare con lei, la tentò, e seppe abusare della
poverina. Questo succede assai spesso. Una rovina in un attimo. _Dopo_,
il furiere, come tutti gli uomini senz'anima e senza rimorsi, abbandonò
Antonietta.

Ella tornò, sola, a casa della zia. Per la strada del Chiatamone, un
marinaio amico del suo marinaio l'aveva incontrata.

— Come! Sola! Se lo sapesse Vincenzino! Lasciate che v'accompagni.

Ella tremava come una foglia. Non rispose una sola parola.

— Se scrivo a Vincenzino volete che gli dica che v'ho incontrata?

Ella rispose:

— No.... per carità!

Il marinaio la guardò, fece spallucce. E continuarono a camminare, in
silenzio....

                                   *

                                                Napoli, 18 luglio 86.

  _Mio caro Potito_

ti scrivo queste poche riche ti fo conosciere che io sto bene di salute
e così spero di sentire di te. Dunque Mio caro Potito, dopo due mesi e
tredici giorni mi ho azzardato di scriverti innascosta dei mie parenti;
perchè dopo tanti mie pianti mi ho sognato una donna e mi ha detto
così — figlia mia Antonietta non piangete più che il mio figlio vi deve
venire a sposare pregherò ia a Dio che gli dà buoni pensieri e ti prego
fatelo una lettera; ecco mio care queste semplice parole mi à detto e
mi sono svegliato ed ia ti sono scritta non aveva inchiostro e ti sono
scritto con un lapis.

Dunque mio caro ricordati di mè che mi sei levato l'onor mio così che
io quella sera ero una stupita non capiva che cosa era il mondo e tu ti
ni approfittasti di mè così si deve approfittare i Dio di tè se ti sei
negato infaccio ai miei parenti non può negarlo innazi al tribunale di
Dio perchè io come tu mi sei lasciato così io sto! nessun altro si ni
è approfittato di mè — non fa niente deve arrivare una lacrima avanti
a Dio che ti deve pagare perchè ia non sone una cattiva giovane; che
vi credete che ia mi ho dato a cattive strade nè questo non lo farò
mai mio caro non fa niente che mi sei levato l'onor mio o fatto ridere
ai miei parenti i Dio mi aiuterà perchè ia sono orfane di madre mio
padre sta in america e non ni sà niente di questo misfatto che si lo
sapesse quello mi viene ad ucidere — il mese entrante parto da Napoli e
vado a trani mi accompagnano i mie parenti e vado in casa della madre
della zia e là o la dota di mia madre che mi possa maritare che ho
anni diciotto ho ancora se tu tieni coscienza se tu hai cuore vieni dal
mia zia a Napoli e venitemi ad onorare se poi non credete fate come ti
piace e ti prego di non dir niente ai miei parenti di questa lettera vi
saluto e sono tua

                                                               Aff.ma

                                                          ANDONIETTA.

                                   *

Questa lettera fu sequestrata presso una signora amica dell'Antonietta.
Ella doveva spedirla al furiere di linea. Come non gliela spedì? Era
scritta col lapis. Niente di più umano, di più _anima_, di più _cuore_
di questa lettera d'una quasi analfabeta.

Ma certo il signor Potito, se l'avesse ricevuta, ne avrebbe riso coi
compagni, per gli errori di grammatica. Un furiere è _istruito_.

                                   *

Ier l'altro la Canserano si precipitò dalla terrazza.

Oggi doveva arrivare Vincenzino il marinaio....



Le bevitrici di sangue


Dalle sette e mezzo della mattina fino alle dieci la carneficina
delle vacche, al macello di Poggioreale, si compie tra uno strano
affollamento di bevitrici di sangue, dura tra i desiderii sanguinosi
delle anemiche, delle clorotiche, delle povere fanciulle sbiancate in
faccia come la cera. Esse accostano alle pallide labbra il bicchiere
colmo di quello spumante _vin delle vene_ e bevono d'un fiato,
socchiusi gli occhi, la mano che leggermente trema. Intorno seguita la
strage, tra un continuo romore di battiture, di tonfi sordi, di catene
che si sciolgono, d'argani che rizzano i cadaveri ancor palpitanti
delle povere bestie. Dopo bevuto il caldo sangue spicciato dalle
carotidi incise, si passa in una stanzaccia nuda e sporca, e lì si
sciacquano le coraggiose bocche femminili e le mani insanguinate. A
parte il bene che può fare questo rimedio novello, lo spettacolo è
orribile.

                                   *

Appena entrati nel macello, come il visitatore si va accostando allo
scannatoio, ode un rapido succedersi di colpi sordi, i quali danno
la precisa idea di una gran quantità di tappeti sciorinati e battuti
da servitori invisibili a un invisibile terrazzo. I tappeti sono
cadaveri, ancor palpitanti, di vitelli, di vacche, di bovi smisurati. I
carnefici, appena caduto l'animale sotto il coltello-pugnale di questi
_toreadores_ del macello, cominciano a menar di gran colpi di mazze
sulle reni e sul ventre delle bestie, perchè la pelle se ne stacchi.
E mentre uno compie codesta bisogna, un altro si vale d'un mantice per
gonfiare l'animale, e un altro d'un lungo ferro tondo per frugar nelle
viscere. Il sangue scorre d'ogni parte e inonda il pavimento. I garzoni
s'accovacciano, radunano con le mani il sangue a pezzi già quasi
coagulato, ne colmano scodelle di ferro e quelle vuotano nelle botti
preparate in un angolo. Tutto questo è fatto con grandissima rapidità,
l'ammazzamento durando tutta la giornata e dovendo i beccai sbarazzarsi
in un giorno fin di ottocento animali.

Le vacche entrano malinconicamente nell'ammazzatoio. Piegano fino
a terra la testa. Annusano il sangue e si volgono intorno. Un primo
leggero fremito inconsciente increspa loro la pelle, gli occhi grandi
e dolci s'inumidiscono. Attaccate per le corna ai pali dei cavalletti
enormi, alle forche bruttate di sangue rappreso, continuano a dondolare
la testa inquieta, lasciando mescolare al sangue, per terra, i fili
argentei della bava, ond'hanno tutto umido il muso. Subitamente un
carnefice s'accosta: nascondendo il pugnaletto nella destra, guardingo.
Leva la mano. Il pugnale s'abbassa, colpisce tra le corna, penetra,
rapidissimo, fin nel cervello, e riappare fumante. Il carnefice dà
un balzo, e si scosta. La vacca cade, fulminata. Una sola, breve
convulsione le agita le gambe, ed è tutto; è morta. La sua compagna si
agita, cerca di liberarsi, leva il capo, sbarra gli occhi, spaventata.
Ma cade anch'essa sotto l'orribile forca, accanto alla prima. Lì
per lì comincia la battitura, cominciano ad agire il soffietto, il
ferro tondo, il gran coltello sventratoio. Ma prima, appena l'animale
piega le gambe e si rovescia sul dosso, il fornitore di sangue,
scalzo, sguazzanti i piedi nel sangue, accosta alla viva fontanella
il bicchiere e, correndo, lo porta, colmo, alla fanciulla anemica. E
costei beve d'un subito fino all'ultima goccia, e le labbra e il mento
le si tingono d'un rosso fortissimo, e le dita si sporcano, e gli
anellini luccicano tra il sangue gocciante....

                                   *

La gran parte di queste bevitrici si compone di un elemento assai
borghese. Sono modistine, sartine, fioriste e simili. Escono
dall'ammazzatoio con le punte delle scarpette, coi tomai alti,
macchiati. In Napoli l'anemia serpeggia un po' da per tutto: ora
pensate a queste povere ragazze che fanno una vita sedentanea, in un
laboratorio, coi lumi a gas d'inverno; pensate a queste giovanette
elegantemente vestite che a casa loro dormono in un miserabile
sottoscala, senza luce; pensate alle privazioni, alla mancanza
dell'aria, del sole, alla mancanza del cibo sano, della carne che costa
troppo, e vi spiegherete la mancanza dei globuli rossi.

                                   *

Ma guardatele, quando, nelle prime ore della mattina, queste fanciulle
del popolo attraversano Toledo, in cappellino lucente di conterie,
vestite come tante marchesine, le calze nere, di seta, lo stivalino
verniciato, la punta ricamata d'un moccichino che scappa fuori dalla
saccoccia in petto, la mantiglia sul braccio e l'ombrellino in mano.
Son quelle che ieri hanno bevuto, coraggiosamente, il sangue vivo
vivo. Ora guardatele: hanno due soldi in tasca per la merenda, ma le
labbra carezzano il gambo d'un fiore, o sorridono deliziosamente a un
giovanotto cocchiere padronato, che sorride e le minaccia con la frusta
elegante....



Alba


Un ometto sbucò a un tratto nel crocicchio della Dogana. Fumava certo
suo mozzicone in punta alle labbra, passando la palma di una mano
sul cocuzzolo, e con il pollice e l'indice dell'altra acconciando
delicatamente sotto i mustacchi il mozzicone che certo gli diventava
una grande voluttà in agonia. Il cappello, dalle tese spianate, gli
veniva sugli occhi, e lui lasciava stare, benchè per levare il capo,
come faceva, a guardar in su alle finestre, al cielo, ai muri dei
palazzetti, si trovasse l'impiccio della tesa larga davanti agli occhi.
Pure andava guardando, con boccacce che certo nella smorfia erano
di meraviglia e d'ammirazione. Quando lasciava il cocuzzolo la mano
gesticolava, segnando in aria sagome indeterminate e linee verticali,
subito cancellate dal fumo di quel mozzicone, che sempre più si
raccorciava.

Di certo era qualche pittore mattiniero, chè a un momento, cavati di
saccoccia un albo e la matita, si mise a sedere sul primo gradino d'uno
di quei palazzetti, e cominciò a sgorbiare sulla carta il balconcello
di Gennaro Auriemma, armiere, che in quel punto schiacciava un bel
sonno, senza mai poter supporre che ventura toccasse ai poponi suoi,
dei quali aveva fatta una festa in giro alla balaustra del balconcello,
e che l'ometto ora contemplava attentamente per metterli sulla carta,
insieme alla grondaia, ai vasi di maggiorana e ad una gabbia ove una
quaglia sonnecchiava.

Era la via così silenziosa a quell'ora che si sentiva bene il fruscìo
di una foglia secca su pei lastroni asciutti, mossa da una folata di
venticello. Era l'alba. Ma quei vicoli, le stradicciuole, la piazzetta
del Mercato ancora dormivano. Intanto saliva lentamente, dall'estremo
lembo del mare, un chiarore infocato di sole, e il riverbero ne
colorava dirimpetto le case su per la marina, mentre le vetrate
s'accendevano tra quella gran pennellata rosea, che di tutte le case
confondeva le linee bizzarre. In cima, altissima, una cupoletta di
mattoncelli coloriti s'arrotondava sul cielo indeciso, tutta infiammata
di verde, come uno scarabeo di maiolica. Appena se ne vedeva la croce
scura, sovrastante.

Dal mare in calma arrivavano romori indeterminati, voci a distesa,
indefinibili. Poi, daccapo, si rifaceva il silenzio.

L'ometto era tutto affaccendato a copiare, e a poco a poco l'albo
s'andava coprendo di poponi e mazzi di pomidoro, mercanzia d'ogni
finestrella. Nella luce che sopravveniva, apparivano chiari e scuri
nuovi, mettendo lui in certe indecisioni che lo tenevano lungamente
a guardare e a mormorare, mentre l'albo rimaneva aperto sopra un
ginocchio e la punta della matita gli solleticava la cute, fra i
capelli.

— Oh! oh! — fece, a un tratto.

Adocchiava una tettoia, sotto la quale si ammonticchiavano bombole
d'acqua solfurea, accosto a una fontanella: un quadrettino. Rifece la
punta della matita, cercò una pagina bianca, e lì per lì cominciarono a
passare all'albo le bombole.

Le stradicciuole erano ancora deserte e silenziose. L'ometto, tutto
solo e intento, in quella sua posizione di scimmietta, era strano. Poi
gli passò accosto un'altra cosa viva, un ratto, che pareva un micino,
tanto era grosso. Era uscito da una feritoia, guardando nella via con
gli occhietti lucenti. E come l'ometto si chinava a strofinare sul
selciato la matita per aguzzarla, la bestiola si rificcò e si rintanò
nella feritoia. Si vedevano solo i mustacchi e il musetto. Poi tornò
a farsi coraggio, riuscì fuori e frugò rapidamente in un monticello
di sudiciume. La testina, che aveva movimenti veloci, frugava in
furia, levandosi dai rifiuti, dai torsoli, dalle bucce a guardare,
sospettosamente. Infine, quand'ebbe finito, il ratto se ne andò
ripassando innanzi all'ometto. Costui non lo vide, e seguitò a disegnar
bombole in santa pace.

La penombra si diradava in fondo ai vicoletti; nel lontano appariva
chiaramente la tortuosità delle stradicciuole; si dileguavano panche
e carrettini abbandonati, e laggiù, ove addirittura il vicolo delle
Fate terminava, all'angolo, sulla cantina Maranese, un ramo fronzuto
s'affacciava verdeggiando, di sotto all'insegna.

Improvvisamente, nel vicolo, una finestretta si schiuse, senza romore;
poi si schiuse una porta. Una donna sporse la testa, venne fuori, coi
piedi nudi nelle piccole babbucce, con una leggera sottana bianca, con
aperta la camicia sul petto, libero del busto. Un giovanotto apparve,
assai cauto, sbucando all'angolo, accosto alla cantina. Senza parlare
quei due, avvicinandosi, si guardavano negli occhi, ansiosi. Poi,
quando lui fu sotto alla porticella e le afferrò le mani, l'idillio,
in quell'alba fresca di agosto, fu provocante. Si parlavano così
accosto e sotto voce che appena il sibilo di una consonante passava nel
silenzio. S'erano stretti l'uno all'altra; il berretto del giovanotto
cadde. Chinandosi egli a raccattarlo, non abbandonò la mano che teneva
stretta, e parve che, stringendosi meglio lui pure alla ragazza, le
chiedesse qualcosa.

In questo momento il solitario pittore aveva finito e si levava.
Vide tutto. Mentr'egli rimaneva ancora a guardare, incantato, a bocca
aperta, un bacio scoccò sotto la porticella. Subito dopo la campanina
della parrocchia a Porta Nova suonò la prima messa....



Rosa Bellavita


Tacevano quelle due donne, sul ballatoio del terzo piano, come se
meditassero sulle ultime loro parole. Ancora la narratrice, Rosa
Bellavita, sospirava, conserte le braccia, le labbra strette, lo
sguardo doloroso perduto nel vuoto. Donna Fortunata Marino pensava alla
confidenza che le era stata fatta, e dalla balaustra non levava gli
occhi intenti, e batteva leggermente col manico del ventaglio nella
mano spiegata, ricca d'anelli.

— Ditemi voi, — ruppe il silenzio quell'altra, — consigliatemi voi,
per l'amore che portate alle vostre creature. Vi pare vita, la mia, che
possa continuare a questo modo?

— È una pena.... — mormorò la Marino, compassionando.

— E dite. Che posso fare?

Quella cercava nel copioso corredo di consigli che aveva pronti per
tutte le occorrenze.

Il ventaglio chiuso seguitava a picchiar nella mano.

— Gesù! — esclamò improvvisamente. — Sentite voi che cattivo odore?

Rosa Bellavita, con gli occhi lagrimosi, si volse intorno, fiutando,
per conoscere di dove l'odore venisse. La Marino, vinta dalla nausea,
stringeva tra il pollice e l'indice le pinne nasali e torceva il muso.

— Lo sentite?

Allora Rosa s'affacciò sulla balaustra, guardò in giù, al terzo piano.
Là, in un angolo, si ammonticchiavano rifiuti d'ogni sorta, su' quali
roteava un nugolo di mosche avide, in attesa che fossero sazie le prime
arrivate. Il caldo era forte; da quelle immondizie saliva un lezzo di
lische in putrefazione, di rimasugli di pesce fradicio.

— Gesù! — fece Rosa.

— Sono i Gambardella, della Pietra del Pesce. Mangiano pesce ogni
giorno. Siccome l'hanno per niente!

— Donna Fortunata mia, chi ci pensa? Io? Or voi li conoscete i guai
miei. Non capisco più nulla, ho perso financo il sapore del pane!

La Marino si faceva vento. Un fiocco di velo crespo le si gonfiava
sul petto, sotto la gola. Rosa Bellavita, in gonnella e ciabatte, con
una mano sulla chiave che veniva fuori, per la toppa, dall'uscio, con
l'altra che frugava nella saccoccia del grembiale tra gli spiccioli e
il ditaletto, lo sguardo chino, aspettava. Incombeva intorno il grave
silenzio meridiano, disotto taceva la strada. Soltanto un sommesso
chiacchierio passava tra le stecche d'una persiana, di rimpetto al
finestrone del ballatoio: un parlottio di femmine in confidenze.

— Chi vi confessa? — chiese subitamente la Marino.

Si voltava ad affisare Rosa. Il ventaglio spiegato or ella si premeva
sul petto.

— Padre Bonaventura al Carmine.

— Ah, padre Bonaventura! Quello de' buoni numeri.... E glielo avete
detto a padre Bonaventura?

— Credete? No; vi devo dire la verità: ho avuto vergogna....

— Brava! Come se foste voi quella tale! — esclamò la Marino.

Tornava a farsi vento.

— Questo è il consiglio che vi do. Sentite l'uomo di Dio, che di cose
simili è pratico e sa come vanno accomodate.

— E sia, voglio sentirvi. Domani vado a consultare padre Bonaventura.
Me gli confido sotto suggello di confessione.

L'altra seguitava a farsi vento, approvando con gli occhi socchiusi,
con tentennamenti del capo. Era sul punto di licenziarsi quando
la Bellavita lasciò star la chiave, fece un passo e le agguantò il
braccio.

— Se questo succedesse a voi, dite, donna Fortunata, innanzi a Dio, che
ci vede e ci sente!

— Be'?

— Che fareste, voi?

— Io?

Impreparata, taceva. Poi chiuse il ventaglio, battè col piede
sull'ammattonato, si fregò le mani come se le prudessero.

— Eh? Che farei? Voi dite, che farei?

— Che fareste?

— Me lo mangerei vivo! — strillò, levando le mani in faccia alla
Bellavita, come minacciandola. — Vivo, vivo! Ma voi, non siete
buona a nulla, e lui vi mangerà gli occhi per fare piacere a quella
grandissima....

Si battè quattro dita sul muso, e borbottò: — Uh, uh! — e guardò in
cielo, come per dire: «Cielo, chiudimi la bocca!»

L'altra torceva il grembiale, nervosamente,

— Avete ragione, — mormorò.

— Eh! — ammoniva la Marino. — Chi prima non ci pensa....

— .... dopo si pente, è vero.

— E arrivederci. Dio vi dia forza. Raccomandatevi a lui.

— Buona giornata, — sospirò la Bellavita.

Fortunata Marino scese le scale raccogliendo lo strascico della veste
di seta, mettendo sotto il naso un moccichino dall'orlo ricamato. Sul
ballatoio del terzo piano, in cospetto della spazzatura ammonticchiata,
una repugnanza la trattenne. La nausea le turbava lo stomaco: era
incinta, per giunta.

— Arrivederci, — faceva di sopra la Bellavita, sporta dalla balaustra.

La Marino levò il capo, levò la mano, salutando con gli occhi
amichevoli e col ventaglio.

Malinconicamente la Bellavita rientrò in casa. L'uscio che si tirò
dietro le si chiuse alle spalle senza romore, avendo ella, poco prima,
unta d'olio la linguetta della toppa. Di dentro, tra la porta di strada
e quella pur chiusa d'una stanzuccia attigua, si fece una silenziosa
oscurità. Rosa Bellavita, ritta, invogliata dalla solitudine, vi
singhiozzava e si seguivano le lagrime copiose, le rigavano tepide la
faccia, mentre lei cercava a tentoni il muro di rimpetto, e vi poggiava
la fronte, vi poggiava le palme, nell'atto infantile d'una bimba
stizzosa.

— Ah! Madonna! Ah! Sant'Anna mia! Che m'avete fatto!

Le gambe non le reggevano, tutta quella amarezza la disfaceva.
Seguitando a piangere ella prima cadde ginocchioni, con la faccia
rivolta al muro, poi lungo il muro scivolò abbandonandosi, cercando per
terra, nel gran dolore, la comodità della disperazione.

— Vuoi star fresca! — intanto mormorava Fortunata Marino, per la via. —
Sei troppo stupida!

La Bellavita, stesa lunga per terra, si lamentava pianamente, come
una donna ferita. Vi fu un momento in cui la propizia posizione le
fece venir voglia di sonno. Il lamento s'affievoliva, s'interrompeva
a tratti, per poi presto ricominciare: qualche singhiozzo le faceva
staccare con un soprassalto, di tanto in tanto, il petto copioso dal
pavimento, e le scoteva tutto il busto.

Era, nell'ora meridiana, così alto il silenzio che ogni più piccolo
romore suonava a doppio; salivano le voci per la tranquillità della
scala distintamente, saliva persino un mormorio di persone raccolte al
primo piano, a ciarlare. Come, tra il pianto e il sonno, la Bellavita
dava orecchio alle vicende della scala, le parve a un tratto di
riconoscere le voci. Puntò le mani sul pavimento, sollevò a fatica da
quell'abbandono il corpo grassottello, terse in fretta le lacrime e
aprì la porta. Il sole affacciandosi dentro, pel finestrone, metteva
sul ballatoio un gran dado giallo sul quale era mollemente steso il
gatto dei Gambardella, con gli occhi chiusi, come morto. Comparendo
la Bellavita il gatto si rizzò lento, senza paura, e se ne andò,
soffermandosi a mezzo la scala per voltarsi a guardarla, con una queta
attenzione di bestia curiosa.

— Salvatore! — chiamò la Bellavita, di su la balaustra.

Nessuno rispose. Anzi quelle voci, laggiù, si tacquero. Ma dopo un
silenzio suonarono passi maschili nel cortiletto. Saliva certamente un
uomo.

La Bellavita tornò a chiamare

— Salvatore!... Salvatore!...

E aspettò, con gli occhi che avidamente esploravano le tortuosità della
scala, col petto tormentato dal legno del parapetto. Saliva qualcuno.
Ella intravide qualcuno ove l'ultima tesa della scala svoltava; un uomo
era, certo.

— Salvato'! — ripetette a bassa voce, mentre appariva infine quell'uomo
sul ballatoio del terzo piano.

Invece era costui Pasqualino Offretelli, lo studente di medicina del
quinto piano, un piccolo bruno, molto pulito. Saliva con fra mani un
rotoletto di quaderni, fumando la sigaretta, lietissimo. Aveva compiuto
il suo primo esame felicemente, e pensava compiaciuto alla nessuna
difficoltà de' quesiti, alla bonarietà di un de' professori, che gli
aveva battuto familiarmente con la mano sulla spalla, tra una dimanda e
l'altra, felicitandolo.

— Scusate.... — balbettò donna Rosa.

Un lieve rossore le saliva alle gote, sulle quali ancora lucevano i
solchi delle lacrime. Ella si provava a sorridere, tirandosi indietro
per lasciarlo passare, nascondendo i piedi nudi nelle pantofole, come
poteva.

— Vi avevo preso per Salvatore....

— Vostro marito Salvatore? — fece lui sul ballatoio, ancora ansimando
per la lunghezza della scala, afferrato con la mano al bastone della
balaustra.

Ristette un momento a contemplarla, incantato. Come mai non aveva
notata questa Bellavita nel palazzetto, da un anno? Questa bella bionda
grassottella!

— Vostro marito Salvatore? — ripetette, trattenendola con la dimanda,
mentr'ella retrocedeva.

Rosa Bellavita si fermò.

Interrogava con gli occhi ansiosi, con la bocca schiusa, tremante.

Lo studente si grattò il cocuzzolo con l'unghia lunga e pulita del
medio, e torse il muso.

— Ve lo devo dire? — arrischiò, levando gli occhi dal pavimento.

— Dite, dite! — proruppe la Bellavita, dimenticandosi. — Dove l'avete
visto? Solo lo avete visto? Non era proprio lui, quaggiù, poco fa?

Pasqualino sorrideva, acconsentendo, muto. La Bellavita gli si fece
addosso, gli afferrò il braccio. Lui sentì quell'alito piacevole sulla
faccia, sentì tentato il suo dalla soda rotondità del braccio di lei.

— Con chi era? — ella chiedeva, convulsa.

— Non qui, — mormorò lo studente, — qualcuno potrebbe salire.... non
qui....

— Dite.... dite!...

— Ma non qui....

Allora la Bellavita se lo trascinò in casa pel braccio, come fa una
madre col figliuolo.

Sulla soglia l'Offretelli resistette ancora, irresoluto.

— Aspettate....

— Venite, venite! — gli fece, con un'ultima strappannata.

Allora lui rinserrò alle spalle la porta e si trovò con la Bellavita
nella oscurità.

— Ditemi tutto, tutto! Sedete qua, parlate, ora nessuno ci ode....

L'Offretelli, sospinto, cadde a sedere su di un divanuccio che gli si
allungava dietro le gambe. Erano nella camera da pranzo. Un odore di
aceto vi si spandeva, poichè, poco prima, la Bellavita ne avea conciata
un'insalata di cetrioli. Del balcone erano chiusi gli scuri, ma un lume
sottile trapelava per la fenditura, un filo giallino s'allungava sul
pavimento.

— Dite, dite!... — chiedeva lei, stringendosegli tutta accosto.

— Bene, quand'è così....

La Bellavita gli accennava che continuasse. Il seno le si sollevava a
balzi.

— Ho visto vostro marito Salvatore con una.... capite? Con una di
quelle che noialtri giovanotti....

Rosa si torceva le mani. Non poteva parlare.

— Due lire, — mormorò lo studente, per dir tutto.

Ella mise un piccolo grido e si rovesciò in dietro, con le mani sulla
faccia. Un singhiozzo le rompeva la voce.

— Alta?... Nera di capelli?...

— Alta, sì, nera. Brutta.

Rosa ruppe in un pianto dirotto, abbandonandosi sul divano, mordendosi
le piccole mani pienotte, con una furia di bambina in convulsione.

— Oh! oh! oh! — singhiozzava.

— Non vi mordete le mani! — disse l'Offretelli. — Lasciate stare,
sentite, se avessi saputo....

Si chinava sopra di lei, le afferrava i polsi tra la paura che davvero
ella si facesse male e la dolcezza del contatto. Quasi sotto il suo
quel corpo caldo palpitava, vestito appena della gonnella e della
camiciola. Pervenne finalmente a strapparle le mani dalla bocca, che
nell'impeto rimase aperta, vogliosa ancora di mordere, con le labbra
frementi. Ella piangeva, riversa. Lo studente le guardò una mano, nella
penombra. I denti vi lasciavano un'impronta circolare, violacea, tra
un luccicore di saliva. Egli, perduto, baciò la mano a quel posto,
implorando:

— Non vi fate male.... Non vi mordete!...

Si faceva un silenzio. Nessun romore saliva dalla strada, tranne,
improvvisamente, l'eco metallica d'un martello di fabbro ferraio,
che batteva a cadenza sull'incudine. Vibrava lungamente l'incudine,
colta all'estremità, e una voce accompagnava i colpi. Subitamente
l'Offretelli fu acceso da una voglia brusca, irresistibile, in quel
calore afoso della stanza, sulla complice mollezza del divano di
sargia verde. Cominciò a baciar da per tutto quella femmina discinta:
sui capelli, sulla faccia bagnata dalle lacrime, presso l'orecchia,
furioso. Ella da prima lasciò fare, singhiozzando, senza respingerlo.

Nell'abbandono una gamba le pendeva lungo il divano, scossa da nervosi
trasalimenti. Il piè nudo, ond'era scivolata la pantofola, sfiorava il
pavimento, e si torceva.

— No.... no!... — singhiozzava la Bellavita. — Questo no.... questo
mai....

Tentò di risollevarsi, tra la foga irrefrenata del pianto. Si afferrò
con le braccia al collo dello studente, e fu peggio.

— Questo no.... — balbettava ancora.

Ma così pianamente che le parole furono un soffio. Si rifece il
silenzio. Un moscone ronzò per la stanzuccia dando del capo nelle
imposte del balcone, cercando di penetrare per lo schiuso. Daccapo
risuonò il tintinnio dell'incudine, ma questa volta senza la voce
compagna. Il mistero del momento, nella penombra, fu breve e concitato;
il singhiozzo continuava, in un susurro di parole mozze.

Or egli, ritto innanzi a lei, contemplava imbarazzato la Bellavita,
vinta. Non sapeva che dirle. Ma pur gli occhi accesi frugavano ancora
tra il disordine biancheggiante delle gonnelle, avidamente. Ella
taceva. Allora le si chinò sul petto anelante, le accarezzò teneramente
i capelli umidi, appiccicati alle tempie. Ma subito la Bellavita si
rizzò sul divano, respinse come spaventata questa intimità, nella
quale lui, mormorando, le dava del tu, inebriato dal caldo profumo che
si sprigionava da quel corpo caldo, dai capelli di lei, dalla bocca
odorosa di lei, supina.

— Via! via!... Andate via!...

Tremava da capo a piedi. Pareva che a momenti qualche violenta
convulsione dovesse rigettarla sul divanuccio, ch'era lì a
imbarazzarli, sotto gli occhi loro, come se volesse parlare....

Invano egli cercava qualche scusa, una buona parola che li
riavvicinasse. Non trovò nulla. Non ardiva nemmanco guardarla.

Allora la Bellavita, macchinalmente, andò al balcone, e aperse le
imposte. Una luce abbagliante empì la stanza. Ronzava ancora il moscone
su per la vetrata.

— Oramai è fatto, — balbettò l'Offretelli, come la sentiva ancora
singhiozzare.

— Se l'ho fatto.... — piagnucolò donna Rosa, — è stato perchè lui l'ha
fatta a me....

Vi fu un silenzio. Ripetette dopo un momento:

— Lui a me e io a lui.... Ben gli sta.... Lui a me, io a lui!

L'Offretelli pigliava la via della porta, lento e silenzioso, senza
aver coraggio di voltarsi. Mise la mano sul lucchetto, aprì la porta.
Un singhiozzo lo perseguitò fin là presso. La voce della Bellavita,
rotta dalla commozione, pianse daccapo, mentre l'uscio si chiudeva.

— Lui a me.... E lo a lui.... E io a lui....

In tre salti lo studente fece la prima tesa della scala, e si fermò a
pigliar fiato sul ballatoio superiore. Di lì sporse il capo, guardando
in giù l'uscio, chiuso, della Bellavita.

— Per Cristo! — mormorò. — Pare una farsa!

Tutto rosso e sudato, col cappello buttato indietro sul cocuzzolo, la
cravatta di traverso, si contemplava e ricordava, stupefatto.

— E i quaderni?

Li aveva dimenticati laggiù, sul divanuccio, forse. Lasciarglieli? Mah!
Ridiscendeva lentamente, indeciso. Di fronte all'uscio della Bellavita
s'indugiò, tentando con le dita irresolute la corda del campanello.

Certo ella piangeva ancora, quella stupida, si lamentava ancora!
Accostò l'orecchio al buco della toppa. Proprio; piangeva ancora.
Nella pace della stanza, subitamente, mentr'egli origliava, risuonò un
piccolo grido angoscioso, che fu seguito da un singhiozzare a schianti.
Lo studente lasciò star la cordicella e tornò addietro in punta di
piedi.

— Ci ho persi i quaderni. — mormorava per la scala silenziosa. — Già,
sempre qualcosa ci si rimette. È destino, è destino! E io ci ho rimessi
i quaderni....



Nella notte serena


La compagnia di Battista Andretta, detto l'uomo gigante, s'era fermata
a Marigliano, per tre giorni. Di lì, si diceva, sarebbe andata a Nola,
poi a Palma, poi a Sarno. E poi? Chi sa dove! I saltimbanchi sono come
gli zingari: tutto il mondo è casa loro.

Intanto i mariglianesi si divertivano. Nell'ultima sera delle
rappresentazioni il caffè di Nicola Fiore rimase deserto molto prima
del solito. Don Olindo Borrelli, medico condotto, s'era tirato dietro
tutti gli avventori. Il caffettiere, rimasto solo dietro le sue
chicchere slabbrate, si seccò, dopo cinque minuti, pure lui. Pensò,
ripensò, infine si decise. Dopo aver raccomandato alla moglie, che
sonnecchiava, di badare alla bottega, infilò la porta, accese un
sigaro e alzò il bavero del cappotto, contento come uno scolaro che ha
marinata la lezione. C'era quella Nanna, perdio, laggiù da Battista
Andretta! Da tempo Marigliano non vedeva più ragazze così carine! E
così appetitose! Incamminandosi, don Nicola Fiore si fregava le mani,
impaziente.

L'ultima rappresentazione durò oltre le due ore. Era lungo l'addio e
per quella serata lo spettacolo complicato d'ogni sorta di sorpresa. I
mariglianesi, entusiasmati, battevano le mani grossolane, vociando:

— Bisse! Bisse!...

Battista Andretta rientrò a un momento nello spogliatoio improvvisato,
e buttò a terra la clava di ferro che poco prima aveva maneggiata
come un bastoncello. Il pagliaccio era occupato a cacciare in un baule
quanto gli capitava sotto mano.

— Le carte! — fece Battista.

L'altro, accovacciato innanzi al baule, volse la testa infarinata;
le lunghe sopracciglia giapponesi gli salirono fino alla radice de'
capelli in su la fronte. Le labbra dipinte di carmino si contrassero in
una comica smorfia.

— Le carte?

— Sì. Dove sono?

Il pagliaccio rimaneva a bocca aperta, cercando nella memoria.

— Ah! qui, qui, nel baule, in fondo. C'è sopra tutta la roba....

— Figlio di cane! — borbottò l'Ercole, minacciando col pugno enorme. —
Ti avevo raccomandato di lasciarle fuori!

Si gettò sul baule, rovistando, bestemmiando sottovoce, con le braccia
nude sprofondate nelle trine e ne' veli sino alla scapola.

— Leva su il lume!

Il pagliaccio alzò la mano, reggendo una candela di sego. Gli battevano
i denti pel freddo e sotto alla farina la pelle gli si stirava
rigidamente. A una coscia, attraverso il maglione rosso, sdrucito, si
mostrava la carne violacea; de' piccoli brividi gli salivano su da'
talloni, gli correvano per la schiena.

— Tieni alto il lume! — fece l'Ercole, che non ci vedeva.

— Ho le dita raggranchite, — si lamentava l'altro, — mi scappa di
mano....

Nella sala, il pubblico de' campagnuoli schiamazzava, chiamando
qualcuno sulle cadenze sguaiate del dialetto provinciale, insistendo,
battendo i piedi, anche per riscaldarseli. Nanna aveva abbandonato
l'organino per chiacchierare con un giovanotto. Così una danza di
marionette che vi stavan su schierate era interrotta sul più bello: un
piccolo gendarme rimaneva ancora con la gamba all'aria, mentre l'ultima
canna de' bassi si lamentava, rauca.

— Le avete trovate? — chiese timidamente il pagliaccio.

— L'hai fatto apposta, dunque? — infuriava l'Ercole. — Le hai nascoste?

Subitamente, con un urlo, tirò fuori il braccio.

— Corpo di Dio!

— Sono le fibbie della cintura di Stella, — mormorò l'altro,
mortificato; — hanno i denti lunghi. Vi siete graffiato?

E si tirò prudentemente da parte.

Or il vocìo li minacciava. I mariglianesi indispettiti lanciarono
insulti al palcoscenico vuoto, senza staccarne gli occhi. La voce
potente di Alfonso Macciarella tuonò in un silenzio d'aspettazione,
grave, come s'egli si trovasse tra' suoi tagliatori di legname, nel
bosco.

— Fuori il pagliaccio Tony!

Intorno molte voci fecero eco, poi fu un clamore di tutte le voci,
assordante.

— Fuori! fuori!

— Cosa faccio? — chiese il pagliaccio a Battista.

— Va!...

In due salti quello venne fuori.

— Musica! — gridò.

Un lungo applauso lo accolse. Si rideva, s'indovinavano buffonate
novelle.

— Signori, — si udiva or la voce del pagliaccio, — la mia sposa mi ha
tradito con un soldato prussiano. Se son tardato, perdonatemi, egli
è stato perchè son corso a trafiggere tutti e due. Ma lor signori —
continuò col suo accento fiorentino — vedranno adesso cose che mai
più si potranno dimenticare per tutta la vita. Signori e signore!
Ho l'onore di annunziarvi l'ora, l'istante e il momento degli ultimi
esercizii, cioè il trampellino, il ballo su la corda, il salto mortale,
fatica particolare del vostro umile servitore Tony. Signori e signore,
un po' d'attenzione, occhio alle tasche. Ora passeranno a vedere. Olà,
ohè, a voi, dico, professori, musica!

Un concerto diabolico di trombe e di flauti coperse la voce. Poi a
intervalli fu il tonfo d'un corpo che batteva sull'arena, un grido
comico, un chiocciar di gallina, un chicchiricchì a distesa che
svegliava altri chicchiricchì flebili e morenti, un miagolio di gatta
in amore.

Battista Andretta, seduto sullo spigolo del baule, si guardava il
braccio al lume della candela di sego. Al disopra del polso apparivano
gocce di sangue nero. Egli avvicinò le labbra alla ferita, succiando.
Poi chiamò sotto voce:

— Stella!...

A un cantuccio un corpo si levò, lentamente. Uscì dall'ombra una
donna, muta. Per un momento due grandi occhi neri si fissarono e
interrogarono.

— Stella, — borbottò l'Ercole, — cerca nel cassettino rosso. Ci
dev'essere della polvere di gesso in uno straccetto.

Ella, immobile, parve non avesse udito, o non avesse capito. Appariva
nel lume della fumosa candela, che la rischiarava di sotto in su,
mettendole fuggevoli luccicori al collo del piede ove lo stivalino
saliva con una linea fine, frastagliandosi di laminette d'orpello.
Era tutta avvolta in uno scialle a dadi bianchi e neri, e il nero le
capitava attorno al collo, e le rialzava così la tinta bruna e pallida
delle guance, incorniciate da una massa di capelli nerissimi, dalla
stravagante aggiustatura alla spagnuola. Due cocche, due macchie
d'inchiostro s'arrotondavano sotto alle tempie, lambendo l'arco
dell'orecchio piccolissimo, ove al lobo luceva qualcosa che certo non
era diamante. Ella aveva le labbra carnose e piccole delle meridionali
dalla pelle assai tenera ove il sangue corre alla più leggera
morsicchiatura. Quello superiore più breve, più crudele, scopriva denti
d'uno splendore di perle bagnate, uguali e piccoli. Gli occhi larghi,
dallo sguardo lento e molle, parevano ma non erano tinti, e pure si
sarebbe giurato che quel nero delle ciglia fosse carezza di carbonella,
tanto l'ombra di queste dava agli occhi un'impressione vellutata.
Nell'incasso, come un'ultima sfumatura ove l'ombra si perdeva,
un livido leggero completava la macchia scura, dando allo sguardo
l'indefinito del fascino e della sofferenza.

Dove l'aveva rubata, lui? Il mistero degli strani legami della
vita nomade li copriva. Forse un tempo ella era stata d'altri, chi
sa? Questi zingari si passano le mogli e vendono i figliuoli come
niente. Veramente lei a quell'Ercole enorme pareva figlia, non
moglie. La sapienza della scena, l'istinto della conservazione e
della immutabilità fisica, radicato in queste femmine da corda, la
mantenevano giovane; certo non aveva più vent'anni nè proprio trenta.
Alla porta la piccola amazzone che riscoteva il prezzo dei biglietti
era già alta come la madre, e il petto sodo le fremeva nel busto
cinghiato, scricchiolante quando ella si chinava a raccattare una
palla caduta. E le somigliava tutta, da' capelli a' piedini. A lui
somigliava in niente, in niente. Lui sulle spalle inquadrate, un po'
curve dall'abitudine de' pesi, aveva una testa piccola, con occhi
piccoli, con sopracciglia sottili e brevi, con zigomi ed ossa frontali
pronunziatissimi, con acuto angolo mascellare. I capelli erano radi.
Egli usava di coprire l'imminente calvizie con un berrettino tondo di
velluto grigiastro che s'ammaccava, sporgendo attorno in rigonfi. Così
era quasi mostruoso. Gli cresceva al mento una barbettina a spazzola,
rada sulle guance, incolta. Ombreggiavano le labbra prominenti de'
baffetti che solo agli angoli della bocca pigliavano forza, ma che pure
avrebbero fatto disonore a un collegiale. Una brutta testa, ma piena
di carattere; l'astuzia, la vigliaccheria, la coscienza della forza
materiale vi s'impastavano in un'intonazione generale d'indifferenza e
di malvagità.

— Aspetto le grazie di vossignoria, — disse l'Ercole.

Ella girò intorno, frugando qua e là. Infine trovò il pacchetto del
gesso in un bossolotto. Battista stropicciò la polvere sulla ferita,
che ancora dava sangue.

— Dormivi? — chiese, senza levarne gli occhi.

— Non dormivo, — balbettò, stringendosi tutta freddolosa nello scialle.

L'Ercole levò lo sguardo dalla ferita, lo posò su di lei, lungamente,
poi lo abbassò daccapo, vinto dallo sguardo di lei, indomabile. Seguì
un penoso silenzio. Di fuori la voce argentina di Nanna insolentiva col
pagliaccio, in una scenetta da ridere.

— Mi sa mill'anni d'andarmene! — disse l'Ercole a un tratto. — Che
gente! S'è fatto poco o nulla. Stasera, meno male. Che ore sono?

— Mezzanotte.

— Mostrati un po', gioia mia, fatti vedere e andiamocene. Di' a Nanna,
che spenga uno dei lumi sotto alla porta....

Come se i mariglianesi lo avessero udito, un vocìo l'interruppe.

— Stella! Stella!

L'Ercole si levò. Stella si tirava indietro, incerta. Battista le posò
la larga mano sulla spalla, imperiosamente.

— Va, bella mia. Non te lo far dire due volte.

— Bada.... — fece lei, pallida. — Se il piccino si sveglia, io li
pianto.

— Fammi il piacere! — insistè l'Ercole, con una sorda minaccia nella
voce.

Stella buttò via lo scialle. Dette uno sguardo al cantuccio scuro
ond'era sbucata. Niente vi si moveva.

— Signore e signori! — urlò il pagliaccio. — Ecco madamigella Stella,
la fata dell'aria, che ha il piacere e l'onore di salutarvi per
l'ultima volta. Signore e signori! _Dernier exercice!_ Il trapezio
all'inglese, il giuoco dei coltelli. Badino, signori, a esaminare il
coraggio di madamigella Stella, unica nel suo genere, detta l'intrepida
peruviana, premiata con medaglia d'oro al Brasile e nell'America del
Sud.

— Badate! — le mormorò. — Che diamine avete?

Lo spettacolo terminò mezz'ora dopo la mezzanotte. I provinciali
uscirono facendo il chiasso, con le mani in tasca, con su gli occhi gli
enormi loro cappellacci. Qualcuno s'accostò a Nanna che aveva le mani
gelate e se le nascondeva sotto lo scialle, salutando col capo e con
molti sorrisi. Nella mezza oscurità il figliuolo del sindaco le venne a
mormorare:

— Addio, Nanna.... anzi arrivederci. Dove vai ora?

— Chi lo sa? — disse lei, triste. — Partiamo stanotte.

— Stanotte? Con questo freddo?

— Non c'è che fare.

Una voce chiamò:

— Rocco!

— Vengo! — disse il figlio del sindaco. — Addio Nanna. Chissà se più ci
rivedremo.... Ricordati di me, Nanna. Ti ricorderai?

Lei non sapeva che dire. Il giovanetto scappò, intenerito, lasciandole
un anellino nella mano, mentre glie la stringeva. Nanna guardò al
lume del fanale ch'era appeso sotto la porta. Una povera cosa; una
fascettina d'oro. Sopra v'era scritto in nero: _Ricordo_. Lo provò al
mignolo.

— Nanna! — chiamò l'Ercole.

Era pronta la cena sul deschetto che serviva al pagliaccio pe' giuochi
di bussolotto. Una frittata al lardo, quattro arance, un pugno d'uva
passa, una gran fetta di pane, sbocconcellata.

— Vieni a cenare, — disse Battista, che aveva preso posto e tagliava la
frittata con una lama di sciabola.

Nanna sedette in punta a uno sgabello, aspettando, con le palme delle
mani sulle cosce.

— Tirati via la tua parte, — disse l'Ercole.

Ella affondò i denti nella frittata, arricciò il naso, ingoiò di
malavoglia.

— Fredda, — mormorò.

— Meglio, — disse il pagliaccio, a bocca piena, — non c'è paura di
scottarsi. E come ci si sente dentro la campagna!

— L'ho fatta io, questa volta, — disse l'Ercole, — c'è della cipolla.

— Una? — disse il pagliaccio. — Sono parecchie, se non mi sbaglio,
eccellenza! Allegria! Che ci beviamo sopra?

L'Ercole strinse le labbra e chiuse gli occhi.

— Acqua.

— Questo mai! — disse l'altro, levandosi.

Scomparve per un momento in fondo allo stanzone. Riapparì con in mano
una bottiglia ove sguazzava del liquido nero e mise la bottiglia di
contro al lume, reggendola pel collo, tra il pollice e l'indice.

— Succo di Giamaica! — declamò. — Ammirino bene, o signori, i rubini
incandescenti, il fuoco riconfortante che a momenti scenderà nel nostro
ventricolo. Primo ed ultimo esercizio. Un dito di questa roba e si
parte per Parigi. Beve prima la principessa.

Versò un dito di rum nell'unico bicchiere e s'inchinò a Nanna che
sbucciava un'arancia. Ella bevve a sorsetti, tossendo, con piccoli
colpi stizzosi. Due lacrime le spuntarono agli occhi.

— E Stella? — fece il pagliaccio.

— Son qui, — rispose una voce, dall'ombra. — Lascia stare, io non ne
voglio.

— Meglio, — balbettò l'Ercole.

Seguì un silenzio. Il pagliaccio cercò negli sgonfi del camiciotto,
mise fuori un sigaro che gli aveva regalato uno spettatore e l'accese
alla candela. L'Ercole, con la pipa corta nell'angolo delle labbra,
mandava buffi al soffitto, affumicando le ragnatele. Alla luce
giallastra della candela le tre facce pigliavano toni pallidissimi ed
ombre dense. I capelli di Nanna, che aveva chinata la testa sul petto,
lucevano, da una banda, lisci e pettinati. Il pagliaccio, con le gambe
stese, col gomito sul deschetto, guardava malinconicamente la punta
del suo sigaro. E su tutto — in quella immensa bottega pigliata a
prestito, ove ancora rimaneva un greve odore d'animali bovini e un fumo
di stalla — e su quei quattro vagabondi, che il silenzio impensieriva,
pesava un che di lugubre e di uggioso e si moveva, fra tristi
ricordi, un desiderio di respirare arie più pure, un'aspirazione vaga,
indefinibile, affogata in quella miseria.

A un tratto l'Ercole si levò. Battè all'angolo del deschetto lo
scodellino della pipa, vuotandolo. Il rumore secco fece trasalir Nanna
che avea chiusi gli occhi e sognava senza dormire. Il pagliaccio,
appisolato, mise fuori un brontolìo in cui si mescolavano rotte
parole di rincrescimento, si drizzò sullo sgabello, stirò le braccia,
spalancando la bocca con un lungo e lamentoso sbadiglio.

— Che si fa? Si vuota il salotto?

— Animo, ragazzi! — disse l'Ercole. — Un po' di buona volontà. Non mi
ci sento più bene qua dentro.

— È vero, — cospirò l'altro, cominciando a trascinare fuori la roba. —
Il _patchouli_ ha dato alla testa anche a me.

Stella chiamò:

— Nanna!

— Dille che si spicci anche lei, — fece l'Ercole bruscamente. — Aiutala
a cacciare i panni nel baule.

Poi si volse attorno, afferrando qua e là, portando fuori, tornando
per ripigliare, a bracciate. Rotolarono per terra palle di ferro,
candelieri di stagno, polli di cartone, bussolotti, un treppiedi
sul quale l'Ercole faceva mostra d'abbruciarsi la mano come Scevola,
un disco a numeri pe' giuocatori del lotto, il tricorno rosso dello
scimmiotto scappato per via. E tutto andò a finire nell'immenso tappeto
turco ove già si ammucchiava confusamente gran parte della scarsa
mobilia alla quale l'abito de' salti e de' contorcimenti non aveva
fatto più danno di quanto a' padroni, e che per le screpolature pareva
ridersi delle umane miserie. Sul carretto, accosto al tappeto, di cui
le braccia poderose dell'Ercole aveano fatto un enorme involto a nodi
che avrebbero sfidate le dita di Gordio, andò a riposare il baule
ch'ebbe l'onore di ricevere sulla schiena consumata la gran cassa,
rattoppata con la pelle d'un asino, caduto per fame e tormentato pur
dopo morto.

Quando ogni cosa fu a posto, un altro tappeto, che aveva occhi quanti
Argo, coperse decentemente quell'aspra montagna dalla quale spuntavano
qua e là angoli e gobbe stravaganti. La cavezza fu messa al mulo
rattrappito, quantunque la bestia intelligente non avesse bisogno di
redini. Ma il pagliaccio avea filosoficamente osservato che quella gli
teneva la testa calda e avrebbe impedito il cimurro.

Dentro, la compagnia si preparava al viaggio. L'Ercole infilava
stivaloni che possedevano come lui il dono della impenetrabilità ed
erano stati comprati da un caporale di cavalleria. Nanna si copriva
tutta con un mantello immenso, aggiustandosi in testa un berretto
d'ermellino, di cui aveva voltata in fuori la fodera. Immobile in mezzo
allo stanzone, tenendo su le braccia il bambino, di cui si disegnava
sotto lo scialle la linea informe, Stella aspettava, muta, con gli
occhi sulla porta.

— Che si fa? — disse l'Ercole, ricaricando la pipetta. — Hai attaccato
il lanternino al carretto?... Accendi quel mozzicone di cera, guarda lì
sotto.... È caduto un soldo a Nanna.

— Dove?

— Lì, presso la porta.

Il pagliaccio si chinò, cercando, con le mani sulle ginocchia,
accoccolato.

— L'hai trovato?

— Eccolo, — sospirò, raddrizzandosi.

Nanna, come lui glie lo porgeva, lo rifiutò con un piccolo gesto pieno
di nobiltà.

Disse il pagliaccio:

— Grazie, principessa.

Il cielo si poteva dir sereno. Una sfilata di nuvole bianche correva
innanzi alla luna. La quale, come la compagnia venne di fuori nella
strada, vinta dai suoi istinti femminili, mostrò la faccia pallida e
curiosa.

Il pagliaccio le fece di cappello, con un inchino profondo.

— O luna piena! — esclamò. — Ci sapresti dire quanto ci si mette di qui
al paese dove andiamo?

— Avanti! — disse l'Ercole.

Il carretto si mosse. Le ruote si lamentarono, un asse scricchiolò. Poi
succedette nel silenzio un monotono rotolio e suonò a cadenza il passo
del mulo.

Il pagliaccio sì volse indietro e salutò con la mano.

— Addio, placido asilo! Addio, presepe! I re magi se ne vanno.

La grande bottega rimaneva spogliata e deserta. La porta spalancata
or dava passaggio libero al vento. Dentro, in un angolo, ancora luceva
un punto di fuoco: il mozzicone di candela che era stato dimenticato.
Intorno si facevano più fitte le ombre. Una babbuccia di Nanna era
caduta sulla soglia. Nessuno la vide.

Adesso la compagnia di Battista Andretta trascinava sulla neve,
nell'ignoto, il mistero dei suoi legami, l'indovinello della sua
famiglia, il mucchio orpellato dei suoi stracci. Nessuno di loro
conosceva il nome del paese ove sarebbero arrivati a giorno. Che
importava il nome?

Andavano innanzi. Le ultime case, una dopo l'altra, rientrarono nel
buio. Qualche finestrella lasciò passare una testa maravigliata, un
candido berretto da notte, che subito rientrò, perchè il pagliaccio,
imitando l'urlo del lupo, provocava furiosi abbaiamenti di cani
rinchiusi. S'apriva innanzi ad essi la campagna infinita con uno sfondo
d'oscurità ove dei punti rossi brillavano, scomparendo, riapparendo,
mutando direzione. Intorno era un silenzio profondo. Il lanternino,
appeso sotto al carretto, proiettava sulla neve ombre difformi, che a
volte il lume di luna rendeva grottesche. Allora annerivano per terra
l'orme delle pedate, il solco a zig-zag delle ruote, una corda che il
carretto si trascinava dietro.

L'Ercole andava accosto al mulo, fumando. Dietro al carretto prima
veniva Stella, che a ogni passo si chinava sul suo fardello,
mormorandogli qualche cosa. Il pagliaccio e Nanna a braccetto,
guardavano intorno.

— Che è quello? — disse Nanna, a un tratto.

— Un ponte.

Più in là un cane si mise a ululare lugubremente. Sembravano lamenti
umani.

— Cattivo augurio.... — mormorò Nanna.

— Non cominciare! — disse il pagliaccio, sottovoce.

La bestia si tacque e parve più grande e pauroso il silenzio.

Nanna s'avviticchiò al braccio del suo cavaliere, rabbrividendo.

— Hai paura?

Ella accennò di sì, voltandosi indietro.

— Cantiamo, — disse il pagliaccio.

Le strinse il braccio sotto al suo, come a rassicurarla. E cominciò:

    Se il mio nome saper voi bramate,
      il mio nome per poco ascoltate....
      Io son Lindoro che fido v'adoro....
      che a nome vi chiama....

Vibrava limpidamente per l'aria fredda la sua voce di tenorino, alla
quale rispose la voce argentina di Nanna, che si faceva animo a poco a
poco:

    Segui, o caro, deh! segui così!...

Il pagliaccio tossì. Poi riprese:

    L'amoroso e sincero Lindo o.... o.... o.... o.... oro!
      non può darvi, mia cara, un tesò.... o.... oro:
      ricco non sono....

— Anzi.... — disse Nanna.

— Nanna! — chiamò Stella, all'improvviso.

S'era fermata. Il carretto tirava innanzi. Come Nanna, lasciando il
pagliaccio, le si accostava, ella aperse lo scialle, le mostrò il
corpicino del bimbo. Nanna guardava.

— È morto, — balbettò Stella.

Nanna guardava, stupefatta. S'accostò anche il pagliaccio.

— È morto il piccino.... — disse Stella.

— Morto! Il piccino? Morto?

Per veder meglio staccò il lanternino e lo tenne levato sul petto di
Stella, lì, ove il piccino si abbandonava, con le braccia pendenti,
co' pugni chiusi, co' piccoli occhi azzurri spalancati. Il lanternino
tremava. Nanna cominciò a singhiozzare.

— Ma come?! Ma come?! — mormorava il pagliaccio.

Dietro di lui Battista Andretta osservava, impassibile, con la pipetta
in bocca. Come Stella lo vide, ricoperse il cadaverino con lo scialle,
silenziosa, senza una lacrima.

— Non te lo rubo, — disse l'Ercole.

E le volse le spalle. Il carretto si rimise in moto.

— Stella.... — mormorava il pagliaccio, — passatelo a me. Che volete
portarlo voi fino all'abitato? Sentite.... Son cose che accadono. E
poi, meglio così pel piccino.... era già tanto malaticcio!... Date qua,
lo porto io....

Ella lo respinse, gli fece: — No, no! — con voce soffocata, con uno
sguardo terribile, e si mise dietro al carretto. Ma di tanto in tanto
si fermava, e parlava al piccino, con un balbettio carezzevole. Più
innanzi la udirono piangere.

Il pagliaccio raccomandò a Nanna, che seguitava a singhiozzare, di
badare a Stella che si guardava intorno con certe occhiate pazze come
se volesse fuggire col morticino. Poi s'accostò a Battista, non sapendo
che dirgli.

L'Ercole lo guardò di sbieco, mise fuori una gran boccata di fumo e
borbottò:

— Non è roba mia. Già, lo sai....

Il lanternino impallidiva sotto al carretto; camminavano da un pezzo.
I primi albori apparivano in una luce fredda di verno. La spianata
immensa, tutta bianca, si stendeva ancora all'orizzonte, perdendovisi.
Nel lontano le prime casette d'un villaggio rompevano la linea del
piano; veniva su lentamente da un comignolo una sottile spirale di
fumo. E la neve cedeva, scricchiolava sotto a' piedi; qua e là delle
nudità di terreno umido mettevano intorno chiazze larghe, nericce.

— Palma! — annunziò l'Ercole, facendo visiera della mano agli occhi.

Arrivavano. Mentre il sole spuntava tutte le figure si disegnavano
nettamente sull'orizzonte. Dapprima fu una macchia pittorica sul
candore della spianata silenziosa. Una macchia di rosso, d'azzurro, di
giallastri luccicori d'orpelli. A poco a poco il gruppo del carretto e
dei saltimbanchi diventò confuso. Ancora si disegnava, di profilo, la
testa affaticata del mulo. Poi svoltarono a un angolo, dietro un muro
di cinta e disparvero. La spianata tornò deserta. Ma ora, nel cielo
azzurrino ove si spandeva leggermente una tinta di madreperla, il gran
sole saliva, col bagliore vivo de' raggi, ripulendo tutto, spazzando
via di quella miseria strisciata nella notte persino l'orme delle
persone. A un tratto, nella chiarezza allegra del mattino, un gallo
cantò, a distesa.



La triste bottega


Mentre Angiolino Pezza, parrucchiere, menava le forbici nella gran
zazzera d'uno studente arrivato all'alba da Montemurro, e si guardava
costui nello specchio, con le mani spiegate sulle cosce, strozzato dal
grembiale che Angiolino gli aveva stretto alla gola, un organino si
mise a suonare innanzi alla bottega.

A quel romore si schiuse la finestra d'un'agenzia di pignoramenti, e
il commesso, un giovanotto pallido, magro, che girava e rigirava tra
mani una catenella d'oro, apparve dietro alla vetrata, appannandola con
l'alito e ammaccando a' vetri la punta del naso, per guardare di sotto.
Apparve, sbucante dal mistero d'un cortile, la gobbetta Giovannina,
figliuola del portinaio di faccia. Trascinò la seggiola sino al
limitare del palazzuccio, vi s'arrampicò con una lestezza di scimmietta
e, appena seduta, con in grembo il gomitolo di lana rossa, lanciò alla
strada un'occhiata. Ella stava bene lì, sulla seggiola alta, riuscendo
quasi a nascondere la sua deformità, volte le spalle alla penombra
del cortile, la maliziosa testa bionda languidamente abbandonata. Lo
sguardo seguiva i passanti, le labbra mormoranti accompagnavano, con
tenerezze di parole, l'amorosa musica dell'organino. Le piccole mani di
malata, esangui, giocherellavano tra il gomitolo e le bacchettine.

Parve, a un momento, che davvero si ripopolasse la viuzza solitaria.
Erano frotte di studenti che tornavano dalla sala anatomica e ancora
ragionavano d'ossa e di muscoli; erano affaccendati che passavano in
fretta, lo sguardo innanzi a sè, tutto occupato il pensiero dalle cose
loro; erano coppie di borghesi che gesticolavano e si confidavano.
Passò, zoppicando, una vecchia, col libro da messa e la coroncina in
mano. Passò un biondo giovanetto, dal cappello a cencio, dalle scarpe
scalcagnate, recantesi tra le braccia due statuine di terracotta
bronzata. E come il legatore di libri, che aveva bottega accosto a
quella d'Angiolino, s'era affacciato a dare un'occhiata nella via,
quello gli si piantò davanti e gli offerse le due statuine, per poco
prezzo. Il legatore le guardò appena e si rifiutò, scotendo il capo,
con una smorfia sprezzante. L'altro insisteva, sottovoce. Allora
il legatore trovò buona l'occasione per rientrare nel suo buco, ora
che l'organino aveva smesso e ancora insisteva il giovanetto delle
statuine, con la sua aria sconsolata e con una dolce pronunzia veneta.

Poco dopo, lo studente venne fuori dalle mani del Pezza e dalla sua
bottega, passando l'indice nel colletto, pel prurito che gli facevano
sulla nuca i capelli tagliuzzati. L'organino risaliva la viuzza,
trabalzando la musica con grandi scossoni su pel selciato rotto.

Allora la gobbetta, che si vide sola, scese dalla seggiola, mise
insieme il gomitolo, le bacchette e il lavoro avviato, si tirò dietro
la seggiola nel cortile e lì sparve. Ancora per poco il commesso
dell'agenzia rimase a guardar di rimpetto. Poi scomparve anche lui.

Un'infinita malinconia pioveva dal cielo grigio sull'angustia della
viuzza, ove tutto quanto si moveva tra la nera decrepitezza de'
muri pareva che agonizzasse nella mancanza del sole. Romoreggiava
lontanamente la città. Ma qui non la vita chiassona e peripatetica,
ma la felicità della luce e, le si invidiava, il giallo del sole su'
muri, il buon calore del sole. Cominciava marzo con una uggiosa umidità
dell'aria, provocante le facili disperazioni, disseminante il fastidio.
Pure, la stradicciuola, sopita nella triste sua pace, dolorosamente
se ne contentava, abituata a rimaner lontana da' desiderii, non
turbata, tutta accidiosa nella sua malata tranquillità. Ma la gente,
attraversandola, quasi fuggiva. Qui una muta sofferenza, da per tutto,
aleggiante sui palazzi muffiti, chiusa nell'oscurità delle botteghe,
impressa sulla faccia delle cose e delle persone, da per tutto.

— Tanto avete pregato Dio, voialtre, che finalmente v'ha mandato
l'acqua! — disse Rocco Addosio alle figliuole di donna Maria, le quali
davano il lucido a' colletti nella bottega da stiratrici, a metà della
strada.

Disse Malia, col ferro levato:

— Che piove davvero?

E mise fuori il capo, guardando il cielo attraverso l'arruffio dei
capelli riarsi.

— Non gli badare, — disse Nunziata, la sorella grande, — è scemo. Piove
sempre per lui.

— E che è questo? — chiese l'Addosio, mostrando la mano su cui due
gocce d'acqua luccicavano.

Ma disopra, dalla finestra che affacciava sulla via, tra le camice e le
lenzuola che attaccava a un ferro, donna Maria si sporse a vociargli:

— Sono le camice che scolano, va! Come se non lo sapesse!

— Bel tempo avete scelto, donna Marì! — le disse Addosio, col naso
in su, con gli occhi socchiusi per la paura del gocciolìo. — Senza
scherzi, fra poco me ne parlerete.

E si volse a Malia ridendo:

— Saranno asciugate all'anno venturo.

Rise pur Malia, una ragazzona, alla quale Addosio piaceva pe'
capelli crespi, per le labbra carnose che il carbone irritava. Quivi
biancheggiavano i denti, come tra una ferita sanguinante. Il carbonaio
rimase innanzi alla bottega, con le mani in cintola, con l'aria grulla,
contemplando la bisogna delle ragazze.

I ferri battevano con tonfi sordi sulla tavola da lavoro, ammaccando
umide rigonfiature di biancheria inamidata, dando lucido a' polsini, a'
colletti, che fumigavano sotto il calore. Segnavano di taglio le righe,
agli orli dei colletti, lungo i margini dei petti lisci. Urtavano in
qua e in là, nel bicchiere di latta, ove uno straccetto s'imbeveva
della borace che toglie le macchie, nelle scatoline degli spilli, nello
scatolino del tabacco biondo per le sigarette che si faceva Nunziata.
Alla grande tavola bislunga era tappeto un lenzuolo, bruciacchiato
intorno da larghe chiazze d'abbronzatura, così usato dai ferri che
questi vi scivolavano come su d'un marmo. Le camice arrotolate, pronte
pel ferro dopo la ripassatura d'amido, le pezzuole umide, strette in un
grembialino da bimba, le mutande, le cuffie, la minutaglia dei polsini
e dei colletti posticci irrigiditi dall'amido, s'ammonticchiavano
all'altro capo della tavola. In cima, i nastri d'una cuffia lambivano
la palla bianca di un lume che pendeva dal soffitto, e si lordavano
del petrolio che ingrassava la porcellana. Ancora il lume si dondolava,
lievemente.

La confusa biancheria della larga tavola che si allungava fin sulla
soglia della bottega, il bianco dei panni, delle camicette di Nunziata
e di Malia entravan di sbieco in uno specchio ch'era in fondo, un
gran vetro dozzinale e insudiciato dalle mosche, che rifletteva pur
la strada e parte del muro di faccia. Qualche figura passava talvolta
nello specchio, rapidamente. La ragazza Peppina, che in un cantuccio
immollava le camice nella catinella dell'amido sciolto, cercava
di cogliere e di riconoscere qualcuno del vicinato in quelle ombre
fuggevoli. Aspettava, come in agguato, dimenticando nell'amido le mani
e le camice.

Attorno alla tavola le figlie di donna Maria si davan da fare in
silenzio, ma volgevano di tanto in tanto gli occhi alla strada. Malia,
le spalle volte alla fornace che dietro rosseggiava in un gran vuoto
del muro, s'abbandonava, con tutte e due le mani sovrapposte, sul
manico del ferro e premeva metà della persona su d'un colletto, mentre
il seno dovizioso le risaliva fin sotto al mento e pareva volesse
scoppiarle pel busto. La fornace vicina la metteva tutta in sudore.
Una lucentezza le si faceva sotto gli occhi, agli zigomi, tra la
dolce diffusione de' capelli alle tempie, ove si gonfiavano venuzze
azzurrine.

L'altra, ritta, sottile, gli occhi leggermente violacei, aspettava
il cambio del ferro. La ragazza Peppina, terminata la sua bisogna,
colla mano al tamburo della fornace, batteva prestamente sulla faccia
del ferro il polpastrello del medio insalivato. Nunziata, nervosa,
s'impazientiva, pallida e magra, così magra che al sommo del petto
le clavicole le sporgevano, come due bastoni, di sotto alla fine
camiciola.

— Peppina! — strillò. — Cristo!

La ragazza trasalì.

— Son freddi, — piagnucolava. — Tutti freddi!

E la guardava impaurita, con gli occhi rossi, lucenti pel fuoco della
fornace.

Nunziata, che se la voleva pigliar con qualcuno, se la pigliò con
Rocco Addosio, il quale teneva dietro, incantato, ai balzi del petto di
Malia.

— E tu? O entra o vattene. Candelieri non ne vogliamo.

— Be', entro! — disse Addosio. — Malia, lasciami passare.

Ma tra il muro e la stiratora egli temporeggiava e, nello stretto
passaggio, si lasciava premere al muro da Malia che rideva pelle pelle
e gli era tutta addosso con le spalle larghe e carnose.

L'Addosio balbettava ancora:

— Lasciami passare....

Malia rideva, solleticata.

— Civetta! — le fece, co' denti stretti, Nunziata.

— Pazienza! — disse Malia, fissandola nel bianco degli occhi. — E tu
dillo un'altra volta.

— Guarda che abbronzi il lenzuolo, strega! Malia dimenticava il ferro
rovente sulla tavola.

Il lenzuolo bruciò a quel posto, con un forte odore d'abbronzatura....

La ragazza Peppina gridò:

— S'è bruciato! S'è bruciato!

— Ih! — fece Malia, menandole uno scappellotto. — Tutta colpa tua che
non m'avverti. Sporcacciona! Domani te ne vai.

La piccina andò a piangere sotto lo specchio. Nunziata tormentava co'
denti le bianche labbra riarse. Malia se ne sentiva addosso lo sguardo.

— Crepa! — mormorò.

— Il segno che hai lasciato sul lenzuolo, te lo lascio io sulla faccia,
Malia!

— Sì?

— Ecco! — osservava Addosio, girando intorno alla tavola e mettendo un
po' le mani su tutto. — Non par proprio vero che siate sorelle.

Donna Maria scendeva dalla stanzuccia di sopra, con due lenzuola in
braccio, sospirando.

— Figlio! Non pare vero, no. Cane e gatto ogni giorno!

E buttò le lenzuola sulla tavola.

Borbottò Malia:

— Lei ci mancava.

E come, improvvisamente, un lampo rischiarava tutta la via:

— Acqua! acqua! — strillò. — Andate su a sciogliere i panni, chè piove.

— Oh, Gesù! — fece donna Maria, segnandosi.

— Buona notte!... — disse l'Addosio. — Ora non ci si vede più.

Nunziata, sentimentale, lasciò stare il ferro e s'abbandonò
accidiosamente allo stipite, vinta da questa nuova malinconia. Venne
giù la pioggia sconsolante, battendo furiosamente sul selciato,
abbuiando l'aria d'un subito. Una vettura da nolo romoreggiò
fragorosamente per la via, fuggendo. Il cocchiere, insaccata la testa
nelle spalle, con sulle ginocchia un tappetino, frustava la rozza e
bestemmiava.

Di faccia riapparve, dietro la vetrata della sua finestra, il biondo
commesso de' pignoramenti, impassibile. Guardò il cielo, guardò i
rigagnoli nella strada, e scomparve. La gobbetta Giovannina, gridando
con la voce squillante: — Acqua! Acqua! —, spinse metà della porta, e
quella si chiuse con un romore sordo.

Un silenzio si fece nella via deserta e nella bottega. Insisteva la
pioggia con violento crepitìo sul selciato.

Scendeva donna Maria con le palme sulla testa che l'acqua le avea
bagnata alla finestra. Ritta accosto alla tavola, presso il carbonaio
che si grattava un'orecchia, ella aspettava che qualcosa si facesse,
guardando Nunziata, la prediletta.

— Core mio, accendiamo i lumi? Non ci si vede più, core di mamma....

Sospirando ella si volse alla pietosa voce della vecchia. Le dita
sottili arrotolavano una sigaretta, senza voglia; tra la ribellione dei
capelli, in su la fronte, i larghi occhi languivano.

— Quando muoio, io? — mormorò, venendo a donna Maria lungo la tavola. —
Tempo sarebbe....

— Gioia! — compassionava la vecchia, stropicciando al muro un
fiammifero e tossendo all'acre vapore dello zolfo. — Senti, è
l'umidità.

Una luce si fece subitamente, come donna Maria accostava il fiammifero
al becco del lume. Ombre nere si disegnarono e s'agitarono sulle
pareti, due punti di fuoco s'accesero nello specchio lucente.

— Oh, guarda! — osservò Addosio, — c'è Raffaelino! E non l'avevo visto!
Don Raffaelino nostro, caro, caro! Come va, don Raffaelino bello?

Un ragazzetto, che in tutto quel tempo non s'era mosso dal divanuccio
stinto, sul quale si stendeva, dormicchiando, co' piedi sotto la
tavola, battè le palpebre al lume improvviso. Un vivo e spasmodico
moto di collera gli contrasse la faccia bianca, colpita bruscamente
dalla luce. Certo egli avrebbe desiderato rimaner lì, nell'ombra fitta
che fin qua lo aveva tenuto nascosto, rimaner lì, dormicchiando, solo
solo. Era il maschietto di donna Maria, il tisicuccio. Donna Maria
gli passava l'eredità della tubercolosi che in gioventù l'avea tutta
mangiucchiata dentro e fatta così magra, così magra che ora ella pareva
un lungo osso vestito.

— Come va, dunque? — ripeteva l'Addosio al malato.

— Eh! — rispose. — Come prima.

Seguì un silenzio. Dopo un po' il ragazzo disse:

— Piove?

— Non senti? — disse l'Addosio.

— Che seccatura! — sospirò il ragazzo.

Il carbonaio se gli era venuto a sedere accosto, sul divanuccio.

Le figlie di donna Maria ricominciavano a battere i ferri sulla tavola,
silenziose. Donna Maria era risalita a badare al lesso pel desinare.
Una ingenua curiosità pungeva il carbonaio fannullone, presso quella
piccola vittima. E come nessuno li poteva udire:

— Quando piove, — chiese, sottovoce, — ti fa più male o meno?

— Più! — balbettava, con gli occhi socchiusi.

— E perchè?

— Non so; per questo.

— Già, perchè fa freddo.

— No, non pel freddo, — mormorò, stirandosi dolorosamente sul
divanuccio.

Il carbonaio lo esaminava, come meravigliato, chiedendo ancora qualcosa
alla faccia grave del ragazzo. Era questa diventata eburnea per la
smorta luce che il lume di contro a lui versava sulla tavola e che
bagnava la biancheria, portandogliene dolcemente addosso il candore,
salendogli fino alla fronte, ove, alla radice dei capelli fini,
tutt'intorno, correva una leggera lucentezza di sudore. Egli scivolava,
lentamente, con le spalle, su pel divano, lasciandosi andare, con gli
occhi levati in alto, di rimpetto. E sopra di lui e di rimpetto, in
alto, s'allungavano file di camice ripassate, sospese a cordicelle,
sotto un velo crespo. Parevano le camice tutte screziate di punti neri,
poichè tutto quel velo n'era constellato. Molti si ingannavano. Ora,
per questo, il ragazzo sorrideva, ricordando.

Ricominciava il carbonaio:

— Il latte seguiti a pigliarlo?

Il ragazzo gli fe' cenno, con la mano, che aspettasse. Sbadigliava, a
tratti, lungamente.

— Il latte? Sì, — rispose, dopo, — piglio il latte e anche un'altra
cosa....

— Che cosa?

Quello sorrise, per la faccia che il carbonaio avrebbe fatta.

— Idroiodato di potassa, con acqua distillata.

— Ah! — disse l'Addosio, a bocca aperta.

E per un pezzetto tacque, guardandolo. Poi gli prese una mano tra le
sue, glie la spiegò, lentamente.

— E ancora vai alla stamperia?

Il ragazzo dondolò il capo. Non ci andava più, da un pezzo. Soltanto
c'era stato il giorno avanti, a rivedere i compagni, e aveva composto
mezza pagina, per non dimenticare.

Raccontando contemplava lui pure, distratto, le sue mani deformate,
dall'unghie tendenti a una incurvazione di artiglio. Già nelle dita la
fatale ippocrasia si svelava, inesorabile.

Soggiunse, con una grave lentezza di voce:

— Non vuol più che ci vada il medico, e nemmeno il rettore della
parrocchia. Dice il medico che questo me l'ha fatto la stamperia,
l'odore del piombo e la macchina grande per il giornale, col carbon
fossile. Tutto entra qui.

E si toccò in petto.

— È vero, — mormorò l'Addosio.

— Il rettore — continuava — stamani, a prima ora, m'ha voluto
confessare. M'ha chiesto se poi gli volessi servir la messa. Io
veramente volevo servir la messa....

— E l'hai servita?

— Sì, dopo.

— Ti sei anche comunicato? — arrischiò il carbonaio.

— Sì.

Il carbonaio s'intenerì. Gli battè con la mano sulla coscia, gli prese
il mento tra due dita, carezzandolo, approvando.

— Bravo!

Ma non seppe dir altro. Lui pigro, lui vizioso, dormiglione, con la
salute, col sangue acceso fin nelle cornee degli occhi, non reggeva a
questa rovina infantile. Glie ne penetrava dentro una tormentosa paura,
un ribrezzo, lo schifo di quella tosse, di quelli sputi sanguigni,
orribili.... Lasciò andar la mano del ragazzo che attaccava alla sua
grossa mano un sudore freddo. Il ragazzo la ritrasse pian piano.

— Che ore saranno? — domandò.

— Le tre, — disse l'Addosio, levandosi. — Me ne vado. Pensa a guarire,
neh, beviti il latte, che fa sangue.

Egli sorrise tristemente, salutando con gli occhi.

— Voialtre! — urlò donna Maria, affacciandosi nella bottega dall'ultimo
gradino della scaletta dell'ammezzato. — Venite su, che ho scodellato.
Nunziata, Malia! Si raffredda il brodo! Nunziata, core mio, Malia!

Malia accorreva, felice del suo grande appetito di ragazza forte.
L'altra si mosse svogliatamente, indugiandosi presso alla tavola
per soffiare sullo sparato d'una camicia, ove era caduta la cenere
della sua sigaretta. Si dimenticava lì, guardandosi le mani, passando
sotto l'unghie lo stecchetto d'avorio con cui s'allargano i buchi ai
colletti. Come poi lo premeva nervosamente sulla tavola, lo stecchetto
si spezzò con un colpo secco che la fece trasalire. Le balzò in faccia
uno dei frantumi.

— Nunziata! Core mio! — implorava la vedova, tra un romore di piatti.

Ella passò accosto al ragazzo. Le parve ch'egli dormisse. In punta
di piedi arrivò sino alla scaletta, si volse ancora a guardarlo,
lungamente. Poi disparve, mettendo un fruscìo a piè della scala, ove la
vedova ammonticchiava fasci di lauro secco, pei decotti al piccolo.

Il tisicuccio rimase solo. Donna Maria aveva portato su uno de' lumi,
e nella bottega la luce era mitigata. L'altro splendeva sulla soglia,
lasciandosi dietro una penombra. Di fuori si rappaciava la pioggia,
ma rimaneva l'aria abbuiata. Un cattivo odore di terriccio smosso, di
spazzatura immollata agli angoli della viuzza, un fetore violento che
saliva dalle feritoie nere, penetravano nella bottega.

Il piccino s'agitava, inquieto, impaziente. Sbadigliò, incrociò
le braccia, stendendosi, come desideroso di sonno. Ma di colpo si
torse serpentinamente sul divanuccio, dilatò le pupille, protese
rigidamente il busto, spalancò la bocca. Prima del grido che gli
fischiò nella strozza un impeto di tosse metallica gl'imporporò la
faccia, iniettandogli i vasi capillari, chiazzandogli gli zigomi. Una
viva ansietà gli palpitava negli occhi disperati. Si levò e ricadde.
Una languidezza profonda sospese ogni funzione: un soffio di morte lo
raffreddava. S'abbandonarono le braccia, la testa pencolò, trascinando
il corpo su pel divanuccio, nell'ombra. Quasi senza romore egli cadde
fra' piedi della tavola, e lo coperse un lembo del lenzuolo che da
quella parte quasi toccava terra. Solo una piccola mano rattratta ne
sbucava fuori. Quel lembo del lenzuolo che aveva ceduto si rimise a
posto, tornò immobile, e lo nascose.

Di sopra i piatti s'urtavano. Ma nessuna voce si levava. La ragazza
Peppina scese con uno strepito di ciabatte saltellanti, con la bocca
rossa, mangiucchiando. Andò a bere alla fontanina di casa, allungando
le labbra al secchietto che riempì mentre seguitava a mangiare. Poi
gironzò attorno, guardando qua e là, guardandosi un po' nello specchio
in fondo. Infine si andò a buttare sul divanuccio caldo ancora e vi si
stese beatamente, la bocca socchiusa, gli occhi socchiusi, le mani che
scivolavano sul petto nascente e ne provocavano le forme indecise.



Assunta Spina


I.

Era l'ora del tramonto e un silenzio di persone e di cose stanche
chiudeva la grigia e triste giornata di febbraio. Come il buio
sopravveniva rapidamente e penetrava nelle case, tutte le porte dei
pianterreni, una dopo l'altra, s'aprirono sulla via e ancora per un
poco l'ultimo chiaror freddo del giorno bagnò, ne' poveri interni,
della scarsa mobilia, qualche immagine, davanti alla quale ingialliva
la fiammella d'una lampada, e la pallida sagoma d'un letto. Assunta
Spina schiuse le sue vetrate e sulla soglia del «basso» trasse una
seggiola, per un pezzo rimanendovi accanto, ritta, la mano sinistra
sulla spalliera, le dita della destra tamburinanti sulla vetrata.
Davanti a lei s'allargava la solitaria piazzetta di Sant'Aniello
Caponapoli, tra le case alte, tra la chiesa, a manca, e il bianco
fabricato del teatro anatomico. In fondo, l'arco del vicoletto di San
Gaudioso pareva una gran porta spalancata, sbadigliante sull'oscurità
della stradicciuola, già tutta confusa nelle ombre. Ma il giorno
moriva come tra una infinita dolcezza. Nel lontano tintinnavano le
campanelline d'una invisibile mandra di capre, arrivanti forse dalla
strada d'Atri, o sparse a leccar le mura, laggiù, a Regina Cœli.
E nella piazzetta di Sant'Aniello alcuni piccini giocavano sullo
sterrato, sotto gli alberi nudi, ai cui vecchi rami la gente di laggiù
attacca le corde per isciorinare il bucato. I piccini si rincorrevano
senza gridare; a volte una risata argentina suonava nel silenzio,
o una fresca voce infantile. Due amanti si spiavano alla finestra,
scambiandosi la molle tenerezza dei loro sguardi.

A un tratto una campanella suonò l'_Angelus_, e accosto alla casa
d'Assunta, smettendo di spazzar via un monte di bucce, donna Rosa
la vedova si fece il segno della croce, abbracciando il manico della
scopa.

— Voce di Dio! — sospirò. — Buonasera, Assù!

L'altra rispose:

— Buonasera....

E salutò lievemente con la mano.

La vedova scese nella via e le s'accostò, trascinandosi dietro la scopa.

— Come state?

— Come Dio vuole.

— Ma che faccia avete?

— Come che faccia?

— V'è successo qualcosa?

— A me? Niente! Ma perchè? Che ho in faccia?

E si guardò nella vetrata, in cui le sue forme, confusamente, si
disegnavano.

La vedova si mise a ridere.

— Be', non vi spaventate; così mi pareva. Forse perchè è da ieri che
non vi vedo....

E guardando nel cielo soggiunse:

— Sarà il riverbero. E sarò gialla pur io.

Come l'altra sognava ancora a occhi aperti e non rispondeva, la vedova
stirò le braccia, se le lasciò ricadere lungo i fianchi e tra uno
sbadiglio e un sospiro balbettò:

— Ah! Signore Iddio, dacci forza!...

Raccolse la scopa ch'era caduta, girò sulle calcagna, guardò in cielo
un'altra volta e quindi, voltandosi lentamente verso la Spina:

— Volete sentire la verità? — le fece. — Domani è festa e io, se fossi
voi, me ne andrei in campagna.

Assunta Spina strinse le labbra e tentennò il capo.

— Voi i guai miei li sapete, donna Ro'. Se sapeste che campagna ci ho
pel capo!

— Avete ragione.

Assunta rimboccò una manica e scovrì il polso sinistro.

— Guardate.... Soltanto l'ossa mi son rimaste....

— Ma lui che vuol fare?

— Lui che vuol fare? Io lo so che vuol fare.... Non entrate?...

— No, — disse la vedova, voltandosi per dare un'occhiata alla sua
porta, — ci ho dei pannucci da stirare e i ferri sul fuoco. Be', ma che
vi dice?

— Dice che io sono pazza e che lui non prende mai l'acqua a due
cisterne.

— Tutti così! — mormorò la vedova, e dette un'altra occhiata alla porta.

— Sentite, donna Ro'! — proruppe la Spina, bianca come una carta
e tremante per tutta la persona. — Io lo so che meriterei d'esser
bruciata viva, là in quel larghetto, in una botte di pece, per quello
che ho fatto a Ferdinando mio, che m'ha perdonato cinque volte, come
le dita della mano.... Io lo so.... E mi raccomando ogni notte a quella
bella Madonna Immacolata che è sul canterano perchè non mi faccia fare
una brutta fine come tant'altre....

— Gesù! — esclamò la vedova. — Lontano sia!...

— Meglio sarebbe! O pure me lo raccomando perchè mi faccia morire.
Dico: Madonna mia, pigliami! Ferdinando se ne sposa un'altra. Figli non
ne abbiamo fatti e io non lascio nessuno che mi pianga....

La vedova seguitava a mormorare:

— Gesù! Gesù! Non pare vero....

— Donna Rosa mia, datemi un consiglio! — disse la Spina, afferrandole
il braccio e serrandoglielo convulsamente. — Ditemi qualcosa!....

— Figlia mia, che posso dirvi? V'avesse fatta qualche fattura?

La Spina, liberandole il braccio, ebbe un moto di collera.

— Ancora credete a questo, voialtre? La fattura è qui....

E si toccò in petto, al posto del cuore.

— Ma com'è vero Dio!... — minacciò.

— Ho i ferri sul fuoco... — disse la vedova. — Permettetemi....


II.

La Spina sedette, sulla soglia, puntando i gomiti sulle ginocchia e
le dita medie alle tempie. Daccapo s'udiva un tintinnio che man mano
si andava facendo più distinto. A un tratto una capra bianca sbucò
dal vicolo degl'Incurabili e subito dopo una frotta di capre belanti
le tenne dietro. Il capraio passò davanti alla Spina, la mazza sulla
spalla, zufolando.

— Assù, latte ne volete?

— Dimani, — disse lei, senza muoversi.

Poi guardò nella strada e chiamò:

— Emilia! Emì!....

Una bambina s'era accostata alla fontanella e metteva la bocca al
robinetto. Il vento le rubava l'acqua, allontanandole dalle labbra lo
zampillo che si spandeva e si frangeva per un altro verso. La piccina
s'ostinava e si bagnava tutta.

— Che sete! — mormorò, tornandosene, e ripassando il grembiale sulla
faccia.

Assunta l'aveva afferrata pel braccio e se la trascinava in casa.

— Che t'ha detto Sofia? Da me t'ha mandata, non è vero?

— Sì; la principale m'ha detto: va da donna Assunta, a Caponapoli....

— E che t'ha detto?... Su!

— M'ha dato questo.

Era un pezzettino di carta, il bianco margine d'un giornale, su cui era
scritto con la matita.

— S'è bagnato alla fontanella, — si scusò la piccina.

Al lume della lampada Assunta lesse, balbettando: «Quella persona si
piglia una di Soccavo e hanno fatto tutto».

Diventò pallidissima; la sua mano si stese alla spalliera del letto
maritale e vi si afferrò.

La piccina aspettava.

— Che devo dirle?

La Spina s'era abbandonata su d'una seggiola e chiudeva gli occhi, come
in uno smarrimento di persona ferita la quale si sviene alla vista del
sangue che perde. La bambina ripetette:

— C'è risposta? Che le devo dire?

— Che va bene... — balbettò Assunta. — Che la ringrazio tanto e la
saluto....

L'altra era già sulla soglia. Ma si volse, subitamente, per annunziare:

— Piove.

Si tirò in testa lo sciallettino, raccolse le gonne e scappò, con un
piccolo grido al vento ed all'acqua.

La Spina accostò alla bocca il vigliettino e si mise a lacerarlo in
punta di denti, sputandone intorno, rabbiosamente, i minuti pezzetti.


III.

Una grossa voce maschile, mentre suonavano sul pavimento due stivaloni,
domandò:

— Si mangia? Facciamo presto, chè ho fame. E sotto la cappa del
focolare un uomo si chinò, protendendo le mani alla brace della
fornacetta, scoverchiando la pentola da cui saliva una nuvola roteante,
il vapore appetitoso della minestra. La pentola cominciava a ronfare.

La grossa voce soggiunse:

— Posso?

E una faccia barbuta, tutta arrossata dal fuoco, si volse.

La Spina badava a stendere il mensale.

— Sarà fredda.... — osservò.

— Per me è lo stesso, — fece il marito, — calda o fredda qui ha da
scendere.

E si batteva sul ventre.

Sedettero l'uno in faccia all'altra e l'uomo si mise a scodellare.

Dopo tre o quattro cucchiaiate levò la testa dal piatto.

— E tu che fai? Non mangi?

Ella, tutta assorta, le sopracciglia aggrottate, si lasciava raffreddar
davanti la minestra.

Rispose:

— Non ho fame.

E soggiunse subito:

— Ho mangiato una «pizza» con la vedova.

Vi fu un lungo silenzio. Mentre il muratore inzuppava il pane nella
minestra e ve lo ripescava con le grosse mani ancora incrostate di
calcina, a un tratto la moglie annunziò, lentamente:

— Peppino il sarto sposa una di Soccavo.

L'uomo la guardò, meravigliato. Parve che non avesse compreso.

— Come? Chi sposa?

Ella ripetette, fissandolo con i suoi occhi scuri e profondi:

— Peppino il sarto.... sposa una di Soccavo.... Hanno fatto tutto.

Egli rimase muto. Ma era colpito, così che più volte si sforzò di
rispondere, senza che le sue labbra potessero articolare parola.
Finalmente, senza pur levare lo sguardo, mormorò:

— Be'; e che me ne importa?

— A me sì! — disse la Spina

Si guardarono un secondo. Lui torse lo sguardo pel primo, si versò un
gran bicchiere d'acqua, lo bevve d'un fiato e rimise i gomiti sulla
tavola. Per un pezzo grattò con l'indice sul mensale, vi allineò le
michette di pane, scompose quelle linee, spazzò il mensale con la larga
mano e ve la poggiò aperta, contemplandosi le dita brevi e nodose.

Assunta ripetette:

— Hai sentito? A me importa. Te lo dico per offenderti....

Allora lui, di su la tavola, allungò il braccio e le posò l'enorme mano
sulla spalla. Chiese, placidamente:

— Ricominciamo?

S'era levato e misurava la camera a grandi passi. Tornando dalla
vetrata per la quale avea guardato, rapidamente, nella strada che or
s'era fatta buia e deserta, si venne a piantare davanti alla moglie.

— Senti. Quello che io ho fatto a te nemmeno te l'avrebbe fatto quel
Dio che ci ha creato, — e portò la mano al berretto. — Ma tu non ti
sei pentita mai, e questa è un'altra volta ch'io ti stendo la mano e tu
me la mordi. Io passo e la gente mi ride in faccia. Oramai la vergogna
nostra la sanno tutti....

E levò le braccia, e urlò come un pazzo:

— Tutti! Tutti la sanno!...

Si percosse la faccia con le palme, due, tre volte, fortissimamente, e
cacciò le mani nei capelli.

— Madonna Immacolata mia! — gridò all'immagine del canterano. — Oggi è
venerdì....

Ma non ebbe tempo di finire. La vetrata s'apriva e un uomo, chiudendo
l'ombrella, salutava dalla soglia:

— Buonasera a tutti....

— Sangue di Cristo! — urlò Ferdinando.

E afferrò qualcosa che luceva sulla tavola.

Peppino il sarto balbettò:

— Don Ferdinando.... sentite!... Ah! Madonna mia!...

E all'urto di quel gigante che gli si gettava addosso con una rauca
imprecazione, cadde tra il letto e il canterano. La Spina si coperse la
faccia con le mani. I colpi si seguivano.

Il muratore, accecato, inferociva:

— Questo è per me, questo è per la sposa di Soccavo, questo è per
Assunta....

E a ogni colpo seguiva un rantolo soffocato. Dal corsello del letto la
Spina supplicò:

— Basta!...

E il gran muratore, come se continuasse a obbedirle, si levò, tutto
coperto di sangue e gettò il coltello. Alle sue spalle si apriva la
vetrata.

Lentamente, retrocedette, e scivolò nella via. La vetrata si richiuse.

Ma un gran clamore si faceva nella piazzetta. La vedova, di sotto alla
sua porta, gridava:

— Gente! Gente!

Dal vicolo San Gaudioso arrivava la pattuglia delle guardie che
tornavano dalla visita alle male case del vico del Sole. La piazzetta
s'illuminava; brillavano lumi alle finestre, altri lumi s'inseguivano
tra gli alberi.

— Dov'è? Dov'è? — chiese il brigadiere.

La vedova indicò la casa d'Assunta.

Il brigadiere comandò:

— Due uomini qui avanti.

E spinse la vetrata. Il corpo del sarto era steso a terra, presso alla
tavola, immobile. Una pozza nera gli s'allargava sotto alla spalla
destra, sotto alla testa.

— Sagrestia! — mormorò il brigadiere.

E guardando intorno nella stanzetta:

— Chi è qui? — chiese, a voce alta. — Chi è che l'ha ucciso?

Allora dal corsello del letto si fece avanti la Spina. Ella aveva in
mano il coltello sanguinante e lo mostrava.

Si mise la mano in petto e disse, chiaramente:

— Io, signor brigadiere.



Il voto


I.

— Ah, Cristo crocifisso mio! — gridò Vito Amante, in mezzo alla
viuzza piena di sole, e levò ambo le braccia e le stese al Cristo che
s'affacciava da un angolo. — Ah, Cristo crocifisso mio, morto in croce,
ricordati di quello che ti dico oggi ch'è l'ultimo sabato di maggio!
Fammi guarire, e pei dolori ch'hai patito e per quella corona di spine,
io ti faccio voto di togliere una femmina dal peccato!... E così non
possa io, se ti mentisco, arrivare vivo fino a quella porta!

Si volse e mosse diritto alla sua bottega, che s'apriva dietro di
lui. V'era accorsa a udire e a guardar, sulla soglia, tutta la turba
cachettica dei suoi garzoni tintori, le nervose braccia nude, macchiate
bizzarramente di verde o di porpora fin sopra a' cubiti, infilate
in matasse di lana e di seta gocciolanti azzurrine lacrime intorno.
Altre pallide teste s'affacciavano e pigliavano rilievo sul fondo nero
della tintoria, altre mani verdi, gialle, sanguigne si puntavano agli
stipiti, insudiciati delle continue loro impronte. Come Vito tornava,
avanzando con passo fermo e sicuro, pervaso in tutta la persona, negli
occhi brillanti e nel volto dalla solennità del giuramento, il più
vecchio de' suoi garzoni si volse agli altri, e disse:

— Lasciate passare.

Tutti si fecero da parte. Sulla soglia della bottega, faccia a faccia,
il vecchio garzone e l'Amante si guardarono lungamente, assai commossi,
in silenzio. Finalmente il vecchio mormorò:

— Bene, figlio mio.

Poi soggiunse, stendendo al Cristo della viuzza il suo lungo braccio
magro e una mano che pareva inguantata di viola:

— Quella è la medicina. E non aver paura che Gesù Cristo, d'oggi
innanzi, ti guarderà particolarmente.

— Così sia! — disse Vito. — Io ho fatto il voto e lo voglio mantenere.
Ma lui me ne ha da concedere la forza.

Il vecchio aveva le lagrime agli occhi.

— Te la darà, figlio mio, non aver paura! Dio ci ascolta.

— Ora mi sento meglio, — sospirò l'Amante. — Ci credete voi, don Marco?
Mi sento assai più sollevato. Gli è come se avessi buttata via lì, in
mezzo alla strada, qualcosa che mi pesava sul petto....

Davanti a ciascuno di que' «bassi», de' capannelli commentavano.
La gente andava e veniva, passava, e guardava nella tintoria,
curiosamente, cercando con gli occhi Vito, cercando d'ancora ascoltarne
qualche parola, di sorprenderne un gesto. Certo l'avvenimento era stato
strano. I bambini, davanti alla bottega, s'incantavano, le piccole mani
sul dosso, la bocca aperta. E tutto il vicolo s'empiva d'un susurro
incessante e partecipava al gran fatto. Un gruppo di femmine scese,
dal sommo della stradicciuola, al Cristo dell'angolo. Passando, tutte
a un tempo si voltarono a guardar di sfuggita nella tintoria, dove il
lavoro era stato ripreso. Da una tinozza un gran fumo azzurrognolo
si levava, si diffondeva per la bottega. De' brevi colpi di tosse
suonavano. Un acre odore usciva fin nella via, un pessimo odore di
concia, che assaliva con fortissima nausea lo stomaco. De' tonfi sordi,
a cadenza, si seguivano in fondo, nella semioscurità, ove alcune figure
s'agitavano. Vito non si vedeva.

Quel gruppetto di femmine tirò avanti, deluso; si fermò al Cristo
gigantesco e ognuna di quelle levò in su gli occhi a contemplarselo.
La croce s'ergeva lì, dal tempo dell'ultimo colera, sopra una base a
dado rivestita di mattoncelli azzurri e gialli. Una cupola di latta
proteggeva il Cristo dalla pioggia, e il fondo della cupola era un
campo d'azzurro consparso di piccole stelle d'oro. Il corpo di Cristo
pendeva, la testa bendata ricadeva sulla spalla destra, e per le forate
palme delle mani, dal chiodo rosseggiante, un sottil filo di sangue
scendeva lungo le braccia. Ancora alcune gocce di sangue nerastro
tingevano quel pallido corpo, al sommo del petto; e più sotto, da
un'altra ferita di lancia spicciava pur il sangue sulla bianca fascia
che cingeva la vita. I due fanali della cupoletta erano accesi e, a
volte, nel vivissimo chiarore del sole, le fiammelle loro vagavano
incertamente. In giù, sulla base di mattoncelli, presso allo scoglio
della croce, due piante di camelie si levavano da piccoli vasi dipinti
di rosso, e inaridivano. Più forte e tenace, più verde, sotto un lieve
pulviscolo lucente al sole, un'edera saliva e conquistava quel legno.


II.

Alcune di quelle femmine si misero a pregare sottovoce, gli occhi
lacrimosi sul Cristo. E due altre, giovani, che s'eran piantate lì
davanti, a braccetto, lo contemplavano, mute. Una di queste sbadigliò
e mise un lungo sospiro, seccata. Come le altre, pispiglianti
giaculatorie, si voltavano:

— Be', — osservò, confusa, per dir qualcosa, — ha fatto il voto e non
gli porta nemmeno un cero....

— È vero, — disse la più vecchia. — L'uso è questo. Glie lo voglio
dire, io che l'ho visto nascere.

E se ne tornarono. Per via la vecchia lo andò prima dicendo a tutti.
Ancora si parlava del voto, da per tutto. I passanti si fermavano e
interrogavano la gente del vicolo.

— È stato un giovine che ha fatto un voto al Crocifisso.

— Dei ceri s'è scordato, — interrompeva la vecchia. — E ora ci vado
io....

Entrò nella tintoria e si mise a dire:

— Neh, don Vi', avete fatto il voto e vi siete scordato dei ceri!

— Ah, Gesù buono! — esclamò l'Amante, venendole incontro dal
retrobottega. — Avete ragione! E quanti ce ne vorranno, Nunziata?

— Dodici, questo è l'uso. E alle tre messe ci avete pensato? Fate le
cose a modo, figlio! Non gli date collera al Crocifisso nostro!...

— Avete ragione, avete ragione. Mi lavo le mani e vado pe' ceri...

La vecchia scendeva pian piano i due gradini della soglia,
appoggiandosi allo stipite con una mano e dicendo:

— Non è niente.... non è niente.... Il Signore vi darà la salute....

L'Amante si lavò le mani e uscì. Lungo la strada egli non osava levar
gli occhi, assalito come da un certo senso di vergogna per quel che
aveva fatto. Si sentiva addosso gli sguardi di tutti, quegli sguardi
lunghi, insistenti, che vi seguono fino a quando voi non siete
scomparso, che vi impicciano i liberi e inconsci movimenti del corpo e
che tolgono a' vostri passi il loro moto regolare. Sul suo cammino la
gente si aggruppava, si parlava a bassa voce, perfino gli parlava. Una
voce nasale, lenta, trascinante gli fece:

— Don Vi', coll'aiuto di Dio, statevene sicuro. La Madonna v'accompagni!

Era la cieca Marianna che stendeva la mano gialla ai passanti fin da
quando egli era bambino e scendeva col padre alla tintoria. Qualcuno le
aveva detto:

— Ecco Vito il tintore che passa.

Egli non pensò nemmeno a metterle in mano qualche soldo. Anche la
cieca sapeva del voto, lo sapevano tutti. Gli parve, appena sbucò
nella piazzetta di Santa Caterina Spina Corona, che lo sapessero pur
tutti quei giovanotti commessi di mercanti, garzoni d'argentieri,
lavoratori di sughero o di avorio, che si godevano il sole sulla soglia
delle botteghe e lo guardavano. Allora, tornando alla tintoria col
pacchetto dei ceri sotto al braccio, prese pel vicolo Astuti, risalì,
girando pel vico Sempreviva e, a un tratto, per queste vie salvatrici,
si trovò di faccia al Cristo un'altra volta. La sua tintoria era di
là, a pochi passi e quindi il vicolo s'allungava, risaliva, svoltava.
Nessuno gli badò, poichè egli veniva dalle strade di sotto e scivolava
lungo un muro cieco. Ma, a un tratto, qualcosa gli sfiorò lievemente
la faccia, gli battè sulla spalla e gli cadde appiedi di rimbalzo. Egli
guardò a terra. Era una rosa di maggio. Guardò in su. Non c'erano, sul
muro grigio, se non che le piccole finestre d'una mala casa, chiuse
da verdi persiane. Per le stecche delle persiane ancor due foglie di
rosa caddero, dolcemente, nella via. Poi non vi fu più nulla. Vito
Amante rimase lì sotto immobile, pensoso. Si guardò intorno. Ciascuno
attendeva alle cose sue. Un silenzio di pace s'era fatto e conquistava
tutta la via, da un capo all'altro. Il Cristo enorme era in una gloria
di sole.

Vito Amante, senza levare il capo, guardò ancora, per un secondo, alle
mute finestre. Poi si chinò, raccattò la rosa per lo stelo, la celò
come poteva tra il braccio e il pacchetto e scomparve nella tintoria.


III.

Al giovedì seguente, come Vito Amante, dopo aver chiusa la bottega,
rincasava, la moglie d'Annetiello il cocchiere, la quale se ne stava
a guardar nel vicolo, impiedi, col gomito sul canterano, gli fece un
segno, sorridendo.

— Don Vi'! Entrate un momento perchè vi devo parlare.

L'Amante, col mazzo delle chiavi in mano, si era fermato sulla soglia
del «basso».

— Entrate, — disse la donna, — qui dentro non piove.

— Quali comandi? — disse Vito.

— Preghiere. Prima di tutto, voi come state?

— Meglio assai. Per voi non c'è da far domanda perchè mi sembrate
Pasqua rosata. Be'?

— Non vi volete sedere?

— Donna Amalia mia, non ho mangiato ancora.... Ho.... scusate, ho
appetito....

— Buon segno. Così vi voglio. Segno di salute. Dunque, sentite, don
Vi'....

Ma tacque, irresoluta, grattandosi il mento con la punta dell'indice
e guardando un po' Vito un po' il San Giorgio che aveva sul canterano,
sotto una campana di vetro.

— Io non so come ve lo devo dire.... — mormorò, dopo un momento. — Non
trovo le parole....

Subitamente, vincendo ogni indugio:

— È vero — domandò — che vi siete messo a far all'amore con Cristina la
capuana?

Vito diventò pallido e balbettò:

— Io?... E chi ve l'ha detto questo?...

— È vero o no?

Allora Vito la guardò fiso. Ella aveva tutta la faccia illuminata dalla
lampada del San Giorgio.

— Mettiamo che fosse.... — articolò, lentamente. — E a voi che ve ne
importa?

— A me?! — esclamò la moglie del cocchiere, battendosi in petto. — E
cosa volete che me ne importi? Questa è bella!

— E allora perchè me l'avete dimandato?

— Come dite?

— Dico perchè me l'avete dimandato?

— Per curiosità.

— Vi fa piacere di saperlo?

— Mi fa piacere.

— Be', allora, giacchè vi fa piacere, io vi dico sissignore, faccio
all'amore con Cristinella la capuana.

La moglie del cocchiere taceva. Lui faceva ballar nelle mani il mazzo
delle chiavi.

Dopo un silenzio di due o tre secondi Vito Amante mormorò:

— E buona nottata.

— Sentite, Vito!

Egli era già nella via. Ritornò lentamente.

— Altri comandi?

— Sentite. — disse la moglie del cocchiere, io ve lo voglio dire come
una sorella....

E la voce le tremava e le mani tormentavano il grembiale.

— .... Voi siete sulla mala strada, Vito. Pensateci bene a quello che
volete fare.... È per scrupolo di coscienza, non mica per altro che ve
lo dico. Sentite, vi pare a voi, che siete un giovane onorato, vi pare
a voi che una di queste femmine possa starvi a fianco? Voi volete far
ridere la gente sul vostro cammino, voi volete dare un gran dolore a
mamma vostra e a quel sant'uomo ch'è vostro padre. E un gran dolore lo
avrete anche voi, Vito, non vi fate belle speranze. Chi nasce quadro
non può morir tondo....

Vito la interruppe.

— Avete finito? Posso parlare io?

— Voglio dirvi ancora una parola. Che femmina è questa Cristina? Ha i
denti scritti, ha la faccia lentigginosa, ha la salute d'una caraffa
di vetro. Almeno, se volete fare la sciocchezza, pigliatevi una
che abbia il colore in faccia! Ma voi non ve la sposerete Cristina,
metterei la mano sul fuoco! No, che non la sposerete, Vito! E se volete
scommettere, tant'è vero, io ci scommetto. Una scampagnata al Vomero, e
vi ci conduco io nella carrozza d'Annetiello!...

Rideva, ma rideva falso. Il suo sguardo palpitante non cessava
d'interrogare il tintore.

— Ora che avete finito, — disse questi, serio serio, — due parole
anch'io. Due settimane fa stavo male, e voi la sapete la mia malattia.
Verso mezzodì, mentre stingevo uno scialle nel rosso ci ho sputato su,
rosso, anch'io. Capite? E non mica una volta sola. M'è parso che la
concia per lo scialle mi volesse uscire dal petto, donn'Amà, e vi giuro
sull'anima mia che è stato un brutto momento....

La donna mormorava:

— Oh, Dio! Dio!... Non lo dite.... Non me lo dite!...

— Be', allora, io non so.... voltandomi dalla parte della strada ho
visto il Crocifisso.... Ha tanto patito pure lui!... Una voce, qui
dentro, mi diceva: Va e buttategli ai piedi! Così è stato che ho fatto
il voto.

Seguì un silenzio. Vito ansimava lievemente e aspettò un poco per
ripigliar fiato. L'Amalia non lasciava di contemplarlo, il gomito sul
canterano, la guancia nella mano.

— Come è stato che ho conosciuta Cristina? Ora ve lo dico. È stato
nello stesso giorno. Io passavo sotto la casa sua e lei m'ha gettato
una rosa dalla finestra. Ho mandato, con una scusa, un garzone mio
a dimandare lassù. Lui è pratico. A sera è venuta Cristina alla
tintoria....

Si fermò ancora un pezzetto. Sorrideva, come a un dolce e onesto
ricordo.

— Eravamo soli. Lei m'ha raccontata la sua storia e m'ha pur detto che
mi conosceva di vista, che sapeva della disgrazia mia da quando era
venuta a Napoli. Ella è di Capua, perciò la chiamano la capuana.

La moglie del cocchiere lo interruppe:

— E.... le avete promesso?...

Il tintore rispose brevemente:

— Che l'avrei sposata.

— No! — fece l'Amalia, a mani giunte. — Non lo dite più! Questa non è
parola che dovete profferire!

Lui, tranquillamente, soggiunse:

— Io ho fatto il voto a Cristo crocifisso, davanti al popolo, donn'Amà!
Al voto non si manca; è sacrilegio. E poi....

Stese la mano e disse:

— Via, buonasera....

— E poi? — chiese la moglie d'Annetiello.

— Niente. Buonasera.

E stendeva la mano. Ma lei non moveva la sua e insisteva ansiosamente:

— Ma dite!... Volevate dir qualche cosa.... Dite! E poi che?...

Lui rispose, traendosi lentamente addietro:

— E poi le voglio bene, ecco.

— Sì?... — fece donn'Amalia, con voce soffocata.

— Sì. Buonasera.

Ella potette appena balbettare:

— Buonasera....

E si buttò prona sulla sponda del letto, le braccia stese,
singhiozzando, addentando le coltri.


IV.

A' 30 dell'agosto, nel giorno di Santa Rosa, patrona dei tintori della
lana, i garzoni di Vito Amante smessero di lavorare al tocco e se
n'andarono in campagna. Ma la tintoria rimase aperta e Vito Amante,
seduto tra un monte di stoffe multicolori, già asciutte, si mise a
pensare, tutto solo, e a fumare. Intorno a lui era, tra la semioscurità
del luogo, una strana festa di colori, riganti confusamente le mura,
cacciati negli angoli, pioventi come stalattiti rosse, azzurre,
aranciate, verdine, dall'affumicata travatura del soffitto. E per
terra, qua e là, mucchi di stoffe si levavano, ancora sprigionanti i
lievissimi vapori della concia e goccianti l'anilina, mentre lungo
tutto un muro, da brevi e grossi bastoni confittivi, pendevano le
matasse della seta e del cotone, note di verde sfacciato, strillanti
nella concordia di tutta quella bassa tonalità di tinte. Un telaio
era poggiato ad un altro muro, e sul telaio si stendeva, si stirava,
fermata intorno, a via di chiodetti, la tela marrone di cui si servono
i cappellai per le fodere al feltro.

In fondo era buio pesto. Un lumicino rosseggiava in alto, certo davanti
a una immagine, ma questa non appariva, e la piccola fiamma lottava,
invano, con l'oscurità, riuscendo appena a stampare un riflesso sul
lembo inferiore della cornicetta d'oro. Da misteriosi angoli neri le
fontanine delle vasche mormoravano, e come nelle vasche codesti tintori
serbano le anguille pel Natale, di tanto in tanto, nel silenzio,
s'udivano un fruscio d'acqua scompigliata, un piccolo tonfo sordo, de'
brevi gorgoglii.

Di faccia a Vito, in alto, nel muro assai spesso, un finestrino si
apriva e di là era un giardino tutto conquistato dal sole. L'Amante,
rovesciato leggermente in dietro sulla seggiola, le gambe stese,
una mano in saccoccia, l'altra col sigaro spento, abbandonata, era
in contemplazione di quello spiraglio d'oro. Sopra un fondo giallo,
tutto giallo e luminoso, un gruppo di foglie nereggiava, palpitava al
lievissimo alito del mattino, e ancora più neri, più nettamente, si
disegnavano i bastoni della inferriata. A un momento il sole si fece
strada tra quelle foglie e penetrò nella tintoria. Un nastro d'oro
lambì tremante le ginocchia dell'Amante, gli salì su pel petto, gli
pervenne alla faccia, lo abbagliò....

— Vito! Vito!...

La capuana era accosto a lui, gli posava la mano sulla spalla, si
chinava per guardare, la testa quasi poggiata alla testa di lui,
ov'egli guardasse. Subito la striscia di sole s'avventò pur su di
lei, la raggiunse in petto, sotto alla gola, tra i capelli biondi,
che s'accesero. Elia era una piccola bionda, un po' smagrita, un po'
malaticcia, e avea la faccia d'avorio tutta sparsa da minutissime
lentiggini. Intorno alle tempie le si spandeva una fine nebbiola di
capelli tra' quali il lobo nudo e roseo d'un piccolissimo e gentile
orecchio spuntava.

— Che fai? — domandò.

— Nulla, — rispose l'Amante. — Guardavo il sole.

— Come stai?

— Bene. E tu?

— Io sto bene.

Girò intorno gli occhi, cercando una seggiola.

— Sai, — gli fece, perduta nella oscurità del retrobottega, — ho avuto
le carte.

Vito sospirò. Non rispose.

Ella tornava, trascinando una panca.

Ripetette:

— Ho avuto le carte. L'ispettore ha voluto sapere come ti chiami. Vito
Amante. È vero? Amante?

Lui si voltò, sorpreso:

— L'ispettore? E come c'entra lui?

— Come!

Poi arrossì, chinò la testa.

— Così è l'uso.... — mormorava. — È da lui che si deve passare.

Nel lungo silenzio che seguì, Cristina, a un tratto, volse gli occhi
a guardarlo. L'Amante aveva poggiato i gomiti sulle ginocchia e
nascondeva la faccia nelle mani.

— Che hai? — gli chiese. — Ti senti male?

Lui, col capo, fece cenno di no. Dopo un momento disse, seccamente:

— Voglio chiudere la bottega. Me ne vado a casa....

Lei si levò per la prima, di scatto. Raccolse lo scialle e se lo buttò
sul braccio.

— Che fai? — disse Vito.

— Me ne vado. Tu vuoi chiudere la bottega.... Me ne vado.

S'appoggiò con le spalle allo stipite, lo scialle sul braccio, le mani
unite, in grembo. Egli cercava attorno qualcosa e s'indugiava.

Sotto la porta Cristina si mise a canticchiare:

    _Vurria sapere si certo m'amate_
      _o pure pe cupierchio mme tenite...._
      _calice d'oro mio!..._

Dal fondo della tintoria la voce di Vito domandò:

— Eh?

— Niente.... — disse lei. — Canto. Mi ricordo del paese mio.

— Bella cosa! Capua! — fece lui, spuntando dal buio.

— Già! — rispose, voltandosi, le gote accese. — Meglio Napoli! Così non
ci fossi venuta!

— E perchè ci sei venuta?

Cristina si torse le mani.

— È stato il destino.... — mormorò.

Come Vito chiudeva la bottega e passava i catenacci, Cristina s'addossò
al muro della via e ricominciò:

    _Comme volimmo fare e nuie facimmo_
    _ca mammeta nun vo' ca ce pigliammo...._

La chiave strideva nella toppa. Ella si girò un poco per guardare e
seguitò:

    _e ghiammoncenne.... Ah!..._

E la distesa fu un grido.

Vito esclamò:

— Cristina!

La gente li guardava, meravigliata. Ella si buttò addosso lo scialle e
fuggì come una pazza.


V.

Nella notte serena il gran Crocifisso impallidiva sopra un fondo
rossastro. Della cupola si disegnavano i margini merlettati e tutta la
cupola era come una nuvola nera che sovrastava alla croce.

La testa del Cristo, la superiore metà del suo petto si perdevano
nell'ombra e un'altra ombra bizzarra, quella d'un dei fanali, s'agitava
continuamente, allato, sul muro, da cui pendevano due grucce di
un voto. Dal sommo del petto fino alle bende de' fianchi il corpo
s'illuminava, e le piaghe rosseggianti parevano più vive. Ma tutto, la
croce, la cupola, la base, della quale i mattoncelli lucevano, tutto
era una strana macchia scura, dietro alla quale si stendeva la bianca
facciata d'una chiesa, tagliata, in su, nettamente, sul cielo azzurro.

La capuana, sbucando dal vico Astuti, andò diritta al Crocifisso e gli
si buttò in ginocchio davanti. L'avevano cacciata dalla casa di Vito, e
la madre dell'Amante aveva scopata la soglia, urlando:

— Fuori! Fuori, trista femmina! Fuori di casa mia! Qui si mangia onore
e pane!

Onore e pane! E la moglie d'Annetiello era lì, e tutti lo sapevano
che Vito s'era perso ancora una volta per la moglie d'Annetiello! E la
moglie d'Annetiello, anche lei, gridava:

— Fuori! Fuori! Vattene a Capua!

E le carte? E tre mesi di privazioni, di vita solitaria, di
umiliazioni? E il voto? Il voto ch'egli aveva fatto? Oh, Dio! Dio! Dio!

— Tu lo sai! — gridò al Cristo, con le mani afferrate alla balaustra
che cingeva il Crocifisso. — Tu lo sai che cosa ho sofferto! La mia
vita la sai, Cristo in croce! E sei tu che mi ci fai tornare, pei
peccati miei. Io mi volevo salvare. Ho fatto tutto, ho sofferto tutto,
per salvarmi! Non hai voluto.... E così sia! Così sia!... Così sia!

Si levò, gettò indietro i capelli e si strinse nello scialle. Poi fece
ancora, risolutamente, quattro o cinque passi, raccattò una pietra e
picchiò con quella al portoncino della mala casa.

Una finestra si schiuse. Una voce di vecchia chiese:

— Chi è?

Cristina rispose, liberando la testa dallo scialle e guardando in su:

— Sono io. La capuana.



INDICE.


  Prefazione di BENEDETTO CROCE                         Pag.  V

  Il menuetto                                                 1
  Gabriele                                                    9
  Scirocco                                                   20
  Gli ubriachi                                               31
  Sfregio                                                    42
  Per Rinaldo                                                52
  In guardina                                                65
  Ah, non credea mirarti....                                 75
  Riconciliazione                                            92
  Sant'Anna                                                 109
  La Taglia                                                 122
  Bambini                                                   131
  Vulite 'o vasillo?...                                     146
  Serafina                                                  156
  L'abbandonato                                             161
  Gli amici                                                 170
  Fortunata la fiorista                                     178
  L'amico Richter                                           185
  Senza vederlo                                             195
  La regina di Mezzocannone                                 206
  L'impazzito per l'acqua                                   212
  Notte della Befana                                        218
  Suor Carmelina                                            226
  Documenti umani                                           234
  Le bevitrici di sangue                                    239
  Alba                                                      243
  Rosa Bellavita                                            247
  Nella notte serena                                        260
  La triste bottega                                         278
  Assunta Spina                                             293
  Il voto                                                   304



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





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