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Title: Annali d'Italia, vol. 7 - dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Author: Muratori, Lodovico Antonio
Language: Italian
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*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Annali d'Italia, vol. 7 - dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750" ***

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                            ANNALI D'ITALIA

                     DAL PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE
                           SINO ALL'ANNO 1750


                              _COMPILATI_

                         DA L. ANTONIO MURATORI

                   E CONTINUATI SINO A' GIORNI NOSTRI


                        _Quinta Edizione Veneta_

                             VOLUME SETTIMO


                DALL'I. R. PRIVILEGIATO STAB. NAZIONALE
                       DI GIUSEPPE ANTONELLI ED.

                                  1846



ANNALI D'ITALIA

DALL'ANNO 1501 FINO AL 1750



    Anno di CRISTO MDCLXXV. Indiz. XIII.

    CLEMENTE X papa 6.
    LEOPOLDO imperadore 18.


L'anno fu questo del giubileo romano, aperto con gran solennità da
_papa Clemente X_, non avendo mancato il santo padre di contribuir
molte limosine in alimento de' poveri pellegrini, di lavar loro
i piedi e di regalarli. Più ancora avrebbe desiderato di fare, se
la nemica podagra non l'avesse per lo più sequestrato in letto. Il
concorso de' popoli non fu molto, perchè in troppi paesi bolliva
la guerra, ed era in certa maniera cessata da gran tempo la novità
di quella santa funzione. Gran tempo ancora continuò in Roma il
dibattimento della controversia insorta fra il _cardinale Altieri_
e gli ambasciatori delle corone, per l'editto pubblicato intorno
alla nuova imposta della dogana. Ma finalmente nel luglio dell'anno
presente, coll'interposizione del _cardinale Colonna_, ebbe fine, con
aver dichiarato esso Altieri, non essere mai stata sua intenzione di
comprendere in quell'editto i ministri delle corone, e che il papa
farebbe sapere ai lor padroni che non era mai stata diversa la mente
sua, con altri ripieghi di rispetto verso gli ambasciatori suddetti.
La politica del mondo coll'empiastro delle bugie suol bene spesso
sanar le piaghe. Si potea sulle prime terminar questa battaglia colla
confessione di ciò che, detto colle labbra, ma non col cuore, sì tardi
venne alla luce. Un grave sconcerto accadde nell'anno presente in
Toscana. A _Cosimo III gran duca_ avea la gran duchessa _Margherita
Luigia d'Orleans_ partoriti due principi, cioè _Ferdinando_ primogenito
e _Gian-Gastone_, ed una principessa, cioè _Anna Maria Luigia_,
che fu col tempo elettrice palatina. Fra questi due nobilissimi
consorti sorsero dissensioni ed amarezze tali, che passarono ad una
irreconciliabil divisione. Comunemente si credette che la vedova gran
duchessa madre del duca, cioè _Vittoria dalla Rovere_, non approvasse
la libertà franzese della nuora, e movesse il figlio a far delle
doglianze. Savio principe sempre fu il gran duca Cosimo. Disgustata
ritirossi la giovine gran duchessa in una casa di campagna con animo
risoluto di tornarsene in Francia; ma fu ivi fermata e custodita dalle
guardie postevi da esso gran duca, il quale non lasciò d'interporre,
quanti mai seppe, ambasciatori e cardinali per rimuoverla da questo
disegno, e persuaderle la riunione; ma senza che riuscisse ad alcuno di
far breccia nel suo cuore.

Andarono le ragioni dell'una e dell'altra parte a Parigi; e il re,
a cui non piaceva di disgustare un sovrano di tanto riguardo, e nè
pur voleva abbandonare una principessa sua cugina, spedì a Firenze il
_vescovo di Marsiglia_, sperando che alla di lui eloquenza e destrezza,
sostenuta dal carattere di suo inviato, potesse riuscire di riconciliar
gli animi loro. Ma questo prelato perdè la carta del navigare in tutto
il suo negozio, trovandosi più che mai ostinata nel suo proponimento
la gran duchessa. Sì fatte durezze cagion furono che il marito
anch'egli concepì una gran ripugnanza a riunirsi con chi ne mostrava
tanta verso di lui; e però venne alla risoluzione di lasciarla andare
con un convenevole, cioè ricco annuo assegnamento. Ma prima restò
concertato col re Cristianissimo, di consenso di lei medesima, che essa
in Francia si eleggerebbe un chiostro per passarvi il resto de' suoi
giorni, senza poter comparire alla corte. Sul fine dunque di giugno,
servita da tre galee, arrivò questa principessa a Marsiglia, portando
in Francia una rara bellezza e insieme una egual saviezza; passò dipoi
a chiudersi senza rigorosa clausura nel monistero di Montmartre, dove
il re e tutta la famiglia reale furono a visitarla. Questo divorzio
fece poi scatenare le lingue e penne maligne degl'interpreti delle
azioni altrui, imputandone chi all'una e chi all'altra parte il reato,
con vitupero di principi tanto sublimi. La verità si è, che tanto essi
principi che i mediatori della pace usarono la prudenza di non rivelar
questo arcano; e se lo penetrarono i Fiorentini pratici di quella
corte, seppero anche tirarvi sopra la cortina sì in riguardo alla
carità, che pel rispetto dovuto ai proprii sovrani. Certo è altresì
che mai più non si trovò maniera di riunirli: disgrazia memorabile
per l'insigne famiglia de Medici, che forse non sarebbe venuta meno
ai nostri giorni, se quella sì giovine e feconda principessa avesse
continuata la buona armonia col consorte, e prodotti altri figli atti a
supplire la poca fortuna dei primi.

Sul fine del gennaio dell'anno presente terminò il suo vivere, dopo
essere giunto a più di novant'anni, _Domenico Contarino_ doge di
Venezia, a cui succedette nel dì 6 di febbraio _Niccolò Sagredo_
procurator di San Marco. Similmente ebbe Torino di che piangere per
l'immatura morte di _Carlo Emmanuele II duca_ di Savoia, succeduta nel
dì 12 di giugno e da lui abbracciata con sentimenti di vera pietà e
di generosa costanza. Siccome egli avea sempre studiate le maniere di
farsi amar dai suoi popoli, praticando con tutti una somma affabilità e
cortesia, e una gran gentilezza verso le dame, onorandole del braccio,
e mostrandosi liberale, splendido e generoso in ogni sua azione; così
allorchè fu agli estremi della vita, volle che si aprissero le porte,
acciocchè il suo popolo potesse anche veder lui morire, ed egli godere
que' pochi momenti di vita della vista dei suoi cari sudditi. Oltre una
lunga memoria delle sue molte virtù, ne lasciò egli non poche altre,
per aver cotanto ingrandita ed abbellita la città di Torino, formata
di Monmelliano una inespugnabil fortezza, fabbricati ponti, rotte e
spianate montagne per far passar le carrozze, dove con difficoltà prima
passavano gli uomini. A lui succedette in età pupillare il principe
di Piemonte, cioè _Vittorio Amedeo_, unico suo figlio, che non aveva
peranche compiuto l'anno nono di sua vita, sotto la tutela e reggenza
di madama reale _Giovanna Maria Batista_ di Nemours, sua madre:
principe nato per esaltare la sua real casa ai primi onori, siccome
vedremo andando innanzi. Noi lasciammo la ribellata città di Messina
in gravi angustie sì per la mancanza dei viveri, perchè molto vi
volea a sostener tanto popolo, e sì perchè gli Spagnuoli maggiormente
stringevano quella città, con aver presa la torre del Faro, il Piè di
Grotta ed altri passi, dove attesero a ben fortificarsi. Ma eccoti
arrivar colà, nel dì 5 di gennaio, spediti dalla corte di Francia,
i _marchesi di Valavoir_ e di _Valbella_ con diecinove vascelli, che
sbarcarono molte milizie e copiosa provvisione di vettovaglie, così
che rimasero assai consolati quegli afflitti cittadini. Pure poco
giovò questo soccorso, perchè gli Spagnuoli non solamente andavano di
mano in mano accrescendo le lor forze per terra, ma eziandio con venti
vascelli da guerra e diecisette galee tenevano bloccato il porto di
Messina, e tentarono anche un dì di bruciare i legni franzesi: il che
loro non venne fatto. Il non poter entrare viveri nè per terra nè per
mare ridusse di nuovo in miseria quel popolo, ostinato nondimeno in
rifiutare il perdono esibitogli, non perchè nol desiderasse, ma perchè
temeva di avere a pagarlo troppo caro.

In rinforzo d'essa città giunse, nel dì 11 di febbraio, spedito da
Tolone, il _duca di Vivona_, conducendo anch'egli nove vascelli da
guerra, una fregata leggiera, tre brulotti e otto barche cariche di
viveri. Stava ancorata la flotta spagnuola, ed appena scoprì i legni
nemici, che salpò, e a vele gonfie andò a far loro il chi va là.
Attaccossi una battaglia che durò più ore; e già rinculavano i Franzesi
come inferiori di forze, quando il signor di Valbella, avvisato di quel
combattimento, uscì del porto di Messina con sei vascelli da guerra,
e diede alle spalle degli Spagnuoli. Ripigliato allora coraggio i
Franzesi, ricominciarono una fiera danza con tal successo, che gli
Spagnuoli con buon ordine si ritirarono fino a Napoli, lasciando
nondimeno in poter de' nemici un vascello di quaranta cannoni. Per lo
arrivo di questo aiuto gran festa si fece a Messina, tuttochè fosse
un piccolo bicchier d'acqua a chi avea tanta sete. Intanto tre mila
e cinquecento Tedeschi, ai quali aveano i Veneziani difficultato il
passaggio per l'Adriatico, pervenuti a Pescara, di là passarono con
secento altri fanti napoletani a rinforzare il campo che tenea bloccata
Messina. Ma sul principio di giugno anche agli assediati arrivò un
altro numeroso convoglio di più di cento vele, vegnente da Tolone,
sotto il comando del signore d'Almeras e del cavaliere di Quene, che
sbarcò sei mila fanti e mille cavalli con ogni sorta di munizioni.
Avendo poi questa gente tentato di levar la Scaletta e un altro posto
agli Spagnuoli, ed essendo anche passata ad assalir Melazzo, dove si
trovava in persona il vicerè, altro non ne riportò che delle buone
spelazzate. Pure s'impadronirono della città d'Augusta, e andarono
poi pel resto dell'anno facendo altre picciole fazioni, che non
importa riferire, se non che tornarono gli Spagnuoli ad impossessarsi
della torre del Faro, e per una tempesta perderono sette de' loro
vascelli. Intanto fra i Messinesi e Franzesi cominciò a scorgersi poca
intelligenza: il che accrebbe agli Spagnuoli la speranza di vincere
in breve quella pugna. Gran guerra fu in quest'anno in Germania e
Fiandra fra i collegati dall'una parte e i Franzesi dall'altra. Non
mancarono assedii, battaglie e barbarici saccheggi di paese. Il celebre
maresciallo di Francia _Arrigo della Torre d'Auvergne, visconte di
Turrena_, colpito da una palla di cannone, vi lasciò la vita nel dì
27 di luglio, essendo mancato in lui uno dei più insigni capitani
del secolo presente. _Carlo IV duca_ di Lorena, ma duca solo di nome,
perchè in mano de' Franzesi era il suo ducato, s'acquistò anch'egli
gran nome colla presa di Treveri, facendo quivi prigione il maresciallo
franzese _duca di Crequì_; ma poco sopravvisse egli a questa gloria,
essendo mancato di vita nel dì 17 di settembre. Ne' suoi diritti e
titoli succedette _Carlo V_ suo nipote, che col suo valore maggiormente
illustrò la nobilissima sua casa.



    Anno di CRISTO MDCLXXVI. Indiz. XIV.

    INNOCENZO XI papa 1.
    LEOPOLDO imperadore 19.


Non potè più lungamente reggere al peso degli anni e agl'insulti della
gotta _papa Clemente X_, ed infermatosi in età di più di ottantasei
anni, passò a miglior vita nel dì 22 di luglio dell'anno presente.
Di pochi furono le lagrime che accompagnarono il di lui funerale,
non già perchè alcuna delle virtù principali che illustrano la vita
e la memoria d'un romano pontefice, in lui si desiderasse, perchè
fu papa di bella mente, di gran pietà, di giustizia e clemenza; ma
perchè l'odio, che col suo governo universalmente si avea guadagnato
il _cardinal Paluzzo Altieri_, ridondava sopra l'innocente papa,
pieno sol di massime buone. Chi avea la fortuna di poter parlare a
sua santità, se le cose erano fattibili, potea sperar buon rescritto;
altrimenti ne riportava un bel no; ma il cardinale godeva il concetto
di esser di coloro che alla prima udienza con una sparata di carezze
e promesse incantano le persone, ma ritornando queste alla seconda
udienza, truovano nate delle difficoltà; alla terza poi nè pur son
conosciute per quelle che sono. Però dicevasi, e spezialmente lo
dicevano i Franzesi disgustati di lui, ch'esso porporato avrebbe potuto
tenere scuola aperta di artifizii e raggiri in Roma stessa, la qual
pure vien creduta assai addottrinata in questo mestiere. Ma quel che
più avea contro di lui aguzzata la satira, fu l'invidia, per aver
egli saputo profittar della fortuna ed autorità sua, con accumular
ricchezze, ed ingrandire la propria casa, tuttochè poi non si potessero
imputare a lui di quelle scandalose licenze che si videro in qualche
precedente nepotismo. Ora entrati i porporati nel sacro conclave,
dappoichè ebbero per cinquantun giorni consumata la quintessenza dei
lor politici maneggi per promuovere al trono pontifizio chi lor più
piaceva, finalmente, mossi da lume superiore, concorsero tutti nel
dì 21 di settembre all'elezione di chi sopra gli altri meritava, ma
non avea mai desiderato di maneggiar le chiavi di Pietro. Questi fu
il _cardinal Benedetto Odescalchi_ Comasco, nato nel 1611, che nel
precedente conclave era anche stato vicino al triregno, perchè voluto
da tutti i buoni, e fece poi in questa occasione quanta resistenza mai
potè, non per affettata modestia, ma per umiltà, alla santa risoluzione
de' sacri elettori. Prese egli il nome di _Innocenzo XI_ in memoria
d'_Innocenzo X_ che l'avea promosso alla sacra porpora. Non si può dir
quanto applauso conseguisse così fatta elezione, perchè l'Odescalchi
portò seco al trono la santità, e ne possedè molto più da lì innanzi
la sostanza che il titolo: personaggio di vita illibata ed austera,
di somma gravità e zelo pel ben della Chiesa; prodigo, se si può dire,
verso dei poveri, secondo il costume di sua casa, abbondante di ricco
patrimonio, e limosiniere al maggior segno. Nè tardò il buon pontefice
e buon servo di Dio a comprovar co' fatti l'espettazion comune
delle sue singolari virtù. Sotto i precedenti pontificati aveva egli
adocchiato tutti i disordini procedenti dal nepotismo, e con quanta
facilità si divorassero le sostanze della camera apostolica, e come
avesse tanta potenza il danaro. Volle provvedervi, e l'intenzione sua
era di metter freno in avvenire a tali eccessi con una bolla che fosse
sottoscritta dal sacro collegio, e giurata sotto pena di scomunica da
chiunque s'avesse da promuovere al cardinalato e al pontificato. Ma
viveano ed aveano gran polso alcuni de' nipoti degli antecedenti papi,
che fecero testa, parendo loro di sottoscrivere una sentenza contra
di loro stessi, qualora sottoscrivessero la condanna del nepotismo per
l'avvenire.

Giacchè dunque non potè il santo pontefice ottener questo intento,
coll'esempio suo almeno si studiò di abolire il pernicioso costume.
Non avea il suo predecessore _Clemente X_ nipoti proprii, e andò a
cercarne degli stranieri. _Innocenzo XI_, all'incontro, avea un nipote
di fratello, cioè _don Livio Odescalchi_; ma nol volle a palazzo, nè
ch'egli avesse parte alcuna nel governo, nè che ricevesse visite come
nipote di papa. Ed affinchè non restasse a lui di che dolersi per tanta
severità, gli rassegnò tutti i suoi beni patrimoniali, che co' proprii
d'esso nipote davano una rendita annua di trenta mila scudi, dicendo
che questo gli bastava per trattarsi da principe, senza participar
delle rugiade del pontificato. Coerentemente a questo glorioso sistema
elesse per segretario di Stato il _cardinale Alderano Cibò_, porporato
di somma integrità, di prudenza singolare e di zelo non inferiore a chi
l'elesse a tal carica. Lasciò ai Paluzzi Altieri e ad altri la pompa
de' titoli del generalato e d'altre cariche militari, ma con levar
loro gl'ingordi stipendii che per essi pagava la camera pontificia,
con dire che la Chiesa non avea guerra, nè voglia di farla, ed essere
perciò mal impiegate tante paghe. Riformò la tavola pontificia, e al
servigio suo non ammise se non persone di gran probità e modestia,
affinchè la famiglia sua servisse di una continua predica agli altri
di quel che conveniva a fare. Allo ambasciatore di un monarca, che gli
disse di avere il suo padrone ricevuta sotto la sua protezione la casa
Odescalchi, rispose: Ch'egli non avea casa nè letto, e che teneva in
prestito da Dio quella dignità per bene non già de' suoi parenti, ma
solamente della Chiesa e de' suoi popoli. E perciocchè gravissimi abusi
erano succeduti in addietro a cagion delle franchigie, pretese da'
ministri de' principi in Roma per l'asilo che in esse trovavano tutti i
malviventi, e per li contrabbandi che tuttodì si facevano, intimò loro
di rimediarvi; altrimenti, giacchè Dio l'avea messo in quel governo
con obbligo di vegliare alla quiete della città e al pubblico bene, vi
avrebbe egli trovato il rimedio. Tosto ancora spedì a tutti i principi
cristiani lettere esortatorie alla pace, esibendosi pronto ad andare
in persona ad un congresso, se fosse necessario, purchè si tenesse
in qualche città cattolica, a fin di procurare un tanto bene. Per lo
contrario, esortò il re di Polonia _Giovanni Sobieschi_ a sostener
la guerra contro de' Turchi, finchè avesse ricuperato dalle lor mani
Caminietz, e gl'inviò nello stesso tempo un sussidio di cinquanta mila
scudi. Con questi passi diede principio l'incomparabile Innocenzo XI
alla carriera del suo pontificato, continuamente pensando alla riforma
degli abusi, al sollievo de' suoi popoli e al bene della cristianità.
Qui perdè la voce Pasquino; e se internamente si lagnavano i cattivi
di sì rigoroso ad austero papa, ne esultavano ben pubblicamente tutti i
buoni.

Gran teatro di guerra fu in questo anno la Sicilia. Dacchè si avvide la
corte di Spagna che con tutti gli sforzi suoi apparenza non v'era di
snidar da Messina i Franzesi, e di rimettere alla primiera ubbidienza
quella città, fece ricorso alla collegata Olanda, per aver dei soccorsi
e forze tali da abbattere la flotta franzese, che ne' mari di Sicilia
mantenea la ribellion de' Messinesi. Fu dunque spedita una flotta
olandese composta di ventiquattro vascelli da guerra sotto il comando
del viceammiraglio _Ruyter_, il cui solo nome valeva un'armata per
le tante segnalate sue azioni in combattimenti navali. Giunsero gli
Olandesi sul fine del precedente anno a Melazzo, e, congiunti con nove
galee ed altri legni spagnuoli, andavano rondando per qualche impresa;
quando in quei mari capitò sciolta da Tolone e Marsiglia la flotta
franzese comandata dai _signor di Quene_, in numero di venti navi da
guerra e sei brulotti. Vennero alle mani presso di Stromboli, nel dì
7 di gennaio, le due nemiche armate; gran cannonamento, gran danno
seguì da ambe le parti. Dopo molte ore di fiera battaglia cessarono le
offese, con ritirarsi gli Olandesi a Melazzo, ed entrare i Franzesi nel
porto di Messina, dove sbarcarono le munizioni da bocca e da guerra
che seco aveano condotto. Seguì poscia una ben calda mischia nel dì
28 di marzo fra gli Spagnuoli e Franzesi uniti coi Messinesi; perchè
avendo i primi occupato il monistero di San Basilio fuor di Messina,
il _marchese di Vilavoir_ con sei mila armati andò ad assalirli.
Non solamente perderono gli Spagnuoli quel posto, ma ancora più di
ottocento dei lor soldati col conte di Buquoy, che li comandava. Già
dicemmo che nell'agosto dell'anno precedente s'erano impadroniti i
Franzesi della città di Augusta e delle sue fortezze. Al vicerè di
Sicilia stava sul cuore la perdita di quella città, e però nell'aprile
passò colà per tentare di riacquistarla, e pregò l'ammiraglio olandese
Ruyter di secondar l'impresa per mare, siccome egli fece spiegando le
vele a quella volta colla sua flotta. Colà comparve ancora il signor
di Quene comandante della dotta franzese, e nel dì 22 di aprile si
attaccò di nuovo fra loro un'aspra battaglia che durò più ore con
gravissimo danno dell'una e dell'altra parte, e con restar conquassati
i lor legni, ed esserne alcun d'essi affondato. Ognuno si attribuì la
vittoria, secondo il solito dei combattimenti dubbiosi, e massimamente
del mare, dove non è facile il conoscere l'altrui danno. Ma se non
altro, un grave colpo toccò agli Olandesi, perchè il loro famoso
Ruyter vi restò malamente ferito, e da lì a pochi giorni terminò la
vita in Siracusa, dove s'era ritirata la sua flotta, che poi passò a
racconciarsi a Palermo.

Ma qui non finì la voglia di combattere. Nel dì 21 di giugno
pervennero a Messina venticinque galee, partite da Marsiglia con
tre vascelli da guerra. Ingagliardito da questo soccorso il _duca di
Vivona_, viceammiraglio franzese, determinò di fare una visita senza
complimenti all'armata navale olandese e spagnuola che riposava nel
porlo di Palermo. Ventotto vascelli, venticinque galee e nove brulotti
componevano la di lui armata. Contavansi in quella degli Olandesi e
Spagnuoli ventisette vascelli e diecinove galee con quattro brulotti.
Nel dì 2 di giugno s'azzuffarono le nemiche flotte; le artiglierie,
ma spezialmente i brulotti, portarono un grande squarcio nella flotta
degli Spagnuoli, che vi perderono almen sette vascelli e due galee,
colla morte di gran gente, per confession degli stessi Olandesi. Ma,
secondo la relazion de' Franzesi, la perdita degli Olandesi e Spagnuoli
fu di dodici de' lor migliori vascelli, di sei galee, di settecento
pezzi di cannone e di cinque mila persone. In gran credito salirono
per questi conflitti i Franzesi, avendo fatto conoscere che non erano
invincibili gli Olandesi, tenuti in addietro per sì formidabili in
mare. E certamente di simili danze non ne vollero più essi Olandesi nel
Mediterraneo, e se ne ritornarono poscia a casa loro. Essendo dunque
rimasti i Franzesi padroni del mare in queste parti, ed avendo ricevuto
da Tolone nel settembre un rinforzo di tre mila uomini, e nell'ottobre
altri mille e cinquecento fanti e cinquecento cavalli, fecero in
appresso delle incursioni in Calabria; nella Sicilia s'impadronirono
dell'importante piazza di Taormina colla spada alla mano; presero la
Scaletta e la demolirono, e si impossessarono di alcuni piccoli luoghi
di quell'isola. Ancorchè mi faccia restare perplesso l'asserzione del
veneto elegante storico Giovanni Graziani, che riferisce al precedente
anno la morte di _Niccolò Sagredo_ doge di Venezia; pure, seguitando
io il Vianoli ed altre memorie, non crederei d'ingannarmi, con dirla
accaduta verso la metà d'agosto nell'anno presente. Un avvenimento poi
insolito, o almeno da gran tempo non veduto in quella sì ben regolata
repubblica, diede molto da discorrere alla gente. Secondo i riti
dell'ingegnoso ballottamento che si pratica per l'elezione dei dogi,
era caduta la sorte in _Giovanni Sagredo_, personaggio certamente degno
di quella dignità. Ma allorchè fu annunziato dal balcone il suo nome al
folto popolo, raunato nella piazza, cominciarono pochi dell'infinita
plebe a gridar con alte voci: _Nol volemo_; e crebbe appresso a
dismisura questo tumulto. Allora i saggi nel gran consiglio giudicarono
meglio non approvar la elezione del Sagredo, a cui per ricompensa
conferirono poscia altri dei principali onori della patria, ed elessero
doge Luigi Contarino. Seguitò ancora in questo anno l'ostinata guerra
della Francia contra de' collegati, le cui principali imprese furono
la presa di Filisburgo fatta dal _duca di Lorena_, e l'assedio di
Mastrich formato da _Guglielmo principe di Oranges_, ma con poca
riuscita, avendolo costretto i Franzesi a ritirarsi. Intanto era stata
destinata Nimega per trattarvi di pace colla mediazione di _Carlo II
re_ d'Inghilterra. Benchè si trattasse d'una città sottoposta agli
eretici, pure tale era la premura del pontefice per questo gran bene,
che s'indusse ad inviar colà _monsignor Bevilacqua_, per dar braccio
e calore alla concordia, per cui nondimeno s'impiegarono invano parole
e ripieghi nell'anno presente: sì alte erano le pretensioni d'ambe le
parti.



    Anno di CRISTO MDCLXXVII. Indiz. XV.

    INNOCENZO XI papa 2.
    LEOPOLDO imperadore 20.


Non rallentava i suoi pensieri lo zelante _pontefice Innocenzo XI_ per
mettere in istato l'alma città di Roma da poter servire d'esempio alle
altre nella riforma de' costumi. Sopra tutto mirava egli di mal occhio
il soverchio lusso, padre o fomentatore di molti vizii e divorator
delle famiglie. Dopo aver preceduto colla moderazione introdotta nel
proprio palazzo, dove era cessata la pompa e introdotta la modestia,
nè si ammetteva se non chi portava la raccomandazione della probità
di costumi, cassò anche una parte della guardia de' cavalli leggeri,
perchè accresciuta senza necessità e mantenuta con troppa spesa. Poscia
in concistoro fece un sensato discorso, riprendendo i cardinali, che
parendo dimentichi di essere persone ecclesiastiche, e personaggi
posti sul candelliere per dar luce agli altri, usavano sì superbe
carrozze e livree cotanto sfoggiate, raccomandando loro di regolarsi
più modestamente in avvenire. Non mancavano a lui persone che di mano
in mano il ragguagliavano di chi spezialmente della nobiltà menava
vita dissoluta. A questi tali era immediatamente intimato lo sfratto,
acciocchè il loro libertinaggio non animasse altri all'imitazione, o
non servisse agli scorretti di scusa. Furono in oltre vietati tutti
i giuochi illeciti, e le bische o case dove si tenevano assemblee
scandalose di giuochi da invito. E perciocchè pel suddetto lusso i
baroni romani, non volendo gli uni essere da meno degli altri, quanta
facilità mostravano a far dei debiti, altrettanta difficoltà provavano
a pagarli, con grandi sciami dei mercatanti e creditori; ne ordinò il
santo padre al _cardinale Cibò_ una esatta ricerca, e di fargli pagare
con danari della camera, la qual poscia avea delle buone maniere per
esigere quei crediti. E perchè si trovò non essere sufficiente un
tal rimedio, continuando quei nobili a far delle spese eccessive e
debiti, che in progresso di tempo condurrebbono alla rovina le lor
case; con pubblico editto proibì ai bottegai, merciai, fornaci ed altri
negozianti di vendere ad essi robe senza il danaro contante sotto pena
di perdere i lor crediti. Erano poi in addietro giunte all'episcopato
persone non assai degne di così illustre e gelosa dignità. Per ovviare
a sì fatto abuso deputò il sommo pontefice quattro dei più zelanti
cardinali e quattro prelati, per esaminar la vita, i costumi e il
sapere di chi aspirasse al pastorale impiego in avvenire.

Quel nondimeno che teneva in non poca agitazione l'animo del saggio
pontefice, era la prepotenza de' ministri ed ambasciatori delle corone,
che in Roma da gran tempo tagliavano le gambe alla giustizia, ed
erano giunti sì oltre, che non solamente nei lor palazzi prestavano un
asilo più sicuro che quel dei luoghi sacri a gran copia di sgherri, dì
scellerati e malviventi; ma pretendeano eziandio che si stendessero
i lor privilegii ed esenzioni anche a qualsivoglia lor dipendente e
patentato, e a tutte le case adiacenti e vicine ai lor palazzi. Fece
di gran doglianze Innocenzo XI per questo alle varie corti, ma senza
frutto; nè volendo sofferire che coll'arrogarsi tanta autorità gli
stranieri ministri si scemasse ed avvilisse la propria, cominciò con
petto forte ad opporsi a sì fatto abuso. Fu il primo passo quello
di vietar con rigoroso editto che niuno potesse alzar sopra le sue
case o botteghe le armi di qualsivoglia monarca e principe secolare
ed ecclesiastico, protestando di voler egli essere il padrone e
l'amministratore della giustizia in Roma, come erano gli altri principi
in casa loro. A quella augusta città giunto il _marchese del Carpio_
ambasciatore del re Cattolico, quivi si diede a far leva di soldati
pel bisogno della Sicilia, col pretesto che altrettanto avessero fatto
i Franzesi. Ma perchè la gente ricusava di prendere partito, per la
fama che non correano le paghe, e perchè si dicea maltrattato chi
si arrolava; si sparse voce, per essere mancate varie persone, senza
sapersi dove fossero andate, che gli Spagnuoli le avessero rapite, e
poi segretamente inviate in Sicilia. Vera o falsa che fosse tal voce,
la plebe romana tal odio concepì contro la nazione spagnuola, che ne
facea scherni dappertutto, e ne seguirono non poche baruffe con delle
morti e ferite: perlochè non osavano più gli Spagnuoli di uscir dei lor
quartieri, o ne uscivano con pericolo. Ancorchè il papa si studiasse
col gastigo dei più colpevoli di far conoscere la rettitudine sua e il
suo rispetto alla corona cattolica, non rifiniva l'ambasciatore di far
ogni dì più gravi doglianze, e di chiedere maggiori soddisfazioni. Nè
gli bastò di desistere dal portarsi all'udienza del papa, ma fece anche
negare dal vicerè di Napoli l'udienza al nunzio apostolico. Cagion fu
questo affronto che dopo essersi accorto il ministro quanta poca forza
avessero le braverie contra di un pontefice, a cui la giustizia dava
coraggio, allorchè in fine per suoi affari fu costretto a chiedere
l'udienza dal pontefice, se la vedesse negata. Necessario dunque
fu che il re Cattolico con sua lettera pregasse il santo padre di
ammetterlo; e così terminò quella pendenza, con restarne maravigliato
più d'uno, avvezzo al mirare quanta altura mostrassero i ministri di
Spagna in Roma, e con qual riguardo procedesse verso di loro la corte
pontificia. Nè si dee tacere che questo santo pontefice non sapea
sofferire che nella sacra corte si vendessero gli uffizii, benchè non
ecclesiastici, perchè o ne risultava danno alla camera, obbligata a
pagare i frutti ai compratori, o poco onore ai papi, che per vendere ad
altri quei medesimi uffizii promovevano compratori talvolta non degni
a cariche più cospicue. Abolì egli dunque in quest'anno il collegio di
ventiquattro segretarii apostolici, con restituir loro il già pagato
danaro. Meditava anche di far cose più grandi, e a questo fine andò poi
raunando grosse somme. Ma sopravvenute col tempo le guerre col Turco,
che l'impoverirono, lasciò la cura di sì bella impresa ad un altro
Innocenzo, che era stato suo mastro di camera, e consapevole delle sue
nobili e sante idee.

Nella Sicilia in quest'anno durarono le ostilità, ma senza fatti che
meritino di passare a notizia dei posteri. Quantunque gli Spagnuoli
soli, rimasti alla difesa di quell'isola, si trovassero assai stanchi,
poca nondimeno era anche la forza dei Franzesi, ai quali scarsamente
vennero soccorsi da Tolone e Marsiglia. Ben si scorgeva non essere
intenzione de' Franzesi di voler fermare il piede in quell'isola,
loro unicamente premendo le terre annesse e confinanti col regno.
Terminò intanto i suoi giorni il _marchese di castel Rodrigo_ vicerè
di Sicilia, e in luogo di lui prese _pro interim_ quel governo il
_cardinale Portocarrero_. Varie prodezze all'incontro furono fatte
in Fiandra e in Germania, dove sommamente prosperarono l'armi del
re Cristianissimo. Riportarono i Franzesi una vittoria a Montcassel
contro il principe d'Oranges nel dì 11 di aprile. S'impadronirono di
Valenciennes, di Cambrai, di Sant'Omer, di Friburgo e di altri luoghi.
Solo contra di tanti collegati il _re Luigi XIV_ facea tremar tutti,
e sempre più andava stendendo i suoi confini. Seguitavano intanto
i ministri e i mediatori in Nimega a trattar di pace; ma perchè,
secondo il costume, ognun la volea a suo modo, niun l'otteneva.
Possenti erano gli uffizii di _papa Innocenzo XI_ per dar fine a tante
turbolenze, e sopra gli altri efficacemente vi si adoperava _Carlo
II_ re d'Inghilterra, il quale, chiarito oramai che le parole erano
bombe vote, si diede a fare un grande armamento che recasse più vigore
alla sua mediazione, minacciando chi ripugnava ad accettar le oneste
condizioni d'un accordo. Ma passò anche l'anno presente senza che i
popoli giugnessero a provar questo bene. Erasi nell'anno addietro,
portata _Laura duchessa_ vedova di Modena ad abitare in Roma, perchè
avendo il giovane _Francesco II_ duca suo figlio prese le redini del
governo, sembrava a lei di non trovar più in Modena le convenienze
sue. Con tante preghiere nondimeno la bersagliò il figlio duca, che
nell'anno presente ella se ne tornò a convivere con lui.



    Anno di CRISTO MDCLXXVIII. Indiz. I.

    INNOCENZO XI papa 3.
    LEOPOLDO imperadore 21.


Continuava il suo soggiorno in Roma la cattolica _regina di Svezia
Cristina_, con far divenire il suo palazzo un'accademia di tutti i
letterati. Ma non poteva ella più reggere al magnifico trattamento
suo fin qui mantenuto, perchè le guerre passate fra i re di Svezia
e Danimarca e l'elettore di Brandeburgo aveano portato non lieve
eccidio alle rendite ch'ella s'era riserbate nella Pomerania. Ebbe
ella ricorso al sommo pontefice, implorando il suo aiuto; nè indarno
l'implorò, perchè il santo padre le fece assegnare una pensione
annua di dodici mila scudi, da pagarsi alla medesima dalla camera
apostolica. L'anno fu questo in cui ebbe fine la ribellion di Messina,
e l'ebbe assai lagrimevole. Trattavasi, come già dicemmo, della
pace in Nimega. S'avvide il re Cristianissimo che gli era forza di
abbandonar la Sicilia: tante premure ne faceano gli Olandesi, non che
gli Spagnuoli. Però volendo risparmiare le tante spese che gli costava
il mantenimento di Messina, città che già s'avea da abbandonare, non
volle aspettare il tempo della pace, ed improvvisamente spedì ordine
al _maresciallo della Fogliada_, il quale era stato spedito colà con
richiamarne il _duca di Vivona_, che immediatamente con tutti i suoi
se ne tornasse in Francia. Dopo avere il maresciallo imbarcata quasi
tutta la sua gente col pretesto di voler fare un'impresa, portò questa
dolorosa nuova al senato, e rimise ai Messinesi le guardie di tutte
le fortezze. Indarno fu pregato di sospendere per un po' di tempo la
sua partenza. Rispose essere così pressanti gli ordini suoi, che gli
conveniva far vela in quel giorno, offerendo nondimeno di ricevere
nelle navi chiunque dei Messinesi volesse far partenza con lui.
Uscito ch'egli fu di quel luogo, furono molti di parere che bisognava
trucidar quanti Franzesi ivi erano, e voltare il cannone contro le lor
navi, e mandarle a fondo. Ma a sì bestial consiglio prevalse quello
dei timidi e saggi. Però ad altro non pensarono i nobili e popolari,
ch'erano stati più caldi nella ribellione, che di sottrarsi all'ira e
vendetta degli Spagnuoli, da loro riguardati come gente implacabile.
Che terribile scena, che compassionevole spettacolo fu mai quello! che
urli, che singhiozzi, che lagrime! Ben sette mila persone andarono per
imbarcarsi con somma fretta, perchè non più di quattro ore fu loro dato
di tempo. Chi lasciava moglie e figliuoli indietro, chi seco menava
la famiglia tutta, portando quel poco di meglio che poteva, ed altri
nulla prendendo: tanta era la loro ansietà d'imbarcarsi. Infatti due
mila, gridando invano misericordia, ne restarono in terra, perchè il
maresciallo, per timore di troppo carico fece sciogliere le vele, e se
ne andò.

Ciò fatto, quella città che prima avea da sessanta mila abitanti,
a ragion dei già morti nella difesa, o allora fuggitivi verso la
Francia, o precedentemente ricoveratisi altrove, ridotta a sole undici
mila persone, trovando sprovvedute di ogni munizion le fortezze, e sè
stessa impotente a poter resistere, spedì deputati al governator di
Reggio, pregandolo di venire a prenderne il possesso. V'andò egli, nè
molto stettero a giugnere colà da Melazzo i duchi di Bornonville e di
Conzano colle regie milizie, ai quali furono consegnate le fortezze.
Sopraggiunse dipoi anche il nuovo vicerè _don Vincenzo Gonzaga_,
che rallegrò l'infelice popolo con pubblicare un perdon generale
finchè venissero gli ordini della corte di Madrid. Vennero questi,
e pieni di fierezza. Cioè furono confiscati i beni di chiunque era
fuggito; privata d'ogni privilegio la città, distrutte case, piantate
memorie infami della ribellione; bandito chiunque avea cariche dai
Franzesi, con altri rigori che io tralascio: tali certamente che
quella illustre città per gran tempo rimase uno scheletro, nè mai
più ha potuto rimettere le penne, perchè circa trenta mila Messinesi
passati ad abitare in Palermo, e quivi abituati, non vollero più
mutar soggiorno. E tuttochè la benignità del regnante ora _Carlo re_
di Sicilia, compassionando lo stato di sì bella città, abbia slargata
la mano in beneficarla, difficil cosa è che mai torni al suo antico
splendore, e massimamente dacchè è rimasta affatto spopolata di
nuovo per l'ultima peste. Ora non si può dire in quante ingiurie e
villanie prorompessero i Messinesi contro la nazion franzese e contra
del _re Luigi XIV_, chiamandolo dappertutto ad alte voci un principe
senza fede, un traditore, un mostro d'inganni, e che niun più in
avvenire avea da fidarsi di promesse franzesi, per aver egli lasciato
quel popolo in preda all'indiscrezione e vendetta degli Spagnuoli,
senza procurar loro, o almen permettere, che gli stessi Messinesi si
procacciassero prima qualche indulgenza e miglior condizione dal re
Cattolico. Nè ammettevano per legittima scusa il dirsi da' Franzesi,
avere i Messinesi fatto credere in Francia che dava loro l'animo di far
ribellare Palermo e tutto il regno; perchè somiglianti promesse sapea
ben valutare per quel che pesavano l'accorto gabinetto di Francia; nè
già esso si mosse per questo ad abbracciar la difesa di Messina, ma sì
bene per valersi di quel troppo credulo popolo a battere gli Spagnuoli,
finchè così portasse il proprio interesse.

Qual poi fosse il fine dei poveri Messinesi condotti in Francia,
eccolo. Furono dispersi per varie città, e mantenuti per un anno e
mezzo alle spese del re; poscia obbligati sotto pena della vita ad
uscire di quel regno con tanto danaro da far viaggio fino ai confini.
Laonde si ridussero anche persone nobili a mendicare il vitto;
altri divennero banditi, cioè assassini di strada; e circa mille
e cinquecento dei più disperati passarono in Turchia, e rinegarono
la fede: Più di cinquecento altri con passaporti degli ambasciatori
spagnuoli se ne ritornarono alla patria, credendosi ben in sella; ma,
a riserva di quattro, gli altri dal vicerè _marchese de las Navas_
furono condannati alla forca od al remo. Se poi fosse più lodevole
ed utile sì gran rigore, oppure qualche misura di clemenza verso un
popolo che s'era punito da sè stesso, lo deciderà chi ha più senno
di me. Erano tuttavia in piedi i trattati di pace nel congresso di
Nimega, quando il _re Luigi XIV_, per migliorar le sue condizioni,
andò nel furore del verno a impadronirsi di Gante e d'Ipri. Poi si
diede a maneggiar con tante arti gli spiriti olandesi, adescandoli
specialmente colla restituzione dell'importante piazza di Mastrich, e
con altri vantaggi che li ridusse a far seco una pace particolare, la
quale fu stipulata nel dì 10 di agosto. Curiosa cosa fu il vedere che
_Guglielmo principe d'Oranges_ fingendo di nulla saper di quella pace,
o sapendolo, per altri suoi motivi andò all'improvviso ad assalire
l'armata franzese comandata dal _duca di Lucemburgo_, che allora
assediava la città di Mons. Restò indecisa la vittoria; ma gran sangue
costò all'una parte e all'altra il combattimento. Allora fu che gli
Spagnuoli furono forzati a dar mano alla pace, riuscita ben diversa
dalle precedenti lor lusinghiere speranze; perciocchè in mano del re
Cristianissimo restarono la Franca Contea, Valenciennes, Bouchain,
Condè, Ipri, Santo Omer, Cambrai ed altri luoghi. Le altre terre
conquistate tornarono alla Spagna. Fu sottoscritta questa pace nel dì
17 di settembre in Nimega; e se riuscisse disgustosa agli Spagnuoli,
non occorre a me di dirlo. Non si pose per questo fine alla guerra
dell'imperadore e di altri collegati contro la Francia; ma dappoichè
era riuscito ai Franzesi di staccar dalla lega Olandesi e Spagnuoli,
eglino maggiormente alzarono la testa, e non poco si pensò ad ottenere
una sospension d'armi, tanto che si trovasse maniera di condurre anche
questi altri ad una intera pace.



    Anno di CRISTO MDCLXXIX. Indizione II.

    INNOCENZO XI papa 4.
    LEOPOLDO imperadore 22.


Trionfò maggiormente in quest'anno _Luigi XIV re_ Cristianissimo con
dar la pace al resto de' principi già confederati contra di lui, e con
darla da vincitore, cioè colle condizioni che a lui piacquero, e che
gli altri furono necessitati ad accettare; giacchè scorgevano mancar
loro la forze per continuar la guerra soli contra di un re a cui tutta
la dianzi gran lega non avea potuto resistere. Però l'_imperadore
Leopoldo_ nel dì 5 di febbraio per mezzo de' suoi plenipotenziarii in
Nimega stabilì pace con esso re di Francia, cedendo a lui Friburgo,
e ritenendo in suo potere Filisburgo. Sì dura legge fu ivi prescritta
a _Carlo duca_ di Lorena, tuttochè marito della fu regina di Polonia,
sorella d'esso Augusto, ch'egli amò meglio di nulla ottenere per essa
pace, che di far qualche guadagno con approvarla. Di grandi proteste
furono anche fatte contra d'essa pace da altri sovrani, delle quali
si può credere che ridesse il re di Francia. Seguirono poscia altre
pacificazioni fra esso re Cristianissimo e il _vescovo di Munster_;
fra la corona di Svezia ed esso re di Francia dall'una parte, e il re
di Danimarca e l'elettore di Brandeburgo dall'altra, avendo la potenza
della corte gallica talmente sostenuto gl'interessi dello Svezzese suo
alleato, che gli fece restituire quanti Stati gli erano stati occupati
da' suoi avversarii. In somma non d'altro si trattò in questi tempi
che di posar l'armi, e di far fiorire dappertutto dopo tanti flagelli
d'una pertinace guerra, la sospirata pace. Ma una sorda guerra intanto
si esercitava in Inghilterra contra de' cattolici per una pretesa
cospirazione che da quegli eretici e religionarii si attribuiva a chi
seguitava la credenza della Chiesa romana: tutte cabale per impedire
la succession di quel regno a _Jacopo Stuardo_ cattolico duca di
Yorch, dacchè il _re Carlo II_ suo fratello mancava di legittima
prole. Fu perciò consigliato esso duca di Yorch di ritirarsi fuori del
regno colla duchessa sua consorte _Maria Beatrice d'Este_, finchè si
calmasse la mossa persecuzione contra di loro. Vennero essi all'Haya, e
poscia a Brusselles, dove anche si portò la duchessa vedova di Modena,
_Laura_, per visitar la figlia, ed assisterla nel conflitto di quelle
tribolazioni. Fermossi dipoi essa duchessa di Modena in Brusselles fino
all'anno 1684, per essere più alla portata dei bisogni della suddetta
sua figlia.

Godeva intanto anche l'Italia un'invidiabil quiete, ed attendeva il
sommo pontefice _Innocenzo XI_ alla riforma del clero e de' costumi,
mantenendosi in buona armonia con tutti i potentati. Non mancavano
zelanti che lo spronavano a farsi rendere conto dal _cardinale Altieri_
del maneggio suo nel precedente pontificato, per cui si vociferava
che avesse patito non lieve discapito anche la camera apostolica.
Non vi si potè egli indurre, siccome quegli che non amava, qualora si
scoprissero delle magagne in quel porporato, che queste ridondassero
in discredito del sacro collegio. E però al tribunale di Dio rimise
questo rendimento di conti. Nella corte di Mantova ne' tempi presenti
avea la dissolutezza preso un gran piede. Molto prima d'ora al piissimo
_imperadore Leopoldo_ erano state portate doglianze della poco lodevol
condotta della duchessa vedova _Isabella Chiara di Austria_ sua cugina,
e madre del giovine duca di Mantova _Ferdinando Carlo Gonzaga_. Per
prestarvi rimedio, aveva egli sotto pretesto d'altri affari spedito
a Mantova il conte di Vindisgratz con ordine di prendere segrete
informazioni. Saggiamente eseguì il conte le sue commissioni, ed avea
già concertato di condurre il giovinetto duca e la duchessa a Casale
per visitar quella piazza, e di rompere in tal congiuntura senza rumore
le tresche passate. Ma, scopertosi il segreto disegno, all'improvviso
la duchessa andò a ritirarsi nel monistero di Sant'Orsola, e il conte
Bulgarini prese l'abito di San Domenico; e questo bastò per quetar le
premure della corte cesarea. Già dicemmo presa in moglie dal suddetto
duca Ferdinando Carlo _Isabella Gonzaga_ principessa di Guastalla.
Se ne svaghì egli ben tosto, e diedesi in preda ad altri amori, non
solo illeciti, ma sconvenevoli anche di troppo alla sua dignità: al
qual fine si portava egli di tanto in tanto a Venezia, lasciando ivi
la briglia sul collo alle sensuali sue cupidità, che si veggono anche
descritte in libri stampati. Avvenne che _Ferrante Gonzaga_ duca di
Guastalla suocero suo cessò di vivere, lasciando solamente dopo di sè
due figlie. Per essere marito della primogenita, il duca di Mantova
volò a prendere il possesso di quegli Stati, reclamando indarno _don
Vincenzo Gonzaga_ cugino del defunto duca, ch'era vicerè in questi
tempi di Sicilia, ed ordinariamente abitava nel regno di Napoli, dove
la sua linea godeva i nobili feudi di Melfi e d'Ariano, credendosi egli
chiaramente chiamato dalle investiture cesaree al ducato di Guastalla
coll'esclusion delle femmine. Dispiacque non poco questa occupazione
ai duchi di Modena e di Parma, e fecero de' forti maneggi a Milano e
a Madrid, per sostener le ragioni di don Vincenzo; nè gli Spagnuoli
trascurarono questo emergente sulla speranza d'ingoiar essi Guastalla,
e contentar poscia esso don Vincenzo con altri Stati nel regno
suddetto. Spedirono per questo a Mantova un ministro; ma vi trovarono
orecchie sorde. Cominciarono dunque a rallentar la mano pel pagamento
del presidio di Casale di Monferrato; del che si dolse il duca alle
corti di Vienna e di Madrid. Quindi fu creduto che fin d'allora
cominciasse il duca un monopolio per vendere Casale al re di Francia:
risoluzione eseguita nei seguenti anni, siccome vedremo.



    Anno di CRISTO MDCLXXX. Indizione III.

    INNOCENZO XI papa 5.
    LEOPOLDO imperadore 23.


Tante imprese, tanti acquisti fatti dal _re Luigi XIV_ nelle passate
campagne; lo aver egli data la pace a tanti suoi nemici con tanto
suo vantaggio; ridotta la sua potenza e il suo gabinetto formidabile
ad ognuno; e portata oramai la Francia ad un'altezza tale, che parea
già tendere alla monarchia universale: stupore cagionavano ed encomii
riscuotevano da tutti gli amatori di quella gran monarchia. Nè più
tardarono i suoi popoli ad accordare il glorioso titolo di _Grande_ ad
un re che per tante ragioni ben sel meritava. Ma non mancavano persone
che avrebbono desiderato in quel monarca più giustizia e moderazione,
senza di che non potea mai tenersi per assai limpido e giusto il
titolo suddetto. Bolliva in questi tempi una gran lite tra esso re e la
corte di Roma, per aver egli con suo editto stesa la regalia (cioè il
preteso diritto di disporre delle rendite e de' benefizii delle chiese
vacanti) sopra tutte le chiese di nuova conquista, e sopra altre del
regno che non erano mai state sottoposte a questo peso dalla corona
di Francia. Pretendeva all'incontro il sommo pontefice _Innocenzo
XI_ che questa fosse un'usurpazione manifesta; e tanto più perchè la
stessa regalia, tal quale è di presente, s'è andata fondando a forza
di abusi, e contro le determinazioni degli antichi canoni. Ma il re
Luigi, che stimava aver più forza i suoi cannoni che i sacri canoni,
tenne saldo; ed inviò a Roma nell'anno presente il focoso _cardinal
Etrè_, non già per soddisfare il papa, ma per condurlo ad acquetarsi
al regio volere. Sostennero anche i vescovi di Francia le pretensioni
del re, e scrissero al pontefice con pregarlo di rilasciar su questo
punto il rigore de' canoni, giacchè si trattava d'un re che più
degli altri promoveva i vantaggi della Chiesa cattolica, spezialmente
coll'abbassamento dell'eresia. E ciò scrissero in tempo appunto ch'essi
faceano di molte premure a quel potentissimo re per liberar la Francia
dal peso degli ugonotti, siccome egli fece dipoi. Queste amarezze
fra la corte di Roma ed il re Cristianissimo partorirono, siccome
diremo, degli altri sconcerti che diedero di moleste agitazioni allo
zelantissimo pontefice di questi tempi. Nè si vuole ommettere, che,
quando si credeano per la pace di Nimega poste a dormire le spade, i
fucili e le artiglierie, si risvegliò dalla Francia un'altra specie
di guerra; perchè si sviscerarono gli archivii del parlamento di Metz
e de' vescovi di quella città, e di Tull e Verdun, e della camera di
Brisach, e si fecero muovere infinite pretensioni di feudi e luoghi,
o infeudati o alienati o usurpati anticamente; pretensioni, dico, per
la maggior parte rancide e distrutte dalla prescrizione, ma che in
mano di sì potente re divennero armi di mirabil forza. Se ne dolevano
a più non posso gli Spagnuoli, alcuni elettori ed altri confinanti,
fra' quali anche il re di Svezia pel ducato di Due Ponti; ma conveniva
ad ognuno chinare il capo. Per questa via si mise in possesso il re
di varie piazze e paesi nella diocesi de' suddetti vescovati e nella
bassa Alsazia; e ne patirono forte gli elettori Palatino e di Treveri,
allegando essi indarno le paci precedenti. Giunse in quest'anno esso
re Cristianissimo fino a proporre per re dei Romani il _Delfino_
suo figlio, che ne' tempi presenti sposò la principessa _Maria Anna
Cristina_, sorella del giovine elettor di Baviera.

Accadde nella corte di Savoia, parte nell'anno presente e parte
nel susseguente, un imbroglio ch'io racconterò tutto in un fiato:
imbroglio, dico, di cui non ben si conobbero le circostanze, tale
nondimeno che fece grande strepito nelle corti. Avea fin qui tenuto
il governo di quel ducato madama reale _Maria Giovanna Batista_ di
Nemours, vedova duchessa di Savoia, e fattasi conoscere per una delle
più saggie principesse del secolo suo: tanta era stata la sua prudenza
e giustizia, e tale la sua costanza in non lasciarsi mai smuovere
dall'arti franzesi e spagnuole, per entrare in impegni di guerra.
Essendo già il _duca Vittorio Amedeo_ suo figlio pervenuto alla età di
quindici anni, pensò ella a provvederlo di moglie. E siccome parte per
politica e parte per genio, perchè nata in Francia, si mostrava assai
divota di quella corona, così lasciò regolarsi dalle insinuazioni della
corte di Parigi, per istabilire il maritaggio del figlio coll'_infanta
di Portogallo_, la quale si credea che, per mancanza di maschi, avesse
da ereditar quel regno. Per quante pratiche avesse dianzi fatte il re
Cristianissimo a fine di ottenerla in moglie al Delfino suo figlio,
non potè conseguire l'intento, avendo avuto più forza i maneggi degli
Spagnuoli, ai quali non potea piacere di vedere un giorno unito il
regno di Portogallo col troppo potente di Francia. Studiossi dunque
la corte di Francia di strignere il trattato di matrimonio fra essa
infanta e il giovinetto duca di Savoia, co' fini politici (secondochè
fu creduto) di avere in questo principe, se diveniva re di Portogallo,
chi fosse ben affetto alla corona di Francia, e di promuoverlo anche
al regno di Spagna, qualora il _re Carlo II_ mancasse senza prole: nel
qual caso avrebbe egli facilmente compensata l'assistenza de' Franzesi,
con cedere loro la Navarra, oppure il ducato di Savoia e del Piemonte.
E già erano concluse in Portogallo queste nozze, quando all'improvviso
andò tutto in fascio con istupor della gente il concertato maritaggio.
De' motivi che tagliarono l'ordita tela parlarono molto gli speculatori
de' gabinetti principeschi. Altro non so dir io, se non che i
grandi della Savoia e del Piemonte aspramente si dolevano di questo
trattato, perchè fatto e sottoscritto senza menoma lor participazione
e consenso; e molto più perchè lo consideravano di sommo detrimento a
quegli Stati, tanto in riguardo al pubblico che al privato interesse.
Però animosamente si presentarono alla duchessa, rappresentandole la
dubbiosa eventualità della succession del Portogallo perchè poteano
nascere maschi a quel re, ed erano assai forti le pretensioni del re
di Spagna su quel regno. Aggiugnevano, che dovendosi mantenere il duca
lungi da' suoi Stati, per le grosse somme che annualmente converrebbe
somministrargli, tutti diventerebbero poveri. Peggio dipoi avverrebbe
per quegli Stati, qualora passasse nel duca la corona di Portogallo,
perchè diverrebbero provincie; del che peggio non può avvenire a chi
per sua fortuna ha il principe proprio; e che allora la Savoia e il
Piemonte, oltre alla disgrazia di rimanere spolpati per le rendite
ducali che passerebbono a Lisbona, facilmente ancora andrebbero in
preda alla insaziabilità de' Franzesi.

Nulla si profittò con queste querele. Madama reale ne fece consapevoli
i Franzesi, e questi si rinforzarono di gente a Pinerolo. Disperati
que' nobili aspettarono un dì che la duchessa fosse uscita di città,
e, presentatisi al _duca Vittorio Amedeo_, gl'intonarono le medesime
riflessioni, con aggiugnere che si trattava della sua rovina, avendo
la madre fatto tutto quel monopolio solamente per soddisfare alla
propria ambizione, e poter continuare nella di lui lontananza il suo
imperio; e doversi temere che i Franzesi il volessero lungi da' suoi
Stati per ingoiarli, o riceverli senza fatica da una principessa che
chiudeva in seno un cuor tutto franzese. Restò attonito il giovinetto
principe, e dimandò tosto che rimedio vi fosse. Non altro, risposero
essi, che di mettere in una fortezza la duchessa, la quale cotanto in
pregiudizio del figlio si abusava della sua autorità. E senza dargli
tempo di maggiormente riflettere, gli cavarono dalle mani un ordine da
lui sottoscritto, benchè colle lagrime agli occhi, per l'arresto della
madre. Ritiratosi poi il duca, e ripensando a questo caso, non sapea
trovar posa, quando ecco arriva la duchessa al palazzo, e il truova
tutto pensoso e malinconico; e chiestone il perchè, il vede prorompere
in un dirotto pianto. Tanto colle carezze e coi baci si adoperò la
valente duchessa, che gli trasse di bocca il segreto e il pentimento.
Però, dopo averlo ben imbevuto del retto suo operare, ordinò che si
rinforzassero le guardie del palazzo, mandò a prendere alcune poche
compagnie di soldati da Pinerolo, e successivamente fece prendere i
principali della congiura, facendo spargere voce ch'eglino avessero
tramato di dare in man degli Spagnuoli la persona del duca. Andò poscia
in fumo tutto il trattato delle nozze suddette, e fu creduto, che per
questa ripugnanza de' popoli si sciogliesse il contratto. Venuto colla
flotta portoghese il duca di Cadaval a Nizza nel giugno dell'anno
seguente, per condurre in Portogallo il duca Vittorio Amedeo, il trovò
per disgrazia infermo, e durò la sua creduta finta indisposizione
sino all'ottobre, in cui la flotta portoghese se ne tornò a Lisbona,
ed allora il duca di Savoia ricuperò tosto la sua sanità. Ma, a
riserva de' ministri, non arrivò alcuno a sapere il netto di quelle
risoluzioni. E perciocchè niun processo fu fatto di que' nobili, nè
si videro essi punto gastigati, inchinarono molti a credere che tutta
quell'orditura fosse un colpo di destrezza di madama reale per rompere
il matrimonio promosso con troppa forza da' Franzesi, ma troppo mal
veduto dagli Spagnuoli e da' Piemontesi, e ch'ella con questo ripiego
si facesse merito colla corte di Spagna, senza perdere per questo la
buona armonia con quella di Francia, giacchè in tal congiuntura avea
data a conoscere la sua confidenza con essi Franzesi. Nè ci volea meno
d'una principessa di gran senno come era questa, per saper navigare fra
Scilla e Cariddi. Merita bene che si faccia qui menzione che nel dì 17
d'ottobre di quest'anno venne a morte il _conte Raimondo Montecuccoli_
cavalier modenese, che per tanti anni stato generale dello imperadore,
immortalò il suo nome con tante sue segnalate imprese, ed anche colle
sue _memorie_, le quali poi date alle stampe, son riguardate come
un capo di opera nel genere suo per istruzione di chi si applica al
mestier della guerra.



    Anno di CRISTO MDCLXXXI. Indizione IV.

    INNOCENZO XI papa 6.
    LEOPOLDO imperadore 24.


La pace della Francia coi potentati cristiani non valea meno della
guerra al re Luigi XIV ne' tempi presenti. Il terrore dell'armi sue,
che dopo le passate sperienze faceano tremare tutti i confinanti,
prestava tal forza ad ogni sua pretensione, che niuno osava di
contraddire, se non con parole e proteste inutili, mentre esso re
Cristianissimo operando di fatto, e con isfoderar sole decrepite
pergamene, e con interpretare in suo favore le paci antecedenti,
si andava a mettere in possesso dei paesi ch'egli pretendeva a sè
dovuti. Però in quest'anno ancora diede varie pelate agli Spagnuoli
nella Fiandra e nel Lucemburghese. Arrivò fino a pretendere di sua
ragione Lucemburgo stesso. Indarno strepitavano i ministri di Spagna
e dell'imperadore. La luna seguita a far suo viaggio, senza mettersi
pena dell'abbaiar de' cani. Nella stessa guisa trattava egli _Innocenzo
XI_, pontefice costante in sostenere i canoni e i diritti della Chiesa,
che non volea cedere per le controversie della regalia. Vero è che il
_cardinale di Etrè_ rilevava nella corte romana i meriti singolari
del re Luigi, che in questi tempi promoveva a tutto potere nei suoi
regni la religione cattolica colla depressione della mala razza degli
ugonotti, ai figliuoli dei quali, giunti che fossero all'età di sette
anni, fu permesso di abbracciar la fede della Chiesa romana. Ma, oltre
al sapersi che anche per motivi politici il re era dietro a sterminar
quegli eretici, non conveniva già ch'egli si facesse pagare per questo
atto pio con altri atti pregiudiciali alle chiese. Quel nondimeno che
maggiormente sorprese ognuno in questi tempi, fu il segreto felicissimo
maneggio della corte di Francia per impadronirsi di Strasburgo, ossia
di, Argentina, capitale dell'Alsazia, una delle più belle, delle
più forti, delle più ricche città di Europa, e repubblica allora di
protestanti. Ciò che non possono parole, persuasive e ragioni, lo sa
fare infine l'oro ben adoperato dal gabinetto franzese. Con questo si
espugnarono prima gli animi dei principali di quella città, e poscia
coll'apparenza della forza; giacchè all'improvviso essendosi portate
sotto la medesima piazza numerose schiere e squadroni di Franzesi,
giunse il re Cristianissimo ad impossessarsi nel fine di settembre di
quell'importante città, e di rimettervi l'esercizio della religione
cattolica, senza pregiudizio dei privilegii della protestante.
Riuscì ben disgustoso a Cesare e ai principi della Germania questo
colpo, ma ne esultò in Roma ed altrove qualsivoglia vero amatore del
cattolicismo; e gran plauso ne riportò l'industria del re, che senza
adoperar la violenza unì un sì nobile acquisto al suo dominio.

Nel medesimo tempo un altro colpo di non minore riguardo venne fatto
in Italia da quel monarca, la cui indefessa vigilanza, aiutata da un
insigne primo ministro, cioè dal _marchese di Louvois_, si stendeva
dappertutto. Era gran tempo che esso re amoreggiava la città e
fortezza di Casale di Monferrato, posseduta, come vedemmo, in altri
tempi dall'armi franzesi. Accadde che _Ferdinando Carlo duca_ di
Mantova cominciò a risentir delle amarezze contro gli Spagnuoli, che
gli contrastavano il dominio di Guastalla, con sostener le ragioni di
_don Vincenzo Gonzaga_, a cui esso duca ingiustamente aveva usurpato
quel ducato. Non era egli men disgustato della corte di Vienna, perchè
_Carlo duca di Lorena_, al vedere il Mantovano mancante di prole, non
solamente per le ragioni della regina _Leonora di Austria_ sua moglie
cominciò a muovere delle pretensioni sul Monferrato, ma anche, vivente
esso duca Ferdinando, cercava di entrarne in possesso. Pertanto cadde
in pensiero al suddetto duca di Mantova di armarsi colla protezion
della Francia contra degli Austriaci. Ercole Mattioli Bolognese, suo
confidente, quegli fu che in Venezia mosse parola coll'_abbate di
Strada_, ambasciatore del re Cristianissimo, d'introdurre in Casale
presidio franzese, e l'ambasciatore non tardò ad informare ed invogliar
la corte di questo boccone. Succederono dipoi varie commedie in esso
affare. Imperciocchè, avendo spedito il duca a Parigi esso Mattioli,
non con altro fine, siccome egli protestava, che per far paura agli
Austrici, costui, valendosi d'un mandato che non si stendeva a Casale,
stabilì con quella corte le condizioni della consegna della cittadella
d'essa città. Penetrarono gli Spagnuoli questo segreto, e colle buone e
colle brusche indussero il duca a riprovar l'operato del suo ministro.
E infatti, o perchè dal Mattioli fosse veramente stato tradito, o
perchè si fosse pentito del patto imprudente fatto, sopra di lui
voltò tutta la colpa; e fu anche preteso ch'esso Mattioli, in passando
per Milano, con rilevar quel fatto al governatore, avesse toccato un
regalo di cinquecento scudi d'oro. Il bello fu che contuttociò fu egli
con titolo d'inviato spedito a Torino, ma lasciatosi attrappolar dai
Franzesi, che il chiamarono a Pinerolo, quivi terminò i suoi giorni in
una prigione.

Seguitò nulladimeno il re Cristianissimo a pretendere che si eseguisse
il concordato suddetto, ed inviò a Mantova il signor di Gaumont per
incalzare il duca, il quale all'incontro spedì l'abbate di Santa
Barbara a Parigi per placare sua maestà, facendole conoscere di
non essere tenuto ad un contratto troppo irregolarmente stipulato
da un infedel ministro. Finalmente nell'anno presente d'ordine
del re venne a Mantova l'abbate Morello, e contuttochè i ministri
dell'imperadore e di Spagna non omettessero diligenza alcuna per
iscavalcarlo, pur seppe trovar maniera di vincere il punto. Fama corse
ch'egli guadagnasse con regali i consiglieri del duca, e molto più
coll'esibizione di cinquecento mila lire di Francia il duca medesimo,
il quale, scialacquando le sue rendite in mille sfoghi d'intemperanza
di lusso, di sgherri, di musici, musichesse e buffoni, non ostante che
vendesse tuttodì titoli di marchese e conte, privilegii ed esenzioni
a chiunque ne volea, si trovava per lo più in necessità di danaro.
Fatto segretamente il contratto in Mantova, o pure in Parigi, dal
marchese Guerrieri ministro del duca, se ne vide tosto l'effetto. Erano
calati nella state in gran copia i Francesi a Pinerolo. Fu chiesto
il passo al duca di Savoia _Vittorio Amedeo_, uscito già di minorità;
ed ottenutolo, il _marchese di Bouflers_ si mosse colla vanguardia di
circa quattro mila cavalli, e gli tenne dietro il _signor di Catinat_
con otto mila fanti. Nel dì 30 di settembre il Bouflers arrivò a
Casale, e fece la chiamata alla cittadella, che non si fece pregare
a rendersi con uscirne la guernigione italiana di secento uomini.
Sopraggiunse poi la fanteria franzese, che entrò nella città, ma non
tardò poscia a ritornarsene in Piemonte, restando governatore della
cittadella il Catinat, e il governo civile in mano del duca di Mantova.
Ancorchè ad alcuni principi d'Italia non dispiacesse il mirare in man
dei Franzesi l'importante piazza di Casale, perchè questa serviva di
briglia agli Spagnuoli, soliti in addietro a voler dar la legge ad
ognuno; pure sommamente detestarono questa viltà del duca di Mantova
per altri motivi la corte di Savoia e la veneta repubblica; e molto più
ancora l'imperadore e il re Cattolico. Ora il duca Ferdinando Carlo
facea mille proteste, che contro sua volontà era seguito il fatto;
che i suoi ministri l'aveano tradito; fece anche mettere prigione il
marchese Guerrieri, benchè poi questa prigionia poco durasse. In oltre
detto fu ch'egli in Venezia giurasse sull'ostia sacra di non aver per
Casale tirato un soldo dalla Francia: proteste nondimeno che ebbero
la disgrazia di non trovar fede presso i più, e meno presso i saggi
Veneziani, i quali da lì innanzi il disprezzarono, gli tolsero il
commercio coi lor nobili, e alla di lui gente negarono ogni rispetto ed
esenzione; ancorchè egli non lasciasse per questo di portarsi a Venezia
nei tempi di carnevale a procacciarsi la gloria di superar tutti nella
ricerca de' piaceri.



    Anno di CRISTO MDCLXXXII. Indiz. V.

    INNOCENZO XI papa 7.
    LEOPOLDO imperadore 25.


Benchè fosse pace per tutta l'Europa, pure la corte di Francia non
lasciava godere pace ad alcuno, continuamente attendendo a rendersi
formidabile a tutti. Il maresciallo _duca di Crequì_, d'ordine del re
Cristianissimo, formò una specie di blocco intorno alla importante
città di Lucemburgo, di modo che impedendo l'entrata dei viveri in
essa, timore insorse che pensasse ad impadronirsene: il che recò
somma gelosia non solo agli Spagnuoli padroni di essa, ma anche
all'Inghilterra ed Olanda, le quali interposero i loro uffizii per far
desistere la Francia da quella novità, siccome in fatti avvenne. Era
parimente inquieta la corte di Vienna, perchè dopo essersi studiata
di quetare i torbidi dell'Ungheria, commossi dal Techelì e da altri
malcontenti e ribelli, quando men sel pensava, vide coloro più che mai
contumaci muovere aperta guerra alla casa d'Austria coll'impossessarsi
di varie città in essa Ungheria. Gravi sospetti (per non dire di più)
correano che l'oro della Francia fomentasse quella cancrena. Anzi
essendosi udito che il gran signore de' Turchi facesse un incredibil
armamento con disegno di venir egli in persona contra di Cesare nel
prossimo venturo anno, non pochi si figurarono che a tal guerra fosse
commossa la Porta dai medesimi Franzesi; tuttochè la stessa corte
di Francia quella fosse che scoprisse ai ministri di Cesare e degli
altri principi cristiani il disegno di quegl'infedeli: il che non
si accordava col suddetto supposto. Era intanto arrivata al colmo
l'insolenza de' corsari algerini; dolevasi ogni nazion cristiana della
lor pirateria; e nel precedente anno aveano avuto l'ardire di dichiarar
la guerra alla Francia. A questo affronto, proveniente da quella
canaglia, si mosse lo sdegno del _re Luigi_; e però contra di loro
inviò in quest'anno una flotta di dodici vascelli da guerra, quindici
galee e cinque galeotte, sotto il comando del signor di Quene. Arrivò
questi davanti ad Algeri nel dì 23 di luglio, e salutò quella città
nel seguente mese con alquante centinaia di bombe, che non poco danno
cagionarono in quel popolo, non avendo esso con tutta la furia e copia
delle sue artiglierie potuto impedir que' disgustosi saluti. Ma perchè
il mare ingrossò, non potè quel generale far di più, e riserbò all'anno
seguente il resto del gastigo.

Perchè poi continuava lo zelante _papa Innocenzo XI_ a non voler
accordare al re Cristianissimo l'estensione della regalia, questi,
già avvezzo a risolutamente volere tutto quanto era di sua volontà ed
interesse, fece raunar nell'anno presente l'assemblea di quei vescovi,
che più degli altri erano disposti a secondare i suoi voleri, e colla
loro autorità regolò essa regalia per l'avvenire, senza far più caso
delle vive preghiere e forti doglianze del pontefice. Nè qui si fermò
lo spirito di dispetto e di vendetta che avea preso luogo nel cuore di
quel monarca; imperciocchè fece accettare e pubblicar da esso clero
nel dì 23 di marzo quattro proposizioni che crudelmente ferivano i
diritti e privilegii della santa Sede, molto prima disseminate dai
Sorbonisti sotto lo specioso titolo di libertà della Chiesa gallicana.
Cioè, che il romano pontefice non ha autorità diretta o indiretta sopra
il temporale de' principi, nè può deporre essi sovrani, nè assolvere
dal giuramento di fedeltà i loro sudditi. Che i concilii generali sono
superiori ad esso pontefice. Che l'autorità dei decreti della Sede
apostolica spettanti alla disciplina riceve la sua forza dal consenso
delle altre chiese. E che nelle quistioni di fede non sono infallibili
le sentenze della santa Sede, e solamente tali divengono quando vi
concorre l'approvazion della Chiesa. Se così ardite proposizioni
dispiacessero al sommo pontefice e a tutta la corte di Roma, non
occorre che io lo dica. Fu incitato più volte il santo padre ne'
tempi susseguenti a condannarle; ma egli non vi si lasciò mai indurre,
affinchè non credesse la nazion francese, che egli più avesse ascoltata
la passione che la giustizia in sì fatta condanna. Però nè lasciò la
cura ai suoi successori. Furono solamente da varii dotti scrittori
confutate quelle opinioni, e questa battaglia si è rinnovata anche
negli ultimi nostri tempi. Fu in pericolo l'Italia nell'anno presente
del flagello della peste, che dopo essere stata a Vienna, in Boemia ed
in altri luoghi della Germania, era giunta fino a Gorizia e ad altri
confini dello Stato veneto. Tale nondimeno fu la solita vigilanza
di quella provvida repubblica, che non potè fare ulteriore progresso
questo fiero malore. Maggiore apprensione intanto si ebbe per li gran
preparamenti d'armi e di gente che facea la Porta ottomana per terra e
per mare. L'_imperadore Leopoldo_, perchè più minacciato degli altri,
si diede anch'egli a far gente ed altre provvisioni, ma colla lentezza
tedesca; fece anche aggiugnere delle fortificazioni alla sua capitale,
giacchè essa non andava esente dal timore per la vicinanza di tante
piazze, occupate in addietro nell'Ungheria dalla potenza de' Musulmani.
Cominciò in oltre esso Augusto a trattar varie leghe col principi più
potenti, le quali furono poi conchiuse solamente nell'anno seguente,
ma che nulla frastornarono il terribile tentativo dei Turchi, di cui
parleremo fra poco.



    Anno di CRISTO MDCLXXXIII. Indiz. VI.

    INNOCENZO XI papa 8.
    LEOPOLDO imperadore 26.


Se mai ci fu anno che tenesse la cristianità in agitazione, i corrieri
in moto, e l'universal curiosità in un continuo all'arme, certamente
fu questo. Imperciocchè finalmente si avverò il sospetto che il
gran signore aspirasse a cose inusitate in danno dell'augusta casa
d'Austria, essendo uscito in campagna il gran visir Mustafà Carà con
un'armata che più il timore che la verità fece ascendere a trecento
mila persone. Generalissimo dell'armi cesaree, ma armi troppo allora
deboli per resistere a sì gran torrente, fu dichiarato il prode _duca
di Lorena Carlo V_ cognato dello stesso _imperador Leopoldo_. Spedito
egli per contrastare il passo al potentissimo nemico esercito, ebbe
per grazia di potersene tornare indietro salvo, colla perdita nondimeno
di alcuni insigni uffiziali e di parte del bagaglio. Aveano trovato i
Turchi il varco per istradarsi alla volta di Vienna. Tale costernazione
perciò entrò in questa città allo scorgerne imminente l'assedio, che
l'Augusto Leopoldo con tutta la sua corte mossosi di là nel dì 7 di
luglio, si ritirò a Lintz, e poscia a Passavia, senza potersi esprimere
la terribil confusione di que' benestanti, per fuggire anch'essi con
quante carrozze e carra mai poterono trovare. Governatore di Vienna
restò il valoroso _conte Ernesto di Staremberg_, che si preparò a ben
ricevere gl'infedeli. Già erano stati atterrati i vasti e deliziosi
borghi di quell'augusta città; e intanto precorrendo gl'incendiarii
Turchi rovinarono col fuoco un amplissimo tratto dell'Austria,
distruggendo villaggi, palazzi, case e delizie. Circa dieci mila bravi
soldati formavano la guernigion di Vienna, oltre a tutti i cittadini
rimasti nella città, che, deposto il timore presero l'armi, concorrendo
anche i preti, i frati, le donne e i ragazzi a piantar le palizzate,
a cavar terreno, ove bisognava, e a prestare ogni altro possibile
aiuto. Entro la città furono poi spinte dal duca di Lorena alcune
altre migliaia di difensori. Nel dì 14 di luglio comparve l'esercito
turchesco, e cinse Vienna di assedio. Diedero costoro principio agli
approcci, a gittar bombe ed altri fuochi artificiali nella città, a
bersagliar colle batterie i baluardi, e a lavorar di mine: al quale
uffizio abbondavano di gente sperta, cioè di molti rinegati; laddove
Vienna si trovava quasi affatto priva di contraminatori. Non mi
fermerò io a far la descrizione di questo memorabile assedio, per
cui tutta anche l'Italia restò sbigottita, nè d'altro parlava che
d'un sì formidabile avvenimento. Tutti perciò correano alle orazioni,
avendo il pontefice pubblicato un solenne giubileo in tal congiuntura
per implorar la misericordia e la benedizione di Dio. Dirò dunque in
succinto che continuò per tutto l'agosto lo sforzo dell'armi turchesche
sotto Vienna, e giunsero esse a prendere il cammin coperto; a far più
mine e breccie nelle mura, a dar più e più furiosi assalti; ma che
maraviglie di valore fecero nella difesa anche i cristiani, sì col
rispingere i nemici, sì col far vigorose sortite, non risparmiando
il sangue proprio, e con tal felicità e bravura, che le migliaia di
Turchi lasciarono ivi le vite. Ma già aveano gli ostinati musulmani
fermato il piede nella punta d'un baluardo; e fu creduto che la città
non si sarebbe più potuta sostenere, se il gran visire avesse con un
generale assalto voluto sacrificar più gente. Forse fu ritenuto dalla
speranza di cogliere per sè i tesori della città, ottenendola a patti;
perchè col prenderla per assalto sarebbono le ricchezze cadute in mano
dei soldati vogliosi del sacco. Ma incoraggiti i difensori dal sicuro
avviso del vicino soccorso, più che mai attesero a nuove tagliate,
sortite, ed altre azioni coraggiose, per prolungare il più possibile
l'avanzamento de' nemici.

Avea ne' primi mesi di quest'anno l'_Augusto Leopoldo_ conchiuse
varie leghe, o per quiete o per difesa dell'imperio e degli Stati
suoi nella preveduta gran tempesta onde era minacciato. Spezialmente
per interposizione dello zelante pontefice _Innocenzo XI_ seguì una
confederazione fra lui e _Giovanni Sobieschi_ re di Polonia nel dì 31
di marzo. Quanto più vide esso Augusto crescere il pericolo, e poi
formato l'assedio della sua capitale, tanto più affrettò i principi
e i circoli della Germania, e il re suddetto di Polonia ad accorrere
in aiuto. La causa era comune. Caduta Vienna, dovea tremare ogni
principe e città di quei contorni. Concorsero dunque a sì urgente
bisogno il prode re polacco con circa trenta mila dei suoi nazionali;
_Massimiliano Emmanuele elettor_ di Baviera e _Giorgio elettor_ di
Sassonia, e molti principi volontarii, fra i quali quattro della casa
di _Sassonia_, due di _Neoburgo_ cognati dell'imperadore, _Eugenio
principe di Savoia_, due di _Wirtemberg_, due d'_Olstein_, quei di
_Analt_ e di _Bareit_, e il _principe di Waldech_ generale delle
milizie dei circoli. Unironsi quest'armi col generalissimo di Cesare,
cioè coll'invitto _Carlo V duca di Lorena_, il quale durante l'assedio
non era mai stato in ozio, ed avea battuto più corpi di Turchi,
che portavano viveri e munizioni al campo loro. Fecesi l'union de'
cristiani tedeschi e polacchi a Krems di là dal Danubio, e prese che
furono le più savie risoluzioni, passò di qua dal fiume il poderoso
esercito, consistente in ottantacinque mila combattenti, tutti ansanti
di combattere per la fede e per la pubblica salute contro i nemici del
nome cristiano. Divisa in tre corpi l'armata, con bella ordinanza calò
dalla montagna di Kalemberg nel felicissimo dì 12 di settembre. Andava
avanti il terrore, perchè i Turchi da' loro alloggiamenti scoprivano
sì fiorito e ben ordinato esercito animosamente scendere dal monte al
loro eccidio. Non fu lunga la resistenza fatta da coloro; perchè il
primo visire Mustafà Carà, ritiratosi in luogo alquanto distante dalla
battaglia, insegnò agli altri essere miglior partito il fuggire che
il menar le mani. Lasciarono dunque gl'infedeli in preda ai vittoriosi
Cristiani tutte le loro artiglierie, munizioni, viveri, insegne, tende
e bagagli. Al re polacco, che conducea l'ala sinistra, e ai suoi toccò
la fortuna di cogliere il quartiere del primo visire, nel cui superbo
padiglione trovò un immenso tesoro di arredi e contanti, e lo stendardo
principale dell'armata turchesca: il che produsse poi invidia e
doglianze nel resto dell'armata, perchè i soli Polacchi quei furono che
principalmente si arricchirono.

L'avere impiegato i soldati gran tempo nello spoglio, cagion fu che
non inseguirono i fuggitivi nemici. Entrarono nel seguente giorno
13 di settembre i trionfanti generali cristiani in Vienna, cioè il
re di Polonia, i duchi di Baviera, Sassonia e Lorena, e gli altri
principi, e alla vista de' mirabili lavori degli assedianti ed
assediati rimasero attoniti. Nel dì appresso giunse alla medesima
città, venuto pel Danubio, l'_imperador Leopoldo_ (il che raddoppiò
l'allegrezza), e non perdè tempo la maestà sua a rendere grazie a Dio
col far cantare un solenne _Te Deum_ per così insigne vittoria. Certo
non si può esprimere il giubilo che si diffuse per tutta l'Italia
all'avviso di quella sempre memorabil giornata. Le lingue d'ognuno si
sciolsero in inni di gioia e di ringraziamenti a Dio, e massimamente
in Roma, dove il pontefice _Innocenzo XI_ con molte migliaia di scudi
dati in limosina a' poveri, e con aprir le carceri e liberar tutti
i prigioni non capitali, soddisfacendo egli del suo pei debitori,
attestò la sua gratitudine al donator d'ogni bene. E perciocchè il
santo padre riconobbe sì felice successo dall'intercession della
Vergine santissima, essendo succeduta tal vittoria correndo l'ottava
della sua Natività, istituì dipoi la festa del Nome di Maria in quella
ottava. Fu poi dal re di Polonia inviato lo stendardo maggiore de'
Turchi alla santità sua: spedizione che fruttò al regio segretario
portator d'esso ricchi regali del _papa_, del _cardinal Francesco
Barberino_ e del _principe di Palestrina_. Coronarono l'armi di Cesare,
comandate dal duca di Lorena, la presente campagna con una vittoria
riportata contro i Turchi a Parcam, e coll'acquisto dell' importante
città di Strigonia nel dì 27 d'ottobre. Lo strepito di queste
gloriose azioni talmente sgomentò i dianzi ribelli Ungheri seguaci
del conte Emerico Techelì, che buona parte di que' comitati inviarono
a rendere ubbidienza al legittimo loro augusto sovrano. Diede molto
da discorrere, anzi da mormorare, in questi tempi la condotta del _re
Luigi XIV_, il quale di dì in dì minacciava nuova guerra alla Spagna,
insisteva nelle precedenti pretensioni, e ne sfoderava delle nuove;
ed oltre a ciò tenendo una potente armata ai confini della Germania,
tuttochè mirasse in tanto rischio la città di Vienna, e sì vicini i
Turchi alla depression de' cristiani; pure non alzò un dito per dar
soccorso al pericolante Augusto. E non è già ch'egli non l'esibisse
alla dieta di Ratisbona, ma ne voleva essere ben pagato, con pretendere
prima la cessione di Lucemburgo. Di sì generosa esibizione non vollero
prevalersi i ministri della dieta, perchè il pagamento sarebbe stato
certo; e qual fine potesse poi avere il lasciar entrare armato in
Germania un re sì potente e sì vago di conquiste, non appariva assai
chiaro. Certamente non sì potè levar di capo alla gente ch'esso monarca
non avesse, non dirò commossa la Porta ottomana contro di Cesare, ma
desiderata la caduta di Vienna, affinchè il corpo germanico si fosse
poi trovato in necessità d'implorar la sua protezione ed assistenza, la
qual forse sarebbe riuscita più pericolosa, che la guerra col Turco.
Tali erano le speculazioni dei politici d'allora: se ben fondate, io
nol so.

Sul fine di maggio in quest'anno tornò esso re Cristianissimo ad
inviare il signor di Quene con una flotta ad Algeri, per gastigar
quell'insolente nazione che nulla avea profittato della lezion
precedente. Tal terrore, tal danno recarono a quella città le bombe,
che i barbari inviarono a chiedere pace. Rispose loro il comandante
franzese di non poterne parlare se prima non restituivano tutti gli
schiavi cristiani. Nel termine di quattro giorni (era il fine di
giugno) ne condussero più di cinquecento. Ve ne restarono moltissimi
altri; contuttociò il signor di Quene diede luogo al trattato della
pace, e dimandò gli ostaggi. Uno d'essi fu Mezzomorto ammiraglio degli
Algerini. Costui, perchè alte erano le pretensioni de' Franzesi, nè
si concludeva l'accordo, dimandò di rientrare nella città, facendo
credere di poter levare gli ostacoli alla pace. Altro non fece costui
che commuovere a sedizione la milizia algerina; e fatto assassinare
Baba Hassan dei, ossia bei, ossia re d'Algeri, ottenne di esser egli
proclamato signore. Quindi ricominciò dopo la metà di luglio la guerra,
e con più furore di prima volarono le bombe, che cagionarono la rovina
di gran parte di quella città. Fecero que' Barbari alcune vigorose
sortite, ma furono sempre respinti. Se ne tornò poi nel settembre la
flotta franzese in Francia, senza avere stabilito accordo alcuno. Ma
perciocchè nell'anno seguente 1684 ebbe avviso il Mezzomorto che in
Francia si facea un più gagliardo apparecchio contra d'Algeri, spedì
a muovere proposizioni di pace, e questa poi si ultimò nel dì 23 di
aprile dell'anno suddetto con delle condizioni affatto onorevoli e
vantaggiose per la corona di Francia. Nel dì 30 di luglio dell'anno
presente terminò i suoi giorni _Maria Teresa d'Austria_ infanta
di Spagna e regina di Francia, che riempì di cordoglio tutto quel
regno: tanta era la sua pietà, la sua carità verso i poveri, la sua
inclinazione a tutte l'opere virtuose, la sua prudenza, e la sua
mirabil pazienza e disinvoltura, senza mai risentirsi de' pubblici
scandalosi adulterii del re consorte.



    Anno di CRISTO MDCLXXXIV. Indiz. VII.

    INNOCENZO XI papa 9.
    LEOPOLDO imperadore 27.


Altro non s'udiva in questi tempi che doglianze degli Spagnuoli contra
la Francia, la quale ogni dì si metteva in possesso di qualche luogo
e signoria con pretensioni di dipendenze, feudi ed altri titoli, che
in mano di sì gran potenza diventano sempre irrefragabili. Si vede
una lista di città, villaggi, castella ed altri luoghi occupati con
questa muta guerra dall'armi franzesi dopo la pace di Nimega, lista
ben lunga, e tale, che cagiona anche oggidì stupore e compassione verso
chi restava sì fieramente pelato, senza osare di far altra opposizione
che di lamenti. Intanto gli eserciti del _re Luigi XIV_ erano sempre
ai confini, cercando pur motivi di nuova guerra. Gli Spagnuoli in
Fiandra non potendo più reggere a tanta oppressione, cominciarono le
ostilità contra de' Franzesi fin l'anno precedente. Si fecero ridere
dietro, perchè nè forze proprie aveano, nè collegati per sostener
questo impegno. Non altro che questo sospirava la Francia; e però in
esso anno passate l'armi del Cristianissimo all'assedio di Courtrai,
s'impadronirono di quella città e di Dismuda. E mentre nell'anno
presente i buoni Olandesi si sbracciavano in un congresso tenuto
all'Haia per trattare di pace, o almeno di tregua, il re, che da gran
tempo facea l'amore all'importante città di Lucemburgo, e conobbe il
tempo propizio, trovandosi allora impegnate l'armi di Cesare contro
il Turco, nel dì 28 di aprile mandò l'armata sua all'assedio di quella
città. Era questa creduta inespugnabile, ma i marescialli di _Crequì_
e d'_Humieres_ disingannarono la gente, con aver obbligato alla resa
quel presidio nel dì 4 di giugno. Dopo un sì bell'acquisto non ebbe
difficoltà il re d'accordare, nel dì 29 di esso mese, una tregua di
venti anni coll'Olanda, la qual poscia, per non poter di meno, fu
accettata anche dal re di Spagna e dall'imperadore: con che il re
Cristianissimo restò in possesso della città e ducato di Lucemburgo,
con obbligarsi di restituire alla Spagna le città di Courtrai e
Dismuda, spogliate prima di fortificazioni. Ma le paci e tregue della
Francia in questi tempi non erano che sonniferi per addormentar le
potenze, e duravano fintanto che si presentava occasione di nuovi
acquisti. Pareva poi alla corte di Francia che il giovinetto duca di
Savoia _Vittorio Amedeo II_ mostrasse più incitazione a Madrid che a
Parigi. Però, quantunque _madama reale_ bramasse di dare al figlio in
moglie la principessa di Toscana _Anna Maria_ figlia del _gran duca
Cosimo III_, pure tante batterie ebbe dai ministri di Francia, che le
convenne accomodarsi ad un altro accasamento. Fu dunque in Versaglies,
nel dì 9 d'aprile, stipulato il maritaggio d'esso _duca di Savoia_
colla _principessa Anna_ figlia di _Filippo duca_ d'Orleans, fratello
unico del re Cristianissimo. Si mise in viaggio ben tosto questa
principessa con accompagnamento assai nobile, e fu ricevuta ai confini
dal duca suo sposo.

A queste allegrezze tenne dietro, nel seguente maggio, una dolorosa
tragedia, che un nuovo campo aprì alle mormorazioni contro la
prepotenza de' Franzesi, che avea fissato il punto massimo della sua
gloria in farsi ubbidire da tutti, e in far tremare ognuno. Gran tempo
era che non sapea sofferir quella corte di mirar la repubblica di
Genova, secondo l'inveterato suo costume, cotanto aderente a quella
di Spagna, e posta sotto il patrocinio del re Cattolico. Andava perciò
cercando motivi di lite con essi Genovesi; e mancano forse mai ragioni
al lupo, allorchè vuol divorare l'agnello? Pretesero i Franzesi di
tenere un magazzino di sale in Savona, per provvederne Casale di
Monferrato: novità che tornava in grave pregiudizio alle finanze della
repubblica, e però non si voleva accordare. Quattro nuove galee aveano
fabbricato essi Genovesi: diritto che niuno aveva mai contrastato
alla loro sovranità e libertà. Col pretesto che queste avessero da
servire per gli Spagnuoli, fu loro intimato di disarmarle. Più e più
affronti si videro fatti dalle navi franzesi a quelle de' Genovesi e
alle loro riviere; pure tollerava tutto la paziente repubblica. Fu poi
spedito a Genova con titolo di residente il signor di Saint Olon, e
poco si stette a conoscere mandato a cagionar dei garbugli, avendo egli
cominciato a proteggere i delinquenti, e a defraudar le gabelle (benchè
assegnato a lui fosse un regalo annuo di mille e cinquecento pezze per
sicurezza della dogana) e a far portare armi a' suoi dipendenti, che
impunemente ogni dì facevano delle insolenze. Ma, per venire al punto
principale, la corte di Francia, che prima coll'esempio d'Algeri, ed
ora con quel di Genova, voleva imprimere in chicchessia il terrore
della sua potenza, spedì con una flotta il _signor di Segnelay_,
figlio del celebre _signor di Colbert_, mancato di vita nel precedente
anno, che, presentatosi nel dì 17 di maggio sotto Genova, intimò alla
repubblica la disgrazia e i risentimenti del re, se immediatamente non
gli consegnavano i fusti delle quattro nuove galee, e non inviavano al
re quattro consiglieri a chiedere perdono, e ad assicurare la maestà
sua della loro intera sommessione agli ordini suoi. Perchè non si
vide pronta ubbidienza a questa intimazione, cominciarono le palandre
franzesi nel seguente giorno a flagellar quella bellissima città
colle bombe. Sino al dì 28 del mese suddetto seguitò quell'infernale
pioggia; nel qual tempo fecero i Franzesi anche uno sbarco di gente in
terra, sperando forse in quella costernazione della città di potervi
mettere il piede. Ma i Genovesi rinforzati da varii corpi di truppe
regolate che loro inviò il governatore di Milano, ed animati dall'amor
della patria e della libertà, renderono inutile ogni altro sforzo de'
nemici, i quali nel suddetto dì 28 fecero vela verso la Provenza, e
passarono dipoi ad esercitare la loro bravura contra degli Spagnuoli
in Catalogna. Gravissimi furono i danni recati alla città di Genova
e a San Pier d'Arena, per essere rimaste incendiate e diroccate varie
chiese, palazzi, monisteri e case; ma non sì grande fu quell'eccidio
come la fama lo decantò. E intanto ben molto soffrì nel suo materiale
e nello scompiglio del popolo quella repubblica, ma intatta seppe essa
conservare la gemma della sua sovranità. Qual fine poi avesse questa
tragedia, detestata da chiunque senza parzialità pesava le cose, lo
diremo all'anno seguente.

Compiè la carriera del suo vivere nel dì 15 di gennaio dell'anno
presente _Luigi Contarino_ doge di Venezia, a cui, nel dì 25 di esso
mese, fu sostituito _Marco Antonio Giustiniano_. Passavano in questi
tempi controversie fra _papa Innocenzo XI e la repubblica veneta_,
perchè, non volendo più soffrire il pontefice i tanti disordini che si
sovente accadevano in Roma per le franchigie pretese dagli ambasciatori
delle corone, avea dichiarato a tutti di voler libero il corso della
giustizia contra dei malviventi e di chi facea contrabbandi. Per
questa contrarietà aveano i Veneziani richiamato il loro ministro,
ed altrettanto avea fatto il papa per conto del suo nunzio, che si
ritirò da Venezia a Milano patria sua. Contuttociò il buon pontefice,
in cui prevaleva ad ogni altro riguardo il zelo della religione e il
bene della cristianità, con sommo vigore si adoperò per unire in lega
contro il nemico comune l'_imperadore Leopoldo, Giovanni Sobieschi re
di Polonia_ e la _veneta repubblica_. Restò conchiusa questa alleanza
nel dì 5 di marzo dell'anno presente. Quanto al re polacco, gli riuscì
di ricuperare la città di Coccino, ma senza poter fare altra impresa
di considerazione. Nè pur si mostrò molto favorevole alle armi cesaree
la fortuna in quest'anno. S'era determinato nel consiglio di guerra
d'imprender l'assedio della regale città di Buda. A questo fine,
essendo uscito in campagna il _duca Carlo di Loren_a, prima s'impadronì
di Vicegrado, poscia mise in isconfitta il bassà di Buda, uscito per
contrastargli il passo; e dopo aver presa Vaccia, e forzati i Turchi
a ritirarsi da Pest, valicò sopra più ponti il Danubio, e nel dì 14 di
luglio mise l'assedio a Buda. Tentò più d'una volta il saraschiere di
dar soccorso all'assediata città, ma sempre fu respinto; anzi nel dì 25
di luglio uscito dalle trincee esso duca di Lorena col _principe Luigi
di Baden_, col generale _conte Caprara Bolognese_, e la maggior parte
della sua armata, andò ad assalir quella del saraschiere suddetto, e le
diede una rotta con istrage e prigionia di molti Turchi, ed acquistò
di molte bandiere ed artiglierie. Nel dì 9 di settembre arrivò anche
l'_elettor di Baviera_ sotto Buda, il cui assedio ostinatamente fu
proseguito sino al fine d'ottobre; ma sostenuto con estremo vigore
dagl'infedeli, che fecero continue sortite, e lavorarono forte
di mine e contramine. Intanto per la perdita di molta gente negli
assalti, e più per le malattie, essendo scemata assaissimo l'armata
cesarea, si vide sul principio di novembre forzata a ritirarsi da
quell'assedio, e a cercare riposo nei quartieri d'inverno. Si stese
all'incontro la benedizione di Dio nell'anno presente sull'armi
venete. S'era fortunatamente ritiralo da Costantinopoli il bailo di
quella repubblica, travestito da marinaro, ed ella avea fatto un bel
preparamento di milizie e navi, con eleggere capitan general _Francesco
Morosino_, già celebre per molte sue segnalate precedenti azioni. Il
pontefice _Innocenzo XI_ somministrò quel danaro che potè in aiuto dei
Veneti, e non solamente spedì ad unirsi colla lor flotta cinque sue
galee, ma sette ancora di Malta, e ne ottenne quattro altre da Cosimo
III gran duca di Toscana. La prima fortunata impresa che fecero i
Veneziani, fu quella dell'isola di Leucate, dove, nel dì 6 d'agosto,
s'impadronirono dell'importante fortezza di Santa Maura, e poscia di
Vonizza, Seromero ed altri luoghi. Di là passarono ad assediare l'altra
non men gagliarda fortezza della Prevesa, che costrinsero alla resa.
Nello stesso tempo anche i Morlacchi occuparono Duare in Dalmazia. Con
questo bel principio si dispose la repubblica a cose maggiori.



    Anno di CRISTO MDCLXXXV. Indiz. VIII.

    INNOCENZO XI papa 10.
    LEOPOLDO imperadore 28.


Nel dì 16 di febbraio del presente anno per colpo di apoplessia mancò
di vita _Carlo II re_ d'Inghilterra; e morì, secondochè han creduto non
pochi storici, nella comunion della Chiesa e religion cattolica. A lui
succedette Giacomo II suo fratello, professore anch'egli, e pubblico,
della stessa religione. Si diferì poi la coronazione del novello re,
e di _Maria Beatrice d'Este_ sua consorte fino al dì 3 di maggio; e
questa fu celebrata con incredibil solennità e pompa. Al mirare sul
trono della Gran Bretagna un re cattolico, si dilatò l'allegrezza in
tutte le provincie del cattolicismo per la conceputa speranza di veder
cessare il funestissimo scisma di quel fiorito regno, e riunita un dì
alla Chiesa sua vera madre quella potente nazione. Ribellaronsi al
re Giacomo i conti d'Argile e il duca di Montmouth, figlio bastardo
del re defunto; ma egli ebbe la fortuna di atterrarli amendue e di
assodarsi sul trono. In quest'anno il _re Luigi XIV_ prese a gastigar
l'insolenza de' corsari tripolini con ispedire il _maresciallo d'Etrè_
alla lor città, il quale così ben regalò di bombe quel popolo, che
l'astrinse, nel dì 29 di giugno, a chiedere misericordia, a restituir
tutti gli schiavi franzesi, e a pagar per emenda di tante prede da lor
fatte cinquecento mila lire di Francia. Riportò il plauso d'ognuno
questo gastigo, perchè troppo meritato da que' ladroni infedeli. Ma
restò all'incontro disapprovato il rigore con cui quel monarca diede
la pace alla repubblica di Genova con una capitolazione sottoscritta in
Versaglies nel dì 22 di febbraio, per la quale fu obbligato quel doge,
cioè _Francesco Maria Imperiali_, con quattro senatori a portarsi in
Francia ai piedi del re per attestare alla maestà sua il dispiacere
di avere incontrata la sua indignazione. Furono anche obbligati i
Genovesi a disarmar le quattro nuove galee, a dar congedo alle milizie
spagnuole, e a rifare i danni cagionati dalle bombe franzesi a tutte
le chiese e luoghi sacri della lor città. Per tale aggiustamento s'era
adoperato vivamente il nunzio pontifizio _Ranucci_ d'ordine del sommo
pontefice, e perciò alla medesima santità sua fu rimesso il lassare
il pagamento intimato alla repubblica pel suddetto risarcimento.
Obbligò eziandio esso re, nel dì 30 d'agosto, i corsari tunisini alla
restituzion degli schiavi franzesi, con altre condizioni vantaggiose
alla Francia, anzi a qualunque cristiano che navigasse sotto la
bandiera franzese. Ma quel che fece maggiormente risonare il nome del
Cristianissimo monarca, fu l'editto da lui pubblicato nell'ottobre
di quest'anno con cui rivocò ed annullò l'editto di Nantes del 1598,
vietando in avvenire ne' suoi regni l'esercizio della setta calviniana.
Che lamenti, che esagerazioni facesse tutto il partito de' protestanti
per questa risoluzione del re Cristianissimo, non si potrebbe esporre
se non con assaissime parole. Declamarono essi sopra tutto contro
alcuni eccessi commessi nella conversion di quegli ugonotti, che o non
vollero o non poterono uscir di Francia. Rumoreggiarono altri contro
la poca economia del re, il quale lasciò partir dai suoi regni tante
migliaia di famiglie eretiche, e con esso loro tanti milioni d'oro, e
tanti artisti che andarono ad arricchir paesi stranieri. Ma il re volle
preferire al proprio interesse il ben della sua monarchia, la quale,
per gli esempli passati, non si trovava mai sicura, nutrendo nel seno
gente di religion diversa; che non cessava di tentar di nuocere, e
teneva sempre in sospetto la corona. In somma presso i cattolici sì pia
e generosa azione di _Luigi XIV_ tale fu, che basterà sempre a rendere
glorioso ed immortale il suo nome.

Nella campagna dell'anno presente fu risoluto dall'esercito cesareo,
comandato da _Carlo duca di Lorena_, di formar l'assedio di Neukaisel,
una delle piazze più forti che possedesse l'ottomana potenza
nell'Ungheria. A dì 7 di luglio si diede principio alle ostilità contra
di quella piazza. A questo avviso il saraschiere, forte di sessanta
mila persone si portò a Vicegrado e se ne impossessò, e passò poi a
stringere d'assedio la città di Strigonia. Allora il duca di Lorena,
lasciato il generale _conte Enea Caprara_ sotto Neukaisel, preso il
meglio dell'esercito cristiano, andò per affrontarsi col saraschiere.
Costui, ritiratosi da Strigonia, non voleva il giuoco; tanto fece
il duca, che il tirò a battaglia, e lo sconfisse con acquisto de'
padiglioni e di molte artiglierie, bandiere e munizioni. Animati
da questo buon successo i cristiani, giacchè era fatta la breccia a
Neukaisel, nè a tempo i Turchi presero la risoluzione di rendersi,
v'entrarono a forza, e tagliarono a pezzi tutto quel presidio.
Impadronissi dipoi il maresciallo Caprara di Eperies, Tokai e Kalò; e
venne all'ubbidienza sua anche la città di Cassovia. Così ai generali
_Mercy_ ed _Heisler_ riuscì di prendere la fortezza di Zolnoch, e
di disfare il ponte d'Essech. Altre prosperose azioni si fecero in
Bossina e Corbavia dall'armi cristiane. A queste imprese concorsero
ancora da Parigi i _principi di Contì_ e di _Roccasurion_ fratelli,
e il _principe di Turrena_, con lasciar ivi non pochi segni della lor
intrepidezza. Quanto a' Veneziani, inferiore non fu la felicità delle
lor armi sotto il comando di _Francesco Morosino_ capitan generale.
Nelle loro armate generale della fanteria era il _principe Alessandro_
fratello di _Ranuccio II_ duca di Parma. Militava parimente il
_principe Massimiliano di Brunwsich_ alla testa d'alcuni reggimenti del
duca suo padre. Tra molti volontarii si contò anche _Filippo principe
di Savoia_. Vi spedì _papa Innocenzo XI_ le sue cinque galee, otto ne
inviò la _religion di Malta_, e quattro il _gran duca_ di Toscana.
Rivoltesi pertanto le mire dei Veneziani al Peloponneso, che oggidì
porta il nome di Morea, passarono all'assedio della città di Corone.
Non solamente gran resistenza fecero Turchi e Greci abitanti in quella
città, ma forza fu di combattere più fiate con un esercito turchesco,
che nelle vicinanze trincierato andava tentando di soccorrere la
piazza. A costoro fu data una rotta nel dì 7 di agosto: il che fatto,
più coraggiosamente si continuarono gli approcci e le offese contra
di Corone. L'ostinazion de' difensori giunse a tanto, che i cristiani
a viva forza sboccarono nella città, mettendo a fil di spada quanti
incontrarono, e poscia a sacco tutte le abitazioni. Vi si trovarono
cento ventotto pezzi di cannone, tra i quali ottantasei di bronzo, con
abbondanti munizioni da bocca e da guerra. Rinforzata di poi l'armata
veneta da tre mila Sassoni, prese Zernata, e poi Calamata, Chiefalà,
Gomenizze ed altri luoghi. Con tali felici avvenimenti, che sparsero il
giubilo per tutte le contrade d'Italia, ebbe fine la presente campagna.



    Anno di CRISTO MDCLXXXVI. Indiz. IX.

    INNOCENZO XI papa 11.
    LEOPOLDO imperadore 29.


Si moltiplicarono in quest'anno le allegrezze per tutta l'Italia a
cagion dei continuati progressi dell'armi cristiane, tanto cesaree
che venete contro il comune nemico. Città italiana non c'era, dove
giugnendo di mano in mano le felici nuove di questi avvenimenti, non
si facessero falò ed innumerabili fuochi di gioia, con giubilo de'
popoli, i quali non d'altro parlavano che di Turchi sconfitti e di
città conquistate. Allora fu che il nome dell'imperadore ricuperò
ancora in Italia il genio e l'amore dei più delle persone. Diede
principio alle militari azioni degl'imperiali il _generale conte
Mercy_, con rompere i Turchi e Tartari nei contorni di Seghedino. Il
generale _Antonio Caraffa_ s'impadronì del castello di San Giobbe.
Tanta era la fiducia del prode duca di Lorena, che fu risoluto di
nuovo l'assedio di Buda. Colà passato l'esercito, trovò abbandonata
la picciola città di Pest, e dopo aver valicato il Danubio sopra un
ponte, cinse d'intorno quella città capitale dell'Ungheria. Trovata
poca resistenza nella città bassa, tutte le forze si rivolsero contro
il fortissimo secondo recinto. Carcasse, bombe, artiglierie faceano un
orrido fuoco; erano frequenti e vigorose le sortite dei nemici, ora
contro i Brandeburghesi e cesarei, ed ora contro i Bavari comandati
dal loro elettore, con felice o pur con infelice riuscita. Si venne a
più assalti, che costarono gran sangue, più sempre agli assalitori che
agli assaliti. Aveano già i cristiani preso posto nel terzo recinto,
quando si avvicinò il primo visire con un'armata di circa sessanta mila
combattenti, voglioso di dar soccorso alla piazza. Fece costui molti
tentativi, sacrificò anche della gente, e gli riuscì di far entrare
alcune centinaia di fanti nella piazza; ma i cristiani per questo non
rallentarono punto le offese. Uscì il duca di Lorena delle trincee
con animo di far giornata col Barbaro, il quale giudicò meglio di
ritirarsi; e però nel felicissimo dì 2 di settembre, dato un generale
furioso assalto, colla forza entrarono i valorosi cristiani nell'ultimo
recinto, e tutta restò in lor potere quella regal città. Grande fu
la strage dei musulmani, a cui tenne dietro il saccheggio dato dalle
avide milizie vincitrici. Ritrovaronsi nella città e castello almen
trecento cannoni di bronzo, sessanta mortari, oltre ad una gran copia
di attrezzi militari. Vi si trovò anche non lieve parte della suntuosa
biblioteca, già ivi formata dal re _Mattia Corvino_, i cui manoscritti
passarono di poi all'augusta libreria di Vienna. Che strepito facesse
sì glorioso acquisto, non si può abbastanza esprimere. Parve che
Dio avesse rivelato questo fortunatissimo giorno al santo pontefice
_Innocenzo XI_, perchè egli nello stesso dì rallegrò infinitamente
Roma colla tanto differita e tanto sospirata promozione di ventisette
cardinali. Nel dì 9 del suddetto mese giunse a Roma il corriere con
sì lieta nuova; e però nel dì 12 col suono di tutte le campane, colla
salva di tutte le artiglierie, con fuochi innumerabili di gioia, e
poscia con solenne messa si celebrò il rendimento di grazie a Dio.
Continuarono dipoi gran tempo ancora cotali allegrezze, non sapendo
il popolo romano far fine al giubilo. Altrettanto ancora avvenne
in assaissime altre città. Nè qui si fermò il corso delle vittorie
cesaree. Venne sottomessa dal generale conte _Federigo Veterani_ la
ricca e mercantile città di Seghedino sul Tibisco. Occupò il _principe
Luigi di Baden_ Cinque Chiese, Siclos e Dardo al Dravo. In somma non
v'era settimana che non portasse qualche nuovo motivo di letizia agli
amatori del nome cristiano.

Veniva poi questa mirabilmente accresciuta da altri felici
progressi delle armi venete in Levante. Erasi il capitan bassà nella
primavera presentato sotto Chiefalà nella Morea con forte speranza
di ricuperarla. Arrivò a tempo il capitan generale Morosini; ma
quando si credea di dover cacciare colla forza que' Barbari dal loro
accampamento, trovò che col benefizio della notte se n'erano fuggiti
lasciando indietro l'artiglierie. Avea la repubblica eletto per
primario generale delle sue armate di terra il _conte Ottone Guglielmo
di Konigsmarch_ Svezzese; e dopo aver presa i generali la risoluzione
di passar contra di Navarino, a quelle spiagge approdarono nel sacro dì
della Pentecoste. Due sono i Navarini cioè il vecchio e il nuovo. Il
primo non volle liti, e con buoni patti immantenente si arrendè; però
passò il campo intorno al nuovo, piazza assai forte, contro la quale si
diede principio a un terribil fuoco di bombe e artiglierie. Avvicinossi
il saraschiere con un corpo d'armata per tentare il soccorso. Usciti
i cristiani, con tal bravura andarono a trovarlo, che il costrinsero
a prendere la fuga, lasciando indietro cinquecento padiglioni, fra'
quali il suo composto di sette cupole e varie stanze, che occupava
trecento passi di giro. A questa vittoria tenne dietro la resa di
Navarino. Di là senza perdere tempo si voltarono i Veneti addosso alla
città di Modone, che non fece lunga difesa. Quindi impresero l'assedio
di Napoli di Romania, dove si trovò gran resistenza. In que' contorni
allora comparve il saraschiere; ma non gli diedero tempo i cristiani
di afforzarsi; perciocchè, iti a trovarlo, fecero di nuovo menar
le gambe alla sua gente; dopo di che s'impadronirono ancora d'Argo,
abbandonata da' Turchi. Perduta la speranza del soccorso, anche Napoli
capitolò la resa. Oltre a ciò, Arcadia e Termis vennero all'ubbidienza
della repubblica. Restò anche espugnata in Dalmazia la considerabil
fortezza di Sign dal generale Cornaro nel mese di ottobre. Per questi
avanzamenti delle cristiane armate giubilava il pontefice _Innocenzo
XI_, sviscerandosi intanto per inviar quanti mai potea soccorsi di
danaro all'imperadore Veneziani e Polacchi, tuttochè questi ultimi
nulla di rilevante operassero contra del comune nemico.

Un'altra singolar consolazione provò il santo padre e Roma tutta per
l'arrivo colà nel precedente anno del _conte di Castelmene_, spedito
ambasciatore da _Jacopo II re_ cattolico della Gran Bretagna alla santa
Sede. Un'ambascieria tale, dopo quasi un secolo e mezzo di disunione
di quella nazion potente, veniva considerata da tutto il cattolicismo
come un grandioso regalo della divina provvidenza, se non che quel
ministro procrastinava il mettersi in pubblico. Parimente nel dì 9
di aprile di quest'anno comparve a Roma _Ferdinando Carlo duca_ di
Mantova, i cui lunghi colloquii col papa diedero non poca gelosia ai
Franzesi, che erano in rotta colla santità sua. Colà poscia pervenne
ancora nel novembre di quest'anno _Francesco II duca_ di Modena
coll'accompagnamento di molta nobiltà e famiglia, per visitare la
_duchessa Laura_ madre sua e della regina d'Inghilterra, che tornata a
quell'augusta città, avea quivi fissata l'abitazione sua. Ancorchè il
santo padre, per cagion della podagra che il tenea per lo più confinato
in letto, desse poche udienze, pure ne diede una di quattro ore a
questo principe, compartendogli ogni possibil onore e dimostrazione di
amore e di stima. Passò dipoi esso duca per sua ricreazione anche alla
gran città di Napoli, dove il _marchese del Carpio_ vicerè sorpassò
l'espettazione d'ognuno nelle tante finezze che praticò con questo sì
illustre pellegrino. Un solo intrico era quello che teneva in grave
agitazione l'animo del buon pontefice Innocenzo. Era mancato di vita
nel precedente anno il cattolico _Carlo conte palatino_, ed elettore
del Reno, senza succession maschile; e ne' suoi Stati, per dritto
proprio, e in vigore ancora del suo testamento, era succeduto il
duca di Neoburgo _Filippo Guglielmo_, fratello di _Leonora Maddalena_
moglie augusta dell'_imperador Leopoldo_. Mosse tosto pretensioni sopra
l'eredità del defunto elettore la _duchessa d'Orleans Elisabetta_,
sua sorella, tenendosi ella chiamata a quegli Stati, o almeno a tutti
i beni allodiali: laddove il duca di Neoburgo sosteneva il suo punto
colle leggi dell'imperio, esclusive nelle femmine, e col testamento
suddetto. Non fu pigro a prendere la protezion della cognata il _re
Lodovico XIV_, e fin d'allora si cominciò a prevedere inevitabile una
guerra a cagion di questo emergente. Contuttociò il re Cristianissimo
con rara moderazione consentì di rimettere tal pendenza alla decisione
del regnante pontefice; ma, questi dopo aver fatto esaminar le
ragioni, sentendo troppo alte le pretensioni delle parti, non osava di
discendere a laudo alcuno, per la chiara conoscenza che disgusterebbe
l'una delle parti, e forse anche amendue. Siccome padre comune, e
sommamente bramoso di conservar la pace fra i principi cristiani,
in tempo spezialmente che procedeva sì felicemente la guerra contra
de' Turchi, forte s'affliggeva per questo litigio, e moveva tutti
i principi, affinchè, interponendo i loro uffizii, non si venisse a
rottura. Dalle premure del re Cristianissimo fu mosso in quest'anno
_Vittorio Amedeo II_ duca di Savoia a pubblicare un editto, per cui
si comandava l'esercizio della sola religion cattolica nelle quattro
valli abitate dai Valdesi, ossia dai Barbetti eretici: editto che niun
buon esito produsse. Portossi dipoi questo sovrano sul fine dell'anno
presente a Venezia, per godervi di quel carnevale, e ricevette da quel
saggio senato tutti i maggiori attestati di stima. I curiosi politici
immaginarono in tale andata non pochi misteri.



    Anno di CRISTO MDCLXXXVII. Indiz. X.

    INNOCENZO XI papa 12.
    LEOPOLDO imperadore 30.


Col taglio di una pericolosa fistola al _re Luigi XIV_ salvò in
quest'anno la vita un valente chirurgo. Avrebbe ognun creduto, che
quel monarca, avvisato con questo malore della fragilità della vita
umana avesse da deporre o almen da moderare la sua fierezza. Ma non
fu così. Anzi più che mai risentito, dopo aver fatto provar la sua
potenza a tanti inferiori, volle anche farla sperimentare a chi meno
egli dovea, cioè all'ottimo pontefice Innocenzo XI. Siccome più volte
abbiam detto, era gran tempo che gli ambasciatori delle teste coronate
si erano messi in possesso delle franchigie in Roma, pretendendo esenti
dalla giustizia ed autorità del pontefice non solamente i lor palagi,
ma anche un'estensione di molte case nei contorni, che servivano di
sicuro ricovero a tutti i malviventi e banditi. Con questi indebiti
asili non si potea nè esercitar la giustizia, nè mantener la pubblica
quiete in quella nobilissima città. Perchè il pontefice avea dichiarato
di non volere riconoscere nè ammettere all'udienza ambasciatore alcuno,
se non rinunziava alla pretension delle franchigie, non si trovava
più in Roma alcun d'essi, a riserva del _duca d'Etrè_ ambasciatore del
re Cristianissimo, in riguardo di cui avea il santo padre promesso di
chiudere gli occhi durante solo la di lui ambasceria. Venne questi a
morte, e il papa ordinò tosto, che i pubblici esecutori liberamente
entrassero nelle strade e case già pretese immuni. Nè pure in Madrid
in questi medesimi tempi si volea più sofferire un somigliante eccesso
degli stranieri ministri. Ma il re Luigi, a cui certo non piaceva
che in Parigi alcun degli ambasciatori facesse in questa maniera da
padrone, era nondimeno intestato che fosse un diritto della sua corona
la franchigia del suo ministro in Roma, la quale, quantunque dovuta
a lui e alla sua famiglia, pure irragionevole cosa era il pretendere
che si avesse a stendere a quella esorbitanza che praticavasi allora
in Roma sotto gli occhi del pontefice sovrano. Ma se Innocenzo XI era
inflessibile su questo punto, con essere anche giunto a pubblicare una
bolla che vietava sotto pena della scomunica le franchigie, anche dal
canto suo Luigi XIV si mostrava costante in voler sostenere sì fatto
abuso; nè per quante ragioni sapesse adurre il _cardinal Ranucci_
nunzio apostolico, si lasciò smuovere da sì ingiusta pretensione.

Ora quel monarca, risoluto di far tremare anche Roma, scelse per suo
ambasciatore _Arrigo Carlo marchese di Lavardino_; e quantunque sapesse
le proteste del papa di non ammetterlo come ambasciatore, qualora non
precedesse la rinunzia delle franchigie, pure lo spedì nel settembre
di quest'anno alla volta di Roma con trecento persone di seguito. Fece
anche imbarcare a Marsiglia e Tolone sino a quattrocento cinquanta
tra uffiziali e guardie, che sul Fiorentino s'unirono col Lavardino.
Con questo accompagnamento, come in ordinanza di battaglia, entrò in
Roma il marchese nel dì 16 di novembre, essendo tutte in armi quelle
centinaia di uffiziali e guardie, e con questo fasto andò egli a
prendere il possesso del palazzo Farnese e di tutti gli adiacenti
quartieri. Fece chiedere udienza al papa, nè la potè ottenere; e
siccome egli pubblicamente contravveniva alla bolla pontifizia, così
tenuto fu per incorso nella scomunica. Cominciò più baldanzosamente
con superbo corteggio di carrozze e di ducento guardie a cavallo, tutti
uffiziali, e ben armati, a passeggiar per Roma. Teneva in oltre nella
piazza del palazzo suddetto trecento guardie a cavallo con ispada
sfoderata in mano, spendendo largamente per cattivarsi il popolo, e
facendo ogni dì conviti e magnificenza in casa sua, ridendosi del papa,
e minacciando trattamenti peggiori contra di lui: azioni tutte che non
si sapeva intendere come si permettessero o volessero da chi si gloria
di essere il primo figlio della Chiesa. Non mancavano persone, che
consigliavano il santo padre di non tollerar questi affronti, e di far
gente per reprimere tanto orgoglio; ma il saggio sofferente pontefice,
risoluto di voler più tosto dimenticarsi di esser principe, come
mansueto pastore non altro rispondeva, se non le parole del salmo: _Hi
in curribus et in equis: Nos autem in nomine Dei nostri invocabimus_.
Certamente fra le glorie di Luigi XIV non si può contare l'aspro
trattamento da lui fatto a _papa Alessandro VII_. Molto meno poi si
potrà lodare il più sonoro praticato coll'ottimo _papa Innocenzo XI_;
perchè ragione non c'è da poter mai giustificare le franchigie, tali
quali s'erano introdotte in Roma, nè la violenza usata dal Lavardino
con evidente ingiuria alla sovranità e all'eccelso grado di chi è
vicario di Cristo. Perchè poi esso Lavardino fece nel dì del Natale
del Signore celebrar messa solenne nella chiesa di San Luigi, e vi
assistè con tutta pompa, si vide sottoposta quella chiesa coi sacerdoti
all'interdetto.

Un altro grave affanno provò in questi tempi il pontefice, per
essersi scoperto in Roma autore di una pestilente setta (appellata
dipoi il _Quietismo_) Michele Molinos prete spagnuolo, che colla sua
ipocrisia s'era tirato addietro una gran copia di seguaci, anche di
alto affare. Lo zelantissimo pontefice, allorchè da saggi e dotti
porporati restò ben informato dei falsi insegnamenti di costui, e delle
perniciose conseguenze della palliata di lui pietà, ne comandò tosto
la carcerazione; e di gran faccende ebbero successivamente i teologi e
il tribunale della santa inquisizione per opprimere ed estirpare questa
mala gramigna, che insensibilmente s'era anche diffusa per altre parti
di Italia. Furono severamente proibiti i libri d'esso Molinos, e con
bolla particolare del sommo pontefice nel dì 28 d'agosto fulminate
sessantotto proposizioni estratte da essi libri. Si proseguì poi con
severità, ma non disgiunta dalla clemenza, il processo contro l'autore
di tal setta, e di chiunque l'avea o imprudentemente o maliziosamente
adottata, di modo che, proseguendo le diligenze, da lì a qualche tempo
se ne smorzò affatto l'incendio, e ne restò la sola memoria del nome.
Non rallentò papa Innocenzo XI le sue premure per la guerra contro il
Turco nell'anno presente; nè solamente inviò in aiuto de' Veneti le
sue galee, ma ottenne ancora che la repubblica di Genova v'inviasse
le sue. Tornossene da Roma in Inghilterra, ossia in Francia il conte
di Castelmene ambasciatore del _re Giacomo II_. E _Francesco II duca_
di Modena, dopo aver goduto singolari finezze in Napoli, si restituì
nel febbraio ai suoi Stati, senza aver potuto condur seco la _duchessa
Laura_ sua madre, la quale nel susseguente luglio, con fama di rara
pietà e saviezza, diede fine al suo vivere in Roma, lasciando lui erede
de' suoi beni nel Modenese, e de' posseduti da lei in Francia la regina
della Gran Bretagna _Maria Beatrice_ sua figlia.

Mirabili furono in quest'anno ancora gli avanzamenti dell'armi
cristiane contro la potenza ottomana. Nell'anno precedente s'era
portato a Vienna, e poscia all'assedio di Buda, _Ferdinando Carlo
duca_ di Mantova con un copioso accompagnamento de' suoi bravi, e volle
intervenire anche alla campagna dell'anno presente. Della bravura di
lui e de' suoi non fu parlato con gran vantaggio in Italia. Ora il
valoroso generalissimo duca _Carlo di Lorena_ e _Massimiliano elettor
di Baviera_, risaputo che il primo visire con esercito, creduto
di sessanta mila combattenti, tragittato il Savo, s'inoltrava per
frastornar le imprese de' cristiani, si mossero contra di lui. Poi
consigliatamente fecero una ritirata, la quale, presa per indizio
di timore dal musulmano, lo animò a passare anche il Dravo. Nel dì
12 d'agosto a Moatz vennero alle mani le due possenti armate, e ne
andò sconfitta la turchesca. Insigne fu questa vittoria, perchè tra
uccisi dal ferro ed annegati nel Dravo vi rimasero più d'otto mila
Turchi; incredibile il bottino per sessantotto cannoni, dieci mortari,
immensità di provvigioni da bocca e da guerra, cavalli, buoi, bufali
e cammelli, cassette d'oro e tende. Il padiglione del gran visire
toccò all'elettore, che fu il primo ed entrarvi. Fu detto che tenesse
un quarto di lega di giro, e quivi fu cantato un solenne _Te Deum_.
Occuparono poscia i cesarei la città e castello di Essech; costrinsero
alla resa la città di Agria, e poscia la fortezza di Mongatz. Quello
che maggiormente accrebbe la gloria al duca di Lorena, fu ch'egli
animosamente entrò nella Transilvania, ed obbligò la città di
Claudiopoli, ossia Clausemburgo, e quella di Ermenstad capitale della
provincia e tutte le altre della Transilvania ad ammettere presidio
cesareo. Ritiratosi nel castello di Fogaratz l'_Abaffi_ principe di
quella contrada, si vide astretto, nel dì 27 d'ottobre, a capitolare
col duca, mettendosi sotto la protezion di Cesare, ed accordando
le contribuzioni e i quartieri d'inverno. Nel dì 9 di dicembre di
quest'anno in Possonia tenuta fu la gran dieta del regno di Ungheria,
a cui intervenne l'_imperadore Leopoldo_; ed ivi restò proclamato e
coronato re d'Ungheria lo _arciduca Giuseppe_, primogenito di esso
Augusto.

Colle sue benedizioni accompagnò la divina clemenza anche l'armi della
repubblica veneta; giunta in questo felicissimo anno a liberar tutto
il regno della Morea dalla tirannia de' Turchi, e ad inalberarvi le
bandiere della croce. Sbarcò l'armata veneta nel dì 20 di luglio alle
spiaggie dell'Acaia, con disegno di assalire la città di Patrasso; ma
perciocchè il saraschiere s'era in quelle vicinanze acquartierato,
si videro i generali cristiani in necessità di rimuovere prima
quest'ostacolo. Ora il _conte di Konigsmarch_, primo fra essi, seppe
trovar maniera di passar colà, e di attaccar la mischia co' nemici,
i quali dopo qualche resistenza diedero a gambe, lasciando indietro
alcune centinaia di morti, artiglierie ed insegne. A cagion di questo
avvenimento si ritirarono in salvo anche le guernigioni turchesche
di Patrasso e del castello di Morea. Maravigliosa cosa fu il mirare,
come presi da panico timore quegl'infedeli, appiccato il fuoco alle
munizioni del castello di Romelia, che gran resistenza far potea,
facessero saltare in aria i suoi torrioni, e poi se ne fuggissero.
Giunse lo sbigottimento a tale, che si trovò abbandonata da essi la
città di Lepanto, dianzi infame nido di corsari. Lo stesso saraschiere
uscì coll'esercito suo di Morea; e in fine la città di Corinto, cioè
la chiave di quel regno, venne senza fatica in poter de' cristiani,
che vi trovarono quaranta pezzi di bronzo, parte inchiodati e parte
fatti crepare. Anche Mistrà, che si crede nata dalle rovine della poco
lontana Sparta, impetrò buone capitolazioni dalle vincitrici armi
cristiane. Restò dipoi deliberata la conquista d'Atene e della sua
acropoli, cioè della fortezza che difende quel borgo, giacchè un borgo
è divenuta l'antica celebre città d'Atene. Fu colla forza ancor questa
obbligata alla resa; imprese, che per tutta l'Italia, e spezialmente in
Venezia, furono solennizzate con incessanti feste. Nè qui si fermarono
le glorie venete. Oltre all'avere il _generale Cornaro_ fatti ritirare
i Turchi dall'assedio della fortezza di Sign, invogliò il senato veneto
di liberar l'Adriatico da un barbarico asilo di corsari, coll'acquisto
di Castel nuovo in Dalmazia. A questo fine fu ottenuto che le galee
del papa e di Malta concorressero all'impresa, ed ivi s'impiegarono
anche due mila e cinquecento soldati oltramontani che erano destinati
per l'armata di Levante: risoluzione di non lieve detrimento, perchè, a
ragion di questa mancanza, siccome diremo, finì poi male la conquista
di Negroponte, saggiamente ideata dal capitan generale _Morosino_.
Con centoventi legni sul fine di agosto si presentarono i Veneziani
sotto la suddetta riguardevol città e fortezza di Castelnuovo. Di gran
fatiche costò la sua espugnazione, ma in fine ne uscirono i presidiarii
e gli abitanti, lasciandone il possesso ai cristiani, che vi trovarono
gran copia di munizioni e cinquantasette cannoni di bronzo. Ora
tanto abbassamento della potenza ottomana cagionò sollevazioni in
Costantinopoli, fu deposto il sultano Maometto, e sollevato al trono
suo fratello. Non mancò la Porta in questi tempi di muovere a Vienna
proposizioni di pace, e v'inclinavano alcuno de' consiglieri cesarei,
giacchè si prevedeva vicino lo scoppio di nuove guerre dalla parte
del re Cristianissimo. Ma prevalse il sentimento del duca di Lorena, a
cui sembrava molto disdicevole il deporre le armi in mezzo al corso di
tante vittorie, e mentre sì invitti e sgomentati si trovavano i dianzi
sì orgogliosi musulmani.



    Anno di CRISTO MDCLXXXVIII. Indiz. XI.

    INNOCENZO XI papa 13.
    LEOPOLDO imperadore 31.


Più feroce che mai si scoprì il _re Luigi XIV_ nell'anno presente
contra del buon pontefice _Innocenzo XI_, sperando pure col
moltiplicare le violenze di ottenere ciò che egli non dovea pretendere,
perchè contrario alla giustizia, alla pietà e alla riverenza professata
dai re Cristianissimi alla Sedia apostolica. Ordinò dunque al marchese
di Lavardino di far ben conoscere al popolo romano il suo disprezzo
per le censure pontifizie, di sostener più che mai vigorosamente
il possesso delle franchigie, e di camminare per Roma con più fasto
che mai, come se si trattasse di città sottoposta ai gigli, e in cui
avesse da prevalere all'autorità del pontefice sovrano quella del re
di Francia. Il santo padre mirava tutto senza scomporsi, risoluto di
vincere colla pazienza l'indebita persecuzione. Gli furono proposte
leghe; ma egli riponeva tutta la sua difesa nella protezion di Dio e
nella giustizia della sua causa. Portossi una mattina il Lavardino
colla guardia di trecento uffiziali da trionfante alla basilica
Vaticana, ed ebbe non so se il contento, oppure il rammarico di veder
fuggire i sacerdoti dagli altari, per non comunicare con chi era
aggravato di censure. Non contento di passi cotanto ingiuriosi il re
Luigi, fece interporre dal parlamento di Parigi un'appellazione al
futuro concilio contro la pretesa ingiustizia del papa, il quale non
altro intendea che di poter esercitare la giustizia in casa sua, come
usano nelle loro città gli altri principi, e massimamente la corte di
Francia. Richiamato da Parigi il nunzio pontifizio _cardinal Ranucci_,
il re non volle lasciarlo partire, e gli mise intorno le guardie
col pretesto della sua sicurezza. Tanto innanzi andò l'izza di quel
monarca, tuttochè fregiato del titolo di Cristianissimo, che mandò le
sue armi a spogliare il pontefice del possesso di Avignone, come se
questi avesse imbrandite l'armi per far guerra alla Francia. Al punto
di sua morte non si sarà certamente rallegrato quel gran re di avere
così maltrattato il capo visibile della religione da lui professata,
e per una pretensione che niun saggio potrà mai asserire appoggiata al
giusto.

Nella primavera di quest'anno arrivò al fine de' suoi giorni
_Marc'Antonio Giustiniano_ doge di Venezia. Tale era il merito
acquistatosi dal capitan generale _Francesco Morosino_ in tante sue
passate prodezze, che i voti di tutti concorsero a conferirgli quella
dignità, unita al comando dell'armi: unione troppo rara in quella
prudente repubblica. Mentre egli dimorava nel golfo di Egina, gli
arrivò questa nuova nel dì primo di giugno, e gran feste ne fece tutta
l'armata. Otto galee di Malta comparvero in aiuto dei Veneti con un
battaglione di mille fanti, e poscia quattro altre galee, e due navi
del gran duca di Toscana con ottocento fanti e sessanta cavalieri.
Ma andò a male un grosso convoglio di genti e munizioni spedito nella
primavera da Venezia: colpo, che fu amaramente sentito dal Morosino.
Contuttociò si prese nel consiglio militare la risoluzione di tentar
l'acquisto dell'importante città di Negroponte, capitale della grande
e ricca penisola appellata dagli antichi Eubea, conosciuta oggidì collo
stesso nome di Negroponte. Ma non furono ben conosciute le maniere per
progredire in così difficile impresa, e si cominciarono gli approcci
dove non conveniva. Si venne al generale assalto di un gran trincierone
fabbricato dagli infedeli, e fu superato con istrage loro, ed acquisto
di trentanove pezzi di cannone e di cinque mortari; ma per questo e
per tanti altri assalti, e più per le malattie cagionate dall'aria
cattiva essendo periti lo stesso generale _conte di Konigsmarch_ ed
assaissimi altri valorosi uffiziali con gran copia di soldati; venuto
che fu l'autunno, si trovò forzato il doge Morosino a ritirarsi ben mal
contento da quello sfortunato assedio, senza poter fare altra impresa
nella campagna presente. Maggior fortuna si provò in Dalmazia, dove il
provveditor generale _Girolamo Cornaro_ s'impadronì della fortezza di
Knin, benchè armata di tre recinti, e poscia di Verlicca, Zounigrad,
Grassaz e delle torre di Norin. Tali acquisti non compensarono già
l'infelice successo di Negroponte, per cui rimase sommamente afflitta
la veneta repubblica.

Ebbe all'incontro la corte cesarea motivi di singolar allegrezza per
la prosperità delle sue armi nell'anno presente. Alba Regale città
dell'Ungheria, che può contendere il primato colla regal città di
Buda, fu bloccata nella primavera; ed allorchè quel bassà e presidio
videro giunte le artiglierie da Giavarino, il dì 10 di maggio si
esentarono da maggiori perigli, cedendo quella città ai cristiani
con assai onorevoli condizioni. Si formò in questi tempi anche il
blocco di Zighet e Canissa, piazze di molta conseguenza. Spedito
eziandio il _conte Caraffa_ alla città di Lippa, dacchè ebbe alzate
le batterie e formata la breccia, vi entrò, essendosi ritirati tutti
i Turchi nel castello, il quale bersagliato dalle bombe, da lì a poco
ottenne di rendersi con buoni patti; siccome ancora fece Titul. Nè
pure il general _conte Caprara_ stette in ozio, avendo col terrore
fatto fuggire dalle due fortezze di Illoch e Petervaradino i nemici.
Nella stessa maniera l'importante posto di Karancebes, chiave della
Transilvania, fu preso dal general _Veterani_. In somma davanti ai
passi delle cesaree armate marciava dappertutto la vittoria. Imprese
più grandi meditava intanto il prode _elettor di Baviera_, giunto nel
dì 29 di luglio all'esercito primario di Cesare, che era composto di
quaranta mila bravi Alemanni, oltre agli Ungheri del partito austriaco.
Le mire sue erano contro l'insigne città di Belgrado capitale della
Servia. Passò felicemente di là dal Savo la coraggiosa armata, ancorchè
in faccia le stesse il saraschiere con circa dodici mila cavalli e
alcuni corpi di Tartari ed Ungheri ribelli, comandati dal Tekely.
Quindi s'inoltrò a Belgrado, con trovare abbandonata da coloro una
gran trincea, che potea far lunga difesa, e dati alle fiamme tutti i
borghi della città, dove si contavano migliaia di case. Accostavasi il
fine d'agosto, quando giunsero da Buda le artiglierie, le quali tosto
cominciarono a fracassar le mura della città. Nel dì 6 di settembre
tutto fu all'ordine pel generale assalto, a cui inanimato ciascuno
dalla presenza e dalle voci dell'intrepido elettore, allegramente
volò. Superata la breccia, vi restava un interno fosso; ma nè pur
questo trattenne l'ardor dei soldati, che penetrarono vittoriosi
nel cuor della piazza, e sfogarono dipoi la rabbia, la sensualità e
l'avidità della roba coi miseri abitanti. Restituita la croce in quella
nobil città, nel dì 8 d'esso mese quivi si renderono grazie a Dio
per sì maravigliosi successi. Passò dipoi con magnifico corteggio e
passaporto un'ambasceria del nuovo gran signore Solimano all'_imperador
Leopoldo_, per chieder pace. Anche nella Schiavonia in questi tempi
_Luigi principe di Baden_, generale di gran grido, si rendè padrone
di Costanizza, Brodt e Gradisca al Savo, e diede appresso una rotta
al bassà di Bossina, o, come altri dicono, Bosna. Sicchè per tanti
felici avvenimenti ben parea dichiarato il cielo in favore dell'armi
cristiane, nè da gran tempo s'erano vedute sì ben fondate le speranze
dei fedeli per iscacciar dall'Europa il superbo tiranno dell'Oriente.

Ma, bisogna pur dirlo: fu parere di molti che sempre sarà invincibile
la potenza ottomana, non già per le proprie forze, ma per la protezione
d'una potenza cristiana che non ha scrupolo di sacrificare il riguardo
della religione, affinchè troppo non s'ingrandisca l'imperador de'
cristiani. Almen comunemente fu creduto, che per reprimere cotanto
felici progressi dell'armi cesaree contro del Turco, il _re Luigi
XIV_ movesse in questo anno l'armi sue contro la Germania. Se vere o
apparenti fossero le ragioni del re suddetto di turbar la quiete della
cristianità, meglio ne giudicheranno altri che io. Le pretensioni
della cognata duchessa d'Orleans, almen sopra i beni allodiali del fu
suo padre e fratello, erano tenute in Francia per giuste; ma non per
motivi da mettere sossopra la Germania. Volea quella corte sostener le
ragioni del cardinale _Guglielmo di Furstemberg_, eletto alla chiesa
di Colonia da una parte dei canonici in concorrenza del principe
_Clemente di Baviera_ fratello dell'elettore; benchè al primo mancasse
il breve dell'eligibilità e si trattasse d'un affare spettante al
corpo germanico, e che si sarebbe dovuto decidere dal romano pontefice
e dal capo dell'imperio. Si fecero anche gravi querele dal re Luigi,
perchè l'imperadore, il re di Spagna e molti principi della Germania,
nei dì 28 di giugno del 1686, in Augusta avessero formata una lega a
comune difesa. Veniva questa considerata a Versaglies per un delitto.
Pertanto nel settembre di quest'anno esso re, pubblicato un manifesto,
a cui fu poi data buona risposta, improvvisamente mosse l'armi contra
dell'imperatore, le cui forze si trovavano impegnate in Ungheria, senza
che fosse preceduta offesa o ingiuria alcuna dalla parte di Cesare.
Filisburgo fu preso; s'impadronirono le armi franzesi di Magonza,
Treveri, Bonna, Vormazia, Spira e di altri luoghi. Penetrarono nel
Palatinato, occupando Heidelberga, Manheim, Franckendal ed ogni altra
piazza di quell'elettorato. Avvegnachè la maggior parte di quegli
abitanti fossero seguaci di Calvino, pur fecero orrore anche presso
i cattolici le crudeltà ivi usate, perchè ogni cosa fu messa a sacco,
a ferro e fuoco, con desolazion tale, che le più barbare nazioni non
avrebbero potuto far di peggio. Stesesi questo flagello anche a varie
città cattoliche, dove, benchè amichevolmente fossero aperte le porte,
neppure gli altari e i sacri templi e i sepolcri, non che le case dei
privati, andarono esenti dal lor furore. Per atti tali, accaduti in
tempo che niun pensava alla difesa, e contra di tanti innocenti popoli,
coi quali niuna lite avea la Francia, un gran dire dappertutto fu della
prepotenza franzese.

Ma qui non finirono le tragedie dell'anno presente. Avea, nel dì 18
di giugno, la regina d'Inghilterra _Maria Beatrice d'Este_ dato alla
luce un principino, che oggidì con titolo di re Cattolico della Gran
Bretagna e col nome di _Jacopo III_ soggiorna in Roma. All'avviso
di questo parto mirabilmente esultarono i regni cattolici, per poco
tempo nondimeno; perciocchè verso il fine d'autunno riuscì a _Gugliemo
principe d'Oranges_ coll'aiuto degli Olandesi di occupare il trono
della Gran Bretagna, con obbligare alla fuga il cattolico _re Giacomo
II_, il quale colla moglie e col figlio si ricoverò in Francia.
Allora fu che per questo lagrimevole avvenimento maggiormente si
scatenò l'universale risentimento contra del re Luigi, che collegato
col suddetto re britannico, tuttochè vedesse gli Olandesi fare da
gran tempo uno straordinario armamento di genti e di navi, pure niun
riparo, siccome egli poteva, vi fece: tanta era la sua smania per far
conquiste nella Germania, e, se lice il dirlo (giacchè universale fu
questa doglianza), per salvare da maggior tracollo il nemico comune.
Esibì egli veramente al re Giacomo venti mila Franzesi, che non furono
accettati, perchè truppe straniere avrebbero maggiormente irritata
la feroce nazione inglese. Tuttavia se il re Luigi avesse inviato un
esercito a chiedere conto all'Olanda di quel grandioso preparamento
d'armi, per sentimento dei saggi, non sarebbe seguita la dolorosa
rivoluzione dell'Inghilterra, la quale a me basterà di averla solamente
accennata. Così Dio permise, e a quel gabinetto ognun di noi dee
chinare il capo. Seguì nel presente anno il maritaggio di _Ferdinando
de Medici_ principe di Toscana colla principessa _Violante Beatrice_,
figlia di _Ferdinando elettore e duca di Baviera_, la quale condotta
dipoi a Firenze, fu ivi accolta con sontuose solennità. Rovesciò in
quest'anno un terribile tremuoto quasi tutte le fabbriche e mura di
Benevento, e recò l'eccidio ad altre circonvicine città, e gravissimo
danno anche a quella di Napoli. Fu considerato per miracolosa protezion
del cielo che il piissimo cardinale _Vincenzo Maria Orsino_ arcivescovo
di Benevento, seppellito fra le rovine, salvasse la vita, avendolo
destinato Dio a governar la Chiesa universale sulla sedia di San
Pietro, siccome a suo tempo vedremo.



    Anno di CRISTO MDCLXXXIX. Indiz. XII.

    ALESSANDRO VIII papa 1.
    LEOPOLDO imperadore 32.


Il bell'ascendente, in cui si trovavano l'armi cesaree e venete, di
dare una scossa maggiore alla sbigottita e cadente potenza de' Turchi,
cominciò a declinare per colpa (non si può già negare) della terribile
invasione dell'armi franzesi nella Germania. Buona parte di quelle
truppe e forze che l'_Augusto Leopoldo_ avrebbe potuto impiegare
contra de' Turchi, convenne rivolgerla alla difesa delle provincie
germaniche. Nè i Veneti poterono far leve di gente in essa Germania,
perchè ognun di quei principi pensava alla casa propria che ardeva, o
pur temeva di un pari incendio. Erano venuti gli ambasciatori della
Porta a Vienna per trattare di pace o di tregua, e colà ancora si
portarono i plenipotenziarii di Polonia e della repubblica veneta; ma
perchè troppo alte erano le pretensioni delle potenze cristiane, ad
altro non servì il congresso che ad un mercato di parole. Per conto de'
Veneziani, sì indebolito era l'esercito loro in Levante, che formarono
bensì il blocco di Napoli di Malvasia, dove seguì qualche azion di
valore, ma senza poterla soggiogare sino all'anno seguente. Sorpreso
in questo mentre da febbre il doge _Francesco Morosino_, capitan
generale dell'armata, impetrò di tornarsene a Venezia, e quivi sul
finir dell'anno fu accolto con tutto l'onore, ma senza quegli applausi
che pur erano dovuti a conquistatore sì glorioso, non per altro che
per l'infelice esito dell'impresa di Negroponte: quasichè il merito di
tante belle azioni si fosse perduto, per non averne fatta una di più.
Quanto alle armi cesaree in Ungheria, comandate dal valoroso principe
_Luigi di Baden_, non erano già esse molto vigorose; e pure tenne
lor dietro la felicità con far conoscere quanto più si sarebbe potuto
sperare, se non avesse dovuto Cesare accorrere in Germania per impedire
i maggiori progressi del re Cristianissimo. Non avea il Baden più di
venti in ventiquattro mila combattenti. Con questi, dopo un ostinato
blocco, forzò l'importante fortezza di Zighet a rendersi. Quindi, senza
far caso che il saraschiere si fosse inoltrato con poderoso esercito,
per dar animo al quale era giunto sino a Sofia lo stesso gran signore
col primo visire, marciò al fiume Morava. Dacchè l'ebbe valicato,
venne alle mani coi nemici, e, data loro una gran rotta, s'impadronì
de' lor padiglioni e bagagli, e almeno di cento pezzi di cannone. Gli
restavano solamente sedici mila soldati, ma sì valorosi, che giunto
egli alla città di Nissa, ne ordinò tosto l'assalto. Furono ivi di
nuovo sbaragliati i Turchi, presa la città; fatti prigioni tre mila
spahì coi loro cavalli; il ricco bottino divenne premio alla bravura di
sì pochi Tedeschi. Anche la fortezza di Widdin sulla riva del Danubio,
attorniata dall'esercito cristiano, non si fece pregare a rendersi.
Appressatosi dipoi alla città d'Uscopia, posta ai confini della
Macedonia, la ritrovò vota degli abitanti: tutte testimonianze della
troppo allora infievolita possanza dei Turchi, e del credito con cui
marciavano gli eserciti vittoriosi.

Bolliva intanto la guerra al Reno. _Carlo duca di Lorena_ e gli
_elettori di Brandeburgo_ e _Baviera_ comandavano le armi cesaree.
Tutto ancora l'imperio, l'Olanda e l'Inghilterra si trovavano in
lega per reprimere i Franzesi. Magonza e Bonna furono ricuperate, ma
a costo di assaissimo sangue. _Giacomo II_ re cattolico della Gran
Bretagna, assistito da una flotta franzese ben provveduta di munizioni,
con uno sbarco in Irlanda tentò la sua fortuna; ma ritrovatala sul
principio ridente, poco stette a provarla contraria. Fin qui avea
passati felicemente i suoi giorni in Roma _Cristina regina_ cattolica
_di Svezia_, quando venne la morte a richiederle il tributo a cui
son tenuti tutti i viventi. Passò all'altra vita nel dì 19 d'aprile,
lasciando una illustre memoria della vivacità del suo spirito, della
sua magnificenza e religione: del che diede ancora un bell'attestato
nell'ultimo suo testamento. L'insigne sua raccolta di manuscritti
passò per la maggior parte nella Vaticana, cioè nella biblioteca la
più celebre e ricca del mondo. Ordinò il buon papa _Innocenzo XI_
che a questa principessa eroina si erigesse un convenevole sepolcro
nella basilica Vaticana in faccia a quello della gloriosa contessa
Matilda. Ma non tardò lo stesso pontefice a tenerle dietro nel viaggio
dell'altra vita, dopo aver provata somma consolazione, perchè il re
Cristianissimo avesse richiamato in Francia il _marchese di Lavardino_
suo ambasciatore. Si partì di Roma questo ministro nel dì ultimo
d'aprile, con che cessarono in quella gran città le turbolenze da lui
cagionate, ma con durar tuttavia il mare turbato nella corte di Parigi.
Avea questo insigne pontefice con somma pazienza sofferto anche negli
anni addietro molti penosi incomodi di sanità, per cagion dei quali
poco si lasciava vedere in pubblico, senza che questi nulladimeno
gl'impedissero punto le applicazioni al buon governo. Nel mese d'agosto
divennero sì violenti le febbri, che si cominciò a perdere ogni
speranza di sua salute. Restarono vacanti dieci cappelli cardinalizii;
per quanto si studiassero i porporati e palatini d'indurlo alla
promozione, adducendo anche apparenti motivi di obbligazione per
questo, egli stette saldo in riserbare al suo successore la scelta de'
soggetti, giacchè in quello stato non sembrava a lui di godere quella
serenità di mente che si richiedeva per provedere la Chiesa di Dio
di degni ministri. Senza aver potuto il nipote _don Livio_ vedere per
cinquanta dì la faccia del languente pontefice, finalmente fu ammesso.
Non ne riportò che saggi consigli di seguitar le pedate de' suoi
maggiori in sollievo de' poverelli e degl'infermi, di non mischiarsi
negli affari della Chiesa, e molto meno nel futuro conclave, acciocchè
restasse una piena libertà agli elettori. Gli ordinò ancora d'impegnare
cento mila scudi per le opere pie, secondo la dichiarata sua mente, e
il rimandò colla benedizione apostolica.

Con ammirabil costanza fra i dolori del corpo e con singolar divozione
spirò egli poscia l'anima, in età di sessantotto anni, nel dì 12
d'agosto, avendo corrisposto la sua morte santa alla riconosciuta
santità della sua vita apostolica. Tali certamente furono le virtù e
le piissime azioni di questo buon pontefice, che unironsi le voci ed
acclamazioni di tutte le spassionate persone, e massimamente del popolo
romano, per crederlo degno del sacro culto sugli altari. Essendosi a
questo fine formati col tempo i convenevoli processi, giusta speranza
rimane di vederlo un dì maggiormente glorioso in terra, dacchè
tanti motivi abbiamo di tenerlo più glorioso in cielo. Gran tempo
era che nella cattedra di san Pietro non era seduto un pontefice sì
esente dal nepotismo, sì zelante della disciplina ecclesiastica, sì
premuroso della giustizia e del bene della cristianità, nulla avendo
egli mai cercato pel comodo proprio o dei suoi, ma bensì impiegati i
suoi pensieri in bene del cristianesimo, e le rendite della Chiesa
in aiuto de' potentati cristiani contra de' Turchi, e in sollievo
ancora de' popoli suoi. Aveva un orrendo tremuoto quasi smantellata,
siccome accennammo, la città sua di Benevento, sformate varie città
della Romagna, recati immensi danni anche a Napoli e ad altre città di
quel regno. Sovvenne a tutti il misericordioso padre con profusione
d'oro; siccome ancora verso dei poverelli non venne mai meno la sua
liberalità ed amore. Però non è da meravigliarsi se il popolo romano
con incredibil concorso e divozione il venerò morto, e raccomandossi
alla di lui intercessione, e fece a gara per ottenere qualche reliquia
di lui. Chi non potè averne, quai pegni ben cari, tenne da lì innanzi
in venerazione i suoi Agnus-Dei. Si contano ancora assaissime grazie
impetrate da Dio per mezzo di questo incomparabil pastore della sua
Chiesa. Dopo varii dibattimenti nel conclave, appena giunti i cardinali
franzesi, concordemente seguì l'elezione al pontificato del _cardinale
Pietro Ottoboni_, patrizio veneto, personaggio dei più accreditati
nel sacro collegio. Prese egli il nome di Alessandro VIII. L'età
sua di settantanove anni non avea punto scemato il vigore della sua
mente, con cui andava unita una rara prudenza ed accortezza, e una
piena conoscenza degli affari del mondo. Perciò se ne sperò un buon
governo, se non che sotto di lui tornò in campo il nepotismo, avendo
egli senza perdere tempo creato generale di santa Chiesa _don Antonio_
suo nipote, e creato cardinale _Pietro Ottobono_ suo pronipote, assai
giovine, conferendogli il grado di vicecancelliere, e molte badie e
benefizii vacati sotto il precedente pontefice, e poscia la legazione
d'Avignone; di modo che fu creduta colata in lui una rendita di più
di cinquanta mila scudi annui. Ornò eziandio della porpora e dichiarò
segretario di Stato _Giam-Batista Rubini_ vescovo di Vicenza, suo
pronipote per sorella. Finalmente accasò _don Marco Ottoboni_ altro suo
nipote con _donna Tarquinia_ principessa _Altieri_. Non andò molto che
la corte di Francia, ben affetta a questo nuovo pontefice, riconobbe la
giustizia, non mai voluta riconoscere in addietro, delle pretensioni
del santo pontefice Innocenzo XI, avendo il duca di Chaulne, già
spedito ambasciatore del re Cristianissimo al conclave, rinunziato
alle franchigie: punto di somma quiete ed allegrezza alla città di
Roma e alla santa Sede. Avea in questi tempi _Ferdinando Carlo Gonzaga_
duca di Mantova preso a fortificar Guastalla, e fu creduto con danari
della Francia. Comparve colà all'improvviso il _conte di Fuensalida_,
governator di Milano, con armata sufficiente a farsi ubbidire, e quelle
fortificazioni furono demolite. Di gravi doglianze e schiamazzi fece
il duca alle corti per questa violenza, ma senza riportarne altro che
compatimento. Riparò egli in breve i suoi disgusti colla continuazion
de' piaceri, dietro ai quali era perduto.



    Anno di CRISTO MDCXC. Indiz. XIII.

    ALESSANDRO VIII papa 2.
    LEOPOLDO imperadore 33.


Le applicazioni del novello pontefice _Alessandro VIII_ erano tutte
rivolte a rimettere la buona armonia fra la santa Sede e tutti i
principi cattolici. Cessarono perciò le controversie che da gran
tempo bollivano colla città di Napoli. Il re di Francia restituì
Avignone con tutte le sue dipendenze al sommo pontefice, il quale dal
canto suo mostrò buona propensione verso quel monarca, e si dispose
ancora ad inviare a Parigi un nuovo nunzio; ma insistendo egli che
i vescovi franzesi ritrattassero le proposizioni da lor pubblicate
contro l'autorità dei romani pontefici, vi trovò delle difficoltà
insuperabili. Intanto non mancò il santo padre di procurar la pace
fra i principi cristiani, e di sovvenir con danari, e colla spedizion
delle sue galee e di quelle di Malta, la veneta repubblica, le cui
armi avendo ostinatamente proseguito il blocco di Napoli di Malvasia,
e stretto poscia maggiormente l'assedio, finalmente ebbero la gloria
di entrar vittoriosi, nel dì 12 d'agosto, in quella città. Dopo un
tale acquisto il capitan generale _Girolamo Cornaro_ pensò a quello
della Vallona, fortezza, pel sito sulle rive dell'Albania, assai
riguardevole. La presa del vicino forte della Canina pose tal terrore
nei Turchi, che, fuggendo dalla suddetta fortezza, benchè ben fornita
di artiglierie e munizioni, ne lasciarono libero il possesso ai
Veneziani. Ma quivi, sorpreso poscia da malattia, lasciò la vita anche
l'antedetto generale Cornaro. Terminò questa campagna coll'avere i
Veneti forzata alla resa Vergoraz, situata sulla cima d'un alto greppo,
con che stesero il loro dominio sopra un gran tratto di quel littorale.
Non si mostrò già così favorevole la fortuna all'armi di Cesare in
Ungheria, anzi si provò affatto contraria. Fin qui avea _Carlo V
duca di Lorena_, generalissimo dell'_Augusto Leopoldo_ suo cognato,
date pruove d'insigne prudenza e valore in tante conquiste fatte in
Ungheria e al Reno, di maniera che il titolo di uno de' primi guerrieri
e capitani del suo tempo gli era giustamente dovuto. Nel venir egli a
Vienna per assistere ad un consiglio di guerra, assalito da catarro
alla gola in vicinanza di Lintz, quivi in età di quarantotto anni
diede fine al suo vivere, ma non già alla sua gloria, che vivrà sempre
immortale nella storia.

Restò dunque appoggiato il primo comando dell'armi in Ungheria al
principe _Luigi di Baden_; ma, per saggio che sia un capo, per valoroso
che sia un general comandante, s'egli manca di braccia, a poco servirà
la sua saviezza e valore. Grande armata aveano allestita i Turchi; a
poco più di quindici mila Tedeschi si stendeva la cesarea in quelle
parti. Essendo morto _Michele Abassi_ principe di Transilvania, colà
accorse il Techely, ed oppresso il generale _Heisler_, che con quattro
reggimenti custodiva quelle contrade, se ne impadronì. Fu dal Baden
ricuperata quella bella provincia, e lasciato ivi con sette reggimenti
il generale _Veterani_; nel qual tempo, cioè nel mese d'agosto,
il primo visire con potente esercito piombò addosso alla Servia.
Obbligò Nissa a capitolar la resa, riacquistò Widdin e Semendria, e
quindi prese ad assediar Belgrado, alla cui difesa stava il _duca di
Croy_, e i conti di _Aspremont_ ed _Archino_ Italiani con sei mila
scelti Alemanni. Forse la bravura di questi combattenti e la stagione
inoltrata avrebbono potuto sostenere quell'importante città, se per
malizia, come fu comunemente creduto, degli uomini non si fosse nel dì
8 di ottobre acceso il fuoco nella torre del castello, che la fe' col
magazzino volare in aria; e comunicato agli altri, dove giaceva polve
da cannone, cagionò un vasto e deplorabil eccidio. Da sì fieri tremuoti
rimasero conquassate le case della città; sopraggiunse anche il fuoco
a fare del resto. In quella orribil confusione aiutati i Turchi da
qualche traditore, non trovarono difficoltà ad entrar nella città,
dove misero a fil di spada quanti soldati e terrazzani incontrarono,
de' quali solamente settecento co' tre suddetti comandanti ebbero la
fortuna di sottrarsi al furore delle loro sciable. Venne poscia alle
lor mani anche l'isola di Orsova e la città di Lippa. Tante perdite
sommamente afflissero la corte di Vienna, e non men quella di Roma;
e il santo padre non tardò a destinar cento mila scudi in soccorso
dell'imperadore, principe, la cui cassa contrastava sempre col bisogno,
ed ora spezialmente che conveniva attendere anche alla guerra contro
i Franzesi. Di questa io nulla parlerò, chiamandomi l'Italia a riferir
ciò che più importa.

Erano già passati molti anni che in queste provincie si godeva la
tranquillità della pace; ad altro non si pensava che a divertimenti e
piaceri. La musica, e quella particolarmente de' teatri, era salita in
alto pregio, attendendosi dappertutto a suntuose opere in musica, con
essersi trasferito a decorare i musici e le musichesse l'adulterato
titolo di _virtuosi e virtuose_. Gareggiavano più delle altre fra
loro le corti di Mantova e di Modena, dove i duchi _Ferdinando Carlo
Gonzaga_ e _Francesco II d'Este_ si studiavano di tenere al loro
stipendio i più accreditati cantanti e le più rinomate cantatrici,
e i sonatori più cospicui di varii musicali strumenti. Invalse in
questi tempi l'uso di pagare le ducento, trecento, ed anche più doble
a cadauno de' più melodiosi attori ne' teatri, oltre al dispendio
grande dell'orchestra, del vestiario, delle scene, delle illuminazioni.
Spezialmente Venezia colla suntuosità delle sue opere in musica e con
altri divertimenti tirava a sè nel carnevale un incredibil numero di
gente straniera, tutta vogliosa di piaceri e disposta allo spendere.
Roma stessa, essendo cessato il rigido contegno di papa Innocenzo XI,
cominciò ad assaporare i pubblici solazzi, ne' quali nondimeno mai non
mancò la modestia; e videsi poscia Pippo Acciaiuoli, nobile cavaliere,
con tanto ingegno architettar invenzioni di macchine in un privato
teatro, che si trassero dietro l'ammirazione d'ognuno, e meritavano ben
di passare alla memoria de' posteri. Ma eccoti la guerra, gran flagello
de' poveri mortali, che viene a sconvolgere la quiete della Italia e i
suoi passatempi. Gran tempo era che il giovane duca di Savoia _Vittorio
Amedeo II_, principe che in vivacità di mente non avea forse chi
andasse al pari con lui, non sapea digerire il dominio dei Franzesi nel
forte di Barraux, e in Pinerolo (fortezza situata nel cuore de' suoi
Stati e sì vicina a Torino), e in Casale di Monferrato, troppo contiguo
ai medesimi suoi Stati. Spine erano queste, per le quali non pareva
a lui mai di poter vivere quieto in casa propria; e però ad altro
non pensava che a scuotere questa specie di schiavitù. In occasione
che l'imperadore, l'imperio, la Spagna, l'Inghilterra e l'Olanda
erano entrati in guerra colla Francia, anch'egli si trovava impegnato
nell'armi per domare i Valdesi, con altro nome chiamati Barbetti,
sudditi suoi, ma eretici. Fece per questo gran leva di gente: nel qual
medesimo tempo anche il _conte di Fuensalida_ governator di Milano era
occupato in un gagliardo armamento: il che diede per tempo a temere che
si volesse dar principio eziandio a qualche sconvolgimento in Piemonte.
Stava perciò attentissima la corte di Francia a tutti gli andamenti
del duca, e il suo ministro in Torino spiava continuamente ogni sua
azione. Essendosi portato esso duca in un carneval precedente a Venezia
per divertirsi, non potè scostarsi dai fianchi quel ministro; e fu
poi creduto che questo principe segretamente trattasse in quella città
coll'elettor di Baviera e con altri principi. Aveva egli anche ottenuto
dall'imperadore il titolo di re di Cipri e di altezza reale, fin qui a
lui contrastato da quella corte; ed anche l'investitura di ventiquattro
feudi nelle Langhe, per li quali pagò cento venti mila doble alla
camera cesarea. Scoprirono inoltre i Franzesi un commercio di lettere
fra esso duca e _Guglielmo principe di Oranges_, che sedeva sul trono
della Gran Bretagna, quasichè fosse un delitto al sovrano della Savoia
la corrispondenza con chi era nemico della Francia.

Poco si stette a vedere quali risoluzioni producessero questi sospetti
nella corte di Parigi; perciocchè, venuta la primavera, calarono in
Piemonte sedici o diciotto mila Franzesi, il comando dei quali fu
dato al _signor di Catinat_, luogotenente generale e governator di
Casale. Si cominciò allora a parlar alto col duca _Vittorio Amedeo_,
e fu creduto che questi esibisse di starsene neutrale. Ma perciocchè
il Catinat (e questo è certo) richiese per sicurezza della fede del
duca di mettere presidio nella cittadella di Torino e in Verrua,
una briglia sì disgustosa non si sentì voglia quel principe generoso
di volerla accordare, risoluto piuttosto di sacrificar tutto che di
accrescere le sue catene. S'andò egli schermendo, finchè potè, per
dar tempo al _conte di Fuensalida_ di unir le sue truppe in aiuto
suo, e di conchiudere i suoi negoziati di lega con altri principi.
L'abbate _Vincenzo Grimani_ Veneziano, testa da gran maneggi, quegli
principalmente fu che mosse il duca ad entrare in questo impegno, e
che manipolò il restante di quegli affari; perciocchè, ad istanza
dei Franzesi, fu poi proscritto dal senato veneto. Non mancarono
persone che credettero stabilita molto prima d'ora l'alleanza del duca
coll'imperadore, Spagna, Inghilterra ed Olanda; ma i pubblici atti
presso il Du-Mont ed altri ci fan vedere la sua lega col re di Spagna
sottoscritta nel dì 3 di giugno del presente anno; l'altra con Cesare
nel dì 4 seguente, e quella con la Gran Bretagna ed Olanda nel dì 20
di ottobre. Si obbligarono i primi di somministrar possenti aiuti di
milizie al duca, e gli altri la somma di trenta mila scudi per mese.
Era intanto pressato il duca dal Catinat con vive minaccie, affinchè
dichiarasse le sue intenzioni; e la dichiarazion sua fu di non poter
ammettere le dure condizioni proposte dal re Cristianissimo, e ch'egli
intendeva di volersi difendere dalle ingiuste di lui violenze. Si
proclamò dunque la guerra; uscirono manifesti; accorsero a Torino sei
mila cavalli ed otto mila fanti dello Stato di Milano; l'imperadore e
gli elettori di Brandeburgo e Baviera fecero marciare alcuni reggimenti
in Italia al soccorso suo, e tutto si vide in armi il Piemonte. Fu
dichiarato il duca generalissimo delle armi collegate, e destinato
il principe _Eugenio di Savoia_ sotto di lui al comando delle truppe
imperiali. Un corpo di alquante migliaia di soldati milanesi fu
inviato a ristrignere la guarnigion franzese di Casale, ch'era molto
ingrossata. Seguirono varie azioni di ostilità nei mesi di giugno e
luglio, che io tralascio, finchè nel dì 8 d'agosto si venne ad un fatto
d'armi. Ardeva di voglia il giovine duca Vittorio Amedeo di sperimentar
la sua fortuna. Trovando egli il suo campo molto superiore di numero
al franzese. Non aveva egli peranche imparato che alle truppe di nuova
leva, quali buona parte erano le sue, e quelle dello Stato di Milano,
si può far apprendere ben facilmente l'esercizio dell'armi, ma non già
il coraggio. Perciocchè l'accorto Catinat avea risoluto o fatto finta
di voler sorprendere Saluzzo, si mosse a quella volta anche il duca
di Savoia con tutto l'esercito, e, passato il Po, trovò che il Catinat
si ritirava; quando ecco, disposto un aguato di genti e di artiglierie
franzesi presso la badia della Staffarda in certi paduli, diede un sì
strano saluto alla vanguardia, oppure all'ala sinistra del duca, che
la disordinò. Avanzatosi dipoi Catinat colla cavalleria, ristringendo
la nemica, che avea ai fianchi il Po, la costrinse a prender la fuga.
Si combattè, ciò non ostante, per cinque o sei ore. La fanteria dello
Stato di Milano attese a salvarsi; le sole truppe spagnuole e tedesche,
piuttosto che cedere, salde nei loro posti, venderono ben caro le loro
vite. Rimasero i Franzesi padroni del campo. Il duca Vittorio Amedeo,
che non s'era mai trovato a battaglie, fece maraviglie di valore, e
si ritirò poscia a Carignano con parte delle sue truppe. Circa quattro
mila dei suoi rimasero estinti o annegati, e fra essi più di sessanta
uffiziali; forse più di mille furono i prigioni, colla perdita di otto
pezzi di cannone, di trentasei bandiere e di parte del bagaglio: se
pur mai si può sapere la precisa verità delle perdite nelle giornate
campali.

Le conseguenze di questa vittoria furono, che il Catinat trovò evacuato
dalla guarnigion savoiarda Saluzzo, e i cittadini ne portarono a lui
le chiavi. Non finì l'anno che anche la città e il castello di Susa
vennero alla di lui ubbidienza. In questo mentre con altro corpo
d'armata attesero i Franzesi a conquistar la Moriena e la Tarantasia.
Sciamberì ancora con tutta la Savoia senza resistenza s'arrendè ai
medesimi, a riserva di Monmegliano, fortezza per la sua situazione
quasi inespugnabile, che restò da lì innanzi bloccata. Per questi
cotanto sinistri avvenimenti era un gran dire dappertutto del duca
di Savoia, censurando assaissime persone, chi per amore, chi per
contrarietà di genio, la di lui condotta. Non trovavano essi prudenza
nell'essersi egli imbarcato contro la formidabil potenza del re di
Francia, la qual facea paura, e dava delle percosse a tutti i suoi
nemici. Già parea a chi così la discorreva, di veder mendichi tutti
i sudditi del duca, e lui stesso vicino ad essere spogliato di tutto
il suo dominio, e ridotto colla corda al collo a chiedere quella
misericordia che forse non avrebbe potuto ottenere. Lo stesso sommo
pontefice, commiserando il suo stato, gli esibì di trattar di pace.
Ma il coraggioso principe, che ben sapea non potersi senza noviziato
addestrare al mestiere dell'armi, invece di confondersi per le finora
sofferte sciagure, tutto si diede a rimettere la sua armata, e ad
animar le sue speranze per migliori soccorsi in avvenire. Gli giunsero
infatti più di due mila Tedeschi calati dalla Germania; il Fuensalida
gli spedì tosto circa quattro mila fanti; laonde in breve si trovò
forte di venti mila combattenti, coi quali tornò in campagna assai
vigoroso, e frastornò i maggiori progressi del Catinat. Nella dieta
d'Augusta, dove si portò sul fine del presente anno l'_imperador
Leopoldo_, fu proposta l'elezione in re dei Romani di _Giuseppe re
d'Ungheria_, suo primogenito, ancorchè sembrasse l'età sua non peranche
capace di tanta dignità. Concorsero in essa i voti degli elettori
nel dì 24 di gennaio dell'anno presente, e seguì la coronazione sua
con gran giubilo degli amatori dell'augusta casa di Austria. Attento
sempre il pontefice _Alessandro VIII_ a sbarbicare gli errori dalla
Chiesa di Dio, procedette in questi tempi contro chiunque restava o per
inavvertenza o per corrotto animo macchiato dei perversi insegnamenti
di Michele Molinos. Condannò ancora in questo e nel seguente anno
molte proposizioni contrarie alla sana teologia scolastica e morale,
ed accrebbe la gloria della Chiesa cattolica colla canonizzazione
di cinque santi. Entrò in quest'anno e prese piede la peste in
Conversano e nei luoghi circonvicini; il che sparse gran terrore per
tutta la Italia, e ognun si diede a precauzionarsi contra di questo
formidabil nemico. Nel dì 3 d'aprile dell'anno presente _Dorotea
Sofia_ principessa di _Neoburgo_, che avea per sorelle un'imperadrice,
una regina di Spagna ed una di Portogallo, fu sposata in Neoburgo a
nome di _Odoardo Farnese_ principe ereditario di Parma, e condotta
in Italia. La magnificenza con cui il duca _Ranuccio II Farnese_ suo
padre celebrò queste nozze in Parma, empiè di maraviglia chiunque ne
fu spettatore, e superò l'espettazion d'ognuno; sì suntuose riuscirono
le opere in musica fatte in quel gran teatro, e nel giardino della
corte, sì ricche le livree, sì straordinarie le macchine, i caroselli,
i balli, le illuminazioni, i conviti e il concorso dei principi e
nobili forestieri. Per tante spese non s'incomodò poco quel sovrano, ma
certamente fece parlare assaissimo dell'animo suo grande, benchè alcuni
vi trovassero dell'eccesso.



    Anno di CRISTO MDCXCI. Indizione XIV.

    INNOCENZO XII papa 1.
    LEOPOLDO imperadore 34.


Tuttochè il pontefice Alessandro VIII fosse pervenuto all'età di
ottantun anni, pure il vigor della sua complessione e la vivacità della
sua mente faceano sperare alla gente più lungo il suo pontificato;
ma non già a lui, che spesso andava dicendo di essere vicine le
ventiquattro ore, e di tenere il piede sull'orlo della fossa. Infatti
sul principio dell'anno presente si affollarono i malori addosso
alla sua sanità, e talmente crebbero, che nel primo di febbraio con
somma esemplarità egli passò ad una vita migliore. Non s'era mai
stancato il suo zelo in addietro per ridurre i prelati di Francia a
ritrattar le quattro proposizioni da lor pubblicate in pregiudizio
dell'autorità della santa Sede, ma senza mai poter vincere la pugna.
Il cardinal Fussano di Fourbin, chiamato anche di Giansone, uomo di
mirabil attività e destrezza, l'avea fin qui trattenuto con belle
parole e proposte di poco soddisfacenti ripieghi. Ora il santo padre,
veggendosi vicino a comparire al tribunale di Dio, non volle lasciar
indecisa quella controversia; e però condannò le proposizioni suddette,
confermando una bolla già preparata fin sotto il dì 4 d'agosto
dell'anno precedente. Inoltre un giorno prima della sua morte scrisse
su questo affare un amorevole paterno breve al re Cristianissimo. Nel
dì 11 del suddetto febbraio si chiusero nel conclave i cardinali.
Grandi ed eccessivamente lunghi furono i dibattimenti loro per
l'elezione del novello pontefice, essendo spezialmente stato sul
tappeto il _cardinale Gregorio Barbarigo_, vescovo di Padova, uomo di
santa vita, desiderato dai zelanti, ma rigettato dai politici. Stanchi
ormai di sì prolisso combattimento, e spronati da caldo estivo, che
più si fa sentire nelle camerette di quella sacra prigione, concorsero
finalmente i porporati nell'elezione d'uno de' più degni soggetti del
sacro collegio, cioè nella persona del _cardinale Antonio Pignatelli_,
patrizio napoletano, ed arcivescovo di Napoli, che s'era segnalato
in varie nunziature, e mastro della camera apostolica avea raffinate
le sue virtù sotto la disciplina del santo papa Innocenzo XI. Seguì
la di lui elezione nel dì 12 di luglio, e fu da lui preso il nome
d'_Innocenzo XII_ in venerazion dell'insigne pontefice che l'avea
promosso alla porpora nel 1681. Sì nota era la sua probità e saviezza,
che ognun si promise da lui un ottimo pontificato, e niuno in ciò
s'ingannò. L'età sua passava i settantasei anni; personaggio d'ottima
volontà, desinteressato, dotato di dolci ed amabili maniere, pieno
di carità verso i poveri, e di un costante zelo per ben della Chiesa.
Nel dì 15 dello stesso luglio fu solennizzata la di lui coronazione;
e quantunque trovasse esausto l'erario della camera papale, pure non
tardò ad inviare quanti soccorsi mai potè al re di Polonia e alla
repubblica di Venezia per la guerra che tuttavia durava contra dei
Turchi. Con occhio paterno ancora rimirò le miserie di que' popoli del
regno di Napoli, contra dei quali inferociva la peste, e sopra d'essi
diffuse le rugiade dell'incessante sua carità. In una parola, tosto
comparve aver Dio eletto colla voce degli uomini un pastore che nulla
cercava per sè, nulla voleva per li suoi parenti, e solamente i suoi
pensieri e desiderii impiegava a far del bene alla sua greggia.

Nulla ebbe in quest'anno da rallegrarsi la veneta repubblica delle sue
armi in Levante, anzi ebbe di che attristarsi. Era stato eletto capitan
generale delle sue armate _Domenico Mocenigo_, che sciolse le vele de
Venezia con un convoglio numeroso di milizie e provvisioni da guerra.
Ma più forti di lui si trovarono poscia i Turchi, e questi risoluti
di riacquistar le fortezze di Canina e Vallona. Vennero in fatti
quegl'infedeli all'assedio d'esse per terra. Da che fu creduto che
non si potessero sostenere, furono minate le fortificazioni di Canina,
tirato il presidio colle artiglierie e munizioni nelle preparate navi.
Scoppiarono le mine e fornelli, riducendo quel luogo in un mucchio
di pietre. La medesima determinazione fu presa ed eseguita per la
Vallona, che tutta andò sossopra; sicchè i Turchi non acquistarono
che due deserti. Arrivò bensì in soccorso dei Veneziani la squadra
di otto galee maltesi con mille bravi fanti da sbarco, ma non già la
pontifizia, ritenuta per la succeduta morte del papa. Nulla di più
operarono dipoi i Veneziani; scorsero l'Arcipelago con desiderio di
affrontarsi colla nemica flotta, senza nondimeno trovare un'egual
voglia in quegl'infedeli. Cagion fu questo infelice andamento di cose
che la repubblica sospirasse più che mai la pace; e di essa appunto si
esibì in questi tempi di trattarne l'ambasciatore d'Inghilterra alla
Porta. Maggior prosperità goderono l'armate cesaree in Ungheria. Aprì
la campagna il principe _Luigi di Baden_ con forte esercito, come fu
fama, di quasi sessanta mila combattenti, la maggior parte Tedeschi
veterani. Superiore contuttociò di numero era il turchesco, condotto
da Mustafà primo visire, glorioso per avere ricuperata la Servia con
Belgrado. Sapeva costui il mestier della guerra, ed ora con gagliardi
trincieramenti deludeva l'ardor dei cristiani per una battaglia; ora,
dando loro delle spetezzate sì nell'offesa che nella difesa, si faceva
conoscere gran capitano. Non mancavano a lui ingegneri franzesi.
Ridusse egli a Salankemen presso il Danubio talmente in ristretto
il principe di Baden, che per mancanza di viveri si vide questi col
consiglio degli altri generali costretto a tentare una battaglia,
benchè con grande svantaggio, perchè s'ebbe ad assalire l'oste nemica
ne' suoi trincieramenti. Il dì 18 d'agosto fu scelto per quella
terribil danza. Se l'ardire dei cristiani si mostrò incomparabile
nell'assalto, minore non comparve quel dei giannizzeri e spahì, che,
usciti delle trincee colla sciabla alla mano fecero rinculare l'ala
destra dei Tedeschi, e poco mancò che non la mettessero in rotta.
Accorso con alcune truppe fresche il Baden, sostenne l'empito dei
musulmani, finchè riuscì all'ala sinistra di entrare in battaglia,
di superar dal canto suo le trincee, e di cominciare un orrido
macello dei nemici, che sconfitti cercarono lo scampo colla fuga. La
vittoria fu completa coll'acquisto di cinquanta cannoni di bronzo,
delle tende e della cassa di guerra. Perì lo stesso primo visire nel
conflitto insieme coll'Agà dei Gianizzeri, e con molti bassà; e la
fama, ingranditrice di sì fatti successi, fece ascendere il numero
degli uccisi sino a diciotto mila, oltre alla gran copia de' feriti.
Non aveano da gran tempo combattuto i Turchi con tanta bravura; e
però dichiarossi ben la vittoria in favor de' cristiani, ma fu da
essi comperata collo spargimento di gran sangue, essendovene restati
uccisi da quattro mila, ed altrettanti feriti, colla perdita di molti
insigni uffiziali. Di grandi allegrezze si fecero in tutta l'Italia,
e massimamente in Roma, per così gloriosa vittoria. Tuttavia restò sì
indebolita l'armata cesarea, che niun vantaggioso avvenimento le tenne
dietro, fuorchè quello della città di Lippa, che fu presa dal _generale
Veterani_; poichè pel gran Varadino, assediato dal Baden, furono ben
presi i due primi recinti di quella città, ma l'ostinata resistenza del
terzo rendè inutili tutti gli altri di lui sforzi per impadronirsene,
e convenne battere la ritirata. Perchè Belgrado si trovava troppo ben
guernito di gente e di munizioni, troppo pericolosa impresa fu creduto
il tentarne l'acquisto.

Continuò in quest'anno ancora la guerra del Piemonte. Il _principe
Eugenio di Savoia_ con grosso corpo di gente tenea in dovere la
guernigion di Casale, che facea di tanto in tanto delle sortite;
e in più riscontri vi perirono da cinquecento Franzesi. Intanto
il Monferrato era malmenato da' Tedeschi, con gravi doglianze di
_Ferdinando Carlo duca_ di Mantova a tutte le corti. E perchè era
creduto questo principe di cuor franzese, e fece anche leva di alquante
milizie, cominciò la corte di Vienna a pretendere ch'egli licenziasse
da Mantova l'inviato del re Cristianissimo; con che imbrogliarono
forte i di lui affari. Le prodezze dei Franzesi contro il duca di
Savoia nell'anno presente consisterono in ridurre alla loro ubbidienza
la città di Nizza col suo castello, e il forte di Montalbano e
Villafranca, luoghi posti sulla riva del Mediterraneo. Ciò avvenne
nel mese di marzo e sul principio di aprile. Inoltre verso il fine
di maggio il Catinat s'impadronì d'Avigliana, distante da Torino non
più di dieci miglia, e ne restò prigioniera la guernigione. Prese
anche Rivoli, e, passato di là all'assedio di Carmagnola, nel dì 9 di
giugno quel presidio forte di due mila persone gli rilasciò la piazza
con ritirarsi a Torino. Non potea il duca _Vittorio Amedeo_ impedir
questi progressi de' Franzesi, perchè inferiore di forze. Passarono
baldanzosi essi Franzesi anche sotto Cuneo, e il signor di Feuquieres
governatore di Pinerolo, che comandava quell'assedio, in diecissette
giorni di trinciera aperta, non ostante la gran difesa di quel presidio
e de' terrazzani, s'inoltrò sì avanti con gli approcci, che sperava
in breve di far cadere quella città. Avendo egli dipoi dovuto passare
a mutar la guernigion di Casale, restò la direzion dell'assedio al
signor di Bullonde. Mossosi in questo tempo il _principe Eugenio_ con
quattro mila cavalli per dar soccorso alla quasi agonizzante piazza,
il Bullonde atterrito precipitosamente levò il campo, lasciando
anche indietro un cannone, tre mortari, e gran provvision di bombe,
polve ed altri attrezzi di guerra, siccome ancora di pane e farine,
oltre a molti uffiziali e trecento soldati malati o feriti, che
erano nel convento de' minori riformati. Cagion fu questa ritirata
ch'egli processato fece dipoi una lunga penitenza in prigione. Per
li precedenti acquisti, e perchè i Franzesi trattavano con crudeltà
il paese, era entrato il terrore fino in Torino; laonde la duchessa
credette meglio di ritirarsi a Vercelli. Ma dopo la liberazion di
Cuneo si rinvigorì il coraggio dei Piemontesi, e incomparabilmente più,
perchè otto mila Tedeschi, cioè parte dei soccorsi che si aspettavano
dalla Germania, sul principio d'agosto pervennero a Torino: con che
trovossi il duca in istato di campeggiare contro i nemici. Poscia nel
dì 19 d'esso mese l'_elettore duca di Baviera_ in persona con altre
milizie sì di fanteria che di cavalleria accrebbe il giubilo di quella
corte e città, dove entrò accolto con sommo onore. Ascesero questi
soccorsi almeno a quindici mila bravi combattenti, che diedero molto
da pensare al Catinat. Anche _Guglielmo re_ di Inghilterra, ossia
principe d'Oranges, avea inviato il _duca di Sciomberg_, valoroso
signore, perchè servisse di generale al duca di Savoia. Accresciute
in questa maniera le forze de' collegati, nel dì 26 di settembre la
loro armata passò il Po, e il _principe Eugenio_ fu spedito con mille
e cinquecento cavalli ad investire Carmagnola, dove poi comparve anche
l'esercito intero. Continuò l'assedio sino al dì 7 d'ottobre, in cui
i Franzesi capitolarono la resa, con patto di andarsene liberi colle
lor armi e bagaglio. Ma perchè nell'aver essi nel precedente giugno,
allorchè presero la medesima Carmagnola, contravvenuto ai patti, con
avere spogliati i Valdesi che v'erano di presidio, loro fu renduta
la pariglia in tal congiuntura. Tolsero i Valdesi l'armi e parte del
bagaglio a quella truppa, e i Tedeschi per non essere da meno, li
spogliarono del resto. Ricuperò ancora l'esercito collegato Avigliana
e Rivoli. Intanto il Catinat abbandonò Saluzzo, Savigliano e Fossano;
e perciocchè restava tuttavia contumace nella Savoia la fortezza di
Monmegliano, e volevano i Franzesi levarsi quella spina dal piede,
nella notte precedente al dì 18 di novembre aprirono la trincea sotto
quella piazza, che fu bravamente difesa, per quanto mai si potè, da
quel governatore marchese di Bagnasco. Le artiglierie, le bombe e
le mine con tal frequenza e vigore tempestarono quelle mura, case e
bastioni, che nel dì 20 di dicembre con molto onorevoli condizioni
convenne capitolarne la resa.

Un'altra scena sul principio di novembre accaduta nel Monferrato
diede molto da discorrere ai curiosi politici. Fin qui avea tenuto
_Ferdinando Carlo Gonzaga_ duca di Mantova nella città di Casale
un governatore con guernigione, restando i Franzesi padroni della
cittadella. All'improvviso il marchese di Crenant, governatore d'essa
cittadella, nel dì 7 del mese suddetto, chiamato a desinar seco
il marchese Fassati governatore della città, il ritenne prigione,
imputandogli di aver tramato col generale cesareo _Antonio Caraffa_
di dare ai Tedeschi l'entrata in quella città. Quindi s'impossessò
di tutte le porte della città medesima, e disarmò il reggimento che
ivi era pel duca. Non si seppe mai bene il netto di questa faccenda.
Pretesero alcuni che il duca di Mantova fosse complice di quella
novità; altri ch'egli non vi avesse parte, e che il solo marchese
Fassati fosse il colpevole; ed altri in fine che questa fosse una
soperchieria de' Franzesi, i quali non si facessero scrupolo di
anteporre il proprio interesse alla buona fede, e volessero assicurarsi
che il duca di Mantova loro non facesse qualche beffa. Maggiore
strepito fecero ancora le novità della corte imperiale contro i
principi d'Italia. Giacchè i Franzesi aveano spedito di là de' monti
gran parte della lor cavalleria a' quartieri, anche le milizie cesaree,
mancando di sussistenza nel desolato Piemonte, si rivolsero a cercarla
ne' feudi imperiali d'Italia. Al conte Antonio Caraffa, commissario
generale di Cesare, data fu l'incombenza di provvedere a tutto: uomo
pien di boria, di crudeltà, di puntigli; che tale si fece conoscere
anche allo stesso duca di Savoia. Poco e nulla avea egli fin qui
operato in favor di quel principe; gli fu ben più facile il far da
bravo con gli altri sovrani d'Italia. Intimò egli dunque non solamente
i quartieri, ma anche sì esorbitanti contribuzioni al gran duca di
Toscana, ai Genovesi, ai Lucchesi, ai duchi di Mantova, Modena, e agli
altri minori vassalli dell'imperio, che nè pur oso io di specificarne
la somma, per non denigrare, a cagion di sì barbarica risoluzione, la
fama del piissimo _imperador Leopoldo_, benchè sia da credere ch'egli
non sapesse tutto, o non consentisse in tutto a sì fiera ed insolita
estorsione, per cui si sviscerarono le sostanze degl'infelici popoli.

Neppure andò esente da questo flagello _Ranuccio II Farnese duca_ di
Parma, tuttochè i suoi Stati fossero feudi della Chiesa, e dovette dar
quartiere a quattro mila cavalli, avendo il Caraffa fatto valere il
pretesto che quel principe riconoscesse lo Stato Pallavicino, Bardi,
Campiano ed altri piccioli luoghi dall'imperio. Sovvenne il buon
duca di Modena _Francesco II d'Este_ con gran sforzo del suo erario i
proprii popoli, e contuttociò convenne impegnar tutte le argenterie
delle chiese, e far degli enormi debiti, perchè dalle minaccie di
saccheggi andavano accompagnate le domande del barbaro ministro.
Certo è che il Caraffa non altre leggi consultò in questa congiuntura
che quelle della forza, le quali portate all'eccesso, se riescano di
gloria ai monarchi, niuno ha bisogno d'impararlo da me. Infatti il nome
dell'imperadore, che dianzi per le guerre e vittorie contra dei Turchi
con dolcezza si memorava per tutta l'Italia, cominciò a patire un
grave deliquio, altro non sentendosi che detestazioni di sì ingiusto e
smoderato rigore; e dolendosi ognuno che il sangue dei poveri Italiani
avesse anche da servire, trasportato in parte a Vienna, a far guerra
in Germania, e a satollar que' ministri. E però il buon pontefice
_Innocenzo XII_, commiserando l'afflizione di tanti popoli, più che
mai si accese di premura, per condurre alla pace le guerreggianti
potenze, e spedì calde lettere, e propose un congresso; ma senza che
si trovasse per ora spediente alcuno alle correnti miserie. Esibì
anche il re di Francia, a cui pesava forte la guerra d'Italia, come
troppo dispendiosa, delle plausibili condizioni di pace, che non
piacquero, e furono rigettate. Invece del _conte di Fuensalida_, che fu
richiamato in Ispagna per le istanze del duca di Savoia, e portò seco
le imprecazioni de' popoli dello Stato di Milano, venne al governo di
quella provincia _don Diego Filippo di Guzman marchese di Leganes_,
cavaliere che per essere di un tratto amorevole e manieroso, fu
ricevuto con molto applauso. Si conchiuse in quest'anno il maritaggio
della principessa _Anna Luigia de' Medici_, figlia di _Cosimo III_ gran
duca di Toscana, con _Giovan-Guglielmo conte palatino_ del Reno, ed
elettore. Nel dì 29 d'aprile in Firenze a nome d'esso elettore la sposò
il gran principe _Ferdinando_ suo fratello, e da lì a pochi dì seguì la
sua partenza per Lamagna. Anche il duca di Baviera, perchè dichiarato
governator della Fiandra, s'inviò a quella volta dall'Italia.



    Anno di CRISTO MDCXCII. Indizione XV.

    INNOCENZO XII papa 2.
    LEOPOLDO imperadore 35.


Tanto seppe adoperarsi l'industrioso _cardinale di Fourbin_, appellato
anche di _Giansone_, che a forza di gloriose promesse indusse il
pontefice _Innocenzo XII_ nell'anno presente ad accordar le bolle ad
alquanti novelli vescovi del regno di Francia. Moltissime di quelle
chiese da gran tempo erano vacanti, e all'ottimo pontefice troppo
dispiaceva il veder tante greggie sì lungamente prive di pastore.
Questa sua indulgenza fu mal intesa da alcuni, perchè non si tirò
dietro alcuna soddisfazione della corte di Francia alla santa Sede;
ma non lasciò d'essere lodata dai saggi. Avea desiderato il santo
pontefice _Innocenzo XI_, tutto pieno di belle idee, di tramandare
a' successori pontefici l'abborrimento da lui stesso professato al
nipotismo, sul riflesso di tanti disordini provenuti in addietro dal
soverchio amore de' papi ai proprii parenti. Fu anche voce costante che
avesse stesa una bolla in questo proposito, ma che incontrasse delle
difficoltà a sottoscriverla in alcuni cardinali, che aveano profittato
in addietro di questa prodigalità, quasichè un processo anche contra
di loro stessi fosse il solo provvedervi per l'avvenire. Comunque sia,
il buon _Innocenzo XII_, degno allievo dell'_XI_, seriamente sempre vi
pensò, e col proprio esempio preparò gli animi d'ognuno a così santa
e lodevol riforma. Il bello fu che non pochi maligni politici d'allora
spacciavano per una semplice velleità quest'invenzione del papa, anzi
s'aspettavano ogni dì che anch'egli, a guisa di _Alessandro VII_,
soccombesse in fine alla tentazione, e lasciasse comparir trionfanti
sui sette colli i suoi nipoti. Ma era troppo ben radicato il vero
pastorale e principesco zelo in questo insigne vicario di Cristo;
e però, dopo aver ben preso le sue misure, e fatta sottoscrivere
da tutti i cardinali la bolla con cui si vietava da lì innanzi ogni
eccesso in favor de' nipoti pontificii, la pubblicò nel dì 28 di giugno
dell'anno presente, con obbligar tutti i porporati presenti e futuri
all'esecuzione di essa, e a ratificarla con giuramento nei conclavi,
ed ogni eletto pontefice a giurarla di nuovo. Dì consenso ancora,
o pure d'ordine d'esso santo padre, fu impiegata la felice pena di
_Celestino Sfondrati_ abbate di San Gallo, che poi venne promosso
alla sacra porpora, in esporre i mali effetti del nepotismo: il che
egli animosamente eseguì, con tessere la serie di tutti quei papi che
non si erano guardati dall'eccessivo e sregolato affetto verso del
proprio sangue; tutte a mio credere, incontrastabili giustificazioni
della libertà che ho giudicato competere anche a me, per non tacere in
questi Annali un disordine che mai più da lì innanzi non ha conosciuto
nè deplorato la santa Sede, e chiunque lei ama e riverisce. Per
questa nobil risoluzione non si può dire quanto plauso e credito si
acquistasse il pontefice _Innocenzo XII_ presso i cattolici tutti, e
fin presso i protestanti medesimi.

Venne in quest'anno a Roma, a Venezia, a Genova e agli altri principi
d'Italia spedito dal re Cristianissimo il conte di Rabenac, con
commissione di sollecitare ognuno ad unirsi contro l'imperadore,
ch'egli rappresentava come oppressore dell'Italia colle smisurate
contribuzioni e coi gravosi quartieri, dei quali abbiam favellato.
Ma ebbe un bel dire; grande impegno era la tuttavia ardente guerra
col Turco; troppo gagliarde in queste parti le forze cesaree, e però
altro non riportò che ringraziamenti ai suoi generosi consigli. Non
lasciarono il papa e i Maltesi di spedire anche per la presente
campagna le squadre delle lor galee in rinforzo de' Veneziani.
Desiderosi questi di qualche segnalata impresa, andarono all'assedio
della Canea, città forte dell'isola di Candia, e nel dì 17 di luglio,
fatto lo sbarco, diedero principio alle offese, e il capitan generale
_Domenico Mocenigo_ prese le migliori disposizioni per effettuare il
disegno. Ciò non ostante, sì vigorose furono le sortite dei Turchi, sì
ostinata la difesa, sì fortunati i soccorsi inviati dal saraschiere
all'assediata città, che dopo molto spargimento di sangue convenne
levare l'assedio; e tanto più perchè il saraschiere, avendo passato lo
Stretto, minacciava la Morea. Fu in fatti assediata da' Musulmani la
città di Lepanto, ma ne furono essi anche respinti. Niun'altra azione
di vaglia si fece dipoi. Intanto il generale cesareo _Heisler_ ebbe
ordine di mettere il campo al Gran Varadino, città e fortezza di molta
importanza nella Transilvania sulle frontiere dell'Ungheria. Gran tempo
e sangue si spese per arrivarne all'acquisto. Ma finalmente, nel dì 3
di giugno si videro forzati i Turchi a rendersi a buoni patti, e nel
dì 5, festa solenne del Corpo del Signore, quivi s'inalberò la croce
con giubilo inesplicabile degli amatori della religion cattolica.
Gran festa ne fu fatta in Roma e per tutta l'Italia. Nè pur ivi altra
maggiore impresa si fece nell'anno presente.

Per conto della guerra del Piemonte, dacchè fu richiamato in Germania
il general Caraffa, che avea trovata la maniera di farsi pel suo
orgoglio, e più per la sua crudeltà, odiar da tutti in Italia, fu
spedito al comando delle truppe cesaree il maresciallo _Caprara_
Bolognese, uomo di gran credito per tante sue belle militari azioni.
S'infermò egli in Verona, nè potè prima del dì 13 di luglio arrivare a
Torino. Tenutosi consiglio da tutti i generali, giacchè non fu gradito
d'imprendere l'assedio di Pinerolo, fu risoluto di penetrare nel
Delfinato con dieci mila cavalli e sedici mila fanti, lusingandosi i
collegati di veder le migliaia di ugonotti, che, cavatasi la maschera,
si unissero all'esercito loro. Scomunicate erano le strade per li
dirupi delle montagne: pure la speranza di arricchir tutti coll'ideato
bottino metteva l'ali ai piedi d'ognuno. I generali erano lo stesso
_duca di Savoia_, il _marchese di Leganes_, il _maresciallo Caprara_
e il _principe Eugenio_. Presero Guilestre sulle prime, e quindi
con assedio obbligarono la poco forte città d'Ambrum a presentar
loro le chiavi. Quella eziandio di Gap senza fatica venne alla loro
ubbidienza, e fu poi barbaramente saccheggiata, ed anche data alle
fiamme; crudeltà usata dai Tedeschi per dovunque passarono. Vi fu
chi credette che se fosse proceduta innanzi quest'armata, Granoble e
Lione avrebbero aperte le porte. Ma caduto infermo di vaiuolo il duca
_Vittorio Amedeo_, ed avendo il Caprara e il Leganes ordini segreti di
risparmiar le truppe, all'udire che accorrevano da ogni parte Franzesi,
ad altro non si pensò che a ritornarsene indietro. Per varie strade
ripassò quell'armata. L'infermo duca, portato come in un letto entro
agiata seggetta, giunse a Cuneo, seco avendo la duchessa consorte, che,
al primo avviso del suo male, coi medici avea valicato quelle aspre
montagne. Non prima del dì 4 d'ottobre giunse a Torino, e quindi in
villa, dove si convertì il suo malore in quartana doppia, che divenne
poi continua, di modo che più volte si dubitò di sua vita. Verso la
metà di novembre ricuperò egli la sanità primiera. Ed ecco dove andò a
terminare questa che ognun si credea dovesse riuscire molto strepitosa
campagna. Ma se pochi allori colsero allora i Tedeschi nel Delfinato,
riuscì ben più felice la guerra da loro portata di nuovo ai paesi
dei principi d'Italia, che soggiacquero anche nel seguente verno ad
orride contribuzioni e quartieri intimati dal _conte Prainer_, degno
delegato del tanto abborrito in Italia conte Caraffa, che poi nel
seguente anno fu chiamato da Dio a render conto del suo incredibile
orgoglio, e dell'aver riposta la sua gloria nell'assassinar gl'Italiani
coll'esorbitanza delle contribuzioni. Continuò similmente il Prainer
quei barbarici trattamenti, per li quali convien confessare che allora
troppo divenne esosa in Italia la nazione tedesca; e fin lo stesso duca
di Savoia ne fece amare doglianze alla corte di Vienna, dolendosi che
quegli aiuti avessero servito, non già a migliorare gl'interessi suoi,
ma solamente ad arricchirsi con ispogliare nemici ed amici, e a rendere
anche lo stesso duca odioso agl'Italiani, come autore di questa guerra
in Italia.

Era succeduta un tempo innanzi una ribellione del popolo di Castiglione
delle Stiviere contra del principe loro signore _Ferdinando Gonzaga_;
e questa in occasion delle imposte da lui messe in congiuntura delle
contribuzioni tedesche. Saccheggiarono coloro il di lui palazzo; e
s'egli non avesse avuta la fortuna di salvarsi colla principessa moglie
nella rocca, non perdonavano alla sua vita. Ricorso egli al conte
Caraffa, ricevè delle truppe; furono puniti i capi della ribellione; ed
egli riassunse il comando. Ma essendo ricorsi a Vienna i suoi sudditi,
con rappresentare nata la lor sollevazione da altri insoffribili
aggravii loro imposti dal principe a cagion della moglie di casa Pico
della Mirandola, affinchè ella si potesse divertire nei carnevali di
Venezia, venne ordine al _generale Palfi_ di arrestare il principe e la
principessa, e si diede principio ai processi che non ebbero mai più
fine. Si trattò più volte di rimettere quel principe nel suo dominio;
ma perchè protestava il popolo (tanto era il suo odio) di voler
piuttosto prendersi un volontario esilio, che di tornar sotto il di lui
abborrito giogo, restò sempre incagliato l'affare, e resta tuttavia,
dimorando oggidì in Ispagna i principi di lui figli, sovvenuti dalla
generosità di quella real corte. Fu creduto che _Ferdinando Carlo
Gonzaga_ duca di Mantova soffiasse in quell'incendio; ma questo sovrano
ricevette anche egli nel presente anno un man-rovescio dalla politica
spagnuola. Già dicemmo occupata da lui la città di Guastalla sul Po per
le mendicate ragioni della duchessa sua consorte, figlia dell'ultimo
duca di Guastalla, quando per le investiture cesaree era chiamato a
quel feudo il cugino d'esso defunto duca, cioè _don Vincenzo Gonzaga_,
il quale a nome del re di Spagna avea governata la Sicilia. Assistito
egli dalle milizie spagnuole e tedesche, improvvisamente fu messo in
possesso di Guastalla; e datosi quindi a pretendere dal duca di Mantova
le rendite indebitamente percette per tanti anni addietro, col tempo
ottenne che gli fossero assegnate le due terre di Luzzara e Reggiuolo
coi lor fertili territorii. Così portava la giustizia; ma in cuore
del duca di Mantova restò tanta amarezza, che nei tempi susseguenti,
siccome vedremo, prese risoluzioni tali, che il trassero all'ultimo
precipizio. Era già pervenuto all'anno trentesimo terzo di sua età
_Francesco II d'Este_ duca di Modena, senza che avesse peranche presa
la risoluzion di accasarsi. Fu creduto alieno dalle nozze, perchè bene
spesso languente per la sua debole complessione, e molto più per la
podagra e chiragra, sue familiari compagne. La verità nondimeno è,
che il _principe Cesare d'Este_, da cui era aiutato, ed anche più del
dovere, al governo, gli sturbò tutti i trattati di maritaggio, per
timore di scapitare nella sua privanza. Ma finalmente sposò egli nel
dì 14 di luglio del presente anno la principessa _Margherita Farnese_,
figlia di _Ranuccio II duca_ di Parma, che condotta a Sassuolo fece poi
la sua solenne entrata in Modena nel dì 9 di novembre.

Intanto commosso da tenerezza il cuore del pontefice _Innocenzo XII_
al mirare lo stato lagrimevole dell'Italia per l'ostinata guerra
del Piemonte, e gli oppressi e divorati popoli dalle smoderate
contribuzioni e violenze di chi mostrava di essere calato di Germania
per difendere dai Franzesi la libertà di queste provincie, raddoppiò
le sue premure e i suoi uffizii per tutte le corti cattoliche a
fin di promuovere la pace. Ma inutili furono anche per ora le sante
sue intenzioni, e solamente ebbero effetto quelle che da lui solo
dipendevano pel buon regolamento e vantaggio di Roma e della sacra
sua corte. Con sua bolla soppresse varie giudicature straordinarie
che si esercitavano per privilegio, e servivano a prolungar le liti
e le sofisticherie con gravissimo danno di chi avea da litigare,
rimettendo tutte le cause ai consueti giudici ordinarii. Giacchè più
non serviva d'abitazione ai romani pontefici il vasto palazzo del
Laterano, determinò il santo padre di farne miglior uso con formarne
un ospizio ai poveri invalidi, e pensò tosto a provvederlo di rendite
convenienti al bisogno. Sua intenzione sulle prime fu di raccoglier
ivi tutti gli storpii, ciechi ed inabili a lavorare, e di levar da
Roma la molestia di tanti mendicanti oziosi, che ristretti potrebbero
in buona parte guadagnarsi il pane in qualche lavoro. Ma col tempo si
mutò questa idea, e lasciate le sole donne in quel palazzo, si provvide
ai maschi poveri nell'insigne ospizio di Ripa, siccome accennerò a
suo tempo. Con la bolla poi pubblicata nel dì 20 di maggio dell'anno
seguente confermò il suddetto ospizio lateranense, e i fondi e proventi
assegnati pel mantenimento di esso. Conoscendo ancora qual profitto
potrebbe provenire dal porto di Cività Vecchia, se vi si stabilisse un
buon commercio con varii privilegii, con fabbriche di case e magazzini,
e col concorso di negozianti, si applicò a questa impresa, e diede
gli ordini opportuni, acciocchè si purgassero ed accrescessero gli
acquedotti, e si formassero nuove fabbriche. Fece anche alzare nella
basilica Vaticana un magnifico mausoleo alla santa memoria d'_Innocenzo
XI_ suo benefattore, e preparare il proprio sepolcro, ma con poca
spesa, col non volere in esso altra inscrizione che il semplice suo
nome. In somma era nato questo sempre memorando pontefice per cose
grandi, e dimentico di sè stesso e de' suoi, altro non avea in mente
che il pubblico bene.



    Anno di CRISTO MDCXCIII. Indizione I.

    INNOCENZO XII papa 3.
    LEOPOLDO imperadore 36.


Per quanti passi e dibattimenti si fossero fatti fin qui, per comporre
le differenze che passavano fra la corte di Roma e di Parigi a cagion
delle proposizioni adottate dai vescovi di Francia in pregiudizio
dell'autorità della santa Sede, nulla s'era potuto ottenere che
soddisfacesse al sommo pontefice. Finalmente nel presente anno d'ordine
del _re Luigi XIV_ scrissero que' prelati a papa _Innocenzo XII_ una
lettera piena di sommessione, in cui disapprovarono gl'insegnamenti
suddetti; e però giacchè non s'era potuto ottenere di più, fu creduto
meglio di rimettere l'armonia primiera, e di conferire il resto
delle chiese vacanti nel regno di Francia. Avea nell'anno precedente
l'indefesso santo Padre cominciata un'altra gloriosa impresa e le diede
il pieno suo compimento nel presente. Da gran tempo per varie necessità
della santa Sede s'era introdotto il vendere alcuni non ecclesiastici
uffizii della curia romana, e spezialmente i posti di auditore e
tesorier della camera, e de' cherici d'essa camera. Andava ben alto
il loro prezzo, perchè grandi ancora n'erano i proventi. Se alcuno
de' prelati compratori d'essi uffizii veniva promosso al cardinalato,
restavano vacanti quegli uffizii, e si vendevano ad altri. Intorno
a questi vacabili v'ha un trattato del famoso cardinale de Luca nel
tomo ultimo delle sue opere. Non si potea trattener la gente maligna
dall'aguzzar le lingue contra di questo costume, quasichè fosse stata
questa invenzione per vendere la sacra porpora sotto colore palliato
a chi potea spendere; e quantunque non si promovessero per lo più
se non persone degne, prese dai posti suddetti, pure sembrava aperto
l'adito anche agl'immeritevoli, purchè danarosi, di conseguire le prime
dignità. Volle ancor qui l'ammirabil pontefice chiudere la bocca agli
amatori della maldicenza; e però nel dì 23 d'ottobre del precedente
anno suppresse le venalità dei suddetti uffizii ed avendo procurato a
lieve frutto più d'un milione di scudi, restituì ai compratori tutto
il danaro da essi speso in acquistarli. Ora nell'anno presente a dì 3
di febbraio pubblicò un'altra bolla, con cui ordinò che da lì innanzi
gli uffizii e luoghi di monti vacabili per la promozione alla sacra
porpora non si perdessero, ma o si rassegnassero o se ne continuasse
a tirare il frutto, di maniera che niun vantaggio risultasse alla
camera apostolica dall'esaltazione di que' prelati. In pro nondimeno
della stessa camera ritornò il risparmio di molte propine che dianzi
godeano i prefati compratori. Immensa fu la lode che riportò per
queste segnalate azioni l'ottimo pontefice, il quale in benefizio
d'essa camera avea dianzi tagliate le penne anche al grado dei vice
cancellieri della Chiesa romana; e poscia ancora minorò il lucro de'
cardinali vicarii, e finalmente soppresse la legazion d'Avignone,
applicandone i proventi alla camera apostolica.

Poichè sembrava che la fortuna non andasse d'accordo col capitan
generale de' Veneziani _Domenico Mocenigo_, fu egli destinato pretore
a Vicenza. Trattossi dipoi nel maggior consiglio per eleggere a sì
riguardevol impiego altro personaggio, ed i più concorsero nello stesso
doge _Francesco Morosino_, già stato capitano generale, e glorioso
conquistatore della Morea. Si scusò egli colla sua avanzata età d'anni
settantaquattro; ma rinforzate le preghiere, si trovò in fine risoluto
a sacrificare il resto de' suoi giorni in servigio della patria. Di
grandi preparamenti si fecero per la di lui partenza, e passò egli in
Levante; ma gran tempo impiegò nel viaggio, e spese il resto in varie
disposizioni per assalir Negroponte nell'anno venturo, quando sul
fine dell'anno, trovandosi a Napoli di Romania, fu colto da mortale
infermità, che dì 6 del seguente gennaio mise fine ai suoi giorni e a
tutte le sue gradezze umane. Riuscì in quest'anno al generale cesareo
_Heisler_ di conquistare la fortezza di Gena nell'Ungheria superiore
verso le frontiere della Transilvania; dopo di che il general supremo
_duca di Croy_, avendo fatto credere al saraschiere con lettera finta
di voler imprendere l'assedio di Temiswar, all'improvviso si portò
a cignere di gente Belgrado. Più di quel che credeva trovò i Turchi
disposti a vendere care le lor vite, ed inoltre si udì venire a gran
passi il primo visire col Cam de' Tartari, per tentare il soccorso;
laonde, dopo avere perduto in un mese sotto quella città da due
mila soldati, parve di più spediente lo sciogliere quell'assedio e
ritirarsi. Facevasi intanto guerra da' Franzesi in Fiandra, al Reno, in
mare e in Catalogna con felicità delle lor armi, e queste riportavano
palme anche in Piemonte. Il duca _Vittorio Amedeo_ restò ancora in
quest'anno aggravato da sì pericolosa malattia, che nel dì 7 di marzo
gli fu ministrato il santissimo viatico. Riavuto che fu, nel dì 30
di luglio si portò a bersagliare il forte franzese appellato di Santa
Brigida, che gli costò molto sangue, e nel dì 14 d'agosto finalmente
si diede per vinto. Questo fu poi smantellato. Per tre giorni ancora
la città di Pinerolo restò fieramente travagliata dalle bombe. Intanto
rinforzato di molte nuove truppe il _maresciallo di Catinat_ si
andò accostando colla sua alla nemica armata, e trovandosi amendue a
fronte, vennero nel dì 4 d'ottobre ad una fiera battaglia in vicinanza
di Orbazzano. Questa riuscì favorevole ai Franzesi, in maniera che,
secondo i lor conti (a' quali si dee far la sua detrazione), vi
rimasero sul campo uccisi circa otto mila dei collegati, e restarono
due mila d'essi prigioni, coll'acquisto di quasi cento insegne, quattro
stendardi e gran copia d'artiglierie. Due mila Franzesi vi perderono la
vita. Pretesero gli altri che la perdita de' Franzesi ascendesse a sei
mila persone, e ad altrettanto quella de' collegati. Dall'una parte e
dall'altra grande fu il numero degli uffiziali morti o feriti; ma certo
è che i collegati riceverono una fiera percossa, laonde il Catinat
stese largamente le contribuzioni ed anche gl'incendii in quelle parti.
Restò nulladimeno anche dopo tal perdita sì forte l'esercito alleato,
che i Franzesi non poterono impadronirsi, a riserva di Revel e Saluzzo,
d'alcun altro luogo di conseguenza. Ora non mancò il re Cristianissimo
di prevalersi di questa congiuntura per insinuar di nuovo proposizioni
di pace al duca di Savoia, ma nol potè peranche smuovere dal
proponimento suo. Andarono poscia a' quartieri d'inverno le truppe
alemanne, attendendo a scannare anche in questa vernata il paese de'
principi dell'Italia, senza commiserazione a' popoli, che gridavano
alle stelle per le esorbitanti estorsioni, credendo che di peggio non
avrebbero fatto i Turchi nemici del nome cristiano.

Per questi flagelli funestissimo fu l'anno presente, ed anche per un
altro sommamente lagrimevole spettacolo, cioè per un tremuoto nella
Sicilia, le cui scosse non son già forestiere in quella per altro
fortunata isola, ma senza che vi fosse memoria fra la gente d'allora
di averne mai provato un sì terribile e micidiale. Cominciò nel dì 9
di gennaio a traballar la terra in Messina, e ne' susseguenti giorni
andò crescendo la violenza delle scosse, talmente che atterrò in
quella città gran copia delle più cospicue fabbriche, e parte ancora
delle mura d'essa città, ma con poca mortalità, perchè il popolo,
avvertito dal primo scotimento, si ritirò alla campagna e a dormir
nelle piazze. Le relazioni che corsero allora, alterate probabilmente
dallo spavento e dalla fama, portano che in altre parti della Sicilia
incredibile fu il danno. Che la città di Catania, abitata da diciotto
mila persone, andò tutta per terra, colla morte di sedici mila abitanti
seppelliti sotto le rovine delle case. Che Siracusa ed Augusta, città
riguardevoli, restarono diroccate, colla morte nella prima di quindici
mila persone, e di otto mila nell'altra, in cui anche la fortezza,
per un fulmine caduto nel magazzino della polve, saltò in aria. Che
le città di Noto, Modica, Taormina, e molte terre e castella al numero
di settantadue furono desolate, ed alcuna abissata in maniera che non
ne rimane vestigio alcuno. Che più di cento mila persone vi perirono,
oltre a ventimila ferite e storpie. Che in Palermo fu rovesciato il
palazzo del vicerè. Che la Calabria e Malta risentirono anch'esse
non lieve danno. Che il monte Etna, o sia Mongibello, slargò la sua
apertura sino a tre miglia di giro. Io non mi fo mallevadore di tutte
queste particolarità. Certo è solamente che miserie e rovine immense
toccarono alla Sicilia per sì straordinario tremuoto, e che non si
possono invidiare ai Siciliani le ricche lor campagne e delizie,
sottoposte di tanto in tanto al pericolo di una sì dura pensione.



    Anno di CRISTO MDCXCIV. Indizione II.

    INNOCENZO XII papa 4.
    LEOPOLDO imperadore 37.


Dopo la morte del celebre _Francesco Morosino_ fu conferita la
dignità di doge di Venezia a _Silvestro Valiero_ figlio del già
doge _Bertuccio_. Cominciarono i Veneti quest'anno la lor campagna
in Dalmazia con l'assedio di Citclut, fortezza pel sito assai
considerabile, e di gran gelosia per li Turchi, perchè antemurale ad
un buon tratto del loro paese. Comandava l'armi venete il provveditor
generale _Delfino_, il quale, dopo aver sottoposto varii luoghi
all'intorno, obbligò in fine il presidio turchesco a cedere la piazza,
dove con giubilo de' cristiani fu ripiantata la croce. Bisogna ben
credere che di molta importanza fosse quella fortezza, perchè la Porta
ordinò che si facesse ogni sforzo per ricuperarla. Raunato ch'ebbe
un esercito, il saraschiere ne imprese l'assedio. Fu ben ricevuto dal
vigoroso presidio cristiano, e formò bensì egli le trincee, ma da più
d'una sortita degli assediati furono queste rovesciate: laonde, dopo
la perdita di molta gente, si vide obbligato a ritirarsi, con lasciare
sul campo molti attrezzi militari. Ridussero poscia i Veneti alla loro
ubbidienza un'altra ben forte rocca appellata Clobuch. Ma non passò
gran tempo che i Turchi, più che mai vogliosi di torre Citclut dalle
mani de' cristiani, vi tornarono sotto con oste più poderosa. Neppur
questa volta trovarono propizia la fortuna, e con poco lor gusto
dovettero sloggiare di là. La più utile nondimeno e gloriosa impresa
fatta da' Veneziani nell'anno presente, fu l'acquisto della rinomata
isola di Scio. Dacchè giunsero ad unirsi colla veneta armata navale
le galee pontifizie e maltesi, _Antonio Zeno_, dichiarato capitan
generale, sciolse le vele a quella volta, e nel dì 8 di settembre
vi fece lo sbarco. La città dominante di quell'isola porta lo stesso
nome di Scio; intorno ad essa accampatosi l'esercito cristiano, diede
principio alle offese. I vescovi latino e greco, già abitanti in
quella città, n'erano usciti. Non più di otto giorni ebbero a faticar
le artiglierie e le mine per prendere il castello di mare, e mettere
sì fatto spavento in quegli Ottomani, che la stessa città con più di
cento cannoni di bronzo e con tutti gli schiavi venne in poter de'
Veneti. Che deliziosa, che fruttifera isola sia quella, e massimamente
pel privilegio di produrre il mastice, è assai noto; e però di grandi
allegrezze si fecero in Venezia per così vantaggiosa conquista.
Nell'Ungheria troppo tardi uscirono in campagna i Tedeschi sotto il
comando del maresciallo di campo _conte Caprara_; niuna impresa si fece
degna di memoria, a riserva dell'acquisto di Giula, piazza di non lieve
momento verso le frontiere della Transilvania.

Nel Piemonte le nemiche armate si andarono in quest'anno guatando di
mal occhio, ma senza che alcuna d'esse si sentisse voglia di venire
alle mani. Solamente fu sempre più stretto il blocco da gran tempo
cominciato di Casale di Monferrato, e in quelle vicinanze tolto fu ai
Franzesi il forte di San Giorgio. Venuto l'autunno, tutte le truppe
tedesche si scaricarono di nuovo sui paesi de' principi italiani, con
avere intimato il _conte Prainer_, commessario generale di Cesare,
secondo il solito, insoffribili contribuzioni. A costui da lì a poco la
morte anch'essa intimò di sloggiare dal mondo, e di dar fine alle sue
estorsioni. Tante nondimeno furono le doglianze portate alla corte di
Vienna, che mosso a pietà l'_Augusto Leopoldo_ ordinò che si sminuisse
il rigore di tanti aggravii; ma non già per _Ferdinando Carlo duca_
di Mantova, di cui si dichiaravano mal soddisfatti i Tedeschi, perchè
creduto di genio franzese. Non poteano essi sofferire che dimorasse
in Mantova il signor Duprè inviato del re Cristianissimo; però
oppressero con aggravii i di lui sudditi, senza riguardo veruno agli
ecclesiastici; e inoltre il generale cesareo _conte Palfi_, coll'abbate
Rainoldi residente del re Cattolico, gli intimò di licenziare esso
inviato franzese, e tre suoi proprii principali ministri, creduti
fomentatori del di lui genio, entro il termine di quindici giorni,
minacciando gravi ostilità se non ubbidiva. Ebbe il duca un bel dire,
un bel gridare: gli convenne inghiottir la pillola, e congedare chi
non piaceva alle corti di Vienna e di Madrid. Giacchè non potea reggere
alla gotta, che passò al petto, _Francesco II d'Este_ duca di Modena e
Reggio, nel dì 6 di settembre dell'anno presente terminò la carriera
del suo vivere, compianto da' sudditi suoi, perchè amorevolissimo e
giusto principe, sotto di cui aveano goduto de' lieti giorni, siccome
può vedersi nelle mie Antichità Estensi. Perchè non produsse alcun
frutto il suo matrimonio colla principessa _Margherita Farnese_, a
lui succedette nel governo di questo ducato il _principe Rinaldo_ suo
zio paterno, allora cardinale, che poi nell'anno seguente rinunziò
la sacra porpora, ed assunse il titolo di duca. Fu parimente chiamata
da Dio a miglior vita nel dì 6 di marzo _Vittoria della Rovere_, già
moglie di _Ferdinando II de Medici_, gran duca di Toscana, principessa
impareggiabile per le tante sue belle doti. Venne anche a morte nel
dì 11 di dicembre dell'anno presente _Ranuccio II Farnese_ duca di
Parma e Piacenza, uomo de' vecchi tempi, principe di buon cuore, pio,
generoso e pieno di lodevoli massime, e pure più tosto temuto che amato
da' sudditi suoi. Lasciò di belle memorie nella città di Parma, e nel
suo ducal palazzo, e un nome degno di vivere anche ne' secoli venturi.
Era premorto a lui nel dì 5 di settembre dell'anno precedente 1693 il
_principe Odoardo_ suo primogenito, soffocato, per dir così, dalla sua
esorbitante grassezza; e questi dalla principessa _Dorotea Sofia di
Neoburgo_ sua consorte avea ricavato un figlio per nome _Alessandro_,
che fu rapito dalla morte nel suddetto precedente anno. Di esso Odoardo
solamente restò una principessa per nome _Elisabetta_, nata nel dì 25
d'ottobre del 1690, oggidì gloriosa regina di Spagna. Altri due figli
viventi lasciò il duca Ranuccio II, cioè _Francesco_ ed _Antonio_, il
primo de' quali succedette al padre nel ducato, e nell'anno seguente
con dispensa pontificia sposò la suddetta principessa Dorotea sua
cognata. Funestissimo riuscì quest'anno al regno di Napoli per un
furioso tremuoto, non inferiore a quel di Sicilia dell'anno precedente.
Seguì nel dì 8 di settembre lo scotimento suo. Nella città di Napoli
incredibil fu lo spavento, e il danno si ridusse solamente alla
scompaginatura di molti palazzi, chiese, monisteri e case. Ma in terra
di Lavoro alcune castella e villaggi andarono per terra. In Ariano e
Avellino assaissime persone perirono, e quasi tutte le case caddero.
Nella città Capoa, di Vico, Cava, e massimamente in Canosa, Conza
ed altre parti, si patì gran rovina di edifizii, accompagnata dalla
perdita di molte anime. Anche a quegl'infelici paesi si stese la mano
misericordiosa e limosiniera del romano pontefice. Questo infortunio
cagion fu che il vicerè di Napoli non potesse poi inviare quel rinforzo
di genti e danari, per cui tante premure gli venivano fatte dall'armata
collegata in Piemonte.



    Anno di CRISTO MDCXCV. Indizione III.

    INNOCENZO XII papa 5.
    LEOPOLDO imperadore 38.


Non si stancava il magnanimo papa _Innocenzo XII_ di pensar tuttodì
a sempre nuovi ed utili regolamenti per ben della Chiesa e de' suoi
Stati. Aveva egli proposto di mettere freno al soverchio lusso di Roma,
che, oltre all'impoverir le famiglie, portava fuori delle contrade
ecclesiastiche immense somme di danaro. A questo grandioso disegno
trovò egli, più di quel che pensava, delle gagliarde opposizioni, a
cagion de' forestieri che capitano a Roma, e per li contrarii maneggi
non men segreti che pubblici de' Franzesi, soliti a profittar della
troppa bontà per non dir balordaggine degl'Italiani, i quali provveduti
dalla natura di quanto può bisognare al loro nobile trattamento,
invasati della novità delle mode, e più che d'altro vaghi delle
manifatture oltramontane, pagano eccessivi tributi a' principi non
suoi. Un'altra insigne impresa si propose il vigilantissimo pontefice,
cioè la riforma di certi ordini religiosi (e non erano pochi) scaduti
dall'antica lor santa disciplina, e divenuti delle lor regole poco
osservanti, spezialmente del voto della povertà. Qui ancora, più
che nell'altra, si scoprirono difficoltà senza fine, ripugnando chi
già era ammesso in quegli ordini a mutar maniera di vivere, e ad
accettar la vita comune, perchè diceano di esser sottomessi a quelle
regole, non quali furono nei tempi antichi, ma colle interpretazioni
ed usanze del loro secolo. Ordinò pertanto il pontefice che non
s'inquietassero i già arrolati sotto quelle bandiere, ma che niuno
in avvenir si ammettesse senza professare la riforma prescritta
dalla congregazione deputata da sua santità, in cui fra gli altri
monsignor Fabroni, che fu poi promosso alla sacra porpora, personaggio
zelantissimo, ebbe la disgrazia di tirarsi addosso l'indignazione e
l'odio di moltissimi cappucci. Furono anche destinati per ciascun
de' suddetti ordini rilassati due conventi, nei quali si facesse
il noviziato e si osservasse il rigore suddetto. Il tempo fece poi
conoscere che un _Lodovico XIV re_ di Francia seppe ben introdurre la
riforma nei religiosi claustrali del suo regno; ma Roma non arrivò
a tanto in Italia. Patì quella città nel verno del presente anno
un'inondazione del Tevere, che si stese per le campagne, col danno
di non poche fabbriche e di molto bestiame, e con servire di veicolo
ad una epidemia che dipoi sopraggiunse. Diede questa disgrazia al
santo padre motivo di maggiormente esercitare la sua carità verso la
povera gente che si rifugiò per soccorso in Roma. Inoltre, nel dì 10
di giugno un orribil tremuoto riempiè di terrore e danno il Patrimonio
e i paesi circonvicini. Bagnarea andò tutta per terra con perdita di
molte persone. Quasi interamente restò smantellato Celano, Orvieto,
Toscanella, Acquapendente, ed altre terre e ville di quei contorni
risentirono gran danno. Il lago di Bolzena, alzatosi due picche, inondò
per tre miglia all'intorno il paese. Non fu men funesto un altro simile
tremuoto che si sentì nella marca trivigiana nel dì 25 di febbraio.
Nella sola terra d'Asolo rimasero dai fondamenti distrutte mille e
cinquecento case; più di altre mille e ducento inabitabili; i templi
colle lor torri diroccati; molti uomini colle lor famiglie seppelliti
sotto le rovine.

Questa sciagura parve un prognostico di molte altre che nell'anno
presente afflissero non poco la veneta repubblica. Per la perdita della
riguardevole isola e città di Scio si era inferocita la Porta, e fin
nell'anno addietro avea ammannita gran copia di legni e di gente per
ricuperarla. Con questa flotta, condotta dal saraschiere, nel dì 8 di
febbraio, prima che approdasse a Scio, determinò il capitan generale
_Antonio Zeno_ di misurar le sue forze; ma furono poco ben prese le
misure; laonde cantarono la vittoria i Turchi, e malconcie ne restarono
le navi e le galee venete. Fu cagione sì sinistro colpo, ed un altro
appresso, che Scio si rilasciasse alla discrezion de' musulmani con
incredibil dolore de' cristiani abituati in quel delizioso paese, che
tutti elessero un volontario esilio per non soggiacere alla vendetta e
rabbia de' Turchi. Al capitan general Zeno, imputato di mala condotta,
siccome ancora a Pietro Quirini provveditore ordinario, toccò di finire
i lor giorni in carcere. Rimasero altri assoluti, ma dopo una prigionia
di tre anni. _Alessandro Molino_ venne poi creato capitan generale.
Seguirono ancora ne' mesi seguenti altre lievi battaglie tanto in
mare che sotto Argo, nelle quali maggior fu la perdita degl'infedeli
che de' cristiani, ma senza che alcun di questi vantaggi compensasse
il gravissimo danno patito per l'abbandonamento di Scio. Del pari in
Ungheria si mutò la ruota della fortuna. Avea l'_Augusto Leopoldo_
ottenuti otto mila Sassoni dall'elettore _Federigo Augusto_, il quale
col titolo di generalissimo delle armi cesaree s'era indotto a passare
in persona contro de' Turchi. Solamente ai 10 d'agosto pervenuto esso
elettore al campo, quivi trovò i marescialli _Caprara_ e _Veterani_,
e l'altra uffizialità con cinquanta mila guerrieri alemanni, oltre
ad alcune migliaia di milizie unghere. Avrebbe ognun creduto che con
sì fiorito esercito avessero i cristiani a far prodigii in quelle
parti. Trovarono essi lo stesso gran signore Mustafà venuto in persona
a dar calore alla poderosa sua armata, con cui sperava anch'egli di
operar gran cose. In poche parole, i Turchi occuparono Lippa, e la
smantellarono. Poco tempo ancora spesero ad impadronirsi della forte
piazza di Titul; e trovato il suddetto _conte Federico Veterani_
maresciallo, staccato con sette mila bravi Tedeschi dal grosso
dell'esercito per coprire la Transilvania, l'andarono ad assalir con
tutte le lor forze, e v'era in persona lo stesso Sultano. La difesa
che fece questo valoroso comandante per più ore contro quel torrente
d'armati, fu delle più gloriose che mai si udissero, e costò la vita
a più di quattro mila Turchi. Sopraffatto in fine dall'esorbitante
superiorità de' nemici il prode generale, con buona ordinanza si
ritirò; ma coprendo in persona la retroguardia, riportò varie ferite;
e perchè condotto via s'incagliò in una palude il cavallo, in cui
era sostenuto, quivi restò poi trucidato dai musulmani. Anche Lugos
e Caransebes caddero in mano di quegl'infedeli: con che nell'anno
presente ebbe fine la sventurata campagna degl'imperiali in Ungheria.

Osservavasi oramai in Italia una più che mai prossima disposizione
e risolutezza di _Vittorio Amedeo_ duca di Savoia, del _marchese di
Leganes_ governatore di Milano, e de' comandanti cesarei, per cacciar
da Casale di Monferrato i Franzesi. Era quella forte città, con un
castello e con una molto più forte cittadella, come spina continua
nel cuore degli Spagnuoli e del duca di Savoia, per la vicinanza de'
loro Stati. L'aveano essi tenuta bloccata da gran tempo; ma da che
ebbero concertato coll'ammiraglio inglese _Russel_ di tenere a bada
il _maresciallo di Catinat_ colla sua potente flotta, che minacciava
ora Nizza ed ora la Provenza, il duca e il marchese suddetto col
_principe Eugenio di Savoia_, e col _millord Gallowai_ generale
delle milizie pagate dall'Inghilterra, si presentarono coll'armata
collegata verso la metà di giugno davanti ad esso Casale. Nel dì 26
del medesimo mese venendo il dì 27 fu aperta la trinciera tanto contro
la città che contro la cittadella. Ancorchè il _marchese di Crenant_
facesse una gagliarda difesa, pure meravigliosa cosa parve che dopo
soli dodici giorni di offese, e colla perdita di soli secento soldati
dalla parte degli assedianti, egli si vedesse obbligato ad esporre
bandiera bianca. Fu segnata la capitolazione della resa nel dì 9 di
luglio; ed accordato che si demolissero le fortificazioni della città,
del castello e della cittadella; e che, terminato l'atterramento, ne
uscisse la guernigion franzese con tutti gli onori militari, otto pezzi
di cannone e quattro mortari; e che tornasse quella città in pieno
dominio del duca di Mantova, come era ne' tempi andati. Restò eseguita
la capitolazione, e tolto dalle viscere della Lombardia quel mantice
di discordie e d'incendii. Si trovarono nella città settanta pezzi
d'artiglieria di bronzo, nel castello ventotto, e nella cittadella
cento venti. Per sì felice impresa in Milano e Torino gran festa si
fece, ed essendo solamente nel dì 18 di settembre usciti i Franzesi
di Casale, non s'impegnarono l'armi cesaree in alcun'altra azione, ed
unicamente pensarono a ristorar le truppe ne' quartieri d'inverno. Non
si potè intanto levar di capo a certi politici, che in quell'assedio
si sparassero dagli assediati i cannoni senza palle, e che quella
impresa fosse concertata fra il saggio duca di Savoia e la corte di
Francia; la qual ultima, se restò priva di una buona fortezza, ne privò
anche d'essa l'avidità degli Spagnuoli, perchè, facendo rendere Casale
al duca di Mantova, deluse le speranze di quei che probabilmente lo
desideravano, e poteano pretenderlo a titolo di acquisto. Nè si vuol
tacere che nel dì 9 di settembre del presente anno in Roma terminò i
suoi giorni il cavaliere Gian-Francesco Borri Milanese in castello
Sant'Angelo. S'era egli meritata quella prigione per essere stato
eretico visionario anzi autore di una setta, che appena nata ebbe
fine, e solennemente fu da lui abiurata. In essa Roma, in Milano ed in
altre città d'Italia, e in Inspruch, Amsterdam, Amburgo, Copenaghen,
ed altri luoghi dell'Olanda e Germania, fece egli risuonare il suo
nome, spacciando miracoli segreti, e spezialmente quello che tanto
adesca alcuni troppo corrivi privati, e talvolta i principi stessi,
con votar d'oro le borse loro, ed empierle di fumo. A lui si ricorreva
come a medico universale per ogni sorta di malattia, e fin da Parigi
si vedeano passar nobili malati ad Amsterdam per isperanza d'essere
guariti da lui. Gran figura aveva egli fatto in quella città col
magnifico equipaggio, e trattato col titolo di eccellenza. In una
parola, trovossi in lui un chimico creduto impareggiabile, un gran
ciarlatano, e per conseguente un bravo trafficante della semplicità de'
mortali.



    Anno di CRISTO MDCXCVI. Indizione IV.

    INNOCENZO XII papa 6.
    LEOPOLDO imperadore 39.


Non rallentava il buon pontefice _Innocenzo XII_ i suoi sospiri e
le sue premure per rimettere la pace fra i principi cristiani; e, a
fin d'impetrarla colle preghiere da Dio, pubblicò sul fine dell'anno
precedente un giubileo, che nel presente per tutta l'Italia fu preso.
Non lasciò ancora di eccitare i principi cattolici alla concordia,
con inviar loro nuove paterne lettere; e spezialmente ne fece premura
a _Vittorio Amedeo_ duca di Savoia, il cui impegno avea tirato in
Italia tanti imitatori de' Goti e de' Vandali a spolpare i miseri
popoli. Sempre sono e saran da lodare le sante intenzioni dei romani
pontefici per questo fine; ma l'interesse, che è il cominciator
delle guerre, quello è ancora che le finisce. Che nondimeno il saggio
pontefice s'internasse ancora in segreti maneggi per accordare il re
Cristianissimo col duca di Savoia, comunemente fu creduto per quel
che poscia accadde. Ed appunto questo principe si vide fare nel marzo
del presente anno un viaggio alla santa casa di Loreto a titolo di
divozione. La gente maliziosa, che non credeva cotanto divoto quel
principe da scomodarsi per andar sì lontano ad implorar la protezion
della Vergine, si figurò piuttosto che sotto il manto della pietà si
coprisse un segreto abboccamento con qualche persona incognita intorno
a' suoi affari (e questa fu, per quanto portò la fama, un ministro
franzese travestito da religioso) giacchè sono talvolta ridotti i
principi a somiglianti ripieghi, per deludere i ministri esteri che
vanno spiando ogni menomo loro andamento e parola nelle corti. Spedì
ancora in questo anno il pontefice le sue galee unite a quelle di Malta
in soccorso de' Veneziani; e sul principio di maggio, al dispetto dei
medici, volle portarsi a Cività Vecchia, per visitar quel castello,
quegli acquedotti e le fabbriche ivi fatte, giacchè gli stava fitto in
capo il pensiero di fare di essa città un porto franco, libero ad ogni
nazione, fuorchè ai Turchi. Per varie ragioni, e per le segrete mene
del gran duca di Toscana, riuscì poi vano un siffatto disegno. Quanto
ai Veneziani, perchè stava loro sul cuore la fortezza di Dolcigno,
situata in Albania sopra una rupe inaccessibile, siccome infame nido di
corsari infestatori dell'Adriatico, ne fu da essi risoluto l'assedio.
Per quanto operassero i cristiani con varii assalti, con alquante mine,
e con rispignere due volte i soccorsi inviati dai Turchi, a nulla
servirono i loro sforzi, e però convenne ritirarsi. Andò intanto il
capitan generale _Molino_ colla sua flotta in traccia dell'ottomana,
condotta dal Mezzomorto capitan bassà ed ammiraglio. Nel dì 9 d'agosto
furono a vista le due nemiche armate, e già la veneta s'era tutta messa
in ordinanza per venire a battaglia, quando si scoprì non accordarsi
a questo giuoco l'astuto Mezzomorto, al quale non mancò mai l'arte di
tenere a bada i cristiani, e di sempre sfuggire il combattimento. Così
senza alcun vantaggio, e insieme senza danno alcuno, se la passarono
i Veneziani in Levante per tutto quest'anno; ma con gravi lamenti di
quel senato, veggendo inutilmente impiegati tanti convogli e tesori in
quelle parti.

Cominciò in questi tempi a fare risonar il suo nome _Pietro
Alessiovitz_ czaro della Russia, che divenne poi col tempo incomparabil
eroe, con aver tolto a' Turchi sul Tanai l'importante città e fortezza
di Asac, ossia Asof. Propose quel principe con gran calore di entrare
in lega con Cesare e co' Veneziani ai danni del comune nemico, e
infatti ne furono stabiliti i capitoli in Vienna. Non dissimile dalla
fortuna de' Veneti fu quella degl'imperiali in Ungheria nell'anno
presente. Si portò alla forte cesarea armata di nuovo l'_elettor di
Sassonia_ col titolo di supremo comandante; la direzion nondimeno
delle militari operazioni era appoggiata a un capo di maggiore
sperienza, cioè al maresciallo _conte Caprara_. Ma che? In quelle
contrade comparve ancora di bel nuovo il sultano in persona, bramoso di
segnalarsi in qualche impresa. Conduceva anch'egli una potente armata,
qual si conveniva ad un pari suo. Invece dunque di accudire alla
premeditata idea dell'assedio di Temiswar, o di Belgrado, nel consiglio
militare fu preso il partito di provocare a battaglia i nemici. Si
trovò attorniato da paludi e ben trincierato l'esercito musulmano, nè
la furia delle cannonate potè muoverli ad uscire all'aperta campagna.
Solamente seguirono alcune calde scaramucce, nelle quali il commissario
generale _Heisler_ valorosamente combattendo lasciò la vita, e qualche
migliaio di soldati dall'una e dall'altra parte perì. Ritiraronsi
poscia i Turchi, e senz'altro onore anche le milizie cristiane vennero
ripartite ai quartieri. Assai curiosa, ma non già inaspettata, fu la
scena che si rappresentò sul teatro del Piemonte nell'anno presente.
Troppo rincresceva oramai alla Francia la guerra del Piemonte, perchè
più dispendiosa di tutte le altre, dovendosi mandar tutto per montagne
in Italia, e non potendo l'armata godere del privilegio di ballare
e nutrirsi sul paese nemico. Alla riflessione del troppo impegno e
dispendio si aggiunsero i premurosi impulsi del pontefice _Innocenzo
XII_, commosso a pietà spezialmente verso i principi d'Italia,
sì maltrattati dalle sanguisughe tedesche in occasione di questa
guerra. Però il re Cristianissimo _Luigi XIV_ tali esibizioni fece a
_Vittorio Amedeo_ duca di Savoia, che questo principe segretamente
entrò in trattato, e coll'accortezza, che in lui fu mirabile, ne
carpì dell'altre vantaggiose condizioni. Leggesi presso varii autori
il trattato di pace sottoscritto nel dì 29 d'agosto di quest'anno
dal _conte di Tessè_ luogotenente generale franzese, e dal _marchese
di San Tommaso_, primo ministro del duca suddetto; certo essendo
nondimeno che alcuni mesi prima era stabilito il concordato fra loro.
I principali punti di esso accordo furono che in vigor d'essa pace il
re Cristianissimo restituiva al duca tutti gli Stati a lui occupati
della Savoia, di Nizza e Villafranca; e inoltre gli cedeva Pinerolo
co' forti di Santa Brigida ed altri, con che se ne demolissero tutte
le fortificazioni; e finalmente, che seguirebbe il matrimonio di _Maria
Adelaide_ principessa di Savoia, primogenita di sua altezza reale, con
_Luigi duca di Borgogna_ primogenito del Delfino, allorchè fossero in
età competente; e che intanto essa principessa passerebbe in Francia,
per essere ivi allevata alle spese del re. Vi ha chi scrive promessi
anche quattro milioni di franchi al duca dal re Cristianissimo per
compenso de' danni sofferti, ma con obbligo di tenere in piedi a spese
del re otto mila fanti e quattro mila cavalli, qualora i collegati
ricusassero di abbracciar quel trattato.

Accordate in questa maniera le pive, inviò il re Cristianissimo nella
primavera qualche reggimento di più del solito al _maresciallo di
Catinat_, il quale fece anche spargere voce di aver forze maggiori,
e minacciava anche di rovinar Torino colle bombe. Mostravane il duca
grande apprensione e paura, per colorir le risoluzioni prese e da
prendersi; quando spedite furono da esso maresciallo per mezzo d'un
trombetta le vantaggiose condizioni che il _re Luigi XIV_ offeriva
al duca _Vittorio Amedeo_ per la pace di Italia. Andarono innanzi e
indietro proposte e risposte; e finalmente restò accordata fra loro
una sospension d'armi per quaranta giorni, cioè per tutto il mese
d'agosto, che fu poi anche prorogata sino al dì 16 di settembre, a fin
di proporre alle corti alleate la neutralità d'Italia sino alla pace
generale. Comunicata questa ai ministri di Cesare, della Spagna ed
Inghilterra, esistenti in Torino, niun d'essi v'acconsentì; ma il duca
come generalissimo lo volle. Allorchè giunse alle corti questa novità,
si proruppe in gravi schiamazzi, e furono spedite esibizioni gagliarde
al duca di Savoia, per mantenerlo in fede. Ma egli, che non isperava
di acconciar sì felicemente i proprii interessi colla continuazion
della guerra, come facea colla particolar sua pace coi Franzesi,
stette saldo nel suo proposito. Inclinavano veramente gli Spagnuoli
ad accettare la tregua, perchè scarsi di danaro, e con gli Stati
esposti all'irruzion de' nemici, e nemici che con l'union del duca
divenivano tanto superiori di forze; ma non mirando mai venire alcuna
decisiva risposta dalle potenze confederate, attendeva il marchese
di Leganes solamente a ben presidiare e fortificare le frontiere del
ducato di Milano. Intanto, prima che spirasse il termine dell'accordata
sospension d'armi, il maresciallo di Catinat fece nel dì 5 di settembre
sfilar la sua armata, e, passato il Po, andò a trincierarsi in Casale
di Monferrato. Spirato esso termine, senza che la neutralità fosse
abbracciata dai collegati, eccoti unirsi le truppe di Savoia con quelle
di Francia, formando un esercito di circa cinquanta mila persone.
Ed ecco chi il giorno innanzi era generalissimo dell'armi collegate
in Italia, uscire in campo nel dì seguente generalissimo dell'armi
franzesi contra d'essi collegati, e nel dì 18 di settembre cignere
d'assedio Valenza.

Mi trovava io allora in Milano, e mi convenne udire la terribil
sinfonia di quel popolo contro il nome, casa e persona di quel sovrano,
trattando lui da traditore, e come reo di nera ingratitudine, che si
fosse servito di tanto sangue e tesoro degli alleati per accomodare i
soli suoi interessi, con altre villanie che io tralascio. Ma d'altro
parere si trovavano le persone assennate, considerando che egli, dopo
aver liberato lo Stato di Milano dalla dura spina di Casale, ora,
stante la cession di Pinerolo e la ricupera dei suoi stati, serrava in
buona parte la porta dell'Italia ai Franzesi: con che si scioglievano
i ceppi non meno suoi che del medesimo Stato di Milano. Se in quel
bollare di passioni non riconobbe la gente questo benefizio, poco
stette ad avvedersene; e tanto più perchè, era incerto se, proseguendo
la guerra, si fosse potuto ottenere tanto vantaggio. Certamente tutti
i principi d'Italia fecero plauso alla animosa risoluzione del duca
Vittorio Amedeo, non già che piacesse loro il vedere quasi chiuso in
avvenire il passo in Italia all'armi franzesi per tutti i loro bisogni
(e dico quasi, perciocchè restarono ai Franzesi le Fenestrelle, che
essi poi fortificarono), ma perchè si veniva a smorzare un incendio che
li avea malamente scottati tutti per l'insoffribile ed ingiusta avidità
e violenza de' Tedeschi in succiare il sangue degli infelici popoli.
Continuava intanto con vigore l'assedio di Valenza, e già quella piazza
si accostava all'agonia, quando il _conte di Mansfeld_ plenipotenziario
dell'imperadore, e il _marchese di Leganes_ governator di Milano, per
evitar mali maggiori, si diedero per vinti, ed accettarono l'esibita
neutralità. In Vigevano nel dì 7 di ottobre fu stabilito l'accordo
con obbligarsi Tedeschi e Franzesi di evacuare quanto prima l'Italia.
Ma perciocchè ai Tedeschi troppo disgustoso riusciva il dire addio
ad un paese, dove aveano trovato alle spese altrui tante dolcezze, e
gridavano per le paghe ritardate, e inoltre per l'avanzata stagione
non si voleano muovere: altro ripiego non si trovò che di promettere
loro ben più di trecento mila doble, compartendo questo aggravio sopra
i principi d'Italia, cioè settantacinque mila doble al gran duca di
Toscana, al duca di Mantova quaranta mila, altrettante al duca di
Modena, trentasei mila al duca di Parma, quaranta mila ai Genovesi; al
Monferrato venticinque mila, ai Lucchesi trenta mila; a Massa quindici
mila, al principe Doria sei mila, a Guastalla cinque mila, e il resto
agli altri minori vassalli dell'imperio. Doveansi immediatamente pagare
cento mila doble, e l'altre ducento mila e più, con respiro e in certe
rate. Tutto fu puntualmente pagato e con piacere per questa volta,
lusingandosi i principi e popoli di dover da lì innanzi respirare,
e non soggiacere alle inudite estorsioni delle milizie imperiali.
Lo stesso pontefice (tanto gli premeva l'uscita di Italia di quella
nazione) non isdegnò di pagare quaranta mila scudi per accelerarne i
passi. Di mala voglia, siccome dicemmo, abbandonarono i Tedeschi la
Lombardia. Si dee ora aggiungere un'altra ragione, cioè, perchè tenendo
l'occhio alla monarchia di Spagna, di cui si prevedeva vicina la
vacanza per la poca sanità del _re Carlo II_, già aveano fatti i conti
di piantare la picca nello Stato di Milano, e di assicurarsene per ogni
occorrenza. Ma non andò loro propizia la fortuna, e bisognò tornarsene
in Germania, carichi nondimeno di preda e di danari. Un impulso anche
alla Francia di terminar questa guerra fu lo stesso motivo della
sospirata succession del regno di Spagna. Furono poi smantellate le
fortificazioni di Pinerolo e degli altri forti, restituito tutto al
duca di Savoia, e tornò la quiete in Italia.

Era venuto per ambasciatore di Cesare a Roma _Giorgio Adamo conte di
Martinitz_. Non si sa bene se per l'alterigia sua propria, o pure
perchè la corte di Vienna facesse la disgustata col papa a cagione
dei non continuati sussidi per la guerra contra del Turco, egli in
questo anno cercò di far nascere del torbido in quella sacra corte.
Contro il costume e rituale de' tempi andati pretese esso Martinitz di
non voler cedere la mano al governatore di Roma nella processione del
Corpo del Signore; laonde per ischivar gl'impegni, ordinò il pontefice
che il governatore per quella volta si astenesse dall'intervenire
alla funzione. Fecesi la processione, in cui lo stesso santo padre
portava il Venerabile; e l'ambasciatore all'improvviso si spinse fra
i cardinali diaconi, pretendendo di andar con loro del pari. Grande
imbroglio e non lieve scandalo si suscitò per questo, e cagionò
che la procession si fermasse, e durasse per quattro ore, con grave
incomodo del papa, mentre facea gran caldo. A queste sconsigliate
bizzarrie del cesareo ministro seppe per qualche tempo mettere freno
la prudenza del romano pontefice; laonde non seguì per ora altro
maggior inconveniente, se non che quel ministro continuò con molto
orgoglio, sino a rendersi intollerabile al mansueto pontefice in grave
pregiudizio del cesareo monarca. _Rinaldo d'Este_ già cardinale, poi
divenuto duca di Modena, avea nel precedente anno conchiuso il suo
matrimonio colla principessa _Carlotta Felicita di Brunsvich_, figlia
di _Gian-Federigo_ duca cattolico di _Hannover_, e di _Benedetta
Enrichetta di Baviera_, palatina del Reno. Nel dì 28 di novembre
d'esso anno seguì lo sposalizio di questa principessa con pompa nel
palazzo ducale di Hannover, secondo i riti della santa Chiesa romana:
con che si vennero a riunire le due linee degli Estensi d'Italia e di
Germania, procedenti dal comune stipite, cioè dal _marchese Azzo II_,
e divise circa l'anno 1070 come il celebre Leibnizio allora dimostrò,
ed anche io con documenti chiarissimi provai poscia nelle Antichità
Estensi. Accompagnata questa principessa dalla duchessa sua madre, e
da un gran treno di famiglia e di calessi, ricevette nel Tirolo per
parte dell'imperadore distinti onori, e più magnifici ancora per lo
Stato veneto dalla consueta splendidezza di quella repubblica. Fece
dipoi il suo ingresso in Mantova, accolta con somma solennità e varietà
di divertimenti dal duca _Ferdinando Carlo_. Condotta finalmente pel
Panaro da gran copia di superbissimi bucentori sino a Bomporto, nel
dì 7 di febbraio entrò in Modena con quella grandiosità di seguito,
di apparati e di solazzi ch'io brevemente accennai nelle suddette
Antichità Estensi. Un rigoroso editto fu pubblicato in quest'anno dal
santo pontefice _Innocenzo XII_, con cui si proibiva a tutti i sudditi
il giocare e far giocare ai lotti di Genova, Milano e Napoli, giacchè
si toccavano con mano i gravi danni provenienti da queste invenzioni
dell'umana malizia per succiare il sangue de' malaccorti mortali.



    Anno di CRISTO MDCXCVII. Indiz. V.

    INNOCENZO XII papa 7.
    LEOPOLDO imperadore 40.


Godevasi oramai la serenità della pace in Italia, per esserne partite
le milizie alemanne, ed avere il duca di Savoia e il governator di
Milano disarmato, con ritener solamente le truppe necessarie per
le guarnigioni delle piazze. Avea anche la Francia puntualmente
data esecuzione a quanto s'era stabilito col duca di Savoia, la cui
primogenita condotta in Francia, e sposata col duca di Borgogna, seco
per due ore stette in letto alla presenza di molti testimoni, ma con
riserbare a tempo più proprio la consumazione del matrimonio. Era
intanto il pontefice _Innocenzo XII_ intento a fabbriche ed imprese
che tornassero a servigio di Dio e in benefizio de' sudditi suoi. A
questo fine nel mese d'aprile niuno il potè trattenere che con lieve
accompagnamento non passasse a Nettuno, bramoso pure di provvedere
Roma e lo Stato ecclesiastico di un buon porto nel Mediterraneo, e
di far divenire questo anche porto franco. Nettuno, o per dir meglio
Anzio vicino a Nettuno, gli era stato rappresentato per più comodo
a Roma, e di miglior aria che Cività Vecchia. Dappertutto ricevette
superbi regali da' baroni romani, e più degli altri ne profittarono i
poveri. Diede egli ordine che non già a Nettuno, ma al vicino Anzio
si fabbricasse il porto, ed assegnò ad opera tale delle rilevanti
somme, e massimamente per fabbricarvi un forte capace di ripulsare le
insolenze de' corsari di Barberia. Ma mentre il santo padre era tutto
occupato a promuovere i vantaggi de' suoi Stati, venne a gravemente
turbarlo un passo ardito ed offensivo fatto dalla corte di Vienna e
dal suo ministro. Cioè fu dal conte di Martinitz ambasciatore cesareo,
nel dì 9 di giugno, pubblicato ed affisso al suo palazzo in Roma un
editto, dato nel dì 29 d'aprile in Vienna dall'_imperador Leopoldo_, in
cui supponendosi molti feudi imperiali in Italia usurpati, ed altri,
dei quali da lungo tempo i possessori non aveano presa l'investitura,
s'intimava a tutti l'esibire i documenti per legittimare i lor
possessi, e di prenderne o rinnovarne l'infeudazione nel termine di tre
mesi. Altamente ferito restò l'animo del buon pontefice e di tutta la
sacra corte per questa novità, non solo perchè lesiva della sovranità
pontificia, ma perchè assai si scorgeano le segrete intenzioni di
Cesare di eccitar nuove turbolenze in Italia, ed anche nello Stato
pontificio. Però il santo padre, oltre all'aver con altro editto,
dato fuori dal _cardinale Altieri_ camerlengo nel dì 17 dello stesso
giugno, dichiarato nullo l'editto cesareo ed intimate pene a chi
vi si sottoponesse, nello stesso tempo fece passar le sue doglianze
all'_Augusto Leopoldo_ per sì grave attentato. Le ragioni addotte dal
nunzio _Santa croce_, la disapprovazione di quella novità mostrata
dal re Cattolico e dal duca di Savoia, in tempo massimamente che si
trattava la pace universale, cagion furono che Cesare desistesse per
allora dal mosso impegno, e facesse delle rispettose scuse al sommo
pontefice. Nondimeno anche nell'anno seguente durarono le scintille di
questo incendio.

Un gran moto si diede in fatti il re di Francia _Luigi XIV_ nell'anno
presente per condurre alla pace le potenze alleate contra di lui; e
benchè sì potente monarca, e fin qui gran conquistatore, da accorto
come era, fu egli stesso che corse dietro ai nemici con ingorde
esibizioni di lasciar buona parte delle prede fatte. Troppo gli stava
a cuore l'affare della già cadente monarchia di Spagna, ch'egli forte
amoreggiava. Guadagnò segretamente prima degli altri _Guglielmo
principe di Oranges_, con offerirsi pronto a riconoscerlo per re
della Gran-Bretagna, e ad abbandonar la protezione del detronizzato
_re Giacomo Stuardo_. Però si aprì il congresso in Olanda presso al
castello di Riswich, e quivi i plenipotenziarii dei sovrani colla
mediazione di _Carlo XI_, e poi di _Carlo XII_, regi di Svezia, diedero
principio al duello delle lor pretensioni; e intanto il re di Francia
continuava le sue conquiste in Catalogna e in America. Finalmente
la concordia seguì, essendosi sottoscritta, nel dì 20 di settembre,
la pace, prima coll'_Olanda_, poi con _Guglielmo III_ re della
Gran-Bretagna, e con _Carlo II_ re delle Spagne. Restarono tuttavia
renitenti i plenipotenziarii imperiali; ma dacchè videro restar solo
in ballo l'augusto loro padrone, giudicarono meglio d'abbracciar
anch'essi la desiderata quiete, e nel dì 30 di ottobre sottoscrissero
i capitoli della pace. Ampia fu la restituzion di città, fortezze e
paesi, che fece in tale occasione il re Cristianissimo alla _Spagna_,
all'_imperadore_, al duca _Leopoldo di Lorena_, al _palatino del
Reno_ e ad altri principi. Venne ivi eziandio ratificato in favore del
duca di Savoia il trattato di Vigevano dell'anno precedente. Nominò
poscia il re Luigi per compresi in questa pace i principi d'Italia, e
spezialmente il romano pontefice, il cui ministro per l'opposizione dei
protestanti non avea potuto intervenire a quella pace.

Pacificati in questa maniera fra loro i principi cristiani, restava
tuttavia nel suo fervore la guerra dell'imperadore e de' Veneziani
contra del Turco; e questa nel presente anno fu assistita dalla mano
di Dio. Giacchè l'_elettor di Sassonia_ si trovava tutto applicato
a conseguir la vacante corona di Polonia, al qual fine, abiurato il
luteranismo, avea fatta professione della religion cattolica romana; e
il _principe di Baden_, a cagione della poca sanità, si era ritirato
ai suoi stati, e il _maresciallo Caprara_ Bolognese per l'avanzata
suo età si scusava di non poter sostenere il comando delle armi in
Ungheria; l'_Augusto Leopoldo_, come si può presumere, ispirato da
Dio, scelse per supremo comandante di quella sua armata il principe
_Eugenio Francesco di Savoia_, nato nell'anno 1665 a dì 18 di ottobre
da _Eugenio Maurizio di Savoia_, conte di Soissons. Più di un saggio
di sua prudenza e valore avea dato questo principe nell'ultima guerra
d'Italia, comandando le armi cesaree; ma il suo nome non era forse
conosciuto finora alla Porta Ottomana, ancorchè avesse già militato
dianzi nella stessa Ungheria. Colà si portò egli, affrettato dal
grandioso preparamento d'armi, di munizioni e di flotta nel Danubio,
fatti dal sultano _Mustafà II_, che, gonfio di speranze per le
favorevoli campagne dei due precedenti anni, volle anche nel presente
condurre in persona il poderoso esercito suo, promettendosi nuovi
allori, e ridendosi degli avvisi che si trattava la pace della Francia
coi potentati della cristianità. Nel dì 27 di luglio arrivò al campo
cesareo il principe Eugenio, e colle truppe venute dalla Transilvania
trovò dipendente da' suoi cenni un esercito di circa quarantacinquemila
Alemanni, gente veterana, che conosceva ben le ferite, ma non la paura.
Inoltratosi poi il Gran signore col suo, si appigliò al consiglio del
Tekely d'imprendere l'assedio di Peter-Waradino, e dopo avere occupato
Titul, s'inviò a quella volta. Gli conveniva prima impadronirsi di
Seghedino: e a questo fine formato un ponte sul Tibisco, lo passò.
Avvertito dalle spie il principe Eugenio, marciò coi principi di
_Commercy_ e di _Vaudemont_, e col conte _Guido di Staremberg_, e con
tutte le sue forze, per impedir gli ulteriori progressi al nemico; e
nel dì 11 di settembre pervenne a Zenta, terra sul Tibisco, trovandola
incendiata dai Turchi. Si era trincierato alla testa del suo ponte
l'esercito musulmano, quando il Gran signore, avvertito essere l'oste
cristiana più forte di quel che gli era stato supposto, determinò di
ripassare il Tibisco; e infatti nel dì e notte precedente lo ripassò
egli con alcune migliaia di fanti e cavalli, lasciando di qua il
rimanente dell'armata che dovea seguitarli.

Non restavano più che tre ore e mezza di giorno quando l'avveduto
principe di Savoia, scoperta la situazion dei nemici, coraggiosamente
spinse i suoi all'assalto de' trincieramenti; e superato il primo,
poscia il secondo, entrò la sua gente con furia nel campo nemico.
Allora immensa fu la strage degl'impauriti infedeli, che tentarono
colla fuga pel ponte di sottrarsi alle sciable tedesche; ma imbarazzato
il ponte dalla folla e da quei che cadevano, loro chiuse in breve il
varco. Però incalzati da' vincitori, altro scampo non restò ad essi
che di gittarsi nel fiume, nelle cui acque trovarono ciò che temeano
d'incontrare in terra. Più relazioni portarono che dei Turchi tra
uccisi ed annegati più di venti mila perderono ivi la vita. Altri
scrissero fino a trenta mila, e fra questi il primo Visire, l'Agà
dei giannizzeri, e dicisette bassà. Furono presi settantadue pezzi
di cannone, sei mila carrette di munizioni da bocca e da guerra,
ottantasei tra bandiere e cornette; e gran bottino fecero i soldati,
dappoichè tornarono indietro dall'inseguire i fuggitivi nemici,
giacchè solamente allora fu data dal saggio capitano ad essi licenza
di raccogliere le spoglie. Il sultano colla testa bassa, e con alcune
poche compagnie di cavalli, spronando forte se ne tornò a Belgrado
assai disingannato della bravura e fortuna de' suoi. Una vittoria sì
segnalata non s'era riportata fin qui sopra i Turchi, e il più mirabil
fu, che non costò ai cristiani che mille morti ed altrettanti feriti.
Voltò poscia il principe Eugenio le armi vittoriose addosso alla
Bossina, e prese Dobay, Maglay ed altre castella. La mercantile città
del Serraio, abbandonata da' Turchi, fu messa a sacco ed incendiata;
ma non si potè prendere il castello. Anche il generale _conte Rabutin_
sottomise a forza d'armi Vilpanca e Ponzova, e un gran tratto di paese
saccheggiato rallegrò di nuovo le cristiane milizie. Quanto salisse in
alto per sì gloriosa campagna il nome del _principe Eugenio_ ognun sel
può immaginare.

L'armi venete in Levante, assistite anche in quest'anno dalle galee
del papa e di Malta, altro non fecero che tentar di combattere senza
mai potere ridurre le turchesche ad accettar daddovero la disfida.
In tre siti e in tre diversi tempi venne la veneta flotta contro
l'ottomana, e furono anche principiate le offese, ma senza considerabil
vantaggio delle parti; e si vide l'astuto _capitan bassà Mezzomorto_
sempre cedere il campo a' cristiani e ritirarsi. Giubilò in questo
anno il vecchio papa _Innocenzo XII_, sì per la pace universale
conchiusa in Riswich, come ancora per l'insigne vittoria riportata
in Ungheria contra de' Turchi. Per terzo motivo di allegrezza si
aggiunse l'avere _Federigo Augusto_ elettor di Sassonia professata
pubblicamente la religion cattolica; il che servì a lui di scala per
salire sul trono della Polonia. Solenne ringraziamento a Dio fu fatto
in Roma per la vittoria suddetta, e diede questa motivo al pontefice
di ammettere alla sua udienza il _conte di Martinitz_, che per le sue
disobbliganti maniere e per le violenze passate n'era da gran tempo
escluso. Attento il santo padre a tutto ciò che riguardava l'aumento
della fede cattolica, assegnò nell'anno presente un fondo considerabile
per le missioni della Etiopia, giacente nel cuor dell'Africa, giacchè
gli erano state date speranze di rimettere di nuovo la concordia di
quei cristiani scismatici colla Chiesa romana. Intenzione sommamente
lodevole, per essere quei paesi di smisurata estensione, ben popolati
e forniti da Dio di molti beni, e poco nella credenza lontani dal
cattolicismo; ma intenzione fin qui priva di effetto, parte per
l'odio conceputo da quei popoli contro gli Europei, e parte perchè
le conquiste fatte da' Turchi rendono troppo difficile oggidì e
pericoloso l'accesso a quelle contrade. Liberò anche il papa i suoi
popoli da alcune imposte, spezialmente sopra il grano; acquistò con
danaro la città d'Albano per la camera apostolica; e da' cardinali
zelanti si lasciò indurre a comperare il teatro di Tordinona, per
impedir le recite delle commedie. Pensando il _gran duca Cosimo III de
Medici_ di provvedere al matrimonio finora sterile del gran principe
_Ferdinando_ suo figlio, conchiuse in quest'anno il maritaggio di
_Anna Maria Francesca_ figlia di _Giulio Francesco_ ultimo duca di
_Sassen-Lavemburg_, che portava gran dote, col principe _Gian-Gastone_
suo secondogenito. Seguì tale sposalizio nel dì 2 di luglio, e questo
principe passò ad abitare dipoi con poca felicità in Germania. Nè
si dee tacere, che circa questi tempi _Pietro Alessiovitz_ czaro di
Moscovia, ossia della Russia, principe di mirabil comprensione, e di
straordinarie massime, prese a viaggiare incognito, ma cognito quando
voleva, per imparar le arti europee, e spezialmente quelle della
marinaresca. Comparve come uno dei suoi ambasciatori in Prussia, in
Olanda, in Inghilterra e a Vienna. Sua mente era eziandio di visitare
l'inclita città di Venezia; ma mentre vi si disponeva, gli convenne
tornarsene in fretta alle sue contrade, chiamato dalle sedizioni contra
di lui macchinate da que' popoli barbari, instabili, e non per anche
ridotti alla civiltà ch'ora si mira in quelle parti.



    Anno di CRISTO MDCXCVIII. Indizione VI.

    INNOCENZO XII papa 8.
    LEOPOLDO imperadore 41.


Dopo la memorabil vittoria riportata dall'armi imperiali a Zenta
colla fuga dello stesso Gran signore _Mustafà II_, ognun si aspettava
maggiori progressi di Cesare in Ungheria; tanta era la costernazione
de' Turchi e la lor debolezza. Tempo ancora più favorevole di questo
non potea darsi, dacchè l'_Augusto Leopoldo_, sbrigato dalle guerre
colla Francia, si trovava in istato di operar con braccio forte contro
il comune nemico, e a ciò l'animavano i Veneziani, e lo zelantissimo
pontefice prometteva gagliardi soccorsi in danaro. Ma in Vienna si
macinavano altre idee, stante la vacillante sanità di _Carlo II_ re
di Spagna, colla cui morte, appresa sempre per vicina, verrebbe a
vacare quella gran monarchia per difetto di prole. A tal successione
aspirava l'imperadore per l'_arciduca Carlo_ suo secondogenito, sì
perchè retaggio dell'augusta casa d'Austria, e sì perchè la linea
austriaca di Germania era chiamata a quei regni da' testamenti dei
precedenti re dell'altra linea di Spagna. L'Inghilterra e l'Olanda,
siccome interessate anche esse nella preveduta mutazion di cose, non
cessavano d'ispirare a Cesare la necessità di prepararsi a questo
grande avvenimento, acciocchè l'oramai troppo possente corona di
Francia non ne profittasse. Quindi nacque nell'Augusto monarca il
desiderio di pacificarsi colla Porta; e però la corte di Inghilterra,
che s'era esibita di trattarne, spedì ordini premurosi al _milord
Paget_ suo ambasciatore a Costantinopoli, di farne l'apertura col
primo _visire Cussein_, da cui fu ben ricevuta sì fatta proposizione.
Il piano di questa pace o tregua si riduceva ad un punto solo, cioè
che tanto l'imperadore, Veneziani, Moscoviti e Polacchi, quanto i
Turchi, restassero possessori di tutto quanto aveano conquistato negli
anni addietro. Se ne mostrò pago il divano, e per conseguente furono
eletti i plenipotenziarii di tutte le potenze, e scelto per luogo del
congresso Carlowitz posto fra Salankement e Peter-Waradino, dove si
cominciarono colla mediazione degl'Inglesi e Olandesi a spianare le
difficoltà occorrenti che consistevano in determinare i confini, e in
pretendere la demolizione d'alcuni forti e piazze. Si andò per tutto
quest'anno combattendo fra i plenipotenziarii, nè si potè smaltire
tutto sino al gennaio dell'anno seguente, che pose fine alle lor
contese, e sigillò, siccome diremo, la tregua fra loro. Intanto sì i
Veneziani che Cesare continuarono, più in apparenza che in sostanza, la
guerra anche nell'anno presente. Per quanto potè si studiò il capitan
generale _Delfino_ di tirare a battaglia il Mezzomorto bassà comandante
della flotta turchesca, ma costui cauto andò sempre schivando il
cimento, se non che nel dì 21 di settembre si attaccarono l'armate
nemiche. E pure il Musulmano seppe a tempo battere la ritirata e
sottrarsi al periglio. Altro dipoi non operarono i Veneziani, che
bruciare il paese nemico per terra, ed esigere contribuzioni colle
scorrerie di mare in varie contrade de' Turchi.

Intanto nei gabinetti segretamente si lavorava per prevenire un
nuovo sconvolgimento di cose, qualora mancasse di vita _Carlo II_
re di Spagna. Massimamente ne trattò con gli Inglesi ed Olandesi il
ministro di Francia; e all'Haia, nel dì 11 d'ottobre fu sottoscritto
un trattato di partaggio della monarchia di Spagna, rapportato dal
Lunig, dal Du-Mont e da altri; per cui, venendo il caso suddetto, al
_principe elettorale_ figlio di _Massimiliano elettor di Baviera_
e dell'_arciduchessa Antonia_, cioè di una figlia dell'_imperator
Leopoldo_, e di _Margherita Teresa_ sorella del regnante suddetto re
Carlo, fu assegnata la successione dei regni di Spagna, siccome più
prossimo dei discendenti dal _re Filippo IV_, eccettuati alcuni pezzi
di essa monarchia. A _Luigi Delfino_ primogenito del re Cristianissimo
per le ragioni della regina sua madre e dell'avola, amendue spagnuole,
furono riservati i regni di Napoli e Sicilia, colle fortezze poste
nella maremma di Siena, il marchesato del Finale, e la provincia di
Guipuscoa colle piazze di San Sebastiano e Fonterabia. Similmente
all'_arciduca Carlo_ secondogenito dell'imperadore, in compenso
delle pretensioni delle auguste due linee, avea da toccare il ducato
di Milano. In caso poi che mancasse prima del tempo il principe
elettoral di Baviera, fu dichiarato a parte, che l'elettore suo padre
succederebbe nella suddetta monarchia, colle riserve sopra espresse.
Il gran concetto in cui è il gabinetto di Francia di superar tutti gli
altri in accortezza, fece credere alla gente sensata, che il _re Luigi
XIV_ contuttociò tendesse ad assorbire l'intera monarchia di Spagna
per uno dei suoi nipoti, e che non ad altro fine acconsentisse a quello
spartimento, che per tirar dalla sua con questo spauracchio i ministri
della corte di Spagna, conosciuti troppo abborrenti da ogni divisione
dei lor dominii. E certamente ben seppero i Franzesi far giocare
questa carta in Ispagna, dove in questo mentre il lor ambasciatore
non lasciava indietro diligenza e dolcezza alcuna, per guadagnarsi il
cuore di chiunque era più potente presso al re Carlo e alla regina sua
moglie. All'incontro il _conte di Harrach_, ambasciatore cesareo alla
corte di Madrid, non sapea trovar la carta del navigare, e commise vari
passi falsi ed errori, de' quali è da vedere il primo tomo della storia
di Europa del marchese Francesco Ottieri: libro saggiamente composto, e
pure sì indegnamente trattato, per aver solamente detto quell'autore,
che nell'elezione di _Augusto re di Polonia_, l'abate di _Polignac_,
poscia cardinale, non aprì ben gli occhi in tal occasione. Era stato
richiamato in Ispagna il _marchese di Leganes_, e destinato al governo
di Milano _Carlo principe di Vandemont_ della casa di Lorena, il cui
figlio militava nelle truppe dell'imperadore. Giunse questo principe
a Milano colla principessa sua moglie nel dì 24 di maggio, e cominciò
un trattamento superiore a quello de' suoi predecessori. Fra le altre
sue pompe uscendo egli per la città, era tirato il suo cocchio da
otto maestosi cavalli. Si applicò egli tosto a liberar lo stato dagli
assassini, che in gran copia infestavano le strade e gli abitanti.

Nel giugno dell'anno presente fu presa da gran costernazione la città
di Napoli per l'orribile strepito che faceva il monte Vesuvio. Vomitò
esso da lì a poco sì sterminata quantità di cenere, che scurò l'aria,
e coprì i tetti e le piazze di quella città all'altezza di un piede.
Quindi sfogò la sua collera con una gran pioggia di sassi, e con
cinque fiumane di fuoco, composte dì materie bituminose a guisa di
ferro fuso. Da questi torrenti, che scesero alla Torre del Greco in
mare, non solo restò ridotto come un deserto quel luogo, ma i contorni
ancora colle deliziose vigne e palazzi andarono tutti in rovina. Più
di seimila persone, avendo prima presa la fuga, si rifugiarono in
Napoli, e furono ben accolte e alimentate dalla singolar pietà del
_cardinal Cantelmo_ arcivescovo. Un altro non men grave flagello toccò
nel dì 20 di giugno alla cittadella di Torino. Svegliatosi per aria un
gran temporale sul far del giorno, da un fulmine figlio della terra
o delle nuvole, venne attaccato il fuoco al magazzino della polve,
coperto in maniera da potere resistere alle bombe: disavventura, a cui
sono soggetti i ricettacoli di molta polve da fuoco. Sì orribile fu
lo scoppio, che rovesciò tutte le fabbriche di essa cittadella colla
morte di dodici ufiziali e di quattrocento soldati, oltre ai feriti.
Si scossero tutte le case della città; ogni finestra e gran copia di
mobili andò in pezzi, s'aprirono le porte delle chiese, e si credettero
gli abitanti di essere al fine dei lor giorni. Il danno recato dalla
violenza di questo accidente si fece ascendere a tre milioni di lire;
e maggiore incomparabilmente sarebbe stato, se il fuoco del magazzino
non avesse volto verso la campagna lo scagliamento delle pietre. Per
segnali dell'ira di Dio e per preludi di maggiori sciagure furono presi
questi sì funesti avvenimenti. E certamente era ben seguita la pace,
ma già si scorgea non doversene sperare se non breve la durata, stando
ognuno in apprensione di maggiori sconvolgimenti in Europa, a cagion
della monarchia di Spagna vicina a restar vedova. E già la Francia e il
duca di Savoia _Vittorio Amedeo_ faceano grandi armamenti, per essere
pronti alle rivoluzioni, che non poteano mancare, mancando di vita il
_re Carlo II_. Nel dì 2 di luglio di questo anno a _Rinaldo d'Este_
duca di Modena nacque il suo primogenito _Francesco Maria_, oggidì
duca, con somma consolazione dei popoli suoi. Era vacato in Roma per la
morte del _cardinal Paluzzo Altieri_ il riguardevol posto di camerlengo
della santa romana Chiesa, posto in addietro venale e di gran lucro.
Con sua bolla pubblicata nel dì 24 d'agosto il pontefice _Innocenzo
XII_ soppresse e vietò per l'avvenire la venalità di questa carica, con
applicar buona parte de' frutti d'essa all'ospizio dei poveri, o alla
stessa camera apostolica.



    Anno di CRISTO MDCXCIX. Indiz. VII.

    INNOCENZO XII papa 9.
    LEOPOLDO imperadore 42.


Nel dì 26 di gennaio dell'anno presente fu finalmente stabilita in
Carlowitz una tregua di venticinque anni fra l'_Imperadore Leopoldo_
e il sultano de' Turchi _Mustafà II_, siccome ancora la pace fra
i Polacchi e lo stesso Gran-signore. Perchè insorsero controversie
fra i ministri della Porta, e _Carlo Ruzini_ plenipotenziario della
repubblica di Venezia, mentre questi differiva l'acconsentire ad
alcuni punti, i plenipotenziarii cesareo e polacco, e i mediatori
inglese ed olandese, stipularono essi la concordia fra essa repubblica
e il sultano nella forma che si potè ottenere, con gloria nondimeno
e vantaggio del nome veneto. Il maneggio di questa concordia, per
quel che riguarda i Veneziani, vien descritto nella Storia Veneta del
senatore Pietro Garzoni, e in quella del pubblico lettore di Padova
Giovanni Graziani, e presso il Du-Mont se ne legge la dichiarazione
o strumento, senza che fosse specificato a quanto tempo si dovesse
stendere la tregua con essi: il che solamente dopo alquanti mesi
restò conchiuso, dopo essere stato il senato in un gran batticuore a
cagion di tanta dilazione. Per questo accordo restarono i Veneziani
in possesso e dominio del regno della Morea, colle isole d'Egina e
di Santa Maura, di Castelnuovo e Risano, e delle fortezze di Knin,
Sing, Citelut, e Gabella nella Dalmazia, con altre particolarità ch'io
tralascio. Fu poi ratificata questa tregua dal senato di Venezia nel
dì 7 di febbraio, siccome ancora furono destinati da tutte le potenze i
commessarii per regolare e determinare i confini coll'imperio ottomano:
cosa che portò seco gran tempo, somme applicazioni e dispute, prima che
se ne vedesse il fine. Di grandi allegrezze si fecero in Venezia per sì
glorioso fine di sì lunga guerra, e del pari in Vienna, essendo restato
Cesare padrone dell'Ungheria e Transilvania a riserva di Temiswar;
siccome ancora in Polonia, per essere tornato quel regno in possesso
dell'importante fortezza di Gaminietz. Avea preventivamente anche il
czaro _Pietro Alessiovitz_ conchiusa coi Turchi una tregua di due anni,
che poi con altro atto, nel 1702, fu prorogata a trent'anni.

Non solamente era riuscito a _Massimiliano elettor di Baviera_ e
governator della Fiandra, di far concorrere il re Cristianissimo
_Luigi XIV_ e le potenze marittime nell'esaltazione del figlio suo
_Ferdinando_ alla corona di Spagna; ma eziandio con gravissime spese
e regali avea in guisa guadagnati i ministri della corte di Madrid,
che lo stesso _re Carlo II_ giunse a dichiararlo erede dei suoi regni
nel suo testamento: la qual nuova portata a Vienna avea servito a
conchiudere con precipizio la suddetta pace o tregua di Carlowitz.
Dovea anche esso principe elettorale fra pochi mesi passare a Madrid,
per essere allevato in quella corte all'uso spagnuolo in espettazione
di tanta fortuna. Ma chi non sa a quali vicende e peripezie sieno
sottoposti i gran disegni e le imprese dei mortali? Dacchè si seppe
la destinazion di questo principe fanciullo al trono di Spagna, non
passarono tre mesi, che eccoti venir la morte a rapirlo nel dì 5 di
febbraio dall'anno presente: colpo che trafisse d'inestimabil dolore
il cuore dell'elettor suo padre; e tanto più, perchè non mancò gente
maligna, che seminò sospetti di veleno, cioè quella calunnia che si
è da noi trovata sì facile, allorchè i principi soggiacciono ad una
morte immatura. Restarono perciò sconcertate tutte le misure prese dal
re Cattolico dall'una parte, e dalla Francia, Inghilterra ed Olanda
dall'altra, di modo che si videro necessitate queste tre potenze
a ricorrere ad altro ripiego, e si cominciò di nuovo nelle corti a
trattar della maniera di conservare la tranquillità nell'inevitabil
deliquio della monarchia spagnuola. Ma intorno a ciò quei potentati non
arrivarono ad accordarsi insieme, se non nell'anno susseguente, siccome
vedremo. Da gran tempo pensava l'_augusto Leopoldo_ di provvedere di
una degna consorte _Giuseppe re dei Romani_ suo primogenito. Fu in
qualche predicamento _Leonora Luigia Gonzaga_ principessa di Guastalla;
ma le determinazioni della corte cesarea terminarono nella principessa
_Amalia Guglielmina di Brunsvich_, figlia del fu duca di Hannover
_Gian-Federigo_, e sorella di _Carlotta Felicita_ duchessa di Modena.
Abitava questa principessa nei tempi presenti in essa corte di Modena
colla duchessa sua madre _Benedetta Enrichetta_ di Baviera, nata
palatina del Reno. Qui appunto, nel dì 15 di gennaio di quest'anno
seguì lo sposalizio di questa principessa con indicibil pompa e
solennità. Videsi allora piena di nobiltà straniera, di ambasciatori
e d'inviati la città e corte di Modena, e fra gli altri vi comparve in
persona con insigne corteggio il cardinale _Francesco Maria de Medici_,
e poscia il cardinale _Jacopo Boncompagno_, arcivescovo di Bologna, con
titolo di legato apostolico, e con suntuosissima corte, a complimentare
la novella regina. Le splendide feste in tal occasione fatte dal
duca _Rinaldo_, e il viaggio della stessa regina alla volta della
Germania, coi grandiosi trattamenti che ella ricevette da _Ferdinando
Carlo Gonzaga_ duca di Mantova, e dalla splendidissima _repubblica
di Venezia_, perchè io gli ho abbastanza accennati nelle Antichità
Estensi, mi dispenso ora dal rammemorarli.

Non fu minor la consolazione e gioia della corte di Torino in questi
tempi per la nascita del primogenito principe di Piemonte, succeduta
sul principio di maggio, che con grandi allegrezze venne dipoi
solennizzata. Gli fu posto il nome del padre, cioè di _Vittorio
Amedeo_. Era nell'età sua giovanile principe di grande aspettazione;
ma nel dì 22 di marzo del 1715, fu poi rapito dalla morte con immenso
cordoglio del padre e di tutti i sudditi suoi. Di grandi faccende
avea avuto la sacra corte di Roma negli anni addietro per le forti
premure del _re Luigi XIV_, acciocchè fosse esaminato il libro delle
Massime dei Santi, già pubblicato dal celebre _monsignor di Fenelon_
arcivescovo di Cambrai. Molte congregazioni di cardinali e teologi
furono tenute per questo affare in Roma, e un esatto esame ne fu fatto.
Finalmente nel dì 12 di marzo pubblicò il santo padre una bolla, in
cui furono condennate ventitrè proposizioni di esso libro, riguardanti
la vita interiore. Gran lode riportò quel dottissimo prelato, per
avere con tutta umiltà e sommessione accettato il giudizio della santa
Sede, e ritrattate sul pulpito le stesse sue sentenze. Dopo questo
dibattimento poco stette a venire in campo un'altra controversia di
maggiore e più strepitosa conseguenza, cioè quella dei riti cinesi
praticati dai neofiti cristiani nel vasto imperio della Cina, e pretesi
idolatrici da una parte di quei missionarii. Acri e lunghe dispute
furono per questo, ma non giunse papa _Innocenzo XII_ a deciderlo,
e ne restò la cura al suo successore, siccome diremo. Avea risoluto
la vedova regina di Polonia Maria Casimira de la Grange, già moglie
del re _Giovanni Sobieschi_, e figlia del _cardinale di Arquien_, ad
imitazione di _Cristina_ già regina di Svezia, di venire a terminare
il resto de' suoi giorni nell'alma città di Roma. Arrivò essa colà nel
dì 24 di marzo, e prese il suo alloggio nel palazzo del principe _don
Livio Odescalchi_ duca di Sirmio Bracciano. Distinti onori furono a lei
compartiti dal pontefice e da tutta quella sacra corte. In questi tempi
esso santo padre, sempre ansioso di nuove belle imprese in profitto de'
popoli suoi, concepì il grandioso disegno di seccar le Paludi Pontine;
e fece anche i preparamenti per eseguirlo. Ma a lui tanto di vita non
rimase da poter compiere sì gloriosa risoluzione. Si applicò eziandio
alla correzione di quegli ecclesiastici che in Roma non viveano colla
dovuta regolarità di costumi, e ne fece far esatte ricerche, e volle
lista di chiunque era creduto bisognoso d'emenda. Questo solo bastò,
perchè la maggior parte di queste persone prendesse miglior sesto,
senza aspettar da più efficaci persuasioni la riforma del vivere.
Finalmente rinnovò ed ampliò una rigorosa bolla contro il ricevere
pagamenti e regali per le giustizie e grazie della sedia apostolica,
sotto pena delle più gravi censure e di altri gastighi. Continuavano
intanto le amarezze di sua santità contra del _conte di Martinitz_,
perchè questi, oltre alla pretension de' feudi, teneva imprigionato nel
suo palazzo un uomo, sospettato reo di aver voluto assassinare la balia
di una sua figlia: esempio di prepotenza da non tollerarsi da chi era
padrone in Roma. S'era interposto, per troncar queste pendenze, Rinaldo
duca di Modena con sì buona maniera, che il Martinitz avea inviato il
prigione a Modena. Ma questo ripiego non soddisfece al papa, perchè
non veniva soddisfatto al suo diritto sopra la giustizia; e però si
negava l'udienza a quel ministro. Fu egli poi richiamato a Vienna,
e nel gennaio seguente giunse a Roma il _conte di Mansfeld_ nuovo
ambasciatore cesareo, e il suo antecessore se ne andò senza aver potuto
ottenere udienza. Similmente in questi tempi il pontefice raccoglieva
gente armata, inviandola ai confini del Ferrarese. Altrettanto faceva
il duca di _Medina Celi_ vicerè nel regno di Napoli, conoscendo
d'essere l'Europa alla vigilia di qualche strepitoso sconcerto per chi
dovea succedere nella monarchia di Spagna.



    Anno di CRISTO MDCC. Indizione VIII.

    CLEMENTE XI papa 1.
    LEOPOLDO imperadore 43.


Voleva _Rinaldo d'Este_ duca di Modena con solennità magnifica
celebrare il battesimo del principe _Francesco Maria_ suo primogenito,
nato nel precedente anno, ed ottenne che l'_imperador Leopoldo_ il
tenesse al sacro fonte, e che fosse destinato a sostener le veci di sua
maestà cesarea _Francesco Farnese_ duca di Parma, il quale a questo
fine si portò a Modena colla duchessa _Dorotea_ sua consorte nel dì
16 di febbraio. Con più di cento carrozze a sei cavalli, e fra alcune
migliaia di soldati schierati per le strade, e al rimbombo di tutte
l'artiglierie della città e cittadella, furono accolti questi principi,
e trovarono nella città la notte cangiata in giorno; sì grande era
l'illuminazione dappertutto. Seguì nel dì 18 la funzion del battesimo
con somma magnificenza, e nei giorni seguenti si variarono le feste e
le allegrie, che rimasero poi coronate nel dì 22 da un suntuosissimo
carosello, che riempiè di maraviglia e diletto tutti gli spettatori
e la gran nobiltà forestiera concorsavi. Al qual fine s'era formato
nel piazzale del palazzo ducale un vasto ed altissimo anfiteatro
di legno, capace di molte migliaia di persone. Di simili grandiosi
spettacoli niuno ne ha più veduto l'Italia. Di più non ne dico, per
averne detto quel che occorre nelle Antichità Estensi. Diede fine nel
dì 5 di luglio al suo vivere _Silvestro Valiero_ doge di Venezia, a
cui in quella dignità fu sostituito il senatore _Luigi Mocenigo_. Era
già pervenuto all'età di ottantacinque o pure ottantasei anni _papa
Innocenzo XI_I, e spezialmente nell'anno antecedente per varii incomodi
di sanità avea fatto dubitar di sua vita. Tuttavia si riebbe alquanto
dalla debolezza sofferta, ma non potè contener le lagrime per non aver
potuto avere il contento d'aprir egli in persona nella vigilia del
santo Natale il giubbileo di quest'anno, che fu poi celebrato con gran
concorso e divozione dai pellegrini e popoli accorsi dalle varie parti
della cristianità a conseguir le indulgenze di Roma. Tuttochè poca
bonaccia godesse il santo padre da lì innanzi, pure continuò indefesso
le applicazioni al governo, e tenne varii concistori, e provò anche
consolazione in vedere _Cosimo III de Medici_, gran duca di Toscana che
con esemplar divozione incognito sotto nome di conte di Pitigliano si
portò nel mese di maggio a visitar le basiliche romane. Ricevette il
papa questo piissimo principe con paterna tenerezza, il creò canonico
di San Pietro, gli compartì ogni possibil onore, e fra gli altri regali
gli concedette l'antica sedia di santo Stefano I papa e martire, che
passò ad arricchire la cattedrale di Pisa. Non s'ingannarono i politici
che s'immaginarono unito alla divozione del gran duca qualche interesse
riguardante il sistema d'Italia, minacciato da disastri per la sempre
titubante vita del re cattolico _Carlo II_. Infatti fu progettata
una lega fra il papa, i Veneziani, il duca di Savoia, il gran duca di
Mantova e il duca di Parma, per conservar la quiete dell'Italia. Al
duca di Modena non ne venne fatta parola sulla considerazione d'esser
egli cognato del re de' Romani. Ma non andò innanzi un tale trattato, o
per le consuete difficoltà di accordar questi leuti, o perchè si volea
prima scorgere in che disposizione fossero le corone, o fosse perchè
venne intanto a mancare di vita il sommo pontefice.

Con più calore intanto si maneggiavano questi affari dai ministri
di Francia, Inghilterra ed Olanda, per trovare un valevole antidoto
ai mali che soprastavano all'Europa. Tante furono le arti e tanti i
mezzi adoperati dal gabinetto di Francia, che gli riuscì di guadagnare
_Guglielmo_ re d'Inghilterra, con introdurre lui e le Provincie Unite
ad un altro partaggio della monarchia spagnuola. Fu questo sottoscritto
in Londra nel dì 15, e all'Haia nel dì 25 di marzo, e stabilito che a
_Luigi_ Delfino di Francia si darebbono i regni di Napoli e Sicilia coi
porti spettanti alla Spagna nel littorale della Toscana, il marchesato
del Finale, la provincia di Guipuscoa coi luoghi di qua dai Pirenei,
e in oltre i ducati di Lorena e Bar; in compenso dei quali si darebbe
al duca di Lorena il ducato di Milano. In tutti poi gli altri regni di
Spagna colle Indie e colla Fiandra avea da succedere l'_arciduca Carlo_
secondogenito dell'imperador _Leopoldo_. Si provvedeva ancora a varii
casi possibili ch'io lascio andare. Fece il tempo conoscere quanto
fina fosse la politica del re cristianissimo _Luigi XIV_; perciocchè
se a tal divisione acconsentivano Cesare e il re Cattolico, già si
facea un accrescimento notabile alla potenza franzese; e quand'anche
dissentissero da questo accordo Cesare e il re Cattolico, la forza de'
contraenti ne assicurava l'acquisto al Delfino. Ma il bello fu che in
questo mentre la corte di Francia era dietro a procacciarsi l'intera
monarchia di Spagna, e si studiava di non cederne un palmo ad altri,
poco scrupolo mettendosi se con ciò restava beffato chi si credeva
assicurato dalla convenzione suddetta. Conosceva essa, per le relazioni
del _marchese di Harcourt ambasciatore_ a Madrid, non potersi dare al
ministero e ai popoli di Spagna un colpo più sensitivo della division
della monarchia; e volendo gli Spagnuoli evitarla, altro ripiego non
restava loro che di gittarsi in braccio ai Franzesi, con prendere
dalla real casa di Francia un re successore. Risaputosi infatti a
Madrid il pattuito spartimento, fecero i ministri di Spagna le più alte
doglianze di un sì violento procedere a tutte le corti, e massimamente
con tali invettive in Inghilterra, che il re Guglielmo venne ad aperta
rottura. Acremente ancora se ne dolsero a Parigi, ma quella corte con
piacevoli maniere mostrò fatti quei passi per le gagliarde ragioni che
competevano al Delfino sopra tutto il dominio spagnuolo.

Intanto l'Harcourt in Madrid colla dolcezza, colla liberalità e con
altre arti più secrete si studiava di tirar nel suo partito i più
potenti o confidenti presso il re Cattolico. Chiamata colà anche la
moglie, seppe questa insinuarsi nella grazia della _regina Marianna_,
a cui si facea vedere un palazzo incantato in lontananza, cioè il
suo maritaggio col vedovo Delfino, allorchè ella restasse vedova.
Ma perciocchè il _re Carlo II_ tenea saldo il suo buon cuore verso
l'augusta casa di Austria di Germania, e le sue mire andavano sempre a
finire nell'_arciduca Carlo_, per quante mine e trame si adoperassero,
niuna pareva oramai bastante a fargli mutar consiglio. Venne il colpo
maestro, per quanto fu creduto, da Roma. Imperciocchè gl'industriosi
Franzesi, rivoltisi a quella parte, rappresentarono al pontefice
_Innocenzo XII_ in maniere patetiche cosa si potesse aspettare dalla
casa di Austria germanica, se questa entrava in possesso di Napoli
e Sicilia, e dello Stato di Milano con ricordare le avanie praticate
nell'ultima guerra dagli imperiali coi popoli d'Italia, e le violenze
usate in Roma dal conte di Martinitz. Tornar più il conto agl'Italiani
che questi Stati coll'intera monarchia passassero in uno dei nipoti
del re Cristianissimo, che niun diritto porterebbe seco per inquietare
i principi italiani. Tanto in somma dissero, che il pontefice piegò
nei lor sentimenti, e tanto più, perchè considerò questo essere il
meglio dei medesimi Spagnuoli, i quali potrebbero conservare uniti i
lor dominii, e liberarsi in avvenire dalle vessazioni della Francia,
che gli avea ridotti in addietro a dei brutti passi. È dunque stato
preteso che dalla corte di Roma fosse dipoi insinuato al cardinale
_Lodovico Emmanuele Portocarrero_, arcivescovo di Toledo, d'impiegare i
suoi migliori uffizii in favore della real corte di Francia; ed essendo
avvenute mutazioni nella corte di Madrid, ed anche sollevazioni in quel
popolo, e poscia una malattia al re Cattolico, che fu creduta l'ultima,
e poi non fu; il porporato ebbe apertura per parlare confidentemente
al re, e di proporgli, non già sfacciatamente, un nipote del re
Cristianissimo, ma destramente le ragioni della casa di Francia, perchè
non mancavano dotti teologi che sostenevano invalide le rinunzie fatte
dalle infante spagnuole passate a marito a Parigi, e che si poteva
schivare la troppo odiata unione delle due corone in una sola persona.
Attonito rimase il re _Carlo II_ a queste proposizioni; e di una in
altra parola passando, si lasciò persuadere che sarebbe stato ben
fatto l'udire intorno a ciò il venerabil parere della Sede apostolica.
Saggi cardinali e dottissimi legisti per ordine del papa esaminarono
il punto; e ponderate le ragioni, e massimamente le circostanze del
caso, giudicarono assai fondata la pretensione dei Franzesi. Di più
non vi volle perchè il Portocarrero sapesse a tempo e luogo quetar la
coscienza del re Cattolico, il quale fin qui si era creduto obbligato
a preferire la linea austriaca di Germania; e tanto più al cardinal
suddetto riuscì facile, quanto che i ministri e grandi di Spagna per
la maggior parte o erano guadagnati, o aveano sacrificata l'antica
antipatia della lor nazione contro la franzese all'utilità o necessità
presente della monarchia, sperando essi di mantenere in tal guisa
l'unione dei regni, e di avere in avvenire non più nemica, ma amica e
collegata la Francia.

Pertanto nel dì 2 d'ottobre spiegò il re Cattolico l'ultima sua
volontà, e la sottoscrisse, in cui dichiarò erede _Filippo duca
d'Angiò_, secondogenito del Delfino di Francia; a lui sostituendo in
caso di mancanza il _duca di Berry_ terzogenito, e a questo l'_arciduca
Carlo d'Austria_ e dopo queste linee il _duca di Savoia_. Stavano
intanto addormentate le potenze marittime dall'accordo del partaggio
stabilito col re Cristianissimo; e per conto dell'imperadore, egli
si teneva in pugno la succession della Spagna pel figlio arciduca,
affidato da quanto andava scrivendo il re Cattolico, non solo al _duca
Moles_ suo ministro in Vienna, ma allo stesso Augusto, della costante
sua predilezione verso gli Austriaci di Germania. Mancò poscia di vita
il re _Carlo II_ nel dì primo di novembre dell'anno presente: principe
di ottima volontà e di rara pietà, ma sfortunato nel maneggio dell'armi
e ne' matrimonii, e che per la debolezza della sua complessione lasciò
per lo più in luogo suo regnare i ministri. Volarono tosto i corrieri,
e si conobbe allora chi con maggiore accortezza avesse saputo vincere
il pallio e deludere amici e nemici in sì grave pendenza. Nel consiglio
del re di Francia non mancarono dispute, se si avesse da accettare il
testamento suddetto, pretendendo alcuni, anche dei più saggi, che più
vantaggiosa riuscirebbe alla corona di Francia la division concordata
colle potenze marittime, perchè fruttava un accrescimento notabile
di Stati alla Francia: laddove, col dare alla Spagna un re, nulla si
acquistava, nè si toglieva l'apprensione di avere un dì lo stesso re
padron della monarchia spagnuola, o pure i suoi discendenti per emuli e
nemici, come prima della franzese. Pure prevalse il sentimento e volere
del re _Luigi XIV_, preponderando in suo cuore la gloria di vedere
il sangue suo sul trono della Spagna, e con ciò depressa di molto la
potenza dell'augusta casa d'Austria. Perciò nel dì 16 di novembre,
_Filippo duca d'Angiò_, riconosciuto per re di Spagna in Parigi, e
susseguentemente anche in Madrid nel dì 24 d'esso mese, s'inviò nel
dì 4 di dicembre con suntuoso accompagnamento alla volta di Spagna,
e giunse pacificamente a mettersi in possesso non solamente di quei
regni, ma eziandio della Fiandra, del regno di Napoli e Sicilia, e
del ducato di Milano, non essendosi trovata persona che osasse di
ripugnare agli ordini del re novello. Era già stato guadagnato il
_principe di Vaudemont_, governatore di Milano; e quali amarezze
covasse contra dell'imperadore l'elettor di Baviera _Massimiliano_,
s'è abbastanza accennato di sopra. Storditi all'incontro rimasero
l'Augusto _Leopoldo_, il re d'Inghilterra _Guglielmo_ e la repubblica
d'_Olanda_, per un avvenimento sì contrario alle loro idee e desiderii,
e massimamente si esaltò la bile degl'Inglesi ed Olandesi, per vedersi
così sonoramente burlati dalle arti de' Franzesi; e quantunque il re
Cristianissimo adducesse varie ragioni per giustificar la sua condotta,
niuno potè distornarli dal pensare ad una guerra che con tanto studio
aveano fin qui studiato di schivare. Nulla di più aggiugnerò intorno a
questo strepitoso affare, di cui diffusamente han trattato fra i nostri
Italiani il senatore Garzoni, il marchese Ottieri e il padre Giacomo
Sanvitali della compagnia di Gesù nelle loro Storie.

Si vide in quest'anno una cometa, e i visionarii, in testa de' quali
hanno gran forza le volgari opinioni, si figurarono tosto che questa
micidiale cifra del cielo predicesse la morte di qualche gran principe,
e finivano in credere minacciata la vita o del re di Spagna _Carlo II_,
o del sommo pontefice _Innocenzo XII_: predizion poco difficile d'un
di loro o di amendue, giacchè il re era quasi sempre infermiccio, e
il papa decrepito. Infermossi più gravemente del solito nel settembre
di quest'anno il santo padre, e gli convenne soccombere al peso degli
anni e del male. Merita ben questo glorioso pastore della Chiesa
di Dio che il suo nome e governo sia in benedizione presso tutti i
secoli avvenire: sì nobili, sì lodevoli furono tutte le azioni sue.
Miravasi in lui un animo da imperadore romano, non già per pensare
ai vantaggi proprii o de' suoi, perchè s'è veduto aver egli tolto
con eroica munificenza la venalità delle cariche, e quanto egli
abborrisse il nepotismo, e quai freni vi mettesse; ma solamente per
procacciar sollievo e profitto agli amati suoi popoli. Specialmente
avea egli in cuore i poverelli, i quali usava chiamare i suoi nipoti.
Ad essi destinò il palazzo Lateranense colla giunta d'una vigna da
lui comperata per loro servigio. Concepì in oltre la magnifica idea di
ridurre in un ospizio, e di far lavorare tutti i fanciulli ed invalidi
questuanti: al qual fine fabbricò anche un vasto edifizio a San Michele
di Ripa, che venne poi ampliato dal suo successore, e dotollo di molte
rendite. Questo sì animoso istituto di ristrignere i poveri oziosi e
di sovvenir loro di limosine, senza che le abbiano essi a cercare con
tanta molestia del pubblico, si dilatò per alcune altre città d'Italia,
benchè col tempo simili provvisioni, a guisa degli argini posti ad
impetuosi torrenti, non si possano sostenere. Per utile parimente dello
Stato ecclesiastico avea formato il disegno, e già fatte di gravi
spese, a fin di stabilire un porto franco a Cività Vecchia, dove, a
riserva de' Turchi, potessero approdar tutte le nazioni. Ma nol compiè
per le tante ruote segrete che seppe muovere _Cosimo III_ gran duca di
Toscana, al cui porto di Livorno dall'altro sarebbe venuto un troppo
grave discapito. Rialzò e fortificò il porto d'Anzio presso Nettuno,
e in Roma il palazzo di monte Citorio, magnifico edifizio a cagion
degli aggiunti uffizii pei giudici e notai che prima stavano dispersi
in varie abitazioni della città. Fabbricò eziandio la dogana di terra,
e quella di Ripa Grande. Insomma questo immortal pontefice, forte nel
sostener la dignità della santa Sede, pieno di mansuetudine e d'umiltà,
e ricco di meriti, fu chiamato da Dio a ricevere il premio delle sue
incomparabili virtù nel dì 27 di settembre, compianto e desiderato da
tutti, e onorato col glorioso titolo di padre de' poveri.

Entrati i cardinali nel conclave, diedero principio ai lor congressi,
e alle consuete fazioni, per provvedere la Chiesa di un novello
pontefice, desiderosi nello stesso tempo di accordare col maggior bene
del cristianesimo anche i proprii interessi. Non mancavano porporati
degnissimi del sommo sacerdozio; e pure continuava la discordia fra
loro, quando giunse il corriere colla nuova del defunto re Cattolico.
Si scosse vivamente a questo suono l'animo di chiunque componeva quella
sacra assemblea; e di tale occasione appunto si servì il _cardinale
Radulovic_ da Chieti per rappresentare la necessità di eleggere
senza maggior dimora un piloto atto a ben reggere la navicella di
Pietro, giacchè si preparava una fiera tempesta a tutta l'Europa,
e massimamente all'Italia; e dovea la santa Sede studiarsi a tutta
possa di divertire, se fosse possibile, il temporal minaccioso; e non
potendo, almeno vegliare, perchè non ne patisse detrimento la fede
cattolica. Commossi da questo dire i padri, non tardarono a convenire
coi loro voti in chi punto non desiderava, e molto meno aspettava il
sommo pontificato. Questo fu il cardinale _Gian-Francesco Albani_
da Urbino, alla cui elezione quantunque si opponesse l'età di soli
cinquantun anni, sempre mal veduta dai cardinali vecchi, e in oltre la
moltiplicità dei parenti; pure niun di questi riflessi potè frastornare
il disegno di quei porporati, perchè troppo bel complesso di doti
e virtù concorreva in questo soggetto, sì per l'integrità de' suoi
costumi e per l'elevatezza della sua mente, come per la letteratura,
per la pratica degli affari, e per l'affabilità e cortesia con cui
avea sempre saputo comperarsi la stima e l'amore d'ognuno. Spiegata
a lui l'intenzione de' sacri elettori, proruppe egli in iscuse della
sua inabilità, in lagrime; e in una non affettata ripugnanza a questo
peso, come presago dei travagli che poi gli accaddero; e insistendo
perciò che in tempi sì pericolosi e scabrosi si dovea provveder la
Chiesa di Dio di più sperto e forte rettore. Che parlasse di cuore, i
fatti lo dimostrarono, avendo egli combattuto per tre giorni a prestar
l'assenso: il che non fa chi aspira al triregno per timore che nella
dilazione si cangi pensiero. Nè arrivò ad accettare, se prima non fu
convinto dai teologi, i quali sostennero, lui tenuto ad accomodarsi
alla voce di Dio, espressa nel consenso degli elettori, e se prima
non fu certificato non essere contraria alla esaltazione sua la corte
di Francia. A questo fine convenne aspettar le risposte del _principe
di Monaco_ ambasciatore del re Cristianissimo, che s'era ritirato da
Roma su quel di Siena, perchè i cardinali capi d'ordine non aveano
voluto lasciar impunita una prepotenza usata dal principe Guido Vaini,
pretendente franchigia nel suo palazzo, per essere stato onorato
dell'insigne ordine dello Spirito Santo. Restò dunque concordemente
eletto in sommo pontefice il cardinale Albani nel dì 23 di novembre,
festa di san Clemente papa e martire, da cui prese egli motivo di
assumere il nome di _Clemente XI_. Straordinario fu il giubilo in
Roma per sì fatta elezione, perchè allevato l'Albani in quella città,
ed amato da ognuno, prometteva un glorioso pontificato; e ognuno si
figurava di avere a partecipar delle rugiade della sua beneficenza.



    Anno di CRISTO MDCCI. Indizione IX.

    CLEMENTE XI papa 2.
    LEOPOLDO imperadore 44.


Non sì tosto fu assiso sulla cattedra di San Pietro _Clemente XI_,
che diede a conoscere quanto saggiamente avessero operato i sacri
elettori in confidare a lui il governo della Chiesa di Dio e dello
Stato ecclesiastico. Mirava già egli in aria il fiero temporale che
minacciava l'Europa, e siccome padre comune mise immediatamente in moto
tutto il suo zelo e la singolar sua eloquenza per esortar i potentati
cristiani ad ascoltar trattati di pace prima di venire alle armi. A
questo oggetto spedì brevi caldissimi, fece parlare i suoi ministri
alle corti, esibì la mediazione sua, e quella eziandio della repubblica
veneta. Predicò egli a' sordi; e tuttochè l'imperadore inclinasse a
dar orecchio a proposizioni d'accordo, non si trovò già la medesima
disposizione in chi possedeva tutto, e nè pure un briciolo ne volea
rilasciare ad altri. Grande istanza fecero i ministri del nuovo re
di Spagna _Filippo V_, secondati da quei del re Cristianissimo _Luigi
XIV_, per ottenere l'investitura dei regni di Napoli e Sicilia, siccome
feudi della santa romana Chiesa. Fu messo in consulta co' più saggi
dei cardinali questo scabroso punto; e perciocchè una pari richiesta
veniva fatta dall'imperadore _Leopoldo_, a tenore delle sue pretensioni
e ragioni: il santo padre, per non pregiudicare al diritto di alcuna
delle parti, sospese il giudizio suo; e per quante doglianze e minaccie
impiegassero Franzesi e Spagnuoli, non si lasciò punto smuovere dal
proponimento suo. Diedero intanto principio gl'imperiali alla battaglia
con dei manifesti, ne' quali esposero le ragioni dell'augusta famiglia
sopra i regni di Spagna, allegando i testamenti di que' monarchi in
favore degli Austriaci di Germania, e le solenni rinunzie fatte dalle
due infante _Anna_ e _Maria Teresa_, regine di Francia. Fu a questi
dall'altra parte risposto, aver da prevalere agli altri testamenti
l'ultima volontà del regnante re _Carlo II_, nè doversi attendere
le rinunzie suddette; non potendo le madri privar del loro gius i
figliuoli: pretensione che strana sembrò a molti, non potendosi più
fidare in avvenire d'atti somiglianti, e restando con ciò illusorii i
patti e i giuramenti. Ma non s'è forse mai veduto che le carte decidano
le liti de' principi, se non allorchè loro mancano forze ed armi per
sostenere le pretensioni loro, giuste od ingiuste che sieno. Però ad
altro non si pensò che a far guerra, come già ognun prevedeva; e la
prima scena di questa terribil tragedia toccò alla povera Lombardia.

Per gli uffizii della corte cesarea era già stato appoggiato il governo
della Fiandra a _Massimiliano_ elettor di _Baviera_, sulla speranza
di trovare in lui un buon appoggio nelle imminenti contingenze. Fece
il tempo vedere ch'egli più pensava a sostener le ragioni del figlio
suo che le altrui; e rapitogli poi dalla morte questo suo germe,
crebbero sempre più le amarezze sue contro la corte di Vienna, la
quale non ebbe maniera di torgli quel governo, perchè più numerose
erano le di lui milizie in Fiandra che le spagnuole. Misero tosto i
Francesi un amichevole assedio a questo principe, e con obbligarsi
di pagargli annualmente gran somma di danaro, e con promesse di
dilatare i suoi dominii in Germania, il trassero nel loro partito; e
si convenne che, movendosi le armi, egli sarebbe dei primi in Baviera
a far delle conquiste. Ciò fatto, ebbero maniera le truppe franzesi
d'entrar quetamente nelle piazze di Fiandra, ove gli Olandesi tenevano
guernigione, con licenziarne le loro truppe. Rivolse nello stesso tempo
il gabinetto di Francia le sue batterie a _Vittorio Amedeo_ duca di
Savoia, per guadagnarlo. Ben conosceva questo avveduto principe che,
caduto lo Stato di Milano in mano della real casa di Borbone, restavano
gli Stati suoi in ceppi, ed esposti a troppi pericoli per l'unione
o fratellanza delle due monarchie. Ma sicuro dall'una parte che non
gli sarebbe accordata la neutralità, e dall'altra, che ricalcitrando
verrebbe egli ad essere la prima vittima del furore franzese, giacchè
il re Cristianissimo s'era potentemente armato, e l'Augusto _Leopoldo_
avea trovato all'incontro assai smilze le sue truppe, e troppo tardi
sarebbero giunti in Italia i suoi soccorsi: però con volto tutto
contento contrasse alleanza colle corone di Francia e Spagna; e si
convenne che il re Cattolico _Filippo V_ prenderebbe in moglie la
principessa _Maria Lodovica Gabriella_ sua secondogenita; ch'egli
sarebbe generalissimo dell'armi gallispane in Italia; somministrerebbe
otto mila fanti e due mila e cinquecento cavalli; e ne riceverebbe
pel mantenimento mensualmente cinquanta mila scudi, oltre ad uno
straordinario aiuto di costa per mettersi decorosamente in arnese.
Qui non si fermarono gl'industriosi Franzesi. Spedito a Venezia il
_cardinale d'Etrè_, gli diedero commissione di trarre in lega ancor
quella repubblica; ma più di lui ne sapea quel saggio senato, risoluto
di mantenere in questi imbrogli la neutralità: partito pericoloso per
chi è debile, ma non già per chi ha la forza da poterla sostenere,
quali appunto erano i Veneziani. Fornirono essi le lor città di
copiose soldatesche, lasciando poi che gli altri si rompessero il
capo. Non così avvenne a _Ferdinando Carlo Gonzaga_ duca di Mantova,
che si trovava a' suoi divertimenti in Venezia. Oltre all'avere il
cardinal suddetto guadagnati i di lui ministri con quei mezzi che hanno
grande efficacia nei cuori venali, tanto seppe dire al duca, facendo
valere ora le minaccie, ora gli allettamenti di promesse ingorde, che
non seppe resistere; e massimamente perchè in suo cuore conservava
un segreto rancore contra di Cesare per cagion di Guastalla, a lui
tolta con Luzzara e Reggiuolo, e perchè sempre abbisognava di danaro,
secondo lo stile degli altri scialacquatori pari suoi. Per dar colore
a questa sua risoluzione inviò a Roma il marchese Beretti suo potente
consigliere, acciocchè pregasse il pontefice di voler mettere presidio
papalino in Mantova, affine di non cederla ad alcuno. E a ciò essendo
condisceso il santo padre, poco si stette poi a scoprire essere seguito
accordo fra lui e i Franzesi ed essere una mascherata quella del suo
inviato a Roma; il perchè fu questi licenziato con poco suo piacere
da quella sacra corte. Comunemente venne detestata questa viltà del
duca, essendo Mantova città che anche fornita di soli miliziotti si
potea difendere, oltre al potersi credere che i Franzesi non sarebbono
giunti ad insultarlo, se avesse resistito. Ne fece ben egli dipoi
un'aspra penitenza. In vigore del suddetto concordato, sul principio di
aprile, circa quindici mila Franzesi, ch'erano già calati in Italia,
si presentarono sotto il comando del conte di Tessè alle porte di
Mantova, minacciando, secondo il concerto, di voler entrare colla forza
in quella forte città; e però il duca, mostrando timore di qualche
gran male, cortesemente ricevette quegli ospiti novelli, e gridò poi
dappertutto (senza però che alcuno glielo credesse) che gli era stata
usata violenza.

Verso il principio della primavera cominciarono a calare in Italia
le truppe franzesi a fin di difendere lo Stato di Milano; giunse
anche a Torino nel dì 4 di aprile il maresciallo di _Catinat_, con
dimostrazioni di gran giubilo accolto da quel real sovrano che il
trattò da padre, e più volte gli disse di voler imparare sotto di lui
il mestier della guerra, e a guadagnar battaglie. Nacque appunto nel
dì 27 del mese suddetto al duca il suo secondogenito, a cui fu posto
il nome di _Carlo Emmanuele_, oggidì re di Sardegna e duca di Savoia.
Accresciuta poi l'armata franzese da altre milizie che sopravvennero,
e decantata secondo il solito dalla politica guerriera più numerosa
di quel ch'era, il Catinat sul principio di maggio passò con essa sul
veronese, e andò a postarsi all'Adige, armando tutte quelle rive per
impedire il passo ai Tedeschi, i quali si credeva che tenterebbono
il passo stretto della Chiusa. Erano in questo mentre calati dalla
Germania quanti cavalli e fanti potè in fretta raunare la corte
cesarea, e se ne facea la massa a Trento. Al comando di questa armata
fu spedito il principe _Eugenio di Savoia_, non senza maraviglia della
gente, che non sapeva intendere come un principe di quella real casa
imbrandisse la spada contro lo stesso duca di Savoia generalissimo de'
Gallispagni. Seco venivano il _principe di Commercy_ e il principe
_Carlo Tommaso di Vaudemont_ (tuttochè il di lui padre al servigio
della Spagna governasse lo Stato di Milano) e il conte _Guido di
Staremberg_. Allorchè fu all'ordine un competente corpo d'armata,
il principe Eugenio, prima che maggiormente s'ingrossasse l'esercito
nemico (già più poderoso del suo) con truppe nuove procedenti dalla
Francia, e con quelle del duca di Savoia, si mise in marcia per
isboccar nelle pianure d'Italia. Trovò impossibile il cammino della
Chiusa, e presi tutti i passi superiori dell'Adige. Se i Tedeschi non
hanno ali, dicevano allora i Franzesi, certo per terra non passeranno.
Ma il principe a forza di copiosi guastatori si aprì una strada per le
montagne del Veronese e Vicentino, e all'improvviso comparve al piano
con qualche pezzo d'artiglieria. Per un argine insuperabile era tenuto
il grossissimo fiume dell'Adige; e pure il generale Palfi, nel dì 16 di
giugno, ebbe la maniera di passarlo di sotto a Legnago. Il che fatto,
i Franzesi a poco a poco si andarono ritirando, e gli altri avanzando.
Nel dì 9 di luglio seguì sul veronese a Carpi un fatto caldo, e di là
sloggiati con molta perdita i Gallispani, furono in fine costretti
a ridursi di là dal Mincio, dove si accinsero a ben custodir quelle
rive. Perchè in rinforzo loro colle sue genti arrivò Vittorio Amedeo
duca di Savoia, ed erano ben forniti di gente e cannoni gl'argini di
esso fiume, allora sì che parve piantato il non plus ultra ai passi
dell'armata alemanna. Ma il principe Eugenio, nulla spaventato nè
dalla superiorità delle forze nemiche, nè dalle gravi difficoltà dei
siti, nel dì 28 di luglio animosamente formato un ponte sul Mincio,
lo valicò colla sua armata, non avendo il Catinat voluto aderire al
sentimento del duca di Savoia, di opporsi, perchè credea più sicuro il
giuoco, allorchè fosse arrivato un gran corpo di gente a lui spedito
di Francia. Prese questo maresciallo il partito di postarsi di là dal
fiume Oglio, lasciando campo al principe Eugenio d'impadronirsi di
Castiglion delle Stiviere, di Solferino e di Castel Giuffrè nel dì 5
d'agosto: con che le sue truppe cominciarono a godere delle fertili
campagne del Bresciano, e a mettere in contribuzione lo Stato di
Mantova con alte grida di quel duca, che cominciò a provar gli amari
frutti delle sue sconsigliate rivoluzioni. Trovaronsi in questi tempi
molto aggravati dalle nemiche armate i territorii della repubblica
veneta. Ma essa nè per minaccie, nè per lusinghe si volle mai dipartire
dalla neutralità saggiamente presa, tenendo guernite di grosse
guernigioni le sue città, che per ciò furono sempre rispettate.

Era, non può negarsi, il _maresciallo di Catinat_, maestro veterano
di guerra, non men provveduto di valore che di prudenza; ma dacchè
si cominciò a scorgere che più anche di lui sapea questo mestiere
il principe Eugenio, tuttochè non pervenuto ancora all'età di
quarant'anni, giudicò il re Cristianissimo col suo consiglio che agli
affari d'Italia, i quali prendeano brutta piega, occorreva un medico
di maggior polso e fortuna. Fu perciò risoluto di spedir in Lombardia
il maresciallo _duca di Villeroy_, con dargli il supremo comando
dell'armata, senza pregiudizio degli onori dovuti al duca di Savoia
generalissimo. Nuove truppe ancora, oltre le già inviate, si misero
in cammino, affinchè la maggior copia dei combattenti, aggiunta alla
consueta bravura franzese, con più felicità potesse promettersi le
vittorie. Nel dì 22 d'agosto giunse il Villeroy al campo gallispano,
menando seco il _marchese di Villars_, il _conte Albergotti_ Italiano,
tenenti generali, ed altri uffiziali, accolto colla maggiore stima dal
duca di Savoia e da tutta l'ufficialità. Le prime sue parole furono
di chiedere, dov'era quella canaglia di Tedeschi, perchè bisognava
cacciarli di Italia: parole che fecero strignere nelle spalle chiunque
l'udì. Per li sopraggiunti rinforzi si tenne l'esercito suo superiore
quasi del doppio a quel de' Tedeschi: laonde il principe Eugenio ebbe
bisogno di tutto il suo ingegno per trovar maniera di resistere a sì
grosso torrente; e siccome egli era mirabile in divisare e prendere
i buoni postamenti, così andò ad impossessarsi della terra di Chiari
nel Bresciano, non senza proteste e doglianze del comandante veneto;
e quivi si trincierò, facendosi specialmente forte dietro alcune
cassine e mulini. Ardeva di voglia il Villeroy di venire alle mani col
nemico, perchè si teneva in pugno il trionfo; e però valicato l'Oglio
a Rudiano, a bandiere spiegate andò in traccia dell'armata tedesca,
con risoluzion di assalirla. Era il dì primo di settembre, in cui
arrivato a Chiari ordinò la presa di quel luogo, sulla credenza che ivi
fosse una semplice guernigione, e non già tutta l'oste nemica. Ma vi
trovò più di quel che pensava, cioè cannoni e gente che non si sentiva
voglia di cedere. Lasciarono i Tedeschi ben accostare gli assalitori,
e poi cominciarono un orrido fuoco; e per quanti sforzi facessero i
Franzesi, sacrificarono ben sul campo di battaglia le lor vite, ma o
non poterono forzar quei ripari, o appena ne forzarono alcuno, che indi
a poco fu ripigliato dai coraggiosi cesarei. Tanta resistenza fece in
fine prendere al Villeroy il partito di battere la ritirata col miglior
ordine possibile, riportando seco un buon documento di un più moderato
concetto di sè medesimo, e il dispiacere di aver data occasion di dire
ch'egli era venuto per la posta in Italia, per aver la gloria da farsi
battere. Tre mila persone si credette che costasse a' Franzesi quella
azione tra morti e feriti, e pochissimi dalla parte degl'imperiali.

_Vittorio Amedeo_ duca di Savoia in quel combattimento si segnalò
nello sprezzo di tutti i pericoli; e o fosse una cannonata, come a me
raccontò persona bene informata, o pur colpo di fucile, corse rischio
della vita sua. E fu in questa occasione ch'egli si affezionò agli
strologhi perchè un d'essi avea dagli Svizzeri due mesi prima scritto
ad un confidente di esso principe che nel dì primo di settembre
sua altezza reale correrebbe un gran pericolo. Per quanto false da
lì innanzi egli trovasse le sue predizioni, non perdè mai più la
stima di quell'arte vana ed ingannatrice. Accostandosi il verno,
richiamò esso sovrano le sue milizie in Piemonte; e il Villeroy
veggendo ostinati a tener la campagna i Tedeschi, giudicò meglio di
ritirarsi egli il primo, e di ripartire a' quartieri massimamente sul
Cremonese la maggior parte delle soldatesche sue; con che ebbero agio
i Cesarei d'impadronirsi di Borgoforte, di Guastalla, d'Ostiglia e
di Ponte-Molino e d'altri luoghi. Aveano già saputo col mezzo delle
minaccie i Gallispani mettere il piede sui principii di quest'anno
entro la fortezza della Mirandola. Seppe così ben concertare anche
il _principe Eugenio_ colla _principessa Brigida Pico_ le maniere di
cacciarli, che quella città vi ricevette presidio cesareo. A cavallo
del Po spezialmente se ne stavano le milizie imperiali, invigorite
ultimamente da nuovi soccorsi calati dalla Germania; s'impossessarono
ancora di Canneto e di Marcaria; e giacchè, a riserva del castello di
Goito e di Viadana non restavano più Franzesi sul Mantovano, diede
principio esso principe Eugenio ad un blocco lontano intorno alla
stessa città di Mantova, fornita d'un vigoroso presidio di Franzesi.
Essendo oramai i cesarei in possesso di tutto il Mantovano, non s'ha
da chiedere se facessero buon trattamento a que' poveri popoli; e
tanto più perchè il loro duca era stato dichiarato ribello del romano
imperio.

E fin qui la sola Lombardia avea sostenuto il peso della guerra, quando
nel dì 25 di settembre scoppiò un turbine anche nella città di Napoli.
Non mancavano in quella gran metropoli dei divoti del nome austriaco sì
nella nobiltà che nel popolo. Negli eserciti dell'imperadore _Leopoldo_
e del re _Carlo II_ molti di quei nobili, militando in addietro,
aveano pel loro valore conseguito dei gradi ed onori distinti. Questa
fazione, valutando non poco l'essersi finora negata dal sommo pontefice
l'investitura di quel regno al prelodato _re Filippo_, teneva per
lecito l'aderire all'augusta casa d'Austria, e macchinava sollevazioni,
senza nulla atterrirsi per le frequenti prigionie che faceva il vicerè
_duca di Medina Celi_ dei chiamati inconfidenti. Dimorava in questi
tempi il _cardinal Grimani_ veneto in Roma, accurato ministro della
corte cesarea, e andava scandagliando i cuori di quei Napoletani, nei
quali prevaleva l'amore verso del sangue austriaco, e che già aveano
attaccati cartelli per le piazze di Napoli colle parole usate giù dal
giudaismo, e riferite nel Vangelo: _Non habemus regem, nisi Caesarem_.
Quando a lui parve assai disposta la mina, per la sicurezza che avea
di molti congiurati, e sperandone molti più allorchè le si appiccasse
il fuoco, spedì travestito a Napoli di barone di Sassinet segretario
dell'ambasciata cesarea. Costui nel giorno suddetto, presa in mano
una bandiera imperiale, uscì in pubblico, ed unitasi a lui gran copia
di quei lazzari, cominciò a gridare: _Viva l'imperadore_. Crebbero a
migliaia i sollevati, e s'impadronirono della chiesa di San Lorenzo,
della torre di Santa Chiara e di altri posti. Lor condottiere fu don
Carlo di Sangro nobile napoletano e uffiziale nelle truppe cesaree. Era
stato fatto credere al buon _imperadore Leopoldo_, tale essere l'amore
degl'Italiani, e massimamente nel regno di Napoli e Stato di Milano,
che bastava alzare un dito, perchè tutti i popoli si sollevassero
in favor suo. Ma questi non erano più i tempi dei Ghibellini, quando
agguerriti i popoli d'Italia, e agitati dall'interno fermento delle
fazioni, troppo facilmente tumultuavano e spendevano la vita per
soddisfare alle loro passioni. Si trovavano ora i popoli inviliti;
talun d'essi oppresso dai principi allevati nella quiete, e alieni da
azzardare quanto aveano in tentativi pericolosi.

Alzatosi dunque il romore, la maggior parte della nobiltà napoletana
corse ad esibirsi in difesa del vicerè, e non tardò lo stesso eletto
del popolo con ischiere numerose di quei popolari ad assicurarlo della
sua e lor fedeltà. Il perchè uscite le guernigioni spagnuole in armi,
ed unite con quattrocento di quei nobili e più migliaia del popolo, non
durarono gran fatica a dissipare i sollevati, a riacquistare i luoghi
occupati, e a far prigione il barone di Sassinet e don Carlo di Sangro
con altri nobili che non ebbero la fortuna di salvarsi colla fuga.
Ad alcuni segretamente nelle carceri tolta fu la vita; pubblicamente
mozzo il capo al Sangro; rasato il palazzo di Telesa di casa Grimaldi;
e il Sassinet venne poi da lì a qualche tempo condotto in Francia.
Calmossi tosto quella mal ordita sollevazione; e per maggior sicurezza
di quella città, vi furono per terra e per mare spediti dal re
Cristianissimo abbondanti rinforzi di milizie e di munizioni; e il
_duca d'Ascalona_ passò dal governo della Sicilia a quello di Napoli.
Intanto non cessava la corte cesarea di perorar la sua causa in quelle
delle amiche potenze, mettendo davanti agli occhi d'ognuna qual rovina
si potea aspettare dall'oramai sterminata possanza della real casa di
Borbone, per essersi ella piantata sul trono della Spagna. Di queste
lezioni non aveano gran bisogno gl'Inglesi ed Olandesi per conoscere
il gran pericolo a cui anch'essi rimanevano esposti; ed aggiuntovi il
dispetto di essere stati beffati dal re Cristianissimo colle precedenti
capitolazioni, non fu in fine difficile il trarli ad una lega difensiva
ed offensiva contro la Francia. Fu questa sottoscritta all'Haia nel dì
7 di settembre dai ministri di _Cesare_, di _Guglielmo_ re della Gran
Bretagna, e dall'_Olanda_; laonde ognuno si diede a preparar gli arnesi
per uscir con vigore in campagna nell'anno appresso. Ma nè pur dormiva
il re Cristianissimo, e di mirabili preparamenti fece anche egli per
ricevere i già preveduti nemici. Nel settembre di quest'anno seguì in
Torino lo sposalizio della principessa _Maria Luigia_, secondogenita
del duca di Savoia, col re di Spagna _Filippo V_; ed ella appresso si
mise in viaggio per andare ad imbarcarsi a Nizza e passare di là in
Ispagna.



    Anno di CRISTO MDCCII. Indizione X.

    CLEMENTE XI papa 3.
    LEOPOLDO imperadore 45.


Mentre lo zelante pontefice _Clemente XI_ non rallentava le sue
premure per introdurre pensieri di pace fra i principi guerreggianti,
e prevenire con ciò l'incendio che andava a farsi maggiore in Europa,
non godeva egli quiete in casa propria, perchè combattuto da' ministri
d'esse potenze, pretendendolo cadaun di essi troppo parziale dell'altra
parte. Spezialmente si scaldava su questo punto la corte cesarea.
Non s'era già ella doluta perchè il santo padre avesse spedito il
_cardinale Archinto_ arcivescovo di Milano con titolo di legato a
latere a complimentare la novella regina di Spagna; ma fece ben di
gravi doglianze, perchè in Roma venisse pubblicata sentenza contro il
_marchese del Vasto_, principe aderente alla corona imperiale, per
aver egli preteso che il _cardinale di Gianson_ avesse voluto farlo
assassinate. Unironsi a questi in appresso altri più gravi lamenti per
le dimostrazioni fatte dal papa al re _Filippo V_. Prevalse in Madrid
e Parigi, benchè non senza contraddizione di molti, il sentimento di
chi consigliava quel giovane monarca di venire alla testa dell'esercito
gallispano in Italia, non tanto per dar calore alle azioni della
campagna ventura e conciliarsi il credito del valore, quanto ancora
per confermare in fede i popoli titubanti colla sua amabil presenza,
e coll'aspetto della sua singolar pietà, saviezza e genio inclinato
alla generosità e clemenza. Finchè fosse in ordine la possente sua
armata in Lombardia, verso la quale erano in moto molte migliaia
di combattenti spedite da Francia e Spagna, fu creduto bene ch'egli
passasse a Napoli a farsi conoscere per quel principe che era, degno
dell'ossequio ed amore di ognuno. Arrivò questo grazioso monarca per
mare a quella metropoli nel dì 16 di aprile, cioè nel giorno solenne di
Pasqua, accolto con sontuosissimi apparati e segni di gioia da quella
copiosa nobiltà e popolo. Se egli si mostrò ben contento ed ammirato
della bella situazione, grandezza e magnificenza di quella real città e
de' suoi abitatori, non fu men contenta di lui quella cittadinanza, o,
per meglio dire, il regno tutto, per le tante grazie che gli compartì
il benefico suo cuore, di modo che in lontananza mal veduto da molti,
si partì poi di colà amato ed adorato quasi da tutti. Gli spedì in tal
congiuntura il papa Clemente il _cardinale Cario Barberini_, ornato del
carattere di legato a latere, ad attestargli il suo paterno affetto, e
a presentargli dei superbi regali, preziosi per la materia e più per la
divozione. Questa spedizione, tuttochè approvata come indispensabile
dai saggi, e che non perciò portava seco l'investitura dei regni
di Napoli e Sicilia, pure cotanto spiacque al _conte di Lamberg_
ambasciatore di Cesare, che col marchese del Vasto si allontanò da
Roma. Bolliva intanto nella sacra corte la gran controversia dei riti
cinesi; e perchè sulle troppo contrarie relazioni venute di colà non si
poteano ben chiarire i fatti, determinò il prudente pontefice d'inviar
fino alla Cina un personaggio non parziale, e per la sua dottrina
cospicuo, che sul fatto osservasse ciò che esigesse correzione, con
facoltà di rimediare a tutto. A questo importante affare di religione
fu prescelto monsignor _Tommaso di Tournon_ Piemontese, che con
titolo di vicario apostolico, portando seco molti regali da presentare
all'imperador cinese, imprese quello sterminato viaggio per mare, ed
egregiamente poi soddisfece all'assunto suo. Fu ancora in quest'anno
a dì 17 di febbraio terminata dal santo padre con una sentenza la lite
lungamente stata fra la _duchessa di Orleans_ e l'_elettore palatino_,
già da gran tempo compromessa nella santità sua.

Non fu bastante il rigore del verno nell'anno presente a frenar le
operazioni militari del _principe Eugenio_. Fin qui _Rinaldo d'Este_
duca di Modena avea goduta la quiete nei suoi Stati, risoluto di non
prendere impegno in mezzo alle terribili dissensioni altrui. Ma troppo
facilmente vengono falliti i conti ai principi deboli, che in mezzo
alla rivalità di potenti eserciti si lusingano di potere salvarsi
colla neutralità. Aveva egli ben munito Brescello, fortezza di somma
importanza, perchè situata sul Po, guernita di settanta pezzi di
cannone di bronzo, di copiose munizioni da bocca e da guerra, e di
un competente presidio. A nulla aveano servito fin qui le istanze del
_cardinale d'Etrè_, nè dei generali cesarei per levargliela dalle mani;
ma avvenne che il tenente general franzese _conte Albergotti_ lasciossi
vedere in quei contorni, ed abboccatosi ancora col comandante della
piazza, tentò, ma inutilmente, la di lui fede con grandiose esibizioni.
Risaputosi ciò dai Tedeschi acquartierati nella vicina Guastalla, e
nata in loro diffidenza, si servirono di questo pretesto per obbligare
il duca a consegnar loro quella fortezza. In quelle vicinanze adunque
fece il _principe Eugenio_ unire un corpo di circa dodici mila soldati,
e nello stesso tempo spedì a Modena il conte Sormanni a chiedere in
deposito la piazza suddetta. Nel dì 4 di gennaio seguì l'intimazione,
fiancheggiata da minaccie, in caso di ripugnanza; laonde il duca non
senza pubbliche proteste contro sì fatta violenza s'indusse a cederla.
Crederono dipoi i Franzesi ciò seguito di concerto, o al men si
prevalsero di questa apparente ragione per procedere ostilmente contro
il medesimo duca. Ottenuto Brescello, si stesero sul Parmigiano l'armi
cesaree, e nella stessa maniera pretesero di obbligare _Francesco
Farnese_ duca di Parma ad ammettere guernigione imperiale nelle sue
città. Ma quel principe con allegare che i suoi Stati erano feudi
della Chiesa, e di non poterne disporre senza l'assenso del papa,
di cui aveva inalberato lo stendardo, seppe e potè difendersi sotto
quell'ombra; anzi, per assicurarsi meglio dalle violenze in avvenire,
trasse poi le truppe pontifizie a guernir di presidio le suddette
sue città. Ma questo non impedì che le soldatesche imperiali non
occupassero da lì innanzi Borgo S. Donnino, Busseto, Corte Maggiore,
Rocca Bianca ed altri luoghi di quel ducato.

Grande strepito fece in questi tempi un impensato gran tentativo ideato
dall'indefesso _principe Eugenio_ per sorprendere la città di Cremona,
tuttochè allora provveduta di parecchi reggimenti franzesi, e colla
presenza del maresciallo _duca di Villeroy_, che aveva quivi stabilito
il suo quartiere. Teneva esso principe intelligenza secreta in quella
città col proposto di Santa Maria Nuova, spasimato fautore dell'augusta
casa d'Austria, la cui chiesa ed abitazione confinava colle mura della
città. Sotto la di lui casa passando un condotto che sboccava nella
fossa, gli fece lo sconsigliato prete conoscere che si poteva di notte
introdurre gente, ed avventurare un bel colpo. Non cadde in terra la
proposizione, e il principe prese tutte le sue misure per accostarsi
quetamente alla città nella notte antecedente al dì primo di febbraio
con alquante migliaia de' suoi combattenti. Per la chiavica suddetta
s'introdussero in Cremona alcune centinaia di granatieri e di bravi
uffiziali con guastatori, che trovati i Franzesi immersi nel sonno,
ebbero tempo di forzare ed aprire due porte, per le quali entrò il
grosso degli altri Alemanni. Svegliata la guarnigion franzese, diede
di piglio all'armi, e si attaccò una confusa crudel battaglia. Uscito
di casa il _maresciallo di Villeroy_ per conoscere che romor fosse
quello, andò a cader nelle mani de' Tedeschi, e fu poi mandato prigione
fuori della città con altri uffiziali. Non posso io entrare nella
descrizione di quel fiero attentato, e basterammi di dire che seguì un
gran macello di gente dall'una e dall'altra parte perchè si menavano
le mani con baionette e sciable. In fine soppraffatti i Tedeschi dai
Franzesi, e massimamente dalla bravura degl'Irlandesi, furono obbligati
a ritirarsi il meglio che poterono. Con loro salvatosi il prete, passò
poi in Germania, dove trovò buon ricovero. A questa disavventura degli
Austriaci sopra tutto influì il non aver potuto il giovine principe
_Tommaso di Vaudemont_, come era il concerto, giugnere a tempo pel
Parmigiano al Po, e valicarlo; e questo a cagion delle strade rotte e
dei fossi che vi ebbero a passare, oltre all'aver anche trovato rotto
il ponte dai Franzesi, pel quale pensava di transitare il fiume. Fu
creduto che la parte cesarea vi perdesse più di settecento uccisi, e
più di quattrocento rimasti prigioni, fra i quali il baron di Mercy; e
che più di mille fra morti e feriti furono i Franzesi, oltre a rimasti
cinquecento prigionieri, fra i quali il luogotenente generale _marchese
di Crenant_ con altri non pochi uffiziali, e lo stesso _maresciallo
di Villeroy_. Gloriosa si riputò l'impresa per gli assalitori, ma più
gloriosa certamente riuscì per li difensori.

Andossi poi sempre più di giorno in giorno ingrossando l'esercito
gallispano, sicchè si fece poi ascendere sino a circa cinquanta mila
armati, laddove l'oste nemica appena arrivava alla metà, non essendo
mai calate di Germania le desiderate reclute, perchè si attendeva alla
guerra mossa in altre parti. Al comando dell'armi gallispane fu spedito
da Parigi il _duca di Vandomo Luigi Giuseppe_, principe dei più esperti
nel magistero militare, in cui gran nome s'era già procacciato. Arrivò
egli in Italia dopo la metà di febbraio, e da che vide l'esercito suo
rinforzato dalle tante milizie venete di Francia, uscì in campagna nel
mese di maggio, con intenzione spezialmente di liberare la città di
Mantova, oramai ridotta a molti bisogni e strettezze pel lungo blocco
de' Tedeschi. Ritirò il _principe Eugenio_ da varii siti le genti sue,
e poi con alto e lungo trincieramento si fortificò dalla banda del
serraglio in faccia a quella città. Entrò il Vandomo in Mantova con
quanta gente volle, e ricuperò colla forza Castiglion delle Stiviere;
e già s'aspettava ognuno ch'egli con tanta superiorità di forze non
volesse sofferire in sì gran vicinanza a Mantova i nemici. Ma passò il
giugno senza azione alcuna di riflesso, perchè a superare il postamento
degli Alemanni si potea rischiar molto. Il vero motivo nondimeno
di quella inazione fu l'avere il re Cattolico scritto da Napoli al
Vandomo, che portasse bensì a Mantova il soccorso, ma che non tentasse
altra maggiore impresa sino all'arrivo suo. Cioè riserbava questo
monarca a sè tutte le palme e gli allori che si aveano da raccogliere
dalla presente campagna. Nel dì 2 di giugno imbarcatosi il re _Filippo
V_, fece la sua partenza da Napoli, e nel passar da Livorno fu visitato
e superbamente regalato dal gran duca _Cosimo III de Medici_, dal gran
principe _Ferdinando_ e dalla gran principessa _Violante_ di _Baviera_
sua zia. Andò a sbarcare al Finale, e venuto ad Acqui nel Monferrato,
ebbe la visita di _Vittorio Amedeo_ suocero suo, e nel dì 18 con gran
pompa fece la sua entrata in Milano. In questo mentre il principe
Eugenio attese a fortificar Borgoforte, e a formare di qua e di là
dal Po un ben munito accampamento. E da che intese che il re Cattolico
marciava pel territorio di Parma alla volta del Reggiano col maggior
nerbo della sua armata, inviò il generale marchese _Annibale Visconti_
con tre reggimenti di corazze a postarsi a Santa Vittoria, sito
vantaggioso, perchè circondato da canali e dal fiume Crostolo. Se ne
stavano questi Alemanni con gran pace in quel luogo, con poca guardia,
senza spie, coi cavalli dissellati al pascolo, credendo che i Franzesi
tuttavia si deliziassero nel Parmigiano: quand'ecco nel dopo pranzo
del dì 26 di luglio si videro comparire addosso il _conte Francesco
Albergotti_ tenente generale dei Franzesi, o pure lo stesso _duca di
Vandomo_ con quattro mila cavalli e due mila fanti. La confusione loro
fu eccessiva; fecero essi quella difesa che poterono in tale improvvisa
e cattiva disposizione; ma in fine convenne loro voltar le spalle, e
lasciare alla balìa dei vincitori il bagaglio, quattordici stendardi,
due paia di timbali e cento cavalli. Trecento furono i morti,
altrettanti i prigioni, e il re Filippo sopraggiunto ebbe il piacere di
mirare il fine di quella mischia.

Non avendo più alcun ritegno i Franzesi, dieci mila d'essi nel dì 29
di luglio si presentarono sotto la città di Reggio, e non trovarono
gran difficoltà ad impadronirsene; avvenimento che fece intendere a
_Rinaldo d'Este_ duca di Modena qual animo covassero contra di lui i
re di Francia e di Spagna. Però nel giorno seguente con tutta la sua
corte s'inviò alla volta di Bologna, lasciando il popolo di Modena in
somma costernazione. Giunse nel primo dì d'agosto sotto questa città
il conte Albergotti con un grosso corpo di cavalleria e fanteria, che
dimandò la cittadella a nome del re Cattolico. La consulta lasciata
dal duca, con facoltà di operare ciò che credesse più a proposito
in sì scabrose congiunture, con assai onorevole capitolazione si
sottomise alla forza dell'armi. Lo stesso avvenne a Carpi, Correggio
e al rimanente degli Stati del duca, eccettuata la Garfagnana di là
dall'Apennino che ricusò di ubbidire. L'aspetto di questi progressi
dell'esercito franzese quel fu che in fine obbligò il principe Eugenio
a ritirar le sue truppe dal Serraglio di Mantova, e a lasciar libera
quella città, per accudire al di qua dal Po, dove alla testa sul
Correggiesco s'era accampato il re Cattolico colla sua grande armata,
che venne in questi tempi accresciuta da buona parte delle truppe,
colle quali il vecchio _principe di Vaudemont_ dianzi campeggiava in
difesa di Mantova. Essendosi presa la risoluzione dai Gallispani di
marciare alla volta di Borgoforte, per qui venire a giornata campale,
si mosse la loro armata nella notte precedente al dì 15 di agosto alla
sordina, e s'inviò alla volta di Luzzara, dove si trovò un comandante
tedesco che, all'intimazion della resa, non rispose se non col fuoco
de' fucili. Camminavano i Franzesi spensieratamente coll'immaginazione
in capo di trovare il principe Eugenio sepolto ne' trincieramenti
di Borgoforte; quando all'improvviso si accorsero che il coraggioso
principe, marciando per gli argini del Po, veniva a trovarli, e diede
infatti principio ad un fiero combattimento, sulle cui prime mosse
perdè la vita il generale cesareo _principe di Commercy_. Era già
suonata la ventun'ora, quando si diede fiato alle trombe, e si accese
il terribil conflitto. Durò questo fino alla notte con gran bravura,
con molta mortalità dell'una e dell'altra parte, e restò indecisa la
vittoria, benchè ognun dal suo canto facesse dipoi intonare solenni _Te
Deum_, ed amplificasse la perdita de' nemici, e sminuisse la propria:
il che fa ritener me dal riferire il numero dei morti e feriti. Quel
ch'è certo, a niun d'essi restò per allora il campo della battaglia,
e non lieve preda fecero i cesarei. Per altro in quella notte stettero
quiete in vicinanza le due armate, e credevasi che, fatto il giorno, si
azzufferebbono di nuovo, e che, o gli uni o gli altri volessero veder
la decisione delle loro contese. Attese il duca di Vandomo, essendo
alquanto rinculato, ad assicurare il suo campo dall'invasion del
nemico con buoni argini e trincieramenti, e con formare un ponte sul
Po per mantener la comunicazione col Cremonese. Gli era restata alle
spalle Guastalla, e ne fece l'assedio; e forzato, dopo nove giorni di
trincea aperta, il _general Solari_ a renderla nel dì 9 di settembre,
mise in possesso di quella città _Ferdinando Carlo Gonzaga_ duca
di Mantova. Cinse ancora di stretto blocco la fortezza di Brescello
del duca di Modena. In questi tempi furono veduti novecento cavalli
usseri e tedeschi, condotti dall'Eberzeni, Paolo Diak e marchese Davia
bolognese, passare pel Reggiano fin sul Pavese, esigendo contribuzioni
dappertutto. Entrarono poi fin dentro Milano, e vi gridarono: _Viva
l'imperadore_; e salvi poi pel Mantovano si ridussero al loro campo.

Stettero dipoi nei divisati postamenti l'una in faccia all'altra
l'armate nemiche, facendosi solamente guerra colle cannonate e con
qualche scaramuccia, finchè venne il verno, con grande onore del
principe Eugenio, il quale con tanta inferiorità di forze seppe sì
lungamente tenere a bada nemici cotanto poderosi. L'ultimo trofeo
che riportò in questa campagna il giovine re _Filippo V_, fu, siccome
dicemmo, la presa di Guastalla. Dopo di che pensò a ritornarsene in
Ispagna, chiamato colà dai bisogni ed istanze de' suoi regni. Fermossi
in Milano alcune settimane, da dove, nel dì 6 di novembre, si mosse
alla volta di Genova, ricevuto ivi con incredibile splendidezza da
quella nobiltà e popolo; e di là fece poi vela verso la Catalogna.
Accostandosi il verno, ricuperò l'armata delle due corone Borgoforte,
e prese i quartieri in Mantova, e la maggior parte in Modena, Reggio,
Carpi, Bomporto ed altri luoghi dello Stato di Modena. Il principe
Eugenio, dopo avere distribuiti i suoi nelle terre e ville del basso
Modenese contigue alla Mirandola, e nel Mantovano di qua dal Po, con
ritenere un ponte sul Po ad Ostiglia, s'inviò alla corte di Vienna, per
rappresentar lo stato delle cose e il bisogno di gagliardi soccorsi.
Dopo lo spaventoso tremuoto dell'anno 1688 si erano riparate le
rovine della città di Benevento; ma nell'aprile ancora di quest'anno
si rinnovò nella stessa un quasi pari disastro. Sollevatosi quivi
un temporale sì fiero, che sembrava voler diroccare la terra da'
fondamenti, cagion fu che gli abitanti scappassero fuori dell'abitato.
Succedette poscia un terribile scotimento, che rovesciò buona parte
della città bassa, e il palazzo dell'arcivescovo e la cattedrale.
Ducento cinquanta persone rimasero sfracellate sotto le rovine. Anche
le città d'Ariano, Grotta, Mirabella, Apice ed altre di que' contorni
ebbero di che piagnere, perchè quasi interamente distrutte. Altre non
men funeste scene di guerra si videro nell'anno presente in Germania,
Fiandra ed altri paesi bagnati dal Reno, giacchè l'imperadore e
le potenze marittime aprirono anch'esse il teatro della guerra in
quelle parti contro la Francia. Di grandi preparamenti avea fatto
l'Inghilterra per questo, quando venne a mancar di vita nel dì 19 di
marzo il loro re _Guglielmo_ principe di Oranges, e fu dipoi alzata
al trono la _principessa Anna_, figlia del già defunto cattolico re
della Gran Bretagna _Giacomo II_, e moglie di _Giorgio principe di
Danimarca_, la quale con più ardore ancora del suddetto re Guglielmo
incitò quella nazione ai danni della real casa di Borbone, ed inviò per
generale dell'armi britanniche nei Paesi Bassi milord _Giovanni Curchil
conte di Marlboroug_, col cui valore si mosse poi sempre collegata la
fortuna.

All'incontro la Francia trasse nel suo partito gli _elettori di Baviera
e Colonia fratelli_. Varii assedii furono fatti al basso Reno; risonò
spezialmente la fama per quello di Landau nell'Alsazia, eseguito con
gran sangue dall'armata cesarea comandata dallo stesso _re de' Romani
Giuseppe_. In esso tempo il Bavaro collegatosi co' Franzesi mosse
anch'egli le armi sue, con sorprendere la città d'Ulma, Meninga ed
altre di quei contorni, e con accendere un gran fuoco nelle viscere
della Germania, dove i circoli di Franconia, Svevia e Reno accrebbero
il numero dei collegati contro della Francia. Ma ciò che diede più
da discorrere ai novellisti in quest'anno, fu il terrore e danno
immenso recato alle Coste della Spagna dalla formidabile armata navale
degl'Inglesi ed Olandesi, guidata dall'ammiraglio _Rooc_ inglese,
dall'_Alemond_ olandese e da _Giacomo duca d'Ormond_ generale di
terra. Verso il fine d'agosto approdò questa a Cadice (antica Gades
dei Romani), emporio celebre e doviziosissimo della monarchia spagnuola
sull'Oceano. Superati alcuni di quei forti, v'entrarono gli Anglolandi,
e diedero un fiero sacco alla terra, asportandone qualche milione
di preda, ma con aspre doglianze di tutti i mercatanti stranieri, e
con accrescere negli Spagnuoli l'odio immenso verso le loro nazioni.
Capitarono in questo dall'America i galeoni di Spagna carichi d'oro,
d'argento e di varie merci, e scortati da quindici vascelli e da alcune
fregate franzesi. All'udire le disavventure di Cadice, si rifugiarono
questi ricchi legni nel porto di Vigo in Galizia. Colà accorsa anche
la flotta anglolanda, ruppe la catena del porto. Alquanti di que'
vascelli e galeoni rimasero incendiati; lo sterminato valsente parte fu
rifugiato in terra, parte venne in poter de' nemici; sette vascelli e
quattro galeoni salvati dalle fiamme mutarono padroni. Gran flagello,
gran perdita fu quella.



    Anno di CRISTO MDCCIII. Indizione XI.

    CLEMENTE XI papa 4.
    LEOPOLDO imperadore 46.


Ebbe principio quest'anno con una inondazione del Tevere in Roma
stessa, a cui tenne dietro un fiero tremuoto, che alla metà di gennaio
con varie scosse per tre giorni si fece sentire in quell'augusta città,
riempendola di tal terrore, che tutto il popolo corse ad accomodar
le sue partite con Dio; molti si ridussero ad abitar sotto le tende;
e il pontefice _Clemente XI_ prescrisse varie divozioni per implorar
la divina misericordia. Per questo scotimento della terra la picciola
città di Norcia colle terre contigue si convertì in un mucchio di
pietre; e quella di Spoleti con varie terre del suo ducato patì
gravissimi danni. Grandi rovine si provarono in Rieti, in Chieti, Monte
Leone, ed altre terre e borghi dell'Abbruzzo. La città dell'Aquila vide
a terra gran parte delle sue fabbriche colla morte di molti. Cività
Ducale restò subissata con gli abitanti. Fu creduto che nei suddetti
luoghi perissero circa trenta mila persone; nè si può esprimere lo
scompiglio e spavento che fu in Roma e per tante altre città in tal
congiuntura, perchè sino all'aprile, maggio e giugno altre scosse di
terra si fecero sentire; ed ognun sempre stava in allarmi, temendo
di peggio. Non mancavano intanto altre fastidiose cure al santo padre
in mezzo alle pretensioni delle potenze guerreggianti; nè si esigeva
meno che la sua singolar destrezza per navigare in mezzo agli scogli,
e sostenere la determinata sua neutralità. Contuttociò il partito
austriaco lo spacciava per aderente al Gallispano, e spezialmente fece
di gran querele, perchè avendo l'Augusto _Leopoldo_ padre e _Giuseppe_
re de' Romani figliuolo, nel dì 12 di settembre dell'anno presente,
ceduto all'_arciduca Carlo_ ogni lor diritto sopra la monarchia della
Spagna, con che egli assunse insieme col titolo di re di Spagna il nome
di _Carlo III_, dal pontefice fu proibito che il ritratto di questo
nuovo re pubblicamente si esponesse nella chiesa nazional de' Tedeschi
in Roma.

Erano restate in una gran decadenza le armi cesaree in Lombardia,
perchè alle diserzioni e malattie, pensioni ordinarie dell'armate,
non si suppliva dalla corte di Vienna con reclute e nuovi soccorsi,
trovandosi Cesare troppo angustiato per li continui progressi di
_Massimiliano elettor di Baviera_, le cui forze alimentate finora
dall'oro franzese, e poscia accresciute da un esercito d'essa nazione,
condotto dal _maresciallo di Villars_, faceano già tremar l'Austria e
Vienna stessa. Contuttociò il _conte Guido di Staremberg_, generale di
molto senno nel mestier della guerra, lasciato a questo comando dal
principe Eugenio, tanto seppe fortificarsi alle rive del Po e della
Secchia, che potè sempre rendere vani i tentativi della superiorità
dell'esercito franzese. Intanto la fortezza di Brescello sul Po,
che per undici mesi avea sostenuto il blocco formato dalle truppe
spagnuole, si vide forzata a capitolar la resa. Cercò quel comandante
imperiale che questa piazza fosse restituita al duca di Modena, ma non
fu esaudito. Vi trovarono i Franzesi un gran treno di artiglieria,
di bombe, granate, polve da fuoco, e di altri militari attrezzi;
la guernigione restò prigioniera di guerra. Tanto poi si adoperò
_Francesco Farnese_ duca di Parma, benchè nipote del duca di Modena
Rinaldo d'Este, che nell'anno seguente impetrò dalla Francia e Spagna
che si demolissero tutte le fortificazioni di quella piazza, con dolore
inestimabile di esso duca di Modena, il quale dimorante in Bologna
si trovava perseguitato dalle disgrazie, e conculcato fin dai proprii
parenti. Seppe il valoroso conte di Staremberg difendere Ostiglia dagli
attentati de' Franzesi; e nel dì 12 di giugno essendo giunto il general
franzese _Albergotti_ a Quarantola sul Mirandolese, ebbe una mala
rotta da' Tedeschi, e gli convenne abbandonare il finale di Modena. Ciò
non ostante, crebbero vieppiù da lì innanzi le angustie dell'esercito
alemanno in Italia, perchè l'elettor bavaro cresciuto cotanto di forze
entrò nel Tirolo, e giunse ad impossessarsi della capitale d'Inspruch.
L'avrebbe bene accomodato il possesso e dominio di quella provincia
confinante ai suoi Stati; ma si aggiugnevano due altre mire, l'una
di togliere ai Tedeschi quella strada per cui solevano spignere in
Italia i soccorsi di milizie, e l'altra di aprirsi un libero commercio
coll'esercito franzese, esistente in Italia, affin di riceverne più
facilmente gli occorrenti sussidii.

Mossesi infatti il duca di Vandomo nel mese d'agosto dalla Lombardia
con parte del suo esercito alla volta del Trentino, sperando di toccar
la mano ai Bavaresi, che avevano da venirgli incontro. Marciarono
i Franzesi per Monte Baldo e per le rive del lago di Garda, e
cominciarono ad aggrapparsi per quelle montagne, con impadronirsi
delle castella di Torbole, Nago, Bretonico e d'altre, che non fecero
difesa, a riserva del castello d'Arco, il quale per cinque giorni
sostenne l'empito de' cannoni nemici, con fatiche incredibili fin
colà strascinati. Giunse poi sul fine d'agosto dopo mille stenti
l'esercito franzese alla vista di Trento, ma coll'Adige frapposto,
e con gli abitanti nell'opposta riva preparati a contrastare gli
ulteriori avanzamenti dei nemici. Nè le minaccie del Vandomo, nè
molte bombe avventate contro la città atterrirono punto i Trentini,
e massimamente dacchè in aiuto loro accorse con alcuni reggimenti
cesarei il generale _conte Solari_. All'aspetto di questi movimenti,
comune credenza era in Italia che in breve si avessero a vedere in
precipizio gli affari dell'imperadore, fatta che fosse l'unione del
Bavaro col duca di Vandomo. Stettero poco a disingannarsi al comparire
all'improvviso mutata tutta la scena. I Tirolesi d'antico odio
pregni contra de' Bavaresi, e massimamente i bravi lor cacciatori,
sì fattamente cominciarono a ristrignere e tempestar coi loro fucili
le truppe nemiche, prendendo spezialmente di mira gli uffiziali, che
altro scampo non ebbe l'elettore, se non quello di ritirarsi alle sue
contrade. Medesimamente non senza maraviglia dei politici fu osservato
ritornarsene il duca di Vandomo in Italia, dopo aver sacrificato
inutilmente di gran gente e munizioni in quella infelice spedizione.
Ora ecco il motivo di sua ritirata.

Non avea mai potuto _Vittorio Amedeo_ duca di Savoia, siccome principe
di mirabile accortezza, e attentissimo non meno al presente che ai
futuri tempi, mirar senza ribrezzo la tanto accresciuta grandezza
della real casa di Francia, e parevagli fabbricato il mortorio alla sua
sovranità, dacchè il ducato di Milano era caduto in mano d'un monarca
sì congiunto di sangue colla potenza franzese. Portò la congiuntura
dei tempi ch'egli si avesse a collegar colle due corone, tuttochè
scorgesse così fatta lega troppo contraria ai proprii interessi; ma
stava egli sempre sospirando il tempo di poter rompere questa catena;
e parve ora venuto, dacchè era vicino a spirare il tempo del contratto
impegno della sua lega coi re di Francia e di Spagna. Non lasciava la
corte cesarea di far buona cera a questo principe, benchè in apparenza
nemico, nè sul principio della rottura scacciò da Vienna il di lui
ministro, come avea praticato con quello del duca di Mantova. Spedì
eziandio nel luglio dell'anno presente a Torino (per quanto pretesero
i Franzesi) il _conte di Aversbergh_ travestito per intavolare con
lui qualche trattato, ma senza sapersi se ne seguisse conclusione
alcuna finora. Quel che è certo, non avea voluto il duca permettere
che le sue truppe passassero verso il Trentino. Ora i forti sospetti
conceputi nella creduta vacillante fede del duca _Vittorio Amedeo_
diedero impulso al re Cristianissimo di richiamare in Lombardia il duca
di Vandomo. Tornato questo generale colle sue genti a San Benedetto di
Mantova di qua dal Po, già da lui scelto per suo quartier generale, nel
dì 28 oppure 29 di settembre, messo in armi tutto l'esercito suo, fece
disarmar le truppe di Savoia che si trovavano in quel campo ed altri
luoghi, ritenendo prigioni tutti gli uffiziali e soldati. Non erano
più di tre mila; altri nondimeno li fecero ascendere a quattro o a
cinquemila. Per questa impensata novità e violenza alterato al maggior
segno il duca, principe di grande animo, ne fece alte doglianze per
tutte le corti; mise le guardie in Torino agli ambasciatori di Francia
e Spagna; occupò gran copia d'armi spedite dalla Francia in Italia,
ed imprigionò quanti Franzesi potè cogliere nei suoi Stati. Quindi si
diede precipitosamente a premunirsi e a mettere in armi tutti i suoi
sudditi, per resistere al temporale che andava a scaricarsi sopra i
suoi Stati; giacchè non tardò il duca di Vandomo a mettere in viaggio
buona parte dell'esercito suo contro il Piemonte. Saltò fuori in tal
guisa un nuovo nemico delle due corone, e un nuovo teatro di guerra in
Italia.

Nel dì 5 di dicembre pubblicamente dichiarò il re di Francia _Luigi
XIV_ la guerra contra di esso duca di Savoia, i il quale nel dì 25
di ottobre, come scrisse taluno, o piuttosto nel dì 8 di novembre,
come ha lo strumento rapportato dal Lunig, avea già stretta lega
coll'_imperadore Leopoldo_. In esso strumento si vede promesso al duca
_Vittorio Amedeo_ tutto il Monferrato, spettante al duca di Mantova con
Casale, e inoltre Alessandria, Valenza, la Valsesia e la Lomellina, con
obbligo di demolir le fortificazioni di Mortara. Promettevano inoltre
le potenze marittime un sussidio mensile di ottanta mila ducati di
banco ad esso principe, durante la guerra. Fu poi aggiunto un altro
alquanto imbrogliato articolo della cessione ancora del Vigevanasco,
per cui col tempo seguirono molte dispute colla corte di Vienna. Per
essersi trovato il duca colto all'improvviso dallo sdegno franzese,
e specialmente sprovveduto di cavalleria, gli convenne ricorrere al
generale _conte di Staremberg_, il quale, desideroso di assistere il
nuovo alleato, mise improvvisamente in viaggio, nel dì 20 di ottobre,
mille cinquecento cavalli sotto il comando del generale _marchese
Annibale Visconti_. Benchè sollecita fosse la lor marcia, più solleciti
furono gli avvisi al duca di Vandomo del lor disegno; laonde ben
guernito di milizia il passo della Stradella, Serravalle ed altri siti,
allorchè colà giunsero gli affaticati Alemanni, trovarono un terribil
fuoco, e andarono presto in rotta. Molti furono gli uccisi, molti i
prigioni, ed a quei che colla fuga si sottrassero al cimento, convenne
dipoi passare fino a San Pier di Arena presso Genova, e valicare aspre
montagne per giugnere in Piemonte. Questo picciolo rinforzo, e l'essere
stati i Franzesi, a cagion del suddetto passaggio, impegnati in varii
movimenti, servì di non lieve respiro al duca di Savoia; ma non già a
preservarlo dagl'insulti a lui minacciati dal potente nemico. Il perchè
determinò in fine il saggio conte Guido di Staremberg un'arditissima
impresa, che, per essere felicemente riuscita, riportò poscia il
plauso d'ognuno. Quando si pensava la gente che l'esercito suo,
postato sul Modenese e Mantovano di qua da Po, si fosse ben adagiato
nei quartieri d'inverno e pensasse al riposo, all'improvvisa con circa
dieci mila fanti e quattro mila cavalli, seco menando sedici cannoni,
nel giorno santo del Natale passò esso Staremberg la Secchia, e pel
Carpigiano s'indirizzò alla strada maestra chiamata Claudia, prendendo
pel Reggiano e Parmigiano con marcie sforzate il cammino alla volta
del Piemonte, senza far caso dei rigori della stagione, delle strade
rotte e di tanti fiumi gravidi di acqua che conveniva passare. Era
già tornato il _duca di Vandomo_ al campo di San Benedetto di Mantova.
Al primo avviso di questo impensato movimento dei nemici, raunate le
sue truppe, si diede ad inseguirli con forze, chi disse minori, e chi
maggiori, ma senza poter mai raggiugnerli, oppure senza mai volerli
raggiugnere, per poca voglia di azzardare una battaglia. Si contarono
bensì alcune scaramucce ed incontri, nei quali lasciarono la vita i due
valorosi generali _Lictenstein_ Tedesco e _Solari_ Italiano; ma questi
non poterono impedire al prode comandante di felicemente superar tutti
i disagi, e di pervenire ad unirsi col duca di Savoia nel dì 13 del
seguente gennaio, con infinita consolazione di lui e de' sudditi suoi.

Presero in questi tempi, cioè nel dì 8 di dicembre, i Franzesi
dimoranti in Modena il pretesto di confiscare al duca _Rinaldo d'Este_
tutte le sue rendite e mobili, perchè il suo ministro in Vienna,
trovandosi nell'anticamera della regina de' Romani, in passando
l'_arciduca Carlo_, dichiarato re di Spagna, l'inchinò. A chi vuol far
del male, ogni cosa gli fa giuoco. Entrato nel novembre il _maresciallo
di Tessè_ nella Savoia, s'impadronì di Sciambery sua capitale, e poscia
strinse con un blocco la fortezza di Monmegliano. Riuscì in quest'anno
alle _potenze marittime_ e all'_imperatore Leopoldo_ di ritirar seco in
lega un'altra potenza, cioè _Pietro II_ re di Portogallo. Gli articoli
di questa alleanza furono sottoscritti nel dì 16 di maggio, e fatte
di grandi promesse a quel monarca, fondate nondimeno sugli incerti
avvenimenti delle guerre. Di qui sorsero speranze ne' collegati di
potere un dì detronizzare il re di Spagna _Filippo V_, al qual fine
creduto fu non solamente utile, ma necessario, che lo stesso _arciduca
Carlo_, proclamato re di Spagna col nome di _Carlo III_, passasse in
persona colà per dar polso ai Portoghesi, e per animare l'occulto
partito austriaco che si conservava tuttavia nei regni di Spagna.
Pertanto questo savio, affabile e piissimo principe, preso congedo
dagli augusti lagrimanti suoi genitori e dal fratello Giuseppe re de'
Romani, si mise nel settembre in viaggio alla volta dell'Olanda, con
ricevere immensi onori per dovunque passò. Pertanto ecco oramai gran
parte dell'Europa in guerra per disputare della monarchia di Spagna;
nel qual tempo anche il Settentrione ardeva tutto di guerra per la
lega del Sassone re di Polonia collo czar della Russia contro il re
di Svezia, che diede lor delle aspre lezioni. Presero in quest'anno i
Franzesi Brisac, ricuperarono Landau, diedero una rotta ai Tedeschi
sotto esso Landau; e all'incontro gli Anglolandi s'impadronirono di
Bona, Huz e Limburgo.



    Anno di CRISTO MDCCIV. Indizione XII.

    CLEMENTE XI papa 5.
    LEOPOLDO imperadore 47.


Veggendosi _Rinaldo d'Este_ duca di Modena sì maltrattato ed oppresso
dai Franzesi, altro ripiego non trovò che di ricorrere a papa _Clemente
XI_ per implorare i suoi paterni uffizii appresso le due corone, o, per
dir meglio, alla corte di Francia, che sola dirigeva la gran macchina,
e sotto nome del re Cattolico sola signoreggiava negli Stati d'esso
duca. Si portò a questo fine incognito a Roma, e vi si fermò per più
mesi. Giacchè non volle indursi a gittarsi in braccio a' Franzesi,
non altro in fine potè ottenere che una pensione di dieci mila doble;
e questa ancora gli convenne comperare con cedere ad essi Franzesi il
possesso della provincia della Garfagnana, situata di là dall'Apennino
colla fortezza di Montalfonso; unico resto de' suoi dominii, finora
sostenuto nel suo naufragio: dopo di che si restituì a Bologna ad
aspettare senza avvilirsi lo scioglimento dell'universal tragedia. Ma
alle sue disavventure si aggiunse in quest'anno la demolizione della
sua fortezza di Brescello, fatta dai Parmigiani: tanto pontò il duca
di Parma, per levarsi quello stecco dagli occhi. Furono asportate
parte a Mantova, parte nello Stato di Milano tutte quelle artiglierie
e attrezzi militari. Cominciarono in quest'anno a declinar forte in
Italia gli affari dell'imperadore e del collegato duca di Savoia.
L'incendio commosso in Ungheria dai sollevati, e in Germania da
_Massimiliano elettor di Baviera_, siccome quello che più scottava la
corte di Vienna, a lei non permetteva di alimentar la sua armata in
Italia coi necessari rinforzi di truppe e danaro. Nulla all'incontro
mancava al general franzese duca di Vandomo. Da che fu egli
maggiormente rinvigorito dalle nuove leve spedite dalla Provenza per
mare, divise l'esercito suo in due, ritenendo per sè le forze maggiori
a fine di far guerra al duca di Savoia; e dell'altra parte diede
il comando al _gran priore duca di Vandomo_ suo fratello, acciocchè
tentasse di cacciar d'Italia il corpo di Tedeschi che assai smilzo
restava nel Mantovano di qua da Po, e teneva forte tuttavia la terra di
Ostiglia di là da esso fiume. Allorchè i Franzesi s'avviarono, sul fine
dell'anno precedente, dietro al _conte Staremberg_, aveano gli Alemanni
occupato Bomporto e la Bastia sul Modenese, con far prigioniere il
presidio di questa ultima. Tornato che fu a Modena il generale _signor
di San Fremond_, non perdè tempo a ricuperare, sul principio di
febbraio, quei luoghi: sicchè si ritirarono i Tedeschi alla Mirandola,
e attesero a fortificarsi in Revere, Ostiglia ed altri siti lungo il Po
di qua e di là, con istendersi ancora sul Ferrarese a Figheruolo.

Venuto il mese d'aprile, si mosse il gran priore di Vandomo col
grosso delle sue milizie per isloggiare i Tedeschi da Revere. Non
l'aspettarono essi, e si ridussero di là da Po ad Ostiglia: con che
venne a restar separata la Mirandola dal campo loro. Allora fu che
il giovane _Francesco Pico_ duca di essa Mirandola, accompagnato dal
_principe Giovanni_ suo zio, e da _don Tommaso d'Aquino_ Napoletano,
suo padrigno, e principe di Castiglione, comparve a Modena, con
dichiararsi del partito delle due corone, e con pubblicare un manifesto
contra dei cesarei. Fu bloccata da lì innanzi quella città da'
Franzesi; fu anche, sul fine di luglio, regalata da una buona pioggia
di bombe, ma senza suo gran danno, e senza che se ne sgomentasse
punto il _conte di Koningsegg_ comandante in essa. Pensavano intanto
i troppo indeboliti Tedeschi, ridotti di là dal Po, a mantenere
almeno la comunicazione colla Germania; al qual fine fortificarono
Serravalle, Ponte Molino, e varii posti sotto Legnago negli Stati
della repubblica veneta. Di qua dal Po stavano i Franzesi, cannonando
incessantemente Ostiglia nell'opposta riva. Il gran priore passò
dipoi ad assediar Serravalle. Ma perciocchè non men le sue truppe di
qua dal fiume suddetto e i Tedeschi dall'altra parte si stendevano
sul Ferrarese, diede ciò motivo al sommo pontefice di farne gravi
querele per mezzo del _cardinale Astalli_ legato di Ferrara, intimando
agli uni e agli altri di sloggiare, e nello stesso tempo minacciando
di unir le sue truppe colla parte ubbidiente per iscacciarne la
disubbidiente. Sì questi che quelli si mostrarono pronti ad evacuare
il Ferrarese, e in fatti si ritirarono i Franzesi dalla Stellata,
e gli Alemanni consegnarono Figheruolo agli uffiziali del papa,
con promesse di ritirarsi sul Veneziano. Mentre si allestivano a
partire, nella notte precedente la natività di san Giovanni Batista,
avendo i Franzesi raunata gran copia di barche, o trovate in Po,
o fatte venir dal Panaro, alcune migliaia di essi, imbarcati alle
Quadrelle, quetamente passarono di là dal fiume, ed ottenuto il passo
dalle guardie pontificie, diedero addosso agli Alemanni, i quali, in
vigore dell'accordo fatto se ne stavano assai spensierati e quieti.
Alquanti ne furono uccisi, gli altri colla fuga scamparono; restò il
loro bagaglio in man de' Franzesi. Fu cagion questo colpo ch'eglino
poscia abbandonassero Ostiglia, Serravalle e Ponte Molino, e che il
picciolo loro esercito, valicato l'Adige, andasse a mettersi in salvo
sul Trentino. Proruppe la corte di Vienna in escandescenze per questo
fatto, con pretendere di aver pruove chiare che fosse seguito di
concerto coi ministri del papa, perchè nello stesso tempo era andato
il _conte Paolucci_ generale pontificio ad abboccarsi col gran priore,
e per altre ragioni che non importa riferire. Commosso dalle amare
doglianze di Cesare, il pontefice spedì a Ferrara monsignor _Lorenzo
Corsini_, che fu poi cardinale e papa, acciocchè ne formasse un
processo. Nulla risultò da questo che i pontifizii avessero consentito
o contribuito alla cacciata de' Tedeschi; ma non perciò si potè
levar di capo alla corte cesarea che il papa, assicurato oramai della
fortuna favorevole ai Gallispani, avesse data mano ad essi per cacciare
lungi da' suoi Stati quel molesto pugno di gente. Da che si trovarono
rinforzati gli Alemanni da alquante milizie calate dal Tirolo, dopo
la metà di settembre calarono di nuovo nel Bresciano, fortificandosi
a Gavardo e Salò sul lago di Garda, e in altri luoghi. Poche son
le nazioni e i principi che nelle prosperità sappiano conservar la
moderazione. Cadde allora in pensiero ai Franzesi di parlar alto, e di
obbligar la repubblica veneta ad impedire la calata e la dimora delle
soldatesche alemanne ne' suoi stati. E perciocchè la saviezza veneta,
risoluta di conservare la già presa neutralità, rispose con non minore
coraggio, e vieppiù rinforzò i presidii delle sue piazze, allora il
gran priore per forza entrò in Montechiaro, Calcinato, Carpanedolo,
Desenzano, Sermione ed altri luoghi, e non si guardò di far altre
insolenze e danni a quelle venete contrade, finchè arrivò il verno che
mise freno alle operazioni militari.

Quanto al Piemonte, avea bene il duca _Vittorio Amedeo_, con varie leve
fatte nei suoi Stati e negli Svizzeri, accresciuto di molto l'esercito
suo, ma per la gran copia di Franzesi, venuta per mare al _duca di
Vandomo_, si trovò sempre di troppo inferiore alle forze nemiche.
Sul principio di maggio contò esso Vandomo circa trentasei mila
combattenti nell'oste sua, e però, con isprezzo degli alleati postati
a Trino, passò in faccia di essi il Po, e gli obbligò a ritirarsi con
qualche loro perdita. Poi imprese l'assedio di Vercelli, città che,
quantunque presidiata da sei mila persone, non fece che una misera
difesa; ed ostinatosi il Vandomo a voler prigioniera di guerra quella
guernigione a fine di sempre più tagliar le penne al duca di Savoia,
trovò comandanti ed uffiziali che condiscesero a cedergli la piazza con
sì dura condizione. Ordine emanò ben tosto di spogliar quella città di
ogni fortificazione nel dì 21 di luglio. Calato intanto anche il _duca
della Fogliada_ dal Delfinato con dieci mila combattenti, dopo essersi
impossessato della città di Susa, mise l'assedio a quel castello;
espugnò la Brunetta e il forte di Catinat; e nel dì 12 di luglio
costrinse il presidio del suddetto castello di Susa a rendersi con
patti molto onorevoli. Obbligò dipoi colla forza i Barbetti abitanti
nelle quattro valli ad accettare la neutralità. Andò quindi ad unirsi
sotto la città d'Ivrea col Vandomo, il quale sedici giorni impiegò a
sottomettere quella città. Ritiratosi il comandante nella cittadella,
poscia, nel dì 29 di settembre, dovette cedere, con restar prigioniere
egli e tutti i suoi. Vi restava in quelle parti la città d'Aosta
renitente alla fortuna; ma nè pur essa potè esimersi dall'ubbidire ai
Franzesi insieme col forte di Bard: con che restò precluso al duca
di Savoia il passo per ricevere soccorsi dalla parte della Germania
e degli Svizzeri. E pure qui non finirono le imprese dell'infaticabil
_duca di Vandomo_. Si avvisò egli, al dispetto della contraria stagione
che si appressava, d'imprendere l'assedio di Verrua, fortezza non solo
pel sito, perchè posta sul Po sopra un dirupato sasso ma eziandio per
le fortificazioni aggiunte, creduta quasi inespugnabile; e tanto più
perchè il duca di Savoia unito al maresciallo di Staremberg colla sua
armata stava postato di là dal Po a Crescentino nella riva opposta
del fiume, e mercè di tre ponti manteneva la comunicazione con Verrua.
Oltre a ciò, davanti a Verrua si trovava il posto di Guerbignano ben
trincerato e difeso da cinque mila fra Tedeschi e Piemontesi. Non si
atterrì per tutte queste difficoltà il Vandomo, e alla metà di ottobre
andò a piantare il campo contro di Guerbignano. Intanto perchè sì
fattamente calarono le acque del Po, che si poteano guadare, finse, o
pure determinò egli di voler passare col meglio delle sue genti, ed
assalire il campo di Crescentino. Ne fu avvisato a tempo il duca di
Savoia, che perciò richiamò la maggior parte della gente posta alla
difesa di Guerbignano. Tra la partenza di queste truppe e il fuoco
di molte mine che fecero saltare i trincieramenti di quel posto,
il Vandomo se ne impadronì, e dipoi si diede agli approcci e alle
batterie contro Verrua, continuando pertinacemente l'assedio pel resto
dell'anno; assedio memorabile non men per le incredibili offese degli
uni, che per l'insigne difesa e bravura degli altri.

Era mancata di vita nell'anno precedente _Anna Isabella_ duchessa
di Mantova, moglie di _Ferdinando Carlo Gonzaga_ duca regnante:
principessa che per la somma sua pietà, carità e pazienza meritò
vivendo e morta gli encomii d'ognuno. Volle in quest'anno esso duca
portarsi alla corte di Parigi, dove non gli mancarono onori e carezze
quante ne volle. Ottenne anche il titolo di generalissimo delle
armate in Italia di sua maestà Cristianissima. O il suo desiderio
di lasciar dopo di sè qualche posterità legittima, giacchè di questa
era privo, o le premure dei suoi domestici, e fors'anche della corte
stessa di Francia, lo invaghirono di passare alle seconde nozze. Si
fermarono i suoi voti sopra _Susanna Enrichetta di Lorena_, figlia di
_Carlo duca di Elboeuf_, principessa dotata al pari di beltà che di
saviezza. Tornato poi in Italia, arrivò nel dì 28 d'ottobre al campo
del duca di Vandomo, ricevuto ivi con sommo onore qual generalissimo,
e applaudito dal rimbombo di tutte le artiglierie. Condotta la novella
sua sposa per mare da quattro galee di Francia, corse gran rischio,
perchè malamente salutata da più cannonate di due armatori inglesi
presso Genova. Si celebrò poscia il suo maritaggio in Toscana nel dì
8 di novembre coll'assistenza del principe e principessa di Vaudemont
suoi parenti. Ma il duca, che avea logorata la sua sanità nei passati
disordini, nè pur trasse prole da questa degna principessa. Ora
mentre l'Italia mirava in ben cattiva situazione l'armi cesaree e
savoiarde, con prevalere cotanto le franzesi, cominciò la fortuna a
mutar volto in Germania. Avea l'_elettor di Baviera_ slargate molto
l'ali, con essersi impadronito anche di Ratisbona, Augusta, Passavia
ed altri luoghi, e minacciava conquiste maggiori: quando con segreta
risoluzione fu spedito da _Anna regina d'Inghilterra_ il suo generale
_milord Marlboroug_ con isforzate marcie ad unir le sue forze colle
cesaree, comandate dal _principe Eugenio_ in Germania. Non mancò il re
Cristianissimo d'inviare anch'egli in aiuto del Bavaro il _maresciallo
di Tallard_ con ventidue mila combattenti. Occuparono i due prodi
generali anglocesarei la città di Donavert con un combattimento, in
cui grande fu il macello dei vinti, e forse non minore quello dei
vincitori.

Erano le due armate nemiche forti ciascuna di quasi sessanta mila
persone, e nel dì 13 d'agosto in vicinanza di Hogstedt vennero alle
mani. Da gran tempo non era seguita una sì terribil battaglia; dall'una
parte e dall'altra si combattè con estremo valore e furore; ma in
fine si dichiarò la vittoria in favore degl'imperiali ed Inglesi.
Secondo le relazioni tedesche d'allora, dieci mila Gallo-Bavari
vi perderono la vita, sei mila se ne andarono feriti, e dodici o
quattordici mila rimasero prigioni, la maggior parte colti separati
dall'armata e stretti dal Danubio, che furono forzati a posar le armi.
Fra essi prigionieri si contò il _maresciallo di Tallard_. Il _duca
di Baviera_ e il _maresciallo di Marsin_, colla gente che poterono
salvare, frettolosamente marciarono alla volta della Selva Nera e della
Francia. Anche l'esercito vittorioso lasciò sul campo circa cinque
mila estinti, e a più di sette mila ascese il numero de' feriti. Le
conseguenze di sì gran vittoria furono la liberazion d'Augusta, Ulma
ed altre città della Germania, e l'acquisto di nuovo di quella di
Landau in Alsazia. La Baviera, che dianzi facea tremar Vienna stessa,
venne in potere di Cesare con patti onorevoli per la _elettrice_, che
si ritirò poi a Venezia, essendo passato l'_elettore_ consorte al suo
governo di Fiandra. Al primo avviso di quella sanguinosa battaglia
portato in Italia, si adirarono forte i Franzesi, con chi riferiva
essersi rendute prigioniere tante migliaia de' lor nazionali senza fare
difesa. Si accertarono poi della verità con loro grande rammarico.
Ed ecco la prima amara lezione che riportò delle sue vaste idee il
re Cristianissimo _Luigi XIV_. Fu ancora gran guerra in Portogallo,
dove era giunto il re _Carlo III_ con rinforzi di milizie inglesi ed
olandesi. Andò in campagna lo stesso re _Filippo V_; riportò di molti
vantaggi sopra de' Portoghesi, e se ne tornò glorioso a Madrid; se
non che le sue allegrezze restarono amareggiate dall'avere gl'Inglesi
occupata la città di Gibilterra, posto di somma importanza nello
stretto, ma posto mal custodito dagli Spagnuoli in sì pericolosa
congiuntura. Tentarono essi di ricuperarlo con un vigoroso assedio, che
durò sino all'anno seguente, ma senza poterne snidare di colà i nemici,
che anche oggidì ne conservano il dominio. Seguì parimente una fiera
battaglia circa il fine d'agosto verso Malega fra le flotte franzese ed
anglolanda. Sì gli uni che gli altri solennizzarono dipoi col _Te Deum_
la vittoria, che ognun si attribuì, e niuno veramente riportò. Nel dì
23 di febbraio di quest'anno mancò di vita in Roma il _cardinale Enrico
Noris_ Veronese, ben degno che di lui si faccia menzione in queste
memorie. Militò egli nell'ordine dei frati agostiniani, fu pubblico
lettore in Pisa, e custode della biblioteca Vaticana; poi promosso alla
sacra porpora nel 1695; personaggio che pel sodo ingegno, raro giudizio
e profonda erudizione non ebbe pari in Italia ai tempi suoi, come ne
fanno e faran sempre fede le opere da lui date alla luce.



    Anno di CRISTO MDCCV. Indizione XIII.

    CLEMENTE XI papa 6.
    GIUSEPPE imperadore 1.


Fu questo l'ultimo anno della vita di _Leopoldo Austriaco_ imperadore,
morto nel dì 5 di maggio: monarca, ne' cui elogii si stancarono
giustamente le penne di molti storici. La pietà, retaggio singolare
dell'augusta casa d'Austria, in lui principalmente si vide risplendere,
e del pari la clemenza, la affabilità e la liberalità massimamente
verso dei poveri. Mai non si vide in lui alterigia nelle prospere
cose, non mai abbattimento di spirito nelle avverse. Parea che nelle
disavventure non gli mancasse mai qualche miracolo in saccoccia per
risorgere. Lasciò un gran desiderio di sè, e insieme due figli, l'uno
_Giuseppe_, re da molti anni de' Romani, e _Carlo III_ appellato re
di Spagna, il primo di temperamento focoso, e l'altro di una mirabil
saviezza. A lui succedette il primo con assumere, secondo il rito, il
titolo d'imperador de' Romani, ed accudire al pari, anzi più del padre
defunto, al proseguimento della guerra contro la real casa di Francia.
Pubblicò nel luglio di quest'anno il pontefice _Clemente XI_ una nuova
bolla contra de' giansenisti. Ma sotto il novello imperadore _Giuseppe_
crebbero le amarezze della corte pontificia, di maniera che il _conte
di Lemberg_ ambasciatore cesareo in Roma se ne partì, passando in
Toscana, e fu licenziato da Vienna _monsignore Davia_ Bolognese nunzio
di sua santità. Gran tempo era che il magnanimo pontefice pensava ad
accrescere un nuovo ornamento alla città di Roma coll'erezione della
colonna Antoniana; perciò diede l'ordine che fosse disotterrata. Nel dì
25 di settembre fu questo bel monumento solamente cavato dal terreno
per opera del cavalier Fontana; e gran somma d'oro costò sì nobile
impresa.

In Piemonte continuò ancora gran tempo la forte piazza di Verrua a
sostenersi contro le incessanti offese del campo franzese. Nel dì 26
di dicembre dell'anno precedente un gran guasto fu dato alle trincee
degli assedianti da quel presidio, rinforzato segretamente dal duca
di Savoia da due mila persone, giacchè egli manteneva tuttavia la
comunicazion colla fortezza mediante il ponte di Crescentino: ma
senza comparazione più furono i periti nel campo d'essi Franzesi a
cagion dei gravi patimenti di un assedio ostinatamente sostenuto in
mezzo ai rigori del verno, ancorchè non ommettesse il duca di Vandomo
diligenza alcuna per animarli con profusion di danaro e di alimenti.
Intanto innumerabili furono gli sforzi delle artiglierie, bombe e
fuochi artifiziali contro l'ostinata piazza per li mesi di gennaio e
febbraio. Frequenti erano ancora le mine e i fornelli sì dell'una che
dall'altra parte. Ma perciocchè si conobbe troppo difficile il vincere
questa pugna, finchè il duca Vittorio Amedeo potesse dall'opposta riva
del Po andare rinfrescando quella fortezza di nuovi combattenti, viveri
e munizioni; nel primo dì di marzo il Vandomo improvvisamente spinse
un grosso distaccamento ad occupar l'isola e forte del Po, a cui si
atteneva il ponte nemico; e così tagliò ogni comunicazione con Verrua.
Ritirossi allora il _duca di Savoia_ col _maresciallo di Staremberg_ a
Civasso, lasciando Crescentino in poter de' Franzesi. Si trovò in breve
il valoroso comandante di Verrua obbligato a cedere; ma prima di farlo,
co' fornelli preparati mandò in aria i recinti e bastioni, e poi si
rendè nel dì 10 di marzo a discrezione, rimproverato poscia e insieme
lodato dal Vandorno per sì lunga e gloriosa difesa. Presero dopo tale
acquisto le affaticate milizie franzesi riposo fino al principio di
giugno, ed allora, uscendo in campagna, si mossero con disegno di
assediare Civasso; e di aprirsi con ciò il campo fino a Torino, già
meditando offese contra di quella capitale. Stava accampato in quelle
vicinanze il duca di Savoia con lo Staremberg, e di là diede molte
percosse alle truppe franzesi, ma senza poter impedire l'assedio di
Civasso. Si sostenne questa picciola piazza sino al 29 di luglio, in
cui esso duca alla sordina fece di notte evacuarla, per quanto potè,
di artiglierie e munizioni, e la lasciò in potere del _duca della
Fogliada_, comandante allora di quell'armata franzese, giacchè il _duca
di Vandomo_ avea dovuto accorrere al basso Po contro l'armata cesarea,
siccome diremo.

Di grandi ed incredibili preparamenti fece dipoi esso Fogliada,
passato sino alla Veneria, per mettere l'assedio a Torino; ma perchè
sopraggiunsero ordini dal re Cristianissimo di differire sì grande
impresa all'anno seguente, portò egli la guerra altrove. Avea questo
general franzese molto prima, cioè nel dì 10 di marzo, obbligata a
rendersi la picciola città di Villafranca sulle rive del Mediterraneo.
Lasciato poscia un blocco intorno a quella cittadella, che poi si
arrendè nel dì primo di aprile, andò ad aprir la trincea sotto la
città di Nizza. Se ne impadronirono i Franzesi, ma non vedendo maniera
di forzare quel castello, l'abbandonarono di poi con rovinare le
fortificazioni. Da che queste furono alquanto ristorate dal marchese
di Caraglio governatore, sul principio di novembre comparve colà di
nuovo con forze maggiori il _duca di Berwich_, ed entratovi nel dì 14
di esso mese, si accinse poi a far giocare le batterie contra di quel
castello, il quale non meno pel sito che per le fortificazioni atto era
a far buona resistenza. Aveano, per non so qual ordine male inteso, i
Franzesi ritirata la lor guarnigione da Asti verso la metà d'ottobre.
Vi accorse tosto il maresciallo di Staremberg, e piantò quivi il suo
quartiere. Tanto ardire non piacendo al duca della Fogliada, andò ad
accamparsi in quei contorni; con poca fortuna nondimeno, perchè usciti
gli Alemanni con tal bravura li percossero, che vi restò ucciso il
general franzese _conte d'Imercourt_ con alquante centinaia de' suoi;
laonde fu giudicato miglior consiglio il ritirarsi. Verso la metà
di dicembre la fortezza di Monmegliano in Savoia, vinta non dalla
forza ma da un ostinato blocco d'un anno e mezzo, si trovò in fine
obbligata a capitolare con condizioni onorevoli. Per ordine poi del
re Cristianissimo ne furono smantellate tutte le fortificazioni. Così
andavano moltiplicando le perdite e sciagure addosso al duca di Savoia,
il quale non avea cessato di tempestare la corte di Vienna e le potenze
marittime per ottenere gagliardi soccorsi.

Con occhio certamente di compatimento miravano gli alleati l'infelice
positura di questo sì fedele sovrano; e però fu presa la risoluzione
di rispedire in Italia con forze nuove il _principe Eugenio_, in
cui concorrendo un raro valore e saper militare, e di più la stretta
attinenza di sangue colla real casa di Savoia, si potea perciò da lui
promettere ogni maggiore studio per la causa comune. Ma non gli furono
consegnate forze tali, che potessero per conto alcuno competere colle
franzesi. Ne presentì la venuta il _duca di Vandomo_; e per assicurarsi
che egli non pensasse alla da tanto tempo bloccata Mirandola, ordinò
che il _signor di Lapurà_ tenente generale degli ingegneri alla metà
d'aprile passasse ad aprir la trincea sotto quella fortezza. Benchè
si trovasse fornito di tenue presidio il _conte di Koningsegg_ ivi
comandante cesareo, pur fece una bella difesa sino al dì 10 di maggio,
in cui si arrendè co' suoi prigioniere di guerra. Arrivò in questo
mentre in Italia il prode principe Eugenio; e da che ebbe raunato un
sufficiente corpo d'armata, costeggiando il lago di Garda, giunse a
Salò. Quivi fu egli indarno trattenuto dalla opposta nemica armata,
perchè seppe aprirsi il passo al piano della Lombardia, e far poi molti
prigioni dei nemici. A Cassano sul fiume Adda si trovarono poscia a
fronte le due nemiche armate nel dì 16 di agosto, e vennero a giornata
campale. Erano maestri di guerra i due generali, piene di valoroso
ardire le truppe di amendue, e però ciascuna delle parti menò ben le
mani, ma con lasciare indecisa la vittoria, avendo la notte posto fine
agli sdegni. Si studiò poi ciascuna delle parti, secondo il privilegio
dei guerrieri, di fare ascendere a più migliaia la mortalità de'
nemici, e tanto meno la propria, di modo che si intesero da lì a poco
intonati due contrarii _Te Deum_. Forse maggiore fu la perdita dei
Franzesi, ma certo compensata dell'avere i Tedeschi compianta la morte
di più loro generali, oltre a quella del _principe Giuseppe di Lorena_.
Perchè l'uno e l'altro esercito restò infievolito da sì copioso
salasso, pensò di poi più al riposo che ad ulteriori militari fatiche,
ed altra impresa non succedette pel resto dell'anno in quelle parti.

Anche nell'alto Reno, alla Mosella e al Brabante non mancarono azioni
militari e sanguinose, e fra queste specialmente rimbombò l'avere il
_milord Marlboroug_ forzate, nel dì 19 di luglio, le linee franzesi
del Brabante, con far prigioni circa mille e cinquecento Gallispani,
fra i quali due generali, e con prendere alquanti cannoni, bandiere,
stendardi e qualche parte del bagaglio. Lo strepito nondimeno maggiore
della guerra fu in Ispagna. Qualche picciolo acquisto fecero i
Portoghesi, assistiti dagli Anglolandi. Assediarono anche Badaios; ma
entrato colà un buon soccorso di Spagna, meglio si stimò di lasciare
in pace quella città. All'incontro la potentissima flotta combinata
degl'Inglesi ed Olandesi con gente da sbarco, e collo stesso re _Carlo
III_ in persona si presentò davanti Barcellona. Al nome austriaco in
gran copia concorsero colà i Catalani armati: dal che rinvigoriti gli
Anglolandi formarono, l'assedio di quella città, e ne furono direttori
il _principe di Darmstadt_ e il _milord Peterboroug_. Dopo essersi gli
assedianti impadroniti de' forti del Mongiovì, nella quale impresa quel
valoroso principe lasciò la vita, strinsero maggiormente la città, e
finalmente indussero, sul _principio d'ottobre, il_ vicerè Velasco a
capitolare, con accordargli tutti gli onori militari. Ma andò per terra
la capitolazione, perchè prima di effettuarla si mosse a sedizione il
popolo di Barcellona, e v'entrarono gli Austriaci, accolti con festosi
ed incessanti viva. L'acquisto della capitale fu in breve seguitato da
Lerida, Tarragona, Tortosa, Girona ed altri luoghi della Catalogna.
Tumultuarono parimente i popoli del regno di Valenza, e questa città
con Denia, Gandia ed altre terre alzò le bandiere del re Carlo III. Per
quanti sforzi facessero nell'anno presente gli Spagnuoli per ricuperare
Gibilterra con un pertinace assedio, non furono assistiti dalla
fortuna, perchè padroni del mare gli Anglolandi, colà introdussero
di mano in mano quante forze occorrevano per la difesa. Nel novembre
dell'anno presente avvenne una memorabil rotta del Po sul Mantovano
di qua, che rotti gli argini della Secchia e del Panaro, e seco
unite quelle acque, recò incredibili danni a tutta quella parte del
Mantovano, al Mirandolese, a parte del Modenese, e ad un gran tratto
del Ferrarese sino al mare Adriatico. Arrivarono le acque sino alle
mura di Ferrara, atterrarono un'infinità di case e fenili rurali, colla
morte di gran copia di bestie e di non poche persone.



    Anno di CRISTO MDCCVI. Indizione XIV.

    CLEMENTE XI papa 7.
    GIUSEPPE imperadore 2.


Se mai fu anno alcuno in Italia, anzi in Europa, fecondo di avvenimenti
militari e di strane metamorfosi, certamente è da dire il presente.
Fra i gran pensieri che agitavano la corte di Francia per sostenere la
monarchia spagnuola lacerata o minacciata in tante parti dalle armi
collegate, uno dei principali si scoprì essere quello di ultimar la
distruzione di _Vittorio Amedeo_ duca di Savoia, principe che colle
sue ardite risoluzioni avea fin qui obbligato il re Cristianissimo
_Luigi XIV_ a mantenere in Italia una guerra che gli costava non
pochi milioni ogni anno. Oppresso questo coraggioso principe, si
credea facile il mettere le sbarre ad ulteriori tentativi della
Germania contra lo Stato di Milano. Già avea per cinquantacinque
giorni il _marchese di Caraglio_ sostenuto il castello di Nizza,
benchè flagellato continuamente da cannoni e mortari del _duca di
Berwich_, quando si vide ridotto all'estremo, e ridotto a capitolarne
la resa con tutti gli onori militari nel dì 4 di gennaio. Fu poscia
condannato quel castello a vedere uguagliate al suolo tutte le sue
fortificazioni. Tanti preparamenti andava in questo mentre facendo
il _duca della Fogliada_, che poco ci voleva a comprendere tendenti
le sue mire all'assedio di Torino. Perciò il saggio duca attese a ben
premunire quella capitale e cittadella di quanto potea occorrere in sì
fiero emergente; e da che vide cominciare le offese, con passaporti
del nemico general franzese spedì a Genova la real sua famiglia, ed
anch'egli si mise poi alla larga per maggior sicurezza, riducendosi
a Cuneo e ad altri luoghi fin qui preservati dalle nemiche violenze.
Ora non sì tosto ebbe il suddetto Fogliada ricevuta nuova gente da
Francia con promessa ancora di maggiori rinforzi, che passata la metà
di maggio accostatosi a Torino, diede principio alla circonvallazione
intorno a quella cittadella, dove il prode _conte Daun_, lasciato dal
duca per governator di Torino insieme col marchese di Caraglio, avea
messo un forte presidio de' suoi Tedeschi. Venuto poscia il giugno,
aprì la trincea sotto quella fortezza, contando dopo l'acquisto di
essa presa anche la città, benchè nè pure ommettesse le offese contro
la città medesima. Orrendo spettacolo era il gran fuoco dì circa
ducento tra cannoni e mortari continuamente impiegati dai Franzesi a
gittar palle, bombe e sassi contro di essa città, e più contro della
cittadella; e un pari trattamento lor faceano i tanti bronzi e fuochi
degli assediati. Nello stesso tempo non lasciò il Fogliada di marciare
con alcune migliaia di fanti e cavalli per voglia di cogliere, se
gli veniva fatto, lo stesso duca di Savoia. Ma egli vigilante, ora
scorrendo in un luogo ed ora in un altro, seppe sempre schermirsi
dai nemici, e dar loro anche qualche percossa, finchè si ritirò nella
valle di Lucerna, dove trovò assai fedeli e arditi alla sua difesa que'
Barbetti. L'essersi perduti in questa diversione i Franzesi, cagion fu
che non progredisse l'assedio di Torino con quel vigore che richiedeva
la positura dei loro affari.

Tornato nella primavera il _principe Eugenio_ sul Trentino, quivi
attese a far massa dei rinforzi a lui promessi, che, secondo il solito
dei Tedeschi, con poca fretta andavano calando dalla Germania. Più
sollecito il _duca di Vandomo_, dappoichè fu ritornato anch'egli da
Parigi, passata la metà di aprile, uscì in campagna con venticinque
mila combattenti (altri han detto molto meno) a motivo di cacciar dal
piano della Lombardia quelle brigate alemanne che vi erano restate,
e di ristringere le loro speranze fra le montagne delle Alpi. Ben
lo previde il principe Eugenio, e per non perdere l'adito in Italia,
ordinò al _generale Reventlau_ di postarsi fra Calcinato e Lonato con
dodici mila tra fanti e cavalli alla Fossa Seriola, che gli avrebbe
servito di antemurale. Furono malamente eseguiti gli ordini suoi,
avendo quel generale trascurato di ben fortificarsi dalla parte di
Lonato. Ora ecco, nel dì 19 d'aprile, sopraggiugnere il Vandomo dalla
parte di Montechiaro, e poi di Calcinato il quale si spinse contro
l'accampamento nemico. Aspro fu il conflitto, ma in fine i meno
cedettero ai più, e gli Alemanni in rotta si ritirarono il meglio che
poterono a Gavardo. Esaltarono i Franzesi questa vittoria, pretendendo
che restassero prigionieri circa tre mila imperiali, ed altrettanti
freddi sul campo; laddove gli altri contavano solamente ottocento gli
estinti, e circa mille e cinquecento i prigioni e feriti. Certo è che
i Franzesi acquistarono alquanti pezzi di cannone, molte baudiere e
stendardi, e fecero bottino del bagaglio e delle provvisioni. Dopo
questa percossa il principe Eugenio, vedendo chiusi i passi del
Bresciano, andò a poco a poco ritirando dalle rive del lago di Garda le
sue truppe, e a suo tempo improvvisamente sboccò di nuovo sul Veronese.
Gravissimi danni avea patito nel precedente anno la repubblica veneta
sul Bresciano, calpestato dalle due nemiche armate; maggiori li provò
nel presente, perchè il Vandomo venne colle maggiori sue forze ad
accamparsi in vicinanza di Verona, e stese le sue genti lungo l'Adige,
per impedirne il passaggio agli imperiali. Con pretesto che dai
Veneziani si prestasse o potesse prestare aiuto alle truppe cesaree,
alzò dei fortini contro la città di Verona, non solamente minacciando
essa, ma fino il senato stesso, se non usciva di neutralità. Spinti da
sì fatte violenze quei saggi signori, accrebbero il loro armamento, e
risposero di buon tuono ai Franzesi, senza mai dipartirsi dalla presa
risoluzione di non voler aderire a partito alcuno. Aveano stretta a
questo fine, nel dì 12 di gennaio, una lega colle città svizzere di
Berna e Zurigo. Intanto con finte marcie andava il principe Eugenio
imbrogliando l'avvedutezza franzese, finchè, nel dì 6 di luglio,
riuscì a un corpo di sua gente di valicar l'Adige alla Pettorazza, e
di afforzarsi nell'opposta riva: il che aprì l'adito al passaggio di
tutta la sua armata, che, per quanto si figurò la gente, ascendeva a
trenta mila persone, benchè la fama la facesse giugnere sino a quaranta
mila. Curiosa cosa fu il vedere come i dianzi sì baldanzosi Franzesi
battessero una frettolosa ritirata senza mai voler mirare il volto
dell'esercito nemico, finchè si ricoverarono di qua e di là dal Po sul
Mantovano.

Fu in questi tempi che il re Cristianissimo, per bisogno di un
eccellente generale in Fiandra, richiamò il duca di Vandomo, e in
luogo suo a comandar l'armi in Italia spedì _Luigi duca d'Orleans_
suo nipote, principe che se non potea competere coll'altro nella
sperienza militare, certo l'uguagliava nei valore, e il superava nella
penetrazione e vivacità della mente. Venuto questo generoso principe
col _maresciallo di Marsin_ a Mantova, dove il Vandomo gli rassegnò
il bastone del comando, passò dipoi a riconoscere i varii siti e tutte
le forze franzesi. Trovò egli con suo rammarico ben diversa la faccia
delle cose da quello che gli era stato supposto, talmente che si
vide forzato a richiamar dal Piemonte alquante brigate per premura di
opporsi all'avanzamento dell'oste nemica, e intanto si andò a postare
a San Benedetto sul Mantovano di qua dal Po. Ma il principe Eugenio, al
cui cuore non permetteva posa alcuna il pericolo dell'assediato Torino,
e l'urgente bisogno del parente duca di Savoia, animosamente proseguiva
il suo viaggio. Nel dì 17 di luglio passò il Po alla Polesella, e
quasi che le sue truppe avessero l'ali, si videro nel dì 19 comparire
sino al Finale di Modena alcuni suoi ussari e cavalli leggieri.
Sul fine del mese valicò l'armata cesarea il Panaro e la Secchia a
San Martino, e giunta sotto Carpi, costrinse cinquecento Franzesi a
rendersi prigionieri, ed ivi prese riposo, finchè colà giungesse tutta
la sua artiglieria. Nel dì 13 d'agosto entrò il principe Eugenio nella
città di Reggio, con farvi prigione quel presidio franzese, e lasciar
ivi tutti i suoi malati con sufficiente guernigione di sani. Altra
gente lasciò egli all'Adige, Po, Panaro ed altri luoghi, per mantener
la comunicazione con lo Stato veneto. Progrediva in questo mentre il
memorabile assedio di Torino, e maraviglie di valore facevano tutto dì
non meno gli aggressori che i difensori. Le artiglierie, le bombe, le
mine giocavano continuamente da ambe le parti, e gran sangue costavano
le sortite che di tanto in tanto si facevano ora dalla città ed ora
dalla cittadella. Pure sollecitando il _duca della Fogliada_ i lavori
e le offese, si vide in fine spalancata un'ampia breccia nelle mura
d'essa cittadella, ed aperto il varco agli ultimi tentativi dell'armi
franzesi. Furono ben fatti nel di dentro non pochi argini e ripari; ma
in fine conveniva confessare ridotta all'agonia quella forte piazza,
perchè di troppo sminuito per le malattie e ferite il presidio, e
consumate oramai quasi tutte le munizioni da guerra. Erano dunque
riposte tutte le speranze nell'avvicinamento del soccorso cesareo,
condotto dal _principe Eugenio_, e nel potersi sostenere tanto ch'egli
giugnesse.

Ora mentre esso principe marciava coll'esercito suo di qua dal Po alla
volta del Parmigiano e Piacentino, il _duca di Orleans_, dopo aver
lasciato un corpo di truppe al _tenente generale Medavì_, affinchè si
opponesse sul Bresciano ai disegni delle truppe assiane che calavano
in Italia, valicò a Guastalla il Po coll'esercito suo, e cominciò
dall'altra parte di quel fiume a costeggiare i nemici, perchè non si
sentiva voglia di affrontarsi con loro, se non avea sicuro il giuoco.
Continuò l'armata cesarea i suoi passi senza mettersi apprensione delle
angustie della Stradella, e di aver da passare per paese guernito di
piazze nemiche. Era già sul fine di agosto, quando il duca di Savoia
tutto pien di giubilo, e scortato da alcune centinaia di cavalli,
giunse a consolar gli occhi suoi colla vista del tanto sospirato
soccorso, e della presenza del principe Eugenio, con cui cominciò a
divisare quanto occorreva nell'imminente bisogno. Ciò che recava loro
non lieve affanno, era la mancanza dei viveri in paese sbrollo per sì
lunga guerra e qualche scarsezza di munizione da guerra. Ma di questo
si prese cura la fortuna, perchè nel dì 5 di settembre venne loro
avviso che dalla valle di Susa calava un grosso convoglio di ottocento
e forse più muli e bestie da soma, che conducevano al campo franzese
polve da fuoco, farine, armi ed altre munizioni, sotto la scorta di
cinquecento cavalli. Non è da chiedere se di buona voglia accorsero
colà i Tedeschi. A riserva di ducento bestie che si salvarono colla
fuga, il resto fu preso in un punto, e poco dopo anche il castello di
Pianezza, in cui furono fatti prigioni da ducento Franzesi, fra' quali
molti uffiziali, con trovarsi ivi anche altra copia di vettovaglie.
Avendo poscia il duca di Savoia unite all'esercito cesareo quelle poche
truppe regolate che gli restavano, e comandata l'occorrente copia
di milizie forensi e di guastatori, fu determinato nel consiglio di
avventurar la battaglia nel dì 17 di settembre. Intanto era giunto il
_duca di Orleans_ ad unirsi col _duca della Fogliada_ sotto Torino.
Tenuto fu un gran consiglio dai generali, per fissar la maniera di
accogliere la visita dell'esercito imperiale. Il sentimento del duca
generalissimo, sostenuto da più ragioni, e da non pochi uffiziali
applaudito, era di abbandonar le trincee, e, uscendo in aperta
campagna, di far giornata campale co' nemici. Di diverso parere
fu il _maresciallo di Marsin_, dato come per aio al duca d'Orleans
insistendo egli che non si avesse in un momento a perdere il frutto
di tante fatiche per ridurre agli estremi la cittadella di Torino;
essere tanta la superiorità delle proprie forze, sì ben muniti e forti
i trinceramenti, che il tentare i Tedeschi di superarli era un cercare
l'inevitabil loro rovina. Ma persistendo il duca d'Orleans nel suo
proponimento, diede fine il Marsin alla disputa con isfoderare un
ordine della corte di non abbandonare le trincee: il che ebbe a far
disperare il duca, che ad alta voce predisse l'esito infelice della
sconsigliata risoluzione; ma convenne ubbidire.

Appena spuntò in cielo l'alba del dì 7 di settembre, che tutto il
cesareo esercito con gran festa, impaziente di combattere, corse
all'armi, e, secondo le disposizioni fatte, s'inviò in ordinanza, ma
senza toccar tamburi o trombe verso i trinceramenti nemici formati fra
la Dora e la Stura. Alti erano gli argini, profonde le fosse, guernite
le linee tutte d'artiglieria e moschetteria, che con terribil fuoco e
furor di palle cominciarono a salutare gli arditi aggressori. Ma a sì
scortese ricevimento s'era preparato il coraggio tedesco. Per due ore
continuò il sanguinoso combattimento, studiandosi gli uni di entrar
nelle trincee, e gli altri di ripulsarli. Fu creduto che circa due
mila imperiali vi perdessero la vita prima di poter superare que' forti
ostacoli. Ma in fine li superarono, e data ne fu la gloria ai Prussiani
condotti dal _principe di Anhalt_, che de' primi sboccarono nella
circonvallazione nemica. Per la troppo lunga estension delle linee era
distribuita, anzi dispersa la milizia de' Gallispani. Però non sì tosto
vi penetrò il grosso corpo dei Prussiani, che si sparse il terrore
e la costernazione per gli altri vicini postamenti. Fecero bensì
vigorosa resistenza alcuni corpi di riserva, o pure riuniti, sì fanti
che cavalli, ma in fine rimasero rovesciati dall'empito de' nemici;
e da che furono da' guastatori spianate molte di quelle barriere, il
resto dell'esercito cesareo entrato potè menar le mani. Allora non
pensarono più i Gallispani che a salvarsi; e chi potè fuggire, fuggì.
Al _duca d'Orleans_ toccarono alcune ferite, dalle quali fu obbligato
a ritirarsi per farsi curare. Il _maresciallo di Marsin_ gravemente
ferito fu preso, ma nel dì seguente morì, risparmiando a sè stesso
il dispiacere di comparire a Parigi colla testa bassa per iscusare
l'infelicità dei suoi consigli. A udire le relazioni de' vincitori,
più di quattro mila e cinquecento furono i Gallispani rimasti uccisi
nel campo; più di sette mila i fatti prigioni, parte nel campo stesso,
e parte alla Montagna e a Chieri, colla guernigion di Civasso, fra
i quali almeno ducento uffiziali. A sì fatta lista si può ben far
qualche detrazione. Certo è che vennero in mano del vittorioso duca
_Vittorio Amedeo_ più di cento cinquanta pezzi di cannone e circa
sessanta mortai. Il doppio si legge nelle relazioni suddette. Oltre
a ciò, un'immensa quantità di bombe, granate, palle, polveri da fuoco
ed altri militari attrezzi, con forse due o più mila tra cavalli, muli
e buoi. Gran bagaglio, molta argenteria e tutte le tende rimasero in
preda dei soldati, e fu detto che fin la cassa di guerra entrasse
nel ricco bottino. Non finì la giornata che il duca di Savoia col
principe Eugenio fece la sua entrata in Torino fra i viva del suo
festeggiante popolo, e a dirittura si portò alla cattedrale a tributare
i suoi ringraziamenti all'Altissimo, dalla cui clemenza e protezione
riconosceva sì memorabil vittoria. Il poco di polve che oramai restava
al conte Daun per difesa di Torino servì a solennizzare quel _Te Deum_
col rimbombo di tutte le artiglierie. E tale fu quella famosa giornata
e vittoria, che tanto più riempiè di stupore l'Europa tutta, non che
l'Italia, perchè non potea l'oste cesarea ascendere a più di trenta
mila persone, e forse nè pur vi arrivava per li tanti malati lasciati
indietro, e per li tanti staccamenti rimasti nel Ferrarese, al Finale
di Modena, a Carpi, Reggio ed altri luoghi, affine di assicurarsi la
ritirata in caso di bisogno. Laddove nell'esercito Gallispano, secondo
la comune credenza, si contavano circa cinquanta mila combattenti,
se non che i Franzesi dopo sì gran percossa ne sminuirono di molto il
numero; e veramente tenevano anche essi qua e là de' presidii, e già
dicemmo che un corpo d'essi stato era spedito in rinforzo al _conte di
Medavì_, di cui ora convien fare menzione.

Era calato in Italia _Federico principe d'Hassia Cassel_ con cinque
mila e secento soldati tra fanti e cavalli di sua nazione, e andò ad
accoppiarsi con altri quattro mila fanti e secento cavalli cesarei
comandali del _generale Vetzel_. Dopo aver egli espugnato Goito sul
Mantovano, passò ad assediare Castiglion delle Stiviere, e, presa la
terra, bersagliava il castello. Ma nel dì 19 di settembre colà giunse
il tenente general franzese _conte di Medavì_ con egual nerbo, e
forse maggiore, di gente, e gli diede battaglia. Se ne andò sconfitto
l'hassiano con perdita di più di due mila persone (i Franzesi dissero
molto più), di alquante bandiere e stendardi, dell'artiglieria grossa
e minuta, delle munizioni e bagaglio. Di questa vittoria avrebbe
saputo prevalersi il Medavì, se non avesse atteso a liberar la
terra di Castiglione, e non gli fosse giunto il funesto avviso della
liberazion di Torino, due giorni prima accaduta. Corso egli colla sua
gente a Milano; il principe di Hassia andò poscia ad unire il resto
delle sue truppe col principe Eugenio, e il generale Vetzel colle sue
venne a formare una specie di blocco alla città di Modena. Non bastò
alla fortuna di mostrar sì favorevole il volto ai collegati in Italia
colla vittoria di Torino; avvenne anche un'altra mirabil contingenza,
che servì a coronare quella gran giornata. Se i Franzesi nella fuga
avessero volte le gambe verso il Monferrato e Stato di Milano, tanti ne
restavano tuttavia di loro, tante piazze da loro dipendenti (giacchè
comandavano agli Stati di Mantova e Modena, a tutto il Milanese e
Monferrato, e quasi a tutto il Piemonte), che potevano lungamente
contrastare ai cesarei il dominio di quegli stati, e forse anche
ristringere il duca di Savoia e il principe Eugenio, sprovveduto di
tutto, ne' contorni di Torino. Ma i fuggitivi Gallispani presero le
strade che guidano in Francia; e sembrando loro di aver sempre alle
reni le sciable tedesche, affrettarono i passi per valicar l'Alpi.
Raccolti ch'ebbe il duca d'Orleans quanti potè de' suoi, tenuto fu
consiglio se si avesse a marciare verso la Francia o verso Milano.
Il passaggio alla volta del Milanese non parve sicuro, giacchè, oltre
alla gran diserzione, si trovavano le truppe col timore in corpo per la
patita disgrazia; più facile dunque il ricoverarsi nel Delfinato, dove
già tanti di essi s'erano incamminati. Così fecero; laonde restò più
libero il campo all'armi collegate per cogliere il frutto dell'insigne
loro vittoria.

Non perdè tempo il duca _Vittorio Amedeo_ col _principe Eugenio_ dopo
la presa di Civasso a ripigliare Ivrea, Trino Verrua, Crescentino,
Asti, Vercelli ed altri luoghi del Piemonte. Entrate le lor truppe
nello Stato di Milano, Novara nel dì 20 di settembre aprì loro le
porte. Erasi ritirato da Milano a Pizzighittone, con poscia passare a
Mantova il _principe di Vaudemont_ governatore; e però i magistrati
veggendo avvicinarsi alla suddetta metropoli di Milano il principe
Eugenio, nel dì 24 di esso mese spedirono i loro deputati ad offerirgli
le chiavi. Vi entrarono poscia gli imperiali; fu cantato solenne _Te
Deum_, e posto il blocco a quel castello, fortissimo bensì di mura
e bastioni, ma mal provveduto di viveri. Lodi, Vigevano, Cassano,
Arona, Trezzo, Lecco, Soncino, Como ed altri luoghi vennero anch'essi
all'ubbidienza di _Carlo III_ re di Spagna. Sollevatosi il popolo
dell'importante città di Pavia, al vedere aperta la trincea dai
Tedeschi sotto la lor città, obbligò quella guernigion gallispana a
capitolar la resa nel principio d'ottobre. Fu dipoi posto l'assedio
a Pizzighittone, a cui intervenne anche il duca di Savoia. Ma a lui
premendo sopra ogni altra cosa l'acquisto d'Alessandria, perchè,
secondo i patti, dovea questa passare in suo dominio col Monferrato,
Mantovano, Valenza e Lomellina, colà inviò il principe Eugenio, e
fece aprir la trincea sotto quella città. Non vi fu però bisogno
di breccia; questa fu fatta ben larga da un magazzino di polve che
era sulle mura della città, a cui o per accidente o per manifattura
di uomini, fu attaccato il fuoco. Per sì orrendo scoppio andarono a
terra moltissime case, e sopra tutto un convento vicino, o pur due, di
religiose, e sotto le rovine rimasero seppellite circa mille persone.
Perciò il general conte _Colmenero_ si trovò forzato a rendere la città
nel dì 21 d'ottobre. Perchè egli poi conseguì l'importante governo
del castello di Milano sua vita natural durante, ebbe origine la fama
ch'egli avesse comperato quel posto col sacrifizio della suddetta città
d'Alessandria, cioè col detestabile incendio di quel magazzino. Poco
prima erano entrati i cesarei nella città di Tortona; e ritiratosi
quel presidio di ducento uomini nella cittadella, perchè si ostinò
nella difesa, un giorno entrativi gli assedianti con un feroce assalto,
li misero tutti a fil di spada. Nel dì 29 di ottobre la guernigion
franzese di Pizzighittone capitolò la resa, e se ne andò a Cremona.
Passarono dipoi il duca _Vittorio Amedeo_ e il _principe Eugenio_,
già dichiarato governator di Milano, sotto Casale di Monferrato. Venne
la città, nel dì 16 di novembre, all'ubbidienza di esso duca, che ne
prese per sè il possesso, e fu riconosciuto per signore del Monferrato
da quella cittadinanza. Nella notte precedente al dì 20 di novembre i
cesarei, che teneano bloccata la città di Modena, assistiti da alcune
migliaia di contadini armati, entrarono in essa, acclamando i nomi
dell'imperadore e del duca _Rinaldo d'Este_; e tosto formarono il
blocco di quella cittadella, siccome ancora di Mont'Alfonso e Sestola,
due altre fortezze d'esso duca di Modena. Fu anche messo da' collegati
l'assedio a Valenza. Qualche altro migliaio di Franzesi, nel perdere
le suddette piazze, restò prigioniere degli Alemanni o del duca di
Savoia. Circa mille e ottocento nel solo Casale vennero in loro potere.
Oggetto di gran meraviglia fu presso gl'Italiani il mirar tanti effetti
di una sola vittoria, e il rapido acquisto fatto in sì poco tempo da'
collegati.

Non furono in quest'anno meno strepitose le scene della guerra in
altri paesi. Uscirono di buon'ora in campagna l'_elettor di Baviera_
e il _maresciallo di Villeroy_, già rimesso in libertà, coll'esercito
franzese in Fiandra. Non dormiva il _duca di Marboroug_ generale della
lega in quelle parti; e poste anch'egli in ordine le sue forze, marciò
contro i nemici, e si trovarono a fronte le due armate presso di
Rameglì nel dì 25 di maggio, cioè nella domenica di Pentecoste. Mentre
i collegati erano dietro a forzar quella terra, si attaccò una fiera
battaglia che durò più di due ore. Finalmente, trovandosi i Franzesi
inferiori nel numero della cavalleria, bisognò che cedessero all'empito
della contraria, e andarono in rotta, inseguiti poi per due altre ore
da' vincitori. Fu creduto che in quel terribile conflitto perdessero
la vita quattro mila Franzesi, ed altrettanti fossero feriti colla
perdita di molte artiglierie, bandiere e stendardi. Più di tre mila con
ducento uffiziali rimasero prigionieri; ma forse il maggior loro danno
provenne dalla smoderata diserzione, di modo che quell'armata restò
per qualche tempo in una somma fiacchezza, e convenne rinforzarla con
truppe tirate dall'Alsazia, ma senza che ella potesse da lì innanzi
arrestare il torrente de' nemici. Anche questa vittoria si tirò dietro
delle straordinarie conseguenze. Lovanio e Brusselles tardarono poco
a riconoscere per loro signore _Carlo III_ re di Spagna. Altrettanto
fecero Bruges, Dam e Odenard. Pareva che la ricca e nobil città
d'Anversa non volesse il giogo, perchè presidiata da dodici battaglioni
gallispani; ma quella cittadinanza e il comandante della cittadella,
ben affetti al nome austriaco, tanto operarono, che nel dì 6 di giugno,
avendo quel presidio ottenuto onorevoli patti, ne fece la consegna
all'armi de' collegati. Fu posto l'assedio ad Ostenda, e in meno di
otto giorni, cioè nel dì 6 di luglio, entrarono in possesso pel re
Carlo III gli Anglolandi, siccome ancora fecero nel dì seguente in
Neoporto, e poscia in Coutrai. La forza fu quella che fece piegare il
collo a Menin, piazza, in cui si trovò gran resistenza. Dendermonda
ed Ath vennero anch'esse alla loro ubbidienza, di modo che anche in
quella parte ebbero un terribile scacco l'armi delle due corone. Nè fu
pur loro più propizia la fortuna in Ispagna. Stava sul cuore del re
_Filippo V_ la perdita della riguardevol città di Barcellona, al cui
esempio s'era ribellata quasi tutta la Catalogna e il regno di Valenza.
Per ricuperarla non perdonò a spesa e diligenza alcuna; raunò un buon
esercito di Spagnuoli; ebbe dal re Cristianissimo avolo suo un poderoso
rinforzo di truppe, condotto dal _duca di Noaglies_. Ciò fatto, siccome
principe generoso, volle in persona intervenire a quell'impresa, per
maggiormente accalorarla. Si mosse da Madrid verso il fine di febbraio,
e giunse sotto Barcellona, al cui assedio fu dato principio. Dentro
vi era lo stesso re _Carlo III_, che, veggendo la città sfornita di
soldatesche, ed aperte tutte le breccie dell'anno precedente, fu in
forse se dovea ritirarsi. Tale nondimeno a lui parve l'asserzione e il
coraggio di quel popolo, che determinò di non abbandonarlo. Mirabili
cose fecero que' cittadini, sì uomini che donne, ed anche i religiosi
claustrali, per preparar ripari, per difendersi sino all'ultimo fiato,
ben consapevoli che colla perdita della città andavano a perdere i
tanti lor privilegii, e correano pericolo le loro stesse vite. Tutti i
loro sforzi non poteano impedire la grandine delle bombe e i frequenti,
anzi continui, tiri delle batterie nemiche: offese che rovesciarono
gran copia di case, e già formavano considerabili breccie nelle mura.
Di peggio vi fu, perchè riuscì agli assedianti d'insignorirsi dei due
forti del Mongiovì, dove perirono quasi tutti quei pochi Inglesi ed
Olandesi ch'erano ivi alla difesa. Si trovò allora agli estremi la
città; e contuttochè i fedeli Catalani mai nè per le morti nè per le
incredibili fatiche si avvilissero, pure fu dai più consigliato il re
Carlo a sottrarsi alla rovina imminente con tentare la fuga per mare,
benchè la flotta franzese tenesse bloccato quel porto. Ma più potè in
lui l'amore conceputo verso i poveri cittadini che il proprio pericolo.
S'egli si ritirava, la città tosto era perduta. Arrivò in fine, nel dì
8 di maggio, il sospirato soccorso della flotta anglolanda, che fece
ritirar la franzese a Tolone, e sbarcò in Barcellona più di cinque
mila combattenti, con inesplicabil gioia di quella cittadinanza. Sì
poderoso aiuto, e il restare aperto il mare ad altri soccorsi, fecero
risolvere il re Filippo V a sciogliere quell'assedio, e a ritirarsi non
già per l'Aragona, ma pel Rossiglione in Francia. Accadde la levata del
campo nella mattina del dì 12 di maggio, in cui seguì uno dei maggiori
ecclissi del sole tre ore prima del mezzo giorno: avvenimento che
notabilmente accrebbe il terrore nell'armata che si ritirava in gran
fretta. Lasciarono gli Spagnuoli nel campo più di cento cannoni con
ventisette mortari, cinque mila barili di polve, due mila bombe, con
gran quantità di altri militari attrezzi, e di munizioni da bocca e
da guerra. Furono poi nella marcia inseguiti, flagellati e svaligiati
da una continua persecuzione de' Micheletti alla coda e ai fianchi.
Passò il re Filippo per Perpignano e per la Navarra, e si restituì
sollecitamente a Madrid.

Ma mentre sotto Barcellona si trovava impegnato esso monarca, il
_milord Gallovay_, che comandava le truppe inglesi nel Portogallo,
benchè poco si accordasse il suo parere con quello dei generali
portoghesi, pure tanto fece, che unitamente passarono sotto Alcantara,
e la presero. Apertasi con ciò la strada fino a Madrid, colà dipoi
s'incamminò il loro esercito, e pervenne al celebratissimo monistero
dell'Escuriale. Non si credè sicuro allora in Madrid il _re Filippo_, e
però, scortato con quattro mila cavalli e cinque mila fanti dal _duca
di Bervic_, si ritirò altrove con tutta la corte. Nel dì 2 di luglio
fu solennemente proclamato nella città di Madrid _Carlo III_ per re
di Spagna. S'egli sollecitava il suo viaggio a quella capitale, e se
l'armata dei collegati avesse senza dimora inseguito il re Filippo,
forse restavano in precipizio gli affari della real casa di Borbone in
quelle parti. Ma il re Carlo, udita la sollevazione d'Aragona in suo
favore, volle passar prima a Saragozza, per ricevere ivi gli omaggi
di quei popoli. Intanto rinforzato il re Filippo dai soccorsi spediti
dal re Cristianissimo, dopo aver fatto ritirar gli alleati inferiori
di forze, rientrò nella scompigliata città di Madrid. Corse dei gravi
pericoli il re Carlo, perchè abbandonato dai Portoghesi; pure ebbe la
fortuna di scampare a Valenza, dove con gran plauso fu ricevuto da quel
popolo. L'odio inveterato che passa fra i Castigliani e Portoghesi,
e il maggiore che professavano i primi contro gli Anglolandi per
la diversità della religione, sommamente giovarono al re Filippo, e
nocquero all'emulo suo. Intanto anche Cartagena ed Alicante, per timor
della flotta possente dei collegati, alzò la bandiera del re Carlo. In
questa confusione restarono nel presente anno le cose della Spagna.
In esso ancora ad una fiera calamità fu sottoposto l'Abbruzzo per un
orribil tremuoto, che nel dì 3 di novembre interamente desolò una gran
quantità di terre colla morte di assaissimi di quegli abitanti, e con
recare gravissimi danni eziandio a molte altre. Di tal disavventura
partecipò anche la Calabria. Parea che in questi tempi un tal flagello
fosse divenuto cosa familiare. Di gravi contribuzioni esigerono i
Tedeschi nel verno dai principi d'Italia; e non esentarono da esse, e
nè pur dai quartieri gli Stati di Parma e Piacenza, ancorchè protetti
dalle bandiere di San Pietro. L'accordo fatto dal duca _Francesco
Farnese_, nel dì 14 di dicembre, di pagare novanta mila doble
agl'imperiali, fu dipoi riprovato dal sommo pontefice, che passò anche
a fulminar censure contra di quei bravi esattori: il che maggiormente
alterò la corte di Vienna contro la romana.



    Anno di CRISTO MDCCVII. Indizione XV.

    CLEMENTE XI papa 8.
    GIUSEPPE imperadore 3.


Per tutto il gennaio di quest'anno era durato il blocco della
cittadella di Modena, quando giunsero artiglierie, colle quali fu
risoluto di farle un più aspro trattamento. Erette le batterie,
cominciarono, nel dì 31 di esso mese, a flagellare le mura, ed era già
formata la breccia. Arrivò improvvisamente in questo tempo da Bologna
lo stesso duca di Modena _Rinaldo d'Este_, che agevolò ai Franzesi
con vantaggiose condizioni la resa della piazza. Nel dì 7 di febbraio
se ne andò quella guernigione con tutti gli onori; e giacchè anche
Mont'Alfonso capitolò nel dì 25 di esso mese, e Sestola nel dì 4 di
marzo, rientrò il duca in possesso di tutti i suoi Stati. Continuò
ancora per questo verno il blocco del castello di Milano, il cui
comandante, perchè le tavole degli uffiziali scarseggiavano di viveri,
obbligò quella città colle minaccie dei cannoni a somministrarne. Non
si può dire quanto restasse dipoi sorpresa la pubblica curiosità,
allorchè si propalò un accordo stipulato in Milano nel dì 13 di
marzo fra i ministri dell'_imperador Giuseppe_ e del _re Carlo III_
suo fratello, e quei del re Cristianissimo _Luigi XIV_, per cui fu
convenuto che i Franzesi evacuerebbono tutta la Lombardia. Ritenevano
essi tuttavia il castello di Milano, Cremona, Mantova, la Mirandola,
Sabbioneta, Valenza e il Finale di Spagna; di tutto fecero cessione
agli Austriaci fratelli: risoluzione che parve strana alle picciole
teste d'alcuni, ma che molto ben convenne alla saviezza del gabinetto
di Francia. È incredibile la spesa che facea il re Cristianissimo per
mantenere la guerra in Italia; senza paragone più gli sarebbe costato
questo impegno, da che le vittoriose armi cesaree e savoiarde gli
aveano o serrati o troppo difficultati i passi in Italia. Troppe città
e piazze si erano perdute. Contuttochè il _conte di Medavì_ conservasse
ancora nel Mantovano circa dodicimila soldati, pure un nulla era questo
al bisogno. Alla Francia sopra tutto premeva di ricuperar le truppe
esistenti in Lombardia, e le migliaia ancora di quelle che erano
restate prigioniere: punto che le fu accordato con tutti i comodi
ed onori militari, affinchè potessero tali milizie passar sicure in
Francia. Sicchè la real casa di Borbone, poco anzi padrona dei ducati
di Milano, di Modena, di Mantova, Guastalla, del Monferrato, del
Finale, di varii luoghi nella Lunigiana, e della maggior parte del
Piemonte, eccola di repente spogliata di tutto, prendere la legge dalla
fortuna, e da chi poc'anzi non avea nè pure un palmo di terreno in
Italia. Per sostenere la sola guerra d'Italia, che poi nulla fruttò,
impiegò il re Cristianissimo più di settanta milioni di luigi d'oro.
Parrà cosa incredibile, ma io la tengo da chi dicea di saperla da
buon luogo. Restarono dunque in man dei Franzesi solamente la Savoia,
Nizza e Villafranca, e la lor gran potenza fu astretta a consegnar
la città di Mantova col suo ducato, e insieme la Mirandola all'armi
di Cesare, lasciando i duchi di quelle città pentiti, ma tardi,
d'aver voluto senza necessità sposare il loro partito. All'incontro
il generoso e insieme fortunato _Vittorio Amedeo_ duca di Savoia,
dopo essersi trovato in sì pericoloso giuoco alla vigilia di perdere
in una giornata anche la sua capitale, quasi unica tavola del suo
naufragio; all'improvviso ricuperò tutti i suoi stati di Lombardia, e
inoltre dall'_Augusto Giuseppe_ ricevette l'investitura di Casale col
Monferrato Mantovano, e di Alessandria, Valenza, Lomellina, Valsesia
e varii feudi delle Langhe, con glorioso accrescimento alla real sua
casa. Abbandonarono i Franzesi l'Italia, ma ci lasciarono una funesta
eredità dei loro insegnamenti ed esempli, perchè s'introdusse una gran
libertà di commercio fra l'uno e l'altro sesso; e l'amore del giuoco
anche nel sesso femmineo si aumentò, e si diè bando ai riguardi e
rigori dell'età passata.

Essendosi gagliardamente invigorito di truppe il duca di Savoia, si
pensò quale impresa si avesse da eleggere per far guerra alla Francia
in casa sua, giacchè la Francia più non pensava a farla a casa altrui
nelle parti d'Italia. Volevano il duca _Vittorio Amedeo_ e il _principe
Eugenio_ che si portassero l'armi contro il Delfinato e Lionese,
siccome più pratici dei paesi; ma d'uopo fu che si accomodassero alla
risoluta volontà degl'Inglesi, ai quali sembrava più utile ed anche
facile l'acquisto di Tolone, porto di tanta importanza nella Provenza,
perchè sarebbe l'assedio di esso secondato dalla flotta anglolanda.
Sapevano i principi di Savoia quanto male in altre occasioni precedenti
fossero riusciti i conti e i tentativi dell'armi cesaree e savoiarde in
quelle parti; pure loro malgrado consentirono a sì fatta spedizione.
Incredibili fatiche, stenti e spese costò il condurre l'esercito per
l'aspre montagne di Tenda, e per le vicinanze di Nizza e Villafranca
occupate da' Franzesi. Si scarseggiava dappertutto di viveri e di
foraggi; pure, ad onta dei tanti disagi, per li quali mancò nel
cammino molta gente, pervenne l'oste collegata per Cagnes, Frejus,
Arce e Sauliers in vicinanza di Tolone nel dì 26 di luglio. Ma due
giorni prima il vigilante _maresciallo di Tessè_ con marcie sforzate
correndo, avea introdotto in quella città piuttosto un esercito che una
guernigione, e s'era affaccendato in formare ripari e fortificazioni a
tutti i siti. Sicchè fu ben dato principio alle offese contra Tolone,
ma con poca o niuna speranza di buon esito; tanta era la copia dei
difensori. S'impadronirono bensì gli alleati di due forti, spinsero
bombe nella piazza; ma chiariti che si gittava la polve e il tempo; che
ogni dì più s'ingrossava l'esercito del Tessè; che veniva gente fino
di Spagna; che i duchi di Borgogna e Berrì erano in moto per venire
alla testa delle lor milizie; e che la flotta anglolanda più avea da
combattere coi venti che colla terra; finalmente fu preso il partito
di sloggiare e di tornarsene in Italia. Con buon ordine fu eseguita
la ritirata nella notte precedente al dì 22 di agosto; e passato
felicemente il Varo, si restituì l'armata alleata in Italia, minore
di quel ch'era prima, perchè di trentasei mila combattenti appena la
metà si salvò. Ora qui si aprì il campo alle dicerie dei politici, che
sognarono misteri segreti nel duca di Savoia, senza far mente alle vere
cagioni dell'infelice riuscita di quella impresa. Giunti in Piemonte
i collegati, poco stettero in ozio. Restava tuttavia in man de'
Franzesi la città di Susa, corteggiata da alcuni forti, alzati da essi
sulle alture dei monti che attorniano quella valle. S'impadronirono
essi collegati, nel dì 22 di settembre, della città, e nel dì 4 di
ottobre anche della cittadella, con farne prigioniere il presidio.
Presero anche di assalto il forte di Catinat, restando parte di quella
guernigione tagliata a pezzi. Con queste imprese terminò la campagna in
Piemonte.

Comune opinione fu che l'infelice spedizione dell'armi collegate in
Provenza producesse almen questo vantaggio; che la Francia impegnata
alla propria difesa non inviasse soccorso al regno di Napoli,
minacciato dall'_imperador Giuseppe_. A tale acquisto ardentemente
pensava la corte di Vienna, animata spezialmente da segrete relazioni
che i popoli di quel regno, oltre al concetto di essere amanti di
nuovo governo, a braccia aperte aspettavano chi venisse a ristabilir
ivi il dominio austriaco, con iscacciarne la real casa di Borbone. Non
l'intendevano così gli Anglolandi per altri loro riflessi; ma Cesare
stette forte nel suo proponimento, considerando, fra le altre cose,
che parte della sua cavalleria resterebbe oziosa in Piemonte, siccome
avvenne, per non potere esporsi a troppi patimenti nell'aspro passaggio
verso la Provenza. Fu dunque scelto per condottiere d'una picciola
armata, consistente in cinque mila fanti e tre o forse più mila
cavalli (benchè la fama ne accrescesse molto più la dose) il valoroso
_conte Daun_ per marciare alla volta di Napoli; giacchè si giudicavano
bastanti così poche forze a conquistare un regno dove mancavano
difensori, le fortezze erano sprovvedute, e l'amore dei popoli serviva
di sicurezza per un esito favorevole. Nel dì 12 di maggio si mise in
marcia questo distaccamento, passando per Romagna e per la Marca; ad
Ancona ricevette un treno di artiglieria, e verso la metà di giugno per
Tivoli e Palestrina nel dì 24 pervenne ai contini del regno. Avea per
tempo il _duca di Ascalona_ vicerè fatti quei preparamenti che a lui
furono possibili per opporsi a questo temporale. Poche truppe regolate
si trovavano al suo comando; ne arruolò molte di nuove; diede l'armi
al popolo di Napoli, mostrando confidenza in esso; ma in fine modo non
appariva di uscire in campagna, e d'impedire l'ingresso ai nemici nel
regno. Contuttociò _don Tommaso d'Aquino_ principe di Castiglione, _don
Niccola Pignatelli_ duca di Bisaccia, ed altri uffiziali con alcune
migliaia di armati si postarono al Garigliano; ma, al comparire degli
Alemanni, considerando meglio essi che nulla si poteano promettere da
gente collettizia, si ritirarono a Napoli. Perciò senza colpo di spada
vennero in poter dei Tedeschi Capoa ed Aversa; e l'esercito, senza
trovare ostacolo alcuno, si presentò, nel dì 7 di luglio alla città di
Napoli, essendosi ritirato il duca di Ascalona a Gaeta.

Portate dai deputati le chiavi di essa metropoli al _conte di
Martinitz_ dichiarato vicerè, entrò egli colla fanteria nella città
fra le incessanti acclamazioni del popolo la cui sfrenata allegrezza
passò fino a mettere in pezzi la bella statua equestre di bronzo eretta
al re _Filippo V_, e a gittarla in mare. Da li a pochi giorni i tre
castelli di Napoli si arrenderono; la guernigion di Castelnuovo prese
partito fra gli Austriaci. Con gran solennità fu poi preso possesso di
quella gran città a nome del re _Carlo III_. Ritiratosi il principe di
Castiglione verso la Puglia con circa mille cavalli, trovò in quel di
Avellino barricate le strade. Rivoltosi a Salerno, ed inseguito dalla
cavalleria cesarea, quivi fu preso, e la sua squadra parte si sbandò,
parte restò prigioniera. L'esempio di Napoli si tirò dietro il resto
delle città e provincie di quel regno, a riserva dell'Abbruzzo, che
fece qualche resistenza, a cagione del _duca d'Atri_; ma speditovi
il _generale Vetzel_ con truppe, ubbidì ancora quella contrada, se
non che il presidio di Pescara si tenne saldo fino ai primi dì di
settembre. La sola città di Gaeta, dove con circa tre mila soldati si
era rifugiato ed afforzato il duca d'Ascalona, sembrava disposta a fare
una più lunga e vigorosa difesa, giacchè era anch'essa assistita per
mare dalle galee del duca di Tursi. Sotto d'essa andò ad accamparsi
il conte Daun, e disposte le batterie, queste arrivarono in fine a
formare una ben larga breccia nelle mura, di modo che nel dì 30 di
settembre fu risoluto di salire per essa. Ossia che l'Ascalona poco si
intendesse del mestier della guerra, o che troppo confidasse nella più
che mediocre bravura de' suoi guerrieri, e in un argine di ritirata
alzato dietro la breccia, si lasciò sconsigliatamente venire addosso
il torrente. Montarono i cesarei intrepidamente la breccia, e quando
si credeano di aver fatto assai con prender ivi posto, avvedutisi
del disordine dei difensori, seguitarono innanzi, e furiosi entrarono
nell'infelice città. Andò essa tutta a sacco con tutte le conseguenze
di somiglianti spettacoli, essendo solamente restate esenti dal furor
militare le chiese e i conventi. Fu creduto ascendere il bottino a più
di un milione di ducati. Gran macello fu fatto di presidiari. Il mal
accorto duca d'Ascalona, cagione di tanta sciagura, covava sempre la
speranza del suo scampo nelle suddette galee; ma per disavventura erano
esse quel dì ite a caricar vettovaglie, e però gli convenne ritirarsi
colla gente, che potè sottrar alle sciable tedesche, nel castello. Fu
poi obbligato di rendersi a discrezione insieme col _duca di Bisaccia_
e col _principe di Cellamare_, che pubblicamente furono condotti
prigionieri fra gli improperii del popolo, minacciante all'Ascalona
come cosa degna di lui, la forca, pel sangue dei Napoletani da lui
sparso in occasion della congiura, già maneggiata e malamente eseguita
contra del re _Filippo V_. Fu poi richiamato in Germania il _conte di
Martinitz_, e il governo di Napoli restò al _conte Daun_.

Di questo felice passo proseguivano in Italia gli affari del _re
Carlo III_, mentre in Ispagna andavano a precipizio. L'arrivo di
poderosi rinforzi mandati dai Franzesi, e de' ricchi galeoni venuti
dall'America, prestarono al re Filippo il comodo di unire una buona
armata, e di spedirla contro l'emulo Carlo III. Era dall'altra
parte uscito in campagna _milord Gallovai_ colle truppe anglolande e
catalane; e quantunque caldamente fosse stato consigliato dal _conte di
Peterboroug _e da altri ufficiali di tenersi unicamente sulla difesa,
pure, sedotto dai contrarii impetuosi consigli del _generale Stenop_,
ardentemente bramava di venir ad un fatto d'armi, lusingandosi che
nulla potesse resistere al valore de' suoi. Si trovarono in vicinanza
le due nemiche armate nel dì 22 d'aprile, non lungi dalla città
d'Almanza nel regno di Valenza. Voleva il _duca di Bervich_, generale
del re Filippo, differir le operazioni, finchè il _duca d'Orleans_,
spedito da Parigi a Madrid con titolo di generalissimo, arrivasse al
campo, per lasciare a lui l'onore della sperata vittoria; ma non gli
diede il Gallovai tanto di tempo, perchè nel dì 25 d'esso aprile andò
ad attaccare la zuffa. Non erano forse disuguali nel numero le schiere
de' contendenti; pure l'armata de' collegati si trovava inferiore
di cavalleria, e le truppe portoghesi non sapeano che brutto giuoco
fossero le battaglie. Si combattè con gran vigore da ambe le parti, e
gl'Inglesi fecero maraviglie, sostenendo per grande spazio di tempo
il peso del conflitto; ma in fine sbaragliati cederono il campo ai
vincitori Gallispani. Si calcolò che degli alleati restassero ben
cinque mila estinti, oltre ad una copiosa quantità di feriti, e che
i rimasti prigionieri ascendessero al numero di quattro mila. Gran
sangue ancora costò ai Gallispani questa felice giornata, perchè
v'ebbero da quattro mila tra morti e feriti. Ma in mano loro venne
tutta l'artiglieria nemica e il minuto bagaglio con assai bandiere e
stendardi. Lamentaronsi forte gl'Inglesi della vana spedizione fatta
da' cesarei e Piemontesi in Provenza; perchè se le truppe inutilmente
consumate in quella impresa fossero state spedite in Ispagna, come essi
ne facevano istanza, si lusingavano di stabilir ivi senza dubbio il
trono del re Carlo.

Gran tracollo diede questa sconfitta alla fortuna d'esso _re Carlo_.
Imperocchè, giunto al campo il _duca d'Orleans_, non perdè tempo a
ricuperare Valenza ed altri luoghi di quel regno, che provarono il
gastigo della loro affezione al nome austriaco. Lasciato poi il corpo
maggior dell'armata al _duca di Bervich_ e al general Asfeld, affinchè
seguitassero le conquiste nel Valenziano e Murcia, egli con otto
o dieci mila combattenti marciò alla volta dell'Aragona, e trovati
que' popoli atterriti per la rotta d'Almanza, facilmente li ridusse
all'ubbidienza del _re Filippo V_, da cui furono poi privati di tutti
i privilegii, spogliati d'armi, e severamente puniti in altre guise.
A tante contentezze della corte di Madrid si aggiunse, nel dì 25
d'agosto, l'aver la regina _Maria Gabriella di Savoia_ dato alla luce
un figlio maschio, a cui fu posto il nome di Luigi, e dato il titolo di
principe d'Asturias. Fu poi nell'autunno costretta dal duca d'Orleans
l'importante città di Lerida con un vigoroso assedio a rendersi.
Fermossi in quest'anno il _re Carlo III_ in Barcellona, per animare i
suoi Catalani nelle disgrazie, mangiando intanto il pane del dolore;
perciocchè, oltre al non venirgli alcun nuovo soccorso nè dalle potenze
marittime, nè dall'Italia, da ogni parte fioccavano famiglie nobili di
Valenza ed Aragona sue parziali, che a lui si rifugiavano, cercando di
che vivere. In Fiandra e al Reno continuò anche nell'anno presente la
guerra, ma senza che succedessero fatti od imprese, delle quali importi
al lettore che io l'informi.



    Anno di CRISTO MDCCVIII. Indizione I.

    CLEMENTE XI papa 9.
    GIUSEPPE imperadore 4.


Attese in quest'anno il _conte Daun_ vicerè di Napoli a rimettere
sotto il dominio del re _Carlo III_ le piazze spettanti alla Spagna
nelle maremme di Siena. Spedito colà un corpo di truppe, il _generale
Vetzel_ non ebbe a spendere gran tempo e fatica per ridurre alla resa
Santo Stefano ed Orbitello, fortezza pel sito assai riguardevole. Da
lì a non molto venne ai suoi voleri anche la città di Piombino col suo
castello. Ma in Porto Ercole e Portolongone si trovarono difensori
risoluti di custodire in quei porti la signoria di _Filippo V_.
Convenne dunque trasportar colà da Napoli artiglierie e munizioni per
adoperare la forza. Ma verso il principio di novembre il comandante di
Porto Longone, sbarcata gente ad Orbitello, col nembo di molte bombe
fece provare il suo sdegno a quella piazza. Era già stata destinata
in moglie al _re Carlo III_ la principessa _Elisabetta Cristina di
Brunsvich_ della linea di _Wolfembutel_, che a questo fine abbracciò
la religione cattolica. Si mosse di Germania nella primavera del
presente anno questa graziosissima principessa, dichiarata regina di
Spagna, e calò in Italia. Suo condottiere era il _principe di Lorena_
vescovo di Osnabruch. Magnifico ricevimento le fece per li suoi Stati
la veneta repubblica. Nel dì 26 di maggio furono ad inchinarla in
Desenzano _Rinaldo d'Este_ duca di Modena, e il principe don Giovanni
Gastone, spedito dal gran duca _Cosimo de Medici_ suo padre, e poscia
in Brescia _Francesco Farnese_ duca di Parma. Passata essa regina a
Milano, ed ivi accolta con gran pompa e solennità, fu poi a visitar
le deliziose isole Borromee, e nel dì 7 di luglio s'inviò a San Pier
d'Arena, dove imbarcata nella flotta inglese nel dì 15 sciolse le vele
verso Barcellona. Dappoichè la memorabil vittoria degl'imperiali sotto
Torino sconvolse tutte le misure de' Franzesi per conto dell'Italia,
destramente sul principio del precedente anno aveano essi consigliato
_Ferdinando Carlo Gonzaga_ duca di Mantova di passare per sua maggior
sicurezza a Venezia. Elesse più tosto la duchessa sua moglie di
ritirarsi in Francia, che di seguitarlo, e portatasi a Parigi, quivi,
nel dì 19 di dicembre del 1710, mancata di vita, liberò quella corte
dall'obbligo di pagarle un'annua convenevol pensione. Portò seco il
duca a Venezia un'incredibile afflizione, che crebbe poi a dismisura
all'udire caduta in mano dell'imperadore la sua capitale, e al trovarsi
spogliato di tutti i suoi Stati. Nè a mitigar questa piaga serviva
punto la promessa del re Cristianissimo di pagargli ogni anno quattro
cento mila franchi, e di rimetterlo in casa alla pace. Il laceravano
continuamente i rimorsi delle sue sconsigliate risoluzioni, e la
notizia di non esser compatito da alcuno; laonde cominciò a patire
oppressioni di cuore, con pericolo di soffocarsi, allorchè si metteva
a giacere. Ora in Venezia ed ora a Padova cercando rimedii ai mali non
men del corpo che dell'animo, si ridusse in fine agli estremi. Stava
la corte di Vienna con l'occhio aperto al di lui vacillante stato, e
prima ch'egli prendesse congedo dal mondo fulminò contra di lui una
fiera sentenza, dichiarando lui reo di fellonia, e decaduti i suoi
Stati al fisco cesareo. L'ultimo dì della vita di questo infelice
principe fu il dì 5 di luglio dell'anno presente in Padova; e corse
tosto fama che il veleno gli avesse abbreviati i giorni, quasichè in
tanti disordini della sua vita licenziosa in addietro e i succeduti
crepacuori non avessero assai possanza per condurlo al sepolcro in
età di cinquantasette anni. Non lasciò dopo di sè prole legittima;
e quantunque _Vincenzo Gonzaga_ duca di Guastalla facesse più e
più istanze e ricorsi per succedere nel ducato di Mantova, siccome
chiamato nelle investiture, ed anche per patti confermati dal fu
_Augusto Leopoldo_, nè allora nè di poi potè conseguire il suo intento.
Solamente gli venne fatto di riportare il possesso e dominio del
principato di Bozzolo, di Sabbioneta, Ostiano e Pomponesco. Avrebbe
dovuto il popolo di Mantova compiagnere tanta mutazione di cose, e la
perdita de' proprii principi, che seco portava la dolorosa pensione di
divenir provincia, con altre assai gravi conseguenze, che non importa
riferire. E tanto più perchè l'estinto duca trattava amorevolmente e
con discreti tributi i sudditi suoi, e teneva in feste quella allor
ben popolata città. Contuttociò la sfrenata libidine sua, per cui non
era in sicuro l'onor delle donne, e massimamente delle nobili; e i
tanti sgherri ch'egli manteneva per far delle vendette, spezialmente
se gli saltavano in capo ghiribizzi di gelosie, tale impressione
lasciarono, non dirò in tutti, ma nella miglior parte del popolo, che
o non deplorarono, o giudicarono anche fortuna ciò che gli altri Stati
han considerato, e tuttavia considerano, per una delle loro maggiori
sventure. E quivi si provò che un solo principe cattivo fece perdere,
per così dire, la memoria e il desiderio di tanti illustri e saggi
suoi predecessori, che aveano in alto grado nobilitata, arricchita e
renduta celebre dappertutto la città di Mantova. Cento si richieggono
ad edificare, un solo basta a distruggere tutto.

Non poche differenze ancora insorsero fra la corte imperiale e
_Vittorio Amedeo_ duca di Savoia a cagione del Vigevanasco, già
promesso a questo principe nei precedenti patti, ma senza che il
consiglio aulico di Vienna sapesse mai condiscendere a questa cessione.
Indarno si mossero Inglesi e Olandesi a sostenere le di lui ragioni,
vieppiù perchè il duca si mostrava renitente ad uscire in campagna, se
non era soddisfatto. Tante belle parole nondimeno e promesse furono
spese in tale occasione, che il duca nel mese di luglio si mosse
coll'armi sue e collegate. Il _conte di Daun_ fu richiamato da Napoli
al comando delle truppe cesaree in Piemonte, e in suo luogo con titolo
di vicerè passò il _cardinal Vincenzo Grimani_ Veneto a quel governo, e
ne prese il possesso nel dì 4 di luglio. Parevano risoluti gli alleati
di penetrare colle lor forze nel Delfinato, dove il _maresciallo
di Villars_, benchè inferiore di gente, avea prese le possibili
precauzioni per la difesa. Ma le mire del duca di Savoia erano di
torre ai Franzesi quelle fortezze che aprivano loro il passaggio verso
l'Italia. Perciò, dopo essersi avanzata l'armata collegata per quelle
aspre montagne, cioè per la Morienna, per la Tarantasia, per la valle
d'Aosta e pel Monsenisio, minacciando la Savoia, all'improvviso sul
principio di agosto, voltato cammino e faccia, tagliò ai Franzesi
l'ulterior comunicazione coi forti della Perosa, di Exiles e delle
Fenestrelle. Fu nel medesimo tempo impreso l'assedio dei due primi,
ed ambedue nei dì 11 e 12 d'agosto esposero bandiera bianca, restando
prigioniere quelle guernigioni. Di là si passò a strignere le
Fenestrelle, fortezza di maggior nerbo, ma che bersagliata fieramente
dalle nemiche batterie, nel dì 21 del mese suddetto capitolò la resa,
con restare ivi ancora prigioniere di guerra il presidio. Ciò fatto, si
ritirò quell'armata a Pinerolo, e con tali imprese ebbe fine in esse
parti la campagna, non essendosi fatto altro tentativo, sì perchè,
cadendo di buona ora le nevi in quei monti, impediscono i passi alle
operazioni militari, e sì perchè l'armi cesaree erano richiamate in
Italia per un'altra scena, a cui s'era dato principio.

Ancorchè nelle presenti scabrose contingenze con somma prudenza e
da padre comune si fosse governato il pontefice _Clemente XI_, senza
prendere impegno alcuno fra le potenze guerreggianti; pure provò quanto
sia difficile il soddisfare a tutti, e il conservare il credito e
vantaggio della neutralità in mezzo a due contrarii fuochi. Dichiarossi
infatti malsoddisfatta di lui la corte di Vienna, sì per l'affare
di Figheruolo, come dicemmo all'anno 1704, e sì per le scomuniche
fulminate dal santo padre nel dì primo di agosto del precedente anno
contro i ministri cesarei a cagion delle contribuzioni esatte dal
ducato di Parma e Piacenza, come ancora varii altri atti di questo
pontefice, geloso mantenitore dell'immunità ecclesiastica. Ora da
che l'_imperadore Giuseppe_ si vide forte in Italia per l'espulsione
dell'armi delle due corone, non tardò a far provare i suoi risentimenti
alla corte di Roma, ordinando che non passassero a Roma le rendite dei
beni ecclesiastici del regno di Napoli, e risvegliando le pretensioni
già mosse dall'Augusto suo padre, per li feudi e Stati imperiali
dell'Italia. Uno di questi pretendeva il consiglio aulico che fosse la
città di Comacchio, posta sull'Adriatico fra Ravenna e Ferrara, colle
sue ricche valli pescareccie, siccome quella che la casa d'Este fin
dall'anno 1354 riconosceva dal sacro romano imperio per investiture
continuate fino al regnante duca di Modena _Rinaldo_ d'Este; e che
quantunque non compresa nel ducato di Ferrara, pure fu occupata dal
papa _Clemente VIII_ nel 1598, ed era tuttavia detenuta dalla camera
apostolica, non ostante i reclami fatti più volte dai principi estensi.
Similmente eccitò le pretensioni cesaree sopra Parma e Piacenza,
ancorchè per due secoli la Sede apostolica ne fosse in possesso, e ne
desse pubblicamente le investiture alla casa Farnese. Adunque verso
la metà di maggio si fece massa di milizie imperiali sul Ferrarese,
e senza far novità contro la città stessa di Ferrara, passò nel dì
24 di esso mese un corpo di Tedeschi ad impossessarsi della città di
Comacchio. Venne anche ordine da Vienna e da Barcellona al senato di
Milano d'intimare al duca di Parma di prendere fra quindici giorni la
investitura di Parma e Piacenza come feudi imperiali e dipendenze dello
Stato di Milano.

Da tali novità commosso il sommo pontefice, giudicò debito suo di
mettersi in istato di ripulsar colla forza gli attentati degli
Alemanni, e a sì fatta risoluzione lo animarono spezialmente i
ministri di Francia e Spagna, impiegando larghe promesse di soccorsi,
che poi non si videro mai comparire. Però avuto ricorso al tesoro di
castello Sant'Angelo, e trovate altre maniere di accumular pecunia,
si fece in Roma e per gli Stati della Chiesa un armamento di circa
venti mila soldati, dei quali fu dato il comando a _Ferdinando
Marsili_ Bolognese, generale dell'imperadore, e famoso ancora per la
sua singolar letteratura. Passarono queste truppe a guernir i posti
del Ferrarese, Bolognese e Romagna, e seguirono anche ostilità nelle
ville confinanti a Comacchio. Il duca di Modena _Rinaldo_ per sua
precauzione fece anch'egli di molta gente. Ora intenzione della corte
cesarea non era già di far guerra al papa, ma solamente di tirarlo a
qualche convenevole aggiustamento; pure, vedendo sì grande apparato
d'armi, ordinò al _conte Wirico di Daun_, suo primario generale in
Italia, di cercare colle brusche ciò che i suoi ministri in Roma non
poteano ottener col maneggio. Calati dunque varii reggimenti verso
il Ferrarese, il suddetto generale Daun, nel dì 27 d'ottobre, marciò
contro Bondeno, e vi fece prigionieri più di mille soldati pontifizii,
liberò dal blocco Comacchio, e s'impadronì di Cento. Appresso andò
quasi tutto il resto dell'armata imperiale a prendere quartieri di
verno sul Ferrarese e Bolognese, e formò una specie di blocco alla
stessa città di Ferrara e a Forte Urbano. Inoltrossi ancora ad Imola
e Faenza, da dove sloggiarono presto le milizie pontificie, che aveano
dianzi determinato di far quivi piazza d'armi. Intanto anche le penne
cominciarono la guerra, avendo la corte romana pubblicate le ragioni
del suo dominio in Comacchio, alle quali contrappose tosto altre
scritture il duca di Modena, che istruirono il pubblico del diritto
imperiale ed estense sopra quella città. Oltre a questi sì strepitosi
sconcerti, provò papa _Clemente XI_ nel presente anno molti affanni
e cure a cagion de' riti cinesi, da che intese che _monsignore di
Tournon_ da lui inviato per visitatore alla stessa Cina, ed ultimamente
creato cardinale, avea incontrato delle gravissime traversie
nell'esecuzione dell'apostolico suo ministero.

Nel maggio di quest'anno fece il re Cristianissimo _Luigi XIV_ la
spedizione del giovine cattolico re della Gran Bretagna _Giacomo III_
verso la Scozia con poderosa flotta, per suscitare in quelle parti
qualche incendio. Ma sì opportune e gagliarde furono le precauzioni
prese dalla corte di Londra e dagli Olandesi, che lo sventurato
principe fu astretto a ritornarsene a Dunquerque, contento di avere
scampato il grave pericolo, a cui fu esposta insieme colla flotta
la sua real persona. Con grandi forze entrarono dipoi i Franzesi in
campagna nell'anno presente, giacchè i lor desiderii e trattati di
pace coi ministri delle potenze collegate s'erano sciolti in fumo, ed
improvvisamente si fecero padroni di Gante e di Bruges. Al comando
di quell'armata passò lo stesso _duca di Borgogna_ colla direzione
del valoroso _duca di Vandomo_; ed erasi già accampata l'oste
loro presso Odenard, dove si trovò il comandante ben risoluto alla
difesa. Allora fu che gli insigni due generali dell'esercito alleato,
cioè il _principe Eugenio di Savoia, e milord duca di Marlboroug_,
s'affrettarono di venire alle mani co' Franzesi. Nel dì 11 di luglio
attaccarono essi la battaglia con tal maestria e vigore, che ne
riportarono vittoria. La notte sopraggiunta favorì non poco la fuga o
ritirata dei Franzesi. Contuttociò, se si ha da credere alla relazion
de' vincitori, d'essi Franzesi restarono sul campo quattro mila
estinti, laddove, secondo il conto dei vinti, nè pur giunsero a due
mila. S'accordarono bensì le notizie in dire che rimasero prigionieri
sette mila di essi, fra' quali cinquecento uffiziali. Si portò dipoi
il principe Eugenio all'assedio dell'importante città di Lilla,
fortificata al maggior segno dal famoso ingegnere Vauban. Costò gran
sangue l'espugnazion di sì gran fortezza, difesa con sommo valore dal
_maresciallo di Bouflers_; e secondo lo scandaglio degl'intendenti vi
perirono degli offensori circa diciotto mila persone, senza parlar dei
feriti. Nel dì 22 d'ottobre la città si rendè; nel dì 9 di dicembre la
cittadella. In questo mentre, per fare una diversione, _Massimiliano
duca di Baviera_ mise l'assedio a Brusselles; ma accorsi i due generali
de' collegati, il fecero precipitosamente ritirar di là; dopo di che
ricuperarono Gante e Bruges, coronando con sì gloriose imprese la
presente campagna.

Nella Spagna non furono men considerabili gli avvenimenti di guerra.
Arrivò a Barcellona spedito dall'Italia il saggio maresciallo _conte
Guido di Staremberg_ al comando dell'armata del _re Carlo III_ in
Catalogna; ma colà ben tardi andarono capitando i rinforzi di gente
italiana e palatina inviati per mare. Di questa lentezza non lasciò
di profittare il vigilante _duca d'Orleans_ generalissimo dell'armi
delle due corone. Verso il dì 21 di giugno mise l'assedio a Tortosa,
e la costrinse alla resa. Anche nel Valenziano i porti di Denia e
d'Alicante ritornarono per forza all'ubbidienza del _re Filippo V_.
Ma queste perdite furono compensate da altri acquisti. Imperciocchè,
avendo la flotta inglese sbarcato nell'isola di Sardegna verso la metà
d'agosto un grosso corpo di milizie austriache, trovò quei popoli
portati dall'antica affezione verso la casa d'Austria, che non solo
niuna resistenza fecero, ma con festa inalberarono tosto le bandiere
del _re Carlo III_. Il vicerè spagnuolo non tardò a capitolar la resa
di Cagliari, con ottener tutto quanto desiderò di onori militari.
Amoreggiavano da gran tempo anche gl'Inglesi l'isola di Minorica,
per brama di mettere il piede in Maone, porto dei più riguardevoli e
sicuri del Mediterraneo, e di quivi fondare una buona scala al loro
commercio. Nel dì 14 di settembre il generale inglese _Stenop_ sbarcò
in quell'isola più di due mila combattenti, e gli abitanti corsero a
soggettarsi. Nel dì 26 marciò contro il castello e porto di Maone, e
fra due giorni se ne impossessò: perdita che sommamente increbbe al
re Filippo per l'importanza di quel porto, caduto in mano di chi sel
terrebbe caro. Come il Garzoni storico sì accurato metta nel libro
XIII la presa di Minorica nell'anno 1707, se non anche nel precedente,
non l'ho saputo intendere. Intanto nel dì primo d'agosto fece il suo
solenne ingresso in Barcellona la novella sposa del re Carlo III con
gran tripudio e festa dei Catalani.



    Anno di CRISTO MDCCIX. Indizione II.

    CLEMENTE XI papa 10.
    GIUSEPPE imperadore 5.


Il verno di quest'anno fu dei più rigorosi che si sieno mai provati
in Italia, perchè gelò il Po con altri fiumi, e colle carra si
passava francamente per l'alveo suo fortemente agghiacciato. Fin
la lacuna di Venezia si congelò tutta, con grave incomodo di quella
gran città, a cui su pel ghiaccio si dovea portar tutto ciò che con
tanta facilità si portava in altri tempi per barca. Si seccarono
perciò le viti, gli ulivi, le noci ed altri alberi, e nel Genovesato
gli agrumi. Se ne stava, ciò non ostante, tutta l'armata cesarea
dolcemente accampata sul Ferrarese, Bolognese e Romagna, godendo
un buono, cioè un indiscreto quartiere d'inverno alle spese di quei
poveri popoli, benedicendo essi Tedeschi il papa, che non era fin qui
condisceso ad alcuno accomodamento coll'imperadore, e dava campo ad
essi di deliziarsi in quelle ubertose campagne. Erasi portato a Roma
il _marchese di Priè_ plenipotenziario cesareo a fine d'indurre il
pontefice ad eleggere non la pericolosa via delle armi, ma la pacifica
del gabinetto, per venire ad un accordo. Nè pure il re Cristianissimo
trascurò allora di spedir colà il _maresciallo di Tessè_ per fomentare
gli spiriti guerrieri nell'animo di sua santità, e frastornare ogni
concordia con Cesare, spendendo largamente promesse e sicurezze di
poderosi aiuti. Ma questi aiuti erano lontani, erano anche dubbiosi;
e intanto il santo padre avea sulle spalle troppo pesante fardello
dell'armamento proprio, che a lui, forse più di quel che avesse fatto
ad altri, costava una gravissima spesa. Aveva egli anche fatto grosse
rimesse agli Svizzeri e ad Avignone, per tirar da quelle parti un
buon nerbo di gente. Il peggio era che le truppe cesaree, con ridersi
delle truppe papaline, ogni dì più si stendevano per la Romagna, e
minacciavano di voler passare, e non già per divozione, sino a Roma
stessa. Dalla parte ancora del regno di Napoli si accostavano milizie
ai confini dello Stato ecclesiastico. Trovavasi perciò in gravi
angustie il buon pontefice; dall'una parte l'agitava la paura di
maggiori violenze, e l'amore paterno dei minacciati e già aggravati
suoi sudditi; e dall'altra il timore di mancare all'uffizio suo in
cedere alcun dei diritti della santa Sede per gli affari di Parma
e Piacenza e di Comacchio, giacchè anche per le due prime città
era uscito manifesto di Cesare, che le pretendeva quai membri dello
Stato di Milano. S'aggiugneva l'insistere il ministro cesareo che la
santità sua riconoscesse per re di Spagna _Carlo III_; punto di gran
dilicatezza, al cui suono strepitavano forte i ministri delle due
corone Cristianissima e Cattolica. Ma finalmente la paura è una dura
maestra, e il saggio si accomoda ai tempi. E però, dopo avere il santo
padre con pubbliche preghiere implorato lume dai cielo, nel dì 15 di
gennaio del presente anno stabilì l'accordo con Cesare, promettendo
egli di disarmare, e il cesareo ministro di ritirar dagli Stati della
Chiesa le truppe cesaree, e di obbligare il _duca di Modena_ a non
inferire molestia alcuna alle terre della Chiesa. Fu convenuto che in
amichevoli congressi, da tenersi in Roma fra i ministri pontificii e
cesarei, si esaminerebbono le pendenze insorte per gli Stati di Parma,
Piacenza e Comacchio, e similmente le ragioni del duca di Modena sopra
Ferrara, per conchiudere ciò che esigesse la giustizia. Durante il
dibattimento di queste cause fu accordato che l'imperadore restasse in
possesso di Comacchio. Segretamente ancora fu convenuto che sua santità
riconoscerebbe per re Carlo III. Fece quanta resistenza mai potè il
pontefice; pure in fine s'indusse ad un sì abborrito passo.

A questo accomodamento non mancò la lode ed approvazione della gente
più savia, considerato il pericolo di mali incomparabilmente maggiori,
se la santità sua non si arrendeva. Ma non l'intesero così le corti
di Francia e Spagna, pretendenti che il pontefice dovesse sacrificar
tutto, e soffrire l'eccidio dei suoi Stati, più tosto che condiscendere
al regio titolo di Carlo III. Però, quantunque Roma facesse conoscere
che in alcuni tempi erano stati riconosciuti per re due contendenti, e
lo stesso re Cristianissimo avea nello stesso tempo riconosciuto per re
della Gran Bretagna _Giacomo II_ e _Guglielmo III_; pure a nulla giovò.
Vennero ordini che il _maresciallo di Tessè_, l'ambasciatore cattolico
_duca d'Uceda_ e il _marchese di Monteleone_ plenipotenziario del
_re Filippo V_ si partissero da Roma, con premettere una protesta di
nullità dell'atto suddetto. Fu ancora licenziato da Madrid il _nunzio
Zondedari_, vietato agli ecclesiastici il commercio con Roma, e fermato
il corso di tutte le rendite provenienti dalla Spagna alla dateria
apostolica: violento consiglio, di cui durò poscia l'esecuzione per
molti anni appresso. Dirò qui in un fiato che si diede poi principio
nell'anno seguente in Roma ai congressi promessi per le controversie di
sopra accennate di Parma, Piacenza, Comacchio e Ferrara, intervenendovi
il _marchese di Priè_ con gli avvocati di Cesare e del duca di Modena;
ma dopo una ben lunga discussione delle vicendevoli ragioni, non si
venne a decisione alcuna, e restarono le pretensioni nel primiero
vigore, senza che alcuna delle parti cedesse. Si conchiuse bensì,
che chi non ha altre armi che ragioni e carte per torre di mano ai
potenti qualche Stato occupato, altro non è per guadagnare che fumo.
Era venuto sul fine del precedente anno a Venezia _Federigo IV_ re
di Danimarca, principe provveduto di spiriti guerrieri, per godere
di quel delizioso carnevale, e, benchè incognito, ricevette distinti
onori e suntuosi divertimenti da quella sempre magnifica repubblica.
Passò dipoi a Firenze, dove dal gran duca _Cosimo de' Medici_ fu
accolto con cortesissime dimostrazioni di stima, che a taluno parvero
eccessi. Si fermò in quella corte non poco tempo con aggravio d'esso
sovrano, o, per dir meglio, dei sudditi suoi, che furono poi obbligati
ad una contribuzione per le tante spese fatte in quella congiuntura.
Credevasi ch'esso re passerebbe a Roma per godere delle rarità di
quella impareggiabil dominante. Forse non si accordò il ceremoniale;
e venuta anche nuova che si trattava alla gagliarda di pace fra le
potenze guerreggianti, verso il fine d'aprile si mosse di Toscana per
ritornare ne' suoi Stati, e giunto nel dì 25 d'esso mese a Modena,
trovò qui un accoglimento, qual si conveniva alla sua dignità e merito.
Nel dì 6 del seguente maggio cessò di vivere _Luigi Mocenigo_ doge di
Venezia, e fu poi esaltato a quel trono _Giovanni Cornaro_. Già era
perduta la speranza che _Ferdinando de' Medici_, principe ereditario
di Toscana dopo tanti anni di sterile matrimonio arricchisse di prole
la sua casa; il perchè il gran duca suo padre maneggiò e conchiuse
l'accasamento del _cardinale Francesco Maria_ suo proprio fratello con
_Leonora Gonzaga_ figlia di _Vincenzo_ duca di Guastalla. Pertanto,
avendo questo principe rinunziata la sacra porpora, nel principio di
luglio sposò la suddetta principessa, che nel dì 14 d'esso mese arrivò
a Firenze: rimedio procurato ben tardi alla cadente insigne casa de'
Medici, essendo già questo principe pervenuto all'età di cinquant'anni,
e debilitato da qualche incomodo della sua sanità.

Avea nel precedente anno il re Cristianissimo _Luigi XIV_ per mezzo de'
suoi emissarii sparsa cotanto per l'Olanda la sua sincera disposizione
alla pace, che si cominciò a dar orecchio a sì lusinghevol proposta,
e se ne trattò seriamente fra i ministri delle potenze collegate.
Maggiormente si scaldò questa pratica nel verno e nella primavera
dell'anno presente, nè v'era persona che non credesse risoluta la
Francia di volere ad ogni costo la pace. Non si può dire in quanta
miseria si fosse ridotto quel florido regno per sì lunga guerra,
per sì numerosi eserciti mantenuti in tante parti. Restavano incolte
molte campagne per le tante leve di gente; insoffribili gli aggravii;
le milizie per gl'infelici avvenimenti degli anni addietro scorate;
superiori di forze i nemici, e già vicini ad aprirsi il varco nella
Francia stessa. A questi mali si aggiunse una terribil carestia, per
cui fu obbligato il re con immense spese a procurar grani forestieri, e
a sminuir le gravezze: con che sempre più rimase esausto l'erario suo.
Perciò pubblicamente il re Cristianissimo fece istanza per la pace;
se ne trattò all'Haia; e quanto più miravano i plenipotenziarii de'
collegati che i ministri franzesi cedevano alle restituzioni richieste,
tanto più si aumentavano le lor dimande e pretensioni. Ciò che fece
tenere per immancabile la pace, fu l'avere il re spedito all'Haia lo
stesso suo segretario di Stato _marchese di Torsy_, il quale benchè si
contorcesse, pure veniva accordando ogni punto proposto da' collegati.
Si giunse al dì 28 di maggio, in cui furono stesi i preliminari, co'
quali essi intendevano di dar la pace alla Francia. Doveva il _re
Filippo_ cedere al re _Carlo III_ la monarchia, di Spagna; e ricusando,
avea da impegnarsi il _re Luigi XIV_ avolo suo di unirsi con gli
alleati per iscacciarlo di Spagna. Una gran restituzione di piazze
in Fiandra e al Reno e di tutta l'Alsazia era prescritta, con altre
condizioni di gran vantaggio per chiunque avea pretensioni contro la
Francia. Sicchè quei gran politici, a riserva del principe Eugenio,
si tenevano oramai in mano la pace, e pace tanto vantaggiosa; ma poco
tardarono ad accorgersi che questo era stato un tiro di mirabil finezza
della corte di Francia. Se riusciva il tentativo della pace, di cui
veramente abbisognava la corte e nazion franzese, gran bene era questo;
se no, serviva l'aver trattato per guadagnar tempo e premunirsi, e
molto più per muovere i popoli a sostenere il peso della guerra e
delle contribuzioni, e a somministrare aiuti, da che si facea conoscere
nello stesso tempo la gran premura del re per la pace, e la soverchia
ingordigia de' suoi nemici.

Infatti dal re furono rigettati e poi pubblicati quegli stessi
preliminari che commossero a vergogna e sdegno la nazione tutta,
amantissima del re e del proprio decoro; e cagion furono che i grandi
e mercatanti a gara portassero argenti e danari all'erario reale:
con che si provvide all'urgente bisogno. Rimasti all'incontro gli
alleati colle mani piene di mosche, maggiormente s'irritarono contro
la Francia; e giacchè questa unicamente pensava alla difesa, e il
_maresciallo di Villars_ s'era postato in sì buona forma, che non si
potea forzare a battaglia, i due prodi generali _principe Eugenio e
duca di Marlboroug_ spinsero l'esercito all'assedio di Tournai. Dopo
ventun giorni di trincea aperta, nel dì 29 di luglio quella guernigione
cedette la città, ritirandosi nella cittadella, che dopo una terribil
difesa si rendè in fine anch'essa nel dì 3 di settembre. Trovaronsi
poscia a fronte le due nemiche armate. Quantunque il Villars si fosse
ben trincierato, ardevano di voglia i generali de' collegati di far
battaglia campale; ma prima di venire al gran cimento, scrivono alcuni
che il _principe Eugenio_ si abboccò sul campo col _maresciallo di
Bouflers_, per veder pure se i Franzesi inclinavano ad accettare i
già proposti preliminari. Trovò che questi maggiormente restrignevano
le condizioni, detestando spezialmente quella di dovere il re
Cristianissimo unirsi coi nemici contra del nipote _Filippo V_. Però
nel dì 11 di settembre, da che ebbero i collegati disposte le cose
per l'assedio di Mons, diedero all'armi contro l'esercito Franzese
nel luogo di Malpacquet, contuttochè il Villars avesse le sue forze
ben assicurate da due boschi e da molte trincee. Fu questa una delle
più ostinate e sanguinose battaglie che occorressero nella presente
guerra, e durò più di sei ore. Restò veramente il campo con alquanti
cannoni in potere de' collegati, essendosi ritirati per quanto poterono
ordinatamente i Franzesi, ma non lasciò di essere dubbiosa la lor
vittoria. Se i vincitori guadagnarono bandiere e stendardi, altrettanto
fecero anche i Franzesi. Per la mortalità pretesero i Franzesi che la
loro ascendesse a soli otto mila tra morti e feriti; laddove, secondo
la relazion contraria, si vollero estinti de' Franzesi sette mila
con cinquecento uffiziali e dieci mila feriti, fra' quali lo stesso
maresciallo di Villars gravemente colpito da palla di fucile nel
ginocchio. All'incontro fu confessato che almeno sei mila fossero gli
uccisi dell'esercito alleato, e quattordici mila i feriti. Di gente
rimasta prigioniera altro non fu detto se non che la sterminata copia
de' Franzesi lasciati feriti sul campo fu permesso che fosse ritirata
al campo loro, e contata per prigioniera di guerra. Intervenne a quel
terribil conflitto _Giacomo III Stuardo_ re Cattolico d'Inghilterra,
che diede gran pruove di intrepidezza, e ne riportò anche alcune
lievi ferite. Ciò che servì a maggiormente contestare per vincitori
i collegati, fu l'aver eglino immediatamente stretta di assedio la
fortissima città di Mons, con obbligare quel presidio nel dì 20 di
ottobre ad uscirne con tutti gli onori militari.

Poche imprese si fecero nel presente anno in Italia. Era disgustato
_Vittorio Amedeo_ duca di Savoia della corte di Vienna, perchè gli
contrastava il Vigevanasco e alcuni feudi confinanti col Genovesato,
benchè a lui accordati ne' patti. Fecero gagliarde istanze gl'Inglesi
ed Olandesi presso l'_imperador Giuseppe_ in suo favore, e le fecero
indarno. Perciò non volle il duca uscire in campagna. Vi uscì il
_maresciallo di Daun_ co' suoi tedeschi, e passato il Mon-Cenis,
penetrò fino in Savoia, e s'impossessò di Annicy. Ma avendo il _duca di
Bervich_ ben muniti i passaggi, ed accostandosi le nevi, il conte di
Daun giudicò meglio di tornarsene a cercar buoni quartieri in Italia.
Lentamente ancora procederono al Reno gli affari della guerra. In
Ispagna riuscì al maresciallo conte _di Staremberg_ di sottomettere
la città di Belaguer, ma senza far altro progresso. Perchè regnava la
discordia fra i comandanti franzesi e spagnuoli, il re _Filippo V_ si
portò in persona all'armata; e dopo aver composte le differenze, tentò
di venire a battaglia col nemico esercito; ma lo Staremberg, uno de'
più cauti generali del suo tempo, non sentendosi voglia di azzardare
tutto in una giornata, non volle dar questo piacere alla maestà sua.
Nei confini del Portogallo ebbero maggior fortuna gli Spagnuoli, perchè
il _marchese di Bay_ diede una rotta ai Portoghesi, con prendere varii
loro cannoni ed insegne, ed impadronirsi di alcune castella.



    Anno di CRISTO MDCCX. Indizione III.

    CLEMENTE XI papa 11.
    GIUSEPPE imperadore 6.


Ebbe in quest'anno il pontefice _Clemente XI_ varii insulti alla sua
sanità, che fecero dubitar non poco di qualche pericolo di sua vita;
ma appena egli si rimise in migliore stato, che, siccome principe di
grande attività, tornò ad ingolfarsi nell'uno e nell'altro governo,
ben per lui scabroso ne' correnti tempi, sì per cagion de' riti cinesi,
e della persecuzione mossa contro il _cardinale di Tournon_, detenuto
come prigione in Macao, come ancora per la nimicizia dichiarata dal re
Cattolico _Filippo V_ alla corte di Roma a cagion della ricognizione
del _re Carlo III_. Contuttociò qualche calma si godeva non meno in
Roma che nel resto d'Italia, a riserva delle contribuzioni intimate da'
Tedeschi, e di chi sofferì i loro quartieri. Fu anche travagliato da
varii malori di sanità con tutta la sua famiglia_ Vittorio Amedeo_ duca
di Savoia, che gl'impedirono l'uscire in campagna, oltre all'averne
egli poca voglia per le già dette controversie colla corte di Vienna,
ostinata in non voler dare esecuzione al pattuito. Pertanto più
tosto apparenza di guerra, che guerra guerreggiata fu nel Piemonte.
S'incamminò bensì il maresciallo _conte di Daun_ a mezzo luglio verso
la valle di Barcellonetta col forte dell'armata collegata, mostrando
di aver delle mire contra di Ambrun e Guilestre; ma avendo trovato
ai confini il _duca di Bervich_ assistito da un potente esercito, e
apprendendo l'avvicinamento delle nevi a quelle montagne, si ritirò
presto alle pianure del Piemonte: il che diede un gran comodo ai
Franzesi di spignere buona parte delle lor soldatesche ai danni del _re
Carlo III_ in Catalogna, e di riportar due vittorie, siccome diremo.
Era già stato con sentenza del consiglio aulico in Vienna dichiarato
ribello e decaduto da' suoi Stati _Francesco Pico_ duca della
Mirandola; ed avendo l'_imperador Giuseppe_ somma necessità di danaro
per l'urgente bisogno delle sue armate, mise in vendita il ducato
della Mirandola e marchesato della Concordia, dappoichè non potè esso
duca pagar la tassa a lui prescritta per ricuperar quello Stato. Molti
furono i concorrenti a questo incanto o mercato. _Rinaldo d'Este_ duca
di Modena, per timore che gli venisse ai fianchi con quell'acquisto
qualche troppo potente persona, si affacciò anch'egli, e fu preferito
agli altri. Più di ducento mila doble costò a lui quel paese, di cui
poscia, col consenso degli elettori, fu investito nell'anno seguente da
sua maestà cesarea. Ma nel dì 28 di settembre grande afflizione provò
esso duca di Modena per la morte della duchessa _Carlotta Felicita di
Brunsvich_ sua consorte, e sorella della regnante _imperadrice Amalia_.

Avea nel precedente anno il re Cristianissimo _Luigi XIV_, per far
credere alle potenze collegate di voler egli abbandonare gl'interessi
del re _Filippo V_ suo nipote, richiamate di Spagna le sue milizie.
Non atterrito per questo quel generoso monarca, tali misure d'economia
e tali ripieghi prese, che formò un poderoso esercito di nazionali e
Valloni, alla testa di cui sul principio di maggio uscì egli stesso
in campagna, ardendo di voglia di far giornata coll'oste dell'emulo
re _Carlo III_. S'era postato nelle vicinanze di Belaguer l'avveduto
maresciallo di _Staremberg_, finchè gli arrivassero i soccorsi
aspettati dall'Italia. Arrivati questi, anche il re Carlo passò
all'armata, e marciò contra gli Spagnuoli. Presso ad Almenaro, nel
dì 27 di luglio, seguì un caldo fatto d'armi, in cui fu astretto
il re Filippo a battere la ritirata con perdita di varii stendardi
e bandiere e di molto bagaglio. Peggio gli sarebbe avvenuto, se la
notte sopraggiunta non metteva freno ai vincitori. Dopo l'acquisto di
Bolbastro, Huesca ed altri luoghi dell'Aragona, s'inviò il re Carlo
col suo esercito alla volta di Saragozza capitale di quel regno. Nel
dì 20 di agosto si trovarono di nuovo a fronte le nemiche armate in
vicinanza di quella città, e si venne alla seconda battaglia, in cui
rimasero totalmente disfatti gli Spagnuoli con perdere quasi tutta
l'artiglieria, quindici stendardi e più di cinquanta bandiere. La
fama portò che due mila fra gli estinti e feriti fossero quei della
parte austriaca vincitrice, e cinque mila i morti e tre mila i rimasti
prigioni dall'altra parte. Se non furono tanti, certo è almeno che
si trovò sommamente estenuata l'armata del re Filippo, e che dopo
sì felice avvenimento il re Carlo trionfante entrò in Saragozza fra
gl'incessanti plausi di quel popolo. Se egli avesse dipoi seguitato il
saggio parere dello Staremberg, il quale insisteva che si avesse ad
inseguire il fuggitivo re Filippo ritirato a Vagliadolid, forse gran
piega prendevano le sue speranze alla corona di Spagna. Ma prevalse il
sentimento dell'umore gagliardo dell'Inglese _Stenop_, che si avesse
a marciare a Madrid. Occupata la reggia, più facilmente cadrebbe il
resto.

In quella real città si lasciò vedere il re Carlo, ma ricevuto senza
gran segnale di amore in quel popolo, e non venne dal cuore quel poco
giubilo che se ne mostrò. Diede egli con ciò assai tempo al re Filippo
di rinforzarsi di gente, e di provveder la sua armata di un generale
di primo grido, cioè del _duca di Vandomo_, che comparve dopo la metà
di settembre a Vagliadolid col _duca di Noaglies_. Intanto nello
sterile territorio di Madrid mancarono le provvisioni per l'armata
del re Carlo, e nella città alzarono forte la testa i partigiani
del re Filippo. Vennero spediti potenti rinforzi di gente al nipote
dal re Cristianissimo, e all'incontro mai non vennero i Portoghesi
ad unirsi col re Carlo, il quale perciò, all'accostarsi del verno,
determinò di ritirarsi verso la Catalogna. Con sì mal ordine seguì
la ritirata, che il re Filippo, già rientrato in Madrid, si mosse per
assalire gl'Inglesi, che marciavano molto separati dagli Alemanni, e li
raggiunse al grosso borgo di Briguela o sia Brihuega. Dato l'assalto
a quelle miserabili mura, e mancate le munizioni agl'Inglesi, furono
essi costretti a rendersi prigionieri in numero di più di tre mila
collo stesso orgoglioso Stenop. Al romore del pericolo degl'Inglesi
con isforzate marcie era accorso il maresciallo di Staremberg, e
benchè non consapevole della lor disavventura, pure coraggiosamente
arrivato a Villa Viziosa nel dì 20 di dicembre volle attaccar battaglia
coll'esercito gallispano. Il valore dell'una e dell'altra parte fu
incredibile, e la notte sola diede fine al macello, con restare gli
Austriaci padroni del campo e di molte insegne, ma colla perdita
di circa tre mila morti nel conflitto. Maggior fu creduto il numero
degli uccisi dall'altra parte. Nulladimeno diversamente contarono i
Gallispani questa sanguinosa battaglia, con attribuirsene la vittoria,
e fu cantato perciò il _Te Deum_ a Parigi. Ed è la verità che anche gli
Spagnuoli presero molte bandiere, e fecero bottino di molto bagaglio;
e che lo Staremberg, trovando sì infievolito il suo picciol corpo di
gente, e mancante affatto di vettovaglia, fu obbligato a ritirarsi
frettolosamente verso l'Aragona, e a lasciar indietro tutto il
cannone: il che servì non poco a giustificare la relazione contraria.
E perciocchè un'armata di venti mila Franzesi venuta dal Rossiglione
avea impreso l'assedio di Girona in Catalogna, lo Staremberg abbandonò
Saragozza e quanto aveva acquistato nell'Aragonese, e si ritirò a
Barcellona a scrivere compassionevoli lettere a tutti i collegati
per ottenere soccorsi. Ed ecco quante varie scene e vicende vide in
quest'anno la Spagna fra le sanguinose dispute dei due competitori
monarchi.

Aspirava pure il re Cristianissimo alla pace, e non lasciò di
stuzzicar di nuovo gli Olandesi per mezzo del Pettecun, residente
del duca di Holstein all'Haia, adoperato anche nell'anno precedente
per mezzano in così scabroso affare, affinchè dessero orecchio alle
proposizioni, per mettere una volta fine al sangue di tanta gente, e
alla desolazione de' regni. Tuttochè sentissero tuttavia gli alleati
il bruciore di essere stati burlati nell'anno addietro dal gabinetto
di Francia, pure s'indussero ad entrar di nuovo in un congresso,
con destinare a tal fine la città di Gertrudemberga. Gran contrasto
fu ivi; saldo il re Cristianissimo in non voler prendere le armi
contro il re nipote; discordi gli alleati nelle lor pretensioni,
perchè gli Anglolandi consentivano a rilasciare al re _Filippo V_ una
porzione della monarchia spagnuola; laddove il _conte di Zizendorf_
plenipotenziario cesareo negava qualsivoglia smembramento della
medesima. Per più mesi durò la battaglia di quelle teste politiche, e
in fine tutto andò in fascio, senza potersi in guisa alcuna ottenere
nè dagli uni nè dagli altri il loro intento. Giovò nondimeno alla
Francia quest'altro tentativo per seminar gelosie e discordie fra le
potenze nemiche: del che seppe ben ella profittare nel tempo avvenire.
Imputò intanto ciascuna delle parti all'altra la colpa di lasciar
continuare la guerra; e questa in fatti anche nel presente anno fu
ben calda in Fiandra, dove alla primavera fu posto l'assedio dal _duca
di Marlboroug_ alla città di Douai. La difesa di quella piazza fatta
dal tenente generale _conte Albergotti_ fiorentino, accrebbe al sommo
la gloria del suo nome. Indarno tentò il _maresciallo di Villars_
di soccorrerla, e però colla più onorevol capitolazione nel dì 26
di giugno quella città col forte della Scarpa fu ceduta all'armi dei
collegati. Passarono poi questi col campo sotto Bettunes, piazza assai
provveduta di fortificazioni regolari, con trovarvisi alla difesa il
celebre luogotenente generale _Vauban_, che la sostenne sino al dì 29
di agosto, in cui ne seguì la resa. Quindi si presentò l'oste nemica
sotto San Venanzio ed Aire. La prima di queste piazze fece resistenza
solamente dodici giorni; ma l'altra per cinquantotto dì faticò gli
assedianti con grave lor perdita, e in fine il dì 9 di novembre si
lasciò vincere. Nè si dee tacere che in quest'anno succederono notabili
mutazioni di ministri nella corte d'Inghilterra, e gran bollore di
animi si trovò in Londra fra i due contrarii partiti dei Toris e de'
Vigt. In favore de' primi pubblicamente predicò un dottore Sacheverel,
che maggiormente accese il fuoco, gran partigiano dell'appellata Chiesa
anglicana. Queste novità molto poscia influirono a condurre la _regina
Anna_ nei voleri della Francia, siccome vedremo. Essendo mancato di
vita sul fine di settembre il _cardinale Vincenzo Grimani_ Veneto,
vicerè di Napoli, si trovò nelle cedole dell'_Interim_ nominato a
quella illustre carica il _conte Carlo Borromeo_ Milanese, che verso
la metà del seguente mese comparve in quella metropoli, e fu appresso
confermato dal re _Carlo III_ nel possesso di sì nobile impiego.



    Anno di CRISTO MDCCXI. Indizione IV.

    CLEMENTE XI papa 12.
    CARLO VI imperadore 1.


Fece la morte in quest'anno moltiplicar le gramaglie nell'Europa,
perchè nel dì 3 di febbraio rapì dal mondo _Francesco Maria de Medici_,
fratello del gran _duca Cosimo_, e principe da noi veduto cardinale nei
precedenti anni, che non lasciò alcun frutto del suo matrimonio colla
principessa _Leonora Gonzaga di Guastalla_. Poscia nel dì 14 d'aprile
mancò di vita pel vaiuolo _Luigi Delfino_ di Francia, unico figlio del
re _Luigi XIV_, principe degno di più lunga vita: con che il _duca di
Borgogna_ suo primogenito assunse il titolo di Delfino. Ma ciò che più
mise in agitazione i pensieri di tutti i politici interessati e non
interessati nel teatro delle correnti guerre, fu l'immatura morte di
_Giuseppe imperadore_, accaduta nel dì 17 del mese suddetto d'aprile.
Questo monarca, che in vivacità di spirito, in affabilità e in altre
belle doti superò moltissimi dei suoi gloriosi antenati, non avea
ben saputo reggere il suo fuoco, portato ai piaceri; e contuttochè
l'impareggiabile augusta sua consorte _Amalia Guglielmina di Brunsvich_
si studiasse, per quanto potè, di tenerlo in freno, non reggeva
questo freno all'empito delle sue voglie. Mancò veramente anch'egli di
vaiuolo, ma fu creduto che gli strapazzi della sua sanità aiutassero
di molto quel male a levarlo di vita. Niun discendente maschio lasciò
egli dopo di sè, ma solamente due arciduchesse, cioè _Maria Gioseffa_
e _Maria Amalia_, che poi passarono a fecondar le elettorali case di
Baviera e Sassonia. Questo inaspettato colpo delle umane vicende non si
può dire quanto sconcertasse le misure delle potenze collegate contro
la real casa di Borbone; perchè si pensò ben tosto, e si fecero tutti
gli opportuni negoziati per far cadere la corona imperiale in testa
del re _Carlo III_ suo fratello; ma tosto ancora si conobbe che questo
passo verrebbe ad assodar quella di Spagna sul capo del re _Filippo V_.
Nè pure agli stessi collegati, non che alla Francia, compliva il vedere
uniti in una sola persona l'imperio e i regni di Spagna e della casa di
Austria. Però si cominciarono nuove tele, persistendo nondimeno tutti
nella determinazione di continuar più vigorosamente che mai le ostilità
contra dei Franzesi.

Prese dopo la morte dell'augusto figlio l'imperadrice _Leonora
Maddalena_ le redini del governo, e con replicate lettere si diede a
tempestare il re _Carlo III_, acciocchè, lasciata la troppo pericolosa,
anzi disperata, impresa della Spagna, venisse alla difesa e al
godimento de' suoi Stati. Trovossi allora il buon principe in un ben
affannoso labirinto; perchè dall'una parte il bisogno dei proprii
Stati e la premura di salire sul trono imperiale non gli permettevano
di fermarsi in Ispagna, e dall'altra non sapeva indursi ad abbandonare
i miseri Barcellonesi e Catalani alla discrezione dell'irato _Filippo
V_. Avea anche sulle spalle un'esorbitante copia di nobiltà spagnuola e
di famiglie rifugiate sotto l'ombra sua per isfuggire i castighi della
pretesa ribellione; e tutti dimandavano pane. Fu preso il ripiego di
lasciar la regina sua sposa in Barcellona per pegno del suo amore, e
per sicurezza degli sforzi ch'era per fare nella lor difesa. Scelta
pertanto una parte dei rifugiati Spagnuoli che seco venissero, nel
settembre s'imbarcò, e felicemente sbarcò alle spiagge di Genova, e
senza perdere tempo s'inviò alla volta di Milano. Alla Cava nel dì
13 d'ottobre fu complimentato da _Vittorio Amedeo_ duca di Savoia, e
un miglio lungi da Pavia da _Rinaldo_ duca di Modena. Arrivata che fu
la maestà sua a Milano, poco stette a ricevere la lieta nuova che nel
dì 12 del predetto mese, di comune consenso degli elettori, era stato
proclamato imperador de' Romani. Le universali allegrezze dei popoli
d'Italia solennizzarono sì applaudita elezione; il pontefice destinò
il _cardinale Imperiale_ con titolo di legato a latere a riconoscere
in lui non meno la dignità imperiale che il titolo di re Cattolico.
Comparvero ancora a questo fine a Milano pompose ambasciate delle
repubbliche di Venezia, Genova e Lucca. Saputosi poi in Madrid come si
fossero contenuti in tal occasione i principi d'Italia, il re Filippo
ordinò che i loro pubblici rappresentanti sloggiassero da' suoi regni.
Fermossi in Milano l'augusto sovrano sino al dì 30 di novembre, in cui
si mosse alla volta dell'Alemagna. Nel dì 12 fu di nuovo ad inchinarlo
il _duca di Modena_ in San Marino di Bozzolo. Mantova qualche giorno
godè della graziosa presenza di questo monarca; e ai confini dello
Stato veneto gli fecero un soprammodo magnifico accoglimento gli
ambasciatori di quell'inclita repubblica; dopo di che inviatosi egli
a dirittura per la via di Trento e del Tirolo, nel dì 20 giunse ad
Inspruch, dove prese riposo. Fattosi intanto in Francoforte il suntuoso
preparamento per la sua coronazione, questa dipoi si effettuò nel dì
22 di dicembre con solennissima festa. Portò egli al trono imperiale
un complesso di sode e rare virtù, quale non sì facilmente si trova in
altri regnanti, e cominciò da lì innanzi ad essere chiamato _Carlo VI_
Augusto.

Nulla di notabile operarono in questo anno gli alleati in Piemonte,
e da alcuni ne fu attribuita la cagione al trovarsi tuttavia mal
soddisfatto _Vittorio Amedeo_ duca di Savoia della corte di Vienna,
che con varie scuse gli negava il possesso tante volte promesso del
Vigevanasco. Contuttociò quel sovrano col _maresciallo Daun_ sul
principio di luglio con potente esercito si mosse e valicò i monti,
e passate le valli di Morienna e Tarantasia, calò nella Savoia,
impadronendosi della città di Annicy, Chiambery, ed altre di quella
contrada. S'aspettava il _duca di Bervich_ che questo torrente
s'incamminasse verso il Lionese; e però, dopo aver muniti i passi,
fermò il suo campo sotto il forte di Barreaux. Intenzione del conte di
Daun era di assalire i Franzesi in quel sito; ma insorta dissensione di
pareri, finì tutta la campagna in sole minaccie contra dei Franzesi. E
perchè l'armata non avrebbe potuto sussistere pel verno nella Savoia,
divisa allora dall'Italia per cagion delle nevi, abbandonati di
nuovo que' paesi, se ne tornarono tutti a cercare stanza migliore in
Lombardia. Qualora i Tedeschi avessero tenuto più contento il sovrano
di Savoia, forse in altra guisa sarebbero camminate le faccende in
quelle parti. Erano di molto prosperate in Ispagna l'armi del re
_Filippo V_ col riacquisto della Castiglia e dell'Aragona, e coll'avere
ristretti gli alleati nell'angusto paese della Catalogna. Ebbe egli
ancora il contento nel gennaio di quest'anno di veder superata Girona
dal _duca di Noaglies_, che con venti mila Franzesi ne avea formato
l'assedio. Ma niun'altra impresa degna di osservazione si fece in
quelle parti, se non che il _duca di Vandomo_ nel mese di dicembre
spedì il conte di Muret con grosso corpo di gente sotto Cardona.
S'impossessò questo generale del Borgo, e ritiratasi la guernigion
nel castello, cominciarono le artiglierie a tormentarlo. Vi fu spedito
dallo Staremberg un buon soccorso di gente, che rovesciò le trincee dei
nemici, ed entrati colà cinquecento uomini, fecero prendere al Muret la
risoluzione di ritirarsi. Nè pure in Fiandra alcuno strepitoso fatto
avvenne, altro non essendo riuscito ai collegati che di sottomettere
la forte città di Bauchain, giacchè il _maresciallo di Villars_ non
lasciava ai nemici adito per azzuffarsi seco: cotanto sapea egli l'arte
dei buoni accampamenti, per non venire a battaglia se non quando vi
trovava i suoi conti.

Parea dunque che si cominciasse a raffreddare il bollore di questa
guerra, nè se ne intendeva allora il perchè; ma a poco a poco si venne
poi svelando il mistero. Convien confessarlo: sanno egregiamente i
Franzesi combattere con armi di ferro, ma egualmente ancora valersi
di armi d'oro per espugnare chi alla lor potenza resiste. Già dicemmo
accaduta in Londra non lieve mutazione nel ministero, ed essere toccata
la superiorità al partito dei Toris. La _regina Anna_, che fin qui
tanto ardore avea mostrato contro la real casa di Borbone, cominciò,
per quanto fu creduto, a sentire rialzarsi in suo cuore la non mai
estinta affezione al proprio sangue stuardo, siccome figlia del fu
cattolico re _Giacomo II_. Mossa da compassione verso l'abbattuto
vivente suo fratello _Giacomo III_, re solamente di nome della Gran
Bretagna, concepì dei segreti desiderii ch'egli divenisse tale di
fatto, e fosse anteposto all'elettoral casa di Brunswich, a cui già per
gli atti pubblici del parlamento era stato assicurata la successione
del regno, qualora mancasse la regina medesima. All'avveduta corte
del re Cristianissimo trasparì qualche barlume del presente sistema di
quella di Londra; e il _maresciallo di Tallard_, detenuto prigioniere
nella città di Notingam, fu creduto che suggerisse buoni lumi per
giugnere a guadagnare il cuore d'essa regina. Segretamente dunque il
re _Luigi XIV_ ebbe maniera di far introdurre per mezzo del _milord
Halei_, che poi divenne _conte d'Oxford_, e di qualche altra persona
favorita dalla regina, parole di pace fiancheggiate da rilevanti
vantaggi in favore della nazione inglese. Se riusciva al gabinetto
franzese di staccare quella potenza dalla grande alleanza, ben si
conosceva terminata la memorabil tragedia della guerra presente.
Gustò la regina il dolce di quelle proposizioni, e cominciarono ad
andare innanzi e indietro segrete lettere e risposte per ismaltire le
difficoltà, e stabilire i principali articoli dell'accomodamento. Di
queste mene si avvidero bensì gli Olandesi e la corte di Vienna, e si
studiarono di fermarle; ma senza profitto alcuno. Troppa impressione
aveano fatto nella regina Anna le offerte della Francia, cioè la
cessione di Gibilterra e di Porto Maone all'Inghilterra (punto di gran
rilievo pel commercio di quella nazione), l'Assiento, cioè la vendita
de' Mori per servigio dell'America Spagnuola, che si accorderebbe
per molti anni agl'Inglesi; la demolizione di Dunquerque: una buona
barriera di piazze per sicurezza degli Olandesi; all'imperador _Carlo
VI_ la Fiandra, lo Stato di Milano, Napoli e Sardegna. Già divenuto
come impossibile il cavar dalle mani del re _Filippo V_ la Spagna,
restava questa monarchia divisa dalla franzese: a che dunque consumar
più tanto oro e sangue, se nulla di più si potea ottener colla guerra
di quel che ora si veniva a conseguir colla pace? Passò per questo in
Inghilterra nel gennaio seguente il _principe Eugenio_, nè altro gli
venne fatto che d'indurre la regina a procedere senza fretta e con
gran cautela in sì importante affare. Intanto gli Olandesi si videro
astretti a consentire ad un luogo per dar principio ai congressi, e
fu scelta per questo la città d'Utrecht, dove nel gennaio seguente
avessero da concorrere i plenipotenziarii delle parti interessate.
E tali furono i primi gagliardi passi per restituire la tranquillità
all'afflitta Europa.



    Anno di CRISTO MDCCXII. Indizione V.

    CLEMENTE XI papa 13.
    CARLO VI imperadore 2.


Fin dall'anno precedente era penetrata dall'Ungheria in Italia la
mortalità de' buoi, flagello di cui non v'ha persona che non intenda
le funestissime conseguenze in danno del genere umano. Ma nel presente
così ampiamente si dilatò pel Veronese, Bresciano, Mantovano e Stato
di Milano, che fece un orrido scempio di sì utile, anzi necessario,
genere di animali. Anche il regno di Napoli e lo Stato della Chiesa
soffrì immensi danni per questa micidiale epidemia. Correndo il mese
di settembre, fu detto che in esso regno fossero periti settanta
mila capi di buoi e vacche, e nel solo Cremonese più di quattordici
mila; e il male progrediva a gran passi nelle vicinanze. Nel presente
anno venne a visitar l'Italia _Federigo Augusto_, principe reale di
Polonia ed elettorale di Sassonia, e ricevette in Modena ogni maggior
dimostrazione di stima dal _duca Rinaldo_. Di là passò a Bologna,
dove, abiurato il luteranismo, abbracciò la religione cattolica, che
servì poscia a lui di gradino per salire, dopo la morte del padre,
sul trono della Polonia, in cui ora gloriosamente siede. Restava nelle
Maremme della Toscana Porto Ercole tuttavia ubbidiente al re _Filippo
V_. Passò nella primavera un grosso corpo di cesarei a mettere colà
il campo; e dappoichè fu giunta l'occorrente artiglieria da Napoli,
si cominciò a bersagliare i forti della Stella e di San Filippo.
Ridotti quei presidii a rendersi a descrizione, anche il porto cadde
in loro mano. Nel Piemonte gran freddo si trovò nel duca di Savoia
per le azioni militari, essendo più che mai malcontento quel sovrano
della corte cesarea, che, non ostante l'interposizion premurosa delle
potenze marittime, sempre andò fuggendo l'adempimento delle promesse
fatte di cedergli il Vigevanasco, o di dargli il compenso in altre
terre. Oltre a ciò, nacquero in lui politici riguardi, da che vide sul
tappeto trattati di pace; e non gli era ignoto che in tutte le maniere
la corte d'Inghilterra la voleva. Anzi si crede che in questi tempi
il _conte di Oxford_, tutto intento a sbrancare alcuno de' principi
dalla grande alleanza, coll'inviare a Torino il _conte di Peterboroug_,
s'industriasse di tirar esso duca ad una pace particolare colla vistosa
esibizione (per quanto fu creduto) del regno di Sicilia e restituzione
di tutti i suoi Stati. Non dispiacque a quel sovrano un sì bel regalo,
che seco anche portava il titolo di re; ma conoscendone egli la poca
sussistenza, quando non vi concorresse il consenso di Cesare, il
quale non solo da questo si sarebbe mostrato, ma ancora dalla pace
si mostrava troppo alieno, ravvisò tosto la necessità di star forte
nella lega, finchè si maturassero meglio le cose. Però non volle punto
staccarsi da' collegati, e solamente ricusò di uscire in campagna colle
sue truppe. Vi uscì co' suoi Tedeschi il _maresciallo di Daun_, perchè
il _duca di Bervich_ era calato da Monginevra nella valle di Oulx; ma
altro non fece che difendere i posti in quella contrada.

Intanto sul fine di gennaio nella città olandese di Utrecht s'era
aperto il congresso, a cui intervennero i plenipotenzarii di Francia,
Inghilterra, Olanda e Savoia. Vi comparvero ancora, ma come forzati,
quei dell'imperadore, siccome consapevoli che la corte di Londra
venduta a Versaglies, dopo avere assicurati i proprii vantaggi, più
avrebbe promossi quei della real casa di Borbone che dell'austriaca.
Sulle prime se smisurate apparvero le dimande e pretensioni della
Francia, più alte ancora e vaste si scoprirono quelle degli alleati.
Gli stessi parlamenti d'Inghilterra andavano poco d'accordo colle
segrete voglie della regina, perchè non miravano assicurata la
pubblica tranquillità con tutte le belle esibizioni fatte in loro
pro dal re Cristianissimo. Allora il conte d'Oxford mise in campo due
ripieghi; l'uno che dal re _Luigi XIV_ fosse fatto uscire di Francia
il pretendente, cioè il re _Giacomo III_ Stuardo; e l'altro, che si
provvedesse in maniera tale, che non mai in avvenire si potessero
unir insieme le due monarchie di Francia e Spagna. A questo oggetto fu
proposto che il re _Filippo V_ rinunziasse ogni sua ragione sopra la
Francia in favore de' principi chiamati dopo di lui, e che, mancando
la di lui linea, succedesse ne' regni di Spagna la casa di Savoia,
siccome chiamata ne' testamenti de' precedenti monarchi. Difficile
troppo si trovò quest'ultimo punto, perchè chiaramente dichiarò il
gabinetto di Francia che simili rinunzie non potevano mai togliere
il diritto naturale di successione ai principi e figli chiamati, e
che sarebbono nulle ed invalide: del che si hanno ben da ricordare i
lettori, per quello che poi avvenne, e potrebbe molto più un giorno
avvenire. Contuttociò, per soddisfare al tempo presente, si vollero
sì fatte rinunzie dal re _Filippo V_ e da' principi di Francia per le
loro pretensioni sopra la Spagna, e con inorpellamenti si studiarono
le unite corti di Francia e d'Inghilterra di quetare i rumori de'
parlamenti, e le loro forti istanze perchè in un solo capo non si
avessero mai ad unire le due corone. In ricompensa di questo grande,
ma apparente, sacrifizio, al re Cristianissimo riuscì d'indurre la
_regina Anna_ ad un armistizio delle sue milizie ne' Paesi Bassi, che
per un pezzo si tenne segreto. Troppo abbisognava di questo presentaneo
rimedio agl'interni mali del suo regno quel per altro potentissimo e
sempre intrepido monarca.

Per confessione degli stessi storici franzesi, non ne potea più la
Francia: sì lunga, sì pesante e dispendiosa era stata fin qui una sì
universal guerra, sostenuta quasi tutta colle proprie forze. Esausto si
trovava l'erario, divenuti impotenti i popoli a pagare gl'insoffribili
aggravii. Tanta gente era perita in assedii, battaglie e malattie delle
passate campagne, che restavano senza coltivatori le terre, e mancava
la maniera di reclutar le armate. All'incontro in Fiandra non s'era
fin qui veduto un sì fiorito e poderoso esercito delle nemiche potenze;
piazze più non restavano che impedissero l'ingresso delle lor armi nel
cuor della Francia: di maniera che quel nobilissimo regno si mirava
alla vigilia d'incredibili calamità. A questa infelice situazione dei
pubblici affari si aggiunsero altre lagrimevoli disavventure della
real prosapia, che avrebbero potuto abbattere qualsisia animo, ma non
già quello di _Luigi XIV_, principe sempre invitto. Nei primi mesi del
presente anno infermatasi di vaiuolo o di rosolia _Maria Adelaide_
principessa di Savoia Delfina di Francia, passò a miglior vita nel
dì 12 di febbraio. Per l'assistenza prestata alla dilettissima sua
consorte anche il _Delfino Luigi_, principe di mirabil espettazione,
contrasse la stessa infermità, e nel dì 18 dello stesso mese si sbrigò
da questa vita. Due principi avea prodotto il loro matrimonio; il
primo di essi, già _duca di Bretagna_, e poco fa dichiarato Delfino
aggravato dal medesimo vaiuolo, si vide soccombere alla malignità del
male nel dì 8 di maggio. L'altro principe, cioè _Luigi duca di Angiò_,
soggiacque anch'egli alla medesima influenza, accompagnata da violenta
febbre; pure Dio il donò ai desiderii e alle orazioni de' suoi popoli,
ed oggidì pieno di gloria siede coronato sul trono de' suoi maggiori.
Trovavasi _Carlo duca di Berry_, terzo nipote del re Luigi, sul fiore
de' suoi anni; fu anch'egli rapito dalla morte nel suddetto maggio,
senza lasciar discendenza, benchè accasato con una delle figlie del
_duca d'Orleans_. Tanta folla di sventure domestiche, le quali fecero
straparlare i maligni, quasichè la mano degli uomini avesse cooperato
a sì grave eccidio, si rovesciò sopra quel gran re, che non avea
conosciuto per tanti anni addietro se non la felicità, e gustato il
piacere di conquistar provincie e di far tremare chiunque si opponeva
ai suoi voleri. Sotto la mano di Dio convien poi che si accorgano di
stare anche i più potenti monarchi della terra. Ma quello stesso Dio
che avea ridotta in sì compassionevole stato la Francia, non ne volle
permettere il già vicino suo precipizio. Per essersi vinto il cuore
della regina inglese, da ciò venne la salute di tanti popoli, e si
disposero le cose a dovere per la pace universale.

Venne il mese di giugno. Essendo stato già richiamato in Inghilterra
il celebre capitano _duca di Marlboroug_ (tanto poterono le batterie
del _conte d'Oxford_), fu sostituito al comando dell'armi inglesi
in Fiandra il _duca d'Ormond_, ma con ordini segreti di nulla operar
contro i Franzesi, anzi d'intendersela con loro. Ben se ne avvedevano
i collegati: ciò non ostante, il _principe Eugenio_ nel mese suddetto
animosamente mise l'assedio a Quesnoi, piazza forte, e nel dì 4 di
luglio obbligò alla resa quella guernigione, consistente fra sani
e malati quasi in tremila persone. Ottenne intanto la regina Anna
di ricevere dai Franzesi in ostaggio Dunquerque, e di mettervi suo
presidio, per demolirne poi le fortificazioni. Avuto questo pegno
in mano, allora ordinò al duca d'Ormond di pubblicar l'armistizio
delle truppe inglesi colla Francia: il che fu eseguito con rabbia
inestimabile e querele senza fine de' collegati; e tanto più perchè
l'Ormond andò a mettersi in possesso di Gante e di Bruges. Restava
tuttavia al _principe Eugenio_ un possente esercito, capace di
far qualche bella impresa, e già la meditava egli, nulla atterrito
dall'abbandonamento degl'Inglesi. Mise pertanto l'assedio a Landrecy;
ma il valente _maresciallo di Villars_, le cui forze erano cresciute
collo scemar delle altre, improvvisamente, nel dì 25 di luglio, si
spinse addosso al _conte d'Arbemale_, che staccato dal principe Eugenio
con un picciolo esercito custodiva le linee di Dexain. Alla piena di
tante armi non potè resistere quel generale, andò in rotta tutta la sua
gente; più furono gli estinti nel fiume Schelda, per essersi rotto il
ponte, che i trucidati dal ferro. Dopo questa vittoria parve un fulmine
il Villars; ricuperò Saint Amand, Mortagna, Marchiones ed altri luoghi,
dove trovò ricchissimi magazzini d'artiglieria, munizioni da guerra e
viveri. Ritiratosi dall'assedio di Landrecy il principe Eugenio, col
cui valore solamente in quest'anno la fortuna non andò d'accordo, il
Villars passò all'assedio della vigorosa città di Douai e del forte
della Scarpa. Nel termine di venticinque giorni s'impadronì dell'una e
dell'altro; e contuttochè, per le pioggie dirotte che sopravvennero,
finite si credessero le sue imprese; pure al dispetto della stagione
egli continuò le conquiste col ridurre all'ubbidienza del re
Cristianissimo Quesnoi e Bouchain. Dopo di che carico di palme se ne
tornò a Parigi. Per tali fatti quanto si rialzò il credito dell'armi
franzesi, altrettanto si infievolì quello de' collegati.

Stesesi anche nella Spagna l'armistizio degl'Inglesi, e però il
_maresciallo di Staremberg_ rimasto snervato di forze, non potè tentare
impresa alcuna di considerazione; e tantomeno dappoichè un grosso
corpo di gente, finita la campagna in Piemonte, s'inviò a quella volta
pel Rossiglione, dal _maresciallo di Bervich_, che non fu pigro a
soccorrere Girona, assediata già dai cesarei, introducendovi soccorsi
di gente e di munizioni. Si trovò lo Staremberg con sì poche forze,
perchè abbandonato dagl'Inglesi e Portoghesi, che non potè impedire
gli avanzamenti de' Franzesi sino ai contorni di Barcellona: il che
l'obbligò sempre a ritirarsi ne' luoghi forti, per aspettare miglior
costellazione alle cose sue. Intanto gravissimi erano i dibattimenti
nelle conferenze d'Utrecht per le tante pretensioni dei principi
interessati in questa gran guerra. Tutti chiedevano o restituzioni o
aumento di Stati. Per brighe succedute fra i lacchè dei plenipotenzarii
di Francia e di Olanda insorsero gravi puntigli che accrebbero le
dissensioni e gli sdegni, ed interruppero i congressi. Pure col vento
in poppa continuava la navigazion dei Franzesi, perchè tutto per loro
era il _conte d'Oxford_ con gli altri ministri da lui dipendenti. Ma
ricalcitravano gli Olandesi, e più senza paragone la corte di Vienna a
quanto veniva proposto per giugnere alla pace. Tuttavia i primi, allo
scorgere l'Inghilterra assai disposta a stabilire una pace particolare
colla Francia, cominciarono a parlar più dolce, con ridursi in fine,
siccome vedremo, ad entrar nelle misure prese dalla corte di Londra.



    Anno di CRISTO MDCCXIII. Indizione VI.

    CLEMENTE XI papa 14.
    CARLO VI imperadore 3.


Anno felice fu il presente per la pace che cominciò a spiegare le ali
per molte parti dell'Europa; e se tutta non la pacificò di presente,
dispose almen le cose a veder, dopo qualche tempo, restituita
dappertutto la pubblica tranquillità. Dopo il dibattimento di tante
contrarie pretensioni ed opposizioni, finalmente venne fatto alla corte
di Francia di stabilir la pace coll'Inghilterra, Olanda, re di Prussia
e duca di Savoia. Nel dì 14 di marzo aveano già i plenipotenziarii
inglesi indotte le potenze collegate a convenire nell'armistizio
d'Italia, e nell'evacuazione della Catalogna dell'armi alleate. Fu
anche, nel dì 26 d'esso mese, accordato dal re _Filippo V_ agl'Inglesi
il desiderato privilegio dell'Assiento, e fatta solenne rinunzia dei
diritti spettanti ad esso monarca sulla Francia, colla ratificazione
di tutti gli Stati de' suoi regni. Dopo questi preliminari nel dì 11
di aprile in Utrecht furono sottoscritti i capitoli della pace fra le
corone di Francia e d'Inghilterra; fu riconosciuta la _regina Anna_ per
dominante della Gran Bretagna; convalidata la succession della linea
protestante in quel regno; accordata la demolizion delle fortificazioni
di Dunquerque, ceduta agl'Inglesi l'isola di Terra Nuova nella novella
Francia, con altri luoghi dell'Acadia nell'America Settentrionale.
Altre capitolazioni furono fatte col re di Portogallo, col re di
Prussia, e colle Provincie Unite dell'Olanda; ed altre in fine con
_Vittorio Amedeo_ duca di Savoia. Contenevasi in questa, che la Francia
restituiva ad esso sovrano tutta la Savoia, le valli di Pragelas,
e i forti di Exiles e delle Fenestrelle con altre valli, e castello
Delfino, e il contado di Nizza, con altri regolamenti per li confini
alle sommità delle Alpi. E perciocchè alla corte d'Inghilterra premeva
forte che qualche maggiore ricompensa si desse a questo principe, che
avea messo a repentaglio tutti i suoi Stati per sostenere la causa
comune; tanto si adoperò, che il re Cattolico _Filippo_ s'indusse a
cedergli il regno di Sicilia, e di tal cessione si fece garante anche
il re Cristianissimo. Fu anche stipulato, che venendo a mancare la
linea del re Filippo, la real casa di Savoia succederebbe nei regni
di Spagna; e furono approvati gli acquisti fatti da esso duca nel
Monferrato e Stato di Milano. Nel dì poscia 10 di giugno solennemente
approvò esso re Cattolico in Madrid la cessione del suddetto regno
di Sicilia in favore delle linea della casa di Savoia, conservando
solamente il diritto della riversione di quel regno alla corona di
Spagna, in caso che mancassero tutte le linee suddette. Finalmente,
nel dì 13 di agosto, in Utrecht fu sottoscritta la pace fra sua maestà
Cattolica e il prefato duca di Savoia, con ratificar la cessione della
Sicilia, e la successione della casa di Savoia nei regni di Spagna,
caso mai che mancasse la discendenza del re Filippo V.

In vigore dunque di tali atti il duca _Vittorio Amedeo_ nel dì 22 di
settembre venne solennemente riconosciuto in Torino per re di Sicilia
con varie feste ed allegrie di quella corte e città; e il principe
di Piemonte _Carlo Emmanuele_ prese il titolo di duca di Savoia. Fu
allora messo in disputa dai politici, se di gran vantaggio riuscirebbe
alla real casa di Savoia un sì nobile acquisto. E non v'ha dubbio che
di sommo onore a quel sovrano fu l'avere aggiunto ai suoi titoli il
glorioso di re, non immaginario, come quello di Cipri, ma sostanziale
col dominio d'una isola felicissima per varii conti, e la maggiore del
Mediterraneo, per cui si apriva il campo ad un rilevante commercio
marittimo. Contuttociò ad altri parve che se ne veniva un grande
onore, non corrispondesse la potenza e l'autorità, per essere troppo
staccato quel regno dagli Stati del Piemonte, per l'obbligo di tenervi
continuamente gran guernigione sul timore dei vicini Tedeschi padroni
del regno di Napoli; giacchè non era un mistero che l'Augusto _Carlo
VI_ s'ebbe sommamente a male che fosse a lui tolta la Sicilia per
darla ad altri. Io qui tralascio altre loro riflessioni, per dire che
i principi ben provveduti di saviezza cesserebbero di essere tali, se,
per apprensione delle possibili eventualità, rimanessero di accettar
quei dominii che presenta loro la fortuna. Possono anche dopo un
acquisto succedere più favorevoli emergenti; e quando anche avvenissero
in contrario, ciò che fu fatto sulle prime con prudente riflesso, non
può mai divenire taccia d'imprudenza. Ora il nuovo re di Sicilia pensò
tosto a portarsi in persona a prendere il possesso di quel regno.
Fatti suntuosi preparamenti, passò egli, sul fine di settembre, colla
regina moglie, con tutta la sua corte e con molte truppe a Nizza, e
quivi sulla squadra dell'ammiraglio inglese _Jennings_ imbarcatosi,
nel dì 3 di ottobre indirizzò le vele alla volta di Palermo. Giunto
a quel porto, nel dì 10 ricevette dal _marchese de los Balbases_ la
consegna delle fortezze, e nel dì seguente fra i giulivi suoni delle
campane e gli strepiti delle artiglierie, e fra gli archi trionfali si
portò alla cattedrale, dove fu cantato solenne _Te Deum_. Grandi spese
fece per tal viaggio il re _Vittorio Amedeo_, e tuttochè ricevesse un
riguardevol dono gratuito dai Siciliani, pure l'utile non uguagliò il
danno; e la sua camera e il Piemonte si risentirono per qualche tempo
della felicità del loro sovrano. Seguì poi in Palermo nel dì 21 di
dicembre la solenne inaugurazione del re e della regina. Tre giorni
dopo si fece la lor coronazione dall'arcivescovo di Palermo, assistito
da alcuni vescovi.

Alle paci fin qui accennate desiderava ognuno che si accomodasse anche
l'imperador _Carlo VI_; ma s'era troppo inasprita la corte di Vienna al
vedere come abbandonata sè stessa a' collegati, e camminar con vento
sì prospero i negoziati della Francia e Spagna; tolta ad esso Augusto
la Sicilia; e trovarsi egli forzato ad abbandonare la Catalogna,
senza poter ottenere remissione alcuna per quegl'infelici popoli, che
rimasero poi sacrificati all'ira del re Cattolico _Filippo V_. Perciò
l'Augusto Carlo, senza considerare ad accordo alcuno colle due nemiche
corone, restò solo in ballo, e si diede a studiar i mezzi per non
lasciarsi soperchiare dalla potenza e fortuna dei Franzesi, sperando
pure di ricavar qualche vantaggio per li Catalani suddetti. Giacchè
s'era convenuto ch'egli ritirasse l'armi sue dalla Catalogna, la prima
sua cura fu di mettere in salvo l'imperadrice sua consorte, lasciata
in Barcellona per ostaggio della sua fede ai Catalani. L'ammiraglio
inglese _Jennings_ colla sua squadra di navi andò per condurla in
Italia. Giornata di troppo gravi cordogli e di aspri lamenti fu quella
in cui l'augusta principessa prese congedo da quel povero popolo. Di
grandi speranze, di belle promesse spese ella in tale occasione per
calmare l'affanno e lo sdegno dei cittadini facendo specialmente valere
il restar ivi il _maresciallo di Staremberg_ colle sue truppe, ch'erano
ben poche, e doveano anche fra poco imbarcarsi per venire in Italia.
Nel dì 20 di marzo sciolse le vele da Barcellona la flotta inglese,
e nel dì 2 d'aprile sbarcò l'imperadrice a Genova, dove con superbi
regali e sommo onore fu accolta da quella repubblica. Entrò poscia in
Milano nel dì 10 d'esso mese, e quivi, dopo aver preso riposo fino al
dì 8 del seguente maggio, ripigliò il viaggio alla volta di Mantova,
dove si fermò per tre giorni, e comparve a complimentarla _Rinaldo
d'Este_ duca di Modena. Inviossi dipoi verso Lamagna, ricevuta dai
Veneziani, e dappertutto dove passò, con insigne magnificenza. Nel dì
22 di giugno il _maresciallo di Staremberg_ stabilì una capitolazione
coi commissarii del re Cattolico, per evacuar la Catalogna; e poi
ritirate le sue truppe da Barcellona cominciò ad imbarcarle sopra le
navi inglesi. Gran copia di barche napoletane furono a quest'effetto
spedite colà, e si videro poi giugnere esse milizie a Vado nella
Riviera di Genova nel dì 8 e 16 del mese di luglio, da dove passarono
a ristorarsi nello Stato di Milano. In essi legni venne ancora
gran numero di Spagnuoli, anche delle più illustri case, che tutto
abbandonarono, per non rimanere esposti a mali peggiori, cioè alla
vendetta del fortunato re _Filippo V_. Non si può esprimere in che
trasporti di rabbia e di querele prorompessero i Catalani, al trovarsi
in tal maniera lasciati alla discrezione dello sdegnato monarca.
Andò sì innanzi la lor collera, che presero la disperata risoluzion
di difendersi a tutti i patti, benchè abbandonati da ognuno, contro
la potenza del re Cattolico, e fecero per questo dei mirabili
preparamenti. Molto più ne fece la corte di Madrid, la cui armata
passò in quest'anno a bloccare la stessa città di Barcellona. A me non
occorre dirne di più.

Fra le altre memorabili virtù dell'imperator _Carlo VI_ sempre si
distinse quella della gratitudine. Avea egli pertanto portato seco
dalla Spagna un generoso affetto verso chiunque s'era in quelle parti
dichiarato del suo partito, e dimostrollo poi, finchè visse, verso
chiunque si rifugiò sotto le sue ali in Italia o in Germania, con
sostenere migliaia di Spagnuoli esuli, non ostante il gravissimo
dispendio dell'imperiale e regia camera sua. Pieno di compassione
verso gli abbandonati Catalani, bramava pure di sovvenir loro nella
presente congiuntura, ed abbisognava eziandio di pecunia per sostenere
sè stesso contro le superiori forze del re Cristianissimo, a cui
altro nimico non era restato che il solo imperadore. O progettassero
i suoi ministri, o ne movesse la repubblica di Genova le dimande,
venne egli alla risoluzione di vendere ad essi Genovesi il marchesato
del Finale, già feudo dei marchesi del Carretto, e poi passato in
potere dei re di Spagna. Fu stabilito questo contratto nel dì 20 di
agosto del presente anno, con pagare in varie rate essa repubblica
a sua maestà cesarea un milione e ducento mila pezze, ciascuna di
valore di cinque lire, o sia di cento soldi moneta di Genova; e con
dichiarazione che continuasse quella terra colle sue dipendenze ad
essere feudo imperiale. Non si tardò a darne il possesso ai medesimi
Genovesi con fama che fossero accolti mal volentieri que' nuovi padroni
dai Finalini, e che la real corte di Torino si mostrasse malcontenta
di tal novità. Avrebbe essa ben esibito molto di più per ottenere
uno Stato tale, non grande al certo, ma di rivelante comodo ai suoi
interessi, massimamente dopo l'acquisto della Sicilia. Fu preteso
che l'imperadore si fosse riservato il diritto di ricuperare quel
marchesato, restituendo la somma del danaro ricevuto; ma di questo non
v'ha parola nell'investitura conceduta ad essa repubblica. Gioioso in
questi tempi il re Cristianissimo _Luigi XIV_ per essersi sbrigato da
tanti suoi potenti nemici, rivolse tutti i suoi pensieri ad obbligar
colla forza l'imperadore _Carlo VI_ ad abbracciar la pace, giacchè
egli solo vi avea ripugnato fin qui. Unite dunque le sue forze, spinse
il valoroso _maresciallo di Villars_ addosso alla rinomata fortezza
di Landau nell'Alsazia. Dopo una vigorosa difesa fu costretta quella
piazza, nel dì 22 d'agosto, a rendersi, con restar prigioniera di
guerra la guernigione. Verso la metà di settembre passò il medesimo
maresciallo il Reno, ed imprese l'assedio di Friburgo. Il comandante
di quella piazza nel dì primo di novembre si ritirò ne' castelli,
lasciandola aperta ai Franzesi, che intimarono tosto ai cittadini la
contribuzione d'un milione per esentarsi dal sacco. Nel dì 16 d'ottobre
anche le fortezze si renderono ai Franzesi con tutte le condizioni
più onorevoli. Dopo tali acquisti si posarono l'armi e cominciarono
ad andare innanzi e indietro proposizioni di pace, a cui Cesare non
negò l'orecchio, perchè oramai persuaso di non poter solo sostenere sì
grande impegno.

Benchè gli affari correnti cospirassero a restituire la pubblica
tranquillità all'Europa, e non solamente fossero cessate in Italia
le turbolenze della guerra, ma si assodasse maggiormente la quiete
per l'incamminamento di varii cesarei reggimenti verso la Germania;
pure non mancavano affanni a queste contrade. Dall'Ungheria e Polonia
era passata a Vienna la peste, con istrage non lieve delle persone,
e cominciò sì fatto orrendo malore a stendere le ali per l'Austria,
Baviera ed altre parti della Germania. Attentissima sempre la veneta
repubblica alla sanità dell'Italia, e a tener lungi questo morbo
desolatore, interruppe tosto ogni commercio col Settentrione, e
seco s'unì per li suoi Stati il sommo pontefice. Ma non potè fare
altrettanto lo stato di Milano ed altri principi: il che cagionò un
grave disordine nel commercio per l'Italia. Volle Dio che prima di
quel che si sperava cessasse dipoi questo flagello; laonde cessarono
ancora le prese precauzioni. Ebbe in quest'anno materia di lutto la
corte di Toscana per la morte del gran principe _Ferdinando de Medici_,
figlio del gran duca _Cosimo III_, accaduta nel dì 30 del suddetto mese
d'ottobre, senza lasciar frutti del suo matrimonio colla principessa
_Violante Beatrice_ figlia di _Ferdinando_ elettor di Baviera. Di
maravigliose prerogative d'ingegno era ornato questo principe. Non
fosse egli mai andato molti anni addietro a gustare i divertimenti del
carnevale a Venezia. Fu creduto ch'egli ivi si procacciasse un tarlo
alla sua sanità, da cui finalmente fu condotto alla morte. Trovavasi
sovente infestato il pontefice _Clemente XI_ dagl'insulti dell'asma, e
da altri incomodi di sanità; pure, siccome principe di rara attività,
continuamente accudiva ai negozii, e questi non erano pochi. Passavano
calde liti fra quella sacra corte e il già duca di Savoia ora re
di Sicilia, siccome ancora coi Genovesi e col regno di Napoli, e
massimamente coi reggenti dell'appellata monarchia di Sicilia. Il santo
padre, siccome zelantissimo della immunità ecclesiastica e dei diritti
della santa sede, fulminava monitorii, interdetti e scomuniche: con che
effetto, lo dirà a suo tempo la storia della Chiesa.

Ma le occupazioni dell'indefesso pontefice furono interrotte in questi
tempi per un imbroglio succeduto in Francia. Forse non piacendo al
_cardinale di Noaglies_ arcivescovo di Parigi che il _re Luigi XIV_
avesse preso per suo nuovo confessore un certo religioso, avvertì sua
maestà che questi avea spacciato in un suo libro alcune proposizioni
poco sane in difesa dei riti cinesi. Ne parlò il re al confessore,
il quale rispose, maravigliarsi che il porporato accusasse altrui,
quando egli aveva approvato il libro del padre Quesnel, intitolato
_Il Nuovo Testamento_, ec., in cui si trovava gran copia di sentenze
giansenistiche. Rapportò il re questa risposta al cardinale, ed egli
disse che l'opera del Quesnel era stata corretta, confessando nondimeno
che vi restavano tuttavia dieci o dodici proposizioni meritevoli di
correzione, e che egli col celebre vescovo di Meaux Bossuet era dietro
a prestarvi rimedio. Ciò inteso dal confessore, disse al re: _Come,
dieci o dodici proposizioni di cattivo metallo? ve n'ha più di cento_.
E preso l'impegno di mostrarlo, ricavò da quel libro cento ed una
proposizioni. Furono poi queste spedite a Roma dal re; e dappoichè sua
santità n'ebbe fatto fare un rigoroso esame, le condannò tutte nel dì
10 di settembre del presente anno colla famosa bolla _Unigenitus_,
che poi riuscì seminario d'incredibili dissensioni, appellazioni ed
altri sconcerti nel regno di Francia, intorno ai quali io rimetto il
lettore ai tanti libri pubblicati su questo emergente. Continuò ancora
in quest'anno il male pestilenziale delle bestie bovine, ed assalì
varii altri paesi d'Italia. Penetrò nello Stato ecclesiastico e nella
Calabria, ed entrò anche nel basso Modenese. Non arrivò questo flagello
a cessare, se non nell'anno seguente. Dopo essere dimorato gran tempo
in Italia il principe reale ed elettorale di Sassonia, finalmente verso
la metà d'ottobre si partì da Venezia, dove avea ricevuti tutti gli
onori e divertimenti possibili, inviandosi verso i suoi Stati.



    Anno di CRISTO MDCCXIV. Indizione VII.

    CLEMENTE XI papa 15.
    CARLO VI imperadore 4.


Con tutti i progressi delle sue armi nell'anno precedente non rallentò
il re Cristianissimo _Luigi XIV_ le sue premure, per dar totalmente
la pace alla Europa, col condurre in essa anche l'Augusto _Carlo
VI_. Abbisognava eziandio l'imperatore di troncar questo litigio,
perchè troppo pericoloso scorgeva il voler solo mantener la guerra
con chi s'era potuto sostenere contro tante potenze unite, ed avea
ormai ottenuto l'intento di stabilire il nipote in Ispagna. Comunicò
il re Luigi le sue premure agli elettori di Magonza e Palatino; e
questi mossero la corte di Vienna ad ascoltar le proposizioni della
desiderata scambievole concordia. Fu eletto per luogo del trattato
il palazzo di Rastat, spettante al principe di Baden, e nel dì 26 di
novembre del precedente anno colà comparvero il _principe Eugenio_
per sua maestà cesarea, e il _maresciallo di Villars_ per sua maestà
Cristianissima. Per due mesi frequenti furono le conferenze; e non
trovandosi maniera di accordar le pretensioni, già parea che si avesse
a sciogliere in nulla l'abboccamento, con essersi anche ritirato il
principe Eugenio per preparar le armi; quando finalmente si raggruppò
l'affare, e nel dì 6 di marzo si giunse a segnar gli articoli della
pace, o sia i preliminari della concordia; perciocchè non si poterono
smaltire tutte le differenze, e volle l'imperadore che anche l'imperio
concorresse alla stabilità d'un atto di tanta importanza. Discese
la corte di Francia dall'alto di molte sue pretensioni, perchè ben
conosceva vacillanti gli affari in Londra, essendosi mostrati quei
parlamenti mal soddisfatti della _regina Anna_ e de' suoi ministri, nè
gl'Inglesi ed Olandesi avrebbero in fine sofferto che Cesare restasse
vittima della potenza francese. I principali capitoli d'essa pace di
Rastat consisterono nella restituzione di Friburg, del forte di Kel
e di altri luoghi fatta dalla Francia, che ritenne Argentina, Landau
ed altre piazze, indarno pretese da Cesare. Gli elettori di Baviera e
di Colonia furono restituiti nel possesso dei loro Stati. I regni di
Napoli colle piazze della Toscana e Sardegna, la Fiandra e lo Stato
di Milano, a riserva del ceduto al duca di Savoia, restarono in poter
dell'imperadore. Fu poi scelta la piccola città di Bada, o sia di
Baden, posta negli Svizzeri in vicinanza di Zurigo, per quivi terminar
le altre differenze. A poco si ridusse il risultato di quell'assemblea;
ed avendo l'imperadore ricevuta la plenipotenza dalla dieta di
Ratisbona, non lasciò di conchiudere ivi la pace nel dì 5 di settembre
a nome dell'imperio, colla conferma di quanto era stato stabilito in
Rastat.

Videsi in tale occasione ciò che tante volte si è provato e si
proverà, che chi dei principi minori entra in aderenze coi maggiori
nel bollor delle guerre, lusingato di accrescere la propria fortuna,
si ha da consolare in fine, e contare per gran regalo, se ottiene la
conservazione del proprio; perchè va a rischio anche della perdita
di tutto, attendendo i monarchi al proprio vantaggio, e poca cura
mettendosi degli aderenti. Perdè il _duca di Mantova_ tutti i suoi
Stati. Al _duca di Guastalla_ dovea pervenire il ducato di Mantova:
si trovarono più forti le ragioni di chi n'era entrato in possesso.
Giuste pretensioni promosse ancora il _duca di Lorena_ sul Monferrato.
Con un pezzo di carta, che prometteva l'equivalente, fu pagata la di
lui parte. Il _duca della Mirandola_ vide venduto il suo Stato al duca
di Modena, e sè stesso costretto a rifugiarsi in Ispagna a mendicar
il pane da quella real corte. Fu intimato a _Giacomo III Stuardo_ re
cattolico d'Inghilterra di uscire del regno di Francia; e ricoveratosi
egli nella Lorena, nè pur ivi trovò sicuro asilo, con ridursi in fine
a cercare il riposo fra le braccia del sommo pontefice nella sede
primaria del cattolicismo. Si erano mostrati liberali i Gallispani
verso di _Massimiliano duca ed elettore di Baviera_, ora investendolo
dei Paesi Bassi da loro perduti, ora di Lucemburgo e di altri paesi,
ed ora proponendo di farlo re di Sardegna. In ultimo dovette ringraziar
Dio di aver potuto ricuperare gli aviti suoi Stati, ma desolati, e che
per un pezzo ritennero la memoria degli sfortunati tentativi del loro
sovrano.

A queste metamorfosi finalmente restò soggetta anche la Catalogna, da
cui fu forzato l'Augusto _Carlo VI_ di ritirar le sue armi con suo
ribrezzo e rammarico indicibile per la compassione a que' popoli,
che con tanto vigore e fedeltà aveano sostenuto il partito suo. Già
nell'anno addietro avea spedito il re _Filippo V_ l'esercito suo,
comandato dal _duca di Popoli_, a bloccare la città di Barcellona,
dove trovò que' cittadini molto afforzati di milizia, e risoluti di
spendere piuttosto la vita colle armi in mano, che di tornare sotto
l'offeso monarca, da cui temeano ogni più acerbo trattamento. Furono
memorabili le imprese da lor fatte in propria difesa, e passò il verno
senza veruna speranza che una sì feroce e disperata nazione si avesse
da rimettere all'ubbidienza. Fama fu ch'essi Catalani progettassero
fino di darsi più tosto alle potenze africane, che di tornare sotto
il giogo castigliano. D'uopo anche fu che il re Cattolico _Filippo V
_implorasse l'assistenza dell'avolo re Cristianissimo. Il _maresciallo
di Bervich_, inviato da Parigi a Madrid per condolersi della morte di
_Maria Lodovica_ di Savoia regina, accaduta nel febbraio di questo
anno, ebbe ordine di offerirsi al servigio di sua maestà Cattolica,
che volentieri l'accettò per comandante; e più volentieri ricevette
l'esibizione d'un grosso rinforzo, anzi, per dir meglio, di un
esercito di milizia franzese. Cominciò nel maggio il formale assedio
di Barcellona, e proseguì con calore fino al luglio, in cui, arrivati
i Franzesi, maggiormente crebbe il teatro di quella guerra. Alle
terribili offese con incredibil coraggio corrisponsero i difensori.
Gran sangue costò ogni menomo acquisto di quelle fortificazioni, nè mai
quella cittadinanza trattò di rendersi, se non quando vide sboccati
nella stessa città gli aggressori. Convenne dunque esporre bandiera
bianca; e da che fu promessa l'esenzione dal sacco e la sicurezza della
vita, fu consegnata la città ai voleri del re Cattolico. Qual fosse
il trattamento fatto a quei cittadini e popoli, non occorre che io lo
rammenti. L'isola di Maiorica non per questo volle sottomettersi, e
necessaria fu la forza a soggiogarla. Restarono solamente in dominio
degl'Inglesi Gibilterra e l'isola di Minorica, dove è Porto Maone, con
averne il re Cattolico nel solenne trattato di pace fra la maestà sua e
la _regina Anna_ d'Inghilterra, stipulato nel dì 13 di luglio dell'anno
precedente, sottoscritta la cessione ad essi Inglesi.

Nel dì 28 d'aprile di quest'anno passò all'altra vita _don Vincenzo
Gonzaga_ duca di Guastalla in età di ottant'anni, ed ebbe per
successore il principe _Antonio Ferdinando_ suo primogenito. A gravi
turbolenze rimase esposta _Anna Stuarda_ regina della Gran Bretagna
dopo la conclusione della pace, dichiarandosi mal soddisfatti di lei e
del suo ministero i parlamenti per li passati maneggi, e massimamente
perchè si credette, o si seppe, ch'ella desiderava per suo successore
nel trono il re _Giacomo III_ suo fratello. Cadde perciò in odio e
disprezzo di quella nazione, e seguirono in Londra varii tumulti e
mutazioni; ma venne la morte a liberarla dai guai presenti nel dì 12
d'agosto; e però pacificamente fu riconosciuto per re di quel potente
regno _Giorgio Lodovico_ duca di Brunsvich ed elettore, della cui
nobilissima origine e comune stipite colla casa d'Este ho io assai
parlato nelle Antichità Estensi. Essendo rimasto vedovo _Filippo V_
re di Spagna, pensò egli di passare alle seconde nozze, e pose gli
occhi sopra la principessa _Elisabetta Farnese_, nata nel dì 25 di
ottobre del 1690 da _Odoardo principe_ ereditario di Parma. Oltre a
molte rare prerogative d'animo e d'ingegno, e specialmente di pietà,
portava questa principessa in dote delle forti pretensioni sopra il
ducato di Parma e di Piacenza, ed anche sopra la Toscana, siccome
discendente da _Margherita de Medici_ figlia di _Cosimo II_ gran
duca. Stabilitosi dunque il reale accasamento, per opera spezialmente
dell'_abbate Alberoni_, residente allora in Madrid pel duca zio di
lei, seguì nel dì 16 di settembre in Parma il suntuoso sposalizio
d'essa principessa, avendovi assistito il _cardinale Ulisse Gozzadini_
Bolognese, spedito a questo effetto dal papa _Clemente XI_ con titolo
di legato a latere, e con accompagnamento magnifico di più centinaia
di persone. _Francesco Farnese_ duca di Parma suo zio la sposò a nome
di sua maestà Cattolica. Fu poi condotta la novella regina a Sestri
di Levante; e quivi preso l'imbarco, senza poter sostenere gl'incomodi
del mare sdegnato, fece dipoi la maggior parte del viaggio per terra,
e passò in Ispagna a felicitare quella real prosapia. Giunse a Madrid
solamente sul fine dell'anno, e nel viaggio diede gran motivo di
parlare alla gente, per aver ella animosamente licenziata ed inviata
in Francia la duchessa Orsini, che il re le avea mandato incontro
con titolo di sua dama d'onore. Quali conseguenze portasse poi questo
matrimonio, andando innanzi lo vedremo. Dopo avere _Vittorio Amedeo_
re di Sicilia lasciati in quell'isola molti bellissimi regolamenti
pel governo del nuovo regno, ed accresciute le forze tanto di terra
quanto di mare in esse contrade, e dopo avere restituita la quiete a
quelle terre, dianzi infestate da gran copia di licenziosi banditi,
tornossene colla real consorte in Piemonte nell'ottobre di quest'anno,
e con gran solennità nel dì primo di novembre fece la sua entrata in
Torino. Duravano intanto, anzi ogni giorno maggiormente si accendevano
le controversie fra la santa Sede e quel real sovrano, sostenitore
risoluto dell'appellata monarchia di Sicilia. Nel novembre di questo
anno fece il santo padre pubblicar due formidabili bolle contro i
pretesi diritti di quel tribunale. Cagion fu questa lite che non pochi
Siciliani si ritirassero a Roma con aggravio non lieve della camera
apostolica. Gravissime occupazioni ancora ebbe in questi tempi il sommo
pontefice per li torbidi suscitati in Francia dalla bolla _Unigenitus_,
dei quali a me non appartien di parlare.



    Anno di CRISTO MDCCXV. Indiz. VIII.

    CLEMENTE XI papa 16.
    CARLO VI imperadore 5.


Appena aveva incominciato l'Italia a respirare da tanti disastri,
dopo l'universal pace de' monarchi cristiani, sperando giorni ormai
felici, quando la repubblica veneta mirò da lungi cominciato fin l'anno
addietro un fiero temporale che la minacciava in Levante. Questo era
un gran preparamento di gente e di navi che facea la Porta Ottomana,
con ispargere varii pretesti di disgusto contra di essi Veneziani;
giacchè di questa mercatanzia ne truova sempre nei suoi magazzini
chi ha possanza e voglia di far guerra ad altrui. E tanta più ne
trovò il sultano de' Turchi, perchè principe non v'ha che, dopo avere
suo malgrado perduto qualche Stato, non si senta agitato da interne
convulsioni, cioè da un continuo desio di ricuperarlo, se può. Aveano
nelle precedenti guerre i Musulmani perduto il regno della Morea, e
fattane cessione alla veneta repubblica. Perchè i giannizzeri tuttodì
moveano sedizioni, fu creduto da quel divano che alle loro insolenze
si metterebbe fine coll'impegnarli in qualche guerra; e che coloro
prendessero di mira la suddetta Morea, si vociferava dappertutto.
Questa voce nondimeno tal forza non ebbe da addormentare il cauto gran
maestro di Malta. Diedesi egli perciò a ben premunire quella città ed
isola fortissima, col chiamare colà tutti i cavalieri d'Italia e di
altre nazioni, e con fare ogni necessaria provvisione di munizioni
da bocca e da guerra, affinchè il Turco, che altre volte avea finta
un'impresa, e ne avea poi fatta un'altra, sapesse che si vegliava in
quella parte contro i suoi tentativi. Ora in quell'angustia di tempo
non lasciarono i Veneziani di far tutto l'armamento possibile per
accrescere le lor genti d'armi e le lor forze di mare, e per tutta
la Germania si studiarono di ottener leve di gente, non perdonando a
spesa e diligenza veruna. Anche il pontefice _Clemente XI_, commosso
dal grave pericolo della cristianità, ricorse all'aiuto del cielo;
prescrisse preghiere e orazioni per tutta l'Italia; somministrò
sussidii di danaro ai Veneziani e Maltesi, ed approntò le sue galee,
per accorrere dove fosse maggiore il bisogno. E perchè parimente
veniva minacciata la Polonia, in soccorso di quella inviò dieci
mila scudi d'oro. Una anche delle sue prime cure fu di ricorrere a
tutti i monarchi cattolici, esortandoli colle più efficaci lettere
di concorrere alla difesa de' fedeli contra del tiranno d'Oriente.
Intanto si tirò il sipario, e scoprironsi rivolti i disegni del
sultano Acmet contra dei Veneziani, con aver egli ingiustamente
rotta la tregua stabilita a Carlovitz nel 1699, e per mare e per
terra piombò una formidabile armata di Turchi sul Peloponneso, ossia
sopra la Morea. Videsi allora una ben dolorosa scena, cioè che nello
spazio di un mese la potenza ottomana s'impadronì di tutto quanto
la veneta in più anni con tanto dispendio e fatiche avea in quelle
contrade acquistato. Corinto, Napoli di Romania, Napoli di Malvasia,
Corone, Modone e l'altre piazze di quel regno, tutte caddero in
mano degl'infedeli. Fecero alcune buona difesa; ma sì fieri furono
gli assalti turcheschi, che sopra gli ammontati cadaveri de' suoi
giunsero que' Barbari a superar le fortezze. Altre poi fecero poca
o niuna difesa, e i Greci stessi congiurati si gittarono in braccio
de' Turchi. Provò allora la repubblica veneta quello ch'è accaduto a
tanti altri, cioè che le braccia tradiscono talvolta gli ordini saggi
del capo. Si avvide ella, ma tardi, che alcuni dei suoi ministri nella
Morea non aveano impiegato il pubblico danaro, come doveano, nel tener
completi i presidii e provvedute le piazze del bisognevole. Quel bel
paese, quel felice e caldo clima, non si può dire quanto inclini ai
piaceri e alla corruttela de' costumi. Senza freno viveano quivi molti
degl'Italiani, e di loro si mostravano poco contenti alcuni di que'
popoli. Tutto concorse a far perdere sì presto quel delizioso regno;
la principal cagione però fu l'esorbitante forza de' Musulmani, a
cui non s'era potuto provvedere di alcun valevole ostacolo fin qui.
Non finì quest'anno, che, profittando i Turchi dell'amica fortuna,
s'impadronirono di altri luoghi ed isole nell'Arcipelago. Parimente
i corsari africani, prevalendosi dello scompiglio in cui si trovava
l'Italia colle isole adiacenti, ne infestarono più che mai i lidi, e
condussero in ischiavitù assaissimi cristiani.

In questi medesimi turbati tempi una altra guerra apertamente si faceva
in Sicilia a cagion del tribunale della monarchia. Avendo il sommo
pontefice fulminate le censure contro molti di quegli uffiziali e
contro altri del regno siciliano, e messo l'interdetto a varii luoghi,
il re _Vittorio Amedeo_, risoluto di sostenere gli antichi usi od
abusi che s'erano per più secoli mantenuti dai re suoi antecessori,
ordinò che non si rispettassero gli ordini di Roma. Chi negò di
farlo trovò pronto il gastigo delle prigioni o dell'esilio. Più di
quattrocento ecclesiastici, oltre ad altre persone, o volontariamente
o per forza uscirono di quell'isola, rifugiandosi a Roma. Il pontefice
in sussidio loro impiegò più di sessanta mila scudi; e tuttochè anche
amendue i monarchi di Francia e Spagna con forti uffizii sostenessero
le pretensioni del re Vittorio, pure l'intrepido papa nel gennaio
e febbraio del presente anno pubblicò due altre costituzioni, colle
quali abolì il tribunale suddetto della monarchia di Sicilia: passo che
maggiormente accrebbe gli sconvolgimenti di quel regno, e cagionò non
lieve affanno al novello re di quell'isola, che abbisognava di quiete
per ben assodarsi in quel dominio. Intanto per male di vaiuolo in età
di diecisette anni venne a morte in Torino _Vittorio Amedeo_ duca di
Savoia suo primogenito nel dì 22 di marzo del presente anno, della
qual perdita fu per lungo tempo inconsolabile il re suo padre. Perchè
gli strologhi gli aveano predetta la guarigion del figlio, che non si
effettuò, ne cadde la colpa sopra i medici, che perciò perderono la
grazia del sovrano. Ma Dio gli preservò il secondogenito, cioè _Carlo
Emmanuele_, oggidì re di Sardegna, che gareggia nelle virtù coi più
rinomati principi della reale sua casa. Non era meno affaccendata
in questi tempi la sacra corte di Roma per le opposizioni insorte in
Francia contro la costituzione _Unigenitus_, e per le controversie de'
riti cinesi, proibiti a quei nuovi cristiani. Intorno a questi punti
pubblicò l'indefesso pontefice altre costituzioni, dettate dal suo zelo
per la purità della dottrina cattolica.

Si godeva intanto il re Cristianissimo _Luigi XIV_ il contento
di avere assicurata sul capo del nipote _Filippo V_ la corona di
Spagna, e di avere restituita al suo regno la desiderata pace, quando
venne Dio a chiamarlo all'altra vita. Era egli giunto all'età di
settantasette anni; ne avea regnato settantatrè oltre il costume
dei suoi antecessori. Il dì primo di settembre fu l'ultimo del suo
vivere, ed egli con intrepidezza mirabile, con sentimenti di viva
cristiana pietà e pentimento dei suoi falli lasciò ai suoi discendenti
quelle massime più giuste di governo ch'egli talvolta in sua vita
dimenticò. Nel bollore spezialmente dei suoi anni gli aveano presa
la mano l'incontinenza, lo spirito conquistatorio, senza misurarlo
talvolta colla giustizia, e l'ansietà di far tremare ciascuno coi
fulmini della sua potenza. Ciò non ostante, pregi sì rilevanti si
raunarono in questo monarca per la sua gran mente, per aver nel suo
regno procurata la gloria delle lettere, l'accrescimento delle arti e
l'utilità del traffico, per la magnificenza delle fabbriche, per aver
dilatati ampiamente i confini del suo regno, e sopra tutto protetta la
religione de' suoi maggiori, con espurgare dalla gramigna ugonottica
i suoi Stati, senza far caso della perdita di tanti sudditi, di
tante arti e di tanto oro, in tale occasione asportati, che, secondo
l'estimazione comune, giustamente si meritò il titolo di Grande. A
questo rinomatissimo monarca succedette il pronipote _Luigi XV_, oggidì
glorioso re di Francia, ma in età troppo tenera, e però incapace di
governo, e bisognoso di tutori. Ebbe maniera _Filippo duca d'Orleans_,
nipote _ex fratre_ del re defunto, e primo principe del real sangue,
di far annullare dal parlamento di Parigi il regio testamento, e di
assumere egli la tutela del picciolo re. Trovò questo principe esausto
il regio erario, incolte molte campagne, impoveriti i popoli per le
tante guerre passate, ingrassati non pochi colla mala amministrazione
delle regie finanze; e siccome pochi si potevano uguagliare a lui
nell'elevatezza della mente, si applicò tosto a curare e saldare le
piaghe del regno. Ma intorno a ciò a me non conviene di dirne di più.
Fece nell'ottobre di quest'anno _Giacomo III Stuardo_ re cattolico
della Gran Bretagna un tentativo per rimettersi sul trono della
Scozia, con avere il pontefice somministrati quegli aiuti che potè per
quell'impresa. Convien chinare gli occhi davanti agli occulti disegni
di Dio. Cominciò egli con prosperità, ma terminò con infelicità un sì
importante affare. Dopo essersi dichiarata in favor degl'inglesi la
fortuna in una giornata campale se ne tornò lo sventurato principe in
Francia a deplorar le sciagure di chi s'era dichiarato del suo partito.



    Anno di CRISTO MDCCXVI. Indizione IX.

    CLEMENTE XI papa 17.
    CARLO VI imperadore 6.


In gravissimi timori ed affanni si trovò immersa l'Italia nel presente
anno, che la divina provvidenza fece poi risolvere nel progresso in
feste ed allegrezze. Divenuta più che mai orgogliosa la Porta Ottomana
per le conquiste con tanta facilità fatte nell'anno precedente,
meditava già voli più elevati; e si seppe col tempo che avea formati
disegni fin sopra la stessa Roma, essendosi esibito il perfido marchese
di Langallerie, ribello del re di Francia, di dar mano all'iniqua
impresa. Per farsi scala ai danni dell'Italia, determinò il gran
signore _Acmet_ che l'armi sue passassero nell'isola di Corfù, posta
in faccia alle estremità del regno di Napoli, e sito comodo per
effettuar altre maggiori determinazioni. Quaranta mila tra fanti e
cavalli turcheschi fecero sbarco in quella fortunata, ed allora troppo
infelice isola, ed impresero tosto l'assedio della capitale, secondati
da una sterminata flotta per mare. Aveano anche i Veneziani allestita
una poderosa armata navale, ma scarseggiavano di gente, perchè le
leve per loro fatte in varii luoghi d'Italia ed oltramonti tardavano
a comparire. In questo mentre il pontefice _Clemente XI_, che aveva
già commossi colle più calde preghiere i re di Spagna e Portogallo
al soccorso dei Veneti, ebbe sicuri avvisi che il primo invierebbe
sei vascelli e cinque galee alle sue spese contra del comune nemico;
e il Portoghese fece sciogliere le vele a sei grossi vascelli, e
ad altrettanti minori per unirsi alle vele pontificie. Accrebbe il
pontefice la sua squadra navale di due galee e di quattro vascelli,
coi quali congiunsero ancora i cavalieri di Malta le loro forze, e il
gran duca _Cosimo III_ unì con esse quattro galee, due la repubblica
di Genova. Impose il pontefice una contribuzione al clero d'Italia;
e quanto danaro potè somministrar la camera pontificia e i più
facoltosi cardinali, tutto andò in aiuto de' Veneziani e in soccorso
dell'imperador _Carlo VI_. La speranza appunto maggiore del santo
padre, dopo la protezione e l'aiuto di Dio, era risposta nelle forze
del piissimo Augusto. Certo è che la maestà sua con compassione mirava
il terribile spoglio fatto e vicino a farsi dai Turchi delle provincie
venete; mirava anche minacciato il suo regno di Napoli dai loro
ulteriori progressi; ma non sapea perciò risolversi a sfoderar la spada
contra di loro, per sospetto che la corte di Spagna, prevalendosi della
congiuntura, in veder impegnate l'armi imperiali in Ungheria, facesse
qualche solenne beffa ai suoi Stati d'Italia. Per rimuovere questo
ostacolo si affaccendò non poco il sommo pontefice, ed essendogli
finalmente riuscito di ricavare del re Cattolico un'autentica promessa
di non molestare alcun degli Stati posseduti dall'imperadore durante la
guerra col Turco, sua santità si fece garante mallevadore alla corte di
Vienna della sicurezza dei cesarei dominii in Italia.

Con questa fidanza l'Augusto _Carlo VI_, nel dì 25 di maggio stretta
coi Veneziani una lega difensiva ed offensiva non tardò più a dichiarar
la guerra al sultano. Un fiorito esercito di gente veterana teneva
Cesare tuttavia in piedi, e questo a poco a poco andò sfilando in
Ungheria sino ai confini del dominio turchesco. Il comando dell'armata
fu dato al celebre _principe Eugenio di Savoia_, la cui mente, credito
e perizia militare si contava per un altro esercito. Trovarono i
cristiani un'oste più poderosa di Turchi preparata ai confini, sotto
il comando del primo visire, e non solo ben animata alla resistenza,
ma che s'inoltrò sino a Petervaradino, e baldanzosamente intimò quel
presidio la resa. Furono in quei contorni a vista le due nemiche armate
nel dì 5 d'agosto, festa della Beata Vergine ad Nives; e nel tempo
stesso che in Roma si facea una solenne processione per implorare il
braccio di Dio in favore delle armi cristiane, si venne ad una gran
battaglia. Fama fu che l'esercito turchesco contasse centocinquanta
mila combattenti, fra i quali quaranta mila giannizzeri e trenta mila
spahì. Si azzuffarono dunque nel dì suddetto le due armate nemiche, e
si videro i Turchi con ordinanza non più osservata in addietro e con
immenso vigore essere i primi all'assalto. Sì fiero fu l'urto loro, che
piegarono i reggimenti cesarei, e non mancò apparenza che l'esercito
cristiano fosse vicino ad andare in rotta. Ma sostenuto quel primo
feroce empito, il prode principe Eugenio fece con tal ordine avanzar
le altre schiere, che i nemici, dopo aver fatta una lunga e sanguinosa
resistenza, non potendo più reggere alla bravura degli Alemanni,
diedero a gambe. Insigne e compiuta fu quella vittoria. Restarono i
cristiani padroni del campo, di tutte le tende, di centottanta cannoni
di bronzo, di circa altrettante insegne, della cassa militare e della
segreteria del primo visire. Del ricco bottino non vi fu soldato alcuno
che non partecipasse. Ascese a molte migliaia il numero dei musulmani
estinti, poco fu quello dei prigioni. Dal padiglione d'esso visire, che
per le ferite andò a morire il dì seguente a Carlowitz, il vittorioso
principe Eugenio scrisse tosto e spedì la lietissima nuova all'augusto
monarca, il quale poscia mandò a Roma in dono al sommo pontefice
quattro delle più ricche bandiere prese ai nemici. Non istette gran
tempo a gustarsi del frutto di questa vittoria.

S'erano già inoltrati di molto gli approcci de' Turchi sotto la città
di Corfù, ed aveano essi senza risparmio di sangue superate le più
delle fortificazioni esteriori. Entro stava alla difesa il _conte di
Schulemburg_, primo generale dell'armi venete, che mirabili pruove
diede del suo saper militare, a cui corrispondeva con egual valore
la guarnigione cristiana con disputare a palmo a palmo ogni progresso
dei nemici. Contuttociò assai si prevedeva che a lungo andare non si
potea sostenere una piazza assalita con incredibile sprezzo della morte
dagl'infedeli, e priva di speranza di soccorso. Perciocchè s'era ben
volta a quelle parti l'armata navale combinata de' Veneziani e degli
ausiliarii; ma, per la conoscenza delle forze superiori de' nemici, non
sapevano i più dei generali indursi a battaglia, ed ognuno facea conto
delle sue belle navi. La mano di Dio vi rimediò. Appena giunse agli
assediatori di Corfù l'infausto avviso della grande sconfitta de' suoi
in Ungheria, che entrato in essi un terror panico, come se avessero
alle reni il sì lontano vittorioso esercito, subito presero la fuga.
Lasciarono indietro artiglierie, cavalli, bagagli e munizioni; solo
si pensò a salvare le vite. Gran dire fu, perchè la flotta cristiana
in quel grave scompiglio degli atterriti musulmani non volasse ad
assalirli, giacchè sicura ne parea la vittoria. La verità nondimeno si
è, che si allestirono bensì i collegati per inseguire i fuggitivi, ma
in tempo che, sorta una fiera burrasca, convenne pensar più a difendere
sè stessi dall'ira del mare che ad offendere altrui. Per lo felice
scioglimento di questo assedio non si può dire quanta allegrezza si
diffondesse nel cuore di tutti gl'Italiani ben conoscenti che terribili
conseguenze avrebbe portato seco la perdita di un'isola forte, sì
contigua alle contrade d'Italia. Ricuperarono dipoi i Veneti Butintrò e
Santa Maura.

Qui nulladimeno non terminò il comune giubilo dei fedeli. Erano
passati cento sessanta anni che la città di Temiswar sofferiva
il giogo turchesco, città attorniata da paludi, munita di buone
fortificazioni, custodita da un numeroso presidio. A cagion di quelle
appellate Palanche difficilissimo compariva l'accesso alla piazza.
Pure nulla potè ritenere l'invitto _principe Eugenio_ dall'imprenderne
l'assedio, a cui fu dato principio nel primo dì di settembre. Nel dì
23 si presentò un esercito turchesco per dar soccorso alla piazza;
ma ritrovati ben trincierati gli assedianti, se ne tornò indietro,
sminuito molto di numero. Bisognò impiegare il resto del mese per
disporre tutto a superar la Palanca, cioè il sito paludoso, fortificato
da grossissimi pali, per cui convien passare alla città. Se ne
impadronirono i cristiani nel dì primo di ottobre non senza spargimento
di molto sangue, e si diedero poi a bersagliare la città e il castello,
cinto da doppia fossa piena di acqua. Nel dì 13 di esso mese, perduta
ogni speranza di soccorso, non volle quel presidio differire la resa,
ed ottenne libera l'uscita per sè e per tutti gli abitanti col loro
avere: capitolazione che fu religiosamente osservata, con essersi
provveduto a quel popolo un migliaio di carra per asportar le loro
sostanze. Ne uscirono dodici mila armati, e trovaronsi in quella
piazza cento trentasei pezzi di cannone e dieci mortari, con abbondante
raccolta di munizioni da guerra. Per sì gloriosa campagna Roma e tutta
l'Italia si videro tripudianti di gioia, e dappertutto si tessevano
elogii all'invincibile principe di Savoia, al quale il pontefice nel
dì 8 di novembre fece presentare in Giavarino la spada benedetta in
riconoscenza ed onore del suo incomparabil valore. Coll'acquisto di
Temiswar, a cui tenne dietro quello di Panscova, Vipalanca e Meadia,
tutto quel riguardevol bannato venne in potere di Cesare. Fu in questo,
anno che calò in Italia incognito _Carlo Alberto_ principe elettorale
di Baviera, cioè il medesimo che da qui ad alcuni anni noi vederem poi
conseguire la corona imperiale. Dopo avere nel mese di marzo ricevuto
questo principe in Modena dal duca _Rinaldo di Este_ ogni dimostrazione
di onore, passò a Bologna per visitare la gran duchessa _Violante_ sua
zia, che s'era apposta portata colà. Andò egli poscia a Roma dove il
santo padre colle maggiori finezze lo accolse.



    Anno di CRISTO MDCCXVII. Indizione X.

    CLEMENTE XI papa 18.
    CARLO VI imperadore 7.


Se nell'anno precedente s'era mostrata sì avversa la fortuna all'armi
turchesche, sperò ben nell'anno presente il _sultano Acmet_ di riparare
i danni sofferti; al qual fine impiegò tutto il verno e la primavera
per adunare un potentissimo esercito, a cui da gran tempo non s'era
veduto l'uguale. Dal suo canto anche l'_Augusto Carlo VI_ notabilmente
rinforzò le sue armate in Ungheria, inferiori senza paragone nel
numero, ma superiori in disciplina militare e in coraggio ai nemici.
Minore non fu la vigilanza della _repubblica veneta_, per aumentar le
sue forze di mare. Loro somministrò _papa Clemente XI_ la squadra delle
sue galee con quelle di _Malta_ e del _gran duca_, ed ottenne di nuovo
da _Giovanni re_ di Portogallo undici grossi e ben corredati vascelli.
Anche il re Cattolico _Filippo V_ fece credere d'inviare in soccorso
dei Veneziani sedici suoi vascelli, che poi si scoprirono destinati ad
altra impresa. Tardi giunsero ad unirsi gli ausiliarii colla flotta
veneta, la quale perciò sola fu obbligata a sostener tutto il peso
della guerra, e ciò nonostante s'impadronì della Prevesa, di Vanizza
e d'altri luoghi, già occupati dai Turchi. Nel maggio e poscia nel
luglio vennero essi Veneti alle mani coi nemici, e si combattè con gran
sangue e valore da ambe le parti, senza che la vittoria si dichiarasse
per alcuna di esse. Tanto almeno si guadagnò, che l'orgoglio turchesco
calò, e restò precluso ogni adito agl'infedeli, per far nuove conquiste
contra dei Veneti. Non così avvenne alle felicissime armi cesaree in
Ungheria, guidate dall'impareggiabil generale di questi tempi, cioè dal
_principe Eugenio_ di Savoia. Meditava già il magnanimo eroe l'assedio
di Belgrado, capitale della Servia; però nel dì 15 giugno sollecitata
l'unione e marcia del prode cristiano esercito, per prevenire quello
dei Turchi, felicemente passò il Danubio, e nel dì 19 arrivò ad
accamparsi intorno a quella città, fortissima per la situazione e per
le fortificazioni sue, e che sembrava inespugnabile per l'aggiunta di
un presidio che più ragionevolmente si potea chiamare un esercito.
Si formarono ponti sul Danubio e sul Savo; si fecero le linee di
circonvallazione, e si cominciò a disputar coi nemici tanto nel gran
fiume, dove essi abbondavano di galere e saiche, quanto per terra,
facendo quei di dentro impetuose sortite. Solamente nel dì 23 luglio
cominciarono le artiglierie e i mortari le terribili offese contro
la città; e perciocchè le sue contrade sono strette, e le case mal
fabbricate, il fuoco delle bombe cagionava frequenti gl'incendii.

Ma eccoti giungere lo sterminato esercito de' Musulmani, creduto
ascendere a ducento mila combattenti, sul principio di agosto, e
piantare il suo campo per gran tratto di paese, arrivando dal Danubio
quasi fino al Savo, con occupare, in faccia dell'armata cristiana,
tutto il piano e le colline. Era un bel vedere in lontananza disposte
le innumerabili loro tende rosse e verdi con quantità immensa di gente,
cavalli e carriaggi. In vece che di recar terrore ai cristiani, quello
spettacolo accresceva loro la gioia per la speranza di divenir padroni
di tutto. S'era ben trincierato l'esercito cesareo, e, a riserva delle
scaramuccie giornaliere, niun movimento faceva quello de' Turchi.
Indarno si sperò che per mancanza di foraggi si ritirasse quella
gran moltitudine di cavalli; e intanto le dissenterie cominciarono a
far guerra alle milizie cristiane, talmente che ogni dì le centinaia
si portavano al sepolcro. Di ottanta mila guerrieri alemanni, che
dianzi era l'armata, si vide essa ridotta a sessanta. Fu in questo
tempo che non solo i saccenti in lontananza, ma non poca parte degli
uffiziali dell'oste cesarea, non sapendo intendere i segreti pensieri
del principe Eugenio, o ne condannarono in lor cuore la condotta, o ne
predissero sinistre conseguenze. Miravano essi l'imperiale esercito
in quella inazione, posto fra due fuochi, cioè fra un'armata nemica
in campagna tanto superiore di forze dall'un lato, e dall'altro
una piazza che teneva impegnato un gran corpo di truppe cristiane
nell'assedio. Maniera di vincere Belgrado non appariva; intanto ogni di
più veniva scemando l'esercito cesareo; grande il numero de' malati;
troppo pericoloso il tentare una battaglia contro di oste sì poderosa
e ben trincierata, e con avere alle spalle l'esorbitante guernigion
di Belgrado, che potea mettere in forse ogni tentativo dall'altra
parte. Non erano occulti al generoso principe questi divisamenti, e le
doglianze sotto voce di chi invidiava la sua gloria, o odiava la sua
autorità. Lasciava egli dire, e come gran capitano sapeva le ragioni
di così operare. Spacciavano i Turchi per debolezza il sì lungo ozio
dell'armata cesarea, e si seppe che già meditavano essi di venirla
ad assalire nel suo accampamento, quando all'improvviso si trovò ella
assalita e sorpresa fra i suoi forti trincieramenti.

Il dì 16 di agosto fu destinato dal principe Eugenio, e secondato
da' favori del cielo, per fiaccare le corna all'orgoglio ottomano.
Nel cristiano esercito militavano il principe elettoral di Baviera
_Carlo Alberto_, già ritornato dall'Italia, il principe _Ferdinando_
suo fratello, il principe _Emmanuello di Portogallo_, il _conte di
Charolois_, il _principe di Dombes_ Franzesi, ed altri principi di
Sassonia, di Anhalt, di Holstein e di Wirtemberg. La mattina per
tempo furono in ordinanza tutte le schiere, e si mossero alla volta
del campo infedele. L'essere insorta una folta nebbia, per cui non
veduti pervennero i cristiani fin presso alle nemiche trincee, fu
non ingiustamente attribuito alla protezion del cielo. Attaccossi il
terribil conflitto; per cagion dell'oscurità nè gli uni nè gli altri
intendevano bene ciò che fosse vantaggioso o dannoso; quando tornò il
sereno, e s'avvidero i cesarei che i Turchi usciti da' trincieramenti
aveano tagliata la comunicazione fra le due ale della loro armata;
allora con grande empito si scagliarono i valorosi cristiani contro
di loro; rovesciarono fanti e cavalli; s'impadronirono delle loro
batterie. Ve ne restava una di diciotto pezzi sostenuta da venti mila
giannizzeri e da dieci mila spahì. Tutto cedette alla bravura de'
cesarei; i Turchi non pensarono da lì innanzi che a menar le gambe.
Usciti del campo si tornarono a raggruppare; ma, vedendo disperato il
caso, ripigliarono la fuga. Aveva ordinato il saggio cesareo generale
sotto rigorose pene che niuno attendesse a bottinare, promettendo la
conservazion di tutto ai soldati, da che fosse terminata con sicurezza
l'impresa. Mantenne la parola; e per schivare il disordine, ordinò
che si facesse partitamente il sacco. Vi si trovò il ben di Dio. Spese
incredibili avea fatto il sultano per provveder quella grande armata.
A Cesare restarono cento e trenta cannoni, trenta mortari, tre mila
bombe, con altra gran copia di attrezzi, di munizioni, di stendardi.
Non si seppe, o non curò alcuno di sapere, quanta fosse la perdita de'
nemici. Probabilmente fu molta. Chi scrisse uccisi più di venticinque
mila Turchi e fatta gran copia di prigioni, prestò troppa fede alla
fama, solita ad ingrandire le cose. Solamente sappiamo essere restati
sul campo circa due mila cesarei, e che ascese a più di tre mila il
numero de' feriti. Con questa insigne vittoria spirò entro la città di
Belgrado ogni speranza di soccorso; e però nel dì seguente 17 di agosto
la guernigion turchesca e gli abitanti dimandarono capitolazione. Niuna
difficoltà si trovò ad accordar loro quanto richiesero di onore e di
comodo; e conseguentemente nel dì 22 ne uscirono venticinque e più mila
armati, o capaci di portar le armi, colle lor famiglie e sostanze.
Trovaronsi nella città e castello cento settantacinque cannoni di
bronzo, venticinque di ferro, cinquanta mortari; sopra le fregate
e saiche cento e due cannoni di bronzo, e ottantaquattro di ferro,
oltre ad altri restati nell'isola, senza parlare di altre munizioni da
guerra. Non tardarono i Turchi ad abbandonare Semendria, Ram, Sabatz
ed Orsova, lasciando ancora in que' luoghi non poca artiglieria. Non
mancarono censori, perchè non mancavano invidiosi ed emuli, al glorioso
principe Eugenio, a cagion della battaglia suddetta, quasichè egli
avesse esposto ad evidente pericolo di perdersi tutto il nerbo delle
forze cesaree. Avrebbero detto lo stesso di Alessandro Magno, che con
meno di gente fece tante prodezze. Nè pure il principe di Savoia avea
bisogno d'imparar da costoro il mestier della guerra.

Tanta felicità dell'armi cesaree in Ungheria incredibil consolazione
recò a chiunque ha interesse nella depressione del comune nemico. Ma
questa venne stranamente turbata da un emergente, per cui gran romore
fu per tutta l'Europa. All'abbate _Giulio Alberoni_ piacentino era
tenuta la regina Cattolica _Elisabetta Farnese_ per la sua assunzione a
quel talamo e trono: sì destramente e fortunatamente seppe maneggiarsi
alla corte di Madrid. Compensava questo personaggio la bassezza
de' suoi natali coll'elevazion della mente, piena di grandi idee,
intraprendente, costante nell'esecuzion de' suoi disegni. L'energia del
suo spirito, e più la parzialità della regina lo aveano perciò portato
alla confidenza e al principal maneggio del real gabinetto. A colmarlo
d'onore gli mancava la sola porpora cardinalizia, e per ottenerla
indusse il re Cattolico a rimettere in pristino tutti i diritti della
pontificia dateria, e il commercio fra la santa Sede e la Spagna,
interrotto da molti anni. Fece inoltre sperare al pontefice _Clemente
XI_ un magnifico stuolo di navi spagnuole in soccorso de' Veneti
contra del Turco. In ricompensa di queste belle azioni il santo padre
promosse alla sacra porpora l'Alberoni, benchè nel sacro concistoro
declamasse forte contra di lui il cardinale _Francesco del Giudice_,
troppo disgustato, perchè cacciato per opera di lui dalle Spagne. Sul
principio di quest'anno vennero avvisi che il re Cattolico _Filippo
V_ facea grande armamento, con accrescere le sue forze di terra e di
mare. A qual fine non si sapea. Si fece credere a Roma essere le mire
di quel monarca contra de' Mori, per ricuperare Orano, e far altri
progressi in Africa: con che quella corte ottenne le decime del clero
per tutti i suoi regni. Insospettito nulladimeno il papa di questa
novità, ne fece doglianze; ma assicurato da _Francesco Farnese_ duca
di Parma, e da' cardinali _Acquaviva_ ed _Alberoni_, che niuna novità
si farebbe contra di Cesare, si quetò. Ma che? quando pure s'aspettava
di giorno in giorno dal pontefice, che comparisse la flotta spagnuola
nei mari d'Italia per passare in Levante, essa nell'agosto voltò le
prore alla Sardegna, e si appigliò all'assedio di Cagliari, capitale
di quella isola. Trovaronsi quivi deboli i presidii cesarei, perchè,
affidati i ministri alla parola del papa, niun timore concepivano per
quella parte; però, fattasi poca difesa da quella città, tutto il resto
dell'isola si vide inalberar le insegne del re Filippo.

Qui fu che si scatenarono le lingue di tutti gli zelanti del bene
della cristianità, gridando essere questo un enorme attentato della
corte cattolica contro le promesse fatte al romano pontefice, che
s'era renduto mallevadore di ogni sicurezza per gli Stati austriaci.
E perciocchè esso re Cattolico prese motivo di rompere la guerra
dall'essere stato nei precedenti mesi in Milano fatto prigione
monsignor _Giuseppe Molines_, dichiarato supremo inquisitor di Spagna,
che alla buona, e senza aver cercato alcun passaporto da Roma, era
passato colà, creduto da' ministri cesarei per cervello imbrogliatore;
gridavano i politici essere questo un mendicato pretesto, perchè
tanto prima avea con sì grande armamento la corte di Madrid fatto
conoscere il suo disegno di prevalersi contro l'augusto monarca della
opportunità, mentre l'armi di lui si trovarono impegnate contra del
Turco, nè potere il privato interesse del Molines giustificare la
pubblica rottura, e che si avea a fare ricorso al papa, per rimediare
a quella privata controversia. I più finalmente prorompevano in
indignazioni contra di un re Cattolico, quasichè egli, dimentico della
sua innata pietà, sembrasse essere divenuto collegato col Turco e
fosse dietro a frastornare la prosperità dell'armi cristiane contra del
comune nemico. Andavano poi a finir tutte le esclamazioni addosso al
_cardinale Alberoni_, primo ministro, siccome creduto autore di questo
tradimento fatto alla cristianità e al sommo pontefice. Ma intanto la
Sardegna andò, e la corte di Spagna più che mai s'invogliò di maggiori
progressi. Nel marzo dell'anno presente arrivò a Modena, sotto nome di
cavalier di San Giorgio, il cattolico re inglese _Giacomo III_ Stuardo,
essendogli convenuto ritirarsi fuori del regno di Francia. Dopo avere
ricevuto le maggiori dimostrazioni di stima e di affetto dal _duca
Rinaldo d'Este_ suo zio materno, passò a ricoverarsi negli Stati della
santa Sede, e per albergo suo gli fu assegnata dal sommo pontefice la
città d'Urbino.



    Anno di CRISTO MDCCXVIII. Indizione XI.

    CLEMENTE XI papa 19.
    CARLO VI imperadore 8.


Per le inaspettate novità fatte dal re Cattolico coll'acquisto del
regno di Sardegna, s'era vivamente alterata la corte di Vienna contra
del sommo pontefice, dalla cui parola confortato avea l'Augusto _Carlo
VI_ impugnate l'armi a difesa della cristianità. Anzi traspirava nei
ministri cesarei qualche sospetto, che lo stesso pontefice camminasse
d'accordo con gli Spagnuoli, sì per le decime loro concedute, come
anche per essere nell'anno 1716 venuto improvvisamente da Madrid a Roma
_monsignore Aldrovandi_ Bolognese, nunzio apostolico, quasichè fosse
stato spedito per concertare quanto dipoi era avvenuto in pregiudizio
dell'imperadore. Aggiugnevano, non essere probabile che esso nunzio
ignorasse i disegni di quella corte: e perchè non avvisarne il
gabinetto pontifizio? All'onoratezza del santo padre fu ben sensibile
ed insieme ingiurioso un sì fatto sospetto. Ora non tardarono a
comparire i segni dello sdegno di Cesare contro la sacra corte di Roma.
Al _nunzio apostolico_ di Vienna fu vietato l'accesso alla corte, e il
trattar di negozii con quei ministri. A _monsignor Vicentini_, altro
nunzio in Napoli, dal vicerè fu intimato l'uscire di quella metropoli
e del regno nel termine di ventiquattro ore; si precluse affatto ogni
esercizio di quella nunziatura; e quel che maggiormente allarmò e
riempiè di lamenti Roma, fu, che vennero sequestrate le rendite di
tutti i benefizii che varii cardinali e molti prelati non nazionali,
ed abitanti in Roma, godevano nel regno di Napoli. Nè in questa sola
tempesta si trovava il buon pontefice _Clemente XI_. Anche in Francia
nei tempi presenti una brutta piega aveano preso gli affari della
costituzione _Unigenitus_. Fioccavano da ogni parte le appellazioni ai
futuro concilio, e tutto era permesso a chi non voleva sottomettersi
ai decreti della santa Sede. Oltre a ciò, perchè nel precedente anno
_milord Peterborough_ coll'andare girando per gli Stati della Chiesa,
avea fatto sorgere sospetti di macchinar qualche violenza contra del
cattolico re britannico _Giacomo III Stuardo_, soggiornante in Urbino,
e fu perciò dal _cardinale Origo_ legato di Bologna mandato prigione in
forte Urbano, benchè fosse fra poco liberato, pure la nazione inglese
suscitò per tale affronto di gravi querele contra del santo padre.
Minacciavano essi, se non si dava loro un'adeguata soddisfazione, e
di bombardare Cività Vecchia, e d'inferire altri danni al litorale
ecclesiastico e alla stessa Roma. Anche dalla parte della Spagna
si mosse un'altra burrasca. Avea l'adirato Augusto fatta istanza al
pontefice che si richiamasse di Spagna il _cardinale Alberoni_ a render
conto dei pretesi perniciosi consigli dati al re Cattolico _Filippo V_,
e dell'inganno fatto alla santa Sede nell'anno addietro. Tali forze
non aveva il pontefice per tirar di colà l'Alberoni; e se le avea,
non gli parve spediente di adoperarle nelle presenti congiunture.
Fece nondimeno comparire il suo sdegno contra di lui. Conosceva esso
porporato di avere il vento in poppa, e volea prevalersene. Già avea
conseguito il vescovato di Malega. Poco era questo al suo merito; si
fece nominare dal re Cattolico al ricco arcivescovato di Siviglia;
ma il santo padre stette saldo in negargliene le bolle. Se ne offese
quel monarca; vietò anch'egli ogni commercio colla sua corte al
_nunzio apostolico Aldrovandi_, il quale senza licenza del papa si
ritirò in Italia alla patria sua. Richiamò per mezzo del _cardinale
Acquaviva_ tutti gli Spagnuoli dimoranti in Roma; proibì ai suoi
sudditi il cercare alcun benefizio o pensione dalla Sede apostolica
con esorbitante danno della dateria. Non ci volea meno di _Clemente
XI_, cioè di un piloto di grande animo, e di non minor saviezza, per
navigare in mezzo a tanti scogli e a sì contrarii venti. Ma egli
confidato in Dio non punto si atterriva, e seguitava con vigore
continuo ad applicarsi agli affari con isperar giorni migliori.

Fin l'anno addietro tal costernazione era entrata nel turchesco divano
per la perdita di Belgrado, e per l'apprensione delle vittoriose armi
cesaree, che cominciò il _sultano Acmet_ a muovere parola di pace con
sua maestà cesarea. Il ministro del re _britannico Giorgio_ alla Porta
fu incaricato di trattarne. Vi prestò orecchio l'_imperador Carlo_;
ma suo malgrado, perchè gli stava sul cuore la rottura della guerra
dalla parte degli Spagnuoli, nè si potea credere che alla loro avidità
e fortuna fosse sufficiente preda la Sardegna. Si osservò nondimeno
sul fine dell'anno presente scemato di molto l'ardore dei Turchi per
la progettata pace, o vogliam dire tregua; e non per altro se non per
gli avvisi colà giunti di avere il re Cattolico dato all'armi contro
dell'augusto monarca. Contuttociò da che seppe il sultano il magnifico
preparamento di forze guerriere fatto in quest'anno ancora non meno
da Cesare che dalla Veneta repubblica, per continuare più che mai la
guerra, ripigliarono con calore i negoziati della pace colla mediazione
dei ministri d'Inghilterra e d'Olanda. Per luogo del congresso fu
scelto Passarovitz nella Servia, dove si raunarono i plenipotenziarii
dell'imperadore, della suddetta repubblica e della Porta. Al compimento
di questo negoziato non si potè giungere se non nel dì 27 di giugno,
nel qual giorno furono sottoscritti gli articoli della concordia
di Cesare e dei Veneziani colla Porta Ottomana, consistenti in una
tregua di ventiquattro anni. Restò l'imperadore in possesso di tutte
le conquiste fin qui da lui fatte, cioè della Servia con Belgrado, di
Temisvar, di una particella della Valacchia, con altri vantaggi, che
a me non occorre di rammentare. Ai Veneziani restarono Butintrò, la
Prevesa, Vonizza, Imoschi, le isole di Cerigo, con altri vantaggi, ma
non compensanti in menoma parte la perdita del bel regno della Morea.
Fino ai nostri giorni dura l'indignazione dei cristiani zelanti contra
di chi obbligò l'Augusto _Carlo VI _e la _repubblica veneta_ alla pace
o tregua suddetta. Da gran tempo non s'era veduta più bella apparenza
di dare una forte scossa all'imperio ottomano. Avea Cesare in piedi
una fioritissima armata con un generale incomparabile, colle milizie
tutte incoraggite per le precedenti vittorie; laddove i Turchi erano
spaventati, avviliti e sull'orlo di maggior precipizio.

Fama corse che il _principe Eugenio_ avesse meditato, non già
d'inviarsi alla volta di Costantinopoli, ma d'inoltrarsi per quella
strada, e poi rivolgersi verso Tessalonica, o sia Salonichi, per darsi
mano coi Veneziani, e tagliar fuori un buon pezzo del paese turchesco.
Se ciò è vero, e se questo fosse riuscito, si può disputarne; ma
bensì è fuor di dubbio che dalla mossa dell'armi spagnuole provenne la
necessità di pacificarsi colla Porta, mentre era minacciato d'invasione
tutto il dominio austriaco in Italia. Perchè fu differita per molte
settimane la pubblicazion della pace suddetta, il generale de'
Veneziani _Schulemburg_ si portò all'assedio di Dolcigno, nido infame
di corsari. Nel dì 24 di luglio convenne desistere dalle ostilità,
perchè giunse l'avviso della pace. Ma nel volersi ritirare, i Veneti
furono inseguiti dai Dulcignotti, e bisognò menar ben le mani. Crebbe
in questi tempi la mormorazione contra del _cardinal Alberoni_, perchè
furono pubblicate alcune lettere, che si dissero intercette, scritte al
principe Ragozzi, ribello e nemico di Cesare, affinchè fosse mezzano
a stabilire una lega fra il re Cattolico e il sultano Acmet, di modo
che dalla parte ancora de' Turchi si facesse guerra all'imperador de'
Romani. Chiunque riputava esso porporato di forte stomaco, e portato ad
ogni maggior risoluzione che potesse influire all'ingrandimento della
corona di Spagna, non ebbe difficoltà a tener per certo quel progetto
di alleanza. Ma ad altri parve esso troppo inverisimile, perchè
contrario al pregio della pietà che risplendeva nel cattolico monarca
_Filippo V_, e all'uso lodevole dei gloriosi suoi antecessori, i quali
mai non hanno voluto tregua, non che lega, con un nemico del nome
cristiano.

Intanto proseguiva la corte di Spagna il suo grandioso armamento,
e in Sardegna si facea massa delle genti, artiglierie, munizioni e
navi. Verso qual parte avesse a piombare la preparata tempesta, niun
lo poteva prevedere di certo. Chi credea per li porti della Toscana
posseduti da Cesare, chi per Napoli, e chi per lo Stato di Milano.
Spezialmente si dubitò dell'ultimo, perchè il _re Vittorio Amedeo_
avea fatto venir di Sicilia un grosso convoglio di munizioni e truppe;
campeggiava anche con molta gente ai confini del Milanese; e non era
occulto che passava fra lui e il re Cattolico non lieve intrinsichezza;
s'era anche combinato fra loro un trattato di lega. Ma niun si trovò
più deluso dello stesso re di Sicilia, perchè all'improvviso s'intese
che l'armata navale spagnuola, alzate le ancore, dalla Sardegna era
passata alla Sicilia stessa per insignorirsene. Risvegliossi allora un
gran bisbiglio, gridando i poco parziali della Spagna, vedersi oramai
quanto possa in cuore di alcuni potenti del secolo la smoderata voglia
del conquistare. Non essere gran tempo che con solenne pace e solenni
giuramenti avea la corte di Spagna ceduta la Sicilia al re Vittorio;
nulla avere mancato questo real sovrano ai patti; e pure senza scrupolo
alcuno, e dopo le maggiori dimostrazioni di amicizia, essere procedute
l'armi spagnuole a spogliarlo di quel regno. Se così si opera (andavano
essi dicendo), dove è più la pubblica fede, e chi ha più da credere ai
regnanti? Fece anche questa novità sempre più sparlare del porporato
primo ministro di Spagna, a cui si attribuivano tutti gl'impegni di
quella corte. Tuttavia non mancò essa corte di pubblicare un manifesto,
con cui studiò di dare qualche colore alla presa risoluzione sua, ma
intorno a cui non appartiene a me di proferir giudizio. Ora nel dì
ultimo di giugno pervenuta l'armata spagnuola in faccia di Palermo,
giacchè non v'era luogo alla difesa di quella fedelissima città,
i magistrati ne portarono le chiavi al generale spagnuolo, e con
incessanti acclamazioni di gioia fu quivi proclamato il re _Filippo V_.
Erasi quivi ritirato il conte _Annibale Maffei_ Mirandolese, vicerè di
quel regno, con lasciar presidio nel castello, che fra pochi dì venne
in poter degli Spagnuoli. Rinforzò esso conte colle milizie ricavate da
Palermo, Cattania ed Agosta i presidii di Siracusa, Messina, Trapani e
Melazzo, e fece ricoverare in Malta le galee del suo padrone. Essendo
ritornata in Sardegna la flotta spagnuola per imbarcare il resto
delle milizie, con esse sbarcò dipoi in Sicilia il _marchese di Leede_
Fiammingo, generale di terra del re Cattolico, che poi fece maraviglie
di condotta e valore in quell'impresa. Intanto Cattania col castello fu
presa, e bloccata la città di Messina, dove, dopo essere entrate l'armi
spagnuole, cominciarono le ostilità contra di quei castelli. Fu anche
messo il blocco a Melazzo e a Trapani. In somma pareano disposte tutte
le cose, per vedere in breve tornata tutta la Sicilia sotto la signoria
del re Cattolico; e sarebbe succeduto, se non fossero entrati in iscena
altri potenti a rompere le misure della Spagna.

Non dormiva l'imperador _Carlo VI_, e molto meno i suoi ministri di
Napoli e Milano, i quali dacchè cominciò a scoprirsi il mal animo degli
Spagnuoli, non aveano cessato di far gente e di preparar munizioni per
ben accogliere chi si fosse presentato nemico. S'erano anche mosse
le potenze marittime come garanti della cessione della Sicilia, ed
obbligate a sostener anche l'imperadore negli acquisti suoi. A nome
del re britannico _Giorgio I_ fece lo Stenop suo ministro a Madrid
varie doglianze e proteste, con rappresentare sopra tutto l'obbligo
e la determinazione dell'Inghilterra di difendere i suoi collegati;
al qual fine si preparava una poderosa squadra di vascelli. Più
alto, all'incontro, parlò il _cardinale Alberoni_, e diede assai a
conoscere che poca impressione in lui faceano somiglianti bravate.
Servirono poscia le altrui minaccie a far maggiormente affrettare la
spedizione contro la Sicilia, colla speranza di vederla conquistata
tutta prima che comparissero in quelle parti le vele inglesi. Intanto
il re _Vittorio Amedeo_ si rivolse tutto all'imperadore e alle suddette
potenze marittime. Trattossi in Londra della maniera di mettere fine
a queste turbolenze; e perciocchè si conobbe non aver forza esso
re Vittorio per la difesa della Sicilia, nè l'imperadore si sentiva
voglia, per far piacere a lui, di sposar questo impegno; e massimamente
perchè egli s'era avuto a male che quell'isola, tanto necessaria alla
conservazion del regno di Napoli, fosse a lui tolta, e data a chi
non vi avea sopra ragione alcuna, nel dì 2 d'agosto fu formato in
Londra il piano d'una pace da proporsi al re Cattolico, la quale se
non fosse accettata, tutte quelle potenze s'impegnavano di adoperare
l'esorcismo della forza per farla accettare. In questa risoluzione
concorse ancora il Cristianissimo _re Luigi XV_, o, per dir meglio,
_Filippo duca d'Orleans_ reggente di Francia; giacchè la corte di
Madrid avea già cominciato a sfoderar pretensioni contro la tutela del
piccolo re, e a dichiarare inefficaci e nulle le rinunzie fatte dal
re Filippo ai proprii diritti sulla corona di Francia: cose tutte che
alterarono forte esso duca reggente, e gli altri principi del sangue
reale. Portavano le risoluzioni della proposta concordia, fra l'altre
cose, che la Sicilia si avesse da cedere a sua maestà cesarea, e che,
in ricompensa di tal cessione, si dovesse cedere il regno di Sardegna
al re Vittorio Amedeo: cambio sommamente svantaggioso, a cui quel real
sovrano per un pezzo non seppe accomodarsi, ma che in fine, consigliato
dalla prudenza, la quale si ha da conformare alle condizioni dei tempi,
per non potere di meno, egli approvò. Trattossi quivi parimente della
eventual successione dei ducati di Parma e Piacenza, in mancanza di
eredi legittimi, per un figlio della regina di Spagna _Elisabetta
Farnese_.

Intanto sul principio d'agosto cominciò a comparire nei mari di
Napoli la forte squadra inglese, condotta dall'_ammiraglio Bing_,
che, servendo di scorta a molti legni da trasporto carichi di
milizie alemanne, fece poi vela alla volta di Messina. Cercò bene
l'_ammiraglio Castagnedo_ Spagnuolo d'entrar colle sue navi nel porto
d'essa Messina; ma il gran fuoco fatto dal forte di San Salvatore e
della cittadella non glielo permise, e furono obbligati i suoi legni
a ritirarsi con grave danno. Giunta dipoi la flotta inglese nel molo
di Messina, felicemente sbarcò le truppe, ed allora quelle fortezze,
battute dal marchese di Leede, inalberarono lo stendardo imperiale.
Circa altri dieci mila soldati cesarei marciarono da Napoli verso
Reggio di Calabria, per passare in Sicilia. Andò poscia il Bing in
traccia della nemica armata navale, consistente in ventisei navi
da guerra, sette galee e molti legni da carico, per significare
all'ammiraglio le commissioni della sua corte. La trovò schierata in
ordine di battaglia, nè tardò molto a udire il fischio delle palle dei
lor cannoni, essendo stati gli Spagnuoli i primi a sparare. Si venne
dunque nel dì 15 d'agosto a battaglia, ma battaglia di poco contrasto,
perchè gli Spagnuoli batterono tosto la ritirata. Diedero loro la
caccia gl'Inglesi, s'impadronirono di varii loro vascelli, altri ne
bruciarono, e fecero di molti prigioni: laonde la flotta spagnuola
rimase poco men che disfatta. L'ammiraglio Castagnedo si ritirò a
Cattania a farsi curare le ferite ricevute. Ma queste disgrazie in
mare nulla intiepidirono le azioni del generale spagnuolo _marchese
di Leede_. Ancorchè si fosse accresciuto di molto il presidio della
cittadella di Messina, pure gli convenne rendersi al valore degli
assedianti nel dì 29 di settembre, insieme col forte di San Salvatore:
con che restò tutta Messina in potere degli Spagnuoli, che passarono
dipoi all'assedio di Melazzo. Essendo poi sbarcato un grosso corpo
di Tedeschi in vicinanza di questa piazza, i generali _Caraffa_
e _Veterani_ nel dì 15 d'ottobre tentarono di farne sloggiare gli
Spagnuoli. Sulle prime favorevole fu loro la fortuna, ma non finì
la faccenda che rimasero sbaragliati. I fuggitivi si ritirarono in
Melazzo, che alzò allora la bandiera imperiale. Il nerbo maggiore degli
Alemanni passati in Sicilia si afforzò verso la Scaletta in vicinanza
di Messina. In tale stato restarono gli affari di quell'isola sino
all'anno vegnente.

Era già passato a miglior vita fin dall'anno 1701, nel dì 16 di
settembre, _Giacomo II Stuardo_ re della Gran Bretagna, che già vedemmo
spogliato del suo regno. Nell'anno presente a dì 7 di maggio giunse
ancora al fine de' suoi giorni la regina sua consorte _Maria Beatrice
Eleonora d'Este_ in San Germano nell'Aia, presso a Parigi, principessa
a cui aveano formata una più illustre corona le sue insigni virtù.
Al di lei figlio _Giacomo III_, dimorante in Italia sotto nome del
cavalier di San Giorgio, avea il pontefice _Clemente XI_ procurata in
moglie _Clementina Sobieschi_, figlia del _principe Giacomo_, nato da
_Giovanni III_ re di Polonia. Veniva questa principessa in Italia, ma
restò trattenuta in Inspruch per ordine dell'imperadore, a fine di
far conoscere a _Giorgio I_ re d'Inghilterra ch'egli non approvava
quel matrimonio. Si trovò col tempo il ripiego di lasciarla fuggire
travestita, con aver l'Augusto _Carlo VI_ serrati gli occhi; laonde in
Monte Frascone nell'anno seguente fu accoppiata col suddetto re Giacomo
dopo il suo ritorno dalla Spagna, di cui parleremo fra poco. Superbi
regali fece il santo padre ad amendue, e fatto lor preparare in Roma
un palazzo con ricchi arredi, ed assegnata loro un'annua pensione di
dodici mila scudi, colla lor presenza accrebber poscia il lustro di
Roma.



    Anno di CRISTO MDCCXIX. Indizione XII.

    CLEMENTE XI papa 20.
    CARLO VI imperadore 9.


Videsi in quest'anno uno spettacolo forse non mai veduto, cioè le
principali potenze dell'Europa unite in guerra contro la Spagna; e
la Spagna sola senza sgomentarsi far fronte a tutti. Avea già il re
_Vittorio Amedeo_ nel dì 18 ottobre dell'anno precedente abbracciata
la lega di Cesare, Francia ed Inghilterra, consentendo al cambio
della oramai perduta Sicilia colla Sardegna, che pure stava in mano
del re Cattolico. Però questi potentati cominciarono maggiormente a
disporsi per condurre colla forza la corte di Madrid a quella pace,
che colle amichevoli esortazioni non si potea da essa ottenere. Aveano
essi fatto proporre al re _Filippo V_ le determinazioni prese dalla
quadruplice alleanza per restituire la quiete all'Europa, ma con poca
fortuna a cagion di certe condizioni contrarie ai desiderii e alle
speranze del gabinetto spagnuolo. Ora quasi nel medesimo tempo tanto
il re britannico _Giorgio I_, quanto il Cristianissimo _Luigi XV_, o
sia sotto nome di lui il reggente _duca d'Orleans_, dichiararono la
guerra alla Spagna. Nel dì 9 di gennaio del presente anno fu pubblicata
in Parigi questa dichiarazione, e in Londra nel 28 del precedente
dicembre, il qual giorno all'inglese vien quasi a cadere in quello
della Francia. Sì gli uni che gli altri sovrani imputavano tutti questi
sconcerti al solo _cardinale Alberoni_ primo ministro della corte di
Madrid; e spezialmente di lui si dolse il ministero della corte di
Francia in un manifesto che fu nella stessa occasion divulgato. Ma
se queste potenze vollero per cagione di questo porporato far guerra
alla Spagna, anche il porporato la facea loro nel medesimo tempo, e
nel cuore dei loro regni. Manipolò sollevazioni in Iscozia che presero
fuoco. Oltre al _duca d'Ormond_ esiliato dall'Inghilterra, che si era
ricoverato in Ispagna, chiamò colà anche il cavalier di San Giorgio, o
sia il _re Giacomo III_, il quale nel febbraio del presente anno colla
maggior possibile segretezza si partì da Roma, ed ebbe poi la fortuna
di arrivar sano e salvo a Madrid. Seguirono varie commozioni degli
Scozzesi; e se una crudel tempesta non dissipava una flotta mossa di
Spagna con genti ed armi, forse l'incendio in quelle parti si sarebbe
maggiormente aumentato. Fu cagione questa sciagura che pochi Spagnuoli
pervenissero a sostenere la rivoluzion della Scozia, e che in fine
perduta la speranza di questo colpo, ed affinchè esso cavalier di San
Giorgio non fosse di ostacolo alla pace, si congedò questo principe
dal re Cattolico, e tornossene ben regalato nell'autunno in Italia,
dove, siccome abbiamo detto di sopra, dopo avere sposata la principessa
_Clementina Sobieschi_, passò poi con essa ad abitare in Roma.

L'altra guerra che fece l'intrepido _cardinale Alberoni_ alla Francia,
fu quella di suscitar le pretensioni del re _Filippo V _intorno
alla reggenza di quel regno, durante la minorità del re _Luigi XV_,
sostenendola dovuta a sè come al più prossimo alla successione nel
regno di Francia. Le rinunzie dalla maestà sua fatte si dicevano
invalide e nulle; e non si taceva, che se fosse mancato il piccolo
re, intendeva il re Cattolico di far valere i suoi diritti sopra
la monarchia franzese. Andavano tali stoccate a ferire il cuore di
_Filippo d'Orleans_ duca reggente, e degli altri principi della real
casa, giacchè, secondo la pace di Utrecht, e in vigore de' patti e
delle rinunzie precedenti, la casa d'Orleans aveva acquistato ogni
diritto al regno con esclusione della linea di Spagna. E perciocchè
si venne a scoprire che il principe di Cellamare, ambasciatore del
re Cattolico in Parigi, fabbricava delle mine segrete per muovere
sedizioni e guerra civile in Francia, fu obbligato a sloggiare.
Pubblicossi ancora un biglietto dell'Alberoni, comprovante queste
occulte trame, facendo il duca reggente valer tutto per giustificare
l'intimazion della guerra contro la Spagna, e per far delle amare
querele contra di esso cardinale, trattato da nemico della quiete
dell'Europa, ed oppressore della monarchia di Spagna. Ora nell'aprile
del presente anno cominciò l'esercito franzese verso la Navarra le
ostilità contra degli Spagnuoli; e, dopo aver preso alcuni forti,
mise l'assedio a Fonterabbia, e vi concorsero a sostenerlo per mare
alquanti vascelli inglesi. Fu ben difesa quella piazza fino al dì 16 di
maggio, in cui quel presidio con capitolazione onorevole la consegnò ai
Franzesi. Passò di poi il maresciallo _duca di Bervich_ nel dì 29 del
mese di giugno ad assediare San Sebastiano. Per la gagliarda resistenza
degli Spagnuoli, solamente nel dì 2 di agosto entrarono l'armi franzesi
in quella città, essendosi ritirata la guarnigione nella cittadella,
che poi nel dì 17 con buoni patti si ritirò anche di là. Fu creduto
consiglio del _cardinale Alberoni_ l'aver fatto venire sino a Pamplona
il re Cattolico, per dar calore alle sue armi in quelle parti; ma egli
poscia ne' suoi manifesti più tosto derise questa andata di sua maestà
Cattolica; e in fatti, ad altro essa non servì che per far udire più
presto a quel monarca la nuova delle perdute sue piazze. Quel che è
certo, perchè si temeva che i Franzesi passassero fino alla stessa
Pamplona, quella real corte giudicò miglior partito il ritornarsene,
ed anche in fretta, a Madrid. Fecero poi essi Franzesi dalla parte
del Rossiglione un'invasione nella Catalogna colla presa di alquanti
luoghi. Così passava la guerra di Francia contro gli Spagnuoli; nel
qual tempo ancora si rappresentò in Parigi la strepitosa commedia del
Mississipì, di cui, e degl'imbrogli di _Giovanni Laws_ Scozzese autore
di quelle scene, il qual poi nel 1729 terminò in Venezia i suoi giorni,
a me non conviene di dirne altro. Quivi non finirono le percosse date
in quest'anno alla Spagna. Anche l'armata degl'Inglesi nel dì 10 di
ottobre arrivata al porto della città di Vigo, s'impadronì fra poco
della medesima, e poi della cittadella nel dì 24 di esso mese.

Più aspra guerra intanto si faceva in Sicilia. Proseguivan quivi gli
Spagnuoli il blocco di Melazzo, ed erano pure in quelle vicinanze
i Tedeschi, con patire grave incomodo sì l'una che l'altra parte.
Scarseggiava forte di vettovaglia quella piazza; ma verso il fine
di gennaio varie navi inglesi felicemente approdate a quel porto vi
recarono tanta copia di vettovaglie, che il presidio si rise da lì
innanzi de' nemici. Non cessavano il _conte Daun_, vicerè di Napoli, e
il generoso cavaliere _conte Coloredo_, ultimamente inviato al governo
di Milano per la morte accaduta del _principe di Levenstein_, di
ammassar gente e provvisioni per iscacciar dalla Sicilia gli Spagnuoli.
Circa cinquecento vele nel dì 23 di maggio si mossero da Baia, cariche
di dieci mila combattenti, di cannoni, mortari ed altri militari
attrezzi, e scortate da alcuni vascelli inglesi. Nel dì 28 del seguente
mese questo gran convoglio felicemente sbarcò in Sicilia presso Patti.
A tale avviso il generale spagnuolo _marchese di Leede_ frettolosamente
levò il campo da Melazzo, con lasciare in preda ai nemici alcuni
migliaia di sacchi di farina, ed altre provvisioni, e secento soldati
infermi, e si ritirò verso Francavilla. Impadronironsi frattanto i
cesarei dell'isola di Lipari. Era il _marchese di Leede_ maestro di
guerra, e gareggiava in lui la prudenza col valore; sapea risparmiare
il sangue, far con giudizio i postamenti, e alle occorrenze ben
assalire e meglio difendersi. Se non fossero a lui mancate le forze,
difficilmente gli avrebbono tolta di mano la Sicilia. All'incontro era
arrivato ai comando dell'armi cesaree in quell'isola il generale _conte
di Mercy_, personaggio pien di fuoco guerriero, allievo dell'invitto
_principe Eugenio_, ma non imitatore della sua prudenza. Uso suo fu di
mandare al macello per qualsivoglia sua idea le truppe, e di comperar
tutto a forza di sangue: il che col tempo gli tirò addosso l'odio di
tutto l'esercito. Nel dì 20 di giugno andò questo focoso generale ad
assalire l'oste nemica, guardata alla fronte dal fiume Roselino, e
riparata da un forte trincieramento. Furioso fu l'assalto, ma con sì
gran vigore lo sostennero i valorosi Spagnuoli, che il Mercy, dopo
avere sacrificato almen quattromila de' suoi, fu forzato a retrocedere,
con aver solamente tolto alcuni posti ai nemici. Restò egli stesso
ferito in quella calda azione. Cercarono le relazioni di dar qualche
buon colore a questo suo infelice sforzo, ma fu creduto che in Ispagna
ed altrove con ragione si cantasse il _Te Deum_, come per vera vittoria
riportata dal prode lor generale, benchè ancora dal canto suo non poca
gente vi perisse. Se anche gl'imperiali l'attribuivano a sè stessi,
niuno potè loro impedire un sì fatto gusto. Provossi in questa ed altre
occasioni che non pochi Siciliani bravamente sostenevano il partito
spagnuolo.

Ma quanto andavan calando le forze del re Cattolico in Sicilia,
altrettanto crescevano quelle degl'imperiali per li possenti rinforzi
o passati da Reggio o condotti da Napoli per mare colà. Con questa
superiorità di gente non fu difficile ai cesarei di passare sotto
Messina, avendo prevenuto con una marcia gli Spagnuoli, incamminati
anch'essi a quella volta. Da che ebbero preso castello Gonzaga, e
fu dagli Spagnuoli abbandonato il forte del Faro, la città stessa
nel dì 9 di agosto venne alla loro ubbidienza, essendosi ritirata la
guarnigione nella cittadella. Insoffribil contribuzione fu imposta
a quei cittadini, perchè molti di loro avevano impugnata la spada
in favor degli Spagnuoli. Non tardarono a rendersi i due castelli
di Matagriffone e del Castellaccio; con che restò renitente la sola
cittadella, contra di cui si diede principio alle ostilità. Cagion fu
la presa di Messina che i Siciliani, stati fin qui molto parziali alla
corona di Spagna, presero altro consiglio, e vennero a soggettarsi
all'imperadore; ed intanto il _marchese di Leede_, giacchè conobbe
di non poter dar soccorso all'assediata cittadella, si ritirò infin
verso Agosta. Così gagliarda difesa fece don Luca Spinola col presidio
spagnuolo nella cittadella di Messina, che solamente nel dì 18 di
ottobre giunse ad esporre bandiera bianca, e restò nel dì seguente
convenuto che gli Spagnuoli con tutti gli onori militari ne uscissero
liberi, e nello stesso tempo consegnassero anche il forte di San
Salvatore. Fu allora che il _duca di Monteleone_ Pignatelli, entrato
in Messina, prese per sua maestà cesarea il possesso della carica
di vicerè di Sicilia. Si renderono poscia agl'imperiali le città di
Marsala e di Mazzara con altri luoghi; e già comparivano segnali che
il marchese di Leede pensava ad evacuar la Sicilia, stante l'aver egli
spediti fuori di essa i suoi equipaggi. Aveva appena il _conte di
Gallas_ fatto il suo ingresso in Napoli, come vicerè di quel regno,
che la morte venne a trovarlo, ed ebbe fra poco per successore il
_cardinale di Scrotembach_. Fu in quest'anno che Vittorio Amedeo re
di Sardegna chiamò tutti i suoi vassalli a presentare i titoli dei
loro feudi, e seguirono poi gravi doglianze di molti che ne restarono
spogliati. Perchè tuttavia bollivano in Roma le controversie dei riti
cinesi, nè bastavano a chiarir cose cotanto lontane le scritture
discordi dei contendenti, venne il saggio pontefice _Clemente XI_
in determinazione di spedire colà un nuovo vicario apostolico e
visitatore, per prendere le più accertate informazioni in sì importante
materia. Fu scelto per sì faticoso impegno monsignor _Carlo Ambrosio
Mezzabarba_, nobile pavese, che colla compagnia di molti missionarii
e con superbi regali destinati all'imperador cinese si mise in viaggio
verso quelle tanto remote contrade. Fece anche il santo padre, nel dì
29 di novembre una promozione di dieci egregi personaggi alla sacra
porpora.

Finì il presente anno con una scena, che gran romore fece non
solamente in Ispagna, ma anche per tutta l'Europa. Primo ministro del
re Cattolico _Filippo V _era da qualche anno divenuto il cardinale
_Giulio Alberoni_, e per mano sua passavano tutti gli affari. Convien
fare questa giustizia all'abilità e singolare attività sua, che
il regno di Spagna s'era rimesso in un bel sistema mercè de' suoi
regolamenti, ed era giunto a ricuperar quelle forze e quello splendore
che sotto gli ultimi precedenti re parea ecclissato: tanto avea egli
accudito al buon maneggio delle regie finanze, a rimettere le forze
di terra e di mare, ad istituire la posta per le Indie Occidentali, a
fondare una scuola di gentiluomini per istruirli nella navigazione,
e in ogni affare della marina, e a levare i molti abusi che da gran
tempo tenevano snervata quella potente monarchia. Cose anche più
grandi meditava egli per accrescere la popolazion della Spagna, per
introdurre il traffico, le manifatture e la cultura delle terre in
quelle contrade, e per fare che i tesori delle Indie Occidentali e
le lane preziose di Spagna servissero ad arricchire in vece degli
stranieri i nazionali spagnuoli. Buon principio avea anche dato a tali
idee con profitto del regno. Tutte le mire sue in una parola tendevano
all'esaltazion di quella gran monarchia, e tutto si potea promettere
dalla sua costanza in ciò ch'egli intraprendeva. Ma questo personaggio
in più maniere si era tirata addosso la disavventura di essere mirato
di mal occhio dalle principali potenze dell'Europa sì pel già operato
contra dell'imperatore, della Francia, dell'Inghilterra e del re
di Sardegna, e sì pel sospetto che uomo gravido di sì alte idee non
pregiudicasse maggiormente ai loro interessi in avvenire. Si univano
perciò le premure di tutti questi collegati a detronizzare questo
poderoso e intraprendente ministro, nè altra via trovando, si rivolsero
a _Francesco Farnese_ duca di Parma, zio della _regina Elisabetta_.
Gli esibirono il governo di Milano ed altri vantaggi, se gli dava
l'animo di atterrare l'odiato cardinale. Trovossi che il duca era
anch'egli disgustato di lui, perchè non rispediva mai i suoi corrieri,
ed esigeva che gli affari suoi non arrivassero al re, se prima non
si presentavano a lui, e non ne riceveano la sua approvazione. Non
era similmente ignoto al duca, essere poco soddisfatta del porporato
la regina, per certe imperiose risposte a lei date da esso ministro.
Però animosamente incaricò il marchese Annibale Scotti suo ministro
in Madrid di rappresentare a dirittura al re Cattolico i gravissimi
danni ch'erano vicini a risultare ai suoi regni per cagione di questo
ministro, con dipingerlo per uomo impetuoso, violento e imprudente, che
avea imbarcata la maestà sua in troppo pericolosi impegni, e potea col
tempo far di peggio colla rovina del regno. Essere nelle congiunture
presenti necessaria la pace, e questa non si avrebbe mai, se non
si allontanava un ministro di consigli e pensieri sì turbolenti, e
capace di dar fuoco a tutte le parti del mondo (del che egli stesso si
vantava), senza riflettere alle cattive conseguenze delle troppo ardite
risoluzioni. Di queste e di altre ragioni imbevuto il conte Scotti,
animato ancora da' ministri di Francia e d'Inghilterra, rivelò alla
regina la sua incumbenza; ed essa, siccome principessa di gran senno,
gli ordinò di parlarne al re in ora tale, in cui anch'ella mostrerebbe
di sopraggiugnere, come persona nuova, al colloquio. Così fu fatto; il
ministro diede fuoco alla mina; sopravvenne la regina, che, potendo
molto nel cuore del re, accrebbe il fuoco in maniera, che il re si
diede per vinto, oramai persuaso avere gli smisurati disegni del
cardinal ministro, coll'inimicar tante potenze, esposti a troppo gravi
danni e pericoli non meno i suoi regni che il proprio onore.

Adunque nel dì 5 di dicembre di questo anno dal segretario di Stato don
Michele Duran fu presentato all'Alberoni un ordine scritto di pugno
dello stesso re, con cui gli proibiva d'ingerirsi più negli affari
del governo; e gli veniva ordinato di non presentarsi al palazzo, o in
alcun altro luogo dinanzi alle loro maestà, o ad alcun principe della
casa reale; e di uscire di Madrid fra otto giorni, e dagli Stati del
dominio di sua maestà nel termine di tre settimane. Si espresse anche
il re di essere venuto a tal determinazione spezialmente per levare
un ostacolo ai trattati della pace da cui dipendeva il pubblico bene.
Pertanto nel dì 11 del mese suddetto, ottenuti prima i passaporti dal
re e dagli ambasciadori di Francia e d'Inghilterra, si partì l'Alberoni
da Madrid alla volta dell'Italia, con disegno di passare a Genova. Di
rilevanti scritture e memorie portava egli seco; vi fece riflessione
alquanto tardi il gabinetto di Madrid; fu nondimeno a tempo per ispedir
gente, che della maggior parte il privò. Fu anche occupato in Madrid
molto oro, da lui lasciato a un suo confidente; ma non caddero già
in loro mano quelle grosse somme di danaro, ch'egli da uomo prudente
avea tanto prima inviate ne' banchi d'Italia, per valersene contro le
vicende e i balzi preveduti della fortuna in caso di disgrazia: somme
tali che servirono poscia a lui per vivere con tutto decoro il resto
di sua vita in queste contrade. Salvò ancora qualche carta che servì
alla sua giustificazione. Quanto si rallegrassero per la caduta di sì
abborrito ministro le potenze componenti la quadruplice alleanza, ed
anche molti grandi di Spagna, che prima relegati, furono tosto rimessi
in libertà, non si può abbastanza esprimere. Furono anche fatti per
questo fuochi di gioia in alcuni luoghi di Spagna. Ed allora fu che i
ministri di esse potenze e gli Olandesi mediatori rinforzarono le lor
batterie per indurre il re Cattolico alla pace. Di questa appunto si
trattò per tutto il seguente inverno.



    Anno di CRISTO MDCCXX. Indizione XIII.

    CLEMENTE XI papa 21.
    CARLO VI imperadore 10.


Contuttochè mirasse il Cattolico Filippo V come quasi svanite le
sue speranze sul regno di Sicilia, e minacciata la stessa Spagna da
mali più gravi, pure l'animo suo generoso non sapeva accomodarsi al
dispotico volere della quadruplice alleanza, che, senza ascoltar le
ragioni sue, intendeva di dargli la legge, con avere stese nel dì 2
d'agosto dell'anno 1718 le condizioni di una pace universale. Fece
pertanto nel gennaio dell'anno presente proporre dal suo ambasciatore
_marchese Beretti Landi_ agli stati generali altri articoli, secondo
i quali avrebbe accettata la pace proposta. Sì contrarii parvero
questi alle risoluzioni già prese, che in Parigi nel dì 14 d'esso
mese i ministri di Cesare e dei re di Francia, Inghilterra e Sardegna
reclamarono forte, e conchiusero di continuare più ardentemente
che mai le ostilità contro la Spagna, se il re non si arrendeva al
trattato suddetto di Londra. Aveano esse potenze già prescritto tre
mesi di tempo alla cattolica maestà per risolvere; laonde il piissimo
re, desideroso anch'egli di restituir la pace all'Europa, nel dì 16
del suddetto gennaio abbracciò interamente il predetto trattato di
Londra con tutte le sue condizioni; e questa sua real volontà, esposta
nel dì 17 di febbraio all'Haia, riempiè di consolazione tutti gli
amatori della pubblica quiete. Vero è che il re cattolico _Filippo V_
cedette all'_Augusto Carlo VI_ ogni sua pretensione e diritto sopra la
Sicilia, coll'annullare ancora il partito della reversione, in caso
della mancanza di maschi, nell'austriaca famiglia. Parimente vero
è, che cedette al re _Vittorio Amedeo_ il regno della Sardegna; ma
questi regni non li possedeva esso re Cattolico prima della presente
guerra. All'incontro, in favore d'esso monarca fu stabilito, che
venendo a vacare per mancanza di discendenti maschi il gran ducato di
Toscana, e i ducati di Parma e Piacenza, in essi succederebbero i figli
maschi legittimi e naturali della regina _Elisabetta Farnese_, moglie
di sua maestà Cattolica, escludendone solamente chi di essi e loro
discendenti arrivasse ad essere re di Spagna; con patto nondimeno che
tali ducati fossero riconosciuti per feudi imperiali; e che intanto
per maggior sicurezza vi si mandassero presidii di Svizzeri. Parve
a molti cosa strana che i potentati dell'Europa disponessero con
tanto dispotismo degli Stati altrui, e viventi anche i lor principi
naturali, coll'imporre in oltre ad essi il giogo de' suddetti presidii.
Se ne lagnarono, spezialmente il sommo pontefice _Clemente XI_, che
allegava tante ragioni della camera apostolica sopra Parma e Piacenza;
e a questo fine il santo padre, nel febbraio di quest'anno, spedì
alla corte di Vienna monsignore _Alessandro Albani_ suo nipote, con
commissione di difendere i diritti della santa Sede. Pretendeva altresì
il gran duca di Toscana _Cosimo III_, che il dominio fiorentino non
fosse soggetto a leggi feudali dell'imperio, e che a lui stesse ad
eleggere il successore. Gran dibattimento era stato per questo in
Firenze, dove quei ministri pensavano di poter risuscitare il nome
e la libertà dell'antica repubblica. Dichiarò pertanto il gran duca,
che, mancando di vita _don Giovanni Gastone_ gran principe, unico suo
figlio maschio, a lui succederebbe la vedova elettrice palatina _Anna
Maria Luigia_ parimente figlia sua. Spedì anche un ministro a tutte le
corti per reclamare e rappresentar le sue ragioni. Ma dappertutto si
trovarono orecchie sorde, e al gran duca convenne prendere la legge
dagli altri potentati, i quali, con disporre di quegli Stati, si
crederono di esentar l'Italia da altre guerre e disavventure.

In vigore dunque della pace suddetta il cesareo generale _conte di
Mercy_ avea fatto intendere al _marchese di Leede_ generale spagnuolo,
che conveniva disporsi ad evacuar la Sicilia; ma perchè il Leede
si mostrava tuttavia allo scuro del conchiuso trattato, nel dì 28
di aprile il Mercy si mosse contro il campo spagnuolo in vicinanza
di Palermo. Furono presi alcuni piccioli forti, che coprivano le
trincee nemiche; ma essendo in procinto i cesarei nel dì 2 di maggio,
di maggiormente svegliare gli addormentati Spagnuoli, marciando in
ordinanza contra di essi: tanto dal campo loro che dalle mura della
città si cominciò a gridar _Pace, pace_. Pertanto, nel dì 6 di esso
mese fra i due generali, coll'intervento dell'ammiraglio inglese
_Bing_, fu stabilito e sottoscritto l'accordo, cioè pubblicata una
sospension d'armi, e regolato il trasporto delle truppe spagnuole fuori
della Sicilia e Sardegna sulle coste della Catalogna. Dopo di che nei
giorni concertati presero le truppe imperiali il possesso della real
città di Palermo, del Molo e di Castello a Mare fra le incessanti
acclamazioni di quel popolo. Anche le città di Agosta e di Siracusa a
suo tempo furono consegnate agli uffiziali cesarei. Poscia nel dì 22
di giugno cominciarono le milizie spagnuole imbarcate nei legni di loro
nazioni a spiegar le vele verso Barcellona. Circa cinquecento Siciliani
presero anche essi l'imbarco per non soggiacere ad aspri trattamenti o
a funesti processi; e i lor beni furono perciò confiscati, a cagione
del loro operato contro dell'imperadore. Tornò dunque a rifiorire la
quiete in quel regno. Essendo stato spedito in Sardegna il _principe
d'Ottaiano_ di casa Medici, sul principio di agosto prese il possesso
di quell'isola a nome dell'Augusto monarca, con rilasciarla poscia ai
ministri del re _Vittorio Amedeo_, le cui truppe, da che ne furono
ritirate le spagnuole, entrarono in quelle piazze. Venne intanto a
scoppiare in Provenza una calamità che diffuse il terrore per tutta
l'Italia. La poca avvertenza del governo di Marsilia lasciò approdare
al suo porto la peste, secondo il solito portata colà dai paesi
turcheschi. Tanto si andò temporeggiando a confessarla tale, che essa
prese piede, e poi fieramente divampò fra quell'infelice popolo. A
sì disgustoso avviso commossi i principi d'Italia, e massimamente
i litorali del Mediterraneo, vietarono tosto ogni commercio colla
Provenza; e il re di Sardegna più degli altri prese le più rigorose
precauzioni ai confini dei suoi Stati, affinchè il micidial malore
non valicasse i confini dell'Alpi. A lui principalmente si attribuì
l'esserne poi rimasta preservata l'Italia.

Fin l'anno precedente avea _Rinaldo d'Este_ duca di Modena ottenuta
in isposa del _principe Francesco_ suo primogenito madamigella di
Valois _Carlotta Aglae_ figlia di _Filippo_ duca d'Orleans, reggente
di Francia. Sul principio di dicembre fu pubblicato nella real corte
di Versaglies questo matrimonio, dopo di che se ne procurò la dispensa
dal sommo pontefice. Scelto fu il dì 12 di febbraio del presente
anno, giorno penultimo di carnevale, per effettuarla. Solennissima
riuscì la funzione nella real cappella, essendovi intervenuto il _re
Luigi XV_ con tutti i principi e principesse del sangue e colla più
fiorita nobiltà. A nome del principe ereditario di Modena fu essa
principessa sposata da _Luigi duca di Chiartres_ suo fratello, oggidì
duca di Orleans, colla benedizione del _cardinale di Roano_. Siccome
a questa principessa furono accordate le prerogative di figlia di
Francia, e nella di lei persona concorreva il pregio di essere nata
da chi in questi tempi era l'arbitro del regno; così onori insigni
ricevette ella in tutto il viaggio fino a Marsilia, dove non trovò
peranche sentore alcuno di peste. Fu condotta da una squadra di
galee franzesi, comandate dal gran priore suo fratello, sino a San
Pier d'Arena. Non lasciò indietro la magnifica repubblica di Genova
dimostrazione alcuna di stima per onorar lei, e in lei il reggente di
Francia. Ricevette dipoi, nel suo passaggio per lo Stato di Milano,
ogni maggior finezza dal _conte Colloredo_ governatore, cavaliere,
dotato di singolar gentilezza e probità, e per quelli di Piacenza e
Parma dalla _corte Farnese_. Fece finalmente essa principessa nel dì
20 di giugno la sua solenne entrata in Modena con grandiosa solennità,
e per più giorni si continuarono i solazzi e le feste tanto qui che in
Reggio. Nel gennaio dell'anno presente passò il _cardinale Alberoni_
per la Linguadoca e Provenza alla volta del Genovesato; e fu detto
che egli, irritato dall'aspro trattamento a lui fatto nel suo viaggio,
inviasse una lettera al _duca di Orleans_ reggente, in cui si offeriva
di somministrargli i mezzi per perdere interamente e in poco tempo
la Spagna; e che il reggente inviasse questo foglio al re Cattolico.
Verisimilmente inventata fu una tal voce da chi gli voleva bene: che di
questa mercatanzia abbonda il mondo, massimamente in tempo di discordie
e di guerra. Andò egli a prendere riposo in Sestri di Levante; mentre
che ognuno si credea aver da essere Roma il termine de' suoi passi, a
lui fu presentata una lettera dal _cardinale Paolucci_ segretario di
Stato, in cui gli veniva vietato di farsi consecrare vescovo di Malega,
benchè ne avesse ricevuto le bolle, e susseguentemente giunse altro
ordine, che non osasse metter il piè nello Stato ecclesiastico.

Era esacerbato forte l'animo di papa _Clemente XI_ contra di questo
porporato, pretendendo sua santità di essere stata tradita da lui col
consigliare ed incitar la corte di Spagna a muovere l'armi contro
l'imperadore, dappoichè gli era stata data sì espressa parola e
promessa di non toccarlo durante la guerra col Turco. Tanto più si
accendeva al risentimento il pontefice, per annientare i sospetti
corsi contro la sincerità e l'onor suo, quasichè egli fosse con
doppiezza proceduto d'accordo col gabinetto di Spagna per burlare sua
maestà cesarea. Scrisse pertanto premuroso breve al doge di Genova,
incaricandolo di assicurarsi della persona del cardinale Alberoni,
ad effetto di farlo poi trasportare e custodire in castello Santo
Angelo. Si mandarono in fatti le guardie a fermarlo in Sestri; ma sì
gran copia di parziali si era procacciato nell'auge della sua fortuna
in Genova, che da lì a pochi giorni prevalse in quel consiglio la
risoluzione di lasciarlo fuggire; siccome avvenne, avendo poi finto
que' magistrati di farlo cercare dovunque egli non era. Creduto fu
che il cardinale si fosse ritirato presso uno dei liberi vassalli
nelle Langhe, suo gran confidente; e forse fu così, dacchè egli sul
principio scampò da Sestri: ma la verità è, ch'egli si ricoverò negli
Svizzeri. Sdegnossi non poco per questo avvenimento il sommo pontefice
contra dei Genovesi, i quali perciò spedirono uno de' lor nobili a Roma
per placarlo, e per giustificare la lor condotta. Fu dato principio
intanto ad una congregazione di cardinali, a fin di formare un rigoroso
processo contra dell'Alberoni, con pretenderlo reo di sregolati
costumi, di prepotenze usate verso gli ecclesiastici, e di essere
stato autore dell'ultima guerra, con animo di levargli il cappello,
qualora si potessero provare somiglianti reati. Ma non si perdè di
animo il porporato. Scrisse varie sensate lettere (date poi alla
luce, e meritevoli di essere lette) a più di uno di que' cardinali,
mostrando che egli non solamente non avea approvato il disegno della
guerra suddetta, ma di esservisi fortemente opposto. E giacchè egli non
ebbe difficoltà di lasciar correre colle stampe una risposta datagli
dal padre Daubanton confessore del re, nè pure sarà a me disdetto il
ripeterla qui. Cioè esponeva esso cardinale il dolore che proverebbe
il santo padre per vedersi deluso in affare di tanta importanza: al
che il religioso rispose, che egli dovea consolarsi per non avervi
colpa, aggiugnendo di più queste parole: _Non v'inquietate, monsignore,
forse il papa non ne sarà sì disgustato, come voi credete_. Ma il
papa appunto per tali dicerie vieppiù gagliardamente fece proseguire
l'incominciato processo. Avrebbono potuto il re Cattolico ed esso padre
confessore, mettere in chiaro la verità o falsità di quanto asseriva
il porporato in sua discolpa intorno a questi fatti; ma non si sa che
la saviezza di quella real corte volesse entrare in questo imbroglio, e
decidere. Solamente è noto che esso monarca passò a gravi risentimenti
contro la repubblica di Genova, per aver lasciato uscir di gabbia
questo personaggio, il quale intanto attese colla penna sua e de' suoi
avvocati a difendersi, e ad aspettare in segreto asilo la mutazion
dei venti. Le sue avventure in questi dì recavano un gran pascolo alle
pubbliche gazzette e alla curiosità degli sfaccendati politici.



    Anno di CRISTO MDCCXXI. Indiz. XIV.

    INNOCENZO XIII papa 1.
    CARLO VI imperadore 11.


Fin qui avea retto con sommo vigore e plauso la Chiesa di Dio il
pontefice _Clemente XI_, quando piacque a Dio di chiamarlo ad un regno
migliore. Avea egli in tutto il tempo del suo pontificato combattuto
sempre coll'asma e con altri malori di petto e delle gambe, e più volte
avea fatto temere imminente il suo passaggio all'altra vita; ma Iddio
l'avea pur anche preservato al timone della sua nave in tempi tanto
burrascosi per la cristianità. Appena si riaveva egli d'una infermità,
che più ardente che mai tornava agli affari e alle funzioni del suo
ministero non men sacro che politico. Arrivò in fine il perentorio
decreto della sua partenza. Infermatosi, fra due giorni con somma
esemplarità di devozione, in età di settantaun anni e quasi otto mesi,
placidamente terminò il suo vivere nel dì 19 di marzo del presente
anno, correndo la festa di san Giuseppe. Il pontificato suo era
durato venti anni e quasi quattro mesi. Avea egli ne' giorni addietro
ricevuta la consolazione di vedere riaperta in Ispagna la nunziatura, e
ristabilita una buona armonia con quella real corte. Tali e tanti pregi
personali e virtù cospicue s'erano unite in lui, sì riguardevoli e
numerose furono le sue belle azioni, che si accordano i saggi a riporlo
tra i più insigni e rinomati pontefici della Chiesa di Dio. Quanto più
scabrosi erano stati gli affari del governo ecclesiastico e secolare
ne' giorni suoi, tanto più servirono questi a far risplender l'ingegno,
la costanza, la destrezza e la vigilanza sua. Incorrotti e dati alla
pietà erano stati fin dalla puerizia i costumi suoi; maggiormente
illibati si conservarono sotto il triregno. Niuno andò innanzi a lui
nell'affabilità ed amorevolezza. Con istrette misure amò il fratello
e i nipoti, obbligandoli a meritarsi colle fatiche gli onori; e videsi
in fine che più di lui si mostrarono benefici i susseguenti pontefici
verso la casa Albani. Loro ancora insegnò la moderazione, col congedar
da Roma la moglie del fratello, la quale si ricordava troppo di aver
per cognato un pontefice romano. Grande fu la sua profusione verso
dei poveri; più di ducento mila scudi impiegò in lor sollievo. Rinovò
il lodevol uso di san Leone il Grande col comporre e recitare nella
basilica Vaticana, in occasion delle principali solennità, varie
omelie, che saran vivi testimonii anche presso i posteri della sua
sacra eloquenza. Amatore dei letterati, promotore delle lettere e
delle belle arti, accrebbe il lustro alla pittura, alla statuaria e
all'architettura; introdusse in Roma l'arte dei musaici, superiore in
eccellenza agli antichi, e la fabbrica degli arazzi, che gareggia coi
più fini della Fiandra. Arricchì di manuscritti greci e d'altre lingue
orientali la Vaticana; istituì premii per la gioventù studiosa; ornò
d'insigni fabbriche Roma ed altri luoghi dello Stato ecclesiastico.
Che più? fece egli conoscere quanto potea unita una gran mente con una
ottima volontà in un romano pontefice. Il di più delle sue gloriose
azioni si può raccogliere dalla Vita di lui con elegante stile latino
composta e pubblicata dall'abbate Pietro Polidori; giacchè all'assunto
mio non è permesso di dirne di più.

Entrarono in conclave i cardinali elettori, e colà comparve ancora
il _cardinale Alberoni_. Non s'era mai veduta sì piena di gente la
piazza del Vaticano, come quel dì, in cui egli fece la sua entrata nel
conclave. Concorsero poscia nel dì 8 di maggio i voti dei porporati
nella persona del _cardinale Michel Angelo dei Conti_ di nobilissima ed
antichissima famiglia romana, che avea dato alla Chiesa di Dio altri
romani pontefici ne' secoli addietro, il di cui fratello era duca di
Poli, e il nipote duca di Guadagnola. Prese egli il nome d'_Innocenzo
XIII_. Indicibile fu il giubilo di Roma tutta al vedere sul trono
pontifizio collocato un suo concittadino, e non minore fu il plauso
di tutta la cristianità per l'elezione d'un personaggio assai rinomato
per la sua saviezza e pietà, per la pratica degli affari ecclesiastici
e secolari, e per l'inclinazione sua alla beneficenza e clemenza. Nel
dì 18 del suddetto mese con gran solennità nella basilica Vaticana
ricevette la sacra corona, e quindi si applicò con attenzione al
governo, e pubblicò un giubileo. Da che mancò di vita il buon _Clemente
XI_, siccome dicemmo, uscì da' suoi nascondigli il _cardinale Giulio
Alberoni_, secondo le costituzioni anch'egli invitato all'elezione
del futuro pontefice, e non meno a lui che al _cardinale di Noaglies_
fu inviato salvocondotto, affinchè liberamente potessero intervenire
al conclave. Vi andò l'Alberoni; e, terminata la funzione, si fermò
come incognito a Roma, e ricusò d'uscirne, benchè ammonito. Non tardò
il novello pontefice per conto di questo porporato a far conoscere la
sua prudenza congiunta insieme coll'amore della giustizia, con dire ai
cardinali deputati della congregazione per processarlo: che se aveano
pruove tali da poterlo condannare, tirassero innanzi, perchè darebbe
mano al gastigo. Ma che se tali pruove mancassero, ordinava che si
mettesse a riposare quel processo. Così in fatti da lì a qualche tempo
avvenne: laonde l'Alberoni e la sua fortuna in faccia del mondo in fine
nel 1723 risorse.

Diede molto da discorrere in questi tempi un altro personaggio, cioè
l'_abbate Du-Bois_, arcivescovo di Cambrai, primo ministro e favorito
del _duca d'Orleans_ reggente in Francia, che nel dì 16 di luglio
venne promosso al cardinalato. Come per forza fu condotto il santo
padre a conferire la sacra porpora ad uomo tale, perchè i di lui
costumi tutt'altro meritavano che questo sacro distintivo del merito.
Tanta nondimeno fu la pressura del duca reggente per questo suo idolo,
che il buon pontefice, affinchè nei tempi correnti colla ripulsa non
peggiorassero gli affari della religione in Francia, e colla speranza
di ricavarne vantaggi per essa, s'indusse a sacrificare ogni riguardo
all'intercessione ed impegno di sì rispettabil promotore. Chi ebbe a
presentare la berretta cardinalizia a questo nuovo porporato, esegui
l'ordine del santo padre di leggergli il catalogo delle azioni della
sua vita passata, siccome ben note alla santità sua, con poscia dirgli
che il pontefice sperava da lì innanzi un uomo nuovo nella sua persona,
e che il viver suo corrisponderebbe alla dignità e al santo impiego
di vescovo e cardinale. La risposta del Du-Bois fu, che il santo
padre nè pur sapeva tutti i trascorsi di lui, ma che in avvenire tali
sarebbero le operazioni sue, che il mondo s'accorgerebbe d'aver egli
con gli abiti esterni cangiati ancora gl'interni. Come egli mantenesse
la parola, nol so dir io; convien chiederlo agli storici franzesi.
Certo è ch'egli divenne allora primo ministro della corte di Francia,
e che il piissimo pontefice ritenne sempre come una spina nel cuore la
memoria di questa sua forzata risoluzione. Poco per altro godè delle
sue fortune il Du-Bois, perchè la morte venne a terminarle nell'agosto
del 1725. Fece all'incontro il pontefice _Innocenzo XIII_ risplendere
la sua gratitudine verso il defunto papa _Clemente XI_, di cui era
creatura, col conferire la sacra porpora a don _Alessandro Albani_,
fratello del _cardinale Annibale_ camerlengo.

Intanto continuarono i timori dell'Italia per la peste di Marsilia, che
dopo aver fatto strage grande in quella città, secondo il solito, quivi
andò cessando. Ma s'era già estesa per tutta la Provenza, con penetrar
anche nella Linguadoca, e far gran paura a Lione. Le città di Arles,
Tolone, Avignone, Oranges ed altre ne rimasero fieramente afflitte.
Fortuna fu che questo flagello accadesse in tempo esente dalle guerre,
cioè dal passaporto, per cui esso troppo facilmente si diffonde sopra
i vicini; e però tanto la corte di Francia che quella di Torino e la
repubblica di Genova, con gli altri potenti, sì saggi regolamenti di
forza e di precauzione adoperarono, che di questo morbo desolatore non
parteciparono le altre provincie entro e fuori d'Italia. Nel dì 17 di
settembre in Parigi terminò i suoi giorni in età di settantasette anni
_Margherita Luigia_ figlia di _Gastone duca d'Orleans_, cioè di un
fratello di _Luigi XIII_ re di Francia, e gran duchessa di Toscana. Noi
vedemmo questa principessa maritata nel 1661 col gran duca _Cosimo III
de Medici_, poscia per dispareri fra loro insorti ritirata in Francia,
senza voler più rivedere la Toscana. Cessò per la sua morte un'annua
pensione di quaranta mila piastre, che le pagava il gran duca, principe
che in questi tempi combatteva colla vecchiaia, e fece più d'una volta
temer di sua vita. Gran solennità fu in Roma nel dì 15 di novembre nel
possesso preso dal sommo pontefice della chiesa Lateranese. Di questa
suntuosa funzione goderono anche il principe ereditario di Modena
_Francesco d'Este_, e la principessa _Carlotta Aglae di Orleans_ sua
consorte, i quali in quest'anno andarono girando per le città più
cospicue d'Italia. Fu ancora in questi tempi pubblicato il matrimonio
di _madamigella di Monpensier_, sorella di essa principessa di Modena,
con _Luigi principe di Asturias_, primogenito di _Filippo V_ re di
Spagna; siccome ancora gli sponsali dell'infanta primogenita di Spagna
col Cristianissimo re _Luigi XV_. Non avea questa ultima principessa
che circa quattro anni di età, laonde fu conchiuso di mandarla in
Francia, per essere quivi educata, finchè fosse atta al compimento
di questo matrimonio. Nel dì 13 di giugno seguì un trattato di pace e
concordia fra il _re Cattolico_ e _Giorgio I_ re d'Inghilterra, senza
che espressamente fosse ceduto alla corona d'Inghilterra il dominio
dell'isola di Minorica e di Gibilterra. Ma agl'Inglesi bastò che tal
cessione costasse dalla pace di Utrecht, confermata in questo trattato.
Nello stesso giorno ancora si stabilì una lega difensiva fra le
suddette due potenze e quella di Francia.



    Anno di CRISTO MDCCXXII. Indiz. XV.

    INNOCENZO XIII papa 2.
    CARLO VI imperatore 12.


Godevansi in questo tempo i frutti della pace in Italia, e spezialmente
le città maggiori sfoggiavano in divertimenti e solazzi, se non che
durava tuttavia l'apprensione della pestilenza, che andava serpeggiando
per la Provenza e Linguadoca, scemandosi nondimeno di giorno in
giorno il suo corso o per mancanza di essa, o per le buone guardie
fatte dai circonvicini paesi. In Roma e in altre città dai ministri
di Francia e Spagna grandi allegrezze si fecero per li matrimonii del
re Cristianissimo coll'infanta di Spagna, e del principe di Asturias
colla figlia del duca reggente. Fu fatto nel dì 9 di gennaio il cambio
di queste principesse ai confini dei regni nell'isola dei Fagiani; e
l'infanta, tuttochè non per anche moglie, cominciò a godere il titolo
di regina di Francia. Fece poi essa il suo ingresso a Parigi nel dì
primo di marzo con quella ammirabil magnificenza che massimamente
nelle funzioni straordinarie suol praticare quella gran corte. Pensò
in questi tempi il re di Sardegna _Vittorio Amedeo_ di accasare
anch'egli l'unico suo figlio _Carlo Emmanuele_ duca di Savoia, e scelse
per consorte di lui _Anna Cristina_ principessa palatina della linea
de' principi di Sultzbac, figlia di Teodoro conte palatino del Reno,
la quale portò seco in dote, oltre alla bellezza, ogni più amabile
qualità. Seguì in Germania questo illustre sposalizio, e nel mese di
marzo comparve essa principessa in Italia, con ricevere per gli Stati
della repubblica di Venezia e di Milano ogni più magnifico trattamento.
Giunta a Vercelli, ivi trovò il re e la regina di Sardegna, che
l'accolsero con tenerezza. Suntuose allegrezze dipoi decorarono il suo
arrivo a Torino. Vennero nel marzo suddetto a Firenze i principi di
Baviera, cioè _Carlo Alberto_ principe elettorale, il duca _Ferdinando_
e il principe _Teodoro_ a visitar la gran principessa _Violante_ loro
zia, governatrice di Siena; e di là passarono i due primi a Roma, a
Napoli, a Venezia e ad altre città, con ricevere dappertutto singolari
onori, ancorchè secondo l'etichetta viaggiassero incogniti. Diede
fine al suo vivere nel dì 12 di agosto dell'anno presente _Giovanni
Cornaro_ doge di Venezia, a cui nella stessa dignità succedette nel dì
28 di esso mese _Sebastiano Mocenigo_. Suntuoso armamento per terra e
per mare fece in questi tempi la Porta Ottomana; e perchè insorsero
non lievi sospetti nell'isola di Malta che quel turbine avesse da
scaricarsi colà, il gran maestro non ommise diligenza alcuna per aver
ben fortificata e provveduta di tutto il bisognevole quella città
e fortezze. Chiamò colà ancora i cavalieri, ed implorò dal sommo
pontefice un convenevol soccorso. Si videro poi rondare per il mare
di Sicilia alquanti vascelli turcheschi, e questi anche tentarono
di sbarcar gente nell'isola del Gozzo; ma ritrovata quivi buona
guarnigione, il bassà comandante si ridusse a chiedere con minaccie al
gran maestro la restituzione di tutti gli schiavi turchi. Ne ricevette
per risposta, che questa si farebbe, qualora i corsari africani
rendessero gli schiavi cristiani, ch'erano in tanto maggior numero.
Se ne andarono que' Barbari, e cessò tutta l'apprensione. In fatti
non pensava allora il gran signore a Malta, ma bensì alle terribili
rivoluzioni della monarchia persiana, che in questi tempi maggiormente
bolliva per la ribellione del Mireveis. Di esse voleva profittare la
Porta, ed altrettanto meditava di fare il celebre imperadore della
Russia _Pietro Alessiowitz_.

Niun principe cattolico v'era stato che non si fosse compiaciuto
dell'esaltazione del cardinale Conti al trono pontifizio. Più degli
altri se ne rallegrò il _re di Portogallo_, giacchè in addietro non
solamente era egli stato nunzio apostolico a Lisbona, ma anche nel
cardinalato protettore della sua corona in Roma. Poco nondimeno stette
a nascere non piccolo dissapore fra la santa Sede e quel monarca.
Avea il pontefice, in vigore dei suoi saggi riflessi, richiamato
dalla corte di Portogallo _monsignor Bichi_ nunzio apostolico; ma
intestossi quel regnante di non voler permettere che il Bichi se ne
andasse, se prima non veniva decorato della sacra porpora, per non
essere da meno dei tre maggiori potentati della cristianità, dalle
corti de' quali ordinariamente non partono i nunzii senza essere alzati
al grado cardinalizio. Parve al sommo pontefice sì fatta pretensione
poco giusta, nè andò esente da sospetto di qualche reità lo stesso
peraltro innocente nunzio Bichi, quasichè egli contro le costituzioni
apostoliche volesse prevalersi della protezione di quel monarca per
carpire a viva forza un premio che dovea aspettarsi dall'arbitrio
e dalla prudenza del pontefice suo sovrano. Perciò s'imbrogliarono
sempre più le faccende, e il papa, risoluto di conservare la sua
dignità, stette saldo in richiamare il Bichi, avendo già inviato
colà _monsignor Firrao_, il quale presentò il breve della sua
nunziatura, senza prima avvertire se il predecessore lasciava a lui
libero il campo. Costume fu del re di Portogallo, giacchè non poteva
coll'angusta estensione del suo regno uguagliar le principali potenze
della cristianità, di superarle colla magnificenza de' suoi ministri.
Godeva specialmente Roma della profusione de' suoi tesori, sì perchè
l'ambasciator portoghese sfoggiava nelle spese, e sì ancora perchè il
re, invogliatosi di avere nel suo patriarca dell'Indie un ritratto
del sommo pontefice, si procacciava con man liberale ogni dì nuovi
privilegii dalla santa Sede. Ora si avvisò l'ambasciatore portoghese
di far paura al papa, e ito all'udienza, da che vide di non far
breccia nel cuore di sua santità colle pretese ragioni, diede fuoco
all'ultima bomba con dire: _Che se gli era negato quella grazia o
giustizia, avea ordine dal re di partirsi da Roma_. A questa sparata
il saggio pontefice, senza alcun segno di commozione, altra risposta
non diede, se non: _Andate dunque, e ubbidite al vostro padrone_.
Non era fin qui intervenuta una pace ben chiara che sopisse tutte le
controversie vertenti fra l'imperadore e l'Inghilterra dall'un canto,
e il re Cattolico dall'altro. Cioè non avea peranche l'Augusto _Carlo
VI_ autenticamente rinunziato alle sue pretensioni sopra il regno di
Spagna, e nè pure il re _Filippo V_ alle sue sopra i regni di Napoli,
Sicilia, Fiandra e Stato di Milano. Per concordare questi punti si
era convenuto di tenere nel presente anno un congresso in Cambrai; ma
non vi si sapea ridurre il re Cattolico, patendo talvolta i monarchi
troppo ribrezzo a cedere fin le speranze, non che il possesso di
ogni anche menomo Stato: sì forte è l'incanto del Dominamini nel loro
cuore. Faceva in questo mentre gran premura Cesare per ottener dalla
santa Sede l'investitura di Sicilia e di Napoli: al che non si era
saputo indurre papa _Clemente XI_, nè fin qui il regnante _Innocenzo
XIII_, per l'opposizione che vi facea la corte di Spagna. Prevalsero
infine i pareri della sacra corte in favore d'esso Augusto, giacchè
ai diritti di lui s'aggiungeva il rilevante requisito del possesso.
Pertanto nel dì 9 di giugno dell'anno presente, secondo la norma delle
antiche bolle, fu data all'imperadore l'investitura dei regni suddetti:
risoluzione, che quanto piacque alla corte cesarea, altrettanto
probabilmente dispiacque a quella di Spagna.



    Anno di CRISTO MDCCXXIII. Indizione I.

    INNOCENZO XIII papa 3.
    CARLO VI imperatore 13.


Era già pervenuto all'età di ottantun anni e due mesi _Cosimo III de
Medici_ gran duca di Toscana, mercè della sua temperanza, perchè nella
virilità divenuto troppo corpolento, abbracciata poi una vita frugale,
potè condurre sì innanzi la carriera del suo vivere. Ma finalmente
convien pagare il tributo, a cui son tenuti i mortali tutti. Nel dì 31
di ottobre dell'anno presente passò egli a miglior vita, con lasciare
un gran desiderio di sè nei popoli suoi: principe magnifico, principe
glorioso per l'insigne sua pietà, pel savio suo governo, con cui sempre
fece goder la pace ai sudditi in tante pubbliche turbolenze, e procurò
loro ogni vantaggio; siccome ancora per la protezion della giustizia e
delle lettere, e per le altre più riguardevoli doti che si ricercano
a costituire i saggi regnanti. Mirò egli cadente l'illustre sua casa
per gli sterili matrimonii del fu suo fratello principe _Francesco
Maria_, e del già defunto gran principe _Ferdinando_ suo primogenito,
e del vivente _don Giovanni Gastone_ suo secondogenito. Vide ancora
in sua vita esposti i suoi Stati all'arbitrio dei potentati cristiani,
che ne disposero a lor talento, senza alcun riguardo alle alte ragioni
di lui e della repubblica fiorentina, che inclinavano a chiamare
a quella successione il _principe di Ottaiano_, discendente da un
vecchio ramo della casa de Medici. Al duca Cosimo intanto succedette
il suddetto _don Giovanni Gastone_, unico germoglio maschile della
casa de Medici regnante, la cui sterile moglie _Anna Maria Francesca_,
figlia di _Giulio Francesco_ duca di _Sassen Lawemburg_, viveva in
Germania separata dal marito. Mancò parimente di vita in questo anno
a dì 12 di marzo _Anna Cristina di Baviera_ principessa di Sultzbach,
moglie di _Carlo Emmanuele_ duca di Savoia, dopo aver dato alla luce
un principino, che venne poi rapito dalla morte nel dì 11 d'agosto del
1725. Gran duolo che fu per questo nella real corte di Torino, e sopra
i medici si andò a scaricare il turbine, quasi che per aver fatto cavar
sangue al piede della principessa, l'avessero incamminata all'altro
mondo. Arrivò nell'aprile di quest'anno a Roma _monsignor Mezzabarba_,
già spedito negli anni addietro alla Cina con titolo di vicario
apostolico, per esaminare sul fatto i tanto contrastati riti che dai
missionarii si permettevano a quei novelli cristiani. Portò seco alcuni
ricchi regali, inviati da quell'imperadore al santo padre, ed insieme
in una cassa il cadavero del _cardinal di Tournon_, già morto in
Macao. Perchè restò accidentalmente bruciata una nave, su cui venivano
assaissimi arredi e curiosità della Cina, Roma perdè il contento di
vedere tante altre peregrine cose di quel rinomato imperio.

Godevansi per questi tempi in Italia le dolcezze della pace universale,
segretamente nondimeno turbate dal tuttavia ondeggiante conflitto
degl'interessi e delle pretensioni dei potentati. Ad altro non pensava
la corte di Spagna che a spedire in Italia l'_infante don Carlo_,
primogenito del secondo letto del re _Filippo V_, affinchè si trovasse
pronto, in occasion di vacanza, a raccogliere la succession della
Toscana e di Parma e Piacenza, che nei trattati precedenti gli era
stata accordata. Ma perchè non compariva disposto il re Cattolico alle
rinunzie che si esigevano dall'imperador _Carlo VI_, nè al progettato
congresso di Cambrai, per ultimar le differenze, davano mai principio
i plenipotenziarii di Spagna; pericolo vi fu che il suddetto Augusto
spingesse in Italia un'armata per disturbare i disegni del gabinetto
spagnuolo. Medesimamente in gran moto si trovava la corte di Toscana,
siccome quella che non sapea digerire la destinazion di un erede di
quegli Stati fatta dal volere ed interesse altrui, e molto meno il
progetto di metter ivi presidii stranieri durante la vita dei legittimi
sovrani. Non era inferiore l'alterazione della corte pontificia per
l'affare dei ducati di Parma e Piacenza, che, in difetto dei maschi
della casa Farnese, aveano da ricadere alla camera apostolica; e pure
ne aveano disposto i potentati cristiani in favore dei figli della
Cattolica regina di Spagna _Elisabetta Farnese_, con anche dichiararli
feudi imperiali. Non mancò il pontefice _Innocenzo XIII_ di scrivere
più brevi e doglianze alle corti interessate in questa faccenda. Fece
anche fare al congresso di Cambrai per mezzo dell'abbate Rota, auditore
di _monsignor Massei_ nunzio apostolico nella corte di Parigi, una
solenne protesta contro la disegnata investitura di quegli Stati. Ma
è un gran pezzo che la forza regola il mondo; ed è da temere che lo
regolerà anche nell'avvenire. Attendeva in questi tempi il magnifico
pontefice ad arricchir di nuove fabbriche il Quirinale per comodo
della corte, mentre la fabbrica del corpo, infestata da varii incomodi
di salute, andava ogni di più minacciando rovina. Dopo avere il gran
mastro dei cavalieri di Malta fatto di grandi spese per ben guernire
l'isola contro i tentativi dei Turchi, e ottenuta promessa di soccorsi
dal papa e dai re di Spagna e Portogallo, finalmente si avvide che
a tutto altro mirava il gran signore col suo potente armamento. La
Persia lacerata da una terribil ribellione era l'oggetto non men
della Porta Ottomana che di _Pietro_ insigne imperador della Russia,
essendosi sì l'una che l'altro preparati per volgere in lor pro la
strepitosa rivoluzion di quel regno, che in questi tempi era il più
familiar trattenimento dei novellisti d'Italia. Nel dì 2 di dicembre
dell'anno presente da morte improvvisa fu rapito _Filippo duca
d'Orleans_ reggente, e poi ministro del regno di Francia: principe che
in perspicacia di mente e prontezza d'ingegno non ebbe pari. Coll'aver
conservato la vita del re _Luigi XV,_ e fattolo coronare, smontò ogni
calunnia inventata contro la sua fedeltà ed onore. Colse il _duca di
Borbone_ il buon momento, e portata al re la nuova della morte d'esso
duca di Orleans, ottenne di essere preso per primo ministro.



    Anno di CRISTO MDCCXXIV. Indizione II.

    BENEDETTO XIII papa 1.
    CARLO VI imperadore 14.


Grande strepito per Italia fece nell'anno presente l'atto eroico del
Cattolico re _Filippo V_. Questo monarca fin da' suoi primi anni
imbevuto delle massime della più soda pietà, che egli poi sempre
accompagnò colle opere, stanco e sazio delle caduche corone del mondo,
prese la risoluzione di attendere unicamente al conseguimento di quella
corona che non verrà mai meno nel regno beatissimo di Dio. Perciò,
dopo avere scritta a _don Luigi_ principe di Asturias suo primogenito
una sensata ed affettuosissima lettera, in cui espresse i principali
doveri d'un saggio re cristiano, nel dì 16 di gennaio solennemente
gli rinunziò il governo dei regni, dichiarandolo re. Riserbossi il
solo palazzo e castello di Sant'Idelfonso col bosco di Bulsain, e una
pensione annua di cento mila doble per sè e per la regina sua moglie
_Elisabetta Farnese_. Di convenevoli appannaggi provvide gl'infanti
figli, cioè _don Ferdinando, don Carlo e don Filippo_. Grande animo si
esige per far somiglianti sacrifizii, maggiore per non se ne pentire.
Con somma saviezza e plauso continuava il suo pontificato _Innocenzo
XIII_, ed era ben degno di più lunga vita, quando venne Dio a chiamarlo
ad una vita migliore. Infermatosi egli sul principio di marzo, terminò
poi nella sera del dì 7 d'esso mese i suoi giorni con dispiacere
universale, e massimamente del popolo romano. Benchè egli fosse
modestissimo ed umilissimo, pure amava la magnificenza, e niun più di
lui seppe conservare la dignità pontificia. Maestoso nel portamento,
senza mai adirarsi o scomporsi, con poche parole, ma gravi, e sempre
con prudenza, rispondeva e sbrigava gli affari. In lui si mirava un
vero principe romano, ma di quei della stampa vecchia. Resta perciò
tuttavia una vantaggiosa memoria del saggio suo governo; governo bensì
breve, ma pieno di moderazione, e che potè in parte servir di esempio
a' suoi successori.

Aprissi dipoi il sacro conclave, e non pochi furono i dibattimenti e
gl'impegni per provvedere d'un nuovo pastore la greggia di Cristo.
Videsi anche allora come i consigli umani cedono all'occulta
provvidenza che governa il mondo e la Chiesa sua santa; perciocchè
caddero tutti i pretendenti a quella suprema dignità, e andò a
terminare inaspettatamente la concorde elezione in chi non pensava al
triregno, nè punto lo desiderava, anzi fece quanta resistenza potè
per non accettarlo, e sarebbe anche fuggito, se avesse potuto. Fu
questi il cardinale _Vincenzo Maria Orsino_, di una delle più illustri
famiglie romane, che quattro sommi pontefici avea dato nei secoli
addietro alla Chiesa di Dio. Suo nipote era il duca di Gravina. Nato
egli nel febbraio del 1649, conservava tuttavia gran vigore di mente
e di corpo. Nell'ordine dei predicatori aveva egli fatto professione,
ed anche attese a predicare la parola di Dio. In età di ventitrè anni
era stato promosso alla sacra porpora da _Clemente X_. Fu prima vescovo
di Siponto, poi di Cesena, e in questi tempi si trovava arcivescovo
di Benevento. Ciò che mosse i sacri elettori ad esaltare quasi in un
momento questo personaggio, fu il credito della sua sempre incolpata
vita, della sua incomparabil pietà e zelo ecclesiastico, e del suo
sapere: doti singolari, delle quali avea dato di grandi pruove in
addietro nel suo pastoral governo. Convenne chiamare il generale
dei domenicani, riconosciuto sempre da lui per superiore, acciocchè
gli ordinasse in virtù di santa ubbidienza di accettare il papato.
Prese egli il nome di _Benedetto XIII_ in venerazione di _Benedetto
XI_, pontefice di santa vita e dello stesso ordine di San Domenico.
La sua gratitudine verso tutti i cardinali concorsi all'elezione sua
maggiormente attestò le qualità dell'ottimo suo cuore; spezialmente
stese la beneficenza sua verso i due cardinali Albani.

Correano già molti anni che il fisco imperiale si manteneva in
possesso della città di Comacchio e suo distretto. Agitata in Roma
la controversia di chi ne fosse legittimo padrone, o la camera
apostolica o il duca di Modena (la cui nobilissima casa estense da
più secoli riconosceva quella città dalle investiture cesaree, e
non già dalle pontificie), tuttavia restava pendente. Fece il saggio
pontefice _Innocenzo XIII_ ogni sforzo per ricuperarne il possesso,
ben consapevole di che conseguenza sia, in materia massimamente di
Stati, questo vantaggio, ed avea già disposta la corte imperiale a
sì fatta cessione. Ma non potè esso papa godere il frutto dei suoi
maneggi, perchè rapito troppo presto dalla morte. Diede compimento
a questo affare il suo successore _Benedetto XIII_ nel dì 25 di
novembre dell'anno presente, con accordare a sua maestà cesarea le
decime ecclesiastiche per tutti i suoi regni, con rilasciare tutte
le rendite percette, e poscia premiare con un cappello cardinalizio
il figlio del conte di Sinzendorf, primo ministro cesareo, che avea
cooperato non poco all'accordo. Fu dunque conchiusa in Roma fra i
_cardinali Paolucci_ e _Cinfuegos_ plenipotenziarii delle parti la
restituzione del possesso di Comacchio alla santa Sede, con espressa
dichiarazione nondimeno: _Possessionem Comacli a sacra Caesarea
majestate eo dumtaxat pacto dimitti, ut in eamdem Sedes apostolica
restituatur, ut prius, ita scilicet, ut neque eidem Sedi apostolicae
per hanc restitutionem aliquid novi juris tributum, neque Imperio, vel
domui Atestianae quidquam juris sublatum esse censeatur; sed sacrae
Caesareae majestatis, et Imperii, domusque Atestinae jura omnia tam
respectu possessorii, quam petitorii, salva remaneant, neminique ex
hoc actu praejudicium ullum irrogatum intelligatur, usquedum cognitum
fuerit, ad quem Comaclum pertineat_. Fu poi data esecuzione a questo
trattato nel dì 20 di febbraio dell'anno seguente. Se ne rallegrò tutta
Roma; non così la casa d'Este. Correndo il dì 25 di marzo di quest'anno
arrivò al fine di sua vita in Torino madama reale _Maria Giovanna
Batista_ figlia di _Carlo Amedeo_ duca di Nemours e d'Aumale, e madre
del re di Sardegna _Vittorio Amedeo_, in età d'anni ottanta. Non
volle ulteriormente differire quel real sovrano il nuovo accasamento
del duca di Savoia _Carlo Emmanuele_ suo figlio, e gli scelse per
moglie _Polissena Cristina_ figlia di _Ernesto Leopoldo_ langravio di
Assia-Rheinfelds Rotemburgo; e venuto il luglio del presente anno, si
mise essa in viaggio alla volta d'Italia. Portatosi il re Vittorio col
figlio e con tutta la corte in Savoia, accolse, dopo la metà di agosto,
la nuora in Tonon, e colla maggior solennità la introdusse a suo tempo
in Torino.

Videsi intanto un'impensata vicenda delle cose del mondo nella corte
di Spagna. Sorpreso dai vaiuoli il re _Luigi_, dopo aver goduto per
poco più di sette mesi il regno, terminò in età di diecisette anni il
corso della vita, e fu dalle lagrime d'ognuno onorato il suo funerale.
Avrebbe, secondo le costituzioni, dovuto a lui succedere il principe
_don Ferdinando_ suo fratello; ma trovandosi egli in età non peranche
capace di governo, il real consiglio supplicò il re _Filippo V_ di
ripigliar le redini, richiedendo ciò la pubblica necessità. Volle sua
maestà ascoltare anche il parer dei teologi, e trovatolo non conforme
al sentimento del consiglio, restò in grande perplessità. Contuttociò
prevalsero le ragioni che il richiamarono al regno, e però nel dì 6
di settembre pubblicò un decreto, ossia una protesta di riassumere
lo scettro, come re naturale e proprietario, finchè il principe
di Asturias _don Ferdinando_ fosse atto al governo, riserbandosi
nulladimeno la facoltà di continuare nel regno, se così portasse il
pubblico bene; siccome dipoi avvenne, avendo egli governato, finchè
visse, con somma saviezza ed attenzione i suoi regni. Giacchè il
seguente anno era destinato al solenne giubileo di Roma, già intimato
alla cristianità, il santo pontefice _Benedetto XIII_ ne fece con tutta
divozion l'apertura verso il fine di dicembre, cioè nella vigilia del
santo Natale. Pubblicò ancora la risoluzione sua di celebrare nella
domenica in Albis del seguente anno un concilio provinciale nella
basilica Lateranense, con invitarvi i vescovi compresi nella provincia
romana, e tutti i suggetti a dirittura alla santa Sede.



    Anno di CRISTO MDCCXXV. Indizione III.

    BENEDETTO XIII papa 2.
    CARLO VI imperadore 15.


Con gran concorso di pellegrini divoti fu celebrato nel presente
anno in Roma il solenne giubileo, e fra gli altri cospicui personaggi
concorse a partecipar di queste indulgenze la vedova gran principessa
di Toscana _Violante di Baviera_, la quale se ricevette le maggiori
finezze dal sommo pontefice e da tutta quella nobiltà, lasciò anch'ella
ivi un'illustre memoria della sua insigne pietà e liberalità. Grande
occasione fu questo giubileo al santo padre _Benedetto XIII_ di
esercitar pienamente le tante sue virtù, delle quali parleremo andando
innanzi. E siccome egli era indefesso in tutto ciò spezialmente che
riguarda la religione, così nel dì 15 di aprile diede principio nella
basilica Lateranense al concilio provinciale, a cui intervenne gran
copia di cardinali, vescovi ed altri prelati. Vi si fecero bellissimi
regolamenti intorno alla disciplina ecclesiastica, essendo state prima
ben ventilate le materie in varie congregazioni dei più assennati
teologi. Volle il sommo pontefice che i vescovi non sentissero il
peso della lor dimora in Roma, con far somministrar loro le spese
dalla camera apostolica. Nel dì 5 di giugno fu posto fine a quella
sacra assemblea, ammirata e benedetta da tutto il popolo romano, che
da tanti anni indietro non ne avea mai goduta la maestà. In questi
medesimi giorni il Campidoglio romano rinovò un'illustre cerimonia
non più veduta dopo il tempo di Francesco Petrarca. Cioè dal senatore
e dai conservatori del popolo fu con gran solennità conferita la
corona d'alloro al cavalier _Bernardino Perfetti_ Senese, poeta
rinomato pel possesso delle scienze migliori, e massimamente per la
sua impareggiabile facilità ad improvvisare in versi italiani, e versi
pieni di sugo e non di sole frasche. Onorarono quella funzione parecchi
porporati e la suddetta gran principessa di Toscana. Non trascurò
intanto il buon pontefice alcun mezzo per frastornare i disegni
dei potentati sopra Parma e Piacenza; ma con poca fortuna, essendo
improvvisamente scoppiata una pace stabilita in Vienna fra l'imperadore
e il re Cattolico, senza che vi s'interponessero coronati mediatori,
e senza aver cura degl'interessi dei principi alleati. Come questa
nascesse, gioverà saperlo.

S'era fin qui nel congresso di Cambrai fatto un gran cambio di parole
e ragioni fra i ministri delle corone per giugnere ad una vera pace
universale. Ma una remora troppo possente era sempre l'affare di
Minorica e Gibilterra; pretendendone gli Spagnuoli la restituzione,
benchè ne avessero fatta in Utrecht la cessione, e negandola
gl'Inglesi; di modo che apparenza non v'era di sciogliere questo
nodo, per cui tutti gli altri restavano sospesi. Avvenne che il baron
di Ripperda Giovanni Guglielmo, uomo ardito olandese, che, come i
razzi, fece dipoi una luminosa ma assai breve comparsa nel teatro del
mondo, segretamente mosse parola in Vienna di una pace privata fra
l'_imperador Carlo VI_ e il re Cattolico _Filippo V_; e questa non
cadde in terra. Premeva a sua maestà cesarea di mettere fine ad ogni
pretension della Spagna sopra gli Stati di Napoli, Sicilia, Milano
e Fiandra. Più era vogliosa la corte di Spagna di risparmiare una
chiara rinunzia a Gibilterra e Minorica, e di assicurare all'_infante
don Carlo_ la succession della Toscana e di Parma e Piacenza: al che
spezialmente porgeva continui impulsi la regina _Elisabetta Farnese_,
intenta al bene degli infanti suoi figli; e tanto più per udirsi
infestata da molti incomodi la sanità del gran duca _Giovanni Gastone
de Medici_. Posta tale vicendevole disposizione d'animi, non riuscì
difficile lo strignere l'accordo. Fu esso stipulato in Vienna nel dì
30 di aprile, e l'impensata sua pubblicazione sorprese ognuno: tanta
era stata la segretezza del trattato. La sostanza principale di quegli
articoli consisteva nella rinunzia fatta da Cesare a tutti i suoi
diritti sulla corona di Spagna, con ritenerne il solo titolo, sua
vita durante; e a stabilire che essa corona non si avesse mai ad unire
con quella di Francia. All'incontro anche il re Cattolico _Filippo V_
rinunziava in favore dell'augusta casa d'Austria tutte le sue ragioni
sopra Napoli, Sicilia, Stato di Milano e Fiandra, siccome anche
annullava il patto della reversione pel regno di Sicilia. Un altro
importantissimo punto ancora si vide assodato. Nel dì 6 di dicembre
dell'anno precedente avea l'imperadore _Carlo VI_ formata e pubblicata
una prammatica sanzione, per cui, in difetto di maschi, era chiamata
all'intera successione di tutti i suoi regni e Stati l'_arciduchessa
Maria Teresa_ sua primogenita con vincolo di fideicommisso e
maggiorasco: decreto che venne poi accettato e confermato da tutti i
tribunali dei suoi dominii. Ora anche il re Cattolico accettò la stessa
prammatica sanzione, obbligandosi di esserne garante e difensore.
Finalmente fra le parti fu accordato, che venendo a mancare la linea
mascolina del gran duca di Toscana, e del duca di Parma e di Piacenza,
si devolverebbono i loro Stati colla qualità di feudi imperiali
all'infante _don Carlo_ primogenito della regina di Spagna _Elisabetta
Farnese_, restando il porto di Livorno libero sempre, come si trovava
in questi tempi. Seguì parimente una lega e un trattato di commercio
fra i suddetti sovrani. Nel dì 7 di giugno di quest'anno con altri
atti fu confermata la suddetta concordia, accolta precedentemente con
isdegno da chi ne era rimasto escluso; e massimamente perchè Cesare si
obbligò di non opporsi, in caso che la Spagna tentasse di ricuperar
colla forza Minorica e Gibilterra. Quei nobili Spagnuoli che aveano
seguitato l'Augusto Carlo in Germania, e in vigore di questa pace se
ne tornarono in Ispagna a godere i lor beni liberati dalle unghie
del fisco, trovarono pregiudiziale la mutazion del clima; perchè
infermatisi, in men di un anno cessarono di vivere.

Nella primavera dell'anno presente diede la corte di Francia non
poco da discorrere ai politici. Un'infermità sopraggiunta al giovane
re _Luigi XV_ in grande apprensione ed affanno avea tenuto tutti i
sudditi suoi, amantissimi sopra gli altri popoli de' loro monarchi.
Perfettamente si riebbe la maestà sua; ma questo pericolo fece
conoscere al suo ministero la necessità di non differir maggiormente
di procurare al re una consorte che conservasse e propagasse la sua
discendenza. Dimorava in Parigi l'_infanta di Spagna_, a lui destinata
in moglie, che già per tale speranza godeva il titolo di _regina_; ma
questa principessa avea solamente nel dì 31 di marzo compiuto l'anno
settimo dell'età sua, e troppo perciò conveniva aspettare, acciocchè
fosse atta alle funzioni del matrimonio. Fu dunque presa la risoluzione
di rimandarla con tutto decoro in Ispagna; nè si tardò ad eseguirla.
Per atto sì inaspettato restarono talmente amareggiati il re e la
regina di Spagna, che richiamarono tosto da Parigi i lor ministri, e
rimandarono anch'essi in Francia _madama di Beaujolais_, figlia del
fu duca d'Orleans reggente, la quale avea da accoppiarsi in matrimonio
coll'_infante don Carlo_; e questa poi s'unì nel viaggio colla sorella,
vedova del defunto re di Spagna _Luigi_, la qual parimente se ne
tornava a Parigi. Contribuì non poco questa rottura ad accelerar la
pace suddetta fra l'imperadore e il re Cattolico. Fu allora che la
gente curiosa prese ad indovinare qual principessa avrebbe la fortuna
di salire sul trono di Francia; ma niuno vi colpì. Con istupore
d'ognuno s'intese dipoi che il re, o, per dir meglio, il duca di
Borbone primo ministro avea prescelta la _principessa Maria_ figlia di
_Stanislao re di Polonia_, ma di solo nome. Videsi questa principessa,
nel mese di settembre, condotta con gran pompa da Argentina al talamo
reale. Attendendo in questi tempi il pontefice _Benedetto XIII_ non
meno al pastoral governo che all'economia de' suoi Stati, pubblicò
nel dì 15 d'ottobre una utilissima bolla intorno all'annona di Roma
e all'agricoltura di que' paesi. Non così fu applaudita nel giugno di
questo anno la promozione alla sacra porpora da lui fatta di monsignor
_Niccolò Coscia_, prevedendo già i più saggi che questo personaggio,
favorito non poco dall'ottimo pontefice, si sarebbe col tempo abusato
della confidenza e bontà del santo padre, il quale non mai dicendo
_basta_ alla gratitudine sua, volle premiare l'antica servitù di questo
soggetto, e col tempo gli procacciò anche il ricco arcivescovato di
Benevento. S'egli fosse meritevole di tanti favori, ce ne avvedremo
andando innanzi.



    Anno di CRISTO MDCCXXVI. Indizione IV.

    BENEDETTO XIII papa 3.
    CARLO VI imperadore 16.


Da che fu alzato alla dignità pontifizia il cardinale Orsino, uno
spettacolo insolito, che tirava a sè gli occhi d'ognuno, era la sua
maniera di vivere. Non solamente il pontefice nulla avea sminuito
dell'umiltà, virtù la più favorita di _Benedetto XIII_, ma parea
che l'avesse accresciuta. Non sapeva egli accomodarsi a quella
pompa e magnificenza che vien creduta un ingrediente necessario per
maggiormente imprimere ne' popoli il rispetto dovuto a chi è insieme
sommo pontefice e principe grande. Sui principii bramò egli d'uscir di
palazzo senza guardie, e come povero religioso in una chiusa carrozza,
per andare alle frequenti sue visite delle chiese e degli spedali,
oppure al passeggio. Gli convenne accomodarsi al ripiego de' più
saggi, cioè di portarsi alle sue divozioni accompagnato da un semplice
cappellano con poche guardie, recitando egli nel viaggio la corona
ed altre orazioni. Cassò nondimeno, come creduta da lui superflua, la
compagnia delle lancie spezzate. Chi entrava nella camera sua penava a
trovarvi un romano pontefice, perchè non v'erano addobbi o tappezzerie,
ma solamente sedie di paglia ed immagini di carta con un Crocefisso.
Andava talvolta a pranzo nel refettorio de' padri domenicani della
Minerva, come un di essi, altra distinzion non ammettendo di cibo o di
sedia, se non che stava solo ad una delle tavole. Al generale d'essi
religiosi, ch'egli riguardava sempre come suo superiore, non isdegnava
di baciar la mano. Non volle più che gli ecclesiastici, venendo alla
sua udienza, gli s'inginocchiassero davanti. Intervenne talvolta
al coro coi canonici in San Pietro, o pure nel coro dei religiosi;
senz'altra distinzione che di sedere nel primo luogo sotto piccolo
baldacchino.

Lungo sarebbe il registrare i tanti atti dell'umiltà sì radicata in
lui, che sembravano forse eccessi agli occhi di chi era avvezzo a
mirar la maestà e splendidezza de' suoi antecessori, ma non già agli
occhi di Dio. Eminente ancora si facea conoscere in questo pontefice
il suo staccamento dai legami del sangue e dell'interesse. Amava
molto il duca di Gravina suo nipote, e qualche poco anche il di lui
fratello Mondillo; ma troppo abborriva il nepotismo. Niun d'essi
volle egli al palazzo, molto meno gli mise a parte alcuna del governo;
tuttochè, per giudizio de' saggi, meglio fosse stato per la santità
sua il valersi del primo, cioè d'un degno e virtuoso signore, che
di altre persone alzate agli onori, le quali, unicamente curando i
proprii vantaggi, trascurarono affatto l'onore e la gloria del loro
benefattore. Solamente promosse all'arcivescovato di Capoa il nipote
minore; e questo non per suo genio, ma per le tante batterie di chi
favoriva la casa Orsina, e stette più forte contro tante altre usate
per impetrargli il cardinalato. Amantissimo della povertà il santo
padre, non per altro cercava il danaro che per diffonderlo sopra i
poveri, o per esercitar la sua liberalità e gratitudine. Al cattolico
re d'Inghilterra _Giacomo III Stuardo_ accrebbe l'appannaggio, e donò
tutti i magnifici mobili del pontefice suo predecessore, ascendente
al valore di trenta mila scudi. Per far limosine avrebbe venduto, se
avesse potuto, fino i palagi; e intanto egli dedito alle penitenze e ai
digiuni, non volendo che una povera mensa, convertiva in sovvenimento
degl'infermi e bisognosi i regali e le rendite particolari che a lui
provenivano. Faceva egli nel medesimo tempo l'uffizio di vescovo e
parroco, conferendo la cresima e gli ordini al clero, benedicendo
chiese ed altari, assistendo ai divini uffizii e al confessionale,
visitando non solamente i cardinali infermi, ma talvolta ancora povera
gente, e comunicando di sua mano la famiglia del palazzo. Queste erano
le delizie dell'indefesso e piissimo successore di san Pietro, non
lasciando egli perciò di accudire al buon governo politico de' suoi
Stati, e alla difesa ed aumento della religione.

Abitava da gran tempo in Roma il suddetto _re Giacomo_, favorito
dai pontefici ed onorato da ognuno per l'alta qualità del suo
grado. L'aveva Iddio arricchito di due figliuoli, principi di grande
espettazione. Ma erano sopravvenute in addietro dissensioni fra lui
e la regina sua consorte _Clementina Sobieschi_, a cagione delle
quali questa piissima principessa s'era ritirata nel monistero di
Santa Cecilia, pretendendo che il marito avesse da licenziar dalla
sua corte alcune persone per giusti sospetti da essa non approvate.
Si erano interposti i più attivi e manierosi porporati, e principi e
principesse, per la riunione d'essi, ma con sempre inutili sforzi. Lo
stesso pontefice _Benedetto XIII_ non avea mancato d'impiegare i suoi
più caldi uffizii a questo fine; negava anche l'udienza al re, persuaso
che la ragione fosse dal canto della regina. Ora quando la gente
credea rinata fra loro la pace, giacchè era seguito un abboccamento
di questi reali consorti, all'improvviso si vide partir da Roma nel
mese di ottobre il re coi figli, e passar ad abitare in Bologna, dove
prese un palazzo a pigione. Però la compassion di ognuno si rivolse
verso l'afflitta regina sua moglie, e il papa cominciò a negare al re
la rata della pensione a lui accordata. Motivi all'incontro di somma
allegrezza ebbe in questi tempi la real corte di Torino, per aver la
duchessa moglie di _Carlo Emmanuele_ duca di Savoia, e nuora del re
_Vittorio Amedeo_, dato alla luce nel dì 26 di giugno un principe,
che oggidì col nome di _Vittorio Amedeo Maria_, primogenito del re
suo padre, gareggia mercè delle sue nobili qualità coi più illustri
suoi antenati. All'incontro fu in quest'anno la nobilissima città di
Palermo, capitale della Sicilia, un teatro di calamità. Nel principio
della notte nel dì primo di settembre si udì quivi nell'aria un
mormorio terribile e continuo, che durato per un quarto d'ora, cagionò
uno spavento universale, atteso che il cielo era sereno, senza vento e
senza apparenza alcuna di tempo cattivo. Furono anche vedute in aria
due travi di fuoco, che andarono poi a sommergersi in mare. Erano le
quattro ore della notte, quando un orribil tremuoto per lo spazio di
due _Pater noster_ a salti fece traballare tutta la città. Fu scritto,
che la quarta parte d'essa fu rovesciata a terra. File intere di case
e botteghe si videro ridotte ad un mucchio di sassi; assaissime altre
rimasero sommamente danneggiate e minaccianti rovina. Spezialmente
ne patì il palazzo reale, di cui molte parti caddero, talmente che
restò per un tempo inabitabile. La cattedrale ed alcun'altra chiesa
gran danno ne soffrirono; e dalle rovine di quella città furono
tratte ben tre mila persone o morte o ferite. Corse per l'Italia la
relazione di sì funesto spettacolo che metteva orrore in chiunque la
leggeva; ma persone saggie di Palermo a me confessarono, aver la fama
accresciuto di troppo le terribili conseguenze di quel tremuoto, ed
essere stato minore di quel che si diceva, l'eccidio. Intento sempre
lo augusto monarca _Carlo VI_ al bene e vantaggio dei suoi sudditi
d'Italia, procurò in quest'anno, coll'interposizione della Porta
Ottomana la pace e libertà del commercio fra i suoi Stati, e il bey o
dey di Tunisi, e la reggenza di quella città. Gli articoli ne furono
conchiusi nel dì 23 di settembre. Altrettanto ancora ottenne egli dalla
reggenza di Tripoli, in modo che le navi di sua bandiera doveano in
avvenire andar sicure dagl'insulti di quei corsari. Con qual fedeltà
poi essi Barbari, troppo avvezzi al mestiere infame della pirateria,
eseguissero somiglianti trattati, lo sanno i poveri cristiani. Sempre
sarà (non si può tacere) vergogna dei potentati della cristianità sì
cattolici che protestanti, il vedere che in vece di unir le lor forze
per ischiantar, come potrebbono, quei nidi di scellerati corsari,
vanno di tanto in tanto a mendicar da essi con preghiere e regali, per
non dire con tributi, la loro amistà, che poscia alle pruove si trova
sovente inclinare alla perfidia. Tante vite di uomini, tanti milioni
s'impiegano dai cristiani per far guerra fra loro: perchè non volgere
quell'armi contro i nemici del nome cristiano, turbatori continui della
quiete e del commercio del Mediterraneo? Di più non ne dico, perchè so
che parlo al vento.



    Anno di CRISTO MDCCXXVII. Indizione V.

    BENEDETTO XIII papa 4.
    CARLO VI imperadore 17.


Giunse al fine di sua vita il dì 26 di febbraio dell'anno presente
_Francesco Farnese_ duca di Parma e Piacenza, nato nel dì 19 di maggio
del 1678; principe che avea acquistato il credito di rara virtù e
di molta prudenza nel governo dei suoi popoli. Ancorchè, per esser
difettoso di lingua, ammettesse pochi all'udienza sua, pure, non meno
per sè che per via d'onorati ministri, accudì sempre all'amministrazion
della giustizia, e mantenne la quiete nei suoi Stati, avendogli servito
non poco a conservarlo immune dai guai fra i pubblici torbidi la
parzialità e riguardo che aveano per lui le corti d'Europa, a cagione
della generosa regina di Spagna _Elisabetta_ sua nipote _ex fratr_e, e
figlia della duchessa _Dorotea_ sua propria moglie. A lui succedette
nel ducato il principe _Antonio_ suo fratello, nato nel dì 29 di
novembre del 1679. A questo principe (giacchè il fratello duca avea
perduta la speranza di ricavar successione dal matrimonio suo) più
volte s'era progettato di dar moglie, affinchè egli tentasse di tenere
in piedi la vacillante sua nobil casa; ma sempre in fumo si sciolse
ogni suo trattato, per non accordarsi i fratelli nell'appannaggio che
egli pretendeva necessario al suo decoro nella mutazion dello stato.
Così i poco avveduti principi d'Italia, per volere ristretta nella sola
linea regnante la propagazion del loro sangue, e col non procurare che
una linea cadetta possa ammogliandosi supplire i difetti eventuali
della propria, han lasciato venir meno la nobilissima lor prosapia
con danno gravissimo anche de' popoli loro sudditi. Erano assai
cresciuti gli anni addosso al duca Antonio, aveva egli anche ereditata
la grassezza del padre; pure tutti i suoi ministri, e del pari la
corte di Roma, l'affrettarono tosto a scegliersi una consorte abile a
rendere frutti. Fu dunque da lui prescelta la principessa _Enrichetta
d'Este_ figlia terzogenita di _Rinaldo_ duca di Modena, avendo anche
questo principe sacrificato ogni riguardo verso le figlie maggiori per
la premura di veder conservata la riguardevol casa Farnese. Dugento
mila scudi romani furono accordati in dote a questa principessa, e sul
fine di luglio si pubblicò esso matrimonio, con ottenere la necessaria
dispensa da Roma per la troppa stretta parentela. Ognun si credeva che
grande interesse avesse il duca Antonio di unirsi senza perdere tempo
colla disegnata sposa; pure con ammirazione e dolor di tutti si vide
differita questa funzione sino al febbraio del seguente anno.

Al _marchese di Ormea_, ministro di rara abilità di _Vittorio Amedeo_
re di Sardegna, riuscì in quest'anno di superar tutte le difficoltà
che fin qui aveano impedito l'accordo delle differenze vertenti fra
la sua corte e quella di Roma. Il buon pontefice _Benedetto XIII_,
nel cui cuore non allignavano se non pensieri e desideri di pace, non
solamente condiscese a riconoscere per re di Sardegna esso sovrano,
ma eziandio gli accordò non poche grazie e diritti, contrastati in
addietro dai suoi due predecessori. Era poi gran tempo che questo papa
ardeva di voglia di portarsi a Benevento, parte per consacrar ivi una
chiesa fabbricata in onore di San Filippo Neri, alla cui intercessione
si protestava egli debitor della vita, allorchè restò seppellito
sotto le rovine del tremuoto di quella città; e parte per consolare
colla sua presenza il popolo beneventano, per cui egli conservò sempre
un amore che andava anche agli eccessi; e tanto più perchè riteneva
tuttavia quell'arcivescovato. Per quanto si affaticassero i porporati
per attraversare questo suo dispendioso disegno, non vi fu ragione che
potesse distornarlo dalla presa risoluzione. Dopo aver dunque fatto
un decreto, che, in caso di sua morte, il sacro collegio tenesse il
conclave in Roma, nel marzo di quest'anno si mise in viaggio a quella
volta con picciolo accompagnamento di gente, ma con gran copia di
sacri ornamenti e regali per le chiese di Benevento, e gran somma di
danaro per riversarlo in seno dei poveri. Due corsari, informati del
suo viaggio, sbarcarono a Santa Felicita; ma il colpo andò fallito,
e si sfogò poscia il lor furore sopra que' poveri abitanti. Giunse
a Benevento il santo padre nel dì primo di aprile. Gran concorso di
popolo fu a vederlo ed ossequiarlo; e siccome egli di nulla più si
compiaceva, che delle funzioni episcopali, così impiegò ivi il suo
tempo in consecrar chiese ed altari, in predicare, in amministrare
sacramenti, in servire i poveri alla mensa, e in altri piissimi
impieghi del genio suo religioso. Nel dì 12 di maggio fece poi
partenza di colà, e pervenuto a San Germano nel dì 18, quivi con gran
solennità consecrò la chiesa maggiore. Fu in Monte Casino, dove, come
se fosse stato semplice religioso, gareggiò coll'esemplarità e pietà
di que' monaci, assistendo anch'egli al coro della mezza notte. Gran
consolazione si provò in Roma all'arrivo della santità sua in quella
capitale, succeduto nel dì 28 del mese suddetto.

Miravansi intanto gli affari dei potentati cristiani in un segreto
ondeggiamento. Disgustata era la corte di Spagna con quella di Francia
per la principessa rimandata a Madrid. Più grave ancora si conosceva
la discordia sua con quella d'Inghilterra a cagione di Minorica e
Gibilterra. Un altro affare sturbò la buona armonia fra Cesare e
gli Anglolandi; imperciocchè l'interesse, cioè il primo mobile del
gabinetto dei regnanti, avea servito ai consiglieri cesarei per indurre
l'Augusto Carlo VI ad istituire, o pure ad approvare una grandiosa
compagnia di commercio in Ostenda: il qual progetto se fosse andato
innanzi, minacciava un colpo mortale al commercio dell'Inghilterra
ed Olanda. Pretendeano quelle potenze un sì fatto istituto contrario
ai patti delle precedenti leghe, tacciando anche d'ingratitudine sua
maestà cesarea, che aiutata da tanti sforzi di gente e danaro da esse
marittime potenze per ricuperar la Fiandra, si volesse poi valere della
medesima conquista in sommo loro danno e svantaggio. Ma i ministri di
Vienna, siccome partecipi delle rugiade provenienti da Ostenda, teneano
saldo il buon imperadore nel sostegno di quella compagnia. Se n'ebbe
ben egli col tempo a pentire. Per opporsi dunque al proseguimento
di quella compagnia, si formò in Annover nel 1725 una lega fra la
Francia, Inghilterra e Prussia, a cui poscia si accostarono anche gli
Olandesi. S'era all'incontro l'Augusto Carlo maggiormente stretto col
re di Spagna. Aveano in questi tempi gl'inglesi con una squadra dei
lor vascelli sequestrata in Porto Bello la flotta che dovea portare
i tesori in Ispagna. Da tale ostilità commossi gli Spagnuoli, oltre
all'essersi impadroniti del ricchissimo vascello inglese chiamato
principe Federigo, andarono a mettere, nel febbraio di quest'anno,
l'assedio a Gibilterra. Gran vigore mostrarono gli offensori, ma molto
più i difensori; laonde perchè non v'era apparenza di sottomettere
quella piazza, e perchè intanto furono sottoscritti in Parigi alcuni
preliminari di aggiustamento fra i potentati cristiani, al che
spezialmente si erano affaticati i ministri del papa, e più degli altri
_monsignor Grimaldi_ nunzio pontifizio in Vienna, quell'assedio, dopo
alcuni mesi inutilmente spesi, terminò in nulla. Venne intanto nel dì
22 di giugno a mancar di vita, colpito da improvviso accidente verso
Osnabruk nel passare ad Hannover, _Giorgio I_ re della Gran Bretagna,
e a lui succedette in quel regno, concordemente ricevuto da quei
parlamenti, _Giorgio II_ principe di Galles, suo primogenito.

Stava attento ad ogni spirar d'aura in quelle parti il Cattolico
re _Giacomo III Stuardo_; e verisimilmente isperanzito che avesse
in Inghilterra per la morte di quel regnante da succedere qualche
cangiamento in suo favore, all'improvviso si partì da Bologna, e passò
in Lorena, con ridursi poscia ad Avignone. Scandagliati ch'egli ebbe
gli affari dell'Inghilterra, trovò preclusa ogni speranza ai proprii,
e però quivi fermò i suoi passi. Aveva egli lasciati in Bologna i due
principi suoi figli; e giacchè in fine s'era ridotto ad allontanare
dal suo servigio il Lord Eys, e sua moglie, la regina _Clementina
Sobieschi_, consigliata dal papa e dai più saggi porporati, alla metà
del mese di luglio sen venne a quella città, dove abbracciò i figli
con tal tenerezza, che trasse le lagrime dagli occhi di tutti gli
astanti. Fermossi ella di poi in essa città, attendendo continuamente
alle sue divozioni, giacchè per le visite e per li divertimenti non
era fatto il suo cuore. Passava questa santa principessa le giornate
intere in orazioni davanti il santissimo Sacramento. Nel novembre di
questo anno venne in Italia il _principe Clemente_ elettor di Colonia,
fratello dell'_elettor di Baviera_ e della gran principessa di Toscana
_Violante_, con animo di farsi consecrare arcivescovo dal pontefice
_Benedetto XIII_. Per cagion dell'etichetta romana non trovava la
di lui dignità i suoi conti nel portarsi fino a Roma. Lo umilissimo
santo padre, tuttochè dissuaso dai sostenitori del decoro pontifizio,
pure non ebbe difficoltà di passar egli a Viterbo per ivi consecrare
quel principe. Riuscì maestosa la funzione, e corsero suntuosi regali
dall'una e dall'altra parte; ma senza paragone superiori furono quei
dell'elettore, perchè consistenti in sei candellieri d'oro arricchiti
di pietre preziose; in una croce d'oro; in una corona di grosse
perle orientali, i cui _pater noster_ erano di smeraldi incastrati
in oro; in una croce di diamanti di gran valore, e in una cambiale di
ventiquattro mila scudi per le spese del viaggio del santo padre. Altri
presenti toccarono alla famiglia pontifizia. Passò dipoi esso elettore
colla principessa Violante a Napoli, per vedere le rarità di quella
metropoli, e di là venne dipoi ad ammirar le impareggiabili di Roma.
Due padri carmelitani scalzi avea lo stesso pontefice, oppure il suo
predecessore, inviati negli anni addietro alla Cina con ricchi donativi
e lettere all'imperadore di quel vasto imperio. Riportarono essi nel
presente anno due risposte di quel regnante al papa, accompagnate da
una bella lista di donativi, consistenti nelle cose più rare e stimate
di quei paesi.

Con sommo dispiacere intanto udiva il buon pontefice le risoluzioni
prese dall'imperadore di concedere Parma e Piacenza all'_imperador
don Carlo_, come feudi imperiali, in grave pregiudizio de' diritti
della santa Sede, che per più di due secoli avea goduto pubblicamente
il sovrano dominio e possesso di quegli Stati. Intimò pertanto
al nuovo duca _Antonio Farnese_ di prenderne, secondo il solito,
l'investitura dalla Chiesa romana. Ma ritrovossi questo principe
in un duro imbroglio, perchè nello stesso tempo anche da Vienna
gli veniva ordinato di prestare omaggio per esso ducato a Cesare,
da cui si pretendea di dargli l'investitura. Fu poi cagione questo
vicendevole strettoio che il duca non la prese da alcuno. Fece perciò
varie proteste la corte di Roma; e all'incontro più forte che mai
seguitò l'imperadore a sostener quegli Stati, come membri del ducato
di Milano. E perciocchè nell'anno 1720 avea _papa Clemente XI_ fatto
esporre al pubblico due libri contenenti le ragioni della Chiesa
romana sopra Parma e Piacenza, in quest'anno parimente comparve alla
luce un grosso volume, che comprendea le opposte ragioni dell'imperio
sopra quelle città, dove, oltre al vedersi rivangati i principii
del dominio pontifizio nelle medesime, si venne anche a scoprire
che i duchi _Ottavio_ ed _Alessandro Farnesi_ aveano riconosciuto
sopra Piacenza i diritti dell'imperio e del re di Spagna, padrone
allora di Milano. Non bastò al saggio imperadore _Carlo VI_ di aver
procacciala a' suoi sudditi di Napoli, Sicilia e Trieste una spezie
di amicizia o tregua coi corsari di Tripoli e Tunisi. Rinforzò egli
i suoi maneggi per istabilire un simile accordo col dey e reggenza
di Algeri, cioè coi più poderosi e dannosi corsari del Mediterraneo,
valendosi dell'interposizione della porta ottomana amica. Si fecero
coloro tirar ben bene gli orecchi prima di cedere, perchè pretendeano
che l'imperadore facesse anche egli desistere dall'andare in corso
i Maltesi. Se ne scusò Cesare, con dire di non aver padronanza
sopra quell'isola, e molto meno sopra de' cavalieri gerosolimitani.
Finalmente nel dì 8 di marzo dell'anno presente si stipulò in
Costantinopoli l'accordo suddetto, per cui spezialmente gran feste ne
fece la città di Napoli, benchè prevedessero i saggi che poco capitale
potea farsi di una pace con gente perfida e troppo ghiotta di quello
infame mestiere. Cominciarono in fatto a verificarsi nell'anno seguente
queste predizioni.

Ma nel dì 7 di novembre si cangiò in pianto tutta l'allegrezza de'
Napoletani. Perciocchè, dopo avere il Vesuvio gittato per due giorni
delle continue fiumane di bitume infocato, verso la sera del dì
suddetto con orribili tenebre si oscurò il cielo, e dopo un terribile
strepito di tuoni e fulmini, cadde per lo spazio di quattro ore una
sì straordinaria pioggia, che recò gravissimi danni e sconcerti a
quella città e al suo territorio. Quasi non vi fu casa che non restasse
inondata da sì esorbitante copia d'acqua, con lasciar tutte le cantine
e luoghi sotterranei ripieni d'acqua e di fango; e non se ne andò
esente chiesa alcuna. Dalla montagna scendevano furiosi i torrenti, che
atterrarono gran numero di case e botteghe, seco menando gli alberi
divelti dal suolo, e i mobili della povera gente. Gli acquedotti e
canali tutti rimasero rimpiuti di terra. Immenso ancora fu il danno che
ne patì la città d'Aversa colle terre di Giuliano, Piamura, Paretta
ed altre. Se abbondano di delizie quelle contrade, a dure pensioni
ancora son elleno soggette. Gloriosa memoria lasciò in quest'anno
lo zelantissimo pontefice _Benedetto XIII_ con una sua bolla del dì
12 d'agosto, in cui severamente proibì per tutti i suoi Stati il già
introdotto ed affittato lotto di Genova, Napoli e Milano, gran voragine
delle sostanze de' mortali poco saggi e troppo corrivi; e ciò per
avere la Santità sua conosciuti gli enormi disordini che ne provenivano
per le tante superstizioni, frodi, rubamenti, vendite dell'onestà, e
impoverimento delle famiglie. E perchè, ciò non ostante, alcuni, poco
curanti delle pene spirituali e temporali, osarono poscia di continuar
questo giuoco, contra di essi procedè la giustizia, condannandoli al
remo; nè poterono ottenere remissione dal papa, risoluto di voler
liberare i suoi popoli da sanguisuga cotanto maligna. La borsa
pontificia ne patì, ma crebbe la gloria di questo santo pontefice.



    Anno di CRISTO MDCCXXVIII. Indiz. VI.

    BENEDETTO XIII papa 5.
    CARLO VI imperadore 18.


Finalmente nel dì 5 di febbraio dell'anno presente con molta solennità
in Modena seguì lo sposalizio della principessa _Enrichetta d'Este_
con _Antonio Farnese_ duca di Parma, di cui fu mandatario il principe
ereditario di Modena _Francesco_ fratello d'essa. Dopo molti nobili
divertimenti s'inviò la novella duchessa nel dì 7 alla volta di Parma,
dove trovò preparate suntuose feste pel suo ricevimento. Chiarito
ormai il re Cattolico _Giacomo III_ della tranquillità che si godeva
in Inghilterra, e non esservi apparenza che alcun vento propizio si
svegliasse in suo favore, sul principio del gennaio di quest'anno si
restituì a Bologna. Videsi allora la sospirata riunione di lui colla
regina _Clementina_ sua consorte, la cui incomparabil pietà e divozione
non meno stupore, che tenerezza cagionava in tutto quel popolo. E ben
ebbe la città di Bologna motivi di grande allegrezza in questi tempi,
per avere il sommo pontefice _Benedetto XIII_ nel dì 30 di aprile
pubblicato per uno dei cardinali riserbati in petto monsignor _Prospero
Lambertini_ arcivescovo di Teodosia, vescovo d'Ancona, segretario
della congregazion del concilio, e promotor della fede, di nobile ed
antica famiglia bolognese, prelato d'insigne sapere, spezialmente ne'
sacri canoni e nell'erudizione ecclesiastica. Nel qual tempo ancora
fu promosso alla sacra porpora il padre _Vincenzo Lodovico_ Gotti
parimente Bolognese, eletto già patriarca di Gerusalemme, e teologo
rinomato per varii suoi libri dati alla luce. Noi vedremo, andando
innanzi, portato il primo di essi dal raro suo merito alla cattedra di
san Pietro.

Durava tuttavia la spinosa pendenza, fra la corte pontifizia e quella
di Lisbona, per la pretensione mossa da quel re di voler promosso
alla dignità cardinalizia, il nunzio apostolico _Bichi_, prima che
egli si partisse da Lisbona, e nei presenti tempi maggiormente si
vide incalzato il santo padre dai ministri portoghesi su questo
punto. A tante pressure di quel re, stranamente forte in ogni suo
impegno, avrebbe facilmente condisceso il buon pontefice, siccome
quegli che cercava la pace con tutti. Ma costituita sopra questo
affare una congregazion di cardinali, alla testa de' quali era il
cardinal Coradini, uomo di gran petto, fu risoluto di non compiacere
quel monarca, perchè niuno metteva in disputa che il principe possa,
quando e come vuole, richiamare i suoi ministri dalle corti altrui;
nè si dovea permettere un esempio di tanta prepotenza in pregiudizio
dell'avvenire. A tal determinazione il mansueto pontefice si accomodò,
ed attese più che mai a dar nuovi santi alla Chiesa di Dio, e ad
esercitarsi nelle consuete sue azioni pastorali. Ma se n'ebbe forte
a dolere il popolo romano, perchè tanto il _cardinal Pereira_ che
l'ambasciatore di quel re, e i prelati portoghesi, anzi qualsivoglia
persona di quella nazione, ebbero ordine di levarsi da Roma, e da
tutto lo Stato ecclesiastico, e di tornarsene in Portogallo. Il che fu
eseguito, seccandosi con ciò una ricca fontana di oro che scorrea per
tutta Roma. Parve poco questo allo sdegnato re. Comandò che uscisse
dai suoi Stati _monsignor Firrao_, da lui non mai riconosciuto per
nunzio, nè volle lasciar partire _monsignor Bichi_, tuttochè chiamato
coll'intimazion delle censure in caso di disubbidienza, e desideroso di
obbedire. Oltre a ciò, nel mese di luglio vietò a chicchessia dei suoi
sudditi il mettere piede nello Stato ecclesiastico, il cercar dignità
o benefizii dalla santa Sede, il mandare o portar danaro a Roma: con
che restò affatto chiusa la nunziatura e dateria per li suoi Stati.
Finalmente cacciò dal suo regno ogni Italiano suddito del papa, con
proibizione che alcun di essi non entrasse nei suoi territorii. Altro
ripiego non ebbe la corte romana, per tentare un rimedio a questa
turbolenza, che di raccomandarsi all'interposizione del piissimo re
Cattolico _Filippo V_, stante la buona armonia di quella corte colla
portoghese, a cagion del doppio matrimonio stabilito fra loro.

In mezzo nondimeno a sì fatti imbrogli Dio fece godere un'indicibil
consolazione per altra parte al santo pontefice. Siccome uomo di pace,
non avea ommesso uffizio o diligenza alcuna in addietro per vincere
l'animo del _cardinale di Noaglies_ arcivescovo di Parigi, fin qui
pertinace in non volere accettare la bolla _Unigenitus_. Finalmente
cotanto poterono in cuore di quel porporato le amorose esortazioni del
buon pontefice, e il concetto della di lui sanità, e l'aver questo
dichiarato che la dottrina di essa bolla non contrariava a quella
di santo Agostino, che il cardinale s'indusse ad abbracciarla. Per
l'allegrezza di questa nuova, e di una lettera tutta sommessa di quel
porporato, non potè il santo padre contenere le lagrime, e non finì
l'anno ch'egli annunziò nel sacro consistoro questo trionfo della
Chiesa, per cui il Noaglies fu ristabilito in tutti i suoi diritti e
preminenze. Due nobili bolle e molte provvisioni pubblicò nell'anno
presente l'indefesso pontefice pel buon regolamento della giustizia,
affin di troncare il troppo pernicioso allungamento delle liti,
e levare molti altri abusi del foro, degli avvocati, procuratori,
notai ed archivii: regolamenti, i quali sarebbe da desiderare che
si estendessero ad ogni altro paese, e, quel che importa, che si
osservassero; perciocchè ordinariamente non mancano buone leggi, ma
ne manca l'osservanza, e chi abbia zelo per questo. Da molti anni si
trovavano in grande scompiglio i tribunali ecclesiastici della Sicilia
a cagion di quella appellata monarchia, abolita da papa _Clemente
XI_. Facea continue istanze l'imperador Carlo VI che si mettesse fine
a questo litigio; e il santo padre, amantissimo della concordia con
ognuno, vi condiscese con pubblicare nel dì 30 d'agosto una bolla e
concordia, che risecò gli abusi introdotti in quel regno, e prescrisse
la maniera di trattar quivi e definir le cause ecclesiastiche in
avvenire.

Comparvero in questi tempi i potentati Cristiani dell'Europa tutti
vogliosi di stabilire una pace universale. La sola Spagna quella era
che teneva questo gran bene pendente per le sue pretensioni contro
gl'Inglesi, e per alcune difficoltà nell'effettuare quanto era stato
accordato all'_infante don Carlo_, spettante alla successione in
Italia della Toscana e di Parma e Piacenza. Non la sapeva intendere
il gran duca _Giovanni Gastone_, che vivente lui si avesse a mettere
presidio straniero nei suoi dominii, e ricalcitrava forte. Ma da
che furono accordati i preliminari della pace, l'Augusto _Carlo VI_
nel dì 13 d'aprile rilasciò ordini vigorosi, comandando a' popoli
della Toscana di ricevere e riconoscere il suddetto _don Carlo_ per
principe ereditario, e di prestargli quella sommessione ed ubbidienza
che occorreva, senza pregiudizio del vivente gran duca, affinchè,
estinguendosi la linea mascolina dei gran duchi, fosse sicuro il real
principe di prenderne il pieno desiderato possesso, cessando intanto la
disposizione fatta di quegli Stati dal gran duca _Cosimo III_ in favore
della vedova _elettrice palatina_ sua figlia. In vigore dunque di
tali premure si aprì dipoi un congresso dei plenipotenziarii di tutte
le potenze in Soissons, per ismaltire ogni altro punto concernente
la progettata pace, avendo il _cardinale di Fleury_, primo ministro
del re di Francia, desiderato quel luogo vicino a Parigi per teatro
di sì importante affare, a fine di potervi intervenire anch'egli in
persona, e recare più possente influsso alla concordia. Il bello fu
che quei ministri più si lasciavano vedere alle conferenze in Parigi
che in Soissons, per minore incomodo del cardinale, direttor di ogni
risoluzione. Fu in questi tempi dall'imperadore dichiarata Messina
porto franco con sommo giubilo di quegli abitanti. E nel dì 26 d'agosto
diede fine al suo vivere _Anna Maria_ regina di Sardegna, figlia di
_Filippo_ duca _d'Orleans_, cioè del fratello di _Lodovico XIV_ re di
Francia, e moglie del re _Vittorio Amedeo_, in età di cinquantanove
anni. Aveva ella vedute due sue figlie regine di Francia e di Spagna.



    Anno di CRISTO MDCCXXIX. Indiz. VII.

    BENEDETTO XIII papa 6.
    CARLO VI imperadore 19.


L'attenzione di tutta l'Italia, anzi di tutta l'Europa, fu in
quest'anno rivolta al congresso di Soissons, che dovea decidere della
pubblica tranquillità, e stabilir la successione dell'_infante don
Carlo_ nella Toscana e in Parma e Piacenza. Ma si venne scoprendo che
Soissons era una fantasma di congresso, e che il vero laboratorio,
dove si lambiccavano le risoluzioni politiche per la pace, stava nel
gabinetto di Francia, e molto più in quello del re Cattolico. Videsi
quest'ultimo monarca con tutta la sua corte incamminato a Badajos,
dove ai confini del Portogallo si fece cambio delle principesse di
Asturias e del Brasile: nella quale occasione indicibil fu la pompa e
la suntuosità delle feste. Ciò fatto, la corte cattolica, tirandosi
dietro gli ambasciatori ed inviati dei principi, passò a Siviglia,
a Cadice e ad altri luoghi, trattenendosi in quelle parti per tutto
l'anno presente con gravi doglianze della città di Madrid. E intanto,
mentre ognun si aspettava il lieto avviso della pace, altro non si
mirava che preparativi di guerra: sì grandioso era l'armamento di
vascelli spagnuoli e l'accrescimento delle truppe in quel regno,
talmente che da un dì all'altro sembrava imminente un nuovo assedio
di Gibilterra. Non faceva di meno dal canto suo _Giorgio II_ re della
Gran Bretagna, coll'adunare una potente e dispendiosa flotta, non
senza richiami di quella fazione del parlamento che non intendeva le
segrete ruote del ministero, nè qual forza abbia per ottener buona
pace l'essere in istato di far gagliarda guerra. Quasi per tutto
il presente anno s'andarono masticando nei gabinetti le vicendevoli
pretensioni, nè anno mai fu, in cui tante faccende avessero i corrieri,
come nel presente. Andò poscia a terminar questo conflitto di teste
politiche principalmente in gloria e vantaggio della corona di Spagna,
che per lungo tempo diede non solo la corda alle altre potenze, ma
anche in fine la legge alle medesime con ritardare più e più mesi la
distribuzion della flotta delle Indie, felicemente giunta in Ispagna,
in cui tanto interesse aveano i mercatanti d'Italia e di altre nazioni.
Finalmente nel dì 9 di novembre venne sottoscritto in Siviglia un
trattato di pace e lega difensiva fra i re di Francia, Spagna ed
Inghilterra, in cui susseguentemente, nel dì 21 d'esso mese, concorsero
anche le Provincie Unite. Allorchè saltò fuori questa concordia,
inarcarono le ciglia gli sfaccendati politici al vedere che non si
parlava dell'imperadore; e che la Spagna, dianzi collegata con esso,
s'era gettata nel partito delle lega di Hannover. Tanto rumore s'era
fatto dagl'Inglesi affinchè il re Cattolico chiaramente cedesse le
sue ragioni e diritti sopra Minorica e Gibilterra; pure nulla si potè
ottenere di questo: il che nondimeno non ritenne il re d'Inghilterra
dall'abbracciar quell'accordo, giacchè, in vigor della pace d'Utrecht,
tali acquisti erano autorizzati in favor degl'Inglesi, e il re
Cattolico accettava in esso accordo le precedenti paci. Tralasciando
io gli altri punti, solamente dirò, essersi ivi stabilito, che per
assicurare la successione dell'infante don Carlo in Toscana, Parma
e Piacenza, si avessero da introdurre non più Svizzeri, ma sei mila
soldati spagnuoli in Livorno, Porto Ferraio, Parma e Piacenza, con
patto che tali truppe giurassero fedeltà ai regnanti gran duca, e duca
di Parma e Piacenza, e con obbligarsi la Francia e l'Inghilterra di
dar tutta la mano per l'effettuazione di questo articolo, tacitamente
facendo conoscere di voler ciò eseguire anche contro la volontà di
Cesare. Ed ecco il motivo per cui la corte cesarea ricusò d'entrare nel
trattato suddetto di Siviglia, giacchè nelle precedenti capitolazioni
era stabilito che le guarnigioni suddette fossero di Svizzeri, e non
di altra nazione parziale. Probabilmente ancora provò il conte di
Koningsegg, plenipotenziario cesareo in Ispagna, della ripugnanza a
concorrere in quell'accordo, perchè non vide riconosciuti quegli Stati
per feudi imperiali, come portavano i patti. Certamente non si legge
in esso trattato parola che indichi soggezione all'imperial dominio.
Nè si dee tacere che appunto per questo la corte di Roma tentò di
prevalersi di tal congiuntura per far valere le sue ragioni sopra
Parma e Piacenza, senza nondimeno essersi finora osservato ch'ella
abbia guadagnato terreno. Ora il ministero di Vienna restò non poco
amareggiato, perchè il re Cattolico avesse dimenticato così presto
l'obbligata sua fede nel trattato di Vienna del 1725, con alterare
in condizioni così importanti il tenore di essa, e declamava contra
questa sì facile infrazione dei pubblici trattati e giuramenti. Per
conseguente ricusò quella corte di aderire al trattato di Siviglia;
ma non lasciarono per questo i collegati contrarii di Hannover di
far tutte le disposizioni per condurre in Italia don Carlo, ad onta
ancora dell'imperadore; maneggiandosi intanto perchè il gran duca _Gian
Gastone_ ed _Antonio Farnese_ duca di Parma, accettassero di buona
voglia le guarnigioni spagnuole.

Non poterono nè pure in quest'anno i cardinali ritenere il sommo
pontefice _Benedetto XIII_ ch'egli nella primavera non ritornasse a
Benevento, per far ivi le funzioni della settimana santa e di Pasqua.
L'amore d'esso santo padre verso quella città, anzi verso tutti i
Beneventani, passava all'esorbitanza; e tanta copia di quella gente
s'era introdotta in Roma, sempre intenta alla caccia di posti, di
grazie e di benefizii, che lieve non era la mormorazione per questo.
Restituissi dipoi nel dì 10 di giugno la santità sua a Roma ed attese
per tutto il resto dell'anno alle solite funzioni ecclesiastiche
e alle consuete opere di pietà, e a canonizzar santi. Da Bologna
parimente ritornarono a Roma i cattolici re e regina d'Inghilterra in
buon accordo, ed ivi fissarono di nuovo il loro soggiorno. In essa
Roma, in Genova ed altre città, dove si trovavano ministri pubblici
della corte di Francia, suntuose feste si videro solennizzate per la
tanto desiderata e già compiuta nascita di un Delfino, accaduta nel
dì 4 di settembre dell'anno presente: principe che oggidì fiorisce,
e grande espettazione dà ai suoi popoli per la felicità del suo
talento. Si fecero in tal congiuntura quasi dissi pazzie di tripudii ed
allegrezze per tutto quel regno, e fino i più poveri paesi sfoggiarono
in dimostrazioni di giubilo: tanto è l'amore inveterato di que'
popoli verso i loro monarchi. Soprattutto in Roma il _cardinale di
Polignac_ si tirò dietro l'ammirazione d'ognuno per la magnificenza
delle feste e delle invenzioni, colle quali celebrò la nascita di
questo principino. Troppo era portato alla beneficenza e alle grazie
il generoso e disinteressato animo del pontefice _Benedetto XIII_.
Di questa sua nobile, ma talvolta non assai regolata inclinazione
sapeva anche profittare qualche suo ministro, non senza lamenti
degli zelanti che miravano esausto l'erario pontifizio, e accresciuti
gli aggravii alla camera apostolica, in guisa tale che si rendevano
oramai superiori le spese alle rendite annue della medesima. Non era
questo un insolito malore. Anche sotto altri precedenti papi, o per
necessità occorrenti, o per capricci e fabbriche dei regnanti, o per
l'avidità dei non mai contenti nipoti, sovente sbilanciavano i conti
in pregiudizio della medesima camera. Al disordine dei debiti fatti si
rimediava col facile ripiego di crear nuovi luoghi di monti e vacabili:
con che vennero crescendo i tanti milioni di debiti, dei quali anche
oggidì si trova essa camera gravata. Ne' tempi del nepotismo niuno
ardiva di aprir bocca; ma sotto sì umile pontefice animosamente i
ministri camerali vollero nel mese di aprile rappresentar lo stato
delle cose, affinchè dal di lui buon cuore non si aggiugnessero nuove
piaghe alle precedenti. Gli fecero dunque conoscere che prima del
suo pontificato l'entrata annua della camera, per appalti, dogane,
dateria, cancelleria, brevi, spogli ed altre rendite, ascendeva a due
milioni settecento sedici mila e secento cinquanta scudi, dico scudi
2.716,650. Le spese annue, computando i frutti de' monti, vacabili,
presidii, galere, guardie, mantenimento del sacro palazzo, de' nunzii,
provisionati, ec., solevano ascendere a due milioni, quattrocento
trentanove mila e trecentotto scudi, dico scudi 2.439,308, laonde
la camera restava annualmente in avanzo di scudi 277,342. Ma avendo
esso pontefice abolito un aggravio sulla carne e il lotto di Genova,
creati due mila luoghi di monti, accordate non poche esenzioni
e diminuzioni negli appalti (fatti senza le solite solennità),
assegnati o accresciuti salarii ai prefetti delle congregazioni,
legati, tribunali, prelati, ed altre persone, con altre spese che io
tralascio, veniva la camera a spendere più de' tempi addietro scudi
trecento ottantatrè mila e secento ottantasei, dico scudi 383,686; e
però restava in uno sbilancio di circa scudi centoventi mila per anno.
Però si scorgeva la necessità di moderar le spese, e di ordinare un
più fedele maneggio degli effetti camerali, tacitamente insinuando le
trufferie di chi si abusava della facilità del papa; poichè, altrimenti
facendo, conveniva imporre nuove gabelle; dal che era sì alieno il
pietoso cuore del pontefice; o pur si vedrebbe incagliato il pagamento
de' frutti dei monti: il che sarebbe una sorgente d'innumerabili
lamenti e mormorazioni, screditerebbe di troppo la camera, e sommamente
intorbiderebbe il politico commercio. Qual buon effetto producesse
questa rimostranza, converrà chiederlo agl'intendenti romani: io non ne
so dire di più.

Occorse in quest'anno, nel dì 12 di agosto, un terribil fenomeno nel
Ferrarese di là da Po. Dopo le venti ore cominciò ad apparire sopra
la terra di Trecenta ed altre ville contigue il cielo tutto ricoperto
di folte nubi nere e verdi, con alquante striscie come di fuoco in
mezzo ad esse. Dopo la caduta di una gragnuola, due contrarii venti
impetuosissimi si levarono, che spinsero le nuvole a terra, e fecero
come notte, uscendone fuoco che si attaccò a qualche casa e fenile, e
cagionando un fumo denso e rossigno che riempiè di tenebre e di orrore
tutto quel tratto di paese per dodici miglia sino a Castel Guglielmo.
Il principal danno provenne dalla furia impetuosa del vento, che
atterrò in Trecenta circa cento ventotto case colla morte di molte
persone; portò via il tetto e le finestre della parrocchiale; troncò
il campanile di un oratorio, e fece altri lagrimevoli danni. Per la
campagna si videro portati via per aria i tetti di molti fenili, e
fino uomini, carra e buoi, trovati per istrada o al pascolo, alzati
da terra, e furiosamente trasportati ben lungi. Immensa fu la quantità
degli alberi di ogni sorta che rimasero svelti dalle radici, o troncati
all'altezza di un uomo, e spinti fuora del loro sito. Di questa
funestissima e non mai più provata sciagura parteciparono le ville
di Ceneselli, di Massa di sopra e di altri luoghi di que' contorni, i
cui miseri abitanti si crederono giunti alla fine del mondo. Trovossi
in questi tempi il gran duca di Toscana in gravi imbrogli a cagion
del trattato di Siviglia; perchè pulsato dall'una parte dalla Spagna
e dagli alleati di Hannover per ammettere le guarnigioni di don
Carlo nelle sue piazze, e dall'altra battuto da contrarie massime
e pretensioni della corte imperiale. Nel dì 19 di aprile dell'anno
presente per impensato accidente mancò di vita _Antonio Ferdinando
Gonzaga_, duca di Guastalla e principe di Bozzolo, senza prole, e a lui
succedette _Giuseppe Maria_ suo fratello, benchè poco atto al governo.



    Anno di CRISTO MDCCXXX. Indiz. VIII.

    CLEMENTE XII papa 1.
    CARLO VI imperadore 20.


Per tutto quest'anno stette l'Italia in un molesto combattimento fra
timori di guerra e speranze di pace. Non sapea digerire l'Augusto
_Carlo VI_ che, dopo avere la Spagna e tutti gli altri alleati di
Hannover nei solenni precedenti trattati riconosciuto per feudi
imperiali la Toscana, Parma e Piacenza, e stabilita la qualità dei
presidii, avessero poi nel trattato di Siviglia disposto altrimenti
di quegli Stati senza il consenso della cesarea maestà sua. Non già
che gli negasse o intendesse impedire la successione dello _infante
don Carlo_ in quei ducati, ma perchè pretendeva di ammettervelo
nella maniera prescritta concordemente dalla quadruplice alleanza. E
perciocchè crescevano le disposizioni del re Cattolico _Filippo V_ e
delle potenze marittime, per introdurre esso infante in Toscana, si
cominciò a vedere un contrario apparato dalla parte dell'imperadore,
per opporsi a tal disegno. In fatti ecco a poco a poco calare in Italia
circa trenta mila Alemanni, che si stesero per tutto lo Stato di Milano
e di Mantova con aggravio considerabile di que' paesi. Ne fu destinato
generale il _conte di Mercy_. Alcune migliaia d'essi passarono ad
accamparsi nel ducato di Massa e nella Lunigiana, per essere alla
portata di saltare in Toscana, qualora si tentasse lo sbarco delle
truppe spagnuole. Non lasciò indietro diligenza alcuna il gran duca
_Gian Gastone_ per esimere i suoi Stati dall'ingresso dell'armi
straniere; e perchè lo imperadore, con pretendere di non essere più
tenuto ad osservare gl'infranti primieri trattati, fece vigorose
istanze, affinchè esso gran duca prendesse da lui la investitura di
Siena, bisognò accomodarsi, benchè con ripugnanza, a tal pretensione.
A sommossa eziandio della corte di Vienna esso gran duca dichiarò al
ministro di Spagna di non poter acconsentire all'ingresso delle truppe
spagnuole ne' suoi Stati. Non sapevano intendere i politici come il
solo imperadore prendesse a far fronte a tante corone collegale,
massimamente trovandosi egli senza flotte per sostener Napoli e
Sicilia. Ma ossia che la corte di Vienna si facesse forte sul genio del
_cardinale di Fleury_, primo ministro di Francia, inclinato non poco
alla pace; o pure che sperasse col maneggio dei ministri nelle corti,
e colla forza dei suoi guerrieri apparati, di ridurre gli alleati a
condizioni più convenevoli all'imperial sua dignità: certo è ch'esso
Augusto animosamente procedè nel suo impegno; spinse non poche truppe
nei regni ancora di Napoli e Sicilia; e fece quivi e nello Stato di
Milano ogni possibil preparamento di fortificazioni e munizioni per
difesa ed offesa, come se fosse la vigilia di una indispensabil guerra.
Passò nondimeno tutto il presente anno senza che si sguainassero le
spade, ma con batticuore d'ognuno per questa fluttuazione di cose.

Giunse intanto alla meta de' suoi giorni il buon pontefice _Benedetto
XIII_. Il dì 21 di febbraio quello fu che il fece passare ad una vita
migliore nell'anno ottantuno di sua età, dopo un pontificato di cinque
anni, otto mesi e ventitrè giorni. Tali virtù erano concorse nella
persona di questo capo visibile della Chiesa di Dio, che era riguardato
qual santo, e tale si può piamente credere che egli comparisse agli
occhi di Dio. Pari non ebbe la somma sua umiltà, più stimando egli
di esser povero religioso, che tutta la gloria e maestà del romano
pontificato. Nulla cercò egli per li suoi parenti, staccatissimo
troppo dalla carne e dal sangue. Insieme col mirabil disinteresse suo
accoppiava egli non lieve gradimento di donativi, ma unicamente per
esercitare l'ineffabil sua carità verso de' poverelli. Per questi aveva
una singolar tenerezza, e fu veduto anche abbracciarli considerando in
essi quel Dio, di cui egli serbava in terra le veci. Le sue penitenze,
i suoi digiuni, la sua anche eccessiva applicazione alle funzioni
ecclesiastiche, il suo zelo per la religione, e tant'altre belle
doti e virtù, gli fabbricarono una corona che non verrà mai meno. E
perciocchè singolare fu sempre la sua pietà, la sua probità, la sua
rettitudine, si videro anche relazioni di grazie concedute da Dio per
intercession di questo santo pontefice tanto in vita che dopo la sua
morte. Solamente in lui si desiderò quell'accortezza, che è necessaria
al buon governo politico ed economico degli Stati, sì per sapere
scegliere saggi ed incorrotti ministri, e sì per guardarsi dalle frodi
ed insidie de' cattivi. Questo solo mancò alla compiuta gloria del suo
pontificato, essendosi trovati i ministri della sua maggior confidenza
che stranamente si abusarono dell'autorità loro compartita, e con
ingannevoli insinuazioni corruppero non di rado le sante intenzioni
di lui, attendendo non già all'onore dell'innocente santo padre,
ma solamente alla propria utilità, e per vie anche sordidissime. Nè
già è credibile che i buoni disapprovassero la beneficenza di questo
pontefice verso le chiese del regno di Napoli, ch'egli, a norma del
santo pontefice Innocenzo XII, esentò dagli spogli; e molto meno
l'aver egli proibito il lotto di Genova, cioè una gran propina della
borsa pontificia; nè l'aver vietato l'imporre pensioni alle chiese
aventi cure d'anime, tuttochè poi cessassero con lui così lodevoli
costituzioni; e nè pure altre simili sue beneficenze. Quello che non si
potè sofferire, fu l'avere gli avvoltoi beneventani intaccata in varie
biasimevoli maniere la camera apostolica, vendute le grazie e favori,
contro il chiaro divieto delle sacre ordinanze, e defraudata in troppe
occasioni la retta mente del buon pontefice; il quale, benchè talvolta
avvertito dei loro eccessi, tentò bene di provvedervi, ma indarno,
non essendo mancati mai artifizii a que' cattivi strumenti per far
comparire calunnie le vere accuse.

Ora appena si seppe avere il buon pontefice spirata l'anima, che si
sollevò poca plebe contra degli odiati Beneventani, incitata, come fu
creduto, da mano più alta, allorchè vide due familiari del _cardinal
Coscia_ condotti alle pubbliche carceri. Saputosi che lo stesso
porporato, cioè chi maggiormente avea fatta vendemmia sotto il passato
governo con assassinio della giustizia e delle leggi più sacrosante,
s'era ritirato in un palagio, corse colà, e minacciollo d'incendio.
Ebbe maniera il Coscia di salvarsi, e andò a ritirarsi in Caserta
presso di quel principe. Furono trasportate in castello Sant'Angelo
le di lui argenterie, suppellettili e scritture. Accordatogli poscia
un salvocondotto, tornò egli a Roma; e, per timore del popolo,
nascosamente entrò in conclave, dove non gli mancarono attestati dello
sprezzo universale di lui. Non pochi furono i Beneventani che colla
fuga si sottrassero all'ira del popolo e alle ricerche della giustizia.
Si accinse dipoi il sacro collegio a provveder la Chiesa di Dio di
un nuovo pastore. Per più di quattro mesi durò la dissensione e il
combattimento fra que' porporati, e videsi con ammirazione di tutti
che, oltre alla fazione imperiale e a quella dei Franzesi e Spagnuoli,
saltò su ancora la non mai più intesa fazione de' Savoiardi, capo di
cui era il _cardinale Alessandro Albani_. Sarebbe da desiderare che
quivi non altro tenessero davanti agli occhi i sacri elettori, se non
il maggior servigio di Dio e della Chiesa, e che restasse bandito
dal conclave ogni riguardo od interesse particolare. Per cagion di
questo nel maggior auge abbattuti si trovarono i cardinali _Imperiale,
Ruffo, Corradini_ e _Davia_, che pur erano dignissimi del triregno. Si
trovò sulle prime scavalcato per l'opposizione dei cesarei anche il
_cardinale Lorenzo Corsini_, di ricca e riguardevol casa fiorentina;
ma raggruppatosi in fine il negoziato per lui, fu nel dì 12 di luglio
concordemente promosso al sommo pontificato. Pervenuto all'età di
settantanove anni, non lasciava egli di esser robusto di mente e di
corpo; porporato veterano nei pubblici affari, di vita esemplare, e
ben fornito di massime principesche. Prese egli il nome di _Clemente
XII_, in venerazion del gran _Clemente XI_ suo promotore. Nè tardò
egli a far conoscere l'indignazione sua contra del _cardinale Coscia_,
privandolo di voce attiva e passiva, e vietandogli l'intervenire alle
congregazioni. Altri prelati e ministri del precedente pontificato
furono o carcerati o chiamati ai conti, come prevaricatori e rei di
avere tradito un pontefice di tanta integrità, e recato non lieve danno
alla camera apostolica. Deputò egli per questo una congregazione dei
più saggi e zelanti cardinali, con ampia autorità di procedere contra
di sì fatti trasgressori, ad esempio ancora dei posteri. Vietò al
suddetto cardinale di uscire dello Stato ecclesiastico, e gl'interdisse
l'esercizio di tutte le funzioni arcivescovili in Benevento, con
insinuargli eziandio di rinunziar quell'insigne mitra, di cui s'era
egli mostrato sì poco degno. Per questa severità, e per tanto amore
alla giustizia, gran credito sulle prime si acquistò il novello
pontefice, se non che ebbe maniera il Coscia di ottenere la protezion
della corte di Vienna, che col tempo impedì che egli non fosse punito a
misura dei suoi demeriti.

Fra i più illustri principi che si abbia mai avuto la real casa di
Savoia, veniva in questi tempi conceduto il primo luogo a Vittorio
Amedeo re di Sardegna, siccome quegli che, portando unita insieme una
mente maravigliosa con un raro valore e una corrispondente fortuna,
avea cotanto dilatati i confini de' suoi Stati, e portata una corona
e un regno nella sua nobilissima famiglia. S'era questo generoso
principe, pieno sempre di grandi idee, ma regolate da una singolar
prudenza, tutto dato alla pace, a far fiorire il commercio ed ogni
arte nel suo dominio, a fortificar le sue piazze, ad accrescere le
forze militari e gl'ingegneri, e massimamente a fabbricare con grandi
spese la quasi inespugnabil fortezza della Brunetta, e ad abbellire ed
accrescere di abitazioni Torino. Con un corpo di leggi avea prescritto
un saggio regolamento alla buona amministrazione della giustizia ne'
suoi tribunali e a molti punti riguardanti il bene de' sudditi suoi.
Aveva anche ultimamente atteso a far fiorire le lettere col fondare
una insigne università, a cui chiamò de' rinomati professori di tutte
le scienze: nella qual congiuntura con istupore d'ognuno levò le
scuole ai padri della compagnia di Gesù, e agli altri regolari ancora
in tutti i suoi Stati di qua dal mare, per istabilire una connessione
e corrispondenza di studii fra l'università di Torino e le scuole
inferiori con un migliore insegnamento per tutti i suoi Stati d'Italia.
Mentre egli era intento ad altre gloriose azioni, eccolo nel presente
anno determinarne una che ben può dirsi la più eroica e mirabile che
possa fare un regnante. Era questo sempre memorabil sovrano giunto
all'età di sessantaquattro anni, e provava già più d'un incomodo alla
sua sanità per le tante passate applicazioni della mente. Sul principio
di settembre fatto chiamare _Carlo Emmanuele_ principe di Piemonte,
unico suo figlio, a lui spiegò la risoluzione di rinunziargli la
corona e il supremo governo de' suoi Stati; perchè intenzion sua era di
riposare oramai, e di liberarsi da tutti gl'imbarazzi, per prepararsi
posatamente alla grande opera dell'eternità. Restò sorpreso il giovane
figlio a questa proposizione; e per quanto seppe, con gittarsi anche
in ginocchioni, il pregò, quando pure volesse sgravarsi d'un peso,
di cui era più la maestà sua che esso figlio capace, di dichiararlo
solamente luogotenente generale, con ritenere la sovranità e il diritto
di ripigliar le redini, quando trovasse ciò più utile al bisogno de'
sudditi: _No_ (replicò il re), _verisimilmente io potrei talvolta
disapprovare quel che faceste: però o tutto, o nulla. Io non vo'
pensarvi in avvenire_.

Convenne cedere alla paterna determinazione e volontà. E però nel dì
3 del suddetto mese, convocati al palazzo di Rivoli i ministri e molta
nobiltà, dopo aver detto ch'egli si sentiva indebolito dall'età e dalle
cure difficili di tanti anni del suo governo, rinunziava il trono al
principe suo figlio amantissimo, colla soddisfazione di rimettere la
sua autorità in mano di chi era egualmente degno di essa, che atto
ad esercitarla. Aver egli scelto Sciambery per luogo del suo riposo;
e perciò ordinare a tutti, che da lì innanzi ubbidissero al figlio,
come a lor legittimo sovrano. Di questa rinunzia seguirono gli atti
autentici, e nel giorno appresso Vittorio Amedeo non più re, benchè
ognuno continuasse anche da lì innanzi a dargli il titolo di re, andò a
fissare il suo soggiorno nel castello di Sciambery, con quella stessa
ilarità di animo con cui altri saliscono sul trono. Un gran dire fu
per questa novità. Chi immaginò presa tal risoluzione da lui perchè
avesse dianzi contratto degl'impegni con gli alleati di Hannover, e
che, vedendo cresciute cotanto con pericolo suo l'armi di Cesare nello
Stato di Milano, trovasse questa maniera di disimpegnar la sua fede.
Sognarono altri ciò proceduto dall'aver egli sposata nel dì 12 del
precedente agosto la vedova contessa di San Sebastiano della nobil
casa di Cumiana, dama di cinquant'anni, per avere chi affettuosamente
assistesse al governo della sua sanità, e non per altro motivo; ed
affinchè un tal matrimonio non potesse per le precedenze alterar la
buona armonia colla real principessa sua nuora, aver egli deposta
la corona. Tutte immaginazioni arbitrarie ed insussistenti di gente
sfaccendata: quasichè alle supposte difficoltà non avesse saputo un
sovrano di tanta comprensione facilmente trovare ripiego, e ritenere
tuttavia lo scettro in mano. La verità fu, che motivi più alti mossero
quel magnanimo principe a spogliarsi della temporale caduca corona,
per attendere con più agio all'acquisto di un'eterna, e tanto più
perchè certi interni sintomi già facevano apprendere non molto lungo
il resto del suo vivere. Passò dipoi a Torino colla corte il nuovo re
_Carlo Emmanuele_, e ricevette il giuramento di fedeltà da chi dovea
prestarlo. Convien confessarlo: incredibil fu il giubilo o palese o
segreto di que' popoli per tal mutazione di cose, perchè il re Vittorio
Amedeo pareva poco amato da molti, ed era temuto da tutti; laddove il
figlio, principe di somma moderazione e di maniere affatto amabili,
facea sperare un più dolce e non men giusto governo in avvenire.

A questa scena dell'Italia un'altra ancora se ne aggiunse che grande
strepito fece sui principii, e maggiore andando innanzi. Più secoli
erano che la repubblica di Genova signoreggiava la riguardevol isola
e regno della Corsica. Si contavano varie sollevazioni o ribellioni di
quei feroci e vendicativi popoli nei tempi addietro, quetate nondimeno
o dalla prudenza o dalla forza de' medesimi Genovesi. Ma nella
primavera dell'anno presente da piccoli principii nacque una sedizione
in quelle contrade, pretendendo essi popoli d'essere maltrattati dai
governatori della repubblica. Uniti i malcontenti coi capi dei banditi,
andarono ad assediar la Bastia; ma sì buone parole o promesse furono
adoperate, che si ritirarono, con restar nondimeno in armi circa venti
mila persone, le quali maggiormente si accesero alla ribellione, perchè
si avvidero di non corrispondere i fatti alle promesse. Non mancavano
a quegli ammutinati motivi di giuste doglianze, che cadevano nondimeno
la maggior parte contra de' governatori, intenti a far fruttare il loro
ministero alle spese della giustizia e dei sudditi. Pretendevano lesi
i lor privilegii, divenuto tirannico il governo genovese, e sfoderavano
una lista di tanti aggravii finora sofferti, che intendevano di non più
sofferire da indi avanti. Nel consiglio di Genova fu udito il parere
di Girolamo Veneroso, il quale sostenne che a guarir quella piaga si
avessero da adoperar lenitivi, e non ferro e fuoco; e però i saggi,
sapendo quanto quel gentiluomo nel suo savio governo si fosse cattivato
gli animi dei Corsi, giudicarono bene di appoggiare a lui questa cura.
Ma frutto non se ne ricavò, perchè senza saputa sua attrappolato un
capo dei sediziosi, fu privato di vita: il che maggiormente incitò
in quei popoli le fiamme dell'ira. E tanto più perchè prevalse poi
in Genova il partito de' giovani, ai quali parve che l'uso delle armi
e del gastigo con più sicurezza ridurrebbe al dovere i sediziosi. Se
n'ebbero ben a pentire. Circa cinque mila soldati furono dipoi spediti
dai Genovesi in Corsica, creduti bastante rinforzo agli altri presidii
per ismorzare quell'incendio. Nella primavera di quest'anno la piccola
città di Norcia, patria di san Benedetto, situata nell'Umbria, per un
terribil tremuoto restò quasi interamente smantellata e distrutta. A
riserva di due conventi e del palazzo della città, le altre fabbriche
andarono per terra, con restar seppellite sotto le rovine più centinaia
di que' miseri abitanti. Si ridussero i rimasti in vita a vivere nella
campagna, e gravissimo danno ne risentirono anche le terre e i villaggi
circonvicini.



    Anno di CRISTO MDCCXXXI. Indizione IX.

    CLEMENTE XII papa 2.
    CARLO VI imperadore 21.


Non mancarono faccende in questo anno al sommo pontefice _Clemente
XII_. Nulla valsero le forti insinuazioni fatte fare dalla santità sua
al _cardinal Coscia_ di rinunziare l'arcivescovato di Benevento. Egli
con tutta la mala grazia negò questa soddisfazione al santo padre;
e però continuarono i processi contro di lui nella congregazion de'
cardinali appellata _de Nonnullis_. Fu carcerato _monsignor vescovo
di Targa_ di lui fratello, con altri Beneventani, gente mischiata
negli abusi accaduti sotto il precedente governo. Il _cardinal Fini_
venne privato di voce attiva e passiva in ogni congregazione. Fu dipoi
intimata al Coscia la restituzione di ducento mila scudi alla camera
apostolica e alla tesoreria: somma indebitamente da lui percetta.
Questa fu la più sensibile stoccata all'interessato cuore di quel
porporato, e la sordida avidità sua, che l'avea consigliato a fare in
tante illecite maniere quell'ingiusto bottino, gli suggerì ancora il
ripiego per conservarlo. Portato il buon pontefice dalla sua natural
clemenza, non avea voluto mai condiscendere ad assegnare una stanza
in castello Sant'Angelo a questo porporato. Però, trovandosi egli in
libertà, seppe con falsi supposti ottenere dal _cardinale Cinfuegor_
ministro dell'imperadore un passaporto, e poscia se ne fuggì nel dì 31
di marzo, e travestito ora da cavaliere, ora da abbate ed ora da frate,
arrivò felicemente fin presso a Napoli, con implorare la protezione
del vicerè _conte d'Harrach_. Da Vienna, ove fu spedito un corriere,
venne poi la permissione ch'egli potesse dimorare ovunque gli piacesse
nel regno. Svegliossi in cuore del santo padre un vivo risentimento per
questa fuga, presa con dispregio degli ordini e divieti precedenti; e
però nel dì 12 di maggio fu pubblicato un monitorio, con cui al Coscia
s'intimava, che non tornando a Roma entro lo spazio di quel mese,
resterebbe privo di tutti i suoi benefizii: e se continuasse in quella
disubbidienza sino al primo d'agosto, verrebbe degradato dalla dignità
di cardinale. Furono poi nel dì 28 di maggio fulminate le scomuniche,
gl'interdetti ed altre pene contro di lui, che intanto facea volar da
per tutto dei manifesti in sua difesa; pretendendosi indebitamente
aggravato dalla congregazione suddetta. Chiamò poi in suo aiuto una
forte gota, spalleggiata dall'attestato veridico dei medici, acciocchè
gli servisse di scusa, se entro i termini prescritti non compariva
in Roma. Fu in questa occasione che il pontefice spedì ai principi
cattolici copia del processo formato contro del Coscia, dov'erano ben
caratterizzate le sue ribalderie; ma processo che fu poi processato da
molti, perchè dopo l'essersi rilevati tanti capi di reato, e dopo tanti
tuoni, si vide tuttavia la porpora ornare un personaggio che le avea
recato sì gran disonore. Vedrem nondimeno che non mancarono gastighi
alle colpe sue.

Dietro ad altro affare si scaldò medesimamente lo zelo di questo
pontefice. Cioè nel dì 8 di gennaio in una allocuzione fatta ai
cardinali nel concistoro segreto scoprì il santo padre l'intenzion
sua di disapprovare l'accordo già conchiuso fra il suo predecessore
e _Vittorio Amedeo_ re di Sardegna. A molti capi si stendeva quella
concordia, riguardanti l'immunità ecclesiastica, la nomina a varie
chiese e benefizii, e l'esercizio della giurisdizione dei vescovi.
Si aggiungeva la controversia per diversi feudi posti nel Piemonte e
Monferrato, e spezialmente Cortanze, Cortanzone, Cisterna e Montasia,
sopra i quali intendeva il re di esercitare sovranità, laddove il
pontefice pretendeva appartenere ai diritti della santa Sede, come
feudi ecclesiastici. Citati i nobili vassalli di que' luoghi a prestare
il giuramento di fedeltà al re, aveano ubbidito. Roma all'incontro
tali atti dichiarò nulli, e intimò le censure ed altre pene a chi
per essi feudi riconoscesse la regia camera di Torino. In una parola
s'imbrogliò forte l'armonia fra le due corti, e scritture di qua e di
là uscirono, e le controversie durarono sino al principio dell'anno
1742, siccome vedremo. A me non occorre dirne di più; siccome nè pure
di altre rilevanti liti che in questi stessi giorni ebbe la santa Sede
con gli avvocati e col parlamento di Parigi. Ma ciò che maggiormente
tenne in esercizio la vigilanza di esso sommo pontefice in questi
tempi, fu Parma e Piacenza. Quando si sperava che _Antonio Farnese_
duca di quella città avesse dal matrimonio suo da ricavar frutti,
per li quali si mantenesse la principesca sua casa, e restassero
frastornati e delusi i conti già fatti su quei ducati dai primi
potentati dell'Europa: eccoti l'inesorabil morte nel dì 20 di gennaio
del presente anno troncar lo stame di sua vita, ed estinguer insieme
tutta la linea mascolina della casa Farnese, che tanto splendore avea
recato in addietro all'Italia. La perdita sua fu compianta da tutti i
suoi sudditi, perchè già provato principe amorevole, splendido e di
rara bontà; anzi di tale bontà, che se più in lungo avesse condotto
il suo vivere, fu creduto che il suo patrimonio sarebbe ito sossopra,
sì inclinato era egli alle spese e alla beneficenza. Maggiore fu il
duolo, perchè già si prevedeva la gran disavventura di que' paesi, che,
perduto il proprio principe, correano pericolo di diventare provincia.
Nel testamento fatto da esso duca negli ultimi periodi di sua vita,
lasciò erede il ventre pregnante della duchessa _Enrichetta d'Este_ sua
moglie, e, in difetto di figli, l'_infante don Carlo_.

Avea già il _conte Daun_ governator di Milano, all'udire l'infermità
del duca, ammanito un corpo di truppe per introdurlo in Parma e
Piacenza; e però, accaduta che fu la morte di lui, il generale _conte
Carlo Stampa_, come plenipotenziario cesareo in Italia, nel dì 25 del
suddetto gennaio venne a prendere il possesso di quegli Stati _sotto
gli auspicii dell'imperadore a nome del suddetto infante di Spagna_,
senza mettersi fastidio degli stendardi pontifizii, che si videro
inalberati per la città. In tal congiuntura non mancò il pontefice
ai suoi doveri per sostenere i diritti della Chiesa sopra Parma e
Piacenza. Scrisse lettere forti a Vienna, Parigi e Madrid. Perchè la
corte di Vienna sosteneva il cominciato impegno, richiamò da Vienna il
_cardinale Grimaldi_. Fu spedito a Parma il canonico Ringhiera, che
ne prese il possesso colle giuridiche formalità a nome del papa, e
insieme _monsignor Oddi_ commissario apostolico, a cui non restarono
vietati molti atti di padronanza in quella città. Parimente in Roma
si fecero le dovute proteste contro qualsivoglia attentato fatto o
da farsi dall'imperadore e dalla Spagna per conto di que' ducati.
Restavano intanto incagliati gli affari per la pretesa gravidanza della
duchessa Enrichetta. Se ne mostrava sì persuaso chi la desiderava, che
avrebbe per essa scommesso quanto avea di sostanze. Dopo alquanti mesi
visitata quella principessa da medici e mammane, si videro attestati
corroborati dal giuramento che quel monte avea da partorire. Ridevano
all'incontro altri di opposto partito, ancorchè mirassero preparato
il suntuoso letto, dove con tutte le formalità dovea seguire il parto,
con essere anche destinati i ministri che aveano in tal congiuntura da
imparare il mestier delle donne. Ma venuto il settembre, e disingannata
la duchessa, onoratamente essa in fine protestò di non essere gravida.
Stante nondimeno l'incertezza di quell'avvenimento, in Vienna s'erano
fatti non pochi negoziati fra i ministri dell'imperadore, quei del
re Cattolico e quei del re della Gran Bretagna, per istabilire una
buona concordia. Questa in fatti restò conchiusa nel dì 22 di luglio
fra le suddette potenze, con avere l'Augusto _Carlo VI_ non solamente
confermata la successione dell'_infante don Carlo_ nei ducati di
Toscana Parma e Piacenza, ma eziandio condisceso che si potessero
introdurre sei mila Spagnuoli, parte in Livorno e Porto Ferraio, e
parte nelle suddette due città: conformandosi nel resto al trattato
della quadruplice alleanza del dì 2 d'agosto del 1718 e alla pace di
Vienna del dì 7 di giugno del 1725. A questa nuova respirò l'Italia,
stata finora in apprensione di nuove guerre. Fu poi preso dal generale
conte Stampa un'altra volta il possesso formale dei ducati di Parma
e Piacenza a nome del real infante, e nel dì 29 di dicembre esatto
da quei popoli il giuramento di fedeltà e di omaggio. Ma nel giorno
seguente monsignor commissario Oddi per parte del sommo Pontefice fece
una contraria solenne protesta in Parma; e così andavano balleggiando
questi ministri, nel mentre che l'infante don Carlo si preparava
per venire in Italia, anzi s'era già messo in viaggio, e parte delle
milizie spagnuole, pervenuta a Livorno, avea preso quartiere in quella
città. Quanto al gran duca _Gian Gastone de Medici_, e alla vedova
palatina _Anna Maria Luigia_, nel dì 21 di settembre dichiararono di
accettare il trattato di Vienna del dì 22 di luglio dell'anno presente.
Prima ancora di questo tempo, cioè nel dì 25 di luglio, aveano
stabilita una convenzione colla corte di Madrid, in cui fu convenuto
che il reale infante don Carlo non solamente succederebbe negli Stati
di Toscana, ma anche in tutti gli allodiali, mobili, giuspatronati,
ed altri diritti della casa de' Medici. Per tutori d'esso principe,
a cagion della sua minorità furono da Cesare deputati il suddetto
gran duca per la Toscana, e la duchessa vedova _Dorotea Sofia_, avola
materna di lui, per Parma e Piacenza.

Si cominciarono a scorgere di buona ora dei rincrescimenti per l'eletto
soggiorno di Sciambery nel fu re di Sardegna _Vittorio Amedeo_. Non
vedeva egli più chi andasse a corteggiarlo, o a chiedere grazie; e
il piacere di comandare, provato in addietro sopra tanti popoli, si
ristringeva nella sola sua domestica famiglia. Questo abbandonamento,
questa solitudine facevano guerra continua e cagionavano malinconia
ad un principe avvezzo sempre a grandi affari; e a lui parea gran
disgrazia il vedere confinati i suoi vasti pensieri nell'augusto
recinto, cioè in un angolo della Savoia. Aggiungasi che sul principio
di quest'anno egli fu preso da un accidente capitale, per cui gli
rimase sempre qualche sensibile impedimento alla lingua, e gli
sopraggiunse poi anche una qualche confusione d'idee. Andò allora il re
_Carlo Emmanuele_ a vederlo per testimoniargli il suo filiale affetto,
e vi tornò anche nella state colla regina sua moglie. Verso poi la
fine di agosto, attribuendo il re Vittorio il suo poco buono stato
all'aria troppo sottile di Sciambery, volle ritornare in Piemonte, e
andò a piantar la sua corte a Moncalieri in vicinanza di tre miglia
da Torino. Nulla sospettava sulle prime di lui il re Carlo Emmanuele;
ma da che si avvide ch'egli contro il concertato ambiva l'autorità
nel governo, ordinò che si tenessero gli occhi aperti addosso a lui.
E tanto più dovette quella corte allarmarsi, quando fosse vero quanto
allora si disse, cioè avere esso Vittorio Amedeo minacciato che farebbe
anche tagliare il capo ad uno dei primi e più confidenti ministri
del re figlio; e che crebbero poscia i sospetti di qualche meditata
mutazione, da che egli, parlando col conte Del Borgo, gli fece istanza
dell'atto della sua rinunzia, fatto nel precedente anno, che con tutta
sommessione gli fu negato. Aggiugnevano, che da lì a poco tempo egli
scrivesse un biglietto al governatore della cittadella di Torino con
avvisarlo dell'ora in cui egli intendeva di andare a spasso entro
di essa cittadella: o pure, ch'egli effettivamente si portasse in
persona alla porta segreta, per entrarvi, ma con trovar il governatore
che se ne scusò, con dire di non aver ordine dal real sovrano di
riceverlo. Tutti questi fatti contemporaneamente si divulgarono, ma
senza fondamento. La verità si è, che avendo il re Vittorio dopo il
suo ritorno in Piemonte dato segni non equivoci di volere aver parte
all'autorità del governo, il re Carlo Emmanuele fu in caso di far
vegliare sui di lui discorsi; e tanto più da che seppe che il re padre
parlava con diverse persone dell'atto dell'abdicazione, come di un atto
che fosse in sua balìa di rivocare.

In questo tempo essendo assai cresciute le indisposizioni del re
Vittorio, e la di lui mente, anche per l'accidente patito, molto
indebolita, con qualche risalto alle volte di riscaldamento e di
agitazione di spirito, onde venivano poi empiti di collera, si ebbe
luogo a temere qualche novità sconvenevole e pericolosa. Vedeva il re
figlio con ciò esposta ad un grave cimento non solamente la real sua
dignità, ma anche il suo onore medesimo e il bene dello Stato; e però
sperimentati prima in vano più mezzi e spedienti per calmare lo spirito
del padre, e ricondurlo a pensieri più proprii e più convenienti,
chiamò a sè i più saggi ministri di toga e di spada, ed esposto il
presente sistema, con protestarsi nondimeno pronto a sacrificare ogni
sua particolar convenienza, qualora avesse potuto farlo, salva la sua
estimazione, il bene dei sudditi e la quiete degli Stati, richiese il
loro consiglio. Ben pesato ogni riguardo, concorse il parere di ognuno
in credere necessario un rimedio, a fin di evitare tutte le delicate e
disastrose conseguenze che prudentemente si temevano come imminenti; e
però fu concordemente determinato di assicurarsi dalla persona d'esso
re Vittorio. Nella notte adunque del dì 28 di settembre, venendo il dì
29, da vari corpi di truppe che l'uno non sapea dell'altro, si vide
attorniato il castello di Moncalieri, e fu improvvisamente intimato
al re Vittorio Amedeo di entrare in una preparata carrozza. Gli
convenne cedere; e fu condotto nel vasto e delizioso palazzo di Rivoli,
situato in un colle di molto salutevol aria, ma sotto le guardie, con
raccomandare alle medesime di rispondere solamente con un profondo
inchino a quante interrogazioni facesse loro il principe commesso
alla loro custodia. La di lui moglie contessa di San Sebastiano, già
divenuta marchesa di Spigno, nello stesso tempo fu condotta al castello
di Ceva; ma perchè fece istanza il principe di riaverla, non gli
negò il re questa consolazione. Del resto, al signorile trattamento
d'esso principe fu pienamente provveduto; tolta a lui fu la sola
libertà. Chiunque poi conosceva di che buone viscere fosse il re
_Carlo Emmanuele_, e quanta virtù regnasse nell'animo suo, facilmente
comprese che forti e giusti motivi il doveano avere indotto ad un passo
tale con tutta la ripugnanza del suo sempre costante filiale affetto.
Quelle stesse guardie che sul principio il teneano d'occhio, con saggio
consiglio e per suo bene gli furono poste, affinchè osservassero che
la gagliarda passione nol conducesse ad infierire contro sè stesso.
Cessato il bollore, cessò anche la vicinanza d'esse guardie, ed era
data licenza alle persone saggie e discrete di visitarlo e parlargli. E
perciocchè fece istanza di essere rimesso in Moncalieri, perchè l'aria
di Rivoli era troppo sottile, fu ricondotto colà.

Duravano in questi tempi le controversie della sacra corte di Roma
col re di Portogallo cotanto alterato perchè il nunzio apostolico
_monsignor Bichi_ era stato richiamato, senza prima decorarlo colla
porpora cardinalizia. Sostenne il sommo pontefice il decoro della
sua dignità con esigere che il prelato uscisse di Portogallo; e in
fatti egli passò a Madrid, e gran tempo vi si fermò. Venne poscia
in quest'anno a Firenze, e non passò oltre. Finalmente nel dì 24 di
settembre fatta dal santo padre una promozione di cardinali, fu in
essa compreso il Bichi; nè solo il Bichi, ma anche _monsignor Firrao_
succeduto a lui in quella nunziatura: laonde si trattò dipoi con
più facilità di rimettere la buona armonia fra la santa Sede e il re
suddetto. Sempre più andava in questo mentre crescendo la ribellione
dei corsi, e volavano per tutte le corti le loro doglianze per gli
aggravi che pretendeano fatti ad essi dalla repubblica di Genova. A
fine di smorzar questo incendio, ricorsero i Genovesi alla protezione
dell'imperadore _Carlo VI_, e ne ottennero un rinforzo d'otto mila
soldati alemanni, comandati dal generale _Wachtendonck_. Passò la
metà di questa gente in Corsica, e fece tosto sloggiare i sediziosi
dal blocco della Bastia. Ma da che verso la metà d'agosto s'inoltrò
per cacciare da altri siti i Corsi, trovò in due battaglie gente che
non conosceva paura. Perirono in quei combattimenti moltissimi dei
Tedeschi, di maniera che fu necessario il far trasportare colà il
resto dei loro compagni. Seguirono susseguentemente altre zuffe ora
favorevoli ora contrarie ai malcontenti; ma spezialmente un'imboscata
da loro tesa agli Alemanni nel fine di ottobre, nel passare che
facevano a San Pellegrino, costò ben caro ad essi Tedeschi, perchè
furono obbligati a ritirarsi dal campo di battaglia, con perdita di
più di mille persone tra morti e feriti. Nel dì 30 di maggio terminò
la carriera de' suoi giorni _Violante Beatrice di Baviera_, gran
principessa di Toscana, vedova del fu gran principe _Ferdinando de
Medici_. Era essa il ritratto della gentilezza, venerata da ognuno,
e però dalle comuni lagrime si vide onorato il suo funerale. Gran
compassione prima d'allora si svegliò in cuore di tutti per gli orrendi
effetti d'un fierissimo tremuoto, che avendo cominciato nel febbraio
a farsi sentire nel regno di Napoli, infierì poi con varie altre più
violenti scosse, e tenne gran tempo in una costernazione continua le
provincie di Puglia, Terra di Lavoro, Basilicata e Calabria Citeriore,
e in alcuni luoghi lasciò una dolorosa catastrofe di rovine. Più
d'ogni altro ne provò immensi danni la città di Foggia, perchè tutta
fu convertita in un monte di pietre, e più di tre mila persone rimasero
seppellite sotto le diroccate case. Non restò pur uno de' sacri templi
e chiostri in piedi; e frati, monache ed altri abitanti, che ebbero la
fortuna di scampare, andarono raminghi per quelle desolate campagne,
cercando e difficilmente trovando un tozzo di pane per mantenersi
in vita. Si videro in tal congiuntura le acque alzarsi nei pozzi, ed
uscirne con allagar le vigne. Barletta, Bari ed altre città furono a
parte di questo spaventevol flagello; e perchè in Napoli i borghi di
Chiaia e Loreto risentirono non lieve danno, buona parte di popolo,
e massimamente la nobiltà col vicerè si ritirò alla campagna. Ma il
piissimo _cardinale Pignatelli_ arcivescovo non volle muoversi dal suo
palazzo, e attese ad animar la plebe, e ad eccitar la misericordia di
Dio con pubbliche processioni e preghiere.



    Anno di CRISTO MDCCXXXII. Indizione X.

    CLEMENTE XII papa 3.
    CARLO VI imperadore 22.


Quasi morirono di sete in quest'anno i novellisti bramosi di grandi
avvenimenti. Fioriva la pace, che stendendo la serenità sopra tutta
l'Europa, non di altro era feconda che di privati divertimenti ed
allegrezze. Di queste spezialmente abbondò la Toscana; perciocchè
finalmente sciolti tutti i nodi, l'infante di Spagna _don Carlo_ si
mise in viaggio per venire a far la sua comparsa nel teatro d'Italia.
Imbarcossi egli ad Antibo nel dì 23 del precedente dicembre sulle galee
di Spagna, unite con quelle del gran duca; ma appena ebbe salpato, che
si alzò una violenta burrasca che disperse tutta la flotta, e danneggiò
forte non pochi di que' legni. Ad onta nondimeno dell'infuriato,
elemento la capitana di Spagna nel dì 27 approdò a Livorno, e vi sbarcò
l'infante. Magnifico sopra modo fu l'accoglimento fatto a questo real
principe da quella città, che poi solennizzò nei seguenti giorni il suo
arrivo con suntuose macchine di fuochi, conviti, musiche, illuminazioni
ed altre feste. Gareggiò con gli altri l'università degli Ebrei per
attestare anch'essa a questo novello sole il suo giubilo ed ossequio; e
fioccavano dappertutto le relazioni di sì grandiose solennità. Dopo il
riposo di più di due mesi in Livorno passò finalmente questo principe a
Firenze, ove fece il suo splendido ingresso nel dì 9 di marzo, ricevuto
colle maggiori dimostrazioni di stima e di affetto dal gran duca _Gian
Gastone_ e dall'_elettrice vedova_ di lui sorella. In quella capitale
ancora nulla si risparmiò di magnificenza, negli archi trionfali, ne'
fuochi di artifizio, e in altre feste ed allegrie, contento ognuno
di vedere con tanta felicità rifiorire nell'infante la già cadente
schiatta dei principi medicei. Fu egli riconosciuto non solo come
duca di Parma e Piacenza, ma ancora come gran principe e principe
ereditario della Toscana. Avea già nel dì 29 dello scorso dicembre la
duchessa vedova di Parma _Dorotea_, come contutrice, preso il possesso
dei ducati di Parma e Piacenza a nome del medesimo infante dalle mani
del generale _conte Stampa_ plenipotenziario dell'imperadore. Solenne
era stata quella funzione, e i magistrati e deputati delle comunità in
tal congiuntura prestarono ad esso principe il giuramento di fedeltà,
come a vassallo dell'imperadore e del romano imperio. Dopo di che
esso generale consegnò alla duchessa le chiavi della città, e ordinò
tosto alle truppe cesaree di ritirarsi, e di lasciare liberi affatto
quegli Stati al nuovo signore, facendo conoscere a tutti la lealtà
dell'augusto sovrano in eseguire i già stabiliti trattati ed impegni.
Non tralasciò il commissario apostolico monsignor _Jacopo Oddi_ nel
seguente dì 30 di dicembre di pubblicare una grave protesta contro
tutti quegli atti, per preservare nella miglior possibile maniera le
ragioni della santa Sede.

Fermatosi il reale infante a goder le delizie di Firenze sino al
principio di settembre, finalmente determinò di consolare colla sua
sospirata presenza anche i popoli di Parma e Piacenza. Nel dì 6 di esso
mese si mosse egli da Firenze, e nel dì 8 entrò nello Stato di Modena,
e passando fuori di questa città, fu salutato con una salva reale dalle
artiglierie della medesima e della cittadella. Avea il duca _Rinaldo
d'Este_ avuta l'attenzione di fargli innaffiare le strade per tutto il
suo dominio, affin di riguardarlo dagli incomodi della straordinaria
polve di quell'asciutta stagione. Fu egli dipoi a complimentarlo colla
sua corte un miglio lungi da Modena, dove seguirono abbracciamenti ed
ogni maggior finezza di complimenti e di affetto. Nel dì 9 tutta fu
in gala la città di Parma pel festoso ingresso del giovinetto duca;
grande il concorso e lo sfoggio della nobiltà e dei popoli; e nelle
nobili feste che si fecero dipoi, si conobbe quanto tutti applaudissero
all'acquisto di un principe sì inclinato alla pietà e alla clemenza;
e grazioso in tutte le sue maniere, ma con aver portato seco l'altura
del cerimoniale spagnuolo. A tante allegrezze per la venuta in
Italia di questo generoso rampollo della real casa di Spagna, se ne
aggiunse un'altra, riguardante la felicità dell'armi del Cattolico
_re Filippo V_ suo padre. Fra i pensieri di quel monarca il primo ed
incessante era quello di ricuperare, per quanto avesse potuto, tutti
gli antichi dominii spettanti alla monarchia dei suoi predecessori. Una
riguardevole unione ed armamento di vascelli di linea e di legni da
trasporto avea egli fatto nella primavera di quest'anno, e preparati
all'imbarco si trovavano sui lidi parecchi reggimenti di truppe
veterane. Perchè era ignoto qual mira avesse l'allestimento di flotta
sì numerosa nel Mediterraneo, con gelosia ed occhi aperti stavano
i vicerè di Napoli e di Sicilia; e tuttochè l'imperadore venisse
assicurato della costante amicizia d'esso re Cattolico, pure non
cessavano le ombre, e furono perciò ben munite le principali piazze dei
regni suddetti.

Levò finalmente l'ancore quella poderosa flotta, comandata dal
capitano generale _conte di Montemar_, e guidata da prosperi venti,
improvvisamente nel dì 28 di giugno andò ad ammainar le vele davanti
ad Orano nelle coste dell'Africa, piazza lontana cento cinquanta miglia
da Algeri, trecento da Ceuta. Fin dall'anno 1509 dal celebre _cardinale
Ximenes_ tolta fu essa ai Mori, e sottoposta da lì innanzi alla corona
di Spagna, finchè nell'anno 1708, trovandosi involto in tante guerre il
re Cattolico, dopo un assedio di sei mesi gli Algerini ne ritornarono
padroni. Ora, sbarcali che furono felicemente gli Spagnuoli, nel dì 30,
mentre attendevano ad alzare un fortino sulla marina, eccoti piombare
addosso al loro campo più di venti mila Mori, Arabi e Turchi, ed
attaccare una fiera zuffa. Si distinse allora il consueto valore delle
milizie spagnuole; furono con molta strage rispinti quegli infedeli,
e tagliata loro la comunicazione colla fortezza. Nel dì seguente,
mentre in ordine di battaglia si mette in marcia l'esercito cristiano
per disporre l'assedio di quella piazza, con ammirazion di ognuno la
truovano abbandonata; nè essa sola, ma ancora il creduto inespugnabile
castello di Santa Croce, con quattro altri forti all'intorno. Poco
fu il bottino per li soldati, perchè il meglio di quegli abitanti
avea fatto l'ale. In poter nondimeno dei cristiani vennero cento
trentotto cannoni, ottantatrè dei quali erano di bronzo, oltre a molte
munizioni da bocca e da guerra. Per questa gloriosa e felice impresa
dell'armi spagnuole tanto in Roma che in altre parti d'Italia si fecero
molte allegrezze e rendimenti di grazie a Dio. Ma che? non tardarono
molto gli Algerini a tentare il riacquisto di quella piazza, e con
grossissimo esercito vennero ad assediare nello stesso tempo Orano e
il forte di Santa Croce. Governatore di Orano era stato lasciato il
_marchese di Santa Croce Marzenado_, cavaliere di raro valore, maestro
nell'arte della guerra, come anche apparisce dai suoi libri dati alla
luce. Sostenne egli vigorosamente i posti contro gli sforzi de' nemici,
e con suo grave pericolo e somma bravura dei suoi portò soccorso di
viveri e di munizioni al forte suddetto, che si trovava in rischio
di rendersi per la penuria. Ma continuando i Musulmani il lor giuoco,
appena fu sbarcato nel dì 26 di novembre un riguardevole convoglio di
venticinque navi da trasporto con buona scorta partito da Barcellona,
che nel dì seguente il marchese con otto mila combattenti andò ad
assalire i nemici, benchè forti di circa quaranta mila persone. Durò il
sanguinoso combattimento per sei ore; resistenza straordinaria fecero i
Barbari; ma in fine, cedendo alla bravura degli Spagnuoli, si diedero
alla fuga, lasciando il campo e le artiglierie in man dei cristiani.
Insigne e completa fu la vittoria, se non che restò funestata dalla
morte del valoroso marchese di Santa Croce, compianta poscia da ognuno.
Per quanto corse la voce, non si trovò il suo corpo, e un pezzo durò la
speranza ch'ei fosse vivo e prigione; ma in fine certissima comparve la
perdita di lui.

Questo fu l'unico avvenimento dell'anno presente che fece strepito
in Italia. Poichè per conto di Roma, quivi si continuò a formare
il processo del _cardinale Coscia_, ma con gran segreto, quando nei
tempi addietro s'erano sparpagliati dappertutto i suoi reati. Temendo
il Coscia, che passati i termini delle citazioni in contumacia si
scaricasse sopra di lui il terribil decreto della perdita della
porpora, giudicò meglio di tornarsene a Roma per far le sue difese:
al qual fine si condusse da Napoli due avvocati, provveduti di ogni
requisito per istare a fronte de' più forbiti Romani. Prese l'alloggio
nel convento di Santa Prassede, e gli fu intimato sotto rigorose
pene di non uscirne, se non per rispondere alle interrogazioni
della congregazione, le quali durarono per tutto quest'anno senza
mai devenire a decisione alcuna. Mancò nell'anno presente chi nella
vigilia di San Pietro pagasse alla camera apostolica il censo per
li ducati di Parma e Piacenza; perlochè il fiscale della santa Sede
fece pubblica protesta in difesa de' diritti pontifizii. Avea il
buon pontefice _Benedetto XIII_, siccome dicemmo, vietato il lotto di
Genova, perchè sorgente d'infiniti disordini, coll'aver fino imposta
la scomunica ai ricevitori e giocatori. Col gastigo pubblicamente
dato a chi avea trasgredito il bando, niun più osava di gittare con
tanta facilità e sciocchezza il suo danaro, e di esporsi anche al
pericolo di pagar le pene. Non senza maraviglia delle persone si vide
in questi tempi risorto in Roma esso lotto, e cassata la salutevole
di lui costituzione; e tanto più se ne stupì la gente, perchè, tolta
la scomunica contra chi giocasse al lotto di Roma, questa si lasciò
sussistere contro chi dello Stato ecclesiastico giocasse fuori d'esso
Stato al medesimo giuoco. Dovettero aver delle buone ragioni di far
questa mutazione, benchè tanto pregiudiziale al pubblico. Di tal
provento si sa che il pontefice si servì per far limosine e belle
fabbriche in ornamento di Roma. Pubblicò egli in quest'anno una lodevol
costituzione, che toglieva varii abusi del conclave, ne moderava le
spese eccessive, e conteneva altri utili regolamenti. Dopo penosa
malattia di molti giorni passò all'altra vita, nel dì 21 di maggio di
questo anno, _Sebastiano_ (appellato da alcuni Alvise) _Mocenigo_ doge
di Venezia, a cui, nel dì primo di giugno, fu sostituito in quella
dignità _Carlo Ruzzini_, personaggio che nei magistrati e nelle molte
ambascerie avea trattato in addietro i più importanti affari della
repubblica.

Andarono intanto crescendo varii insulti del già re di Sardegna
_Vittorio Amedeo_, che gli annunziavano imminente il fine de' suoi
giorni. Mostrò questo principe qualche desiderio di vedere il re
suo figlio, il quale non avea men premura pel medesimo oggetto. Ma
nel tempo che si stava ponderando se questo abboccamento convenisse,
giunse avviso essere il re _Vittorio_ peggiorato cotanto che già si
trovava agli estremi. Per questo riflesso, e per altri motivi addotti
dalla regina, che in tale stato il suo incontro, lungi dal produrre
alcun buon effetto, avrebbe potuto affrettar la morte all'infermo
padre, e nuocere anche alla sanità del figlio, di già alterata per
così disgustose circostanze, altro non si fece. Il dì 31 di ottobre fu
poi quello che sbrigò da questo mondo esso principe Vittorio Amedeo,
pervenuto già all'età di sessantasei anni e mezzo; ed egli ne prese
il congedo con sentimenti di vera pietà ed eroica costanza. Celebre
sempre durerà nelle storie e nella memoria dei posteri il nome di
questo insigne sovrano, per la somma acutezza e vivacità della mente,
pel suo valore, fortezza e saggia condotta in mezzo alle turbolenze
dell'Europa, e ai pericolosi impegni ai quali egli s'espose, per
l'accrescimento di una corona, e di non pochi altri Stati alla sua
real famiglia e per tante altre gloriose azioni, tali certo, che andò
innanzi ai suoi più rinomati antecessori, ed incredibile fu la stima
che di lui ebbero tutti i potentati di Europa. Nel fervore della sua
gioventù l'incontinenza gli avea tolta la mano; ma da che si fuggì da
lui chi l'avea fatto prevaricare, colla pubblica emendazione purgò gli
scandali passati, e si vedea mischiato col popolo accostarsi alla sacra
mensa. Non mancò mai di custodire la principesca gravità; e pure niun
più di lui si dispensò dalle formalità, con aver egli saputo essere re
e insieme popolare: tanta era la sua disinvoltura. Parvero, è vero,
disastrosi gli ultimi periodi di suo vivere; ma egli se ne servì per
meglio prepararsi a comparire davanti a Dio, e a saldare quaggiù i
conti colla divina giustizia, con portar seco la contentezza di aver
lasciato un figlio capace di ben regnare al pari di lui, un re pieno
di moderazione, di saviezza, di coraggio, e di tante altre belle doti
ornato, che il rendono amabile a tutti i sudditi suoi. Solenni esequie
furono poi fatte al defunto principe, la cui moglie si ritirò in un
convento di religiose a Carignano.

Poco felicemente passavano in questi tempi gli affari de' Genovesi
per l'ostinata ribellione de' Corsi, nulla avendo finora giovato a
mettere in dovere quella feroce gente le migliaia di Tedeschi sotto il
comando del generale _Wachtendonck_. Per le morti e diserzioni si erano
queste sminuite di molto; e però la repubblica, senza atterrirsi per le
esorbitanti spese, nuove preghiere e nuovi tesori impiegò per ottenere
dall'imperador _Carlo VI_ altre forze valevoli a finir quella pugna.
Un altro dunque più poderoso corpo di truppe alemanne, alla cui testa
era il _principe Luigi di Wirtemberg_, trasportato fu in Corsica, ma
con ordini nondimeno segreti del saggio Augusto di vincere non già col
ferro, ma bensì colla dolcezza e colla clemenza quella brava nazione,
giacchè alla corte cesarea doveano sembrare degni di compassione e non
affatto ingiusti i risentimenti e le querele che aveano poste le armi
in mano ad essi popoli. Propose infatti quel principe un'amnistia e
perdono generale ai Corsi, ed insieme un accomodamento, con impegnare
per mallevadore garante della concordia lo stesso Cesare. Allora fu
che i due principali capi dei ribelli, cioè Luigi Giafferi e Andrea
Ciaccaldi, ed altri lor generali entrarono in negoziato col principe e
coi ministri della repubblica, e conseguentemente restò conchiusa la
pace, coll'avere i Corsi conseguito onorevoli condizioni e vantaggi.
Se ne tornarono poscia a poco a poco in Lombardia l'armi cesaree, ed
ognun contava per terminate quelle tragiche scene; quando iti i capi di
essi Corsi per umiliarsi al governo di Genova, furono all'improvviso
cacciati nelle carceri, per disegno formato in Genova (non già
dai vecchi e saggi senatori) di dare in essi un esemplar castigo
a terrore dei posteri. Per questa mancanza di fede non si può dire
quanto restassero amareggiati i Corsi, e quante doglianze ne facesse
in Genova e alla corte cesarea il principe di Wirtemberg. Vennero
perciò pressanti ordini di sua maestà cesarea ai Genovesi di rimettere
in libertà quegli uomini; e tuttochè i ministri della repubblica
adducessero ragioni e pruove, che essi, per aver contravvenuto ai
recenti patti, non meritavano la protezione di sua maestà cesarea,
pure stette saldo l'imperadore in lor favore, di maniera che in
fine, dopo molti mesi di prigionia, ricuperarono la libertà. Cagion
fu questo inaspettato colpo che continuarono come prima, anzi più di
prima, i Corsi a non si fidare dei Genovesi; e ben ebbe a pentirsene
la repubblica, perchè vedremo risorgere la ribellione, che costò dipoi
tanti altri tesori a quella ricca città, e fece spargere tanto sangue
di nuovo ad ambe le parti. Erasi dilatata la pestilenza de' buoi
nell'Alemagna e negli Svizzeri. Passò nell'anno precedente anche negli
Stati della repubblica di Venezia, e si andava arrampicando eziandio
nel Ferrarese e nella Romagna. La divina clemenza le tagliò il corso,
e cessò sì deplorabil flagello. Fiera pensione è quella a cui si
trova soggetto il delizioso regno di Napoli per cagione dei frequenti
tremuoti. Anche nel dì 29 di novembre dell'anno presente, spaventoso
fu quello che si provò nella stessa capitale, dove rimasero fracellate
sotto le rovine delle case alcune centinaia di persone. Poche fabbriche
si contarono che non ricevessero danno, e si fece questo ascendere a
qualche milione di ducati. Peggio avvenne alle provincie di Terra di
Lavoro, e dell'una e dell'altra Calabria. Ariano, Avellino, Apici,
Mirabello e più di trenta villaggi furono per la maggior parte
rovesciati a terra. Videsi una lunga lista di altri luoghi sommamente
partecipi di sì grande sciagura, e de' periti in tale occasione. Da
perniciosi raffreddori fu parimente infestata l'Italia, che portarono
al sepolcro gran copia di persone, anche di alta sfera. Si stese questo
malore contagioso per la Francia, Alemagna ed Inghilterra.



    Anno di CRISTO MDCCXXXIII. Indiz. XI.

    CLEMENTE XII papa 4.
    CARLO VI imperadore 23.


Trovossi nell'anno presente agitata da parecchi imbrogli la sacra corte
di Roma. Parve più volte come ridotta a fine la concordia col re di
Portogallo, ma saltavano sempre in campo nuove pretensioni di quel
monarca; e trovandosi egli inflessibile ne' suoi voleri, bisognava
continuar la battaglia, e il negoziato con lui e col re Cattolico
mediatore. Nè pure fin qui s'era trovato ripiego alle dissensioni colla
corte di Torino; e però sopra quelle pendenze si vide in questi tempi
una guerra di scritture, prodotte dall'una parte e dall'altra. Ma ciò
che più afflisse l'animo del pontefice _Clemente XII_ era la prepotenza
de' Franzesi, i quali nell'anno addietro cominciarono, e continuarono
anche per qualche mese del presente, a bloccare con molti corpi di
milizie il contado d'Avignone: novità che cagionava grave penuria ed
altri danni a quegli abitanti. Il pretesto o motivo di tal violenza
era, perchè in quel contado si rifugiavano alcuni contrabbandieri, e
vi si era vietata l'introduzione di non so quali manifatture franzesi,
ed ivi si fabbricavano tele dipinte e drapperie vietate in Francia:
il che non si volea sofferire; se con giustizia, altri lo deciderà. La
forza e il bisogno indusse _monsignor Buondelmonti_ vicedelegato ad un
aggiustamento; e perchè questo non fu approvato da Roma, continuarono
le calamità in quelle contrade. Altro spinoso affare spuntò in questi
tempi, cioè la pretensione dell'_infante don Carlo_ duca di Parma sopra
il ducato di Castro e Ronciglione, tolti, siccome già vedemmo, da _papa
Innocenzo X_ alla casa Farnese. Per avere esso infante fatto pubblicare
non solo in Parma, ma anche in Castro un decreto che proibiva agli
abitanti d'esso Castro e Ronciglione di riconoscere altro padrone che
lui, non fu lieve l'agitazione della corte pontificia, siccome quella
che non poteva ricorrere in questo bisogno alla Spagna e Francia troppo
interessate in favor dell'infante. Duravano inoltre tuttavia in Parigi
le novità fatte da quegli avvocati e dal parlamento in pregiudizio
dell'autorità del romano pontefice. Finalmente dopo tanti dibattimenti
si venne in quest'anno, a dì 9 di maggio, alla decision della causa
del _cardinale Niccolò Coscia_. A cagion delle sue ruberie, frodi,
estorsioni, falsità di rescritti ed altri abusi del suo ministero, e
della fiducia in lui posta dall'ottimo papa _Benedetto XIII_, restò
egli condannato nella relegazione pel corso di dieci anni in castello
Sant'Angelo, privato di tutti i benefizii e pensioni; incorso nella
scomunica maggiore, da cui non potesse essere assoluto se non dal papa,
eccetto che _in articulo mortis_. Fu obbligato in oltre al pagamento di
cento mila ducati di regno, e alla restituzione di altre somme da lui
indebitamente percette, e tolta al medesimo la voce attiva e passiva
nell'elezione d'un nuovo pontefice. Si vide egli dunque rinchiuso
nel suddetto castello; e, dopo aver promesso di pagare in certo tempo
trenta mila scudi, fece venir lettere di suo fratello, al quale egli
avea acquistato varie terre, e il titolo di duca in regno di Napoli,
asserenti la gran povertà ed impotenza della sua casa a pagare un
soldo. Altro che questo non ci volea per dar meglio a conoscere che
eccellenti personaggi fossero i fratelli Coscia, ai quali nondimeno la
corte cesarea giunse ad accordar la sua protezione con gravi doglianze
della pontificia. Trattossi in Roma nell'anno presente degli omicidi
volontarii, se in avvenire avessero a godere l'asilo nelle chiese.

Stava pure a cuore all'imperadore _Carlo VI_, sì per l'onore de' suoi
ministri, che per la quiete d'Italia, che la pace data dal principe
_Luigi di Wirtemberg_ alla Corsica prendesse buone radici; e perciò nel
dì 16 di marzo con solenne decreto confermò la capitolazione accordata
a que' popoli dalla repubblica di Genova. Ma non passò il settembre che
si trovarono in quell'isola non pochi disapprovatori delle condizioni
della concordia; e sparsesi voce da altri che non era mai da fidarsi
de' Genovesi, da che dopo l'amnistia e i giuramenti aveano messo in
carcere i lor capi, a rimettere i quali in libertà non v'era voluto
meno dell'onnipotenza e costanza dello imperadore; oltre all'aver
dovuto altri de' principali uscir dell'isola, come esiliati dalla lor
patria. Perciò in alcune parti della Corsica, dove più che in altre
durava questo cattivo fermento, risorsero nuovi malcontenti, e si diede
all'armi, con crescere di poi maggiormente la sollevazione, siccome
andremo vedendo. E tanto più si animò quella gente a tumultuare,
senza rispettare l'interposta autorità di Cesare per lo recente
aggiustamento, perchè improvvisamente si trovò involto nell'anno
presente lo stesso augusto monarca in una deplorabil guerra, che niuno
si aspettava in mezzo alla pace poco fa stabilita. Misera è ben la
condizion de' mortali, sottoposta all'ambizione, ai capricci, e a tante
altre passioni dei regnanti, i quali niun ribrezzo pruovano a rendere
infelici i proprii ed altrui paesi, col muovere sì facilmente guerra,
cioè un flagello, di cui chi per sua disavventura è partecipe, sa
quanto ne sia enorme il peso, quanto lagrimevoli gli effetti. Mancò di
vita nel primo dì di febbraio di questo anno _Federigo Augusto_ re di
Polonia ed elettor di Sassonia, con lasciare fra le altre sue gloriose
azioni spezialmente memorabile il suo nome per aver abbracciata la
religione cattolica, e trasmessala nel suo generoso figlio _Federigo
Augusto_ che succedette a lui nell'elettorato. Essendosi trattato
dell'elezione di un nuovo re di Polonia, al Cristianissimo _Luigi XV_
parve questo tempo propizio per rimettere su quel trono il suocero
suo, cioè il principe _Stanislao Leszczinskci_, negli anni addietro
di fatti, ed ora di solo nome re di Polonia. Passò incognito con una
squadra di legni franzesi esso principe in quelle contrade, e la sua
presenza assaissimo giovò per disporre que' magnati all'elezione di
lui. Fu dunque di nuovo, nel dì 12 di settembre, proclamato re col voto
concorde di quasi tutti quei palatini, restando nulladimeno in piedi
una fazione contraria, che altri disegni covava in petto.

All'Augusto _Carlo VI_ non potea piacere che la corona di quel regno
passasse in capo ad un principe attaccato per tanti legami alla
Francia. Altre mire avea parimente Anna imperatrice della Gran Russia;
e però si accordarono di promuovere a quel regno il giovine _Federigo
Augusto_ elettore di Sassonia, figlio del re defunto. Altro non fece
l'imperador de' Romani, che d'inviare ai confini della Polonia, senza
nondimeno entrarvi, nè commettere violenza alcuna, un'armata sotto
colore di proteggere la libertà de' Polacchi nell'elezione del loro
capo. S'era ciò praticato altre volte in simile congiuntura. Ma i
Russiani di fatto con forze gagliarde s'introdussero in quel regno:
il che animò spezialmente i palatini di Lituania a dichiarare re di
Polonia nel dì 5 di ottobre il suddetto elettor di Sassonia, le cui
armi da lì a non molto accorsero anch'esse per sostener quello scettro
in mano del loro sovrano. Ed ecco darsi principio in quei vasti
paesi ad una terribil guerra civile, che si tirò dietro nell'anno
seguente il memorabile assedio di Danzica, dove si era rifugiato
il re _Stanislao_, con essersi egli in fine sottratto felicemente
dalle mani de' suoi avversarii, e con aver lasciato libero il campo
e il trono all'emulo suo, appellato da lì innanzi _Augusto III_ re
di Polonia, anche oggidì gloriosamente regnante. A me non occorre di
dire di più intorno a quelle strepitose scene, perchè a sè mi chiama
l'Italia. Non si sarebbono mai figurato gl'Italiani che del sì lontano
fuoco della Polonia avessero anch'essi a divenir partecipi; e pure
non fu così. Appena vide la corte di Francia contrariati i disegni
suoi in favore del re Stanislao dalle potenze cesarea e russiana, che
ne meditò risentimenti e vendette. Troppo lontana dai tiri dei suoi
cannoni si trovava la Russia; più vicini e confinanti erano gli Stati
dell'Augusto _Carlo VI_, e però fu presa la risoluzione di muover
guerra a lui, tutto che giusto non sembrasse a molti saggi il titolo
di questa rottura, perchè niun atto di violenza aveano esercitato
l'armi di Cesare nelle dissensioni de' Polacchi. A maggiormente
incoraggire i Franzesi, per muover guerra nella congiuntura presente,
servì non poco il sapere che troppo difficilmente sarebbono entrati
in ballo gl'Inglesi ed Olandesi a favore dell'imperadore, siccome
popoli tuttavia segretamente irritati pel tentativo fatto dalla corte
di Vienna negli anni addietro di formare e fomentare la compagnia di
Ostenda in grave lor pregiudizio. Ora, non sì tosto fu subodorato lo
sdegno dalla Francia contro della maestà cesarea che corsero a soffiar
nell'incendio, o pure furono chiamati ad accrescerlo, il re Cattolico
_Filippo V_ e il re di Sardegna _Carlo Emmanuele_. Per quante rinunzie
avesse fatto il primo in favore dell'augusta casa d'Austria dei regni
e Stati di Italia, non si dovea quella corte credere obbligata a
mantenerle. Saltarono anche fuori titoli e pretesti di disgusto contra
Cesare per certe soddisfazioni negate all'_infante don Carlo_ duca di
Parma. Quanto poscia al re di Sardegna, chiamavasi egli indebitamente
gravato dalla corte cesarea, per non aver mai potuto ottenere Vigevano,
città che pure, secondo i patti, gli dovea esser ceduta.

Varii dunque segreti maneggi si andarono facendo, e seguì un
trattato fra la Francia e la Spagna, i cui articoli non si sono
mai ben saputi; e un altro ne conchiuse il re di Sardegna col re
Cristianissimo, anch'esso finora occulto. Il bello fu che la corte di
Vienna placidamente intanto dormiva, nè s'immaginava che il religioso
ed amico _cardinale di Fleury_, primo ministro di Francia, potesse
trovare in suo cuore giusti motivi per rompere i legami della pace.
S'ingrossavano non solamente al Reno, ma anche in Provenza e Delfinato
le milizie franzesi: nulla importava; si credeano tutti movimenti
da burla, per tenere unicamente in esercizio le truppe. Molto meno
diffidava la corte cesarea del re di Sardegna, stante l'amichevol
corrispondenza che passava fra loro, e l'avere anche poco fa esso re
chiesta ed ottenuta dall'imperadore l'investitura dei suoi Stati in
Italia. Vero è che si osservava il re sardo accrescere le sue truppe,
e far altri preparamenti di guerra; ma tutto veniva supposto tendere
alla difesa propria e dello Stato di Milano, caso mai che i Franzesi
pensassero a qualche tentativo contro l'Italia. Tanto maggiormente
si confermarono in questa credenza i ministri cesarei, perchè il re
di Sardegna, trovandosi sprovveduto di grano per li presenti bisogni
suoi e degli aspettati Franzesi, ne ottenne alquante migliaia di
sacchi, e varii arnesi da guerra dal conte Daun governatore di Milano,
persuaso che fosse in servigio dell'imperadore ciò che poco dopo venne
a scoprirsi contra di lui. In questo letargo non era già il _conte
generale Filippi_, ambasciatore dell'augusto monarca a Torino, che
osservava i misteriosi movimenti de' ministri di Francia e Spagna in
quella corte, e la vicinanza all'Italia delle truppe franzesi, e andava
scrivendo a Vienna che questo temporale avea da scoppiare in danno
dello Stato di Milano. Anche il _conte Orazio Guicciardi_, inviato
cesareo in Genova, con lettere sopra lettere informava la sua corte
del poderoso armamento che per mare e per terra faceva nello stesso
tempo il re Cattolico, tenendo per fermo destinate quell'armi a' danni
dell'Italia. Tali avvisi in Vienna passavano per ridicoli spauracchi
di chi non sapea ben pesare le circostanze dei correnti affari. Restò
in fine deluso anche il suddetto generale Filippi; perciocchè un dì
ito a trovare il _marchese d'Ormea_, insigne ed accortissimo ministro
del re di Sardegna, a nome della sua corte gli dimandò conto della
lega fatta dal suo real sovrano coi _re di Francia_ e _di Spagna_,
perchè di questa si aveano buoni avvisi in Vienna. Rispose il marchese,
se avea difficoltà di mettere in carta sì fatta dimanda. No, rispose
l'altro; e la scrisse. Sotto quelle parole aggiunse l'Ormea di proprio
pugno: _Questa lega non è vera_; e si sottoscrisse. Interrogato da lì a
qualche tempo come avesse osato di scrivere così, rispose: Perchè niuna
lega avea contratto il suo re colla _Spagna_, e tale era la verità.
Spedito a Vienna questo biglietto, maggiormente impressionò quei
ministri, che nulla v'era da temere in Italia; e però nè quella corte
nè il governator di Milano presero le precauzioni opportune.

Ora mentre se ne stavano i disattenti Tedeschi in così bella estasi,
verso la metà di ottobre, ecco per cinque diversi cammini calare in
Italia una forte armata di Franzesi sotto il comando del vecchio
_maresciallo di Villars_. Poco si fermò questa in Torino ed altri
luoghi del Piemonte, ed unita colle schiere del re di Sardegna,
dichiarato generalissimo, a gran passi e a dirittura marciò verso lo
Stato di Milano, dove entrò nel dì 26 del mese suddetto. Si credeva
l'imperadore di aver un buon corpo di truppe in quel paese; i ruoli e
le paghe ne facevano ampia fede, ma per disgrazia non corrispondevano
i fatti. Al perchè sorpreso da questo inaspettato nembo il _conte
Daun_ governatore di Milano, frettolosamente provvide di vettovaglia
e di altre cose bisognevoli per una gagliarda difesa il castello di
essa metropoli, ma con mancargli quello che più importava. Solamente
poco più di mille e quattrocento armati vi furono introdotti: presidio
quasi nè pur bastante a guernire in un giorno tutti i siti e le
fortificazioni di quella vasta piazza. Dopo aver egli spedito ottocento
fanti di rinforzo a Novara, immaginandosi che i nemici farebbono alto
prima sotto quella città, si ritirò poscia a Mantova col suo meglio, ed
appresso prese le poste per Vienna, non so se per discolpare sè stesso,
ma certamente per rappresentare all'augusto padrone lo stato delle cose
della Lombardia, stato troppo titubante per le forze tanto superiori
dell'esercito gallo-sardo. Divisosi questo in più corpi, per far più
imprese nello stesso tempo, nel dì 27 d'ottobre vide venirsi incontro
le chiavi della città di Vigevano, e nel dì 31 Pavia aprì anche essa
le porte ai Franzesi, con essersi prima ritirato lo smilzo presidio
dei Tedeschi. Inviossi di poi il re di Sardegna col marchese d'Ormea e
col corpo maggiore delle truppe collegate alla volta di Milano, i cui
deputati, appena ebbe egli passato sopra un ponte il Ticino, comparvero
a presentargli le chiavi, con pregare la maestà sua di confermare i
lor privilegii, e di preservare gli abitanti da ogni violenza. Furono
ricevuti con tutto amore, rimandati con sicurezze di buon trattamento.
Nella notte del dì 3 di novembre precedente alla festa solenne di san
Carlo, con quiete e buona disciplina entrarono i Gallo-Sardi in Milano,
e giuntovi nella mattina seguente anche il generalissimo re di Sardegna
_Carlo Emmanuele_, seco avendo tutta l'uffizialità ed altro grosso
numero di truppe, fu accolto colle maggiori dimostrazioni di onore da
quella nobiltà e popolo. Fermatosi alquanto nel palazzo ducale, passò
dipoi alla metropolitana, dove fu cantato solenne _Te Deum_. Celebrossi
la festa del santo colla medesima tranquillità che nei tempi di pace.
Non tardò il re a far provare la sua beneficenza a que' cittadini, con
levare in tutta o in parte la diaria, cioè il pagamento di tre mila
lire di quella moneta per giorno, e una gabella sopra il sale. Deputato
intanto all'assedio del castello di Milano il tenente generale di
_Coigny_, diede tosto principio ad alzar terra, siccome all'incontro si
dispose a far buona difesa il castellano, cioè il marchese maresciallo
_Annibale Visconti_.

Nel mentre che varie brigate marciarono per bloccare Novara e Tortona,
la città di Lodi, nel dì 7 di novembre, fu occupata dai Franzesi, e
colà portossi anche il re colle forze maggiori dell'armata. Dopo aver
gittato un ponte sull'Adda passò di là, e parte marciò di qua alla
volta di Pizzighettone; nel qual giorno arrivò anche il _maresciallo
di Villars_ con quindici altri mila combattenti e un grosso treno di
artiglieria. Incredibili spese avea fatto in addietro l'imperadore
_Carlo VI_ per formare di esso Pizzighettone una piazza fortissima, e
davano ad intendere gl'ingegneri ch'essa era inespugnabile. Dalla parte
di qua dell'Adda, cioè al mezzo giorno aveano piantato essi ingegneri
un forte guernito di molte militari fortificazioni; ma senza ben
avvertire che, preso questo, serviva esso mirabilmente per offendere
la piazza posta nell'altra riva. Fu dunque risoluto dal Villars di
fare il maggiore sforzo contra del medesimo forte, sotto cui in fatti
nella notte nel dì 17 di novembre, venendo il dì 18, fu aperta la
trincea, e lo stesso si fece nel medesimo tempo dall'altra parte sotto
la piazza per tener divertiti gli assediati. In queste angustie e
disavventure il principal pensiero dei comandanti cesarei era quello
di provvedere e sostenere Mantova, come chiave dell'Italia. Salva
questa, speravano alla primavera forze tali da reprimere il corso de'
vittoriosi Gallo-Sardi. Però non sentirono ribrezzo alcuno a ritirar
da Cremona il presidio, lasciandola esposta ai nemici, che poi se ne
impadronirono nel dì 16 del mese suddetto. Solamente centocinquanta
uomini restarono alla guardia del castello, senza obbligo al sicuro
di difenderlo per lungo tempo, siccome avvenne. Con tal vigore
proseguirono i Franzesi le offese contro il forte di qua dall'Adda,
animati sempre dal re di Sardegna, il quale tre volte ogni dì visitava
gli attacchi e le batterie, che, dopo aver essi a costo di molto sangue
preso il cammin coperto, e formata la breccia, videro gli assediati
nel dì 28 di novembre esporre bandiera bianca. Si stentò ad accordar
le capitolazioni, e due volte fu spedito al _principe di Darmstat_
governatore di Mantova per questo; e perchè premeva forte agli Alemanni
di salvare il presidio di Pizzighettone, giacchè, ostinandosi nella
difesa, sarebbe rimasto prigioniere di guerra, consentirono alla resa
non solamente del forte, ma anche della piazza, con aver ottenuto le
più onorevoli condizioni per la truppa. Sicchè nel dì 8 di dicembre
venne con gran facilità in poter de' Franzesi Pizzighettone, fortezza,
che se fosse stata fornita di maggior nerbo di difensori, avrebbe
potuto durar gran tempo contro gli sforzi nemici. Cento cannoni di
bronzo si trovarono in quelle due fortezze. Attesero dipoi i Franzesi
ad occupar i forti di Trezzo e Lecco, che non fecero difesa. La fece
bensì il forte di Fuentes; ma non v'essendo più che sessanta soldati di
guernigione, e giocando forte le artiglierie nemiche, furono anche essi
costretti a rendersi prigionieri.

Sbrigati da quelle parti il re di Sardegna e il maresciallo di Villars,
accudirono all'assedio del fortissimo castello di Milano. Alla metà
di dicembre cento cannoni e quaranta mortari cominciarono un'infernale
sinfonia, e senza risparmio di sangue si avanzarono le linee verso le
mura. Maravigliosa fu la difesa che ne fece il _maresciallo Visconti_,
considerata la picciolezza del presidio. Fu detto che quattordici
mila cannonate e tre mila bombe s'impiegassero dai Franzesi in quella
impresa, e che più di mille e secento de' lor soldati vi perissero,
oltre ai feriti. Ma in fine convenne cedere, per motivo spezialmente
di salvare ciò che restò illeso di quella guernigione; e nel dì 30
di dicembre vennero sottoscritte le capitolazioni, in vigor delle
quali nel dì 2 di gennaio dell'anno seguente con tutti gli onori della
milizia gli Alemanni lasciarono libero quel castello agli assedianti,
e se ne andarono a rinforzar Mantova. Convien confessarla; parve
collegato il cielo coll'armi gallo-sarde, perchè da gran tempo non
s'era provato un verno sì dolce ed asciutto: il che troppo favorevole
riuscì alle imprese loro. Se altrimenti fosse succeduto, avrebbono i
fanghi e le rotte strade probabilmente o troppo difficultato o forse
anche sturbato affatto l'assedio di Pizzighettone e del castello
di Milano. Ebbe anche a dire il Villars, che qualora avesse potuto
indovinare una stagion sì piacevole, avrebbe cominciato le ostilità
dall'assedio di Mantova. Non passò l'anno presente che anche il
castello di Cremona venne all'ubbidienza de' collegati. Mentre questa
danza si faceva in Lombardia, ecco discendere un altro temporale dalle
parti di Spagna. Erasi collegato il re Cattolico Filippo V colla
Francia, e le condizioni de' lor negoziati si raccolsero solamente
dagli effetti che poi si videro. Potente flotta per mare avea preparato
quel monarca, in cui s'imbarcò gran copia di reggimenti, e nel dì 30
di novembre avendo spiegate le vele, benchè patisse burrasca nel golfo
di Lione, pure arrivò a quello della Spezia sul Genovesato, e quivi
sbarcata la gente, s'inviò la maggior parte di essa alla volta della
Toscana. Più di quattro mila cavalli, spediti per la Linguadoca, da
Antibo furono trasportati anche essi per mare alla riviera di Levante
dei Genovesi.

Scorgeva ognuno minacciato da questo turbine il regno di Napoli.
Inviato il _duca di Castro Pignano_ con un corpo di truppe al forte
dell'Aulla, presidiato dai Tedeschi, nella Lunigiana, per aprirsi la
comunicazione fra la Toscana e il Parmigiano, se ne impadronì egli
nel dì 24 di dicembre, con far prigionieri cento e trenta uomini di
quel presidio. Vennero in questi giorni a visitare il real infante
_don Carlo il maresciallo di Villars_, il _conte di Montemar_, capitan
generale dell'armata spagnuola, e il _duca di Liria_, per concertare
le imprese dell'anno seguente. Calarono anche in Lombardia alcuni
reggimenti spagnuoli, che presero riposo sul Parmigiano. Fu in questi
tempi che esso infante duca di Parma venne dichiarato generalissimo
dell'armata spagnuola in Italia; e perciocchè egli era già pervenuto
all'età di diciotto anni senza poter ottenere dalla corte di Vienna
di essere dispensato dai tutori (questo fu ancora uno de' capi delle
doglianze del re Cattolico), di sua autorità, e seguitando l'esempio di
altri duchi di Parma suoi antecessori, dichiarò sè stesso maggiore, e
prese il governo degli Stati, con ringraziare il gran duca di Toscana
_Gian Gastone_, la _duchessa Darotea_ avola sua, della cura che come
contutori aveano finora preso di lui. Nè in Italia solamente si provò
il peso della guerra nel presente anno. Massa grande di combattenti
avea fatto la Francia in Alsazia, e spedito colà per generale il
_principe di Contì_. Verso la metà di settembre egli passò il Reno, e
mise l'assedio al forte di Kehl, che sul fine di esso mese fu obbligato
alla resa. Siccome a questi improvvisi assalti non era punto preparata
la corte di Vienna, così la fortuna accompagnò dappertutto l'armi
franzesi. Godeva intanto Roma una deliziosa pace; e il pontefice
_Clemente XII_, che, al pari de' suoi antecessori, ambiva lasciar
qualche insigne memoria di sè stesso nella mirabil città di Roma,
prese in quest'anno la risoluzione grandiosa di fabbricar la facciata
della basilica Lateranense. Però sul principio di dicembre con molta
solennità fu posta la prima pietra de' fondamenti di sì magnifico
edifizio. Trovossi sottoposta in quest'anno ad un lagrimevol accidente
la città d'Ancona. Svegliatosi un tempestoso vento nella notte del
lunedì 15 di settembre venendo il martedì, fece inorridir tutti quegli
abitanti, che si figuravano tremuoto in terra e mare. Più legni, che
erano in porto, si ruppero colla morte di molte persone; furono portate
via le tegole delle case e i camini da fuoco, rovinate varie case,
e conventi; sommamente restò danneggiata la gran fabbrica del nuovo
lazzaretto, rovesciata dalla parte del molo, e nella campagna sradicati
alberi, e portati via i fenili. Tutto era pianti ed urli allora in
quella povera città, e scorse questo impetuoso turbine sino a Macerata
e Loreto.



    Anno di CRISTO MDCCXXXIV. Indiz. XII.

    CLEMENTE XII papa 5.
    CARLO VI imperadore 24.


Fu quest'anno un di quelli che in grande abbondanza provvide le
pubbliche gazzette e storie di novità e fatti strepitosi riguardanti
massimamente l'Italia. Da me non ne aspetti il lettore che un
compendioso racconto. Erano in armi contro dell'Augusto _Carlo VI_
Franzesi, Spagnuoli e il re di Sardegna. Fece la Spagna conoscere
al mondo quanta fosse la sua potenza, da che la Francia le avea dato
un re, e re che vegliava ai proprii interessi. Imperciocchè insigne
fu l'armamento per mare, continui i trasporti di gente, di attrezzi
militari e di danaro per terra e per mare, a fine d'imprendere la
conquista dei regni di Napoli e di Sicilia. Maggiori si videro gli
sforzi della Francia per continuare la guerra del Reno e in Lombardia:
e il bello fu che non solamente nelle corti, ma anche nei pubblici
manifesti, facea quel gabinetto rimbombar dappertutto la scrupolosa
intenzione sua in questi sì gagliardi movimenti d'armi, che era non
già (guardi Dio) di acquistare un palmo di terreno, ma bensì di farsi
render ragione da Cesare, per aver egli spalleggiato l'_elettor di
Sassonia_ al conseguimento della corona di Polonia e cooperato alla
depressione del _re Stanislao_. Se mai per sorte con sì belle sparate
si figurasse il gabinetto franzese di gittar polvere negli occhi
agl'Inglesi ed Olandesi, affinchè non istendessero il braccio alla
difesa dell'augusta casa di Austria, non erano sì poco accorte quelle
potenze, che non sapessero il vero significato di sì magnifiche e
disinteressate proteste. Pure non entrarono esse potenze in verun
impegno per sostener Cesare contro tanti nemici, benchè pregate e
sollecitate dalla corte di Vienna: ed unica cagione ne fu lo sdegno,
non peranche cessato, per avere l'augusto monarca, dopo tanti benefizii
a lui compartiti, voluto piantare in detrimento loro la compagnia
d'Ostenda, tuttochè questa fosse poi abolita. Si avvide allora il
buon imperadore quanto l'avessero in addietro tradito i suoi troppo
ingordi consiglieri e ministri; e convenne a lui di far penitenza de'
mali consigli altrui, con portar quasi solo tutto il peso di questa
nuova guerra. Perchè, è ben vero che gli riuscì d'indurre i circoli
dell'imperio a dichiarare la guerra; ma non è ignoto qual capitale si
possa fare di que' soccorsi troppo stentati e non mai concordi. Oltre
di che gli elettori di Baviera, Colonia e palatino non consentirono
a tal dichiarazione, e se ne stettero neutrali; anzi il primo fece
un considerabile armamento con voce di mirare alla propria difesa, ma
armamento tale, che tenne sempre in diffidenza e suggezione la corte
cesarea, e la obbligò a guardare con assai gente i suoi confini,
perchè persuasa che il solo oro della Francia manteneva in piedi la
armata bavarese, ascendente a venticinque e forse più mila persone.
Ora in questo verno attese vigorosamente Cesare a batter la cassa
per resistere ai suoi nemici non meno in Lombardia che al Reno, dove
smisurate forze si andavano raunando da' Franzesi.

In questo mentre le due restanti piazze dello Stato di Milano, cioè
Novara e Tortona, venivano o bloccate o bersagliate dall'armi dei
collegati. Ma nel dì 9 di gennaio fu portata a Milano la nuova che
Novara, comprendendo seco la fortezza d'Arona, avea capitolala la
resa con andarsene liberi que' presidii alla volta di Mantova. Allora
fu che si determinò di convertire in assedio il blocco di Tortona e
del suo castello, che era in credito di fortezza capace di stancare
un esercito. Nel dì 12 del suddetto gennaio al dispetto della fredda
stagione fu aperta la trinciera sotto quella città, da cui essendosi
nel dì 26 ritirato il governatore conte Palfi, lasciò campo ai Franzesi
di impossessarsene nel dì 28. Non corrispose all'aspettazion della
gente il presidio di quel castello, ancorchè fosse composto di due
mila Alemanni; perciocchè appena cominciarono il terribile lor giuoco
sessantadue pezzi di cannone e quattordici mortari da bombe, che quel
comandante dimandò di capitolare, e ne uscì nel dì 9 di febbraio con
tutti gli onori militari. Ad altro, siccome dissi, non pensavano
in questi tempi gli uffiziali cesarei nel brutto frangente di sì
impensata guerra, che di salvar la gente, per poter salvare Mantova.
Tutto intanto andò lo Stato di Milano: dopo di che presero riposo le
affaticate e molto sminuite truppe degli alleati. Arrivò il febbraio,
e nè pure si era veduto calare in Italia corpo alcuno di Tedeschi;
solamente s'intendeva che nel Tirolo, e a Trento e Roveredo, andava
ogni dì crescendo il numero dei combattenti austriaci, e che per
capitan generale della loro armata veniva il maresciallo _conte di
Mercy_. Con sei mila persone arrivò finalmente questo generale sul fine
di quel mese a Mantova per conoscere sul fatto lo stato delle cose,
e poi se ne tornò a Roveredo per affrettare il passaggio dell'altre
incamminate milizie. Ma con esso veterano e valoroso comandante parve,
che si accompagnasse anche la mala fortuna, e seco passasse in Italia.
Fu egli sorpreso da una grave flussione agli occhi, ed altri dissero da
un colpo di apoplessia, per cui di tanto in tanto restava come cieco.
Progettossi in Vienna di richiamarlo; ma perchè sempre se ne sperò
miglioramento, continuò egli nel comando.

Trovandosi troppo vicino a questo incendio _Rinaldo d'Este_ duca di
Modena, cominciò anch'egli a provarne le perniciose conseguenze. Sul
principio dell'anno presente ecco stendersi le truppe spagnuole per
li suoi Stati, e prendere quartiere nelle città di Carpi e Correggio,
nelle terre di San Felice e Finale, e in altri luoghi. Perchè s'erano
precedentemente ritirati dalla Mirandola gli Alemanni, esso duca
di Modena avea tosto bensì guernita quella sua città col proprio
presidio; ma non tardò il duca di _Liria_ generale spagnolo nel dì
15 di gennaio a comparire colà colle sue milizie, con chiedere di
entrarvi; al che non fu fatta resistenza, giacchè promise di lasciar
intatta la sovranità e il governo del duca di Modena, principe risoluto
di mantenere la neutralità in mezzo a queste gare. Si andava intanto
ogni dì più ingrossando sul Mantovano l'armata cesarea, talmente,
che secondo le spampanate dei gazzettieri, si decantava ascendesse
a sessanta e più mila persone, bella gente tutta e vogliosa di menar
le mani. Per impedir loro l'inoltrarsi verso lo Stato di Milano, il
generalissimo re di Sardegna _Carlo Emmanuele_ spedì il nerbo delle
sue truppe a postarsi alle rive del fiume Oglio, e la maggior parte
de' Franzesi venne a custodire le rive del Po nel Mantovano di qua,
stendendosi da Guastalla fino a San Benedetto, a Revere, ed anche
ad una parte del Ferrarese; all'incontro nelle rive di là del Po
si fortificarono i Tedeschi a Governolo, Ostiglia, e nei restanti
luoghi dell'Oglio. Si stettero guatando con occhio bieco per alquante
settimane le due nemiche armate, studiando tutto il dì il generale
conte di Mercy la maniera di passare il Po; e dopo molte finte gli
venne fatto di passarlo, dove e quando men se l'aspettavano i Franzesi.
Nella notte seguente al primo dì di maggio, seco menando barche sopra
della carra, spinse egli sopra alcune d'esse il general di battaglia
_conte di Ligneville_ Lorenese pel Po con una man d'armati alla riva
opposta in faccia alla chiesa di San Giacomo, un miglio in circa
distante da San Benedetto. Arrampicaronsi sugli argini quegli armati,
e vi presero posto; nel qual mentre le sentinelle franzesi sparando
sparsero l'avviso di questa sorpresa. Ma il Mercy, con incredibile
diligenza fatto formare il ponte, non perdè tempo a spingere nuove
truppe di qua, in maniera che quando sopraggiunsero le brigate
franzesi, vedendo esse già passata tutta l'oste cesarea, ad altro non
pensarono che a mettersi in salvo.

Grande infatti fu lo scompiglio dei Franzesi, troppo sparpagliati
dietro alla grande stesa degli argini del Po; laonde, corsa la voce
del passaggio suddetto, ciascun corpo d'essi colla maggior fretta
possibile prese la strada del Parmigiano, lasciando indietro non pochi
viveri, munizioni e parte ancora del bagaglio. Passò questo terrore
al Finale, a San Felice e alla Mirandola, dove erano entrati essi
Franzesi, dappoichè l'aveano abbandonata gli Spagnuoli; e tutte quelle
schiere, unitesi poi con quelle di Guastalla, marciarono alla Sacca,
luogo del Parmigiano sul Po. Formato quivi un ponte per mantener la
comunicazione coll'Oltrepò, con alte fosse e trincee si afforzarono;
e da Parma sino a quel luogo dietro al fiume appellato Parma tirarono
una linea, guernendola di gran gente e cannoni, ed aspettando di vedere
che risoluzion prendessero gli Austriaci. Con buona disciplina, dopo
avere ripigliato il possesso della Mirandola, sen vennero questi sul
territorio di Reggio; impadronironsi anche di Guastalla e Novellara,
e andarono ad alzar le tende nelle ville del Parmigiano. Era ito
frattanto il _general Mercy_ a Padova, per isperanza di riportare da
quegli esculapii la guarigion della sua vista; e senza di lui nulla
si potea intraprendere di grande. Parve agli altri comandanti cesarei
viltà il lasciare tanto in ozio il fiorito loro esercito, e però si
avvisarono di cacciare i Franzesi dalla terra di Colorno. Sul principio
di giugno con un grosso distaccamento si portarono colà; disperata
difesa fece quel presidio; sicchè tutti coloro o perderono la vita o
restarono prigionieri. Ma senza paragone vi spesero gl'imperiali più
sangue, essendovi rimasto ucciso il suddetto troppo ardito generale
di Ligneville con altri uffiziali e molta lor gente. Videsi poi
saccheggiata quella povera terra, senza perdonare nè ai luoghi sacri,
nè alle delizie del palazzo e giardino de' duchi di Parma, le quali
furono ivi per la maggior parte disperse od atterrate. Non riportò
lode il principe _Luigi di Wirtemberg_, comandante allora _pro interim_
dell'armata cesarea, perchè non s'inoltrasse con tutte le forze affine
di stringere i Franzesi a Sacca. A lui bastò di mettere in Colorno due
reggimenti. Ma nel dì 5 di giugno essendosi mosso il valoroso re di
Sardegna con assai brigate sue e dei franzesi a quella volta, seguì
una calda zuffa con vicendevole mortalità di gente; pure si trovarono
obbligati i Tedeschi di abbandonare quel sito, oramai, ma troppo
tardi, pentiti di avere comperato sì caro un acquisto che niun frutto e
solamente molto danno loro produsse.

Da che fu ritornato da Padova il _maresciallo di Mercy_, non v'era
chi non credesse imminente qualche gran fatto d'armi; ma con istupore
d'ognuno egli si ritirò a San Martino del marchese estense a digerire
la bile; e ciò perchè odiato dalla maggior parte degli uffiziali, come
macellaio delle truppe, non avea trovato in essi l'ubbidienza dovuta.
Se andassero bene con questi contrattempi gli affari dell'imperadore,
sel può immaginare ciascuno. Placato in fine dopo molti giorni esso
maresciallo, se ne tornò al campo, ed allora determinò di venire
a giornata coi nemici. Sarebbe stato da desiderare ch'egli in sì
pericoloso cimento fosse stato meglio servito dai suoi occhi, e che
le misure da lui prese fossero state quali convengono ai più accorti
generali di armate. Parve a non pochi mal conceputo disegno l'aver egli
(giacchè troppo difficile era l'assalire il campo contrario nelle linee
ben fortificate del fiume Parma) preso un giro al mezzogiorno della
città di Parma, con intenzione di azzuffarsi all'occidente, dove di
fortificazioni erano privi i Franzesi; ma senza far caso di lasciare
esposto un fianco del suo esercito alle artiglierie della città,
e del potere la guernigione di essa città tagliargli la ritirata,
in caso di disgrazie. Ma egli era portato da una ferma credenza di
sconfiggere i nemici; e il vero è che pensava di trovare i Franzesi
nell'accampamento loro dietro alla Parma, e non già nel sito dove
succedette dipoi il terribil conflitto. All'armata gallo-sarda non si
trovava più il _maresciallo di Villars_, perchè la sua soverchia età
gli avea siffattamente infiacchita la memoria, che ora dato un ordine,
da lì a poco dimentico del primo, ne spediva un altro in contrario.
Laonde, richiamato alla corte, s'inviò nel dì 27 di maggio alla volta
di Torino, dove, sorpreso da malattia, diede fine ai suoi giorni,
ma non già alla gloria di essere stato uno dei più sperti e rinomati
condottieri d'armata dei giorni suoi. Anche il generalissimo _Carlo
Emmanuele_ re di Sardegna avea dato una scorsa a Torino, per visitar la
regina caduta inferma. Ora, essendo restato al comando dell'esercito
gallo-sardo i due marescialli di _Coigny_ e di _Broglio_, o sia che
le spie portassero avviso dei movimenti degl'imperiali, o pure fosse
accidente, mossero eglino il campo, per venire anch'essi al mezzo
giorno, verisimilmente per coprire la città di Parma da ogni attentato.

All'improvviso dunque nella mattina del dì 29 di giugno, festa dei
santi Pietro e Paolo, si scontrarono le due nemiche armate sulla
strada maestra, o vogliam dire via Claudia, stendendosi i Franzesi
dalla città fino per un miglio al luogo detto la Crocetta, ben difesi
dagli alti fossi della medesima strada. Ancorchè si trovasse il Mercy
inferiore di gente, per aver lasciato molti staccamenti indietro alla
custodia dei passi, e tutta la fanteria non fosse peranche giunta, pure
attaccò furiosamente la battaglia con istrage non lieve de' nemici.
Costò anche gran sangue l'espugnazione d'una cassina; ma il peggio
fu ch'egli stesso, col troppo esporsi alle palle degli avversarii,
ne restò sì malamente colto, che sul campo spirò l'ultimo fiato. Non
si sa se il funerale fosse poi accompagnato dalle lagrime di alcuno.
Arrivata la fanteria tutta, crebbe maggiormente il fuoco, le morti
e le ferite da ambe le parti, senza nondimeno che l'una passasse
nei confini dell'altra. A cagione di tanti fossi ed alberi poco o
nulla potè operare la copiosa cavalleria tedesca; e i soli fucili e
i piccioli cannoni da campagna, ma non mai le sciabole e baionette,
fecero l'orribil giuoco. Da molti fu creduto che il principe _Luigi
di Wirtemberg_, rimasto comandante in capo dopo la morte del Mercy,
non sapesse qual regolamento avesse preso il defunto generale, e però
pensasse più alla difesa che all'offesa. Ed altri immaginarono che
se fosse sopravvissuto il Mercy, egli avrebbe riportata vittoria, o
sacrificata la maggior parte delle sue truppe. La conclusione fu, che
questo sanguinoso combattimento durò fino alla notte, la quale pose
fine al vicendevol macello; ed amendue l'armate rimasero nei loro
campi a considerare e compiangere le loro perdite per tanti uffiziali
e soldati o uccisi o feriti, senza sapere qual destino fosse toccato
alla parte contraria. Non aspetti alcuno da me d'intendere a quante
migliaia ascendesse il danno dell'una o dell'altra armata, insegnando
la sperienza che ognuno si studia d'ingrandire il numero dei nemici e
di sminuire il numero dei proprii. Calcolarono alcuni che almen dieci
mila persone tra gli uni e gli altri restassero freddi sul campo. Quel
ch'è certo, ciascuna delle parti nella notte, al trovare tanta copia di
morti e feriti, si credette vinta; e si sa che i comandanti franzesi,
tenuto consiglio, meditavano già di ritirarsi ai confini della Sacca e
a decampare dai contorni di Parma; quando verso la mezza notte giunse
la grata nuova che i Tedeschi, levato il campo, erano in viaggio per
tornarsene verso il Reggiano. Snervati cotanto di gente si trovarono
essi cesarei, e privi di vettovaglie e foraggi, e in vicinanza d'essa
città nemica, che loro fu necessario di retrocedere. Era ferito anche
lo stesso principe di Wirtemberg.

Videsi in questi tempi Parma tutta piena di Gallo-Sardi feriti, e
una processione continua per due giorni sulla via Claudia di feriti
tedeschi, non curati da alcuno, de' quali parte ancora nel viaggio
andava mancando di vita: spettacolo compassionevole ed orrido a chi
contemplava in essi l'umana miseria e i frutti amari dell'ambizion de'
regnanti. Sul fine della battaglia per le poste, e con grave pericolo
di cadere in mano dei cesarei, il re di Sardegna pervenne al campo.
Fu creduto migliore consiglio il non inseguire i fuggitivi nemici, e
nel dì seguente s'inviò buona parte dell'esercito gallo-sardo verso
Guastalla per isloggiarne i Tedeschi. V'era dentro un presidio di mille
e duecento persone, e per disattenzione dei comandanti cesarei niuno
avviso fu loro inviato della succeduta catastrofe; laonde, trovandosi
quella gente sprovveduta d'artiglierie, di munizioni e di viveri, fu
obbligata di rendersi prigioniera. Giunse intanto l'esercito tedesco
a passare il fiume Secchia, dopo aver lasciate funeste memorie di
ruberie per dovunque passò; e a fin di mantenere la comunicazione colla
Mirandola e col Mantovano, si diede tosto ad afforzarsi sugli argini
dello stesso fiume; siccome parimente fecero i Franzesi nella parte
di là, con aver posto il re di Sardegna il quartier generale a San
Benedetto. Avea nella precedente primavera il _maresciallo di Villars_
pensato a stendere la sua giurisdizione anche negli Stati di Modena,
sì per assicurarsi di questa città e della sua cittadella, come anche
per istendere le contribuzioni in questo paese: mestiere favorito dai
monarchi della terra, e praticato tanto più indiscretamente da essi,
quanto più son potenti e ricchi, senza distinguere paesi neutrali ed
innocenti dai nemici. Nel dì 15 d'aprile comparve a Modena il marchese
di Pezè, uffiziale franzese di gran credito ed eloquenza, che fece
la dimanda d'essa cittadella in deposito a nome del re Cattolico.
Per quante esibizioni facesse il _duca Rinaldo_ di sicurezze ch'egli
guarderebbe quella fortezza senza darla ai nemici degli alleati, saldo
stette il Pezè in esigere, e non men di lui il duca in negare sì fatta
cessione. Andossene perciò senza aver nulla guadagnato quell'uffiziale,
e il duca, a cagion di questo, guernì di qualche migliaio di sue
milizie la cittadella predetta. Ma da che dopo la battaglia di Parma si
trovarono sì infievoliti i cesarei, spedì il duca al campo gallo-sardo
l'abbate Domenico Giacobazzi, oggidì consigliere di Stato e segretario
ducale, ben persuaso di non poter più resistere alla tempesta, e
desideroso di salvare quel più che potea nell'imminente naufragio.
Disposte poscia il meglio che fu possibile le cose, nel dì 14 di luglio
si ritirò il duca con tutta la sua famiglia a Bologna. Il principe
ereditario _Francesco_ suo figlio e la principessa consorte s'erano
molto prima portati a Genova, e di là poi col tempo passarono amendue a
Parigi.

Entrarono nel dì 13 i Franzesi in Reggio, e nel dì 20 del mese suddetto
comparve alle porte di Modena il _marchese di Maillebois_, tenente
generale di sua maestà Cristianissima, con buon distaccamento d'armati
che accordò alla città e sue dipendenze un'onesta capitolazione,
restando intatta la giurisdizione, dominio e rendite del duca, con
altri patti in favore del popolo: patti di carta, che non durarono
poi se non pochi giorni. Che intollerabili aggravii, che esorbitanti
contribuzioni imponessero poscia i Franzesi agli Stati suddetti, non
occorre ch'io lo ricordi, dopo averne assai parlato nelle Antichità
Estensi. Divennero in oltre essi Stati il teatro della guerra, tenendo
i Cesarei la Mirandola e tutto il basso Modenese, e i Franzesi Modena,
Reggio, Correggio e Carpi. Il fiume Secchia era quello che dividea
le armate, le quali andarono godendo un dolce ozio sino alla metà di
settembre, ma senza lasciarne godere un briciolo ai poveri abitanti.
Al comando dell'armi imperiali era intanto stato inviato da Vienna il
maresciallo _conte Giuseppe di Koningsegg_, signore di gran senno,
che tosto determinò di svegliare gli addormentati nemici. Trovavasi
in questo tempo attendato a Quistello il maresciallo franzese _conte
di Broglio_ con parte dell'esercito, guardando i passi della Secchia.
Con isforzate marcie e con gran silenzio sull'alba del dì 15 di esso
settembre ecco comparire il nerbo maggiori degli Alemanni, valicar
la poca acqua del fiume, sorprendere i picchetti avanzati, e poi dare
improvvisamente addosso al campo franzese. Non ebbero tempo colti nel
sonno i soldati di prendere l'armi, non che di ordinar le schiere.
Solamente si pensò alle gambe. Fuggì in camicia il maresciallo di
Broglio; e il signore di Caraman suo nipote, colonnello e brigadiere
d'essa armata, essendosi opposto per facilitare al zio la ritirata,
restò con altri uffiziali prigioniero. Andò a sacco tutto il campo,
tende, bagagli, armi, munizioni, e le argenterie de' maggiori
uffiziali. Era molto splendida e copiosa quella del conte di Broglio,
la cui segreteria restò anch'essa in mano dei vincitori. Per questa
disavventura fu da lì innanzi esso maresciallo, benchè personaggio di
gran merito e mente, guardato di mal occhio alla corte di Francia, e
col tempo si vide cadere. Rimasero per tale irruzione tagliati fuori
molti corpi di Franzesi, che si renderono prigioni, altri ne furono
presi a letto nel campo, tal che fu creduto, che tra morti e prigioni,
vi perdessero i Franzesi da tre e forse più mila persone. Maggiore
senza paragone sarebbe stata la perdita loro, se non si fossero
sbandati i Tedeschi dietro al ricco spoglio del campo, e non avessero
trovato, allorchè presero ad inseguire i nemici, varie fosse e canali,
custoditi da qualche truppa franzese, che ritardarono di troppo i lor
passi. Ebbe tempo il re di Sardegna di ritirarsi colla sua gente da San
Benedetto, conducendo seco cannoni e bagaglio, pizzicato nondimeno per
viaggio. Solamente due battaglioni restati in quel monistero con altri
Franzesi capitati colà, dopo avere ottenuti patti onesti, si renderono
agl'imperiali.

Ridotto in fine con gran fretta tutto l'esercito gallo-sardo a
Guastalla fuori di quella città, e fra i due argini del Po e del
Crostolo vecchio, si diede con gran fretta a formare alti e forti
trincieramenti; nel qual tempo furono anche abbandonati Carpi e
Correggio dai presidii franzesi, che si ritirarono al grosso della lor
armata. A quella volta del pari trasse tutto il cesareo esercito, e
poco si stette a vedere un altro spaventevole fatto d'armi. Molto fu
poi disputato se a questo nuovo conflitto si venisse per accidente o
pure per risoluta volontà del _maresciallo di Koningsegg_. Giudicarono
alcuni che, per una scaramuccia insorta fra grosse partite, a poco
a poco andasse crescendo l'impegno, tanto che in fine tutte le due
armate entrarono in ballo. Pretesero altri che il Koningsegg, troppa
fede prestando al principe di Virtemberg, asserente, come cosa certa,
che la cavalleria gallo-sarda era passata oltre Po a cercar foraggi,
determinasse di tentar la fortuna. Persona di credito mi assicurò, non
altra intenzione avere avuto il generale cesareo, che di riconoscere
il campo nemico; ma che, inoltratisi due o tre suoi reggimenti, vennero
alle mani con un corpo di Franzesi: laonde la battaglia divenne a poco
a poco universale. Usciti perciò dei loro trincieramenti i Franzesi
in ordinanza di battaglia, nella mattina del dì 19 di settembre si
azzuffarono i due possenti eserciti; e sulle prime due bei reggimenti
di corazze cesaree, caduti in un'imboscata, rimasero quasi disfatti.
Al primo avviso il re sardo, che si trovava di là dal Po, corse a
rinforzar l'armata colla sua cavalleria, e sempre colla spada alla mano
in compagnia dei due marescialli di Coigny e di Broglio, attese a dar
gli ordini opportuni, trovandosi coraggiosamente in mezzo ai maggiori
pericoli. Giocarono in questo conflitto terribilmente le artiglierie
d'ambe le parti, facendo squarci grandi nelle schiere opposte; le
sciabole e baionette non istettero punto in ozio; e però sanguinosa
oltremodo riuscì la pugna. Parve che il principe _Luigi di Wirtemberg_
andasse cercando la morte: tanto arditamente si spinse egli addosso
ai nemici; e infatti restò ucciso sul campo. Ora piegarono i Franzesi
ed ora i Tedeschi; ma in fine, chiarito il Koningsegg che non si potea
rompere l'oste contraria, prese il partito di far sonare a raccolta, e
di ritirarsi colla migliore ordinanza che fu possibile. Si disse che
i Franzesi l'inseguissero per un tratto di strada, ma non è certo. A
quanto montasse la perdita dell'una e dell'altra parte, resta tuttavia
da sapersi. Indubitata cosa è che vi perì gran gente con molti insigni
uffiziali di prima riga e subalterni, e maggior fu la copia de' feriti,
la quale ascese a migliaia. Si attribuirono i Gallo-Sardi la vittoria,
e non senza ragione, perchè restarono padroni del campo, di quattro
stendardi e di qualche pezzo di cannone e i Savoiardi riportarono
in trionfo un paio di timballi. Ebbe l'avvertenza il maresciallo
cesareo, nello stesso bollore del poco prospero conflitto, di spedir
ordine perchè si formasse o si armasse gagliardamente il ponte di
comunicazione col Mantovano sul Po, e fu ben servito. Nè si dee tacere
che il _marchese di Maillebois_, durante la battaglia suddetta, con tre
mila cavalli di là dal Po corse per sorprendere Borgoforte, ed impedire
la comunicazione del ponte; ma non fu a tempo, anzi ben ricevuto, non
pensò che a tornarsene indietro.

Venne nei seguenti giorni a notizia dei Franzesi altro non trovarsi
nella Mirandola che lo scarso presidio di trecento Alemanni con
poca artiglieria. Parve questo il tempo d'impadronirsene. Scelto
per tale impresa il suddetto tenente generale _Maillebois_, uomo di
grande ardire ed attività, comparve sotto quella piazza con sei mila
combattenti, con otto grossi pezzi d'artiglieria cavati da Modena, e
con altri cannoni; e senza riguardi e cerimonie alzò tosto una batteria
sul cammino coperto. Essendo poi corsa voce che dieci mila Tedeschi
venivano a fargli una visita, con tutti i suoi arnesi fu presto a
ritirarsi. Ma, scopertasi falsa questa voce, egli, più che mai voglioso
e isperanzito di quell'acquisto, tornò sotto alla piazza, e con tutto
vigore rinovò le offese. Fatta la breccia, si preparava già a scendere
nella fossa, quando venne a sapere che il Koningsegg segretamente avea
fatto sfilare alquante migliaia de' suoi a quella volta, e formato
un ponte sul Po a questo effetto; però da saggio comandante nel dì
12 di ottobre sloggiò, e tal fu la fretta, che lasciò indietro tutta
l'artiglieria. Niun'altra considerabile impresa fu fatta nel resto
dell'anno, se non che ostinatosi il conte di Koningsegg di stare colla
sua gente in campagna tra il Po e l'Oglio, gran tormento diede all'oste
gallo-sarda obbligata a gravi patimenti, alloggiando e dormendo i
poveri soldati non più sulla terra, ma sui fanghi e nell'acqua. Non
soffrì il re di Sardegna che più durasse tanto affanno delle milizie, e
decampato che ebbe, le ridusse ai quartieri di verno, ma sì mal concie,
che, entrata fra loro un'epidemia, nei seguenti mesi sbrigò dai guai
del mondo una parte di essi, e non solo essi, ma chiunque dei medici,
chirurghi e cappellani che assisterono ad essi: come pur troppo si
provò nella città di Modena. La ritirata loro aprì il campo ai Cesarei
per passar l'Oglio, ed impadronirsi di Bozzolo, Viadana, Casal Maggiore
ed altri luoghi. E al principe di Sassonia _Hildburgausen_ riuscì con
finti cannoni di legno di far paura al comandante di Sabbioneta, che
non ebbe difficoltà di renderla a patti onorevoli. Con tali imprese
terminò nell'anno presente la campagna in Lombardia.

Ci chiama ora un'altra memorabile scena, parimente spettante a
quest'anno e all'Italia. Siccome accennammo, era già stata presa nel
gabinetto di Spagna la risoluzion di valersi del tempo propizio in
cui si trovavano impegnate l'armi di Cesare al Reno e in Lombardia,
per la conquista dei regni di Napoli e Sicilia. Ognun vedea che le
mire degli Spagnuoli con tanti legni in mare, con tanta cavalleria e
fanteria già pervenuta in Toscana, e che andava ogni dì più crescendo,
tendevano a passar colà. Maggiormente ancora se ne avvide il _conte don
Giulio Visconti_, vicerè allora di Napoli, il quale bensì per tempo
si accinse a far la possibile difesa, con fortificare spezialmente
Gaeta e Capoa, e provvederle di gente e di tutto il bisognevole; ma,
per trovarsi con forze troppo smilze a sì pericoloso cimento, con
replicate lettere facea istanza di soccorsi alla corte di Vienna. Ne
ricevè molte speranze; a riserva nondimeno di alquante reclute e di
altre poche milizie che dal litorale austriaco e dalla Sicilia per mare
andarono capitando colà, si sciolsero tutte in fumo le altre promesse.
Il quartier generale dell'esercito spagnuolo, sotto la direzione del
_conte di Montemar_, nel gennaio di quest'anno era in Siena. A quella
volta si mosse da Parma anche il real _infante don Carlo_; ed essendo
nel dì 5 di febbraio passato in vicinanza di Modena, salutato con salva
reale dalla cittadella, arrivò poi nel dì 10 felicemente a Firenze.
Portò egli seco gli arredi più preziosi dei palazzi Farnesi di Parma
e Piacenza, ben prevedendo che gli si preparava un più magnifico
alloggio in altre parti. Anche il _duca di Liria_, raccolte le truppe
spagnuole ch'erano sparse negli Stati del duca di Modena, e abbandonata
la Mirandola, andò ad unirsi all'esercito sul sanese. Da che sul
fine di febbraio si fu messo alla testa di sì bella e poderosa armata
esso reale infante, tutti si mossero alla volta di Roma, e nel dì 15
passarono sopra un preparato ponte il Tevere. Nello stesso tempo per
mare capitò a Cività vecchia la numerosa flotta di Spagna, ed otto navi
di essa, veleggiando oltre, nel dì 20 s'impossessarono delle isole
di Procida ed Ischia. Furono sparsi per Napoli e pel regno manifesti
che promettevano per parte dell'infante diminuzion di aggravii, e
privilegii e perdono a chi in addietro avea tenuto il partito imperiale
contro la corona di Spagna.

Stavano intanto speculando i satrapi della politica se gli Spagnuoli
troverebbero opposizioni ai confini. Niuna ne trovarono, e però avendo
essi declinata Capoa, e passato il Volturno, giunsero a sant'Angelo di
Rocca Canina. Era stata su questo disputa fra i due generali, _Caraffa_
Italiano e _Traun_ Tedesco. Pretendeva l'uno d'essi, cioè il primo,
che tornasse più il conto a sguernire le piazze di presidii, e raccolta
tutta la gente di armi alemanna, doversi formare un'armata che andasse
a fronte della nemica, per tentare una battaglia. Succedendo questa
felicemente, pareva in salvo il regno. All'incontro, col difendere
i soli luoghi forti, Napoli era perduta; e chi ha la capitale, in
breve ha il resto. Sosteneva per lo contrario il conte Traun il tener
divise le soldatesche nelle fortezze; perchè, venendo i promessi
soccorsi di venti mila armati dalla Germania, Napoli si sarebbe
felicemente ricuperata. Prevalse quest'ultimo sentimento, e fu la
rovina de' cesarei, che niun rinforzo riceverono, e perderono tutto.
Dopo la disgrazia fu chiamato in Vienna il generale Caraffa, fedele
ed onoratissimo signore, imputato di non aver ben servito l'augusto
padrone. Andò egli ma non gli fu permesso di entrare in Vienna, nè di
parlare a sua maestà cesarea. Per altro, portò egli seco le chiare sue
giustificazioni. Fu detto che l'imperadore con sua lettera gli avesse
ordinato di raunar la gente, e di venire ad un fatto d'armi, e che
altra lettera del consiglio di guerra sopraggiunse con ordine tutto
contrario. Avea il conte _don Giulio Visconti_ vicerè preventivamente
inviata a Roma la moglie col meglio dei suoi mobili, e a Gaeta le
scritture più importanti; ed egli stesso dipoi prese la strada di
Avellino e Barletta, per non essere spettatore della inevitabil
rivoluzione di Napoli, che tutta era in iscompiglio, e che scrisse a
Vienna le scuse e discolpe della sua fedeltà, se sprovveduta di chi
la sostenesse, era forzata a cedere ad un principe che si accostava
con esercito sì potente per terra e per mare. Giunto pertanto nel dì 9
d'aprile il reale infante coll'oste sua a Maddalori, lungi quattordici
miglia da Napoli, vennero i deputati ed eletti di quella real città
ad inchinarlo, e a presentargli le chiavi, coprendosi come grandi di
Spagna, secondo il privilegio di quella metropoli. Nel seguente dì 10
fu spedito un distaccamento di tre mila Spagnuoli, che pacificamente
entrarono in Napoli, e l'infante passò alla città d'Aversa, fissando
ivi il suo quartiere, finattantochè si fossero ridotte all'ubbidienza
le fortezze della capitale. Contra di queste, preparati che furono
tutti gli arnesi, si diede principio alle ostilità. Nel dì 25 si
arrendè il castello Sant'Ermo, con restare prigioniera la guernigione
tedesca di secento venti persone. Due giorni prima anche l'altra di
Baia, dopo aver sentite alquante cannonate, si rendè a discrezione.
Consisteva in secento sessanta soldati. Il castello dell'Uovo durò sino
al dì 5 di maggio, in cui quel presidio, esposta bandiera bianca, restò
al pari degli altri prigioniero. Altrettanto fece nel dì 6 d'esso mese
Castel Nuovo.

Dappoichè fu libera dagli Austriaci la città di Napoli, vi fece il suo
solenne ingresso nel dì 10 di maggio l'infante reale _don Carlo_ fra le
incessanti allegrie ed acclamazioni di quel gran popolo. Nobili fuochi
di gioia nelle sere seguenti attestarono la contentezza d'ognuno, ben
prevedendo che questo amabil principe, così ornato di pietà e tanto
inclinato alla clemenza, avea da portar quella corona in capo. In
fatti nel dì 15 d'esso maggio giunse corriere di Spagna col decreto,
in cui il Cattolico monarca _Filippo V_ dichiarava questo suo figlio
re dell'una e dell'altra Sicilia: avviso, che fece raddoppiar le feste
ed allegrezze di un popolo non avvezzo da più di ducento anni ad avere
re proprio. Tutti i saggi riconobbero quale indicibil vantaggio sia
l'aver corte e re o principe proprio. Trovavansi in Bari già adunati
circa sette mila soldati cesarei. Poichè voce si sparse che sei mila
Croati aveano da venire ad unirsi a questa piccola armata, il capitan
generale spagnuolo, cioè il _conte di Montemar_, a fin di prevenire il
loro arrivo, col meglio dell'esercito suo, facendolo marciare a grandi
giornate, corse anch'egli a quelle parti. Nel dì 27 di maggio trovò
egli quella gente in vicinanza di Bitonto in ordine di battaglia, e
tosto attaccò la zuffa con essi. Ma quella non fu zuffa, perchè subito
si disordinarono e diedero alle gambe gl'Italiani, che erano i più, e
furono seguitati dagli Alemanni. La maggior parte restò presa, e gli
altri si salvarono in Bari. Non si potè poi cavar di testa alla gente
che il _principe di Belmonte_ marchese di San Vincenzo, comandante di
quel corpo di truppe, non avesse prima acconciati i suoi affari con gli
Spagnuoli, giacchè da lì a non molto fu osservato ben visto e favorito
da loro. Anche gli abitanti di Lecce, mossa sollevazione, presero
quanti Tedeschi si trovarono in quella contrada. In riconoscenza dei
rilevanti servigi prestati al nuovo re di Napoli, fu il conte di
Montemar dichiarato duca di Bitonto, e comandante de' castelli di
Napoli con pensione annua di cinquanta mila ducati. Impadronironsi
poscia gli Spagnuoli di Brindisi e di Pescara, con restar prigioni di
guerra quei presidii. Ma ciò che più stava loro a cuore, era la città
di Gaeta, piazza di gran polso, e ben provveduta di gente, viveri e
munizioni per la difesa. Nel dì 31 di luglio si portò per mare colà
il giovine re _don Carlo_, ed allora l'esercito aprì la trinciera.
A tale assedio comparve anche _Carlo Odoardo_ principe di Galles,
primogenito del cattolico re _Giacomo III Stuardo_, che fu accolto dal
re di Napoli con dimostrazioni di distinta stima ed amore. Ma quella
forte piazza, con istupore di ognuno, non resistè che pochi giorni
alle batterie nemiche, e nel dì 7 d'agosto la guernigione tedesca
cedette il posto alla spagnuola. Perchè quegli abitanti ricusarono di
venire ad un accordo col generale dell'artiglieria, videro trasportate
a Napoli tutte le lor campane, essendone restate solamente alcune
picciole in due o tre conventi. Bella legge, che è questa, di punir le
innocenti chiese con sì barbaro spoglio! Ciò fatto, si fecero tutte le
disposizioni necessarie per passare alla conquista della Sicilia.

Nel dì 25 d'esso mese d'agosto essendosi imbarcato il capitan generale
conte di Montemar, mise alla vela il gran convoglio, numeroso di circa
trecento tartane, cinque galee, cinque navi da guerra, due palandre, e
molti altri legni minori. In vicinanza di Palermo approdò felicemente
sul fine del mese quella flotta, laonde il senato di quella metropoli,
siccome privo di difensori, non tardò a far colà la sua comparsa,
per attestare l'ossequio di quel popolo alla real famiglia di Spagna.
Addobbi insigni, strepitose acclamazioni solennizzarono nel dì 2 di
settembre l'ingresso in Palermo del suddetto Montemar di già dichiarato
vicerè di Sicilia. Passò egli dipoi col forte dell'armata a Messina,
i cui cittadini aveano già ottenuta licenza di rendersi, giacchè _il
principe di Lobcovitz_ comandante avea ritirati i presidii dai castelli
di Matagriffone, Castellazzo e Taormina, per difendere il solo castello
di Gonzaga e la cittadella. Ma poco stette a rendersi esso castello
di Gonzaga con quattrocento uomini, che rimasero prigionieri; però
tutto lo sforzo degli Spagnuoli si rivolse contro la sola cittadella,
difesa con indicibil valore do quella guernigione. Trapani e Siracusa
furono nello stesso tempo assediate. Altro più non restava nel regno di
Napoli che la città di Capoa, ricusante di sottomettersi all'armi di
Spagna. Entro v'era il general _conte Traun_, che si sostenne sempre
con gran vigore, e sovente si lasciava vedere ai nemici con delle
sortite. Una d'esse fece ben dello strepito, perchè essendosi per le
pioggie ingrossato il fiume Volturno, e rimasti tagliati fuori circa
mille Spagnuoli, perchè senza comunicazione col loro campo; il Traun
uscito con quasi tutta la guernigione, e con dei piccioli cannoni
coperti sopra delle carra, parte ne stese morti sul suolo, altri ne
fece prigionieri. Ma in fine niuna speranza rimanendo di soccorso, e
volendo esso generale salvare il presidio, capitolò la resa di quella
città e castello nel dì 22 d'ottobre, se in termine di sei giorni non
gli veniva aiuto, o non fosse seguito qualche armistizio, con altre
condizioni. Però, venuto il termine, furono scortati questi Alemanni
sino a Manfredonia e Bari, per essere trasportati a Trieste. Ed ecco
tutto il regno di Napoli all'ubbidienza del _re Carlo_, a cui nel
presente anno si videro di tanto in tanto arrivar nuovi rinforzi di
gente, munizioni e danaro. Fra tanti soldati fatti prigionieri nei
regni di Napoli e Sicilia, la maggior parte degli Italiani, ed anche
molti Tedeschi si arrolarono nell'esercito spagnuolo. Ma perciocchè
essi Alemanni, tosto che se la vedevano bella, disertavano, fu preso il
partito d'inviarne una parte degli arrolati e il resto dei prigioni in
Ispagna. Di là poi furono trasportati in Africa nella piazza d'Orano,
dove trovarono un gran fosso da passare, se più veniva lor voglia di
disertare.

Maggiormente si riaccese in questo anno la ribellion de' Corsi, dove
quella brava gente, già impadronitasi di Corte, sul fine di febbraio
diede una rotta al presidio genovese uscito della Bastia, e nel dì 29
di marzo sconfisse un altro corpo d'essi Genovesi. Continuarono poi nel
resto dell'anno le sollevazioni e le azioni militari con varia fortuna
in quell'isola. Roma vide in questi tempi per la protezion di Vienna,
e per lo sborso di trenta mila scudi, alquanto migliorata la condizione
del _cardinal Coscia_, che restò liberato dalle censure già promulgate
contra di lui, ma non già dalla prigionia di castello Sant'Angelo.
Un insigne regalo fece il pontefice _Clemente XII_ al Campidoglio,
con ordinare il trasporto colà della bella raccolta di statue antiche
fatta dal cardinale _Alessandro Albani_, ed acquistata dalla santità
sua col prezzo di sessantasei mila scudi. Ma nel dì 6 maggio si trovò
tutta in conquasso essa città di Roma, per essersi verso il mezzo dì
attaccato il fuoco ad un castello di legnami sulle sponde del Tevere,
dirimpetto al quartiere di Ripetta e alla piazza dell'Oca. Spirava
un gagliardo vento, che di mano in mano andò portando le fiamme agli
altri castelli circonvicini, e ad alcuni pochi magazzini di legna, e
alle case di quasi tutta quell'isola; di maniera che circa quattro mila
persone rimasero senza abitazione, e vi perderono i loro mobili. Per
troncare il corso a sì spaventoso incendio, fu di mestieri trasportar
colà alcuni cannoni da castello Sant'Angelo, che, atterrando varie
case, non permisero al fuoco di maggiormente inoltrare i suoi passi.
Guai se penetrava agli altri magazzini di fieno e di legna. Incredibile
fu il danno, non minore lo spavento. Fece il benefico papa distribuir
tosto due mila scudi a quella povera gente. Nell'anno presente, siccome
vedemmo, provò l'augusta casa d'Austria in Italia tante percosse,
e nè pure in Germania potè esentarsi da altre disavventure per la
troppa superiorità dell'armi franzesi. In questo bisogno di Cesare
l'ormai vecchio principe _Eugenio di Savoia_ ripigliò l'usbergo,
e passò con quelle forze che potè raunare a sostener le linee di
Erlingen. Quand'ecco due possenti eserciti franzesi, l'uno condotto dai
marescialli e duchi di _Bervich_ e _Noaglies_, e l'altro dal marchese
d'_Asfeld_, che quasi il presero in mezzo. Gran lode riportò il
principe per la stessa sua ritirata, fatta da maestro di guerra, perchè
seppe mettere in salvo le artiglierie e bagagli, e mostrando di voler
cimentarsi, saggiamente si ridusse in salvo senza alcun cimento con
tutti i suoi. Fu poi assediata l'importante fortezza di Filisburgo dai
Franzesi, e con sì fatti trincieramenti circonvallata, che, ritornato
il principe con oste poderosa per darle soccorso, altro non potè fare
che essere come spettatore della resa d'essa nei dì 21 di luglio.
Gran gente costò ai Franzesi lo acquisto di quella piazza, e fra gli
altri molti uffiziali vi lasciò la vita il suddetto _duca di Bervich_
della real casa Stuarda, uno dei più grandi e rinomati condottieri
d'armate de' giorni suoi. Una palla di cannone privò la Francia di sì
accreditato generale. Niun'altra considerabile impresa seguì poscia
nell'anno presente in quelle parti, nulla avendo voluto azzardare il
principe Eugenio, a cagion degli infausti successi dell'armi cesaree
in Italia. E tal fine con tante vicende ebbe l'anno presente, in cui
con occhio tranquillo stettero Inglesi ed Olandesi mirando i deliquii
dell'augusta casa d'Austria, quasichè nulla importasse loro il sempre
maggiore ingrandimento della real casa di Borbone. Col tempo se
n'ebbero a pentire.



    Anno di CRISTO MDCCXXXV. Indiz. XIII.

    CLEMENTE XII papa 6.
    CARLO VI imperadore 25.


Gran cordoglio provò in quest'anno _Carlo Emmanuele_ re di Sardegna,
per avergli la morte rapita, nel dì 15 di gennaio, la real sua
consorte, cioè _Polissena Cristina d'Hassia Rhinfels Rotemburgo_,
principessa amabilissima e dotata di rare virtù, giunta all'anno
ventesimo nono della sua età, con lasciar dopo di sè due principini
e due principesse. Ebbe bisogno il re di tutta la sua virtù per
consolarsi nella perdita di una consorte di merito tanto singolare.
Parimente fu colpito dalla morte in Venezia il dì 5 di gennaio _Carlo
Ruzzini_ in età d'anni ottantuno in circa; e a lui fu sostituito
nella ducal dignità _Luigi Pisani_. A simile funesto colpo soggiacque
nel dì 18 del suddetto gennaio in Roma anche la principessa _Maria
Clementina_ figlia di _Giacomo Sobieschi_, principe reale di Polonia,
e moglie di _Giacomo III Stuardo_ re cattolico della Gran Bretagna,
da lui sposata nel settembre nel 1719 in Montefiascone. Tali furono
le eroiche virtù, e massimamente l'inarrivabil pietà di questa
principessa, che vivente fu da ognuno riguardata qual santa, e meritò
poi che le sue insigni azioni fossero tramandate ai posteri come un
esemplare delle principesse eroine. Arricchì di due figli il real
consorte, cioè di _Carlo Odoardo_ principe di Galles, nato nel dì
31 di dicembre del 1720, e di _Arrigo Benedetto_ duca di Yorch, nato
nel dì 6 di marzo del 1725. Suntuosissimo funerale, qual si conveniva
ad una regina, le fu fatto per ordine del sommo pontefice _Clemente
XII_ nella chiesa de' Santi Apostoli. Portato il cadavero suo nella
basilica Vaticana, disegnò esso santo padre di ergerle un mausoleo
non inferiore a quello della _regina di Svezia Cristina_. Attendeva
in questi tempi il magnanimo pontefice ad accrescere gli ornamenti di
Roma colla gran facciata della basilica lateranense, e con abbellire
in forma sommamente maestosa la fontana di Trevi. Nello stesso tempo
erano occupate le rendite sue in provvedere di un insigne lazzaretto la
città d'Ancona. Eresse parimente un magnifico seminario nella diocesi
di Bisignano, affinchè servisse all'educazione de' giovani greci. Buone
somme ancora di danaro spedì al _cardinale Alberoni_ legato di Ravenna,
affinchè divertisse i due fiumi Ronco e Montone, che minacciavano, per
l'altezza dei loro letti, l'eccidio a quell'antichissima città.

Meraviglie di valore e di prudenza avea fatte fin qui il _principe
di Lobcovitz_ in sostenere l'assediata cittadella di Messina, e
più ne avrebbe fatto, se non gli fossero venuti meno i viveri e le
munizioni. Costretto dunque non dalla forza delle armi, ma dalla
propria penuria, finalmente nel dì 22 di febbraio espose bandiera
bianca, ottenne onorevoli condizioni, e lasciò poi solamente nel
fine di marzo in potere degli Spagnuoli quell'importante fortezza.
Maggior fu la resistenza che fece pel suo vantaggioso sito, e per la
valorosa condotta del generale marchese Roma, la città di Siracusa;
ma bersagliata per mare e per terra da bombe ed artiglierie, nel dì
16 di giugno anch'essa, con patti simili a quei di Messina, si diede
per vinta. Vi restava l'unica fortezza di Trapani, tuttavia difesa
dagli Alemanni. Non passò il dì 21 dello stesso giugno che anch'essa
piegò il collo alle armi vincitrici di Spagna; di maniera che tutta
l'isola e regno della Sicilia restò pacificamente soggetta al giovane
re _don Carlo_. S'era già fin dal mese di febbraio messo in viaggio per
terra questo grazioso regnante alla volta dello Stretto, per passare
colà, e prendere in Palermo, secondo l'antico rituale, la corona delle
Due Sicilie. Arrivato a Messina, vi fece il suo pubblico ingresso
nel dì 9 di marzo, accolto con somma allegrezza da quel popolo. Dopo
molti giorni di riposo, imbarcato pervenne felicemente, nel dì 18 di
maggio, a Palermo. Destinato il dì 3 di luglio, giorno di domenica, per
l'incoronazione di sua maestà, con indicibil magnificenza fu eseguita
quella funzione. Dopo di che, scortato da numerosa flotta, egli se ne
tornò per mare alla sua residenza di Napoli, dove felicemente arrivò
nel dì 12 del suddetto luglio. Per tre giorni furono fatte insigni
feste in quella gran città con bellissime macchine e ricchissime
illuminazioni, facendo a gara ognun per comprovare il suo giubilo al
reale sovrano. Avea molto prima d'ora conosciuto il capitan generale
_duca di Montemar_, che non occorrevano più tante truppe nel regno
di Napoli, e perciò nel febbraio di quest'anno si mosse con alquante
migliaia d'esse, e valicato il Tevere, passò in Toscana. Sua intenzione
era di levare ai tedeschi le fortezze poste nel litorale di essa
Toscana. Nuovi rinforzi gli arrivarono di Spagna; laonde nell'aprile
diede principio alle ostilità contra di Orbitello, e nel dì 16 a
tempestare coll'artiglierie il forte di San Filippo. Perchè cadde
una bomba nel magazzino della polve di questo forte, il presidio ne
capitolò la resa e restò prigioniere, dopo aver sostenuto per ventinove
giorni le offese dei nemici. Altrettanto fece dipoi Porto Ercole.
Perchè premure maggiori chiamavano esso duca di Montemar in Lombardia,
sollecitamente per la via di Fiorenzuola istradò egli le sue milizie
alla volta di Bologna, avendo lasciato solamente un corpo di gente al
blocco di Orbitello, piazza, che si arrendè poscia sul principio del
mese di luglio.

Correva il fine di maggio, quando passò pel Modenese quest'armata
spagnuola, che si faceva ascendere a venti mila persone di varie
nazioni, e s'inviò verso il Mantovano di qua da Po, per cominciar
la campagna unitamente co' Franzesi e Savoiardi. Era già pervenuto a
Milano nel dì 22 di marzo _Adriano Maurizio di Naoglies_, maresciallo
di Francia, in cui gareggiava la felicità della mente colla bontà del
cuore, la generosità colla splendidezza, per comandare all'esercito
franzese. Si tennero varii consigli di guerra fra i generali alleati,
e venuto che fu a Cremona nel dì 10 di maggio _Carlo Emmanuele_ re di
Sardegna, generalissimo dell'esercito, furono regolate le operazioni
che doveano fare nell'anno presente. Passato dipoi il re a Guastalla,
si diede ognuno a fare gli occorrenti preparamenti d'artiglierie,
barche, viveri e munizioni. Ritornato parimente era da Vienna il
maresciallo _conte di Koningsegg_ al comando dell'oste cesarea, e già
arrivati a Mantova alcuni nuovi reggimenti tedeschi e molte reclute.
Contuttociò non si contavano nell'esercito suo se non ventiquattro mila
soldati: laddove quel de' collegati era ascendente a quasi due terzi
di più. Diviso questo in tre corpi che poteano chiamarsi tre poderosi
eserciti, marciò sul fine di maggio verso il Mantovano. Dappoichè il
Noaglies prese Gonzaga, facendo prigione quel presidio, tutte le forze
degli alleati marciarono per passare il Po e il fiume Oglio. Furono i
lor movimenti prevenuti dal Koningsegg, che ritirò da San Benedetto, da
Revere e dagli altri luoghi i presidii, e lasciò agio agli Spagnuoli
di passare nel dì 15 giugno oltre Po ad Ostiglia, che nello stesso
tempo con Governolo restò abbandonata dai Tedeschi. Avendo i Franzesi
valicato il Po a Sacchetta, e il re di Sardegna l'Oglio a Canneto, il
Koningsegg, che non voleva essere tolto in mezzo da queste tre armate,
con lodatissima provvidenza andò rinculando, e dopo aver lasciati
in Mantova sei mila bravi combattenti, e mandati innanzi i bagagli,
i malati, e molti cannoni ed attrezzi, s'inviò verso il Veronese. A
misura che i nemici s'inoltravano, anch'egli proseguiva le sue marcie,
finchè, gittato un ponte sull'Adige a Bussolengo, benchè alquanto
infestato dagli Spagnuoli nella retroguardia, condusse a salvamento
tutta la sua gente sul Trentino, e parte ne fece sfilare verso il
Tirolo.

Altro dunque più non restava in Lombardia ai Tedeschi, se non Mantova
e la Mirandola; e mentre tutti si aspettavano di veder l'assedio
dell'uno e dell'altra, Mantova restò solamente bloccata in gran
lontananza, e il _duca di Montemar_ verso la metà di luglio si
accinse all'espugnazione della Mirandola. Dentro vi era un valoroso
comandante, cioè il barone Stenz, che quantunque si trovasse con
soli novecento soldati in una città e fortezza che ne esigeva tre
mila, pure si preparò ad una gagliarda difesa. Non prima del dì 27
di luglio fu aperta la trinciera sotto questa piazza; e proseguirono
poi le offese col passo delle tartarughe, a cagion di alcuni fortini
alzati all'intorno, che impedivano gli approcci de' nemici. Bombe
ed artiglierie fecero per tutto il seguente agosto grande strepito e
danno, senza però che si sgomentassero punto i difensori; e tuttochè
fosse formata la breccia, e col mezzo di una mina e di un assalto
preso anche uno di quei fortini, pure sarebbe costato molto più tempo
e sangue agli Spagnuoli quell'assedio, se il valoroso comandante
della città non avesse provata la fatalità delle piazze tedesche,
ordinariamente mal provvedute del bisognevole per sostenersi lungo
tempo contro ai nemici. Si era egli ridotto con sole trentasei palle da
cannone, e con tre o quattro barili di polveraccia; già erano consumate
le vettovaglie. Però, dopo aver per più d'un mese fatta una gloriosa
resistenza, nel dì 31 d'agosto, con esporre bandiera bianca, si mostrò
disposto a rendersi. Restò prigioniera di guerra la guarnigione di
secento uomini. Sbrigato da questa faccenda il duca di Montemar, tutto
si diede a sollecitar l'assedio di Mantova, il cui blocco veramente
venne più ristretto. Si stesero i Franzesi dietro la riva del lago di
Garda per impedire che da quella parte non isboccassero i Tedeschi;
giacchè l'armata loro si andava ogni dì più ingrossando nel Trentino
e Tirolo. Ma ancorchè il Montemar facesse venir dalla Toscana gran
copia di artiglierie, di barche sulle carra, e di assaissime munizioni
ed attrezzi, per imprendere una volta l'assedio suddetto di Mantova
(perciocchè, secondo la comune opinione, si credea che quella città
conquistata dovesse restare assegnata agli Spagnuoli), pure non si
vedeva risoluzione alcuna in questo affare dalla parte dei Franzesi,
che aveano in piedi certi segreti negoziati; nè da quella del re di
Sardegna, a cui non potea piacere che gli Spagnuoli dilatassero tanto
l'ali in Lombardia. Tenuto fu un congresso fra il generalissimo di
Savoia, duca di Noaglies, ed esso Montemar nel dì 22 di settembre,
in cui fece il generale spagnuolo delle doglianze per tanto ritardo,
e si seppe ch'egli in quella congiuntura si lagnò col Noaglies, per
aver egli lasciato fuggire da Goito il maresciallo di Koningsegg
senza inseguirlo, come potea; al che rispose il maresciallo franzese:
_Signor conte, signor conte: Goito non è Bitonto; e il Koningsegg non
è il principe di Belmonte_. In somma tutto dì si parlava di assediar
Mantova, e Mantova non si vide mai assediata, benchè molto ristretta
dagli Spagnuoli, facendo solamente de' gran movimenti i collegati
verso il lago di Garda e verso l'Adige per impedire il passo all'armata
cesarea, che cresciuta di forze minacciava di calare di bel nuovo in
Italia.

Sembrava intanto agl'intendenti che tanta indulgenza de' Franzesi
verso Mantova, città di cui le morti e malattie aveano ridotto quasi
a nulla il presidio tedesco, indicasse qualche occulto mistero. E
questo in fatti si venne a svelare nel dì 16 di novembre, perchè il
maresciallo _duca di Noaglies_ spedì al _generale Kevenhuller_, a cui
era appoggiato il comando dell'esercito imperiale, l'avviso d'una
sospension d'armi tra la Francia e l'imperadore. Tale inaspettata
nuova non si può esprimere quanto riempisse non men di stupore che
di consolazione e di allegrezza tutti i popoli che soggiacevano al
peso della presente guerra: cioè di milizie desolatrici de' paesi
dove passano o s'annidano. Onde avesse origine questa vigilia della
sospirata pace, fra qualche tempo si venne poi a sapere. Motivo di
sogghignare sul principio di questa guerra avea dato agl'intendenti
la corte di Francia con quella pubblica sparata di non pretendere
l'acquisto di un palmo di terreno nel muovere l'armi contra l'Augusto
_Carlo VI_, poichè altro non intendeva essa che di riportare una
soddisfazione alle sue giuste querele contro chi avea fatto cader
di capo al re Stanislao la corona della Polonia. Troppo eroica in
vero sarebbe stata così insolita moderazione della corte di Francia
in mezzo alla felicità delle sue armi. La soddisfazione dunque da
lei richiesta fu la seguente. Era stata la Francia costretta nelle
precedenti paci alla restituzion dei ducati di Lorena e Bar; ma non
cessò ella da lì innanzi di amoreggiare quei begli Stati, sì comodi
al non mai abbastanza ingrandito regno franzese. Ora il _cardinale
di Fleury_, primo ministro del re Cristianissimo _Luigi XV_, che per
tutta la presente guerra tenne sempre filo di lettere con un ministro
cesareo in Vienna, o pure con un suo emissario segreto che trattava
col ministro imperiale, sempre spargendo semi di pace, allorchè vide
l'augusto monarca stanco e in qualche disordine gli affari di lui,
propose per ultimar questa guerra la cession dei ducati della Lorena
e di Bar alla Francia, mediante un equivalente da darsi all'altezza
reale di _Francesco Stefano_ duca allora e possessore di quegli Stati.
L'equivalente era il gran ducato di Toscana. Irragionevole non parve
all'augusto monarca la proposizione, e venuto segretamente a Vienna
con plenipotenza il _signor della Baume_, nel dì 3 d'ottobre furono
sottoscritti i preliminari della pace, e portati a Versaglies per la
ratificazione.

Restò in essi accordato che il _re Stanislao_ godrebbe sua vita natural
durante il ducato di Bar, e poi quello ancora di Lorena dopo la morte
del vivente gran duca di Toscana, e che il dominio d'essi ducati
s'incorporerebbe poscia colla corona di Francia. Che il duca di Lorena
succederebbe nella Toscana dopo la morte d'esso gran duca _Gian Gastone
de Medici_, e intanto si metterebbero presidii stranieri in quelle
piazze. Fu riserbato ad esso duca Francesco il titolo colle rendite
della Lorena, sinchè divenisse assoluto padrone della Toscana. Che la
Francia garantirebbe la prammatica sanzione dell'imperadore, il quale
riconoscerebbe re delle Due Sicilie l'infante reale _don Carlo_. Che
a _Carlo Emmanuele_ re di Sardegna Cesare cederebbe due città a sua
elezione nello Stato di Milano, cioè o Novara, o Tortona, o Vigevano,
e all'incontro si restituirebbe all'imperadore il rimanente dello
Stato di Milano. Inoltre, in compenso delle due città da cedersi al
re di Sardegna, si darebbono a sua maestà cesarea quelle di Piacenza
e Parma con gli annessi Stati della casa Farnese. Tralascio gli altri
articoli di quei preliminari, per solamente dire che il suddetto
segreto negoziato cagion fu che in questa campagna nè al Reno, nè in
Lombardia si fecero azioni militari degne di memoria; e che gran tempo
e fatica vi volle per indurre il duca di Lorena alla cessione de'
suoi antichi ducati, e all'abbandono di que' suoi amatissimi popoli.
Acconsentì egli in fine a questo sacrifizio, perchè Cesare già gli
destinava un ingrandimento di gran lunga maggiore, siccome vedremo
fra poco. Per questa impensata concordia, tirato che fu il sipario,
secondo i particolari riguardi, chi si rallegrò e chi si rattristò. Non
ne esultò già il re di Sardegna, perchè comune voce fu che la Francia
nella lega gli avesse promessa la metà dello Stato di Milano, e questo
già prima era stato acquistato. Tuttavia mostrò quel savio regnante con
buona maniera di accomodarsi ai voleri di chi dava la legge, ed elesse
poi in sua parte Novara e Tortona. Ma allorchè giunse a Madrid questa
inaspettata nuova, chi sa dire le gravissime doglianze, nelle quali
proruppe quella real corte contra de' Franzesi? Li trattarono da aperti
mancatori di parola, mentre non solamente niun accrescimento lasciavano
alla Spagna in Lombardia, ma le toglievano anche l'acquistato, cioè
Parma e Piacenza; ed inoltre aveano comperata la Lorena non con altro
prezzo che colla roba altrui, cioè colla Toscana, già ceduta coi
precedenti trattati alla corona di Spagna. Pretendeva all'incontro
il _cardinale di Fleury_ di aver fatte giuste le parti, perchè
restavano all'infante don Carlo i regni di Napoli e Sicilia, i quali
incomparabilmente valevano più dei ducati della Toscana e di Parma
e Piacenza. Imperciocchè, quantunque colle sole lor forze si fossero
gli Spagnuoli impadroniti di quei due regni: pure principalmente se ne
dovea ascrivere l'acquisto agli eserciti di Francia, e a tante spese
fatte dal re Cristianissimo, per tenere impegnate l'armi di Cesare al
Reno e in Lombardia, senza che queste potessero accorrere alla difesa
di Napoli e Sicilia. E se l'imperadore sacrificava le sue ragioni sopra
quei due regni, a lui già ceduti dalla Spagna, e indebitamente poi
ritolti, ragion voleva che in qualche maniera fosse compensato del suo
sacrifizio.

Intorno a ciò lasciamoli noi disputare. Quel ch'è certo restò di sasso
il generale spagnuolo _duca di Montemar_, allorchè intese questa
novità, e tanto più perchè il _duca di Noaglies_ gli fece sapere
che pensasse alla propria sicurezza, giacchè egli avea ordine di non
prestargli assistenza alcuna. Poco in fatti si stette ad udire che i
Tedeschi calavano a furia dalla parte di Padova e Trentino, e quasi
volavano alla volta di Mantova. In sì brutto frangente il Montemar
ad altro non pensò che a salvarsi. Mosse in fretta le sue genti
dall'Adige, lasciando indietro molti viveri e foraggi, e si ridusse
di qua da Po. Ma eccoti giugnere a quello stesso fiume i cesarei; ed
egli allora, dopo aver messi circa settecento uomini nella Mirandola,
e spedito un distaccamento a Parma, tanto più affrettò i passi per
arrivare a Bologna, credendo di trovare ivi un sicuro asilo, per essere
Stato pontifizio. La disgrazia portò che qualche centinaio d'usseri
nel dì 27 di novembre cominciò a comparire in vicinanza di quella
città. Non volle cimentarsi con quella canaglia il generale spagnuolo,
ed animati i suoi a marciare con sollecitudine, prese la strada di
Pianoro e di Scaricalasino, per ridursi in Toscana. Avea egli in quel
dì invitata ad un solenne convito molta nobiltà bolognese dell'uno e
dell'altro sesso: e già si mettevano tutti a tavola, quando gli arrivò
l'avviso che si appressava il nemico. Alzossi egli allora bruscamente,
e immaginando che tutto l'esercito cesareo avesse fatto le ali, preso
congedo da quella nobil brigata, esortandoli a continuare il pranzo. Ma
dal di lui esempio atterriti tutti, con grande scompiglio si ritirarono
dalla città, lasciando che gli Spagnuoli facessero altrettanto verso
la montagna. Furono questi inseguiti alla coda dagli usseri, che per
buon pezzo di cammino andarono predando bagagli e imprigionando chi
poco speditamente dei pedoni menava le gambe. Essendo rimasto fuori
di Bologna lo spedale d'essi Spagnuoli, dove si trovavano circa mille
e cinquecento malati, fu sequestrato. Non si potè poi impedire ai
medesimi usseri l'entrare nella città, e il far ivi prigionieri quanti
Spagnuoli poterono scoprire, che non erano stati a tempo di seguitare
l'improvvisa e frettolosa marcia dell'esercito. Di questa violenza
acremente si dolse il legato pontifizio; ma non per questo essa cessò.
Grande strepito in somma fece questa curiosa metamorfosi di cose, e
il mirare senza colpo di spada i vincitori in pochi dì comparir come
vinti. Pervenuto dunque il duca di Montemar in Toscana, quivi si diede
a fortificare alcuni passi, con inviare nulladimeno parte della sua
gente verso il Sanese, a fine di potersi occorrendo ritirare alla volta
del regno di Napoli.

In tale stato erano le cose d'Italia non restando nemicizia se non
fra Spagnuoli e Tedeschi, quando il _duca di Noaglies_ si mosse per
abboccarsi con esso _duca di Montemar_, e per concertar seco le maniere
più dolci di dar fine, se era possibile, a questa pugna. In passando
da Bologna fece una visita a _Rinaldo di Este_ duca di Modena, che
intrepidamente fin qui avea sofferto l'esilio da' suoi Stati e gli
diede cortesi speranze che goderebbe anch'egli in breve i frutti
dell'intavolata pace. Ancorchè il Montemar non avesse istruzione
alcuna dalla sua corte, pure alla persuasione del saggio Noaglies,
sottoscrisse una sospension d'armi per due mesi fra gli Spagnuoli
e i Tedeschi: risoluzione che fu poi accettata anche dalla corte di
Madrid. Aveano ben preveduto i ministri dell'imperadore e del re di
Francia che gran fatica avrebbe durato il re Cattolico _Filippo V_
ad inghiottire l'amara pillola di una pace manipolata senza di lui
e in danno di lui; ed insieme aveano divisato un potente mezzo per
condurre quel monarca ad approvare i preliminari suddetti, o almeno
a non contrastarne l'esecuzione. Si videro perciò senza complimento
o licenza alcuna improvvisamente inoltrarsi e stendersi circa trenta
mila Alemanni sotto il comando del maresciallo _conte di Kevenhuller_
per gli Stati della Chiesa Romana, cioè pel Ferrarese, Bolognese e
Romagna, con giungere alcuni d'essi fin nella Marca e nell'Umbria,
circondando in tal guisa gran parte della Toscana, per far intendere
agli Spagnuoli, che se negassero di consentir per amore all'accordo,
l'esorcismo della forza ve li potrebbe indurre. Toccò all'innocente
Stato ecclesiastico di pagar tutte le spese di questo bel ripiego,
perchè obbligato a somministrar foraggi, viveri, ed anche rilevanti
contribuzioni di danaro. Intanto rigorosissimi ordini fioccarono da
Roma, che nulla si desse a questi incivili ospiti, e il _cardinale
Mosca_ legato di Ferrara, che si ostinò gran tempo ad eseguirli _ad
literam_, cagion fu di un incredibil danno agl'infelici Ferraresi,
perchè i Tedeschi vivevano a discrezione nelle lor ville. I savii
Bolognesi, all'incontro, e il _cardinale Alberoni_ legato di Ravenna,
che intendeano a dovere le cifre di quelle lettere, non tardarono ad
accordarsi con gli Alemanni, mercè d'un regolamento che minorò non
poco l'aggravio ai loro paesi. Voce corse in questi tempi che il duca
di Montemar, consapevole del poco piacere provato dal re di Sardegna
per la concordia suddetta, facesse penetrare a quel sovrano delle
vantaggiose proposizioni per trarlo ad una lega col re Cattolico,
e che esso re gli rispondesse di avere abbastanza imparato a non
entrare in alleanza con principi che fossero più potenti di lui. Si
può tenere per fermo che i fabbricatori di novelle inventarono ancor
questa, giacchè niun d'essi gode il privilegio di entrar nei gabinetti
dei regnanti; e la corte di Torino nè prima nè poi mostrò di essere
persuasa della massima suddetta. Continuò ancora nell'anno presente
la ribellione de' Corsi; e perchè i ministri della repubblica di
Genova esistenti in Corsica fecero un armistizio con quella gente, fu
disapprovata dal senato la loro risoluzione. Giugnevano di tanto in
tanto rinforzi di munizioni ed armi ai sollevati, che facevano dubitare
che sotto mano qualche gran potenza soffiasse in quel fuoco. Intesesi
parimente che quei popoli pareano determinati di reggersi a repubblica,
ed anche aveano stese le leggi di questo nuovo governo, ma senza
averne dimandata licenza ai Genovesi. Dopo aver papa _Clemente XII_
difficultato, per quanto potè, al reale infante di Spagna _don Luigi_,
a cagion della sua fanciullesca età, l'arcivescovato di Toledo, fu in
fine obbligato ad accordargliene le rendite, e nel dì 19 di dicembre
di questo anno il creò anche cardinale, tornandosi a vedere l'uso od
abuso de' secoli da noi chiamati barbarici. Non potea essere più bella
in quest'anno l'apparenza dei raccolti del grano, quando all'improvviso
sopraggiunse un vento bruciatore, che seccò le non peranche mature
spiche, e insieme le speranze dei mietitori. Perciò al flagello della
guerra si aggiunse quello d'una sì terribil carestia, che non v'era
memoria d'una somigliante a questa. Il peggio fu, che la maggior parte
delle provincie più fertili dell'Italia soggiacquero anch'esse a questo
disastro. Guai se non vi erano grani vecchi in riserbo, che convenne
far venire da lontani paesi con gravi spese: sarebbe venuta meno per le
strade innumerabile povera gente.



    Anno di CRISTO MDCCXXXVI. Indiz. XIV.

    CLEMENTE XII papa 7.
    CARLO VI imperadore 26.


Il primo frutto che si provò della pace conchiusa fra l'imperadore e il
re Cristianissimo, spuntò nell'imperiale città di Vienna. Giacchè Dio
avea dato all'Augusto _Carlo VI_ un figlio maschio, e poi sel ritolse,
pensò esso monarca di provvedere al mantenimento della nobilissima
sua casa coll'unico ripiego che restava, cioè di provvedere di un
degno marito l'arciduchessa _Maria Teresa_ sua figlia primogenita,
già destinata alla successione della monarchia austriaca in difetto
di maschi. Grande era l'affetto d'esso imperadore verso di _Francesco
Stefano_ duca di Lorena, sì per le vantaggiose sue qualità di mente
e di cuore, come ancora pel sangue austriaco che gli circolava nelle
vene. Questo principe fu scelto per marito d'essa arciduchessa. Era
egli in età di ventisette anni, perchè nato nel dì 8 di dicembre
del 1708, e l'arciduchessa era già entrata nell'anno diciottesimo,
siccome nata nel dì 15 di maggio del 1717. Con tutta magnificenza
ed inesplicabile allegria nel dì 12 di febbraio seguì il maritaggio
di questi principi reali colla benedizione di monsignore _Domenico
Passionei_ nunzio apostolico; e continuarono dipoi per molti giorni
le feste e i divertimenti, gareggiando ognuno in applaudire ad un
matrimonio che prometteva ogni maggior felicità a quei popoli, e
dovea far rivivere nei lor discendenti l'augusta casa d'Austria
degna dell'immortalità. Ma la imperial corte ebbe da lì a non
molto tempo motivo di molta tristezza per la perdita che fece del
principe _Francesco Eugenio_ di Savoia, eroe sempre memorabile dei
nostri tempi. Nel dì 21 d'aprile terminò egli i suoi giorni in età
di settantadue anni: principe che per le militari azioni si meritò il
titolo di _invincibile_, e di essere tenuto pel più prode capitano che
si abbia in questo secolo avuto l'Europa; principe, dissi, riguardato
qual padre da tutte le cesaree milizie, sicure che l'andare sotto di
lui ad una battaglia lo stesso era che vincere, o almeno non essere
vinto; principe di somma saviezza, di rara splendidezza, per cui fece
insigni fabbriche, ed impiegò sempre gran copia di artefici di varie
professioni; ed accoppiando colla gravità la cortesia, nello stesso
tempo si conciliava la stima e l'amore di tutti. L'intero catalogo di
tutte le altre sue belle doti e virtù si dee raccogliere dalla funebre
orazione in onor suo composta dal suddetto nunzio, ora cardinale
Passionei, e da più d'una storia di chi prese ad illustrare _ex
professo_ la vita e le gloriose gesta di lui. Quale si conveniva ad un
principe di sì chiaro nome, e cotanto benemerito della casa d'Austria,
fu il funerale che per ordine dell'augusto _Carlo VI_ gli venne fatto
in Vienna.

Era già stabilita la concordia fra i due primi monarchi della
cristianità; contuttociò si penò forte in Italia a provarne gli
effetti. Non sapeva digerire il re Cattolico _Filippo V_ preliminari
che privavano il re di Napoli e Sicilia suo figlio del ducato della
Toscana, e spezialmente di Piacenza e Parma, città predilette della
regina _Elisabetta Farnese_ sua consorte. Conveniva nondimeno cedere,
perchè così desiderava la corte di Francia, e così comandava la forza
dell'armi cesaree, dalle quali si mirava come attorniata la Toscana; ma
di far la cessione ed approvarla non se ne sentiva esso re di Spagna
la voglia. Perciò andarono innanzi e indietro corrieri, e sempre
venivano nuove difficoltà da Madrid; e guerra non era in Italia, ma
continuavano in essa i mali tutti della guerra. Imperciocchè negli
Stati della Chiesa s'erano innicchiati con tante soldatesche i generali
cesarei; nè per quanto si raccomandasse con calde lettere il pontefice
_Clemente XII_ alle corti di Vienna e Parigi, appariva disposizione
alcuna di liberar que' paesi dall'insoffribile lor peso. Nella Toscana
stava saldo l'esercito spagnuolo, siccome ancora negli Stati di Milano
e di Modena si riposavano le armate di Francia e di Sardegna alle
spese degl'infelici popoli, spolpati ormai da tante contribuzioni ed
aggravii. Dal maresciallo _duca di Noaglies_ fu spedito in Toscana il
tenente generale _signor di Lautrec_, personaggio di gran saviezza e
disinvoltura, per concertare col _duca di Montemar_ il ritiro dell'armi
spagnuole da quelle piazze, e da Parma e Piacenza; ma siccome il
Montemar non riceveva dalla sua corte se non ordini imbrogliati e
nulla concludenti, così neppur egli sapeva rispondere alle premure
de' Franzesi, se non con obbliganti parole, scompagnate nondimeno dai
fatti. Venne l'aprile, in cui i Franzesi lasciarono affatto libero
agl'imperiali il ducato di Mantova; e perchè dovettero intervenir
delle minaccie, agli 11 d'esso mese gli Spagnuoli si ritirarono dalla
Mirandola, dopo averne estratte le tante munizioni da lor preparate
pel sospirato assedio di Mantova, lasciandovi entrare quattrocento
Tedeschi colà condotti dal generale _conte di Wactendonk_, il quale
restituì ivi nell'esercizio del dominio il duca di Modena. Conoscendo
del pari essi Spagnuoli che neppur poteano sostenere Parma e Piacenza,
si diedero per tempo ad evacuar quelle due città, asportandone non dirò
tutti i preziosi mobili, arredi, pitture, libreria, e gallerie della
casa Farnese, ma fino i chiodi dei palazzi, non senza lagrime di que'
popoli, che restavano non solamente privi dei propri principi, ma anche
spogliati di tanti ornamenti della lor patria. Oltre a ciò, inviarono
alla volta di Genova tutti i cannoni di loro ragione, e vi unirono
ancora gli altri, ch'erano anticamente delle stesse città, oppure de'
Farnesi. Risaputosi ciò dai Tedeschi, sul fine d'aprile il generale
_conte di Kevenhuller_ spinse in fretta colà il suo reggimento con
trecento usseri, che arrivarono a tempo per fermar quelle artiglierie
e sequestrarle, pretendendole doti delle fortezze di Parma e Piacenza:
intorno a che fu dipoi lunga lite, ma col perderla gli Spagnuoli.

Ora, affinchè non apparisse che il re Cattolico cedesse in guisa alcuna
gli Stati suddetti all'imperadore, o ne approvasse la cessione, i suoi
ministri, assolute che ebbero dal giuramento prestato al reale infante
quelle comunità, prima che arrivassero i Tedeschi, abbandonarono
Parma e Piacenza e gli altri luoghi, dei quali nel dì 3 di maggio, fu
preso il possesso dal _principe di Lobcovitz_ generale cesareo. Avea
fin qui _Rinaldo d'Este_ duca di Modena coraggiosamente sostenuto il
suo volontario esilio in Bologna, nel mentre che gl'innocenti suoi
popoli si trovavano esorbitantemente aggravati dai Franzesi, senza
alcun titolo insignoriti di questi Stati. Non volle più ritardare
il magnanimo re Cristianissimo a questo principe il ritorno nel
suo ducato; e però per ordine del _duca di Noaglies_, nel dì 23 di
maggio, lasciarono i Franzesi libera la città e cittadella di Modena,
e nei giorni seguenti anche Reggio e gli altri luoghi d'esso sovrano.
Pertanto nel dì 24 di esso mese se ne tornò il duca di Modena alla sua
capitale, dove fu accolto con sì strepitose acclamazioni del popolo,
testimoniante dopo tanti guai il giubilo suo in rivedere il principe
proprio, che egli stesso, andato a dirittura al duomo, per pagare
all'Altissimo il tributo dei ringraziamenti, non potè ritenere le
lagrime al riconoscere l'inveterato amore dei sudditi suoi. Intanto
si ridusse addosso all'infelice Stato di Milano tutto il peso delle
milizie franzesi; nè via appariva, che gli Spagnuoli si volessero
snidare dalla Toscana, nè i Tedeschi dagli Stati della Chiesa, essendo
essi pervenuti sino a Macerata e a Foligno. Solamente si osservò che il
_duca di Montemar_ cominciò ad alleggerirsi delle tante sue milizie,
inviandone parte per terra verso il regno di Napoli, e parte per mare
in Catalogna. Similmente, nel mese di luglio, s'incamminarono alla
volta della Germania alcuni de' reggimenti cesarei che opprimevano il
Ferrarese, Bolognese e la Romagna. Ma non per questo mai si vedeva data
l'ultima mano alla pace, per le differenti pretensioni de' principi. Il
_re di Sardegna_, oltre al Novarese e Tortonese, esigeva cinquantasette
feudi nelle Langhe. Nel mese d'agosto venne la commissione di
soddisfarlo; il che fece sciogliere l'incanto; perciocchè nel dì 26
d'esso mese i Gallo-Sardi rilasciarono agl'imperiali il possesso di
Cremona, e nel dì 28 quello di Pizzighettone. Nel dì 7 di settembre,
entrati che furono due reggimenti cesarei nella città di Milano,
finalmente da quel castello si ritirò la guernigion franzese e
piemontese, lasciandolo in potere d'essi imperiali. Già erano stati
consegnati i forti di Lecco, Trezzo e Fuentes e Lodi. Poscia nel
dì 9 entrarono gli Alemanni nelle fortezze d'Arona e Domodoscela, e
finalmente nel dì 11 in Pavia: con che restò evacuato tutto lo Stato
di Milano dalle truppe gallo-sarde. Videsi anche libero lo Stato della
Chiesa dalle milizie alemanne.

Ma per conto della Toscana, benchè gran parte degli Spagnuoli fosse
marciata a levante e ponente, pure niuna apparenza v'era che il
_conte di Montemar_ volesse dimettere Pisa e Livorno. Sulla speranza
di entrare in quella città, o per far paura agli Spagnuoli, inviò il
_generale Kevenhuller_ un corpo di truppe cesaree in Lunigiana e sul
Lucchese. Ad altro questo non servì che ad aggravar quelle contrade,
ed accostandosi il verno fu egli anche obbligato a richiamarle in
Lombardia senza aver messo il piede in Toscana. Duravano tuttavia le
discrepanze della corte di Vienna col re delle Due Sicilie, ed anche
col re Cattolico; perciocchè avea ben l'imperadore inviata la sua
libera cessione de' regni di Napoli e Sicilia, ma il reale infante,
nella cession sua della Toscana, Parma e Piacenza voleva riserbarsi
tutti gli allodiali della casa Medicea e Farnese. Similmente pretendeva
il re Cattolico che, venendo a mancare in Toscana la linea mascolina
del duca di Lorena, dovessero quegli Stati pervenire alla Spagna,
laddove esso duca intendeva di ottenerli liberi, e senza vincolo
alcuno, come erano gli Stati di Lorena da lui ceduti alla Francia. Per
cagione di questi nodi arrivò il fine di dicembre senza che fossero
ammesse nelle piazze della Toscana l'armi cesaree. Riuscì anche
fastidioso al pontefice _Clemente XII_ l'anno presente. La santa Sede,
tanto venerata in addietro, e rispettata da tutti i principi cattolici,
provò un diverso trattamento nei tempi correnti, perchè pareano
congiurate le potenze a far da padrone negli Stati della Chiesa, senza
il dovuto riguardo alla sublime dignità e sovranità pontificia. Già
si è veduto quanti malanni sofferissero senza alcun loro demerito per
tanti mesi dalle truppe cesaree le legazioni di Bologna, Ferrara e
Ravenna, le cui comunità benchè dal benefico papa fossero in sì dura
oppressione sovvenute con gran copia di danaro, pure rimasero estenuate
e cariche di debiti, per l'esorbitante peso di tante contribuzioni.

Da disavventure d'altra sorte non andò esente neppure la stessa Roma.
Quivi si erano postati non pochi ingaggiatori spagnuoli, che senza
saputa, non che senza consenso del vecchio papa, per diritto o per
rovescio arrolavano gente. Chi sa quel mestiere, facilmente concepirà
che non pochi disordini ed avanie occorsero; perchè molti ingannati,
e senza sapere qual impegno prendessero, o per propria balordaggine,
o per altrui malizia, si ritrovarono venduti. Ora i padri deploravano
i figli perduti, ora le mogli i mariti; e scoperto in fine onde
venisse il male, i Trasteverini nel dì 15 di marzo improvvisamente
attruppati in numero di cinque o sei mila persone, corsero alle case
di quegl'ingaggiatori, e, dopo aver liberati a furia gl'ingaggiati,
s'avviarono al palazzo Farnese, dove ruppero tutte le finestre, e
gittarono a terra l'armi dell'_infante don Carlo_. Al primo avviso
di questo disordine comandò tosto il _governator di Roma_ che gli
Svizzeri, le corazze e i birri accorressero al riparo. Furono questi
dalla furia di quella gente rispinti, nè si potè impedire che non
passasse la sbrigliata plebe al palazzo del re Cattolico in piazza di
Spagna, dove uccise un uffiziale, e seguirono altre morti e feriti.
Ma nella domenica delle Palme si riaccese la sedizione, perchè i
Trasteverini coi borghigiani andarono per isforzar le guardie messe
ai ponti. Il più ardito d'essi fu steso morto a terra, perlochè
infuriati i seguaci superarono il passo, e misero in fuga i soldati.
Anche i montigiani da un'altra parte si mossero, e seguirono ferite
di chi per accidente si trovò passar per le strade. Volle Dio che non
poterono giugnere di nuovo al palazzo di Spagna, dove erano preparati
centocinquanta fucilieri e quattro cannoni carichi a cartoccio: gran
male ne seguiva. Per rimediare a questo sconcerto, furono la sera
inviati il _principe di Santa Croce_ fedele Austriaco, e il _marchese
Crescenzi_ uno de' conservatori, a parlamentare coi sollevati, i quali
richiesero la libertà degl'ingaggiati del loro rione, e la liberazion
di alcuni già carcerati per cagion della sollevazione, e il perdono
generale a tutti. Ottennero quanto desideravano; e dappoichè videro
loro mantenuta la parola, andarono poi tutti lieti gridando: _Viva il
papa_. Si pubblicò poscia un rigoroso editto contro gl'ingaggiatori; e
perchè costoro non cessavano di fare il solito giuoco, seguirono alcune
altre contese, delle quali a me non occorre di far menzione.

Un disordine ne tirò dietro un altro. Per la nuova del tentativo fatto
in Roma contra degli Spagnuoli, si fermarono su quel di Velletri circa
tre mila soldati di quella nazione, che erano in viaggio alla volta
di Napoli; e mancando loro i foraggi, si diedero a tagliare i grani
in erba. Per questa cagione nel dì 21 d'aprile si mise in armi tutto
quel popolo, risoluto non solo di vietare il passaggio per la loro
città a quelle milizie, ma di forzarle a partirsi, e si venne alle
brutte. Accorse colà il _cardinal Francesco Barberino_, ma non potè
calmare il tumulto. Per questo in Roma si accrebbe la guernigion dei
soldati. Volarono intanto corrieri a Napoli e a Madrid, e si trattò
in Roma col _cardinale Acquaviva_ delle soddisfazioni richieste per
l'insulto dei Trasteverini. Perchè non furono quali si esigevano, esso
porporato coll'altro di _Belluga_ si ritirò da Roma; fece levar l'armi
di Spagna e di Napoli dai palazzi, e ordinò a tutti i Napoletani e
Spagnuoli di uscire della città nel termine di dieci giorni. Da Napoli
fu fatto uscire il nunzio del papa. Anche in Madrid grave risentimento
fu fatto con obbligar quella corte il nunzio apostolico a marciare
fuori del regno, con chiudere la nunziatura, e proibire ogni ricorso
alla dateria, gastigando in tal maniera l'innocente pontefice per
eccessi non suoi, e ai quali non avevano mancato i suoi ministri di
apprestar quel rimedio che fu possibile. Peggio ancora avvenne. Nel dì
7 di maggio entrate le milizie spagnuole in Velletri, piantarono in più
luoghi le forche, carcerarono gran copia di persone, e commisero poi
mille insolenze e violenze contra di quel popolo, il quale fu forzato
a pagare otto mila scudi per esimersi dal sacco. Una truppa eziandio
di granatieri spagnuoli, passata ad Ostia, incendiò le capanne di que'
salinari, saccheggiò le officine; ed altri intimarono alla città di
Palestrina il pagamento di quindici mila scudi pel gran reato di aver
chiuse le porte ad alcuni pochi Spagnuoli che volevano entrarvi. Altri
affanni ancora provò il papa dalla parte de' Tedeschi, per essere stato
carcerato un uffiziale cesareo; ed altri dalla corte di Francia, il cui
ambasciatore si ritirò da Roma per cagion della nomina di un vescovo
fatta dal re Stanislao, e non accettata dal papa. Bollivano parimente
le note controversie colla corte di Savoia. In somma sembrava che ognun
dei potentati con abuso della sua potenza si facesse lecito d'insultare
il sommo pontefice con tutto il suo retto operare: alle quali offese
egli nondimeno altre armi non oppose che quelle della mansuetudine
e della pazienza. In mezzo nulladimeno a tali burrasche si osservò,
essere stato dichiarato vicerè di Sicilia il principe don _Bortolomeo
Corsini_ nipote di sua santità, personaggio dotato di singolar
saviezza: il che fece maravigliare più d'uno.

Anche la Corsica in questi tempi apprestò alla pubblica curiosità
una commedia, che diede molto da discorrere. Duravano più che mai
le turbolenze in quell'isola con grave dispendio della repubblica di
Genova; quando nell'aprile, condotto da una nave inglese procedente
da Tunisi, colà sbarcò un personaggio incognito, seco conducendo dieci
cannoni e molte provvisioni da guerra, ed anche danaro. Fu accolto dai
sollevati con gran gioia ed onore, e preso per loro capo, anzi nel dì
15 di esso mese fu onorato col titolo di re di Corsica: cosa che non
si può negare, benchè altri dicessero solamente di vicerè, perchè si
pretendea che fosse stato inviato colà da qualche potenza che aspirasse
al dominio di quell'isola. Sul principio non era conosciuto chi fosse
questo sì ardito e fortunato campione, ma si venne poi scoprendo,
e i Genovesi con un lor manifesto il dipinsero coi più neri colori
di uomo senza religione, di un truffatore, di un alchimista, e come
il più infame dei viventi, e pubblicarono ancora contra di lui una
grossa taglia. La verità si è che costui era _Teodoro Antonio barone
di Newoff_, nato suddito del re di Prussia, e di casa nobile, che da
venturiere, dopo aver fatto di molti viaggi per le corti di Europa, ora
in lieta, ora in triste fortuna, avea in fine saputo cogliere nella
rete vari mercatanti affinchè l'assistessero in questa impresa, con
promettere loro mari e monti, assiso che fosse sul maestoso trono della
Corsica. Prese, egli con vigore quel governo, creò conti e marchesi
con gran liberalità; istituì un ordine militare di cavalieri appellati
della Liberazione, e ne aspettava ognuno delle meraviglie. Ma non finì
l'anno che parve finita anche la fortuna di questo comico regnante; e
divulgossi, che dopo aver egli cominciato ad esercitare un'autorità
troppo dispotica, arrivando a punire chi non eseguiva a puntino gli
ordini suoi, la nazion dei Corsi non tardò a convertire l'amore in
odio, e poscia in dispregio, perchè mai non comparivano quei tanti
soccorsi che sulle prime aveva egli promesso. Pertanto, temendo egli
della vita, segretamente imbarcatosi nel dì 12 di novembre, comparve a
Livorno, travestito da frate, ed appena sbarcato prese le poste, senza
sapersi per qual parte. La verità nondimeno fu, non essere stata fuga
la sua, perchè egli, prima di partirsi, nel dì quarto di novembre,
pubblicò un editto, con cui costituì i ministri del governo durante la
sua lontananza. Andò egli per procurar nuovi rinforzi a quella nazione.

Era, siccome dicemmo, restato vedovo _Carlo Emmanuele_ re di Sardegna,
e volendo passare alle terze nozze, intavolò il nuovo suo matrimonio
colla principessa _Elisabetta Teresa_, sorella di _Francesco Stefano_
duca di Lorena, in cui concorrevano, oltre all'insigne nobiltà, le più
rare doti di animo e di corpo. Era nata nel dì 15 di ottobre del 1711
dal duca _Leopoldo Giuseppe_ e dalla duchessa _Elisabetta Carlotta
d'Orleans_, sorella del già _Filippo, duca di Orleans_ reggente di
Francia. Fu pubblicato in Vienna questo maritaggio, e si andarono
disponendo le parti per effettuarlo colla convenevol magnificenza.
Nell'anno presente la mortalità dei buoi cominciò a serpeggiare pel
Piemonte, Novarese, Lodigiano e Cremonese: il che di sommo danno riuscì
a quelle contrade, e di grande spavento agli altri paesi, che tutti
si misero in guardia per esentarsi da sì terribile eccidio. Provossi
in varie parti del regno di Napoli e dello Stato ecclesiastico stesso
flagello. Risonavano intanto per Italia le prodezze dell'armi russiane
contra de' Turchi, perchè dall'un canto s'impadronirono dell'importante
fortezza d'Azof, e dall'altro penetrarono anche nella Crimea dove
lasciarono una funesta memoria a que' Tartari, assassini in addietro
della Russia e Polonia. Gran gloria per questo venne all'imperadrice
russiana, se non che i progressi suoi cagion furono che la Porta
Ottomana, pacificata con lo scach Nadir, o sia Tamas Kulican, re
della Persia, facesse uno straordinario armamento, e dichiarasse
la guerra contra di lei. Era collegato di essa imperadrice _Anna_
l'Augusto _Carlo VI_, e cominciossi per tempo a scorgere ch'egli era
per impugnare la spada in difesa di lei: al qual fine tutte le milizie
alemanne cavate d'Italia, ed altre della Germania sfilarono verso la
bassa Ungheria ai confini dei Turchi. Non meno il ministro di Francia
che quei delle potenze marittime molto si adoperarono per distorre sua
maestà cesarea da questo impegno; ma non ne ricavarono se non dubbiose
risposte, perchè l'imperadore avea fatto esporre a Costantinopoli varie
doglianze e minaccie ed aspettava se facessero frutto. Era negli anni
addietro nata in Inghilterra una setta appellata dei _Liberi Muratori,_
consistente nell'union di varie persone, e queste ordinariamente
nobili, ricche o di qualche merito particolare, inclinate a solazzarsi
in maniera diversa dal volgo. Con solennità venivano ammessi i nuovi
fratelli a questo istituto, e loro si dava giuramento di non rivelare
i segreti della società. Raunavansi costoro di tanto io tanto in una
casa eletta per loro congresso, chiamata la Loggia, dove passavano il
tempo in lieti ragionamenti e in deliziosi conviti, conditi per lo più
da sinfonie musicali. Verisimilmente aveano essi preso il modello di sì
fatte conversazioni dagli antichi epicurei, i quali, per attestato di
Cicerone e Numenio, con somma giovialità e concordia passavano le ore
in somiglianti ridotti. D'Inghilterra fece passaggio in Francia e in
Germania questo rito, e in Parigi fu creduto che si contassero sedici
Logge, alle quali erano scritti personaggi della primaria nobiltà.
Allorchè si trattò di creare il gran mastro, più brogli si fecero
ivi che in Polonia per l'elezione d'un nuovo re. Si tenne per certo
che anche in alcuna città d'Italia penetrasse e prendesse piede la
medesima novità. Contuttochè protestassero costoro, essere prescritto
dalle loro leggi, di non parlare di religione, nè del pubblico governo
in quelle combriccole, e fosse fuor di dubbio che non vi si ammetteva
il sesso femineo, nè ragionamento di cose oscene, nè vi era sentore
di altra sorta di libidine: nondimeno i sovrani, e molto più i sacri
pastori, stavano in continuo batticuore che sotto il segreto di tali
adunanze, renduto impenetrabile pel preso giuramento, si covasse
qualche magagna, pericolosa e forse pregiudiziale alla pubblica quiete
e ai buoni costumi. Però il pontefice Clemente XII nell'anno presente
stimò suo debito di proibire e di sottoporre alle censure la setta
dei Liberi Muratori. Anche in Francia l'autorità regia s'interpose
per dissipar queste nuvole, che in fatti da lì a non molto tempo si
ridussero in nulla, almeno in quelle parti e in Italia. Fu poi cagione
un tal divieto o rovina che più non credendosi tenuti al segreto i
membri di essa repubblica, dopo il piacere di aver dato lungo tempo la
corda alla pubblica curiosità, rompessero gli argini, e divulgassero
anche con pubblici libri tutto il sistema e rituale di quella novità.
Trovossi, terminare essa in una invenzione di darsi bel tempo con riti
ridicolosi, ma sostenuti con gran gravità; nè altra maggior deformità
vi comparve, se non quella del giuramento del segreto preso sul Vangelo
per occultar così fatte inezie. Ridicola cosa anche fu che in una città
della Germania dall'ignoranza e semplicità venne spacciato e fatto
credere al popolo, autore della medesima setta chi scrive le presenti
memorie.



    Anno di CRISTO MDCCXXXVII. Indiz. XV.

    CLEMENTE XII papa 8.
    CARLO VI imperadore 27.


Alla per fine spuntò nell'anno presente la tanto sospirata iride
di pace in Italia con allegrezza inesplicabile di tutti i popoli;
e quantunque tal serenità non fosse esente da qualche nebbia per le
non mai quiete pretensioni dei potentati, pure, cessando affatto lo
strepito dell'armi in queste parti, giusto motivo ebbe ciascuno di
rallegrarsene. Fin qui ostinatamente erano persistite in Livorno e Pisa
le guernigioni spagnuole, senza voler cedere alle truppe tedesche,
disposte secondo i preliminari a prenderne possesso a nome del _duca
di Lorena_. Fu detto che seguisse in Pontremoli il cambio delle
cessioni fatte da sua maestà cesarea ai regni di Napoli e Sicilia, e
dal re delle Due Sicilie ai ducati di Toscana, Parma e Piacenza. Può
dubitarsene, da che si seppe che il re Cattolico _Filippo V_ non volle
in quest'anno sottoscrivere essi preliminari, ed è certo che _Carlo_ re
di Napoli e Sicilia si riservò certe pretensioni che avrebbero potuto
intorbidar la concordia. Comunque fosse, il generale spagnuolo _duca
di Montemar_ sul principio di quest'anno, giunta che fu a Livorno una
buona quantità di legni, in quelli imbarcò il presidio d'essa città,
ed altre fanterie spagnuole inviò verso le fortezze della maremma di
Siena; dopo di che, senza far cessione alcuna di Livorno, nel dì 9 di
gennaio abbandonò quella città, dove restò la sola guernigione del gran
duca _Gian Gastone_. Lasciarono gli Spagnuoli nella Toscana la memoria
di molti aggravii inferiti a quegli Stati. Pertanto da lì ad alquanti
giorni entrato in Toscana il generale tedesco _Wactendonck_ con
alcuni reggimenti cesarei, prese, a nome del duca di Lorena, possesso
di Livorno, con prestare giuramento di fedeltà al gran duca, le cui
milizie insieme colle tedesche cominciarono a montare la guardia.
Distribuì eziandio alcune di quelle soldatesche in Siena, Pisa e Porto
Ferraio, le quali osservarono miglior disciplina che le precedenti.
Pochi mesi passarono che il presidio spagnuolo di Orbitello,
abbisognando di legna per uso proprio e per le fortificazioni, ne
fece richiesta al gran duca. Perchè risposta non veniva, un grosso
distaccamento d'essi Spagnuoli passò a tagliare sul Sanese circa mille
e secento alberi. Ne furono fatte doglianze, ed avrebbe questa violenza
potuto cagionar delle nuove rotture, se la corte di Vienna, ossia il
duca di Lorena, non si fosse ora trovato nei gravi impegni, dei quali
fra poco parleremo. Colla pazienza si sopì quel disordine.

Intanto, angustiato dal male d'orina e da altri incomodi di corpo il
gran duca _Gian Gastone de' Medici_ si ridusse agli estremi di sua
vita, e nel dì 9 di luglio con segni di molta pietà restò liberato
dai pensieri ed affanni del mondo. Era principe di gran mente, di
somma affabilità e di una volontà tutta inclinata al pubblico bene;
e quantunque la sua poca sanità il tenesse per lo più ristretto in
camera o in letto, pure, valendosi di saggi ed onorati ministri,
mantenne sempre un'esatta giustizia, e in vece di accrescere i pesi ai
suoi sudditi, più tosto cercò di sminuirli. Liberale verso la gente
di merito, protettore delle lettere, e sommamente caritativo verso i
poveri, tal memoria lasciò di sè, che chiunque avea sparlato di lui
vivente, ebbe poi a compiangerlo morto. In lui finì la linea maschile
della insigne regnante casa de' Medici, con disavventura inesplicabile
dell'Italia, che seguitava a perdere i suoi principi naturali; ma
senza paragone riuscì più sensibile ai popoli della Toscana, i quali
indarno s'erano lusingati di poter tornare a repubblica, nè solamente
restarono senza i principi Medicei, che tanta gloria e rispetto aveano
fin qui procacciato a Firenze e alla Toscana, ma venivano a restar
sottoposti ad un sovrano certamente benignissimo e generoso, pure
obbligato da' suoi interessi a fare la residenza sua fuori d'Italia.
Gran fortuna è l'avere i principi proprii. L'averli anche difettosi,
meglio è regolarmente che il non averne alcuno, giacchè lo stesso è che
averli lontani; mentre fuori degli Stati ridotti in provincia volano
le rendite, e dee il popolo soggiacere ai governatori, i quali non
sempre seco portano l'amore a' paesi dove non han da fare le radici.
Dopo la morte di questo principe con tutta quiete il _principe di
Craon_ e gli altri ministri lorenesi presero il possesso della Toscana
a nome di sua altezza reale _Francesco Stefano_ duca di Lorena, genero
dell'imperadore, che fu proclamato gran duca. Profittò ben la Francia
di questo avvenimento, perchè le cessò l'obbligo di pagare ad esso
duca di Lorena quattro milioni e mezzo di Francia, finchè egli fosse
entrato in possesso della Toscana. La vedova elettrice palatina _Anna
Maria Luigia de' Medici_, sorella del defunto gran duca Gian Gastone,
prese anch'ella il possesso dei mobili e allodiali della casa paterna,
ascendenti ad un valsente incredibile, nè solamente degli esistenti
nella Toscana, ma anche in Roma, nello Stato ecclesiastico e in altri
paesi. Tuttavia non tardò a saltar fuori una scintilla, che i saggi
ben previdero potere un dì produrre qualche incendio. Cioè _Carlo_ re
di Napoli e di Sicilia prese lo scorruccio per la morte di esso gran
duca, ed insieme il titolo di ereditario degli allodiali della casa
de Medici, siccome principe già adottato dalla medesima per figlio;
ed altrettanto fece anche il Cattolico re _Filippo V_ suo padre. A tal
pretensione non s'era trovato finora ripiego. Furono fatte per questo
proteste giuridiche tanto in Firenze che in Roma. Alla vedova elettrice
fu esibito molto di autorità nel governo, premendo al novello gran duca
di tenersi amica questa principessa, donna tanto ricca, e di mirabil
talento e saviezza. Ma se ne scusò ella per cagion della sua avanzata
età.

Ebbe compimento in quest'anno il maritaggio di _Carlo Emmanuele_ re
di Sardegna colla principessa _Elisabetta_ sorella del suddetto duca
di Lorena. La funzione fu fatta in Luneville, dove il _principe di
Carignano_ sostenne le veci del re; dopo di che si mise in viaggio
essa novella regina alla volta della Savoia. Nell'ultimo giorno di
marzo pervenne essa a Ponte Beauvoisin sui confini; ed essendosi
giù portato colà il re con tutta la corte, e con accompagnamento
magnifico di guardie e milizie, fu ad incontrarla, conducendola poi
a Sciambery, dove presero per una settimana riposo. Nella sera del
dì 22 di aprile fecero i reali sposi il magnifico loro ingresso in
Torino fra la gran folla dei sudditi e forestieri accorsi a quelle
feste, e fra l'ale della fanteria e cavalleria, mentre intanto le
artiglierie facevano un incessante plauso alle loro maestà. Non
quella sola sera si videro illuminate le strade di Torino, ma anche
nelle seguenti; nè mancarono fuochi artifiziali, ed altri suntuosi
divertimenti, in sì lieta congiuntura. Passava in questi tempi non
lieve disputa fra esso re di Sardegna e la corte di Vienna, giacchè
egli pretendeva la terra di Serravalle per distretto di Tortona;
laddove i cesarei la teneano per dominio staccato da quella città.
Continuavano intanto i maneggi della sacra corte di Roma con quelle
di Madrid, Portogallo, Napoli e Savoia per le controversie vertenti
con esse. Rallegrossi dipoi quella gran città al vedere nel marzo
di quest'anno ritornati colà i _cardinali Acquaviva_ e _Belluga_ con
indizio di sperata riconciliazione. Per trattarne venne a Roma come
mediatore il _cardinale Spinelli_ arcivescovo di Napoli, personaggio di
gran credito e di obbliganti maniere; e vi comparve ancora _monsignor
Galliani_ gran limosiniere del re delle Due Sicilie, per esporre le
pretensioni di quel monarca. Finalmente nel dì 27 di settembre si vide
qualche apparenza di aggiustamento fra la santa Sede e i re di Spagna
e di Napoli: il che recò incredibil consolazione a Roma; quantunque in
questi ultimi tempi non succedesse mai discordia e concordia alcuna, in
cui non iscapitasse sempre la corte pontificia. Non finirono per questo
le pretensioni, nè si riaprirono per anche le nunziature di Madrid e di
Napoli. Contuttociò la Dateria cominciò a far le sue spedizioni. Per
le differenze di Portogallo e di Savoia ripiego alcuno finora non si
trovò.

Aveano i tanti saccheggi fatti dai Tartari della Russia, col condurne
schiavi migliaia di uomini, commossa in fine a risentimento _Anna
imperadrice_ d'essa Russia, non solo contra di quei masnadieri, ma
contra gli stessi Turchi, i quali con tutte le querele e proteste
dei Russiani mai non vollero apportarvi rimedio. Due suoi valenti
generali con due possenti armate nel precedente anno aveano data una
buona lezione a quegl'infedeli; il _Lascì_ col prendere la fortezza
d'Azof, e il _Munich_ con una terribil invasione nella Crimea. Fece per
questo il sultano dei Turchi, già pacifico co' Persiani, un gagliardo
armamento contro i Russiani; e quantunque s'interponesse l'Augusto
_Carlo VI_ per trattar di pace, non ne riportò che belle parole,
insistendo sempre i Turchi nella restituzione d'Azof. Lega difensiva
era fra esso imperadore e la Russia; e però non volendo Cesare lasciar
soperchiare dai musulmani l'imperadrice suddetta, avea spedito ai
confini dell'Ungheria la maggior parte delle sue forze, e dichiarato
generalissimo d'esso _Francesco Stefano duca di Lorena_, divenuto in
questo anno gran duca di Toscana. La direzion dell'armi cesaree fu data
al _generale Seckendorf_, protestante di professione, con doglianza
del sommo pontefice, il quale non mancò di promettere sussidii di
danaro a Cesare per questa guerra. Un bel principio si diede ad essa
colla presa della città di Nissa, per cui furono cantati più _Te
Deum_. Ma non passò molto che si videro andare a precipizio tutti gli
affari dell'imperadore in quelle parti. Comandava il Seckendorf ad una
fioritissima armata, capace di grandi imprese, avendola alcuni fatta
ascendere sino ad ottanta mila valorosi combattenti. Quel generale,
invece di tener unite tante forze e di assediar daddovero la forte
piazza di Widin, o pure di tentar l'acquisto della Bossina, spartì in
varii corpi e distaccamenti l'esercito suo, e niun di essi riportò
se non percosse e disonore, tuttochè i musulmani sulle prime si
trovassero più d'un poco smilzi di forze in quelle parti. Il principe
d'Hildburgausen, inviato con poche migliaia d'armati sotto Banialuca
capitale della Bossina, tutti perdè i suoi attrezzi e gran gente, e
ringraziò la fortuna di essersi potuto salvar colla fuga. Nella Croazia
verso Vaccup, e sotto Widin furono battuti gl'imperiali, e Nissa venne
ricuperata dai Turchi. Si perdè il Seckendorf intorno ad Usitza, cioè
ad una bicocca, e la prese: questa fu l'unica sua prodezza. I Turchi la
ricuperarono poi nell'anno seguente. Andarono lamenti a Vienna; laonde,
richiamato egli alla corte, lasciò il comando al generale _Filippi_;
ed essendo stato posto in carcere, fu contra di lui dato principio ad
un processo. Non istimarono veramente i saggi che questo personaggio
avesse punto mancato alla fede e all'onore. Il suo delitto, secondo
il sentimento d'altri, fu quello di non saper fare il condottier di
armate: mestiere forse il più difficile di tutti; benchè non mancasse
chi l'esentava da questo difetto.

Certamente poi non avea più la corte cesarea un _Carlo_ duca _di
Lorena_, un _principe Eugenio_, nè un maresciallo di _Staremberg_,
nè i _Caprara_, nè i _Veterani_, nè altri simili personaggi di gran
mente e savia condotta, che sapessero dirigere un esercito ai danni
del nemico, e difender alle occorrenze. Per altro facendo conoscere la
sperienza che talvolta le belle armate cesaree combattono col bisogno,
il Seckendorf addusse ancor questo per sua discolpa, certo essendo
che a cagion della mancanza dei viveri per più giorni quell'esercito
si mantenne come potè in vita colle pannocchie del frumentone, ossia
grano turco, maturo in quel paese, o pur con sole prugne trovate
per avventura in que' boschi. Non mancò gente che si figurò essere
mancata la benedizione di Dio all'armi dell'imperadore in questa
guerra, perchè, secondo il trattato di Passarowitz, la tregua di sua
maestà cesarea colla Porta Ottomana durava ancora, nè terminava se
non nell'anno 1742; pretendendo perciò i Turchi che Cesare non fosse
in libertà dopo esso trattato di collegarsi colla Russia a danno
loro, nè gli fosse lecito di romperla contra d'essi. A me non tocca
di entrare in sì fatto esame, e molto meno di stendere le ottuse
mie pupille nei gabinetti della divinità, bastandomi di riferire gli
sfortunati avvenimenti di questa campagna contra degl'infedeli nella
Servia, Bossina, Moldavia, Valacchia ed altri luoghi; e che per le
tante malattie si trovò al finire dell'anno quasi della metà scemata
la dianzi sì possente armata imperiale. Nè si dee tacere che allora
più che mai si sciolsero le lingue e maledizioni de' cristiani contra
del conte di Bonneval Franzese, già uno de' generali dell'imperadore;
il quale, privo per altro di religione, avea abbracciata quella de'
Turchi. Entrato costui al servigio della Porta col nome di bassà
Osmanno, tutto s'era dato ad istruire i Turchi della disciplina
militare dei cristiani: e fu creduto che i documenti suoi influissero
non poco ai fortunati successi delle armi turchesche sì dell'anno
presente che dei due susseguenti. Dicevasi che questo infame rinegato
fosse il braccio dritto del primo visire. Se la fortuna non si fosse
dichiarata in favore dei Turchi (giacchè in questo medesimo tempo in
Nimirow nella Polonia trattavano di pace i plenipotenziarii cesarei,
russiani e turchi), si potea sperare qualche pronta concordia con
vantaggio dell'armi cristiane. Intanto d'altro passo procederono le due
armate dell'imperadrice della Russia contra de' musulmani. Per ciocchè
il generale _conte di Munich_ nel dì 13 di luglio s'impadronì della
riguardevol città di Oczakow situata al mare, con grande mortalità e
prigionia di Turchi, con acquisto di molta artiglieria e di un ricco
bottino. Seppe anche difenderla da essi Turchi, accorsi ad assediarla.
Parimente il generale _Lascì_ tornò di nuovo a fare un'irruzione nella
Crimea, dove incendiò gran copia di que' villaggi, prese un'infinità
di buoi, e lasciò dappertutto memorie del furor militare in vendetta
degl'immensi danni e mali recati per tanti anni addietro da que'
Tartari alla Russia.

Fu il presente anno l'ultimo della vita di _Rinaldo d'Este_ duca di
Modena, che nato nel dì 25 di aprile dell'anno 1655, e creato duca nel
1694, avea con somma saviezza fin qui governato i suoi popoli. Nel
dì 26 di ottobre spirò egli l'anima. Perchè nelle Antichità Estensi
io esposi tutto quel di lodevole, che si osservò in questo principe
(e fu ben molto), io mi dispenso ora dal ripeterlo, bastandomi dire
che per l'elevatezza della mente, per la pietà e pel saper tenere
le redini d'un governo, si meritò il concetto di uno dei più saggi
principi di questi tempi. Lasciò dopo di sè un figlio unico, cioè
_Francesco_ principe ereditario, nato nel dì 2 di luglio del 1698,
e tre principesse, cioè _Benedetta Ernesta, Amalia Gioseffa_ ed
_Enrichetta_ duchessa vedova di Parma. Sul principio delle ultime
turbolenze, nelle quali si trovarono involti anche gli Stati della
casa d'Este, s'era portato il suddetto principe Francesco a Genova
colla principessa sua consorte _Carlotta Aglae_, del real sangue di
Francia, figlia di _Filippo duca di Orleans_, già reggente di quel
regno. Nell'anno 1755 passarono amendue a Parigi per impetrar sollievo
agl'innocenti popoli dei loro ducati dal re Cristianissimo _Luigi
XV_ e per vegliare agli interessi proprii e del duca Rinaldo padre e
suocero. Venuto l'autunno, si portò esso principe a visitar le città
della Fiandra ed Olanda, ricevendo dappertutto distinti onori, e di là
passò in Inghilterra, dove gli furono compartite le maggiori finezze
dal re _Giorgio II_, che in questo principe considerò trasfuso il
sangue di quei gloriosi antenati, dai quali era discesa anche la real
casa di Brunsvich. Finalmente nella primavera dell'anno presente se
ne andò a Vienna per inchinare il glorioso Augusto _Carlo VI_, da cui
e dall'imperadrice vedova _Amalia_ sua zia materna, e da tutta quella
corte, fu graziosamente accolto. Essendosi accesa in questo tempo la
guerra in Ungheria, s'invogliò anche egli di quell'onorato mestiere; e
tenendo compagnia a _Francesco duca di Lorena_ e gran duca di Toscana,
e al principe _Carlo_ di lui fratello, intervenne alle azioni della
sopraddetta sventurata campagna. Nel tornarsene egli a Vienna, intese
la morte del duca Rinaldo suo padre, e, però congedatosi dalle auguste
maestà, s'inviò verso l'Italia, e nel dì 4 di dicembre felicemente
giunse a Modena, ricevuto con giubilo dai suoi sudditi, che, attesa
la di lui molta intelligenza, e spezialmente l'amorevol suo cuore,
concepirono per tempo viva speranza d'ottimo governo, secondo l'uso
de' suoi maggiori, tutti buoni e benefici principi. Aveva egli già
procreati due principi viventi, cioè _Ercole Rinaldo_ suo primogenito,
nato nel dì 22 di novembre nell'anno 1727, ed un altro venuto alla luce
nel dì 29 di settembre del 1736 in Parigi, a cui poscia nel solenne
battesimo fu posto il nome di _Benedetto Filippo Armando_, e viene
oggidì chiamato il principe d'Este; e quattro principesse, cioè _Maria
Teresa Felicita_, _Matilde, Fortunata Maria_ ed _Elisabetta_.

Più che mai continuò in questi tempi la ribellion della Corsica, con
trovarsi bloccate da que' popoli le cinque o sei fortezze che sole
restavano in potere della repubblica di Genova. Correvano tutto dì
voci incerte di quegli affari, negando alcuni e pretendendo altri che
durasse in quell'isola l'autorità del _baron Teodoro_, e che da lui
si riconoscessero i soccorsi che andavano giugnendo a quei sollevati,
con voce ancora ch'egli ritornerebbe in breve al comando. La verità
fu, che esso era passato in Olanda, dove, prevalendo le istanze dei
suoi creditori, per qualche tempo si riposò nelle carceri, e restò
poscia liberato. Tale era la sua attività ed eloquenza, che impegnò
altri mercatanti a concorrere nei suoi disegni, e si dispose a rivedere
la Corsica. Ora i Genovesi, per desiderio di mettere fine a quella
cancrena, s'avvisarono in questi tempi di ricorrere al patrocinio
del re Cristianissimo, affinchè il suo nome e la potenza dell'armi
sue mettesse in dovere quella sì alterata nazione. Penetrato il lor
disegno, non tralasciarono i Corsi di rappresentare a Versaglies
quanti aggravii aveano finora sofferto dal governo de' Genovesi. Ciò
che ne avvenisse, lo vedremo all'anno seguente. Nel presente sul
Piacentino e Lodigiano seguitò l'epidemia de' buoi con terrore di
tutti i vicini. Anche il monte Vesuvio nel dì 19 di maggio si diede
a vomitar fiamme, pietre e bitume, che raffreddato era simile alla
schiuma di ferro. Per dodici miglia fino al mare correndo la fiumana
d'esso bitume, cagionò la rovina di molti villaggi, conventi, chiese e
case. Le città di Adriano, Avellino, Nola, Ottaviano, Palma e Sarno,
e la torre del Greco sommamente patirono, e ne fuggirono tutti gli
abitanti. Alcun luogo vi restò coperto dalla cenere alta (se pure è
credibile) quasi venti palmi. Orazioni pubbliche si fecero per questo
in Napoli, città che si trovò ben piena di spavento, ma altro incomodo
non soffrì che quello della caduta cenere. Merita anche memoria per
istruzione de' posteri una delle pazzie di questi tempi, cioè il già
introdotto lotto di Genova, che si dilatò in Milano, Venezia, Napoli,
Firenze, Roma ed altri paesi. Dissi pazzia, non già dei principi, che
con questa invenzione mostravano la loro industria in saper cavare
dalle genti senza lancetta il sangue, ma dei popoli che, per l'avidità
di conseguire un gran premio, s'impoverivano, dando una volontaria
contribuzione agli accorti regnanti, con iscorgersi in fine che
di pochi era il vantaggio, la perdita d'infiniti. Nella sola Roma
danarosa, in cui sul principio ebbe gran voga esso lotto, e si faceano
più estrazioni in un anno, si calcolò che in ciascuno de' primi anni
si giocasse un milione di scudi romani. Per lo più nè pur la metà
ritornava in borsa de' giocatori. Il gran guadagno restava parte ai
conduttori del gioco e parte al sommo pontefice, che di questo danaro
si serviva per continuar le magnifiche fabbriche da lui intraprese.



    Anno di CRISTO MDCCXXXVIII. Indiz. I.

    CLEMENTE XII papa 9.
    CARLO VI imperadore 28.


Cominciavano a pesar gli anni addosso al pontefice _Clemente XII_.
Era anche caduto infermo di maniera, che più d'una volta si dubitò di
sua vita, ed alcuni porporati aveano già dato principio ai segreti lor
maneggi: il che risaputo dal papa, cagion fu di qualche risentimento.
Questi avvisi della mortalità, e il desiderio del santo padre di
lasciare la sedia apostolica in pace con tutte le potenze cattoliche,
il rendè più sollecito ad accordarsi colle corti di Spagna e di
Portogallo. Nel dì 20 del precedente dicembre aveva egli promosso alla
porpora monsignor _Tommaso Almeida_ patriarca di Lisbona; servì questo
passo a placare in buona parte, se non in tutto, l'animo di _Giovanni
V_ re portoghese, principe inflessibile in ogni sua pretensione e
dimanda; il che fece aprir la Dateria per quel regno, e in Lisbona fu
splendidamente accolto il nunzio pontifizio. Altrettanto avvenne in
Ispagna. Per le differenze colla corte di Napoli, tuttochè reclamassero
i ministri cesarei, pure sua santità nel maggio condiscese ad accordare
le investiture delle Due Sicilie all'infante reale _don Carlo di
Borbone_. Insorse in questi tempi un imbroglio fra esso pontefice e
la reggenza del ducato di Toscana, a cagion di Carpegna, Scavolino
e Montefeltro, Stati pretesi per ragioni antiche dalla repubblica
fiorentina, essendo in fatti passate le milizie lorenesi a prenderne
il possesso. Messosi l'affare in disputa, perchè la corte di Vienna
abbisognava in questi tempi dei soccorsi del papa per la guerra
turchesca, si venne poi smorzando la lite, e restò libera quella
contrada dall'armi del gran duca. Era già gran tempo che si trattava
dell'accasamento del suddetto re delle due Sicilie; e perciocchè
ragioni politiche non permisero che a lui fosse accordata in moglie la
seconda arciduchessa figlia del regnante Augusto, restò poi conchiuso
il suo maritaggio colla real principessa _Maria Amalia_ figlia di
_Federigo Augusto_ re di Polonia ed elettor di Sassonia, appena
giunta all'età di quattordici anni. Nel dì 19 di maggio a nome d'esso
re fu sposata essa principessa dal fratello _Federigo Cristiano_,
principe reale ed elettorale, e nel dì 24 d'esso mese, accompagnata
dal medesimo, imprese il suo viaggio alla volta d'Italia. Con corte
numerosa venne sino a Palma Nuova, confine dello Stato veneto, _don
Gaetano Boncompagno_ duca di Sora, scelto dal re per maggiordomo
maggiore della novella regina, e direttore del suo viaggio per Italia:
principe per le sue virtù meritevole d'ogni maggiore impiego. Nel
dì 29 del mese suddetto arrivata ai confini della repubblica essa
principessa, ivi trovò il veneto ambasciatore colle guardie destinate
alla maestà sua, e le si presentò parimente il duca di Sora con tutta
la corte a lei destinata.

Fu allora che propriamente s'avvide questa graziosa principessa di
essere regina: sì magnifico e splendido fu l'accoglimento fattole per
dovunque passò dalla veneta generosità. Invogliatasi all'improvviso
di dare un'occhiata alla mirabil città di Venezia, dopo avere per
altra via incamminato il suo gran seguito ed equipaggio a Padova,
essa nel dì 2 di giugno imbarcatasi col real fratello, col duca di
Sora, e con pochi altri cavalieri e dame, fu condotta pel canale della
Giudecca in faccia alla piazza di San Marco, e fatto un giro pel canal
grande fra il rimbombo delle artiglierie andò vedendo e ammirando i
superbi palazzi e le altre grandiose fabbriche di quella dominante.
Finalmente alle due ore della notte seguente fece l'ingresso nella
città di Padova, dove spezialmente trovò un trattamento reale. Colà
s'era portato _Francesco III d'Este_ duca di Modena colle principesse
_Benedetta ed Amalia_ sorelle sue, per inchinare la regina loro
cugina, da cui poscia riceverono ogni maggior finezza d'amore e
di stima. Ai confini del Ferrarese si presentò alla maestà sua il
_cardinale Mosca_ spedito dal sommo pontefice con titolo di legato a
latere a complimentarla e servirla sino a Ferrara, dove con solenne
apparato di quella città entrò, partendone poi nel dì 6 di giugno.
Per tutto lo Stato ecclesiastico trovò gara fra le città in farle
onore, siccome anch'ella dappertutto lasciò belle memorie della sua
rara gentilezza e liberalità. Passò dipoi per Loreto, e nel dì 19
del suddetto mese arrivò a Portello, cioè ai confini del regno. Quivi
trovò il re consorte, che la introdusse in un vasto real padiglione,
coi vicendevoli complimenti ed abbracciamenti. Nel dì 22 d'esso
giugno fecero le loro maestà l'entrata in Napoli fra le giulive
acclamazioni di quell'immenso popolo, fra gli archi trionfali e fra le
stupende macchine ed illuminazioni, che furono poi coronate da altre
suntuosissime feste, continuate nei seguenti giorni. Poco fu questo
in paragone del dì 2 di luglio in cui seguì il solenne ingresso dei
regi sposi in essa città di Napoli, la quale da tanti anni disavvezza
dal vedere i suoi regnanti, in questa occasione diede uno spettacolo
d'indicibile magnificenza ed allegrezza, dalla cui maggior descrizione
io mi dispenso. Allora fu che il re _don Carlo_ istituì l'ordine dei
cavalieri di San Gennaro, e di esso decorò i principali baroni di
Napoli e Sicilia, e alcuni grandi spagnuoli.

Con tutti i maneggi finora fatti fra l'imperador _Carlo VI_ e il
Cristianissimo re _Luigi XV_ non s'era peranche giunto a stabilire un
trattato definitivo di pace. A questo si diede l'ultima mano in Vienna
nel dì 18 di novembre fra i suddetti due monarchi, e fu sottoscritto
dai plenipotenziarii non solo d'essi, ma anche da quei del re Cattolico
_Filippo V_, di _don Carlo_ re delle Due Sicilie, e del re di Sardegna
_Carlo Emmanuele_. Rimasero con poca mutazione confermati i precedenti
trattati di pace, e la Francia nominatamente accettò e promise di
garantire la prammatica sanzione formata dall'Augusto regnante. Vi
fu regolato tutto quello che apparteneva in Italia alla cessione dei
regni di Napoli e Sicilia, e delle piazze marittime della Toscana
pel suddetto real infante; e di Parma e Piacenza per l'imperadore;
e di Tortona e Novara e delle Langhe pel re di Sardegna. Qual fosse
il giubilo di tutta l'Italia all'avviso di questa concordia, non
si può abbastanza esprimere, lusingandosi ognuno di godere per gran
tempo i frutti e le delizie della tanto desiderata pace, che ora mai
sembrava con uno stabile chiodo fissata. Non si godeva già in questi
tempi un egual sereno nell'imperial corte di Vienna, perchè anche
nell'anno presente niuna felicità, anzi parecchi disastri provarono
in Ungheria l'armi cesaree. Quantunque ancora in quest'anno passasse
al comando di quell'esercito il _duca di Lorena_, con aver seco per
principal direttore di azioni militari il saggio e valoroso _conte
di Koningsegg_; pure ebbero essi a fronte il gran visire con forze di
lunga mano superiori alle cristiane. Le frequenti scorrerie turchesche
per la Servia e un possente armamento di saiche nel Danubio portarono
il terrore sino alla città di Belgrado, da dove si ritirarono in gran
copia i benestanti. Per l'Ungheria superiore di là dal real fiume
marciò il Koningsegg, e nel dì 3 di luglio a Cornia venne alle mani con
un corpo di venti e più mila musulmani, e lo sconfisse. Questa vittoria
agevolò la presa del forte di Meadia nel dì 9 d'esso mese, dove fu
accordata buona capitolazione al presidio turchesco.

Già s'incamminava l'oste cesarea al soccorso d'Orsova assediata dai
nemici, quando giunse la lieta nuova ch'essi a precipizio s'erano
dati alla fuga, lasciando nel campo tende, bagagli, munizioni ed
artiglierie. Tanto più allora inanimati i cristiani pensavano già di
continuare il viaggio a quella volta; ma eccoti avviso che il visire
avea trasmesso un rinforzo di venti mila uomini ai ritiratisi da
Orsova. Non si osservò allora la consueta intrepidezza de' coraggiosi
Alemanni; nè più si pensò ad Orsova. Accortisi gl'infedeli delle lor
disposizioni, s'inoltrarono sino a Meadia, dove seguì un sanguinoso
conflitto. I due reggimenti Vasquez e Marulli, composti d'Italiani,
fecero delle maraviglie di coraggio con vergogna de' Tedeschi, i quali
pure sono in credito di tanta fortezza. Ritiraronsi i cristiani con
permettere a' Turchi di ricuperare i forti d'essa Meadia. Posto di
nuovo l'assedio da essi infedeli ad Orsova, fu quella piazza costretta
alla resa con grave pregiudizio della vicina città di Belgrado, sotto
alla quale andò ad accamparsi il maresciallo di Koningsegg. Si contò
per regalo della fortuna che i Turchi non facessero maggiori progressi;
e sebben anche Semendria e Vilapanca furono sottomesse, pure poco
appresso si videro abbandonate da essi. Non avea il Koningsegg più
di quaranta mila guerrieri, laddove il gran visire ne conduceva cento
venti mila. Ma in altri tempi trenta a quaranta mila Alemanni bastavano
a far delle grandi prodezze contro le grosse armate degli Ottomani.
O fosse dunque che l'iniquo bassà Bonneval avesse ben addottrinate le
milizie turchesche, o altra cagione: certo è che questa campagna riuscì
non men deplorabile della precedente per li cristiani, e convenne
alzare il guardo al trono del Dio degli eserciti, i cui giusti giudizii
son coperti di troppe tenebre. Nè i Russi ebbero miglior mercato.
Furono costretti di far saltare tutte le fortificazioni di Oczokow,
e a ritirarsene. Presero bensì nella Crimea la fortezza di Precope,
ma poi, dopo averne demolite le fortificazioni e spianate le linee, e
recati gravissimi danni a quelle contrade, se ne tornarono indietro.
Fu da essi tentato il passaggio del Niester, ma senza poter ottener
l'intento. Comparve in questi tempi alla corte di Costantinopoli, e
vi fu ricevuto con distinto onore, Giuseppe figlio del fu principe di
Ragotzki, il quale, dimentico delle grazie a lui compartite in addietro
dal clementissimo Augusto, se ne fuggì alla Porta, per ravvivar le sue
pretensioni sopra la Transilvania; e fece credere al gran signore di
avere in quella provincia e in Ungheria un'infinità di seguaci.

Nè pure in quest'anno si seppe cosa credere degli affari della Corsica,
perchè tuttodì a buon mercato si spacciavano bugie. Esaltavano alcuni
la gran copia di soccorsi dati ai Corsi non meno di gente, che di
munizioni, artiglierie ed armi: soccorsi, dico, i quali si diceano
inviati colà dal baron Teodoro, e che altri attribuiva ad una potenza,
la quale segretamente tenesse mano a quella ribellione, additando con
ciò la corte di Spagna o pure di Napoli. Negavano altri queste nuove,
e sosteneano ecclissata affatto la fortuna dell'efimero re Teodoro. Sul
principio dell'anno fu sparsa voce che questo venturiere da Orano fosse
di nuovo sbarcato in Corsica; e si vedevano progetti lodevolissimi
pubblicati sotto suo nome, per far fiorire il commercio di quell'isola
coll'erezion di varie saline, con attendere alle miniere, con fabbricar
cannoni e mulini da polve da fuoco, e con incoraggiar l'agricoltura
e la pesca. Ma non si verificò il di lui arrivo. Fu bensì vero che
nel dì 5 di febbraio sbarcarono alla Bastia, capitale di quel regno,
tre mila uomini di truppe franzesi, sotto il comando del conte di
Boissieux. Aveano i Genovesi implorato il patrocinio della Francia
in questo loro troppo lungo e dispendioso disastro; se pure non fu la
corte di Francia, che attenta ad ogni foglia che si muova in Europa,
per sospetto che gli Spagnuoli un dì non si prevalessero di quella
sollevazione per impadronirsi della Corsica, esibì alla repubblica
le sue forze per terminar quella pugna. Certo è, che colà furono
trasportate le suddette milizie, non già con animo d'infierire contro
quella valorosa nazione, a cui non mancavano delle buone ragioni,
ma per istudiar la via di pacificarla coll'esibizione di oneste
condizioni. Infatti se ne trattò; si rimisero i Corsi riverentemente
alla giustizia e saviezza del re Cristianissimo; diedero anche degli
ostaggi; e per questo si fece pausa alle ostilità, ma senza che
seguisse accordo alcuno.

Venuto il settembre, si tornò a spacciare come avvenimento indubitato
che il baron Teodoro con tre vascelli di bandiera straniera era nel dì
13 di esso mese giunto in Corsica a Porto Vecchio, con fare intendere
ai sollevati la provvision delle artiglierie, armi e munizioni da
lui condotte su quei navigli; e che perciò di nuovo si fosse fatta
un'unione universale de' Corsi, per mantenergli l'ubbidienza. Si vide
anche la lista di tutto il suo carico, e fu assicurato che nel dì 16
del suddetto settembre scese a terra fra i viva di un gran concorso
di popolo; ma che poscia nel dì 15 d'ottobre s'era ritirato a Porto
Longone, o pure in Sardegna; e ciò perchè furono intimoriti i Corsi
da una lettera circolare del general franzese, che minacciava loro
l'indignazione del re Cristianissimo, se più ubbidivano al barone
suddetto. Aggiunsero, ch'egli era dipoi approdato a Napoli, dove,
d'ordine della corte, fu catturato, e in appresso fatto uscire
del regno. Non so io dire se vere o finte fossero tutte queste
particolarità. Se un giorno qualche fedele e ben informato scrittore
ci darà la storia di tante scene di quella tragedia, può sperarsi
che rimarrà allora dilucidato il vero dalle molte ciarle sparse per
l'Europa di quello emergente; tale certamente, che facea dello strepito
dappertutto. Fermossi per alcuni mesi il principe real di Polonia e
Sassonia _Federigo Cristiano_ in Napoli, godendo le delizie di quella
gran città, corte e territorio, ma infastidito alquanto per la rigorosa
etichetta spagnuola, che non gli permetteva nè pur di trovarsi a tavola
colla regina sorella. Dopo aver questo principe lasciato in quella
corte e città illustri memorie della sua magnificenza e gentilezza,
arrivò a Roma nel dì 18 di novembre, e prese alloggio nel palazzo del
_cardinale Annibale Albani_ camerlengo. Potè allora quella gran città
conoscere in lui una rara pietà, costumi angelici, pregio di tutta la
real numerosa figliolanza del re di Polonia (e perciò grande onore del
cattolicismo), siccome ancora l'avvenenza del suo volto, e molto più
le altre belle doti dell'animo suo. Altro alla perfezione di questo
principe non mancava, se non robustezza maggiore nelle gambe. Nulla
aveano servito a lui per questo i bagni d'Ischia. I divertimenti di
questo generoso principe erano il commercio dei letterati, e la visita
di tutte le chiese, antichità, gallerie e cose più rare di Roma.



    Anno di CRISTO MDCCXXXIX. Indiz. II.

    CLEMENTE XII papa 10.
    CARLO VI imperadore 29.


Sul principio di quest'anno furono rivolti gli occhi dei curiosi
alla comparsa in Italia di _Francesco duca di Lorena_ e gran duca di
Toscana, il quale, coll'arciduchessa _Maria Teresa_ sua consorte, e
col _principe Carlo di Lorena_ suo fratello, e con corte ed equipaggio
splendido nel dì 28 del precedente dicembre era giunto ai confini del
veneto dominio, dove gli fu fatto un solenne e magnifico accoglimento,
per parte della repubblica. Desideravano questi principi di consolare
colla graziosa lor presenza i nuovi sudditi della Toscana, e insieme
di riconoscere in che consistesse il cambio da essi fatto della
Lorena. Ma perciocchè in questi tempi s'era forte dilatata la peste
per l'Ungheria, Croazia ed altre provincie, che tutte aveano libero
commercio coll'Austria ed altri paesi sottoposti in Germania a sua
maestà imperiale; la veneta repubblica avea severamente bandite
tutte quelle contrade, nè permetteva commercio di chi procedeva
dalla Germania per venire in Italia, impiegando quel rigore che in
altri tempi è stato l'antemurale della salute sua e delle provincie
italiane. Grande stima ed ossequio professava il saggio senato veneto a
quegl'illustri principi, ma più eziandio gli stava a cuore la pubblica
sicurezza in tempi tanto pericolosi. Però non altrimenti accordò
loro il passaggio per li suoi Stati, che colla condizione di fare una
discreta contumacia. Loro perciò fu assegnato sul Veronese il palazzo
del conte Michele Burri, dove per qualche giorno si riposarono. Ma
perchè s'infastidirono in breve di quella nobil prigione, fece il gran
duca istanza a Venezia, affinchè gli si abbreviassero i giorni della
contumacia; e non venendo risposte concludenti, impazientatasi quella
nobilissima brigata, nel dì 11 di gennaio prese da sè stessa la licenza
di andarsene, e passò a Mantova. Nel dì 14 arrivarono questi generosi
principi a Modena, accolti colle maggiori dimostrazioni di stima e di
onore dal duca _Francesco III_, e dalle principesse sue sorelle, e qui
si fermarono godendo dei divertimenti loro preparati sino al dì 17, in
cui si mossero alla volta di Bologna, e di là continuarono il viaggio
sino a Firenze. Il dì 20 di gennaio fu quello in cui fecero il solenne
loro ingresso in essa città fra la gran calca del popolo e della
copiosa foresteria, fra le incessanti acclamazioni di que' sudditi,
che con archi trionfali, insigni illuminazioni ed apparati maestosi,
e col giuoco ancora del calcio, espressero il loro giubilo verso
dominanti pieni di tanta clemenza e gentilezza. Poscia nel dì primo di
marzo si portarono a Pisa, e di là a Livorno, nelle quali due città
ebbero motivo di ammirare i nobilissimi spettacoli e divertimenti,
spezialmente nell'ultima preparati a gara ed eseguiti in loro onore dai
Toscani, Inglesi, Franzesi, Olandesi, Giudei ed altre nazioni. Videro
anche Siena, portando poscia con loro un alto concetto di sì belle,
deliziose e grandiose città, simili alle quali certamente non le potea
mostrare il per altro riguardevole ducato della Lorena.

Dopo aver dato buon sesto agli affari economici e militari della
Toscana, la gran duchessa _Maria Teresa_ sul fine di aprile, desiderosa
di veder Milano, si mise in viaggio, e nel dì 10 arrivò a Reggio,
dove, in occasion della fiera, si trovava la corte estense; ed ivi non
solo godè, ma anche ammirò una delle più splendide e singolari opere
in musica che si facessero allora in Italia: tanta era l'abilità dei
cantanti e le vaghezza delle scene. Avea preso il gran duca _Francesco_
suo consorte la risoluzione di passar per mare a Genova, e di là
trasferirsi a Torino, a fin di visitare la _regina di Sardegna_ sua
sorella. Ma ito per imbarcarsi a Livorno, trovò cotanto in collera il
mare, che, mutato pensiero, e prese le poste per terra, all'improvviso
raggiunse in Reggio la real sua consorte. Se ne andarono poscia nel
primo dì di maggio alla volta di Milano; ma il gran duca col _principe
Carlo_ da Piacenza s'inviò verso Torino, dove giunto nel dì 3 ricevette
ogni maggior finezza da quella magnifica corte. Comparvero poi anche
questi due principi nel dì 6 a Milano, e dopo qualche giorno se ne
tornarono tutti in Lamagna, avendo lasciato dappertutto viva memoria
della somma lor benignità ed amabili costumi. Andava in questi tempi
sempre più il pontefice _Clemente XII_ sentendo il peso degli anni, di
modo che si trovava bene spesso per la debolezza confinato in letto, e
sopra tutto perdè l'uso della vista. Contuttociò, continuando il vigor
della sua mente, non tralasciava punto di accudire non meno al secolare
che all'ecclesiastico governo. Anche in letto teneva concistoro, ed
ascoltava le varie congregazioni. Dopo parecchi mesi di soggiorno in
Roma, finalmente se ne partì il real principe di Sassonia _Federigo_,
portando seco la gloria d'una singolar pietà, e di avere esercitata
sì gran liberalità e cortesia verso grandi e piccioli, che di lui
durerà in quelle parti una ben lunga memoria. Venuto per la Toscana,
giunse nel dì 21 di novembre a Modena, dove si fermò per tre giorni
a godere delle cose più rare di questa corte, e dipoi passò a Milano,
con animo di quindi portarsi a Venezia per li divertimenti del seguente
carnovale.

Sul fine del precedente anno e nei primi mesi del presente corsero
di nuovo false voci che il baron Teodoro fosse sbarcato in Corsica,
e vi si trattenesse incognito; e la curiosità d'ognuno era attenta ad
osservare qual frutto producessero i maneggi del conte di Boissieux,
comandante delle truppe franzesi in quell'isola, per pacificare i
sollevati. Pareano disposti i Corsi ad abbracciar l'accordo esibito
loro con alcune vantaggiose condizioni; ma una sola non ne sapeano
digerire, cioè quella di dover consegnare tutte le loro armi; perchè,
non fidandosi dei Genovesi, troppo duro e pericoloso sembrava ad essi
il privarsi di que' mezzi che soli poteano far eseguire la proposta
capitolazione, caso mai che a questa si mancasse. Ricalcitrando
dunque essi a sì fatta concordia, si mise in testa il Boissieux di
parlare d'altro tenore, ed inviò un distaccamento di truppe al borgo
di Biguglia, per costringere colla forza quegli abitanti a ricevere
la legge. Era il dì 13 di dicembre del 1738: si venne alle mani, e
vi restarono uccisi e prigioni non pochi Franzesi, che talun fece
ascendere a centinaia, il che fu creduto una falsa esagerazione.
Questo fatto dall'un canto riaccese il fuoco de' Corsi, e dall'altro
eccitò lo sdegno della corte di Francia contra d'essi, perchè il re,
udito l'affare, giudicò essere questo non più impegno de' Genovesi,
ma della sua corona. Perciò diede ordine che passasse colà con buon
rinforzo di truppe il _marchese di Maillebois_ tenente generale
atto a farsi ubbidire; poichè in quanto al _conte di Boissieux_,
egli per infermità lasciò in questi tempi la vita nella Bastia.
Intanto le gazzette spacciavano a più non posso nuove, cioè che il
baron Teodoro si trovava in Corsica; che a _don Filippo_ infante di
Spagna era destinato il dominio di quell'isola, e tanto più perchè
s'intese stabilito il matrimonio di questo principe con madama _Luigia
Elisabetta di Francia_, primogenita del re Cristianissimo _Luigi XV_,
matrimonio, dissi, che fu poi compiuto e solennizzato in Versaglies nel
dì 26 d'agosto dell'anno presente. Teodoro dovea essere vicerè d'esso
infante, sua vita natural durante. Sogni tutti della sfaccendata gente
erano questi, nè in quelle regie corti apparve mai pensiero di voler
pregiudicare ai diritti della repubblica di Genova.

La verità si è, che il marchese di Maillebois sbarcò in Corsica
con delle nuove truppe; e siccome personaggio di grande attività,
pubblicò tosto un proclama, ordinando a tutti i Corsi di deporre
l'armi, e di rimettersi alla clemenza di sua maestà Cristianissima,
in pena di essere trattati da ribelli. Perchè i sollevati risposero
con un manifesto, modesto sì, ma che finiva in dire: _Melius est mori
in bello, quam videre mala gentis nostrae;_ quel comandante spedì
in Provenza ad imbarcare altre milizie. Ora da che si vide in buon
arnese, venuto il mese di giugno, uscì in campagna con tutte le sue
forze. Il terrore marciava avanti di lui; e però non tardarono gli
abitanti delle pievi d'Aregno, Pino, Sant'Andrea, Lavatoggio, ed altre
ch'io tralascio, a rendersi ai di lui voleri. Anzi i principali capi
dei sollevati andarono a trattare con esso Maillebois, protestandosi
pronti di sottomettersi agli ordini venerati del re Cristianissimo,
con isperanza che sua maestà si degnerebbe di proteggerli, e di rendere
loro buona giustizia. Pertanto non finì l'anno presente, che tutti quei
popoli, a riserva di pochi ostinati, depositate in mano de' Franzesi
le loro armi, accettarono il perdono, e si mostrarono ubbidienti,
invasati intanto da una dolce lusinga di non dover più tornare sotto
i Genovesi, ma che tutto quel mercato fosse per dar loro un principe
della real casa di Borbone. Tale era anche la comune immaginazione
degli speculatori dei gabinetti principeschi. Nè faceano caso essi
dall'osservare che, per consiglio del Maillebois, i primarii capi della
ribellione uscivano di Corsica, e si ricoveravano in Toscana, Napoli
e Stato ecclesiastico. Intanto i Franzesi si ridussero a' quartieri
d'inverno, e la maggior parte d'essi provò fiere malattie, e allo
incontro il Maillebois senza misericordia facea impiccar tutti coloro
che fossero colti con armi da fuoco, o continuassero nella sedizione.

Sente ribrezzo la penna mia, ora che io sono per accennare la
lagrimevol campagna fatta dall'armi cristiane nella Servia ed Ungheria
nell'anno presente. Nulla avea ommesso l'_imperador Carlo VI_ per
formare un'armata capace di ricuperar la gloria perduta nei due
precedenti anni, e di reprimere gli sforzi degli orgogliosi Ottomani,
i quali per li passati prosperosi avvenimenti aveano alzata forte la
testa, e si rideano di chi loro parlava di pace. Non mancò il pontefice
_Clemente XII_ di spedirgli un dono di cento mila scudi, e il duca di
Modena _Francesco III_, gl'inviò due battaglioni di ottocento uomini
l'uno. Un gran corpo di valorose milizie bavaresi e sassone, ed altre
di altri principi della Germania, erano marciate per tempo alla volta
di Belgrado. I più discreti calcolavano quell'esercito almeno di
sessanta mila combattenti; e si sa qual bravura alligni in petto alla
nazion tedesca. Trattossi di scegliere il supremo comandante di sì
fiorita armata, e fu proposto il maresciallo _conte Oliviero Wallis_,
come creduto il migliore degli altri, anche per testimonianza del fu
maresciallo di Staremberg. Fama corse che a tal elezione ripugnasse
l'ottimo e giudizioso augusto monarca, per le relazioni più volte a
lui date, che questo generale fosse uomo impetuoso e bestiale, e che
avesse il segreto di farsi poco amare dagli altri, del che aveva egli
lasciato anche in Italia e in Sicilia più d'una memoria. Ma il buon
imperadore, siccome quegli che ordinariamente giudicava meglio degli
altri, ma poi si arrendeva al parere dei più, credendo che a tante
teste avesse da cedere il sentimento di un solo, si lasciò indurre a
concedere al Wallis il supremo comando dell'armi in questa campagna.
Andò esso generale a mettersi alla testa di quell'esercito, e trovò che
il gran visire veniva con un'armata ascendente a sessanta mila Turchi,
ma che andava ogni dì più crescendo per altri rinforzi di gente che
sopravvenivano.

Trovavasi il Wallis col grosso dell'esercito suo a Zwerbrusck, quattro
leghe distante da Belgrado, quando intese che un corpo di Turchi era
ito a postarsi nel vantaggioso posto di Crotska, tre leghe lungi dal
suo campo; e tosto lo sconsigliato generale, dopo aver tirato nel
suo parere il consiglio di guerra, prese la risoluzione di andarli ad
assalire nel dì 22 di luglio, festa di santa Maria Maddalena, voglioso
di scacciarli da quel posto, prima che vi si trincierassero. Dissi
sconsigliato, perchè prestata troppa fede alla sola relazione di una
spia doppia, non cercò prima di chiarirsi, se si trovasse in Crotska
non già un distaccamento, ma bensì tutta l'armata dei musulmani col
gran visire, e già in parte trincierata; e perchè avea bensì ordinato
al generale Neuperg di passare il Danubio, e di venire ad unirsi seco
col suo corpo consistente in circa quindici mila soldati; ma poi senza
volerlo aspettare a cagion dell'emulazione che era fra loro, attaccò
la mischia. Quel che è più, perchè volle assalire i nemici ben postati
fra i boschi, e con istrade sì strette ed intralciate, che non si potè
formare se non una lieve linea, e questa esposta alla moschetteria de'
nemici, i quali la battevano per fianco, allorchè volle inoltrarsi o
retrocedere. Oltre a ciò, marciò innanzi il Wallis con soli quattordici
reggimenti di cavalleria e diciotto compagnie di granatieri, senza
esser secondato dalla fanteria, che tardi poscia arrivò. Che ne
avvenne dunque? restò quasi interamente disfatto dai Turchi quel corpo.
Sopraggiunta la fanteria per sostenere la ritirata di chi era restato
in vita, si trovò anch'essa impegnata nel sanguinoso combattimento.
Male passò anche per questi; ed ostinatosi il maresciallo nella
speranza di rompere i nemici, allorchè giunse il Neuperg colle sue
milizie, continuò la battaglia sino alla notte, che pose fine al
macello. Quanta gente perdessero i Turchi, non si potè sapere: fu
creduto che molta. Ma seppesi bene, che l'armata cesarea vi ricevette
una terribil percossa, perdè il campo della battaglia, e restò sì
estenuata e confusa, che nel dì seguente si ritirò di là dal Danubio,
lasciando Belgrado esposto all'assedio, a cui tosto si accinsero i
Turchi. Voce comune fu che almeno sei mila fossero i Tedeschi uccisi,
e forse altrettanti i feriti. Che maggiore nondimeno fosse la perdita,
si potè arguire da quanto poscia avvenne. Videsi allora che differenza
passi, fra un saggio ed accorto generale ed un altro di tempra diversa,
che non sa temporeggiare occorrendo, nè conosce qual sia il tempo,
e quale il sito per assalire i nemici. Il _principe Eugenio_, benchè
posto fra Belgrado, città allora de' Turchi, e fra la poderosa oste
d'essi Musulmani, quando conobbe il tempo, riportò un'insigne vittoria.
Il Wallis, tuttochè avesse alle spalle Belgrado ubbidiente a lui, e
potesse fermarsi nelle linee d'esso principe Eugenio, e schivare il
pericoloso cimento; pure, senza essere forzato, volò a cercare la
rovina, non men dell'esercito cesareo, che della propria riputazione;
e si sa che, in vedere sì gran flagello, esclamò: _Non ci sarà una
palla anche per me?_ Che in questa battaglia stesse a' fianchi del
gran visire l'infame conte di Bonneval, fu comunemente creduto; è a lui
attribuito l'uso delle baionette nella fanteria turchesca, e alle sue
lezioni l'avere con tant'ordine e bravura combattuto quei Barbari.

Pure qui non finì la catena delle disavventure. Strinsero tosto i
Turchi la città di Belgrado, e cominciarono col cannone e colle bombe
a tempestarla. Ossia che il _marchese di Villanuova_ ambasciatore del
re di Francia, spedito da Costantinopoli al gran visire col giornaliero
assegno di cento cinquanta piastre fattogli dal gran signore, movesse
tosto parola di pace, o che in altra maniera procedesse l'affare;
fuor di dubbio è ch'egli ne fu mediatore. Andò il conte di Neuperg nel
campo turchesco a trattarne; non ebbe la libertà di uscir quando volle;
ma giacchè avea plenipotenza dal Wallis, strinse in pochi giorni la
concordia, cedendo agli Ottomani la Servia tutta con Belgrado, le cui
fortificazioni si avessero a demolire; ed in oltre ad essi rilasciando
Orsova e la Valacchia imperiale. Appresso si vide l'inaspettata
scena, che senza aspettare risposta e ratificazione alcuna dalla
corte cesarea, fu ben tosto consegnata agl'infedeli una porta di
Belgrado. Persone trovatesi in quella brutta danza sostenevano, non
essere rimasto sì sfasciato l'esercito cesareo, che non avesse potuto
impedire un sì gran precipizio di cose; e che quella pace fu un
imbroglio straordinario, di cui non s'intesero giammai i misteri, ma si
provarono ben le triste conseguenze. A rendere maggiormente deplorabile
la presente catastrofe di cose, si aggiugne, che il felice esercito
dell'imperatrice russiana di circa ottanta mila persone, comandato dal
generale _conte di Munich_, passato per Polonia, valicò il Niester;
diede nel dì 28 di agosto una memorabil rotta ai Turchi e Tartari,
si impadronì della rinomata fortezza di Coczim; entrò vittorioso nel
dì 14 di settembre in Jassi capitale della Moldavia, di modo che sì
quella provincia, come la Valacchia, restavano sottratte al giogo de'
Turchi. Un poco di tempo che avesse aspettato il Vallis, si trovava
astretto il gran visire ad accorrere contro i vincitori Russiani; ed
unendosi allora l'armi cesaree colle russiane, poteano sperare maggiori
progressi contro il comune nemico. Cagion fu la tregua stipulata fra
Cesare e la Porta che l'ambasciator franzese marchese di Villanuova,
nel dì 18 di settembre, inducesse anche il plenipotenziario della
Russia alla pace, con restar Azof smantellato affatto, e restituito
tutto l'occupato ai Turchi in Europa. Portato che fu a Vienna l'avviso
di sì gran nembo di sciagure, non si può dire quanto se ne affliggesse
l'augusto _Carlo VI_, sì per la scemata riputazion delle sue armi,
come per la perdita di sì importante piazza, e per la maniera di questo
avvenimento. Diede anche nelle smanie tutto il popolo di Vienna contra
del Wallis e del Neuperg, talmente che la vita loro non sarebbe stata
in salvo, se fossero capitati allora colà. Proruppero eziandio in voci
ingiuriose contro il _marchese di Villanuova_, ambasciatore di Francia,
come di ministro venduto alla Porta, quasichè egli in tale occasione
avesse assassinati gli affari dell'imperadore; per le quali dicerie
si risentì non poco l'altro ambasciator franzese di Vienna. Delle
azioni ancora dei suddetti due generali sì altamente rimase disgustato
l'imperial ministero, che spedì subito ordine in Ungheria pel loro
arresto, e che fosse formato il processo de' lor mancamenti. Anzi
pubblicò essa corte un manifesto, dove espose tutte le disubbidienze e
la mala condotta d'amendue, la quale avea necessitato l'augusto monarca
ad accettare una sì vergognosa tregua, giacchè la troppo affrettata
consegna di Belgrado troncava il passo ad ogni altra risoluzione. Non
si può già senza sdegno rammentar così dolorosa tragedia; se non che
debito nostro è di chinare il capo davanti agli occulti giudizii di
Dio.

Picciolo Stato in Italia è San Marino, situato dieci miglia lungi
da Rimini fra gli Stati della Chiesa e della Toscana. Consiste esso
in un borgo con forte rocca, situato sopra la sommità d'un monte,
con cinque o sei castella o comunità da esso dipendenti; ma ornato
d'una invidiabil prerogativa, perchè quel popolo, indipendente
da ogni principe, si governa a repubblica sotto la protezion del
romano pontefice, il quale nondimeno vi conserva qualche diritto di
sovranità. Diede nell'anno presente questa repubblica un buon pascolo
ai novellisti per un'impensata mutazione ivi succeduta. Era tuttavia
legato di Ravenna il _cardinale Giulio Alberoni_. Rappresentò egli a
Roma, trovarsi malcontenti que' popoli della propria libertà, perchè il
governo era caduto in oligarchia, cioè che venivano essi tiranneggiati
da alcuni pochi prepotenti, e però sospirar essi di suggettarsi al
soave e ben regolato governo della Chiesa romana, ed averne molti di
loro fatte replicate istanze al medesimo cardinale. Le saggie risposte
della sacra corte furono, che esso porporato sussistendo l'oppressione
e il desiderio suddetto dei Sanmarinesi, si portasse ai confini del
loro paese, e quivi aspettasse coloro che volontariamente venissero
ad implorar la sua protezione; e qualora la maggiore e più sana parte
del popolo di San Marino si trovasse volonterosa di passare sotto
l'immediato dominio della santa Sede, ne stendesse un atto autentico,
e andasse a prenderne il possesso, con facoltà di regolar ivi il
governo, e di confermar lutti i lor privilegii a quella gente. Bastò
questo al cardinale, perchè senza tante cerimonie, e senza fermarsi
alle formalità dei confini, si portasse improvvisamente a San Marino,
dove chiamò ancora ducento soldati riminesi e tutta la sbirraglia
della Romagna, e si fece dare il possesso della rocca, che si trovò
sprovveduta di tutto. Poscia nel dì 25 di ottobre ad una messa solenne
chiamò i pubblici rappresentanti del borgo, ossia della città e delle
altre comunità a prestare il giuramento di fedeltà alla santa Sede. I
più giurarono, ma molti ancora pubblicamente ricusarono di farlo, ed
altri se n'erano fuggiti, per non acconsentire a questo sacrifizio.
Ciò non ostante, prese il cardinale giuridicamente il possesso, vi
pose un governatore, e diede buone regole pel governo in avvenire. Ma
poco stettero a giugnere al santo padre i richiami e le querele dei
Sanmarinesi, con rappresentare alla santità sua essere proceduta quella
dedizione non dalla libera elezione del popolo, ma parte dalle lusinghe
e parte delle minaccie, in una parola dalla prepotenza e violenza
del cardinale, che gli avea sorpresi con genti armate, ed avea fatto
carcerar varie persone, e saccheggiar quattro o cinque dei renitenti
alla dedizione, con pretendere ancora nata la persecuzione del legato
da alcune sue private passioni ed impegni.

Nell'animo giusto del pontefice e dei più saggi ed accreditati
cardinali fece grande impressione questo discorso e doglianza; e tanto
più perchè il legato Alberoni non aveva eseguiti gli ordini a lui
prescritti nelle lettere del _cardinale Firrao_ segretario di Stato, nè
si conformavano colla verità molte cose da lui rappresentate al papa,
come con sua lettera esso segretario di Stato significò al medesimo
Alberoni nel dì 14 di novembre. Perciò il santo padre, alieno da ogni
prepotenza e da ogni anche menoma ombra di usurpazione, non approvò
l'operato fin qui. Tuttavia perchè non pochi dei Sanmarinesi veramente
di cuore bramavano di sottoporsi alla santa Sede, deputò commissario
apostolico monsignor _Enrico Enriquez_, governatore di Macerata,
personaggio cospicuo pel sapere, per la prudenza e per la sua nota
integrità (che oggidì nunzio pontifizio nella real corte di Spagna,
va accrescendo il capitale del suo merito), con ordine di portarsi a
San Marino, di prendere i voti liberi di quella gente, e di annullar
gli atti precedenti, qualora si trovassero contrarii alla retta
intenzione della santità sua, e di prescrivere poscia per bene di esso
popolo un saggio regolamento, a fine di esentarlo spezialmente dalla
soperchieria di chi in ogni governo, senza essere principe, tende a dar
legge a tutti gli altri. Intanto i Sammarinesi, da che fu partito il
_cardinale Alberoni_, pubblicarono un manifesto, dove si vide esposto
come ingiusto e violento tutto il procedere di questo porporato, la
cui penna non istette in ozio, e procurò di ribattere le ragioni e i
lamenti di quel popolo. Grande strepito faceano parimente in questi
tempi per l'Italia, anzi per l'universo, le mirabili azioni dello
_scach Nadir_, ossia di _Tamas Kulickan_ sofì della Persia, che, non
contento di avere ricuperata la provincia di Candahar, e prese le altre
di Cabul e Lahor, portò l'armi vittoriose sino al cuore del vastissimo
imperio del gran Mogol, o sia dell'Indostan, con dare una terribile
sconfitta agl'Indiani nel dì 22 di febbraio, con occupare la stessa
capitale di Delhi, ed impadronirsi, oltre ad altre ricchezze, del
famoso gioiellato trono di quel monarca, cioè d'un principe avvilito
qual Sardanapalo nella voragine dei piaceri. Ma se è vero che sulla
buona fede portatosi a lui lo stesso Mogol, fosse ritenuto prigione, e
che esso Kulichan facesse in Delhi un macello di ducento mila persone,
questo rinomato eroe, questo novello Tamerlano, denigrò di troppo con
tal tradimento e con tanta crudeltà la propria gloria.



    Anno di CRISTO MDCCXL. Indizione III.

    BENEDETTO XIV papa 1.
    CARLO VI imperadore 30.


Esercitò in quest'anno la morte la sua potenza sopra alcune delle
più riguardevoli principesche teste della cristianità. Il primo a
farne la pruova fu il sommo pontefice _Clemente XII_, già pervenuto
all'età d'anni ottantotto. Pel peso di tanti anni s'era da molto tempo
infievolita la sua sanità, gli occhi più non gli servivano, e costretto
a vivere per lo più io letto, quivi impiegava il residuo delle forze
della mente e del suo buon volere nella continuazion del governo,
aiutato in ciò dal _cardinale Corsini_ suo nipote, e dal gottoso
_cardinale Firrao_ segretario di Stato. Ebbe egli il tempo di ricevere
le informazioni spedite da _monsignor Enriquez_ commissario apostolico
intorno agli affari di San Marino; dalle quali risultava, che avendo
esso prelato esplorata la libera intenzione del consiglio di quella
città e del clero, e dei capi della comunità, la maggior parte si era
trovata costante nel desiderio dell'antica sua libertà. Il perchè egli,
secondo la facoltà a lui data, avea rimesso quei popoli in possesso
di tutti i lor privilegii, cassando gli atti del _cardinale Alberoni_.
Coronò il buon pontefice il fine del suo governo col confermare quella
determinazione, ricevuta in appresso con gran plauso dentro e fuori
d'Italia da ognuno; ma non già da esso cardinale Alberoni, il quale
formò tosto, ma pubblicò poi dopo qualche anno, un manifesto in difesa
propria, di cui sommamente si dolse la corte di Roma, per aver agli
intaccato il ministero, e messe in luce senza licenza lettere a lui
scritte dal segretario di Stato. Ora il decrepito pontefice nel dì 6
di febbraio passò a miglior vita, dopo avere governata la Chiesa di
Dio nove anni e mezzo con lode di molta prudenza, zelo e giustizia,
glorioso per aver ornata Roma di magnifici edifizii; eretto uno spedale
per li fanciulli esposti, fabbricato l'insigne palazzo della Consulta,
arricchito il campidoglio di una impareggiabile copia di rare statue
e d'altre antichità, e la biblioteca Vaticana di preziosi manuscritti
orientali, portati in Italia da monsignor Assemani primo custode della
medesima, e per aver procurato a Ravenna e ad Ancona molti comodi ed
ornamenti. Non si sa che la già ricchissima casa sua profittasse con
arti improprie, nè con esorbitanza della di lui fortuna, avendo il
pontefice anche in ciò fatto comparire la moderazione sua, e schivato
ogni eccesso del nepotismo.

Nel dì 18 di febbraio si richiusero nel conclave i sacri elettori, e
cominciarono i lor maneggi colle consuete discrepanze delle fazioni.
Abbondavano certamente in quell'insigne adunanza personaggi degnissimi
del triregno; pure con istupore d'ognuno non si venne per mesi e
mesi ad accordo alcuno, talmente che durò la lor prigionia per sei
mesi continui: dilazione di cui da gran tempo non si era veduta la
simile. Sa Iddio, quando vuole, sconcertar le misure e gl'imbrogli
degli uomini, e chiaramente in questa congiuntura gli sconcertò,
perchè alzò al pontificato chi n'era sommamente meritevole, ma non
era stato proposto in addietro, nè punto aspirava a sì gran dignità.
Andavano a vele gonfie la fazione corsina e i cardinali franzesi
e spagnuoli in favore del _cardinal Pompeo Aldrovandi_ Bolognese,
persona che in acutezza e prontezza di mente, e nella scienza degli
arcani della politica avea niuno o pochi pari. Tuttavia al _cardinal
Annibale Albani_ Camerlengo, capo della fazione dagli zelanti, parve
che a questo degno soggetto mancasse alcuna delle doti che si esigono
in chi ha da essere insieme principe grande, e, quel che più importa,
ottimo pontefice. Però seppe egli così ben intralciar le cose, che non
si giunse mai ai voti sufficienti per l'elezione dell'Aldrovandi, il
quale, da che vide preclusa a sè stesso la strada per salire più alto,
generosamente si adoperò perchè l'elezione cadesse in uno degli altri
due ben degni porporati della patria sua, cioè nei cardinali _Vicenzo
Lodovico Gotti_ e _Prospero Lambertini_. Improvvisamente adunque, come
eccitati dalla voce di Dio, nel dì 16 d'agosto inclinarono gli animi
concordi del sacro collegio nella persona d'esso cardinale Lambertini,
che era ben lontano dai desiderii di questo peso ed onore, e nel dì
susseguente ne fecero la solenne elezione, poi canonizzata dal plauso
universale di chiunque conosceva il singolar merito personale di lui.

Prese egli il nome di _Benedetto XIV_, per venerazione al santo
pontefice da cui era stato decorato della sacra porpora. Era egli
nato in Bologna di casa antichissima e senatoria nel dì 31 di marzo
del 1675 e però giunto all'età di sessantacinque anni. Dopo aver
fatti i principali suoi studi in Roma, ed esercitate con gran lode
varie cariche nella prelatura, fu nel 1728 dichiarato cardinale
da papa _Benedetto XIII_, poscia promosso al vescovato d'Ancona, e
finalmente creato arcivescovo di Bologna. Dovendo il romano pontefice
essere maestro nella Chiesa di Dio, non si potea scegliere a sì
alto ministero persona più propria di lui per la sua gran perizia
de' canoni e dell'erudizione ecclesiastica, di cui già avea dato
illustri pruove con quattro tomi _De servorum Dei beatificatione_,
e _De Sanctorum canonizatione_, e colle _Istruzioni_ sue pastorali
intorno alle feste della Chiesa e al sacrifizio della Messa, e con
un'altra utilissima _Raccolta di decisioni ed editti_ spettanti alla
disciplina ecclesiastica, dai quali si raccoglie quanto ampia sia la
sua letteratura e ardente il suo zelo, talmente che da più secoli
non era stata provveduta la Chiesa di Dio di un pontefice sì dotto
e pratico del pastorale governo. A questi pregi si aggiugneva quello
dei suoi costumi, fin dalla sua prima età incorrotti, la delicatezza
della coscienza, ed una costante professione e pratica della vera
pietà. Miravasi anche in lui una rara vivacità di spirito; e quantunque
egli fosse impastato di un nitro che facilmente prendeva fuoco, pure
questo fuoco non durava che momenti, perchè tosto smorzato dalla sua
imperante virtù. Ora il novello pontefice nella sera dello stesso dì
16 di agosto pubblicamente passò alla visita della basilica Vaticana,
per quivi venerare il santissimo Sacramento, e fare orazione alla
sacra tomba dei principi degli Apostoli. Fu quivi che l'immenso popolo,
accorso a vedere il sospirato pastore, attestò con vive acclamazioni
il suo giubilo. Seguì poi nel dì 25 d'esso mese la funzion solenne
della sua coronazione; dopo di che si applicò egli vigorosamente al
governo, avendo scelto per segretario di stato il _cardinale Valenti
Gonzaga_, prodatario il _cardinale Aldrovandi_, prefetto dell'indice
il _cardinale Querini_ vescovo di Brescia, segretario dei memoriali
_monsignor Giuseppe Livizzani_, e confermato segretario dei brevi il
_cardinale Passionei_.

Mancò eziandio di vita nel dì 31 di maggio _Federigo Guglielmo_ re di
Prussia, a cui succedette il primogenito, cioè _Federigo III_, principe
di spiriti sommamente guerrieri, del che poco staremo a vederne
gli effetti. Similmente terminò i suoi giorni nella notte del dì 28
di ottobre _Anna Ivvanovva_ imperadrice della gran Russia gloriosa
per le sue imprese contra dei Tartari e de' Turchi, dichiarando suo
successore il fanciullo _principe Giovanni_, nato dalla _principessa
Anna_ sua nipote, e dal principe _Antonio Ulrico di Brunsvich_ e
Luneburgo. Ma fra le morti che sommamente interessarono l'Italia
anzi l'Europa tutta, quella fu dell'_Imperadore Carlo VI_. Era egli
pervenuto alla età di cinquantacinque anni e pochi giorni, età florida,
accompagnata da una competente sanità. Desiderava ognuno e sperava,
che Dio lungamente lasciasse in vita quest'ottimo Augusto, perchè
mancante in lui la discendenza maschile della gloriosissima casa
d'Austria, che per più di quattro secoli con tanta lode avea governato
l'imperio romano, ben si prevedeva, che la non mai quieta nè sazia
ambizione dei potentati avrebbe aperta la porta a un seminario di
liti e di guai. Prognosticavasi ancora, che poco sarebbe rispettata la
prammatica sanzione, da lui saggiamente stabilita, e creduta antidoto
valevole a risparmiare i temuti mali. Ma altrimenti dispose la divina
Provvidenza, i cui occulti giudizi tanto più son da adorare, quanto
meno ne intendiamo le cifre. Sorpreso questo monarca nel dì 15 di
ottobre da dolori nelle viscere, da gagliardo vomito e da febbre, andò
in pochi dì peggiorando, e però, dopo aver data con tenerezza alle
figlie arciduchesse la paterna benedizione, e presi con somma divozione
i Sacramenti della Chiesa, coraggiosamente incontrò la separazione
dalla vita presente, accaduta nella notte precedente al dì 20 del mese
suddetto. Era desiderabile che un'egual costanza d'animo per altro
conto si fosse trovata in questo insigne Augusto; giacchè non si dee
tacere quello che il padre Agostino da Lugano cappuccino, rinomato
fra i sacri oratori, ed ora vescovo di Como, confessò nella funebre
orazione del monarca medesimo. Cioè, che portatoci _monsignor Paolucci_
nunzio apostolico, oggidì cardinale, a complimentare la maestà sua
cesarea nel di lui giorno natalizio, e ad augurarle lunga serie d'anni,
il buon imperadore gli rispose, questo essere l'ultimo della sua vita.
Interrogato del perchè, replicò di non poter sopravvivere alla gran
perdita fatta di Belgrado, antemurale della cristianità. Passò dunque
ad un miglior paese _Carlo VI_ imperador de' Romani, a tessere il cui
grandioso elogio non ebbero nè han bisogno alcuno le penne di chieder
aiuto dall'adulazione: tanta era la sua pietà, capitale ereditario
dell'augusta sua casa, tanta la saviezza, per cui non trascorse mai
in quelle debolezze alle quali è sottoposto chi più siede in alto,
tanta la clemenza e bontà dell'animo suo, che solamente si rallegrava
in far grazie, e in beneficar le persone degne, e in sovvenire ai
poveri, e solamente ripugnanza provava ai gastighi. Non m'inoltrerò
io maggiormente nelle sue vere lodi, e chiuderò in una parola il suo
ritratto, con dire ch'egli fu esemplare de' principi savii e buoni;
e se cosa alcuna in lui non si approvò, fu qualche eccesso della
stessa sua bontà, costume quasi trasfuso in lui per eredità dai suoi
benignissimi antenati.

Lasciò egli erede universale di tutti i suoi regni e Stati
l'arciduchessa _Maria Teresa_ primogenita sua, moglie di _Francesco
Stefano_ duca di Lorena e gran duca di Toscana: principessa, che
siccome per la beltà potea competere colle più belle del suo sesso,
così per l'elevatezza della mente, per la saviezza dei suoi consigli,
ed anche per forza generosa di petto, gareggiava coi primi dell'altro
sesso. Tosto fu ella riconosciuta dai sudditi per regina d'Ungheria
e Boemia, ed erede di tutti gli Stati e dominii dell'inclita casa
d'Austria. Diede ella principio in graziose maniere al suo governo
col rimettere in libertà i generali Seckendorf, Wallis e Neuperg,
e coll'isminuire d'alquanti aggravii i suoi popoli. Dichiarò ancora
correggente dell'austriaca monarchia il granduca suo consorte, colle
quali azioni, e con altre tutte lodevoli, confermò nei sudditi suoi la
speranza di provare come rinato nella figlia l'impareggiabile Augusto
_Carlo VI_. Ma che? poco durò questo bel sereno. Nel dì 3 di novembre
fu pubblicata in Monaco da _Carlo Alberto elettore di Baviera_ una
protesta preservatrice delle sue ragioni sopra gli Stati della casa
di Austria; nè egli volle riconoscere per regina ed erede di essi
Stati la gran duchessa suddetta. Si fondavano le pretensioni d'esso
elettore sopra il testamento di _Ferdinando I_ imperadore, in cui,
secondo la copia esistente in Monaco, si leggeva che la primogenita
dello stesso Augusto succederebbe nei due regni d'Ungheria e Boemia,
_caso che non vi fossero eredi maschi dei tre fratelli_ della medesima.
Da essa primogenita, cioè da _Anna d'Austria_, discendeva l'elettore
stesso. Perchè egli sempre ricusò di approvare la prammatica sanzione,
si studiò l'imperador Carlo VI vivente, per mezzo della corte di
Francia, di calmare sì fatta pretensione, con far conoscere difettosa
quella copia di testamento, tuttochè autenticata da un recente notaio,
perchè nell'originale di esso testamento non si leggeva quella parola
_maschi_, ma solamente _in caso che più non vi fossero legittimi eredi
dei tre suoi fratelli_, o simili parole tedesche, le quali atterravano
tutto l'edifizio formato dalla corte di Baviera. Essendo poi passato
all'altra vita esso Augusto, la regina, a fin di chiarire l'elettore
e il pubblico tutto di questa verità, pregò i ministri di tutti i
sovrani che si trovavano in Vienna, e massimamente quel di Baviera, di
raunarsi un dì in casa del vicecancelliere conte di Sintzendorf, per
esaminare il protocollo ed originale del sopraenunziato testamento.
Tutti l'ebbero sotto gli occhi, ed, attentamente osservandolo,
trovarono tale essere l'espressione del testatore Ferdinando augusto,
quale si sosteneva in Vienna. E perciocchè il ministro bavarese, non
contento di aver come gli altri ben considerata la verità di quelle
parole, portò anch'esso protocollo ad una finestra, per osservar
meglio contro la luce, se alcuna raschiatura o frode avesse alterato
il primario carattere, nè vi trovò alterazione alcuna: non potè
ritenersi il vicecancelliere dalla collera e dal prorompere contra di
lui in risentimenti per tanta diffidenza. Ma che questo ripiego nulla
servisse a distorre l'elettore dal proposito suo, non andrà molto che
ce ne accorgeremo; giacchè fondava egli la pretension sua anche sopra
il contratto di matrimonio della suddetta _Anna d'Austria_ col duca
Alberto di Baviera, e sopra altre parole del testamento stesso di
Ferdinando I Augusto. Un'altra pretensione parimente moveva la corte
di Baviera, e questa assai fondata e plausibile: cioè un credito di
alcuni milioni a lei dovuti, fin quando l'armi bavaresi concorsero
a liberar la Boemia dall'usurpatore palatino del Reno; per li quali
era stata promessa un'adeguata ricompensa. Restava tuttavia attesa
questa partita, nè gli Austriaci erano mai giunti a darne la piena
soddisfazione.

Videsi intanto la Francia, siccome garante della prammatica sanzione,
abbondare delle più dolci espressioni di amicizia verso la nuova
regina d'Ungheria, benchè stentasse molto a riconoscerla per tale.
Ma nello stesso tempo facea preparamento di milizie e d'armi, ed
altrettanto facevano dal canto loro gli Spagnuoli e il re delle Due
Sicilie. Ciò che poi sorprese ognuno, fu il vedere _Federico III_ re
novello di Prussia, nel mentre che professava un gagliardo attaccamento
agl'interessi della regina _Maria Teresa_, entrare improvvisamente,
prima che terminasse l'anno, colle sue armi nella Slesia, cominciando
egli prima il ballo, e dando principio a quelle rivoluzioni che già
si conoscevano inevitabili, perchè desiderava e sperava più d'uno di
profittare del deliquio patito dall'augusta casa d'Austria. Di questo
mi riserbo io di parlare all'anno seguente. Gli affari della Corsica
in quest'anno somministrarono motivi di molte speculazioni ai curiosi.
All'udire i Franzesi, tutta l'isola era già sottomessa agli ordini
loro; ma non appariva pure un barlume che ne fosse rilasciato il
possesso e dominio intero alla repubblica di Genova, nè che i Franzesi
pensassero a ritirarsene; anzi aspettavano essi un rinforzo di nuove
truppe, perchè le malattie aveano di troppo estenuate le lor forze.
All'incontro si trovavano dei corpi di malcontenti tuttavia sollevati;
e chiaramente si scorgeva che la sola forza riteneva gli altri
sottomessi in dovere, prevedendosi che dalla partenza dei Franzesi
altro non si poteva aspettare che il risorgimento dei segreti mali
umori in quella nazion feroce. Fra i ministri dell'imperadore e del re
cristianissimo in Parigi tenute furono varie conferenze per rimettere
la tranquillità nella Corsica, ma non se ne videro mai gli effetti.
Intanto da quell'isola prese commiato il barone di Prost, nipote del fu
re Teodoro, che fin qui s'era, con gran pericolo di cadere in man de'
Franzesi, trattenuto fra i sollevati nelle montagne. La sua partenza
rinvigorì non poco le speranze de' Genovesi.

Dopo essersi più mesi fermato in Venezia il real principe di Polonia
_Federigo_, e dopo aver goduto degl'insigni divertimenti a lui dati da
quella magnifica repubblica in più funzioni, finalmente nel fine di
maggio prese la via della Germania per ritornarsene in Sassonia, con
lasciare anche a quella dominante gloriose memorie della sua gentilezza
e munificenza. Fu in questi tempi che la real corte di Napoli, tutta
intesa a rimettere e far fiorire il commercio in quel regno, si avvisò
di permettere agli ebrei, già cacciati ai tempi di Carlo V Augusto, il
ritorno colà, e di poter fissar ivi l'abitazione. A questo fine furono
loro conceduti amplissimi privilegii ed esenzioni, tali nondimeno
che cagionarono stupore, anzi ribrezzo ne' cristiani, perchè fu loro
accordato di non portar segno alcuno, di abitar dovunque volessero, di
usar bastone e spada, e di poter acquistare stabili e insino feudi, con
gravissime pene a chi li molestasse. Però da varie parti dell'Europa
cominciarono a comparir colà uomini d'essa nazione, vantandosi di
volere e poter essi supplire ciò che i Napoletani potrebbono fare,
ma pare che non sappiano fare da sè stessi. Se quella corte vide ed
accettò volentieri questi baldanzosi forestieri, di altro umore fu
bene il popolo, e massimamente gli ecclesiastici di quella sì popolata
città, che non si poteano astenere dal declamare contro di essi anche
pubblicamente. Il padre Pepe gesuita, uomo di molta santità, e in gran
concetto presso la corte stessa, non rifiutò mai di detestare dal
pulpito l'introduzione di questa gente. Giunse anche un cappuccino
a tanta arditezza di dire al re, che la maestà sua non avrebbe mai
successione maschile finchè non licenziasse gl'introdotti ebrei. Ma col
tempo si vide cessare, e per altro mezzo, questo ondeggiamento. Cioè
tali segreti insulti andò facendo quello scapestrato popolo all'odiata
nazione giudaica, che niun di costoro osava di aprir pubbliche
botteghe. Giunse la plebe fino a minacciar loro un totale esterminio,
se per avventura non succedeva la consueta liquefazione del sangue di
san Gennaro, perchè questo creduto gran male si sarebbe attribuito al
demerito di ospiti tali, segreti odiatori del cristianesimo. In somma
tanto crebbe col tempo il timore nei medesimi giudei, che a poco a poco
andarono sfumando da Napoli; e se alcuna ve ne resta, è perchè poco
ha da perdere, e sa sottrarsi alla conoscenza del popolo. Riuscì per
lo contrario di molta soddisfazione ai regnicoli un trattato di pace e
navigazione stabilito in Costantinopoli dal _re don Carlo_ colla Porta
Ottomana nel dì 7 di aprile per mezzo del cavalier Finocchietti suo
plenipotenziario, per cui si aprì la libertà del commercio fra i Turchi
e i regni di Napoli e Sicilia, e cessò ogni ostilità fra essi, con
isperanza ancora che il gran signore impegnerebbe in un trattato simile
le reggenze di Algeri, Tunisi e Tripoli. Di sè, e non del sovrano,
attento al bene dei suoi popoli, si ebbe a dolere chi non profittò
di così bella apertura ai guadagni. Fu poi dichiarato ambasciatore il
principe di Francavilla, per passare alla Porta, con superbi regali da
presentarsi al gran signore.



    Anno di CRISTO MDCCXLI. Indizione IV.

    BENEDETTO XIV papa 2.
    Vacante l'imperio.


Alle speranze concepute dalla corte e dal popolo romano intorno al
novello pontefice _Benedetto XIV_ si videro ben presto corrispondere i
fatti. Trovossi che seco su quell'augusto trono era passata la consueta
sua giovialità, affabilità e cortesia, e il costante abborrimento alla
sostenutezza ed al fasto. Molto più si scoprì aver egli accettata
quella pubblica dignità, non già per vantaggio proprio o della sua
nobil casa, ma unicamente per procurare il ben della Chiesa, per
giovare alla camera apostolica, e, per quanto fosse possibile, al
pubblico tutto. Pochi poterono uguagliarsi a questo buon pontefice
nel disinteresse e nella liberalità. Ciò che a lui perveniva o di
rendite proprie, o di regali, gli usciva tosto dalle mani. I poveri
spezialmente participavano di queste rugiade, e saccheggiavano il suo
privato erario. Un solo nipote _ex fratre_ aveva egli, cioè _don Egano
Lambertini_ senator bolognese. Gli ordinò di non venire a Roma, se
non quando l'avesse chiamato, e poi sempre si dimenticò di chiamarlo.
Anzi, all'osservare tanta sua munificenza verso degli altri, solamente
ristretta verso d'esso suo nipote, parve a non pochi che l'animo suo,
per troppo abborrire gli eccessi degli antichi nepotismi, cadesse poi
nel contrario eccesso, ossia difetto. Per varii bisogni o inconvenienti
de' tempi passati trovò egli la camera apostolica aggravata da una gran
somma di milioni di scudi, e dei frutti corrispondenti, e di molte
spese superflue. Impossibile conobbe la cura di sì gran male: pure
si applicò per quanto potè a procacciarne il sollievo, cominciando
da sè stesso, col riformare la propria tavola, e il proprio vestire e
trattamento, e non ammettendo se non il puramente necessario. Giacchè
era mancato di vita, durante il conclave, il _cardinale Ottoboni_,
conferì esso pontefice la carica di vicecancelliere al _cardinale
Rufo_, che generosamente rilasciò in benefizio della camera la maggior
parte del soldo annesso alla medesima. Sì pingue era in addietro
la paga delle milizie pontifizie, che ogni semplice soldato potea
dirsi pagato da uffiziale, e così a proporzion gli uffiziali stessi.
Dal santo padre fu riformato il salario non men degli uni che degli
altri; e de' soldati ne risparmiò cinquecento, non già cassandoli
senza misericordia, ma ordinando che, mancando essi di vita, non si
reclutassero. Trovò anche maniera di liberar la camera apostolica da
varie pensioni addossate alla medesima dai pontefici troppo liberali
della roba altrui. In una parola, tanto si adoperò, ch'essa camera
ripigliò gran vigore, e dove in addietro sbilanciava nelle spese,
cominciò a sperar degli avanzi.

Maggior premura ancora ebbe il vigilantissimo pontefice per la
riforma della prelatura e del clero, facendo sapere ad ognuno che
non promoverebbe agli uffizii ed impieghi, se non chi sel meritasse
coll'attestato della vita ben costumata e conveniente a persone
ecclesiastiche, e coll'applicazione agli studii. A questo fine furono
poscia dalla santità sua istituite quattro diverse accademie, nelle
quali spezialmente si esercitassero i prelati esistenti in Roma
in compagnia dei più cospicui letterati di quella gran metropoli,
dovendosi trattare de' canoni e concilii, della storia ecclesiastica,
della storia ed erudizione romana, e dei riti sacri della Chiesa.
Propose inoltre il santo padre di riformare il lusso massimamente
della nobiltà romana, sì per esentare le illustri case da dispendii,
talvolta superiori alle rendite loro, con far debiti, al pagamento dei
quali si trovava poi o molta difficoltà, o pure impotenza; come ancora
per ritener nello Stato il tanto danaro che n'esce, per soddisfar le
pazze voglie della moda. Si tennero su questo varie conferenze, e si
videro saggi progetti proposti dai conservatori della città. Ma chi lo
crederebbe? tanti ostacoli, tante riflessioni in contrario scapparono
fuori, sopra tutto per opera di chi profitta della balordaggine
degl'Italiani, che sì bel disegno rimase arenato. Istituì ancora una
congregazione di cinque porporati, per esaminar la vita e i costumi
dei destinati alla dignità episcopale. Di questo passo procedeva lo
zelantissimo pontefice _Benedetto XIV_, con accrescere il suo merito
presso Dio e presso gli uomini. Inviò egli in tanto col carattere di
nunzio straordinario alla dieta dell'elezione del nuovo imperadore
_monsignor Doria_, figlio del principe Doria, dichiarato arcivescovo
di Calcedonia, che con suntuoso equipaggio s'incamminò alla volta della
Germania.

Siccome pur troppo aveano preveduto i saggi, cominciarono a provarsi
le perniciose conseguenze della morte del buon imperador _Carlo
VI_. Sul fine dell'anno precedente il giovine _Federigo III_ re di
Prussia, senza far precedere dimanda o sfida alcuna, con venticinque
mila soldati e buon treno d'artiglieria era corso ad impadronirsi
d'alcuni luoghi della Slesia austriaca, non già, dicea egli, per alcuna
mala intenzione sua contro la corte di Vienna, nè per inquietare
l'imperio, ma solamente per sostenere i suoi diritti sopra alcuni
ducati e territorii di quella provincia, la più ricca e fruttuosa
che si avesse in Germania l'augusta casa di Austria. Susseguentemente
dipoi pubblicò un manifesto, in cui dedusse i fondamenti di quelle sue
pretensioni, dichiarando nullo un trattato di concordia, conchiuso
nel 1686 fra la corte di Vienna e quelle di Brandenburgo. Intanto
perchè non si aspettava nella Slesia una sì fatta tempesta, nè vi
si trovava preparamento alcuno per resistere, nel dì 3 di gennaio
dell'anno presente non fu difficile al Prussiano di entrare in
Breslavia, capitale di quella provincia, e di occupare altri luoghi
nè pur pretesi nel suo manifesto; dopo di che ridusse le sue milizie
al riposo. Ancorchè per questo inaspettato colpo si trovasse più di
un poco confusa la corte di Vienna, pure adunato che ebbe un corpo
di circa venti mila veterani soldati, lo spinse in Islesia sotto il
comando del maresciallo _conte di Neuperg_, con ordine di tentare una
battaglia. S'inoltrò questo generale sino a Millovitz in poca distanza
da Brieg, ed ivi incontratosi col grosso dell'armata prussiana, nel
dì 10 d'aprile dell'anno presente venne con essa alle mani. Sei ore
continue durò l'atroce combattimento, in cui riuscì alla cavalleria
austriaca di rovesciar la prussiana, e si vide anche più d'una volta
piegar l'ala sinistra d'essi Prussiani; ma in fine trovandosi di
lunga mano superiori le forze nemiche, e in maggior copia le loro
artiglierie, che fecero di brutti squarci nelle schiere austriache, fu
obbligato il Neuperg a ritirarsi, e a lasciare il campo di battaglia
ai Prussiani, che riportarono bensì vittoria, ma a costo di moltissimo
loro sangue. V'era in persona lo stesso re di Prussia, che diede
gran segni d'intrepidezza e di bel regolamento nei movimenti delle
sue armi. Dopo di che nel dì 4 di maggio egli s'impadronì di Brieg,
una delle più belle città della Slesia. Succederono poscia varii
negoziati per l'amichevole via di qualche aggiustamento; e se fossero
stati ben accolti per tempo i consigli dell'Inghilterra ed Olanda,
avrebbe probabilmente la regina, col sacrifizio di una parte della
Slesia, potuto conservar l'altra, ed acquetar le pretensioni del re
prussiano. Ma siccome principessa di gran coraggio, e troppo renitente
ad acconsentire che restasse vulnerata la prammatica sanzione, più
tosto volle esporsi a perdere tutta quella bella provincia, che
spontaneamente cederne una porzione. Inesplicabil allegrezza intanto
avea provato la corte di Vienna per un arciduchino, partorito dalla
suddetta regina nel dì 15 di marzo, cui furono posti i nomi di
_Giuseppe Benedetto_. Per questo dono del cielo solenni feste furono
fatte.

Intanto ecco alzarsi dalla parte di ponente un più nero e minaccioso
temporale. Già _Carlo Alberto_ elettor di Baviera avea in pronto
un esercito di circa trenta mila combattenti, e sul fine d'agosto
improvvisamente andò ad impossessarsi dell'importante città di
Passavia, con promettere di non intorbidar quivi il dominio civile del
_cardinale di Lamberg_ vescovo esemplarissimo, e principe benignissimo
di quella città. Ma un nulla fu questo. Fin qui, non ostante il
grande apparato di guerra che si faceva in Francia, non altro s'udiva
che intenzioni di quella corte di sostenere la prammatica sanzione,
di cui essa non dimenticava di essere garante. Ma verso la metà
d'agosto ecco con tre corpi, o, per dir meglio, con tre eserciti i
Franzesi, valicato il Reno, entrar nelle terre dell'imperio, con far
correre voce, per mezzo de' suoi ministri nelle corti, che questo sì
gagliardo movimento d'armi non era per distorsi dagl'impegni della
garanzia suddetta, ma bensì a solo oggetto di assicurar la quiete
della Germania, e la libera elezione di un imperadore. Queste ed
altre simili proteste del gabinetto di Francia non si sapeano digerire
dagl'intendenti in Germania, i quali gridavano essere vergognosa cosa
lo spaccio di esse, quando chiaramente ognuno scorgea, che le armate
franzesi unicamente tendevano a dar la legge al corpo germanico, e a
forzare chiunque s'opponesse alla promozione dell'elettor di Baviera
alla corona imperiale, e ad unirsi con esso principe contro la regina
d'Ungheria. Imperciocchè, diceano essi, non è più un mistero il dirsi
nella corte di Francia, essere venuto il tempo di abbassare una volta
la casa d'Austria, quella casa che fin qui avea fatto il possibile
argine al maggiore accrescimento della non mai sazia potenza franzese.
E però doversi trasportare lo scettro cesareo in altro principe che
per la debolezza delle sue forze non osasse nè potesse contrastare ai
voleri della Francia; e che per isnervare l'austriaca regina, d'uopo
era spogliarla del regno della Boemia, dappoichè il re di Prussia avea
fatto lo stesso della Slesia. A questo fine si vide non solamente
posto in dubbio, ma anche negato alla regina il voto della Boemia
nell'elezione del futuro imperadore, senza che valessero le ragioni e
proteste della medesima. Favorevoli ancora ai disegni della Francia si
trovarono gli elettori palatino e di Colonia; nè molto stette lo stesso
_Federigo Augusto_ re di Polonia, ed elettor di Sassonia, a prendere
l'armi e ad unirsi coi Bavaresi e Franzesi contro la regina. Dal re
Cristianissimo fu dichiarato general comandante delle sue milizie
l'elettor di Baviera, con protestare che queste non altro erano che
ausiliare d'esso elettore, per sostenere i legittimi diritti della di
lui casa; giacchè non negava la corte di Francia di aver ben accettata
e garantita la prammatica sanzione austriaca, ma aggiugneva che questo
s'avea da intendere senza pregiudizio delle ragioni altrui. Dicevano
alcuni, non saper, nè pur la gente dozzinale, capire queste raffinate
precisioni del gabinetto franzese; perchè le parea che l'aver giurato
di mantener l'unione degli Stati della casa d'Austria lo stesso fosse
che promettere di non impegnar l'armi per discioglierla, nè passar
differenza fra chi si obbliga di non uccidere uno, e poi presta il
pugnale o porge in altra maniera aiuto ad un altro per levargli la
vita. Gridavano perciò, bandita la buona fede da quel gabinetto, e
a nulla più servire le pubbliche paci, quando con tanta facilità si
faceano nascere apparenti ragioni e scuse di romperle. Per quello ch'io
ho inteso da buona parte, ripugnò forte il cardinale di Fleury primo
ministro allo imbarco della Francia in questa guerra, perchè assai
conosceva le leggi dell'onore e del giusto; ma da un tale fanatismo
fu preso allora tutto il consiglio del re cristianissimo, che gridando
ognuno all'armi per così favorevol occasione di deprimere l'emula casa
d'Austria, e insieme il romano imperio, forzato fu esso cardinale di
cedere alla piena, e di cominciar questa nuova tragedia.

Ora da che si trovò l'elettor di Baviera rinforzato da venti, altri
dissero trenta mila Franzesi, più non indugiò ad entrare sul fine di
settembre nell'Austria con impadronirsi di Lintz, Eens, Steir ed altri
luoghi, dove si fece prestare omaggio da que' popoli. Avea proposto
il duca di Bellisle nel consiglio di Versaglies che si mandasse in
Baviera una potente armata, con cui s'andasse a dirittura a Vienna; ma
il cardinale di Fleury non l'intese così, e mandò poco. Tale nondimeno
per questo fu la costernazione nella città di Vienna, che ognuno a
momenti s'aspettava d'essere ivi stretto da un assedio, e ne uscì gran
copia di benestanti col meglio dei loro effetti. Da molto tempo si
tratteneva la regina col gran duca consorte in Presburgo, dove avea
ricevuta la corona del regno d'Ungheria. Cagion fu il movimento dei
Gallo-Bavari ch'essa immantenente facesse portar colà da Vienna il
tenero arciduchino, co' più preziosi mobili della corte, archivii e
biblioteca imperiale. Con un sì patetico discorso rappresentò poscia
ai magnati ungheri il bisogno de' loro soccorsi, e la fidanza sua
nel lor appoggio e fedeltà, che trasse le lagrime dagli occhi di
ognuno, e tutti giurarono la di lei difesa; e detto fatto, raunarono
un esercito di trenta mila armati, con promessa di più rilevanti
aiuti. Costò nondimeno ben caro ad essa regnante l'acquisto della
corona ungarica, e dell'affetto di que' popoli, perchè le convenne
comperarlo coll'accordar loro varii privilegii e la libertà di
coscienza, non senza grave discapito della religione cattolica in
quelle parti. Mirabili fortificazioni intanto si fecero in Vienna;
copiose provvisioni e munizioni vi s'introdussero; ed oltre ad un forte
presidio di truppe regolate, prese l'armi tutta quella cittadinanza,
risoluta di spendere le vite in difesa della patria e dell'amatissima
loro regnante. Ma o sia che l'elettor bavaro riflettesse alle troppe
difficoltà di superare una sì forte e ben guernita città, al che
gran tempo e fatica si esigerebbe, o più tosto ch'egli pensasse non
all'Austria, ma al regno della Boemia, dove spezialmente terminavano
i desiderii e le speranze sue: certo è ch'egli dopo la metà d'ottobre
s'inviò a quella volta colla maggior parte delle sue truppe e delle
franzesi, che andavano sempre più crescendo. Trovavasi allora la
Boemia sprovveduta affatto di forze per resistere a questo torrente.
Contuttociò non mancò il principe di Lobkowitz di raccogliere
quelle poche truppe che potè, ed avendole unite con un distaccamento
inviatogli dal conte di Neuperg, si applicò alla difesa della sola
città di Praga, dove formò dei magazzini superiori anche al bisogno
suo.

Di cento e due altre città (che così quivi si chiamano anche i borghi
e le terre grosse di quel regno) poche altre vi erano capaci di far
buona resistenza. Verso la metà di novembre comparve la possente
armata gallo-bavara sotto Praga, e fatta inutilmente la chiamata al
comandante maresciallo di campo Oglivi, si dispose alle ostilità.
Non mancavano ragioni e pretensioni al re di Polonia ed elettor di
Sassonia _Federigo Augusto III_ nell'eredità della casa d'Austria; e
giacchè vide Prussiani e Bavaresi tutti rivolti a prenderne chi una
parte e chi un'altra, non volle più stare a segno; ed accordatosi
coll'elettor di Baviera, entrò anche egli nella danza, e spedì molti
reggimenti suoi e un grosso treno d'artiglieria all'assedio di Praga.
Di vastissimo giro, come ognun sa, è quella città, perchè composta di
tre città. A ben difenderla si richiedeva un'armata intera, e questa
mancava; perchè era ben giunto il gran duca _Francesco_ col principe
_Carlo di Lorena_ suo fratello a Tabor, menando seco un buon esercito,
ma non tale da potersi cimentare col troppo superiore de' nemici.
Servì piuttosto l'avvicinamento di essi Austriaci per affrettar le
operazioni degli alleati. Infatti nella notte del dì 25 venendo il
dì 26 di novembre, ordinò l'elettor bavero un assalto generale a
Praga; i Sassoni spezialmente si segnalarono in quella sanguinosa
azione. Presa fu la città, ma così buon ordine avea dato l'elettore,
ch'essa restò esente dal sacco. Ben tre mila furono i prigionieri.
Dopo l'acquisto della capitale si fece l'elettor bavaro proclamare
re di Boemia nel dì 9 di dicembre, e citò gli Stati di quel regno a
prestargli l'omaggio. Convien confessarlo: tra perchè non pochi erano
quivi mal soddisfatti del passato governo, e, secondo la vana speranza
dei popoli, si lusingavano molti altri di mutare in meglio il loro
stato col cangiamento del principe, e tanto più perchè non dimenticò
l'elettore di spendere largamente le carezze e le speranze a quella
gente; apertamente, ma i più in lor cuore, accettarono con gioia questo
novello sovrano. Per la caduta di Praga si ritirò ben in fretta il
gran duca coll'esercito cesareo alla volta della Moravia; ma anche colà
passarono i Prussiani, e riuscì loro d'impadronirsi d'Olmutz, capitale
d'essa provincia.

Mentre era la regina d'Ungheria attorniata e lacerata da tanti nemici
in Germania, un altro minaccioso nembo si preparava contro di lei in
Italia. Avea bensì il Cattolico re _Filippo V_ accettata la prammatica
sanzione austriaca; pure, appena tolto fu di vita l'imperador _Carlo
VI_ che si diede fuoco nella corte di Spagna a forti pretensioni non
sopra qualche parte della monarchia austriaca, ma sopra di tutta.
Era, come ognun sa, l'Augusto _Carlo V_ padrone anche di tutti gli
Stati austriaci della Germania e dei Paesi Bassi. Ne fece egli una
cessione a _Ferdinando I_ suo fratello, ma si pretendeva, che mancando
la discendenza maschile d'esso Ferdinando, tutti gli Stati dovessero
tornare alla linea austriaca di Spagna. Su questi fondamenti, che a
me non tocca di esaminare, il re Cattolico, siccome discendente per
via di femmine dal suddetto _Carlo V_, aspirava al dominio dello Stato
di Milano, e di Parma e Piacenza, giacchè non era da pensare agli
Stati della Germania, troppo lontani e in parte afferrati da altri
pretensori. Vero è che parve a quel monarca posta in obblio la solenne
rinunzia da lui fatta nel trattato di Londra dell'anno 1718 a tutti gli
Stati d'Italia e Fiandra posseduti dall'imperadore; ma per mala sorte,
torto o ragione che s'abbiano i principi, ordinariamente le loro liti
non ammettono o non truovano alcun tribunale che le decida, fuorchè
quello dell'armi. Diedesi dunque la Spagna a formare un possente
armamento, e ordinò all'infante _don Carlo_ re delle Due Sicilie di
fare altrettanto. Ecco pertanto cominciar a giugnere verso la metà
di novembre ad Orbitello, e agli altri porti di Toscana spettanti ad
esso re don Carlo, varii imbarchi di truppe, munizioni ed artiglierie
provenienti da Barcellona e da Napoli. Parimenti ad esso Orbitello
arrivò, nel dì 9 di dicembre, il _duca di Montemar_, destinato generale
dell'armi di Spagna in Italia; e da che nel regno di Napoli fu fatta
una massa di circa dodici mila soldati, fu chiesto alla corte di Roma
il passaggio per gli Stati della Chiesa. Gran gelosia ed apprensione
diedero alla Toscana sì fatti movimenti; e come se si aspettasse
a momenti un'invasione da quella parte, si presero le possibili
precauzioni per la difesa di Livorno ed altri luoghi. Ma perciocchè
premeva alla Francia che non fosse inquietata la Toscana, siccome
paese permutato nella Lorena, e guarentito dal re Cristianissimo, ben
prevedendo essa, che l'acquisto d'essa Lorena rimarrebbe esposto a
pretensioni, qualora fosse occupato da altri il ducato di Toscana;
perciò fu sotto mano fatto intendere al gran duca, duca di Lorena,
che non temesse sconcerti a quegli Stati; e questa promessa si vide
religiosamente mantenuta dipoi dalla corte di Francia. Per conseguente
le speranze de' Napolispani si rivolsero tutte agli Stati della
Lombardia.

Non istava intanto in ozio la corte di Vienna, cercando chi la
salvasse dal naufragio di sì gran tempesta. Fu spedito in Olanda e
a Londra il principe _Wenceslao_ di _Lictenstein_, per promuovere
quelle potenze in aiuto suo, con far valere i tanti motivi di non
lasciar crescere di soverchio la già sì aumentata possanza della real
casa di Borbone, e di non permettere l'abbassamento dell'augusta casa
d'Austria dalla cui conservazione e forza principalmente dipendeva la
libertà e la salute della Germania, e delle stesse potenze marittime.
Trovossi nel re _Giorgio II_ e nei parlamenti d'Inghilterra tutta
la più desiderabil disposizione di sostenere, secondo gli obblighi
precedenti, la prammatica sanzione, e d'imprendere la guerra
contra de' Franzesi, distruttori della medesima. Non furono così
favorevoli le risposte degli Olandesi; perchè troppo rincresceva a
quella nazione di rinunziare ai rilevanti profitti del commercio,
finora mantenuto con Franzesi e Spagnuoli. Fu anche creduto che non
mancassero in quelle provincie dei pensionarii della Francia; ed
altro perciò non si potè ottenere, se non che le provincie unite
puntualmente soddisfarebbono agli obblighi e patti della loro lega,
col somministrare venti mila combattenti in soccorso della regina,
venendo il caso della guerra. Quanto all'Italia, cominciò per tempo
la corte di Vienna i suoi negoziati con _Carlo Emmanuele_ re di
Sardegna, siccome sovrano potente, e più degli altri interessato nei
tentativi che il re di Spagna e delle Due Sicilie meditavano di fare
in essa Italia. Perciocchè per conto della _repubblica di Venezia_
ben presto si scoprì che, secondo le saggie sue massime, faceva ella
bensì un considerabil aumento di truppe nelle sue città di terra
ferma, ma coll'unico disegno di tenersi neutrale; giacchè forze non
le mancavano per far rispettare la sua indifferenza e neutralità.
Avea sulle prime il re di Sardegna fatto indagare i sentimenti della
corte di Madrid in riguardo alla persona e forze sue nella presente
rottura. La ritrovò così persuasa della propria potenza, che non si
credea nè bisognosa dell'aiuto altrui per conquistare lo Stato di
Milano, nè assai apprensiva dell'opposizione che potesse farle il
re sardo, forse perchè s'immaginava col mezzo degli amici franzesi
di ritenerlo dall'imprendere un contrario impegno. Solamente dunque
gli esibì un tenue briciolo dello Stato di Milano, con promessa di
ricompensarlo a misura del suo soccorso, e della felicità de' meditati
progressi. Queste ed altre ambigue risposte congiunte alla conoscenza
del pericolo, a cui si resterebbe esposta la real casa di Savoia
quando cadesse in mano degli Spagnuoli lo Stato di Milano, cagion
furono ch'esso re di Sardegna prendesse altro cammino. Rifletteva egli
che il re Cattolico avea bensì nel trattato del dì 13 d'agosto del
1715 approvata la cessione fatta dall'imperadore al duca _Vittorio
Amedeo_ suo padre del Monferrato, Alessandrino ed altre porzioni del
Milanese, ed in oltre ceduto nelle forme più obbliganti il regno di
Sicilia al medesimo duca; e pure da lì a non molto tentò di spogliarlo
d'esso regno; potersi perciò temere un pari trattamento per gli Stati
della Lombardia passati in dominio della casa di Savoia. Applicossi
dunque il re _Carlo Emmanuele_ a maneggiare gli affari suoi colla
regina d'Ungheria e col re britannico, e a fortificar le piazze, e
ad accrescere le sue genti d'armi, e per avere in pronto una possente
armata al bisogno, barcheggiando intanto, finchè venisse il tempo di
stringere qualche partito.

Durante l'anno presente il pontefice _Benedetto XIV_, il cui cuore
non ad altro inclinava che alla pace con tutti i potentati cattolici,
siccome padre amantissimo d'ognuno, determinò di mettere fine alle
differenze insorte sotto i suoi predecessori, e durate per lo spazio
di trenta anni fra la santa Sede e le corone di Spagna, Portogallo, Due
Sicilie e Sardegna. S'erano già smaltite sotto il precedente pontefice
molte delle principali difficoltà, nè altro mancava che la conchiusion
degli accordi. Al di lui buon volere e saviezza non fu difficile il dar
l'ultima mano a questi trattati sì nel presente che nel susseguente
anno; così che tornò la buona armonia con tutti, e le nunziature si
riaprirono, e la dateria riassunse le sue spedizioni. Intenta eziandio
la santità sua al sollievo della povera gente, nel marzo di quest'anno
introdusse l'uso della carta bollata per li contratti e scritture che
si avessero a produrre in giudizio, siccome aggravio ridondante sopra
i soli benestanti, con isgravare nel medesimo tempo il popolo da varii
altri imposti sopra l'olio, sete crude, buoi ed altri animali. Ma
perciocchè non mancarono persone, le quali, contro la retta intenzione
di lui ampliando questo aggravio della carta bollata, ne convertivano
buona parte in lor pro con gravi lamenti del pubblico, il santo padre,
provveduto di buona mente per non lasciarsi ingannare dai ministri,
coraggiosamente abolì esso aggravio, e ne riportò somma lode da tutti.
Nel dì 17 di giugno dell'anno presente diede fine al suo vivere il
doge di Venezia _Luigi Pisani_, stimatissimo per le sublimi e rare
sue doti. Fu poi sostituito in essa dignità nel dì 30 del suddetto
mese, il cavaliere e procuratore _Pietro Grimani_, personaggio di gran
saviezza, chiarissimo per le sue cospicue ambasciarie, e veterano nei
maneggi e nelle cariche di quella saggia repubblica. Infierì parimente
la morte contra una giovine principessa degna di lunghissima vita.
Questa fu _Elisabetta Teresa_ sorella di _Francesco_ duca di Lorena,
e regnante gran duca di Toscana, e moglie di _Carlo Emmanuele_ re
di Sardegna. Era essa giunta all'età di ventinove anni, mesi otto e
giorni diciotto. Avea nel dì 21 del sopraddetto giugno dato alla luce
un principino, appellato poi duca di Chablais con somma consolazione
di quella corte. Ma si convertirono fra poco le allegrezze in pianti,
perchè sorpresa essa regina dalla febbre migliarina, pericolosa per
le partorienti, nel dì 3 di luglio rendè l'anima al suo creatore.
Non si può assai esprimere quanta grazia avesse questa principessa
per farsi amare non solo dal real consorte, ma da tutti, nè quanta
fosse la sua pietà e carità verso de' poveri. La maggior parte del suo
appannaggio s'impiegava in limosine, e, mancandole talvolta il danaro,
ella impiegava alcuna delle sue gioie: del che informato il re, le
riscuoteva, e graziosamente gliele facea riportare. In somma universale
fu il cordoglio per questa perdita, e dolce memoria restò di tante sue
virtù; siccome ancora restarono due principi e una principessa, frutti
viventi del suo matrimonio.

Da gran tempo era stabilito l'accasamento del principe ereditario di
Modena _Ercole Rinaldo d'Este_, figlio del regnante duca _Francesco
III_, colla principessa _Maria Teresa Cibò_, che per la morte di _don
Alderano_ duca di Massa e di Carrara suo padre era divenuta signora di
quel ducato. Per la non ancor abile età del principe si era differita
fin qui l'esecuzione di questo maritaggio; ma finalmente se gli diede
compimento nel settembre dell'anno presente; sicchè sul fine d'esso
mese fu condotta essa principessa con suntuoso accompagnamento da _don
Carlo Filiberto d'Este_, marchese di San Martino, e principe del sacro
romano imperio, alla volta di Sassuolo, dove si trovava il duca e la
duchessa _Carlotta Aglae d'Orleans_, i quali andarono ad incontrarla
a Gorzano, e solennizzarono dipoi con molte feste la sua venuta.
Stavano intanto i curiosi aspettando di vedere, dopo tante dicerie
e lunari, qual esito o destino fossero per avere gli affari della
Corsica, tuttavia fluttuante, e non mai pacificata. Perchè le truppe
Franzesi aveano quivi preso sì lungo riposo, sognarono i novellisti
che la repubblica di Genova fosse in trattato di vendere quell'isola
alla Francia, o di permutarla con qualche altro Stato, o di darla
all'infante di Spagna _don Filippo_ genero del re Cristianissimo.
La vanità di sì fatte immaginazioni in fine si scopri. Non terminò
l'anno presente che la corte di Francia, entrata in impegni di maggior
conseguenza, richiamò il _marchese di Maillebois_ colle sue truppe
in Provenza; laonde la Corsica, accorrendo ogni dì nuovi banditi, e
sciolta dal rispetto e timore de' Franzesi, tornò a poco a poco al
solito giuoco della ribellione, con isdegno e pentimento de' Genovesi,
che tanto aveano speso in procurar de' medici a quella cancrena. Con
tali successi arrivò il fine dell'anno presente; anno, che con tanti
preparamenti di guerra prometteva calamità di lunga mano maggiori al
seguente; ed anno, in cui, oltre alle rivoluzioni dell'Austria, Boemia
e Slesia, altre se ne videro nella Gran Russia, alla quale ancora fu
dichiarata la guerra dagli Svezzesi collegati colla Porta Ottomana; ma
con tornare essa guerra solamente in isvantaggio della Svezia medesima,
non assistita poi dai Turchi, nè capace di far fronte alle superiori
forze della Russia.



    Anno di CRISTO MDCCXLII. Indizione V.

    BENEDETTO XIV papa 3.
    CARLO VII imperadore 1.


Più d'un anno correva che restava vacante il seggio imperiale, non
tanto per li diversi interessi ed inclinazioni degli elettori, quanto
per la disputa insorta intorno al voto della Boemia, il quale veniva
contrastato o negato da chi o per amore o per forza seguitava le
istruzioni della Francia, per essere caduto quel regno in donna, cioè
nella regina d'Ungheria _Maria Teresa d'Austria_. Ma da che _Carlo
Alberto_ duca ed elettor di Baviera si fu impadronito di Praga capitale
d'essa Boemia, e nel dì 19 del precedente dicembre si fece prestare
omaggio dai deputati ecclesiastici e secolari delle città boeme,
forzate fin qui alla sua ubbidienza: si procedè finalmente nella città
di Francoforte all'elezione di un nuovo imperadore nel dì 24 di gennaio
dell'anno presente. Concorsero i voti degli elettori nella persona del
suddetto elettore di Baviera, che da lì innanzi fu intitolato _Carlo
VII Augusto_. Contro di tale elezione la regina d'Ungheria non lasciò
di far le occorrenti proteste. Comparve poscia in quella città il
novello imperadore nel dì 31 del mese suddetto, accolto con incredibil
magnificenza, e nel dì 12 di febbraio seguì la suntuosa funzione
dell'incoronamento suo. Susseguentemente nel dì 8 di marzo con gran
solennità fu coronata imperadrice de' Romani l'Augusta _Maria Amalia_
d'Austria consorte del nuovo imperadore. Non si potea vedere in più
bell'auge l'elettoral casa di Baviera, giunta dopo più secoli a riavere
il diadema imperiale, divenuta padrona del regno di Boemia e di parte
dell'Austria, ed assistita dalla potentissima corte di Francia. O prima
d'ora, o in queste circostanze, si trovò in tal costernazione la corte
austriaca per sentirsi sola e abbandonata in questa gran tempesta, e
dopo aver perduto tanto, in pericolo ancora di perdere molto più, se
non anche tutto, che nel suo consiglio persona vi fu che stimò bene
di persuader la pace anche col sacrifizio della Boemia. Fu questa una
stoccata al cuore della regina. Altro consigliere poi si fabbricò un
buon luogo nella grazia della maestà sua per l'avvenire coll'animare
il di lei coraggio, e conchiudere che si avea a fare ogni possibil
resistenza, confidando nella protezione di Dio per la buona causa, e
col mostrare a quali vicende sia sottoposta la fortuna anche de' più
potenti. In fatti si allestì un buon armamento, si uscì in campagna, e
molto non tardò a venir calando cotanta felicità del Bavaro Augusto.
Imperocchè avendo la regina ammanite molte forze coi vecchi suoi
reggimenti, e colla giunta di gran gente accorsa dall'Ungheria: sul
principio del presente anno il gran duca _Francesco_ suo consorte col
general comandante conte di _Kevenuller_, governatore di Vienna, dopo
avere ricuperato le città di Stair ed Eens, andò a mettere l'assedio
alla città di Lintz. Nello stesso tempo s'impadronirono gli Austriaci
di Scarding, e nel dì 16 o pure 17 di gennaio diedero una rotta ad un
grosso corpo di Bavaresi condotto sotto quella piazza dal maresciallo
bavarese _conte Terringh_. La città di Lintz, benchè fornita d'un
presidio consistente in più di sette mila Gallo-Bavari, pure nel dì
23 dello stesso mese si arrendè con patti onorevoli, essendo restata
libera la guarnigione, ma con patto di non prendere per un anno l'armi
contro la regina d'Ungheria: patto che fu poi per alcune ragioni
mal osservato. Ciò fatto, furiosamente entrarono gli Austriaci nella
Baviera. Braunau e Passavia furono costrette ad arrendersi: il terrore
si stese fino a Monaco capitale d'essa Baviera, la quale, mancando
di fortificazioni e di gente che la potesse sostenere, nel dì 13 di
febbraio con condizioni molto oneste venne in potere degli Austriaci.
Ed ecco quasi, a riserva d'Ingolstad e di Straubinga, la Baviera
sottomessa alla regina d'Ungheria, ed esposta alla desolazione portata
dall'armi vincitrici, cioè i poveri popoli condannati a far penitenza
degli alti disegni del loro sovrano. Mancò intanto di vita in Vienna
l'augusta imperadrice _Amalia Guglielmina_ di Brunsvich, vedova
dell'imperador Giuseppe. Il dì 10 di aprile fu quello che la condusse
a godere in cielo il premio dell'insigne sua saviezza e pietà, di
cui anche resta in essa città un perenne monumento nel religiosissimo
monistero delle salesiane da essa fondato e dotato, e la di lei Vita
data alla luce per decoro della cattolica religione.

Cominciarono in questi tempi ad udirsi in armi Ungheri, Panduri,
Tolpasci, Anacchi, Ulani, Valacchi, Licani, Croati, Varasdini ed altri
nomi strani, gente di terribile aspetto, con abiti barbarici ed armi
diverse, parte di loro mal disciplinata, atte nondimeno tutte a menar
le mani, e spezialmente professanti una gran divozione al bottino.
Parve in tal occasione che nei tempi passati non avesse conosciuto
l'augusta casa d'Austria di posseder tante miniere d'armati, essendosi
ella per lo più servita delle sole valorose milizie tedesche, e di
qualche reggimento di Usseri e Croati. Seppe ben la saggia regina
d'Ungheria prevalersi di tutte le forze de' suoi vasti Stati; e con
che vantaggio, lo vedremo andando innanzi. Continuò di poi la guerra
non meno in Boemia che in Baviera fra i Gallo-Bavari e gli Austriaci,
nel qual tempo ancora proseguirono le ostilità fra questi ultimi e il
re di Prussia nella Slesia. Dacchè l'esercito della regina d'Ungheria
si trovò sommamente ingrossato sotto il comando del principe _Carlo
di Lorena_, assistito dal maresciallo _conte di Koningsegg_ e dal
_principe di Lictenstein_, i Prussiani giudicarono meglio di ritirarsi
da Olmutz con tal fretta, che lasciarono indietro gran quantità di
viveri e molti cannoni: con che ritornò tutta la Moravia all'ubbidienza
della legittima sua sovrana. Trovaronsi poi a fronte nel dì 17 di
maggio le due nemiche armate austriaca e prussiana; e il principe di
Lorena, che ardeva di voglia di azzardare una battaglia, soddisfece al
suo appetito nel luogo di Czaglau. Alla cavalleria austriaca riuscì
di far piegare la prussiana; ma perchè si perdè a saccheggiare un
villaggio, rimasta la fanteria sprovveduta di chi la sostenesse contro
le forze maggiori prussiane, bisognò battere la ritirata, e lasciare
il campo in potere de' nemici. Secondo il solito, tanto l'una che
l'altra parte cantò maggiori i vantaggi. A udire gli Austriaci, vennero
quattordici stendardi, due bandiere e mille prigionieri in loro mani, e
la cavalleria nemica restò disfatta. Gli altri all'incontro vantarono
presi quattordici cannoni con alcuni stendardi, e fecero ascendere la
mortalità e diserzion degli Austriaci a molte migliaia. Da lì innanzi
si cominciò ad osservare una inazione fra quelle due armate, finchè si
venne a scoprire il mistero; e fu perchè nel dì 11 di giugno riuscì al
_lord Indfort_, ministro del britannico re _Giorgio II_, di stabilir la
pace fra la regina d'Ungheria e il re di Prussia, a cui restò ceduta la
maggior parte della grande e ricca provincia della Slesia; essendosi
ridotta a questo sacrifizio la regina per li consigli della corte
d'Inghilterra, e per la brama di sbrigarsi da sì potente nemico. Questo
accordo, conchiuso in Breslavia, siccome sconcertò non poco la corte
di Francia e del bavaro imperadore _Carlo VII_, così servì ad essa
regina per risorgere ad accudir con più vigore alla resistenza contro
gli altri suoi poderosi avversarii. Per questa privata pace, che riuscì
cotanto fruttuosa a _Federigo_ re di Prussia, anche _Federigo Augusto_
re di Polonia ed elettor di Sassonia saviamente prese la risoluzione di
pacificarsi colla stessa regina: al che non trovò difficoltà veruna.

Sbrigate in questa maniera da quel duro impegno l'armi austriache, si
rivolsero alla Boemia, e andarono in cerca de' Franzesi. Trovavansi in
quelle parti con grandi forze i _marescialli di Bellisle e di Broglio_.
Essendo nondimeno superiori quelle della regina, furono astretti a
cedere varii luoghi, e finalmente si ridussero alla difesa della vasta
città di Praga. Colà in fatti comparve il principe _Carlo di Lorena_
sul principio di luglio col maresciallo _conte di Koningsegg_, e
con un'armata di più di sessanta mila combattenti. Circa venti mila
erano i Franzesi, parte postati nella città, e parte di fuori sotto
il cannone della piazza; ma apparenza di soccorso non v'era, nè si
fidavano que' generali della copiosa cittadinanza, in cui cuore era
già risorto l'affetto verso la casa d'Austria, massimamente dopo aver
provato quei nuovi ospiti, secondo il solito, troppo pesanti. Desiderò
il Bellisle di abboccarsi o col principe di Lorena o col Koningsegg, e
fu compiaciuto da quest'ultimo. Si sciolse la lor conferenza in fumo,
perchè avrebbono i Franzesi lasciata Praga, purchè se ne potessero
andar tutti liberi coi loro bagagli, laddove pretese il maresciallo
austriaco di volerli prigionieri di guerra. Se tanta durezza fosse
poi lodata, nol so dire. Certo è che i Franzesi, stimolati dal punto
d'onore, si sostennero per più mesi, ed avvennero accidenti, per
li quali fu convertito l'assedio in blocco. Ne uscì coi figli il
maresciallo di Broglio, e felicemente si salvò. Tornati poscia gli
Austriaci a stringere quella città, prese il maresciallo di Bellisle
così ben le sue misure, che nel dì 17 di dicembre con circa dieci mila
uomini, bagaglio e cannoni da campagna se ne ritirò, e, guadagnate
due marcie, pervenne in salvo ad Egra, benchè pizzicato per tutto il
viaggio dagli Usseri e Croati. Perdè egli in quella ritirata almeno tre
mila persone o uccise, o disertate, o morte di freddo, e quasi tutta
l'artiglieria, i bagagli e fino i proprii equipaggi. Ciò non ostante,
se gli Austriaci vollero mettere il piede in Praga, furono obbligati ad
accordare una capitolazione onorevole allo smilzo presidio rimasto in
essa città; accordando in fine ciò che sul principio avrebbero potuto
con loro vantaggio concedere, e che avrebbe risparmiato un gran sangue
sparso sotto la città medesima.

Non provarono già un'egual prosperità nella Baviera l'armi della regina
di Ungheria. L'assedio e bombardamento della città di Straubinga nel
mese di aprile a nulla giovò per forzare alla resa quella fortezza.
Perchè si sapea che i Franzesi comandanti dal _conte d'Arcourt_
venivano con ischiere numerose ad unirsi col generale bavarese
_conte di Seckendorf_, e giunse a Monaco una falsa voce che già si
appressavano a quella città: il _generale Stens_ nel dì 28 del mese
suddetto precipitosamente si ritirò da essa città di Monaco colla
guernigione austriaca di quattro mila persone, lasciandovi un solo
picciolo corpo di gente. Allora i cittadini si misero in armi, e i
villani inseguirono e molestarono non poco la ritirata d'essi. Scoperta
poi la falsità della voce, ed irritati gli Austriaci, ad altro non
pensarono, che a rientrare in essa città. Vi trovarono quel popolo
risoluto alla difesa, e fu misericordia di Dio che non venissero
all'assalto, perchè a questo avrebbe tenuto dietro uno spaventevole
sacco. Accordò il _maresciallo di Kevenhuller_, nel dì 6 di maggio,
una nuova capitolazione a quegli abitanti, gli affari dei quali
nondimeno molto peggiorarono da lì innanzi, finchè sul principio di
ottobre giunse la loro redenzione. Avea il Seckendorf ricuperata la
città di Landshut, dopo di che s'incamminò alla volta di Monaco. Qui
non l'aspettarono gli Austriaci, perchè molto inferiori di forze ai
Gallo-Bavari, e ne asportarono quanto mai poterono con danno gravissimo
di quell'infelice popolo, il quale diede in trasporti di allegrezza
al vedere nel dì 7 del mese suddetto rientrare in quella città le
milizie dell'augusto loro duca ed imperadore _Carlo VII_; ripigliarono
poscia i Bavaresi Borgausen e Braunau; laonde tutta la Baviera tornò,
prima che terminasse l'anno, all'ubbidienza del suo sovrano. Fu poi
condotto in Baviera un poderoso rinforzo di truppe dal _maresciallo di
Broglio_, e continuarono le ostilità, ma senza alcun'altra impresa di
grado. Intanto quello sfortunato paese era il teatro delle calamità,
perchè divorato da amici e nemici. Fu anche superiore alla credenza il
numero de' Franzesi o morti di malattie, o uccisi, o fatti prigionieri
nella Boemia e Baviera. Facevansi in questi tempi dei grandi maneggi
in Inghilterra ed Olanda, per muovere quelle potenze alla difesa della
regina d'Ungheria. La mutazion del ministero in Londra cagion fu che
il re britannico e quella potente nazione si disponessero ad entrare
in ballo, tanto più perchè si sentivano irritati dal vedere la somma
franchezza de' Franzesi in rimettere contro i patti le fortificazioni
di Dunquerque. Perciò si cominciarono i preparamenti della guerra
in Fiandra per l'anno seguente; ma non si potè altro ottener dagli
Olandesi, se non che darebbono il loro contingente di venti mila
soldati, a cui erano tenuti in vigor delle leghe precedenti. Non men di
loro, anzi più vigorosamente, si misero in arnese anche i Franzesi per
far buon giuoco in quelle parti.

Vegniamo oramai all'Italia, condannata anch'essa a sofferire i
perniciosi influssi delle gare ambiziose dei regnanti. Da che fu
fatta gran massa di Spagnuoli ad Orbitello, e nelle altre piazze dei
presidii, sotto il comando del _duca di Montemar_, si mise questa
in marcia, ed entrata in febbraio nello Stato ecclesiastico, andò
a prendere riposo in Foligno, e con lentezza mirabile arrivò poi
finalmente fino a Pesaro. A quella volta ancora s'inviarono dipoi le
milizie napoletane, spedite dal re delle Due Sicilie, per unirsi con
quelle del re suo padre. Ne era generale il _duca di Castropignano_.
Intanto sul Genovesato andarono sbarcando altre milizie procedenti
dalla Spagna, e maggior numero ancora se ne aspettava. Per quanto si
seppe, le idee della corte del re Cattolico erano che il primo più
possente corpo di gente venisse alla volta di Bologna, e l'altro dal
Genovesato verso Parma. Grande armamento in questi tempi avea fatto
anche _Carlo Emmanuele_ re di Sardegna, ma senza penetrarsi qual
risoluzione fosse egli per prendere, se non che i più prevedevano che
anderebbono le sue forze unite con quelle della regina d'Ungheria, sì
perchè così portavano gli interessi suoi, non piacendogli la vicinanza
degli Spagnuoli, come ancora perchè potea sperar maggior ricompensa
da essa regina. Recò maraviglia ad alcuni l'aver questo real sovrano
pubblicati due manifesti, nel quali erano riportate le sue pretensioni
sopra lo Stato di Milano, siccome discendente dall'_infanta Caterina_
figliuola di _Filippo II_ re di Spagna. E pure passava questo sovrano
di concerto in ciò colla corte di Vienna, con cui finalmente si venne a
scoprire ch'egli avea stabilito nel dì primo di febbraio un _trattato
provvisionale_ per difendere la Lombardia dall'occupazione delle armi
straniere. In tale trattato comparve la rara avvedutezza del marchese
d'Ormea suo primo ministro, perchè restò esso re di Sardegna colle
mani sciolte, cioè in libertà di ritirarsi quando a lui piacesse,
colla sola intimazione di un mese innanzi, dall'alleanza della regina.
Animato si trovò egli spezialmente a tale impegno dalla sicurezza
datagli del _cardinale di Fleury_ primo ministro di Francia che il
re Cristianissimo _Luigi XV_ non intendeva di spalleggiar l'armi del
re Cattolico _Filippo V_ per conto dell'Italia. Svelaronsi solamente
nei mese di marzo questi arcani; e il re Sardo, da che ebbe ritirato
dalla Savoia gli archivii e tutto ciò che era di maggiore rilievo,
cominciò a far marciare parte delle sue truppe alla volta di Piacenza.
Verso la metà del medesimo mese anche il maresciallo _Otto Ferdinando
conte di Traun_ governatore di Milano spedì a Modena a rappresentare
al duca _Francesco III d'Este_ la necessità in cui il mettevano i
movimenti dei nemici Spagnuoli, di avanzarsi con vari reggimenti nei
principati di Correggio e Carpi. La licenza non si potè negare a chi se
la potea prendere anche senza richiederla. Perciò vennero a postarsi
gli Austriaci in quelle parti, tirando un cordone verso la Secchia, e
penetrando anche nel Reggiano.

Trovossi in un grave labirinto in questi tempi il duca di Modena,
giacchè si miravano due nemiche armate venir l'una da levante e
l'altra da ponente con tutte le apparenze che egli e i suoi Stati
rimarrebbono esposti a deplorabili traversie, e forse diverrebbero il
teatro della guerra, perchè ognun brama di far, se può mai, questa
danza in casa altrui; e più rispetto si porterebbe agli Stati della
Chiesa che ai suoi. Ognun sa, in casi di tanta angustia, quanto sia
pericoloso il partito della neutralità per chi ha poche forze, giacchè,
senza farsi merito nè coll'una nè coll'altra parte de' contendenti,
si soggiace alla disgrazia d'essere divorato da amendue; e a peggio
ancora, se avviene che l'un degli eserciti prevalga, troppo facilmente
suscitandosi sospetti e ragioni per prevalersi in suo pro degli Stati
e delle piazze altrui. Persuaso dunque esso duca che col tenersi
neutrale non si facea punto merito con alcun di essi, e verisimilmente
gli avrebbe avuti nemici tutti e due, si appigliò alla risoluzione
di abbracciare uno d'essi partiti. L'ossequio ed affetto ch'egli
professava all'augusta casa d'Austria e al gran duca di Toscana il
consigliavano ad unirsi con loro, ma troppo pericoloso era per un
vassallo dell'imperio di prendere l'armi contra dell'imperadore _Carlo
VII_ nemico delle suddette potenze, e l'aderire alla regina d'Ungheria,
la quale, invece d'inviar nuove genti alla difesa dell'Italia, avea
richiamata di là dai monti una parte di quelle che qui si trovavano,
ed avea inoltre confessato ad un suo ministro venuto in Italia di
non potersi impiegare a sostener questi Stati; e tanto anche fece
intender al papa e ai Veneziani per loro governo. Manteneva il duca
buona corrispondenza colla corte di Torino; ma questa il più che potè
gli tenne occulto il trattato di lega conchiuso con quella di Vienna.
Oltre a ciò, nè pur comportavano gl'interessi della propria casa al
duca d'aver per nemici l'imperadore e la Spagna, stante l'essersi
scoperto che la casa di Baviera nudriva delle pretensioni sopra la
Mirandola e suo ducato, e il sapersi che _don Francesco Pico_, già
duca d'essa Mirandola, protetto dagli Spagnuoli ne conservava delle
altre, e che sopra la contea di Novellara e sopra il ducato di Massa
s'erano svegliate liti, mal fondate senza dubbio, ma che nel tribunale
cesareo, se fosse stato nemico, avrebbono forse avuto buona fortuna. Il
perchè, mosso il duca di Modena da tali riflessioni, cercò più tosto di
aderire alla parte de' più possenti potentati della cristianità, cioè
dell'imperadore e dei re di Francia e Spagna. Avea egli per sua difesa
in armi un bel reggimento di Svizzeri, e un altro d'Italiani, ch'era
intervenuto alla battaglia di Crostka nella Servia, in tutto tre mila
soldati. In oltre avea quattro mila dei suoi miliziotti reggimentali,
disciplinati, ben vestiti ed armati, e circa quattrocento cavalli
fra corazze e dragoni: sussidio non lieve, uniti che fossero ad una
giusta armata, oltre alla cittadella di Modena e alla fortezza della
Mirandola.

Fu ben accolta in Madrid la proposizione del duca di entrar seco
in lega; ma mentre si andava maneggiando in tanta lontananza questo
affare, non si sa come, ne trapelò l'orditura ai ministri della regina
d'Ungheria, o pure del re di Sardegna. Verso il fine di marzo erasi
avanzato, siccome dicemmo, esso re sardo fino a Piacenza, facendo
intanto sfilare le sue truppe alla volta di Parma, ed ivi avea tenuto
consiglio di guerra col maresciallo _conte di Traun_ governator di
Milano; giacchè l'armata napolispana si era inoltrata sino a Rimini.
Si venne ancora intendendo che il grosso corpo di Spagnuoli sbarcato
in più volte sul Genovesato, senza più pensare a far irruzione dalla
parte del Parmigiano, s'era come amico incamminato per la Toscana
a fine di accoppiarsi coll'altro maggiore de' duchi di _Montemar_
e _Castropignano_. Non senza maraviglia delle persone fece quella
gente un gran giro. Se fosse calata pel Giogo a Bologna, e colà fosse
pervenuto il Montemar, nulla era più facile che il passar fino sul
Parmigiano, e il prevalersi poi delle buone disposizioni del duca di
Modena ed unirsi seco. Essendo giunto a Parma nel dì 30 d'aprile il
re di Sardegna, portossi parimente esso duca di Modena nel dì 2 di
maggio con tutta la corte al delizioso suo palazzo di Rivalta, tre
miglia lungi da Reggio. Colà fu ad abboccarsi seco nel dì 6 di esso
mese il _marchese d'Ormea_, primo ministro del re di Sardegna, che
tosto sfoderò una copia informe del trattato preteso intavolato dal
duca colla corte di Spagna. Onoratamente confessò il duca di aver
fatto dei maneggi a Madrid, ma che nulla s'era conchiuso, nè sapea se
si conchiuderebbe: e questa era la verità. Calde istanze fece l'Ormea
per indurlo alla neutralità; ma perchè il duca ben previde che,
accordando questo primo punto, passerebbe la pretensione a richiedere
in pegno una almeno delle sue piazze per sicurezza di sua fede, non
volle consentire, e prese tempo a pensarvi. Per molti giorni poscia
s'andò disputando, essendo passato il duca a Sassuolo con tutta la
famiglia: nel qual mentre il _duca di Montemar_, che per più settimane
s'era fermato coll'esercito suo in Forlì a divertirsi con una opera
in musica, finalmente si mosse alla volta di Bologna. Fama correa che
i Napolispani ascendessero a quarantacinque mila persone: erano ben
molto meno, ancorchè il Montemar avesse ricevuto il poderoso rinforzo
di fanti e cavalli, passati amichevolmente per la Toscana. Parea questa
nondimeno un'armata da far gran fatti, se non che la diserzione, da
cui non va esente alcuno degli eserciti, si trovò stupenda in essa,
fuggendo spezialmente quegli Alemanni che furono presi nell'apparente
battaglia di Bitonto, e in altre azioni, allorchè fu conquistato il
regno di Napoli dall'infante _don Carlo_. Giorno non v'era, in cui
qualche centinaio d'essi Napolispani non disertasse, attribuendone
alcuni la cagione all'aver lasciata cotanto in ozio quella gente, ed
altri all'aspro trattamento degli uffiziali, giacchè non si può credere
per difetto di paghe, perchè, se ne scarseggiavano gli uffiziali, al
semplice soldato non mancava mai l'occorrente soldo.

Dopo la metà di maggio comparvero sul Bolognese le truppe napolispane,
e a poco a poco vennero nel dì 20 a postarsi alla Samoggia, e nel dì
29 si stesero fino a Castelfranco. Certa cosa è, che se il Montemar si
fosse inoltrato di buon'ora sino al Panaro, siccome allora superiore di
forze, avrebbe potuto occupar quei siti, e stendersi a coprir Modena,
e a passar anche verso Parma, stante l'avere sul principio dell'anno
per mezzo del _conte senatore Zambeccari_ chiesto ed ottenuto dal duca
di Modena il passaggio. Parve dunque ch'egli non peraltro fosse venuto
in quelle vicinanze, se non per burlare esso duca di Modena, il quale
intanto si andava schermendo dal prendere risoluzione alcuna sulla
speranza che lo stesso Montemar passasse a difendere i suoi Stati:
del che non gli mancarono delle lusinghevoli promesse dalla parte del
medesimo generale spagnuolo. Diede agio questa inazion de' Napolispani
al maresciallo _conte di Traun_ di ben postarsi alle rive inferiori
del Panaro con dodici mila Tedeschi, e similmente a _Carlo Emmanuele_
re di Sardegna, passato nel dì 19 di maggio sotto le mura di Modena,
di andare anch'egli a fortificarsi alle rive superiori d'esso fiume.
Di giorno in giorno s'ingrossarono le sue milizie sino a venti mila
persone, giacchè gli era convenuto lasciare un'altra parte delle sue
truppe alla guardia di Nizza e Villafranca, e ai varii confini del
Piemonte, per opporsi ai disegni d'un'altra armata di Spagnuoli che
si andava formando in Provenza contro i suoi Stati, e che dovea esser
comandata dall'infante _don Filippo_, già pervenuto ad Antibo. Nel dì
17 di maggio presero pacificamente i Savoiardi il possesso della città
di Reggio, da cui precedentemente avea il duca dì Modena ritirate le
truppe regolate. Durava intanto una spezie, ma assai dubbiosa, di calma
fra esso duca, dimorante in Sassuolo, e gli Austriaco-Sardi, aspettando
questi che giungessero al loro campo cannoni, mortari e bombe, per
poter parlare dipoi con altro linguaggio. Non avea il duca fin qui
conchiuso accordo alcuno colla corte di Spagna, e neppure ricavato
da essa un menomo danaro per fare quell'armamento, come ne dubitavano
gli Austriaco-Sardi; pure non sapea indursi a cedere volontariamente
le fortezze di Modena e della Mirandola, richieste dagli alleati;
perchè quanto si trovò egli sempre deluso dal _duca di Montemar_,
largo promettitore di ciò che non osava intraprendere, altrettanto
abborriva di non comparire alla corte di Spagna qual principe di doppio
cuore, perchè quivi si sarebbe infallibilmente creduto un concerto co'
collegati la forza che gli avesse fatto cedere quelle piazze.

Prese egli dunque il partito di abbandonar tutto alla discrezione di
chi gli era addosso coll'armi, e dopo aver messi quattro mila uomini
di presidio nella cittadella di Modena, e tre mila in quella della
Mirandola, nel dì 6 di giugno colla duchessa consorte e colle due
principesse sorelle, lasciati i figli colla nuora in Sassuolo, che
poi col tempo si riunirono con lui, prese la via del Ferrarese, e andò
a ritirarsi a Crespino, e di là passò poi al Cataio degli Obizzi sul
Padovano, e finalmente si ridusse a Venezia, portando seco il coraggio,
costante compagno delle sue traversie. Perchè aveva egli lasciato ogni
potere ad una giunta di suoi cavalieri e ministri in Modena, furono
spediti deputati al re di Sardegna, e dopo avere ottenuta la promessa
d'ogni miglior trattamento, nel dì 8 di giugno aprirono le porte della
città a circa mille e cinquecento Savoiardi, che ne presero quietamente
il possesso, con provar da lì innanzi quanta fosse la moderazione e
clemenza del re di Sardegna, quanta la rettitudine de' suoi ministri,
e la disciplina de' suoi soldati. Comandante in Modena fu destinato
il _conte commendatore Cumiana_, cavaliere che non lasciava andarsi
innanzi alcuno nella prudenza, e sapea l'arte di farsi amare e stimare
da ognuno. Nel dì 12 di giugno fu dato principio alle ostilità contro
la cittadella di Modena, alzando terra dalla parte del mezzodì fuori
della città i Savoiardi, e i Tedeschi da quella di settentrione. Perchè
gli assediati fecero una vigorosa sortita, necessario fu il rinforzare
il campo con molta gente. Erette due diverse batterie di mortari, nel
dì seguente cominciarono a tempestare essa cittadella con bombe di dì
e di notte, e seguitò questo flagello sin per tutto il dì 27. Non avea
il _duca Francesco_ avuto tempo di provvedere essa cittadella di case
matte e di ripari contro le bombe; e però in breve si trovò sconcertata
la maggior parte di que' casamenti, non restando luogo alcuno di riposo
e sicurezza alla guarnigione. Essendosi nel dì 28 alzate anche due
batterie di cannoni contra d'essa fortezza, il _cavaliere del Nero_
Genovese, e comandante della medesima, nel giorno appresso capitolò la
resa, restando prigioniere di guerra il presidio. Uscì poi nel dì 5 di
luglio un editto del re sardo, in cui dichiarò non essere intenzione
della regina d'Ungheria nè sua, pendente la dimora delle loro truppe
negli Stati di Modena, e durante l'assenza del duca, di attribuirsi
verun gius di permanente sovranità e dominio in essi Stati, ma quella
sola autorità che in sì fatta situazion di cose veniva dal diritto
della guerra e dalla comune loro difesa permessa. Furono occupate tutte
le rendite ducali, e tolte l'armi a tutti gli abitanti tanto della
città che forensi.

Mentre si facea questa terribil sinfonia sotto la cittadella di Modena,
si stava più d'uno aspettando qualche prodezza del generale spagnuolo
_duca di Montemar_, che colle sue genti era postato a Castelfranco,
siccome quegli che era decantato per conquistatore di regni. Ma per
disavventura non fece egli mai movimento alcuno per attaccare gli
Austriaco-Sardi al Panaro, tuttochè sparsi in una linea di molte
miglia su quelle rive, e benchè dalla parte di Spilamberto e Vignola
non avesse argini quel fiume. Crebbe anche maggiormente lo stupore
negl'intendenti, perchè almen quattro mila combattenti alleati erano
impegnati nelle trincee sotto la cittadella, e nella sera quattro
altri mila venivano dal Panaro a rilevar questi altri; laonde il campo
d'essi restava alleggerito d'otto mila persone. E pure con tutta pace
stette il Montemar contando le bombe e cannonate de' nemici, sparate
non contra di lui, e spettatore tranquillo delle sventure del duca
di Modena; di modo che alcuni giunsero a sospettare intelligenza del
medesimo col re di Sardegna, o che un segreto ordine del _cardinale
di Fleury_ avesse posto freno alla sua bravura (tutte insussistenti
immaginazioni); ed altri in fine si fecero a credere ch'egli fosse
solamente un valoroso generale, allorchè avea che fare con gente
incapace di resistere, o avesse accordo con lui di non resistere.
Crebbero molto più le maraviglie, perchè nella notte del dì 18 di
giugno esso Montemar levò il campo da Castelfranco, ed inviandosi con
tutti i suoi a San Giovanni e a Cento, mandò i malati ne' borghi di
Ferrara. Poteva impadronirsi del Finale, dove falso è che si trovassero
fortificati i nemici, come egli poscia volle far credere. Giunto bensì
al Bondeno nella notte del 26 di giugno, e quivi posto e fortificato
un ponte sul Panaro, spedì di qua dieci o dodici mila de' suoi. Non vi
era persona che non si aspettasse ch'egli imprendesse la difesa della
Mirandola, e che anzi v'entrasse, giacchè il cavalier Martinoni ivi
comandante gli avea richiesto soccorso, e l'avea invitato a venire.
Ma nulla di questo avvenne, senza che mai s'intendesse perchè egli
facesse quella scena di marciar colà e di passare il Panaro, per poi
nulla operare. Vi fu anche di più. All'avviso della di lui marcia, il
re di Sardegna e il conte di Traun spedirono la maggior parte della
lor cavalleria al Finale, per vegliare a' di lui andamenti. Trovavasi
questo corpo di gente senza fanteria e senza artiglierie; e pure
con tutte le forze dell'esercito suo il Montemar in tanta vicinanza
non pensò mai a molestarlo, non che a sorprenderlo: condotta che
maggiormente eccitò le dicerie contro il di lui onore.

Con tutto suo comodo s'era intanto trattenuta in riposo a Modena
l'armata austriaco-sarda senza apprensione alcuna del Montemar quando
nel dì 9 di luglio si mise in viaggio alla volta della Mirandola;
dove giunta, diede principio nel dì 13 agli approcci, ben corrisposta
dalle artiglierie della città. Ma da che anche le batterie dei cannoni
e de' mortari cominciarono a fulminar quella piazza, e seguì in essa
l'incendio di molte case; la guernigione, già chiarita che niun pensava
a soccorrerla, nel dì 22 del mese suddetto dimandò di capitolare;
restando prigioniera, finchè il duca di Modena si inducesse a cedere
le fortezze di Montalfonso, di Sestola e della Veruccola agli alleati,
con promessa di restituirle alla pace; e queste poi furono cedute.
Pertanto con breve peripezia si vide spogliato di tutti i suoi Stati
il duca di Modena, il quale, in mezzo a sì pericolosi imbrogli, provò
tante contrarie fatalità, che niun potrebbe immaginarsele, ma ch'egli
coraggiosamente sopportò. Videsi appresso destinato amministrator
generale d'essi Stati per le due corone il _conte Beltrame Cristiani_,
il quale tante pruove diede dipoi della sua onoratezza, attività e
prudenza, che, sapendo accoppiar insieme il buon servigio de' suoi
sovrani coll'amorevolezza verso de' popoli, meritò poi di essere creato
gran cancelliere della Lombardia austriaca, e di riportar le lodi di
ognuno, dovunque si stese la sua autorità. Fin qui era stato il _duca
di Montemar_ placido osservatore del destino della Mirandola, come se a
lui nulla importassero i progressi de' suoi nemici. Certamente non fu
di sua gloria l'essersi portato al Bondeno; ed aver passato il Panaro
solamente per mirare anche la caduta d'essa fortezza sotto gli occhi
suoi. Da più persone ben informate si sosteneva che lo esercito suo,
non ostante la diserzione sofferta, numerava tuttavia circa trenta mila
combattenti, ed erano in viaggio quattro mila Napoletani per unirsi con
lui. Si strignevano nelle spalle gli uffiziali dell'armata stessa di
lui al mirar tanta inazione, con tali forze e sì buona situazione. Ora
appena seppe egli la resa di essa fortezza, che finalmente determinò
di fare un premeditato bel colpo: colpo nondimeno, che parve a molti
poco onorevole al nome spagnuolo. Cioè prese la marcia coll'esercito
suo verso il Ferrarese e Ravennate con fretta tale, che non minore
si osserva in chi è rimasto sconfitto, lasciando indietro carriaggi
e munizioni non poche. Ma non furono pigri gli Austriaco-Sardi a
muoversi anch'essi, e venuti per castello San Giovanni a Bologna, si
avviarono per la strada maestra nella Romagna, sperando di raggiugnere
i fuggitivi Napolispani. Questi per buona ventura aveano avuto gambe
migliori, e, pervenuti nel dì 31 di luglio a Rimino, quivi si diedero a
fare un gran guasto, cioè a fortificarsi con trincieramenti, spianate
e tagli di alberi in grave desolazione di quel popolo. Pareva oramai
inevitabile qualche gran fatto d'armi in quelle strettezze, essendo
pervenuti colà anche gli alleati, vogliosi di far pruova dell'armi
loro; quando nel dì 10 di agosto il generale di Montemar fece ben
mostra di aspettar con piè fermo i nemici, anzi di voler venire
a battaglia, ma allo improvviso decampò anche di là, ritirandosi
sollecitamente a Pesaro e Fano, dove precedentemente erano state
premesse le artiglierie e bagagli.

Chiunque nelle precedenti guerre avea mirato il _principe Eugenio_ con
soli trenta mila armati tenersi forte contro l'esercito gallispano,
quasi il doppio numeroso di gente, al vedere la tanto diversa
condotta di quest'altro generale, non sapea trattenersi dallo stupore
o dalla censura. E non è già che fossero sì infievolite le di lui
forze, giacchè la maggior diserzione fu in quella sua precipitosa
ritirata, e ciò non ostante egli stesso si vantò poscia, in tempo che
i Napoletani s'erano separati da lui, di aver lasciata al conte di
Gages suo successore un'armata di diciotto mila combattenti, atti ad
ogni maggiore impresa, ma che tali per disgrazia non erano stati in
addietro. Strana cosa fu ch'egli allegasse per motivo di quest'altra
ritirata ciò che, siccome diremo, avvenne in Napoli solamente nel
dì 19 d'esso mese. Andò egli dunque, dopo varie frettolose marcie, a
intanarsi nella valle di Spoleti, dove gli sembrò di essere sicuro,
stante l'avviso che i collegati aveano risoluto di lasciarlo in pace.
Tenuto in fatti consiglio dal re di Sardegna e dal maresciallo conte
di Traun, prevalse il parere del primo di non passare di là di Rimino,
e di non più inseguire chi combattea con le sole gambe. In oltre pel
singolare rispetto ed affetto ch'esso re sardo professava al sommo
pontefice _Benedetto XIV_, gli premeva di non maggiormente essere
d'aggravio agli Stati della Chiesa: motivo che l'avea trattenuto in
addietro dal passare colà dal Modenese. Quel nondimeno che vie più
preponderava nell'animo suo, era il bisogno dei proprii Stati, che
il richiamava colà per guardarsi dalle minaccie di un altro esercito
spagnuolo. Sicchè da lì a non molto si videro ritornare al Panaro
su quel di Modena le schiere e squadre austriaco-sarde. Nel dì 31
d'agosto arrivò a Reggio il re di Sardegna, e vi si fermò fino al
dì 6 di settembre, in cui venutegli nuove disgustose di Piemonte,
sollecitamente s'inviò alla volta di Torino, dove sfilava intanto
la maggior parte delle sue milizie. Lasciò pochi suoi reggimenti nel
Modenese sotto il comando del _conte d'Aspremont_, il quale unitamente
col conte Traun s'andò fortificando in varii siti di qua dal Panaro, e
massimamente a Buonporto.

In questi medesimi tempi accadde una novità in Napoli, per cui gran
romore e tumulto fu in quella capitale. Nel dì 19 d'agosto comparvero
a vista di quel porto sei navi da guerra inglesi di sessanta cannoni,
quattro fregate, un brulotto e tre galeotte da bombe. Corse a furia il
popolo ad osservare quella squadra, e la corte, entrata in apprensione,
spedì nel giorno seguente il consolo inglese al comandante di essi
legni, per esplorare la di lui intenzione. La risposta fu, che se
il re non cessava di assistere i nemici della regina, egli teneva
ordine di devastare quella città colle bombe; e che lasciava tempo di
due ore a sua maestà per risolvere. Indi, cavato fuori l'orologio,
cominciò a contarne i momenti. Niuno mai in addietro avea pensato a
provvedere il porto e la spiaggia di Napoli di ripari per somigliante
minaccia; e nè pur si trovava nel castello del porto provvisione di
polvere da fuoco. Però, senza perdersi in molte discussioni, quella
corte nel breve suddetto spazio di tempo accettò la neutralità, e
spedì lettere mostrate al comandante inglese, colle quali richiamava
il _duca di Castropignano_ colle sue truppe nel regno. Ciò ottenuto,
senza commettere alcuna ostilità, fece vela la squadra inglese verso
ponente. Il pericolo presente servì appresso di ammaestramento per
alzare fortini e bastioni muniti di artiglierie, di maniera da non
paventar da lì innanzi chi tentasse di accostarsi con palandre e
galeotte per salutar colle bombe quella metropoli. Restò poi eseguito
l'ordine regio, e le milizie napoletane staccatesi dalle spagnuole
tornarono ai quartieri nelle loro contrade: con che si ridusse
l'esercito spagnuolo, siccome dicemmo, a circa diciotto mila persone,
che poi prese quartiere parte in Perugia e parte in Assisi e Folignano.
Fu in questo medesimo tempo, che la corte di Spagna, avvedutasi un
poco troppo tardi di avere raccomandata la fortuna e l'onore delle
sue armi ad un generale che sì male corrispondeva alle sue speranze,
richiamò in Ispagna il _duca di Montemar_, e, adirata contra di lui,
comandò che non si avvicinasse alla corte per venti leghe. Fece questo
passo svanire le immaginazioni dei suoi parziali, persuasi in addietro
ch'egli tenesse ordini di non azzardar battaglia e di salvar la gente,
facendola solamente ben menar le gambe per ischivar gl'impegni. Andò
egli, e durò non poco la sua disgrazia alla corte. Ma perchè egli
non mancava di amici e di merito per altre sue belle doti, col tempo
fu rimesso in grazia. Videsi un manifesto suo, con cui si studiò
di giustificar le azioni sue in questa campagna; ma nulla sarebbe
più facile che il far conoscere l'insussistenza delle sue scuse, e
massimamente se uscissero alla luce i biglietti da lui scritti al duca
di Modena e alla Mirandola in queste emergenze. Restò dunque al comando
dell'esercito spagnuolo il tenente generale _don Giovanni di Gages_
Fiammingo, che pel valore, per l'avvedutezza, e per la scienza militare
potea servire di maestro agli altri. Nel dì 14 di settembre, in cui
s'inviò il Montemar verso la Spagna, il Gages in tre colonne mosse
l'esercito suo alla volta di Fano, siccome consapevole del rilevante
smembramento dell'armata austriaco-sarda; e alla metà di ottobre arrivò
a postar le sue genti alla Certosa di Bologna, e in quelle vicinanze,
con alzare trincieramenti ed altri ripari da difesa. Accorsero anche
gli Austriaco-Sardi alle rive del Panaro, e misero alquanti armati in
Vignola e Spilamberto. Si stettero poi sino al fine dell'anno guatando
da lontano le due armate, e il maresciallo di Traun mise il suo
quartier generale a Carpi.

Un'altra guerra intanto ebbe il re di Sardegna, per cui fu obbligato a
restituirsi in Piemonte. Fu comunemente creduto ch'esso real sovrano
non avesse tralasciato, sì nel principio che nel proseguimento di
questa guerra, di far varie proposizioni di partaggio della Lombardia
alla corte di Spagna per mezzo del _cardinale di Fleury_, che sempre si
mostrò ben affetto verso di lui. Tali progetti riguardavano egualmente
i vantaggi della real casa di Savoia e dell'infante _don Filippo_,
a cui si cercava un riguardevole stabilimento in essa Lombardia,
e massimamente in Parma e Piacenza, città predilette della regina
_Elisabetta Farnese_ sua madre. Fu del pari creduto che la corte del
re Cattolico non aderisse a cedere parte delle meditate conquiste,
perchè avida di tutto, ed assai persuasa di poter colle sue forze
conseguir tutto. Quali poi fossero i sinceri desiderii della corte di
Francia nelle dispute di questi due pretendenti non si potè penetrare,
se non che fu giudicato da molti ch'essa acconsentisse bensì a qualche
acquisto in Lombardia pel suddetto infante don Filippo, ma non già
sì pingue che alterasse l'equilibrio dell'Italia, e potesse un dì
nuocere alla Francia stessa, ben prevedendosi che non durerebbe per
sempre la buona armonia fra quella corte e quella di Spagna. L'aver
dunque la Spagna dato a conoscer il genio troppo vasto, fece immaginare
agl'interpreti de' gabinetti che perciò il cardinale niun soccorso
di gente volesse somministrarle contra del re di Sardegna, tuttochè
esso porporato ricavasse dall'erario spagnuolo grossissime mensuali
somme di danaro, per divertire la regina d'Ungheria dalla difesa degli
Stati d'Italia. Si oppose ancora, per quanto potè, esso cardinale alla
venuta in Provenza dall'_infante don Filippo_, tuttochè genero del
re Cristianissimo _Luigi XV_; ma non potè impedire che la regina di
Spagna non l'inviasse colà di buon'ora ad aspettar l'unione d'un corpo
di truppe, ascendente a più di quindici mila Spagnuoli, che parte per
mare, parte per terra andò arrivando ad Antibo e ad altri luoghi della
Provenza. Più tentativi fece questa armata nel luglio ed agosto, ora
per passare il Varo, ora per penetrare nella valle di Demont; ma sì
buoni ripari avea fatto il re di Sardegna, e sì possenti guardie avea
messo nel contado di Nizza, che indarno si provarono gli Spagnuoli
di passare colà; e tanto più vana riuscì ogni loro speranza, perchè
l'ammiraglio inglese Matteus con poderosa flotta si trovava in que'
mari e contorni, per sostenere le milizie savoiarde. Nella stessa
maniera andarono in fumo le lor minaccie contro la valle di Demont, e
in altre sboccature verso l'Italia. O sia che le trovate resistenze
facessero cangiar disegno, o pure che le vere mire fin da principio
non fossero verso quelle parti; in fine sul principio di settembre
l'esercito spagnuolo comandato dall'infante, che sotto di sè avea il
generale _conte di Glimes_, governatore della Catalogna, entrò nella
Savoia, e nel dì 10 d'esso mese s'impadronì della capitale, cioè di
Sciambery con citare i popoli a rendergli omaggio, e con intimar gravi
contribuzioni.

L'avviso di tale invasione quel fu che sollecitò _Carlo Emmanuele_ re
di Sardegna a rendersi in Piemonte, e ad affrettare il ritorno colà di
buona parte delle sue truppe, dimorate per tanto tempo sul Modenese.
Appena ebbe egli unite le convenevoli forze, che nel suo consiglio
espose la risoluzione da lui formata di snidar dalla Savoia i nemici. I
più de' suoi uffiziali arringarono in contrario, adducendo la mancanza
de' magazzini e foraggi in quella provincia, e il pericolo delle nevi
per quelle alte montagne. Ma l'animoso sovrano ebbe una ragion più
possente dell'altre, cioè il suo coraggio e la sua volontà; e perciò
verso la metà d'ottobre marciò l'esercito suo per più parti alla volta
della Savoia. Non si sentì voglia l'infante don Filippo di aspettarli,
perchè non arrivava il nerbo della sua gente a quindici mila persone.
Ritirossi pertanto in sacrato, cioè sotto il forte di Barreau nel
territorio di Francia, lasciando abbandonata tutta la Savoia al suo
sovrano. Pervenne il re sino a Monmegliano, e quivi il rispetto da lui
professato al re Cristianissimo e agli Stati della Francia fermò il
corso ai passi delle sue truppe, e ad ogni altra impresa. Ciò fatto,
attese egli a riordinar le cose di quel ducato, a mettere in armi tutti
que' sudditi, somministrando loro fucili, giacchè erano stati disarmati
dagli Spagnuoli; e a rinforzar varii siti e forti, per opporsi ad
ulteriori tentativi de' nemici. Venne il dicembre, e venne anche
rinforzato il campo spagnuolo da un buon corpo di truppe, con prenderne
il comando il _marchese de la Mina_, giacchè _il conte di Glimes_ era
stato richiamato in Ispagna. Allorchè gli Spagnuoli si videro assai
forti, rientrarono nella Savoia, e si ritrovarono le nemiche armate
alla vigilia d'un fatto di armi. Forse non l'avrebbe schivato il re di
Sardegna; ma chiarito che, quando anche la vittoria si fosse dichiarata
per lui, non poteano le milizie sue sussistere nel verno in un paese
sprovveduto affatto di grani e di foraggio, determinò più tosto di
ricondursi in Piemonte sul fine dell'anno. S'avverò allora quanto gli
aveano predetto i suoi uffiziali, cioè, che l'Alpi dividenti l'Italia
dalla Savoia gli farebbono guerra. S'erano in fatti caricate di nevi; e
pur convenne passarle, ma con gravissimi disagi, e con perdita di molta
gente perseguitata dai nemici, e di varii attrezzi ed artiglierie, e
vie più di cavalli, muli e carriaggi; laonde, se fu molta la gloria di
avere scacciati i nemici dalla Savoia, restò essa ben contrappesata
dal molto danno di quella o forzata o volontaria ritirata. Solamente
nel dì 3 del seguente gennaio arrivò il re a Torino col principe di
Carignano; e intanto gli Spagnuoli tornarono in pieno possesso della
Savoia, senza che que' popoli facessero risistenza alcuna; mostrando la
sperienza che per quanto i sudditi amino il loro principe, pure anche
più di esso amano sè stessi. Soggiacque nell'anno presente la città di
Livorno ad una deplorabil calamità, per avere il tremuoto, verso la
metà di febbraio, cominciato a scuotere le case di quegli abitanti.
Altre simili scosse si fecero poscia udire sul fine d'esso mese con
tale indiscretezza, che varie chiese ne patirono rovina, e moltissime
case ne rimasero sì desolate, o colle mura sì smosse, che i padroni di
esse salvatisi nella campagna o nelle navi, più non si attentavano a
riabitarle. Fu in quest'anno che il sommo pontefice _Benedetto XIV_,
tuttochè non poco agitato e distratto per l'aggravio inferito ai suoi
Stati da tante milizie straniere che quivi, come in casa propria,
giravano o fissavano anche il lor soggiorno; pure, intento sempre al
pastoral governo, pubblicò, nel mese di agosto, una risentita bolla
contra di chi non ubbidiva ai decreti della santa Sede intorno a
certi riti cinesi già vietati, e ciò non ostante permessi da alcuni
missionarii a que' novelli cristiani. Tali pene intimò, e tali ripieghi
prescrisse, che si potè promettere da lì innanzi un'esatta osservanza
delle costituzioni apostoliche.



    Anno di CRISTO MDCCXLIII. Indiz. VI.

    BENEDETTO XIV papa 4.
    CARLO VII imperadore 2.


Toccò al territorio di Modena di aprire in quest'anno il teatro
delle azioni militari con una non lieve battaglia. Sapea il _conte
di Gages_ che gli Austriaci e Sardi restavano divisi in più corpi e
luoghi; e che i principali posti da loro guerniti di gente erano il
Finale e Buonporto, amendue sul Panaro; e però pensò alla maniera di
sorprendere uno de' loro quartieri. Poco dopo il principio di febbraio,
affinchè non si penetrasse il suo disegno, finse un considerabil
furto a lui fatto, e nascosto il ladro in Bologna. Pertanto fece
istanza al cardinale legato che si chiudessero le porte della città,
e si lasciasse entrar gente, ma non uscirne alcuno. Fermossi egli
nella stessa città con alquanti uffiziali, affaccendati in traccia
del preteso ladro. Sull'alba del seguente dì 2 di febbraio s'inviò la
picciola armata sua alla volta di San Giovanni e di Crevalcuore, e nel
dì seguente, passato il Panaro fra Solara e Camposanto, quivi stabilì
e assicurò un ponte. Nulla di ciò ch'egli sperava gli venne fatto;
perchè la notte stessa, in cui da Bologna si mosse l'esercito suo,
persona nobile parziale della regina d'Ungheria mandò giù dalle mura di
quella città lettera di avviso di quanto manipolavano gli Spagnuoli a
chi frettolosamente la portò a Carpi al maresciallo _conte di Traun_.
Furono perciò a tempo spediti gli ordini alle truppe esistenti nel
Finale di ritirarsi, ed altri ne andarono a Parma ed altri siti, dove
si trovavano milizie austriaco-sarde. Raunate che furono tutte, il
maresciallo, unitosi col _conte di Aspremont_ generale delle savoiarde,
nel dopo pranzo del dì 8 del suddetto febbraio andò in traccia del
Gages, che ritiratosi a Camposanto, e coperto dall'un canto dalle rive
del Panaro, dall'altro s'era afforzato nella parrocchiale e in varie
case di quel contorno. Correva allora un freddo atrocissimo, e al bel
sereno erano stati per più notti i poveri soldati in armi e in guardia.
Venne il tempo di menar le mani, e si attaccò la sanguinosa zuffa, che,
per essere allora il plenilunio, durò sino alle tre ore della notte, in
cui gli Spagnuoli, dopo avere spogliati i suoi morti e mandati innanzi
i feriti, si ritirarono di là dal Panaro, e ruppero il ponte, poscia
sollecitamente si restituirono al loro campo sotto Bologna; giacchè il
maresciallo di Traun non giudicò bene di permettere ad altri, che agli
Usseri, d'inseguirli di là dal fiume; e forse non potè di più, perchè
senza ponte. Secondo il solito delle battaglie che restano indecise,
ciascuna delle parti si attribuì la vittoria, e non mancò ragione, sì
agli uni che agli altri, di cantare il _Te Deum_.

Certo è che gli Austriaco-Sardi rimasero padroni del campo di
battaglia, e costrinsero gli avversarii a ritirarsi, e che il
maresciallo di Traun, benchè malconcio dalla gotta, fece meraviglie
di sua persona, e che gli furono uccisi sotto due cavalli, e tutta
anche la notte stette a cavallo d'un altro. Del pari è certo che gli
Spagnuoli, o per inavvertenza, o per non potere inviare l'avviso, o
pure per coprire la loro ritirata, lasciarono indietro in una cassina
un battaglione di Guadalaxara, che fece bella difesa, ma in fine
fu obbligato a rendersi prigioniere di guerra. Consisteva in più
di trecento soldati, e circa ventotto uffiziali con tre bandiere,
oltre a quasi cento altri prigioni. Gli effetti poi mostrarono che la
peggio era toccata agli Spagnuoli. Contuttociò è fuor di dubbio che
il generale _conte di Gages_ si trovava inferiore di forze, per aver
dovuto lasciare circa due mila persone di là dal fiume a custodire la
testa del ponte, per sospetto che i nemici spedissero genti a quella
volta. Nulladimeno sul principio riuscì alla cavalleria spagnuola di
rovesciar la cavalleria tedesca dell'ala sinistra, e di metterla in
fuga; e se il duca di Atrisco, in vece di perdersi ad inseguirla verso
la Mirandola, fosse ritornato più presto al campo contro la nemica
fanteria, comune sentimento fu che l'armata austriaco-sarda rimaneva
disfatta. Otto furono gli stendardi e due i timbali presi dagli
Spagnuoli. Ebbero prigionieri il governatore di Modena _commendatore
Cumiana_, e i tenenti generali _conte Ciceri e Peisber_, che furono
rilasciati sulla parola, l'ultimo dei quali sopravvisse poco alle
sue ferite. Presero oltre ventidue altri uffiziali e circa ducento
soldati. Quanto ai morti e feriti, ognuna delle parti esagerò il danno
dei nemici, facendosi ascendere sino a quattro mila, ed anche più,
con poscia sminuire il proprio. Fu nondimeno creduto che restasse
molto indebolita l'armata spagnuola, e che, abbondando essa di
uffiziali molto più che quella degli alleati, più ancora ne perissero
o restassero feriti; e che se non furono maggiori i vantaggi riportati
da essa, forse ne fu maggiore la gloria, perchè fin la sua ritirata
meritò plauso, siccome fatta con tal ordine e segretezza, che non se
ne avvidero i nemici, se non allorchè mirarono attaccate le fiamme al
ponte sul Panaro. Secondo i conti degli Austriaco-Sardi, non arrivò a
due mila il numero dei loro morti, feriti e rimasti prigioni. Nè si dee
tacere che il _conte d'Aspremont_, savio e valoroso comandante generale
delle milizie savoiarde, talmente si chiamò offeso per una lettera a
lui mostrata, in cui si prediceva che le truppe del re di Sardegna,
venendo un conflitto, si unirebbono con gli Spagnuoli, che non guardò
misure nell'esporsi ai pericoli. Per una palla che il colpì nelle reni
e passò alle parti inferiori, fu portato a Modena, dove, dopo essere
stato per più giorni fra i confini della vita e della morte, finalmente
nel dì 27 di febbraio pagò il tributo della natura, compianto non poco
per le sue degne qualità. Funesta memoria della battaglia di Camposanto
restò in quella villa e nelle circonvicine, perchè nel dì seguente,
dappoichè gli Austriaco-Sardi si videro liberi dagli Spagnuoli, vollero
compensarsi del bottino che non aveano potuto fare addosso i nemici,
con dare il sacco agl'innocenti abitanti di esse ville. Per questa
crudeltà fu detto che mostrasse gran dispiacere il maresciallo di
Traun, cavaliere di buone viscere, contro il cui volere certamente
questo avvenne; ma senza potere scusare la poca precauzione sua in
prevedere ed impedire gli eccessi della militare avidità. Avvisato
nondimeno del disordine, spedì tosto guardie alle chiese, e, il meglio
che potè, provvide al resto.

Erasi ben ritirato dopo la battaglia suddetta il conte di Gages ne'
trincieramenti suoi presso Bologna, e gli aveva anche accresciuti,
facendo vista di voler quivi, come prima, fissare la permanenza
sua. Non andò molto che si conobbe quanto gli fosse costato quel
combattimento, essendosi ridotta l'armata sua, per quanto fu creduto,
a poco più di otto o dieci mila persone. Sperava egli dei rinforzi
da Napoli; ma, per quante premure ed ordini venissero dalla corte di
Madrid che pure sembrava dispotica nelle Due Sicilie, il ministero
del re _don Carlo_, atteso l'impegno di neutralità concordata
con gl'Inglesi, e il timore della lor flotta signoreggiante nel
Mediterraneo, sempre ricusò d'inviar soccorsi al Gages, a riserva
di qualche partita che sotto mano trapelava colà. All'incontro dalla
Germania era calata gente ad ingrossare l'esercito austriaco, e già
il maresciallo di Traun avea spedito sul Bolognese e Ferrarese circa
dodici mila armati, che minacciavano di passare anche in Romagna per
impedire agli Spagnuoli il trasporto de' viveri e foraggi da quella
provincia. Pertanto il timore di restar troppo angustiato fece prendere
al Gages la risoluzione di mandare innanzi l'artiglierie e i malati,
ed egli poi nel dì 26 di marzo, levato il campo, marciò alla volta
di Rimino, e quivi si fece forte col favore di quella vantaggiosa
situazione. Da che _Francesco III d'Este_ duca di Modena si portò a
Venezia, dopo l'occupazion de' suoi Stati, colla duchessa e figli,
s'era ivi sempre trattenuto sulla speranza che i maneggi suoi o la
fortuna dell'armi facessero tornare il sereno ai proprii affari.
Nulla di questo avvenne; ma la generosa corte di Spagna non volle già
abbandonato un principe, non per altro abbattuto, se non per l'aderenza
sua alla corona spagnuola, e per non aver voluto accordarsi co' nemici
d'essa. Gli conferì dunque il Cattolico _re Filippo V_ la carica di
generalissimo delle sue armi in Italia, con salario convenevole ad
un pari suo. Giudicò anche bene la duchessa sua consorte _Carlotta
Aglae d'Orleans_ di passare a Parigi colla _principessa Felicita_
sua primogenita, per implorare il patrocinio del re Cristianissimo
_Luigi XV_ nel naufragio della sua casa. Nel dì 4 di maggio arrivò
questa principessa a Rimino, accolta dall'esercito spagnuolo con
ogni dimostrazione di stima, e passata per la Toscana al golfo della
Specia, e quindi a Genova, colle galere di quella repubblica fu poi
trasportata in Francia, giacchè l'ammiraglio Matteus le fece rispondere
che una principessa della sua nascita e del suo grado non avea bisogno
di passaporto, e si recherebbe a sommo onore di poterla servire egli
stesso. Alla stessa città di Rimino pervenne nel dì 9 d'esso mese
anche il duca di Modena, incontrato dal generale Gages e da tutta
l'uffizialità, e quivi fra il rimbombo delle artiglierie prese il
possesso della carica sua. Intanto il _maresciallo di Traun_ richiamò
a quartieri sul Modenese l'esercito austriaco; e se i curiosi, che non
sapeano intendere perch'egli non marciasse a Rimino per isloggiare di
là gli Spagnuoli, ne avessero chiesta la ragione a lui, siccome general
prudente, loro l'avrebbe saputa rendere.

Nel luglio di quest'anno arrivarono al porto di Genova quattordici
saiche catalane, maiorchine, cariche d'artiglierie e munizioni di
guerra, destinate per Orbitello, da inviarsi poscia al campo spagnuolo.
Trovossi per questo in grave impegno il senato genovese, perchè
l'ammiraglio britannico, dopo avere inviati alcuni vascelli a bloccar
quelle saiche, fece protestare ai Genovesi, che se permettessero lo
sbarco di que' bronzi, s'intenderebbe rotta con loro ogni neutralità.
Indarno reclamarono essi che nel porto loro era libero ad ognuno
l'accesso. Dopo molte dispute convenne capitolare, e fu concordato
che quei cannoni e munizioni si condurrebbono a Bonifazio in Corsica,
ed ivi si custodirebbono sino alla pace. In essa Corsica mostravano
tuttavia gran renitenza quei popoli a rimettersi sotto il dominio
della repubblica di Genova. Non vi si parlava più del barone di Newoff,
re di pochi giorni, quando costui sopra una nave inglese di sessanta
cannoni nel febbraio di quest'anno giunse a Livorno, e passò dipoi alla
Corsica. Verso la spiaggia di Balagna chiamò egli alcuni dei deputati
di quelle comunità, per intendere i lor sentimenti, con fare delle
belle sparate di soccorsi e d'intelligenza con dei potentati. Ma avendo
quella gente assai conosciuto, queste essere parole e non fatti, il
mandarono in santa pace, ricusando un re venuto a sfamarsi alle spese
loro, e non già ad aiutarli. Tornossene questo venturiere in Olanda ed
Inghilterra a cercar migliore fortuna, nè più si parlò di lui. Avea fin
qui _Carlo Emmanuele_ re di Sardegna mantenuta buona corrispondenza
colla corte di Francia, mostrandosi sempre disposto a ritirar le
sue armi dalla difesa della regina d'Ungheria, e ad abbracciar la
neutralità, o a far altri passi, giacchè nel trattato provvisionale
s'era riserbata la facoltà di poter rinunziare dalla presa alleanza,
qualora la corte di Spagna gli facesse godere qualche rilevante
vantaggio. Era il cardinale _Andrea Ercole di Fleury_, primo ministro
di Francia, il mediatore di questo affare. Ma venne a morte quel
degno porporato nel dì 29 di gennaio dell'anno presente, e, secondo le
vicende dei mondo, l'alta riputazione da lui guadagnata in vita per le
sue dolci maniere, per la prudenza nel governo, e per molte altre sue
belle doti e virtù, calò non poco dopo la sua morte. Attribuirono alla
di lui condotta i Franzesi tutte le calamità loro avvenute in Boemia e
Baviera; e lagnaronsi di lui per non avere in tempo di pace alleggerito
abbastanza il regno di aggravii; aggiugnendo in oltre ch'egli sapeva
accumulare, ma non poscia spendere a tempo per far riuscire i disegni
utili alla monarchia franzese; e ch'egli avea tenuto fin qui in un
letargo il re Cristianissimo, senza lasciargli far uso del suo spirito,
pieno di generosità e capace d'ogni bella impresa.

Ossia che la corte di Spagna non consentisse mai a partito che
proponesse il re di Sardegna, o che questi si servisse delle esibizioni
della Spagna per fare miglior mercato con altri; certo è ch'egli
nello stesso tempo fu in negoziato colle corti di Vienna e di Londra.
Poco profittava egli colla prima. Più condiscendente provò egli il
re britannico _Giorgio II_, con rappresentargli che non conveniva
ai proprii interessi il continuare in questa guerra senza sicurezza
di qualche frutto e ricompensa; aver egli perduto le rendite della
Savoia; restar esposti a maggiori pericoli tutti i suoi Stati; ed
essere enormi le spese ch'egli facea, e perchè? per salvare la regina,
i cui Stati nulla finora aveano patito. Adoperossi dunque il re
inglese per indurre la corte di Vienna ad un trattato che fermasse il
re di Sardegna nell'unione colla casa d'Austria, mercè di un adeguato
compenso alle perdite e spese ch'egli avea fatte ed era per fare.
Non sapea il ministero di Vienna arrendersi; ma giacchè la corte
di Torino facea giocare il non occulto suo maneggio colle corti di
Francia e di Madrid, e si ebbe paura che fra loro seguisse qualche
accordo, a cui avrebbe tenuto dietro la perdita di tutto lo Stato di
Milano, perciò finalmente condiscese la regina ad assicurarsi di quel
reale sovrano. Adunque nel dì 13 di settembre nella città di Worms,
ossia Vormazia, restò conchiuso un trattato di lega fra la regina
d'Ungheria, i re d'Inghilterra e di Sardegna, e ciò in tempo che si
credea e si spacciava come sicura l'alleanza di esso re sardo colle
corti di Francia e Spagna. Ancorchè questo trattato di Worms non
fosse pubblicato, pure ne trapelarono alcune particolarità, ed altre
vennero alla luce per gli effetti che ne seguirono appresso. Cioè fu
accordato nel nono articolo di cedere al re di Sardegna il Vigevanasco,
e tutto il territorio posto alla riva occidentale del lago maggiore,
abbracciando Arona e tutta la riva meridionale del Ticino, che scorre
sino alle porte di Pavia, e la città di Piacenza col suo territorio di
qua dal Po sino al fiume Nura, restando alla regina il Piacentino di
là da Po e quello ch'è di qua dalla Nura. Fu detto che nel consiglio
del re di Sardegna alcun fosse di parere che non si avesse a prendere
il possesso di tali acquisti se non finita la guerra, e che prevalesse
il parere di chi consigliava l'anteporre il certo presente all'incerto
futuro.

Per questo trattato parve che la corte di Francia restasse non poco
irritata contra del re sardo, e certamente dopo esser ella stata
fin qui renitente a dar braccio all'armi spagnuole per far conquiste
in Italia, si vide all'improvviso cangiare registro, con accordare
all'infante _don Filippo_ alquante migliaia delle sue truppe. Ora
perchè il re di Sardegna avea sì ben guerniti e fortificati i passi che
dalla Savoia conducono in Piemonte, oltre alle fortezze che assicurano
quel varco, determinarono gli Spagnuoli di tentare qualche altro
passaggio; e lasciati in Savoia circa quattro mila soldati di presidio,
passarono a Brianzone verso la valle di Castel Delfino. Conosciuti
i lor disegni, sul fine di settembre unì il re sardo l'esercito suo
nel marchesato di Saluzzo, e postosi alla testa d'esso, marciò per
opporsi ai tentativi de' nemici. Calarono i Gallispani ne' primi giorni
d'ottobre pel colle dell'Angello, per San Veran e per altri siti, e
quantunque s'impadronissero del villaggio e forte di Pont, pure ebbero
sempre a fronte i Savoiardi, che in più d'un luogo li rispinsero, e
diedero lor delle busse. Pertanto da che si avvidero essere troppo
pericoloso, se non impossibile, l'inoltrarsi, e tanto più perchè
cominciò a fioccar la neve in quelle montagne, batterono nel dì 9 del
suddetto mese la ritirata, passando di nuovo nel territorio di Francia,
ma con grave loro disagio, e con lasciare indietro dodici cannoni da
campagna, che vennero in potere dei Savoiardi, e colla perdita di molta
gente, la quale o non volle o non potè, per cagion della neve, tener
loro dietro, oltre la perdita di alcune centinaia di muli e di una
parte del bagaglio. Tornossene indietro anche il re _Carlo Emmanuele_
coll'esercito suo, il quale non andò esente da molti patimenti per
l'orridezza della stagione, seco nondimeno riportando la gloria di aver
bravamente respinti i nemici. Furono cantati _Te Deum_ non solamente in
Torino, ma anche in Modena, per così felice impresa. Perchè la regina
d'Ungheria ebbe bisogno d'uno sperto generale in Germania, richiamò
colà il maresciallo _conte di Traun_ governatore di Milano. Lasciò egli
in queste parti grata memoria del suo discreto ed onorato procedere,
della sua moderazione ad affabilità, del suo disinteresse e di molta
carità verso i poveri, siccome ancora della disciplina ch'egli fece
osservare alle milizie sue, sempre acquartierate in Carpi, Correggio
e luoghi circonvicini. Nel dì 12 di settembre arrivò a rilevarlo
il principe _Cristiano di Lobkowitz_, dichiarato capitan generale e
governatore dello Stato di Milano. Era preceduta una sinistra voce
che in compagnia di lui venisse la fierezza e la barbarie; la smentì
egli ben tosto, fattosi conoscere signore di buona legge e di molta
amorevolezza in queste parti. A lui non poco debbono gli Stati di
Modena, perchè, regolandosi con massime diverse da quelle del Traun,
deliberò di liberarle dal peso delle austriache milizie, per passare
a Rimino, con disegno di cacciar di là gli Spagnuoli, i quali, senza
rischio alcuno teneano viva nel cuore d'Italia la guerra.

In fatti sul principio d'ottobre si mosse esso principe a quella volta
con tutte le sue forze. A riserva di alquanti cannoni e di molte
munizioni, che spedite dalla Spagna erano in viaggio, sbarcate già
in vicinanza di Cività Vecchia (pel quale sbarco fecero gl'Inglesi
doglianze e minaccie al sommo pontefice), niun rinforzo di gente era
mai giunto al campo spagnuolo. Però il _duca di Modena_ e il _conte
Gages_, attesa l'inferiorità delle forze, non vollero aspettar la
visita degli Austriaci, e, passati alla Cattolica, andarono poi a
far alto a Pesaro, nella qual città si afforzarono, stendendo la lor
gente sino a Fano e Sinigaglia. Formarono ancora varii trincieramenti
al fiume Foglia con varie batterie di cannoni. Fermossi il principe
di Lobcowitz a Forlì, e parte della sua gente si portò a Rimino,
città ben perseguitata dalle disgrazie in questi tempi. Perchè la sua
cavalleria in quelle strette campagne non potea operare, parve ch'egli
non pensasse a maggiori progressi. Seguirono dunque delle scaramuccie
solamente fra i Micheletti e gli Usseri; e perciocchè questi ultimi
con varie schiere di Croati e Schiavoni in numero di circa quattro
mila persone s'erano postati alla Cattolica, il duca di Modena con uno
staccamento de' suoi combattenti per una parte, il general Gages per
un'altra, e il generale conte Mariani per mare in varie barche, nei
primi giorni di novembre s'inviarono con isperanza di sorprenderli.
Ma un temporale in mare spinse le barche a Sinigaglia, e il Gages
sbagliò la strada; laonde il solo duca co' suoi arrivò colà, e indarno
aspettò i compagni. Avvisati intanto gli Austriaci del disegno degli
Spagnuoli, con gran fretta si salvarono a Rimino, inseguiti poi per
molto di strada dai Micheletti. Fermaronsi poi pel restante dell'anno
in que' postamenti le due nemiche armate, per aspettare stagion più
propria per le azioni militari. Ebbero anche apprensione gli Austriaci
dell'accidente che segue.

Grande strepito, maggior timore cagionò in quest'anno per l'Italia e
per tutti i litorali del Mediterraneo ed Adriatico la peste, ch'era
entrata ed aveva preso piede in Messina. Colà approdò nel dì 20 di
marzo un pinco genovese vegnente da Missolongi di Levante, e carico
di lana e frumento. Esibì il padrone d'esso una patente falsificata,
come s'egli procedesse da Brindisi. Gli fu prescritta la contumacia di
molti giorni, nel qual tempo egli morì, e fu occultamente trafugata
qualche mercatanzia nella città. Insorto poi sospetto che in quel
pinco si annidasse la peste fu esso con tutto il suo carico dato alle
fiamme. Ma già il malore era penetrato nella città; e cominciò a mancar
di vita chi avea commerciato con que' traditori. Secondo il pessimo
costume de' popoli, che troppo abborrimento pruovano a confessarsi
assaliti da questo orribil male, si andarono lusingando i Messinesi
che per tutt'altro fossero avvenute quelle morti, e però non vi posero
quel gagliardo riparo che occorreva in sì brutto frangente, essendosi
permesse processioni ed unione del popolo nelle chiese, cioè il
veicolo più proprio per dilatare il male. Ora appena ebbe sentore del
sospetto di peste in quella città don _Bartolomeo Corsini_ vicerè di
Sicilia, che ne dimandò informazioni, e si trovarono i più de' medici
messinesi, che attestarono, quella non essere vera peste, ma un male
epidemico, ancorchè comparissero abbastanza i buboni; se con lode
o vitupero dell'arte loro, non occorre ch'io lo dica. Ma il saggio
vicerè non fidandosi di quella relazione, inviò tre medici di Palermo
alla visita di quegl'infermi, e tutti allora conchiusero, trattarsi
di quella vera pestilenza che spopola le città. Fu dunque sul fine di
maggio dato all'armi, ristretta Messina con un cordone di milizie; e
perchè il male era passato di qua dallo Stretto, ed aveva infetta la
città di Reggio, ed alcuni altri luoghi della Calabria, la corte di
Napoli anch'essa prese di buone precauzioni per preservare il resto
del regno. Bandi rigorosissimi uscirono per tutta l'Italia, e si arrivò
ne' littorali del Mediterraneo a tanta crudeltà di non voler concedere
menomo sbarco a molti poveri Messinesi che s'erano salvati in barche
per mare, quasichè non si potesse assegnar loro qualche sito da far
la contumacia, senza lasciarli morir di fame. Non vorrebbono in simil
caso essere trattati così quegl'inumani. Gran parte poi del popolo di
Messina in poco più di tre mesi perì; nè solo di peste, ma anche di
fame, essendosi trovata la città sprovveduta di grano; e quantunque
fossero loro spediti di tanto in tanto dei soccorsi per ordine del re
e del vicerè di Sicilia, pure non bastarono al bisogno. Tal discordia
poi passa fra due relazioni, che or ora accennerò, intorno al ruolo
degli estinti di quella città e contado, che meglio ho creduto di non
attenermi ad alcuna di esse.

Maraviglia fu, che essendo in campagna le armate, cioè gente che
non vuol legge, si salvasse l'Italia da questo eccidio. Anche per
l'anno seguente si continuarono i rigori delle guardie e contumacie,
cosicchè terminò in fine col male anche la paura. Se tali diligenze
avessero usate i nostri maggiori, non avrebbe in altri tempi fatta
cotanta strage con dilatarsi la peste. Nè pure in avvenire passerà
dai paesi de' Turchi esso male, o passando non si dilaterà, ogni qual
volta si osservino le buone regole inventate per preservarsi. Questa
funestissima tragedia, o sia l'esatta relazione della peste suddetta,
si truova data alle stampe in Palermo dal canonico don Francesco
Testa, con tutti gli editti in tal congiuntura emanati. Un'altra assai
curiosa e molto utile relazione di quella tragedia in versi sdruccioli
ho io avuto sotto gli occhi, fatta dall'abbate Enea Melani religioso
gerosolimitano, che di tutto era ben informato. Fu essa stampata in
Venezia nel 1747. Oltre a ciò, si patì in quest'anno l'influsso dei
raffreddori per gli Stati della Chiesa, di Venezia e Toscana, che
trassero al sepolcro molte migliaia di persone. Mancò parimenti di
vita _Maria Anna Luisa de' Medici_, figlia di Cosimo III gran duca
di Toscana, e vedova di _Gian-Guglielmo elettor palatino_, a cui non
avea data prole: principessa di gran pietà e saviezza. Era nata nel dì
11 di agosto del 1667. Fatti molti riguardevoli legati, lasciò erede
degli stabili, mobili e gioie della sua casa il duca di Lorena, cioè
_Francesco Stefano_, già divenuto gran duca di Toscana. Le proteste
fatte contra di tal disposizione dal re delle Due Sicilie _don Carlo_
non ebbero certamente la forza che seco portò il possesso. Giunse
ben a tempo questa ricca eredità al gran duca, per valersi dei molti
preziosi arredi, argenti e gioie in aiuto della regina d'Ungheria
sua consorte, lagnandosi indarno in lor cuore i Fiorentini, al vedere
trasportati altrove i tesori ed ornamenti della loro città. Nel dì 9 di
settembre fece il sommo pontefice _Benedetto XIV_ la tanto sospirata
promozione di ventisette cardinali, persone tutte di merito, tre dei
quali si riservò in petto. Quanto alla Germania, dove più che in altri
paesi fu bollente la guerra, appena spuntò la primavera, che la regina
d'Ungheria, dopo avere spedita una potente armata contro la Baviera,
passò col gran duca consorte e correggente in Boemia, e nel dì 12 di
maggio solennemente ricevette in Praga la corona di quel regno. Nel
dì 9 d'esso mese all'armata austriaca, comandata dal principe _Carlo
di Lorena _e dal _maresciallo di Kevenhuller_, venne fatto di dare
una rotta ai Gallo-Bavari, postati alle rive del fiume Inn, con fare
molti prigionieri, e coll'acquisto di quattro cannoni e di varii
stendardi. Dopo di che il vittorioso esercito si spinse addosso alla
città di Dingelfing, che, abbandonata dai Franzesi, non si sa, se per
aver essi posto il fuoco ai magazzini, o pure per barbarie dei Croati,
restò quasi preda delle fiamme. Anche la città di Landau venne in loro
potere, e fu attribuito un simile incendio di essa ai Franzesi, che
le diedero anche il sacco prima d'andarsene. Ritiraronsi in fretta
parimente da Deckendorf e da Landsut. Perchè parea ch'essi Franzesi
facessero peggio degli stessi nemici, non si può dire quanto odio
concepirono contra di loro i Bavaresi. Arrivavano già le scorrerie de'
nemici in vicinanza di Monaco, e però l'_imperador Carlo VII_, che nel
dì 17 di aprile era tornato in quella sua capitale, non trovandosi
ivi sicuro, nel dì 8 di giugno per la seconda volta se ne ritirò,
riducendosi coll'imperiale famiglia ad Augusta. Altrettanto andava
facendo il maresciallo franzese _conte di Broglio_, il quale si ridusse
in salvo sotto il cannone d'Ingolstat, e poscia si staccò anche di là
all'approssimarsi degli Austriaci, ed abbandonò fino Donawert. Nel dì 9
del mese suddetto rientrarono essi Austriaci in Monaco, e in poco tempo
si renderono padroni di quasi tutta la Baviera e dell'alto Palatino,
con acquisto di gran copia di artiglierie; laonde l'imperadore si
ridusse poscia in Francoforte. Furono poi cagione questi rovesci di
fortuna che il gabinetto del re Cristianissimo giudicasse a proposito
di far proporre alla regina d'Ungheria delle proposizioni di pace.
Pareano queste assai discrete, perchè si facea contentare la corte di
Baviera di un ritaglio della monarchia Austriaca, per quanto fu detto,
cioè nella Briscovia; e il re di Prussia di una porzione della Slesia.
Ma il buon vento che allora correa in favor della regina, e gonfiava
le vele di speranze maggiori, ed essendo di pochi il sapersi moderare
nella prospera fortuna, non le lasciò accettare la proposta concordia,
allegando essa sempre di non poter permettere che si sciogliesse
il vincolo della prammatica sanzione, assodato coll'approvazione e
giuramento di tante potenze. Se n'ebbe forse a pentire col tempo.

Nel presente anno e nel dì 27 di giugno seguì una sanguinosa battaglia
a Dettingen fra l'esercito franzese, guidato dal maresciallo _duca di
Noaglies_, e l'inglese ed annoveriano, in cui si trovava lo stesso
re della Gran Bretagna _Giorgio II_. Amendue le parti gareggiarono
in ispacciar maggiori riportati vantaggi, giacchè non fu conflitto
decisivo. Certo è che gli Inglesi rimasero padroni del campo di
battaglia, e contarono non pochi stendardi e bandiere prese. Vennero
intanto sottomesse degli Austriaci la fortezza di Braunau in Baviera,
e Friedberg e Reichental, i presidii dei quali luoghi si renderono
prigionieri di guerra. Nel dì 20 di luglio la fortezza di Straubingen
con capitolazioni oneste si rendè al tenente maresciallo austriaco
_barone di Berenclau_. Sostenne la città di Egra, unicamente restata
in Boemia in poter de' Franzesi, un lunghissimo assedio; ma finalmente
nel dì 8 di settembre quel presidio si diede per vinto e prigioniere
dell'armi della regina d'Ungheria: con che la Boemia interamente tornò
alla quiete primiera. Grande materia di discorsi fu in questo anno
il veder tutti i Franzesi ritirarsi precipitosamente dalla Baviera
verso il Reno, e valicarlo con passare in Alsazia. Parve che quella
sì valorosa nazione, allorchè troppo si allontana da' confini del suo
regno, o non conservi la consueta sua bravura, o non sia accompagnata
dalla fortuna. Trasse anche al Reno l'esercito del principe Carlo:
esercito di gran possa; eseguirono poi varii tentativi per passarlo,
con altre azioni, dal racconto delle quali io mi dispenso. Solamente
come punto di grande importanza merita menzione la resa della città e
fortezza d'Ingolstad, accaduta dopo pochi giorni di assedio nel dì 9 di
settembre, agli Austriaci: piazza la più considerabile della Baviera.
Si conobbe nondimeno che v'intervenne qualche segreto concerto,
perchè non altro fu permesso alla regina d'Ungheria, che di estrarne
le artiglierie, gli attrezzi e le munizioni da guerra. Colà si era
ricoverato il meglio dell'imperador bavarese, e a tutto fu portato
sommo rispetto. Cento settantacinque furono i cannoni, trentaotto i
mortari, che asportati di colà andarono a reclutare i magazzini della
regina d'Ungheria, la cui gloria crebbe di molto nell'anno presente.
Trattarono in questi tempi i Genovesi con tal serietà e dolcezza gli
affari della Corsica, esibendo a que' popoli ragionevoli condizioni di
vantaggio e sicurezza, che riuscì loro in fine di smorzare un incendio
di sì lunga durata, e che era loro costato parecchi milioni.



    Anno di CRISTO MDCCXLIV. Indiz. VII.

    BENEDETTO XIV papa 5.
    CARLO VII imperadore 3.


Per tutto il verno del presente anno andarono calando dalla Germania
copiose reclute, ed anche alcuni reggimenti che passavano ad ingrossare
l'armata del principe Lobcowitz, acquartierata a Cesena, Forlì e
Rimino, conoscendosi abbastanza altro non meditarsi che di procedere
innanzi per cacciar gli Spagnuoli da Pesaro e dagli altri luoghi da
loro occupati. All'incontro, in tale stato era l'armata spagnuola, che
quand'anche la forza non la facesse sloggiare, sarebbe essa obbligata
a ritirarsi a cagion della mancanza dei foraggi per terra; e perchè
giravano per que' lidi alcuni legni inglesi che ne impedivano il
trasporto per mare. Inviarono gli Spagnuoli varii distaccamenti pel
ducato d'Urbino, o per cautelarsi dall'essere assaliti da quella parte,
o per far credere di voler eglino assalire. Ma finalmente il principe
di Lobcowitz sul principio di marzo diede la marcia al poderoso suo
esercito, risoluto di venire a battaglia, se gli Spagnuoli intendevano
di aspettarlo di piè fermo. Nol vollero già essi aspettare, per ordine,
come diceano, venuto da Madrid; però sul fare del giorno del dì 6
senza suono di trombe o tamburi, e con restar sempre chiuse le porte
di Pesaro, si avviarono alla volta di Sinigaglia. Non mantenne il
conte di Gages la promessa fatta al vescovo di Fano di non disfare il
ponte sul Metauro. Alle più valorose truppe e alle guardie del duca
di Modena fu lasciato l'onore della retroguardia. Nel dì 9 arrivò
ad infestarli un grosso corpo d'Usseri e Croati, guidati dal conte
Soro, co' quali convenne venire alle mani, e durò questa persecuzione
anche nei dì seguenti, con danno di amendue le parti. Mentre andava
innanzi il nerbo dell'armata, la retroguardia, che avea preso riposo
a Loreto, nel dì 15 d'esso marzo sotto le mura di quella città si vide
assalita da cinque mila Austriaci, e il conflitto durò per dieci ore,
con ritirarsi in fine il distaccamento austriaco. Nel proseguire il
viaggio a Recanati gli Spagnuoli furono salutati dal cannone di due
navi inglesi, che uccisero il maresciallo di campo Brieschi, comandante
delle guardie vallone, con due altri uffiziali. Nel dì 16 fu di nuovo
assalita la retroguardia suddetta, e si combattè sino alle vent'ore
con vicendevole mortalità. Finalmente nel dì 18 due ore avanti giorno
l'esercito spagnuolo, lasciati molti fuochi nel campo, s'istradò verso
il fiume Tronto, confine del regno di Napoli, e nel mezzo giorno sopra
un preparato ponte di barche cominciò a passarlo, e da quella riva
non si mossero il duca di Modena e il conte di Gages, se non dopo
averli veduti tutti in salvo. Andarono poi essi a prendere riposo per
quattro giorni a Giulia Nuova, e poscia furono ripartite le truppe in
varii quartieri, ma dopo aver patita una grave diserzione nel viaggio.
Stavano esse in Pescara, Atri, Chieti, Città della Penna e Città di
Sant'Angelo; nel qual tempo anche gli Austriaci si accantonarono
fra Recanati, Macerata, Fermo, Ascoli e Tolentino. Se il principe
di Lobcowitz avesse trovata ne' suoi subordinati generali maggiore
ubbidienza ed amore, di peggio sarebbe avvenuto alla precipitosa
ritirata del campo nemico.

All'osservare questa brutta apparenza di cose, non tardò l'infante _don
Carlo_ re delle Due Sicilie, nel dì 25 di marzo, a muoversi da Napoli,
ed accorrere in persona anch'egli nelle vicinanze dell'Abbruzzo con
quindici mila de' suoi combattenti, unendosi con gli Spagnuoli, non
già con animo di rinunziare alla neutralità, ma solamente di guardare
il suo regno dagl'insulti de' nemici, caso che questi fossero i primi
a fare delle ostilità. La regina sua consorte per maggior sicurezza fu
inviata a Gaeta, non ostante le preghiere in contrario della appellata
fedelissima città di Napoli. Non si può negare: giudicò il _principe di
Lobcowitz_ non difficile la conquista del regno di Napoli. Conduceva
egli una poderosa armata, a cui di tanto in tanto arrivavano nuovi
rinforzi di gente e di munizioni. Nel regno stesso non mancavano dei
ben affetti all'augusta casa d'Austria, che segretamente faceano sperar
delle rivoluzioni alla corte di Vienna. Però venne l'ordine ad esso
principe d'inoltrarsi. Nel fine d'aprile un corpo d'Austriaci, valicato
il Tronto, penetrò nell'Abbruzzo, e trovò gente che l'accolse di buon
cuore. Ma il Lobcowitz, sul riflesso che, facendo anche progressi da
quella parte, restavano da superar le montagne, e che tuttavia egli si
troverebbe lontano dal cuore e centro del regno, determinò più tosto
di prendere un cammino più facile per le vicinanze di Roma e di Monte
Rotondo: cammino appunto eletto dagli altri conquistatori del regno di
Napoli. Levato dunque il campo da Macerata e dai circonvicini luoghi,
si avviò, verso la metà di maggio, a quella volta. Per lo contrario
l'infante re, appena ebbe penetrato il di lui disegno, che retrocesse a
San Germano, e alle sue forze s'andarono ad unire quelle dell'esercito
spagnuolo. Ne solamente pensò alla difesa dei proprii confini, ma
eziandio, giacchè stimava che l'avessero i nemici disobbligato dalla
promessa neutralità coi tentativi fatti nell'Abruzzo, spinse alcuni
grossi distaccamenti nello Stato ecclesiastico a Ceperano, Frosinone e
Vico Varo, sino a giugnere co' suoi picchetti al Tevere. Nel dì 24 del
mese suddetto, giunto a Roma il principe Lobcowitz, ebbe una benigna
udienza dal papa, e chiamò poi quella giornata dì di trionfo, stante il
gran plauso e i viva sonori di quella plebe. Ben regalato se ne andò a
Monte Rotondo; di là poi passò a Frascati, Morino, Castel Gandolfo ed
Albano. Intanto, entrata anche tutta l'armata napolispana nello Stato
ecclesiastico, si divise in tre corpi, postandosi il re ad Anagni con
uno, il duca di Modena con un altro a Valmonte, e il generale di Gages
a Monte Fortino. Tutti finalmente si ridussero a Velletri; giacchè
si scoprì invogliato l'esercito austriaco di penetrare per colà nel
regno di Napoli. Non si potea dar pace il pontefice _Benedetto XIV_
al mirare divenuti teatro della guerra i paesi della Chiesa con tanto
aggravio e desolazione de' sudditi suoi. L'unica speranza di vedere in
breve terminato questo flagello era riposta in una giornata campale
che decidesse della fortuna dell'armi. Ma no